WEBGIORNALE   21 maggio – 3 giugno  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il “contratto di governo” dimentica gli italiani all’estero  1

2.       Tante differenze tra Europa e Italia  1

3.       Il crocevia dell’Italia giallo-verde  1

4.       Contratti e responsabilità. Il prezzo degli annunci 2

5.       Iran: nucleare, Trump, scelta pericolosa senza calcolo razionale. Mancanza di rispetto per UE e ONU  2

6.       Workshop di giornalismo a Berlino  2

7.       In un Italia che invecchia continua la diaspora degli italiani verso altri paesi 3

8.       Primo incontro degli eletti all’estero. Un obiettivo: la "Commissione bicamerale per le questioni degli italiani all’estero"  3

9.       All’IIC di Colonia omaggio all’artista Di Sarro a 40 anni dalla scomparsa  3

10.   Le preoccupazioni di Merkel: in Italia una fase «impegnativa»  3

11.   La Food Innovation Global Mission in Ambasciata a Berlino giovedì 24 maggio  4

12.   Ok della Germania a espulsione in Italia di richiedente asilo togolese. Parla l'avvocato: "Destinazione inaccettabile"  4

13.   L’Ambasciata incontra il mondo dell’Ausbildung. Come ottenere una qualifica professionale in Germania  4

14.   A Berlino il 3 giugno: “Calcio in Festa. Una domenica italiana”  4

15.   Premio Culturale della VDIG  5

16.   Eletto il Direttivo ed il Presidente delle Acli Germania  5

17.   A Berlino dal 16 al 18 maggio la X Conferenza annuale di Turi sui cambiamenti nel mondo del lavoro  5

18.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 5

19.   La festa della mamma a Kempten  6

20.   Ad Amburgo i festeggiamenti per l'829° anniversario dell’apertura del porto  7

21.   Studenti dell’università di Münster in visita al Consolato di Dortmund  7

22.   Iran, Germania contro gli Usa: «Siamo pronti a litigare»  7

23.   In Germania i reati sono al minimo da 25 anni ma i tedeschi non si sentono così sicuri 8

24.   Il progetto AlpinnoCT. Dalla Germania le prime proposte per migliorare il trasporto attraverso le Alpi 8

25.   La circolare dell’on. Laura Garavini 8

26.   Migranti: salvataggio marittimo (Sar) fra i marosi, tra status quo e stallo  9

27.   L’Aquila, ricordando Aldo Moro  9

28.   Trump, Macron e la Merkel: l’accordo con l’Iran e l’Europa  10

29.   Migrantes nella storia della Chiesa in Italia  11

30.   La storia della Migrantes in 5 volumi 11

31.   Ha vinto il buon senso?  12

32.   In povertà assoluta 5 milioni di italiani 12

33.   Valide anche per gli italiani all’estero le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni di immobili 12

34.   Bando di selezione per 349 tirocini curriculari nelle sedi diplomatico-consolari e negli IIC  12

35.   L’emigrazione continua  13

36.   Siria. Lo scontro militare tra Iran e Israele cambia il mondo  13

37.   L’essenza della nonviolenza  13

38.   La Migrantes nella storia della Chiesa in Italia  14

39.   Le esteriorità  14

40.   Il rapporto di Amnesty. Pena di morte: geografia di un “pubblico assassinio”  14

41.   Dai Parlamentari del PD-Estero auguri per i 50 anni della Migrantes  15

42.   Debito e migranti, pressing Ue sull'Italia  15

43.   Proposta di legge per lo studio nelle scuole dell’emigrazione italiana  15

44.   La strada giusta  15

45.   Riunito a Roma il Consiglio Direttivo del FAIM: si riparte dal voto all’estero  16

46.   Colle, governo neutro o voto a luglio  16

47.   Parlamentari PD-Estero: grazie al sottosegretario Amendola per le politiche migratorie  16

48.   Riflessione  17

49.   “Rivalutati gli assegni al nucleo familiare anche per i residenti all’estero”  17

50.   I requisiti per l’invio del personale nelle scuole italiane all’estero  17

51.   Industria 4.0? E’ il presente e già ci sta cambiando  17

52.   Crisi politica e Mass media  17

 

 

1.       Italien. „Chaotischer kann es eigentlich nicht werden“  18

2.       Studie. Kultur wichtiger Vermittler in Einwanderungsgesellschaft 18

3.       Tajani warnt Italiener vor Euro-Austritt 18

4.       Michelangelo Pistoletto in Berlin – eine Veranstaltungswoche mit dem Künstler (1.-4. Juni 2018) 18

5.       Dublin-Reform. Brüssel mahnt Regierungen zu Einigung in Asylfrage  19

6.       #sozialdigital. Wie wir die digitale Revolution sozial gestalten können. 19

7.       Russland, Trump und Frankreichs „Morphium“ – Macrons erstes Amtsjahr 19

8.       Die EU muss die Nähe zum Bürger suchen  20

9.       Stets bemüht. Wie die Europäer versuchen, das Atomabkommen mit Iran zu retten. 20

10.   Europa zwischen Washington und Teheran  21

11.   Jugendliche müssen für kostenlose Zugtickets Europa-Quiz absolvieren  21

12.   Bürgerasyl. Wenn Flüchtlinge versteckt werden  22

13.   Keine Arbeit trotz Wachstum   22

14.   Der islamische Einfluss am Balkan  23

15.   Vordenken! Ein Nachruf 23

16.   Frankreichs Präsident Macron erhält Karlspreis  23

17.   Auszeichnung für Angela Merkel: „Frieden gibt es nicht umsonst“  24

18.   Ramadan. Für Muslime beginnt der Fastenmonat 24

19.   Deutsche Sozialleistungen locken tschechische Arbeiter 24

20.   Anker-Zentren in der Kritik. Diskussion um Pläne für Asylzentren geht weiter 25

21.   Premio Culturale. Preis an Marco Martinelli (Dramaturg) und Ermanna Montanari (Schauspielerin und Autorin) 25

22.   Bundesagentur. Deutlich mehr ausländische Altenpflegekräfte  26

23.   Prof. Dr. Hermann Parzinger aus Deutschland zum neuen Präsidenten von EUROPA NOSTRA gewählt 26

24.   Statistik. Rund 871.000 Deutsche leben im EU-Ausland  26

25.   Die Kampagne „Vorsicht Sekundenschlaf!" informiert 27

26.   Politik baut weiter auf Integrationskraft des Sports  27

27.   Erasmus: Nach 30 Jahren weiterhin auf Erfolgskurs  27

28.   Frankfurt/M. Die erste Retrospektive "Ciao Macho. Marco Ferreri"  27

 

 

 

Il “contratto di governo” dimentica gli italiani all’estero

 

Roma – Certo, se mai dovesse – come è auspicabile – nascere, la Commissione Bicamerale per le questioni degli Italiani all’Estero ne avrà di lavoro da fare. Soprattutto se si considera l’handicap attenzionale con cui nasce, visto che dei 29 capitoli di cui si compone il “contratto di governo” concordato da Lega e M5S nessuno contiene un riferimento ai connazionali all’estero. Eppure, i due partiti hanno ripetutamente ribadito che il loro programma intende far fare un passo indietro ai partiti ed uno in avanti ai cittadini. Peccato che quel passo sia, almeno finora, solo a beneficio di 60 milioni residenti in Italia, mentre i 4 milioni e 200 mila elettori residenti all’estero, vale a dire il 7% della popolazione, sono stati evidentemente dimenticati,

E dire che, proprio martedì scorso, mentre nelle redazioni incominciavano a girare le prime bozze del “contratto di governo”, alla Camera dei deputati si riunivano per la prima volta in questa Legislatura i 18 parlamentari – 12 deputati e 6 senatori – eletti all’estero da oltre 1 milione e 100 mila elettori.

Coscienti o meno della scarsa attenzione da parte del nascituro governo Lega - M5S, i 18 hanno agevolmente condiviso l’“opportunità e l’impegno” a portare avanti alcune iniziative legislative di comune ed alto interesse, propendendo per una regolare concertazione delle loro iniziative.

Tre le questioni prioritarie che hanno poi deciso di portare avanti nell’immediato.

La prima battaglia comune sarà, naturalmente, quella sulla istituzione di una "Commissione bicamerale per le questioni degli italiani all’estero". Una bozza di proposta di disegno di legge è già allo studio e sarà presto, questo l’impegno comune, finalizzata e presentata congiuntamente. L’obiettivo, spiegano i 18 parlamentari, è quello storico e strategico di avere un unico foro istituzionale di elaborazione di discussione ed iniziativa parlamentare sulle diverse questioni di rilevanza degli Italiani residenti all’estero. Gli altri due impegni sono, il primo, per la cosiddetta "messa in sicurezza del voto" e, l’altro, per il potenziamento delle risorse consolari per i servizi ai cittadini all’estero.

Un impegno non da poco, quindi, sul quale, va riconosciuto, i “18” intendono impegnarsi con o senza la commissione bilaterale e con l’auspicio, aggiungiamo noi, che, quanto a italiani all’estero, il “contratto di governo” contenga una involontaria omissione. Giuseppe Della Noce, aise 

 

 

 

 

Tante differenze tra Europa e Italia

 

Il nostro Paese si trova in fondo alle classifiche per natalità, economia, politica, natura ed ambiente. Ma non per tasse e decessi 

 

  A stare a quanto letto sui giornali, visto in Tv o riferito dagli Istituti di Statistica,  la nostra Penisola non gode di buona salute economica, finanziaria (pubblica e privata) ed ambientale, tanto da essere spesso agli ultimi posti degli elenchi europei o mondiali. Come risulta per quanto riguarda le nascite, quindi il numero di cittadini nei singoli Stati, tenendo conto, ovviamente, anche dei decessi.

  Nel 2016 sono nati 5,1 milioni di bimbi nei 28 Stati dell’UE, con un aumento, rispetto all’anno precedente, di 11mila. L’Irlanda ha registrato il tasso di nascita più alto (13,5 per 1000 abitanti), seguita da Svezia e Gran Bretagna (11,8) e poi Francia (11,7). Il minor numero di nascite si è avuto nel Portogallo (8,4), in Grecia (8,6), Spagna (8,7), Croazia (9) e Bulgaria (9,1) e… in Italia.

  Nel nostro Paese, nel 2017 sono nati, 464 mila bebè, il 15% dei quali stranieri, facendo registrare così un calo del 2% rispetto all’anno precedente. Il che significa che ci siano meno di 9 bambini su 1000 abitanti, contro le 800,8 mila nascite della Francia, quindi il 12,3% ogni 1000 adulti, il 12,2% nel Regno Unito dove le nascite sono state 777 mila. Anche nei Paesi con bassa natalità, come la Germania che ha avuto 738 mila nuovi cittadini.

  Ne consegue che l’Italia ha 8,5 bambini ogni mille abitanti, con un calo costante di cittadini Italiani, benché i Governi abbiano tentato di ridurlo senza riuscirci. Con il risultato di restare al terz’ultimo posto della classifica, seguita da Portogallo e Grecia, nonché dalla Russia dove continua la diminuzione delle nascite, quindi dei cittadini. L’Irlanda invece registra un 15 per mille, seguita dalla Francia (12,3), Stato più prolifico dove ogni donna partorisce 2 figli, e dal Regno Unito (12,2).

  Ad influire sulla quantità della popolazione contribuiscono anche le disgrazie mortali sulle strade e sul lavoro nell'UE. Nei Paesi Bassi ha perso la vita solo un lavoratore su 100.000, seguiti da Grecia (1,2), Finlandia (1,2), Germania (1,4), Svezia (1,5) e Regno Unito (1,6). Più decessi in Romania (7,1), Lettonia (6,0), Lituania (5,6) e in Bulgaria (5,4). L'Italia è a metà classifica (3,01), ma è stata registrata una diminuzione negli ultimi due anni. 

  Dalle statistiche risulta che ogni anno muoiono, per incidenti stradali e soprattutto aerei, un milione e 250mila persone, 3.400 al giorno, più di 140 ogni ora. Nel 2017 hanno perso la vita sulle strade 25.300 persone, 300 in meno rispetto al 2016 e 6200 in meno rispetto al 2010. Altre 135 mila ne sono rimaste gravemente ferite, tra le quali parecchi pedoni, ciclisti e motociclisti. In Europa se ne sono contati molto meno, mentre in Italia si e’ verificato un aumento del 3% rispetto al 2016, come successo in Romania e Bulgaria.

  Danni fisici e decessi dovuti anche ad incidenti sul lavoro. Nel 2017, in Italia, ce ne sono stati 1.029, 11 in più dell’anno precedente, ma meno dei 1247 del 2015, tuttavia numero esorbitante rispetto ai 3.497 registrati quell’anno nei rimanenti 27 Stati dell’UE, dove il tasso di infortuni è più basso in Norvegia, Svezia, Germania, Danimarca, Cipro e Gran Bretagna; più alto in Romania, Portogallo, Lussemburgo, Bulgaria e Lituania. Infortuni che, in Svizzera, succedono soprattutto per caduta dall'alto di moltissimi lavoratori, la maggior parte dei quali riporta danni permanenti, mentre per il 22 l'esito è fatale.

  Ad incidere sulla salute e la vita degli Europei contribuisce anche l’inquinamento atmosferico provocato dallo smog derivante dall’eccessivo uso, prevalentemente industriale, del carbone. Ne consegue che, ogni anno, muoiono centinaia di migliaia di persone, specialmente in Italia (84.400), in Germania (72.400) in Germania, in Francia e Regno Unito (54.400). Il che ha spinto la Corte di Giustizia Europea ad incriminare queste Nazioni, ma anche Ungheria e Romania, per violazione delle norme antismog.

  A volte si può morire per disperazione, se non si hanno abbastanza soldi per mantenere se stessi ed i familiari. Insufficienza dovuta all’aumento, in Italia, della pressione fiscale pari al 43,4% del Pil, rispetto a una media europea dal 39,9%, cioè 946 euro l’anno in più a persona, con il risultato di essere al quinto posto, dopo la Francia, il Belgio, l’Austria e la Svezia. Va peggio, invece, per quanto riguarda l'aliquota dell’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA), pari al 22% nel 2017. Imposta elevata rispetto alle maggiori economie europee, dove al primo posto troviamo la Danimarca in cui l'Iva s’innalza al 25%, al secondo l'Irlanda al 23%, poi la Francia, da 4 anni ferma al 20%, seguita dalla Germania ove, dal 2007, è ferma al 19%. Troppi i numeri negativi per sperare in un prossimo miglioramento.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Il crocevia dell’Italia giallo-verde

 

L’accordo sul contratto di governo fra Cinquestelle e Lega rende possibile la nascita del primo esecutivo espressione in Italia di forze politiche anti-sistema. E ciò pone il nostro Paese di fronte a opportunità e rischi che investono la vita di milioni di famiglie e scuotono l’Europa.  

 

Le opportunità hanno a che vedere con la lotta alle diseguaglianze. Possono esserci pochi dubbi sul fatto che all’origine del voto di drammatica protesta del 4 marzo vi sono i disagi economici e sociali che flagellano il ceto medio. Si tratta di una ferita che viene dagli squilibri della globalizzazione, comprende disoccupazione e mancanza di aspettative verso il futuro, è alimentata da corruzione e burocrazia, indebolisce le periferie, spinge i giovani ad emigrare e non può essere combattuta solo con ricette economiche di tipo tradizionale.  

 

I partiti che hanno governato l’Italia nell’ultimo quarto di secolo, di centrodestra come di centrosinistra, hanno sottovalutato le diseguaglianze, non le hanno considerate una minaccia e dunque sono stati severamente puniti alle ultime elezioni. Cinquestelle e Lega hanno intercettato ed espresso tale scontento - che non ha manifestazioni omogenee in diverse aree geografiche - e dunque hanno adesso l’opportunità di dargli una risposta innovativa. Se riusciranno a farlo consolideranno il rapporto con un nuovo tipo di elettorato e potranno dare un contributo di valore alla rinascita delle aspettative collettive.  

 

Per affrontare questa sfida le ricette economiche sono necessarie ma non sufficienti perché non si tratta solo di creare potere di acquisto e lavoro, bisogna garantire protezione dal disagio. E una strada per farlo è aumentare la protezione dei diritti. Perché più diritti vi sono, più una società si rafforza, consolida e riesce a crescere. Le democrazie avanzate hanno bisogno di più diritti per fronteggiare le loro trasformazioni interne. Diritti per gli studenti alla sfida con le nuove tecnologie, per i lavoratori in competizione con i robot, per le famiglie con l’ambizione di una vita migliore, per gli anziani e i disabili privi di servizi, per i migranti che vogliono integrarsi. Si tratta di ricostruire dal di dentro un tessuto sociale lacerato: è un passaggio difficile, temibile che accomuna l’Italia ad altre nazioni dell’Occidente e può essere affrontato, forse con significative possibilità di successo, da forze politiche non tradizionali, espressioni della rivolta. 

 

Ma proprio perché i vincitori del 4 marzo esprimono la protesta vi sono dei rischi. Ovvero che anziché costruire, prevalga la volontà di demolire. Non solo l’amministrazione pubblica, leggi, regolamenti e istituzioni ma i valori fondanti della Repubblica che accomunano il nostro Paese ai partner europei e atlantici. Nel linguaggio politico che accompagna la narrazione della protesta l’ostilità all’Europa, alla società globale, al libero mercato, alle diversità si affaccia spesso con termini e toni segnati da una virulenza che travolge il confine della tolleranza per il prossimo, chiunque egli sia. È qui che alligna il pericolo più grande ovvero che la protesta si trasformi in una caccia al nemico, interno o esterno, alimentandosi con l’ostilità verso chiunque abbia idee e identità differenti.  

 

Il bivio che hanno davanti i contraenti del contratto giallo-verde non potrebbe essere più chiaro, lampante: indirizzare la rivolta dei cittadini verso la sconfitta delle diseguaglianze per rendere l’Italia un Paese migliore oppure farsi guidare dagli istinti più primitivi congeniti alla medesima rivolta per demolire istituzioni e valori della Repubblica. L’opportunità di costruire è grande quanto il rischio di distruggere. Riuscendo a cogliere la prima l’Italia può diventare un laboratorio di innovazioni in Europa, cadendo nel secondo finirebbe ai margini dell’Occidente. A fare la differenza saranno le decisioni prese da chi guiderà il governo giallo-verde.  Andrea Carugati  LS 20

 

 

 

 

Contratti e responsabilità. Il prezzo degli annunci

 

L’economia è fatta di aspettative Gli investitori si muovono sulla base delle previsioni e nelle relazioni internazionali la credibilità è decisiva

di Ferruccio de Bortoli

 

Accettereste di firmare un contratto con Di Maio e Salvini? Qualche dubbio, dopo la sceneggiata di questi giorni, è legittimo. E verrebbe forse anche tra coloro che hanno votato Cinque Stelle e Lega. Proviamo per un attimo a immaginare se l’alleanza dei due populismi italiani fosse stata firmata — magari davanti alle telecamere di Bruno Vespa e sulla celebre scrivania di Berlusconi — in piena campagna elettorale. Il risultato del 4 marzo sarebbe stato lo stesso? Ipotesi suggestiva ma impropria. Ne ha parlato sul Corriere Aldo Cazzullo. Siamo in un sistema proporzionale e le alleanze si fanno dopo. Anche le più ardite, le meno confessabili. Avendo i voti, è giusto che Lega e Cinque Stelle ci provino. Lascia perplessi il fatto che un monumentale quanto generico contratto sia «validato» da un po’ di clic e con un referendum ai gazebo solo su alcuni punti. Ma tant’è. Agli osservatori stranieri che sono tornati a interrogarsi pesantemente sul futuro dell’Italia, rispolverando i peggiori pregiudizi, rispondiamo in un solo modo. La garanzia costituzionale espressa dalla presidenza della Repubblica è solida. E siamo sicuri che Mattarella impedirà avventure troppo pericolose per i nostri conti pubblici, in ossequio all’articolo 81 della Costituzione. E sarà custode rigoroso della collocazione internazionale dell’Italia, specie in Europa. Basterà, ci chiedono? Aggiungiamo che pragmatismo e prudenza non mancano in alcuni degli esponenti dei due schieramenti. Ma non basta ancora.

L’economia è fatta di aspettative, purtroppo. Mercati e investitori si muovono sulla base delle previsioni. Gli annunci contano e costano. Come ridiscutere la Tav o chiudere addirittura la più grande struttura industriale del Sud. Ci sono contratti firmati, penali stratosferiche ma soprattutto c’è il lavoro e il reddito degli italiani. Nelle relazioni internazionali è decisiva la credibilità personale, la coerenza nelle scelte del governo di cui si fa parte, la serietà sugli impegni. Dire o scrivere una cosa e poi smentirla fa crescere negli interlocutori perplessità e pregiudizi. Nel gioco perverso delle aspettative anche la figura del premier si svaluta. E se anche saltasse fuori un nome di qualità (ce lo auguriamo) faticherebbe non poco a recuperare autorevolezza e rispettabilità. Nelle grandi questioni europee che si dibatteranno nei prossimi mesi (bilancio 2021-2027, migranti, riforma dell’Eurozona) il presidente del Consiglio si troverà in perfetta solitudine davanti agli altri leader al momento delle decisioni. Un portavoce, l’esecutore del «contratto», sarà solo un fantasma.

La vaghezza programmatica, in un lungo documento povero di numeri, non aiuta. Non importa se poi il reddito di cittadinanza non si riesce a introdurre prima del 2020, se l’Ilva prima si chiude e poi si riapre, se il condono è pieno e poi così così. Forse il futuro probabile nuovo governo non sarà nemmeno in grado di spendere i 65 miliardi di costo stimato del «contratto». Importano le intenzioni, soprattutto le peggiori, perché lasciano un segno indelebile, al di là del fatto che non si tramutino in azioni concrete. Incrinano i legami di fiducia. Fanno crescere dubbi e sospetti. Hanno un costo immediato. Non soltanto sul famigerato spread, criminalizzato a lungo da tutto il centrodestra come falso indicatore della salute di un Paese o, peggio, come strumento di un ipotetico complotto contro Berlusconi nel 2011. Ma soprattutto sull’atteggiamento degli investitori esteri che hanno più del 30 per cento del nostro debito pubblico e il 95 per cento del flottante in Borsa. Nel documento è rimasta l’idea di pagare in mini-Bot i fornitori delle amministrazioni pubbliche. Questa sorta di moneta parallela, che poi è nuovo debito – come ha spiegato Federico Fubini sul Corriere – rafforza l’idea, sbagliata crediamo, ma contano purtroppo le aspettative, che l’Italia tenti di sottrarsi ai vincoli propri della moneta unica.

Sarà utile, a questo punto, raccontare un episodio significativo. Nelle scorse settimane è stato presentato a Roma il rapporto di Economia Reale, un centro studi presieduto da Mario Baldassarri, ex viceministro di un governo Berlusconi, in cui si ipotizza una manovra da cento miliardi con la quale sarebbe possibile fare un po’ di reddito di cittadinanza e ridurre le tasse. A patto però di dare una sforbiciata severa e preventiva a sussidi, trasferimenti e acquisti. Rapporto commentato dai rappresentanti di tutti gli schieramenti. Quando è stata la volta di Claudio Borghi, la platea è rimasta colpita dal sarcasmo mostrato dall’onorevole leghista, coautore del «contratto per il governo del cambiamento», per le idee esposte da alcuni relatori. Non degli sconosciuti: l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini, l’ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli, l’ex membro del direttorio di Banca d’Italia Pierluigi Ciocca. La sostanza del ragionamento di Borghi era che del debito non bisogna preoccuparsi, lo ha già monetizzato la banca centrale. Ricordando l’episodio, si capisce da dove sia venuta l’insana idea, svelata dall’Huffington Post, di chiedere a Francoforte la cancellazione di parte del nostro debito. «Ma tutto ciò – gli venne obiettato da Mario Baldassari durante il convegno – significa uscire dall’euro?». Sì ha risposto un sincero Borghi. «E allora perché non l’avete messo nel programma di centrodestra?». «Perché gli altri non hanno voluto». Quell’idea sul debito non compare più fortunatamente nel «contratto per il governo del cambiamento». Lega e Cinque Stelle hanno assicurato che l’euro non è in discussione, ma nel gioco perverso delle aspettative spesso i comportamenti sono più rapidi delle parole scritte. La prudenza, virtù di chi governa, dovrebbe consigliare al futuro premier di accettare l’incarico solo davanti a una «clausola di salvaguardia nazionale» che Mattarella nei fatti ritiene indispensabile. Niente scorciatoie pericolose. Si rischia di essere declassati e di perdere quel grado di investimento al di sotto del quale anche la Bce non ci comprerebbe più i titoli, considerandoli spazzatura. Prima si fanno i risparmi poi si attuano i programmi. Se ci si riesce. CdS 19

 

 

 

Iran: nucleare, Trump, scelta pericolosa senza calcolo razionale. Mancanza di rispetto per UE e ONU

 

Non è certo la prima volta che Donald Trump opera una scelta unilaterale, pericolosa per la sicurezza internazionale e irrispettosa verso i principali alleati e le Nazioni Unite; e non sarà l’ultima. Ma la decisione di ritirarsi dall’accordo con l’Iran non rientra nella politica del sacro egoismo, dell'”America first!”. In questo caso a prevalere non è l’interesse nazionale, che al contrario detterebbe il consolidamento dei passi fatti verso la non-proliferazione, il rafforzamento dei moderati al potere a Teheran, la distensione nello scacchiere mediorientale, e quindi coinciderebbe con l’interesse generale. Semplicemente, non c’è un calcolo razionale.

Il filo conduttore della demolizione e della credibilità

Ma anche una scelta irrazionale va in qualche modo spiegata. E la spiegazione su cui tutti gli osservatori concordano è che demolire tutto quanto costruito dall’odiato predecessore Barack Obama costituisce il filo conduttore della politica ondivaga dell’attuale presidente. Può apparire banale ridurre tutto ad una puerile impuntatura contro Obama, la quale può scatenarsi  anche in politica estera ora che gli “adults in the room” (tranne il generale Mattis, segretario alla Difesa) sono stati fatti fuori.

Diciamo allora che, avendo impostato la campagna elettorale sulla denigrazione di quanto fatto da Obama, e avendo quindi dichiarato che l’accordo Jcpoa era il peggior trattato mai concluso, Trump era impaziente di affondarlo per dimostrare la propria credibilità. E’ questa, infatti, la principale ossessione che guida le sue azioni.

Le riserve, fin dall’inizio dei repubblicani

Così formulata, è ancora una spiegazione parziale: non si deve dimenticare che nel 2015, quando fu concluso l’accordo, tutto il Partito repubblicano era fieramente contrario, e anche non pochi parlamentari democratici. Infatti, non solo era impensabile raggiungere il requisito costituzionale dell’approvazione (advice and consent) del Senato per la ratifica con la maggioranza qualificata dei due terzi, ma una analoga maggioranza era pronta a votare contro. Perciò Obama aveva dovuto ricorrere al sotterfugio oggi molto usato, ma discutibile nel caso di accordi di grande importanza politica, dell’”executive agreement” (non a caso non si chiama” trattato”, bensì “plan of action”).

Ai Repubblicani rimaneva un’arma: una risoluzione contraria, purché avesse raccolto 60 voti su 100. Votando compatti, e con l’apporto di alcuni democratici, arrivarono a sfiorare quella soglia, ma senza oltrepassarla. Obama, mediante una serie di incontri e telefonate con singoli senatori del suo partito era riuscito, per un pelo, a sventare quella mossa.

L’azione efficace delle lobbies saudita e israeliana

Se dunque la contrarietà all’accordo non è solo una fissazione del presidente ma è condivisa da oltre metà dell’opinione pubblica e dall’establishment repubblicano (anche se alcuni, come il citato Mattis, visti i puntuali adempimenti iraniani, si sono ricreduti), vorrà dire che esistono anche ragioni obbiettive che a noi europei sfuggono? No, la spiegazione è un’altra, ma è politically correct sottacerla: l’efficace azione persuasiva di due delle tre più potenti lobbies di Washington (la terza, si sa, è la National Rifle Association, Nra): quella saudita e quella pro-israeliana.

La prima, forte di illimitate disponibilità finanziarie, beneficia ora anche della buona intesa instauratasi fra il principe ereditario MbS e il ‘primo genero’ Jared Kushner. La seconda, da sempre più influente, ha ora l’uomo di punta nel miliardario Sheldon Adelson, il re di Las Vegas, strenuo paladino di Benjamin Netanyahu e fautore dell’uso della minaccia nucleare contro Teheran: già primo contributore della campagna elettorale di Trump, è un suo autorevole suggeritore soprattutto per le questioni mediorientali, sia direttamente che tramite il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton. E’ stato lui a patrocinare lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, promettendo di sostenerne tutte le spese.

Israele e l’ombrello strategico americano

Se a ispirare la battaglia contro l’accordo era ed è il governo israeliano, che ha i piedi per terra e dispone di tutte le informazioni necessarie su ciò che avviene in Iran,  se ne potrebbe dedurre che il Jcpoa, pur esente dai presunti svantaggi per gli Usa, comporta reali pericoli per la sicurezza di Israele. E’ quello che afferma Netanyahu, anche mediante conferenze stampa piene di falsità, ma lo contraddicono molti esperti israeliani, compresi ex-dirigenti  dei servizi segreti e delle forze armate.

Qual è allora la logica che spinge Gerusalemme a battersi per smantellare un accordo che soddisfa una esigenza fondamentale per la sicurezza di Israele, in quanto assicura almeno per 10-15 anni il mantenimento del suo monopolio nucleare, necessario a bilanciare la sua inferiorità demografica e la mancanza di profondità strategica?

La logica sta in un’altra esigenza, ancora più inderogabile: che l’America continui a garantire il suo ombrello, strategico (deterrente, fornitura delle armi più avanzate), politico (Consiglio di Sicurezza) e finanziario, astenendosi da qualsiasi pressione  e anche da critiche (per l’espansione degli insediamenti,  le rappresaglie sanguinose a Gaza o in Libano, i bombardamenti su obiettivi siriani o iraniani).

A questo fine è importante che l’Iran appaia come una minaccia mortale alla sopravvivenza di Israele. Anche a prezzo di rendere reale questa minaccia, fomentando il rafforzamento della già potente fazione radicale a Teheran (un caso di self-fulfilling prophecy). Verso la fine della presidenza Obama si era infatti temuto a Gerusalemme che l’America  considerasse  cessata l’emergenza in Medio Oriente e desse esecuzione all’annunciato “pivot to Asia”, cioè un ribaltamento delle priorità.

Indubbiamente ha un peso anche la connessa preoccupazione che l’Iran, liberato dalle sanzioni, si rafforzi militarmente ed abbia più risorse da spendere per armare Hezbollah. Ma è poco plausibile che un Iran azzoppato dalle sanzioni si trovi nell’impossibilità di rifornire la milizia sciita libanese e di mantenere i pasdaran in territorio siriano, o che Netanyahu lo creda. Preminenti rimangono le considerazioni politico-strategiche di cui sopra.

Un’umiliazione per l’Europa

La vicenda è oltretutto umiliante per l’Europa. Le raccomandazioni dei co-firmatari dell’accordo hanno lasciato indifferente Trump. Un tempo Henry Kissinger lamentava che non esistesse un numero telefonico da chiamare oltreatlantico, un “Mr. Europe”. Adesso abbiamo un presidente dell’Unione e un ministro degli Esteri sotto altro nome (Federica Mogherini), ma Washington li snobba. Lo stesso presidente francese Emmanuel Macron ha speso invano tutto il suo capitale politico, rassegnandosi persino a farsi fotografare  la mano nella mano con the Donald. Nè la France en marche, nè l’Unione europea intera hanno a Washington un peso anche lontanamento paragonabile a quello del premier israeliano e dei suoi sostenitori americani.  Basti ricordare l’efficacia della azione di disinformazione condotta dai servizi israeliani  e dalla lobby a Washington e a Londra nel 2002 per scatenare l’aggressione all’Iraq, non scalfita dal dissenso tedesco e francese.

Le diplomazie europee si sforzeranno di certo di convincere  il governo iraniano che l’accordo multilaterale può e deve sopravvivere alla defezione di un solo co-firmatario. Ma il problema  non è quello di convincere il presidente Rohani; il problema è che lo schiaffo ricevuto da Trump lo indebolisce rispetto ai suoi rivali radicali. Se, Allah non voglia, la Guida Suprema dovesse dare ragione a loro e dichiarare decaduto l’accordo a causa del ritiro americano, Trump otterrebbe una certificazione dell’irrilevanza dell’Europa. Con piena soddisfazione non solo di Netanyahu, ma anche di Putin. Francesco Bascone, AffInt. 14

 

 

 

 

Workshop di giornalismo a Berlino

 

Berlino  - “Le Balene Possono Volare” – gruppo che propone diversi progetti e laboratori creativi per gli italiani a Berlino - organizza un workshop di giornalismo, su due giorni, dedicato a reportage ed approfondimento, tenuto dal reporter Mauro Mondello.

Il seminario si terrà il 2 e il 9 giugno, dalle 11.30 alle 18.00, per 12 ore complessive. Il workshop è a numero chiuso e la partecipazione sarà limitata ad un massimo di 14 iscritti (ci si iscrive a lab.lebalene@gmail.com). La quota d'iscrizione è di 170 euro.

Il reportage è uno dei generi più alti del giornalismo, un modo di approcciarsi all’informazione che si combina con la letteratura e in cui si mischiano la veridicità fisica di quanto si racconta e gli elementi narrativi di una storia. Descrizione del contesto, ricerca giornalistica pura, osservazione, racconto in presa diretta, testimonianze, colore, tutto tenuto insieme da un registro alto e da un equilibrio fra le parti studiato per dare profondità al testo: questa è la struttura di un reportage.

Durante la due giorni del workshop dedicato a reportage e approfondimento si lavorerà a partire dalle basi, per capire come si pensa, come si scrive, come si propone un testo di approfondimento reportagistico oggi. Nel corso degli incontri si alterneranno momenti di spiegazione frontale, prove pratiche di scrittura e analisi di testi. Particolare attenzione sarà dedicata alla produzione e all'editing individuale degli elaborati realizzati durante la due giorni, con l'obiettivo di lavorare sulle capacità di scrittura giornalistica di ognuno dei partecipanti.

Nel dettaglio, i temi che verranno affrontati nella due-giorni saranno: la proposta editoriale, la ricerca di una storia, Giornalismo classico vs giornalismo di reportage, l’elaborazione di un pezzo di approfondimento, il reporter sul campo, come si pianifica un reportage, la corrispondenza di guerra, l'immagine nel reportage, la descrizione del contesto, l'importanza delle fonti, per concludere con un Focus sul giornalismo straniero.

Mauro Mondello, giornalista freelance e reporter di guerra, vive a Berlino. Collabora, fra gli altri, con L’Espresso, La Repubblica, Eastwest, Rivista Studio, GQ, Altreconomia, Ultimo Uomo, Avvenire, Aspenia, Radio Rai, Profil e Die Zeit. Ha fondato e dirige la rivista Yanez.

Ha girato i documentari Stateless (2013), Made in Albania (2014) e Lampedusa in Berlin (2015). (aise) 

 

 

 

 

In un Italia che invecchia continua la diaspora degli italiani verso altri paesi

 

Presentato a Roma il Rapporto Istat 2018. Nel 2017 sono state 153.000 le cancellazioni anagrafiche per l’estero

 

ROMA – Rispetto allo scorso anno la popolazione italiana è diminuita di 100.000 persone e il nostro Paese è tra i più vecchi del mondo, secondo solo al Giappone. Gli anziani sono in aumento e le nascite diminuisco.  Sono questi i temi centrali del Rapporto dell’Istat 2018 sulla situazione del Paese  presentato oggi a Roma alla presenza del Presidente della Camera, Roberto Fico.

Nella ventiseiesima edizione del Rapporto si stima che al 1 gennaio 2018 la popolazione italiana ammonti a 60,5 milioni di residenti, con una presenza di stranieri di 5,6 milioni, pari all’8,4% del totale dei residenti. Nel 2017 nel nostro Paese si registrano 184.000 stranieri in più rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda la nuova mobilità verso altri paesi l’Istat rileva con nel 2017 vi siano state circa 153.000 cancellazioni anagrafiche per l’estero. Le mete migratorie preferite dagli italiani che scelgono di lasciare il nostro Paese sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia. Rispetto al passato crescono i laureati che lasciano l’Italia , circa 25.000 nel 2016. E’ inoltre in aumento anche il numero di cittadini stranieri che acquisiscono la nostra a cittadinanza, oltre 201.000 nel 2016 e si calcolano circa 224.000 nuovi cittadini italiani nel 2017. 

Segnalata dall’Istat anche la diminuzione del numero delle nascite che nel 2017 diminuiscono del 2% rispetto al 2016. In riduzione anche il numero medio di figli delle cittadine straniere. In  questa Italia sempre più “anziana” si fanno inoltre figli sempre più tardi, l’età media della madre per la nascita del primo figlio è di 31 anni. In questo contesto aumenta l’aspettativa di vita che nel 2017 è di 80,6 anni per gli uomini e di 84,9 anni per le donne. Ma si evidenziano differenze in base alle regioni di residenza, si vive di più a Firenze e Trento, mentre la speranza di vita è inferiore nelle province di Napoli e Caserta.  Nella nostra società, nonostante l'utilizzo crescente dei social network, continuano comunque ad essere privilegiati i rapporti umani, le amicizie e lo stare insieme anche nel nome della solidarietà e del volontariato. (Inform 16)    

 

 

 

 

Primo incontro degli eletti all’estero. Un obiettivo: la "Commissione bicamerale per le questioni degli italiani all’estero"

 

ROMA - Si è svolta martedì 15 maggio a Roma, presso la Camera dei Deputati, una prima riunione informale degli eletti nella Circoscrizione Estero, in rappresentanza delle diverse forze politiche presenti nel Parlamento italiano.

Nell’occasione, i parlamentari hanno condiviso l’opportunità e l’impegno a portare avanti alcune iniziative legislative di comune ed alto interesse e a concertarsi regolarmente tra loro.

Una prima battaglia comune, compatibilmente con l’avvio effettivo della legislatura, verterà sulla istituzione di una "Commissione bicamerale per le questioni degli italiani all’estero", la cui bozza di proposta di disegno di legge è già allo studio comune e sarà presto finalizzata e presentata congiuntamente: il fine è quello di realizzare l’obiettivo storico e strategico di un unico foro istituzionale di elaborazione, discussione ed iniziativa parlamentare sulle diverse questioni di comune rilevanza degli Italiani residenti all’estero.

Altre iniziative di cui si è discusso vertono sulla cosiddetta "messa in sicurezza del voto" e sul potenziamento delle risorse consolari per i servizi ai cittadini all’estero. (aise/dip) 

 

 

 

All’IIC di Colonia omaggio all’artista Di Sarro a 40 anni dalla scomparsa

 

COLONIA - Si terrà giovedì 7 giugno, alle ore 18.30, nelle sale dell'Istituto Italiano di Cultura di Colonia l’inaugurazione della mostra "Opere" di Luigi Di Sarro.

La mostra, che sarà aperta al pubblico sino al 17 agosto, è organizzata in occasione della ricorrenza, il 24 febbraio 2019, del 40° anno dalla morte di Luigi Di Sarro. L’iniziativa è del Centro di Documentazione della Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro - Centro studi, Spazio espositivo e Archivio storico a lui dedicato -, che promuove una serie di eventi in Italia e all’estero, allo scopo di far meglio conoscere al livello internazionale la multiforme produzione artistica di Di Sarro ancora oggi reputata di grande attualità.

Seguirà alle ore 19.30 il concerto "Canti del bosco sacro" del Sol In Trio Ensemble, composto da Roberto Caravella al santur e duduk, Simonpietro Cussino al violoncello e Giovanni Auletta al pianoforte. L’organizzazione artistica è di Fulvia Roberti.

"Canti del bosco sacro" rappresenta una produzione musicale particolarmente originale e stimolante nel panorama della musica contemporanea strumentale sia per la scelta delle sonorità che per i percorsi simbolici ad esso legati. La musica di Roberto Caravella infatti, scevra dai cliché canonizzati, ricava ispirazione da un intimo misticismo profondamente legato alla sfera del Simbolo e della Memoria arcaica, creando un tracciato di continuità tra presente e tradizione.

Il concerto è organizzato in collaborazione con l’Associazione culturale Altera Actione e sarà, come pure la mostra, ad ingresso libero. (aise 16) 

 

 

 

 

Le preoccupazioni di Merkel: in Italia una fase «impegnativa»

 

La cancelliera premiata ad Assisi con la Lampada di San Francesco «per la sua opera di riconciliazione in favore della pacifica convivenza dei popoli». Fitto colloquio con Gentiloni, dai migranti all’Iran - di Paolo Valentino

 

Assisi. Il grande slam di Angela Merkel tra Europa, cristianesimo e pace, si è concluso sabato ad Assisi, dove la cancelliera tedesca ha ricevuto la Lampada di San Francesco, «per la sua opera di riconciliazione in favore della pacifica convivenza dei popoli». In tre giorni, Merkel è passata da Aquisgrana, dove ha celebrato l’impegno europeista di Emmanuel Macron per il Premio Carlo Magno, all’intervento di venerdì alle giornate cattoliche di Muenster, in cui ha ricordato all’Europa le sue responsabilità verso l’Africa in ragione del colonialismo, infine alla cerimonia nella Basilica Superiore, con un discorso nel quale ha definito l’integrazione europea «un progetto di pace senza eguali», avvertendo che per realizzarlo «occorre avere la capacità di guardare oltre i confini del nostro orticello».

Una giornata particolare, quella della cancelliera. Nella quale si sono inevitabilmente intrecciati tutti i nodi dell’attualità internazionale, dalle crisi in Medio Oriente alla situazione politica italiana, cui Merkel ha fatto solo un fugace riferimento nel suo discorso, ma della quale ha discusso a lungo con Paolo Gentiloni, venuto a salutarla e probabilmente al suo ultimo appuntamento internazionale.

Quella con il presidente del Consiglio uscente è stata una vera cerimonia degli addii tra due leader che hanno imparato a stimarsi, sviluppando un rapporto forte e stabile dopo gli sbalzi e le incomprensioni dell’era Renzi. «L’Italia — aveva detto Merkel nel discorso di accettazione — sta attraversando una fase politica impegnativa sulla quale non mi esprimerò». Ma aveva sottolineato la «buona collaborazione» con il nostro Paese, specialmente sulla questione dei rifugiati dal Mediterraneo. Poi era toccato a Gentiloni, introducendo l’incontro della cancelliera con giovani da tutto il mondo: «Grazie per la collaborazione che c’è stata tra i nostri due Paesi in questo periodo. Mi auguro possa continuare nell’interesse reciproco». «Grazie Paolo — gli ha risposto Merkel — con te ho lavorato veramente bene».

A tavola, seduti sulle panche addossate al muro del refettorio, Merkel e Gentiloni hanno parlato di tutto: l’incerta fase politica italiana, il rilancio della costruzione europea in vista del vertice di giugno e soprattutto l’Iran, dopo la decisione di Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare. «Una scelta grave, che rende la situazione più tesa» nell’intero Medio Oriente, ha detto la cancelliera, esprimendo forte preoccupazione e confermando l’intenzione della Germania e degli alleati europei di continuare a rispettare l’intesa. Ed ha aggiunto: «Seguiamo con attenzione gli eventi tra Israele e Iran, tenendo presente che la sicurezza di Israele è parte della ragion d’essere della Germania».

A consegnare la Lampada di San Francesco ad Angela Merkel è stato il presidente colombiano, Juan Manuel Santos, Nobel per la Pace nel 2016, che l’aveva ricevuta lo scorso anno. «Lei cara cancelliera rappresenta quei principi che dovrebbero servire come antidoti in un mondo nel quale i fantasmi del nazionalismo, del razzismo, del populismo e dell’intolleranza risorgono con pericoloso vigore», ha detto l’architetto della riconciliazione nazionale in Colombia. Santos ha elogiato Merkel per aver compreso che il potere va esercitato anche in uno spirito di solidarietà e altruismo, riferendosi alle «decisioni giuste e non sempre popolari, prese per rispondere alla crisi dei migranti».

Padre Mauro Gambetti, custode del Sacro convento, ha esortato la cancelliera a «chiamare a raccolta le forze civili d’Europa e convocare persone e governi capaci di rinunciare a interessi particolaristici, privilegi e miopi esercizi di sovranità», disegnando un orizzonte di unità che «sappia valorizzare le diversità e perseguire un destino di pace e sviluppo».

Accettando il riconoscimento, Merkel ha ricordato le crisi irrisolte: la Siria, «dov’è in corso una delle più gravi tragedie umanitarie del nostro tempo» e l’Ucraina, «dove ogni notte c’è una violazione della tregua e vite umane sono perdute». La cancelliera ha anche messo in guardia dai pifferai del populismo, che offrono soluzioni semplici e illusori a problemi complessi o alimentano gli stereotipi nazionali che danneggiano la comprensione reciproca: «Durante la crisi dell’euro, nei media tedeschi i greci venivano definiti pigri. Posso assicurarvi che ci sono anche tedeschi pigri. Quando cadiamo negli stereotipi distruggiamo l’Europa». CdS 12

 

 

 

La Food Innovation Global Mission in Ambasciata a Berlino giovedì 24 maggio

 

Berlino - Un viaggio di 2 mesi che porterà 16 ricercatori del Future Food Institute, in 12 tappe, presso i principali food tech hub del mondo per promuovere un approccio più sostenibile e consapevole all'alimentazione e sviluppare nuove tecnologie e innovazioni nel settore alimentare. Questa è la Food Innovation Global Mission che l’Istituto presenterà all'Ambasciata italiana a Berlino il prossimo giovedì, 24 maggio.

La missione si snoderà nei principali food tech hub del mondo: Amsterdam, Madrid, Valencia Berlino, Toronto, New York, San Francisco, Tokyo, Hong Kong, Shanghai, Mumbai e Bangkok. In ogni città, i 16 ricercatori del Future Food Institute incontreranno aziende, startup, makers, scienziati e rappresentanti istituzionali anche rafforzare il collegamento tra mondo della formazione, mondo della ricerca/innovazione, mondo makers e mondo delle imprese, formare giovani talenti che possano diventare i “future food leaders”.

I lavori inizieranno 18.00 con l’intervento dell'Ambasciatore Pietro Benassi.

Toccherà a Sara Roversi, Founder Future Food Institute, presentare la Food Innovation Global Mission.

Seguiranno gli interventi di Christian Kulick, direttore generale di bit com (Confindustria digitale tedesca), Jan-Frieder Damm, founder di Sleep.ink, e dei rappresentanti di tre Start-up: Jenny Boldt (Mealy),

Anna B. (Delivery Hero) e Mattia Nanetti (Wenda).

Parteciperanno inoltre membri dei tavoli Agritech e Foodtech, German Startup Association; il Presidente della German Startup Association, Florian Noll, e il Direttore Generale Mirko Dragowski; rappresentanti di Ecoalf, Giovanni Lo Storto, Direttore Generale LUISS e Fondatore dell’acceleratore di startup LUISS EnLabs, Francesca Regina, Vice segretario generale della Camera di Commercio italiana in Germania e Corinna Müller, consigliere economico dell’ambasciata tedesca a Roma. (aise 18) 

 

 

 

 

 

Ok della Germania a espulsione in Italia di richiedente asilo togolese. Parla l'avvocato: "Destinazione inaccettabile"

 

Dopo una lunga diatriba legale e la rivolta in un centro di accoglienza, ok al trasferimento di Yussif O., che però non ci sta: "Condizioni igieniche e generali delle istituzioni dell’accoglienza italiana scarse". Il caso ha aperto un grande dibattito in Germania. Per Berlino, se i legali dell'uomo l'avessero spuntata, sarebbe diventato quasi impossibile rimandare in Italia i migranti che hanno fatto richiesta d'asilo nel nostro Paese – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Yussif O., il richiedente asilo togolese che non voleva essere deportato in Italia, è sulla via del ritorno nel nostro Paese. Lo ha confermato il suo avvocato, Engin Sanli, che al telefono con Repubblica ricorda il motivo per cui il migrante non voleva essere rispedito in Italia: “Destinazione inaccettabile”. Sanli ci ha raccontato anche di aver ricevuto molte “minacce di morte, via mail, via telefono, attraverso delle lettere” e di aver sporto denuncia per proteggersi. 

 

Il tentativo di espellere Yussif O., una decina di giorni fa, era fallito per una rivolta di circa centocinquanta migranti del centro di accoglienza di Ellwangen, episodio che avevano fatto insorgere la destra populista dell’Afd ma che anche il ministro dell’Interno Seehofer (CSU) aveva definito “uno schiaffo in faccia ai cittadini che rispettano la legge”. Tre giorni dopo la mini rivolta, la polizia era tornata nel centro e aveva prelevato Yussif, che secondo il suo avvocato “non ha mai opposto resistenza, né la prima, né la seconda volta, ed era anche sorpreso della rivolta”.

 

Sanli precisa al telefono che i motivi per cui aveva fatto ricorso contro l’espulsione in Italia sono due, uno formale e uno sostanziale. Primo, “perché le autorità tedesche hanno fatto passare troppo tempo prima della risposta positiva o della mancata risposta dell’Italia alla richiesta di espulsione, ossia sei mesi”. Secondo, “perché il mio cliente ha sempre sostenuto che le condizioni igieniche e generali delle istituzioni dell’accoglienza italiana fossero scarse”. 

 

Informazioni, aggiunge il legale del togolese, che “ovviamente noi non possiamo verificare”. Ma l’avvocato ricorda anche che “ci sono sentenze che hanno già confermato questa tesi e una corte del Baden-Wuerttenberg ha persino fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea per capire se le condizioni in cui vengono accolti i profughi in Italia sono accettabili”. Sanli è convinto che in attesa del verdetto europeo i profughi “non possano essere rispediti in Italia”. La Corte costituzionale tedesca, evidentemente, la pensa in altro modo.

 

L’aspetto inquietante di questa vicenda riguarda anche le minacce che l’avvocato di Yussif ha ricevuto dopo l’episodio di Ellwangen e dopo che era emerso il suo tentativo di scongiurare un espulsione in Italia. Un leader della CSU aveva parlato di “Industria anti-rimpatri”. Gli anti-islamici di Pegida avevano urlato dal palco delle loro manifestazioni razziste di "inizio della guerra civile" a proposito della rivolta di Ellwangen. 

 

Ma è quell'"industria anti-impatri", detta da un esponente della Grande coalizione, che ha fatto letteralmente infuriare Sanli. Anche perché tra le mail di minaccia che gli sono arrivate in questa settimana e mezzo ce n’erano alcune che recavano proprio il titolo ‘all’avvocato dell’industria anti-rimpatri’. 

 

Per il legale la questione è chiara: “noi facciamo il nostro lavoro e rappresentiamo gli interessi dei nostri protetti. Mi meraviglia che le persone non riescano ad accettare che ognuno abbia diritto alla giustizia e a un avvocato. Per fortuna, penso che siano in pochi che non la pensano così. Io non mi sento per niente parte di un’’industria’. Io faccio l’avvocato in uno Stato di diritto, mica in uno stato totalitario”. LR 15

 

 

 

 

L’Ambasciata incontra il mondo dell’Ausbildung. Come ottenere una qualifica professionale in Germania

 

BERLINO - Cos’è e come funziona esattamente il percorso di formazione-lavoro tedesco chiamato Ausbildung? Come si vi si accede e quali requisiti bisogna possedere? Ci sono limiti di età? Quanto dura e quanto si viene pagati? Sono previsti finanziamenti dal Jobcenter? Quali esami teorici prevede e quante ore di tirocinio? Quali mestieri si possono imparare? Sono molte le domande di chi arriva in Germania provenendo da un altro paese e si rende conto che per accedere al mercato del lavoro tedesco è vantaggioso – o a volte addirittura necessario – conseguire un titolo professionale locale.

Molti non sanno che i possibili percorsi previsti dal sistema della Ausbildung variano dai mestieri più tradizionali – ad esempio idraulico, falegname, parrucchiere, fornaio – alle nuove professioni del settore terziario (e-commerce, Mediendesigner) e socio-sanitario (educatore per l’infanzia, arteterapeuta, infermiere) ad aree creative, come la moda, il design e le arti (modellista, insegnante di danza, tecnico teatrale etc).

Un percorso di Ausbildung può aprire molte porte a chi si trasferisce in Germania per esercitare il proprio mestiere o per rimettersi in gioco imparandone uno nuovo. Tuttavia si stratta di un sistema molto articolato, sostanzialmente diverso dal concetto italiano di formazione professionale/apprendistato e a volte, soprattutto per chi non conosce bene la lingua tedesca, complesso da capire.

Per chiarire gli aspetti salienti del mondo della formazione professionale in Germania – dai corsi di Ausbildung alla berufsbegleitende Weiterbildung, dal duales Studium alla Umschulung – l’Ambasciata d’Italia a Berlino organizza lunedì 28 maggio alle 18.30 l’evento “L’Ambasciata incontra... il mondo dell’Ausbildung”, dedicato agli italiani che vogliono intraprendere un percorso di formazione-lavoro in Germania per ottenere una qualifica professionale.

L’incontro sarà introdotto dall’intervento di Sara-Julia Blöchle, referente per i programmi di cooperazione con l’Italia del BIBB (Bundesinstitut für Berufsbildung). Successivamente, con la moderazione di Filippo Proietti (Radio Colonia, WDR), cinque giovani professionisti italiani racconteranno il proprio percorso personale e professionale tra Italia e Germania.

A fare gli onori di casa, come sempre, sarà l’Ambasciatore Pietro Benassi.

Quindi, prenderanno la parola Fabiana Avallone, che ha appena iniziato il suo percorso da apprendista parrucchiera (Azubi Friseurin) a Berlino; Claudio Banchero, apprendista panettiere e pasticcere (Bäcker/Konditor) presso IHLE, ad Ausgburg, dove è arrivato tramite un’agenzia specializzata nel reclutamento di apprendisti; Leonardo Bucalossi sta concludendo la Ausbildung come tecnico di scena (Bühnentechniker) presso Sasha Waltz & guests; Clara Ferreri è ormai alla fine del suo corso di Ausbildung come arteterapeuta (Kunsttherapeutin) presso una clinica berlinese; Pasquale Marchese ha intrapreso di recente un corso di formazione presso la IOM Steinbeis-Hochschule di Berlino per diventare Big Data Scientist.

Scopo della discussione tra i partecipanti è mettere in luce quali sono le opportunità lavorative e, allo stesso tempo, le difficoltà tra cui si deve districare chi inizia un percorso di Ausbildung.

L’incontro – con ingresso gratuito – avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano (senza interpretariato), aperta alle domande dei partecipanti. (aise 4) 

 

 

 

 

A Berlino il 3 giugno: “Calcio in Festa. Una domenica italiana”

 

Berlino – A Berlino il prossimo 3 giungo si svolgerà la seconda edizione di “Calcio in Festa. Una domenica italiana”, organizzata dal Comites. La manifestazione si terrà dalle ore 11 alle ore 18 presso la Sportanlage Westend (Spandauer Damm 150).

Le iscrizioni a Calcio in festa 2018 sono aperte e le possibilità di partecipare sono tante: torneo di calcio a 7 per adulti ; campus di allenamento per bambini e ragazzi; stand per associazioni; area street food e bancarelle artigianato; open stage messo a disposizione di cantanti, musicisti o gruppi

che vogliano esibirsi durante la festa.

“Calcio in Festa 2018” si presenta rinnovato ed ampliato rispetto alla prima edizione, con una grande festa della cultura italiana e stand delle principali associazioni e attività italiane presenti in città, le redazioni dei principali media italofoni e una zona dedicata allo street food di qualità e a bancarelle di artigianato.

Uno dei protagonisti della giornata sarà lo sport, con un torneo amatoriale di calcio a 7 per adulti, organizzato in collaborazione con Le Balene Possono Volare, al quale è possibile iscriversi sia come squadra che come singoli. Quest’ultimi verranno raggruppati in squadre create appositamente dall'organizzazione. Per i bambini e ragazzi quest'anno verrà offerto inoltre un Campus di allenamento sia per giocatori principianti che esperti, alla presenza dell'ospite d'onore Thomas Häßler, campione del mondo con la nazionale tedesca nel 1990.

È previsto, inoltre, un ricco programma di intrattenimento non solo per i bambini, con le attività di gioco-sport e i laboratori creativi organizzati da bocconcini di cultura, la presenza di un gonfiabile e spettacoli, ma anche per gli adulti, con una variegata offerta musicale. Novità di quest'anno, l'Open stage, la possibilità cioè per chiunque voglia esibirsi come cantante, musicista o gruppo musicale, di salire come protagonista sul palco di Calcio in Festa.

In programma alle ore 10 l'accreditamento delle squadre e alle 11 l'inizio del torneo, dei laboratori creativi, giochi e attività per i bambini. Alle ore11.30 prevista l'animazione per i bambini a cura di  Adriano Mottola. Alle 12 il corso di tagliatelle fatte in casa, cui seguirà alle 14 l'esibizione del duo  Sasha e Michaela” e l'inizio del Camp calcistico per giovani. Alle ore 16 fine torneo e premiazioni. Dalle 16.30, open stage per gli artisti che vogliano esibirsi. I saluti finali alle ore 18. (Inform/dip)

 

 

 

Premio Culturale della VDIG

 

In qualità di federazione alla quale aderiscono più di cinquanta Associazioni Italo-Tedesche regionali, la VDIG si è prefissa di approfondire i rapporti bilaterali nell´ambito dell´integrazione europea; il suo scopo principale resta tuttavia quello di promuovere sia la comprensione fra i due popoli che la cultura che li accomuna. Ed è quindi per sottolineare questa funzione, importante tanto per il presente quanto per il futuro, che la VDIG ha dato vita al Premio Culturale.

Esso può venire assegnato a persone singole, ma anche a gruppi, istituzioni nonché ad una iniziativa che si sia distinta per un duraturo impegno svolto a favore dello sviluppo delle relazioni culturali fra Italia e Germania. Il premio va, a turno, a delle personalità tedesche o italiane e viene di solito consegnato ogni due anni nella cornice delle Borse Culturali Italo-Tedesche o comunque durante una manifestazione di spicco.

Anche la realizzazione del premio stesso - si tratta sempre di un oggetto d´arte in copia unica - viene affidata di volta in volta ad un artista italiano o tedesco.

Quest’anno il premio culturale verrà conferito al drammaturgo e regista Marco Martinelli e all’attrice e autrice Ermanna Montanari.

Sposati dal 1977 vivono entrambi a Ravenna dove nel 1983 (insieme a Luigi Dadina e Marcella Nonni) hanno fondato il Teatro delle Albe, di cui sono direttori artistici.

Una dei loro primi lavori teatrali più famosi è la pièce „Siamo asini o pedanti“ che già alla fine degli anni '80 fu messa in scena in Germania nella sua lingua originale.

Questo dette avvio ad una collaborazione, tutt’ora in corso, con il „Theater an der Ruhr“ a Mülheim, e successivamente con la Shakespeare-Company di Brema.

Il loro lavoro che si riallaccia in modo innovativo alla tradizione che li ha resi famosi in tutta Europa e ha valso loro numerosi premi e riconoscimenti anche al di fuori dell’ Italia.

All‘assegnazione del Premio Culturale ha determinato il loro confronto con autori classici come Ariosto e Dante ma anche con importanti e moderni autori di lingua tedesca. Degna di nota la pièce „Rumore di acque”, monologo sulla tragedia dei migranti annegati nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste italiane, scritto da Martinelli nel 2010 ma tuttora tragicamente attuale, che con il titolo di „WasserGeräusch„ è stato rappresentata, con la regia di Marco Martinelli, prima a Brema e poi a Berlino. Proprio in considerazione della promozione della lingua italiana in Germania attraverso l’iniziativa detta „oli”, (Offensiva Lingua Italiana) apprezziamo, all’interno del contesto europeo e internazionale, la dimensione italo-tedesca del lavoro di Marco Martinelli e Ermanna Montanari.

Il premio è stato realizzato dall’artista Michael Kortländer di Düsseldorf.

Anche Kortländer ha un rapporto particolare con l’Italia. L’artista ha dato vita infatti al gemellaggio tra Düsseldorf e Palermo con l’intento soprattutto di favorire l’attività dei giovani artisti di entrambe le città. De.it.press 11

 

 

 

 

Eletto il Direttivo ed il Presidente delle Acli Germania

 

Numerosi i punti dell'ordine del giorno trattati nella Riunione dei Consiglieri Nazionali delle ACLI Germania, indetta dal 1. Consigliere Eletto, Dr. Riccardo Cecchi, in occasione del Recente XII Congresso delle  ACLI Germania del 14 e 15 Aprile scorso.

L'Assemblea ha avuto luogo presso la Sede Diocesana delle Associazioni Cattoliche della Diocesi di Rottemburg Stuttgart ed è stata presieduta dal Presidente Nazionale Dulio Zanibellato e dal Dr. Riccardo Cecchi, che, con il Presidente delle ACLI del Baden-Wüttemberg, Giuseppe Tabbì,  hanno  anche accolto e dato il benvenuto ai Consiglieri.

Presenti 10 dei Consiglieri  Nazionali eletti:  Daniela Bertoldi, Maria Galitelli, Norbert Kreuzkamp (Baden-Württemberg);  Pasquale Bibbò, Dr. Riccardo Cecchi, Barbara Eberle, Dr. Fernando A. Grasso, Ins. Patrizia Mariotti (Baviera);  Cav. Elio Pulerà, Giuseppe Sortino (Nordreno-Wesfalia); i 3 Presidenti Regionali: Calogero Mazzarisi (NRW), Giuseppe Tabbì (B-W), Comm. Carmine Macaluso (BY) e il Presidente Nazionale, Duilio Zanibellato (B-W).

L'incontro – dopo un buon caffè, diverse bibite e alcune tartine  –  è iniziato poco dopo le 10:00 con una preghiera diretta da Cecchi e Zanibellato quindi sono stati aperti i lavori con il primo punto all'ordine del giorno, con l'elezione, cioè,  del Presidente del Consiglio Nazionale ACLI. Dopo la presentazione da parte di Zanibellato di questa figura, che avrà il compito di coordinare i lavori del Consiglio insieme con la Presidenza Regionale, e le sue risposte ad alcune domande dei presenti, il Presidente Zanibellato ha proposto Cecchi (BY), che ha accettato l'incarico con riserva, dichiarando la sua volontà di dare il suo consenso definitivo subito dopo la proclamazione dei Membri della Presidenza delle ACLI Germania.

Come Vicepresidente delle ACLI Nazionali Zanibellato (B-W) ha proposto quindi Giuseppe Sortino (NRW); come Segretario Organizzativo e Segretario per le Risorse, Giuseppe Tabbì (B-W); come Consiglieri Maria Galitelli (NRW) e Patrizia Mariotti (BY), come Coordinatrice delle Sedi del Patronato, Daniela Bertoldi (B-W); come Rappresentante nel Consiglio Federale di KAB e ZdK, Norbert Kreuzkamp (B-W); come Delegato per i rapporti con con la FAI, Carmine Macaluso (BY). Sono stati proposti, inoltre, come Componenti del Collegio dei Probi Viri: Giuseppe Rende (BY), Rosetta Barone e Ursula Amati; come Revisori dei Conti sono state indicate, infine, Paola Olivadese e Gisella Brasseler-Lain (BY).

Dopo un breve dibattito e dopo l'accettazione delle cariche da parte delle persone indicate l'assemblea ha approvato – in forma palese e in quasi in tutti casi all'unanimità –  i candidati proposti da Zanibellato. Il Presidente Nazionale Zanibellato, il Vicepresidente Nazionale Sortino, i tre Presidenti Regionali, Mazzarisi, Tabbì e Macaluso e gli altri Membri delegati a vario titolo,  costituiscono quindi la Presidenza delle ACLI Germania per i prossimi quattro anni.

È stato quindi il momento della presentazione della Mozione Congressuale, per la quale è stata decisa una successiva elaborazione dei due documenti presentati da Macaluso e da Kreuzkamp.

Subito dopo i lavori sono stati interrotti da una colazione di lavoro in un noto Ristorante a pochi metri dalla sede dell'incontro. Una pausa molto gradita, anche per le squisite pietanze ivi servite.

Nel primo pomeriggio, sono stati poi discussi e approfonditi ancora alcuni altri punti all'ordine del giorno, non tralasciando di esaminare e commentare l'attuale situazione di cassa per la quale Tabbì ha presentato e distribuito delle tabelle riassuntive a tutti i Consiglieri. 

L'Assemblea si è sciolta infine alle 16:00. Prima del commiato la Presidenza ha deciso di definire ulteriormente i punti rimasti in sospeso in occasione della prossima Conferenza.  Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

A Berlino dal 16 al 18 maggio la X Conferenza annuale di Turi sui cambiamenti nel mondo del lavoro

 

All'incontro della rete degli istituti impegnati nella ricerca economica e sociale ha partecipato anche l'Eurispes

 

BERLINO - L’Eurispes ha partecipato dal 16 al 18 maggio a Berlino alla Conferenza annuale di Turi, la rete di 32 Istituti membri e 10 associati impegnati nella ricerca economica e sociale e collegati all'Etui, l'Istituto di ricerca della Confederazione sindacale europea.

La Conferenza, arrivata quest’anno alla decima edizione, ha affrontato i principali temi del cambiamento in atto nel mondo del lavoro e il loro impatto sulle condizioni di vita delle famiglie e della società, in termini di precarietà diffusa, in particolare nel mondo giovanile, e di disuguaglianze crescenti in tutta Europa.

Eurispes, che è membro permanente di Turi in rappresentanza della Uil, ha presentato nell'occasione i principali risultati del 30° Rapporto Italia in tema di sviluppo economico e sociale e una serie di proposte per la concreta attuazione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, approvato lo scorso novembre 2017 dalle massime autorità europee.

Secondo Eurispes, “l'applicazione concreta dei diritti sanciti nel Pilastro, una vera e propria Costituzione sociale per l'intera Europa, è l'unico modo per ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni comunitarie; ed ogni indugio ad operare in questa direzione crea rischi reali di pericolosa involuzione in tutto il processo di integrazione comunitaria”. Necessaria quindi una “grande correzione dell'attuale modello di sviluppo europeo e il recupero di una piena coerenza con i princìpi del Trattato sul mercato sociale europeo, è un passaggio obbligato e urgente per tutti, anche per arrestare le pericolose derive di tipo populistico che caratterizzano lo scenario politico di tutta Europa”. (dip)

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

  

17.05.2018. La lunga attesa. Dopo maratone al tavolo tecnico, fughe di notizie, bozze smentite, è vicina la stesura finale del contratto di governo tra 5 Stelle e Lega. Resta il nodo premier. Ne parliamo con Enzo Savignano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/governo-attesa-100.html

 

Famiglie oltre confine. Le ACLI lanciano un questionario per analizzare i bisogni delle famiglie italiane a Colonia - e in altre città del mondo. Isabella Loiacono del patronato ACLI di Colonia ce lo presenta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/famiglie-confine-100.html

 

16.05.2018. La legge della Discordia. È la "Polizeigesetz", la nuova normativa sui poteri della polizia, introdotta dal parlamento regionale della Baviera ma che potrebbe essere estesa anche ad altri Länder.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/legge-polizia-100.html

 

Cannes in bilico tra attualità e poesia. Si chiuderà con la premiazione di sabato 19 maggio una 71esima edizione del Festival del cinema impegnata a restare al passo con i tempi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cannes-festival-102.html

 

Rappresentanze inutili? Secondo Simone Billi, neo deputato della Lega eletto in Europa, organismi come i Com.It.Es. e il C.G.I.E non hanno più senso e andrebbero eliminati. Molte le reazioni contrarie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/rappresentanze-inutili-100.html

 

15.05.2018. La ferita infinita. Continua a salire il numero di vittime dopo gli scontri a Gaza tra palestinesi ed esercito israeliano per l'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Dalla città santa lo scrittore e giornalista Eric Salerno.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gaza-israele-100.html

 

Ricette antieuro per Salvini. Alberto Bagnai, professore di economia dell’Università di Chieti e Pescara, ha conquistato la Lega con le sue teorie che propugnano un’uscita dall’euro. Marina Collaci l'ha incontrato per noi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bagnai-antieuro-100.html

 

Angelo e il teatro per la pace. Il Teatro per la Riconciliazione non è pensato per attori professionisti, ma per chi vive in comunità colpite da conflitti armati, per ricostruire la pace. Lo ha ideato Angelo Miramonti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/angelo-miramonti-100.html

 

14.05.2018. Se si votasse oggi. La Lega sfonderebbe ampiamente il 20% delle preferenze. Il Pd calerebbe ulteriormente, stabile il M5S. Sono le previsioni dell' Istituto di ricerca e analisi demoscopica Ixè, guidato da Roberto Weber.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/voto-ixe-100.html

 

11.05.2018. Prove di governo. Un vertice a Montecitorio tra Lega e M5S ha gettato le basi per la formazione di un esecutivo. Ma serviranno ulteriori incontri. Enzo Savignano ci aggiorna sull'andamento delle trattative.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lega-movimentocinquestelle-esecutivo-102.html 

 

Dai manicomi al calcio. Erano malati psichiatrici, adesso rappresentano l'Italia in un torneo mondiale di calcio a 5. Così si festeggia il quarantesimo anniversario della Legge Basaglia, che mise fuorilegge i manicomi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manicomi-al-calcio-100.html  

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-270.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

09.05.2018. Impastato continua a lottare. Quarant’anni fa a Cinisi la mafia uccideva l’attivista politico e giornalista siciliano. Ma Peppino Impastato ha mostrato a tutti, siciliani e non, come si combatte la mafia. È di quest'idea anche Francesco La Licata, giornalista de la Stampa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/peppino-impastato-100.html 

 

Gli Usa stracciano l'accordo con l'Iran. Il presidente Usa, Donald Trump, ha annunciato l'uscita degli Usa dall'accordo sul nucleare con Teheran, ma per l'Ue l'impegno rimane. Nel parliamo con Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/usa-iran-100.html  

 

Enciclopedia della donna. Aggiornamento.Cucina, cucito, arredamento, ma nella pubblicazione pensata per le donne – realmente distribuita negli anni ’60 in Italia – mancava il capitolo sul sesso. Lo scrive oggi Valeria Parrella, nel suo ultimo romanzo, tradotto anche in tedesco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/enciclopedia-donna-100.html

 

08.05.2018. Crisi di sistema

Così definisce l'editorialista Marcello Sorgi lo stallo politico in Italia. Due mesi di consultazioni senza risultati e l'ipotesi realistica di elezioni anticipate già in estate.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crisi-sistema-100.html

 

Paolo Fresu. È stata la tromba a scegliere Paolo Fresu e non viceversa. La carriera dell'ormai 57enne jazzista sardo inizia nella banda paesana di Berchidda per poi conquistare i maggiori pachi internazionali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/paolo-fresu-112.html

 

07.05.2018. Il nuovo linguaggio del '68

Nel sessantotto la lingua italiana ed il modo di comunicare subirono un cambiamento profondo e irreversibile. Ne parliamo con il noto linguista italiano, professore ordinario di Storia della lingua italiana, Giuseppe Patota.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lingua-sessantotto-100.html

 

04.05.2018. Gino Bartali, cittadino d'Israele

A 17 anni dalla sua morte, il "Ginettaccio" riceve la cittadinanza onoraria postuma d'Israele per le sue gesta eroiche che contribuirono a salvare centinaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. La nipote Gioia Bartali lo ricorda ai nostri microfoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gino-bartali-102.html

 

Luca D'Andrea. Sta per arrivare in Germania lo scrittore altoatesino che in soli due romanzi ha già stregato pubblico e critica, varcando i confini nazionali. Nell'intervista ci racconta il Sud Tirolo più buio, quello che affonda nei pregiudizi e nei conflitti etnici irrisolti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/luca-dandrea-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-266.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

La festa della mamma a Kempten

 

Kempten. Anche quest'anno sono stati numerosi i connazionali intervenuti il 13 Maggio scorso  alla Festa della Mamma, svoltasi nella Sala Parrocchiale di St. Anton di Kempten.  In questa occasione – come di consueto –  i soci del Circolo ACLI di Kempten e i nuovi aderenti hanno ricevuto la tessera ACLI 2018.

Il piacevole incontro è iniziato poco dopo le 18:00 e si è protratto sino  alle 21:00, e ha avuto luogo  subito dopo la S. Messa celebrata – come sempre – nella Cappella del Margaretha-und Josepinen Stift di Kempten dal Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, Padre Bruno Zuchowski.

La festa, moderata dalla Segretaria della Missione e del Cirolo Acli locale, Signora Pina Baiano – si è aperta con i saluti di benvenuto da parte di Padre Zuchowski, Assistente Spirituale e Socio delle ACLI, che si è detto felice di incontrare i connazionali  provenienti anche da alcune cittadine vicine.

Quindi la Signora Baiano, dopo aver anticipato brevemente i vari momenti della serata, e dopo aver dato anche lei un caloroso benvenuto ai presenti,  ha passato la parola al Signor Giampiero Trovato, Presidente del Consiglio Pastorale e Segretario per le Risorse del Circolo ACLI locale. Anche Trovato ha salutato molto cordialmente gli intervenuti e ha anticipato anche lui alcuni momenti della festa.

Subito dopo è stata la volta del Presidente del Circolo ACLI di Kempten, Rag. Paolo Franco, che, in modo sintetico e spiritoso, ha commentato gli ultimi avvenimenti inerenti alle ACLI, a cominciare con la sua elezione a Presidente del Circolo locale e continuando con la sua partecipazione, prima come delegato al XIII Congresso delle ACLI Baviera (uscendone come Segretario per le Risorse),  e successivamente al XII Congresso delle ACLI Germania, da cui è scaturito il nuovo Direttivo delle ACLI Germania per i prossimi quattro anni. Quindi Franco, coadiuvato da Trovato, ha presentato una magistrale presentazione sugli ultimi anni della nostra Comunità, e come Comunità della Missione Cattolica di Kempten, e come  realtà  delle ACLI, inserendovi anche alcune immagini di repertorio concernenti l'emigrazione del dopoguerra.

Dopo questa presentazione – molto gradita dagli intervenuti – è arrivato il momento tanto atteso, specie da parte delle Mamme: le  esibizioni dei bambini della Míssione, preparati e diretti  dall'Ins. Federica Franzin, dalla Segretaria della Missione e dalle Signore Trovato e Barbera del Consiglio Pastorale, sostenute fattivamente dal Presidente Trovato e dal Signor Fisicaro, anche lui Socio del Circolo.

Durante questo spettacolo i piccoli hanno regalato ai presenti dei momenti veramente artistici ed esilaranti: tra cui un paio di balletti e una fiaba sceneggiata con accompagnamento musicale.  Esibizioni che hanno suscitato gli entusiastici  applausi del pubblico e un meritato premio che è andato, sia a loro che alle registe e alle Mamme delle piccole Star.

Tra la prima e la seconda parte dello spettacolo non è mancato un momento altrettanto importante, la consegna da parte del Presidente Franco delle Tessere 2018 ad alcuni membri del Consiglio Pastorale, a cominciare con Padre Zuchowski e continuando con la Signora Baiano e con il Signor Fisicaro e terminando con il Cav. Corrado Mangano,  per lunghi anni Assistente Sociale e Corrispondente Consolare di Kempten e dintorni, nonché Consigliere Sociale del Circolo.

Durante questo intermezzo ha preso la parola anche il  Dr. Fernando A Grasso, nelle vesti di Vicepresidente Vicario e Coordinatore del Circolo ACLI locale, di Consigliere Nazionale delle ACLI Germania, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, e come Membro del Consiglio Pastorale della MCI di Kempten, che, dopo aver salutato anche lui le Mamme e i presenti intervenuti anche da alcune città vicine, da parte dell'Amministrazione Consolare e delle ACLI, ha dato alcuni avvisi inerenti le pratiche consolari e le pratiche del Patronato.

Grasso non ha mancato, a questo proposito, di porgere un saluto particolare al suo omologo, il Corrispondente Consolare di Memmingen e dintorni,  Comm. Antonino Tortorici e Signora, e al già nominato Cav. Mangano (presente con la gentile Signora Maria), ringraziandolo per il prezioso aiuto che egli continua a prestargli nel disbrigo delle pratiche consolari. Pratiche consolari che, negli ultimi tempi vanno a rilento a causa della carenza del personale amministrativo, come chiarito in una recente Conferenza a Monaco dal Console Generale Cianfarani e dall'Ambasciatore Benassi.

Grasso, come più volte in passato, non ha tralasciato di specificare che  i Servizi Consolari e quelli di Patronato vengono offerti nell'Ufficio multifunzionale sito nella Freudental 5b – in forma gratuita – almeno per sei volte al mese, in presenza, ma, in realtà, durante tutto l'arco della giornata, grazie ai collegamenti telematici e alla deviazione delle chiamate telefoniche in arrivo all'ufficio ad una delle sue linee private, anche di domenica e nei giorni festivi. Ha chiesto anche ai presenti di provvedere per tempo alle richieste delle carte d'identità, dei passaporti e di documenti vari (certificato di capacità matrimoniale, ecc.). Comunicando anche che, nel periodo delle vacanze estive il suo ufficio rimarrà chiuso, ma che egli, per casi urgenti potrà essere raggiunto telematicamente consultando il link apposito nel suo sito principale. Ha comunicato anche che è allo studio l'introduzione di una forma di contribuzione minima per alcuni servizi del Patronato, viste le notevoli  riduzioni di sostegno finanziario da parte delle Stato Italiano.

Nel corso della serata, parlando della nostra Comunità di prima generazione è stata ricordata anche la socia storica delle ACLI, nonché Membro del Consiglio Pastorale, Signora Elisa Bianchi in Tritto, per la quale qualche giorno prima erano state celebrate le esequie funebri da parte del Rettore della Missione, coadiuvato da alcuni Membri del Consiglio Pastorale.

La festa è proseguita quindi con altri momenti di gioia, con gli auguri di buon Compleanno ad una delle bimbe del Gruppo della Missione  e con la degustazione di svariati, deliziosi manicaretti preparati dalle  Signore e dalle Mamme presenti, che, prima di andar via, hanno ricevuto un piccolo omaggio.

Tra gli intervenuti, non ancora nominati, ricordiamo: il Signor Vitanza, del Consiglio Pastorale e Signora, i Signori: Emanuele, Capuano, Neri, e tanti, tanti altri cari amici e conoscenti. Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Ad Amburgo i festeggiamenti per l'829° anniversario dell’apertura del porto

 

L'IIC segnala gli eventi per il compleanno dello scalo, considerato il più grande festival portuale al mondo

 

AMBURGO – La città di Amburgo ha celebrato quest'anno l'829° anniversario dell’apertura del suo porto, occasione nella quale Hafencity e i 4 chilometri del Landungsbrücken sono diventati teatro di numerosi eventi, tra sfilate di velieri di ogni genere, nonché simboli di varie epoche mondiali, e tante altre attrazioni.

Musica, balli, stand gastronomici, parate di barche e il grande spettacolo pirotecnico del sabato sera hanno attirato molti spettatori, che hanno potuto assistere a spettacoli artistici d’ogni tipo, compresi aerei in danza, paracadutismo e viaggi in mongolfiera.

Il porto di Amburgo è il più importante di tutta la Germania, il secondo in Europa, ed è ben collegato con la città da un efficiente servizio di trasporto pubblico. Per la sua posizione geograficamente strategica la città viene soprannominata Das Tor zur Welt (La porta sul mondo).

Il porto risale al 1189, quando l'imperatore Federico Barbarossa emise una carta di concessione di libertà dai dazi doganali per tutte le navi a vela sull'Elba da Amburgo al Mare del Nord, decretandone di fatto l’apertura libera. Negli ultimi anni la festa del compleanno del porto ha raggiunto la quota di un milione di presenze ed è considerato il più grande festival portuale al mondo.

I festeggiamenti si sono aperti ufficialmente alle ore 14.30 del giovedì scorso con la celebrazione della messa ecumenica internazionale nella Chiesa di San Michele (St. Michaelis) alla presenza delle autorità cittadine. Insieme al Pastore Alexander Röder, hanno concelebrato 5 pastori e sacerdoti appartenenti a nazioni diverse. Il motto della messa quest’anno è stato: “La speranza è l’ancora del mondo”. Prima della messa il senatore all’economia, trasporti e innovazione, Frank Horch, ha fatto un discorso introduttivo e salutato il Paese-partner che quest’anno é stato il Sud Africa, che ha esposto i propri prodotti negli stand della Kehrwiederspitze, dove si  sono potute gustare le specialità tipiche: nei piatti  nazionali non è mancato l’ hamburger di struzzo e il famoso biltong, ovvero, la carne essiccata e stagionata; il tutto, innaffiato con vino e birre locali. L’Italia – ricordo la nota diffusa in proposito dall'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo - ebbe il privilegio di essere scelta come Paese-partner nel 2013 dando così inizio alla collaborazione per la costruzione dell’ “Italia in miniatura” presso il museo “Miniaturwunderland” di Amburgo, che è stata poi inaugurata durante la festa del porto del 2017.

A bordo della nave museo Rickmer Rickmers ormeggiata al Landungsbrücken il sindaco della città Peter Tschentscher ha inaugurato ufficialmente i festeggiamenti della 829esima edizione della festa, con la parata di apertura di circa  300 navi e velieri. La parata di chiusura è stata accompagnata dalla danza di alcuni rimorchiatori.

Possibili anche le visite a bordo di imbarcazioni speciali: dalle maestose Kruzenshtern, Mir, Sedov e Alexander von Humboldt II, alle navi-museo restaurate con cura, come i rimorchiatori marittimi Elbe e Holland e il faro Borkumriff sono state davvero interessanti e numerose. E, ancora, la fregata Augusta, le navi di servizio della polizia delle vie navigabili, i vigili del fuoco, le dogane e altre autorità e istituzioni.

Non sono mancate emozioni come le gare di dragon boat e le regate di vela presso la parte del porto Grasbrookhafen e il concerto open-air della Elbphilarmonie, novità di questa edizione 2018.

L'IIC segnala in particolare il concerto di Armando Quattrone, calabrese e residente in Amburgo, che ha unito tarantella e reggae entusiasmando sia il pubblico tedesco che quello italiano. (Inform 15)

 

 

 

 

Studenti dell’università di Münster in visita al Consolato di Dortmund

 

Dortmund - Prosegue l’impegno del Consolato d’Italia a Dortmund nel campo della promozione culturale e nell’intento di aprire le proprie porte anche ad iniziative differenti dalla mera erogazione di servizi consolari. L’8 maggio scorso circa 20 studenti tedeschi di italiano dell’Università di Münster hanno visitato, accompagnati dal Capo del Dipartimento di Italianistica Tobias Leuker e da Giovanni Di Stefano, lettore di italiano presso la stessa università, le strutture del Consolato d’Italia a Dortmund.

Il Console Franco Giordani ha accolto i visitatori d’eccezione nel Salone del Consolato, in un primo pomeriggio “climaticamente” più italiano che tedesco. Giordani – riporta il Consolato – ha rivolto un saluto ai giovani ospiti, illustrando loro il funzionamento di una rappresentanza consolare ed esprimendo “vivo compiacimento” per l’interesse nei confronti della lingua italiana dei giovani studenti tedeschi e non solo. Leuker e Di Stefano, dal canto loro, hanno ringraziato per l’invito e la splendida iniziativa e invitato il Console a visitare la biblioteca dell’Università di Münster, che vanta la sezione più consistente in Germania di volumi e libri dedicati alla letteratura italiana.

A seguire, i collaboratori del Consolato Fabrizio Ingargiola e Vincenzo Manzo hanno illustrato agli studenti i servizi consolari erogati dal Consolato, dai passaporti e carte d’identità ai servizi di stato civile e anagrafe per concludere con l’assistenza sociale, delicato reparto che comprende tra le altre cose l’assistenza agli indigenti e ai detenuti.

Sono quindi intervenuti Bellanova (Vestfalia e.V.) e Castagnetti (ente gestore Acri e.V.) per evidenziare il loro trentennale impegno nel settore scolastico, soprattutto a supporto di scolari e studenti italiani che necessitano assistenza nell’inserimento della realtà scolastica tedesca.

A conclusione della visita il Console Giordani ha guidato gli studenti in un tour degli uffici e offerto loro un drink e una degustazione italiana a base di pizza sulla terrazza del Consolato. (aise) 

 

 

 

Iran, Germania contro gli Usa: «Siamo pronti a litigare»

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel critica duramente il presidente americano Donald Trump, uscito dall’accordo sul nucleare iraniano: «Se ognuno fa come vuole è la fine» - di Giuseppe Gaetano

 

Adesso basta: le relazioni transatlantiche hanno già subito dei danni da tempo e la Germania, pur disposta al dialogo, stavolta è pronta a litigare sul serio, per difendere le sue posizioni. Dopo le minacce di dazi economici sui prodotti europei da parte dell’amministrazione Trump, a far traboccare il vaso, almeno a Berlino, è la decisione degli Usa di uscire fuori dal trattato di non proliferazione nucleare con l’Iran: «un errore che avrà conseguenze gravi nel lungo periodo» tuona dalle colonne dello Spiegel il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, preso atto «che da parte degli Usa non c’è disponibilità alcuna a prender sul serio gli argomenti degli alleati» e sottolineando che lo strappo nel rapporto «non è stato percepito per la prima volta con la delusione di martedì sera». La stessa Angela Merkel considera l’uscita degli Usa dall’accordo «un motivo di grande preoccupazione e un fatto deplorevole»: «Se ognuno fa quel che vuole è una brutta notizia per il mondo - ha dichiarato la cancelliera -. Io mi impegnerò ancora per un partenariato transatlantico, ma non è nemmeno giusto che un accordo su cui si è convenuto, sul quale si è votato al Consiglio di sicurezza dell’Onu e si è raggiunta l’unanimità, poi si possa abbandonare in maniera unilaterale». «Questo ferisce la fiducia nell’ordine mondiale - ha concluso -, ma noi restiamo decisi anche in tempi difficili a rafforzare il multilateralismo».

La reazione iraniana

Il recesso annunciato da Trump lo scorso 8 maggio ha fatto precipitare di colpo i già fragili rapporti di forze in Medio Oriente, riportando lo scenario nucleare indietro di 3 anni. Immediata la presa di posizione di Teheran che, stretta d’assedio e ai ferri corti anche con Israele, ha risposto che a questo punto adotterà ogni misura necessaria per perseguire «l’arricchimento dell’uranio su scala industriale senza restrizioni, utilizzando i risultati delle ultime ricerche condotte dagli scienziati». Il Jcpoa - il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 a Vienna da Iran, Ue e i 5 paesi permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania - sembra così destinato a saltare, anche se gli altri paesi firmatari dell’intesa dovessero continuare a collaborare per salvaguardarlo, come sembrano determinati a fare. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha dichiarato che «fin dalla sua campagna elettorale, Trump ha espresso il suo odio per l’accordo» e «non ha mai attuato gli impegni sostanziali e formali del programma», vissuto dunque - a differenza del predecessore Obama - in chiave ostruzionistica e per nulla costruttiva. Anche in questo caso il dietrofront statunitense, considerato «illegittimo», ha rappresentato l’ultima goccia di «una lunga serie di persistenti violazioni, accuse e insulti» contro la Repubblica islamica, da parte di un governo repubblicana giudicato «estremista» e «in malafede». Una serie inaugurata dall’inserimento dell’Iran nella lista nera del “Muslim Ban”: il decreto, approvato ufficialmente dalla Corte Suprema a dicembre, che vieta l’ingresso nel paese di cittadini provenienti da 6 paesi a maggioranza musulmana, tra cui appunto l’Iran. A Washington si è insediato «un regime - affonda Rohani - che ha trascinato il Medio Oriente nel caos e ha innescato l’ondata di terrorismo e l’estremismo».

Giri di telefonate

Sono giorni e ore convulse, col centralino bollente, in cui si susseguono le telefonate tra i leader dei grandi paesi, per capire il da farsi e provare a non far precipitare del tutto la situazione. Il presidente russo Vladimir Putin si è sentito sia con la Merkel che con l’omologo turco Recep Erdogan: tutti concordano sul clamoroso «errore» commesso da Trump e «l’importanza fondamentale di preservare il piano dal punto di vista della sicurezza internazionale e regionale». Le relazioni tra Occidente e ussia, dopo le tensioni per il caso Skripal, potrebbero quindi scongelarsi in tempo record e porre il Cremlino invece della Casa Bianca come interlocutore privilegiato sul fronte geopolitico. L’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha convocato a Bruxelles, martedì prossimo, i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Regno Unito; che saranno raggiunti dalla loro controparte iraniana, rappresentata dal ministro Mohammad Zarif: il capo della diplomazia di Teheran, prima di arrivare in Belgio, si recherà a sua volta a Pechino e a Mosca. Una girandola frenetica di chiamate e incontri per scongiurare un nuovo fronte parallelo a quello siriano. La cortina di ferro, stavolta, potrebbe alzarsi tra le due sponde dell’Atlantico. CdS 11

 

 

 

 

In Germania i reati sono al minimo da 25 anni ma i tedeschi non si sentono così sicuri

 

BERLINO - Meno omicidi, meno furti, meno vandalismo. Nel 2017 la Germania ha registrato il più basso numero di reati degli ultimi 25 anni. Le statistiche ufficiali del Ministero degli interni elencano complessivamente 5 milioni e 760 mila reati denunciati nel corso dell’ultimo anno alle forze dell’ordine. Una diminuzione dei reati pari al 9,6% o in cifre a 611mila in meno rispetto al 2016. I furti negli appartamenti sono diminuiti addirittura del 23%, le rapine e dei borseggi dell’11,8% e anche i casi di cyber-criminalità sono hanno registrato un calo del 18,7%. 

 

A giudicare dai nuovi dati statistici, la Germania dovrebbe essere uno dei Paesi più sicuri e felici del mondo. Ma i dati positivi del Ministero degli Interni non coincidono con la percezione della sicurezza di molti cittadini tedeschi. Secondo un recente sondaggio svolto per conto del settimanale Stern, il 58% dei cittadini lamenta un aumento della criminalità e teme per la propria sicurezza. 

 

Abbiamo dunque a che fare con il classico fenomeno psicologico del «si stava meglio quando si stava peggio?» Come mai in un periodo nel quale il numero dei reati raggiungono un minimo storico, la maggioranza dei tedeschi si sente sempre meno sicura? «Questo ha a che fare con l’avanzata della destra populista e con l’emergenza migratoria», spiega Christian Pfeiffer, direttore dell’Istituto tedesco di ricerche criminologiche. «La gente si sente insicura perché si sente minacciata dai grandi cambiamenti dell’era globale, digitale e migratoria. L’arrivo in Germania di così tanti profughi in così poco tempo viene percepito da molta gente come la perdita di un pezzo della propria patria, dei costumi e delle tradizioni abituali. Per quel che riguarda la sicurezza e la criminalità, le statistiche dimostrano che con l’arrivo di un milione di profughi nel 2015, i reati non solo non sono aumentati, ma sono diminuiti». 

 

Secondo Pfeiffer, inoltre l’avanzata della destra populista e i successi elettorali dell’Alternative für Deutschland (AfD) hanno letteralmente scatenato il panico tra i grandi partiti tedeschi e soprattutto in quelli dell’Unione di centro-destra della cancelliera Angela Merkel e del suo alleato bavarese della CSU (cristiano-sociali). 

 

Nel tentativo di contenere l’avanzata dell’ultra-destra, CDU e CSU hanno lanciato una vera e propria campagna politica volta ad inasprire le leggi vigenti in materia di sicurezza, controllo degli spazi pubblici e di competenze degli organi di polizia. Sarebbe così un paradosso, sostiene Pfeiffer, che proprio in una regione sicura, ricca e beata come la Baviera, il governo regionale di centro destra stia per approvare una riforma della polizia che in futuro amplierà i poteri delle forze dell’ordine permettendo loro controlli a tappeto, custodie cautelari anche non in presenza di minacce concrete e perquisizioni senza mandati giudiziari. WALTER RAUHE, LS 8

 

 

 

 

Il progetto AlpinnoCT. Dalla Germania le prime proposte per migliorare il trasporto attraverso le Alpi

 

Si è tenuta in Germania, a Prien am Chiemsee, tra l’8 e il 9 maggio la conferenza intermedia del progetto AlpinnoCT (Alpine Innovation for Combined Transport) per discutere del trasporto merci alpino e della salvaguardia ambientale.

Nel corso dell’evento Unioncamere del Veneto, responsabile della comunicazione AlpinnoCT, ha presentato il video promozionale del progetto (consultabile nel canale Youtube di Unioncamere del Veneto).

Migliorare la pianificazione del trasporto combinato, rafforzare percorsi alternativi per le principali traiettorie di trasporto, ispezioni più rapide dei vagoni merci, eliminazione dei “colli di bottiglia” ma anche l’introduzione di una gestione delle infrastrutture a livello europeo e maggiori incentivi per il trasporto combinato.

Sono solo alcuni dei punti emersi fra i 15 partner provenienti da Italia, Germania, Austria, Slovenia e Svizzera.

Il progetto AlpinnoCT, finanziato dal programma Interreg Spazio Alpino 2014-2020 con tre milioni di euro, punta a sviluppare soluzioni ispirate dal mondo industriale per aumentare sia l'efficienza che la pianificazione del trasporto combinato. Nel corso della due-giorni in Germania, i primi risultati intermedi sono stati ulteriormente sviluppati nell'ambito di un evento di dialogo con circa 120 esperti e rappresentanti dell'industria della logistica, della politica, della scienza, delle ONG e della società civile.

I partecipanti alla conferenza, suddivisi in diversi gruppi di lavoro paralleli incentrati su politica, infrastrutture, know-how industriale e digitalizzazione, hanno definito una "lista dei desideri" per migliorare il trasporto combinato e le misure applicabili nei vari processi della catena di trasporto.

Tali misure verranno in parte applicate nei due corridoi–pilota del progetto AlpInnoCT: Trieste-Bettembourg e Verona-Rostock. Come parte dell'evento, inseritosi nel tradizionale simposio “Logistik Innovativ”, i partecipanti alla conferenza sono stati invitati al ricevimento di Stato che si è tenuto nella Sala degli Specchi del castello Herrenchiemsee.

Per l'Italia partecipano ad AlpInnoCT, oltre alla Regione Friuli Venezia Giulia e al Porto di Trieste, Unioncamere del Veneto – Eurosportello, l’Accademia Europea di Bolzano e il Consorzio ZAI Interporto Quadrante Europa di Verona. (aise) 

 

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini

 

Hanno lasciato cadere la maschera. Per mesi hanno fatto finta, hanno tirato per le  lunghe. Alla fine si è realizzato ciò che era prevedibile: i due partiti populisti, anti-europeisti e xenofobi si mettono insieme. Per l‘Europa é la notizia più brutta. Ma bisogna accettare il fatto che gli elettori in Italia abbiano deciso così. Personalmente sono fiera che gli italiani nella mia circoscrizione Europa non abbiano fatto parte di questa ondata populista. Adesso dobbiamo fare quello che in una democrazia spetta a chi ha perso le elezioni: mettere in piedi una opposizione forte ed intelligente. Per questo, in Parlamento, abbiamo bisogno anche di voi, sul territorio. Insieme possiamo fare sì che questo incubo non duri cinque anni. In ogni caso è interessante vedere come questi millantati `duri e puri‘ dimenticano in fretta le promesse fatte, pur di prendersi poltrone e potere.

 

Già al lavoro da settimane

In queste prime settimane di legislatura, nonostante l‘immobilismo a cui ci hanno costretto soprattutto le destre ed i 5stelle con il loro gioco a nascondino, ho lavorato ad alcune proposte di legge. Ne ho già presentate diverse, alcune delle quali rivolte a noi, italiani nel mondo. Altre sui temi da sempre al centro del mio impegno politico.

 

L‘abolizione dell‘Imu va estesa a tutti gli italiani all‘estero

Chi mantiene una casa in Italia svolge un’importante funzione sociale. Genera un consistente indotto economico grazie al turismo di ritorno e aiuta spesso a contrastare i fenomeni di degrado architettonico e di abbandono degli immobili nei piccoli centri urbani. Se si interrompe questo legame con il luogo d’origine ci rimette l‘intera comunità. Ecco perché ritengo necessario estendere l’abolizione dell‘IMU sulla prima casa a tutti gli italiani residenti all‘estero. Ampliando il numero dei beneficiari a cui avevamo già attribuito tale esonero con il nostro Governo PD, presieduto da Renzi. A tale scopo ho presentato una proposta di legge, io al Senato ed il collega Massimo Ungaro alla Camera. Un disegno di legge con il quale chiediamo di equiparare gli immobili di proprietà degli italiani residenti all'estero alle abitazioni principali, azzerandone il peso fiscale. La casa che si possiede in Italia assorbe spesso investimenti ingenti e rappresenta una sorta di cordone ombelicale con il proprio paese di origine. Non è giusto che si trasformi in una ingiustizia.

 

La storia dell’emigrazione italiana nei programmi scolastici

La storia dell’emigrazione italiana rappresenta uno straordinario patrimonio di esperienze e di valori. In una fase come questa, di migrazioni epocali, è particolarmente importante tramandarla alle nuove generazioni. Per questo ho presentato un disegno di legge che prevede l’introduzione dello studio dell'emigrazione italiana tra le materie di insegnamento scolastico. Il progetto prevede, inoltre, la possibilità di istituire gemellaggi tra istituti scolastici italiani ed internazionali, favorendo la conoscenza dell‘esperienza migratoria. In questo modo, avviciniamo  gli studenti italiani a quello che l‘emigrazione ha rappresentato e continua a rappresentare, per i singoli, ma anche per il Paese. Al tempo stesso, offriamo una base utile per la formazione interculturale della scuola italiana, caratterizzata oggi da una elevata presenza di ragazzi di origini straniere.

 

Se difendiamo l’ambiente, ci guadagniamo tutti

Se vogliamo un mondo più pulito, ognuno di noi deve fare la propria parte. Per questo ho presentato un’altra proposta di legge per introdurre il deposito cauzionale all'acquisto di bevande in bottiglie di plastica. Il cosiddetto ‘vuoto a rendere’. Seguiamo l’esempio positivo di diversi paesi europei, dove grazie a questa norma non si vede una bottiglia di plastica in giro. Anzi... se qualcuno butta via una bottiglia qualcun altro la recupera per riportarla ai distributori e ottenere così la restituzione del deposito. Ecologia significa anche questo: fare ognuno del proprio meglio per ridurre i rifiuti. Se inquiniamo di meno ci guadagniamo tutti. Perché miglioriamo la salute dell’ambiente.

 

Cognome materno, una battaglia di civiltà

La Costituzione italiana ci dice che uomo e donna sono pari nel rapporto genitoriale. Ma non è ancora così per quanto riguarda il cognome. Almeno in Italia. Per superare questa visione ormai arcaica ho presentato un disegno di legge che prevede la possibilità di attribuire ai figli il cognome materno o doppio cognome. L’ho condivisa con il nostro Presidente di Gruppo al Senato, Andrea Marcucci e con numerose colleghe, anche di altri schieramenti politici. Si tratta di una proposta di cui mi ero resa promotrice già alla Camera e che aveva incontrato il voto favorevole dell’Aula. Ma poi non aveva potuto entrare in vigore poiché non la avevano approvata definitivamente al Senato. Adesso, con l‘insediamento di un Governo populista, sarà difficilissimo conseguire risultati concreti. Ma il mio impegno intende essere ancora maggiore, nel tentativo di portare avanti lo straordinario processo di riforme per i diritti, che come PD abbiamo messo in campo negli ultimi quattro anni. Perché l‘Italia ha un forte bisogno di riforme modernizzatrici come questa.

 

Finalmente resi noti i dati ufficiali: 36.386 grazie

Sono stata eletta con 36.386 voti di preferenza. Il dato ufficiale definitivo è stato finalmente comunicato soltanto in questi giorni. Un risultato che mi rende ancora più determinata nel sostenere il mio impegno per la democrazia e per la tutela dei valori europei. Principi fondamentali che non vanno mai dati per scontati. Così come non va dato per scontato il valore della libertà, che abbiamo ricordato in Abruzzo lo scorso 25 aprile.

 

A Casoli, per la Festa della Liberazione

In occasione dell’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Casoli, lo scorso 25 aprile, ho avuto il privilegio di conoscere l'ultimo partigiano della Brigata Maiella ancora superstite. E accanto a lui i numerosi Sindaci della Provincia che stanno sostenendo il lavoro di un giovane ricercatore, Giuseppe Lorentini, che nel corso dei suoi studi, tra l’Italia e la Germania, da alcuni anni si sta dedicando alla creazione di un percorso della memoria, che metta in rete sei campi di concentramento per internati civili, risalenti alla seconda guerra mondiale, presenti nella Regione Abruzzo. Un’esperienza preziosa, sviluppata sotto la sapiente guida del Professor Vito Gironda, dell‘Università di Bielefeld, che ho avuto il piacere di seguire come presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Germania. Proprio oggi, in tempi di populismi, è ancora più importante coltivare la memoria ed educare ai valori della democrazia.

Laura Garavini, de.it.press 14

 

 

 

 

 

Migranti: salvataggio marittimo (Sar) fra i marosi, tra status quo e stallo

 

Il silenzio delle istituzioni governative sembra calato sul soccorso in mare dei migranti, a fronte del risalto di questioni strategiche come il Global Compact o l’andamento (per noi) negativo del negoziato di riforma del Sistema di Dublino. Sarà l’effetto della stasi politica, sarà per via delle questioni irrisolte con Tripoli, ma il nodo del salvataggio marittimo (Sar) e del ‘luogo sicuro’ diverso dall’Italia dove trasportare i migranti, in passato oggetto di diatribe con Frontex, agita sempre meno le cronache. Di tanto in tanto, si accende però qualche fiammata, ad indicare che il fuoco cova sotto la cenere. Certo, gli arrivi in Italia sono nettamente diminuiti rispetto al 2017. Ma c’è da chiedersi se l’attuale situazione d’incertezza, che alimenta le speranze di masse di persone pronte ad imbarcarsi verso l’Italia, sia destinata a consolidarsi.

La Sar della Libia

Dopo il proclama libico del 10 agosto 2017 che escludeva l’intervento autonomo di navi straniere nella propria zona Sar, i cui limiti erano identici a quelli della sovrastante zona Fir di controllo traffico aereo, a fine 2017 c’è stato un cambiamento. L’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) ha infatti comunicato che Tripoli ha revocato la sua pretesa. I motivi non si conoscono. In un’interrogazione presso il Parlamento europeo ci si chiede come mai non sia stato dato adeguato supporto alle istituzioni marittime libiche.

In effetti, l’Ue finanzia l’addestramento Sar libico e la costituzione di un idonea centrale operativa a standard Imo, affidandone la realizzazione alla nostra Guardia costiera. All’attività di formazione concorre anche la missione Eunavfor Med Sophia. A livello ufficiale, non sono chiari i motivi per cui le capacità Sar libiche non siano ancora a regime. Da alcune parti, si sostiene che la Libia, stanti tali carenze, abbia giurisdizione solo sino alle 24 miglia della sua zona contigua, ma non in acque internazionali.

La posizione italiana

Duplice (ma qualcuno potrebbe dirla ambivalente) è attualmente la posizione italiana: da un lato, si continua a dare sostegno alla Guardia costiera libica come dimostrato dalla visita a Tripoli del ministro dell’Interno Marco Minniti di qualche giorno fa, sulla base di una policy incentrata sul contestato memorandum d’intesa italo-libico del 2 febbraio 2017. Dall’altro, la nostra Autorità Sar – considerando forse la carente legittimazione dell’omologa struttura tripolina e i dubbi sul rispetto dei diritti umani nei centri di raccolta libici (peraltro controllati da Unhcr, Iom e Ong) – continua in proprio a coordinare le attività di soccorso nell’ipotetica zona Sar libica anche a mezzo di Ong lì presenti.

Per comprendere tale situazione, bisogna considerare che l’organizzazione di soccorso italiana – di fatto estesa in un’area di più di un milione di chilometri quadrati, dall’Italia alla Libia – opera sotto l’”imperio della legge”. Essa, per non incorrere in reati di omissione, oltre che per etica professionale, applica rigidamente il principio Imo secondo cui, ricevuta una chiamata di soccorso, l’attività Sar deve continuare sino alla fine delle operazioni, coincidenti con il trasporto in idoneo luogo sicuro (cioè in Italia). A meno che non intervenga un altro Paese che offra eguali garanzie di trattamento delle persone salvate.

Il ruolo delle Ong straniere nelle operazioni Sar dirette dalla centrale operativa di Roma, inizialmente limitato dal Codice di condotta dell’Interno per rispettare la giurisdizione libica, è stato rivalutato dopo una pronuncia della magistratura. È noto infatti che Il Gip del Tribunale di Ragusa non ha convalidato il sequestro della nave spagnola ‘Open Arms’. La motivazione del provvedimento stabilisce inequivocabilmente, al di là di qualsiasi visione politica delle relazioni con Tripoli, che la nave ha disobbedito per necessità alle direttive di agevolare il soccorso da parte libica, in quanto, “a fronte delle informazioni attualmente disponibili, che indicano ancora la Libia come luogo in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani … , non si ha prova che si sia pervenuti in Libia o in porzioni del suo territorio a un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare”.

Forze in campo

Molte sono in Italia le entità che operano nel settore dell’accoglienza dei migranti salvati. Tra l’altro l’Ue, lasciando trapelare la possibilità di stanziare fondi dedicati a noi (e alla Grecia), sembra fornire un tempestivo assist. Proprio nel momento in cui il Def approvato dal Governo Gentiloni indica in circa cinque miliardi di euro (di cui uno riservato al soccorso in mare) i costi di assistenza.

Pensare che ci possano essere cambiamenti a tale status quo in tempi medio-brevi appare purtroppo irrealistico. Si ipotizza non a caso che solo nel 2020 la Libia potrà avere piena titolarità delle funzioni Sar.

Scomparsa dalla scena mediterranea Malta, mai sviluppata la nostra cooperazione Sar con Tunisia, Algeria ed Egitto, senza speranza la possibilità che Francia o Spagna accettino di essere il luogo di approdo di una Ong di loro bandiera, poco interessata la Grecia  a questioni diverse dal respingimento di migranti verso la Turchia, limitata la valenza Sar delle operazioni navali e marittime Ue, il futuro prossimo potrebbe dunque vederci sempre più impegnati nel ruolo giocato attualmente. Fabio Caffio, AffInt 6

 

 

 

L’Aquila, ricordando Aldo Moro

 

Il 9 maggio 2018, a quaranta anni dalla morte del grande statista ucciso dalle Brigate Rosse - di Luigi Fiammata

 

Si è svolto il 9 maggio scorso a L’Aquila, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, un Convegno commemorativo con le di Paolo Mieli, giornalista, dei professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, di Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso il Convegno il prof. Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università “La Sapienza” di Roma. Mi permetto di svolgere qualche riflessione, a margine di quel che ho ascoltato. E spero d’essere perdonato, se sarò lungo nel racconto, ma la materia lo richiede.

 

Il Convegno è stato introdotto da Paolo Mieli. Il suo è stato un intervento molto diretto, mirato a fissare alcuni punti fermi, a suo parere. In primo luogo egli ha tenuto a dire che la vicenda di Aldo Moro è stata oggetto di cinque processi, spintisi ciascuno al grado della Cassazione, e di quattro Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. La sua opinione, nonostante le risultanze della Commissione d’Inchiesta parlamentare chiusasi con la scorsa legislatura che pongono numerosi interrogativi aperti, è che la verità sul “caso Moro” si conosca tutta. E che non ci siano oscure trame che non si siano volute scoprire. La verità, sostiene Paolo Mieli, è che chi ha rapito e ucciso Moro, aveva una matrice comunista e nasceva dentro le idee del ’68. L’Italia, secondo Mieli, nel corso del sequestro Moro, si divise tra “fronte della fermezza”, che negava ogni rapporto possibile con le Brigate Rosse, e un fronte della “trattativa”, il quale sosteneva possibile che un gesto di clemenza verso una brigatista detenuta senza fatti di sangue a suo carico, malata e incinta, avrebbe consentito la liberazione di Aldo Moro.

 

Chi Moro più aveva contribuito a far avvicinare, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, furono coloro, sostiene Mieli, che più furono inflessibili. E Mieli cita un passo dalle lettere di Aldo Moro dalla sua prigionia: “ricevo come premio dai comunisti, una condanna a morte”. Sostiene Mieli, sia falsa la ricostruzione storica, secondo la quale Aldo Moro venne rapito ed ucciso per la sua volontà di unione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; e, tranne coloro che sostennero la possibilità di una trattativa (Socialisti, Radicali, Lotta Continua), in realtà, tutti volevano la morte di Aldo Moro, poiché, come sosteneva lo scrittore Enzo Forcella, “sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia”. Un’intera classe politica si era perduta allora, ritiene Paolo Mieli; i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.

 

Il contributo dei professori Marinelli e Politi si sono centrati sulla figura umana di Aldo Moro, sulla sua formazione politica, tesa alla realizzazione di equilibri politici sempre più avanzati; sulla sua considerazione della centralità del Parlamento, nell’ordinamento dello Stato, quale luogo della rappresentanza politica, e quindi del dialogo tra ispirazioni politiche diverse. Sugli interventi di Aldo Moro, nella fase della Costituente, per una Scuola Pubblica al servizio di tutti. Sulla sua costante preoccupazione contro ogni forma di autoritarismo, per questo congiunta ad una azione continua affinché masse sempre maggiori di persone fossero integrate nello Stato, sfuggendo alle seduzioni autoritarie; sulla sua centratura sui valori della Persona, della sua libertà e della responsabilità. Sulla sua tensione ad aderire alla realtà, interpretando con intelligenza gli avvenimenti, e confrontandosi sempre con quanto emergeva nel Paese.

 

Claudio Martelli ha esordito, nel suo intervento, dichiarandosi completamente d’accordo con le tesi espresse da Paolo Mieli, distanziandosi da ogni ipotesi complottistica, anche relativamente alle stragi di mafia del ’92-’93. Ci sono troppe verità, sostiene Claudio Martelli. Dovrebbero essere noti gli esecutori materiali delle stragi, ma, mentre si ricercano presunti mandanti oscuri e presunte trattative Stato-mafia, in realtà, neanche gli esecutori sono noti, visto che la Magistratura si è lasciata ingannare, in particolare nel caso dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, visto che per quella strage sono state condannate persone, autoaccusatesi, che invece non erano colpevoli. Forse, ritiene Martelli, non è stato del tutto chiarito, nel caso Moro, quali furono le interferenze esterne all’Italia, ed interne, sulla vicenda, capaci di inquinare o sabotare le indagini, in particolare da parte della Loggia massonica P2. Ma non debbono dimenticarsi le verità acclarate e, in particolare, come mai proprio nel caso di Aldo Moro si scelse di non effettuare alcuna trattativa, quando invece, soprattutto successivamente a quell’episodio, si è trattato sempre, anche con forze del terrorismo islamista, per semplici persone o giornalisti; per ogni ostaggio, compreso Ciro Cirillo, per il quale ci si rivolse addirittura alla camorra, perché ne mediasse con le Brigate Rosse, la liberazione.

 

Si disse, all’epoca, che la trattativa era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende, per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu, per Claudio Martelli, l’atto iniziale dell’antipolitica oggi trionfante. Considerare la politica, contemporaneamente, come massima responsabile della situazione ed inetta a porvi rimedio, è la premessa per avviare una nuova forma della politica, una forma autoritaria. Non più capace di mescolare, élites e popolo. Da quel momento storico, ricorda Martelli, tutta l’area dell’Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari, venne assimilata al terrorismo. Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto “Compromesso Storico”, con il PCI; era questa invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema. Che oggi dispiega pienamente i suoi effetti. E cui non pare esservi argine.

 

Il professor Ridola ha concluso il Convegno puntando i riflettori sull’apporto essenziale di Aldo Moro nella scrittura della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare sull’articolazione generale del testo e sull’Articolo 2. E sui costanti assilli, nel suo lavoro politico ed intellettuale: l’insistenza sull’uomo e sulla persona; sulla funzione sociale dello Stato, e addirittura, sulla funzione sociale dei Diritti.

 

Immagino, ora, di poter esprimere, a margine del Convegno del 9 maggio scorso, sommessamente qualche mia considerazione.

 

A quaranta anni di distanza dalla tragica fine della vicenda umana e politica di Aldo Moro, credo possa dirsi, con tutta franchezza, che essa resta totalmente aperta. Nella sua analisi storica. Nel giudizio politico su quella temperie. E, per certi versi, persino nel suo concreto svolgersi criminale, come adombra in modo assai inquietante, la Relazione conclusiva della Commissione d’Inchiesta Parlamentare della scorsa Legislatura. D’altra parte, anche Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati processati, riconosciuti colpevoli e assassinati sulla sedia elettrica senza che con questo si possa dire che la verità processuale corrisponda con quella storica. La morte di Aldo Moro, può essere letta in una chiave odierna, come hanno fatto Martelli e Mieli, per regolare vecchi conti politici del passato; tra socialisti e comunisti italiani, e tra PCI e aree extraparlamentari, spesso governate da giovani d’estrazione borghese, per i quali il PCI era il primo nemico da abbattere. Non mi sento in grado, in questa sede, di affrontare una discussione sulla questione fondamentale della necessità di una Trattativa, per la liberazione dell’ostaggio Aldo Moro, o sul rifiuto di essa, in nome della responsabilità a non fornire alcuna legittimazione politica alle Brigate Rosse, non avallando l’idea che in Italia fosse in corso una Guerra Civile, in cui i contendenti avessero pari dignità. Voglio limitarmi a guardare alcune delle conseguenze reali, di quegli accadimenti.

 

La vicenda di Aldo Moro spiega, secondo Claudio Martelli e Paolo Mieli, ma anche secondo Rino Formica che lo sostiene in un’intervista a “L’Espresso”, sia pure non nei termini ascoltati nel Convegno, il trionfo odierno di forze politiche populiste, la cui origine, è tutta da ricercarsi nel rifiuto ad assumere una responsabilità politica, trattando per liberare l’ostaggio, da parte del Partito Comunista Italiano, in modo particolare, nel cui grembo, erano pure germogliate le Brigate Rosse. La storia degli ultimi quaranta anni, diviene quindi la storia di un fallimento. Quello della ipotesi di condurre al governo del Paese le sue classi subordinate, tradite da gruppi dirigenti, prima incapaci di rispondere politicamente alla sfida lanciata dalle Brigate Rosse, e poi travolti dall’emergere della semplificazione populista di fronte alla crisi globale, ai fenomeni migratori, alle nuove sfide del progresso tecnologico.

 

E’ una lettura molto partigiana, quella proposta. E senza contraddittorio. Esattamente come accade nel pieno di una battaglia per l’egemonia culturale. In cui chi si senta vincitore, dentro un percorso storico, riscrive i passaggi fondamentali che conducono all’oggi, ad uso e consumo della propria visione del mondo. Perché producano nuovi e coerenti effetti. Aiutata la lettura, in questo caso, anche dall’assordante mutismo di chi potrebbe produrre un’altra visione dei fatti, anche alla luce della propria concreta esperienza storica ed ideale. Ma, nel campo occupato una volta dal Partito Comunista Italiano, e da autorevolissime figure intellettuali, oggi non vi è più nessuno. E non parlo tanto di ideologia o di schieramento. Quanto proprio di presenza politica, di ispirazione ideale e morale. Neppure su un piano culturale, salvo pochissime eccezioni, vi è più qualcuno che abbia la tempra per aprire seri dibattiti storici o sull’attualità, all’altezza della sfida che taluni relatori del Convegno, nel deserto, hanno posto. Un po’ perché quell’esperienza storica non è stata davvero in grado di rileggere se stessa, alla luce degli accadimenti dopo il 1989, e un po’ perché chi si è voluto autonominare erede di quelle esperienze, non ne aveva né lo spessore intellettuale e morale, e, col tempo, ne ha perduto anche ogni credibilità politica.

 

Io frequentavo la terza media, nel 1978. I ragazzini di tredici e quattordici anni, allora, parlavano abitualmente di politica. Ne avevano esperienza diretta, persino nella periferica Lecce, dove allora vivevo. Mi colpì moltissimo, il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro, leggere, sul muro di un palazzo posto dinanzi all’ingresso principale della mia scuola, una grande scritta realizzata con la vernice nera: “Moro: chi semina vento, raccoglie tempesta”. Era firmata “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di chiara e non rinnegata ispirazione fascista, all’epoca. Lecce esprimeva a quel tempo percentuali di voto per il MSI ben oltre il 10% e Almirante, Segretario del MSI, spesso figurava come Capolista nelle elezioni. Quella scritta, non era casuale. Mi colpì perché, nella mia logica elementare, non riuscivo a comprendere come mai un’organizzazione di Destra attaccasse un politico, oggetto di un atto criminale compiuto da estrema Sinistra. Avrebbe dovuto, sempre secondo la mia logica elementare, invece attaccare la Sinistra, per quel che stava accadendo. Non la vittima di quegli accadimenti.

 

Nel 1964, quando Moro, per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana iniziò, esplicitamente, un percorso di coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nel governo del Paese, il cosiddetto Centrosinistra, ambienti militari fascisti e reazionari, forse addirittura con il coinvolgimento del Presidente della Repubblica Segni, contrario a quell’ipotesi politica, ordirono il cosiddetto “Piano Solo”, che prevedeva di instaurare un regime autoritario nel nostro Paese, partendo innanzitutto dal rapimento, e internamento, di una serie di personalità politiche, sindacali e della società civile. E’ lunga la storia dell’avversione, anche criminale ed illegale, della Destra del nostro Paese all’ingresso della Sinistra nelle stanze del Governo. Ed è lungo il conto che la Destra voleva presentare ad Aldo Moro.

 

Il rapimento di Moro, nei fatti se non anche nelle intenzioni, colpiva una politica. E questa politica era segnata dall’ansia di tenere dentro i confini della democrazia le varie ispirazioni ideali del Paese, che avevano contribuito a scrivere la Costituzione della Repubblica. Quell’ansia si legava all’ansia del Segretario del Partito Comunista Italiano, che, all’indomani del sanguinoso Golpe militare realizzato in Cile da Pinochet, nel 1973, aprì una profonda riflessione teorica sulla necessità del dialogo tra le principali correnti ideali della politica italiana, quella d’ispirazione cattolica e quella d’ispirazione comunista, convinto che quella fosse la strada per rendere compiuta la democrazia, in un Paese che non poteva, e forse non doveva, essere governato solo col 51% dei voti. Questioni teoriche, e politiche, di altissimo spessore, trascinate poi nella quotidianità della lotta politica e della banalizzazione esorcizzante, in vuote formulette di alleanze e conflitti elettorali, più o meno possibili o impossibili. Perché quei politici, Moro e Berlinguer, forse senza essere capaci di esplicitarlo compiutamente, erano consapevoli della fragilità storica dello Stato italiano. E loro era l’ansia di agire contro questa condizione.  Non è l’Italia, ad essere fragile, la sua identità nazionale o culturale. Ma la sua costruzione statuale. Esposta. Allora, come oggi.

 

Non è un caso, io credo, che ad essere uccisi, dalla criminalità organizzata, o dal terrorismo, siano stati, nel tempo, prevalentemente “Uomini di Stato”. Uomini cioè che hanno posto sé stessi e la propria opera, a servizio della Costituzione e delle Leggi. Perché è interesse di ben delineati poteri che lo Stato sia fragile, governato da uomini ricattabili. E io credo si possa dire, ad onore dei fatti, ma con grande dolore, che la violenza politica, in Italia, ha preso la mira benissimo, ed ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. La morte di Aldo Moro ha cancellato definitivamente, dall’agenda politica italiana, la possibilità che vi fosse una azione politica qualsivoglia capace di condurre il PCI, libero finalmente dalle proprie ambiguità, dentro il possibile governo del Paese. Chi liquidi questa questione, esprimendo facili ed affrettati giudizi ex post, o riconfermando antichi livori, in realtà elude una questione di fondo, questa sì, all’origine delle soluzioni semplificatrici e pericolosamente autoritarie e populiste dell’oggi. La questione cioè se sia possibile, in Italia, che la politica svolga anche una funzione pedagogica, capace di educare alla Democrazia, al libero e consapevole e pacifico confronto e conflitto, tutti i cittadini, e non solo una parte di essi, lasciando magari indietro le aree più emarginate e deboli. Conferendo, attraverso la partecipazione democratica, pari dignità alle diverse prospettive di governo. A tutte le prospettive, anche quelle che si propongono di rimettere in discussione storici equilibri di potere.

 

A me pare che gli interventi “politici” al Convegno, abbiano invece delineato, sia pure per cenni e rimandi, una prospettiva che derubrichi l’esperienza politica di Moro, ma anche e soprattutto del PCI, ad un tentativo episodico, e sin dalla sua nascita fallimentare, di redimere le classi subalterne del Paese conducendole alla dignità del Governo. Tali classi subalterne, oggi affascinate dalla semplificazione offerta loro dalle piattaforme informatiche, su cui esprimere pareri superficiali ed insultanti su tutto, che veicolano i contenuti di una proposta politica populista, saranno inevitabilmente ricondotte a ragione, dalle Leggi bronzee del Mercato, che le obbligherà a pagare il prezzo dei vecchi errori di chi ha allargato le possibilità materiali, migliorato le condizioni concrete, fatto balenare l’aspirazione ad una vita ricca di possibilità e diritti. Certo, le contraddizioni del peculiare “Stato Sociale” italiano sono enormi e andrebbero aggredite, in nome di una più stringente idea di Eguaglianza e di Giustizia Sociale, oltre che di un fondamentale rigore nei bilanci. Ma quel che viene adombrata è la caduta rovinosa e, finalmente, il governo di quelli che sapranno stare nel modo giusto dentro un mondo di capitali globalizzati ed essi sì, liberi.

 

Infine. La morte di Aldo Moro, segna in realtà, a me pare, l’inizio di un ulteriore processo cui non sono estranee responsabilità individuali e politiche pesantissime. Anche di quella politica che si richiama, e si richiamava, ad ideali di Sinistra. Segna l’inizio della fine della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, attraverso i corpi intermedi della Società, Partiti e Sindacati in primo luogo. Cui non si riconosce più un ruolo di promozione individuale e collettiva. Si tratta di un processo che si dispiegherà innanzi tutto, a partire dal forsennato attacco del neoliberismo globale alla mediazione sociale: l’uomo, e la donna, devono essere soli dinanzi al Mercato. E che, in Italia, conoscerà gli accenti durissimi di una folle idea giustizialista che accomuna nella esecrazione morale il semplice iscritto ad un Partito ad un suo dirigente, magari corrotto o colluso, fino a cancellare l’idea stessa della forma-Partito dal diritto di cittadinanza politico. Quella idea di Partito che i Costituenti, tra cui Aldo Moro, avevano posto invece alla base della possibilità di emancipazione delle classi subalterne del Paese, attraverso la partecipazione alla vita democratica.

 

Quanto al Sindacato, la compagine che si appresta a guidare il Paese si incaricherà di delinearne l’espulsione finale e definitiva dall’orizzonte degli italiani. Dopo i colpi pesantissimi ricevuti dai precedenti governi d’ogni colore politico. Del resto, è da sempre “vox populi” che la colpa sia sempre e tutta del Sindacato, che stavolta non troverà nessuno a difenderlo. Mi fanno rabbia, quei dirigenti sindacali (minuscolo), che pensano si possa ancora discutere che ancora vi siano spazi politici, che ancora si affannano in congressi totalmente autoreferenziali, avendo purgato da sé ogni contraddizione della realtà, ignorando il dolore vero della precarietà generalizzata, la periferizzazione coatta della vita nelle città. La solitudine delle persone, di fronte ad immense contraddizioni e problemi reali. Gli immensi potenziali conflitti, anche violenti, tra chi si sente sommerso e chi, erroneamente, pensa d’essersi salvato.

 

Insomma, una volta archiviata la ricca esperienza storica, ed ideale, delle correnti di ispirazione cattolica e comunista italiana, nel nostro Paese, sarà finalmente possibile rivedere la Costituzione della Repubblica Italiana in modo da sancire, anche formalmente, la preminenza del comando sulla Partecipazione. E sarà finalmente possibile dare il potere che spetta loro, a quelli che da tempo sono i sacerdoti del Libero Mercato finanziario globalizzato. E le classi dirigenti italiane, quelle vere, quelle che governano la vita delle città da sempre, potranno finalmente dire che “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima”. Ma davvero, però.  De.it.press 12

 

 

 

 

 

Trump, Macron e la Merkel: l’accordo con l’Iran e l’Europa

 

Nessuno può sorprendersi se lo stile e la disinvoltura con cui Emmanuel Macron si muove sul terreno della politica estera crea in Europa diffusi mugugni, se non malumore. Le reazioni al recente viaggio a Washington ne sono un esempio parlante; tra l’altro tutto ciò avviene poco tempo dopo la partecipazione della Francia ai bombardamenti in Siria assieme a Usa e Gran Bretagna. Le reazioni italiane non fanno eccezione, ma a mio avviso con il loro carattere quasi unanimemente negativo rappresentano un caso a parte. Prendiamo i due argomenti che hanno dominato i colloqui di Washington: Iran e commercio. Per il momento mi soffermo sul primo, riservandomi di trattare il secondo in un articolo successivo.

Sul comportamento del presidente francese si fanno diversi commenti, che è bene esaminare separatamente. Il primo è che il suo attivismo serva in primo luogo a riaffermare una supremazia francese su un terreno che vede la Germania ancora debole, soprattutto in un momento in cui la leadership della cancelliera Angela Merkel sembra appannata.

C’è sicuramente del vero e non tutti a Berlino ne sono entusiasti. I tedeschi sanno tuttavia che la loro “inferiorità” in questo campo è in parte l’eredità di una storia troppo conosciuta per doverla ricordare e che spiega la grande difficoltà di qualsiasi governo tedesco ad ottenere l’autorizzazione del Bundestag per missioni militari all’estero o per aumentare le spese militari verso l’obiettivo stabilito dalla Nato.

A Berlino sono perfettamente coscienti che, se vogliono partecipare al governo dell’Europa in una fase in cui sviluppare una politica estera diventa ineludibile, questi vincoli dovranno essere progressivamente superati. Resta il fatto che nonostante encomiabili tentativi dei commentatori di individuare le differenze, Macron e Merkel hanno assunto sull’ Iran posizioni identiche.

La politica europea sull’ Iran

Una seconda critica è formale: Macron e Merkel si sono arrogati il diritto di parlare a Washington “a nome dell’Europa” senza averne il mandato. Prima di trattare questo punto è però bene soffermarsi sulla sostanza. Qual è la politica europea sull’ Iran? L’elemento più importante è la difesa dell’accordo sul nucleare, giudicato non perfetto ma il migliore possibile e suscettibile di aprire la strada a un’evoluzione pacifica dei rapporti fra Iran e Occidente.

Si ricorderà per inciso che, mentre l’accordo veniva negoziato, fra i più reticenti c’era già la Francia, allora rappresentata dal presidente François Hollande e dal ministro degli Esteri Laurent Fabius. Questa posizione europea è stata affermata con forza al momento dell’elezione di Trump e reiterata senza ambiguità da entrambi i leader europei a Washington.

Tuttavia noi europei non possiamo focalizzarci solo sulla difesa dell’accordo e fare finta di non vedere che ci sono stati importanti mutamenti negli ultimi due anni. Non parlo dei sospetti, diffusi dal governo israeliano e che al momento sembrano infondati, che l’ Iran abbia violato l’accordo nucleare. C’è invece il programma missilistico, difficile da giustificare per un Paese che afferma di aver rinunciato all’arma nucleare e che costituisce una minaccia evidente per i Paesi della regione. C’è soprattutto l’espansione di milizie iraniane in Siria e in Libano, con importanti concentrazioni di truppe e capacità militari alla frontiera di Israele.

Tutto ciò è avvenuto in parte anche per gravi responsabilità occidentali e americane nella gestione della crisi siriana, a cominciare dalle tergiversazioni di Barack Obama. Il necessario esame di coscienza non deve tuttavia oscurare che “l’arco sciita” dalla Siria al Libano è per Israele una minaccia esistenziale; soprattutto quando si tratta di un Paese come l’ Iran che nelle parole di alcuni dei suoi massimi rappresentanti mantiene l’obiettivo della scomparsa di Israele.

Il nostro giudizio non deve essere distorto dalla comprensibile antipatia che nutriamo nei confronti dell’attuale governo israeliano, o per l’improvvida mossa di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. Il rifiuto di una presenza iraniana alla frontiera sarebbe una assoluta priorità anche dei governi laburisti del passato.

Attendendo il 12 maggio: Ue tra Trump e guerra israelo-iraniana a bassa intensità

La sensibilità americana verso comportamenti iraniani considerati incompatibili con lo spirito dell’accordo non riguarda solo il presidente, ma è largamente condivisa nel Congresso anche da quelli che non vorrebbero denunciare l’accordo nucleare. L’accusa che il clima di distensione creato dall’accordo, invece di essere l’inizio di un’evoluzione positiva, è stato sfruttato dall’ Iran per comportamenti inaccettabili non può essere facilmente respinta.

La posizione espressa da Macron e Merkel a Washington (difendere l’accordo, ma fare pressione sull’Iran per nuovi negoziati) è quindi la più logica dal punto di vista europeo. Essa ci consente di continuare, se come prevedibile Trump il 12 maggio denuncerà l’accordo, a difenderne la validità ma allo stesso tempo a coordinarci con gli Usa per fare capire agli iraniani che la situazione è inaccettabile e che rischiano di perdere il nostro appoggio.

Questa prospettiva non è evidentemente soddisfacente e la situazione è brutta da tutti i punti di vista. Sul piano commerciale, anche se riusciremo a evitare le sanzioni secondarie americane che colpirebbero le imprese europee, è probabile che molte di esse si autocensureranno comunque nei confronti dell’Iran e che i rapporti economici che si stavano sviluppando ne risentiranno. Inoltre dovremo abituarci a una guerra israelo-iraniana che è già iniziata, che per il momento è di bassa intensità ma che potrebbe in ogni momento sfuggire al controllo delle parti.

Infine abbiamo a che fare con un presidente americano che teorizza l’imprevedibilità come metodo di governo senza capire che in questo modo rende quasi impossibile la collaborazione con gli alleati. Ciò non ha tuttavia solo riflessi negativi. Da un lato aumenta la pressione sull’ Iran; dall’altro dovrebbe fare capire alla Russia i limiti del suo espansionismo in Medio Oriente, cosa che del resto era già un obiettivo del recente raid aereo.

Francia e Germania hanno prevaricato a Washington sulle posizioni europee?

Purtroppo della politica estera dell’Unione si può a volte dire ciò che si dice delle Nazioni Unite. La migliore giustificazione della legittimità del raid aereo in Siria è che è stato il risultato di mesi di paralisi imposti dalla Russia ai lavori del Consiglio di Sicurezza. Ugualmente, la politica estera dell’Ue corre il serio rischio di essere prigioniera delle liturgie. Prima della missione a Washington, Francia, Germania e Regno Unito avevano proposto una lista di possibili sanzioni per cominciare a far pressione sull’ Iran. L’iniziativa era stata bloccata da una minoranza di Paesi, fra cui l’Italia.

Possiamo poi lamentarci, se l’Unione è frenata da una minoranza? Non è invece più serio ammettere che la posizione dei tre Paesi esprime la sostanza della posizione europea, anche se non è unanime?

Vorrei infine tornare all’Italia. Qual è la ragione di questa diffusa animosità verso la politica francese? Le ragioni possono essere molteplici. In questo caso sono purtroppo l’espressione del vecchio ‘andreottismo’ della tradizione italiana: fedeltà formale alle alleanze, ma grande reticenza di fronte a qualsiasi forma d’impegno che può metterci in conflitto con qualcuno.

Tradotta in termini europei questa posizione si traduce nel volere una politica comune a patto che sia priva di rischi e di contenuto concreto, altro che un generico richiamo al multilateralismo. Posizione comprensibile per un Paese che ha elevato ‘l’amicizia con tutti’ a una forma d’arte, ma che entra in crisi quando nel corso delle vicende internazionali la palla torna nelle mani degli attivisti, soprattutto se si tratta dei nostri più stretti alleati. Riccardo Perissich, AffInt 8

 

 

 

 

Migrantes nella storia della Chiesa in Italia

 

Presentati l’11 maggio i 5 volumi alla presenza di Mons. Galantino, Mons. Di Tora, Mons. Perego

 

Roma - In occasione dei 30 anni della Fondazione Migrantes e degli oltre 50 dell’UCEI (Ufficio Centrale Emigrazione Italiana) è stata presentata, questa mattina a Roma, l’opera in cinque volumi di Simone Varisco sulla storia della pastorale migratoria UCEI/Migrantes, intitolata “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti”.

Cinque volumi che seguono la scansione dei settori pastorali tradizionalmente di competenza dell’UCEI/Migrantes: emigrazione italiana all’estero, rom e sinti, circensi e gente dello spettacolo viaggiante, immigrazione straniera e profughi in Italia. Precede i volumi un testo istituzionale.

“Le migrazioni sono da sempre un fenomeno complesso e in continua trasformazione. Basti pensare alla storia d’Italia” – scrive il presidente della Fondazione Migrantes, il vescovo Mons. Guerino Di Tora –. “Dopo un passato di grande emigrazione, siamo oggi portati a pensare il nostro Paese esclusivamente come ad una meta di immigrazione straniera, in parte tratti in inganno dagli sbarchi che si susseguono per i motivi più vari. La realtà ci dice, invece, che in Italia sono sempre più numerosi coloro che partono per l’estero: studenti e lavoratori alla ricerca di una sistemazione migliore per il proprio futuro, ma sempre più spesso anche intere famiglie e pensionati, senza considerare i molti ‘professionisti della migrazione’ – rom e genti del circo e dello spettacolo viaggiante”. Per Mons. Di Tora dietro ai numeri, alle analisi e agli approfondimenti “non deve sfuggire che ogni migrante, qualunque sia la sua storia personale, è un uomo, una donna o un bambino che porta con sé speranze e attese che lo collocano in una dimensione umana e spirituale che va ben oltre il dato statistico o di categoria sociale ed economica. Gli immigrati non possono essere qualificati solo come lavoratori: sono mariti e mogli, padri e madri di famiglia, figli e figlie”. Raccogliamo – è l’invito del presidente della Migrantes – l’appello di papa Francesco a “non rassegnarci davanti a quelle che sembrano situazioni di convivenza difficili. La cultura dell’incontro è il nostro presente da riconoscere e il futuro di tutti da costruire”.

L’immagine di una Chiesa in viaggio al fianco dei migranti è – spiega nell’introduzione ai volumi l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Migrantes fino al 2017 – “l’ideale di una prima stagione pastorale” inaugurata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento dal magistero sociale di Leone XIII e dell’esperienza di «illustri pionieri della pastorale migratoria»: i vescovi Giovanni Battista Scalabrini e Geremia Bonomelli. “Anche al loro impegno – scrive mons. Perego - si deve il passaggio da una pastorale migratoria di transitorietà ad una permanente, con la progressiva strutturazione delle missioni linguistiche per gli italiani emigrati all’estero”.

Dal 1965 l’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana (UCEI) prima e, dal 1987 ad oggi, la Fondazione Migrantes poi, sono le principali espressioni dell’attenzione rivolta dalla Chiesa in Italia alle migrazioni. L’UCEI segna l’inizio operativo della responsabilità diretta della Chiesa in Italia verso le dinamiche migratorie che da allora coinvolgono il Paese, vale a dire pressoché esclusivamente l’emigrazione verso l’estero e le migrazioni interne, spiega ancora Mons. Perego, sottolineando che oggi “abitiamo una stagione pastorale caratterizzata da una spiccata attenzione verso l’immigrazione e la protezione internazionale. È sempre più sentita, quindi, l’esigenza di un’ ‘etica delle migrazioni e rinnovamento’ in grado di valorizzare la mobilità come condizione della Chiesa: di una Chiesa pellegrina, migrante, che sappia incontrare il suo popolo nei diversi luoghi del quotidiano. Una Chiesa ‘in uscita’, come ha spesso ripetuto papa Francesco, interprete di un incontro che in molti luoghi si è già trasformato in accoglienza”.

Alla giornata di convegno sono intervenuti Mons. Guerino Di Tora, Vescovo Ausiliare di Roma e Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes; Simone Varisco della Fondazione Migrantes e autore della ricerca; Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e già Direttore generale della Fondazione Migrantes; Mons. Silvano Ridolfi e Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della CEI. I lavori sono stati conclusi dal Direttore generale della Fondazione Migrantes, Don Giovanni De Robertis.

RI, de.it.press 11

 

 

 

 

La storia della Migrantes in 5 volumi

       

 1 volume

 In occasione di una singolare coincidenza storica – gli oltre 50 anni dalla creazione dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e del suo Bollettino (1965), ma anche i più di 45 anni di Servizio Migranti (1970), i 40 anni dalla pubblicazione del primo numero della rivista Migranti-press (1979) e i 30 anni dall’istituzione della Fondazione Migrantes (1987) – il volume ne ripercorre le vicende storiche ed istituzionali. Le alterne fasi della mobilità umana in Italia coincidono con protagonisti ed atteggiamenti pastorali differenti: mons. Giovanni Battista Scalabrini e mons. Geremia Bonomelli, pionieri dell’assunzione di responsabilità sulla pastorale migratoria da parte dell’episcopato italiano attraverso l’UCEI; i sempre più puntuali interventi pontifici in materia con Paolo VI e Giovanni Paolo II, fino alle tematiche più attuali dell’etica delle migrazioni con i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Un lungo cammino attraverso cinquant’anni di pastorale, che per la prima volta si estende dai documenti d’archivio ai tweet di papa Francesco, attingendo ampiamente ai documenti del magistero pontificio e della Chiesa in Italia. Ciò allo scopo di evidenziare il carattere di coralità che per tradizione appartiene non soltanto all’operato dell’UCEI prima e della Fondazione Migrantes poi, ma anche all’approccio dell’intera Chiesa alle diverse forme della mobilità umana.

       

Secondo volume: Emigrazione

      L’emigrazione ha rappresentato e continua a rappresentare una delle dinamiche storiche ed umane più caratterizzanti l’Italia. Nel ripercorrerne le diverse fasi storiche, il volume si sofferma su un ambito spesso sottovalutato, eppure di estrema importanza: la pastorale migratoria. Attingendo al Bollettino dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e al suo erede Servizio Migranti in occasione dei 50 anni dalle prime pubblicazioni, il libro ripercorre l’epopea eroica e drammatica dell’emigrazione italiana attraverso le testimonianze di alcuni suoi interpreti privilegiati – i missionari d’emigrazione al servizio delle comunità italiane all’estero – senza per questo dimenticare il prezioso ruolo svolto dalle religiose e dai laici. Dall’Etiopia alla Danimarca, fino alle fabbriche e ai cantieri che impiegano e consumano gli italiani in terra straniera, il volume unisce storie di vita, anche pastorale, e curiosi episodi sfuggiti alle grandi maglie della storia, ma non a quelle più fitte delle cronache. Completano il libro un costante riferimento al magistero pontificio e ai documenti della Chiesa in Italia sulla mobilità umana e l’analisi di alcuni temi in grado di accomunare l’emigrazione di un tempo con quella attuale: la famiglia, i giovani e l’educazione.

       

Terzo volume: Rom e Sinti

      Sin dai suoi albori il Popolo di Dio si caratterizza per un legame del tutto speciale con l’itineranza, che sia il nomadismo dei patriarchi, la missionarietà degli apostoli o la consapevolezza di ogni cristiano di essere ancora oggi pellegrino nel mondo. Una alterità – rispetto al mondo e alle sue logiche, ma anche nei riguardi della società circostante – che è ben rappresentata da un popolo che è al contempo molti popoli: quello romaní. È muovendo da questa considerazione che il volume ripercorre la storia della pastorale di rom e sinti attraverso l’esperienza dell’Opera per l’assistenza spirituale dei nomadi in Italia (OASNI) e della Fondazione Migrantes. Quella che lega romaní e Chiesa cattolica si dipana come una trama di progressivo incontro, ma anche di evidenti difficoltà, pazientemente intessuta da numerosi operatori pastorali, molti dei quali laici. Il costante richiamo al magistero pontificio e ai documenti della Chiesa in Italia permette di cogliere il graduale mutamento nei rispettivi atteggiamenti, culminato e al tempo stesso rinnovato dal grande incontro di Paolo VI con i popoli romaní a Pomezia nel 1965. Molto rimane da fare, tanto nella Chiesa locale quanto in quella “delle carovane”, e in alcuni ambiti – da quello abitativo a quello lavorativo, dai giovani alla famiglia, prima comunità educante – permangono delle criticità, da leggere ed interpretare alla luce della storia, dell’attualità e del Vangelo.

       

4 volume: Circhi e spettacolo viaggiante

      Circensi, fieranti e lunaparkisti sono fra gli indiscussi protagonisti dello spettacolo viaggiante in Italia e nel mondo. Ciononostante, la loro storia riflette le difficoltà tipiche della gente del viaggio: i continui spostamenti, la durezza spesso incompresa del lavoro, le reciproche diffidenze che caratterizzano il rapporto con la società stanziale. Per questo è ancora più importante – e al tempo stesso affascinante – ripercorrere la storia della pastorale dei circhi e dello spettacolo viaggiante, dagli albori di don Dino Torreggiani all’attualità della Fondazione Migrantes, passando per la “carovanite” che ancora oggi contraddistingue buona parte degli operatori pastorali del settore. Il rapporto con la Chiesa, un tempo complesso, nell’ultimo secolo è andato maturando in un legame stretto e talvolta sottovalutato, che trova nei pontefici degli interpreti attenti e sensibili. Oltre che la relazione con i papi, da Pio XII a Francesco, il volume analizza alcuni temi forti e ricorrenti della pastorale della gente del viaggio: famiglia, giovani e anziani. Completa il libro una riflessione sul ruolo sociale ed ecclesiale degli “artigiani della festa”, esaltato dal pontificato di Francesco, espressione del legame indissolubile tra fede, gioia e spettacolo viaggiante.

       

5 volume: Immigrazione

      Oggi fra i temi più discussi e spesso esibita all’opinione pubblica come una novità degli ultimi anni, l’immigrazione straniera rappresenta in realtà da oltre un quarantennio una costante – sebbene variabile per caratteristiche, consistenza e protagonisti – della storia d’Italia. Sovente affrontata come un evento del tutto contingente ed emergenziale, l’immigrazione straniera in Italia è, invece, una dinamica profondamente umana, sociale e storica. Una prospettiva che emerge con particolare evidenza nell’approccio pastorale della Chiesa che, in questo campo così come in altri, intende rivolgersi all’uomo nella sua integralità. Dai profughi di guerra italiani e dall’Est europeo fino agli attuali flussi migratori, il volume analizza i mutamenti intercorsi in quasi 50 anni nella pastorale della mobilità attraverso gli occhi dell’UCEI e della Fondazione Migrantes. Particolare attenzione è prestata ai profughi, agli studenti stranieri, ai minori e alle donne. Ne emerge un’Italia come Paese a doppia identità, meta d’immigrazione eppure ancora coinvolta da importanti dinamiche emigratorie. La mobilità umana si conferma un “segno dei tempi” di straordinaria attualità, alla luce del quale leggere e rileggere la nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa.

       

Biografia dell’autore. Simone Marino Varisco. Laureato in Scienze Storiche all’Università degli Studi di Milano, è storico, saggista e ricercatore. Dal 2018 è nell’organico della Fondazione Migrantes. Per la Migrantes nazionale ha scritto: Nossa Senhora de Caravaggio. La Caravaggio oltre il mare, in Rapporto Italiani nel Mondo 2014 (Tau Editrice, Todi, 2014, pp. 163-171) e La follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia fra Otto e Novecento, in Rapporto Italiani nel Mondo 2015 (Tau Editrice, Todi, 2015, pp. 83-90), confluito nel libro La follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia alla fine dell’Ottocento (Tau Editrice, Todi, 2016). È autore di Caffestoria.it, blog aperiodico di storia, arte, Chiesa e attualità storica. Iaria R. 11

 

 

 

 

 

Ha vinto il buon senso?

 

Prima d’esporre il nostro pensiero, accenniamo che l’Esecutivo è d’emergenza e, come tale, è da valutare. Tuttavia, di là da ogni assennata riflessione politica, ci preme evidenziare alcune considerazioni d’ordine pratico che riteniamo interessanti; anche perché è stata una democratica manifestazione politica/parlamentare a consentire il “varo” della nuova legge elettorale che il Capo dello Stato ha promulgato senza rilievo alcuno.

 

Certo è che la politica futura dovrà trovare nuovi motivi di dialogo e di contatto. Perché quello che ha visto la luce non si può definire un Governo ”forte”. Del resto, i“ricatti” di Poltrona sono finiti con la Seconda Repubblica. Il tempo per superare la delicata realtà nazionale c’è. Restano, però, da rafforzare le condizioni per una franca intesa anche sul fronte delle riforme. Per generare lavoro, servono gli investimenti e questi dipendono dalle garanzie che l’Esecutivo avrà la forza d’investire per sanare, prima di tutto, la cosa pubblica. Del resto, proprio perché ci sono ancora troppi “Profeti” in Patria, ci sembra meglio evitare esternazioni che non troverebbero raffronti entro breve tempo.

 

   Anche con l’avvento di questo Governo, l’onestà, personale e di partito, resta la migliore occasione per ridare fiducia al Paese. Riconosciamo che molto resta da fare, ma siamo convinti che questa possa essere la volta buona.

 Il buon senso, che è saggezza di un Popolo, ha da differenziarsi da posizioni solo in apparenza “alternative”. La Penisola ha bisogno di certezze. Lo scriviamo persuasi che l’onestà politica esista ancora. L’etica, se non la coscienza individuale, prevarrà. Dopo il disorientamento e tante, forse troppe, prese di posizione, l’Italia ritroverà il suo ruolo di Paese e di Popolo. Perché l’onestà, nel suo complesso, non ha un profilo politico predefinito. E’ questo convincimento che rafforza quello che potrebbe essere il compito di questo Governo a “tempo”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

In povertà assoluta 5 milioni di italiani

 

''Per il 2017, il quadro fornito dagli indicatori di benessere mostra diffusi miglioramenti, associati tuttavia all’aggravamento di alcune criticità soprattutto sul fronte della disuguaglianza e della povertà assoluta''. Lo afferma il presidente dell'Istat, Giorgio Alleva, nel corso dell'audizione sul Def nelle commissioni speciali di Camera e Senato.

Nel 2017 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni, distribuiti in 1,1 milioni di famiglie. Si trattal’8,3% sul totale della popolazione residente (in aumento: era 7,9 nel 2016 e 3,9 nel 2008). ''La ripresa dell’inflazione nel 2017 spiega circa la metà (tre decimi di punto percentuale) dell’incremento dell’incidenza della povertà assoluta'', osserva l'Istat.

Mentre la restante parte, secondo l'Istituto di statistica, ''deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà''. Complessivamente, si stima che lo scorso anno siano in povertà assoluta 154mila famiglie e 261mila individui in più rispetto al 2016. Dal punto di vista territoriale, i dati provvisori mostrano aumenti nel Mezzogiorno e nel Nord, e una diminuzione al Centro. L’aumento delle famiglie in povertà assoluta è, inoltre, ''sintesi di una diminuzione in quelle in cui la persona di riferimento è occupata, e di un aumento in quelle in altra condizione'', aggiunge l'Istat.

CRESCITA - Ad aprile si confermano ''segnali di decelerazione, che prospettano uno scenario di minore intensità della crescita'' afferma il presidente dell'Istat.

IVA - Alleva avverte poi che dalla mancata sterilizzazione dell'Iva il prossimo anno ''avremmo problemi'' che si rifletterebbero con un ''minore tasso di crescita dello 0,1%''.

LAVORO- Nel 2017 ''si stimano 1,1 milioni di famiglie in cui tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro sono in cerca di occupazione (4 famiglie su 100) e non percepiscono quindi redditi da lavoro (erano 535mila nel 2008)'' dice Alleva nel corso dell'audizione sul Def. Di queste, sottolinea l'Istituto di statistica, più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. L’incidenza di queste famiglie è decisamente più bassa al Nord (circa 2 ogni 100, rispetto a 7 su 100 nel Mezzogiorno).

Nel 2017 i giovani tra i 15 e i 34 anni occupati sono in aumento dello 0,9% rispetto all’anno precedente (+45mila, +1,0% gli uomini e +0,7% le donne). L’occupazione giovanile, evidenzia l'Istituto di statistica, ''si caratterizza sempre di più per un’elevata incidenza di lavoratori a termine, che costituiscono circa un terzo dei lavoratori alle dipendenze e il 28,2% del totale dell’occupazione giovanile (31,1% per le donne)''. Rispetto al 2008, l’incidenza del lavoro a termine per i giovani ''è aumentata di nove punti percentuali, a fronte di un aumento più contenuto sul totale 10 dell’occupazione (+1,9 punti)''.

DAZI USA - "La dinamica più contenuta degli scambi internazionali influirebbe negativamente sulla crescita complessiva del sistema economico, determinando una diminuzione del Pil di 0,3 punti percentuali rispetto allo scenario base''. E' uno dei principali fattori di rischio legati all'inasprimento dei dazi Usa indicata nel Def e confermata da Alleva. Le esportazioni, si ricorda, ''registrerebbero un rallentamento significativo, diminuendo di 1,1 punti, le importazioni di 0,3 punti''. Adnkronos 9

 

 

 

 

Valide anche per gli italiani all’estero le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni di immobili

 

Roma - Anche gli italiani che risiedono all’estero possono beneficiare delle agevolazioni fiscali previste dai Governi Renzi e Gentiloni per le ristrutturazioni di immobili. Lá dove siano tenuti a fare la dichiarazione dei redditi anche in Italia possono infatti detrarre una parte dei costi in forma di agevolazioni fiscali; la legge prevede inoltre la cessione del credito fiscale dell’Ecobonus e del Sisma bonus alle imprese esecutrici o ad altri soggetti privati. A questo proposito può tornare utile la guida predisposta dal Ministero dell’Economia e Finanze, MEF, attraverso la campagna informativa “Casa conviene”. Una guida che ha l’obiettivo di informare i cittadini proprietari di casa in Italia (compresi i connazionali residenti all’estero) sulle varie agevolazioni fiscali previste dalla legge per ristrutturare, acquistare, affittare, mettere in sicurezza una abitazione. Tra i numerosi e variegati “bonus fiscali” previsti dalle leggi attualmente in vigore ci sono ad esempio il bonus ristrutturazione, l’ecobonus (riqualificazione energetica), il bonus mobili ed elettrodomestici, il sisma-bonus (messa in sicurezza degli immobili), il regime sostitutivo della cedolare secca per gli affitti, il neo arrivato bonus verde introdotto dalla legge di stabilità per il 2018. La Legge di Bilancio 2018 ha destinato nuove risorse per la casa che sono andate ad aggiungersi a quelle già in essere. Tra le novità, la detrazione Irpef per la sistemazione a verde di aree scoperte private e di parti comuni esterne di edifici condominiali (“Bonus verde”) e la detrazione per chi esegue congiuntamente interventi di riqualificazione energetica e di prevenzione antisismica. Ricordiamo ai nostri connazionali che la legge di Bilancio per il 2018 ha disposto la proroga di un anno, fino al 31 dicembre 2018, della misura della detrazione al 50 per cento per gli interventi di ristrutturazione edilizia e nuove aliquote di detrazione per l’Ecobonus per lavori iniziati a partire dal 1° gennaio 2018. per arrivare all’introduzione del bonus verde, ovvero la detrazione del 36% e fino a 5.000 euro di spesa per la cura di giardini e terrazzi privati.  I dettagli sono consultabili sull’opuscolo del MEF intitolato “Casa conviene 2018” sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze (nella “Home Page”) al seguente link: http://www.mef.gov.it/focus/article_0026.html. de.it.press 11

 

 

 

Bando di selezione per 349 tirocini curriculari nelle sedi diplomatico-consolari e negli IIC

 

ROMA - C’è tempo fino al 4 giugno 2018 (ore 17.00) per partecipare al bando di selezione per 349 tirocini curriculari nelle sedi diplomatico-consolari e negli istituti italiani di Cultura all'estero pubblicato oggi, 14 maggio. Lanciato dai Ministeri degli esteri e dell’Istruzione con la Fondazione Crui, il bando consentirà ai vincitori di svolgere un tirocinio in una delle 187 sedi diplomatiche distribuite tra Rappresentanze diplomatiche, Uffici consolari e Istituti Italiani di Cultura della Farnesina.

Il “Programma di tirocini MAECI-MIUR-Università Italiane”, - disciplinato da una Convenzione sottoscritta l’8 giugno 2017 da MAECI, MIUR e Fondazione CRUI - si propone di integrare il percorso formativo universitario e far acquisire agli studenti una conoscenza diretta e concreta delle attività istituzionali svolte dal Ministero degli esteri presso le Sedi all’estero.

I tirocinanti, dunque, saranno impegnati nella realizzazione di ricerche, studi, analisi ed elaborazione di dati utili all'approfondimento dei dossier trattati da ciascuna Sede, potranno essere anche coinvolti nell'organizzazione di eventi o assistere il personale del MAECI nelle attività di proiezione esterna.

Possono candidarsi gli studenti di tutte le Università italiane aderenti alla Convenzione. L’elenco degli atenei, così come i requisiti specifici richiesti in caso di tirocinio in Ambasciata o consolato da un lato, e IIC dall’altro, sono disponibili qui. (aise) 

 

 

 

L’emigrazione continua

 

Gli italiani residenti oltre confine sono 5.482.000 di cui, però, 1.847.500 vive all’estero dalla nascita. Nel frattempo, nel giro di diciassette anni (2000/2017), la percentuale di Connazionali per il mondo è salita di oltre il 25% rispetto al passato di stessa durata.

 

Concretamente, il flusso maggiore è concentrato in Paesi UE. La nostra Comunità più numerosa è in Germania, seguita dalla Svizzera. A conti fatti, dall’Italia si continua a espatriare. Questa volta, però, non sono i manovali a lasciare il Paese. Lo abbandonano tecnici diplomati e laureati che, spesso, giungono nel Paese ospite già con un contratto di lavoro. Le spiegazioni di questo fenomeno sono variegate e con l’amaro sentore di una politica irrazionale.

 

 Chi “conta” a Roma è convinto che questi nuovi flussi non debbano essere interpretati come fughe, ma come scelte. Sarà. Intanto, si continua a perdere maestranze specializzate. Del resto, sempre per voci autorevoli, gli attuali correnti migratori sarebbero solo temporanei; con prospettive di un futuro rientro. Di fatto, però, i nostri dubbi restano.

 

Certo è che la realtà, almeno quella che viviamo noi, è differente e più sconvolgente di quella testimoniata nella prima metà del secolo scorso. Lo scriviamo con convinzione: lasciare il proprio Paese è sempre segnale di una sconfitta sociale della quale le vittime non sono la causa primaria. Non a caso, lasciano la Penisola anche i pensionati che intendono vivere, con più decoro, la loro vecchiaia in Paesi più ospitali e meno “cari”del Bel Paese.

 

 Cerchiamo, per una volta, d’essere coerenti: se l’Italia potesse offrire occupazione e prospettive di lavoro per il futuro, l’Emigrazione andrebbe a ridursi fisiologicamente e l’emergenza “esodo” sarebbe più coordinata. Non è così. Purtroppo, il Paese si presenta sempre con tanti problemi occupazionali. Le “promesse” non bastano per ridare fiducia a chi non l’ha più.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Siria. Lo scontro militare tra Iran e Israele cambia il mondo

 

“Syria changed the World!”, la Siria ha cambiato il Mondo, titolava il New York Times nel maggio 2017. Si riferiva a disfunzioni negli assetti multilaterali, leaders autoritari rafforzati, democrazie liberali sotto assedio, Europa sotto pressione, semi-collasso del sistema Schengen, diffusa ossessione dell’Islam, terrorismo in casa, e non ultimo frizioni tra due alleati Nato, Stati Uniti e Turchia, e presenza jihadista in Libia, Tunisia, Turchia, Bangladesh, Indonesia, Yemen, Afganistan, e poi  Belgio, Francia, Germania…  Oggi, quel titolo è più attuale che mai. Perché il teatro degli ultimi sviluppi è sempre la Siria: lo scontro militare tra Israele e Iran in terra siriana è  cominciato.

Israele vede ‘luce verde’ allo scontro dalla Casa Bianca

La denuncia dell’accordo nucleare iraniano da parte di Donald Trump, in un clima già reso effervescente dalla questione dazi, è intervenuta ancor prima della scadenza del 12 maggio, senza possibilità di remissione e cioè con immediata applicazione di sanzioni, con le modalità plateali cui il presidente Usa ci ha del resto abituati, ed è stata immediatamente interpretata come una ‘luce verde’ per lo scontro da Israele.

Che la denuncia raccolga il consenso della maggioranza di Congresso, come qualcuno sostiene, ovvero appena di un terzo, come altri calcolano (sondaggi della Reuters); che il movente di Trump sia l’avvicinarsi della campagna elettorale del 2020, o  rovesciare l’approccio perseguito da Barack Obama, o deviare il focus dal tema Russiagate, o accomodare le pressanti istanze israeliane, poco importa: essa può tranquillamente considerarsi uno schiaffo non tanto all’Iran quanto agli europei, che per settimane si sono applicati per sanare le falle dell’intesa, e in particolare per Macron, Merkel, e persino Johnson, che in sequenza si sono recati a Washington per frenare il movimento.

La rara fermezza dell’Europa presa a schiaffi

Federica Mogherini non ha nascosto cenni di irritazione, coniugati a una fermezza rara per gli standard europei. L’Europa continuerà ad applicare l’accordo. Misure di protezione degli interessi europei sono già state delineate sulla falsariga dei precedenti del 1996 per neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni americane, ammesso che in tal senso funzionino.

Ma oltre agli interessi economici, in gioco c’è molto di più. C’è il rischio di uno scompiglio dello scenario internazionale.  Primo, si è allargato il varco tra i due lati dell’Atlantico, questa volta con un’Unione europea unita e non divisa tra decisionisti e recalcitranti (caso Iraq). Gli europei sono preoccupati da un Trump che confonde l’Iran con la Corea di Kim e che gioca alla roulette con i Paesi.

Secondo, si è aperta una dimensione di assonanze tra Europa e Russia, e più oltre Cina. Una vera manna per la Russia, una novità assoluta, da quando Crimea e Donbass hanno più che raffreddato i rapporti.

Terzo, si è rivitalizzata la dimensione multilaterale, opportunamente richiamata da Federica Mogherini a difesa di un accordo ratificato con risoluzione dell’Onu (Ris.2231/2015) e certificato almeno nove volte dalla Aiea. Nel merito, lo sviluppo ha marcato le distanze tra  chi crede nel multilateralismo e chi non ne ha riguardo; chi considera l’Iran un attore imprescindibile nello scacchiere mediorientale e Rohani un interlocutore da sostenere, e chi al contrario punta a scalzarlo accollandosi i conseguenti rischi (tra l’altro, John Bolton sarebbe in contatto con il ‘movimento di resistenza’ Mek aborrito dal regime e rimosso dalla lista americana dei gruppi terroristi). Non a caso, il segretario alla Difesa Mattis e lo stesso Mossad lo avevano sconsigliato.

Il ruolo della Russia

Quarto: se c’è qualcuno che può contribuire a un’azione dissuasiva sui protagonisti regionali che si avviano a uno scontro frontale denso di incognite, questa è la Russia. Il rapporto con Israele, oltre alla consistente presenza degli immigrati russi degli Anni ’80,  è stato puntualmente coltivato in questi anni: Netanyhau era a Mosca in occasione delle celebrazioni della Giornata della Vittoria contro il nazismo.

I  contatti con l’Arabia Saudita si sono rafforzati, non ultimo con il coordinamento avviato  da qualche anno per la stabilizzazione dei prezzi petroliferi e con la prima missione di Re Salman a Mosca nel settembre 2017. Con l’Iran, la collaborazione nello scacchiere siriano maturata in questi anni ha certamente consolidato relazioni storicamente alterne, ancorché le strategie perseguite siano diverse se non addirittura divergenti. Mosca considera l’Iran strumento utile per una stabilizzazione della Siria sotto la guida di Assad (per ora), ma certamente paventa una de-stabilizzazione del Medio Oriente a danno degli arabi e soprattutto di Israele, in cui rimanere intrappolata.

Le carte dell’Iran e dell’Europa

L’Iran è probabilmente la controparte più difficile per un’iniziativa russa di mediazione. Non è affatto scontato che Mosca abbia leve sufficienti per premere su Teheran.  Mosca ha bisogno dell’Europa. I segnali da Teheran sono misti, sapientemente modulati, ma non tranquillizzanti: manterrà fede agli impegni presi, ma non rinuncerà a priori all’uso della forza né alla ripresa del programma nucleare. Quali carte ha in mano Teheran? Certo, l’appetibile mercato iraniano (valore per l’Italia, 30 miliardi) e l’imbarazzante consolidamento della sua presenza militare in Siria, ma soprattutto la prospettiva, già annunciata da Riad, di un Medio Oriente nuclearizzato, una proliferazione fuori controllo che abbatterebbe uno dei cardini della sicurezza europea e internazionale.

Quali carte ha in mano l’Europa? L’interesse iraniano a non imbarcarsi in uno scontro con Israele e vicinato arabo che drenerebbe risorse economiche e umane per di più in un contesto di rafforzate sanzioni, a non alimentare il contrasto con gli Stati Uniti, e non ultimo a spegnere l’incalzante malcontento della sua fiorente gioventù. Non è poco, pur scontando le resistenze dei settori che dalla situazione odierna traggono potere e profitti ai quali ora Trump ha fatto un vero regalo. Saranno utili incentivi di ordine economico-commerciale per sostenere Rohani, ma anche il riconoscimento di un ruolo iraniano negli assetti futuri del Medio Oriente.

Verso una sinergia russo-europea?

Considerato lo scenario, e i rischi insiti nello scontro, una sinergia russo-europea è nelle carte. Sempre che l’Europa riesca a fare chiarezza sui propri obiettivi strategici, che non si limitano a cercare un accomodamento con gli Stati Uniti, improbabile a questo stadio. La chiave di volta è la pacificazione della Siria. Come? Rilanciando un percorso negoziale tra le parti in causa in cui gli interessi di ognuno vengano riconosciuti. Uscendo dalla logica pur meritevole dell’aiuto umanitario, e per contro da quella di interventi militari magari condotti al seguito di istanze israelo-americane, e decidendosi finalmente ad avere un ruolo incisivo e unitario nelle trattative.

All’insegna, evidentemente, di una giusta considerazione per le esigenze di sicurezza di Israele, e dell’interesse di tutti ad evitare una proliferazione nucleare. Un tale salto di qualità nell’approccio europeo eviterebbe di lasciare ancora una volta tutta l’iniziativa alla Russia, inclusi i dividendi economici e strategici, e al contempo riscontrerebbe la reiterata richiesta di Trump che l’Europa si assuma maggiori responsabilità. Gli stessi Stati Uniti non potranno sottrarsi al movimento. Siamo in ritardo, ma ancora in tempo. Laura Mirachian, AffInt

 

 

 

 

L’essenza della nonviolenza

 

Per spiegare la non violenza possiamo usare la metafora del radio-comunicatore. Esistono due dispositivi, l’”Io” e l’”Altro” e per stabilire una connessione tra di essi, sono necessarie una serie di condizioni tecniche, ad esempio una distanza compatibile con le capacità dei dispositivi, l’assenza di ostacoli che ostruiscano il segnale, ecc. Tuttavia, oltre a questi tipi di requisiti, è anche necessario che una parte apra il canale di comunicazione per ascoltare ciò che l’altra ha da dire.

Possiamo quindi dire che ci sono due componenti: le “condizioni tecniche”, che possono essere intese come le risorse o le strategie; e “aprire il canale”, ossia la capacità dell’io di aprirsi all’”altro”.

Ed è necessario avere una sincronizzazione tra questi due componenti affinché la connessione sia soddisfacente.

Se ci concentriamo troppo sulle condizioni tecniche, possiamo perdere di vista il fatto che l’apertura verso l’Altro è la condizione essenziale che regge la comunicazione e anche l’opposto è deleterio, se apriamo il canale ma non garantiamo strategie e risorse per far sì che la connessione funzioni, non avremo altro che buone intenzioni.

Le strategie e le risorse variano molto da contesto a contesto ma l’apertura all’altro è una costante e nel corso della storia è stata chiamata in molti modi.

Il Nuovo Umanesimo, un sistema di pensiero nonviolento creato dal pensatore argentino Silo, definì tale atteggiamento come la volontà di “vedere l’umano nell’altro”.

“Firmeza Permanente”, una corrente cattolica non violenta legata alla Chiesa popolare e fiorente tra gli anni ’60 e ’80, chiamava questa apertura “grazia”, o in altre parole, la volontà di condividere.

La comunicazione nonviolenta, nata dall’incontro della psicologia di Rogers con le lotte per i diritti civili negli Stati Uniti, usa il concetto di “empatia”.

Per capire il significato di questo concetto è necessario osservare che uno dei grandi drammi umani è che siamo consapevoli solo dei nostri pensieri e per quanto amiamo qualcuno, quell’altra persona è come un altro mondo diverso dal nostro.

Tra gli umanisti si dice che un pazzo è colui che ha un vero cuore, ma non una “vera” testa. Già l’ipocrita è molto diverso, è qualcuno che ha la “vera” testa, ma ha il cuore falso.

E cosa rende falso un cuore?

Tra i nuovi umanisti, è buono (o vero) ciò che unisce le persone, è male (o falso) ciò che le separa.

Pertanto, un falso cuore è uno che è chiuso in sé stesso, senza empatia, senza lo stato di grazia, senza percepire l’umano che è nell’altro.

Tra i cattolici un buon esempio di falso cuore è Giona, il profeta, che pur conoscendo bene la legge non riuscì ad aprire il suo cuore all’importanza di dire agli assiri che Ninive poteva essere salvata. A causa della contraddizione tra questi due eventi finì isolato, chiuso nel ventre di un grosso pesce.

In questo modo, per essere nonviolenti non è sufficiente la legge o la conoscenza (le condizioni tecniche), è importante avere una “buona conoscenza”, cioè una conoscenza che riflette un impegno etico verso la non violenza, cioè una conoscenza o una legge che riguarda questa connessione tra le persone.

Si veda il caso della CIA che ha usato metodologie presumibilmente non violente per rovesciare governi non allineati a Washington.

In altre parole, persino la non-violenza o la legge sacra nel caso di Giona perdono la loro essenza e diventano ipocrite se l’impegno etico verso l’Altro diventa secondario. Diego Chaves

 

 

 

 

La Migrantes nella storia della Chiesa in Italia

 

Presentata l’11 maggio a Roma l’opera in cinque volumi di Simone Varisco sulla storia della pastorale migratoria UCEI/Migrantes, intitolata “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti”

 

ROMA – In occasione dei 30 anni della Fondazione Migrantes e degli oltre 50 dell’UCEI (Ufficio Centrale Emigrazione Italiana) è stata presentata, l’11 maggio a Roma, l’opera in cinque volumi di Simone Varisco sulla storia della pastorale migratoria UCEI/Migrantes, intitolata “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti”.

Cinque volumi che seguono la scansione dei settori pastorali tradizionalmente di competenza dell’UCEI/Migrantes: emigrazione italiana all’estero, rom e sinti, circensi e gente dello spettacolo viaggiante, immigrazione straniera e profughi in Italia. Precede i volumi un testo istituzionale.

“Le migrazioni sono da sempre un fenomeno complesso e in continua trasformazione. Basti pensare alla storia d’Italia” – scrive il presidente della Fondazione Migrantes, il vescovo mons. Guerino Di Tora –. “Dopo un passato di grande emigrazione, siamo oggi portati a pensare il nostro Paese esclusivamente come ad una meta di immigrazione straniera, in parte tratti in inganno dagli sbarchi che si susseguono per i motivi più vari. La realtà ci dice, invece, che in Italia sono sempre più numerosi coloro che partono per l’estero: studenti e lavoratori alla ricerca di una sistemazione migliore per il proprio futuro, ma sempre più spesso anche intere famiglie e pensionati, senza considerare i molti ‘professionisti della migrazione’ – rom e genti del circo e dello spettacolo viaggiante”. Per mons. Di Tora dietro ai numeri, alle analisi e agli approfondimenti “non deve sfuggire che ogni migrante, qualunque sia la sua storia personale, è un uomo, una donna o un bambino che porta con sé speranze e attese che lo collocano in una dimensione umana e spirituale che va ben oltre il dato statistico o di categoria sociale ed economica. Gli immigrati non possono essere qualificati solo come lavoratori: sono mariti e mogli, padri e madri di famiglia, figli e figlie”. Raccogliamo – è l’invito del presidente della Migrantes – l’appello di papa Francesco a “non rassegnarci davanti a quelle che sembrano situazioni di convivenza difficili. La cultura dell’incontro è il nostro presente da riconoscere e il futuro di tutti da costruire”.

L’immagine di una Chiesa in viaggio al fianco dei migranti è – spiega nell’introduzione ai volumi l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Migrantes fino al 2017 – “l’ideale di una prima stagione pastorale” inaugurata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento dal magistero sociale di Leone XIII e dell’esperienza di «illustri pionieri della pastorale migratoria»: i vescovi Giovanni Battista Scalabrini e Geremia Bonomelli. “Anche al loro impegno – scrive mons. Perego - si deve il passaggio da una pastorale migratoria di transitorietà ad una permanente, con la progressiva strutturazione delle missioni linguistiche per gli italiani emigrati all’estero”.

Dal 1965 l’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana (UCEI) prima e, dal 1987 ad oggi, la Fondazione Migrantes poi, sono le principali espressioni dell’attenzione rivolta dalla Chiesa in Italia alle migrazioni. L’UCEI segna l’inizio operativo della responsabilità diretta della Chiesa in Italia verso le dinamiche migratorie che da allora coinvolgono il Paese, vale a dire pressoché esclusivamente l’emigrazione verso l’estero e le migrazioni interne, spiega ancora Mons. Perego, sottolineando che oggi “abitiamo una stagione pastorale caratterizzata da una spiccata attenzione verso l’immigrazione e la protezione internazionale. È sempre più sentita, quindi, l’esigenza di un’ ‘etica delle migrazioni e rinnovamento’ in grado di valorizzare la mobilità come condizione della Chiesa: di una Chiesa pellegrina, migrante, che sappia incontrare il suo popolo nei diversi luoghi del quotidiano. Una Chiesa ‘in uscita’, come ha spesso ripetuto papa Francesco, interprete di un incontro che in molti luoghi si è già trasformato in accoglienza”.

Alla giornata di convegno sono intervenuti mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma e Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes; Simone Varisco della Fondazione Migrantes e autore della ricerca; mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e già direttore generale della Fondazione Migrantes; mons. Silvano Ridolfi, ultimo direttore generale dell’UCEI e mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI. I lavori sono stati conclusi dal direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis. dip

 

 

 

 

Le esteriorità

 

Dopo i risultati elettorali che hanno reso arduo il varo di un Esecutivo di “maggioranza”, c’è chi assicura che il “peggio” sia passato. La notizia, pur se intercalata da eventi della più contrastante natura, continua a essere all’ordine del giorno. In un Paese, com’è il nostro, d’illusioni non se ne può permettere più nessuno. Le forze sociali hanno smarrito la via della concertazione e la gente, anche quella più “comune”, non riesce a trattenere l’amarezza verso una classe politica inadatta nell’assumere precisi impegni nei confronti di un Popolo che è ridotto a subire “tutto”, senza ottenere”nulla”.

 

Anche quest’anno non sembra quello giusto per la “ripresa nazionale”. Pure sotto il profilo politico. Oltre gli aspetti ufficiali, che rispettiamo, ci sarà poco da “sperare”. La governabilità resta la prima donna di questo Paese che sarebbe meno “sfortunato” se fosse guidato da uomini svincolati da una politica compiacente.

Quando il compromesso vince sulla comprensione e una Legge Elettorale genera confusione, allora c’à da chiederci se non si stiano spossando le premesse per un’eventuale ripresa.

 

 La difficoltà a far fronte ai comuni impegni della vita politica la dice lunga sulle reali condizioni della Penisola. E’inutile tentare d’illudere chi ha già toccato il “fondo”. Le dispute politiche non hanno mai risolto. Ancora una volta, fare il Parlamentare resterà un “mestiere” assai ben remunerato, ma senza vantaggi concreti per il Popolo degli elettori anche a causa di una legge elettorale cervellotica che da essere rivista. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il rapporto di Amnesty. Pena di morte: geografia di un “pubblico assassinio”

 

“Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona” (art.9): la ratifica nel 1989 del secondo protocollo della Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti civili e politici da parte di 85 Stati ha costituito un passaggio politico-istituzionale importante verso l’abolizione della pena di morte nel mondo. Gli obiettivi finora raggiunti in materia di salvaguardia dei diritti fondamentali, l’impegno diffuso contro ogni forma di negazione della dignità della persona, testimoniano l’efficacia dell’azione condotta dalla World Coalition against Death Penalty (Wcadp, istituita a Roma nel 2002).

Coalition advocacy, campagne mediatiche, dialogo con i decisori pubblici stanno sortendo effetti concreti nell’abolizione della pena capitale, oggi bandita del tutto, o vigente solo per reati eccezionalmente gravi, in 106 Paesi nel Mondo (più di due su tre).

Nel 2017, come emerge dall’ultimo rapporto annuale pubblicato da Amnesty International, il numero delle esecuzioni capitali è sceso sotto quota 1000 (993 in 23 paesi, in calo del 39% rispetto al 2015). “Se, come riteniamo, continuerà questo trend – dichiara Ricardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, al Corriere della Sera –, entro cinque o sei anni la grande domanda non sarà più se i Paesi aboliranno la pena di morte, ma solo quando lo faranno”.

Tuttavia, l’inosservanza su questo punto degli impegni internazionali sui diritti umani continua perpetuarsi in Medio Oriente e Asia. Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan violano espressamente il dettato dell’articolo 6 del succitato Patto Onu, dando esecuzione a condanne a morte – previste “soltanto per i delitti più gravi” (comma 2) – per reati legati al possesso e allo spaccio di stupefacenti . Nel 2017, le modifiche intervenute in alcuni Paesi al quadro legislativo sulle droghe ha provocato effetti contrastanti: il numero di sentenze capitali eseguite per tali reati è sceso in Iran (40% sul totale delle esecuzioni, rispetto al 60% del 2016) e in Indonesia (70%, a fronte del 77% l’anno prima), mentre è raddoppiato a Singapore (otto esecuzioni nel 2017, il doppio rispetto al 2016) e in Arabia Saudita (dal 14% del 2016 al 40% del 2017).

Cina, il ‘libretto nero’ della pena di morte

“Noi [il Partito popolare cinese] stiamo attualmente lavorando per raggiungere i seguenti obiettivi […], migliorare il sistema giudiziario, abolire la pena di morte e abolire le punizioni corporali”. Così recitava un documento datato 15 giugno 1922. Nei cento anni successivi, interventi di regolamentazione sul segreto di Stato hanno aggravato l’opacità che Human Rights Watch (“State Secrets: China’s Legal Labyrinth”) e Amnesty International (“I segreti mortali della Cina”) riscontrano nella Repubblica popolare cinese, il Paese che esegue la maggior parte delle sentenze capitali nel mondo.

Le Ong denunciano l’assenza di centinaia di casi documentati dai registri giudiziari online: tra il 2014 e il 2016, stando ai dati forniti dai media cinesi, sono state eseguite 931 condanne a morte, di cui solo 85 rese note nel China Judgements Online, database della Corte suprema del Popolo. Prevista per 46 tipi di reato, la pena di morte viene comminata per lo più in casi di omicidio e traffico di droga (stimate 11 esecuzioni nel 2017): la vicenda di Nie Shubin, assolto nel 2016 dopo essere stato condannato a morte nel 1995 con l’accusa di rapimento e delitto volontario, ha scosso l’opinione pubblica cinese, preoccupata dalle sentenze emesse nei confronti di cittadini rivelatisi poi innocenti (quattro assoluzioni lo scorso anno), inducendo le autorità cinesi ad emettere “delle circolari finalizzate al rafforzamento delle salvaguardie sul giusto processo”, come riportato nel rapporto di Amnesty.

Africa: pena capitale, problema trasversale

Stante la permanente frammentazione negli ordinamenti giuridici nazionali, il numero dei Paesi africani abolizionisti (attualmente 20) è cresciuto negli ultimi due decenni: finora solo 12 Paesi su 54 hanno ratificato il Patto Onu e alcuni restano solo firmatari (Angola e Gambia), ma “!i progressi compiuti nell’Africa sub-sahariana hanno rafforzato la sua posizione di ‘simbolo di speranza’ per il movimento abolizionista”, ha commentato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Impegni non solo sul piano legislativo seguono questa direzione: la Dichiarazione redatta in occasione dell’ultimo Congresso regionale africano contro la pena di morte (9 e 10 aprile scorso) pone al centro la protezione del diritto alla vita, chiedendo agli organismi internazionali, “di continuare e di intensificare la cooperazione con gli Stati e la società civile”, nonché “di impegnarsi nella sensibilizzazione e nell’educazione presso il pubblico”, constatando altresì che “la lotta al terrorismo viene deviata per estendere la portata della pena di morte”.

La negazione dei diritti in Medio Oriente

La pena di morte, specie in Africa del Nord e in Medio Oriente, è l’apice della violazione dei diritti umani: “In casi di pena capitale – sottolinea il rapporto Amnesty -, le garanzie fondamentali sul giusto processo erano assenti e le corti si sono spesso basate su ‘confessioni’ estorte sotto tortura per infliggere condanne a morte”. Casi lampanti di negazione della dignità umana sono l’esecuzione di Yussuf Ali al-Mushaikhass, accusato di terrorismo per avere preso parte ad alcune proteste anti-governative nel 2011-’12 in Arabia Saudita; e le decine di condanne comminate per ‘reati religiosi’ (accuse di blasfemia e ‘corruzione sulla terra’) in Iran o ‘politici’ in Egitto.

“Almeno 264 condanne a morte eseguite – prosegue il documento -, erano state emesse per reati connessi alla droga”, il numero più alto a livello mondiale. Alla fine del 2017, 21.919 condannati a morte restavano in attesa di un’esecuzione. “La pena di morte non serve alle vittime e non ha effetto deterrente nei confronti dei crimini”, ha ribadito il segretario dell’Onu António Guterres lo scorso ottobre, intervenendo alla conferenza Transparency and the death penalty. Michele Valente, AffInt. 15

 

 

 

 

Dai Parlamentari del PD-Estero auguri per i 50 anni della Migrantes

 

La Migrantes, l’organismo pastorale della Commissione episcopale italiana, ha ricordato i suoi trent’anni di impegno verso i migranti che, uniti ai precedenti vent’anni di lavoro dell’UCEI (Ufficio centrale per l’emigrazione italiana), fanno mezzo secolo di lavoro assiduo e operoso sulla difficile frontiera della mobilità italiana e internazionale.

 

Nel corso dell’incontro di presentazione dell’opera che ricorda questo percorso - Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti - , in cinque volumi, sono state ricordate le quattro “passioni” che hanno sorretto e dato impulso all’attività della Fondazione: la conoscenza delle migrazioni ( «non solo leggere ma scrutare»); l’accoglienza, in nome della ricerca di una “santità ospitale”; l’accompagnamento del migrante nella realtà di accoglimento; la dignità dell’uomo come criterio basilare nelle condizioni di vita, nelle relazioni sociali e civili, nei rapporti di lavoro.

 

Nell’incontro si sono evidenziate consapevolezza e determinazione in ordine alla necessità di relazionarsi alle migrazioni come un dato strutturale della contemporaneità, ma anche preoccupazione sul modo in cui in Europa e in Italia si guarda a questo ineliminabile fenomeno. In particolare, è venuto l’autorevole invito a «non allentare la presa per il condizionamento di culture politiche che fanno del rifiuto del migrante la loro bandiera».

 

Desideriamo esprimere il nostro apprezzamento e la nostra gratitudine per quanto da tempo la rete della Migrantes ha fatto per i migranti e per le comunità italiane nel mondo, non solo in termini di formazione e servizio religioso ma anche di sostegno sociale e civile, e fare alla Fondazione gli auguri di un ancora lungo percorso. Nello stesso tempo, in virtù del patrimonio storico ed etico dell’emigrazione italiana, ci sentiamo aperti e pronti al dialogo sui valori e sulle azioni necessarie ad assicurare l’integrità, la dignità e la possibilità di miglioramento dei migranti, in un quadro di equilibrata governance dei processi migratori e di necessaria sicurezza. Soprattutto nel momento in cui la vita di centinaia di migliaia di persone sembra diventare merce di scambio di accordi di governo all’insegna dell’egoismo e della demagogia.

I Parlamentari del PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro (de.it.press)

 

 

 

 

Debito e migranti, pressing Ue sull'Italia

 

Mentre riprende il tavolo tra Movimento Cinque Stelle e Lega per la trattativa di governo, da Bruxelles arriva il monito su debito pubblico e immigrazione. A lanciare l'allarme sui conti pubblici è il vice presidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. "E' estremamente chiaro che l'approccio deve essere quello di ridurre il debito" afferma Dombrovskis rispondendo a 'Politico' sulle sfide che attendono il nuovo governo italiano.

"Come Commissione - spiega - non siamo coinvolti nelle discussioni politiche dei partiti relative alla formazione del governo. Tocca all'Italia decidere, il presidente Mattarella sta guidando il processo. Le consultazioni stanno andando avanti". "Non posso anticipare le raccomandazioni per uno specifico paese - prosegue Dombrovskis - ma ovviamente se si guarda alle precedenti raccomandazioni e alle sfide che l'Italia sta affrontando", ci si deve concentrare su "questioni fiscali, riduzione del debito pubblico. L'Italia ha il secondo debito pubblico" dopo la Grecia, aggiunge.

L'approccio della Commissione, che verrà esplicitato nelle raccomandazioni in arrivo ''più avanti nel corso del mese", secondo Dombrovskis "è lo stesso del presidente Mattarella che durante il processo di formazione dell'esecutivo ha evidenziato la necessità di mantenere gli impegni europei". Il governo italiano uscente, guidato da Paolo Gentiloni, sottolinea, "è stato molto attivo e ha offerto sostegno" all'agenda europea. "Non ci aspetteremmo cambi repentini", afferma Dombrovskis.

Sul fronte migranti, invece, è il commissario europeo alla migrazione Dimitris Avramopoulos a intervenire, auspicando che il nuovo governo non cambi linea sulla politica migratoria. Dichiarazioni che non sono passate inosservate. "Dall'Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti - commenta il segretario della Lega, Matteo Salvini -. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti". Adnkronos 15

 

 

 

 

Proposta di legge per lo studio nelle scuole dell’emigrazione italiana

 

Fin dall’avvio di questa nuova legislatura, abbiamo deciso di non lasciare un solo momento all’inerzia e alla paralisi determinata dall’irresponsabile atteggiamento delle forze che si contendono la guida del governo. 

 

Per questo, tra gli atti parlamentari da noi promossi in queste settimane, abbiamo presentato sia al Senato che alla Camera, anche a nome colleghi del PD eletti all’estero, un disegno di legge sulla promozione dello studio nelle scuole dell’emigrazione italiana e delle migrazioni contemporanee . 

 

Le migrazioni sono un aspetto essenziale della storia e della vita contemporanee. Insegnare le migrazioni, dunque, a partire dalla grande vicenda dell’emigrazione italiana, significa educare le nuove generazioni alla contemporaneità. 

 

La nostra proposta di legge dispone di inserire il tema delle migrazioni nel progetto nazionale volto all’innovazione educativa, in stretta connessione con l’interculturalità. Nell’esercizio dell’autonomia scolastica, gli istituti potranno inserire questo tema nella loro programmazione educativa e adottarlo non come una tradizionale materia, ma in forma multidisciplinare, con un taglio interculturale e con didattica laboratoriale. 

 

È istituito, inoltre, il premio nazionale “Migranti come noi” che premierà gli istituti che si sono distinti per qualità e originalità della ricerca. Sono favoriti i rapporti tra scuole italiane e scuole estere, prevedendo anche scambi che coinvolgano le famiglie degli alunni. 

 

Al di là dell’evidente valenza educativa del progetto, ci è sembrato giusto parlare delle migrazioni non in termini di allarme e di paura, ma in termini di consapevolezza e di formazione delle nuove generazioni, in un orizzonte aperto al futuro.  Sen. Laura Garavini e On. Angela Schirò.

 

 

La strada giusta

 

Nel 1963, avevamo iniziato un percorso sul fronte dell’informazione per i Connazionali all’estero. Potevamo stare dalla “parte” di quelli che erano in grado di darci “buona sorte”, oppure con gli “altri”. Abbiamo scelto gli “altri”. Con l’impegno di provare a essere di una qualche utilità nei confronti dei milioni d’Italiani lontani dalla Patria. In allora, l’Emigrazione era un fenomeno sociale non privo d’incognite. Non avevamo, però, un progetto predefinito. Ci premeva, tuttavia, cominciare.

 

 La nostra occasione è cominciata così. Pressoché come una sfida per mettere alla prova i nostri limiti e per offrire ciò che poteva essere d’utilità per gli italiani che vivevano altrove. Gli anni sono passati. In questo travagliato 2018, non siamo ancora certi d’essere pervenuti nell’intento. Intanto, però, ci siamo ancora; dopo cinquantacinque anni di partecipazione attiva.

 

Il nostro obiettivo d’ampliare, come servizio, il panorama dell’informazione per gli italiani d’oltre confine ha fornito esiti che non avremmo osato sperare. Ci siamo sentiti parte di un tutto che ha rafforzato le nostre motivazioni. Abbiamo fatto nostro l’impegno sul fronte della notizia. Nello spirito della reale collaborazione internazionale. Di là delle connessioni politiche che logorano.

 

Ciò che scriviamo, che è quello in cui crediamo, intendiamo renderlo condivisibile. Sarà nostro impegno continuare. Potevamo “venderci”. Le occasioni non sono mancate. Abbiamo preferito, invece, restare padroni delle nostre idee. Il tempo ci ha fatto capire che è stata una scelta corretta. Ogni altra “scelta” ci avrebbe condizionato. Anche perché le crisi politiche si superano; gli ideali mai. Invitiamo i Lettori a prenderne atto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riunito a Roma il Consiglio Direttivo del FAIM: si riparte dal voto all’estero

 

Una riflessione approfondita su come l’associazionismo può rispondere ai bisogni della popolazione oltre confine

 

ROMA – Si è riunito a Roma il Consiglio Direttivo del Forum delle Associazioni degli italiani nel mondo (FAIM). Alla riunione hanno partecipato i componenti delle diverse federazioni associative italiane e regionali e quelli giunti da Francia, Argentina, Svezia, Australia e Spagna. I lavori sono stati aperti dal presidente del CD, Rodolfo Ricci, che, partendo da una valutazione dei risultati del voto all’estero, ha evidenziato i cambiamenti strutturali che attraversano le collettività emigrate e la necessità di una riflessione approfondita su come l’associazionismo può al meglio rappresentarle e contribuire a rispondere a bisogni ed aspettative di una popolazione oltre confine che è passata dai circa 3,6 milioni del 2006 agli attuali 5,6 milioni (iscritti all’Aire), oltre ad un altro milione di persone che pur essendo all’estero non figura nelle statistiche ufficiali. L’elettorato attivo continua a diminuire e solo circa un quarto degli aventi diritto ha votato; ciò mostra che, al netto delle riconfermate inefficienze e difficoltà di gestione del voto per corrispondenza, oltre la metà dei potenziali elettori non si esprime, mentre, allo stesso tempo, la nuova e più recente emigrazione non è in condizione di votare in quanto solo in minima parte è ricompresa negli elenchi Aire.

L’adesione al FAIM di altre 16 associazioni che si aggiungono alle 85 già presenti in assemblea, è certo un segnale incoraggiante. Le associazioni costituiscono una ricchezza collettiva fondamentale che va tutelata e sostenuta nell’interesse di tutti. Il Consiglio Direttivo ha riaffermato la necessità di riconoscimento dell’Associazionismo degli italiani nel mondo e di un quadro di sostegno attivo alla propria insostituibile azione, obiettivo che dovrà essere assunto in questa legislatura e quella di un sostegno al rilancio qualificato del Cgie e dei Comites, cui il FAIM intende contribuire con l’apertura di confronti positivi sulle questioni prioritarie in un contesto di grande crescita della presenza italiana all’estero e di nuova emigrazione, il nuovo Parlamento e il nuovo governo sono chiamati a dare risposte concrete su tutte le materie inerenti. É a tal proposito particolarmente apprezzabile la riconfermata importanza delle leggi di iniziativa popolare – su cui il mondo dell’emigrazione può impegnarsi – condividendo il richiamo alla centralità del Parlamento e al ritorno a una corretta e coerente produzione legislativa come recentemente affermato dal presidente della Camera. Il FAIM è pronto a confrontarsi e a dare il suo contributo su tutte le più urgenti questioni: il coinvolgimento dell’associazionismo costituisce un indispensabile elemento di rafforzamento delle politiche attive e delle azioni rivolte ai connazionali, a partire dai bisogni di orientamento della nuova emigrazione fino alle opportunità di valorizzazione culturale, formativa ed economica, nella prospettiva del sistema paese.

La discussione si è quindi concentrata su una analisi del quadro sociale e politico e ha approvato le linee di sviluppo organizzativo e operativo proposte dal Comitato di Coordinamento (CD). É stato fatto osservare da molti intervenuti come il voto confermi l’apertura di una nuova fase che modifica assetti e coordinate di riferimento. Essa interroga tutti pur confermando buona parte delle analisi che hanno costituito elemento fondativo del FAIM, che oggi è impegnato a perseguire gli obiettivi affidatigli dal 1° Congresso in un quadro sociale in rapido cambiamento. In particolare, sono intervenuti nel dibattito: Max Civili, Gianni Garbati, Gianni Lattanzio, Massimo Angrisano, Pierpaolo Cicalò, Antonella Dolci, Giuseppe Abbati, Laura Albanese, Franco Dotolo, Roberto Volpini, Carlo Ciofi, Marcela Murgia, Luigi Papais, Giuseppe Mangolini, Guglielmo Zanetta, Goffredo Palmerini. Al termine della riunione il Consiglio Direttivo ha accolto le richieste di adesione di 16 nuove associazioni e approvato il bilancio consuntivo 2017 e preventivo 2018.

Ha preso la parola anche Rino Giuliani, portavoce del Comitato di Coordinamento, che ha evidenziato gli effetti causati dai cambiamenti sociali, ha illustrato il lavoro svolto in quest’ultimo anno e le prospettive di impegno futuro che ripropongono il FAIM come soggetto di ampia rappresentanza sociale autonoma che ha la responsabilità di assumere la domanda di tutele, di sicurezza e di welfare che emerge dagli italiani all’estero. “L’obiettivo da perseguire – ha evidenziato Giuliani – è di mettere a disposizione delle nostre comunità all’estero un forte soggetto associativo sempre più rappresentativo; di costruire, a tal fine, alleanze sociali trasparenti e forti su contenuti condivisi; di promuovere la crescita delle reti associative FAIM nelle regioni e all’estero”. 

Infine, il Consiglio direttivo del FAIM ha accolto le diverse disponibilità di partecipazione alle attività delle aree e dei gruppi di lavoro (Comunicazione, Nuova Emigrazione, Immigrazione e Internazionalizzazione) attivi nel Comitato di Coordinamento. Si è avviato un percorso di forte impegno organizzativo che sboccherà il prossimo anno nello svolgimento di una “Conferenza di organizzazione” che consentirà di fare un bilancio del lavoro svolto e che preparerà il 2° Congresso all’insegna di un ampio rinnovamento. (Inform)

 

 

 

Colle, governo neutro o voto a luglio

 

Dopo il no ribadito dai 5 Stelle e dalla Lega a un governo tecnico, prende forza l'ipotesi di tornare del voto subito, a luglio. Se dopo il terzo e ultimo giro di consultazioni la situazione non dovesse sbloccarsi, l'orientamento del Colle sarebbe quello di dare vita a un governo di tregua che, se non dovesse incassare la fiducia in Parlamento, avrebbe il compito proprio di traghettare il Paese a elezioni. In attesa delle decisioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, impegnato fino a stasera nelle consultazioni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, dopo un faccia a faccia a Montecitorio, avanzano anche una data: l'8 luglio.

L'ORIENTAMENTO DEL COLLE - Se anche durante gli incontri di oggi non emergeranno soluzioni per maggioranze parlamentari in grado di sostenere un governo, Mattarella darà vita a un esecutivo di tregua, che porterà il Paese a elezioni anche a luglio se non ottenesse la fiducia in Parlamento. Non potranno essere quindi né l’attuale governo guidato da Paolo Gentiloni, né un eventuale gabinetto guidato da un esponente di centrodestra ma bocciato dalle Camere a gestire la fase pre-elettorale.

Nel primo caso si tratterebbe infatti di un esecutivo figlio della precedente legislatura ed espressione di una maggioranza parlamentare non più esistente, tra l’altro guidato da una personalità che con tutta probabilità potrebbe essere il candidato premier del Pd e del centrosinistra. Un vantaggio che Mattarella, fedele al ruolo di arbitro imparziale assunto sin dal primo giorno del mandato, non vuole concedere a nessuna forza politica e schieramento, quindi neanche a un ipotetico esecutivo espresso dal centrodestra.

Se nei prossimi dieci giorni un eventuale governo proposto dal capo dello Stato dovesse essere bocciato in Parlamento, a quel punto potrebbe arrivare subito lo scioglimento delle Camere, con elezioni anche la prima quindicina di luglio. A meno che non ci sia un accordo tra i partiti per uno scioglimento posticipato di qualche settimana, per votare a fine settembre.

E' chiaro che l’auspicio di Mattarella è che un eventuale esecutivo di tregua riesca comunque ad andare avanti per qualche mese, per approvare la legge di Bilancio e neutralizzare le clausole di salvaguardia che prevedono per i prossimi anni un graduale aumento dell’Iva fino al 25 per cento. Obiettivo che secondo il leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, si potrebbe raggiungere anche con un decreto legge, possibilità che tuttavia richiede vari approfondimenti.

In ogni caso, qualunque sia l’orizzonte temporale, il presidente della Repubblica, certificata l’impossibilità di un accordo tra i partiti per dar vita a una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un governo, non esiterà, come si suol dire, a metterci la faccia: manderà in Parlamento comunque un esecutivo che gestisca almeno le elezioni, perché altri gabinetti non possono farlo.

SALVINI E DI MAIO PROPONGONO L'8 LUGLIO - Dopo un faccia a faccia a Montecitorio Matteo Salvini e Luigi Di Maio propongono la data dell'8 luglio per le elezioni in caso di impossibilità di un esecutivo politico. "Sto provando fino all'ultimo a dare un governo al Paese, ascoltando tutti: se ci riesco sono felice, altrimenti l'unica opzione è tornare al voto per chiedere fiducia direttamente agli italiani" dice Salvini, che aggiunge: "Penso che la data dell'8 luglio sia quella più vicina efficace, netta per dare un governo". Stessa linea per Di Maio: "Senza un governo politico possibile, data per votare è l'8 luglio" ribadisce il leader 5S: "Governi tecnici alla Monti non sono possibili".

LE CONSULTAZIONI - Intanto al Colle sono già saliti il Movimento 5 Stelle, il centrodestra e il Pd. Oggi pomeriggio tocca ai Leu, Autonomie Senato, Gruppi Misti di Senato e Camera. Poi ci saranno i colloqui con i presidenti della Camera Roberto Fico e del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Finite le consultazioni Mattarella potrebbe tracciare un bilancio e indicare come procedere nei prossimi giorni.

L'AUT AUT DI DI MAIO - Primo a salire al Colle questa mattina è stato il Movimento 5 Stelle. "Se non ci saranno le condizioni per un governo politico, per noi è giusto si torni al voto". E, in tal caso, "sarà ballottaggio" tra M5S e Lega, ha detto Luigi Di Maio. "Al di là delle valutazioni che farà il presidente della Repubblica - rimarca il leader pentastellato - mi sento di dire che non siamo disponibili a votare la fiducia a un governo tecnico". "Se terza Repubblica deve essere - ribadisce Di Maio - i politici e le forze politiche devono fare un passo indietro, i cittadini un passo avanti".

CENTRODESTRA PRONTO A GOVERNARE - Salvini, al termine delle consultazioni al Quirinale dei partiti di centrodestra, ha detto: "Abbiamo offerto al presidente della Repubblica, consci del fatto che il Paese non può aspettare e che i problemi da risolvere sono tanti, la disponibilità mia, a nome della coalizione che ha preso più voti dagli italiani, a dar vita a un governo che cominci a risolvere tutti i problemi del Paese: dal lavoro alle tasse, dalle pensioni all'immigrazione". "Confidiamo - ha aggiunto il leader della Lega - che il presidente della Repubblica ci dia modo di trovare una maggioranza".

PRESSING PD PER SUPERARE LO STALLO- Maurizio Martina, uscendo dalle consultazioni, ha sottolineato: "A questo punto è urgente dare una soluzione alla crisi" e "superare lo stallo". "Basta prendere tempo - ha scandito - basta traccheggiare, basta esasperare alcune logiche di parte che abbiamo sentito ancora in queste ore, basta con il gioco dell'oca". "Abbiamo confermato al presidente della Repubblica piena fiducia, noi sosterremo l'iniziativa del presidente della Repubblica fino in fondo con lo spirito che abbiamo cercato di indicare anche in queste ore: prima di tutto il Paese", ha sottolineato. Adnkronos 7

 

 

 

 

 

Parlamentari PD-Estero: grazie al sottosegretario Amendola per le politiche migratorie

 

Nel giro di poche ore l’on. Vincenzo Amendola, Sottosegretario agli affari esteri nel gabinetto Gentiloni, con delega per gli italiani nel mondo, cesserà dalle sue funzioni di governo. Desideriamo ringraziarlo non in modo convenzionale per il garbo, la disponibilità personale e politica e la correttezza istituzionale con cui ha svolto il suo mandato. Con non minore convinzione, vogliamo dargli atto del modo come si è confrontato con i problemi e del metodo di lavoro adottato, che hanno privilegiato sempre il merito e la conoscenza dei temi in discussione, senza alcuna indulgenza per note retoriche tanto frequenti nel nostro mondo. Il fatto di essere figlio di emigranti e lui stesso in giovane età italiano all’estero, non è stato mai inteso come un salvacondotto dialettico, ma – semmai – come un richiamo etico e un dovere di responsabilità verso un mondo che conosceva dall’interno.

 

Nella fase di gestione della sua delega è avvenuta, per un fecondo intreccio tra iniziativa parlamentare e azione di governo, la svolta più profonda nelle politiche per gli italiani all’estero, penalizzate in precedenza da restrizioni di spesa e tagli lineari. Ci riferiamo, per stare ai fatti, ai 150 milioni per la promozione di lingua e cultura nel mondo, al consolidamento della spesa storica di 12 milioni per gli enti gestori, ai quattro milioni aggiuntivi per i servizi consolari ai connazionali, al blocco della chiusura delle sedi, anzi all’avvio delle riaperture, come l’Ambasciata a Santo Domingo e quella prossima dell’ufficio consolare di Manchester, alla riorganizzazione delle normative per la scuola italiana all’estero (Decreto 64), al ritorno alle iniziali dotazioni di bilancio per i COMITES e per il CGIE, all’aumento del 50% del sostegno alla stampa periodica e ad altro ancora.

 

Partendo da queste concrete premesse e approfittando del miglioramento complessivo dei conti pubblici che l’opera dei governi a guida PD ha consentito, si potrebbero, anzi si dovrebbero fare ancora tante cose, migliorando le posizioni raggiunte e aprendo linee innovative, soprattutto nei campi delle nuove mobilità, dei ricercatori italiani nel mondo, della promozione integrata del Sistema Paese all’estero. Ma le preoccupazioni di chi ha vinto le elezioni sembrano evidentemente diverse, quelle di contendersi il potere istituzionale entro un complesso gioco di inclusioni e di esclusioni, motivate da ragioni politiciste e fondamentalmente strumentali. Motivazioni che non si fermano nemmeno di fronte al rischio di traumatizzare il Paese con nuove e balneari elezioni, probabilmente non risolutive e quindi inutili.

 

Intanto l’Italia e ferma e le potenzialità degli italiani all’estero restano congelate, rinviate a data da destinarsi. L’azione politica riformatrice e responsabile dei governi Letta, Renzi e Gentiloni, che si sono susseguiti nella scorsa legislatura, e il metodo politico di uomini come Vincenzo Amendola servano non solo come elemento di comparazione ma anche come stimolo a recuperare, almeno in parte, il senso dello Stato e il dovere delle responsabilità in un momento veramente difficile per la vita del Paese.

Gli eletti all’estero del PD: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

 

Riflessione

 

L’Italia, pur con tutti i suoi problemi, non solo politici, è ancora meta di flussi migratori da tutto il mondo. Lo scorso anno, sono arrivati sulle nostre coste migliaia di esseri umani. Tutti con le più disparate necessità; da sommare con quelle dei residenti che continuano a dibattersi in una crisi socio/economica che li tormenta da anni.

Lo spirito d’accoglienza, nonostante tante polemiche, non è venuto mai meno. Spesso, a discapito delle oggettive esigenze dei residenti autoctoni. Con la politica, non si arrestano i flussi migratori, né lo spirito d’accoglienza. Le necessità, una volta individuate, hanno da essere graduate. Non ci può essere chi è “prima”, e altri che vengono “dopo”. Nessuno dovrebbe “sfruttare” o essere “sfruttato.” Se i problemi ci sono, anche gli aiuti hanno da seguire un criterio razionale L’ accogliuenza non può essere disordine.  Perché se migliorare la realtà, è difficile, peggiorarla appare, già da ora, molto più semplice. L’Italia è parte dell’UE; anche in questo frangente.

 I criteri valutativi non dovrebbero avere priorità codificate. La realtà profughi è da affrontare con buon senso. Anche per non peggiorare, ulteriormente, una situazione che già ci ha mostrato tutta la sua difficoltà.

Se l’impatto con i numeri ci preoccupa ancora, ci sconforta assai di più il contraddittorio che tale realtà ha scatenato nella Penisola. Da noi non dovrebbero esistere percorsi di favore, né commercio delle altrui disgrazie. Per evitare amare sorprese, che tali non dovrebbero essere perché prevedibili, non condividiamo il pensiero di chi confonde le urgenze di un’umanità sofferente con quelle del Popolo italiano le cui origini, purtroppo, hanno natali assai lontani e di matrice ancora politica. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

“Rivalutati gli assegni al nucleo familiare anche per i residenti all’estero”

 

Roma – “L’Inps ha ricalcolato gli importi degli assegni per il nucleo familiare (ANF), cioè quegli importi che vengono erogati anche all’estero a pensionati italiani con familiari a carico. Contestualmente sono aumentati anche i limiti di reddito da far valere per avere diritto all’assegno. Lo ha annunciato l’Inps in una sua recente circolare (n.68 dell’11 maggio 2018)”.

“L’aumento dell’assegno sarà dell’1,1%. L’assegno al nucleo familiare (ANF) rappresenta un mezzo di sostegno per le famiglie dei lavoratori e dei pensionati da lavoro dipendente, i cui nuclei familiari siano composti da più persone e che percepiscano redditi inferiori ad un limite stabilito per legge. In base ai Regolamenti comunitari di sicurezza sociale e ad alcune convenzioni bilaterali, gli assegni per il nucleo familiare vengono concessi anche ai pensionati in convenzione, titolari di una pensione (pro-rata) italiana”.

“Al seguente link, www.inps.it/search122/Circolari.aspx, si può accedere alla circolare Inps e alle relative tabelle contenenti i nuovi livelli reddituali nonché i corrispondenti importi mensili degli assegni da applicare dal 1° luglio 2018 al 30 giugno 2019, alle diverse tipologie di nuclei familiari”.

È quanto spiegano in una nota la Senatrice PD Laura Garavini e i Deputati PD Massimo Ungaro e Angela Schirò. De.it.press 15

 

 

 

 

I requisiti per l’invio del personale nelle scuole italiane all’estero

 

ROMA - Per definire i requisiti per l’invio del personale nelle scuole italiane all’estero – alla luce del nuovo Contratto collettivo nazionale e della intesa del 20 aprile del Miur – è “indispensabile” proseguire il confronto con il Ministero dell’Istruzione “per il superamento del decreto legislativo 64/2017” e il “ripristino della supremazia del contratto in materia di mobilità del personale”.

È quanto sostengono i sindacati di categoria - FLC CGIL, CISL FSUR e UIL Scuola Rua – che oggi hanno chiesto un incontro “urgente” al Capo di Gabinetto del MIUR “per porre al confronto le proprie valutazioni in relazione all’emanazione delle disposizioni previste dal CCNL in materia di mobilità professionale per l’invio del personale scolastico all’estero”. Secondo la FLC CGIL “la trasparenza, l’oggettività, la certezza e la tempestività nei procedimenti di assegnazione del personale deve essere ripristinata al più presto per evitare l’aggravamento delle problematiche che hanno già pesantemente condizionato lo svolgimento dell’anno scolastico 2017/18. I ritardi nelle nomine, l’abolizione delle supplenze, il ricorso alle ore eccedenti obbligatorie e ai contratti locali hanno infatti prodotto gravi conseguenze sullo svolgimento delle lezioni nelle scuole statali all’estero e nei corsi di lingua italiana. Si tratta dei problemi causati dalla legge 107/2015 (la cosiddetta “buona scuola”) che avevamo già denunciato sia durante l’iter parlamentare della legge che in occasione della sua attuazione attraverso il decreto legislativo delegato”. (aise 7) 

 

 

 

 

Industria 4.0? E’ il presente e già ci sta cambiando 

 

Un approccio innovativo alla rivoluzione digitale in “Digital Transformation in Smart Manufacturing”, affascinante saggio curato da Fabio De Felice, Raffaele Cioffi e Antonella Petrillo

 

Industria 4.0? Non basta parlarne. Occorre metterla in pratica e farlo prima di essere superati dall’evoluzione tecnologica. Chi si ferma è perduto, anche perché parliamo di presente, non di futuro. L’obiettivo principale di “Digital Transformation in Smart Manufacturing”, opera di Fabio De Felice, Raffaele Cioffi ed Antonella Petrillo, è proprio quello di uscire dai facili slogan e dimostrare, approfondendo politiche, dinamiche, strategie ed esperienze concrete, come la diffusione capillare dell’automazione e della digitalizzazione in ambito industriale stia cambiando il mondo, quello della vita di tutti giorni dei comuni cittadini.

“Industria 4.0”, in particolare declinato come “Smart Manufacturing”, è l’integrazione di tecnologie avanzate  (big data, cloud, robot, stampa 3D, simulazione, ecc.) che, combinando sfera fisica, digitale e biologica, generano conseguenze in tutte le discipline ed in tutti i settori economici e produttivi. Il valore aggiunto è la connessione, una rete intelligente che trasmette dati digitali ad alta velocità. In definitiva, si sta assistendo alla nascita di un “nuovo” paradigma industriale che cambia il modo di concepire il lavoro e l’uomo.

 

Il testo, partendo da una panoramica sulle pratiche, sfide e opportunità poste dalla quarta rivoluzione industriale a livello nazionale ed internazionale e dalle politiche europee in ambito 4.0, si sofferma sulle applicazioni sul campo del nuovo modello produttivo e sociale.

Dall’analisi di come la produzione si trasforma  verso l’orizzonte fino a ieri mai esplorato della personalizzazione di massa, in un campo specifico come l’agroalimentare, alla descrizione dell’impatto di integrazione digitale e connessione sulle le tempistiche di gestione e pianificazione nei sistemi di produzione, che assumono una rilevanza centrale.

 

Vengono approfonditi i risultati di uno studio sull’applicazione dello Strategic Technology Management in un settore manifatturiero ad alta tecnologia, estendendoli allo Smart Manufacturing. Si evidenziano casi pratici, come le prospettive aperte dalla digitalizzazione in un settore tradizionale per eccellenza, quale l’industria orafa.

 

Ma 4.0, come bene illustrano De Felice, Cioffi e Petrillo, è un salto epocale, perché rivoluziona anche sul piano organizzativo i modelli sociali della produzione. Intrecciando i destini di partner in passato spesso occasionali, come l’impresa e la ricerca istituzionalizzata. Lo stesso piano nazionale Impresa 4.0 si muove in questa scia, con la centralità affidata a organismi di elezione per l’incontro tra le due dimensioni, quali i Competence Center e i Digital Innovation Hub.

 

La carrellata affascinante condotta da tre autori non si esaurisce nell’intento divulgativo. “Digital Transformation in Smart Manufacturing” vuole essere in primo luogo un testo di formazione. Un manuale illuminato che guida l’imprenditore e il cittadino alla scoperta della nuova frontiera della società digitale. De.it.press

 

 

 

Crisi politica e Mass media

Osservando come i giornali e le TV hanno seguito e rappresentato la crisi politica in questi mesi, e come continuano a farlo, ho subito pensato a questa riflessione di Martin Heidegger:

"Ancora più devastante dell'onda di calore della bomba atomica è lo spirito sotto forma di giornalismo mondiale.
Il giornalismo ormai assoluto seda l'angoscia di fronte al pensare,
attuando così la più radicale estirpazione del pensiero".

Queste trasmissioni infatti e quasi tutti i giornali rendono ogni questione talmente falsa e banale da impedire perfino il ricordo di un possibile approfondimento.
Dobbiamo reagire, dobbiamo intervenire sulla RAI almeno, dobbiamo ripensare il senso del Servizio Pubblico, e immaginare nuovi programmi, in cui l'attualità non venga deturpata dalla chiacchiera e dalla violenza della più assoluta superficialità.

Marco Guzzi

 

 

 

 

Italien. „Chaotischer kann es eigentlich nicht werden“

 

Europa fürchtet sich vor dem neuen Regierungsbündnis in Italien. Aber ist die Koalition aus Fünf-Sterne-Bewegung und Lega wirklich so schlimm?

 

Giuseppe Romano sollte an diesem Tag schlechte Laune haben. Als Chef der italienische Gewerkschaft CGIL in der süditalienischen Industrie-Stadt Taranto vertritt er die Interessen der mehr als 10.000 Arbeiter des Stahlwerks Ilva. Die Partei Cinque Stelle möchte dieses Werk schließen. Und an diesem Tag zeichnet sich ab, dass die Cinque Stelle als stärkste Partei nach den Wahlen am 4. März wohl auch in Rom die Regierung anführen werden. Doch Romano sagt: „Warten wir doch mal ab, chaotischer kann es eigentlich nicht werden.“

Chaotischer kann es nicht werden. Das können sie in Taranto wirklich behaupten. Seit mehr als einem Jahrzehnt befindet sich das örtliche Stahlwerk, Europas größtes, in der Krise. Erst flog ein gigantischer Umweltskandal auf, den eine sehr süditalienische Auslegung gängiger Compliance-Gepflogenheiten erst ermöglicht hatte. Dann traf die weltweite Stahlkrise das Werk, mittlerweile gibt es einen harten Restrukturierungsplan. Da Taranto aber der nahezu einzige industrielle Kern im Italien südlich von Rom ist, hat jeder Arbeitsplatzabbau dort nationale Bedeutung. Und so begleitet ein zähes Ringen jeden Schritt.

Beide Parteien der möglichen künftigen Regierungskoalition in Italien stehen dem Euro kritisch gegenüber. EU-Parlamentspräsident Tajani warnte vor einem Euro-Austritt.

Soll man Umweltauflagen lockern oder schärfen? Darf der Staat das Werk finanziell unterstützen oder nicht? Bei fast allen diesen Fragen gibt es zwischen der Bundesregierung in Rom, der Regionalregierung in Bari und der Provinzregierung in Taranto unterschiedliche Positionen. „Und das, obwohl all diese Ämter bisher von einer Partei besetzt wurden“, sagt Romano. „Dem Partito Democratico. Bevor wir jetzt also Angst vor den Cinque Stelle haben, warten wir doch erstmal ab.“

Chaotischer kann es nicht werden – die Aussage ist so ziemlich das Gegenteil des internationalen Echos auf die sich abzeichnende neue italienische Regierung. Nach acht Woche Sondierung zeichnet sich tatsächlich eine Koalition der beiden Wahlsieger ab – der sich nicht klassischen politischen Positionen zuordenbaren Cinque Stelle, und der rechtsradikalen Lega. Europa und die so genannten Märkte zittern vor dieser Regierung. Tatsächlich hält vor allem die Lega eine ganze Reihe schwer akzeptabler Zumutungen in ihrem Programm parat: Sie hetzt offen gegen Ausländer, lehnt die Europäische Union grundsätzlich ab und säht Zweifel an der Demokratie. Das ist die eine Seite.

Die deutsch-italienische Politikwissenschaftlerin Federica Woelk fragt sich, wie es in Italien weitergehen wird – und plädiert für eine Stärkung der deutsch-italienischen Beziehungen.

Auf der anderen Seite stehen: Als in den vergangenen Jahren etablierte Parteien die Regierung stellten, hat das Europäer wie Finanzmärkte ebenfalls nicht zufrieden gestellt. Zudem ermöglicht das neue Bündnis, dass der vorbestrafte und unter dem Verdacht von Mafia-Kontakten stehende Silvio Berlusconi keine Rolle mehr spielt. Und in Sachen Korruption sind vor allem die Cinque Stelle im Vergleich zu den vom Brüsseler und Berliner Behörden-Europa so geschätzten „etablierten“ Parteien Partito Democratico und Forza Italia unvorbelastet. Wie riskant ist die Regierung also wirklich? Ihre wirtschaftlichen Kernprojekte jedenfalls sind eine bunte Mischung aus Vorschlägen, die keiner klassischen Denkschule zuzuordnen sind.

Bedingungsloses Grundeinkommen

Schon am Tag nach den Wahlen war klar, wie Ernst die Italiener die Wahlversprechen der Cinque Stelle nehmen. Das ist nun neun Wochen her und der Effekt hat kein Stück nachgelassen. Immer wieder bilden sich vor allem im Süden Italiens, wie eben Taranto, lange Schlangen vor den örtlichen Behördenzentren. Die Menschen, die sich dort anstellen, fordern den Wahlkampfschlager der Partei von Spitzenkandidat Luigi di Maio ein: die Auszahlung eines bedingungslosen Grundeinkommens. Nichts hat die Italiener jenseits der Flüchtlingsfrage im vergangenen Wahlkampf mehr elektrisiert.

Sven Prange, WirtschaftsWoche  EA 18

 

 

 

 

Studie. Kultur wichtiger Vermittler in Einwanderungsgesellschaft

 

Interkulturelle Kunst-, Film-, Theater und Literaturprojekte setzen in Einwanderungsgesellschaften wichtige Impulse. Das Potenzial ist groß, wird in Deutschland jedoch nicht ausgeschöpft. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie.

 

Kunst und Kultur leisten einer Studie zufolge einen wichtigen Beitrag für die Einwanderungsgesellschaft, doch wird deren Potenzial in Deutschland noch nicht voll ausgeschöpft. Interkulturelle Kunst-, Film-, Theater und Literaturprojekte setzten oft wesentliche Impulse zur gegenseitigen Verständigung, hieß es in der am Donnerstag veröffentlichten Studie der Deutschen Unesco-Kommission in Bonn und der Bertelsmann Stiftung in Gütersloh. Doch seien sie häufig nur zeitlich befristet finanziert. Zudem spiegelten Museen, Theater und Literaturhäuser in Ausrichtung und Personal die kulturelle Vielfalt Deutschlands noch zu wenig wider.

Die Bundesrepublik sei das Land mit den drittmeisten Einwanderern weltweit, die aus 200 Nationen stammen, hieß es weiter. In der Studie „Kunst in der Einwanderungsgesellschaft“ stellen die Wissenschaftlerin Burcu Dogramaci von der Münchner Ludwig-Maximilians-Universität und die Journalistin Barbara Haack zwölf bundesweite interkulturelle Kulturprojekte vor.

Darunter sind die Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, die mit Schülern in einem Stadtteil mit hohem Migrantenanteil eine Oper umgesetzt hat, das europäisch-arabische Tanznetzwerk „Heroes“, der Internet-Blog „Migrantenstadl“ oder die 15-köpfige Musikgruppe „Banda Internationale“ aus Dresden, die sich gegen Rassismus einsetzt. Auch das Konzept des Jüdischen Museums in Berlin, ein Modellprojekt in Sachsen-Anhalt, das Flüchtlingskinder in Bibliotheken einlädt, und das zuletzt 2016 begangene Kölner Kulturfestival „Birlikte“ in Erinnerung an die Opfer der NSU-Terroranschläge werden beleuchtet.

Auch wenn die vorgestellten Projekte allein keine Lösung für Intoleranz und Fremdenfeindlichkeit bieten könnten, hätten sie doch Beispielcharakter, erklärten die Forscher. Sie setzten auf Begegnung und Verständigung von Menschen verschiedener Herkunft mit dem Ziel, langfristig ein Bewusstsein für Deutschland als Einwanderungsland zu schaffen. Auch der etablierte Kulturbetrieb und sein Publikum müssten sich weiter öffnen, forderte der Sozialwissenschaftler Kai Unzicker von der Bertelsmann Stiftung. Er sprach sich etwa dafür aus, Ensembles vielfältiger zu besetzen.

Die Leiterin des Fachbereichs Kultur der Deutschen Unesco-Kommission, Christine M. Merkel, mahnte bessere finanzielle Rahmenbedingungen an. Öffentlich geförderte Kultureinrichtungen brauchten zur Planungssicherheit langfristig angelegte Förderstrukturen. Merkel forderte, vorhandene interkulturelle Kulturangebot in den Kommunen auszubauen und Künstler mit Migrationshintergrund systematisch zu fördern. „Es geht nicht nur um Kunst für Migranten, sondern auch um Kunst von und mit Migranten“, betonte die Unesco-Fachfrau. (epd/mig 18)

 

 

 

Tajani warnt Italiener vor Euro-Austritt

 

Der Auftakt der diesjährigen “State of the Union” Konferenz in Florenz wurde am vergangenen Freitag von der Nachricht begleitet, dass sich in Italien eine Koalitionsregierung aus zwei euroskeptischen Parteien bilden könnte, die beide aus der Gemeinschaftswährung austreten wollen. Auf der Konferenz warnte der Präsident des Europaparlaments Antonio Tajani seine Landsleute dringend vor einem Euro-Austritt.

Tajani, ein Politiker aus Silvio Berlusconis Partei Forza Italia, galt bis kürzlich als Kandidat für den Ministerpräsidenten-Posten Italiens. Eine Ernennung des Europa-erfahrenen Tajani hätte den Rest der EU-Führungen beruhigt.

Die neuesten Entwicklungen in den Verhandlungen vergangene Woche machten das Szenario eines Italiens unter Ministerpräsident Tajani aber sehr unwahrscheinlich. Im Wahlkampf hatte die rechtsextreme Lega Nord zunächst mit der Forza Italia zusammengearbeitet. Nachdem sich Berlusconis Forza allerdings aus den Koalitionsverhandlungen zurückzog, wurde der Weg frei für die Anti-Establishment-Partei der Fünf-Sterne-Bewegung und einer möglichen Regierungszusammenarbeit mit der Lega.

Berlusconi verzichtet auf einen PLatz in Italiens neuer Regierung und macht damit einer möglichen Koalition aus Fünf-Sterne-Bewegung und Lega PLatz. Die internationalen Märkte sind verunsichert über ein rechtes, populistisches Bündnis.

Die Mehrheit der Italiener befürwortet die EU, aber ist weniger positiv gegenüber der gemeinsamen Währung eingestellt. Die Euro-Einführung hat in Italien zu Preiserhöhungen geführt und wird als Hauptgrund für die Wirtschaftskrise angesehen.

Ein Referendum zum Verlassen der Eurozone war eine der wichtigsten politischen Ideen von Beppe Grillo, dem ehemaligen Komiker, der die 5-Sterne-Bewegung inzwischen zur größten politischen Kraft Italiens aufgebaut hat.

Auch der Führer der Lega, Matteo Salvini, sagte, der Euro sei „ein Fehler“ für die italienische Wirtschaft. Salvini befürwortet eine Neuverhandlung der europäischen Verträge und hat mehrfach unterstrichen, die gemeinsame Währung sei zum Scheitern verurteilt.

Die Lega will den Euro daher so bald wie möglich verlassen. Luigi di Maio, der neue 5-Sterne-Chef, erklärte allerdings bereits, die Organisation eines solchen Referendums würde viel Zeit in Anspruch nehmen – und die Bekämpfung der Armut in Italien sei dringender.

EU-Parlamentspräsident Tajani warnt vor Euro-Austritt

In seiner 31-minütigen Rede warnte Tajani zwei Mal vor einem Euro-Austritt. Ein Ausscheiden aus der gemeinsamen Währung ergebe ebenso wenig Sinn wie ein Austritt aus der Union, betonte er.

Der EU-Parlamentspräsident fügte hinzu, es sei „unverantwortlich“, überhaupt über ein Referendum zum Verlassen der Eurozone nachzudenken. Ein Ausscheiden Italiens würde Auswirkungen auf die gesamte EU und ihre 500 Millionen Einwohner haben, warnte er weiter.

Der Parteichef der italienischen Rechtsaußenpartei Lega, Matteo Salvini, hat sich gegen einen unkontrollierten Austritt seines Landes aus dem Euro ausgesprochen.

Tajani verglich einen Ausstieg aus dem Euro auch mit der Argentinien-Krise Anfang der 2000er Jahre, als das Land mit seinen Auslandsschulden in Verzug geriet.

Gerade die Griechenland-Krise hatte deutlich gemacht, dass die EU-Verträge kein Verfahren zum Ausstieg aus dem Euro vorsehen. Rechtlich gesehen gilt aktuell: Wenn ein Land der Eurozone den Euro verlässt, verlässt es auch die EU.

Auch Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker sprach auf der Veranstaltung, ging in seiner Rede jedoch nicht auf die italienische Innenpolitik ein.

Georgi Gotev, EA 14

 

 

 

 Michelangelo Pistoletto in Berlin – eine Veranstaltungswoche mit dem Künstler (1.-4. Juni 2018)   

 

Die erste Berliner Ausstellung von Michelangelo Pistoletto fand 1978 im Rahmen seines einjährigen Aufenthalts als Gast des DAAD statt. Nach 30 Jahren kehrt der Künstler jetzt mit einer Präsentation ausgewählter Werke im Italienischen Kulturinstitut Berlin und der Italienischen Botschaft erneut in die Stadt zurück. Die Italienische Botschaft zeigt in ihrem Hof eine neue Version der Arbeit Terzo Paradiso als ortsspezifische Installation, die den ganzen Sommer öffentlich zu besichtigen sein wird. Das Italienische Kulturinstitut Berlin präsentiert eine Ausstellung, die zentrale Werke des Künstlers aus über fünf Jahrzehnten vereint. In Berlin zu sehen sein werden u.a. einige Quadri specchianti (Spiegelbilder), die in den 60er Jahren Pistoletto erste internationale Anerkennung verschafften, ebenso wie die Oggetti in meno (Minus-Objekte) und die berühmte Venere degli stracci (Lumpen-Venus). 

 Unter dem Titel DediKa widmet das Italienische Kulturinstitut Berlin jedes Jahr einer Persönlichkeit des kulturellen Lebens Italiens eine eigene Veranstaltungsreihe. In diesem Jahr ehrt man den italienischen Künstler Michelangelo Pistoletto mit einer ganzen Veranstaltungswoche. Im Rahmen der Hommage lädt das Italienische Kulturinstitut Berlin ein - nicht nur zu einer Ausstellung, sondern auch zu einem Künstlergespräch mit dem Professor für Philosophie Georg Bertram (Freie Universität Berlin), einem Künstlergespräch in der Akademie der Künste und einer Matinee zur Präsentation eines Dokumentarfilmes von Daniele Segre über Pistoletto und sein Schaffen im neuen Berliner Klick Kino.  Michelangelo Pistoletto - Wie kaum ein anderer Künstler seiner Generation steht er für den Künstlertypus des Kulturrevolutionärs und propagiert mit seinen ästhetischen Strategien, Werken und theoretischen Schriften seit über fünf Jahrzehnten den sozialen und ökologischen Wandel. 

Michelangelo Pistoletto und Cittadellarte. Spiegelungen und Widerspiegelungen (2. Juni - 29. September 2018) – Die Ausstellung im Italienischen Kulturinstitut verbindet Hauptwerke aus verschiedenen Schaffensperioden des Künstlers: von der Arte Povera in den 60er Jahren und als Wegbereiter der Konzeptkunst bis zur Gründung der Kultur- und Denkfabrik Cittadellarte 1998 und der Ausrufung und weltweiten Verbreitung seines Terzo Paradiso (Drittes Paradies). Eine neue ortsspezifische Version des Terzo Paradiso setzt die Ausstellung bis in den Gartenhof der Italienischen Botschaft Berlin fort, wo diese den ganzen Sommer öffentlich zu sehen sein wird. Eine Veranstaltungsreihe mit Künstlergesprächen und Diskussionen, mit der Berliner Erstaufführung des Dokumentarfilms Michelangelo Pistoletto des italienischen Filmemachers Daniele Segre ergänzen die Ausstellung. 

     

 Michelangelo Pistoletto (geb. 1933 in Biella, Italien) feiert 2018 seinen 85. Geburtstag. Er gilt als einer der Wegbereiter und treibende Kraft der Arte Povera. Seine Arbeiten der letzten fünf Jahrzehnte reflektieren in besonderer Weise die Veränderungen in Gesellschaft, Politik und Kunst. Im Mittelpunkt seines Werkes und seiner theoretischen und philosophischen Auseinandersetzungen steht sein Anliegen, Kunst, Gesellschaft und Alltag zu verbinden. Die Partizipation des Publikums ist immer schon ein zentraler Punkt seines Schaffens gewesen.    

 Allein zur Documenta wurde Michelangelo Pistoletto von den verschiedenen Ausstellungsmachern Arnold Bode, Jan Hoet, Okwui Enwezor und Catherine David vier Mal eingeladen (1968, 1992, 1997 und 2002). Auf der Biennale von Venedig zeichnete man den Künstler 2003 mit dem Goldenen Löwen für sein Lebenswerk aus. 2004 erhielt er von der Universität Turin die Ehrendoktorwürde.In den 90er Jahren gründete Michelangelo Pistoletto in seiner Heimatstadt Biella die Cittadellarte, der eine private Kunstuniversität (University of Ideas) angegliedert ist. Ähnlich einer Künstlerkolonie arbeiten hier Künstler und Wissenschaftler zusammen, um mit neuen Design-, Kunst- und Lebensformen zu experimentieren. 

Pistolettos Werk wurde u.a. gezeigt im Palazzo Grassi (Venedig), den Hamburger Deichtorhallen, dem Münchner Lenbachhaus, dem P.S.1 (New York) und zahlreichen anderen Museen weltweit. 2013 richtete der Louvre in Paris Michelangelo Pistoletto eine Einzelausstellung aus und präsentierte zum ersten Mal Terzo Paradiso als Installation auf der Louvre Pyramide. De.it.press

 

 

 

 

Dublin-Reform. Brüssel mahnt Regierungen zu Einigung in Asylfrage

 

Brüssel hat die EU-Regierungen gemahnt, die sich auf eine Regelung zur Verteilung der Flüchtlinge innerhalb der Europäischen Union zu einigen. Bisher verlaufen die Verhandlungen „schwierig“.

 

EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos hat die europäischen Regierungen gemahnt, sich bei der Reform der Dublin-Verordnung zur Verteilung von Flüchtlingen zu einigen. „Es ist für den Rat und damit für die Mitgliedstaaten Zeit, sich zu beeilen“, sagte der Kommissar am Dienstag in Brüssel. Die Staats- und Regierungschefs selbst hätten im vergangenen Oktober eine Einigung bis Juni gefordert, erinnerte Avramopoulos: „Die Uhr tickt jetzt.“

Die Kommission hatte die Reform der Dublin-Verordnung 2016 zusammen mit weiteren Vorschlägen für ein neues Asylsystem vorgelegt. Die Verordnung regelt, welches Land jeweils für Asylbewerber zuständig ist. Bislang sind dies vor allem die Ersteinreiseländer wie Griechenland und Italien. Brüssel will mit der Reform die Lasten gleichmäßiger verteilen, insbesondere bei großen Flüchtlingszahlen. „Alle Mitgliedstaaten sollten mitmachen, den Druck auf die meistbetroffenen Mitgliedstaaten zu verringern, um den Zusammenbruch des Asyl- und Migrationssystems zu verhindern“, sagte Avramopoulos am Dienstag.

Bisher haben sich die EU-Staaten im Ministerrat noch nicht geeinigt. „Die Verhandlungen laufen, aber sind bekanntermaßen schwierig“, hieß es am Dienstag aus EU-Kreisen. Darüber hinaus müssen die Mitgliedstaaten nach ihrer internen Einigung das endgültige Gesetz mit dem Europaparlament verhandeln. Dieses hat seine Position schon im vergangenen Jahr festgelegt. (epd/mig 16)

 

 

 

#sozialdigital. Wie wir die digitale Revolution sozial gestalten können.

 

„Die Digitalisierung stellt einen Wandel dar, der unsere Art zu leben umfassend und tiefgreifend verändern wird.“ Von Thorsten Schäfer-Gümbel | 14.05.2018

 

Das Thema Digitalisierung wurde von der gesamten Politik in der Vergangenheit unterschätzt. Denn die technologische Entwicklung schreitet in Riesenschritten voran. Wir müssen raus aus dem Beobachterstatus und in den Modus des Gestaltens kommen. Und es ist die Sozialdemokratie, die auf diese technologische Revolution Antworten zum Wohle aller formulieren muss. Seit 155 Jahren hat die Sozialdemokratie Erfahrung damit, Strukturwandel zu organisieren und wir wissen, dass Bildung der Schlüssel ist, um Menschen die Angst vor Veränderung zu nehmen.

Die Digitalisierung stellt einen Wandel dar, der unsere Art zu leben, zu kommunizieren und insbesondere unsere Arbeitsgesellschaft umfassend und tiefgreifend verändern wird. Die globale Vernetzung von Menschen und Dingen verändert auch die Zeitfenster und die Räume für politisches Handeln und Entscheiden grundsätzlich. Umso wichtiger ist es, dass wir zentrale Fragen beantworten.

Wie soll der Staat der Zukunft eigentlich mit den Daten seiner Bürgerinnen und Bürger umgehen? Wie können wir Plattformunternehmen regulieren, deren Geschäftsmodell genau diese Daten sind? Plattformunternehmen sind eine Gefahr für klassische Industrienationen wie Deutschland. Durch die Trennung von Produkt und Service dringen sie in traditionelle Wertschöpfungsketten vor. Deshalb brauchen sie neue Antworten des Staates, neue Strategien klassischer Unternehmen und Regulierung für den Arbeitnehmerschutz. Hergebrachte ökonomische Schemata wie das Erzielen eines nachweislichen Gewinns greifen nicht. Gelingt die schnelle überfallartige Marktübernahme – finanziert durch Risikokapital –, nehmen Plattformen gar nicht mehr am Markt teil, sondern werden selbst zunehmend zum Markt. Es entstehen Monopolstrukturen. Ansätze wie „Eigentum verpflichtet“ fallen zurück. Die soziale Marktwirtschaft, wie wir sie kennen, kann so nur bedingt regulativ wirken.

Was aber tun? Ich bin dafür, Plattformkonzerne zu einer Öffnung ihrer Daten, Algorithmen, Indices und Quellcodes zu zwingen, um diese anderen Unternehmen zur Verfügung zu stellen. Es ist wie im Eisenbahnsystem: Theoretisch könnte man natürlich eine neue Eisenbahngesellschaft gründen. Bis man aber ein neues Netz aufgebaut hat, das mit dem des Monopolanbieters konkurrieren kann, können Jahrzehnte vergehen. Plattform-Unternehmen wie Facebook muss man deswegen als Infrastrukturunternehmen verstehen: Sie müssen den Angeboten von Dritten diskriminierungsfrei offen stehen. Das lässt sich allerdings kaum national entscheiden. Ich plädiere dafür, dass wir das in internationalen Handelsverträgen regeln.

Chancenkonto, solidarische Grundsicherung und Wahlarbeitszeit

Wir müssen den Arbeitsmarkt, das Bildungswesen, den Sozialstaat fit machen für das nächste und übernächste Jahrzehnt. Die meisten denken bei Digitalisierung nur an Breitbandausbau. Das ist zu wenig. Die sozial- und arbeitsmarktpolitische Kernfrage ist: Wie sorgen wir dafür, dass die technologische Entwicklung allen zugutekommt? Was sagen wir einer 45-Jährigen, die 25 Jahre in ihrem Job gearbeitet hat und deren Arbeitsplatz es in dieser Form in fünf Jahren nicht mehr gibt?

Ich schlage ein Chancenkonto vor. Das ist ein fiktiver Geldbetrag, den jeder bekommt und aus dem er Zeiten für Qualifizierung, ein Sabbatical oder auch die Gründung eines eigenen Unternehmens bezahlen kann. Das gilt für ein ganzes Erwerbsleben. Denn am wichtigsten ist es, die Menschen durch Aus- und Fortbildung fit zu machen für die neue Zeit und ihnen so Ängste vor Veränderung zu nehmen. Denn Angst ist weder politisch noch gesellschaftlich ein guter Ratgeber.

Und die Sozialdemokratie muss die Chancen der Digitalisierung für die Arbeitnehmerschaft ergreifen, damit nicht nur Konzerne und Plattformunternehmen profitieren. Was die Arbeitgeber seit Jahren wollen, läuft schlicht auf eine größere Verfügbarkeit der Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer zu jeder Tages- und Nachtzeit hinaus, ohne Lohnausgleich. Ich hingegen will eine „Wahlarbeitszeit“, die es Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern erlaubt, Stundenzahl, Ort und Zeitpunkt ihrer Arbeit frei zu wählen, damit auch sie von der Digitalisierung profitieren. Und warum nicht die „digitale Dividende“ dafür nutzen, die Wochenarbeitszeit der Beschäftigten zu verkürzen, bei vollem Lohnausgleich.

In links-libertären Kreisen ist seit vielen Jahren die Idee eines bedingungslosen Grundeinkommens en vogue. Ich halte das für reine Augenwischerei. Die Idee entkoppelt den Sozialstaat von der Arbeitsgesellschaft. Doch ein Ende der Arbeit, wie häufig prophezeit, sehe ich nicht, wohl aber einen ständigen Wandel der Arbeit. Erwerbstätigkeit ist in unserer Gesellschaft aber ein Baustein der eigenen Identität und Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe. All das übersehen die Befürworter. Im schlimmsten Fall kann ein bedingungsloses Grundeinkommen zur staatlichen Subventionierung von Billiglöhnen werden und eine Spaltung der Gesellschaft befördern. Umverteilung ist darin ohnehin nicht vorgesehen.

Stattdessen benötigen wir ein neues Solidarprinzip und eine stärkere gesellschaftliche Wertschätzung für ehrenamtliche Arbeit. Dabei ist der Vorschlag einer solidarischen Grundsicherung, den der Berliner Regierende Bürgermeister Michael Müller vorgebracht hat, ein entscheidender und bedenkenswerter Impuls.

Wir müssen skizzieren, wie ein moderner Sozialstaat auch im Jahr 2025, 2030 noch Sicherheit im Wandel geben kann. Da sind Chancenkonto, solidarische Grundsicherung und Wahlarbeitszeit drei Bausteine.

Die Sozialdemokratie hat die Kraft, diese Fragen in einer offenen Debatte zu diskutieren. Das darf und muss auch mal kontrovers sein. Am Ende wird ein Zukunftsprogramm stehen, das auf die großen Fragen unserer Zeit auch große Antworten gibt. IPG 14

 

 

 

 

Russland, Trump und Frankreichs „Morphium“ – Macrons erstes Amtsjahr

 

In Interviews mit dem „Journal du Dimanche“ (JDD) und „Le Figaro“ hat der französische Präsident Emmanuel Macron auf sein erstes Amtsjahr zurückgeblickt. EURACTIV Frankreich berichtet.

 

Auf dem Rückflug von Australien, das Emmanuel Macron vergangene Woche besucht hatte, blickte der Präsident auf den Beginn seiner Amtszeit und auf seine Außenpolitik, insbesondere die Beziehungen Frankreichs zu den USA, zurück.

„Wiederaufbau“ der französisch-amerikanischen Beziehungen

Zwei Wochen nach seinem Staatsbesuch in den USA sagte Macron zum JDD, er wolle die gemeinsame Strategie mit Donald Trump „umgestalten“, indem man sich verstärkt auf politische und militärische Angelegenheiten sowie den Kampf gegen den Terrorismus konzentriere.

In Bezug auf die Militärschläge in Syrien, die am 14. April von Frankreich, den USA und Großbritannien angeführt wurden, betonte Macron, er habe Trump überzeugt, sich der Aktion anzuschließen.

„Am 8. April hatte er [Trump] sich noch nicht für eine Reaktion auf die Chemie-Angriffe entschieden,“ sagte Macron. Er habe dem US-Präsidenten deutlich gemacht, dass „Baschar al-Assad uns auf diese neue Weise und mit diesen Ereignissen herausgefordert hat“ und dass „angesichts der Beweise, die wir haben, ein gemeinsamer Angriff auf chemische Standorte entscheidend für unsere Glaubwürdigkeit war“.

EU-Kommissionschef Juncker und der deutsche Außenminister Maas erklärten, außenpolitische Entscheidungen im Europäischen Rat sollten trotz fehlender Einstimmigkeit gefällt werden können.

Beim Thema Iran zeigte sich der französische Präsident jedoch pessimistischer, was seine Fähigkeiten angeht, seinen amerikanischen Amtskollegen zu überzeugen: „Ich versuche, ihm die zugrundeliegende Logik verschiedener Fragen im Zusammenhang mit dem Iran aufzuzeigen. Das schließt auch eine Fokussierung auf Syrien ein.“

„Strategischer Dialog“ mit Russland

In Bezug auf Russland befürwortet Macron eine entschiedene Haltung, insbesondere mit Blick auf den Verdacht der Einmischung in die französischen Präsidentschaftswahlen im vergangenen Jahr. „Ich werde Einmischungsversuche (bei Wahlen) nicht hinnehmen, das werden wir nicht akzeptieren,“ zitiert ihn Europe 1.

Gleichzeitig äußerte er jedoch den Wunsch, „Russland Europa näher zu bringen“ – durch einen „strategischen und historischen Dialog“ mit Moskau, der bei seinem Treffen mit Präsident Putin am 24. und 25. Mai beschlossen werden könnte.

US-Geheimdienstmitarbeiter glauben, dass russische Hacker mit Leaks dem Wahlkampf von Emmanuel Macron schaden wollten.

„Präsident der Reichen“

Das Interview mit dem Figaro konzentrierte sich eher auf den innenpolitischen Beginn von Macrons Amtszeit. Sein erster Jahrestag an der Macht ist für den Präsidenten in dieser Hinsicht offenbar kein Grund zum Feiern: „Dieses Datum bedeutet nichts. Es ist ein rein symbolisches Datum; es ist kein Wendepunkt für mein fünfjähriges Mandat,“ unterstrich er.

Mehrere Umfragen zeigen ein gemischtes Bild der Popularität des Präsidenten. In einer Umfrage von Odoxa-Dentsu für den Figaro und Franceinfo (veröffentlicht am 4. Mai) gibt es unter den Franzosen nahezu gleich viele positive wie negative Meinungen (48 Prozent positiv, 52 Prozent negativ) über Macron. Allerdings würden „6 von 10 französischen Wählern (59 Prozent) nicht wollen, dass er bei den Wahlen 2022 erneut kandidiert“.

Macron wird von 72 Prozent der Befragten als ein „Präsident der Reichen“ angesehen, und eine ähnliche Anzahl von Menschen hält seine Politik für „sozial ungerecht“, so Odoxas jüngste Umfrage.

Die Kürzung der GAP im Haushalts-Vorschlag der EU-Kommission kommt in Paris und bei Frankreichs Landwirten nicht gut an.

Dennoch will der Präsident seinen Kurs weiter verfolgen.

„Es müssen strukturelle Veränderungen durchgeführt werden. Und dafür braucht es ebenso viel Unterstützung wie im ersten Amtsjahr,“ erklärte er und betonte, dass „bis jetzt die einzige Möglichkeit, eine Veränderung in Frankreich zu bewirken, darin bestand, öffentliche Gelder zu verteilen.“

Das Land sei geradezu „abhängig von diesem Morphium“ der öffentlichen Subventionen. „Ich werde die Verantwortung für diese Verschiebung weg von der reinen Behandlung der Symptome hin zur Bewältigung der zugrunde liegenden Ursachen übernehmen – auch wenn es länger dauert,“ kündigte Macron selbstbewusst an.  Claire Guyot EA 8

 

 

 

 

Die EU muss die Nähe zum Bürger suchen

 

Österreich ist das Land der Sozialpartnerschaft – also der Zusammenarbeit von Arbeitnehmer- und Arbeitgeberorganisationen. Von der Sozialpartnerschaft nicht ausgenommen ist die 60+ Generation. Es gibt daher einen Seniorenrat, dem rund drei der insgesamt gut 8,5 Millionen Österreicher angehören. Die Präsidentin des Rates, Ingrid Korosec, erinnert am „Europatag“ nicht nur an die blutige Vergangenheit des Kontinents sondern weist auch darauf hin, wie wichtig es ist, das Friedenswerk EU abzusichern und zukunftsfit zu machen.

Gedenktag für das größte Friedensprojekt

Der 9. Mai ist kein ganz normaler Arbeitstag. Was diesen Tag so besonders macht, ist das historische Ereignis, das mit ihm verbunden wird, präsentierte doch 1950 der damalige französische Außenminister Robert Schuman in einer Rede jenen Vorschlag, mit dem Europa die große Wende, vom Kontinent der Kriege zum Kontinent des Friedens, nehmen sollte. Nämlich, die Sicherung des innereuropäischen Friedens durch die „Vergemeinschaftung“, also die gegenseitige Kontrolle der kriegswichtigen Güter Kohle und Stahl, auch um diese allen für den so wichtigen Wiederaufbau zugängig zu machen.

Mit dieser Idee wurde auf dem nach dem Zweiten Weltkrieg ausgebluteten Kontinent Hoffnung verbunden. Schuman schloss ein Bündnis mit dem damaligen deutschen Bundeskanzler Konrad Adenauer und dem italienischen Premierminister Alcide de Gaspari. Das führte bereits ein Jahr später zur Gründung der sogenannten Montanunion, die schließlich den Grundstein der heutigen Europäischen Union bildete.

Zum Europatag: Europa ist nicht nur reich an Geschichte, Architektur oder vielfältigen Kunstrichtungen – dieser Kontinent lebt auch von der Vielfalt seiner Sprachen.  

1985 beschlossen dann die Staats- und Regierungschefs in Erinnerung an diese wegweisende Idee am 9. Mai einen „Europatag“ zu begehen. So finden nun an diesem Tag eine Fülle von Veranstaltungen statt. Und das ist gut so. Quer durch Europa haben wir es mit mittlerweile sehr geschichtsvergessenen Generationen zu tun, die Frieden für den Normalzustand halten, nur noch aus Geschichtsbüchern wissen, dass Europa über Jahrhunderte hinweg ein blutiger, umkämpfter Boden war. Bei dem um jeden Meter Grund und Boden, um Machtansprüche und Herrschaftsgelüste mit Waffengewalt gekämpft wurde.

Noch ist die Entwicklung nicht unumkehrbar

Heute gilt Europa, oder genauer gesagt, jenes Gebiet, das die Mitgliedsländer der EU umfasst, als ein Vorzeige-Kontinent, der natürlich auch Begehrlichkeiten von Menschen zur Folge hat, die nicht das Primat der Geburt hatten, hier geboren und aufgewachsen zu sein. Mitunter hat man freilich den Eindruck, wenn man die politischen Diskussionen auf höchster EU-Ebene ebenso wie bei den Mitgliedsländern und den Regionen verfolgt, dass auch die Europäer fast leichtfertig mit dem so kostbaren Gut eines Lebens in Demokratie, Freiheit und Wohlstand umgehen.

„Der europäische Einigungsprozess ist weit fortgeschritten, aber nicht unumkehrbar“. Dieses Zitat sollten sich Politiker wie Bürger ständig bewusst sein. Stimmungen können leicht kippen, wie uns Wahlen oder auch der Brexit gezeigt haben.

Die Europäische Union ist sicher das größte Friedenswerk der Geschichte. Sie steht aber ständig vor neuen Herausforderungen. Vor zehn Jahren war dies die große Finanz- und Wirtschaftskrise. Dass diese überwunden werden konnte, ist insbesondere dem gemeinsamen Dach zu verdanken, das Schutz und Schirm gewährt.

Aktuell ist es, die Bewältigung der großen Migrationsströme, die sich auf Europa zubewegt haben und möglicherweise noch zubewegen werden. Sind es Maßnahmen um eine erfolgreiche Integration bei gleichzeitiger Bewahrung der abendländischen, sehr wohl auch christlich geprägten Identität zustande zu bringen. Ist es das Bestehen in einem globalen wirtschaftlichen Wettbewerb mit noch nicht absehbaren technologischen Entwicklungen.

In die Umfragen hineinhören

Es geht freilich nicht nur um ein starkes Auftreten nach außen. Die EU darf auch, was ihr inneres Gefüge betrifft, nicht reformresistent sein. In allen Umfragen, seit dem Beitritt Österreichs 1995, hat es eine klare Mehrheit der Bevölkerung für die Mitgliedschaft, ja für das Bekenntnis zu einem gemeinsamen Europa gegeben. Jener Prozentsatz, der mit 66,6 Prozent bei der Volksabstimmung im Juni 1994 erzielt wurde, blieb gewissermaßen der ständige Maßstab für Österreichs Europa-Bekenntnis.

Vier EU-Staaten wollen von einer Budgeterhöhung nichts wissen und verlangen stattdessen, dass die Brexit-Einbußen durch Sparmaßnahmen ausgeglichen werden.

Sehr wohl aber haben diese Umfragen bei aller positiven Einstellung auch deutlich gemacht, dass nicht alles eitel Wonne ist und es eine ganze Reihe von Bereichen gibt, wo Brüssel (und damit ist nicht nur die Bürokratie gemeint) abgehoben agiert. Wo man mit dem Vorgehen der Institutionen und Spitzenrepräsentanten nicht einverstanden ist. Wo Verordnungen über die Sinnhaftigkeit grübeln lassen. Wo mehr Einfühlungsvermögen gefragt wäre.

Gerade jetzt im Zuge diverser Reformvorschläge zur Reform der EU, fällt immer wieder das etwas sperrige Wort „Subsidiarität“. Einfacher formuliert soll dies heißen, dass nicht alles und jedes von Brüssel geregelt, sondern so manches an die Länder und Regionen delegiert wird, dort wo die Probleme auftauchen und wo Lösungen vor Ort gefragt sind. Genau genommen geht es dabei um ein „Näher zum Bürger“. Fast ein Muss, das auch die österreichische EU-Ratspräsidentschaft mittragen sollte. Von: Ingrid Korosec | Präsidentin des österreichischen Seniorenrates EA 9

 

 

 

Stets bemüht. Wie die Europäer versuchen, das Atomabkommen mit Iran zu retten.

 

„Katastrophe“, „irrsinnig“, „dumm“, „grauenhaft“, „Peinlichkeit“, „schlechtesten Deal“ oder auch „dümmste und gefährlichste Fehleinschätzung überhaupt“, Donald Trump lässt mit der ihm eigenen Eloquenz keinen Zweifel an seiner Ablehnung des Atomabkommens mit Iran aufkommen.

Im Januar dieses Jahres schließlich konfrontierte der US-Präsident Europa mit einem Ultimatum. Er kündigte an, am 12. Mai aus dem Abkommen auszusteigen, sollten die Europäer dessen „Mängel“ bis dahin nicht beseitigt haben.

Bereits im Oktober vergangenen Jahres hatten die europäischen Staaten Deutschland, Frankreich und Großbritannien, die zusammen die sogenannte „E3“ Gruppe bilden, eine gemeinsame Erklärung abgegeben, die mit klarem Bezug auf die Politik Trumps den Erhalt und die umfassende Umsetzung der Wiener Nuklearvereinbarung aus dem Sommer 2015 forderte.

Außenminister Heiko Maas, Bundeskanzlerin Angela Merkel und auch Frankreichs Präsident Emmanuel Macron – sie alle waren kürzlich in den Vereinigten Staaten und versuchten, Präsident Trump davon zu überzeugen, am Atomabkommen mit Iran festzuhalten.

Aus den Parlamenten der E3-Staaten schließlich fordern mehr als fünfhundert Abgeordnete – wohl bemerkt unterschiedlichster politischer Provenienzen – ihre Kollegen in Washington auf, sich gegenüber der Trump-Regierung für den Verbleib der Vereinigten Staaten im Abkommen auszusprechen.

Kurzum: Europa setzt sich entschieden für den Erhalt des Atomabkommens ein. In keinem anderen außenpolitischen Dossier haben sich die EU und führende Mitgliedsstaaten derart intensiv abgestimmt, gemeinsam Positionen entwickelt und diese entschieden nach außen vertreten.

Doch so sehr sich die europäische Politik für den Erhalt des Atomabkommens einsetzt, in weiten Teilen spiegelt sie Ratlosigkeit wider.

So suchte Europa mit Teheran das Gespräch zur Situation im Mittleren Osten. Die E3-Staaten erwogen sogar neue Sanktionen, die sich gegen das iranische Raketenprogramm richten sollten  – letztlich jedoch von anderen EU-Staaten nicht getragen wurden. Im Rahmen seines Staatsbesuchs in Washington kündigte der französische Präsident wiederum an, am Atomabkommen solle festgehalten werden – gleichzeitig müsse aber ein größeres Abkommen mit Teheran angestrebt werden, das auch Teherans Raketenprogramm und Regionalpolitik umfasst.

Ob Trump sich von diesen Vorschlägen und Schritten überzeugen lässt, wird sich am 12. Mai zeigen. Dann muss der US-Präsident eine Reihe von Sanktionsaufhebungen verlängern, um die USA im Atomabkommen zu halten.

In jedem Fall offenbaren diese Maßnahmen, wie sehr sich die europäische Politik von Washington hat treiben lassen. Denn an der Einhaltung des Abkommens von iranischer Seite bestehen eigentlich keine Zweifel.

Bereits zehn Mal in Folge bestätigte die Internationale Atomenergiebehörde, Teheran habe seine Verpflichtungen im Rahmen des Abkommens erfüllt. Von den acht Parteien des Atomabkommens – China, Deutschland, die EU, Frankreich, Großbritannien, Iran, Russland und die Vereinigten Staaten – bemängelt also lediglich eine die Übereinkunft. Washington kritisierte zwar, legte aber bislang keinerlei Beweise über iranische Verstöße vor.

In den Verhandlungen, die 2015 zum Atomabkommen führten, wurde das Nukleardossier bewusst von weiteren Streitpunkten separiert, die etwa Teherans Regionalpolitik oder die besorgniserregende Menschenrechtssituation im Iran betreffen. Eine Übereinkunft, so die Erkenntnis von Europäern und der Obama-Administration damals, sei nur möglich, wenn die Agenda nicht mit allzu vielen Problemen überfrachtet werde.

Die immense Bedeutung, die eine Sicherstellung des zivilen Charakters des iranischen Nuklearprogramms für die Stabilität im Nahen Osten habe, rechtfertige die Separierung von weiteren Streitpunkten nicht nur, sondern mache sie notwendig. So verkündete dann auch der damalige Außenminister Frank-Walter Steinmeier, dem gemeinhin kein Hang zu Pathos nachgesagt wird, das Atomabkommen habe einen Krieg im Nahen Osten verhindert.

Im Versuch, Trump irgendwie zum Verbleib im Atomabkommen zu bewegen, haben die E3-Staaten diese Erkenntnis nun jedoch über Bord geworfen. Sie gelobten, sich Regionalpolitik und Raketenprogramm Teherans vorzunehmen und in diesen Feldern für Fortschritte zu sorgen.

Im Ergebnis führt dies dazu, dass der US-Präsident jetzt darüber befinden kann, ob die Fortschritte in diesen Bereichen außerhalb des Atomabkommens für ihn ausreichend sind, um das Atomabkommen selbst aufrecht zu halten. De facto wurde der Fortbestand des Atomabkommens somit vom iranischen Atomprogramm gelöst und obliegt nun dem Gutdünken Trumps.

Dies ist nicht nur mit Blick auf das Atomabkommen besorgniserregend; vielmehr nimmt hierdurch Europas Iran-Politik an sich Schaden. Denn vollkommen unabhängig von den Vereinigten Staaten belastet eine Reihe von Problemfeldern die europäisch-iranischen Beziehungen.

Zu nennen wären Teherans Regionalpolitik und Raketenprogramm, die Frage der Nichtanerkennung Israels oder auch die Menschenrechtslage im Iran: Aus der Perspektive Brüssels und der meisten EU-Mitgliedsstaaten erschweren diese Themen eine Ausweitung und Vertiefung der Zusammenarbeit mit Teheran. Aus genuin europäischen Interesse wollen die EU und ihre Mitgliedsstaaten im Dialog mit Teheran hier Fortschritte erreichen.

Die europäischen Reaktionen auf Trump führten jedoch dazu, dass diese Themen zum Teil einer größeren Verhandlungsmasse im Verhältnis Europas mit den Vereinigten Staaten wurden. Das ernüchternde Resultat ist, dass ein europäisch-iranischer Austausch zu diesen Fragen effektiv konterkariert wird.

Im Versuch, das Abkommen zu bewahren, könnte es passieren, dass Europa das genaue Gegenteil bewirkt.

Einerseits bleibt die Zukunft des Atomabkommens ungewiss. Selbst wenn Trump am 12. Mai die Sanktionsaufhebungen wie vom Atomabkommen vorgesehen verlängert: Die grundsätzlich ablehnende Haltung der US-Regierung gegenüber Iran und dem Abkommen dürfte auch weiterhin Bestand haben.

Andererseits ist die europäische Position gegenüber Iran geschwächt. Teheran sieht sich bereits jetzt um die ökonomischen Früchte des Atomabkommens betrogen, die durch die Ungewissheit mit Blick auf den Fortbestand der Übereinkunft in noch weitere Ferne gerückt werden. Die Vermengung von Atomabkommen mit weiteren Themen im Zuge der europäischen Reaktion auf Trump macht die Gemengelage noch komplizierter. Angesichts dieser Situation dürfte es für Europa schwierig werden, überzeugende Argumente zu finden, um Iran, etwa in der Regionalpolitik, zu weiteren Konzessionen zu bewegen.

Ohne Zweifel: Blieben die Vereinigten Staaten Partei der Wiener Nuklearvereinbarung, wäre dies nicht nur im Sinne des Abkommens, sondern auch der angemessene Umgang mit den Prinzipien multilateraler Normen. Die Frage ist, ob Art und Weise des europäischen Versuchs, dies zu bewirken, womöglich beiden Zielen zuwiderläuft.

Der Geist des Atomabkommens ist bereits jetzt beschädigt, völlig unabhängig von der Frage, ob die Vereinigten Staaten am 12. Mai weiter Partei der Übereinkunft bleiben. Denn eine vollständige Umsetzung durch Washington auf die vom Vertragstext geforderte konstruktive Weise scheint praktisch ausgeschlossen.

Ferner ist es Trump schon jetzt gelungen, das normative Fundament des Multilateralismus auszuhebeln. Seine Forderung, die US-amerikanische Umsetzung des Abkommens von externen Faktoren abhängig zu machen, zielt auf die Basis jeglicher Verträge: das Prinzip der Vertragstreue, pacta sunt servanda! Im Versuch, das Atomabkommen zu bewahren, auch als Musterbeispiel zur diplomatischen Beilegung internationaler Krisen, ist Europa hier auf Trump zugegangen – und hat dabei der guten Sache womöglich einen Bärendienst erwiesen. David Ramin Jalilvand, IPG 3

 

 

 

Europa zwischen Washington und Teheran

 

Nach dem Ausstieg der USA aus dem Atomabkommen will  der Iran die Vereinbarung mit einer diplomatischen Offensive retten.

 

Außenminister Mohammed Dschawad Sarif führte am Sonntag zum Auftakt einer  Reise zu allen verbliebenen Vertragspartnern Gespräche in Peking. Aus Teheran  hieß es, die Europäer hätten 60 Tage Zeit, um dem Iran die notwendigen Garantien zum Fortbestand des Atomabkommens zu geben.

Sarif, der in Begleitung einer Wirtschaftsdelegation reist, sagte nach  seinem Treffen mit seinem chinesischen Kollegen Wang Yi, er hoffe, bei seinen  Visiten „einen klaren zukünftigen Entwurf für eine umfassende Vereinbarung“  erarbeiten zu können. Wang sprach sich dafür aus, dass Irans „legitime  nationale Interessen und Frieden und Stabilität in der Region geschützt“ würden.

Den „schlechtesten Deal aller Zeiten“ nennt Donald Trump das Atomabkommem mit dem Iran. Diese Woche wird er es möglicherweise aufkündigen, trotz internationalen Warnungen, auch aus dem Land selbst.

Von Peking reist Sarif weiter nach Moskau und Brüssel. In der EU-Hauptstadt  wird er am Dienstag mit den Außenministern Frankreichs, Deutschlands und  Großbritanniens sowie mit der EU-Außenbeauftragten Federica Mogherini  zusammentreffen.

Vor Antritt seiner Rundreise kritisierte Sarif im Kurzbotschaftendienst  Twitter die „extremistische Regierung“ von US-Präsident Donald Trump für den  Ausstieg aus dem Atomabkommen. Er bekräftigte die Drohung, dass sein Land die  Wiederaufnahme der Urananreicherung in „industriellem Ausmaß“ vorbereite,  falls Europa keine soliden Garantien für den Erhalt seiner Handelsbeziehungen  mit dem Iran liefere.

Die iranische Parlamentswebsite Icana.ir berichtete am Sonntag, Vize-Außenminister Abbas Araghschi habe vor dem Auswärtigen Ausschuss des  Parlaments gesagt: „Die Europäer haben zwischen 45 und 60 Tage Zeit, um die  notwendigen Garantien abzugeben, um die iranischen Interessen zu wahren und  die durch den US-Ausstieg verursachten Schäden zu kompensieren.“ Anderenfalls  müsse Teheran „die notwendigen Entscheidungen“ treffen.

Kanzlerin Angela Merkel wird heute in Washington auf US-Präsident Donald Trump treffen. Im Zentrum der Gespräche stehen der Handelsstreit und das Atomabkommen mit dem Iran.

Trump wetterte am Samstagabend (Ortszeit) viaTwitter, Irans  Rüstungshaushalt sei seit dem Abschluss des Atomabkommens 2015 um mehr als 40 Prozent gestiegen – „nur ein weiterer Hinweis darauf, dass alles eine große Lüge war“. Sein Nationaler Sicherheitsberater Michael Bolton sagte dem Sender ABC, geschützt durch das Atomabkommen habe der Iran „das Machtgleichgewicht im Nahen Osten verändert“ durch seine Interventionen in Syrien, im Jemen, Irak und Libanon.

US-Außenminister Mike Pompeo versicherte auf Fox News, dass Trump ihn beauftragt habe, auf ein umfassenderes Abkommen mit Teheran hinzuarbeiten, „das Amerika schützt“. Daran werde er mit den Europäern „hart“ arbeiten.

Die verbliebenen Unterzeichnerstaaten wollen an dem Atomabkommen festhalten. Die fünf UN-Vetomächte sowie Deutschland hatten es im Juli 2015 nach jahrelangen Verhandlungen mit dem Iran geschlossen. Trump hatte es am Dienstag einseitig aufgekündigt und die Rückkehr zu Sanktionen gegen den Iran eingeleitet.

Dadurch sollen auch die im Iran tätigen europäischen Unternehmen zum Rückzug gezwungen werden. Für Neuverträge sollen die US-Sanktionen sofort gelten, bereits im Iran tätige ausländische Firmen sollen drei bis sechs Monate Zeit für ihren Rückzug bekommen. Der neue US-Botschafter in Deutschland, Richard Grenell, forderte im Gespräch mit Funke Mediengruppe „von unseren Freunden und Verbündeten, dass sie uns dabei helfen, den Iran zurück an den Verhandlungstisch zu bringen“.

Die EU ist unter Zeitdruck, denn am 12. Mai könnte Donald Trump das Atom-Abkommen mit dem Iran aufkündigen. Sollte die EU doch noch zusätzliche Sanktionen einführen?

Bundesaußenminister Heiko Maas (SPD) sieht kaum Chancen, europäische Firmen beim Handel mit dem Iran vor den neuen US-Sanktionen zu schützen. „Eine einfache Lösung, Unternehmen von allen Risiken amerikanischer Sanktionen abzuschirmen, sehe ich nicht“, sagte Maas der „Bild am Sonntag“.  Es gehe in den Verhandlungen „deshalb auch darum, wie Handel mit Iran weiterhin möglich sein kann“.

In der ZDF-Sendung „Berlin direkt“ sagte Maas am Sonntagabend, dass der Iran ein Interesse am Erhalt des Atomabkommens habe. Aber auch Europa wolle es „am Leben erhalten, weil wir glauben, es schafft mehr Sicherheit im Nahen Osten“. Bundeswirtschaftsminister Peter Altmaier (CDU) bekräftigte in derselben Sendung, die Bundesregierung werde „alles tun, um deutsche Unternehmen zu  schützen“.  EA/AFP 14

 

 

 

Jugendliche müssen für kostenlose Zugtickets Europa-Quiz absolvieren

 

Die EU-Kommission will diesen Sommer rund 15.000 Interrail-Tickets an 18-jährige Europäer ausgeben.

 

Europäische Jugendliche müssen ein Quiz mit sechs Fragen zur europäischen Geschichte und Kultur bestehen, um im Rahmen eines 700-Millionen-Euro-Projekts kostenlose Interrail- oder Flugtickets zu erhalten.

Das Programm mit dem Namen „DiscoverEU“ war Teil des Kommissionsvorschlags für den Haushalt 2021-2027 und ist ein Zugeständnis an das Europäische Parlament: Die Europaabgeordneten hatten im vergangenen Jahr einen Antrag angenommen, mit dem sie die Kommission aufforderten, jedem Europäer an seinem 18. Geburtstag einen kostenlosen Interrail-Pass auszuhändigen.

Die EU-Exekutive entschied allerdings, dies sei zu teuer. Sie schätzte die Kosten auf 1,6 Milliarden Euro. Stattdessen erhalten im Juni insgesamt rund 15.000 Jugendliche einen Gutschein im Wert von 255 Euro für Reisen innerhalb der EU. Auch britische 18-Jährige können in diesem Jahr teilnehmen; ihre zukünftige Berechtigung hängt jedoch vom Ergebnis der Brexit-Verhandlungen ab.

Eine Jury, die sich aus Beamten der Europäischen Kommission zusammensetzt, wird die Gewinner aus einem Online-Wettbewerb auswählen. In diesem Wettbewerb müssen die Teilnehmer Quizfragen zur europäischen Subsidiarität, Kultur, Geographie und Geschichte beantworten.

Ein Beamter erklärte, die Antworten auf die meisten dieser Fragen seien „durch Googeln leicht zu finden“.

Die Kommission plant darüber hinaus eine Social-Media-Kampagne, um das Programm bei möglichst vielen potenziellen Bewerbern bekannt zu machen. „Wir wollen wirklich Menschen mit allen Hintergründen erreichen – und vor allem solche, die sonst nicht reisen können,“ so der Kommissionsmitarbeiter.

Die wachsende Kampagne #FreeInterrail fordert ein EU-Programm, das allen jungen Europäern ein kostenloses Interrail-Zugticket ermöglicht.

Für 2018 hat die Europäische Kommission zwölf Millionen Euro für das Programm bereitgestellt. Außerdem wurde am vergangenen Mittwoch vorgeschlagen, weitere 700 Millionen für die Haushaltsperiode 2021-2027 bereitzustellen.

Die kostenlosen Reisen „sollten mit einem Ort verbunden sein, der einen besonderen Wert im Hinblick auf das europäische Kulturerbe, europäische Stätten, Orte von historischem Interesse, spezifische soziale oder kulturelle Werte und Traditionen hat,“ erläuterte ein EU-Beamter.

Die Bewerber müssten zwar angeben, wohin sie reisen möchten, aber nicht darlegen, warum ihre Wahl mit Blick auf die europäische Kultur oder Geschichte wichtig ist.

Die Idee, Teenagern kostenlose Reisen in Europa zu ermöglichen, ist ein Lieblingsprojekt des deutschen MEP Manfred Weber, der der größten Fraktion des Parlaments, der konservativen Europäischen Volkspartei, vorsitzt. Von ihm stammt auch die Idee aus dem Jahr 2016, kostenlose Interrail-Zugtickets zu verteilen, um Jugendliche über verschiedene europäische Länder zu informieren und zu bilden.

Am Donnerstag beschrieb Weber den Vorschlag der Kommission als einen Weg, „den Europäern zu zeigen, dass die Europäische Union viel mehr ist als eine reine Gesetzgebungsmaschine“.

Weber hatte zuvor ein deutlich kleineres Pilotprojekt der Kommission kritisiert, das im vergangenen Jahr mit 2,5 Millionen Euro für Flug- und Bahntickets durchgeführt wurde. Dieses Programm endete zum Jahresende 2017.

Der deutsche Europaabgeordnete will das Programm DiscoverEU über die nun geplanten 15.000 Tickets hinaus vergrößern: „Wir müssen unseren Kampf fortsetzen, um das Projekt zu erweitern und es für alle Europäer, die 18 Jahre alt werden, Wirklichkeit werden zu lassen,“ forderte Weber.

Mit Spannung wurde der Vorschlag der Kommission zum EU-Haushalt ab 2021 erwartet. Schon in der Vergangenheit war es nicht einfach, eine Einigung zu finden. Diesmal sind die Voraussetzungen noch undankbarer.

Doch das Programm wird vor allem wegen seiner hohen Kosten von 700 Millionen Euro im kommenden EU-Haushalt kritisiert.

Das Europäische Jugendforum, eine Lobbygruppe für junge Menschen, sagte, es sei „äußerst enttäuschend“, dass die Kommission beabsichtige, Mittel für kostenlose Reisegutscheine umzuleiten, anstatt mehr Geld für das Erasmus-Austauschprogramm bereitzustellen. Erasmus wird im nächsten mehrjährigen Finanzrahmen zwar das Doppelte seines derzeitigen Budgets erhalten, das Jugendforum argumentiert aber, das Programm benötige eigentlich eine Verzehnfachung der Mittel in diesem Zeitraum.

Die Preise für Interrail-Tickets für Personen unter 26 Jahren liegen zwischen 200 und 479 Euro – je nachdem, wie lange sie gültig sind. Das neue Programm der Kommission sieht Gutscheine für Zug- und Flugreisen auf dem europäischen Festland und auf die Inseln vor. Dazu zählen auch abgelegene Regionen wie die französischen Departements in Martinique oder Guadeloupe.

Die Anzahl der Gratis-Pässe für Jugendliche pro EU-Staat richtet sich nach der Bevölkerungszahl des jeweiligen Landes. Die Jugendlichen, die Tickets erhalten, können bis zu einem Monat lang zwischen maximal vier EU-Ländern reisen.  Catherine Stupp EA 7

 

 

 

 

Bürgerasyl. Wenn Flüchtlinge versteckt werden

 

Mit dem „Bürgerasyl“ wollen Aktivisten Flüchtlinge vor ihrer drohenden Abschiebung bewahren. Sie berufen sich dabei auf zivilen Ungehorsam. Ihr Vorgehen gilt als rechtlich umstritten. Von Sebastian Stoll

Sechs Kinder hatte die Frau, alle gesundheitlich angeschlagen, und sie war als Angehörige der Roma-Minderheit vor Diskriminierung in Serbien geflüchtet. Zurück sollte sie trotzdem, einen Termin für die Abschiebung gab es schon. Also wurde sie versteckt, von mehreren Unterstützern in Freiburg, und das wochenlang. Die Behörden sollten sie nicht finden. Es gibt Menschen, die sagen: Das ist illegal. Andere sagen: Ja ist es, es ist aber auch notwendig – und nennen es „Bürgerasyl“.

„Das Asylrecht ist ausgehöhlt und bietet keinen Schutz mehr. Das müssen nun Bürgerinnen und Bürger übernehmen“, sagt Michaela Baetz, Sprecherin der Initiative Bürgerasyl Nürnberg-Fürth. Rund ein Dutzend solcher Gruppen gibt es mittlerweile in Deutschland, neben der in Nürnberg und Fürth etwa in Freiburg, Hanau, Stuttgart und Göttingen.

Ziviler Ungehorsam

Hier engagieren sich Menschen, die finden, dass deutsche Behörden zu oft und zu schnell abschieben – und die etwas dagegen unternehmen wollen, indem sie Flüchtlinge verstecken, denen die Ausweisung droht. Wie oft das bislang geschehen ist, darüber gibt es keine Zahlen – denn das, was die Befürworter Bürgerasyl nennen, ist für andere eine Straftat, die mit einer Geldbuße geahndet werden kann: „Beihilfe zum unerlaubten Aufenthalt“.

Das ist auch der Grund, warum es schwer ist, jemanden zu finden, der von seinen Erfahrungen mit der Unterbringung eines Flüchtlings erzählt. Die Gruppe Nürnberg-Fürth ist noch relativ jung. Ihre Sprecherin Michaela Baetz erklärt, wie das Bürgerasyl vor Ort funktioniert: Sie konzentriert sich auf Menschen aus Afghanistan. „Afghanen sind an sich nicht schutzwürdiger als andere Flüchtlinge, aber die Situation in ihrem Land ist ganz offensichtlich so, dass sie eigentlich nicht zurückgeschickt werden können.“

Rund 60 Unterstützer hat die Gruppe. Wie viele tatsächlich bereit sind, einen Geflüchteten aufzunehmen, kann Baetz nicht sagen. Aber klar ist, dass es immer losgeht, sobald eine Abschiebung bevorsteht oder sie vermutet wird: Dann wird der bedrohte Flüchtling beherbergt – reihum, von verschiedenen Menschen, solange, bis die Gefahr vorüber ist. Baetz sagt aber auch: „Wir wollen öffentlich machen, dass wir die gegenwärtige Abschiebepraxis nicht hinnehmen.“ Es gehe um zivilen Ungehorsam.

Bürgerasyl umstritten

Das Bürgerasyl ist umstritten. So hält es der hessische Innenminister Peter Beuth (CDU) für illegal, wie er in einer Antwort auf eine parlamentarische Anfrage der FDP klarstellte: „Personen, die dazu aufrufen, solche Straftaten zu begehen, können sich wegen Anstiftung beziehungsweise wegen der öffentlichen Aufforderung zu Straftaten strafbar machen“, heißt es dort.

Das wiederum bezweifelt Albert Scherr, Soziologe an der Pädagogischen Hochschule Freiburg: „Die Frage ist doch: Liest man Bürgerasyl als politische Meinungsäußerung, als zivilen Ungehorsam oder als Unterstützung einer strafwürdigen Aktion?“ Letzteres sei zwar denkbar und für den Straftatbestand „Beihilfe zum illegalen Aufenthalt“ kämen sogar Gefängnisstrafen infrage. Allerdings sei es unwahrscheinlich, dass Gerichte so urteilen würden: „Damit sind ja eigentlich Schlepper gemeint.“ Da es zum Bürgerasyl noch keine Rechtspraxis gebe, sei aber alles, was man darüber sagen könne, spekulativ, sagt Scherr.

Auch Organisationen der Flüchtlingshilfe stehen dem Bürgerasyl skeptisch gegenüber – gerade im Vergleich mit dem Kirchenasyl. So sagt etwa Bernd Mesovic, Sprecher von Pro Asyl: „Dem Kirchenasyl liegt ja eher die Idee einer Denkpause zugrunde, mit der man eine Abschiebung kurzfristig erst mal aufhalten will. Es handelt sich aber hier um keinen zivilen Ungehorsam, sondern eine Anerkennung des Rechtsstaats.“ Den Kirchen spricht er eine „moralische Sonderrolle“ zu, beim Bürgerasyl vermisst er „eine weitergehende Handlungsperspektive“. (epd/mig 15)

 

 

 

Keine Arbeit trotz Wachstum

 

Indien muss im digitalen Zeitalter neue Jobs für eine Milliardenbevölkerung schaffen. Wie kann das gelingen? Von Marc Saxer

 

Monat für Monat strömt eine Million Jobsuchender auf den indischen Arbeitsmarkt. Doch obwohl Indien seit Jahren kräftig wächst, schafft der Aufschwung keine Arbeitsplätze. Trotz großer Anstrengungen scheint es Delhi nicht zu gelingen, das ostasiatische Wirtschaftswunder zu wiederholen. Viele Probleme sind hausgemacht, doch das Beispiel Indien lässt erahnen, welche Herausforderungen die digitale Automatisierung für die Schwellenländer bringt.      

In einer Reihe asiatischer Länder, vor allem in China, steigen die Löhne. In den alten Industrieländern steigert die digitale Automatisierung die Produktivität. Schon heute nähern sich die Gesamtherstellungskosten einiger Schwellenländer denen der Vereinigten Staaten an. Schwindet der komparative Vorteil billiger Arbeitskosten, werden im Kalkül der Investoren komparative Nachteile wie Qualitätsprobleme, Fachkräftemangel, oder Industriespionage immer wichtiger. Die schrumpfende Kostendifferenz zwischen Industrie- und Schwellenländern schwächt daher die Motivation, die Produktion ins Ausland zu verlagern.  

Zugleich müssen viele Hersteller und Händler schneller und flexibler auf die Wünsche der Kunden reagieren. Die Zeit, die ein Produkt aus der Fabrik bis aufs Regal braucht, wird dementsprechend bei der Standortwahl immer wichtiger. Multinationale Großkonzerne wie Walmart, Ford oder Boeing, aber auch kleinere Unternehmen haben bereits damit begonnen, ihre Produktionsstätten näher an ihre Kunden zu verlagern. Die Reshoring Initiative, eine Nichtregierungsorganisation, schätzt, dass durch diese Rückverlagerung bereits etwa 260 000 Jobs in den Vereinigten Staaten entstanden sind.

Ob dieser Trend durch das populistische Versprechen „die Jobs nach Hause zu holen“ beschleunigt wird, oder ob nur menschenleere Roboterfabriken in die alten Industrieländer zurückkehren, wird sich zeigen. Dennoch wirft die protektionistische Stimmung in vielen Ländern die Frage auf, ob asiatische Waren weiterhin ungehindert auf den westlichen Absatzmärkten umgesetzt werden können. Der Rückzug der Vereinigten Staaten aus dem Transpazifischen Partnerschaftsabkommen zeigt, dass dieses Risiko nicht von der Hand zu weisen ist. Verflüchtigen sich zudem die strukturellen Anreize für die Verlagerung von Produktionsstätten ins Ausland, ist es durchaus möglich, dass sich die Globalisierung verlangsamt oder gar umkehrt. Und tatsächlich wuchs im Jahr 2016 der Welthandel zum ersten Mal seit Jahrzehnten langsamer als das Bruttoweltprodukt (BWP). Der Anteil der globalen Kapitalströme am BWP schrumpft ebenso. Manche Beobachter sprechen bereits von der Desintegration der globalen Lieferketten. Asien als primärer Nutznießer der offenen Weltmärkte ist durch solche Deglobalisierungstendenzen besonders gefährdet. Asiens Volkswirtschaften werden sich also etwas einfallen lassen müssen, um ihre Exportabhängigkeit zu überwinden.  

Zusammengenommen bedeuten diese Trends, dass der export- und herstellungsgetriebene Entwicklungspfad, den viele asiatische Länder so erfolgreich beschritten hatten, ein Auslaufmodell zu werden droht. Selbstredend wirkt sich die Vierte Industrielle Revolution in den Volkswirtschaften an der Spitze, in der Mitte und am Ende der globalen Wertschöpfungskette unterschiedlich aus. Weiterhin macht es einen Unterschied, ob die Bevölkerungen weiterwachsen oder stagnieren, und wie groß die heimischen Märkte sind.

Für Indien stehen die Sterne eigentlich günstig. Der niedrige Ölpreis lässt genügend Luft für Infrastrukturinvestitionen und Konsum. Der riesige Konsumentenmarkt lockt immer neue multinationale Unternehmen an. Vor allem Japan investiert aus geopolitischer Rivalität mit China ganz gezielt in Indien. Mit seinem Überschuss billiger Arbeitskräfte wäre das Riesenland eigentlich in der Lage, um die arbeitsintensiven Industrien zu konkurrieren, die gerade aus Kostengründen aus China abwandern.

Aber selbst unter diesen rosigen Bedingungen gelingt es Indien nicht, Arbeitsplätze zu schaffen. Die nagelneuen Fabriken an den Küsten sind beinahe menschenleer, Roboter haben das Zepter übernommen. Obwohl heute mehr Investitionen denn je ins Land spülen, verliert Indien pro Tag 550 Arbeitsplätze. 

Wenn also bereits heute trotz kräftigen Wachstums keine zusätzlichen Beschäftigungsmöglichkeiten entstehen, wie sieht dann eine Zukunft aus, in der Algorithmen und Roboter zunehmend menschliche Arbeit ersetzen? Die Weltbank schätzt, dass 69 Prozent aller Jobs in Indien automatisierbar seien. Außerhalb der hochkompetitiven Exportsektoren bleibt es zwar auf absehbare Zeit unwahrscheinlich, dass billige Arbeit im großen Stil automatisiert wird. Für ein Land mit einer notorischen Schwäche bei der Schaffung von Beschäftigung ist die Kombination aus starkem Bevölkerungswachstum und beschleunigter Automatisierung dennoch besorgniserregend. Bis zum Jahr 2050 werden nach Schätzungen etwa 280 Millionen Menschen auf die Arbeitsmärkte Indiens strömen. Was geschieht, wenn die Hoffnungen und Träume dieses Millionenheeres an Arbeitsmigranten enttäuscht werden und die Frustration steigt? Bereits im Jahr 2016 hat der ehemalige Präsident Indiens, Pranab Mukherjee, die von der digitalen Automatisierung ausgehende Gefahr für den sozialen Zusammenhalt Indiens klar erkannt und forderte einen Paradigmenwechsel ein. Heute ist die Debatte um das beschäftigungslose Wachstum im Zentrum der politischen Auseinandersetzung angekommen.

Indiens Regierung hofft, durch das ambitionierte Programm „Make in India“ den Anteil der fertigenden Industrien am BIP zu erhöhen und mit dem revitalisierten Herstellungssektor Arbeit für 100 Millionen Menschen zu schaffen. Aber selbst Arvind Subramanian, der Wirtschaftsberater der Regierung, ist skeptisch, ob Indien den seit Jahrzehnten sichtbaren Trend zur Deindustrialisierung tatsächlich umkehren kann. Der Ökonom Dani Rodrik hat beobachtet, dass dieser Trend vielen Entwicklungsländern zu schaffen macht. Wo die Löhne ohne Produktivitätszuwächse steigen, ziehen internationale Investoren schnell weiter. Beginnt jedoch der industrielle Motor der zurückgelassen Ökonomien frühzeitig zu stottern, kann dies den gesamten Entwicklungsprozess zum Einsturz bringen. Der internationale Wettbewerb erhöht den Automatisierungsdruck. Die von multinationalen Konzernen betriebenen Automobil- und Smartphone Fabriken werden bereits heute von Robotern bevölkert. Aber auch die indische Industrie beginnt damit, ihre Produktion zu automatisieren. Selbst wenn es also gelänge, den Anteil der herstellenden Industrie am Bruttoinlandsprodukt zu steigern, ist es zweifelhaft, ob dadurch mehr Arbeitsplätze entstehen würden.  

Die herstellenden Industrien werden also in Zukunft nicht mehr die zentrale Rolle bei der Beschäftigungsgenerierung spielen, wie sie das in der Vergangenheit getan haben. Schließt sich jedoch das historische Möglichkeitsfenster für das export- und herstellungsgetriebene Entwicklungsmodell, stellt sich die Frage, welchen Pfad Indien dann beschreiten sollte.

Die Suche nach alternativen Entwicklungsmodellen für Indien hat daher begonnen. Der ehemalige Zentralbanker Raghuram Rajan nahm die erwartete Stagnation des Welthandels zum Anlass, um für eine Konzentration der herstellenden Industrien auf dem riesigen und wachsenden heimischen Absatzmarkt zu werben. Mit dieser Strategie ließen sich auch ausländische Direktinvestitionen anlocken. Um sich trotz aller politischer Unwägbarkeiten den Zugang zu den „Märkten der Zukunft“ zu erhalten, nehmen internationale Konzerne auch steigende Löhne in Kauf. Ob diese Wette auf steigende Konsumnachfrage aufgeht, ist in einem Szenario beschäftigungslosen Wachstums allerdings fraglich.  

Solange die Mehrzahl der indischen Bevölkerung noch immer in den ländlichen Gebieten beschäftigt ist, richten sich viele Hoffnungen auf eine Reform des Landwirtschaftssektors. Allerdings zwingt die Sorge um die Ernährungssicherheit für eine bis Mitte des Jahrhunderts auf geschätzte 1,5 Milliarden Menschen anwachsende Bevölkerung dazu, die Produktivität in der Landwirtschaft zu erhöhen. Höhere Produktivität im Agrarsektor setzt aber weitere Arbeitskräfte frei, und erhöht damit den Migrationsdruck auf die explodierenden urbanen Zentren.

Angesichts seiner großen Zahl gut Ausgebildeter ist Indien in einer starken Position, um auf den globalen Dienstleistungsmärkten zu konkurrieren. Große Hoffnungen richten sich auf die Dienstleistungen rund um das Internet der Dinge und die Cyber-Security als neue Jobmaschinen. Seit langem zieht Indien Nutzen aus der Auslagerung interner Dienstleistungen, von der Telefonhotline bis zum IT-Notdienst. Heute erlauben es Plattformen wie Amazon Mechanical Turk – ein globaler Online-Marktplatz für Gelegenheitsarbeiten – individuellen Anbietern, direkt vom Lohngefälle auf dem globalen Arbeitsmarkt zu profitieren. Was in den alten Industrieländern als Lohndumping gefürchtet wird, erleben viele Inder als ihre einzige Chance, in der internationalen Arbeitsteilung Fuß zu fassen. Wenn Arbeitgeber jedoch ihre Angestellten direkt von Arbeitsmärkten mit extrem niedrigen Löhnen rekrutieren können, dann ist ein globaler Unterbietungswettbewerb die Folge, in dem nur die Anbieter mit den allerniedrigsten Löhnen bestehen können. Dieser Wettbewerb wird sich weiter verschärfen, je weiter die digitale Automatisierung von Dienstleistungen fortschreitet. Ob die globale Vernetzung der Dienstleister also wirklich die Versprechen halten kann, die sich mit der digitalen Revolution verbinden, ist daher fraglich.

Auf welche Zukunft steuert Indien angesichts dieser Tendenzen zu? Die gebildeten, unternehmerischen und hochflexiblen Inder scheinen geradezu prädestiniert dafür, auf den informellen Märkten der digitalen Ökonomie erfolgreich zu sein. Indiens kosmopolitische Mittelschicht wird daher sicherlich weiter anwachsen. Was aber geschieht mit der Milliarde Inder, die diese Fähigkeiten nicht mitbringen? Ostasiens Erfolgsformel des export- und herstellungsgetriebenen Wachstums bietet ihnen nur noch wenig Hoffnung. Welche sozialen und politischen Folgen es hätte, wenn die gegenwärtige Zukunftseuphorie in Frustration umschlägt, ist kaum auszudenken.

Indiens Schicksal wird sich daran entscheiden, ob es gelingt, so schnell wie möglich ein neues Entwicklungsmodell zu implementieren. Ob die bisher diskutierten Vorschläge wirklich funktionieren können, muss angesichts der vielen Fragezeichen offen bleiben. Indien rennt im globalen Entwicklungswettlauf die Zeit davon. Immerhin, die Vordenker und Entscheider haben die Zeichen der Zeit erkannt. Gelingt es dem Bevölkerungsgiganten, den Lebensunterhalt seiner Milliardenbevölkerung im digitalen Zeitalter zu sichern, dann ist Indien die Aufmerksamkeit der Entwicklungs- und Schwellenländer rund um den Globus sicher.  IPG 7

 

 

 

Der islamische Einfluss am Balkan

 

Seit acht Jahren versorgt der arabische Sender „Al Jazeera“ die Staaten, die aus dem ehemaligen Jugoslawien hervorgegangen sind, mit einem eigenen TV-Programm. Der Ruf nach gezielten Medienaktivitäten am Balkan, um islamischer Meinungsmache entgegenzuwirken, wird laut.

Es gibt eine Entwicklung am Balkan, der zu wenig Augenmerk von der EU geschenkt wird: der schleichende Einfluss, den die islamische Welt auf den süd-östlichen Teil Europas auszuüben versucht. Mittlerweile beginnen Araber aus den reichen Golfstaaten den Balkan für sich zu entdecken, nicht nur als Touristen. Sie bauen Shopping Malls, riesige umzäunte Villensiedlungen und betreiben mittlerweile einen Sender, der die gesamte Region von der Grenze zu Österreich im Norden bis zu jener Griechenlands im Süden mit einem TV-Programm versorgt.

„Al Jazeera Balkans“ wurde 2011 gegründet und ist Teil des gleichnamigen größten islamischen Medien-Networks mit Sitz in Doha. Sein Eigentümer ist Scheich Hamad bin Chalifa Al Than, bis 2013 Staatsoberhaupt des Emirates Katar. Der Sender hat seinen Hauptsitz in Sarajevo, Studios befinden sich in Belgrad, Zagreb und Skopje. Al Jazeera sendet sechs Stunden täglich ein Programm in den jeweiligen Landessprachen, das sich an Bosnien und Herzegowina, Serbien, den Kosovo, Montenegro, Slowenien und Mazedonien richtet. In der restlichen Zeit werden Inhalte vom Schwestersender Al Jazeera English übernommen.

Hinter Al Jazeera steht die Muslimbrüderschaft

Ednan Aslan, Professor für islamische Religionspädagogik am Institut für Islamisch-theologische Studien der Universität Wien, findet im Gespräch mit EurActiv, dass der Tätigkeit von „Al Jazeera“ in Süd-Ost-Europa viel mehr Augenmerk zugewendet werden sollte. Immerhin versteht sich zumindest die arabische Version des Senders als Propagandainstrument der „Muslimbrüderschaft“, die regelmäßig zum Heiligen Krieg aufruft. Nach Beobachtung vieler Nahostexperten trägt das arabischsprachige Programm von Al Jazeera wesentlich zur islamistischen Radikalisierung des arabischen Raumes bei. Wenngleich seitens der Sender-Verantwortlichen betont wird, dass das englisch-sprachige Programm eine ganz andere Linie vertreten würde, so sieht Aslan doch die Tendenz vertreten, „Europa schlecht zu machen“. Er habe es daher auch jüngst abgelehnt, als das Kopftuchverbot in Österreich zur Debatte stand, dem Sender ein Interview zu geben.

Der anerkannte Islam-Experte, der vor einiger Zeit mit einer Studie über Probleme in Wiener türkischen Kindergärten für eine heftige öffentliche Diskussion sorgte, spricht sich dafür aus, dass Österreich auch die kommende EU-Ratspräsidentschaft nützt, um für eine entsprechende Bewusstseinsschärfung bezüglich der Entwicklung am Balkan zu sorgen. Hier müsse Brüssel einfach aktiver werden. Dabei geht es um weit mehr als nur die Vorbereitung von Beitrittsverhandlungen zur Union. Gerade Österreich sollte aufgrund seiner Nähe zu dieser Region und den historischen Verbindungen insbesondere Projekte im Bildungs- und Kulturbereich entrieren sowie auch eine verstärkte Zusammenarbeit mit den Religionsgemeinschaften pflegen.

Bei einem Treffen der mittelosteuropäischen Staaten und Chinas in Budapest wurden neue Projekte in der Region angekündigt.

Der politische Islam im Fokus

Zu jenen, die sich mit dem politischen Islam auseinandersetzen zählt vor allem Nationalratspräsident Wolfgang Sobotka. Er hat erst jüngst bei einem Treffen mit den EU-Parlamentschefs eine Debatte gefordert: „Wir werden nicht umhinkommen, auch eine Debatte über einen europäischen Islam zu führen, um friedliche und gut integrierte Muslime in Schutz zu nehmen und Radikalisierung in unserer Gesellschaft keinen Raum zu geben“. Die EU müsse entschlossen und koordiniert gegen Bedrohungen der inneren Sicherheit auch gegen religiösen Radikalismus vorgehen.

Angesprochen auf die Tätigkeit von „Al Jazeera“ am Balkan, sieht Sobotka durchaus begründeten Anlass, sich auch mit der medialen Einflussnahme durch muslimische Netzwerke auseinanderzusetzen. Ein von ihm in Vorbereitung befindliches Symposion über den politischen Islam könnte sich unter anderem auch mit dieser Frage auseinandersetzen.

Um für ein entsprechendes Gegengewicht zur „Berieselungstaktik“ von Al Jazeera zu sorgen, wobei zwischenzeitlich auch türkische Medien-Aktivitäten zu beobachten sind, stehen mehrere Möglichkeiten zur Diskussion. Diese reichen vom Aufbau eines Social-Media-Networks bis zum Ausbau der Zusammenarbeit mit staatlichen bzw. öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten in dieser Region. Darüber hinaus müssten auch europäische Medienhäuser, die am Balkan tätig sind, in eine solche Aktion eingebunden werden, die die Vermittlung eines objektiven Bildes über die EU zum Ziel hat. Herbert Vytiska and Katar EA 7

 

 

 

Vordenken! Ein Nachruf

 

Warum Elmar Altvater fehlen wird und was er der Sozialdemokratie zu sagen hat.

Von Matthias Jobelius

 

Karl Marx ist hat seinen 200. Geburtstag nun hinter sich. Doch ab jetzt müssen wir ohne einen seiner kreativsten Interpreten auskommen. Elmar Altvater, langjähriger Inhaber des Lehrstuhls für Politische Ökonomie an der Freien Universität Berlin, war ein Glücksfall für alle, die versuchten, sich einen Reim auf die Dynamik des globalisierten Kapitalismus zu machen. Er starb am 1. Mai, vor seinem 80. und vor Marx` 200. Geburtstag.  

Seinen Platz als linker Vordenker hatte Altvater sich lange zuvor gesichert. Sein im Jahr 1996 gemeinsam mit Birgit Mahnkopf publiziertes Buch „Grenzen der Globalisierung“ wurde der wichtigste deutschsprachige Beitrag zum Verständnis von Politik und Wirtschaft im globalisierten Raum. Dabei ging es ihm nie nur um akademisches Verstehen, sondern stets auch um gesellschaftliche Veränderung. Das galt auch für die eigene Anbindung an die politische Praxis, an Parteien und Bewegungen. Er war zunächst Mitglied der Grünen, später der Linkspartei, er beriet attac und das Institut Solidarische Moderne. Die Auflistung lässt ahnen: Sein Verhältnis zur Sozialdemokratie aktueller Prägung war spannungsreich. Doch tatsächlich sind nicht wenige Sozialdemokraten, die heute politische Verantwortung tragen, durch seine Schule gegangen. Gut so, denn Altvaters Arbeiten halten für die programmatische Orientierung der Sozialdemokratie in der ersten Hälfte des 21. Jahrhunderts wichtige Anknüpfungspunkte bereit.

Da wäre zunächst die Frage nach dem eigenen Selbstverständnis. Altvater teilte mit der Sozialdemokratie die Auffassung, dass der Kapitalismus sich evolutionär verändert und folglich auch evolutionär verändert werden kann. Doch auch evolutionäre Veränderung ist eine systemische Aufgabe, und sie setzt die Bereitschaft voraus, systemisch zu denken. Das beinhaltet eine Auseinandersetzung mit den disruptiven Wirkungen des modernen Kapitalismus, um diese dann zum Ausgangspunkt politischer Gestaltung zu machen. Die Übernutzung natürlicher Ressourcen, zunehmend ungleiche Vermögensverhältnisse, die wachsende Konzentration wirtschaftlicher und politischer Macht, entkoppelte und systemgefährdende Finanzmärkte – die vielen, sich wechselseitig verstärkenden Krisenerscheinungen des globalisierten Kapitalismus verweisen auf die „Umschlagspunkte“, an denen Produktivkräfte „zu Destruktivkräften werden, der Fortschritt sich in Rückschritt verwandelt“ (Altvater).

Der Sozialdemokratie ist ein solches Denken vertraut. Eigentlich. Denn die Widersprüche des Kapitalismus zu erfassen, um diese dann zum Nutzen des Gemeinwohls zu gestalten war lange der roten Faden in Programmatik und Praxis der Sozialdemokratie. Es war unter anderem die Sozialdemokratie, die den Kapitalismus immer wieder vor sich selbst geschützt hat, wenn er dazu neigte, sein eigenes Fundament zu untergraben, „weil wir die Welt verändern müssen, wenn wir wollen, dass sie bleibt“, wie Altvater es in seiner Abschiedsvorlesung im Jahr 2006 formulierte. Doch weist dieser Ansatz in Altvaters Verständnis deutlich über das Bewahren von Bewährtem hinaus. Ein aus der evolutionären Entwicklung unseres Wirtschaftssystems hergeleiteter Reformismus hat nach Altvaters Verständnis stets eine Doppelaufgabe: Er muss verteidigen, wo Errungenschaften zurückgedreht werden, aber er muss auch verändern, in einem grundlegenden, transformativen Sinne, wenn der Anspruch auf individuelle Emanzipation in einem solidarischen Wohlstandsmodell aufrechterhalten und eingelöst werden soll.

Für Altvater war dabei klar, dass im 21. Jahrhundert ein neues solidarisches Wohlstandsmodell zugleich ein „solares“ sein muss. Als fundierter Kenner von Marx erinnerte er stets daran, dass Marx und Engels nicht von nur einer, sondern von zwei „Springquellen allen Reichtums“ (Marx) sprachen, neben der „Arbeit“ ist dies auch die „Natur“. Und so müssen progressive Akteure eben nicht nur die Arbeitsverhältnisse, sondern auch die Naturverhältnisse im modernen Kapitalismus zu verstehen wissen. Ausgangspunkt ist dabei der Widerspruch, dass unser Wirtschaftssystem permanent Grenzen der Akkumulation überwinden muss, dass es aber schlichtweg planetarische Grenzen des Wachstums gibt. Der vielschichtigen Analyse dieses Widerspruchs folgt bei Altvater eine klare politischen Lehre: „Unseren begrenzten Planeten können wir nicht ändern, also müssen wir die Produktions- und Lebensweise mit den natürlichen Lebensgrundlagen auf unserem Planeten in Einklang bringen.“ Nicht nur viele Sozialdemokraten neigen dazu, die Wechselwirkungen zwischen Wachstum und Ressourcenübernutzung zu vernachlässigen. Erstaunlich eigentlich, denn hier ist das Regulationsverhältnis von Markt und Staat und damit das sozialdemokratische Kernthema berührt. Die nahezu vollständige Dekarbonisierung der europäischen Wirtschaft bis 2050 wird neben der Digitalisierung das zentrale wirtschaftliche Transformationsprojekt der nächsten drei Jahrzehnte und zugleich eines der zentralen Gerechtigkeits- und Verteilungsthemen werden, national wie global. Wer im 21. Jahrhundert einen gemeinwohlorientierten Gestaltungsanspruch hat, wird das Soziale und das Ökologische in einem gemeinsamen Regulationsprojekt zusammenführen müssen. Altvater hat das früh erkannt und tiefgründig analysiert.

In seinem Streben, Widersprüche und Wechselwirkungen gesellschaftlicher Veränderung zu verstehen, war Elmar Altvater ein Aufklärer im klassischen Sinne. Das reflexhafte Denken, das Verharren in ausgetretenen Denkmustern oder einstudierten intellektuellen Posen war ihm ein Gräuel. In einer Zeit, in der viele Menschen Informationen vor allem nach der Bestätigung des eigenen Weltbildes absuchen, blieb Altvater neugierig. „Die Geschichte ist nicht zu Ende. Es gibt Alternativen. Es ist notwendig, sie zu erdenken, zu entwickeln und sich für die Realisierung in gesellschaftlicher, das heißt heute in globaler, vernetzter Praxis einzusetzen.“ Altvater war geprägt von einer intellektuellen Offenheit und dem Wunsch, das Staunen nicht zu verlernen, um daraus neue Erkenntnisse zu ziehen. So gelang es ihm, Kapitalismuskritik eine zeitgenössische, unorthodoxe und nach vorne gewandte Richtung zu geben. Dadurch bleiben seine Gedanken für die Sozialdemokratie wichtig. IPG 7

 

 

 

 

Frankreichs Präsident Macron erhält Karlspreis

 

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron hat am Donnerstag in Aachen den Internationalen Karlspreis verliehen bekommen. Dabei wurde seine Vision „von einem neuen Europa und der Neugründung des europäischen Projektes“ hervorgehoben.

In seiner Dankesrede im Krönungssaal des Rathauses stellte Macron mehrere Forderungen an Europa. „Wir müssen das Heft des Handelns in die Hand nehmen“, so sein Appell an die Gemeinschaft. Sodann forderte er die Solidarität aller Länder in Europa ein und warnte vor einer Aufspaltung. Der Präsident regte zudem einen andauernden „Dialog über universelle Fragen“ an. Der Wille zu einem Europa sollte ohne Angst vertreten und Entscheidungen schnell vorangetrieben werden, sagte Macron.

„Wir brauchen Willen und eine richtige Reform“, so der französische Präsident. In ihrer Laudatio lobte Bundeskanzlerin Angela Merkel das Engagement des französischen Präsidenten. Seine „Begeisterungsfähigkeit“ sei immens, seine Ideen befruchtend. In ihrer Ansprache bezog sie sich auch auf eine Rede von Papst Franziskus zum 60. Jahrestag des „Vertrags von Rom“. Damals sagte der Papst: „Europa findet wieder Hoffnung, wenn es sich der Zukunft öffnet.“ Merkel forderte dazu auf, diesem Satz zu folgen. (kna 10)

 

 

 

Karlspreis für Macron. Begeisterung für Europa

 

Der französische Präsident Macron ist im Königssaal des Aachener Rathauses mit dem Karlspreis ausgezeichnet worden. Macron erhielt den Preis für seine Vision von einem neuen Europa. "Deine Begeisterung, Dein Einsatz, Deine Courage reißen andere mit", würdigte Kanzlerin Merkel den französischen Preisträger.

 

"Du sprühst vor Ideen und hast die europapolitische Debatte mit Vorschlägen neu belebt", sagte Bundeskanzlerin Merkel in ihrer Laudatio für Emmanuel Macron. "So wie es Europa verdient, gefeiert zu werden, so verdienen es auch Menschen geehrt zu werden, die an dieses Europa nicht nur glauben, sondern die es durch eigene Taten mit Leben erfüllen."

Kämpfer für die europäischen Werte

Macrons Begeisterungsfähigkeit für Europa motiviere nicht nur diejenigen, die sich für Europa engagieren. Vor allem gewinne seine Begeisterung auch "Zögernde und Zaudernde" und sei entscheidend, "um sich dem Ewiggestrigen entgegen zu stellen", betonte die Bundeskanzlerin.

Mit Macron habe ein junger dynamischer Politiker die europäische Bühne betreten, "für den die europäische Integration, für den die gemeinsame Währung eine Selbstverständlichkeit ist". Gerade deshalb spüre er aber auch, dass diese Selbstverständlichkeit das größte Risiko für die europäische Integration darstelle, erklärte Merkel.

Macron habe sich wiederholt gegen engstirnige rückwärtsgewandte Nationalismen gewandt und von der "Autorität der Demokratie gesprochen, die stärker sein muss als diese autoritären Versuchungen", hob Merkel hervor. Es sei deshalb Aufgabe der heutigen Generation, "alles, was die europäische Identität ausmacht, zu verteidigen, zu festigen und – wo erforderlich – auf eine neue Grundlage zu stellen".

Zukunftsprojekt Europa

Ein Rückzug ins Nationale führe in die Irre, warnte die Kanzlerin. "Uns Europäer verbindet mehr als nur der gemeinsame Markt oder die gemeinsame Währung." Europa sei das entscheidende Zukunftsprojekt unseres Kontinents. Angesichts der großen globalen Herausforderungen "sind wir Europäer nur zusammen in der Lage, unseren Einfluss geltend zu machen".

Europa müsse zeigen, dass es in einer globalisierten Welt nicht Teil des Problems, sondern Teil der Lösung sei. Deshalb habe der französische Präsident die europäische Erneuerung in den Mittelpunkt seiner Politik gestellt. "Gemeinsam mit Frankreich sind wir überzeugt, dass wir einen neuen Aufbruch in Europa brauchen", machte die Kanzlerin deutlich. "Ich freue mich, auf diesem Weg mit

dir gemeinsam arbeiten zu können."

Der Internationale Karlspreis zu Aachen würdigt seit 1950 Verdienste um Europa und die europäische Einigung. Vor zehn Jahren erhielt Angela Merkel den Karlspreis. Auch Konrad Adenauer (1954) und Helmut Kohl (1988) zählen zu den Preisträgern. Namensgeber des Preises ist der erste Einiger Europas - Kaiser Karl der Große. Er wählte Ende des 8. Jahrhunderts Aachen zu seiner

Lieblingspfalz. Durch ihn wurde eine Brücke zwischen europäischer Vergangenheit und Zukunft geschlagen. Die Verleihung findet traditionell am Himmelfahrtstag statt. Pib 10

 

 

 

Auszeichnung für Angela Merkel: „Frieden gibt es nicht umsonst“

 

„Eine große Ehre, dieses Symbol des Friedens zu empfangen.“ Der Weg zum Frieden sei selten hell erleuchtet. Wenn es so wäre, dann würden die Menschen nicht permanent davon abkommen: Bundeskanzlerin Angela Merkel übernahm an diesem Samstag in Assisi die ‚Lampe des Friedens‘ von Kolumbiens Präsident Juan Manuel Santos. P. Bernd Hagenkord - Assisi

 

Frieden zu schaffen, das sei die vornehmste Aufgabe der Politik, so Merkel in ihrer Dankesansprache. Der Heilige aus Assisi habe mit seinen Umarmungen der Aussätzigen Grenzen überschritten, in seiner Tradition habe der franziskanische Geist Europa und die Welt verändert. Deswegen sei es für sie eine große Ehre, das Symbol des Friedens zu erhalten, das an die Lampe erinnert, die ständig am Grab des Heiligen brennt.

 

Die vornehmste Aufgabe der Politik

In den Ansprachen wurden vor allem Merkels Einsatz für die Flüchtlinge und ein geeintes Europa genannt, Themen, die sie selber in ihren Dankesworten auch aufgriff. „Frieden gibt es nicht umsonst, Frieden verlangt Arbeit“, antwortete die Kanzlerin.

Europa sei ein Kontinent der Vielfalt, was es erleichtere, sich mit dem Kontinent zu identifizieren. Diese Vielfalt sei eine Stärke, vor allem angesichts einer Globalisierung, die alles gleich machen wolle.

 

Angesichts der gleichmachenden Globalisierung

Die Überreichung fand in der Oberkirche der Basilika von Assisi vor zahlreichen internationalen Gästen statt. Auch Italiens Premier Paolo Gentiloni war gekommen. Vor der Überreichung war die Kanzlerin zuerst in der Unterkirche und in der Krypta am Grab des Heiligen gewesen.

Angela Merkel erinnerte an den Drang nach Freiheit, vor allem in Polen seit den 80er Jahren. Auch für den Osten Deutschlands und andere Länder sei Polen ein Hoffnungsort gewesen: eng verbunden damit Papst Johannes Paul II.

 

Kriege in Europa

Dass die Europäische Integration auch heute noch ein Friedensprojekt ist, sei vielleicht nicht täglich präsent, aber ein Blick in die Geschichte lasse erahnen, was das bedeute. Merkel erinnerte an die Kriege im Balkan in den 90er Jahren, an die größten Kriegsverbrechen seit dem Zweiten Weltkrieg in Srebrenica. Sie sprach von der Ukraine, in der immer noch gekämpft werde, von Syrien, „einer der großen humanitären Tragödien unserer Zeit“. Die Opfer mahnen, sich immer aufs Neue für Frieden einzusetzen, so Merkel. „Wir werden das nur schaffen, wenn wir die Europäische Union weiter entwickeln“.

„Wir Europäer schauen immer gerne auf uns, was wir erleben“. Frieden könne man aber nur schaffen, wenn man nicht nur an die eigenen Probleme denke. Der Preis sei für sie „Mahnung über eigene Interessen hinweg, die Bedürfnisse anderer nicht zu übersehen“. Dabei helfe die Zuversicht, zitierte Angela Merkel die Ansprache von Papst Franziskus anlässlich des Geburtstages der EU.

 

Der Preis ist Mahnung

Ausdrücklich würdigte Merkel den Einsatz von Präsident Santos in seinem Heimatland, er habe die Geschichte des Landes verändert. Santos hatte die Lampe im vergangenen Jahr erhalten. Sein Einsatz zur Überwindung des Bürgerkrieges in Kolumbien sei Ansporn, „Unmögliches zu versuchen“, so Merkel.

Die Tradition der jährlichen Verleihung des Preises ist noch jung, bislang war sie eher von Anlässen gesteuert: 1981 etwa für Lech Walesa, oder 1986 während des ersten Friedensgebets von Assisi für Papst Johannes Paul II., Mutter Teresa von Kalkutta und den Dalai Lama. Jetzt soll daraus eine regelmäßige Überreichung werden, Würdigung und Inspiration zugleich, wie auch die Kanzlerin zugestand. „Präsident Santos, ich übernehme ihren Vorschlag, sie auf meinem Schreibtisch aufzustellen“. (Vatican News 12)

 

 

 

 

Ramadan. Für Muslime beginnt der Fastenmonat

 

Ab Mittwoch beginnt für Muslime weltweit der Fastenmonat Ramadan. Die Fastenpflicht gehört zu den fünf Säulen des Islam. In dieser Zeit müssen Muslime von Sonnenaufgang bis Sonnenuntergang auf Genüsse verzichten.

Für die Muslime beginnt der Fastenmonat Ramadan in diesem Jahr am 16. Mai und endet am 15. Juni. Das Fasten gehört wie das Glaubensbekenntnis, die täglichen Gebete, die Armensteuer und die Pilgerfahrt nach Mekka zu den fünf Säulen des Islam. Der Monat Ramadan, der neunte im islamischen Mondjahr, wandert durch das Kalenderjahr. Der Ramadan beginnt und endet, wenn die Mondsichel nach Neumond erstmals wieder sichtbar ist. Der Beginn kann von Land zu Land unterschiedlich sein.

In Deutschland einigen sich die Islamverbände seit 2008 auf gemeinsame Daten. In Saudi-Arabien und vielen anderen arabischen Ländern wird auf die Sichtung der Mondsichel gewartet. Im Ramadan sind die Gläubigen aufgerufen, von Sonnenaufgang bis -untergang auf Essen, Trinken, Rauchen und Geschlechtsverkehr zu verzichten. Das Fastengebot gilt in gleicher Weise für Männer und Frauen. Befreit vom Fasten sind Alte und Kranke, Kinder, Schwangere und Reisende, Soldaten im Krieg und Menschen, die beruflich Höchstleistungen abliefern müssen.

Der Ramadan ist auch der Monat der guten Taten und der Läuterung von Körper und Seele. Mitmenschlichkeit und Versöhnung stehen im Mittelpunkt, die Gläubigen entrichten die Armensteuer Zakat oder unterstützen Bedürftige. Höhepunkt ist im letzten Drittel des Fastenmonats die „Lailat al-Qadr“, die „Nacht der Bestimmung“, in der nach der Überlieferung dem Propheten Mohammed erstmals Verse des Korans offenbart wurden. Viele Muslime beten dann die ganze Nacht durch, da sie auf Vergebung ihrer Sünden hoffen.

Fastenzeiten kennen die meisten Religionen

In den Moscheen finden während des gesamten Monats Koranunterweisungen statt. Abends treffen sich Muslime mit Verwandten und Freunden zum gemeinsamen Essen. In vielen islamischen Ländern verkürzen Geschäfte und Behörden im Fastenmonat die Arbeitszeiten.

An den Ramadan schließt sich das Fest des Fastenbrechens, das äußerlich dem christlichen Weihnachtsfest ähnelt, an. Die meisten Religionen kennen Fastenzeiten. Christen fasten von Aschermittwoch bis Ostern. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Deutsche Sozialleistungen locken tschechische Arbeiter

 

Tschechische Firmen im Südwesten des Landes leiden unter Arbeitermangel, da immer mehr Bewohner der grenznahen Region zum Geldverdienen nach Deutschland pendeln. Die Anreize: Dreimal höhere Löhne als im tschechischen Durchschnitt und das deutsche Kindergeld. Ein Bericht von EURACTIV Tschechien.

 

Tschechische Firmen können einfach nicht mit den Arbeitskonditionen mithalten, die die deutschen Arbeitgeber bieten: So können tschechische Arbeiter in Deutschland sogar Sozialleistungen für ihre Kinder erhalten, wenn diese nicht einmal in Deutschland leben. Nach deutschem Recht stehen dem tschechischen Mitarbeiter, der in die deutschen Sozialsysteme einzahlt ,automatisch monatlich je 194 Euro Kindergeld für das erste und das zweite eigene Kind zu.

„Selbst wenn die Entlohnung über die Grenze hinweg gleich wäre, würden die Menschen dennoch nach Deutschland wandern, um Kindergeld zu beziehen,“ sagte auch die tschechische Europaabgeordnete Martina Dlabajová von der liberalen ANO-Partei (ALDE-Fraktion) während einer von EURACTIV.cz organisierten Podiumsdiskussion zur EU-Sozialpolitik.

Darüber hinaus haben alleinerziehende Mütter und unterprivilegierte Haushalte Anspruch auf den Kinderzuschlag. Zusätzliche Anreize und Privilegien, die deutsche Arbeitgeber am Arbeitsplatz anbieten, seien weitere Gründe zum Pendeln.

Nachdem EU-Kommission, Rat und Parlament im vergangenen Jahr ihre Positionen zur Überarbeitung der Entsenderichtlinie klären konnten, läuft nun der Trilog zwischen den drei Institutionen. Letzte Nacht gab es einen Durchbruch.

Gezielte Anwerbung tschechischer Arbeiter

Deutsche Arbeitsvermittler und Arbeitgeber organisieren regelmäßig Anwerbungsveranstaltungen in der Region Pilsen. Ziel ist es dabei, potenzielle Arbeitnehmer über die Arbeitsbedingungen in Deutschland zu informieren und Bewerber über die damit verbundenen Vorteile aufzuklären.

„Die tschechischen Firmen kritisieren diese Rekrutierungspraktiken seit langem. Wenn die tschechischen Arbeitsbehörden deutsche Arbeitskräfte genauso proaktiv wie ihre deutschen Kollegen über die Grenze anwerben würden, wäre es ein faires Spiel. Aber wir sind eindeutig diejenigen, die unter dieser Abwanderung leiden,“ erklärt die Chefin der Handelskammer der Region Pilsen, Radka Tryl?ová.

Leiharbeiter ersetzen Arbeitskräfte vor Ort

Während Tschechen nach Deutschland ziehen, um dort vor allem niedere Tätigkeiten auszuüben, werden den Deutschen in der Tschechischen Republik eher Führungspositionen zugewiesen, so Tryl?ová weiter. Aufgrund dieser Diskrepanz müssten tschechische Unternehmer inzwischen anderswo nach Ersatzarbeitern suchen. Sie wenden sich daher an Personalagenturen, die Arbeitnehmer aus anderen Mitgliedstaaten unter Vertrag nehmen.

Filip Zapletal, der Leiter des Büros für soziale Angelegenheiten in der Region Pilsen, berichtet, dass sich seine Abteilung oft mit Leiharbeitern beschäftigen muss: Viele von ihnen müssten sich zu oder vor Beginn ihrer Verträge vorübergehend auf der Straße aufhalten. Ein weiteres Problem entstehe, wenn Vertragsarbeiter in Schlafquartieren in dünn besiedelten Gebieten oder Dörfern wohnen. So müssten plötzlich ein paar Dutzend Arbeiter aus allen Ecken Europas neben mehreren Dutzend Einheimischen leben, was zu Spannungen führen könne.

Am 17. November proklamierte die EU die Säule sozialer Rechte. Die meisten Beobachter erwarten daher nicht, dass sich viel ändern wird. EURACTIV sprach mit Daniel Seikel über die Perspektiven eines sozialen Europas.

EU-Koordinierung der Sozialsysteme

Die Anwerbung tschechischer Arbeitskräfte durch in Deutschland ansässige Unternehmen ist jedoch kein isolierter Einzelfall. Innerhalb der Europäischen Union hat sich die Zahl der Menschen, die ihr Recht auf Leben und Arbeiten in anderen Mitgliedstaaten ausüben, seit 2008 verdoppelt und liegt nun bei 17 Millionen.

Die Europäische Kommission hat daher vorgeschlagen, die Verordnung über die Koordinierung der Systeme der sozialen Sicherheit aus dem Jahr 2004 zu überarbeiten, um sie besser an die Erfordernisse der aktuellen Situation anzupassen.

Mit der Verordnung wird sichergestellt, dass beispielsweise tschechische Arbeitnehmer, die einen Beitrag zum deutschen Sozialversicherungssystem leisten, genauso behandelt werden müssen wie ihre deutschen Kollegen. Darüber hinaus berücksichtigt die Verordnung bei der Berechnung der genauen Höhe einer Sozialhilfeleistung alle bisherigen beruflichen Tätigkeiten des Empfängers – unabhängig vom Beschäftigungsland.

Somit können Menschen also auch dann von Sozialzahlungen profitieren, wenn sie nicht in dem Land, in dem sie beschäftigt sind, leben oder je gelebt haben. Dies ist der sogenannte europaweite Übertragbarkeitsgrundsatz in der Sozialhilfe.

Zum Stand der Verhandlungen über eine mögliche Reform der Verordnung erklärt die Europaabgeordnete und Mitglied des EMPL-Ausschusses (Beschäftigung und soziale Angelegenheiten) Dlabajová, es sei bisher „noch kein konkreter Vorschlag auf dem Tisch“. Entscheidend sei ihrer Ansicht nach vor allem, Fragen nach der Zahlung von Arbeitslosen- oder Kindergeld zu klären.

Sie brachte das Beispiel rumänischer Arbeiter, die in Belgien leben und arbeiten, während ihre Kinder in Rumänien bleiben, an und fragte: „Wo sollten die Eltern das Kindergeld erhalten – in Belgien oder Rumänien?“ Aneta Zachová, EA 14

 

 

 

 

Anker-Zentren in der Kritik. Diskussion um Pläne für Asylzentren geht weiter

 

Aus CDU-geführten Bundesländern kommt Unterstützung für die geplanten Anker-Zentren für Asylbewerber. Kritiker solcher Massenunterkünfte befürchten aber, dass es dort zu mehr Frust und Gewaltbereitschaft kommen könnte.

CDU-Generalsekretärin Annegret Kramp-Karrenbauer hat die SPD-Führung aufgerufen, Bundesländer mit sozialdemokratischer Regierungsbeteiligung zur Einführung sogenannter Anker-Zentren zu bewegen, um die Abschiebung von Asylbewerbern ohne Bleibeperspektive zu beschleunigen. „Für die SPD stellt sich hier eine Führungsfrage“, sagte Kramp-Karrenbauer dem Berliner „Tagesspiegel“. Den Sozialdemokraten müsse klar sein, dass es um eine nationale Aufgabe gehe. Die CDU-geführten Länder Sachsen und Sachsen-Anhalt signalisierten unterdessen Unterstützung für die Pläne von Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU).

„Man kann nicht von schnellen Verfahren reden und dann zulassen, dass das Vereinbarte von eigenen Länder-Verantwortlichen nicht umgesetzt wird“, sagte Kramp-Karrenbauer. Zweck der Anker-Zentren sei es, schnell festzustellen, wer eine Bleibeperspektive habe und wer nicht. Ein Großteil der Asylbewerber habe keine Chance auf Anerkennung und müsse deshalb zurückkehren.

Ministerium weist Kritik zurück

Der Ministerpräsident von Sachsen-Anhalt, Reiner Haseloff (CDU), sagte der „Welt am Sonntag“, er unterstütze Seehofer ausdrücklich dabei, mit den Bundesländern solche Zentren für ausreisepflichtige abgelehnte Asylbewerber zu entwickeln. „Auch um sicherzustellen, dass sich solche Szenen wie in Ellwangen nicht wiederholen“, sagte er mit Blick auf den Polizei-Großeinsatz in der Flüchtlingsunterkunft in Baden-Württemberg. Wenn der Eindruck entstehe, „dass die Polizei die Sicherheitslage nicht im Griff hat oder vor einem Mob zurückschreckt, hat das fatale Folgen“, warnte der Ministerpräsident.

Das Bundesinnenministerium wies unterdessen Befürchtungen zurück, die Anker-Zentren könnten weitere Fälle wie in Ellwangen provozieren. „Das sehen wir nicht so“, sagte eine Sprecherin am Freitag in Berlin. Um die Sicherheit in den geplanten Anker-Zentren zu gewährleisten, hat Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) den Ländern Unterstützung durch die Bundespolizei angeboten.

Am Donnerstag hatte Seehofer erste Pläne für die Einrichtungen, in denen Asylverfahren bis zur möglichen Abschiebung abgewickelt werden sollen, präsentiert. Im Herbst sollen seinen Plänen zufolge bis zu sechs Test-Einrichtungen an den Start gehen.

Polizeigewerkschaft: Anker-Zentren begünstigen Gewalt

Der Vorsitzende der Gewerkschaft der Polizei (GdP), Oliver Malchow, lehnte indes eine Bewachung von Anker-Zentren durch die Bundespolizei ab. „Wir wollen solche Zentren nicht bewachen. Wir sind ausgebildete Polizeibeamte und kein Wachpersonal“, sagte er am Freitag im Bayerischen Rundfunk. „Wir wissen gar nicht, warum wir Menschen, die hier Asylanträge gestellt haben, bewachen müssen, ihnen also die Freiheit nehmen müssen“, fügte Malchow hinzu. „Die Leute müssen beschäftigt werden. Sie dürfen da nicht rumlungern und nur verwahrt werden, das führt zu Aggressivität“, warnte der GdP-Chef.

Auch der Vorsitzende der Deutschen Polizeigewerkschaft, Rainer Wendt, sagte der „Passauer Neuen Presse: „Weder die Bundes- noch die Landespolizei verfügen über die personellen Kapazitäten, um solche Anker-Zentren mit zu sichern.“ Der stellvertretende GdP-Vorsitzende, Jörg Radek, sagte „Focus Online“: „Anker-Zentren machen es erst möglich, dass solche Strukturen und Dynamiken entstehen, wie wir sie jetzt in Ellwangen erlebt haben.“ Nötig seien hingegen mehr Polizisten, die sich um Rückführungen kümmern können.

In der Nacht zu Montag hatten rund 150 Bewohner der Landeserstaufnahmeeinrichtung in Ellwangen die Abschiebung eines 23-jährigen abgelehnten Asylbewerbers aus Togo zunächst gewaltsam verhindert. Am Donnerstagmorgen stürmte die Polizei die Flüchtlingsunterkunft mit einem Großaufgebot und nahm den Afrikaner fest. Der Einsatz sorgte für eine Diskussion über die Sicherheit in den geplanten Anker-Zentren.

Innenministerium: 40-50 Anker-Zentren

Sachsens Innenminister Roland Wöller (CDU) sagte der „Sächsischen Zeitung“, der Freistaat werde bereits in der Pilotphase ein Anker-Zentrum einrichten. In den von der Bundesregierung geplanten Anker-Zentren soll das komplette Asylverfahren von Flüchtlingen abgewickelt werden. Zunächst sollen im Rahmen einer Pilotphase bundesweit im Herbst bis zu sechs Zentren an den Start gehen. „Anker“ ist die Kurzform für Aufnahme-, Entscheidungs- und Rückführungseinrichtung.

Der Staatssekretär im Bundesinnenministerium Helmut Teichmann sagte der „Bild am Sonntag“: „Wir rechnen mit einem Bedarf von bundesweit 40 bis 50 Anker-Zentren. Die Anzahl richtet sich nach den Zuwanderungszahlen und der Anzahl der Asylanträge.“ Geplant sind demnach Zentren mit jeweils bis zu 1.500 Flüchtlingen.

Auf Kritik stoßen die Pläne bei den Grünen. „Masseneinrichtungen sorgen für mehr Stress, der dann zu Überreaktionen führen kann“, sagte Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt der „Bild am Sonntag“. Mecklenburg-Vorpommerns Innenminister Lorenz Caffier (CDU) sagte dem Blatt: „Ich halte die Kapazität von 1.000 bis 1.500 Flüchtlingen für zu hoch, da es bei dieser Größe viel Konfliktpotenzial geben könnte.“ Auch FDP-Generalsekretärin Nicola Beer sagte dem SWR, solche großen Zentren seien nur zu verantworten, wenn „die Verfahren ähnlich schnell sind wie in anderen Ländern“.

NRW unentschlossen

Die nordrhein-westfälische Landesregierung befürwortet zentrale Aufnahmeeinrichtungen grundsätzlich. Ministerpräsident Armin Laschet (CDU) hatte am Freitag allerdings erklärt, dass über eine Beteiligung an den Anker-Zentren noch nicht entschieden sei. NRW-Integrationsminister Joachim Stamp (FDP) sagte der „Welt“, es komme darauf an, ob es sich um reine Abschiebezentren handele oder ob die Einrichtungen zu einer deutlichen Verfahrensbeschleunigung beitrügen. „Wenn Letzteres der Fall ist, können wir uns vorstellen, uns entsprechend zu beteiligen.“

CSU-Landesgruppenchef Alexander Dobrindt wies Kritik an den Anker-Zentren zurück. „Deutschland ist doch heute das einzige Land, in das man leichter reinkommt als wieder raus“, sagte er der in Düsseldorf erscheinenden „Rheinischen Post“. Einer solchen „Politik des Reinwinkens“ habe der Koalitionsvertrag eine klare Absage erteilt.

Laut einer repräsentativen Umfrage des Meinungsforschungsinstituts Civey im Auftrag der „Welt“ befürworten mehr als drei Viertel der Deutschen (77 Prozent) die Anker-Zentren. 18 Prozent sprachen sich dagegen aus, fünf Prozent zeigten sich unentschlossen. (epd/mig 7)

 

 

 

Premio Culturale. Preis an Marco Martinelli (Dramaturg) und Ermanna Montanari (Schauspielerin und Autorin)

 

Die VDIG fühlt sich als Dachverband von über 50 deutsch-italienischen Regionalgesellschaften verpflichtet, die bilateralen Beziehungen im Rahmen der europäischen Integration zu vertiefen, wobei das übergeordnete Ziel in der Pflege und Förderung der Völkerverständigung und der gemeinsamen kulturellen Beziehungen besteht. Um diese wichtige und zukunftsweisende Aktivität der VDIG zu unterstreichen, wurde der Premio Culturale ins Leben gerufen.

Der Preis wird an eine Einzelperson, eine Personengemeinschaft, an eine Institution oder eine Unternehmung für eine herausragende Einzelaktion oder für ein beständiges Eintreten im Rahmen der deutsch-italienischen Kulturbeziehungen vergeben. Preisträger sind immer im Wechsel  deutsche oder italienische Persönlichkeiten. Die Preisverleihung erfolgt in der Regel alle zwei Jahre im Rahmen der gemeinsamen deutsch-italienischen Kulturbörsen oder einer ebenfalls hochrangigen Veranstaltung im bilateralen Kontext. 

Der Preis selbst wird als Kunstgegenstand gestaltet, der im Wechsel von einem deutschen oder italienischen Künstler als Unikat gefertigt wird.

In diesem Jahr wird der Preis an Marco Martinelli (Dramaturg) und Ermanna Montanari (Schauspielerin und Autorin) verliehen. Seit 1977 verheiratet, leben beide in Ravenna, wo sie 1983 (gemeinsam mit Luigi Dadina und Marcella Nonni) das Teatro delle Albe gegründet haben. Zu ihren ersten bekannten Arbeiten gehört das Stück „Siamo asini o pedanti?“, das bereits Ende der 80er in Deutschland in italienischer Sprache aufgeführt wurde. Es entstand eine Zusammenarbeit mit dem „Theater an der Ruhr“ in Mülheim, die bis heute besteht, mit der Shakespeare-Company in Bremen und dem "Theater an der Parkaue" in Berlin. Ihre Theaterarbeit, die innovativ an die Tradition anknüpft, machte sie in Europa bekannt. In Italien und darüber hinaus erhielten sie zahllose Preise. Für die Nominierung zum Premio Culturale war die innovative Auseinandersetzung mit klassischen Autoren wie Ariost und Dante aber auch mit modernen deutschsprachigen Autoren von Bedeutung so wie die szenische Aufarbeitung der zahllosen Flüchtlinge, die im Mittelmeer ertrunken sind: „Rumore delle Acque“, das unter dem Titel „WasserGeräusch“ in Bremen unter der Regie von Marco Martinelli und später in Berlin aufgeführt wurde. Gerade im Hinblick auf die Förderung der italienischen Sprache in Deutschland, die Sprachoffensive „oli“ (Offensiva Lingua Italiana), begrüßen wir die deutsch-italienische Dimension der Arbeit von Marco Martinelli und Ermanna Montanari im europäischen und internationalen Kontext.

Der Preis wird von dem Künstler Michael Kortländer, Düsseldorf, gestaltet.

Auch Kortländer hat einen besonderen Bezug zu Italien, hat er doch die Städtepartnerschaft Düsseldorf-Palermo ins Leben gerufen bei der ihm die Förderung junger Künstler aus beiden Städten besonders am Herzen liegt. De.it.press 11

 

 

 

Bundesagentur. Deutlich mehr ausländische Altenpflegekräfte

 

Gewerkschaften und Verbände warnen: Die Untergrenzen für die Personalausstattung der Pflege in den Krankenhäusern könnten so schwammig ausfallen, dass sie keine Verbesserungen bringen. In der Altenpflege arbeiten immer mehr ausländische Kräfte.

In der Pflege bahnt sich Streit um die Mindestpersonalausstattung in Krankenhäusern an. Gewerkschaften, Pflege- und Patientenorganisationen forderten Bundesgesundheitsminister Jens Spahn (CDU) am Mittwoch in Berlin auf, sich in die Verhandlungen um Personaluntergrenzen einzuschalten. Sie befürchten wirkungslose Vorgaben oder sogar Verschlechterungen. Der Deutsche Pflegerat schloss sich der Kritik von DGB und ver.di an. Unterdessen werden die Lücken in der Altenpflege zunehmend von ausländischen Kräften gefüllt.

Die Deutsche Krankenhausgesellschaft und der Spitzenverband der Krankenkassen verhandeln seit 2017 über Mindestvorgaben für die Pflegepersonalausstattung in Kliniken. Ende Juni sollen sie ein Ergebnis vorlegen. Bisher ist aus Sicht der Gewerkschaften aber weder eine bedarfsgerechte Pflege gesichert, noch die regelmäßige Kontrolle der Personalvorgaben.

DBG, ver.di und Patientenorganisationen forderten die Politik in einer gemeinsamen Erklärung auf, „für spürbare Verbesserungen für Patienten und Pflegekräfte zu sorgen“. Untergrenzen, die lediglich die Gefährdung von Patienten reduzieren sollen, würden den gesetzlichen Vorgaben nicht gerecht, kritisierten sie.

Zu viele Patienten pro Pfleger

Der Deutsche Pflegerat erklärte, in deutschen Kliniken müssten Pflegekräfte im Vergleich zu anderen Ländern viel zu viele Patienten versorgen, zum Teil doppelt so viele wie in den Nachbarländern. Der Dachverband der Pflegeorganisationen forderte Bundestag und Bundesregierung auf, den Koalitionsvertrag durchzusetzen und wirkungslose Vorgaben nicht zuzulassen.

Die Deutsche Krankenhausgesellschaft wies die Kritik zurück. Hauptgeschäftsführer Georg Baum bezeichnete es als „bürokratischen Gau“, wenn – wie es die Verbände fordern – die Anzahl der Pflegekräfte im Verhältnis zur Patientenzahl pro Schicht festgelegt werde. Stattdessen habe man Monatsdurchschnittswerte vorgesehen, erklärte Baum. Am Ende eines Quartals müssten die Kliniken angeben, an welchen Tagen die Personaluntergrenzen nicht erreicht worden seien.

Bundesagentur: Mehr ausländische Kräfte

Der Krankenhausgesellschaft zufolge laufen derzeit Erhebungen in den Kliniken, um Untergrenzen für Tag- und Nachtschichten festlegen zu können. Sie sollen von 2019 an für alle Stationen mit bettlägerigen Patienten gelten. Darauf hatten sich Union und SPD im Koalitionsvertrag verständigt. Bis dahin waren Personaluntergrenzen nur für pflegeintensive Abteilungen vorgesehen. Angesichts des Personalmangels will sich die Koalition verstärkt um bessere Arbeitsbedingungen und Bezahlung in der Pflege kümmern.

Unterdessen meldet die Bundesagentur für Arbeit (BA) eine deutliche Zunahme von ausländischen Kräften in der Altenpflege. Ihr Anteil ist binnen vier Jahren von knapp sieben auf elf Prozent gestiegen. Die Branche setze angesichts des Fachkräftemangels zunehmend auf Arbeitnehmerinnen aus Kroatien, Polen oder Rumänien, erklärte die BA in Nürnberg.

Altenpflegekräfte gesucht

Bundesweit werden insbesondere examinierte Altenpflegekräfte gesucht. Auf 15.800 freie Stellen kamen im April aber lediglich 3.000 Arbeitssuchende. In der Krankenpflege kommen auf 12.100 gemeldete freie Stellen 5.000 arbeitslose Bewerberinnen und Bewerber.

Aktuell sind nach Angaben der Bundesagentur 1,6 Millionen Frauen und Männer in der Alten- und Krankenpflege beschäftigt, 174.000 mehr als noch vor vier Jahren. (epd/mig 11)

 

 

 

Prof. Dr. Hermann Parzinger aus Deutschland zum neuen Präsidenten von EUROPA NOSTRA gewählt

 

Den Haag – Prof. Dr. Hermann Parzinger, der bekannte deutsche Archäologe, Prähistoriker und Experte für kulturelles Erbe und Präsident der Stiftung Preußischer Kulturbesitz, wurde zum neuen ehrenamtlichen geschäftsführenden Präsidenten von Europa Nostra gewählt. Europa Nostra wurde 1963 gegründet und ist das führende europäische Netzwerk von dem Kulturerbe verpflichteten Nichtregierungsorganisationen, das heute 370 Mitglieder und Partnerorganisationen mit 5 Millionen angeschlossenen Mitgliedern aus über 40 europäischen Ländern umfasst. Europa Nostra versteht sich als Stimme des europäischen Kulturerbes.

 

In der gestrigen Sitzung des Councils von Europa Nostra im Cercle de L’union Interalliée in Paris wurde Hermann Parzinger einstimmig gewählt. Bei dieser Gelegenheit sagte der scheidende geschäftsführende Präsident Denis de Kergorlay, der die Organisation neun Jahre lang geleitet hat: „Aufgrund der herausragenden Kenntnis, Erfahrung und Qualitäten Hermann Parzingers bin ich absolut sicher, dass er die richtige Person zur richtigen Zeit für die Übernahme des Steuers von Europa Nostra ist.“

 

„Europa Nostra ist zu einem einflussreichen europäischen Netzwerk und einer Stimme der Zivilgesellschaft geworden, die die Sache des gemeinsamen europäischen Kulturerbes verteidigt und unterstützt. Es ist mir Freude und Ehre zugleich, die ehrenamtliche Aufgabe als neuer geschäftsführender Präsident von Europa Nostra in diesen herausfordernden Zeiten zu übernehmen, noch dazu im European Cultural Heritage Year (ECHY)“, sagte Hermann Parzinger anlässlich seiner Wahl. „Nach einem Jahrzehnt tiefer ökonomischer und politischer Krisen in Europa, die zu einer gefährlichen Zunahme von Populismus und Nationalismus führten, bin ich als Bürger zutiefst besorgt über die Zukunft Europas. Das europäische Projekt kann nur überleben und sich weiterentwickeln, wenn wir eine wahre und sinnhafte europäische Identität entwickeln, die nur auf die Basis des reichen und vielfältigen europäischen Kulturerbes gebaut sein kann. Mission und Arbeit von Europa Nostra sind daher heute wichtiger denn je, und ich freue mich, als engagierter und überzeugter Europäer etwas dazu beitragen zu können.“

 

In Paris zollte Hermann Parzinger seinem Vorgänger – Denis de Kergorlay – Anerkennung: „Denis de Kergorlay war ein sehr inspirierender und höchst effektiver geschäftsführender Präsident von Europa Nostra. Ich empfinde es als Verpflichtung, auf seinem Vermächtnis aufzubauen und Europa Nostra in seinem Sinne weiterzuentwickeln, und zwar gemeinsam mit unserem neuen Board und Council, bestehend aus engagierten ehrenamtlichen Mitgliedern, sowie mit der ungemein effektiven Unterstützung durch den hochprofessionellen Stab der Geschäftsstelle in Den Haag und unseren Ehrenpräsidenten, Maestro Domingo, dessen ehrenamtliches Engagement so entscheidend für unsere Organisation ist.

 

Maestro Plácido Domingo, der seit 2010 Ehrenpräsident von Europa Nostra ist, begrüßte diese wichtige Wahl. „Abgesehen von seiner außerordentlichen Erfahrung als Kulturerbe-Experte und Kulturmanager, ist Hermann Parzinger ein überzeugter Europäer. Er glaubt fest an Europa als kulturelles Projekt und verkörpert die Sache von Europa Nostra. Ich bin überzeugt, dass unter seiner Führung Europa Nostra weiter vorankommen wird. Ich möchte außerdem den einzigartigen Beitrag von Denis de Kergorlay loben. Dank seiner Leidenschaft für das Kulturerbe und seine kluge und umsichtige Führung wurde Europa Nostra führend in der europäischen Kulturerbe-Bewegung.

 

In seiner Eigenschaft als Präsident der Stiftung Preußischer Kulturbesitz und als Council-Mitglied von Europa Nostra ist Prof. Dr. Hermann Parzinger auch eng mit der Vorbereitung des ersten European Cultural Heritage Summits „Sharing Heritage – Sharing Values“ vom 18. – 24. Juni 2018 in Berlin befasst. Das Hauptziel dieses Summits, den Europa Nostra, das Deutsche Nationalkommittee für Denkmalschutz und die Stiftung Preußischer Kulturbesitz gemeinsam organisieren, ist es, eine ambitionierte europäische Agenda und einen nachhaltigen Aktionsplan für das kulturelle Erbe Europas als dauerhaftes Vermächtnis des European Cultural Heritage Year zu entwickeln. EN 8

 

 

 

 

Statistik. Rund 871.000 Deutsche leben im EU-Ausland

 

Rund 871.000 Deutsche lebten im Jahr 2017 im EU-Ausland. Die meisten von ihnen zog es nach Österreich. Weitere beliebte Ziele sind der Vereinigte Königreich und Spanien.

 

Rund 871.000 Deutsche haben im vergangenen Jahr im EU-Ausland gelebt. Wie das Statistische Bundesamt in Wiesbaden am Dienstag mitteilte, zog es die meisten von ihnen nach Österreich: Rund 182.000 Deutsche wohnten in der Alpenrepublik. An zweiter Stelle folgte Großbritannien, wo rund 147.000 Deutsche lebten. Beliebt war nach den Angaben auch Spanien, dort waren rund 141.000 Deutsche gemeldet.

In Österreich erhöhte sich die Zahl der Deutschen 2017 im Vergleich zu 2012 um 20 Prozent, in Großbritannien stieg sie fast ebenso stark (plus 19 Prozent). In Spanien war sie 2017 im Vergleich zu 2012 um acht Prozent niedriger.

EU-Bürger können ihren Wohnort innerhalb der Europäischen Union frei wählen. Wenn Großbritannien 2019 wie erwartet aus der EU austritt, muss auch der Aufenthaltsstatus der dort lebenden EU-Ausländer neu geregelt werden.

(epd/mig 9)

 

 

 

 

Die Kampagne „Vorsicht Sekundenschlaf!" informiert

 

Medikamente können Sekundenschlaf begünstigen. Allergiker sind im Frühjahr besonders gefährdet

 

Bonn – Mit Beginn des Frühlings wirbeln vermehrt Pollen durch die Luft. Laut des Deutschen Allergie- und Asthmabundes (DAAB) leiden rund 16 Prozent der Bevölkerung an einer Pollenallergie mit Symptomen wie Fließschnupfen oder juckenden Augen. Viele Betroffene müssen Antihistaminika einnehmen. Diese können jedoch müde machen, damit die Fahrtüchtigkeit beeinträchtigen und einen Sekundenschlaf begünstigen.

Nicht nur Antihistaminika, sondern auch viele andere Arzneimittel können einen solchen Einfluss haben. Laut Angaben der Hersteller beeinträchtigen zwischen 15 und 20 Prozent aller zugelassenen Medikamente die Fahrtüchtigkeit. Dazu gehören vor allem auch Antiepileptika, Psychopharmaka und einige Schmerzmittel, die oft die kognitive Leistungsfähigkeit einschränken und latente Müdigkeit hervorrufen. Trotzdem unterschätzen viele, wie sehr sich solche Medikamente auf die Fähigkeit, ein Fahrzeug konzentriert zu führen, auswirken können. „Ausgehend von diversen Expertenmeinungen und wissenschaftlichen Schätzungen gehen wir davon aus, dass viele Verkehrsunfälle unter der Beteiligung von Arzneimitteln, insbesondere Psychopharmaka, stattfinden", so Dr. Hans-Günter Weeß, Vorstandsmitglied der Deutschen Gesellschaft für Schlafforschung und Schlafmedizin (DGSM), im Rahmen der Kampagne „Vorsicht Sekundenschlaf!".

Wer verschreibungspflichtige oder frei verkäufliche Arzneimitteln einnimmt, sollte mögliche Einflüsse auf die eigene Fahrtüchtigkeit mit einem Arzt bzw. einer Ärztin oder in der Apotheke abklären. Dies ist speziell vor der ersten Anwendung, bei einer Dosissteigerung, bei einer Umstellung oder beim Absetzen der Medikamente wichtig. „Auch Wechselwirkungen mit anderen Arzneimitteln sollten berücksichtigt werden, da sie mögliche Nebenwirkungen wie etwa eine verminderte Konzentration und vermehrte Schläfrigkeit noch verstärken können", ergänzt Dr. Weeß. Wer beim Autofahren erste Anzeichen wie häufiges Gähnen oder schwere Augenlider bemerkt, sollte dringend eine Pause einlegen. Diese empfiehlt sich mit etwas Bewegung zur Kreislaufaktivierung oder mit einem Kurzschlaf von zehn bis 20 Minuten zu kombinieren.

Hintergrund zur Kampagne: Müdigkeit am Steuer ist ein unterschätztes Unfallrisiko im Straßenverkehr. In der Unfallstatistik wird Übermüdung für nur 0,5 Prozent aller schweren Unfälle als Ursache deklariert. Die Dunkelziffer liegt laut Experten jedoch weitaus höher. Jeder übermüdete Fahrzeugführer und jede übermüdete Fahrzeugführerin ist somit potenziell der Gefahr des Sekundenschlafs ausgesetzt. Der DVR hat deshalb gemeinsam mit dem Bundesministerium für Verkehr und digitale Infrastruktur (BMVI) und der Deutschen Gesetzlichen Unfallversicherung (DGUV) im Dezember 2016 eine Aufklärungskampagne mit dem Titel „Vorsicht Sekundenschlaf! Die Aktion gegen Müdigkeit am Steuer." gestartet. Ziel der Kampagne ist es, alle Fahrzeugführer und Fahrzeugführerinnen für die Gefahren von Müdigkeit am Steuer zu sensibilisieren und präventive sowie akute Maßnahmen dagegen aufzuzeigen. (DVR 7)

 

 

 

Politik baut weiter auf Integrationskraft des Sports

 

BMI und BAMF setzen die Förderung des Bundesprogramms „Integration durch Sport“ fort 

 

Ein deutliches Signal an den organisierten Sport: Das seit vielen Jahren mit Erfolg umgesetzte Bundesprogramm „Integration durch Sport“ (IdS) erhält auch in der Zukunft umfangreiche finanzielle Unterstützung durch die Politik. Der Deutsche Olympische Sportbund (DOSB), hat eine entsprechende Fördermittelzusage vom Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) bis 2020 erhalten. Die Zuwendungen in diesem Zeitraum werden pro Jahr mehr als 11 Millionen Euro betragen. Der Bewilligungsbescheid gilt vorbehaltlich der Verabschiedung des Bundeshaushaltes.

„Wir danken dem Bundesinnenministerium und dem BAMF für die intensive und fortgesetzte Unterstützung des Bundesprogramms. Wir verstehen sie als Wertschätzung für den organisierten Sport und seine vielfältigen und wichtigen Integrationsleistungen. Gerade in den vergangenen Jahren haben die Sportvereine hervorragende Arbeit geleistet, als an vielen Stellen unbürokratische Hilfe dringend nötig war. Gleichzeitig fühlen wir uns durch den politischen Rückhalt darin bestärkt, uns weiter in die Diskussionen zur gesellschaftlichen Gestaltung unseres Landes einzubringen“, sagt DOSB-Präsident Alfons Hörmann.

2019 feiert „Integration durch Sport“ sein Jubiläum zum 30-jährigen Bestehen. Dem DOSB obliegt die Verantwortung bei der strategischen Programmleitung, den Landessportbünden die Umsetzung; die Ideen und Angebote entstehen in den mittlerweile mehr als 4.000 programmnahen Sportvereinen. Sie haben mithilfe der Bundesförderung in den vergangenen drei Jahrzehnten ein beeindruckendes Spektrum an individuellen Integrationsleistungen für Menschen mit Migrationshintergrund entwickelt.

Das Angebot der Vereine reicht weit über den Sport hinaus, deckt mittlerweile Hausaufgabenhilfe und Sprachunterricht genauso ab wie die Unterstützung bei Behördengängen oder der Arbeitsplatzsuche. Der Anteil von Menschen mit Migrationshintergrund liegt laut der wissenschaftlichen Erhebung der Berliner Humboldt-Universität in IdS-geförderten Vereinen rund sechsmal höher als im Bundesdurchschnitt.

Um angesichts der hohen Fördersumme für die nötige Transparenz zu sorgen, hat die beim DOSB angesiedelte Programmleitung einen Verteilerschlüssel für die Landessportbünde erarbeitet und für die Programmabwicklung ein Förderportal für die beteiligten Verbände eingerichtet. Ein Schwerpunkt des anstehenden Förderzyklus wird sein, Menschen mit Migrationshintergrund nicht allein in die Vereine zu führen, sondern sie noch stärker in die Gestaltung des Vereinslebens einzubinden.

Ein zweiter Schwerpunkt wird auf der Kommunikation liegen, um das Programm tiefer in den organisierten Sport, aber auch in die Gesellschaft zu tragen. Vor allem der letzte Aspekt zielt auf ein wichtiges Anliegen des DOSB ab: „Wir müssen eine Kultur befördern, die Integration als normalen Teil des sozialen Engagements begreift und nicht als Ausnahmeleistung Einzelner. Eine größere öffentliche Anerkennung sowie gesetzliche Erleichterungen für das Ehrenamt könnten ein erster Schritt zur Aufwertung sein“, sagte Walter Schneeloch, DOSB-Vizepräsident Breitensport und Sportentwicklung.

Einen ersten Schritt in Richtung Politik hat der DOSB bereits 2017 unternommen und den Mitgliedern des Bundestages das Angebot gemacht, Integration und Sport in der Praxis zu erleben – mit parteiübergreifender Resonanz. Zu den Abgeordneten, die sich vom Engagement der Sportvereine in der Praxis überzeugt haben, zählen unter anderem Stephan Mayer (Mitglied des Sportausschusses, CDU/CSU), Thomas Oppermann (Vorsitzender der SPD-Bundestagsfraktion), Katja Dörner (Bündnis 90/Die Grünen) und Jan Korte (Die Linke). Dosb 15

 

 

 

 

Erasmus: Nach 30 Jahren weiterhin auf Erfolgskurs

 

* Die Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit im Deutschen Akademischen Austauschdienst stellt ihren Jahresbericht 2017 vor.

* Mit mehr als 45.000 deutschen Erasmus-Teilnehmerinnen und -Teilnehmern, die es im Hochschuljahr 2015/16 ins Ausland zog, nimmt das Interesse am Programm weiterhin zu.

* Am häufigsten zieht es deutsche Erasmus-Studierende nach Spanien, Frankreich und Großbritannien.

 

Die Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit im Deutschen Akademischen Austauschdienst (NA DAAD) zieht für das vergangene Erasmus+ Jahr eine positive Bilanz: die Teilnehmerzahl des EU-Bildungsprogramms wuchs im Hochschuljahr 2015/2016 weiterhin an – 45.126 deutsche Studierende gingen mit Erasmus ins Ausland, gegenüber 44.709 im Vorjahr. Besonders die Auslandsmobilität von Hochschulmitarbeiterinnen und -mitarbeitern zu Fort- und Weiterbildungszwecken stieg hierzulande mit 16,8 Prozent sehr deutlich an.

„Erasmus ist längst zu einem Erfolgsmodell und Synonym für die Begegnung zwischen jungen Europäerinnen und Europäern geworden: Erasmus stärkt die Europäische Identität“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Dr. Margret Wintermantel. „In den politisch und gesellschaftlich herausfordernden Zeiten, in denen wir leben, hat der weitere Ausbau des Erasmus-Programms höchste Priorität.“

Die beliebtesten Zielländer deutscher Studierender für einen Studienaufenthalt im Ausland bleiben unverändert Spanien, Frankreich und Großbritannien. Beim Praktikumsaufenthalt sind es dieselben Länder in anderer Reihenfolge: Großbritannien auf Platz eins, gefolgt von Spanien und Frankreich. Bei der Personalmobilität sieht die Länderverteilung etwas anders aus: Unterrichtet wird am liebsten in Polen (gefolgt von Spanien und Italien); bei der Fort- und Weiterbildung liegt – neben Großbritannien (1.) und Spanien (2.) – Finnland auf Platz 3.

Das 30. Erasmus-Jubiläum war auch Anlass für spezielle Aktivitäten, Aktionen und Feierlichkeiten, sowie für Publikationen und die Einrichtung einer eigenen Rubrik auf der Website eu.daad.de. Initiatoren waren neben der NA DAAD vor allem die Hochschulen und studentische Lokale Erasmus+ Initiativen.

Sie können den Erasmus+ Jahresbericht 2017 hier bestellen und als PDF-Version herunterladen: eu.daad.de/Publikationen

Hintergrund

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) ist seit 1987 Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit in Deutschland. Seit 2014 sind die Bildungsprogramme der Europäischen Union unter dem Namen Erasmus+ zusammengefasst. Im Bereich der Hochschulen fördert Erasmus+ die Auslandsmobilität von Studierenden und Praktikanten ebenso wie Auslandsaufenthalte von Hochschuldozenten und Hochschulmitarbeitern.

Der DAAD

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) ist die Organisation der deutschen Hochschulen und ihrer Studierenden zur Internationalisierung des Wissenschaftssystems. Er schafft Zugänge zu den besten Studien- und Forschungsmöglichkeiten für Studierende, Forschende und Lehrende durch die Vergabe von Stipendien.

Der DAAD fördert transnationale Kooperationen und Partnerschaften zwischen Hochschulen und ist die Nationale Agentur für die europäische Hochschulzusammenarbeit. Der DAAD unterhält dafür ein Netzwerk mit 71 Außenstellen und Informationszentren und rund 500 Lektorate weltweit sowie die internationale DAAD-Akademie (iDA).

2016 hat der DAAD über 130.000 Deutsche und Ausländer rund um den Globus gefördert. Der DAAD wird überwiegend aus Mitteln des Auswärtigen Amts, des Bundesministeriums für Bildung und Forschung, des Bundesministeriums für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung und der Europäischen Union finanziert. Daad

 

 

 

 

Frankfurt/M. Die erste Retrospektive "Ciao Macho. Marco Ferreri"

 

Franjfurt/M. Vom 7. bis 29. Juni veranstalten wir die erste Retrospektive "Ciao Macho. Marco Ferreri" seines zwischen 1959 und 1996 entstandenen Werks in Deutschland, gezeigt wird eine Auswahl von 15 Filmen, alle wie immer im Originalformat (35mm). 10 Filme allein laufen am Schwerpunktwochenende vom 15. bis 17. Juni 2018.

Besonders freuen wir uns ankündigen zu können, dass die wunderbare Marina Vlady – eine der berühmtesten Kinoschauspielerinnen ihrer Generation – am 15. Juni in Frankfurt am Main zu Gast sein und um 20 Uhr über ihre Zusammenarbeit mit Ferreri bei UNA STORIA MODERNA: L’APE REGINA (Die Bienenkönigin, 1963) sprechen wird.

Die Reihe findet im Kino des Deutschen Filmmuseums in Frankfurt am Main und gemeinsam mit dem Deutschen Filminstitut statt.

Ferreris Kino ist eigenwillig, radikal, sarkastisch. Bekannt ist es jedoch vor allem als bissig provokant. Der Skandal um sein berüchtigtes Meisterwerk LA GRANDE BOUFFE (Das große Fressen, 1973) auf dem Festival in Cannes 1973 ging in die Filmgeschichte ein.

Doch möchten wir mit Euch vor allem seine anderen Meisterwerke entdecken, die nach wie vor außerhalb Italiens nur selten zu sehen sind. Großes Kino, das Fragen stellt, die kaum an Aktualität eingebüßt haben und heute vielmehr damit schockieren, dass Ferreris prophetische Aussagen zunehmend die Realität widerspiegeln.

Der früheste Film in der Reihe ist Ferreris im Franco-Spanien entstandener dritter Film El COCHECHITO (1960), in dem für einen pensionierten Mann ein motorisierter Rollstuhl wichtiger ist als das Wohlergehen seiner Familie; passend zum 68er-Jubiläum zeigen wir den zeitpolitischen Kommentar DILLINGER È MORTO (Dillinger ist tot, 1969), wo Flucht auf einem Papierschiff den einzigen Weg darstellt, der Belanglosigkeit der modernen Existenz zu entkommen. Ferner laufen Ausnahmewerke wie L'ULTIMA DONNA (Die letzte Frau, 1976), CIAO MASCHIO (Affentraum, 1978) und Ferreris letzter Film NITRATIO D'ARGENTO (1996), eine Hommage an das Kino und seine Geschichte.

Freuen können wir uns auch auf die absoluten Starbesetzungen der Filme: auf Marina Vlady, Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Gerard Depardieu, Ornella Muti, Michel Piccoli, Philippe Noiret und viele andere.

Alle Filme werden von fachkundigen Einführungen begleitet, ferner wird es eine Videoeinführung zum Werk des Regisseurs von Adriano Aprá geben, einem der berühmtesten italienischen Filmkritiker, der Ferreri nicht nur seinerzeit unterstützte, sondern auch Cameo-Auftritte in den Filmen hatte.

Wie freuen uns auf eine unvergessliche Veranstaltung im Monat Juni!“

Nähere Informationen auch unter: http://www.filmkollektiv-frankfurt.de/veranstaltungen/retrospektive-marco-ferreri. dip