WEBGIORNALE   18-31  marzo  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       A un anno dalle elezioni italiane. Pombeni (politologo): “È sempre più difficile governare con tribù di fedeli”  1

2.       «Il 21 marzo esponete tutti una bandiera dell'Europa»: l'appello di Romano Prodi 1

3.       Europa. Heller (filosofa): “Quando sarà distrutta, i suoi nemici si rivolteranno l’uno contro l’altro”  2

4.       "Venerdí in difesa del clima”: ma chi salverà il clima politico avvelenato?  2

5.       Milioni di giovani in marcia per la Terra  3

6.       Antisemitismo: contro la spirale d’odio, bisogna agire  3

7.       Parlamento europeo: elezioni, l’Italia roccaforte del populismo  4

8.       Annegret Kramp-Karrenbauer: L'Unione europea che dobbiamo ri-costruire  4

9.       L’Europa dei talenti 5

10.   “Community of Images: Zugehörigkeiten schaffen/ Costruire appartenenze”  6

11.   Domenica 14 aprile 2019 Giornata della memoria a Ravensbruck  7

12.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

13.   Servizi Consolari a Monaco di Baviera: Status quo e prospettive di miglioramento  8

14.   L‘Italia il Paese più presente alla Prowein di Düsseldorf (1719 marzo) 9

15.   “Divorare il cielo": incontro con l’autore Paolo Giordano all’IIC di Amburgo il 21 marzo  9

16.   L’economia punta all’Intelligenza Artificiale, la nuova interazione tra uomo e macchina. 9

17.   L’omaggio di Bochum all’artista Mario Nigro  9

18.   Mantegna e Bellini alla Gemäldegalerie di Berlino fino al 30 giugno  10

19.   L’Italia al salone “International Dental Show – IDS” di  Colonia (12-16 marzo) 10

20.   Eccellenze italiane in Germania. “Io ce l’ho fatta”. La storia di Alessandro Bellardita  11

21.   L’offerta turistica italiana alla fiera ITB di Berlino turismo (6-10 marzo) 11

22.   Il Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno alla XII edizione, che  diventa “itinerante”, 12

23.   Dal 22 marzo al 3 maggio all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo mostra fotografica di Angelo Pagliari 12

24.   Ad Amburgo il 26 marzo la conferenza della storica dell'arte Anne Scheinhardt sui musei di Roma Maxxi e Macro  13

25.   Avviato l’esame della relazione relativa la riforma degli IIC e gli interventi di promozione culturale  13

26.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa  14

27.   “Preoccupazioni, soddisfazioni e tante cose da fare”  15

28.   Ricordi da capo di Stato Maggiore. Kosovo: vent’anni dopo, l’Operazione Nato Allied Force  15

29.   Come staremo?  16

30.   Sulla Nuova Via della Seta. Xi a Roma: l’Italia sovranista e le grandi potenze  16

31.   Elezioni, un anno dopo. L’anno dell’azzardo politico: la fragilità di Salvini e dell’Italia  16

32.   Internazionalismo e sovranismo. Italia-Vaticano: i binari paralleli di Francesco e M5S/Lega  17

33.   No dell’Aula alla mozione per l’istituzione del Comitato per le Questioni degli Italiani all'Estero  17

34.   Politica scontata  18

35.   Alla Farnesina la riunione del Comitato di Presidenza del Cgie  19

36.   Migliorare il Sistema di prenotazione online dei servizi consolari 19

37.   Schiavone Cgie): Preoccupazione per il disegno di legge che riduce gli eletti della circoscrizione Estero  20

38.   Senza fini 20

39.   Respinta dall'Aula la mozione per l'istituzione del Comitato per le questioni degli italiani all'estero  20

40.   Decreto su Reddito e Pensione di cittadinanza: gli emendamenti PD per ripristiare equità e diritti 20

41.   Un governo lontano dagli italiani all’estero  21

42.   Miracolo economico?  21

43.   Le primarie del PD all’estero  21

44.   Governo giallo-verde e italiani nel mondo  22

45.   Le ingannevoli dichiarazioni del sottosegretario Merlo  22

46.   "Attività Comites a rischio, Governo trovi soluzione per garantirne funzionamento"  22

47.   Quali politici?  22

48.   La farsa dell’aumento delle pensioni minime  23

49.   Pensioni all’estero, seconda fase accertamento esistenza in vita  23

50.   L’associazionismo  23

51.   I giovani italiani nel mondo sono scesi in piazza per richiamare l’attenzione sui cambiamenti climatici 24

52.   Brexit, Billi (Lega): audizione Ministro Moavero sui recenti sviluppi 24

53.   Allarme della Coldiretti: “Senza i migranti stagionali i raccolti della frutta sono a rischio”  24

54.   Pagamento delle prestazioni all’estero: avvio della seconda fase di accertamento dell’esistenza in vita anni 2018-2019  24

55.   Tutelare ricercatori e docenti dagli errori dell’agenzia delle entrate  25

 

 

1.       EU-Parlament fordert weitere Maßnahmen gegen Desinformation und Fake News  25

2.       EU-Statistikbehörde. Zahl der Asylbewerber in Europa geht weiter zurück  26

3.       Europa jetzt richtig machen – aber wie?  26

4.       „Friday for Future“: und wer rettet das vergiftete politische Klima?  27

5.       Ökologische Fragen sind soziale Fragen. Daran entscheidet sich die Zukunft der Sozialdemokratie. Von Johano Strasser 27

6.       Abschottung gelungen. Brüssel zieht vier Jahre nach Flüchtlingshoch Bilanz  28

7.       Wie wird man zum Champion?  28

8.       The Capitals: Macron, Europa, Neubeginn  29

9.       EU. „Wir brauchen ein House of Cards aus Brüssel“  30

10.   Studie. Ostdeutsche Wirtschaft braucht Zuwanderer 31

11.   Macht euch ehrlich  31

12.   Was antwortet AKK auf Macrons Reformideen?  32

13.   „Nie wieder!“ und der Wunsch, nichts zu wissen  32

14.   Antirassistische Demonstration in Mailand  33

15.   Leak: Chinas Pläne in Italien  33

16.   Hessen. Landesausländerbeirat. Neuer Landesvorstand gewählt. Enis Gülegen als Vorsitzender bestätigt 34

17.   Studie. Immer mehr ausländische Pflegefachkräfte in Deutschland  34

18.   Julia Draganovic wird neue Direktorin der Villa Massimo  34

19.   Deutsch vor Einreise. Religionsvertreter kritisieren Seehofer-Pläne  35

20.   Ein Jahr GroKo: Nabu zieht enttäuschte Bilanz zum Umweltschutz  35

21.   „Integration durch Sport“ feiert 30-jähriges Jubiläum   36

22.   Eckpunktebeschluss zu kolonialem Kulturgut. Das Unrecht wird nicht vergessen  36

23.   Buchtipp. Das neue Wir – Warum Migration dazugehört 37

 

 

 

A un anno dalle elezioni italiane. Pombeni (politologo): “È sempre più difficile governare con tribù di fedeli”

 

Le elezioni del quel 4 marzo 2018 hanno cambiato la geografia politica italiana. Facciamo il punto con Paolo Pombeni, storico e politologo tra i più autorevoli del nostro Paese. Un'analisi che tiene conto dell'esito delle recenti elezioni regionali e guarda inevitabilmente al voto europeo del prossimo maggio

A un anno dalle elezioni che, come si è scritto all’indomani di quel 4 marzo 2018, hanno cambiato la geografia politica italiana, facciamo il punto con Paolo Pombeni, storico e politologo tra i più autorevoli del nostro Paese. Un’analisi che tiene conto dell’esito delle recenti elezioni regionali e guarda inevitabilmente al voto europeo del prossimo maggio.

Nel giro di un anno i rapporti di forza tra i due partiti che avevano parzialmente vinto le elezioni politiche si sono praticamente ribaltati. Eppure questi due partiti hanno governato e stanno governando insieme: com’è stato possibile questo rovesciamento di posizioni?

I risultati del 4 marzo 2018 sono derivati da due dinamiche di fatto convergenti: la richiesta di un ricambio radicale di classe dirigente e un moto di protesta collegato a un sentimento di insoddisfazione generale. La prima spinta ha portato verso la Lega, a cui gli elettori hanno attribuito – a torto o a ragione, ma le storie comunque contano – la capacità di esprimere una classe dirigente alternativa, in virtù delle esperienze di governo nazionale e locale. La seconda ha invece premiato il Movimento 5 Stelle. Con il passare del tempo, però,

la protesta generica esige delle risposte e il M5S non è stato in grado di diventare una forza di governo, anche perché non ha gli uomini.

Quindi, dei due fattori decisivi nel voto di un anno fa, è rimasto soltanto quello che alimenta il vantaggio della Lega.

Dopo le elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna, qualche analista ha abbozzato l’ipotesi di un ritorno al bipolarismo di tipo tradizionale, tra centro-destra e centro-sinistra, dopo che in questi mesi l’unico bipolarismo possibile – paradossalmente giocato all’interno della coalizione di governo – è apparso quello tra M5S e Lega. Le sembra un’ipotesi realistica?

Nelle due tornate regionali a me pare che emerga piuttosto una frammentazione dell’offerta politica. Parliamo per semplificare di un centro-destra e di un centro-sinistra ma in realtà da un parte e dall’altra quel che si vede è un’Armata Brancaleone. Basti pensare, per esempio, che in Sardegna il centro-destra era costituito da undici liste. Molto spesso, poi, quelle che si definiscono liste civiche sono in concreto dei gruppi di interesse. Il consenso viene costruito intorno a interessi microsettoriali e lo hanno capito anche i grillini che per la prima volta hanno preso in considerazione la possibilità di apparentarsi con altre liste. E’ il fallimento del ‘partito a vocazione maggioritaria’, per usare un’espressione nota, in cui le microcorporazioni accettavano di essere assorbite in un progetto più ampio. Ma è nell’essenza stessa dei partiti di massa, che segnarono proprio il superamento delle fazioni della fine dell’Ottocento, la capacità di raccogliere le istanze sociali e farne una sintesi politica. Oggi, invece,

ci troviamo davanti a federazioni di tribù di fedeli a questo o a quello e diventa sempre più difficile governare.

Bisognerà attendere i prossimi appuntamenti elettorali per verificare queste tendenze. Le europee da quanto punto di vista sono meno significative, anche per il diverso meccanismo elettorale, ma avremo il voto in Piemonte e un’importante tornata amministrativa. Ci saranno persino due elezioni suppletive in altrettanti collegi del Trentino-Alto Adige per eleggere i sostituti di due deputati (diventati presidente e assessore nella provincia autonoma di Trento, ndr) e in questi casi si voterà con l’uninominale.

Che cosa si aspetta riguardo alla partecipazione al voto? Le ultime regionali hanno fornito dati contrastanti, pur nella comune bassa affluenza che caratterizza il voto locale: ulteriore diminuzione in Abruzzo, lieve crescita in Sardegna.

Non darei molta importanza a questi segnali. Quando si tratta di spostamenti così modesti è verosimile ricondurli alla presenza o meno di interessi corporativi in grado di mobilitare gli elettori.

Per le europee c’è un grande punto di domanda. E’ un appuntamento giocato molto sul voto di opinione.

Non mi pare che al momento ci sia in giro molta consapevolezza sul significato di queste elezioni, né un grande trasporto per il confronto tra europeisti e anti-europeisti. Anche per quanto riguarda l’affluenza alle urne, comunque, sarà interessante verificare quel che accadrà laddove il voto europeo coincide con quello locale.

Il raffronto con il voto di un anno fa suggerisce anche a un altro tema di fondo: l’estrema volatilità dei consensi elettorali.

E’ un altro aspetto su cui i partiti si ostinano a non ragionare. Siamo dentro una grande transizione e gli elettori, non sapendo dove si andrà a finire, si buttano un po’ di qua e un po’ di là, alla ricerca di quel che sembra più convincente e tranquillizzante.

E’ come se si fosse persa la capacità di convergere su un progetto condiviso in grado di stabilizzare il sistema.

Le propongo due esempi tipici. Primo, il fallimento dell’ipotesi di riforma costituzionale. Si è parlato per anni della necessità di aggiornare il funzionamento di alcune istituzioni e poi, quando è arrivato il momento di cambiare, tutto si è bloccato. Secondo, l’autonomia differenziata. Anche in questo caso si è parlato per anni della necessità di superare il centralismo e poi, arrivati al dunque, è emersa la paura di spaccare il Paese, come se il Paese oggi fosse realmente unito…Ovviamente bisogna fare i passi giusti, con senso di responsabilità. Quel che voglio dire, però, è che non si può tenere tutto fermo. Il rischio è di incrementare la palude in cui già ci troviamo. Stefano De Martis, Sir 4

 

 

 

 

«Il 21 marzo esponete tutti una bandiera dell'Europa»: l'appello di Romano Prodi

 

L’Europa è di tutti gli italiani e serve un nuovo Risorgimento contro il nazionalismo che attacca i valori liberali anche in Italia. Sull'Espresso in edicola da domenica l'intervista all'ex presidente del Consiglio - di Marco Damilano

 

«Serve un nuovo Risorgimento. La bandiera dell’Europa, da affiancare a quella italiana. Nel mondo che non era ancora globale per difenderci bastava la bandiera italiana, ora ne servono due, c’è bisogno dell’Europa».

 

Romano Prodi rilancia sull’Espresso in edicola da domenica 17 marzo e già online su Espresso+ la sua proposta: appendere nelle case la bandiera dell’Europa il 21 marzo, l’inizio della primavera. L’idea è partita in sordina, adagio adagio com’è nello stile del Professore, ma poi è decollata, ha raccolto il consenso di associazioni laiche e cattoliche, di numerosi sindaci del centro-sinistra, da Beppe Sala a Leoluca Orlando, ma anche del centro-destra.

 

La riconquista di uno spazio simbolico, lasciato sguarnito, abbandonato rispetto agli apparati dell’immaginario dei sovranisti, con il loro carico di date storiche, stendardi, rosari di riparazione, santi nazionali e oscuri richiami al passato.

 

«È solo l’inizio», spiega Prodi, «il processo continuerà fino alle elezioni europee di maggio. Sentivo il bisogno di un momento che scaldasse i cuori e che non fosse di parte, perché l’Europa è di tutti gli italiani. I gruppi dirigenti politici, economici, intellettuali hanno pensato che l’Europa fosse stata conquistata una volta per tutte. Invece non era così. E questa errata convinzione ha messo a rischio la democrazia liberale in alcuni paesi. Oggi la democrazia è di fatto esclusa in Polonia e in Ungheria ed è fortemente minacciata in Italia».

 

Sta dicendo che in Italia c’è un rischio democratico? «Non mi riferisco a una deriva autoritaria. Parlo di una diminuzione forte di ruolo dei pilastri della democrazia liberale, il Parlamento e il governo che si riuniscono e discutono solo in modo sporadico. La mia è un’analisi oggettiva: c’è un indebolimento dei principi liberali e democratici, l’Italia si va orientando verso modelli diversi, in linea con quanto avviene in altre parti del mondo, nelle Filippine, in Brasile, in Turchia, in Russia e negli Stati Uniti. Ovunque è forte il desiderio di autorità. Anche per questo spero che alla guida della futura Commissione non sia chiamato un politico di secondo piano, ma un leader vero che conosce il mondo: Angela Merkel, ad esempio. Potrebbe essere lei la nostra Thomas Becket: da uomo di potere alla corte del sovrano a vescovo convertito. Era considerata la custode degli interessi nazionali della Germania e la nemica dell’Europa, oggi ne può incarnare lo spirito».

 

Le elezioni sono alle porte. Il Pd ha appena eletto il suo nuovo segretario, Nicola Zingaretti, sulla costruzione della lista per il Parlamento europeo c’è il primo banco di prova, gli incontri con +Europa di Emma Bonino non sono andati bene, Carlo Calenda scalpita, il padre fondatore dell’Ulivo e del Pd come la vede? «La manifestazione di Milano e le primarie della domenica successiva hanno dimostrato che l’unica alternativa a questa maggioranza di governo è il Pd», risponde il Professore. «Ora deve finire il folle mito dell’autosufficienza e deve cominciare un’altra stagione. O c’è un Pd allargato, più pluralistico, aperto nelle liste a figure europeiste non di partito, oppure può esserci la nascita di un nuovo movimento o di una lista che affianchi il Pd, potrebbe essere un’iniziativa utile per allargare il perimetro di consensi potenziali. L’importante è che cambi l’ispirazione, mi sembra che stia avvenendo».

 

Prodi chiederà al suo rivale giurato degli anni Novanta-Duemila, Silvio Berlusconi, di sventolare la bandiera europea? «Io lo chiedo a tutti gli europeisti, di centro sinistra e di centro destra. La bandiera è per tutti. Il presidente del Parlamento Antonio Tajani la esporrà, penso che anche Berlusconi lo farà. Su questa partita si gioca il nostro futuro dei prossimi secoli, non il piccolo futuro dei partiti italiani nel prossimo scontro elettorale». LR 14

 

 

 

 

Europa. Heller (filosofa): “Quando sarà distrutta, i suoi nemici si rivolteranno l’uno contro l’altro”

 

La filosofa Ágnes Heller offre una lettura critica del momento storico che stiamo vivendo. Una full immersion nell’attualità, scandita anche da tante domande, a cui la Heller ha risposto, scendendo in mezzo alle tante persone che affollavano la sala dell’incontro. Irene Argentiero

 

“Ce ne sono tante. Fanno il bene. E restano nell’ombra”. Così la filosofa Ágnes Heller descrive le persone buone. Chi è una “persona buona”? La filosofa, che fu assistente di György Lukàcs e fondatrice della scuola di Budapest, ne ha parlato martedì sera a Bressanone, dove è stata ospite dello Studio teologico accademico e dell’Accademia Cusanus. Quasi due ore di intenso dialogo, durante le quali Heller ha offerto una brillante e intensa lettura critica del momento storico che stiamo vivendo. Una full immersion nell’attualità, scandita anche da tante domande, a cui la Heller ha risposto, scendendo in mezzo alle tante persone che affollavano la sala dell’incontro. Nata il 12 maggio 1929 a Budapest, Heller è una delle più importanti pensatrici della nostra epoca. Ebrea sopravvissuta alla Shoah, è stata perseguitata dal regime comunista per l’opera di revisione dei bisogni umani in chiave marxista. Nel 1978 riuscì a fuggire dal suo Paese e nel 1986 ha assunto la cattedra di Hannah Arendt alla New School di New York.

Chi è, Ágnes Heller, una persona buona? Cos’è la bontà?

Ci sono due modi di essere “buoni”. Ci sono le persone oneste, quelle pronte ad aiutare gli altri, quelle che chiamiamo “buoni amici”, di cui ci fidiamo. Le persone oneste sono persone buone. Ma ci sono anche persone che sono disposte a subire un torto piuttosto che fare un torto agli altri: questo è un uomo buono.

Un uomo veramente buono è più di un uomo onesto.

Di persone buone ce ne sono tante, anche se non sono così tante come vorremmo o sogniamo. In tutta la mia vita non ho mai incontrato qualcuno che è orgoglioso di essere un uomo cattivo. Tutti vogliono essere buoni, anche quelli che poi non fanno nulla per esserlo. Come mi ha detto, un giorno, uno studente universitario, tutti noi conosciamo delle persone buone. Generalmente i buoni stanno nell’ombra ed è proprio per questo che è necessario dedicare un monumento al “buono ignoto”, così come esistono tanti monumenti al milite ignoto.

È vero, la maggior parte delle volte le persone buone restano nell’ombra. Ma noi abbiamo le parole e con esse possiamo raccontare queste persone. Ci può raccontare una persona buona che lei ha incontrato nella sua vita?

Mio padre era una persona buona e per me è sempre stato un modello. Ci ha lasciato un testamento, che per me è da sempre un insegnamento. Egli scriveva che “il mondo è cattivo, ma questo non mi impedisce di credere che alla fine vincerà il bene. E alla fine sarà il bene a vincere. Tu intanto, nel contesto in cui vivi, fa’ il bene”. L’importante è che tutti noi facciamo il bene, per il creato e per la società.

Che cos’è l’amicizia e che posto ha l’amicizia nella vita dell’uomo?

L’amicizia è una forma di amore che solo due persone che si guardano negli occhi riescono a capire.

Gli antichi greci distinguevano tre forme di amore: l’eros, ossia l’amore fisico, l’agape, l’amore spirituale e la ‘philìa’, l’amicizia.

Amicizia è unione, fedeltà, fiducia assoluta nell’altro. Una bella vita senza questo tipo di amicizia non è possibile.

Nell’amicizia si sperimenta la condivisione…

Siamo tutti chiamati a condividere quello che abbiamo con gli altri, in particolare con i poveri. Perché non è giusto che i poveri devono essere sempre più poveri. Si deve creare una sorta di movimento dal basso verso l’altro. Al contrario, la tirannia contraddice la condivisione, in quanto tutti i beni finiscono nelle mani di uno o di poche persone. In diverse regioni del mondo la forbice tra ricchi e poveri si apre sempre di più.

Chi dice che cancellerà la povertà, mente. La povertà non si può cancellare.

Si possono cancellare le cause che provocano la povertà. La domanda che è posta a ciascuno di noi, oggi, è: come possiamo invertire questa tendenza?

Che ruolo hanno oggi, la scienza e la tecnica nella nostra società?

Nel XIX secolo c’era l’idea, che ha abbracciato il pensiero da Kant a Marx, che lo sviluppo della scienza e della tecnica avrebbero reso la nostra società migliore e più felice. Oggi possiamo affermare che questo non è possibile, non è vero.

In tutto questo, che cosa ci dice oggi la filosofia?

La filosofia, intesa come il pensare le cose del nostro tempo, è destinata a finire. Viviamo nel postmoderno e il vecchio modo di intendere la filosofia, come diceva già Hegel, è destinato a finire. La filosofia, fin dall’antica Grecia, ha una grammatica e una lingua propria, così come l’ha sempre avuta la tragedia. Così come la tragedia si è andata trasformando nel tempo – oggi non esiste più la tragedia come la intendevano gli antichi greci -, allo stesso modo accade alla filosofia. L’importante è che resti il pensiero critico. La filosofia oggi ci può aiutare a guardare con occhio critico la nostra realtà.

Proviamo allora a guardare con occhio critico al nostro presente: come guarda una filosofa come lei la realtà europea?

C’è da chiedersi oggi se l’Europa sopravviverà. È di grande attualità il dibattito sui migranti e sull’accoglienza degli stranieri che arrivano a bussare alle nostre porte. In Europa ha preso piede quello che chiamo “l’orbanismo”, che è una forma di tirannia diversa da quelle che hanno caratterizzato il Novecento (come ad esempio nazismo e fascismo). È una tirannia che non prevede più il pluralismo.

Oggi si difende “il nostro” contro l’altro e lo si fa per un’ideologia che ci porta a schierarci sempre contro qualcuno.

Oggi c’è chi guarda all’Unione europea come al nemico da distruggere. Ma una volta distrutta l’Europa, questi cercheranno un nuovo nemico da distruggere e, così facendo, si rivolteranno l’uno contro l’altro, finendo per farsi la guerra. Il rischio purtroppo oggi è quello di ricadere in una guerra. È per questo che è fondamentale avere un pensiero critico, capace di leggere i segni e i pericoli di questo tempo. Sir 14

 

 

 

 

"Venerdí in difesa del clima”: ma chi salverà il clima politico avvelenato?

 

A livello globale, la politica è ostaggio delle multinazionali, guidate da speculatori finanziari che ininterrottamente muovono masse gigantesche di denaro unicamente per accrescere i loro profitti senza utilità alcuna per l’economia reale. Una massa alla quale non corrisponde nemmeno più lontanamente merci o prodotti, ma che per il 90% è unicamente moneta virtuale, "fiat money" che serve soltanto a ridurre tutti gli Stati a debitori permanenti in completa dipendenza da banche e fondi, servi dei “mercati finanziari” falsamente definiti "auto-regolanti" ma che in realtà sono totalmente manipolati con e anche senza copertura legale, ma appunto sono gli incontestati Dei della religione mondiale neoliberale.

Un clima politico talmente avvelenato è in grado è ormai soltanto più di produrre i noti risultati: presidenti come Trump negli Stati Uniti e dittatori in soprannumero in tutto il resto del mondo, servi zelanti delle industrie degli armamenti che foraggiano con crescenti quote del gettito fiscale a scapito degli investimenti utili ai cittadini ed alla pace.

Per l'umanità questo clima politico avvelenato è incomparabilmente più pericoloso dell’indubbio disastro ambientale che avverrà fra pochi decenni se non si ferma la macchina infernale.

Il principio chiave nella risoluzione dei problemi è sempre l'identificazione delle cause dea combattere e delle priorità con cui procedere. Ed è esattamente ciò che totalmente manca in tutte le iniziative di contestazione come gli scioperi scolastici del tipo "Friday for Future".

Negli anni '60 e '70 del secolo scorso, gli studenti non dimostravano soltanto genericamente per la pace e contro la guerra in Vietnam, ma miratamene contro i governanti del proprio Paese che sostenevano come obbedienti vassalli quella guerra criminale degli Stati Uniti.

 Ciò non avveniva certo senza pericolo: le reazioni dei politici erano infatti aspre e violente, non inviavano messaggi di solidarietà agli studenti ma mandavano la polizia a manganellarli. Oggi invece l'ingenuità dei manifestanti si coniuga con l'ipocrisia dei politici.

Dimostrando semplicemente "per il clima" non si cambia infatti proprio nulla, per ottenere risultati occorre combattere contro i "distruttori del clima", con precise richieste e documentate proposte. Purtroppo questo pensiero non è ancora arrivato ai manifestanti del venerdì senza scuola. Ancor meno sembra farsi strada la conclusione logica circa le cause e gli effetti: le risorse fossili accumulatesi sul pianeta Terra in milioni di anni hanno iniziato ad essere sfruttate in modo incontrollato dall'inizio della rivoluzione industriale e si esauriranno  in pochi secoli, mentre il clima della Terra sarà compromesso per millenni.

Che qualcosa debba essere fatto per sventare il pericolo di un cambiamento climatico irreversibile è ammesso praticamente da tutti gli attori politici, a parte qualche testardo esemplare dal cervello bovino: ma soltanto a parole, senza che segua alcun fatto apprezzabile per ovviare al problema: ovviamente non è possibile servire contemporaneamente l'ambiente e gli sfruttatori senza scrupoli dell’energia fossile, cioè i padroni della finanza mondiale che foraggiano i partiti decidendo così  chi deve essere collocato al governo e soprattutto che cosa deve fare per garantire i loro interessi.

Di qui l'inganno alla gioventù: benevolmente i politici tutti difendono gli scioperi studenteschi del "Venerdì per il Futuro". A Davos, al Forum annuale dell’alta finanza, abbiamo avuto il culmine dell’ipocrisia: Greta, una povera scolaretta è stata utilizzata come “foglia di fico” dai potenti finanza, cioè esattamente dai primi responsabili dei danni irreparabili al clima.

Il capo della Commissione europea, Jean-Claude Junker, non si è vergognato di accogliere Greta Thunberg a Bruxelles con un baciamano (difficile non pensare in quel momento al bacio di Giuda nel Giardino del Getsemani). Le immagini sono messaggi forti e rimangono impressi: il discorso molto critico della scolara verrà purtroppo presto dimenticato, ammesso che sia stato recepito dall’opinione pubblica, cosa su cui si ha motivo di dubitare poiché tutti i  media mondiali hanno posto l’accento sulle preoccupazioni della gioventù per un futuro incerto senza entrare nel merito delle precise responsabilità e allo scopo di deviare la vera protesta verso manifestazioni come quelle dei venerdì senza scuola che sono appunto politicamente innocue.

Perché dopo tutte le vuote promesse e le lodi per l'impegno dei giovani per la salvezza del clima, sappiamo benissimo che senza enormi pressioni i politici continueranno esattamente come finora: tranquillizzando gli elettori organizzando incontri internazionali sui problemi del clima con lo stesso ritmo dei party Erasmus festeggiati dagli studenti universitari in Europa.

Poi poco per volta le dimostrazione o kermesse del venerdì senza scuola finiranno e tutto resterà com’era. L'immagine di Greta Thunberg finirà sfruttata commercialmente, forse su T-shirt, come quella del “Che” Guevara. E il mondo continuerà ad andare verso il disastro.

Senza soluzioni alternative, il futuro sarà purtroppo questo: "mors certa, hora incerta". In questo caso l’ora è prevedibile con una certa approssimazione, ma non la modalità: guerra mondiale atomica o un disastro climatico? Forse entrambi insieme, perché la causa è la stessa: il sistema capitalista che domina l'umanità. Il salvataggio del clima e dell'umanità è possibile solo con un cambiamento radicale ed urgente in questo sistema auto-distruttivo, e precisamente con una reale democratizzazione delle rappresentanza politiche in tutto il mondo, accantonando la comoda illusione che Organizzazioni sovranazionali tipo ONU o UE possano affrontare i problemi per i quali è indispensabile invece combattere a livello nazionale. Difficilissimo ma non impossibile: di certo a caro prezzo, poiché si tratta di trasformare un sistema che come uno dei peggior virus è altamente resistente contro ogni attacco.

Graziano Priotto, Praga/Costanza  (de.it.press)

 

 

 

 

Milioni di giovani in marcia per la Terra

 

Milioni di giovani e cittadini per la prima volta si sono riversati in più di 2.000 piazze di 123 Paesi per il 'Global Strike For Future'. Una marea che ha invaso anche l'Italia, prima Nazione al mondo per numero di adesioni con 235 città coinvolte da nord a Sud della Penisola.

 

"Il movimento era già lì, io ho solo mostrato come potessimo far sentire la nostra voce". Così, intervistata dai giornalisti mentre protesta con gli altri studenti svedesi di fronte al Parlamento di Stoccolma, Greta Thunberg parla del suo ruolo per il movimento che porta in piazza i giovani in "2052 località in 123 Paesi di tutti i continenti, compreso l'Antartide", come ha scritto la 16enne attivista svedese su Twitter.

Dicendosi "molto emozionata" per la giornata, Greta ha avuto parole dure per i leader del mondo della politica e della finanza che ha incontrato a Davos. "Non stanno scalfendo neanche la superficie del problema, non so quello che stanno facendo, stanno sprecando tempo - ha detto - l'inizio sarebbe iniziare a dire le cose come stanno e quello che deve essere fatto, quanto le emissioni devono essere ridotte". Alla domanda se anche gli adulti oggi devono scioperare, Greta ha risposto: "Dipende da loro, se vogliono che i loro figli abbiano un futuro".

TORINO - Per quanto riguarda l'Italia, sono almeno 10mila le persone, migliaia di studenti ma non solo, in piazza a Torino per #Fridaysforfuture!. I partecipanti che sfilano dietro lo striscione ‘Cambiamo il sistema non il clima’ arrivano in piazza Castello per l'evento principale con la partecipazione di molti ospiti, fra cui il meteorologo e climatologo Luca Mercalli, che dice: "Questa è davvero l’ultima chiamata non perché sia uno slogan ma perché siamo già il ritardo, il pianeta è intossicato il valore di Co2 è il massimo registrato negli ultimi 3 milioni di anni e per non peggiorare la situazione dobbiamo agire adesso, quindi la cura va fatta subito, senza indugiare neanche un giorno".

MILANO - Migliaia anche a Milano per il corteo in difesa del Pianeta. Al grido di ‘Noi a scuola non ci andiamo’, i giovani sono partiti da Largo Cairoli poco dopo le 9:30, diretti a Piazza della Scala. "Questa - dicono - è una piazza di giovani, di persone e non c’è nessun partito che può rappresentare le nostre lotte". Perché "in questi anni nessun partito ha fatto niente per il clima". Gli organizzatori indicano tra 30 e 40mila i partecipanti al corteo.

ROMA - Nella Capitale c'è piazza Venezia gremita di studenti e manifestanti: migliaia i ragazzi che dal Colosseo hanno marciato fino all'Altare della Patria, riempiendo la piazza. "C'è una presa di coscienza sempre maggiore sul problema del surriscaldamento globale e sugli effetti che questo fenomeno può avere sul pianeta" testimoniano gli studenti, che si descrivono come "persone attente all'ambiente sin dai comportamenti più semplici e quotidiani, come ad esempio quello di spostarsi in bicicletta anziché con mezzi a motore o di riciclare e fare la raccolta differenziata".

In piazza con gli studenti anche il geologo Mario Tozzi, unico adulto ammesso a parlare dal palco di Roma: "Mi sento in colpa per aver aspettato troppo a scendere in piazza. Abbiamo ignorato un problema che si conosce da tanto tempo" ha detto all'AdnKronos. "Dobbiamo riconvertire le nostre attività produttive, come si sa. Ma dobbiamo farlo subito, con accordi sia internazionali, seri e vincolanti sul clima, che nazionali, perché il Governo prenda decisioni per favorire chi si riconverte ecologicamente, che su quello personale, rinunciando il più possibile all'autovettura e mangiando meno carne".

PALERMO - Altri 5mila in marcia anche a Palermo per il corteo partito da piazza Verdi, davanti al Teatro Massimo. Ad aprire la manifestazione uno striscione giallo molto grande con su scritto: "Fermiamo la febbre del pianeta". I ragazzi hanno gridato durante il corteo 'Siamo tutti antirazzisti'.

FIRENZE - Manifestazioni anche in tutti i capoluoghi di provincia della Toscana e in molti comuni più piccoli in occasione dello sciopero globale per il clima. A Firenze sono circa 10mila i manifestanti che si sono radunati in piazza Santa Croce, in larga parte giovani e giovanissimi. Corteo per le vie del centro in direzione di piazza Santissima Annunziata: centinaia i cartelli e gli striscioni esposti dai manifestanti, con slogan quali 'Invertire la rotta è possibile' e 'Vogliamo il pianeta più pulito'.

GENOVA - Piazza gremita anche a Genova, dove centinaia di ragazzi sono arrivati per 'Fridays for Future' e le politiche sul clima. La manifestazione è iniziata da piazza De Ferrari con studenti delle scuole superiori, dei licei cittadini e poi gruppi e associazioni e si sposta verso il porto Antico dove si conclude con un flash mob.

LEGAMBIENTE - Legambiente fa il punto sulle adesioni al Global Strike, che vede l'associazione in prima linea in 150 località. "E' una giornata storica per l'Italia - dice il presidente Stefano Ciafani -. In piazza è scesa una marea di giovani che merita risposte adeguate, soprattutto da parte del governo italiano da decenni impegnato a strizzare l'occhio solo alle lobby delle fossili. Il primo sciopero degli studenti italiani sui cambiamenti climatici è una novità assoluta per chi, come noi, si batte dal 1980 per combattere i cambiamenti climatici. Siamo scesi in piazza con loro perché questa rivoluzione è già in atto e non può più attendere. Il governo italiano azzeri immediatamente i 16 miliardi di euro di sussidi che ogni anno regaliamo alle società petrolifere". Adnkronos 15

 

 

 

 

Antisemitismo: contro la spirale d’odio, bisogna agire

 

Pubblichiamo questo articolo mentre, dalla Nuova Zelanda, giungono drammatiche notizie di un nuovo ed ennesimo ‘crimine dell’odio’, a riprova che antisemitismo e islamofobia affondano le radici nello stesso terreno dell’intolleranza del diverso e della paura dell’altro.

 

Nell’ultimo anno, l’insorgere diffuso delle intimidazioni antisemite nei Paesi occidentali ha raggiunto livelli di allarme, come confermano diverse rilevazioni. Secondo gli accertamenti del ministero dell’Interno, nel 2018 in Francia si è registrato un incremento del 74% rispetto all’anno precedente, con 541 incidenti di antisemitismo denunciati; così anche in Germania dove, stando ai dati rilasciati dalla polizia, si è rilevato un aumento del 10% rispetto al 2017, con 1646 episodi di intimidazione o aggressione. Numeri inquietanti arrivano dalla Gran Bretagna, denunciati dal Community Safety Trust: nel Regno Unito si è raggiunto, nell’ultimo anno, il picco degli incidenti di odio verbale o aggressione fisica nei confronti dei cittadini ebrei, pari a 1652, dato più che triplicato rispetto al livello di massima flessione di dieci anni prima.

Restando in Europa, nell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali, la maggior parte degli intervistati (89%) percepisce l’antisemitismo in crescita nel proprio Paese, sottolineando la rilevanza delle manifestazioni d’intolleranza online.

Occorre, dunque, tradurre in azioni mirate anche in rete l’impegno formale assunto dal Consiglio europeo nel dicembre scorso, al fine di “prevenire e combattere ogni forma di antisemitismo”. Uno scenario simile, se non contrastato, rischia di minare il rispetto delle libertà e dei diritti delle minoranze etniche e religiose. Allo stesso modo, il plausibile clamore mediatico su alcune vicende non deve oscurare l’attenzione e ‘spegnere i fari’ sul necessario contrasto ai soprusi, spesso non denunciati, che decine di cittadini ebrei subiscono ogni settimana, come denuncia quotidianamente il Coordination Forum for Countering Antisemitism (Cfca).

Dalla Francia all’Onu: preoccupazioni sull’odio antisemita

Le ingiurie rivolte ad Alan Finkielkraut da parte di alcuni gilet gialli, lo scorso 16 febbraio a Parigi – tra le minacce ricevute, “il popolo siamo noi, il popolo ti punirà“ –, hanno richiamato una netta presa di posizione contro l’intollerabile ondata di antisemitismo che sta attraversando la Francia: dalle svastiche sul murales parigino di Simon Veil alla profanazione delle tombe nel cimitero di Quatzenheim, vicino Strasburgo

Non basta però, riconosce lo stesso filosofo francese: “bisogna conoscere la lingua dell’antisemitismo, conoscere l’identità dei nuovi antisemiti”, perché, come ribadito dal presidente francese Emmanuel Macron, “l’antisemitismo è la negazione della Repubblica e della Francia”, che “viene colpita in prima persona”. Un odio cieco, propagandato da frange estremiste minoritarie, che “va diffondendosi come veleno”, ha affermato il ministro dell’Interno Christophe Castaner, ricordando la brutale uccisione del 13 febbraio 2006, dopo settimane di sevizie, del giovane Ilan Halimi.

Anche Antonio Guterres avverte con apprensione: “L’antisemitismo è tornato e va peggiorando”. Il segretario generale dell’Onu, nel suo discorso in occasione della Giornata della Memoria di quest’anno (27 gennaio), ha parlato di dati “profondamente preoccupanti” sulla recrudescenza dei fenomeni d’intolleranza antisemita, tanto negli Stati Uniti – “con un incremento, lo scorso anno, del 57% nel 2017” – quanto in Europa – dove nel 2018, “il 28% dei cittadini ebrei ha denunciato di aver subito un qualche forma di intimidazione”.

Dalla Rete all’attentato: la diffusione della propaganda online

Negli Stati Uniti, la Camera si è compattata la scorsa settimana, votando a larga maggioranza una risoluzione, nelle parole della speaker Nancy Pelosi, “contro l’anti-semitismo, l’islamofobia e il suprematismo bianco in tutte le loro forme”. Un rapporto dell’FBI, reso noto lo scorso novembre, rileva un incremento degli hate crimes pari al 17% nel 2017, rispetto all’anno precedente, con 7100 casi accertati: tra questi, il 23% è qualificato come ‘odio religioso’, di cui il 37% in chiave antisemita.

La strage nella sinagoga di Pittsburgh, lo scorso ottobre, “un barbarico attacco, il peggior atto antisemita nella storia degli Stati Uniti” – ha denunciato Guterres nel suo discorso –, deve sollecitare un intervento urgente sulla diffusione della propaganda antisemita in Rete, ad opera soprattutto dei gruppi suprematisti bianchi e movimenti neo-nazisti. La pericolosa incubazione dei fenomeni d’intolleranza sociale sul web va ben oltre la percezione mediatica del rischio alimentata dai singoli fatti di cronaca, con effetti moltiplicativi dei messaggi d’odio e delle potenziali call to action. In questo caso, l’attentatore ha premeditato l’attentato pubblicando su Gab, social media collettore dell’istanze dell’alt-right, pesanti accuse sull’impegno umanitario dell’Hebrew Immigrant Aid Society (Hias) – organizzazione non-profit di orientamento progressista.

La falsa percezione del nemico: il caso ungherese

Una miscela d’odio, dunque, venata di razzismo, sentimento anti-religioso e radicalismo ideologico che necessita di obiettivi da colpire, di una ‘costruzione del nemico’. Un sondaggio dello scorso novembre condotto Cnn mostra che il 42% degli ungheresi intervistati ritiene che gli ebrei detengano ‘troppo’ potere nella finanza internazionale, con un 19% che manifesta ‘attitudini sfavorevoli’ nei confronti della comunità ebraica nazionale (il dato più alto tra i Paesi Ue).

Esemplificative, in questo senso, le ormai ricorrenti minacce alle Ong e la ‘demonizzazione’ del filantropo George Soros, fatto bersaglio per mesi della campagna anti-immigrazione promossa dal governo ungherese di Orbán (‘non permettiamo a Soros di avere l’ultimo sorriso’, uno degli slogan apparsi su un manifesto), oltreché destinatario, negli Stati Uniti, di alcuni ‘pacchi bomba’ inviati alla sua residenza nei giorni precedenti all’attentato alla sinagoga in Pennsylvania. Michele Valente, AffInt 15

 

 

 

 

Parlamento europeo: elezioni, l’Italia roccaforte del populismo

 

Le elezioni per il Parlamento europeo si avvicinano rapidamente. In questi giorni, nell’Unione è un fiorire di sondaggi e analisi sui possibili risultati elettorali. Fra gli altri, un gruppo di giornalisti del giornale tedesco Der Spiegel ha prodotto un’analisi dal titolo: 2019 l’anno del populismo. In effetti i partiti populisti e di estrema destra in Europa sono usciti dall’ombra. Oggi sono diffusi in quasi tutti i paesi dell’Ue. In alcuni casi governano, come nell’Ungheria di Orbàn o nella Polonia di Kaczynski, in altri sostengono governi di coalizione, come il neofascista Heinz-Christian Strache nell’Austria di Sebastian Kurz, leader del partito popolare e primo ministro.

I sondaggi e il contributo dell’Italia all’euroscetticicmo

I sondaggi sulle intenzioni di voto, condotti con scadenza bimensile dallo stesso Parlamento europeo, segnalano in effetti la concreta possibilità che i partiti euroscettici raggiungano all’incirca i 250 seggi in un’Assemblea che sarà composta da 705 rappresentanti nazionali. Insomma, un terzo dei deputati dell’emiciclo di Strasburgo potrà essere di orientamento anti-Ue.

A questa inusuale e preoccupante percentuale l’Italia darà un sostanzioso contributo: la Lega di Salvini è data in netta crescita, dagli attuali 6 seggi a 28, il M5S da 14 a 21. Mentre il Pd che nel 2014 aveva stupito l’Europa con ben 31 seggi è dato oggi in calo a 14. Stesso destino per Forza Italia, dagli attuali 13 rappresentanti a 8. Per i due partiti di governo è però di fondamentale importanza costruire alleanze con analoghe forze politiche europee per riuscire ad incidere all’interno del Parlamento europeo e per meglio controllare la ‘odiatissima” Commissione’. Ma anche in questa particolare vicenda i destini di M5S e della Lega divaricano nettamente.

M5S, strada in salita. Più facile per Salvini

Per gli uomini di Di Maio la strada è davvero in salita. Oggi i 5 Stelle fanno parte di un gruppo pomposamente chiamato Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (Efdd), che è stato però fondato da Nigel Farage, il promotore dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue (oggi ben 17 seggi) e che al proprio interno ha anche un rappresentante del partito neo-nazista tedesco AfD, dato oggi in crescita a 12 seggi.

Compagnia davvero poco raccomandabile e senza vera prospettiva, anche perché a seguito della Brexit gli inglesi non ci saranno più. Di qui la disperata ricerca da parte di Di Maio di futuri alleati, magari un po’ più presentabili. Peccato che in questa ansiosa ricerca il leader dei 5 Stelle abbia addirittura rischiato la rottura dei rapporti diplomatici con la Francia, andando ad incontrare i rappresentanti dell’ala più violenta dei Gilet Gialli. Rapida retromarcia e quindi nuovo tentativo di trovare alleati in quattro piccolissimi partiti di Croazia, Polonia, Finlandia e Grecia, tanto per fare una “foto di famiglia”. Davvero troppo poco, almeno per ora, dal momento che per formare un gruppo all’interno del Parlamento europeo ci voglio 25 membri da almeno 7 diversi paesi.

Più facile sembrerebbe la via che sta seguendo Matteo Salvini. Oltre alla ormai consolidata amicizia con Marie Le Pen, la leader dell’estrema destra francese, Salvini sta muovendosi a tutto campo per costruire il grande fronte dei partiti di ultra-destra europei, dall’austriaco Strache all’olandese Wilders. In ciò Salvini, a differenza di Di Maio, è facilitato dalla sua lunga esperienza di parlamentare europeo e dalla conoscenza diretta di molti leader continentali della destra. Così egli punta al bersaglio grosso, cioè a quegli interlocutori di destra che oggi governano: il primo ministro ungherese, Viktor Orbàn, e il capo del partito polacco di governo (PiS), Jaroslaw Kaczynski. Di qui le visite a Budapest e a Varsavia per creare un solido legame con l’obiettivo di cambiare l’Unione e cacciare a casa l’attuale Commissione. In realtà le cose non sono così semplici.

Strategie dei populisti dell’Unione

La strategia dell’antidemocratico Orbàn, che paradossalmente è ancora membro del Partito Popolare Europeo (Ppe), il Partito europeo in cui siede anche la Merkel, non è di abbandonare il Ppe per una nuova formazione, ma di trascinarlo sempre più a destra. In ciò Orbàn, malgrado i recenti tentativi di estrometterlo, trova silenziosi ma solidi alleati nei cristiano-democratici della Baviera, nel premier austriaco Kurz, anche lui nel Ppe, oltre che nei partiti di centro in Croazia, Slovenia e perfino in Forza Italia. Insomma, difficile che Orbàn voglia fare un salto nell’ignoto assieme a Salvini.

Similmente in Polonia il partito di Kaczynki, che nel Parlamento europeo è membro del gruppo dei Conservatori e Riformisti, vede la possibilità, con l’uscita degli inglesi dal medesimo gruppo, di divenire il leader assoluto dei futuri conservatori europei. Anche in questo caso, quindi, è difficile che le probabili fortune elettorali della Lega possano intersecarsi con quelle del leader polacco.

Certo, le forze di estrema destra e i populisti riusciranno, come sopra ricordato, ad avere una notevole affermazione nella futura Assemblea di Strasburgo e a cercare tutte le possibili strade per rovesciare in senso nazionalistico la natura sovranazionale dell’Ue. Anche se poi, nella realtà, le politiche concrete di questo variegato e fino ad oggi frammentato fronte non sono per nulla condivise, a cominciare dall’immigrazione con il rifiuto dei partner di Salvini di accogliere anche un solo immigrato nei loro rispettivi Paesi.

L’Italia un elemento di punta del populismo

Comunque vadano le cose, va constatato come l’Italia di oggi venga considerata in Europa elemento di punta nella schiera dei populisti e dell’estrema destra. Un primato davvero stupefacente e anche un po’ sconvolgente per un Paese che dal dopoguerra in poi ha contribuito con grande generosità allo sviluppo del processo di integrazione europea. Soprattutto fa specie l’allontanamento progressivo dai nostri tradizionali partner, Francia e Germania, con cui abbiamo sempre condiviso il progetto di Unione. Oggi si può davvero parlare di una specie di “Italexit politica” dal gruppo dei paesi che ancora considerano l’Ue come un valore e un obiettivo irrinunciabile.

Magari qualcuno può credere che così facendo l’Italia conti oggi di più in Europa. Ma l’isolamento in cui si trova il Paese dice esattamente il contrario. Le conseguenze non sono solo quelle di non partecipare più ai progetti per il futuro dell’Ue, ma anche di scontare conseguenze negative sia nel campo economico che in quello della nostra politica estera. Non è nel Dna originario del nostro Paese il rifiuto del progetto europeo e non è neppure nei nostri interessi. Ma sembra che il governo di oggi non sia di questo avviso. Gianni Bonvicini, AffInt

 

 

 

 

Annegret Kramp-Karrenbauer: L'Unione europea che dobbiamo ri-costruire

 

Secondo la segretaria generale della CDU, erede di Angela Merkel alla guida del partito, "la nostra Europa deve diventare più forte". "E' stata sinora una storia di successo senza precedenti. Lo dobbiamo a una comunità europea che ha imparato le lezioni dal passato e che volge risolutamente lo sguardo in avanti. Noi europei viviamo in una delle regioni più ricche e sicure del mondo, perché negoziamo i nostri conflitti l'uno con l'altro al tavolo dei negoziati e abbiamo costruito un sicuro muro difensivo contro le minacce esterne attraverso la stretta alleanza transatlantica" - di Annegret Kramp-Karrenbauer

 

Poch giorni fa, il presidente francese Emmanuel Macron si è rivolto con un appello ai cittadini dell'Europa, dicendo che c'è bisogno di agire con urgenza. Ha ragione, perché ci troviamo di fronte a domande urgenti: vogliamo essere guidati in futuro da decisioni strategiche prese in Cina o negli Stati Uniti? O vogliamo contribuire attivamente alla realizzazione di regole per la futura convivenza globale? Vogliamo dare una risposta comune a un governo russo che, in maniera ben evidente, ricava la propria forza dalla destabilizzazione e dall'indebolimento dei vicini? Vogliamo infine sottometterci alle idee politiche e sociali degli altri, oppure vogliamo rappresentare in modo proattivo lo "European way of life" della democrazia rappresentativa di tipo partitico, del parlamentarismo, dello stato di diritto, della libertà individuale e dell'Economia sociale di mercato per noi stessi e in tutto il mondo? A tutto questo non può che esserci una sola risposta: la nostra Europa deve diventare più forte.

 

L'Europa è stata sinora una storia di successo senza precedenti. Appartengo alla generazione felice che non ha vissuto alcuna guerra. Lo dobbiamo a una comunità europea che ha imparato le lezioni dal passato e che volge risolutamente lo sguardo in avanti. Noi europei viviamo in una delle regioni più ricche e sicure del mondo, perché negoziamo i nostri conflitti l'uno con l'altro al tavolo dei negoziati e abbiamo costruito un sicuro muro difensivo contro le minacce esterne attraverso la stretta alleanza transatlantica.

 

Eppure, molti guardano all'Europa con inquietudine. Il consenso all'idea europea è in questo momento più alto che mai: tuttavia, ciò di cui la Ue agli occhi dei cittadini sembra essere priva, è la chiarezza, l'orientamento e la capacità di agire sulle questioni chiave del nostro tempo. I cittadini lamentano mancanza di chiarezza, quando, per esempio, alla Ue serve un tempo infinito per arrivare a una comprensione comune degli eventi in Venezuela; sentono mancanza di orientamento, se posti davanti al confronto con il futuro dell'economia digitale e del mercato del lavoro digitale; e sentono la mancanza della capacità di agire nel gestire la migrazione, i cambiamenti climatici, il terrorismo e i conflitti internazionali.

 

Per quanto concerne le imminenti elezioni del Parlamento europeo, il tema non può essere la difesa dello status quo incompleto dell'odierna Ue contro le accuse dei populisti. La questione del "per" o "contro" l'Europa non si pone affatto per la maggior parte dei cittadini. Invece, dobbiamo discutere con differenti concetti sul modo in cui la Ue sarà in grado di agire, prossimamente, sulle grandi questioni e su come proseguirà la sua storia di successo senza precedenti sullo sfondo di condizioni di base globali mutate anche in futuro.

 

In primo luogo, si tratta di mettere in sicurezza le basi del nostro benessere. Anche nel Mercato unico europeo il profitto si trova davanti alla questione della sua distribuzione. Con l'Unione economica e monetaria e con la stabilizzazione dell'Eurozona abbiamo intrapreso la strada giusta. Se vogliamo che le nostre aziende europee continuino in futuro ad essere finanziate dalle banche europee, dobbiamo creare un mercato unico per le banche. Allo stesso tempo, dobbiamo puntare in maniera coerente a un sistema di sussidiarietà, auto-responsabilizzazione e responsabilità civile a queste connessa. Centralismo europeo, statalismo europeo, comunitarizzazione dei debiti, europeizzazione dei sistemi sociali e del salario minimo costituirebbero la strada sbagliata. Dobbiamo però anelare alla convergenza in termini di pari condizioni di vita all'interno degli Stati membri e tra gli Stati membri. Perciò abbiamo bisogno di una strategia di sostegno alla convergenza, che colleghi in modo intelligente approcci nazionali ed europei.

 

Abbiamo bisogno adesso di un approccio europeo circa le seguenti questioni, ossia: con quali tecnologie vorremo proteggere il nostro clima e fare al contempo buona economia; con quali sistemi intelligenti alimentare miliardi di persone e preservare la creazione; quali dei nostri risultati nel campo della ricerca porteranno a nuove medicine e trattamenti, per sconfiggere le malattie; come si configurerà la nostra risposta a una mobilità compatibile con il clima, ma comunque personalizzata. Ricerca, sviluppo e tecnologia comuni dovrebbero essere finanziati da un budget dell'innovazione della Ue e recare l'etichetta "Future made in Europe". Una nuova strategia europea per le tecnologie future non dovrebbe far venir meno le nostre regole sulla concorrenza leale, ma deve porre l'Europa nella condizione di essere competitiva a livello mondiale, quando contemporaneamente altri stravolgono la concorrenza in chiave protezionistica o con monopoli di Stato.

 

L'Europa ha una distinta responsabilità per la protezione del clima globale. Come per la stabilità finanziaria, stiamo parlando delle condizioni di vita delle generazioni future. Eppure, nonostante ambiziose definizioni circa obiettivi europei e valori limite non è stato raggiunto ancora niente. Questo percorso incontrerà infatti un ampio sostegno popolare solo se riusciremo a tenere conto degli aspetti economici e sociali in modo tale da preservare occupazione e potere economico e creare nuove opportunità di sviluppo. Ecco perché abbiamo bisogno di un patto europeo per la protezione del clima, negoziato congiuntamente tra industria, occupati e società, coinvolgendo attori europei e nazionali democraticamente legittimati.

 

Dobbiamo infine anche mettere in pratica i nostri sforzi comuni per porre fine alla distorsione della concorrenza in Europa attraverso l'elusione fiscale. Per fare questo, abbiamo bisogno di chiudere le scappatoie fiscali in Europa e introdurre una tassazione digitale modellata sul modello OCSE. Solo così le aziende attive a livello internazionale daranno un contributo altrettanto equo alla nostra Economia sociale di mercato in Europa, così come le nostre piccole e medie imprese.

 

Sono espressamente d'accordo con Emmanuel Macron: il nostro senso di comunità e sicurezza in Europa ha bisogno di confini esterni sicuri. Dobbiamo completare Schengen. Per questo abbiamo bisogno, nell'UE, di un accordo senza lacune sulla protezione delle frontiere. Là, dove la frontiera esterna non può o non deve essere protetta da soli mezzi nazionali, deve essere costruita rapidamente e dispiegata come polizia di frontiera operativa Frontex. Già ai confini di Schengen occorre verificare se vi sia una domanda di asilo, uno status di rifugiato o qualsiasi altro motivo ai fini dell'ingresso. Si rende perciò necessario un registro elettronico di entrata e uscita e l'espansione del Sistema di informazione Schengen in modo che le autorità possano utilizzare un sistema di dati comune e condiviso a livello nazionale ed europeo.

 

L'Europa tiene fede alla sua richiesta umanitaria di concedere protezione ai perseguitati politici e ai rifugiati provenienti da zone di guerra civile. Le soluzioni europee da noi perseguite per l'accoglienza dei rifugiati e il rigetto dei migranti economici non sono state applicabili fino ad oggi. Ma le soluzioni nazionali non potranno aver alcun successo senza in definitiva mettere in discussione fin nel suo stesso principio Schengen. In futuro, dovremo riorganizzare la politica comune sull'immigrazione dell'UE secondo il principio dei vasi comunicanti. Ogni stato membro deve dare il suo contributo alla lotta delle cause, alla difesa delle frontiere e all'accoglienza. Ma più ogni Stato lo farà in uno specifico campo, tanto minore dovrà essere il suo contributo negli altri campi.

 

L'Unione europea ha urgente bisogno di migliorare la propria capacità di azione in materia di politica estera e di sicurezza. Dobbiamo rimanere transatlantici e allo stesso tempo diventare più europei. La Ue in futuro dovrebbe essere rappresentata presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con un seggio comune permanente. Allo stesso tempo, in un Consiglio di sicurezza europeo che coinvolga il Regno Unito, dovremmo prendere decisioni in merito a posizioni di politica estera comune e organizzare un'azione congiunta in materia di politica di sicurezza. Inoltre, anche da noi in Germania, sarebbe un'idea degna di considerazione quella di un Consiglio di sicurezza nazionale per lo sviluppo di linee guida strategiche a coordinamento della politica estera, di sicurezza, di difesa, di sviluppo e commercio esteri.

 

Già adesso Germania e Francia stanno lavorando insieme al progetto di un aereo da caccia europeo del futuro, altre nazioni sono invitate a parteciparvi. Come prossimo passo, potremmo iniziare con il progetto simbolico di costruire una portaerei europea comune per conferire espressione al ruolo globale dell'Unione europea quale forza di sicurezza e di pace.

 

Allo stesso tempo dobbiamo creare una nuova, ulteriore, prospettiva con e per l'Africa. Nell'interesse delle persone che sono lì, ma anche per il nostro proprio interesse, abbiamo bisogno di una partnership strategica a livello paritetico. Ma ciò può anche significare concretamente che l'apertura del nostro mercato ai prodotti agricoli africani e lo smantellamento delle ampie regolamentazioni e sussidi in questo settore non devono più essere un tabù.

 

Nessun superstato europeo soddisfa l'obiettivo di un'Europa in grado di agire. Il lavoro delle istituzioni europee non può rivendicare la superiorità morale nei riguardi della cooperazione dei governi nazionali. Una rifondazione dell'Europa non può prescindere dagli stati nazionali: essi creano legittimità democratica e identificazione. Sono gli Stati membri che formulano e riuniscono i propri interessi a livello europeo. Solo allora emerge il peso internazionale degli europei. L'Europa deve puntare sulla sussidiarietà e sulla responsabilizzazione degli Stati nazionali ed essere al contempo in grado di agire nell'interesse comune. La nostra Europa dovrebbe pertanto porsi su due pilastri paritari, quelli del metodo intergovernativo e del metodo comunitario. Allo stesso tempo, dovremmo anche prendere decisioni a lungo attese e abolire gli anacronismi. Questi includono la concentrazione del Parlamento europeo su Bruxelles e la tassazione del reddito dei funzionari dell'UE.

 

Molti Stati membri si trovano davanti alla sfida di mantenere coesa una società fattasi più eterogenea per via dell'immigrazione. Questo vale soprattutto se guardiamo a correnti dell'Islam che sono incompatibili con le nostre idee di una società aperta. Una delle grandi questioni del futuro è quella per cui vi potranno essere, a partire dall'Europa stessa, impulsi per una manifestazione dell'Islam che possa essere compatibile con i nostri modelli valoriali. Per fare questo, dovremmo creare delle cattedre universitarie europee cosiddette ''cattedre di Nathan", seguendo la tradizione dell'illuminismo e della tolleranza, nel solco del cui stesso spirito formare i nostri stessi imam e insegnanti.

 

Dopo la caduta del Muro di Berlino, quasi trent'anni fa, milioni di cittadini dell'Europa centrale sono diventati nuovi membri di questa comunità, e altri sono desiderosi di aderirvi. Per quanto riguarda gli Stati membri dell'Europa centrale e orientale, è necessario rispettare il loro approccio e il contributo specifico alla nostra storia e cultura europea comune. Eppure, non ci devono essere dubbi sul nucleo non negoziabile di valori e principi. Se abbiamo il coraggio di parlare adesso concretamente circa le modifiche ai Trattati europei, né ''l'élite di Bruxelles'' né ''l'élite occidentale'' né la presunta élite "europeista" dovrebbero rimanere chiuse in sé stesse. Acquisiremo la legittimità democratica per la nostra nuova Europa solo quando coinvolgeremo tutti.

 

Non dobbiamo avere alcuna paura di queste discussioni. Quanto sia attraente il nostro "European Way of Life" in tutto il mondo ce lo dimostrano le tempeste turistiche globali nelle metropoli europee, lo mostrano gli sforzi di adesione e riavvicinamento nel nostro vicinato, lo dimostrano gli studenti internazionali e le start-up che vogliono aprire in Europa. L'Europa è meta di desiderio per molti nel mondo. Anche nella Russia di Putin la gente vuole vivere, del resto, secondo lo "standard europeo".

 

Il mondo è in continuo movimento, e l'Europa si trova davanti a una scelta. La mia, di scelta, è chiara: è adesso che dobbiamo fare per bene l'Europa. Abbiamo bisogno di forza strategica per la nostra industria, per la tecnologia e per le nostre innovazioni, abbiamo bisogno di un senso di sicurezza per i nostri cittadini europei e capacità comuni in materia di politica estera e di sicurezza che facciano valere i nostri interessi. Dovremmo adesso volgerci al lavoro sicuri di noi stessi e non farci fermare, scoraggiandoci, dalla costante, ansiosa domanda sui ''populisti".

L'autrice è segretaria generale della CDU tedesca. (Traduzione di Dario Morabito) LR 10

 

 

 

 

L’Europa dei talenti

 

Roma. Analizzare la questione delle migrazioni qualificate da, per e dentro l’Unione Europea non come una minaccia ma come un tema di grande attualità, sottolineandone gli aspetti positivi e negativi. Questo l’obiettivo del rapporto “Europa dei talenti” promosso dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, presentato il 15 marzo a Roma.

In un’Europa che progressivamente invecchia in assenza di immigrazione, la forza lavoro diminuirà di 17,5 milioni nel prossimo decennio, in larga misura in Italia, e già oggi si riscontrano 3,8 milioni di posti vacanti a causa delle carenze in settori chiave come le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la sanità, mentre gli attuali 12 milioni disoccupati per oltre la metà hanno un basso livello di competenze.

Entro il 2020, per esempio, si determinerà la mancanza di 756mila figure altamente qualificate nelle telecomunicazioni e di circa 1 milione nel settore sanitario tra dottori, infermieri, dentisti, ostetriche e farmacisti.

Risulta urgente un maggiore approfondimento di questa problematica, anche perché secondo la Commissione Europea l’immigrazione altamente qualificata può assicurare fino a 6 miliardi di euro di vantaggio economico annuale.

Eppure, il mercato del lavoro UE stenta ad utilizzare a pieno il talento degli stessi immigrati già presenti e poco funzionale risulta lo strumento della Carta blu UE, che nel 2017 ha contato appena 24.305 rilasci (di cui solo 301 in Italia).

All’inizio del 2017 sono 16,9 milioni i cittadini comunitari attivi in un altro Stato membro, oltre a 2 milioni di frontalieri (sia lavoratori che studenti). Tra di essi, 3,6 milioni sono lavoratori mediamente qualificati e quasi 3 milioni altamente qualificati (numero quasi triplicato rispetto al 2004). Un terzo è inserito in settori altamente qualificati, come la sanitò (11,0%), le attività professionali, scientifiche e tecniche (12,0%) e l’istruzione (10,6%).

In ogni caso, l’aumento delle occupazioni non o poco qualificate tra gli altamente qualificati comunitari attesta un processo di crescente sottoutilizzo (brain waste) di questi giovani migranti, connesso con le difficoltà economiche che coinvolgono quasi un’intera generazione, alle prese con la disoccupazione diffusa, la crescente instabilità lavorativa, un costo della vita relativamente più alto rispetto al salario. Del resto, è significativo che i due terzi degli studenti internazionali non-UE, una volta laureati, preferiscono insediarsi in un paese non europeo.

In Italia la situazione è ancora meno soddisfacente per il basso tasso di occupazione (10 punti percentuali e 3,8 milioni di occupati in meno rispetto alla media UE-15). Notevoli sono le carenze in alcuni comparti ad alta qualificazione (sanità, istruzione e pubblica amministrazione). In particolare, dei 2.423.000 occupati stranieri rilevati dall’Istat nel 2017, quasi 2 su 3 (62,8%) svolgono professioni non qualificate o operaie e solo 1 su 14 (7,2%) fa lavori qualificati, risultando più spesso sovraistruiti (nel 35,5% dei casi gli immigrati svolgono mansioni al di sotto del loro livello di formazione). Continuano tuttora a essere limitati gli spazi offerti ai lavoratori qualificati non comunitari (5.000 nel 2017).

“L’Italia – commenta il professor De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – soffre l’assenza di una strategia in grado di attrarre lavoratori qualificati nei comparti strategici, dove i ridotti investimenti bloccano l’impiego sia di nuove leve italiane sia di quelle in arrivo dall’estero, facendo del paese un tipico caso di spreco di talenti, di cui fanno le spese i giovani, sia autoctoni sia immigrati”.

Non a caso, secondo l’Ocse, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per numero di emigrati.

L’Aire attesta che nel 2017 gli italiani residenti all’estero (oltre 5.114.000, di cui quasi 2.657.000 per espatrio) sono in aumento. I cancellati alle anagrafi sono stati 114.000 nel 2017 (120.000 secondo le prime stime dell’Istat per il 2018), da maggiorare per un coefficiente di 2,5/3 volte se, come ha fatto Idos, si tiene conto delle registrazioni effettuate nei paesi europei di arrivo. Si tratterebbe, insomma, dello stesso livello di espatri degli anni ’60, con la differenza che ora a lasciare l’Italia sono molti laureati: erano appena 3.500 nel 2002 e sono diventati 28.000 nel 2017, per un totale di 193.000 laureati e 258.000 diplomati in sedici anni.

Proiettando queste incidenze sulla stima degli italiani effettivi che lasciano il paese, si può affermare che nella fase attuale l’Italia ha perso nel 2017 tra i 90mila e i 108mila connazionali altamente qualificati e che tra il 2002 e il 2017 sono stati circa mezzo milione i laureati che sono andati a cercare fortuna all’estero, di cui almeno un terzo non è più rimpatriato.

“Un paese come l’Italia – osserva Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS – che invecchia rapidamente e che continua a perdere competitività, con una economia in recessione, dovrebbe avere il coraggio di aprire i propri sistemi economici, produttivi e di ricerca ai giovani talenti, sia italiani sia stranieri, prima che essi optino per l’abbandono del paese. La dominante retorica della ‘chiusura’ non solo rivela la chiusura mentale di chi la alimenta, ma autocondanna il paese a un futuro sempre più asfittico e infecondo”.

Dal rapporto riportiamo la scheda sulla “nuova emigrazione” italiana: dati ufficiali e consistenza reale.

"Secondo l’Ocse l’Italia è ascesa all’ottavo posto mondiale tra i paesi di emigrazione. Le principali destinazioni restano quelle tradizionali, ma dai tassi di crescita trova conferma una certa atomizzazione verso nuove destinazioni (come i paesi dell’Europa centroorientale o i paesi scandinavi).

Per quanto riguarda le cancellazioni anagrafiche, gli ultimi dati consolidati relativi al 2017 indicano 114.559 espatri e 42.369 rimpatri. I dati provvisori per il 2018 suggeriscono un’ulteriore crescita dei movimenti in ambo i sensi (120mila espatri vs 47mila rimpatri). Si tratta del numero massimo di espatri registrato nel decennio in corso, ma anche di un vero e proprio ritorno al passato, cioè ai livelli numerici dell’inizio degli anni Settanta, quando gli espatri superavano le 100mila unità, ma erano ampiamente compensati dai rimpatri.

Secondo gli archivi Aire la presenza stabile degli italiani all’estero ha superato nel 2017 i 5 milioni (5.114.469). Il motivo più ricorrente di iscrizione all’Aire è l’espatrio, che riguarda poco più della metà di tutti gli iscritti (2.656.822). Se il numero di nuovi iscritti all’Aire per espatrio non differisce troppo dal flusso annuale di cancellazioni anagrafiche per l’estero (128.193 vs. 114.559 nel 2017), il quadro cambia laddove si prendano in esame le statistiche sui nuovi iscritti italiani nelle anagrafi dei vari paesi europei.

Dal confronto con le statistiche nazionali dei primi 5 paesi di destinazione è emersa un’enorme sottovalutazione del numero degli italiani andati a stabilirsi all’estero e ciò a causa della mancata cancellazione dalle anagrafi comunali e/o mancata registrazione all’Aire. Dalle nostre elaborazioni si evince come il flusso reale di espatri (soprattutto nell’ambito dell’area Schengen) è 4 volte superiore a quanto rilevato dall’Istat nel caso della Spagna, 2,5 volte nel caso della Germania e del Regno Unito. Prendendo in considerazione il decennio 2008-2017 i cancellati dalle anagrafi italiane per trasferimento in Germania sono pari complessivamente a circa 115mila, ma nello stesso tempo i neoiscritti italiani nelle anagrafi tedesche sono quasi 400mila.

Dal confronto tra le varie fonti nazionali, internazionali e dei paesi membri di insediamento - e sull’esempio degli studi più recenti - è perciò possibile stimare un coefficiente di rivalutazione dell’emigrazione italiana che va da un minimo di 2,5 volte a un massimo di 3 volte. Considerando i circa 114mila cancellati per l’estero del 2017, si può stimare una forbice tra 290mila e 350mila nuovi espatriati all’anno, un flusso quantitativamente analogo a quello dell’immediato dopoguerra.

MEZZO MILIONE DI LAUREATI ITALIANI EMIGRATI TRA 2008 E 2017

Le numerose fonti di informazioni soffrono tutte di problemi di incompletezza.

Secondo la Labour Force Survey su quasi 1 milione e duecentomila italiani in età lavorativa (15-64 anni) che risiedono abitualmente in un altro Stato membro dell’UE, il 30,6% risulta laureato (Isced 5-8); il 36,3% ha conseguito un titolo di istruzione secondaria superiore e post-secondaria non terziaria (Isced 3-4); e il 32,0% di istruzione pre-elementare, primaria e secondaria inferiore (Isced 0-2). Complessivamente, i laureati “mobili” sono 359mila, ma non si può sapere quanti poi effettivamente svolgano un lavoro altamente qualificato e quanti invece soffrano di sovraqualificazione. Attraverso opportuni approfondimenti su un ampio campione rappresentativo l’Istat ha indicato la quota dei diplomati e dei laureati rispetto al numero delle persone cancellatesi dalle anagrafi comunali. I laureati da poco meno di 3.500 nel 2002 sono passati a circa 28mila nel 2017 e i titolari di un diploma di scuola secondaria superiore da 10mila nel 2002 a circa il 33mila nel 2017.

L’emigrazione di persone istruite, e presumibilmente giovani (complessivamente oltre 60mila persone tra laureati e diplomati), che avrebbero lasciato l’Italia nel solo 2017, è tanto più significativa in un paese come l’Italia, che è notoriamente “povero” di laureati. Cumulativamente si tratta tra il 2002 e il 2017 di 193.426 laureati e 258.189 diplomati. Al netto dei rientri, il saldo migratorio evidenzia una perdita netta di popolazione italiana in maggioranza con un titolo di studio medio-alto.

Infine, il Rapporto Istat sulla conoscenza 2018 riferisce che nel 2016 i laureati sono il 30,8% tra gli italiani over 25 anni che si sono iscritti all’Aire nel corso dell’anno, e il 37,4% per quelli che si reiscrivono dall’estero, a testimonianza di una mobilità elevata delle persone qualificate e lungo il corso della formazione superiore. Applicando alla summenzionata stima quantitativa - 290/350mila nuovi espatriati nel 2017 - il coefficiente percentuale di laureati espresso dalla media ponderata di Labour Force Survey, Istat e Aire, si perviene così ad una stima dei lavoratori altamente qualificati tra le 90mila e le 108mila unità.

Sul medio periodo, tra 2008 e 2017, si tratterebbe di almeno mezzo milione di laureati che sono andati a cercare la fortuna all’estero. Di questi almeno un terzo non è più rientrato in Italia. La perdita annuale da attribuire all’emigrazione dei giovani italiani “under 40” sarebbe pari, secondo Confindustria, all’1% del Pil; secondo l’Ocse andrebbe dilapidata una spesa pubblica pari ad oltre 140mila dollari per ogni laureato di I livello che emigra; di oltre 160mila dollari per ogni laureato di II livello; e di oltre 230mila dollari per un titolare di PhD.

Queste considerazioni sarebbero incomplete se non si introducesse un altro elemento. La perdita subita con le partenze non trova una compensazione con gli emigrati italiani che ritornano, che incidono per un terzo o meno su quanti sono partiti e solitamente sono collocati in fasce di età più avanzate, ma neanche con gli arrivi di persone istruite non italiane provenienti dall’estero, tra i quali la quota di individui laureati o in possesso di un titolo di studio terziario è minore che tra gli italiani e nel periodo più recente si è andata riducendo”. (aise/dip 15) 

 

 

 

 

“Community of Images: Zugehörigkeiten schaffen/ Costruire appartenenze”

 

L'ultimo numero monografico della rivista “Storia e Regione” tratta alcuni esempi storici dell'emigrazione italiana e dei processi di identificazione ad essa legati

 

Berlino - Hans Heiss e Margareth Lanzinger sono i curatori della pubblicazione “Community of Images: Zugehörigkeiten schaffen/ Costruire appartenenze”, apparsa sulla rivista “Storia e Regione” nel numero monografico 27 (2018, 1) che tratta alcuni esempi storici dell'emigrazione italiana e dei processi di identificazione ad essa legati.

Lo studio è orientato a definire il modo in cui le popolazioni emigrate costruiscono la propria rappresentazione di sé,  stabilizzano la loro appartenenza e ricostruiscono il loro contesto sociale, culturale e religioso.

Il contesto di riferimento è l'emigrazione transoceanica, che a partire dal XVIII secolo ha rappresentato uno dei più grandi fenomeni della storia mondiale. Nel corso del XIX secolo i movimenti di popolazione, volontari o forzati, sono diventati sempre più marcati anche all’interno dei continenti. Tali spostamenti – dovuti a ragioni economiche o a fenomeni conseguenti alle guerre come fughe, deportazioni o espulsioni – manifestarono la loro enorme portata nella “vecchia Europa” già nel XIX secolo e poi soprattutto all’epoca delle guerre mondiali. Lo sradicamento delle relazioni personali e sociali da contesti precedentemente stabili e il venir meno dei riferimenti spaziali e temporali sono fenomeni di enorme portata che spesso coinvolgono persone e gruppi sociali fino alle estreme conseguenze. Come fanno le popolazioni e i grandi gruppi sociali a costruire una nuova rappresentazione di sé, una volta intrapreso il difficile e spesso estremamente impegnativo cammino della migrazione temporanea o permanente? Come stabilizzano la loro appartenenza e come ricostruiscono il loro contesto sociale, culturale e religioso?

In questo contesto torna utile il ricorso alla diffusa, ormai classica, nozione delle Imagined Communities - il concetto di “comunità immaginata” dello storico Benedict Anderson che si riferisce al carattere fittizio e costruttivista delle nazioni e dei gruppi definiti in chiave nazionale. Giocando coi termini, si può anche trasformare la sua formula e parlare di una community of images per indagare quelle immagini capaci di produrre legami, stabilità e consolidamento di un gruppo. Tale concetto offre una chiave per penetrare spazi di possibilità e mondi di immaginazione dai quali possono svilupparsi le appartenenze. Si tratta di appartenenze che si formano in condizioni di estrema pressione: guerra, emigrazione come anche intense esperienze di abitanti di villaggi che vivono in regioni in cui i confini sono più volte cambiati nel corso della storia lontana e recente. I territori presentati dai contributi ci portano dall’America del Nord e del Sud fino all’Africa e all’Europa centrale e orientale.

Tra gli interventi anche quello di Edith Pichler, ricercatrice associata presso l'Università di Potsdam e consigliere del Cgie. (Inform/dip 5)

 

 

 

Domenica 14 aprile 2019 Giornata della memoria a Ravensbruck

 

Anche quest’anno, il Comites Berlino organizza per domenica 14 aprile 2019 una giornata dedicata alla commemorazione delle decine di migliaia di donne, tra cui molte italiane (più di 1000), che furono internate e persero la vita nel campo di concentramento di Ravensbrück. Situato alle porte di Berlino, quello di Ravensbrück è stato il principale lager femminile della Germania nazista, attivo dal 1939 fino alla caduta del regime nel 1945. L’iniziativa è patrocinata e co-organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Berlino e dall’Istituto Italiano di Cultura a Berlino.

 

Il programma della giornata seguirà a breve e prevede il trasferimento in pullman con partenza alle ore 8:30 (ritrovo ore 8) dall'Ambasciata d'Italia a Berlino (Hiroshimastr. 1, 10785 Berlin-Tiergarten).

Inoltre, è prevista la visita guidata del campo in lingua italiana, con particolare attenzione alle prigioniere italiane che vi furono internate, una piccola pausa pranzo e un incontro-dibattito sull’importanza del lavoro dedicato alla memoria.

 

Ci sarà poi un momento di commemorazione istituzionale, organizzato dal campo stesso e l’apposizione di una targa di marmo, donata dallo Stato Italiano, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia a Berlino, S.E. Luigi Mattiolo, in memoria delle vittime italiane del campo, con deposizione di fiori.

 

Hanno finora confermato la loro partecipazione Ambra Laurenzi, presidente del comitato internazionale di Ravensbrück e sua madre Mirella Stanzione, ex-deportata, insieme alla madre Nina Tantini, nel campo di concentramento di Ravensbrück.

Siamo in attesa di conferma da parte anche del vicepresidente dell’ANED Aldo Pavia, e Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria-Rolfi, deportata a Ravensbrück e co-autrice di “Le Donne di Ravensbrück” (Einaudi e 1978) e “L’Esile Filo della Memoria” (Einaudi 1996).

 

Alle 17.00 si ripartirà dal campo in pullman. L'arrivo a Berlino è previsto per le ore 18:30. Il Comites Berlino invita i partecipanti a portare dei fiori recisi (rose o garofani rossi) da deporre sulle acque del lago e in vari punti della visita.

 

Per contribuire alle spese organizzative di transfer, pranzo e visita guidata è richiesto un contributo simbolico di 12 € a persona. I posti sono limitati, l'iscrizione obbligatoria alla mail info@comites-berlin.de

Con l’iscrizione via email occorre anche versare la quota di 12 Euro sul conto del Comites Berlino, IBAN    DE53 1007 0024 0066 5307 00 presso la Deutsche Bank

Chi preferisse pagare anche in contanti, può farlo passando alla sede del Comites c/o Avv. Simonetta Donà, Sybelstr. 39, 10629 Berlino, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 oppure nel pomeriggio di lunedì, martedì e giovedì, dalle 15 alle 18.

Il termine ultimo per l’iscrizione e contestuale pagamento è il 5 aprile.

Maggiori informazioni sul sito www.comites-berlin.de.  Comites Berlino

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

14.03.2019. Ambiente: una sfida globale

Così ha definito il presidente della Repubblica Mattarella la lotta ai cambiamenti climatici. L'Onu intanto pubblica un rapporto allarmante sull'inquinamento. Domani manifestazioni in tutto il mondo. Ne parliamo con Antonella Battaglini, direttrice della rete europea di Ong per le energie rinnovabili con sede a Berlino.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ambiente-sfida-100.html

 

Europee: istruzioni per il voto. Quando e dove possono votare gli Italiani in Germania per le liste italiane? Dove sono stati allestiti i seggi per votare per le liste italiane? A questa e ad altre domande ha risposto il viceconsole di Colonia, Rudy Buzzoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/istruzioni-voto-europee-100.html

 

13.03.2019. Un anno vissuto pericolosamente

Dopo una lunga ed estenuante trattativa tra Unione democristiana CDU/CSU ed Spd un anno fa veniva alla luce l'esecutivo di Grande Coalizione. Cerchiamo di capire quanto di quelle 170 pagine del contratto di governo è stato realizzato e quanto no. Ma facciamo anche il punto sui tanti litigi tra i partner di governo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/anno-governo-102.html

 

Il giallo del quadro rubato dai nazisti

Dopo la richiesta ufficiale di restituire il quadro „Vaso di fiori“ di Jan van Huysum sottratto dai nazisti, cosa è successo? Abbiamo ricostruito la storia di questo clamoroso furto nazista. Il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt: „È una questione morale, e ha a che fare con la giustizia storica“.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/quadri-nazisti-100.html 

 

12.03.2019. Roma e la Cina. La Commissione Europea mette in guardia i paesi dell'Unione sui rischi connessi ai rapporti economici con la Cina. È un messaggio rivolto soprattutto a Roma. Ne abbiamo parlato con Francesco Sisci, giornalista e docente universitario a Pechino.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cina-commercio-100.html

 

Accoglienza a caro prezzo

È quella dei cittadini tedeschi che da anni hanno deciso di coprire le spese fiscali e sanitarie dei rifugiati. Ma molti ora devono pagare cifre salatissime e fanno causa al Bund e ai Länder che hanno deciso di investire 37 milioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/costi-rifugiati-100.html

 

New York riscopre la cucina italiana. La cucina italiana è tra le migliori del mondo. Sono in molti ad apprezzarla all'estero e purtroppo sono in molti anche ad imitarla. Negli Stati Uniti però si sta riscoprendo la tradizione originale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cucina-newyork-100.html

 

11.03.2019. Niente scuola per i non vaccinati. Da martedì 12 marzo i bambini non potranno entrare nei nidi e negli asili senza certificato. Per scuole elementari e medie previste multe ai genitori. Ne abbiamo parlato con Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccini-scuole-100.html 

 

08.03.2019. Attenti ai "gamer"

Hanno problemi a scuola, sono aggressivi e non riescono a gestire le emozioni. Come riconoscere i campanelli di allarme e affrontare la dipendenza da videogioco nei ragazzi? Ne parliamo con lo psicologo Giuseppe Lavenia, presidente dell'Associazione nazionale dipendenza tecnologiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/attenti-ai-gamer-100.html

 

Sessismo: l'Italia sotto osservazione

Nel 2013 l'Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa, un testo di legge molto innovativo sulla violenza contro le donne. 25 associazioni italiane di donne hanno stilato un rapporto per capire se le promesse legislative vengano poi mantenute. E i risultati non sono positivi. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sessismo-italia-sotto-osservazione-100.html 

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-354.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

07.03.2019. Legittima difesa: la nuova norma

Cosa cambia con la nuova legge sulla legittima difesa? Secondo Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali: "Si tratta di propanda politica". https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/leggittima-difesa-100.html 

 

Meno tasse per chi torna

L'Italia prevede diverse agevolazioni fiscali per chi decide di rimpatriare. Ennio Vial, commercialista esperto di diritto tributario internazionale ci spiega come muoversi nella giungla degli sgravi fiscali per italiani che rientrano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/agevolazioni-fiscali-italiani-estero-100.html 

 

06.03.2019. Italia a processo per i roghi . L'Italia dovrà dimostrare di aver fatto il possibile per tutelare la salute dei cittadini nella Terra dei fuochi. Marzia Caccioppoli è presidente di un'associazione che ha fatto ricorso a Strasburgo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/terra-dei-fuochi-strasburgo-100.html 

 

AIDS: la ricerca è a una svolta. In Italia scoperta una proteina che controlla l'infezione, mentre a Londra il virus scompare dopo un trapianto. Tullio Prestileo, Anlaids Sicilia, parla di "notizia storica", ma frena sull'applicazione ai pazienti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aids-vaccino-trapianto-100.html 

 

Tempi duri per i Comites. Sempre più penalizzati gli italiani all’estero dal governo italiano: drastica riduzione anche dei finanziamenti ai Com.It.Es, le istituzioni che li rappresentano nei vari Paesi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/comites-102.html

 

05.03.2019. Il manifesto per l‘Europa di Macron

Il Presidente francese scrive una lettera a tutti gli europei: "L'Europa non è mai stata così necessaria dalla Seconda Guerra Mondiale e non è mai stata così in pericolo". Che valore ha questo manifesto? E quanto è credibile Macron come europeista? Ne parliamo con il ricercatore dell'Ispi, Matteo Villa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manifesto-europa-macron-100.html 

 

"Prezioso", album postumo di Gianmaria Testa. Paola Farinetti, compagna e manager di Gianmaria Testa, ricorda con noi il cantautore piemontese scomparso due anni fa, e ci racconta il suo ultimo album di inediti dal titolo "Prezioso".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/gianmaria-testa-prezioso-104.html 

 

Prove di comeback per Renzi? Matteo Renzi, ex premier ed ex segretario PD presenta il suo nuovo libro: "Un’altra strada. Idee per l’Italia di domani” e in molti, malgrado le sconfitte degli anni scorsi, si chiedono: “Tornerà?”

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/matteo-renzi-114.html 

 

04.03.2019. Il PD riparte da Zingaretti

Alle primarie è stato eletto Nicola Zingaretti come nuovo segretario del Partito Democratico. Quali sfide dovrà affrontare? E come rilancerà il PD? Abbiamo raccolto l'analisi del politologo Gianfranco Pasquino.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/primarie-pd-zingaretti-100.html

 

Un aiuto per le start up italiane. Presentato oggi il Fondo Innovazione, un pacchetto di misure per i giovani imprenditori italiani. Sufficiente a rilanciare l'Italia sul mercato internazionale? Ne abbiamo parlato con Angelo Coletta, presidente dell'associazione "Italia Start up".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/startup-fondo-innovazione-100.html

 

01.03.2019. In sciopero per il clima. Anche i ragazzi italiani sono stati contagiati dal "Fridays for future" e scendono in piazza per la salvaguardia del pianeta. Tra loro Marianna Bertotti di Pavia, 17 anni, che ci dice: "Non so come il resto della gente non possa sentire vicino un tema che riguarda la propria vita".  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sciopero-per-il-clima-100.html 

 

Le rughe del sorriso. Carmine Abate torna a parlare di emigrazione. Questa volta però cambia prospettiva e racconta la storia di Sahra, giovane donna somala che arriva in Italia. E sul razzismo dilagante dice: "I migranti ci ricordano chi eravamo, fino a ieri, fino all'altro ieri, e noi vorremmo dimenticarlo".  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/carmine-abate-100.html 

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-352.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html. RC/De.it.press

 

 

 

 

Servizi Consolari a Monaco di Baviera: Status quo e prospettive di miglioramento

 

Nelle ultime settimane il Com.It.Es. di Monaco di Baviera ha ricevuto un consistente numero di segnalazioni da parte di concittadini che lamentano disfunzioni nelle modalità di assegnazione degli appuntamenti per il ricevimento in Consolato, difficoltà nella modalità di richiesta del passaporto e ritardi nell'iscrizione AIRE.

Ringrazio i Concittadini che hanno voluto scegliere questa modalità non solo per la pazienza con la quale tollerano la difficoltà oggettiva nel veder riconosciuto un diritto, ma ancora di più per avere fatto esercizio del proprio diritto-dovere di cittadini rivolgendosi al Com.It.Es. per contribuire al miglioramento della condizione comune.

Sono consapevole del fatto che questa situazione non sia nuova ma che a causa della forte riduzione del personale e all'avvicendamento difficoltoso di  figure chiave e di responsabilità in Consolato, si sia ulteriormente aggravata.

Il Comites di Monaco di Baviera è sempre molto attento alla qualità dei servizi consolari e desidera sottolineare i disagi ma anche i piccoli miglioramenti e le evoluzioni mano a mano che questi si presentano.   

A Gennaio si é finalmente insediato, dopo una lunga vacanza della posizione, il nuovo Vicario, Dott. Alfredo Casciello, responsabile amministrativo del Consolato Generale. A fine Febbraio ha assunto l'incarico il nuovo Console Generale, Min. Enrico De Agostini.

Nella mia funzone di Presidente del nostro Com.It.Es. ho avuto modo di conoscere entrambi e ho molto apprezzato l'attenzione rivolto al disagio dei connazionali. Per il nuovo Console Generale la ristrutturazione é una priorità assoluta ed è già partita.

Di fronte all'evidente difficoltá di una Comunità in forte crescita, ai forti ritardi nell'erogazione dei servizi ma anche della continua riduzione del personale, la migliore soluzione, forse l'unica, é la razionalizzazione dei processi e dei servizi al pubblico.

Per questo il Console Generale ha deciso di rispondere attraverso semplificazione burocratica, messa in efficienza dei processi consolari, razionalizzazione dell'archivio e  potenziamento dell'interazione telefonica e per corrispondenza con i concittadini.

 

Nello specifico i primi obiettivi sono:

- aumentare il numero degli appuntamenti fisici

- aumentare l'orario di risposta telefonica

- ristrutturare la prenotazione elettronica

- ristrutturazone dei processi per l'iscrizione AIRE e per l'emissione dei passaporti.

Il processo per l'emissione delle Carte di Identità é stato già rivisto in ottica di semplificazione e secondo me, anceh con il contributo dei corrispondenti consolari, potrà migliorare presto la risposta ai connazionali.

Teniamo inoltre alta l'attenzione rispetto all'introduzione delle Carte di Identità elettronica anche per gli iscritti AIRE: questa esclusione va superata e speriamo presto.

Il Console Generale ritiene che entro l'Estate si potranno apprezzare i primi benefici fino ad una vera e propria inversione di marcia.

Chiedo ai nostri Concittadini di continuare a darci riscontro delle proprie esperienze in ottica costruttiva, ai nostri parlamentari e rappresentanti nel CGIE di insistere presso il Ministero ove rivedere la situazione del personale assegnato al nostro Consolato. La carenza attuale non può che penalizzare la nostra circoscrizione. Dal canto mio auspico un aumento dell’organico in regime di assunzione locale per sfruttare al meglio le competenze esistenti e non appesantire eccessivamente il bilancio.

Non esitate a contattare il Com.It.Es. in caso di difficoltà, apprezzamento o bisogno di informazioni. 

A questo proposito desideriamo ricordare il sito web del Consolato Generale

https://consmonacodibaviera.esteri.it/consolato_monacodibaviera/it/

che vi invitiamo a consultare con attenzione prima di cercare ulteriori informazioni. Sul sito sono spesso presenti infatti tutte le risposte alle domande di natura burocratica, evitando così inutili perdite di tempo ed energie.

Potete inolte consultare la pagina del Com.It.Es. http://comites-monaco.de/

Daniela Di Benedetto, Presidente Com.It.Es di Monaco di Baviera (de.it.press)

 

 

 

 

L‘Italia il Paese più presente alla Prowein di Düsseldorf (1719 marzo)

 

È l’Italia il Paese a più grande rappresentanza al Prowein 2019, la fiera tenuta a Düsseldorf dal 17 al 19 marzo, che da 25 anni raccoglie oltre 700 mila visitatori per 834 mila metri quadrati di superficie espositiva. L’Italia è stata presente con circa 1700 espositori e con i suoi padiglioni ha rappresentato da sola il 50% dei produttori stranieri.

È stata l’occasione per raccontare il nostro territorio, le nostre peculiarità e i nostri prodotti frutto di un mix di terra, cultura, tradizioni, innovazione.

In Germania le importazioni del vino italiano coprono il 36% del totale. Nell’ultima edizione la fiera ha superato quota 6.800 espositori da 64 Nazioni, con l’Italia cresciuta di quasi 60 volte (da 29 produttori nel 1994 a 1.736 nel 2018) e saldamente al primo posto per rappresentatività, davanti alla Francia.

Inoltre, per la prima volta, l’Italia porterà nei suoi stand anche un’altra delle eccellenze del nostro Paese, l’olio extravergine di oliva con degustazioni e assaggi a cura della Fondazione Italiana Sommelier.

Dalla nuova cultura dell’aperitivo improntata sullo slogan “Zero rifiuti: totale riciclaggio dietro al bancone” ai ‘Vini d’altura’, saranno diverse le tendenze e le novità al centro dell’edizione 2019 di ProWein, che si prepara ad ospitare tutte le principali regioni vitivinicole del mondo, insieme a 400 produttori di liquori e a 40 iconiche maison dello Champagne presenti con oltre 150 etichette. Ad arricchire l’area espositiva, inoltre, ci sarà la mostra Same But Different sulle bevande artigianali (birre, liquori e sidri)

La Prowein rappresenta una delle più importanti manifestazioni fieristiche enologiche a livello europeo. Il mercato tedesco è il secondo mercato di esportazione dei vini italiani. L'Italia, secondo i dati ICE, si è confermata nel 2017 fornitore leader del paese, con un quota delle importazioni tedesche di vino italiano pari a 930 mln di euro ed un interessante trend ascendente (+3,5% nel periodo 2013-2017) per i vini in bottiglia. Il consumatore tedesco, inoltre, si mostra sempre più interessato alle produzioni tricolori di eccellenza, con una consolidata propensione a pagare un prezzo più alto per un vino di qualità. (dip) 

 

 

 

“Divorare il cielo": incontro con l’autore Paolo Giordano all’IIC di Amburgo il 21 marzo

 

Amburgo - Giovedì 21 marzo, alle ore 19, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo si terrà l’incontro con l’autore Paolo Giordano, che presenterà e leggerà dal suo romanzo "Divorare il cielo".

La serata sarà moderata da Paola Barbon che curerà anche la traduzione consecutiva per le domande del pubblico. L’evento è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con la casa editrice Rowohlt di Reinbek una cittadina vicino ad Amburgo. La partecipazione è gratuita.

Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. È autore di quattro romanzi: La solitudine dei numeri primi (Mondadori 2008, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima), Il corpo umano (Mondadori 2012), Il nero e l'argento (Einaudi 2014) e Divorare il cielo (Einaudi 2018). Ha scritto per il teatro (Galois e Fine pena: ora) e collabora con il Corriere della Sera.

A dieci anni di distanza da "La solitudine dei numeri primi", Paolo Giordano torna a raccontare la giovinezza, poi l'azzardo di diventare adulti. Divorare il cielo è un romanzo potente e generoso, che restituisce al lettore l'antica meraviglia di una grande storia in cui perdersi.

La storia di tre ragazzi che si tuffano in piscina, nudi, di nascosto e che entrano come un vento nella vita di Teresa. Sono poco più che bambini, hanno corpi e desideri incontrollati e puri, proprio come lei. I prossimi vent'anni li passeranno insieme nella masseria lì accanto, a seminare, raccogliere, distruggere, alla pazza ricerca di un fuoco che li tenga accesi. Al centro di tutto c'è sempre Bern, un magnete che attira gli altri e li spinge oltre il limite, con l'intensità di chi conosce solo passioni assolute: Dio, il sesso, la natura, un figlio.

Le estati a Speziale per Teresa non passano mai. Giornate infinite a guardare la nonna che legge gialli e suo padre, lontano dall’ufficio e dalla moglie, che torna a essere misterioso e vitale come la Puglia in cui è nato. Poi un giorno li vede. Sono "quelli della masseria", molte leggende li accompagnano, vivono in una specie di comune, non vanno a scuola ma sanno moltissime cose. Credono in Dio, nella terra, nella reincarnazione. Tre fratelli ma non di sangue, ciascuno con un padre manchevole, inestricabilmente legati l’uno all’altro, carichi di bramosia per quello che non hanno mai avuto. A poco a poco, per Teresa, quell’angolo di campagna diventa l’unico posto al mondo. Il posto in cui c’è Bern. Il loro è un amore estivo, eppure totale. Il desiderio li guida e li stravolge, il corpo è il veicolo fragile e forte della loro violenta aspirazione al cielo. Perché Bern ha un’inquietudine che Teresa non conosce, un modo tutto suo di appropriarsi delle cose: deve inghiottirle intere. La campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent’anni e quattro vite. I giorni passati insieme a coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l’altro, fino a quando Teresa rimarrà la sola a farlo. Perché il giro delle stagioni è un potente ciclo esistenziale, e la masseria il centro esatto dell’universo. (aise/dip)

 

 

 

L’economia punta all’Intelligenza Artificiale, la nuova interazione tra uomo e macchina.

 

Dal 1 al 5 aprile 2019 si terrà Hannovermesse, la fiera annuale più importante al mondo dedicata all’industria e punto di riferimento per conoscere le nuove trasformazioni tecnologiche. Per quest’anno è assicurata la presenza di 6.500 espositori e più di 220.000 visitatori, così come la realizzazione di 6,5 milioni di contatti d´affari e più di 1.400 eventi, tutti con un obbiettivo comune: l’applicazione di sistemi intelligenti.

Tra di essi è presente l’evento ITKAM COLLOQUIUM, una conferenza interamente dedicata alle nuove frontiere dell`Intelligenza Artificiale, perfettamente in linea con il tema promosso da Hannovermesse: “Integrated Industry – Industrial Intelligence“ in programma martedì, 2 aprile 2019 dalle ore 17.00 alle ore 21.00 (Conference Area, Padiglioni 19/20, sala New York)

Grazie anche alla stretta collaborazione con Deutsche Messe AG, ITKAM organizza dal 2017 un importante appuntamento per la comunità imprenditoriale italiana e tedesca, che ha la possibilità di conoscere le nuove frontiere in ambito economico e tecnologico.

Giunto alla sua 3° edizione con un seguito di oltre 200 partecipanti e illustri ospiti, ITKAM COLLOQUIUM verrà inaugurato con la partecipazione dell’Ambasciatore d’Italia a Berlino, S.E. Luigi Mattiolo; di Arno Reich, vice presidente di Industry, Energy & Logistics di Hannover Messe & CeMAT; di Andreas Zuege, General Manager di Hannover Fairs International GmbH per l’Italia e del Presidente di ITKAM Prof. Emanuele Gatti.

L’evento prevede l’intervento del Dott. David Vannozzi come Keynote Speaker, Direttore del Consorzio Universitario CINECA di Bologna, centro di importanza mondiale sia per la presenza del computer più veloce d´Europa (“Marconi-Supercomputer”), che per i progetti di ricerca di molteplice applicazione: dalla medicina di precisione alle automobili semoventi.

In seguito avrà luogo un interessante Entrepreneurs Talk, moderato da Dr. Eckart Petzold, Avvocato e Partner dello studio legale Luther Rechtsanwaltsgesellschaft mbH con esperti italiani e tedeschi, tra cui:

* Alessandro Milan, Group Quality Director, Feralpi Group,

* Kai Aldinger, Solution Manager, SAP SE, Industry Business Unit Mill Products & Mining

* Marco Ulrich, Department Manager Software Technologies and Applications (DECRC/S) di ABB Corporate Research Center

* Cristian Secchi, Professore Associato presso il dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria ad UNIMORE

* Eliomaria Narducci, CEO di ITKAM

Al termine dell´ITKAM COLLOQUIUM non mancheranno momenti di networking e follow-up meetings accompagnati da un ottimo aperitivo, per stringere nuovi contatti e continuare la conoscenza di progetti e successi nel campo della trasformazione digitale. Se siete interessati a partecipare a ITKAM COLLOQUIUM mandate una mail a frankfurt@itkam.org. Non è necessario essere espositori, per ottenere un ingresso privilegiato ad Hannovermesse.

Christine Schattner, cschattner@itkam.org Itkam/Dip

 

 

 

L’omaggio di Bochum all’artista Mario Nigro

 

Bochum - Il Kunstmuseum Bochum rende omaggio all’artista italiano Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992), protagonista dell’arte italiana del XX secolo, con la mostra antologica "Dallo "spazio totale" alle "strutture"", che sarà inaugurata il 23 marzo nella sede del museo tedesco.

La retrospettiva - curata da Hans Günter Golinski, direttore del Kunstmuseum Bochum, Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione Ragghianti di Lucca, e Francesca Pola, curatore dell’Archivio Mario Nigro di Milano - è realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Nigro di Milano, con il patrocinio del Consolato d’Italia in Dortmund e dell'Istituto Italiano di Cultura di Colonia, e ripercorre la ricerca dell’artista dal 1948 al 1992.

Mario Nigro è uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana ed europea dalla fine degli anni Quaranta: pur nella complessità di riferimenti e legami con il contesto internazionale, ha perseguito da subito una ricerca creativa fortemente individuale, che si è continuamente rinnovata senza mai esaurire la propria profondità poetica. Coniugando la propria vocazione pittorica con interessi musicali e scientifici, che connotano la sua visione sin dagli anni della formazione, Nigro ha dato vita a una particolare declinazione di astrattismo, fondata sulle dinamiche delle relazioni umane e sulla visione dell’arte come forma di conoscenza, traducendola in una grande ricchezza di soluzioni compositive, cromatiche e spaziali.

La mostra presenta trentaquattro opere di fondamentale importanza nel suo percorso creativo: in particolare, lavori di grande dimensione e di natura installativa e ambientale, esposti dall’artista in importanti rassegne internazionali, come ad esempio varie edizioni della Biennale di Venezia, che sono stati specificamente selezionati in relazione agli spazi del Kunstmuseum Bochum per definire una serie di momenti chiave nell’evolvere della sua multiforme creazione artistica.

L’opera di Nigro coniuga rigore compositivo geometrico ed espressività cromatica: in questi aspetti, appare in perfetta sintonia con alcune matrici della cultura visiva internazionale che hanno fortemente caratterizzato la cultura tedesca, quali l’espressionismo o il concretismo della prima metà del novecento, come dimostra anche la fortuna espositiva e critica della sua opera in Germania. Il nitore espressivo delle sue opere interpreta queste componenti con una sensibilità tutta italiana, dando vita a un singolare connubio che la mostra intende evidenziare nella sua unicità.

L’esposizione prende le mosse dai primi cicli pittorici ispirati ai canoni del suprematismo e del neoplasticismo, come Ritmo verticale (1948), prosegue con le "scacchiere visuali" del ciclo dei "Pannelli a scacchi" (1950), per giungere al moltiplicarsi dei reticoli e delle griglie che si articolano in piani di colore di diversa intensità cromatica dello "Spazio totale" - ciclo a cui l’artista lavora a partire dal 1952-1953 e sino alla seconda metà degli anni Sessanta.

La scelta di esporre alcuni lavori di natura installativa e ambientale, quali Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (1967-1968) e Lettera di un raro amore (1972), testimonia l’evoluzione della ricerca dell’artista verso i successivi cicli del "Tempo totale" sino a giungere, nel corso degli anni Settanta, all’approfondimento delle tematiche della "Analisi della linea" e della "Metafisica del colore".

Dopo l’approfondimento e l’utilizzo di formule matematico-geometriche, tra il 1980 e il 1981, Nigro realizza il ciclo "Terremoto", che nasce anche dal coinvolgimento emotivo con gli avvenimenti coevi e dalla riflessione sullo scorrere inesorabile della storia e sulla possibilità sempre imminente della catastrofe.

Dalla metà degli anni Ottanta la spinta verso l’azzeramento, inteso come espressione dell’assoluto, si acuisce e si traduce nella parcellizzazione della linea stessa. Nelle opere del ciclo "Orizzonti" la superficie viene attraversata da una singola sequenza di puntini che la attraversano in orizzontale senza raggiungerne il margine estremo. Nell’arco di un solo anno l’artista giunge a creare, dapprima, il ciclo delle "Orme" in cui il colore steso in pennellate riconoscibili e distinte va a formare delle macchie eterogenee, ed in seguito raggiunge il massimo della dilatazione e dell’ingrandimento della singola componente creando un unico amalgama di colore che occupa tutta l’altezza della tela, Il ciclo conclusivo di quest’analisi che sonda i fondamenti della pittura è quello dei "Dipinti satanici", per approdare a lavori che appartengono agli ultimi due cicli realizzati dall’artista all’inizio degli anni Novanta, "Meditazioni" e "Strutture". Queste due serie segnano il ritorno alla riflessione sulla relazione tra spazio e forma e si avvicinano nuovamente a una costruzione più strutturata: nelle prime l’elemento geometrico è infatti suggerito più che costruito dai tratti del pennello e nelle altre il concetto di griglia torna evocato dall’accostarsi e dal sovrapporsi di segni suddivisi per gruppi, ancora una volta disposti secondo lo schema compositivo ortogonale.

In occasione della mostra, che sarà aperta al pubblico siono al 12 maggio, verrà pubblicata una monografia trilingue - tedesco, italiano, inglese – con introduzione di Hans Günter Golinski e Gianni Nigro, saggi di Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi e Francesca Pola dedicati ad approfondire i diversi aspetti della sua poetica artistica, corredati da materiale iconografico a colori e relativi apparati bio-bibliografici. (aise/dip)

 

 

 

 

Mantegna e Bellini alla Gemäldegalerie di Berlino fino al 30 giugno

 

Berlino - Due uomini geniali, due dei maggiori maestri del Rinascimento italiano, sono i protagonisti della mostra “Mantegna und Bellini, Meister der Reinassance” aperta fino al 30 giugno alla Gemäldegalerie di Berlino. Ne parla Alessandro Brogani sul quotidiano online “ilDeutschItalia.com”.

 

Andrea Mantegna (Isola di Carturo -1431 circa, Mantova -1506) e Giovanni Bellini (Venezia 1433-35, Venezia 1516) sono i magnifici artefici di un insieme di capolavori unici che presero forma nell’arco di una sessantina d’anni, nel contesto della Serenissima, a cavallo fra il 15esimo e i primi anni del 16esimo secolo.

Il rapporto stretto tra i due artisti è testimoniato in tutto lo svolgimento della mostra, che espone autentici capolavori, provenienti dai più famosi musei del mondo, oltre che da collezioni private, per la prima volta in assoluto raccolti per una comparazione nel museo berlinese, diretto da Michael Eissenhauer. La mostra è stata curata, oltre che da Caroline Campbell della National Gallery e Sarah Vowles del British Museum di Londra, da Neville Rowley e Dagmar Korbacher a Berlino.

Otto le città italiane che hanno prestato le proprie opere, e in particolare quattro sono le istituzioni veneziane che hanno aderito: la Fondazione Quirini Stampalia, la Galleria dell’Accademia, la Fondazione dei Musei Civici (Museo Correr) e la Biblioteca Nazionale Marciana. Le altre opere provenienti dal nostro Paese vengono da Firenze, Ferrara, Milano, Pesaro e Rimini.

Il percorso si sviluppa a partire da Padova, città dove il giovane Andrea Mantegna andò a bottega da Francesco Squarcione (di cui si può ammirare l’opera “Vergine con bambino”). Di questo periodo è il dipinto di “San Marco evangelista” che si può ammirare in comparazione tanto con l’opera del maestro, che con una terracotta di Donatello (“Madonna con cherubino”), allora già uno dei mostri sacri del Rinascimento fiorentino e da cui Andrea imparò l’arte della prospettiva e il dinamismo per la composizione. Il dipinto del giovane pittore fa già intuire le potenzialità enormi di quello che risulterà essere uno dei pilastri indiscussi della pittura italiana.

Il confronto è, come dicevamo, il fil rouge che accompagna il visitatore. E quello con il cognato Giovanni Bellini lo si può vedere chiaramente con due opere che accolgono gli ospiti della galleria in tutta la loro magnificenza: “La presentazione di Gesù al Tempio”. Stesso soggetto, ma dipinto in due epoche diverse. Bellini lo realizzò circa 20 anni dopo Mantegna, che a sua volta lo aveva dipinto nel 1453/54, dopo aver sposato Nicolosia, la sorella di Giovanni, e che aveva avuto come fonte di ispirazione il figlio che attendevano o che era da poco nato. Nel dipinto sono rappresentati i due coniugi stessi facenti parte della scena della storia evangelica, che in Mantegna è racchiusa in una cornice marmorea, quasi in una proporzione di una visione in 4/3, mentre in Bellini la vista si allarga ai lati (con altri personaggi, fra cui, forse, lo stesso pittore), e con i protagonisti appoggiati ad una balaustra in uno spazio che si potrebbe definire in 16/9. Quel che appare chiaro fin da subito è che il tratto distintivo di Mantegna è il particolare, mentre quello di Bellini è la luce. Il primo inventa, il secondo copia e non copia, rendendo il modello di partenza un nuovo capolavoro a se stante.

La visita non comprende solo opere pittoriche: ci sono, importantissimi testimoni, numerosi disegni dei due maestri (ed incisioni di Mantegna), che mostrano non solo l’evoluzione del percorso artistico intrapreso da entrambi, ma che anche mettono in evidenza gli stretti legami fra i due cognati. La fama di Mantegna, proprio grazie all’incisione che permetteva copie dei disegni, fu maggiore di quella di Bellini fino all’invenzione della fotografia nell’Ottocento, perché le sue opere potevano “viaggiare” in tutta Europa, al contrario di quelle del cognato che erano prevalentemente pittoriche. Per non danneggiare i disegni, che sono più sensibili alla luce, e per mettere maggiormente in evidenza i quadri è stata studiata appositamente un’illuminazione con faretti tra i 40 e 50 lumen di potenza.

Fra i capolavori esposti particolare rilevanza hanno le due versioni dell’“Orazione nell’orto”, con un forte senso prospettico e i particolari accurati in Mantegna, ma con una predominanza del paesaggio in Bellini. Non è il dettaglio che colpisce nell’opera di quest’ultimo, ma il senso di apertura dell’orizzonte, con colori chiari della scena che sottolineano la solitudine del Cristo di fronte al destino che lo attende.

Non mancano le sorprese narrate dal percorso espositivo. Come quella inerente la scoperta, fatta in concomitanza della pubblicazione del catalogo “Accademia Carrara, Bergamo Dipinti Italiani del Trecento e del Quattrocento”, curato da Giovanni Valagussa, di un dipinto di Mantegna, “La resurrezione di Cristo”, molto probabilmente facente parte di una pala d’altare successivamente tagliata in più parti, e che in precedenza era attribuito alla bottega del maestro veneto, oppure considerata una copia coeva o una realizzazione del figlio dell’artista. Si è invece scoperto, analizzando la parte inferiore del dipinto, che la croce che vi è riportata sotto un arco altro non era che la parte superiore di un altro dipinto certo del Mantegna, datato 1492, la “Discesa al Limbo”, facente parte di una collezione privata. I due dipinti si possono ora ammirare affiancati, rendendo così possibile allo spettatore la comprensione dell’iniziale sbaglio nell’attribuzione.

Tra i tanti capolavori di Bellini spicca il celebre ritratto del doge Leonardo Loredan, oggi in possesso della National Gallery di Londra. Il morbido tratto espressivo del volto viene messo in contrapposizione con l’austero viso del cardinale Lodovico Trevisan, dipinto dal Mantegna e facente parte della collezione del museo berlinese.

Ultimi, ma non meno importanti, sono due quadri molto lunghi. Anche qui entrambi gli artisti affrontarono le stesse tematiche, ma da due punti di vista completamente differenti. Il primo è raffigurante “L’introduzione del culto di Cibele a Roma”, che tratta delle storie della gens Cornelia (quella degli Scipioni). Preciso, puntuale, quasi maniacale nella riproduzione di figure in marmo, facenti parte di un sarcofago “ideale” romano il Mantegna, che lo dipinse su commissione del doge Francesco Corner (che si diceva discendere da tale gens) solo un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1506. Il secondo, pastellato, molto più “pittorico”, suggeritore più di un’atmosfera che di un preciso episodio, è il dipinto di Bellini “La continenza di Scipione”, datato tra il 1507 e il 1508, che fa da pendant a quello del cognato. La somiglianza tra le due opere colpisce tanto quanto la loro profonda differenza. Sarà l’ultimo dittico filologico tra i due. Giovanni morirà 10 anni dopo Andrea, nel 1516.

La mostra, imperdibile, conserva il fascino e la grandezza di entrambi i maestri veneti in un viaggio narrativo unico, che, per la prima volta, accompagna il visitatore alla scoperta di analogie e differenze lungo tutto l’arco della loro vita artistica. dip 

 

 

 

L’Italia al salone “International Dental Show – IDS” di  Colonia (12-16 marzo)

 

Colonia - Si è inaugurato il 12 marzo la 38a edizione dello “International Dental Show – IDS” a Colonia, salone biennale per le attrezzature per l´odontoiatria, che è rimasto aperto fino al 16 marzo 2019. L’IDS è una fiera che fa registrare a ogni edizione una crescita degli indicatori principali: la superficie espositiva ha raggiunto i 170.000 mq, un’area sulla quale sono presenti ben 2.300 espositori provenienti da 60 Paesi, stesso numero rispetto al 2017. L’Italia  ha partecipato con 230 espositori.

 

L’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane ha coordinato, insieme all’Associazione di categoria, UNIDI, la partecipazione italiana attraverso il “Punto Italia”, organizzato come piattaforma di marketing per le ditte che espongono i loro prodotti in fiera. Presso lo Stand ICE/UNIDI era possibile infatti fissare appuntamenti con gli imprenditori italiani presenti all’IDS o richiedere contatti con i delegati istituzionali italiani per uno scambio di esperienze e informazioni e consultare repertori elettronici sulla produzione del settore. 

 

L´accordo dell’ICE Agenzia con l’Unione Nazionale delle Industrie Dentarie Italiane, consente di intercettare tramite l´Associazione stessa la maggiore parte dei produttori italiani di attrezzature e materiali per dentisti e odontotecnici; si tratta di 73 aziende altamente qualificate, che offrono la massima garanzia ed affidabilità agli utilizzatori dei loro prodotti. 

 

L’iniziativa era dunque volta a presentare il meglio del settore dentale italiano che realizza un fatturato annuo di 933 milioni di Euro nel 2017: di questi, i due terzi sono composti da attrezzature, il resto da prodotti di consumo. L'export rappresenta il 64% del totale del fatturato medio annuo, con punte che salgono sino all'80% per alcune tipologie di prodotti. 

 

Il settore dentale italiano riconferma il suo ruolo di fondamentale importanza negli scenari europei, secondo solo alla Germania grazie ad una produzione apprezzata in tutto il mondo per l'affidabilità dei suoi componenti, le soluzioni tecnologiche all'avanguardia ed il piacevolissimo design. 

 

Negli ultimi due anni il mercato italiano ha presentato una crescita costante, realizzando un +7,5% nel 2016 e del 5,2% nel 2017.La crescita riguarda soprattutto le tecnologie digitali e le attrezzature pesanti, ed è segno della rinnovata fiducia nel futuro con cui gli studi odontoiatrici e i laboratori odontotecnici hanno ricominciato ad investire.  Ita

 

 

 

 

Eccellenze italiane in Germania. “Io ce l’ho fatta”. La storia di Alessandro Bellardita

 

Alessandro Bellardita, giudice presso l’Amtsgericht di Karlsruhe e attualmente docente alla Hochschule di Schwetzingen, è il protagonista di “Io ce l’ho fatta! Storie italiane di successi accademici e professionali in Germania”, rubrica lanciata dal “Corriere d’Italia” e curata da Nicola Coronato. Di seguito il testo dell’intervista pubblicata sul giornale diretto a Francoforte da Licia Linardi.

 

D. Alessandro sei figlio di emigrati siciliani, ci racconti quando la tua famiglia si è trasferita in Germania?

R. I miei nonni si trasferirono negli anni ‘60 in Germania dove lavoravano come Gastarbeiter. Mio nonno paterno fu assunto come saldatore a Karlsruhe, mentre mio nonno materno a Mannheim; lui poi rientrò nel 1966 in Italia. I miei genitori raggiunsero mio nonno paterno nel 1977 da Torino, dove vivevano dal loro matrimonio nel 1972 e dove nacque anche mia sorella maggiore Sonia.

D. Quindi tu sei nato in Germania?

R. No, io sono nato a Modica (RG) nell’81. I miei genitori decisero di ritornare in Italia nel 1980, ma a causa delle difficoltà lavorative presero la decisione di trasferirsi definitivamente nel corso del 1981 a Karlsruhe.

D. Quindi stabilita la vostra residenza qui in Germania, cresci e frequenti l’asilo e la scuola. Hai avuto difficoltà ad apprendere la lingua?

R. L’integrazione è stata difficile, perché iniziai l’asilo parlando solo il dialetto siciliano, non conoscevo nemmeno l’italiano. Ricordo che nei primi tempi appena arrivato in classe e non avendo contatti con altri bambini, mi recavo in un angolo pieno di peluche e mi addormentavo. Le maestre all’inizio non dissero niente, ma dopo un po’ di tempo ebbero l’idea di coinvolgere una bambina italiana di un’altra classe. Ricordo che Sonia, questo era il nome della bambina, mi svegliò e da lì iniziai ad integrami giocando prima con lei e poi con gli altri bambini. Purtroppo non so come si chiami di cognome e, dunque, non l’ho mai più vista. L’ultimo anno di asilo lo frequentai alla Scuola Europea di Karlsruhe in lingua italiana. Iniziai sempre alla Scuola Europea il mio percorso scolastico con altri ragazzini italiani, figli e nipoti di immigrati, ma frequentata anche da figli di dipendenti consolari. Tutti i corsi erano in lingua italiana, poi a partire dalla terza media le materie di storia e geografia venivano insegnate in tedesco. Il tedesco fu così per noi prima lingua straniera.

D. Ricordi un momento particolare durante il tuo periodo scolastico?

R. Tanti ovviamente, ma uno in particolare si è immortalato nella mia mente: ricordo che durante l’intervallo, ero in quinta media, chiesi al mio prof. di filosofia e italiano, il prof. Lo Rè, cosa fosse la filosofia e a cosa servisse. Non ne avevo la minima idea e dovevo scegliere le materie per gli ultimi anni di maturità. Lui mi rispose con una domanda: “hai mai riflettuto su chi sei e cosa fai? Ecco, questo è la filosofia”. Inoltre mi disse: “la filosofia non ti servirà per la tua professione, ma ti potrà servire nella vita”. Quei momenti durante quella ricreazione e quella risposta hanno avuto un forte impatto nel mio modo di approccio verso gli studi e hanno anche dato inizio alla mia passione per la filosofia.

D. Sono proprio questi incontri importanti al momento e al posto giusto che insieme alla propria bravura vanno a completare un ulteriore processo di crescita.

R. Esatto! In realtà quello che conta non sono i traguardi, ma i percorsi che affrontiamo e le persone che incontriamo durante questi percorsi. Io, ad esempio, ogni tanto vado a visitare il mio insegnante delle elementari, il signor Spadini, un grande maestro, che – senza voler fare dell’apologia – mi ha insegnato oltre che a leggere, scrivere e far di conto, l’essere profondamente pacifista. Lui, quando passava un aereo militare che rompeva il muro del suono, inveiva contro le armi e la guerra. Sono momenti indimenticabili che lasciano il segno.

D. Il tuo percorso formativo poi continua all’università scegliendo giurisprudenza.

R. L’amore per la filosofia mi spinse a studiare psicologia, una materia che si avvicinava alla filosofia. Conseguito quindi l’esame di maturità, mi iscrissi nel 1999 alla facoltà di psicologia dell’università di Mannheim. Ma dopo solo due settimane e non ancora avendo iniziato i corsi, cambiai facoltà e scelsi gli studi di giurisprudenza. Scelta dettata da motivi personali. Conclusi nel 2004 i miei studi di giurisprudenza col primo esame di stato e col titolo Diplom-Jurist, classificandomi al nono posto nel ranking degli studenti. Nel 2005 iniziai sempre all’università di Mannheim una collaborazione come wissenschaftlicher Assistent con il Prof. Otte, con cui avevo già instaurato nel 2001 durante il mio periodo di studi un rapporto lavorativo come Hilfswissenschaftler.

D. Inizia quindi un periodo di ricerca e di pubblicazioni.

R. Durante questo periodo iniziai anche una collaborazione con l’autorevole rivista giuridica Juristische Schulung (JuS) di Francoforte, pubblicando il mio primo articolo sulla libertà di religione nel 2005 a soli 24 anni e risultando così il più giovane autore per la JuS. Il 2005 era un anno particolare per il governo tedesco guidato dal cancelliere Schröder. Ebbi l’idea di preparare un articolo italiano descrivendo la particolarità di quel momento politico e storico che si viveva in Germania e lo inviai a cinque testate giornalistiche italiane, tra cui l’Europa. Il redattore di Europa mi contattò e divenni così corrispondete per la Germania.

D. Quando termini la formazione giuridica e scientifica?

R. Nel 2008 consegnai la tesi di dottorato sul diritto commerciale e trasporti alla facoltà di giurisprudenza di Mannheim e ricevetti due anni dopo il titolo Dr. iur. Proseguii per due anni con il Referendariat (tirocinio) presso il tribunale di Darmstadt fino al 2010, superando il secondo esame di stato. Un’altra soddisfazione personale perché fui il migliore tra gli altri sessanta colleghi all’interno del tribunale di Darmstadt.

D. Quindi accedi nel mondo del lavoro.

R. Gli ottimi risultati avuti durante la mia formazione mi permisero di poter scegliere le varie opportunità nel mondo lavorativo. Decisi nel 2010 di intraprendere la professione di avvocato presso lo studio legale Moore & Stephens a Mannheim. Ma dopo due anni non sentendomi realizzato decisi nel 2012, dopo aver ricevuto anche la cittadinanza tedesca, di inviare il mio curriculum al Ministero di Grazia e Giustizia per accedere in magistratura. Ricevetti dopo pochi giorni un invito per un colloquio al Ministero e fui assunto nel dicembre 2012 come giudice alla pretura di Heidelberg.

D. Come prosegue la tua carriera in magistratura e quali altre soddisfazioni hai ottenuto?

R. Nel 2015 passai alla Procura di Heidelberg, dove mi occupavo di criminalità organizzata, un’esperienza molto particolare e impegnativa, lavoravo praticamente fino a ottanta ore a settimana, anche il fine settimana. Era un periodo in cui erano aumentati vistosamente i furti in casa, a causa di bande organizzate che provenivano dall’est dell’Europa. Insieme al presidente della Procura, il signor Schüssler, un ottimo capo, decidemmo di concentrare la competenza per i furti in casa su di me, in modo tale da poter gestire meglio le indagini. Quando iniziai, nel gennaio 2016, mensilmente venivano commessi fino a ottanta furti in casa nella zona di Heidelberg; a settembre avevamo arrestato oltre quaranta esponenti di queste bande e nel gennaio 2017, solo un anno dopo, i furti erano diminuiti dell’ottanta per cento. La polizia di Heidelberg, infatti, avendo un solo interlocutore a Heidelberg, poteva contare sulle ordinanze per procedere le indagini e queste furono efficaci. Nell’ aprile del 2017 passai poi al tribunale di Karlsruhe, dove ero giudice per le indagini preliminari. Attualmente, per motivi legati alla carriera, insegno giurisprudenza alla Hochschule di Schwetzingen, un incarico che mi occuperà fino al 2022 per poi rientrare come giudice a Karlsruhe.

D. Alessandro, hai ancora un sogno nel cassetto?

R. Sì, scrivere. Ho appena finito una biografia su Fabrizio de André in tedesco, che verrà pubblicata nei prossimi mesi. Inoltre sto lavorando su un romanzo criminale, ambientato in Germania e in Italia: il protagonista è un procuratore italo-tedesco. Sarebbe un sogno vederlo pubblicato. CdI marzo

 

 

 

 

L’offerta turistica italiana alla fiera ITB di Berlino turismo (6-10 marzo)

 

Berlino. Si è tenuta dal 6 al 10 marzo l'ITB di Berlino, la maggiore fiera mercato d'affari dell'industria del turismo con oltre 180mila visitatori tra cui 108mila operatori dal mondo e 10mila espositori da 180 paesi, principale fiera di settore a livello globale in grado di attirare oltre 1000 buyer qualificati per un fatturato annuo di 7 miliardi di euro.

Varie le regioni italiane presenti: la Toscana, per esempio, è stata presente con 16 aziende e due stand organizzati da Toscana Promozione Turistica. A Berlino sono stati presenti l'assessore regionale al turismo Stefano Ciuoffo e il direttore di Toscana Promozione Turistica Francesco Palumbo i quali, la sera del giorno di apertura, hanno partecipato alla serata organizzata all'Ambasciata d'Italia a Berlino con l'ambasciatore Luigi Mattiolo, il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo Gian Marco Centinaio e il presidente ENIT Giorgio Palmucci. "La Germania – ha affermato l'assessore Ciuoffo – per la Toscana rappresenta un mercato turistico fondamentale, come per il resto del nostro Paese. I tedeschi sono sempre i più numerosi, aumentati addirittura del +4,9% a livello nazionale e sono gli stranieri più numerosi in Toscana da anni. Quello tedesco è un turista che ama e ricerca la vacanza attiva e che consente un autentico contatto con la natura: trekking e cicloturismo, camping. Per questo pensiamo che le offerte turistiche legate al plein air e al ‘turismo avventura' siano particolarmente indicate per il turista tedesco che spesso arriva da noi col proprio camper". La Toscana, come ha fatto per la Bit di Milano, ha avuto in programma anche una serata ad hoc dedicata alla presentazione, a stampa specializzata e operatori del settore, del brand Costa di Toscana/Isole di Toscana e del piano legato alla promozione del suo litorale e del suo entroterra. L'evento, intitolato ‘Die Küste der Toskana – Lebe dein Abenteuer!', che si è tenuto il 7 marzo e al quale ha partecipato anche il Presidente della Commissione per la ripresa economica della Costa del Consiglio Regionale Antonio Mazzeo, ha completato il lancio del progetto elaborato dall'Agenzia Regionale destinato a riscrivere completamente il concept della vacanza sul territorio costiero regionale, per proporre ai turisti un'offerta in grado di rispondere alle più attuali motivazioni di viaggio.

 

Presenti anche gli operatori turistici dell’Emilia Romagna, con la ricca offerta turistica emiliano romagnola, dove hanno presentato le proposte vacanza 2019. La Germania è il primo mercato per arrivi esteri in regione, cresciuti in dieci anni (2009-2018) del +34,7% - Bologna è collegata con sei aeroporti tedeschi (Francoforte, Monaco di Baviera, Berlino, Düsseldorf, Colonia-Bonn, Stoccarda) - Dal 26 maggio al 6 ottobre volo Lufthansa Monaco di Baviera-Rimini - Di nuovo attivo, dal 30 maggio all’8 settembre, il collegamento ferroviario Deutsche Bahn Monaco di Baviera-Rimini (con soste a Bologna e Cesena). Sono stati 28 gli operatori turistici regionali ospitati nello stand coordinato da Apt Servizi Emilia Romagna in area Enit - che presentano la ricca offerta turistica emiliano romagnola e le proposte vacanza 2019 che spaziano dai tradizionali soggiorni balneari classici, alla vacanza attiva, en plain air e cicloturistica, dalla Food, Motor e Wellness Valley, passando per le città d’arte con i loro monumenti Unesco e le numerose mostre ed eventi culturali. Il palinsesto Puglia Events 2019 è stato presentato la scorsa settimana dal Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e dall'Assessore all'Industria Turistica e Culturale, Loredana Capone in una conferenza stampa internazionale all'interno di Piazza Italia, stand Enit, al fianco degli operatori turistici e culturali pugliesi.

"La Puglia è ormai una delle mete del turismo internazionale e non potevamo mancare in questa fiera di Berlino. Per la prima volta coniughiamo offerta turistica e offerta culturale, presentiamo i nostri grandi eventi e intorno ad essi creiamo nuove opportunità di viaggio verso la nostra regione, dal Gargano al Salento, tutti i mesi dell'anno. Si tratta di una strategia innovativa, che sta portando risultati eccezionali: siamo la regione italiana che in questo momento incrementa di più gli arrivi di turisti stranieri; non intendiamoci fermarci, abbiamo ancora molta strada da fare per raggiungere le grandi mete che ci siamo posti con il Piano strategico Puglia365, il nostro lavoro ci sta premiando – ha affermato il Presidente Emiliano - Oltretutto le relazioni culturali e commerciali tra la Germania e la Puglia sono molto proficue: vogliamo promuovere il turismo tedesco in Puglia e investire sugli scambi culturali, nella ricerca e nell'innovazione".

 

Sicilia pure protagonista  alla  International Tourism Börse di Berlino. Un legame profondo quello che unisce Germania e Sicilia, testimoniato dalla sempre crescente presenza sull'Isola di viaggiatori tedeschi, particolarmente attratti da mete come le isole Eolie, l'Etna, Catania e Palermo. I video proiettati nelle cinque giornate della Fiera hanno raccontato le eccellenze culturali, naturali, artistiche ed enogastronomiche della Sicilia. La Regione ha avuto un proprio spazio espositivo all'interno dello stand dell'Italia. Un'occasione per illustrare a rappresentanti istituzionali e operatori del settore i progetti di promozione dell'Isola: dal “Calendario regionale” delle manifestazioni ed eventi di grande richiamo turistico, alla “Fiera mediterranea del Cavallo” di Ambelia; e ancora la nuova edizione del progetto dei “Treni storici del gusto”, gli itinerari di visita con modalità lenta e sostenibile della Sicilia attraverso i siti Unesco, Borghi, Parchi naturali regionali, Oasi, Riserve naturali.

“La Germania - sottolinea l'assessore Sandro Pappalardo - rappresenta il principale mercato del turismo internazionale verso la Sicilia dopo la Francia, testimoniato anche dal costante aumento di passeggeri tedeschi che giungono nei nostri scali siciliani, e dal loro crescente apprezzamento del nostro territorio e delle sue qualità culturali, naturali, enogastronomiche”.

 

La Regione Sardegna si è presentata all’Internationale Tourismus-Börse (ITB) di Berlino con l’Assessorato del Turismo, Commercio e Artigianato, che ha accompagnato 29 operatori accreditati, in rappresentanza di hotel e catene alberghiere, camping, tour operator, società di servizi, consorzi turistici e Dmc.

Agli appuntamenti commerciali in fiera è stato associato un workshop nella capitale tedesca, cui hanno preso parte 15 tra gli operatori sardi accreditati.

Berlino è la quarta tappa del tour promozionale dell’Assessorato del Turismo in Germania che è partito con gli appuntamenti di Stoccarda e Dusseldorf a gennaio, per poi toccare Monaco di Baviera a febbraio e infine chiudersi, nel prossimo mese di maggio, alla Imex di Francoforte: una scelta strategica – evidenziano dalla Regione Sardegna - in quello che è di gran lunga il principale bacino turistico per l’Isola a livello assoluto, con riscontri eccezionali negli anni. Infatti la crescita è stata costante ed esponenziale: si è passati da un milione e centomila presenze nelle strutture ricettive sarde nel 2012 sino a circa due milioni di presenze del 2018.

È soprattutto grazie ai viaggiatori tedeschi che, nel 2018, per la prima volta gli arrivi dei turisti dall’esterno – spiegano dalla Regione Sardegna - hanno superato quelli dall’Italia (50,3% contro 49,7%). Turismo attivo e culturale, vacanze sostenibili ed esperienziali sono i temi più congeniali al mercato tedesco e quelli su cui la Regione, si sottolinea, sta strutturando un’offerta di qualità composta da prodotti innovativi e attraenti, che generano motivazioni di viaggio nel corso di tutto l’anno: i tedeschi scelgono sempre di più la Sardegna, oltre che per il mare, per vivere esperienze autentiche nei vari periodi dell’anno. De.itpress 12

 

 

 

 

Il Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno alla XII edizione, che  diventa “itinerante”,

 

Francoforte sul Meno - Veste insolita per il Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno che per questa XII edizione diventa “itinerante”, senza perdere il suo spirito di incontro amicale e aggregazione culturale che nel corso delle passate edizioni ha fatto crescere l’Europa attorno alla poesia, come chiave d’accesso all’arte della parola. Un Festival in tournée tra la Germania e l’Italia che mira a far scoprire la bellezza e le finalità etiche ed espressive di tanta parte della poesia europea contemporanea, ma anche a raccontare e dar voce ai territori del paesaggio in cui essa è nata, a partire proprio dal doveroso omaggio a Goethe, nume tutelare di Francoforte e stella polare per i poeti di ogni tempo e nazionalità.

Un vero e proprio “must”, ideato dalla direttrice artistica del Festival, Marcella Continanza, giornalista e poeta d’origine lucana, che da oltre venti anni vive e lavora nella città goethiana. «Ogni anno i poeti ospiti qui a Francoforte – afferma la Continanza – vanno a visitare la sua casa natale, a passeggiare nel suo giardino botanico, come pellegrini devoti sulle sue orme. Goethe costituisce per loro e per tutti noi una risorsa imprescindibile». La stessa poeta Donatella Bisutti ha affermato, qualche edizione fa, che solo questa passeggiata vale il Festival.

E mentre la stampa già parla del “Frankfurt May”, il sipario del Festival si aprirà, come da tradizione, nel mese di maggio. L’inaugurazione avrà luogo il giorno 16 maggio 2019, ore 20:00, nella rinomata sede della Deutsch-Italienische Vereinigung di Francoforte, dove si terrà l’omaggio a Goethe, con il saluto della dott.ssa Maria Mazza, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, che lo patrocina e sostiene, e l’intervento critico della dott.ssa Heike Spies, vice direttrice del Goethe-Museum di Düsseldorf, dal titolo “Die Schule des Sehens – Goethes Italienische Reise”. Opera scelta non poteva che essere “Viaggio in Italia”, resoconto lungo e dettagliato del Grand Tour che lo scrittore e poeta tedesco compì nell’arco di due anni lungo tutto lo stivale e che ben rispecchia l’esperienza stessa della Continanza, sempre sospesa tra la sua patria natale e quella d’adozione. A seguire Lesungen, in italiano e in tedesco, di Moreno Fabbri, attore e regista, e di Barbara Zeizinger, poeta, che saranno protagonisti anche il giorno 17 maggio, ore 11:00, assieme ad altri poeti, tra cui Eric Giebel, al Botanischer Garten con letture sotto l’albero di Goethe. La giornata proseguirà poi con la visita al Museo Schirn Kunsthalle e alla Goethehaus, ore 15:00, al Café am Dom con letture dai testi di Goethe, ore 19:00, e a tavola con Goethe, ore 21:00, solo su invito, dove tra i vicoli storici di Sachsenhausen si degusteranno i piatti di cui il poeta era goloso, come la famosa salsa verde alle sette erbe con patate e uova.

Il tributo italiano si terrà, invece, il giorno 27 giugno, ore 18:00-19:30, a Paestum in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Paestum, diretto dal dr. Gabriel Zuchtriegel, che porgerà il suo saluto e farà gli onori di casa. Evento imperdibile, questo, da segnare sul calendario, con la performance dei poeti italiani Maura Del Serra, Moreno Fabbri, Vincenzo Guarracino, Anna Santoliquido e il greco Titos Patrikios, presidente del Comitato del Festival, che faranno rivivere le pagine del viaggio goethiano nel suggestivo e magico scenario dei templi, luogo prediletto dall’illustre “turista” francofortese. “Paestum è l’ultima e starei per dire la più splendida immagine che porterò integra con me al Nord”, scrisse, infatti, un estasiato Goethe in “Viaggio in Italia”.

Dopo la breve parentesi italiana, il XII Festival della Poesia Europea si concluderà a Friedrichshafen sul lago di Costanza con tutto un bouquet, già collaudato dalla tradizione festivaliera, di conferenze, dibattiti sull’Europa, presentazione di libri, incontri con gli autori, concerti e la più nota Lesung corale con altri poeti, noti a livello internazionale e provenienti da varie città dell’Europa, nei giorni 29 e 30 settembre. Alessandra Dagostini

 

 

 

 

Dal 22 marzo al 3 maggio all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo mostra fotografica di Angelo Pagliari

 

Amburgo - Venerdì 22 marzo alle ore 19:00, presso l’ Istituto Italiano di Cultura di Amburgo verrà inaugurata la mostra fotografica di Angelo Pagliari e si terrà una conferenza dal titolo “I tesori nascosti” dell’archeologa Francesca Ceci.

L’evento è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo nell’ambito del ciclo di eventi “Etruria” ed è aperto a tutti. La partecipazione è gratuita.

La mostra rimarrà aperta fino al 3 maggio. E’ possibile visitarla durante gli orari di apertura della galleria dell’Istituto di Cultura e cioè dal lunedì al giovedì dalle ore 09:00 alle ore 13:00 e dalle ore 14: alle ore 16:00. Il venerdì dalle ore 09:00 alle ore 13:00 e anche su appuntamento.

Panorami unici, speroni di roccia traforati dall’acqua, profondi valloni ombrosi, laghi cristallini, borghi medievali che sfidano la natura, tutto questo e altro ancora è la Tuscia Viterbese, un invito a percorrerla insieme attraverso alcune immagini.

Da ovest, con il mare della costa tirrenica, su cui si affacciano Tarquinia e le distese maremmane di Tuscania, al centro colline boscose, pianori di tufo e profondi valloni, le riserve naturali del lago di Vico, nel cuore dei Monti Cimini, un museo vivente di flora e di botanica, paesaggi e scorci davvero inediti borghi dalle ardite architetture medievali, suggestivamente arroccati su alti speroni di roccia. Blera, Bomarzo, poi più a monte Bolsena con il suo lago il più grande vulcanico d'Europa, si continua fino al confine orientale della Tuscia, costituito dal corso del fiume Tevere: antico limite tra l'Etruria e il mondo italico. La vista che si offre da una delle balconate panoramiche presenti nei numerosi paesi della Tuscia che vi si affacciano, come Soriano nel Cimino, Bomarzo e Orte è unica; esploreremo luoghi difficilmente accessibili ma che riescono a suscitare emozioni uniche, ma non finisce qui, il viaggio continua...

Angelo Pagliari, originario del viterbese, classe 1958 e fotografo per passione, inizia a fotografare a dieci anni con una vecchia Ferrania 6x6 e ben presto la curiosità si trasforma in una ricerca, che dura ininterrotta sino a oggi. Si dedica soprattutto alla riscoperta e alla valorizzazione del patrimonio archeologico, storico e paesaggistico della Tuscia viterbese. Al Museo Archeologico Nazionale della Rocca Albornoz di Viterbo è esposta una sua gigantografia raffigurante la Tomba a Casetta di Sferracavallo a Norchia.

Francesca Ceci, archeologa specializzata in Numismatica greca e romana (Università “Sapienza”, Roma), in servizio presso la direzione dei Musei Capitolini, è Funzionario della Sovrintendenza Beni Culturali di Roma Capitale, dove è responsabile dell’Ufficio Coordinamento Attività Editoriali. E’ da novembre 2015 Ispettore Onorario del Ministero beni Culturali-Soprintendenza Archeologia per il Lazio e l’Etruria Meridionale (Blera-Barbarano Romano-Villa San Giovanni in Tuscia- Norchia- Castel d’Asso). Svolge attività scientifica in Italia e all’estero partecipando a seminari, convegni e pubblicazioni e una intensa attività divulgativa con associazioni ed enti culturali. (Inform/dip)

 

 

 

 

Ad Amburgo il 26 marzo la conferenza della storica dell'arte Anne Scheinhardt sui musei di Roma Maxxi e Macro

 

Amburgo - Nell'ambito della rassegna “Archeologia industriale / Rigenerazione urbana”, l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ospiterà martedì 26 marzo alle ore 19 la conferenza di  Anne Scheinhardt, storica dell'arte della Bibliotheca Hertziana, sui musei di Roma Maxxi e Macro.

Pensando a Roma, “Città eterna” e cantiere vivente con circa 2800 anni di storia, ciò che subito viene in mente non è certo né l’architettura industriale né quella contemporanea. Come ci spieghiamo invece la presenza di due musei come il “MAXXI – Museo per le Arti del XXI secolo” ed il “MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma”, relativamente giovani de eretti sui luoghi di precedenti fabbriche? Le tracce del recente passato industriale, sebbene possano sembrare note marginali, continuano ad ispirare gli architetti del nostro tempo, come Zaha Hadid, a raccontare nuove storie costruttive dell’urbe.

Nel periodo 2007-2014 Anne Scheinhardt ha studiato Storia dell’Arte ed Economia Aziendale presso l’Università Humboldt di Berlino. Dal 2015, ottenuta una borsa della Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la Storia dell’Arte, conduce il suo progetto di ricerca avente come argomento la trasformazione dell’architettura industriale nell’urbanistica di Roma. Ha lavorato presso il Neuer Berliner Kunstverein, le fototeche dell’Università Humboldt e della Bibliotheca Hertziana, dove nel 2017 ha curato l’assistenza scientifica dell’istituto. La conferenza, a ingresso libero, sarà in lingua tedesca.

La rassegna “Archeologia industriale / Rigenerazione urbana” è patrocinata dal Ministero per i beni e le attività culturali. (Inform/dip)

 

 

 

 

Avviato l’esame della relazione relativa la riforma degli IIC e gli interventi di promozione culturale

 

ROMA – Il Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera dei deputati ha avviato l’esame istruttorio della relazione sull’attività svolta per la riforma degli Istituti Italiani di Cultura e sugli interventi per la promozione della cultura e della lingua italiane all'estero relativi al 2017.

Ad illustrare il documento, elaborato annualmente dal Maeci, la relatrice Mirella Emiliozzi, che ricorda come la rete diplomatico-consolare dipendente dal Ministero, di cui fanno parte gli IIC, svolge un ruolo cruciale nella “promozione integrata” del nostro Paese, cui anche il Comitato potrà fornire “un contributo qualificato e coerente”. A testimoniare, inoltre, la “potenza culturale” dell'Italia è il successo che lo studio della nostra lingua sta riscuotendo all’estero, quarta lingua più studiata al mondo anche nell'anno accademico 2016/17, con 2.145.093 studenti raggiunti in 115 Paesi tramite gli IIC. Emiliozzi rileva poi il ritorno economico della promozione della cultura italiana all’estero e richiama il reddito di circa 92 miliardi di euro l’anno che uno studio riconduce al sistema produttivo culturale e creativo, pari al 6% del Pil, per un numero di occupati quantificato in 1,5 milioni di persone, con un effetto indotto sul complesso dell’economia pari al 16,6% della ricchezza nazionale - un terzo del fatturato del settore turistico in Italia è attivato dalla cultura.

Di seguito si presentano, tra i dati della relazione, quelli relativi agli IIC, la cui missione istituzionale consiste proprio nella promozione e diffusione della cultura e della lingua italiana: 33 operanti negli Stati membri dell’Unione europea, 8 nei Paesi europei non membri all’Ue, 18 nelle Americhe, 12 in Asia ed Oceania, 10 nei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, 3 in Africa sub-sahariana. Il loro organico è di 101 funzionari e 7 dirigenti in servizio, con una riduzione rispetto alle previsioni legislative pari a, rispettivamente, 141 e 8 – segnala la relatrice, ricordando come in essi prestino anche servizio 317 unità di personale con contratto di diritto locale e assunto a tempo indeterminato – dati del 2017. In quanto alla dotazione finanziaria ministeriale, se la legge di bilancio per il 2017 ha previsto una dotazione complessiva di 16,82 milioni di euro, nella legge di bilancio per il 2019 tale dotazione ammonta a 20,79 milioni di euro – ricorda Emiliozzi, richiamando poi le risorse straordinarie – 150 milioni di euro per il quadriennio 2017-2020 – stanziate con il Piano di promozione integrata al fine di incrementare le iniziative promozionali organizzate dalla rete e di aumentare gli studenti di italiano all'estero e gli studenti stranieri presso le università italiane.

Tra gli attori della promozione culturale italiana all’estero vi sono poi le istituzioni scolastiche, che comprendono sia scuole statali con personale in prevalenza di ruolo ed assegnato dall'Italia, sia scuole private, paritarie e non paritarie. La rete delle scuole italiane all'estero nel 2017 risultava così articolata: 8 istituti statali onnicomprensivi (Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo); 42 scuole italiane paritarie; 2 scuole italiane non paritarie (Basilea e Smirne). Ad esse si affiancano le sezioni italiane presso le scuole straniere: 79 sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali (di cui 63 nell'Unione Europea, 13 in Paesi europei non UE, una in Asia, una nelle Americhe e una in Oceania); 7 sezioni italiane presso le scuole europee (3 a Bruxelles e una rispettivamente a Lussemburgo, Francoforte, Monaco di Baviera e Varese). Gli alunni della scuole statali per l'anno scolastico 2016/2017 sono stati 4.208, di cui 1.361 italiani e 2.847 stranieri, mentre nelle scuole paritarie, cui il Maeci – ricorda la relatrice - eroga contributi e che in molti Paesi costituiscono l'unica forma di presenza scolastica italiana, si sono registrati 16.224 alunni, di cui 1.938 italiani e 14.286 stranieri. Gli alunni che hanno frequentato le sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui e internazionali sono stati 8.644, di cui 2.152 italiani e 6.492 stranieri; quelli che hanno frequentato, nel medesimo anno scolastico, le sette sezioni italiane presenti nelle scuole europee sono stati 2.039. Vengono quindi richiamati i dati relativi al contingente del personale scolastico di ruolo, che ammonta a 624 unità, così distribuiti: 195 docenti nelle 8 scuole statali; 8 dirigenti scolastici presso le scuole statali; 34 dirigenti scolastici presso ambasciate e consolati; 19 unità di personale amministrativo; 26 docenti in scuole paritarie; 83 docenti in sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali; 110 lettori; 149 unità di personale scolastico presso gli Enti gestori. Ulteriori 110 unità sono distaccate presso le scuole europee.

 

I contributi destinati alle scuole italiane all’estero ammontano complessivamente a 2,92 milioni di euro, cui si aggiungono 520 mila euro per l'innovazione digitale; le spese di personale, che rappresentano la componente maggiore della spesa per le istituzioni scolastiche e dell’intero bilancio della Direzione generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, sono state nel 2017, 50 milioni di euro.

La relatrice richiama anche i dati relativi al lettori di italiano che operano nei dipartimenti d'italiano in atenei stranieri e che sono stati nell'anno accademico 2016-2017: sono 110, di cui 34 con incarichi extra-accademici. Gli studenti iscritti ai corsi ammontano a 23.734. Emiliozzi rileva inoltre che, in assenza di lettorati di ruolo, “viene in rilievo la funzione delle cattedre universitarie di italianistica, che si avvalgono di contributi finanziari del Maeci finalizzati alla copertura parziale o totale del costo per l'assunzione di lettori di italiano direttamente da parte degli atenei stranieri”. Nel 2017 ciò è avvenuto – ricorda - in particolare alle aree del Nord Africa e Medio Oriente (Marocco, Egitto, Israele) dei Balcani occidentali, della Cina e del Brasile. Il numero complessivo degli studenti iscritti a corsi universitari di lingua italiana per l'anno accademico 2016/17 è stato 234.082, inclusi gli studenti dei lettori di ruolo del Ministero e delle cattedre che ricevono contributi da parte del Maeci e all'insegnamento della lingua italiana nelle istituzioni universitarie straniere sono state destinate, nel 2017, risorse per 2,07 milioni di euro.

Vi sono poi nella rete di promozione culturale anche gli addetti scientifici, presenti presso le sedi diplomatiche o negli uffici consolari: sei in Europa (Belgrado, Berlino, sede Onu di Ginevra, Londra, Mosca, organizzazioni internazionali a Parigi; uno in Africa sub-sahariana (Pretoria); due in Medio Oriente (Tel Aviv e Il Cairo), otto nelle Americhe (Ottawa, tre a Washington, San Francisco, Città del Messico, Brasilia, Buenos Aires); otto in Asia ed Oceania (Canberra, Nuova Delhi, Seoul, Tokyo, Hanoi, Pechino, Shanghai e Chongqing). E i corsi di lingua e cultura italiana rivolti sia ai connazionali residenti all'estero sia a un'utenza straniera in quanto corsi inseriti nelle scuole straniere e finanziati dal Maeci attraverso la rete degli enti gestori. Essi sono tenuti da 149 docenti inviati all'estero nell'ambito del contingente Maeci-Miur e realizzati dai 95 enti gestori destinatari di contributi ministeriali: per entrambe le tipologie si contano 16.506 corsi circa per 299.994 alunni per uno stanziamento  di 11,99 milioni di euro.

La relazione presenta anche le attività messe in atto per la promozione culturale e tra esse la relatrice richiama l'iniziativa degli Stati generali della lingua italiana nel mondo, avviata nel 2014 e che ha prodotto anche il Libro bianco sulla situazione dell'italiano nel mondo, contenente la situazione aggiornata delle azioni di promozione e di insegnamento della nostra lingua e i dati più aggiornati sull’insegnamento dell’italiano nel mondo (oltre 2 milioni gli studenti di italiano nel mondo censiti nel 2017). Contiene poi una ricognizione delle relazioni culturali e scientifiche in ambito multilaterale, come le attività svolte in sede Unesco, e quelle in materia di ricerca, scienza e spazio. Un richiamo anche all'attività del Gruppo di lavoro consultivo per la promozione della lingua e della cultura italiana, organismo che ha sostituito la preesistente Commissione nazionale per la Promozione della cultura italiana all'estero.

Viene segnalato infine il contributo del Maeci alla Società Dante Alighieri, tra i principali partner del Ministero per la diffusione della lingua e della cultura italiane all’estero: 3,27 milioni di euro nel 2017 per oltre 63 mila corsi in tutto il mondo. La relatrice ricorda anche l’indagine conoscitiva sul tema condotta nella passata legislatura dalla Commissione Esteri della Camera congiuntamente alla Commissione Cultura e auspica che l’esame avviato ora possa rilanciare “una doverosa riflessione sul ruolo chiave del comparto “lingua e cultura italiana nel mondo” per tutte le ricadute significative: per il nostro sistema economico, per l'attrazione degli investimenti esteri, per l'incremento dei flussi turistici e per l'internazionalizzazione del sistema universitario nazionale”.

 

Di seguito all'illustrazione della relatrice interviene Angela Schirò, deputata eletta per il Pd nella ripartizione Europa, che segnala come la principale preoccupazione per il futuro della diffusione di lingua e cultura italiana sia “il tema delle risorse” e richiama a tale proposito l’importanza delle risorse aggiuntive stanziate con il Fondo quadriennale per il potenziamento della promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo, istituito nella legge di bilancio per il 2017 con una dotazione di 150 milioni di euro. “In virtù di questo apporto straordinario di risorse, sono stati in parte compensati i tagli degli anni passati e potenziati gli interventi per i corsi di italiano di diverse tipologie, per le iniziative della Dante Alighieri, per l’attività degli Istituti di cultura, per l’istituzione e il funzionamento delle cattedre di italianistica in università straniere, per le borse di studio, per la promozione del nostro patrimonio artistico e culturale all’estero, nonché per il sostegno delle arti creative – segnala Schirò, rammaricandosi del fatto che l'attuale Governo non abbia previsto un rifinanziamento del Fondo per il 2021, e bocciato gli emendamenti presentati dagli eletti all’estero del Pd alla legge di bilancio 2019 orientati in tal senso, “il che – teme - comporterà una regressione della presenza culturale dell’Italia all’estero”. Per la deputata democratica il primo obiettivo è quindi “di assicurare la vita, oltre la scadenza fissata nel 2020, del Fondo per il sostegno della lingua e della cultura italiane nel mondo, che è diventato l’asse di rotazione dell'intero sistema di promozione culturale all'estero”. Richiama infine il fatto che ora anche la concessione della cittadinanza italiana è subordinata al possesso, da parte dell’interessato, di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, e che tale requisito “farà aumentare le richieste di certificazioni all’estero con la conseguente necessità di dover prevedere un rafforzamento ed adeguamento dei servizi necessari e le relative risorse”.

Si associa ai rilievi di Schirò sulla necessità di una programmazione degli stanziamenti di più lungo periodo anche Laura Boldrini (Leu) che si rammarica anche per la conclusione della positiva esperienza delle trasmissioni radiofoniche rivolte alle comunità di italiani all'estero. Alla relatrice domanda dunque un “supplemento d’istruttoria che preveda il confronto con le strategie di altri partner europei, non a caso assai presenti a livello internazionale anche per il tramite di importanti reti televisive e radiofoniche, per valutare comparativamente gli investimenti che vengono effettuati nella diffusione della cultura e delle lingue nazionali”. Tale analisi potrebbe “consentire di inquadrare il tema in una prospettiva di investimento a medio termine, esercitando una sorta di moral suasion sulle forze di maggioranza e sull’Esecutivo, finalizzata ad aumentare le risorse finanziare destinate a questo settore di stretta pertinenza del nostro interesse nazionale – rileva Boldrini. Su quest’ultima proposta esprime apprezzamento il presidente del Comitato, Simone Billi, che propone lo svolgimento di audizioni sul tema successive a quella del rappresentante del Governo titolare di delega sull’oggetto della Relazione in esame.

Intervengono poi anche Luis Roberto Di San Martino Lorenzato di Ivrea (Lega, ripartizione America meridionale), che condivide la segnalazione sull’incremento della domanda di italiano per le novità introdotte sull’acquisizione della cittadinanza per matrimonio e propone l’attivazione di corsi online; ed Elisa Siragusa (M5S, ripartizione Europa) che ritiene invece non utile la comparazione con le misure adottate da altri Paesi perché “ciascuno Stato adotta strategie non replicabili in quanto parametrate alla propria identità e storia”, ritiene “prematuro esprimere riserve sul rifinanziamento per l’anno 2021 del fondo” prima menzionato e sottolinea che comunque “il tema dell’ammontare degli stanziamenti deve essere necessariamente valutato unitamente al tema dell’efficacia della loro gestione”.

In chiusura interviene anche il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo che condivide le osservazione formulate in merito al “valore della cultura come strumento di investimento e non come centro di costo” e  assicura “il massimo impegno del Governo ad accogliere le sollecitazioni pervenute”. Il Sottosegretario rinvia poi ad altra seduta i chiarimenti richiesti sul tema delle risorse e più nello specifico sul rifinanziamento del fondo di 150 milioni di euro su cui Schirò e Massimo Ungaro (Pd, ripartizione Europa) sollecitano un più chiaro impegno del Governo. (Inform 3)

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici d’Europa

 

Oggi è l'8 marzo, la festa della donna. Un augurio bello e solare. Con la speranza che questa ricorrenza sia da sprono a tutti i Governi in Europa a migliorare la condizione delle donne. Perchè ce n'è molto bisogno. In Italia ancora di più. Da noi sempre più giovani donne rinunciano a mettere al mondo bimbi a causa delle difficoltà che incontrano a coniugare lavoro e famiglia. Ho presentato una proposta di legge affinchè vengano riconosciuti un certo numero di contributi pensionistici alle mamme per ogni figlio concepito, sul modello di quanto avviene in alcuni paesi europei come ad esempio Francia o Germania. Paesi nei quali, non a caso, il tasso di natalità ha ripreso a crescere. Essere donna è un valore aggiunto. E va premiato con fatti concreti, ogni giorno.

 

Il Governo giallo verde esclude gli italiani all'estero dal reddito di cittadinanza

Gli italiani all'estero che intendano rientrare in Italia non potranno usufruire del reddito di cittadinanza. E non potranno neanche approfittare delle misure specifiche dei centri per l'impiego per trovare un lavoro. Perché il Governo Lega/5stelle ha previsto come requisito obbligatorio la residenza in Italia di dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi. Il chè significa che tutti gli iscritti AIRE che rientrano non potranno ricorrere a questo aiuto. Sono intervenuta in aula per denunciare questa ingiustizia. Qui potete vedere l'intervento con cui ho illustrato gli emendamenti che abbiamo presentato come PD. Bocciando questi emendamenti la maggioranza giallo verde ha voltato le spalle agli italiani nel mondo per l'ennesima volta.

 

Italiani in Gran Bretagna chiedono soluzioni

I nostri connazionali in Gran Bretagna sono circa 700mila. E il mercato britannico è il quarto per dimensioni per l'export alimentare italiano. Rispetto alla sempre più imminente uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, senza che si sia raggiunti un accordo, il Governo italiano non si premura di mettere in campo nessuna misura d'emergenza. L'ho denunciato in Commissione al Senato, presentando la mia interrogazione al Ministro per le Politiche Europee. Ma dal Governo è arrivata solo qualche vaga rassicurazione. Tutt'altro che tranquillizzante. Per questo, insieme al nostro capogruppo in Commissione Affari Esteri Alessandro Alfieri, abbiamo presentato anche un question time sullo stesso argomento, con l'intento di indurre il Governo a darsi una mossa.

 

Gialloverdi impediscono la costituzione del Comitato per gli italiani all'estero

Un altro esempio del fatto che questo Governo sbatte in continuazione la porta in faccia agli italiani nel mondo? Lega e 5stelle hanno impedito che si costituisca il Comitato per gli italiani nel mondo al Senato. Ossia il luogo istituzionale dove avremmo potuto elaborare leggi a favore dei connazionali all'estero. Nel totale silenzio del Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo, Ricardo Merlo e della sua formazione politica, il Maie. Sono intervenuta in Senato (qui il mio intervento) per rivolgere un appello a lui e alla maggioranza affinché fermassero questa decisione. Ma neanche una parola. Hanno impedito la ricostituzione del Comitato, in sfregio agli italiani nel mondo.

 

Tentativo del Governo di togliere voce agli italiani all'estero

Ma anche alla base questo Governo cerca di zittire gli italiani nel mondo. Innanzitutto ha dimezzato le risorse a disposizione dei Comites, una sorta di consiglio comunale attivo nelle circoscrizioni consolari. Poi a livello istituzionale, dove proprio questa settimana ha votato contro la costituzione di organi finalizzati a difendere i connazionali all'estero. E infine a livello parlamentare, attraverso una riforma costituzionale che prevede la drastica riduzione del numero degli eletti all'estero che non sono altro che la voce in Parlamento degli italiani nel mondo. Ne ho parlato in questa intervista a Rai Italia, denunciando il fatto che sono tutti interventi che calpestano i diritti degli italiani nel mondo. Ciascun connazionale che alle ultime politiche ha votato Lega o 5stelle, nelle ultime settimane trova di sicuro una marea di motivi per mordersi le dita.

 

Made in Italy, con il Pd boom di export. Con Lega e 5stelle crolla

C'è un'altra cosa nella quale Lega e 5stelle sono uniti e irraggiungibili: riescono a provocare ingenti danni all'economia italiana e rovinano il nostro standing all'estero. Tanto che sono riusciti a far tornare in negativo i dati del settore più florido della nostra economia. Quello dell'export. Un settore in cui invece, con i nostri Governi Pd, avevamo registrato un boom. Le mie dichiarazioni in merito in questo articolo su La Stampa.

 

Difendiamo l'Europa che amiamo dai sovranisti

L'Europa in cui crediamo è l'Europa dei cittadini, una federazione di Stati amici e alleati, che dialogano nelle diversità. Alle prossime elezioni, il 26 maggio prossimo, siamo chiamati a difenderla. Perchè è sotto attacco. E non è più affatto scontata. Mai come in questa occasione il nostro voto sarà importante, per proteggere l'Europa dalle tendenze antieuropeiste, sempre più aggressive e potenti.  L'ho detto all'assemblea del Movimento Europeo Italia, dove sono intervenuta in virtù del mio nuovo incarico di Presidente dell'Intergruppo parlamentare federalista europeo al Senato.

 

Viva i democratici!

Le primarie del Partito Democratico tenutesi domenica scorsa sono state una vera festa della democrazia. E anche gli italiani all'estero si sono mobilitati in massa, facendo registrare una partecipazione da record. Nelle grandi città, ma anche nelle piccole. In tutto il mondo, con oltre 150 seggi e centinaia di volontari impegnati nelle operazioni di voto. Congratulazioni e buon lavoro al nostro nuovo Segretario, Nicola Zingaretti, eletto a netta maggioranza. Un grazie caloroso a tutti i candidati, oltre che a livello nazionale anche quelle/i presenti sulle liste territoriali a sostegno delle diverse mozioni. E grazie ai milioni di cittadini che si sono recati a votare, all'estero ed in Italia. Questa grande partecipazione dà maggiore forza alla nostra opposizione, tesa a rendere l'Italia un paese migliore. Grazie davvero. On. Laura Garavini, de.it.press 8

 

 

 

 

“Preoccupazioni, soddisfazioni e tante cose da fare”

 

Conclusi i lavori del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero riunito alla Farnesina dal 4 al 6 marzo

 

ROMA - “Sapevamo di aprire una stagione calda e così sarà il semestre del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero”. E’ il commento finale del Comitato di Presidenza del Cgie che si è riunito alla Farnesina dal 4 al 6 marzo 2019. Preoccupazioni: taglio ai contributi Comites, taglio dei seggi per le elezioni del Parlamento europeo, taglio del numero dei parlamentari della Circoscrizione estero. Soddisfazioni: seminario dei giovani a Palermo 16/19 aprile 2019, collaborazione con Rai Italia, programma operativo 2019.

Cantiere aperto: Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE, riforma della circolare XIII per la promozione della lingua e della cultura italiana, convenzione MAECI-Patronati sui servizi sussidiari a sostegno della pubblica amministrazione, approvazione dello statuto dei frontalieri.

 

-40 PER CENTO CONTRIBUTO AI COMITES - Il CdP ha avviato il confronto con il Ministero degli Affari Esteri sulla voce di bilancio dei Comites per scandire le tempistiche di erogazione di somme aggiuntive ai contributi ordinari che l’Amministrazione pensa di escludere. Con una riduzione di circa il 40 per cento rispetto all’anno scorso i Comites potranno svolgere solo attività di ordinaria amministrazione. Su questo tema il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha chiesto al Governo e al Maeci di assicurare ai Comites la loro sostenibilità gestionale.

 

-40 PER CENTO SEGGI ELEZIONI PE. Preoccupa anche la decisione di ridurre del 40 per cento il numero dei seggi che saranno allestiti nei Paesi dell’Unione europea per le elezioni del Parlamento europeo del 26 maggio. L’impegno dell’Amministrazione di allestire nei 27 Paesi dell’area UE un seggio ogni 5 mila elettori ed elettrici potrebbe rivelarsi inadeguato e non realizzato in tutte le Circoscrizioni consolari. Ecco, quindi, l’invito del Cgie ai Comites di sollecitare i Consoli e le Ambasciate ad attivare gli strumenti necessari per l’allestimento di seggi di prossimità e la pubblicizzazione delle elezioni per permettere ai nostri connazionali di recarsi a votare senza particolari disagi.

 

-30 PER CENTO PARLAMENTARI ESTERO. Sempre in merito alla partecipazione democratica degli italiani all’estero, nell’incontro alla Camera dei Deputati con il presidente della Commissione Affari Costituzionali, on. Giuseppe Brescia, e la relatrice Anna Macina, il Comitato di Presidenza ha espresso la contrarietà e la preoccupazione per la riduzione dei parlamentari eletti all’estero (da 18 a 12) prevista nel Disegno di Legge 214 recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato al Senato. 

Ma non si tratta di un no alla necessità di contenere i costi della politica, bensì della volontà di salvaguardare la rappresentanza democratica di una comunità, che vede crescere massicciamente il numero dei residenti all’estero. Ecco allora la proposta di aggiungere il numero degli eletti all’estero a quello dei parlamentari nazionali: 400 eletti in Italia “più” 12 eletti all’estero alla Camera, 300 senatori “nazionali” più i 6 eletti all’estero. 

 

AUDIZIONE COMMISSIONE RIFORME COSTITUZIONALI. Con il Presidente on. Giuseppe Brescia il CdP ha concordato un’audizione ufficiale del Cgie da parte della Commissione nel corso dell’iter dei lavori che precederanno la discussione e il voto nell’Aula di Montecitorio.

Ai lavori del Comitato di Presidenza non si è parlato solo di politica.  E’ a buon punto la preparazione e l’organizzazione del seminario dei giovani che si terrà a Palermo dal 16 al 19 aprile, grazie al lavoro della VII? Commissione del Cgie e al coinvolgimento e sostegno di 51 Comites su 105, 10 Regioni italiane e dal Comune di Palermo e la regione Sicilia.

 

SEMINARIO GIOVANI 16/19 APRILE 2019. Quattro giorni in cui si farà sintesi di un percorso durato due anni. Parteciperanno 100 giovani, il 40% donne, 60% uomini, ma è un numero destinato a salire. Un nuova esperienza il Comitato di Presidenza l’ha vissuta negli studi di Rai Italia a Saxa Rubra per la registrazione di un intervento all'interno della trasmissione "Italia con Voi" che andrà in onda la prossima settimana l'11 marzo alle ore 17.00 Sidney, New York e Toronto, ore 19.00 San Paolo e Buenos Aires, ore 14.00 a Pechino e Perth. In Europa si potrà vedere in internet su Rai Play. Rai Italia in futuro inserirà una rubrica settimanale coinvolgendo Comites e Cgie, nella quale saranno trasmessi anche documenti autoprodotti.

 

COLLABORAZIONE CON RAI ITALIA. Con Rai Italia la collaborazione è appena iniziata. Il direttore dell’ex Rai World, Marco Giudici, nell’incontro alla Farnesina con il CdP, ha assicurato tutto l’impegno necessario per la promozione delle rappresentanze delle comunità italiane all'estero: Comites, Cgie e Associazioni. Rai Italia produce quotidianamente un'ora e mezza di trasmissione “Italia con Voi”. Sono oltre 20 milioni di famiglie l’utenza potenziale.

 

PROGRAMMA OPERATIVO CGIE 2019. Infine, è stato approntato il programma operativo del Consiglio Generale degli Italiani all’estero. 16-19 aprile Seminario dei giovani a Palermo, 2 convocazioni delle Commissioni continentali (tarda primavera e autunno), una Assemblea Plenaria a luglio, nella quale un giorno sarà dedicato alla bozza definitiva della circolare 13 sulla Lingua e Cultura italiana, e la richiesta già avanzata dal Cgie al Presidente del Consiglio, della Convocazione della Conferenza Stato Regioni Province Autonome e Cgie. (Inform/dip 8)

 

 

 

 

 

Ricordi da capo di Stato Maggiore. Kosovo: vent’anni dopo, l’Operazione Nato Allied Force

 

Venti anni fa, nella notte del 24 marzo 1999, su Serbia, Montenegro e Kosovo si scatenava la potenza di fuoco di Allied Force, nome in codice dell’operazione aerea con cui la Nato si riprometteva di punire il presidente serbo Slobodan Milosevic e di fare cessare la violenza dei suoi paramilitari e della polizia sulle popolazioni kosovare di etnia albanese e rom. Da allora,  sono accaduti così tanti avvenimenti – compreso l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001 – da fare sembrare l’inizio del 1999 un tempo assai remoto.

Eppure, come succede quando si vivono gli eventi in diretta, le immagini restano fresche nella memoria. Anche nei particolari. Ero allora ai primi mesi di esperienza quale capo di Stato Maggiore della Difesa, dopo quasi quattro anni al vertice dell’Aeronautica militare. Tante questioni importanti stavano maturando e altre ancora erano nell’aria. A tutto avremmo dovuto far fronte, al solito, con un governo sorretto da una maggioranza precaria, spesso minacciata persino al suo interno e, sul piano militare, con il treno in corsa di una ristrutturazione profonda.

I colloqui si arenano nel castello di Rambouillet

Sul piano della politica estera, era in atto il braccio di ferro tra Milosevic e l’Occidente. Seguivamo ora per ora l’andamento dei colloqui attraverso i resoconti lampo stilati dalla bravissima Laura Mirachian, allora ministro plenipotenziario, assistita per gli aspetti militari dal generale Vincenzo Camporini, allora responsabile del settore politica militare dello Stato Maggiore della Difesa.

Ma a Rambouillet gli eventi andavano male e, pur tra saltuari sprazzi di speranza, c’era già nell’aria la cupa ineluttabilità della guerra. La conferma, se pur ce ne fosse stato bisogno, mi venne da un colloquio personale con il generale Wesley K. Clark, il Saceur (Supreme Allied Commander in Europe della Nato) passato a salutarmi in via XX Settembre. Dopo l’ esperienza dell’operazione Deliberate Force sulla Bosnia, dove, attraverso l’alternanza di attacchi aerei limitati e azione diplomatica, si era giunti agli accordi di Dayton, si era radicata nella Nato la convinzione che la stessa tattica avrebbe funzionato anche con i serbi.

Lo stesso Clark mi parve convinto che, dopo una prima serie di attacchi efficaci e mirati, Milosevic sarebbe tornato al tavolo delle trattative con più miti consigli. Personalmente, essendo nato sul confine orientale e conoscendo la controparte, non potevo che essere di parere diverso. Ricordo di aver espresso tutte le mie perplessità, ma senza riuscire a incidere sulle convinzioni di Clark.

Il ritorno della guerra in Europa

Conoscevo nel dettaglio la pianificazione della campagna aerea, ma personali esperienze raccolte nel 1991 in Iraq mi dicevano che, comunque andasse, difficilmente si sarebbero potuti mantenere i tempi previsti da Clark. Secondo i piani, oltre trecento velivoli alleati erano già schierati sulle nostre basi: Javier Solana, allora segretario generale dell’Alleanza atlantica, aveva avuto dal Consiglio atlantico una cambiale in bianco e aveva già predisposto l’ordine di attacco, che a Rambouillet pendeva sulle teste dei delegati come una spada di Damocle. Intimidazioni inutili, perché nella notte del 24 marzo gli eventi comunque precipitarono.

Ricordo le predisposizioni per il piano nazionale di difesa aerea al sud, l’infittirsi degli accordi logistici con gli alleati, l’attività dei reparti della nostra aeronautica, senza sosta per l’impossibilità – dopo l’esodo degli anni precedenti – di avvicendare i piloti dei Tornado per la terza volta in combattimento in questo dopoguerra. L’iniziazione degli Av-8 Plus della marina, le visite alla brigata Garibaldi, schierata in assetto di guerra a Katlanovo, in Macedonia, appena a sud del confine con il Kosovo, accampata per lunghe settimane su siti diradati, ma pronta a muoversi.

E poi le lunghe file di profughi a Kukes e a Morini, gli ospedali da campo, le visite ai campi di sfollati in Albania e in Macedonia, i lunghi colloqui, anche notturni, con il presidente della Repubblica, che all’inizio del conflitto era Oscar Luigi Scalfaro, i meeting ministeriali, gli aggiornamenti continui con il generale Orofino, efficacissimo capo del comando operativo di vertice interforze.

Tutto questo richiedeva continue corse a Bruxelles, relazioni in parlamento e colloqui giornalieri in conferenza criptata con gli altri comandanti – britannico, francese, tedesco, americano e con lo stesso Clark -. Per me significava anche rispondere alla magistratura ordinaria che inquisiva su tutto, ottenere approvazioni politiche sulla parola e in tempo reale, dovere spiegare a chi non capiva, tenere a bada chi aveva capito troppo e fare opera di convinzione su chi dubitava.

Notte in bianco, trascorsa al telefono, per una quasi crisi con i francesi ai margini del Vertice europeo di Colonia, una disputa sanata grazie al successo di una nostra modifica agli obiettivi da battere in Serbia all’alba del giorno dopo. Poi, finalmente, il 13 giugno, la brigata Garibaldi, con alla testa il generale Del Vecchio, entra incruentemente in Kosovo. Inizia un’altra storia, con tante cose belle e brutte da raccontare.

Allied Force: un vero successo?

Al di là della questione umanitaria che – anche se non da sola – ha originato la guerra, oggi è ancora prematuro stabilire se l’operazione Allied Force sia stata un successo strategico o solamente una vittoria militare. Tant’è vero che, anche dopo la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza di Pristina da Belgrado, la Nato, dopo vent’anni, si sente ancora obbligata a mantenere truppe in Kosovo, unitamente a un presidio dell’Unione europea. Per la terza volta di seguito, il comandante di questa forza è un generale del nostro esercito.

Sono storie di guerra, di pace, di cultura e di costume non sempre gradevoli da ricordare. Dopo la guerra in Kosovo, assieme al capo della marina sono stato perfino processato – e dopo tre anni assolto – da un tribunale penale ordinario con l’accusa di tentata strage colposa, per un incidente occorso a un peschereccio che pescava a strascico in Adriatico, in area proibita.

Non credo che ad altri miei colleghi di Paesi Nato sia mai capitato o mai capiterà qualcosa di simile.Tuttavia, spero che anche l’esperienza del Kosovo, come tante altre, sia stata e tuttora rimanga vicenda utile almeno a maturare il modo di intendere e di sentire degli italiani. Mario Arpino, AffInt 12

 

 

 

 

Come staremo?

 

Scrivere, oggi, sullo stato di salute “economico/sociale” italiana è difficile. Soprattutto quando si deve dare spazio alla realtà dei fatti quotidiani. Certe prese di posizione politiche non lusingano nessuno. Quindi, essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti. Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere che le difficoltà del Bel Paese sono lontane dall’essere risolte. La realtà della Penisola del “malessere” continua a tenere lontana quella del “benessere”.

 

Nella nostra oggettività, non ci sono soluzioni al deterioramento nazionale. E’ la politica che sarebbe proprio da mutare. Però, ogni riflessione ha il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.

 

Quando abbiamo salutato il 2019, come l’anno degli impegni da verificare, ritenevamo d’avere visto giusto. Con la premessa che non ci siamo sentiti menagrami né, tanto meno, presaghi. Hanno fatto testo le realtà che pesano come macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario rispondere. Eccedenti dubbi che dovrebbero essere chiariti. Sono i politici di “razza” che dovrebbero fare la differenza. Noi non ne conosciamo.

 

Allora: come staremo? Certamente non meglio. Quest’anno appare già invalidato dai fallimenti irreversibili di quello che s’è terminato. Per cambiare “registro”, oltre alla fermezza politica, ci vorrebbero uomini preparati a gestirla che, purtroppo, non riusciamo a individuare. Questa è la realtà della Penisola alle porte del rinnovo del “Parlamento Stellato”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sulla Nuova Via della Seta. Xi a Roma: l’Italia sovranista e le grandi potenze

 

Anche in un’ottica sovranista, la politica dell’attuale governo italiano, o meglio gli episodici posizionamenti verso questa o quella delle grandi potenze, appaiono incoerenti e controproducenti. Le affinità politiche e caratteriali fra Salvini e Trump, la retorica anti-immigrazione, la comune avversione verso Parigi, Bruxelles e Berlino spingono la coalizione giallo-verde, e soprattutto la componente leghista, a cercare una sponda a Washington. Ma allora quanto giova all’interesse nazionale il rifiuto di assecondare il grande alleato nel caso del Venezuela, un’iniziativa certo discutibile ma su cui gli Stati Uniti hanno l’appoggio di tutto l’Occidente? Una questione assai più importante è il memorandum d’intesa proposto dalla Cina: se verrà firmato, con modifiche poco più che cosmetiche, in occasione della visita di Xi Jinping nonostante la messa in guardia del segretario di Stato Mike Pompeo, l’Italia sarà vista come un partner infido, a Washington come a Bruxelles.

Contraddizioni e discordanze tra Usa e Italia

Tanto più che in un altro settore cui tengono molto gli Stati Uniti, quello dell’aumento delle spese per la difesa fino al 2% del Pil, le nostre note difficoltà di bilancio ci impediscono di compiacere il presidente americano.

Su un ulteriore fronte che oppone le due rive dell’Atlantico, l’attuazione o demolizione del Trattato di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico, il M5S dovrebbe per sua natura contrapporsi fieramente alla cinica svolta trumpiana. Ma questo motivo di attrito è solo teorico; di quella vocazione ecologista il Movimento sembra essersi dimenticato.

Si dirà: ma l’ostruzionismo contro la linea Torino-Lione è una battaglia ambientalista. Errato: spostare le merci dalla gomma alla ferrovia contribuisce a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Russia: pregi e difetti della politica di dialogo critico

Una politica di dialogo critico con la Russia malgrado il dissenso sull’invasione della Georgia nel 2008, sull’annessione della Crimea nel 2014 e sull’intervento tuttora in corso nel Donbass, è senz’altro difendibile, anzi opportuna.  Alimentare la spirale di una nuova guerra fredda non è nell’interesse di nessuno. Difficile negare che le sanzioni sono inefficaci  e che le inevitabili contro-sanzioni russe danneggiano molte aziende esportatrici italiane.

E’ altrettanto giusto contestualizzare le azioni militari di Mosca: così come la spedizione punitiva in Georgia fu una reazione al tentativo americano di allargare la Nato fino al Caucaso, la destabilizzazione dell’Ucraina fu una risposta alla super-associazione elargitale dall’Ue, vista come un’operazione geopolitica, un surrogato dell’ammissione alla Nato: in effetti mutilava pesantemente il progetto putiniano di un’Unione eurasiatica contrapposta all’Ue stessa.

Ma tutt’altra cosa è giustificare l’annessione della Crimea per ingraziarsi il padrone del Cremlino. Non si può ribattere il vecchio chiodo del ‘regalo’ fatto arbitrariamente all’Ucraina da Kruscev (da ultimo il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano alla Commissione Esteri del Senato) e dimenticare che nel 1994 la Russia si impegnò come gli Stati Uniti a garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina contestualmente alla sua rinuncia alle armi nucleari rimaste sul suo suolo. E’ vero che la maggioranza dei crimeani è russofona e forse si è rallegrata dell’Anschluss; ma se questo bastasse a giustificare l’occupazione e annessione, dovremmo applicare lo stesso criterio al Sud-Tirolo?, e ai Sudeti nel 1938?

Una politica estera che non sia dilettantistica e non persegua volutamente la subalternità non può ignorare che le grandi potenze tendono inevitabilmente ad affermare la propria egemonia regionale, o almeno ad estendere la propria influenza e negoziare da una posizione di superiorità, e mirano perciò ad indebolire le alleanze o unioni di stati che fanno loro da contrappeso. Ciò vale per la Russia di Putin come per l’America di Trump. Indebolire l’Unione europea e dialogare uno a uno significa fare il loro gioco e privarsi di potere negoziale.

Cina, con peso economico ed efficienza tecnologica

Lo stesso discorso si applica ai rapporti con la Cina, a maggior ragione dato il suo maggior peso economico e la sua efficienza tecnologica. La speranza che l’adesione alla Belt and Road initiative apra alle nostre aziende quel mercato è ingenua, se le insistenze dell’Ue non sono sinora riuscite ad ottenerne la liberalizzazione e se persino l’esito delle pressioni di Trump è incerto. Assai più probabile è che il potenziamento della rete di trasporti, il controllo delle infrastrutture-chiave e gli investimenti diretti accelerino la morìa di industrie locali e la distruzione di posti di lavoro.

La Commissione di Bruxelles non può essere sospettata di antiquato protezionismo, caso mai di pregiudizio liberista. Se invita alla prudenza davanti al miraggio della ‘nuova via della seta’ ci sono buone ragioni. La Cina non viene in Europa, come già in Africa e Sud-America, per fare regali, ma per acquisire infrastrutture strategiche, ricchi patrimoni di dati informatici, terreni e sbocchi commerciali, e per estendere la propria influenza economica e politica. E’ riuscita a sedurre 13 Paesi membri dell’Unione, ma l’Italia sarebbe il primo fra i Paesi grandi e di vecchia democrazia.

Il partner cinese non intende adottare spontaneamente gli standards europei in materia di diritti e sicurezza dei lavoratori, tutela dei dati personali, libera competizione negli appalti o protezione dell’ambiente. Se vi è una prospettiva di indurlo ad adeguarsi a tali standards è solo mediante un negoziato condotto da una Unione europea ricompattata.

Infine, il sovranismo dovrebbe ambire a costringere le grandi società trans-nazionali  a pagare le imposte là dove producono reddito, a tutelare la privacy e a ridurre i danni all’ambiente. Una battaglia difficile, che richiede comunque “più Europa”, non una “Europa delle Nazioni”. Francesco Bascone, AffInt 13

 

 

 

Elezioni, un anno dopo. L’anno dell’azzardo politico: la fragilità di Salvini e dell’Italia

 

Come è stato possibile che da un vistoso cambiamento uscito dalle urne il 4 marzo 2018 si sia tirato fuori così poco, e nel merito fatto così male, dal punto di vista delle politiche di governo? La risposta è che tutto l’anno è stato dominato dall’azzardo politico e ogni iniziativa è stata vissuta come in una partita a dadi. Giuseppe Tognon

 

Esattamente un anno fa si sono tenute le elezioni politiche che hanno sconvolto il panorama politico italiano. Si pensava che la legislatura non sarebbe riuscita a partire e invece dalla lunga crisi è uscito il governo Di Maio-Salvini. Merito certamente della spregiudicatezza dei due giovani leader, ma soprattutto della paziente difesa da parte del Presidente Mattarella del dettato costituzionale di una Repubblica parlamentare, dove cioè i governi nascono in parlamento e non nelle piazze. Ogni maggioranza è titolata a governare, salvo poi vedere se ci riesce. A un anno da quel voto, però,

la legislatura sembra stanca: molte cose sono cambiate nel Paese dal punto di vista elettorale e poche cose sono invece cambiate dal punto di vista economico e sociale, e semmai in peggio.

La Lega di Salvini sta cannibalizzando i voti confluiti nel Movimento 5 stelle adottando una politica di “legge e ordine” che è l’altra parte della medaglia del populismo; il Partito democratico pare aver consolidato uno zoccolo intorno al 18% e nelle elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna ha arrestato il deflusso dei suoi elettori; le primarie del Pd hanno indicato con chiarezza un nuovo segretario politico nella persona di Zingaretti che ha tutti i numeri anche per tentare di riconquistare la Capitale, da dove è partita la travolgente ascesa dei 5stelle. Solo Forza Italia sembra non essere ancora riuscita a riprendersi: Berlusconi resta aggrappato ad una prospettiva politica – il ricompattarsi di tutte le destre con il centro moderato – che ormai il capo della Lega non potrà mai perseguire sapendo che sarebbe un suicidio. Ma la presenza di Forza Italia è per l’attuale maggioranza una spina nel fianco.

La domanda politica vera è: come è stato possibile che da un vistoso cambiamento uscito dalle urne il 4 marzo 2018 si sia tirato fuori così poco, e nel merito fatto così male, dal punto di vista delle politiche di governo? La risposta è che tutto l’anno è stato dominato dall’azzardo politico e ogni iniziativa è stata vissuta come in una partita a dadi.

Azzardato è stato depotenziare il ruolo e la figura del Presidente del Consiglio; azzardato è stato sfidare l’Unione europea in materia di finanza pubblica;

azzardate sono state le mosse di netta chiusura in materia di immigrazione e di ricollocamento degli immigrati; azzardate le polemiche prima contro la Germania e il capitalismo del Nord Europa e poi contro la Francia che è giunta, per la verità esageratamente, a ritirare il proprio ambasciatore. Pare un azzardo anche il tentativo di Salvini di creare in Europa un fronte sovranista che determini lo smantellamento del governo di Bruxelles. Soprattutto, sono un azzardo i circa dieci miliardi di euro che il governo ha voluto impegnare per favorire di fatto il prepensionamento di molti statali e per il reddito di cittadinanza che non si sa bene che effetti positivi potrà avere. C’è materia per chiedersi dunque se e come potrà finire l’azzardo politico dell’attuale maggioranza. In astratto solo in due modi: se il Paese ritrova una spinta straordinaria per crescere e per semplificare contemporaneamente il quadro politico oppure con un duro ritorno alla realtà che lascerà macerie. La seconda possibilità è la più ovvia e nel Paese cresce la eco di una rassegnazione a fare di Salvini il salvatore della Patria. Ma anche qui si nasconde l’azzardo perché la forza di Salvini è anche la sua debolezza: per l’attuale maggioranza la trappola può scattare quando il famoso “contratto” dietro al quale due giovani capi hanno nascosto l’azzardo di governare insieme sarà stracciato dal contraente più debole, per rimanere al governo con un’altra maggioranza contando sulla forza degli attuali gruppi parlamentari. Certo, occorrerebbe che i 5stelle non rinunciassero a fare politica e trovassero una sponda nel Pd (molto dipenderà ancora una volta da Renzi, il quale per una volta potrebbe stupirci…) ma la cosa è meno impossibile che andare insieme con Salvini alle urne.

E se sarà Salvini a far durare l’attuale maggioranza, allora alla fine ne porterà da solo tutto il peso. Che cosa auspicarsi? Prima di tutto che non si sostituisca l’azzardo, che è sempre rischioso, con la rassegnazione, che è una medicina mortale.

La maggioranza pensante del Paese non deve cadere nel tranello di credere che solo il dominio personale di Salvini potrà rimettere le cose a posto: non è solo azzardato ma anche politicamente sbagliato. La fragilità di Salvini sta nella difficoltà di spendere il consenso che pare intercettare. Egli ha poche carte in mano, visto che la realtà gli presenterà presto il conto della stagnazione e della irresponsabilità in politica estera. Si gioca tutto in una finestra politica molto piccola: superare il 35% alle elezioni europee del 26 giugno e riuscire ad andare presto a nuove elezioni politiche e vincerle di forza. Per rientrare in uno schema europeo di gioco politico bisognerebbe invece che nelle prossime elezioni europee il rafforzamento della Lega fosse controbilanciato da una crescita delle opposizioni con al centro il Pd. Fantapolitica? Nemmeno per idea perché

lo schema bipolare che ha retto la politica italiana negli ultimi venti anni non è scomparso. È lo schema di lungo periodo che unisce le democrazie europee che si sono modellate intorno alla integrazione politica e finanziaria dell’Unione.

E’ lo schema che permette di gestire la globalizzazione e che, in momenti di transizione, consente di sperimentare ampie coalizioni intorno a programmi strategici di interesse nazionale, come avviene da anni in Germania. Anche il caso francese rientra in questa linea di tendenza: tenuto conto delle specificità di quella repubblica presidenziale, Macron sarà inevitabilmente condotto a giocare la partita delle europee con lo schema tradizionale transalpino del “rassemblement” moderato contro il neofascismo di Marine Le Pen. E i “Jilets jaunes” non aggiungeranno i loro voti alla destra estrema. Se possiamo trarre una conclusione dal ragionamento è che il problema di Salvini è il problema degli italiani: o il capo della Lega riesce a raggiungere una maggioranza tale da cambiare la storia della democrazia italiana, però con tutti i rischi del caso in un paese così fragile ed agitato, oppure perderà clamorosamente la sua partita a dadi. Gli elettori, soprattutto i giovani, hanno materia su cui informarsi e per comprendere che in politica l’unico fallo da espulsione è far durare troppo a lungo l’azzardo. Le elezioni europee ci diranno se gli italiani hanno deciso di ritornare nella realtà. Non si può giocare l’Italia ai dadi, come fecero i soldati che si contesero le vesti di Cristo ai piedi della Croce (Giovanni. 19, 23-24). sir 4

 

 

 

 

Internazionalismo e sovranismo. Italia-Vaticano: i binari paralleli di Francesco e M5S/Lega

 

Che i rapporti tra Italia e Vaticano non siano idilliaci non è certo una novità. Né, tantomeno, una scoperta. In questo senso, quindi, il vertice bilaterale in occasione del novantesimo anniversario dei  Patti lateranensi – firmati dal cardinal Pietro Gasparri e dal primo ministro del Regno, Benito Mussolini – svoltosi a febbraio a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede, non fa notizia. Più interessante, invece, è indagare sulla prima volta (ufficiale) del governo gialloverde di fronte alla gerarchia cattolica.

Senza star a rimestare nel passato quasi centenario delle relazioni tra le due sponde del Tevere, è sufficiente osservare gli ultimi venti anni. In questo periodo, al soglio pontificio, si sono succeduti Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Con Karol Wojtyla, dopo un avvio promettente, le cose si complicarono prima con la Guerra del Golfo, poi con il coinvolgimento indiretto dell’Italia nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Nessun miglioramento con Joseph Ratzinger, avversato dalla consistente frangia filostatunitense del sistema politico italiano. Da quando il vescovo di Roma è Jorge Mario Bergoglio, i rapporti tra Italia e Vaticano hanno un andamento sinusoidale: buoni, ad esempio, con gli esecutivi di Enrico Letta e Paolo Gentiloni – non a caso, due personalità molto vicine al mondo cattolico –, meno sgargianti oggi.

Lo scarso risalto dato all’appuntamento fa capire già da sé come vi sia freddezza tra Santa Sede e il governo di Lega e Movimento 5 Stelle. Eppure, da parte di almeno uno dei due contraenti dell’esecutivo, la volontà di avvicinarsi al voto cattolico non manca. Il riferimento è alla Lega di Matteo Salvini, che più di una volta ha tentato di strizzare l’occhio ai seguaci di papa Francesco. Sfruttando, a proprio favore, le fratture interne al Vaticano stesso.

Convergenze e divergenze

L’immagine di Matteo Salvini con crocifisso e Vangelo è stata tra le più iconiche della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018. Una scelta, quella del leader leghista, assolutamente non casuale e, se vogliamo, neppure troppo originale. Ingraziarsi l’elettorato cattolico in vista del voto è pratica usuale in Italia. Salvini, quantomeno, ci è in parte riuscito. Le politiche della Lega, soprattutto in materia di accoglienza e immigrazione, hanno spesso trovato sponda nella corrente tradizionalista del cattolicesimo. In modo più o meno celato, il ministro dell’Interno ha delle “affinità elettive” con chi avversa, ormai da anni, il pontificato aperturista e progressista di papa Francesco.

Spostandosi verso Bergoglio, però, il rapporto si incrina. O meglio: non decolla. Anche il Movimento 5 Stelle, che ha provato spesso – soprattutto attraverso l’azione diplomatica del proprio leader politico, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio – a presentarsi come partner dialogante con i sacri palazzi, non riesce a sfondare. Del resto, anche se la questione è stata in parte sottaciuta dall’esecutivo, il recupero dell’Imu sugli immobili della Chiesa è, da sempre, un cavallo di battaglia almeno della fronda più calda dei pentastellati. Come anche, agli esordi, l’abolizione del Concordato del 1929. Non certo un bel biglietto da visita.

Alla prova dei dossier internazionali 

Sui temi internazionali le relazioni tra papa Francesco e il governo gialloverde divergono diametralmente. Su tutte, come detto, è la questione migratoria a tener banco. Il pontificato di Bergoglio promuove una politica di apertura, di inclusione e di integrazione del prossimo, non compiendo certo l’errore di ridurre alla sola Italia il governo del fenomeno. Come ha affermato anche il segretario di Stato Pietro Parolin, si tratta di una questione di carattere globale, per la quale dev’essere l’Europa unita a legiferare. Tratto distintivo, questo, della “geopolitica dello spirito” del successore di Pietro, che fa del multilateralismo il metro di valutazione con il quale misurare – e risolvere – le crisi internazionali.

Alla base, vi è un’incomprensione di fondo tra Chiesa cattolica ed esecutivo Lega-M5S. Tutto dipende da modi concettualmente antitetici di vedere la politica estera. In Italia, la politica internazionale non ha mai avuto grande risalto e, oggi, al tempo del sovranismo, ne ha ancor meno. Il governo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è per sua essenza rivolto al proprio interno, impegnato costantemente nel guardarsi l’ombelico.

I dossier internazionali – dal Venezuela alla Libia, passando dalla Brexit al rapporto con Washington – hanno spazio marginale nelle dinamiche governative, contribuendo a isolare Roma fra i partner europei e internazionali.  Al contrario, la Santa Sede è per sua natura – e in particolare dall’elezione di papa Francesco in poi – votata all’internazionalismo e, in particolare, alle periferie del mondo. Cosa del tutto normale per un impero transnazionale che conta più di un miliardo di fedeli sparsi nel mondo.

Una collaborazione difficile sulla scena globale

Una vocazione, quella vaticana, che l’Italia spesso non ha saputo sfruttare. Il vettore petrino potrebbe essere un vero e proprio megafono per l’azione internazionale del nostro Paese, che come media potenza dovrebbe approfittare di più dei mezzi e del soft power che il Vaticano possiede.

Per qualche anno, questa sinergia sembrava realizzabile, grazie alla presenza di personaggi come Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, e di Mario Giro negli esecutivi da Mario Monti a Gentiloni. Oggi più che mai, però, la collaborazione diplomatica tra Vaticano e Italia nella dimensione internazionale risulta infattibile. Pietro Mattonai, AffInt 7

 

 

 

No dell’Aula alla mozione per l’istituzione del Comitato per le Questioni degli Italiani all'Estero

 

ROMA – Il Senato ha discusso e respinto la mozione sull’istituzione del Comitato per le questioni degli italiani all’estero presentata da Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) e altri.

Illustrando la mozione, Giacobbe ha ricordato come il Comitato, già istituito nelle passate legislature alla Camera e al Senato e in questa legislatura alla Camera, ha il “compito di approfondire condizioni, problemi e aspettative delle collettività italiane residenti all'estero”, un ruolo che “in questi anni è stato di fondamentale importanza sia per il Parlamento che per le nostre comunità all'estero”. Attraverso la sua attività, infatti – ricorda il senatore, “sono stati acquisiti elementi conoscitivi su problematiche ed aspettative, valutando come contribuire alla loro soluzione con interventi normativi e contatti con istituzioni italiane ed autorità straniere”. “Tra i tanti temi esaminati ricordiamo la valorizzazione del contributo economico, culturale e civile delle comunità italiane all'estero, i servizi consolari, la promozione della lingua e cultura, la riforma della legge sulla cittadinanza e analisi di questioni specifiche come gli effetti della Brexit sulle comunità e sull’Italia – prosegue Giacobbe, sottolineando come tali questioni rispecchino gli interessi generali del Paese. L’esponente democratico richiama poi l’indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze delle comunità degli italiani all’estero, recentemente autorizzata alla Commissione Affari Esteri del Senato e ribadisce come essa, pur rappresentando “un valore aggiunto ai lavori dell’Aula”, “da sola non basta e non si può sostituire al Comitato”. “Si tratta – precisa - di un’iniziativa specifica che non permette di avere una visione globale e continua sui tanti temi d’interesse e sulle potenzialità delle nostre comunità all’estero per la promozione del sistema Paese. Occorrono scambi di opinioni, idee e metodologie di lavoro per tutta la durata della legislatura, cosa che solo il Comitato è in grado di fare”. “Tanti sono i temi di attualità sul tappeto, che rischiano di non essere approfonditi e ai quali, senza un organo istituzionale specifico… Temi che assumono aspetti diversi, a volte opposti, a seconda delle aree geografiche dove i nostri connazionali si sono stabiliti e continuano a stabilirsi. Tra questi – prosegue Giacobbe - ricordo l’assistenza ai connazionali che vivono nei Paesi in crisi, l’attuazione e la revisione di accordi previdenziali e di assistenza sanitaria, servizi consolari, assistenza alle nuove migrazioni, gli effetti della Brexit, il riconoscimento all’estero di titoli di studio, ed in particolare le qualifiche professionali italiane, la copertura previdenziale per gli italiani che nel mondo globalizzato si muovono da un Paese a un altro, specie in Paesi asiatici, africani e dell’Oceania, dove non esistono sistemi pensionistici di tipo previdenziale”. Richiamati anche i temi “della promozione del sistema Paese”, che includono in particolare lingua e cultura italiana, e quello dell’importanza della rete degli italiani nel mondo, “costituito dai nostri figli e nipoti, che ricoprono ruoli decisionali importanti nelle società ospitanti”, e che “possono facilitare l'ingresso del made in Italy nei loro Paesi di residenza e l’espansione nei Paesi limitrofi o possono permettere di individuare temi per stabilire una più stretta collaborazione tra l’Italia e i loro Paesi: sto pensando, per esempio – chiarisce Giacobbe, - agli effetti della Brexit sui Paesi dell’Oceania”.

Per l’esponente democratico l’approvazione della mozione rappresenta dunque “un dovere nei confronti dei nostri connazionali all’estero e un servizio alla società italiana” e la scelta per una concreta “possibilità di continuare a mantenere vivo il collegamento con i nostri connazionali all’estero”, “un segnale forte, di un impegno da parte del Parlamento e delle istituzioni italiane nei loro confronti, e di ribadire la consapevolezza che essi sono per l’Italia una risorsa economica, sociale, culturale e politica”. 

 

Nel corso del dibattito è intervenuta Emma Bonino (Più Europa) che ha espresso il suo voto favorevole all’istituzione del Comitato e ricordato la situazione di “grande incertezza” che ancora pesa sul voto alle prossime elezioni europee dei connazionali italiani residenti in Gran Bretagna. Situazione che riguarda le modalità della consultazione – se con il rientro in Italia oppure attraverso i seggi allestiti presso la sedi consolari – e che a suo avviso richiede “un intervento straordinario”. Di seguito, Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) ha ricordato come la collettività dei connazionali all’estero, aumentata in questi ultimi 10 anni del 25% - e giunta a poco meno di 6 milioni di cittadini – sia “una realtà estremamente importante per il nostro Paese” e “una grande risorsa, sia dal punto di vista numerico sia per il profilo, estremamente globale, delle loro competenze, sia linguistiche che culturali”. Garavini ha evidenziato quindi la necessaria attenzione da riservare ai nostri italiani all’estero, insieme al monitoraggio dell’impatto della legislazione su tale collettività, ragioni che a suo avviso richiedono “anche a livello legislativo, all’interno del Senato, un organo istituzionale ad hoc, finalizzato espressamente a valutare, anche dal punto di vista normativo, quali provvedimenti possano essere messi in campo a sostegno delle nostre comunità all’estero; provvedimenti finalizzati anche, da un lato, a frenare queste nuove ondate migratorie, che stanno assumendo dimensioni preoccupanti, e, d’altro lato, a valutare proposte normative finalizzate a favorire il rientro dei nostri concittadini, magari anche rispondendo alle diverse situazioni emergenziali”. Tra esse, l’esponente democratica cita ad esempio la questione del voto europeo già segnalata da Emma Bonino, oppure “il reinserimento di tanti nostri medici specialisti operanti all’estero per far fronte a quella forte difficoltà che stanno conoscendo le nostre strutture pubbliche di carattere sanitario”.

Ad illustrare il parere del Governo in proposito è stato il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che ha ribadito la volontà dell’esecutivo di rimettersi alla decisione dell’Aula. Di Stefano ha ricordato che “il Governo attribuisce la massima attenzione alle comunità italiane all’estero, che rappresentano una risorsa economica, sociale, culturale e politica del nostro Paese” e che “le politiche a favore degli italiano all'estero, compresi coloro soltanto temporaneamente residenti all'estero, costituiscono un aspetto fondamentale della politica estera italiana”. “Si tratta – ha aggiunto il Sottosegretario - di un tema al quale in particolare Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale attribuisce una centralità strategica, e che vede impegnati i nostri uffici centrali e la nostra rete diplomatico-consolare per fornire servizi consolari, assistenza ai connazionali e nel promuovere la diffusione della lingua e della cultura italiane”.

 

Di Stefano ha quindi evidenziato come tale attenzione resterà immutata, a prescindere dall’istituzione o meno del Comitato proposto dalla mozione, e citato a sua testimonianza i provvedimenti inseriti nelle legge finanziaria e, sul tema Brexit, il coordinamento interministeriale attivo a Palazzo Chigi “per fornire a tutti gli italiani all’estero un percorso da seguire qualunque sia lo scenario”. Sulla modalità di voto per il rinnovo del Parlamento europeo, “come Farnesina, ci siamo già portati avanti per garantire il voto consolare nel caso in cui ci sia una richiesta di prolungamento ex articolo 50 (quindi, sostanzialmente, qualora ci sia ancora questa fase di stagnazione). Nel caso, però, in cui ci dovesse essere certezza di uscita (ossia di Brexit) prima del voto, gli italiani residenti nel Regno Unito dovranno votare in Italia, perché in quel caso ci sarebbe una situazione di certezza di extraterritorialità – afferma Di Stefano.

A sostegno dell’istituzione del Comitato l’intervento di Flavia Malpezzi (Pd) che ne ricorda l’attività svolta a favore in particolare della diffusione della lingua italiana all’estero e a sostegno del Fondo appositamente istituito. Malpezzi critica poi il ritiro delle firme degli esponenti del Movimento 5 Stelle che inizialmente avevano sottoscritto la mozione in esame. Ribadisce quindi il “ruolo che le comunità italiane svolgono nel fare ponte, nella possibilità di trovare contatti, anche nel semplice modo di facilitare le questioni burocratiche”, ruolo che il Comitato potrebbe sostenere e migliorare con progetti mirati.

Per il gruppo della Lega interviene Emanuele Pellegrini che sottolinea come la problematica degli italiani all'estero non è di secondo piano e come a dette questioni sia dedicato il lavoro della Commissione Esteri ed emigrazione. “Abbiamo recentemente approvato un’indagine conoscitiva in Commissione plenaria; ciò vuol dire che la Commissione Affari Esteri, Emigrazione si occuperà di queste problematiche – prosegue Pellegrini, sottolineando come, anche alla luce dell’aumento del fenomeno migratorio già richiamato, sia necessario “modificare gli strumenti con cui andiamo ad approcciare questo problema”. “Noi riteniamo che l’indagine conoscitiva che abbiamo recentemente approvato in Commissione, e che è stata approvata dalla Presidenza del Senato, sia uno strumento a maglie ben più larghe di quello di un Comitato. Quest’ultimo avrebbe sicuramente la sua dignità; però noi questa volta – afferma Pellegrini - vogliamo approcciarci al problema in maniera diversa”. 

L’esponente leghista ribadisce dunque come le questioni degli italiani all’estero siano un fondamento dell’azione del Governo, così come ha ribadito il Sottosegretario, e che a tale affermazione corrisponda l’impegno di “coinvolgere tutta la Commissione Affari Esteri, emigrazione a lavorare meglio e più alacremente e a mantenere contatti più profondi, che altrimenti rischierebbero di rimanere relegati solo a un Comitato”.

 

Dal canto suo Raffaele Fantetti (Fi, ripartizione Europa), critica la mancata ricostituzione del Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero, Il senatore ritiene che il tema non possa essere valutato attraverso un’indagine conoscitiva, che è strumento adatto ad analisi su fatti e circostanze circoscritte. “Gli italiani all’estero sono il 10 % della popolazione – ricorda Fantetti, segnalando come “l’emigrazione italiana è esplosa nuovamente”. Per il senatore azzurro, essi meritano dunque “un Comitato che abbia come focus l’analisi e la promozione delle tematiche che li riguardano”, Comitato che di fatto – ricorda Fantetti – ha accompagnato la rappresentanza degli eletti all'estero sin dal loro ingresso in Parlamento in poi. In ultimo il senatore rileva come nel programma elettorale della Lega e del Movimento 5 Stelle non fosse prevista l’abolizione del Comitato né tantomeno la riduzione dei parlamentari eletti all’estero, prevista invece nella proposta di legge elaborata da esponenti delle due forze al Governo, già approvata al Senato e in questo momento all’esame della Commissione Affari Costituzionali della Camera.

Concorda con le parole di Fantetti anche Giovanbattista Fazzolari (Fdi) che ritiene “la volontà di non confermare il Comitato una linea sbagliata per i nostri interessi nazionali, che dovrebbero rafforzare l’enorme particolarità dell’Italia, ossia le proprie comunità all’estero”, e ribadisce il voto favorevole alla mozione del gruppo di Fratelli d’Italia. 

In ultimo l’intervento di Vito Rosario Petrocelli (M5S), presidente della Commissione Esteri, che segnala la sua contrarietà  alla ricostituzione del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, a fronte della necessità di garantire, attraverso l’impegno  di tutta la Commissione Affari Esteri e con l’indagine conoscitiva, l’interesse di tutto il Senato della Repubblica sulle tematiche degli italiani nel mondo. Petrocelli precisa come questo percorso di cambiamento, che va al di là del singolo Comitato , sia destinato a far crescere la visibilità di tutte le comunità del nostro Paese che vivono all’estero e soprattutto la consapevolezza su queste questioni di tutti i senatori. Petrocelli conferma dunque il voto contrario alla mozione del Movimento 5 Stelle, che viene respinta dall’Aula. (Inform 10)

 

 

 

 

Politica scontata

 

Ci manca sempre una classe politica capace d’ottenere affidabilità in una situazione tra le meno “equilibrate” dello Stivale. Cosa ci riserverà, di conseguenza, il futuro?  Un interrogativo che merita, almeno, schiette opinioni.

L’economia, a largo respiro, degli anni ’90 è tramontata all’alba del nuovo Millennio. Dopo il 2010, i tempi si sono fatti più “duri” per tutti. Ora, cosa ci aspetta? E’ un interrogativo che, in definitiva, richiede un’analisi di quanto non si è fatto nel recente passato e si sarebbe potuto fare. Le “prospettive” socio/politiche ci danno ragione. Anche se non lo vorremmo.

 

Pure se il Potere Esecutivo s’è rinnovato, mancano segnali di coerenza politica. Ora la scienza del governo sembra cambiata. C’è da stabilire se in “meglio”.

Attingere alle stesse fonti ora sarebbe, però, inquietante. I “pozzi” si sono prosciugati. Questa Legislatura avrà da accollarsi delle responsabilità senza intaccare le magre risorse nazionali che ancora ci sono. Non sarà facile.

 

 Che cosa cambierà, in effetti, con l’attuale Potere Esecutivo? Una domanda che contrassegna questa Terza Repubblica nata con un futuro ipotizzato. Quale sarà l’evoluzione dell’attuale Governo? Non neghiamo, e come lo potremmo, che non sarà sufficiente riconoscere le negatività di casa nostra per tentare d’eliminarle. Almeno, auspichiamo che le future posizioni politiche dell’accoppiata Di Maio/Salvini superino i”trasformismi” di cordata.  In primo piano rimangono i tanti, troppi, timori per un 2019 che ha già evidenziato parecchie incongruenze.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Alla Farnesina la riunione del Comitato di Presidenza del Cgie

 

ROMA – Diversi sono stati i punti all’ordine del giorno del Comitato di Presidenza del Cgie, riunitosi a Roma dal 4 al 6 marzo. Il Segretario Generale, Michele Schiavone, ha voluto aprire l’incontro con la stampa, che si tenuto  alla Farnesina al margine dei lavori del Comitato,  partendo da uno dei nodi principali di queste ultime settimane, che sta tenendo col fiato sospeso i vari organi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, considerata l’agenda politica parlamentare: ossia il disegno di legge costituzionale che prevede la riduzione dei parlamentari italiani e quindi anche  degli eletti nella Circoscrizione Estero. C’è stato un incontro del Cgie con il Presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, e con il relatore di questo testo che modifica anche la rappresentanza degli italiani all’estero. Se la legge fosse approvata senza limature, il numero degli eletti nella Circoscrizione Estero scenderebbe infatti dagli attuali diciotto a dodici: per la precisione, si avrebbero otto deputati e solamente quattro senatori.

“Per quanto la rappresentanza italiana sia ad oggi comunque sottostimata rispetto alla reale necessità del Paese, per noi anche quei diciotto parlamentari sono in ogni caso significativi e la nostra proposta è stata infatti quella di mantenere l’attuale numero. Siamo del parere che la democrazia non vada quantificata economicamente: vanno quindi rispettati e garantiti i diritti di quei cittadini che non vivono nel territorio nazionale. Parliamo di quasi sei milioni di italiani nel mondo e di circa centocinquanta milioni di italo-discendenti”, ha commentato Schiavone lamentando il rischio di un’atomizzazione della rappresentanza in un momento in cui il numero degli italiani nel mondo è raddoppiato rispetto all’entrata in vigore della legge Tremaglia. A ciò si aggiunga che la riforma elettorale del 2017 ha consentito anche agli italiani residenti nel territorio nazionale di potersi candidare nella Circoscrizione Estero.

 

Il rischio, secondo le parole dei membri del Comitato di Presidenza, non sarebbe solo quello di una riduzione meramente numerica; a preoccupare sono infatti anche tutta una serie di conseguenze pratiche per scelte politiche che potrebbero mettere in bilico il ruolo stesso della rappresentanza e logorare ulteriormente il cordone ombelicale che lega gli italiani all’estero con la madrepatria. “Non vogliamo ostacolare in assoluto una diminuzione del numero di parlamentari, poiché siamo consapevoli che non è più possibile avere un tale mastodontico numero di eletti in Parlamento. Tuttavia all’epoca abbiamo già accettato il compromesso dei diciotto eletti nella Circoscrizione Estero; senza contare che anche come Cgie abbiamo già dato il nostro contributo con la riduzione da novantaquattro a sessantatre membri, quindi per un totale attuale di venti consiglieri di nomina governativa e quarantatre territoriali”, ha commentato Riccardo Pinna, componente del CdP per i Paesi anglofoni extraeuropei, paventando il rischio di vedere poco per volta una diminuzione costante del peso e del ruolo degli organi di rappresentanza. Da qui il bisogno di coinvolgere non soltanto il mondo politico ma anche i Comites e la rete delle associazioni che operano all’estero anche per evitare “la pericolosa rottura dei meccanismi stessi d’integrazione che da sempre accompagnano gli italiani nei Paesi ospitanti”, come ha sottolineato Giuseppe Maggio, Vice Segretario Generale del Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord, che, in un altro momento dell’incontro, ha anche segnalato la riduzione di circa il 40% dei seggi in Europa per le elezioni europee.

Quali possibili soluzioni, dunque, a fronte di tutto questo? “Bisogna puntare a una Circoscrizione Estero che mantenga gli attuali numeri: quindi va bene la riduzione generale di deputati e senatori, che diverrebbero rispettivamente quattrocento e duecento, purché resti invariata la nostra rappresentanza”, ha spiegato Silvana Mangione, Vice Segretario Generale del Cgie per i Paesi anglofoni extraeuropei, che rammenta la specificità di una Circoscrizione pensata in origine per garantire un mandato territoriale diretto con la ripartizione e con i suoi residenti. “Se passasse il taglio dei rappresentanti, avremmo un senatore eletto in Italia che rappresenterà circa per trecentomila abitanti a fronte di un senatore eletto all’estero che dovrà essere il referente per quasi un milione e mezzo di persone sparse su territori grandi come continenti”, ha aggiunto Mangione evidenziando ancora una volta il rischio del venir meno del legame con l’Italia da parte dei nostri emigrati. “Non vogliamo una visione assistenzialistica nel rapporto con l’Italia ma l’idea di una protezione reale dei diritti che siano uguali e identici a quelli di ogni cittadino italiano residente nel territorio nazionale: è questo ciò che vogliamo far comprendere. Se l’estero fosse la ventunesima regione italiana, sarebbe per numeri paragonabile al Lazio”, ha sottolineato Mangione parlando anche dell’importanza della Conferenza permanente Stato-Regioni- Province- Autonome – Cgie.  “E’ dal 2009 non si riunisce l’assemblea plenaria di questo organismo importante che riunisce Governo, Regioni, Province autonome e Cgie e che potrebbe raccogliere le fila di quanto sta succedendo: sarebbe opportuna una convocazione entro la fine del 2019”, ha auspicato Mangione.

 

Silvana Mangione si è quindi focalizzata sulla questione della promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. “Occorre una strategia integrata insieme ad una revisione della circolare n.13. A presto avremo una bozza contenente i nostri suggerimenti. Nella plenaria del prossimo luglio predisporremo la discussione sul testo definitivo della circolare n.13: tra i vari punti, ci sta molto a cuore la sensibilizzazione per il problema della mancata coincidenza tra l’anno fiscale e l’anno scolastico, ma anche la questione dei sistemi d’insegnamento”, ha commentato Mangione ricordando altresì l’urgenza dell’assegnazione dei contributi agli enti e anche un’altra questione, relativa alla lingua italiana, che fa riferimento al recente decreto sicurezza. L’art.14 del suddetto testo normativo (decreto legge convertito dalla legge n.132 del 2018) modifica l’art.9 della legge n.91 del 1992 imponendo per gli stranieri, che richiedono la cittadinanza italiana, una conoscenza della lingua italiana certificata almeno a livello B1. Tuttavia, come ricordato da Mangione, il compito di questa certificazione spetta solo a quattro enti: tra questi la Dante Alighieri, con i relativi problemi per i nostri connazionali che devono sportasi anche di molti chilometri per raggiungere le sedi di questi enti. Silvana Mangione ha quindi rilevato la necessità di informare maggiormente i connazionali all’estero su questa novità della cittadinanza e di creare uno spazio di transizione nell’applicazione della legge, chiarendo inoltre se la certificazione sulla lingua verrà chiesta anche a chi ha presentato la domanda prima del 4 dicembre, cioè l’entrata in vigore della legge, o solo a coloro che l’hanno presentata dopo tale termine. 

Si è parlato anche dell’importante evento in programma a Palermo dal 16 al 19 aprile, ossia la Conferenza dedicata ai giovani italiani nel mondo, affiancata dal Comitato di Presidenza. Come annunciato da Schiavone, saranno quattro giornate che vedranno il coinvolgimento della Commissione VII del Cgie: sarebbe già definito a grandi linee il panel d’interventi. L’evento sarà supportato dalla città di Palermo e dalla Regione Sicilia.  Al momento è prevista la partecipazione di 101 giovani con una percentuale che vedrà un 40% di donne e un 60% di uomini. L’obiettivo sarà affidare a loro una prospettiva di lavoro comune per la costruzione di una rete. Tornando al tema d’apertura, anche nella conferenza dei giovani sarà affrontata la questione della rappresentanza all’estero. “Ci sarà dunque un laboratorio di discussione sulla rappresentanza anche perché abbiamo dei giovani parlamentari. D’altronde oggi abbiamo tanti cittadini candidati, soprattutto in Europa, ed è anacronistico continuare ad avere una visione chiusa su questo aspetto”, ha precisato Schiavone al quale si è aggiunta Mangione per ricordare l’utilità di avere in prospettiva anche rubriche d’informazione e spazi mediatici ad hoc in vista degli appuntamenti elettorali nonché rubriche attraverso le quali il Cgie possa raggiungere più facilmente le comunità all’estero.

Sono state affrontate anche le questioni relative alla Brexit e al Venezuela. Per quanto riguarda la Brexit si è parlato della necessità di garantire la protezione dei diritti dei cittadini italiani e il potenziamento della rete consolare. Sul fronte della crisi venezuelana è stato segnalato l’arrivo dei medicinali inviati dall’Italia e l’attivazione di regioni e comuni italiani che si stanno attrezzando per l’eventuale rientro in Italia dei nostri connazionali e per l’accoglienza alle famiglie più indigenti provenienti appunto dal Venezuela. Simone Sperduto, Inform 8

 

 

 

 

Migliorare il Sistema di prenotazione online dei servizi consolari

 

ROMA - Le criticità al Consolato generale di Monaco di Baviera, in affanno per mancanza di personale, e le difficoltà che incontrano i connazionali nel prendere un appuntamento attraverso il Sistema del prenota online sono al centro di una interrogazione che Angela Schirò, deputata Pd eletta in Europa, ha presentato al Ministro degli affari esteri, Enzo Moavero Milanesi.

“Al 31 dicembre 2017 – riporta la deputata nella premessa – risultavano registrati presso l'anagrafe del consolato generale d'Italia a Monaco 114.482 connazionali (annuario statistico 2018, Maeci) a fronte dei 110.625 dell'anno precedente; in linea con le tendenze generali, anche il consolato di Monaco registra un incremento di richieste nel settore dei documenti da parte dei nostri connazionali. Ad esempio, nel 2017 le richieste per i passaporti sono passate a 3.882 rispetto alle 3.631 del 2016”.

“Attraverso la sua pagina internet, - aggiunge Schirò – il consolato informa i connazionali che, a causa della carenza di personale, è necessario “procedere con ampio anticipo – entro i 6 mesi dalla scadenza – alla richiesta di emissione del nuovo passaporto”; sono costanti e diffuse le segnalazioni di cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare di Monaco che lamentano la difficoltà di ottenere appuntamenti prima di sei-otto mesi attraverso il sistema di prenotazione on-line che, per altro, risulta spesso inattivo”.

“La fonte principale di disagio – spiega la deputata – è il “Sistema di prenotazione on-line” che non consentirebbe di prenotare un appuntamento prima di 6-8 mesi; gli utenti segnalano che il sistema avrebbe a disposizione un numero molto limitato di slot giornalieri, esauriti i quali il sistema verrebbe disattivato. Conseguentemente, nel tentativo di acquisire uno degli slot a disposizione, gli utenti sono costretti ad accedervi di notte o nelle primissime ore del mattino, con incerti risultati, e comunque a trascorrere molte ore davanti al pc per poter intercettare la disponibilità di un appuntamento in tempi ragionevoli ancorché lunghi”.

“Non risulterebbe possibile scaricare – riferisce Schirò – la “Guida all'uso del sistema di prenotazione online degli appuntamenti”; viene segnalata altresì l'impossibilità di richiedere preventivamente informazioni per telefono e, in diversi casi, per posta elettronica, rendendo difficile qualsiasi pratica, specie per chi proviene da fuori Monaco; sembra evidente l'esigenza di un adeguamento dell'organico della sede per evitare riflessi sempre più negativi sulla qualità dei servizi consolari prestati, parzialmente compensata dal personale che, con dedizione e professionalità, tenta di supplire a tale situazione”.

Alla luce di queste considerazioni, Schirò chiede a Moavero “quali iniziative urgenti si intendano assumere, alla luce delle crescenti difficoltà operative del consolato generale di Monaco e, in particolare, se siano previste integrazioni all'organico esistente, al fine di evitare inevitabili riflessi negativi sulla qualità dei servizi consolari prestati agli utenti” e “quali iniziative si intendano assumere per migliorare il funzionamento del sistema di prenotazioni on-line adeguandolo alle reali esigenze dei cittadini e per rimuovere gli ostacoli nell'accesso alle informazioni e alle prenotazioni per coloro che non possono accedere ad internet”. (aise) 

 

 

 

 

Schiavone Cgie): Preoccupazione per il disegno di legge che riduce gli eletti della circoscrizione Estero

 

ROMA – “Stagione calda” è la definizione adottata dal Comitato di Presidenza del Cgie per descrivere questo momento, con particolare riferimento alla questione del disegno di legge per la riduzione del numero degli eletti nella Circoscrizione Estero, che scenderebbe dagli attuali diciotto a dodici. Proprio di questo tema ha parlato il Segretario Generale del Cgie, Michele Schiavone, in apertura dell’incontro con la stampa tenutosi al termine del Comitato di Presidenza. “Questa mattina – ha affermato Schiavone - abbiamo incontrato il Presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, insieme al relatore del disegno di legge: nell’incontro abbiamo evidenziato la nostra preoccupazione in merito al taglio della rappresentanza all’estero. Il rischio è quello di un’atomizzazione della rappresentanza in un momento in cui, tra l’altro, la presenza degli italiani nel mondo è quasi raddoppiata rispetto al periodo in cui la legge Tremaglia è stata varata”. “Per quanto la rappresentanza italiana sia ad oggi comunque sottostimata rispetto alla reale necessità del Paese – ha continuato il Segretario Generale  - per noi anche quei diciotto parlamentari sono in ogni caso significativi e la nostra proposta è stata infatti quella di mantenere l’attuale numero degli eletti all’estero . Siamo del parere che la democrazia non vada quantificata economicamente: vanno quindi rispettati e garantiti i diritti di quei cittadini che non vivono nel territorio nazionale. Parliamo di quasi sei milioni di italiani nel mondo e di circa centocinquanta milioni di italo-discendenti”, ha proseguito Schiavone lamentando di come la modifica introdotta dalla legge elettorale del 2017 abbia consentito la candidatura, nella Circoscrizione Estero, anche dai cittadini residenti in Italia. Ora il Cgie auspica un riscontro positivo da parte del Parlamento e in particolare da parte del Senato dove – secondo quanto spiegato da Schiavone – ci sarebbe stato un ascolto non attento delle proposte avanzate dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Simone Sperduto, Inform 6

 

 

 

Senza fini

 

Le difficoltà economiche italiane sono un fatto che si evidenzia, con pedante monotonia, negli stessi ambiti della popolazione. Si scrive di contenimento della spesa pubblica, quando le casse già sono vuote. Le tante responsabilità politiche, che ora stanno emergendo, sono di vecchia data. Prima, però, il “corso” del Paese sembrava differente. Anche se era un’apparenza occultata per evitare che gli intrighi si palesassero. Ora iniziano ad affiorare. Tornare indietro è un’operazione impossibile; andare avanti, pur avendo cambiato rotta, sembra difficile. I sacrifici hanno specifici riferimenti nel tessuto sociale nazionale. Certo è che, identificata la malattia, appare ancora arduo agire per somministrare la cura giusta. Anche quest’anno, non cambierà nulla se non si baderà a dare una svolta alla realtà socio/politica del Paese.

 

 La nostra economia ristagna a pelle di leopardo. I cattivi esempi non sono che la più evidente conseguenza di uno stato di fatto anomalo. Oggi è più difficile fare gli indifferenti. Ci pensano i conti non pagati, le utenze non onorate, i canoni auto ridotti a riportarci alla realtà di quest’Italia che si avvia verso una stagione di dubbi e critiche politiche. Le privazioni, hanno preso il posto delle rinunce. C’è chi vive ancora bene, anzi benissimo; ma c’è chi non riesce più a tirare avanti. Il deficit nazionale non è ridimensionato e d’ottimismo non ne parla più nessuno. Neppure chi avrebbe tutte le ragioni per mantenere lo “status quo”. Non sempre chi sbaglia paga. Da noi pagano anche quelli che non sbagliano; pur contribuendo, a torto o a ragione, nel togliere le “castagne dal fuoco” agli incauti che ci hanno provato, ma non ci sono riusciti. L’Italia resta ancora un Paese “borderline” anche per i politici più scaltri.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Respinta dall'Aula la mozione per l'istituzione del Comitato per le questioni degli italiani all'estero

 

ROMA – Il Senato ha discusso e respinto la mozione sull'istituzione del Comitato per le questioni degli italiani all'estero presentata da Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) e altri. Ad illustrare il parere del Governo in proposito è stato il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che ha ribadito la volontà dell'esecutivo di rimettersi alla decisione dell'Aula.

Di Stefano ha ricordato che “il Governo attribuisce la massima attenzione alle comunità italiane all'estero, che rappresentano una risorsa economica, sociale, culturale e politica del nostro Paese” e che “le politiche a favore degli italiano all'estero, compresi coloro soltanto temporaneamente residenti all'estero, costituiscono un aspetto fondamentale della politica estera italiana”. “Si tratta – ha aggiunto il Sottosegretario - di un tema al quale in particolare Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale attribuisce una centralità strategica, e che vede impegnati i nostri uffici centrali e la nostra rete diplomatico-consolare per fornire servizi consolari, assistenza ai connazionali e nel promuovere la diffusione della lingua e della cultura italiane”.

Di Stefano ha quindi evidenziato come tale attenzione resterà immutata, a prescindere dall'istituzione o meno del Comitato proposto dalla mozione, e richiamando a sua testimonianza l'assunzione prevista nell'ultima manovra economica di “350 persone al Maeci, tra cui 50 contrattisti destinati proprio alle sedi estere per poter fronteggiare fenomeni come la Brexit e la richiesta costante di maggiori risorse per i Consolati come quelli dell'area latinoamericana, ad esempio”. “Soprattutto – aggiunge il Sottosegretario, - si è riusciti a inserire un aumento della dotazione economica riferita ai contrattisti per permettere ai nostri Consolati di avere personale che lavora a pieno regime laddove c'è davvero bisogno”.

“Voglio inoltre rassicurare tutti che già dal giugno scorso è costituto a Palazzo Chigi il cosiddetto coordinamento Brexit. Si tratta – spiega Di Stefano - di un coordinamento interministeriale per fronteggiare tutte le necessità legate alla Brexit. Il 15 febbraio scorso è stato altresì pubblicato sul sito internet del Governo il piano strategico che prevede le possibilità da seguire in caso di Brexit sia con accordo che senza, per fornire a tutti gli italiani all'estero un percorso da seguire qualunque sia lo scenario”. Tra i temi legati alla questione, il Sottosegretario richiama anche la modalità di voto per il rinnovo del Parlamento europeo – a fine maggio - dei connazionali residenti in Uk: nei seggi predisposti presso la sedi consolari, come dispone la legge se il Paese è membro dell'Ue; oppure, nel caso contrario, rientrando in Italia. “Noi, come Farnesina, ci siamo già portati avanti per garantire il voto consolare nel caso in cui ci sia una richiesta di prolungamento ex articolo 50 (quindi, sostanzialmente, qualora ci sia ancora questa fase di stagnazione). Nel caso, però, in cui ci dovesse essere certezza di uscita (ossia di Brexit) prima del voto, gli italiani residenti nel Regno Unito dovranno votare in Italia, perché in quel caso ci sarebbe una situazione di certezza di extraterritorialità – afferma Di Stefano.

Sull'istituzione del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, “il Governo si rimette all'Assemblea – afferma il Sottosegretario - ed è ovviamente disposto a collaborare con esso qualora venga istituito. In ogni caso, rassicuro tutti sul fatto che, qualunque sia l'esito di questa votazione, gli italiani all'estero rappresentano una priorità per il nostro Governo dal punto di vista non solo economico e di relazioni, ma anche della promozione del nostro Paese all'estero e dei diritti che gli italiani residenti all'estero hanno in quanto nostri connazionali”.

 “La mozione che avrebbe istituito anche in questa legislatura al Senato il C.Q.I.E. è stata bocciata spiega il promotore, sen. Francesco Giacobbe (circoscrizione Estero-rip.Africa,Asia,Oceania, Antartide) . Strana vicenda questa – commenta - una mozione che aveva ricevuto fin dall'inizio l’appoggio di tutti i Gruppi parlamentari tranne la Lega, calendarizzata con procedura di urgenza perché aveva raccolto oltre un terzo delle firme dei membri del Senato, oggi finalmente calendarizzata, ha visto il ritiro delle firme da parte dei senatori del M5S e successivamente bocciata in Aula”.

Il sen. Giacobbe intervenuto in Aula ha sottolineato come questa sia una “vicenda paradossale”: “Un C.Q.I.E. formato alla Camera dei Deputati pienamente operativo con il collega della Lega eletto all’estero alla Presidenza e viceversa al Senato la Lega non firma la mozione”.

Giacobbe sottolinea inoltre come a tutt’oggi siano tanti i temi di attualità sul tappeto che rischiano di non essere approfonditi senza questo specifico organo istituzionale.  Il senatore Pd ha ricordato che “il ruolo rivestito dal Comitato, da sempre costituito al Senato, in questi anni è stato di fondamentale importanza sia per il Parlamento che per le nostre comunità all’estero. Sono stati acquisiti – ha sottolineato - elementi conoscitivi su problematiche e aspettative valutando come contribuire alla loro soluzione con interventi normativi e contatti con istituzioni italiane ed autorità straniere”.

In una nota la senatrice del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa, esprime il suo disappunto per il respingimento da parte dell’Aula del Senato della mozione Pd volta alla istituzione del Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero. Per la Garavini si tratta di un’ulteriore chiusura nei confronti degli italiani all’estero da parte dalla maggioranza di governo. “Analogamente a quanto avvenuto nelle precedenti legislature – spiega Laura Garavini che rileva il silenzio in proposito del sottosegretario agli Esteri con delega per gli Italiani nel mondo - sarebbe stato utile disporre di un organismo ad hoc. Un comitato che analizzasse l’impatto delle leggi sugli italiani all’estero. Proponendo nuovi strumenti normativi e fiscali. Anche alla luce di specifiche contingenze di attualità come la Brexit. O la drammatica situazione del Venezuela”. De.it.press 7

 

 

 

 

Decreto su Reddito e Pensione di cittadinanza: gli emendamenti PD per ripristiare equità e diritti

 

Roma. Il Decreto su Reddito e Pensione di cittadinanza esclude dai benefici previsti gli italiani residenti all’estero. Abbiamo segnalato e criticato a più riprese questa inspiegabile ingiustizia e ci siamo attivati a livello politico e legislativo per farla emendare.

 

In questi giorni abbiamo presentato alcuni emendamenti al Decreto ora in discussione alla Camera dei deputati con l’auspicio che questa volta il Governo ci ascolti nell’interesse di tanti nostri connazionali.

 

In un emendamento chiediamo di modificare la norma del Decreto che, così come è formulata, non consentirebbe ai giovani italiani emigrati all’estero in cerca di lavoro di potere richiedere il Reddito di cittadinanza nei casi in cui dovessero decidere di rientrare in Italia (non potendo far valere i due anni di residenza continuativa immediatamente prima della presentazione della domanda).

Lo stesso dicasi degli anziani emigrati soprattutto in Paesi dell’America Latina i quali rientrano in Italia per motivi economici o umanitari (vedere Venezuela) e volessero richiedere la Pensione di cittadinanza: anch’essi non potrebbero far valere i due anni continuativi di cui sopra.  

Con l’emendamento intendiamo dare ai nostri connazionali residenti all’estero, giovani e anziani i quali decidono di rientrare in Italia, la possibilità di richiedere il reddito e la pensione di cittadinanza se ne hanno il diritto e la necessità.

 

In un secondo emendamento chiediamo che Quota 100 (la pensione anticipata con 38 anni di contributi e 62 anni di età) possa essere applicata anche ai futuri titolari di pensione in regime internazionale senza che essi siano costretti a cessare il rapporto di lavoro all’estero come invece previsto dal Decreto (requisito questo che non potrebbe essere soddisfatto dalla stragrande maggioranza dei pensionandi all’estero i quali non potrebbero vivere con il solo pro-rata italiano).

 

Nel terzo emendamento presentato abbiamo ritenuto opportuno chiedere l’aumento dell’importo minimale stabilito per le pensioni italiane in regime internazionale dagli attuali 12 euro mensili per ogni anno di contribuzione accreditato in Italia a circa 25 euro mensili.

Non è ammissibile  infatti che a causa di una legge vecchia di 25 anni (la 335/1995), che vogliamo modificare con l’emendamento, si paghino oggi pensioni all’estero di importo assolutamente irrisorio (se non integrabili al trattamento minimo) quando i contributi sono pochi e remoti nel tempo senza che intervenga invece un adeguato meccanismo di rivalutazione. Con il nostro emendamento vogliamo restituire giustizia e dignità ai nostri pensionati all’estero.

 

Sinceramente la scarsa sensibilità dimostrata finora da questo esecutivo verso il mondo dell’emigrazione non ci fa essere ottimisti sull’esito delle nostre richieste: tuttavia da parte nostra non mancheranno responsabilità e impegno per sollecitare uno spirito di collaborazione da parte di  questo Governo.

Angela Schirò e Massimo Ungaro (deputati PD)

 

 

 

 

 

Un governo lontano dagli italiani all’estero

 

ROMA - A poco più di un anno dalle ultime elezioni una cosa è certa: il governo “giallo-verde” si sta caratterizzando per una totale avversione verso gli stranieri in Italia e gli italiani all’estero.

La maggioranza di governo è sostenuta dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle, partiti che non hanno mai dimostrato in passato grande attenzione e preoccupazione per gli italiani all’estero; a questi due partiti si è poi sommato il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero) che ha indicato Riccardo Merlo come Sottosegretario per gli Italiani nel Mondo.

Il primo atto importante di questo governo che ha riguardato gli italiani all’estero è stato il cosiddetto “Decreto Sicurezza” (meglio conosciuto come “decreto Salvini”, dal nome del leader della Lega): questo decreto considera gli stranieri che vivono in Italia e gli italiani all’estero come un problema di sicurezza pubblica e di terrorismo. I tempi per la trattazione delle domande di cittadinanza ‘ius sanguinis’ sono stati aumentati e sono state introdotte complicazioni (e aumentata la tassa!) per le cittadinanze per matrimonio.

Nessun miglioramento reale, invece, per i consolati, se si escludono le risorse economiche e umane ottenute dai governi guidati dal Partito Democratico.

I governi del PD hanno portato solo nel 2018 quasi dieci milioni di euro aggiuntivi ai consolati sudamericani e sono stati i primi ad aumentare di 300 unità le risorse umane destinate ai consolati nel mondo! Stessa storia per la lingua italiana nel mondo; anche in questo caso le attuali risorse sono state destinate dai governi Renzi e Gentiloni, ed è gravissimo che il governo attuale vada in giro per il mondo sostenendo il contrario, cioè che queste risorse sono state stanziate oggi.

Anche le altre importanti leggi approvate da questo governo, come quella sulle pensioni (la cosiddetta “quota 100”) e il reddito di cittadinanza, hanno escluso dai beneficiari proprio gli italiani nel mondo, anche quelli che rientrano in Italia per problemi economici o da Paesi in crisi umanitaria come il Venezuela.

Altro che “Prima gli italiani!”; gli italiani all’estero sono considerati “di serie B” e vengono esclusi da diritti fondamentali anche quando decidono di rientrare in Italia.

Proprio sul Venezuela, il Paese dove si sta vivendo la più grave crisi umanitaria anche per quanto riguarda la collettività italiana all’estero, il governo ha dimostrato di essere davvero distante dai nostri connazionali: unico Paese europeo, l’Italia si è rifiutata di riconoscere il Presidente Guaidò come invece chiedevano i nostri connazionali in una lettera scritta al Presidente della Repubblica Mattarella. Un affronto che i nostri concittadini in Venezuela non si meritavano e non si aspettavano.

Infine la rappresentanza degli italiani all’estero: la Lega e i 5 Stelle, riprendendo una loro vecchia proposta, vogliono diminuire da 18 a 12 (un terzo in meno!) i rappresentanti degli italiani nel mondo in Parlamento. Una vera ingiustizia, considerando che negli ultimi dieci anni il numero di italiani all’estero è invece raddoppiato e che la proporzione tra elettori italiani e parlamentari esteri era già molto bassa e penalizzante. Una proposta che fa il paio con l’abolizione del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, che in questi anni aveva svolto un importantissimo lavoro in Parlamento a sostegno delle nostre collettività nel mondo.

Dal PD a Forza Italia, tante le voci che si sono alzate denunciando questo ennesimo schiaffo agli italiani nel mondo, mentre – ancora una volta – il governo e il Sottosegretario Merlo non alzavano un dito per evitare questo scempio.

Insomma, il governo LEGA-5STELLE-MAIE si sta comportando come un nemico e non un amico degli italiani nel mondo; una grande delusione per tanti italiani all’estero che avevano riposto le speranze nella presenza al governo di uno di loro. Non ci resta che sperare nella vita breve di un esecutivo che ha portato l’Italia alla recessione economica e gli italiani all’estero di nuovo in “serie B”. Fabio Porta, coordinatore Pd Sud America 

 

 

 

 

Miracolo economico?

 

In un’Italia che ansima per mancanza del necessario, dove sono aumentati gli sfratti per morosità e le inadempienze contrattuali, i meno “abbienti” sperano di poter far conto sulle assicurazioni governative di “frenata” il costo della vita. Si penserà: meglio così che peggio. Può darsi; eppure i nostri dubbi economici ci accompagnano tuttora.

 In economia spicciola, senza confondere il suo versante politico, quello che serve è il controllo dei prezzi dei generi più comuni al consumo. Insomma, ogni eventuale contenimento fiscale potrebbe essere neutralizzato da un equivalente aumento dei prezzi dei generi d’uso comune. Vedremo come si applicherà, se si applicherà, il Contratto di Governo Di Maio/Salvini.

 

Per rimettere in moto l’economia di base la ricetta è sempre la stessa: controllo dei costi dalla produzione al consumo. Con un minor carico fiscale tra i vari passaggi. Non c’è altra via per dare un poco d’ossigeno al portafogli degli italiani. Dato che la “calmierazione” non troverebbe nessun consenso politico (chissà perché?), non resta che la verifica dei prezzi sui mercati. Con la sola politica, pur se “illuminata”, non è facile frenare il costo della vita. Sotto questo profilo, non c’è un Nord, un Centro e un Sud. C’è l’Italia. Punto e basta. Se L’attuale Governo terrà conto di questa regoletta, allora scrivere di “progetto” economico migliorativo avrebbe, forse, un senso definito.

 Insomma, vedremo se la Penisola potrà recuperare, ma non solo con le “promesse”, un profilo socialmente migliore. Certo è che passare dalle”promesse” ai “fatti” potrebbe non bastare una stagione. Le illusioni politiche sono già tramontate e con loro il miraggio di un “miracolo” economico all’italiana.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Le primarie del PD all’estero

 

La grande partecipazione popolare alle primarie del Partito Democratico, che hanno dato a Nicola Zingaretti un forte mandato di guida del partito e di ricostruzione e rinnovamento del centrosinistra, ha avuto una sua significativa proiezione anche all'estero.

 

Oltre diecimila persone hanno affrontato il disagio di non semplici spostamenti per recarsi a votare nei seggi e lo hanno fatto in tutti i continenti, nelle realtà di tradizionale insediamento emigratorio come in quelle divenute mete di nuova e qualificata mobilità.

 

Ma il dato politico più importante va sicuramente al di là della scelta tra i candidati. Esso riguarda il fatto che in un momento di crescente marginalizzazione della nuova classe dirigente italiana nel contesto internazionale e di progressivo isolamento del Paese, migliaia di persone abbiano sentito di riaffermare un legame di fiducia con l'Italia attraverso il metodo della democrazia e la disponibilità a perseguire il superamento di questo miserevole presente.

 

Le primarie del PD all'estero, dunque, non sono solo un passaggio interno di partito o un promettente segnale di rilancio di un centrosinistra rinnovato e competitivo, ma un atto di fiducia e di responsabilità verso il Paese, mentre l'attuale governo non perde occasione perché l'Italia diventi un imbarazzante caso internazionale.

Da quando gli italiani all'estero possono partecipare direttamente alla vita politica e civile del Paese, il centrosinistra e il Partito Democratico sono stati sempre i riferimenti prevalenti, perché più degli altri incarnano l'immagine di un'Italia democratica, aperta, credibile, riformatrice che può avere credito e rispetto nel concerto internazionale. La partecipazione di questo giorni, dunque, ha per noi questo più profondo significato che - ne siamo certi - il nuovo gruppo dirigente del PD e l'intero partito sapranno riconoscere e valorizzare.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

Governo giallo-verde e italiani nel mondo

 

Roma - "È l'ennesima porta in faccia, sbattuta sul muso agli italiani all'estero dal Governo giallo verde. Hanno infatti votato contro alla istituzione del Comitato degli italiani all'estero al Senato. Dopo avere cancellato il fondo cultura -  dopo avere dimezzato le risorse per gli organi di rappresentanza di base, Comites - dopo avere iniziato l'iter per una drastica riduzione dei parlamentari dall'estero. Ora i gialloverdi hanno impedito la costituzione del Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, bocciando in Aula la mozione presentata dal PD, primi firmatari Giacobbe, Garavini e altri".

"Analogamente a quanto avvenuto nelle precedenti legislature sarebbe utile disporre di un organismo ad hoc. Un comitato che analizzasse l'impatto delle leggi sugli italiani all'estero. Proponendo nuovi strumenti normativi e fiscali. Anche alla luce di specifiche contingenze di attualità come la Brexit. O la drammatica situazione del Venezuela".

"Invece il Governo ha preferito voltarsi dall'altra parte. Compreso il Maie, che tanto vanta la sua vicinanza agli italiani all'estero. Ma se la dimentica puntualmente, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti". È quanto dichiara la Senatrice Laura Garavini, intervenendo in aula sulla mozione per la istituzione del Comitato per gli italiani all'estero.

"Sottosegretario Merlo, se ci sei batti un colpo. Il Governo dice no al Comitato per le questioni dei connazionali all'estero. I cinquestelle, che all'inizio avevano aderito alla mozione PD, hanno ritirato le firme in vista del voto in Aula al Senato. Nel totale silenzio del Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo. Evidentemente i 5 stelle sono stati richiamati all'ordine dal vero titolare dell'esecutivo, ossia la Lega. Che, come è noto, è da sempre nemica degli italiani all'estero. E come al solito i pentastellati, arrivato lo stop del Carroccio, hanno obbedito senza colpo ferire. Ora ci auguriamo che almeno il Sottosegretario Merlo abbia un sussulto di dignità. E che non si presti, come gli altri suoi alleati, a spese degli italiani all'estero. Ha ancora qualche ora di tempo: si opponga a questa decisione e convinca il Governo a tornare sui suoi passi".

"Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero è l'unica sede istituzionale all'interno del Parlamento esclusivamente dedicata a chi vive al di fuori dei confini nazionali. Non possiamo privarci di uno strumento così significativo, proprio nel momento storico che stiamo attraversando. Con un numero sempre maggiore di connazionali che partono. Gli italiani nel mondo guardano a noi. E da noi si attendono risposte, anche in qualità di legislatore. I gialloverdi, invece, non fanno altro che tagliare. Prima i fondi, per lingua italiana e per organi di rappresentanza, in legge di bilancio. Ora il Comitato. Sottosegretario Merlo, faccia sentire la sua voce".

È quanto dichiarano i senatori PD Laura Garavini e Francesco Giacobbe, in vista del voto in aula della mozione Giacobbe e altri, per la istituzione del Comitato per gli italiani nel mondo al Senato. Sen. Laura Garavini

 

 

 

 

Le ingannevoli dichiarazioni del sottosegretario Merlo

 

Con i colleghi del partito democratico eletti all’estero abbiamo definito sconcertanti le dichiarazioni del Sottosegretario Ricardo Merlo (MAIE) che comunica la notizia di uno stanziamento del governo Lega-5Stelle-Maie, per il 2019, della cifra record di 50 milioni.

Personalmente trovo l’uscita di Merlo addirittura offensiva e non all’altezza di un uomo di governo.

La scorsa settimana, nell’ambito del Comitato Permanente sugli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese, riunito per l’esame della Relazione sulla riforma degli istituti italiani di cultura e gli interventi per la promozione della cultura e della lingua italiane all’estero (Anno 2017), sono intervenuta proprio sulle prospettive del Fondo, istituito dal governo di centrosinistra. Dopo aver illustrato nei dettagli le cifre messe in bilancio per gli anni 2017-2018-2019-2020 (vedi: DPCM 6/7/2017 - Individuazione degli interventi da finanziare con il fondo per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all’estero), ho chiesto al governo di esprimersi circa le prospettive del Fondo di essere rifinanziato per il 2021, visto che nel bilancio triennale approvato da questa maggioranza non c’è niente.

Anche il collega Ungaro (PD), nel suo intervento, ha ribadito la richiesta al rappresentante del Governo. Voglio precisare che senza il rifinanziamento del Fondo tutte le voci fondamentali della promozione linguistica e culturale all’estero subiranno una pesante regressione. E, ripeto, per il 2021 nel bilancio gialloverde per ora c’è un buco nero.

Il sottosegretario Merlo, in quella sede, si è riservato di rispondere in una seduta successiva. Eccola, dunque, una prima risposta! Purtroppo, però, i fatti si commentano da soli, informazioni ingannevoli e dati errati. Non occorre aggiungere altro. Angela Schirò

 

 

 

 

"Attività Comites a rischio, Governo trovi soluzione per garantirne funzionamento"

 

Roma  - "I Comites sono il punto di riferimento territorialmente più vicino agli italiani nel mondo. Ma rischiano di non poter più svolgere le proprie attività. Il loro lavoro è ormai a rischio. A causa dei tagli lacrime e sangue di questo Governo. Che, nell'ultima legge di Bilancio, ha praticamente dimezzato il budget a loro disposizione".

"I componenti dei Com.It.Es. prestano la loro opera in forma volontaria e gratuita, affrontando spesso lunghi viaggi per partecipare alle riunioni a causa delle grandi dimensioni delle singole circoscrizioni consolari. Con la diminuzione dei fondi non si riesce più nemmeno a rimborsare ai commissari le spese per i loro spostamenti. Assurdo.

Ci troviamo di fronte ad un Governo che cerca di zittire tutti gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero ed in più distorce la realtà: da un lato si vanta di aver stanziato nuove risorse per gli italiani nel mondo, quando invece gli unici fondi messi a disposizione sono quelli che avevamo previsto con i nostri Governi Pd. Fondi che loro invece hanno tagliato o non rinnovato".

"Chiediamo quindi al Governo, e in particolare al Sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo, Ricardo Merlo, di porre rimedio a questa grave situazione. Non si può fare finta di essere un Governo a cui stanno a cuore gli italiani all'estero e poi penalizzarli in continuazione". È quanto dichiara la Senatrice Pd Laura Garavini, presentando un'interrogazione al Ministero per gli Affari Esteri insieme ai colleghi Alessandro Alfieri e Francesco Giacobbe. Dip 8

 

 

 

Quali politici?

 

Questo 2019 potrebbe riservaci delle sorprese. Che siano positive o negative dipenderà dal quadro politico che si andrà a schematizzare nei prossimi mesi. Non neghiamo, oltre ogni ragionevole dubbio, che Esecutivo non abbia ancora bene evidenziato le sue intenzioni. La situazione italiana resta, comunque, precaria e l’economia stenta a recuperare le posizioni perdute. Del resto, ma lo rammentiamo ancora, il 2018 non è stato l’anno della ripresa. Semmai, potrebbe essere stato di transizione. Ma la crisi socio/economica persiste. Segno che lo stallo economico non è significantemente regredito. Ora i politici hanno da affrontare, pur se con differenti strategie, un “gap” che è ancora sotto gli occhi di tutti.

 

 I tempi che si presenteranno potrebbero essere fatali per chi ha dato fiducia a un Esecutivo ancora in “rodaggio”. I dubbi, certamente, ci sono e le incoerenze di certi politici non aiutano a sbrogliare la “matassa”. I problemi si dovrebbero affrontare; non rinviare. Invece, come per il passato, si preferisce raggirare l’ostacolo. Magari modificando il problema.

Meglio sarebbe prendere in considerazione l’Italia così com’è. Ci sono, nel Vecchio Continente, delle realtà tanto diverse dalla nostra. Ma con un problema comune: la “necessità”di concretezza. Da noi più che altrove.

 

 Insomma, per evitare guai peggiori, l’Italia dovrebbe far conto su un’economia più stabile. Ci sono, invece, delle priorità da sbrogliare e dei rapporti politici da chiarire. Vivere “alla giornata” non è più nelle corde del Popolo italiano. Se dovesse perdurare l’incoerenza nella quale viviamo, il Governo Salvini/Di Maio potrebbe solo essere causa di un deterioramento italiano anche a livello UE.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La farsa dell’aumento delle pensioni minime

 

Roma - "Abbiamo denunciato a più riprese l'esclusione dei pensionati italiani residenti all'estero dall'aumento delle pensioni minime previsto dalle nuove norme inserite dal Decreto su Reddito e Pensione di cittadinanza attualmente in discussione al Parlamento. Esclusione dovuta al requisito richiesto dei due anni di residenza continuativi in Italia al momento della presentazione della domanda per la pensione di cittadinanza". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro.

"In realtà però la presa in giro non riguarda solo i residenti all'estero ma anche i residenti in Italia. Infatti non è in programma nessun aumento delle pensioni minime a 780 euro come sbandierato ancora oggi dall'attuale Governo. Le cose stanno in maniera molto diversa: la pensione di cittadinanza, anche per coloro che ne hanno diritto, non aumenta l'importo della pensione – che resta invece invariato -  ma consiste in una integrazione al reddito familiare di durata e ammontare limitati".

"Con la pensione di cittadinanza, infatti, il nucleo familiare (che deve essere composto esclusivamente da persone over 67 non necessariamente titolari di una pensione) riceve una somma a titolo di integrazione del reddito familiare di cui non si ha completa disponibilità e che deve essere spesa utilizzando la carta acquisti di Poste Italiane; somma che deve essere consumata entro il mese di fruizione, altrimenti questa sarà ridotta del 20%".

"La pensione di cittadinanza quindi non ha nulla a che fare con le pensioni minime che quest'anno per effetto della perequazione scattata dal 1° gennaio, saranno di 513 euro. La beffa consiste nel fatto che con una comunicazione martellante ed ingannevole il Governo ha fatto credere a decine di migliaia di pensionati che sarebbero state aumentate le pensioni minime, a partire da quelle degli invalidi i quali non hanno ancora compiuto i 67 anni e che perciò non potranno richiedere il beneficio".

"Al contrario la pensione di cittadinanza non ha nulla che fare con l'integrazione al minimo delle pensioni che innalza, per chi ne ha diritto, l'importo della pensione ai 513 euro. Per fare un esempio concreto: due pensionati ultra 67enni membri di un nucleo familiare i quali percepiscono entrambi una pensione di 513 euro non potranno avere diritto alla pensione di cittadinanza (e cioè all'aumento fino a 780 euro della loro pensione) perché il loro reddito complessivo familiare supera il limite previsto dalla norma di 10.584 euro".

"Inoltre se i due pensionati avessero comunque diritto alla pensione di cittadinanza perché titolari di redditi inferiori alla soglia di 10.584 euro ma nel nucleo familiare ci dovesse essere anche una terza persona con età inferiore ai 67 anni non potrebbero farne richiesta perché il nucleo familiare deve essere composto solo di ultra 67enni. Quindi niente aumento della pensione minima ma solo un provvedimento di evidente natura propagandistica che deluderà e scontenterà tantissime persone".  Dip 14

 

 

 

 

Pensioni all’estero, seconda fase accertamento esistenza in vita

 

ROMA - Con il messaggio del 28 febbraio 2019, n. 815, l’Inps  comunica di aver avviato la seconda fase dell’accertamento dell’esistenza in vita per il pagamento delle pensioni, nel 2018 e 2019, ai pensionati residenti in: Sud America; Centro America; Nord America; Asia; Medio ed Estremo Oriente; Paesi Scandinavi; Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi.

Questa fase della verifica, affidata a Citibank, oltre ai beneficiari di pensioni di nuova liquidazione, comprende i soggetti residenti nelle sopra indicate aree geografiche, non comprese nel primo blocco dell’accertamento (ad esempio, Brasile) e successivamente trasferitisi in Paesi già oggetto di controllo (ad esempio, Francia).

Le attestazioni dovranno pervenire a Citibank entro il 15 giugno 2019. Il pagamento della rata di luglio 2019, per coloro che non abbiano attestato in tempo l’esistenza in vita, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale entro il 19 luglio, il pagamento della pensione sarà sospeso a partire dalla rata di agosto 2019.

Nei casi in cui non sia possibile disporre il pagamento presso le agenzie Western Union del Paese di residenza, i pagamenti delle pensioni intestate a soggetti che non avranno prodotto la prova di esistenza in vita entro il 15 giugno 2019 saranno sospesi a partire dalla rata di luglio 2019.

 

Siamo consapevoli che in un anno di Governo, e nonostante le mirabolanti promesse, non è ragionevolmente ipotizzabile “cambiare il mondo”, come era stato annunciato – dichiarano i Parlamentari PD Estero Angela Schirò, Massimo Ungaro, Laura Garavini -. Pur tuttavia un anno è un tempo più che sufficiente per individuare e analizzare i problemi più urgenti ed avviare un abbozzo di attività per la loro soluzione. Ma dopo un anno di Governo gialloverde e con un sottosegretario agli Esteri che dovrebbe rappresentare lo strumento attivo per la tutela dei diritti del mondo dell’emigrazione, in particolare in America Latina, i problemi e le aspettative dei nostri connazionali in quel continente, in materia di previdenza, assistenza, fisco e sanità, sono stati in gran parte disattesi o ignorati.

 

Ci riferiamo a questioni sociali concrete (per evitare il ricorso ad una sterile propaganda politica) da affrontare e risolvere. Non c’è traccia invece nell’attività di Governo, per esempio, dell’avvio di trattative per il rinnovo  degli accordi bilaterali di sicurezza sociale oramai obsoleti ed inefficaci (vedi Argentina, Brasile, Stati Uniti, Uruguay e Venezuela) o per la stipula di nuovi accordi (vedi Cile, Perù, Ecuador, Colombia, Costa Rica, Messico, etc.); non è stata avviata alcuna riflessione (nella legge di stabilità per il 2019 e nei decreti collegati) sulla necessità di introdurre una sanatoria degli indebiti previdenziali che colpiscono quasi 100.000 pensioni in convenzione  o di rivedere il meccanismo di calcolo delle pensioni in convenzione marchiate dalla vergogna di importi irrisori; non sembra rientrare nell’agenda di lavoro di questo Governo una revisione delle numerose convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni fiscali che invece paradossalmente consentono la tassazione concorrente (ne sanno qualcosa i nostri connazionali che vivono, per esempio, in Brasile, in Canada, in Francia) o di stipulare nuovi accordi fiscali con Paesi come il Perù dove vivono importanti comunità italiane; è scomparsa (o meglio, non è stata mai inserita) nel calendario dei lavori una valutazione sull’opportunità di esentare i nostri connazionali dal pagamento di imposte e tasse ingiuste come l’IMU, la TASI e la TARI, il Canone RAI e le addizionali regionali e comunali; è assolutamente inesistente la semplice idea di  tutelare le nuove mobilità attraverso la stipula di accordi bilaterali di assistenza sanitaria con i Paesi extraeuropei in modo da non costringere gli italiani in uscita e in entrata a dover ricorrere a onerose polizze assicurative o di garantire le cure urgenti ospedaliere gratuite anche agli italiani nati all’estero che rientrano temporaneamente in Italia; inoltre un Governo attento e sensibile alle questioni sociali dei lavoratori emigrati si attiverebbe con impegno per consolidare e migliorare gli incentivi fiscali ai giovani lavoratori espatriati che desiderano rientrare in Italia e per eliminare la piaga della doppia imposizione fiscale a carico dei giovani espatriati i quali producono reddito all’estero ma non sono iscritti all’AIRE; ed infine a fronte della drammatica ripresa delle migrazioni sarebbe idoneo elaborare politiche e istituire strumenti per accompagnare e gestire con responsabilità e sensibilità il preoccupante fenomeno.

 

È prassi diffusa degli esponenti di questo Governo – concludono difendere le proprie manchevolezze accusando i Governi precedenti, ma dopo un anno di inattività nel settore auspicheremmo un impeto di disponibilità e reattività al fine di ripristinare nell’agenda di lavoro la tutela dei diritti sociali dei lavoratori emigrati. Da parte nostra continueremo a sollecitare un maggiore impegno e ad offrire il nostro contributo. De.it.press

 

 

 

 

 

L’associazionismo

 

Dopo sessant’anni d’impegno pubblicistico al servizio dei Connazionali all’estero, ci slamo resi conti che solo dando corpo a una sorta d’associazionismo partecipativo si potrebbe tentare di ritrovare la “via” italiana in Europa e nel mondo. Con la premessa che anche la Democrazia è una medicina che ha da essere presa in dosi concretamente assimilabili. Riteniamo, quindi, che la nostra riflessione sia percorribile e compatibile con i seguiti che ci serberà questa Terza Repubblica nata nell’incertezza.

 

 Quello che è da esaltare, per meglio farlo intendere, sarebbe la partecipazione di tutti gli italiani, ovunque residenti, al varo di un polo politico che consenta di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale; quelli che limitano la presa di coscienza per un’autonomia che ha da essere difesa nel pieno rispetto della soggettività e con la partecipazione di tutti all’organizzazione politica della Penisola.

 

 Quindi, siamo per un progetto che tenga ben conto che dietro il Paese c’è un Popolo con tutte le sue necessità e il diritto di rivedere una democrazia partecipativa. Nei modi e nei termini che potranno essere dibattuti in questa fase di “limbo” politico dove contano solo i “numeri” per garantire quella che s’identifica nella maggioranza di Governo. Non basta, a nostro avviso, investire altri per la tutela dei nostri diritti. Ci vuole una più spedita e consapevole partecipazione.

 

 Con le finalità che saremo in grado d’evidenziare al momento del varo di un Associazionismo Socio/Politico partecipativo. Cioè un movimento d’opinione impostato su quei parametri che abbiamo, in questo nostro primo intervento, sommariamente richiamato. Lasciamo ai Lettori lo spazio per un franco confronto. Pur col tempo, ci attendiamo le opinioni di chi, in questi anni, ha seguito, ma non solo per necessità, il tracollo progressivo di un associazionismo che ha dimostrato di non essere più efficiente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I giovani italiani nel mondo sono scesi in piazza per richiamare l’attenzione sui cambiamenti climatici

 

ZURIGO - L’energia, l’immediatezza e i sogni giovanili difficilmente sono contenibili. Spesso le aspirazioni dei giovani costituiscono la leva sulla quale nascono e maturano i cambiamenti epocali, diventando sparti acqua tra il passato e il futuro; innescano il cambiamento di storie, costumi e tradizioni. Va da se che le ragioni delle rivolte giovanili nascono da profondi mutamenti sociali, dalla ricerca di libertà e giustizia che li spingono a ricercare a tutte e latitudini l’emancipazione dei diritti affermandone i principi universali, posti alla base della convivenza all'interno della società moderna.

Oggi i giovani reclamano un futuro messo in discussione dal logoramento ambientale e dallo sfruttamento eccessivo delle

materie prime. Questi sono i giovani d’oggi in rivolta, come li avrebbe facilmente descritti Albert Camus. Oggi è in discussione l’esistenza dell'uomo sul pianeta, ne va del  futuro dei giovani, convintamente veggenti, ansiosi di invertire la rotta diretta verso un punto di non ritorno, perché vedono più lontano degli  attuali “padroni” del destino dell'umanità.

Oggi mi sono rallegrato e ho condiviso con spirito emotivo la manifestazione dei giovani zurighesi, e tra loro  ho riconosciuto con ampia soddisfazione  numerosi “millenias” italiani, che hanno dato vita a un lunghissimo corteo snodatosi nelle vie del centro trasmettendo apprensione e paure verso l’indifferenza di chi è sordo rispetto ai richiami della natura, è cieco riguardo alle continue catastrofi climatiche ed è muto e nega l’evidenza di un irreparabile declino verso il D-day.

La sensibilizzazione sui mutamenti climatici avanzata negli ultimi tempi con naturalezza da Greta Thunberg, la giovane studentessa svedese, ha contagiato le giovani generazioni a livello mondiale e con grande meraviglia ha acceso i riflettori sui rischi ambientali ai quali  bisognerà celermente porre rimedio.

 

Non bisogna lasciare questa giovane generazione sola nella loro lotta, non dobbiamo girare lo sguardo indietro, recuperiamo il tempo passato ricordandoci della gioventù passata, quando salivamo sulle barricate a rivendicare un mondo migliore. Le giovani generazioni a ragione lo rivendicano anche per chi, oramai ha i capelli brizzolati e coscientemente si rende conto, che così non si può più andare avanti perché un mondo migliore e diverso è possibile.

Bisogna crederci fino in fondo, ribaltare l’incuranza e impegnarsi a maggior ragione quando le sfide diventano impervie, le strade si fanno tortuose e gli obiettivi sembrano irraggiungibili. E’ questo anche la motivazione che spinge il Consiglio generale degli italiani all’estero a creare una rete mondiale di giovani italiani, ai quali affidare prossimamente il testimone per nuove avventure e per dar lustro al nostro paese al cospetto dei profondi mutamenti geopolitici, che forgeranno la nuova civiltà. A Palermo, dove dal 16 al 19 aprile prossimo si ritroveranno oltre cento giovani italiani provenienti da diversi continenti, al centro delle loro discussioni ci sarà il futuro, le storie che li accomunano e il rapporto che hanno e che vorranno avere con l’Italia.

Michele Schiavone, Segretario Generale del Cgie 

 

 

 

 

Brexit, Billi (Lega): audizione Ministro Moavero sui recenti sviluppi

 

“Oggi ho presieduto all’audizione a Commissioni riunite, Esteri e Affari Europei, del Ministro degli Esteri Moavero a riguardo dell’andamento della Brexit” dichiara l’on.Simone Billi, unico eletto nella Coalizione di Centro Destra per la Lega Salvini Premier in Europa “il Governo ha fatto un ottimo lavoro, concretizzato con il recepimento da parte dell’Amministrazione britannica della nostra principale istanza: la tutela della comunità italiana residente nel Regno Unito.”

“Abbiamo monitorato e fatto pressione sulle Istituzioni Europee e Britanniche, anche tramite diversi incontri con il Commissario Europeo Barnier, l’Ambasciatrice britannica in Italia Jill Morris ed i nostri eurodeputati” dichiara l’On.Billi “il Comitato per gli Italiani all’Estero, da poco insediato nell’ambito della stessa Commissione Esteri sta già lavorando per aggiornare ed informare la comunità italiana in loco” prosegue l’On.Billi, presidente del Comitato “a tal fine abbiamo previsto innumerevoli iniziative, tra cui una prima audizione informativa già effettuata sui nuovi permessi di soggiorno Settled-Status.”

“Il Comitato continuerà a supportare la Comunità Italiana in UK insieme alla Commissione Esteri, a quella Politiche Europee e nell’ambito dell’Indagine Conoscitiva da poco aperta come ulteriore strumento a supporto delle iniziative sulla Brexit” precisa il presidente Billi “rinnovo la disponibilità del Comitato a lavorare con il Ministro Moavero nell’interesse della nostra Comunità.”

“Non esiste uno scenario catastrofico, non fomentiamo allarmismi o paure, ha esordito il Ministro rispondendo alle domande dei parlamentari presenti, esiste uno scenario di uscita con accordo, uno senza accordo e uno, meno probabile, in cui la GB ritorni sulla propria decisione e non esca nella UE” l’On.Billi riassume così l’intervento del Ministro Moavero “per quanto riguarda l’Italia non devo esserci dubbi, esiste una task-force, creata dal precedente e intensificata dall’attuale Governo, di cui fanno parte tutti i Ministeri, che si riunisce a Palazzo Chigi per seguire la Brexit in dettaglio.”

“Il Regno Unito esce dall’Unione Europea - dichiara il Ministro - non esce dall’Europa, intesa anche come sistema di alleanze.”

“Ringrazio il Ministro Moavero ed il suo Ministero, il Governo e la Commissione Esteri per il lavoro fin qui svolto a riguardo della Brexit” conclude l’On.Billi “considerando chiaramente che il Governo Italiano non è direttamente coinvolto nelle trattative con il Regno Unito, ma solo “indirettamente” tramite i propri euro-parlamentari.” Dip 14

 

 

 

 

 

Allarme della Coldiretti: “Senza i migranti stagionali i raccolti della frutta sono a rischio”

 

Cuneo - «C’è il rischio di non avere manodopera per la campagna agraria di quest’anno. Serve con urgenza l’approvazione del decreto flussi che regola l’arrivo dei lavoratori dall’estero»: lanciano l’appello le organizzazioni agricole della Granda. Gli immigrati che arrivano per l’impiego stagionale rappresentano un quarto della forza lavoro secondo Coldiretti, e, senza di loro, il settore va in crisi. L’anno scorso furono 1100 gli extracomunitari, un numero considerato «insufficiente a coprire tutte le richieste».

«Anche nella nostra provincia - commenta il delegato confederale di Coldiretti Cuneo, Roberto Moncalvo - sono essenziali in molti comparti agricoli, dalla viticoltura nell’Albese, alla frutticoltura nel Saluzzese e nel Fossanese, fino all’orticoltura nel Braidese». «Al ritardo nella pubblicazione del decreto, che sollecitiamo con urgenza - aggiunge -, si sommano ulteriori adempimenti burocratici che rallentano l’arrivo dei lavoratori». Una giungla di autorizzazioni: dal nullaosta dello sportello unico per l’immigrazione, al parere della questura e dell’ispettorato del lavoro, oltre al rilascio del visto d’ingresso dell’ambasciata.

Il ritardo è oggettivo, visto che lo scorso anno il cosiddetto «clic day», con le domande via Internet, fu il 31 gennaio, senza contare che dalla presentazione della domanda trascorrono settimane prima che i lavoratori possano essere operativi. E quest’anno il clima mite dell’inverno sta facendo maturare prima frutta e verdura.

«Il lavoro stagionale degli extracomunitari nelle nostre campagne ha un duplice valore – osserva Tino Arosio, direttore di Coldiretti Cuneo -: l’agroalimentare cuneese senza quei lavoratori sarebbe più povero; l’opportunità di lavoro che il nostro sistema agricolo offre a quei ragazzi è motivo di speranza. Siamo consapevoli che si debbano migliorare la sistemazione abitativa dei lavoratori stagionali. Da parte nostra porteremo avanti l’esperienza dei campi accoglienza, mentre le nostre imprese incrementano il numero di abitazioni a disposizione dei braccianti.Su questo versante vanno incrementate le risorse regionali di sostegno».

Claudio Conterno, presidente di Cia Cuneo: «Questo percorso di regolarizzazione è sempre più difficile, ma è essenziale. Occorre che si prenda una decisione con urgenza perché se non ci saranno le regolarizzazioni in tempi utili il rischio è che le imprese si aggiustino in altro modo come avveniva anni fa. Nessuno vuole tornare al lavoro nero in questo settore». LS 10

 

 

 

 

Pagamento delle prestazioni all’estero: avvio della seconda fase di accertamento dell’esistenza in vita anni 2018-2019

 

“Con il messaggio n. 4077 del 2/11/2018 sono state fornite indicazioni sull’avvio della prima fase dell’accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati per gli anni 2018-2019 e sui tempi e modalità con cui tale verifica generalizzata è condotta da Citibank quale fornitore del servizio di pagamento delle prestazioni INPS all'estero.

Ciò premesso, si comunica che Citibank ha avviato la seconda fase dell’accertamento dell’esistenza in vita per i pensionati residenti in Sud America, Centro America, Nord America, Asia, Medio ed Estremo Oriente, Paesi Scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi precedentemente esclusi, con la spedizione di circa 128.000 plichi contenenti la lettera esplicativa e il modulo di attestazione.

Poiché tale verifica generalizzata è condotta da Citibank, si sottolinea che i criteri adottati per la suddivisione per aree geografiche si riferiscono ai dati di residenza registrati negli archivi della Banca stessa.

Si specifica che in questa ulteriore fase della verifica sono stati compresi anche i seguenti gruppi di pensionati, anche se residenti in aree geografiche diverse da quelle citate:

beneficiari di pensioni di nuova liquidazione non compresi nella prima fase dell’accertamento;

soggetti esclusi dalla precedente fase della verifica in quanto residenti nelle sopra indicate aree geografiche non comprese nel primo blocco dell’accertamento (ad esempio, Brasile) e successivamente trasferitisi in Paesi oggetto di controllo nella prima fase (ad esempio, Francia);

soggetti non compresi nella prima fase in quanto risultano irreperibili nei registri anagrafici italiani: a tali soggetti il plico sarà spedito all’indirizzo presente negli archivi di Citibank.

Al contrario, per evitare la reiterazione dell’invio delle richieste di attestazione dell’esistenza in vita, sono stati esclusi i soggetti che nel corso della precedente fase dell’accertamento hanno variato il proprio domicilio e che sono già stati sottoposti a verifica nella prima fase.

Infine, poiché è stato reso operativo l’accordo che l’Istituto ha stipulato con Zaklad Ubezpieczen Spolecznych (ZUS), per scambiare telematicamente informazioni relative al decesso di pensionati comuni, si fa presente che sono stati esclusi dalla richiesta di fornire la prova annuale di esistenza in vita i beneficiari di trattamenti pensionistici titolari anche di prestazioni pensionistiche a carico dello stesso ZUS.

Analogamente alle verifiche generalizzate dell’esistenza in vita condotte negli scorsi anni, i moduli standard e alternativi di attestazione dell’esistenza in vita, una volta compilati dai pensionati e controfirmati da un testimone accettabile unitamente alla documentazione di supporto, dovranno essere inviati alla casella postale “PO Box 4873 Worthing BN99 3BG, United Kingdom".

Inoltre, potranno essere spediti al suddetto indirizzo anche eventuali certificazioni di esistenza in vita emesse da Istituzioni pubbliche locali, a condizione che le medesime costituiscano valida attestazione dell’esistenza in vita ai sensi della legge del Paese di residenza del pensionato. In tali casi, per facilitare la gestione delle procedure di validazione dell’attestazione, è necessario che le certificazioni rilasciate da Autorità locali siano inviate a Citibank unitamente al modulo di attestazione dell’esistenza in vita predisposto dalla stessa Citibank, compilato dal pensionato.

Considerati i tempi necessari per il recapito delle richieste ed al fine di assicurare ai pensionati un lasso di tempo adeguato per adempiere all’onere di produrre la prova di esistenza in vita, le attestazioni dovranno pervenire a Citibank entro il 15 giugno 2019.

Il pagamento della rata di luglio 2019, per coloro che non attesteranno l’esistenza in vita nel predetto termine, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza e, in caso di mancata riscossione personale o di mancata produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il giorno 19 luglio, il pagamento della pensione sarà sospeso a partire dalla successiva rata di agosto 2019.

Nei casi in cui non sia possibile disporre il pagamento presso le agenzie Western Union del Paese di residenza, i pagamenti delle pensioni intestate a soggetti che non avranno prodotto la prova di esistenza in vita entro il 15 giugno 2019 saranno sospesi a partire dalla rata di luglio 2019.

 

Con riferimento ai pensionati residenti in Brasile, si rende noto che Western Union si avvale delle locali agenzie del Banco do Brasil per la riscossione personale da parte dei pensionati che devono per tale via provare l’esistenza in vita.

Precisato che ai soggetti interessati Citibank invierà una comunicazione personalizzata in cui saranno descritti gli adempimenti necessari per la riscossione della rata di luglio 2019, secondo le indicazioni fornite dalla Banca i pensionati già titolari di un conto di risparmio presso il Banco do Brasil potranno riscuotere in contanti detta mensilità presentandosi personalmente agli sportelli dell’agenzia presso cui intrattengono un rapporto di conto, esibendo un valido documento d’identità personale.

Nei casi in cui il beneficiario non sia titolare di un conto di risparmio presso il Banco do Brasil, lo stesso dovrà aprire un nuovo conto presso una agenzia di tale banca, comunicando che il conto è utilizzato unicamente ai fini della riscossione personale di una prestazione pensionistica erogata da un Ente all’estero. Citibank ha comunicato che l’apertura di tale conto di risparmio non comporterà costi a carico del pensionato. Per tale operazione le agenzie del Banco do Brasil richiederanno la seguente documentazione: documento d’identità personale in corso di validità; CPF - Cadastro de Pessoa Física – (codice identificativo del numero di tassazione, corrispondente al codice fiscale italiano); INOS documento da cui si rilevi l’indirizzo (es. bolletta).

Prodotta tale documentazione e sottoscritto il modulo di apertura del conto di risparmio, il pensionato potrà riscuotere la mensilità di luglio 2019, completando in questo modo il processo di verifica. A questo proposito, si evidenzia che, ultimato l’accertamento tramite la riscossione personale, il pensionato avrà la facoltà di estinguere, in qualsiasi momento, il rapporto di conto di risparmio aperto presso il Banco do Brasil.

 

Si ricorda che in attesa che vengano recapitate le comunicazioni personalizzate di attestazione dell’esistenza in vita ai pensionati coinvolti nella seconda fase della verifica, gli operatori di Patronato abilitati da Citibank al “Portale Agenti” possono già generare autonomamente il modulo standard e quello alternativo per la prova di esistenza in vita e caricare direttamente sul sistema informatico di Citibank le copie in formato elettronico dei moduli debitamente completati e sottoscritti dai soggetti interessati e, a seconda dei casi, della documentazione di supporto.

Inoltre, gli operatori di Patronato abilitati potranno caricare a sistema anche le certificazioni di esistenza in vita emesse da enti pubblici locali, a condizione che le medesime costituiscano valida attestazione dell’esistenza in vita ai sensi della legge del Paese di residenza del pensionato.

Riguardo ai pensionati residenti in Canada, Stati Uniti, Australia e Regno Unito, si sottolinea che saranno accettate da Citibank le attestazioni di esistenza in vita prodotte in forma telematica dagli operatori di patronato che, previa verifica da parte della Banca del possesso della qualifica di testimone accettabile, sono autorizzati ad accedere alle specifiche funzionalità del portale predisposto dalla stessa Citibank.    

Come sempre, costituiranno valida prova dell’esistenza in vita le attestazioni inviate tramite portale web dai funzionari delle Rappresentanze diplomatiche italiane, autorizzati ad attestare l’esistenza in vita dei pensionati su indicazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Infine, per tutto quanto non specificato nel presente messaggio si fa rinvio alle indicazioni riportate nel citato messaggio n. 4077/2018”. (Inform)

 

 

 

 

Tutelare ricercatori e docenti dagli errori dell’agenzia delle entrate

 

Roma - "Una falsa interpretazione della legge Controesodo da parte dell'Agenzia delle Entrate sta provocando la pretesa di ingiusti rimborsi erariali a danno di „cervelli" rientrati dall'estero. Bisogna porre rimedio in fretta perchè si tratta di un errore che rischia di provocare l'effetto esattamente inverso a ciò che la legge si proponeva". Lo dichiarano i parlamentari Pd eletti in Europa Garavini, Schirò ed Ungaro.

"È di questi giorni la notizia che l'Agenzia delle Entrate sta richiedendo a ricercatori e docenti (rientrati in Italia in virtù delle agevolazioni previste dalla legge n. 78 del 2010) di rimborsare gli sconti fiscali di cui hanno beneficiato nel corso degli anni. Vengono richieste cifre anche ingenti adducendo come motivazione il fatto che non ne avrebbero avuto diritto in quanto non iscritti all'AIRE. Proprio perchè non iscritti all'AIRE sarebbero da considerarsi fiscalmente residenti in Italia anche se svolgevano all'estero attività di ricerca o docenza (e per quest'ultimo motivo non possono essere considerati lavoratori che trasferiscono dall'estero in Italia la loro residenza fiscale").

"Il problema nasce da interpretazioni tardive e retroattive, fornite dall'Agenzia delle Entrate nel 2017 sulla legge Controesodo (del 2010) sul rientro dei ricercatori e dei docenti. (Tali interpretazioni si trovano nella Risoluzione n. 146 del 2017 e nella Circolare n. 17 del 2017). La legge non prevedeva espressamente il requisito dell'Iscrizione all'AIRE. Prevedeva semplicemente il fatto che gli interessati al beneficio dovessero essere stati residenti all'estero in maniera non occasionale".

"Dunque il Fisco italiano dopo aver attratto cervelli italiani e concesso le agevolazioni fiscali previste dalla legge per un totale di 4 anni cambia le carte in tavola, interpreta la legge in maniera restrittiva e punitiva e chiede il rimborso degli sconti fiscali concessi alcuni anni orsono, applicando anche severe sanzioni. Che senso ha tutto ciò se non quello di far scappare di nuovo all'estero i nostri ricercatori e docenti? Riteniamo sia necessario un celere intervento amministrativo da parte delle autorità competenti e/o un intervento legislativo del Governo per sanare questa situazione e tutelare gli interessi dei nostri lavoratori rientrati in Italia".

"Già nel 2010, su proposta del Pd, come legge bipartisan, il Parlamento aveva approvato la legge Controesodo, con l'obiettivo di sostenere lo sviluppo economico, scientifico e culturale del Paese. Anche successivamente, i Governi italiani che si sono succeduti hanno previsto e concesso numerose agevolazioni fiscali a favore dei soggetti espatriati che trasferiscono la residenza in Italia per svolgervi un'attività di lavoro. Queste agevolazioni concepite per attrarre risorse umane in Italia e per far rientrare "cervelli" e lavoratori specializzati sono consistite nella riduzione dell'imponibile fiscale fino al 90%. La misura ha effettivamente attratto migliaia di lavoratori i quali sono rientrati in Italia anche in ragione del consistente sconto fiscale che spesso li ha convinti a lasciare attività e lavori gratificanti all'estero". Dip 7

 

 

 

 

EU-Parlament fordert weitere Maßnahmen gegen Desinformation und Fake News

 

 

Das EU-Parlament hat am Mittwoch eine Entschließung verabschiedet, in der vor Propaganda- und Desinformationskampagnen im Vorfeld der EU-Wahlen gewarnt wird.

 

Das Europäische Parlament hat am Mittwoch eine Entschließung verabschiedet, in der vor Propaganda- und Desinformationskampagnen im Vorfeld der EU-Wahlen gewarnt wird. Dabei werden Russland, China, der Iran und Nordkorea als Hauptgefahrenquellen genannt.

Die mit 489 zu 148 Stimmen (bei 30 Enthaltungen) angenommene Empfehlung verurteilt entschieden die „zunehmenden aggressiven Tätigkeiten“ gegen europäische Länder sowie die östlichen Nachbarländer der EU.

Die EU-Parlamentarier wollen insbesondere „für die Desinformationskampagnen Russlands sensibilisieren“, da diese „die wichtigste Quelle für Desinformation in Europa darstellen“.

Die Resolution war von Anna Fotyga verfasst worden. Die polnische EU-Abgeordnete (Europäische Konservative und Reformer) führt den Vorsitz im Unterausschuss für Sicherheit und Verteidigung des Parlaments.

 

Das Jahr 2018 war unter anderem vom kompletten Scheitern der russisch-europäischen Beziehungen geprägt. Dies konnte unwiderrufliche Folgen für die eurasische Ordnung haben, meint Liudmila Kotlyarova.

Desweiteren wird ein stärkerer Fokus der EU auf feindliche Propaganda gefordert, die darauf abziele, „Grundsätze der europäischen Demokratien und die Souveränität aller Länder der Östlichen Partnerschaft [zu] untergraben.“

Kurz zuvor hatte eine groß angelegte Studie der Bürgerrechtsorganisation Avaaz gezeigt, dass Fake News, die während der französischen Gelbwestenproteste zirkulierten, über 105 Millionen Zugriffe auf Facebook erreichten. Frankreich selbst hat etwas mehr als 30 Millionen aktive Facebook-Nutzer.

„Über 100 Millionen Views zu gefälschten Nachrichten. Diese große Zahl zeigt, wie sehr die Gelbwesten mit Desinformationen infiziert sind,“ kommentierte Christoph Schott, Campaign Director bei Avaaz.

Er fügte hinzu, die „Alarmglocken“ sollten jetzt in ganz Europa schrillen, wobei die bevorstehenden EU-Wahlen „der ultimative Stresstest für das Immunsystem unserer Demokratien“ seien.

Task Force gegen Desinformation

Im Jahr 2015 war eine spezielle Task Force gegen russische Desinformationskampagnen als Teil des Europäischen Außendienstes eingerichtet worden.

Die sogenannte East StratCom hat jedoch nur 15 Mitarbeiter. Der Fotyga-Bericht mahnt daher ihre Weiterentwicklung in ein „vollwertiges Referat“ an. Dies würde auch dazu beitragen, das Bewusstsein für die Desinformationskampagnen Russlands zu schärfen.

Seit ihrer Gründung hat die East StratCom Task Force laut eigener Statistik über 5.000 Fälle von Desinformation zu verschiedenen Themen aufgedeckt. Die EU-Abgeordneten fordern nun jedoch, dass eine größere Bandbreite an Informationsquellen sowie Sprachen abgedeckt werden müsse.

 

Die EU-Kommission will noch vor der Europawahl im Mai 2019 ein Abwehrsystem gegen Desinformationskampagnen aufbauen.

Nach der Abstimmung betonte Fotyga, die EU könne „nicht mehr leugnen, dass unsere Institutionen und Gesellschaften von der feindlichen Propaganda des Kremls betroffen sind.“

Die europäische Antwort hänge von „widerstandsfähigen Gesellschaften, transparenten Medien und der Förderung des Pluralismus ab – während wir gleichzeitig Schritte unternehmen, um sicherzustellen, dass wir Zensur vermeiden.“

Wahlkampfregelungen

Bei einer Abstimmung am Dienstag hatte das Europäische Parlament darüber hinaus neue Regeln für den Wahlkampf verabschiedet, um Datenmissbrauch im Vorfeld der Europawahlen Ende Mai zu verhindern.

Die neuen Vorschriften, die mit 586 Stimmen bei 55 Gegenstimmen und 24 Enthaltungen verabschiedet wurden, sehen finanzielle Sanktionen gegen paneuropäische politische Parteien und Stiftungen vor, die wissentlich personenbezogene Daten im Rahmen ihrer Europawahlkämpfe illegal verwenden.

Die Behörde für europäische politische Parteien und Stiftungen wird befugt sein, entsprechende Sanktionen zu verhängen. Dazu gehören Strafzahlungen oder auch der Ausschluss von EU-Fördermitteln.

Danuta Hübner (EVP), Vorsitzende des Ausschusses für auswärtige Angelegenheiten des Parlaments, zeigte sich zufrieden: „Die neuen Bestimmungen zielen darauf ab, den Wahlprozess vor Online-Desinformationskampagnen zu schützen, die auf dem Missbrauch der personenbezogenen Daten der Wähler beruhen. Ich freue mich, dass es uns gelungen ist, dieses Dossier so zügig voranzubringen.“

 

Die EU sollte dazu bereit sein, weitere Sanktionen gegen Russland zu verhängen, wenn das Land weiterhin gegen das Völkerrecht verstößt, fordert das EU-Parlament.

Die Abgeordneten forderten außerdem, dass Social-Media-Unternehmen, Messaging-Dienste und Suchmaschinenanbieter gesetzlich stärker reguliert werden müssten. Auch in diesem Zusammenhang warnten sie allerdings gleichzeitig vor der Gefahr der Zensur und erklärten, dass Maßnahmen zur Blockade von Social Media-Konten „gesetzlich gerechtfertigt“ sein und transparent in Zusammenarbeit mit der Zivilgesellschaft durchgeführt werden müssen.

Damit sollen neue Skandale wie der um Facebook und die Beratungsfirma Cambridge Analytica vermieden werden. Cambridge Analytica hatte während des Wahlkampfes zum Brexit-Referendum personenbezogene Daten von Millionen von Facebook-Nutzern ohne deren Einwilligung gesammelt.

Alexandra Brzozowski, EA 15

 

 

 

 

EU-Statistikbehörde. Zahl der Asylbewerber in Europa geht weiter zurück

 

Die Zahl der Asylsuchenden in der Europäischen Union ist 2018 im Vergleich zum Vorjahr um mehr als 10 Prozent gesunken. Syrer, Afghanen und Iraker stellten weiterhin die größten Herkunftsgruppen dar.

Im Jahr 2018 haben 580.800 Asylsuchende Schutz in der Europäischen Union beantragt. Das waren elf Prozent weniger als im Vorjahr, als 654.600 Menschen erstmals in der EU Asyl beantragt hatten. Wie die Statistikbehörde der Europäischen Union in Luxemburg, Eurostat, am Donnerstag weiter mitteilte, betrug die Zahl weniger als die Hälfte des Spitzenwerts von 2015, als fast 1,3 Millionen Asylbewerber registriert wurden.

Syrer, Afghanen und Iraker stellten auch im vergangenen Jahr die größten Staatsangehörigkeitsgruppen dar, die in EU-Mitgliedstaaten Schutz suchten. Sie machten zusammen fast 30 Prozent aller erstmaligen Asylbewerber aus.

Fast drei von zehn Asylbewerbern stellten ihren Antrag in Deutschland. Mit 161.900 registrierten erstmaligen Asylbewerbern im Jahr 2018 verzeichnete Deutschland den Angaben zufolge 28 Prozent aller erstmaligen Asylbewerber in den EU-Mitgliedstaaten. Darauf folgten Frankreich (19 Prozent), Griechenland (elf Prozent), Spanien (neun Prozent) und Italien (acht Prozent). (epd/mig 15)

 

 

 

 

Europa jetzt richtig machen – aber wie?

 

Annegret Kramp-Karrenbauers Entwurf für die Zukunft Europas stößt auf Uneinigkeit. Kritiker befürchten eine Schwächung der europäischen Zusammenarbeit.

 

„Wir warten schon sehr lange auf ein klares deutsches Konzept für die Zukunft Europas“, schreibt Christian Moos, Generalsekretär der Bürgerinitiative Europa-Union Deutschland (EUD), am Montag, 11. März, in einer Stellungnahme. Für den Inhalt der Zukunftsvision von CDU-Parteichefin Annegret Kramp-Karrenbauers hat er aber vor allem Kritik übrig: Etwa daran, dass Kramp-Karrenbauer der direkten Zusammenarbeit einzelner Regierungen so viel Raum gibt, sie beschrieb die intergouvernementale- und der Gemeinschaftsmethode als gleichwertig. Die Verstärkung der intergouvernementalen Beschlussfindung führe zu „Intransparenz und Blockaden“ und schwäche das EU-Parlament. Stattdessen fordert er die Zusammenarbeit der Mitgliedsstaaten innerhalb der europäischen Institutionen.

Dieselbe Kritik kommt auch von Robert Habeck, dem Bundesvorsitzenden der Grünen: Bislang sei es immer die Linie der CDU/CSU gewesen, Europa in den Institutionen zu einen und nach vorne bringen, sagte er bei einer Pressekonferenz am Montagnachmittag in Berlin. Den Vorschlag nennt er eine „Schwächung der europäischen Institutionen und damit eine Schwächung der europäischen Demokratie.“ Es müsse erkennbar sein, wer die Verantwortung für bestimmte Entscheidungen trage. Mit einer Stärkung intergouvernementaler Absprachen habe Europa keine Chance mehr, als Verantwortungsgemeinschaft wahrgenommen zu werden.

Gemeinsamer Binnenmarkt für Banken

Eine knappe Woche nach dem jüngsten EU-Reformvorstoß von

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron hat CDU-Parteichefin Annegret

Kramp-Karrenbauer am Sonntag, 10. März, ihre eigenen Vorstellungen als Antwort vorgelegt. In einem Gastbeitrag für die „Welt am Sonntag“ umschreibt Kramp-Karrenbauer unter dem Titel „Europa jetzt richtig machen“ ihr Konzept für die künftige Zusammenarbeit in der Europäischen Union. Dabei widerspricht sie Macrons Forderungen nach einer Europäisierung der Sozialsysteme und des Mindestlohns – dies wäre „der falsche „Weg“.

Unter anderem schlägt Kramp-Karrenbauer die Schaffung eines „gemeinsamen

Binnenmarkts für Banken“ vor. „Gleichzeitig müssen wir konsequent auf ein

System von Subsidiarität, Eigenverantwortung und damit verbundener Haftung

setzen“, schreibt die CDU-Vorsitzende und warnt: „Europäischer Zentralismus,

europäischer Etatismus, die Vergemeinschaftung von Schulden, eine

Europäisierung der Sozialsysteme und des Mindestlohns wären der falsche Weg.“

Auch in Umweltfragen setzt die CDU-Chefin auf Europa. So schwebt ihr ein

europäischer Pakt für Klimaschutz vor, der unter Einbindung europäischer und

nationaler Akteure gemeinsam zwischen Wirtschaft, Beschäftigten und

Gesellschaft ausgehandelt werden solle. Zudem fordert sie, Steuerschlupflöcher

zu schließen und eine an dem Modell der OECD orientierte digitale Besteuerung

einzuführen.

 

Gegen die nächste Finanzkrise

Potentielle Möglichkeiten zur Zusammenarbeit könnte es mit Hinblick auf Kramp-Karrenbauers Vorschlag zum Binnenmarkt für Banken geben, so Robert Habeck weiter. „Wenn damit gemeint ist: eine Vollendung der Bankenunion, eine gemeinsame Einlagensicherung, mehr Stabilität für den Euro, dann willkommen im Klub.“

Er befürchte jedoch, dass das nicht gemeint sei, sondern es schlicht um gleiche Spielregeln im Wettbewerb gehe. Statt eine Vergemeinschaftung der Schulden zu diskreditieren, fordert Habeck mehr europäische Solidarität im Währungsraum. Schließlich sei es im deutschen Interesse, dass der Binnenmarkt und der Euro funktioniert. Nationale Finanzpolitik auf Kosten der süd- und osteuropäischen Staaten könne nicht der richtige Weg sein.

Jens Geier, Vorsitzender der SPD-Europaabgeordneten, wünscht sich währenddessen die Entwicklung eines Eurozonenbudgets und die Koordinierung durch eine EU-Finanzministerin oder einen Finanzminister. Diese könnten „Bollwerke“ gegen die nächste Finanzkrise werden. Im Allgemeinen nennt er Kramp-Karrenbauers Pläne für die EU einen „harten Rückschritt in vergangene Jahre“, die CDU-Vorsitzende könne sich die EU nicht jenseits von nationalstaatlichen Konzepten vorstellen, sagt er in einer Presseaussendung.

Der Wirtschaftsrat der CDU hält dagegen, dass Europa genau diesen Gegenentwurf zu Macrons Plänen brauche. Etwa dürfe die Erneuerung Europas „nicht aus staatlichen Eingriffen und einer vermehrten Umverteilung bestehen“, so Generalsekretärs Wolfgang Steiger auf Anfrage von Euractiv. Denn die Währungsunion könne nur dann funktionieren, wann die nationalen Finanz- und Wirtschaftspolitiken ein „hinreichendes Maß an Wettbewerbsfähigkeit sicherstellen.“ Der Schlüssel dazu liege in der Besinnung auf Markt, Wettbewerb und Subsidiarität.

Auch Eric Schweitzer, Präsident des Deutschen Industrie- und Handelskammertag (DIHK), betont gegenüber Euractiv, dass es mehr konkrete Antworten brauche, wie der Binnenmarkt weiterentwickelt werden kann. Macron schenke ihm zu wenig Aufmerksamkeit, Kramp-Karrenbauer bleibe zu vage. „Die Wirtschaft braucht zur Stabilisierung der EU eine Vollendung der Bankenunion, nicht sinnvoll ist hingegen eine Vergemeinschaftung aller nationalen Staatsschulden“, sagt er.

Als Bereich, in dem europäische Lösungen notwendig seien, nennt Steiger die Verteidigungs- und Sicherheitsunion, inklusive der Integration des europäischen Rüstungsbinnenmarktes. Hier sei die deutsch-französische Zusammenarbeit entscheidend. Außerdem brauche die EU eine gemeinsame Klimapolitik und der Vertiefung der Energieunion, um die Versorgungssicherheit zu gewährleisten und Europa unabhängig von Importen zu machen, so Steiger.

Paris reagiert nüchtern

Bundeskanzlerin Angela Merkel lobte am Montag Kramp-Karrenbauers Vorstoß am Montag als „sehr gutes Konzept für die Zukunft“. Sie finde es „sehr gut“, dass die CDU-Vorsitzende in dem aufkommenden Europawahlkampf die Positionen ihrer Partei „noch einmal markiert hat“, sagte die Kanzlerin. Auch Regierungssprecher Steffen Seibert und CDU-Generalsekretär Paul Ziemiak betonten in Berlin die Übereinstimmung der Kanzlerin

und der CDU-Vorsitzenden in der Europapolitik.

Am selben tag erfolgte die nüchterne Antwort aus Paris: Regierungssprecher

Benjamin Griveaux sagte nach einer Kabinettssitzung unter Leitung Macrons, es gebe

offenbar in drei Punkten Meinungsunterschiede. Griveaux verwies auf die ablehnende Haltung der CDU-Chefin zu einem europäischen Mindestlohn, wie ihn Macron angeregt hat. Auch Kramp-Karrenbauers Forderung nach einer Aufgabe des EU-Parlamentssitzes in Straßburg und nach einem gemeinsamen EU-Sitz im UN-Sicherheitsrat teile die Regierung in Paris nicht, betonte der Sprecher.

Nichtsdestotrotz, Moos von der Europa-Union sieht in der aktuellen Diskussion eine bedeutende Weichenstellung im Vorfeld der deutschen Ratspräsidentschaft im zweiten Halbjahr 2020: „Es ist wichtig, einen möglichst breiten Konsens über die Zukunft Europas herzustellen.“ Alicia Prager EA 12

 

 

 

 

„Friday for Future“: und wer rettet das vergiftete politische Klima?

 

Weltweit ist die Politik Geisel der multinationalen Konzerne, gesteuert von Finanzspekulanten, die eine Geldmasse ausschließlich für ihre Profite hin- und herbewegen. Gelder, denen keine konkreten Werte oder Produkte mehr entsprechen, also eine virtuelle aber an sich zu 90 % wertlose  „fiat money“, die lediglich dazu dient, ganze Staaten als Schuldner in vollkommener Abhängigkeit von Banken und Fonds zu zwingen, als Diener von angeblich „ausgleichenden selbst regulierenden“ aber doch total manipulierten „Märkten“, die Götter dieser neoliberalen Weltreligion.

Ein so vergiftetes Klima kann nur die bekannten Resultate produzieren: Leute wie Trump in den USA und Diktatoren auf dem Aufmarsch überall, die als eifrige Diener der Waffenkonzerne diese mit immer stärkeren Investitionen mit Steuergeldern beglücken.

Für die Menschheit ist dieses vergiftete politische Klima unvergleichbar gefährlicher als die zweifellos in einigen Jahrzehnten sich anbahnende verheerende Klimakatastrophe.

Das entscheidende Prinzip bei der Lösung von Problemen ist immer die Erkennung der Ursachen und deren folgerichtige Bekämpfung, und zwar nach Prioritäten. Und genau dies vermissen wir bei den Schulstreiks vom Typ „Friday for Future“.

In den 60er und 70er Jahren demonstrierten Studenten nicht einfach gegen „den Krieg“ in Vietnam, sondern gegen die eigenen Regierungen, die diesen Krieg der USA als willfährige Vasallen befürworteten und unterstützten. Daher waren die Reaktionen der Politiker verbittert und gewaltsam, sie schickten nicht Grußbotschaften sondern die Polizei und ließen Demonstranten niederknüppeln. Heute dagegen hat die Naivität der Demonstranten ihr Pendant in der Heuchelei der Politiker. Man ändert die Verhältnisse nicht, indem man „für das Klima“ demonstriert, sondern nur wenn man „gegen die Klimazerstörer“ kämpft. Dieser Gedanke ist  leider bei den Freitagsdemonstranten noch nicht  angekommen.

Und noch weniger die weitere logische Schlussfolgerung über Ursachen und Wirkung: Die in Millionen Jahren entstandenen Fossil-Ressourcen werden seit des Beginn der Industrierevolution unkontrolliert ausgebeutet, so dass sie  in wenigen Jahrhunderten erschöpft sein werden und dabei wird das Klima der Erde für Jahrtausende zerstört.

Dass etwas dagegen getan werden soll, ist bis auf wenige Betonköpfe von allen politischen Akteuren anerkannt und sogar beschworen: aber es sind nur Lippenbekenntnisse, denn offensichtlich kann man nicht gleichzeitig der Umwelt und den rücksichtslosen Ausbeuter der Fossil-Energien dienen, die Parteien finanzieren und überall konkret entscheiden, wer an die Macht kommt und was er /sie dort bitte zu tun hat.

Daher die Täuschung der Jugend: wohlwollend befürworten alle Politiker die „Friday for Future“ Schülerstreiks. Den Gipfel der Heuchelei hatten wir in Davos, wo eine arme Schülerin als Feigenblatt von den Mächtigen der Finanzwelt, also von den Klimazerstörern, missbraucht wurde.

Der Chef der EU Kommission, Jean-Claude Junker, hat die arme Greta in Brüssel sogar mit Handkuss empfangen (https://www.welt.de/wirtschaft/article189170629/Greta-Thunberg-nennt-Jean-Claude-Juncker-indirekt-einen-Schurken.html). Ich konnte dabei den Gedanken nicht unterdrücken, und musste an Judas Kuss im Gethsemane Garten denken: Bilder sind nämlich starke Botschaften  und bleiben, die kritische Rede dieses Mädchens  wird leider bald vergessen sein, falls sie überhaupt von der breiten Masse der Wählern wahrgenommen wurde. Weltweit zielte die Berichterstattung darüber eher darauf, allgemein die Ängste der Jugend für eine ungewisse Zukunft zu thematisieren, und die ziellose und politisch total ungefährliche Freitagsdemonstrationen zu befürworten.

Denn nach allen Lobpreisungen und leeren Versprechungen für das Klimaengagement der Jugend, werden die Politiker weiterhin so verfahren wie bisher: sie trösten die Wähler mit kontinuierlichen Klima-Gipfeltreffen, im gleichen Rhythmus wie die Erasmus-Partys der  Studenten, und auch die Schüler werden allmählich ihre fröhliche kermesse-ähnliche Freitagsdemonstrationen aufgeben. Das Bild der Klima-Ikone Greta wird vielleicht kommerziell ausgebeutet und auf T-Shirts enden, das gleiche wie mit dem Bild von Che Guevara  getan wurde. Und die Welt geht weiter der Katastrophe entgegen, wie das Narrenschiff. Das befürchtete kann also nicht auf dieser Weise vermieden werden, „mors certa, hora incerta“, aber in diesem Fall ist selbst noch die Art des Weltuntergangs unbekannt: atomarer Weltkrieg oder Klimadesaster. Vielleicht aber beide zusammen, denn die Ursache ist die gleiche: das Kapitalistische System als Weltherrschaft über die Menschheit. Die Rettung für Klima und Menschheit ist nur durch eine radikale Veränderung dieses selbstzerstörerischen Systems möglich, also mit einer echten Demokratisierung der politischne Vertretungen in der ganzen Welt, ohne Illusionen, dass Übernationalen Vertretungen wie z.B. die EU oder ähnliche nicht demokratisch gewählte Gremien Problemen lösen, wofür in jedem Staat gekämpft werden muss, und nicht nur mit Schülerndemonstrationen.

Graziano Priotto, Prag/Konstanz (de.it.press)

 

 

 

 

Kein Entkommen

 

Ökologische Fragen sind soziale Fragen. Daran entscheidet sich die Zukunft der Sozialdemokratie. Von Johano Strasser

 

Ökologische Probleme sind fast immer auch soziale Probleme. Reiche und Superreiche, die in Villenvierteln und gated communities wohnen und übers Wochenende in die letzten verbliebenen Inseln unberührter Natur jetten, werden sich noch für einige Zeit von der Zerstörung der Biosphäre freikaufen können. Normalverdiener haben diese Möglichkeit nicht. Sie sind darauf angewiesen, dass in ihrer unmittelbaren Wohnumgebung das Wasser trinkbar und die Luft atembar bleibt, dass sich die Lärmbelästigung in Grenzen hält, Parks und Naherholungsgebiete, öffentliche Kommunikationsräume und ein funktionierendes öffentliches Verkehrssystem verlässlich zur Verfügung stehen.

Auch wenn gelegentlich der Eindruck besteht oder mutwillig erweckt wird, es handele sich bei ökologischen Fragen um ein Steckenpferd verwöhnter Mittelschichten, so sind es doch vor allem die sogenannten kleinen Leute, die vom ökosozialen Umbau profitieren. Ihre Lebensqualität hängt ganz wesentlich von der Verfügbarkeit öffentlicher Güter ab. Wenn, ja, wenn die sozialen Kosten, die jede Veränderung mit sich bringt, früh erkannt, angemessen bedacht und gerecht verteilt werden.

Die SPD ist schon länger eine Partei, die sich nicht nur der sozialen, sondern auch der ökologischen Probleme annimmt. So zumindest besagt es das Grundsatzprogramm. In der politischen Praxis gelingt es ihr aber noch zu selten, die beiden Problembereiche miteinander zu denken und daraus eine überzeugende Fortschrittspolitik entstehen zu lassen. Darum erscheinen die Sozialdemokratie und auch Gewerkschaften in den großen ökologischen Konflikten wie der Energie- und Verkehrspolitik oft als halbherzig, zuweilen gar als Bremser des längst von einer Mehrheit der Bevölkerung als unabweisbar angesehenen ökologischen Umbaus. Davon profitieren die Grünen, die das Aus für die Kohleverstromung und die Sperrung der großen Städte für den Autoverkehr fordern, weil sie in den Augen der Wählerinnen und Wähler als mutiger und konsequenter gelten.

Doch kann sozialdemokratische Politik auch nicht einfach heißen „raus aus der Kohle, raus mit den Autos aus unseren Städten“. Sozialdemokratinnen und Sozialdemokraten müssen zugleich dafür sorgen, dass die im Tagebau und in der Kohleverstromung, in der Automobilwirtschaft und in den Zulieferbetrieben arbeitenden Menschen nicht ins Bodenlose fallen. Dasselbe gilt übrigens auch für die Masse der kleinen Bauern, wenn es jetzt an den aus ökologischen Gründen unumgänglichen Umbau der Agrarwirtschaft geht.

Man kann es der SPD nicht vorwerfen, dass sie die sozialen Konsequenzen des notwendigen ökologischen Umbaus mit bedenkt und daher allzu simplen Antworten gegenüber skeptisch ist. Man kann ihr aber durchaus vorwerfen, dass sie nicht schon viel früher die notwendige Umstrukturierung in diesen Sektoren eingeleitet hat, um einen sanfteren und sozial weniger verlustreichen Übergang einzuleiten, wie es Sozialdemokraten wie Erhard Eppler oder die Mitglieder der Grundwerte-Kommission der Partei seit vielen Jahren fordern.

Das alte wachstumsorientierte Fortschrittskonzept ist nicht mehr haltbar, das lässt sich heute nicht mehr leugnen. Der Klimawandel ist die Flammenschrift an der Wand, die auch Sozialdemokraten aufschrecken sollte. Aber war das alte Fortschrittskonzept früher wirklich eine überzeugende und tragfähige Grundlage sozialdemokratischer Politik? Schon 1975 hatte der amerikanische Ökonom Fred Hirsch in seinem Buch über „Die Sozialen Grenzen des Wachstums“ auf verteilungspolitische Aspekte des herkömmlichen Fortschritts hingewiesen. Sein Argument: Bei dem wachsenden Anteil von Positionsgütern am Konsum wird die Mehrheit der Konsumenten bei dem Versuch, die Konsumpioniere einzuholen, immer öfter um die erhofften Gratifikationen betrogen. Denn diese hängen gerade davon ab, dass sie in gewisser Weise exklusiv sind.

Man kann dies an einigen eingängigen Beispielen verdeutlichen: Wenn schließlich auch Normalverdiener sich ein Häuschen im Grünen leisten können, wohnen sie nicht mehr gleichzeitig in der Nähe des städtischen Kulturzentrums und mit Blick auf die Rehwiese, sondern in einer endlosen Agglomeration; wenn Arbeiterinnen, Arbeiter und Angestellte sich einen eigenen Wagen leisten können, wird das Fahrzeug immer öfter zum Stehzeug, weil in der morgendlichen und abendlichen Rush Hour sowie zu Beginn und am Ende der Ferien die Straßen meistens verstopft sind. Der lakonische Kommentar von Fred Hirsch: „Wenn alle sich auf die Zehenspitzen stellen, sieht keiner besser.“

In der Tat beruht ein erheblicher Teil des modernen Konsums auf einer Statuskonkurrenz, bei der die große Mehrheit der Menschen nichts zu gewinnen hat. Darum ist das gerade unter Sozialdemokraten oft gehörte Argument, das wirtschaftliche Wachstum müsse unter allen Umständen weitergehen, damit die kleinen Leute sich auch einmal gönnen könnten, was heute nur den Reichen zugutekomme, auf fatale Weise falsch. Die große Mehrheit kann ihre Lebenssituation in der vermeintlichen Aufholjagd des Statuskonsums gar nicht verbessern; sie kann nur gewinnen, wenn sie in gemeinsamer – politischer! - Anstrengung ihre Lebens- und Arbeitswelt nach ihren Bedürfnissen gestaltet.

Der sozialökologische Umbau erweist sich schließlich auch als ein wesentliches Moment einer nachhaltigen Friedenspolitik. Nur durch eine radikale Erhöhung der Energie- und Stoffeffizienz und den Aufbau einer ökologischen Kreislaufwirtschaft kann eine sich heute bedrohlich abzeichnende Ära ruinöser Ressourcenkriege verhindert werden. Willy Brandt und Egon Bahr bewahrten einst mit ihrer Ost- und Entspannungspolitik die Welt des 20. Jahrhunderts vor einem neuen großen Krieg und einer möglichen nuklearen Katastrophe. Heute wäre unter den veränderten Bedingungen des 21. Jahrhunderts eine neue friedenspolitische Anstrengung nötig, die energische Schritte zur Lösung der ökologischen Frage zur Voraussetzung hat.

Für die Sozialdemokratie ergibt sich beim Thema ökosozialer Umbau eine große, vielleicht ihre letzte große Chance. Wenn sie begreift, dass das heute alles beherrschende Thema der Ökologie im Kern ein linkes und damit ihr Thema ist, kann sie noch einmal zu einer großen politisch gestaltenden Kraft werden – in der Bundesrepublik, in Europa, vielleicht sogar darüber hinaus. Bleibt es aber bei Halbheiten, gelingt es der Sozialdemokratie nicht, ihre traditionelle Orientierung an der gleichen Freiheit aller konzeptionell mit den ökologischen Fragen zu verbinden, könnte sie tatsächlich auf längere Sicht als ernstzunehmende politische Kraft verschwinden. Ipg 12

 

 

 

Abschottung gelungen. Brüssel zieht vier Jahre nach Flüchtlingshoch Bilanz

 

Die Zahl der Menschen, die ohne Papiere in die EU einreisen, ist im Vergleich zu den Spitzenwerten von 2015 auf ein Zehntel gesunken. Insofern zieht Brüssel eine positive Bilanz. Es gebe aber „strukturelle Probleme“.

 

Knapp vier Jahre nach dem Höhepunkt des Flüchtlingsmigration sieht die EU-Kommission noch immer Probleme in der Migrationspolitik. Europa sei zwar nicht mehr von einer „Krise“ wie 2015 betroffen, es gebe aber nach wie vor strukturelle Schwierigkeiten, erklärte Vizekommissionschef Frans Timmermans am Mittwoch in Brüssel. Derzeit beträgt die Zahl „irregulärer“ Neuankömmlinge laut Kommission nur rund ein Zehntel der Spitzenwerte von 2015, der „Migrationsdruck“ halte jedoch an.

Dringender Handlungsbedarf besteht Brüssel zufolge im ganzen Mittelmeerraum. Da die Zahl der Einreisen über die westliche Mittelmeerroute erheblich gestiegen sei, müsse Marokko beim Grenzmanagement weiter unterstützt werden, und die Verhandlungen über Rückübernahme und Visaerleichterungen müssten wiederaufgenommen werden. In Libyen müssten die „katastrophalen Bedingungen“ für Migranten verbessert und mehr Menschen aus Lagern herausgeholt werden. Im östlichen Mittelmeer solle Griechenland eine nationale Strategie festlegen, um unter anderem die Unterbringung Schutzsuchender zu verbessern. Ferner dringt die Kommission auf Regelungen für die Ausschiffung, damit nicht wie in der Vergangenheit Schiffe mit Geretteten wochenlang keinen Hafen in Europa finden.

Keine Selbstkritik

Selbstkritik war in Brüssel nicht zu vernehmen. Menschenrechtsverletzungen in Marokko, Libyen oder in Griechenland sind meist verursacht von der Abschottungspolitik der EU. Mit zahlreichen Ländern auf dem afrikanischen Kontinent hat die EU Abmachungen geschlossen, wonach Flüchtlinge an der Weiterreise nach Europa aufgehalten werden sollen. Die Menschen werden verhaftet oder in Sammellagern untergebracht, in denen Menschenrechte missachtet werden. Internationale Menschenrechtsorganisationen erheben sogar Foltervorwürfe.

Mit Blick auf neue EU-Asylgesetze spricht sich die Kommission für ein schrittweises Vorgehen aus. Hintergrund sind mehrere Gesetzesvorhaben etwa zu den Unterbringungsbedingungen für Flüchtlinge, die in Brüssel erarbeitet wurden und von EU-Parlament und Mitgliedstaaten bald verabschiedet werden könnten. Es gibt aber Widerstände, das zu tun, bevor nicht beim Kernvorhaben Dublin-Reform Einigkeit herrscht. Die Dublin-Verordnung regelt, welches Land für Asylbewerber zuständig ist. Bei dem Reformplan, die Länder im Süden der EU zu entlasten und die Verantwortung gerechter zu verteilen, hat zwar das EU-Parlament seine Position schon lange festgelegt. Unter den EU-Regierungen ist das Thema aber blockiert.

Seehofer für Auftrennung von EU-Asyl-Paket

Am Donnerstag plädierte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) dafür, den Plan fallenzulassen, das „Gemeinsame Europäische Asylsystem“ (GEAS) auf einen Schlag zu verabschieden. Er sei dafür, Teile herauszulösen und noch vor Ende der Legislaturperiode Fortschritte zu machen, sagte Seehofer vor einem Treffen der europäischen Innenminister in Brüssel. „Es wäre gut, wenn die Europäischen Union in dieser wichtigen Frage Handlungsfähigkeit zeigen würde“, erklärte er.

Die EU-Kommission drängt die Mitgliedstaaten auch dazu, mehr legale Migration zuzulassen. „Legale Migrationswege halten davon ab, irreguläre Ausreisemöglichkeiten zu nutzen, und sind ein wichtiger Faktor, wenn es darum geht, die Ansiedlung in der EU in erster Linie über eine geordnete und bedarfsorientierte Migration zu ermöglichen“, hieß es.

Initiative für humane Flüchtlingspolitik

Derweil fordern mehrere Sozialverbände aus Frankreich und Deutschland, in der EU-Flüchtlingspolitik das individuelle Asylrecht zu sichern. „Das individuelle Asylrecht ist ein Menschenrecht und darf nicht eingeschränkt werden“, heißt es in einer „Pariser Erklärung“, wie die Diakonie am Donnerstag mitteilte. Auch müsse Europa seiner Verantwortung für die Fluchtursachen gerecht werden.

Die EU-Länder müssten sich auf eine Politik verständigen, die die Interessen der Flüchtlinge wie auch die Situation der Mitgliedstaaten an den Außengrenzen berücksichtigt, heißt es in der Erklärung. Es sei an der Zeit, dass sich zivilgesellschaftliche Akteure etwa aus Vereinen, Verbänden und anderen Organisationen wie auch in den Städten gemeinsam öffentlich äußern, um eine humane Flüchtlingspolitik einzufordern.

Die Unterzeichner rügen zudem, dass die Mitgliedsstaaten und die EU derzeit nur Einigkeit auf dem kleinsten gemeinsamen Nenner zeigten: der stärkeren Überwachung und Absicherung der Außengrenzen und Verlagerung der Schutzverantwortung in Richtung Dritt-, Transit- und Herkunftsstaaten.

(epd/mig 8)

 

 

 

Wie wird man zum Champion?

 

Die europäische Industrie muss innovativer werden. Die Aushebelung der Fusionsregeln ist dafür der falsche Weg. Von Patrick Rey, Jean Tirole

 

Die Entscheidung der Europäischen Kommission, die geplante Fusion der Zug-Sparten von Alstom und Siemens zu untersagen, war für die beiden Unternehmen eindeutig ein Schlag. Auch für die französische und die deutsche Regierung, die sich stark für den Zusammenschluss eingesetzt hatten, bedeutet es einen herben Rückschlag.

Verärgert über die Entscheidung wollen Frankreich und Deutschland nun die EU-Fusionsregeln neu formulieren und den Mitgliedstaaten mehr Mitspracherecht bei geplanten Zusammenschlüssen geben. Aber obwohl ein solcher Ansatz verlockend erscheinen mag, wäre Europa gut beraten, die Durchsetzung der Wettbewerbspolitik nicht seinen Politikern zu überlassen.

Die Befürworter der Fusion zwischen Alstom und Siemens brachten vor, dass ein europäischer Champion für Hochgeschwindigkeitszüge geschaffen würde, der mit dem chinesischen Bahn-Riesen CRRC konkurrieren kann, der auf seinem großen, weitgehend abgeschotteten Heimatmarkt tätig ist und – den Unterstützern des Deals zufolge – seine Präsenz in Europa bald verstärken könnte. Doch diese Fusion war kein Selbstläufer, der die Eisenbahnindustrie der EU unweigerlich global wettbewerbsfähiger gemacht hätte. Schließlich dominieren Alstom und Siemens bereits ihre jeweiligen nationalen Märkte für Signalanlagen und Hochgeschwindigkeitszüge.

Nötig ist eine stärkere Handels- und Auftragsvergabepolitik der EU, nicht die Schwächung ihrer Wettbewerbspolitik.

Die Befürworter der Fusion nannten das Projekt „Railbus“, in Anspielung auf die Gründung des europäischen Flugzeugherstellers Airbus im Jahr 1970. Aber während Airbus ein neuer Herausforderer für Boeing war, das damals quasi eine Monopolstellung auf dem Luftverkehrsmarkt innehatte, hätte der Zusammenschluss von Alstom und Siemens die Zahl der Akteure in der europäischen Eisenbahnindustrie verringert.

Es stimmt, dass sich Europa der Herausforderung durch China und die Vereinigten Staaten stellen muss. Die 20 größten Hightech-Unternehmen der Welt sind entweder chinesisch oder amerikanisch, und das Gleiche könnte in ein oder zwei Jahrzehnten durchaus auch für den Gesundheitssektor zutreffen, wenn man die Entwicklungen in den Bereichen künstliche Intelligenz, Big Data und Genetik betrachtet. Aber diese chinesisch-amerikanische Dominanz spiegelt viele Faktoren wider, und europäische Mega-Fusionen allein werden das Gleichgewicht nicht wiederherstellen. Und obwohl Alstom und Siemens verständlicherweise frustriert sind über ihren fehlenden Zugang zum großen chinesischen Markt für Hochgeschwindigkeitszüge, ist hier ein Streitbeilegungsverfahren im Rahmen der Welthandelsorganisation nötig oder eine stärkere Handels- und Auftragsvergabepolitik der EU, nicht die Schwächung ihrer Wettbewerbspolitik.

Dennoch kündigten die französischen und deutschen Wirtschaftsminister am 19. Februar einen gemeinsamen Plan zur Überarbeitung der EU-Fusionsregeln an, um die Schaffung europäischer Industriechampions zu ermöglichen. Würde von der Europäischen Kommission verlangt, andere Aspekte wie die globale Präsenz von Unternehmen zu berücksichtigen, könnte dies im Widerspruch zu ihrem bestehenden Mandat stehen, EU-Bürgerinnen und -Bürger zu schützen. Schließlich hat die Kommission das Geschäft zwischen Alstom und Siemens vor allem blockiert, weil sie ernsthafte Bedenken hatte, dass es zu höheren Preisen für Signalanlagen und Hochgeschwindigkeitszüge in Europa führen könnte.

Nationale Politiker könnten versucht sein, die Ausnahmefälle weit zu fassen, um eine Fusion zu unterstützen, die sie befürworten.

Der neue deutsch-französische Vorschlag würde den Mitgliedstaaten das Recht einräumen, sich in „genau definierten Fällen“ über die kartellrechtlichen Entscheidungen der Kommission hinwegzusetzen. Aber nationale Politiker könnten versucht sein, solche Fälle weit zu fassen, um eine Fusion zu unterstützen, die sie befürworten. Auch wenn gewählte Amtsträger das übergeordnete Mandat der EU-Wettbewerbsbehörden festlegen sollten, sollte die Durchsetzung in den Händen des EU-Wettbewerbskommissars und der Generaldirektion Wettbewerb bleiben.

Dafür gibt es mehrere gute Gründe.

Erstens werden Politiker durch intensive Lobbyarbeit von Großunternehmen und Industrieverbänden beeinflusst, die möglicherweise eher daran interessiert sind, den Wettbewerb einzuschränken als ihn zu fördern. Auf vergleichbare Weise hatte politischer Druck zuvor Kreditbooms durch eine laxe Bankenaufsicht und großzügige geldpolitische Bedingungen begünstigt, was letztlich zur Zentralbankunabhängigkeit führte. Und in netzgebundenen Branchen wie Telekommunikation oder Energie tendieren Politiker dazu, künstlich niedrige Verbraucherpreise zu begünstigen, was Investitionen abschrecken kann (aus diesem Grund haben die USA Anfang des 20. Jahrhunderts unabhängige Richter mit der Überwachung der Rentabilitätsregulierung öffentlicher Versorgungsunternehmen betraut.)

Die Kommission hat 2017 lediglich zwei Fusionen blockiert, keine im Jahr 2018 und seit Erlass der EU-Fusionskontrollverordnung im Jahr 1990 weniger als 30.

Zweitens, selbst wenn gewählte Beamte einem solchen Lobbyismus widerstehen würden, würden sie nicht unbedingt bessere Entscheidungen treffen als die EU-Behörden derzeit. Der Generaldirektor für Wettbewerb verfügt über engagierte Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter, zu denen rund 30 promovierte Ökonomen gehören, die sich auf Wettbewerbsfragen spezialisiert haben. Es ist zweifelhaft, ob die Ministerien der nationalen Regierungen in Berlin, Paris oder anderen europäischen Hauptstädten bereit oder in der Lage wären, ein vergleichbar geballtes intellektuelles Potenzial aufzubieten.

Und abschließend ist die Behauptung unbegründet, die Wettbewerbsbehörde der EU mische sich zu stark ein. Das Gegenteil ist der Fall: Die Europäische Kommission genehmigt die Mehrheit der Fusionen, ohne Unternehmen zu verpflichten, Abhilfemaßnahmen zu ergreifen, um wettbewerbsrechtliche Bedenken auszuräumen. Im Jahr 2018 etwa genehmigte die Kommission 370 Fusionen ohne Auflagen und weitere 23 mit Auflagen (oder „Zusagen“) – in den meisten Fällen nach einer einmonatigen Untersuchung. Die Kommission hat 2017 lediglich zwei Fusionen blockiert, keine im Jahr 2018 und seit Erlass der EU-Fusionskontrollverordnung im Jahr 1990 weniger als 30.

Politische Frustration über die Ablehnung einer einzigen – wenn auch hochkarätigen – Fusion ist kein guter Grund, die langjährige, unabhängige Wettbewerbsbehörde der EU zu untergraben. Glücklicherweise kann es in Europa noch Raum für Industriepolitik geben, vorausgesetzt, es handelt sich nicht um die traditionelle französische Praxis, dass die Gewinner von Ministern ausgewählt werden. Ein besserer Ansatz wäre eine Politik auf EU-Ebene, die an die Erfolge von Ländern wie Südkorea und den USA anknüpft. In Amerika haben beispielsweise die Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), die National Science Foundation und die National Institutes of Health allesamt Technologien des 21. Jahrhunderts hervorgebracht.

Ein solcher Ansatz steht nicht im Widerspruch zur Wettbewerbspolitik der EU, sondern würde dazu beitragen, die europäische Industrie produktiver und global wettbewerbsfähiger zu machen. Um dieses Ziel zu erreichen, sind die nationalen Politiker Europas von den täglichen Wettbewerbsentscheidungen fernzuhalten.

Aus dem Englischen von Sandra Pontow. PS/IPG 7

 

 

 

 

The Capitals: Macron, Europa, Neubeginn

 

The Capitals versorgt Sie mit Nachrichten aus ganz Europa – dank des EURACTIV Netzwerks. Heute u.a. mit dabei: Reaktionen auf Macrons Europa-Visionen.

 

EURACTIV-NETZWERK: Der Aufruf des französischen Präsidenten Emmanuel Macron „für einen Neubeginn in Europa“ ist mit gemischten Gefühlen aufgenommen worden. Einige begrüßten die Vorschläge zur Reform der EU, andere blieben distanziert oder beschuldigten Macron, „unrealistisch“ zu sein oder Europa für seine eigenen politischen Ziele zu nutzen.

In Europas Osten hat Macron definitiv eine Diskussion über die Zukunft Europas ausgelöst: Obwohl einige Vertreter aus den Visegrád-Ländern scheinbar aus Prinzip nicht mit Macron übereinstimmen, sahen viele seine Intervention als Chance, den Wahlkampf und die Debatte über Europa zu eröffnen.

Der Mehrheit nach sollte diese Debatte allerdings nicht zu mehr, sondern zu weniger Europa führen.

In Deutschland begrüßte der Spitzenkandidat der EVP, Manfred Weber, Macrons Vorschlag, die EU-Verträge zu ändern. Beispielsweise solle das Einstimmigkeitsprinzip abgeschafft werden. Außenminister Heiko Maas sagte im Gespräch mit EURACTIVs Medienpartner Der Tagesspiegel, Macrons Vorstoß komme in Anbetracht der anstehenden Europawahlen zu einem wichtigen Zeitpunkt und gebe „sehr wertvolle Impulse“.

Im Gegensatz zur Politik steht die deutsche Wirtschaft Macrons Vorstellungen hingegen reserviert gegenüber. Der Wirtschaftsrat der CDU erklärte, Macron spreche von Freiheit, meine in Wirklichkeit aber „noch mehr Institutionen, Bürokratie und Protektionismus“. Insgesamt seien seine Vorstellungen von Europa geprägt von „Vorschriften, Verboten, Protektionismus und neuen Institutionen“, heißt es in einer Erklärung.

Im Vereinigten Königreich wurde Macrons offener Brief verhalten aufgenommen, wobei sich Politiker und Berichterstatter eher auf seine jüngste Kritik am Brexit als auf die Pläne für eine EU-Reform konzentrierten. Henry Newman, Vorsitzender des Think-Tanks Open Europe, der vielen konservativen Ministern nahesteht, warnte Macron, seine „Arroganz“ berge die Gefahr, „die Probleme Europas zu verschärfen statt sie zu lösen“ und „Gräben zu vertiefen, statt sie anzugehen“.

Für die osteuropäischen Länder bietet Macrons Aufruf eine Gelegenheit, vor den EU-Wahlen im Mai klare Grenzen zwischen pro- und antieuropäischen Positionen zu ziehen.

In Polen sagte der EU-Abgeordnete Ryszard Legutko von der rechtskonservativen PiS, Macrons Vorschläge zeigten, dass „die andere Seite“ (also liberale oder linke Parteien) in „Panik“ sei. Der Vorschlag für eine Agentur zum Schutz der Demokratie klinge indes „beängstigend“.

Aus der Opposition hat sich bisher kein Politiker öffentlich zum Thema geäußert. Der polnische EU-Ratspräsident Donald Tusk unterstützte den französischen Präsidenten jedoch und tweete: „Alle, die sich für die EU interessieren, sollten während und nach den EU-Wahlen zusammenarbeiten. Die Wiedergeburt Europas muss jetzt beginnen.“

Der Premierminister der Tschechischen Republik Andrej Babiš bezeichnete Macrons Visionen derweil als „völlig von der Realität losgelöst“. Er kritisierte weiter: „Ich habe festgestellt, dass, wenn Frankreich von „mehr Europa“ spricht, es in der Tat „mehr Frankreich“ meint. Das ist nicht der richtige Weg. Wir sind in Europa alle gleichberechtigt.“

In der Slowakei begrüßte der sozialdemokratische Premierminister Peter Pellegrini die Vorschläge von Macron, während die konservative Oppositionspartei SaS sie als „Schaden“ für Europa bezeichnete. Es überrasche nicht, dass insbesondere die Forderung nach Flüchtlingsquoten von rechts kritisiert wird; die SaS habe solche Quoten bisher entschieden abgelehnt, berichtet EURACTIV Slowakei. Darüber hinaus sehe man auf Seiten der Konservativen zu viel „zusätzliche Bürokratie“ in Macrons Vorschlägen.

Etwas überraschend kam hingegen die Unterstützung des Premierministers Ungarns, Viktor Orbán. Sie kann als ein Versuch gesehen werden, seine Anti-EU-Rhetorik im Vorfeld des wichtigen EVP-Treffens am 20. März abzuschwächen. Dort soll über die zukünftige Mitgliedschaft seiner Fidesz-Partei in der EVP diskutiert werden.

Gegenüber der Nachrichtenagentur Reuters sagte Orbán: „Dies könnte der Beginn einer ernsthaften europäischen Debatte sein […] In den Details haben wir natürlich Meinungsverschiedenheiten, aber viel wichtiger als diese unterschiedlichen Meinungen ist, dass diese Initiative ein guter Anfang für einen ernsthaften und konstruktiven Dialog über die Zukunft Europas ist.“

In Rumänien stimmte der Vorsitzende der sozialdemokratischen Regierungspartei, Liviu Dragnea, Macron zu und sagte, die EU solle zu den Werten zurückkehren, auf denen sie beruht. Gleichzeitig nutzte er Macrons Vorschläge allerdings auch, um gegen seinen politischen Gegner, Präsident Klaus Iohannis, auszuteilen: „Wenn Präsident Iohannis die Botschaft seines französischen Amtskollegen liest, wird er vielleicht verstehen, dass Hass und Gewalt nicht als politische Meinungen angesehen werden können,“ so Dragnea.

In Kroatien äußerten sich die Sozialdemokraten und Liberalen positiv, während die konservative Regierung zurückhaltender war.

Der liberale Europaabgeordnete Ivan Jakov?i? sagte, Macron sei „mutig“, derart radikale Schritte in „diesen schwierigen Zeiten“ vorzuschlagen, während Miro Kova?, ein konservativer Politiker und Vorsitzender des Parlamentsausschusses für auswärtige Angelegenheiten, gegenüber EURACTIV Kroatien sagte: „Der Brief kommt drei Monate vor den EU-Wahlen und dient dem Wahlkampf in Frankreich.“

Er kritisierte weiter: „Macron kämpft in Frankreich gegen die Rechte und will eine Botschaft über die europäische Ausrichtung seiner Partei senden. Aber diese Haltung „Europa, das bin ich“ – die man in gewissem Maße [aus dem Schreiben Macrons] herauslesen kann – kann für einige Menschen abstoßend wirken.“

EURACTIV 7

 

 

 

EU. „Wir brauchen ein House of Cards aus Brüssel“

 

Die Europäer reden übereinander statt miteinander. Ein gemeinsames digitales soziales Netzwerk kann das ändern. Von Johannes Hillje

 

Sie haben vor kurzem Ihr neues Buch veröffentlicht: „Plattform Europa. Warum wir schlecht über die EU reden und wie wir den Nationalismus mit einem neuen digitalen Netzwerk überwinden können“. Warum ist der Leumund der Europäischen Union so schlecht?

Die öffentliche Debatte über Europa war in den letzten Jahren in einem Teufelskreis aus Krise, News und Nationalismus gefangen. Krisen waren in den letzten Jahren in Europa immer Konflikte zwischen einzelnen oder verschiedenen Mitgliedsstaaten, also eigentlich innereuropäische Konflikte, keine Konflikte von Europa nach außen. Und Konflikte an sich sind ein Nachrichtenwert. Wenn es Konflikte gibt, dann berichten die Medien gerne darüber. Eine Korrespondentin von Sky News Italien hat einmal gesagt: If it bleeds it leads – über die Berichterstattung aus Brüssel, wohlgemerkt, nicht über Berichterstattung allgemein. Also, um überhaupt ein Interesse an europäischer Politik zu erzeugen, muss Konflikt drin sein.

Und diese Konlikte befördern den Rückgriff aufs Nationale?

Die Berichterstattung gerade über diese Konflikte brachte immer auch eine Form der Kulturalisierung mit sich. Es wurde nicht nur allein über Sachfragen wie Kreditprogramme oder die Verteilung von Flüchtlingen gesprochen, es wurden auch immer Auf- und Abwertungen unter den Nationen vorgenommen. Wir kennen noch die Stereotype über Griechenland oder andere südeuropäische Länder aus der Euro-Krise. In der Migrationsdebatte hat sich dieser Diskurs dahingehend erneuert, dass manche Länder nicht solidarisch genug waren oder Deutschland eine Form von Moralisierung vorgeworfen wurde. Konflikte über Sachfragen wurden also immer sehr stark über nationale Stereotype begründet. In den Befragungen des Euro-Barometers lässt sich klar erkennen, dass in den betroffenen Ländern wie Griechenland, Portugal und Spanien in der Zeit der Krisendiskurse das Nationalbewusstsein, die Verbundenheit mit der Nation zu- und die Verbundenheit mit der EU abgenommen hat. Das gleiche haben wir noch einmal in der Migrationsdebatte mit den VisegradStaaten gesehen.

Trotzdem argumentieren Sie, das Internet sei für die europäische Demokratie wie gemacht. Warum?

Das Internet ist ein grenzenloser Kommunikationsraum. Wir haben vor dem Internet Medien gehabt wie die Zeitungen und das Radio, die immer sehr stark an nationale Grenzen und nationale Öffentlichkeiten gebunden waren. Mit dem Internet haben wir jetzt zum ersten Mal einen Kommunikationsraum, der wirklich völlig unabhängig von nationalen Grenzen funktionieren kann. Das Internet bringt ob der eigenen Struktur und Technologie gute Voraussetzungen für eine Form der transnationalen Kommunikation mit. Es gab ja schon immer das Argument: Europa braucht eine Öffentlichkeit und ein europäisches Medium. Es gab entsprechende Versuche in den klassischen Medien, beispielsweise Euronews oder Arte. Das hat alles nie so richtig funktioniert. Aber im digitalen Raum hat man meines Erachtens bisher nie einen vergleichbaren Versuch gewagt.

Gibt es dafür Vorbilder? Am weitesten gediehen ist ja bisher die globale Vernetzung der Rechtspopulisten…

Ja. Ich würde sogar argumentieren, dass die Akteure, die am ehesten so etwas wie eine europäische Öffentlichkeit bisher erzeugt haben, rechtspopulistische Akteure sind. Ausnahmen sind noch einige zivilgesellschaftliche Akteure bei einzelnen Themen. Wir haben eine große Mobilisierung gegen TTIP gesehen. Wir sehen auch eine große europäische Mobilisierung derzeit zur EU-Urheberrechtsreform. Wenn Interessengruppen zu spezifischen Themen mobilisieren wollen, dann schaffen sie es in Europa auch. Aber der Rechtspopulismus hat das eben auch geschafft – und noch dazu in einem hohen Maße.

Man hat das bei der Debatte um den UN-Migrationspakt gesehen. Da ist im Grunde eine kommunikative Welle durch verschiedene europäische Länder geschwappt, ausgehend von Österreich, wo in rechtspopulistischen Alternativ-Medien sehr stark gegen den UN-Migrationspakt getrommelt wurde. Und das ist später über die rechtspopulistischen Medien in Deutschland auch in den Mainstream gekommen. Die europäischen Rechtspopulisten kommen einer europäischen Öffentlichkeit manchmal schon sehr nahe. Sie nutzen die digitalen Kommunikationsstrukturen am effizientesten zu ihrem Vorteil und für ihre Strategien.

Wie sieht es bei den traditionellen Parteien und Institutionen aus?

Man sieht einen deutlichen Unterschied zu etablierten und institutionellen Akteuren wie den traditionellen Parteien. Die haben bislang das Internet eher stiefmütterlich behandelt; das war zum Teil ein lästiger Zusatzkanal für die Kommunikation, man hat sich immer sehr stark auf die klassischen Medien bezogen, wo man auch einen institutionellen Zugang hatte, man denke nur an die Bundespressekonferenz. Man sieht auch auf europäischer Ebene, dass die etablierten Akteure das ein bisschen verschlafen haben, inklusive der europäischen Institutionen. Die Rechtspopulisten sind da weiter.

Ist eine der Wurzeln des aufstrebenden Nationalismus in Europa tatsächlich schlicht und ergreifend die schlechte Kommunikation?

Ich würde eher sagen: Kritik und Unbehagen gegenüber den europäischen Institutionen entsteht auch dadurch, dass wir keinen europäischen Kommunikationsraum haben. Es ist in der Praxis nicht einfach, sich an die europäischen Institutionen zu wenden, was mit Hilfe von digitaler Technologie mittlerweile sehr viel einfacher sein könnte. Aber diese Potenziale werden wenig genutzt. Das ist ein Grund dafür, dass das Unbehagen gegenüber den europäischen Institutionen relativ groß ist, weil die EU etwas sehr Abstraktes für die meisten ist. Man hat auch nie ernsthaft versucht, die geografische Distanz mit den digitalen Möglichkeiten der Kommunikation zu überwinden. Das ist ein Versäumnis.

Kritik und Unbehagen gegenüber den europäischen Institutionen entsteht auch dadurch, dass wir keinen europäischen Kommunikationsraum haben.

Und auf der anderen Seite haben dann eben die Rechtspopulisten die kommunikativen Möglichkeiten, die es mittlerweile gibt, sehr geschickt genutzt. Im digitalen Raum, den sie stark besetzt haben, verbreiten sie ihre Narrative, die gegen die EU-Institutionen gerichtet sind, sehr effektiv. Da fehlt es an positiven Gegennarrativen, die eher pro-europäischer Natur sind.

Eines der zentralen Legitimationsdefizite der EU rührt aus der sehr marktkonformen Wirtschafts- und Sozialpolitik. Was kann die Schaffung einer digitalen europäischen Öffentlichkeit auf solchen Feldern tatsächlich bewirken - über eine bessere PR hinaus?

Es geht mir überhaupt nicht um PR. Es geht auch nicht darum, so etwas wie einen europäischen Staatsfunk oder ähnliches herzustellen. Es geht stattdessen darum, einen europäischen Kommunikationsraum herzustellen. Das bedeutet dann auch, dass es für Kritik an europäischer Politik, etwa an einer mangelnden sozialen Dimension der Europäischen Union, überhaupt einen Raum gibt. Wenn man Öffentlichkeit im Sinne von Habermas definiert, dann ist Öffentlichkeit ja zunächst einmal ein Raum, in dem politische Willensbildung stattfindet, Machtausübung kontrolliert, aber auch legitimiert wird. Erst einmal sollen ein europäischer Diskurs und eine Willensbildung stattfinden. Dann kommt es auch zu einer Kontrolle von politischen Entscheidungen, aber eben auch zu einer Legitimation.

Heute kann die Legitimation europäischer Entscheidungen durchaus in nationalen Öffentlichkeiten in Frage gestellt werden. Ein Beispiel ist Viktor Orbáns Nichtbeachtung der Entscheidungen  des EuGHs zur Verteilung von Flüchtlingen in Europa. Die europäischen Institutionen haben keine Möglichkeit, in der ungarischen Öffentlichkeit mitzudiskutieren.

Wenn man dieses Konzept von Öffentlichkeit so versteht, wie Habermas es versteht, dann ist es für alle Akteure – die Bürgerinnen und Bürger, aber auch die Institutionen und die Ausführenden von politischer Macht – essentiell, dass wir diesen europäischen Kommunikationsraum haben. Ich glaube nicht, dass wir ohne europäischen Kommunikationsraum jemals eine wirkliche europäische Demokratie schaffen können.

Ist das nicht erneut ein Projekt, das vorrangig die urbanen, gut ausgebildeten, sehr mobilen Schichten anspricht? Damit könnte die aktuell vieldiskutierte Spaltung zwischen diesen privilegierten Gruppen und den Teilen der Bevölkerung, die sich eher abgehängt fühlen, noch intensiviert werden. Wie kann man sicherstellen, dass gerade diejenigen, die sich als Verlierer der europäischen Integration sehen, tatsächlich teilnehmen und ihre Möglichkeiten nutzen?

Mein Vorschlag ist, dass man alle Europäerinnen und Europäer in die Entwicklung einer solchen Plattform einbindet. So entwickelt auch die Tech-Branche neue Produkte. Das ist ein Gegenmodell zur Entstehung der Europäischen Union, die sehr stark top down entwickelt wurde. Ich würde so vorgehen, dass man zunächst die potenziellen Nutzer fragt, was sie auf einer solchen Plattform gerne an Inhalten und Funktionen haben möchte, damit sie sie auch nutzen würde.

Ich glaube nicht, dass wir ohne europäischen Kommunikationsraum jemals eine wirkliche europäische Demokratie schaffen können.

Ich bin überzeugt, dass man gerade mit so einer digitalen Plattform Menschen, die bisher nicht so sehr von der europäischen Integration profitiert haben, eine Möglichkeit geben könnte, stärker teilzuhaben. Sie haben es ja ganz richtig gesagt: Heute profitieren vor allem die gut ausgebildeten, mobilen Menschen von der Europäischen Union. Eine Sache, die eigentlich für alle ein Vorteil sein sollte, ist die Freizügigkeit von Arbeitnehmern. Wenn ich aber zum Beispiel ein 16-jähriger Schüler bin und in den Sommerferien einen Ferienjob in einem anderen EU-Land machen möchte, dann habe ich kaum eine Möglichkeit, Stellen zu finden. Man könnte Menschen helfen, das Recht auf Arbeitnehmerfreizügigkeit tatsächlich wahrzunehmen, indem man Jobs aus ganz Europa auf einer Plattform anbietet und die Stellenausschreibungen in alle Sprachen übersetzt. Da kann so eine Plattform tatsächlich einen Mehrwert bieten.

Die Digitalisierung kommt gerade durch den Anreiz zur Vereinfachung und zu prägnanten Botschaften dem Populismus entgegen und lässt wenig Raum  für differenziertere Debatten. Fragen zur weiteren Entwicklung Europas lassen sich aber nur schwer in kurze knallige Botschaften packen. Warum sind Sie dennoch optimistisch, dass ein europäisches digitales Netzwerk dem Populismus die Stirn bieten kann?

Populisten sind auch deswegen in digitalen Räumen so erfolgreich, weil es eine Wesensverwandtschaft gibt zwischen der Funktionsweise der Algorithmen der sozialen Plattformen und der Kommunikationsweise von Populisten. Die Algorithmen wollen im Grunde genau diese Zuspitzung, Vereinfachung, Polarisierung, die man in den Botschaften der Populisten sieht. Sie brauchen sie, um immer wieder Aufmerksamkeit beim Publikum zu erzeugen, denn das ist letztendlich ihr Geschäftsmodell: Durch Aufmerksamkeit beim Publikum wird Interaktion – Klicks – produziert. Die Leute bleiben an Inhalten hängen, und dadurch produzieren sie Unmengen an Daten für die sozialen Netzwerke, auf deren Basis Werbung während der Plattformnutzung an sie ausgespielt wird. Es gibt also einen Zusammenhang zwischen der Ökonomie der privaten Plattform und der Art und Weise, wie Populisten Politik machen und kommunizieren.

Und eine europäische Plattform könnte das aufbrechen?

Das könnte man aufbrechen, wenn man eine Plattform schafft, die öffentlich finanziert ist. Man könnte deren Algorithmen viel stärker nach dem Gemeinwohlauftrag ausrichten, also im Grunde ein digitales Mediensystem schaffen, wie wir es auch von den klassischen Medien kennen. Da haben wir auch eine Dualität von privaten Medien und öffentlich-rechtlichen. Und die privaten Medien sind viel stärker ökonomischen Prämissen unterworfen, als das die öffentlich-rechtlichen sind. Deswegen sehen wir auch Unterschiede in der politischen Berichterstattung zwischen diesen beiden Formen von Medien.

Ich frage mich, warum wir bisher zugelassen haben, die Öffentlichkeit im digitalen Raum komplett privatisieren zu lassen von Facebook, Google und den übrigen Tech-Konzernen und nicht parallel zu den privaten Plattformen auch öffentlich-rechtliche geschaffen haben, wie wir es von den klassischen Medien kennen. Der Öffentlichkeit ist durch die Digitalisierung die Öffentlichkeit abhandengekommen. Dem müssen wir entgegenwirken, indem wir den privaten Plattformen öffentliche Plattformen entgegenstellen. Da können wir dann auch Kommunikation und politische Debatte eher nach demokratischen Regeln organisieren und müssen nicht allein nach ökonomischen Prämissen verfahren, so wie das die privaten Plattformen heute tun.

Mit dieser Alternative zu Facebook, Google ließe sich die Marktmacht dieser Konzerne Ihrer Ansicht nach brechen?

Man kann natürlich nur Konkurrenz schaffen zu Facebook und anderen Plattformen, wenn man den Nutzern tatsächlich einen Mehrwert bietet. Der eine große Vorteil, den eine öffentlich-rechtliche Plattform hätte, wäre erst einmal, dass sich diese Plattform nicht über die Daten der Nutzer finanzieren würde. Das ist ja tatsächlich etwas, was immer mehr Menschen Bauchschmerzen bereitet. Und wir merken gleichzeitig, dass Unternehmen wie Facebook auch nicht einlenken, sondern zum Teil noch aggressiver werden. Eine öffentlich-rechtlich finanzierte Plattform böte den großen Vorteil, dass sie eben nicht von Daten abhängig ist, um sich zu finanzieren. Man könnte die Souveränität über die eigenen Daten den Nutzern zurückgeben.

Ich frage mich, warum wir bisher zugelassen haben, die Öffentlichkeit im digitalen Raum komplett privatisieren zu lassen von Facebook, Google und den übrigen Tech-Konzernen.

Ein weiterer Vorschlag, den ich mehr aus normativer Sicht mache, ist, so etwas wie ein europäisches Nachrichtenangebot oder ein europäisches Unterhaltungs- und Kulturangebot auf so einer Plattform zu schaffen.

So wie das House of Cards von Brüssel, von dem Sie sprachen?

Genau. Heute haben wir im Unterhaltungs- und Kulturbereich ein Abbild der kulturellen Vielfalt in Europa. Deutsche lieben zum Beispiel skandinavische Serien; die kann man dann bei Arte und manchmal auch bei ARD und ZDF schauen. Was wir aber nicht haben, ist so etwas wie europäische kulturelle Einheit in Form von europäischen Gemeinschaftsproduktionen. So etwas wie ein House of Cards aus Brüssel könnte europäische Kultur auch in der TV-Serie übertragen, indem das Zusammenleben verschiedener Europäer einer Stadt in ein Drehbuch gegossen wird. Man könnte sich auch so etwas vorstellen wie eine Serie über Interrail. Man könnte sich eine europäische Koch-Show vorstellen. Also nicht nur die Koexistenz von verschiedenen nationalen Kulturen abbilden, sondern zusätzlich das, was gemeinsame Kultur in Europa ausmacht. Das wäre eine Ergänzung, die so eine Plattform oder ein Kulturangebot auf so einer Plattform anbieten könnte.

Zur Finanzierung haben Sie auf die Digitalsteuer verwiesen, die im Moment debattiert wird. Was wären Alternativen?

Eine andere Finanzierungsquelle können die heutigen Budgets der nationalen Rundfunkanstalten sein. Meine Idee ist ja, dass das Ganze ausgeht von der europäischen Rundfunkunion. Da sitzen alle nationalen Rundfunkanstalten zusammen. Das ist für mich der geeignete Rahmen, um über so eine öffentlich finanzierte Plattform zu reden. Wenn die nationalen Sender übereinkommen mehr zusammenzuarbeiten, dann sollte es durch die Kooperation zu Einsparungen kommen. Wenn man in Brüssel viel stärker kooperiert und nicht alles mit nationalen Parallelstrukturen betreibt, dann entstehen finanzielle Spielräume, die in eine gemeinsame Plattform einfließen können.

Sie haben von einer Bottom-up-Strategie gesprochen. Wer könnte konkret die Initiative übernehmen?

Ich glaube, dass es immer sinnvoll ist, wenn einzelne Länder vorangehen, und im Rahmen der europäischen Rundfunkunion könnten das Deutschland und Frankreich sein. Mir ist aber auch wichtig, dass das nicht von den Regierungen selbst ausgeht. Wenn wir über Medien sprechen und damit auch über eine Berichterstattung über europäische Politik, ist es ganz wichtig, dass wir hier eine unabhängige Struktur haben. Ansonsten ist der Vorwurf der EU-Propaganda sehr schnell gemacht. Die Unabhängigkeit der Inhalte, die muss das höchste Gut dieser Plattform sein.  Die Fragen stellte Claudia Detsch, IPG 4

 

 

 

 

Studie. Ostdeutsche Wirtschaft braucht Zuwanderer

 

Ohne ausländische Fachkräfte wird die ostdeutsche Wirtschaft einer Studie zufolge nicht zum Westen aufholen können. Deshalb müsse der Osten attraktiver für ausländische Arbeitskräfte werden. Die aktuellen politischen Entwicklungen seien jedoch nicht hilfreich.

Fachkräfte aus dem Ausland sind laut einer Studie entscheidend für eine Angleichung der ostdeutschen Wirtschaft an die westdeutsche. „Der Osten muss attraktiver für ausländische Arbeitskräfte werden“, sagte der Präsident des Leibniz-Instituts für Wirtschaftsforschung Halle (IWH), Reint Gropp, bei der Vorstellung des Berichts „Vereintes Land – drei Jahrzehnte nach dem Mauerfall“ am Montag in Berlin. „Die aktuellen politischen Entwicklungen helfen da nicht weiter“, kritisierte er. Qualifizierte Arbeitnehmer aus der EU ziehe es aktuell eher in die westdeutschen Bundesländer. Sachsen und Sachsen-Anhalt seien derweil besonders unattraktiv für Zuwanderer aus der EU, hieß es.

Dass Ostdeutschland 30 Jahre nach dem Mauerfall wirtschaftlich noch immer wesentlich schlechter dasteht als Westdeutschland, liegt dem Bericht zufolge nicht an einem Mangel an Sachkapital. Fortschritt brauche ausreichende Fachkräfte, hieß es. Der demografische Wandel trifft den Osten laut Gropp härter als den Westen: „Bis 2030 wird der Osten 20 Prozent der arbeitsfähigen Bevölkerung verlieren“, prognostizierte er. Zuwanderung sei daher essenziell.

Schulabbrecherquote im Osten höher

Neben der mangelnden Attraktivität für ausländische Fachkräfte hat die ostdeutsche Wirtschaft der Untersuchung zufolge ein weiteres großes Problem: Die Schulabbrecherquote sei im Osten wesentlich höher als im Westen. Im brandenburgischen Prignitz brachen 2016 den Angaben nach beispielsweise 14,2 Prozent der Jugendlichen die Schule ohne Hauptschulabschluss ab. Der bundesweite Durchschnitt habe in dem Jahr bei 5,7 Prozent gelegen. „Das sind ungenutzte Potenziale“, sagte Gropp.

IWH-Präsident Gropp forderte bei der Vorstellung der Zahlen zudem mehr Investitionen in ostdeutsche Bildungs- und Forschungseinrichtungen. Zwar gebe es bei den öffentlichen Ausgaben für Forschung und Entwicklung zwischen Ost und West keine großen Unterschiede, die privaten Investitionen fielen dafür in Ostdeutschland weitaus geringer aus. „Das muss der Staat ausgleichen“, unterstrich er.

Osten hat Fachkräfte-Vorsprung verloren

Bis zum Anfang der 2000er Jahre gab es in den ostdeutschen Bundesländern den Angaben zufolge noch einen größeren Anteil hochqualifizierter Beschäftigter als im Westen. Dieser Vorsprung sei mittlerweile fast überall verloren gegangen. Besonders groß seien die Einbußen in Brandenburg und Sachsen-Anhalt: Zwischen 2000 und 2017 sank der Anteil Hochqualifizierter dort um 6,7 beziehungsweise 5,2 Prozentpunkte.

Zudem seien die ostdeutschen Bundesländer in der Spitzenforschung unterrepräsentiert, hieß es weiter. So gebe es in Brandenburg, Mecklenburg-Vorpommern und Sachsen-Anhalt keine Hochschule, die für die Förderung durch das Programm „Exzellenzstrategie des Bundes und der Länder“ ausgewählt wurde. Mit der „Exzellenstrategie“ soll der Wissenschaftsstandort Deutschland gestärkt und seine internationale Wettbewerbsfähigkeit verbessert werden. (epd/mig 5)

 

 

 

Macht euch ehrlich

 

Der Übergang in eine grüne Wirtschaft wird dazu führen, dass es uns erstmal schlechter geht, bevor es uns besser geht.

 

Der von Alexandria Ocasio-Cortez, einem rasant aufsteigenden Star im US-Kongress, und anderen Demokraten propagierte Green New Deal könnte in den USA und darüber hinaus einen willkommenen Neustart der Diskussion über die Abmilderung des Klimawandels auslösen. Obwohl er nicht wirklich neu ist – die europäischen Grünen drängen schon seit einem Jahrzehnt auf einen derartigen „New Deal“ –, ist Ocasio-Cortez’ Plan ehrgeizig und weitreichend.

Vielleicht zu ehrgeizig und weitreichend. Doch anders als die Lieblingsstrategie der Ökonomen in Bezug auf den Klimawandel – die Festsetzung eines angemessenen Preises für Kohlenstoff, wobei man alles Weitere privaten Entscheidungen überlässt – umfasst der Green New Deal zu Recht die vielen Dimensionen der zur erfolgreichen Bekämpfung des Klimawandels erforderlichen grundlegenden Umgestaltung unserer Volkswirtschaften und Gesellschaften.

Der Übergang zu einer kohlenstoffneutralen Volkswirtschaft wird zwangsläufig so revolutionär sein wie der Übergang zum industriellen Zeitalter. Angesichts der umfassenden Beschaffenheit der Umstellungen lässt sich das nicht in einem einzigen Preis subsummieren. Es muss sich dabei um ein gemeinsames Unterfangen handeln, in das die Regierungen investieren und bei dem alle Bürger ihre Rolle finden. Das optimistische, partizipatorische Ethos des Green New Deal verdient Lob.

Über eines muss man sich freilich im Klaren sein: Diese grüne Umstellung ist nicht umsonst zu haben. Es steht außer Zweifel, dass es um unser Leben und unsere Arbeit viel besser bestellt sein wird, wenn wir den Klimawandel erfolgreich begrenzen, als wenn wir dabei scheitern; das ist die logische Grundlage dafür, die entsprechenden Anstrengungen zu unternehmen. Nur ist das nicht die Frage, die viele Bürgerinnen und Bürger sich stellen. Sie gehen von einem unrealistischen, aber verständlichen Business-as-usual-Szenario aus, bei dem sie weiterhin so wie bisher konsumieren und reisen. Vielleicht akzeptieren sie, etwas weniger Fleisch zu essen und sparsamere Autos zu fahren, solange sich ihre Kaufkraft nicht ändert. Und vielleicht sind sie willens, den Beruf zu wechseln, solange der neue besser bezahlt ist und weniger stressig. Doch deutet wenig darauf hin, dass die meisten Bürger zu mehr bereit sind.

Die Anhängerinnen und Anhänger des Green New Deal neigen verständlicherweise dazu, diesen Gefühlen Rechnung zu tragen. Der Vorschlag von Ocasio-Cortez ist ausreichend vage, um einer präzisen Kritik zu entgehen; deutlich aber ist, dass er nichts anpackt, was weh tun könnte. Dasselbe gilt für viele andere Pläne, die ein besseres Leben zusammen mit mehr und besseren Arbeitsplätzen versprechen.

Die Wahrheit sieht leider ganz anders aus. Der Übergang zu einer kohlenstoffneutralen Wirtschaft wird zwangsläufig dazu führen, dass es uns schlechter geht, bevor es uns besser geht, und die schwächsten Segmente der Gesellschaft werden davon besonders hart betroffen sein. Sofern wir diese Realität nicht anerkennen und ansprechen, wird die Unterstützung dafür, die Wirtschaft umweltfreundlicher zu machen, oberflächlich bleiben und möglicherweise irgendwann nachlassen.

Der Grund hierfür bringt uns zurück zum Lieblingsinstrument der Ökonomen: den Preisen. So oder so müssen wir anfangen, für etwas zu bezahlen – nämlich Kohlenstoff –, das wir bisher umsonst verbraucht haben. Einen Preis für Kohlenstoff festzusetzen wird den Gesamtverbrauch zwangsläufig reduzieren.

Die Ursache ist nicht die Steuer, deren Erlöse an die Steuerzahler umverteilt werden können – zum Beispiel auf Pro-Kopf-Basis, wie eine beeindruckende Gruppe von US-Ökonomen vorgeschlagen hat. Vielmehr wird die Festsetzung eines Preises für Kohlenstoff unweigerlich zu etwas führen, was die Ökonomen als „negativen Angebotsschock“ bezeichnen. Einige Anlagen sind dann nicht mehr nutzbar und einige Technologien nicht länger profitabel. Die maximal mögliche Produktion (die Ökonomen sprechen vom „potenziellen BIP“) wird zurückgehen. Falls der Preisanstieg abrupt ausfällt, kommt es zu einem Konjunktureinbruch so wie 1974, als die Ölproduzenten plötzliche die Preise erhöhten. Eine Begleiterscheinung ist zudem, dass das Vermögen sinkt, weil der Wert von treibstoff-ineffizienten Häusern, verbrauchsstarken Autos und Ölaktien zurückgeht.

Das Problem beruht nicht auf dem Einsatz eines Preisinstruments. In einer Planwirtschaft wäre es dasselbe: Auch dort wäre es aus Gründen der Kohlenstoffeffizienz erforderlich, alte, ineffiziente Anlagen auszumustern und verstärkt zu investieren, damit das BIP weniger kohlenstoffintensiv wird. Aktuelle Schätzungen beziffern die erforderlichen zusätzlichen Investitionen im Jahr 2040 auf rund 2 Prozent vom BIP. Ein entsprechend kleinerer Teil der Produktionsleistung steht dann für den Konsum durch die privaten Haushalte zur Verfügung.

Darüber hinaus sind die Verteilungseffekte der grünen Umstellung unglücklicherweise negativ. Die Armen und die Mittelschicht in den Vorstädten geben mehr von ihrem Einkommen für Energie aus als die Reichen und die akademisch gebildeten Fachkräfte in den Städten, und sie haben häufig nicht die Mittel, um sich eine neue, effiziente Heizungsanlage zu kaufen oder ihr Haus zu isolieren. Und weil die Arbeitsplätze der Arbeiterinnen und Arbeiter tendenziell kohlenstoffintensiver sind, werden Fabrikarbeiter und LKW-Fahrer mehr leiden als Designer und Banker.

Unsere Gesellschaften stehen vor einem enormen Problem. Man sollte es nicht verschleiern. Die französische Regierung musste einen Rückzieher machen, nachdem die Gelbwesten gegen eine Kraftstoffsteuer von 55 Euro pro Tonne rebellierten. Doch eine aktuelle Schätzung dazu, was zur Dekarbonisierung erforderlich ist, hat den Preis für 2030 auf 250 Euro pro Tonne beziffert. Die europäischen Länder, die sich bereits mit der von US-Präsident Donald Trump geforderten Erhöhung ihrer Verteidigungsausgaben auf 2 Prozent vom BIP schwertun, sehen sich nun mit der Aussicht konfrontiert, weitere 2 Prozent für die Umstellung auf eine kohlenstofffreie Wirtschaft zu bezahlen. Seit Jahrzehnten hat man den Leuten Anreize gegeben, von den Innenstädten in die Vororte zu ziehen, und jetzt sagt man ihnen, dass ihr Lebensstil keine Zukunft hat.

Zum Glück lassen sich diese Auswirkungen abmildern. Die vollständige Umverteilung der Erlöse aus der Kohlenstoffsteuer kann die Belastungen für die Schwächsten in der Gesellschaft mindern. In einem Umfeld ultraniedriger Zinssätze ist eine Finanzierung über Schulden eine rationale Methode, um die wirtschaftliche Umstellung zu beschleunigen und zugleich die Kosten dafür auf mehrere Generationen umzulegen. Wie der erstaunliche Kostenrückgang bei Solarmodulen nahelegt, wird die Förderung von Innovation und Wettbewerb die Entstehung sauberer, effizienter Technologien beschleunigen. Und je früher wir aktiv werden und je vorhersehbarer die langfristigen Aussichten sind, desto einfacher wird es, sich anzupassen, und desto weniger stark sind die negativen Auswirkungen auf Produktion und Vermögen. Abrupte Veränderungen entwerten bestehendes Vermögen, während ein reibungsloser Übergang die richtigen Investitionen zur richtigen Zeit ermöglicht.

Allerdings zwingt uns eine realistische Betrachtung, anzuerkennen, dass sich die bei dieser Umstellung entstehenden Härten nicht völlig werden vermeiden lassen. Um sich durchzusetzen, müssen die Anhängerinnen und Anhänger des Green New Deal den Bürgern ehrlich sagen, welche Folgen die kommende Umstellung haben wird, wie sich ihre Kosten minimieren und gerecht verteilen lassen und welche Rolle sie selbst spielen können. Statt ihr Szenario als rosig darzustellen, sollten sie zeigen, dass es realistisch ist.

Aus dem Englischen von Jan Doolan. Jean Pisani-Ferry, PS/IPG 15

 

 

 

 

Was antwortet AKK auf Macrons Reformideen?

 

Annegret Kramp-Karrenbauer hat sich in einm Gastbeitrag an Emmanuel Macron gewandt. Von: Johanna Pflüger

 

Annegret Kramp-Karrenbauer hat sich in einem Gastbeitrag zu den von Emmanuel Macrons vorgeschlagenen EU-Initiativen geäußert. Was CDU-Chefin auf Macrons EU-Reformvorstoß antwortet.

Lange hat Frankreichs Präsident Emmanuel Macron auf eine konzeptionelle Antwort aus Deutschland auf seine Reformvorstöße für die Europäische Union warten müssen. Nun hat nicht Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), sondern ihre Nachfolgerin an der CDU-Spitze, Annegret Kramp-Karrenbauer, ihre Vorstellungen dargelegt. Die wichtigsten Punkte aus ihrem Gastbeitrag für die „Welt am Sonntag“ im Überblick:

Wirtschafts- und Währungsunion:

Die „Sicherung der Grundlagen unseres Wohlstandes“ nennt Kramp-Karrenbauer als prioritäres Ziel. Hierfür setzt sie auf die Schaffung eines gemeinsamen Binnenmarkts für Banken. „Gleichzeitig müssen wir konsequent auf ein System von Subsidiarität, Eigenverantwortung und damit verbundener Haftung setzen.“

Mindestlohn und Sozialsysteme:

Der Forderung Macrons nach einer Europäisierung der Sozialsysteme und des Mindestlohns erteilt Kramp-Karrenbauer eine klare Absage. „Europäischer Zentralismus, europäischer Etatismus, die Vergemeinschaftung von Schulden, eine Europäisierung der Sozialsysteme und des Mindestlohns wären der falsche Weg“, schreibt sie. Dafür plädiert die CDU-Chefin für eine „Konvergenz im Sinne gleichwertiger Lebensverhältnisse innerhalb der Mitgliedstaaten und zwischen den Mitgliedstaaten“.

Nationalstaaten und Gemeinschaftsinstitutionen:

Europa sollte nach den Vorstellungen der CDU-Vorsitzenden auf „zwei gleichberechtigten Säulen“ stehen: der intergouvernementalen Methode – also der Zusammenarbeit auf Ebene der nationalen Regierungen – und der Gemeinschaftsmethode. In diesem Zusammenhang fordert sie, das Europaparlament solle künftig nur noch in Brüssel seinen Sitz haben, der Standort Straßburg also abgeschafft werden.

 

Merkel zwingt Macron zum Alleingang

Macron drängt auf ein gestärktes Europa, doch in Berlin zögert man. Ist ein Alleingang des französischen Staatspräsidenten überhaupt möglich? Ein Kommentar von Sigmar Gabriel.

Schutz der Außengrenzen:

Einig ist sich Kramp-Karrenbauer mit Macron darüber, dass Europa sichere Außengrenzen brauche. „Wir müssen Schengen vollenden.“ Nötig sei eine Vereinbarung über einen „lückenlosen Grenzschutz“. Wo die Außengrenze nicht mit nationalen Mitteln allein geschützt werden könne, müsse die EU-Grenzschutzbehörde Frontex „zügig als operative Grenzpolizei aufgebaut“ werden. Bereits an den Schengen-Grenzen solle künftig geprüft werden, ob ein Asylanspruch, ein Flüchtlingsstatus oder ein anderer Einreisegrund vorliegt. Kramp-Karrenbauer fordert ein elektronisches Ein- und Ausreiseregister und einen Ausbau des Schengen-Informationssystems.

Aufnahme und Verteilung von Flüchtlingen:

Die CDU-Chefin stellt fest, dass die „von uns angestrebten europäischen Lösungen“ für die Aufnahme von Flüchtlingen und Abweisung von Wirtschaftsmigranten bisher nicht umsetzbar waren. Die gemeinsame Migrationspolitik müsse daher nach dem „Prinzip der kommunizierenden Röhren“ neu organisiert werden. „Jeder Mitgliedsstaat muss seinen Beitrag für Ursachenbekämpfung, Grenzschutz und Aufnahme leisten“, fordert „AKK“. Der

Grundsatz: je stärker er dies in einem Bereich tut, „umso weniger groß muss sein Beitrag auf den anderen Feldern sein“.

Klimaschutz:

Der CDU-Chefin schwebt ein europäischer Pakt für Klimaschutz vor. Dieser müsse auch wirtschaftliche und soziale Aspekte berücksichtigen, so dass Jobs und Wirtschaftskraft erhalten bleiben und gleichzeitig „neue Entwicklungschancen“ entstehen. Der Pakt soll zwischen europäischen und nationalen Akteuren aus Wirtschaft, Beschäftigten und Gesellschaft ausgehandelt werden.

 

Macrons Plan für Europas „Neubeginn"

Europaweiter Mindestlohn, eine Agentur für den Schutz der Demokratie und vieles mehr: Frankreichs Präsident skizziert Ideen, wie er die EU reformieren will.

Steuern: Die Verzerrung des Wettbewerbs durch Steuervermeidung muss „endlich“ beendet werden, fordert Kramp-Karrenbauer. Dazu sollen Steuerschlupflöcher geschlossen und eine digitale Besteuerung nach dem Modell der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) eingeführt werden. Ursprünglich hatte Paris eine EU-weite Digitalsteuer bis zur Europawahl Ende Mai angestrebt, verständigte sich dann aber mit Berlin darauf, zunächst eine abgespeckte Version auf OECD-Ebene voranzutreiben.

Außen- und Sicherheitspolitik:

Kramp-Karrenbauer strebt einen gemeinsamen ständigen EU-Sitz im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen an. Allerdings ist Frankreich bislang nicht bereit, seinen ständigen Sitz abzugeben. Ferner will „AKK“ in einem zu gründenden Europäischen Sicherheitsrat unter Einbeziehung Großbritanniens über gemeinsame Positionen entscheiden.

Rüstungsprojekte:

Während Deutschland und Frankreich bereits an einem Projekt für ein europäisches Kampfflugzeug arbeiten, schlägt Kramp-Karrenbauer das „symbolische Projekt“ eines europäischen Flugzeugträgers vor.

Technologie und Forschung:

Für gemeinsame Forschungen, Entwicklungen und Technologien will die CDU-Chefin ein EU-Innovationsbudget einrichten. EA 11

 

 

 

 

„Nie wieder!“ und der Wunsch, nichts zu wissen

 

Mit „nie wieder!“ grenzte man sich bis vor kurzem vom Nationalsozialismus ab. Inzwischen heißt es „nie wieder“ offene Grenzen, Flüchtlinge und Asylsuchende. Ein Kommentar von Prof. Dr. Astrid Messerschmidt

 

Migration ist zu einem Platzhalter für alle möglichen Äußerungen der Unzufriedenheit, des Gefühls, zu kurz zu kommen und der Angst geworden. Europaweit sorgt das Thema für die Reaktivierung nationaler Identitätsbehauptungen. In Deutschland lässt sich das anhand der Umdeutung eines bedeutenden Topos beobachten. „Nie wieder!“ stand bis vor kurzem für die Abgrenzung von allem, was mit dem Nationalsozialismus in Verbindung steht und ist im Lauf der Zeit zu einer Formel der Selbstvergewisserung gemacht worden, so als sei das, wozu die zwei Worte aufrufen, bereits umgesetzt, so als gäbe es in der deutschen Gesellschaft und Politik tatsächlich nichts mehr von dem, was den NS ausmachte, keinen Rassismus, völkischen Nationalismus und schon gar keinen Antisemitismus.

In den letzten Jahren ist diesem Topos ein neuer Gegenstand zugeordnet worden, der dessen Bedeutung komplett umkehrt. „Nie wieder“ soll passieren, was 2015 passierte, nie wieder offene Grenzen, nie wieder Kontrollverlust, nie wieder Flüchtlinge und Asylsuchende, nie wieder so viele Fremde im Land. Das Thema Migration ist im Zuge dessen als Sicherheitsproblem besetzt worden und dient neo-nationalistischen Gruppierungen als Garant für Zustimmung in den dafür ansprechbaren Teilen der Öffentlichkeit. Migration kann als Signalwort gegen alles eingesetzt werden, was das vermeintlich Eigene bedroht, wozu Wohlstand, Kultur, Heimat, Sprache und Sicherheit gezählt werden. Migration und Flucht sind politisch gerahmt worden als Phänomene, die das Vertraute zerstören.1

Innerhalb dieser Rahmung kommt ein Motiv zum Ausdruck, das wiederum in enger Verbindung mit der gesellschaftlichen Beziehung zum Nationalsozialismus steht – der Wunsch nach Nichtwissen. In der familiären Kommunikation der Deutschen, die zu keiner der verfolgten Gruppen gehörten, ist über drei Generationen der Hinweis auf das Nichtwissen ein durchgängiges Muster der Unschuldsbeteuerung gewesen. Die Abwehr von Wissen schützt vor Verantwortung. Heute zeigt sich die Kontinuität dieser Abwehr in dem Mangel an Wissensvermittlung und Bewusstseinsbildung zu den Ursachen der großen weltweiten Fluchtbewegungen, die in ganz erheblichem Maße mit politischer Gewalt und daraus resultierenden Verarmungsprozessen zusammenhängen. Alles das kann jede und jeder wissen, zumal die Medien, die dieses Wissen transportieren, für alle zugänglich sind.

Das Bedürfnis nach Nichtwissen enthält zudem ein anti-intellektuelles Motiv, das allen rechtspopulistischen Bewegungen eigen ist und das zu den Elementen des Antisemitismus gehört. Niemand kann heute mehr glaubhaft behaupten, nichts wissen zu können. Die Zumutung des Wissens ist durch die digitalen Informationstechnologien gewachsen. Die Behauptung, nichts gewusst zu haben, hat sich erledigt, sie funktioniert nicht mehr und bietet keine Legitimation mehr. Unschuld im Sinne eines Unberührtseins von den Weltproblemen ist keine mögliche Option mehr. Jede_r kann wissen, was im Bürgerkriegsland Syrien geschieht und wie gefährlich es ist, dorthin zurückzukehren. Dass die Rückkehrenden vom Regime, das an der Macht bleiben wird, als Verräter betrachtet werden und dass sie deshalb nicht nur von den Machthabern, sondern auch von ihren Nachbarn bedroht werden, können alle wissen, die sich dafür interessieren. Jede_r kann wissen, wie viele Anschläge fast täglich in Afghanistan verübt werden und wie gefährlich es ist, dorthin zurückzukehren. Jede_r kann wissen, wie desolat die politischen Verhältnisse in vielen Ländern Mittelamerikas sind und welche Verelendungseffekte diese Verhältnisse für große Teile der Bevölkerungen haben. Jede_r kann wissen, wie grausam die Bürgerkriege in Zentralafrika sind und wie insbesondere Frauen und Kinder der eskalierenden Gewalt von Milizen ausgeliefert werden. Jede_r kann wissen, dass im Jemen aufgrund der Kriegshandlungen eine ganze Generation ohne ausreichende Ernährung und Schulbildung aufwächst. Die politisch bedingten Problemlagen der Welt stellen sich als ausgesprochen komplex dar, zugleich gibt es viele Möglichkeiten, diese Komplexität zu durchdringen und sich mehr Wissen und etwas Durchblick zu verschaffen.

Doch es ist schwierig, das Thema politische Gewalt in Fortbildungen zu verankern. Viele Lehrkräfte versprechen sich davon nichts für die Bewältigung ihres pädagogischen Alltags und wünschen sich eher Themen wie Sprachprobleme und kulturelle Unvereinbarkeiten. Die Vermutung, dass ein differenzierteres Wissen über die Ursachen von Flucht und Elendsmigration nichts bringt, ist Ausdruck einer Bildungsverweigerung bei denen, die Bildung vermitteln sollen. Die Beschränkung auf die vermeintlich wichtigeren, weil praktischen Fragen des Deutschlernens und des Umgehens mit kulturellen Differenzen verengt den eigenen Horizont auf die dominanten Themen des deutschen Integrationsdiskurses. Reproduziert wird dadurch das immer gleiche Muster der Identifikation von (Sprach-)Defiziten und kulturell problematischen Verhaltensweisen. Das Eigene bleibt davon unberührt, veränderungsbedürftig sind nur die Anderen, während das Dritte völlig ausgespart bleibt – nämlich die politischen und ökonomischen Verwerfungen, die zu massenhafter Auswanderung und Flucht veranlassen.

Es soll hier allerdings nicht unerwähnt bleiben, dass viele in den Bildungsinstitutionen Migration und Flucht als relevante Tatsachen der Gegenwart anerkennen und entsprechend zeitgemäß handeln. Da dies aber ganz unaufgeregt geschieht, wird die Normalität des migrationsgesellschaftlichen Alltags in den Medien kaum repräsentiert, von einigen Ausnahmen abgesehen. Auch diese Auslassung verstärkt den auf Sicherheit und Anpassung setzenden Integrationsdiskurs, der zugleich den Bildungsaufstieg und die Karriereerfolge der Nachkommen vieler Arbeitsmigrant_innen ignoriert. Rücken die Geschichten des Aufstiegs in das Rampenlicht der Öffentlichkeit, bieten sie wiederum Anlass für feindliche Reaktionen. Integration schützt eben nicht vor Hass.

In dem „Aufruf für solidarische Bildung“, der Ende 2015 von rassismuskritisch arbeitenden Erziehungswissenschaftler_innen an die Fachöffentlichkeit gerichtet worden ist, haben wir Migration und Flucht in Anknüpfung an Wolfgang Klafki zu den Schlüsselproblemen der Gegenwart gezählt und zu notwendigen Gegenständen für die Allgemeinbildung erklärt. Wechselwirkungen von politischen Konfliktlagen und ökonomischer Ungleichheit sind in dem Aufruf als wesentliche Ursachen für den weltweiten Anstieg der Fluchtbewegungen angesprochen worden. Inzwischen hat sich die Zahl derer, die gezwungenermaßen ihre Länder verlassen und die sich größtenteils keineswegs in Europa befinden, stetig erhöht.2 Nie wieder sollen Menschen an Grenzen scheitern und keinen geeigneten Ort für ein politisches und soziales Exil finden. Nie wieder soll sich eine Bevölkerung, die über Schulbildung verfügt, auf ihr Nichtwissen berufen, wenn Verfolgte und Notleidende einen sicheren Ort suchen. Wenig wäre gelernt worden aus dem Umgang mit der NS-Geschichte, wenn zugelassen wird, dass der Minimalkonsens einer Verhinderung von Massenmord im Namen der Reinheit eines national definierten Volkes umgedeutet wird zu einem Konsens, der Migration kriminalisiert und die Suche nach einem besseren und sicheren Leben für illegitim erklärt.

 1.      Vgl. Elisabeth Wehling (2016): Politisches Framing. Wie eine Nation sich ihr Denken einredet und daraus Politik macht. Köln: edition medienpraxis.  [?]

 2.      „Die Zahl der Menschen, die vor Krieg, Konflikten und Verfolgung fliehen, war noch nie so hoch wie heute. Ende 2017 waren 68,5 Millionen Menschen weltweit auf der Flucht. Im Vergleich dazu waren es ein Jahr zuvor 65,6 Millionen Menschen, vor zehn Jahren 37,5 Millionen Menschen. In Deutschland nahm die Zahl der Asylsuchenden im Vergleich zu 2016 hingegen deutlich ab. 85 Prozent der Flüchtlinge lebt in Entwicklungsländern.“  dip

 

 

 

Antirassistische Demonstration in Mailand

 

An einem großen Anti-Rassismus-Marsch durch Mailand hat am Samstag auch ein für sein soziales Engagement landesweit bekannter Priester teilgenommen.

Don Virginio Colmegna, Leiter der Stiftung  „Casa della Carità”, zeigte sich angesichts der Veranstaltung, zu der auch kirchliche und Sozialverbände aufgerufen hatten, tief bewegt:  „Seit geraumer Zeit lautet unser Slogan ‚Personen zuerst‘. Ohne sich gegen irgendjemanden oder irgendetwas zu richten, ist er das Prinzip unserer täglichen Bemühungen. Der volle Platz bringt unser Ja zum Ausdruck und ist ein Hoffnungszeichen.“

Personen zuerst

‚Personen zuerst‘ war das Motto der Veranstaltung, an der nach Medienangaben Hunderttausende von Menschen teilgenommen haben. Viele Beobachter lesen es als eine Reaktion auf das Motto ‚Italiener zuerst‘, mit dem Innenminister Matteo Salvini von der Partei Lega Nord seinen Europawahlkampf bestreitet. (sir 4)

 

 

 

 

Leak: Chinas Pläne in Italien

 

China plant, mit Italien bei der Entwicklung von „Straßen, Eisenbahnlinien, Brücken, Häfen, der zivilen Luftfahrt, Energie und Telekommunikation“ im Rahmen der „Neuen Seidenstraße“ zusammenzuarbeiten. Das zeigt eine vertrauliche Absichtserklärung, auf die EURACTIV.com Zugriff hat.

In dem Dokument heißt es außerdem, China sei bestrebt, bei europäischen Investitionsplänen mitzuarbeiten. So sollen „Synergien zwischen der Neuen Seidenstraße und den im Investitionsplan für Europa und die transeuropäischen Netze festgelegten Prioritäten“ geschaffen werden.

Die „Neue Seidenstraße“ ist Chinas zukunftsweisender Entwicklungsplan für Infrastruktur und Investitionen, der sich über mehr als 80 Länder in Europa, Asien und Afrika erstreckt und das größte Infrastrukturprojekt der Geschichte darstellt.

 

Chinas Einfluss: Legal, illegal; legitim, illegitim?

Der Einfluss Chinas in der Welt nimmt zu – wirtschaftlich, akademisch, politisch. Wo muss man die Grenze ziehen zwischen legitimem Machtanspruch und Zensur?

Die Absichtserklärung („Memorandum of Understanding“), die in einer ersten Version bereits im September verfasst wurde, besagt weiter, dass China und Italien „Synergien fördern und Kommunikation und Koordination“ sowie den „politischen Dialog über technische und regulatorische Standards“ verstärken wollen.

Außen- gegen Wirtschaftsministerium

Gerüchte über die Existenz eines solchen Memorandums nahmen nach einem Bericht in der Financial Times vom vergangenen Mittwoch (6. März) neue Formen an. Laut diesem Artikel hatte Michele Geraci, Staatssekretär im italienischen Ministerium für wirtschaftliche Entwicklung, angedeutet, lediglich die Verhandlungen über den genauen Wortlaut des Textes seien noch nicht abgeschlossen.

Am 8. September hatte das Wirtschaftsministerium unter der Leitung von Luigi Di Maio (Fünf-Sterne-Bewegung) auf seiner Website angekündigt, im Anschluss an einen Staatsbesuch in China unter der Leitung von Geraci sei eine Einigung über ein solches Memorandum erzielt worden.

Eine Quelle, die anonym bleiben wollte, erklärte nun gegenüber EURACTIV.com, das italienische Außenministerium sei von dieser Ankündigung des Wirtschaftsministers überrumpelt worden. Faktisch sei das Außenministerium umgangen worden, obwohl es offiziell für die Verhandlungen über internationale Kooperationsabkommen zuständig ist.

Seitdem herrschen Spannungen und Streitigkeiten zwischen den beiden Ministerien, die kürzlich auch in der kontroversen Debatte über die Vergabe von Aufträgen zum Aufbau des 5G-Netzes in Italien durch die chinesische Firma Huawei ausgetragen wurden.

 

Orban & Co: In Europa umstritten, in China willkommen

Während Italien, Ungarn und das Vereinigte Königreich mit den EU-Partnern nicht immer übereinstimmen, wurden sie in China mit offenen Armen empfangen.

Inzwischen scheint es aber, dass die Widerstände gegen eine offizielle Absichtserklärung zwischen Italien und China nachgelassen haben und das Memorandum somit in den kommenden Wochen unterzeichnet werden könnte.

Chinas Präsident Xi wird am 22. März Rom besuchen; bis dahin dürften die Gespräche abgeschlossen sein.

In einigen Vorbereitungsdokumenten für den Besuch Xis, die bereits im Umlauf sind, ist dementsprechend auch eine „Unterzeichnungszeremonie“ unter Beteiligung des italienischen Premierministers Giuseppe Conte und seines Stellvertreters und Wirtschaftsministers Luigi Di Maio vorgesehen.

Die Details der Absichtserklärung

Eine Quelle erklärte am späten Donnerstagabend, dass der Text, auf den EURACTIV aktuell Zugriff hat, bisher nur die Vorschläge der chinesischen Seite beinhaltet. Von der italienischen Regierung seien bislang allerdings auch keine Änderungen am Text vorgenommen worden.

Das geleakte Memorandum soll demnach den Rahmen für kleinere, spezifische Kooperations- und Handelsabkommen bilden. Dabei geht es unter anderem um Investitionen chinesischer Unternehmen im Hafen von Triest.

Der Triester Seehafen ist einer der größten im Mittelmeerraum und hatte 2018 einen Durchlauf von 62,7 Millionen Tonnen an Gütern. Er verfügt auch über Eisenbahnverbindungen nach Mittel- und Nordeuropa.

Michele Geraci und Infrastrukturstaatssekretär Edoardo Rixi besuchten Triest im vergangenen Monat, um den Hafen als „Chinas Tor“ zu Europa zu bewerben.

Laut EURACTIV-Informationen ist auch ein Vertrag angedacht, der die Zusammenarbeit zwischen zwei Strombetreibern, der State Grid Corporation of China und der italienischen Terna, fördern soll. Das chinesische Unternehmen hält aktuell bereits 35 Prozent der Anteile an CDP Reti, welches wiederum 29,8 Prozent der Anteile an Terna kontrolliert.

 

China will Portugals Stromnetz übernehmen

China will weitere Teile der europäischen Infrastruktur übernehmen: Ein staatliches Unternehmen versucht aktuell, die volle Kontrolle über das portugiesische Stromnetz zu erlangen.

Weitere – und durchaus noch kontroversere – Handelsabkommen und Joint Ventures könnten auch zwischen chinesischen Unternehmen und dem italienischen Rüstungsunternehmen Leonardo geschlossen werden.

Darüber hinaus werde derzeit ein Vorschlag des Handelsministeriums der Volksrepublik China für eine „Absichtserklärung zum e-Commerce“ (MOFCOM) von den italienischen Verhandlungsführern geprüft.

Auch im Verkehrssektor könnten weitere „Anpassungen“ vorgenommen werden, zeigt die Absichtserklärung. Dabei wird betont, dass „beide Parteien eine gemeinsame Vision von der Verbesserung eines zugänglichen, sicheren, integrativen und nachhaltigen Verkehrs- und Transportsektors teilen“.

Festzuhalten bleibt vorerst, dass alle der oben genannten Pläne Initiativen sind, die von China angestoßen wurden. Welche letztendlich umgesetzt werden bzw. wie die künftige Zusammenarbeit genau aussehen wird, bleibt abzuwarten.

Gerardo Fortuna and Samuel Stolton, EA 11

 

 

 

 

Hessen. Landesausländerbeirat. Neuer Landesvorstand gewählt. Enis Gülegen als Vorsitzender bestätigt

 

Der Landesausländerbeirat hat seit dem Wochenende einen neuen Landesvorstand. Der bisherige Vorsitzende ist auch der neue: Der Frankfurter Pädagoge Enis Gülegen setzte sich in Gießen mit 95,5 Prozent im ersten Wahlgang gegen einen Mitbewerber durch.

 

Gülegen betonte, dass mit ihm an der Spitze des Landesausländerbeirates die Stärkung der Antidiskriminierungsarbeit und die Bekämpfung von Rassismus, Islamophobie und Rechtsextremismus/Rechtspopulismus ein besonderes Gewicht auch in den nächsten Jahren haben werde. Gülegen: "Das Erstarken des Rechtspopulismus macht uns große Sorge. Menschenfeindliche Einstellungen in der Mitte unserer Gesellschaft betreffen nicht nur uns Menschen anderer Herkunft, Hautfarbe oder Religion. Sie sind vielmehr in ihren Auswüchsen zu einer Bedrohung unserer Demokratie geworden. Dem werden wir uns vehement entgegenstellen!"

Zur Stärkung der Demokratie, so Gülegen, gehöre aber auch, die Modernisierung und strukturelle Weiterentwicklung der hessischen Ausländerbeiräte jetzt endlich anzupacken mit einer Gesetzesänderung die demokratischen Teilhabemöglichkeiten der Migrant*innen deutlich zu stärken.

Im Amt als stellvertretende Vorsitzende wurden bestätigt: Corrado Di Benedetto (Mühlheim am Main), Jetty Sabandar (Karben) und Natalia Bind (Oberursel). Neu im Vorstand: Tim van Slobbe (Landkreis Gießen), Isil Yönter (Bad Vilbel) und Sarantis Biscas (Neu-Isenburg). Agah 12

 

 

 

 

Studie. Immer mehr ausländische Pflegefachkräfte in Deutschland

 

In Deutschland werden zunehmend Pfleger eingestellt, die ihren Berufsabschluss im Ausland erworben haben. Die Zahl der Fachkräfte die aus dem Ausland nach Deutschland kommen hat sich seit 2012 versechsfacht.

 

In deutschen Krankenhäusern und Altenpflegeeinrichtungen arbeiten immer mehr Pflegefachkräfte, die im Ausland ausgebildet wurden. Die Zahl der Fachkräfte, die jährlich aus dem Ausland nach Deutschland kommen, stieg von knapp 1.500 im Jahr 2012 auf gut 8.800 im Jahr 2017, wie die gewerkschaftsnahe Hans-Böckler-Stiftung am Freitag in Düsseldorf mitteilte. Größtenteils stammten die Pflegekräfte aus ost- und südeuropäischen Staaten, die teilweise noch nicht in der EU sind. Viele Fachkräfte kommen zudem von den Philippinen, da mit dem südostasiatischen Land ein Anwerbeabkommen besteht, wie die Stiftung unter Berufung auf eine von ihr geförderte Untersuchung erklärte.

Wie hoch der Anteil der aus dem Ausland zugewanderten Fachkräfte im Vergleich zu den aus Deutschland stammenden Kollegen ist, ist laut einem Stiftungssprecher nicht bekannt. Im Jahr 2010 hatten knapp sechs Prozent der Pfleger in Deutschland ihre Ausbildung im Ausland absolviert. Aktuellere Zahlen lägen derzeit nicht vor, erklärte er.

Durch die wachsende Zahl an ausländischen Mitarbeitern gibt es den Angaben zufolge allerdings auch Probleme. Wegen der Unterschiede in der Ausbildung zeigten sich sowohl zugewanderte wie auch einheimische Pflegefachkräfte „oft unzufrieden mit der Zusammenarbeit“, hieß es. So hätten viele der befragten zugewanderten Pflegefachkräfte das Gefühl, unter Wert arbeiten zu müssen. Sie fühlten sich häufiger von Informationen ausgeschlossen und von Vorgesetzten schlechter behandelt.

Unzufriedenheit

Die in Deutschland ausgebildeten Pflegefachkräfte wiederum kritisierten, dass neu zugewanderte Kollegen schon wegen mangelnder Sprachkenntnisse im Arbeitsalltag nicht voll einsetzbar seien. Die akademische Ausbildung im Ausland werde oft nicht als Vorteil gesehen, sondern als „praxisfern“ kritisiert, hieß es. Zudem fehlten grundsätzliche Kompetenzen, etwa bei der Körperpflege von Patienten und im „Sozialverhalten“. Aus der Sicht der einheimischen Beschäftigten müssten die Fachkräfte aus dem Ausland daher über einen längeren Zeitraum zunächst erst eingearbeitet werden.

Die mit der Studie beauftragten Forscher bezeichneten es als unerlässlich, dass Kliniken und Altenpflegeeinrichtungen ihren Pflegefachkräften genug Zeit für fachlichen Austausch und Konfliktlösung einräumen. Unabhängige Coaches sollten dabei helfen, Kommunikationsbarrieren zwischen einheimischen und zugewanderten Fachkräften zu überwinden. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Julia Draganovic wird neue Direktorin der Villa Massimo

 

Kulturstaatsministerin Grütters: Deutsch-italienische Kulturbeziehungen sind ihr ein Herzensanliegen

 

Die derzeitige Direktorin der Kunsthalle Osnabrück, Dr. Julia Draganovic, wird ab Juli 2019 neue Leiterin der Deutschen Akademie Rom. Dies teilte Kulturstaatsministerin Monika Grütters heute mit. „Mit Julia Draganovic gewinnen wir eine hoch qualifizierte und mit der zeitgenössischen Kunstszene vertraute Kulturmanagerin für die Leitung der renommiertesten deutschen Künstlerresidenz im Ausland. Während ihres jahrelangen Wirkens in Italien hat sie bewiesen, dass ihr die deutsch-italienischen Kulturbeziehungen ein

Herzensanliegen sind. Sie bringt damit beste Voraussetzungen mit, um den Stipendiatinnen und Stipendiaten der Villa Massimo in Rom und der Casa Baldi in Olevano Romano eine kompetente Ansprechpartnerin zu sein. Ich bin

überzeugt, dass Julia Draganovi das hohe Renommee der Deutschen Akademie Rom sichern und als neue Direktorin eigene Akzente setzen wird.“

 

Gleichzeitig dankte Monika Grütters dem bisherigen Leiter der Villa Massimo, Dr. Joachim Blüher, für seine langjährige Tätigkeit. Blüher scheidet Ende Juni 2019 nach 17 Jahren im Amt aus Altersgründen aus. „Unter der Leitung von Joachim Blüher hat sich die Deutsche Akademie Rom zu einer der führenden europäischen Künstlerresidenzen entwickelt. Joachim Blüher hat der Villa Massimo im Kulturleben der italienischen Metropole Glanz verliehen und zugleich Künstlerinnen und Künstlern beste Bedingungen für ihre künstlerische

Arbeit gesichert. Er war ein großartiger Botschafter deutscher Kultur in Italien.“

 

Die 1963 geborene Literatur- und Kunstwissenschaftlerin Julia Draganovi? war zunächst als Kulturmanagerin tätig. Anschließend arbeitete sie als Kuratorin unter anderem in Weimar, New York (Chelsea Art Museum) und bei der Art Miami Florida. In Italien hatte sie leitende Positionen in der Galleria d’Arte Moderna della Provincia di Modena, dem Palazzo delle Arti in Neapel und der Arte Fiera in Bologna inne.

 

Die Deutsche Akademie Rom ist die größte und bedeutendste Einrichtung zur Förderung deutscher Künstlerinnen und Künstler durch Studienaufenthalte im Ausland. Sie gehört zum Geschäftsbereich der Beauftragten der Bundesregierung für Kultur und Medien und wird von ihr mit rund 2,3 Millionen Euro pro Jahr gefördert.

 

Dr. Julia Draganovic (geboren 1963 in Hamburg) studierte Germanistik, Kunstgeschichte, Philosophie und Romanistik (Italianistik) an der Westfälischen Wilhelms-Universität Münster. In den 1990er und frühen 2000er Jahren sammelte sie umfangreiche Erfahrungen im internationalen Kulturmanagement in Thüringen: Sie leitete unter anderem die Geschäfte der Deutsch-Italienischen Gesellschaft in Thüringen e.V., organisierte federführend als Referentin am Thüringer Ministerium für Justiz und Europaangelegenheiten die Präsentation

Weimars als Kulturstadt Europas 1999 in Brüssel, konzipierte und organisierte für die Bauhaus Universität Weimar die Kulturveranstaltungen der Europäischen Sommerakademie und leitete von 1999 bis 2003 das internationale Stipendiaten- Programm der ACC Galerie Weimar.

 

2004 gründete sie im italienischen Modena gemeinsam mit Claudia Löffelholz das Kuratoren-Kollektiv LaRete Art Projects und arbeitete als Kuratorin der Galleria d’arte moderna della Provincia di Modena. Von 2005 bis 2006 war sie künstlerische Leiterin des Chelsea Art Museums in New York, von 2007 bis 2009 künstlerische Leiterin des PAN Palazzo delle Arti Napoli (Neapel, Italien), von 2009 bis 2013 entwickelte und kuratierte sie den von der Gesetzgebenden Versammlung der Region Emilia-Romagna ins Leben gerufenen International Award of Participatory Art in Bologna (Italien), wirkte 2010 bis 2012 als Kuratorin für die Projekte im städtischen Raum der größten Kunstmesse Italiens Arte Fiera in Bologna, zeichnete von 2009 bis 2014 verantwortlich für

die kuratorischen Projekte von Art Miami (USA) und die ersten beiden Ausgaben von Context Art Miami (ebendort).

 

Dr. Julia Draganovic wirkte als Mitglied zahlreicher internationaler Gremien wie dem Scientific Committee of MUDAM - Musée d’Art Moderne du Grand Duc Jean, Luxembourg (2009 -2015) oder dem Vorstand von No Longer Empty

(New York, seit 2009). Seit 2014 ist sie Präsidentin der Internationalen Kuratoren Tagung IKT (International Association of Curators of Contemporary Art).

 

Um die Leitung der Villa Massimo zu übernehmen, verlässt Dr. Julia Draganovi? die Kunsthalle Osnabrück, deren Leitung sie im November 2013 übernommen hatte. Pib 5

 

 

 

 

 

Deutsch vor Einreise. Religionsvertreter kritisieren Seehofer-Pläne

 

Nicht nur in Moscheen, auch in christlichen Gemeinden ausländischer Prägung predigen Geistliche aus anderen Ländern. Die Pläne des Innenministers, bei Geistlichen ein Visum künftig an Sprachkenntnisse zu knüpfen, lösen auch dort Sorgen aus. Von Corinna Buschow

 

Imame, die nicht deutsch sprechen, sind dem Bundesinnenministerium schon lange ein Dorn im Auge. Nun droht das Haus von Minister Horst Seehofer (CSU) mit einer Gesetzesverschärfung. Wie Anfang der Woche bekannt wurde, ist eine Änderung der Einreisevoraussetzungen geplant. Sprachkenntnisse sollen auch für Geistliche zur Bedingung für die Beschäftigung in Deutschland gemacht werden. Begründet werden die Pläne integrationspolitisch, zielen also deutlich auf Imame etwa aus der Türkei. In Deutschland gibt es aber auch christliches Personal aus aller Herren Länder. In katholischen und internationalen Gemeinden betrachtet man die Pläne deswegen auch mit Sorge.

 

Zum Beispiel beim Ökumenischen Rat Berlin-Brandenburg: Dort kooperieren die vielfältigen christlichen Gemeinden in der Bundeshauptstadt von alt-katholisch über armenisch-apostolisch und finnisch-lutherisch bis zu serbisch- und syrisch-orthodox. Grundsätzlich begrüße der Rat das Anliegen des Ministeriums, sagte Geschäftsführer Hans-Joachim Ditz dem „Evangelischen Pressedienst“. Man betone aber ausdrücklich, dass den Seelsorgern der aus dem Ausland stammenden Gläubigen eine wichtige Brückenfunktion zukomme. Sie vermittelten zwischen der deutschen Kultur und der des Heimatlandes und gäben Sicherheit und Geborgenheit. „Das schließt die Ansprache in der Muttersprache ein“, sagte Ditz.

Mazyek und Kopp warnen

Ähnlich äußerte sich auch der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime in Deutschland, Aiman Mazyek. Man brauche kompetente und authentische Imame, sagte er und ergänzte: „Eine durch restriktive Handhabung solcher Regelungen geschaffene Lücke in den Gemeinden würde den falschen Akteuren in die Hände spielen.“ Auch der Sprecher der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Matthias Kopp, warnt: „Die Anforderungen an die Sprachkenntnisse von religiös Beschäftigten dürfen nicht dazu führen, dass die Einreise der Betroffenen faktisch unmöglich gemacht wird.“

Kopp plädiert dafür, die sprachlichen Voraussetzungen so zu definieren, dass sie im Herkunftsland auch „realistischerweise in einem überschaubaren Zeitraum“ erworben werden können. „Die Erfahrung lehrt, dass die Fremdsprache in Deutschland selbst leichter und schneller erlernt werden kann“, erklärte er. So argumentierte auch die Linken-Bundestagsabgeordnete Gökay Akbulut. Die Regelungen für den Nachzug von Ehegatten zeigten, dass die Hürde groß sei. Etwa ein Drittel der Eheleute schaffe den geforderten Deutsch-Test nicht.

Anglikanische Gemeinschaft in der Bredouille

Wie genau die Einreisevoraussetzungen künftig definiert werden sollen, ließ das Ministerium noch offen. Geplant ist nach Angaben eines Sprechers eine Änderung des Aufenthaltsgesetzes und der Beschäftigungsverordnung, die für ein Visum von „vorwiegend aus karitativen oder religiösen Gründen“ Beschäftigten bislang keine Bedingungen vorsieht.

„Wie das Vorhaben zu beurteilen ist, hängt nicht zuletzt von den rechtlichen Formulierungen ab, die wir noch nicht kennen“, sagte eine Sprecherin der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD). Sie erklärte, dass in der Regel in anderen Ländern, in die evangelische Pfarrer entsendet werden, auch Sprachkenntnisse gefordert werden. Pauschal lasse sich das nicht für alle Länder sagen. Oft müssten Pfarrer aber eine zweite Sprache – die des Landes oder Englisch – beherrschen.

Vor Restriktionen nach einer möglichen neuen Regel in Deutschland fürchten müssen sich allerdings keine Geistlichen aus der EU, weil sie Freizügigkeit genießen. Quasi doppelt in die Bredouille könnte damit aber die anglikanische Gemeinschaft in Deutschland geraten. „Wir wissen aufgrund des Brexit noch nicht, wie kompliziert es künftig für uns wird, Pastoren zu gewinnen“, sagte Pastor Christopher Jage-Bowler von der St. George’s Anglican Church in Berlin dem „Evangelischen Pressedienst“: „Wenn die künftig alle noch einen Sprachkurs als Voraussetzung für geistliche Arbeit in Deutschland machen sollen, ist das ein zweites Hindernis.“ (epd/mig 7)

 

 

 

Ein Jahr GroKo: Nabu zieht enttäuschte Bilanz zum Umweltschutz

 

Der Naturschutzbund zieht heute ein Resümee des ersten Jahres der großen Koalition. Lob gibt es dabei für die Initiativen von Umweltministerin Schulze. Dagegen erhält das Landwirtschaftsministerium durchweg schlechte Noten.

Am 14. März ist es so weit: Die neue-alte „Groko“ ist ein Jahr im Amt. Eine Woche vorher hat der Naturschutzbund Deutschland (Nabu) Bilanz gezogen und die Arbeit von CDU, CSU und SPD mit Blick auf den Umweltschutz bewertet. Das Ergebnis ist ein tief enttäuschtes Zeugnis zum Stand der Dinge. „Wenn überhaupt einmal etwas passiert, dann nur als Reaktion auf Gerichtsurteile und gesellschaftlichen Druck“, so NABU-Präsident Olaf Tschimpke. Auf einer Pressekonferenz heute in Berlin sagte er, Merkel habe sich zwar international stark für den Klimaschutz eigesetzt, die Dinge im eigenen Land aber schleifen lassen. Es sei Zeit für ein Machtwort, damit sich die Ministerien unterschiedlicher Parteizugehörigkeit nicht weiter blockieren.

Harsche Kritik an Agrarministerin Klöckner

Derzeit laufen gegen Deutschland 16 Vertragsverletzungsverfahren der EU-Kommission im Bereich der Umweltpolitik, gibt der Naturschutzbund an – allein drei wegen mangelnder Umsetzung der „Fauna-Flora-Habitat“ Richtlinie. „Damit ist Deutschland Schlusslicht in Europa, zusammen mit Bulgarien und Italien“, verkündete Nabu-Chef Tschimpke. Besonders harsche Kritik muss in der Bilanz Julia Klöckner (CDU) einstecken. Die für Landwirtschaft zuständige Ministerin habe sich bisher nicht nennenswert für eine klimaverträgliche Landwirtschaft eingesetzt, lautet der Vorwurf.

 

Die Vereinbarkeit der Gemeinsamen Agrarpolitik nach 2020 mit den EU-Klimazielen bleibt eine „große Herausforderung“, so der Rechnungshof.

Mit dieser Meinung steht der Nabu nicht alleine. Auch Umweltministerin Svenja Schulze (SPD) hat sich bereits mehrfach über fehlenden Ehrgeiz ihrer Kollegin beschwert, sich in Brüssel für mehr Umweltschutzmaßnahmen bei der Reform der europäischen Landwirtschaft (GAP) einzusetzen. Sie habe große Sorge, dass die zaghaften Ansätze der Kommission, mehr Klimaschutz in der neuen GAP einzuräumen, vom Rat verwässert werden, sagte Schulze auf einer Agrarkonferenz zur Grünen Woche im Januar.  Sie habe ihre Kabinettskollegin Klöckner daher mehrfach gebeten, klar Flagge für den Schutz der Artenvielfalt zu zeigen. „Aber das scheitert schon daran, dass sich ihr Haus nicht über die Umweltaspekte der zukünftigen GAP im Klaren ist. Deutschland läuft deshalb Gefahr, bei den Verhandlungen in Brüssel nicht gehört und berücksichtigt zu werden.“

Obwohl die große GroKo die Neujustierung der GAP in den Koalitionsvertrag geschrieben hatte, ist Deutschland bislang eher zurückhaltend in Brüssel aufgetreten – anders als zum Beispiel Frankreich, das sich ein Mindestbudget für die Umweltförderung wünscht. Klöckner halte zu sehr an der jetzigen Regelung fest, wonach primär Landwirte mit viel Ackerfläche von der EU-Förderung profitieren, sagte Tschimpke. Er erwarte, dass sie beim nächsten Treffen der EU-Agrarminister am 16. März klare Worte fände und dazu ein deutsches Ausstiegsdatum aus der Nutzung von Glyphosat vorlege.

Der Entwurf zum Klimaschutzgesetz ist umstritten. Kritiker sprechen von „Planwirtschaft“, die Union lehnt individuelle CO2-Vorgaben für Wirtschaftssektoren ab. Dabei wäre Deutschland nicht das erste Land mit einem solchen Regelwerk.

Umweltschutzgesetz wird von Unions-Ministern blockiert

Gute Noten gibt der Nabu hingegen dem Umweltministerium. Die von Ministerin Schulze erarbeiteten Programme zum Insekten- und zum Wasserschutz gingen in die richtige Richtung, ebenso der 5-Punkte-Plan zur Plastikvermeidung, so die Bilanz. Beim größten Projekt der Ministerin, dem geplanten Umweltschutzgesetz, geht es dagegen nur stockend voran. Es gilt als umstritten, da es strenge CO2-Grenzen und Strafzahlungen für die einzelnen Ministerien vorsieht. Besonders die Unionsminister Altmaier, Seehofer, Klöckner und Verkehrsminister Scheuer blockieren ein Weiterkommen, meint der Nabu.

Für letzteren hat Tschimpke scharfe Kritik übrig: Das Verkehrsministerium sei seit Jahren „das verschlafenste Haus der Bundesregierung“. Die Emissionen im Verkehrssektor sind seit den 1990er-Jahren gestiegen, sollen laut Umweltschutzgesetz aber bis 2030 um 42 Prozent sinken. „Wir brauchen endlich einen Verkehrsminister, der zeigt, wo’s langgeht“, fordert Tschimpke. Man müsse sich den wichtigen Fragen stellen und zum Beispiel den Ausbau der Infrastruktur für Elektroautos vorantreiben.

Auch im Gebäudesektor, der laut Schulzes Umweltschutzgesetz massiv CO2 einsparen muss, sieht der Nabu keinerlei Fortschritt. Und auch der jetzige Koalitionsvertrag sehe keine steuerliche Absetzung von klimafreundlichen Sanierungsarbeiten vor. Die im Koalitionsvertrag angekündigte „Gebäudekommission“ ist bisher kein einziges Mal zusammengekommen.

Deutschland redet über Bienen: das Umweltministeriun plant einen Aktionsplan zum Insektenschutz. Die Landwirte sind aber nicht einverstanden, sie wollen mehr Anreizen zum Insektenschutz.

Fast eine Milliarde zu wenig für den Umweltschutz

Eigentlich hatte der Koalitionsvertrag vor einem Jahr viel Klimaschutz versprochen. Intern scheint es aber an der Umsetzung zu hapern. Und es fehlt an Mitteln, kritisiert das Umweltministerium. Von den 1,4 Milliarden Euro, die jährlich nötig wären, um die  EU-Naturschutzrichtlinien einzuhalten, stehen nur rund 500 Millionen zur Verfügung, gab das Ministerium bereits 2017 an.

Auch der Sachverständigenrat für Umweltfragen und der Wissenschaftliche Beirat für Waldpolitik beklagen eine „eklatante Unterfinanzierung“ des Naturschutzes in Deutschland –besonders in der Landwirtschaft. Diverse Experten fordern bereits seit Jahren einen EU-Klimafonds, ähnlich dem internationalen Weltklimafonds.

Aus Frankreich kommt derweil eine neue Idee: In seinem offenen Brief schlug Präsident Emmanuel Macron heute die Einrichtung einer europäischen Klimabank vor. Florence Schulz, EA 6

 

 

 

 

„Integration durch Sport“ feiert 30-jähriges Jubiläum

 

Die integrative Kraft des Sports nutzen - diese Strategie entspringt einer Zeit großer Umbrüche, in der der Kalte Krieg endete und die innerdeutsche Mauer fiel. Nicht zufällig also war das Jahr 1989 zugleich Auftakt für das Bundesprogramm „Integration durch Sport“, das vor dem Hintergrund dieser politischen und gesellschaftlichen Veränderungen vom damaligen Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble und dem Präsidenten des Deutschen Sportbundes (DSB), Hans Hansen, aus der Taufe gehoben wurde, damals noch unter dem Namen „Sport für alle – Sport für Aussiedler“.

In diesem Jahr feiert das Bundesprogramm sein 30-jähriges Jubiläum. Drei Dekaden, in denen aus einem Projekt ein Programm entstand und sich neben dem Namen auch das Integrationsverständnis grundlegendend verändert hat: von der einseitigen Anpassung zur interkulturellen Öffnung und einer Begegnung der Menschen mit und ohne Migrationshintergrund auf Augenhöhe. Seit Beginn der Initiative haben deutschlandweit knapp 10.000 Sportvereine und mehrere hunderttausend Menschen mit und ohne Zuwanderungsgeschichte Unterstützung durch das Bundesprogramm erhalten und von der interkulturellen Expertise seiner Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter profitiert.

„Das Thema Integration ist eines der Beispiele, an denen der Sport zeigt, dass er wie nur wenige andere gesellschaftliche Akteure in der Lage ist, bürgerschaftliches Engagement im großen Maßstab und zugunsten aller Bürgerinnen und Bürger zu organisieren. Dass wir nun das Bundesprogramm mit 30 Jahre „Integration durch Sport“ feiern, ist ein deutlicher Beweis für die Substanz des Bundesprogramms und die Wirkung des organisierten Sports“, sagt Andreas Silbersack, Vizepräsident Breitensport und Sportentwicklung beim Deutschen Olympischen Sportbund (DOSB), anlässlich des Jubiläums. Der DOSB verantwortet das Bundesprogramm konzeptionell und steuert dessen Umsetzung in den sechzehn Landessportbünden/-sportjugenden.

Gefördert wird „Integration durch Sport“ durch das Bundesministerium des Innern, für Bau und Heimat (BMI) und das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF). Derzeit beträgt die Förderung der Programmarbeit 11,4 Millionen Euro pro Jahr. In den vergangenen Jahren hat sich die inhaltliche Ausrichtung kontinuierlich strategisch weiterentwickelt und die Integrationsarbeit der beteiligten Vereine wurde systematisch unterstützt. Welchen integrativen Beitrag der organisierte Sport mit seiner Expertise, seinem Netzwerk und dem freiwilligen Engagement vieler Menschen beisteuern kann, hat er besonders eindrucksvoll in den vergangenen Jahren des verstärkten Zuzugs von Geflüchteten bewiesen.

30 Jahre sind Grund zum Feiern, unter anderem mit einem Jubiläumsmagazin im Frühjahr und einem Festakt im September. Es zeigt sich aber auch die Notwendigkeit, sich den verschärften Diskussionen über das Verständnis von Zuwanderung und Integration in Deutschland zu stellen. Der gemeinwohlorientierte Sport wird den runden Geburtstag vor allem nutzen, um mit einer Reihe von öffentlichkeitswirksamen Veranstaltungen, Gesprächsformaten und Auftritten die Integrationsleistungen zu würdigen und Themen wie Identität, Kultur und Migration noch stärker in den Vordergrund zu stellen.

Auf der Website www.integration-durch-sport.de finden Sie aktuelle Termine und mehr Informationen rund um das Jubiläumsjahr. Dosb 5

 

 

 

Eckpunktebeschluss zu kolonialem Kulturgut. Das Unrecht wird nicht vergessen

 

Die neu gegründete Kulturministerkonferenz der Bundesländer hat in einer gemeinsamen Erklärung Eckpunkte zum Umgang mit Sammlungsgut aus kolonialen Kontexten beschlossen. Für Kulturstaatsministerin Grütters ist dies

"Ausdruck unserer historischen Verantwortung, die koloniale Vergangenheit aufzuarbeiten und verantwortungsvolle, faire Lösungen zu entwickeln."   

In der Debatte um den kulturpolitischen Umgang mit dem kolonialen Erbe in Museen und Sammlungen haben die Kulturminister der Länder, der Bund und Vertreter der kommunalen Spitzenverbände mit der Eckpunktevereinbarung einen wichtigen Schritt zur gemeinsamen Aufarbeitung des Kolonialismus unternommen.

Hierin benennen Sie erstmals gemeinsam zentrale Handlungsfelder in der Frage wie künftig mit Kulturgut aus kolonialen Kontexten umgegangen werden soll.

Es sei in dieser Frage wichtig, dass alle an einem Strang ziehen, betonte Kulturstaatsministerin Grütters.

Zugleich kündigte sie einen "neuen Dialog" mit den Herkunftsstaaten in einem "Geist der Partnerschaft und Würde" an.

 

Verständigung und Dialog mit Herkunftsgesellschaften

Der partnerschaftliche Dialog mit den Herkunftsgesellschaften und zivilgesellschaftlichen Gruppen steht insgesamt im Vordergrund der Erklärung. "Nach unserem Verständnis sollten alle Menschen die Möglichkeit

haben, in ihren Herkunftsstaaten und Herkunftsgesellschaften ihrem reichen materiellen Kulturerbe zu begegnen, sich damit auseinanderzusetzen und es an zukünftige Generationen weiterzugeben", heißt es in der Präambel.

 

Einer der Kernpunkte des Papiers ist die umfassende Bestandsaufnahme von Objekten in deutschen Museen und sammlungsbewahrenden Einrichtungen, die unrechtmäßig während der Kolonialzeit nach Deutschland verbracht

wurden. Die fraglichen Bestände sollen digitalisiert werden, um sie der breiten Öffentlichkeit und möglichen Anspruchstellern aus den Herkunftsländern zugänglich zu machen.

 

Zudem ist die Errichtung einer zentralen Anlaufstelle geplant, die konkrete Beratung hinsichtlich möglicher Rückführungen und Kooperationen bieten soll.

 

Menschliche Überreste gehören nicht ins Museum

Bei der Aufarbeitung des Sammlungsgutes wird der Fokus zunächst vor allem auf menschlichen Überresten liegen. Das solche Exponate nicht in europäische Depots gehören, sondern in die Hände iherer Nachfahren, hatte Kulturrstaatsministerin Grütters gemeinsam mit ihrer Ressortkollegin im Auswärtigen Amt, Michelle Müntefering, bereits im vergangenen Jahr deutlich gemacht. Museen, die solche Objekte in ihren Sammlungen führen, wird in der Erklärung nachhaltige Unterstützung bei der Erforschung der Herkunft der Gebeine, Schädel oder dergleichen zugesagt.

 

Provenienzforschung ausbauen und klar trennen. Dasselbe gilt auch für anderweitige Kulturgüter, deren Herkunft in Zusammenhang mit dem Kolonialismus steht. Dazu wird die Provenienzforschung in diesem Bereich weiter ausgebaut.

 

Die Ministerinnen und Minister betonten in dem Papier jedoch ausdrücklich, die klare Unterscheidung zwischen der Aufarbeitung von Sammlungsgut aus kolonialen Kontexten und der Aufarbeitung NS-verfolgungsbedingt

entzogenen Kulturguts. Die Bemühungen und Maßnahmen zur Aufarbeitung des NS-Unrechts sollen nicht nur unvermindert fortgesetzt, sondern weiter intensiviert werden. Das geht aus einem weiteren Beschluss der Kulturministerkonferenz hervor. Ein wichtiges Thema hierbei ist die beschleunigte Rückgabe von

NS-verfolgungsbedingt entzogenem Kulturgut. Hier soll zusammen mit dem Bund und den kommunalen Spitzenverbänden eine überarbeitete Handreichung für die Museen erarbeitet werden.

 

Freiheit der Kunst als Maßstab der Kulturpolitik

Ein weiteres Thema der ersten Kulturministerkonferenz der Bundesländer war die Bedeutung der kulturellen und künstlerischen Freiheit. Die Länder bekannten sich in ihrer gemeinsamen Erklärung dazu, diese Freiheiten zu schützen und sie zu als Maßstab ihrer Kulturpolitik zu nehmen. Zudem einigten sich die Länderverteter darauf, die Kultur in den Regionen stärker zu fördern und sich für unabhängige Verlage einzusetzen.

 

Der Zusammenschluss der für Kultur zuständigen Landesministerinnen und -minister und Senatorinnen und Senatoren wurde im vergangenen Jahr gegründet. Ziel ist es, die Kulturpolitik von Bund und Ländern enger

abzustimmen und den kulturpolitischen Belangen der Länder auf Bundesebene sichtbarer zu machen. Pib 14

 

 

 

Buchtipp. Das neue Wir – Warum Migration dazugehört

 

Jan Plamper erzählt in seinem neuen Buch die Einwanderung nach Deutschland neu – als Teil der deutschen Geschichte nach 1945 und als Erfolgsgeschichte. MiGazim veröffentlicht einen Auszug aus dem Buch exklusiv.

Warum brauchen wir eine nationale Kollektividentität? Reicht nicht das Grundgesetz als über die Staatsbürgerschaft hinausgehende Klammer? Denn das Grundgesetz ist ja mehr als eine Sammlung von Regeln, die unserem Zusammenleben Ordnung geben. Das Grundgesetz ist vor allem Ausdruck unserer Werte, und damit sollten wir uns auch emotional identifizieren. „Verfassungspatriotismus“ heißt der Vorschlag dieser Form von Nationalstolz; die Idee stammt von den Philosophen Dolf Sternberger und Jürgen Habermas.

Die Literaturwissenschaftlerin Marina Münkler und der Politologe Herfried Münkler erweiterten diesen Vorschlag 2016. Für sie soll es fünf Merkmale des Deutschseins geben, zwei „sozioökonomische“, zwei „soziokulturelle“ plus Verfassungspatriotismus. Deutsche sind erstens fleißig und versuchen, durch eigene, harte Arbeit nach oben zu kommen, Sozialleistungen nehmen sie nur in Notfällen in Anspruch. Zweitens kann die so definierte deutsche Person davon ausgehen, dass sie „durch eigene Anstrengung die angestrebte persönliche Anerkennung und einen gewissen sozialen Aufstieg erreichen kann“. Drittens trennen die Deutschen Religion und Staat, sie verlangen nicht, dass etwa die Rechtsprechung religiösen Gesetzen folgt. Viertens mischen sie sich nicht in die Wahl der Lebenspartner ihrer Kinder ein, diese dürfen frei bestimmen, wen sie lieben und mit wem sie leben. Fünftens bekennen sie sich zur Verfassung, dem deutschen Grundgesetz.

Es ist gut, dass die Münklers Deutschsein nicht ethnisch definieren. Was mich nicht überzeugt, sind die ersten beiden, wirtschaftlichen Merkmale. Was ist mit den Beschäftigten im Niedriglohnsektor, die schuften und trotzdem auf keinen grünen Zweig kommen? Was, wenn es einmal wirtschaftlich wirklich eng wird und das Wachstum dauerhaft zurückgeht? Was, wenn durch Digitalisierung und Automatisierung – Arbeit 4.0 – viele Jobs wegfallen? Oder wenn ein bedingungsloses Grundeinkommen eingeführt wird? Wir benötigen eine Definition, meine ich, die den Zusammenhalt über etwas anderes als das Ökonomische sichert.

Kurz: Ich halte die bisherigen Definitionen von Zugehörigkeit für unzulänglich. Ich bin der Überzeugung, dass wir eine kollektive Identität brauchen, die eine stärkere emotionale Bindefestigkeit besitzt als die Liebe zum Grundgesetz oder eine Vom-Tellerwäscher-zum-Millionär-Aufsteigermentalität.

Andere finden das auch. Die einen nennen diese kollektive Identität mit dem Mehr an emotionalem Kitt schlicht Patriotismus (ohne Zusätze wie Verfassungspatriotismus), andere Heimat und wiederum andere Leitkultur. Ich teile manches mit den Befürwortern dieser drei Konzepte, bin aber der Meinung, dass wir mit einem unverbrauchten Begriff besser fahren. Denn ob man nun von Patriotismus, Heimat oder Leitkultur spricht, diese Begriffe sind allesamt besetzt, vor allem von rechts. Vielleicht ließen sie sich zurückerobern, aber ob es gelänge, ist ungewiss. … MiG 15