Webgiornale 20 settembre – 3 ottobre 2021

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Green Pass in Italia. Il decreto-legge del governo sulla certificazione verde. 1

2.     La Germania al voto. 1

3.     L’11 settembre 20 anni dopo. Un attacco contro l’occidente, una risposta su cui riflettere. 1

4.     È l'ora di una riflessione sulla nostra politica internazionale. 1

5.     Politiche climatiche: un cambiamento di sistema è inevitabile e irreversibile. 1

6.     Merkel all’IAA: “La Germania deve mantenere la centralità nella produzione auto”. 1

7.     I 16 anni della cancelliera. Con l’uscita di scena di Angela Merkel l’Italia perde un’alleata in Europa. 1

8.     L'ascesa di Scholz. La Germania post-Merkel: una galassia con un astro nascente. 1

9.     Addio all’Ambasciata di Berlino. “Questa esperienza mi resterà nel cuore per sempre!”. 1

10.  Il 28 settembre l’Ambasciatore Varricchio e la Presidente del Comites Donà presentano la guida al sistema scolastico di Berlino. 1

11.  Torna in Germania il festival “Cinema!Italia!“: si parte da Amburgo. 1

12.  Restituzione Moneta d’oro rubata dal Museo Archeologico Nazionale di Parma e rinvenuta in Bassa Sassonia. 1

13.  I recenti temi di Radio Colonia. 1

14.  Supersalone di Milano, Conference Day con Ambasciata d’Italia a Berlino. 1

15.  L‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo incontra il 20 settembre la scrittrice Chiara Valerio. 1

16.  Serata in onore di Dante, “Dalla selva oscura alle luci di Berlino”. 1

17.  L’emigrazione italiana in Germania in un libro di in ex sindacalista. 1

18.  Il Comites di Berlino martedì 28 settembre presenta la Guida al sistema scolastico. 1

19.  Berlino. Da ottobre corso di formazione gratuito per le piccole e medie aziende italiane. 1

20.  L’Ambasciata d’Italia a Berlino sull’elezione dei Comites: sperimentazione del voto digitale. 1

21.  Il corpo delle donne (e degli LGBTQI+) è un campo di battaglia: a Francoforte l’incontro con la ricercatrice Asia Leofreddi 1

22.  Mostra all’Ambasciata. Esposte le opere di 10 artisti tedeschi e italiani residenti a Berlino. 1

23.  L’11 settembre 20 anni dopo. Le macerie della potenza imperiale americana. 1

24.  Il diritto della dignità. 1

25.  Variante Delta, perché contagia vaccinati e guariti: lo studio. 1

26.  "Riconoscere l'italiano come lingua procedurale dell'Unione Europea". 1

27.  Carenza di personale Maeci all’estero. 1

28.  Il rilancio nazionale. 1

29.  Turismo in ripresa in Italia: 33 milioni di stranieri durante l’estate. 1

30.  L’11 settembre 20 anni dopo. Perché le Torri Gemelle non furono un’altra Pearl Harbor 1

31.  Green Pass. “Si riconosca green pass a cittadini Aire immunizzati con vaccini previsti all’estero”. 1

32.  Come da copione. 1

33.  Novità riguardanti il rilascio del passaporto elettronico. 1

34.  Festival delle Migrazioni: a Torino la 3° edizione. 1

35.  Fino al 22 settembre la ventesima edizione della Settimana Europea della Mobilità. 1

36.  Educazione politica. 1

37.  Covid, Zangrillo: "Italia malata di fake news, parlano tutti". 1

38.  “Italiani nel mondo: nuove cittadinanze, nuove mobilità”, dibattito alla Festa dell’Unità di Bologna. 1

39.  "Insieme per il futuro dell'Europa... Insieme con l'Europa per il mondo". 1

40.  I fatti 1

41.  UE. Aperte le iscrizioni al concorso per le scuole secondarie “Juvenes Translatores”. 1

42.  Scuola: ripresa delle lezioni anche nelle scuole italiane all’estero. 1

43.  Il caso Italia. 1

44.  L’emigrazione italiana su Rai3. 1

45.  L’iscrizione all’Aire non garantisce l’esenzione dalle tasse italiane. 1

46.  Quale disciplina regola il pagamento dell’Imu per la casa posseduta in Italia?. 1

47.  Seminario di Palermo, webinar sulle modalità delle elezioni per il rinnovo dei Comites. 1

48.  Scuola e cultura italiane all’estero: Commissione Cgie allarmata. 1

49.  Uscito il nuovo numero della rivista Studi Emigrazione n° 223/2021 edita dalla Fondazione CSER. 1

50.  

 

1.     Italien nähert sich Referendum zur Entkriminalisierung von Cannabis. 1

2.     EU-Parlament verabschiedet Reform von Arbeitserlaubnis für Fachkräfte. 1

3.     Migrationsbericht 2021. Corona und die Folgen lassen Einwanderung sinken. 1

4.     „Politik nicht das zentrale Element“. Migranten wählen noch immer anders als die Restbevölkerung. 1

5.     Demokratiedefizit. Kulturelle Vielfalt endet im Wahlkampf 1

6.     Merkels Kanzlerschaft weltweit positiv bewertet. 1

7.     Gretchenfrage. Das Modell des „Demokratie-Exports“ ist gescheitert 1

8.     EU-Klimachef: Europäische Städte müssen sich an den Klimawandel anpassen. 1

9.     Osteuropa. Tragische Entfremdung. 1

10.  Studie. Migranten können die Bundestagswahl entscheiden. 1

11.  Merkel kritisiert belarussische Führung im Flüchtlingsstreit 1

12.  60 Jahre Türkei-Anwerbeabkommen. Steinmeier: „Wir sind ein Land mit Migrationshintergrund“. 1

13.  NATO. Zurück auf Los. 1

14.  Vatikan/UNO: Nein zur Ungleichheit am Arbeitsplatz. 1

15.  Weber kandidiert nicht für die Nachfolge an der Spitze des Europäischen Parlaments. 1

16.  Studie zum Familienleben nach dem Corona-Modus. 1

17.  Deutschland auf dem Weg in eine Politik der Lügen?. 1

18.  Parteien betonen Fluchtmigration und verkennen Chancen klassischer Einwanderung. 1

19.  Interview. „Die Energiebranche braucht mehr Mut, um Zeitgemäß zu sein“. 1

20.  WAHLPRÜFSTEINE. Parteien uneins über Familiennachzug von ausländischen Ehegatten. 1

21.  Rückgabe einer aus dem Archäologischen Nationalmuseum in Parma gestohlenen und in Niedersachsen gefundenen Goldmünze. 1

22.  Amerikas Rückkehr zum Realismus. 1

23.  G20-Gesundheitsminister unterzeichnen „Rom-Pakt“ für die weltweite Verteilung von Impfstoffen. 1

24.  Bundestagswahl. Wahl-O-Mat dank Initiative jetzt auch mehrsprachig. 1

25.  Angriffe auf Schulen in Konfliktregionen häufiges Element der Kriegsführung. 1

26.  Hochwasser – die konstante Gefahr. Versicherungsschutz überprüfen, bevor es zu spät ist 1

 

 

 

 

Green Pass in Italia. Il decreto-legge del governo sulla certificazione verde

 

ROMA – Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi, del Ministro della Salute Roberto Speranza, del Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando e del Ministro della Giustizia Marta Cartabia, ha approvato ieri un decreto-legge che introduce misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato mediante l’estensione dell’ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 e il rafforzamento del sistema di screening.

Di seguito le principali previsioni.

Lavoro pubblico

È tenuto a essere in possesso dei Certificati Verdi il personale delle Amministrazioni pubbliche. L’obbligo riguarda inoltre il personale di Autorità indipendenti, Consob, Covip, Banca d’Italia, enti pubblici economici e organi di rilevanza costituzionale. Il vincolo vale anche per i titolari di cariche elettive o di cariche istituzionali di vertice. Inoltre l’obbligo è esteso ai soggetti, anche esterni, che svolgono a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o formativa presso le pubbliche amministrazioni.

Il possesso e l’esibizione, su richiesta, del Certificato Verde sono richiesti per accedere ai luoghi di lavoro delle strutture prima elencate.

Sono i datori di lavoro a dover verificare il rispetto delle prescrizioni. Entro il 15 ottobre devono definire le modalità per l’organizzazione delle verifiche. I controlli saranno effettuati preferibilmente all’accesso ai luoghi di lavoro e, nel caso, anche a campione. I datori di lavoro inoltre individuano i soggetti incaricati dell’accertamento e della contestazione delle eventuali violazioni.

Il decreto prevede che il personale che ha l’obbligo del Green Pass, se comunica di non averlo o ne risulti privo al momento dell’accesso al luogo di lavoro, è considerato assente ingiustificato fino alla presentazione della Certificazione Verde; dopo cinque giorni di assenza, il rapporto di lavoro è sospeso. La retribuzione non è dovuta dal primo giorno di assenza. Non ci sono conseguenze disciplinari e si mantiene il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro.

Per coloro che sono colti senza la Certificazione sul luogo di lavoro è prevista la sanzione pecuniaria da 600 a 1500 euro e restano ferme le conseguenze disciplinari previste dai diversi ordinamenti di appartenenza.

Organi costituzionali

L’obbligo di Green Pass vale anche per i soggetti titolari di cariche elettive e di cariche istituzionali di vertice. Gli organi costituzionali adeguano il proprio ordinamento alle nuove disposizioni sull’impiego delle Certificazioni Verdi.

Lavoro privato

Sono tenuti a possedere e a esibire su richiesta i Certificati Verdi coloro che svolgano attività lavorativa nel settore privato.

Il possesso e l’esibizione, su richiesta, del Certificato Verde sono richiesti per accedere ai luoghi di lavoro.

Come per il lavoro pubblico, anche per quello privato sono i datori di lavoro a dover assicurare il rispetto delle prescrizioni. Entro il 15 ottobre devono definire le modalità per l’organizzazione delle verifiche. I controlli saranno effettuati preferibilmente all’accesso ai luoghi di lavoro e, nel caso, anche a campione. I datori di lavoro inoltre individuano i soggetti incaricati dell’accertamento e della contestazione delle eventuali violazioni.

Il decreto prevede che il personale ha l’obbligo del Green Pass e, se comunica di non averlo o ne risulti privo al momento dell’accesso al luogo di lavoro, è considerato assente senza diritto alla retribuzione fino alla presentazione del Certificato Verde. Non ci sono conseguenze disciplinari e si mantiene il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro. È prevista la sanzione pecuniaria da 600 a 1500 euro per i lavoratori che abbiano avuto accesso violando l’obbligo di Green Pass. Per le aziende con meno di 15 dipendenti, è prevista una disciplina volta a consentire al datore di lavoro a sostituire temporaneamente il lavoratore privo di Certificato Verde.

Tamponi calmierati

Il decreto prevede l’obbligo per le farmacie di somministrare i test antigenici rapidi applicando i prezzi definiti nel protocollo d’intesa siglato dal Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19, d’intesa con il Ministro della salute. L’obbligo vale per le farmacie che hanno i requisiti prescritti. Le nuove norme prevedono inoltre la gratuità dei tamponi per coloro che sono stati esentati dalla vaccinazione.

Tribunali

Il personale amministrativo e i magistrati, per l’accesso agli uffici giudiziari, devono possedere ed esibire le Certificazioni Verdi. Al fine di consentire il pieno svolgimento dei procedimenti, l’obbligo non si estende ad avvocati e altri difensori, consulenti, periti e altri ausiliari del magistrato estranei all’amministrazione della Giustizia, testimoni e parti del processo.

Revisione misure di distanziamento

Entro il 30 settembre, in ragione dell’estensione dell’obbligo di Green Pass e dell’andamento della campagna vaccinale, il Cts, Comitato tecnico scientifico, esprime un parere relativo alle condizioni di distanziamento, capienza e protezione nei luoghi nei quali si svolgono attività culturali, sportive, sociali e ricreative. La rivalutazione sarà propedeutica all’adozione degli successivi provvedimenti.

Sostegno allo sport di base

Il provvedimento interviene, vista la grave crisi che continua ad attraversare il settore sportivo a causa dell’emergenza pandemica, anche sul settore sportivo. In particolare: a sostegno della maternità delle atlete non professioniste; a garanzia del diritto all’esercizio della pratica sportiva quale insopprimibile forma di svolgimento della personalità del minore; a incentivare l’avviamento all’esercizio della pratica sportiva delle persone disabili mediante l’uso di ausili per lo sport. Inoltre le risorse potranno essere destinate ad assicurare un ulteriore sostegno all’attività sportiva di base, anche attraverso finanziamenti a fondo perduto da attribuire alle associazioni e società sportive dilettantistiche. (Inform/dip 17)

 

 

 

La Germania al voto

Le scelte dei tedeschi condizionate da incertezze e timori legati agli scenari globali più che nazionali. Il lascito di Angela Merkel - di Pasquale Episcopo

A tre settimane dalle elezioni politiche per il rinnovo del Bundestag, il parlamento tedesco, l’atteggiamento degli elettori appare caratterizzato da una frustrante consapevolezza: il prossimo cancelliere (o cancelliera), indipendentemente dalla persona che assumerà questa carica e, allo stesso modo, la prossima coalizione di governo, indipendentemente dai partiti che ne faranno parte, non potranno fare molto di fronte ai grandi problemi che caratterizzano i tempi attuali. Questa affermazione è tanto più vera, e ancor più amara, se si considera che essa vale per ogni governo, degno di questo nome, non solo in Europa, ma a livello globale. Gli avvenimenti di queste ultime settimane rappresentano uno spaccato assai poco lusinghiero della situazione con cui i futuri governanti tedeschi dovranno cimentarsi e che, in estrema sintesi, è riconducibile a tre categorie solo apparentemente distanti e distinte: la pandemia, il disastro ambientale, la guerra e il terrorismo internazionale.

Cominciamo da quest’ultimo

Esattamente vent’anni fa, l’11 settembre 2001, il mondo assistette incredulo e sgomento all’abbattimento delle Twin Towers a New York. A colpire le torri, con due aeroplani dirottati, fu un gruppo di terroristi di Al-Qaida, movimento fondamentalista guidato da Bin Laden, nato alla fine degli anni ’80 in Afganistan durante l’invasione sovietica. La reazione degli Stati Uniti la conosciamo. Vent’anni di guerra hanno accentuato la destabilizzazione di una vasta area geografica in una spirale di morte e di violenza. La conseguenza sono stati i flussi migratori e il terrorismo internazionale di matrice islamica. Dal 15 agosto scorso i talebani sono nuovamente al potere. Il 26 agosto un attentato compiuto da frange dell’Isis, il famigerato Stato islamico (ora in contrasto con gli stessi talebani), ha ucciso decine di civili afgani e tredici soldati americani. La vendetta annunciata da Joe Biden non si è fatta attendere. Poche ore dopo un missile lanciato da un drone ha ucciso due leader del gruppo terroristico. Tutto ciò lascia attoniti. Possibile che il presidente americano pronunci pubblicamente parole di vendetta e non si renda conto che ciò è esattamente quello che desiderano i terroristi per mettere in atto nuovi attentati e alimentare la loro propaganda?

Passiamo alla catastrofe ambientale causata dal cambiamento climatico

L’ultimo rapporto dell’IPCC, pannello intergovernativo ONU, ha affermato che la velocità del cambiamento è maggiore di quanto finora ipotizzato. Le terrificanti ricadute sull’ambiente le abbiamo viste in diretta: da una parte gli incendi, dall’altra le alluvioni. Quest’ultime hanno profondamente colpito il territorio tedesco, con oltre 180 vittime e danni per miliardi di euro. Impressionanti le scene di devastazione. Tra esse, emblematiche quelle del fiume Inde, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, che si è ripreso prepotentemente il suo corso nel suo letto naturale dopo essere stato deviato, nel 2005, per scavare una miniera.

Infine la pandemia, conseguenza anche essa dell’intrusione antropica

La sciagurata tendenza a defraudare gli animali del loro habitat naturale ha creato un perverso corto circuito biologico con la specie umana. La proliferazione delle varianti del virus e la loro aumentata capacità di infettare le persone richiederà un continuo aggiornamento dei vaccini e delle dosi da somministrare, con notevoli ricadute sul piano sociale ed economico. A pagare il prezzo più alto saranno i più deboli e ciò varrà sia a livello di individui che di nazioni.

Le tre categorie suddette hanno, abbiamo detto, una portata che trascende la capacità dei singoli Stati di porvi rimedio. La loro politica potrà essere incisiva soltanto nel quadro di una strategia condivisa a livello globale. Ciò richiederebbe un radicale rafforzamento delle Nazioni Unite e del mandato a loro affidato. Perché questo succeda le grandi potenze dovrebbero rinunciare al loro ruolo dominante. Vedremo cosa diranno al prossimo G20 a presidenza italiana.

Torniamo alla Germania

Di fronte a questa situazione, tutte le valutazioni riguardanti i singoli candidati, i relativi partiti, i sondaggi e le previsioni di successo o di insuccesso lasciano il tempo che trovano. Una cosa è certa: l’uscita di scena di Angela Merkel dopo sedici anni di governo in cui ha profuso un lavoro intenso e scevro da atteggiamenti autoreferenziali (e già solo per questo meritevole di lode). Quando nel 2011 ci fu la catastrofe di Fukushima fu lei a decidere di smantellare le centrali nucleari tedesche entro il 2022. Con la sua frase “wir schaffen das” la cancelliera nel 2015 prese un’altra decisione difficile e coraggiosa. Aprì le frontiere a oltre un milione di profughi siriani, iracheni e afgani. Quella decisione aprì un dibattito acceso nella società tedesca e non solo. Oggi che la questione dell’accoglienza agli afgani è tornata di attualità comprendiamo quanto la solidarietà debba essere un valore fondante della convivenza sociale in Europa.

Ci vorranno anni per valutare i risultati della politica di Angela Merkel e comprenderne il lascito. A ciò servirà il contributo degli storici più che dei giornalisti. Nell’immediato, in un’Europa caratterizzata dalla scomparsa dei partiti politici tradizionali, la scena politica tedesca ripropone i suoi partiti storicamente più forti e tre candidati alla cancelleria. Ne abbiamo parlato nel numero di maggio del nostro giornale. La questione di fondo è se nell’elettorato ci siano le motivazioni e la volontà per creare discontinuità rispetto al passato. Se ciò avverrà, l’Unione CDU-CSU e Armin Laschet ne faranno le spese mentre i Verdi e Annalena Baerbock potrebbero trarne vantaggio. Con Olaf Scholz i socialisti della SPD hanno ritrovato una vitalità che sembrava definitivamente perduta. L’attuale ministro delle finanze ha mostrato di possedere una calma e una lucidità che sta piacendo al grande pubblico. Vedremo quanto peseranno sul voto finale. Vedremo, soprattutto, se la coalizione che uscirà dalle urne avrà la capacità di trovare un accordo su un programma politico duraturo e se questo sarà in grado di influenzale positivamente la politica europea e, aggiungiamo, mondiale sulle grandi questioni che attanagliano l’umanità. CdI settembre

 

 

 

 

L’11 settembre 20 anni dopo. Un attacco contro l’occidente, una risposta su cui riflettere

 

Gli attentati dell’11 settembre furono attacchi contro gli Stati Uniti e contro tutto l’Occidente in quanto comunità politica di valori quali diritti umani, libertà civili, stato di diritto, democrazia liberale. Attacchi in nome di una visione alternativa del mondo, quella del terrorismo internazionale di matrice islamica, come testimoniato da Oriana Fallaci.

Per questo la Nato ha invocato l’articolo 5 del trattato di Washington sulla difesa collettiva, per la prima e unica volta nei suoi 72 anni di storia: gli attacchi di New York e Washington erano attacchi contro tutti noi occidentali. Per questa ragione una delle più grandi coalizioni internazionali della storia moderna ha appoggiato l’intervento militare in Afghanistan, con la partecipazione attiva di Onu, Nato, Ue, di tutto il G8 compresi Giappone e Russia. Intervento cui l’Italia ha contribuito sin dall’inizio e con un ruolo importante, senza mai mollare per due decenni.

Questo dato storico rimane a 20 anni di distanza, al di là delle modalità e degli errori con cui è stata condotta la guerra al terrorismo nel ventennio successivo.

La caccia costante ai sospetti terroristi

La prima e più duratura risposta degli Stati Uniti è stata diretta e immediata per spazzare via Al Qaeda dall’Afghanistan, quando ancora si cercavano i resti dei 2.996 morti tra New York e Washington. L’obiettivo era eliminare chiunque fosse coinvolto negli attacchi, e per quanto possibile i fautori di altri eventuali attentati. Questa risposta è culminata con l’uccisione di Osama Bin Laden nel 2011, e del suo sodale talebano, il mullah Omar, nel 2013.

In Afghanistan, Pakistan e altrove gli Usa hanno adottato una strategia di contrasto al terrorismo condivisa da Bush, Obama, Trump e Biden: l’intelligence, le forze armate e i droni americani colpiscono senza sosta, e ovunque nel mondo, i sospetti terroristi senza puntare ad un arresto e un processo. È un cambiamento profondo, duro, introiettato dalla classe dirigente e dall’opinione pubblica americana, che pone pesanti implicazioni per l’Europa in quanto tocca direttamente proprio quei valori – in primis lo stato di diritto – per difendere i quali si combatte il terrorismo islamico.

Gli americani sono venuti a patti con questa realtà post 11 settembre, e in nome della propria sicurezza hanno sacrificato una parte della loro anima, e della loro immagine agli occhi del mondo. Venti anni senza gravi attentati sul suolo americano sono per gli Usa un successo per cui vale pagare questo prezzo. 

Costruire, cambiare, andarsene, crollare

In parallelo alla costante caccia ai terroristi, negli ultimi 20 anni è oscillato molto l’approccio americano agli Stati in cui il terrorismo trovava appoggio, in primis l’Afghanistan. Con Bush, avendo cacciato i talebani, si è tentato di costruire istituzioni locali in grado di controllare il territorio, assicurare un minimo di servizi essenziali alla popolazione e una qualche forma di rappresentanza politica, pacifica e democratica. Vista le enormi difficoltà e costi di questo approccio, Obama ha puntato a chiudere l’impegno militare sul suolo iracheno e a limitare quello afgano. Trump ha cercato di lasciare Afghanistan e Iraq costi quel che costi, e Biden ha completato l’opera a Kabul con i risultati disastrosi sotto gli occhi di tutti. Per dirla con le categorie dello storico statunitense Walter Russel Mead, la componente jacksoniana della politica estera americana ha prevalso su quella wilsoniana.

Tali cambiamenti di approccio hanno risposto ad una logica di politica interna cinica quanto comprensibile: negli anni immediatamente successivi all’11 settembre c’era il consenso per una vendetta ed una guerra preventiva che poi nel tempo è diventata sempre più insostenibile per l’elettorato, a fronte di costi elevati, risultati modesti, e svolte simboliche come l’uccisione del nemico Bin Laden. Tutto ciò ha avuto implicazioni pesanti per gli alleati europei. L’Europa è stata la prima a chiedere di costruire le istituzioni afghane, già con gli accordi di Bonn a dicembre 2001, in base al comprehensive approach europeo che mette insieme sicurezza e sviluppo – un mantra dell’Ue per oltre un decennio. E l’Europa ha investito molto in Afghanistan tramite la Nato, con 30mila militari europei sul terreno nel 2011; tramite l’Ue che vi ha dispiegato per 10 anni una missione per formare la polizia afgana, e con l’impegno bilaterale di tanti Paesi – Italia in primis.

Quando gli Usa di Trump e Biden hanno rinunciato completamente all’idea di sostenere le istituzioni in Afghanistan, gli europei hanno assistito passivamente, chiudendo gli occhi di fronte al bivio che si poneva loro con i negoziati di Doha con i Talebani: abbandonare il loro comprehensive approach, e gli afghani, o investirci di più per colmare il vuoto lasciato dagli USA. Solo quando a giugno 2021 sono arrivati i primi segnali di un possibile e rapido crollo dell’Afghanistan, Gran Bretagna e Italia hanno proposto in ambito Nato di mantenere una limitata presenza militare a Kabul per non bruciare quanto costruito. Francia, Germania e gli altri hanno voltato le spalle, ed è andata come è andata. Una scelta legittima in base alla percezione attuale degli interessi europei, ma che rende l’Europa corresponsabile del dramma afghano.

Stati Uniti, Europa e Nato 20 anni dopo

Vent’anni dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti possono dire a sé stessi: abbiamo vendicato i nostri morti, ucciso i nostri nemici, protetto il nostro Paese; e continueremo a farlo senza più erodere le risorse militari, economiche e diplomatiche che oggi e in futuro servono per competere con l’avversario cinese e mantenere la leadership mondiale. Gli Stati Uniti dovrebbero dire anche che hanno commesso gravi e tragici errori nel chiudere l’intervento afghano e nell’intervenire tout court in Iraq.

Cosa può dire l’Europa a sé stessa 20 anni dopo l’11 settembre? Per capirlo, anche alla luce del dramma afghano, c’è bisogno di una nuova riflessione ed autocritica. Una riflessione critica che gli alleati occidentali dovrebbero fare insieme. All’ingresso del quartier generale Nato a Bruxelles ci sono un pezzo del Muro di Berlino ed uno delle Torri Gemelle, a ricordare le minacce affrontate insieme. Se il primo rappresenta una storica vittoria dell’Occidente, il secondo simboleggia oggi una sconfitta che resterà impressa nell’immaginario collettivo. Superarla non sarà facile. Alessandro Marrone, Aff.Int 10

 

 

 

 

È l'ora di una riflessione sulla nostra politica internazionale

 

La presenza delle nostre apprezzate missioni militari all'estero deve essere accompagnata da un'azione diplomatica più risoluta, legata alla cooperazione - di Andrea Riccardi

  

Quando la scorsa settimana abbiamo scritto sull'Afghanistan, non credevamo che i Talebani sarebbero arrivati a Kabul così presto. Nessuno lo credeva. Ma è avvenuto. Lo Stato afghano, le istituzioni, la politica, l'esercito si sono liquefatti davanti agli "studenti coranici". Vediamo ogni giorno le scene impressionanti all'aeroporto di Kabul: l'ingorgo di persone disperate, pronte a tutto pur di lasciare il Paese. Con esse, la fuga degli occidentali. Abbiamo sentito le voci delle donne afghane, degli attivisti per i diritti umani, dei giornalisti abituati alla libertà e dei tanti altri cittadini: hanno detto di sentirsi traditi, dopo che avevano sperato con l'Occidente di costruire un nuovo Afghanistan. A che sono serviti questi vent'anni? È una domanda che brucia a chi ha perso, come alcune famiglie italiane, i propri cari in quella terra, spesso - come ha dichiarato il padre di un caduto - entusiasti della loro missione.

Oggi si conclude una stagione iniziata nel 2001 con la guerra in Afghanistan: non fu solo la risposta all'attacco tragico dell'11 settembre, ma anche l'idea d'una crociata per impiantare la democrazia. Poi venne la guerra in Iraq, altro insuccesso... Vent'anni, l'inizio del XXI secolo, in cui si è creduto nella guerra come strumento per fare un mondo più giusto, ma anche per provare le proprie armi e la propria forza. Ma - come insegna papa Francesco -«ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato». È esperienza della storia. Intanto, gli Stati Uniti hanno perso prestigio nel mondo e perdono peso in Asia. Il gioco, attorno all'Afghanistan, è in tutt'altre mani: Cina, Pakistan, Turchia, Iran, Russia. Forse bisogna cominciare a trarre lezioni da questa storia.

Il rischio è che la reazione delle opinioni pubbliche europee, spaventate dalla rivelazione di debolezza e dall'arrivo dei profughi afghani, sia incline a una politica di chiusura, di fiducia in qualche uomo che fa la voce grossa e rassicura gli spaventati. Non è una politica forte: è invece la scelta per la debolezza. Bisogna fare la nostra parte e credere nei nostri valori.

  

La chiusura dell'Afghanistan, la sorte delle donne e delle bambine di quel Paese, il totalitarismo talebano ci spingono sempre più ad avere fiducia nella libertà e nella democrazia. Anche Paesi medi come l'Italia possono fare molto. Lo si vede dalla nostra richiesta presenza militare in tante operazioni, che però devono essere accompagnate da una politica attiva. Che politica facciamo in Iraq, dove sono i nostri militari? E in Libano, pur avendo una notevole presenza? Il fatto che l'Italia non avrebbe potuto far politica in Afghanistan, lontano e estraneo alla nostra storia, lo si vede dal fatto che il nostro ambasciatore a Kabul ha lasciato il Paese, mentre è rimasto il console a coordinare le evacuazioni. Altri Paesi invece hanno ancora l'ambasciatore presente. L'Italia ha una responsabilità diretta nei Balcani, nel Mediterraneo, in alcune aree dell'Africa. Questo impone un pensiero strategico, in cui la presenza militare sia accompagnata da politica, cooperazione, cultura. Questa è l'ora di una riflessione critica su una politica fatta troppo seguendo l'onda, poco come alleati maturi e responsabili, e dell'aiuto umanitario ai profughi afghani. Se vogliamo che la nostra civiltà non sia sommersa, abbiamo la responsabilità di tener fermo il nostro senso umano, ma anche di costruire una politica internazionale capace di proiettarci nel mondo cui siamo legati dalla storia e dalla geografia.  Fam. Cr. 29.8.

  

 

 

 

Politiche climatiche: un cambiamento di sistema è inevitabile e irreversibile

 

Il gruppo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) ha lanciato un messaggio perentorio: alcuni cambiamenti sono ora inevitabili ed irreversibili, con conseguenze allarmanti. Per trovare esempi non serve guardare lontano: basta vedere gli incendi e le inondazioni devastare l’Europa, da sud a nord.

Dana Meadows scrisse che “un cambiamento negli obiettivi cambia un sistema profondamente, anche se tutti gli elementi e le connessioni restano invariate.” Per raggiungere i target climatici globali garantendo una transizione ecologica socialmente giusta, bisogna sostituire il benessere comune alla crescita come obiettivo sistemico. Contrariamente al pensiero economico dominante, non tutta la crescita è positiva e sufficiente a creare benefici sociali.

Il modello economico capitalistico si è sviluppato sulla premessa che perseguire la crescita avrebbe automaticamente garantito prosperità a tutti. Ciò non è avvenuto, nonostante i successi su sviluppo e lotta alla povertà: la crescente iniquità economica e i danni ambientali causati dall’essere umano dimostrano come sia necessario un ripensamento. Un nuovo modello economico che ottimizzi più obiettivi, invece di massimizzarne uno solo, permetterebbe di perseguire giustizia sociale e ambientale insieme allo sviluppo. Una filosofia economica che si poggia su un principio di sufficienza, che massimizzi la qualità, e non la quantità, produttiva, permetterà di impostare il sistema per perseguire obiettivi economici, sociali ed ambientali insieme.

Pratiche come minimalismo, veganesimo, agricoltura rigenerativa, consumo consapevole diventano sempre più diffuse, contribuendo a trasformare la concezione collettiva di prosperità e successo. Queste pratiche implicano un sistema di valori diverso dal passato: sfidano il paradigma dominante dell’homo oeconomicus razionale e auto-interessato, portando l’idea di capitale sociale nella valutazione del valore, influenzando le scelte di mercato. Il cambiamento etico è alla base di altri fenomeni economici, come l’introduzione di criteri ambientali, sociali e governance (Esg) nel processo di valutazione dei portafogli d’investimento, l’attivismo sociale e ambientale di molti imprenditori, e un concetto di impresa improntato alla responsabilità, nei confronti di investitori (shareholders) e tutti i portatori di interessi, compresi dipendenti e territori (stakeholders).

La teoria economica dominante è anch’essa in trasformazione, in particolare dalla crisi del 2008: sempre più istituzioni mettono in discussione il paradigma economico neoliberale, cercando soluzioni a problemi che in quel contesto sembrano irrisolvibili.

La comunità internazionale ha adottato la strategia della separazione assoluta (absolute decoupling) delle emissioni di anidride carbonica dall’attività produttiva contro i cambiamenti climatici. Ciò nonostante, la società civile e la comunità scientifica chiedono di andare oltre e concentrarsi sulle falle del modello economico.

Alla base di tale strategia vi è l’idea che l’innovazione tecnologica (presente e futura) permetterà di scindere crescita economica e impatto sull’ambiente. Tale stratagemma è necessario per mantenere l’idea di un Pil in continua crescita come caposaldo del successo economico. L’innovazione tecnologica, così come per ogni precedente rivoluzione industriale, sarà necessariamente fondamentale, ma il livello di dipendenza delle attuali politiche climatiche sulla tecnologia resta preoccupante. È anche un segno di poca fiducia rispetto alla comunità scientifica. Nel 1970, il report I Limiti alla Crescita commissionato dal Club di Roma, sosteneva l’impossibilità ecologica di una crescita economica infinita.

L’Organizzazione Europea per l’Ambiente (Eeb) lancia lo stesso allarme, sostenendo che la separazione assoluta di crescita ed emissioni non si è mai verificata in pratica, dimostrando come la transizione energetica verso fonti di approvvigionamento rinnovabili implica comunque l’utilizzo di fonti non rinnovabili e limitate, come metalli preziosi e rari, ed è non risolve il paradosso di una crescita illimitata/risorse limitate. L’Eeb raccomanda di accompagnare politiche di efficienza energetica con politiche di sufficienza, con l’enfasi sulle seconde, per quanto abbiano entrambe un ruolo.

Politiche orientate alla sufficienza già caratterizzano le strategie di transizione energetica in Europa e negli Usa: l’efficienza energetica implica sia efficientamento dei processi di produzione dell’energia, ma anche l’implementazione di sistemi e comportamenti che riducano sprechi e quindi la domanda. In fin dei conti, l’energia più pulita è quella che non viene utilizzata.

Questo è un esempio di scelta per un cambiamento sistemico: da un modello economico che ruota intorno alla crescita e massimizza un unico obiettivo, ad un altro con priorità al benessere comune e che ottimizzi diversi obiettivi: prosperità, equità, sostenibilità. Un approccio del genere non isola l’attività economica dal contesto ecologico, come la strategia della separazione assoluta. Al contrario, riporta l’economia nel suo contesto sociale ed ecologico.

Politici e regolatori dovrebbero considerare con cura i suggerimenti della comunità scientifica, nonché cercare di comprendere i cambiamenti già in atto nella società che vanno a regolamentare. Mettere in discussione l’imperativo della crescita è fondamentale per sviluppare una efficace strategia climatica, facendo del benessere comune l’obiettivo sistemico fondamentale. È premessa necessaria anche per affrontare domande complesse come sostenere l’economica senza il consumismo; quali saranno i nuovi ritmi vita-lavoro in un contesto di produttività decrescente; quale sarà il futuro del mondo del lavoro; quale sarà il ruolo di strumenti come il reddito universale per sostenere tali cambiamenti nella maniera più equa e giusta possibile.

La comunità politica non può rispondere a queste domande se non vengono poste, e il momento di farlo è adesso. Laura Basagni, AffInt 5

 

 

 

 

Merkel all’IAA: “La Germania deve mantenere la centralità nella produzione auto”

 

Il discorso della cancelliera all’inaugurazione del Salone della mobilità di Monaco

La Germania "deve mantenere la sua posizione centrale nella produzione automobilistica". E' quanto ha detto Angela Merkel inaugurando il Salone dell'auto di Monaco di Baviera (Iaa Mobility), prima di visitare tutti gli stand dei marchi tedeschi. "Per quanto riguarda la transizione verso una mobilità climaticamente neutrale si tratta anche di mantenere i posti di lavoro", ha affermato ancora la cancelliera, secondo la quale "l'industria automobilistica deve accertarsi di mantenere la sua competitività internazionale". Ecco perché "è importante un approccio europeo coordinato", ha aggiunto Merkel riferendosi al dibattito sull'attuazione degli obiettivi climatici dell'Ue.

La trattativa in Europa sulle emissioni "potrebbe essere un buon inizio", ha aggiunto, "a cominciare dal fatto di includere la mobilita'" nei cosiddetti prezzi CO2 come già deciso in Germania. Uno degli obiettivi del governo federale "di mettere sulle strade tedesche un milione di auto elettriche" è stato raggiunto con un ritardo di pochi mesi, anche se sono ancora necessari "ulteriori sforzi" nell'allargare la rete delle stazioni di ricarica.

Inoltre, a detta di Merkel la Germania intende essere "pioniera nella guida autonoma". Il settore della mobilità "puòcontribuire molto alla neutralità climatica", ha detto ancora la cancelliera, a detta della quale "l'industria dell'auto non è in sé una parte del problema del clima, ma in molti aspetti anche una parte centrale della soluzione".

Intanto, fuori dal Salone, si sono registrate alcune azioni di protesta contro l'evento, con manifestazioni degli ambientalisti sui ponti autostradali nei dintorni di Monaco e conseguente chiusure da parte delle forze dell'ordine. LS 7

 

 

 

I 16 anni della cancelliera. Con l’uscita di scena di Angela Merkel l’Italia perde un’alleata in Europa

 

Poche persone sono state protagoniste del recente dibattito italiano quanto Angela Merkel. In sedici anni al potere la cancelliera tedesca è stata osannata e criticata, lodata e attaccata, elogiata e vituperata, spesso con la stessa incredibile energia, vittima di una discussione disordinata, approssimativa e spesso faziosa. A dispetto delle impressioni di molti, con il ritiro della Bundeskanzlerin dalla vita politica tedesca, l’Italia perde forse la sua migliore alleata in Europa.

Quando la cancelliera giunse al potere alla fine del 2005, alla guida di una Grosse Koalition tra i socialdemocratici e i democristiani, c’è chi considerò Angela Merkel un esempio per l’Italia. Piaceva il suo innato pragmatismo, e chi era rimasto deluso dall’allora premier Silvio Berlusconi, incapace di riformare il Paese, si augurò che una grande coalizione all’italiana potesse facilitare la modernizzazione dell’Italia.

Pragmatismo o opportunismo

Pochi però si chiesero quanto potesse essere sottile il confine tra pragmatismo e opportunismo. Dopo una prima fase di innamoramento, Angela Merkel divenne poco dopo il bersaglio di molte critiche. Le fu rimproverata prima di tutto la cauta reazione tedesca alla crisi finanziaria del 2008-2009. A Bruxelles, la cancelliera si oppose a una politica in comune per contrastare lo sconquasso bancario, la recessione economica, la crisi debitoria. Fioccarono ad Atene, ma anche altrove, le svastiche naziste associate alle foto della Bundeskanzlerin. Nei fatti quest’ultima temeva di investire denaro tedesco in un impegno comunitario. Più che il pragmatismo emerse il suo opportunismo. Aumentarono le tensioni. “Nessuno deve trattare gli altri Paesi come si trattano degli studenti”, disse piccato l’allora premier Matteo Renzi, rispondendo a Merkel che il giorno prima aveva invitato tutti i Paesi dell’Unione “a fare i propri compiti” nel risanare il debito pubblico.

Anche la crisi migratoria del 2015 indusse a reazioni accese. In un primo tempo, la scelta tedesca di confermare la regola secondo la quale il diritto d’asilo va chiesto al Paese di primo sbarco provocò nuove accuse. I più ritennero che la cancelliera dimostrasse poca solidarietà nei confronti dell’Italia. Poi, improvvisamente, Merkel aprì le frontiere tedesche ai rifugiati dalla Siria e dall’Iraq, smentendo molti suoi detrattori. Ciononostante, non pochi commentatori le attribuirono il desiderio di assicurarsi manodopera a buon mercato piuttosto che sentimenti umanitari. Altri, accusarono la leader tedesca di avere creato colpevolmente un effetto-calamita, inducendo migliaia di persone a trovare rifugio in Europa: “È l’ennesima presa in giro della Germania nei confronti dell’Europa”, disse allora il segretario della Lega Matteo Salvini.

Un bilancio del mandato (visto da Roma)

Oggi Angela Merkel si ritira, apprezzata da tutti: la sorprendente scelta di creare debito comune per riparare i terribili danni economici della pandemia virale l’ha scagionata dalle presunte colpe del passato. In realtà, a ben vedere, in questi ultimi 16 anni ogniqualvolta il destino dell’Italia era in bilico, il Paese poté sempre contare sul sostegno della cancelliera. Dimentichiamo per un attimo le tensioni del momento.

Nel 2011, la Germania accettò che la Banca centrale europea acquistasse debito sul mercato per raffreddare le tensioni finanziarie ed evitare il tracollo del Paese. L’anno successivo, dopo un duro confronto con il premier Mario Monti, la cancelliera dette il suo benestare alla sorveglianza bancaria a livello europeo e alla possibilità per il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) di salvare istituti di credito in difficoltà. Tra il 2014 e il 2016, su pressione del governo Renzi, acconsentì all’Italia di godere di una generosa flessibilità di bilancio. Infine, nel 2018, dette il suo avallo al bilancio programmatico del governo Conte I per l’anno successivo, platealmente in violazione delle regole europee con due misure di politica economica particolarmente controverse: la riforma pensionistica chiamata Quota 100 e il reddito di cittadinanza.

In ultima analisi, l’accusa più frequente, quella di rigorismo economico, è smentita dalle statistiche: tra il 2005 e il 2019, escludendo quindi l’anno della pandemia e limitandoci al cancellierato Merkel, il debito pubblico italiano è salito dal 106 al 134% del Prodotto interno lordo. In tutti questi casi, la cancelliera concesse all’Italia l’appoggio della Germania, in fondo nello stesso modo in cui Konrad Adenauer aveva coltivato particolari rapporti con Roma nell’immediato dopoguerra, Helmut Schmidt aveva esortato nel 1974 la Bundesbank ad aprire una linea di credito a favore della Banca d’Italia nel pieno dello shock petrolifero, e Helmut Kohl aveva dato il suo benestare nel 1997 all’ingresso del Paese nell’unione monetaria, contro il volere di una fetta importante della società tedesca.

Al netto di un evidente opportunismo politico e molti dubbi, la Bundeskanzlerin si è dunque rivelata spesso la migliore alleata dell’Italia. Nello stesso modo in cui la Germania coglie l’occasione del ritorno alle urne per fare il punto dopo il lungo cancellierato Merkel, l’Italia dovrebbe approfittarne per interrogarsi sulla natura di un dibattito nazionale che spesso offusca la realtà più di quanto non contribuisca a chiarirla, mina la lucidità del Paese più di quanto non aiuti ad aumentarla. Beda Romano, AffInt 15

 

 

 

 

L'ascesa di Scholz. La Germania post-Merkel: una galassia con un astro nascente

 

Anche in Germania soffia il vento del Nord, più precisamente da Amburgo. È infatti Olaf Scholz la vera novità della fase finale di una campagna elettorale iniziata molto tempo fa con l’annuncio del ritiro di Angela Merkel. Si deve infatti a lui la resurrezione di una socialdemocrazia che da anni languiva in una condizione stagnante, superata a sinistra dalla Linke e dai Verdi e allontanata dall’elettorato centrista dalle tattiche di Merkel, che in molti casi ha fatto proprie molte campagne dell’Spd.

All’ascesa di Scholz e dell’Spd hanno contribuito anche i comportamenti degli altri leader e degli altri partiti. Ha sfruttato le cadute di immagine del leader cristiano-democratico Armin Laschet, come anche la rigidità dei Verdi, troppo concentrati sulla transizione energetica e per certi versi incapaci di cogliere una serie di domande emergenti dai più larghi strati dell’elettorato.

La linea moderata

Nell’ascesa di Scholz ha però giocato un ruolo anche la difficoltà che hanno incontrato i suoi avversari nell’attaccarlo. Laschet e tutta la Cdu hanno cercato di impaurire l’elettorato moderato affermando che il voto per Scholz sarebbe stato, alla fine, un voto per Saskia Esken (co-leader dell’Spd ed espressione dell’ala sinistra del partito). Questa linea di attacco si è però dimostrata poco efficace: è certamente vero che Scholz ha definito un programma fortemente orientato in senso sociale, ma è altrettanto vero che, in qualità di vice-cancelliere e ministro delle Finanze, Scholz ha portato avanti una linea moderata sia in Germania che nell’Unione europea. Questo spiega perché gli attacchi portati avanti dai vertici della Cdu (e della stessa Merkel) sono stati efficaci solo in parte: per la cancelliera uscente è stato difficoltoso attaccare la figura che, dopo di lei, ha più lavorato per garantire il sostegno tedesco al rafforzamento dell’Unione europea in risposta alla crisi pandemica.

Al netto dell’impatto che la recentissima inchiesta per riciclaggio che ha investito Scholz potrebbe avere sulle sorti del partito, la possibilità che l’Spd ottenga un risultato ben più significativo di quello che si immaginava ancora alcuni mesi fa ridefinisce il quadro delle potenziali coalizioni che, al netto della vittoria di una singola forza politica (ipotesi al momento non contemplata dai sondaggi), si potrebbero definire all’indomani del voto.

Le possibili coalizioni

Ad essere fortemente indebolita è certamente l’ipotesi, che poi ha funzionato di più nella storia, di una Grosse Koalition tra Cdu/Csu ed Spd: a rendere più complicata questa formula tradizionale è soprattutto il fatto che i due partiti maggiori hanno, soprattutto in quest’ultima fase, accentuato i loro tratti identitari.

Come già detto, l’Spd ha riguadagnato terreno proprio attraverso una riscoperta delle istanze riformiste e di giustizia sociale. Per parte sua, la Cdu è tornata a battere un terreno maggiormente conservatore: questo è avvenuto perché Laschet ha trovato un accordo con il leader bavarese, Markus Söder, che ha di fatto rinunciato a correre come candidato, e, successivamente, ha incassato l’appoggio del suo rivale conservatore Friedrich Merz, il quale è anche entrato nella squadra elettorale. Il fatto che, almeno in questa fase di campagna elettorale, i due partiti diventino sempre meno sovrapponibili fa sì che l’ipotesi di una grande coalizione perda quota, anche perché è innegabile la stanchezza per una formula politica che accompagna da molti anni la storia tedesca. Questo accende i riflettori sui partiti minori, certamente i Verdi, ma anche i liberali e la Linke. Proprio in quest’ultimo partito si moltiplicano i tentativi di definire un dialogo con l’SPD in un’ottica programmatica. Federico Niglia, AffInt 13

 

 

 

Addio all’Ambasciata di Berlino. “Questa esperienza mi resterà nel cuore per sempre!”

Intervista del Corriere d’Italia alla consigliera Susanna Schlein, che lascia l’Ambasciata di Berlino per assumere l’incarico di Viceambasciatore ad Atene

Susanna Schlein nasce a Lugano nel maggio del 1978. Dopo la maturità, studia Scienze politiche a Pavia, dove si laurea nel 2003 (vincendo il premio per la migliore laureata dell’anno). Appena laureata fa un tirocinio a Strasburgo, presso la Rappresentanza Permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa, e nell’autunno del 2003 vince il concorso diplomatico, assumendo servizio presso il Ministero degli Affari Esteri il 27 dicembre 2003. Dopo una prima esperienza alla Direzione Generale Affari Politici (Ufficio Osce), nel novembre 2006 assume l’incarico di Console d’Italia a Saarbrücken (sede che nel 2010 dovrà chiudere). Si occupa ancora di temi consolari presso l’Ambasciata a Tirana, tra il 2010 e il 2014, prima di rientrare alla Farnesina, dove si occupa di Cooperazione allo Sviluppo. Dal febbraio 2017 al 31 agosto di quest’anno è stata Consigliere Sociale alla nostra Ambasciata a Berlino. È sposata dal 2012 ed ha due figli di 7 e 5 anni. Dopo 4 anni, Susanna Schlein lascia l’Ambasciata di Berlino per quella di Atene con l’incarico di Viceambasciatore.

Che cosa ha caratterizzato il suo mandato in terra tedesca?

Sono stati per me 4 anni intensissimi: abbiamo lavorato tanto, su diversi fronti, e non è semplice ora raccontare tutto in poche righe. Naturalmente, prima di tutto ho lavorato sul fronte consolare, sentendomi costantemente con i colleghi Consoli, con il Ministero e con i rappresentanti della collettività e cercando insieme a loro di trovare sempre delle soluzioni pragmatiche e concrete per rendere il lavoro dei Consolati più efficiente e massimizzare la capacità della rete di erogare servizi. Ma abbiamo fatto anche tanto altro: dalla partecipazione dell’Italia come Paese ospite al “Bürgerfest” del Presidente Steinmeier, nel settembre 2018 (con un pubblico di più di 20mila persone), al lavoro svolto per mettere in contatto autorità italiane e tedesche quando l’Italia ha adottato il Reddito di cittadinanza, alla mostra itinerante “Italiani di Germania”, al Premio dei due Presidenti per la Cooperazione comunale, per citarne solo alcune. Naturalmente, non posso non ricordare anche la riapertura dello Sportello consolare che, anche vista la mia storia personale, è stata per me una grande soddisfazione.

Negli ultimi 5 anni, la presenza di italiani in Germania è passata da 570mila ad 850mila persone, considerando solo gli iscritti all’AIRE. Aggiungendo i non iscritti si arriva probabilmente ad un milione. A parte la pandemia, che ha ulteriormente aggravato la situazione. Che cosa servirebbe, per garantire un servizio consolare efficiente e più rispondente alle esigenze oggettive della nostra collettività?

I connazionali che hanno bisogno di servizi sono sempre di più, il personale è purtroppo sempre di meno, e le regole non ci aiutano a gestire al meglio le scarse risorse di cui disponiamo. L’avvio del rilascio della Carta d’identità elettronica (CIE) è stato un passo avanti enorme, che aspettavamo tutti (sia noi che i connazionali) da tanto tempo: il problema però è che la stanno chiedendo tantissime persone, e tutte insieme, e la rete, nonostante tutti gli sforzi che si stanno facendo (in questi mesi stiamo rilasciando il 60% in più di carte d’identità rispetto al periodo prepandemia!), non ce la fa a sostenere questo tipo di pressione. È comprensibilissimo (e legittimo!) che le persone vogliano finalmente la CIE, dopo tanti anni di attesa, ma è anche evidente che se tutti i connazionali che ne hanno diritto vengono a richiederla contemporaneamente, pur avendo altri documenti ancora validi, il sistema non riesce a star dietro alla domanda (e tra l’altro il problema si ripeterà tra 10 anni, quando tutte queste carte andranno in scadenza). I Consolati stanno lavorando a ritmi serratissimi (basti pensare che in questi mesi stiamo rilasciando il 60% in più di carte d’identità rispetto al periodo pre-pandemia!), ma nonostante questo, in diverse sedi (per fortuna non in tutte!), i tempi di attesa si sono allungati molto, proprio perché stanno venendo a chiedere la CIE molte più persone del “normale”. Quello che ci servirebbe, quindi, è prima di tutto un rafforzamento dell’organico; in secondo luogo, un cambiamento di alcune regole, per alleggerire la pressione sui Consolati (penso ad esempio alla possibilità di richiedere la carta d’identità elettronica anche in Italia per gli iscritti AIRE); in terzo luogo, naturalmente, l’appello è agli utenti, di cercare di avere un po’ di pazienza e di richiedere la CIE se possibile solo quando effettivamente se ne ha necessità, per non ingolfare le sedi.

Telefoni che squillano a vuoto, e-mail senza risposte, difficoltà di accesso, tempi di appuntamenti che oscillano da 8 a 20 settimane ecc. Che cosa rispondere alle dure ma legittime critiche della collettività, riprese anche dall’Intercomites, ovvero dall’organismo che coordina le 11 Rappresentanze elettive della nostra collettività, dislocate nelle circoscrizioni di Monaco e Norimberga, Stoccarda e Friburgo, Francoforte e Saarbrücken, Colonia e Dortmund, Hannover, Wolfsburg e Berlino?

Per fortuna la situazione non è così difficile in tutte le sedi. Con i rappresentanti della collettività ci confrontiamo continuamente, cercando insieme possibili soluzioni per migliorare il servizio. Nessuno ha la bacchetta magica in mano, naturalmente, ma mi sembra che comunque anche i Comites abbiano visto che le sedi si stanno impegnando al massimo per aumentare la produttività. Del resto i numeri parlano chiaro: le sedi tedesche in questi mesi sono quelle che producono più carte d’identità dell’intera rete mondiale (sia in assoluto che in rapporto agli iscritti Aire). Questo non vuole dire naturalmente che i problemi non esistano, anzi! Ci sono e, come detto, stiamo cercando di risolverli con tutto l’impegno possibile, anche insieme ai rappresentanti dei connazionali.

Alla luce di queste inconfutabili difficoltà i Consolati saranno in grado di garantire il rinnovo dei Comites la cui data è fissata per il 3 dicembre prossimo?

Sì, su questo sono fiduciosa. Naturalmente sarà un carico di lavoro in più, ma ormai le nostre sedi sono molto rodate sulle procedure elettorali, possono gestire le elezioni Comites regolarmente, anche in un periodo difficile come questo. Anzi, il nostro auspicio è che partecipi alle elezioni il maggior numero di persone possibile!

Come ha vissuto la fase acuta della pandemia?

Lo scoppio della pandemia è stato uno shock per tutti, e naturalmente anche per la nostra rete. Nel giro di poche settimane, la rete consolare ha dovuto riorganizzare tutte le procedure di lavoro, per cercare di garantire il più possibile il servizio (e non accumulare arretrati!) e allo stesso tempo minimizzare il rischio di contagio, per il pubblico e per il nostro stesso personale. E allo stesso tempo siamo stati letteralmente inondati di richieste di informazioni: decine di migliaia di email e telefonate in poche settimane, circa 3 milioni di visitatori sul nostro sito, dalla Germania, dall’Italia, ma anche da tantissimi altri Paesi del mondo, perché la Germania è stato uno dei pochissimi Paesi che nella primavera scorsa aveva mantenuto i collegamenti aerei con l’Italia e numerosissimi connazionali avevano bisogno di transitare da qui, da tutti gli angoli del pianeta… è stata una vera sfida, probabilmente la più difficile della mia carriera. All’inizio è stata veramente dura (come per tutti, credo). Poi è stato anche bello vedere tanti gesti di solidarietà da parte della Germania, a tutti i livelli: da chi si è organizzato privatamente per portare in Italia mascherine e altro materiale sanitario, ai Comuni che hanno avviato iniziative di collaborazione con collettività italiane, ai 43 malati italiani di terapia intensiva trasportati in Germania per essere curati qui, grazie alla disponibilità dei Länder tedeschi. Insomma è stato pesante, certo, ma abbiamo anche avuto la soddisfazione di essere riusciti ad aiutare tanta, tantissima gente che aveva bisogno di informazioni e di chiarezza, quando tutte le certezze erano saltate.

Passando al mondo della scuola, quanto investe annualmente il nostro Paese per la diffusione dell’Italiano nelle scuole locali tedesche di ogni ordine e grado, dalla Vorschule alla maturità?

La Germania è in assoluto il Paese su cui l’Italia investe di più, nella scuola (quasi un quarto delle risorse totali per i corsi di lingua e cultura sono spesi qui, ad esempio!). La nostra collettività in Germania è una grandissima risorsa per il Paese, ed è fondamentale che la rete lavori per valorizzarla al meglio, anche con le iniziative scolastiche. I Consolati, con i loro uffici scuola, lavorano a molti livelli, con tutta una serie di interlocutori (dai Kultusministerien alle scuole, dalle Università alle Volkshochschulen, dagli Enti promotori ai Ministeri italiani) per diffondere la conoscenza della lingua italiana, ma anche per dare una mano ai ragazzi italiani che hanno difficoltà ad inserirsi nel sistema tedesco, che come sappiamo è molto diverso da quello italiano, ad esempio sostenendo i corsi di recupero organizzati dagli Enti promotori, che spesso riescono a fare la differenza, aiutando i ragazzi a dimostrare il proprio valore e ad inserirsi nelle scuole più qualificanti.

Grazie al Suo impegno personale, qualche anno fa è stato istituito il premio Bravo Bravissimo. In che cosa consiste e come mai non è molto diffuso in tutte le 9 Circoscrizioni consolari?

“Bravo Bravissimo!” è un concorso scolastico con cui l’Ambasciata ogni anno premia non soltanto i migliori studenti italiani nelle scuole tedesche, ma anche quelli che riescono a fare più progressi nel corso dell’anno scolastico. Negli ultimi due anni, a causa del Covid, non abbiamo potuto mantenere questa seconda categoria del premio (che chiamavamo “Che progressi!): che speriamo però di poterla ripristinare presto, perché è probabilmente quella a cui teniamo di più, visto che dà la possibilità veramente a tutti di essere premiati, grazie all’impegno. È solo un concorso, ma riteniamo importante valorizzare i giovani italiani che si distinguono per il proprio impegno nella scuola e mostrare a tutti i ragazzi che magari hanno dei problemi nella scuola tedesca che, se ci si impegna, si possono raggiungere risultati veramente eccellenti anche in Germania (nonostante le difficoltà che spesso devono incontrare, soprattutto quando arrivano in Germania già da ragazzini). Purtroppo, per quest’anno il concorso è chiuso, ma naturalmente tutti i ragazzi italiani sono invitati a partecipare per l’anno prossimo.

È difficile essere donna in diplomazia e contemporaneamente mamma e moglie?

Difficilissimo, sì. Sarebbe un capitolo molto lungo, e non credo abbia senso entrare nei dettagli qui, ma posso senza dubbio dire che trovare il giusto equilibrio tra la vita professionale e la famiglia è una delle cose più difficili, per me (e per molte delle mie colleghe).

Che cosa si porta in valigia dalla Germania, terra in cui vive e lavora una delle nostre comunità più vibranti in Europa?

Riassumere più di 8 anni di vita e lavoro in Germania (tra la prima esperienza a Saarbrücken e quella a Berlino) in poche frasi non è proprio possibile… Credo che tutti gli italiani che vivono qui sanno quanto possa essere difficile la vita in Germania, ma anche quanto di bello abbia da offrire questo Paese, e, soprattutto, quanto possa essere varia, interessante e stimolante la nostra collettività. Io ho avuto la fortuna di conoscerla e di lavorarci per tanto tempo, con ruoli diversi e da prospettive diverse, e mi limiterò a dire che…mi resterà nel cuore per sempre!  Tony Mázzaro, CdI settembre

 

 

 

Il 28 settembre l’Ambasciatore Varricchio e la Presidente del Comites Donà presentano la guida al sistema scolastico di Berlino

 

Berlino – La guida in lingua italiana al Sistema Scolastico del Land Berlino è stata creata con lo scopo di chiarire il funzionamento del sistema scolastico berlinese, fornire le informazioni utili alle famiglie e dare riscontro alle domande più frequenti.

La pubblicazione, finanziata dal Comites Berlino e curata dalla Dirigente Scolastica Anna Maria Marzorati e dall’esperta in Bilinguismo e Presidente dell’associazione Bocconcini e.V. Ilaria Bucchioni, si propone l’obiettivo di far emergere le caratteristiche specifiche di ogni dimensione scolastica, mettendo in luce le differenze con il modello italiano e i suoi punti di forza.

La Guida al sistema scolastico berlinese verrà presentata al pubblico martedì 28 settembre, ore 18:00, dall’Ambasciatore d’Italia Armando Varricchio e dalla Presidente del Comites Simonetta Donà. Seguirà poi un panel di approfondimento, moderato da Lucia Conti, Direttrice de “Il Mitte”, al quale parteciperanno le curatrici della guida, docenti specializzate e l’Addetto Culturale presso l’IIC di Berlino, Michela De Riso.

Ricordiamo che i posti in presenza sono limitati, sarà in ogni caso possibile seguire l’evento anche in diretta streaming tramite i canali social del Comites Berlino. Al termine della presentazione verrà dato spazio alle domande poste dal pubblico in sala e da quello online.

Programma della serata è visibile sul sito dell’Ambasciata e del Comites, come il link per la partecipazione in presenza (è necessario registrarsi)

Solo le persone registrate e in possesso di copertura vaccinale, un certificato di guarigione o esito di test negativo potranno partecipare in presenza. I posti sono limitati.  Orario apertura accrediti ore 17:00, l’evento avrà inizio tassativamente alle 18:00. (dip)

 

 

 

Torna in Germania il festival “Cinema!Italia!“: si parte da Amburgo

 

Amburgo - Anche quest'anno i cinematografi sono stati chiusi per lunghi periodi: l'edizione estiva della Berlinale ha portato il ritorno del grande schermo in diverse sale della capitale tedesca e l'accoglienza del pubblico è stata molto calorosa. Sarà così anche per la 24esima edizione di “Cinema!Italia!”, il Festival del cinema italiano in Germania, perché il cinema costituisce un aspetto essenziale della vita culturale: fin dalla sua nascita, più di 120 anni fa, il cinema è diventato uno dei mezzi di espressione dei sentimenti, delle preoccupazioni, della ribellione, ma anche uno dei mezzi di divertimento e di relax.

Evviva il Cinema! E tutti coloro che lavorano nel e per il mondo del cinema e i quali, nonostante tante difficoltà, continuano il loro lavoro con ottimismo, passione e creatività.

Cinema!Italia! è il risultato di tale passione.

Il festival, che gode del patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Berlino e viene realizzato grazie al contributo del Ministero della Cultura (MiC) e degli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Berlino, presenta sei produzioni cinematografiche italiane contemporanee, in versione originale con sottotitoli in tedesco. Ancora una volta il festival restituirà uno spaccato del cinema italiano contemporaneo. Sono in programma, tra gli altri, emozionanti opere prime come "I predatori/The Predators" di Pietro Castellitto, premiato al Festival di Venezia; l'ultimo film del noto regista Giorgio Diritti "Volevo nascondermi/I wanted to hide", il cui protagonista Elio Germano è stato premiato come miglior attore alla Berlinale 2020. Insomma sia opere di esordienti che di registi affermati!

Made in Italy di Roma e Kairos Filmverleih di Göttingen organizzano anche quest’anno in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e il Cinema Metropolis l’inaugurazione del festival, che si terrà come di consueto ad Amburgo. L’apputamento è per sabato 18 settembre 2021, a partire dalle ore 19.00 con la proiezione del film "Cosa sarà" di Francesco Bruni. Il regista dialogherà con il pubblico in collegamento in diretta streaming dall’Italia dopo la proiezione. La traduzione in consecutiva sarà a cura di Francesca Bravi, docente di italiano presso l’Istituto di Romanistica dell’Universitá CAU di Kiel.

La tournée inizierà ad Amburgo il 18 settembre e, dopo il tour in 40 cinematografi di 35 città tedesche da Nord a Sud e da Ovest a Est, terminerà a Berlino il 15 dicembre con la premiazione del film più gradito al pubblico in Germania. Il film vincitore verrà tradotto in tedesco e presentato in tutte le sale cinematografiche del territorio.

Per informazioni sulla tournée consultare il sito Internet della manifestazione a questo link.

I film selezionati per la 24esima edizione di Cinema!Italia! sono: Cosa sarà (2020) di Francesco Bruni, I predatori (2020) di Pietro Castellitto, Rosa, pietra, stella (2020) di Marcello Sannino, Genitori quasi perfetti (2019) di Laura Chiossone, L'amore a domicilio (2019) di Emiliano Corapi e Volevo nascondermi (2020) di Giorgio Diritti. (aise/dip 7) 

 

 

 

 

Restituzione Moneta d’oro rubata dal Museo Archeologico Nazionale di Parma e rinvenuta in Bassa Sassonia

 

Si è svolta il 3 settembre presso il Consolato Generale d’Italia ad Hannover la cerimonia di restituzione della moneta d’oro rubata dal Museo Archeologico Nazionale di Parma nel luglio 2009. Alla presenza, oltre che del Console Generale Giorgio Taborri, della Consigliera Florentine Kutscher, Incaricata del Governo federale per la Cultura e i Media, della Segretaria di Stato del Ministero della Scienza e della Cultura della Bassa Sassonia, Sabine Johannsen, di una delegazione dell’Ufficio statale della Bassa Sassonia per la tutela dei beni culturali, composta dalla Presidente Christina Krafczyk e dai funzionari Arnd Hueneke ed Herbert Poetter, nonché ai rappresentanti della stampa locale, la moneta "Magnus Maximus" è ritornata dopo 12 anni al suo legittimo proprietario - la Repubblica Italiana.

Il "Magno Massimo – zecca di Treviri", è un solido coniato a Treviri (Augusta Treverorum) tra il 383 e il 388, sembra aver viaggiato in tutta Europa prima di essere messo in vendita in Bassa Sassonia nel febbraio 2018. Grazie all'eccellente lavoro delle autorità di polizia italiane, dell'Interpol, dell'Ufficio federale di polizia criminale, della Procura di Osnabrück e dell'Ufficio statale della Bassa Sassonia per la conservazione dei monumenti, la moneta è tornata a casa.

Durante la cerimonia di consegna la Segretaria di Stato Johannsen ha sottolineato in modo particolare l’importanza della cooperazione internazionale nell’assicurare ai legittimi proprietari i beni illegittimamente sottratti, in particolare quando si tratta di beni di particolare valore storico ed artistico, mentre il Console Generale Taborri ha ringraziato tutte le persone coinvolte e ha sottolineato l’importanza della cooperazione, della collaborazione e dell'amicizia tra i due paesi, che ancora una volta ha dato ottimi frutti anche nel campo della tutela dei beni culturali. Mariella Costa, Dip 8

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia

 

16.09.2021. Il nuovo ambasciatore a Berlino. Armando Varricchio arriva a Berlino dopo Washington, dove ha vissuto due elezioni storiche negli Stati Uniti, quella di Trump nel 2016 e di Biden nel 2020. Con Radio Colonia parla delle prossime elezioni tedesche e dei rapporti tra Italia e Germania. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/armando-varricchio-ambasciatore-100.html  

 

Sventato attentato alla sinagoga di Hagen

Le forze dell'ordine tedesche sono intervenute in seguito a segnalazioni su un possibile attentato alla sinagoga della città. Quattro gli arresti nella giornata di oggi. Secondo il ministro dell'Interno del Nordreno-Vestfalia Herbert Reul si tratterebbe di una minaccia di "matrice islamica".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hagen-sinagoga-attentato-100.html

 

15.09.2021. Lo stato dell’Unione. Oggi (15.09.21) la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha tenuto il suo secondo discorso sullo stato dell'Unione al Parlamento europeo, a Strasburgo. I temi affrontati sono stati l'emergenza Covid e i vaccini, i primi stanziamenti sul Recovery fund e gli obiettivi per il futuro. Ma anche il rispetto dello stato di diritto e le grandi emergenze internazionali, a partire dall'Afghanistan.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/von-der-leyen-discorso-unione-100.html  

 

Autunno caldo anche per le bollette. Tra qualche settimana le bollette di luce e gas potrebbero avere dei rincari notevoli e non solo in Italia. Marco Giuli dell'Istituto Affari Internazionali ci spiega il perché.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aumenti-bollette-cause-100.html  

 

“Nature”, il nuovo disco di Erica Mou. Definirla solo cantautrice è poco, Erica Mou è un’artista che passa con estrema dimestichezza dalla musica alla scrittura, dalla radio al podcast, dal cinema al teatro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/erica-mou-nature-100.html  

 

14.09.2021. La violenza degli uomini. Ogni tre giorni un uomo uccide sua moglie, la sua partner o la sua ex. E nulla cambia, mentre ogni giorno aumentano le richieste d'aiuto. Bisogna lavorare su questa cultura della prevaricazione, spiega Alessandra Pauncz del centro per uomini maltrattanti di Firenze.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/femminicidio-maltrattanti-100.html

 

Il dibattito dei "piccoli". In Germania, in vista delle elezioni del 26 settembre, continuano i confronti televisivi dei politici. Dopo quelli con i candidati cancellieri dei maggiori partiti, CDU, SPD e Verdi, ieri sera su ARD e ZDF c'è stato il faccia a faccia tra i rappresentanti dei partiti minori che hanno buone possibilità di entrare nel Bundestag.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dibattito-piccoli-partiti-100.html  

 

L’Italia di Dante. Da Firenze a Roma, da Venezia a Palermo. Ma anche il Tagliamento, la Barbagia e Urbino. Sono tanti i luoghi italiani citati da Dante nella Divina Commedia. Oggi ripercorsi e raccontati dal critico e storico della letteratura Giulio Ferroni, in una sorta di guida di viaggio enciclopedica per riscoprire l’Italia insieme al poeta fiorentino. L’intervista è a cura di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/dante-luoghi-ferroni-100.html

 

13.09.2021. Ritorno a scuola in sicurezza? Quasi quattro milioni di scolari in Italia sono tornati sui banchi questa mattina. Ma nonostante il 93% degli insegnanti vaccinati e la promessa di investimenti, non sono mancate le proteste. Ne parliamo con Costanza Margiotta di Priorità alla Scuola.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scuola-italia-aperta-pandemia-100.html

 

Sport: non solo risultati

Sonny Colbrelli è diventato campione europeo di ciclismo su strada trionfando in Piazza Duomo a Trento dopo una gara combattutissima.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

10.09.2021. 11 settembre: 20 anni dopo. L'attentato dell'11 settembre alle Torri gemelle di New York segna lo spartiacque nella memoria storica all'alba di un nuovo secolo che, si sperava, potesse essere di pace. Il giornalista Gianni Riotta ai nostri microfoni ricorda quei giorni drammatici. L'intervista è a cura di Giulio Galoppo. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attentato-undici-settembre-ventanni-dopo-100.html

 

Le vittime italiane dell'11 settembre

Tra le vittime degli attentati dell'11 settembre ci sono almeno 215 italiani e italoamericani. In un libro a cura di Giulio Picolli, imprenditore italiano a New York da oltre 50 anni, sono stati raccolti i loro nomi e i loro destini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vittime-italiane-dell-undici-settembre-100.html

 

Elezioni in Germania: i programmi sulla politica estera

Gli eventi in Afghanistan e il completamento dei lavori del gasdotto Nord Stream 2 probabilmente costringeranno tutte le forze politiche tedesche a rivedere i loro programmi su politica estera, europea e difesa. In vista del voto del 26 settembre Vincenzo Savignano riassume le posizioni dei diversi partiti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-germania-europa-politica-estera-100.html

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

 Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-622.html  

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

09.09.2021. Sicurezza sul lavoro: nulla di fatto. Sono ancora troppe le morti sul lavoro in Italia. Solo ieri hanno perso la vita tre persone in Toscana e una a Napoli. Cosa ne è delle promesse del Governo? Ai microfoni di Radio Colonia Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/morti-lavoro-104.html    

 

L'iter senza fine del ddl Zan

Rimandato di nuovo il dibattito in Aula sul ddl Zan, la tanto discussa legge contro l’omotransfobia. Simone Alliva ne spiega i motivi ai nostri microfoni e ricorda i punti salienti dell’acceso dibattito intorno al disegno di legge.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/omofobia-ddl-zan-100.html

 

08.09.2021. I partiti e la politica energetica. È il cavallo di battaglia dei Verdi, sostenuti su molti punti dalla Linke. La SPD pronta a scendere a patti ma non su tutto, molti punti di contrasto con Unione CDU/CSU e liberali della FDP. AfD considera la riduzione delle emissioni di C02 una "minaccia per l'industria e la società". https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/partiti-politica-energetica-100.html

 

La geografia delle aggressioni neofasciste. È lungo l’elenco delle aggressioni di stampo neofascista in Italia. Il monitoraggio viene fatto grazie all’iniziativa di “Isole nella rete”, associazione antifascista bolognese, che col collettivo InfoAntifa ECN ha realizzato una mappa interattiva, un osservatorio fedele, che geolocalizza le aggressioni neofasciste. Ce ne parla uno degli amministratori del sito. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/infoantifa-100.html

 

07.09.2021. Finisce l'era Merkel. Cosa verrà dopo? Angela Merkel ha tenuto oggi quello che potrebbe essere il suo ultimo discorso al Bundestag prima delle elezioni del 26 settembre. La cancelliera ha colto l'occasione per sostenere il candidato del suo partito, Armin Laschet, e attaccare, invece, l'Spd e il suo candidato Olaf Scholz. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/angela-merkel-298.html

 

Il ritorno del grande cinema italiano. Dopo un’edizione partita in sordina nel 2020, la Mostra del Cinema di Venezia, arrivata alla sua 78esima edizione, sfoggia una carrellata di film italiani di qualità in tutte le sezioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/cinema-venezia-102.html

 

06.09.2021. G20 Salute: Insieme contro il virus. A chiusura del vertice dei ministri della salute incontratisi nella cornice del G20 a Roma, arriva l’accordo per garantire dosi di vaccino alle nazioni più povere con l’approvazione unanime del Patto di Roma. A Radio Colonia ne parliamo con Michele Bocci, giornalista de La Repubblica. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/g20-salute-roma-100.html  

 

Un'occasione sprecata? La GEW, Gewerkschaft für Erziehung und Wissenschaft, sindacato tedesco degli insegnanti, ha presentato i risultati dello studio „Verschenkte Chancen?“ - in italiano „Occasioni sprecate?” – relativo alle assunzioni di insegnanti stranieri in Germania. Un’istantanea che non rende onore al sistema scolastico tedesco. Ne parliamo con Gabriella Lorusso, insegnante e sindacalista. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/insegnanti-stranieri-germania-100.html  

 

03.09.2021. Emergency non lascia l'Afghanistan. Ai nostri microfoni la dottoressa Ornella Spagnolello dall'ospedale della Ong a Kabul: "Continuiamo a lavorare con lo stesso entusiasmo e determinazione di sempre". Poi Lorenzo Siracusano, coordinatore della logistica di Emergency dall'Italia ci ha spiegato come ha lavorato e lavora l'Ong in diverse zone dell'Afghanistan.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/emergency-non-lascia-afghanistan-100.html

 

Le scuole ripartono tra speranze e paure. In molti Länder tedeschi è iniziato l'anno scolastico, nel NRW dal 18 agosto. Vincenzo Savignano ha incontrato studenti e insegnanti della scuola cattolica bilingue Papa Giovanni XXIII di Colonia. In Germania e in Italia cresce la preoccupazione degli psicologi: gravi conseguenze dei lockdown sullo sviluppo psicofisico di bambini e adolescenti.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scuole-ripartono-tra-speranze-paure-100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Supersalone di Milano, Conference Day con Ambasciata d’Italia a Berlino

 

Berlino – Nell’ambito del Supersalone – l’edizione speciale Salone del Mobile – si è svolto il 9 settembre, presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino un collegamento digitale tra Milano e la scena berlinese del design e dell’architettura sotto forma di Conference Day. Un evento realizzato in collaborazione con Boeri Architetti, Studio Wegwerth e ICE.

Un evento articolato in due parti: un workshop multidisciplinare dal titolo “The Tomorrow of the Temporary” e un collegamento digitale con il Supersalone, aperto da un intervento dell’Ambasciatore d’Italia Armando Varricchio.

“La Germania – ha detto Varricchio – è uno dei principali paesi di destinazione dei mobili italiani. Negli ultimi anni il valore delle esportazioni di mobili è stabile intorno a 1 miliardo di euro. Tuttavia, il design non è solo un settore rilevante dell’economia italiana, ma anche un modo di definire lo stile di vita italiano. Associato con la bellezza, con la funzionalità, con un atteggiamento speciale per affrontare le sfide di oggi, il design è una vetrina dell’Italia”. Un’industria, ha proseguito l’Ambasciatore, “che sa utilizzare la bellezza come materia prima”, una creatività, una “capacità di coniugare l’innovazione con i saperi antichi, sono un punto di forza dell’Italia e possono contraddistinguerci se uniti alle nuove tecnologie e alla ricerca sui materiali”.

Dopo l’intervento dell’Ambasciatore Varricchio, ha preso la parola l’architetto Stefano Boeri che ha presentato il team curatoriale, composto da Maria Cristina Didero, Andrea Caputo e Lukas Wegwerth.  (Inform/dip 13)

 

 

 

L‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo incontra il 20 settembre la scrittrice Chiara Valerio

 

Amburgo – Lunedì 20 settembre 2021 alle ore 19:00 l‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo organizza in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e la Casa editrice Giulio Einaudi di Torino un incontro con la matematica Chiara Valerio, autrice del libro “La matematica è politica”, pubblicato nel 2020. L’incontro sarà moderato da Francesca Bravi dell’Università CAU di Kiel, che curerà anche la traduzione in consecutiva.

Si segnala che l’Istituto, come da nuova normativa della Città di Amburgo relativa al contenimento epidemologico della SARS-CoV-2, adotta la regola 2-G. La partecipazione all’evento è gratuita. È necessario iscriversi inviando una mail all’indirizzo: events@iic-hamburg.de e seguendo quanto indicato sul sito dell’Istituto  https://iicamburgo.esteri.it/iic_amburgo/it/

Prima di entrare in Istituto il personale addetto controllerà il certificato di vaccinazione (cartaceo o digitale), ovvero la dichiarazione sanitaria di guarigione. Per informazioni specifiche in merito si prega di consultare il sito.

La scrittrice e matematica Chiara Valerio, oltre a godere dell’apprezzamento della comunità scientifica internazionale, sa raccontare la sua ricerca con passione e con una qualità di scrittura, che nulla ha da invidiare a un romanzo! Chiara Valerio, nata a Scauri in Provincia di Latina nel 1978, è responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio e lavora a Rai Radio3. Collabora con «L’Espresso» e «Vanity Fair». Ha studiato e insegnato matematica per molti anni e ha conseguito un dottorato di ricerca in calcolo delle probabilità. È autrice dei romanzi: A complicare le cose (Robin, 2003), La gioia piccola d’esser quasi salvi (nottetempo, 2009), Spiaggia libera tutti (Laterza, 2012). Per Nottetempo ha tradotto e curato Flush (2012), Freshwater (2013) e Tra un atto e l’altro (2015) di Virginia Woolf. Per la casa editrice Einaudi ha pubblicato Almanacco del giorno prima (2014), Storia umana della matematica (2016), Il cuore non si vede (2019), La matematica è politica (2020) e Nessuna scuola mi consola (2021).

L’incontro amburghese proporrà un affondo nel percorso scientifico e letterario di Chiara Valerio. Al 2012 risale la presentazione del suo lavoro nell’ambito del progetto “LeggìIO” del lettorato d’italiano del seminario di romanistica della CAU Kiel, a cura di Francesca Bravi, che da dieci anni porta in Germania giovani voci letterarie italiane.

Nella prime pagine del suo saggio La matematica è politica Chiara Valerio dichiara: «La matematica è stata il mio apprendistato alla rivoluzione, dove per rivoluzione intendo l’impossibilita di aderire a qualsiasi sistema logico, normativo, culturale e sentimentale in cui esista la verità assoluta, il capo, l’autorità imposta e indiscutibile». La matematica che insegna a diffidare di verità assolute e autorità indiscutibili assomiglia, da un punto di vista politico, alla democrazia: come tutti i processi creativi non sopportano di non cambiare mai. Al seguente link https://youtu.be/BMtJ2y-ADhU è possibile ascoltare un intervento di Chiara Valerio durante il Festival della Letteratura  del 2020?Pordenone legge” (Inform/dip 14)

 

 

 

Serata in onore di Dante, “Dalla selva oscura alle luci di Berlino”

 

Berlino– Serata in onore di Dante Alighieri all’Ambasciata d’Italia a Berlino: l’evento, dal titolo “Dalla selva oscura alle luci di Berlino”, si è tenuto lo scorso 8 settembre con l’intento di celebrare la figura del Sommo Poeta attraverso diverse espressioni artistiche e durante il quale è stato presentato l’audiolibro “Dalla selva oscura al Paradiso”, realizzato in 33 lingue dalla Farnesina insieme al Comune di Ravenna e al Teatro delle Albe.

“E’ un modo – ha sottolineato l’Ambasciatore Armando Varricchio – di ricordare e celebrare colui che in Italia è chiamato il Sommo Poeta, il “padre della lingua italiana”, il cittadino più illustre della nostra cultura”.

Durante la serata, sono stati selezionati e recitati in sala estratti dall’audiolibro; brani sono anche stati commentati da Giulio Ferroni in dialogo con la giornalista tedesca Sandra Gronewald. Ferroni è autore del libro “L’Italia di Dante”, che raccoglie tutti i luoghi citati dal Poeta nel viaggio narrato nella “Divina Commedia”, un lavoro realizzato grazie al sostegno della società Dante Alighieri, il cui segretario generale Alessandro Masi ha illustrato le numerose e molteplici attività organizzate durante l’anno dantesco.

Nella serata all’Ambasciata dedicata a Dante, la Direttrice dell’ufficio ENIT di Francoforte, Antonella Rossi, ha presentato “Le Vie di Dante”, percorsi di turismo slow, naturalistico e enogastronomico lungo l’Appennino tosco-romagnolo. Infine, gli ospiti hanno potuto ammirare il videomapping dedicato a Dante che in questi giorni illumina la facciata dell’Ambasciata nel quadro del Festival of Lights.

Per la realizzazione della videoinstallazione sono stati messi a disposizione alcuni preziosi disegni conservati presso il Kupferstichkabinett di Berlino: “un esempio di alta diplomazia culturale, segno di uno spirito di amicizia verso l’Italia e anche del riconoscimento di una comune cultura nell’Europa di oggi, che vorrei riconoscere apertamente”, ha commentato l’Ambasciatore Varricchio.

Inform/dip 10

 

 

 

L’emigrazione italiana in Germania in un libro di in ex sindacalista

 

Corigliano-Rossano- Sabato 11 settembre nella Sala Convegni della Parrocchia Ss Nicola e Leone a Corigliano-Rossano, si è tenuta la conferenza di presentazione del libro «Gli anni dell’utopia – Memoir di un sindacalista in Germania» (targato Ferrari Editore). La relazione è stata tenuta da Vittorio Cappelli (direttore ICSAIC). Ne hanno discusso con l’autore Giacinto De Pasquale (giornalista), Giuseppe Guido (segr. gen. CGIL Pollino-Sibaritide-Tirreno), Klaus Algieri (presidente Unioncamere Calabria), Settimio Ferrari (editore del volume). Ha moderato i lavori Matteo Lauria.

La Germania è stata un capitolo cruciale della storia europea, con le sue mutazioni e complessità. Il libro di Giuseppe Sammarro è un importante tassello testimoniale sul mondo del lavoro nel Novecento. L’autore parte dallo spazio della sua esperienza, per spingere la nostra attenzione verso la manodopera immigrata come metafora della condizione umana. Da Gastarbeiter (letteralmente lavoratore straniero) a consigliere nazionale del più potente sindacato tedesco, IG Metall, ha contribuito, per anni, in modo incisivo ai cambiamenti delle politiche d’integrazione sociale e lavorativa della comunità italiana.

Giuseppe Sammarro, sindacalista, ex operaio, saggista, nasce in Calabria ma trascorre gran parte della sua esistenza in Germania, prima nella città danubiana di Ulm e poi a Düsseldorf. La prima elezione a delegato sindacale della Mannesmann Röhrenwerke segna una svolta radicale nella sua vita che, nel corso degli anni, lo vede in prima linea nelle battaglie per l’affermazione dei diritti dei lavoratori italiani nelle fabbriche e nella società. L’impegno socio-politico e un lungo percorso formativo lo portano a ricoprire ruoli di primo piano nella IG Metall, il più importante sindacato della Germania. Mig.on 13

 

 

 

Il Comites di Berlino martedì 28 settembre presenta la Guida al sistema scolastico

 

Il Com.It.Es Berlino risponde alla necessità di tutelare il diritto all’educazione dei cittadini italiani residenti in Germania realizzando una serie di strumenti con lo scopo di chiarire il funzionamento del sistema scolastico berlinese, fornire le informazioni utili ad orientarsi e dare riscontro alle domande più frequenti. 

Il sistema scolastico è un tema essenziale per le nostre famiglie, per i ragazzi e le ragazze.

La Guida al sistema scolastico berlinese verrà presentata al pubblico martedì 28 settembre ore 18:00, dall’Ambasciatore d’Italia Armando Varricchio e dalla Presidente del Com.It.Es Simonetta Donà.

La pubblicazione, finanziata dal Com.it.es Berlino e curata dalla Dirigente Scolastica Anna Maria Marzorati e dell'esperta in Bilinguismo e Presidente dell’associazione Bocconcini e.V. Ilaria Bucchioni, si propone l’obiettivo di far emergere le caratteristiche specifiche di ogni dimensione scolastica, mettendo in luce le differenze con il modello italiano e i suoi punti di forza.

Evento di presentazione Guida al sistema scolastico del Land di Berlino

presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Berlino. Tiergartenstr. 22, 10785 Berlino. Apertura accrediti ore 17:00 - Inizio evento ore 18:00

Modalità di partecipazione: per poter partecipare in presenza all’evento è necessaria l’iscrizione tramite questo link https://bit.ly/3z0XVIR

Ricordiamo che i posti in presenza sono limitati, sarà in ogni caso possibile seguire l’evento anche in diretta streaming tramite i canali social del Comites Berlino. Programma della serata: clicca qui

Evento Facebook 10 https://www.facebook.com/events/579114816553222  de.it.press

 

 

 

 

Berlino. Da ottobre corso di formazione gratuito per le piccole e medie aziende italiane

 

BERLINO – Come segnalato dal Comites di Berlino, l’associazione ‘La Red’, nell’ambito del progetto ‘LaRiF’ – Internationale Fachkräfte für Berlin – offre giovedì 7 ottobre un corso online di formazione gratuito per piccole e medie imprese italiane a Berlino per la ricerca di personale qualificato attraverso i social media. L’obiettivo di questo corso è fornire alle piccole e medie imprese italiane a Berlino le conoscenze di base necessarie per strutturare e gestire in modo autonomo la propria presenza sui social network ed essere in grado di trovare personale qualificato in modo indipendente e gratuito. Il corso sarà di 4 ore, dalle 9.30 alle 13.30. E’ possibile consultare il sito web dell’associazione che organizza per avere maggiori informazioni oppure direttamente la pagina Facebook dedicata al corso. Il Contenuto del corso riguarderà: presenza professionale su Facebook, LinkedIn, Instagram, Xing e TikTok; come strutturare i contenuti in modo efficiente; dove e come trovare personale qualificato; come rendere l’azienda più attraente sui social; fondamenti di protezione dati personali e copyright online. In piccoli gruppi, con molti esercizi ed esempi pratici, le aziende potranno acquisire le conoscenze di base del reclutamento tramite i social media e metterle in pratica immediatamente. (Inform/dip)

 

 

 

 

L’Ambasciata d’Italia a Berlino sull’elezione dei Comites: sperimentazione del voto digitale

 

Berlino – Con riguardo alle Elezioni per il rinnovo dei Comites, indette il 3 settembre scorso e che si terranno il 3 dicembre 2021, L’Ambasciata d’Italia a Berlino ricorda che nelle circoscrizioni consolari di Berlino e di Monaco di Baviera si terrà una sperimentazione sul voto elettronico, come previsto dalla Legge di bilancio 2021, art. 1, comma 648. Gli elettori ai sensi di legge potranno votare anche in modalità elettronica, oltre che in modalità cartacea.

Tutti gli elettori che richiederanno l’iscrizione nell’elenco degli elettori per le elezioni dei Comites per il tramite del portale Fast It oltre a ricevere il plico elettorale al proprio domicilio saranno automaticamente abilitati alla piattaforma di voto elettronico e potranno partecipare alla sperimentazione del voto in via digitale. Per poter accedere alla piattaforma, l’elettore dovrà essere in possesso delle credenziali SPID di primo livello (sistema pubblico identità digitale, www.spid.gov.it).

Non potranno partecipare alla sperimentazione gli elettori che avranno trasmesso la richiesta di iscrizione con modalità alternative al portale Fast It.

Il voto espresso in modalità digitale ha valore esclusivamente sperimentale e non sarà conteggiato in sede di scrutinio. Pertanto gli elettori che partecipano alla sperimentazione dovranno votare anche per corrispondenza. Il voto per corrispondenza sarà infatti l’unico giuridicamente valido. (Inform/dip 10)

 

 

 

 

Il corpo delle donne (e degli LGBTQI+) è un campo di battaglia: a Francoforte l’incontro con la ricercatrice Asia Leofreddi

 

Francoforte - A settembre di quest'anno lo stato del Texas ha approvato una legge che vieta l'aborto dopo sei settimane di gravidanza. A gennaio, in Polonia, è entrata in vigore una legge che vieta l'aborto anche in caso di malformazione fetale. Nello stesso Paese, a marzo, è stato presentato in Parlamento un progetto di legge per ritirare il Paese dalla Convenzione di Istanbul. Questi sono solo due degli esempi più recenti di un contraccolpo contro i diritti delle donne (a cui si aggiungono gli attacchi alle minoranze LGBTQI+) a cui stiamo assistendo nel contesto di molte società democratiche occidentali. Perché sta accadendo? Cosa si muove dietro a questi attacchi? Qual è il ruolo dei partiti politici populisti di destra? E, soprattutto, i movimenti progressisti sono sulla strada giusta per affrontare questa crisi?

Per rispondere a queste domande il 18 e il 19 settembre il museo d'arte contemporanea Frankfurter Kunstverein (FKV), insieme al centro di ricerca Normative Orders della Goethe University e al Comune di Francoforte, hanno organizzato un evento pubblico intitolato Your body is a battleground: ultra-conservative strategies to restore a “natural order”. La curatrice è Asia Leofreddi, giornalista di Confronti e dottoranda in sociologia dei diritti umani all’Università di Padova.

Due giorni, sei panel, sul crescente contraccolpo ai diritti delle donne e delle persone LGBTQI+ dovuto al consolidamento dei nuovi movimenti ultraconservatori a livello nazionale e globale. L’obiettivo è quello di rendere pubblici contenuti, strategie e fondi di queste reti di organizzazioni, ma anche di riflettere criticamente su come affrontare questa crisi, a partire da una ricognizione storica delle condizioni politiche e sociali che l'hanno generata.

Tra gli speakers nomi di rilievo nazionali e internazionali come Natasha Strobl, Annalisa Camilli, Kristina Stoeckl, Nina Horaczek, Sara Farris, Ilse Lenz, Paul Blokker, Massimo Prearo e altri.

Tra i momenti chiave, il panel di apertura con Neil Datta, segretario dell’Interparliamentary forum for sexual and reproductive rights, in cui presenterà il suo ultimo report Tip of the Iceberg, sui sistemi di finanziamento delle organizzazioni ultra-conservatrici europee, e il keynote speech di Nancy Fraser, filosofa statunitense di fama mondiale, che, in collegamento da New York causa Coronavirus, analizzerà il fenomeno dell’antifemminismo come risposta a quattro decenni di “progressismo neoliberale”.

A volere fortemente queste due giornate è stata in particolare la direttrice del FKV, Franziska Nori, che dice: “Il Frankfurter Kunstverein ospita questa conferenza perché riteniamo che il tema sia d’importanza cruciale per la vita delle donne e degli LGBTQI+, anche in Germania. Abbiamo voluto un evento che fosse veramente interdisciplinare e pubblico, che mettesse insieme attori che operano nei settori culturali e politici della città e che permettesse alla cittadinanza di conoscere un fenomeno che riguarda tutti noi, sviluppando strumenti concreti per affrontarlo”. (aise/dip 19) 

 

 

 

 

Mostra all’Ambasciata. Esposte le opere di 10 artisti tedeschi e italiani residenti a Berlino

 

Berlino – In occasione della Berlin Art Week l’Ambasciata d’Italia a Berlino ospita dal 16 al 21 settembre la mostra “OUTSIGHT_LANDSCAPES I”, che espone le opere di 10 artisti tedeschi e italiani residenti a Berlino, tra i più rappresentativi della scena contemporanea, che da anni lavorano sulla tematica del paesaggio.

“La città è attraversata in questi giorni da una grande vivacità artistica e sono molto felice di contribuirvi con un confronto tra artisti italiani e tedeschi. Questa presenza congiunta è uno degli aspetti salienti del progetto “IN/SU/LA” e del convinto sostegno che l’Ambasciata ha dato fin dalla sua creazione”, così l’Ambasciatore Varricchio. “La mostra rappresenta anche il nostro contributo per l’ottantesimo anniversario del Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita”, redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, prigionieri politici ispirati dalla visione di un continente europeo in pace e fratellanza dopo la guerra”.

La mostra è il culmine della seconda edizione di IN/SU/LA, Festival d’arte contemporanea ideato da Yvonne Andreini e Alessio Castagna nell’ambito del quale i dieci artisti Alexandra Wolframm, Flavio de Marco, Nikolaus List, Daniel Mohr, Christian Schellenberger, David Schnell, Johanna Silbermann, Sibylle Springer, Matthias Weischer e la stessa Yvonne Andreini hanno vissuto nel settembre 2020 un’esperienza comune sull’isola di Ventotene. Durante questo soggiorno gli artisti hanno creato ognuno sette opere in formato cartolina, esposte in Ambasciata insieme ad altri lavori degli stessi artisti sul tema del paesaggio, tra cui il film “WunderKamera”, omaggio che Alessio Castagna ha dedicato all’isola. “Il paesaggio può anche essere inteso come una parabola, una metafora, una specie di costruzione mentale da noi formata e che a sua volta ci determina. Così i paesaggi hanno anche una dimensione umana” afferma Yvonne Andreini.

La mostra, inaugurata il 16 settembre in presenza di artisti, galleristi, collezionisti e rappresentanti di musei, sarà visitabile, nel rispetto delle regole di contenimento del Covid, nell’ambito di sei visite guidate con gli artisti (il 17 e 20 settembre alle 15.00 e alle 16.00 e il 21 settembre alle 11.00 e alle 12.00) previa registrazione via e-mail a berlino.events@esteri.it (indicando nome, cognome e data di nascita). (Inform/dip)

 

 

 

L’11 settembre 20 anni dopo. Le macerie della potenza imperiale americana.

 

L’anniversario dell’11 settembre, vent’anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle – e a poche settimane da quella che è stata la “catastrofe afghana”, con il caos che ha prodotto e che continua a seguire a Kabul – ci dà l’occasione di riflettere su quello che è lo stato degli Usa nel mondo, ovvero su quella che è stata sostanzialmente una potenza imperiale, seppur nella sua “variante” da Ventunesimo secolo, e che adesso è in una fase di relativo declino. Relativo, perché chiaramente in termini assoluti gli Stati Uniti continuano e continueranno ad essere una superpotenza a livello globale. Ma non sono più com’erano una volta – e soprattutto come si consideravano –: una potenza egemone, nella loro stessa percezione, che è forse più importante della realtà.

L’11 settembre di fatto è stata l’occasione – si potrebbe dire la scusa – per gli Stati Uniti di riprendere in mano una agenda egemonica, incentrata sostanzialmente sull’esportazione dei valori, della democrazia (seppur a livello retorico, visto che a livello pratico c’erano anche e soprattutto altri interessi in ballo) e sulla “costruzione delle nazioni” ovvero il famoso nation building. Si parla quindi degli Stati Uniti “poliziotto del mondo”: disposti ad agire in modo unilaterale quando i loro partner e alleati non volevano agire con loro, o a forzare loro la mano il più delle volte, in modo tale che gli alleati europei seguissero Washington come avvenuto in Afghanistan e in parte anche in Iraq.

Oggi la situazione rispetto ad allora, e rispetto a quella percezione imperiale ed egemonica, è radicalmente cambiata. Se pensiamo a quello che è stato il discorso del presidente Joe Biden in occasione del 31 agosto, data del formale ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, la dottrina è quella di una potenza che si considera ancora tale, ma non più egemone. È stata così trasmessa l’idea che gli Stati Uniti debbano difendere soprattutto i loro interessi, concepiti in maniera molto più “ristretta”, interna, rivolta verso di sé e molto meno proiettata al resto del mondo. Semmai, protesa a proteggere gli Stati Uniti stessi. Viene a mancare la visione degli Usa come forza geopolitica che plasma e domina il resto del mondo, da cui l’enfasi sui cittadini americani e i militari che ritornano a casa.

Ma c’è anche un’altra prospettiva più interessante, perché si ricollega poi a questa visione così differente che esisteva soltanto dieci anni fa: cioè quella degli Stati Uniti che non sono interessati a esportare valori e costruire nazioni. Il discorso di Joe Biden del 31 agosto dice chiaramente che questa non è la missione della politica estera americana. Così, in soli dieci anni, assistiamo a una svolta completa, di 180 gradi, dagli Usa “esportatori della democrazia” agli Usa protettori della loro stessa democrazia, in casa, e poco interessati ad esportarla altrove. Un atteggiamento post-imperiale, in tutta la sua crudezza.

Ma tutto questo cosa significa per noi europei? Da un lato – e questo è anche l’aspetto più paradossale – ci troviamo di fronte un’America “europeizzata”, che non crede più si debbano esportare i valori e la democrazia attraverso interventi militari – una posizione tradizionalmente squisitamente europea. Dall’altra questo lascia noi europei un po’ spaesati, perché siamo abituati a un’America che ci guida e a volte ci impone cosa fare in politica estera; e adesso stiamo vedendo in Afghanistan – ma non è la prima volta, perché lo abbiamo potuto vedere anche in Siria, Libia e Ucraina – che gli Stati Uniti non sono interessati a svolgere un ruolo proattivo di leadership, ma piuttosto a concentrarsi su quelle che sono le loro priorità strategiche, ad esempio il rapporto con la Cina. E a dire all’Europa, in sostanza, che “per quel che riguarda la vostra parte del mondo sta anche a voi diventarne responsabili“. È per questo che tra noi europei, se si pensa anche alle reazioni di diversi leader per quanto riguarda il tema Afghanistan, ci sono stati molto sconcerto, e anche molta frustrazione e rabbia.

Ma è una rabbia che ha più a che fare con noi, che con gli Stati Uniti d’America. Nathalie Tocci, AffInt 10

 

 

 

 

Il diritto della dignità

 

La crisi economica, indotta anche dalla pandemia, ha accentuato le differenze sociali, che ci sono sempre state, e il progressivo isolamento collettivo è realtà che non possiamo più sottovalutare. Anche l’Italia è a una svolta storica che ha già evidenziato complessi problemi per il rinnovamento del Paese. La stagione della ristrutturazione avrebbe dovuto iniziare, però, assai prima del Covid-19.

 Ora, tuttavia, dovrebbe farsi strada la solidarietà che, almeno nella norma, non è mai stata la prima donna della nostra società. Il periodo che dovremo affrontare sarà difficile e a tempo indeterminato. Per riuscire a varare una nuova fase nazionale che stimoli il lavoro per tutti. Un’impresa difficile ma fondamentale.

 

Il nostro Paese è parte di un sistema internazionale che ne condivide le sorti. Anche non volendolo espressamente. Oltre le promesse, non ancora concretate, c’è l’emarginazione e la disperazione per quanto abbiamo perduto. Tornare a una vita dignitosa non è solo l’aspetto politico della nostra situazione. Superata, speriamo presto, l’emergenza sanitaria, è indispensabile muoverci per dare una mano a tutti per favorire una ripresa dignitosa e comunitaria.

 

 La burocrazia, male tipicamente nazionale, dovrà essere sostituita dall’impegno civile che ci coinvolga tutti. Nessuno escluso. Quindi, meno politica e più fatti. Oggi c’è una Società da riedificare e un’economia da riscoprire. In altri termini, si dovrà favorire quel diritto alla dignità che un virus assassino sembra aver relegato tra le cose irrecuperabili. Per auspicare la ripresa bisogna fornire prove concrete di volerlo realmente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Variante Delta, perché contagia vaccinati e guariti: lo studio

 

La mutazione è fino a 8 volte meno sensibile ad anticorpi da vaccino. La ricerca condotta in India e Regno Unito è pubblicata su 'Nature'

La variante Delta del coronavirus è quasi 6 volte meno sensibile agli anticorpi sviluppati dalle persone guarite da Covid-19, e fino a 8 volte meno sensibile agli anticorpi indotti dalla vaccinazione. E' quanto emerge da uno studio condotto in India e Regno Unito e pubblicato su 'Nature', che ha indagato sulle ragioni per cui il mutante di origine indiana è riuscito a diventare prevalente, soppiantando anche la variante Alfa precedentemente dominante. Oltre ad avere una maggiore capacità di sfuggire agli anticorpi anti-Covid, Delta sembra anche più efficace nel penetrare all'interno delle cellule respiratorie e nel replicarsi, una volta entrata.

Fra gli autori principali del lavoro c'è Ravi Gupta, del Cambridge Institute of Therapeutic Immunology and Infectious Disease dell'università di inglese Cambridge. "Combinando test di laboratorio e analisi epidemiologiche - spiega lo scienziato - abbiamo dimostrato che la variante Delta è più capace di replicarsi e diffondersi rispetto ad altri mutanti" del nuovo coronavirus. "Ci sono inoltre evidenze che gli anticorpi neutralizzanti prodotti a seguito di precedenti infezioni" da Sars-CoV-2 "o di vaccinazioni" anti-Covid "sono meno efficaci nel bloccare questa variante". E' quindi "probabile che tali fattori abbiano contribuito alla devastante ondata epidemica vissuta in India durante il primo trimestre del 2021, con circa la metà dei casi che ha riguardato persone già infettate prima da altre varianti".

Per capire quanto la Delta riesca a eludere la risposta immunitaria, i ricercatori hanno utilizzato il siero estratto da campioni di sangue prelevati da persone di una coorte Uk, guarite da Covid-19 o vaccinate con i prodotti di Oxford/AstraZeneca o Pfizer/BioNTech. Hanno così calcolato che la variante Delta, rispetto all'Alfa, risultava appunto 5,7 volte meno sensibile ai sieri di persone precedentemente infettate e fino a 8 volte meno sensibile ai sieri dei vaccinati. In altre parole, per bloccare la 'versione Delta' del Covid servirebbe un livello 8 volte superiore di anticorpi indotti dal vaccino. In linea con questa osservazione anche i risultati dell'esame di oltre 100 sanitari contagiati in 3 ospedali di Delhi, quasi tutti vaccinati contro Covid: in questi operatori, Delta si è trasmessa fra gli immunizzati in misura maggiore rispetto ad Alfa.

Usando organoidi tridimensionali delle vie aeree, cioè mini-organi coltivati a partire da cellule di questo tratto, gli scienziati hanno poi studiato che cosa succede quando il virus raggiunge l'apparato respiratorio. Lavorando in condizioni di sicurezza, il team ha usato sia coronavirus vivo sia un virus 'pseudotipizzato', ossia una forma sintetica di Sars-CoV-2 che riproduceva le mutazioni chiave della variante Delta. Gli studiosi hanno così scoperto che Delta era più efficiente nel fare il suo ingresso nelle cellule e, una volta entrata, si replicava meglio. Fattori che, insieme alla capacità di eludere le difese immunitarie, avrebbero conferito al mutante un vantaggio evolutivo.

"La variante Delta si è diffusa ampiamente fino a diventare dominante in tutto il mondo perché è più veloce a diffondersi e infetta meglio rispetto alla maggior parte delle altre varianti - commenta Partha Rakshit del National Center for Disease Control di Delhi, autore senior congiunto del lavoro - E' anche più brava nell'aggirare l'immunità indotta da una precedente esposizione al virus o dalla vaccinazione, sebbene in questi casi il rischio di malattia da moderata a grave sia comunque ridotto".

"L'infezione dei sanitari vaccinati a causa della variante Delta è un problema significativo - ammonisce Anurag Agrawal dello Csir Institute of Genomics and Integrative Biology di Delhi, autore senior congiunto - Sebbene possano sperimentare solo una forma lieve di Covid, rischiano di infettare persone che hanno risposte immunitarie subottimali alla vaccinazione a causa di particolari condizioni di salute e questi pazienti potrebbero essere a rischio di malattie gravi". Secondo l'esperto, "abbiamo urgente bisogno di considerare nuove strategie per aumentare le risposte ai vaccini contro le varianti" di Sars-CoV-2 "tra gli operatori sanitari". I dati suggeriscono infine che "le misure di controllo delle infezioni dovranno continuare anche nell'era post-vaccino". Adnkronos 8

 

 

 

 

"Riconoscere l'italiano come lingua procedurale dell'Unione Europea"

 

Roma - "L'Europa è un'unione dove tutte le culture hanno pari dignità. A partire dalle lingue dei singoli Paesi. Che vanno adottate in modo paritetico, evitando la tendenza a favorire il trilinguismo inglese-francese-tedesco che si è imposto negli ultimi anni. Per questo ho presentato, insieme alla collega Ginetti, un'interrogazione in commissione Politiche Europee. Affinché l'italiano sia riconosciuto come lingua procedurale dell'Unione Europea. Una richiesta che è in linea con le ultime sentenze del Tribunale dell'Unione. Che é arrivata ad annullare dei bandi di concorso già emanati in una solo lingua, perché discriminatori dal punto di vista linguistico".

"Accogliamo con favore la risposta della Farnesina, che ha dato ragione alla nostra richiesta confermando la volontà di lavorare in questa direzione. L'auspicio è che si intensifichino gli sforzi per arrivare a un vero plurilinguismo europeo. L'italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. E' la lingua della cultura e della bellezza. Ma soprattutto è una delle lingue ufficiali dell'Unione Europea. In quanto paese fondatore, dobbiamo difendere il nostro diritto ad affermare pienamente il suo utilizzo in tutti i documenti e le procedure ufficiali". Lo dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri e Vicecapogruppo vicaria Italia Viva-Psi. Dip 8

 

 

 

Carenza di personale Maeci all’estero

 

“Il concorso per il reclutamento di qualche centinaio di impiegati di II area, bandito ormai 7 mesi fa non vede ancora una fase attuativa, essendo oggetto del terzo rimando delle prove preselettive che, stando a quanto confermato anche dall’Amministrazione, dovrebbero svolgersi in modalità telematica da remoto e di cui  si avranno ulteriori elementi soltanto a fine ottobre; nel frattempo le nostre sedi continuano ad essere carenti di personale, le procedure di pensionamento proseguono inesorabilmente peraltro in assenza di un piano “b” che consenta di tamponare una impasse operativa senza precedenti nella rete estera del MAECI.” Lo dichiara in una nota, Iris Lauriola, segretario nazionale del Coordinamento Esteri della Confsal-Unsa.

“Sono anni che chiediamo un’ottimizzazione di procedure e di reclutamento che, ricalcando la ratio della legge 442 del 2001, consenta il passaggio nei ruoli del personale a contratto operativo all’estero, ovviamente previa procedura selettiva ad hoc, - spiega Lauriola – su cui, nel passato,  l’amministrazione ha sollevato mille cavilli e vincoli per la sua attuazione, sebbene sia palese che questa procedura permetterebbe un passaggio celere di personale, tra l’altro già formato e conoscitore di lingua, leggi e dinamiche sociali all’estero, nelle sedi maggiormente esposte”.

“Infatti, quando finalmente si riuscirà a completare la procedura concorsuale in parola, le nuove reclute riusciranno debolmente a compensare le uscite da pensionamento, senza purtroppo avere la forza di intaccare minimamente la ormai cronica carenza di personale nelle sedi estere, che permarrà tale e quale negli anni a venire in assenza di interventi coraggiosi e lungimiranti in materia”.

“Altre Amministrazioni, pur non avendo la medesima emergenza di organico hanno avviato procedure concorsuali smart che nell’arco di pochi mesi hanno condotto alla risoluzione dell’intero iter – sottolinea Lauriola-.

Lauriola conclude: “Abbiamo bisogno di coraggio, pragmatismo e lungimiranza, con iniziative che puntino dritto al problema tentando di risolverlo. Siamo sempre disponibili al dialogo e al confronto con l’Amministrazione, con le istituzioni e la politica per trovare percorsi di intervento celeri ed attuabili: rimandare ancora una volta gli interventi vuol dire condannare cittadini e imprese ad un’evanescenza rappresentativa che in un momento come questo risulta essere un affronto al buon nome del nostro Paese”. Confsal Unsa Esteri 15

 

 

 

 

Il rilancio nazionale

 

Da recuperare c’è il lavoro. Quello che non c’è stato mai per tutti. E’ fondamentale, almeno, recuperare i posti che il Coronavirus ha reso “vacanti”. Ci sarà da rivedere la nostra macchina burocratica per rifondarla più veloce e sensibile ai cambiamenti che non mancheranno. Ridare attendibilità a un’economia insufficiente prima della pandemia, resta un obiettivo primario che la politica non potrà sottostimare. Sarà decisiva una ripresa che tenga conto anche delle future necessità del Paese e del suo ruolo in UE.

 

 Abbiamo una Costituzione che tutela i cittadini della Repubblica e ci sarà occasione per dimostrare quest’assioma. L’economia potrà ritrovare una ripresa solo se si riuscirà a ridurre, se non eliminare, gli arrivisti di cordata che ci siamo portati sulle spalle per troppo tempo. Nel nuovo panorama della repubblica, le Regioni avranno un nuovo ruolo e una più specifica libertà operativa. Anche questa è una necessità che non dovrà essere condizionata a livello di partiti. Le coperture finanziare per una globale manovra di risanamento verranno dall’UE.

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Dovremo dimostrare di meritarle. Per frenare il progressivo impoverimento nazionale non resta che prendere atto dell’opportunità di una diversa coesione anche politica. I nostri modelli economici precedenti hanno dimostrato, ben oltre la tragedia pandemica, che per l’Italia non ci sarebbe stato un futuro economico/sociale idoneo al suo progresso. La fragilità del sistema s’è rivelata proprio in occasione del periodo del “contenimento”sanitario. In pochi mesi, l’economia ha ceduto il campo a una situazione imprevedibile in tempi tanto contenuti.

 

 La meta resta l’impegno in un cambiamento che, pur se non immediato, dovrà essere gestito sino in fondo. Le risorse del Paese, allo stato attuale, non sono sufficienti all’immediata bisogna. Con questa presa d’atto, dovrà essere una politica assennata ad attivarsi per consentire il reale rilancio nazionale.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Turismo in ripresa in Italia: 33 milioni di stranieri durante l’estate

 

ROMA  - Una boccata d’ossigeno per il turismo italiano. I risultati della stagione estiva superano le attese: tra giugno e agosto il sistema ricettivo italiano ha registrato l’arrivo di oltre 33 milioni di turisti per 140 milioni di pernottamenti, in crescita del 21% sul 2020. A trainare la domanda gli italiani – 105 milioni di pernottamenti, il 19,6% in più rispetto allo scorso anno – ma tornano anche gli stranieri: in totale si stimano 35 milioni di pernottamenti di stranieri, in aumento del 25% sul 2020 ma ancora lontani dai 100 milioni del 2019.

Questi i principali risultati emersi dalla consueta indagine campionaria realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti. 2.085 le imprese ricettive italiane che hanno partecipato alla rilevazione.

Anche considerando gli italiani, pure le presenze complessive rimangono comunque ancora ben al di sotto dei livelli pre-Covid: -34% rispetto all’estate 2019. A fare la differenza ancora una volta è la “quasi” totale assenza della domanda extraeuropea – che nel 2019 valeva quasi 18 milioni di pernottamenti -, a cui si sono aggiunti i risultati al di sotto delle aspettative registrati dalle imprese ricettive nel mese di giugno e nei primi giorni di luglio.

Sistemazioni e mete. Le presenze crescono del 21,9% nel comparto alberghiero e del 19,9% nell’extralberghiero. Essenzialmente un flusso di domanda autorganizzata che ha scelto i servizi mediante canali diretti con i fornitori. E infatti, purtroppo, rimane la crisi del turismo organizzato - dalle agenzie di viaggio ai tour operator – settore che non ha registrato l’effetto positivo della domanda interna, ormai completamente disintermediata e orientata ai portali internazionali di prenotazione.

Il recupero della domanda è stato registrato in maniera uniforme in tutte le macro-aree del Paese, mentre un andamento differenziato è stato rilevato per i prodotti turistici. Le località marine e della montagna, che nell’estate 2020 avevano registrato un discreto recupero dei mercati, nel trimestre appena concluso hanno registrato valori di crescita più contenuti, rispettivamente +19% e +13,1%. Una crescita più sostenuta è stata dichiarata dalle imprese delle località dei laghi (+29%), ma recuperano anche le località termali (+27,4%), che nell’estate 2020 soffrirono particolarmente il calo della domanda. Rimbalzo anche per le città d’arte (+25,4%) ma - nonostante i discreti risultati del periodo – queste continuano a misurarsi con le complessità del mercato e le stime indicherebbero un differenziale di circa 10 milioni di pernottamenti in meo rispetto all’estate 2019.

Archiviato agosto le aspettative delle imprese sono rivolte al prolungamento della stagione anche nel mese di settembre. Il 46% del campione ha segnalato un flusso di prenotazioni sempre più consistente che dovrebbe contribuire a migliorare i tassi di occupazione, rispetto ai dati dello scorso anno. In base alle indicazioni ricevute la variazione attesa per settembre è stimata al +10%. Le segnalazioni più ottimiste giungono dalle imprese delle città d’arte (+14%) e delle località dei laghi (+12,6%). Le località marine e della montagna riducono le aspettative rispettivamente al +7,9% e al +5%. In valori assoluti, la variazione attesa per settembre 2021, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è di oltre 3 milioni di pernottamenti in più, per un totale di 33,6 milioni.

Invece, le previsioni sull’ultimo periodo del 2021 confermano la situazione di incertezza in cui operano le imprese del settore: il 48% del campione non ha elementi sufficienti per poter formulare delle ipotesi sui comportamenti della domanda turistica. Solo il 18,4% del campione ha segnalato un trend di aumento dei flussi, mentre il 10% dei rispondenti è convinto di dover registrare ancora valori di flessione. Le indicazioni di stabilità dei mercati sono state rilevate nel 23% delle risposte.

"I risultati della stagione estiva sono stati positivi, anche se tre mesi di lavoro non sono sufficienti a rimediare alla lunga inattività del comparto, in crisi da ormai più di un anno", commenta Vittorio Messina, presidente di Assoturismo Confesercenti. "Adesso l'auspicio è che il rimbalzo estivo non sia stato una semplice boccata d'ossigeno, ma si traduca nell'inizio di una ripresa strutturale del turismo italiano. I segnali di settembre sono abbastanza positivi, ma l'incertezza per l'autunno è ancora forte, in particolare nelle città d'arte e nel turismo organizzato che ancora non sono ripartiti. Preoccupa, da questo punto di vista, il combinato disposto tra ripresa dell'invio delle cartelle esattoriali e la fine delle moratorie sul credito: bisogna quindi mantenere ancora l'attenzione alta, continuando a sostenere il più possibile la ripresa delle attività economiche e continuando ad accelerare sulle vaccinazioni". (aise 6) 

 

 

 

 

L’11 settembre 20 anni dopo. Perché le Torri Gemelle non furono un’altra Pearl Harbor

 

Chiamati a dare una valutazione istantanea degli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington – senza contare l’aereo che cadde in Pennsylvania, apparentemente grazie all’intervento dei passeggeri che si rivoltarono contro i dirottatori –, la stragrande maggioranza dei commentatori trasse un immediato paragone: l’attacco a sorpresa delle forze del Giappone imperiale contro la flotta americana del Pacifico, ancorata nella baia di Pearl Harbor, alle Hawaii, il 7 dicembre 1941.

Due erano le ragioni che sostenevano il paragone. La prima affondava le radici nell’analogia storica e l’impatto simbolico. L’attacco di Pearl Harbour – in quello che, nelle parole dell’allora presidente Franklin D. Roosevelt, sarebbe passato alla storia come il “giorno dell’infamia” – è il precedente storico più vicino all’11 settembre in cui gli Stati Uniti sono stati attaccati sul suolo nazionale.

Oltre allo shock per l’attacco a sorpresa, il considerevole costo in vite umane – Pearl Harbor causò oltre 2 mila vittime, l’11 settembre quasi 3 mila – rafforza il paragone storico: così come ogni americano allora vivente avrebbe ricordato cosa stava facendo nel momento in cui la notizia dell’attacco di Pearl Harbour si diffuse, lo stesso si può dire di ogni americano (ma non solo) che assistette sugli schermi televisivi al crollo in diretta delle Torri Gemelle, gli edifici più conosciuti dell’iconico skyline di New York e il simbolo della potenza finanziaria dell’America. 

La guerra globale al terrore

La seconda ragione alla base del paragone riguardava invece l’impatto sulla politica interna e conseguentemente internazionale degli Stati Uniti. Pearl Harbor portò gli Usa a entrare in guerra contro il Giappone e subito dopo contro Germania e Italia, alla vittoria contro le potenze fasciste e, soprattutto, a un radicale cambio di approccio in politica estera. La Seconda guerra mondiale, al contrario della prima, segnò l’ingresso definitivo dell’America sul palcoscenico centrale della politica internazionale. Da quel momento gli Usa avrebbero abbracciato il ruolo di grande potenza egemone dell’Occidente e di garante di un ordine internazionale basato sui loro interessi ma anche sui loro valori, sul loro regime politico e modello di sviluppo economico.

È vero che l’opinione pubblica Usa sostenne questo ruolo più per l’insorgere della competizione con l’Unione Sovietica nel dopoguerra che come risultato dell’attacco giapponese. Tuttavia, senza dubbio lo shock di Pearl Harbor, l’impegno nel conflitto mondiale e la responsabilità/necessità di favorire la ricostruzione post-conflitto in modo da garantire la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti crearono le condizioni perché l’opinione pubblica accettasse il compito, presentato dalle élites di entrambi i partiti, di impegnarsi nella politica mondiale ben più di quanto si fosse fatto prima del 1941.

L’11 settembre, sostennero in molti, avrebbe risolto le incertezze dell’opinione pubblica circa il ruolo degli Usa che si erano affacciate nel decennio successivo alla Guerra fredda presentando la necessità di far fronte a un nuovo nemico, non potente come l’Urss ma non per questo meno insidioso: il terrorismo internazionale di matrice islamica. L’intervento in Afghanistan nell’ottobre 2001 contro i talebani, che avevano garantito appoggio e rifugio a chi aveva perpetrato gli attacchi, l’al-Qaeda di Osama bin Laden, fu accompagnato da grande favore popolare. Così pure l’invasione dell’Iraq nemmeno due anni dopo, grazie anche alla sottile manipolazione dell’informazione con cui l’amministrazione di George W. Bush insistette sugli (inesistenti) legami tra al-Qaeda e l’allora dittatore iracheno Saddam Hussein. 

Afghanistan e Iraq erano solo i fronti più importanti di un conflitto che gli Usa intendevano portare ovunque si presentasse la minaccia terroristica. Non a caso Bush coniò il termine Guerra Globale al Terrore e ne fece uno dei capisaldi della sua politica estera. L’opinione pubblica, si pensò, avrebbe sostenuto lo sforzo dell’amministrazione così come aveva appoggiato l’intervento nella Seconda guerra mondiale prima e poi la lunga Guerra fredda contro il blocco comunista.

Le diverse strategie

Vent’anni dopo l’11 settembre possiamo dare una valutazione obiettiva della legittimità del paragone con Pearl Harbor. Certamente si tratta di due shock che resteranno per sempre impressi nella memoria collettiva. Ma l’11 settembre non ha prodotto un contesto politico interno “permissivo” per l’impegno internazionale degli Usa paragonabile a Pearl Harbor. In parte ciò va ascritto al modo in cui le élites di governo hanno gestito il potenziale di consenso pubblico. Negli anni ‘40 e primi ’50 le amministrazioni di Roosevelt e del suo successore, Harry S. Truman, impegnarono gli Usa in una guerra contro le dittature fasciste e in una competizione col blocco sovietico le cui ragioni l’opinione pubblica poté non solo comprendere ma anche condividere, almeno in buona parte. Furono anche sagge non solo nello scegliere gli obiettivi – la distruzione militare della minaccia fascista e il contenimento dell’influenza sovietica – ma anche dei mezzi: gli Stati Uniti prevalsero su fascismo e comunismo grazie alla costruzione di ampie coalizioni e alleanze internazionali. 

L’amministrazione Bush propose invece obiettivi cangianti. La caccia ad al-Qaeda in Afghanistan e la presunta minaccia posta dalle (di nuovo, inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam si fusero nel tempo con un’indefinita agenda di promozione della democrazia che metteva insieme lotta al terrorismo, contrasto alle dittature (ma solo quelle nemiche degli Usa) e nation-building su larga scala e in Paesi di cui gli Usa avevano poca cognizione e in cui dopotutto avevano in gioco interessi meno che vitali (al contrario dell’Europa o dell’Asia orientale, centrali sia durante la Seconda guerra mondiale che la Guerra fredda). 

All’indeterminatezza e ambivalenza degli obiettivi – sotto i quali molti hanno semplicemente visto un desiderio di consolidare l’egemonia mondiale degli Usa – si è accompagnata l’inadeguatezza dei mezzi: un’eccessiva dipendenza dallo strumento militare, un’incapacità di sviluppare strategie diplomatiche con paesi non allineati o rivali (come Russia, Cina, Iran) e l’inestirpabile tendenza ad agire unilateralmente.

L’11 settembre non ha così portato in nessun modo al consolidarsi di un consenso pubblico trasversale alla Guerra Globale al Terrore – tra partiti e tra élites ed opinione pubblica – paragonabile a quello che sostenne la politica Usa durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, e che ebbe le sue origini nell’attacco di Pearl Harbor. 

Un fallimento di politica interna

L’ambivalenza soggiacente ai fini, l’inadeguatezza dei mezzi e i risultati fallimentari – l’Iraq resta un paese diviso, insicuro e debole, l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani e la minaccia terroristica è oggi molto più diffusa, radicata ed estesa che nel 2001 – hanno reso la Guerra Globale al Terrore un colossale fallimento di politica interna, prima ancora che di politica estera. È precisamente sul rigetto della Guerra Globale al Terrore e dell’interventismo, liberale o meno, ad essa intrinseco che i presidenti successivi a Bush – con eccessiva prudenza Barack Obama e con estenuante confusione Donald Trump – hanno provato a ricostruire un consenso trasversale interno alla politica estera Usa.

In questo senso, Joe Biden ha fatto quello che Barack Obama e Donald Trump avevano promesso: cambiare rotta alla fallimentare politica estera USA post-11 settembre. Biden potrebbe esserci giocato le chance di conferma nel 2024, perché gli Usa mal sopportano la sconfitta. Ma allo stesso tempo, accettando la sconfitta in Afghanistan, potrebbe aver assicurato ai suoi successori la possibilità di ricreare consenso interno a una politica estera basata più su interessi strategici sistemici – come la competizione con la Cina o la lotta al riscaldamento climatico – e meno su velleità liberal-imperiali. Riccardo Alcaro, Aff.Int 10

 

 

 

 

Green Pass. “Si riconosca green pass a cittadini Aire immunizzati con vaccini previsti all’estero”

 

Roma – “A pochi giorni dall’estensione dell’obbligatorietà del green pass, numerosi connazionali residenti all’estero rischiano di non vedersi riconosciuto il certificato verde in Italia. Nonostante abbiano concluso correttamente il ciclo di vaccinazione all’estero. E siano quindi completamente immunizzati. Questo perché molti degli Aire hanno seguito le procedure previste nel loro Paese di residenza. Sottoponendosi quindi a vaccini non riconosciuti dall’Ema, come il vaccino russo Sputnik e il vaccino cinese Sinopharm. Altrettanto accade per i residenti di San Marino.

È urgente che il ministero della Salute emani una circolare appositamente dedicata ai vaccinati all’estero, in particolare agli Aire, che vivono il paradosso di non poter rientrare nel loro Paese senza doversi sottoporre a tutte le procedure previste per i non vaccinati. E, una volta rientrati, a veder limitata la propria possibilità di azione come se non si fossero immunizzati. Il green pass invece serve proprio al contrario. Ossia a facilitare il ritorno alla mobilità e alla vita normale”. Lo dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri, depositando un’interrogazione in commissione Salute. Dip 17

 

 

 

Come da copione

 

Gli “irriducibili” della politica non lo sono solo a parole. La pandemia ha aumentato un loro ruolo che speravamo arrivato al termine. Il Parlamento è più d’apparenza che di sostanza. Presentiamo, di conseguenza, una nostra riflessione a poche settimane dalla fine di questo 2020 Il protagonismo, lasciando da parte certi “fenomeni” marginali, non è diminuito. La concretezza è vissuta sulle spalle dei disoccupati, dei cassintegrati, dei pensionati e di tutti quelli che non riescono più a far fronte alle necessità della vita. In questa emergenza sanitaria, le promesse non sono surrogate dai fatti. A nessuna è sfuggita questa realtà. Insomma, l’Italia chiede più fatti e meno esternazioni.

 

 Un’epoca politica è al tramonto; come lo sono i partiti che ne costituiscono la struttura portante. Ora viviamo le vicende di un sistema che dovrebbe essere dalla “parte” del cittadino. Punto nodale della questione è, e rimane, l’attendibilità. Chiudere col passato non è garanzia per il futuro. L’Italia ha bisogno di convincimenti. Ieri, come oggi e, ancor più, domani. La Pandemia sarà sconfitta; ma i problemi a essa correlati continueranno. La grande ammalata resterà la nostra economia.

 

Ora, servirebbe una coerenza politica che non c’è. Del resto, “Incontri” e “Scontri” tra il vecchio e il nuovo ci siamo abituati. Non rimane che assodare sino a quando sarà credibile la linea politica che i Partiti hanno fatto propria. Una classe parlamentare di maggioranza relativa che dovrà mostrare il suo valore sul campo. Con questo Esecutivo dovremo fare bene i conti, con la speranza che tornino. Solo ci auguriamo, per il bene di tutti, che questa Terza Repubblica la smetta d’attenersi a un copione già provato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Novità riguardanti il rilascio del passaporto elettronico

 

Dal 2006 viene rilasciato il passaporto elettronico. Per noi, italiani all’estero la Rappresentanza consolare si occupa del rilascio. La procedura per l’ottenimento del documento di viaggio, che per i maggiorenni ha validità di 10 anni, richiede la rilevazione delle impronte digitali e la firma digitalizzata. Per fare ciò è necessaria la presenza fisica del connazionale in Consolato.

Nel 2019 il Comites di Zurigo, portavoce di quanto espresso dai connazionali, chiese al Console in carica di trovare una soluzione per quei connazionali che necessitano di passaporto ma che non possono muoversi per motivi di salute. Siamo lieti di leggere sul sito del Consolato di Zurigo che è prevista l’esenzione dalla acquisizione di impronte, oltre che per i minori di 12 anni, in due casi:

1. in caso di patologia o impedimento fisico permanente opportunamente documentati (ad es. certificazione medica rilasciata da un’autorità sanitaria locale, strutture ospedaliere, ecc.);

2. in caso di menomazione o malformazione fisica evidente (si prescinde in tal caso dalla certificazione medica).

In tali casi, viene rilasciato un libretto di passaporto ordinario senza impronte con durata decennale.

Anche l’apposizione della firma digitale sarà evitata per i minori di 12 anni, per gli analfabeti (previa acquisizione agli atti dell’Ufficio della dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà) e per coloro che presentino una impossibilità fisica accertata o documentata che impedisca l’apposizione della firma.

https://conszurigo.esteri.it/consolato_zurigo/it/i_servizi/per_i_cittadini/passaporti/passaporti.html.  (Inform/dip 6)

 

 

 

 

Festival delle Migrazioni: a Torino la 3° edizione

 

Torino - Dal 21 al 26 settembre 2021 torna a Torino per la sua terza edizione il Festival delle Migrazioni, sei giornate di eventi, tra incontri, spettacoli, proiezioni e workshop negli spazi di San Pietro in Vincoli, Scuola Holden, Polo del ‘900 e Ufficio Pastorale Migranti, scegliendo anche quest’anno come sue sedi principali Porta Palazzo e Borgo Dora, quartieri simbolo della multietnicità.

Il Festival delle Migrazioni è ideato e organizzato dalle compagnie A.C.T.I. Teatri Indipendenti, AlmaTeatro e Tedacà. Attraverso l’attenta costruzione di un programma quanto più possibile variegato e polifonico, all’interno del quale i veri protagonisti abbiano ampio spazio e voce per poter raccontare sé stessi e la loro storia, anche quest’anno il Festival delle Migrazioni si propone di fare un punto della situazione, partendo da ciò che accade oggi per indagare a fondo le problematiche legate al fenomeno migratorio o semplicemente per conoscerne meglio le varie sfaccettature.

Non mancano in programma i momenti dedicati all’attualità, con incontri sulla drammatica situazione degli sbarchi (sabato 25, ore 16, Scuola Holden; tra i relatori Luciano Scalettari, presidente ResQ People e la giornalista Sabika Shah Povia), sull’analisi sociopolitica delle cause e delle evoluzioni che hanno portato al conflitto in Afghanistan (domenica 26, ore 18, Scuola Holden; con l’autore Farhad Bitani, Claudio Bertolotti, direttore di START InSight e ricercatore ISPI, Mauro Berruto, già Ct della nazionale di pallavolo) e anche sulle condizioni di lavoro, delle modalità di paga e assunzione e di quale accoglienza ricevono nelle cittadine del Saluzzese con Guebrila Gamen, che porterà la sua testimonianza di bracciante a Saluzzo e Rosarno, lo storico Marco Buttino e il sindaco di Saluzzo Mauro Calderoni (domenica 26, ore 16, Scuola Holden).

L’ambiente è il protagonista dell’incontro “Non siamo tutti sulla stessa barca” (venerdì 24, ore 17, Scuola Holden), tratto dall’omonimo libro di Giorgio Brizio pubblicato da Slow Food Editore, che mette in rilievo lo stretto legame fra migrazioni e crisi climatica. Tra i relatori, Cecilia Strada e Alessandro Rocca di ResQ People e Ines Gobetti di Fridays for Future.

Migrazioni, sovranità alimentare e decolonizzazione sono al centro dell’evento di mercoledì 22 alle ore 21,30 (Polo del ‘900) con la proiezione di Couscous: seeds of dignity e l’incontro con il regista Habib Ayeb in dialogo con Gabriele Proglio (Università del Gusto).

Spazio anche all’arte: sabato Awa, giovane cantautrice afrodiscendente, darà voce a culture, storie, identità e parole delle nuove generazioni in un talk in cui il pubblico potrà interagire attraverso la costruzione di una playlist musicale.

Ogni giorno del festival, inoltre, sono previsti concerti e rappresentazioni teatrali, come “Non abbiate paura”, dedicato al trentennale dello sbarco della nave Vlora carica di migranti provenienti dall’Albania o Arle-Chino, traduttore – traditore di due padroni, in cui l’attore di origine cinese Shi Yang Shi narra la complessità di un’identità plurima in Italia. Sabato 25 settembre torna la Cena delle cittadinanze, appuntamento segnante della manifestazione: una lunga tavolata imbandita nel cortile di San Pietro in Vincoli all’insegna della convivialità e delle cucine del mondo. (aise/dip 9) 

 

 

 

 

Fino al 22 settembre la ventesima edizione della Settimana Europea della Mobilità

 

ROMA – Da oggi al 22 settembre si celebra la ventesima edizione della Settimana Europea della Mobilità.

Questa speciale edizione del ventennale, intitolata “Muoviti sostenibile… e in salute” è incentrata sulla sicurezza e sulla salubrità delle scelte di mobilità sostenibile: per questo, i cittadini europei sono incoraggiati a tenersi in forma fisicamente e mentalmente, esplorando la bellezza delle città, e a mostrare considerazione per l’ambiente e la salute degli altri nella scelta tra le differenti modalità di trasporto.

La scelta dello slogan “Muoviti sostenibile… e in salute” rende omaggio alle difficoltà che il mondo intero ha dovuto affrontare durante la pandemia di Covid-19 ed è anche un invito a riflettere sulle opportunità di cambiamento derivanti da questa crisi sanitaria senza precedenti. Proprio su questo tema le città e le amministrazioni locali hanno proposto indicazioni creative e senza precedenti. La Settimana Europea della Mobilità intende celebrare la resilienza delle città e i loro successi, sostenendo lo slancio e le tendenze iniziate lo scorso anno, come l’aumento della mobilità attiva e l’uso della mobilità a basse o zero emissioni.

Il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili (Mims) – si legge nella nota diffusa in proposito, – fin dal cambio del nome, ha dato grande attenzione al tema della mobilità sostenibile evidenziando – anche attraverso la creazione di un apposito Dipartimento – l’importanza di promuovere la ripresa economica del Paese in modo sostenibile, anche sul piano sociale e ambientale, dando anche rilievo ad una visione di sviluppo, in linea  con le attuali politiche europee e i principi del Next Generation Eu.

Sono ingenti le risorse destinate alla mobilità sostenibile che il Mims è chiamato a gestire e che provengono sia dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), incluse quelle del Fondo Complementare, sia da altre fonti nazionali e comunitarie.

Nell’ambito del PNRR diverse componenti, nelle missioni di competenza Mims, anche in cooperazione con il Ministero della Transizione ecologia e altri ministeri, sono dedicate alla mobilità sostenibile.

Nella seconda componente della missione 2, Rivoluzione verde e transizione ecologica, vi sono infatti risorse per lo sviluppo di un trasporto locale più sostenibile, non solo ai fini della decarbonizzazione ma anche come leva di miglioramento complessivo della qualità della vita: sono ben 8,58 miliardi dedicati al rafforzamento della mobilità ciclistica, allo sviluppo del trasporto pubblico di massa e delle infrastrutture di ricarica elettrica, al rinnovo delle flotte di bus e treni verdi, oltre a procedure più rapide per la valutazione di progetti nel settore dei sistemi di trasporto pubblico locale e nel settore del trasporto rapido di massa, che si sommano a 530 milioni dedicati alle sperimentazioni dell’uso dell’idrogeno per il trasporto stradale e ferroviario.

La Missione 3, Infrastrutture per una mobilità sostenibile, è interamente dedicata allo sviluppo di una mobilità realmente sostenibile. Con 25,4 miliardi di euro di investimenti, è una tra le più importanti – per risorse impiegate – tra le missioni dell’intero PNRR. (Inform/dip 16)

 

 

 

Educazione politica

 

La posizione politica dei Connazionali all’estero non può essere paragonata con quella dei cittadini residenti nel Bel Paese. I motivi sono, sostanzialmente, due: la limitata “informazione” per i fatti interni della Penisola e l’integrazione alla realtà socio/politica che è maturata nei Paesi ospiti. Senza, poi, dimenticare che, prima della Legge 459/2001, gli italiani nel mondo hanno dimostrato interesse ai problemi nazionali e lo Stato sosteneva i loro rientri per l’esercizio del più democratico diritto in Patria.

 

Intanto, l’interesse alla politica nazionale non è mai venuto meno neppure per le prime Generazioni di Migranti. E’ vero, però, che situazioni contingenti di sopravvivenza non ne avevano favorita l’estensione. Le posizioni si sono evolute proprio in quest’ultimo periodo, quando la rappresentatività formale non bastava più per garantire in Patria d’alcuni fondamentali diritti degli italiani all’estero. Ora la questione sarebbe da rivedere. Adesso sono gli eletti nella Circoscrizione Estero a non essere in grado d’affrontare le problematiche d’interesse dei loro elettori.

 

Del resto, gli eletti, residenti o meno, nella Circoscrizione Estero, ripartiti nelle quattro ripartizioni geografiche di pertinenza, fanno capo, comunque, ai Partiti nazionali. Ne consegue che la politica nazionale non sostiene le esigenze di chi vive all’estero. Non manca, secondo noi, l’educazione politica degli elettori d’oltre Alpe ma, semmai, l’incoerenza di chi li dovrebbe rappresentare in seno al Parlamento. Solo l’On. Tremaglia è stato l’unico vero Ministro per gli italiani all’estero. Tra l’altro, sarebbe interessante, ma anche utile, conoscere l’opinione in merito dei Connazionali che vivono oltre confine. In politica, essere partecipativi è importante. Tante nostre incertezze restano, però, in prima linea.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Covid, Zangrillo: "Italia malata di fake news, parlano tutti"

 

La disinformazione sul covid crea danni enormi all'Italia. I medici che non si vaccinano sono irresponsabili. Il professor Alberto Zangrillo, direttore del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano, risponde alle domande di L'aria che tira su La7. Terza dose, obbligo vaccinale, green pass: il dibattito ruota attorno a 3 temi. "La gente che non si vaccina si ritiene giovane e in forma. Poi c'è chi è al di fuori del sistema di prenotazione. E poi c'è la disinformazione: tutti parlano e si mescolano all'istituzione, che quindi non gode di fiducia. Le poche voci equilibrate vengono coperte dal chiacchiericcio", dice Zangrillo.

"L'Italia si è comportata in modo straordinario, abbiamo raggiunto un rate di vaccinazioni che ci colloca come leader a livello mondiale. E' brutto che ci sia una disinformazione che continua a creare ansia, a fare notizia e a riempire giornali. Siamo stato sopraffatti dalla vicenda afghana, ma ora che sono finite le Paralimpiadi il giornale più importante apre con 9 pagine sul covid", afferma.

Obbligo vaccinale: sì o no? "Non voglio essere utilizzato per quello che dirò. Credo che ci sia grandissimo spazio per un doveroso sforzo persuasivo che deve essere compiuto da chi è in grado di trasmettere la verità. Chi non si vaccina ha un rischio straordinariamente più alto di sviluppare forme più gravi che possono portare in terapia intensiva".

"Ma -osserva- ci sono medici italiani, a contatto con persone più fragili, che non si vaccinano: questo è estremamente grave, denota ignoranza e senso di irresponsabilità. Queste persone vanno stanate. Sono da apprezzare gli insegnanti che, numeri alla mano, hanno fatto uno sforzo complessivo straordinario verso gli alunni. Invece, ci sono medici che si nascondono e non credo che l'obbligo vaccinale li raddrizzerà".

Walter Ricciardi, consigliere del ministro Roberto Speranza, ritiene necessario arrivare al 90% di copertura vaccinale. "La voce di Ricciardi va ascoltata e, se mi posso permettere, interpretata. Se fissiamo la soglia del 90%, a cui non arriveremo mai, tanto vale inserire l'obbligo. In questo momento dobbiamo portare le persone ad ascoltare le persone che hanno gli strumenti. Capisco che si debba dare spazio al giornalista di turno, ma ci sono 4-5 voci accreditare per parlare: penso al Cts, agli scienziati e ai medici che hanno vissuto la vicenda in ospedale".

"Abbiamo fatto facilmente il passaggio dallo zero al 60% di vaccinati, è molto più difficile passare dal 60% al 90%. Mancano all'appello le persone che sono preda della disinformazione", ribadisce.

Capitolo terza dose: "Noi dobbiamo occuparci di soggetti fragili e immunodepressi: ci sono migliaia di persone in attesa di un trapianto di organi. Ai soggetti immunodepressi va riservata la terza dose. Poi, per il resto, vedremo".

Nelle ultime settimane, il tema delle minacce no vax ai medici è finito sotto i riflettori. "Sono amico di chi è messo all'indice. Da 20 anni i miei figli sono irrisi perché il padre è il medico di una persona che non sta simpatica a tutti. Siamo un paese malato, dominato dall'invidia sociale. Anche un povero cristo che espone l'orologio ricevuto dal nonno viene massacrato. Io sono minacciato e irriso ma non ne parlo: è il fenomeno noto del ventilatore...". adnkronos 6

 

 

 

 

“Italiani nel mondo: nuove cittadinanze, nuove mobilità”, dibattito alla Festa dell’Unità di Bologna

 

BOLOGNA – “Italiani nel mondo: nuove cittadinanze, nuove mobilità”, questo il titolo del dibattito tenutosi nel contesto della Festa dell’Unità di Bologna, che ha visto la partecipazione di esponenti della Fondazione Migrantes, del Partito Democratico e del mondo dei patronati. Monsignor Giancarlo Perego (Presidente della Fondazione Migrantes) nell’intervento di saluto ha ricordato che “il futuro passa necessariamente dall’incontro tra cittadinanza e mobilità”, precisando che l’Italia che continua a crescere è quella che vive fuori dalla Penisola. Il dibattito è stato moderato da Luciano Vecchi (responsabile PD per gli italiani all’estero) esordendo con un monito rivolto alle politiche pubbliche chiamate a “fare un salto di qualità se vogliono essere protagoniste su queste tematiche: ai connazionali emigrati occorre un aiuto all’integrazione ma al contempo anche avere rapporti di qualità con la pubblica amministrazione italiana nonché il pieno riconoscimento della partecipazione politica e sociale”, ha commentato Vecchi rilanciando la necessità di un rinnovamento della legge elettorale soprattutto per quanto riguarda la circoscrizione estero ed il sostegno all’associazionismo. “La mobilità è una risorsa ma servono le giuste strutture per valorizzarla”, ha sottolineato Vecchi. Delfina Licata (curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes) ha ricordato come si sia partiti dai numeri degli ultimi quindici anni fa per capire realmente chi sono coloro che partivano e partono tuttora dall’Italia e verso quali destinazioni. “Ci sono località all’estero che registrano aumenti del 600%, come Malta, o del 400%, come il Portogallo; ma pensiamo anche a mete come Cina, Australia ed Emirati Arabi”, ha esordito Licata precisando che gli studi del RIM hanno smentito nel tempo due storici errori di narrazione circa l’emigrazione italiana: a partire non sono solo laureati e più che un divario statistico tra Nord e Sud della Penisola occorre piuttosto concentrarsi sul divario tra grandi città e piccoli borghi. Licata ha ricordato le difficoltà che si creano quando non si ha un percorso migratorio ben definito, soprattutto nei diritti e nella tutela del lavoro. “Non bisogna solo vedere gli aspetti positivi ma anche quelli negativi del percorso migratorio, come per esempio la perdita dell’identità. Tra le motivazioni di una partenza non c’è solo il lavoro ma anche la realizzazione del proprio progetto di vita, che è la possibilità di realizzare i propri sogni”, ha evidenziato Licata vedendo così nella mobilità una sorta di ascensione sociale. Licata ha però anche parlato di una “mobilità malata” quando questa è soltanto unidirezionale e non prevede una circolarità. “Servono incentivi per rendere attrattivi i nostri luoghi, non solo per fini turistici”, ha puntualizzato Licata.

Matteo Bracciali (Vicepresidente Federazione Acli Internazionali) ha lamentato come, al netto della loro utilità, quando però i patronati chiedono dei riconoscimenti alle istituzioni passano anni. Sulla riforma di Comites e Cgie Bracciali ha ricordato che si è ormai su un percorso che vede il rischio di indebolimento per la parte vitale della partecipazione degli italiani all’estero avendo ottenuto finora un risultato non soddisfacente. “Passato questo 3 dicembre – ha aggiunto Bracciali riferendosi alle elezioni per il rinnovo dei Comites – serve un ragionamento profondo per ricostruire la partecipazione popolare”, ha commentato Bracciali esprimendo preoccupazione per quel che potrà comportare anche il taglio dei parlamentari. Gianluca Lodetti (responsabile dipartimento internazionale Inas-Cisl) ha invitato a ragionare sul pericolo del declino demografico del Paese connesso al rischio di un declino sociale irreversibile. “Di fronte allo spopolamento dei borghi e ad un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, la politica non può non programmare il futuro del Paese”, ha ammonito Lodetti parlando quindi di diritti di cittadinanza e inclusione. “Attraverso una cittadinanza più consapevole ci può essere un risveglio della rappresentanza. Si è aperto un solco tra la rappresentanza politica e le persone. Bisogna inoltre ripartire dal lavoro e dall’idea che la nuova emigrazione è complessa e variegata”, ha spiegato Lodetti preoccupato dal fatto che la nuova mobilità patisca spesso il dramma del lavoro sottopagato e privo di diritti. Lodetti ha anche sottolineato il problema del rapporto all’estero coi pensionati lì dove i patronati non hanno il giusto riconoscimento istituzionale: la convenzione tra patronati e Maeci consentirebbe infatti di creare una maggiore sinergia con i consolati. Andrea Malpassi (responsabile per gli italiani all’estero Inca-Cgil) ha evidenziato come l’Italia sia un paese di emigrazione e come pertanto debba ripartire da questa consapevolezza anche per il PNRR. “Il mito della fuga dei cervelli è servito in questi anni a mettere la polvere sotto al tappeto: dall’Italia se ne vanno famiglie di persone che hanno perso il lavoro”, ha commentato Malpassi. Toni Ricciardi (storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra) ha spiegato come tutto sia nato forse da un errore di narrazione che portò l’Italia a considerarsi una superpotenza dagli anni ’60 in poi. “Viviamo il falso storico per cui la Repubblica è fondata sul lavoro; in realtà è fondata sull’emigrazione tanto che uno dei primi accordi della neonata Repubblica fu quello con il Belgio”, ha ricordato Ricciardi facendo riferimento all’accordo per l’invio di lavoratori nelle miniere belghe. Secondo Ricciardi inoltre la convenzione con i patronati eviterebbe ai consolati di doversi rivolgere ad appalti esterni per l’erogazione di determinati servizi. “Le questioni degli italiani all’estero devono essere trattate da tutta la politica nazionale. Una cittadinanza europea completa significa stessi diritti e doveri ovunque”, ha sottolineato Ricciardi.

Angela Schirò (deputata PD eletta all’estero) ha parlato di “diritto a emigrare, ma anche a rientrare”. La consapevolezza è quella dell’Italia quale Paese di immigrazione e di emigrazione ma anche del problema di un riconoscimento della cittadinanza per tanti ragazzi figli di immigrati che vivono in Italia. “Tutto quello che viviamo come italiani all’estero lo vivono coloro che arrivano in Italia da altri Paesi. Cittadinanza attiva vuol dire partecipare ai processi democratici e avere accesso ai servizi”, ha spiegato Schirò che sulla rete consolare ha aggiunto la necessità di interventi urgenti per essere certi di avere in tempi adeguati i documenti di cui si ha bisogno all’estero. Fabio Porta (già parlamentare Pd) ha invitato a riflettere sull’opportunità di rispondere all’inverno demografico italiano attraverso le nuove cittadinanze. “Bisogna superare lo strabismo normativo che c’è in Italia sulla cittadinanza che ha creato uno squilibrio inclusivo. Occorre rilanciare uno ‘Ius Culturae’ universale dando all’Italia il meglio delle migrazioni: cittadinanza e mobilità sono connesse”, ha puntualizzato Porta. Francesco Giacobbe (senatore Pd eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) ha parlato della necessità di una mobilità governata bene con politiche volte all’integrazione e all’accettazione delle nuove comunità in Italia. “Non riusciamo ancora a capire quanto la nuova mobilità di italiani all’estero possa continuare a sentirsi collegata alla madrepatria. Abbiamo bisogno di far valere questi temi nel mainstream nazionale. Con 70 milioni di italo-discendenti dovremmo essere un Paese con una certa esperienza sulle politiche di integrazione; invece proprio l’Italia non riesce a mettere insieme politiche volte ai diritti di cittadinanza non soltanto per chi ha lasciato l’Italia ma anche per chi vuole invece fare dell’Italia la sua nuova Patria”, ha riflettuto Giacobbe lamentando infine che ci sono Paesi come la sua Australia dove votare per i Comites potrebbe non essere agevole, per i risvolti connessi alla pandemia. Francesca La Marca (deputata Pd, eletta nella ripartizione America Centrale e Settentrionale) ha sottolineato come, nonostante la crisi pandemica, gli italiani abbiano continuato ad andare all’estero. Ha altresì ricordato la battaglia politica per far rientrare gli italiani all’estero nel reddito di cittadinanza, ottenendo nel concreto il cosiddetto reddito di emergenza. La Marca si è detta preoccupata per il blocco degli spostamenti con Canada e Usa, Paesi chiave per l’Italia, invitando il Governo ad attivarsi per ottenere piani di ripristino reciproci. “Un problema molto serio riguarda gli Usa: qui chi ha un visto lavorativo, una volta uscito, non può rientrare sul suolo statunitense. Parliamo di tantissime persone che vivono negli Usa ed è un problema che tocca tutti i Paesi UE”, ha sottolineato La Marca. Nicola Caré (deputato Pd eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) ha riflettuto sull’opportunità di un impegno maggiore per agevolare e promuovere anche il turismo di ritorno, come un ritorno ai borghi. “I viaggi degli italiani nelle loro terre d’origine siano una risorsa per rinsaldare i legami. Sarebbe utile far conoscere agli italiani che vivono nel nostro Paese le comunità degli italiani residenti all’estero, soprattutto le seconde e terze generazioni. E’ poi importantissima la promozione della lingua italiana all’estero”, ha evidenziato Carè menzionando la nuova piattaforma ad accesso gratuito chiamata ‘Italiana’ che spazia dalla lingua all’arte, passando per la musica fino ad arrivare all’enogastronomia. Simone Sperduto/Inform 13

 

 

 

 

"Insieme per il futuro dell'Europa... Insieme con l'Europa per il mondo"

 

Da quando è nato, pochi mesi fa, il Movimento culturale internazionale per la pace RINASCIMENTO-RENAISSANCE Millennium III non ha mai smesso di portare ogni novità per affrontare le difficili sfide del nostro mondo. Lavorando attraverso un grande corpo direttivo di pensatori, scrittori e persone dei media che stanno collaborando, sia come membri del Consiglio europeo che del Comitato consultivo intercontinentale, questo movimento promettente continua a riecheggiare le voci del risveglio dell'Europa e di quelle del mondo intero.

È certo che RINASCIMENTO Terzo Millennio | RINASCIMENTO-RENAISSANCE Millennium III lavora per il futuro dell'Europa, per far fronte al suo rapido cambiamento demografico che ne sta drammaticamente alterando l'identità e lavora anche per gestire i conflitti presenti e futuri, sorti a causa dell'inevitabile scontro tra la laicità dei governi europei e i diversi livelli di conoscenza delle religioni e il modo di viverle dei cittadini. Tuttavia, non dovremmo mai ignorare il fatto che un tale cambiamento accelerato nella struttura dell'Europa alla fine avrà effetti devastanti sul mondo intero. Quindi, mentre accogliere i rifugiati è umano, è ancora più umano introdurli all’interno delle società europee di nazionalità e culture profondamente radicate attraverso un acuto sistema multidimensionale di integrazione.

Inoltre, non dimentichiamo mai che l'Europa, presente e futura, dovrebbe assumersi le sue responsabilità e il suo ruolo vitale nell’aiutare i continenti fratelli che hanno sofferto per molti decenni l'imperialismo europeo, che ha consumato ed esaurito le loro risorse materiali e strutturali. Quindi, deve esserci un giusto riequilibrio tra lusso e prosperità di cui gode oggi l’Europa “dea prediletta di Zeus”, rispetto all'attuale impoverimento, sia di risorse che di strutture statali, di molti altri Paesi che sono state sue colonie ieri. Ecco perché RINASCIMENTO-RENAISSANCE Millennium III afferma con piena responsabilità il suo slogan:

"Insieme per il futuro dell'Europa ... Insieme con l'Europa per il mondo".

Intendiamo con la locuzione "per il mondo" non solo la pace mondiale, ma anche la gestione della crisi mondiale e la prosperità attraverso progetti di sviluppo sostenibile. Sì, è giunto il momento per l'Europa di svegliarsi tenendo alta la fiamma di un Nuovo Rinascimento, restituendo all'umanità - come ha fatto il suo Rinascimento dei secoli XV e XVI - la posizione centrale di tutte le nostre preoccupazioni e aspirazioni, al di sopra di ogni altra visione e pregiudizio, se ci preoccupiamo ancora di un'esistenza migliore.

Non giudichiamo in questo contesto l'Europa per le sue ambizioni passate, al contrario, stiamo solo cercando di leggere ad alta voce le lezioni della storia con l’intento di sostenere la sicurezza presente e futura dell'Europa: Infatti, aiutare e illuminare gli impoveriti di ieri, che potrebbero essere i terroristi di oggi e di domani in grado di minacciare la sua esistenza, è la vera sicurezza che nè le fortezze nè tutte le armi non portranno mai garantire. Sì, è giunto il momento per un'Europa UMANISTICA di risorgere per guidare il mondo con amore, portando la fiamma di un nuovo Rinascimento capace di ripristinare i valori immortali del suo Rinascimento dei secoli XIV-XVI, sostituendo l'umanità di nuovo nella sua posizione centrale di tutte le preoccupazioni e aspirazioni al di sopra di opinioni e pregiudizi.

Ecco perché il logo originale del Rinascimento raffigurante quella Centralità dell'Uomo, che Leonardo da Vinci aveva coniato attraverso il suo “Uomo Vitruviano” incentrato appunto sull'uomo, è stato da noi ripreso di nuovo, vivo e attivo, con l'alba del tanto atteso Mind Shift e di un Nuovo Ordine Mondiale incentrato sulla Persona umana. Ma come può il nostro Nuovo Rinascimento di questo terzo millennio rendere tutto questo concreto? La risposta è qui esposta in modo semplice: stiamo lavorando attraverso il nostro movimento RINASCIMENTO-RENAISSANCE Millennium III su 4 livelli di azione per aiutare il nostro mondo sofferente.

Primo: Il nostro è un mondo strappato dai conflitti ideologici, in particolare quelli causati dall'intolleranza religiosa e dal fanatismo.

RINASCIMENTO-RENAISSANCE Millennium III sta costruendo una Spiritualità Umanistica Universale assunta dal cuore di tutte le religioni del mondo. Ecco perché i credenti delle varie religioni, senza eccezioni, continuano ad apprezzare e comprendere i nostri messaggi spirituali quotidiani, che mirano all'Unità Umana nell'Unico Dio, Unica Fonte della nostra esistenza. Sì, aiutiamo le persone, qualunque sia il loro credo religioso, a salire su quella Piramide delle Religioni per avvicinarsi e riunirsi sulla sua cima dove è la nostra stessa Fonte spirituale e dove sarà per sempre, e a cercare di andare “oltre” le differenze dogmatiche e i pregiudizi che ci dividono alla base. Quindi, in un mondo sofferente, i seguaci di religioni e convinzioni diverse non dovrebbero mai emarginarsi, anatemizzarsi e combattersi a vicenda, ma devono essere uniti a tutti i valori comuni che hanno imparato per aiutare l'umanità, la creazione più preziosa di Dio. De.it.press 15

 

 

 

I fatti

 

Apriamo quest’articolo in modo essenziale: ” Il Paese continua a evidenziare una complessa devoluzione socio/politica, con onerosi riscontri economici”. Parecchi segnali in negativo, purtroppo, ci danno ragione. Le assicurazioni e le promesse di dei nostri politici, nessuno escluso, non sortiranno risultati rilevanti. Il 2022, con tutti i suoi interrogativi, dovrà essere affrontato con coerenza; ma senza troppe illusioni. Gli eventi di questi ultimi mesi non ci hanno persuaso. Tanto che, ora, ci guardiamo bene dall’azzardare qualche ragionevole analisi sulle strategie dell’Esecutivo attuale e futuro.

 

Quello che si evidenzia è che tutti i partiti hanno preso atto di un ridimensionamento dei loro simpatizzanti. I tempi delle maggioranze” assolute” sono tramontati col secolo scorso. Il nostro futuro politico che potrebbe avere molteplici sviluppi. Elencare quali sarebbero, ci porterebbe lontano; ma senza vantaggi concreti. Da noi, purtroppo, le cose pubbliche continuano a muoversi al solito modo. Senza alleanze coese, ovviamente, non si governerà per il meglio. La pandemia non ha “favorito” nessuno.

 

La maggioranza Parlamentare, e l’Esecutivo che ne è stato partorito, dovrà affrontare una realtà sociale sempre meno condiscendente. Un successivo rafforzamento logistico dell’opposizione potrebbe essere il primo segnale della fine di un Governo figlio di un trapianto normativo che potrebbe minacciare il “rigetto”. Tutti i partiti dovranno chiarire le loro idee. Ora che la politica ha scoperto le sue carte. Sono anni, troppi anni, che tanti programmi si sono adatti alle aspirazioni governative di pochi. Le prospettive rimangono insufficienti e la volontà di cambiare sono ancora un’utopia.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

UE. Aperte le iscrizioni al concorso per le scuole secondarie “Juvenes Translatores”

 

BRUXELLES – Le scuole secondarie di tutti i paesi dell’Unione Europea possono iscriversi a “Juvenes Translatores”, il concorso annuale di traduzione della Commissione europea che sarà dedicato quest’anno al tema “In partenza… verso un futuro più verde”.

Obiettivo dell’iniziativa è “incoraggiare i giovani a considerare la carriera di traduttore e, in generale, promuovere l’apprendimento delle lingue – spiega il Commissario per il Bilancio e l’amministrazione Johannes Hahn, sottolineando che il tema scelto è “in linea con una delle priorità politiche più importanti dell’Ue, il Green Deal europeo, che riguarda da vicino i giovani”. “Oltre ad affrontare questo tema, l’obiettivo è riunire giovani di diversi paesi appassionati di lingue, incoraggiandoli e aiutandoli a superare le barriere tra le persone e le culture. La capacità di comunicare con gli altri e di comprendersi a vicenda – aggiunge Hahn, – indipendentemente dalle differenze, è fondamentale affinché l’Ue possa prosperare”.

I partecipanti potranno scegliere da quale a quale delle 24 lingue ufficiali dell’Ue desiderano tradurre (le combinazioni linguistiche possibili sono 552). Nell’edizione dello scorso anno gli studenti hanno scelto ben 150 combinazioni linguistiche diverse.

L’iscrizione delle scuole – che costituisce la prima parte della procedura in due fasi – è aperta fino alle ore 12.00 del 20 ottobre 2021. Per iscrivere la scuola, gli insegnanti possono usare una delle 24 lingue ufficiali dell’UE. L’iscrizione è possibile online al sito: https://jt.ec.europa.eu/it.

La Commissione europea inviterà 705 scuole a partecipare alla fase successiva. Il numero delle scuole partecipanti di ciascun paese corrisponde al numero di seggi del paese al Parlamento europeo. La procedura di selezione delle scuole è automatizzata e casuale e l’esito sarà pubblicato sul sito entro 1° novembre.

Le scuole selezionate sceglieranno un massimo di 5 studenti che parteciperanno al concorso. Gli studenti possono essere di qualsiasi nazionalità, ma devono essere nati nel 2004.

Il concorso si svolgerà online il 25 novembre 2021 in tutte le scuole partecipanti.

I vincitori, uno per paese, saranno annunciati all’inizio di febbraio 2022.

Se la situazione lo consentirà, la premiazione avverrà nella primavera del 2022 nel corso di una cerimonia che si terrà a Bruxelles, dove i vincitori avranno anche la possibilità di incontrare i traduttori della Commissione europea e di saperne di più sul lavoro dei linguisti. (Inform/dip 6)

 

 

 

Scuola: ripresa delle lezioni anche nelle scuole italiane all’estero

 

Roma – Oggi prima campanella dell’anno per 4 milioni di alunni, circa la metà degli otto milioni di studenti italiani. A ritornare tra i banchi gli alunni di Abruzzo (169.447), Basilicata (73.899), Emilia Romagna (547.187), Lazio (722.737), Lombardia (1.173.645), Piemonte (519.466), Provincia autonoma di Trento (70.335), Umbria (115.122), Valle d’Aosta (17mila) e Veneto (582.355).Ripresa delle lezioni anche in tanti Paesi del mondo dove sono tante anche le scuole italiane, una “rete di istituzioni scolastiche all’estero per la promozione della lingua e cultura italiana”, pensata anche per il mantenimento dell’identità culturale dei figli dei connazionali e dei cittadini di origine italiana coordinate dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale. Questa rete comprende, 8 istituti statali omnicomprensivi con sede ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo; 423 scuole italiane paritarie, la maggior parte delle quali è costituita da istituti omnicomprensivi, presenti in tutte le aree geografiche nel mondo: Europa, Africa-subsahariana, Mediterraneo e Medio Oriente, Americhe, Asia e Oceania; 7 sezioni italiane presso scuole europee: 3 a Bruxelles ed 1 a Lussemburgo, Francoforte, Monaco di Baviera; 79 sezioni italiane presso scuole straniere, bilingue o internazionali, di cui 63 in Unione Europea, 13 in Paesi non UE, 1 nelle Americhe e 2 in Asia e Oceania; 2 scuole non paritarie con sedi a Smirne e Basilea. Mig.on.13

 

 

 

Il caso Italia

 

In politica si predica bene, ma si razzola male. Anche questo Esecutivo avrà ancora problemi sul fronte economico/sociale. L’”accordo” di governo potrebbe non essere garanzia; ed è proprio la parziale compattezza politica che potrebbe mettere in forse la tesi della “continuità”.

Non sembra, infatti, che sia stata trovata la ”via” giusta per l’Italia. A nostro avviso, il percorso dei cambiamenti resta ancora complesso e non privo di zone d’ombra. Ora sarebbe inutile rivangare il passato e i tanti errori che si sarebbero potuti evitare. Lo sgretolamento dei Partiti grandi è una delle prove di una deriva che non è iniziata da poco tempo.

 

L’Esecutivo Draghi, se sarà contenuta la pandemia, ha da attivarsi maggiormente. Col tempo, la situazione nazionale potrebbe “sfumare” con prerogative di una stagione politica meno consona a chi l’ha voluta.  Quando è stato ritenuto indispensabile “tagliare”, sono stati chiamati i “Tecnici”. Poi, è stata la volta dei “Saggi”. Ora è la volta dei “Politici”. Ma amministrare il potere sarà più difficile che per il passato. Anche perché i partiti hanno manifestato tutta la loro aridità e scarsa genialità. Non dubitiamo, che questo Esecutivo possa essere migliore dei due che l’hanno preceduto. Draghi ce la metterà tutta per evitare d’arenarsi. Certo è che la rotta è perigliosa e le mete sono sempre meno raggiungibili. Le “questioni” d’Italia non si risolveranno al “tavolino. La presenza di questo Esecutivo “allargato” non sembra ancora garantista. Il difficile è, e rimane, trovare una linea operativa che sia meno politicizzata dei due precedenti Governi Conte. Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

L’emigrazione italiana su Rai3

 

Negli ultimi decenni più di centomila persone l’anno hanno lasciato l’Italia. Giovani, meno giovani tante famiglie hanno deciso di proseguire il proprio progetto di vita lontano da questo paese. Si continua a partire oggi come ieri, da sempre.

“Storie in movimento”, il nuovo programma di Alessandra Rossi e Toni Ricciardi realizzato con il contributo del CGIE Ministero Esteri, in onda da lunedì 6 settembre, dal lunedì al venerdì, alle 12.55 Rai3, racconta in dieci puntate, attraverso interviste e racconti, l’intreccio tra la nuova mobilità e coloro che sono partiti in passato.

Chi sono, dove sono andati, per quale ragione? E ancora, come hanno affrontato questa esperienza di movimento, ieri e soprattutto oggi?

Lunedì 6 settembre si parla della mobilità per amore, da sempre una delle motivazioni più forti e strutturate della lunga traiettoria migratoria italiana, ieri come oggi.

In questa puntata i luoghi e le storie delle persone si intrecciano. Campania-Zurigo, ovvero il Sannio e l’Irpinia, diventano luoghi della partenza e dell’arrivo.

Martedì 7 settembre obiettivo sulla Spagna, divenuta negli ultimi anni una meta molto attrattiva della mobilità italiana. Tuttavia, questo movimento si sviluppa progressivamente al processo di democratizzazione del post-franchismo. La vittoria del Mundial del ’82, il progetto Erasmus poi, fino alla crisi economica del 2008, porterà nel paese iberico decine di migliaia di italiane e italiani.

Mercoledì 8 settembre si parla di Marcinelle, la tragedia per antonomasia dell’emigrazione italiana. Minatori ieri, stagisti oggi, rappresentano il filo conduttore di un movimento di persone dall’Italia al Belgio, dall’immediato secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.

Giovedì 9 settembre in primo piano il 1989 con il crollo del muro di Berlino che trasforma la città della divisione in un luogo di forte attrazione per i giovani dell’epoca come per quelli di oggi. La musica sarà uno degli elementi più attrattivi della nuova grande capitale europea.

Venerdì 10 settembre la puntata è dedicata ai nuovi italiani. Figli della seconda generazione di immigrati che faticano a farsi riconoscere come cittadini italiani. Nati e cresciuti in questo paese parlando il dialetto locale meglio dei loro compagni di scuola e non essendo mai stati nel paese di origine dei propri genitori, pur sentendosi italiani a pieno titolo, vivono in una condizione indefinita.  (Ufficio Stampa Rai)

 

 

 

 

L’iscrizione all’Aire non garantisce l’esenzione dalle tasse italiane.

 

L’iscrizione all’Aire non garantisce (come alcuni nostri connazionali hanno imparato a proprie spese) l’esenzione dalle tasse italiane.

 

La Corte di Cassazione ha infatti recentemente confermato con l’Ordinanza n. 18702 che ai fini dell’accertamento della residenza fiscale in Italia di una persona fisica occorre procedere, quando è il caso, a una valutazione complessiva degli interessi sia personali che professionali del contribuente.

 

Per semplificare (l’Ordinanza della Corte è ovviamente molto articolata e con numerosi riferimenti legislativi e giurisprudenziali), la Corte di Cassazione ha innanzitutto ribadito che in tema di imposte sui redditi si richiedono per la configurabilità della residenza fiscale in Italia, tre presupposti, il primo (formale) rappresentato dall’iscrizione nelle anagrafi delle popolazioni residenti, e gli altri due (di fatto) costituiti dalla residenza o dal domicilio in Italia ai sensi del Codice civile.

 

Ne consegue, secondo la Corte, che l’iscrizione di un cittadino all’Aire non è elemento determinante per escludere la residenza fiscale in Italia, allorché il soggetto (e questa è la parte dirimente secondo la Cassazione) abbia in Italia il proprio domicilio, inteso come sede principale degli affari e interessi economici, nonché delle proprie relazioni personali. Tale centro principale degli interessi vitali del contribuente va individuato, sempre secondo la Cassazione, dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente e in modo riconoscibile, e quindi in maniera permanente e non legata ad eventi occasionali.

 

Nel caso specifico esaminato dalla Cassazione, i giudici di primo e secondo grado avevano rigettato il ricorso del contribuente evidenziando che questi aveva mantenuto nel territorio nazionale i propri interessi, in quanto la circostanza che avesse affittato un appartamento nel Principato di Monaco non era sufficiente a vincere la presunzione della residenza fiscale in Italia visto che egli aveva interessi economici e di lavoro in Italia avendo acquistato un immobile in Italia e rivestendo la carica di amministratore in una società, e che la moglie e i figli risiedessero in Italia, dimostrando così che l’Italia fosse il centro dei propri interessi economici ed affettivi e che, allo stesso tempo, fosse poco significativo il contratto di locazione, come pure l’apertura di un conto corrente e l’immatricolazione di autovetture nel  Principato di Monaco.

Angela Schirò,  dip 13

 

 

 

 

Quale disciplina regola il pagamento dell’Imu per la casa posseduta in Italia?

 

Al Ministero dell’Economia si chiede di emettere una circolare rivolta alle amministrazioni comunali per chiarire definitivamente la disciplina che regola l’esenzione per i pensionati iscritti all’Aire

 

ROMA – La senatrice eletta nella ripartizione Europa Laura Garavini (Italia Viva) ha rivolto in Commissione Finanze un’interrogazione al ministro dell’Economia, Daniele Franco sulla disciplina che regola il pagamento dell’Imu per la casa posseduta in Italia dai connazionali che risiedono all’estero.

In premessa, Garavini ricorda che a partire dal 2021 è prevista l’esenzione fiscale al 50 % sull’Imu sulla prima casa di proprietà in Italia dei pensionati iscritti all’Aire, esenzione che si applica per una sola unità immobiliare di uso abitativo, non locata o data in comodato d’uso, per i coloro che sono titolari di pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia. La medesima norma stabilisce la riduzione di due terzi della tassa rifiuti per i medesimi soggetti.

“In base a tale norma – ribadisce Garavini, – possono beneficiare dell’esenzione i percettori di pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia, residenti all’estero, a prescindere dalla nazionalità, che siano proprietari di immobile in Italia” “e a prescindere dal Paese di residenza” – il testo di legge recita: “residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia”.

“Per pensione in regime di convenzione internazionale si intende una pensione maturata tramite la totalizzazione di contributi versati in Italia con quelli versati all’estero in un Paese convenzionato, comunitario ed extracomunitario – prosegue la senatrice, che richiama inoltre la conferma dell’esenzione e le indicazioni circa il suo ambito applicativo fornite nello scorso mese di giugno dal Ministero a seguito di una sua interrogazione formulata perché “in fase applicativa, erano sorte discrepanze e criticità interpretative che ostacolavano il corretto godimento del diritto all’esenzione”.

Nello specifico, con particolare riferimento alla categoria di “pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia”, l’allora sottosegretario Claudio Durigon “aveva espressamente chiarito – ricorda Garavini – che vi rientrano sia le pensioni in regime europeo sia quelle in regime di convenzione bilaterale e che tali considerazioni valgono non solo per usufruire della riduzione alla metà dell’Imu ma anche per il versamento della Tari dovuta in misura ridotta di due terzi”.

“Tuttavia, da numerose segnalazioni giunte agli interroganti si apprende che, essendo tale risposta pervenuta dopo la scadenza per il versamento della prima rata Imu, molti cittadini, in attesa del suddetto chiarimento da parte dei competenti uffici del Ministero, hanno provveduto al pagamento complessivo della prima rata dell’Imu, senza usufruire, pur avendone diritto, come successivamente confermato dal Ministero, dell’esonero del 50 per cento del versamento – prosegue l’interrogazione, segnalando che “non risulterebbe quindi chiaro, giunti a questo punto, quali obblighi fiscali permangano per quanto attiene al pagamento della seconda rata dell’Imu, sia nei confronti di coloro che hanno provveduto al versamento della cifra complessiva, sia nei confronti coloro che hanno invece usufruito dell’esenzione”.

Per questi motivi, “si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno emettere una circolare rivolta alle amministrazioni comunali e finalizzata a chiarire la portata normativa e applicativa della disciplina in vista del pagamento della seconda rata dell’Imu, per quanto attiene sia ai pensionati Aire che hanno usufruito dell’esenzione del 50 per cento nel versamento della prima rata, sia a coloro che non ne hanno usufruito”. (Inform/Dip 13)

 

 

 

 

Seminario di Palermo, webinar sulle modalità delle elezioni per il rinnovo dei Comites

 

ROMA – Nell’aprile del 2019, 115 ragazzi italiani provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Palermo per una tre giorni di confronto e progettualità, voluta dal Cgie e sostenuta dai Comites e dalle Consulte Regionali dell’Emigrazione, con il patrocinio della Farnesina. Da allora, la rete si ritrova una volta al mese, trattando temi di attualità, portando avanti iniziative comuni. Nell’incontro tenutosi nei giorni scorsi, il Seminario dei Giovani di Palermo, coordinato da Maria Chiara Prodi (Presidente della Commissione VII del CGIE), ha affrontato il tema d’attualità delle elezioni per il rinnovo dei Comites. Prodi ha ricordato la struttura della rappresentanza territoriale degli italiani all’estero ma allo stesso tempo il ritardo con il quale stanno arrivando queste elezioni, che si terranno il 3 dicembre prossimo. L’invito è stato rivolto alla partecipazione sia per l’elettorato attivo che passivo, ossia semplice elettore piuttosto che candidato, con l’attenzione però a iscriversi anticipatamente per poter partecipare al voto in qualità di elettori: per l’iscrizione, da effettuare entro il 3 novembre, si può esercitare tale richiesta tramite il portale Fast It ma anche tramite mezzi più tradizionali, come per esempio la posta elettronica o recandosi di persona presso la struttura consolare di riferimento. “Auspichiamo una svolta partecipativa, soprattutto da parte della nuova emigrazione, affinché si possa così trovare in questi strumenti un valido mezzo di espressione”, ha rilevato Prodi ricordando come durante il periodo più difficile della pandemia molti Comites si siano affiancati ai Consolati per portare aiuto ai connazionali. “Ci saranno anche dei Comites che verranno istituiti per la prima volta e queste saranno anche le prime elezioni nelle quali sarà sperimentato il voto elettronico, seppure soltanto in alcune circoscrizioni consolari”, ha aggiunto Prodi riferendosi ai Comites di Berlino, Houston, Johannesburg, Londra, Aja, Marsiglia, Monaco di Baviera, San Paolo e Tel Aviv. I Comites possono essere da 12 o 18 membri, a seconda del numero dei residenti in una data circoscrizione consolare; anche per le firme di sostegno, il discrimine è dato dal numero di connazionali residenti: occorrono infatti 50 firme per i Comites con meno di 50mila residenti, 100 firme per tutti gli altri. A partire dal 23 settembre le liste elettorali possono essere depositate in Consolato, mentre il termine ultimo è il 3 ottobre. Stefano Lattanzio, membro dello staff del Seminario di Palermo, ha ricordato come sia possibile consultare non soltanto le pagine social del Seminario ma anche un manuale online. Pietro Mariani, Presidente del Comites Madrid, ha invitato a interpretare correttamente la funzione di consigliere del Comites. “Se questa funzione è correttamente utilizzata si riesce a raccordare i funzionari Maeci con il territorio. Lo spirito del consigliere è infatti proprio essere un anello di congiunzione tra chi lo ha votato e la struttura del Maeci”, ha spiegato Mariani. Eleonora Medda, membro del Comitato di Presidenza del Cgie ha ricordato la possibilità di accedere al Comites anche per gli oriundi di origine italiana, in numero non superiore a un terzo dei membri, su proposta delle associazioni, una volta che il Comitato si è formato. Quindi in un Comites di 12 membri, per esempio, si possono avere in aggiunta, fino a 4 oriundi. Silvia Alciati (consigliera Cgie-Brasile) ha precisato che gli oriundi non devono avere la cittadinanza italiana per poter essere cooptati nel Comites e vengono generalmente suggeriti dalle associazioni. Viene stilata una lista di nominativi all’interno della quale il Comites sceglierà i 4 membri aggiuntivi. La consigliera Cgie in Brasile ha infine ricordato la possibilità dei Comites di poter lavorare a progetti speciali, di pubblica utilità, da presentare al Maeci. “E’ una bella sfida per avvicinarsi ancor di più alla comunità facendo rete”, ha concluso Alciati.

Simone Sperduto, Inform/dip

 

 

 

Scuola e cultura italiane all’estero: Commissione Cgie allarmata

 

ROMA - Il ruolo di consulenza e controllo del CGIE sulle politiche promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale ha mosso la sua commissione Scuola e Cultura a sottoporre alla disamina le attività svolte negli ultimi 18 mesi in questo ambito dalla direzione ministeriale predisposta per verificare gli effetti prodotti dall’applicazione del decreto legislativo 13 aprile 2017 n.64, recante disciplina della scuola italiana all’estero e la circolare numero 3/2020 ad un anno dalla sua piena applicazione. La verifica, riporta la Commissione, ha prodotto risultati allarmanti, per alcuni versi emergenziali in quasi tutti i continenti non necessariamente riconducibili ai problemi sanitari, che ovunque hanno influito anche sul mondo scolastico e nell’offerta culturale.

Il report della Commissione Scuola e Cultura: 

"Le specificità scolastiche continentali presentano ovunque degli indicatori regressivi rispetto alla programmazione delle risorse umane, amministrative e finanziarie, con forti criticità di gestione dell’intera architettura sulla quale poggia la promozione integrata della lingua e cultura italiana all’estero. Il cambio di paradigmi ai quali è ispirata la riforma scolastica e formativa italiana all’estero, a distanza di tempo non è mai decollato, è diventato macchinoso e servirà lavorare di lena per sbloccare l’operatività delle nuove norme particolarmente: le risorse finanziarie e quelle umane, che fanno vivere e progredire il mondo della cultura e della lingua. Da 4 anni, oramai, la Commissione Lingua e Cultura del CGIE ravvisa ritardi non più giustificabili nella gestione delle nomine dei docenti da inviare all’estero, nelle assegnazioni e nelle erogazioni dei contributi a saldo o anticipo delle attività scolastiche che condizionano e impediscono l’avvio regolare e ordinato delle attività di promozione della lingua e cultura italiane. Senza un’assunzione di responsabilità e di rispetto delle tempistiche, che con la nuova circolare 3 del 2020 sono diventate precettive, numerosi Enti Gestori rischiano la cessazione delle loro attività mettendo una grande ipoteca sul futuro dei programmi formativi delle giovani generazioni di italiani e italodiscendenti.

La nuova legislazione affida al MAECI il processo organizzativo delle cattedre e la programmazione dei docenti da inviare all’estero, con il cambio di gestione non c’è stato nessun miglioramento operativo e pratico. Paradossalmente la sicura disponibilità finanziaria, che rispetto al passato permetterebbe un’organizzazione efficace, non trova effetti virtuosi né pratiche propositive a sostegno della pur qualificata professionalità degli Enti gestori/promotori. Senza una svolta decisa e puntuale da parte del MAECI quest’esperienza rischia di ritrovarsi al capolinea, mentre sarebbe giusto e responsabile rafforzare e offrire alle tante famiglie italiane all’estero e agli italofoni servizi scolastici all’altezza dei tempi.

La fotografia dell’offerta culturale e linguistica italiana nel mondo mostra molti chiaroscuri:

Nell’emisfero australe, dove l’anno scolastico 2020/2022 è in pieno svolgimento e si avvia alla conclusione del terzo trimestre, gli enti gestori/promotori solo di recente hanno ricevuto le assegnazioni e solo uno l’accredito per la gestione amministrativa. Questi non hanno ancora ricevuto contezza sulla fattibilità dei progetti presentati al MAECI;

In America latina e nello specifico in Brasile sia le scuole italiane sia gli Enti Gestori vivono una situazione di incertezza amministrativa correlata ai ritardi nelle erogazioni dei contributi e conseguente all’ approvazione dei progetti annuali previsti dall’entrata in vigore della nuova circolare 3/2020.

In nord America e nei paesi anglofoni extra europei dell’area boreale il disordine causato dalla nuova normativa ha creato disorientamento organizzativo, che mette in forte discussione la tenuta dell’offerta linguistica e culturale. Il sistema sul quale è retta l’offerta formativa in mancanza di coperture finanziarie certe e puntuali rischia di depauperarsi a maggior ragione se venisse meno il ruolo degli Enti Gestori/Promotori. Al di là dei problemi pratici, in mancanza di chiarimenti e di certezze progettuali numerosi Gestori/Promotori chiuderanno.

In Europa il nuovo anno scolastico 2021/2022 è appena iniziato e pur nella diversità degli ordinamenti scolastici presenti nei vari paesi il settore dell’insegnamento della lingua e cultura italiana soffre allo stesso modo e nella stessa misura degli altri paesi per i ritardi e le lacune insite nell’attuale regolamentazione e per le disfunzioni causate dall’inefficacia presente nell’amministrazione ministeriale. Il tempo a disposizione per porre rimedio a tante difficoltà è limitato. La Commissione ravvisa il pericolo di un’implosione del sistema e auspica interventi mirati da parte del MAECI per una rapida risoluzione delle problematiche amministrative e finanziarie, che impediscono il funzionamento delle attività scolastiche e formative. Ulteriori ritardi rischiano di mettere ulteriormente in difficoltà un settore strategico per il nostro paese e per la promozione del marchio Italia". (aise/dip 13) 

 

 

 

 

Uscito il nuovo numero della rivista Studi Emigrazione n° 223/2021 edita dalla Fondazione CSER

 

ROMA – Nell’ultima uscita la Rivista Studi Emigrazione n° 223/2021, edita dalla Fondazione CSER, dedica un ampio spazio all’analisi delle immigrazioni nella città di Napoli, che parte dalla disamina dei precedenti storici e si conclude delineando il quadro della situazione contemporanea. “Con questo fascicolo – si legge sul sito dello Cser – vede la luce la seconda tappa della ricerca iniziata nel nr. 216 (2019) della nostra rivista e preannunciata da Lorenzo Prencipe sul nr. 215 dello stesso anno. Seguiranno a breve i fascicoli su Milano e la Lombardia (quest’anno), su Venezia e il Veneto (l’anno prossimo), infine su Firenze e la Toscana e su Torino e il Piemonte (nel 2023). Le prime due uscite, dedicate a Roma e Napoli e lontane due anni nel tempo a causa della pandemia che ancora infierisce, diverranno così i capitoli iniziali di una collana di fascicoli sull’immigrazione nei capoluoghi regionali e nelle regioni d’Italia. Tale iniziativa, finanziata dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione e dalla Fondazione Migrantes e sostenuta da altri partner nel più ampio progetto Ponte di Dialoghi, è finalizzata alla verifica delle dimensioni e del peso delle migrazioni dall’esterno e nell’interno della Penisola sin dai tempi più remoti. Vuole così provare come esse abbiano sempre fatto parte della vita peninsulare e l’abbiano sempre condizionata”. Nel medesimo numero anche un articolo sulla presenza italiana nella regione di Antiochia in Colombia: “Casos de inmigrantes italianos en Antioquia, 1870-1900”, di Yonatan Durán Maturana e Luisa Fernanda Pérez. Cser

 

 

 

 

Italien nähert sich Referendum zur Entkriminalisierung von Cannabis

 

Das Referendum würde ein Gesetz aus dem Jahr 1990 ändern, wonach der Verkauf von Cannabis mit zwei bis sechs Monaten Gefängnis und der Besitz von Cannabis für den persönlichen Gebrauch mit dem Entzug des Führerscheins bestraft werden kann

 

ROM. Italien nähert sich Referendum zur Entkriminalisierung von Cannabis. Ein Referendum zur Entkriminalisierung des Anbaus und Konsums von Cannabis in Italien wurde in nur vier Tagen von über 420 000 Menschen unterzeichnet. Bei dem derzeitigen Tempo wird das Referendum die 500.000 Unterschriften noch weit vor dem 30. September erreichen, die Anzahl, die es braucht, um als gültig zu gelten.

Das Referendum würde ein Gesetz aus dem Jahr 1990 ändern, das den Verkauf von Cannabis mit einer Gefängnisstrafe von zwei bis sechs Monaten und den Besitz von Cannabis für den Eigenbedarf mit dem Führerscheinentzug bestraft.

„Dieser Erfolg ist auf verschiedene Faktoren zurückzuführen“, erklärte Giuseppe Civati gegenüber EURACTIV Italien. Als Gründer der progressiven Partei Possibile unterstützt er das Referendum zusammen mit vielen anderen Vereinigungen und Bewegungen.

„Aus technischer Sicht ist die Vorbereitung des Referendums und die Unterzeichnung dank der Einführung digitaler Unterschriften viel einfacher geworden, was die Organisationskosten erheblich gesenkt hat.“

Aus politischer Sicht sei das Thema Cannabis nun ausgereift, fügte er hinzu.

„Es gibt etwa eine Million Cannabiskonsumenten in Italien. Die Menschen, die Cannabis konsumieren, gehören nicht zu Randgruppen der Gesellschaft, wie sie von rechten Parteien beschrieben werden. Außerdem wurde Cannabis in vielen Teilen der Vereinigten Staaten ebenfalls durch Volksabstimmungen legalisiert“.

Nach Ansicht von Civati sind die jüngsten Fortschritte bei der Durchführung von Volksabstimmungen tief in der notorischen Stille der italienischen Politik verwurzelt, die eintritt wenn immer moralische Normen in Frage gestellt werden sollen.

„Die nationale Politik ist seit langem völlig statisch, wenn es um Themen geht, die in einer reinen Wahllogik als Tabu gelten, und die derzeitige Regierung – einschließlich aller von links bis rechts – hilft dabei nicht“, erklärte er gegenüber EURACTIV. „Daher werden die Bürger sich selbst überlassen“.

Italien hat einige seiner fortschrittlichsten Entscheidungen, wie die Legalisierung von Scheidung und Abtreibung, durch Referenden getroffen. Jetzt entdecken die italienischen Bürgerinnen und Bürger das Referendum wieder, um Themen auf die politische Tagesordnung zu setzen, die das Parlament nur selten zu behandeln vermag.

Im August erreichte ein mit Spannung erwartetes Referendum über die Legalisierung der Euthanasie im Land die Schwelle von 500.000 Unterschriften. Es liegt nun bei über 700.000.

Das Verfahren wurde durch die kürzlich erfolgte Einführung digitaler Signaturen erheblich vereinfacht. Dabei handelt es sich um eine Art qualifizierter elektronischer Unterschrift, die ihre Authentizität und Einzigartigkeit garantiert. Das Referendum zur Legalisierung von Cannabis zum Beispiel kann vorerst nur digital unterzeichnet werden. Viola Stefanello, EA 17

 

 

 

 

EU-Parlament verabschiedet Reform von Arbeitserlaubnis für Fachkräfte

 

DAS EU-Parlament hat angesichts des weltweiten Wettkampfes einer Reform der EU Blue Card zugestimmt. EPA-EFE/Olivier Mattys / POOL

 

Das Europäische Parlament hat die Reform der EU-Arbeitsgenehmigung für hochqualifizierte Fachkräfte verabschiedet. Die EU kämpft damit weiter weltweit um qualifizierte Fachkräfte.

Gemäß der am Mittwoch in Straßburg beschlossenen Änderungen an der sogenannten Blue Card sinkt die Mindestvertragsdauer für die Anstellung von zwölf auf sechs Monate.

Außerdem wurde die Gehaltsschwelle für die Erteilung einer Aufenthaltserlaubnis deutlich gesenkt. Über die Reform hatten die EU-Institutionen zuvor jahrelang gestritten.

Die Inhaber der Blue Card werden künftig nach einem Zeitraum von zwölf Monaten im ersten Mitgliedstaat leichter in ein anderes EU-Land umziehen können.

Die Situation der sie begleitenden Familienangehörigen wird sich dank beschleunigter Verfahren für die Familienzusammenführung und den Zugang zum Arbeitsmarkt ebenfalls verbessern.

Die EU versucht mit ihrer „blauen Karte“ in Anlehnung an die „Green Card“ der USA seit 2009, hochqualifizierte Fachkräfte wie Ingenieure, Informatiker oder Ärzte anzulocken. Der Erfolg blieb wegen hoher Hürden aber hinter den Erwartungen zurück.

„Derzeit ziehen hochqualifizierte Migranten Nordamerika, Australien und Neuseeland Europa vor“, hatte die EU-Kommissarin für Inneres, Ylva Johansson, am Dienstag (14. September) zum Beginn der Parlamentsdebatte gesagt.

„Mit dieser Vereinbarung können wir den Rückstand aufholen“.

Sie betonte, dass die Regeln auch für Flüchtlinge gelten, beispielsweise aus Afghanistan geflohene Richter, Anwälte, Journalisten oder Dolmetscher.

Nach Angaben der Statistikbehörde Eurostat wurden 2019 europaweit 36.806 Blue Cards vergeben. Acht von zehn der Aufenthalts- und Arbeitserlaubnisse wurden dabei durch Deutschland erteilt. In vielen anderen Mitgliedstaaten wird die Blue Card bisher nicht oder so gut wie gar nicht genutzt.

Selbst in Deutschland war die Blue Card zum Teil unzuverlässig oder der Erhalt dauerte zu lange, sagte der deutsche Volt MEP Damian Boeselager.

Die Reform der Blue Card soll Genehmigungsprozesse, die zum Teil 1 1/2 Jahre dauerten, beschleunigen und es auch für Fachkräfte ohne Universitätsabschluss leichter machen, eine Blue Card zu erhalten, fügte er hinzu. EA 16

 

 

 

Migrationsbericht 2021. Corona und die Folgen lassen Einwanderung sinken

 

Die Nettoeinwanderung ist in den Jahren 2019 und 2020 coronabedingt deutlich zurückgegangen. Dennoch bleibt Deutschland ein Einwanderungsland. Das geht aus dem Malteser Migrationsbericht 2021 hervor.

Die Corona-Pandemie hat deutliche Auswirkungen auf die Einwanderung nach Deutschland. In den Jahren 2019 und 2020 kamen deutlich weniger Migranten, und die bereits seit 2016 rückläufige Nettoeinwanderung sank noch einmal deutlich, wie aus dem am Dienstag in Köln vorgestellten Malteser Migrationsbericht hervorgeht.

Demnach lag der sogenannte Wanderungssaldo 2019, dem Beginn der Pandemie, bei 400.000. So viele Menschen kamen mehr nach Deutschland, als aus dem Land wegzogen. Im Jahr 2020 halbierte sich der Wanderungssaldogegenüber dem Vorjahr dann auf 200.000. Ursache seien Reisebeschränkungen im Zuge der Pandemie und deren wirtschaftlichen Folgen. „Trotz der jüngsten Entwicklungen bleibt Deutschland aber ein Einwanderungsland“, sagte der Direktor des Walter-Eucken-Instituts, Lars Feld, dessen Institut den Bericht im Wesentlichen erstellt hat.

Auch die Zahl der Asylanträge sank 2020 mit 122.000 auf den niedrigsten Stand seit 2013. Der Bericht geht aber nicht davon aus, dass es sich bei den Rückgängen um einen Trend handelt. Wegen des Fachkräftemangels bleibe Einwanderung bedeutsam. „Der ökonomische Preis von Zuwanderungsschranken ist hoch“, hieß es. „Die Freiheit zur Migration zahlt sich aus.“

21,2 Millionen Menschen mit Migrationsgeschichte

Insgesamt hatten 2019 dem Bericht zufolge 21,2 Millionen Menschen in Deutschland einen Migrationshintergrund. Zugleich hatten 52 Prozent dieser Menschen die deutsche Staatsangehörigkeit. 65 Prozent der Menschen mit Einwanderungsgeschichte haben europäische Wurzeln.

Wie der Bericht zudem weiter feststellt, wurden Personen mit Migrationshintergrund seit Beginn der Corona-Pandemie häufiger Opfer von Kriminalität als in den Jahren davor. So stieg die Zahl der Fälle, in denen Schutzsuchende Opfer einer Straftat mit deutschen Tatverdächtigen wurde, 2019 um 23 Prozent. Zudem habe die Pandemie „die bereits bestehende Ablehnung“ gegenüber Menschen aus dem asiatischen Raum „neu zum Vorschein gebracht“. (epd/mig 16)

 

 

 

„Politik nicht das zentrale Element“. Migranten wählen noch immer anders als die Restbevölkerung

 

„Auch ich bin Teil von Deutschland“: Dieses Selbstverständnis als Bürger ist nicht bei allen Migranten vorhanden. Besonders Ältere hält das in manchen Fällen vom Wählen ab. Bei der nächsten Generation ist aber ein Wandel in Sicht. Von Jana-Sophie Brüntjen

 

„Secim senin“ steht oben links auf der Website, „Du hast die Wahl“. Wenn die Bundeszentrale für politische Bildung wie hier auf Türkisch, auf Russisch oder auf Arabisch Menschen zum Wählen aufruft, spricht sie keine kleine Minderheit an. Etwa 7,4 Millionen deutsche Staatsbürgerinnen und Staatsbürger über 18 Jahre haben laut Mikrozensus 2019 einen Migrationshintergrund. Nach Schätzungen des Statistischen Bundesamtes werden bei der Bundestagswahl am 26. September etwa 60,4 Millionen Personen wahlberechtigt sein – rechnerisch etwa zwölf Prozent davon mit Einwanderungsgeschichte.

Mit Blick auf den Einfluss sei dies eine relativ große Wählergruppe, sagt Politikwissenschaftler Jonas Elis von der Universität Duisburg-Essen. „Bei engem Wahlausgang könnten sie beim Einzug bestimmter Parteien in den Bundestag oder bei der Koalitionsbildung den Ausschlag geben“, sagt er. Genau lasse sich das aber nicht sagen, zumal Menschen mit Migrationshintergrund kein einheitliches Wahlverhalten zeigen.

Vergleichsweise geringere Wahlbeteiligung

Einer Studie des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration zufolge gaben bei der Bundestagswahl 2017 insgesamt 65 Prozent der Wahlberechtigten mit Migrationshintergrund an, ihre Stimme abgegeben zu haben – 20 Prozentpunkte weniger als die restlichen Deutschen. Innerhalb dieser Gruppe gaben wiederum Menschen, die aus anderen EU-Staaten eingewandert sind, häufiger ihr Stimme ab als Spätaussiedler oder Türkeistämmige.

„Die Gründe für eine Wahlbeteiligung unterscheiden sich bei ihnen gar nicht so sehr vom Rest der Bevölkerung“, sagt Politikwissenschaftler Elis. So habe der Faktor Bildung auch bei Migranten einen großen Einfluss. Relevant für die Entscheidung, wählen zu gehen, seien zudem die Parteienidentifikation und politisches Interesse.

Enttäuschte Migranten

Laut Politikwissenschaftler Andreas Wüst, der an der Hochschule München lehrt, gibt es zudem migrationsspezifische Gründe, nicht wählen zu gehen. „Für viele Menschen, die nach Deutschland gekommen sind, ist Politik nicht das zentrale Element“, sagt er. Bei ihnen dominierten oftmals eher wirtschaftliche Fragen wie ihre Beschäftigung. Dazu komme das Problem der Akzeptanz, sagt Wüst: „Wenn Menschen gerne ein Teil Deutschlands wären, aber immer wieder das Gefühl bekommen, es nicht zu sein, warum sollen sie sich dann politisch beteiligen?“

Unterschiede innerhalb der Wahlberechtigen mit Migrationshintergrund zeigen sich auch bei der Parteienpräferenz. „Deutschrussen haben hauptsächlich aus Dankbarkeit über die Remigration durch Helmut Kohl eine Bindung zur CDU“, sagt Elis. Die Regierung unter dem konservativen Kanzler Kohl hatte es Russlanddeutschen gesetzlich erleichtert, als Aussiedler und Spätaussiedler nach Deutschland zu kommen. Erfolge der AfD unter den Russlanddeutschen bei der Bundestagswahl 2017 ließen allerdings vermuten, „dass sich die Bindung zur CDU etwas auflöst“, sagt Elis.

Parteienbindungen von Eingewanderten gelockert

Menschen, die bis 1992 aus Südeuropa und der Türkei eingewandert sind, fühlen sich einer Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) aus diesem Jahr zufolge hingegen mehrheitlich der SPD zugehörig. Laut Forscher Elis ist eine mögliche Erklärung, dass viele Türkeistämmige als Gastarbeiter nach Deutschland gekommen sind. Gleichzeitig gebe es auch in dieser Gruppe starke Unterschiede: Kurden wählten beispielsweise eher die Linke.

Insgesamt hätten sich Parteienbindungen von Eingewanderten in den vergangenen Jahrzehnten gelockert, sagt Politikwissenschaftler Wüst. Mit der Änderung des Staatsangehörigkeitsrechts seien seit 2000 jedes Jahr 30.000 bis 40.000 Kinder von Migranten in Deutschland geboren worden, die mit 18 Jahren automatisch wahlberechtigt sind. „Das sind junge Menschen, die hier aufgewachsen und weniger durch Migration geprägt sind“, sagt er. Mit der Zeit würden sie eher wie die restliche Bevölkerung wählen. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Demokratiedefizit. Kulturelle Vielfalt endet im Wahlkampf

 

Deutschland ist bunt, Parlamente und Stadträte hingegen sind weiß. Migranten bekommen bei Wahlen - wenn überhaupt - oft nur einen aussichtslosen Listenplatz. Die ehemalige Bundeshauptstadt Bonn steht exemplarisch für die ganze Republik. Eine Bestandsaufnahme. Von Jakob Hackenberg

 

Die Politik ist weiß, Migrant:innen fehlen in den gewählten Gremien, die Mehrheit der migrantischen Bevölkerung fühlt sich in den Rathäusern nicht vertreten, ihre Anbindung an die Parteien nimmt allerorts ab, die Wahlbeteiligung ist unterdurchschnittlich gering. Wie kommt es, dass in den politischen Gremien der Kommunen kaum Migrant:innen vertreten sind, während ihr Anteil an der Bevölkerung stetig zunimmt? Einige exemplarische Antworten finden sich in der ehemaligen Bundeshauptstadt Bonn.

Bonn ist eigentlich eine internationale Stadt. Eigentlich international aufgrund der zahlreichen internationalen Organisationen und auch aufgrund der bunten Bevölkerung. Über 30 Prozent der 334.000 Einwohner:innen sind ausländisch oder haben eine doppelte Staatsbürgerschaft. Doch nicht jeder von ihnen ist wahlberechtigt. Bei der Kommunalwahl 2020 hatte immerhin fast jeder fünfte Wahlberechtigte einen ausländischen Pass. Auch wenn der Anteil der Wahlberechtigten mit Migrationshintergrund nicht erfasst wird, ist klar, dass er noch höher ausfällt. Die Heterogenität der Bürger:innen spiegelt sich jedoch nicht in der Zusammensetzung und der Internationalität der politischen Gremien wider.

„In Bonn verfügen 2021 lediglich zwei der insgesamt 66 Stadtverordneten über einen Migrationshintergrund, etwa zehnmal so viele wären repräsentativ.“

Im Bundesdurchschnitt sind in den Stadträten vier Prozent Politiker:innen mit Migrationshintergrund vertreten, in der Bevölkerung sind es bundesweit mehr als 26 Prozent. In Bonn verfügen 2021 lediglich zwei der insgesamt 66 Stadtverordneten über einen Migrationshintergrund, etwa zehnmal so viele wären repräsentativ. Die etablierten Parteien (CDU, SPD, Grüne, Linke, FDP) stellen unter ihren 54 Stadtverordneten eine Stadtverordnete mit interkulturellen Wurzeln (knapp zwei Prozent). Die Koalition von Grünen, SPD, Linke und Volt ist kulturell homogen: Unter den 37 in den Stadtrat gewählten Mandatsträger:innen der Koalition gibt es keinen einzigen Abgeordneten mit Migrationshintergrund.

Kommunalwahl ja, Stadtrat nein.

Wie kommt es, dass trotz der Internationalität der Stadt der Anteil der migrantischen Politiker:innen im Stadtrat so gering ist? Stadtverordnete werden über zwei Wege in den Rat gewählt: über ein Direktmandat in den Wahlbezirken (mit einfacher Mehrheit im Wahlbezirk) und über die Reservelisten der Parteien (Verhältniswahl). Welche Rolle spielten Migrant:innen in den letzten drei Kommunalwahlen?

„Die Vielfalt im Bonner Stadtrat befindet sich nach der letzten Kommunalwahl auf einem absoluten Tiefstand und hat sich im Vergleich zu 2009 fast halbiert.“

Bei der Kommunalwahl 2020 hatte in den Wahlbezirken insgesamt jeder fünfte Kandidat aller Parteien einen Migrationshintergrund. Dabei hat sich der Anteil der von den etablierten Parteien in den Wahlbezirken aufgestellten Bewerber:innen mit Migrationshintergrund im Laufe der letzten drei Kommunalwahlen mehr als verdoppelt (2009, 4 %; 2014, 6 %; 2020, 10 %). Die kulturelle Zusammensetzung der Reservelisten bleibt hingegen bei allen drei Wahlen auf einem konstant niedrigen Niveau von maximal sechs Prozent. Die Vielfalt im Bonner Stadtrat befindet sich nach der letzten Kommunalwahl auf einem absoluten Tiefstand und hat sich im Vergleich zu 2009 fast halbiert.

Nur Wasserträger der Partei?

Ein genauer Blick auf den Weg in den Rat wirft weitere Fragen auf: Wenn kontinuierlich mehr Migrant:innen in den Wahlbezirken aufgestellt und sie im Wahlkampf sichtbarer werden, warum erreichen dann letztendlich weniger von ihnen den Stadtrat? Die Vermutung liegt nahe, dass Parteien mit Migrant:innen im Wahlkampf zunächst strategisch punkten möchten, vor allem in Stadtteilen mit einem hohen Migrationsanteil, ohne ihnen eine realistische Chance für die spätere Mitbestimmung einzuräumen. Der kontinuierliche Anstieg in den Wahlbezirken und der konstant niedrige Anteil auf der für die meisten Parteien erfolgversprechenderen Reserveliste könnten ein Beleg dafür sein. Damit wären Migrant:innen nur ein Mittel zum Zweck – Wasserträger der Partei im Wahlkampf, für mehr Macht in buntem Glanz.

„Für den Erfolg von Vielfalt im Stadtrat ist somit nicht die Menge der aufgestellten Migrant:innen entscheidend, sondern die Qualität der Nominierung in Form von aussichtsreichen Wahlbezirken oder vorderen Listenplätzen. Bei welchen Parteien war das gegeben?“

Bei der Kommunalwahl 2014 wählten die Parteien eine andere Vorgehensweise: Damals erreichten weit überdurchschnittlich viele Kandidat:innen mit Migrationshintergrund ein Ratsmandat, obwohl ihr Anteil in den Wahlbezirken und auf den Reservelisten nicht besonders hoch war. Für den Erfolg von Vielfalt im Stadtrat ist somit nicht die Menge der aufgestellten Migrant:innen entscheidend, sondern die Qualität der Nominierung in Form von aussichtsreichen Wahlbezirken oder vorderen Listenplätzen. Bei welchen Parteien war das gegeben?

Die Parteien im Überblick

Die Betrachtung der einzelnen Parteien ergibt ein ernüchterndes und zugleich überraschendes Bild. Auch wenn die meisten Parteien kontinuierlich mehr Kandidat:innen mit Migrationshintergrund in den Wahlbezirken aufstellen, verringern sich deren Chancen auf ein Ratsmandat. Die gesamte Koalition (Grüne, SPD, Linke, Volt) ist weiß. Eine Koalition aus Parteien, die sich programmatisch für Einwanderung, Teilhabe und Vielfalt aussprechen.

Diese Themen stehen sicherlich nicht ganz oben auf der Agenda der CDU. Dennoch stellt die CDU als einzige der etablierten Parteien eine Bonner Stadtverordnete mit interkulturellen Wurzeln. Ihr Wahlbezirk konnte bereits bei der letzten Kommunalwahl gewonnen werden. Auch in einem weiteren aussichtsreichen Wahlbezirk mit einem Direktmandat 2014 trat ein Bewerber mit Migrationshintergrund an, verfehlte jedoch die erforderliche Mehrheit. Die CDU ist darüber hinaus die einzige Partei in Bonn, die bislang einen Oberbürgermeister mit Migrationshintergrund gestellt hat.

„Bei Grünen, CDU, Linke, Volt und FDP hatten Migrant:innen aufgrund der schlechten Platzierung auf der Reserveliste nicht den Hauch einer Chance über die Liste in den Rat einzuziehen.“

Die SPD würde vielleicht gerne, kann aber nicht. Bei einer Wiederholung des Wahlergebnisses von 2014 und dem Einzug von zwanzig Stadtverordneten hätten 2020 zwei Stadtverordnete mit Migrationshintergrund über die Reserveliste in den Rat einziehen können. Die SPD ist die einzige Fraktion in Bonn, bei denen Migrant:innen aussichtsreiche Plätze auf der Reserveliste erhielten. Und auch erfolgversprechende Wahlbezirke wurden von der SPD kulturell vielfältig besetzt. Genauso Wahlbezirke mit einem niedrigen Migrationsanteil, was für einen ganzheitlichen Ansatz im Umgang mit Vielfalt spricht. Neben dem bundesweiten Zustimmungstief erschwerte in Bonn allerdings eine hohe Fluktuation bestehende Ambitionen für mehr kulturelle Vielfalt: Keiner der drei SPD-Stadtverordneten mit Migrationshintergrund konnte nach der Wahl im Stadtrat gehalten werden. Zwei von ihnen sind aktuell nur noch im Integrationsrat aktiv, eine verließ die Partei bereits vor Ablauf der letzten Legislaturperiode. Ein langjähriges Parteimitglied, das als Vorsitzender den Integrationsrat leitete, hat ebenfalls sein Parteibuch abgegeben. Der Mehrwert von kultureller Vielfalt scheint bei der SPD erkannt zu werden. Für eine langfristige Bindung ist allerdings entscheidend, dass sich Migrant:innen in der Partei wohlfühlen, in ihren Bedürfnissen respektiert und berücksichtigt werden.

Bei Grünen, CDU, Linke, Volt und FDP hatten Migrant:innen aufgrund der schlechten Platzierung auf der Reserveliste nicht den Hauch einer Chance über die Liste in den Rat einzuziehen. Die Bonner Grünen konnten 2020 einen historischen Wahlerfolg feiern, das bislang beste Wahlergebnis einfahren und mit 19 Stadtverordneten die stärkste Fraktion stellen. Stadtverordnete mit Migrationshintergrund sucht man darunter vergeblich. Migrant:innen scheinen nicht die erforderliche Unterstützung und Akzeptanz zu erhalten. Die wenigen aufgestellten Migrant:innen auf der Reserveliste und in den Wahlbezirken waren chancenlos. In zwei der insgesamt 33 Wahlbezirke wurden Grüne mit Migrationshintergrund aufgestellt. Die beiden Wahlbezirke haben zwar den höchsten Migrationsanteil in Bonn, mit Blick auf die letzten Wahlergebnisse bestand jedoch keine Aussicht auf ein Direktmandat. Schon bei der Aufstellung der Kandidat:innen für die Kommunalwahl 2020 war für die Grünen absehbar, dass sie kulturell homogen und ohne Stadtverordnete mit Migrationshintergrund in den Rat einziehen werden. Nicht einmal das erforderliche Problembewusstsein schien es in der Partei zu geben. So sprach der Kreisverband vor der Kommunalwahl von einer „bunt zusammengesetzten Liste“.

Integrationspolitik: bunte Verpackung ohne Inhalt

„Integrationspolitische Forderungen werden wiederholt in Wahlprogramme aufgenommen, ohne in der vorherigen Wahlperiode das entsprechende Handlungsfeld bearbeitet oder entsprechende Initiativen der politischen Mitstreiter:innen unterstützt zu haben.“

Eine Auswertung der Wahlprogramme verdeutlicht, dass es in der politischen Arbeit an interkulturellen Perspektiven fehlt. Integrationspolitische Forderungen werden wiederholt in Wahlprogramme aufgenommen, ohne in der vorherigen Wahlperiode das entsprechende Handlungsfeld bearbeitet oder entsprechende Initiativen der politischen Mitstreiter:innen unterstützt zu haben. Migration wird häufig eindimensional betrachtet, auf prekäre Lebenslagen und die Gruppe der Geflüchteten beschränkt. Vier von sechs Forderungen im Wahlprogramm 2020 der Linken unter „Flucht und Migration“ beziehen sich ausschließlich auf Geflüchtete, die beiden anderen Themen sind der „anonyme Krankenschein“ und die „Ausweitung des sozialen Wohnungsbaus“. Volt fordert hingegen einen Integrationspreis, den es bereits seit 2009 in Bonn gibt. Die Bonner Grünen nennen in ihrem letzten Wahlprogramm die Vielfalt in der Verwaltung und ihre Überzeugung, „dass sich eine Verwaltung, die personell die Vielfalt unserer Stadt widerspiegelt, letztendlich für alle auszahlt.“ Konkret werden die Grünen bei ihrer Forderung jedoch nicht, auch wenn sie im direkten Anschluss eine „Frauenquote von 50 Prozent in Führungspositionen in der Verwaltung“ und „eine dauerhafte Quote von 8 Prozent bei den Mitarbeiter:innen mit Behinderung“ fordern. Ein Antrag von 2014, der die Stadtverwaltung aufforderte, konkrete Zielvorgaben für die Erhöhung des Anteils von Mitarbeiter:innen mit Migrationshintergrund zu erarbeiten, wurde von den Grünen in Bonn abgelehnt.

In der Gesamtbetrachtung zeigt sich, dass die kulturelle Homogenität der Politik sowie die fehlende Offenheit gegenüber integrationspolitischen Themen der heutigen Zeit und ihren Bedürfnissen nicht mehr gerecht werden. Denn nicht nur Bonn ist international. Deutschland ist international. Mig 16

 

 

 

Merkels Kanzlerschaft weltweit positiv bewertet

 

Hamburg – Zwei Drittel der Deutschen sehen positiv auf die Kanzlerschaft von Angela Merkel zurück. Auch global ist die Bilanz gut. Mehr als jeder zweite Befragte aus 28 Ländern hat eine positive Meinung von der scheidenden deutschen Bundeskanzlerin, so eine Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos über das internationale Ansehen von Angela Merkel und den wahrgenommenen Einfluss ihrer Politik auf einzelne Länder, Europa und die Welt, die anlässlich des Endes der 16-jährigen politischen Ära der deutschen Kanzlerin durchgeführt wurde.

 

Angela Merkel genießt hohes internationales Ansehen

Mehr als die Hälfte (58%) aller Befragten geben an, eine insgesamt positive Meinung von Angela Merkel zu haben, nur jeder Fünfte (20%) hat ein sehr oder eher negatives Bild. In Deutschland haben sogar mehr als zwei Drittel (67%) eine positive Meinung von ihrer Regierungschefin, bei drei von zehn (30%) Bundesbürgern ist das Gegenteil der Fall. Die Länder mit den höchsten Zustimmungsraten für Merkel sind die europäischen Nachbarstaaten die Niederlande (77%), Frankreich (75%) und Belgien (75%).

Den niedrigsten Zuspruch verzeichnet Merkel in Japan (42%), den USA (41%) und Malaysia (37%), was jedoch in erster Linie daran liegt, dass in diesen Ländern besonders viele Menschen angeben, Angela Merkel nicht zu kennen. Bemerkenswert ist auch, dass in keinem einzigen Land die Kritik an Merkel überwiegt (+38 weltweit). Lediglich in Italien (+13), Polen (+10) und Ungarn (+5) halten sich positive und negative Meinungen in etwa die Waage.

 

Deutschland unter Merkel ein „vertrauenswürdiger Partner“

Im Durchschnitt der elf untersuchten europäischen Länder (ohne Deutschland) stimmt mehr als die Hälfte der Befragten (53%) der Aussage zu, dass die Bundesrepublik unter Kanzlerin Merkel für das eigene Land in europäischen Fragen ein vertrauenswürdiger Partner war, nur ein Viertel (25%) sieht das nicht so. Vor allem in den Niederlanden (71%), Frankreich (64%) und Schweden (63%) wurde Deutschland zuletzt von den meisten Menschen als verlässlicher Partner in europäischen Fragen wahrgenommen, in Großbritannien (44%), Polen (44%) und Ungarn (39%) ist das weitaus seltener der Fall. 

In den anderen 16 befragten Ländern außerhalb Europas ist das Vertrauen im Durchschnitt sogar noch etwas größer. 55 Prozent glauben, dass Deutschland in den letzten 16 Jahren ein vertrauenswürdiger Partner in globalen Fragen war. Am größten ist das Vertrauen in Indien (71%) und China (67%), besonders misstrauisch zeigen sich die US-Amerikaner (45%) und Japaner (39%).

 

Geteilte Meinungen über Deutschlands Rolle in Europa

Danach gefragt, ob sich die Politik von Angela Merkel eher positiv oder negativ auf das eigene Land ausgewirkt hat, sind die Menschen in Europa geteilter Meinung. Durchschnittlich vier von zehn Bürgern (40%) in elf europäischen Nationen denken, dass Merkels Arbeit als Bundeskanzlerin hauptsächlich positive Auswirkungen auf ihr Land hatte, für jeden Dritten (31%) überwiegt das Negative. Erneut ist die Anerkennung für Merkels Politik in den Niederlanden (57%) besonders groß, ebenso in Spanien (52%) und in Frankreich (46%). In vier von elf Ländern überwiegen für die Menschen allerdings die negativen Auswirkungen, darunter Italien, Russland, Ungarn und Großbritannien. 

Ein ähnliches Antwortverhalten zeigt sich auch bei der Frage, ob die Zukunft Europas von einer starken deutschen Führung abhängt. Vier von zehn Europäern (40%) stimmen dieser Aussage zu, während ein Drittel (33%) der Befragten der gegenteiligen Meinung ist. Am ehesten sind die Spanier (52%), Franzosen (45%) und Niederländer (45%) von einer hohen Bedeutung der deutschen Führungsrolle für Europa überzeugt, am niedrigsten ist die Zustimmung erneut in Großbritannien (36%), Ungarn (31%) und Polen (29%).

 

Mehrheit setzt auf mehr Politikerinnen in Führungspositionen

Neben den globalen Ansichten über Angela Merkel und die Rolle Deutschlands in Europa und der Welt untersucht die Ipsos-Studie auch die Einstellungen der Menschen zum Thema politische Führung im Allgemeinen. So zeigt sich unter anderem eine hohe Unterstützung für weibliche politische Führungskräfte. Mehr als die Hälfte aller Befragten (54%) stimmt zum Beispiel der Aussage zu, dass die Welt friedlicher und erfolgreicher wäre, wenn es mehr weibliche Führungsfiguren in der Politik geben würde; weniger als zwei von drei Personen (28%) widersprechen dieser These.

In 18 von 28 untersuchten Ländern wird diese Ansicht mehrheitlich vertreten, vor allem in Brasilien (72%), Peru (70%) und Kolumbien (70%). US-Amerikaner (42%), Russen (41%) und Südkoreaner (33%) sind am seltensten von den Vorzügen weiblicher Führung überzeugt. In Deutschland, das bekanntlich seit 16 Jahren von einer Frau regiert wird, vertritt weniger als die Hälfte (46%) der Erwachsenen die Ansicht, dass weibliche Politikerinnen in Führungspositionen die Welt friedlicher und erfolgreicher machen würden; fast jeder Dritte (32%) ist anderer Meinung. In allen Ländern liegt der Zustimmungswert der Frauen deutlich höher als bei den Männern (mit einer durchschnittlichen Differenz von 13 Prozentpunkten).

 

Wunsch nach starken Führungsfiguren, aber auch Begrenzung der Macht

Mehr als vier von fünf Erwachsenen (81%) sind außerdem der Überzeugung, dass die Welt starke Führungskräfte braucht, um globale Herausforderungen zu lösen. Am häufigsten pflichten Chinesen (90%), Australier (88%) und Russen (87%) dieser Behauptung bei, am niedrigsten ist die Zustimmung in Südkorea (68%), Japan (67%) und Italien (67%).

Darüber hinaus glauben klare Mehrheiten in 27 von 28 untersuchten Ländern, dass es wichtig ist, dass politische Führer regelmäßig ersetzt werden, damit sie nicht zu mächtig werden. Am häufigsten wird diese Meinung in lateinamerikanischen Staaten wie Kolumbien (87%), Chile (82%), Peru (81%) oder Brasilien (81%) sowie in Südafrika (83%) und den USA (81%) vertreten. Aber auch in Deutschland befürworten mehr als drei Viertel (77%) der Bürger eine zeitliche Begrenzung von politischer Macht.  Ipsos 15

 

 

 

 

Gretchenfrage. Das Modell des „Demokratie-Exports“ ist gescheitert

 

Deutschland darf sich nicht länger vor einer sicherheitspolitischen Richtungsdebatte wegducken. Jochen Steinhilber & Konstantin Bärwaldt

 

Der 11. September 2001 war der Schlusspunkt des optimistischen Jahrzehnts, des vermeintlichen Endes der Geschichte. Terror und Tod brachen in die prosperierenden westlichen Gesellschaften ein, die sich eigentlich schon als Sieger im „Kampf um die Moderne“ sahen und deren Modell über kurz oder lang die ganze Welt befrieden würde. Wie auch die 9/11-Anschläge hat das demütigende Finale des 20-jährigen Krieges in Afghanistan mit einem Schlag die Distanz zu den ‚tatsächlichen‘ Realitäten zunichte gemacht. Es herrscht doppelte Verunsicherung im Westen: Wir sind verwundbar und wir können fremde Gesellschaften und Staaten nicht nach unseren Vorstellungen modellieren. Welche Schlüsse ziehen wir daraus für unsere Friedens- und Sicherheitspolitik?

9/11 erschütterte das Sicherheitsversprechen der Moderne, das sich auf die Erwartung einer immer besseren Beherrschung von Risiken stützt. Mögen die Anschläge vom 11. September und der folgende „Krieg gegen den Terror“ in Afghanistan und im Irak noch als „Urknall unserer Welt“, als historische Zäsur gegolten haben, so folgten darauf zahlreiche andere „Epizentren“, die in den letzten beiden Jahrzehnten ihre Schockwellen aussandten: von der Wirtschafts- und Finanzkrise bis zur Pandemie und der Erderhitzung.

Dass keine größeren Terroranschläge mehr von afghanischem Boden aus geplant, dass Schulen aufgebaut wurden, dass eine Generation an Afghaninnen und Afghanen Bildung und Demokratie erfahren konnten, ist keine Kleinigkeit. Aber es hat keinen Bestand. Angesichts der Rückkehr der Taliban bleibt ein tiefes Gefühl der Vergeblichkeit. Wenn die einzige Hoffnung noch darin besteht, bei den neuen Machthabern Züge eines menschlicheren Umgangs mit ihrer Bevölkerung zu identifizieren, dann bleiben vom größten NATO-Militäreinsatz in der Geschichte des Bündnisses und der milliardenschweren Entwicklungszusammenarbeit vor allem zerstörte Illusionen übrig.

Die schmerzhaften Bilder aus Kabul haben mit einem Schlag alle Fragen aufgeworfen, mit denen wir uns in Europa am liebsten nicht befassen würden: Wie viel Opfer- und Risikobereitschaft sollen und können europäische Gesellschaften zur Erreichung außenpolitischer Ziele aufbringen? Was ist die Richtschnur unseres Engagements: Schutz der Menschenrechte oder Wahrung internationaler Stabilität? Was können Militär, Entwicklungszusammenarbeit und Demokratieförderung leisten und wie viel „strategische Geduld“ können wir aufbringen? Und schließlich die Gretchenfrage: Sag, wie hältst Du’s mit der Bundeswehr, also, wie gehen wir künftig mit Auslandseinsätzen um?

Die Prioritäten des europäischen Schutzgaranten, der USA, haben sich in den letzten Jahren verschoben. Die Krisen rund um Europa werden künftig immer weniger Amerikas Krisen sein. 9/11 war der Katalysator, der vormals konkurrierende Weltbilder in einer politischen Strategie zusammenführte. Aus Fukuyamas „the West was the best“ und Huntingtons „the West against the rest” entstand die politische Idee der „guten Zivilisation“, die ohne weiteres auf alle anderen Länder erfolgreich übertragen werden könnte. Vorausgesetzt, dass „der Westen“ diesen gemeinsamen Willen formulierte. Während ersteres – der Modellexport – bereits in den vergangenen zehn Jahren zurückgefahren wurde und große Stabilisierungsmissionen in den kommenden Jahren in den USA kaum Rückhalt haben werden, erlebt letzteres – das Freund-Feind-Denken und das Konzept des Westens als außenpolitisch homogen handelnder Block – im Ringen mit China ein Revival. Ob Europa den amerikanischen Rufen nach geostrategischer Einigkeit nachkommt ist noch unentschieden. In jedem Fall aber wird die europäische Region nicht mehr im Vordergrund des amerikanischen Interesses stehen. Ergo: Europa ist mit seiner Nachbarschaft alleine. 

Noch sind die politischen Implikationen des Afghanistan-Debakels nicht abzusehen. Sicher ist: Auslandseinsätze der Bundeswehr zur Stabilisierung oder Erzwingung von Frieden werden künftig noch stärker als bisher von Politik, Medien und Bevölkerung in die Zange genommen. Die Dilemmata einer künftigen deutschen und europäischen Außen- und Sicherheitspolitik führen vor Augen, dass die Anhänger der politischen Schwarz-Weiß-Fotografie mit ihren kategorischen Urteilen über die Zukunft von Auslandseinsätzen kaum als Ratgeber geeignet sind.

Aus Afghanistan lernen – so ihr Tenor – hieße: Die Bundeswehr könne allenfalls zur Erreichung militärischer Ziele eingesetzt werden. Hätten die NATO-Truppen und mit ihr die Bundeswehr Afghanistan nach der Zerschlagung von Al-Qaida und der Vertreibung der Taliban 2002/2003 verlassen, könnte für den militärischen Teil des Engagements bilanziert werden: mission accomplished. „Ja“ zur punktuellen Zerschlagung terroristischer Gruppen, „nein“ zur Unterstützung von gesellschaftlichem Wandel. „Ja“ zur taktischen Ausbildung fremder Sicherheitskräfte, „nein“ zur langfristigen Demokratisierung ausländischer Armeen und Polizeien. Der demokratische Aufbau von Staaten durch Unterstützung von außen – auch im Lichte der Irak- und Mali-Erfahrungen – sei endgültig gescheitert. US-Präsident Biden erklärte in seiner Rede zur Lage der Nation die Ära des nation building für beendet. „Ich glaube nicht an state building“, so die europäische Version, vertreten durch Präsident Emmanuel Macron.

Pauschalurteile und eine schlichte Abkehr vom nation building helfen der Politik aber nicht weiter. In der vernetzten Weltrisikogesellschaft brauchen Verantwortungsträgerinnen und Militärplaner Netzwerke, internationale Partner und differenzierte Analysen für die Auswahl realistischer und zukunftsweisender Handlungsoptionen. Das gilt für die Krisenprävention wie für das akute Management von Gewaltkonflikten.

Schon heute bestimmt eine auf Risikominimierung bedachte Interventionspraxis das Engagement Europas außerhalb ihrer Grenzen. Militärschläge in Mali, Drohnen-Einsätze in Somalia oder eine Zusammenarbeit von Bundeswehr und Bundespolizei mit dubiosen Sicherheitskräften in Nigeria und in Tunesien – das ist tagtägliche Einsatzrealität europäischer und amerikanischer Sicherheitsdienste. Diese Formen des „remote warfare“ werden auch in Zukunft das Interventionsgeschehen Europas in Subsahara- und Nordafrika sowie im Nahen und Mittleren Osten bestimmen. Über die Wirksamkeit der Maßnahmen lässt sich trefflich streiten. Eine zunehmend verschlechterte Sicherheitslage in der Sahel-Region gegenüber einem kontinuierlichen Aufwuchs an Mitteln – nicht zuletzt der Bundesregierung – lässt erahnen, dass die bisherigen Ansätze aus Ertüchtigung von Militär und Grenzschutz, sektoralen Programmen der Entwicklungszusammenarbeit und vereinzelten Militärschlägen keine Selbstläufer für erfolgreiche Stabilisierung und Friedensförderung sind. Das Gegenteil ist zu befürchten, glaubt man den wenigen empirischen Befunden über die Radikalisierung von jungen Menschen und ihrer Motivation, sich bewaffneten Gruppierungen anzuschließen. Staatswerdungsprozesse sind komplex und oft gewaltsam. Soziale Ungleichheit ist stets Ursache für Instabilität. Und gegen politische Repression, korrupte Patronagenetzwerke und Ressourcenknappheit hat die Bundeswehr in solchen Kontexten keine Chance – das wissen auch die Soldaten.

Was also tun? Nur weil das Demokratie-Export-Modell eine kaum zu bewältigende Herausforderung ist, heißt das nicht, dass ein friedensverträglicher Staatsaufbau ‚light‘ unmöglich wäre. Die UN-Missionen in Liberia und Ost-Timor zeigen das ebenso wie die Erfolge der internationalen Gemeinschaft in Bosnien-Herzegowina und im Kosovo. Die Friedens- und Konfliktforschung verbreitet grundsätzlich Hoffnung. Blaupausen gibt es zwar keine, aber zwingende Bedingungen für erfolgreiche Einsätze: Die internationalen Partner müssen sich auf gemeinsame, realistische und flexibel anpassbare Ziele ihres Engagements verständigen, politische Schlechtwetterlagen und auch ein Scheitern als Teil der Strategie einplanen und frühzeitig mögliche Risiken an lokale Partner sowie die heimische Bevölkerung kommunizieren. Die Arbeit in Konfliktregionen eilt nicht von Sieg zu Sieg. Strategische Geduld ist gefragt: Staatsaufbau ‚light‘ mit einem rechenschaftspflichtigen Sicherheitssektor ist eine Herkules-Aufgabe für 30 bis 40 Jahre. Diese Voraussetzungen müssen geknüpft sein an Bedingungen vor Ort. Hierzu zählen ein von weiten Teilen der Bevölkerung akzeptierter Friedensvertrag, ein hohes politisches Interesse an Zusammenarbeit, ein Mindestmaß an öffentlicher Sicherheit sowie rudimentäre institutionelle staatliche Kapazitäten. Kommen diese Bedingungen nicht zusammen und erfolgen nation building, Entwicklungszusammenarbeit und Anti-Terror-Maßnahmen als voneinander losgelöste Agenden internationaler Akteure – wie aktuell im Sahel-Raum zu beobachten –, ist die Gefahr des Scheiterns ähnlich hoch wie in Afghanistan.

Mit den „Leitlinien Krisenprävention“ und dem „vernetzten Ansatz“ hat die Bundesregierung auf dem Papier bereits die Voraussetzungen geschaffen, um friedensfördernden Staatsaufbau auf diese Weise zu unterstützen. In der Praxis jedoch dominiert allzu häufig der Eigensinn einzelner Ressorts, die mit jeweils eigenen Zielen, Programmen, Partnern und Ansätzen vor Ort tätig sind. Das entbehrt nicht einer gewissen Ironie. Denn der „vernetzte Ansatz“, das Ineinandergreifen von zivilen und militärischen Instrumenten zur Stabilisierung und Friedenssicherung sowie die ressortübergreifende Zusammenarbeit der Ministerien, wurde in Afghanistan initiiert, praktiziert und weiterentwickelt. Nicht der Ansatz als solcher ist gescheitert, sondern seine Umsetzung. Es braucht den politischen Willen aller beteiligten Akteure zur gemeinsamen Analyse, Strategieformulierung und Umsetzung vor Ort. Das gilt für die deutsche wie die europäische Politik. Rufe nach einer schnellen Eingreiftruppe durch den EU-Chefdiplomaten Borrell werden dieser komplexen Anforderung nicht gerecht – zumindest dann nicht, wenn sie nicht Teil einer größeren Strategie zur Friedensförderung sind.

Die Bearbeitung und Transformation von Gewaltkonflikten wird stets eine Risikoinvestition bleiben. Den notwendigen langen Atem und einen tragfähigen politischen Konsens über die Einsätze kann es nur dann geben, wenn die Gesellschaft künftig stärker als – kritischer – Partner von Außen- und Sicherheitspolitik wahrgenommen wird. Bisher wurde eine solche Debatte von der Öffentlichkeit nicht besonders nachgefragt. Vielmehr haben sich beide Seiten, Politik und Gesellschaft, in einer Koexistenz des freundlichen Desinteresses eingerichtet: Von wenigen Ausnahmen abgesehen – beispielsweise die Irak-Invasion 2003 oder die Migrationskrise – findet eine öffentliche Befassung mit Fragen der internationalen Politik nicht statt. Umgekehrt werden Auslandseinsätze eher an der Bevölkerung vorbei verhandelt und jede Partei ist froh, wenn sie Mandatseinsetzungen oder -verlängerungen im Parlament ohne größere Debatten übersteht.

Daher überrascht es wenig, wenn die jährliche Umfrage zur Einstellung der Öffentlichkeit zur Sicherheits- und Verteidigungspolitik den Bürgerinnen und Bürgern eine insgesamt geringe Kenntnis über die konkreten Einsätze attestiert – Tendenz abnehmend. Auch andere Umfrageergebnisse zeigen, dass sich viele Menschen bei Militäreinsätzen nicht einfach bei „Pro“ oder „Contra“ verorten, sondern sich mit vielen „Ja-abers“, Zweifeln und Fragen irgendwo dazwischen einordnen. Um die innenpolitischen Voraussetzungen für eine wirksame und von der Öffentlichkeit getragene Außenpolitik zu schaffen, braucht es ehrliche Debatten über die Ziele, Kosten und Risiken von Einsätzen. Dies muss auf einer informierten Grundlage geschehen, z.B. durch die konsequente Evaluierung von Militäreinsätzen.

Wer heute über Afghanistan urteilt, hat die Bilder vom 11. September vor Augen. Und das Erinnern an diesen Tag kann viele Formen annehmen: Das persönliche Erinnern an das „Wo warst Du, als es geschah“ und die vielleicht heute schon verflüchtigten Gefühle. Das zeremonielle Erinnern in Staatsakten und Mahnmalen. Das mediale Erinnern in den immer wiederkehrenden Bilderfluten und Minutenprotokollen. Aber eben auch ein politisch-gesellschaftliches Erinnern in dem Sinne, nun, 20 Jahre später, das politische Erbe des 11. September mit seinen ganzen Irrwegen und Illusionen als etwas zu begreifen, von dem eine ernsthafte Debatte über neue Entwürfe für eine konkrete Friedens- und Sicherheitspolitik ihren Ausgang nehmen kann. IPG 14

 

 

 

 

EU-Klimachef: Europäische Städte müssen sich an den Klimawandel anpassen

 

Nach Ansicht des EU-Umweltkommissars müssen europäischen Städte sich an die sich verschärfende globale Erwärmung anpassen, um auf Überschwemmungen und Brände  vorbereitet zu sein. Von: Kira Taylor

 

„In diesem Sommer hat Europa verheerende Brände und Überschwemmungen erlebt. Unsere Städte müssen sich auf eine andere Zukunft vorbereiten“, sagte EU-Kommissar Virginijus Sinkevi?ius am Donnerstag (9. September) bei einer Preisverleihung für grüne europäische Städte, die von der früheren Gewinnerstadt Lahti in Finnland ausgerichtet wurde.

„Die Antwort müssen grünere Städte sein – Städte mit geringerer Umweltverschmutzung, die sich mehr um das Wohlergehen der Bürger kümmern“, fügte er hinzu und betonte, dass „grün“ zu sein auch bedeute, Widerstandsfähigkeit aufzubauen.

Die Veranstaltung „Grüne europäische Städte“ folgt auf einen Sommer, der von Überschwemmungen und Waldbränden geprägt war, die in ganz Europa verheerende Schäden angerichtet haben. Der Klimawandel wird diese extremen Wettertrends noch verschärfen. Die Städte müssen sich an das unvorhersehbare Wetter anpassen und ihre Emissionen drastisch reduzieren, so Sinkevi?ius.

„Der Klimawandel ist keine Frage von politischer Meinung. Er ist eine wissenschaftliche Tatsache“, sagte die finnische Premierministerin Sanna Marin, die ebenfalls auf der Veranstaltung sprach. „Wir brauchen jedoch politische Entscheidungen, um sicherzustellen, dass die Klimaschutzmaßnahmen auf sozial gerechte Weise durchgeführt werden“, fügte sie hinzu.

Zu den Anpassungsmaßnahmen gehören Maßnahmen zum Schutz vor Überschwemmungen und die Renovierung von Gebäuden, um sie widerstandsfähiger gegen extreme Temperaturen zu machen. Die erforderlichen Veränderungen sind von Kontinent zu Kontinent unterschiedlich, aber die jüngsten Ereignisse haben gezeigt, dass der Klimawandel eine Bedrohung für die europäischen Städte darstellt.

Eine weitere Möglichkeit zur Begrünung der Städte ist das Pflanzen von Bäumen. Europa will bis 2030 drei Milliarden Bäume pflanzen. Es muss aber die richtige Mischung von Arten in städtischen Gebieten finden, um den Bewohnern Schatten, frische Luft und Schutz zu spenden, so Sinkevi?ius.

„Wir müssen die Natur in die Städte zurückbringen. Deshalb fordert die Biodiversitätsstrategie die europäischen Städte auf, bis Ende dieses Jahres Pläne zur Begrünung der Städte zu entwickeln“, sagte er.

Drei Viertel der europäischen Bevölkerung leben in Städten, spielen also eine entscheidende Rolle sowohl für den grünen Übergang als auch für den sozialen Übergang zu Netto-Null-Emissionen. Die Städte sind auch für die Erreichung der europäischen Klimaziele von entscheidender Bedeutung. Nach Angaben der Europäischen Kommission werden 80 % der Umweltvorschriften in den Städten umgesetzt.

Grüne Führungskräfte

Bei der Preisverleihung am Donnerstagabend wurden Valongo in Portugal und Winterswijk in den Niederlanden zu gemeinsamen Gewinnern des Green Leaf City 2022 Preises gekürt, der an Städte mit weniger als 100 000 Einwohnern vergeben wird. Beide Gewinner erhielten ein Preisgeld in Höhe von 200.000 €.

In der Zwischenzeit wurde Estlands Hauptstadt Tallinn zur Grünen Hauptstadt Europas 2023 gewählt und mit 600.000 Euro ausgezeichnet. Sie wird diesen Titel von Grenoble in Frankreich übernehmen, das im nächsten Jahr die Grüne Hauptstadt sein wird.

Tallinn wird die Aufgabe haben, ein kürzlich ins Leben gerufenes Netzwerk von 19 europäischen Städten zu leiten. Aufgabe des Netzwerks ist es, Nachhaltigkeitsziele auf lokaler Ebene umzusetzen und gleichzeitig soziale Probleme wie Armut, Geschlechterungleichheit und Beschäftigung zu bekämpfen.

Die Stadt, die auf eine lange Geschichte umweltverschmutzender Industrien zurückblicken kann, hat mehrere Programme umgesetzt, unter anderem zur Lärmreduzierung und zur Wasserqualität. Darüber hinaus verfolgt die Stadt eine langfristige Strategie, die bis 2030 eine gesunde Umwelt und eine nachhaltige Nutzung der natürlichen Ressourcen anstrebt.

Tallinn tritt in die Fußstapfen von Lahti, das den Titel für 2021 erhalten hat. Die estnische Hauptstadt hat sich zum Ziel gesetzt, bis 2025 kohlenstoffneutral zu sein und bis 2050 eine vollständige Kreislaufwirtschaft zu erreichen. Sie hat eine Reihe von Maßnahmen ergriffen, darunter ein persönliches Cap-and-Trade-System für Einwohner, um die Dekarbonisierung der Stadt voranzutreiben. [Bearbeitet von Frédéric Simon] EA 14

 

 

 

 

Osteuropa. Tragische Entfremdung

 

Nach dem Zerfall der Sowjetunion distanzierte sich die Linke in Osteuropa von der Arbeiterklasse. Dies nutzen Populisten nun gnadenlos aus. Sheri Berman

 

Die Euphorie, die dem Zusammenbruch des Kommunismus folgte, ist in den letzten zehn Jahren in Pessimismus umgeschlagen. In Osteuropa sind etliche ehemals vielversprechende Demokratien in den Illiberalismus oder sogar in den Autoritarismus abgerutscht. Nicht nur für Osteuropaexperten und -expertinnen, sondern für Demokratieverfechter in aller Welt ist es von zentraler Bedeutung zu verstehen, wie es dazu kam.

Da es in den osteuropäischen Ländern heute mehr Wohlstand als 1989 gibt und die Bürgerinnen und Bürger sich Konsumgüter und Annehmlichkeiten leisten können, von denen sie im Kommunismus nur träumen konnten, werden wirtschaftliche Missstände oft nicht in den Blick genommen, wenn es um die Frage geht, warum Rechtspopulisten und der von ihnen betriebene Demokratieabbau so viele Unterstützer finden. Dieses Denken beruht jedoch auf einem verkürzten Verständnis vom Übergang zum neoliberalen Kapitalismus mit all seinen sozialen und politischen Folgen. Auch wenn Osteuropa sich natürlich in vielerlei Hinsicht von anderen Regionen unterscheidet, können die von osteuropäischen Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern gewonnenen Erkenntnisse über die Folgeerscheinungen für all jene hilfreich sein, die den Einfluss des neoliberalen Kapitalismus auf die heutigen Demokratieprobleme in anderen Teilen der Welt verstehen wollen.

In ihrem neuen Buch „Taking Stock of Shock“ bieten Kristen Ghodsee und Mitchell Orenstein hierfür einen exzellenten Einstieg. Auf der Grundlage ihrer eigenen Arbeiten und der Forschungsergebnisse anderer Osteuropaexperten machen Ghodsee und Orenstein deutlich, wie sehr man in die Irre gehen kann, wenn man seine Einschätzungen auf simple aggregierte Indikatorenfür Wirtschaftswachstum, Bruttoinlandsprodukt usw. stützt. Sie zeigen auf, dass die osteuropäischen Länder heute zwar tatsächlich wohlhabender sind als 1989, dass der Weg dorthin aber enorme wirtschaftliche Not und massive soziale Verwerfungen mit sich brachte. Der Übergang zum Kapitalismus führte zum „größten und nachhaltigsten wirtschaftlichen Zusammenbruch, den eine Weltregion in der modernen Geschichte je erlebt hat“.

In den „erfolgreicheren“ mitteleuropäischen Ländern war dieser Zusammenbruch mit der Großen Depression in den Vereinigten Staaten vergleichbar. In anderen postkommunistischen Ländern war er noch viel schlimmer und dauerte länger – in manchen Fällen gar Jahrzehnte. In diesem Zeitraum nahm die Armut um durchschnittlich 23 Prozent zu. „In zehn Ländern, darunter Polen, stiegen die Armutsquoten um 49 Prozent oder mehr an, bevor sie wieder zu sinken begannen“. Ghodsee und Orenstein stellen fest, dass „im Jahr 1999, als die Not am größten war, 45 Prozent aller Menschen in den postkommunistischen Ländern [...] unterhalb der absoluten Armutsgrenze von 5,50 US-Dollar pro Tag lebten“.

Taking Stock of Shock beschreibt nicht nur das ganze Elend, das die postkommunistischen Gesellschaften in ihrer Entwicklung zu heute relativ wohlhabenden Volkswirtschaften durchlitten haben, sondern macht auch deutlich, dass dieses Elend nicht alle gleichermaßen traf. Die Einkommens- und Vermögensunterschiede verschärften sich dramatisch, und in der Übergangszeit entstanden tiefe Gräben – zwischen Stadt und Land, Bildungseliten und Arbeiterschaft, Alten und Jungen.

Dies führte zu umso größeren Verwerfungen, als Osteuropa vor 1989 zu den Regionen mit dergrößten Chancengleichheit der Welt zählte. „Es ist schon schlimm genug“, so Ghodsee und Orenstein, „zum ersten Mal in seinem Leben zu verarmen. Es ist aber noch einmal etwas ganz anderes, in die Armut abzurutschen, während ringsumher manche Leute einen bis dato unvorstellbaren privaten Reichtum genießen.“ Dies habe „tiefe Narben“ in der „kollektiven Psyche“ hinterlassen.

Wer den Blick nur auf das relativ hohe Bruttoinlandsprodukt (BIP) richtet, mit dem osteuropäische Länder heute aufwarten können, verkennt nicht nur die traumatischen wirtschaftlichen Folgen des Übergangs zum Kapitalismus. In Taking Stock of Shock wird herausgearbeitet, dass damit auch tiefe gesellschaftliche Verwerfungen einhergingen. Dies manifestiert sich vielleicht am deutlichsten in einer demografischen Krise von historischen Ausmaßen. Nach 1989 war die Auswanderung aus Osteuropa „im Vergleich zu anderen Auswanderungsregionen in Sachen Tempo, Größenordnung und Dauer beispiellos“.

Zugleich ging die Geburtenrate massiv zurück und die Sterblichkeit stieg an. Die Zahl der Tötungsdelikte (und überhaupt die Zahl der Straftaten) nahm rapide zu, ebenso die Alkoholexzesse, Herzkrankheiten, Selbstmorde und sonstigen „Todesfälle aus Verzweiflung“ – und zwar vor allem bei Männern mittleren Alters, die abseits der Großstädte leben. Insgesamt erlebten viele osteuropäische Staaten einen ähnlichen Bevölkerungsrückgang wie Länder, die in schwere Kriege involviert waren, oder verloren sogar noch mehr Einwohner als diese.

Auch wenn das BIP in den USA und in Europa sich nach der Großen Depression erholte, hatte nach einhelliger wissenschaftlicher Meinung die damit verbundene wirtschaftliche Not gravierende politische Folgen. In einigen Ländern führte sie ganz offensichtlich zum Zusammenbruch der Demokratie. Es ist geradezu unvorstellbar, dass die mit der Großen Depression vergleichbare oder sogar noch größere wirtschaftliche Not und die tiefgreifenden sozialen Veränderungen, die die osteuropäische Bevölkerung seit 1989 erlebt hat, keine politischen Konsequenzen gehabt haben sollten.

Doch warum haben in so vielen Fällen nationalistische Populisten von den traumatischen Erfahrungen in Osteuropa profitiert? Vor dem Hintergrund, dass gerade unter den in Osteuropa auch als „Ausrangierte“ bezeichneten „Verlierern“ des Übergangs – also unter älteren Menschen, Arbeitern, weniger gebildeten und/oder ländlichen Bevölkerungsgruppen – die Unterstützung für nationalistische Populisten überproportional stark war, halten Ghodsee und Orenstein es für essenziell, Erklärungen für das politische Verhalten dieser Gruppen zu finden.

Zahlreiche Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler wie David Ost, Maria Snegovaya, Anna Grzymala-Busse, Milada Vachudova und Gabor Schering haben beschrieben, dass diese Bevölkerungsgruppen nicht deshalb zur Basis der nationalistisch-populistischen Parteien in Osteuropa wurden, weil sie von Haus aus dazu neigten, für autoritäre, fremdenfeindliche Politiker zu stimmen – sondern vielmehr deshalb, weil nationalistische Populisten und nicht die linken Parteien am ehesten auf ihre wirtschaftlichen Probleme eingingen.

In den Jahren nach der Wende wurden die meisten linken Parteien in Osteuropa zu entschiedenen Verfechtern des Neoliberalismus – und dies sogar um einiges vehementer als viele ihrer Gegenspieler aus dem rechten Spektrum. Wenn sie die Regierung stellten, setzten sie schmerzhafte neoliberale Reformen um und konnten sich damit von der kommunistischen Vergangenheit abgrenzen. Indessen präsentierten die westeuropäischen Schwesterparteien der osteuropäischen Linken den neoliberalen Kapitalismus als notwendigen Weg zur wirtschaftlichen Modernisierung – mit Reformen, die natürlich auch von der Europäischen Union befürwortet wurden.

In der Folge wurden linke Parteien mit dem Neoliberalismus in Verbindung gebracht und mit dem, was er verursacht hatte: wirtschaftliche Not und soziale Schieflagen. Zudem weigerten sich viele linke Parteien, sich für die Arbeiterschaft und andere Gruppen starkzumachen, die in der Übergangszeit auf der Strecke geblieben waren. Viele linke und auch liberale Parteien sahen Zugeständnisse an die „Verlierer“ gar als potenzielle Bedrohung für den politischen und wirtschaftlichen Liberalismus, den sie in ihren Gesellschaften unbedingt verwirklichen wollten.

Die Ironie besteht natürlich darin, dass viele linke (und liberale) Parteien gerade dadurch, dass sie wirtschaftlichen und politischen Liberalismus untrennbar miteinander verknüpften und auf die vom Wirtschaftsliberalismus verursachte Not und Entwurzelung nicht reagierten, nationalistischen Populisten den Weg bereiteten, die für politischen Liberalismus wenig übrig haben. Wissenschaftler konnten zeigen, dass nationalistische Populisten gezielt um diejenigen warben, die sich als Verlierer fühlten, deren Wut auf „Ausländer“, europäische „Bürokraten“ und „verkappte Kommunisten“ lenkten und politisch zumindest einiges gegen ihre wirtschaftlichen Nöte unternahmen. Deutlicher als in Westeuropa konnten Forscherinnen und Forscher die Wählerabwanderung vieler „Verlierer“ des neoliberalen Kapitalismus von linken, liberalen und anderen Parteien zu nationalistischen Populisten nachzeichnen.

Auch wenn man sich vor vorschnellen Vergleichen hüten sollte, lassen sich aus dem Geschehen in Osteuropa einige klare Lehren ziehen. Die Forschungserkenntnisse über den dortigen Transformationsprozess sollten uns zumindest bewusst machen, dass aggregierte Wachstums- und Entwicklungsindikatoren enorme wirtschaftliche Nöte kaschieren können und die sozialen Kosten des neoliberalen Kapitalismus unter Umständen noch um einiges höher sein können als die wirtschaftlichen Kosten. Zudem sind die politischen Auswirkungen des neoliberalen Kapitalismus oft indirekt und komplex: Zwar gibt es kaum einen unmittelbaren Zusammenhang zwischen Wohlstand und dem Erfolg nationalistisch-populistischer Parteien, doch wäre es falsch, die Kausalwirkungen wirtschaftlicher Missstände auszublenden.

Dass diese wirtschaftlichen Missstände sich politisch demokratieschädigend auswirkten, war keineswegs unvermeidbar, sondern hatte damit zu tun, wie die verschiedenen politischen Akteure mit diesen Missständen umgegangen sind. Linke (und liberale) Parteien waren oft nicht gewillt oder in der Lage, freiheitlich-demokratische Antworten auf die Missstände anzubieten, und gaben dadurch anderen Parteien, die sich nicht der freiheitlichen Demokratie verpflichtet fühlen, die Chance, ihre Antworten anzubieten.  IPG 14

 

 

 

Studie. Migranten können die Bundestagswahl entscheiden

 

Wähler mit Migrationshintergrund können die Bundestagswahl entscheidend beeinflussen. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie. Dennoch sind Migranten stark unterrepräsentiert in Parlamenten und ihre Themen spielen kaum eine Rolle.

Über die Zweitstimme könnten Wahlberechtigte mit Migrationshintergrund die Sitzverteilung im deutschen Bundestag erheblich beeinflussen. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie von „Citizens For Europe“ (CEF), eine zivilgesellschaftliche Organisation mit Sitz in Berlin. Untersucht wurde erstmals, welchen Einfluss die Stimmen der wahlberechtigten Migranten bei Wahlen haben können: In 167 von 299 Wahlkreisen (56 Prozent) übersteigt die Anzahl an wahlberechtigten Migranten den Abstand zwischen der erst- und zweitplatzierten Direktkandidaten der letzten Bundestagswahl.

Damit nicht genug. Der Einfluss der Wähler mit Migrationshintergrund wird CEF zufolge weiter steigen. Bei der Bundestagswahl 2017 hatten rund 6,3 Millionen Wähler einen Migrationshintergrund. Ihr Anteil an der Wählerschaft liegt derzeit bei knapp über 10 Prozent. CEF prognostiziert einen weiter steigenden Einfluss aufgrund der demographischen Entwicklung und konstanten Einbürgerungsquoten unter den 11,4 Millionen ausländischen Staatsbürgern in Deutschland. Aktuell hat etwa ein Viertel der Bevölkerung hat einen Migrationshintergrund, bei Kindern und Jugendlichen steigt dieser Anteil auf ein Drittel. In Städten wie Frankfurt, München und Nürnberg liegt der Anteil unter jungen Menschen bei über 60 Prozent.

Demokratiedefizit

Kritik übt die Organisation, dass mehr als die Hälfte der Menschen mit Migrationshintergrund in Deutschland nicht wählen dürfen, weil das Wahlrecht immer noch an die deutsche Staatsbürgerschaft und nicht beispielsweise an den langfristigen Wohnsitz geknüpft ist. „Menschen mit und ohne deutsche Staatsbürgerschaft besitzen also weitestgehend gleiche Pflichten aber nicht gleiche Rechte. Hierin kann eine Verletzung des Demokratieprinzips gesehen werden, welches vorsieht, alle Menschen an der Entscheidungsfindung teilhaben zu lassen, wenn sie von Entscheidungen betroffen sind“, heißt es in der Studie.

Dass sich unter den nicht wahlberechtigten auch Kinder und Enkel der ersten Anwerbegeneration befinden mache das Demokratiedefizit in Deutschland besonders augenfällig, kritisiert CEF weiter. Dabei hätten ihre Familien einen „wichtigen Beitrag zum Wiederaufbau und damit auch zur Konsolidierung der sozialen Marktwirtschaft in Deutschland beigetragen“. Dieses Demokratiedefizit mache sich vor allem in Stadtstaaten und Städten bemerkbar. So lebten allein in Berlin ca. 690.000 Personen ohne deutsche Staatsbürgerschaft, die älter als 18 Jahre sind, aber kein Bundeswahlrecht haben. Zum Vergleich: Stuttgart, die sechstgrößte Stadt Deutschlands, hat etwa 640.000 Einwohner.

Fehlende Repräsentation

Ein weiterer Kritikpunkt ist die mangelnde Repräsentanz der Bevölkerung mit Migrationshintergrund. Im Bundestag etwa hätten lediglich 8,2 Prozent der Abgeordneten einen Migrationshintergrund. Noch geringer falle der Anteil von Oberbürgermeistern mit Einwanderungsgeschichte aus (2 Prozent oder 5 Personen).

Die fehlende Repräsentation schlägt sich laut Studie auch auf die fehlende Priorisierung der Themen der Einwanderungsgesellschaft im Wahlkampf nieder. Obwohl zahlreiche zivilgesellschaftliche Bündnisse und Organisationen Empfehlungen entwickelt und vorgelegt haben, würden diese von den Parteien nicht oder kaum in Wahlprogrammen oder im Wahlkampf thematisiert, lautet die Kritik. „Vermutlich ist dies auch eine Ursache dafür, dass sich Eingewanderte seltener mit einer Partei identifizieren“, so die Studienautoren.

Der Erhebung zufolge haben ein Viertel der Befragten fünf Jahre nach ihrer Einwanderung mindestens einmal eine Parteibindung angegeben, nach 15 Jahren waren es etwa die Hälfte — deutlich weniger als unter Deutschen ohne Migrationshintergrund. Damit einher gehe eine niedrigere Wahlbeteiligung von Migranten um bis zu 20 Prozentpunkten.

Nicht eingehaltene Versprechen

Kritik formulieren die Studienautoren auch im Hinblick auf die Nichteinhaltung von Versprechen. Vor dem Hintergrund des NSU Terrors, der Anschläge in München, Hanau, Halle und dem Mord an Walter Lübcke habe sich die Bundesregierung durch den Druck von der Straße gezwungen gesehen, erstmals auf höchster politischer Ebene ein „Antirassismuskabinett“ ins Leben zu rufen und 89 Maßnahmen zur Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus zu verabschieden. „Ein Jahr später zeigt sich: Der mediale Diskurs ist abgeflacht und zentrale Maßnahmen, wie ein Demokratiefördergesetz, wurden nicht umgesetzt“, heißt es in der Studie.

Die Experten fordern bessere Daten über die Verteilung von Wahlberechtigten mit Migrationshintergrund. Bisher würden durch den Bundeswahlleiter leidglich der Anteil an Ausländer an der Wohnbevölkerung auf Wahlkreisebene bekanntgegeben. Das sei zu wenig und nicht zielführend, weil Ausländer ohnehin nicht wahlberechtigt sind. Um die Erfassung der Repräsentation und des potentiellen Einflusses von deutschen Staatsbürgern mit Migrationshintergrund zu sehen, seien verlässliche Daten zu deren Verteilung nötig. (mig 14)

 

 

 

 

Merkel kritisiert belarussische Führung im Flüchtlingsstreit

 

Bei ihrem wahrscheinlich letzten offiziellen Besuch in Polen hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) das benachbarte Belarus wegen dessen Vorgehen im Flüchtlingsstreit mit den östlichen EU-Staaten scharf kritisiert.

„Ich halte das für vollkommen inakzeptabel, auf dem Rücken von Einzelnen mit ihrem Schicksal solche hybriden Attacken auszuführen“, sagte Merkel am Samstag (11. September) in Warschau. Außerdem rief sie die EU-Kommission und die polnische Regierung zum Dialog im Streit um die polnischen Justizreformen auf.

Über Belarus waren in den vergangenen Monaten tausende Migranten aus dem Nahen Osten in die EU eingereist. Die EU verdächtigt den belarussischen Machthaber Alexander Lukaschenko, Migranten in die EU zu schleusen, um auf diese Weise Vergeltung für Sanktionsbeschlüsse des Westens gegen Belarus zu üben.

Polen verhängte wegen der Situation einen beispiellosen Ausnahmezustand im Grenzgebiet und baute einen Stacheldrahtzaun. Einige Migranten saßen wochenlang umringt von polnischen und belarussischen Grenzschützern unter unerträglichen Bedingungen an der Grenze fest.

Merkel appellierte nun an die polnische Regierung sowie die autoritäre Führung in Belarus, die Versorgung der Migranten durch internationale Organisationen zuzulassen.

Sie habe auch dem russischen Präsidenten Wladimir Putin gesagt, dass diese „hybriden Attacken“ nicht akzeptabel seien. Unabhängig von humanitärer Hilfe müsse die EU jedoch auch ihre Außengrenzen schützen, „so wie wir es auch bei Griechenland gemacht haben“, sagte Merkel

weiter.

Im Streit innerhalb der EU um Änderungen des polnischen Justizwesens durch die nationalkonservative Regierung in Warschau rief Merkel zum Dialog auf.

„Ich setze mich dafür ein, dass wir die Dinge durch Gespräche lösen“, sagte sie nach ihrem Treffen mit Polens Regierungschef Mateusz Morawiecki. Mit Blick auf die gerichtliche Auseinandersetzung zwischen der EU-Kommission und der polnischen Regierung sagte sie: „Politik ist noch mehr, als nur zu Gericht zu gehen.“

Die EU-Kommission hatte am Dienstag ein Bußgeld gegen Polen beim Europäischen Gerichtshof (EuGH) beantragt, weil Warschau ein Urteil des EuGH bislang nicht umgesetzt hat. Morawiecki lässt vom polnischen Verfassungsgericht sogar prüfen, ob EU-Recht überhaupt Vorrang vor nationalem Recht hat – damit stellt Warschau ein Grundprinzip der Gemeinschaft in Frage.

Die EU-Kommission stellt deshalb ihrerseits die Freigabe von Milliardenhilfen aus dem Corona-Hilfsfonds an Polen in Frage.

Ein weiterer Streitpunkt zwischen Warschau und Berlin ist die kürzlich fertiggebaute deutsch-russische Gaspipeline Nord Stream 2, wegen der Polen und insbesondere die Ukraine befürchten, ihre Bedeutung als Transitland für russisches Erdgas nach Zentraleuropa zu verlieren.

Merkel bekräftigte am Samstag das Versprechen der Bundesregierung, sich für die Fortsetzung russischer Gasexporte durch die Ukraine einzusetzen.

Sie wies jedoch auch darauf hin, dass die deutschen Importe fossiler Brennstoffe im Zuge der Umstellung auf nachhaltige Energieträger weiter reduziert werden sollten und sagte, dass Polen „vielleicht den größten Transformationsweg“ in der Energiewende zu bewältigen habe. „Deutschland ist auch noch von Braunkohle abhängig, aber Polen ist es in weitaus größerem Maße“, sagte sie. EA 13

 

 

 

 

60 Jahre Türkei-Anwerbeabkommen. Steinmeier: „Wir sind ein Land mit Migrationshintergrund“

 

„Sie sind nicht 'Menschen mit Migrationshintergrund' - wir sind ein Land mit Migrationshintergrund!“ Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat bei einer Veranstaltung zum 60. Jahrestag des deutsch-türkischen Anwerbeabkommens in Berlin türkische Einwanderer als wichtigen Teil Deutschlands gewürdigt.

 

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat die Familien türkischer Einwanderer als wichtigen Teil Deutschlands gewürdigt. Ein Deutschland ohne die sogenannten Gastarbeiter, ihre Kinder, Enkel und Großenkel sei heute „schlicht nicht mehr vorstellbar“, sagte Steinmeier am Freitag bei einer Veranstaltung zum 60. Jahrestag des deutsch-türkischen Anwerbeabkommens in Berlin. Sie und Einwanderer aus anderen Ländern hätten viel dazu beigetragen, dass Deutschland heute gesellschaftlich offener und vielfältiger, wirtschaftlich stärker und wohlhabender sei.

 

Er sei fest davon überzeugt, dass es Heimat im Plural gebe, erklärte Steinmeier laut vorab veröffentlichtem Redemanuskript: „Deutsch zu sein, das kann heute genauso bedeuten, dass die Großeltern aus Köln oder Königsberg stammen wie aus Istanbul oder Diyarbakir.“ An die Adresse von Eingewanderten sagte er bei der Gesprächsveranstaltung in Schloss Bellevue: „Sie sind nicht ‚Menschen mit Migrationshintergrund‘ – wir sind ein Land mit Migrationshintergrund!“

Steinmeier erinnerte in seiner Rede vor geladenen Gästen an „schwer zu ertragene“ Bilder der Anwerbung: „Die erniedrigende Leibesvisitation bei der Einstellungsuntersuchung, deutsche Amtsärzte, die mit herzloser Routine Gebisse untersuchen, durchnummerierte Menschen in Unterwäsche; wir sehen baufällige Baracken, in denen viel zu viele auf kleinstem Raum hausen mussten; entwurzelte und entkräftete Menschen, ausgezehrt von der harten Arbeit.“

Noch immer Chancenunterschiede

Der Bundespräsident erinnerte auch daran, dass viele Zuwanderer vor 60 Jahren keinen einfachen Start in Deutschland gehabt hätten. „Es gab keine Sprachkurse, keine Unterstützung, keine Integrationspolitik, und zwar aus dem einfachen Grund, dass Integration schlicht nicht gewünscht war“, sagte er. „Nach zwei Jahren sollten die Menschen wieder ihre Koffer packen.“ An diesen Versäumnissen habe sich lange nichts geändert: „Es war ein langer, ein schmerzhafter Weg, bis unsere Gesellschaft viel zu spät bereit war, das Unausweichliche und Überfällige, das Richtige zu akzeptieren: Diese sogenannten Gastarbeiter sind weder nur Gäste noch nur Arbeitskräfte.“

Noch immer unterschieden sich die Chancen auf Bildung und sozialen Aufstieg „um Welten“, sagte Steinmeier. Eine bessere Zukunft werde „es nicht geben, solange Ausgrenzung, Vorurteile, Ressentiments den Alltag unserer Gesellschaft durchziehen“. Es erschüttere ihn, wenn Menschen mit anderer Hautfarbe, Sprache oder Religion bis heute zur Zielscheibe von Hass und Hetze würden, sagte er. Fremdenhass dürfe in Deutschland niemals geduldet werden.

 

Muslime sind hier zuhause

Gläubige Muslime gehörten zum deutschen Gemeinwesen, genauso wie säkulare Zuwanderer, betonte der Bundespräsident. „Wenn wir sagen, ‚ihr seid hier zuhause‘, dann muss auch ihr Glaube in all seiner Vielfältigkeit hier eine Heimat haben.“ Dazu gehörten zum Beispiel die Ausbildung von Imamen oder der islamische Religionsunterricht an den Schulen.

„Solange aber das Bild des Islams in Deutschland von Stereotypen und Vorurteilen geprägt ist, solange die Luft dünner wird für diejenigen, die sich für den organisierten Islam in unserer demokratischen Verfasstheit einsetzen, solange Kooperationsformate abgesagt werden aus Angst vor der öffentlichen Meinung, so lange ist das ‚Heimatversprechen‘ nicht eingelöst“, sagte Steinmeier.

Mit der Anwerbung sogenannter Gastarbeiter aus dem Ausland hatte die Bundesrepublik Deutschland in den Wirtschaftswunderjahren auf den steigenden Bedarf an Arbeitskräften reagiert. Im Jahr 1955 wurde das erste Anwerbeabkommen mit Italien abgeschlossen, die Übereinkunft mit der Türkei folgte am 30. Oktober 1961. Die Arbeitsmigranten übernahmen vor allem Jobs als un- oder angelernte Arbeiter in der Landwirtschaft, auf dem Bau, in der Stahl- und Automobilindustrie sowie im Bergbau. (epd/mig 13)

 

 

 

 

NATO. Zurück auf Los

 

Die NATO muss ihr Handeln in den letzten 20 Jahren kritisch hinterfragen und sich neu aufstellen. Scheitern muss dabei eine realistische Option sein. Stefanie Babst

 

Ich mag offizielle Gedenktage nicht besonders. Für meinen Geschmack geben sie oft zu wenige Antworten auf die Frage, was wir aus den jeweiligen Ereignissen eigentlich gelernt haben. Der 11. September 2001, oder kurz „9/11“, ist so ein Tag. Für viele wird dieser Tag Anlass sein, um noch einmal an die monströsen Terroranschläge in New York und Washington vor 20 Jahren zu erinnern und damit an das diffuse Gefühlsgemisch aus Schock, Trauer, Angst und ohnmächtiger Wut, das die Bilder auf der ganzen Welt auslösten, als die Flugzeuge in die Twin Towers und das Pentagon hineinrasten.

Die Erinnerung an den Tod von fast 3 000 Menschen ist immer noch bitter, vor allem für die Hinterbliebenen der Opfer. Aus einer politischen Perspektive aber hinterlässt der 20. Jahrestag von „9/11“ einen genauso bitteren Geschmack. Zwei Jahrzehnte, nachdem sich der Westen und große Teile der internationalen Gemeinschaft solidarisch an die Seite Amerikas gestellt haben, sind wir praktisch wieder „zurück auf Los“.

Nein, der „Krieg gegen den Terror“, den der damalige US-Präsident George Bush nach den Angriffen auf Amerika ausrief, ist nicht gewonnen. Das Ausmaß und die Intensität dieses Unterfangens sind jedoch beispiellos. Der von Washington dirigierte Anti-Terror-Kampf führte eine bunte Staatenkoalition in 83 Länder: unter anderem nach Afghanistan, Pakistan, in den Irak, Syrien und Jemen weiter nach Libyen, Mali, Somalia und in viele weitere Staaten. Die militärischen Einsätze in Afghanistan und im Irak waren die längsten, größten, teuersten und verlustreichsten, die Amerika und seine europäischen Verbündeten seit dem Ende des Zweiten Weltkrieges unternommen haben.

Das Watson Institute der Brown University dokumentiert in seinem „Costs of War“-Projekt seit Jahren akribisch die Kosten aller Militärinterventionen nach dem 11. September 2001. Danach wurden im Rahmen des „Krieges gegen den Terror“ weltweit mehr als 800 000 Menschen getötet; 37 Millionen Menschen verloren durch Gewalt und Terror ihre Heimat; über 30 000 US-Soldaten und Veteranen verübten während und nach ihren Einsätzen Selbstmord; und weitere 7 000 US-Soldaten starben während der militärischen Operationen. Die finanziellen Kosten aller bisherigen Militäreinsätze belaufen sich auf geschätzte acht Billionen US-Dollar. Aber es sind nicht nur diese unglaublichen Zahlen, die das Resümee der Anti-Terror-Anstrengungen fragwürdig erscheinen lassen. Trotz aller globaler Anstrengungen hat sich der islamisch motivierte Terrorismus geographisch weiter ausbreiten können. Wie ein Krebsgeschwür hat er in vielen Ländern Metastasen gebildet, sich den jeweils neuen Bedingungen angepasst und geschickte Techniken der Rekrutierung, Finanzierung und Propaganda entwickelt. Al-Qaida, der Islamische Staat und viele andere Terrorgruppen schmieden weiter ihre Anschlagspläne gegen die vermeintlichen Feinde ihres Glaubens und ihrer Interessen.

Dass sich Amerika ausgerechnet wenige Wochen vor dem 20. Jahrestag von „9/11“ mit einem chaotischen Abzug seiner Truppen aus Afghanistan verabschiedet hat, ist besonders tragisch. Er hinterlässt nicht nur ein humanitäres Desaster für Millionen Afghanen, sondern auch einen hochexplosiven politischen Scherbenhaufen und ein strategisches Vakuum, in das ambitionierte Regional- und Großmächte wie Russland, China, Pakistan und der Iran stoßen. Der Sieg der Taliban über Amerika und seine westlichen Verbündeten ist Freudenfest und Motivation für jede radikalislamische Terrorzelle auf dieser Welt. Unter dem Schutz derer, die den NATO-Truppen 20 Jahre lang tödliche Verluste beigebracht haben, können sich die Netzwerke von Al-Qaida, Haqqani und des Islamischen Staates künftig weitestgehend ungestört entfalten. Sicher, einige der Terrorgruppen werden sich untereinander bekämpfen, aber ein von den Taliban beherrschtes Afghanistan wird sich in Zukunft außerhalb westlicher Kontrolle und Einflussmöglichkeiten weiterentwickeln. Wohin die Reise das Land am Hindukusch führen wird, an dem einst deutsche Sicherheitsinteressen verteidigt werden sollten, ist gegenwärtig völlig ungewiss.

Eine ähnliche Entwicklung droht im Irak, wo sich die amerikanischen Kampftruppen anschicken, das Land bis zum Jahresende zu verlassen. Eine NATO-Ausbildungsmission soll dort helfen, eine schlagkräftige und verteidigungsbereite irakische Armee aufzubauen. Aber die vor drei Jahren besiegt geglaubten islamischen Gotteskrieger sind nun in einigen Landesteilen wieder auf dem Vormarsch. Eine instabile Regierung in Bagdad und die tief verwurzelten ethnisch-religiösen Konflikte sind nicht gerade ideale Voraussetzungen, gutbewaffnete Islamisten in ihre Schranken zu verweisen.

Aus innenpolitischen Gründen lässt sich nachvollziehen, warum US-Präsident Biden die Kapitel Afghanistan und Irak um jeden Preis beenden will. Als demokratische Ordnungs- und Gestaltungsmacht befinden sich die USA bereits seit einigen Jahren auf dem Rückzug. Im Nahen Osten, in der Golfregion, in Nord- und Zentralafrika und nun auch in Afghanistan spielen die USA weder politisch, wirtschaftlich noch militärisch eine führende Rolle. Die USA sind heute eine politisch zutiefst gespaltene Gesellschaft, deren politische Aufmerksamkeit primär auf ihre innenpolitischen Bedürfnisse gerichtet ist. Die Regierung in Washington wird ihr politisches Engagement und ihre militärische Unterstützung sicherlich noch eine Weile für Europa aufrechterhalten. Aber der eigentliche Fokus der amerikanischen Führungselite liegt auf der strategischen Konfrontation mit China, die in den kommenden Jahren politische Energie und Ressourcen binden wird.

Der Rückzug der USA aus großen Teilen der Welt hat auch in der NATO tiefe Spuren hinterlassen, die seit einigen Jahren zwischen Führungslosigkeit, Selbstzweifeln und hartnäckigem Beharren auf ihre Relevanz hin- und hertreibt. Das krachende Scheitern ihres zwanzigjährigen Engagements in Afghanistan wirft viele Fragen auf: Wieso konnte es zu so vielen Fehleinschätzungen über das politische Wesen der Afghanen kommen? Wieso hat man in einer tribalen Gesellschaft versucht, zentralregierte, nach westlichem Vorbild organisierte Streitkräfte zu schaffen? Wie kam es, dass die strategischen und militärischen Ziele der Verbündeten immer weiter auseinanderklafften? Und wieso sind die Anti-Terror-Bemühungen nach so vielen Jahren nicht wirklich erfolgreich gewesen? Genauso wenig wie die Biden-Administration erweckt die NATO den Anschein, dass sie sich einer schonungslosen Aufarbeitung des Afghanistan-Einsatzes stellen will. Stattdessen macht sich das Bündnis weiter auf die Suche nach einem neuen strategischen Konzept, dessen Schwerpunkte sich nach Ansicht von NATO-Generalsekretär Stoltenberg irgendwo zwischen Russland, China, Klimawandel, Abrüstung, Partnerschaften und militärischen Ertüchtigungsaufgaben verbergen. Wo genau die strategische Kernaufgaben der Allianz in den kommenden Jahren liegen werden, bleibt – leider – nebulös.

Wird es in Zukunft einen weiteren 11. September geben? Eine seriöse Antwort darauf kann nur lauten: sehr wahrscheinlich. Der bösartig-verblendeten Kreativität potentieller Angreifer sind kaum Grenzen gesetzt. Das Arsenal von Waffen und Instrumenten, mit denen unzählige Menschen getötet und Gesellschaften destabilisiert werden können, ist in den vergangenen Jahren stetig gewachsen. Ob mit nuklearen, konventionellen, biologischen, chemischen und weltraumgestützten Waffen, ob durch Cyberangriffe oder mit hybriden Methoden: Das Spektrum der Möglichkeiten ist sehr breit. Besonders brisant ist dabei, dass Technologien wie Künstliche Intelligenz die Identifizierung eines Aggressors immer schwerer machen. Das klassische Szenario einer vorher angekündigten militärischen Großoffensive auf das westliche Bündnis durch einen anderen Staat wird nicht die Kriegsform der Zukunft sein. Stattdessen sind es asymmetrische Bedrohungen wie der radikalislamische Terrorismus, die die Sicherheit des Westens auf vielfältige Weise gefährden.

Ist das westliche Bündnis auf ein erneutes alptraumartiges Szenario wie am 11. September 2001 gut vorbereitet? Teilweise. Richtig ist, dass die NATO in den vergangenen Jahren versucht hat, sich auf künftige Sicherheitsrisiken wie Cyberattacken, Weltraumgefahren, hybride Destabilisierungsversuche und disruptive Technologien einzustellen. Und gelegentlich übt sie auch den Ablauf interner Entscheidungsprozesse zur Aktivierung eines Bündnisfalls. Aber nüchterne Realität ist, dass die Bedrohungsperzeptionen der 30 Verbündeten weit auseinanderklaffen. Für die einen ist der Hauptfeind ein aggressives Russland; für die anderen die instabile Südgrenze des Bündnisgebietes; für die nächsten liegen die strategischen Interessen in Afrika oder Südostasien. Es bedürfte eines besonderen politischen Kraftaktes, um die Verbündeten im Ernstfall erneut hinter einer gemeinsamen Fahne zu vereinen. Aber selbst, wenn dies gelingen sollte, stellte sich für die NATO die Frage: Und jetzt? Wie sollte sie auf einen asymmetrischen Angriff reagieren? Und genau diese Frage führt uns zurück zu den Terroranschlägen vom 11. September 2001. Mit einer hastigen, oberflächlichen und beschönigenden Aufarbeitung der westlichen Anti-Terror-Strategie würden wir uns nur selbst belügen. In der Konsequenz würden die politisch and militärisch Verantwortlichen ihre Fehler lediglich wiederholen. Ein ‚Zurück auf Los‘ bedeutet, das eigene Handeln selbstkritisch zu hinterfragen; sich einzugestehen, dass Scheitern auch immer eine realistische Option ist; sich gedanklich neu aufzustellen; und letztlich zu versuchen, es künftig besser zu machen. IPG

 

 

 

 

Vatikan/UNO: Nein zur Ungleichheit am Arbeitsplatz

 

Auf der Abschlusssitzung des 29. OSZE-Wirtschafts- und Umweltforums zu globaler Sicherheit, Stabilität, nachhaltiger Entwicklung und wirtschaftlicher Stärkung der Frauen, das am Donnerstag in Prag eröffnet wurde und an diesem Freitag zu Ende geht, forderte der Leiter der Delegation des Heiligen Stuhls die wirtschaftliche Gleichbehandlung von Frauen und Männern und erinnerte an die von Papst Franziskus geforderte „Geschwisterlichkeit aller“. Mario Galgano und Tiziana Campisi – Vatikanstadt

 

Es bleibe noch viel zu tun, um sicherzustellen, dass es keine „Zwei-Klassen-Wohlfahrtssysteme gibt, die zu ungerechtfertigten Diskrepanzen zwischen Männern und Frauen in Bezug auf Löhne, Versicherungen und soziale Sicherheit führen“. Dies sagte Erzbischof Carlo Balvo, apostolischer Nuntius in der Tschechischen Republik und Leiter der Delegation des Heiligen Stuhls, in seiner Rede am Donnerstag in Prag, auf der Abschlusssitzung des 29. Wirtschafts- und Umweltforums der OSZE (Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa).

Anlässlich des an diesem Freitag zu Ende gehenden Treffens zum Thema „Förderung der globalen Sicherheit, Stabilität und nachhaltigen Entwicklung im OSZE-Raum durch die wirtschaftliche Stärkung der Frauen“ würdigte Erzbischof Balvo, dass die Teilnehmerstaaten im Bereich der Gleichstellung am Arbeitsplatz bereits viel getan hätten. Er erinnerte daran, dass vor zehn Jahren auf dem 18. Treffen des OSZE-Ministerrats in Vilnius anerkannt wurde, „dass die Beteiligung von Frauen im wirtschaftlichen Bereich wesentlich zu wirtschaftlichem Aufschwung, nachhaltigem Wachstum und der Schaffung von Gesellschaften mit starkem Zusammenhalt beiträgt" und daher „wesentlich für die Sicherheit und Stabilität der OSZE-Region“ sei. Der apostolische Nuntius stellte jedoch fest, dass „trotz der bedeutenden Fortschritte, die gemacht wurden, wie Papst Franziskus in seiner Enzyklika Fratelli Tutti schreibt, 'die Organisation der Gesellschaften in der ganzen Welt noch weit davon entfernt ist, klar widerzuspiegeln, dass Frauen genau die gleiche Würde und die gleichen Rechte wie Männer haben'“. Wie der Papst in Evangelii Gaudium festgehalten habe, seien „Frauen, die unter Ausgrenzung, Misshandlung und Gewalt leiden", oft „doppelt arm", „da sie oft weniger Möglichkeiten haben, ihre Rechte zu verteidigen“.

Recht auf gleichen Lohn

Er erinnerte weiter an die Worte des Papstes bei der Generalaudienz am 29. April 2015, als Franziskus dazu aufrief, „das Recht auf gleichen Lohn für gleiche Arbeit nachdrücklich zu unterstützen“, und darauf hinwies, dass Frauen und Männer die gleichen Rechte haben und dass die Ungleichbehandlung in der Wirtschaft „ein reiner Skandal ist“.

„Wie bereits mehrfach in dieser Reihe des Wirtschafts- und Umweltforums festgestellt wurde, ist es unbestreitbar, dass Frauen unverhältnismäßig stark von den Folgen der Covid-19-Pandemie betroffen sind“, fügte der apostolische Nuntius hinzu: „Ihr unschätzbarer Beitrag als Gesundheitshelferinnen und ihre Präsenz in verschiedenen Bereichen der informellen Arbeit sowie ihre entscheidende Rolle bei der Kinderbetreuung haben sie in den Mittelpunkt der Krise gerückt und ihnen eine besonders schwere Last auferlegt.“

Für Bischof Balvo sind dies Aspekte, die in einem umfassenden Wiederaufbauplan von Covid-19 berücksichtigt werden müssen. Schließlich dankte der apostolische Nuntius den Organisatoren der Abschlusssitzung des 29. Wirtschafts- und Umweltforums und versicherte ihnen das anhaltende Interesse und Engagement des Heiligen Stuhls für die globale Sicherheit. (vn 10)

 

 

 

Weber kandidiert nicht für die Nachfolge an der Spitze des Europäischen Parlaments

 

Der EVP-Vorsitzende und CSU-Vize Manfred Weber hat angekündigt, dass er in den kommenden zweieinhalb Jahren nicht für das Amt des Präsidenten des Europäischen Parlaments kandidieren wird. Stattdessen will er die EVP in die Zukunft führen. Von: Alexandra Brzozowski und Nikolaus J. Kurmayer

 

„Ich stehe für die Wahl des Parlamentspräsidenten im Januar nicht zur Verfügung“, twitterte Weber.

Weber hatte auf dem EVP-Parteitag in Berlin angekündigt, sich um die Nachfolge des derzeitigen EVP-Präsidenten Donald Tusk zu bewerben, der von der Brüsseler Bühne in seine polnische Heimat gewechselt ist und dort inzwischen die Führung der Opposition übernommen hat.

Diese Wahl wird voraussichtlich im April stattfinden.

Die Ankündigung kam für einige überraschend, da zunächst spekuliert wurde, dass er im Januar nächsten Jahres die Nachfolge des italienischen sozialdemokratischen EU-Parlamentspräsidenten David Sassoli antreten würde.

Einem Gentlemen’s Agreement zufolge, das nach den Europawahlen 2019 in Kraft tritt, wurde die Amtszeit in zwei zweieinhalbjährige Amtszeiten aufgeteilt, eine für die S&D und eine für die EVP.

„Mit der Einigung der drei großen proeuropäischen Fraktionen im Europäischen Parlament ist eines klar: Die EVP-Fraktion wird im zweiten Teil der Legislaturperiode den Parlamentspräsidenten stellen“, sagte Weber.

Der deutsche Bundestagspräsident Wolfgang Schäuble kommentierte, das EU-Parlament habe die Chance verpasst, sich 2019 hinter Weber zu stellen. Weber habe daher das Amt des Spitzenkandidaten EU-Kommissionspräsidenten verpasst, obwohl er der Spitzenkandidat der größten Partei das Amt war.

Das hätte Weber den Spitzenjob verschafft und das EU-Parlament gestärkt, so Schäuble weiter.

Gerüchte über einen möglichen Wechsel nach Berlin nach der Wahl sind unwahrscheinlich, zumal die CSU angekündigt hat, diese nur an Mitglieder der CSU-Landesgruppe zu vergeben. EA 9

 

 

 

 

Studie zum Familienleben nach dem Corona-Modus

 

Erleichterung bei Eltern und Kindern / Rückkehr in Schule und Kita tut Familien gut, Sorgen wegen psychischer Folgen und verpasster Bildungschancen

 

Leverkusen - Nach den Einschränkungen der Lockdown-Monate freuen sich Eltern und Kinder über die Rückkehr in Kita und Schule und das Ende der Kontaktbeschränkungen. Eine große Mehrheit der Mütter und Väter zeigt sich auch erleichtert darüber, dass die Kinder wieder mehr Alternativen zu Bildschirm und Fernseher haben. Doch so schnell lassen sich die Erfahrungen aus der Krise

nicht abschütteln: Jede zweite Familie berichtet von physischen wie

auch psychischen Belastungen für die Kinder. Dies sind Ergebnisse der

Studie "Familien in der Krise" der pronova BKK, für die 1.000

Menschen mit mindestens einem Kind im Haushalt befragt wurden.

 

Der Lockdown hat den Alltag von Eltern und Kindern aus den Angeln

gehoben. Die aus Familiensicht wichtigsten Lockerungen waren die

Rückkehr in Schulen und Kitas sowie die Möglichkeit, wieder Freunde

zu treffen. Jeweils 50 Prozent der Eltern sagen, dass ihren Kindern

die Rücknahme der Einschränkungen in diesen Bereichen besonders

gutgetan habe. 39 Prozent fanden die Lockerung der

Kontaktbeschränkungen, um Familienangehörige zu treffen, am

wichtigsten. Aus Elternsicht eine Wohltat für die Kinder waren auch

die Wiedereröffnung von Schwimmbädern und anderen

Freizeiteinrichtungen (34 Prozent), die Wiederaufnahme von Hobbies im

Verein oder in der Musikschule (22 Prozent) sowie Sport (20 Prozent).

 

Familien sind in der Krise zusammengewachsen

Familienleben im Corona-Modus bedeutete, dass Kinder und Eltern auf

Theater, Kino und Schwimmbad, auf Reisen und auf Restaurantbesuche

verzichten mussten, wie die große Mehrheit der Väter und Mütter

berichtet. In der überwiegenden Zahl der Familien wurde dafür mehr

miteinander gesprochen. 64 Prozent haben häufiger gemeinsam gespielt

oder einen Ausflug gemacht. Entsprechend stellen drei Viertel der

Eltern fest, dass die Familie in der Krisenzeit zusammengewachsen

ist.

 

Jede zweite Familie im Lockdown psychisch belastet

Zugenommen haben während des Lockdowns aber auch der Medienkonsum (79

Prozent) und in selteneren Fällen auch Streitigkeiten in der Familie

(36 Prozent). 46 Prozent der Eltern sehen die körperliche Gesundheit

ihrer Kinder durch Bewegungsmangel und fehlende motorische

Entwicklungsmöglichkeiten beeinträchtigt. Ebenfalls fast die Hälfte

der Eltern gibt an, dass ihr Kind psychisch unter den Einschränkungen

gelitten hat. "Das ist ein extrem hoher Wert, wenn man bedenkt, dass

viele Menschen davor zurückschrecken, sich zu mentalen

Herausforderungen zu bekennen", sagt die auf den Gesundheitsmarkt

spezialisierte Zukunftsforscherin Corinna Mühlhausen. "Für viele

Eltern war es Teil der Krisenerfahrung, dass sie sich um die

psychische Gesundheit ihrer Kinder kümmern mussten."

 

Dennoch sind 73 Prozent der Eltern zuversichtlich, dass ihr Kind die

Erfahrungen aus der Krise und dem Lockdown gut verarbeiten wird. 89

Prozent der Eltern sagen, dass es allen gut tue, dass die Kinder

wieder in Schule und Kita gehen könnten. 66 Prozent machen sich nach

den Schul- und Kita-Schließungen Sorgen um die Bildungschancen ihrer

Kinder. "Wie niemals zuvor wurde Eltern in den Monaten der Pandemie

vor Augen geführt, welche wichtigen Funktionen das Bildungssystem im

Leben ihrer Kinder übernimmt. Schulen und Kitas sind der

stabilisierende Rahmen, in dem kognitive, soziale, körperliche und

mentale Entwicklung stattfindet", sagt Zukunftsforscherin Mühlhausen.

 

Die älteren Kinder sind müde, die jüngeren unruhig

In welcher Verfassung sind die Kinder nach den Corona-Monaten? Eltern

nehmen bei ihren Kindern ab sechs Jahren vor allem Müdigkeit (47 %),

Antriebslosigkeit (45 %) und Konzentrationsschwierigkeiten (43 %)

wahr. Bei den Älteren ab elf Jahren spielen Müdigkeit und

Antriebslosigkeit eine dominierende Rolle, bei den Jüngeren kommt

noch etwas anderes verstärkt hinzu: 35 Prozent der Eltern berichten

von Unruhe; vor der Krise hatten dies nur 29 Prozent der Eltern bei

ihren Kindern festgestellt. Auffällig in der Altersgruppe der Sechs-

bis Zehnjährigen ist, dass alle abgefragten Symptome 2021 häufiger

als vor zwei Jahren auftreten. Neben der Unruhe haben Kinder im

Grundschulter auch verstärkt mit Konzentrationsproblemen,

Sehschwierigkeiten und Kopfschmerzen zu kämpfen. BKK 9

 

 

 

Deutschland auf dem Weg in eine Politik der Lügen?

 

Studie der Universität Bamberg: Etwa die Hälfte der Befragten sieht sich als Teil einer postfaktischen Demokratie. Politikerinnen und Politiker hören immer wieder die Unterstellung, dass sie lügen – auch aktuell im Bundestagswahlkampf. Erstmals hat eine Studie der Universität Bamberg untersucht, wie verbreitet postfaktische Annahmen in der deutschen Politik und im Journalismus sind. „In einer postfaktischen Politik werden Fakten und ein Wahrheitsbezug zunehmend unwichtiger“, erläutert Kommunikationswissenschaftler Prof. Dr. Olaf Hoffjann von der Universität Bamberg. „Dies ist in Deutschland empirisch bislang kaum erforscht. Auch weltweit liegen hierzu nur wenige empirische Befunde vor.“ Deshalb haben er und Lucas Seeber vom Institut für Kommunikationswissenschaft eine Umfrage durchgeführt. Ein zentrales Ergebnis der bislang unveröffentlichten Studie ist, dass sich rund die Hälfte der Befragten als Teil einer postfaktischen Demokratie sieht. Zugleich erwarten mehr als 90 Prozent eine Politik, die ernsthaft, aufrichtig und mit Wahrheitsanspruch auftritt.

Bewusste Täuschung gilt als kritikwürdig 

Die beiden Kommunikationswissenschaftler haben von Oktober 2020 bis Januar 2021 insgesamt 758 Personen aus drei Gruppen online befragt: Bundestags- und Landtagsabgeordnete, Pressesprecherinnen und -sprecher sowie Journalistinnen und Journalisten. Die Auswertung der Umfrage hat insbesondere zu folgenden Ergebnissen geführt: 

1. Die Befragten unterstellen Politikerinnen und Politikern selten Lügen (15 Prozent). Überraschend: Politiker unterstellen anderen Politikern häufiger (21,8 Prozent) Lügen, als dies deren Pressesprecher (5,1 Prozent) und sogar Journalisten tun (14,3 Prozent). Nur 1,2 Prozent denken, dass Lügen in der Politik legitim sind. Dagegen halten rund 32 Prozent sogenannten „Bullshit“ – das Ergänzen von ungeprüften Aussagen, die wahr sein könnten, um die These einer Aussage zu unterstützen – für weit verbreitet. Rund 5 Prozent der Befragten halten „Bullshit“ für legitim. Die Übertreibung in der Politik wird als weit verbreitet (rund 78 Prozent) und gleichzeitig von rund einem Drittel (33,8 Prozent) als eher legitim beschrieben. Olaf Hoffjann interpretiert: „Die bewusste Täuschung gilt offenbar als kritikwürdiger als ein gleichgültiges Verhältnis gegenüber der Wahrheit.“

2. 50,8 Prozent der Befragten sehen sich als Teil einer postfaktischen Demokratie. Das heißt, sie unterstellen Politikerinnen und Politikern, dass ihnen der Wahrheitsgehalt ihrer Aussagen eher unwichtig sei. Von den drei befragten Gruppen glauben vor allem Politikerinnen und Politiker nicht an eine faktische Politik (rund 55 Prozent). „Pointiert formuliert: Journalistinnen und Journalisten glauben eher an den Wahrheitsgehalt der Aussagen von Politikerinnen und Politikern als diese selbst“, sagt Lucas Seeber.

3. Mehr als neun von zehn Befragten verurteilen Lügen und „Bullshit“ (rund 94 Prozent). Akteure, die Emotionalisierung sowie Lügen und Bullshit als eher nicht legitim bezeichnen werden in der Studie als „faktische Akteurinnen und Akteure“ bezeichnet.

4. Fast alle Vertreterinnen und Vertreter der AfD glauben an eine postfaktische Politik (88,9 Prozent) – mit Abstand der höchste Anteil unter den Befragten. Zugleich halten auch 90 Prozent der AfD-Befragten Lügen, „Bullshit“ und Emotionalisierung für eher nicht legitim.

Wahrheitskrise in der Politik wird verurteilt

„Die Ergebnisse zeigen insgesamt, dass eine knappe Mehrheit von Abgeordneten und Journalistinnen oder Journalisten eine Wahrheitskrise in der Politik wahrnimmt“, interpretiert Olaf Hoffjann. „Aber eine sehr deutliche Mehrheit verurteilt dies. Mit anderen Worten: Fast alle Befragten, die sich als Bürgerinnen und Bürger einer postfaktischen Politik sehen, sind darüber nicht glücklich.“ Wie aber reagieren Politikerinnen und Politiker, die der Konkurrenz unterstellen, sie würde unrechtmäßige Methoden einsetzen? „Untersuchungen in anderen Betrugsfeldern argumentieren spieltheoretisch, dass dies dazu führen könne, dass auch andere zu solchen Methoden greifen, um ‚Waffengleichheit‘ herzustellen“, erklärt Olaf Hoffjann. „Und dennoch: Das überwältigende Ausmaß, mit dem Praktiken wie Lüge und ‚Bullshit‘ abgelehnt werden, stimmt mich optimistisch.“

Befragt wurden insgesamt 758 Abgeordnete des Bundestages und aller Landtage, Mitglieder der Bundespressekonferenz und aller Landespressekonferenzen sowie Pressesprecherinnen und -sprecher von Parteien, Fraktionen und Ministerien auf Bundes- und Landesebene. Die Umfragedaten nähern sich an die realen Verhältnisse an, können streng genommen jedoch nicht als repräsentativ gelten.  Uni Bamberg 9

 

 

 

Parteien betonen Fluchtmigration und verkennen Chancen klassischer Einwanderung

 

In den Wahlprogrammen der Parteien herrscht ein deutliches Zerrbild der Wirklichkeit: Flucht und Asyl werden überbetont, die klassische Einwanderung, die den Großteil der Einwanderung ausmacht, vernachlässigt. Das geht aus einer IfW-Auswertung hervor. Einig sind sich alle Parteien nur in einem Punkt: Verhinderung von Fluchtmigration.

In den Wahlprogrammen der Parteien werden die Themen Flucht und Asyl durchweg überbetont, dabei machen sie nur knapp über 10 Prozent der Zuwanderung nach Deutschland aus. Unspezifisch und ohne konkrete Konzepte in ihren Programmen versäumen die Parteien die für Deutschland wichtigen Gestaltungsmöglichkeiten einer gezielten Arbeits- und Bildungszuwanderung. Dies ergibt eine Auswertung der Wahlprogramme durch Tobias Heidland und Finja Krüger, die am Institut für Weltwirtschaft Kiel (IfW) zu Migration forschen.

„Die Wahlprogramme der Parteien greifen deutlich zu kurz. Natürlich ist Fluchtmigration ein wichtiges Thema – gerade jetzt im Kontext der dramatischen Entwicklungen in Afghanistan –, doch für die Zukunft des Arbeitsmarkts und unseres Rentensystems sind stattdessen die Arbeits- und Bildungsmigration maßgebend“, sagt Tobias Heidland, Direktor des Forschungszentrums Internationale Entwicklung am IfW.

Was Deutschland von der nächsten Regierung brauche, sei eine Politik, die auf die Zukunft ausgerichtet sei und sich dabei mit allen Arten der Einwanderung befasse: Arbeits- und Bildungsmigration, Familienmigration, Flucht und Asyl. Heidland zufolge machte Fluchtmigration in den letzten Jahren nur einen geringen Anteil der Einwanderung aus und sollte daher nicht überbetont werden. „Migration kann, wenn sie gezielt gestaltet wird, sehr positive Wirkungen für die langfristige wirtschaftliche Situation der Bevölkerung haben. Die Wahlprogramme sind jedoch teils so stark auf Verhinderung von Migration fokussiert, dass es den Anschein hat, als wären sich die Parteien dieser Chance gar nicht bewusst.“

Schwerpunkt bei Flucht und Asyl

Die Wahlprogramme aller Parteien beschäftigen sich der Auswertung zufolge beim Thema Migration zu mindestens 75 Prozent mit Flucht und Asyl. Dabei machten Asyl-Erstantragstellende nur 10,6 Prozent der 2019 nach Deutschland gekommenen Migranten aus. 2020 war ihr Anteil aufgrund der Corona-Pandemie sogar noch niedriger.

Die anderen drei Migrationsarten – Familienmigration, Bildungs- und Arbeitsmigration – machten zusammen mehr als die Hälfte der Einwanderung aus dem Nicht-EU-Ausland nach Deutschland aus. „Durch die Überbetonung von Fluchtmigration vermitteln die Parteien ein Zerrbild, das Migration mit Flucht gleichsetzt, und bestärken damit eine fehlerhafte Annahme, die sich auch in der Bevölkerung wiederfindet“, so Heidland und Krüger. Dagegen vermissen die Forscher:innen spezifische Aussagen und konkrete Vorschläge in einigen der Wahlprogramme.

Migration Chance oder Übel

Ein besonders charakteristischer Unterschied zwischen den Programmen sei der Blick auf Migration als Chance für Deutschland. „Dies ist besonders stark bei der FDP ausgeprägt, während die Programme von CDU und AfD Verhinderung und Abschreckung betonen“, erklären die Heidland und Krüger.

Dabei sei zum Beispiel das Potenzial für eine bessere Adressierung des Fachkräftemangels enorm: 2019 waren von 1,35 Millionen insgesamt Eingewanderten nur 64.000 Arbeitsmigranten aus dem Nicht-EU-Ausland. Steigender Wohlstand und die Alterung der Bevölkerung im Rest Europas würden perspektivisch dazu führen, dass die Migration aus anderen EU-Ländern zurückgeht. Eine positive Bruttozuwanderung hänge somit zukünftig umso mehr von der Gestaltung von Arbeits- und Bildungsmigration aus dem Nicht-EU-Ausland ab.

Handlungsempfehlung: Punktesystem

Zu den konkreten Handlungsempfehlungen der beiden Forschenden gehört ein punktebasiertes Verfahren für die Steuerung der Arbeitsmigration nach dem Vorbild Kanda, um das hochkomplexe deutsche Einwanderungsrecht „effizienter und transparenter“ zu gestalten: Danach erhalten Personen mit relevanten Fähigkeiten und guter Integrationsperspektive entsprechend ihrer Qualifikationen Punkte und können so bei der Visumsvergabe bevorzugt werden. Ein solches Verfahren vereinfache es, Fachkräfte nach Deutschland zu locken und sei in der Lage, diese entlang von Kriterien wie Integrationsfähigkeit und -willigkeit auszuwählen.

Einigkeit in der Flüchtlingspolitik

Während FDP und Grüne ein punktebasiertes Migrationssystem befürworten, bleiben die Programme der CDU und SPD vage und ohne nennenswerte konkrete Vorschläge. Die AfD bestreitet, dass in Deutschland überhaupt Fachkräftemangel bestehe. Die Linke wiederum setzt auf die Verbesserung von Arbeitsbedingungen und Qualifizierungen in Deutschland anstatt auf gezielte Zuwanderungen.

„Wirklich einig sind sich die Parteien nur bei der Notwendigkeit, Fluchtmigration zu verhindern – auch wenn die Ansätze dabei sehr unterschiedlich sind und von einem Fokus auf der Bekämpfung von Fluchtursachen bis zu ausgeweiteten Abschiebungen zurück in die Herkunftsländer reichen“, so Krüger.

Expertin für positive Ansätze

Die Politik sollte der Expertin zufolge generell mehr auf positive Anreize setzen. „Bisher gibt es für junge Menschen von außerhalb der EU kaum legale Möglichkeiten, in Deutschland zu arbeiten. Dabei brauchen wir in vielen Bereichen, wie aktuell insbesondere in der Gastronomie zu sehen ist, dringend Personal, sofern die Preise für Dienstleistungen wie Restaurantbesuche nicht deutlich steigen sollen“, so die Forscherin weiter.

Krüger schlägt Ausbildungspartnerschaften vor, bei denen EU-Länder die Ausbildung und den Spracherwerb im Herkunftsland finanzieren. Das könnten in der Zukunft helfen, Zuwanderung aktiv und entsprechend der wirtschaftlichen und gesellschaftlichen Anforderungen zu gestalten. (mig 9)

 

 

 

 

Interview. „Die Energiebranche braucht mehr Mut, um Zeitgemäß zu sein“

 

Im folgenden Experteninterview zeigt Daniel Girl, CEO der DGMK Deutsche Gesellschaft für multimediale Kundenbindungssysteme mbH auf, wie sich die Entscheidungswege der Kunden im digitalen Zeitalter verändern und welche Möglichkeiten sich daraus für eine erfolgreiche Kundengewinnung und die nachhaltige Kundenbindung ergeben.

 

Als Experte für digitale Kundenbindung kennen Sie sicher die These, dass gerade deutsche Unternehmen die Digitalisierung verschlafen haben. Ist das auch Ihre Meinung?

Daniel Girl: Dazu gibt es zwei Antworten: Ja, und noch einmal ja. Ja, weil wir immer noch auf den wichtigen Glasfaserausbau warten, die deutsche Automobilindustrie nach wie vor auf das alte Erfolgsmodell Ottomotor in ihren Autos setzt, viele mittelständische Unternehmen erst durch Corona ihr Fax-Gerät entsorgt haben und weil nicht zuletzt der deutsche Staat nach wie vor nicht in der Lage ist, Leistungen für Bürger zeitgemäß, also digital, zu bearbeiten beziehungsweise abzuwickeln. Und noch einmal ja, weil selbst die ganz großen Unternehmen zum Beispiel in der Start-up-Branche oder der Digitalwirtschaft global gesehen keine Rolle spielen. Der Kampf in den entscheidenden Schlüssel-Technologie-Branchen findet ohne Deutschland statt.

Was sind die größten Herausforderungen in Sachen Kundenbindung vor allem für Energiekonzerne?

Daniel Girl: Zum einen ist es die mentale und reale Überwindung eigener Prozesse der vergangenen Jahre und Jahrzehnten, ebenso bringt die Änderung der Bereitschaft und Gewohnheit beim Kunden digitale Services zu nutzen, eine neue Herausforderung mit sich. Eine wirklich große Chance liegt für die Energiewirtschaft darin, sich als Partner des Kunden bei der Bewältigung des Klimawandels anzubieten. Hier hat die Energiewirtschaft einen großen Glaubwürdigkeitsvorsprung. Voraussetzung dafür ist allerdings, dass es einen aktiven Kontakt zum Kunden gibt. Und die Fähigkeit der Energiewirtschaft, das Verhalten und die Daten der Kunden so aufzuzeichnen, dass sich daraus ein transparentes Gesamtbild des CO2-Fußabdrucks für den Kunden ergibt und somit die Chance, ihn gemeinsam zu reduzieren. Durch regionale Bezugsquellen, Sharing-Konzepte, eigenen Solarstrom, Energieeffizienz und andere Leistungen und Services. Wir müssen dringend weg von dieser Rabattschlacht über Vergleichsportale im Internet. Dafür muss die Energiewirtschaft selbst überzeugende Konzepte und Anreize liefern. Grundlage dafür ist eine aktive, datengetriebene, digitale Kundenbeziehung.

Mit welchen Methoden versuchen Unternehmen generell ihre Kunden zu binden? Was sind hier die typischen Anfängerfehler?

Daniel Girl: Die meisten Unternehmen der Energiewirtschaft sind nach wie vor nicht zahlengetrieben. Dabei ist das die Grundlage des Digitalisierungsprozesses und hat in fast allen anderen Branchen schon längst stattgefunden. Alles ist darauf ausgelegt per E-Mail, Website oder App seine Kunden besser kennenzulernen, zu verstehen und zu binden, um in der Zukunft bessere und passendere Angebote machen zu können. Wir erleben am Markt oft, dass Unternehmen denken, dass mit der Einführung einer App die Lösung zur digitalen Kundenbeziehung gefunden wurde. Oder dass auf Twitter allgemeine Unternehmensnachrichten oder Pressemitteilungen veröffentlicht werden und dies somit ein digitaler Kundenkontakt sei. Auch ein Kundenmagazin, dass als PDF zum Download angeboten wird, ist noch keine Digitalisierung.

Dennoch ist die Energiebranche im Umbruch und einiges hat sich in den vergangenen Jahren getan.

Daniel Girl: Das ist richtig. Die Energiewirtschaft ist vor allem deshalb im Umbruch, weil die Kunden anders als bisher gewonnen und gehalten werden müssen. Durch das Internet und das Smartphone haben sich die Kundenansprüche und die Kommunikation tiefgreifend verändert. Dieser Wandel und Handlungsdruck kommt von außen und wird noch an Geschwindigkeit weiter zulegen. Es ist ratsam, sich mit spezialisierten Dienstleistern eng auszutauschen und zusammenzuarbeiten und Digitalisierung als gemeinsame, themenübergreifende Herausforderung zu begreifen.

Welche Maßnahmen sollten stattdessen ergriffen werden, um eine digitale Kundenbeziehung aufzubauen?

Daniel Girl: Ganz klar, digital denken und handeln. Und das bedeutet zuerst klare Formulierung der Zielsetzung und Prioritätenfestlegung. Danach folgt die Fokussierung auf die oberste Zielsetzung und die Umsetzung in Kundenperspektive mit den Fragestellungen: Ist das für den Nutzer wirklich interessant, einfach zu verstehen und nutzbar? Das können auch verschiedene Antworten in unterschiedlichen Zielgruppen sein. Am Ende empfehle ich das Weglassen aller zusätzlichen Ideen und möglichen „guten“ Erweiterungen, um einfach zu starten, schnell zu lernen und dabei laufend zu optimieren. Digitalisierung ist ein Prozess und kein Endzustand. Mit der Fertigstellung und Umsetzung der Planung beginnt die eigentliche Arbeit. Bei aller Technologie ist entscheidend, dass der Kunde als Mensch emotional erreicht und begeistert wird. Und das können nur attraktive Inhalte sein.

Wie können Energieunternehmen ihre Kunden am besten über neue digitale Services informieren?

Daniel Girl: Es ist ein Irrglaube anzunehmen, dass dies über rein digitale Medien stattfinden kann. Wir haben das intensiv getestet und Kunden über die sozialen Medien versucht zu identifizieren und zu erreichen. Der Streuverlust ist hier oft sehr groß. Der eigentliche Ansatzpunkt der Unternehmen aus der Energiewirtschaft muss sein, den bestehenden Kontakt zu beleben und die gewohnte Kommunikation zu verstärken und dabei zu verändern. Es ist also notwendig, dass mit dem klassischen Post-Mailing begonnen werden muss. Nicht zuletzt auch wegen des einzuholenden Double-Opt-in Anmeldeverfahren für die digitale Kommunikation. Aber auch dann ist ein Kontakt zum Kunden nicht automatisch digitalisiert. Es ist absolut essenziell, auch weiterhin auf den alten Kanälen zu senden und dabei die Attraktivität der Inhalte langsam zu steigern. 

Energie.blog 9

 

 

 

WAHLPRÜFSTEINE. Parteien uneins über Familiennachzug von ausländischen Ehegatten

 

Ausländische Ehegatten aus Drittstaaten müssen oft Jahre warten, ehe sie nach Deutschland einreisen können. An dieser Regelung sind schon viele Familien kaputtgegangen. Der Verband binationaler Familien hat die Parteien befragt, was Betroffene nach der Bundestagswahl erwartet.

Wenige Wochen vor der Bundestagswahl diskutiert Deutschland über Mindestlohn, Steuererhöhung oder Klimawandel. Für manche sind die jeweiligen Spitzenkandidat:innen entscheidend: Scholz, Laschet oder Baerbock. Für nicht wenige Menschen in Deutschland ist der Familiennachzug nach Deutschland das einzig entscheidende Kriterium bei der Wahl. Denn sie warten teilweise viele Jahre darauf, dass ihre Ehefrauen oder Ehemänner nach Deutschland zu ihnen einreisen dürfen – oft vergeblich und mit desaströsem Ausgang für die Familie.

Eine der großen Hürden beim Familiennachzug ist der Sprachnachweis vor der Einreise. Betroffene müssen in einem der weltweiten Goethe-Institute einen Sprachtest ablegen und die erforderliche Punktzahl erreichen. Das Problem: „In vielen Ländern gibt es überhaupt keine Goethe-Institute und nur dort kann man einen Sprachnachweis erbringen und auch nur persönlich. Für viele unmöglich, das zu schaffen“, kritisiert die Bundesgeschäftsführerin des Verbands binationaler Familien und Partnerschaften, Chrysovalantou Vangeltziki.

Ob Betroffenen ein Sprachkursangebot zur Verfügung steht oder ob sie persönlich verhindert sind, beispielsweise aufgrund ihres Alters, Analphabetismus, Behinderung oder Bildungsgrad, interessiert das Auswärtige Amt oft nicht, ebenso die hohen Durchfallquoten. Ausnahmen wurden widerwillig nach richterlichen Anordnungen eingeführt und kommen in der Praxis kaum zur Anwendung. Ohnehin gibt es nur wenige Gerichtsurteile. Zeichnet sich in einem Rechtsstreit eine Niederlage für das Auswärtige Amt ab, wird den Antragstellern nicht selten ein Last-Minute-Visum erteilt, um die Angelegenheit ohne Richterspruch und Referenzurteil für erledigt zu erklären. Kritiker werfen der Politik vor, diese juristisch fragwürdigen Sprachanforderungen als Instrument gegen ungewollte Einwanderung einzusetzen.

Worst Case für Tausende Familien

Der Verband binationaler Paare kritisiert, dass viele Ratsuchende derzeit in Afghanistan den „Worst Case“ für den Umgang mit Familienangehörigen aus Drittstaaten erleben. „Wir sehen die Bilder aus Afghanistan und wissen, dass viele Familienangehörige – Tausende – jetzt dort festsitzen, weil bürokratische Hürden es über Jahre verhinderten, dass sie zu ihren Familien nach Deutschland können“, erklärt Vangeltziki.

Deshalb hat der Verband im Vorfeld der Bundestagswahlen die Parteien nach ihren Positionen zum Familiennachzug gefragt. Die Antworten der Parteien, die dem MiGAZIN vorliegt, fallen sehr unterschiedlich aus. Während die Grünen und die Linke sich gegen den Nachweis von Sprachkenntnissen aussprechen, zeigt die SPD lediglich Verständnis für die schwierige Situation der Betroffenen. „Wir wollen, das liebenden Menschen keine großen Steine in den Weg gelegt werden“, erklärt die SPD. Eine Lösung bietet die SPD in ihrer Antwort nicht an, ein Versprechen zur Verbesserung der Situation gibt sie ebenfalls nicht ab.

FDP und Union gegen Lockerungen

Die FDP hält den Sprachnachweis vor der Einreise für „grundsätzlich richtig“ und verweisen auf „zahlreiche Ausnahmen“. Die Unionsparteien, die 2007 federführend die geltenden Familiennachzugsregelungen eingeführt haben, halten an ihrer bisherigen Position fest: „CDU und CSU haben nicht vor, Sprachnachweise vor Einreise abzuschaffen.“

Strikt ablehnend ist die Haltung der Union auch bei der Frage nach einer Ausweitung des Familiennachzugs über die heute bestehenden Regelungen hinaus. „CDU und CSU lehnen eine Ausweitung des Familiennachzugs über die heute bestehenden Regelungen hinaus ab“, heißt es in der Antwort. Die FDP bleibt vage – „Einwanderungsrecht aus einem Guss“ – und beantwortet die Frage wortreich nicht; ähnlich die SPD, die immerhin noch eine „schnellere und effizientere“ Visavergabe durch Digitalisierung verspricht.

Vangeltziki: Es geht auch anders

Die Grünen wollen sich dafür einsetzen, die „Einreise von Familien und unverheirateten Paaren unbürokratisch“ zu ermöglichen. An deutschen und europäischen Botschaften brauche es mehr Personal und die Möglichkeit, digital Anträge zu stellen, um die Wartezeiten für Visa von Familienangehörigen zu verkürzen. Die Linke verweist auf den „besonderen grund- und menschenrechtlichen Schutz“ der Familie und erklärt: „Wir befürworten, Visa für Einreisen zwecks Familiennachzugs oder Eheschließung für unverheiratete Partner:innen und Familienangehörige aus Drittstaaten in die Liste triftiger bzw. dringender Einreisegründe aufzunehmen.“

Verbandsgeschäftsführerin Vangeltziki weiß, dass es auch anders gehen kann. Sie verweist auf Regelungen und die Bearbeitungszeiten von Visa-Anträgen qualifizierter und für den deutschen Arbeitsmarkt nützlicher Fachkräfte. Diese werden priorisiert bearbeitet und die Antragsteller müssen nur wenige Wochen auf einen Termin warten. Bei Anträgen von Familienmitgliedern betragen die Bearbeitungszeiten teilweise mehr als ein Jahr, bis die Familien tatsächlich zusammenziehen können – wenn überhaupt – vergehen oft mehrere Jahre. (bk 8)

 

 

 

 

Rückgabe einer aus dem Archäologischen Nationalmuseum in Parma gestohlenen und in Niedersachsen gefundenen Goldmünze

 

Am 3. September fand im italienischen Generalkonsulat in Hannover die Zeremonie zur Rückgabe der im Juli 2009 aus dem Archäologischen Nationalmuseum von Parma gestohlenen Goldmünze statt. An der Zeremonie nahmen der Generalkonsul Giorgio Taborri, Florentine Kutscher, Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, und Sabine Johannsen, Staatssekretärin im Niedersächsischen Ministerium für Wissenschaft und Kultur, teil, sowie eine Delegation des Niedersächsischen Landesamtes für Denkmalpflege, bestehend aus Präsidentin Christina Krafczyk, den Beamten Arnd Hünke und Herbert Pötter, und Vertretern der lokalen Presse. Nach 12 Jahren wurde die Münze "Magnus Maximus" an ihren rechtmäßigen Eigentümer - die Italienische Republik - zurückgegeben.

Der "Magnus Maximus - Münze von Trier" ist ein Goldstück, das zwischen 383 und 388 in Trier (Augusta Treverorum) geprägt wurde. Er scheint durch ganz Europa gereist zu sein, bevor er im Februar 2018 in Niedersachsen zum Verkauf angeboten wurde. Dank der hervorragenden Arbeit der italienischen Polizeibehörden, von Interpol, des Bundeskriminalamtes, der Staatsanwaltschaft Osnabrück und des Niedersächsischen Landesamtes für Denkmalpflege ist die Münze nun wieder zu Hause.

Während der Übergabezeremonie betonte Staatssekretärin Johannsen insbesondere die Bedeutung der internationalen Zusammenarbeit bei der Sicherstellung der rechtmäßigen Eigentümer von illegal gestohlenen Gütern, vor allem wenn diese von besonderem historischem und künstlerischem Wert sind, während Generalkonsul Taborri allen Beteiligten dankte und die Bedeutung der Kooperation, Zusammenarbeit und Freundschaft zwischen den beiden Ländern hervorhob, die auch im Bereich des Kulturgutschutzes wieder einmal hervorragende Früchte getragen hat.  (Mariella Costa) Dip 8

 

 

 

Amerikas Rückkehr zum Realismus

 

Joe Biden bricht mit dem außenpolitischen Idealismus der USA. Humanitäre Interventionen wird es unter seiner Führung nicht geben. Eric Posner

 

Mit seiner Rede, in der er den Abzug aus Afghanistan verteidigte, brach US-Präsident Joe Biden eindeutig mit der Tradition eines außenpolitischen Idealismus, der mit Woodrow Wilson begonnen und seinen Höhepunkt in den 1990ern erreicht hatte. Obwohl diese Tradition oft als „liberaler Internationalismus“ bezeichnet wurde, war sie am Ende des Kalten Krieges auch die dominante Sichtweise der Rechten. Laut diesen liberalen Internationalisten sollten die Vereinigten Staaten sowohl ihre militärische als auch ihre wirtschaftliche Macht dazu nutzen, andere Länder zur Einführung der liberalen Demokratie und zur Achtung der Menschenrechte zu bewegen.

Sowohl in der Theorie als auch in der Praxis lehnte der amerikanische Idealismus das Westfälische Internationale System ab, laut dem Staaten nicht in die internen Angelegenheiten anderer Länder eingreifen dürfen und Frieden dadurch entsteht, dass ein Machtgleichgewicht beibehalten wird. Wilson hat versucht, dieses System durch universelle rechtliche Prinzipien zu ersetzen, die von internationalen Institutionen vertreten werden. Und im Zweiten Weltkrieg hat Franklin D. Roosevelt diese Ideale in der Atlantik-Charta von 1941 wiederbelebt, in der Selbstbestimmung, Demokratie und Menschenrechte zu Kriegszielen erklärt wurden. Aber während des Kalten Krieges haben die USA eine ausgesprochen „realistische“ Außenpolitik verfolgt, die sich nicht nur auf nationale Interessen konzentriert, sondern auch Diktatoren unterstützt und toleriert hat, solange sie Gegner der Sowjetunion waren.

Außer zu Propagandazwecken hatten die beiden rivalisierenden Großmächte nur wenig Verwendung für internationale Institutionen oder universelle Ideale. Stattdessen haben sie regionale Abkommen dazu verwendet, um ihre Verbündeten an sich zu ketten. Es war Europa, das in den 1970ern versuchte, die Menschenrechte zu fördern und die moralische Führung zu übernehmen, um sich von den Goliaths in Ost und West abzugrenzen. Amerikas Engagement für die Menschenrechte begann in einem Moment der Schwäche: Nach der militärischen und moralischen Katastrophe von Vietnam wollten Präsident Jimmy Carter und der US-Kongress der amerikanischen Außenpolitik einen moralischen Kern geben und bedienten sich dazu menschenrechtlicher Begriffe. Und Präsident Ronald Reagan sah die Menschenrechte als passende rhetorische Keule, um damit auf die Sowjetunion einzuschlagen. Aber beide Präsidenten unterstützen weiterhin Diktaturen, die den US-Sicherheitsinteressen dienten, und keiner von ihnen setzte militärische Macht ein, um menschenrechtliche Ideale zu fördern.

Das Zeitalter der humanitären Interventionen der USA begann erst nach dem Ende des Kalten Krieges. Zwar übertraf die Rhetorik die Realität, aber auch die Realität änderte sich. Als einziger globaler Hegemon führten die USA eine Vielzahl großer und kleiner Kriege, die von einer verwirrenden Mischung reiner Sicherheitsinteressen und idealistischer Rhetorik begleitet wurden. In Panama, Somalia, Jugoslawien (zweimal), Irak (zweimal), Libyen, Afghanistan und anderswo begannen die USA militärische Interventionen, die sie sowohl mit ihrer nationalen Sicherheit als auch mit humanitären Argumenten begründeten. Das folgenreichste (Nicht-)Ereignis dieser Zeit könnte aber gewesen sein, dass sie sich nicht um den ruandischen Genozid von 1994 gekümmert hatten. Dies wurde rückblickend als verpasste Gelegenheit uminterpretiert, hunderttausenden Menschen das Leben zu retten. Dieses Debakel diente dann dazu, die Kriege in Afghanistan und im Irak zu rechtfertigen – und in den frühen 2000ern eine amerikanische Militärintervention im Sudan zu erzwingen, die die Regierung von Präsident George W. Bush dann aber trotz Massenmorden, die auf einen weiteren Genozid hinausliefen, klugerweise ablehnte.

All dies führte zu einem enorm steigendem Bedarf an internationalen rechtlichen und juristischen Institutionen: Mehrere internationale Tribunale wurden eingeführt, was die Gründung eines permanenten Internationalen Strafgerichtshofs zur Folge hatte. Die menschenrechtlichen Abkommen und Institutionen wurden wiederbelebt und gestärkt. Und die Prinzipien humanitärer Interventionen wurden erweitert, darunter auch in Form der heute längst vergessenen „Schutzverantwortung“. Ein Ergebnis des Idealismus dieser Zeit ist, dass es heute an jeder westlichen Universität das ein oder andere Zentrum für Menschenrechte gibt.

Dass US-Präsident Donald Trump diese Tradition humanitärer oder quasi-humanitärer Militärinterventionen dann ablehnte, war bereits klar, aber dass nun auch Biden so eindeutig darauf verzichtet, ist etwas überraschend. In seiner Rede hat er wiederholt die Wichtigkeit betont, Amerikas „grundlegende nationale Interessen“ zu erkennen und zu verteidigen. Dabei steht das Wort „national“ im Mittelpunkt, und Biden äußerte sich ziemlich eindeutig: „Wären wir am 11. September 2001 nicht von Afghanistan aus angegriffen worden, sondern vom Jemen, wären wir dann jemals in Afghanistan in den Krieg gezogen? Auch wenn das Land 2001 von den Taliban kontrolliert wurde? Ich denke, die ehrliche Antwort ist nein. Dies liegt daran, dass wir in Afghanistan keine anderen wichtigen Interessen hatten, als einen Angriff auf das amerikanische Heimatland und unsere Freunde zu verhindern. Und das gilt noch heute.“

Also hatte Amerika nie wirkliches Interesse daran, in Afghanistan eine Demokratie einzuführen; den Frauen dort zu helfen, einem mittelalterlichen theologischen Regime zu entkommen; die Kinder dort auszubilden; oder das Land vor einem neuen Bürgerkrieg zu bewahren. Bei der Entscheidung der USA, sich aus Afghanistan zurückzuziehen, ging es darum, „ein Zeitalter der großen militärischen Operationen zu beenden, mit denen andere Länder umgestaltet werden sollten. Zunächst ging es in Afghanistan um die Bekämpfung des Terrorismus. Es ging darum, die Terroristen dazu zu bringen, ihre Angriffe zu beenden. Dies verwandelte sich dann in die Bekämpfung der Aufstände, Nation-Building und den Versuch, ein demokratisches, zusammenhängendes und geeintes Afghanistan aufzubauen. Etwas, das in vielen Jahrhunderten der afghanischen Geschichte [sic] noch nie getan wurde. Diese Einstellung und diese Art großflächiger Truppeneinsätze hinter uns zu lassen, wird uns stärker, effektiver und in unserem Land sicherer machen.“

Außerdem sagte Biden, die Menschenrechte würden „der Mittelpunkt unserer Außenpolitik“ bleiben und könnten durch wirtschaftliche Mittel sowie Verhaltensappelle gefördert werden. Diese Behauptung stimmt nicht mit seiner Erklärung überein, militärische Eingriffe sollten durch „grundlegende nationale Interessen“ bestimmt werden. Warum sollten solche grundlegenden Interessen nicht auch hinter nichtmilitärischen Eingriffsformen stehen? Klar ist, dass die Rolle der Menschenrechte und anderer moralischer Ideale in der US-Außenpolitik abgewertet wurde. Die einzige Frage ist, ob die Rhetorik nun entsprechend der neuen Realität gedämpft wird.

Natürlich war es nie wirklich klar, ob die US-Regierungen tatsächlich durch humanitäre Erwägungen motiviert waren. Oft stießen Kritiker auf weniger ehrenhafte Motive. Zukünftige Historikerinnen und Historiker könnten durchaus argumentieren, die US-Außenpolitik habe in den 1990ern und 2000ern lediglich eine sehr ehrgeizige Vision ihres nationalen Interesses verfolgt: Amerika habe von allen Ländern verlangt, amerikanischen Idealen und Institutionen zu folgen, damit niemand den Wunsch haben sollte, sich gegen Amerika zu wenden. Oder sie könnten sagen, die USA hätten wie alle Imperien zu wenig Geduld und Weisheit gehabt, um beim Umgang mit ihrer Peripherie eine klare Linie zu verfolgen.

Jedenfalls ist Idealismus nicht so idealistisch, wenn ein Land genug Macht hat – aber klar ist momentan nur, dass dies auf Amerika nicht zutrifft. Der Widerstand gegen die amerikanischen Nation-Building-Ziele nach dem Kalten Krieg hat die Form des internationalen Terrorismus angenommen. China und Russland waren nicht gehorsam genug, um sich zu demokratisieren. Und ein großer Teil der restlichen Welt ist wieder zu verschiedenen Formen des Nationalismus und Autoritarismus zurückgekehrt. Dadurch, dass Afghanistan nun an die Taliban fällt, werden endlich auch die Grenzen der amerikanischen Macht offensichtlich. Viele Menschen, und nicht nur die Anführer gegnerischer Staaten, werden die verdiente Strafe Amerikas feiern. Aber ob der moralische Überbau der Menschenrechte überleben wird, ohne dass ein Land bereit ist, dafür militärische Macht einzusetzen, kann bezweifelt werden. PS/IPG 7

 

 

 

G20-Gesundheitsminister unterzeichnen „Rom-Pakt“ für die weltweite Verteilung von Impfstoffen

 

Die in Rom versammelten G20-Gesundheitsminister haben einstimmig den „Pakt von Rom“ unterzeichnet, in dem sie sich verpflichten, einkommensschwache Länder stärker zu unterstützen und ihnen mehr COVID-19-Impfstoffe zukommen zu lassen. So soll das Ziel einer 40-prozentigen Durchimpfung der Weltbevölkerung bis Ende 2021 erreicht werden. Von Daniele Lettig

 

Dies sei ein „großartiges Ergebnis“, sagte der italienische Gesundheitsminister Roberto Speranza und erinnerte daran, wie der G20-Gipfel im vergangenen Jahr ohne eine Abschlusserklärung endete.

Der Gesundheitsminister wies auch auf die gemeinsame Verpflichtung der Gesundheitsminister hin, eine allgemeine Wiederbelebung der Gesundheitsdienste zu erreichen und den Universalismus als Kompass in der Post-COVID-Ära zu nutzen.

Die G20-Länder haben sich verpflichtet, „beträchtliche“ Mittel bereitzustellen und Impfstoffe direkt in die am stärksten gefährdeten Länder zu schicken. Dies „geschieht bereits, aber wir müssen das System stärken“, sagte der Minister.

Nach Angaben der Gavi Vaccine Alliance würden sich die für die flächendeckende Versorgung mit Impfstoffen erforderlichen Mittel auf 1,7 Milliarden Euro belaufen.

„In einigen Wochen wird es ein Treffen der Gesundheits- und Finanzminister geben. Dies wird ein entscheidender Moment sein, um die spezifischen Mittel zur Finanzierung aller eingesetzten Instrumente zu bestimmen“, so der italienische Minister.

NROs halten die von den G20-Ministern eingegangenen Verpflichtungen jedoch für zu schwach.

„Bei der Reaktion auf die Pandemie wurde in Bezug auf den weltweiten Zugang zu Impfstoffen kein entscheidender und konkreter Schritt zur Festlegung mittel- und langfristiger Strategien und Instrumente unternommen. Nur solche könnten es uns angesichts künftiger Pandemien ermöglichen, das Paradigma zu ändern und die beschämenden Ungleichheiten beim Zugang zu Behandlungen und Impfstoffen zu beenden“, so Sara Albiani, Beraterin für globale Gesundheitspolitik bei Oxfam Italia, und Rossella Miccio, Vorsitzende von Emergency.

Vittorio Agnoletto, der italienische Sprecher der europäischen Kampagne Right to Care – Right2cure – No profit on the pandemic, erklärte stattdessen, dass „die Entscheidung der G20, das vorgeschlagene Moratorium für Patente auf Impfstoffe zu ignorieren, beschämend und unanständig ist.“

Der „Pakt von Rom“ „teilt zwar das Ziel der WHO, bis 2021 40 % der Weltbevölkerung zu impfen, schlägt aber die gleichen Instrumente vor wie bisher: einen weiteren Spendenplan, nachdem das Covax-Projekt bereits gescheitert ist, und einen Appell an die Unternehmen, den freiwilligen Technologietransfer zu erhöhen“, so Agnoletto weiter. EA 7

 

 

 

 

Bundestagswahl. Wahl-O-Mat dank Initiative jetzt auch mehrsprachig

 

Wer die Wahl hat, kann sich entscheiden: Hilfestellung dazu will der neue Wahl-O-Mat zur Bundestagswahl 2021 geben – leider nur in deutscher Sprache. Deshalb hat Aktivist Ali Can den Wahl-O-Mat mehrsprachig übersetzen lassen. Wahlhilfe müsse im 21. Jahrhundert barrierefrei sein.

Unentschiedene Wähler können sich seit Donnerstag wieder durch den Wahl-O-Mat klicken. Die Bundeszentrale für politische Bildung schaltete in Berlin und Bonn das Online-Tool frei, mit dem Nutzer ihre eigenen Positionen mit denen der zur Bundestagswahl am 26. September antretenden Parteien abgleichen können. Dazu müssen sie sich durch 38 von den Parteien autorisierte Thesen zu verschiedenen Politikfeldern klicken. Diese werden dann mit den Positionen aus den Wahlprogrammen verglichen. Am Ende erfährt der Nutzer, wie viele Übereinstimmungen er mit den jeweiligen Parteien hat.

Neu gegenüber der Bundestagswahl 2017 ist etwa, dass Nutzer einzelne Thesen gewichten können. Die Positionen einzelner Parteien können im Vergleich betrachtet werden. Außerdem werden die Parteien mit Infotexten vorgestellt. Insgesamt beteiligen sich in diesem Jahr am Wahl-O-Mat 39 von 40 Parteien, die mit Landeslisten zur Bundestagswahl antreten.

Der Präsident der Bundeszentrale, Thomas Krüger, sprach von einem Informations- und Orientierungsangebot: „Der Wahl-O-Mat möchte informieren und heranführen an die Parteiprogramme.“ Es handele sich aber nicht um eine Wahlempfehlung oder Wahlvorhersage. Krüger bezeichnete den Wahl-O-Mat als das erfolgreichste Angebot für politische Bildung seit Bestehen der Bundeszentrale für politische Bildung.

Wahl-O-Mat nicht mehrsprachig

Die seit 2002 angebotene Wahlentscheidungshilfe via Internet wurde laut Bundeszentale zur vergangenen Bundestagswahl 2017 etwa 15,7 Million Mal aufgerufen. Der Inhalt des Wahl-O-Maten entstand in einer 36-köpfigen Redaktion mit zahlreichen Politikexpertinnen und -experten sowie 19 Jungwählerinnen und -wählern. Begleitet wird das Team von Sozialwissenschaftlern der Universität Düsseldorf. Das Abfrage-Tool für die Wahl zum Berliner Abgeordnetenhaus, ebenfalls am 26. September, wurde bereits vor einer Woche freigeschaltet.

So beliebt der Wahl-O-Mat auch ist, ohne Kritik kommt er nicht davon. Der Aktivist Ali Can etwa bemängelt, dass es die Wahlhilfe nicht in mehreren Sprachen gibt. Seine Bitte, den Wahl-O-Mat mehrsprachig zu machen, habe die Bundeszentrale abgelehnt. „Es würden inhaltliche Verzerrungen bei der Übersetzung befürchtet“, erklärt Can dem MiGAZIN.

Can: Wahlhilfe sollte barrierefrei sein

Can zufolge gibt es eine „große Lücke in der politischen Bildung für Menschen, die nicht Deutsch als Erstsprache haben“. Es gehe dabei auch darum, diese Menschen gezielt anzusprechen. „Letztlich wollen wir ja alle eine größere Wahlbeteiligung“, so Can. Eine mehrsprachige Wahlhilfe sei das Mindeste. Deshalb hat Can #wAlman ins Leben gerufen, eine mehrsprachige Umsetzung des Wahl-O-Mats.

„Im 21. Jahrhundert sollte eine Wahlhilfe barrierefrei sein. Das fängt bereits mit unterschiedlichen Sprachen an, in denen die Fragen und Texte konzipiert werden sollten“, erklärt Can. Darüber hinaus gehe es um Erklärungen für schwierige Begriffe und Konzepte in den Parteiprogrammen, Stichwort leichte Sprache.

Leichte Sprache

Zur Kritik der fehlenden leichten Sprache sagte Pamela Brandt von der Bundeszentrale, es sei sehr schwierig, die 38 komplexen Thesen entsprechend zu übersetzen. Die Thesen würden durch eine andere Wortwahl und das notwendige Ergänzen durch Beispiele länger. Zudem erhielten die Thesen durch eine veränderte Wortwahl andere Nuancen der Bedeutung.

Neben dem Wahl-O-Mat bietet die Bundeszentrale für politische Bildung zur Bundestagswahl auf ihrer Homepage weitere Angebote wie Podcasts, Vorträge und Interviews. Ein „Wahlbingo für Nichwählende“ soll Argumente für das Wählengehen liefern. (epd/mig 6)

 

 

 

Angriffe auf Schulen in Konfliktregionen häufiges Element der Kriegsführung

 

Friedrichsdorf – Weltweit sind Schulen ein häufiges Ziel von militärischen Angriffen in Konfliktregionen. Die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision fordert deshalb eine konsequentere Umsetzung der Konzepte zum Schutz von Schulkindern und Lehrkräften. Auch Deutschland setze sich zu wenig für den Stopp dieser Angriffe ein.

Nach einem Bericht der Globalen Koalition zum Schutz der Bildung wurden Schulen allein in den Jahren 2015 bis 2019 fast 11.000 Mal Ziel von militärischen Angriffen. Dabei wurden 23.000 Schulkinder und Lehrkräfte verletzt oder getötet. Dass diese Angriffe ein weltweites Mittel der Kriegsführung sind, zeigt die Zahl von 37 Ländern, die mehr als 10 Angriffe verzeichneten.

Ekkehard Forberg, Friedensexperte von World Vision: „Aus Angst vor Angriffen gehen viele Kinder und Jugendliche deshalb auch nicht zur Schule. Das Ergebnis ist eine Generation von jungen Menschen, die mit einer lückenhaften Bildung zu kämpfen haben.“

Dabei dienen Schulen in Konfliktregionen oft als einziger halbwegs sicherer Schutzraum für Kinder. Hier werden sie betreut und durch Schulspeisungen mit Nahrung versorgt. Ekkehard Forberg: „Gerade deshalb ist es wichtig, dass der Schutz vor Angriffen gewährleistet wird. Stattdessen überfallen Milizen Schulen, um zum Beispiel Kinder als Soldaten und Soldatinnen zu rekrutieren.“

Im Zeitraum von 2015 bis 2019 waren besonders Yemen und die DR Kongo von Attacken auf Bildungseinrichtungen betroffen. Auch in Afghanistan und Syrien waren Schulen besonders häufig Ziele von Angriffen.

In 2018 hat Deutschland die „Safe Schools Declaration“ unterzeichnet, eine Verpflichtung zum besseren Schutz von Schulkindern und Lehrkräften weltweit. Dazu gehört auch die Unterstützung von Opfern der Angriffe. Forberg: „Es ist schön, dass Deutschland diese Erklärung unterzeichnet hat. Nur hapert es gewaltig an der Umsetzung – denn verbessert hat sich der Schutz vor diesen Angriffen und die Unterstützung von betroffenen Schulkindern überhaupt nicht. Es darf nicht bei Absichtserklärungen bleiben!“ WV 7

 

 

 

Hochwasser – die konstante Gefahr. Versicherungsschutz überprüfen, bevor es zu spät ist 

 

Düsseldorf. Zerstörte Häuser, vollgelaufene Keller, beschädigte Fahrzeuge – gegen die Wucht von Naturgewalten sind wir so gut wie machtlos, wie uns die Hochwasserkatastrophe in Nordrhein-Westfalen und Rheinland-Pfalz erbarmungslos vor Augen geführt hat. Es gilt, den eigenen Versicherungsschutz zu überprüfen, bevor es zu spät ist.

Die deutschen Versicherer konnten mit fast sieben Milliarden Euro helfen, so der aktuelle Stand. „Der nicht versicherte und existenzbedrohende Schaden summiert sich aber auf ein Vielfaches“, resümiert Dr. Jürgen Cramer, Vorstand der Sparkassen DirektVersicherung AG. An jedem Fahrzeug ist nach den Zahlen der Versicherer im Schnitt ein Schaden von 9.000 Euro entstanden. Waren das Wohngebäude und der Hausrat betroffen, mussten schon über 30.000 Euro im Schnitt geschultert werden. Natürlich gab es auch Millionenschäden. Klimaforschende berichten, dass derartige Naturkatastrophen in den nächsten Jahren zunehmen werden.

Wird man von den Fluten überrascht, bringt man sich und seine Liebsten erst einmal in Sicherheit. In der Notunterkunft kreisen die Gedanken dann um das eigene Hab und Gut. Wie hoch steht das Wasser gerade? Sind die wichtigen Dokumente in Sicherheit? Wie schwer ist das eigene Haus beschädigt?

Mit nachlassendem Regen wurden in Nordrhein-Westfalen und Rheinland-Pfalz auch viele Hoffnungen zerstört. Das Entsetzen über das Ausmaß der Naturkatastrophe ist groß, der Schock sitzt tief und die Schäden liegen jetzt schon doppelt so hoch wie bei dem Orkan Kyrill 2007. Ganze Häuser wurden weggeschwemmt, teure Einrichtungsgegenstände und Elektrogeräte sowie viele Autos sind zerstört. Mit den Aufräumarbeiten begann auch die Schadenaufnahme und die Suche nach den Versicherungsunterlagen. 

Tipp: Da ein Aktenordner mit Papieren gefährdet ist, sollten Sie alle wichtigen Dokumente einscannen, in einer den Datenschutzrichtlinien entsprechenden Cloud digital abgelegen und gegebenenfalls zusätzlich auf einem Sticker oder auf einem anderen Medium speichern. So können Sie ortsunabhängig auf alle wichtigen Papiere zugreifen. Die Sparkassen DirektVersicherung bietet diesen Service für Ihre Vertragsunterlagenüber die App „Meine S-Direkt“ automatisch an. 

Deckt meine Versicherung tatsächlich alle Schäden ab?

Diese Frage hat in den letzten Wochen unzählige Hochwasseropfer umgetrieben. Denn Versicherungsschutz ist nicht gleich Versicherungsschutz. Mehr als die Hälfte der Deutschen haben keine Elementar-Police und sind bei regenbedingten Naturkatastrophen nicht abgesichert. 

Tipp: Überprüfen Sie Ihren Versicherungsschutz und achten Sie dabei auf vertragliche Details. Überlegen Sie, welchen Versicherungsschutz Sie in welchem Schadenfall brauchen. Eine Elementarschadenversicherung ist nicht nur in Hochrisikogebieten ratsam. 

Wo kann Hochwasser zuschlagen?

Beispiel Wohnen

Es ist ein Irrtum, dass nur Gebäude an großen Flüssen und Seen von schweren Wasserschäden betroffen sein können. Denn ungewöhnlich stark regnen kann es überall – und das wird in Zukunft auch immer häufiger passieren. Ein weiterer Irrtum ist, dass der Staat sich schon im Falle des Falles kümmern wird. Seit 2017 sollen Soforthilfen grundsätzlich nur noch bezahlt werden, wenn man sich im Vorfeld erfolglos um eine Versicherung bemüht hat. Viele Menschen helfen zwar durch Spenden, wenn es hart auf hart kommt. Doch leider reicht das meist nicht aus, um den finanziellen Schaden angemessen aufzufangen.

Tipp: Die Versicherungsmodelle HausratBasis und HausratPlusProtect der Sparkassen DirektVersicherung bieten viele Optionen, um das eigene Hab und Gut in regenbedingten Extremwettersituationen abzusichern. Achten Sie darauf, dass der Elementarschadenschutz eingeschlossen ist. Gute Aussichten: Die Sparkassen DirektVersicherung erweitert ihre Produktpalette und arbeitet momentan intensiv an der Entwicklung einer risiko- und bedarfsgerechten Wohngebäudeversicherung.

Beispiel Auto

Die Teilkaskoversicherung übernimmt Hochwasserschäden an parkenden Fahrzeugen – abzüglich der Selbstbeteiligung. Bei leichten Beschädigungen bezahlt die Versicherung die Reparatur. Oft führt Wasser aber zu einem Totalschaden. Dann erstattet die Teilkasko den Zeitwert des Fahrzeugs. Bei einer Neuwertentschädigung wird der komplette Neupreis ausgezahlt. Wer sein Auto allerdings trotz Hochwasserwarnung nicht umgeparkt hat, muss mit Leistungskürzungen rechnen.

 Fährt man auf einer überschwemmten Straße, ist das ein Fall für die Vollkasko. Auch hier kann es bei manchen Versicherern zu Leistungskürzungen kommen, wenn jemand grob fahrlässig eine überflutete Straße befährt. Gut zu wissen: Die Sparkassen DirektVersicherung deckt auch Schäden ab, die im Zusammenhang mit grober Fahrlässigkeit entstehen.

Tipp: Mit den Tarifen AutoBasis und AutoPlusProtect sind Sie bestens abgesichert. Melden Sie Ihren Schaden unkompliziert auf der Website oder über die App „Meine-S-Direkt“ – und Sie erhalten schnelle Hilfe im Schadenfall.

Beispiel Leben

Im Extremfall kann eine Unwetterkatastrophe zu Verletzungen und zu Todesfällen führen. Kapital- und Risikolebensversicherungen sind unter anderem dafür da, die finanzielle Not von Angehörigen zu lindern. Denn die gesetzliche Hinterbliebenenrente deckt nur einen Bruchteil des möglicherweise wegfallenden Einkommens. Paare ohne Trauschein gehen komplett leer aus. Mit günstigen Beiträgen für jede Lebenssituation lassen sich existenzielle Risiken absichern.

Tipp: Die Risikolebensversicherung der Sparkassen DirektVersicherung ist eine gute Grundlage für die finanzielle Absicherung von Angehörigen im Todesfall – mit flexiblen Leistungen und niedrigen Beiträgen.

Eigenes Verhalten beeinflusst Schadenausmaß

Wenn es zu Starkregen oder Überschwemmungen kommt, laufen zuerst die Keller voll. Wertvolle Dinge sollten deshalb nicht in tieferliegenden Gebäudeteilen gelagert werden. Drücken die Wassermassen unaufhaltsam in die eigenen vier Wände, ist es ratsam, nach Möglichkeit in den überfluteten Räumen und Gebäudeteilen den Strom abstellen, um gefährliche Stromschläge zu vermeiden. Wer sich nicht sofort in Sicherheit bringen kann oder gerettet werden muss, achtet am besten auf zerstörte Fenster und Türen. Eine provisorische Abdichtung verhindert – oder minimiert zumindest – weiteres Eindringen von Wasser. Natürlich gilt: Die eigene Sicherheit geht vor! 

Hat der Regen nachgelassen, sollte zuerst die Versicherung informiert werden. Dieser kümmert sich um alles und organisiert in der Regel auch Handwerker. Hilfreich sind Fotos, die sowohl Sachschäden als auch den Wasserstand dokumentieren. Eine möglichst umfassende Schadenmeldung beschleunigt den Regulierungsprozess.

Starten Sie ein Auto nicht bei einem Wasserschaden, da es in der Fahrzeugelektronik zu Kurzschlüssen kommen kann. Bevor der Wagen in die Werkstatt kommt, muss ihn ein Gutachter in Augenschein nehmen.

Tipp: In Katastrophengebieten sind Sie mit Ihrem Schaden kein Einzelfall. Viele Versicherer bieten Sammelbegutachtungen, um Schadenfälle schnell abzuwickeln. Sparkassen DirektVersicherung, September