WEBGIORNALE  7-21  ottobre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentano il Rapporto immigrazione  1

2.       È iniziata la scuola, parliamo di bilinguismo  1

3.       Decreto Salvini su migranti e sicurezza, il richiamo di Mattarella  2

4.       L’inganno del multiculturalismo  2

5.       Il primo europeismo. Italia/Ue: serve un “25 aprile” della politica europea  4

6.       Noi spesso responsabili dei disastri 4

7.       La lingua italiana in Germania. In programma iniziative il 19 e 20 ottobre 2018 a Berlino  5

8.       Cinema Italia. Apertura ad Amburgo. Rassegna in Germania fino al 12 dicembre  5

9.       Italia/UE. Perché malgrado tutto l’Europa ci conviene  6

10.   Italia-Germania. Moavero incontra il presidente della Commissione affari esteri del Bundestag  6

11.   Espulsioni? Il caso che agita gli italiani in Germania  6

12.   Il caporedattore di Radio Colonia sul servizio “Inviti al rimpatrio”  7

13.   All'IIC di Berlino la fotografie di Uliano Lucas “1968. Un anno di confine”  7

14.   Monaco di Baviera. Lettera aperta ai giornali italiani 7

15.   La vicenda del sindaco di Riace  8

16.   “Caffè letterario” all’IIC di Amburgo. Il 9 ottobre “La compagnia delle anime finte” di Wanda Marasco  8

17.   L’editoria italiana alla Buchmesse di Francoforte (10-14 ottobre) 8

18.   Italexit. Basta una maggioranza semplice per lasciare l’UE?  9

19.   L’8 ottobre all’IIC di Amburgo incontro con Roberto Giardina  9

20.   A Berlino Goffredo Fofi su “Il '68 e il cinema”. Il 15 ottobre, all'IIC  10

21.   In Germania silurato il capo dei servizi accusato di simpatie per l'estrema destra  10

22.   Toninelli a Berlino. Il futuro di Alitalia legato alle Ferrovie dello Stato  10

23.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  10

24.   Berlino, città per giovani. Un mezzo mito da sfatare  12

25.   Festival della Letteratura ad Amburgo  12

26.   Norimberga. Il Comites scrive al sottosegretario Merlo per la riapertura di un ufficio consolare  13

27.   Il musicologo Guido Zaccagnini a Francoforte  13

28.   Berlino. Dau, l’installazione che dal 12 ottobre farà tornare il Muro  14

29.   “La tarda estate dei poeti“. Luciano Mazziotta il 9 ottobre a Monaco di Baviera  14

30.   Un volume analizza il voto degli italiani all’estero nelle elezioni del 2018  14

31.   Monaco di baviera. Online il nuovo numero di “Rinascita Flash”  15

32.   Eurobarometro. In Italia migliora la percezione UE  15

33.   Italia povera  15

34.   Via libera al decreto Salvini 16

35.   Decreto Sicurezza: cosa cambia  16

36.   Il Decreto Salvini visto dai Parlamentari del PD Estero. Verso uno Stato gendarme?  16

37.   Diaspore, una nuova narrativa positiva sulle migrazioni 17

38.   Sbarchi di migranti dimezzati in un anno (in Europa, non solo in Italia) 17

39.   L’angolo della psicologa. Le trappole del pensiero “e se…?”  17

40.   Conte: "Reddito cittadinanza in manovra"  18

41.   Decreto Sicurezza accrescerà i problemi invece di risolverli 18

42.   Politica all’italiana  18

43.   Il ponte è crollato. Ora che fare?  19

44.   A scuola, sempre  19

45.   Caritas Italiana e Fondazione Migrantes: il linguaggio e i media sul tema migranti 20

46.   Editoria. Il sottosegretario Merlo riceve una delegazione della Fusie  20

47.   Il potere della stupidità. La Legge di Parkinson  20

48.   La frenata  21

49.   Morcone: Decreto Sicurezza "passo indietro. Ci sarà più insicurezza"  21

50.   Gelatieri del Nord Europa. Prosegue il progetto ABM finanziato dalla Regione  21

51.   Chi non si iscrive all'Aire e risulta fiscalmente residente in Italia, deve dichiarare anche in Italia i redditi percepiti all’estero  21

52.   La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici d’Europa  21

53.   Terza Repubblica  22

54.   Interventi. Rappresentanze italiane elette in Svizzera: l'insostenibile leggerezza dell’inutilità  22

55.   Presentata l’associazione “Pubblicisti Italiani Uniti per l’Europa” (PIUE) 24

56.   L’insegnamento dell’emigrazione veneta nelle scuole  24

57.   Veneti nel mondo: 126 circoli in 18 stati 24

58.   A Bari il convegno “Il Progetto Radici: Un’Idea innovativa per gli Italiani all’Estero”  25

59.   Tenuto a Torino il Primo Festival delle Migrazioni 25

 

 

1.       Wortgefechte und Entspannungssignale zwischen Rom und Brüssel 25

2.       Einwanderung. Koalition einigt sich auf Eckpunkte für Fachkräftegesetz  26

3.       Streit mit Italien überschattet Eurogruppen-Treffen  26

4.       Für Entwicklungshilfe. Deutsche sehen Kriege als Hauptursache für Fluchtbewegungen  27

5.       Italien geht mit Defizitplänen auf Konfrontationskurs  27

6.       Multilateralisten der Welt, vereinigt euch! 28

7.       Italiens Regierung möchte Asylpolitik deutlich verschärfen  28

8.       Interview mit Josef Schuster. Politik hat Mahnungen nicht ernst genug genommen  29

9.       „In der EU erwartet man keine Impulse mehr von der Bundesregierung“  30

10.   Fachkräftemangel. Rumänien will Auslands-Rumänen zurückgewinnen  31

11.   Wie Hilfe Migration begünstigt 31

12.   Brexit und Frontex: Auf geht’s zum nächsten Gipfel 32

13.   Vatikan: Dem Fremdenhass eine Kultur der Begegnung entgegensetzen  32

14.   EU-Gipfel. Merkel hält an gerechter Verteilung von Flüchtlingen fest 33

15.   Italien: Vatikanvertreter kritisiert Dekret zu Migration  33

16.   „Ungleichheit reduzieren um wirtschaftliche Dynamik zu entfachen“  33

17.   Kern ernennt sich zum EU-Spitzenkandidaten der Sozialdemokraten  34

18.   Flüchtlingspolitik. Seenotretter legen Italien unterlassene Hilfeleistung zur Last 34

19.   EU-Kommission will die Lega isolieren  35

20.   Grenzenlos solidarisch? Wie Lateinamerika versucht, seine Flüchtlingskrise unter Kontrolle zu halten. 35

21.   Wird die Organspende zur Pflicht?  36

22.   "Vielfalt verbindet". Interkulturelle Woche in Hannover eröffnet 37

23.   EU: „Damit wird der Rechtsstaat ausgehebelt“  37

24.   Vereinte Nationen. Fast 75.000 Migranten kamen 2018 über das Mittelmeer nach Europa  37

25.   Der tiefe Fall des Hans-Georg Maaßen  38

26.   Allensbach-Studie. Sorge um gesellschaftlichen Zusammenhalt 38

27.   DGB will „Spurwechsel”  39

28.   Kita des Jahres 2018. Ausgezeichnete Kinderbetreuung  39

29.   Studie. Migrantenkinder in Kitas stark unterrepräsentiert 39

30.   Statistisches Bundesamt. Bevölkerungszuwachs durch Einwanderung  40

31.   Anerkennungs-News  40

32.   Samofa Konferenz. Migrantenorganisationen für dauerhafte Förderung der Integration  40

33.   Studie. Vor allem Ausländer von Armut bedroht 40

34.   Wohngipfel nur ein erster Schritt 41

35.   Statistik-Amt. 1,5 Millionen binationale Paare in Deutschland  41

 

 

 

 

Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentano il Rapporto immigrazione    

 

Roma - È evidente che ci troviamo di fronte ad una “emergenza culturale” che richiede un intervento strutturato e di lungo periodo. È necessario mettere in campo tutte le risorse educative capaci di stimolare, da un lato, il necessario approfondimento rispetto a temi che sono ormai cruciali, e dall’altro lato di accompagnare le nostre comunità verso l’acquisizione di una nuova “grammatica della comunicazione” che sia innanzitutto aderente ai fatti e rispettosa delle persone. Papa Francesco non ha mancato di sottolineare che «la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento». In tale contesto “emergenziale” i due organismi della CEI, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, hanno voluto confermare il loro impegno anche attraverso la pubblicazione dell’annuale Rapporto Immigrazione – presentato recentemente a Roma -  che da oltre 25 anni analizza il fenomeno migratorio nelle sue molteplici dimensioni. L’edizione 2017-2018 presenta molte novità, a partire da una nuova veste grafica che vuole essere più aderente al mutato contesto culturale, in conseguenza del quale la narrazione del fenomeno migratorio è cambiata nello stile e nella forma.

 

Nel 2017 sono 257,7 milioni le persone che nel mondo vivono in un Paese diverso da quello di origine. Dal 2000 al 2017 il numero delle persone che hanno lasciato il proprio Paese di origine è aumentato del 49%. Sono alcuni dati presenti nel Rapporto Immigrazione. Nel 2017 – secondo i dati del Rapporto -  i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. Nel 2017 l’Asia ospita il 30,9% dei migranti mondiali, seguita da Europa (30,2%), America del Nord (22,4%), Africa (9,6%), America Latina (3,7%) e Oceania (3,3%). Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) nel 2015 la quota dei migranti irregolari sul totale dei flussi internazionali ammonta al 10-15%.

 

Nel 2017 sono 38,6 milioni i cittadini stranieri residenti nell’Unione Europea (30,2% del totale dei migranti a livello globale). Il Paese europeo che nel 2017 ospita il maggior numero di migranti è la Germania (oltre 12 milioni), seguita da Regno Unito, Francia e Spagna. Sono alcuni dati presenti nel Rapporto Immigrazione. Secondo i dati EUROSTAT nel 2016 gli stranieri residenti che hanno acquisito la cittadinanza nell’area dei Paesi UE-28 sono 994.800, con un aumento, rispetto al 2015, del 18,3%. Tra i Paesi con il maggior numero di “nuovi cittadini” al primo posto c’è l’Italia, con 201.591 acquisizioni di cittadinanza, che corrispondono al 20,3% del totale UE-28. 

 

L’Italia, con 5.144.440 immigrati regolarmente residenti sul proprio territorio (8,5% della popolazione totale residente in Italia) si colloca al 5° posto in Europa e all’11° nel mondo. E’ il dato riportato nel Rapporto Immigrazione. Secondo l’UNHCR tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2018 è sbarcato in Italia l’80% di migranti in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Le comunità straniere più consistenti sono quella romena (1.190.091 persone, pari al 23,1% degli immigrati totali), quella albanese (440.465, 8,6% del totale) e quella marocchina (416.531, 8,1%). I cittadini stranieri risultano risiede soprattutto nel Nord-Ovest della Penisola (33,6%) e a diminuire nel Centro (25,7%), nel Nord-Est (23,8%), nel Sud (12,1%) e nelle Isole (4,8%). Le regioni nelle quali risiede il maggior numero di cittadini stranieri sono la Lombardia (1.153.835 cittadini stranieri residenti, pari all’11,5% della popolazione totale residente), il Lazio (679.474, 11,5%), l’Emilia-Romagna (535.974, 12%), il Veneto (487.893, 10%) e il Piemonte (423.506, 9,7%). Le province nelle quali risiede il maggior numero di cittadini stranieri sono Roma (556.794, 12,8%), Milano (459.109, 14,2%), Torino (220.403, 9,7%), Brescia (156.068, 12,4%) e Napoli (131.757, 4,3%).

 

Dai microdati Rcfl-ISTAT al primo semestre 2017 la popolazione immigrata in età da lavoro è di 4.100.826 persone con 15 anni di età ed oltre, delle quali il 59,3% sono occupate e il 30,6% inattive. In particolare, gli occupati stranieri risultano 2.430.409, aumentati rispetto al primo semestre 2016 del +0,9%. Sono alcuni dati presenti nel Rapporto Immigrazione. Di questi, 1.635.300 sono di nazionalità non-UE (67,3% degli occupati stranieri) e 795.100 lavoratori comunitari (32,7% degli occupati stranieri). Gli stranieri in cerca di occupazione sono 415.229 (10,1% del totale degli stranieri), di cui 283.837 di nazionalità non-UE (67,3% del totale degli stranieri in cerca di occupazione) e 131.392 di nazionalità UE (33,1%). Gli inattivi stranieri sono 1.255.187 (30,6% degli occupati stranieri), di cui 897.411 non-UE (71,5% degli inattivi stranieri) e 333.093 UE (28,5%). Se si considera il periodo che va dal primo semestre 2016 al primo semestre 2017, si osserva un aumento dell’occupazione sia tra gli stranieri (+0,9%) sia tra gli italiani (+0,6%). La quota del lavoro non qualificato negli immigrati è del 35,4%, contro l’8,2% negli occupati italiani. Secondo i dati UnionCamere, le imprese di cittadini nati in un Paese extra-UE al 31 dicembre 2016 sono 366.426, in aumento rispetto al 2015 (+3,5%). La regione con il maggior numero di queste imprese è la Lombardia (69.625, 19,0% del totale nazionale), seguita da Lazio (41.849, 11,4%), Toscana (35.891, 9,8%), Campania (32.931, 9,0%) ed Emilia Romagna (32.418, 8,8%). La Campania è la regione nella quale si registra l’aumento più cospicuo (+11,1%).

 

Nell’anno scolastico 2016-2017 gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono 826.091 (di cui 502.963 nati in Italia, pari al 60,9%), in aumento rispetto all’anno scolastico 2015-2016 di 11.240 unità (+1,4%). Sono altri dati presenti nel Rapporto Immigrazione. Nell’anno scolastico 2016-2017, la scuola primaria accoglie la maggiore quota di alunni stranieri: 302.122, il 36,6% del totale. L’incidenza degli alunni stranieri sul totale della popolazione scolastica varia in modo significativo in ragione del fatto che alcune regioni e province hanno una spiccata capacità attrattiva nei confronti di immigrati che vogliono insediarsi stabilmente con la propria famiglia. Le maggiori incidenze si riscontrano nelle regioni del Nord, con il valore massimo in Emilia Romagna (15,8%), significativamente maggiore del valore nazionale (9,4%), seguita da Lombardia (14,7%) e Umbria (13,8%). Nelle regioni del Centro-Nord il valore non scende al di sotto del 10%, con la sola eccezione del Lazio (9,5%). Decisamente inferiori i dati relativi alle regioni del Sud.

 

Secondo il Rapporto, nel corso del 2016 sono stati celebrati 25.611 matrimoni con almeno uno dei coniugi straniero (12,6% del totale dei matrimoni), in leggero aumento rispetto al 2015 (+0,2%). Nel 56,4% dei casi si tratta dell’unione fra uno sposo italiano e una sposa straniera. A fine 2017 i bambini nati da genitori entrambi stranieri risultano 67.933 (14,8% del totale delle nascite). Diminuisce il numero medio di figli delle cittadine straniere, pur mantenendosi su livelli decisamente più elevati di quelli delle cittadine italiane (1,95 rispetto a 1,27 secondo le stime nel 2017). I dati ISTAT relativi al bilancio demografico nazionale confermano l’aumento dei nuovi cittadini italiani già rilevato negli anni precedenti e che ha condotto l’Italia nel 2015 e nel 2016 ad essere al primo posto tra i Paesi UE per numero di acquisizioni di cittadinanza. Al 31 dicembre 2017, su un totale di 146.605 acquisizioni di cittadinanza di stranieri residenti, il 50,9% riguarda donne. Tali acquisizioni, rispetto alla stessa data del 2016, sono diminuite (-27,3%). Nelle regioni del Nord Italia si registrano tassi di acquisizione di cittadinanza ben al di sopra della media nazionale. Si notino, in particolare, i casi della Valle d’Aosta, del Trentino Alto Adige e del Veneto, ma risulta interessante segnalare tassi di acquisizione superiori alla media nazionale anche in regioni del Centro (Marche) e del Sud (Abruzzo). Riferendosi sempre al 2016, le modalità di accesso alla cittadinanza restano differenti tra uomini e donne. Per gli uomini la modalità più frequente è la residenza (56% dei casi nel 2015), mentre il matrimonio è una modalità residuale (meno del 3%). Nel 2016, diversamente da quanto avveniva in passato, anche per le donne le acquisizioni di cittadinanza per residenza sono state le più numerose (43,9%), superando, seppur di poco, le acquisizioni per trasmissione/elezione (39,3%). Si riduce ulteriormente, anche per le donne, la quota di procedimenti avviati a seguito del matrimonio: nel 2016 questi risultano il 16,8% del totale, mentre nel 2014 risultavano il 25%. Migrantes/de.it.press

 

 

 

È iniziata la scuola, parliamo di bilinguismo

 

Sull'argomento ci sono migliaia di studi e ricerche, dallo sviluppo del bilinguismo nei bambini fino alla decadenza delle capacità linguistiche nella vecchiaia. La maggior parte degli studi fanno riferimento e si richiamano l'un l'altro, pochi sono veramente originali, questo l'avevo già constatato venti o trenta anni or sono quando avevo iniziato a studiare questo argomento.

In Germania a differenza di altre nazioni europee, il bilinguismo è considerato un problema a livello scolastico. O per essere più precisi, a costituire un problema agli occhi degli insegnanti sono le lingue dei bambini stranieri (che anche se nati in Germania restano stranieri). E per essere ancora più precisi e dirla tutta fino in fondo, non tutte le lingue costituiscono un problema: nessun insegnante tedesco si sognerebbe di sconsigliare l'uso della lingua d'origine coi figli a genitori americani  (ed in minore misura francesi),  mentre invece tutte le altre lingue vengono considerate un ostacolo all'apprendimento del tedesco.      

Atteggiamenti analoghi non si riscontrano in altre nazioni europee, non in Italia o in Francia o nelle nazioni dell' Europa dell'Est, Repubblica Ceca o Polonia o Russia,  di cui  posso parlare per diretta conoscenza.  

Difficile venire a capo di questo atteggiamento poiché non si basa su motivi concreti o riscontri verificabili ma su "opinioni ricevute" come dicono i francesi, cioè idee assorbite senza analizzarne le ragioni. 

La cosa non sarebbe di per se problematica, ma lo diviene nella misura in cui l'uso delle lingue d'origine nelle famiglie degli immigrati viene sconsigliato ai genitori. In misura minore certo attualmente rispetto a decenni or sono, ma pur sempre in misura notevole. Non è un caso che quando si parla di mantenimento delle lingue d'origine la prima reazione sia la diffidenza, la menzione di presunti problemi, i timori per il corretto apprendimento del tedesco, per il "sano ed equilibrato sviluppo del bambino" fino al temuto spauracchio della "Überforderung", cioè del sovraccarico cognitivo, quasi che il cervello dei bambini non fosse in grado di apprendere contemporaneamente più lingue, o quasi che  le lingue nel cervello fossero come le fette di una frittata, e dunque due lingue = mezza frittata ciascuna). 

Stranamente lo stesso "ragionamento" non vale per le altre materie di studio, altrimenti si dovrebbe concludere che ogni apprendimento aggiuntivo va a scapito di quanto si è già appreso. Le lingue non si apprendono però per "sostituzione" ma per addizione, cioè ogni nuova lingua si aggiunge a quelle già conosciute e - come effetto positivo collaterale - più lingue si apprendono,  più facile ne diviene lo studio. 

   

Uno dei problemi è già nella definizione stessa di bilinguismo: da quale livello di padronanza delle lingue una persona può definirsi bilingue ? Ci sono anche molte illusioni al riguardo, come ad esempio che qualcuno possa essere perfettamente bilingue. Già teoricamente è impossibile che chiunque possa conoscere due lingue allo stesso modo, poiché avrebbe dovuto dedicare l'identico tempo all'apprendimento delle due lingue, vivendo quindi nello stesso tempo nei due rispettivi Paesi, e continuare così per il resto della vita.

Un'ottima padronanza è possibile non solo per due ma anche per una dozzina di lingue diverse, e i casi di interpreti che padroneggiano a livello professionale almeno 5 o anche 6 lingue sono numerosi. Ma anche per loro una lingua almeno prevale su tutte le altre. Il famoso linguista Roman Jakobson alla domanda "È vero che Lei parla dodici lingue ?" aveva risposto: "Sí, ma le parlo tutte in russo".

Cioè umilmente ammetteva che l'accento d’ origine non poteva essere dissimulato nemmeno da uno come lui, che come professore di fonetica aveva scritto insieme ad un collega forse il più completo trattato sulla pronuncia dell'inglese.

Chiaramente c'è quindi sempre una lingua che prevale sulle altre. E normalmente si usano le diverse lingue secondo le occasioni: secondo un noto aneddoto l'imperatore Carlo V. avrebbe affermato di usare il francese con i diplomatici, l'italiano con le donne, lo spagnolo per pregare Dio e il tedesco per comandare i cavalli.

Vero o meno l'aneddoto,  esso contiene un insegnamento fondamentale: la padronanza di varie lingue è in funzione dell'uso che se ne vuole o deve fare. Nessuno  - esclusi i poliglotti per diletto o rari  studiosi - impara una lingua senza necessità di utilizzarla. E dunque l'argomento per decidere se devono o meno essere mantenute, studiate e perfezionate le lingue d'origine degli immigrati - in qualunque Paese - è la loro utilità. La risposta è evidente: se i genitori possiedono questa lingua come lingua materna (o una delle lingue apprese nell'infanzia dai propri genitori) hanno motivo di trasmetterla ai figli poiché è parte irrinunciabile della loro identità culturale.

Non si tratta evidentemente di fare di ogni bambino un interprete di conferenza, cioè di fornire conoscenze linguistiche a livello professionale. Per un'educazione equilibrata e completa, quindi partecipe dell'intera identità dei genitori, la lingua d'origine ha un suo ruolo necessario ed insostituibile. Vero è che anche in età scolastica  - e in misura decrescente nell'intera durata dell'esistenza - si potrà ancora apprendere qualunque lingua: ma sarà un apprendimento tecnico che, se anche condurrà a livelli di padronanza ottimali, non avrà mai nulla a che vedere con la trasmissione di una lingua d'origine da parte dei genitori, con tutti i connotati affettivi ed emotivi che non si apprenderanno mai da libri né con le più moderne tecnologie.       

L'unica certezza - ed è un'esperienza quotidiana per chi viaggia e incontra parlanti plurilingui - è che è possibile imparare molto bene più di una lingua, soprattutto se si comincia dalla più tenera età, in famiglia.

I limiti sono dettati infatti dall'età: non è escluso imparare bene una lingua senza accento marcato ancora da adolescenti, fino ai 14-15 anni, ma sono casi rari.

Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura, scrisse sempre e soltanto in tedesco. Può essere interessante conoscere il modo in cui divenne plurilingue, come lui stesso racconta in un'intervista:

"Ho trascorso i primi sei anni in Bulgaria, dove ero nato, poi siamo emigrati in Inghilterra. La prima scuola che ho frequentato era in Inghilterra, la prima lingua che ho parlato era lo spagnolo antico, ((la famiglia era di origine sefardita, cioè ebrei cacciati dalla Spagna insieme agli arabi dopo la "Reconquista" cattolica nel 1492)) poi ho imparato l'inglese come seconda lingua. In seguito i miei genitori, che ci tenevano molto alla loro reputazione, avevano preso in casa una governante francese, quindi ho imparato il francese come terza lingua. Mio padre morì ancora molto giovane e mia madre, che amava molto Vienna dove era andata a scuola, emigrò colà con me ed i miei due fratelli.(...).Durante il viaggio verso Vienna mia madre fece una tappa a Losanna, dove in tre mesi mi insegnò il tedesco, come metodi quasi terroristici, poiché voleva che io venissi inserito subito nella classe giusta per la mia età a Vienna. Dunque il tedesco è stata la mia quarta lingua, imparata all'età di otto anni". (http://elfriedejelinek.com/andremuller/elias%20canetti.html).

Dopo l'infanzia è materialmente impossibile apprendere nuove lingue senza mantenere un accento della lingua d’origine. Ciò per limiti percettivi: salvo eccezioni rarissime, l'orecchio non riconosce più i suoni che sono estranei alle lingue fino ad allora apprese, e quindi se si imparano nuove lingue si adattano semplicemente i suoni conosciuti e praticati facendoli assomigliare a quelli delle nuove lingue. Difficilmente si raggiunge la perfezione: è noto ad esempio il caso di cantanti, soprattutto lirici, che nel canto riescono quasi alla perfezione in svariate lingue, ma poi parlando rivelano l'accento della propria lingua materna. In ogni caso l'accento è un problema sopravvalutato ma secondario, normalmente non disturba troppo la comunicazione. Di fatto nessuno, nemmeno fra i parlanti della medesima lingua, ha l'identico accento, tanto che siamo tutti in grado di riconoscere immediatamente la voce di una persona conosciuta distinguendola da tutte le altre! L'unico problema di chi parla una lingua con accento straniero è la discriminazione da parte dei parlanti nativi, ma non è un problema linguistico ed è tipico delle nazioni che si autodefiniscono monolingui, inesistente invece nelle nazioni in cui il plurilinguismo è la norma.

Un tempo l'educazione plurilingue era o riservata ai figli dei re o degli aristocratici (che affidavano questo compito alle governanti straniere, come già i Romani facevano insegnare dagli schiavi il greco ai loro figli) oppure era la condizione naturale degli schiavi o dei migranti che si trasferivano da un Paese all'altro e dovevano imparare le nuove lingue per sopravvivere.

Il plurilinguismo è sempre stato nella storia la condizione più diffusa e il monolinguismo l'eccezione. Soltanto nel secolo scorso in molti Stati il bilinguismo ha cominciato ad essere considerato un problema, ma non per motivi psicologici o educativi, quanto piuttosto per motivi politici.

Gli antropologi al servizio delle politiche nazionaliste avevano cominciato ad inventare e catalogare le differenze fisiche (aspetto) fra le popolazioni del mondo teorizzando l'esistenza delle "razze" che erano invece frutto della loro fantasia.

Da queste concezioni assurde era derivata la falsa convinzione del monolinguismo come necessità per l'esistenza di una nazione "una lingua = una nazione". Una concezione continuamente smentita dalla storia (in nessun Paese al mondo esiste una sola lingua, se non lingue minoritarie ci sono sempre dialetti) ma che ha giustificato le repressioni ed i genocidi in tutte le epoche storiche. Dal "shibolet" biblico (Libro dei Giudici 12, 5-6)  fino ad oggi, tutti i regimi nazionalisti  hanno sempre preso per prima decisione quella di imporre alle minoranze la lingua della maggioranza vietando più o meno severamente l'uso delle altre lingue - lo ha fatto l'Italia durante il fascismo, la Spagna sotto la dittatura di Franco, lo fanno attualmente i Paesi Baltici e il governo ucraino vietando la lingua russa nell'insegnamento scolastico: non dico qui che siano fascisti, ma semplicemente constato che si comportano in ambito linguistico esattamente come i governi fascisti. 

Ma tornando al problema della trasmissione e del mantenimento delle lingue d'origine degli immigrati, quali sono le migliori metodologie per il successo linguistico e naturalmente scolastico? 

In una serie di puntate successive proveremo a riferire quanto la ricerca attuale e soprattutto le esperienze dirette sanno dire di meglio a tal proposito. 

Graziano Priotto, Costanza/ Praga (de.it.press)

 

 

 

 

Decreto Salvini su migranti e sicurezza, il richiamo di Mattarella

 

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dato il via libera al decreto legge su migranti e sicurezza. Contestualmente con l'emanazione del provvedimento, il capo dello Statoha inviato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella quale ricorda che "restano 'fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato', pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’articolo 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia".

"Signor presidente - scrive Mattarella a Conte - in data odierna ho emanato il decreto legge recante 'Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica nonché misure per la funzionalità del ministero dell'Interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata'. Al riguardo avverto l'obbligo di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano 'fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato', pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall'articolo 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall'Italia". Adnkronos 4

 

 

 

L’inganno del multiculturalismo

 

Il modello multiculturalista che domina da qualche decennio in Occidente presuppone, a monte, che le “culture” siano degli oggetti ben identificabili e definibili e conduce, a valle, – inevitabilmente – a una pluralità di sistemi giuridici, alla formazione di società parallele e al rischio di violazioni delle libertà che fanno capo ai singoli individui. L'unica via d'uscita è una laicità coerente. Anticipiamo alcuni brani del libro di Cinzia Sciuto “Non c'è fede che tenga”, che esce oggi per Feltrinelli. di Cinzia Sciuto

 

“Multiculturalismo” è una parola ingannevole, perché ha implicazioni molto più ampie di quelle a cui prima facie si è ingenuamente indotti a pensare. Rimanendo sulla superficie delle cose, multiculturalismo rimanda al variopinto incontro di tradizioni, usi, costumi, cibi, mode, musiche. Fa pensare ai festival etnici, alla pizzica ballata in Norvegia, al kebab mangiato a Londra, alle sonorità arabe che si diffondono in alcuni quartieri delle grandi città europee, alla pizza divenuta ormai piatto universale eppure ancora così intimamente legata all’Italia, alle contaminazioni in arte e letteratura.

Fin qui, tutto bene. Il problema sorge quando dalla constatazione di una società multietnica e multiculturale – dunque di una disomogeneità nei fatti di lingue, usi, costumi, tradizioni, religioni, etnie che convivono nell’ambito della stessa società – si fa derivare il principio che i membri della comunità politica vadano trattati diversamente a seconda della loro appartenenza alle diverse “comunità” etnico-cultural-religiose e che le “culture” minoritarie vadano salvaguardate così come sono (o si presume che siano) e in quanto tali. Quando, cioè, dalla constatazione di una pluralità di usi, costumi, tradizioni, lingue, fedi si fa derivare una pluralità di diritti che, inevitabilmente, conduce a una pluralità di sistemi legali. Un approccio che ha procurato enormi danni al processo di integrazione degli immigrati in molti paesi europei.

 

La logica comunitarista/multiculturalista[1] immagina che si diano degli “oggetti” ben identificabili e de-finibili – le “culture” – e che sia necessario attuare delle politiche ad hoc per “tutelarli”. Peccato che le “culture” non siano degli oggetti naturali rinvenibili osservando la società, ma siano esse stesse delle costruzioni sociali continuamente in divenire. L’approccio multiculturalista, lungi dal “fotografare” la realtà, la plasma, creando quelle “comunità” che presume preesistano, attribuendo a esse – e, in ultima analisi, agli individui che si ritengono portatori di quelle culture – una serie di caratteristiche che si immagina debbano avere, ingabbiando le persone in categorie e stereotipi che stanno sempre troppo stretti o troppo larghi e non colgono mai la complessità dell’identità di ciascuno.

 

È molto interessante, da questo punto di vista, analizzare quello che è accaduto negli ultimi decenni nel Regno Unito, un paese che ha conosciuto una forte immigrazione di persone provenienti perlopiù – per ragioni legate alla storia imperiale inglese e alle relazioni privilegiate che il Regno Unito tuttora intrattiene con i paesi del Commonwealth – [2] dal Sudest asiatico.

 

Per molto tempo gli immigrati provenienti da quell’area geografica si raggruppavano – e venivano raggruppati – secondo la nazione di provenienza: c’erano gli indiani, i pachistani, i “bangla”. La “comunità islamica” allora non esisteva.[3] Non che alcune di queste persone ovviamente non fossero musulmane, ma a pesare nella definizione (e nell’attribuzione) dell’identità era molto più l’appartenenza nazionale che non la fede. A un certo punto queste persone si sono “scoperte” musulmane, nel senso che la loro fede ha iniziato a prevalere come connotazione identitaria sugli altri elementi. A una connotazione plurale e geografica se ne è via via sostituita una singolare e religiosa, mettendo sotto lo stesso ombrello persone con storie, usi, costumi, tradizioni e lingue completamente differenti.

 

Kenan Malik, scrittore britannico di origini indiane, classe 1960, racconta che quando era giovane, a cavallo fra gli anni settanta e i primi anni ottanta, quel che contava per un ragazzo nato in India come lui non era tanto essere un musulmano quanto essere un nero e un lavoratore. Da un lato, dunque, un elemento che legava idealmente uno come Malik alle lotte dei neri d’America e, dall’altro, una connotazione squisitamente politica, di classe. Le associazioni degli immigrati, racconta Malik, avevano spesso una caratterizzazione politica, di norma laica e di sinistra, e non religiosa. L’origine del cambio di paradigma, secondo Malik, è rappresentata proprio dalle politiche multiculturaliste messe in atto dai governi dell’epoca che “non hanno risposto alle esigenze delle comunità ma, in senso lato, hanno contribuito a creare queste comunità imponendo identità alle persone e ignorando i conflitti interni che emergevano per differenze di classe, genere sessuale e all’interno della stessa religione. Hanno rafforzato non le minoranze ma i cosiddetti esponenti della comunità, che dovevano la loro posizione e influenza soprattutto alla loro relazione con lo Stato. [...] Le minoranze non hanno costretto i politici a introdurre politiche multiculturaliste. Piuttosto, lo stesso desiderio di celebrare specifiche identità culturali, almeno in parte, è stato condizionato dall’implementazione di politiche multiculturaliste”.[4]

 

Una delle ragioni che hanno indotto i governi dell’epoca ad agire così, sempre stando alla lettura di Malik, è stata la precisa volontà di distogliere l’attenzione dagli interessi politici, di rompere la solidarietà di classe e sostituirla con quella religiosa, perseguendo una precisa gerarchizzazione delle appartenenze identitarie.

 

L’identità di ciascun individuo è un prisma complesso, in cui le varie “facce” prendono, ora l’una ora l’altra, il sopravvento per il combinato disposto di diverse circostanze. L’approccio comunitarista spinge affinché l’elemento determinante dell’identità di ciascuno non sia, poniamo, il genere o la classe sociale, ma la fede o l’origine etnica. Enfatizzare gli elementi etnici e religiosi a scapito di altri ha conseguenze sociali e politiche cruciali perché alimenta solidarietà identitarie anziché di classe o di genere.

 

In questo caso l’approccio multiculturalista ha giocato un ruolo centrale nella gerarchizzazione dei diversi elementi che caratterizzavano l’identità degli immigrati dal Sudest asiatico nel Regno Unito, facendone emergere e rafforzandone uno – quello religioso – che era, sì, presente ma non costituiva un elemento identitario. (…)

 

Essenzializzare le culture e focalizzare l’attenzione sull’elemento religioso, trascurando tutte le altre caratteristiche in nome delle quali gli individui si potrebbero raggruppare, è peraltro l’operazione tipica dei fondamentalisti, quelli islamici in testa, che non a caso invitano continuamente i musulmani a considerare la “umma” islamica come loro principale orizzonte di identificazione, a scapito di tutte le altre appartenenze che invece li distinguerebbero, incluse quelle che fanno riferimento ai paesi di provenienza o a quelli in cui si trovano a vivere. Una vera e propria azione politica che ha come obiettivo, fra gli altri, quello di indebolire i legami fra gli immigrati di fede musulmana e il paese in cui hanno deciso di vivere.

 

Nella narrazione fondamentalista, che in questo trova un inaspettato alleato in quella multiculturalista oggi tanto di moda specialmente a sinistra, quel che conta nel determinare la “tua” identità non è il genere, la nazionalità o la classe sociale, ma la fede. Tutto il resto passa in secondo piano.  (...)

 

La domanda cruciale è: le persone vanno viste innanzitutto come appartenenti ed esponenti della comunità e della cultura in cui è capitato loro di nascere o come cittadini autonomi in grado di avere con la propria stessa cultura un rapporto dialettico e maturo? Identità come appartenenza comunitaria o come cittadinanza, insomma? Assumere l’una o l’altra prospettiva conduce a risultati politici opposti: se la prima porta a indifferenza e mantenimento dello status quo, se non addirittura ad alimentare i conflitti identitari, la seconda induce a mettere in atto politiche che sostengano e promuovano le capacità dei singoli di interagire in maniera matura, dialettica e autonoma con il proprio background.

 

Il multiculturalismo – ossia trattare i diversi gruppi come comunità separate invece che includere i singoli individui come soggetti pienamente titolari di diritti – crea quella segmentazione della società che a parole dice di voler scongiurare. Il risultato non è più il “multiculturalismo” ma quello che Amartya Sen definisce “monoculturalismo plurale”, un proliferare di comunità parallele, ciascuna reclamante diritti speciali: “La coesistenza di diverse culture che stanno l’una all’altra come pecore nella notte può esser considerata un risultato di successo del multiculturalismo?”.[5]

 

Quel che si sta creando è una società segregata in cui si può forse sperare di mantenere la pace sociale, ma nella quale la violazione dei diritti rischia di essere all’ordine del giorno. D’altro canto, quando si perde di vista la persona – ovviamente con tutta la sua storia, la sua complessa identità, le sue molteplici appartenenze: tutti elementi che però emergono attraverso la persona, e non sono a essa sovraordinati – e la si guarda solo attraverso la lente distorta della sua cultura di appartenenza (o presunta tale), la deriva inevitabile è quella della segregazione della società in comunità parallele. (…) Ma allora, se le “comunità” come realtà sociali monolitiche e immutabili non esistono, come si può giustificare sul piano teorico il sostegno al comunitarismo, all’idea, cioè, che sia necessario apparecchiare un sistema di regole ad hoc per ogni e distinta comunità?

 

Il comunitarismo è uno dei tanti esempi di ideologia che inventa il proprio stesso oggetto per poter giustificare la propria esistenza. Si giunge poi al paradosso quando l’approccio multiculturalista viene difeso invocando la libertà delle culture. Come argomenta Amartya Sen, “essere nati in un particolare contesto culturale non è di per sé un esercizio di libertà culturale, giacché non è una scelta. Al contrario, la decisione di rimanere decisamente nell’ambito di una certa tradizione culturale sarebbe un esercizio di libertà se la scelta avvenisse dopo aver considerato varie alternative”.[6]

 

Per realizzare tale condizione è necessaria una serie di presupposti, a partire da un sistema di istruzione pubblico e laico. Bisogna poi rispondere alla domanda: a quali conseguenze andrebbe incontro qualcuno che optasse per una diversa alternativa? Se, a prescindere da quale scelta si compie, non si va incontro a nessuna conseguenza – non solo in termini di sicurezza fisica (non rischiare la morte, punizioni corporali, imprigionamento), ma anche di condizioni economiche e di relazioni sociali (accettazione da parte della propria famiglia e della comunità, opportunità di lavoro e di carriera ecc.) –, solo allora la scelta si può considerare davvero libera. Ogniqualvolta invece una scelta si porta appresso anche solo l’ostruzionismo della propria comunità (come nel caso di chi decide di abbandonare i testimoni di Geova, che viene sostanzialmente espulso dalla comunità), è evidente che la scelta non è libera.

È chiaro che una scelta assolutamente libera non esiste, se non negli esperimenti mentali. Ma questo non significa che il “grado” di libertà non sia in qualche modo verificabile e che, nel continuum che va da una scelta imposta con la forza fisica (grado 0 di libertà) a una assolutamente libera (obiettivo ideale verso cui tendere ma mai compiutamente raggiungibile), non sia possibile individuare verso quale dei due poli si tende.

 

NOTE [1] I termini “comunitarismo” e “multiculturalismo” fanno riferimento a uno spettro di autori con posizioni anche molto diverse fra loro. Qui si farà principalmente riferimento al comunitarismo multiculturalista di Taylor e al multiculturalismo liberale di Kymlicka. Sebbene quest’ultimo elabori la sua posizione proprio cercando di smarcarsi dalla posizione comunitarista, in quel che segue si cercherò di mostrare la sostanziale convergenza delle due posizioni. È per questo che i termini “comunitarismo” e “multiculturalismo” vengono usati in questa sede quasi come sinonimi.

[2] I cittadini provenienti dai paesi del Commonwealth, per fare un solo esempio, hanno pieno diritto di voto in Gran Bretagna nonostante non siano cittadini britannici. Si tratta quindi, almeno da questo punto di vista, di immigrati particolarmente “privilegiati”.

[3] Cfr. E. Manea, Women and Sharia Law, J.B. Taurus, London-New York 2016, p. 20.

[4] K. Malik, Il multiculturalismo e i suoi critici, Nessun Dogma, Roma 2016 pp. 55, 44.

[5] A. Sen, The Uses and Abuses of Multiculturalism, in “The New Republic, 27 febbraio 2006, tr. mia.

[6] Ibidem.  (Mircomega, 13 settembre 2018)

 

 

 

 

 

Il primo europeismo. Italia/Ue: serve un “25 aprile” della politica europea

 

L’Italia ha avuto un punto di forza nella continuità della sua politica europea, grazie alle scelte fondamentali del dopoguerra e alla lenta ma costante maturazione del suo sistema politico. Il consolidamento del consenso europeista e atlantista si è poggiato sull’architrave del patto fondativo della Repubblica e del cosiddetto “arco costituzionale”, ma fu segnato, ai tempi, anche dal ruolo della Democrazia cristiana e dall’evoluzione della sinistra socialista e comunista rispetto alla Comunità europea, in particolare attraverso figure quali Altiero Spinelli e Antonio Giolitti, Giorgio Amendola e Pietro Nenni.

Un’evoluzione sommatasi al contributo essenziale del pensiero laico, azionista, repubblicano e liberale di personalità come Gaetano Martino e Ugo La Malfa, e a quello dell’attivismo utopista radicale. L’europeismo italiano si è arricchito di una pluralità di motivazioni – cresciute sulla via segnata da Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi – che lo ha reso unico per capacità di includere correnti politiche e culturali. La continuità europeista ha dimostrato la forza inclusiva della nostra democrazia.

Altra prerogativa della politica europea dell’Italia è la flessibilità, intesa come capacità di azione secondo linee guida ma adattabile ai diversi contesti: dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Europa dell’Est alla sfera transatlantica. La flessibilità non è una deroga ai principi e alle priorità geopolitiche. E’ ed è stata, piuttosto, un modo per compensare il divario di mezzi rispetto ad altri attori internazionali ed europei, e per tenere fede alla nostra vocazione geografica: quella di territorio cerniera, crocevia commerciale e culturale più durevolmente che potenza militare e politica. Questa vocazione è nella profondità del Paese, nelle città prima ancora che nello Stato.

L’Italia non dimentichi di essere stata europeista

La forza ideale e morale della ricostruzione ha alimentato la continuità e la flessibilità della nostra azione in Europa e nel mondo. La riflessione da compiere è quanto possa essere salvato di tutto questo. Non vi è dubbio che la rivendicazione della discontinuità sia ormai un parametro della politica contemporanea e che la flessibilità possa essere estesa fino a rompere il filo della coerenza. C’è il pericolo che diventi strutturale la declinazione in negativo di ciò che riguarda l’Europa: la contestazione delle regole, l’assenza di impegno nello spiegare la valenza di un quadro europeo di diritti, l’attribuzione all’Europa di ogni incapacità di affrontare problemi, dalla raccolta della spazzatura alle insufficienze nei servizi pubblici.

Questa tendenza può diventare trasversale in un sistema politico fragile in costante transizione e ostacolare un dibattito produttivo sulla riforma dell’Ue, i cui limiti sono ben evidenti. Tali limiti nascono dall’insufficiente sviluppo istituzionale e di politiche comuni dopo la trasformazione del 1989. Quel passaggio ha segnato anche il sistema italiano: il nostro europeismo ha perso rappresentatività quando si sono seccate (rimosse) le radici plurali che lo alimentavano. E’ stato un processo di lunga durata che dovrebbe preoccupare più delle fiammate di nuove demagogie. La rivoluzione più insidiosa per l’europeismo è la perdita di memoria.

Gli italiani tra contestazione e bisogno di Europa

Non è mai troppo tardi per ricercare, per quanto possa apparire illusorio, un confronto sull’Europa politica come occasione per un nuovo slancio ideale e non di accanimento polemico quotidiano[1]. Ricercarlo vuol dire riconnettersi con un Paese che esprime moti di contestazione di ciò che è l’Europa, ma che vive una realtà e una “aspettativa europea” non colta dalla politica. Il grande paradosso per l’europeismo italiano è che mai come oggi è forte la domanda di standard e livelli di vita europei, eppure mai l’euroscetticismo è stato così invasivo.

Per riconnettere l’europeismo a questa domanda di Europa servono progetti concreti, più che dichiarazioni sul giudizio universale che ci aspetta. Vi è il tema dello sviluppo della nozione di Europa che protegge e che agisce alle sue frontiere, in particolare nel Mediterraneo, e di come saranno possibili quelle forme di cooperazione strutturata indispensabili per farlo. Vi è il tema della partecipazione al gruppo di testa dell’Euro. Non possiamo lasciare la parte più avanzata d’Europa e restare indietro non si sa bene per quale modello.

Ciò impone di dire come arrivarci e cosa siamo disposti a concedere. Vi è il tema dell’attività su Brexit sfuggita dai radar – se non dei volenterosi addetti -, proprio mentre avviene il trasferimento di parti d’industria da Londra. Vi è la ricerca di un rapporto equilibrato con i Paesi dell’Europa centrale e orientale, importanti partner che sono un giorno la causa di tutti i mali e il giorno successivo gli interlocutori privilegiati. E vi sono molti dossier dove un’Italia che include e che propone, che cambia governi ma tiene la barra dritta, può difendere bene interessi nazionali.

Ripartire da nuove forme di partecipazione

Indico due elementi per contrastare una definitiva lacerazione del sistema politico intorno alla questione europea. Il primo è il tema dell’Europa sociale, imbrigliato in questi anni da spinte contrastanti ma indispensabile per recuperare consenso. Il secondo è la questione democratica. Sarà impossibile frenare l’indebolimento delle istituzioni senza la consapevolezza delle sfide sorte in questi anni. Occorrono forme di partecipazione che sostengano la dimensione parlamentare e non ambiscano a sostituirla: una democrazia partecipativa aperta a un maggiore coinvolgimento dei cittadini. Inserire le consultazioni, anche sulla base delle esperienze promosse dalle istituzioni europee in questi anni, in perimetri che non liberano partiti e istituzioni dalle loro responsabilità, far crescere partiti europei e rafforzare il ruolo del Parlamento europeo sono punti cruciali su cui non sono impossibili impegni condivisi.

Questo implica anche una responsabilità nella distinzione dei ruoli di maggioranza e opposizione. Il riconoscimento che la difesa della patria nazionale ed europea è patrimonio comune dovrebbe essere visto come il migliore antidoto a una politica dell’odio, nata fuori dall’Europa con quella distorsione dell’economia che toglie “pane e anima” a molti individui. In tempi di conflitti esasperati, interrogarsi su ciò che può riportarci con i piedi per terra diventa un compito forse illusorio ma necessario.

Non vi era nessun copione definito per l’Italia del 25 aprile. Partì da quel giorno una lunga opera di ricostruzione morale ed economica che molti decenni dopo non è ancora compiuta. Non vi è una storia scritta oggi per il nostro futuro se non quella della Costituzione e del suo legame con l’Europa unita.

[1] Diego Fares “Contro lo spirito di accanimento” in Civiltà Cattolica 4029, 216-230.  Marco Piantini, IPG 25

 

 

 

 

Noi spesso responsabili dei disastri

 

Ascoltiamo il grido della Terra, ammonisce il Papa. Perché la natura si ribella alle incurie degli uomini. Come succede ogni anno in Italia e nel mondo

 

  “Ascoltiamo il grido della Terra”, ha scritto il Pontefice nel messaggio per la Giornata mondiale del Creato, riferendosi ai danni causati al nostro pianeta trasformato “in una distesa inquinata di macerie, deserti e sporcizia”. Fatti che, purtroppo, annualmente avvengono provocando morti, feriti e notevoli spese, e trasformano il “giardino rigoglioso” donatoci da Dio. Distruzioni che, secondo il Papa, sono “provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici”.

 Ne deriva la necessità che Parlamentari e Autorità competenti si assumano “un atteggiamento rispettoso e responsabile verso il Creato” ed ascoltino “il grido della Terra”, cioè quello delle persone, delle opere d’arte e delle costruzioni. Comportamento spesso carente nei politici e nei cittadini, come rilevabile dalle cronache quotidiane che informano su incidenti, catastrofi e danni ai territori e agli uomini. Ai quali compete, invece, il compito di rispettare la bellezza della natura, dei territori, degli edifici e delle architetture. Come pure di aiutare economicamente i feriti, di occuparsi subito dei crolli, come quello del ponte un mese fa Genova, o delle abitazioni, scuole ed altri fabbricati. Notevoli, infatti, le difficoltà che ne derivano ai cittadini. Problemi che, spesso, non trovano subito soluzioni per mancanza di fondi pecuniari o ritardi degli Enti che dovrebbero occuparsene o ancora per le lungaggini della burocrazia italiana.

  Come succede nel capoluogo della Liguria per la ricostruzione del ponte crollato. Ad impedire al Governo di nominare il Commissario per la ricostruzione sono i rifiuti espressi sul Sindaco di Genova e sul Governatore della Liguria. Ne consegue che il Governo per ora si è limitato a scrivere, nel “decreto emergenze”, che al “Commissario per la ricostruzione” sarà “assegnata la carica prossimamente”, senza specificare quando. Motivo per cui non si sa chi si occuperà della ricostruzione, essendo i Grillini contrari alla nomina di Toti, proposto dalla Lega.

  Secondo il Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, dovrà essere “un tecnico di alto profilo”. Ovvia opinione ma insufficiente, non essendo stato ancora stabilito chi deve scegliere l’impresa che si deve occupare della demolizione di ciò che resta del ponte e di quella che lo ricostruirà, lavori urgenti e necessari ai cittadini ed alle imprese locali, ai quali gli Enti dovranno fornire il necessario sostegno, compresa la ricostruzione di una viabilità secondaria.

  Può anche definirsi soddisfatto il Premier Conte, convinto che si ricostruirà “il ponte velocemente e meglio di prima. Continuiamo a lavorare senza sosta per permettere alla città e ai genovesi di tornare alla normalità”. C’è solo da sperare che il suo convincimento risponda alla realtà. Il decreto Emergenze, emesso il 13 settembre, si limita a dire che il Commissario dovrà anche redigere un piano di “parcheggi, logistica, intermodalità, riqualificazione urbana, risanamento della qualità dell'aria” e che le aziende, società o esercizi commerciali che hanno avuto un guadagno inferiore a quelli precedenti potranno godere di “alcune esenzioni di carattere fiscale”.

  Proposte che dovranno essere approvate con decreto dal Premier, alle quali si aggiunge quella consigliata dal Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, convinto che occorra istituire un'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali, quanto mai necessaria per evitare altri crolli e ciò che ne consegue in spese, morti e feriti.

  C’è da augurarsi che sia fondata al più presto, tenuto conto che, a stare a quanto si legge sui quotidiani, anche a Milano ci sono molti ponti mal ridotti, quindi a rischio crollo. E non solo nella metropoli lombarda. Resta pure da augurarsi che non aumentino, anzi siano ridotte, le sporcizie nelle strade d’Italia come pure di altri Stati, come giustamente rilevato dal Papa che ha potuto constatarne l’esistenza durante i suoi viaggi.

  Di tali immondizie si lamentano speso i cittadini, infastiditi dal disagio che comportano a chi deve camminare o guidare una macchina. Tutto questo contribuisce a rendere il Pianeta “una distesa inquinata di macerie, deserti e sporcizia”, come affermato dal Pontefice. Che in ciò vede una mancanza di rispetto verso gli uomini ma anche verso il Creatore. Egidio Todeschini

De.it.press

 

 

 

La lingua italiana in Germania. In programma iniziative il 19 e 20 ottobre 2018 a Berlino

 

Berlino. L’Istituto Italiano di Cultura a Berlino, insieme all’Ambasciata d’Italia in Germania e in collaborazione con l’Adi, il Vdig, il Div e con il sostegno dell’Agenzia nazionale del turismo, promuove un’iniziativa ad ampio raggio sull’importanza della lingua italiana in Germania: come lingua legata al commercio e all’economia, come lingua delle vacanze e di uno stile di vita, come lingua di una consistente comunità emigrata, come lingua di cultura, come lingua indispensabile per la formazione musicale e artistica.

Nel nostro mondo globalizzato, che mette a stretto contatto civiltà lontane e diverse, prevale sempre più l’idea che la comunicazione tra gli individui, i gruppi sociali e le comunità possa avvenire attraverso un’unica lingua internazionale, orientata all’informazione, al commercio e alla quotidianità. In un mondo siffatto

l’apprendimento delle lingue come elemento fondante della cultura perde progressivamente valore. Le politiche scolastiche ed educative seguono questa tendenza, restringendo gli spazi per l’apprendimento di una seconda lingua straniera, confinata in una zona economicamente ininfluente e dunque marginale.

Ma è davvero così? È proprio “inutile” imparare lingue diverse dall’inglese nella nostra vita sociale, nei rapporti commerciali, nelle esperienze di lavoro? È solo un “lusso” da riservare al tempo libero, lo svago o le vacanze? Nel 2017 lo scambio commerciale tra Italia e Germania ha superato i 120 miliardi di euro. Le economie dei due Paesi sono strettamente intrecciate e complementari. Nella Repubblica Tedesca vivono e lavorano circa 800mila italiani. Sempre nel 2017 oltre undici milioni di turisti tedeschi in vacanza hanno speso in Italia 5,7 miliardi di euro.

Questo straordinario interscambio si fonda su relazioni umane che non possono prescindere dalla comunicazione. E per quanto sia certamente possibile esprimersi e farsi capire in una “lingua franca”, solo l’apprendimento della lingua “dell’altro” permette quella fiducia e apertura garantita dalla familiarità con le parole. Ma la conoscenza linguistica non è solo la base fondamentale per stabilire rapporti di lavoro duraturi e per dare respiro agli scambi economici. Su di essa si costruisce anche la conoscenza delle abitudini, della mentalità, dei modi di vivere. Solo la conoscenza linguistica può servire ad abbattere pregiudizi e stereotipi ancora diffusissimi. Per questo il senso dell’apprendimento linguistico risiede non per ultimo nel rafforzamento della coesione sociale europea. Se oggi l’idea di Europa è in crisi, per ristabilirla occorrerà necessariamente ripartire dalle sue culture e dalle sue lingue.

 

Da qui l'iniziativa dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino, che il 19 e 20 ottobre, attraverso una serie di autorevoli testimonianze e interventi di protagonisti dell’economia, del giornalismo, della cultura e della Università, intervistati da Sandra Maria Gronewald, nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Tiergarten, illustrerà le potenzialità e la capacità di penetrazione dell’italiano, invitando a partecipare autorità politiche e accademiche, dirigenti dei ministeri regionali dell’Istruzione e l’Università, rappresentanti delle organizzazioni economiche, tour-operator, giornalisti, opinion-maker. In una seconda giornata si farà il punto sulla situazione dell’insegnamento dell’italiano in Germania.

Venerdì 19 ottobre, a partire dalle 17, intervistati da Gronewald, autorevoli rappresentanti del mondo italo-tedesco dell’economia, dell’università, del giornalismo, della cultura illustreranno in brevi interventi il loro rapporto con la lingua italiana e l’importanza che tale lingua ha avuto nella loro vita professionale.

 

Interverranno: Roberto Vellano, Direttore Centrale per la Promozione della Cultura e della Lingua Italiana del ministero degli Esteri, Luigi Reitani, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura a Berlino. Previste interviste ad Andrea Carlo Cerri, Generali Deutschland AG, Robert Fajen, Universität Halle, Bernhard Huß, Italienzentrum FU Berlin, Sandra Maischberger, Ard, Rita Marcon-Grothausmann, Vdig, Christian Rivoletti, FAU Erlangen-Nürnberg-DIV, Elena Maria Rossi, Agenzia Nazionale del Turismo, Davide Schenetti, ADI e.V., Susanne Schüssler, Verlag Klaus Wagenbach, Benjamin Wäntig, Staatsoper Unter den Linden, Andreas Züge, Fiera di Hannover. A seguire colloquio con Giovanni di Lorenzo, Direttore Die Zeit

 

Sabato 20 ottobre, nella sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino, si parlerà degli strumenti per la promozione dell’italiano all’estero, dello stato della lingua italiana in Germania, ci sarà una tavola rotonda sull'italiano nelle Università tedesche, una sull'italiano per la formazione permanente in Germania e una sull’italiano nelle scuole in Germania. (Ses/AdnKronos)

 

 

 

 

Cinema Italia. Apertura ad Amburgo. Rassegna in Germania fino al 12 dicembre

 

Amburgo - Si è tenuta presso il cinema Metropolis di Amburgo, il 15 settembre scorso, l’apertura della ventunesima edizione di “Cinema! Italia!”, rassegna itinerante di film italiani in Germania. Come ogni anno la città anseatica ha fatto da apripista alla manifestazione, ospitando la prima tedesca di “Tutto quello che vuoi”, la tragicommedia del regista romano Francesco Bruni, presente in sala.

La manifestazione è stata organizzata da Made in Italy e da Kairos Film Distribution, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Berlino, in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Berlino e il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Direzione Generale per il Cinema di Roma, nonché dell’Agenzia per il Commercio Estero (ICE) di Berlino.

All’evento in sala erano presenti il direttore del Cinema Metropolis, Martin Aust, uno dei direttori della Casa di Distribuzione tedesca Kairos, Helge Schweckendiek, Francesco Bono di Made in Italy, il regista Francesco Bruni e la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, Nicoletta Di Blasi.

Dopo i saluti iniziali di Martin Aust, della direttrice di Blasi e di Helge Schweckendiek, è stata proiettata in lingua italiana con sottotitoli in tedesco la pellicola “Tutto quello che vuoi”. Alla proiezione è seguito un breve dibattito con il regista Francesco Bruni, che ha risposto alle curiosità degli spettatori intervenuti, spiegando come abbia attinto alla sua stessa biografia per la stesura della sceneggiatura. La traduzione in consecutiva è stata curata da Francesca Bravi, Docente dell’Università di Kiel (CAU).

Fino al 23 settembre è stato possibile vedere ad Amburgo le sei proiezioni scelte da Made in Italy di Roma e dalla Casa di Distribuzione Kairos di Göttingen per il 2018, proiezioni che vanno dalla divertente commedia come “Come un gatto in tangenziale” di Riccardo Milani, a temi più duri che rispecchiano l’attuale situazione italiana e mostrano la sempre più grande differenza sociale tra poveri e ricchi, giovani e anziani, immigrati e vecchi. In “Fortunata” di Sergio Castellito il personaggio principale è una ragazza madre in cerca della sua strada; “L’equilibrio” di Vincenzo Marra, si addentra nelle luci e ombre della Chiesa cattolica; “Ammore e malavita” di Manetti Bros è un film ironico e attuale sulla variegata città di Napoli, e “Taranta on the road” di Salvatore Allocca, vede una coppia di tunisini, sfuggita alla primavera araba che si mette a girare l’Italia alla ricerca di emancipazione e una vita libera. Film così differenti come tema e genere, e tutti che rappresentano appunto la società italiana contemporanea. Pellicole che sono state riconosciute con diversi premi per la qualità della loro produzione.

La rassegna itinerante Cinema!Italia! toccherà diverse città in Germania, come Colonia, Wiesbaden, Dresda, Düsseldorf, Oldenburg, Brema, Stoccarda, Hannover, Braunschweig, Mannheim, Pforzheim, Marburgo, Monaco, Augusta, Kiel, Bonn,Würzburg, Darmstadt, Münster, Karlsruhe, Lich, Bielefeld, Göttingen, Kassel, Bamberga, Lubecca, Marburgo, Regensburg, Francoforte, Saarbrücken, Norimberga, Heidelberg, Friburgo e Lipsia e si concluderà a Berlino il 12 dicembre con la premiazione del film più apprezzato dal pubblico tedesco.

(aise/dip) 

 

 

 

 

Italia/UE. Perché malgrado tutto l’Europa ci conviene

 

Da dove ripartire per convincere opinioni pubbliche nazionali scettiche e disilluse, quando non apertamente ostili, che l’ Europa tutto compreso ci conviene? Operazione difficile in questo contesto politico, ma non impossibile.

Sappiamo che la crisi di fiducia nel progetto europeo è soprattutto la conseguenza delle difficoltà emerse in Europa nella gestione della drammatica crisi economica e finanziaria del 2008/ 2009  e degli anni seguenti, e della successiva crisi dei flussi migratori: due fenomeni profondamente diversi fra loro ma accomunati dalla condivisa capacità di far emergere la percezione di debolezze e insufficienze del progetto comune europeo.

Ma dobbiamo anche riconoscere che questa crisi di fiducia   è anche il risultato di sistematiche campagne di forze politiche (della più varia ispirazione) che hanno trovato più agevole e pagante in termini di consensi scaricare sull’ Europa carenze e responsabilità che erano invece prevalentemente  nazionali.

Da dove ripartire? L’Ue dà una migliore tutela degli interessi nazionali

Ma se queste sono le premesse, da dove ripartire? In primo luogo dalla constatazione che, malgrado tutte le carenze della costruzione europea e malgrado l’insoddisfazione crescente nei confronti dell’Unione europea, vagheggiare oggi un ritorno allo ‘Stato nazione’ come unica sede di legittimazione democratica e come unica istanza di autentica tutela degli interessi nazionali è al tempo stesso velleitario, pericoloso e anacronistico.

Velleitario perché neppure il più grande e ricco dei Paesi europei sarebbe oggi in grado da solo di muoversi con autorevolezza sullo scenario internazionale e confrontarsi da pari con le grandi potenze globali. Pericoloso perché, come  la storia europea del secolo scorso (troppo spesso dimenticata) dovrebbe ricordarci, un ritorno agli Stati nazione, senza regole e istituzioni multilaterali, può produrre guasti incalcolabili. Anacronistico infine perché sembra francamente molto azzardato ipotizzare che singoli Stati da soli (a meno che non siano gli Usa o la Cina) riescano a promuovere crescita, occupazione e inclusione sociale, o a gestire i flussi migratori; e riescano a gestire con successo fenomeni complessi come il commercio internazionale, la lotta al cambiamento climatico, il contrasto del terrorismo internazionale, la cyber-security, o il rapporto con i giganti del web.

Se si parte da queste premesse dovrebbe essere inevitabile riconoscere che l’ Europa non solo ci conviene, ma  anche che è proprio all’interno di una dimensione europea che potremo difendere meglio i nostri interessi nazionali. A condizione però che impariamo a giocare le nostre carte in Europa  meglio di quanto non siamo stati capaci di fare finora.

Schizofrenia dell’Italia e attacco sistematico all’ordine internazionale

Per troppi anni l’Italia è infatti apparsa caratterizzata da una curiosa schizofrenia rispetto alla sua collocazione in Europa. Per anni a un apparentemente condiviso atteggiamento di sostegno a forme sempre più avanzate di integrazione, e a un diffuso europeismo di facciata, ha corrisposto una insufficiente capacità di incidere sui processi decisionali europei, una ricorrente difficoltà a creare reti di alleanze, una sperimentata difficoltà ad adattare l’apparato del governo e delle  amministrazioni (nazionali e locali) alla sfida europea, una conseguente carenza sistematica nella partecipazione alla fase ascendente di regolamenti e direttive comunitari, un costante ritardo nell’adattare la legislazione nazionale a quella europea, una tendenza a ignorare o a violare il diritto europeo (che troppo spesso anni ci ha fatto figurare in testa alla classifica per procedure di infrazione e sentenze di condanna della Corte di Lussemburgo) e infine una cronica e colpevole incapacità di utilizzare in maniera efficace i fondi europei.

Oggi ci troviamo di fronte ad un attacco senza precedenti al progetto europeo, in parte motivato dalla azione di forze politiche domestiche, che rivendicano una presunta necessità di recuperare spazio per l’esercizio di poteri nazionali, ma in parte anche ispirato dall’esterno, da grandi potenze interessate per motivi geo-strategici, a indebolire l’Unione europea. E non a caso questo attacco all’ Europa si salda e coincide con un attacco sistematico dichiarato ad un ordine internazionale fondato su regole condivise su istituzioni internazionali efficaci e riconosciute.

Debolezze dell’Italia e opportunità dell’Europa

Ma ad un  Paese come l’Italia, media potenza caratterizzata da una modesta capacità di proiezione internazionale, da persistenti debolezze strutturali, e da un’economia fin troppo dipendente dalle esportazioni, non conviene assecondare questa contestazione all’ Europa. Né tanto meno conviene all’Italia sostenere chi è così apertamente intenzionato a far saltare le regole del gioco di un sistema  di relazioni fra Stati basato sul principio del multilateralismo efficace.

A noi l’ Europa conviene perché costituisce un solido quadro di riferimento per la difesa di valori e principi irrinunciabili e non negoziabili, che sono alla base della nostra nozione di democrazia. Conviene perché la nostra economia ha bisogno di un grande mercato interno su scala continentale; perché abbiamo bisogno di una moneta comune, necessario completamento del mercato interno. Ma ci conviene anche perché abbiamo bisogno di principi comuni ed esempi da seguire in materia di inclusione sociale e creazione di lavoro; di regole condivise in materia di concorrenza e aiuti di Stato; di un quadro di riferimento condiviso che guidi ispiri i processi di modernizzazione del Paese e ci consenta di affrontare i maniera più efficace le complessità della globalizzazione.

Le cose da fare, invece di quelle che facciamo

Dovremmo però essere capaci di vedere nella dimensione europea una straordinaria opportunità, piuttosto che un groviglio di regole e vincoli; un moltiplicatore piuttosto che un limite della nostra sovranità. Invece di ipotizzare improbabili Piani B e vagheggiare un abbandono dell’euro, dovremmo impegnarci con proposte costruttive  per una riforma della ‘governance’ della moneta comune e per il completamento dell’unione bancaria che corrispondano a nostri interessi. Invece di contestare sistematicamente regole in materia di disciplina di bilancio, a suo tempo condivise anche da noi e concepite anche a tutela della sostenibilità del nostro ingente debito pubblico, dovremmo insistere per un grande piano europeo di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali. Invece di minacciare improbabili veti sul bilancio dell’Unione, dovremmo pazientemente individuare quale tipo di spesa o quale nuova fonte di entrate ci conviene sostenere. Invece di lamentarci per essere stati lasciati soli nella gestione dei flussi migratori, accusando l’ Europa di insensibilità, dovremmo scegliere gli alleati più utili per ottenere più solidarietà. Invece di polemizzare quotidianamente con presunti euro-burocrati, dovremmo cominciare a riflettere su come posizionarci in vista del rinnovo delle più alte cariche nelle istituzioni dell’Unione.

In altre parole dovremmo puntare su  un’ Europa più unita, più autorevole e magari più solidale come una opportunità per l’Italia,  chiarirci le idee su cosa ci aspettiamo dall’ Europa, fissare obiettivi realistici e ottenibili, attrezzarci per sostenerli con competenza e credibilità nelle sedi dove si assumono le decisioni, e costruire un sistema di alleanze che corrisponda a verificati interessi nazionali.

Questo pezzo è una versione ridotta di quello pubblicato sul sito del Cespi http://www.cespi.it/it/eventi-note/articoli/perche-malgrado-tutto-leuropa-ci-conviene. Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 2

 

 

 

 

Italia-Germania. Moavero incontra il presidente della Commissione affari esteri del Bundestag

 

Roma. Il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, ha ricevuto il 3 ottobre alla Farnesina il Presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag, Gunther Krichbaum, col quale ha avuto un intenso scambio di vedute su alcuni temi europei di particolare sensibilità.

In materia di migrazioni, riporta la Farnesina, il Ministro Moavero ha ribadito che è essenziale porre in essere idonei meccanismi stabili che consentano un'effettiva condivisione, fra gli Stati UE, degli oneri che si ricollegano all'arrivo dei migranti sul territorio europeo. Infatti, ha detto il Ministro, non è più possibile che gravino, in palese prevalenza, sui Paesi, come l'Italia, che si trovano, per la loro collocazione geografica, più esposti alle rotte dei flussi migratori.

Il presidente Krichbaum, si legge ancora nella nota del Ministero, ha convenuto sull'opportunità di affrontare in modo più efficace, a livello UE, la questione migratoria e di farlo incidendo di più sulle cause profonde delle migrazioni, attraverso un sostenuto incremento delle risorse destinate ai Paesi di origine e di transito dei flussi, in particolare in Africa.

In riferimento al prossimo quadro pluriennale di bilancio UE, per il periodo 2021-2027, attualmente in negoziazione a Bruxelles, il Ministro Moavero e il Presidente Krichbaum hanno passato in rassegna le possibilità di assicurare risorse più cospicue.

Al riguardo, hanno espresso l'auspicio che la Commissione europea sia più coraggiosa nel proporre vere risorse proprie, di genuina natura europea, diverse dai contributi versati da ciascuno Stato. Hanno menzionato, a titolo di esempio, le misure idonee a garantire la giusta contribuzione fiscale da parte di soggetti che oggi sono in grado di sottrarvisi con abili “slalom” fra i differenti sistemi tributari degli Stati Membri.

Infine, il presidente Krichbaum ha espresso apprezzamento per l'azione italiana a favore della stabilizzazione della Libia, concordando sulla necessità di proseguire ogni sforzo per ristabilire condizioni di sicurezza e sull'opportunità dell’apposita Conferenza che l’Italia ospiterà a Palermo, il 12 e 13 novembre. (dip) 

 

 

 

 

Espulsioni? Il caso che agita gli italiani in Germania

 

Le polemiche per la vicenda di una giovane italiana, rimasta senza lavoro dopo il parto in Germania e minacciata di espulsione forzata dalle autorità del Nord Reno Vestfalia - di Paolo Valentino, corrispondente da Berlino

 

Solleva forte polemica ma anche tanta falsa informazione, condita di ostilità antitedesca, il caso di una giovane italiana, rimasta senza lavoro dopo il parto in Germania e minacciata di espulsione forzata dalle autorità del Nord Reno Vestfalia, se non trova un’occupazione entro 15 giorni, perché non più in grado di mantenersi.

Raccontata da Cosmo, programma in italiano di Radio Colonia, la vicenda non sarebbe un caso isolato, anche se nessuno è in grado di precisare quanti nostri connazionali siano attualmente a rischio di «Abschiebung». In ogni caso, da una nostra ricognizione con la rete consolare italiana in Germania, non si tratta di un’ondata, né soprattutto siamo davanti al rischio di espulsioni di massa.

Sul tema c’è già da registrare una dichiarazione del sottosegretario agli Esteri, Riccardo Merlo, secondo il quale, «se fosse vero, l’atteggiamento della Germania sarebbe molto grave a andrebbe a colpire l’essenza stessa della Ue». «Ci troveremmo - così Merlo - davanti a un paradosso: l’Italia viene messa sotto accusa perché cerca di difendere l’Europa dall’immigrazione illegale, mentre la Merkel starebbe colpendo un diritto fondamentale di tutti i cittadini della Ue».

Ma è veramente così? Vediamo i fatti. La legge tedesca in materia di diritto di soggiorno, che recepisce la direttiva Ue nr. 38 del 2004 sulla libera circolazione e il diritto di stabilirsi oltreconfine, prevede che un cittadino della Ue possa stare in Germania oltre i tre mesi concessi a tutti se ha un lavoro dipendente o autonomo, se ha mezzi propri, se ha un parente stretto già regolarmente residente, se studia in un’università o fa formazione professionale, se cerca attivamente lavoro. In quest’ultimo caso ha 6 mesi per trovarlo o fino a un anno, se dimostra di avere buone prospettive di trovarlo.

Nel caso della giovane che ha parlato con Radio Colonia, la verifica è scattata perché lei, rimasta disoccupata e separatasi dal compagno, aveva giustamente chiesto un sussidio, che le è stato negato. Una nuova legge del 2016 ha alzato da 3 mesi a 5 anni la permanenza in Germania richiesta per ottenere i benefici dello stato sociale. Legge restrittiva e discutibile, ma che trova il suo fondamento sugli abusi del welfare tedesco, anche ma non solo da parte di nostri connazionali, di cui parla anche il servizio di Cosmo. Abusi criticati da quegli italiani che vivono in Germania, rispettano le regole e si lamentano dei connazionali «che lavorano in nero e prendono i sussidi».

Ora, non c’è dubbio che nel caso della giovane madre, comunque non ancora espulsa (come finora nessun altro italiano) siamo di fronte a eccesso di zelo burocratico e scarsa flessibilità teutonica. E fa bene Radio Colonia a denunciarlo. Ma il punto vero è un altro. La legge tedesca sulla libera circolazione pone condizioni identiche a quelle previste dal DL n. 30 del febbraio 2007, che recepisce in Italia la stessa direttiva europea, compresa quella che se sei in cerca di lavoro e non hai lavorato per almeno un anno, hai un anno di tempo per trovarlo (in Germania sono 6 mesi+6 mesi). Ed è ovvio che sia così: la libera circolazione non ha mai significato liberi tutti, ma possibilità di stabilirsi e lavorare in tutta la Ue, rispettando certe condizioni. Il resto sono chiacchiere e maldestri tentativi di avvelenare il clima dei rapporti con la Germania. CdS 23

 

 

 

 

Il caporedattore di Radio Colonia sul servizio “Inviti al rimpatrio”

 

Radio Colonia, la trasmissione in lingua italiana dell’emittente pubblica COSMO/WDR prende le distanze da libere interpretazioni e conclusioni a cui purtroppo molti colleghi della stampa italiana sono giunti, dopo aver ascoltato il servizio „Inviti al rimpatrio” di Luciana Mella andato in onda mercoledì 19 settembre sulle nostre frequenze:

(https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/legge-rimpatrio-italiani-102.html)

Per evitare ulteriori speculazioni e ricostruzioni fantasiose ribadiamo che, stando alle nostre stime, nell‘arco di un anno (agosto 2017- agosto 2018), sono circa un centinaio le lettere recapitate ad italiani in cui si prospetta un eventuale rimpatrio. Il numero è circoscritto e non si tratta certamente di un fenomeno di massa, come alcuni organi di stampa hanno voluto riportare. A chi vengono inviate le lettere? In base alla vigente normativa tedesca, dopo un anno di lavoro, si matura il diritto al sussidio di disoccupazione, che ha la durata di 6 mesi. Per altri 6 mesi, nel caso se ne faccia richiesta, si possono percepire prestazioni di sostegno sociale. Superato questo periodo, se non si risiede in Germania da almeno cinque anni, o si svolge una prestazione lavorativa di almeno 10,5 ore settimanali, non vengono più erogate prestazioni assistenziali. 

Succede quindi che alcuni comuni, dopo aver ricevuto l’informazione da parte dei Jobcenter (gli uffici del lavoro locali) di richieste di rinnovo di aiuto sociale, oltre i 6 mesi garantiti, venendo a mancare i requisiti previsti dalla legge (come detto, 5 anni di residenza o prestazione lavorativa di almeno 10,5 ore settimanali), “consiglino” agli italiani, e agli altri stranieri di origine europea, di lasciare il Paese, a meno che non dimostrino di essere alla ricerca di un lavoro. 

Questa la legge di riferimento: 

Freizügigkeitsgesetz/EU vom 30. Juli 2004 (BGBl. I S. 1950, 1986), das zuletzt durch Artikel 6 des Gesetzes vom 20. Juli 2017 (BGBl. I S. 2780) geändert worden ist". Stand: Zuletzt geändert durch Art. 6 G v. 20.7.2017 I 2780. 

Discutibile è che alcuni comuni, a fronte di una legittima negazione di una prestazione sociale, facciano seguire l‘invito a lasciare il territorio federale, pur trattandosi di cittadini comunitari.

Ancora una precisazione: di fronte a titoli di giornali, secondo i quali la Germania caccerebbe gli italiani poveri dal proprio territorio, facciamo notare che, degli oltre 700.000 italiani residenti in Germania, circa 70.000 percepiscono in modo pieno e legittimo un sussidio sociale. 

Tommaso Pedicini (Caporedattore Radio Colonia COSMO/WDR)

 

 

 

 

All'IIC di Berlino la fotografie di Uliano Lucas “1968. Un anno di confine”

 

Berlino. Verrà inaugurata l'8 ottobre alle ore 19 all'Istituto Italiano di Cultura di Berlino la mostra fotografica di Uliano Lucas intitolata “1968. Un anno di confine”, allestimento curato da Tatiana Agliani nell'ambito del Mese europeo della Fotografia.

Le manifestazioni studentesche e operaie degli anni '67/'69, lo spartiacque tragico della strage di piazza Fontana a Milano, l'ampliarsi e diversificarsi del movimento antiautoritario negli anni successivi, con le lotte per i diritti civili e quelle per la casa, la nascita del movimento femminista e i cortei contro la guerra in Vietnam e contro la dittatura di Pinochet in Cile. Ma anche le realtà del mondo del lavoro, le trasformazioni nella società, le spinte etiche che hanno portato alla nascita del movimento e all’esplodere della protesta. 60/70 immagini di Uliano Lucas ripercorrono la storia e le ragioni degli anni della Contestazione portandoci a rivivere una stagione che ha cambiato la società italiana.

Nello stesso tempo la mostra ci parla anche di un "'68 della fotografia", di un periodo di idealità e speranze in cui il fotografo si spinge oltre la testimonianza e si fa voce e interprete del movimento antiautoritario e delle sue rivendicazioni.

Uliano Lucas, fotoreporter freelance, nato a Milano nel 1942, si è formato nell’ambiente di artisti di Brera e del bar Jamaica. Ha raccontato le guerre di liberazione e la decolonizzazione in Africa, le realtà del Medio Oriente, la contestazione studentesca e operaia, la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, e ha realizzato reportage, poi sfociati in libri, su temi seguiti lungo i decenni, dalla vita degli emigranti, alla questione psichiatrica, alle trasformazioni nel mondo del lavoro e nel territorio. La mostra sarà visitabile fino al 21 dicembre 2018.

L'orario di apertura sarà, fino al 31 ottobre dal lunedì al sabato dalle ore 11 alle ore 18; dal 2 novembre al 21 dicembre il lunedì, martedì e venerdì dalle ore 10 alle 14, il mercoledì e giovedì dalle ore 10 alle 16. L'ingresso è libero. (Inf/dip)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Lettera aperta ai giornali italiani

 

Noi cittadini italiani attivi in circoli culturali e associazioni regionali chiediamo l’immediata scarcerazione del sindaco di Riace, Domenico Lucano.

 

Aver compiuto un gesto del genere significa sovvertire i principali valori della convivenza umana, sanciti per esempio nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, voluta dalla Nazioni Unite nel 1948, a ridosso della immane tragedia  di una guerra che ha comportato più di 60 milioni di morti e voluta da chi ha creduto di essere superiore agli altri ed è rimasto schiacciato dalla propria tracotanza.

 

Se qualcuno nella Locride va arrestato quello è chi ha sparato colpi di pistola contro l’ufficio di Mimmo, chi gli ha avvelenato i cani, chi ha eliminato il vicepresidente Fortugno, chi strangola la vita economica e produttiva calabrese, costringendo molti figli di questa terra all’emigrazione.

 

Il popolo italiano è storicamente - dopo tante invasioni e commistioni con altri popoli - un popolo aperto, ospitale, rispettoso dell’altro, pluralistico.

In nome dei milioni di italiani che si riconoscono nella Carta dell’Onu chiediamo giustizia, chiediamo che la comunità neutralizzi i criminali e onori i suoi figli più meritevoli.

 

In tutte le forme concesse e possibili continueremo a sostenere Riace e tutti coloro che si adoperano per l’accoglienza e l’integrazione di chi fugge da guerre e catastrofi umanitarie

Paolo Gatti a nome del gruppo di lavoro “Un’altra Italia” a Monaco di Baviera (de.it.press 4)

 

 

 

La vicenda del sindaco di Riace

 

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, è stato arrestato dalla guardia di finanza, nell'ambito dell'operazione Xenia, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Come fa sapere la procura di Locri in una nota, "i finanzieri del Gruppo di Locri hanno eseguito, alle prime luci dell'alba, un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Locri, che dispone gli arresti domiciliari nei confronti di Domenico Lucano, sindaco del Comune di Riace ed il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell'ambito dell'operazione denominata 'Xenia'".

GESTIONE FONDI - La misura cautelare rappresenta l'epilogo di approfondite indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell'Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace, per l'accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico. Proprio riguardo alla gestione di denaro pubblico, la procura di Locri "procederà nei prossimi giorni ad approfondire ogni opportuno aspetto per presentare l'eventuale, apposito ricorso presso il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria fermo restando che dalle indagini è comunque emersa una pluralità di situazioni che, nell'immediatezza, impone la trasmissione degli atti alla Procura Regionale della Corte dei Conti ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale".

Secondo la procura sono emerse "diffuse e gravi irregolarità". Ma sulla ricostruzione di tali circostanze, così come rappresentate nel corpo della richiesta di applicazione delle misure cautelari, il gip presso il Tribunale di Locri ha tuttavia affermato che "ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt'altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti Sprar e Cas, ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate".

Secondo la procura di Locri invece sono emerse "diffuse e gravi irregolarità anche in merito: ad altre e diverse procedure di affidamento diretto alle associazioni operanti nel settore dell’accoglienza; alla irregolare rendicontazione dei criteri riguardanti la lungo permanenza dei rifugiati; all’utilizzo di fatture false tramite le quali venivano attestati fraudolentemente costi gonfiati e/o fittizi". E ancora, irregolarità relative al "prelevamento, dai conti accesi ed esclusivamente dedicati alla gestione dell’accoglienza dei migranti, di ingentissime somme di denaro cui è stata impressa una difforme destinazione, atteso che di tali somme non vi è riscontro in termini di corrispondenti finalità".

IMMIGRAZIONE - Dalle indagini dei finanzieri è emersa "la particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri 'matrimoni di convenienza' tra cittadini riacesi e donne straniere - spiega la procura di Locri - al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano". Secondo l'accusa, "il sindaco Lucano, unitamente alla sua compagna Tesfahun Lemlem" ha "architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso in Italia".

Tra i dialoghi "particolarmente significativi" intercettati dalla Guardia di Finanza quello in cui Lucano sottolinea: "Analizziamo la sua situazione sul piano giuridico. Oggi lei è una diniegata per tre volte, lei non può fare più una commissione, non è più una ricorrente, se è come dice lei che è stata diniegata per tre volte non c'è una quarta possibilità, lei ha solo la possibilità di ritornare in Nigeria però... fammi andare avanti... sai qual è secondo me l'unica strada percorribile, volendo spremere le meningi, che lei si sposa! Io sono responsabile dell'ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente... con un cittadino italiano".

RACCOLTA RIFIUTI - Dalle indagini è emerso anche il "fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti della cittadina riacese, così impedendo l'effettuazione delle necessarie procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici e favorendo invece due cooperative sociali, la 'Ecoriace' e 'L'Aquilone'". Secondo quanto fa sapere la procura di Locri in una nota queste due "cooperative sociali difettavano infatti dei requisiti di legge richiesti per l'ottenimento del servizio pubblico, poiché non iscritte nell'apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore".

Dalle indagini è emerso come Lucano, allo scopo "di ottenere il suo illecito fine, a seguito dei suoi vani e diretti tentativi di far ottenere quella iscrizione, si sia determinato ad istituire un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente, secondo il sistema agevolato previsto dalle norme, lo svolgimento di servizi pubblici".

Secondo l'accusa, affidando in via diretta alla 'Ecoriace' ed a 'L'Aquilone' i servizi di raccolta e trasporto rifiuti, il sindaco "ha impedito l'effettuazione delle necessarie e previste procedure di gara, così inevitabilmente: condizionando le modalità di scelta dei contraenti da parte dell'ente amministrativo da lui gestito e violando il principio di libera e sana concorrenza; producendo in capo alle due cooperative sociali un ingiusto vantaggio patrimoniale, quantificato in circa un milione di euro".  Adnkronos  2

 

 

 

 

“Caffè letterario” all’IIC di Amburgo. Il 9 ottobre “La compagnia delle anime finte” di Wanda Marasco

 

Amburgo. Il 9 ottobre alle ore 19 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo si terrà un incontro nell’ambito del “Caffè Letterario” per gli amanti della letteratura che verterà sul libro di Wanda Marasco “La compagnia delle anime finte”. La saga familiare “La compagnia delle anime finte” è una narrazione di soprusi subìti e inferti, di fragilità e di ferocia. Ed è la messinscena corale di molte altre storie, di “anime finte” che popolano i vicoli e, come attori di un medesimo dramma, entrano sulla ribalta della memoria: Annarella, amica e demone dell’infanzia e dell’adolescenza, Emilia, la ragazzina che “ride a scroscio” e torna un giorno dal bosco con le gambe insanguinate, il maestro Nunziata, utopico e incandescente, Mariomaria, “la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata”, Iolanda, la sorella “bella e stupetiata”…Nel 2017 il libro è stato tra i candidati del rinomato Premio Strega ed è stato tradotto in tedesco da Annette Kopetzki e pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Peter Zsolnay. L’incontro all’IIC è gratuito e aperto a tutti coloro che amano leggere. Wanda Marasco è scrittrice, attrice, regista e insegnante. Dopo essersi laureata in Filosofia, si diploma a pieni voti in Regia all'Accademia d'Arte Drammatica “Silvio D'Amico” di Roma, sotto la direzione di Ruggero Jacobbi. Per un periodo insegna Lettere all'Istituto Tecnico Industriale “Galileo Ferraris” nel difficile quartiere di Scampia. Inizia tra i sedici e i vent’anni a scrivere poesie. Nel 1977 pubblica la raccolta Gli strumenti scordati, e due anni dopo L'attrito agli specchi. Nel 1978 le viene assegnato il Premio per la poesia “William Blake”. Negli anni seguenti pubblica ancora poesie con le raccolte Deus Inversus, Le fate e i detriti, Metacarne, fino a raggiungere il riconoscimento del Premio Internazionale E ugenio Montale nel 1997 con la raccolta Voc e Poè. Collabora inoltre con le riviste poetiche “Oltranza” e “Tracce”. Wanda Marasco è anche scrittrice teatrale: durante il periodo romano infatti, compone una rivisitazione del Faust di Goethe e la commedia La strada dell'abbondanza.  Del 2003 è la sua prima raccolta di racconti L'arciere d'infanzia (Manni Editore, arricchito dall'introduzione di Giovanni Raboni), con la quale vince lo stesso anno il Premio Bagutta per la sezione Opera Prima. Tre anni dopo le viene conferito il Premio speciale alla carriera “Città di Pieve di Cento”. Nello stesso periodo prende parte al lavoro antologico a più mani Da Napoli/Verso, un almanacco di poeti italiani contemporanei edito dalle Edizioni Kairòs. Nel 2013 Wanda Marasco scrive la raccolta di poesie La fatica dello stormo, edito dal piccolo editore napoletano La vita felice, mentre nel 2015 esce per Neri Pozza il romanzo Il genio dell'abbandono, raffinata biografia dello scultore napoletano Vincenzo Gemito, e grazie alla quale entra fra i dodici semifinalisti del Premio Strega dello stesso anno. (Inform 4) 

 

 

 

 

L’editoria italiana alla Buchmesse di Francoforte (10-14 ottobre)

 

Francoforte. Si consolida la presenza dell’editoria italiana alla Buchmesse, la principale manifestazione del settore a livello internazionale, in programma a Francoforte dal 10 al 14 ottobre 2018.

Saranno 249 gli editori italiani presenti. Lo Spazio Italia, stand collettivo italiano, riunirà 133 editori in oltre 500 metri quadrati di spazio espositivo e sarà la vetrina tricolore alla 70ma edizione del più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti editoriali e per la promozione della cultura e dell’editoria italiana all’estero.

Tra gli editori italiani presenti anche quattro aree regionali: il Lazio con 38 espositori, il Piemonte con 33 espositori, la Sardegna (in collaborazione con l’Associazione Editori Sardi) con 7 espositori e la Regione Veneto con 20 espositori.

La Buchmesse attende complessivamente più di 7.100 espositori da oltre 100 paesi, con la Georgia paese ospite d’onore.

La tradizionale collettiva italiana - organizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE), Ministero dello Sviluppo Economico e ICE - Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane - si troverà nella Hall 5.0, stand C36 e C37.

Per la prima volta all’interno dello stand italiano è stata realizzata un’area incontri di circa 40 metri quadrati grazie al supporto dell’Agenzia Nazionale del Turismo Enit in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia. In questo spazio si svolgeranno incontri dedicati al pubblico professionale e istituzionale dal mercoledì al venerdì, mentre sarà aperto al pubblico generico nel weekend in un’ottica di avvicinamento al 2023, quando l’Italia sarà ospite d’onore.

Sarà il Ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli - accompagnato dal presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi - a inaugurare il padiglione italiano nella giornata di apertura, il 10 ottobre alle 10.30, insieme a tutti gli editori italiani presenti. La cerimonia si aprirà con il ricordo di Inge Feltrinelli, a cura di Achille Mauri e del presidente Levi.

Seguirà la presentazione alla stampa dei dati del Rapporto sullo stato dell’editoria italiana 2018. (dip) 

 

 

 

 

Italexit. Basta una maggioranza semplice per lasciare l’UE?

 

Si ritorna a parlare di riforme costituzionali nell’Italia del governo M5S/Lega . Nella sua audizione parlamentare del luglio scorso, il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta Riccardo Fraccaro ha esposto un suo programma di riforme, mirato a varare singole modifiche del testo costituzionale, non revisioni complessive come si proponevano iniziative precedenti.

Le riforme delineate riguardano principalmente una drastica riduzione dei membri di Camera e Senato e un rafforzamento degli istituti di democrazia diretta: in particolare, si intende aggiungere un cosiddetto referendum propositivo accanto a quello abrogativo già esistente. Il punto della riduzione dei parlamentari è stato rilanciato in questi giorni anche dal vicepremier e capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio.

Non è questa la sede per un esame specifico delle proposte del ministro Fraccaro. Il metodo che egli intende seguire – solo modifiche puntuali della Carta – deve ritenersi per molti aspetti da approvare. E anche varie fra le riforme prospettate meritano adesione o comunque vanno prese  in seria considerazione. È da prevedere che non mancheranno in tema  opportuni approfondimenti giuridici  da parte dei colleghi costituzionalisti.

Programma Fraccaro e Unione europea

Qui è bene invece soffermarsi sul breve cenno che, nell’audizione parlamentare, Fraccaro ha dedicato alle problematiche dei rapporti con l’Unione europea. Per il ministro, sarebbe utile riaffermare che i vincoli per il legislatore italiano derivanti dalle normative europee valgono solo se l’Unione si mantiene entro le competenze che le sono attribuite e rispetta i principi e le libertà fondamentali della nostra Costituzione.

A tal fine – osserva il ministro – si potrebbe intervenire in sede di “manutenzione” dell’articolo 117 comma 1 della Costituzione, che fa riferimento all’espressione ormai superata di “ordinamento comunitario”.

Nulla quaestio, ovviamente, sulla questione terminologica. Anche se si continua a parlare di diritto comunitario, l’espressione corretta è diritto (ordinamento) dell’Unione europea. E neppure si può dubitare dei principi richiamati dal ministro. È da considerarsi ormai acquisito che il primato del diritto europeo è soggetto al duplice limite che l’Unione non agisca ultra vires  e che essa rispetti l’identità costituzionale degli Stati membri.

Come nota lo stesso Fraccaro, sono principi  ben saldi in sede giurisprudenziale. Li hanno più volte affermati la nostra Corte costituzionale e le corti supreme di altri Paesi europei. Il loro inserimento in Costituzione non sembra dunque così urgente e necessario. Tanto più che le difficoltà non riguardano i principi, ma la necessaria collaborazione tra giudici europei e nazionali quando si passa alla loro concreta attuazione.

La questione del recesso dall’Ue

L’audizione del ministro non ha toccato altre problematiche  europee. Viene da chiedersi allora se non vi siano ulteriori questioni datenere presente in vista di un programma di riforme costituzionali.

Non mi riferisco all’esigenza, molto dibattuta in passato, di inserire in Costituzione un’apposita “clausola sull’Europa”, del tipo di quella che si trova nella Costituzione tedesca. Penso che l’articolo 11 della Carta, così come interpretato dalla nostra Consulta, fornisca una base giuridica sufficiente a legittimare la (e fissare i limiti della) partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea. È piuttosto su una questione specifica, e in qualche modo di segno opposto, che vorrei riflettere: quella costituita da un eventuale recesso dalla Ue.

Come è ben noto, la possibilità di lasciare l’Unione è ora espressamente contemplata dal Trattato di Lisbona (articolo 50 Tue). Prima, in assenza di una previsione apposita, si discuteva se il recesso dall’Unione fosse comunque ammissibile in base alle norme di diritto internazionale dei trattati. Tuttavia alla questione non veniva attribuito particolare rilievo, perché il fenomeno appariva di scarsa attualità. Ma a partire dalla Brexit la situazione è cambiata, e anche un’eventuale Italexit è entrata nel novero degli accadimenti da non escludere.

È il caso quindi di domandarsi come una decisione di recesso dovrebbe essere presa nel nostro Paese. L’articolo 50 Tue si limita a precisare – e non potrebbe fare altrimenti – che ciascuno Stato membro procede “conformemente alle proprie norme costituzionali”, una formula analoga a quella utilizzata per la ratifica in sede nazionale di modifiche dei Trattati fondativi (articolo 48 Tue) .

Poiché da noi una previsione costituzionale apposita non esiste, bisogna evidentemente ragionare in base ai principi che si ricavano da altre norme della Carta. In prima linea viene dunque in considerazione l’articolo 80 della Costituzione, che per la ratifica dei trattati di maggiore rilievo esige la preventiva approvazione parlamentare. Questa stessa regola è ritenuta normalmente applicabile anche alle vicende post ratifica, quali successive modifiche di un trattato o la sua estinzione.

L’articolo 80 non prescrive una particolare procedura per le decisioni ivi previste. Valgono quindi le regole ordinarie dell’articolo 64 della Costituzione, secondo cui Camera e Senato deliberano validamente (nel rispetto di un certo quorum) a maggioranza semplice dei presenti.

L’esigenza di garanzie costituzionali adeguate

Siamo giunti così al punto sul quale si intende attirare l’attenzione. Allo stato attuale, una decisione dell’Italia di ritirarsi dall’Unione ricadrebbe sotto il dettato dell’articolo 80 della Costituzione; il che vuol dire che essa potrebbe essere adottata dai due rami del Parlamento a semplice maggioranza. Di qui l’interrogativo che sorge immediatamente: una procedura del genere può ritenersi adeguata?

La risposta per lo scrivente è senz’altro negativa. Il rilievo politico, economico e sociale dell’appartenenza all’Unione, le implicazioni gravissime che conseguirebbero a un eventuale distacco, il suo impatto sul funzionamento delle nostre istituzioni, i dubbi di compatibilità  di una decisione del genere con l’articolo 11 della Costituzione (che non solo “consente”, ma anche “favorisce e promuove” la partecipazione dell’Italia all’integrazione europea) sono aspetti che non richiedono particolari sottolineature. Non sembra quindi azzardato sostenere che, per qualche verso, la decisione di innescare l’Italexit si presti ad essere assimilata ad una vera e propria revisione della Costituzione.

Se il ragionamento che precede è corretto, la conclusione che se ne trae non appare eludibile. Ed è che il recesso dall’Unione richiederebbe una procedura aggravata rispetto a quella ordinaria, per quel che riguarda sia le maggioranze parlamentari necessarie sia il ricorso al voto popolare tramite referendum. Si potrebbe ipotizzare, in definitiva, un iter deliberativo non lontano da quello previsto dall’articolo 138 della Costituzione per le modifiche della Costituzione.

Torniamo al programma di riforme costituzionali dal quale si è partiti. Il modesto suggerimento che qui si avanza è di tenere presente l’esigenza sopra formulata. Si badi bene: per chi scrive, l’abbandono dell’Unione da parte del nostro Paese non è certo un evento auspicabile; e c’è da sperare che non si giunga mai ad avviare un processo decisionale sull’Italexit. Ma, ad ogni buon conto, sembra opportuno che si apprestino in Costituzione garanzie procedurali adeguate, in modo che un’eventuale decisione di recesso sia ben meditata e ampiamente condivisa nel Paese, al di là di delibere parlamentari prese a maggioranza semplice.

Gian Luigi Tosato, AffInt 21

 

 

 

 

L’8 ottobre all’IIC di Amburgo incontro con Roberto Giardina

 

Amburgo. Per la serie Scrittori in Biblioteca, l’istituto Italiano di Cultura di Amburgo organizza lunedì 8 ottobre alle ore 19 una lettura con l’autore Roberto Giardina che a colloquio con Birgit M. Kraatz parlerà del proprio romanzo: “Lebst du bei den Bösen? Deutschland - meiner Enkelin erklärt”.

L’evento è organizzato in collaborazione con il Literaturzentrum Hamburg (Centro di Letteratura di Amburgo) ed è a pagamento. Il costo del biglietto è di 5 euro per i non soci dell’Istituto. I soci invece entrano gratuitamente.

In qualità di giornalista Roberto Giardina ha accompagnato Willy Brandt a Varsavia e a Gerusalemme, ha intervistato Günter  Graas, ha visitato Albert Speer nella sua villa a Heidelberg e incontrato altri vecchi nazisti, specialmente quelli che sono stati condannati in Italia per crimini di guerra. Roberto Giardina conosce i tedeschi, com’erano e come sono oggi e le differenze che coglie, spesso riguardanti dettagli poco rilevanti, aprono a visioni e nuove percezioni. L’autore nato a Palermo nel 1940 lavora già dal 1986 come corrispondente per giornali italiani. All’inizio si trovava a Bonn come corrispondente per “La Nazione” e “Il Giorno”. Poi fu trasferito come il Governo tedesco a Berlino, dove risiede.

“Lebst du bei den Bösen? Deutschland - meiner Enkelin erklärt” nasce da una domanda che sua nipote Francesca all’età di 8 anni, dopo che la maestra il giorno prima del 25 Aprile, le aveva spiegato che il giorno dopo avrebbe festeggiato la ricorrenza della Liberazione dell’Italia dai cattivi nazisti tedeschi, gli fece telefonicamente. Voleva infatti sapere come mai lui vivesse da anni a Berlino insieme ai cattivi.

Per  Giardina – spiega l’IIC di Amburgo - questa non è rimasta una domanda di una bambina, bensì è una domanda da porsi nell’ora di storia, che nasconde il fatto che gli Italiani furono per tanto tempo alleati dei Tedeschi. Come l’autore affronta i vari cliché e falsi rimorsi, che fanno cambiare le opinioni sulle due nazioni, rende il suo libro lodevole. (dip)

 

 

 

 

A Berlino Goffredo Fofi su “Il '68 e il cinema”. Il 15 ottobre, all'IIC

 

Berlino – L'Istituto Italiano di Cultura di Berlino ospiterà il 15 ottobre alle ore 19 la conferenza di Goffredo Fofi intitolato “Il '68 e il cinema”.

Nei suoi innumerevoli scritti Goffredo Fofi, critico cinematografico e letterario, giornalista e scrittore, si è confrontato in varie occasioni con il movimento del ’68, ha analizzato il prima e il dopo, l’influenza che il movimento internazionale ha avuto non solo a livello sociale e politico ma anche e soprattutto da un punto di vista culturale ed artistico. Nel corso della serata Fofi illustrerà nello specifico come le provocazioni, le critiche e le polemiche legate al Sessantotto hanno trovato spazio nel cinema italiano.

Goffredo Fofi è saggista, critico cinematografico, teatrale e letterario. Lavorò negli anni Cinquanta e Sessanta in campo pedagogico e sociale collaborando a importanti esperienze, come quella di Danilo Dolci in Sicilia, e occupandosi del fenomeno dell’immigrazione dal Sud (L’immigrazione meridionale a Torino, 1964). Analizzò la più recente storia culturale e sociale del Paese (Sotto l’ulivo. Politica e cultura negli anni ‘90, 1998), nonché i vizi culturali nel cinema italiano (Il cinema italiano: servi e padroni, 1975), indagando la 'ricaduta' degli anni di piombo sulla rappresentazione cinematografica (Dieci anni difficili, 1985). Autore, con M. Morandini e G. Volpi, di una Storia del cinema (1988), rilesse anche in modo originale l’universo comico ed espressivo di Totò (Totò l’uomo e la maschera, 1987, con F. Faldini) e intraprese una personale critica delle figure di grandi registi, attori e attrici (Come in uno specchio, 1995, Più stelle che in cielo, 1995). La sua vocazione a individuare tendenze, personalità artistiche, mondi estetici, si concretizzò negli anni Novanta nell'appassionata difesa critica di giovani autori di area siciliana o napoletana (come D. Ciprì e F. Maresco, R. Torre, M. Martone, P. Corsicato) impegnati nella ricerca di nuovi linguaggi cinematografici, o nella vicinanza a cineasti tardivamente riconosciuti o 'irregolari' come G. Amelio e S. Citti. Nel 1997 ha fondato la rivista mensile di arte, cultura e società “Lo straniero”, di cui è stato anche direttore. L'iniziativa sarà in lingua italiana, con traduzione simultanea, a ingresso libero. (Inf/dip)

 

 

 

 

In Germania silurato il capo dei servizi accusato di simpatie per l'estrema destra

 

BERLINO - Rimosso dall'incarico il capo dell'intelligence interna tedesca, Hans-Georg Maassen, accusato di contiguità con l'estrema destra. La notizia è stata data al termine di una riunione della coalizione di governo durante la quale i socialdemocratici hanno chiesto con forza un provvedimento di questo tipo.

 

Maassen era finito nel mirino dopo le violenze xenofobe di Chemnitz, dove i neonazisti avevano organizzato una vera e propria caccia allo straniero. E sulla questione il capo degli 007 si era scontrato con la cancelliera Angela Merkel. Ora diventerà segretario di Stato al ministero dell'Interno.

 

Maassen aveva pubblicamente criticato la politica di apertura ai rifugiati abbracciata dalla Merkel nel 2015. Il leader dell'intelligence interna si era poi sentito rafforzato dall'arrivo al ministero dell'Interno del bavarese Seehofer, deciso sostenitore di una stretta sui migranti e rivale di Merkel. Nuove polemiche erano però sorte quando erano emersi suoi incontri con leader del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), accuse alle quali Maassen aveva replicato dicendo di incontrare esponenti di tutte le formazioni politiche.

 

Massen aveva assunto nel 2012 la guida dei servizi del BfV - la cui sigla indica "Ufficio federale per la protezione della Costituzione" - dopo che la reputazione di questo organismo era stata gravemente danneggiata dalla vicenda dei delitti del kebab. Allora era emerso che negli archivi del BvF erano stati distrutti alcuni files relativi alla serie di assassini di immigrati turchi, di cui fu poi trovata colpevole una cellula neonazista rimasta a lungo ignorata dai servizi. LR 18

 

 

 

 

Toninelli a Berlino. Il futuro di Alitalia legato alle Ferrovie dello Stato

 

Berlino. "Un’occasione per parlare di treni, ma non solo, quella che ha visto martedì 18 settembre la presenza a Berlino del ministro dei Trasporti italiano Danilo Toninelli (Cinque Stelle) alla InfoTrans 2018, la Fiera internazionale del trasporto che vede la partecipazione di 61 Paesi e 3.062 imprese e istituzioni del settore esporre oltre 400 innovazioni dell’industria ferroviaria internazionale fino a venerdì prossimo". Era presente all’evento Alessandro Brogani, che ne riporta la cronaca in un articolo pubblicato in primo piano dal giornale on line deutschitalia.com, che lo stesso Brogani dirige a Berlino.

"Il ministro ha presenziato alla presentazione fatta da Ferrovie dello Stato di due nuovi treni regionali, il "Pop" e il "Rock", costruiti in Italia in collaborazione con due giganti del settore, la Alstom e la Hitachi. Nei prossimi 5 anni saranno ben 600 i treni regionali che sostituiranno quelli più vecchi, consumando il 30 per cento in meno, con un impegno finanziario di oltre 6 miliardi di euro, come hanno annunciato Gianluigi Vittorio Castelli presidente del gruppo e l’amministratore delegato Gianfranco Battisti.

E di treni ha parlato il ministro, ricordando come l’alta velocità sia sì importante, ma di come lo sia anche la rete ferroviaria per i pendolari. "Il treno ha il vantaggio di entrare nel cuore delle nostre città e di lambire in modo gentile i nostri centri storici. Dobbiamo fare in modo che i nostri pendolari possano in futuro usufruire dell’interscambio tra la rete ferroviaria e altri mezzi di locomozione cittadini come le biciclette". Ma ha poi proseguito sottolineando che occorre intervenire nel settore attraverso maggiore puntualità, sostenibilità e sicurezza, con un occhio alla tecnologia e alla digitalizzazione. Anche la mobilità elettrica, che è stata oggetto dell’incontro avuto con l’omologo tedesco, il cristiano sociale Andreas Scheuer (Csu), sarà al centro di un consiglio dei ministri dei trasporti della Ue che si terrà a dicembre.

Buone notizie dunque, sembrerebbe, per i circa cinque milioni e mezzo di pendolari che quotidianamente si spostano sulle tratte regionali italiane, come riportato dall’ultimo rapporto di Legambiente "Pendolaria". Ma le buone notizie annunciate dal Ministro sono rivolte anche nei confronti dei numerosi precari della ex compagnia di bandiera Alitalia. In un incontro con la stampa, infatti, il politico italiano ha parlato di una possibile sinergia proprio fra le Ferrovie dello Stato e il vettore aereo, il cui destino sembrava essere segnato. Toninelli ha infatti annunciato che, secondo il governo e il Consiglio dei ministri, le Ferrovie dopo essersi separate dall’Anas, che in questo modo si potrà rilanciare come azienda autonoma, saranno un partner strategico per Alitalia. La cooperazione fra le due aziende potrebbe comportare l’utilizzo almeno di una parte dei cassaintegrati della compagnia aerea come personale che potrebbe garantire la sicurezza dei passeggeri sui treni. Inoltre ci potrebbero essere novità per i passeggeri con un biglietto unico integrato: "Chi arriva anche dall’estero, sbarcando a Malpensa piuttosto che a Fiumicino, avrebbe la vita notevolmente semplificata dal poter prendere direttamente con un unico biglietto un treno delle Ferrovie dello Stato".

In ogni caso un partner straniero per la compagnia aerea sarà necessario, anche se il Ministro ha dato per certo che non si tratterà della tedesca Lufthansa. "Boeing può certamente esserlo, visto che costruisce aerei e ce ne servono tanti", ha sottolineato lasciando intendere un piano di sviluppo in tal senso.

Infine una parola l’ha dedicata alla triste vicenda del ponte Morandi di Genova e al nominativo di un commissario straordinario di carica governativa, ancora non annunciato: "Abbiamo scritto a più mani il decreto, fra cui quella del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non abbiamo fatto ancora un nome, semplicemente perché rispettiamo i territori. Era molto più importante scrivere cosa potesse fare il commissario. Entro 10 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il nome ci sarà. Dovrà essere un nome di una persona competente, tecnicamente di alto livello, ma di una moralità spiccata che dovrà fare con i poteri straordinari le cose per bene e velocemente". Speriamo che ciò accada presto. Genova ne ha bisogno". (aise/dip 20)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

04.10.2018. Le cifre incerte del Reddito di cittadinanza. Ci sono discrepanze tra M5S e Lega sulle cifre necessarie per garantire la nuova misura. Facciamo il punto con Mario Deaglio, giornalista e docente di economia internazionale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/reddito-di-cittadinanza-102.html

 

02.10.2018. Duro colpo per Riace. Arrestato Mimmo Lucano, sindaco del comune calabrese, modello di accoglienza e integrazione. Le accuse sono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento della raccolta dei rifiuti. Che ne sarà di Riace? Facciamo il punto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lucano-sindaco-riace-arrestato-100.html

 

"Cultgenuss". „Quando l’arte si trasforma in gusto“, all’insegna di questo motto lunedì prossimo, 8 ottobre, parte dalla Zentralbibliothek di Colonia il secondo ciclo di appuntamenti del progetto per il dialogo europeo "cultgenuss". L'ideatore, Fausto Castellini è venuto a trovarci in studio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/flavio-castellini-102.html

 

01.10.2018. Speciali da Roma. Cosa sta succedendo in Italia? È un periodo di grandi trasformazioni politiche e sociali che abbiamo raccontato con tre trasmissioni speciali direttamente da Roma. Tra gli ospiti giornalisti come Giorgio Zanchini e Federica Angeli, che ha denunciato la mafia di Ostia, il senatore Gregorio De Falco (M5S) e Andrea Costa di Baobab Experience, ma anche reportage dalle periferie e dalla provincia e non solo.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/radio-colonia-speciale-roma-108.html

 

Mostri a Venezia. Manifestanti bloccano il canale della Giudecca per protestare nuovamente contro il passaggio delle navi da crociera. A rischio l’ecosistema della laguna. Ma quali alternative ci sono?  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/venezia-navi-crociera-100.html   

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-310.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

 

28.09.2018. Eppur si spera

Terza e ultima puntata speciale da Roma dedicata all'Italia che vuole rialzarsi in piedi e dimostrare di potercela fare in tutti i settori, dal mondo del lavoro, alle battaglie ecologiche, alla riqualificazione delle periferie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/radio-colonia-speciale-roma-106.html  

 

27.09.2018. Per un'Italia migliore

Seconda puntata speciale da Roma dedicata a chi dice no alla politica dei porti chiusi e a chi resiste contro le mafie, a chi si impegna per riqualificare la città in cui vive e a chi promuove l'italiano nel mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/radio-colonia-speciale-roma-104.html  

 

26.09.2018. Tra democrazia e demagogia

Prima puntata speciale da Roma dedicata alle trasformazioni politiche e sociali in atto in Italia dopo quattro mesi di governo gialloverde. Con noi ospiti d'eccezione che ci aiutano a capire che direzione stia prendendo il Belpaese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/radio-colonia-speciale-roma-102.html

 

25.09.2018. Stretta sull'immigrazione. Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri il Decreto proposto da Salvini sui temi Sicurezza e Immigrazione, che attende l’ok di Mattarella. Molteplici le critiche, soprattutto sul piano umanitario. Ce ne parla Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione Caritas.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-sicurezza-e-immigrazione-100.html

 

24.09.2018. Un passo indietro

I vertici della GroKo raggiungono un nuovo accordo sul caso Maaßen: l’ex-capo dell’intelligence diventerà consulente speciale per il Ministero dell’Interno. Per la criticatissima proposta di renderlo sottosegretario del Ministro degli Interni Seehofer la Merkel si dice oggi pentita. Il punto con Francesco Marzano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maassen-consulente-speciale-102.html  

 

23.09.2018. Il caso "Inviti al rimpatrio". Alcune precisazioni sul nostro servizio riguardante le lettere ricevute da diversi italiani in Germania percettori di sussidi sociali. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/legge-rimpatrio-italiani-102.html

 

21.09.2018. Un massacro senza colpevoli. 75 anni fa sull'isola greca di Cefalonia veniva compiuto dai nazisti il più grande eccidio di soldati italiani della Seconda guerra mondiale. Il procuratore generale militare, Marco De Paolis, racconta a Radio Colonia come ha ricostruito questo crimine di guerra.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/massacro-cefalonia-100.html  

 

Il nuovo centro storico di Francoforte. Fra una settimana Francoforte inaugurerà il suo centro storico, un mix fra ricostruzioni storiche ed edifici di architetti contemporanei.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuovo-centro-storico-francoforte-100.html

 

Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-308.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

20.09.2018. La guerra del bosco. L'evacuazione del bosco di Hambach, nel Nordreno-Vestfalia, è stata fermata provvisoriamente dopo la morte di un giornalista. Ma si riaccende il dibattito sull'estrazione della lignite in Germania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hambacher-bosco-proteste-102.html

 

19.09.2018. Inviti al rimpatrio

Secondo una legge del 2017 i cittadini dell’Unione in Germania da meno di cinque anni che non lavorano, percepiscono sussidi sociali e non sono alla ricerca di un lavoro possono essere espulsi. Diversi casi anche tra gli italiani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/legge-rimpatrio-italiani-102.html

 

Un flop annunciato. Al vertice UE di Salisburgo l'Italia cercherà di far passare la linea Salvini sui temi dell'immigrazione, ma è isolata. Ne parliamo con il giornalista della Repubblica Alberto D'Argenio

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eu-gipfel-salisburgo-102.html

 

18.09.2018. Storia di una strage razzista

Il 18 settembre del 2008 sei giovani ghanesi vengono uccisi a Castel Volturno. È la camorra casalese a compiere il massacro. Un messaggio alle comunità africane perché stiano al loro posto. Giuseppe Setola e gli altri killer sono stati condannati all'ergastolo per strage e istigazione all'odio razziale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/castel-volturno-strage-102.html

 

Giandomenico Scanu. L'Italiano che insegna a fare il tè agli inglesi al Ritz di Londra, l'albergo dei VIP. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/giandomenico-scanu-ritz-102.html

 

17.09.2018. Un silenzio assordante

Sono migliaia i minorenni che hanno subito molestie e violenze sessuali da parte di preti cattolici in Germania. Lo rivela un rapporto studio commissionato dalla Chiesa tedesca, mentre in Italia vige ancora la consegna del silenzio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/chiesa-pedofilia-silenzio-102.html

 

Cade l'ultimo tabù. All'interno della Chiesa cattolica aumentano le denunce di suore sfruttate e molestate. Ma qual è la situazione in Germania? Abbiamo raccolto delle testimonianze.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/suore-tabu-102.html

 

 14.09.2018. Una legge che divide. La nuova direttiva europea sul copyright partirà solo il prossimo anno, ma già infuriano le polemiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/copyright-eu-nuovo-102.html

 

Il Ground Zero di Genova

Alle 11,36, esattamente un mese dopo il crollo del ponte Morandi, la città si è fermata per rendere omaggio alle 43 vittime del disastro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/genova-ground-zero-ponte-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-306.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Berlino, città per giovani. Un mezzo mito da sfatare

 

Berlino - "Berlino è la città mitizzata da generazioni di italiani (e non solo) che l’hanno agognata come meta preferita in cui trascorrere la propria vita o parte di essa. Molte sono le ragioni di questo fenomeno. È però ancora una città da sogno?". A questa domanda risponde Edith Pichler, docente presso l'Istituto di Economia e Scienze Sociali dell'Università di Potsdam e consigliera del CGIE, in un articolo pubblicato oggi dal Deutsch-Italia, giornale on line bilingue diretto da Alessandro Brogani a Berlino.

"C’è un grande mito, soprattutto fra gli italiani, in Germania: la città di Berlino. Seguendo il dibattito presente sulla stampa e le tv italiane sulla capitale tedesca, descritta come una sorta di Mecca e una delle mete preferite dei "giovani" italiani di oggi, sembra quasi implicita la considerazione opposta, ovvero che nel passato fossero arrivati a Berlino i "vecchi". Ma Berlino è sempre stata dei giovani (non solo anagraficamente) e ha sempre attratto persone che ci venivano per via della sua peculiare situazione culturale e sociale, anche se allora non era facile raggiungere la città. Non si doveva solo superare due confini simbolo della Guerra Fredda (BRD-DDR; DDR-West-Berlin), passando in macchina o in treno per corridoi di transito che dalla Germania Occidentale attraverso la DDR ti portavano a Berlino Ovest; ma non esistevano nemmeno i voli internazionali e low cost della Easyjet o Ryanair: uniche compagnie che volavano su Berlino Ovest, attraversando pure dei corridoi aerei, erano quelle degli Alleati Pan Am, British Airways ed Air France con soli voli nazionali.

Una città particolare anche durante la Guerra Fredda

Nonostante ciò, ai tempi della divisione della Germania e di Berlino, la parte occidentale della città era meta di tante persone che vi venivano a vivere perché attratte da un clima liberale, aperto, avanguardistico e dove si potevano sviluppare differenti progetti di vita. Berlino è stata la città del movimento studentesco, delle "comuni", dell’opposizione antiparlamentare (denominata in tedesco con la sigla APO). Inoltre la città, per via del suo status di città controllata dagli Alleati, ha attirato tanti giovani tedeschi che, una volta residenti a Berlino, non avrebbero più avuto l’obbligo di fare il servizio militare.

Anche la Berlino di quegli anni era già una città aperta, libertaria, seducente e grazie alla sua vivacità sociale e culturale, che per altro riceveva molti fondi dal governo federale anche per l’arte e la cultura, offriva spazi a tutti: artisti, creativi, giramondo. La metropoli sulla Sprea attirava non solo rockstar come David Bowie e Lou Reed, registi come Peter Stein ed attori come Bruno Ganz, ma anche giovani italiani. Il carattere politico, economico e sociale della città ha favorito l’immigrazione di differenti tipi di italiani che hanno contribuito con i loro stili di vita e mentalità, e attraverso le loro attività economiche, sociali e culturali, a uno sviluppo eterogeneo della comunità.

Anche per i pochi "emigrati per lavoro", giunti a Berlino negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, provenendo sovente dalla Germania occidentale, la scelta di spostarsi in una grande città, anonima, aveva una componente "avventurosa", una ricerca di indipendenza-emancipazione e di autonomia-libertà. Non si veniva a Berlino solo per motivi economici, ma anche perché attratti dalla grande città, dalle possibilità che poteva offrire ai giovani provenienti dalla provincia italiana. Così fra di loro c’erano anche persone che, approfittando della politica di reclutamento dell’industria, si lasciavano ingaggiare per un lavoro in fabbrica a Berlino, per poi sviluppare altri progetti di vita. Anche fra le "ragazze" italiane sbarcate a Berlino a cavallo degli anni Sessanta-Settanta possiamo trovare persone che emigravano perché spinte dalla curiosità, desiderose di conoscere realtà diverse, o semplicemente perché si erano innamorate. Per alcune di loro provenienti dall’Italia del Sud l’emigrazione significava poter costruire qualcosa di proprio, emanciparsi e non dover chiedere conto a nessuno.

Con gli anni Settanta immigrano i "ribelli-le" attratti dal mito di Berlino come città delle rivolte studentesche e nella quale poter avviare le più differenti forme di vita, in un quadro culturale alternativo e molto vivace. Attorno alla metà degli anni Settanta alcuni di loro, fondarono una Casa di Cultura Popolare con lo scopo di propagare e coltivare l’"altra" cultura attraverso diverse attività e il lavoro politico culturale fra gli immigrati.

Negli anni Ottanta a richiamare molti giovani italiani furono miti come il quartiere multiculturale di Kreuzberg, l’occupazione delle case, il movimento degli autonomi e i diversi progetti alternativi nell’edificio dell’ex ospedale Bethanien che, occupato salvandolo dalla demolizione, fu trasformato in un Centro sociale di cultura. Gli Ottanta registrano anche l’arrivo di un altro tipo di immigrati: "i postmoderni". Spesso anche loro in possesso di una certa istruzione, sono gli iniziatori di nuove attività e proposte che, anche se trovano riscontro in settori tradizionali come la gastronomia, evidenziano nuove caratteristiche.

La nuova migrazione dopo la caduta del Muro

Negli anni ‘90 Berlino è meta dei "nuovi mobili". Dopo il processo di riunificazione e lo spostamento della capitale da Bonn a Berlino, la città ha visto aumentare il numero di italiani attivi nelle libere professioni, giornalisti, manager, architetti etc. I progetti Erasmus hanno inoltre incrementato l’afflusso di studenti, che spesso prolungando la loro permanenza nella città lavorano per due o tre giorni alla settimana in uno dei tanti ristoranti e pizzerie.

Oggigiorno, l’Europa si deve però confrontare con una migrazione interna dettata dalla necessità e Berlino, come altre Regioni della Germania, è meta di questa mobilità. Fra i nuovi arrivati non ci sono solo giovani, single e laureati, ma anche tante persone con un diploma di scuola secondaria e gruppi famigliari. Inoltre si può constatare una nuova categoria di "stabili-instabili", quelli che si potrebbero definire dei "passeggeri": persone non comprese nei dati statistici, perché non registrate presso il comune di Berlino dove abitano né all’AIRE, ma visibili nel contesto urbano e così attori di una mobilità quasi stagionale. Per alcuni di loro Berlino rappresenta solo un momentaneo interessante "palcoscenico" quotidiano.

Così a differenza delle altre città tedesche, dove a partire dalla fine degli anni ‘70 la popolazione italiana rimaneva stabile o diminuiva di numero, i processi elencati sopra hanno incrementato costantemente la popolazione italiana di Berlino: dalle 1.300 persone negli anni ’60, alle 9.000 persone all’inizio dei ’90, fino a raggiungere attraverso la nuova mobilità agevolata dai mezzi di comunicazione e trasporto (incentivata in parte da miti e leggende) il numero di 26.715 italiani alla fine del 2015. Se a questi si aggiungono le 6.172 persone di origine italiana, ma con cittadinanza tedesca, il loro numero raggiunge le 32.887 unità.

Ultimante si registra però un calo degli arrivi e un maggiore orientamento al rientro. Queste tendenze possono indicare sia la "smitizzazione" di Berlino che essere il sintomo di progetti migratori (se esistevano) non riusciti, ma anche delle trasformazioni che sta vivendo la città: processi di gentrificazione, aumento dei costi della vita e degli affitti hanno fatto sì che Berlino non sia più così tanto "povera ma sexy" come disse anni fa l’ex sindaco Wowereit. D’altra parte la generazione del Millennio facilita dai diversi mezzi di comunicazione potrebbe riorientarsi e "scoprire" una nuova meta, un nuovo "palcoscenico" dove poter sviluppare i propri progetti in chissà quale parte del mondo". (aise/dip 17)

 

 

 

 

Festival della Letteratura ad Amburgo

 

Amburgo - Ad Amburgo da dieci anni il mese di settembre è per le persone che ritengono che la cosa più bella da farsi è quella di “aprire le orecchie e il cuore per ascoltare letteratura”. È quanto espresso dal Dr. Carsten Brosda (Senatore alla Cultura della Città Libera e Anseatica di Amburgo), durante l’inaugurazione del 12 settembre della decima edizione del Festival della Letteratura di Amburgo (Harbour Front Literaturfestival), presso la Elbphilarmonie. Oltre al Senatore Brosda hanno inaugurato il Festival il Prof. Dr. h.c. Klaus –Michael Kühne, presidente della Fondazione Kühne, nonché uno dei principali organizzatori del Festival, il quale ha annunciato che anche questa edizione sarà come le precedenti un’edizione speciale, e Nicolaus Hansen, uno dei promotori e direttori del Festival. Nikolaus Hansen parlando del “Decimo Festival della Letteratura di Amburgo” descrive i nove precedenti come momenti speciali, straordinari, belli, emozionanti, divertenti, toccanti, e sottolinea il fatto che “la letteratura, oltre a tutto ciò è anche politica”.

Molte persone della società civile e del mondo della politica di Amburgo hanno preso parte all’evento. Dopo i saluti iniziali è stato letto un brano tratto dal libro della scrittrice georgiana Nino Haratischwilli. Quest’ultima è una delle principali rappresentanti della cultura georgiana in Germania e sarà ospite della Fiera del Libro di Francoforte 2018. Come ogni anno l’Istituto Italiano di Cultura è parte attiva della manifestazione. Il primo evento in questo ambito ha avuto luogo venerdì 14 settembre, presso la Scuola Giovanile di musica di Amburgo (Jugend Musikschule Hamburg), dove gli appassionati di letteratura italiana hanno potuto incontrare la

scrittrice Francesca Melandri che ha letto dal suo ultimo romanzo “Sangue giusto”, giunto tra i finalisti del Premio Strega 2018 e risposto con entusiasmo alle diverse e interessanti domande del pubblico.

Giovedì 11 ottobre presso l’Istituto Cervantes l’autore italiano di fumetti Paolo Bacilieri, insieme al collega francese Pascal Rabathé, allo spagnolo Miguelanxo Prado e all’autrice tedesca Katharina Greve, presenteranno le loro opere indagando le possibilità espressive del Graphic-Novel, un medium letterario versatile ed entusiasmante: dalle storie autobiografiche, ai racconti di viaggio, ai racconti per bambini e ragazzi, ai gialli e alla fantascienza. Il Salone Internazionale del Graphic Novel, arrivato quest’anno alla sua ottava edizione, è organizzato in occasione del festival letterario HarbourFront dal gruppo EUNIC di Amburgo (Institut Français, Instituto Cervantes, Istituto Italiano di Cultura e il Goethe-Institut). L’evento sarà moderato da Korinna Hennig nelle rispettive lingue con traduzione. Korinna Hennig è giornalista lavora nella redazione del programma radiofonico “NDR Info”, ma nello stesso tempo impegnata nella cultura e politica locali. Riferisce infatti su questi temi sulle testate locali.

Altri appuntamenti di rilievo del Festival della letetratura di Amburgo sono: 1) L‘incontro tra i due giornalisti Klaus Brinkbäumer del settimanale “Der Spiegel” e Ingo Zamperoni, italo – tedesco, che dal 2016 è moderatore del telegiornale nazionale tedesco sul tema “Richiamo in America” una Paese che i due giornalisti conoscono molto bene. 2) Incontro tra i poeti Guntram Vesper e Michael Krüger sul tema “la lirica e la vita”. 3) l’incontro tra quattro autrici (Fatma Aydemir, Lucy fricke, Nestan Nene Kwinikadse und Tamta Melaschwili) due giorgiane e due tedesche, che parlano del loro viaggio letterario in Giorgia, raccontando delle loro esperienze comuni e delle particolarità vissute nel loro viaggio in particolar modo spiegandoci perché non si debba mai fumare andando a cavallo in Giorgia.4)  “Die Deutschstunde” di Siegfried Lenz, con lettura a cura dell’attore di teatro Ulrich Matthes in occasione del cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione. 5) 75 anni dall’operazione Gomorrha, conversazione tra Ulrich Noller e gli autori di bestseller Mechtild Borrmann e Frank Goldammer sui relitti nel romanzo criminale. E molti altri eventi di rilievo. Punto di incontro di eccezione al termine di ogni serata è la nave Cap San Diego, dove si può continuare a chiacchierare e scambiarsi le opinioni sugli eventi del giorno, godendo di una vista mozzafiato e accompagnati da un buon bicchiere di vino e piccole prelibatezze di mare.  BeatriceVirendi, IIC Amburgo

 

 

 

 

Norimberga. Il Comites scrive al sottosegretario Merlo per la riapertura di un ufficio consolare

 

Norimberga. “Gentile Sottosegretario, a nome del Comites di Norimberga e della comunità italiana residente nel nord della Baviera –Germania, esprimo le nostre congratulazioni per la Sua nomina a Sottosegretario del MAECI. E che finalmente un eletto all’estero ricopra un importante ruolo nel Governo nazionale, ci rende particolarmente lieti. Confidiamo che, anche all’estero, questo Governo del cambiamento, ponga fine alle passate politiche di tagli, chiusure e discriminazioni nei confronti degli italiani all’estero”. Inizia così la “lettera aperta” che il Presidente del Comites, Lucio Albanese, ha indirizzato al sottosegretario Ricardo Merlo per chiedere un impegno del nuovo governo per la riapertura di una sede consolare a Norimberga.

“Mi scuso per avere scelto di scriverLe con una “lettera aperta”, ma credo sia giusto farne una cosa pubblica”, scrive Albanese. “Il Comites di Norimberga interpretando i disagi e lo sdegno della nostra collettività, denuncia, dopo quattro anni dalla chiusura dell’ufficio consolare di Norimberga, una situazione difficile e inaccettabile per chi vuole usufruire dei servizi statali, dei quali ogni cittadino ha diritto a prescindere se risiede in Italia o all’estero. Sostituire gli sportelli consolari con un Console onorario è stato acclamato da qualcuno/a come il “toccasana” dei nostri problemi ma, in effetti, ha funzioni molto limitate”.

“La soluzione dei Consoli onorari – aggiunge il presidente del Comites – si è dimostrata una operazione ingannevole, soprattutto in zone con una vecchia emigrazione e con un forte aumento della nuova. Il Comites di Norimberga reclama di non essersi mai arreso di fronte a questo imbroglio e di avere chiesto, ripetutamente, soluzioni valide per il Nord della Baviera, con servizi/uffici raggiungibili, efficaci e competenti, con personale di ruolo, come anche reclutato sul posto”.

Il Comites “auspica che le nostre richieste siano accolte sul serio e che si smetta con queste soluzioni improvvisate, poco serie e inconcludenti, come quelle dei consoli onorari, dei corrispondenti consolari, dei funzionari itineranti in giro con la valigetta, di tecnologie obsolete (esp. Il famigerato Totem) e – accusa – di campagne finanziate “indirettamente” dallo Stato italiano per motivare la nostra collettività a prendere la doppia cittadinanza e diminuire, così, la pressione sui Consolati che operano quasi tutti con personale sotto organico. È anche oppugnabile la prassi di alcuni Comites (come Norimberga) che, per placare l’animi e le richieste della locale collettività, aprono sportelli per il disbrigo di pratiche consolari e fungono da ausiliare ai Consoli onorari che mostrano di non farcela o facilitano il lavoro del Consolato di riferimento, che con meno impiegati devono affrontare un maggior afflusso di connazionali”.

“I fatti – sostiene ancora Albanese - mostrano come tutta questa accozzaglia di soluzioni sia inefficiente a confronto di quelle piccole e snelle strutture consolari di quattro anni fa, che svolgevano questo lavoro con soddisfazione della nostra comunità”.

Alla luce di queste considerazioni, il Comites di Norimberga “invita il nuovo Governo ad intervenire e porre fine a questa penosa situazione. A Lei, gentile Sottosegretario, chiediamo di ripresentare le direttive di legge “sulla revisione di spesa, con l’invariabilità dei servizi ai cittadini (decreto legge n.95 del 2012, convertito con modificazioni, della legge n.135 del 2012)”, che significa ridurre i costi di funzionamento della rete consolare, ma non le prestazioni di servizio ai cittadini. Purtroppo gli alti funzionari della Farnesina, hanno preparato e imposto, complici molti politici, un proprio piano di riorganizzazione della rete consolare, contradicendo quanto indicato nelle linee di “revisione di spesa”. Il tutto perseverando nella logica dei tagli lineari sui servizi rivolti alle nostre comunità all’estero e lasciando inalterata la composizione della spesa, in particolare quella riguardo il trattamento economico del personale diplomatico, l’indennità di sede all’estero per Ambasciatori e Consoli. Si risparmia sempre sui soliti noti”.

“Confidiamo in Lei Sottosegretario, conoscendo in passato il suo interesse sulla chiusura/riapertura dell’Ambasciata a Santo Domingo, - ricorda Albanese – di invertire anche in Europa la situazione, affinché la riorganizzazione della rete consolare sia rivista e ricondotta ai criteri indicati dalla Commissione per “la revisione di spesa” sottolineate dal commissario straordinario Carlo Cottarelli, in modo da tutelare gli interessi delle nostre comunità all’estero e l’immagine stessa dell’Italia. Il Comites di Norimberga, la prega di valutare la riapertura di un ufficio consolare a Norimberga”.

“Sicuri del Suo interesse, le auguriamo un buon lavoro, confidando in una svolta politica per gli italiani all’estero, fiduciosi di non essere delusi. A nome del Comites di Norimberga e dei connazionali qui residenti, - conclude il presidente Albanese – porgo i più cordiali saluti, con l’auspicio un giorno di poterla incontrare in questa zona della Germania”. (aise/dip 19) 

 

 

 

 

Il musicologo Guido Zaccagnini a Francoforte

 

Francoforte - Dopo le tappe di Monaco, Berlino e Amburgo, il 26 settembre il musicologo e giornalista radiofonico Guido Zaccagnini è stato a Francoforte, presso la Romanfabrik per l’ultima tappa del ciclo di conferenze in occasione del 150esimo anniversario della morte di Gioachino Rossini dal titolo: Rossini: il maestro dell’umorismo musicale.

Per la rubrica Anteprima, curata dall’ufficio culturale del Consolato Generale d’Italia a Francoforte, il professor Zaccagnini ha voluto anticipare a Michele Santoriello alcune curiosità ed aspetti dell’uomo Rossini, del musicista, del compositore, dell’abile cuoco, dell’uomo ricco di ironia e non solo:  insomma di una delle personalità altamente creative di cui l’Italia può andar fiera nel mondo.

 

1. Guido Zaccagnini, professore di storia della musica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, giornalista radiofonico e televisivo con programmi amati e seguiti anche da un pubblico non specialistico , autore di saggi. Come nasce questa passione per la divulgazione e l’intrattenimento su temi storico-musicali ?

Ho iniziato a insegnare musica prima ancora di diplomarmi al Conservatorio e non avevo trent’anni quando iniziai a collaborare con la RAI. Da allora, non ho mai smesso ma, anzi, nel tempo, ho preso a tenere conferenze, master classes, ecc. E sempre, con ogni genere di pubblico (musicofili, studenti, platee radio-televisive), ho cercato di divertirmi e di divertire, di proporre un autore o un certo titolo adottando forme espositive e vocabolario alla portata di chiunque: allo scopo di rendere familiari e abbordabili opere e compositori la cui sacralità può ostacolarne la conoscenza e la comprensione. A tutti deve essere garantito il diritto, fornendone naturalmente i necessari presupposti, di frequentare Bach, Chopin, Rossini, Stravinskij (e di goderne), quale una prassi abituale, pacifica.

 

2. Gioachino Rossini, genio musicale, personalità complessa, già mito e musicista più famoso del suo tempo, che a 37 anni nel pieno del successo decide di ritirarsi a vita privata, oramai sembra patrimonio di tutti con la sua musica fragorosa, vera e proprio “ follia organizzata”. Tuttavia quale percorso suggeriresti ad un giovane, ad un amatore – cresciuto con altre sonorità e linguaggi musicali – per avvicinarsi alla sua musica, e a questa personalità dalle mille maschere, per meglio scoprirla e conoscerla?

Proprio mettendo in luce i lati più umani della sua persona: da un lato, evidenziando il suo amore per la tavola, o la sua ostilità verso ogni invenzione scientifica e ogni mutamento sociale; dall’altro, per esempio, segnalando la sua abitudine a riclicare (di nascosto) pezzi scritti in precedenza. Sommerso dagli impegni che aveva assunto con vari impresari, Rossini ripropose spesso pagine di opere andate in scena magari a Napoli e che, tra il pubblico romano, o veneziano, o milanese, nessuno aveva avuto modo di ascoltare: d’altra parte non esistevano allora né radio, né web, né mp3, né televisione… Un caso fra tutti. Scrisse un’ouverture per “Aureliano in Palmira”, la riutilizzò per “Elisabetta regina d’Inghilterra” e se ne servì infine per “Il Barbiere di Siviglia”. E non c’è chi, al mondo, non trovi perfettamente adeguata, azzeccatissima, la Sinfonia del “Barbiere” all’opera che segue.

 

3. Soprannominato “il tedeschino” (svelaci perché) conobbe Beethoven, Wagner, ma non venne per nulla amato, né compreso dai musicisti tedeschi: invidia, poca stima, presunzione o semplicemente rivalità tra i grandi compositori dell’ 800?

Veniva chiamato “il tedeschino” da professori e compagni di studio al Liceo musicale di Bologna: e ciò perché, caso pressoché unico nell’Istituto, si mostrava molto, fin troppo interessato alle opere di Haydn e Mozart. Ma poi cedette al richiamo del teatro e vi si dedicò anima e corpo: almeno, come accennavi prima, sino all’età di 37 anni, quando lasciò l’opera lirica ma per scrivere centinaia di pagine per pianoforte o composizioni vocali da camera (oltre a uno “Stabat Mater” e alla “Petite Messe Solennelle”). E’ vero: Rossini non ebbe fortuna presso i suoi colleghi tedeschi (per non parlare del suo più acerrimo nemico: il francese Berlioz): Weber, Schumann, Wagner (che lo definì “un epicureo infarcito di mortadella”) fecero a gara per denigrare lui e le sue opere. Ma non direi per “rivalità”: piuttosto, a causa della distanza siderale che li divideva dalla poetica e dallo stile del Pesarese.

 

4. “Faremo un pranzo splendido, mangeremo un tacchino. Saremo solo in due. Io e il tacchino”: Rossini uomo pieno di ironia nella vita, ma in musica quale registro dell’ironia prediligeva?

Non è possibile parlare di un unico registro nel sense of humour musicale di Rossini. Abbiamo quello più ridanciano, più facile, nelle farse giovanili (“La cambiale di matrimonio”, “L’occasione fa il ladro”); poi, in titoli quali “L’Italiana in Algeri” o “Il Barbiere di Siviglia”, testo e musica rivelano un’arguzia di ben più elevato livello; in Francia, l’ironia tocca temi e situazioni godibili da un pubblico assai più emancipato di quello italiano: basti pensare alla scabrosa scena dell’amoreggiamento a tre, poco prima del finale de “Le Comte Ory”; e infine, il profluvio di pagine pianistiche, composte nei decenni della maturità, dai contenuti musicali e titoli che, nella loro assurdità comica, possiamo considerare, piuttosto legittimamente, autentiche anticipazioni di certa letteratura teatrale e musicale di stampo surrealista: “Preludio pretenzioso”, “Valzer zoppo”, “Studio asmatico”.

 

5. La musica classica e l’opera sembra sempre più appannaggio di una piccola élite di pubblico, ma al tempo di Rossini era quanto di più accessibile vi potesse essere per il popolo: che rapporto c’era tra Rossini, la sua musica e il pubblico di allora?

Al tempo di Rossini erano poche le occasioni di svago: niente cinema, discoteche, televisione. L’opera rappresentava uno dei pochi passatempi concessi al “popolo” e meriti enormi di Rossini furono quello di sapersi adattare ai vari pubblici e soddisfarne le diversificate aspettative; e, soprattutto, quello d’imprimere alle proprie opere un ritmo trascinante, inedito e capace di coinvolgere chiunque: persino un filosofo tedesco che, nel 1824, scriveva: “Ho ormai viziato a tal punto il mio gusto che questo Figaro di Rossini mi piace infinitamente di più delle ‘Nozze’ di Mozart.” Si chiamava G. W. F. Hegel.

 

Guido Zaccagnini è nato e vive a Roma. Da più di trent’anni insegna Storia della musica ed è autore e conduttore di programmi per RAI Radio3, RAINews24 e RAI 5. Ha fondato e diretto l’ensemble “Spettro Sonoro” – con cui, tra l’altro, ha eseguito e registrato l’opera omnia musicale di F. Nietzsche – e l’orchestra da camera “Sinfonietta di Roma”. Tiene regolarmente conferenze per Fondazioni quali, tra le altre, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Teatro La Fenice di Venezia, il Maggio Musicale Fiorentino e il Teatro Lirico di Cagliari. Ha scritto una monografia su Berlioz (“Hector en Italie”) e ha tradotto e curato libri di genere musicale per la EDT, Adelphi ed Einaudi.

Michele Santoriello, de.it.press

 

 

 

 

Berlino. Dau, l’installazione che dal 12 ottobre farà tornare il Muro

 

Berlino - “Dau: Freedom è un’installazione di Ilya Khrzanovsky che sta già facendo discutere e creando stupore. Ben 29 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, infatti, il centro storico, cuore del quartiere di Mitte, verrà circoscritto da un muro temporaneo per dare vita a un’installazione della durata di quattro settimane, dal 12 ottobre al 9 novembre 2018. Il 9 novembre, 29esimo anniversario della caduta del Muro, anche il muro temporaneo verrà fatto crollare. L’installazione sarà un vero e proprio viaggio nel tempo, capace di trasportare i partecipanti indietro di cinquant’anni in un luogo non ben precisato del blocco sovietico. La performance artistica offrirà la possibilità di aprire un dibattito, la cui portata sembra sempre più necessaria, indirizzando il discorso su grandi temi, quali: libertà e totalitarismi, sorveglianza, spazio, vita in comune e identità nazionali”. A scriverne è Alessia Del Vigo su “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Lucia Conti.

“Gli organizzatori del progetto sono la Berliner Festspiele e Phenomen Berlin Film Produktion GmbH. L’area interessata sarà il quadrato compreso tra Bebelplatz e Oberstraße. Lo scopo dell’installazione è penetrare nella vita cittadina, o meglio nella vita del cittadino, per offrire un’esperienza unica e fornire spunti di riflessione, il tutto tramite l’immedesimazione in un altro mondo, quello della DDR. Anche insegne, cartelli stradali ed altri elementi urbani saranno sostituiti per ricreare in modo il più possibile fedele l’atmosfera degli anni del Muro.

Nell’ambito dello stesso progetto verrà inoltre presentato il film DAU, del regista russo Ilya Khrzhanovsky, classe 1975.

L’idea di Khrzhanovsky è stata quella di ricreare realmente un istituto ispirato all’Institut für physikalische Probleme der sowjetischen Akademie der Wissenschaften, un centro segreto che fu attivo dal 1938 al 1968 e che vide trai suoi protagonisti il premio Nobel Lev Laundau.

I lavori per il film di Khrzhanovsky hanno avuto inizio nel 2005 e sul set cinematografico, di ben 12.000 metri quadri, tra il 2009 e 2011 hanno vissuto circa 400 persone.

L’istituto è stato ricreato a Kharkov, in Ucraina, dove Lev Laundau visse e insegnò negli anni immediatamente precedenti alla nascita dell’istituto sovietico. In tre anni di lavoro Khrzhanovsky è stato in grado di mettere insieme più di 700 ore di materiale filmico, riuscendo a produrre ben 13 film. Tra i nomi più e meno famosi che hanno partecipato si possono citare: Wim Wenders, Brian Eno, Marina Abramovic, Massive Attack.

Cosa succederà esattamente a Mitte tra ottobre e novembre? L’idea è, come anticipato sopra, circoscrivere un’area che possa diventare una città nella città, o meglio ancora un centro nel centro, simile all’Istituto ricreato da Khrzhanovsky e confinato da una ricostruzione del Muro di Berlino. Tutto per realizzare uno spazio narrativo della grandezza di un quartiere, capace di mettere sullo stesso piano il mondo fittizio del progetto e la vita reale di una zona della città.

Saranno inoltre creati dei percorsi indipendenti dall’installazione per chi lavora in quell’area, poiché la partecipazione al progetto è e deve essere strettamente volontaria.

Per il pubblico: non ci sono biglietti da comprare, bensì visti da richiedere on-line e da ritirare presso il parcheggio sotterraneo di Bebelplatz. Assieme al ritiro del visto, bisognerà scambiare il proprio telefono cellulare con l’apparecchio-DAU, per la precisione uno smartphone senza accesso a Internet. L’apparecchio sarà in grado di stilare un percorso personalizzato, basato sulle prime scelte del visitatore e guidandolo all’interno dell’area, che sarà accessibile 24 ore su 24. Per maggiori dettagli e per trovare il visto che fa per voi, potete visitare la pagina dedicata all’evento sul sito della città di Berlino, dove la descrizione è disponibile in cinque lingue, anche in italiano”. (aise/dip) 

 

 

 

 

“La tarda estate dei poeti“. Luciano Mazziotta il 9 ottobre a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. - Sarà Luciano Mazziotta a “rappresentare” l’Italia a “La tarda estate dei poeti”, consueto appuntamento poetico annuale a Monaco di Baviera, che avrà luogo quest’anno presso l’Institut Français. A Monaco con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura, Mazziotta sarà protagonista il 9 ottobre dalle 19.00 con la francese Fabienne Swiatly, la svizzera Elisabeth Wandeler-Deck e il tedesco Jürgen Nendza. Modera Antonio Pellegrino (BR).

La poetessa, scrittrice e saggista francese Fabienne Swiatly, nata nel 1960 a Lothringen da padre polacco e madre tedesca, rifletterà sugli sfaccettati influssi culturali e sull’eredità della storia polacca e tedesca.

Luciano Mazziotta, nato nel 1984 a Palermo, presenterà le sue poesie, che catturano l’attenzione per la loro suggestiva quotidianità, e che sono state pubblicate in famosi blog e riviste letterarie.

Elisabeth Wandeler-Deck, nata nel 1939 a Zurigo, ha lavorato inizialmente come architetto e psicologa e da quarant’anni opera come pubblicista, drammaturgo, musicista e poetessa. Nel 2013 ha ricevuto il premio Basilea per la poesia.

Jürgen Nendza, nato nel 1957 a Essen, presenta la sua nuova raccolta picknick, che quest’anno rientra nelle letture consigliate dalla Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, dalla Haus für Poesie e dal Lyrik Kabinett.

Al termine avrà luogo un rinfresco, gentilmente offerto da Feinkost Farnetani.

La serata è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura, Institut Français, Consolato Generale Svizzero e Lyrik Kabinett, con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della città di Monaco di Baviera e di Schweizer Kulturstiftung Pro Helvetia. (dip) 

 

 

 

Un volume analizza il voto degli italiani all’estero nelle elezioni del 2018

 

Torino – È in uscita il volume “Autopsia di un diritto politico. Il voto degli italiani all’estero nelle elezioni del 2018” a cura di Simone Battiston e Stefano Luconi ed edito da Accademia University Press per la collana Centro Altreitalie sulle Migrazioni italiane.

Il testo, con una postfazione di Piero Bassetti, presenta otto casi di studio rappresentativi della poliedrica realtà della presenza italiana nel mondo, analizzando in particolare il comportamento di voto, la partecipazione, l’attivismo politico, le tendenze e le controtendenze dei connazionali residenti in altrettanti Paesi (Francia, Germania, Regno Unito, Argentina, Brasile, Repubblica Dominicana, Stati Uniti e Australia). Ne risulta un'analisi delle elezioni del 2018 che offre una prospettiva interpretativa europea e globale.

L’assunto è che le ultime elezioni politiche italiane meritino una particolare attenzione anche perché per la prima volta la ripresa dell’emigrazione dal nostro Paese influenza con cifre non più trascurabili il bacino elettorale italiano all’estero. Gli autori mostrano che la stratificazione migratoria esercita un ruolo particolarmente importante per l’analisi dei risultati elettorali. Lo scollamento tra vecchie e nuove migrazioni si rileva dai programmi portati avanti nelle campagne elettorali dei diversi Paesi: pensioni, e ottenimento della cittadinanza, insegnamento e conservazione della lingua, potenziamento della stampa e della TV in lingua italiana sono state le parole d’ordine della campagna elettorale nei Paesi di vecchia immigrazione, mentre il riconoscimento dei titoli di studio e professionali e l’assistenza sanitaria (quella italiana si perde con l’iscrizione all’Aire) sono tra i bisogni delle nuove mobilità per quanto riguarda sia giovani che pensionati. Una esigenza trasversale che accomuna vecchie e nuove migrazioni è quella dell’ampliamento della rete consolare e in generale uno scarso interesse per le questioni politiche italiane.

Oltre alla divergenza di interessi tra le varie generazioni migratorie, viene evidenziata anche l’importante variabile costituita dai Paesi di insediamento, con l’America Latina meta di migrazioni storiche e un’Europa, e in parte gli Stati Uniti, che hanno visto rinnovarsi la presenza italiana in quanto meta della maggioranza degli arrivi contemporanei. “Le attuali condizioni di mobilità spaccano inesorabilmente l’elettorato in esame fra i real Italians, gli italiani italiani, per usare alcune delle definizioni più provocatorie dei protagonisti delle nuove mobilità, e la vecchia emigrazione, confondendo il significato del relativo voto politico - osserva Bassetti nella postfazione.

Con l’avanzata di forze antisistema e populiste, le elezioni per il Parlamento del 2018 hanno completamente ridisegnato la geografia elettorale italiana. Nella circoscrizione estero, a esser messa alla prova è stata la capacità dei cittadini italiani residenti oltre confine di partecipare attivamente alle dinamiche elettorali sia nel Paese d’adozione sia in quello d’origine. L’alto tasso di astensionismo e il primeggiare di formazioni politiche pro-sistema ed europeiste non devono però trarre in inganno. Segnali di cambiamento, dalla composizione del corpo elettorale alle liste dei candidati, si sono registrati anche all’estero e molto probabilmente negli anni a venire saranno sempre più numerosi e importanti.

I real Italians non si riconoscono nelle istanze della vecchia emigrazione – prevalentemente di carattere locale e che rifiutano di entrare nel merito della politica italiana che non conoscono –, ma pongono nuove sfide alla politica transnazionale.

Se nel declino nel numero dei votanti la Circoscrizioni Estero è in linea con quelle italiane, i risultati elettorali mostrano una controtendenza, e una continuità con le votazioni precedenti avvenute nei singoli Paesi, come mostra l’analisi di Giuseppe Scotto sul Regno Unito, prima meta delle migrazioni italiane contemporanee, che nelle elezioni del marzo 2018 vede la riconferma del Partito democratico come primo partito. In percentuale, la coalizione tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia ha ricevuto meno della metà dei voti ottenuti in Italia, mentre il Movimento 5 Stelle ha ottenuto il 26,12% alla Camera e il 26,48% al Senato. Il nuovo schieramento +Europa, lista guidata da Emma Bonino, nel Regno Unito ha ottenuto quasi il 12% dei voti sia alla Camera sia al Senato, ovvero all’incirca cinque volte la percentuale rispetto al risultato in Italia.

Il caso della Germania è emblematico della coesistenza di due elettorati che rispecchiano le diverse istanze delle vecchie e nuove migrazioni. A Berlino, una delle mete delle nuove mobilità italiane, la partecipazione al voto è aumentata e l’elettorato ha premiato Liberi e Uguali col 15%. Scrive in proposito Edith Pichler: “I nuovi mobili indignati e precari sembrano aver preferito quest’ultima formazione al M5S, che a Berlino – pur ricevendo il 26% – ha conseguito uno a dei risultati peggiori della Germania”. Mentre a Wolfsburg, la roccaforte dell’emigrazione del secondo dopoguerra, il numero dei votanti è diminuito del 6,5% e ha stravinto il Pd con il 43%. +Europa ha ottenuto, col 6%, più del doppio dei voti rispetto all’Italia.

In Argentina, Paese di vecchia immigrazione e scarsa nuova immigrazione, ad avere successo sono state invece delle liste estranee al sistema dei partiti italiani.

Nella nota diffusa dal Centro Altreitalie si ricorda poi come in dieci anni gli iscritti all’Aire sono aumentati di due milioni, passando dai 3.106.251 del 2006 ai 4.973.942 del 2017. Nonostante l’aumento delle iscrizioni è diminuito però il numero dei votanti. “Tra il 2006 e il 2018, la percentuale dei votanti nella circoscrizione estero nel suo insieme è scesa dal 39,6% al 30,3% nelle consultazioni per il Senato e si è ulteriormente contratta dal 38,9% al 29,8% nello scrutinio per la Camera - segnalano Simone Battiston e Stefano Luconi.

(Inform 16)

 

 

 

Monaco di baviera. Online il nuovo numero di “Rinascita Flash”

 

Monaco di Baviera - È disponibile in rete il nuovo numero di “Rinascita Flash”, bimestrale dell’omonima associazione diretto da Sandra Cartacci, che firma l’editoriale “Una politica senza scrupoli”.

Seguono due pagine – sia in tedesco che in italiano - firmate da Norma Mattarei e l’articolo “Il lavoro – Gli uomini non sono pietre” di Lorella Rotondi.

Di “Alternanza scuola-lavoro: c'è ancora tanta strada da fare” scrive questo mese Antonella Lanza, mentre Silvia Di Natale firma “Il capro espiatorio”.

“Attenti a non diventare “malati di smartphone”” il monito che Cristiano Tassinari lancia dalle pagine del bimestrale completato dai contributi “Dai palazzi nobili alle case degli italiani: il “bidet” dalle origini ad oggi” di Laura Angelini; “Un invito a tutti noi del mondo capitalista” di Enrico Turrini; “Studiare una lingua significa studiare i vocaboli, ma come?” di Sascha Resch; un’intervista all’autore Gianni Clementi, a cura di Simonetta Soliani; “Studio dunque sono: riflessioni sull’arte dello “studium”” di Miranda Alberti e, per finire, “Soltanto un problema estetico?” di Sandra Galli. dip

 

 

 

Eurobarometro. In Italia migliora la percezione UE

 

ROMA - I risultati dell’Eurobarometro, resi noti recentemente a Bruxelles, sono il risultato di una ricerca effettuata da Kantar Public su un campione di 27.601 persone durante il mese di aprile 2018 per il Parlamento europeo. Una prima relazione era già stata pubblicata a maggio 2018.

Da quello che si evince osservando i dati, più del 50% dei cittadini europei che hanno partecipato al sondaggio Eurobarometro ha dichiarato di volere un’Europa più attiva in settori che vanno dalla politica economica alle migrazioni all’uguaglianza di genere.

La lotta contro il terrorismo, la lotta alla disoccupazione e la protezione dell’ambiente sono le tre aree in cui, in media, i tre quarti degli europei si aspettano un’Europa più presente.

Più o meno sulla stessa linea gli italiani: rispetto a dodici temi su quindici sondati, la considerazione nei confronti dell'UE negli ultimi due anni è migliorata.

Una chiara maggioranza degli europei vuole che gli stati membri agiscano insieme sulla scena internazionale. Sette intervistati su dieci pensano che gli stati membri debbano lavorare insieme per far fronte alla crescente influenza della Russia e della Cina (71%), all’instabilità nei paesi arabi (71%) e agli Stati Uniti con la presidenza Trump (68%).

Non bisogna però perdere di vista i bisogni e gli interessi dei singoli paesi. Il 58% degli italiani ritiene, ad esempio, che gli interessi del proprio paese vadano presi in considerazione lavorando con gli altri stati membri, registrando un aumento, rispetto al 2016, del 5%, esattamente come per quanto riguarda la promozione della democrazia e della pace nel mondo, che ha registrato un giudizio positivo per il 43% degli intervistati, a fronte di un 40% con un opinione tendenzialmente negativa.

Migliora la percezione dell’UE

Gli europei considerano che le azioni dell’UE sufficienti superano quelle insufficienti in diverse aree fra cui: l’uguaglianza di genere (46% contro 40%), la politica industriale (42% contro 31%) e la politica estera (41% contro 36%). La soddisfazione degli intervistati cresce anche in aree come terrorismo, con sostanziali differenze tra paese e paese.

Le iniziative UE nella lotta al terrorismo sono considerate adeguate dal 32% degli intervistati, contro il 23% dell’aprile 2016. Per quanto riguarda l’immigrazione, il 26% pensa che l’UE faccia abbastanza, una percentuale in aumento di sette punti rispetto al 2016. Anche in questo contesto, la posizione dell’Italia non registra “strappi” rispetto alla media. L’emergenza migratoria viene percepita come tale, ma non ci sono allarmismi, così come non ce ne sono rispetto al pericolo del terrorismo. Stesso discorso per sicurezza e protezione dei confini: in questo caso l’incremento del consenso verso l’UE si attesta tra gli 8 e i 10 punti percentuali in più rispetto al 2016.

Nonostante questo bilancio positivo, resta comunque la percezione, nel nostro Paese, che l’Unione Europea debba impegnarsi di più. Da quanto risulta, i cittadini italiani al di sopra dei 55 anni restano i più scettici verso l’operato dell’Unione, mentre i più giovani appaiono quelli meglio disposti. (aise/dip) 

 

 

 

Italia povera

 

Secondo dati recenti, da noi ci sono più di due milioni di persone che non riescono a coniugare il pranzo con la cena. Sempre più difficile pagare affitto ed utenze. Di continuo più arduo tirare avanti giorno per giorno. Gli sfratti per morosità incalzano e c’è chi non riesce neppure più a far fronte all’ordinaria amministrazione di una famiglia.

 

 Per sopravvivere, ci si è dimenticati della dignità di una vita spesa per il lavoro e ora condizionata da un tenore previdenziale insufficiente. Di risparmiare neppure se ne parla. Intanto le notizie su i “disonesti” s’intensificano e agli onesti, che sono la maggioranza, non rimane che subire; senza poter reagire. Essere in area Euro, ora, non ci agevola. Per la verità, il potere d’acquisto reale di 1 Euro non è più equiparabile al tasso di conversione iniziale Lira/Euro.

 

 Oggi, un Euro non corrisponde più a Lit.1.936,27. Insomma, oltre la crisi, i prezzi il minuto sono in sostanza raddoppiati dai tempi della lira. Gli stipendi e le pensioni, invece, no. Sanare la spesa pubblica, senza migliorare l’economia degli italiani, non potrà risolvere i mali della Penisola. I palliativi non saranno capaci di risolvere la nostra precarietà. Nutriamo anche seri dubbi sull’integrale applicabilità del Contratto di Governo stipulato da Di Maio e Salvini.

 

 Accanto al rigore, è indispensabile trovare un’altra via per uscire dalla palude. Le polemiche sono stucchevoli e i nostri politici dovrebbero vergognarsene. Migliorare le condizioni di vita degli italiani non è impresa impraticabile. Non è solo un problema d’oggettiva necessità, ma anche di vitale importanza per non impoverirci maggiormente.

 

Se questa Legislatura di Centro/Destra, dovesse recuperare i temi, già ben noti da anni, ci sentiremmo presi in giro. Ecco perché, prima di ogni altra considerazione, attendiamo di conoscere le strategie di chi chiede fiducia. Avviliti dalle manifestazioni di facciata, aspettiamo eventi esplicativi. Se la “musica” non dovesse cambiare, anche questo Esecutivo avrebbe vita complicata. I prossimi mesi, ma soprattutto quelli del 2019, saranno importanti per tentare di rimuovere lo stato di povertà nazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Via libera al decreto Salvini

 

Via libera del Consiglio dei ministri al dl Salvini. Dopo circa un'ora di discussione, è stato approvato il decreto che contiene le norme sulla sicurezza e sull'immigrazione. "Sono felice", scrive su Facebook il vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Un passo in avanti - sottolinea - per rendere l'Italia più sicura" (LE MISURE).

Parlando al termine del Cdm, il leader della Lega dice: "Il decreto è stato approvato all'unanimità, poi si potrà arricchirlo, ho accolto proposte che modificheranno il testo, un testo che non è blindato". "Sono state smentite le potenziali e inesistenti polemiche che sarebbero state alla base di questo decreto", sottolinea. "Si tratta - continua - del dl più condiviso, più modificato, più aggiornato nella storia almeno di questo governo, sono contento".

 

Parlando in conferenza stampa delle misure contenute nel dl, il vicepremier spiega: "Per i richiedenti asilo la sospensione della domanda d'asilo è prevista in caso di pericolosità sociale o in caso di condanna in primo grado". Il ministro dell'Interno dice di essersi ispirato, per la stesura della norma, a un episodio di cronaca, ovvero quella degli autisti di autobus "massacrati" a Como. "Se il questore valuterà particolarmente pericoloso un richiedente asilo - sottolinea -, potrà sospendere la domanda". "C'è anche un passaggio all'autorità giudiziaria - puntualizza Conte - perché collegata al Cpr" ovvero al Centro di permanenza per il rimpatrio.

Salvini annuncia poi: "La protezione umanitaria viene normata con sei fattispecie specifiche, non ci sarà più la libera interpretazione del singolo". "Avremo un riconoscimento dei diritti dei profughi veri", assicura. Il ministro snocciola le sei fattispecie previste, "che daranno luogo a una protezione oggettiva e non soggettiva": si tratta delle "vittime di grave sfruttamento lavorativo, vittime di tratta, vittime di violenza domestica, vittime di gravi calamità naturali, necessità di cure mediche, protagonisti di atti di particolare valore civile".

Rispondendo a chi gli chiede quale sarà il futuro dei centri Sprar e se verranno ridimensionati, il vicepremier dice: "Continueranno ad esistere ma limitatamente ai richiedenti di protezione umanitaria e ai minori accompagnati". "Da quando sono ministro - riferisce - abbiamo ridotto di circa 20 mila unità le presenze in tutti questi tipi di strutture. Coloro che sono nel giusto come amministratori locali e come i profughi non hanno nulla a che temere da questo provvedimento".

Il responsabile del Viminale precisa poi che all'interno del provvedimento varato non ci sono misure ad hoc sui rom ("altrimenti sarebbe scoppiato il putiferio") ma sottolinea come l'obiettivo sia "campi rom zero" entro "fine legislatura". Riguardo alla tempistica, Salvini assicura che il dl su migranti e sicurezza sarà inviato al presidente della Repubblica un'ora dopo il decreto Genova, che, come spiegato dal premier, dovrebbe arrivare "al Quirinale già domattina".

Parlando del decreto Salvini appena approvato, Conte chiarisce che "c'è già interlocuzione, a livello massimo e di strutture tecniche" con il Colle. "Quando c'è un decreto - spiega -, fa parte del galateo istituzionale che si preannunci al Quirinale, questo è stato fatto in via informale". Poi dice: "Non voglio tirare per la giacca il capo dello Stato, dicendo che lo ha approvato, avrà tutto l'agio per fare eventuali rilievi".

Su migranti, Conte assicura: "Non cacciamo dall'oggi al domani nessuno, rendiamo più efficace il sistema per i rimpatri". "Non smantelliamo alcunché - sottolinea - rileviamo che la protezione umanitaria che doveva essere marginale è arrivata al 25%". "Se non governiamo la realtà, la realtà ci sopravanza", osserva.

Adnkronos 24

 

 

 

Decreto Sicurezza: cosa cambia

 

ROMA - Sono stati unificati in un solo testo i due decreti legge Immigrazione e Sicurezza approvati  dal Consiglio dei Ministri. Un test di 42 articoli. “Non cacciamo nessuno dall'Italia dall'oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati, andiamo a operare una revisione per una disciplina più efficace”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conteai giornalisti al termine della riunione del Cdm  di fronte ai cronisti parlamentari evidenziando che nel decreto oltre alla parte sull'immigrazione, “ci sono norme contro la mafia e il terrorismo», compresa la revoca della cittadinanza a stranieri condannati in via definitiva per fatti di terrorismo internazionale e il potenziamento dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati alle mafie.

Dall’articolo 1 all’articolo 16 si prevedono misure in materia di rilascio dei permessi di soggiorno, di protezione internazionale e di cittadinanza. Viene abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituito da 'permessi speciali', con 6 fattispecie previste: vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel paese d'origine, cure mediche, atti di particolare valore civile. Ancora, il decreto riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema Sprar. I richiedenti asilo troveranno invece accoglienza solo nei centri ad essi dedicati (i Cara). Si amplia la possibilità di negare o revocare la protezione internazionale per i reati di violenza sessuale, lesioni gravi rapina, violenza a pubblico ufficiale, mutilazioni sessuali, furto aggravato, traffico di droga. Ed è prevista la sospensione della domanda d'asilo in caso di pericolosità sociale o condanna in primo grado. C'e' poi la revoca della cittadinanza italiana a carico dei condannati per reati di terrorismo.

La durata massima di permanenza nei Centri per il rimpatrio passa da 3 a sei mesi per facilitare l'espulsione degli irregolari. Il decreto prevede anche il “completamento, adeguamento e ristrutturazione” dei centri già presenti sul territorio e la “costruzione” di altri. Nel caso di sovraffollamento dei Cpr i migranti in attesa di identificazione possono essere trattenuti anche in “strutture diverse e idonee nella disponibilità dell'autorità di Pubblica Sicurezza”. Infine, per potenziare le attività di rimpatrio, il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.

Per il ministro degli Interni, Matteo Salvini lo Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati,  continuerà ad esistere per rifugiati e minori non accompagnati, cioè per “le fattispecie che meritano di essere accolte”. Finora usufruivano dello Sprar anche i richiedenti asilo. Nel decreto è prevista per i richiedenti asilo “la sospensione della domanda in caso di pericolosità sociale con invio a cpr o in caso di condanna a primo grado”. Migrantes online 25

 

 

 

 

Il Decreto Salvini visto dai Parlamentari del PD Estero. Verso uno Stato gendarme?

 

Il Consiglio dei Ministri, all’unanimità, ha approvato il Decreto Salvini sui migranti, o meglio ciò che ne è rimasto dopo le numerose osservazioni di incostituzionalità da più parti avanzate. Con questo atto, il Governo giallo-verde si omologa senza eccezioni su posizioni di chiusura verso i migranti e di isolamento nel contesto mediterraneo.

 

Le lesioni di principio e giuridiche che con esso si compiono sono numerose e gravi. Si adotta uno strumento di necessità e d’urgenza, quale il decreto, mentre i flussi in ingresso sono in flessione da oltre un anno, evitando in tal modo un ampio confronto parlamentare. Si restringono i casi di richiesta di asilo escludendo chi ha avuto una condanna in primo grado, quindi ancora dotato di presunzione di innocenza in base al nostro ordinamento. Si estende la detenzione amministrativa da tre a sei mesi per i destinati al rimpatrio, con immaginabile crescita di tensioni e spinta verso la clandestinità. Si riduce la cittadinanza a una specie di premio di buona condotta, da revocare in caso di prima condanna. Soprattutto, si elimina di fatto la protezione umanitaria facendo ingrossare smisuratamente marginalità e clandestinità, visto che finora quasi nessun paese di origine si è dichiarato disponibile a riprendersi chi è andato via. Si depotenziano gli SPRAR che, alla prova dei fatti, si sono dimostrati uno strumento di minimo impatto sociale e territoriale e di buona capacità di integrazione.

 

La figura del migrante è assimilata a quella di un potenziale terrorista, facendo lievitare rancore e risentimento, quegli stessi sentimenti che nelle banlieue di alcuni paesi europei hanno fatto da reale brodo di coltura del terrorismo negli ultimi anni. 

 

Un rimedio, insomma, peggiore del presunto male che non ridimensionerà in modo sostanziale la presenza dei migranti nella nostra realtà, ci mette dalla parte dei paesi gendarmi e antagonisti, intacca principi giuridici ed etici essenziali della nostra convivenza democratica. Su questo atto, dunque, quando arriverà in Parlamento, rivendicheremo i principi di umanità, solidarietà e legalità che sono alla base di ogni migrazione.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro.

(de.it.press)

 

 

 

 

Diaspore, una nuova narrativa positiva sulle migrazioni

 

Roma – Presso la Sala Stampa dell’Agenzia DIRE, ha preso il via la seconda edizione del Summit nazionale delle diaspore un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, dalle Fondazioni For Africa Burkina Faso e dalla Fondazione Charlemagne.

“Esserci, conoscersi, costruire” è lo slogan del Summit durante il quale è stata lanciata una nuova progettualità che, a conferma della bontà della prima edizione del 2017, rappresenta un’ulteriore opportunità di avvicinamento, d’incontro e d’inclusione tra le diaspore e le istituzioni italiane, l’associazionismo, la cooperazione, il mondo imprenditoriale migrante e la società civile.

I relatori presenti hanno tutti evidenziato l’importanza di valorizzare il dialogo, di far crescere le sinergie tra le diaspore e la cooperazione italiana, di costruire dei ponti tra le realtà migranti e la comunità locale.

Il progetto mira a rafforzare le conoscenze e le competenze delle diaspore. S’impegna a lavorare affinché quest’ultime possano avere una rappresentanza inclusiva e attiva nella Cooperazione italiana allo sviluppo.

In questo contesto, la sfida, parola citata a più riprese dagli intervenenti, è quella di dar vita ad una nuova narrativa positiva sulle migrazioni. Una sfida che deve essere raccolta in primis dagli organi di stampa così come è stato sottolineato dalla Dottoressa Tatiana Esposito (Direttore Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione).

Una sfida per la stampa e, aggiungiamo noi, una sfida all’onestà del mondo politico.

Bisogna resettare operando per ridurre il gap tra percezione dell’opinione pubblica e realtà. Bisogna raccontare utilizzando fonti trasparenti disponibili a tutti quanti. Sono oltre 1.200 le associazioni migranti; esistono dati importanti sulla partecipazione dei migranti al mercato del lavoro, sulle nuove generazioni di migranti. Una realtà che narra di storie d’integrazione, di storie positive che impattano proficuamente anche nella comunità accogliente e sul territorio italiano.

Costruire insieme dunque, dopo essersi conosciuti. Per tali ragioni il progetto ha programmato incontri territoriali, giornate di formazione, eventi culturali, forniture di assistenza tecnica nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Strumenti che devono facilitare un percorso di empowerment delle diaspore e che di conseguenza possono accelerarne una reale integrazione.

In un’atmosfera di scambio propositivo e prospettico, in un clima di profondo credo nell’attivismo umano e sociale quasi stupisce l’intervento di Emanuela Del Re, vice ministra degli Affari Esteri. “La diaspora è casa”…“Facciamo casa insieme”…”Stiamo costruendo un tesoro, un conto in banca sociale, un capitale sociale e politico”…“Occorre sostenere il percorso di sviluppo” … “L’Italia è portatrice di valori importanti”… ecc.

Non ci resta che chiedersi se queste volontà dichiarate dalla vice ministra siano frutto di un desiderio personale o se mai troveranno un serio riscontro nelle politiche di chi sta governando che al contrario stanno chiaramente virando verso strategie ben diverse. Dire/de.it.press

 

 

 

 

Sbarchi di migranti dimezzati in un anno (in Europa, non solo in Italia)

 

Fino a settembre in tutti i paesi del Mediterraneo 77mila arrivi. Un anno fa erano stati oltre 170mila. L’esperto: «Meno partenze dalla Siria e flussi interrotti a sud della Libia» - di Claudio Del Frate

 

Di cosa parliamo quando parliamo di migranti? Di un fenomeno che, a dispetto dei toni virulenti che caratterizzano il dibattito, si è più che dimezzato nel giro di un anno. In tutto il Mediterraneo, non solo in Italia. Pochi giorni fa l’Unhcr, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati ha diffuso le sue statistiche periodiche sugli sbarchi dall’Africa sottolineando un dato: l’Italia è diventata il terzo paese in Europa per numero di arrivi, superata dalla Spagna ma ora anche dalla Grecia. La stessa statistica, però, contiene un altro numero che, benché noto agli esperti, va controcorrente rispetto alla narrazione politica dominante. E cioè che gli arrivi dei migranti è crollato negli ultimi dodici mesi.

Cosa dicono le cifre

Fino al 12 settembre scorso, fa notare l’Unhcr, sono arrivate sulle coste europee del Mediterraneo 77.307 persone; il dato è la somma degli sbarchi in Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro. Nello stesso periodo del 2017 la pressione migratoria verso le coste europee era stata di 172.301 stranieri. La curva è del resto in netta discesa da anni. nel 2016 arrivarono 362.753 migranti e nel 2015 si superò addirittura la soglia del milione. La statistica mette in luce tra l’altro un ulteriore elemento: sparisce la teoria dei «vasi comunicanti». Accanto a un netto calo degli arrivi in Italia si registra un incremento di quelli verso la Spagna ma non tale da compensare il crollo. Le cifre, insomma, fano a pugni con i toni del dibattito politico che caratterizza non solo l’Italia ma anche la Ue. Prova ne sia il recente scontro tra Salvini e il ministro degli interni del Lussemburgo.

 

La Siria e il «tappo» dell’Africa

Ma la realtà riflessa da questi numeri è illusoria o racconta davvero di un raffreddamento dei flussi migratori? Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, conferma che la tendenza è in atto da qualche anno e ne spiega le ragioni. «I flussi sono in calo su tutte le rotte, a partire da quella tra Libia e Italia che ha sempre rappresentato la percentuale più alta di arrivi - spiega - ed è dovuto principalmente a due fattori. Il primo contingente: dalla Siria, che nel 2015 aveva alimentato il maggior numero di arrivi, partono molte meno persone, almeno per il momento. La seconda ragione è che i paesi europei sono riusciti a mettere una sorta di “tappo” alle partenze dall’Africa».

Durerà? I nodi di Idlib e Agadez

Il quesito fondamentale è se questa situazione è destinata a stabilizzarsi. Sul punto Matteo Villa è più cauto: «In Siria la situazione nella città di Idlib è una bomba a orologeria. Il riaccendersi della guerra potrebbe rimettere in fuga miglia di civili verso l’Europa attraverso la Turchia. Ma Erdogan appare determinato a far rispettare l’accordo preso con la Ue per fermare i migranti nei campi allestiti nel suo territorio». «In Africa l’azione dell’Onu, dalle Ue e dell’Italia è riuscita a stabilizzare per il momento della situazione. La rotta che da Agadez, in Niger risale verso la Libia si è interrotta, l’Onu ha convinto a tornare nel paese di origine circa 20mila persone che erano ferme nei campi. Il nodo è sempre lo stesso: trattare con le milizie, portarsele dalla propria parte. Diminuire gli arrivi consente di lavorare meglio sull’integrazione e l’accoglienza dichi è già in Europa. Che al momento è la vera urgenza». CdS 18

 

 

 

L’angolo della psicologa. Le trappole del pensiero “e se…?”

Nelle più svariate circostanze della vita - relazioni, lavoro, famiglia - capita a volte di porsi delle domande che iniziano con" E se...?". Solitamente in esse è previsto il verificarsi di una condizione negativa e suonano più o meno così:

Preoccuparsi delle possibile conseguenze di un evento per noi cruciale è utile nella misura in cui riusciamo a prefigurarci i vari scenari e di conseguenza a elaborare differenti strategie per affrontarne gli esiti. Il problema con questo tipo di domande è che possono divenire paralizzanti, cioè ci fanno vedere solo il lato negativo delle cose e ci impediscono di pensare a delle soluzioni utili.

Talvolta, la paura che possa verificarsi l'esito infausto è così forte dall'impedirci di provare: non inviamo un curriculum per paura di essere inadatti, non iniziamo una frequentazione per paura di essere lasciati, non accettiamo l'invito ad una festa per paura di fare brutta figura,...

Nessuno di noi possiede una palla di vetro in cui vedere il futuro: perché allora partire dal presupposto che le cose andranno male? E, anche se dovesse accadere, perché non provare a cercare una soluzione?

Se è vero che molti eventi sfuggono al nostro controllo, ce ne sono molti altri in cui possiamo intervenire, prima o dopo. Per poter uscire dalla trappola del pensiero " E se...?" possiamo focalizzarci su questi aspetti:

Questo genere di pensieri è più "aperto": contemplano anche gli esiti positivi, senza diventare irrealistici. Tengono conto delle possibilità negative ma vanno oltre perché prevedono la possibilità di affrontarle.

Se il pensiero " E se...?" diventa catastrofico e interferisce sulla qualità della propria vita minandone il benessere, può essere utile consultarsi con uno psicologo per lavorare insieme sul potenziamento delle risorse e sulla ricerca di nuove strategie per il trattamento e la gestione del malessere. Claudia Bassanelli

 

 

 

Conte: "Reddito cittadinanza in manovra"

 

Con i capigruppo M5S "abbiamo ragionato anche della necessità che la riforma del reddito di cittadinanza che sarà inserita nella manovra economica abbia un impatto significativo sul piano sociale, in modo da alleviare la condizione di tutti coloro che vivono in condizione di povertà assoluta". Lo scrive su Facebook il premier Giuseppe Conte. Sarà una manovra, ha detto il premier Conte rispondendo a una domanda sull'ipotesi di sforare il 2% nella manovra economica, ''seria, coraggiosa e che offra risposte ai cittadini e consenta una crescita e uno sviluppo sostenibile. Non ci dobbiamo impiccare sui decimali, dobbiamo essere credibili" nei confronti di tutti". "Noi dobbiamo essere credibili rispetto a noi stessi perché abbiamo fatto delle promesse di cambiamento e offrire una manovra utile e sostenibile, ma dobbiamo essere credibili anche per i mercati", spiega Conte. "Dobbiamo -insiste- essere credibili Anche rispetto ai mercati perche' e' chiaro che noi chiamiamo i mercati a fare degli investimenti per quanto riguarda i titoli di stato e noi vogliamo essere credibili con tutti gli stakeholder che saranno coinvolti in questa manovra".

Dal canto suo oggi il vicepremier Luigi Di Maio, su Facebook durante il suo viaggio in Cina, tornando a parlare della manovra ha garantito che "non si sfora il 3% e non si toccano i diritti essenziali dei cittadini". Oltre a dire, dopo l'affondo di ieri, di avere "piena fiducia nel ministro Tria". "Un governo serio che ha fatto delle promesse i soldi li trova, e badate bene il mio non è un attacco al ministro Tria" afferma Di Maio. Le risorse le "troviamo dai tagli? Sì. Ma qualora non si dovessero trovare dai tagli - premette il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico - noi sappiamo che nei prossimi anni potremmo tagliare tanti altri sprechi e mandare a regime le risorse che servono per finanziare a mandare a regime queste iniziative: ma non possiamo aspettare due 3 anni per mantenere queste promesse". Adnkronos 19

 

 

 

 

Decreto Sicurezza accrescerà i problemi invece di risolverli

 

“Un decreto costruito più per finalità di propaganda che per gestire realmente il fenomeno migratorio. L’effetto pratico sarà quello di accrescere i problemi anziché risolverli. Salvini si riempie la bocca di sicurezza ma finora le sue scelte e la sua propaganda d’odio hanno contribuito di fatto a rendere le nostre strade meno sicure”.

Lo afferma la europarlamentare di Possibile Elly Schlein, relatrice della riforma del regolamento di Dublino per il gruppo dei Socialisti e Democratici, in merito al decreto sicurezza varato oggi dal governo.

“Innanzitutto – osserva Schlein – la scelta di affrontare l’immigrazione come un problema di sicurezza, tradisce una logica punitiva e la necessità per il governo Salvini-DiMaio di continuare ad usare l’immigrazione come leva propagandistica. La stretta sulla protezione umanitaria, oltre ad essere una scelta inumana, lascerà nell’irregolarità  e nelle strade persone vulnerabili; mentre con il ridimensionamento del sistema Sprar, un modello di eccellenza italiana che vengono a studiare dall’estero, Salvini dimostra che l’unico che vuole fare dell’accoglienza un ‘business’ è lui.

L’esperienza ha insegnato che l’unica buona accoglienza è quella diffusa sul territorio e in piccole soluzioni abitative su modello SPRAR, che prevede il pieno coinvolgimento dei sindaci, regolari appalti e trasparenza sulla rendicontazione dei fondi, oltre che adeguati controlli. Il decreto attacca le migliori esperienze d’integrazione a favore dei grandi centri d’accoglienza dove, lo constatiamo in ogni accesso e ispezione, si annullano i diritti delle persone e spesso s’infiltra il malaffare.

Il Premier Conte, nel ruolo che ormai gli è più congeniale, quello di spalla, ha tenuto a precisare che il decreto si muove in un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati. Un’affermazione bizzarra, visto che il decreto interviene riducendo alcuni diritti basilari propri di uno stato di diritto, come nel caso della sospensione della domanda di asilo per pericolosità sociale o condanna in primo grado di giudizio; o il raddoppio dei tempi di permanenza nei centri per il rimpatrio, di fatto una reclusione perpetrata in assenza di ipotesi di reato. Ho visitato il CPR di Brindisi proprio in questi giorni, ho visto un luogo terrificante di privazione delle libertà e disperazione in cui gli stessi migranti, in lacrime, mi hanno chiesto cos’hanno fatto per finire lì e hanno detto che sarebbe meglio il carcere.

Tagliare diritti e spese per l’integrazione non renderà più efficiente il sistema, ma darà modo al governo di mostrare i muscoli, a costo di violazioni evidenti dei principi costituzionali e dei Trattati internazionali. Violazioni che faremo valere in ogni sede – conclude Schlein – perché se si accetta oggi che qualcuno possa essere privato di diritti fondamentali, domani saranno i diritti di tutti ad essere minacciati”. Dr. Maurizio Benazzi, de.it.press 25

 

 

 

 

Politica all’italiana

 

In politica, almeno da noi, ogni previsione può essere stravolta senza grossi problemi. Intanto, nessuno ha salvato l’Italia e scriverlo non avrebbe, di conseguenza, alcun senso. I mesi passano e, forse, vedrà la “luce”il nuovo progetto economico/sociale Di Maio/Salvini. Se la situazione dovesse evolversi, i problemi d’Italia si potrebbero ridimensionare. La Terza Repubblica resta, in ogni caso, una di quelle leggende metropolitane che sarebbe meglio avere il buon gusto di scordare. Prima di focalizzare il nostro ruolo in UE, c’è da chiarire le nostre sorti economiche interne. La crisi viene da lontano, ma da noi si è evoluta in modo assai differente che nel resto del Vecchio Continente. Ora, non sapremmo neppure azzardare delle previsioni per i mesi futuri.

 

 Gli italiani, fuori e dentro i confini nazionali, sono fortemente demotivati da un sistema che vive solamente perché nessun politico è stato, concretamente, in grado d’offrire una guida diversa al Paese. Ed è proprio per questa posizione, in evidente regresso, che le nostre preoccupazioni aumentano. La disoccupazione è un altro segnale delle difficoltà nazionali. I provvedimenti varati sono un segnale da valutare in prospettiva. Forse, diritti e doveri si compenseranno. Quei diritti che dovrebbero garantirci un futuro meno difficile che resta sulle spalle di chi ancora riesce a rimanere nel mondo produttivo.

 

All’interno, per ora, vediamo pochi segnali in linea con i tempi che stanno ipotecando anche le prospettive per il futuro. Mentre tutti, ma proprio tutti, intendono polemizzare, vivere nel Bel Paese resta un problema da affrontare giorno per giorno. Dopo Esecutivi caduti dall’alto, comunque, non è certo che vivremo in un’Italia più europea e meno fragile di quella che ha caratterizzato i primi diciassette anni del nuovo Millennio. Pur con tante insufficienze, la politica italiana dovrebbe essere più comprensibile e concreta.

Per finire, è meglio evitare di far confronti politici su certi segnali ancora tutti da decifrare. La Penisola presenta, infatti, degli sviluppi socio/economici che non ci permettono tuttora un’analisi più ottimistica di quella che abbiamo identificato come la”politica all’italiana”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il ponte è crollato. Ora che fare?

 

Non solo il ponte di Genova ma pure quello che unisce l’amore e la vita all’interno della vita coniugale

 

Il ponte di Genova è crollato, portando con sé tanto dolore e 43 vite umane. La vita civile della città è stata spezzata, paralizzata. Nulla è più come prima.

L’immagine mi viene spontanea per riflettere sul crollo di un altro ponte importante: il ponte che unisce nell’ordine umano l’amore e la vita all’interno della vita coniugale e della famiglia. Questo ponte è stato fatto saltare in vari modi: anzitutto si è voluto separare l’unione sessuale per renderla indipendente dalla procreazione, attraverso la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto; poi ci si è impegnati a separare la procreazione dall’unione coniugale e si sono percorse le vie della proliferazione artificiale; infine è stata prospettata la clonazione.

Per la prima separazione, quella dell’amore dalla vita, c’era a favore la spinta edonistica, c’erano gli interessi della case farmaceutiche produttrici di pillole e gli interessi politici dei paesi forti per rendere infecondi quelli in via di sviluppo attraverso la pianificazione familiare. A favore della seconda divisione c’è la spinta a voler un figlio ad ogni costo e di volerlo su ordinazione e in più gioca il business dei centri di procreazione artificiale, pubblici e privati, che hanno trovato una miniera preziosa di ridurre le risorse destinate alla cura e riabilitazione delle malattie vere.

E adesso? Per poter rinsavire bisogna guardare alle conseguenze, che sono macroscopiche su entrambe le sponde che abbiamo esaminato. Sulla prima, cioè quella dell’edonismo sessuale, una volta che l’unione è stata proclamata un diritto ed è distolta dalle responsabilità familiari e procreative cioè dall’accoglienza della vita, la famiglia è indebolita e sono cresciuti divorzi e le separazioni. Perché se si cura soltanto la soddisfazione del sesso, la famiglia può diventare un peso e la passionalità può essere soddisfatta anche fuori dalla famiglia. Sull’altra sponda, se la procreazione si può ottenere separatamente dall’atto di comunione coniugale, allora si va verso forme sempre più estreme ed “esterne” di fecondazione, con congelamenti e sperimentazioni di embrioni, con soppressione di quelli ritenuti difettosi o in soprannumero. L’ultima sponda in questa direzione è la clonazione, che rappresenta una forma di procreazione artificiale, asessuale. Qui, con la clonazione, pure paternità e maternità scompaiono.

Questo “crollo del ponte” è una violazione della struttura naturale dei sessi iscritti nell’uomo e nella donna, è una offesa alla dignità della persona umana.

Ora si sa bene che a intaccare la natura si finisce prima o poi per pagarne le conseguenze perché, come affermava un famoso genetista francese, “Dio perdona sempre, gli uomini raramente, la natura non perdona mai”. Si deve cioè ricordare che “Di creò l’uomo, maschio e femmina li creò” e in questa dualità ha iscritto la capacità di essere “due in una carne sola” (l’unione) e di “crescere e moltiplicarsi” (la procreazione). Allora bisogna ricostruire il ponte se si vuole ricuperare l’umanità compiuta, la famiglia e la vita umana come “Natura vuole e come Dio creò”.

Il poeta Ugo Foscolo ci ricordava, pur nella su miscredenza, che la civiltà umana iniziava “dal dì che nozze, tribunali ed are diedero alle umane belve d’esser pietose di se stesse e d’altrui”. Ora la triade è stata messa in crisi: sia le nozze, sia i tribunali e sia gli altari. Ma allora non ci dobbiamo meravigliare se “le umane belve” cessano di essere pietose.

Il ponte tra amore e vita ne chiama un altro, quello tra persona e natura, e poi un terzo tra scienza ed etica, ed infine uno supremo tra l’uomo e Dio. Bisogna rimettere mano alla ricostruzione dei ponti, soprattutto di quello tra l’amore e la vita.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

A scuola, sempre

 

Nel racconto biblico contenuto nella Genesi, Dio mostra all’uomo le cose create “per vedere come le avrebbe chiamate”. Perché dare il nome era il segno della superiorità di Adamo sul creato. E l’uomo si realizza solo se pone in atto tutte le sue capacità intellettive. Dalla nascita alla morte. Un eterno scolaro.

Per questo l’argomento scuola è stato e continuerà ad essere tra i più dibattuti. Perché nella scuola sono riposte le speranze di ogni società. La formazione culturale si colloca tra i primi posti nella classifica dei valori. Perché “comprendere” significa in qualche modo appropriarsi delle cose. Questo, l’obiettivo della scuola.

In greco “skolé” da cui “skolàzein” significa stare in ozio, riposarsi, avere tempo di occuparsi di qualcosa per divertimento, ricreazione mentale. Nella condizione di assoluto riposo, nella contemplazione della realtà circostante si sviluppa la capacità di meravigliarsi (“thaumazein”) di fronte alla bellezza (o allo scempio) della natura.  Così nacque e rinasce la filosofia, madre e figlia primogenita della scuola.

La scuola è cultura, apprendimento, vita, anche se l’istituzione ha cercato di appropriarsene. Forse per questo, Ivan Illich, anni fa  ma sempre attuale, ha lanciato l’appello “descolarizzare la società”. Un’analisi, che pone in rilievo come la scuola istituzionale sia spesso a servizio della manipolazione della cultura. Già nella prefazione al libro “Descolarizzare la società” (1971), Illich scriveva: “All’attuale ricerca di nuovi imbuti didattici si deve sostituire quella del loro contrario istituzionale: trame, tessuti didattici che diano a ognuno maggiori possibilità di trasformare ogni momento della propria vita in un momento di apprendimento, di partecipazione e di interessamento”. In sintesi: l’apprendimento come essenza di vita e la vita come continuo apprendimento. Purtroppo, sembrano attuali le parole del poeta indiano Tagore: “La scuola mi appariva come una prigione dello spirito, buona solo a produrre pappagalli ammaestrati”.

Una scuola che voglia essere tale deve spalancare al mondo porte e finestre. Identificarsi e aprirsi alla società. Karl Popper, il filosofo della “società aperta”, ha esposto la dialettica tra due modelli di scuola: quella di Talete e quella di Pitagora. Le primissime  scuole. La scuola di Talete era scuola aperta. Scuola di libertà. Talete, infatti, incoraggiava la critica nei suoi confronti, tanto che gli allievi potevano liberamente sostenere idee diverse dalle sue.

Nella scuola di Pitagora, invece, prevaleva l’insegnamento fondato sull’autorità indiscussa del maestro, venerato come un dio, discendente da Apollo, dotato di poteri taumaturgici. A lui si alludeva come all’autòs efe (ipse dixit) e chi pensava diversamente veniva dichiarato eretico, espulso, perfino assassinato. Come, si racconta, sia accaduto a Ippaso di Metaponto che, divulgando la scoperta degli incommensurabili (?2), minava tutta l’impalcatura dell’ arché di Pitagora.

In Italia, da decenni si parla e si cerca di realizzare l’autonomia della scuola. “Non dovrebbe esistere un governo della scuola, ma l’autogoverno delle scuole”, aveva dichiarato Sabino Cassese nella Conferenza Nazionale sulla scuola negli anni ’90 del secolo trascorso. Ma, con l’accentuazione della figura del preside-manager e la nascita del “dirigente scolastico”, responsabile di vari istituti, l’aspetto formativo ne ha risentito in modo penalizzante. Il preside-dirigente, spesso impreparato nelle materie di insegnamento,  è diventato una trottola in corsa da un plesso scolastico all’altro, da una realtà all’altra. Nessun uomo e quindi nessun preside può essere talmente carismatico ed enciclopedico da risolvere ogni problema. E sono loro le vittime sacrificali di un simile sistema.

Purtroppo, la mancata approvazione della figura del preside elettivo “con funzioni di coordinamento e di animazione”, sottoposto ad un giudizio di controllo dagli organi collegiali, durante la discussione della legge-delega nel 1973, con la netta avversione da parte dei conservatori, ha privilegiato il percorso normativo  unidirezionale a quello collegiale.  Col risultato che la scuola appare sempre più come fabbrica che come comunità. E gli insegnanti più come dipendenti che come collaboratori. Può essere curioso ricordare che in una Circolare Ministeriale del 1923 è scritto: “Alla missione di preside ogni insegnante deve aspirare come a fastigio o coronamento della propria carriera didattica”. Non dovrebbe essere strano, quindi, in periodo di crisi e di volontariato, che docenti pensionati in condizioni di buona salute fisica e mentale, fossero chiamati  a svolgere l’incarico gratuito e temporaneo di  preside.

Oggi, invece, è in atto una ovattata conflittualità tra vertici scolastici. Una competizione tra istituti e poli  scolastici sia in visibilità  e sia per accaparramento di iscritti. Basta assistere ai vari “Open Day” che presentano i vari POF (Piano di Offerta Formativa). La scuola alla pari d’un’agenzia pubblicitaria.

Anche la cosiddetta riforma della “buona scuola” pur presentandosi in tono dimesso, aprendo e  coinvolgendo il pubblico alla discussione: “Perché per fare la Buona scuola non basta solo un governo. Ci vuole un Paese intero”, non ha conseguito obiettivi positivi, ma ha spesso peggiorato la situazione.  C’è bisogno di uno scossone morale e culturale. Una scuola che educhi e informi, che scopra e stimoli capacità e talenti. Compito che non spetta solo alla scuola, ma a tutta la società. Secondo l’invito del grande pedagogista  Paulo Freire “Nessuno si libera da solo. Nessuno libera l’altro. Ci liberiamo insieme”. Mario Setta, De.it.press

 

 

 

Caritas Italiana e Fondazione Migrantes: il linguaggio e i media sul tema migranti   

 

Roma - La mobilità umana si conferma fra i temi di maggior dibattito nella società attuale. Il monitoraggio delle notizie riguardanti l’immigrazione apparse nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 rivela che in dodici anni i riferimenti all’immigrazione sono aumentati di oltre dieci volte, passando dalle 380 notizie del 2005 alle 4.268 del 2017. Appare sistematica la correlazione fra l’aumento di interesse mediatico verso i flussi migratori diretti verso l’Italia e gli eventi di natura politica che coinvolgono il Paese. Colpisce constatare che la sensazione di minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico ricondotta all’immigrazione sperimenta dal 2013 una crescita costante. Nel corso del 2017 i telegiornali di prima serata si soffermano per lo più sui flussi migratori (40%), riservando quasi la metà delle notizie ai numeri e alla gestione degli sbarchi sulle coste italiane. Un ulteriore 34% dei servizi telegiornalistici è dedicato a questioni che mettono in relazione immigrazione, criminalità e sicurezza. Per trovare il primo tema dotato, almeno potenzialmente, dei caratteri di “buona notizia” è necessario scendere al terzo posto, dove si colloca il racconto dell’accoglienza, al quale nel 2017 è riservato l’11% delle notizie.

Roma - Secondo le più recenti stime della Fondazione ISMU, su un totale di 5.144.440 stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2018, i musulmani sono poco meno di 1 milione e mezzo, pari al 28,2% del totale degli stranieri. I cristiani complessivamente sono il doppio, quasi 3 milioni, in aumento di circa 50 mila unità negli ultimi due anni. Ne consegue -  si legge nel Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e presentato oggi a Roma -  che, nel complesso, il 57,7% dei cittadini stranieri residente in Italia è cristiano. Si tratta in maggioranza di ortodossi (1,6 milioni, dei quali quasi 1 milione romeni) e 1,1 milioni di cattolici (tra coloro che migrano dall’Est Europa soprattutto albanesi, una minoranza di romeni e polacchi, filippini tra coloro che migrano dall’Asia, ecuadoriani e peruviani fra i latinoamericani). Fra le nazionalità delle principali comunità religiose locali, il gruppo marocchino è il principale di religione musulmana nelle tre regioni con più cittadini stranieri con tale appartenenza religiosa – Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Per quanto riguarda la nazionalità dei cattolici stranieri, con riferimento alle sole due regioni con oltre 100 mila stranieri residenti con tale appartenenza religiosa – Lombardia e Lazio – al primo posto si collocano i filippini, sia in Lombardia sia nel Lazio, seguiti dai latinoamericani di Perù ed Ecuador in Lombardia e dagli europei comunitari di Romania e Polonia nel Lazio.

La devianza e i migranti   

Al 31 dicembre 2017 la popolazione carceraria conta 19.745 detenuti stranieri tra imputati, condannati e internati. Rispetto allo stesso periodo del 2016, quando gli immigrati erano 18.621, si registra un incremento del +6%. Sono alcuni dati presenti nel Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e presentato oggi a Roma. Rimane inalterata, tuttavia, l’incidenza della componente estera sul dato complessivo della popolazione carceraria, a distanza di dodici mesi ancora ferma al 34%. Per quanto riguarda le aree geografiche di provenienza, negli istituti di pena prevale la componente africana, che da sola rappresenta la metà dei detenuti stranieri, con 9.979 persone (il 50,5%). I detenuti nordafricani rappresentano il 71% della componente africana e circa il 35% della popolazione straniera nelle carceri italiane. Il continente europeo è invece rappresentato da 7.287 persone, pari al 36,9% dei carcerati di origine straniera. Il dettaglio delle nazioni vede il Marocco confermarsi come il Paese maggiormente presente, con 3.703 detenuti (il 18,7%), seguito dall’Albania (2.598 persone, pari al 13,1%) e, di poco distanziata, dalla Romania (2.588 persone, pari al 13,1%). La componente immigrata è nettamente più giovane rispetto a quella italiana. Il detenuto straniero tipo è un uomo, è sposato e ha meno di 40 anni. La stragrande maggioranza della popolazione carceraria straniera è composta da detenuti di sesso maschile (18.844, pari al 95,5%), a fronte di 901 detenute (appena il 4,5%). Per le detenute occorre segnalare il preoccupante aumento di bambini al seguito. In termini generali, sono 56 i bambini presenti accanto a 51 donne detenute. Di questi, i bambini stranieri in carcere sono 30 (pari al 58%) al seguito di 33 detenute straniere. Dei 20.313 minori e giovani adulti presi in carico nel 2017 dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni (USSM), gli stranieri sono 5.302 (26%), di cui 4.604 ragazzi (86%) e 698 ragazze (14%). Nella tipologia dei delitti commessi dagli stranieri prevalgono i reati contro il patrimonio (9.222), seguiti dai reati in materia di stupefacenti (7.430), contro la persona (7.151), contro la pubblica amministrazione (3.061) e contro la fede pubblica (1.630). I dati mostrano come, a parità di reato, gli italiani entrano meno facilmente in carcere rispetto agli stranieri, i quali beneficiano in maniera difforme delle misure alternative per l’espiazione della pena, a cominciare dall’esecuzione della pena presso il domicilio. Migrantes/Caritas

 

 

 

 

Editoria. Il sottosegretario Merlo riceve una delegazione della Fusie

 

ROMA - Il Sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo ha ricevuto recentemente alla Farnesina i vertici della FUSIE, Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero, il presidente Giangi Cretti e il Segretario Giuseppe Della Noce.

All’incontro hanno preso parte anche il Segretario Generale del CGIE, Michele Schiavone, e Luigi Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero alla Farnesina.

Durante l’incontro, Merlo ha sottolineato l’importanza dell’informazione dedicata agli italiani residenti all’estero e ha ringraziato la FUSIE per il lavoro di coordinamento che svolge tra i vari editori.

Merlo ha inoltre assicurato a Cretti e Della Noce la “giusta attenzione” del governo nei confronti di chi, non senza ostacoli e difficoltà, svolge un doppio ruolo di fondamentale importanza: quello di comunicare e informare, ma anche di diffondere e promuovere nel mondo la lingua italiana. dip 

 

 

 

Il potere della stupidità. La Legge di Parkinson

 

Mentre sono sempre stati scarsi gli approfondimenti sul problema della stupidità, ci sono alcuni testi rilevanti su “perché le cose vanno male”. Fra questi c’è Parkinson’s Law di Cyril Northcote Parkinson. Un “classico” che è stato pubblicato nel 1957 – e cinquant’anni più tardi è ancora, più che mai, di attualità.

Oltre a essere profondamente serio nei contenuti è anche una lettura piacevole e divertente. È uno di quei rari libri che hanno l’insolita capacità di approfondire argomenti complessi trattandoli con lucida semplicità e con una notevole dose di umorismo. Il testo è accompagnato da una serie di disegni gustosamente satirici che non si limitano a divertire il lettore, ma aiutano anche a capire.

Ne sono uscite, nel corso degli anni, molte edizioni, in cui Parkinson ha approfondito progressivamente l’argomento, con l’aggiunta di altre interessanti osservazioni.

Nonostante il suo successo era e rimane un libro “ostico”, trascurato dai teorici della gestione, ignorato o dimenticato da chi è attivamente impegnato nelle organizzazioni.

Il motivo è evidente: dice troppe verità scomode e, cosa ancora più sgradevole, lo fa senza dissertazioni astruse o paludate, con un linguaggio semplice e diretto. Con puntuta e puntuale ironia (accentuata dalle vignette di Robert Osborn, che ne arricchiscono il significato – ma disturbano i pedanti).

Era un libro fastidioso, irritante, sconcertante all’epoca della sua prima pubblicazione. E lo è ancora di più nella situazione di oggi.

La Legge di Parkinson spiega come un’organizzazione cresca, indipendentemente dall’aumento o diminuzione della quantità di lavoro che deve svolgere, per effetto di meccanismi gerarchici e di anomalie organizzative.

Cinquant’anni fa si trattava soprattutto di allargamento delle strutture, con una crescente complicazione dei rapporti interni. Parkinson spiegava che un’organizzazione di mille persone può essere impegnata a tempo pieno a comunicare solo con se stessa, senza produrre alcuna attività significativa per il mondo esterno.

Oggi quei problemi rimangono, ma il quadro è ancora più complesso. In un’epoca in cui le riduzioni di personale sono un frequente strumento per far crescere i profitti (e le fusioni, acquisizioni o concentrazioni si traducono quasi sempre in “tagli” di struttura) accade anche il contrario: cioè che le dimensioni delle organizzazioni diminuiscano per motivi non funzionali – e spesso senza correggere il sovraccarico di funzioni inutili e ingombranti.

Questa bizzarra mescolanza di bulimia e anoressia è uno dei malanni più gravi che affliggono le organizzazioni (pubbliche o private) e specialmente le più grandi.

Il fatto fondamentale è che un’organizzazione, come se fosse un organismo vivente, tende a crescere e a riprodurre se stessa. Ma, se la vita ha un valore in quanto tale, non è così per le imprese (o altre organizzazioni pubbliche o private) che meritano di esistere solo se hanno un ruolo utile ad altri – e alla società in generale. Questa è una costante in tutte le aggregazioni umane, indipendentemente dal fatto che siano motivate al profitto o basate su altre premesse, come ruoli istituzionali, sociali, politici o di pubblico servizio.

Fra le osservazioni di Parkinson c’è The Law of Triviality: il grado di attenzione dedicato a un problema dai vertici di un’impresa è inversamente proporzionale alla sua reale importanza. Può non essere una regola fissa, ma chi sa come funzionano davvero le organizzazioni può facilmente constatare che è un fenomeno molto frequente.

Un altro malanno è definito The Law of Delay (“legge del rinvio”). Se un problema è serio, urgente, impegnativo e complesso si evita di affrontarlo, delegandolo a qualcun altro oppure chiedendo ulteriori approfondimenti, fino a quando diventa irrimediabile. Nel clima di fretta esasperata in cui ci troviamo oggi sembra che questo problema non esista, ma la verità è che continua – e si sta aggravando.

L’urgenza immaginaria e immotivata porta spesso a trascurare tutto ciò che non sembra avere una soluzione immediatamente disponibile. L’inevitabile conseguenza è che si commettono contemporaneamente due errori: si decide affrettatamente su cose che meriterebbero un maggiore approfondimento, mentre si rimandano decisioni che sarebbe stato meglio prendere al momento giusto.

Il marasma risultante produce maggiore fretta, insieme a una congerie di problemi che sarebbero stati evitabili se affrontati in tempo. Così si perpetua e si moltiplica di continuo un circolo vizioso praticamente ingestibile.

Non è difficile constatare fenomeni come questi in situazioni che hanno prodotto risultati fallimentari. Ma il fatto è che una profonda degenerazione dei sistemi decisionali affligge anche molte organizzazioni che sembrano ancora sopravvivere – fino a quando chi non ha notato quanto le termiti della malagestione ne abbiano logorato le strutture si meraviglierà, troppo tardi, del loro improvviso collasso.

La stupidità non è esplicitamente indicata da Parkinson, né da altri studiosi di “perché le cose vanno male”, come causa dei molti malanni che affliggono le organizzazioni. Ma è evidente che quei fenomeni sono stupidi. Come è stupido il fatto che gli sbagli diagnosticati chiaramente cinquant’anni fa continuano a ripetersi – con l’aggiunta di altre complicazioni che ne peggiorano le conseguenze. (da Il potere della stupidità, cap. 5, di Giancarlo Livraghi, segnalato da Giuseppe Tizza) de.it.press

 

 

 

La frenata

 

Dopo il recente varo di un Esecutivo “politico”, il Prodotto Interno Lordo (PIL) s’è attestato sopra il +1,7%. Ma la nostra economia sembra evidenziare sintomi che, in ogni caso, non sono da interpretare solo positivamente. Anche perché il piano di stabilità governativo per il corrente anno è ancora tutto da conoscere.

 

 La questione è palese: quando un’autovettura (la nostra economia) è in discesa libera, se si tenta di frenarne il percorso, la “sbandata” è inevitabile. E’ successo anche da noi. Nonostante le assicurazioni del Contratto di Governo Di Maio/Salvini. Un’economia che “sbanda” è, a nostro avviso, assai meno controllabile di una in discesa; anche se frenata.

 

 Tant’è che il PIL, pur se in positivo, la dice lunga sulle prospettive di ripresa che vediamo ancora tutte in salita. In economia, come in fisica, affrontare una”salita”, senza poter controllarne il moto, si rischia di tornare indietro e con effetti più devastanti di quanto si potrebbe ipotizzare. La china è pericolosa e l’Italia è in una posizione “borderline.” Con tutte le possibili conseguenze. Quando eventi economici convivono in una situazione di degrado, non ci sono rimedi sovrani per evitare guai peggiori.

 

 La volontà nazionale, che ci appare non univoca, resta uno dei problemi che l’Esecutivo dovrà portare il Parlamento, in tempi brevi, per tentare di dare concretezza a sviluppi politici che consentano una “frenata” graduale alla nostra cascata economica. A parer nostro, non ci sono cure miracolose, né compromessi articolati, per uscirne in tempi contenuti. Il Capo dell’Esecutivo, ufficialmente “indipendente”, punta su una governabilità almeno sino alla fine del 2018. I timori di un “gap”non sono atavici; ma ci sono.

 

 E’ superfluo, se non controproducente, negarlo. La”crisi” d’Italia non è da minimizzare. Proprio per evitare equivoci che potrebbero scompigliare i ruoli di chi s’è assunto l’onere di governare un Paese che non è ancora riuscito a individuare la sua solidità economica. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Morcone: Decreto Sicurezza "passo indietro. Ci sarà più insicurezza"   

 

Roma - “Si fa un grande passo indietro rispetto alla struttura che era stata costruita nel dialogo con i sindaci e le Regioni. Andiamo a costruire, con un passo all’indietro, grandi centri nazionali con persone messe all’ammasso con scarsità di servizi e una cattiva accoglienza”. Lo ha detto il direttore del Cir (Consiglio italiano per i rifugiati), Mario Morcone, in un’intervista del Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando il decreto Salvini. Morcone, prefetto di lunga esperienza e con numerosi incarichi, oltre a guidare l’Agenzia beni confiscati alle mafie, per due volte ha diretto il dipartimento del Viminale per le Libertà Civili e l’Immigrazione.

“Ci saranno dunque – ha aggiunto Morcone - più marginalità e fragilità. Il rischio è anche una maggiore disponibilità a cadere nelle mani della criminalità organizzata. Questo è terribile perché aumenterebbe la criminalità e il conflitto. È un decreto che alla fine invece di dare più sicurezza darà più insicurezza. Ci sono inoltre delle piccole perfidie che non so come verranno attuate come le procedure di frontiera accelerate. Forse a Gorizia possono avere un senso ma a Pozzallo o a Siracusa ad esempio le vedo un po' complicate. C’è sicuramente un passo indietro rispetto ai diritti e la scomparsa definitiva della parola integrazione”.

“Con il decreto Salvini – ha concluso Morcone - il numero dei migranti irregolari in Italia aumenterà enormemente perché non sarà possibile rimpatriarli e in alcuni casi non sarà neanche giusto. Avremo delle persone allo sbando molto spesso sulle panchine delle stazioni”. Mo 26

 

 

 

 

Gelatieri del Nord Europa. Prosegue il progetto ABM finanziato dalla Regione

 

BELLUNO - Prosegue il progetto dell'Associazione dei Bellunesi nel Mondo per la creazione di un archivio audiovisivo sulla storia dei gelatieri veneti in Nord Europa.

Finanziata dalla Regione Veneto, l'iniziativa mira ad approfondire la traiettoria di successo imprenditoriale di questa particolare categoria di emigrati veneti e bellunesi, attraverso una serie di video-interviste tra Italia e Germania. Interviste che permetteranno di raccogliere un patrimonio di testimonianze dirette dei protagonisti di questa vicenda di affermazione lavorativa e sociale.

A portare avanti il progetto, con il coordinamento dell'Abm e il fondamentale supporto dell’Uniteis (l’associazione che raggruppa i gelatieri italiani in Germania), di Longarone Fiere e della Mig (la Mostra internazionale del gelato artigianale), è il regista e ricercatore Patrick Grassi.

Da poco ultimata la prima fase di interviste in Val di Zoldo, Grassi sarà in Germania tra fine settembre e inizio ottobre per completare il suo percorso. Dopodiché, il materiale acquisito verrà finalizzato e catalogato, per essere conservato presso il MiM Belluno (Museo interattivo delle Migrazioni) e messo gratuitamente a disposizione (in copia) degli interessati che a vario titolo vorranno consultarlo. Un estratto divulgativo, inoltre, sarà presentato nel corso della Mig di Longarone 2018. (aise 19)

 

 

 

Chi non si iscrive all'Aire e risulta fiscalmente residente in Italia, deve dichiarare anche in Italia i redditi percepiti all’estero

 

Roma – “Tanti connazionali, pur vivendo e lavorando all'estero, non si iscrivono all'Aire. Spesso poi, dal punto di vista fiscale, ritengono di non incorrere in errore, nella misura in cui denunciano solo al fisco straniero, locale, i redditi lì percepiti. Senza dichiararli, come invece impone la legge, anche al Fisco italiano”. 

“Nuovamente, con una recente sentenza (n.16634/2018), la Corte di Cassazione ha ribadito l’obbligo di dichiarare i redditi percepiti all'estero se si è residenti fiscalmente in Italia. Infatti, partendo dal caso di un lavoratore italiano che svolgeva la propria attività lavorativa nel Regno Unito, senza essere iscritto all'AIRE, e pagava le relative imposte solo nel Regno Unito, la Corte ha stabilito che il Fisco italiano può accertare i redditi prodotti all'estero, qualora il diretto interessato sia ancora residente fiscalmente in Italia. Questo avviene là dove non risulti ancora la sua cancellazione dall'anagrafe del Comune italiano perché non iscritto o  iscritto tardivamente all'AIRE”.

“In sostanza viene ribadito che la residenza anagrafica costituisce presunzione assoluta di residenza fiscale e il trasferimento della residenza all'estero non fa testo fino a quando non risulti la cancellazione dall'anagrafe di un Comune italiano. Pertanto, se l’iscrizione all'AIRE avviene tardivamente e il contribuente risulta iscritto nelle anagrafi dei residenti in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta, per quell'anno deve essere considerato residente in Italia, nonché soggetto passivo d’imposta in Italia”.

“La conseguenza, prevista dalla stessa Corte di Cassazione, è che i soggetti residenti fiscalmente in Italia devono provvedere ad inserire nella propria dichiarazione dei redditi anche i redditi esteri che ottengono durante il periodo d’imposta, ovunque prodotti. In caso contrario rischiano la doppia imposizione fiscale senza possibilità di detrarre le tasse pagate all'estero dall'imponibile italiano”.

È quanto dichiarano la Senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Angela Schirò e Massimo Ungaro, eletti nella circoscrizione Estero-Europa. De.it.press

 

 

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici d’Europa

 

È una vittoria. Piccola, ma concreta. Per la legalità. Ho costretto il Ministro 5stelle per le Infrastrutture alla retromarcia denunciando una situazione vergognosa. Toninelli, infatti, aveva nominato in Puglia un indagato nel Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie locali. Uno, a cui la magistratura ha appena sequestrato cinquantunomila euro perché coinvolto in una inchiesta per truffa in quanto accusato di aver sottratto fondi destinati ad associazioni antiracket. A seguito della mia denuncia, nel giro di poche ore, questo signore si è dimesso. Toninelli invece, sempre pronto ad apparire in televisione, adesso si nasconde, senza chiedere scusa. In questo articolo Repubblica riprende la mia denuncia.

 

Vaccini, periferie, terremoto. Danni dalla maggioranza

È un Governo che fa proprio male agli italiani. Lo scempio più grande è il rinvio dell‘obbligo di vaccinazione per l‘iscrizione dei bambini a scuola. Noi italiani in Europa sappiamo dal nostro quotidiano che la vaccinazione è una cosa normale. L’attuale maggioranza invece si lascia condizionare dai peggiori fanatici e mette a rischio la salute collettiva, in particolare quella dei più deboli. Inoltre hanno bocciato tutta una serie di nostre proposte. Noi avevamo previsto soldi per riqualificare le aree degradate delle periferie. Una cosa molto importante per portare avanti l’Italia. Loro hanno bloccato questi fondi. Sono intervenuta in commissione per denunciare le ingiustizie realizzate da questo Governo. Perchè togliere soldi alle periferie significa danneggiare le persone che più avrebbero bisogno di sostegno. Un vero e proprio furto a danno di milioni di italiani.

 

Con il cuore a Genova

Il mese di agosto è stato funestato dalla tragedia di Genova. Il crollo del Ponte Morandi ci ha lasciato tutti attoniti, davanti al dolore di chi ha perso i propri cari. O di chi non ha più una casa, né i ricordi che c’erano dentro. Ai familiari delle vittime va il mio pensiero più profondo ed un sincero abbraccio.

 

Informazione pubblica anche per chi è all'estero

Durante le ore angoscianti dell’incidente di Genova mi trovavo in Croazia. Come me tantissimi italiani, ansiosi di seguire l‘evolversi degli eventi. Ma ci è stato impossibile seguire i telegiornali Rai. Perché la nostra tv pubblica continua a non prevedere lo streaming dei suoi tg là dove ci si connetta dall'estero. È scandaloso perchè di recente è stata approvata una direttiva europea che prevede proprio questo: la portabilità all‘estero dei contenuti audiovisivi. Anche qua il governo non accetta i nuovi standard europei. É una situazione totalmente anacronistica. Ormai tutti noi ci informiamo con telefonini e tablet da qualsiasi parte del mondo. E chi paga il canone ha diritto di usufruire dell'informazione pubblica anche quando si trova fuori dall‘Italia. Per questo, ho presentato un'interrogazione. Affinché la Rai si adegui e ponga fine a questa censura.

 

Premiato l'impegno di 'Mafia? Nein Danke!'  

Sono particolarmente contenta della partecipazione di 'Mafia? Nein Danke!' al Bürgerfest, l'annuale celebrazione del Presidente della Repubblica tedesco, Frank-Walter Steinmeier, dedicata a chi si è distinto per impegno civile. Ringrazio l‘attuale Presidente, Sandro Mattioli, Giulia Norberti e tutto il team di ragazzi che stanno portando avanti il grande lavoro dell'associazione antimafia da me fondata a Berlino nel 2007 dopo l'attentato 'ndranghetista di Duisburg. L’invito del Presidente è un bel riconoscimento da parte delle autorità tedesche verso il ruolo svolto da più di dieci anni dalla nostra associazione nel contrasto alle infiltrazioni mafiose in Germania.

 

Un Paese a misura di bambino

Ringrazio l’associazione della società civile, Onalim, per la spontanea simpatia ed il sostegno che mi hanno espresso. All‘interno della campagna informativa #iocambio di cui è promotrice, Onalim, nei giorni scorsi ha rilanciato una mia proposta di legge volta a chiedere l'introduzione dei fasciatoi anche nei bagni maschili. Le pari opportunità si realizzano partendo dalle pratiche quotidiane, anche quelle apparentemente minori, come fare sì che i papà possano cambiare i loro figli anche quando si trovano fuori casa. Volete sostenere la campagna? Scrivete un post su Facebook o su Twitter, chiedendo l'approvazione della legge Garavini per i fasciatoi e aggiungendo l'hashtag #iocambio.

 

Medici e ricercatori italiani all'estero: un patrimonio

Ho parlato di buone prassi anche in Abruzzo intervenendo davanti a numerosi specialisti medici italiani dall’estero, invitati al primo meeting medico internazionale 'Updates in Surgery', promosso da Giosia Di Saverio. Al simposio abbiamo affrontato la difficile questione dell’emigrazione dei giovani laureati e della crescente carenza di medici nelle strutture ospedaliere italiane. Tutti d‘accordo sulla necessità di continuare sulla strada degli investimenti e delle agevolazioni per sostenere il rientro di queste nostre eccellenze italiane nel mondo. Agevolazioni fiscali, ma anche inerenti il riconoscimento di periodi formativi e professionali svolti all‘estero. L'Italia ha nei suoi medici, scienziati e ricercatori un vero patrimonio. Un patrimonio di cui va fatto tesoro.

 

Feste dell'Unità, feste di casa

È sempre un piacere confrontarsi con la nostra gente. Perchè emergono domande, proposte, voglia di partecipazione. Ad esempio alla festa dell'Unità di Modena. Dove abbiamo parlato di Europa, di come approcciare la prossima campagna elettorale in vista delle Europee e di come battere i sovranismi. O al Pd di Losanna, ospiti di Grazia Tredanari e di Matteo Gorgani, dove abbiamo parlato di populisti e di quali strategie dobbiamo mettere in campo per fermarli.

Laura Garavini, de.it.press 21

 

 

 

 

Terza Repubblica

 

Sarebbe poco saggio sottovalutare l’evoluzione politica che si sta schematizzando nel Bel Paese. L’Esecutivo di Centro/Destra ne è un’evidente prova che, presto, renderà operativo il primo programma politico della nascente Terza Repubblica.

 

 E’ improbabile, però, che l’Esecutivo Di Maio/Salvini resti in carica per i canonici cinque anni.

 

Non mancano, tuttavia, i malintesi. Anche nei Partiti di governo. Soprattutto nel gruppo di Salvini. Finiti i tempi delle plateali riconciliazioni, restano i dubbi per un Esecutivo che non descrive la globale volontà della maggioranza parlamentare che lo sostiene.

Potrebbero capitare che proprio i partiti “minori” maturino strategie che consentano un diverso potere contrattuale per dare sfogo alle situazioni più nevralgiche del Paese.

 

 L’interrogativo resta FI. Da sola non ha i numeri per correre e i suoi alleati di centro continuano a essere non affidabili. L’epoca delle mediazioni è finita. Siamo convinti che, entro l’anno, certe alleanze potrebbero intralciare la linea governativa. Non sarebbe la prima volta.

Questo è il reale punto nodale della nostra realtà politica. Ma, poiché la Terza Repubblica è ancora giovanissima, resta da verificare se l' Esecutivo sia messo nelle condizioni d’essere meno frenato dal dissenso parlamentare. I malintesi non dovrebbero, quindi, trovare riscontro tra chi ci governa e chi auspica di poterlo fare in futuro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Interventi. Rappresentanze italiane elette in Svizzera: l'insostenibile leggerezza dell’inutilità

 

Ho sempre pensato che alle parole dovrebbe seguire un minimo di fatti. Purtroppo, non è sempre così, soprattutto quando le “solite” parole escono dalle solite bocche bugiarde e demagogiche. In questi casi, mi pare di sentire quella famosa canzoncina di qualche anno fa cantata da Tony Dallara: “Come prima, più di prima”.

 

L’utilità di queste rappresentanze italiane elette all’estero si rivela sempre meno adatta al ruolo previsto dalla norma che, già di per sé andrebbe rivista. Un rebus dal momento che sono poco conosciute dagli italiani ma, cosa ancor più grave, anche dalle realtà politico-istituzionali dei luoghi ove questi organismi vivono e dovrebbero svolgere le loro attività.

 

Escludendo Com.It.Es e membri del CGIE esistenti nel resto mondo perché non ho alcun titolo per  poter dare una giusta critica, mi soffermerei soltanto sul ruolo rappresentativo di quelli eletti in Svizzera, realtà che, invece, ben conosco.

 

Come già evidenziato in altre occasioni, il modo di agire delle rappresentanze elette, Com.It.Es, CGIE e parlamentari, non corrisponde alle esigenze degli italiani che li votano (che, peraltro, sono sempre di meno). Rappresentanze sconosciute agli italiani della vecchia e nuova generazione ma soprattutto quasi inesistenti nelle liste degli invitati dalle autorità politiche-istituzionali locali.

Molti di questi che ambiscono a poltrone di questo tipo, spesso hanno poco interesse al ruolo di vero rappresentante della comunità italiana all’estero. La carica ottenuta, sovente tramite taciti accordi, serve, più spesso di quanto non si creda, solo a soddisfare le proprie vanità o, cosa ancor più grave, come  trampolino per un’eventuale candidatura nelle liste politiche di un qualche partito. Quest’ultimo atteggiamento lo abbiamo constatato nelle ultime politiche ove alcune persone hanno ritenuto opportuno cambiare casacca giusto per il tempo necessario a scoprire di essere persone non gradite per poi ritornare a sventolare la vecchia bandiera come se niente fosse. Quest’ultimi si evidenziano solo a scrivere comunicati di sostegno oppure comunicati di commemorazione in occasione delle celebrazioni in ricordo delle passate tragedie italiane nel mondo.

 

Solo qualche parlamentare del PD nella passata legislatura si è battuto per alcuni temi come l’IMU, la tassa sulla TV ed il rientro di fondi destinati ai Corsi d’Italiano. Tutti gli altri nulla hanno fatto in proposito, neanche per debitamente informare i loro rappresentati su queste importanti tematiche.

 

Devo a malincuore ancora una volta sottolineare come i circa 600 mila italiani residenti in Svizzera, non siano stati informati affatto, o, comunque, in maniera non adeguata sull’importante tematica dell’amnistia fiscale che termina proprio a fine settembre del 2018 e va avanti dal 2010. Il CGIE e i Com.It.Es. non sono stati capaci di farsi carico di una coordinazione a tappeto per informare quanti più italiani possibile per risparmiargli ammende o problemi di tipo penale in caso di scoperta di beni da loro posseduti all’estero.

 

Li vediamo, però, spesso e volentieri, farsi “selfie” e fotografare con politici importanti nelle varie (vacanze) plenarie a Roma o durante le riunioni di commissione. Solo alcuni Com.It.Es hanno fatto qualche conferenza con l’ITAL-UIL. Nel Cantone di Ginevra la SAIG è stata lasciata sola (nessun aiuto è mai pervenuto da altri, né in termini di organizzazione, né in termini di diffusione delle informazioni o delle iniziative intraprese) ma ha comunque lavorato con tutti gli italiani che si sono voluti regolarizzare al fine di legittimare i propri averi con il fisco svizzero, grazie alle tante permanenze gratuite dei nostri consulenti legali, alle conferenze con l’ITAL-UIL e con i direttori degli uffici competenti del Cantone di Ginevra e con alcuni Consiglieri di Stato dei dipartimenti interessati.

 

La salvaguardia dell’italianità in Svizzera è seriamente danneggiata dalla mancanza di un cambio generazionale che non riesce ad adattarsi a causa di diversi fattori: da una parte l’invecchiamento dell’associazionismo e dell’altra il mancato interesse della nuova generazione sovente disinformata, ignorata o delusa. Altro tema è l’inesistente politica di una coordinata accoglienza della nuova generazione da parte della classe dirigenziale eletta. Non vi è nessuna discussione e non è mai nata nessuna iniziativa in questo campo assai delicato. A mio parere, i dormienti “poltronai” accentuano la loro inefficienza nel non riuscire a costruire una politica aggregativa per raggruppare il potenziale delle nuove generazioni d’immigrati, professionisti, gente preparata ed esigente che non trova nulla e nessuno ad accoglierla in terra straniera.

 

Come possiamo contrastare questa deriva alquanto demoralizzante? Ragionando sui problemi che producono la mancanza d’interesse e la sterilità d’azione che ne consegue? Particolare attenzione dovrebbe essere data, anche solamente in specifiche occasioni, a quelle realtà associative che stentano a promuovere la propria figura e la propria esistenza. Dovremmo sentirci tutti in dovere di stringere legami sempre più saldi e di aiutarci reciprocamente, dovremmo sentire la necessità di stare insieme allo scopo di mantenere integro il bagaglio culturale che abbiamo ereditato dai nostri predecessori per trasmetterlo alle generazioni future al fine di poter e saper rappresentare al meglio l’Italia all’estero.

 

Tutti i governi del passato fino ad oggi, hanno considerato gli italiani all’estero come potenziali galline dalle uova d’oro, utilizzandoli per fare cassa: gli italiani all’estero contribuiscono notevolmente alle entrate dell’erario (non hanno le stesse agevolazioni degli italiani in patria, ad esempio, tranne i pensionati, sono costretti a pagare le imposte sulla prima casa) e contribuiscono anche alla promozione e all’acquisto di prodotti che provengono dall’Italia, accreditandosi cosi come veri ambasciatori del Made in Italy.

 

Oggi gli italiani all’estero non vogliono investirsi nella decisione di eleggere queste rappresentanze perché non le conoscono affatto oppure, proprio perché le conoscono, nutrono una scarsa fiducia in esse. Ad appesantire la situazione, anche le nuove normative che obbligano l’iscrizione in consolato dell’utente per ricevere il plico elettorale. Non tutti ne sono informati e, quindi non tutti, una volta arrivati all’estero si recano presso gli uffici consolari ad annunciarsi.

 

Se andassimo ad analizzare i dati delle ultime elezioni per la nomina dei membri dei Com.It.Es., che si sono regolarmente tenute il 17 aprile 2015, ci accorgeremmo che con la nuova legge elettorale abbiamo avuto effetti totalmente controproducenti generando una catastrofe in termini di disimpegno da parte degli elettori iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE).

 

Le operazioni di voto hanno interessato 101 COMITES in 38 Paesi. I dati conclusivi rivelano che su 3.747.341 elettori presenti negli elenchi del Ministero dell’Interno si  sono registrati per il voto 243.162 cittadini (6,5% del totale). A questi, vanno aggiunti 15.382 elettori che si sono manifestati pur senza essere compresi negli elenchi del Ministero dell’Interno e che sono stati ammessi al voto dopo i controlli effettuati dagli uffici consolari presso i rispettivi comuni italiani di iscrizione.

 

Del totale di 258.544 elettori registratisi per il voto, 167.714 (pari al 64,9%), hanno fatto pervenire in tempo utile il plico elettorale al consolato di riferimento, portando la partecipazione effettiva al 4,46% della platea degli aventi diritto.

 

I voti validi sono risultati essere 141.284, corrispondenti al 3,75% dell’elettorato. (Dati Ministero degli Interni)

Per fare un esempio pratico, nel Cantone di Ginevra gli elettori iscritti al Ministero degli Interni erano 37.321. Sono stati inviati solo 2.009 plichi con la nuova normativa, le buste pervenute sono state 1.349. i voti validi sono stati solamente 1.159.

 

Inoltre, se andiamo ad analizzare i dati sulle politiche dello scorso 4 marzo, con la vecchia legge elettorale dove si inviavano i plichi elettorali agli italiani iscritti all’AIRE, i risultati non sono migliori in rapporto ai votanti. Difatti, su 4.230.854 elettori iscritti all’AIRE nel mondo chiamati al voto solo meno del 30% ha risposto alla chiamata al voto, per non parlare delle polemiche su brogli e quant’altro che ne hanno accompagnato i risultati. 

 

La politica sterile o l’evidente disinteresse dei nostri rappresentanti eletti deve cambiare o altrimenti Com.It.Es, CGIE e parlamentari all’estero, non hanno più motivo di esistere. Per questo ci vuole umiltà a partire dai Com.It.Es. che in alcune Circoscrizioni boicottano (o hanno boicottato) perfino gli eventi di valenti realtà associative. E questo solo per divergenze d’opinione o eccessive manie di protagonismo. I Com.It.Es. devono stare all’ascolto delle associazioni e degli italiani e cercare sinergie volte a raggruppare quanti più possibili connazionali, sia per favorire una piacevole frequentazione, sia per passare una corretta informazione delle tematiche importanti ed imprescindibili che interessano coloro che vivono fuori dai confini italiani. E non può essere tutto giustificato dalla diminuzione dei fondi pubblici che va a limitare, a volte, la possibilità di agire come si vorrebbe. I Com.It.Es ben potrebbero avvicinarsi alle realtà associazionistiche locali per fare gruppo e lavorare meglio con e per gli italiani dando attuazione al famoso detto: l’unione fa la forza. Questo non succede dappertutto!

 

Non esistono ricette già pronte per il “cambiamento” ma rimanere inoperosi ed assistere alla perdita di importanti rappresentanti della comunità italiana, quali sono le Associazioni Regionali, provinciali o nazionali, è deprecabile!

 

In conclusione, io ritengo, alla luce dei fatti e della mia pluriennale esperienza nel settore dell’associazionismo, che Com.It.Es. e CGIE sono organismi pensati molto tempo fa e non sono più affatto d’attualità. In realtà non sono mai stati efficaci ma prima gli italiani, attraverso l’associazionismo, pensavano, almeno, di avere l’opportunità di mantenere un legame con la Madre Patria e con gli altri connazionali.

 

Bisognerebbe rivedere queste rappresentanze dal momento che non hanno avuto mai la capacità di evolversi e cercare aggregazione e sinergie con tutti gli attori del settore e, soprattutto, sinergie con le istituzioni politico-amministrative locali. Se non si procede ad un cambiamento radicale di questi organi, attualmente inutili, si rischia di mettere gli italiani all’estero al centro delle discussioni come un peso per la Nazione. A questo punto, se questo è il risultato, meglio sarebbe eliminarli del tutto.

 

Facciano tutto quello che vogliono ma siano coerenti e chiari. Si ricordino, però, che solo una cosa nessuno riuscirà mai a togliere a noi tutti venuti all’estero per diversi motivi: la dignità e l’onore di essere italiani, sia pure tanto male rappresentati, mal seguiti all’estero e quasi sconosciuti in Patria.

Carmelo Vaccaro (per “la Pagina” di Zurigo e “La Notizia di Ginevra”)

 

 

 

 

Presentata l’associazione “Pubblicisti Italiani Uniti per l’Europa” (PIUE)

 

ROMA - Si sono riuniti ieri, 20 settembre, a Roma, i soci dell’Associazione “Pubblicisti Italiani Uniti per l’Europa” (PIUE) e la redazione del quindicinale pro europeo e paneuropeo “Più Europei”.

Presenti all’incontro, assieme agli altri fondatori, il Presidente di ‘PIUE’ e Direttore Editoriale di ‘Più Europei’, Carlo Felice Corsetti, il Vicepresidente per l’Europa dell’associazione, nonché Condirettore e capo della redazione di Bruxelles, Alessandro Butticé, il vice presidente di PIUE e vice direttore di Più Europei, Rodolfo Martinelli Carraresi e il direttore responsabile di Più Europei e tesoriere di PIUE, Giancarlo Flavi. L’associazione “Pubblicisti Italiani Uniti per l’Europa” - nata dall’idea di alcuni pubblicisti a vario titolo impegnati nella vita delle Istituzioni a Bruxelles, e da qui il riferimento all’Europa - ha tra i suoi scopi il sostegno alla categoria dei giornalisti e dei comunicatori, con particolare attenzione a diritti, garanzie, tutele professionali, opportunità e rispetto.

Il quindicinale “Più Europei” si pone come obiettivo quello di contribuire a ridurre la distanza che separa il mondo dell’informazione, compresi giornalisti e comunicatori istituzionali, dall’Europa, vista ancora, dai fondatori, come unico baluardo di pace, libertà, sicurezza e, nonostante la crisi che ha attanagliato in questi anni il continente, anche di prosperità.

Il 15 maggio scorso, nel corso di un simile evento a Bruxelles, Il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, nel porgere il suo augurio di buon lavoro all’Associazione ed alla redazione del nuovo giornale, ha auspicato un impegno anche nel contenimento e nel contrasto delle fake news, che pongono un limite al diritto dei cittadini di essere correttamente informati. E questo vale anche per le tematiche di carattere europeo.

Grande l’interesse suscitato dal dibattito che é seguito all’esposizione degli scopi e delle finalità delle iniziative.

In modo particolare l’attenzione dei presenti è stata rivolta a due argomenti di attualità per la professione giornalistica: l’annuncio di una possibile abolizione dell’Ordine dei giornalisti da parte del governo e la pronta risposta dei vertici dell’Ordine, disposto a fornire, in alternativa ed in breve tempo, un’idonea “autoriforma”.

Tutti d’accordo sulla necessità di seguire con grande attenzione gli sviluppi degli eventi, nell’interesse dei pubblicisti, che hanno una presenza numerica di grande rilievo all’interno dell’Ordine dei giornalisti: sono infatti la stragrande maggioranza degli iscritti.

L’Associazione è già impegnata nel proporre “quanto necessario per la tutela dei diritti dei pubblicisti”, in considerazione anche del loro “ruolo di primo piano nella qualità e libertà dell’informazione, che è interesse collettivo”. Ogni decisione – è stato ribadito ieri a Roma – comporta “conseguenze e ricadute, e non si può parlare di riforma o abolizione dell’Ordine senza la consapevolezza di come cambierebbero normativa e tutele. La difesa dei giornalisti, e di conseguenza della parte più numerosa della categoria, è anche la difesa dell’informazione. Senza pregiudizi, - conclude l’associazione – PIUE ha finalmente posto la condizione che nel dibattito non possono essere esclusi i pubblicisti”. (aise 21) 

 

 

 

 

L’insegnamento dell’emigrazione veneta nelle scuole

 

La storia dei cinque milioni di veneti che sono emigrati nel mondo vivrà non solo nelle vite delle generazioni che si sono succedute nel tempo, ma anche tra le giovani generazioni della regione di origine. È il risultato del protocollo firmato nei giorni scorsi tra la Regione Veneto, l’Ufficio scolastico regionale e i presidenti del coordinamento e delle associazioni dei veneti nel mondo.

 

Esprimo grande soddisfazione per questa scelta che rappresenta non solo un giusto riconoscimento per milioni di persone che hanno contribuito con il loro lavoro a sviluppare la terra di partenza e quelle di arrivo, ma anche un’opportunità per far comprendere ai giovani il senso profondo e strutturale delle migrazioni in età contemporanea. Di tutte le migrazioni, la nostra e quella degli altri.

 

L’esperienza che si avvia nel Veneto apre un varco importante in una prospettiva che coinvolge tutte le regioni e tutti i giovani che frequentano le scuole italiane. È questo il senso della proposta di legge 617 che io ho presentato alla Camera, assieme agli altri eletti del PD, e la senatrice Garavini al Senato, dopo che nelle passate legislature il collega Porta l’aveva a sua volta depositata.

 

L’insegnamento delle migrazioni è una chiave essenziale per comprendere la contemporaneità. Nella mia proposta si salvaguarda l’autonomia di scelta dei singoli istituti e si propone una metodologia multidisciplinare e interculturale, mediando la formazione attraverso la storia, la letteratura, la geografia, il canto, l’alimentazione, il teatro, il cinema, la multimedialità e le altre espressioni che possano rivelarsi efficaci e vicine ai linguaggi dei ragazzi.

 

Mi auguro che almeno su queste cose possa calare il tono delle polemiche strumentali e che il passo compiuto dalle istituzioni venete possa portare finalmente ad inserire questo progetto formativo tra quelli verso i quali annualmente si potrà orientare la programmazione scolastica.

On. Angela Schirò, de.it.press 4

 

 

 

 

Veneti nel mondo: 126 circoli in 18 stati

 

Padova - “L’emigrazione dei veneti nel mondo non è solo una pagina dolorosa della nostra storia, ma un patrimonio della nostra identità, che contribuisce a promuovere il Veneto nel mondo e ha arricchito di esperienze e di valori la nostra società”. È quanto ha affermato l’assessore ai flussi migratori della regione Veneto, Manuela Lanzarin, che giovedì 4 ottobre ha aperto a Padova i lavori della Consulta dei Veneti nel mondo e del Meeting dei giovani oriundi veneti.

Il “parlamentino” che dà rappresentanza ai 126 circoli di veneti e loro discendenti presenti in 18 paesi di quattro continenti si riunisce per tre giorni, a palazzo Santo Stefano, sede della Provincia di Padova, per dare voce al composito mondo dell’emigrazione veneta e al contributo culturale, sociale, economico e imprenditoriale che i discendenti degli oltre 3 milioni di veneti che hanno preso la via dell’estero intendono continuare a dare alla ‘madre-patria’.

“Vogliamo continuare a fare vivere questa storia – ha ribadito l’assessore, che presiede la Consulta dei veneti nel mondo - che è diventata modello di integrazione, in un’epoca in cui i flussi migratori sono tornati ad essere imponenti, e coinvolgono anche tanti nostri giovani attirati delle opportunità offerte dai paesi esteri. Oggi come ieri, i veneti che emigrano nel mondo sono portatori di capacità, competenze, valori di onestà e impegno, che testimoniano la cultura e la tempra della gente veneta e la forte capacità di integrazione in contesti sociali, culturali ed economici diversi. Il loro contributo è fondamentale per promuovere il sistema-veneto nel mondo”.

La grande emigrazione, che vide intere famiglie lasciare il Veneto e portò allo spopolamento di paesi e contrade, ebbe inizio nel 1876: contadini e braccianti si imbarcarono verso i paesi dell’America Latina per scappare dalla povertà e dagli effetti della grande crisi agraria, incentivati dalle agenzie di emigrazione e dai governi dei paesi di destinazione. In Brasile, con l’abolizione della schiavitù (1889), i grandi proprietari terrieri delle piantagioni di caffè dello stato di Sao Paulo cercavano nuova manodopera all’estero: la maggior parte degli emigranti divennero contadini nelle fazendas e nelle piantagioni di caffè. Nel sud del Paese i nuovi arrivati fondarono nuovi insediamenti: Nova Venezia, Bella Vista, Curitiba sono ancora oggi cittadine dove si parla in italiano, anzi in ‘Talian’. Ma anche grandi città come San Paolo in Brasile o Buenos Aires in Argentina sono caratterizzate da una forte impronta italiano/veneta.

L’esodo interessò tutte le regioni italiane, ma in particolare il Nord Italia: tre regioni fornirono da sole il 47% dell’intero contingente migratorio, il Veneto (17,9%), il Friuli Venezia Giulia (16,1%) e il Piemonte (13,5%). Con 3.190.000 di emigrati tra il 1866 e il 1990 il Veneto detiene il primato tra le regioni per flussi migratori.

Oltre la metà delle partenze venete (il 57% per cento) avvenne prima della Grande Guerra.

Un’altra grande ondata di emigrazione si verificò in Italia nel secondo dopoguerra, con meta l’Europa Settentrionale, l Canada e l’Australia: quasi quattro milioni di italiani lasciarono il paese per dirigersi soprattutto nei paesi europei più vicini. Il governo De Gasperi, che si trovò ad affrontare la drammatica situazione post bellica, vide nell’emigrazione una soluzione al problema demografico e occupazionale e incoraggiò fortemente la partenza di migliaia di lavoratori italiani verso Francia, Svizzera, Belgio e, più tardi, Germania.

Il fenomeno migratorio dall’Italia è ripreso con la crisi del 2008, la peggiore dal secondo dopoguerra: a partire sono soprattutto i giovani diplomati o laureati che non trovano occupazione, anche se in possesso di diplomi qualificati, e vanno a fare i camerieri, i muratori, i lavapiatti all’estero. Più che di una ‘fuga di cervelli’ è una emigrazione dettata dalla necessità di trovare un’alternativa a precariato e disoccupazione.

Nel 2013 i connazionali che hanno deciso di trasferirsi in un Paese estero sono stati 82 mila unità, di cui 7367 veneti, seconda regione per numero di partenze dopo la Lombardia. Nel 2013 si è verificato il numero più alto di cancellazioni anagrafiche degli ultimi dieci anni, in crescita del 20,7% rispetto al 2012, anno in cui emigrarono in 67.998. Ad espatriare sono in particolare i più giovani (oltre il 35% nella fascia di età 20-34 anni). I principali Paesi di destinazione sono il Regno Unito (13 mila emigrati), Germania (oltre 11 mila emigrati), Svizzera (circa 10 mila), Francia (8 mila), oltre agli Stati Uniti (5 mila), Australia e Canada. Tra le nuove mete compare la Repubblica Popolare Cinese, sempre più presente tra i poli di attrazione per l’espatrio negli anni recenti.

LA MAPPA DELL’ASSOCIAZIONISMO DEI VENETI NEL MONDO

Le Associazioni venete iscritte al registro regionale sono 8 (Bellunesi nel mondo, Trevisani nel mondo, Vicentini nel mondo, Padovani nel mondo, Veronesi nel mondo, Polesani nel mondo, Associazione veneti nel mondo, Unione dei Triveneti nel mondo e Associazione nazionale Emigrati ed ex emigrati in Australia e Americhe).

I Comitati e le federazioni dei circoli veneti all’estero iscritti al registro regionale (di cui all’art. 18 della L.R. n.2/2003) sono 13 e hanno sede nei paesi di maggiore emigrazione veneta: 7 in America latina (4 in Brasile negli stati del Rio Grande do Sul, di Santa Catarina, di San Paolo e del Paranà; 1 in Argentina, 1 in Venezuela e 1 in Uruguay), 2 in Canada (stati dell’Ontario e del Québec), 2 in Australia (Nuovo Galles del Sud e Victoria), 1 in Svizzera e 1 in Sudafrica.

I Circoli veneti all’estero iscritti al registro regionale sono 126, presenti in 18 stati.

La loro presenza si concentra, in particolare, in America latina (45 in Brasile, 13 in Argentina, 3 in Uruguay), in Australia (23) e in Canada (12). (aise 4) 

 

 

 

 

A Bari il convegno “Il Progetto Radici: Un’Idea innovativa per gli Italiani all’Estero”

 

BARI - Si è tenuto a Bari il 13 settembre, nella Sala Convegni della Camera di Commercio, il convegno “Il Progetto Radici: Un’Idea innovativa per gli Italiani all’Estero”, alla presenza di illustri Relatori ed Ospiti della manifestazione, promossa dall’Associazione Internazionale Italiani all’Estero “Radici”, provenienti dalle regioni del Sud d’Italia.

Aprendo i lavori del Convegno il presidente dell’Associazione Mario Pavone, dopo avere illustrato brevemente ai presenti i contenuti del Progetto “Radici”, ha letto il messaggio di saluto fatto pervenire dall’On. Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e componente della Commissione Esteri . Il Parlamentare ha espresso il più vivo apprezzamento per l’iniziativa assunta dall’Associazione, di cui segue con attenzione il lavoro che la stessa si è impegnata a portare avanti, ricordando, in particolare che “la difesa  dell’Italianità costituisce un impegno che deve accomunare tutti noi, perché non ci sarà mai futuro per la nostra Nazione senza la difesa delle nostre Radici “. Anche la signora Meri Marabini, esponente dello Styling italiano nel mondo, non ha fatto mancare all’Associazione il proprio apprezzamento per l’importante iniziativa, sebbene impedita a presenziare ai lavori per il concomitante svolgimento delle sfilate di moda. 

E’ intervenuta, quindi, Paola Romano, Assessore all’Istruzione del Comune di Bari, per recare il saluto del Sindaco,  Antonio De Caro, e manifestare l’attenzione dell’Amministrazione comunale per le attività avviate dall’Associazione, sottolineando l’importanza di far conoscere le bellezze paesistiche, museali ed archeologiche del Territorio delle cinque Ragioni del Sud ai giovani delle seconde e terze generazioni dei nostri conterranei all’Estero che non hanno avuto, in passato, la possibilità di apprezzarle e visitare i numerosi Paesi del Sud di provenienza dei propri genitori e nonni. Sono poi quindi seguiti gli interventi dei relatori, molto apprezzati dal pubblico e dalle Aziende presenti in sala. Merita particolare menzione l’intervento svolto dal prof. Nino Galloni, economista di fama internazionale, che ha illustrato gli aspetti negativi dei nuovi protezionismi doganali che si stanno affermando sia in Europa che negli Stati Uniti, pur escludendo che le produzioni italiane possano risentire delle nuove politiche poste in essere da alcuni Paesi, atteso l’interesse dei mercati internazionali per i prodotti del comparto agroalimentare e dello styling italiani.

Nel suo contributo ai lavori il prof. Giorgio Cegna, Rettore dell’UniGlobus, ha illustrato ai presenti il programma di studi post-universitari da svolgersi in Italia da parte delle nuove generazioni di laureati delle Comunità italiane all’Estero, caratterizzato dalla visita al territorio e alle aziende italiane per conoscerne le produzioni e le nuove tecnologie produttive.

Maria Catalano Fiore, già responsabile del MIBACT per la Puglia, si è soffermata nel suo intervento sulle bellezze artistiche che caratterizzano le Regioni del Sud e la necessità di avviare un percorso turistico–culturale in favore delle nuove generazioni per una visita conoscitiva del territorio, favorita dall’acquisto dei prodotti dell’agroalimentare delle Aziende produttrici attraverso un soggiorno presso gli Agriturismi selezionati dall’Associazione, allo scopo di ritrovare le proprie  Radici culturali ed enogastronomiche da parte dei visitatori provenienti dai vari Paesi di emigrazione.

Il presidente del Movimento Sud,  Gregorio De Luca, per parte sua, nel ricordare la poliennale attività svolta in favore dei nostri emigrati all’Estero, ha riconfermato l’impegno e il sostegno dell’associazione da lui presieduta per lo sviluppo del Progetto Radici sul territorio delle varie Regioni del Sud, con tutte le loro peculiarità. Da ultimo è intervenuto nel dibattito Luigi D’Amico, presidente del Movimento Difesa del cittadino di Matera, che si è detto entusiasta del Progetto avviato, riaffermando il proprio impegno e quello dell’importante Associazione lucana per una fattiva collaborazione con la Regione Basilicata. (Inform 16)

 

 

 

Tenuto a Torino il Primo Festival delle Migrazioni

 

Torino - Sono stati in 4.500 a rispondere all’invito della prima edizione del Festival delle Migrazioni – Siediti vicino a me, partecipando dal 20 al 23 settembre 2018 a Torino alla quattro giorni di appuntamenti sui temi della migrazione, della convivenza e del dialogo condiviso, tra gli spazi di San Pietro in Vincoli, Sermig - Arsenale della Pace, Scuola Holden e Cottolengo.

Il festival, organizzato nell’ambito del programma di eventi di Terra Madre IN, è ideato dalle Compagnie torinesi A.C.T.I. Teatri Indipendenti, AlmaTeatro e Tedacà, con il sostegno di Regione Piemonte, Fondazione Piemonte dal Vivo e Compagnia di San Paolo, con il patrocinio della Città di Torino e il patrocinio dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte, in collaborazione con Sermig – Arsenale della Pace, Scuola Cottolengo, Scuola Holden e associazioni che si occupano di migrazione presenti sul territorio.

Tra spettacoli teatrali, workshop tematici, reading, concerti, momenti di convivialità e laboratori, i 27 eventi in programma hanno sempre registrato il tutto esaurito, a testimonianza di come pur essendo alla sua prima edizione il festival sia stato accolto dal pubblico con entusiasmo e partecipazione. La realizzazione del festival è stata possibile grazie a 60 persone tra staff, tecnici e volontari impegnati per un anno e mezzo di lavori, coinvolgendo 50 ospiti e 130 artisti provenienti da 25 Paesi diversi. Questi numeri si sono tradotti, nel corso della quattro giorni, in occasioni di condivisione e di confronto.

Ne è un esempio la Cena delle cittadinanze di sabato sera che ha riunito alla stessa lunghissima tavolata allestita presso l’ex Cimitero di San Pietro in Vincoli più di 500 persone provenienti da ogni parte del mondo, che hanno condiviso il cibo portato da casa, scambiando tra vicini di posto pasta al forno con riso somalo con uvetta e spezie; e che dopo hanno ballato sulle note afro-jazz dei Kora Beat.

Grande emozione per le due voci femminili del festival: giovedì sera la scrittrice e cantante Gabriella Ghermandi, ha incantato il pubblico della Scuola Holden con l’Atse Tewodros Projects, un concerto che mette in dialogo artisti etiopi e italiani, raccontando con la musica storie della tradizione etiope. A chiudere il festival è stata Ottavia Piccolo con lo spettacolo Occident Express accompagnata dall’Orchestra multietnica di Arezzo: in scena la storia vera di Haifa, anziana donna irachena che nel 2015 percorre 5.000 km per sottrarre la nipotina alla guerra.

Il pubblico è intervenuto numeroso anche alla rappresentazione dell’opera da camera Katër i Radës. Il naufragio basato su un testo di Alessandro Leogrande, prodotto dalla Biennale di Venezia e realizzato da Koreja Cantieri Teatrali; così come ha affollato San Pietro in Vincoli in occasione dell’irriverente spettacolo I Veryferici, attraverso cui gli Shebbab Met Project raccontano in provocatoria la vita nelle periferie di diverse città.

Ottima inoltre la partecipazione agli incontri, che hanno proposto approfondimenti e punti di vista diversi sul tema della migrazione: da quello sul caporalato e le lotte intraprese contro lo sfruttamento con Yvan Sagnet a Frontiere rivali, frontiere solidali sul contrastato passaggio in Francia dei migranti, a Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana con Enrico Pugliese, per trattare di un altro tipo di esodo: quello dei giovani italiani.

A chiudere la serie di incontri lo scrittore indiano Amitav Ghosh che domenica ha presentato La Grande Cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile, in dialogo con l’etnopsichiatra Roberto Beneduce.

Il Festival delle Migrazioni - Siediti vicino a me è un invito collettivo a incontrarsi per riflettere sulle resistenze culturali, sulla convivenza, sul concetto di comunità e accoglienza, che vede in dialogo la popolazione italiana autoctona, le persone di diverse provenienze che da anni sono residenti qui e sono diventate cittadine italiane, le seconde e terze generazioni, chi da poco è arrivato nella nostra città e vive nei centri di seconda accoglienza, tutti da considerarsi come soggetti culturali attivi del nostro territorio.

Il Festival delle Migrazioni - Siediti vicino a me è un dialogo contro la paura, un’occasione per combattere l’idea che il fenomeno migratorio sia comparso improvvisamente in tempi recenti. Allo stesso tempo raccontare le storie dei protagonisti di tali migrazioni è un modo per rendere il fenomeno meno astratto e dar loro un’identità, per evitare facili semplificazioni e strumentalizzazioni.

(aise 24) 

 

 

 

 

 

Wortgefechte und Entspannungssignale zwischen Rom und Brüssel

 

Der Streit um die italienischen Haushaltspläne geht weiter. EU-Kommission und italienische Regierung liefern sich heftige Wortgefechte. Ministerpräsident Conte signalisiert Entgegenkommen, zumindest ein bisschen.

 

Im Rahmen der Eurogruppen-Tagung Anfang der Woche äußerten mehrere Finanzminister Besorgnis über die Haushaltspläne, die der italienische Kollege präsentierte. Vorgesehen war zu diesem Zeitpunkt in den kommenden drei Jahren jeweils ein Defizit von 2,4 Prozent der Wirtschaftsleistung. Zwar liegt die Maastricht-Grenze bei drei Prozent. Doch trat Italien 2012 dem Fiskalpakt bei, der strengere und komplexere Grenzen vorsieht. Es gilt daher nicht mehr um die jährliche Neuverschuldung, sondern das „strukturelle Defizit“.

Einige Finanzminister und die EU-Kommission argumentierten daher, dass die Haushaltspläne gegen die gemeinsamen Regeln verstoßen. Während die Eurogruppe allerdings in dieser Auseinandersetzung über keine formellen Entscheidungsbefugnisse verfügt, hat die Kommission Hebel in der Hand: Bis zum 15.10. muss Rom den finalen Haushaltsplan in Brüssel einreichen. Es liegt dann an der Kommission, zu beurteilen ob und wie massiv er gegen bestehende Regeln verstößt. Letztlich könnte sie ein Defizitverfahren einleiten, das zu schmerzhaften finanziellen Sanktionen gegen das Mitgliedsland führen kann, wenn der Kurs nicht korrigiert wird.

Die Eurozone sollte sich auf mögliche protektionistische Maßnahmen der USA und Chinas vorbereiten, so der EZB-Chef.

Doch das ist nicht das einzige Druckmittel der Brüsseler Behörde. Derzeit versuchen Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker und Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici, den Druck auf Rom zu erhöhen, indem sie die Märkte verunsichern und so die Zinsspreads in die Höhe treiben. So jedenfalls sehen es die Vorsitzenden der regierungstragenden Parteien in Italien, Luigi di Maio von der Fünf-Sterne-Bewegung und der Lega-Vorsitzende Matteo Salvini.

Zuletzt hatte Juncker öffentlich gemahnt, man müsse vermeiden, „dass Italien Sonderkonditionen fordert, die zum Ende des Euro führen würden, wenn sie allen gewährt würden.“ Außerdem äußerte der Kommissionspräsident Sorge vor einer „neuen griechischen Krise, diesmal in Italien.“ Salvinis Antwort kam prompt: „Die Äußerungen und die Drohungen von Juncker und anderen europäischen Bürokraten lassen den Spread weiter steigen mit dem Ziel, die Regierung und die Wirtschaft Italiens anzugreifen“, sagte der Innenminister – und drohte mit Entschädigungsforderungen.

Ministerpräsident Guiseppe Conte bemühte sich derweil um Beruhigung. Nach einer Kabinettssitzung, an der auch di Maio und Salvini teilnahmen, signalisierte er gegenüber Brüssel und „den Märkten“ Entgegenkommen. Nach 2,4 Prozent in diesem Jahr soll das Defizit in den kommenden Jahren auf 2,1 bzw. 1,8 Prozent gesenkt werden. Der Regierungschef versucht den Spagat. Man wolle den „Kurs in der Finanzpolitik fortsetzen, aber gleichzeitig die Ausgaben unter Kontrolle behalten.“ In Brüssel zeigte man sich erleichtert. Moscovici sprach von einem guten Signal.

Salvini schloss derweil ein weiteres Entgegenkommen aus. Man werde auch im Falle einer drastischen Zinssteigerung an den Haushaltsplänen festhalten. „Dieser Haushalt blickt in die Zukunft und wir werden auf keinen Fall rückwärtsgehen“, sagte er am Donnerstag. Die Neuverschuldung sei nötig, um das Wachstum anzukurbeln und Arbeitsplätze zu schaffen.

Das Euro-Zahlungssystem Target 2 ist aus der Balance geraten. Am heutigen Freitag debattiert der Bundestag darüber. Doch wie gefährlich ist die Situation? Ein Überblick.

Zudem sind höhere und neue Sozialleistungen geplant. Vorgesehen sind etwa Mehrausgaben von 16 Milliarden Euro für eine soziale Mindestsicherung und einen früheren Renteneintritt. Italien weist mit 20,3 Prozent eine überdurchschnittlich hohe Armutsbetroffenheit aus, während die Sozialausgaben mit rund 8.100 Euro pro Kopf und Jahr trotz hoher Arbeitslosigkeit hinter dem Eurozonen-Durchschnitt zurückbleiben. Mit den neuen Maßnahmen soll Abhilfe geschaffen werden.

In Brüssel sieht man hingegen in den dafür notwendigen Mehrausgaben eine Gefahr für die Stabilität der italienischen Staatsfinanzen und letztlich die gesamte Währungsunion. Die Gesamtverschuldung Italiens ist mit 131 Prozent der Wirtschaftsleistung derzeit die zweithöchste in der Währungsunion.

Ob sich ein Kompromiss finden lässt, wird sich nach dem 15. Oktober zeigen, wenn die Kommission die finalen Haushaltspläne beurteilt. Bis dahin sind weitere wortgewaltige Zuspitzungen nicht ausgeschlossen.  Steffen Stierle EA 5

 

 

 

 

Einwanderung. Koalition einigt sich auf Eckpunkte für Fachkräftegesetz

 

Die Eckpunkte für ein Gesetz zur Zuwanderung von Fachkräften stehen. Die Koalition will für alle Berufe die Möglichkeit zur Arbeitsplatzsuche in Deutschland eröffnen. Sie einigte sich im Grundsatz auch auf die Beschäftigung abgelehnter Asylbewerber.

 

Deutschland will für Fachkräfte aus aller Welt attraktiver werden. Die große Koalition hat sich auf die Grundzüge ihres Fachkräftezuwanderungsgesetz geeinigt. Nach dem Eckpunktepapier, das am Dienstag im Kabinett verabschiedet wurde, soll es künftig für alle Qualifizierten aus Ländern außerhalb der EU möglich sein, in Deutschland eine entsprechende Arbeit aufzunehmen. Bislang ist dies auf Hochqualifizierte und Fachkräfte in Mangelberufen beschränkt. Die Wirtschaft begrüßte das Gesetzesvorhaben. Aus der Opposition kam Kritik.

Auch im Streit um den sogenannten Spurwechsel für Asylbewerber fanden Union und SPD einen Kompromiss. Künftig soll es den Eckpunkten zufolge für abgelehnte Asylbewerber die Möglichkeit geben zu bleiben, wenn sie ihren Lebensunterhalt sichern können und gut integriert sind. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) deutete an, dass sich besonders die Chancen für diejenigen verbessern würden, die bereits länger in Deutschland sind.

Seehofer und Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) nannten den Kompromiss „pragmatisch und lebensnah“. Nach Angaben des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge lebten Ende Juni mehr als 230.000 sogenannte Ausreisepflichtige in Deutschland, von denen knapp 174.000 eine Duldung hatten, also nicht ohne weiteres abgeschoben werden können. Für sie soll das Fachkräftezuwanderungsgesetz nun die Chance bieten, über einen festen Arbeitsplatz einen besseren Aufenthaltsstatus zu erlangen.

Trennung von Asyl und Arbeitsmigration

Am Grundsatz der Trennung von Asyl und Arbeitsmigration werde aber festgehalten, sagte Seehofer. Die Möglichkeit zu einem Wechsel aus einem laufenden Asylverfahren in ein Verfahren zur Arbeitsmigration, die ebenfalls unter dem Stichwort „Spurwechsel“ diskutiert worden war, wird es nicht geben. Dies wäre „sachfremd“, sagte Heil.

Das Fachkräftezuwanderungsgesetz, dessen Entwurf Heil zufolge noch in diesem Jahr vom Kabinett beraten werden soll, soll Arbeitsmigration aus Staaten außerhalb der EU erleichtern. Qualifizierte sollen unter anderem ein Aufenthaltsrecht für ein halbes Jahr zur Arbeitsplatzsuche in Deutschland bekommen. Voraussetzung für die Einwanderung nach Deutschland werden dem Eckpunktepapier zufolge ein anerkannter Berufsabschluss und der Nachweis deutscher Sprachkenntnisse sowie der Sicherung des Lebensunterhalts sein. Zuwanderung in die Sozialsysteme wolle man nicht, betonten Seehofer und Heil.

Arbeitgeberverbände begrüßen Einigung

Die Arbeitgeberverbände (BDA) begrüßten die Einigung als ersten Schritt für ein besseres und weniger bürokratisches Zuwanderungsrecht. Der Bedarf der Wirtschaft könne so auch mit Fachkräften aus dem Ausland gedeckt werden, erklärte BDA-Hauptgeschäftsführer Steffen Kampeter. Unzufrieden sind die Arbeitgeber aber mit den aus ihrer Sicht zu hohen Hürden bei der Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse. Positiv bewerten sie dagegen Ausnahmen für IT-Fachkräfte. Sie sollen auch ohne einen anerkannten Berufsabschluss kommen können, wenn sie genügend Berufspraxis vorweisen.

Der IT-Verband Bitkom erklärte, derzeit seien 55.000 Stellen für IT-Spezialisten unbesetzt. In der Digitalbranche zählten formale Bildungsabschlüsse weniger als berufliche Erfahrungen und Fähigkeiten. Kritisch sieht der Verband aber die Notwendigkeit deutscher Sprachkenntnisse. Dies müsse nach Branchen differenziert werden. In der Pflege sei Deutsch unabdingbar, in der Digitalbranche sei die Arbeitssprache Englisch, erklärte Bitkom-Präsident Achim Berg.

Widmann-Mauz: Pragmatische Lösung gefunden

Auf die Eckpunkte hatten sich die Spitzen der Koalition in der Nacht zu Dienstag verständigt. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU), erklärte in der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“, damit sei „eine pragmatische Lösung gefunden, die den Interessen der Wirtschaft entspricht und die Integrationsleistungen der Geflüchteten und der viele ehrenamtlichen Helfer würdigt“.

Der Opposition gehen die Planungen nicht weit genug. Die Linksfraktion forderte die Regierung auf, mehr für die Integration langjährig Geduldeter zu tun. Die Grünen kritisierten, die Vereinbarungen ließen keine klare Handschrift erkennen. Der Kompromiss sei das Resultat einer gespaltenen Regierung, bilanzierte die migrationspolitische Sprecherin der Bundestagsfraktion, Filiz Polat. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Streit mit Italien überschattet Eurogruppen-Treffen

 

Am Montag tagten die Finanzminister der Eurogruppe in Luxemburg. Auf der Agenda standen Diskussionen zu „automatischen Stabilisatoren“ und die aktuelle Entwicklung des Wechselkurses. Zudem ging es im erweiterten Format – unter Teilnahme der EU-Finanzminister von Nicht-Euroländern und Vertretern anderer EU-Institutionen – um die geplante Reform des Rettungsfonds ESM. Das wirklich zentrale Thema war jedoch ein anderes: Italiens Defizit-Pläne

Da halfen auch die Einlassungen des Eurogruppen-Vorsitzenden Mario Centeno wenig. „Wir alle haben dazu Fragen“, sagte er in Hinblick auf den Streit mit Rom im Vorfeld der Tagung. „Jeder hat Italien im Kopf.“ Bei dieser Eurogruppe stehe Italien aber nicht auf der Agenda.

Top-Thema waren die Haushaltspläne der drittgrößten Euro-Volkswirtschaft dennoch. Die Ankündigungen stoßen bei vielen Euro-Partnern und den EU-Institutionen auf heftige Kritik. 2,4 Prozent der Wirtschaftsleistung soll das Defizit nach dem Willen der Regierung in Rom betragen. Vor wenigen Jahren wäre das noch regelkonform gewesen – die Obergrenze lag gemäß dem Maastricht-Vertrag bei 3,0 Prozent.

Doch im Zuge der Krisenpolitik wurden die Verschuldungsregeln gestrafft. Es gelte nicht mehr das Maastricht-Kriterium, sondern das „strukturelle Defizit“, heißt es in Brüssel. Dieses sei zu hoch, wenn die italienische Regierung an den Haushaltsplänen festhalte, argumentieren Beobachter und Politiker.

Die Eurozone sollte sich auf mögliche protektionistische Maßnahmen der USA und Chinas vorbereiten, so der EZB-Chef.

So forderte etwa der grüne EU-Parlamentarier Sven Giegold im Vorfeld der Tagung ein Defizitverfahren gegen Italien. „Die zusätzlichen Staatsausgaben Italiens sind eine Täuschung ihrer eigenen Wähler. Schon jetzt liegt der Zinsabstand für Italiens 10-jährige Staatsanleihen zu Deutschland um rund 1,5 Prozent höher als vor einem guten Jahr“, sagte er. Für die beschlossenen Mehrausgaben werde Italien teuer mit Zins und Zinseszins bezahlen.

Italiens Finanzminister Giovanni Tria sieht es eigentlich ähnlich. Im inner-italienischen Regierungsstreit, der dem Haushaltsentwurf vorausgegangen war, plädierte er dafür, das Defizit auf 1,6 Prozent zu begrenzen, um das Vertrauen der Märkte in die italienische Volkswirtschaft zu stärken. Letztlich musste er sich aber dem Willen der regierungstragenden Parteien – der Fünf-Sterne-Bewegung von Luigi di Maio und Matteo Salvinis Lega – beugen.

Das höhere Defizit ist aus Sicht der Regierungsmehrheit erforderlich um das vereinbarte Regierungsprogramm umzusetzen. Zu den angekündigten Maßnahmen gehören etwa die Einführung einer sozialen Mindestsicherung und ein früheres Renteneintrittsalter. Zudem wollen Fünf-Sterne und Lega mehr investieren, um die seit Jahren dahindarbende Wirtschaft anzukurbeln.

Nun versuchte Tria nach eigenen Angaben den Kollegen Finanzminister aus den anderen Euroländern die italienischen Entscheidungsprozesse und Haushaltspläne zu erklären. Deutlichen Widerspruch konnte er jedoch nicht vermeiden.

Italien droht mit einem Veto gegen den kommenden MFR, sollte die EU nicht mehr tun, um die Last der Einwanderung zu verteilen.

„Die Signale bislang sind nicht sehr beruhigend“, sagte etwa der niederländische Finanzminister Wopke Hoekstra. Sein französischer Amtskollege, Bruno Le Maire, forderte Italien auf, die europäischen Budgetmaßgaben einzuhalten: „Es gibt Regeln. Die sind gleich für alle Staaten“, sagte er.

Auch EU-Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici übte deutliche Kritik. Der Budgetentwurf weiche „offensichtlich“ von den Vorgaben aus Brüssel ab. Man werde nun prüfen, wie schwer die Regelverletzung sei und wie sie sich korrigieren lasse. Der Franzose forderte die Regierung in Rom auf, „den Italienern die Wahrheit zu sagen“. Mehr Ausgaben „können für einige Zeit populär machen, aber wer zahlt dann am Ende?“

Doch die Konfrontation mit Brüssel scheuen Di Maio und Salvini nicht. Der Fünf-Sterne-Chef reagierte scharf. Er warf Moscovici vor, die Märkte gegen Italien aufzuhetzen: „Heute Morgen auf jeden Fall war jemand nicht froh über die Tatsache, dass der Spread nicht gewachsen ist“, sagte er. Und weiter: „Ein Kommissar, Herr Moscovici, ist aufgewacht und hat gedacht, dass er Äußerungen gegen Italien machen sollte, um die Spannungen auf den Märkten zu nähren.“

Verständnisvoll gegenüber Italien gab sich derweil Luxemburgs Finanzminister Pierre Gramenga. Er forderte, die Defizitfrage zu „dedramatisieren“. Zwar seien die von Rom angekündigten Defizitzahlen höher, als es vorgesehen war, doch blieben sie „unter drei Prozent“. Er verneinte damit die Interpretation, dass die italienischen Haushaltspläne wegen der Regelungen zum „strukturellen Defizit“ europarechtswidrig sind. Zudem merkte Gramngna an, dass zusätzliche Investitionen letztlich auch positive Auswirkungen haben könnten, weil sie die Wirtschaft beleben.

Italien Regierung ist nun 100 Tage im Amt. Zeit für ein Fazit der bisherigen Politik.

Letztlich kam auch Eurogruppen-Chef Centeno nicht umhin, das Thema auf der Pressekonferenz nach der Tagung anzusprechen. Zwar seien die italienischen Haushaltspläne nicht auf der offiziellen Tagesordnung gewesen, doch die jüngsten Ankündigungen aus Rom hätten viele Sorgen ausgelöst, die zügig angesprochen werden müssten.

Der Portugiese beließ es dann allerdings bei Allgemeinplätzen. Es habe einen guten Austausch gegeben, alle seien sich bewusst, was auf dem Spiel steht, es sei an der italienischen Regierung zu zeigen, dass sie einen glaubwürdigen Haushaltsplan habe, für eine vertiefende Diskussion sei keine Zeit gewesen.

Doch allzu viel Zeit bleibt nicht: Bis zum 15. Oktober muss Rom den endgültigen Haushaltsplan beschließen und in Brüssel einzureichen. So lange gibt es die Möglichkeit, den Forderungen der Euro-Partner entgegenzukommen. Anschließend ist die Kommission am Zuge. Steffen Stierle  EA 2

 

 

 

 

Für Entwicklungshilfe. Deutsche sehen Kriege als Hauptursache für Fluchtbewegungen

 

In Berlin wird derzeit über die Eckwerte für den Bundeshaushalt 2019 verhandelt. Dazu passend präsentiert die Welthungerhilfe eine Umfrage, nach der Entwicklungshilfe für die Deutschen wichtig ist.

Die große Mehrheit der Deutschen unterstützt einer Umfrage zufolge die Entwicklungszusammenarbeit mit armen Ländern insbesondere in Afrika. 84 Prozent halten Entwicklungshilfe für wichtig oder sehr wichtig, wie aus einer am Donnerstag in Berlin vorgestellten repräsentativen Umfrage des Instituts Infratest-Dimap im Auftrag der Welthungerhilfe hervorgeht. Mehr als ein Drittel (39 Prozent) spricht sich außerdem für eine Erhöhung des entwicklungspolitischen Engagements aus, 40 Prozent halten den aktuellen Umfang für ausreichend. 13 Prozent treten für eine Verringerung ein, sieben Prozent hatten keine Meinung dazu.

Zwei Drittel der Befragten (67 Prozent) sehen dabei Kriege als Hauptursache für weltweite Fluchtbewegungen an. Auf die Frage, in welchem Bereich Deutschland sein Engagement reduzieren soll, plädieren mit 41 Prozent die meisten für eine Verringerung von Militärhilfe und Auslandseinsätzen der Bundeswehr.

Ergebnisse „überraschend positiv“

Jan Fahlbusch, Leiter der Stabsstelle Politik bei der Deutschen Welthungerhilfe, bewertete die Ergebnisse als „überraschend positiv“. Demnach halten 35 Prozent der Befragten Entwicklungshilfe für sehr wichtig, weitere 49 Prozent für wichtig. Elf Prozent meinten dagegen, sie sei „nicht so wichtig“ und vier Prozent erklärten, Entwicklungshilfe sei „gar nicht wichtig“.

Auf die Frage, in welchen Bereichen Deutschland vorrangig Geld zur Lösung globaler Probleme ausgeben sollte, nannte jeweils ein Drittel die Umwelt- und Klimapolitik (33 Prozent) sowie Humanitäre Hilfe und Katastrophenhilfe (32 Prozent). Jeder Fünfte entschied sich zudem für die Entwicklungshilfe (21 Prozent). Ausgaben für Außenpolitik und diplomatische Bemühungen befürworteten sechs Prozent der Befragten, Ausgaben für die Entwicklung von Militär und Verteidigung fünf Prozent.

Großer Zuspruch für Entwicklungshilfe

Die Studie der Welthungerhilfe trägt den Titel „… auf den Puls gefühlt. Die Haltung der Deutschen zur Entwicklungspolitik“. Dafür wurden bundesweit zwischen dem 30. August und dem 4. September 1.051 Personen ab 18 Jahren befragt.

Sehr hohen Zuspruch findet demnach die Entwicklungshilfe bei Anhängern von CDU/CSU (91 Prozent), SPD (92 Prozent), Linken (93 Prozent) und Grünen (99 Prozent). FDP-Anhänger gaben zu 80 Prozent an, dass Entwicklungshilfe „wichtig“ oder „sehr wichtig“ sei. Bei den AfD-Anhängern war etwa jeder Zweite (55 Prozent) dieser Meinung. Hohe Zustimmungswerte erfährt die offiziell Entwicklungszusammenarbeit genannte Politik auch bei Jüngeren in der Altersgruppe der 18- bis 34-Jährigen (85 Prozent) sowie bei Menschen über 65 Jahren (89 Prozent).

Mehrheit für Konzentration auf Afrika

Die besondere Konzentration deutscher Entwicklungshilfe auf Afrika finden drei Viertel der Deutschen richtig (74 Prozent). Jeder Fünfte (21 Prozent) war allerdings dagegen, fünf Prozent machten keine Angaben. Als sehr wichtig sehen 53 Prozent die Bekämpfung des Hungers an, 37 Prozent halten dies für wichtig, sechs Prozent für „nicht so wichtig“ und drei Prozent für „gar nicht wichtig“.

Fahlbusch erinnerte bei der Bewertung der Zahlen an die Vereinbarung im Koalitionsvertrag der Bundesregierung, den Etat für die Entwicklungszusammenarbeit (EZ) an den Verteidigungshaushalt zu koppeln. Damit soll bei einer Erhöhung des Verteidigungsetats auch das EZ-Budget entsprechend steigen. Diesen Worten müssten jetzt Taten folgen, sagte Fahlbusch. (epd/mig 2)

 

 

 

 

Italien geht mit Defizitplänen auf Konfrontationskurs

 

Der seit Wochen anhaltende Streit in der italienischen Regierung über den Haushalt für das kommende Jahr ist beigelegt. Nun droht Ärger mit Brüssel.

Die Regierungsparteien und Wirtschafts- und Finanzminister Giovanni Tria verständigten sich am Donnerstagabend auf ein Defizitziel für 2019 in Höhe von 2,4 Prozent des Bruttoinlandsproduktes – so wie es die regierungstragenden Parteien – Fünf-Sterne-Bewegung und die Lega – gefordert hatten. Der parteilose Tria konnte sich nicht durchsetzen. Er hatte sich für ein Defizitziel von unter zwei Prozent stark gemacht.

Damit bleibt das angepeilte Defizit unter den Drei-Prozent-Grenze des Maastricht-Vertrages. Die Parteichefs der Sterne und der Lega, Luigi Di Maio und Matteo Salvini sehen dennoch genügend Spielräume für ihre politischen Vorhaben. „Wir sind zufrieden. Das ist ein Budget, das für Wandel steht“, teilten sie mit.

Die Zeit war knapp, da der Haushaltsplan bis Mitternacht fertiggestellt sein musste, damit er von der EU-Kommission überprüft werden kann. Die Brüsseler Behörde hatte die Regierung in Rom mehrmals zu einer vernünftigen Ausgabenpolitik ermahnt. Bis zum 20. Oktober muss das italienische Kabinett dann das Haushaltsgesetz verabschieden.

Italien Regierung ist nun 100 Tage im Amt. Zeit für ein Fazit der bisherigen Politik.

Doch der EU-Wirtschaftskommissiar, Pierre Moscovici äußerte bereits deutliche Kritik: „Es kann nicht im Interesse Italiens und der Italiener sein, sich zu verschulden“, sagte er. „Jeder Euro, der für die Rückzahlung der Schulden ausgegeben wird, ist ein Euro weniger für Autobahnen, für Bildung und für soziale Gerechtigkeit.“ Am Ende sei es „immer die Bevölkerung, die bezahlt“.“

Auch Prof. Friedrich Heinemann vom Mannheimer Zentrum für Europäische Politik sieht in den Defizitplänen eine Verletzung von Italiens EU-Verpflichtungen. „Das neue Defizitziel Italiens von 2,4 Prozent für 2019 läuft auf eine schwere Verletzung der Regeln des Stabilitäts- und Wachstumspakts hinaus. Italien hat sich unter der Vorgängerregierung gegenüber Brüssel dazu verpflichtet, den Fehlbetrag 2019 auf 0,8 Prozent zurückzufahren und 2020 den Haushaltsausgleich zu erzielen“, sagte er.

Finanzminister Tria hatte ursprünglich ein Defizit von 1,6 Prozent angepeilt. Dann rückte er langsam von der Forderung ab, wollte aber an einem Ziel von unter zwei Prozent festhalten. Koalitionskreisen zufolge hatte der Minister zunächst mit einem Rücktritt gedroht, als sich abzeichnete, dass er nachgeben müsste. Nach der Entscheidung äußerte sich Tria zunächst nicht. Aus seinem Umfeld verlautete aber, er habe nicht die Absicht, sein Amt aufzugeben.„

Die neue Regierung ist seit Juni im Amt. An den Finanzmärkten richteten sich die Hoffnungen auf Tria, der erst auf Druck von Staatspräsident Giorgio Napolitano zum Finanzminister gemacht wurde. Napolitano drohte, anderenfalls das Wahlergebnis zu übergehen und eine Technokratenregierung einzusetzen.

Italien droht mit einem Veto gegen den kommenden MFR, sollte die EU nicht mehr tun, um die Last der Einwanderung zu verteilen.

Kritik an der Einigung kommt aus dem EU-Parlament: „Die gestrige Entscheidung ist ein weiterer Schlag ins Gesicht der Europäischen Kommission. In wirtschaftlich guten Zeiten sollte man Defizite abbauen und nicht erhöhen“, sagte etwa der CSU-Europaabgeordnete Markus Ferber. „Um ihre teuren Wahlversprechen zu finanzieren, ignorieren Salvini und Di Maio alle Vorgaben des Europäischen Semesters und bringen Italien immer näher an den Rand des Abgrunds.“

Auch der grüne Abgeordnete Sven Giegold pocht auf eine strikte Auslegung der Defizitregeln und fordert von der Kommission ein Strafverfahren gegen Italien: „Die Neuverschuldung soll auf 2,4 Prozent des Bruttoinlandsproduktes steigen. Italien würde mit diesem Haushalt gegen die Regeln des europäischen Stabilitäts- und Währungspakt verstoßen. Denn für die neuen Regeln des Pakts ist nicht mehr die 3 Prozent-Defizitregel relevant, sondern das strukturelle Haushaltssaldo. Die vereinbarten Zielwerte werden durch den neuen Haushalt deutlich überschritten.“

Italien ächzt im Verhältnis zur Wirtschaftsleistung unter dem zweithöchsten Schuldenberg in der Eurozone. Die Wirtschaft hinkt dem Rest der Währungsunion seit deren Start vor fast zwei Jahrzehnten weitgehend hinterher. Die Regierungsparteien wollen daher mehr investieren, um die Wirtschaft anzukurbeln und so auch die Staatseinnahmen zu erhöhen.  EA mit Agenturen 28

 

 

 

 

Multilateralisten der Welt, vereinigt euch!

 

Eine Handreichung für die aktuelle UN-Generalversammlung. Von Bettina Luise Rurüp

 

 „Globalismus“ als eine zu bekämpfende Ideologie, Global Governance als eine Form der unbotmäßigen Kontrolle und Beherrschung – Donald Trump machte wie gewöhnlich aus seinem Herzen keine Mördergrube, als er am 25. September zur UN-Generalversammlung sprach. Keine Frage, multilaterale Institutionen wie die Vereinten Nationen und Multilateralisten haben derzeit einen schweren Stand.

Gefühlt liegt das Jahr 2015 länger als drei Jahre zurück. Bei der UN-Generalversammlung vor drei Jahren einigten sich 193 Mitgliedstaaten mit der 2030 Agenda erstmals auf einen umfassenden gemeinsamen Entwicklungsfahrplan. Er soll die sozial-ökologische Transformation der Welt vorantreiben, Hunger und Armut überwinden und die Umweltverträglichkeit des Wirtschaftssystems erreichen. Der Annahme der Agenda war ein dreijähriger zwischenstaatlicher Verhandlungsprozess vorangegangen. An seinem Ende stand ein Konsens. Ein vergleichbarer Meilenstein des Multilateralismus scheint heute in weite Ferne gerückt zu sein.

Die „Globalität“ von Phänomenen wie dem Klimawandel, Cybersecurity und Migration wird täglich augenscheinlicher. Gleichzeitig wächst die Zahl derer, die Lösungen im nationalen Alleingang suchen und konsensuale Lösungen im multilateralen Kontext erschweren und behindern. Dabei braucht die wachsende Interdependenz mehr internationale Kooperation, nicht weniger.

Die Generaldebatte der UN-Generalversammlung im September eines jeden Jahres, in der die Staats- und Regierungschefs sprechen, steht im Mittelpunkt des öffentlichen Interesses. Die eigentliche Arbeit findet in den Komitees und UN-Organen statt und erstreckt sich über den Zeitraum der folgenden 12 Monate.

“Making the United Nations Relevant to All People: Global Leadership and Shared Responsibilities for Peaceful, Equitable and Sustainable Societies" ist das Motto der 73. Generalversammlung der Vereinten Nationen, die am 18. September 2018 mit ihrer Sitzungsperiode 2018/2019 begonnen hat. Gewählt hat das Motto die ecuadorianische Außenministerin Maria Fernanda Espinosa Garcés, die der aktuellen Generalversammlung als Präsidentin vorsitzt. Damit wird die Generalversammlung zum vierten Mal in ihrer Geschichte von einer Frau geleitet. Auch der Wirtschafts- und Sozialrat (ECOSOC) wird in der Periode 2018/19 von einer Frau geleitet: Inga Rhonda King, Diplomatin von der karibischen Insel St. Vincent and the Grenadines. Sie leitet als erste Frau aus dem Globalen Süden den Rat. Damit ist sie auch für das High-Level Political Forum zuständig, das sich mit der Umsetzung der Nachhaltigkeitsagenda befasst. So stehen zwei Frauen aus Lateinamerika und der Karibik an der Spitze zweier UN Organe in Zeiten großer Zweifel und Kritik an den Institutionen der Global Governance.

Neben den kriegerischen Konflikten und den humanitären Katastrophen wird der Klimawandel die Agenda der UN prägen. Nach Schätzungen hat er die Menschheit im Jahr 2017 320 Milliarden Dollar gekostet. UN Generalsekretär Antonio Guterres hat einen UN-Gipfel im September 2019 in New York unter dem Titel A Race We Can Win. A Race We Must Win angeregt. Die Umsetzung des Paris Abkommens soll überprüft, erforderliche Ressourcen mobilisiert und gebündelt werden.

Mit 258 Millionen Migranten weltweit - Stand 2017 - wird die menschliche Mobilität in all ihren Formen weiterhin auf der nationalen und internationalen Tagesordnung stehen. Anfang des Jahres 2019 soll der Global Compact on Migration in der UN verabschiedet werden. Er soll die Migrationspolitik auf nationaler und internationaler Ebene prägen.

Das Thema Atomwaffen wird auch im Zuge der Vorbereitungen der Überprüfungskonferenz im Jahr 2020 (2020 NPT Review Conference) in den Debatten eine Rolle spielen. Die Stagnation beim Abbau von Nuklearwaffen hat eine Vielzahl von Mitgliedsstaaten motiviert, konstruktiv über einen Nuklearwaffenverbotsvertrag zu verhandeln. Dieser wurde im Jahr 2017 von 122 Staaten angenommen. Er wird in Kraft treten, wenn 50 Staaten ihn ratifiziert haben. Die Unterzeichner nutzen die Gelegenheit der Generaldebatte der 73. Generalversammlung, um für den Vertrag zu werben.

2018 wurden drei UN-Reformen im Bereich Management, Entwicklungssystem und Friedenssicherung auf den Weg gebracht. Ihre Umsetzung wird die Organe der UN beschäftigen. Ziel ist eine UN, die fit for purpose ist – auch im Sinne der hohen Anforderungen der 2030 Agenda. Parallel zu solchen weitreichenden Umstrukturierungsmaßnahmen, die die Effizienz und Effektivität der UN erhöhen sollen, ist der Haushalt der UN unter Druck. Hintergrund sind die Einsparungen (auf Druck der USA) und die verspäteten Zahlungen einiger Staaten (unter anderem der USA) in diesem Jahr. Der wachsende Anteil an finanziellen Beiträgen für spezifische Programme und der sinkende Anteil des core budgets schränkt die Operationsfähigkeit der UN weiter ein.

Im sozial- und entwicklungspolitischen Bereich wird die UN sich im Rahmen von verschiedenen Kommissionen mit Themen der sozialen Sicherung, der Bekämpfung von Ungleichheit, Lohnpolitik und dem Zugang zu öffentlichen Leistungen befassen. Im Rahmen der Überprüfung der Umsetzung der Agenda 2030 (auf der Basis von freiwilligen Berichten der Staaten) werden die Nachhaltigkeitsziele Bildung, Menschenwürdige Arbeit und Wirtschaftswachstum, weniger Ungleichheit, Maßnahmen zum Klimaschutz, zu Frieden, Gerechtigkeit und starke Institution und Partnerschaften zur Erreichung der Ziele aufgerufen. Das zuständige Gremium der UN (Highlevel Political Forum) tagt unter dem Titel Empowering people and ensuring inclusiveness and equality im Juni und als Teil der 74. Generalversammlung 2019.

Die Zusammensetzung des Sicherheitsrates für den Zeitraum 2019 bis 2020 hat sich mit der Wahl im Juni 2018 entschieden: Neben den fünf permanenten Mitgliedern (USA, Russland, China, Frankreich und Großbritannien) sind als neue nicht-permanente Mitglieder (anstelle der 2018 ausscheidenden Länder Schweden, Niederlande, Kasachstan, Bolivien und Äthiopien) Belgien, Südafrika, Indonesien, die Dominikanische Republik und Deutschland in das Gremien gewählt worden. Bereits 2017 wurden für zwei Jahre die Elfenbeinküste, Äquatorial Guinea, Kuweit, Peru und Polen gewählt. Im April 2019 wird Deutschland für einen Monat die Präsidentschaft des Sicherheitsrates übernehmen und damit thematische Akzente setzen können (wenn auch die Agenda des Sicherheitsrates zu einem großen Anteil durch externe Entwicklungen geprägt ist).

Deutschland möchte im Sicherheitsrat einige Konfliktkatalysatoren thematisieren: Dazu gehört der Klimawandel als eine der zentralen Herausforderungen des 21. Jahrhunderts – auch und gerade als Quelle und Ursache für Konflikte. Die entscheidende Rolle von Frauen in der Prävention von Konflikten und Schaffung von stabilem Frieden steht ebenso auf der Agenda wie die Themen Gesundheit und Sicherheit, Menschenrechte und Sicherheit sowie das Engagement für den Schutz von humanitären Helfern in Krisengebieten. Große konkrete Themen wie der Wiederaufbau in Syrien, Lösungen für Konflikte in Afrika und der Ukraine stehen – ohne dass sie genannt werden – ebenfalls auf dem Programm. Das Thema Nichtverbreitung von Atomwaffen wird auch in den kommenden Monaten aufgerufen und kontrovers diskutiert werden. Es wird darum gehen, die Unterstützung für den Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) mit dem Iran zu stabilisieren, nachdem die USA das Abkommen aufgekündigt und den Vertrag gebrochen hat. Deutschland gehört zu den Staaten, die sich aktiv für die Beibehaltung des – erfolgreichen – Abkommens einsetzen.

Der Sicherheitsrat ist von Spannungen und vielen Vetoentscheidungen geprägt. Aller Voraussicht nach wird es schwierige Debatten und Entscheidungen geben, die Deutschland auf eine besondere Probe stellen werden. Krisenmanagement auf höchster globaler Ebene wird das Gebot der Stunde sein. Deutschland ist auf dem hot seat, wie der renommierte außen- und sicherheitspolitische Experte Richard Gowan ausführt.

Die Generaldebatte in der 73. Generalversammlung bietet die Gelegenheit, sich – auch mit Blick auf das 75. Jährige Jubiläum der UN im Jahr 2020 – für eine regelbasierte internationale Ordnung einzusetzen und den Worten Taten folgen zu lassen. Die Initiative des deutschen Außenministers Heiko Maas, eine „Allianz von Multilateralisten“ unter den Staaten der Welt zu formen, für die er in der 73. Generalversammlung wirbt, wird von den UN-Mitgliedsstaaten mit großer Aufmerksamkeit verfolgt.  IPG 27

 

 

 

 

Italiens Regierung möchte Asylpolitik deutlich verschärfen

 

Italiens Regierung hat ein Dekret auf den Weg gebracht, das eine drastische Verschärfung der Einwanderungspolitik vorsieht.

 

Das Dekret, das am Montag in Rom verkündet wurde, muss noch von Staatschef Sergio Mattarella und dem Parlament abgesegnet werden. Innenminister Matteo Salvini sagte, künftig könnten Asylanträge ausgesetzt werden, wenn der Antragsteller als „sozial gefährlich“ eingestuft werde oder in erster Instanz verurteilt worden sei. Auf diese Weise solle Italien sicherer gemacht werden.

Salvini stellte das umstrittene Dekret in einer Pressekonferenz mit Regierungschef Giuseppe Conte in groben Zügen vor. Asylanträge von Bewerbern, denen Drogenhandel oder Taschendiebstahl zur Last gelegt werde, werden demnach künftig abgelehnt. Die Vergabe von humanitären Aufenthaltsgenehmigungen soll stark eingeschränkt werden. In den vergangenen Jahren hatten rund ein Viertel der Asylbewerber in Italien diesen Sonderstatus unterhalb des Asylstatus erhalten. Nach dem Willen der Regierung kommen künftig für die hmanitäre Aufenthaltsgenehmigung etwa Opfer von Naturkatastrophen oder Einwanderer in Frage, die dringend auf medizinische Versorgung angewiesen sind. Außerdem könnten sich Migranten mit einer Heldentat diesen Status verdienen.

Italien hat ein Handelsschiff mit geretteten Migranten an Bord gestoppt und ihm untersagt, die Menschen an Land zu bringen. Die Regierung bleibt bei ihrer strikten Haltung.

Auch die Verteilung und Unterbringung von Aslybewerbern will die Regierung neu organisieren. Die meisten von ihnen sollen in großen Auffangzentren untergebracht werden. Lediglich unbegleitete Minderjährige und anerkannte Flüchtlinge sollen auf kleinere Unterkünfte verteilt werden, um ihre Integration zu erleichtern. Der Zusammenschluss der italienischen Bürgermeister lehnt das Vorhaben ab, da Unterkünfte mit hunderten beschäftigungslosen Asylbewerbern insbesondere in kleineren Kommunen für Probleme sorgen.

Auf seiner Facebook-Seite schrieb Salvini, das per Dekret erlassene Gesetz sei „ein Schritt nach vorn, um Italien sicherer zu machen“. Es trage dazu bei, dass Italien „stärker im Kampf gegen die Mafia“ sowie gegen Schleuser werde. „Kriminelle“ und „falsche Asylbewerber“ würden schneller ausgewiesen.   Salvini erklärte, das Dekret gebe den Sicherheitsbehörden mehr Befugnisse und dämme „die Kosten einer übertriebenen Einwanderung“ ein. Der Minister verwies zudem auf die neue Möglichkeit, „Terroristen“ die italienische Staatsbürgerschaft zu entziehen. Kritiker zweifeln aber daran, dass dies verfassungsgemäß ist.

Als sicherheitspolitische Neuerung ist in dem Dekret unter anderem vorgesehen, den Einsatz von Elektroschock-Pistolen auszuweiten und die Verwaltung von beschlagnahmten Mafia-Gütern neu zu regeln. Außerdem wird die Räumung besetzter Häuser erleichtert, weil die Verpflichtung entfällt, sozial benachteiligten Bewohnern eine Ersatzunterkunft anzubieten. Das Dekret soll in Kraft treten, sobald Mattarella es unterzeichnet hat. Die Vorlage soll ihm in den kommenden Tagen zugeleitet werden. Danach muss auch das italienische Parlament innerhalb von 60 Tagen zustimmen. Laut italienischen Medienberichten hatte Mattarella mit der Drohung, seine Unterschrift zu verweigern, bereits Änderungen an dem Dekret erwirkt.

Bilder von notleidenden Flüchtlingen, die an der italienischen Küste ankommen, sind in den letzten Jahren zum vertrauten Nachrichteninhalt geworden. EURACTIV berichtet über die Situation in Norditalien.

Über das Sicherheitsdekret wurde in italienischen Medien seit Wochen diskutiert. Auch innerhalb der populistischen Fünf-Sterne-Bewegung, die seit Juni mit Salvinis rechtsextremer Partei Lega regiert, war das Vorhaben umstritten.

Der Generalsekretär der italienischen Bischofskonferenz, Nunzio Galantino, kritisierte, dass die Einwanderungs- und die Sicherheitspolitik in einem einzigen Dekret zusammengefasst werden. Dies bedeute, dass Einwanderer pauschal „als öffentliche Gefahr angesehen“ würden, erklärte der Kirchenvertreter. Dies sei „ein schlechtes Zeichen“.

Salvini ist zugleich Chef der fremdenfeindlichen Lega und stellvertretender Ministerpräsident. Er will die Aufnahme von Migranten drastisch begrenzen und verweigerte immer wieder Rettungsschiffen mit Flüchtlingen an Bord die

Einfahrt in einen Hafen, bis andere EU-Staaten sich zur Aufnahme eines Teils

der Geretteten bereit erklären. Der Lega-Chef ging bei seiner Pressekonferenz auch auf die Roma-Minderheit ein. Maßnahmen gegen sie seien wegen des zu erwarteten Aufschreis nicht in dem Dekret enthalten, sagte Salvini. Sein Ziel bleibe es dennoch, in seiner Regierungszeit „die Schließung aller Roma-Lager“ in Italien zu erreichen. EA/AFP 25

 

 

 

Interview mit Josef Schuster. Politik hat Mahnungen nicht ernst genug genommen

 

Der Präsident des Zentralrates der Juden, Josef Schuster, zeigt sich besorgt über Rechtspopulismus und Rechtsextremismus in Deutschland. Das Erstarken der AfD, die Zunahme antisemitischer Übergriffe und die Causa Maaßen sind für die Stimmungslage der deutschen Juden nicht förderlich, wie er im Gespräch darlegt.

Von Daniel Staffen-Quandt

 

Herr Schuster, nach den vergangenen Tagen und Wochen: Wie groß ist Ihr Vertrauen in die deutschen Sicherheitsbehörden noch?

Josef Schuster: Wenn ich mir ansehe, was beispielsweise rund um den NSU-Prozess alles zutage kam, ergänzt noch durch die Aussagen des inzwischen abgelösten Präsidenten des Bundesamtes für Verfassungsschutz, Hans-Georg Maaßen, dann war das alles sicher nicht förderlich für mein Vertrauen in deutsche Sicherheitsbehörden.

Dass Maaßen nach seinen Äußerungen zu Chemnitz Staatssekretär im Bundesinnenministerium werden sollte, wie bewerten Sie das?

Schuster: Maaßens Interview-Aussagen in der „Bild“-Zeitung waren für mich nur derart zu interpretieren: Rechtspopulistisches Gedankengut soll zum einen mehr und mehr salonfähig gemacht werden. Zum anderen ist Herr Maaßen offenbar der Meinung, dass es „den Rechtsextremismus“ in Deutschland als Gefährdungspotenzial so nicht wirklich gibt.

Sie hatten also kein Verständnis für diese Personalie?

Schuster: Ich will die Personalpolitik von Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) nicht kommentieren. Aber: Ich frage mich schon, ob die Sicherheitsbehörden – und für mich gehört das Bundesinnenministerium als Dienstaufsicht hier dazu – ausreichende Sensibilität für die Gefahren für die Demokratie von Rechts besitzen und ihnen auch entschieden genug entgegentreten.

Trotzdem: Sie kennen CSU-Chef Horst Seehofer schon lange. Können Sie sich erklären, was da gerade alles passiert?

Schuster: Das vermag ich nicht zu beurteilen. Horst Seehofer betont immer wieder – und das hat er schon als bayerischer Ministerpräsident getan – wie wichtig ihm jüdisches Leben in Deutschland und der Kampf gegen Antisemitismus sind. Ich glaube ihm das persönlich auch. Was ihn im Moment politisch alles antreibt, das will ich nicht bewerten.

Ausgangspunkt der Maaßen-Debatte waren die Vorfälle in Chemnitz. Wie haben Sie die Diskussionen darüber erlebt?

Schuster: Ich war erschüttert über die Wortklaubereien, ob es nun eine Hetzjagd war oder nicht, ob jetzt jemand aktiv dunkelhäutige Menschen angegriffen hat oder nicht. Fakt ist: Es wurden Menschen angegriffen, die offenbar nicht dem Deutschen-Bild einiger Demonstranten entsprochen haben. Das ist das Problem!

Bei dieser Hetzjagd-Diskussion ging der Angriff auf ein jüdisches Restaurant in Chemnitz beinahe unter…

„Man wird zumindest das Gefühl nicht los, dass es bei den etablierten Parteien eine gewisse Hilflosigkeit bei diesem Thema gibt.“

Schuster: Ja, und das darf nicht sein. Wenn vorher bei irgendwem noch Zweifel bestanden haben, wes Geistes Kind etliche der Demonstranten in Chemnitz waren, dann muss sie dieser Angriff ausgeräumt haben. Es war eine gezielte Attacke, gepaart mit antijüdischen Beschimpfungen gegen den Besitzer. Das war Antisemitismus und nichts anderes. Ich habe allerdings den Eindruck, dass einige Behörden in Ostdeutschland beim Thema Antisemitismus weniger sensibel sind.

Das heißt für Sie: Entschuldigungen, man sei „unwissend“ mit Rechtsextremen marschiert, gelten nicht mehr?

Schuster: Das hat noch nie gegolten. Ich muss immer nach links und rechts schauen, wer da mit mir auf die Straße geht. Aber wer sich jetzt noch einer Demo anschließt, in der eine rechtspopulistische Partei wie die AfD zusammen mit Neonazis und Rechtsextremen marschiert, der muss wissen, mit welchem Gedankengut er sich dadurch solidarisiert.

Einige AfD-Politiker agieren immer aggressiver. Einer stand jüngst mit laufender Kamera vor der Tür des Satirikers Schlecky Silberstein.

Schuster: Genau das meine ich, wenn ich sage, es ist nicht mehr fünf vor zwölf, sondern fünf nach zwölf. Kunstschaffende zu bedrohen, sie einzuschüchtern, das geht nicht. Die rote Linie wird von der AfD ganz bewusst immer weiter verschoben – das ist schlicht nicht akzeptabel. Ich finde, wir müssen diese rote Linie dringend wieder zurückschieben!

Sie warnen seit Jahren vor einem Rechtsruck, auch schon bevor es die AfD überhaupt gab. Hat die Politik Sie nicht ernst genommen?

Schuster: Mein Mahnen ist von einigen zunächst sicher als übertrieben bewertet worden. Ich war ja auch einer der ersten, die ab Herbst 2015 die Sorge geäußert habe, dass mit den Flüchtlingen ein islamistischer Antisemitismus mit nach Deutschland importiert wird. Auch das wurde zunächst nicht ernst genommen und teilweise sogar scharf kritisiert.

Unter anderem deshalb, weil der Applaus für diese spezielle Mahnung auch von der falschen Seite kam?

Schuster: Ja, auch. Und um es deutlich zu sagen: Applaus von dieser Seite will ich nicht, für keine meiner Aussagen. Denn gerade als Juden wissen wir, was es bedeutet, fliehen zu müssen. Dass die Aufnahme von Geflüchteten dauerhaft besser in geordneten Bahnen verlaufen sollte, das ist inzwischen klar; nicht nur wegen des Antisemitismus‘.

Das Erstarken des Rechtspopulismus in Deutschland hat viele der Parteien kalt erwischt, könnte man meinen. Wie sehen Sie das?

Schuster: Man wird zumindest das Gefühl nicht los, dass es bei den etablierten Parteien eine gewisse Hilflosigkeit bei diesem Thema gibt. Mich überrascht das allerdings schon ziemlich, denn diese Entwicklung kam ja nicht über Nacht.

Wie ist angesichts solcher Entwicklungen die Stimmung in der jüdischen Gemeinschaft in Deutschland?

Schuster: Es ist eine deutliche Beunruhigung zu spüren. Die Juden in Deutschland sitzen zwar nicht auf den sprichwörtlichen gepackten Koffern, aber sie schauen immer mal wieder nach, wo die leeren Koffer stehen.

Kardinal Marx sagt, Christ und Nationalist sein, das geht nicht zusammen. Hannovers Landesbischof Ralf Meister hat jedoch erklärt, solange sich die AfD im Rahmen des geltenden Rechts bewege, schließt Christsein keine AfD-Mitgliedschaft aus. Was meinen Sie?

„Es ist eine deutliche Beunruhigung zu spüren. Die Juden in Deutschland sitzen zwar nicht auf den sprichwörtlichen gepackten Koffern, aber sie schauen immer mal wieder nach, wo die leeren Koffer stehen.“

Schuster: Als ich die Überschrift gelesen habe, war ich zunächst höchst irritiert. Wenn man das ganze Gespräch liest, dann sagt Meister sehr genau, was eben nicht zusammengeht mit dem Christsein. Insofern sind Marx und Meister nicht weit auseinander. Die Frage ist allerdings: Kann ein überzeugter Christ, der seinen Glauben lebt, wirklich AfD wählen?

Wie beantworten Sie diese Frage?

Schuster: Wenn man ins Landtagswahl-Programm der bayerischen AfD schaut, wird dort nicht nur ein Beschneidungs- oder ein Schächtverbot gefordert, sondern auch die Kirchen werden massiv angegriffen. Insgesamt strebt die AfD nach meiner Einschätzung eine Einschränkung der Religionsfreiheit an. Die Haltung der AfD ist mit christlichen und jüdischen Werten nicht vereinbar.

Gerade die AfD wirbt vor allem auch um Spätaussiedler als Wähler. Auch viele jüdische Menschen in Deutschland sind Spätaussiedler…

Schuster: Dieses aktive Werben nehmen wir innerhalb der jüdischen Gemeinschaft gerade im russischsprachigen Bereich durchaus wahr. Es ist für Außenstehende natürlich schwer zu unterscheiden, ob jemand ein Spätaussiedler im Sinne des Spätaussiedlergesetzes ist oder ein jüdischer Mensch nach dem Kontingentflüchtlingsgesetz.

Und wie gehen der Zentralrat der Juden und die Landesverbände der Israelitischen Kultusgemeinden mit diesem Werben um?

Schuster: Wir versuchen die Mitglieder unserer Gemeinden natürlich darauf hinzuweisen, was für große Sorgen wir in Zusammenhang mit einer rechtspopulistischen Partei in den Parlamenten haben. Ich habe leider den Eindruck, dass die einfachen Antworten der AfD bei Menschen aus der Ex-Sowjetunion zum Teil verfangen, auch bei jüdischen, zum Glück nur bei wenigen.

Anderes Thema: Sie waren immer schon für verpflichtende KZ-Gedenkstätten-Besuche für Schulklassen. Halten Sie das weiterhin so?

Schuster: So pauschal macht eine Besuchspflicht natürlich keinen Sinn, das war nie mein Anliegen. Das muss in den Unterricht eingebettet sein und ordentlich vor- und nachbereitet werden. Dann ist der Besuch der authentischen Orte richtig und wichtig. Eine isolierte „Klassenfahrt“ zur Gedenkstätte allerdings bringt nichts, das sollte man besser lassen.

Was erwarten Sie sich für einen Lerneffekt?

Schuster: Wenn man die authentischen Orte der Gräueltaten sieht, wenn man mittendrin steht, weckt das im Normalfall Empathie. Und zwar mehr und besser als es jedes Schulbuch, jede Fernseh-Dokumentation könnte. Auch für Migranten, die keinen familiären Bezug zur deutschen Geschichte haben, wären solche Gedenkstätten-Besuche sinnvoll, wenn man sie vor- und nachbereitet.

Die AfD-Besuchergruppe in der Gedenkstätte Sachsenhausen hat aber gezeigt, dass wohl zu wenig vor- und nachbereitet wird…

Schuster: Ich gehe davon aus, dass das eine gezielte Provokation war. Und nur weil es einzelne Menschen gibt, die den Holocaust leugnen, ist der Besuch einer KZ-Gedenkstätte nicht weniger sinnvoll. Auch wenn es manchmal ziemlich wehtut: Eine Demokratie muss so etwas aushalten – und im besten Fall sollte die Mehrheitsgesellschaft dagegenhalten.

In Deutschland wird Kritik an Israel oftmals mit antisemitischen Stereotypen verbunden, sagen Sie. Können Sie ein Beispiel nennen?

Schuster: Eine sachliche Kritik an Entscheidungen der israelischen Regierung ist jederzeit möglich, auch an der Siedlungspolitik – genauso wie jederzeit eine sachliche Kritik an der Bundesregierung im Fall Maaßen möglich ist. Wenn man jedoch sagt, Israel gehe mit den Palästinensern um wie die Nazis mit Juden, ist das unwahr und auch antisemitisch. (epd/mig 24)

 

 

 

„In der EU erwartet man keine Impulse mehr von der Bundesregierung“

 

Die Machtkämpfe innerhalb der Großen Koalition, wie jüngst im Fall Maaßen, werden auch im Ausland beobachtet. Was denkt man in der EU über den Zustand der Bundesregierung?

Es war geradezu ein politischer Krimi, der sich im Juni in Berlin abspielte und „Deutschland und halb Europa“ lahmlegte, wie die SPD-Vorsitzende Nahles konstatierte. Die Erleichterung war entsprechend groß, als sich Angela Merkel und Horst Seehofer Anfang Juli nach einer langen Nacht auf einen Kompromiss einigten. Auch in anderen EU-Staaten hatte man die Geschehnisse besorgt beobachtet, die deutsche Regierungskrise hatte den EU-Gipfel dominiert.

„Es ist unwahrscheinlich, dass es das letzte Mal sein wird, dass die CSU sich von ihrer Schwesterpartei zu distanzieren versucht“, mutmaßte The Guardian. Damit lagen die Briten richtig: nur 38 Tage später veröffentlicht die Generalsekretärin der CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, einen Brief an ihre Parteikollegen. Es geht um die Affäre Maaßen. Darin beschreibt sie den internen Machtkampf, der sich um den Chef des Verfassungsschutzes dreht, der längst zum Spielball politischer Interessen geworden ist. „Damit stand die Gefahr eines Auseinanderbrechens der Regierung konkret im Raum“, legt sie dar. Dabei hatte man sich vorher bemüht, keine Zweifel an der Stabilität der Großen Koalition aufkommen zu lassen. Die Koalition werde „an der Frage des Präsidenten einer nachgeordneten Behörde nicht zerbrechen“, so Merkel.

Hans-Georg Maaßen relativiert erneut seine Aussagen zu Chemnitz. Das ist peinlich und absurd. Er muss zurücktreten, sofort! Ein Kommentar.

Deutschlands Regierung büßt an Glaubhaftigkeit in der EU ein

Die wiederholten Machtkämpfe zwischen den drei Regierungsparteien bleiben auch außerhalb Deutschlands nicht unbemerkt. „Viele ausländische Kollegen sind relativ entsetzt darüber, was gerade in Berlin geschieht. Sie sehen eine Regierung, die sich nur noch um sich selber dreht“, sagt die Europaabgeordnete Ulrike Trebesius von der Partei Liberal-Konservative Reformer. „Schon die Debatte im Juni war ein Absurdum, über das selbst in konservativen Reihen im EU-Parlament die Köpfe geschüttelt wurden“, meint der sozialdemokratische Parlamentarier Arne Lietz. „Wir können es uns nicht leisten, wegen eines wahlkampf-orientierten CSU-Innenministers regelmäßig in eine Koalitionskrise zu geraten“.

Für die grüne Abgeordnete Maria Heubuch verspielt die deutsche Regierung mit der Debatte um Maaßen viel Vertrauen: „Wie glaubhaft kann es noch sein, wenn Merkel rechtspopulistische Regierungen in Europa in die Kritik nimmt und gleichzeitig einen hohen Beamten in ihrer Regierung hält, der unter anderem im Fall Anis Amri den Bundestag belogen hat und Verschwörungstheorien zu Chemnitz verbreitet?“

Die Tatsache, dass Kanzlerin Merkel sich im Fall Maaßen nicht gegen ihren Innenminister durchsetzen konnte, verstehen viele als Verlust ihrer Autorität. „Das einzige, was diese Regierung noch zusammenhält, ist die Angst vor Neuwahlen“, meint Heubuch. Es fehle den Partnern an Vertrauen. Angesichts von historisch schlechten Umfragewerten von 35 Prozent verhalte sich die CSU panisch und fahrlässig, in der SPD zweifelt man zunehmend an der Teilnahme in der GroKo.

Rettungsaktion in Meseberg: Frankreichs Präsident Macron kommt Kanzlerin Merkel in der Flüchtlingspolitik zu Hilfe – weil ihn die politische Krise in Berlin selbst betrifft.

Es geht nicht nur um Glaubhaftigkeit. Denn die Fragilität der Koalition wirft im Ausland die Frage auf, ob Deutschland weiterhin eine treibende Kraft in der EU spielen kann, wenn im Kanzleramt Machtstrukturen untergraben werden. Dass diese Woche Ralf Brinkhaus gegen Merkels Willen zum neuen Fraktionschef gewählt wurde, habe den Eindruck verstärkt, meint die Abgeordnete Trebesius. „Das wird als große Schlappe für Merkel gesehen. Viele nehmen sie schon länger nicht mehr als führende Kraft ernst und erwarten keine neuen Impulse von der Bundesregierung“. Die große Koalition sei unentschlossen, gelähmt und zeige keine Bereitschaft, Macrons EU-Reformen zu unterstützen oder eigene anzuregen. Trebesius sieht ein Vakuum in der EU, das Deutschland nicht mehr ausfüllen kann.

Der Europaabgeordnete Sven Schulze von der EVP kommentiert das naturgemäß ganz anders: „Deutschland wird in Brüssel nach wie vor als zuverlässige und stabile Kraft angesehen. Daran hat sich durch die koalitionsinternen Meinungsverschiedenheiten nichts geändert.“

Erfolge der großen Koalition werden von Streitereien überschattet

Für viele Experten kommen die wachsenden Zerwürfnisse zwischen CDU, CSU und SPD wenig überraschend. Nach vier Jahren großer Koalition sollte eigentlich schon bei der Wahl 2017 neuer Wind im Kanzleramt einziehen, es sollte kein „Weiter so“ geben. Doch nach 171 Tagen ohne Regierung, einigte man sich zähneknirschend wieder auf das alte Patentrezept GroKo.

Nicht nur in Deutschland tut man sich angesichts erstarkter rechtspopulistischer Parteien und geschwächter Sozialdemokraten immer schwerer bei der Regierungsbildung. Schweden steckt derzeit noch mitten im Regierungschaos, da keiner mit den rechtspopulistischen Schwedendemokraten kollaborieren will. In den Niederlanden dauerte die Regierungsbildung, nachdem die Sozialdemokraten drei Viertel ihrer Wähler verloren hatten, ganze sieben Monate. In Italien brach die Regierungsbildung kurzfristig zusammen, als Staatspräsident Sergio Mattarella sich weigerte, einen Eurokritiker zum Finanzminister zu ernennen.

Die zunehmend direkte politische Rivalität zwischen En Marche und der CDU erschwert den politischen Austausch zwischen Frankreich und Deutschland.

Doch so schwerfällig die Koalitionsbildung in vielen Nachbarländern ist, in keinem anderen Land muss man derzeit regelmäßig um das Bestehen der Regierung fürchten wie in Deutschland. Und das, so die Befürchtung vieler Abgeordneter, spielt wiederum der populistischen Opposition in die Hände, die der Koalition Versagen vorwirft. „Wir müssen aufpassen, nicht in einer Debattensituation zu enden, wo sich alles auf Nationalisten und Populisten zuspitzt“, so der Europapolitiker Lietz. Dabei hat die Regierung bereits wichtige Punkte des Koalitionsvertrages auf den Weg gebracht. Das milliardenschwere Gute-Kita-Gesetz, das Rückkehrrecht in Vollzeit-Jobs , das Baukindergeld, das sind wichtige Erfolge der Regierung. Es wird also durchaus gearbeitet in der GroKo.

Dass spätestens die Affäre Maaßen viele falsche Signale gesendet und Wählervertrauen erschüttert hat, ist angekommen. Man wolle sich wieder auf die Sacharbeit konzentrieren, hat Kanzlerin Merkel verkündet. Und sie hat sich – erstmals – sogar entschuldigt: „Wir haben zu wenig an das gedacht, was die Menschen zu Recht bewegt. Das bedauere ich sehr.“

In Brüssel wünscht sich der SPD-Abgeordnete Lietz ebenfalls eine Rückkehr auf die Sachebene. Denn seine Partei muss Ergebnisse liefern und darf ihre Arbeit nicht von den koalitionsinternen Streitereien überschatten lassen. Im EU-Parlament haben er und seine Kollegen zum Beispiel ein Rahmenpapier zur europäischen Sicherheits- und Verteidigungspolitik vorgelegt, erzählt Lietz stolz. „Wir sind bereit. Jetzt brauchen wir nur die Aufmerksamkeit der Bundesregierung“. Florence Schulz EA 28

 

 

 

 

Fachkräftemangel. Rumänien will Auslands-Rumänen zurückgewinnen

 

Die Abwanderung von Rumänen aus ihrer Heimat ist eines der größten Probleme des Landes: es fehlen zunehmend Fachkräfte. Jetzt will die rumänische Regierung mit spzeillen Rückkehrprogrammen die Menschen wieder ins Land zurückholen.

Die rumänische Regierung will ihre Bemühungen verstärken, Rumänen aus dem Ausland ins Land zurückzuholen. Die Ministerin für Rumänen im Ausland, Natalia-Elena Intotero von der regierenden sozialdemokratischen Partei (PSD), erklärte am Freitag in Bukarest, man wolle „dass die Menschen wieder hier arbeiten“. Fachkräfte fehlten insbesondere im Gesundheitswesen, sagte die Ministerin. Man wolle Rückkehrwilligen mit Hilfen zur Existenzgründung den Neustart im Heimatland erleichtern. Über den Erfolg der Programme und Rückkehrer-Zahlen konnte das Ministerium keine Angaben machen.

Jedes Jahr gehen rund 200.000 Rumänen ins Ausland. Nach Angaben der Regierung sind seit dem Ende der Diktatur 1989 rund zehn Millionen Rumänen ausgewandert. Im Land selbst leben noch knapp 19 Millionen Menschen. Rund vier Millionen Rumänen haben sich in den Nachbarländern niedergelassen. Die größte Gruppe mit 1,2 Millionen Menschen lebt in Italien. In Deutschland lebten etwa 700.000 Rumänen, hieß es.

Abwanderung eines der größten Probleme

Der deutsche Botschafter in Bukarest, Cord Meier-Klodt, bezeichnete die Abwanderung als eines der größten Probleme Rumäniens. Der Verlust von gut ausgebildeten und weltoffenen Bevölkerungsgruppen verstärke zudem die politische Polarisierung im Land. Der Botschafter rief dazu auf, die Akteure der Zivilgesellschaft zu stärken. Sie spielten für die Demokratisierung und die künftige Rolle Rumäniens in der Europäischen Union eine zentrale Rolle.

Im August hatten zum ersten Mal Zehntausende Auslands-Rumänen gemeinsam mit ihren Landsleuten in Bukarest gegen die zunehmend autoritäre Politik der Regierung, Einschränkungen der unabhängigen Justiz und die Korruption im Land demonstriert. (epd/mig 1)

 

 

 

 

Wie Hilfe Migration begünstigt

 

Die EU trägt mit ihren Maßnahmenpaketen zur verstärkten Auswanderung aus Afrika bei. Von Loren B. Landau, Caroline Wanjiku Kihato, Hannah Postel

 

In der Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik der Europäischen Union geht es noch immer drunter und drüber. Doch hinter den Kulissen arbeiten die europäischen Staatschefs daran, einen neuen Migrationsschub zu verhindern. Ihre Strategie: Potenziellen Migranten helfen, ehe sie überhaupt nach Europa aufbrechen, indem man Geld und technische Hilfe in die Staaten entlang der wichtigsten Migrationskorridore in Afrika pumpt. Doch die EU-Pläne übersehen, dass die wirtschaftliche Entwicklung in Ländern mit geringem Einkommen die Migration nicht hemmt, sondern verstärkt. Um die Migration einzudämmen, wird die EU daher Schleppern, autokratischen Regimes und Milizen noch mehr Geld geben müssen. Damit aber wird sie die Instabilität verschärfen, die viele Menschen überhaupt zum Auswandern bewegt.

Bislang reagiert die EU mit zwei Maßnahmenpaketen auf die Migration aus Afrika. Das eine ist der sogenannte „Marshallplan für Afrika“. Damit justiert Europa seine Entwicklungszusammenarbeit neu, um einige der „Migrationsursachen“ zu beseitigen. Das Hauptaugenmerk liegt auf Bildung, Arbeitslosigkeit und der hohen Geburtenrate. Die zweite, kurzfristigere Maßnahme ist die Bekämpfung der afrikanischen Migration durch eine Erhöhung der Grenzsicherheit, Datenerhebung und technische Hilfen für afrikanische Diktatoren wie den sudanesischen Präsidenten Omar al-Baschir und diverse libysche Milizen. Doch beide Strategien werden nicht aufgehen.

Das liegt zum einen an der demographischen Entwicklung. Von den Afrikanern südlich der Sahara, die sich auf den Weg machen, bleibt die überwältigende Mehrheit in Afrika. Eine kleine Anzahl lebt in Flüchtlingslagern, doch die meisten ziehen in Nachbarstaaten. Sie haben eine geringe Neigung, nach Europa auszuwandern. Das wird sich jedoch wahrscheinlich ändern. Die junge Bevölkerung südlich der Sahara wird bis ins Jahr 2100 sechsmal so groß sein wie die europäische. Auch wenn die Geburtenrate bald sinkt, wird sich das Bevölkerungswachstum fortsetzen. Wer für diese Bevölkerung Jobchancen schaffen will, muss ein nie da gewesenes Wirtschaftswachstum generieren, und zwar nicht nur über wenige Jahre und in ein oder zwei Ländern, sondern mehrere Jahrzehnte in Folge auf dem gesamten Kontinent.

Irgendwann wird das Wirtschaftswachstum zwar die Auswanderung verlangsamen, doch dieser Zeitpunkt liegt Jahrzehnte in der Zukunft. Unsere Analyse von UN-Daten zeigt, dass Migration meist erst nachlässt, wenn das Bruttoinlandsprodukt pro Kopf etwa 11 000 Dollar erreicht – eine Größenordnung, die die Entwicklungszahlen afrikanischer Länder um ein Vielfaches übersteigt. Nur eine Handvoll Länder auf dem Kontinent befindet sich auch nur in der Nähe dieser Schwelle.

Die Nachwirkungen des Kolonialismus, miserabler Regierungen und fehlgeleiteter Entwicklungshilfepolitik werden Menschen in Afrika auch in absehbarer Zukunft zur Abwanderung veranlassen. Einige werden in den wohlhabenderen Staaten ihres eigenen Kontinents Aufnahme finden, etwa in Botswana und Südafrika. Doch auch diese Länder verhalten sich afrikanischen Migranten gegenüber zunehmend feindselig. Und solange sich die Einkommenschancen Europas und Afrikas so dramatisch unterscheiden, werden einige gen Norden wandern. Auch wenn sich der Anteil derer, die sich auf den Weg machen, nicht erhöht, wird die absolute Zahl doch steigen.

Den Europäern bleibt damit nur die Wahl, ob sie die anhaltende Migration aus Afrika akzeptieren oder ihre Bemühungen verstärken, die europäischen Grenzen dicht zu machen. Bislang entscheiden sie sich für die zweite Lösung. In der Praxis heißt das, dass sie zweifelhafte Partner damit beauftragt, die Wanderung von Menschen durch ihr Staatsgebiet zu unterbinden. Auf einem Gipfel von europäischen und afrikanischen Staatschefs in Malta 2016 ebnete man den Weg für einen europäischen „Nothilfefonds für Afrika“ mit Ausgaben von mindestens 1,8 Milliarden Euro bis 2020. Fast alle Hilfen fließen an Länder, aus denen viele Flüchtlinge den Weg über das Mittelmeer suchen, insbesondere Mali und Niger im Sahel und Äthiopien, Eritrea, Somalia und Sudan am Horn von Afrika. Mit der Unterstützung von Staatschefs wie dem eritreischen Präsidenten Isaias Afwerki und dem sudanesischen Präsidenten Omar al-Baschir wird nicht nur Migration eingedämmt, sondern autoritäre Regimes in der Region geschützt und gestärkt.

Selbst EU-Hilfsprogramme, die angeblich der wirtschaftlichen Entwicklung dienen, bergen eine starke Sicherheitskomponente in sich. Doch wenn man die Erfahrungen der Vereinigten Staaten an der Südgrenze zugrunde legt, können verstärkte Grenzkontrollen Menschen nicht von der Migration abhalten. Es entstehen vielmehr ausgeklügelte Mechanismen, um solche Kontrollen zu unterlaufen. Und die EU-Strategie des Auslagerns von Grenzkontrollen scheint die Schleppernetzwerke nicht etwa zu schwächen, sondern sogar noch zu stärken. Die libyschen Internierungslager, in denen Migranten in die Sklaverei verkauft werden, sind das berüchtigtste Beispiel. Ähnliche Entwicklungen sind im Sudan und in Niger zu beobachten, wo staatliche und staatsähnliche Institutionen profitable Schleppernetzwerke und Geschäftsbeziehungen aufbauen.

Die von der EU unterstützte Militarisierung Nordafrikas und der Sahelzone durch Patrouillen, Abschiebungen und Überwachung ist nicht nur teuer. Sie schadet zudem massiv dem weltweiten Ansehen der EU und ihrem Selbstbild als einem Staatenzusammenschluss, der sich Menschenrechten und Rechtsstaatlichkeit verschrieben hat. Unterdessen macht sich die EU durch ihre Strategie der Auslagerung von Grenzkontrollen anfällig für Erpressungsversuche autoritärer Staatschefs: Die libyschen Behörden sind bereits mit ihrer Vereinbarung unzufrieden und weigern sich, „mehr illegale Migranten aufzunehmen“. Sowohl Kenia als auch Tansania drohen, große Flüchtlingslager zu schließen und die Migranten zu vertreiben. Stellungnahmen kenianischer Vertreter lassen vermuten, dass sie ein Modell nach dem Vorbild des EU-Türkei-Abkommens anstreben und von den westlichen Ländern viel Geld erwarten.

Damit kein Missverständnis aufkommt: Bemühungen, in ganz Afrika durch Berufsausbildung, eine Senkung der Geburtenrate oder eine Verbesserung der staatlichen Strukturen ein faires Wirtschaftswachstum zu erreichen, können die Zukunft der Region positiv beeinflussen. Doch der Erfolg des gesamten Kontinents wird letztendlich davon abhängen, dass Länder mit dauerhaft stagnierender Wirtschaft und krassem Missmanagement Reformen durchführen. Dafür braucht es wiederum nicht etwa stärkere Grenzkontrollen auf dem gesamten Kontinent, sondern das Gegenteil: offene Grenzen für Menschen und Waren, den Ausbau komparativer Vorteile, integrierte Märkte und weniger Zölle. So könnten auch Menschen, die unter autoritärer Herrschaft leben, „mit den Füßen abstimmen“, indem sie woanders hingehen. In all diesen Fällen werden die Wanderungsbewegungen – insbesondere südlich der Sahara – innerhalb der Region bleiben. Dennoch wird die absolute Zahl der Menschen, die sich nach Europa aufmachen, weiter wachsen.

Die EU-Staatschefs sollten sich unterdessen genau überlegen, was sie eigentlich wollen. Nachhaltige Hilfen können schwache Staaten südlich der Sahara auf den Weg zu Stabilität und einer besseren Entwicklung bringen. Trotzdem werden diese Eingriffe die Migration in absehbarer Zukunft zunächst nicht eindämmen, sondern verstärken. Wenn die EU mit unverantwortlichen autoritären Regierungen mit miserabler Menschenrechtsbilanz kooperiert, riskiert sie die Zunahme politischer Spannungen südlich des Mittelmeers und zerstört letztendlich jeden Fortschritt, den ihre Hilfsprojekte bewirken könnten. Die Energien und Geldmittel der EU wären besser investiert, wenn sie rechtliche und humanitäre Kanäle für die afrikanische Migration schaffte. Unter anderem könnten das umfangreichere Programme für Arbeitsmigration, Studium und Praktikum und ein verlässliches Visa-Lotteriesystem sein, damit sich Menschen Reisedokumente beschaffen, ehe sie ihre Heimat verlassen. Angesichts der alternden Bevölkerung in Europa könnten solche Strategien beiden Kontinenten Vorteile bringen. Wenn die europäischen Staatschefs es schon nicht für Afrika tun, dann vielleicht für Europa.

Dies ist eine gekürzte Version. Die Langversion dieses Textes erschien in Foreign Affairs. Aus dem Englischen von Anne Emmert (Ipg/dip)

 

 

 

 

Brexit und Frontex: Auf geht’s zum nächsten Gipfel

 

Noch gewährt man London zeitlichen Spielraum für die Brexit-Verhandlungen und hofft auf einen Durchbruch im Oktober. Beim Schutz der Außengrenzen setzt man auf einen Deal mit Ägypten.

Die Atmosphäre beim Treffen der 28 EU-Regierungschefs in Salzburg wurde allgemein als gut beschrieben, auch dank des prachtvollen Spätsommerwetters und der perfekten Organisation. Weniger zufriedenstellend sind die Ergebnisse. Man tritt auf der Stelle. Das betrifft beide großen Gipfelthemen: den Brexit wie auch Frontex. In beiden Fällen haben die Kommission und das EU-Parlament eine klare Meinung und einen fertigen Vorschlag. Um beide Kapitel abzuschließen, bedarf es aber einerseits des Einlenkens von Großbritannien und andererseits eines einstimmigen Beschlusses der EU-Staaten. Beides ist noch nicht gegeben. So bleibt unterm Strich einmal mehr die Hoffnung auf die nächsten Gipfel.

Im offiziellen Kommunique liest sich das Resultat des informellen Gipfels durchaus positiv. So lobt EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker die österreichische Gastfreundschaft und resümiert: „Es war ein nützlicher und positiver informeller Gipfel“. Da die informellen Ratssitzungen keine Geschäftsordnung kennen, gibt es auch keine Beschlüsse, sondern nur einen Gedankenaustausch. Entsprechend heißt es im Pressetext gewohnt diplomatisch, „dass eine Reihe von Vorschlägen, die die Kommission vergangene Woche präsentiert hatte, auf breite Zustimmung gestoßen sind, auch wenn Detailaspekte noch debattiert werden müssen“.

Im Oktober schlägt Stunde der Wahrheit

Eine solche Debatte gab es zum Brexit. Während Premierministerin Theresa May sich von der EU Entgegenkommen und Kompromissbereitschaft wünschte, beharrten die 27 Regierungschefs auf den Abschluss des Austrittsvertrages und eines Freihandelsabkommens „ohne Extra-Zuckerln“. Mehr noch, sie plädierten für eine nochmalige Volksabstimmung, die May kategorisch ablehnt. Verständnis zeigte man für die schwierige innerparteiliche Lage der britischen Regierungschefin, die noch einen Parteitag der Torys zu überleben hat. Daher, so Ratspräsident Donald Tusk, „wird erst beim EU-Gipfel im Oktober die Stunde der Wahrheit schlagen. Gibt es einen Durchbruch, soll am 17. und 18. November ein Sondergipfel stattfinden, um die Einigung formell unter Dach und Fach zu bringen“.

Wohlstand ist eines der großen Versprechen der Europäischen Integration, doch die Löhne in der EU steigen nur moderat. Zudem gefährdet mangelnde Lohnkonvergenz die Stabilität der Währungsunion. EURACTIV sprach mit Thorsten Schulten.

Gesucht wird vor allem eine Lösung für die Grenze zwischen dem britischen Nordirland und der Republik Irland. Mit einem „No deal“ will man sich noch nicht abfinden. Der wäre auch für Großbritannien problematisch, rechnen doch Experten mit einem nachhaltigen Einbruch des Wirtschaftswachstums.

Willige und sperrige Partner

In der Causa Frontex klaffen derweil Dichtung und Wahrheit auseinander. So heißt es offiziell, „dass man in Sachen Außengrenzschutz ebenfalls vorangekommen wäre“. Tatsächlich hat man das Thema einer solidarischen Verteilung der Flüchtlinge abgehakt, weil sich vor allem die Oststaaten unvermindert dagegen wehren.

Der Außengrenzschutz wird derweil zwar allgemein befürwortet. Eine Einigung über die Kompetenzen der Grenzschutztruppe Frontex gibt es jedoch nicht. Die drei Mittelmeerstaaten und Ungarn sind nicht bereit auf Souveränitätsrechte zu verzichten, wobei insbesondere Ungarns Premier Viktor Orban und Italiens Innenminister Matteo Salvini einen Schulterschluss vollzogen haben, was ihnen von mancher Seite den Vorwurf eingebracht hat, dass wieder einmal nationaler Populismus eine Einigung im Interesse Europas verhindert.

In den 24 Stunden, die der Gipfel in Salzburg dauerte, hat sich gezeigt, dass die Linie des österreichischen Ratsvorsitzes in der Migrationspolitik von den Visegrad-Staaten (wenn man den Wunsch nach Umverteilung ignoriert), sowie Dänemark, den Niederlanden und Deutschland unterstützt wird. Als sperrig werden Italien und Luxemburg sowie Belgien bezeichnet. Auch von Frankreich ist keine Hilfe zu erwarten, wie man EURACTIV versicherte. Da dürfte mit hineinspielen, dass der französische Präsident, Emmanuel Macron, in Hinblick auf die EU-Wahlen auf der Suche nach seiner eigenen Rolle im Konzert der 27 EU-Staaten ist.

Die bulgarische Regierung hat gestern beschlossen, sich gegen das geforderte Verfahren nach Artikel 7 gegen Ungarn zu stellen. Auch Polen profitiert von der Unterstützung aus Sofia.

Derzeit stehen zwar noch keine weiteren Stippvisiten auf dem Programm, doch ist mit weiteren Sondierungsreisen des österreichischen Ratsvorsitzenden durchaus zu rechnen, um Bewegung in die Fronten zu bringen.

Ägypten als neuer Hoffnungsträger

Immerhin darf Bundeskanzler Sebastian Kurz, der viel Zeit und Überzeugungsarbeit investierte, um das Dauerthema Flüchtlings- und Asylpolitik von der Top-Agenda zu bekommen, als Erfolg verbuchen, dass er das Mandat erhalten hat, mit Ägypten sowie weiteren nordafrikanischen Staaten eine Lösung nach dem Vorbild des EU-Türkei-Deals zu verhandeln.

Kairo will jedoch vorerst noch nichts von der Errichtung einer so genannten Anlandeplattform wissen, in der Asylanträge behandelt werden sollen. Die Bereitschaft zu einer Kooperation mit der EU, um die Flüchtlingsroute vom Nildelta übers Mittelmeer in Richtung Europa dicht zu machen und dafür finanzielle Unterstützung für die notleidende Wirtschaft zu erhalten, ist allerdings vorhanden. Auch die Hoffnung auf ein gesamthaftes Migrationspaket hat Kurz nicht aufgegeben. Diesbezüglich hat er sich den Dezember-Gipfel zum Ziel gesetzt. Herbert Vytiska (Wien) EA 21

 

 

 

Vatikan: Dem Fremdenhass eine Kultur der Begegnung entgegensetzen

 

Die christlichen Kirchen haben Diskriminierung und Fremdenhass erneut eine klare Absage erteilt. Vertreter der katholischen und anderer christlicher Kirchen haben dies in einer Schlussbotschaft ihrer mehrtägigen Tagung festgeschrieben. Der Titel der Konferenz lautete: „Fremdenfeindlichkeit, Rassismus und Populismus im Kontext weltweiter Migration“.

Die Konferenz ging an diesem Donnerstag zu Ende. Organisiert wurde sie vom vatikanischen Dikasterium für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen und dem Weltkirchenrat (ÖRK) in Zusammenarbeit mit dem Päpstlichen Rat für die Einheit der Christen.

Wie Kurienkardinal Peter Turkson, Präfekt des vatikanischen Entwicklungsdikasteriums herausstellte, sei es bei der Tagung weniger um das Migrationsphänomen als solches gegangen, sondern um die Ursachen der Fremdenfeindlichkeit. Um die Frage also, „wie Gastländer mit dem Anderssein der Neuankömmlinge umgehen.“ Dass man die Gesellschaft oft und gerne als „globales Dorf“ bezeichne, spiegle nicht die Realität wider, unterstrich Turkson. Schon Papst Benedikt XVI. habe in seiner Enzyklika „Caritas in veritate“ herausgestellt, dass „uns die zunehmend globalisierte Gesellschaft zu Nachbarn, aber nicht zu Geschwistern“ mache.

 

Auf die biblischen Wurzeln christlichen Handelns blicken

Die Sorgen derer, die sich durch Migranten aus Sicherheitsgründen, wirtschaftlich oder kulturell bedroht fühlten, seien zwar verständlich. Dies dürfe aber nicht dazu führen, dass Menschen auf der Flucht vor Gewalt und Leid im Stich gelassen werden, heißt es in der Schlussbotschaft. Vielmehr gelte es, auf die biblischen Wurzeln christlichen Handelns zu blicken: das Gebot der Gastfreundschaft zeige sich schließlich nicht nur „in der Aufnahme von Fremden durch Abraham und Sarah (Gen 18, 1 - 16)“, sondern auch „in der Lehre der Propheten, ja auch bei Jesus selbst, der sich mit den Fremden identifiziert (Mt 25,35-40) und alle Gläubigen aufruft, Fremde willkommen zu heißen.“

Dem Populismus, der andere unter dem Vorwand des Schutzes christlicher Werte ablehnt und nationale Grenzen „zu Götzen erhebt“, müssten die Gläubigen die „Goldene Regel“ aus dem Matthäusevangelium entgegenhalten (Mt 7,12). Statt einer politischen Strategie zu folgen, die bewusst Ängste schüre, um „die Interessen einer dominanten sozialen oder ethnischen Gruppe zu verteidigen“ gelte es, den „Bau eines gemeinsamen Hauses“ voranzutreiben, in dem alle willkommen sind. Hier seien vor allem die sozialen Netzwerke gerufen, „positive Botschaften“ zu verbreiten und keine „populistischen Hetzreden“, die nur Spaltung bringen.

 

Aufnehmen, beschützen, fördern, integrieren

Wie die Konferenzteilnehmer im Rahmen der mehrtätigen Tagung betonten, habe Papst Franziskus die Mitglieder der Internationalen Katholischen Migrationskommission erst im März 2018 daran erinnert, dass „die Befreiung der Armen, Unterdrückten und Verfolgten heute wie gestern fester Bestandteil der Sendung ist, die Gott der Kirche anvertraut hat.“ In Übereinstimmung mit der Lehre von Papst Franziskus seien die vier Verben aufnehmen, beschützen, fördern und integrieren oberstes Gebot.

 

Die Kirchen: Orte der Erinnerung, Hoffnung und Liebe

Abschließend gaben die Konferenzteilnehmer in ihrer Botschaft der Hoffnung Ausdruck, die Kirchen mögen weiterhin „Orte der Erinnerung, Hoffnung und Liebe“ sein. Nur so könne man den destruktiven Strategien der populistischen Nationalismen entgegenwirken und eine Kultur der Begegnung und des Dialogs verbreiten.

Zum Ausklang der Tagung wurden die Teilnehmer an diesem Donnerstagmorgen von Papst Franziskus in Audienz empfangen. Der Inhalt des Gesprächs, das hinter geschlossenen Türen stattfand, wurde nicht bekanntgegeben.

(vatican news 20)

 

 

 

 

EU-Gipfel. Merkel hält an gerechter Verteilung von Flüchtlingen fest

 

Technische Schwierigkeiten störten den Beginn der Pressekonferenz von Kanzlerin Merkel nach dem EU-Gipfel in Salzburg. Sie konnten gelöst werden – ein größeres, politisches Problem hingegen nicht.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hält auch nach den jüngsten Beratungen der EU-Staats- und Regierungschefs an einer gerechten Verteilung von Flüchtlingen innerhalb Europas fest. Es gehe um eine „fairere Verteilung“, sagte Merkel am Donnerstag nach dem informellen EU-Gipfel in Salzburg. „Und es kann nun auf keinen Fall sein, dass jeder sich aussuchen kann, was er gerne machen möchte“, erklärte sie vor der Presse.

Zuvor hatte namentlich der Gastgeber und österreichische Bundeskanzler Sebastian Kurz den Streit um die Umverteilung von Flüchtlingen als unlösbar und als gar nicht entscheidend abgetan. Österreich als aktuelle EU-Ratspräsidentschaft werde dieses Thema zwar weiterverfolgen, da andere EU-Mitgliedstaaten dies wünschten, erklärte Kurz. Er sehe darin aber nicht die Lösung.

Dissens über die Verteilung

Nach dem Gipfel bekräftigte Kurz diesen Ansatz. „Es gibt Dissens über die Verteilung, es gab Dissens über die Verteilung“, sagte der Bundeskanzler. Es werde ihn auch nach der österreichischen Präsidentschaft geben. Merkel erklärte, es müssten in dieser Hinsicht noch viele Gespräche geführt werden, „insofern sind wir da längst nicht am Ende“.

Kurz zufolge muss der Fokus auf dem Schutz der Außengrenzen und der Zusammenarbeit mit Drittstaaten liegen. Diese Zusammenarbeit soll insbesondere mit Ägypten vertieft werden – dies hätten die 28 Staats- und Regierungschefs in Salzburg gemeinsam beschlossen, erklärte Kurz. In Ägypten soll im Februar auch ein Gipfel der EU mit der Arabischen Liga stattfinden, während noch im Dezember ein Gipfel mit der Afrikanischen Union geplant ist.

Kurz: Flüchtlinge schon in Afrika aufhalten

Kurz zufolge sollen Migranten und Flüchtlinge mit dem Ziel Europa am besten direkt in Afrika oder auf dem Mittelmeer aufgehalten werden. Wenn sichergestellt werde, dass nach einer Rettung im Mittelmeer „die Menschen nicht nach Europa gebracht werden, sondern zurückgestellt werden in die Transit- oder Herkunftsländer, dann lösen wir die Migrationsproblematik an der Außengrenze“, sagte er.

Ebenso wie der ständige EU-Ratsvorsitzende Donald Tusk verwies Kurz darauf, dass die Zahl der in Europa ankommenden Migranten verglichen mit 2015 bereits massiv gesunken sei. Dies sieht Merkel ähnlich: „Wir sind also wirklich ein großes Stück vorangekommen bei dem Kampf gegen die illegale Migration, auch gegen die Schleppernetze.“

Frontex soll gestärkt werden

Mit Blick auf diesen Kampf soll auch die europäische Grenzschutzagentur Frontex gestärkt und ihr Mandat erweitert werden. Die dazu von der EU-Kommission in der vergangenen Woche vorgelegten Vorschläge treffen nach den Worten von Kommissionschef Jean-Claude Juncker generell auf Zustimmung. „Es gibt einen Grundkonsens“, sagte er in Salzburg. Er gehe davon aus, dass die Beratungen noch in diesem Jahr abgeschlossen werden könnten.

Die Hilfsorganisation Oxfam erneuerte nach dem Gipfel ihre Kritik an der EU-Flüchtlingspolitik. Seit über zwei Jahren hätten die EU-Spitzenpolitiker nun versucht, die Verantwortung für Flüchtlinge und Migranten auf andere Länder abzuschieben. „Das hat das Leiden dieser Menschen sowohl in Europa als auch in Nachbarländern nur vergrößert.“ (epd/mig 21)

 

 

 

Italien: Vatikanvertreter kritisiert Dekret zu Migration

 

Der ghanaische Kurienkardinal Peter Turkson hat Kritik an dem geplanten italienischen Dekret zu Sicherheit und Migration ausgeübt. Er hoffe, dass das Dokument bei den kommenden Abstimmungen im Parlament genau geprüft werde. Das erklärte er am Mittwoch gegenüber dem bischöflichen Informationsdienst SIR.

Man dürfe Menschen nicht kriminalisieren, nur weil sie ihr Land verließen. Das erklärte der Kurienkardinal Peter Turkson am Mittwoch. Jeder Mensch habe eine Würde. Jemand sage, so der Kardinal unter Anspielung auf Salvini, Italien sei alleingelassen worden mit den über das Mittelmeer kommenden Migranten und wolle nun die EU drängen, ebenfalls Verantwortung zu übernehmen. Wie man aber wisse, gebe es die gleichen Probleme in anderen Staaten. Daher sei es besser, in jenen Ländern, deren schlechte Wirtschaftslage Grund für die Migration sei, eine andere Art von Entwicklung zu betreiben.

Das vom italienischen Innenminister Matteo Salvini am Montag im Kabinett durchgesetzte Dekret sieht einerseits Maßnahmen gegen Terrorismus und organisierte Kriminalität vor. Andererseits beinhaltet es deutliche Einschränkungen für das Aufenthaltsrecht und den humanitären Schutz von Migranten. Migranten sollen demnach künftig bis zu 180 Tage in Abschiebehaft bleiben - doppelt so lang wie bisher. Auch die Unterbringung angekommener Asylbewerber wird neu geregelt: Die meisten sollen in großen Auffangzentren untergebracht werden, lediglich anerkannte Flüchtlinge und unbegleitete Minderjährige werden im Land verteilt.

Die katholische Kirche Italiens und mehrere Menschenrechtsorganisationen sind gegen das Vorhaben. (kna 27)

 

 

 

„Ungleichheit reduzieren um wirtschaftliche Dynamik zu entfachen“

 

Wohlstand ist eines der großen Versprechen der Europäischen Integration. Doch die Löhne in der EU stiegen zuletzt nur moderat. Zudem sorgen ungleiche Lohnentwicklungen in der Währungsunion für wirtschaftliche Instabilität. EURACTIV sprach mit Thorsten Schulten.

Prof. Dr. Thorsten Schulten forscht am Wirtschafts- und Sozialwissenschaftlichen Institut der Hans-Böckler-Stiftung (WSI) schwerpunktmäßig zur internationalen Lohn- und Tarifpolitik. Er ist Mitautor des Europäischen Tarifberichtes, den das WSI Anfang September herausgegeben hat.

EURACTIV: Herr Schulten, die Löhne in der EU sind zuletzt dank der guten Konjunktur wieder gestiegen. Wie ist es heute um die Einkommenssituation der EU-Bürger bestellt?

Thorsten Schulten: Richtig ist, dass die Löhne zuletzt wieder gestiegen sind. Allerdings haben sie angesichts des gegenwärtigen Konjunkturzyklus nur sehr schwach zugelegt. Wenn wir die Lohnentwicklung im gesamten Zyklus mit jener aus der den Zyklen vor der Krise vergleichen, stellen wir fest, dass sie deutlich geringer ausfällt, als das zu erwarten wäre. Da sind sich die Experten weitgehend einig.

Insgesamt ist die Lohnentwicklung also aus Ihrer Sicht nicht zufriedenstellend. Die Löhne müssten kräftiger steigen. Woran liegt es, dass sie das trotz guter Konjunktur nicht tun?

Dafür gibt es mindestens drei Gründe. Lohnentwicklungen haben immer auch etwas mit der Verhandlungsmacht der beteiligten Parteien zu tun. Die Arbeitslosigkeit ist in einigen Ländern weiterhin sehr hoch. Das schwächt die Position der Arbeitnehmer. Insbesondere in den südeuropäischen Ländern, die derzeit die schwächste Lohnentwicklung aufweisen, spielt das eine wichtige Rolle.

Die zweite Ursache betrifft die Art der Arbeitsverhältnisse, die zuletzt entstanden sind. Hierbei handelt es sich in vielen Fällen lediglich um befristete Jobs mit oft sehr niedriger Bezahlung und auch ansonsten eher prekären Arbeitsbedingungen. Auch in diesem Bereich haben die Beschäftigten in der Regel keine besonders große Verhandlungsmacht.

Die Kommission will eine EU-Arbeitsbehörde aufbauen und damit zu einer besseren Koordination der nationalen Behörden beitragen. Bei Arbeitnehmervertretern stößt der Vorschlag auf offene Ohren. EURACTIV sprach mit Annelie Buntenbach.

Hinzu kommt eine dritte Ursache, nämlich die Veränderungen des institutionellen Rahmens der Lohnfindung, insbesondere durch die Krisenpolitik der EU. Vielerorts wurden die Arbeitsmärkte liberalisiert und Tarifsysteme geschwächt. Das wirkt sich natürlich auch negativ auf die Lohnentwicklung aus. Auch hiervon ist Südeuropa besonders betroffen. Aber auch in anderen Ländern spielt das eine Rolle, beispielsweise in Finnland.

Sie heben die schlechte Lohnentwicklung in Südeuropa hervor, auch in Verbindung mit den Anpassungsprogrammen. Andererseits: Ging es bei diesen Programmen nicht gerade darum, die internationale Wettbewerbsfähigkeit zu stärken, wobei Lohnzurückhaltung ja hilfreich ist?

Das sind die in der Tat die vorherrschende Narrative. Wenn man ihr folgt, könnte man die Krisenpolitik teilweise durchaus als erfolgreich bezeichnen. Ich glaube allerdings, dass an diesem Konzept einiges nicht stimmt. So habe ich große Zweifel an der Ursachenanalyse: Ich denke nicht, dass mangelnde Wettbewerbsfähigkeit und hohe Arbeitskosten die entscheidenden Faktoren sind. Zum einen spielen für die Wettbewerbsfähigkeit andere Kostenfaktoren wie beispielsweise Energiekosten häufig eine weitaus wichtigere Rolle. Zum anderen wird die Wettbewerbsfähigkeit auch durch qualitative Faktoren, wie innovative Produkte und Dienstleistungen und eine entsprechende Wirtschaftsstruktur geprägt. Ein einfaches Absenken der Löhne kann die hier bestehenden Defizite nicht beheben.

Zweitens hat der Lohn ja immer eine Doppelfunktion. Er ist Kostenfaktor, aber auch Nachfragefaktor. Die Frage ist, welcher Faktor in einer bestimmten Volkswirtschaft dominant ist. Gerade in den eher auf den Binnenmarkt orientierten Volkswirtschaften Südeuropas hat die Reduzierung der Löhne und Sozialleistungen zu einem erheblichen Nachfrageausfall geführt, so dass die wirtschaftliche Entwicklung deutlich hinter dem zurückgeblieben ist, was zu erwarten gewesen wäre. Insofern hat die Lohnzurückhaltung eher krisenverschärfend gewirkt, als dass sie zur Lösung beigetragen hätte.

Nichtsdestotrotz, wenn wir nicht nur auf den Süden, sondern auf die EU als Ganzes schauen: Das wirtschaftspolitische Ziel besteht darin, zur wettbewerbsfähigsten Region der Welt zu werden. Exportüberschüsse werden angestrebt, Defizite problematisiert. Setzt diese Strategie nicht Lohnzurückhaltung geradezu voraus?

Zunächst, Wettbewerbsfähigkeit ist ja, wie bereits ausgeführt, nicht nur preisliche Wettbewerbsfähigkeit. Und in die Preise spielen nicht nur die Löhne mit rein. In der deutschen Exportindustrie liegt der Lohnanteil an den Produktionskosten bei gerade einmal fünf Prozent. Dadurch relativiert sich das Argument schon ein Stück weit. Dass die Wettbewerbsfähigkeit in der Debatte immer auf die Löhne reduziert wird, ist ein Problem.

Die EU-Kommission will eine Europäische Arbeitsbehörde aufbauen, doch Arbeitsmarktpolitik fällt bisher nicht in ihrer Zuständigkeit. Die Reaktionen fallen gemischt aus.

Abgesehen davon ist die exportbasierte Wachstumsstrategie der EU sehr risikobehaftet. Die EU leistet sich einen wachsenden Überschuss gegenüber dem Rest der Welt. Gleichzeitig erleben wir, wie Donald Trump einen Handelskrieg vom Zaun bricht. Eine Strategie die auf Exportüberschüssen basiert, ruft früher oder später Gegenreaktionen hervor.

Zurück auf die europäische Ebene: Für das Funktionieren einer Währungsunion ist nicht nur die Höhe der Löhne relevant, sondern auch die Konvergenz zwischen den Lohnniveaus der beteiligten Länder. Wie sehen hier die aktuellen Entwicklungen aus?

Tatsächlich beobachten wir derzeit im Gegensatz zu den Zeiten vor der Krise einen leicht konvergenten Trend. Das hat vor allem damit zu tun, dass die Lohnentwicklung in Deutschland im Gegensatz zu den 2000er Jahren nicht mehr europäisches Schlusslicht ist, sondern deutlich höhere Zuwächse verzeichnet. Zugleich führt die relativ schwache Lohnentwicklung in vielen europäischen Ländern zu einer Art „Konvergenz nach unten“.

Immerhin gibt es eine moderate Konvergenz. Das ist keine schlechte Nachricht für die Währungsunion. Aber bräuchte man nicht, um zu wirklicher Konvergenz zu kommen, eine gemeinsame europäische Lohnpolitik?

Eine koordinierte Lohnpolitik in der Währungsunion wäre durchaus sinnvoll. Allerdings bräuchte es dafür zunächst als Basis Regeln und Institutionen in den Mitgliedsstaaten, durch die Lohnentwicklungen gesteuert werden können. Vor allem in Osteuropa haben wir heute jedoch vollkommen fragmentierte Lohnfindungssysteme. Im Süden hat die Troika-Politik wesentlich dazu beigetragen, die Tarifvertragssysteme zu dezentralisieren. Die Lohndynamiken ergeben sich dann unmittelbar aus den betrieblichen Verhältnissen. Eine gesamtwirtschaftliche Gestaltung der Lohnentwicklung ist so nicht zu machen. Im Gegensatz dazu müssten überbetriebliche Lohnfindungssysteme gestärkt werden, um überhaupt erstmal die institutionellen Voraussetzungen für eine europäische Lohnpolitik zu schaffen.

Ein sinnvoller Ansatz auf der europäischen Ebene, der durchaus machbar wäre, wäre eine gemeinsame Mindestlohnpolitik. Dabei geht es nicht unbedingt um einen einheitlichen Mindestlohn für alle Mitgliedsstaaten, sondern darum, gemeinsame europäische Normen für nationale Mindestlöhne festzulegen, durch die Mindestlöhne beispielsweise nicht weniger als 60 Prozent des nationalen Medianlohns ausmachen dürfen. Zum Vergleich: In Deutschland liegt der Mindestlohn derzeit gerade mal bei 47 Prozent des Median.

Die Gewerkschaften haben es viel zu lange versäumt, Veränderungen auf einem zunehmend schnellebigen und unbeständigen Arbeitsmarkt zu erahnen und auf sie zu reagieren, so der Generalsekretär des Europäischen Gewerkschaftsbundes.

Solche Ansätze wären ja auch immer wieder diskutiert. Zuletzt hatte sogar Frankreichs Präsident Emmanuel Macron dafür plädiert.

Lassen Sie uns abschließend über Deutschland sprechen. In Ihrer Analyse zeigen Sie, dass Deutschland den drittgrößten Niedriglohnsektor in der EU hat. Wie kann das sein, trotz Mindestlohn?

Dafür gibt es verschiedene Gründe. Zunächst einmal ist der Mindestlohn zu niedrig, um vor Niedriglöhnen zu schützen. Die Schwelle zum Niedriglohnsektor bestimmt sich als Relation zum Medianlohn und liegt derzeit bereits deutlich über 10 Euro. Der Mindestlohn beträgt aber nur 8,84 Euro. Auch wenn der Mindestlohn zum Januar 2019 auf 9,19 Euro erhöht wird, bleibt er also ein Niedriglohn, mit dem man kaum über die Runden kommt. Auch im Vergleich mit Ländern, die ein ähnliches Lohnniveau haben, wie Frankreich oder die Benelux-Staaten, ist der deutsche Mindestlohn recht niedrig angesetzt.

Der zweite wesentliche Punkt ist die große Lohnspreizung in Deutschland, die wiederum mit einer zu geringen Tarifdeckung zu tun hat. Die Reichweite von Tarifverträgen ist hierzulande im Vergleich zu vielen anderen EU-Staaten relativ gering. Nur etwa jeder zweite Beschäftigte in Deutschland arbeitet noch in einem Unternehmen mit Tarifvertrag. In vielen Niedriglohnbranchen ist die Tarifbindung deutlich geringer, so dass jenseits des gesetzlichen Mindestlohns keine Lohnuntergrenze existiert.

In Ihrem Bericht plädieren Sie für ein „inklusives Wachstumsmodell“. Was ist damit gemeint?

Ein inklusives Wachstumsmodell, das aktuell vor allem in der OECD, aber auch in Teilen der Europäischen Kommission diskutiert wird, geht davon aus, dass die zunehmende Einkommens- und Vermögensungleichheit in Europa sich mittlerweile selbst als starke Wachstumsbremse erwiesen hat, da sie sich sehr negativ auf die gesamtwirtschaftliche Nachfrage auswirkt. Dementsprechend setzt eine inklusive Wachstumsstrategie darauf, Ungleichheit zu reduzieren und damit neue wirtschaftliche Dynamik zu entfalten.

Für die Reduzierung von Ungleichheit bedarf es wiederum entwickelter Instrumente und Institutionen. Bei den Löhnen und Einkommen sind es vor allem entwickelte Tarifvertragssysteme mit hoher Tarifbindung, die sich egalisierend auf die Einkommensentwicklung auswirken. Steffen Stierle EA 20

 

 

 

Kern ernennt sich zum EU-Spitzenkandidaten der Sozialdemokraten

 

Für einen Paukenschlag sorgte Österreichs Ex-Kanzler Christian Kern. Er kündigte an, für die SPÖ und die europäischen Sozialdemokraten als Spitzenkandidat in die EU-Wahl zu ziehen.

In den gestrigen Nachmittagsstunden verbreitete sich die Nachricht, dass der SPÖ-Vorsitzende und Oppositionschef sich zurückziehen wollen, wie ein Lauffeuer. Dabei hatte er erst vor kurzem erklärt, 2022 gegen Bundeskanzler Sebastian Kurz anzutreten, um die SPÖ wieder zurück an die Regierung zu bringen. Durch die Bank war man der Meinung, der Ex-Bundeskanzler und Ex-ÖBB-Generaldirektor habe wieder einen Job in der Wirtschaft gefunden und lege daher sein Parteiamt nieder.

Die Überraschung folgte in den Abendstunden: Vor dem Treffen mit den Parteigranden erklärte Kern in einem Presse-Statement, dass er sich entschieden habe, im kommenden Jahr bei den EU-Wahlen für die SPÖ und für die gesamteuropäische S&D-Fraktion als Spitzenkandidat ins Rennen zu gehen.

Diese Woche tagen die 28 EU Staatsoberhäupter in Salzburg. Österreichs Bundeskanzler Kurz putzt im Vorlauf bereits Klinken bei anderen Mitgliedsstaaten, denn es soll nun unbedingt eine Lösung zur Asylfrage her.

Kampfansage an die Populisten

Der österreichische Sozialdemokrat hat sich damit gewissermaßen selbst ernannt, da die entsprechenden Beschlüsse sowohl auf nationaler wie europäischer Ebene in den Parteigremien erst gefasst werden müssen. Seine im Alleingang getroffene Entscheidung begründete er mit den Worten, dass die nächstjährige EU-Wahl für die Sozialdemokratie „die wichtigste Herausforderung sei, das europäische Erbe zu bewahren“. Kern sucht die Konfrontation mit den populistischen Parteien: „Wir sehen, dass das Konzept einer liberalen, weltoffenen Demokratie massiv herausgefordert wird von den Orbáns, Kaczynskis,  Straches und Salvinis. Wer das nicht geglaubt hat, hat in der vergangenen Woche endgültig den Beweis bekommen, dass hier Menschen agieren, die die Abrissbirne gegen Europa einsetzen.“

SPÖ sucht neuen Parteivorsitzenden

Die Reaktion der SPÖ-Spitzen war verhalten. Offenbar hatte Kern niemanden von seinem Plan eingeweiht. Alles war bereits darauf abgestimmt, ihn in 14 Tagen beim Parteitag eher zwangsläufig denn aus Begeisterung wieder zum Parteivorsitzenden zu wählen. Nun muss der Parteitag abgesagt und wahrscheinlich auf November verschoben werden. Bis dahin will man einen Nachfolger gesucht haben.

Das Problem: der Oppositionsführer sollte im Parlament sitzen. Das träfe auf die Vizepräsidentin des Parlaments, Doris Bures, und die Quereinsteigerin sowie Kurzzeit-Ministerin Pamela Rendi-Wagner zu. Die als Zukunftshoffnung gehandelten Politiker Peter Kaiser und Hans Peter Doskozil haben das Handikap, nur im Kärntner bzw. Burgenländischen Landtag vertreten zu sein. In der Partei selbst dürfte jetzt erst recht, eine Diskussion über den künftigen politischen Kurs ausbrechen.

Der CSU-Europapolitiker Manfred Weber strebt mit Selbstbewusstsein und einer verbalen Kampfansage für ein geeintes Europa die EVP-Spitzenkandidatur an.

Kräftemessen zwischen ÖVP und SPÖ

Spannend wird auch, wen die Volkspartei endgültig als Spitzenkandidat für die EU-Wahl nominiert. Immerhin wird es am 26. Mai 2019 in Österreich vor allem um ein Kräftemessen zwischen SPÖ, ÖVP und FPÖ gehen. Die Freiheitlichen werden dabei das eher EU-kritische Wählerpotential bedienen. Nachdem die SPÖ mit einem deklarierten Pro-Europäer und Ex-Regierungsmitglied ins Rennen geht, wird auch die ÖVP einen erfahrenen und in EU-Fragen sattelfesten Politiker als ihre Nummer 1 aufstellen. Viel spricht für den Fraktionsführer im Europäischen Parlament, Othmar Karas. Während Kern sich seine Akzeptanz innerhalb der europäischen Sozialdemokraten erst erwerben muss, ist Karas aufgrund seiner langjährigen Erfahrung bestens vernetzt und genießt zudem ein hohes Ansehen nicht nur in der Europäischen Volkspartei sondern auch parteiübergreifend bei allen pro-europäischen Fraktionen. Herbert Vytiska (Wien), EA 19

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Seenotretter legen Italien unterlassene Hilfeleistung zur Last

 

Seenotretter werfen Italien vor, Flüchtlinge auf offenem Meer im stich gelassen zu haben. Anstatt einzugreifen, habe man an die meist inaktive libysche Küstenwache verwiesen.

Internationale Seenotretter werfen Italien unterlassene Hilfeleistung für Dutzende Flüchtlinge vor. Die Besatzung des Suchflugzeuges „Colibri“ sei am Sonntag Zeuge eines drastischen Falles solch verweigerter Hilfe geworfen, erklärte die Organisation Sea-Watch am Montag in Berlin. Ein Schlauchboot mit mehr als 80 Menschen an Bord habe sich über neun Stunden hinweg in Seenot befunden und sei schließlich von der libyschen Küstenwache in das Bürgerkriegsland zurückgeschleppt worden.

Das Boot trieb demnach etwa 40 Kilometer vor der libyschen Küste. Die Menschen seien in akuter Gefahr für Leib und Leben gewesen, das Schlauchboot hätte jederzeit kollabieren können. Die „Colibri“-Besatzung habe umgehend das italienische Seerettungsleitstelle in Rom informiert. „Anstatt einen Rettungseinsatz in die Wege zu leiten, wozu jede Seenotrettungsleitstelle verpflichtet ist, verwies Rom die Flugzeugbesatzung jedoch an das neu eingerichtete und meistens inaktive Headquarter der sogenannten libyschen Küstenwache“, erklärten die zivilen Retter. Dort sei aber der Seenotruf der „Colibri“ nicht entgegengenommen worden.

Handelsschiff scheut sich zu helfen

Ein Handelsschiff habe sich gescheut einzugreifen, aus der Befürchtung, es könne in eine ähnliche Situation kommen, wie zuletzt die zivilen Rettungsschiffe „Aquarius'“ und „Lifeline“ oder das italienische Küstenwachschiff „Diciotti“, meldete Sea-Watch. Diese Schiffe waren mit geretteten Flüchtlingen an Bord im Mittelmeer hingehalten worden, nachdem Italien und Malta ihnen ein Einlaufen in einen Hafen verwehrten. „Abgesehen von der Tatsache, dass Handelsschiffe nicht für Rettungen in diesem Umfang ausgerüstet und ausgebildet sind, ist es auch an diesem Punkt die EU-Politik, die eine Rettung blockiert“, betonte Sea-Watch-Vorstand Johannes Bayer. Währenddessen hätten auch die Rettungsschiffe „Lifeline“, „Sea-Watch 3“ und „Seefuchs“ nicht helfen können, weil sie willkürlich in Malta festgehalten würden.

Am Abend seien die Flüchtenden schließlich von einem Schnellboot der libyschen Küstenwache aufgegriffen und zurück nach Libyen gebracht worden. Dort erwarte die Überlebenden eine illegale Inhaftierung in Lagern ohne Zugang zu medizinischer Versorgung und Verpflegung, protestierten die Retter. Folter, Versklavung und sexuelle Gewalt seien dort an der Tagesordnung. (epd/mig 18)

 

 

 

 

EU-Kommission will die Lega isolieren

 

Haushaltskommissar Günther Oettinger war am vergangenen Donnerstag in Rom. Die Reise war Teil einer Reihe von offiziellen Besuchen, die er unternimmt, um den Vorschlag für den mehrjährigen Finanzrahmen der EU (MFR) vorzulegen. Allerdings sprach Oettinger nur mit dem italienischen stellvertretenden Ministerpräsidenten Luigi Di Maio, dem Führer der Fünf-Sterne-Bewegung, und nicht mit dessen Koalitionspartnern von der Lega.

Ebenfalls vergangene Woche hatte sich Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker gegen Lega-Chef Matteo Salvini gestellt. Es scheint, dass für Brüssel die Fünf-Sterne-Bewegung der bevorzugte Partner in Italien wird.

Oettinger hat bereits alle EU27-Länder besucht, um für seine Vorschläge zu werben. Dies geschah allerdings meist vor der Einreichung des Vorschlags; in Italien hatte er nur mit der Vorgängerregierung gesprochen.

Ein Kommissionsmitarbeiter erklärte dementsprechend: „Der Kommissar hat den MFR noch nicht mit der neuen Regierung diskutiert. Die Idee war, sich direkt mit dem Vizepremier auszutauschen.“

Das künftige EU-Budget soll trotz des Austritts Großbritanniens erhöht werden, fordert Haushaltskommissar Oettinger.

Bei der Sitzung am Donnerstag ging es nur um die Prioritäten, die Beträge und die neuen Haushaltsprinzipien, die die Kommission am 2. Mai vorgeschlagen hatte und die derzeit zwischen Rat und Parlament diskutiert werden, sagte der Beamte.

Nach dem Treffen teilte Di Maio der Presse gegenüber jedoch mit, er habe mit Oettinger auch über Einwanderung und Migration gesprochen.

„Ich begrüße es, dass der Kommissar sagte, das Dubliner Asylsystem stamme aus einer anderen Zeit; dass es veraltet ist und überwunden werden muss. Jetzt müssen wir den Worten Taten folgen lassen,“ so der stellvertretende Ministerpräsident.

Kommissar Oettinger traf sich auch mit dem Präsidenten der Abgeordnetenkammer, Roberto Fico, einer weiteren Schlüsselfigur der Fünf-Sterne-Bewegung, und zwei unabhängigen Regierungsmitgliedern, Außenminister Enzo Moavero Milanesi und Paolo Savona, zuständig für EU-Angelegenheiten.

Obwohl Savona als Lega-nah gilt, ist er nicht Teil der rechtsextremen Partei, die die Macht mit der Fünf-Sterne-Bewegung in Italien teilt. Somit wurde kein einziges Mitglied der Partei Salvinis von Oettinger konsultiert.

Später nahm der Haushaltskommissar noch an einer gemeinsamen Anhörung mit dem Ausschuss für europäische Angelegenheiten und dem Haushaltsausschuss der Abgeordnetenkammer und dem italienischen Senat teil.

Haushalts-Streitigkeiten

Di Maio und Oettinger hatten sich im August zerstritten, als Di Maio damit drohte, die Verhandlungen über die EU-Mittel aufgrund der Migrationsproblematik scheitern zu lassen. Er beschuldigte Europa, schlicht wegzusehen, während sein Land mit „scheinbar endlosen Migrantenströmen“ im Mittelmeerraum zu kämpfen habe.

Oettinger kritisierte diese Drohung: Eine Blockade der Verhandlungen sei nicht klug, weil sie allen Mitgliedstaaten, den Bürgern, der Landwirtschaft, der Forschung sowie der Wettbewerbsfähigkeit der EU schade.

„Unsere Haltung zur Planung des europäischen Haushalts hat sich vorerst nicht geändert,“ erklärte jedoch auch Fünf-Sterne-Chef Di Maio nach dem Treffen mit Oettinger. Er bestätigte, dass Italien aufgrund der Meinungsverschiedenheiten mit der Kommission beim Thema Migranten weiterhin ein Veto gegen die EU-Haushaltsgespräche einlegen könnte.

„Wir sind im Moment sehr besorgt über die Diskussion über den nächsten Haushalt,“ fügte er hinzu.

Kommissar Oettinger ist zu einem bevorzugten Ziel der populistischen Parteien in Italien geworden, nachdem er in einem Interview nahgelegt hatte, dass die Märkte den Italienern „beibringen“ würden, wie man wählt. Später erklärte er, seine Aussage sei falsch interpretiert wurde; der Beigeschmack blieb aber.

Eine Interview-Aussage Oettingers legte nahe, die italienischen Wähler würden „von den Märkten“ für die Wahl euroskeptischer Populisten bestraft. Dies wurde in Italien mit Empörung aufgenommen.

Juncker und Salvini

Am Mittwoch hatte sich auch Kommissionschef Juncker in einem Interview deutlich gegen den Lega-Vorsitzenden Salvini gestellt.

„Salvini sagte, dass er im Wahlkampf jedes Mal, wenn ich meinen Mund öffne, Stimmen gewinnt. Ich will aber nicht für ihn von Nutzen sein, sondern für Italien,“ sagte Juncker.

Auf die Frage nach der Möglichkeit eines Dialogs zwischen der Europäischen Volkspartei und der Lega sagte Junker der Presse, er sehe „keinen einzigen Grund“, warum die EVP eine Partnerschaft mit Salvini aufbauen sollte.

„Wir haben bereits Orban. Das reicht,“ so Juncker.

Während er „fassungslos über die ständigen Angriffe des stellvertretenden Ministerpräsidenten und Innenministers Matteo Salvini auf Brüssel“ sei , stehe er „mit Ministerpräsident Conte, meinem Freund Giuseppe, in guter Beziehung“.

Noch am Dienstagabend habe er mit Conte telefoniert: „Wir haben darüber gesprochen, was ich [in der Rede zur Lage der EU am Mittwoch] sagen werde. In Italien war ein Teil der Regierung besorgt, dass ich die italienische Exekutive angreifen könnte,“ sagte Juncker.

Er schlussfolgerte: „Sie dachten wohl , ich würde sie genauso angreifen wie sie selbst die EU und die Kommission.“ Gerardo Fortuna, EA 17

 

 

 

Grenzenlos solidarisch? Wie Lateinamerika versucht, seine Flüchtlingskrise unter Kontrolle zu halten.

 

Migranten aus Venezuela auf dem Weg nach Peru über Ecuador, August 2018.

Es sind schon etwas seltsame Zustände in Lateinamerika: Endlich herrscht überall Frieden und dennoch erlebt der Subkontinent die größte Flüchtlingswelle aller Zeiten. Die Südamerikaner wissen nicht, wie sie dem Ansturm aus dem wirtschaftlich kollabierenden Venezuela Herr werden und erklären den humanitären Notstand – und Venezuelas sozialistischer Präsident Nicolás Maduro spricht von einer Verschwörung gegen sein Land, von Wohlstands-Migranten und einer Hollywood-Show. Mangels Spezialpapier ist er aber nicht einmal mehr in der Lage, all den Ausreisewilligen Pässe auszustellen. Die verfügbaren Ressourcen sind vollständig verplant für den Druck des „Vaterlandsausweises“, eine Art Rationierungsschein für Lebensmittel und Benzin, der die Daheimgebliebenen weiter abhängig macht von einem unfähigen Staat.  Wer trotzdem dringend einen Pass will, muss die korrupte Verwaltung schmieren – die Preise, so ist zu vernehmen, betragen um die tausend US-Dollar pro Pass.

In Mittelamerika hat unterdessen Costa Rica alle Hände voll zu tun, um flüchtende Nicaraguaner aufzunehmen, die gegen den sozialistischen Machthaber Daniel Ortega demonstrierten und deshalb verfolgt werden – sogar noch über die Grenze hinweg. Zumindest verlangte Ortega unlängst vom Empfängerland eine Namensliste der Flüchtlinge. Was Costa Rica umgehend ablehnte. Jedoch wird der Ansturm auch für das stabile, demokratische mittelamerikanische Land zum Problem: Im August verbrannten mehrere hundert Demonstranten eine nicaraguanische Flagge und jagten vermeintliche Nicaraguaner. Weil sowohl Maduro als auch Ortega sich als „bolivarische Sozialisten des 21. Jahrhunderts“ bezeichnen, schreibt die liberale, britische Zeitschrift Economist von der „bolivarischen Flüchtlingswelle“. Zwischen zwei und drei Millionen Venezolaner haben unterschiedlichen offiziellen Schätzungen zufolge ihrer Heimat den Rücken gekehrt; aus Nicaragua sind Zeitungsberichten zufolge rund 24 000 Menschen geflohen.

Doch nicht nur die Krise des autoritären Tropensozialismus befeuert die Migration. Auch die gescheiterten Staaten Mittelamerikas werden seit langem von Korruption, Drogenkrieg und Misswirtschaft geplagt, weshalb ihre Bürger das Weite suchen. Das Organisierte Verbrechen hat vielerorts einen parallelen Staat errichtet, dessen Willkür und brutale Gewalt seit Jahrzehnten Hunderttausende in die Flucht treibt – vor allem in die USA. Migration war für die mittelamerikanischen Regierungen ein willkommenes Ventil, um internen Reformdruck abzubauen, und die von den Migranten an die Familie daheim gezahlten „Rimessen“ (Rücküberweisungen) stellten gleichzeitig einen Ersatz für ausbleibende soziale und rechtsstaatliche Reformen dar und flossen mittels neu errichteter Shopping-Malls in die Taschen der reichen Elite.

Das soll laut US-Präsident Donald Trump so nicht weitergehen. Seine Lösung allerdings ist kontraproduktiv: Während sein Vorgänger Barack Obama den Rechtsstaat in Mittelamerika stärkte und internationale Kommissionen zur Bekämpfung der Korruption in Guatemala, Honduras und El Salvador unterstützte, setzt Trump auf Mauerbau, stärkt die Militarkooperation und versucht mittels Erpressung über das gemeinsame Freihandelsabkommen Nafta, Mexiko als neues Bollwerk gegen unliebsame Migranten aus Mittelamerika aufzubauen. Gleichzeitig stützt die konservative US-Elite um US-Außenminister Mike Pompeo und Stabschef John Kelly aus Furcht vor weiteren sozialistischen Laboren in Mittelamerika aber ausgerechnet konservative, autoritäre Machthaber, etwa in Honduras und Guatemala, deren Korruption und Repression den Flüchtlingsstrom weiter anheizen dürften. 

Unerwartet, aber nicht unvorhersehbar angesichts der seit langem schwelenden politischen Krisen, ist das Flüchtlingsdrama ganz oben auf der regionalen politischen Agenda angekommen. Es stellt die Region vor eine Zerreißprobe. Bislang waren die Grenzen für die Flüchtlinge weitgehend offen. Doch die Aufnahmeländer sind oft selbst wirtschaftlich und politisch instabil. Anfang September gab es in Quito deshalb ein ad hoc anberaumtes Sondertreffen zur Flüchtlingsproblematik. Viel mehr als eine hilflose Absichtserklärung und der Aufruf an die internationale Gemeinschaft, nach „mehr Koordination und Ressourcen“ kam dabei nicht heraus. Und auch darauf konnten sich nur elf Länder verständigen (Argentinien, Brasilien, Ecuador, Costa Rica, Kolumbien, Chile, Mexiko, Panama, Paraguay, Peru und Uruguay). Bolivien – ebenfalls sozialistisch regiert und kaum Anlaufstelle für Flüchtlinge – tat die Konferenz als ausländische Intervention ab; die Dominikanische Republik meldete sich krank, Venezuela nahm erst gar nicht teil. Das Problem ist: Bislang gibt es für die neue Herausforderung durch Flüchtlinge keine probaten Mechanismen jenseits der humanitären Notlösungen, die internationale Hilfsorganisationen anbieten. Erschwert wird eine gemeinsame Lösung durch ideologische Grabenkämpfe. Die Gefahr ist groß, dass letztlich nationalstaatliche Lösungen überwiegen und Rassismus und Populismus befeuert werden.

Panama ist ein Beispiel für die Überforderung der Staaten. Das Land am Kanal ist traditionell ein Einwanderungsland für den Kontinent. Der Banken-, Finanz- und Umschlagplatz für Waren aus aller Welt sowie ein Immobilienboom sorgen für Nachfrage nach qualifizierten Arbeitskräften –und dabei haben oft Zugewanderte die Nase vorn gegenüber Einheimischen, die das defizitäre heimische Bildungssystem durchlaufen haben. Seit 2014 stellen die Venezolaner das größte Kontingent von Eingewanderten. Laut der Migrationsbehörde leben fast 80 000 Venezolaner in dem kleinen Land. Doch in Panama kursieren seit Monaten fremdenfeindliche Pamphlete, es gab sogar anti-venezolanische Demonstrationen. Dass sie dieselbe Sprache und Religion haben, ja sogar demselben karibischen Kulturraum angehören, rückt beim Konkurrenzkampf um Arbeitsplätze und billigen Wohnraum in den Hintergrund.

Wenig besser steht Brasilien da. Die Grenzregion Roraima – eine von den Politikern in Brasilia weitgehend vergessene Region in Amazonien – wurde mit dem Flüchtlingsansturm alleine gelassen.  25 000 Venezolaner haben sich in den vergangenen Monaten dort niedergelassen, etwa 800 überquerten im August täglich die Grenze. Viele kommen mit dem letzten Pfennig in der Tasche, übernachten auf Parkbänken und suchen erst einmal verzweifelt Arbeit, um zu überleben. Doch davon gibt es in der strukturschwachen Region nicht genug. Die Konkurrenz durch Venezolaner nährt die Ausländerfeindlichkeit und führte dazu, dass ein aufgeheizter Mob im August in der Grenzstadt Paracaraima ein Flüchtlingslager niederbrannte. Die Regierung unter dem konservativen Interims-Präsident Michel Temer – derzeit hauptsächlich mit Wahlkampf beschäftigt – verhängte eine Grenzsperrung, doch das Oberste Gericht erklärte diese Maßnahme für verfassungswidrig. Worauf die Regierung mehr Soldaten schickte, um sich des Flüchtlingsproblems anzunehmen. Das spielt wiederum dem Favoriten für die Präsidentschaftswahl im Oktober, dem rechtspopulistischen Jair Bolsonaro, in die Hände. Denn er verspricht, die Grenzen dicht zu machen.

Im wirtschaftlich prosperierenden Chile hat sich die Zahl der Einwanderer in einem Jahrzehnt auf 750 000 verfünffacht. Nicht nur Venezolaner suchen dort Zuflucht, auch Haitianer, die dem traditionellen Armenhaus der Karibik entfliehen. Einer Umfrage zufolge befürworten zwei Drittel der Chilenen restriktivere Einwanderungsgesetze, worauf der konservative Präsident Sebastián Piñera die Visavorschriften für Haitianer verschärfte. Venezolanern ist aber bislang weiterhin ein „demokratisches Ausnahme-Recht“ garantiert. Ecuador wiederum ist eines der wichtigsten Durchgangsländer für venezolanische Flüchtlinge. Die dortige linke Regierung hat einen humanitären Korridor eingerichtet, nachdem sich die Flüchtlinge in großer Zahl und unter prekären hygienischen Bedingungen am Grenzübergang in Tulcan sammelten, während die Funktionäre vergeblich versuchten, die Ankommenden einzuteilen in Passanten, Asylbewerber etc. Jetzt bekommen Durchreisende einen Passierschein, und so wird die Situation zumindest etwas entzerrt.

Das größte Kontingent an venezolanischen Flüchtlingen, knapp eine Million, befindet sich in Kolumbien. Damit hat sich die Situation umgekehrt. Während des Bürgerkriegs in Kolumbien flohen rund 720 000 Kolumbianer in das damals stabile, demokratische und prosperierende Venezuela. Nun aber kommen die venezolanischen Flüchtlinge in einer denkbar ungünstigen Situation über die Grenze. Kolumbien versucht derzeit, seine Kriegswirtschaft auf Friedenszeiten umzurüsten. Doch noch ist der erhoffte Aufschwung durch die Friedensdividende nicht eingetreten. Die Flüchtlinge sind leichte Beute für kriminelle Gruppen, die sie für Zwangsprostitution, Menschenhandel und in sklavenähnlichen Arbeitsverhältnissen ausbeuten. Eine gefährliche Gemengelage, die den prekären Frieden unterhöhlen könnte.

Kolumbiens neuer Präsident, der konservative Iván Duque ist daher einer der aktivsten Fürsprecher für eine regionale, humanitäre Lösung. Das ihr zugrunde liegende Dilemma kann aber auch er nicht lösen: Letztlich wissen alle, dass das Problem einer politischen Lösung in den jeweiligen Krisenländern bedarf. Doch die diplomatischen Mühlen von Instanzen wie der Organisation Amerikanischer Staaten (OAS) mahlen langsam, brauchen qualifizierte Mehrheiten – die bislang fehlen wegen der Erdöldiplomatie, mit der sich Venezuela die Unterstützung energieabhängiger karibischer Inselstaaten sichert. Und die maximale Sanktion der OAS ist die Anwendung der Demokratieklausel und damit die Suspendierung der betroffenen Länder. Diese verlieren dadurch auch Zugang zu Krediten des Weltwährungsfonds (IWF) oder der Weltbank und sie haben kaum mehr Chancen, sich über Kredite auf den internationalen Finanzmärkten zu finanzieren. Das mag Entwicklungsländer wie Nicaragua bedrohen, aber kaum das Erdölland Venezuela. Als großes Fragezeichen hinter dieser Sanktionspolitik steht außerdem ein geopolitischer Poker: Wie viel Geld sind China und Russland bereit, für potenzielle Brückenköpfe in Lateinamerika aufzuwenden? So lange diese grundlegenden Fragen nicht beantwortet sind, bleibt Lateinamerika nichts anderes übrig, als ein humanitärer, rationaler und möglichst geordneter Umgang mit dem Flüchtlingssymptom. Von Sandra Weiss, IPG 17

 

 

 

 

Wird die Organspende zur Pflicht?

 

In Deutschland wird wieder mal über Organspende debattiert. Gesundheitsminister Jens Spahn (CDU) sieht im Organspenden eine „große Chance, auch für unser Selbstbild als demokratische Nation“, und denkt über eine Pflicht zur Organspende nach – es sei denn, der Verstorbene hätte dem zu Lebzeiten ausdrücklich widersprochen.

Die deutschen Bischöfe hielten auf ihrer Herbstvollversammlung in Fulda in dieser Woche dagegen: Sie wollten lieber an der jetzigen Lösung festhalten, dass Organspenden freiwillig erfolgen müssen.

„Diese Debatte wurde schon immer einmal in den vergangenen Jahren geführt.“ Das sagt der Freiburger Moraltheologe Eberhard Schockenhoff in einem Interview mit dem Kommunikations-Referat seines Erzbistums. „Es gab vor 20 Jahren mal in Rheinland-Pfalz einen Kandidaten der SPD um das Ministerpräsidentenamt, Rudolph Scharping, der wollte durch die Ankündigung im Falle seiner Wahl ein Transplantationsgesetz im Sinne der Widerspruchsregelung aufzustellen. Das hat dann aber in der Bevölkerung keinen Widerhall gefunden.“

Kein Passepartout, um mehr Spenderorgane zu bekommen

Dann kam, vor ein paar Jahren, der Transplantationsskandal, der viele Menschen in Deutschland erschütterte. Seitdem wird, so Schockenhoff, immer wieder die Frage gestellt, „ob der Grund für die geringen Spenderorgane, die wir in Deutschland generieren können, nicht auch in der falschen juristischen Regelung liegt“.

„Man verweist dann auf andere Länder, vor allem wie Österreich oder Spanien, die eben unter einer Widerspruchsregelung deutlich höhere Spendebereitschaft haben, und fragt, ob das nicht auch der richtige Weg für Deutschland wäre. Ich halte das aber nicht für den Passepartout, der also wirklich der Schlüssel zum Erfolg wäre. Und zwar deshalb, weil das nicht so einfach ist, dass man einfach, wenn man die rechtlichen Parameter ändert, an der Stellschraube des Gesetzes dreht, dass man dann wie von selbst mehr Spenderorgane hätte.“

Spenderzahl in kurzer Zeit verdoppelt

Dass es, am Bedarf der Patienten auf der Warteliste gemessen, in Deutschland an Spenderorganen mangelt, hat für Schockenhoff eine ganze Reihe von Ursachen.

„Und die juristische Ursache, die eventuell in Frage käme, nämlich dass es eine zu hohe Hürde ist, selbst einen Organspendeausweis auszufüllen, die ist in den letzten Jahren sogar erfolgreich bekämpft worden, kann man sagen, indem nämlich die Werbung, die man machte zugunsten der Möglichkeit sich selber zu entscheiden für die Organspende, einen Organspendeausweis mit sich zu führen, ein großes Echo hatte. 36% aller Bundesbürgerinnen und Bundesbürger sind Organspenderinnen, Organspender!“

Das hätte man, glaubt Schockenhoff, „vor zehn Jahren noch kaum für möglich gehalten, diese Zahlen in so kurzer Zeit zu verdoppeln“.

Das ist mit unserem Menschenbild schwer vorstellbar

„Die eigentlichen Gründe für die geringe Zahl, die man trotz dieser gestiegenen Bereitschaft bei uns in Deutschland hat, liegen mehr in der fehlenden Zusammenarbeit der einzelnen Krankenhäuser mit den Transplantationszentren. Sie liegen auch in einem relativ hohen Standard, was die Hirntoddiagnostik anbelangt. Also, in den Ländern wie Spanien, die eine hohe Zahl von Organspenden haben, dort sind auch die Entnahmekriterien weniger anspruchsvoll; da kann man schon, wenn das Herz für kurze Zeit aufgehört hat zu schlagen, wenn eine Reanimierung ohne weiteres möglich wäre, bereits Organe entnehmen, während bei uns die Hirntoddiagnostik sehr anspruchsvoll ist, weil man in Deutschland zu Recht davon ausgeht, dass die Organentnahme nur bei einem hirntoten Patienten moralisch und rechtlich zulässig ist.“

 

Der eigentliche Einwand gegen eine Pflicht zum Organspenden geht für den Freiburger Moraltheologen so: „Eine Konstruktion, wo ich eine rechtliche Verpflichtung habe, Organe abzugeben nach meinem Tod, wo man davon ausgeht, dass die postmortalen Organe gewissermaßen an den Staat fallen oder an eine anonyme Verteilungsinstanz, das ist mit unserem Menschenbild schwer vorstellbar. Denn das, was rechtlich und moralisch die Organspende überhaupt trägt und was sie zu einer einwandfreien und moralisch achtenswerten Aktion macht, das ist eben die persönliche Spendebereitschaft eines Menschen, die persönliche Entschiedenheit.“

Dann kann man nicht mehr von einer Spende sprechen

Und diese persönliche Entscheidung könne man nicht einfach „durch den Wechsel in ein anderes rechtliches System umgehen“. Dann könne man ja auch „nicht mehr von einer Spende sprechen“, so Schockenhoff.

„Das Wort Spende, das ist ja sprachlich sehr positiv konnotiert, aber das setzt immer voraus, dass ein Mensch aus freien Stücken etwas Wichtiges, in diesem Fall sogar ein überlebenswichtiges Organ, das anderen Menschen die Gesundheit zurückgeben kann, zur Verfügung stellt. Aber wenn ein Zwang, eine Verpflichtung besteht, der man nur durch eine rechtzeitig abgegebene Erklärung sich entziehen kann, kann man eigentlich nicht mehr von einer Spende sprechen.“

Freiwilligkeit und Informationslösung kombinieren

Befürworter der Widerspruchsregelung verweisen gerne darauf, dass jedem ja die Möglichkeit bleibe, einen Widerspruch einzulegen, und das sei ja kein hoher Aufwand. „Wir wissen aber aus den Ländern, die Erfahrung mit der Widerspruchsregelung haben, dass dort die tatsächlichen Folgen eines nicht eingelegten Widerspruches einer Mehrzahl von Menschen unbekannt sind. Es gibt Umfragen in Spanien: 65 % wissen das nicht, dass sie faktisch als Organspender in Betracht kommen einfach deshalb, weil sie keinen Widerspruch hinterlegt haben. Und das heißt, man arbeitet hier eigentlich mit der Unwissenheit der Menschen.“

Eine rechtliche Regelung müsste aus Schockenhoffs Sicht „zwei Dinge miteinander kombinieren“. „Einmal müsste sie hinreichend die Freiwilligkeit, die freie Entscheidung des Spenders dokumentieren. Und dann müsste sie den berechtigten Interessen der Organempfänger ausreichend Raum geben. Und da meine ich, dass die Regelung, die wir im Augenblick haben, nämlich die Informationslösung oder die Einverständnislösung, dass nämlich die Menschen, wenn sie einen Versicherungsvertrag schließen, von ihrer Versicherung gefragt werden, ob sie Organspender sind oder nicht, man also auf eine persönliche Entscheidung hinarbeitet, das ist eigentlich die richtige Lösung.“

Der Moraltheologe könnte sich allerdings „vorstellen“, dass man diesen Ansatz einer Informationslösung, die auf die persönliche Entscheidung jedes Menschen zielt, mit einer Widerspruchsregelung „kombiniert“.

„Im dem Sinne, dass man sagt: Wer sich nicht entscheidet, wer nicht reagiert auf die Anfrage der Krankenversicherung, bei dem unterstellt man, dass er bereit ist. Das könnte ich mir vorstellen, aber dann ist die ganze Logik des Verfahrens ist immer noch die, dass man darauf zielt, dass jeder eine persönliche Entscheidung fällt. Und ich glaube, das darf auch der demokratische Rechtsstaat von seinen Mitgliedern erwarten, dass sie angesichts der Möglichkeit, einem anderen Menschen in einer sehr schwierigen gesundheitlichen Situation existenziell zu helfen, eine ernsthafte Überlegung anstellen…“ (erzbistum freiburg 29)

 

 

 

 

"Vielfalt verbindet". Interkulturelle Woche in Hannover eröffnet

 

Bundesweit mehr als 5.000 Veranstaltungen sollen bei den diesjährigen Interkulturellen Wochen das Engagement vieler Menschen für Menschenrechte und Demokratie deutlich machen. Die Interkulturelle Woche steht unter dem Motto „Vielfalt verbindet: Wir sind Hoffnung. Wir sind Zuflucht. Wir sind Vielfalt“.

Interkulturelle Woche 2018 – Vielfalt verbindet

Vertreter der evangelischen, der katholischen und der orthodoxen Kirche haben am Sonntag in Hannover die 43. Interkulturelle Woche eröffnet. In einem ökumenischen Gottesdienst betonte der hannoversche evangelische Landesbischof Ralf Meister, in den kommenden Tagen werde bei bundesweit mehr als 5.000 Veranstaltungen deutlich werden, dass „viele Menschen sich für Menschenrechte und Demokratie einsetzen und das Motto ‚Vielfalt verbindet‘ lebendig werden lassen“.

Der katholische Propst Martin Tenge sagte, Hilfe für Menschen, die wegen existenzieller Nöte aus ihrer Heimat fliehen mussten, sei „oberste Pflicht“. Dies gebiete das universale Menschenbild. Zwar sei das Neben- und Miteinander von Menschen aus verschiedenen Nationen, Kulturen und Religionen herausfordernd. Zu oft werde heute jedoch übersehen, wie sehr die Gesellschaft durch diese Vielfalt auch bereichert werde. „Vom christlichen Menschenbild her ist jeder Mensch ein Geschenk und eine Bereicherung.“

Die diesjährige Interkulturelle Woche steht unter dem Leitwort „Vielfalt verbindet: Wir sind Hoffnung. Wir sind Zuflucht. Wir sind Vielfalt“. Der Slogan ist auf Plakate gedruckt, die in den Farben der Deutschland-Fahne gehalten ist. Damit solle deutlich werden, dass man die Farben Schwarz-Rot-Gold nicht den Populisten und Nationalisten überlassen wolle, hieß es.

Vielfalt Wesen der Kirche

In einem gemeinsamen Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche betonten der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofskonferenz, Metropolit Augoustinos von Deutschland: „Auch unter Christinnen und Christen gibt es Tendenzen der Ausgrenzung und Abschottung. Einheit wird manchmal mit Einheitlichkeit verwechselt. Dabei gehört Vielfalt konstitutiv zum Wesen der Kirche. “

Die Interkulturelle Woche ist eine bundesweite Initiative der Bischofskonferenz, der EKD und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie. In mehr als 500 Städten und Gemeinden werden bis 29. September rund 5.000 Veranstaltungen angeboten. (epd/mig 24)

 

 

 

 

EU: „Damit wird der Rechtsstaat ausgehebelt“

 

Die Europäische Kommission will die Rückführung abgelehnter Asylbewerber beschleunigen, Fristen für Einsprüche verkürzen und den Grenzschutz ausbauen. Die Organisation Pro Asyl sieht darin einen schweren „Angriff auf die Rechtsgrundlage“.

Die Organisation Pro Asyl hat die neuen Pläne der EU-Kommission für eine verschärfte Flüchtlingspolitik kritisiert: Das sei ein „schwerer Angriff auf die Rechtsgrundlagen der EU“. Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt sagte am Montag in einem Interview: „Mit einem knallharten Abschiebungsplan wird der Rechtsstaat ausgehebelt.“

“ So könnte man jeden Asylbewerber hinter Gitter bringen ”

Der Entwurf zur EU-Rückführungsrichtlinie sei ein „Programm zur flächendeckenden Inhaftierung von Flüchtlingen“. Burkhardt warnte: „Nach diesem Plan mit seiner Vielzahl von Haftgründen könnte man jeden Asylbewerber hinter Gitter bringen.“

Regeln sollen vereinfacht werden

Die EU-Kommission hatte für das bevorstehende Gipfeltreffen der EU-Staats- und Regierungschefs mehrere Gesetzentwürfe vorgelegt. Sie sehen einen Ausbau des Grenzschutzes und strengere Vorschriften zur Abschiebung vor allem von abgelehnten Asylbewerbern vor. Die Regeln zur Rückführung irregulärer Migranten sollen vereinheitlicht, Abschiebungen beschleunigt und die Fristen für Einsprüche verkürzt werden.

EU-Flüchtlingskommissar Dimitris Avramopoulos sagte: „Europa ist und muss ein Ort bleiben, an dem diejenigen, die wirklich internationalen Schutz brauchen, ihn bekommen können. Gleichzeitig sollten diejenigen, die kein Bleiberecht haben, sicher und unter voller Achtung ihrer Grundrechte zurückgeführt werden.“

(kna 17)

 

 

 

Vereinte Nationen. Fast 75.000 Migranten kamen 2018 über das Mittelmeer nach Europa

 

74.500 Flüchtlinge sind im laufenden Jahr über das Mittemeer nach Europa gekommen. Den Vereinten Nationen zufolge gingen in Spanien die meisten Flüchtlinge an Land.

In diesem Jahr sind nach Angaben der Vereinten Nationen 74.500 Migranten und Flüchtlinge über das Mittemeer nach Europa gekommen. Fast 1.600 Menschen seien seit Anfang Januar bei der gefährlichen Überfahrt gestorben, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) am Freitag in Genf mit.

Damit hätten deutlich weniger Menschen über das Mittelmeer die europäischen Küsten erreicht als in den Vergleichszeiträumen der Vorjahre. 2017 zählte die IOM bis Mitte September knapp 130.000 angekommene Migranten und Flüchtlinge, im Jahr 2016 seien es fast 300.000 Menschen gewesen.

Die IOM erklärte den starken Rückgang mit der restriktiven Migrations- und Flüchtlingspolitik vieler europäischer Staaten, wie der Schließung der sogenannten Balkanroute durch Südosteuropa oder die Sperrung der italienischen Häfen private Seenotrettungsschiffe.

Spanien Ankunftsland Nr. 1

In Europa gingen in Spanien mit mehr als 32.000 die meisten Migranten und Flüchtlinge in diesem Jahr an Land. Es folgten Griechenland mit rund 21.000 angekommenen Menschen und Italien mit mehr als 20.000 Menschen. Den Angaben zufolge fiel die Zahl der Migranten und Flüchtlinge, die zwischen Januar und Mitte September Italien erreichten, auf den niedrigsten Stand seit 2014.

Die meisten Menschen, die 2018 über das Mittelmeer nach Europa gelangten, stammten der IOM zufolge aus afrikanischen Ländern wie Tunesien, Eritrea und dem Sudan. Sie werden oft von kriminellen Schleppern auf nicht seetauglichen Booten über das Mittelmeer geschleust. (epd/mig 17)

 

 

 

Der tiefe Fall des Hans-Georg Maaßen

 

Die Summe der Verfehlungen hat ein untragbares Maß erreicht, soll es aus dem Kanzleramt heißen. Jetzt muss Verfassungsschutzchef Hans-Georg Maaßen wohl seinen Hut nehmen. Die Bundeskanzlerin will ihn angeblich fallen lassen.

Das berichtete die Tageszeitung „Die Welt“ am Montag unter Verweis auf Koalitionskreise. Die Bundesregierung will den Bericht bisher nicht kommentieren. Das Kabinett wolle am Dienstag über die Angelegenheit beraten.

Stellt sich Merkel gegen Maaßen provoziert sie damit erneut eine erhebliche Konfrontation mit Innenminister Horst Seehofer und stellt den Fortbestand der Koalition sowie die Fraktionsgemeinschaft von CDU und CSU einmal mehr infrage. Doch das könnte das kleinere Übel sein. Es geht um das Vertrauen in die staatliche Sicherheitsstruktur.

Koalitionsstreit unvermeidbar

Ohnehin hatte sich im Zusammenhang mit der Causa Maaßen ein neuer, heftiger Koalitionsstreit angekündigt. Die Fronten zwischen dem Innenminister und dem Koalitionspartner SPD waren bereits verhärtet. Während Seehofer nach der Anhörung im Innenausschuss des Deutschen Bundestags gemeinsam mit Maaßen auftrat und die Rücktrittsforderungen aus der der Opposition zurückwies, hat sich die SPD inzwischen festgelegt: Maaßen muss weg!

Die Nachrichten- und Sicherheitsorganisation der britischen Regierung hat mit ihrem Massenüberwachungsprogramm die Menschenrechte verletzt, entschied der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte (EGMR).

Auslöser der Auseinandersetzung waren Maaßens umstrittene Äußerungen in einem Interview mit der Bildzeitung, mit denen er suggerierte, in Chemnitz habe es keine „Hetzjagden“ auf Migranten gegeben. Vielmehr gebe es manipulative Medienberichte, durch die von dem vorherigen Mord abgelenkt werden solle, die ein Iraker und ein Syrer an einem Deutschen begangen haben.

Damit fiel Maaßen nicht nur der Bundeskanzlerin öffentlich in den Rücken, die zuvor von Hetzjagden gesprochen hatte. Zugleich goss er Wasser auf die Mühlen von AfD, Pegida und anderen migrationsfeindlichen Gruppierungen. All das wäre vielleicht vertretbar gewesen, hätte Maaßen seine Äußerungen belegen können. Genau darum ging es im Innenausschuss: Kann er seine Thesen beweisen? Konnte er nicht. Stattdessen ruderte er halbherzig zurück.

Für die SPD war damit klar, dass der Verfassungsschutzchef nicht mehr zu halten ist. In ungewohnt selbstbewusster Manier begann der kleine Koalitionspartner seine Rücktrittsforderung zu vertreten. Parteichefin Andrea Nahles ließ ebenso wenig Zweifel wie Generalsekretär Lars Klingbeil, dass die Sozialdemokraten ihre Position entschlossen vertreten werden und nicht bereit sind, nachzugeben.

Angesichts der permanenten Konflikte in Sachen Migrationspolitik seit 2015 ist es naheliegend, dass Merkel nun lieber Seehofer düpiert als zu riskieren, die SPD zu verprellen. Angriffe erfuhr die Kanzlerin in den letzten Jahren schließlich vor allem aus den eigenen Reihen. Ihr größter Widersacher und Strippenzieher war allzu häufig der Innenminister. Seehofer sprach im Zusammenhang mit Merkels Flüchtlingspolitik von einem Unrechtsstaat, sabotierte Bemühungen der Kanzlerin, eine Lösung auf europäischer Ebene zu finden, machte öffentlich keinen Hehl daraus, dass er nicht mehr mit Merkel zusammenarbeiten will und heizte die Debatte permanent mit neuen Forderungen und provokanten Äußerungen über Flüchtlinge an.

Die rechten Aufmärsche in Chemnitz und ihre Verbindungen zur AfD werfen ein alarmierendes Licht auf die Partei. Die Beobachtung durch Verfassungsschutz wäre möglich.

Die SPD bekennt sich hingegen seit 2015 offen zur Flüchtlingspolitik der Kanzlerin und verhält sich loyal. Die politischen Trennlinien in Deutschland verlaufen dieser Tage eben nicht zwischen Konservativen und Sozialdemokraten. Die Migrationsfrage dominiert den gesamten Diskurs und die Grenzen verlaufen zwischen Willkommenskultur und Abschottung. Diese Trennlinie verläuft quer durch die Union.

Es geht um das Vertrauen in den Staat

Doch bei der Personalie Maaßen geht es um weit mehr, als das Schicksal des Verfassungsschutz-Chefs, des Innenministers oder gar der Kanzlerin. Es geht um das Vertrauen in die Sicherheitsstruktur der Bundesrepublik Deutschland. Dass Maaßen offenbar nicht mehr das Vertrauen der gesamten Regierung genießt, hätte ihn schon zum Rücktritt veranlassen können. Das wäre vermutlich eleganter gewesen als das, was jetzt passiert.

Alarmierender als die kritische Haltung der SPD aber ist das sinkende Vertrauen der Bürger in den Verfassungsschutz. Gerade einmal 38 Prozent der Befragten gaben im jüngsten ZDF Politbarometer an, „großes Vertrauen“ in Maaßens Behörde zu haben. Für deutsche Verhältnisse ein sehr geringer Wert. Der Polizei sprachen zugleich 81 Prozent und den Gerichten immerhin 58 Prozent der Befragten ihr Vertrauen aus.

Dabei kommen die schlechten Werte des Verfassungsschutzes nicht überraschend. Zu viele Skandale hat sich die Behörde in der Zeit seit Maaßens Amtsantritt 2012 geleistet. Die Liste reicht von der Weitergabe vertraulicher Daten an den US-Spionagedienst NSA über verbale Angriffe auf den US-Whistleblower Edward Snowden (Maaßen: „Verräter“) und Falschaussagen im Zusammenhang mit der Überwachung des Attentäters von Berlin, Anis Amri, bis hin zu Vorwürfen einer zu großen Nähe des Maaßens zur AfD. Bereits in früheren Jahren hatte die Behörde ihren Ruf im Zusammenhang mit den Morden des „Nationalsozialistischen Untergrundes“ weitgehend ruiniert.

Beim Treffen der EU-Verteidigungsminister in Wien stellt Italien die „Mission Sophia“ infrage. Österreich will die Außengrenzen mit militärischer Hilfe verteidigen.

Wenn die Kanzlerin Maaßen nun fallen lässt, zieht sie vielleicht gerade noch rechtzeitig die Reißleine. Die größte Gefahr für die Demokratie geht in Europa derzeit von Rassisten aus. Nicht nur, weil sie es verstehen, den Unmut vieler Bürger für ihre Zwecke zu nutzen und bis vor einigen Jahren unvorstellbare Wahlerfolge verbuchen. Sondern vor allem auch, weil sie es schaffen, sich in die Strukturen des Staates hineinzufressen.

Ein Staat, in dem Beamte Haftbefehle samt Namen illegal veröffentlichen und in dem der Verfassungsschutz unter Verdacht gerät, rechtsradikale Strukturen zu decken und rechte Parteien „zu beraten“ um der Überwachung zu entgehen, erweckt nicht den Eindruck, sich gegen solche Entwicklungen erfolgreich zur Wehr setzen zu können. Steffen Stierle EA 17

 

 

 

Allensbach-Studie. Sorge um gesellschaftlichen Zusammenhalt

 

Die 30- bis 59-Jährigen in Deutschland sind tief verunsichert. Trotz ihrer guten wirtschaftlichen Situation fürchtet die „Generation Mitte“ laut einer Studie um den gesellschaftlichen Zusammenhalt und sieht das Land in politischer Instabilität.

Die Stimmungslage der 30- bis 59-Jährigen in Deutschland ist laut einer Allensbach-Studie deutlich gedrückter als in den Vorjahren. Zwei Drittel der Befragten beurteilten den gesellschaftlichen Zusammenhalt als zu schwach. Nur noch 27 Prozent hätten Vertrauen in die politische Stabilität des Landes, sagte die Geschäftsführerin des Institutes für Demoskopie Allensbach, Renate Köcher, am Mittwoch in Berlin. Für die Umfrage „#GenerationMitte“ waren im Auftrag der deutschen Versicherer mehr als 1.000 Männer und Frauen interviewt worden. Die Studie wird seit 2013 jährlich durchführt.

Gefragt wurde im Juli 2018 in der sogenannten Generation Mitte, also bei den „Leistungsträgern der Gesellschaft“, wie es in der Studie heißt. Sie stellen bundesweit etwa 35 Millionen Menschen, und auf sie entfallen 70 Prozent der Erwerbstätigen und mehr als 80 Prozent der steuerpflichtigen Einkünfte.

Gesellschaft intoleranter

Obwohl es der „Generation Mitte“ wirtschaftlich so gut gehe wie nie, plagten sie große Sorgen, sagte Köcher. So finden 67 Prozent, dass die Gesellschaft materialistischer, egoistischer und intoleranter geworden ist. Im Jahre 2016 lag dieser Wert noch bei 56 Prozent. Das Sicherheitsvertrauen in die politische Stabilität in Deutschland „erodierte“ laut Köcher von 49 Prozent im Jahr 2015 auf nur noch 27 Prozent. Nur ein Drittel der Befragten sei überzeugt, heute in einer glücklichen Zeit zu leben. 42 Prozent hielten die Zeiten sogar für ausgesprochen schwierig.

Im Kontrast dazu steht die Einschätzung der „Generation Mitte“ bezüglich ihrer persönlichen Situation: 42 Prozent der Befragten empfinden sich über die vergangenen Jahre hinweg betrachtet als Wohlstandsgewinner, nur 18 Prozent beklagen eine Verschlechterung. Sie gehören zumeist zu den unteren sozialen Schichten.

Mehr Stress im Leben

Nur noch elf Prozent sehen die Gefahr eines sozialen Abstiegs (2016: 15 Prozent), 83 Prozent dagegen gar keine oder eine weniger große Gefahr. Nur zwölf Prozent der Befragten machen sich noch Sorgen um die Sicherheit ihres Arbeitsplatzes. Das ist der niedrigste Wert seit der ersten Erhebung der Studie im Jahr 2013. Allerdings fürchten bei den Einkommenschwachen immerhin 25 Prozent um ihre Arbeit.

Im Vergleich zu ihren Eltern im gleichen Alter sehen die 30- bis 59-Jährigen für sich die größeren finanziellen Möglichkeiten und persönlichen Entfaltungsspielräume. Sie können sich mehr leisten, leichter in den Urlaub fahren und sind räumlich flexibler. Allerdings empfinden sie ihr Leben auch als fordernder und anstrengender als das ihrer Eltern. So finden 61 Prozent, dass ihre Eltern damals weniger Stress und Hektik hatten, 45 Prozent, dass es damals mehr Planungssicherheit gab.

Gesundheit, Familie, Geld … Religion

Im Ranking der wichtigen Dinge im Leben stehen mit 90 Prozent Gesundheit, eine stabile Partnerschaft und finanzielle Unabhängigkeit (83 und 82 Prozent) ganz oben. Auf den letzten Plätzen stehen Religion (16 Prozent) und Sparsamkeit (14 Prozent).

60 Prozent finden, dass sie als Eltern heute mehr gefordert sind als ihre Mütter und Väter; 42 Prozent, dass die Erziehung der Kinder durch das Internet heute schwieriger geworden ist. 57 Prozent glauben zudem, dass das Internet die Kinder und Jugendlichen heutzutage am meisten beeinflusst, nur neun Prozent glauben noch an eine Prägung durch Lehrer. Bis vor wenigen Jahren sei in diesem Ranking auch nach dem Einfluss der Kirchen gefragt worden, sagte Köcher. Das lohne sich aber nicht mehr und sei deshalb herausgenommen worden.

(epd/mig 20)

 

 

 

 

DGB will „Spurwechsel”

 

Die Kanzlerin und die Union sind dagegen, dass abgelehnte Asylbewerber_innen ein Aufenthaltsrecht zur Arbeitsaufnahme erhalten können. Dennoch soll das neue Fachkräfte-Einwanderungsgesetz eine „praktische Lösung“ dafür enthalten, verspricht Arbeitsminister Hubertus Heil (SPD). Aber wie?

Die Gewerkschaften seien für Möglichkeit eines Spurwechsels und fordern einen „konsequenten Abschiebestopp für alle, die sich in Ausbildung befinden oder eine lebensunterhaltsichernde Beschäftigung ausüben”, sagte DGB Vorstand Annelie Buntenbach. Das Grundrecht auf Asyl dürfe allerdings nicht angetastet und nicht mit der Erwerbstätigenzuwanderung vermischt werde. Deutschland müsse weiterhin Menschen, die vor Krieg, Bürgerkrieg oder Verfolgung fliehen, aufnehmen und ihnen Perspektiven bieten, so Buntenbach. Am Beispiel der Ausbildung, bei der bereits jetzt ein so genannter Spurwechsel von einer Duldung in einen Aufenthalt zu Erwerbszwecken möglich ist – und zwar qua Bundesgesetz – zeigten sich die Schwierigkeiten: „Ein abgeschlossener Ausbildungsvertrag oder eine begonnene qualifizierte Berufsausbildung bieten den Azubis und auch den Betrieben keine ausreichende Sicherheit vor Ausweisung oder Abschiebung.” Es sei „nicht akzeptabel, dass junge geflüchtete Menschen – wie in Bayern – aus einer beruflichen Ausbildung herausgeholt und abgeschoben werden”, sagte Buntenbach. Derweil gab die Bundesagentur für Arbeit bekannt, dass mehr als die Hälfte der zwischen Mai 2017 und Mai 2018 neu eingestellten regulär Beschäftigten einen ausländischen Pass haben. 39 Prozent (153.000) der Ausländer_innen, die im vergangenen Jahr einen regulären Job fanden, hatten Staatsangehörigkeiten osteuropäischer Länder, weitere rund 88.000 stammen aus Haupt-Asylländern wie Syrien (40.000), Afghanistan (15.500) oder dem Irak (10.000). Im Juli 2018 waren 482.000 Flüchtlinge bei der Bundesagentur arbeitssuchend gemeldet. Darin enthalten sind auch Menschen, die aktuell einen Integrations- und Sprachkurs absolvieren. Gut 187.000 Flüchtlinge waren im Juli arbeitslos gemeldet. Bis Mai fanden mehr als 300.000 Flüchtlinge aus den acht Haupt-Asylländern eine Arbeit, 238.000 der Geflüchteten waren sozialversicherungspflichtig beschäftigt. Die Flüchtlingssituation auf dem Arbeitsmarkt gebe „keine Veranlassung, schwarzzumalen“, sagte BA-Vorstand Detlef Scheele der Deutschen Presse-Agentur.

Forum Migration Oktober 2018

 

 

 

 

Kita des Jahres 2018. Ausgezeichnete Kinderbetreuung

 

Was ist eine gute Kita? Für die Leiterin der "Kita des Jahres 2018", Gabriele Steltner-Merz, ist es eine Frage der Haltung. Nach dem Motto "Geht nicht, gibt's nicht!" lernen 140 Kinder aus 35 Nationen miteinander. Besonders die Betreuung von Flüchtlingskindern hat die Jury des Wettbewerbs überzeugt.

 

Zusammen mit ihrem Team von insgesamt 30 Erzieherinnen und Erziehern, Auszubildenden und Sozialpädagogen steht die Leiterin des Familienzentrums im hessischen Maintal, Gabriele Steltner-Merz, jeden Tag vor einer Mammutaufgabe. "Aber wenn man will, dann bekommt man das in der

Regel hin", betont die erfahrene Pädagogin.

Viele der Kinder hier haben keine oder nur wenig Deutschkenntnisse. Einige sind mit ihren Eltern erst vor Kurzem nach Deutschland geflüchtet. Zu Steltner-Merzs Konzept gehören neben einem Flüchtlingsprojekt, auch Deutschkurse für Migranteneltern und Bildungsreisen für ihre Mitarbeiter. 

 

Projekt mit Flüchtlingskindern

"Die Sache mit der Angst" heißt das Projekt, bei dem Erzieherinnen und Erzieher gemeinsam mit traumatisierten Kindern deren Fluchterlebnisse aufarbeiten. "Auslöser war, dass wir einmal mit allen Kita-Kindern über das Thema Angst gesprochen haben", berichtet Steltner-Merz. "Viele erzählten, dass sie im Dunkeln Angst hätten oder dass sie beim Baumklettern herunterfallen könnten.

Als uns dann Flüchtlingskinder von ihren schlimmen Erfahrungen berichtet haben, bekam das eine ganz andere Dimension."

Die Kita-Leiterin handelte: Gemeinsam mit einer Psychologin setzte sich das Kita-Team regelmäßig mit Flüchtlingskindern zusammen. Die Kinder malten Bilder und Landkarten und erzählten immer offener über das Erlebte. Die Ergebnisse des Projektes will Steltner-Merz in einem Buch festhalten.

Bildungsreisen ins Ausland

Der Erfolg ihrer Kita wäre nicht ohne das große Engagement des gesamten Teams möglich, hebt die Leiterin hervor. Dazu gehöre die Bereitschaft zu stetiger Weiterbildung - und auch der Blick auf die pädagogischen Konzepte in anderen Ländern. "Wir haben uns zum Beispiel auf eigene Kosten in England, Finnland und Italien angesehen, was wir vielleicht von dort noch lernen können", berichtet Steltner-Merz.

Alles unter einem Dach

Ein weiteres Kriterium für eine gute Kita: die Elternarbeit. "Ein ganz wesentlicher Punkt ist, die Eltern, insbesondere auch die mit Migrationserfahrung, wirklich zu erreichen", betont Steltner-Merz. "Und das haben wir hier geschafft, weil wir als Familienzentrum alles unter einem Dach anbieten und die Eltern bei vielen Fragen persönlich beraten und ihnen helfen können."

So bietet die Kita neben einem Eltern-Café eigene Deutschkurse für Migranteneltern an, die am späten Nachmittag stattfinden. Die Eltern können beispielsweise auch bei Behördengängen auf die Hilfe der Pädagogen zurückgreifen.                   

Der Deutsche Kita-Preis ist eine Initiative des Bundesfamilienministeriums und der Deutschen Kinder- und Jugendstiftung. Die Auszeichnung wurde im Mai dieses Jahres erstmals vergeben. Das Familienzentrum in Maintal erhielt den ersten Platz. Insgesamt ist der Preis mit 135.000 Euro dotiert. Pib 20

 

 

 

Studie. Migrantenkinder in Kitas stark unterrepräsentiert

 

Der Kita-Besuch hängt in Deutschland nach wie vor stark vom sozialen Hintergrund ab. Weiterer entscheidender Faktor ist einer aktuellen Studie zufolge die Erwerbstätigkeit der Eltern. Derweil investiert der Bund zusätzliche Milliarden in Kitas.

Der Besuch einer Kindertagesstätte hängt nach einer Studie weiter stark vom sozialen Hintergrund des Elternhauses ab. Daran haben weder der massive Ausbau des Angebots an Kita-Plätzen für Kinder unter drei Jahren in den vergangenen zehn Jahren noch der seit 2013 geltende Rechtsanspruch auf einen Betreuungsplatz für jedes Kind ab dem zweiten Lebensjahr etwas geändert, wie aus einer am Mittwoch in Berlin vorgelegten Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) hervorgeht. „Die Politik sollte verstärkt Maßnahmen ergreifen, damit nicht nur bestimmte, sondern alle Gruppen vom Kita-Ausbau profitieren“, sagte C. Katharina Spieß, Leiterin der Abteilung Bildung und Familie am DIW.

Insbesondere Kinder unter drei Jahren, deren Eltern beide einen Migrationshintergrund haben, seien in Kitas stark unterrepräsentiert. Am stärksten wirkt sich der Studie zufolge die Erwerbstätigkeit der Eltern auf die Nutzung der Kitas aus: Sind beide Elternteile berufstätig, werden 71 Prozent der Kinder in einer Kita betreut. Sind beide Elternteile oder ein Elternteil nicht berufstätig, liegt der Anteil bei etwas mehr als 20 Prozent.

Vom Ausbau profitieren Gutverdienende

Vom Ausbau der Betreuung von Kindern ab drei Jahren profitierten einkommensstärkere Haushalte deutlich mehr als ärmere Familien. Ging im Jahr 2003 fast jedes dritte Kind ab drei Jahren aus Haushalten unter der Armutsgrenze ganztags in eine Kita (gut 31 Prozent), waren es in dieser Gruppe im Jahr 2015 gut 41 Prozent. Familien, die über der Armutsgrenze lagen, nutzen den massiven Kita-Ausbau ungleich stärker: Hier geht heute jedes zweite Kind in die Kita (49 Prozent), 2003 war es nicht einmal jedes vierte Kind (23 Prozent).

„Die Ergebnisse sind insofern bedenkenswert, als Studien zeigen, dass insbesondere Kinder aus sozioökonomisch schlechter gestellten Familien von einem Kita-Besuch besonders profitieren“, sagte DIW-Forscherin Spieß. Sie forderte deshalb die Politik auf, dafür zu sorgen, dass nicht nur bestimmte, sondern alle Gruppen vom Kita-Ausbau profitieren. „Manchmal scheitert es vermutlich schon daran, dass Familien gar nichts von ihrem Rechtsanspruch auf einen Kita-Platz wissen.“

Kabinett beschließt Milliarden für Kitas

Derweil investiert der Bund zusätzliche Milliarden in die Qualität von Kindertagesstätten. Das Bundeskabinett verabschiedete am Mittwoch in Berlin das „Gute-Kita-Gesetz“. Das Geld erhalten die Länder. Sie sollen es verwenden, um die Betreuung in den Einrichtungen zu verbessern, etwa indem sie mehr Personal einstellen. Verpflichtend ist in dem Gesetz vorgesehen, dass die Gebühren nach Einkommen gestaffelt und für Familien mit geringen Einkommen abgeschafft werden. Während die Union darauf dringt, den Qualitätsverbesserungen Vorrang zu geben, stehen für die SPD die Gebührensenkungen im Vordergrund.

Schon bisher zahlen Familien, die auf Hartz-IV-Leistungen angewiesen sind, keine Kita-Gebühren. Künftig sollen auch Wohngeldempfänger und Eltern, die den Kinderzuschlag beziehen, von den Gebühren befreit werden. Bundesfamilienministerin Franziska Giffey (SPD) sagte, alle Kinder müssten eine gute Kita besuchen können. Dies dürfe kein Privileg gut situierter Familien sein.

Bund und Länder hatten Qualitätsziele vereinbart. Die zusätzlichen Bundesmittel können in zehn unterschiedlichen Bereichen investiert werden, etwa zur Einstellung von mehr Personal, zur Erweiterung der Öffnungszeiten, zum Umbau der Räume oder zur Förderung des Sprachlernens. Die Kita-Leitungen sollen mehr Zeit für ihre eigentliche Arbeit gewinnen. Giffey sagte, es gebe keine Einheitslösung, die überall funktioniere. Die Fachleute müssten vor Ort entscheiden, welche Veränderung die Kita-Qualität am wirkungsvollsten verbessere. (epd/mig 20)

 

 

 

Statistisches Bundesamt. Bevölkerungszuwachs durch Einwanderung

 

Die Gesamtbevölkerung Deutschlands lag Ende 2017 bei 82,8 Millionen. Wie das Statistische Bundesamt außerdem mitteilt, war knapp jeder Achte ausländischer Staatsbürger.

Im Jahr 2017 nahm nach Ergebnissen des Statistischen Bundesamtes die Gesamtbevölkerung Deutschlands im Vergleich zum Vorjahr um 270.700 Personen zu und lag zum Jahresende bei 82,8 Millionen. Die Zunahme beträgt damit 0,3 Prozent.

Die steigende Einwohnerzahl ist dem Statistikamt zufolge ausschließlich auf Einwanderung zurückzuführen. Es seien 405.000 Personen mehr eingewandert als abgewandert. Gleichzeitig starben 147.000 Personen mehr als geboren wurden. Deshalb sei der Bevölkerungswachstum geringer ausgefallen als in den beiden Vorjahren (2016: +346.000; 2015: +978.000).

In den meisten Bundesländern nahm die Einwohnerzahl zu, absolut gesehen am stärksten in Baden-Württemberg, gefolgt von Bayern und Berlin. Gemessen an der Bevölkerungszahl hatten Berlin und Hamburg den höchsten Zuwachs mit jeweils 1,1 Prozent. In Sachsen-Anhalt, Thüringen und im Saarland gab es hingegen einen Bevölkerungsrückgang. In Sachsen und Mecklenburg-Vorpommern blieb die Einwohnerzahl nahezu unverändert.

Mehr Ausländer

Ende 2017 lebten rund 9,7 Millionen ausländische Staatsbürger in Deutschland. Das entspricht einem Zuwachs von 5 Prozent gegenüber dem Vorjahr. Die Zahl der deutschen Staatsbürger betrug 73,1 Millionen, ein Rückgang von 0,3 Prozent gegenüber dem Vorjahr. Der Ausländeranteil an der Gesamtbevölkerung erhöhte sich von 11,2 Prozent im Jahr 2016 auf 11,7 Prozent im Jahr 2017.

Wie der Statistische Bundesamt mitteilt, ist der angegebene Wanderungssaldo vorläufig. Die endgültigen Wanderungszahlen des Jahres 2017 werde das Bundesamt voraussichtlich im Oktober 2018 veröffentlichen. (mig 19)

 

 

 

 

Anerkennungs-News

 

Umfrage: Ausländische Fachkräfte mögen Deutschland nicht 

Arbeitnehmer_innen haben zunehmend Schwierigkeiten, sich in Deutschland einzuleben. Das ergab die jüngste Untersuchung der Agentur Internations, die jedes Jahr weltweit so genannte Expats, also ins Ausland entsandte Fachkräfte, befragt. In nur vier Jahren fiel Deutschland in diesem Länderranking vom 12. auf den 36. Platz. Befragt wurden mehr als 18.000 Menschen aus 178 Nationen, die in 187 Ländern leben. Fast die Hälfte der Fachkräfte hierzulande waren der Meinung, dass die Deutschen gegenüber Ausländer_innen unfreundlich seien, mehr als die Hälfte hatte Probleme, sich mit Deutschen anzufreunden. Nur in Kuwait und in Saudi-Arabien ist es der Studie zufolge noch schwerer, sich in die lokale Kultur einzuleben. Auch beim Thema Internet bekam Deutschland schlechte Noten: Es gebe zu wenige Anschlüssen mit hoher Geschwindigkeit, bargeldloses Zahlen sei zu wenig verbreitet, klagten die Expats. Das beliebteste Land unter den Expats war der Umfrage zufolge das Königreich Bahrain.

 

Private Soziale Dienste: Einwanderungs-gesetz soll Anerkennung vereinfachen 

Der Bundesverband privater Anbieter sozialer Dienste (BPA) hat Vorschläge zur Reform der Anerkennung im neuen Einwanderungsgesetz gemacht. Unter anderem sollen ausländische Pflegeausbildungen aus Staaten mit anerkanntem Bildungsniveau grundsätzlich als gleichwertig anerkannt werden, wenn es dort eine reguläre Ausbildungs- oder Studiendauer von mehr als drei Jahren gibt. Die 16 unterschiedlichen Länderregelungen in Deutschland müssten kurzfristig durch bundeseinheitliche und bereits vom Heimatland einschätzbare Anforderungen ersetzt werden, so der BPA. Für die schnelle Anerkennung brauche es eine zentrale, personell ausreichend ausgestattete Anerkennungsstelle des Bundes. Die soll die Anerkennung der bundesrechtlich geregelten Gesundheitsfachberufe übernehmen. Zudem soll sie entsprechendes Wissen bündeln und eine einheitliche Rechtsanwendung gewährleisten.

Die Bundesregierung plant derweil eine zentrale „Clearingstelle Anerkennung“ als Teil des neuen Fachkräfte-Zuwanderungsgesetzes. „Im Gesundheitsbereich ist besonders der Flickenteppich an regionalen Regelungen ein Problem“, sagte Grit Genster, ver.di-Expertin für den Bereich Gesundheitspolitik.

Forum Migration Oktober 2018

 

 

 

Samofa Konferenz. Migrantenorganisationen für dauerhafte Förderung der Integration

 

Migrantenorganisationen wünschen sich von der Politik langfristige finanzielle Förderung der Integrationsarbeit. Ehrenamtliche arbeiteten aber am Rande der Überlastung und im Ungewissen. Die meisten Projekte werden von Jahr zu Jahr gefördert.

Migrantenorganisationen sehen viele Flüchtlinge in Deutschland derzeit erst „an der Schwelle zur Integration“ – und wünschen sich von der Politik langfristige finanzielle Förderung, um weiter Unterstützung leisten zu können. „Es zeigt sich, dass viele Geflüchtete erst jetzt, nach einer turbulenten Ankommensphase wichtige, ernste Schritte in einen neuen Alltag machen“, sagte Wilfried Kruse, Mitglied im Leitungsteam des Netzwerks samo.fa, am Freitag in München. Vereine und Zusammenschlüsse von Migranten seien mit den Frustrationen und Enttäuschungen beim Weg in die Gesellschaft vertraut und könnten deshalb besonders effizient und einfühlsam helfen, betonte er.

Zugleich arbeiten laut Kruse viele Ehrenamtliche in Migrantenorganisationen derzeit aber am Rande der Überlastung. Umso wichtiger sei es, durch finanzielle Unterstützung auch professionelles Arbeiten zu ermöglichen. „Aktuell passiert die meiste Förderung projektbezogen von Jahr zu Jahr“, erklärte er. Dadurch könnten sich wichtige Strukturen nicht stabilisieren. Hilfe erhofft er sich nicht zuletzt von den Kommunen.

Migrantenorganisationen verhindern Parallelgesellschaften

Friederike Junker, Geschäftsführerin des Netzwerkes Münchner Migrantenorganisationen „Morgen“, betonte, die Arbeit der Migrantenorganisationen verhindere die Bildung von Parallelgesellschaften. Sie ermögliche den Zugang zu deutschen Institutionen und gewähre Geflüchteten ein stabiles Umfeld – oftmals in ethnisch gemischten Gruppen.

Samo.fa, das 2016 gegründete Netzwerk „Stärkung der Aktiven aus Migrantenorganisationen in der Flüchtlingsarbeit“, hält am Freitag und Samstag in München seine Bundeskonferenz ab. Das Projekt arbeitet derzeit in bundesweit 32 Städten mit insgesamt rund 600 Migrantenorganisationen zusammen, um Integration zu unterstützen und die Vernetzung zwischen den einzelnen Initiativen und mit lokalen Institutionen zu stärken. (epd/mig 17)

 

 

 

Studie. Vor allem Ausländer von Armut bedroht

 

Mehr als ein Drittel der in Deutschland lebenden Ausländer ist einer aktuellen Untersuchung zufolge arm. Insbesondere neu eingewanderte Flüchtlinge lebten mehrheitlich in großer Armut. Von einem guten Leben in Deutschland könne keine Rede sein.

Die Armutsgefahr in Deutschland ist in den vergangenen zehn Jahren unter den ausländischen Bürgern gewachsen. Mehr als ein Drittel der in Deutschland lebenden Ausländer (36,2 Prozent) sei arm, teilte das Institut Arbeit und Qualifikation der Universität Duisburg-Essen am Donnerstag auf der Basis aktueller Untersuchungen mit. Angesichts der zugewanderten Flüchtlinge sei mit einer weiteren Zunahme der Zahlen zu rechnen, hieß es.

„Es kann keine Rede davon sein, dass es den Menschen, die in Deutschland ohne deutschen Pass leben, gut oder sogar zu gut geht“, sagte der Soziologie-Professor Gerhard Bäcker. Vor allem die kürzlich zugewanderten Flüchtlinge müssten mehrheitlich in großer Armut leben, weil sie oft keine Arbeitserlaubnis hätten und auf die niedrigen Leistungen nach dem Asylbewerberleistungsgesetz angewiesen seien. Selbst wer nach einer Anerkennung eine Arbeitserlaubnis hat, sei überproportional häufig arbeitslos oder arbeite für einen Niedriglohn.

Den Angaben zufolge stieg das Armutsrisiko in Deutschland in den letzten zehn Jahren. Im vergangenen Jahr waren 15,8 Prozent der Bevölkerung betroffen. Die Armutsgrenze beginnt da, wo das pro Kopf berechnete Haushaltseinkommen nicht ausreicht, um das sogenannte sozialkulturelle Existenzminimum abzudecken. Statistisch liegt sie bei 60 Prozent des gesamtdeutschen Durchschnittseinkommens. (epd/mig 21)

 

 

 

Wohngipfel nur ein erster Schritt

 

München - Der Wohngipfel der Bundesregierung sollte auf einen zielgenauen und wirksamen Einsatz öffentlicher Mittel achten, so die Empfehlung des ifo-Immobilienexperten Ludwig Dorffmeister. „Um die Engpässe bei der Wohnungsversorgung in den heiß gelaufenen Regionen zu beseitigen, bedarf es vor allem einer Beschleunigung des Wohnungsbaus. Diese erreicht man aber nur über eine bessere Bauland-Versorgung, die Senkung der Baukosten, effizientere Abläufe bei Vorbereitung, Planung und Umsetzung sowie mit der Vereinfachung der zahlreichen Bauvorschriften und Auflagen. Insofern wäre die Einführung einer Muster-Bauordnung für alle Bundesländer ein erster Schritt, dem noch weitere folgen müssten“, sagte Dorffmeister am Freitag. Kurzfristig sei die Bautätigkeit allerdings nur wenig zu steigern, weil die Bauwirtschaft aktuell sehr stark ausgelastet sei.

„Positiv zu werten ist die Erhöhung des Wohngeldes für Geringverdiener, da diese Maßnahme zielgenau wirkt“, fügte Dorffmeister hinzu. Eine Verdoppelung der Bundesmittel für den Sozialen Wohnungsbau von 2,5 Milliarden auf 5 Milliarden Euro führe allerdings indirekt zu Mitnahmeeffekten, da langfristig Sozialwohnungen in rund der Hälfte aller Fälle von Haushalten bewohnt würden, die für die diese staatliche Unterstützung eigentlich nicht vorgesehen sei. „Zudem bleibt abzuwarten, wie rasch die weitere Erhöhung der Fördermittel Wirkung zeigt. Die Wohnbauförderung des Bundes wurde nämlich bereits 2016 und nochmals 2017 um jeweils 500 Millionen Euro ausgeweitet. Aber in den vergangenen beiden Jahren lag die Zahl der Förderbewilligungen nur bei etwa 25.000 Mietwohnungen mit Mietpreis- und Belegungsbindung. Gleichzeitig fallen jährlich deutlich mehr Wohnungen aus der Bindung.“ Erhebliche Mitnahmeeffekte seien auch beim bereits beschlossenen Baukindergeld zu erwarten. Von einer weiteren Verschärfung der Mietpreisvorgaben sei abzuraten. Hierdurch entstehe keine Wohnung zusätzlich, sondern potentielle Investoren würden davon zunehmend abgeschreckt. Ifo 21

 

 

 

Statistik-Amt. 1,5 Millionen binationale Paare in Deutschland

 

Die Zahl der binationalen Paare in Deutschland hat sich seit 1996 verdoppelt. Wie das Statistische Bundesamt mitteilt, leben derzeit 1,5 Millionen binationale Paare zusammen. Paare, bei denen beide Ausländer sind, kommen etwas häufiger vor.

In Deutschland leben 1,5 Millionen Paare zusammen, bei denen ein Partner die deutsche und der andere eine ausländische Staatsangehörigkeit hat. Binationale Paare machen damit einen Anteil von sieben Prozent an allen Paaren in Deutschland aus, wie das Statistische Bundesamt mitteilte.

Etwas häufiger (acht Prozent) leben Paare zusammen, bei denen beide Ausländer sind (1,7 Millionen). Den mit Abstand größten Anteil machen mit 85 Prozent (17,5 Millionen) die deutsch-deutschen Paare aus.

Zahl verdoppelt

Im Jahr 2008 lebten noch knapp 1,4 Millionen deutsch-ausländische Paare in Deutschland. 1996 gab es nach Angaben des Statistischen Bundesamtes nur 723.000 binationale Paare. Damit hat sich die Zahl in den vergangenen rund 20 Jahre verdoppelt.

Für die Statistik betrachtet wurden nur Ehen oder Lebensgemeinschaften, die gemischt-geschlechtlich sind und gemeinsam in einem Haushalt leben. Personen, die sowohl die deutsche als auch eine ausländische Staatsangehörigkeit haben, wurden als Deutsche ausgewiesen. (epd/mig 21)