WEBGIORNALE   17-30  giugno  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Assemblea Ue. Bruxelles: arrivano i nuovi eletti. Entriamo con loro al Parlamento  1

2.       Cosa succede ora dopo il voto europeo  1

3.       Unione Europea, Macron pronto ad appoggiare un'eventuale canditatura della Merkel 1

4.       Emigrazione italiana. Migrantes: “In 12 anni aumento del 64,7%, mobilità ricchezza per l’Italia”  2

5.       Presentato il nuovo rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni: “Contro la politica dell’abbandono”  2

6.       Le nuove dimensioni dell’emigrazione  2

7.       Presentata alla Farnesina la piattaforma informatica “Italiani all’estero, i diari raccontano”  3

8.       10º anniversario della Carta dei diritti fondamentali dell'UE. La Commissione fa il punto  4

9.       Premio Berlino 2019:  domande di partecipazione entro il 15 luglio  4

10.   La celebrazione della festa della Repubblica a Berlino. L’intervento dell’ambasciatore Luigi Mattiolo  5

11.   “On the move”: tappa nella capitale tedesca 19 giugno  5

12.   In autunno una delegazione della Baviera in Friuli 5

13.   Memorandum d’intesa siglato dal Cnr e il Fraunhofer tedesco  5

14.   Berlino. L’Ambasciata lancia la 2a edizione concorso “Bravo Bravissimo”  5

15.   Io Accolgo: presentata la nuova campagna  6

16.   UE. Gli otto siti dei supercomputer europei 6

17.   I propositi 6

18.   Lessico politico: un po’ di chiarezza  7

19.   La Società Dante Alighieri strumento essenziale per la presenza della lingua e della cultura italiana nel mondo  7

20.   Il crepuscolo  8

21.   Saltano nozze Fca-Renault, ecco perché  8

22.   L’audizione di Vincenzo De Luca sulla promozione della lingua all’estero e gli Istituti Italiani di Cultura  8

23.   Politica nazionale e alleanza atlantica. Difesa: quali priorità dell’Italia per l’agenda della Nato  9

24.   Il dramma  9

25.   La risoluzione sul rilascio della carta d'identità elettronica ai residenti all’estero  10

26.   La 14ma sulle pensioni: a luglio per 60 mila pensionati all’estero  10

27.   Garavini (PD): "La mobilità è un bene se è circolare  10

28.   Presentato alla Camera dei deputati il Rim Junior 2018-2019  10

29.   Italiani altrove  11

30.   Mobilità, clima, acqua: la visione di Carlsberg Italia  11

31.   Imprese, Garavini (PD): "Con Governo gialloverde le aziende tedesche scappano dall'Italia"  11

32.   Carrello etico e responsabile, gli italiani fanno la spesa così 11

33.   La politica  12

34.   Il M5S può ancora sopravvivere come protagonista?  12

35.   Sblocca cantieri, c'è l'accordo  13

36.   La Dante. Audizione del Presidente  Andrea Riccardi e del Segretario Generale Alessandro Masi 13

37.   La partitocrazia  13

38.   Emilia-Romagna. Data Valley internazionale: al Tecnopolo di Bologna un nuovo supercomputer europeo  14

39.   In arrivo stangata governativa su Imu e Tasi 14

40.   Progetto Italiani all’estero, i diari raccontano  14

41.   È tempo ci cambiare  14

42.   Fca ritira la proposta  15

43.   Al Senato la conferenza “Famiglie senza confini. Sfide e Opportunità”  15

44.   Il futuro del voto all’estero  16

45.   Storia dei Mediterranei: uscito il secondo volume, firmato da tredici storici e archeologi italiani ed esteri 16

46.   Il 28 giugno seminario a Roma del Forum Associazioni Italiane nel Mondo  17

 

 

1.       Zölle gegen Migranten  17

2.       Europas Finanzminister einigen sich auf Eurozonen-Budget 18

3.       Zum Schutz verpflichtet 18

4.       OECD-Studie. Deutschland mäßig attraktiv für ausländische Fachkräfte  19

5.       Franziskus: „Millionen Migranten werden Opfer verborgener Interessen“  19

6.       Das Gästezimmer. Es war einmal die offene Grenze  19

7.       EU-Spitzen wollen Klimastrategie bis „Anfang 2020“ fertigstellen  20

8.       An der Bruchkante  20

9.       Unicef fordert stärkeren Kampf gegen Kinderarbeit 21

10.   „Eine Firma kann leichter führen als ein Land wie Italien“  21

11.   Unsoziale Marktwirtschaft 21

12.   Bundestag verabschiedet Migrationsgesetze  22

13.   Warum junge Erwachsene einen „Europa-Salat“ wollen  22

14.   UNICEF: Kinder in Kriegsgebieten brauchen dringend Hilfe! 23

15.   Made in Europe  23

16.   Verbrechen gegen die Menschlichkeit 24

17.   So verändert sich das EU-Parlament nach dem Brexit 24

18.   Papst: Europa darf sich nicht vom Pessimismus besiegen lassen  25

19.   Nach der EU-Wahl: Wie stark ist der Rechtspopulismus jetzt?  25

20.   Rettet den Kapitalismus vor sich selbst 26

21.   EU-Kommission: Deutschland muss stärker in Bildung investieren  27

22.   Wenn Worte überleben. Vor 90 Jahren wurde Anne Frank geboren  27

23.   "Humanitäre Bankrotterklärung". Union und SPD einigen sich auf Migrationspaket 28

24.   Nahles-Rücktritt. SPD zerstört sich selbst 28

25.   647.000 ausländische Kinder müssen von Hartz-IV leben  28

26.   Biennale di Venezia: Besuch bei einem Franziskanerkünstler 28

27.   Gesetzespaket beschlossen. Fachkräfte gewinnen, Integration fördern, Migration besser steuern  29

28.   Bundestag. Lob und Kritik für Abschiebe- und Fachkräftegesetz  29

29.   DAAD-Studie. Deutsche Hochschulen werden internationaler 30

30.   Wann Arbeit sich nicht lohnt 30

31.   Einwanderung und Abschiebung. Das steht in den Migrationsgesetzen der Koalition  30

32.   Postbank Digitalstudie 2019: Ein Drittel der Deutschen spricht mit Alexa, Siri und Co. 31

33.   Direktor der Villa Massimo wird verabschiedet 31

 

 

Assemblea Ue. Bruxelles: arrivano i nuovi eletti. Entriamo con loro al Parlamento

 

Nella sede di Bruxelles dell'Eurocamera giungono alla spicciolata i nuovi eurodeputati. Le pratiche da sbrigare, gli uffici non ancora assegnati, il badge, la ricerca degli assistenti... Saranno in carica dal 2 luglio, giorno in cui prenderà avvio la prima sessione plenaria a Strasburgo. Nel frattempo trattative in corso tra i gruppi politici: in agenda le priorità per la legislatura 2019-2024 e l'assegnazione dei "top job"

Entreranno ufficialmente in servizio il prossimo 2 luglio alle ore 10 i 751 eurodeputati che i cittadini europei hanno eletto il 26 maggio scorso. A quell’ora e in quella data infatti si aprirà a Strasburgo la prima sessione plenaria del rinnovato Parlamento. Fino ad allora restano in servizio e percepiscono lo stipendio coloro che sono eurodeputati dal 2014. Tuttavia i “nuovi” europarlamentari hanno una serie di pratiche da sbrigare, ed è per questo che hanno già iniziato ad arrivare in ordine sparso alla sede del Parlamento a Bruxelles.

Accolti dal personale dell’unità amministrativa devono identificarsi e poi riempire una serie di moduli: la dichiarazione di interessi finanziari (in cui devono autocertificare i propri redditi), la dichiarazione di non incompatibilità (per confermare ad esempio che il loro ruolo di europarlamentare non coincida con interessi privati o professionali), la dichiarazione di comportamento appropriato e sottoscrivere le regole sulla trasparenza. Ricevono poi tutta una serie di indicazioni pratiche, come il login informatico e il certificato WiFi, o aiuti, nel caso ad esempio siano alla ricerca di un assistente parlamentare. Degli uffici potranno prendere possesso solo dopo il 1° luglio a Strasburgo e l’8 luglio a Bruxelles, in quanto fino al 28 giugno possono usufruirne i deputati uscenti. Quanto all’alloggio dei parlamentari a Bruxelles o Strasburgo, sono invece i singoli che devono trovare la propria sistemazione.

 

Nel frattempo gli edifici del Parlamento a Bruxelles ospitano le riunioni dei gruppi politici cui si iscrivono gli stessi eurodeputati. Alcuni gruppi politici (per formarne uno occorrono almeno 25 deputati provenienti da 7 Stati diversi) stanno nascendo in queste ore, fra cui il sovranista “Identità e democrazia”; altri, quelli “storici”, preparano programmi e strategie per la nuova legislatura. Si sta fra l’altro riscontrando una convergenza dei 4 principali gruppi “europeisti” (o ritenuti tali): popolari, socialdemocratici, liberali (“Renew Europe”) e verdi, che si sono dati appuntamento il 13 giugno e si rivedranno il 17: vorrebbero inviare una nota al Consiglio europeo (riunione dei capi di Stato e di governo Ue) del 20-21 giugno, con priorità politiche per il prossimo quinquiennio e valutazioni circa le alte cariche – i top job – dell’Ue: i presidenti di Parlamento, Commissione, Consiglio europeo e Bce, nonché l’Alto rappresentante per la politica estera. Da queste trattative in atto restano al momento esclusi i gruppi “euroscettici” di destra e il gruppo della sinistra unitaria. Gianni Borsa, Marco Calvarese e Sarah Numico da Bruxelles, Sir 15

 

 

 

Cosa succede ora dopo il voto europeo

 

Bruxelles - Con l’elezione del nuovo Presidente del Parlamento europeo, nomina che darà il via al processo di rinnovamento di tutte le maggiori cariche dell’Unione Europea anche sulla base dei risultati delle elezioni europee del 23-26 maggio a cui hanno partecipato più di 200 milioni di cittadini, il prossimo 2 luglio si aprirà a Strasburgo la nuova Legislatura Ue.

La grande notizia delle elezioni è stata l'aumento della partecipazione - dal 42,61% del 2014 al 51% del 2019 - ed una maggiore pluralità e rappresentanza femminile nell'emiciclo: le eurodeputate sono circa il 39% contro il 36% determinato dai precedenti comizi. Ora si apre il momento decisivo in cui questi risultati devono aiutare a determinare la leadership delle principali istituzioni dell'Unione europea.

Questo processo, come detto, inizierà il 2 luglio con la prima plenaria della legislatura e un tema sul tavolo: l'elezione del Presidente del Parlamento europeo, con un mandato di due anni e mezzo. Fino ad allora, gli eurodeputati eletti non prenderanno possesso del loro seggio, il loro mandato di cinque anni inizierà quindi alle 10.00 del 2 luglio.

COME VIENE ELETTO IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO?

La prima sessione plenaria sarà presieduta dal Presidente uscente, Antonio Tajani (PPE, IT), che darà il via alla votazione per la nomina del suo successore. Può presentarsi all’investitura di Presidente ogni deputato appoggiato da un gruppo politico o da una ventesima parte della Camera (38 deputati). I membri del Parlamento dovranno depositare in un’urna una scheda con il proprio voto, che è segreto.

Il nuovo Presidente ha bisogno della maggioranza assoluta dei voti per essere eletto, ossia di 376 suffragi, se questa non viene raggiunta si può ripetere il voto con le medesime regole in altre due occasioni. Se dopo il terzo turno nessun candidato ha raggiunto la maggioranza assoluta, i due candidati più votati nell’ultima votazione si confronteranno in un quarto turno, in cui sarà sufficiente la maggioranza semplice dei presenti.

Una volta eletto, il Presidente potrà fare delle dichiarazioni e quindi presiedere il resto della sessione in cui si dovranno eleggere i 14 vicepresidenti e i 5 questori. In questo caso ogni eurodeputato dovrà consegnare una scheda con un minimo di oltre la metà dei posti da assegnare e come massimo il numero totale degli stessi posti (ossia, al primo voto in cui si assegnano 14 vicepresidenze dovranno essere espresse tra le 8 e le 14 preferenze). I candidati hanno bisogno della maggioranza assoluta per essere eletti, se non tutte le vicepresidenze vengono assegnate al primo turno, si procederà ad un secondo turno e, infine, ad un terzo, in quest’ultima occasione basterà la maggioranza semplice per l’elezione.

COME SI FORMANO LE COMMISSIONI?

Durante questa prima plenaria, il Parlamento europeo dovrà decidere anche il numero dei componenti di ogni commissione. In primo luogo i gruppi politici ed i deputati non inscritti dovranno inviare le proprie proposte, tanto dei nomi come del numero di membri di ogni commissione (nella scorsa legislatura oscillavano tra i 25 ed i 73 eurodeputati).

Queste proposte verranno votate dalla Conferenza dei Presidenti (l’organo formato dai portavoce dei diversi gruppi politici e dal Presidente del Parlamento) e, una volta approvate, saranno sottoposte alla plenaria, che è chiamate a votarle a maggioranza semplice in questa stessa prima sessione del 2-4 luglio. La settimana successiva a Bruxelles le commissioni si riuniranno per eleggere i propri presidenti e vicepresidenti (per un massimo di 4), con mandato sempre di due anni e mezzo.

Il lavoro delle commissioni è fondamentale perché sono gli organi incaricati di approvare i testi legislativi prima del loro arrivo in plenaria, con la possibilità di includere emendamenti e modifiche. Sono inoltre loro a nominare l’equipe negoziatrice del Parlamento per i triloghi con il Consiglio e la Commissione (le riunioni informali in cui Parlamento e Consiglio, con la mediazione della Commissione, si confrontano per raggiungere una posizione comune su una proposta legislativa), a valutare i candidati a commissario europeo, ad organizzare audizioni con esperti, ad adottare rapporti di iniziativa propria ed a supervisionare il lavoro, nel loro ambito di azione, delle altre istituzioni ed organi della UE.

I GRUPPI POLITICI, FORMAZIONE E COMPITI

I gruppi politici sono una delle chiavi di funzionamento del Parlamento europeo nelle sue prime settimane, dalla presentazione delle candidature alla Presidenza alla composizione delle commissioni.

Per potersi formare, un gruppo politico deve essere costituito da almeno 25 eurodeputati eletti in almeno un quarto degli Stati membri (ossia in sette). La data ultima in cui notificare la creazione di un gruppo, indicando i suoi membri, è il prossimo 24 giugno, in modo da poter essere presente alla plenaria inaugurale. La creazione di un nuovo gruppo può comunque essere comunicata in qualsiasi altro momento della legislatura.

Ogni gruppo politico ha a disposizione una dotazione economica, che varia a seconda delle dimensioni del gruppo stesso e che è finanziata dal Parlamento europeo per la contrattazione di assistenti e/o per altre funzioni amministrative. Questi fondi non possono essere usati per coprire spese di campagna elettorale, che siano europee, nazionali, regionali o locali, né per finanziare partiti politici a livello nazionale ed europeo o qualsiasi altro organismo dipendente da questi ultimi.

I gruppi decidono internamente chi sarà il loro portavoce nella plenaria, o capogruppo, che li rappresenterà anche nella Conferenza dei Presidenti. Quest’ultimo è l’organo incaricato di pianificare l’attività legislativa e negoziatrice del Parlamento europeo, le relazioni con le altre istituzioni UE e con i parlamenti nazionali e con quelli dei paesi terzi.

COME SI ELEGGE IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA?

La seconda plenaria della legislatura, che si terrà dal 15 al 18 luglio, sarà la prima occasione per nominare il prossimo Presidente della Commissione europea. Prima gli Stati membri, riuniti nel Consiglio europeo, devono proporre un candidato decidendo a maggioranza qualificata, ma devono farlo tenendo conto dei risultati delle elezioni europee e del fatto che il Presidente della Commissione deve essere eletto a maggioranza assoluta - 376 voti - dal Parlamento europeo.

Se il candidato non supera questa soglia, il Consiglio deve proporre un nuovo candidato entro un mese. Dalle elezioni del 2014 è in vigore il sistema degli Spitzenkandidaten, per cui i principali partiti politici europei hanno indicato un loro candidato a presiedere la Commissione.

E COME VENGONO NOMINATI I COMMISSARI?

Per l’elezione dei commissari, il Consiglio, in accordo con il neo-eletto Presidente della Commissione, adotta un elenco di candidati, uno per ogni Stato membro. Questi candidati devono presentarsi dinanzi alle varie commissioni parlamentari, in base alle competenze previste per ciascuno, per delle audizioni (che si terranno presumibilmente ad ottobre).

Dopodiché ogni commissione si riunisce per elaborare una valutazione delle competenze e delle prestazioni del candidato, da trasmettere al Presidente del Parlamento. È già accaduto che una valutazione negativa abbia indotto i candidati a ritirarsi dalla procedura. L'intera Commissione, inclusi il Presidente e l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, deve poi essere approvata dal Parlamento europeo.

Una volta che il Presidente della Commissione e i commissari hanno ottenuto l'approvazione del Parlamento, è il Consiglio a nominarli ufficialmente, deliberando a maggioranza qualificata. (aise/dip) 

 

 

 

 

 

Unione Europea, Macron pronto ad appoggiare un'eventuale canditatura della Merkel

 

"Serve una persona forte che sappia incarnare i valori europei". Ma la cancelliera ha già dichiarato che per quella carica sosterrà il tedesco Manfred Weber, capogruppo del Ppe

 

In nome della loro solida amicizia e soprattutto nell'interesse dell'Europa, il presidente francese Emmanuel Macron s'è detto pronto a sostenere Angela Merkel se questa decidesse di presentare la sua candidatura come Presidente dell'Unione europea. Ieri, parlando ai microfoni della tv svizzera, Macron ha detto che se la cancelliera volesse prendere le redini dell'Ue lui l'appoggerebbe. "Se decidesse di farlo, io la sosterrei", ha dichiarato il capo di Stato francese.

 

Eppure, il mese scorso, la cancelliera tedesca aveva detto che quell'incarico non l'interessava. La Merkel aveva invece indicato come possibile Presidente della Commissione il tedesco Manfred Weber, che è attualmente membro del Parlamento europeo e capogruppo del Partito Popolare europeo. La leader tedesca aveva anche detto che una volta terminato il suo quarto mandato non avrebbe più esercitato ruoli politici, tanto meno quello occupato dal presidente della Commissione Jean-Claude Junker, il cui quinquennio si chiuderà il prossimo 31 ottobre.

Incalzato dai giornalisti svizzeri, Macron ha tuttavia indicato il nome della Merkel a capo dell'Unione: "Penso che per quel ruolo serva una persona forte. L'Europa ha bisogno di volti nuovi e di persona che sappiano incarnarne i valori". Il presidente francese non ha indicato altre preferenze per quella carica, pur specificando che non avrebbe insistito con la sua "amica" Angela Merkel davanti al suo rifiuto di candidarsi.

 

L'inquilino dell'Eliseo ha poi auspicato che i quattro ruoli più importanti della massima istituzione europea (presidente della Commissione, presidente del Parlamento, ministro degli Esteri e presidente del Consiglio europeo) siano ricoperti da due donne e due uomini. LR 12

 

 

 

 

Emigrazione italiana. Migrantes: “In 12 anni aumento del 64,7%, mobilità ricchezza per l’Italia”

 

“Venendo all’oggi e ai cittadini italiani cioè agli italiani con passaporto e cittadinanza residenti all’estero e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, dal 2006 al 2018 il loro numero è aumentato del 64,7% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni a più di 5,1 milioni”. È quanto si legge nel rapporto “Rim-Junior 2018-2019 – Le migrazioni italiane nel mondo raccontate ai ragazzi”, a cura della Fondazione Migrantes, presentato il 14 giugno alla Camera dei deputati. Rispondendo alla domanda se “la mobilità di così tanti italiani è oggi per l’Italia un danno o una ricchezza”, nel rapporto si afferma che “la mobilità in sé è una ricchezza perché, come abbiamo visto, spinge ad andare oltre se stessi facendo incontrare l’altro per sua natura diverso, per cultura, lingua e tradizioni”. “L’incontro con l’altro diverso da me è sempre un potenziale arricchimento”, si legge. Viene considerato, invece, un “problema” il fatto che “dall’Italia oggi si è obbligati a partire perché i giovani, i giovani adulti ma anche i cinquantenni rimasti disoccupati non riescono a trovare una occupazione e, una volta all’estero, non hanno la possibilità di tornare, perché le condizioni in Italia restano per loro proibitive”. Ma “la forma più compiuta di migrazione è caratterizzata dalla circolarità”, ovvero “dal continuo andare e venire mettendo a frutto le competenze acquisite di ogni luogo che si incontra e soprattutto del posto da cui tutto è iniziato”. Un altro elemento considerato “negativo” della mobilità di oggi è la “non preparazione”, che causa il “fallimento del loro progetto migratorio”. “Gli italiani cioè partono sprovvisti della fondamentale e necessaria ‘cassetta degli attrezzi’, che è fatta della conoscenza della lingua del posto in cui si va, della legge applicata in quel determinato Paese e dell’attenta analisi della necessità e dell’utilità di andare in quel territorio e non in un altro”. Sir 14

 

 

 

 

Presentato il nuovo rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni: “Contro la politica dell’abbandono”

 

Al centro della 14esima edizione del dossier i minori stranieri non accompagnati, la salute, le donne - Di Anna Ditta 14 Giu. 2019

 

La migrazione come un fenomeno strutturale, e non emergenziale. È questa l’immagine che si ricava dai dati contenuti nel nuovo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.

Il rapporto, giunto nel 2019 alla sua 14esima edizione, è stato presentato oggi, giovedì 13 giugno, presso l’Auditorium di via Rieti a Roma, alla presenza di Luca Di Sciullo, presidente Centro studi e ricerche Idos, Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di studi politici S. Pio V, Enrico Diacetti, segretario generale di Anci Lazio, Pilar Saravia, Caf Uil Roma, Claudio Priori, funzionario della Regione Lazio intervenuto al posto dell’Assessore al Lavoro Claudio Di Berardino.

A presentare il contenuto del rapporto è stata la curatrice Ginevra Demaio, del Centro studi e ricerche Idos.

Al centro del 14esimo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni alcuni temi di grande rilevanza: i minori stranieri non accompagnati, la salute, le donne, come sottolineato dal presidente De Nardis.

Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni | I dati

Con oltre 679mila residenti stranieri, il Lazio è la seconda regione in Italia per numero di immigrati, dopo la Lombardia. Sono 11 gli stranieri ogni 100 residenti, come evidenziato nel rapporto.

 

Nell’ultimo anno, le presenze di stranieri sono cresciute del 2,5 per cento, per lo più per dinamiche demografiche interne, ad esempio i nuovi nati da coppie straniere.

La collettività straniera più numerosa nel Lazio è quella romena, con quasi 233mila residenti, pari al 34,3 per cento del totale. Seguono quella filippina (6,8 per cento), bangladese (5,4 per cento), indiana (4,3 per cento) e cinese (3,7 per cento).

Roma è l’Area metropolitana con più immigrati in Italia: al primo gennaio 2018 gli stranieri residenti nella città metropolitana sono circa 556mila, aumentati del 2,2 per cento in un anno.

L’incidenza degli stranieri sulla popolazione è del 12,8 per cento.

Per quanto riguarda i nuovi nati da genitori stranieri, nel 2017 sono stati 5.653, il 17 per cento del totale, con alcune eccezioni particolari: a Fonte Nuova, ad esempio, tra i nuovi nati è straniero un bambino su tre.

Rapporto Osservatorio romano migrazioni 2019 | | Da sottolineare sono anche i flussi in uscita dal Lazio, in linea con le altre Regioni italiane.

Nel 2017 sono 8.708 i nuovi iscritti all’Aire per espatrio dal Lazio (quarta regione di origine dopo Sicilia, Campania e Lombardia). Un quinto delle iscrizioni (il 19,7 per cento) è stato effettuato negli ultimi 5 anni.

Nel Lazio nel 2018 erano presenti 761 minori stranieri non accompagnati (msna), in calo rispetto ai mille dell’anno precedente. Sono al 92,4 per cento maschi. Prevalgono gli egiziani (39,2 per cento), seguono albanesi, eritrei, tunisini, bangladesi e nigeriani.

Tra le teorie che il rapporto contribuisce a smentire c’è quella della “sostituzione etnica” in corso in Italia: gli italiani sono cresciuti solo nelle zone di pianura (+1,2 per cento), diminuendo nelle zone collinari e in montagna. L’impatto della popolazione straniera nei contesti locali è evidente, soprattutto per i comuni montani, che “solo grazie a un’immigrazione stanziale non si sono spopolati ulteriormente”.

Nell’Area metropolitana di Roma sono oltre 284mila gli occupati stranieri, il 15,5 per cento della forza lavoro.

Gli stranieri restano fondamentali per molti settori e per il sistema previdenziale. I dati Inps sui non comunitari occupati nel Lazio evidenziano che il 90,3 per cento è lavoratore, il 5 per cento è pensionato e il 4,7 per cento percettore di disoccupazione.

Con oltre 77mila imprese (13 per cento del totale nazionale), il Lazio è inoltre dopo la Lombardia il più importante polo imprenditoriale per gli stranieri.

Le conclusioni

Rapporto Osservatorio romano migrazioni 2019 | “A chi ha a cuore il sociale, le ragioni dell’integrazione dei migranti nella nostra città, certamente ha fatto un certo effetto assistere a cose come gli sgomberi forzati, a volte anche violenti, con un accanimento persecutorio anche dopo lo sgombero, non solo di alcuni edifici occupati da richiedenti asilo, ma anche lo sgombero di tanti insediamenti spontanei, come il Baobab”, ha ricordato il presidente Centro studi e ricerche Idos, Luca Di Sciullo, ripercorrendo gli eventi dell’ultimo anno a Roma.

“È stata plasticamente messa in atto una politica che vuole per strada questi migranti. Li vuole per strada per legge, direi”, ha aggiunto Sciullo.

“Sembra di assistere al trionfo della politica dell’abbandono”, ha detto Ginevra Demaio, curatrice del rapporto, che ha quindi uno sguardo complessivo sul fenomeno.

Demaio si è detta meno entusiasta dello scorso anno, quando aveva sottolineato la positività di una sorta di “rete” per l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri. “Non che questa rete sia venuta meno”, spiega, “ma noi che lavoriamo su questo tema siamo sempre più in affanno. Siamo sempre più soli e isolati, con una cattiveria gratuita che si estende e coinvolge tutti, anche chi lavora nel settore del sociale”.

“Ci troviamo costretti a spendere le nostre energie migliori per disarticolare questo discorso, che per la gran parte costruito, risulta menzognero quando si vanno a guardare i dati, si parla con le realtà che operano sul territorio o con gli immigrati stessi. Però risulta vincente. Noi abbiamo assistito a questo rovesciamento”.

“Non c’è una politica che si occupi delle problematiche, e gli sgomberi ne sono un esempio”, prosegue la curatrice. “Si ha la sensazione che nei confronti dell’immigrazione, ma in generale dei bisogni sociali espressi dalle fasce più deboli, la politica abbia scelto la strada dell’abbandono, del non intervento, del far vivere o lasciar morire”.

“I politici più espliciti si adoperano per alimentare una cultura dell’odio e del razzismo”, aggiunge Demaio, “Non solo inteso come accanimento verso delle supposte razze differenti. È un dispositivo che agisce in maniera più ampia, a partire dalla creazione quasi di una relazione biologica tra me e l’altro, per cui la mia vita viene messa in contrapposizione con quella dell’altro”.

“In qualche modo”, dice la ricercatrice, “perché sia garantita la mia esistenza c’è qualcuno la cui esistenza può essere sacrificata. Questo produce una sorta di messa a morte di alcune categorie sociali, non solo lo straniero, ma anche i poveri. Con la messa al bando, l’espulsione, la morte politica – non riconoscendo una serie di diritti partecipativi – o quella sociale, perché togliere il diritto all’iscrizione anagrafica cos’è se non rendere morti, socialmente invisibili?”.

“Bersaglio di questo odio e di questo rancore stiamo diventando anche noi, come terzo settore, e le ong”, prosegue Demaio, “Sono oggetto di accanimento e comportamenti aggressivi”.

“A questo dobbiamo reagire con forza e convinzione, sia insieme sia singolarmente, scegliendo di stare dalla parte della dignità delle persone, senza stare a distinguere tra chi sia arrivato prima e chi sia arrivato dopo, chi sia più italiano e chi meno”.

L’Italia dei porti chiusi ha causato la morte di almeno mille uomini, donne e bambini. tpi 14

 

 

 

Le nuove dimensioni dell’emigrazione

 

ROMA - La mobilità è un bene, se è circolare e se riesce a far rientrare i nostri giovani talenti in Patria. Altrimenti "rischiamo di perdere preziose risorse umane che decidono di mettere a frutto all'estero quanto hanno appreso in Italia. Portando con loro anche le famiglie di origine". Da qui, dalle parole di Laura Garavini, è partito – e qui è tornato – il confronto che si è svolto il 13 giugno in Sala Isma al Senato in occasione dell’incontro "Famiglie senza confini. Sfide e opportunità".

Organizzato dal gruppo PD prendendo spunto dal volume "Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità", edito dal Centro AltreItalie, l’incontro è stato aperto dalla "padrona di casa" Laura Garavini, alla presenza delle tre curatrici Maddalena Tirabassi, Brunella Rallo e Valeria Bonatti. In sala anche molte esponenti del gruppo #mammedicervelliinfuga.com che pure hanno collaborato all’inchiesta, da cui è scaturito il libro, condotta on line tra le famiglie italiane dei giovani expat e con le testimonianze dei diretti interessati, ovvero genitori e figli.

In effetti si parla tanto dei giovani che emigrano, ma poco si sa delle loro famiglie. Il volume e l’incontro odierno hanno inteso puntare l’attenzione proprio su chi resta: i genitori, analizzando le relazioni, economiche ed emozionali, che si stabiliscono all’interno delle nuove famiglie transnazionali e fornendo una occasione di riflessione per comprendere quali politiche siano necessarie per affrontare un fenomeno, quello dell’emigrazione, che davvero ha assunto caratteristiche assai complesse e diversificate. Come ha sottolineato Laura Garavini, un tempo giovane expat ed oggi senatrice PD eletta in Germania, convinta che andare all’estero sia "un arricchimento", ma consapevole che il fenomeno rischia di sottrarre talenti ed investimenti al Sistema Paese, il fenomeno della giovane emigrazione qualificata costa all’Italia "quanto una Finanziaria". "Ogni dottore di ricerca è costato allo Stato circa 230mila euro, mentre un laureato 170mila e un diplomato 90mila, secondo i dati dell'Ocse. Una perdita di talenti che rischia di influenzare negativamente il benessere e la sostenibilità del Paese. Che così si svuota delle sue risorse ed energie migliori".

occorre comprenderne i "meccanismi" per poi elaborare le "proposte normative" utili a rendere tale mobilità "più circolare".

Come è accaduto, in un certo senso, alla collega parlamentare Angela Schirò, "figlia di una famiglia che se n’è andata dall’Italia per realizzare la propria vita all’estero", in Germania, ma che non si sente il "prodotto di una fuga", quanto piuttosto di una "decisione". Dopo una esperienza di Erasmus in Italia ed un passato di impegno politico, oggi è tornata in Italia come deputata PD. Anche Schirò è convinta che l’esperienza all’estero sia un arricchimento, se però è "una libera scelta e non una cosa inevitabile" dettata dalla mancanza di prospettive future e se si assicura a chi lo voglia la "possibilità di restare". Per garantire queste condizioni bisogna partire da un "grande lavoro culturale e politico, i cui frutti arriveranno solo dopo molto tempo". Intanto – è la proposta di Schirò – "potremmo cominciare coinvolgendo le persone che sono già fuori, che sono in gamba e sono molto legate alla loro terra d’origine". Nella sua veste di italiana nata all’estero prima ancora che come parlamentare, Schirò ha poi esortato: "cerchiamo di valorizzarci di più, di renderci più visibili e di mantenere i nostri diritti", ha detto facendo tra l’altro riferimento al Fondo per cultura che sinora non è stato prorogato – "e se perdiamo la lingua perdiamo il legame con l’Italia e tutto diventa più difficile" -. Quanto al tema più strettamente legato all’incontro, Schirò si è detta "contenta" perché "qui si parla di noi giovani famiglie italiane all’estero, si raccontano le nostre storie, non più come una cosa astratta ma con un punto di vista personale". Si parla di gioie e dolori, soddisfazioni e sacrifici, dei giovani ma anche dei loro genitori, sia che restino in Italia sia che scelgano di seguire i propri figli e nipoti all’estero.

Ma – e qui veniamo allo spaccato offerto dal volume – quanto costa questa emigrazione al nostro Paese in termini economici? Al di là della perdita per lo Stato che investe nella formazione di chi poi se ne va, Marina Sereni, già vicepresidente della Camera, ha individuato un "costo materiale" a carico delle famiglie ed un "costo specifico" dovuto a "l’impoverimento di alcuni contesti territoriali", specie nel sud d’Italia. Eppure, ha osservato Sereni, "nel dibattito pubblico si è più portati a discutere di chi arriva, sebbene il fenomeno dell’immigrazione non abbia la dimensione dell’emergenza". Al contrario "i numeri di chi se ne va hanno molto più a che fare con futuro del nostro Paese". Intanto, ha evidenziato Sereni, la presenza di "comunità dinamiche, creative, operose che, portano il volto positivo dell’Italia nel mondo" rappresenta per il nostro Paese una "ricchezza", una "opportunità da cogliere", ma "quanto le istituzioni se ne rendano conto resta un punto di domanda". C’è poi un’altra questione da affrontare: "se si ha voglia di rientrare, quali sono i problemi a cui si va incontro?". Per Marina Sereni sarebbe utile riflettere sulle misure attuate nel passato, sui loro effetti, perché "possono aver funzionato o meno", e "mettere a fuoco" che "serve una rilettura del sistema del welfare nei confronti di chi", oggi 30/40enne, "vuole metter sù famiglia", che viva in Italia o all’estero.

In effetti, ha ricordato Laura Garavini, negli ultimi anni ci sono stati diversi interventi normativi finalizzati a rispondere a queste necessità e nel "decreto crescita" è prevista la rimodulazione di misure la cui "validità" trova conferma nella scelta di ripristinarle da parte di un governo diverso.

Massimo Ungaro, giovane deputato PD eletto in Europa, è intervenuto oggi nella "doppia veste" di "legislatore da un anno a questa parte" e di "figlio che ha vissuto molte delle vicende descritte nello studio" del Centro AltreItalie. Per Ungaro il volume rappresenta "uno dei primi tentativi di studiare questa nuova forma e cultura della mobilità" che è "molto diversa" da quella della vecchia emigrazione. "Mio nonno emigrò da Napoli in Uruguay per necessità. Io a 18 anni ho scelto di partire". L’inchiesta si rivolge in particolare a chi, come lui, è emigrato "per aspirazione" ed il legislatore ha il compito di tutelarlo: dalla copertura dell’assicurazione sanitaria all’equiparazione dei titoli di studio sino all’assistenza per i genitori che scelgono di seguire i figli all’estero. Quanto all’Italia, "un Paese da cui le menti più giovani e con più capacità contributiva se ne vanno" senza tornare o senza che vi sia un diverso flusso d’entrata "è un Paese in difficoltà". Anche Ungaro è d’accordo sulla necessità di "capire le cause" – guadagni troppo bassi, mancanza di responsabilità, pochi investimenti nella ricerca e diseguaglianza di trattamento per le donne - e "valutare le politiche degli ultimi anni". Degli sgravi fiscali contenuti nel "pacchetto contro-esodo" hanno usufruito 10mila connazionali, che però, ha riferito Ungaro, "una volta terminati gli incentivi sono ripartiti".

"La mobilità deve tornare ad essere una delle questioni centrali delle politiche del nostro Paese". Non ha usato mezzi termini Maddalena Tirabassi, direttore del Centro AltreItalie, secondo la quale "le nuove migrazioni potrebbero fare da traino per quelle vecchie, forse un po’ trascurate e impantanate nella vecchia legislazione". La ricerca condotta sulle famiglie transnazionali può essere un punto di partenza, da sviluppare anche grazie al contributo della politica, poiché ha svelato una realtà sinora poco conosciuta sebbene assai interessante anche in termini di "opportunità". La prima è quella della "sprovincializzazione della società italiana" grazie ad una "classe di genitori" che ha iniziato a viaggiare e a conoscere nuovi Paesi, a studiare le lingue e imparare l’uso di nuove tecnologie. "Vedere il mondo fa bene a una classe media italiana troppo a lungo rimasta dentro i propri confini". A fronte di questa "multiculturalità delle relazioni affettive che si ripercuote nell’apertura di mentalità delle famiglie italiane", Tirabassi ha individuato alcune "criticità". Intanto vi sono dei problemi pratici che possono ostacolare i rientri, ad esempio per i connazionali che abbiano un coniuge o un partner straniero: "le nostre leggi sui permessi di soggiorno dall’estero sono impossibili". Detto ciò, "non si potrà pensare ai rientri sino a che non si risolveranno molte delle questioni che hanno spinto i nostri giovani ad emigrare". Quegli stessi giovani, ha concluso Tirabassi con una "nota di ottimismo", che divengono "ambasciatori dell’Italia" se accompagnati a dovere in questo loro "esodo". Tutti riconoscono il "soft power" della cultura italiana, che, "molto apprezzata all’estero", "può essere portata avanti dai nostri giovani", ma, ha ammonito la ricercatrice, "non possiamo affidarci alle impressioni, bisogna agire con consapevolezza".

Brunella Rallo è intervenuta a nome della community di "mammedicervellinfuga", un vero e proprio "date base dell’emigrazione" e un "osservatorio bidirezionale che riunisce chi parte e chi resta" e che, a questa ricerca come ad altri approfondimenti (Rapporto Italiani nel Mondo) ha fornito aspetti e dati qualitativi che "i semplici numeri dell’Aire o dell’Istat o del centro statistico della Banca d’Italia non ci danno". Rallo ne ha riportati alcuni. Il 18% delle famiglie intervistate ha più di un figlio all’estero, perché si cerca di dare le stesse opportunità a tutti, il che vuol dire che "lo svuotamento delle famiglie è sempre maggiore". E ancora il 67% di famiglie aiuta economicamente i figli all’estero attraverso l’invio di denaro. In media si stima che questa cifra si attesti sugli 8.000 euro l’anno, con una forbice che varia da 2.000 a 40.000 euro. "In molti casi, anche con figli ritenuti autonomi, i genitori ritengono importante esprimere il loro ruolo genitoriale anche attraverso piccole e simboliche cifre". Rallo ha parlato di due tipi di costi: "i costi diretti ovvero il sussidio economico su base mensile o annuale" versato ai figli e "i costi indiretti per la mitigazione della distanza". In altre parole: quanto costa andare a trovare un figlio all’estero? Quante volte si va? Quante volte tornano i figli in Italia? E quanto costa la spesa al supermercato quando tornano? Quanto costa studiare una lingua straniera? (a tal proposito è stato lanciato il primo accordo commerciale del blog mammedicervellinfuga con Babel) Quanto costa spedire pacchi di approvvigionamento? In totale si arriva ad una cifra di 10.000 euro l’anno stimati.

Informazioni importanti, queste, perché, come ha osservato Laura Garavini, "avere una quantificazione nazionale di questi flussi darebbe un’idea di come intervenire per correggere alcuni elementi della nostra economia".

Sull’intreccio costi-famiglia è intervenuta anche Valeria Bonatti, anche lei curatrice dello studio, oggi negli Stati Uniti alla University of Illinois, che ha portato la sua riflessione dal punto di vista di nuova expat su tre aspetti della genitorialità a distanza. Il "mantenimento dei costi" e la " mitigazione distanza" sono senz’altro i fenomeni "più evidenti", ma rappresentano "solo una parte dello sforzo logistico dei nostri genitori". Vi sono infatti altri "sforzi emozionali" che, ha spiegato Bonatti, consistono nel coordinare i contatti come le telefonate su Skype e i social media per "riprodurre" tradizioni e "regolarità di famiglia", come i pranzi della domenica. Alla "dimensione emotiva" appartiene anche "come riorganizzare la casa quando i figli tornano", magari con i nipoti. E poi c’è il "coinvolgimento" dei genitori nelle "fasi di transizione della vita dei giovani expat" – trasferimento, ricerca di una casa, matrimonio, figli… -, che "avviene con interventi economici, ma anche con l’intensificamento dei contatti sociali alla ricerca di risorse, opportunità e aiuto per i propri figli". Ma non è tutto. I genitori degli expat, dopo essersi sobbarcati costi economici ed emotivi, si trovano ad invecchiare. Cosa fare dopo la pensione, dove collocarsi e come gestire il proprio denaro? È possibile trasferirsi all’estero per raggiungere i propri figli? E che succede poi se il mercato del lavoro sempre più dinamico e flessibile porta i figli altrove? Come rifarsi una vita da anziani quando ci si trasferisce all’estero? Come farlo senza pesare sui propri figli? "Continueremo a studiare il fenomeno per dare risposte a queste domande", ha concluso Bonatti, "confidando anche sull’ascolto della politica".

Hanno preso oggi la parola anche due giovani, che stanno vivendo in prima persona e con le loro rispettive famiglie l’esperienza migratoria.

Tra loro Andrea, romano, ora a Sydney. Laureto in ingegneria edile, dopo una prima esperienza in Azerbaijan è rientrato in Italia, ma poi ha avuto una buona occasione e l’ha colta: in Australia il suo primo contratto era otto volte più alto di quello italiano, senza contare la tassazione favorevole e la possibilità di "fare": "non importava se fossi giovane o meno, ma se sapessi fare una cosa o meno". E così a 28 anni gli hanno chiesto di progettare impianti per tre grattacieli firmati da Renzo Piano. Ora di anni ne ha 32 e il suo "sogno", da Sydney, è quello di lavorare a Roma.

Ha scelto invece Berlino Debora, ingegnere elettrotecnico, che in Germania ha trovato un lavoro a tempo indeterminato e una compagna. "Voglio sposarmi e avere dei figli, un futuro che in Italia vedo scuro". Non c’è dunque solo un motivo economico per restare all’estero: sono in tanti infatti i giovani che scelgono di lasciare l’Italia per poter vivere più serenamente la propria omosessualità. Per loro alla politica Debora ha chiesto di lottare anche "per i diritti civili".

Ha due figli all’estero anche Fabio Porta, coordinatore PD in Sud America, tornato in Italia per due legislature come deputato eletto all’estero. Qui i figli, hanno terminato le scuole dell’obbligo per poi affrontare una esperienza negli Usa ed ora l’Università in Francia. "In Italia c’è un problema culturale", perché il nostro, "nonostante la grande propensione internazionale" che ci dà l’emigrazione, "è un Paese provinciale". Lo dimostra la mancanza di sensibilità nell’intercettare l’enorme potenzialità degli italodiscendenti, spesso "cervelli" che vorrebbero venire in Italia ma verso i quali non è previsto alcun incentivo.

Eppure, come ha voluto ribadire Garavini, prima di affidare le conclusioni ad Antonio Misiani, "la mobilità è una occasione straordinaria, una esperienza, sì, difficoltosa, a volte lacerante, ma un’esperienza che illumina i ragazzi che la vivono ma anche chi resta, perché è una opportunità di arricchimento, di conoscenza". L’augurio è che, sebbene ancora non si vedano, gli "effetti benefici" del nuovo "approccio multiculturale" delle famiglie transnazionali aiuti concretamente l’Italia a sprovincializzarsi. E in tal senso Garavini ha assicurato il proprio impegno ed il "sostegno pieno" dei nostri colleghi.

Anche quando si tratterà di trovare i finanziamenti per le politiche ad hoc. Lo ha assicurato anche il capogruppo PD in Commissione Bilancio del Senato, Antonio Misiani, il quale ha riconosciuto il "carattere multidimensionale del fenomeno migratorio, che per noi legislatori è indispensabile sapere leggere e interpretare, per rispondere a bisogni così articolati". Per questo l’incontro odierno è stato importante: perché ha "acceso i riflettori" su un aspetto particolare del fenomeno, facendo venire a galla "perdite enormi di capitale e di investimenti per il Paese". "Insieme siamo chiamati a costruire delle risposte efficaci in due ambiti", ha proseguito Misiani. Da un lato occorre migliorare "la qualità della vita di chi, volente o nolente, all’estero ci vive e di chi è rimasto in Italia". In che modo? Semplificandone la vita con una adeguata assistenza e garantendo l’efficienza tanto delle rappresentanze diplomatico-consolari all’estero quanto della pubblica amministrazione. Dall’altro "occorre tornare a rendere l’Italia attrattiva per chi vuole ritornare e evitare che i giovani si trovino costretti ad emigrare". Ma per far ciò bisogna Nostro compito "tornare a ragionare guardando al futuro, recuperando più risorse per gli investimenti" e per tutti gli interventi che "chiamano in causa le prossime generazioni". Troppo a lungo l’Italia "colpevolmente" non ha messo al centro del l’agenda politica il capitolo dei giovani, siano essi all’estero o in Italia: dall’istruzione al mondo del lavoro, dalla fiscalità delle famiglie al sistema imprenditoriale, l’Italia deve "imboccare la strada giusta".

Lo ha detto anche Garavini: "I nostri talenti rientrano se sosteniamo l'occupazione, la giusta retribuzione, le possibilità di carriera in base al merito. E poi se favoriamo la conciliazione tra tempi di lavoro e natalità, come si fa in tanti paesi europei. Dove la cura dei figli è ripartita tra entrambi i genitori. E non affidato solamente alla madre. Se, in definitiva, facciamo di tutto non solo per farli tornare, i nostri talenti all'estero. Ma anche, e soprattutto, per farli rimanere". E di tutto ciò beneficerebbe anche chi sceglie di restare. Raffaella Aronica,

Aise/dip 13

 

 

 

 

Presentata alla Farnesina la piattaforma informatica “Italiani all’estero, i diari raccontano”

 

Sul portale i navigatori del web potranno consultare le testimonianze

dell’emigrazione italiana passata e presente conservati nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Vignali (Maeci- Dgit): Un progetto culturale che racconta non soltanto storie individuali, ma la storia del nostro stesso Paese, con uno sguardo al futuro

 

ROMA – E’ stata presentata alla Farnesina la piattaforma informatica “Italiani all’estero, i diari raccontano”, accessibile anche dal sito istituzionale del Ministero degli Esteri con un link che rimanda al portale “idiariraccontano.org”. Si tratta di un progetto realizzato con il contributo della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Maeci  è una selezione delle parti più significative delle testimonianze raccolte nel fondo catalogato con il soggetto “emigrazione” presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. La raccolta conserva i diari, le lettere e le memorie che racchiudono le storie degli italiani vissuti all’estero dall’inizio dell’Ottocento fino ai giorni nostri. E’ dal 1984 che l’Archivio Diaristico Nazionale offre a ricercatori e ai lettori di tutto il mondo la possibilità di consultare questo materiale, finora conservato in sede in formato analogico, e ora accessibile anche in formato digitale direttamente dal web. All’evento sono intervenuti Elisabetta Belloni, Segretario Generale del Maeci, Luigi Maria Vignali, Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero, Nicola Maranesi, curatore del progetto e Pier Vittorio Buffa, consulente editoriale. Nel corso della presentazione, gli attori Francesca Ritrovato e Jacopo Bicocchi hanno effettuato delle letture toccanti ed emozionanti tratte dalle testimonianze raccolte nella piattaforma informatica; la musicista Cristina Vetrone ha suonato e interpretato dal vivo canti popolari tramandati di generazione in generazione.

 

“Dal 1861, ossia dall’unità d’Italia fino ad oggi, sono espatriati circa trenta milioni di connazionali; accanto a questa cifra, abbiamo quella altrettanto importante rappresentata dai cosiddetti oriundi che, nel mondo, sono arrivati a una soglia compresa tra i sessanta e gli ottanta milioni: sono cifre di spessore che giustificano, senza dubbio, l’impegno profuso dal Maeci per le politiche migratorie”, ha affermato Elisabetta Belloni che si è soffermata sul lavoro svolto dalle istituzioni in questo settore. “Primeggiamo sia tra i Paesi europei che nel resto del mondo per la disponibilità istituzionale profusa nel proteggere quel valore aggiunto che è rappresentato dall’italianità all’estero: vedo molta costanza e interesse in questo lavoro quotidiano ed è perciò che ringrazio sia la Direzione Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e nello specifico la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano”, ha aggiunto Belloni evidenziando il senso del dovere e dell’inclusività nei confronti di chi vive all’estero. “Gli italiani che vivono nel mondo devono sapere che non sono dimenticati: essi rimangono italiani e sono per noi un valore aggiunto importante. Il nostro obiettivo è quello di mantenere un forte legame sia con i flussi migratori più datati e sia con la nuova mobilità, ossia quella del presente, per poter condividere con questi connazionali non soltanto il dolore e il sacrificio del distacco ma anche le storie di successo di chi ce l’ha fatta e quindi delle nostre eccellenze. Non dobbiamo intervenire solo in chiave assistenzialistica ma anche e soprattutto in una visione globale di valorizzazione: in ogni caso sono tutte storie dalle quali occorre imparare qualcosa”, ha concluso Belloni. 

“Vi sono storie drammatiche di distacco dai familiari e dalla propria terra d’origine – ha rilevato il Direttore Generale Vignali – e c’è dunque condensato tutto il dramma della partenza, come si evince già nelle lettere risalenti alla fine dell’Ottocento ma anche in documenti più recenti che ci raccontano i sentimenti provati nel fatidico momento della partenza dagli italiani andati all’estero; oppure quei sentimenti emersi una volta giunti a destinazione e dopo anni di permanenza all’estero, dove non manca quasi mai la nostalgia per la Patria. Questo portale – ha aggiunto Vignali - è un’iniziativa unica: la possibilità di mettere in rete le circa mille storie e altrettanti racconti custoditi in lettere, diari e fotografie di duecento italiani. Si tratta di un progetto culturale dal taglio storico che racconta non soltanto storie individuali, ma la storia del nostro stesso Paese, con uno sguardo al futuro. Con questa iniziativa ci rivolgiamo quindi alle nuove generazioni di migranti e ai tantissimi italo-discendenti che sono nel mondo, facendo riscoprire soprattutto ai più giovani le loro radici e le loro tradizioni”, ha sottolineato Vignali precisando come gli italiani all’estero siano sempre più al centro delle politiche del Maeci.

 

“Il portale racchiude un affresco di storie e di vita degli italiani all’estero: essa è una sorta di antologia che utilizza strumenti digitali per mettere a disposizione una parte considerevole di materiale e di diari che la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano ha iniziato a raccogliere già a partire dal 1984”, ha commentato Maranesi,  curatore di questo progetto che vuole porsi come un vero e proprio “polo d’attrazione, in continua evoluzione e formazione, per offrire una rappresentazione quanto più ricca possibile dei nostri connazionali espatriati in passato e nel presente”. Si parte dal “quando eravamo noi i migranti”, con foto e diari scoloriti dal tempo, per arrivare agli anni a noi più prossimi. Non si tratta dunque di un qualcosa di statico e cristallizzato, coniugato al passato remoto, ma aperto alla volontà anche attuale di chiunque voglia raccontare storie di emigrazione della propria famiglia o mettere a disposizione materiale documentaristico di varia natura: Maranesi ha evidenziato come stiano giungendo già delle segnalazioni in tal senso dall’estero. “Nel web non ci sono attualmente raccolte così dettagliate in materia: questo sito è un dono per l’intera comunità italiana. L’inizio è stato positivo ma per i bilanci bisognerà attendere alcuni mesi”, ha sottolineato il curatore ha poi lasciato la parola al consulente editoriale del progetto. “Questo è un sito di natura giornalistica, nel senso che è soggetto a delle scelte finalizzate alla catalogazione e all’inserimento delle storie secondo dei criteri ben precisi”, ha precisato Buffa entrando quindi nel vivo di alcune delle storie, spesso drammatiche, narrate nel portale. “E’ il caso delle tragedie dei lavoratori nelle miniere, che hanno segnato parte dell’emigrazione italiana non soltanto in Europa ma anche negli Stati Uniti”, ha spiegato Buffa ricordando due delle principali tragedie in questo senso: è il caso di Marcinelle, in Belgio, nel 1956 e ancor prima agli albori del secolo scorso, a Cherry, nello Stato dell’Illinois, precisamente nel 1909. Nell’incidente di Marcinelle persero la vita oltre centotrenta  emigrati italiani; in quello di Cherry invece il numero delle vittime italiane fu settantatre: questa tragedia americana è narrata in maniera dettagliata e toccante da uno dei superstiti, Antenore Quartaroli. Come ricordato da Buffa, infine nel portale ci sono anche diverse storie di ritorni in Patria, come quelli avvenuti in seguito all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. (Simone Sperduto/Inform 11)       

 

 

 

 

10º anniversario della Carta dei diritti fondamentali dell'UE. La Commissione fa il punto

 

Bruxelles - La Commissione europea ha pubblicato questa settimana la relazione annuale che valuta come le istituzioni dell'UE e gli Stati membri abbiano applicato la. In occasione del 10º anniversario della Carta dei diritti fondamentali dell'UE, la Commissione europea ha pubblicato anche un'indagine Eurobarometro sulla consapevolezza dei cittadini in merito.

Dalla relazione emerge che, grazie alla Carta, negli ultimi dieci anni nell'operato delle istituzioni dell'UE si è sviluppata una cultura dei diritti fondamentali. Tuttavia, il documento risulta essere ancora poco conosciuto e non sfruttato al massimo del suo potenziale a livello di catena di applicazione.

"A dieci anni di distanza, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea tiene fede alle promesse”, il commento del Primo vicepresidente Frans Timmermans. “Si tratta della colonna portante della nostra Unione di valori, che definisce diritti, libertà e principi. Perché la Carta incida in modo più efficace sulla vita dei cittadini, questi devono conoscere i propri diritti e sapere a chi rivolgersi nel caso in cui siano violati. Per questo è importante continuare a parlare della Carta e fare in modo che le persone sappiano cosa comporta realmente essere europei".

La Carta, ha aggiunto Vera Jourová, Commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, "è citata dai tribunali e applicata dall'UE attraverso le recenti iniziative volte a tutelare i diritti dei cittadini, eppure solo un europeo su dieci sa di cosa si tratta, rendendo difficile per i cittadini sfruttarne appieno il potenziale. Per questo motivo invito i governi nazionali, gli attori della società civile e tutti i difensori dei diritti a sensibilizzare sul tema e a far sì che la Carta sia una realtà per tutti i cittadini".

Secondo la relazione, i responsabili politici sono sempre più consapevoli dell'importanza di garantire che le varie iniziative rispettino i diritti sanciti dalla Carta. L’Unione Europea ha adottato numerose misure volte a tutelare i diritti fondamentali delle persone, come il regolamento generale sulla protezione dei dati.

Le autorità nazionali, compresi gli organi giurisdizionali, sono tenute ad applicare la Carta quando attuano il diritto dell'UE. I riferimenti a questo documento da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea sono notevolmente aumentati, passando da 27 nel 2010 a 356 nel 2018. Anche gli organi giurisdizionali nazionali fanno riferimento alla Carta nelle loro decisioni e si rivolgono sempre più spesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea per chiedere orientamenti.

Tuttavia, la Carta non è ancora sfruttata al massimo del suo potenziale ed è ancora poco conosciuta, soprattutto a livello nazionale. L'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali evidenzia la mancanza di politiche nazionali che ne promuovano la conoscenza e l'attuazione. L'indagine Eurobarometro odierna mostra che, sebbene ci sia un leggero miglioramento rispetto al 2012, solo quattro cittadini su dieci hanno sentito parlare della Carta e solo uno su dieci sa di cosa si tratta. Sei cittadini su dieci hanno dichiarato di voler essere maggiormente informati sui diritti sanciti nel documento e su come comportarsi nel caso in cui siano violati.

Per quanto riguarda l'applicazione della Carta nel 2018, la relazione menziona le principali iniziative dell'UE: garantire la protezione degli informatori a livello di UE (norme minime per garantire un livello di protezione elevato degli informatori); promuovere i diritti elettorali (misure volte a promuovere elezioni libere ed eque, comunicazione sulla disinformazione e invito rivolto alle piattaforme online e all'industria pubblicitaria ad agire per contrastare le notizie false); e contrastare l'illecito incitamento all'odio online (monitoraggio dell'impatto del codice di condotta per contrastare l'incitamento all'odio online).

La relazione mostra infine che vi sono margini di miglioramento, soprattutto a livello nazionale. Il mancato rispetto dello Stato di diritto e della normativa in materia di asilo è stato e rimane un problema in parte dell'UE.

Il 12 novembre di quest'anno la Commissione europea, la presidenza finlandese dell'UE e l'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali terranno una conferenza per celebrare il decennale della Carta. I partecipanti rifletteranno su come migliorarne l'utilizzo sul campo, negli Stati membri.

CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI

Con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona il 1º dicembre 2009, la Carta dei diritti fondamentali è diventata giuridicamente vincolante e da allora la Commissione europea ha pubblicato annualmente una relazione sulla sua applicazione.

Le relazioni annuali monitorano i progressi compiuti nei settori di competenza dell'UE, mostrando come si è tenuto conto della Carta in situazioni reali, in particolare nel proporre nuovi atti legislativi dell'UE, e considerano il ruolo delle istituzioni dell'UE e delle autorità degli Stati membri nell'assicurare che i diritti fondamentali diventino una realtà nella vita dei cittadini.

La Commissione coopera con le autorità competenti a livello nazionale, locale e dell'UE per informare meglio i cittadini sui loro diritti fondamentali e sulle sedi appropriate a cui rivolgersi per chiedere aiuto in caso di violazione di tali diritti. Informazioni pratiche sono disponibili sul portale e-Justice. (aise 8) 

 

 

 

 

 

Premio Berlino 2019:  domande di partecipazione entro il 15 luglio

 

Roma/Berlino. C’è tempo fino alle ore 12 del prossimo 15 luglio, per partecipare alla terza edizione del Premio Berlino, che ha lo scopo di promuovere l’architettura contemporanea italiana attraverso la mobilità e l’internazionalizzazione dei professionisti.

Il Premio Berlino - promosso da Ministero per i Beni e le Attività culturali- Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale-Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese e Istituto Italiano di Cultura di Berlino - offre a due giovani architetti emergenti con esperienza di ricerca sui temi del riuso e della rigenerazione urbana nelle aree periferiche e conoscenza della lingua inglese l’opportunità di passare sei mesi nella capitale tedesca. I vincitori avranno la possibilità di lavorare in studi professionali berlinesi di alto profilo e partecipare alle attività dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Aedes Metropolitan Laboratory.

Gli aspiranti al Premio Berlino devono: essere cittadini italiani e residenti in Italia;  essere nati dopo il 31 dicembre 1988;  essere architetti iscritti all’ordine professionale;  svolgere comprovata attività di progettazione e di ricerca nel settore specifico del riuso e della rigenerazione urbana; avere una buona conoscenza della lingua inglese. La conoscenza del tedesco costituirà titolo preferenziale. Saranno valutati positivamente coloro che hanno al loro attivo progetti di riuso o rigenerazione già realizzati o in fase di realizzazione. Bando: aap.beniculturali.it/pdf/BANDO_PREMIO_BERLINO_2019.Pdf.  dip

 

 

 

 

 

La celebrazione della festa della Repubblica a Berlino. L’intervento dell’ambasciatore Luigi Mattiolo

 

Berlino – Si sono svolte anche a Berlino le celebrazioni per il 73° anniversario della Festa della Repubblica italiana.

Nel suo intervento per l’occasione, l’ambasciatore d’Italia in Germania, Luigi Mattiolo ha ricordato i valori incorporati nella Costituzione italiana - democrazia, libertà, stato di diritto, giustizia e responsabilità sociale – e la storia comune di Italia e Germania: “la costituzione repubblicana italiana è entrata in vigore quasi contemporaneamente alla Legge Fondamentale tedesca di cui di recente è stato celebrato il settantesimo anniversario – ha segnalato Mattiolo.

L’ambasciatore si è soffermato poi su “quanto sia forte il legame tra Italia e Germania e quanto profonde siano le emozioni che esso suscita”, “l’entusiasmo e l’attrazione per l’Italia che colgo in Germania – ha rilevato - non sono soltanto il frutto di innumerevoli legami politici, economici e culturali, ma riguardano anche la percezione che abbiamo di noi stessi e della nostra comune identità”.

Mattiolo ha poi richiamato l’attuale quadro economico e politico europeo, che soffre delle “ripercussioni negative della globalizzazione e della digitalizzazione, delle migrazioni, del terrorismo, delle crisi internazionali, dei cambiamenti climatici e di trasformazioni economiche e sociali sempre più veloci”. “I Paesi europei vivono più di altri la crisi attuale, perché il loro peso specifico nel mondo globalizzato si riduce. Grazie all’Unione europea, tuttavia, essi possono essere parte della soluzione –rileva l’Ambasciatore, richiamando la necessità di “adoperarci affinché le istituzioni dell’Ue siano in grado di fornire ai nostri cittadini le risposte che essi legittimamente si attendono”. “Si tratterà innanzi tutto – prosegue - di rilanciare la crescita economica e di uscire da una crisi che in alcuni Paesi Ue non è ancora finita; di assicurare una migliore ripartizione dei benefici dell’integrazione, del mercato unico e dell’Euro; di creare finalmente dei meccanismi condivisi per gestire in modo umano e realistico i flussi di migranti che guardano all’Europa in cerca di un futuro migliore; di proteggere l’ambiente e salvare il nostro pianeta per lasciarlo in eredità alle future generazioni. Su questi ed altri temi, nella prossima legislatura tutte le istituzioni dell’Unione europea dovranno dimostrare la determinazione e il coraggio necessari per affrontare le sfide senza timore di uscire dagli schemi, di superare gli schieramenti e di assumersi la responsabilità di decidere – ribadisce ancora l’Ambasciatore.

Infine, il saluto rivolto ai connazionali residenti in Germania: “voi tutti rappresentate una comunità straordinaria, operosa e solidale, che con grande spirito di sacrificio ha contribuito alla crescita, allo sviluppo e, lasciatemi dire, anche alla qualità della vita di questo magnifico Paese. L’Italia – afferma Mattiolo - è fiera di voi e del vostro contributo all’immagine dell’Italia, con la quale mantenete un intenso legame culturale ed affettivo, che l’Ambasciata e i Consolati in Germania intendono difendere e sviluppare”.

Richiamata in particolare la nuova mobilità italiana, cui “dedichiamo diverse attività di informazione e di orientamento per fare della nostra Ambasciata un punto di riferimento per i giovani che affrontano il trasferimento a Berlino in cerca di migliori opportunità di realizzazione professionale ed umana – conclude l’Ambasciatore. (Inform 6)

 

 

 

 

“On the move”: tappa nella capitale tedesca 19 giugno

 

Dopo Bruxelles e Londra tocca a Berlino. Tappa nella capitale tedesca, il prossimo 19 giugno, per “On the move”, il tour promozionale del sistema di ricerca emiliano-romagnolo nato con l’obiettivo di coinvolgere i talenti emiliano-romagnoli che lavorano all’estero, per avviare scambi e collaborazioni con la rete di centri e imprese della regione.

Appuntamento mercoledì prossimo, dalle 15.00 alle 18.00 al Factory Berlin Görlitzer Park (Lohmühlenstraße 65) di Berlino.

All’incontro saranno presenti rappresentanti della Regione Emilia-Romagna e testimonial emiliano-romagnoli residenti a Londra che si confronteranno sulle modalità più proficue di relazione fra chi opera in un contesto internazionale e gli attori della ricerca e innovazione in Emilia-Romagna, attraverso la presentazione delle iniziative della Regione Emilia-Romagna in tema di Ricerca & Innovazione, Alte competenze, Creazione d’impresa.

A fare gli onori di casa sarà Francesco Leone, Primo Consigliere dell'Ambasciata d'Italia in Germania, e il Presidente SMAU Pierantonio Macola.

“Le reti regionali della Ricerca e dell’Innovazione tra territorio e internazionalizzazione” saranno illustrate da Marina Silverii, Vice Direttore ART-ER - Attrattività, Ricerca e Territorio.

Segurià, quindi, lo spazio dedicato alle testimonianze: racconteranno al loro storia di successo nelle collaborazioni con il Paese di origine Francesco Scaltriti, Brand Manager Italy & Germany presso Houzz; Umberto Pinoni, Freelance Architect and Exhibition Designer; ed Eugenia Rinaldi, Ricercatrice presso l’Ospedale Universitario Charité.

Le conclusioni saranno affidate a Palma Costi, Assessore alle attività produttive, piano energetico, economia verde e ricostruzione post-sisma della Regione Emilia-Romagna.

Modera Marina Silverii, Vice Direttore ART-ER - Attrattività, Ricerca e Territorio. La partecipazione è gratuita ma occorre prenotarsi. dip 

 

 

 

 

In autunno una delegazione della Baviera in Friuli

 

Monaco di Baviera - Rinvigorire il protocollo d'intesa del 2016, con particolare attenzione alla collaborazione sui temi della logistica e dell'innovazione applicata alle imprese, e dare attuazione a quel corridoio doganale che, unendo Trieste e Monaco, aprirebbe a nuove prospettive di sviluppo per l'economia dell'Europa centro-meridionale.

Questa la road-map definita durante il recente vertice tra il governatore Massimiliano Fedriga e il ministro agli Affari federali, comunitari e internazionali del Libero Stato di Baviera, Florian Herrmann: mezz'ora di fitto confronto, presso la Cancelleria di Stato a Monaco, che ha abbracciato, oltre agli aspetti tecnici legati alla cooperazione tra le due regioni, anche le relazioni politiche a più ampio raggio tra il Friuli Venezia Giulia e il vicino Land.

Rinsaldare i legami con le aree storicamente e culturalmente affini è infatti, secondo Fedriga, "condizione necessaria per allargare il ventaglio di prospettive per un'economia come quella regionale che, come peraltro dimostrato dal successo dello stand Fvg alla fiera della logistica di Monaco, sta attraversando una fase estremamente ricca in termini di rapporti bilaterali e dunque fortemente votata alla crescita".

Di qui, l'invito del governatore al ministro Herrmann a visitare il Friuli Venezia Giulia in autunno "per prendere visione, assieme al collega Reichhart, dello stato di avanzamento dei singoli progetti e valutare di persona ulteriori piattaforme sulle quali sviluppare il nostro già solido partenariato". dip

 

 

 

Memorandum d’intesa siglato dal Cnr e il Fraunhofer tedesco

 

Accordo per lo sviluppo di attività congiunte nei settori delle comunicazioni quantistiche, dell'agricoltura intelligente, dei beni culturali e dell'industria 4.0

 

ROMA - Il Consiglio nazionale delle ricerche e il Fraunhofer tedesco hanno sottoscritto un'intesa per lo sviluppo di attività congiunte nei settori delle comunicazioni quantistiche, dell'agricoltura intelligente, dei beni culturali e dell'industria 4.0.

A sottoscrivere l’intesa, presso la sede del Cnr a Roma, il suo presidente Massimo Inguscio e il presidente del Fraunhofer Reimund Neugebauer.

Il Cnr è la principale organizzazione pubblica di ricerca in Italia, conta quasi 10 mila dipendenti ed è organizzata in un centinaio di Istituti distribuiti in tutto il Paese, raggruppati in sette Dipartimenti che coprono le principali aree della scienza e della cultura. Il Fraunhofer è l'istituzione leader in Europa per la ricerca applicata, con oltre 26.600 dipendenti e 72 istituti e unità di ricerca. I due enti hanno già collaborato in diversi progetti europei e con questo accordo svilupperanno relazioni più strette e estenderanno le loro attività congiunte, tra gli altri, nei settori delle comunicazioni quantistiche, dell’agricoltura intelligente, del patrimonio culturale, dell’industria 4.0.

“Potenzieremo ulteriormente la nostra collaborazione, avviando attività volte a perseguire obiettivi comuni nel campo della ricerca, dell'innovazione e del trasferimento tecnologico - ha affermato Inguscio, segnalando come “un comitato congiunto si occuperà di pianificare progetti concreti che saranno formalizzati in accordi scritti separati”. 

“La cooperazione internazionale con partner eccellenti è un requisito fondamentale per la ricerca al massimo livello, mirata al trasferimento di conoscenza - ha dichiarato il prof. Neugebauer, rilevando come “la collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche dell’Italia ha già dato prova di grande successo in molti progetti europei”. (Inform/dip 13)

 

 

 

 

Berlino. L’Ambasciata lancia la 2a edizione concorso “Bravo Bravissimo”

 

Berlino - L’Ambasciata d’Italia a Berlino lancia in questi giorni la 2ª edizione del concorso “Bravo Bravissimo!”, premio scolastico dedicato agli studenti italiani in Germania.

Il concorso prevede due categorie: “Che pagella!”, con cui vengono premiati gli studenti che ottengono, nelle varie fasce d'età e nelle diverse tipologie di scuole, i risultati migliori; e “Che progressi!”, con cui vengono premiati gli studenti che migliorano di più i propri risultati scolastici, cioè registrano i maggiori progressi, nel corso dell’anno.

La partecipazione è completamente gratuita. Possono concorrere al premio tutti gli studenti italiani regolarmente residenti in Germania e che frequentano la scuola tedesca di ogni ordine e grado, dalla seconda elementare alla Maturità.

Per partecipare basta inviare all'Ambasciata d'Italia a Berlino una copia delle pagelle dell’anno scolastico 2018/2019 (1° e 2° semestre) entro il 15 agosto 2019.

La copia delle pagelle dovrà essere spedita per email all’indirizzo scuole.berlino@esteri.it indicando come oggetto: “Premio Bravo Bravissimo” insieme a cognome e nome dello studente partecipante.

Gli studenti saranno suddivisi in cinque gruppi: Scuola elementare - Ginnasi (fino alla decima classe) - Altri tipi di Scuola secondaria (fino alla decima classe) - Ginnasi (dall’undicesima classe alla maturità) - Altri tipi di Scuola secondaria (dall’undicesima classe fino alla conclusione degli studi), ad esclusione dei percorsi per l’inserimento professionale.

Le pagelle saranno valutate da un’apposita commissione dell’Ambasciata che, per ognuno dei cinque gruppi, selezionerà i vincitori delle due categorie. Il regolamento del concorso è disponibile qui.

I vincitori di ciascuna categoria riceveranno premi in denaro messi a disposizione da “Ferrero S.P.A.”. aise/dip

 

 

 

 

Io Accolgo: presentata la nuova campagna

 

Roma – Ma davvero l’Italia è diventata xenofoba, egoista, ringhiosa? In realtà esiste un Paese diverso, accogliente e solidale, che si rimbocca le maniche e non perde tempo a sbraitare sui social. Famiglie, associazioni, parrocchie, insegnanti, movimenti, enti locali, sindacati: una rete capillare, che ogni giorno produce coesione sociale, ma di cui si parla troppo poco. È proprio per dare voce e visibilità alle tante esperienze di solidarietà che 46 organizzazioni lanciano la campagna #IoAccolgo. Il via ieri mattina sulla scalinata di Piazza di Spagna, per un flash mob che ha usato le leggere coperte termiche dorate che i soccorritori distribuiscono ai migranti salvati dal mare: a indossarle oltre 200 persone che hanno trasformato la scalinata in una cascata d’oro. Mentre nella ‘barcaccia’, la fontana barocca di Piazza di Spagna, galleggiavano barchette costruite ripiegando pezzi delle stesse coperte.

Del comitato promotore fanno parte ong grandi e piccole, realtà ecclesiali e associazioni laiche, tra cui Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cgil, Cir, Cnca, Sant’Egidio, Fcei, Focsiv, Finanza Etica, Migrantes, Forum Terzo settore, Gruppo Abele, Intersos, Legambiente, MSF, Oxfam, Save the children.

Obiettivo di #IoAccolgo dunque è “far emergere la parte dell’ Italia che valorizza la Costituzione, il principio dell’ accoglienza e il dovere della solidarietà”, dichiara il responsabile immigrazione Arci Filippo Miraglia.

Alla presentazione intervengono testimonial particolari. Come Leen Shahda, 28 anni, siriana, fuggita da Damasco grazie ai corridoi umanitari: “Sono arrivata tre anni fa, la guerra ha distrutto il mio futuro di ragazza. All’ inizio ho trovato difficoltà con la lingua, la cultura, il cibo. Ma ce l’ho fatta. E mi piace anche la cucina italiana, anche troppo. Ho studiato all’ università come mediatrice interculturale, ora l’ Italia è il mio Paese”. Ibrahim, arrivato come minore non accompagnato dalla Sierra Leone, è stato accolto da una famiglia della rete Refugees Welcome Italia: “Nel centro di accoglienza a Crotone mi sentivo solo anche se eravamo in 500. Ora ho un posto che posso chiamare casa, ho una famiglia”.

Berry, anche lui minorenne, ha fatto le medie in Italia, studia da mediatore, ma a ottobre si vedrà togliere il permesso di protezione umanitaria, diventerà irregolare e sarà espulso dal sistema di accoglienza pubblico come risultato della legge 132, il cosiddetto decreto sicurezza: “Vorrei solo un’ opportunità per avere una mia vita e aiutare gli altri”.

“Pensiamo che quest’Italia sia ancora oggi una maggioranza, ma una rappresentazione distorta fa sì che non sia visibile”, commenta Miraglia. Un’ Italia lontana dai riflettori “che quotidianamente agisce per mitigare i danni di una legislazione, di politiche e comportamenti istituzionali che condannano i migranti a morire in mare, chiudono i porti, cancellano esperienze di accoglienza come gli Sprar”, sottolineano i promotori.

Le organizzazioni di #IoAccolgo chiedono all’ Unione europea un programma efficace di ricerca e salvataggio in mare, l’ accoglienza delle persone bisognose di protezione, un’ equa distribuzione dei richiedenti asilo tra i diversi Stati dell’ UE. Adesioni possibili sottoscrivendo il manifesto sul sito www.ioaccolgo.it e rilanciarla sui social tramite l’ hasthtag #IoAccolgo.

Luca Liverani, Avvenire 14

 

 

 

 

 

UE. Gli otto siti dei supercomputer europei

 

Lussemburgo - Il supercalcolo è una priorità fondamentale del programma Europa digitale dell'UE, proposto dalla Commissione nel maggio 2018 nell'ambito del bilancio a lungo termine dell'UE per il periodo 2021-2027, che comprende una proposta di 2,7 miliardi di € per finanziare il supercalcolo in Europa. Oggi, otto siti per centri di supercalcolo sono stati selezionati nell'UE per ospitare i primi supercomputer europei. Sosterranno ricercatori, industria e imprese europei nello sviluppo di nuove applicazioni in un'ampia gamma di settori, dalla progettazione di medicinali e nuovi materiali alla lotta ai cambiamenti climatici.

Con un grande passo avanti per rendere l'Europa una regione di supercalcolo all'avanguardia a livello mondiale, l'impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni (EuroHPC) - istituita nel novembre 2018 allo scopo di dotare l'UE di un'infrastruttura di supercalcolo di prim'ordine entro la fine del 2020 - ha selezionato in 8 Stati membri gli 8 siti per centri di supercalcolo che ospiteranno le nuove macchine per l'elaborazione automatica dell'informazione ad alte prestazioni.

L’invito a manifestare interesse per selezionare i siti ospitanti era stato lanciato nel febbraio 2019.

I siti scelti saranno ubicati a Sofia (Bulgaria), Ostrava (Cechia), Kajaani (Finlandia), Bologna (Italia), Bissen (Lussemburgo), Minho (Portogallo), Maribor (Slovenia) e Barcellona (Spagna). Sosterranno lo sviluppo di applicazioni importanti in ambiti quali la medicina personalizzata, la progettazione di farmaci e materiali, la bioingegneria, le previsioni meteorologiche e i cambiamenti climatici. In totale, 19 dei 28 paesi partecipanti all'impresa comune faranno parte dei consorzi che gestiranno i centri e il bilancio complessivo, con i fondi dell'UE, sarà pari a 840 milioni di €. Le modalità precise di finanziamento dei nuovi supercomputer saranno integrate nelle convenzioni di accoglienza che verranno firmate a breve.

Andrus Ansip, Vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale, ha dichiarato: "Grazie a questi siti i nostri ricercatori avranno accesso a supercomputer di prim'ordine, una risorsa strategica per il futuro dell'industria europea, e potranno così elaborare i loro dati all'interno dell'UE. Si tratta di un importante passo avanti che consente all'Europa di avanzare nella capacità di calcolo; ci aiuterà a progredire nelle tecnologie orientate al futuro, come l'Internet delle cose, l'intelligenza artificiale, la robotica e l'analisi dei dati."

Günther Oettinger, Commissario per il Bilancio e le risorse umane, ha affermato: "Questa iniziativa dimostra come gli investimenti congiunti tra l'UE e i suoi Stati membri a sostegno di un obiettivo comune possano contribuire a rendere l'Europa un leader in un settore ad alta tecnologia, apportando notevoli benefici a tutti i cittadini e a tutte le imprese europee. Attendiamo ora il prossimo bilancio a lungo termine dell'UE e il programma Europa digitale, attraverso il quale abbiamo proposto un notevole volume di investimenti per realizzare un'infrastruttura di dati e supercalcolo all'avanguardia."

Mariya Gabriel, Commissaria responsabile per l'Economia e la società digitali, ha aggiunto: "L'impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni è un buon esempio di come i paesi dell'UE possano collaborare per stimolare l'innovazione e competere a livello mondiale in queste tecnologie altamente strategiche. Sono convinta che i nuovi supercomputer ospitati da questi siti stimoleranno la competitività europea nel settore digitale. Abbiamo dimostrato la forza dell'approccio europeo, che porterà benefici concreti ai nostri cittadini e aiuterà le nostre PMI."

Nel mondo odierno le capacità di calcolo ad alte prestazioni sono fondamentali per generare crescita e occupazione, ma anche per l'autonomia strategica e l'innovazione in qualsiasi settore. Il supercalcolo può essere utilizzato in un'ampia gamma di settori. Può, ad esempio, prevedere l'evoluzione dei modelli meteorologici locali e regionali e le dimensioni e i percorsi di tempeste e inondazioni, consentendo di attivare sistemi di allerta precoce per fenomeni meteorologici estremi. È utilizzato anche nella progettazione di nuovi medicinali, per risolvere complesse equazioni fisiche che modellano i processi molecolari e le interazioni di un nuovo farmaco con i tessuti umani. Anche le industrie del trasporto aereo e automobilistico utilizzano il supercalcolo per effettuare simulazioni complesse e testare singoli componenti, interi aeromobili e autoveicoli. Inoltre, essendo fondamentali per realizzare simulazioni su vasta scala e per l'analisi dei dati, i supercomputer sono un elemento estremamente importante nello sviluppo dell'intelligenza artificiale e per rafforzare la posizione europea in ambito di cibersicurezza e blockchain.

Prossime tappe

L'impresa comune, insieme ai siti ospitanti selezionati, prevede di acquisire 8 supercomputer: 3 precursori di macchine a esascala (in grado di eseguire oltre 150 petaflop, ovvero 150 milioni di miliardi di calcoli al secondo), che saranno tra i 5 migliori al mondo, e 5 macchine a petascala (in grado di eseguire almeno 4 petaflop, ovvero 4 milioni di miliardi di operazioni al secondo).

Si prevede che i precursori dei sistemi a esascala avranno una potenza di calcolo 4-5 volte maggiore rispetto agli attuali sistemi di supercalcolo di punta del partenariato per l'informatica avanzata in Europa (PRACE). Insieme ai sistemi a petascala, permetteranno di raddoppiare le risorse disponibili per il supercalcolo a livello europeo, il che significa che molti più utenti potranno accedervi.

Nei prossimi mesi l'impresa comune firmerà convenzioni con i soggetti ospitanti selezionati e con i rispettivi consorzi ospitanti. Tali convenzioni rispecchieranno il funzionamento della procedura di appalto per l'acquisizione delle macchine e gli impegni di bilancio della Commissione e dei paesi membri. I supercomputer dovrebbero diventare operativi nella seconda metà del 2020 per gli utenti europei provenienti dal mondo accademico, dall'industria e dal settore pubblico. Tutti i nuovi supercomputer saranno collegati alla rete paneuropea ad alta velocità GEANT, come i supercomputer esistenti che fanno parte di PRACE.

Nei prossimi giorni alti funzionari della Commissione incontreranno i rappresentanti dei governi nazionali e dei centri di supercalcolo coinvolti per presentare questo importante traguardo per il supercalcolo europeo. (aise 7) 

 

 

 

 

I propositi

 

I fatti che viviamo, e che ci preoccupano non poco, vanno ben oltre le osservazioni politiche. Ci sono, invero, degli aspetti contrastanti che, frenato ogni tentativo di comprensione, ci hanno allibito. Purtroppo, anche l’economia nazionale s’è arrestata per la mancanza di prospettive. Anche a causa di una politica che tende, purtroppo, alla confusione. Per comprendere la realtà italiana, bisogna viverla. Conoscerla è importante, ma non è la stessa cosa che esserne direttamente coinvolti. Stiamo vivendo in un Paese con più anime e con un Esecutivo ancora in “rodaggio”.

 

  Il termine ”rodaggio” resta l’unico a non aver perduto il suo originale significato. Si fa di tutto, ed anche di più, per arrivare a un compromesso in questo Esecutivo di Centro/Destra. Nell’attesa di tempi migliori che, a nostro avviso, non giungeranno in periodi contenuti.

 La buona volontà si confonde con sentimenti meno nobili e i possibili strumenti per recuperare il terreno perduto finiscono per essere ignorati o, peggio, per essere utilizzati in modo discorde. Evidentemente, i buoni progetti non sono più sufficienti per l’auspicata remissione di una situazione socio/economica nella quale siamo tutti coinvolti.

 

 Come a scrivere, tanto per essere chiari, che i buoni propositi, ora, servono a poco. Adesso ci si dovrebbe attivare per offrire nuovi stimoli alla nostra economia. Purtroppo, la politica italiana si basa ancora su “buoni propositi”. Purtroppo, insufficienti alla bisogna.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

                                              

 

Lessico politico: un po’ di chiarezza

 

Si fa un gran parlare, in questo torno di tempo, di sovranismo, nazionalismo, populismo. Si attribuiscono questi predicati a questa o a quella forza politica, a questo o a quel leader. In realtà, come spesso avviene in questa nostra epoca caratterizzata dalla tendenza all’approssimazione culturale, si ripetono termini di cui non si conosce il preciso significato. Si impone un po’ di chiarezza: la terminologia politica, come quella giuridica, pretende di essere rigorosa. Max Weber (1864-1920), insuperato scienziato sociale, sostiene che la ricerca, anche in campo sociale, ha da compiersi «sine ira et studio», cioè in maniera avalutativa, condizione, questa, perché si realizzi un altro principio, quello del «conoscere per deliberare».

        

Non è vero ciò che si sente ripetere ogni giorno anche in organi di stampa cui si attribuisce un certo livello culturale, vale a dire che il sovranismo è la moderna versione del nazionalismo. Affermarlo può essere solo frutto di pigrizia mentale. Il cosiddetto ‘sovranismo’ ha, sostanzialmente, una dimensione difensiva: afferma l’idea che può essere esemplificata con l’espressione «Ciascuno deve essere padrone a casa sua». Si può trattare dunque di una rivendicazione di patriottismo economico o, nell’accezione peggiore, di egoismo nazionale, quella posizione politica che si sente giustificare con affermazioni del tipo: «In fondo ciascun paese guarda ai suoi interessi». Il sovranismo propriamente detto non è aggressivo, semmai è esclusivo.

        

Il nazionalismo, invece, così come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso, non si limita ad affermare che ciascuno deve essere padrone a casa sua, ma esprime, in maniera più o meno esplicita, una sorta di superiorità morale della propria nazione, accampando ragioni di rivendicazione storica o rifacendosi ad una missione che la nazione ha da compiere in un contesto più o meno ampio.  Il nazionalismo possiede sempre una spinta espansiva, o, se si vuole, una tendenza aggressiva, che il ‘sovranismo’ non ha. Questo non significa, evidentemente, che il ‘sovranismo’ sia in sé un bene, ma, semplicemente, che non è corretto, per le ragioni dianzi richiamate, attribuirgli tendenze e obiettivi che la sua natura non include. Un conto è contestare il cosiddetto ‘sovranismo’ sotto l’aspetto della opportunità politica o della efficacia economica, altro è demonizzarlo sul terreno della legittimità morale.

 

Una considerazione chiarificatrice si impone anche sul ricorrente termine di ‘populismo’. Sul piano storico il termine è legato alla tradizione del socialismo rivoluzionario russo, che si sviluppò in gran parte nelle campagne nella seconda metà dell’Ottocento. Il movimento esercitò un certo fascino su molti giovani russi appartenenti alle classi privilegiate. L’espressione «andare verso il popolo» prese così ad indicare a volte, per quei giovani, una sorta cammino di redenzione.

 

Alla fine dell’Ottocento, negli U.S.A., si chiamò populista un partito che negli stati a vocazione agraria difendeva gli interessi dei contadini, si batteva per un sistema fiscale su base progressiva e ottenne, nei primi anni del Novecento, l’elezione diretta dei senatori. Questo riguardo alla sua origine. In riferimento al Novecento il termine ‘populismo’ è passato ad indicare soprattutto l’azione politica dei movimenti di estrema destra, cioè di quelle forze politiche di ispirazione neo-cesarista (termine che fa riferimento alle esperienze politiche dei due Napoleone in Francia) che, all’indomani dell’ingresso nell’agone politico delle masse popolari come conseguenza dell’allargamento della base elettorale, intendevano rappresentare gli interessi di quello che definivano « il popolo vero » ; e questo sia in contrapposizione alla rivoluzione socialista, sia in alternativa alla democrazia liberale.

 

Il termine ‘populismo’ non è da confondere con un altro termine cui spesso viene associato, cioè ‘demagogia’, anche se nella realtà politica si tratta di parenti stretti. Per demagogia deve intendersi più propriamente la tendenza di una forza politica a raccogliere un facile consenso attorno a temi di immediato interesse di una categoria o classe sociale senza tenere in debito conto l’interesse generale della società. Se volessimo semplificare, potremmo dire, sulla base dell’esperienza storica, che, in riferimento al Novecento, mentre il populismo, almeno in Europa, ha albergato soprattutto a destra, la demagogia è stata presente anche a sinistra. Insomma: è importante muovere da premesse corrette per pervenire a conclusioni corrette. Lo richiede l’onestà intellettuale.

 

Leggendo alcuni giornali, e ancor più ascoltando certe trasmissioni televisive, mi viene a volte da pensare che aveva ragione Benedetto Croce (1866-1952) quando, sul finire degli anni venti, in alternativa al trionfante vitalismo, esortava a tornare a studiare. Si corre il rischio, volendo parafrasare Hegel (1770-1831), di evocare una notte in cui tutte le vacche ci sembreranno nere. Le analisi politiche, come i giudizi storici, non devono essere fatte con l’accetta: la capacità di distinguere (è ancora “Don Benedetto” che ce lo insegna) è alla radice della libertà; e la faziosità è sempre, in un modo o nell’altro, figlia dell’ignoranza. Giuseppe Lalli

 

        

 

 

La Società Dante Alighieri strumento essenziale per la presenza della lingua e della cultura italiana nel mondo

 

ROMA – Il Comitato sugli Italiani nel mondo e le promozione del Sistema Paese della Camera dei Deputati ha avviato l’esame della relazione sull’attività e sul bilancio consuntivo della Società Dante Alighieri per l’anno 2018.

Al termine dell’esame, nell’ambito del quale si prevedono anche le audizioni informali del presidente della Dante, Andrea Riccardi e del segretario generale Alessandro Masi, il Comitato “potrà proporre alla Commissione Affari esteri l’opportunità di discutere una risoluzione – ricorda il presidente del Comitato Simone Billi.

Ad illustrare la relazione è Mirella Emiliozzi, che ricorda in premessa come la Dante sia “strumento essenziale per la presenza e la valorizzazione della lingua e della cultura italiana nel mondo”. 

Riconosciuta come associazione privata senza scopo di lucro, essa fu istituita nel 1889 su iniziativa di un gruppo d’intellettuali guidati da Giosuè Carducci e “si rivolgeva anzitutto alle comunità italiane emigrate all'estero, per scongiurare il rischio che perdessero il contatto con la lingua e il carattere nazionale”. Una situazione molto mutata con il passare dei decenni – segnala la relatrice, spiegando come ora “all’estero si è attratti dall’essere italiani, dalla nostra cultura ed enogastronomia, dalla socialità allo stile di vita, dall'arte all’impresa”. “Nel mondo – prosegue Emiliozzi -  si continua a chiedere Italia, perciò la sfida di oggi è anche quella di rispondere in modo attivo e concreto, fare rete con altri attori istituzionali e con l’impresa, aggregare in forme concrete l’interesse che il mondo dedica all’Italia, rispondere a questo interesse offrendo occasioni per conoscerla meglio, visitarla, gustarne i prodotti o i colori della sua arte”. 

 

“Un tempo per promuoversi sembrava sufficiente raccontarsi, mentre oggi non è più possibile limitarci a questo, per creare il dialogo bisogna anche ascoltare - aggiunge ancora la relatrice, rilevando come sia importante aprirsi anche a “paesi in cui gli italiani non sono numerosi: in Russia, per esempio, dove si lavora per includere l’italiano fra le materie dell'esame di maturità e per accrescere i corsi di lingua”; o in Estremo Oriente , “dove operano potenze commerciali che riconoscono alla lingua e alla cultura italiana, inserite nei percorsi formativi delle élite dirigenti, un carattere umanistico capace di agevolare le interazioni nelle diverse parti del mondo”.  “La forza dell’italiano – aggiunge Emiliozzi - non si misura sulla dimensione della diffusione delle grandi lingue – cinese, spagnolo o arabo – o dell’inglese veicolare: è la lingua dell’umanesimo, e può attingere a un patrimonio secolare di tradizioni e conoscenze che ne fanno, alla fine, anche una lingua di pace storicamente legata a una diffusione non egemonica, non marcatamente colonialistica”. 

La relatrice ribadisce poi come la nostra sia la quarta lingua più studiata nel mondo, così come annunciato dal Maeci nel corso degli Stati generali della Lingua italiana nell’ottobre del 2018, e come tra le necessità degli immigrati accolti nel nostro Paese negli ultimi decenni vi sia “anche l’insegnamento dell’italiano, veicolo primario ed imprescindibile per una reale integrazione”, anche se “la conoscenza della lingua è un problema contemporaneo che riguarda tutti, visto che dietro la diffusione dei nuovi media, si cela un profondo problema di comunicazione”. 

La relazione in esame evidenzia le tre aree geografiche in cui si concentra l’azione della Dante: la penisola balcanica, l’area mediterranea e anche l’Argentina, “dove non a caso si terrà a luglio l’LXXXIII congresso internazionale della Società, intitolato “Italia, Argentina, Mondo – L’italiano ci unisce”, il primo congresso a svolgersi in un Paese extra europeo – segnala Emiliozzi, che cita poi il caso del’Albania, dove “si stima superiore al 40% il numero di chi parla la nostra lingua (il 60% la capisce), ma dove è necessario insistere sull'insegnamento dell'italiano per non rischiare di erodere una rappresentazione linguistica di qualità”. 

 

“In Africa, continente che rientra tra le aree di proiezione strategica dell’Italia, l'Italia è apprezzata per ragioni di cooperazione e prossimità geografica. La presenza dei Comitati Dante Alighieri in Nord Africa si presenta uniformemente distribuita, mentre nell’Africa subsahariana si contano solo 7 Comitati, anche in ragione della esigua presenza di comunità di italiani nella regione – fa notare la relatrice, che insiste sulla “necessità di potenziare, anche attraverso altri strumenti, l’azione di promozione della lingua e della cultura italiana” nella regione del Corno d’Africa.

Nell’area mediterranea inoltre “sono state avviate nuove strategie per promuovere tutte le componenti dell’italianità: la lingua e la cultura non sono disgiunte dal made in Italy o dall’imprenditoria italiana, con le sue eccellenze”.  Tuttavia, rileva ancora la relatrice, è necessario insistere sul coordinamento delle proposte di promozione culturale e linguistica, anche se “il nostro Paese sta facendo dei passi avanti per valorizzare nel mondo globale le proprie numerose opportunità”. “La Società Dante Alighieri può mettere a disposizione di questo grande progetto ben 482 Comitati in Italia e all'estero, 120 mila soci e studenti, migliaia d'insegnanti, 350 centri certificatori per la qualità dell'apprendimento, ma anche biblioteche con oltre 450 mila libri in italiano presso i diversi comitati. La rete dei comitati della Dante nel mondo si pone dunque l’obiettivo di far parte del grande progetto strategico del Sistema-Italia – afferma Emiliozzi, evidenziando l’ampio conto dato dalla relazione alle “numerosissime iniziative svolte nell’esercizio 2018, finalizzate al rafforzamento degli scambi Italia-mondo”. Tra esse cita “la pubblicazione di due bandi di concorso per contributi e borse di studio riservati ai Comitati Esteri della Dante Alighieri; l’azione di sistema e promozione dei programmi attuati dal Maeci, in particolar modo delle Settimane della Lingua Italiana, della Settimana della Cucina Italiana, del progetto complessivo #VivereAll'Italiana e dell’adesione alle rete EUNIC (European Union National Institutes for Culture); i programmi d'intervento nei confronti di Paesi che, in possesso di un grande potenziale, hanno richiesto azioni di rafforzamento e di sostegno della rete presente; la condivisione di dati ed informazioni relative alla rete Dante e rinnovamento dei rapporti tra Sede centrale e Comitati; la promozione dell’editoria italiana nel mondo attraverso la fornitura di 20 volumi selezionati a 42 Comitati Dante Alighieri”. 

Nel 2018 sono stati inoltre istituiti quattro parchi letterari, fra cui il Parco letterario Giacomo Leopardi voluto dalla Città di Recanati per celebrare i 200 anni dalla stesura de L'infinito e che rappresenta “un esempio concerto di come la cultura possa tradursi in forza trainante per l'incremento dei flussi turistici”. 

 

“Gli investimenti nella promozione dell’italiano non si possono paragonare a quelli che altre nazioni offrono alla promozione della propria lingua, sia in termini finanziari che organizzativi. La Germania – evidenzia Emiliozzi - offre alla lingua tedesca 220 milioni di contributo pubblico, il Regno Unito eroga 177 milioni al British Council, la Spagna 72 milioni all’Instituto Cervantes. Persino il Portogallo, piccola nazione che però opera nel grande bacino mondiale della lusofonia, può contare sui 27 milioni concessi al Camões. In questo contesto, la Società Dante Alighieri, in virtù della capillarità dei propri Comitati nel mondo, è stata negli anni strumento della promozione della lingua italiana – sottolinea la relatrice, ricordando come “nel 2018 il contributo pubblico alla Società è stato di 3.300.000 euro; la legge di bilancio 2019 ha da ultimo concesso alla Società Dante Alighieri un contributo ordinario di 3.200.000 euro e la Società beneficia inoltre di un ulteriore contributo pari a 2.600.000 euro del «Fondo per il potenziamento della promozione della cultura e della lingua italiana all'estero», così ripartiti dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 6 luglio 2017”. Nonostante la relazione in esame presenti “una corposa elencazione delle numerose iniziative messe in atto dalla Società, non è possibile reperire informazioni su quali siano i singoli Comitati della Dante Alighieri che beneficiano dei contributi pubblici erogati alla Società, quale sia l’entità del contributo ai diversi comitati e quali siano i risultati conseguiti dai medesimi – segnala Emiliozzi, che ritiene tali elementi significativi per “una valutazione più completa e per l’espressione di un parere più consapevole” da parte del Comitato. “Nel complesso, dalla relazione emerge che la Società Dante Alighieri contribuisce attivamente alla nostra proiezione internazionale in virtù della sua rete di centri d’interesse presenti in 80 paesi del mondo: Comitati, centri certificatori, scuole italiane all'estero e scuole di italiano, punti di contatto con l'italianità aperti a chi desidera conoscere la nostra lingua e cultura – rileva la relatrice. Non essendoci richieste di intervento, il presidente del Comitato rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta. (Inform 9)

 

 

 

 

 

Il crepuscolo

 

 Da noi le prospettive economiche restano complesse e correlate a una situazione nazionale che ci aveva, da subito, preoccupato. La squadra Di Maio/Salvini si presenta come un gradino di una lunga “scala” che il Bel Paese dovrà salire. Nel frattempo, ogni previsione non sarebbe attendibile. Sarà la “bilancia economica” a stabilire le sorti di questo Esecutivo. Data la situazione, non ci faremo prendere dagli scontati ottimismi, né protenderemo verso i pessimismi di maniera. Ma l’Italia non è nelle condizioni per dare segni d’effettiva ripresa. Gli elementi di un’economia, in crisi da anni, non permettono di sciogliere le riserve sul futuro prossimo della Repubblica.

 

Lo scorso trimestre, basta andare a rileggere certi nostri interventi, avevamo ipotizzato dei presupposti per frenare la sfiducia. Ma nulla è cambiato circa le convinzioni che avevamo focalizzato. Ora c’è solo da assicurare una governabilità “ a tempo”. Forse, sino al prossimo anno. Giusto il tempo per varare una legge elettorale più coerente.

 Poi, saranno, di nuovo, gli italiani, a decretare l’evolversi dei destini del Paese. Ora, le ipotesi non possono che rimanere tali. Ogni scantonamento dalla linea “mediana” determinerebbe un ennesimo scompiglio.

 

Se, entro l’anno, si riuscirà a “tamponare” alcuni evidenti falle del nostro sistema economico, allora qualche speranza potrebbe trasformarsi in certezza. Ogni altra valutazione non troverebbe la necessaria riuscita. Insomma, la complessa “gestazione” di questo Esecutivo ci ha consentito, se non altro, di rilevare i tanti aspetti contrastanti di una struttura politica che potrebbe cambiare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Saltano nozze Fca-Renault, ecco perché

 

Fca ha ritirato "con effetto immediato" la proposta di fusione avanzata a Renault perché "non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo". Lo ha deciso nella notte il Cda presieduto da John Elkann dopo che il Cda del gruppo francese si è chiuso senza una decisione. A renderlo noto un comunicato del gruppo italo-americano, in cui si legge che "Fca continua ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti". "Fca continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente" conclude la nota, nella quale il gruppo esprime "sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo presidente, all'amministratore delegato e agli alliance partners, Nissan e Mitsubishi, per il costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta".

 Nel pomeriggio arriva anche una nota di John Elkann, indirizzata ai dipendenti: "La scelta di interrompere il dialogo non è stata presa con leggerezza ma con un obiettivo in mente: la protezione degli interessi della nostra società e di coloro che lavorano qui, tenendo chiaramente in considerazione tutti i nostri stakeholder". "Ci vuole coraggio per iniziare un dialogo come abbiamo fatto noi. Quando però diventa chiaro che le conversazioni sono state portate fino al punto oltre il quale diventa irragionevole spingersi, è necessario essere altrettanto coraggiosi per interromperle e ritornare immediatamente all'importante lavoro che abbiamo da fare", scrive ancora il presidente di Fca. "Persino la miglior proposta, come lo era questa, tanto da aver ricevuto positive attestazioni di stima e consenso , ha poche possibilità di raggiungere il successo finale se le sue fondamenta si rivelano alla prova dei fatti instabili", aggiunge. "La decisione di iniziare queste conversazioni con Groupe Renault è stata corretta, una decisione che abbiamo preso dopo esserci preparati su tutti i fronti. L'ampio consenso che ha ricevuto è stato un chiaro segnale che il nostro tempismo, così come l'equilibrio di ciò che abbiamo proposto, erano corretti", si legge poi nella lettera. "L'impegno, la forza e la creatività di tutte le persone direttamente coinvolte sono stati davvero ammirevoli", rileva poi il presidente di Fca sottolineando che "non meno importante e notevole è stato l'impegno incessante che ognuno di voi ha profuso costantemente nel proprio lavoro, per proseguire gli attuali progetti in ogni nostra attività". In ogni caso, "continueremo ad essere aperti a opportunità di ogni tipo che offrano la possibilità di rafforzare e accelerare la realizzazione di questa strategia e la creazione di valore. Ora però, so che siete d'accordo con me, è tempo di concentrarci sul presente e sul conseguimento degli obiettivi che ci siamo posti per quest'anno". "Fca sotto la leadership di Mike Manley, è una società straordinaria, piena di persone eccezionali con una chiara strategia per un futuro forte e indipendente", conclude Elkann.

RENAULT - Il gruppo Renault esprime "la sua delusione per non poter approfondire la proposta di Fca. Siamo riconoscenti per l'approccio costruttivo adottato da Nissan e vogliamo ringraziare Fca per i loro sforzi e i membri del Cda di Renault per la loro fiducia" ha fatto sapere il gruppo automobilistico francese. "Consideriamo che questa proposta - viene sottolineato - è opportuna, avendo molti meriti industriali ed è attrattiva finanziariamente, creando un leader mondiale dell'automobile basato in Europa. Inoltre questa offerta sottolinea l'attrattività di Renault e dell'alleanza" con Nissan.

DARMANIN - Le discussioni "potrebbero riprendere nei prossimi tempi. Vedremo. Non bisogna chiudere la porta, bisogna continuare a lavorare" ha detto ai microfoni di 'France Info' il ministro dei Conti pubblici francese, Gérald Darmanin. Quello che ci si aspetta dallo Stato francese, ha spiegato, "è proteggere l'occupazione industriale in Francia. Lo Stato ha chiesto delle garanzie e, se queste non sono state soddisfatte, ce ne rammarichiamo. Era normale aspettare che queste garanzie venissero rispettate". "Chiedere del tempo per un matrimonio è normale. Un po' di riflessione permette probabilmente di comprendere meglio la sposa" ha sottolineato ancora Darmanin. "Se domani Fca torna a ridiscutere, sono sicuro che continueremo a dialogare". Per il ministro, "se non lo avessimo fatto e se, tra qualche mese, avessimo assistito a delle ristrutturazioni e a un taglio dei posti di lavoro in Francia, ci sarebbe stato detto 'non avete protetto gli interessi dei francesi e dell'occupazione'. La Francia difende gli interessi dei francesi".

DI MAIO - "Questa vicenda dimostra che quando la politica cerca di intervenire nelle vicende economiche non sempre fa bene" ha detto il ministro dello Sviluppo Di Maio, intervistato a 'Radio Anch'io' su Radio Raiuno. "Se la Fca ha ritirato la proposta, evidentemente non ha visto una convenienza".

CONFINDUSTRIA - "Quando gli Stati iniziano a intervenire massicciamente su questioni di merito e di mercato - ha poi affermato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia - gli effetti conseguenti sono quelli di un arretramento su alcune visioni strategiche". Adnkronos 6

 

 

 

 

L’audizione di Vincenzo De Luca sulla promozione della lingua all’estero e gli Istituti Italiani di Cultura

 

ROMA – Il Comitato permanente sugli Italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese, presso la Commissione Affari esteri della Camera, ha svolto l’audizione del Direttore Generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese, Ministro plenipotenziario Vincenzo De Luca, nell’ambito dell’esame istruttorio della relazione sull’attività svolta per la riforma degli Istituti Italiani di Cultura e gli interventi per la promozione della cultura e della lingua italiane all’estero, con riferimento all’anno 2017.

I lavori sono stati presieduti dal presidente del Comitato Simone Billi (Lega) che, moderando il dibattito, ha voluto precisare come il direttore generale del Maeci sia ascoltato in merito all’ultima relazione del Governo su questo tema, ossia quella del 2017. Vincenzo De Luca ha quindi puntato l’accento sul concetto di “promozione integrata del principio d’italianità associato alla cultura e al Made in Italy”. L’idea di fondo è quella di integrare la cultura nazionale a 360°, coinvolgendo quindi economia, scienza e tecnologia ma anche arti, design, enogastronomia: l’obiettivo a lungo termine sarebbe quello di evitare la separazione tra le varie eccellenze che l’Italia riesce ad esportare con successo nel mondo. “L’Italia vanta nel mondo numerose eccellenze in ogni campo: nei nostri prodotti ci sono infatti stile, gusto, eleganza e appunto cultura. Stiamo parlando di un metodo molto importante al quale stanno guardano con interesse anche  altri Paesi, nella misura in cui si riuniscono diversi soggetti della promozione: dalle istituzioni pubbliche ai soggetti privati, dal governo centrale agli enti locali”, ha spiegato De Luca che vede nella promozione turistica un altro elemento di forza.

 

Quali cambiamenti ha portato con sé l’anno 2017? “Il 2017 è stato importante perché per la prima volta abbiamo avuto un fondo destinato al potenziamento della lingua e della cultura italiane, istituito dalla legge di bilancio: si tratta di 150 milioni di euro per il quadriennio 2017-2020 ripartiti tra Maeci, Mibac e Miur. La maggior parte di questi fondi è destinata a progetti che la Farnesina svolge insieme alla rete diplomatica e consolare, per valorizzare all’estero i valori legati all’italianità e al Sistema Paese. La Farnesina in questo quadriennio può contare su circa 110 milioni di euro: per noi è un riconoscimento, tutt’altro che scontato, del ruolo centrale di questa rete integrata all’estero”, ha spiegato De Luca ricordando anche l’importanza del piano straordinario per il Made in Italy, in capo al Mise, rinnovato in questa legislatura per il 2019 con l’auspicio che si continui in futuro su questa strada. “Occorre infatti mettere insieme tutti questi strumenti in una visione unitaria di promozione: il nostro motto è ‘Vivere all’Italiana’ e negli anni abbiamo trovato il sostegno di fondazioni ed enti privati. Nel 2017 abbiamo realizzato eventi in 250 città di oltre 110 Paesi, passando da poco più di 5 mila eventi del 2016 agli oltre 7 mila nel 2017: tutto questo grazie a una rete di 84 Istituti italiani di cultura sparsi in 60 Paesi nei cinque continenti, nonché grazie alla rete di ambasciate e consolati”, ha aggiunto De Luca.

“La cultura è anche arte, design, cucina e agricoltura sostenibile, cinema e audiovisivo. Su quest’ultimo aspetto ricordiamo che l’Italia è seconda al mondo per numero di Oscar soltanto dopo gli Usa e molti di questi premi provengono dal lavoro dei mestieri annessi all’industria artigianale del cinema: intendo coreografi, sceneggiatori, costumisti, scenografi e tecnici. Per quanto riguarda nello specifico la lingua, invece, ricordo che il 31 maggio 2017 è entrato in vigore il decreto legislativo n.64 che allarga le possibilità d’intervento del Maeci nelle realtà scolastiche locali, ripartendo così tra Maeci e Miur le competenze per la gestione degli istituti e delle iniziative scolastiche o universitarie”, ha commentato De Luca illustrando quindi alcuni dati statistici. “Nel 2017 operavano 8 istituti statali omnicomprensivi presenti ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo; a questi si aggiungano 42 scuole italiane paritarie e 2 scuole italiane non paritarie, quelle di Basilea e Smirne. A tale rete si affiancano le sezioni italiane presso le scuole straniere, per un totale di 79 sezioni così ripartite: 63 nell’Ue, 13 in Paesi europei extracomunitari, 1 in Asia, 1 nelle Americhe, 1 in Oceania. In più ricordo le 7 sezioni italiane presso le scuole europee: 3 a Bruxelles e 1 rispettivamente in Lussemburgo, a Francoforte, a Monaco di Baviera, a Varese. Nelle scuole statali – ha aggiunto De Luca - nel 2016-2017 gli alunni sono stati più di 4 mila, mentre più di 16 mila hanno frequentato le paritarie. Insieme alla rete degli istituti di cultura c’è anche quella degli addetti scientifici, proprio perché parliamo di promozione integrata: essi sono ricercatori e docenti in servizio presso ambasciate, consolati e rappresentanze permanenti dell’Italia all’estero il cui compito è valorizzare settori prioritari della ricerca. Insieme al Miur abbiamo allestito una piattaforma digitale, che si chiama Innovitalia, per venire incontro alle migliaia di ricercatori italiani nel mondo. Anche il ruolo degli enti gestori o promotori va inserito in un contesto organico di promozione della lingua italiana, che è una delle nostre priorità, con modalità anche innovative che guardano alle reti informatiche”, ha evidenziato De Luca concludendo con la promozione dell’arte contemporanea: il riferimento è andato in particolare alla collezione Farnesina. “Non vogliamo rappresentare soltanto il nostro patrimonio storico ma anche la contemporaneità. Non dimentichiamo che l’industria culturale rappresenta il 6% del Pil”, ha sottolineato il direttore generale del Maeci.

 

Elisa Siragusa (M5S), eletta nella ripartizione Europa, ha espresso perplessità sul fatto che una relazione come questa, relativa all’anno 2017, sia stata presentata in Commissione Affari esteri soltanto a maggio 2019. “Specialmente per noi eletti all’estero sarebbe importante avere una relazione del 2018 e un’idea di quello che si sta facendo nell’anno in corso. Servirebbe inoltre una riflessione attenta sull’eterogeneità degli italiani all’estero: c’è chi come me è nato in Italia e, dopo gli studi, si è trasferito; ma c’è anche chi è nato all’estero da genitori italiani. Abbiamo italiani di seconda e terza generazione ed anche chi acquisisce la cittadinanza per matrimonio o per una discendenza anche molto datata nel tempo. Quindi non c’è soltanto la fuga di italiani all’estero, che rappresenta solo una metà dei circa 5 milioni di italiani nel mondo”, ha commentato Siragusa alla quale De Luca ha risposto che in realtà “il vantaggio è proprio quello di avere un piano pluriennale per la promozione del Sistema Paese, in quanto ciò permette una programmazione e una continuità che sono elementi fondamentali”, ha precisato il dirigente del Maeci.

Mirella Emiliozzi (M5S) si è soffermata sugli Istituti Italiani di Cultura, rilevando alcuni casi di scarso attivismo. “Ogni volta che mi reco all’estero una visita al locale Istituto italiano di cultura la faccio. Non ne ho visitati tanti finora ma tra quelli che ho visto la situazione non è sempre stata rosea”. Emiliozzi ha anche ricordato il problema generale della chiusura il venerdì all’ora di pranzo da parte degli Istituti di cultura quando in realtà il momento di maggior frequentazione sarebbe proprio il fine settimana. “Credo che manchi una cabina di regia e una vera rete per promuovere davvero il Sistema Paese”, ha aggiunto la deputata del M5S.

All’intervento della deputata penta stellata ha replicato De Luca. “Stiamo cercando di risolvere i problemi di organico ed è infatti in corso un concorso per reperire 47 nuove unità da inserire come addetti alla promozione culturale lì dove ce n’è più bisogno”, ha spiegato l’esponente della Farnesina.

Piero Fassino (Pd) ha invitato la Farnesina a puntare molto sulla dimensione culturale, ossia sulla cosiddetta soft power. “E’ per noi strategico più che per altri Paesi fare questo e ci dobbiamo sforzare di diffondere la lingua anche in aree che non sono storicamente di nostro insediamento o incrementare la presenza in quelle aree di insediamento storico, come per esempio l’America Latina”, ha affermato Fassino. Ha chiuso l’audizione l’intervento di Fucsia Fitzgerald Nissoli (Fi) che ha sottolineato la necessità di “strategie sempre più integrate e mirate per ottenere una maggiore efficacia di penetrazione nel territorio nella promozione della nostra diplomazia culturale”. Vincenzo De Luca ha evidenziato, in conclusione, come “la diplomazia culturale viene considerata e svolta tanto in ambito bilaterale quanto multilaterale anche con modelli e pratiche orientati all’innovazione”. Simone Sperduto, Inform 

 

 

 

 

Politica nazionale e alleanza atlantica. Difesa: quali priorità dell’Italia per l’agenda della Nato

 

Di fronte ai dirompenti cambiamenti politici e tecnologici, nonché della natura stessa del potere sulla scena globale, le regole del gioco per la difesa e la sicurezza nello scacchiere internazionale stanno cambiando in maniera spiazzante. L’emergere di nuove potenze continentali come la Cina, ma anche di attori non-statali completamente nuovi come il gruppo Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon) capace di influire attraverso le proprie decisioni sulla vita di centinaia di milioni di persone, fanno parte di questo processo di globalizzazione e al tempo stesso frammentazione dell’ordine internazionale.

Compiuti 70 anni, la Nato, la più longeva alleanza politico-militare del mondo, si può verosimilmente dire ben attrezzata per affrontare la tempesta. Ma può dirsi lo stesso dell’Italia? Il 70.o anniversario della Nato è una buona occasione per fare il punto sul ruolo italiano al suo interno, ma anche e soprattutto sulle priorità che dovrebbero essere perseguite da Roma tramite la costruzione delle necessarie alleanze con gli altri Stati membri, la capacità propositiva e l’investimento di risorse adeguate.

Dalle missioni alle capacità, gli investimenti che servono

Negli ultimi decenni, l’Italia si è ritagliata un suo ruolo all’interno dell’Alleanza atlantica. Ciò è stato possibile grazie all’attivismo italiano in particolar modo per quel che riguarda la partecipazione alle missioni internazionali sotto egida Nato. Tuttavia, negli ultimi anni quest’ultima ha ridotto il suo impegno nei vari teatri di crisi, concentrandosi maggiormente sulla difesa collettiva. Di fronte a uno scenario geopolitico in rapido mutamento, l’attivismo italiano nelle missioni all’estero non quindi è più sufficiente per contribuire agli obiettivi dell’Alleanza (e di Roma). In relazione a questo, sono due le questioni che rischiano di diventare una palla al piede per chi rappresenta l’Italia al tavolo atlantico: la stagnazione della spesa nella difesa e, all’interno di questa, i mancati investimenti in equipaggiamenti, ricerca tecnologica ed esercizio, soffocati dallo squilibrio verso la voce del personale.

Su questi temi l’Italia rischia di ritrovarsi a fare il convitato di pietra, visto che tutti i principali players europei stanno dimostrando la capacità di rispondere all’insistente richiesta del presidente Usa Donald Trump di rispettare gli impegni presi dagli stessi governi europei nel 2014, in particolare sull’aumento della spesa per la difesa fino al 2% del Pil entro il 2024.

L’eccezione è proprio l’Italia che quest’anno vedrà calare ancora una volta la percentuale del Pil destinata alla difesa, in controtendenza con tutti i partner europei. Calo direttamente collegato al tema dei mancati investimenti. La distribuzione tra le varie voci della spesa è infatti sbilanciata verso il personale (60.6%), a scapito dei tanto necessari investimenti in equipaggiamenti e ricerca tecnologica (28.1%), ma soprattutto delle spese fondamentali per l’operatività della forze armate, dall’addestramento alla manutenzione dei mezzi (11.4%).

Le conseguenze che ne derivano influiscono in negativo sulla capacità d’azione dell’Italia nello scacchiere internazionale e sul suo peso negoziale. Si tratta infatti di garantire la credibilità del Paese agli occhi dei propri alleati e competitors, ma anche di stare al passo con gli sviluppi tecnologici. Il primo rischio è quello di non assicurare l’interoperabilità con gli equipaggiamenti alleati, americani in primis, processo che escluderà dalle operazioni congiunte chi rimarrà indietro. Il secondo e crescente rischio, in una fase di riposizionamento della Nato dalle operazioni all’estero alla difesa collettiva dopo l’annessione russa della Crimea, è quello di non avere adeguate forze pesanti e high-tech adatte per scenari di conflitto ad alta intensità, da usare proprio in un’ottica di deterrenza per evitare che tali scenari si concretizzino.

Oltre il Mediterraneo, sicurezza cibernetica e cooperazione Nato-Ue

Investire risorse adeguate è condizione necessaria ma non sufficiente per una buona politica di difesa, se manca la definizione delle priorità e delle strategie per perseguirle anche in ambito Nato – tema al centro di un evento IAI a Roma il prossimo 13 giugno -. La stabilizzazione della regione del Mediterraneo, ed in particolare della Libia, è ovviamente tra queste. La piena operatività raggiunta da quasi un anno dal Nato Strategic Direction South –Hub, ospitato presso le strutture del Joint Force Command di Napoli, potrebbe favorire questo obiettivo, se opportunamente sfruttato, portando sui tavoli alleati una maggiore consapevolezza di ciò che accade a sud del Mediterraneo e delle possibili opzioni per affrontare crisi e instabilità come quella libica.

Allo stesso tempo, nell’agenda non dovrebbero mancare proposte relative ai grandi temi dell’Alleanza che vadano oltre il focus italiano sul Mediterraneo. Occorre fare reali passi in avanti sul piano della sicurezza e difesa cyber, anche per difendersi dal rischio di interferenze esterne nel processo elettorale e democratico in Italia e in Europa. Qui si tratta di pensare creativamente al valore aggiunto che le capacità di cyber warfare dei Paesi Nato, messe a fattore comune in ambito alleato, possano dare in un campo in cui sono i giganti tecnologici privati ad avere le chiavi di un web sempre più campo di battaglia per intelligence, disinformazione e propaganda.

Come terzo ma non ultimo punto, è nel pieno interesse dell’Italia far fruttare le recenti iniziative di cooperazione per la difesa europea nel quadro dello European Defence Fund (Edf) e della Permanent Structured Cooperation (Pesco), in un’ottica sinergica con la Nato. Quest’ultime vanno viste come un’occasione preziosa di sviluppare quelle tecnologie e capacità mancanti che l’Italia non potrebbe sostenere da sola, che però può essere colta solo stanziando gli investimenti nazionali richiesti per ottenere i cofinanziamenti Ue, assicurando al tempo stesso che l’attuazione dell’Edf colmi i gap militari più gravi e urgenti identificati a livello europeo.

Malgrado le difficili relazioni con l’alleato a stelle e strisce, la partnership strategica per una più stretta cooperazione tra Nato e Ue è una delle tematiche sulle quali l’Italia potrebbe avanzare proposte concrete, ad esempio per quel che riguarda le minacce ibride, la sicurezza e difesa cibernetica, o la parte di ricerca e sviluppo tecnologico. La regolarità dei contatti tra i Paesi appartenenti alle due istituzioni e tra i relativi staff internazionali in questa cornice potrebbe essere un’opportunità aggiuntiva per contribuire a dissipare le diffidenze reciproche. Del successo della partnership Nato-Ue, lanciata a Varsavia nel 2016 da una dichiarazione congiunta dei vertici dei due attori, beneficerebbe la sicurezza europea e la coesione tra tutti i Paesi coinvolti.

Al tavolo atlantico occorre inoltre evitare controproducenti ragionamenti a compartimenti stagni, favorendo una visione globale e comprensiva delle minacce. Cercare quindi di uscire dalla narrativa di opposizione tra fianco est e fianco sud, che vede gli alleati divisi tra Europa orientale e Europa meridionale e intenti a tirare una coperta che è sempre troppo corta. Le minacce si intersecano tra loro e temi come il terrorismo, l’interferenza della Russia nelle elezioni in Europa, i rischi e le minacce cibernetiche inclusa la massiccia diffusione di notizie false, sono problematiche che riguardano tutti gli alleati europei, particolarmente in un sistema internazionale al tempo stesso più globalizzato e più frammentato. Cercare un (seppur difficilissimo) compromesso per una strategia Nato condivisa su queste tematiche, con un focus forte ma niente affatto esclusivo sul Mediterraneo, dovrebbe essere la stella polare di un’agenda italiana in grado di incidere sul presente e sul futuro dell’Alleanza in linea con i propri interessi nazionali. Karolina Muti, Alessandro Marrone, AffInt 10

 

 

 

 

Il dramma

 

Il continuo flusso umano dalle sponde dell’Africa, e non solo, dovrebbe implicare seguiti internazionali che, almeno per il passato, sono stati minimizzati. Soprattutto a livello UE.  La posizione geografica dell’Italia, e una nostra politica non proprio “coerente”, s’è rivelata una delle concause che hanno determinato la preferenza del Bel Paese come terra d’approdo e di speranza di un’umanità smarrita.

 

 Il principio dell’accoglienza dovrebbe essere, però, regolato da norme internazionali. Il nostro Paese non è nelle condizioni d’assistere una fitta umanità che chiede asilo per tentare di riprendere una vita normale che, nelle terre d’origine, è stata spazzata via. L’Europa s’è dimostrata impreparata a un’emergenza che, invece, doveva essere meglio monitorata da tempo.

 

 L’Africa, non solo del nord, e i Paesi del Medio Oriente hanno delle democrazie non solo instabili, ma anche gestite scorrettamente.

Quando, per una serie d’eventi storico/politici, ”cade” la testa del Capo di uno di questi Stati, il seme delle rivendicazioni represse e delle avventure speculative trova facile spazio.

 Ora, dovrebbe essere, l’Europa, ma moralmente ed economicamente tutto il mondo, a farsi carico di una realtà tragica che non può essere gestita, pur con la migliore buona volontà, dal nostro Paese che, tra l’altro, si dibatte in una crisi economica molto complessa.

 

Il diritto alla sopravvivenza non conosce confini; ci vuole, però, l’esigenza di un coinvolgimento normativo più organizzato e coeso di tutto il Vecchio Continente. L’emergenza umanitaria, che non è possibile disconoscere, non può, però, essere mezzo per incrementare polemiche che hanno lasciato, e ancora lasceranno, parecchia amarezza. Il dramma dei profughi, indipendentemente dall’origine, ha da essere affrontato concretamente a livello UE; ma anche disciplinato da normative comuni per tutti i Paesi dell’Europa Stellata. Diversamente, non se ne esce. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

La risoluzione sul rilascio della carta d'identità elettronica ai residenti all’estero

 

Presentata da Simone Billi (Lega, eletto nella ripartizione Europa), presidente del Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese, chiede al Governo un impegno per incentivare il rilascio anche all’estero

 

ROMA – È cominciata la discussione da parte delle Commissioni riunite Affari Esteri e Affari Costituzionali della Camera dei Deputati della risoluzione sul rilascio della carta d’identità elettronica ai cittadini italiani residenti all’estero, a prima firma di Simone Billi (Lega, eletto nella ripartizione Europa), presidente del Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese.

Illustrando la risoluzione, Billi ha rilevato come la versione cartacea della carta d’identità sia “facilmente falsificabile, ormai ampiamente superata e talvolta contestata in alcuni Paesi esteri e alla frontiera”. Evidenzia tuttavia come “ad oggi la carta d’identità elettronica non viene ancora rilasciata ai cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’Aire”, anche se “sono in corso attività finalizzate ad estendere alle sedi consolari europee le procedure già previste per i comuni, al fine di consentire anche ai concittadini all’estero di presentare domanda di rilascio della carta d’identità elettronica e poterla ricevere presso il proprio domicilio senza oneri”. A tal fine si sta muovendo infatti una Commissione interministeriale, che ha altresì definito il piano degli interventi necessari all'attuazione del progetto, che prevede l’esecuzione di una prima fase pilota e la successiva estensione a tutte le altre sedi. La risoluzione intende dunque “impegnare il Governo ad assumere ogni iniziativa di competenza atta a sostenere e incentivare la procedura di realizzazione della carta di identità elettronica per i cittadini italiani residenti all'estero – precisa l’esponente leghista.

Di seguito interviene Elisa Siragusa (M5S, eletta nella ripartizione Europa) che esprime apprezzamento per l’iniziativa presentata ed evidenzia come le autorità preposte ai controlli presso l’aeroporto di Londra spesso richiedano i passaporti in luogo delle carte di identità in versione cartacea, a conferma del fatto che esse costituiscono un documento di identità obsoleto e facilmente falsificabile. Ricorda, inoltre, che in occasione della sua recente audizione al Comitato presieduto da Billi, il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, ha annunciato che entro l’estate sarà avviata la sperimentazione della carta d’identità elettronica in tre sedi consolari: Vienna, Atene e Nizza. In base alla procedura sperimentale, la carta sarà materialmente prodotta a Roma e inviata direttamente all’indirizzo del connazionale. Vignali ha anche precisato che, in caso di successo della sperimentazione, la procedura verrà estesa, entro il 2020, a tutte le sedi europee.

Il seguito della discussione è quindi rinviato ad altra seduta. (Inform 2)

 

 

 

 

La 14ma sulle pensioni: a luglio per 60 mila pensionati all’estero

 

Roma - "La abbiamo introdotta con il Governo di centrosinistra di Romano Prodi, nel 2007, e la abbiamo estesa anche ai pensionati italiani residenti all'estero, proprio grazie alla nostra attività di parlamentari PD eletti all'estero: la 14ma sulle pensioni. Che sarà pagata anche a circa 60.000 nostri connazionali residenti all'estero in una unica soluzione nel prossimo mese di luglio".

"L'importo della 14ma varia da un minimo di 336 euro a un massimo di 665 euro. Una buona parte dei pensionati italiani residenti all'estero in possesso dei requisiti avrà diritto, per motivi legati alla loro limitata anzianità contributiva in Italia, ad un importo medio di 437 euro. Per beneficiare della quattordicesima i pensionati residenti all'estero devono soddisfare due requisiti fondamentali, uno legato all'età anagrafica e l'altro al reddito. Infatti la 14ma è erogata a favore dei pensionati ultra sessantaquattrenni in presenza di determinate condizioni reddituali personali. Nel caso in cui si rientri nei requisiti richiesti, la quattordicesima spetta ai pensionati, anche se residenti all'estero, in maniera automatica, senza che il beneficiario presenti richiesta all'INPS".

"Per il 2019 il reddito complessivo individuale (compresi i redditi esteri) deve essere fino a un massimo di 2 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, ovvero fino a 13.338 euro. Va specificato che il calcolo sul reddito è individuale, ovvero non è comprensivo di quello coniugale. Per quanto concerne l'importo della quattordicesima, a seguito di recenti modifiche alle modalità di calcolo dell'assegno, oggi vengono presi in considerazione i seguenti parametri: reddito (se compreso entro 1,5 volte il trattamento minimo oppure tra 1,5 e 2 volte); gli anni di contributi; la tipologia di pensionato (autonomo o dipendente)".

"Secondo le norme vigenti, è riconosciuta la quattordicesima mensilità sui seguenti trattamenti previdenziali: pensione di anzianità; pensione di vecchiaia; pensione di reversibilità; assegno di invalidità; pensione anticipata. Consigliamo comunque di rivolgersi a un patronato di fiducia per verificare l'eventuale diritto (per evitare indebiti) e gli importi spettanti e soprattutto per fare domanda nel caso in cui l'Inps non liquidasse d'ufficio la prestazione". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro. De.it.press

 

 

 

 

Garavini (PD): "La mobilità è un bene se è circolare

 

Sosteniamo il rientro con le politiche per la conciliazione e l'occupazione"

La Senatrice introducendo i lavori del convegno 'Famiglie senza confini. Sfide e opportunità' oggi in Senato

 

Roma - "La mobilità è un bene. Se però non è circolare, rischiamo di perdere   preziose risorse umane che decidono di mettere a frutto all'estero quanto hanno appreso in Italia. Portando con loro anche le famiglie di origine. Questa "fuga di braccia e cervelli" per il Paese rappresenta una perdita. In tutti i sensi. Ogni emigrato, spesso ben istruito, è un investimento che se ne va". È quanto ha dichiarato la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa, introducendo i lavori del convegno 'Famiglie senza confini. Sfide e opportunità' giovedì 13 giugno presso la Sala Isma del Senato.

"Ogni dottore di ricerca, ad esempio, è costato allo Stato circa 230mila euro, mentre un laureato 170mila e un diplomato 90mila, secondo i dati dell'Ocse. Una perdita di talenti che rischia di influenzare negativamente il benessere e la sostenibilità del Paese. Che così si svuota delle sue risorse ed energie migliori".

"Le rimesse che i nostri expat mandano a casa - 7 miliardi nel 2016, circa mezzo punto di Pil - non compensano l'investimento fatto dall'Italia per formarli. Investimenti di cui beneficeranno altri Paesi. Occorre sostenere il rientro con misure virtuose, come le norme sul Controesodo, fortemente voluto dal Pd. Ma non solo".

"I nostri talenti rientrano se sosteniamo l'occupazione, la giusta retribuzione, le possibilità di carriera in base al merito. E poi se favoriamo la conciliazione tra tempi di lavoro e natalità, come si fa in tanti paesi europei. Dove la cura dei figli è ripartita tra entrambi i genitori. E non affidato solamente alla madre. Se, in definitiva, facciamo di tutto non solo per farli tornare, i nostri talenti all'estero. Ma anche, e soprattutto, per farli rimanere".  Dip 13

 

 

 

 

Presentato alla Camera dei deputati il Rim Junior 2018-2019

 

ROMA – “Sono sempre più numerosi gli italiani che stanno lasciando l’Italia in questi anni. Vanno all’estero per difficoltà economiche, per trovare lavoro. Partono intere famiglie. Partono giovani e giovani adulti, studenti che vanno a frequentare corsi di specializzazione o anni di liceo. Partono gli anziani.

Muoversi, oggi, equivale a vivere e arricchirsi anche se, nella maggior parte dei casi, il problema nasce dal motivo che è alla base della partenza, ovvero che alla necessità di partire non equivale il poter scegliere di ritornare”. Lo ha detto questo pomeriggio il vescovo, Mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes, intervenendo, alla Camera dei Deputati, in occasione della presentazione del Rim Junior 2018-2019” della Migrantes. Il presule auspica che la mobilità sia sempre più “elemento di conoscenza, di confronto e di incontro, di arricchimento culturale e umano. È quanto siamo chiamati a insegnare alle nuove generazioni: non aver paura del diverso, ma viverlo come un’opportunità vera e concreta. L’interesse e la conoscenza della mobilità – del passato e del presente – diventa imprescindibile per il cammino formativo ed educativo dei giovani cittadini che saranno gli adulti di domani, di una Terra che reclama pacifica convivenza, civile e democratica, nel rispetto dell’altro e dell’ambiente”. La Fondazione Migrantes si augura che questo libro possa essere scelto come testo obbligatorio all’interno dei percorsi scolastici in modo che si “valorizzi – ha detto ancora Mons. Di Tora – la nostra identità, la memoria del Paese e si conoscano i cambiamenti che stanno attraversando la società italiana in particolare, ma anche l’Europa e il Mondo nel tempo che viviamo”.

La Migrantes, ha quindi ricordato, da diversi anni, ha inteso aprire, accanto ai già consolidati ambiti di ricerca e di intervento, un nuovo fronte di approfondimento e di supporto all’educazione interculturale con specifici strumenti culturali dedicati ai bambini e ai ragazzi. Tra questi “Il Mondo in Gioco. L’intercultura spiegata ai bambini” e il  progetto “Amici della Terra. Vivere nel rispetto del Creato che si rivolge al complesso tema del rispetto del Creato a partire dall’Enciclica Laudato si’ che Papa Francesco ha dedicato all’attenzione per il mondo e gli esseri viventi”. E poi, dalla più che decennale esperienza maturata attraverso il Rapporto Italiani nel Mondo, nel 2017 è nato Il Racconto degli Italiani nel Mondo (RIM Junior) nella consapevolezza che “la mobilità tutta, e quella italiana in particolare, sia un segno distintivo dell’umanità da sempre e che nel futuro la mobilità sarà sempre più protagonista della vita di ciascuno. Quello che presentiamo qui è la seconda edizione relativa appunto al 2018-2019 anche se abbiamo scelto di mettere a disposizione in omaggio questa sera per tutti i presenti entrambi i volumi che sono profondamente diversi tra loro”.  R.Iaria-Migrantes On.14

 

 

 

 

Italiani altrove

 

Mentre se si continua a ipotizzare come andrà avanti l’alleanza Di Maio/Salvini, di previsioni sul futuro del Paese è preferibile non farne. Non servirebbero. E’ una premessa che preferiamo esprimere da subito; anche per non essere fraintesi. La nostra attenzione, invece, resta rivolto ai Connazionali residenti all’estero. Gli italiani “altrove” sono più di 5.114.469. Il numero maggiore è in Europa (2.770.175). Oltre il 50% dei nostri Connazionali si trova nel Vecchio Continente. Con un tenore di vita, mediamente, migliore di chi risiede nel Bel Paese.

 

 Resta, però, da evidenziare una riflessione che in Euro Zona è meglio tener sempre presente. Insomma, non è per nulla dato per scontato che, esistendo una moneta unica, il costo della vita sia a uno stesso “livello” in tutti gli Stati UE. Come, del resto, è differentemente gestita la democrazia nell’Europa Stellata. Dopo il voto politico dello scorso marzo, da noi non c’è presupposto per ipotizzare un Esecutivo diverso da quello che ci ritroviamo.

 

In fibrillazione è rimasto il destino della Penisola. A questo punto, cosa possono fare gli italiani “altrove”? Ora poco. Ma la lezione non dovrebbe più ripetersi a causa di una legge elettorale partorita da un Parlamento distratto dai contrasti politici tra i partiti. Ancora una volta, certi che non sarà l’ultima, si deve andare avanti. La necessità di legiferare è palese e ci sono provvedimenti normativi che attendono una definitiva approvazione. Non neghiamo, però, che ci aspettavamo una differente “resa” politica degli eletti dall’estero. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mobilità, clima, acqua: la visione di Carlsberg Italia

 

Mobilità alternativa, risparmio idrico ed energetico, adattamento ai cambiamenti climatici, sicurezza sul lavoro e altro ancora. Carlsberg Italia ha scelto di presentare il Bilancio di Sostenibilità 2018, l’ottava edizione del rapporto annuale di rendicontazione delle performance sostenibili, a bordo di un treno storico che dalla stazione Centrale di Milano è arrivato fino a Varese, nel cui territorio ha sede lo storico birrificio.

Qualche dato: 96% dei fusti distribuiti in Italia sono in Pet; 10% di risparmio idrico grazie alla pastorizzazione flash; 28% di acqua risparmiata dal 2011; 30% di parco macchine ibrido; 100% di carrelli elevatori elettrici; - 9% emissioni CO2 dal 2015; 100% di energia rinnovabile già dallo scorso anno.

"È importante tenere sempre in mente che la sostenibilità non è un traguardo, ma solo una tappa verso un obiettivo più grande che evolve con noi e con le esigenze del Pianeta", ha detto Antonella Reggiori, DraughtMaster Business Unit&Italy Operations Director.

"La scelta del treno testimonia la volontà di Carlsberg di continuare ad essere una forza trascinante ed elemento ispiratore per i nostri stakeholder - ha dichiarato Davide Pizzagalli, Csr Manager di Carlsberg Italia - Se storicamente questo mezzo ha permesso all’umanità di raggiungere importanti traguardi di sviluppo socioeconomico, oggi il treno rappresenta anche un esempio di innovazione, velocità, e sostenibilità: esattamente i valori che ci rispecchiano e che vogliamo continuare a rappresentare per i prossimi anni".

Dal 2017 il Gruppo Carlsberg ha puntato su Together Towards Zero, un programma che fissa nuovi standard di sostenibilità per l’Azienda in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu e con l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Il programma Together Towards Zero si concentra su quattro aree di interesse: Zero emissioni di CO2, Zero spreco d’acqua, Zero consumo irresponsabile e cultura Zero incidenti.

I dati del Bilancio presentati riportano il segno positivo, calcolati in base a una roadmap che prevede obiettivi intermedi per il 2022 e il raggiungimento dei nuovi obiettivi entro il 2030.

Zero emissioni di CO2. L’ambizioso obiettivo fissato dal programma di sostenibilità prevede di raggiungere, entro il 2030, Zero emissioni di CO2 nei birrifici, con uno step intermedio del 2022 che vede un -50%. Dal 2015 al 2018, le emissioni specifiche di anidride carbonica sono diminuite del 9,1%. Un esito al quale si affianca una riduzione del consumo energetico totale, sceso del 4% rispetto al 2017.

Stando sempre alle stime intermedie della roadmap, Carlsberg Italia ha raggiunto con ampio margine, rispetto a quanto prefissato per il 2022, il 100% di energia da fonti rinnovabili negli stabilimenti di produzione (un successo ottenuto già dal 2017) ed un altro 100% di raffreddamento a basso impatto sul clima.

Zero spreco d’acqua. Il consumo idrico specifico è diminuito del 28,4% superando lo step intermedio (entro il 2022 -25%) e avvicinandosi a quello finale del 2030 quando si dovrà dimezzare il consumo d’acqua del Birrificio. Nel 2018 l’efficienza idrica è migliorata: sono stati risparmiati 2.634 mq di acqua (-0,6%) ed è stata registrata una riduzione del volume delle acque di scarico dell'1,2%, rispetto al 2017. Il Bilancio di Sostenibilità dal 2015 al 2018 mostra un risparmio di 127.970 mq d’acqua, pari a quella necessaria per riempire 4.412 autocisterne.

Zero consumo irresponsabile. Carlsberg Italia ha già raggiunto l’obiettivo del 100% indicato per il 2022: sul packaging sono riportati i valori nutrizionali per 100 ml di birra, oltre a chiari messaggi sul bere responsabile. Le iniziative del Gruppo per dare una comunicazione mirata e trasparente hanno animato tutto il 2018.

Zero incidenti. Carlsberg Italia ha introdotto uno specifico programma di Regole Salvavita, condivise tramite un programma di formazione aziendale. L’obiettivo è la completa diffusione, in tutto il Gruppo, di una cultura Zero incidenti, per raggiungere l’obiettivo 2030 di Zero incidenti che prevede misure di sicurezza anche superiori a quanto previsto dalla legge.

Sul fronte delle innovazioni Carlsberg Italia nel rispetto della sostenibilità si avvale di moderne tecnologie volte a supportare e migliorare tutti i processi lavorativi e le fasi di consumo. Come DraugthMaster, metodo di spillatura senza CO2 aggiunta che garantisce al consumatore di bere birra fresca come in birrificio per 31 giorni dall’apertura del fusto. Quest’ultimo in Pet, un materiale riciclabile che ha quasi completamente sostituito i tradizionali fusti in acciaio: nel 2018 si è arrivati al 96% di birra spillata in Pet, avvicinandosi all’obiettivo del 100% di copertura.

Fusti in Pet che garantiscono una sensibile riduzione delle emissioni di CO2 rispetto alle bottiglie e ai fusti in acciaio, solo nel 2018, grazie a DraughtMaster è stata evitata l’emissione di 11.407.920 kg di CO2, corrispondenti a quelli emessi da 456.317 alberi che occupano una superficie di 1.552 campi da calcio.

Carlsberg Italia ricorda infine i risultati derivanti dall’utilizzo del sistema 'flash' di pastorizzazione nel Birrificio di Induno Olona, atto a migliorare l’impatto con l’ambiente grazie a una diminuzione dei tempi per il completamento di tutto il processo: in soli 20 secondi la birra raggiunge i 71°C necessari. Risultato: -10% di impiego dell’acqua, -15% consumi energetici, -10% emissioni di CO2. Adnkronos 7

 

 

 

 

Imprese, Garavini (PD): "Con Governo gialloverde le aziende tedesche scappano dall'Italia"

 

Roma - "Stanno affossando l'economia italiana. L'unico risultato del Governo Lega-5stelle è che fanno scappare via investitori stranieri. A partire dalla Germania. I dati diffusi dalla Camera di Commercio italo-tedesca sono più che allarmanti".

"A maggio 2018, le aziende tedesche che valutavano negativamente la possibilità di fare business in Italia erano il 3 per cento, oggi il 59 per cento. Significa che un'impresa su quattro non prevede più né di investire, né di assumere. Non a caso la stessa Camera di Commercio italo-tedesca invita a riprendere la strada delle azioni concrete. Richiamando esplicitamente il piano 'Industria 4.0' del precedente Governo PD.

L'attuale esecutivo dovrebbe avere l'umiltà di riconoscere le precedenti esperienze virtuose. E riprenderle. Le aziende tedesche presenti sul territorio italiano danno lavoro a 168mila addetti generando un fatturato di 72 miliardi. Investimenti preziosi. Ai quali il nostro Paese non può rinunciare, pena gravi danni per l'occupazione e per l'economia". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa.  Dip 5

 

 

 

 

Carrello etico e responsabile, gli italiani fanno la spesa così

 

La spesa: gli italiani la vogliono sempre più responsabile ed etica e anche sono disposti a pagare qualcosa in più per mettere nel carrello prodotti sostenibili e che siano, in particolare, rispettosi dei diritti umani. Basta fornire loro la giusta comunicazione e informazioni chiare e trasparenti. A dimostrare che questa è la tendenza, il 'test' sul campo, ovvero al supermercato, dove i consumatori hanno dimostrato di avere capacità e voglia di 'votare col portafoglio'. Il test in questione è il 'cash mob etico', la mobilitazione tra consumatori per promuovere il consumo responsabile, che ha coinvolto 37 punti vendita Coop in tutta Italia, mobilitato sei cooperative di consumatori, con più di 2mila questionari compilati e circa 10.000 persone raggiunte.

 Partiamo dai risultati dei 2071 questionari compilati dai consumatori coinvolti nei punti vendita dell’iniziativa. Ad emergere è la propensione potenziale a pagare un prezzo maggiore a fronte di qualità aggiunte al prodotto: si dichiara disposto a spendere di più il 54,4% del campione con punte che sfiorano il 60% (59,1%) quando al prodotto si associa alla tutela dei diritti umani dei dipendenti, arrivano al 57,5% se si utilizzano solo materie prime italiane, 55,9% se è un’impresa radicata sul territorio. Da notare il risultato associato al rispetto dei diritti umani che diventa elemento prioritario per i consumatori, più dell'ambiente.

Superano comunque sempre il 50% anche le indicazioni “prodotto rispettoso dell’ambiente” (52,15%), “materie certificate” (55,58%), "cura dei dipendenti" (54%), "più informazioni" (50,81%), "trasparenza della filiera” (52,12%).

Come si scelgono i prodotti? Soprattutto leggendo l'etichetta (33,5%), ma anche per abitudine (28,7%), marca (20%) e prezzo (17,8%). Da notare, anche qui, l'inversione di tendenza perché l'anno scorso erano il prezzo e la marca a farla da padroni nelle scelte dei consumatori, battuti quest'anno dall'attenzione rivolta alle informazioni, l'etichetta appunto. La maggioranza dei consumatori coinvolti nell’indagine si ritiene abbastanza o molto responsabile (lo afferma il 94,2%), ma non sempre è facile esserlo: i primi tre motivi di impedimento sono la ricerca del risparmio per il 53% del campione, l’inconsapevolezza per il 14,/% e la superficialità per il 18,4%.

Il cash mob etico è un’azione di sensibilizzazione a favore di prodotti con caratteristiche di sostenibilità allineate con i principi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (biologici, Libera Terra, equo e solidale). Per l'occasione, in 22 punti vendita sono state apportate modifiche nell'allestimento mettendo in evidenza proprio questi prodotti e fornendo ai clienti più informazioni sul loro valore aggiunto. Risultato: l’edizione 2019 del Cash Mob Etico di Coop ha contribuito a un aumento di circa il 18% (esattamente +17,6%) delle vendite dei prodotti che rispondono ai requisiti di sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Il dato è parametrato rispetto allo stesso giorno della settimana successiva ed è interessante perché rivela l’innesco di un 'effetto sostituzione': le persone hanno acquistato i prodotti responsabili in sostituzione di quelli convenzionali e non 'in aggiunta a'. Dato che porta a pensare che potrebbero cambiare definitivamente le loro scelte di acquisto favorendo in maniera continuativa, i prodotti sostenibili.

Il risultato si è distribuito principalmente sui prodotti ViviVerde (+16,2%) e Solidal (+25,2%): rispettivamente la linea biologica e la linea del commercio equo e solidale di Coop, a conferma del fatto che questo evento spot che premia le filiere sostenibili mettendole in evidenza e spiegandole ai consumatori stimola le persone al cosiddetto “Voto col Portafoglio”.

Con il cash mob, Ancc-Coop (l'associazione che riunisce le cooperative di consumatori) ha partecipato al calendario di iniziative organizzate nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso dall’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Esperienza che si era già svolta nel corso dell’edizione 2018, ma allargando il bacino di riferimento dai 12 di allora ai 37 punti vendita di oggi e potenziando anche la stretta collaborazione con NeXt, Nuova Economia per Tutti.

“Siamo orgogliosi delle molte iniziative che da decenni le cooperative di consumo italiane sviluppano a favore di uno sviluppo equo, sicuro e sostenibile. Sappiamo, però, che quanto fatto finora non può bastare e che sono necessari nuovi sforzi non solo per adottare comportamenti d’impresa ancora più coerenti con l’Agenda 2030 ma anche per diventare agenti di cambiamento dell’intera filiera di produzione e consumo – dichiara Albino Russo, direttore Ancc-Coop - In particolare, la forza di Coop e dei suoi milioni di soci deve essere utilizzata a favorire il cambiamento dei comportamenti quotidiani delle persone a dalle scelte di consumo. Grazie all’impegno dei tanti volontari coinvolti l’iniziativa del cash mob dimostra che è possibile farlo. In questo senso, continuerà il nostro impegno”.

Per Leonardo Becchetti, co-fondatore di NeXt, "la promozione a valore all’interno della grande distribuzione può essere una leva per sensibilizzare i cittadini e passare da una logica di attenzione al prodotto, alla valorizzazione della sostenibilità sociale e ambientale dell’impresa. I risultati dimostrano l’effetto di sostituzione che i consumatori attuano nei confronti di prodotti responsabili, solo a fronte di una comunicazione su quegli aspetti e di una rete collaborativa tra i soggetti del territorio e la Gdo”.

Risultati che, sottolinea Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS, "confermano che gli italiani sono sempre più orientati ad essere consumatori responsabili e chiedono ai produttori di fare altrettanto, offrendo beni che siano prodotti in modo sostenibile ha commentato". In particolare, secondo una recente indagine di Eumetra, il 72% delle persone intervistate ritiene che le imprese dovrebbero occuparsi seriamente di sostenibilità e il 67% ritiene giusto che le imprese, soprattutto le grandi, tengano conto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile anche se ciò dovesse significare un aumento dei prezzi dei prodotti. 2Un orientamento che denota una crescita di sensibilità che le imprese non possono più ignorare”, conclude Giovannini. Adnkronos 12

 

 

 

 

La politica

 

Di politica è essenziale scrivere chiaramente. Intanto, ci sembra adeguato analizzare il concetto della parola. Essa deriva dal greco antico e significala Scienza per il Governo dello Stato. Tutte le altre “attribuzioni” dipendono, esclusivamente, dagli uomini che la gestiscono. Forse, sarebbe meglio aggiungere che la “politica” è anche la causa di certi mali d’Italia.

 

Già avevamo anticipato che questo 2019 non sarebbe stato migliore dell’anno precedente. Non per vaticinio, ma per un’analisi, obiettiva, di una complessa realtà nazionale. Insomma, la Politica non ha “colore”. Chi la rende “variopinta” sono gli uomini che la gestiscono. Prima si chiamavano statisti, ora politici. Purtroppo, i due termini non hanno nulla in comune e prenderne atto è essenziale.

 

I segnali di malessere che abbiamo registrato nello Stivale hanno origini più remote. Gli impegni, in politica, non contano. Il sistema è tanto intricato da non escludere posizioni “transitorie”. Il principio della mutualità è solo un bel termine. Valido nei discorsi; impraticabile nei fatti. Lo vediamo tutti i giorni. Adesso il Paese ha evidenziato un’identità politica. Che sia quella giusta non lo possiamo prevedere. Certo è che questo Esecutivo potrebbe avere problemi di sopravvivenza.

 

Del resto, questa Terza Repubblica, nata “male”, resta un’incognita e non solo per la nostra Penisola. Le incertezze, squisitamente politiche, continueranno . Intanto, c’è chi propone una nuova normativa elettorale. Sulla questione torneremo. Sempre che sia una cosa seria. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il M5S può ancora sopravvivere come protagonista?

 

Il M5S è finito. Comunque si muova, continuerà nel suo precipitare, iniziato da quando non è più una forza anti-establishment ma lo stuoino di Salvini. Di Maio pensa di rimediare con una Grande Riorganizzazione che aggira però le questioni cruciali: la contrapposizione destra/sinistra, le modalità di selezione dei quadri dirigenti e la democrazia interna. di Paolo Flores d’Arcais

 

Da parecchi giorni i democratici più sinceri si stanno prodigando in consigli al M5S su come invertire la rotta che in un anno ha portato sei milioni di italiani (sei milioni!, un salasso permanente, praticamente un elettore ogni cinque secondi) a ritirare il consenso appena dato, e rivolgersi alla Lega oppure disertare le urne. Attenzione sacrosanta, poiché solo il M5S sembra ancora costituire un freno al dilagare del pre-fascismo di Salvini. Prodigarsi che trascura però il più pesante e palese dato di realtà: il M5S è finito. Purtroppo. Questo purtroppo è da sottolineare, perché al momento altri argini al pre-fascismo di Salvini e dei suoi molti alleati nei “poteri forti” non si vedono proprio.

 

Il risultato delle europee per il M5S non è una rotta. Perché a Caporetto può seguire il Piave, e poi la vittoria (ormai le metafore militari stanno scalzando quelle calcistiche, il degrado del linguaggio continua). Quello che sta vivendo il M5S è invece l’avvitamento, che in aeronautica indica quando il precipitare di un aereo raggiunge il punto di non ritorno, e nessuna manovra e nessun miracolo potrà più salvare il veicolo. Qualsiasi linea scelgano infatti Di Maio e/o Casaleggio jr., il M5S continuerà nel suo precipitare.

 

Se rompe con Salvini e si va a elezioni anticipate l’emorragia di consensi continuerà. Se rompe con Salvini e si forma una coalizione di centro destra con tanti “responsabili” transfughi dal M5S che non vogliono perdere il seggio, la catastrofe sarà ancora più rapida. Se rompe con Salvini e nasce un “governo del Presidente” per fare una finanziaria con il solito “lacrime e sangue” (che tradotto vuol dire, paga chi ha meno, s’impingua chi ha di più), dimostrerà la sua impotenza e irresponsabilità (se va all’opposizione) o la sua impotenza e acquiescenza verso i poteri forti (se vota il governo). Se non rompe con Salvini ma continua a governarci insieme, dovrà inchinarsi a una dieta di rospi quotidiani che delle promesse elettorali faranno strame fino in fondo.

 

Comunque si muova, il M5S è nella condizione del dilemma siberiano: “Qualora il ghiaccio si rompa e tu cada nell’acqua ghiacciata, se in quattro minuti non ti tirano fuori sei morto, ma se ti tirano fuori, nell’aria ghiacciata, sei morto comunque in due minuti”. Il 24 aprile 2018, prima che nascesse il governo Salvini (Conte), scrivevamo: “In Siberia il M5S di Di Maio ci si è messo da solo”.

 

L’avvitamento è iniziato allora, quando il M5S ha scelto di andare al governo con un partito che aveva programmi, passato, radici, valori, opposti ai propri. E ha finto che si potesse stabilire invece un programma comune. Il famoso “contratto”, che Salvini ha considerato carta straccia da subito, facendo del governo Conte il suo governo, dell’odio per il migrante lo specchietto per le allodole, dell’odio per i magistrati e dell’amore per i padroni del cemento e degli appalti la stella polare della continuità con Berlusconi, e della spartizione in Rai e in ogni carica dove il governo ha voce l’unico terreno effettivo di accordo tra i due partiti. In un sabba di oscenità (tranne rarissime nomine di meritevoli).

 

Salvini è ormai l’uomo di Confindustria e di tutti i poteri che non vogliono il controllo di legalità come orizzonte ineludibile di una democrazia. A questa quintessenza del berlusconismo aggiunge il “libera tutti!” rispetto agli spurghi psichici indotti dalla paura in tanta parte dell’elettorato. La politica della paura ha infatti lo scopo di spostare il bersaglio della sacrosanta rabbia popolare dall’establishment al capro espiatorio.

 

Il M5S ha fatto lo stuoino di Salvini, puntando tutto sul salario di cittadinanza, che ha dovuto però rimpicciolire ed edulcorare fino a farne poco più di una elargizione di emergenza per alcune delle fasce più deboli (sempre meglio che niente, sia chiaro). E ha invece rinunciata a fare le battaglie qualificanti sbandierate nella campagna elettorale e unificate nel ritmato “onestà, onestà!”.

 

Che in effetti sarebbe – eccome! – un programma di governo, implicando guerra senza quartiere alle mafie, al loro brodo di coltura, grande evasione, riciclaggio, segreto bancario, corruzione, e poi fine di ogni lottizzazione in Rai e in ogni funzione pubblica, rigorosa politica ecologica, valorizzazione (l’opposto della mercificazione!) dei beni culturali, e via articolando. E invece ingoieranno anche la Tav, la seconda per inutilità delle grandi opere (la prima è il ponte sullo stretto di Messina, la cui società ancora non è stata azzerata). E hanno ingoiato il go-go di condoni, liberi subappalti e ogni altra nefandezza di berlusconiana origine e memoria.

 

Ovvio che polemizzare con Salvini nelle ultime settimane di campagna elettorale è servito solo ad accrescere il discredito: nessuno ti prende sul serio con l’antifascismo in zona Cesarini, o con quattro ciance sull’eguaglianza, mentre continui ad accettare che si discuta di flat tax, cioè del più gigantesco regalo che si possa fare ai ceti abbienti (la Costituzione, non a caso, esige una fiscalità progressiva, per trasferire danaro dai più ricchi ai meno fortunati).

 

Ora Di Maio, insieme al suo “fratello” Di Battista (evitiamo blague sui fratelli coltelli), pensa di rimediare con una Grande Riorganizzazione. Che aggira le due questioni cruciali.

 

La prima: la contrapposizione destra/sinistra è superata. E’ vero il contrario. Vale infatti solo se per destra e sinistra si intendono i partiti che tradizionalmente si sono dichiarati o si dichiarano tali (spesso con il pudibondo prefisso di centro-…). In chiave di valori e interessi, invece, l’opposizione è sempre più significativa e anzi spinge alla polarizzazione. Salvini ha così trasformato una Lega settentrionale in un partito iper-lepenista su scala nazionale, inverando il berlusconismo in salsa razzista e di finto anti-establishment (la volgarità o l’odio per le élite quale calderone indistinto sono l’opposto della lotta contro l’establishment, cioè il privilegio dei veri ricchi-e-potenti e la sua hybris). Insomma, incarna nel modo più (pre)potente la destra, unificata sotto l’egemonia più estrema.

 

Il M5S ha un futuro solo se sapesse incarnare l’alternativa a questo potere dei poteri forti occultato dai modi plebei e dal furore contro i capri espiatori. Cioè i valori e gli interessi di sinistra, perché contro i privilegi d’establishment. I valori giustizia-e-libertà intransigenti e praticati coerentemente. Ma il M5S non è nato con questa cultura, e se ne ha assunto qualche spezzone (anche qui: meglio che niente), lo ha fatto in un quadro ideologico di penoso ciarpame antiscientifico, complottismo puerile, con annesso anti intellettualismo e ibridazione con ogni opportunismo democristiano o sbandamenti da vera destra.

 

La seconda questione cruciale è intrecciata alla prima, in una debilitante sinergia al peggio: le modalità della selezione dei quadri dirigenti e la democrazia interna. Una forza anti-establishment, cioè giustizia-e-libertà, dovrebbe selezionare i suoi quadri e dirigenti attraverso la partecipazione alle lotte, il contributo di impegno pratico e culturale, la credibilità e coerenza dei propri tragitti in questi ambiti. I meet-up potevano essere l’embrione delle istanze di base di un tale progetto. Le “parlamentarie” sono invece delle specie di provini per mini-reality o uomini/donne stile De Filippi (che rispetto alle “parlamentarie” è cinema da oscar), o spot per aspiranti influencer, in cui con qualche decina di like, cioè di amici facebook, si diventa candidati (bloccati) per essere eletti sindaco o parlamentare. Un terno al lotto, una cuccagna, che con la caratura dell’impegno politico non hanno parentela alcuna. Naturalmente viene fuori anche qualcuno (rara avis, comunque) di valore. Ma accadrebbe anche estraendo i candidati a sorte.

 

Quanto alla democrazia interna, l’impermeabilità alle critiche, e anzi il riflesso pavloviano per cui chi non si allinea perinde ac cadaver è un nemico o un traditore, hanno fatto il resto. Un deserto di elaborazione e confronto collettivo.

 

I risultati si sono visti, e hanno mortificato, avvilito e infine distrutto, alcune intuizioni sacrosante che hanno fatto la fortuna del movimento: il rifiuto della partitocrazia e della politica come mestiere, per trasformarla invece in alcuni anni, non ripetibili, di “servizio civile costituzionale” nelle istituzioni. Con il loro fallimento i 5S gettano il discredito su misure antipartitocratiche che invece restano più che mai attuali.

 

L’avvitamento del M5S potrà durare più o meno a lungo (fino a che non nascerà un’alternativa possibile, e continuerà a ingrossarsi il partito del non voto). La possibilità che sia un protagonista della vita politica e soprattutto della sua urgentissima ri-democratizzazione è invece definitivamente tramontata. A meno di credere ai miracoli, stile apertura del mar Rosso. Non è il nostro caso di atei incalliti. E soprattutto non c’è nessun Mosè alle viste. MicroMega 7

 

 

 

 

Sblocca cantieri, c'è l'accordo

 

Movimento 5 Stelle e Lega hanno trovato l'accordo sul dl sblocca cantieri. E' quanto rendono noto fonti del governo. Un'intesa che segue la telefonata chiarificatrice tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Da mercoledì il provvedimento sarà votato in Aula al Senato.

 

Relativamente all'emendamento della Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, si apprende che il testo prevede la sospensione di alcune parti del codice stesso e la modifica di altre, tenendo conto dei lavori delle commissioni di merito. L'intesa, quindi, non prevede la sospensione del codice.

Di soddisfazione per l'accordo trovato sul decreto parlano i capigruppo al Senato, Massimiliano Romeo e Stefano Patuanelli: "Dopo esserci confrontati anche con i relatori, proporremo al Senato, tra le altre cose, quanto già concordato in sede di commissione, vale a dire un emendamento che prevede la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese".

LEGA-M5S - "Al contempo - sottolineano i due capigruppo di Lega e M5S - sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese. Abbiamo svolto un normale lavoro parlamentare che porteremo come maggioranza in commissione e poi in Aula al Senato".

LA TELEFONATA - Insomma, con la telefonata tra vicepremier, nelle ore più buie del governo Conte, sembra tornare un po' di ottimismo sul futuro dell'esecutivo gialloverde: sarebbe stato Di Maio a prendere l'iniziativa, sentendo il leader della Lega, a quanto apprende l'AdnKronos. Una telefonata, la sua, che secondo i beninformati era attesa dal responsabile del Viminale per seppellire l'ascia di guerra. Secondo fonti leghiste, i toni tra i due sarebbero stati "cordiali" all'interno di un colloquio "molto costruttivo".

 

L'INCONTRO - Nonostante le difficoltà, insomma, lo scambio tra i due avrebbe riportato un po' di sereno. E non è escluso, a questo punto, che un incontro potrebbe tenersi a breve, tra giovedì sera e venerdì, a ridosso del Consiglio dei ministri. Conte, in partenza per il Vietnam, ha valutato "positivamente il fatto che dopo la conferenza stampa" i due leader delle "forze di maggioranza siano tornati a parlarsi". Il ritorno al dialogo "è una buona premessa - ha reso noto Palazzo Chigi - proprio come auspicato nel discorso di Conte, per procedere nella giusta direzione". Adnkronos 4

 

 

 

 

La Dante. Audizione del Presidente  Andrea Riccardi e del Segretario Generale Alessandro Masi

 

La Dante è luogo di formazione e scambio, è confortata da una grande domanda di italiano come lingua di qualità e vuole allargare lo spazio dell’italsimpatia

 

ROMA-  Si è svolta, presso la Commissione Esteri della Camera dei Deputati l’audizione di Andrea Riccardi e Alessandro Masi, rispettivamente  presidente e segretario generale della Società Dante Alighieri. L’incontro si è svolto nell’ambito dell’esame istruttorio della Relazione sull’attività svolta dalla Società Dante Alighieri nell’anno 2018 e il suo bilancio consuntivo per la medesima annualità.

Ha introdotto la seduta la Presidente della III Commissione Marta Grande: “La Dante Alighieri fu fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci e fu poi eretta a ente morale con regio decreto con lo scopo di tutelare e diffondere la lingua italiana a livello internazionale. Ma il lavoro della Dante si esplica anche sul territorio nazionale per promuovere l’apprendimento dell’italiano da parte di migliaia di studenti stranieri anche grazie alla collaborazione con analoghe istituzioni operanti in altri Paesi”.

E’ poi intervenuto il Presidente Riccardi: “Ho letto la relazione dell’Onorevole Emiliozzi che sottolinea che la radice della Dante è risorgimentale ed è nata da un’intuizione di Giosuè Carducci che voleva preservare l’italianità degli italiani all’estero. In Italia rappresentava un’associazione patriottica e nacque come una realtà con molti comitati nel mondo frutto del volontariato degli italiani all’estero sostenuti dallo stato. La prima stagione si conclude con il fascismo che accentra la società e con le prime leggi razziste che porta all’esclusione di alcuni dirigenti ebrei. Noi abbiamo celebrato l’ottantesimo anniversario di quell’evento triste cancellando i provvedimenti e dando la qualifica di soci onorari ai discendenti di quei dirigenti espulsi. Ma per venire a noi la Dante nell’Italia Repubblicana con un tono tranquillo ha continuato l’insegnamento dell’italiano agli italiani all’estero raccogliendo, possiamo dire, gli “italiani nostalgici”, sostenuta dallo Stato”.

 

“Fin dall’inizio della mia presidenza – ha proseguito Riccardi - il mio obiettivo è stato compattare l’unità della Dante e accompagnarne la trasformazione operando sui comitati all’estero. Infatti c’è una trasformazione nel popolo della Dante: non più gli italnostalgici ma anche coloro che hanno attrazione per l’Italia e per il vivere all’italiana. Dopo quattro anni mi sono convinto che esiste un gruppo di persone che hanno grande simpatia o legame con il nostro mondo. Ma noi non abbiamo un elemento di unità; esiste un bacino di italsimpatia da coltivare nella convinzione che lingua, cultura e prodotto italiano vanno insieme. Con il contributo straordinario abbiamo fatto molto e si potrà fare molto se il contributo straordinario diventerà ordinario. La Dante però ha puntato anche sull’autofinanziamento: abbiamo 5 scuole di lingua in Italia e stiamo per aprirne due. Ha un legame con il settore privato: design, moda e turismo”. “ Abbiamo lavorato – ha continuato Riccardi - sull’accordo di affiliazione di ogni singolo comitato e abbiamo fatto proposte nuove e l’invito è quello di presentare progetti specifici da finanziare. Alcuni interventi economicamente modesti hanno rianimato la rete e hanno dato la sensazione di una maggiore coesione e di un maggiore interesse della presidenza centrale che culminerà con l’anniversario della Dante a Buenos Aires che significa il ricompattamento della nostra rete nel mondo. Noi siamo subissati delle domande e possiamo dire che la Dante si presenta con una sua solidità”.

 

Dopo un primo quadro introduttivo il Presidente è passato al tema dell’insegnamento della lingua italiana, tanto caro all’associazione: “centrale è l’insegnamento dell’italiano su cui noi abbiamo lavorato dando anche risorse all’insegnamento della didattica con corsi di aggiornamento professionale per i docenti. In Argentina abbiamo 100 comitati e 80 di essi effettuano corsi e abbiamo 12 scuole bilingue e una piattaforma online di formazione per i docenti. Le nostre scuole hanno fame di servizi culturali. Abbiamo elaborato un’enciclopedia infinita di pillole di 4 minuti ognuna che possono essere usate anche a livello didattico… In Albania abbiamo aperto una scuola italiana a Tirana con l’intero ciclo elementare e con corsi per adulti dipendenti dalla sede centrale. Noi cerchiamo di innervare la rete con iniziative provenienti dal centro. Stiamo lavorando anche in Russia dove non abbiamo ancora una scuola e questo è grave perché qui c’è grande domanda e una grande offerta di insegnanti qualificati”.

“L’ottantatreesimo anniversario della Dante – ha poi ricordato Riccardi - si svolgerà a Buenos Aires perché per noi l’America latina è importante: abbiamo 139 comitati di cui 22 hanno una sede di proprietà, abbiamo 50.000 soci, 30 presidii, 11 istituti di cultura. Capite come può essere integrativa la presenza della Dante. Abbiamo realizzato una profonda relazione con Maeci. Nel mondo abbiamo 250 scuole, 201 comitati in Europa, 3 in Belgio dove c’è una forte domanda, in Francia, Spagna, Portogallo e Armenia; 8 in Africa Subsahariana. Qui abbiamo un vuoto da colmare in Eritrea e in Etiopia; 29 in Asia e Oceania; una ventina in Nord-America. La nostra sede centrale a Palazzo Firenze – ha concluso il Presidente della Dante - ha ritrovato un suo prestigio. È luogo di formazione e scambio. In questa prospettiva ci sentiamo di dire che la Dante si sta riprendendo e siamo confortati da una grande domanda di italiano come lingua di qualità. … La Dante grazie alle nuove risorse che noi auspichiamo confermate vuole allargare lo spazio dell’italsimpatia e creare una collaborazione con le imprese, col Mise e con Confindustria”.

Ha poi preso la parola Alessandro Masi, segretario generale della Dante : “mi permetto di sottolineare un passaggio importante che è quello della formazione dei docenti. Essendo venuti meno i contributi statali negli anni a quelli che erano i formatori, oggi abbiamo personale all’estero che va formato. Stiamo lavorando molto sul piano della comunicazione. Queste pillole della storia italiana visibili sul sito formano una grande richiesta a livello mondiale. Il piano di comunicazione che abbiamo creato è sui temi del vivere all’italiana che punta alle basi. Aggiungo che stiamo recuperando la sede di Malta”.

Maria Stella Rombolà, Inform 12

 

 

 

 

La partitocrazia

 

Sulla Partitocrazia abbiamo nostri principi che ci permettano d’essere meno condizionati dagli eventi che sembrano coinvolgere i partiti nazionali che “contano”. I tanti problemi d’Italia paiono confermare la nostra deduzione. Sarà scontato, ma lo riaffermiamo: in Democrazia l’impegno politico ha da precedere quello dei Partiti. Da noi, preso atto di certe riforme, il diritto del cittadino resta soggetto a quello delle formazioni politiche che l’hanno varato. La partitocrazia s’è imposta; principalmente per l’inerzia. Ne deriva che è vissuta “passivamente”. Di questo passo, non ci saranno risultati positivi per il futuro d’Italia.

 Non a caso, rammentiamo uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione che, in buona sintesi, recita: ” la Repubblica riconosce e garantisce i diritti dell’uomo. Sia come singolo, che nelle formazioni collettive che implicano doveri di solidarietà economica e sociale”.

 

Uno di questi diritti, a nostro avviso, è proprio la partecipazione più attiva alla vita della Repubblica. Diretta oltre  schemi “scontati” in partenza. Quelli che, poi, non risolvono e sanno di compromesso. Questa partitocrazia, di conseguenza, non favorisce l’impegno collettivo e frena ogni sorta di reale cambiamento.

 

 Con queste premesse, riteniamo che la partitocrazia debba recuperare una sua reale dimensione. Magari prendendo valido spunto dalla questione morale che, da noi, è una lezione di vita che è obliata troppo spesso. Oppure, rammentare quando possa fare comodo nei meandri di una politica incerta. Come quella che stiamo, appunto, subendo. Giorgio Brignola, p. Tobia

 

 

 

 

Emilia-Romagna. Data Valley internazionale: al Tecnopolo di Bologna un nuovo supercomputer europeo

 

Bologna  - Un nuovo supercomputer da 120 milioni di euro sta per arrivare al Tecnopolo di Bologna. E’ stato scelto nei giorni scorsi in Lussemburgo proprio il progetto candidato dal Cineca  nei mesi scorsi come progetto italiano per l’assegnazione dei supercomputer dell'EuroHPC Joint Undertaking, l'impresa comune europea a supporto di progetti e infrastrutture per il calcolo ad alte prestazioni.

L’Emilia-Romagna, dove già oggi si concentra il 70% della capacita di calcolo e di storage nazionale, con migliaia di ricercatori coinvolti, con questo nuovo supercalcolatore passa dalla 19^ alla 5^ posizione nella classifica mondiale, diventando di fatto la Data Valley europea.  Dunque, l’Europa sceglie nuovamente l’Emilia-Romagna, e una infrastruttura, il Tecnopolo di Bologna, dove già arriverà il Data Center del Centro europeo per le previsioni metereologiche di medio termine (Ecmwf), facendone la regione tra le prime potenze mondiali per capacità di calcolo.

Un successo  assoluto per Bologna, per l’Emilia-Romagna e per il Paese, frutto anche di una serie di accordi sottoscritti in questi mesi che hanno reso disponibile il Tecnopolo, di proprietà della Regione,  quale sede strategica di insediamento  del supercomputer; avviato una collaborazione tra Cineca e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN)  ai fini dell’utilizzo e della gestione  del supercomputer e che impegnano il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) a mettere a disposizione ulteriori 120 milioni di euro per sostenerne il costo totale di acquisizione e gestione, per quanto non coperto dal concorso finanziario della Joint Undertaking con risorse dell'Unione europea.

Un traguardo che premia un lavoro di squadra che ha visto il Governo, Miur in primo luogo, svolgere un ruolo fondamentale di sostegno del progetto in sede europea, protagonisti la Regione, gli enti scientifici e di ricerca e il territorio.

Ministro Bussetti: “Un progetto che riteniamo strategico”. “Il nostro Paese ospiterà uno dei supercomputer che andranno a costituire la rete europea per il ‘supercalcolo’: siamo orgogliosi e soddisfatti per questo risultato. È frutto di un lavoro di squadra, che vede questo Ministero coinvolto attivamente: investiamo 120 milioni per un progetto che riteniamo strategico, che guarda con decisione al futuro”. Così il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, durante la conferenza stampa di presentazione dei dettagli relativi alla nomina dell’Italia quale Paese ospitante di un computer di classe pre-exascale, un supercomputer con elevatissime capacità di calcolo. “Il nostro è un Paese avanzato nell’ambito della ricerca - prosegue il Ministro - e questo riconoscimento ne è una ulteriore dimostrazione”.

All’evento sono intervenuti anche il Direttore generale del Dipartimento delle Reti di comunicazione, dei contenuti e delle tecnologie della Commissione europea, Roberto Viola, e il Presidente del Consorzio Interuniversitario CINECA, Giovanni Emanuele Corazza.

La nomina dell’Italia è avvenuta nell'ultimo Governing Board dell’European High Performance Computing Joint Undertaking, realtà voluta dalla Commissione europea per promuovere lo sviluppo di una rete di supercomputer, che ha avuto il compito di scegliere le sedi di questo progetto internazionale.

Il progetto rientra nell’ambito delle azioni che l’Europa sta mettendo in campo per sostenere la diffusione dell'high performance computing come volano di crescita e innovazione. Prevede la collocazione di un calcolatore di classe pre-exascale, caratterizzato da una potenza di calcolo superiore ai 250 petaflops di potenza di picco presso il Tecnopolo di Bologna e un impegno economico complessivo del MIUR pari a 120 milioni di euro, distribuito su sette anni (2019-2025). Altri 120 milioni di euro saranno messi a disposizione dalla Commissione europea, per un investimento complessivo di circa 240 milioni di euro.

Il 50% della potenza di calcolo generato dalla macchina sarà a disposizione degli istituti di ricerca, delle università, ma anche delle aziende, del Paese ospitante; la parte restante, invece, verrà utilizzata dai Paesi partecipanti alla Joint Undertaking. (Inform 11)

 

 

 

 

In arrivo stangata governativa su Imu e Tasi

 

Roma  - " È in arrivo una vera e propria stangata fiscale sulla casa di proprietà in Italia, comprese quelle di proprietà degli italiani residenti all'estero. I proprietari di seconde case  dovranno infatti pagare tasse immobiliari più alte a partire dal prossimo 17 giugno, data prevista per il versamento dell'acconto di IMU e TASI".

"È la conseguenza delle disposizioni introdotte dalla legge di bilancio per il 2019, voluta dall'attuale governo Lega-5Stelle con l'appoggio del Maie. Una norma che ha cancellato il blocco degli aumenti che avevamo introdotto nel 2015 con il nostro governo di centro-sinistra. E che quindi permette ai comuni e alle regioni di aumentare i tributi locali e le addizionali".

"Infatti crescono anche le addizionali regionali e comunali sull'Irpef. Cioè le Regioni e i comuni potranno aumentare le tasse ai massimi livelli. Tutto questo non vale per i pensionati italiani residenti all'estero, percettori di pensione estera e proprietari di immobili in Italia, che continuano ad essere esenti dalle tasse sugli immobili grazie al nostro emendamento PD della scorsa legislatura". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa, Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro. Dip 4

 

 

 

Progetto Italiani all’estero, i diari raccontano

 

ROMA - E’ stato presentato alla Farnesina il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”, una selezione delle parti più significative delle testimonianze raccolte nel fondo catalogato con il soggetto “emigrazione” presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR). “Italiani all’estero, i diari raccontano” è stato realizzato con il contributo della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Si tratta di una selezione di un totale di 200 storie di vita scelte tra più di mille presenti nel fondo, dalle quali sono state estrapolate, in media, cinque pagine scelte tra le decine, a volte centinaia totali disponibili.  Ogni pagina è stata digitalizzata dal documento originale, diario o memoria o lettera che fosse, trascritta, titolata, introdotta, collocata nel tempo, geo localizzata, indicizzata con delle parole chiave rispondenti ai temi aderenti al vissuto degli Italiani all’estero dall’Ottocento a oggi.  In questo modo ogni pagina si è trasformata in un racconto, per un totale di 1.000 racconti pubblicati al momento della messa on line del sito, idiariraccontano .org.

Sono i diari, le lettere e le memorie che racchiudono storie di italiani “qualunque”, vissuti all’estero tra l’inizio dell’Ottocento e i giorni nostri, raccolte a partire dal 1984 dall’Archivio diaristico nazionale e offerte ai lettori di tutto il mondo mediante una modalità di consultazione aperta al grande pubblico, attraverso una piattaforma informatica. I criteri seguiti per la scelta delle testimonianze da pubblicare riguardano l’interesse storico delle singole traiettorie umane raccontate nei documenti. Oltre all’interesse di presentare punti di vista diversi sui grandi avvenimenti storici, questo progetto si è posto l’obiettivo di raccontare il vissuto comune a tutte le esperienze migratorie, che costituiscono il nucleo principale della selezione documentale insieme ai racconti di viaggio o di lavoro temporaneo all’estero. 

La somma delle storie raccontate in questo sito non ha alcuna pretesa di rappresentare la globalità delle esperienze di vita degli italiani all’estero dall’Ottocento a oggi. Il dono che viene fatto a chi visita queste pagine è quello della suggestione e della scoperta. I materiali divulgati possono essere fruiti per studio o per puro piacere. Oppure utilizzati a scopo didattico, per completare l’insegnamento di discipline storiche o sociali, o per stimolare la nascita di prodotti culturali o creazioni artistiche come già avvenuto negli ultimi anni grazie a esperienze analoghe maturate a partire dal patrimonio dell’Archivio dei diari. Nel sito è altresì presente la sezione “La tua storia” in cui ogni connazionale all’estero potrà inviare testimonianze proprie o di membri della famiglia per arricchire la piattaforma.

Il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano” è ispirato al prototipo “La Grande guerra, i diari raccontano” ideata nel 2013 da Pier Vittorio Buffa, consulente editoriale anche per questo progetto che si avvale della ricerca di Archivio e della redazione testi di Laura Ferro. La ricerca iconografica e organizzazione delle fonti documentali è di Antonella Brandizzi mentre le fotografie dei documenti originali pubblicate nel sito sono di Luigi Burro.

(Inform 12)

 

 

 

È tempo ci cambiare

 

Sono passati circa diciotto anni dal varo, in verità sofferto, della legge 459/2001, meglio nota come Normativa Tremaglia. Quella che ha introdotto, ai fini elettorali, la Circoscrizione Elettorale Estero. In quest’arco di tempio, in Italia sono cambiate alleanze politiche, rapporti di convivenza, leggi elettorali. Ma per gli Italiani ”altrove” non è cambiato nulla.

Insomma, la Circoscrizione Estero è rimasta solo un mezzo per fornire’ con la formula “18” (numero dei parlamentari), Deputati e Senatori militanti nei partiti nazionali. Quindi, senza nessuna prospettiva d’autonomia politica. In democrazia, con molto buon senso, si può cambiare e, a nostro avviso, migliorare il quadro politico/rappresentativo di milioni d’aventi diritto al voto residenti “altrove”.

 Dato che in Parlamento è in discussione un DDL costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari, ci sembrano maturati i tempi per prospettare al nostro Potere Legislativo un Partito degli Italiani all’Estero “autonomo” politicamente da quelli nazionali. Insomma da quelli che, sino ad ora, i deputati e senatori eletti all’estero dovevano allinearsi. Nel frattempo, sarebbe opportuno rivedere l’attuale legge elettorale e il suo meccanismo d’applicazione.

 Basta col voto postale. Nell’era dell’informatica, che il voto sia elettronico. Costerebbe meno e sarebbe più sicuro. L’importante resta, però, l’autonomia politica dei milioni di votanti dall’estero che non sarebbero più “legati” alle posizioni, non sempre coerenti, dei partiti in Patria. Solo così l’eventuale diminuzione del loro numero non avrebbe rilevanza.

 Noi siamo propositivi, ma anche aperti a proposte alternative che consentano, però, una reale rappresentatività politica del voto italiano nel mondo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Fca ritira la proposta

 

Fca ha ritirato "con effetto immediato" la proposta di fusione avanzata a Renault perché "non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo". Lo ha deciso nella notte il Cda presieduto da John Elkann dopo che il Cda del gruppo francese si è chiuso senza una decisione. A renderlo noto un comunicato del gruppo italo-americano, in cui si legge che "Fca continua ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti".

 "Fca continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente" conclude la nota, nella quale il gruppo esprime "sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo presidente, all'amministratore delegato e agli alliance partners, Nissan e Mitsubishi, per il costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta".

RENAULT - Il gruppo Renault esprime "la sua delusione per non poter approfondire la proposta di Fca. Siamo riconoscenti per l'approccio costruttivo adottato da Nissan e vogliamo ringraziare Fca per i loro sforzi e i membri del Cda di Renault per la loro fiducia" ha fatto sapere il gruppo automobilistico francese.

"Consideriamo che questa proposta - viene sottolineato - è opportuna, avendo molti meriti industriali ed è attrattiva finanziariamente, creando un leader mondiale dell'automobile basato in Europa. Inoltre questa offerta sottolinea l'attrattività di Renault e dell'alleanza" con Nissan.

DARMANIN - Le discussioni "potrebbero riprendere nei prossimi tempi. Vedremo. Non bisogna chiudere la porta, bisogna continuare a lavorare" ha detto ai microfoni di 'France Info' il ministro dei Conti pubblici francese, Gérald Darmanin. Quello che ci si aspetta dallo Stato francese, ha spiegato, "è proteggere l'occupazione industriale in Francia. Lo Stato ha chiesto delle garanzie e, se queste non sono state soddisfatte, ce ne rammarichiamo. Era normale aspettare che queste garanzie venissero rispettate".

"Chiedere del tempo per un matrimonio è normale. Un po' di riflessione permette probabilmente di comprendere meglio la sposa" ha sottolineato ancora Darmanin. "Se domani Fca torna a ridiscutere, sono sicuro che continueremo a dialogare". Per il ministro, "se non lo avessimo fatto e se, tra qualche mese, avessimo assistito a delle ristrutturazioni e a un taglio dei posti di lavoro in Francia, ci sarebbe stato detto 'non avete protetto gli interessi dei francesi e dell'occupazione'. La Francia difende gli interessi dei francesi".

DI MAIO - "Questa vicenda dimostra che quando la politica cerca di intervenire nelle vicende economiche non sempre fa bene" ha detto il ministro dello Sviluppo Di Maio, intervistato a 'Radio Anch'io' su Radio Raiuno. "Se la Fca ha ritirato la proposta, evidentemente non ha visto una convenienza".

CONFINDUSTRIA - "Quando gli Stati iniziano a intervenire massicciamente su questioni di merito e di mercato - ha poi affermato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia - gli effetti conseguenti sono quelli di un arretramento su alcune visioni strategiche". Adnkronos 6

 

 

 

Al Senato la conferenza “Famiglie senza confini. Sfide e Opportunità”

 

ROMA- Si è svolta questa mattina, presso la Sala Isma del Senato, la conferenza “Famiglie senza confini. Sfide e Opportunità”. Nell’occasione è stato presentato il volume: “Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità” di Valeria Bonatti, Alvise Del Pra’, Brunella Rallo e Maddalena Tirabassi. La domanda al centro del convegno è stata “quanto costa all’Italia l’esodo dei suoi giovani talenti? E cosa fare per favorirne il rientro?”   

La senatrice Pd Laura Garavini in apertura dei lavori ha affermato : “le nostre autrici si sono impegnate in una sfida interessante cioè quella di quantificare quanto costa al Paese la partenza dei un nostri giovani. I costi si aggirano intorno ai 30-40 miliardi annui, pari ad una vera e propria finanziaria. Noi abbiamo riscontrato negli ultimi anni un fortissimo aumento delle partenze. Si tratta di un incremento di oltre due milioni di partenze negli ultimi anni…. Se quantifichiamo quanto sono costati allo stato e alla famiglia abbiamo una quantificazione economica di quanto questo evento costi al Paese. Certo è anche un’opportunità: un arricchimento per tutti, ma quali meccanismi, quali interventi è opportuno mettere in campo – si è chiesta la senatrice eletta nella ripartizione Europa Laura Garavini - affinché questa mobilità possa essere più circolare e essere di profitto anche per il Paese di origine?”.

 

E’ quindi intervenuta la deputata del Pd Angela Schirò, eletta nella ripartizione Europa: “sono contenta di questo convegno per il semplice fatto che si parli di noi. Sono nata e cresciuta in Germania… Si pone qui finalmente l’attenzione sulle famiglie giovani o meno giovani che sono all’estero. In questo studio c’è un punto di vista personale. Qui c’è il punto di vista di una mamma e un papà che vedono andare via i propri figli. La distanza sembra a volte troppo grande. Io sono del parere che andare all’estero è fondamentale per la formazione della personalità, per capire i meccanismi di questo mondo che sembra grande ma che in realtà poi è piccolo perché siamo tutti uguali. Ci deve essere la possibilità di restare e di tornare. Deve essere una scelta. Il problema è complesso quando si parla di proposte per far rientrare. Bisogna lavorare sul territorio, bisogna creare qui le condizioni per creare un territorio interessante dove rientrare. Se un giovane non vede che qui non ci sono le condizioni per sviluppare le proprie competenze se ne va. Se vedo un paese dove la mia competenza non viene valorizzata non torno”.

Quando si parla di giovani che vanno via – ha proseguito Schirò dopo aver sottolineato la necessità di creare scambi con le aziende per favorire la circolarità dell’emigrazione - penso soprattutto al sud. Conosco famiglie che hanno seguito i propri figli all’estero per stargli vicino. Quindi non perdiamo solo i giovani ma anche le famiglie. I paesini diventano paesi fantasma con case vuote. Proprio da lì dobbiamo ripartire per riuscire a mantenere i legami. Chi ci vive deve poter tornare quando vuole. … Bisogna parlare – ha concluso Schirò -  anche di come viviamo noi all’estero, della difficoltà dei servizi consolari. Prima di pensare a come rientrare dobbiamo pensare a come tutelare i nostri diritti come italiani all’estero. Cerchiamo di valorizzarci di più, cerchiamo di mantenere viva la nostra lingua. Se perdiamo la lingua, perdiamo il legame e quindi il rientro diventa ancor più difficile”.

 

A seguire ha offerto il suo contributo al dibattito Marina Sereni, già vicepresidente alla Camera dei Deputati: “ringrazio perché oggi possiamo ascoltare le realtà che di solito studiamo. Io per anni ho diretto settori che mi hanno portato a contatto con le nostre comunità italiane all’estero. Dai tempi di Norberto Lombardi, dai tempi delle comunità regionali chiuse le cose sono cambiate molto: negli ultimi anni abbiamo incontrato la faccia di una nuova emigrazione con le caratteristiche che sono messe in evidenza proprio dal libro delle nostre autrici. Ci sono ragazzi che si trasferiscono per fare i lavapiatti e poi tutta la comunità italiana competente che si sposta. È importante osservare la questione dal punto di vista di chi è rimasto in Italia: le famiglie. Io penso che sarebbe interessante fare un approfondimento sulle famiglie del mezzogiorno. Lo spaccato che voi portate alla luce nel libro è molto ampio. La cosa interessante che mettete in evidenza è il calcolo di quanto costi questa migrazione sia allo Stato, sia alle famiglie; ma l’altro aspetto è anche come si impoveriscono alcune zone del territorio nazionale alla luce di ciò. Il “quanto costa materialmente” deve essere esteso a questo aspetto. C’è un costo specifico che riguarda l’impoverimento di alcuni contesti, soprattutto a sud. Questi numeri hanno molto a che fare con lo sviluppo del nostro Paese che si sta privando di tante delle sue risorse intellettuali”.  “Noi abbiamo bisogno di sapere – ha proseguito Marina Sereni  - che all’estero abbiamo grandi risorse. C’è tanto che il sistema Italia deve conoscere e cogliere. È una grande opportunità avere queste giovani comunità che portano un volto positivo del nostro Paese. Ma se si cerca di rientrare quali sono le difficoltà? Ci sono state delle misure ma non abbiamo riflettuto poi su quello che è accaduto e quali sono stati gli effetti per mettere a fuoco un paio di cose come quello che riguarda il funzionamento del sistema pubblico e il tema delle regole sul versante del funzionamento dei diritti e dei doveri; una seconda questione riguarda il welfare rivolto alle fasce dei trenta/quarantenni. Noi abbiamo un welfare strutturato su un certo tipo di famiglie e bisogni, da anni sono emerse nuove esigenze che noi tappiamo con i bonus. Ma non è questa la soluzione”.

E’ stata poi la volta del deputato del Pd Massimo Ungaro, eletto nella ripartizione Europa : “Voglio ringraziare le mamme dei cervelli in fuga che appoggiano i figli e sfatano il mito delle mamme italiane possessive. Chi emigra e chi parte deve essere protetto e tutelato ad esempio tramite la struttura sanitaria o il riconoscimento dei titoli di studio. C’è anche il tema dei genitori che raggiungono i figli all’estero….  Questo fenomeno migratorio – ha continuato Ungaro - non è sano perché c’è un flusso solo in uscita. Noi dobbiamo, come rappresentanti della nazione, capire le cause di questo fenomeno e avviare una politica di valutazione. Ad esempio ci sono dei temi di ancoraggio: alcuni rientrano per ottenere degli incentivi ma una volta finiti ripartono. È importante fare le leggi ma anche valutarne gli effetti. I giovani vanno via perché non trovano opportunità. A parità di competenza e età un giovane ingegnere italiano guadagna 2 o 3 volte di meno di un altro giovane europeo. Poi c’è il tema della meritocrazia molto difficile da affrontare e quello della ricerca in cui investiamo pochissimo. C’è anche la questione delle preferenze sessuali per le quali in altri grandi centri europei i giovani non vengono giudicati come in Italia e il tema della situazione delle donne che vengono pagate di meno dei colleghi maschi qui in Italia. Sono anche questi dei temi che contribuiscono all’analisi del fenomeno”.

Hanno poi preso la parola le tre autrici dello studio, Maddalena Tirabassi, direttrice del centro AltreItalie: “ Questo libro parla anche di famiglie transnazionali che si formano all’estero e si concentra sui cambiamenti della famiglia. Questa è partita come una ricerca di nicchia ma speriamo di farla diventare più ampia… Vorrei soffermarmi su alcuni punti ispirati al titolo di questa conferenza: le opportunità e le criticità di queste mobilità che stiamo studiando. Le opportunità sono uno svecchiamento e una sprovincializzazione della società italiana con una classe di genitori che ha iniziato a studiare geografia, lingua, a usare la tecnologia e a viaggiare. Vedere il mondo può far bene alla classe media italiana e fa bene vedere cosa provano i loro figli come soggetti della migrazione: forse un’esperienza diretta può essere una via da percorrere contro il razzismo. La multiculturalità delle relazioni affettive che si ripercuote sulle famiglie italiane – ha aggiunto Tirabassi - comporta però quello che è uno dei problemi che può ostacolare il rientro: non riuscire a far rientrare i propri coniugi in Italia. È molto difficile anche per i ricchi venire a stare in Italia. È difficile avere un permesso di soggiorno, non solo la cittadinanza. Questi sono alcuni dei problemi ma il grosso problema di fondo è che non si potrà pensare ai rientri finché non si risolvono i problemi che scatenano l’emigrazione”.

“I giovani italiani – ha concluso Tirabassi - possono essere ambasciatori dei nostri ideali nel mondo. È un discorso che non è affatto nuovo: già Luigi Einaudi ne parlava cento anni fa. Bisogna andare a fondo a quelli che sono i piccoli aspetti, come quello trattato da noi, che possono rilevare grandi analisi”.

 

E’ poi intervenuta Brunella Rallo, ideatrice del blog mammedicervellinfuga. com: “sono proprio i genitori di mamme di cervelli in fuga – ha spiegato la Rallo - che postano ogni giorno che contribuiscono a far diventare il portale un database, un osservatorio bidirezionale che unisce chi parte e chi resta. Qui abbiamo una valutazione e i dati qualitativi che ci hanno guidato in questa ricerca che forse non è statisticamente rappresentativa perché riguarda le famiglie che hanno un’alfabetizzazione digitale. Lo spaccato è limitato e ci piacerebbe che enti più grandi di noi come Banca d’Italia o Istat potessero inserire domande ad hoc. Bisogna analizzare ad esempio il fenomeno per cui se un figlio parte anche gli altri probabilmente partiranno perché i genitori vorranno dar loro le stesse opportunità. Quindi questa ricerca controlla i dati qualitativi. Noi abbiamo constatato che c’è il 67% di famiglie che aiuta i figli all’estero tramite invio di denaro, circa 8.000 euro l’anno che possono diventare di più o di meno a seconda del criterio di autonomia dei figli. Ragazzi autonomi ricevono meno ma la particolarità è che anche in caso di figli ritenuti autonomi i genitori italiani ritengono di dover corrispondere piccole compensazioni. Abbiamo diviso i costi in diretti, ossia i costi monetari e costi indiretti, cioè i costi per la mitigazione della distanza (quanto costa andare a trovare un figlio all’estero? Quante volte vai? E lui quante volte viene?). Ad esempio altri costi indiretti sono quelli che servono a sostenere gli studi di lingua, i costi dei pacchi dono che vengono spediti. Quindi il flusso di denaro per sostenere i giovani all’estero nel complesso. Quanto torna? Le rimesse ci sono? Avere una quantificazione precisa di questo potrebbe aiutarci ad avere un’idea di cosa fare”.

 

L’ultima riflessione nel merito alla ricerca è quella di Valeria Bonatti, dell'Università dell’Illinois: “Il mantenimento dei rapporti familiari l’abbiamo studiato dal punto di vista economico: i viaggi, i doni, la lingua. Ma è solo una parte della questione; esiste anche un’altra dimensione che accomuna le famiglie abbienti o quelle meno abbienti (coordinare telefonate, incontri su skype o sui social media). Questo viene fatto anche sulla base di quelle che erano le tradizioni di famiglia prima della partenza. Quindi come riprodurre queste tradizioni? Come organizzare la casa in vista di visite di figli, di figli con amici o con compagni o bambini. Questo è percepito come un dovere genitoriale. Abbiamo quindi una prima dimensione affettiva. In secondo luogo vorrei parlare delle fasi di transizione: il trasferimento, la laurea, l’evento famigliare, la nascita di un figlio, un matrimonio. Questi sono i momenti in cui il sostegno finanziario ha un’intensificazione. Anche i genitori che non danno questo tipo di sostegno comunque vedono l’intensificarsi delle comunicazioni. Due fasi in particolare sono quelle di picco: la nascita di un figlio e i momenti di disoccupazione in cui si sta concludendo il contratto. Questi sono i momenti in cui le famiglie sono più coinvolte. C’è poi – ha aggiunto Valeria Bonatti - la questione dell’assistenza agli anziani che dipende dalla presenza delle famiglie”.

Ha poi preso la parola Fabio Porta, già deputato Pd eletto nella ripartizione America Meridionale: “ C’è un problema culturale fortissimo. Lo dico da famiglia che nasce con uno spirito multiculturale. L’Italia è in questo momento un paese molto provinciale. La maggiore motivazione che si ha nell’andare all’estero è il non sentirsi parte di questo clima. Faccio una considerazione poi come italiano all’estero e esperto in prima persona per essere migrato dalla Sicilia. Anche in Sud America ci sono cervelli che potrebbero tornare nel nostro Paese ma non facciamo nulla per facilitare il rientro di chi vorrebbe portare qui una propria storia. Concludo richiamando un articolo molto bello del Foglio di Sabino Cassese dal titolo “Il vero problema dell’Italia è l’emigrazione e non l’immigrazione”. L’immigrazione viene percepita tre volte di più rispetto al dato reale. Per quanto riguarda l’emigrazione abbiamo il problema esattamente opposto. Le persone che sono migrate dall’Italia alla Germana hanno portato con se 200 miliardi di euro in investimenti sull’istruzione negli ultimi anni. Questi sono soldi che abbiamo perso”.

Ha concluso i lavori Antonio Misiani  (Pd),   della Commissione bilancio al Senato: “le testimonianze di oggi rendono bene non solo l’aspetto quantitativo della migrazione ma anche quello qualitativo del fenomeno che spesso non sappiamo cogliere. Il fenomeno ha una valenza economica, sociale, affettiva ed emotiva. È una realtà che ci tocca tutti. Noi dobbiamo fare i conti con un Paese che negli ultimi dieci anni ha dovuto far fronte a una forte ripresa del fenomeno migratorio. Le motivazioni di chi va all’estero sono articolate: economiche-lavorative, di studio, di ricongiungimento con la famiglia. I fenomeni economici-lavorativi sono i più importanti. L’Italia non ha recuperato i livelli di PIL che aveva prima della crisi: rispetto a dieci anni fa la disoccupazione è il doppio. Noi abbiamo una drammatica questione giovanile nel nostro Paese che già c’era e si è aggravata dopo la crisi. La ripresa c’è stata ma è stata debole e ineguale. Questa ripresa dei flussi migratori è di grande rilevanza. Se in una regione come la Lombardia il flusso in uscita viene compensato da un flusso in entrata; in altre regioni il flusso è quasi totalmente in uscita. Spesso ad andarsene sono i migliori: quelli che hanno più talento da spendere. C’è un impoverimento. Noi – ha continuato  Misiani - abbiamo la responsabilità di costruire politiche pubbliche che possano rispondere meglio di quanto fatto fin qui. C’è una batteria di problemi che solo in parte siamo riusciti ad affrontare in questi anni. Si potrebbe pensare a un pacchetto unico che metta in fila una serie di questioni pratiche perché su questi temi non ci dovrebbero essere contrapposizioni ideologiche. Una serie di risposte potrebbero essere date anche da questa legislatura. Poi però il grande tema, molto più ambizioso, è quello di rendere l’Italia attrattiva non solo per far tornare chi vuole tornare, ma soprattutto anche per evitare che siano costretti i giovani ad andare all’estero. Questo chiama in causa il complesso delle politiche economiche-sociali del nostro Paese  che  deve tornare a ragionare sul futuro”. Maria Stella Rombolà, Inform 13

 

 

 

 

Il futuro del voto all’estero

 

Bruxelles - Le elezioni europee di maggio, nonostante gli sforzi profusi dalla rete diplomatico-consolare e dai volontari impiegati presso i seggi elettorali, ha registrato da parte dei COMITES (i Comitati degli Italiani Residenti all’Estero) alcune criticità, soprattutto a Bruxelles, ma anche in Francia, Svezia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Benedetta Dentamaro 42 anni, avvocato barese, a Bruxelles dal 2005, dove presta servizio presso l’UE (prima al Parlamento europeo e dal 2010 alla Commissione europea, dove si occupa di cooperazione internazionale e relazioni con l'ONU), dal 2015 è Segretario Generale del Comites di Bruxelles del Brabante e delle Fiandre.

Titolare di un dottorato di ricerca in diritto internazionale e dell' UE, e di un diploma di specializzazione in diritto ed economia delle Comunità Europee è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche sulle politiche europee (ambiente, terrorismo internazionale, diritti umani) e di editoriali su diverse testate online.

La abbiamo intervistata a proposito di alcune accese critiche all’organizzazione delle recenti elezioni europee, per quanto riguarda il voto degli italiani all’estero.

D. Abbiamo letto sui social network alcune critiche sull’organizzazione delle recenti elezioni europee per i cittadini italiani all’estero e in particolare a Bruxelles. Le condivide?

R. La gestione delle elezioni europee all'estero non è stata all'altezza di un paese fondatore dell'UE.

Non mi riferisco alle lunghe file che si sono create, in particolare, davanti a un seggio a Bruxelles. Le file sono normali quando concentri larghe fette di elettorato in tre sezioni nello stesso seggio. Anzi, onore al merito di chi ha resistito 3 ore per esercitare il proprio diritto. Ma vorrei sapere quanti si sono lasciati scoraggiare...

Mi riferisco alla totale assenza di informazioni sulla tornata elettorale, sul quando dove e come.

Molte persone erano convinte che si votasse la domenica come in Italia, oppure per posta qualche settimana prima come per le politiche, e non esclusivamente ai seggi il 24-25 maggio. Perciò si erano organizzati per passare il weekend fuori, pensando di poter votare prima di partire o al rientro.

Non è stata pubblicizzata in alcun modo la data delle votazioni: non una lettera, non un manifesto. L'unica informazione è stata inserita nella convocazione elettorale, recapitata dal ministero dell'interno in molti casi solo qualche giorno prima delle votazioni, e non pervenuta affatto a tanti elettori.

La legge italiana prevede una tempistica precisa per l'invio (due settimane di anticipo), che è stata completamente violata.

Ora, è vero che l'ignoranza della legge non è una giustificazione. Ma credo che non si possa chiedere al cittadino di fare una ricerca su internet per trovare informazioni sulle elezioni.

D. Tornando alla distribuzione dei seggi. A suo parere, cosa è andato storto?

R. Il ministero ha ridotto sensibilmente il numero dei seggi elettorali all'estero rispetto alle europee 2014: in alcuni paesi, come il Lussemburgo, fino alla metà. Di conseguenza, negli stati più grandi i cittadini dovevano fare fino a 200km per raggiungere il seggio più vicino.

Il risparmio stimato è stato di due milioni di euro. È questo il costo della democrazia? È questo il valore che il governo italiano attribuisce ai nostri diritti di elettori all'estero?

Se si associa questa misura al taglio proposto di un terzo dei parlamentari eletti all'estero (illogico, a fronte dell'aumento dell'elettorato estero del 20% negli ultimi 5 anni), temiamo che la rappresentanza dei connazionali residenti oltre confine sia in pericolo.

Non solo. Non è raro che i cittadini residenti all'estero, specie se da lungo tempo, abbiano anche la nazionalità del paese in cui vivono o siano iscritti nelle rispettive liste elettorali per le amministrative e le europee.

La normativa europea garantisce a chi si trova In questa situazione il diritto di scegliere se votare alle europee per le liste del paese di origine o di quello di residenza. Però non si può votare per entrambi. Anche in questo caso l'informazione è stata carente. In Belgio poi, essendo il voto obbligatorio, si è diffusa la convinzione che gli italiani iscritti nelle due liste dovessero obbligatoriamente votare per i candidati belgi. Ma questo non è assolutamente vero ed è a rischio di procedura d'infrazione, in quanto tradisce lo spirito della legislazione europea che dà diritto ai cittadini europei a votare per i propri candidati nazionali anche dall'estero.

D. Quali sono le proposte che darebbe per superare i problemi che segnala?

R. Questo problema potrebbe essere superato se si arrivasse finalmente alle liste transnazionali, cioè avere delle liste per il Parlamento europeo composte da candidati provenienti da vari stati membri dell'UE. Ciò permetterebbe da un lato di rendere davvero "europeo" il Parlamento di Strasburgo, e dall'altro di poter votare i propri candidati di fiducia nei seggi allestiti nel luogo in cui si vive, evitando al cittadino spostamenti, e ai governi spese elevate per organizzare la tornata elettorale all'estero.

Insomma, per tutta questa serie di concause, cui si aggiunge l'impossibilità di votare per delega (a differenza di altri paesi, come il Belgio), l'affluenza elettorale all'estero (si votava solo nei paesi membri dell'UE) è stata di appena il 7%, e tuttavia in crescita rispetto alle europee 2014. Dobbiamo arrivare a rimpiangere il voto per posta, che, con tutte le sue criticità e uno scrutinio differito di tre mesi, aveva pur sempre portato a votare a febbraio 2018 circa il 30% del bacino estero?

D. Cosa ha fatto il COMITES di Bruxelles in questa circostanza?

R. Tutte queste osservazioni sono state tempestivamente sottoposte all'attenzione del Consiglio Generale degli italiani all'estero e del dipartimento per gli italiani all'estero presso il ministero degli esteri, per le loro valutazioni. È auspicabile che segua anche un'iniziativa politica, per esempio un'inchiesta sulle risorse utilizzate per l'organizzazione delle elezioni all'estero e sull'effettivo risparmio. Ho visto moli di carta andare e venire tra seggi e Italia, dato che lavoriamo ancora con il cartaceo (un'altra inefficienza da correggere). Mi chiedo se davvero ne sia valsa la pena, a spese degli elettori più periferici.

La conclusione non può che essere la necessità e urgenza di riformare la normativa sul voto degli italiani all'estero, sia per le politiche che per le europee.

Penso che questa debba essere una battaglia da fare alla svelta all'interno del parlamento italiano. A Roma ci sono vari progetti di legge pendenti, si tratta di farli avanzare.

D. E per quanto riguarda il Parlamento Europeo?

R. Per quanto riguarda l'Europarlamento, bisognerà poi spostare l'attenzione in sede europea per gli aspetti comuni agli stati membri che restano da armonizzare dopo la riforma UE dell'anno scorso, per esempio proprio la previsione di liste transnazionali. Mi auguro che il nuovo Parlamento europeo riprenda questa proposta, bocciata l'anno scorso. Alessandro Butticé, aise 12 

 

 

 

 

Storia dei Mediterranei: uscito il secondo volume, firmato da tredici storici e archeologi italiani ed esteri

 

La vicenda dei popoli mediterranei raccontata da prospettive finora inedite o poco scandagliate: è il progetto inaugurato da Edizioni di storia e studi sociali con il primo volume della Storia dei Mediterranei, che ha suscitato interesse in Italia e all’estero. È la ricerca, pluridisciplinare, di nuovi paradigmi storiografici, che sottopongono a una serrata ricognizione un Mediterraneo dagli orizzonti aperti, mosso da progetti di civilizzazione e culture, materiali e intellettuali, che hanno esercitato spinte e influenze decisive nella storia umana. E sull’onda di questo inizio fecondo è uscito il secondo volume dell’opera, dedicato a Popoli, culture e scoperte dal tardo Medioevo al 1870.

In questo nuovo libro, di 450 pagine, che prende le mosse dalle fratture storiche che aprirono alla modernità, vengono passate al vaglio aspetti determinanti di questo periodo lungo, con un serrato scandaglio, in grado di introdurre nel dibattito storiografico elementi del tutto innovativi. Si va dai rapporti tortuosi ma spesso anche fecondi tra mondi religiosi, alle zone d’ombra e di mediazione nei rapporti tra Occidente e Oriente, alle comunicazioni travagliate e tuttavia non secondarie tra l’Europa e la sponda africana nella lunga guerra. E ancora, dalle vicissitudini delle tecniche nautiche, dalla bussola alla macchina a vapore, passando per l’ancora e ai modi in cui l’Europa occidentale, dopo le grandi scoperte del XV e XVI secolo, andò inventando, modellando e stabilizzando le «sue» Americhe. Si tratta in sostanza di percorsi particolari ma ricchi di prospettiva, che puntano a slargare, appunto, l’orizzonte degli studi, con il contributo di un team di storici e archeologi di profilo altissimo, di vari paesi.

Massimo Cultraro, ricercatore di IBAM-CNR e docente di paletnologia all’Università di Palermo, muove «alla ricerca del Labirinto: umanisti, viaggiatori ed antiquari a Creta tra Medioevo e Rinascimento». Carlo Ruta, saggista e storico del mondo mediterraneo, argomenta sull’Europa mediterranea e le rivoluzioni della modernità, tra scoperte geografiche e innovazioni tecnico-scientifiche. Franco Cardini, storico, docente universitario e scrittore, tratta di Cristianità e Islam tra la battaglia di Lepanto e l’assedio di Vienna (1571-1683). Eric Rieth, direttore emerito del CNRS Francese e docente alla Sorbona di Parigi, tratta di navi e tecniche nautiche nel Mediterraneo dal Medioevo all’età moderna, fornendo una lettura incrociata tra dati archeologici e fonti scritte. Francesco Tiboni, storico della navigazione e archeologo navale focalizza la cantieristica di navi e barche al tempo delle Repubbliche marinare. Renato Gianni Ridella, membro del Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell’Università di Genova, tratta di mercanti di cannoni e di produzione di artiglierie per la difesa del naviglio commerciale nel Mediterraneo del XVI secolo. Irena Radi? Rossi, docente dell’Università di Zadar, in Croazia, insieme a Mauro Bondioli e Mariangela Nicolardi ricostruisce le storie curiose di una nave veneziana, la Gagliana grossa (1567-1583). Luca Lo Basso, docente di Storia navale all’Università di Genova, si occupa di traffici mediterranei, investigando soprattutto i commerci di corallo e spezie tra Genova, Marsiglia, Livorno e Alessandria d’Egitto alla fine del XVI secolo. Emiliano Beri, docente di Storia moderna all’Università di Genova, interviene sulle attività di contrasto verso i corsari barbareschi: una guerra permanente nel Mediterraneo di età moderna. Flavio Enei, direttore del Museo della Navigazione Antica di Santa Severa, definisce alcuni passaggi essenziali della storia moderna di Santa Severa, antico scalo portuale della «spiaggia romana». Deborah Cvikel, docente all’Università di Haifa e al Leon Recanati Institue for Maritime Archaeology investiga i relitti del periodo Ottomano ad Akko, in Israele. Stefano Medas, direttore dell’istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale di Venezia, muove alla ricerca dell’ancora perfetta: il Trial of Anchors all’Arsenale di Sheerness nel 1852. Maurizio Brescia, storico della Marina italiana e direttore della rivista «Storia militare» si occupa infine della battaglia di Lissa (1866), focalizzandone soprattutto le rappresentazioni iconografiche coeve, in Italia e nell’Impero austroungarico.

 Storia dei Mediterranei. Popoli, culture e scoperte dal tardo Medioevo al 1870. Edizioni di storia e studi sociali, Ragusa, 2019, pp. 450. Dip 10

 

 

 

Il 28 giugno seminario a Roma del Forum Associazioni Italiane nel Mondo

 

ROMA – “Europa: tutelare le nuove migrazioni, quali responsabilità”: è il titolo del seminario promosso dal Forum Associazioni Italiane nel Mondo (Faim)  che si terrà il 28 giugno  a Roma, presso il Centro Congressi Frentani (Via Frentani, 2), con inizio alle ore 9.30. Relazioni del Comitato scientifico del Faim: prof. Enrico Pugliese; prof. Matteo Sanfilippo; prof.ssa  Grazia Moffa.

Sul sito del Faim, sei temi per la discussione: “1) - Alla presa d’atto della significativa ripresa dell’emigrazione italiana, che sta avvenendo  a livello anche istituzionale, non corrispondono iniziative volte a rendere meno gravosi i percorsi emigratori degli italiani che emigrano né a ridurre  i motivi economici e sociali che sono alla base della nuova spinta emigratoria. Allo stesso tempo le mutazioni intervenute nel quadro economico e politico-sociale nei paesi di arrivo rendono, in quei paesi, più difficile la difesa dei diritti sociali e civili dei nuovi migranti. Si va affermando, nei diversi paesi, a partire dalla Brexit, ma non solo, un ambiente ostile volto a disincentivare l’immigrazione dei lavoratori comunitari.

2)- L’emergere dei cosiddetti “sovranismi” influenza ed accentua questi atteggiamenti che si rivolgono non solo verso gli extracomunitari, ma ormai anche verso i cittadini comunitari, con effetti di riduzione e di parziale esclusione dai sistemi di welfare (come, ad esempio, nel caso dell’indennità di disoccupazione o dell’assegno sociale), e con la crescita di espulsioni per motivi economici. A ciò si aggiunge il peggioramento, delle condizioni di inserimento e collocazione lavorativa, dei protagonisti della nuova emigrazione italiana in mercati del lavoro sempre più precarizzati.

 

3)- Un ulteriore elemento di riflessione troppo spesso evitato riguarda le condizioni e gli effetti della nuova emigrazione per le aree di partenza, in particolare, per quanto ci riguarda, per le regioni del Mezzogiorno, da dove si emigra, oltre che all’estero, anche e in modo consistente verso il Nord Italia. Nell’ultimo decennio si registra un processo massiccio di spopolamento di intere aree montane e collinari con un aggravamento negli ultimissimi anni. Con ciò si spopola il Mezzogiorno, ma anche aree interne del centro-nord, con un effetto a catena per cui emigrazione genera a sua volta ulteriore emigrazione. Torna a riproporsi con forza la questione irrisolta dello sviluppo diseguale del Sud rispetto ad altre aree dell’Italia, che è questione nazionale e che riguarda l’intero paese. Da qui la necessità di una scelta politica strutturale di investimenti e di occupazione, la necessità, in questo quadro, di piani straordinari di intervento volti a migliorare le condizioni economiche e sociali del Sud ma anche delle aree del nord del paese più colpite dagli effetti della globalizzazione.

4)- Questo ci porta ad un altro tema da affrontare: i nuovi processi emigratori intraeuropei determinano una concentrazione di popolazione nei luoghi dove si concentra ricchezza,  forte attività produttiva e potere politico e un progressivo decremento di popolazione, parallelo alla crescita di povertà, nelle aree periferiche europee. In Italia si accentua lo storico dualismo Nord-Sud Italia che indebolisce l’intero paese, nord compreso. Analoghi fenomeni caratterizzano altre aree del nostro continente. La principale contraddizione che attraversa l’Europa è quella di un peggiorato rapporto fra centro e periferie. Accanto ai paesi mediterranei, i paesi dell’Est hanno perso e perdono quote ancora più consistenti di popolazione a vantaggio delle aree centrali. Contemporaneamente ha luogo il fenomeno delle migrazioni degli anziani verso altri paesi, attratti da incentivi fiscali e dal più basso costo della vita.

 

5)- Rispetto a tali scenari ci si è occupati troppo di presunte invasioni di immigrati dall’estero, mentre non ci si è occupatati – in Italia come in Europa – di realizzare politiche di sviluppo e di riequilibrio tra aree periferiche e centrali. Piuttosto, il sud dell’Europa si è, per così dire, allargato ad Est e la concentrazione del potere economico e politico richiama forza lavoro da queste aree, proprio mentre le politiche sovraniste creano ambienti ostili agli immigrati stessi.

6)- Per quanto riguarda la composizione della nuova emigrazione si può confermare che si tratta di una emigrazione sempre più spinta dalla necessità e sempre meno di una libera mobilità basata su libere scelte individuali. Secondo i dati disponibili i laureati costituiscono poco più di un quarto del totale degli emigranti; la principale componente “in fuga” continua a essere quella delle braccia; di ciò è necessario prendere atto. Ed è altrettanto necessario dotarsi a livello nazionale ed europeo di politiche che riguardino tutti gli emigrati, a prescindere dai loro diversi livelli di scolarizzazione e qualificazione ed ovunque essi si trovino”. (Inform 10)

 

 

 

 

Zölle gegen Migranten

 

Trump attackiert die Zuwanderung, verschärft aber ihre Ursachen. Doch auch Mexikos humanitär Ansatz ist gescheitert.

 

Ein Aufatmen ging durch die Wirtschaft, als die USA und Mexiko eine Einigung über das strittige Migrationsthema erzielten und Strafzölle vorerst abgewendet waren. Die Gefahr eines Handelskrieges schien wenigstens hier abgewendet. US-Präsident Donald Trump hatte dem Nachbarland mit Strafzöllen bis zu 25 Prozent gedroht, sollte Mexiko nicht härter gegen Migranten aus Drittländern vorgehen. Über Gewinner und Verlierer des Abkommens, darüber ob US-Präsident Donald Trump geblufft oder es ernst gemeint hatte mit seiner Erpressung, oder ob die beiden zum Populismus neigenden Staatschefs lediglich ein Ablenkungs-Feuerwerk von internen Problemen gezündet hatten, entbrannte umgehend eine Debatte.

Klar ist: Die Zölle wären Harakiri gewesen. Dies gilt vor allem für Mexiko, aber auch für die Konsumenten und Unternehmen der Freihandelspartner USA und Kanada. Denn das Nordamerikanische Freihandelsabkommen (Nafta) hat nicht nur die aktivste Freihandelszone der Welt mit einem Warenaustausch von 1,4 Milliarden US-Dollar täglich geschaffen, sondern integrierte Produktionsketten. Firmen aus der ganzen Welt – angefangen bei deutschen Autoherstellern – haben so ihre Abläufe optimiert und nutzen die Zone von Kanada bis Mexiko als Plattform für weltweiten Export.

Erleichtert war also die Wirtschaft. Für ihre Waren wird die Grenze offen bleiben. Für Menschen hingegen wird sie undurchlässiger. Mexiko hat zugesagt, die neu geschaffene Nationalgarde – ursprünglich ein Vehikel zur Bekämpfung der Drogenkriminalität – vor allem gegen Migranten einzusetzen und deren Marsch gen Norden zu stoppen. Das Abkommen militarisiere die Grenzregion, mache Mexiko zum vorgelagerten Grenzposten der USA und kriminalisiere Migration, kritisieren deshalb Menschenrechtsorganisationen.

Sie fühlen sich von Mexikos linksnationalistischem Präsidenten Andrés Manuel López Obrador vorgeführt. Der hatte noch im Wahlkampf eine humanere Migrationspolitik versprochen und nach seinem Amtsantritt im Dezember großzügig Transitvisa verteilt. Doch das ermutigte Schlepper aus der ganzen Welt. Immer vorne mit dabei, wenn es darum geht, aus dem Elend Profit zu schlagen, nutzten sie die Gelegenheit eines legalen Transits und ermutigten Auswanderungswillige. Die Zahl der Migranten verdoppelte sich, und plötzlich waren es nicht mehr nur Mittelamerikaner, sondern Menschen aus aller Welt, von Eritrea über China bis Afghanistan, die Mexiko als Plattform nutzten. Schon in den ersten sechs Monaten seit López Obradors Amtsantritt im Dezember kam eine halbe Million nach Mexiko – so viel wie sonst pro Jahr.

Schlepperringe erzielen in Mexiko mit Menschenhandel jährlich Schätzungen zufolge zwischen 32 und 36 Milliarden US-Dollar. Damit ist es der drittlukrativste illegale Geschäftszweig nach dem Drogen- und dem Waffenhandel. Je schwieriger der Weg, je höher das Risiko, umso teurer wird die Reise, und umso mehr gibt es zu verdienen. In den 80er Jahren nahm ein Schlepper für eine Grenzüberquerung in die USA ein paar hundert Dollar. Heute kostet sie bis zu 10.000 Dollar. Zunehmend steckt hinter Massenmigrationen auch politisches Kalkül. In Honduras organisierten linke Regierungsgegner aus dem Umfeld der Partei Libre seit Herbst die berüchtigten Karawanen, in der Absicht, den rechten Präsidenten Juan Orlando Hernandez bei den USA in Misskredit zu bringen oder zu stürzen. Die für freie Migration weltweit eintretende US-Organisation Pueblos sin Fronteras begleitete ihrerseits die Karawanen durch Mexiko und nahm dabei wenig Rücksicht auf Regeln und Gepflogenheiten.

Diese Gemengelage machte auch der mexikanischen Regierung klar: Mit unilateralen, humanitären Gesten alleine ist die Migrationsproblematik nicht zu lösen. Doch auch Trumps Repression ist mittelfristig zum Scheitern verurteilt. Denn sie attackiert ein Phänomen, nicht seine Ursachen, als da sind: Zum einen die sogenannten pull-Faktoren: Das Interesse der bereits in den USA residierenden Hispanos an Familienzuammenführung; das attraktive Asylrecht der USA und das Interesse der US-Wirtschaft an billigen, rechtlosen Arbeitskräften.

Am anderen Ende wirken die push-Faktoren: Der Klimawandel, der den Kleinbauern Mittelamerikas die Existenzgrundlage raubt; die hohe Gewaltkriminalität, die man sonst nur aus Kriegsgebieten kennt; ein Bevölkerungswachstum, das die Ressourcen der Länder um ein vielfaches übersteigt; und korrupte Eliten, für die Migration ein gutes Geschäft und ein willkommenes Ventil ist, um den internen Reformdruck abzulassen. 2017 überwiesen Migranten aus El Salvador, Guatemala und Honduras 4,3 Milliarden US-Dollar an Angehörige in der Heimat. Dagegen verblassen die 500 Millionen US-Hilfe. Das Geld aus den Rücküberweisungen fließt vor allem in den Konsum und damit direkt in die Shoppingmalls der Elite. Die Motivation der Elite, an dieser Situation etwas zu ändern, ist also gering, wie der salvadorianische Politologe und Ex-Guerillero Joaquín Villalobos in einem lesenswerten Essay in der Zeitschrift Nexos erläutert. 

Aber die Region ist nicht nur ein Negativbeispiel, sondern hält einige Lektionen bereit, was funktionieren könnte; so die Integration von Wirtschaftsräumen. Nafta ist ein interessantes Beispiel. Mexiko hat seit dem Abschluss des Abkommens im Jahr 1994 sein Pro-Kopf-Einkommen von durchschnittlich 5000 auf 8600 US-Dollar im Jahr und seine Exporte um über 600 Prozent gesteigert. Die Wirtschaft diversifizierte sich und differenzierte sich aus; Mexiko ist heute dank einer ganzen Reihe von Freihandelsabkommen der viertgrößte Autoexporteur weltweit. Das ging einher mit gesellschaftlichen Veränderungen. So sank die Geburtenrate von 3,2 auf heute 2,1 Kinder pro Frau, und seit 2007 ist die Migrationsrate negativ. Das heißt: jedes Jahr kehren mehr Mexikaner in die Heimat zurück (vor allem Rentnerinnen und Rentner am Ende ihres Arbeitslebens) als auswandern.

Nicht alles ist perfekt an Nafta: Die großen Lohndifferenzen, auf die Trump zu Recht hinweist, hätten längst schrittweise im Einklang mit einer gesteigerten Produktivität der mexikanischen Arbeitskräfte angehoben werden müssen – was wiederum die heimische Nachfrage und die Volkwirtschaft ankurbeln würde. Strukturschwache Regionen hätten intensiv gefördert werden müssen. Dass die mexikanische Elite dies unterlassen hat, war ein schwerer Fehler. Dass Trump nun aber ein Abkommen in Frage stellt, von dem auch US-Konsumenten und Produzenten durch niedrigere Preise profitieren und ohne das die US-Autoindustrie vermutlich gar nicht mehr existierte, ist ebenfalls fatal. Denn auch die US-Regierungen haben es unterlassen, die einheimischen Sektoren, die durch Nafta verloren, sozial abzufedern.

Der Freihandel ist aber keine Patentlösung. Für die kleineren, von den USA weiter entfernten und wenig wettbewerbsfähigen mittelamerikanischen „Nachtischökonomien“ (wegen der Hauptexportprodukte wie Bananen, Rum, Kaffee, Kakao) hat er als Strategie nicht funktioniert. Zumal Mexiko auch zeitlich die Nase vorn hatte. Was in Mittelamerika aber erste Erfolge zeitigte, war das unter US-Präsident Barack Obama verabschiedete Entwicklungsprogramm für das Nördliche Dreieck - Guatemala, El Salvador und Honduras, aus dem die meisten Migranten stammen. Dessen Grundidee war, die Korruption zu bekämpfen und einen Rechtsstaat zu etablieren – was die Eliten erstmals gegenüber ihrer Bevölkerung rechenschaftspflichtig machte.

Bestes Beispiel ist die UN-Kommission gegen Straffreiheit in Guatemala (CICIG). Ihr gelangen spektakuläre Erfolge gegen die mafiösen Netzwerke der Elite und der Aufbau einer erstmals effizienten, unabhängigen heimischen Justiz. In der Folge sanken die Kriminalitätsraten, und ein wichtiger Faktor für Auswanderung verlor an Relevanz.

Ähnliche Kommissionen wurden daraufhin für El Salvador und Honduras geschaffen. Trump hat leider deren Unterstützung zurückgefahren, nachdem Lobbyisten der mittelamerikanischen Elite seinen von Falken dominierten Lateinamerika-Beratern erzählten, diese Kommissionen seien kommunistisch unterwandert. Stattdessen unterstützen die USA nun korrupte und durch Wahlbetrug und Drogengelder an die Macht gekommene Präsidenten wie Jimmy Morales in Guatemala und Juan Orlando Hernández in Honduras, die in den Augen der US-Regierung aber „antikommunistisch“ sind, linke Opposition notfalls auch gewaltsam bekämpfen und ansonsten dem US-Militär und Geheimdienst im Lande freie Hand lassen.

Diese Strategie heizt innere Spannungen an und destabilisiert die Ursprungsländer der Migration, statt sie zu stabilisieren. Erklärbar ist ein derart kontraproduktives Handeln nur durch ideologische Verblendung oder volle Absicht – nämlich dann, wenn es den USA überhaupt nicht um die Bekämpfung der Migration geht, sondern darum, sie politisch zu nutzen als Wahlkampfthema, aber auch als Vorwand, um weiterhin im lateinamerikanischen Hinterhof repressiv zu intervenieren. Sandra Weiss IPG 14

 

 

 

 

Europas Finanzminister einigen sich auf Eurozonen-Budget

 

Die europäischen Finanzminister haben sich auf Kernpunkte für einen künftigen Haushalt der Eurozone und die Stärkung des Euro-Rettungsfonds ESM verständigt. Frankreichs Finanzminister Bruno Le Maire sprach am Freitagmorgen von einem „Durchbruch“: Er verwies wie sein niederländischer Kollege Wopke Hoekstra aber darauf, dass beim Eurozonen-Budget Fragen der Finanzierung noch geklärt werden müssten.

Die Finanzminister hatten seit Donnerstagnachmittag über die Reform der Eurozone verhandelt. Die Gespräche steckten zunächst bei Fragen der Stärkung des Euro-Rettungsfonds ESM fest. Erst am späten Abend konnten Verhandlungen über das Eurozonen-Budget beginnen, das Frankreichs Präsident Emmanuel Macron seit 2017 fordert.

Die Eurogruppe habe ihr Treffen in Luxemburg mit einer Einigung beendet, schrieb ein Sprecher von Eurogruppenchef Mário Centeno am frühen Freitagmorgen auf Twitter. Er kündigte eine Pressekonferenz für 08.15 Uhr an. „Wir haben erstmals eine Einigung zu einem Eurozonen-Budget“, sagte Frankreichs Finanzminister Le Maire der Nachrichtenagentur AFP nach den zwölfstündigen Verhandlungen. Es gebe eine Vereinbarung zu „Schlüsselelementen

seiner Struktur und seiner Verwaltung“. Der Eurozonen-Haushalt werde nun Wirklichkeit.

Die Frage, wie groß das Budget ausfallen werde und aus welchen Quellen es genau finanziert werde, müsse allerdings noch geklärt werden, sagte Le Maire. „Wir müssen noch einen weiten Weg gehen.“ Er betonte, er unterschätze „nicht die Herausforderungen, die vor uns liegen“.

Der Niederländer Hoekstra sprach auf Twitter von „langen und fruchtbaren Gesprächen“. Es gebe „ausgezeichnete Fortschritte“ bei der Stärkung des Rettungsfonds ESM und „der Förderung von echten Reformen in der Eurozone“. Die Diskussion über die Finanzierung des Eurozonen-Budgets werde „zu einem späteren Zeitpunkt fortgesetzt“.

Frankreichs Präsident Macron hatte ursprünglich einen eigenen Haushalt der Währungsunion von mehreren hundert Milliarden Euro gefordert. Im Gespräch sind bisher anfänglich 17 Milliarden Euro für den EU-Finanzzeitraum von 2021 bis 2027.

Umstritten ist die Frage, ob die Gelder dafür nur aus dem EU-Haushalt kommen sollen oder auch durch nationale Beiträge von Mitgliedstaaten aufgestockt werden können. Letzteres lehnen mehrere Länder ab. Sie fürchten, dass dann weniger Geld in andere Bereiche des EU-Haushalts fließt.

Der Euro-Rettungsfonds ESM soll seinerseits künftig eine größere Rolle bei der Überwachung von Rettungsprogrammen von Krisenstaaten spielen und auch vorbeugend Ländern helfen. Zudem ist geplant, dass bei ihm ein Fonds zur Abwicklung von Pleitebanken angesiedelt wird, falls bisher bereit stehende Gelder in einem von den Banken gespeisten Fonds nicht ausreichen.

Die Minister berieten in Luxemburg über einen 70 Seiten langen Vertragstext, der an vielen Stellen Fragen aufwarf. Le Maire sagte am frühen Morgen, der nun vereinbarte neue ESM-Vertrag werde das Funktionieren des Rettungsfonds „radikal ändern“. Er werde zu einer „echten Brandschutzmauer im Krisenfall“.

Zudem sei nun „in Stein gemeißelt“, dass der ESM als Letztsicherung einspringe, wenn für Bankenabwicklungen mehr Geld nötig sei. „Dieses Letztsicherungsnetz wird Sparer und Märkte beruhigen.“ Martin Trauth, EA 14

 

 

 

 

Zum Schutz verpflichtet

 

Menschenrechte sind nicht verhandelbar. Deutsche und europäische Unternehmen müssen sie weltweit einhalten.

 

Brandkatastrophen in Textilfabriken in Bangladesch und Pakistan, Umweltzerstörungen beim Kohleabbau in Kolumbien, verheerende Dammbrüche von Rückhaltebecken in Brasilien oder das Massaker an Bergbauarbeitern in Südafrika -  auch durch solche Unglücke hat in den letzten Jahren die Debatte über fairen Konsum an Fahrt gewonnen. Auch Staaten, Unternehmen, Zivilgesellschaft und Verbraucher im globalen Norden tragen Verantwortung beim Einkauf und der Nutzung von Waren und Gütern. Gleichzeitig sind die globalen Lieferketten und Produktionswege heute umfassender und komplexer als jemals zuvor. Für viele Menschen sind sie schlicht nicht transparent.

In vielen Weltregionen und Betrieben gibt es auch im Jahr 2019 Zwangsarbeit und Ausbeutung, keine fairen Löhne und keine Arbeitssicherheit. Sich zu Gewerkschaften zusammenzuschließen und Arbeitsbedingungen zu verbessern, ist in vielen Ländern schwierig und zum Teil sogar gefährlich. Insbesondere in Konfliktregionen, Ländern mit fragiler Staatlichkeit und in autoritären Regimen besteht ein erhebliches Risiko, dass bei wirtschaftlichen Aktivitäten grundlegende Arbeitsrechte, Menschenrechte und Umweltstandards verletzt werden. In all diesen Fällen spielen immer wieder auch deutsche Unternehmen eine wichtige Rolle. Sie haben eine Verantwortung, präventiv dafür zu sorgen, dass solche Unglücke nicht wieder passieren.

In der Diskussion um faire Arbeitsbedingungen entlang der weltweiten Lieferketten geht es um die ganz großen Zukunftsfragen. In welcher Welt wollen wir zukünftig leben? Welchen Beitrag leisten wir, um Globalisierung gerecht zu gestalten? Wie können wir Menschenrechte schützen und Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern ein existenzsicherndes Einkommen ermöglichen? Wie können wir dazu beitragen, dass die Welt von morgen ein Ort ist, in dem Menschen menschenwürdig leben können, in der die Umwelt nicht völlig von ökologischen Katastrophen und den Folgen des Klimawandels beschädigt ist?

Ökonomie, Ökologie und Soziales müssen mehr denn je zusammen gedacht werden. Dieser Gedanke ist nicht neu, er steht vielmehr seit der Veröffentlichung des Brundtland-Berichts Ende der 1980er Jahre und der UN-Konferenz über Umwelt und Entwicklung in Rio de Janeiro im Jahr 1992 auf der internationalen Agenda. Dieser Dreiklang ist auch Kern der ambitionierten Ziele der Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung, die 2015 beschlossen wurde. Im September 2019 findet der UN-Nachhaltigkeitsgipfel statt, das erste Treffen der Staats- und Regierungschefinnen und –chefs seit der Annahme der Ziele vor vier Jahren. Von diesem Gipfel muss nicht nur ein weltweiter Appell zur beschleunigten Umsetzung der UN-Nachhaltigkeitsziele (Sustainable Developpment Goals – SDGs) ausgehen, sondern wir müssen auch endlich konkrete Fortschritte im Bereich von Wachstum, Wirtschaft und Menschenrechten vorweisen. Drei Ziele hängen dabei eng zusammen: SDG 8 zur menschenwürdigen Arbeit und Wirtschaftswachstum, SDG 10 zum Abbau von Ungleichheiten und SDG 12 zum verantwortungsvollen Konsumieren und Produzieren.

Um wirksam zu Veränderungen zu kommen, war es wichtig, die UN-Leitprinzipien zu Wirtschaft und Menschenrechten zu verabschieden. Mit dem Nationalen Aktionsplan für Wirtschaft und Menschenrechte (NAP) in Deutschland setzen wir einen ersten Rahmen, um der staatlichen Schutzpflicht auch im globalen wirtschaftlichen Kontext besser nachkommen zu können. Zudem wird den Unternehmen klar gemacht, dass sie selbst in der Verantwortung sind, ihre menschenrechtlichen Sorgfaltspflichten zu erfüllen. Und schließlich sollen betroffene Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer sowie lokale Anwohner von Großprojekten leichter zu ihrem Recht kommen, wenn sie von Menschenrechtsverletzungen betroffen sind.

Dass wir für Deutschland überhaupt einen Aktionsplan für Wirtschaft und Menschenrechte verabschieden konnten, war nicht selbstverständlich angesichts der Bedenken der Wirtschaftsverbände. Der vom Kabinett im Dezember 2016 beschlossene Aktionsplan formuliert die klare Erwartung an alle deutschen Unternehmen, eine menschenrechtliche Sorgfaltspflicht zu implementieren und einzuhalten. Aktuell  werden die bisherigen Maßnahmen der Unternehmen überprüft - das sogenannte Monitoring des NAP. Es geht darum zu klären, wie Unternehmen derzeit ihrer Sorgfaltspflicht nachkommen und welche Probleme in ihren Geschäftsbeziehungen und den globalen Lieferketten bestehen.

Doch unabhängig davon, zu welchem statistischen Ergebnis die Untersuchung kommt, ist ganz klar: Wir brauchen gesetzliche Regelungen. Die Phase des Rückzugs der Politik, der Entpolitisierung und des Vertrauens in freiwillige Lösungen muss zu Ende gehen. Denn nur, wenn alle deutschen Unternehmen ihrer menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht gerecht würden, bräuchten wir kein Gesetz. Es besteht eine Schutzlücke, die wir dringend schließen müssen.

Aktuell zeigt sich, dass die Gespenster der Vergangenheit wieder auftauchen und eine Verbesserung des menschenrechtlichen Schutzes im wirtschaftlichen Bereich torpediert wird. Dabei darf die Einhaltung von Menschenrechten grundsätzlich keine Frage von Freiwilligkeit sein. Mit Freiwilligkeit können im Bereich von Wirtschaft und Menschenrechten keine Fortschritte erzielt werden, das zeigen die Erfahrungen. Auch von Seiten der Unternehmen erhöht sich die Zahl derer, die sich für gesetzliche Bestimmungen aussprechen, nicht zuletzt, um endlich international gleiche Spielregeln für die Wirtschaft zu haben – das berühmte level-playing-field.  Unternehmen im öffentlichen Eigentum oder unter staatlicher Kontrolle kommt dabei eine besondere Vorbildfunktion zu. Bei der öffentlichen Beschaffung muss der Staat als gutes Beispiel für nachhaltiges Wirtschaften mit verbindlichen Zielen vorangehen. Dies bedeutet auch, dass hier der Staat Unternehmen von der Vergabe öffentlicher Aufträge ausschließen muss, die ihrer menschenrechtlichen Verantwortung nicht nachkommen.

Kriterien zur Nachhaltigkeit müssen auch für Produkte und Dienstleistungen in der Finanzwelt am internationalen Finanzplatz Deutschland angewandt werden. Förderbanken und öffentliche bzw. staatliche Fonds müssen offenlegen, wie ihre Investitionen auf Nachhaltigkeit ausgerichtet werden und ethischen Grundsätzen folgen. Darüber hinaus müssen auch beim Handel an Börsen sowie für internationale Geldströme Menschenrechtskriterien gelten. Investoren und Kunden müssen klar nachvollziehen können, welche sozialen und ökologischen Risiken Finanzprojekte bergen. Es versteht sich von selbst, dass die angestrebte Gewinnmaximierung nicht zulasten der Umwelt, Sozial- oder Menschenrechtsstandards gehen darf.

Internationale Empfehlungen an Deutschland bekräftigen diese Forderungen. Der UN-Ausschuss für wirtschaftliche, soziale und kulturelle Rechte hat sich klar für ein Gesetz zur menschenrechtlichen Sorgfalt ausgesprochen, unabhängig davon, ob mehr oder weniger als 50 Prozent der Unternehmen ihrer Sorgfaltspflichten freiwillig wahrnehmen. Auch der Koalitionsvertrag sieht keine 50-Prozent-Quote vor, sondern eine konsequente Umsetzung des Nationalen Aktionsplans, einschließlich einer wirksamen und umfassenden Überprüfung. Im Aktionsplan selbst ist festgelegt, dass die Bundesregierung von allen Unternehmen erwartet, dass sie ihre menschenrechtliche Sorgfaltspflicht in sämtliche Geschäftsaktivitäten integrieren sollen. Dies umfasst neben den eigenen Geschäftstätigkeiten explizit auch Prozesse zum Management von Liefer- und Wertschöpfungsketten.

Bundesminister Hubertus Heil hat im Februar 2019 seine grundsätzliche Unterstützung für verbindliche Regeln signalisiert und darüber hinaus für die deutsche EU-Ratspräsidentschaft in der zweiten Jahreshälfte 2020 eine EU-weite verbindliche Regulierung zur menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht in Lieferketten angekündigt. Sollte in der EU darüber kein Konsens erzielt werden können, sprach er sich für eine „Koalition der Gutwilligen“ aus, die auf nationaler Ebene Sorgfaltspflichten gesetzlich verankern und dazu gemeinsame Standards vereinbaren.

Wir diskutieren als SPD sehr intensiv sowohl mit der Zivilgesellschaft als auch mit Vertretern von Unternehmen und Verbänden. Aus der Vielzahl dieser Gespräche ergeben sich konkrete Empfehlungen. Wir brauchen dringend einen Gesetzentwurf zur menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht deutscher Unternehmen und eine Initiative für eine EU-weite verbindliche Regulierung zur menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht in Lieferketten. Wir müssen auch die Kommunen stärker berücksichtigen. Hermesbürgschaften dürfen nur noch an Projekte und Unternehmen vergeben werden, die klar nachweisen können, dass sie ihre menschenrechtliche Sorgfaltspflichten wahrnehmen. Die Außenwirtschaftsförderung muss darauf hinwirken, dass sich die oben genannte Ziele verwirklichen lassen. Und wir brauchen auch eine aktive Unterstützung für ein verbindliches Rechtsinstrument der Vereinten Nationen zu Wirtschaft und Menschenrechten.

Kinderarbeit, Hungerlöhne und fehlende soziale Sicherung waren in Deutschland traurige Kennzeichen des 19. Jahrhunderts. Generationen vor uns haben für die Rechte von Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern und für sozialen Fortschritt gekämpft. Es ist höchste Zeit, diese Errungenschaften weltweit voranzubringen. Bärbel Kofler IPG 14

 

 

 

OECD-Studie. Deutschland mäßig attraktiv für ausländische Fachkräfte

 

Deutschland ist für hochqualifizierte Arbeitnehmer aus dem Ausland nur ein mäßig attraktives Ziel. Für ausländische Fachkräfte bieten andere entwickelte Industriestaaten deutlich bessere Bedingungen. Das geht aus einer OECD-Studie hervor. Deutschland ist für hochqualifizierte Arbeitnehmer aus dem Ausland nur ein mäßig attraktives Ziel. Für ausländische Fachkräfte bieten andere entwickelte Industriestaaten deutlich bessere Bedingungen. Das geht aus einer OECD-Studie hervor.

 

Deutschland ist für Studierende sowie für Unternehmer ein besonders attraktives Ziel und gehört hier zu den drei beziehungsweise sechs besten OECD-Ländern. Für Studierende sind im OECD-weiten Vergleich nur die Schweiz und Norwegen attraktivere Zielländer als die Bundesrepublik. Für Unternehmer haben die klassischen Einwanderungsländer Kanada und Neuseeland eine noch größere Anziehungskraft, in Europa liegen auch die Schweiz, Schweden und Norwegen vor Deutschland.

 

Das geht aus einer neuen OECD-Studie hervor, die am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. Erstellt wurde die Studie mit Unterstützung der Bertelsmann Stiftung.

„Viele Faktoren außerhalb der Migrationsgesetzgebung beeinflussen die Attraktivität eines Landes”, sagte Stefano Scarpetta, OECD Direktor für Beschäftigung, Arbeit und Soziales. „Für Fachkräfte ist die Geschwindigkeit der Visaerteilung ein wichtiger Faktor, aber für viele Hochqualifizierte sind auch die Rahmenbedingungen für Partner und Kinder wichtig”.

Deutschland Mittelfeld bei Fachkräften

Es sei erfreulich, dass Deutschland besonders für internationale Studierende gute Möglichkeiten biete. „Wir brauchen aber auch kurz- und mittelfristig mehr Zuwanderung von bereits akademisch ausgebildeten Fachkräften, für die Deutschland leider nicht besonders attraktiv ist“, sagte Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung.

Nur im Mittelfeld internationaler Attraktivität bewegt sich Deutschland mit einem zwölften Platz für ausgebildete Fachkräfte, die mindestens einen Masterabschluss haben. Australien, Schweden, die Schweiz, Neuseeland, Kanada und Irland sind hingegen besonders interessant. Für alle drei Zielgruppen sind Griechenland, Mexiko und die Türkei die am wenigsten attraktiven Zielländer.

Abwertung ausländischer Abschlüsse

Ein Grund für das verhältnismäßig schlechte Abschneiden Deutschlands bei Hochqualifizierten ist, dass ausländische Abschlüsse auf dem deutschen Arbeitsmarkt häufig stark abgewertet werden. In Bezug auf die Geschwindigkeit bei der Erteilung von Visa oder Aufenthaltserlaubnissen für Hochqualifizierte ist Deutschland im internationalen Vergleich auf einem vorderen Platz.

Die USA würden bei Fachkräften und Unternehmern normalerweise ebenfalls zu den Top-5 gehören, wurden aber u.a. wegen ihrer vergleichsweise restriktiven Politik bei der Visa-Vergabe heruntergestuft. (epd/mig 14)

 

 

 

 

 

Franziskus: „Millionen Migranten werden Opfer verborgener Interessen“

 

Papst Franziskus beklagt einmal mehr die vielen „Formen neuer Sklaverei, denen Millionen von Männern, Frauen, Jugendlichen und Kindern ausgesetzt sind“. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Das schreibt er in seiner Botschaft zum Welttag der Armen, der am kommenden 17. November begangen wird. Die Botschaft wurde an diesem Donnerstag vom Vatikan veröffentlicht.

Täglich würden wir mit dem Elend ausgebeuteter Menschen konfrontiert, so Franziskus. Er erwähnt etwa junge Menschen, „denen aufgrund kurzsichtiger Wirtschaftspolitik der Zugang zum Arbeitsmarkt verwehrt wird“.

Wenn den Armen noch nicht einmal ihre Armut verziehen wird...

„Wie können wir außerdem die Millionen von Migranten vergessen, die Opfer so vieler verborgener Interessen sind, die oft für politische Zwecke instrumentalisiert werden und denen Solidarität und Gleichbehandlung verweigert werden? Und ebenso die vielen Obdachlosen und Außenseiter, die durch die Straßen unserer Städte ziehen?“

Die Armen gälten oft als „Parasiten der Gesellschaft“; ihnen werde „nicht einmal ihre Armut verziehen“, rügt der Papst, der den kirchlichen Welttag der Armen vor drei Jahren eingeführt hat. Die Worte des Psalmisten „Der Elenden Hoffnung ist nicht für immer verloren“ (Ps 9,19) beschreibt Franziskus dagegen als „unglaublich aktuell“: „Sie drücken eine tiefe Wahrheit aus, die der Glaube vor allem den Herzen der Ärmsten einzuprägen vermag, weil sie die Hoffnung wieder zurückgibt, die angesichts von Ungerechtigkeit, Leid und der Unsicherheit des Lebens verloren ging.“

“ Die Armen sind ein Pulverfass - wenn du es in Brand setzt, fliegt die Welt in die Luft ”

Man könne „viele Mauern bauen und die Eingänge verbarrikadieren, um sich auf trügerische Weise im eigenen Reichtum sicher zu fühlen“, so Franziskus. Doch das werde „nicht für immer so sein“. „Der Zustand der Ausgrenzung, in dem Millionen von Menschen schikaniert werden, kann nicht mehr lange anhalten. Ihr Schrei wird lauter und umfasst die ganze Erde.“ Franziskus zitiert die Worte eines italienischen Priesters, dass die Armen „ein Pulverfass“ seien“: „Wenn du es in Brand setzt, fliegt die Welt in die Luft“.

Die Kirche solle von neuem „ihre Nähe zu den Armen“ zeigen und ihre „Option für die Letzten“ erneuern, fordert der lateinamerikanische Papst mit einem Seitenblick auf den vor kurzem verstorbenen „Arche“-Gründer Jean Vanier, den er einen „großen Apostel der Armen“ nennt und einen „Heiligen von nebenan“.

„Liebe Brüder und Schwestern, ich bitte euch dringend, bei jedem armen Menschen, dem ihr begegnet, das zu suchen, was er wirklich braucht; nicht bei der ersten materiellen Notwendigkeit stehen zu bleiben, sondern die Güte zu entdecken, die in ihren Herzen verborgen ist…“ (vatican news 13)

 

 

 

 

 

Das Gästezimmer. Es war einmal die offene Grenze

 

Die Aussetzung des Schengen-Abkommens ist keine Ausnahme mehr, sondern mittlerweile Normalität. Auch Deutschland trägt Verantwortung dafür, dass einer der EU-Eckpfeiler nur noch auf dem Papier steht. Francesca Polistina

 

Es gibt ein Thema, das für meinen Geschmack zu selten angesprochen wird: das Scheitern des Schengen-Abkommens, zumindest in seiner symbolischen Kraft. Zwar betonen Politiker immer wieder, was für eine tolle und revolutionäre Erfindung die Personenfreizügigkeit innerhalb der Union sei – dass aber genau diese Personenfreizügigkeit beeinträchtigt ist, weil einige Länder seit Jahren wieder Kontrollen an den Binnengrenzen durchführen, wird kaum betont. Schließlich gehören auch Länder wie Deutschland und Frankreich dazu, und die sind groß, wichtig und vor allem pro-europäisch – zumindest auf dem Papier.

Unter den Eckpfeilern der EU ist der freie Grenzverkehr schon immer am umstrittensten gewesen, mit der Zeit erlangte sie zudem symbolische Bedeutung. Für ungefähr ein Viertel Jahrhundert stand Europa für offene Grenzen und freie Bewegung. Dass es sich nun geändert hat, liegt vor allem an dem Vertrauensverlust zwischen Nachbarländern und an dem politischen Bedürfnis, Souveränität zu zeigen.

Zum Beispiel Deutschland: Als Bundeskanzlerin Angela Merkel 2015 beschloss, seine Grenze nicht zu schließen und damit eine Million Flüchtlinge aufzunehmen, die quasi vor der Tür standen, traf die Regierung eine Entscheidung, die den politischen Diskurs bis heute beeinflussen sollte. Von den Umständen gezwungen handelte Merkel de facto pro-europäisch: sie hielt am Schengen-System fest, ließ Österreich nicht im Stich und sie erkannte, dass die Dublin-Verordnung in diesem Fall nur schwer umsetzbar war.

Die harsche Kritik an der Regierung führte letztendlich zu einem Umdenken, dessen Ziel es war, das Image der Kanzlerin in zu retten. Die Kontrollen an der Grenze zu Österreich wurden wiedereingeführt und seitdem nicht mehr aufgehoben. Die Aussetzung des Schengen-Abkommens, die eigentlich als temporäre Maßnahme gedacht war, wurde zur Normalität.

Auch das Frankreich von Macron, das immer wieder als Hoffnungsträger des europäischen Denkens präsentiert wird, hat die Grenzkontrollen nie wieder abgeschafft. Eingeführt wurden sie nach den Pariser Anschlägen vom November 2015, seitdem besteht laut Regierung „eine akute Terrorgefahr“. Neben Deutschland und Frankreich führten auch Österreich, Dänemark und Schweden Grenzkontrollen ein, die alle sechs Monate verlängert werden. Die maximale Gesamtdauer von zwei Jahren ist längst überschritten, eine Trendwende ist dennoch nicht in Sicht.

Der EU-Kommissar für Migration, Dimitris Avramopoulos, hat die Länder mehrmals aufgefordert, ihre Grenzkontrollen aufzugeben. Die Gründe, die zur Einführung geführt hätten, existierten nicht mehr: die Außengrenzen seien inzwischen besser gesichert und es kämen weniger Flüchtlinge an. „Wenn Schengen aufhört zu existieren, wird Europa sterben“, betonte er. Außerdem sei es „sehr naiv“ zu glauben, dass Grenzkontrollen mehr Sicherheit brächten.

Innenminister Seehofer, Vertreter einer Partei, die viele Wähler an die AfD verloren hat, sieht das anders. Er muss Härte zeigen: „Solange die Europäische Union die Außengrenzen nicht schützt – und so sieht es nicht aus –, kommen wir an einer weiteren Fortführung der Grenzkontrollen nicht vorbei“, sagte er im März. Vor kurzem hat Deutschland die Grenzkontrollen zu Österreich um weitere sechs Monate, bis November, verlängert. Ob das wirklich notwendig ist, in Anbetracht der Tatsache, dass Österreich seine Grenzen schon kontrolliert?

Das Thema der Kontrollen an den Binnengrenzen ist ein typisches Beispiel der Doppelmoral, die in Europa kursiert. Einerseits präsentieren sich Deutschland und Frankreich als Verteidiger der Europäischen Union – vor allem wenn es darum geht, sich von rechtspopulistischen Regierungen aus Osteuropa oder Italien abzugrenzen –, andererseits betreiben sie de facto eine Politik, die vor allem dazu dient, die eigenen Interessen zu schützen und die Wähler daheim zu befriedigen, insbesondere in Sachen Migration. Mit den Visionen von Robert Schumann und Jean Monnet, die zur Entstehung des Bündnisses führten, hat diese Politik aber wenig zu tun. MiG 14

 

 

 

 

 

EU-Spitzen wollen Klimastrategie bis „Anfang 2020“ fertigstellen

 

Die Gespräche über eine europäische Klimastrategie bis 2050 sollten bis Ende dieses Jahres abgeschlossen sein, damit der Plan Anfang 2020 endgültig verabschiedet werden kann. So steht es im Entwurf der Schlussfolgerungen für den EU-Gipfel, der Ende kommender Woche in Brüssel stattfindet.

Die Staats- und Regierungschefs der EU werden dem kommenden finnischen EU-Vorsitz auf dem Gipfel in der nächsten Woche ein Mandat erteilen, die Gespräche über einen ehrgeizigen Plan zur CO2-Neutralität des Blocks bis 2050 voranzutreiben.

In dem von EURACTIV eingesehenen Entwurf der Schlussfolgerungen werden die 28 nationalen Regierungen der EU und die Europäische Kommission ersucht, „die Arbeit an den Bedingungen, den Anreizen und dem Rahmen, der geschaffen werden kann, um den fairen Übergang zu einer klimaneutralen EU zu unterstützen, voranzutreiben“.

Weiter heißt es dort: „Der Europäische Rat wird seine Leitlinien vor Ende dieses Jahres fertigstellen; mit dem Ziel einer folgenden Annahme der langfristigen Strategie der EU Anfang 2020.“

Das Datum „Anfang 2020“ sei allerdings keine feste Frist für die EU-Mitgliedstaaten, um eine Einigung zu erzielen, betonte ein EU-Beamter gegenüber EURACTIV. Stattdessen solle eher Druck erzeugt werden, um bereits Dynamik für den wichtigen, letzten Gipfel im Dezember zu schaffen.

Timing ist alles

Gemäß dem Pariser Klimaabkommen muss die EU den Vereinten Nationen „bis 2020“ einen langfristigen Klimaplan vorlegen – was im Prinzip bedeutet, dass der Block bis Dezember 2020 Zeit hätte, um eine Einigung zu erzielen.

Sollte eine Einigung über die Strategie, die die Europäische Kommission im November 2018 erstmals vorgestellt hatte, tatsächlich so lange dauern, wäre dies allerdings ein herber Rückschlag für die Ambitionen der EU als „Klimaführer“.

Japan gehört indes zu den großen Weltmächten, die im September auf einem UN-Gipfel definitiv mit neuen Verpflichtungen aufwarten können: Am Dienstag einigte sich die Regierung in Tokio auf den Plan, bis Mitte des Jahrhunderts die drittgrößte Volkswirtschaft der Welt CO2-neutral zu machen.

Der Gipfel in Brüssel kommende Woche scheint die letzte Gelegenheit für die EU zu sein, mit einem endgültigen Plan im Gepäck zum UN-Treffen zu reisen. Dass eine Einigung erreicht wird, gilt angesichts der bereits übervollen Tagesordnung – es soll vor allem um die künftigen Top-Jobs in der EU gehen – als eher unwahrscheinlich.

Klimaaktivisten interpretieren dies als Verschleppungstaktik. Der Gipfel kommende Woche sei die „letzte Chance für die Regierungen, zu zeigen, dass sie bereit sind, ihre Ambitionen zu steigern“, erinnert Sebastian Mang von Greenpeace. „Bis 2020 zu warten, wäre eine unverantwortliche Leugnung wissenschaftlicher Erkenntnisse,“ sagte er gegenüber EURACTIV.

Mit leeren Händen in New York?

UN-Generalsekretär Antonio Guterres hatte die Staats- und Regierungschefs aufgefordert, zum Treffen im September mit „konkreten, realistischen Plänen“ zur Verstärkung ihrer Bemühungen bei der Emissionsreduzierung anzureisen.

Die Regierungen wurden aufgefordert, entweder ihre langfristigen Pläne vollständig vorzulegen oder zumindest zu zeigen, dass sie für eine Veröffentlichung im Jahr 2020 bereit sind. Derzeit sieht es also so aus, dass die EU nur letzteres vorweisen kann.

Ein Punkt, den Brüssel in dieser Hinsicht unterstreichen könnte, ist die Frage der Finanzierung des Energiewendeprozesses – auf globaler sowie auf EU-Ebene. In dem Entwurf der Schlussfolgerungen heißt es, dass sich die Union weiterhin für einen „rechtzeitigen, gut geführten und erfolgreichen Wiederauffüllungsprozess des Grünen Klimafonds“ einsetzt, um die Entwicklungsländer zu unterstützen.

Die Verschiebung der Einigung über den EU-Klimaplan auf Anfang 2020 könnte dann auch dazu führen, dass diese Gespräche mit den laufenden Verhandlungen über den mehrjährigen Finanzrahmen der EU (MFR) für 2021-2027 zusammenfallen und entsprechend in Einklang gebracht werden können.

Der politische Streit um den Haushalt wird wohl bis Dezember andauern, obwohl EU-Quellen bereits andeuteten, die Kommission dränge auf einen Sondergipfel im September, um die Dinge voranzubringen.

Das geplante Abkommen, laut dem künftig mindestens 25 Prozent des EU-Budgets für Klimamaßnahmen aufgewendet werden sollen, könnte derweil beim UN-Gipfel als „starkes Signal“ verkauft werden, sollte es noch keine komplette EU-Strategie geben. Ein EU-Beamter betonte gegenüber EURACTIV jedoch: „Die Idee ist nicht, sich die Klimaneutralität lediglich zu erkaufen.“

Das ist die Lage

Die Liste der EU-Länder, die sich aktuell ausdrücklich für die Unterzeichnung der EU-Klimastrategie 2050 aussprechen, umfasst in etwa zwölf Staaten, auch wenn diese sich in ihrer Unterstützung nach außen hin unterscheiden. Im Mai unterzeichneten beispielsweise Belgien, Dänemark, Frankreich, Luxemburg, die Niederlande, Portugal und Spanien einen gemeinsamen Appell, der ein Netto-Null-Ziel für CO2-Emissionen bis 2050 ausdrücklich unterstützt.

Die neue finnische Regierung hat kürzlich angekündigt, man wolle sogar bis 2035 klimaneutral sein, während Theresa Mays letzter wichtiger Schritt als britische Premierministerin darin bestand, ihr Land bis 2050 auf das gleiche Ziel zu verpflichten. Auch Lettland und Slowenien betonen ihren Ehrgeiz.

Mittel- und osteuropäische Länder wie Bulgarien, Kroatien, die Tschechische Republik und Polen zeigen sich hingegen recht zurückhaltend, obwohl Daten belegen, dass sie am anfälligsten für Klimawandelschäden sind.

Ein weiteres großes Problem bleibt auch Deutschland. Allerdings stimmt der neue Zeitrahmen des EU-Rates nun auch eher mit den Plänen der Bundesrepublik überein: Die Regierung von Kanzlerin Angela Merkel will ebenfalls bis Ende des Jahres die deutsche Klimaschutzstrategie aktualisieren. Im Mai hatte die Kanzlerin betont, es gehe nicht mehr darum, „ob, sondern wie wir dieses Ziel [Klimaneutralität bis 2050] erreichen können“.

Dennoch scheint es auf EU-Ebene immer noch nicht genügend Unterstützung zu geben, um eine festgelegte Frist für diese Klimaneutralität in die strategische Agenda der EU für die kommenden fünf Jahre aufzunehmen.

Das Dokument wird derzeit von Botschafterinnen und Botschaftern sowie weiteren Beamten der EU-Staaten überarbeitet. Dass das spezifische Ziel-Datum 2050 in den offiziellen Dokumenten auftaucht, gilt aber als unwahrscheinlich. Die strategische Agenda soll Ende kommender Woche auf einem EU-Gipfeltreffen endgültig angenommen werden. Sam Morgan [Bearbeitet von Frédéric Simon und Tim Steins] EA 14

 

 

 

 

An der Bruchkante

 

Die Klimafrage ist die neue Konfliktlinie europäischer Gesellschaften. Die Volksparteien müssen sich für eine Seite entscheiden.

 

Nach der Europawahl im vergangenen Monat herrschte Erleichterung unter den Kommentatoren: Der prognostizierte Rechtsruck schien ausgeblieben – alles nicht so schlimm. Doch ein genauer Blick auf die Zahlen lohnt sich. Denn im nächsten Europaparlament erhalten rechte, euroskeptische Fraktionen ein Viertel der Sitze, zählt man die Partei des ungarischen Autokraten Viktor Orbán und neofaschistische Splitterparteien ohne Fraktionszugehörigkeit hinzu. Das ist im Vergleich zur letzten Europawahl zwar nur ein geringer Anstieg, bedeutsam ist aber der enorme Zuwachs lautstarker populistischer Parteien aus Italien, Frankreich, Polen und Großbritannien. Matteo Salvinis Lega und die Brexit-Partei von Nigel Farage entsenden jeweils genauso viele Parlamentarier nach Brüssel wie die CDU – die bisher größte Partei im Europaparlament. Mit dem Zugewinn von zehn AfD-Abgeordneten aus Deutschland werden zukünftig mehr Rechtspopulisten denn je in der europäischen Politik mitmischen.

Weil auch grüne und liberale Parteien wachsen – allen voran Emmanuel Macrons La République en Marche und die deutschen Grünen – während Sozialdemokraten und Konservative einbüßen, wird das Parlament polarisierter und die Mehrheitsfindung schwieriger.

Für den europäischen Klimaschutz bedeutet dies dreierlei. Erstens: Reaktionäre, klimaskeptische Anti-Europäer werden versuchen, das klimapolitische Ambitionsniveau bei anstehenden Verhandlungen deutlich zu senken und ihre illiberalen Vorstellungen von Gesellschaft und Politik noch energischer ins Parlament tragen. Zweitens: Die erstarkten progressiven Parteien und Fraktionen werden das gesellschaftliche und politische Momentum nutzen und wirksame und damit radikalere klimapolitische Maßnahmen einfordern. Und drittens: Die alten Volksparteien stehen am Scheideweg. Sie werden nicht nur ihre Klimakonzepte überdenken. Wollen sie relevant bleiben, müssen sie Antworten geben, die dem erdgeschichtlichen Ausmaß der Klimakrise angemessen sind. Orientieren sie sich an den klimapolitischen Bremsern, werden die selbstgesteckten Klimaziele wieder verpasst und die Chance zur Wende in der Klimapolitik verspielt.

In dieser Gemengelage wird die Klimafrage zur neuen gesellschaftlichen Konfliktlinie, an der sich traditionell-konservative und progressiv-kosmopolitische Milieus aneinander reiben. Daraus ergeben sich zwei Optionen. Entweder wird der Diskurs über die nachhaltige Transformation in die Breite der Gesellschaft getragen, der Klimadiskurs „repolitisiert“ und das Europäische Parlament zur Bühne der Zukunftsgestalter. Oder die Volksparteien stimmen ein in den Kanon jener Bedenkenträger, die Europas Zukunfts- und Wettbewerbsfähigkeit kurioserweise durch Klimaschutz gefährdet sehen. Eine politische Konsensverschiebung nach rechts haben wir in der Debatte um Flucht und Migration im Jahr 2016 gesehen. Werden wir bald beim Klimaschutz ein Déjà-vu erleben?

Als gestärkte politische Kraft gewinnen die Europaabgeordneten der Rechten mehr Einfluss in Brüssel durch parlamentarische Mitwirkungsrechte. Sie erlangen längere Redezeiten und finanzielle Mittel, dürfen Anträge einbringen, Gutachten beauftragen, Gutachter vorladen und Vorsitze der Ausschüsse übernehmen. Der Rechtsruck spielt sich aber nicht nur im Parlament ab. Im Herbst werden dezidierte Europafeinde ihre Kandidaten für EU-Kommissare und andere Spitzenämter vorschlagen. Bereits heute sitzen Rechtspopulisten in acht Regierungen der europäischen Mitgliedstaaten. Außerdem sind sie bereits in 23 von 28 nationalen Parlamenten in der EU vertreten.

Zwar waren die Zugewinne bei der Europawahl weniger spektakulär als prophezeit. Doch das Gesamtbild zeigt: Das rechte Lager konsolidiert sich und eine starke Rechte ist neue Normalität. Für den europäischen Klimaschutz sind Rechtspopulisten in Parlament, Rat und Kommission eine toxische Mischung. Denn in ihren Parteien manifestieren sich die Beharrungskräfte moderner Gesellschaften, die tiefgreifenden strukturellen Wandel zu verhindern suchen. Die katastrophalen Auswirkungen des Klimawandels bedrohen ganze Gesellschaften und treiben Millionen in die Flucht.

Man könnte meinen, globaler Klimaschutz sei ein willkommenes Thema für rechtspopulistische Kräfte, denen nichts mehr am Herzen liegt, als eine prosperierende und wettbewerbsfähige Wirtschaft und der Schutz des eigenen Volks vor Gefahren, zu denen die Auswirkungen der Klimakrise gehören. In der Vergangenheit votierte jedoch über die Hälfte der rechtspopulistischen Parlamentarier gegen Klimaschutz. Desinformation, Zweifel an wissenschaftlichen Fakten über den menschengemachten Klimawandel und der Kampf gegen demokratische Institutionen sind unter den europäischen Pendants der AfD schicklich. Die Klimakrise, für die Landesgrenzen nicht existieren, passt nicht in die völkische Erzählung; Klimaschutzmaßnahmen werden durch populistische Diskussionstaktiken zum Elitenprojekt stilisiert, Klimaschutz gegen Wirtschaftswachstum ausgespielt und die Konzeptions- und die Konzeptionslosigkeit christ- und sozialdemokratischer Parteien im Klimaschutz ausgenutzt.

Auch wenn die Berliner Junge Alternative (die Jugendorganisation der AfD im Land Berlin) jetzt ein Aufwachen der AfD in der Klimafrage fordert, wird die wachsende Rechte in Europa zukünftig noch stärker gegen internationalen Klimaschutz mobilisieren. In puncto Klimaschutz ist sich Salvinis neue pan-europäische Allianz einig: Die in ihr versammelten Parteien haben bisher gegen jedwede europäische Klimaschutzinitiative der letzten Jahre gestimmt.

Die Freitagsdemos von Schülern in ganz Europa und sichtbaren Folgen der Klimakrise haben Europas Bürgerinnen und Bürger wachgerüttelt – die existenzielle Bedeutung der Klimakrise für Frieden und Wohlstand schlägt sich zunehmend auf das Wahlverhalten nieder. Klima- und Umweltthemen waren in 2019 untern den vier meistgenannten Kriterien für die Wahlentscheidung in der EU – in einigen Ländern wie Deutschland, Schweden und Niederlande sogar auf Platz eins der wichtigsten Themen.

Grüne Parteien feierten zwar in Großbritannien, Frankreich, Finnland, Deutschland und Luxemburg bei dieser Wahl Erfolge, aber die grüne Welle ist bisher kein europaweites Phänomen. In Mittel- und Osteuropa haben grüne Parteien kaum Sitze hinzugewonnen und europaweit liegen die Grünen unter zehn Prozent. Dennoch dürfte das politische und gesellschaftliche Momentum für einen sozial-ökologischen Wandel die progressiven Fraktionen im Parlament stärken. Ein starker gesellschaftlicher Rückhalt legitimiert ambitionierte klimapolitische Forderungen und macht Koalitionen und Allianzen mit den Fraktionen der Mitte im Parlament wahrscheinlicher.

Die Fraktionen der Europäischen Volksparteien und Sozialdemokraten kommen nach erheblichen Verlusten erstmals nicht mehr auf eine parlamentarische Mehrheit. Neue Allianzen werden notwendig, mit Liberalen oder Grünen und, zumindest punktuell, mit nationalkonservativen Regierungsparteien aus Polen und Ungarn. Auch eine Koalition unter linken progressiven Fraktionen ist denkbar.

Klimapolitisch offenbaren nicht nur Konservative und Sozialdemokraten in Deutschland eine Orientierungs- und Konzeptlosigkeit. In ganz Europa haben sie es jahrzehntelang verschlafen, Strategien zur CO2-Bepreisung, zum Ausstieg aus fossilen Brennstoffen und für die Agar- und Verkehrswende zu entwickeln und umzusetzen.

Die Frage ist: Können traditionelle Volksparteien, Konservative wie Sozialdemokraten, jetzt die Gegenwartsfalle überwinden und dem populistischen Anti-Eliten-Narrativ und klimapolitischen Roll-Back eine glaubwürdige Zukunftsvision entgegensetzen, die enkeltauglich und sexy ist? Lassen sie sich weiter von populistischen Parteien den Takt vorgeben, sind sie maßgeblich für die gesellschaftliche Diskursverschiebung mitverantwortlich. Werden sie diejenigen sein, die konstruktiv jene Zielkonflikte ausdiskutieren, die angesichts notwendigen Strukturwandels unausweichlich sind? Oder schrecken sie weiter vor radikal anmutenden Antworten für eine sozial-ökologische Transformation zurück im Glauben, dass Markt, Effizienz und Technologie die Klimakrise lösen?

In den nächsten fünf Jahren stehen richtungsweisende Entscheidungen für den Klimaschutz auf EU-Ebene an: Das neue EU-Budget 2021 bis 2027 wird verabschiedet, die Klimaziele der EU für 2030 und 2050 müssen erneuert, eine Kerosinsteuer könnte eingeführt und klimaschädigende Subventionen abgeschafft werden. Ein EU-weiter Kohleausstieg, die Reform der europäischen Agrarpolitik und die Umsetzung der Richtlinien auf nationaler Ebene sind fällig. Es geht bei diesen Entscheidungen nicht nur um den Klimaschutz, sondern auch darum, Europas Industriegesellschaften zu modernisieren, einen sozial gerechten Umbau zu organisieren und diesen Weg mehrheitsfähig zu machen.

Dazu braucht es ein europäisches Zukunftsnarrativ: das Europa wettbewerbsfähiger Ökonomien, sozialer Sicherung und einer gesunden Umwelt. Das europäische Projekt der Moderne gestaltet den industriellen Wandel in eine dekarbonisierte Welt, investiert in intelligente und resiliente Verkehrs- und Energieinfrastruktur über nationale Grenzen hinaus, fördert Forschung und Entwicklung für transformative technologische Innovationen, entwickelt den ländlichen Raum und stärkt Bildungssysteme und Kulturprogramme, die Europa erlebbar machen. Es fördert Kreativität, Sozialkompetenz und gesellschaftliches Engagement, garantiert faire Löhne in allen Lebensphasen und bezahlbaren Wohnraum, schützt Ökosysteme und Artenvielfalt und schafft Inseln der Ruhe und des Flanierens in Europas Metropolen. Darum geht’s, um nicht weniger. Stella Schaller, Alexander Carius, IPG 12

 

 

 

Unicef fordert stärkeren Kampf gegen Kinderarbeit

 

Einen stärkeren Kampf gegen Kinderarbeit weltweit fordern das UN-Kinderhilfswerk Unicef und die Kinderschutzorganisation „terre des hommes“. Immer noch müssten 152 Millionen Mädchen und Jungen - fast jedes zehnte Kind auf der Welt - arbeiten, um zum Überleben ihrer Familien beizutragen, erklärte Unicef am Dienstag in Köln anlässlich des „Welttags gegen Kinderarbeit“, der am Mittwoch begangen wird.

Fast die Hälfte von ihnen (73 Millionen) leide unter Arbeitsbedingungen, die gefährlich oder ausbeuterisch seien. Die meisten von Kinderarbeit betroffenen Jungen und Mädchen leben in Afrika (72 Millionen), gefolgt von Asien (62 Millionen). Über 70 Prozent der arbeitenden Mädchen und Jungen sind in der Landwirtschaft tätig.

Unicef rief Regierungen, Zivilgesellschaft und Unternehmen dazu auf, die Ursachen von Kinderarbeit wie extreme Armut, fehlende Bildungschancen und die Diskriminierung von Mädchen stärker zu bekämpfen. „Es reicht nicht, Kinderarbeit zu verurteilen und zu verbieten“, sagte Christian Schneider, Geschäftsführer von Unicef Deutschland. In den vergangenen Jahrzehnten ist die Zahl der arbeitenden Kinder laut Unicef zwar stark gesunken - von 246 Millionen im Jahr 2000 auf 152 Millionen 2016. Der Rückgang habe sich zuletzt aber verlangsamt. „Wenn der Fortschritt lediglich im aktuellen Tempo weitergeht, werden auch im Jahr 2025 noch 121 Millionen Mädchen und Jungen von Kinderarbeit betroffen sein“, so die UN-Organisation.

“ Es reicht nicht, Kinderarbeit zu verurteilen und zu verbieten ”

Unterdessen legte „terre des hommes“ Strategien vor, um insbesondere die schädlichsten Formen von Kinderarbeit einzudämmen. So müssten sämtliche Regierungen weltweit die Schulpflicht durchsetzen und dafür sorgen, dass das Ende der Schulpflicht und das Mindestalter für die Zulassung zur Arbeit rechtlich angeglichen würden. Staatliche Aufsichtsbehörden müssten gestärkt und Arbeitgeber, die Kinder ausbeuten, bestraft werden, forderte die Organisation. Eltern müssten über die Folgen von ausbeuterischer Kinderarbeit aufgeklärt und Jungen und Mädchen, die etwa in privaten Haushalten arbeiten, regelmäßig über ihre Arbeitsbedingungen befragt werden. (kap/kna 11)

 

 

 

 

 

„Eine Firma kann leichter führen als ein Land wie Italien“

 

Pasta-Weltmarktführer Paolo Barilla über die Krise Italiens, die vermittelnde Rolle der Unternehmen – und die Bedeutung der „Fridays for Future“-Bewegung. EURACTIVS Medienpartner WirtschaftsWoche berichtet. Von Volker ter Haseborg

 

Die italienische Botschaft in Berlin. Paolo Barilla, Vize-Vorsitzender der italienischen Pasta-Weltmarktführers Barilla (Jahresumsatz: 3,5 Milliarden Euro), ist in die deutsche Hauptstadt gekommen, um über Nachhaltigkeit zu sprechen. Doch ein anderes Thema ist in dieser Woche viel präsenter: die Krise Italiens. Die EU-Kommission empfiehlt ein Defizitverfahren gegen Italien – wegen der Schuldenpolitik der Populisten-Regierung der Lega und der Fünf-Sterne-Bewegung. Doch Italiens Unternehmer tun sich schwer damit, die Regierung zu kritisieren. Auch Paolo Barilla, 58, ist da keine Ausnahme.

WirtschaftsWoche: Herr Barilla, die EU-Kommission erwägt eine Defizitverfahren gegen ihr Heimatland Italien wegen seiner Schuldenpolitik. Wie fühlt sich das an?

Paolo Barilla: Italien hat zwei Gegensätze: die Schönheit – und die unklare Lage, in der wir stecken. Ich frage immer die Touristen, wie sie die Schönheit und diese Situation vereinbaren können. Sie sagen dann immer: Das ist nun mal Italien. Sie haben Recht. Natürlich ist mir die Schönheit lieber. Wir kennen das seit Jahrzehnten. Ich glaube, dass unser Unternehmen versuchen muss, ein positiver Akteur in dieser Situation zu sein – um die Situation zu verändern. Wir müssen mit allen Akteuren zusammenarbeiten, eine gute Richtung aus der Situation zu finden.

Die Regierung hat sich ihre Macht durch teure Wahlgeschenke gesichert: Mehr Geld für Rentner, mehr Geld für Arbeitslose. Auf der anderen Seite wurden wichtige Infrastrukturprojekte – wie der Schnellzug Turin-Lyon – gestoppt. Ist diese Wirtschaftspolitik gut für Italiens Unternehmen?

Eine Firma kann man leichter führen als ein Land wie Italien. Es ist die Rolle von Politikern, auf die Emotionen der Bürger zu reagieren – und Stimmungen können nun mal schwanken. Aber Investitionen in die Infrastruktur sind wichtig. Ich kann auch die andere Seite verstehen. Sie haben Infrastrukturprojekte gestoppt, weil sie sagten: Wir sollten nachdenken, bevor wir so etwas umsetzen.

Glauben Sie, dass Italien am Ende aus dem Euro ausscheiden wird?

Nein. Ich bin davon überzeugt, dass es eine Lösung geben wird. Die Mehrheit der Italiener weiß, welche Vorteile ihnen der Euro bietet. Aus der Finanzkrise 2008 haben vor allem viele Mittelständler gelernt, dass sie mehr exportieren müssen, ihnen geht es jetzt gut. Sie wollen auf keinen Fall aus dem Euro ausscheiden.

Es gibt Berichte darüber, dass viele junge, gut ausgebildete Italiener die Heimat verlassen. Haben Sie bereits Probleme, Fachkräfte zu finden?

Nein, überhaupt nicht. Wir haben hochprofessionelle Mitarbeiter. 4000 unserer 8000 Mitarbeiter arbeiten in Italien und erwirtschaften 45 Prozent unseres Umsatzes. Wir haben übrigens auch in Süditalien eine wundervolle Fabrik.

Wir leben in Zeiten, in denen nicht nur in Italien, sondern auch in Deutschland, Frankreich und Ungarn Populisten auf dem Vormarsch sind. Welche Rolle sollten Unternehmen da spielen?

Wir sind ein Teil Italiens. Barilla ist nur zehn Jahre jünger als der Staat Italien, wir haben schon viele Höhen und Tiefen erlebt. Wir glauben, dass wir für Italien verantwortlich sind. Wir können mit unseren Lieferanten, den Bauern sprechen, genauso wie mit Behörden. Wir können ein Vermittler sein.

Für Italiens Unternehmer ist es offenbar schwierig, sich zur Regierungsarbeit zu äußern. Warum ist das so?

Jeder meiner Mitarbeiter kann und soll bitte frei seine Meinung nach außen äußern. Es wäre seine Meinung, nicht die Barilla-Meinung. Wenn ich etwas sage, ist das etwas Anderes. Für mich ist das eine delikate Angelegenheit. Vor allem wegen des bekannten Familiennamens.

Wie ist denn die Stimmung bei den italienischen Bürgern?

Die Bürger sind besorgt. Aber sie wollen eine Lösung, und das innerhalb einer kurzen Zeit.

Sie sind in diesen Tagen nach Deutschland gekommen, um „Fridays for Future“-Aktivisten zu treffen und über Nachhaltigkeit zu sprechen. Was haben Sie gelernt?

Sie wollen, dass wir mehr tun – neue Regeln, neue Standards. Sie wollen keine Versprechungen hören. Das finde ich sehr gut. Das ist ein guter Weg, um Druck auf die Politik und uns Unternehmen zu erzeugen. Sie geben uns einen Tritt, die Dinge schneller anzupacken.

Und wie nachhaltig sind Ihre Nudeln, Herr Barilla?

Sehr nachhaltig. Dadurch, dass sie günstig sind, dass sie Kalorien, Nährstoffe enthalten und in vielen Variationen sehr schnell zubereitet werden können. Eins der modernsten Lebensmittel, das es gibt. EA 11

 

 

 

 

Unsoziale Marktwirtschaft

 

Nicht unser Wirtschaftsmodell ist das Problem, sondern seine Aushöhlung.

Ein Plädoyer für eine moderne Arbeitsmarkt- und Sozialpolitik. Von Marcel Fratzscher

 

Derzeit kochen die Emotionen in der öffentlichen Debatte hoch, wenn es um Themen wie hohe Wohnkosten, Lohn- und Vermögensungleichheiten und ähnliche soziale Aspekte geht. Revolutionäre Ideen kommen auf, die das ganze System in Frage stellen. Doch um es vorweg zu nehmen: Wir haben bereits das richtige Modell. Die soziale Marktwirtschaft ist eigentlich eine Erfolgsgeschichte. Ihr verdanken wir das Wirtschaftswunder Deutschlands nach dem Zweiten Weltkrieg und auch noch viele weitere wirtschaftlich starke Jahre. Doch in den vergangenen Jahren wurde die soziale Komponente unseres Systems stark vernachlässigt. Ihre Ausgestaltung muss daher an einigen Stellen dringend justiert werden.

Warum es so notwendig ist, soll anhand einiger Fakten deutlich werden: Einem seit neun Jahren anhaltenden wirtschaftlichen Aufschwung und kontinuierlichen Beschäftigungsrekorden stehen in Deutschland einer der größten Niedriglohnsektoren in Europa und eine steigende Armutsrisikoquote gegenüber. Rund 40 Prozent der Deutschen besitzen keine Ersparnisse und keine Altersvorsorge und in keinem anderen Land Europas ist es so schwer, über Bildung den sozialen Aufstieg zu schaffen, wie die OECD regelmäßig konstatiert.

Angesichts dieser widersprüchlichen Entwicklungen ist es wenig erstaunlich, dass aktuell so heftig über das Funktionieren der sozialen Marktwirtschaft debattiert wird. Und da aktuelle Konjunkturprognosen auf ein Nachlassen des Wirtschaftsbooms hindeuten, wird diese Debatte auch nicht so schnell verebben. Wenn es während des Booms nicht gelungen ist, das Leben für untere Einkommensschichten zu verbessern, wie soll es dann in der nächsten Rezession gelingen? Die Folge wird eine zunehmende Polarisierung in unserem Land sein und es ist dringend geboten, diesen Unmut ernst zu nehmen.

Ein Blick auf den Niedriglohnsektor soll exemplarisch das Problem verdeutlichen. Richtig ist, dass die Arbeitslosenrate so niedrig ist wie kaum jemals zuvor. Doch trotz Wirtschaftsboom bekamen im Jahr 2017 rund acht Millionen abhängig Beschäftigte einen Niedriglohn, wohlgemerkt: für ihre Haupttätigkeit. Das sind beinahe drei Millionen mehr als im Jahr 1995. Jeder vierte Arbeitnehmer, vorwiegend Frauen, Alleinerziehende und Migrantinnen und Migranten arbeiten hauptberuflich für weniger als 10,80 Euro die Stunde, also 60 Prozent des Medianstundenlohns; das übertrifft deutlich den europäischen Schnitt, wo nur ein Sechstel im Niedriglohnsektor beschäftigt ist. Niederschmetternd ist vor allem der Befund, dass in Deutschland zwei Drittel der Beschäftigten im Niedriglohnsektor den Aufstieg in höhere Lohnsegmente nicht schaffen. Erwerbstätigkeit allein bietet also keinen umfassenden Schutz vor Einkommensarmut mehr.

Langfristig hauptberuflich im Niedriglohnsektor zu arbeiten bedeutet aber, dass diese Menschen früher oder später auf Sozialleistungen angewiesen sein werden, weil sie die steigenden Mieten nicht bezahlen können und wegen der geringen Rentenansprüche Grundsicherung in Anspruch nehmen müssen. Das Armutsrisiko in unserer Gesellschaft steigt entsprechend, während gleichzeitig die Wirtschaft boomt. Lag die Armutsrisikoquote Mitte der neunziger Jahre noch bei elf Prozent, war sie 20 Jahre später im Schnitt auf rund 17 Prozent gestiegen. Im Klartext heißt das: Der vielbeschworene Aufschwung der letzten Jahre ist bei vielen nicht angekommen.

Doch was heißt dieser Befund für die Politik? Wie können wir verhindern, dass die soziale Marktwirtschaft weiter ausgehöhlt wird? Wie kann die Ungleichheit reduziert werden, damit weniger Menschen auf Leistungen des Sozialstaats angewiesen sind? Unterschiedliche soziale Leistungen müssen wieder besser aufeinander abgestimmt werden. So kann es nicht sein, dass Geringverdienenden nicht viel bleibt, wenn sie besser bezahlte Jobs finden, weil ihnen Sozialleistungen gestrichen werden. Wo bleibt da der Anreiz, mehr oder besser bezahlt zu arbeiten, wenn es sich nicht rechnet? Doch es wird auch nichts nützen, allein das Sozialsystem zu reformieren; das hieße, nur an den Symptomen herumzudoktern und nicht an den Ursachen.

Vier Ansätze in den Bereichen Arbeit, Bildung, Steuern und Alterssicherung müssten meines Erachtens verfolgt werden, um unsere Marktwirtschaft sozialer zu machen. Zum einen sollten wir darauf hinarbeiten, dass wieder mehr Arbeitsverträge mit Tarifbindung abgeschlossen werden. Kaum ein Arbeitsvertrag im Niedriglohnsektor hat eine Tarifbindung – diese sinkt von Jahr zu Jahr. Viele Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer haben daher wenig Verhandlungsmacht gegenüber ihren Arbeitgebern. Die Einführung des Mindestlohns im Jahr 2015 hat in Deutschland zwar die Löhne erhöht, am Umfang des Niedriglohnsektors aber nichts geändert.

Dass Arbeit sich wieder mehr lohnt, erfordert nicht nur, dass der Niedriglohnbereich deutlich schrumpft, sondern auch, dass Menschen bessere Aufstiegschancen bekommen. Dazu sollten, und das ist mein zweiter Punkt, mehr Anreize zur Weiterbildung geschaffen werden. Zum einen für Geringqualifizierte, die häufig im Niedriglohnsektor arbeiten. Zum anderen aber auch für die besser Qualifizierten, da es angesichts der Globalisierung und des digitalen Wandels unvermeidlich sein wird, sich kontinuierlich weiterzubilden. Das Prinzip des lebenslangen Lernens sollte von Arbeitgeber- wie von Arbeitnehmerseite verinnerlicht werden. Dafür muss die Politik die Voraussetzungen schaffen, indem sie die entsprechenden Angebote unterstützt. Zusätzlich könnte aber auch für jeden einzelnen ein Lebenschancenkonto Anreize schaffen, die Möglichkeiten wahrzunehmen: für Weiterbildungen oder Existenzgründungen.

Des Weiteren sollte das Steuersystem grundlegend reformiert werden. Einkommen auf Arbeit in Deutschland werden ungewöhnlich stark besteuert, Einkommen auf Vermögen dagegen ungewöhnlich gering. Das sollte dringend geändert werden. Um Arbeit auch wieder lohnenswert zu machen, vor allem für Frauen, die den Großteil der Teilzeitbeschäftigten stellen, sollte das Ehegattensplitting abgeschafft werden. Das wird nicht nur dafür sorgen, dass die Zahl der Erwerbstätigen steigt, sondern schützt diese Frauen auch vor Altersarmut.

Zum vierten schlage ich einen Staatsfonds vor, ähnlich dem Staatsfonds in Norwegen. Dieser Staatsfonds erwirbt strategisch Anteile an privaten Unternehmen – ohne sich in die privatwirtschaftlichen Entscheidungen einzumischen –, um an deren Erfolg teilhaben zu können und  die erzielten Renditen zu nutzen, um die soziale Absicherung der eigenen Bevölkerung zu gewährleisten. Gerade in einer alternden Gesellschaft wie unserer könnte ein solcher Staatsfonds einen wertvollen Beitrag zur Absicherung im Alter leisten.

Wir müssen uns klarmachen, dass Beschäftigungsrekorde und eine entsprechend niedrige Arbeitslosenquote zwar erstrebenswert sind. Aber es ist nicht zwangsläufig sozial, was irgendeine Arbeit schafft. Sozial ist, was gute Arbeit schafft. Zu diesem Anspruch der guten Arbeit sollten sowohl Löhne gehören, von denen Menschen ihren Lebensunterhalt bestreiten können, als auch die Chance des beruflichen und gesellschaftlichen Aufstiegs. Ansonsten verdient unsere Marktwirtschaft den Titel soziale Marktwirtschaft nicht. IPG 12

 

 

 

 

Bundestag verabschiedet Migrationsgesetze

 

Union und SPD müssen sich für ihren Doppelbeschluss in der Migrationspolitik heftige Kritik aus der Opposition gefallen lassen – von links und von rechts. Die Koalition hat es in einem vielkritisierten Parforceritt aber erst mal ins Ziel geschafft. Von Bettina Markmeyer

 

Bei der abschließenden Beratung der Migrationsgesetze am Freitag im Bundestag haben sich Regierung und Opposition in einer emotionalen Debatte einen heftigen Schlagabtausch geliefert. Der Bundestag verabschiedete mit den Stimmen der Koalition und der AfD verschärfte Regelungen für mehr Abschiebungen. Das Fachkräfteeinwanderungsgesetz, über das im zweiten Schritt abgestimmt wurde, erhielt keine Zustimmung aus der Opposition. FDP, Grünen und der Linken geht es nicht weit genug. Die AfD lehnt eine weitere Öffnung des Arbeitsmarkts für Zuwanderer ab.

 

Union und SPD verteidigten die verschärften Regelungen für Abschiebungen und lobten ihr Einwanderungsgesetz für Fachkräfte als Zäsur in der Migrationspolitik. Grüne und Linksfraktion sehen durch das sogenannte Geordnete-Rückkehr-Gesetz hingegen Grund- und Menschenrechte verletzt.

Sie warfen Union und SPD vor, mit einer übereilten Verabschiedung der Gesetze vor allem die Handlungsfähigkeit der großen Koalition demonstrieren zu wollen. Von einer seriösen Beratung des umfangreichen Pakets könne keine Rede sein. Die Geschäftsführerin der Grünen, Britta Haßelmann, sprach von einer „Farce“. Die Innenausschussvorsitzende Andrea Lindholz (CSU) wies das entschieden zurück.

Seehofer: Keine große Einwanderung

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sagte, die Öffnung des Arbeitsmarkts für ausländische Fachkräfte, sei nach seiner Überzeugung „das notwendigste und wichtigste Gesetz“. Entscheidend sei nun die Umsetzung. Es dürfe nicht anderthalb Jahre dauern, bis eine Fachkraft wirklich einreisen könne. Zugleich sagte Seehofer: „Ich teile auch nicht die Befürchtung von manchen, dass dieses Gesetz zu zusätzlicher, zu großer zusätzlicher Einwanderung führen wird.“ Menschen ohne Aufenthaltsrecht müssten das Land hingegen verlassen, betonte Seehofer. Nur mit der Begrenzung von Zuwanderung könne eine erfolgreiche Integration gelingen.

SPD-Abgeordnete bekannten sich zu dem Kompromiss. Für ein Einwanderungsgesetz habe man 20 Jahre gekämpft. Künftig sollen Fachkräfte aus Nicht EU-Ländern nach Deutschland kommen können, wenn sie die entsprechenden Qualifikationen mitbringen. Auch eine Einreise zur Arbeits-oder Ausbildungplatzsuche ist möglich. FDP, Grüne und Linke kritisierten dagegen die Hürden als zu hoch. „Wir brauchen ein Punktesystem“ forderte der Arbeitsmarkt-Experte der Liberalen, Johannes Vogel. Das Gesetz der Koalition sei „zu wenig“. Man könne mit höchstens 25.000 Zuwanderern pro Jahr rechnen: „Wir brauchen aber 200.000“, rechnete er vor.

SPD wirbt für fairen Umgang

Viel Zustimmung erhielt der SPD-Abgeordnete Helge Lindh für eine persönliche Rede, in der er dafür warb, fair miteinander umzugehen. Er selbst und viel andere aus seiner Partei setzten sich für Flüchtlinge ein, würden aber nun als „Unmenschen und Rassisten“ verunglimpft. Die stellvertretende Fraktionsvorsitzende Eva Högl sagte, es müsse klare Regeln geben. Das Rückkehr-Gesetz verstoße weder gegen Grund- und Menschenrechte, noch gegen europäisches Recht.

Das Gesetz zur besseren Durchsetzung der Ausreisepflicht gibt den Behörden und der Polizei mehr Möglichkeiten, Abschiebungen durchzusetzen. Asylbewerber müssen bei der Klärung ihrer Identität mitwirken. Weigern sie sich, hat dies Nachteile wie ein Arbeitsverbot und Leistungskürzungen. Um die Zahl der Haftplätze zu erhöhen, können Flüchtlinge in Abschiebehaft auch in normalen Gefängnissen untergebracht werden, ein auch innerhalb der SPD umstrittener Punkt.

Linke: Katalog der Grausamkeiten

Die migrationspolitische Sprecherin der Linken, Ulla Jelpke, sprach von einem „Katalog der Grausamkeiten“ gegen Flüchtlinge und ihre Unterstützer. Filiz Polat von den Grünen nannte die Gesetze eine „humanitäre und rechtsstaatliche Bankrotterklärung“. Sie forderte ein Bleiberecht für gut integrierte Flüchtlinge. Stattdessen gerieten sie in Gefahr, abgeschoben zu werden, wenn sie die hohen Hürden für die neu eingeführte Beschäftigungsduldung nicht erfüllten.

Der AfD gehen die Verschärfungen nicht weit genug. Das Rückkehr-Gesetz schaffe weder Ordnung noch Rückkehr, erklärte der Parlamentarische Geschäftsführer, Bernd Baumann. Das Fachkräftegesetz wird nach Ansicht der AfD zu Fehlentwicklungen noch verschärfen. Ausländer würden vor allem in die Großstädte ziehen, die meisten Arbeitskräfte fehlten aber auf dem Land, erklärte der AfD-Abgeordnete René Springer.

Der Bundestag verabschiedete insgesamt sieben Gesetze. Änderungen im Staatsbürgerschaftsrecht stehen noch aus. IS-Kämpfern soll der deutsche Pass entzogen werden können, wenn sie zwei Staatsangehörigkeiten haben.

(epd/mig 11)

 

 

 

 

Warum junge Erwachsene einen „Europa-Salat“ wollen

 

Warum tun sich viele, gerade junge Erwachsene schwer damit, sich zu ihrer nationalen Identität zu bekennen und nennen sich stattdessen „europäisch“? Der Lebensstil der Millennials passt nicht mehr in die engen Grenzen einer einzigen Nation.

Bei der Europawahl gingen rechte und europakritische Parten in zahlreichen Staaten als stärkste Parteien hervor – etwa in Großbritannien, Frankreich und Italien. Der scheinbar wachsende Einfluss Brüssels auf die nationale Politik der einzelnen EU-Mitgliedstaaten ist ein Aspekt, mit dem Populisten europaweit auf Wählerfang gehen. Die Angst ist groß, zu viel von der eigenen nationalen Souveränität abgeben zu müssen.

 

Gemeinsame Kultur?

Gleichzeitig identifizieren sich vor allem immer mehr junge Menschen mit Europa und würden sich eher als „europäisch“ anstatt zum Beispiel „deutsch“ bezeichnen – außer natürlich während großen Ballsportereignissen. Wir sind europäisch, uns verbindet alle eine europäische Kultur. Auf der Webseite der Europäischen Union steht: „Die EU ist bestrebt, das gemeinsame kulturelle Erbe Europas zu bewahren.“

Doch worin genau besteht diese gemeinsame europäische Kultur? Immerhin ist Europa, im Verständnis einer europäischen Identität – verglichen mit traditionsreichen Nationen wie Großbritannien oder Frankreich – ein relativ junges Gebilde. Wie kann man also von einer gemeinsamen Identität sprechen, wenn die Europäische Union aus 28 Nationen besteht, von denen ein Großteil selbst auf eine über lange Zeit gebildete nationale Identität zurückschaut?

Schmelztiegel Europa

Anfang des 20. Jahrhunderts wurde in den USA die Metapher vom Schmelztiegel populär, um die Vielfalt und das Miteinander der verschiedenen Ethnien und Kulturen zu beschreiben. Jeder wirft ein Stück seiner kulturellen Identität in den Tiegel und heraus kommt eine neue eigenständige Multi-Kulti-Kultur. Doch lässt sich dieses Konzept auch auf Europa anwenden? Schließlich fließen in der Europäische Union zahlreiche unterschiedlichen Sprachen, Traditionen und Ethnien zusammen. Die meisten der 28 Nationen können auf eine Kultur zurückblicken, die älter ist als die EU selbst. Sollten also alle Staaten ein paar Elemente ihrer Kultur in den Schmelztiegel Europa werfen – und heraus käme eine europäische Kultur?

Nein! – Denn das Bild vom Schmelztiegel Europa würde Nationalisten und Exit-Befürwortern nur in die Hände spielen. Werden Kulturen sinnbildlich in den Schmelztiegel geworfen, gehen sie für die einzelnen Nationen unwiderruflich verloren. Die Idee von einer europäischen Kultur kann langfristig nur funktionieren und überleben, wenn jedes Mitglied seine eigene nationale Identität bewahrt und sich dieser bewusst bleibt.

Europa-Salat

Daher wäre das Bild einer Salatschüssel viel passender, um die europäische Kultur zu beschreiben. Den Inhalt des Salats liefert jeder Mitgliedstaat. Anstatt die kulturellen Einflüsse einfach zusammen zu schmeißen, einzuschmelzen und sie so zu zerstören, bleibt im Europa-Salat jeder einzelne Beitrag für sich bestehen und weiterhin spür- und identifizierbar.

Erst in der Summe wird eine vollwertige und geschmackvolle Sache daraus. Deswegen kann eine europäische Kultur nur eins sein: Eine Komposition verschiedener Nuancen, deren jeweilige Geschmäcker unverzichtbar sind. Warum also tun sich so viele, gerade junge Leute schwer damit, sich zu ihrer nationalen Identität zu bekennen und nennen sich stattdessen europäisch? Schließlich steht in unserem Personalausweis nicht

Staatsangehörigkeit: Europa

Andererseits, so mögen junge Leute denken, macht es mich als Person doch interessanter, wenn ich nicht nur an einen Staat, sondern gleich an 28 gebunden bin. Nur deutsch? Das wäre zu langweilig. Ohnehin haben viele von uns einen Migrationshintergrund, ob in der ersten, zweiten oder dritten Generation. Da fällt es nicht so leicht sich deutsch zu fühlen, wenn die Eltern oder Großeltern aus der Türkei, aus Polen oder Russland kommen und die Traditionen und Sprachen zu Hause auch weiterhin gepflegt und gelebt werden.

Darüber hinaus bietet eine europäische Identität auch viel mehr Möglichkeiten. Kaum einer der Millennials kennt heute noch das stundenlange warten an den Grenzen, wenn man in den Sommerurlaub fährt, Zoll- und Passkontrollen, bewaffnete Beamte, die mit ernster Miene durch die Autoscheiben hineingucken. Wir sind an unsere Bewegungsfreiheit gewöhnt. Ein Wochenende in Madrid, ein Kurztrip nach Prag. Billigflüge und offene Grenzen machen es möglich.

Europäisch nur mit nationaler Identität

Mittlerweile verbringt fast jeder dritte deutsche Studierende im Laufe seines Studiums ein oder mehrere Semester an einer ausländischen Hochschule. Von der EU finanzierte Programme wie „ERASMUS+“ fördern diese extracurriculare Europakunde und stärken die Europaoffenheit junger Menschen. Dieses „Netzwerken“ schafft eine gemeinsame europäische Identität. Durch Urlaube, Auslandssemester, „Work and Travel“ (Arbeiten und Reisen“-Programme), Praktika und dergleichen haben vor allem junge Studierende ein Netzwerk aus internationalen Freundinnen und Freunden aufgebaut. Sprache und Herkunft spielen, wenn überhaupt, nur noch eine untergeordnete Rolle. Dieser Lebensstil passt einfach nicht mehr in die engen Grenzen einer einzigen Nation.

Zudem haben in den letzten Jahren Begriffe wie „Nation“, „Patriotismus“ oder „Heimatland“ negative Images erhalten. Sie gehören in die Rhetorik von Populisten, die sie für ihre provokanten, gar hetzerischen Aussagen missbrauchen. Von anscheinend so rechten Begriffen will man sich klar abgrenzen. Wir lieben die offenen Grenzen und die damit entstandenen Freiheiten und Chancen. Ein Großteil von uns kennt es gar nicht anders, so ganz ohne die EU. Natürlich sind wir alle europäisch. Doch das können wir nur sein, weil wir eben auch deutsch, französisch, britisch, polnisch oder sonst etwas sind. Wir dürfen uns unsere nationalen Identitäten nicht durch den Missbrauch derselben kaputt machen lassen. Ohne die einzelnen 28 nationalen Identitäten kann es keine europäische Kultur und keine europäische Identität geben. Kerstin Barton, Kath.de 7

 

 

 

 

UNICEF: Kinder in Kriegsgebieten brauchen dringend Hilfe!

 

Wie UNICEF an diesem Montag bekanntgab, lebt jedes fünfte Kind weltweit in Konflikt- und Krisengebieten. Auch die Zahl der Länder, die in interne oder internationale Konflikte verwickelt sind, sei in den letzten 30 Jahren noch nie so hoch gewesen wie heute. Um lebensrettende humanitäre Hilfe für Kinder auch 2019 gewährleisten zu können, ist das Kinderhilfswerk der Vereinten Nationen dringend auf Spenden angewiesen.

Kriege seien nach wie vor eine der Hauptursachen für humanitäre Krisen, so die UNICEF-Bilanz. Die Folgen der Gewalt hätten sich 2018 weiter verschärft, mit weitreichenden Vertreibungen, der Zerstörung der zivilen Infrastruktur und verheerenden Auswirkungen auf das physische und psychische Wohlbefinden von Kindern. Dies gelte besonders für Länder, in denen Konflikte und die daraus resultierenden humanitären Krisen seit Jahren andauerten, wie Afghanistan, die Zentralafrikanische Republik, die Demokratische Republik Kongo, Irak, Libyen, Mali, Myanmar, Nigeria, Somalia, Südsudan, Syrien, Ukraine und Jemen. Die durchschnittliche Dauer humanitärer Krisen liege bei über 9 Jahren.

Die Kinder trifft es immer am härtesten...

„Wenn Länder von Kriegen und Naturkatastrophen heimgesucht werden, trifft es die Kinder immer am härtesten,“ erklärt Manuel Fontaine, Leiter der UNICEF-Nothilfeprogramme. „Bei unserer humanitären Hilfsarbeit geht es darum, Kinderleben zu retten, Kinder zu schützen und zu begleiten. Wir sind schon da, bevor die Krise beginnt, und wir bleiben noch, wenn sich die Aufmerksamkeit der Welt bereits wieder anderen Dingen zugewandt hat.“

Ermöglicht wird die humanitäre Hilfe von UNICEF durch die enge Zusammenarbeit mit nationalen Partnern, aber auch durch den großzügigen Beitrag von privaten Spendern, Unternehmen und Regierungen. Die Unterstützung von Regierungen, Unternehmen und Menschen auf der ganzen Welt sei von unschätzbarem Wert, unterstreicht Fontaine. Eine nachhaltige, langfristige Finanzierung ermögliche es UNICEF, dort, wo der Bedarf am größten ist, schnell zu reagieren und humanitäre Maßnahmen mit Entwicklungsprogrammen zu verbinden.

Im Jahr 2018 konnte UNICEF 3,6 Millionen Kindern psychosoziale Unterstützung garantieren; mehr als 43 Millionen Menschen den Zugang zu sauberem Wasser ermöglichen; 3,4 Millionen Kinder wegen schwerer akuter Unterernährung (SAM) behandeln; 19,6 Millionen gegen Masern impfen; 6,9 Millionen Kinder im schulpflichtigen Alter formelle und informelle Bildung ermöglichen, einschließlich Frühförderung; Impfstofflieferungen in 19 Länder versenden.

3,9 Milliarden Euro notwendig, um Kinder in humanitären Krisen zu unterstützen

Wie UNICEF verlauten ließ, seien 2019 3,9 Milliarden Euro notwendig, um Kinder in humanitären Krisen zu unterstützen. Der Bedarf sei in einigen Gebieten aufgrund der Auswirkungen des Klimawandels gestiegen, wie sich erst unlängst nach den Wirbelsturmkatastrophe in Mosambik gezeigt habe. Bis zum 31. Mai 2019 konnten nur 24 Prozent der beantragten Mittel aufgetrieben werden.

(vatican news 10)

 

 

 

Made in Europe

 

Um mit China mitzuhalten und die Ökowende zu schaffen, braucht es eine gemeinsame europäische Industriepolitik.

 

Industriepolitik hat in Deutschland einen notorisch schlechten Ruf. Die vorherrschende Auffassung der deutschen Ökonomen zu diesem Thema spiegelt sich in dem jüngsten Bericht des Sachverständigenrates für Wirtschaft gut wider (zu dem ich eine abweichende Meinung formuliert habe): „Um nachhaltig erfolgreich zu sein, sollte ein Innovationsstandort auf eine lenkende Industriepolitik verzichten, die es als staatliche Aufgabe ansieht, Zukunftsmärkte und -technologien als strategisch bedeutsam zu identifizieren. … Es ist unwahrscheinlich, dass die Politik hinreichend über verlässliches Wissen und genaue Kenntnis der künftigen technologischen Entwicklungen oder Nachfrageänderungen verfügt, um dieses Vorgehen zu einer sinnvollen langfristigen Strategie zu machen. Geht es ihr um nachhaltigen Fortschritt, so sollte sie viel eher auf das dezentrale Wissen und die individuellen Handlungen verschiedener Akteure der Volkswirtschaft vertrauen. … Das Potenzial für Fehlschläge ist umso größer, je kleinteiliger und gezielter die Politik vorgeht.“

Vor diesem Hintergrund war es überraschend, dass Annegret Kramp-Karrenbauer – die derzeitige CDU-Vorsitzende und potenzielle Nachfolgerin von Bundeskanzlerin Angela Merkel –  in einem Interview mit der Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung im September 2018 einen „echten Paradigmenwechsel“ in der Industriepolitik angekündigt hatte. Dasselbe gilt für den Vorstoß von CDU-Wirtschaftsminister Peter Altmaier: Er stellte im Februar 2019 eine „Nationale Industriestrategie 2030“ vor. In diesem Dokument formulierte er strategische Leitlinien für eine deutsche und europäische Industriepolitik. Erwartungsgemäß fielen die Reaktion der deutschen Ökonomen und Wirtschaftsverbände fast einstimmig negativ aus.

Das Papier beginnt mit der folgenden Diagnose: „Industriepolitische Strategien erleben in vielen Teilen der Welt eine Renaissance, es gibt kaum ein erfolgreiches Land, das zur Bewältigung der Aufgaben ausschließlich und ausnahmslos auf die Kräfte des Marktes setzt.“ Die Strategie umfasst die folgenden „Orientierungspunkte“: der Anteil der Industrie an der Bruttowertschöpfung soll von derzeit 23,2 Prozent auf 25 Prozent ausgebaut werden. Der Industrieanteil in der EU soll bis zum Jahr 2030 auf 20 Prozent steigen; um international erfolgreich zu sein, werden nationale und europäische Champions benötigt: „Größe zählt – Size matters!“; das langfristige Überleben existierender deutscher Champions (Siemens, Thysssen-Krupp, die deutschen Automobilhersteller und die Deutsche Bank) liegt im nationalen politischen und wirtschaftlichen Interesse; bei Unternehmensübernahmen durch ausländische Konkurrenten soll der Staat „in sehr wichtigen Fällen“ selbst aktiv werden und Unternehmensanteile erwerben. Zu diesem Zweck soll eine nationale Beteiligungsfazilität geschaffen werden; im Hinblick auf Batteriezellen, die in dem Papier als sehr wichtig für die Wertschöpfungsketten angesehen werden, ist eine staatliche Förderung sinnvoll, einschließlich der Unterstützung bei der Bildung von Konsortien; bei äußerst wichtigen Themen ist eine direkte Beteiligung des Staates notwendig und gerechtfertigt (Plattformökonomie, künstliche Intelligenz, autonomes Fahren).

Mit diesem Maßnahmenkatalog hat sich Peter Altmaier stark angreifbar gemacht. Der Vorschlag eines quantitativen Ziels für den Bruttowertschöpfungsanteil des verarbeitenden Gewerbes ist ebenso fragwürdig wie eine Überlebensgarantie für große Unternehmen. Mit dem sehr allgemein gehaltenen Plädoyer für nationale Champions hat Altmaier zudem die kleineren und mittleren Unternehmen verärgert, die befürchten, dabei benachteiligt zu werden.

Bei so viel allgemeiner Empörung ist die grundsätzliche Frage, wie sich Deutschland im internationalen Wettbewerb gegen die aggressive Industriepolitik Chinas behaupten kann, kaum diskutiert worden. Es ist interessant, mit welch für einfachen Argumenten der Wissenschaftliche Beirat des Bundesministeriums für Wirtschaft und Technologie, dem führende deutsche Ökonomen angehören, diese grundlegende Frage vom Tisch wischt: die Industriepolitik Chinas habe zur Konservierung einer hoch subventionierten Schwerindustrie geführt; sie sei von einem Bankensystem finanziert worden, in dem erste Anzeichen einer Überlastung zu beobachten waren, wobei Industriedarlehen ein Minusgeschäft waren; es bleibe abzuwarten, ob die chinesische Industriepolitik auch dann noch erfolgreich sein wird, wenn die Aufholjagd mit dem Westen abgeschlossen ist; Chinas Politik habe nichts mit einer sozialen Marktwirtschaft zu tun.

Insgesamt ist es Peter Altmaier mit seinem Papier bisher leider nicht gelungen, eine konstruktive Diskussion darüber in Gang zu setzen, wie eine erfolgreiche Industriepolitik gestaltet werden könnte. Vielmehr besteht die Gefahr, dass der kurze Frühling der deutschen Industriepolitik bereits zu Ende ist. Trotz einiger Schwächen des Papiers wäre es jedoch fatal, auf das marktverliebte Paradigma der Mehrheit der deutschen Ökonomen zurückzufallen, das sie selbst mit dem seltsamen Begriff der „Ordnungspolitik“ beschreiben.

Es sollte vielmehr darum gehen, den Impuls von Wirtschaftsminister Peter Altmaier für eine breitere Diskussion über Industriepolitik zu nutzen - nicht nur in Deutschland, sondern in der gesamten Europäischen Union. Denn auch auf europäischer Ebene wurde die Debatte über die Industriepolitik in der Vergangenheit nicht besonders leidenschaftlich geführt.

Die Industriepolitik der Europäischen Union ist im Wesentlichen von einem horizontalen Ansatz geprägt. Sie zielt darauf ab, einen günstigen Rahmen für Innovationen zu schaffen, vermeidet aber die gezielte Förderung bestimmter Technologien. Dieser Ansatz unterscheidet sich grundlegend von der vertikalen Dynamik des strategischen Plans „Made in China 2025“, wonach einzelne Branchen und Technologien gezielt gefördert werden.

Wie stellt sich das Altmaier-Papier aus europäischer Sicht dar? Schon der Titel „Nationale Industriestrategie 2030“ ist aus dieser Perspektive fragwürdig. Ist es heute noch sinnvoll, wenn die einzelnen Mitgliedsstaaten der EU mit nationalen industriepolitischen Strategien auf die chinesische Herausforderung reagieren? Und ist es der richtige Ansatz, die europäische Strategie aus bestehenden nationalen Strategien abzuleiten, wie im Papier vorgeschlagen?

Darüber hinaus erscheint es nicht optimal, sich auf einzelne Bestandteile von Wertschöpfungsketten zu konzentrieren – etwa die Förderung von Batteriezellen -, anstatt das gesamte Ökosystem zu verbessern. Im Oktober 2017 hat sich die Europäische Union im Rahmen der EU-Batterieallianz ausdrücklich für einen gemeinsamen Ansatz ausgesprochen, der nun erste Erfolge zeitigt. Um die Elektromobilität aber weiter voranzutreiben, wäre es hilfreich, wenn in der gesamten Union ein entsprechendes Netz von Ladestationen zur Verfügung stünde.

Ein solches Netz besteht bislang nur in Nord- und Mitteleuropa. Während China im Jahr 2020 fünf Millionen Ladestationen bereitstellen will, existierten in der EU im Jahr 2018 nur rund 155.000 Stationen. Eine Studie des Verbandes der europäischen Automobilhersteller geht davon aus, dass bis 2025 mindestens zwei Millionen Ladestationen benötigt werden. Ein ganzheitlicher Ansatz würde auch das Energiesystem berücksichtigen, das für eine stärkere Verbreitung der Elektromobilität erforderlich ist, ebenso wie das Potenzial für autonomes Fahren und die Auswirkungen auf die Infrastruktur von Städten.

Ein gemeinsamer europäischer Ansatz würde sich auch zur Förderung der künstlichen Intelligenz eignen. Nur auf diesem Weg können Synergien zwischen Forschung und industrieller Anwendung angemessen genutzt werden. Bei digitalen Plattformen – beispielsweise Zahlungssystemen – sind einseitige nationale Ansätze von vornherein ausgeschlossen.

Altmaiers Strategie leidet jedoch nicht nur an einer unzureichenden europäischen Dimension und einem eingeschränkten Blick auf Wertschöpfungsketten. Sie ist auch zu eindimensional auf das Ziel ausgerichtet, industrielle Arbeitsplätze zu erhalten. Nichts bringt dies deutlicher zum Ausdruck als die Aussage: „Die falsche Unterscheidung in ‚alte schmutzige‘ Industrien und ‚saubere neue‘ Industrien führt in die Irre.“

Das Ziel sollte eine ‚grüne Industriepolitik‘ für Europa sein, die ein Gleichgewicht anstrebt zwischen Wettbewerbsfähigkeit und der ehrgeizigsten Form der Dekarbonisierung, die möglich ist. Hierzu hat kürzlich Michel Barnier einen anregenden Vorschlag gemacht. Er forderte einen „Nachhaltigkeitspakt“ für den neuen Politikzyklus der EU, der in gewisser Hinsicht ebenso wichtig sei wie der Stabilitäts- und Wachstumspakt. Barnier drückt es so aus: „Unsere ökologischen Schulden geben nicht weniger Anlass zur Sorge als unsere finanziellen Schulden.“

Der Pakt würde konzertierte Maßnahmen in den Bereichen Klima, Handel, Steuern, Landwirtschaft und Innovation erfordern – und massive Investitionen. Barnier zitiert Schätzungen der Europäischen Kommission, wonach die EU jedes Jahr zusätzliche Investitionen in Höhe von 180 Milliarden Euro (203 Milliarden Dollar) aufbringen müsste, um seine Verpflichtungen im Rahmen des Pariser Klimaabkommens einzuhalten.

Der Wirtschaftswissenschaftler Paul de Grawe hat vor kurzem ein interessantes Modell vorgestellt, wie eine ambitionierte grüne Politik finanziert werden könnte. Demnach wäre die Europäische Investitionsbank (EIB) berechtigt, Umweltinvestitionen zu finanzieren. Die EIB würde Anleihen emittieren, um diese Investitionen zu refinanzieren. Die Europäische Zentralbank könnte diese Anleihen in einer Geschwindigkeit kaufen, die durch das Auslaufen der alten Anleihen in ihrer Bilanz bestimmt wird. Auf diese Weise könnte die EZB „grünes Geld“ produzieren, ohne die Inflation anzufachen.

Kurz gesagt: Altmaiers Papier ist wichtig, weil es in Deutschland erstmals zu einer lebendigen Diskussion über Industriepolitik geführt hat. Weil zu befürchten ist, dass dieser Impuls in den deutschen Mainstream einsinken wird, ist es entscheidend, die Diskussion auf die europäische Ebene zu heben. Und dafür sind zunächst einmal keine nationalen Industriepolitiken erforderlich, von denen dann eine europäische Strategie abgeleitet wird.

Im Gegenteil muss Europas gesamtes Potenzial identifiziert werden, um daraus abzuleiten, welche Handlungsmöglichkeiten auf nationaler Ebene bestehen. Und es kann nicht in erster Linie darum gehen, um jeden Preis Arbeitsplätze in der Industrie zu sichern. Das Ziel muss es sein, die unvermeidliche ökologische Transformation so zu gestalten, dass die internationale Wettbewerbsfähigkeit Europas und seiner Mitgliedstaaten nicht beeinträchtigt wird. Eine grüne Industriepolitik könnte sich dabei positiv auf Beschäftigung und Wachstum auswirken.

Aus dem Englischen von Michael Miebach.

Dieser Artikel ist eine gemeinsame Veröffentlichung von Social Europe und dem IPG-Journal.  Peter Bofinger IPG 7

 

 

 

Verbrechen gegen die Menschlichkeit

 

Haager Tribunal prüft Anzeige gegen EU wegen Flüchtlingspolitik

Der Vorwurf ist schwerwiegend: Verbrechen gegen die Menschlichkeit. Der Internationale Strafgerichtshof in Den Haag prüft eine Anzeige gegen die EU wegen der Flüchtlingspolitik.

 

Der Internationale Strafgerichtshof in Den Haag prüft eine Anzeige von Menschenrechtlern, die EU-Staaten in der Flüchtlingspolitik Verbrechen gegen die Menschlichkeit vorwerfen. Entsprechende Dokumente seien in Den Haag eingegangen, bestätigte das Büro der Chefanklägerin dem „Evangelischen Pressedienst“.

Internationale Medien, darunter das deutsche Magazin „Der Spiegel“, hatten am Montag berichtet, dass Menschenrechtsanwälte die Anschuldigungen gegen Verantwortliche der Europäischen Union und deren Mitgliedsstaaten vor den Strafgerichtshof bringen wollten.

Verbrechen gegen die Menschlichkeit

Im Zusammenhang mit der Flüchtlingsmigration im Mittelmeer lautet demnach der Vorwurf: Verbrechen gegen die Menschlichkeit. Die EU sei durch ihre Politik verantwortlich für „den Tod Tausender Menschen durch Ertrinken“ sowie für die Gefangennahme, Versklavung und Ermordung von Flüchtlingen. Begründet werde dies damit, dass die EU den Rücktransport Zehntausender Geflohener nach Libyen durch die libysche Küstenwache fördere.

Laut dem Gründungsstatut des Internationalen Strafgerichtshofs kann jede Person und jede Gruppe mutmaßliche schwere Verbrechen, die unter den Zuständigkeitsbereich des Tribunals fallen, bei der Anklagebehörde anzeigen. Die erste Prüfung, ob sich der Haager Strafgerichtshof überhaupt mit dem Fall befasst und Ermittlungen einleitet, kann nach Auskunft von Experten mehrere Wochen bis Monate in Anspruch nehmen. (epd/mig 6)

 

 

 

So verändert sich das EU-Parlament nach dem Brexit

 

Dank der Europawahl war das Thema „Brexit“ in den vergangenen Tagen vorübergehend vom Radar verschwunden. Aber: Der britische EU-Austritt Ende Oktober wird die aktuelle Form des neuen Europäischen Parlaments verändern. Die dann frei werdenden Sitze werden unter den 27 verbleibenden EU-Staaten aufgeteilt – sofern das Austrittsdatum dieses Mal eingehalten wird.

Vorbehaltlich einer erneuten Änderung in letzter Minute wird das Vereinigte Königreich zum 31. Oktober 2019 aus der Union austreten. Die Zahl der Abgeordneten im Europäischen Parlament wird dann von 751 auf 705 reduziert. 27 dieser Sitze werden an einige der anderen Mitgliedstaaten verteilt, während die übrigen 46 für eine mögliche zukünftige Erweiterung der EU-Versammlung „beiseite gelegt“ werden.

Im Rahmen der vorgeschlagenen Änderungen nach dem Brexit würden Frankreich, Italien, Spanien und die Niederlande zwischen drei und fünf zusätzliche Sitze erhalten; die Abgeordneten-Kontingente von zehn weiteren Ländern werden ebenfalls aufgestockt. Deutschland, das bereits die meisten Abgeordneten stellt, bleibt bei 96 Sitzen.

Der britische Austritt bedeutet aber auch, dass sich die politische Zusammensetzung im neuen Parlament ändern wird. Die grünen, sozialdemokratischen und liberalen Fraktionen werden davon besonders getroffen: Nach Angaben des Meinungsforschungsinstituts Europe Elects würden die Grünen und die Sozialdemokraten in einem Parlament ohne das Vereinigte Königreich jeweils sechs Sitze verlieren, während die Liberalen gegenüber dem aktuellen Stand sogar elf Europaabgeordnete weniger hätten.

Nigel Farages Brexit-Partei liegt deutlich in Führung; aber auch die Pro-Remain-Parteien konnten große Gewinne erzielen.

Die konservative Europäische Volkspartei (EVP) und die rechtsextreme Fraktion „Europa der Nationen und der Freiheit“ (ENF) würden hingegen jeweils vier Sitze dazu gewinnen. Davon würde auch die niederländische PVV von Geert Wilders profitieren, die innerhalb der ENF dann doch noch einen einzigen Platz im Parlament einnehmen könnte. Der niederländische Extremist war erst am vergangenen Freitag wegen „Hass-Tweets“ von Twitter vorübergehend gesperrt worden.

Nigel Farages Brexit-Partei, die mit 29 Mitgliedern die größte Einzelfraktion im neuen Parlament ist, wird das Haus Ende Oktober natürlich verlassen. Derzeit gehört die Partei keiner bestehenden Gruppierung im EU-Parlament an, es soll aber Gespräche mit der ENF geben. Die ENF ist auf Europa-Ebene auch die politische Heimat von Marine Le Pen und Matteo Salvini.

Mehr Sitze für Frankreich und Italien

„La Renaissance“ des französischen Präsidenten Emmanuel Macron würde nach dem Brexit dank der fünf neuen Parlamentssitze für Frankreich mit dem Rassemblement National von Le Pen gleichziehen: Beide Parteien hätten dann jeweils 23 Abgeordnete in Brüssel und Straßburg.

Macron wurde nach den Wahlen weitgehend als alleiniger „Verlierer“ der Europawahlen in Frankreich dargestellt, obwohl Le Pens Partei einen ähnlichen Stimmenanteil wie bei den Wahlen 2014 und nur einen zusätzlichen Parlamentssitz errang.

Italien kann derweil mit drei zusätzlichen Sitzen rechnen, die allesamt von rechten Parteien besetzt werden: Silvio Berlusconis Forza Italia, die rechtsextremen Fratelli d’Italia und die Lega von Matteo Salvini dürfen jeweils einen oder eine zusätzliche Abgeordnete stellen.

Wer für die rechtskonservative Forza Italia ins Parlament einzieht, wird davon abhängen, für welchen Wahlkreis Berlusconi seinen Sitz einnimmt. Er hatte in vier verschiedenen italienischen Wahlkreisen gewonnen. Das Rennen um den „Post-Brexit-Platz“ findet zwischen Aldo Patriciello und Fulvio Martusciello statt.

Die Lega verdoppelte ihr Wahlergebnis gegenüber den nationalen Wahlen im vergangenen Jahr auf jetzt 33,6 Prozent, während die Fünf-Sterne-Bewegung auf 16,7 Prozent abrutschte.

Auch Irland wird zwei weitere Sitze erhalten. Irische Medien betonten am vergangenen Donnerstag, diese „Abgeordneten auf Abruf“ würden bis zum tatsächlichen Brexit keinerlei Spesen oder ähnliche Vergütungen wie „normale“ Parlamentarierinnen und Parlamentarier erhalten.

Im Wahlkreis Irland Süd wird derzeit in Bezug auf einen der zusätzlichen Sitze nachgezählt: Zwischen dem fünften und sechsten Platz lagen im Endergebnis nur 327 Stimmen. Eine erneute Überprüfung der Abstimmungsergebnisse soll voraussichtlich einen Monat dauern.

Das jüngste Mitgliedsland der EU, Kroatien, erhält ebenfalls einen zusätzlichen Sitz. Die Gesamtzahl erhöht sich dann auf zwölf. Für diesen Platz steht die Sozialdemokratin Romana Jerkovi? in den Startlöchern. Nach dem Brexit würden die kroatischen Sozialdemokraten dann vier Sitze haben und somit mit der konservativen Regierungspartei HDZ gleichziehen. Sam Morgan  EA 3

 

 

 

 

Papst: Europa darf sich nicht vom Pessimismus besiegen lassen

 

Die Einheit Europas stand ganz oben auf der Tagesordnung des Pressegesprächs beim Rückflug aus Rumänien. Papst Franziskus wünscht sich, dass Politiker nicht Hass und Angst säen, sondern Hoffnung. Um 18.11 Uhr war der Flieger mit dem Papst aus Sibiu kommend in Rom gelandet.

 

„Danke dem Regen!“ Er habe wegen des Wetters viele Strecken im Auto zurück legen müssen und deswegen viel von Rumänien gesehen und das sei eine wunderbare Erfahrung gewesen – gut gelaunt präsentierte sich Papst Franziskus den Journalisten beim kurzen Rückflug. Die Fragen der Mitreisenden kreisten um Europa, aber auch um italienische Politik und die Frage, warum Orthodoxe und Katholiken wie auch in Rumänien wieder nicht gemeinsam beten könnten.

Europa

Was er tue um sich gegen die Tendenz in Europa zu wenden, die es vorziehen, alleine und nicht gemeinsam die Zukunft zu suchen? „Entschuldigen Sie, wenn ich mich selber zitiere, aber das mache ich doch schon“, wandte der Papst ein. „Ich habe in Straßburg darüber gesprochen und beim Karlspreis und vor den Staats- und Regierungs-Chefs der EU“. Wenn Europa angesichts der zukünftigen Herausforderungen nicht stark sei, werde es verkümmern, so Franziskus. Die Spaltung durch die Grenzen müsse überwunden werden und die Idee der Gründer der EU wieder aufgenommen werden, sonst könne das das Ende des „Abenteuers“ bedeuten, das vor 70 Jahren begann.

Jedes Land habe seine eigene Identität und die müsse geschützt werden, das sei wahr, „aber Europa darf sich nicht vom Pessimismus und von den Ideologien besiegen lassen. … Denken wir an das geteilte Europa, lernen wir aus der Geschichte, gehen wir nicht zurück!“

Ein Treffen mit Salvini?

Ein ähnliches Thema griffen eine Journalistin auf, als sie nach der politischen Situation in Italien fragte. Seit einiger Zeit kommentieren die Medien die Tatsache, dass der Papst angeblich Innenminister Matteo Salvini nicht empfangen wollen. Der hatte im Wahlkampf seinerseits religiöse Symbolik benutzt und war von italienischen Kirchenvertretern kritisiert worden.

Er habe vom Vizepremier [Salvini] keine Anfrage um eine Audienz erhalten, antwortete Papst Franziskus. Was den Wahlkampf und die religiöse Symbolik anging, halte er sich da raus, er könne sich nicht zum Wahlkampf der einen oder der anderen Partei äußern. „Ich bete für alle, dass Italien vorangeht und dass sich die Italiener vereinen, dass sie in ihrem Engagement loyal sind.“

Aber eine Spitze hatte er dann doch für die Politik, weltweit und nicht auf Italien gerichtet: „Es gibt die Krankheit der Korruption in der Politik vieler Länder, überall, überall, überall“, so Franziskus. „Wir müssen den Politikern helfen, ehrlich zu sein und nicht mit unehrlichen Slogans, Verleumdungen, Skandalen und so oft mit Hass und Angst zu kämpfen. Das ist schrecklich. Der Politiker darf nicht Hass und Angst säen, sondern Hoffnung.“

Ökumene

Auch die Ökumene war ein Thema beim Pressegespräch. Am ersten Tag der Reise hatte der Papst in der Kathedrale der orthodoxen Kirche Rumäniens das Vaterunser gebetet, aber die beiden Kirchen hatten nicht gemeinsam, sondern nacheinander gebetet.

Es brauche Beziehungen „der ausgestreckten Hand“, ging der Papst auf die Ökumene-Frage ein. Wie auch schon bei der vergangenen Reise nach Nord-Mazedonien und Bulgarien lobte er ausdrücklich den orthodoxen Patriarchen, „einen großherzigen Mann und großen Gelehrten“.

Das Volk betet gemeinsam

Gemeinsam unterwegs zu sein bedeute aber nicht, dass das schon das Ende der Geschichte sei. Christen seien auch in Rumänien gemeinsam gestorben, niemand habe gefragt ob sie katholisch, evangelisch oder orthodox seien. Es gebe außerdem eine Ökumene des Helfens. „Gemeinsam gehen, aber nicht darauf warten, dass sich die Theologen auf eine gemeinsame Eucharistie einigen“, wiederholte er einen von ihm schon oft gemachten Aufruf. „Ökumene geschieht gemeinsam in Werken der Nächstenliebe“.

Was das nicht gemeinsam gesprochene Gebet anging habe er beobachtet, dass die meisten Leute die dabei waren beide Sprachen gebetet hätten [Latein mit dem Papst und Rumänisch mit dem Patriarchen]. „Die Menschen gehen oft weiter als wir Oberhäupter.“ Es brauche ein Gleichgewicht um sicher zu gehen, dass man auch wirklich gemeinsam gehe, „aber das Volk betet gemeinsam und auch wie beten, wenn wir unter uns sind, gemeinsam. Das ist eine Erfahrung, die ich mit vielen Pastören und Orthodoxen gemacht habe.“

Papst emeritus Benedikt XVI. und die Tradition

„Jedes Mal, wenn ich zu ihm gehe, lasse ich ihn sprechen. Er spricht wenig, er spricht langsam aber mit der gleichen Tiefe wie immer, er hat eine große Klarheit und ihn sprechen hörend werde ich stark“: so ging Papst Franziskus auf sein Verhältnis zu seinem Vorgänger ein. Auch in Rumänien hatte er immer wieder betont, wie wichtig die Alten seien, damit man seine Wurzeln nicht vergesse, in gewissem Sinn sei das auch bei ihm und dem Papst emeritus so.

Franziskus zitierte Gustav Mahler: „Tradition ist die Garantie für die Zukunft und nicht der Schutz der Asche". Tradition bewache nicht die Asche, das sei die Sehnsucht der Integralisten, sondern sei die Wurzel, die einen Baum wachsen lasse. „Wenn junge Menschen Wurzeln haben, können Großeltern träumen". 

Reise Nr. 30

Es war die 30. Auslandsreise von Franziskus; schon mehrere dieser Reisen führten ihn seit seiner Wahl 2013 auf den Balkan. In Rumänien hat er sich um gute Kontakte zur orthodoxen Mehrheitskirche bemüht, Roma wegen Diskriminierungen im Lauf der Geschichte um Vergebung gebeten und Opfer der Christenverfolgung zur Zeit des kommunistischen Regimes geehrt.

Nach seiner Ankunft war der Papst direkt in die Kirche Santa Maria Maggiore gefahren, wie er es beim Abschluss Reisen immer tut, um ein Dankgebet zu sprechen.  (vn 2)

 

 

 

Nach der EU-Wahl: Wie stark ist der Rechtspopulismus jetzt?

 

Rechtspopulistische Parteien haben bei der Europawahl viele Stimmen dazugewonnen. Ein neues, rechtes Bündnis soll sich im Parlament formen. Wie groß ist der Einfluss rechter Parteien von jetzt an wirklich? Eine Analyse.

 

Die Furcht vor dem Rechtsruck – sie trieb bei der Europawahl 2019 so viele Wähler an die Urnen, wie seit 20 Jahren nicht mehr. Tatsächlich haben rechte und nationalistische Parteien viele Sitze im Europaparlament dazugewonnen. In Italien, Frankreich, Polen und Ungarn stellen sie sogar die Mehrheit. Damit bleibt die Frage – welches Ausmaß wird der Einfluss nationalistischer Gruppen in Brüssel bekommen?

Ein neuer Name wird sich im Europaparlament platzieren: die Europäische Allianz der Völker und Nationen, kurz EAPN. Initiiert von Italiens Innenministers Matteo Salvini soll sie eine breite, nationalistische Front in Brüssel bilden. Ein „Europa der Vaterländer“ lautet das erklärte Ziel. Noch am Wochenende vor der Wahl hatten sich Vertreter des geplanten Bündnisses in Mailand versammelt und ihren Kampfeswillen bekundet, zehntausende Menschen waren gekommen.

Vier Tage lang konnten mehr als 400 Millionen Menschen bei der Europawahl ihre Stimme abgeben. In Deutschland erzielten Union und SPD historisch schlechte Ergebnisse, während die Grünen ein Rekordergebnis einfuhren.

Umworbener Orbán

Derzeit sitzen die rechtspopulistischen Parteien in Europaparlament in drei verschiedenen Fraktionen verstreut. Aller Voraussicht nach wird sich eine von ihnen, die von der britischen Ukip dominierten EFDD-Fraktion, nach dem Brexit auflösen. Wenn Salvinis Plan aufgeht, wird sich aus der Fraktion „Europa der Nationen und der Freiheit“ (ENF) die neue Gruppe EAPN bilden. In ihr vertreten sind von der AfD bis zum Rassemblement National, über die Vlaams Belang hin zur FPÖ, bisher neun Parteien. Damit kämen dort 73 Parlamentarier zusammen. Wer fehlt, sind die polnische PiS, die der EAPN bereits abgesagt hat, und die ungarische Fidesz.

Viktor Orbán kommt damit eine Schlüsselrolle zu: Noch gehört er offiziell zur Manfred Webers EVP. Dort wurde seine Partei allerdings im März vorläufig suspendiert. Dass Salvini und Orbán sich gut verstehen, ist kein Geheimnis. Im Mai empfing der ungarische Staatschef seinen italienischen Kollegen in Budapest, nannte ihn „meinen Helden und Schicksalsgenossen“. Doch offiziell hat sich Orbán nicht zur EAPN bekannt. Möglicherweise aufgrund von Differenzen mit Marine Le Pen, mutmaßt Julian Rappold, wissenschaftlicher Mitarbeiter bei der Deutschen Gesellschaft für Auswärtige Politik. Denkbar sei auch, dass Orban sich seinem polnischen Kollegen innerhalb der EKR anschließt.

Ungarns Ministerpräsident Viktor Orban gibt im Streit mit der Europäischen Volkspartei (EVP) im EU-Parlament nicht klein bei.

Uneins bei den Inhalten

Für die nationalistische Minderheit macht es durchaus Sinn, eine Fraktion wie die EAPN zu gründen, sagt Rappold im Interview mit EURACTIV. Wer in einer Fraktion sitzt, erhält zusätzliche finanzielle Unterstützung, hat Anspruch auf parlamentarische Schlüsselpositionen und ist damit sichtbarer im EU-Parlament. „Aber ich gehe davon aus, dass wir im Laufe der fünf Jahre Risse sehen werden, sobald es um Sachthemen geht. Einige Inhalte werden zu Spannungen führen, der Zusammenalt bei den Abstimmungen dürfte eher gering sein.“ Außerdem, so Rappold, könne es zu Rivalitäten darüber kommen, wer eine Führungsrolle innerhalb der Fraktion annimmt.

Dass es inhaltliche Meinungsverschiedenheiten geben dürfte, ist voraussehbar. Zwar ist man sich im Groben einig, dass die Nationalstaaten gestärkt werden sollen. Die EU soll reformiert und ihre Kompetenzen auf das nötigste begrenzt werden. Aber bei der Staatsverschuldung, dem Umweltschutz, der Wirtschafts- oder Sozialpolitik gehen die Ansichten weit auseinander. Italien drängt auf die Verteilung von Asylsuchenden auf alle Mitgliedsstaaten, was die Regierungen von Polen, Ungarn und Tschechien strikt ablehnen. Die AfD kritisierte jüngst die italienische Haushaltspolitik und verfolgt einen marktliberalen Kurs, was wiederrum im französischen Rassemblement National auf Widerstand treffen dürfte.

Vier Tage lang konnten mehr als 400 Millionen Menschen bei der Europawahl ihre Stimme abgeben. In Deutschland erzielten Union und SPD historisch schlechte Ergebnisse, während die Grünen ein Rekordergebnis einfuhren.

Und wie weit möchte man sich überhaupt von der EU entfernen? Nicht einmal parteiintern scheint man sicher zu sein. Als die AfD-Abgeordneten anfangs den „Dexit“ in ihrem Wahlprogramm forderten, schritten die beiden Parteivorsitzenden Meuthen und Gauland ein und weichten die Forderung auf.

Dass signifikante Uneinigkeit zwischen den Nationalisten besteht, zeigt sich in deren Abstimmungsverhalten. Laut VoteWatch betrug die einstimmige Stimmabgabe der ENF-Parlamentarier in der vergangenen Legislaturperiode nur 69 Prozent. Die Mitglieder der EFDD stimmten in weniger als der Hälfte der Fälle gleich ab. Zum Vergleich: die Grünen/EFA erreichten einen Spitzen-Einigkeitswert von 95 Prozent.

Der Kampf um die Mehrheit

Selbst wenn die Parteien der EAPN und der EKR ihre inhaltlichen Differenzen begleichen würden, stünde ihnen noch immer eine Mehrheit an Parteien aus dem Mitte-Links Spektrum gegenüber – trotz gravierender Stimmverluste der beiden größten Fraktionen EVP und S&D. Es ist eine Besonderheit des EU-Parlaments, dass sich die Parteien nicht in festen Koalitionen formieren müssen, sondern sich je nach Thema wechselnde Mehrheiten bilden. Auf diese Weise können immer unterschiedliche Mehrheiten gebildet werden. „Das wird natürlich auch so bleiben. Aber die Koalitionsbildung wird zweifellos komplexer werden, wenn jedes Mal eine Mehrheit mit verschiedenen Fraktionen gebildet werden muss. Man muss Brücken zwischen den Fraktionen bauen, das wird die Prozesse verzögern. Es könnte auch sein, dass besonders kontroverse Themen dann von der Agenda fallen“, so Julian Rappold.

Die französische Rechte Marine Le Pen wird beispielsweise sehr vorsichtig sein, wenn es um Deals mit Parteien geht, die eindeutig antisemitisch sind, erklärt Dr. Christian Lequesne im Interview mit EURACTIV Slowakei.

Somit wird es der gestärkten rechten Seite zumindest möglich sein, Mehrheiten bei besonders kontroversen Themen zu zerschlagen. „Es war bislang nicht wirklich das Ziel der meisten populistischen Parteien, aktiv Politik zu betreiben. Stattdessen haben sie das Europaparlament als Bühne benutzt, um ihre Botschaften an das heimische Klientel zu senden und ihre Themen auf die politische Agenda zu hieven. Das wird wohl auch ihr Kernlingen bleiben“, vermutet Rappold.

Eine andere Herausforderung wird die Besetzung der Kommission darstellen. „Es wird diplomatisches Geschick des Kommissionspräsidenten erfordern, die Kommissposten zu besetzen. Große Mitgliedsstaaten pochen auf ein entsprechend wichtiges Amt. Das ist eine Herausforderung für die Arbeitsfähigkeit der Kommission. Man wird ihren entsandten Kommissaren also Ressorts zuteilen müssen, die politisch nicht sensibel sind, bei denen sie sich nicht mit einem Randposten abgetan fühlen“.

Der EU steht ein wochenlanges Ringen um die Nachfolge von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker bevor. Die EU-Staats- und Regierungschefs wiesen beim Sondergipfel in Brüssel (28. Mai) die Forderung aus dem EU-Parlament zurück, nur einen Spitzenkandidaten der Parteien bei der Europawahl zuzulassen.

Vetos im EU-Rat

Was lässt sich also sagen über den Einfluss rechtspopulistischer Parteien nach der EU-Wahl? Zum einen, dass das Europaparlament noch immer von einer deutlichen Mehrheit pro-europäischer Kräfte besetzt ist. Andererseits dürften die dort getroffenen Entscheidungen komplizierter werden, die Entscheidungen weniger einstimmig ausfallen. Gerade bei Themen wie dem Klimaschutz, der Handels- oder Sicherheitspolitik könnten EAPN und EKR die Mehrheitsfindung behindern.

Größeres Konfliktpotential sieht Rappold ohnehin im EU-Rat. Denn dort können einzelne Staaten – Beispiel Asylpolitik – Entscheidungen mit einem Veto blockieren. Das macht Wahlsiege nationalpopulistischer Parteien in den Mitgliedstaaten für die EU gefährlicher als rechte Bündnisse im Parlament. Dieses Jahr wählen Dänemark und Polen – beide haben nationalistische Parteien in der Regierung. Die Konsolidierung dieser Parteien wird, so Rappold, in Zukunft die „zentrale Herausforderung sein“. Florence Schulz EA 4

 

 

 

Rettet den Kapitalismus vor sich selbst

 

Das neoliberale Modell ist spektakulär gescheitert. Es ist Zeit für eine progressive kapitalistische Agenda.

 

In den meisten Industrieländern hat die Marktwirtschaft große Teile der Gesellschaft im Stich gelassen. Die Wahl von US-Präsident Donald Trump und das britische Brexit-Referendum vor drei Jahren bestätigten es; diejenigen unter uns, die sich lange mit Einkommensstatistik befasst haben, wussten es schon vorher. Nirgendwo trifft das mehr zu als in den Vereinigten Staaten. Obwohl Amerika lange als Aushängeschild des Versprechens auf marktwirtschaftlichen Individualismus galt, weist Amerika heute eine höhere Ungleichheit und eine geringere soziale Mobilität nach oben auf als die meisten anderen Industrieländer. Die durchschnittliche Lebenserwartung in den USA sinkt mittlerweile, nachdem sie zuvor ein Jahrhundert lang angestiegen war. Und für die unteren 90 Prozent der Einkommensverteilung stagnierten die realen (inflationsbereinigten) Löhne: das Einkommen eines typischen amerikanischen Arbeiters liegt heute etwa so hoch wie vor 40 Jahren.  

Unterdessen versuchten viele europäische Länder es Amerika gleichzutun, und Staaten, denen das gelang, insbesondere Großbritannien, leiden jetzt unter ähnlichen politischen und sozialen Konsequenzen. Die USA waren wohl das erste Land, in dem eine Mittelschichts-Gesellschaft geschaffen wurde, aber Europa hinkte nie weit hinterher. Nach dem Zweiten Weltkrieg übertraf es die USA in vielerlei Hinsicht, wenn es darum ging, seinen Bürgerinnen und Bürgern Chancen zu eröffnen. Durch eine Vielzahl politischer Maßnahmen etablierten die europäischen Länder den modernen Wohlfahrtsstaat, um die Menschen sozial abzusichern und wichtige Investitionen in Bereichen zu tätigen, wo der Markt allein zu wenig Mittel aufwenden würde.

Dieses europäische Sozialmodell leistete diesen Ländern jahrzehntelang gute Dienste. Den europäischen Regierungen gelang es, die Ungleichheit in Schach zu halten und trotz der Globalisierung, des technologischen Wandels und anderer disruptiver Kräfte die wirtschaftliche Stabilität aufrechtzuerhalten. Als im Jahr 2008 die Finanzkrise und anschließend die Eurokrise losbrachen, erging es den europäischen Ländern mit den stärksten wohlfahrtsstaatlichen Systemen, insbesondere den skandinavischen Ländern, am besten. Denn anders als viele Menschen im Finanzsektor es gerne glauben würden, bestand das Problem nicht in zu starker, sondern zu geringer staatlicher Einmischung in die Wirtschaft. Beide Krisen waren die direkte Folge eines zu schwach regulierten Finanzsektors. 

Mittlerweile wird die Mittelschicht auf beiden Seiten des Atlantiks ausgehöhlt. Um dieser Misere ein Ende zu setzen, muss geklärt werden, was schief lief. Ein Kurswechsel hin zu einem progressiven Kapitalismus ist nötig. Dieser progressive Kapitalismus würdigt zwar die Vorteile des Marktes, er erkennt aber auch seine Grenzen. Er stellt sicher, dass die Wirtschaft zum Wohle aller funktioniert. Wir können nicht einfach in das goldene Zeitalter des westlichen Kapitalismus in den Jahrzehnten nach dem Zweiten Weltkrieg zurückkehren, als der Lebensstil der Mittelschicht für die Mehrheit der Bürger in greifbarer Nähe schien. Wir würden es auch nicht zwingend wollen. Schließlich war der „amerikanische Traum“ dieser Zeit vor allem einer privilegierten Minderheit vorbehalten: nämlich weißen Männern.

Die aktuelle Situation haben wir dem ehemaligen US-Präsidenten Ronald Reagan und der früheren britischen Premierministerin Margret Thatcher zu verdanken. Die Grundlage für die neoliberalen Reformen der 1980er Jahre bildete die Vorstellung, dass ungezügelte Märkte durch einen geheimnisvollen Sickereffekt von oben nach unten allen Wohlstand bringen würden. Man sagte uns, eine Senkung der Steuersätze für Reiche sowie Finanzialisierung und Globalisierung würden einen höheren Lebensstandard für alle mit sich bringen.

Doch stattdessen sank die Wachstumsrate in den USA auf zwei Drittel ihres Wertes der Nachkriegszeit – einer Phase strenger Regulierungen im Finanzbereich und einem konstant über 70 Prozent liegenden Spitzengrenzsteuersatz – und ein größerer Teil des Wohlstands und der Einkommen aus diesem niedrigeren Wachstum wurde auf das oberste 1 Prozent umgeleitet. Anstelle des versprochenen Wohlstands bekamen wir Deindustrialisierung, Polarisierung und eine schrumpfende Mittelschicht. Wenn wir dieses Muster nicht ändern, wird es sich weiter fortsetzen – oder die Lage noch verschlimmern. 

Glücklicherweise besteht eine Alternative zum Marktfundamentalismus. Durch eine pragmatische Neuverteilung der Macht zwischen Staat, Märkten und Zivilgesellschaft ist es möglich, ein  freieres, gerechteres und produktiveres System zu etablieren. Progressiver Kapitalismus bedeutet, einen neuen Gesellschaftsvertrag zwischen Wählern und gewählten Amtsträgern, Arbeitnehmern und Unternehmen sowie zwischen Arm und Reich zu schließen. Um den Lebensstandard der Mittelschicht wieder zu einem realistischen Ziel für die meisten Amerikaner und Europäer werden zu lassen, müssen die Märkte der Gesellschaft dienen und nicht umgekehrt.

Im Gegensatz zum Neoliberalismus beruht der progressive Kapitalismus auf einem korrekten Verständnis dessen, wie heute Werte geschaffen werden. Nicht die Ausbeutung von Ländern, natürlichen Ressourcen und Menschen bildet die Basis des echten und nachhaltigen Wohlstands der Nationen, sondern menschlicher Einfallsreichtum und Kooperation, häufig mit der Unterstützung des Staates und zivilgesellschaftlicher Institutionen. Seit der zweiten Hälfte des 18. Jahrhunderts sind produktivitätssteigernde Innovationen der eigentliche Motor wirtschaftlicher Dynamik und höherer Lebensstandards.

Wohlstandsschaffung wird oftmals mit Wohlstandsextraktion verwechselt. Einzelpersonen und Unternehmen können durch Marktmacht, Preisdiskriminierung und andere Formen der Ausbeutung reich werden. Das heißt aber nicht, dass sie damit irgendeinen Beitrag zum Wohlstand der Gesellschaft geleistet hätten. Im Gegenteil: durch derartiges Verhalten geht es allen anderen insgesamt oftmals schlechter. Derart abträgliches Verhalten ist besonders in der US-Wirtschaft verbreitet, wo immer mehr Sektoren von lediglich ein paar Unternehmen beherrscht werden.

Diese Megakonzerne nutzen ihre Marktmacht, um sich auf Kosten aller anderen zu bereichern. Durch die Festsetzung höherer Preise haben sie den Lebensstandard der Verbraucher effektiv gesenkt. Neue Technologien ermöglichen diesen Unternehmen Massendiskriminierung – die sie auch praktizieren –, da die Preise nicht auf dem Markt festgesetzt werden (als Einheitspreis, der Angebot und Nachfrage abbildet), sondern durch die algorithmische Bestimmung dessen, welchen Höchstpreis ein Kunde zu zahlen bereit ist.

Technologische Fortschritte und das Wachstum der Schwellenmärkte haben hinsichtlich des Niedergangs der Mittelschicht sicherlich eine gewisse Rolle gespielt, sind jedoch für die Wirtschaftspolitik von untergeordneter Bedeutung. Das wissen wir, weil dieselben Faktoren in verschiedenen Ländern unterschiedliche Auswirkungen hatten. Der Aufstieg Chinas und der Technologiewandel waren überall spürbar, die USA weisen jedoch eine höhere Ungleichheit und geringere soziale Mobilität auf, als viele andere Länder wie etwa Norwegen. Wo die finanzielle Deregulierung am weitesten fortgeschritten war, kam es auch am häufigsten zu Missbrauch auf dem Finanzsektor wie etwa Marktmanipulation, räuberischer Kreditvergabe und übermäßiger Kreditkartengebühren.

Oder man denke an Trumps Besessenheit bei Handelsabkommen. Wenn politische Entscheidungsträger die amerikanischen Arbeitnehmer schlecht vertraten, lag das nicht daran, dass die Unterhändler aus den Entwicklungsländern die Verhandler der USA über den Tisch gezogen haben. Tatsächlich bekommen die USA nämlich fast alles, was sie verlangen. Das Problem liegt vielmehr darin, dass sich in den amerikanischen Wünschen die Interessen der US-Konzerne widerspiegeln und nicht jene der gewöhnlichen Bürgerinnen und Bürger. 

So unbefriedigend sich die Lage derzeit präsentiert – es wird wohl noch schlimmer kommen. Künstliche Intelligenz und Robotisierung werden bereits als künftige Wachstumsmotoren gepriesen. Unter den vorherrschenden politischen und rechtlichen Rahmenbedingungen werden jedoch viele Menschen ihren Arbeitsplatz verlieren und die Regierung wird ihnen bei der Suche nach neuen Jobs keine große Hilfe sein. Allein autonome Fahrzeuge werden Millionen Menschen ihrer Lebensgrundlagen berauben. Gleichzeitig unternehmen unsere Technologieriesen alles, um die staatliche Reaktionsfähigkeit zu schwächen und das nicht nur mit ihren Kampagnen für Steuersenkungen: mittlerweile legen sie bei Steuervermeidung und der Ausbeutung der Verbraucher den gleichen Erfindungsreichtum an den Tag, den sie früher bei der Entwicklung hochmoderner Innovationen bewiesen haben. Außerdem nehmen sie, wenn überhaupt, wenig Rücksicht auf die Privatsphäre der Menschen. Geschäftsmodell und Verhalten der Technologieriesen unterliegen praktisch keiner Aufsicht. 

Dennoch besteht Hoffnung: immerhin ist unsere wirtschaftliche Dysfunktion das Ergebnis unserer eigenen politischen Strategien. Mit progressiv-kapitalistischen Reformen können wir beginnen, die wirtschaftliche Dynamik wiederherzustellen sowie Gleichheit und Chancen für alle zu gewährleisten. Oberste Priorität sollte es sein, die Ausbeutung einzudämmen und die Schaffung von Wohlstand zu fördern. Die Regulierung hat einen schlechten Ruf, seit Reagan und Thatcher sie mit „Bürokratie“ gleichsetzten. Allerdings verbessert Regulierung oftmals die Effizienz.

Über einen Zeitraum von mehr als vier Jahrzehnten nach der Großen Depression wurden Finanzkrisen durch ein starkes regulatorisches Rahmenwerk verhindert, bis man in den 1980er Jahren begann, es als „erstickend“ zu empfinden. Mit der ersten Welle der Deregulierung kam die Spar- und Kreditkrise. Dieser folgte weitere Deregulierung und die Dot-Com-Blase der 1990er Jahre und schließlich die globale Finanzkrise des Jahres 2008. Zu diesem Zeitpunkt versuchten Länder auf der ganzen Welt, die Regeln neu zu schreiben, um eine Wiederholung dieser Ereignisse zu verhindern. Mittlerweile setzt die Trump-Administration allerdings alles daran, diese Fortschritte zunichte zu machen.  

Auch kartellrechtliche Bestimmungen, die sicherstellen sollten, dass der Markt ordnungsgemäß – also auf Wettbewerb beruhend – funktioniert, wurden zurückgenommen. Mit der Eindämmung des Rent-Seeking, wettbewerbswidriger Praktiken und anderer Missbräuche könnten wir die Effizienz verbessern, die Produktion ankurbeln und zu mehr Investitionstätigkeit anregen. Noch besser: wir würden damit Ressourcen für Aktivitäten freisetzen, die unser Wohlergehen tatsächlich verbessern. Wenn weniger unserer besten Studierenden ins Bankgeschäft einstiegen, würden vielleicht mehr ihren Weg in die Forschung finden. Die Herausforderungen sind in beiden Bereichen enorm, aber das eine Metier konzentriert sich darauf, andere auszunützen, während man sich im anderen darauf fokussiert, unser Wissen und unsere Handlungsfähigkeit zu erweitern. Und weil das Joch der Ausbeutung tendenziell am schwersten auf den Menschen am unteren Ende der ökonomischen Pyramide lastet, würden wir die Ungleichheit reduzieren.

Wie aus dem Begriff implizit hervorgeht, erkennt der progressive Kapitalismus sowohl die Macht als auch die Grenzen der Märkte an. Es ist einfach eine Tatsache, dass ein sich selbst überlassener Privatsektor immer zu viel an Dingen wie Umweltverschmutzung produziert, aber zu wenig andere hervorbringt, wie etwa Grundlagenforschung, die das Fundament der Innovation und der wirtschaftlichen Dynamik bildet. Der Staat muss eine zentrale Rolle dabei spielen, den Privatsektor nicht nur von Dingen abzuhalten, die er nicht tun sollte, sondern auch Aktivitäten zu fördern, die dort sehr wohl stattfinden sollten. Und kollektive – staatliche -  Maßnahmen ermöglichen uns, Dinge zu tun, die ein sich selbst überlassener Markt nicht zuwege bringt. Große Innovationen - wie die Erfindung des Internets und das Humangenomprojekt - sind Beispiele für öffentliche Ausgaben, die unser Leben verändert haben.   

Die von mir beschriebenen Regulierungen und Reformen sind notwendig, um das Wachstum wiederherzustellen und um ein Leben in der Mittelschicht wieder in die Reichweite der meisten Amerikaner und Europäer zu bringen. Allerdings wird das nicht reichen. Wir brauchen darüber hinaus einen neuen Gesellschaftsvertrag des 21. Jahrhunderts, der allen Bürgerinnen und Bürgern Zugang zu Gesundheitsversorgung, Bildung, finanzieller Sicherheit im Ruhestand, erschwinglichen Wohnraum und einer menschenwürdigen Arbeit mit angemessenem Entgelt garantiert.

Aus progressiv-kapitalistischer Sicht liegt der Schlüssel zu einem neuen Gesellschaftsvertrag in der öffentlichen Option auf Leistungen, die von zentraler Bedeutung für das Wohlergehen sind. Öffentliche Angebote erweitern die Auswahlmöglichkeiten der Verbraucher und fördern den Wettbewerb, der wiederum niedrigere Preise und mehr Innovation zur Folge hat. Die meisten dieser Vorschläge verstehen sich eigentlich von selbst; doch die dafür notwendigen Reformen stehen wegen des Einflusses von Interessensgruppen vor gravierenden politischen Herausforderungen. Das ist das Problem schwerwiegender wirtschaftlicher Ungleichheit: sie ruft unweigerlich auch politische und soziale Ungleichheit hervor und verstärkt sie auch noch.

Als sich die ursprüngliche progressive Bewegung während des goldenen Zeitalters Amerikas im späten 19. Jahrhundert formierte, bestand ihr Hauptziel darin, den großen Monopolkapitalisten und deren Kumpanen in der Politik eine demokratische Ordnungspolitik abzutrotzen. Das Gleiche gilt für den progressiven Kapitalismus von heute. Es ist erforderlich, dass wir den Einfluss des Geldes in der Politik zurückdrängen und ordnungsgemäße Kontrollen und Gewaltenteilung wiederherstellen. Die Präsidentschaft Trumps hat uns daran erinnert, dass eine derartige Kontrolle für das reibungslose Funktionieren der Demokratie unverzichtbar ist. Sie hat uns aber auch die Grenzen bestehender Institutionen vor Augen geführt (wie etwa des Wahlmännergremiums, das den Präsidenten wählt und des Senats, wo ein kleiner Bundesstaat wie Wyoming mit weniger als 600.000 Einwohnern über gleich viele Stimmen verfügt wie Kalifornien mit seinen fast 40 Millionen Einwohnern). Das unterstreicht auch die Notwendigkeit struktureller politischer Reformen.  

Sowohl in Amerika als auch in Europa stehen unser gemeinsamer Wohlstand und die Zukunft der repräsentativen Demokratie auf dem Spiel. Die Explosion der öffentlichen Unzufriedenheit im Westen in den letzten Jahren ist Ausdruck eines wachsenden Gefühls der wirtschaftlichen und politischen Ohnmacht der Bürgerinnen und Bürger, die ihre Chancen auf ein Leben in der Mittelschicht vor ihren Augen schwinden sehen. Der progressive Kapitalismus ist bestrebt, die übermäßige Macht des konzentrierten Geldes in unserer Wirtschaft und unserer Politik einzudämmen.

Aber es steht noch mehr auf dem Spiel: unsere Zivilgesellschaft und unser Identitätsgefühl, sowohl als Individuum als auch als Kollektiv. Unsere Wirtschaft prägt uns in unserer Identität und in den letzten 40 Jahren brachte eine rund um amoralischen (wenn nicht gar unmoralischen) Materialismus und ebensolchem Gewinnstreben aufgebaute Wirtschaft eine Generation hervor, die diese Werte verinnerlicht hat.  

Das muss nicht so sein. Wir können eine mitfühlendere und fürsorglichere Wirtschaft rund um Genossenschaften und andere Alternativen zu gewinnorientierten Unternehmen etablieren. Wir können bessere Corporate-Governance-Systeme entwickeln, im Rahmen derer es nicht nur auf kurzfristige Gewinne ankommt. Wir können und sollten von unseren gewinnmaximierenden Unternehmen besseres Verhalten erwarten - und mit entsprechender Regulierung werden manche der Versuchungen für Fehlverhalten beseitigt.

Wir haben ein 40 Jahre dauerndes Experiment mit dem Neoliberalismus durchgeführt. Es ist bewiesen, dass er in jeder Hinsicht gescheitert ist. Und in der allerwichtigsten Hinsicht – nämlich dem Wohlergehen gewöhnlicher Bürgerinnen und Bürger – ist er kläglich gescheitert. Wir müssen den Kapitalismus vor sich selbst retten. Eine progressiv-kapitalistische Agenda bietet uns dazu die größte Chance. Joseph E. Stiglitz

Aus dem Englischen von Helga Klinger-Groier. IPG 4

 

 

 

EU-Kommission: Deutschland muss stärker in Bildung investieren

 

Mehr Digitalisierung, weniger Arbeit? Genau das Gegenteil ist der Fall, warnt die Europäische Kommission in ihrer jährlichen Reformempfehlung an die Mitgliedsstaaten. Sie mahnt Deutschland, Arbeit attraktiver zu machen und stärker in Bildung zu investieren. Gleiches rät auch ein neuer IIASA-Report, der Zukunftsszenarien für Europas Demographie skizziert. Von: Alicia Prager

Europa im Jahr 2060. Die Bevölkerung über 65 Jahren stellt dann 32 Prozent der Gesellschaft – im Vergleich zu rund 20 Prozent heute, prognostiziert der neue Report „Demographic Scenarios for the EU. Migration, Population and Education“. Zumindest, wenn sich der aktuelle Trend wie gehabt fortsetzt. Rechnet man derzeitige Migrationsdynamiken dazu, klettert der Anteil auf 34 Prozent. Verdoppelt sich die Zahl der Immigrierenden hingegen, sinkt der Prozentsatz der über 65-Jährigen auf 29 Prozent, so die Wissenschaftler vom Internationalen Institut für Angewandte Systemanalyse (IIASA) und der Gemeinsame Forschungsstelle (GFS) der Europäischen Kommission in ihrer Analyse.

Aus der niedrigen Schwankung schließen sie: Es müsse also umso intensiver in Bildung investiert werden. Damit sollen mehr Menschen Zugang zum Arbeitsmarkt bekommen und die Quote der Erwerbstätigen an jene von Schweden angepasst werden. Mehr Menschen, die länger arbeiten, so das Ziel. Dieses Rezept könne die Gesellschaft auf die Veralterung vorbereiten.

„Warum soll in Österreich und Italien nicht dieselbe Erwerbsquote möglich sein wie in Schweden und Finnland? Klar, stumpfsinnige Jobs will man nicht bis ins hohe Alter weiterführen, aber mit sinnvoller Arbeit steigt die Zufriedenheit sogar“, so Wolfgang Lutz, Direktor des World Population Program am IIASA und Hauptautor der Studie.

Spanien, Italien, Belgien und Griechenland sollten vor allem ihre Schulden in den Griff bekommen; Deutschland investiert hingegen viel zu wenig, so die EU-Kommission.

Ein weiterer Hebel für Erhaltung einer alternden Gesellschaft liegt in der Angleichung der Teilhabe von Frauen und Männer am Arbeitsmarkt. Schon allein, wenn sie gleichermaßen beschäftigt würden, sänke der Anteil der arbeitenden Bevölkerung nur geringfügig. Dann kämen auf 100 Arbeitende 123 zu erhaltende Menschen – im Vergleich zu 108 zu 100 heute. Würde sich der Trend allerdings so fortsetzen, wie bisher, stiege die Zahl der Abhängigen auf 133. Mithilfe von umfassenderen Integrationsmaßnahmen könnte diese auf 126 gesenkt werden.

Das ist auch einer der zentralen Punkte der aktuellen länderspezifischen Empfehlungen der EU-Kommission. So sagte ein Kommissions-Beamter gegenüber EURACTIV mit Blick nach Deutschland: „Es müssen unbedingt jene stärker einbezogen werden, die bis jetzt noch weniger beteiligt sind. Das sind vor allem Frauen und Migranten.“ Deutschland müsse mehr Anreize schaffen, länger zu arbeiten. So solle etwa die direkte Besteuerung auf Arbeit gesenkt und stattdessen indirekte Steuerabgaben erhöht werden.

Auch sei es ein Paradox, dass Deutschland zwar eine sehr niedrige Arbeitslosenquote habe, Löhne jedoch kaum wachsen würden, so der Beamte.

Am vergangenen Freitag hat der Deutsche Bundestag für 2109 einen Rekord-Haushalt mit einem Volumen von 356 Milliarden Euro beschlossen. Mehrausgaben sind vor allem bei der Verteidigungspolitik vorgesehen. Doch die schwarze Null steht.

Der hohe deutsche Leistungsbilanzüberschuss – in den vergangenen Jahren Sorgenkind Nummer eins in den EU-Reformempfehlungen – sei heute ein weniger dringliches Problem. Er ist von über 8 Prozent vor wenigen Jahren, auf aktuell 6,7 Prozent gefallen, wobei 6 Prozent vorgesehen sind. Grund für den langsamen Ausgleich ist die steigende Binnennachfrage, sowie mehr Investitionen sowohl des privaten als auch des öffentlichen Sektors.

Stattdessen liegt der Fokus der Kommission jetzt bei Versäumnissen in puncto Bildung. So bleiben die öffentlichen Bildungsausgaben Deutschlands im Jahr 2017 mit 4,1 Prozent hinter dem Unionsdurchschnitt von 4,6 Prozent zurück. Auch sei die soziale Mobilität nach oben im deutschen Bildungssystem „eher selten“, kritisiert die Kommission.

„Da ohnehin schon beträchtlicher Lehrermangel herrscht, müssen angesichts der zunehmend heterogenen Klassenverbände große Anstrengungen zur Verstärkung des Lehrkörpers unternommen werden“, schreibt sie. 7,5 Millionen Menschen ohne grundlegende Lese- und Schreibekompetenz – doch Bildung sei der Schlüssel für den zukünftigen Erfolg am Arbeitsmarkt. Nicht im Leistungsbilanzüberschuss, sondern in Versäumnissen der Bildungspolitik läge Deutschlands große Hürde für die Zukunft, kommentierte der Beamte. EA 12

 

 

 

Wenn Worte überleben. Vor 90 Jahren wurde Anne Frank geboren

 

Gesicht der Schoah, berühmteste Tagebuchschreiberin der Welt und zugleich eine Teenagerin mit alterstypischen Sorgen: Die Geschichte der Anne Frank geht noch heute Menschen weltweit unter die Haut. Am 12. Juni wäre die jüdische Autorin 90 geworden. Von Michaela Hütig

 

„Oh ja, ich will nicht umsonst gelebt haben wie die meisten Menschen“, schrieb Anne Frank am 5. April 1944 in ihr Tagebuch. „Ich will den Menschen, die um mich herum leben und mich doch nicht kennen, Freude und Nutzen bringen. Ich will fortleben, auch nach meinem Tod.“ Ein Wunsch, der sich erfüllte: Das Tagebuch wurde zur Weltliteratur und machte Anne Frank unsterblich. Die Briefe an ihre fiktive Freundin Kitty zogen Millionen Leserinnen und Leser weltweit in den Bann, das jüdische Mädchen wurde zu einer Symbolfigur für alle Opfer des Nationalsozialismus. Am 12. Juni wäre Anne Frank 90 geworden.

Das berühmte rot-weiß-karierte Tagebuch bekam Anne zu ihrem 13. Geburtstag geschenkt. „Ich werde, hoffe ich, dir alles anvertrauen können, wie ich es noch bei niemandem gekonnt habe, und ich hoffe, du wirst mir eine große Stütze sein“, notierte sie. Wenig später taucht das 1929 in Frankfurt am Main geborene Mädchen mit seiner Familie unter und versteckt sich mit einer weiteren Familie in einem Amsterdamer Hinterhaus. Der Massenmord der Nationalsozialisten an den europäischen Juden hatte begonnen.

Zwei Jahre lang führte Anne Frank im Versteck in der Prinsengracht 263 ihr Tagebuch, bis die Familie verraten und gefangengenommen wurde. „Schreiben wurde für sie lebensnotwendig, überlebensnotwendig“, erklärt Übersetzerin Mirjam Pressler in der Gesamtausgabe von Anne Franks Werken. In der Einsamkeit und der spannungsgeladenen Enge des Hinterhauses sei „Kitty“ für Anne zur einzigen Abwechslung und zum Ersatz für Freunde und gesellschaftliche Kontakte geworden.

Leben in erzwungener Isolation

Der imaginären Freundin vertraute das Mädchen alle Freuden und Leiden an: die erste Liebe, Probleme mit der Mutter, körperliche Veränderungen. „Das Tagebuch von Anne Frank ist die intime Geschichte einer einzigartigen Jugendzeit, und gleichzeitig ist es die Geschichte der Schoah“, schreibt Unesco-Generalsekretärin Audrey Azoulay in einem Vorwort zu einer Sonderausgabe, die zu Anne Franks 90. Geburtstag erschien. Annes Einträge seien „ein brillant geschriebener Bericht über das Leben in der erzwungenen Isolation“.

Der Text hat nach Ansicht von Meron Mendel, Direktor der Bildungsstätte Anne Frank in Frankfurt, bis heute nichts von seiner Kraft verloren. „Anne Frank steht für den Kampf nicht nur gegen Antisemitismus, sondern gegen jede Form der Diskriminierung“, sagt er. „Und das ist heute aktueller denn je in einer Welt, in der Zeitzeugen aussterben und zugleich eine Neue Rechte erstarkt.“ Annes Geschichte zeige, wohin Hass führen könne und dass jede Form der Diskriminierung gleich schlimm sei.

Große Sorgen

Aggression aus rechten Kreisen bekommt die Bildungsstätte unmittelbar zu spüren: Täglich gehen dort E-Mails von Geschichtsrevisionisten ein, in denen die Echtheit von Anne Franks Tagebuchs bezweifelt wird, wie Mendel erzählt. „Das öffnet Tür und Tor dafür, dass solche Leugnungen stückweise eine Legitimität erhalten“, sagt er. „Das sehe ich mit großer Sorge.“

Die Bildungsstätte versucht, Rassismus und Diskriminierung aktiv entgegenzuwirken – unter anderem mit Workshops und Ausstellungen. „Das Tagebuch der Anne Frank kann ein wunderbarer Türöffner zu der Thematik sein“, sagte Mendel. „Mit der Einzelperson kann sich der Leser – anders als mit sechs Millionen Opfern – identifizieren.“ Auch Annes menschliche Größe erleichtere diese Identifikation: Bis zuletzt habe das Mädchen nicht den Glauben an das Gute im Menschen verloren.

Anne Frank wurde nur 15 Jahre alt

„Ich sehe, wie die Welt allmählich in eine Wildnis verwandelt wird“, schrieb sie noch am 14. Juli 1944 in ihr Tagebuch. „Ich höre den nahenden Donner, der auch uns vernichten wird. Ich kann das Leiden von Millionen spüren. Und dennoch glaube ich, wenn ich zum Himmel blicke, dass alles in Ordnung gehen und auch diese Grausamkeit ein Ende finden wird. Dass wieder Ruhe und Frieden einkehren werden.“

Gut zwei Wochen später endet ihr Tagebuch. Am 4. August wurden die Untergetauchten verhaftet und deportiert. Anne Frank starb im Frühjahr 1945 wenige Wochen vor Kriegsende im Konzentrationslager Bergen-Belsen. Sie wurde nur 15 Jahre alt. (epd/mig 12)

 

 

 

"Humanitäre Bankrotterklärung". Union und SPD einigen sich auf Migrationspaket

 

Lange schon wird diskutiert, ob und wie der Arbeitsmarkt für Fachkräfte aus aller Welt geöffnet werden soll. Nun hat sich die Koalition abschließend auf ihr Einwanderungsgesetz verständigt – und im Gegenzug auf verschärfte Regeln für Abschiebungen.

Union und SPD haben sich auf letzte Änderungen am Gesetzespaket zu Migration und Abschiebung verständigt. Es soll bereits an diesem Freitag im Bundestag verabschiedet werden, wie die stellvertretenden Fraktionsvorsitzenden beider Seiten am Dienstag in Berlin mitteilten. Thorsten Frei (CDU) und Eva Högl (SPD) sprachen von einem guten Kompromiss, der die Arbeitsfähigkeit der Koalition unter Beweis stelle. Im Kern wird die Zuwanderung von Fachkräften erleichtert. Im Gegenzug erhalten die Behörden mehr Mittel, Abschiebungen durchzusetzen.

Während die Innenausschussvorsitzende Andrea Lindholz (CSU) und Frei betonten, es werde künftig eine scharfe Trennung zwischen legaler und illegaler Migration geben, reklamierte Högl das Fachkräfteeinwanderungsgesetz als einen Erfolg der SPD und betonte: „Wir laden Menschen ein, zu uns zu kommen.“ Unions-Fraktionsvize Hermann Gröhe (CDU) betonte, die Wirtschaft sei auf die Fachkräfteeinwanderung angewiesen. Diese werde jetzt praktikabler.

Aus für Vorrangprüfung

Mit dem Fachkräfteeinwanderungsgesetz wird der Arbeitsmarkt generell für Ausländer aus Drittstaaten geöffnet, die eine Berufsausbildung haben. Bisher gibt es schon Möglichkeiten für Akademiker zu kommen, für Fachkräfte gilt aber eine Beschränkung auf Mangelberufe. Diese entfällt künftig, ebenso wie die Vorrangprüfung, wonach Deutsche und EU-Ausländer bevorzugt eingestellt werden sollen.

Neu ist auch die Möglichkeit, für die Dauer von sechs Monaten zur Arbeits- oder Ausbildungsplatzssuche einzureisen. Allerdings sind die Voraussetzungen eng gefasst, um nur gut Ausgebildete anzulocken. Einwanderer über 45 müssen ein Mindestgehalt nachweisen. IT-Spezialisten können ohne formalen Abschluss mit einem Nachweis von drei Jahren Berufserfahrung auf Arbeit in Deutschland hoffen.

Schärfere Regelungen zur Aufenthaltsbeendigung

Für Flüchtlinge, die nur geduldet, aber inzwischen gut integriert sind, soll es eine Beschäftigungsduldung geben, wenn sie bereits anderthalb Jahre in einem regulären Job gearbeitet haben. Sie wird beschränkt auf Menschen, die bis August 2018 eingereist sind und läuft 2023 aus.

Im Gegenzug sieht das „Geordnete-Rückkehr-Gesetz“ für abgelehnte und ausreisepflichtige Asylbewerber schärfere Regelungen zur Aufenthaltsbeendigung vor. Union und SPD verständigten sich unter anderem darauf, dass bundesweit Wohnungen durchsucht werden dürfen, um Abzuschiebende zu finden. Außerdem soll es härtere Strafen für Asylsuchende geben, die an der Aufklärung der eigenen Identität nicht mitwirken. Dazu zählen Wohnsitzauflagen, ein Beschäftigungsverbot, Leistungskürzungen und die Inhaftierung, um die Mitwirkung an der Identitätsklärung zu erzwingen.

Pro Asyl: Gesetze humanitäre Bankrotterklärung

Im Streit um die Ausweitung der Abschiebehaft können die Bundesländer laut CDU-Fraktionsvize Frei selbst entscheiden, wie sie vorgehen. Das Bundesgesetz ermögliche ihnen aber für eine Übergangszeit, die Flüchtlinge in normalen Gefängnissen unterzubringen.

Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt wertete die Einigung der Koalition als „humanitäre Bankrotterklärung“. Geflüchtete sollten künftig 18 statt bislang sechs Monate in den Anker-Zentren untergebracht werden. Damit würden sie bewusst isoliert, kritisierte Burkhardt. Schon jetzt zeige sich, dass die Betroffenen in den oft abgelegenen Zentren weniger Rechtsbeistand erhielten.

Opposition kritisiert Schnellverfahren

Die Linksfraktion und die Grünen im Bundestag kritisierten Inhalt und Verfahren des Gesetzespakets. Die Koalition wolle die Gesetze nun „Hals über Kopf“ durch den Bundestag bringen. In zahlreichen Einzelbestimmungen sehen die Oppositionsparteien „massive Grundrechtseinschränkungen und offenkundig verfassungswidrige Regelungen“. Grüne und Linke forderten, die Beratungen im Innenausschuss des Bundestages sollten verschoben werden.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) indes weiste die Kritik der Opposition zurück. Insbesondere das Fachkräftezuwanderungsgesetz werde schnell benötigt, sagte er dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“. „Und wir brauchen das Fachkräftezuwanderungsgesetz dringend für die Wirtschaft“, sagte der Innenminister. „Da geht es nicht um Durchpeitschen. Wir haben das Gesetz schon vor Weihnachten im Kabinett beschlossen.“ (epd/mig 5)

 

 

 

Nahles-Rücktritt. SPD zerstört sich selbst

 

Loyalität gegenüber Amtsträgern, Wahrhaftigkeit, Kompromissfähigkeit: Diese Eigenschaften sieht der Sozialethiker Joachim Wiemeyer als Mindestmaß an Tugenden politischer Akteure. Doch genau jene habe die SPD in der Causa Nahles vermissen lassen.

Der Bochumer Wissenschaftler kritisierte in einem Interview mit der Katholischen Nachrichten-Agentur die SPD scharf: „Es ist bedauerlich, dass gerade zum 70. Jubiläum des Grundgesetzes, das in Deutschland eine stabile politische Kultur der Gemeinwohlorientierung und Verantwortungsbereitschaft hervorgebracht hat, eine Partei, die sich in der deutschen Geschichte viele Verdienste erworben hat, selbst zerstört." Destruktive Machtmächte innerhalb einer Partei könnten Populisten weiteren Auftrieb geben, da Teile der Bevölkerung Politiker und Parteien negativ einschätzten. Wohin mangelnde Gemeinwohlverantwortung in der Politik führe, lasse sich in anderen Ländern wie Großbritannien ablesen, wo „keine konstruktiven Mehrheitsentscheidungen im Parlament mehr zustande kommen".

Würdigung vom ZdK

Nahles hatte am Sonntag erklärt, ihre Ämter als Partei- und Fraktionsvorsitzende abzugeben und auch ihr Bundestagsmandat niederzulegen. Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Thomas Sternberg, würdigte nach der Rücktrittsankündigung die Arbeit der scheidenden SPD-Vorsitzenden: „Gerade heute möchte ich Andrea Nahles meinen Respekt und meine Wertschätzung aussprechen ... Sie hat in schwerer Zeit Verantwortung übernommen und als erste Frau die traditionsreiche SPD geführt.“ Als Katholikin habe sie sich für soziale Gerechtigkeit und internationale Solidarität eingesetzt, so Sternberg weiter: „Ich hoffe, dass sie dies auch weiterhin an wichtiger Stelle tun kann.“

Nahles ist Mitglied im ZdK. Sie war erst vor einem Jahr zur Vorsitzenden der SPD gewählt worden – als erste Frau in der über 150-jährigen Geschichte der Partei. (kna 4)

 

 

 

647.000 ausländische Kinder müssen von Hartz-IV leben

 

Die Zahl der Kinder, die von Hartz-IV-Leistungen leben, ist zurückgegangen, bei ausländischen Kindern stieg sie jedoch um über 4 Prozent gestiegen. Die Linke spricht von beschämenden Zuständen für Deutschland.

Die Zahl der Kinder, die von Hartz-IV-Leistungen leben, ist zuletzt zurückgegangen. Das geht aus Angaben der Bundesagentur für Arbeit hervor, die von der arbeitsmarktpolitischen Sprecherin der Linken-Bundestagsfraktion Sabine Zimmermann anlässlich des Internationalen Kindertages am Samstag ausgewertet wurden. Ende 2018 lebten demnach rund 1,95 Millionen unter 18-jährige Kinder in Hartz-IV-Bedarfsgemeinschaften. Das entspricht einem Rückgang von 3,7 Prozent gegenüber Ende 2017. Damals hatte die Zahl der Kinder, die von Hartz IV lebten, noch bei fast 2,03 Millionen gelegen.

Besonders stark betroffen sind Kinder von Alleinerziehenden. Ende 2018 gab es den Angaben zufolge 886.823 Jungen und Mädchen, die Hartz-IV-Leistungen bekamen und in einem Haushalt mit nur einem Elternteil lebten. Deutschlandweit lag der Anteil der Kinder unter 18, die staatliche Unterstützung erhielten, bei 14,4 Prozent; in Westdeutschland waren es 13,5 Prozent, in Ostdeutschland dagegen 18,4 Prozent.

Laut der Arbeitsagentur sind 42,4 Prozent aller Familien mit Kindern unter 18 Jahren, die Hartz IV beziehen, auf staatliche Hilfe angewiesen, obwohl mindestens ein Elternteil erwerbstätig ist. Die Zahl der Kinder ohne deutschen Pass, die von Hartz-IV-Leistungen leben, hat leicht auf 646.704 zugenommen. Das entspricht einem Anstieg von 4,1 Prozent im Vergleich zu Dezember 2017.

Zimmermann fordert Konzept gegen Kinderarmut

Die Hilfequoten variieren von Bundesland zu Bundesland zum Teil erheblich: In Schleswig-Holstein waren 15,7 Prozent der Kinder unter 18 auf Hartz IV angewiesen, in Niedersachsen 15 Prozent, in Nordrhein-Westfalen 19 Prozent, in Berlin 28,5 Prozent und in Sachsen-Anhalt 20,3 Prozent. In Mecklenburg-Vorpommern lag der Wert bei 17,4 Prozent, in Sachsen bei 13,5 Prozent und in Brandenburg bei 13,7 Prozent. Bundesweit am höchsten war die Hilfequote bei Kindern unter 18 mit 32,1 Prozent in Bremen.

Die Bundestagsabgeordnete Zimmermann sagte dem RedaktionsNetzwerk Deutschland, für eines der reichsten Länder der Erde sei es beschämend, „dass so viele Kinder von finanziellen Problemen betroffen sind“. Statt unbeschwert aufwachsen zu können, würden diese Kinder Entbehrungen kennenlernen. „Die Bundesregierung muss endlich ein Konzept gegen Kinderarmut vorlegen“, forderte sie. „Die Leistungen für Kinder müssen erhöht und eine eigenständige Kindergrundsicherung eingeführt werden.“ (epd/mig 3)

 

 

 

Biennale di Venezia: Besuch bei einem Franziskanerkünstler

 

Auf dem Palatin, Roms ältestem Hügel, lebt in einem Kloster der brasilianische Künstler Fra Sidival Fila. Der Franziskaner arbeitet mit kostbaren alten Stoffen, die er nähend zu Kunstwerken gestaltet; acht davon sind gerade bei der Biennale in Venedig zu sehen. Ein Besuch in einem atemberaubenden Atelier in Rom.

Gudrun Sailer – Vatikanstadt

 

Auf dem Palatin kann man wohnen? In diesem weitläufigen Freiluftmuseum, dem Kern des alten Rom, mit Blick auf das Kolosseum, wo der Legende nach die Wölfin Romulus und Remus säugte? Ja, man kann. Wenn man Franziskaner ist. Die Ordensgemeinschaft unterhält auf dem Palatin ein kleines, verwinkeltes, altes Kloster, der einzige Punkt des römischen Hügels, der ohne Eintrittskarte zugänglich ist.

Den Pfad dorthin säumt ein Kreuzweg, den um 1750 der Franziskanermissionar Leonardo di Porto Maurizio angelegt hat. Im Kloster, San Bonaventura, lebt eine kleine Gemeinschaft, und ihr gehört der Künstler Sidival Fila an.

Sein Atelier befindet sich oben in dem turmartigen Bau. Den letzten, höchsten Stock nimmt ein quadratischer Galerieraum ein. Hier hängt ein Kreuzweg von Bruder Sidival und direkt unter der Holzdecke ein Kruzifix, beides aus Stoff, während in der Mitte ein feingliedriger Tisch mit 12 Stühlen steht, eine Installation mit deutlich sakralen Anklängen. 16 Fenster, vier auf jeder Seite des Raumes, geben den Blick von oben auf das Kolosseum und den Palatin frei.

Zum Zeitpunkt unseres Besuchs arbeitete Fra Sidival an seinem Beitrag für die Biennale von Venedig, die am 11. Mai eröffnet wurde. Er führt die Nadel, beugt sich über einen farbigen, schönen alten Stoff mit Blumenmuster, der auf einen Rahmen gespannt soeben zu einem zeitgenössischen Kunstwerk wird.

“ Eine Energie, die ich als Lebensenergie ansehe - eine Energie, die in den Fasern enthalten ist ”

„Die Tätigkeit des Nähens ist eine der ersten Tätigkeiten, die als architektonischer Akt des Menschen anerkannt sind“, sagt Fra Sidival, der Name ist die portugiesische Variante von „Sigiswald“, wie uns der Künstler erklärt. „In meiner künstlerischen Sprache betrachte ich das Nähen als das Formen architektonischer Strukturen. Ich möchte mit Fäden eine Spannung erschaffen, die es erlaubt, der Materie zum einen eine bestimmte Form zu geben, und zum anderen eine Energie, die ich als Lebensenergie ansehe – eine Energie, die in den Fasern enthalten ist.“

Fra Sidivals Werke brechen die Zweidimensionalität des Stoffes auf. Die Fäden spannen sich als gleichzeitig gut sichtbare und fein geführte Naht über die Schnittstellen zwischen den Stoffteilen, sie sind Ornament und Struktur in einem, und dahinter tut sich eine dritte Dimension auf, eine Tiefendimension, die ebenfalls textil gestaltet ist. Die Schnitte bleiben einen Spaltbreit offen hinter den minutiös gesetzten Fäden, die wie filigrane Leitern über die Oberfläche des Stoffes laufen. Und dann gibt es da noch die vierte Dimension, die der Zeit: Der Stoff ist antik, 200 bis 300 Jahre alt.

“ So als würden wir unbewusst all das Gelebte entziffern, das im Stoff eingewoben ist ”

„Die Materie ist dazu in der Lage, Informationen aufzunehmen und anzusammeln“, erklärt Fra Sidival, „und ich meine, dass wir das wahrnehmen können, die Ansammlung des Gelebten dieses Stoffes. Das wird dann zu Emotion, Empfindung, Gefühl, auch Erfahrung. So als würden wir unbewusst all das Gelebte entziffern, das im Stoff eingewoben ist.“

Den Stoff für das Werk, das für die Biennale bestimmt ist, hat dem Künstler ein Händler geschenkt, der für Italiens große Modehäuser arbeitet; er entdeckte dieses Stück bei einem Antiquitätenhändler. Es muss ein Stoffmuster gewesen sein, das den adligen Kunden damals bei der Auswahl des richtigen Gewebes half; Seidenbrokat, sagt Fra Sidival, entweder für Tapisserie oder für Sitzmöbel.

Künstler, Ordensmann und wieder Künstler

Sidival, Jahrgang 1962, übersiedelte 1985 von seiner brasilianischen Heimat nach Italien, auf der Suche nach seiner künstlerischen und geistlichen Identität, wie es in der Kurzbiografie des Künstlers für die Biennale heißt. Hier trat er dem Franziskanerorden bei und ließ seine künstlerische Arbeit für 20 Jahre ruhen. 2006 nahm er den Faden wieder auf. Es passt zur Aura des alten Bettelordens, dass Sidival Fila gebrauchte Stoffe nutzt, Textilien, die oft, aber nicht immer, aus einem liturgischen Kontext stammen. Die ältesten wurden im 17. Jahrhundert gewoben und sind sehr empfindlich.

Dass die Arbeit mit Textilien, zumal das Nähen mit Nadel und Faden, in unserer heutigen Wahrnehmung eher der Sphäre des Weiblichen zugeordnet ist, stört den Künstler mit seinem schönen grauen Bart nicht im Geringsten. „In früheren Zeiten schenkten wohlhabende Frauen der Kirche ihre schönsten Kleider. Die wurden dann den Heiligenstatuen angezogen, oder man hat sie zu liturgischer Kleidung verarbeitet“, erklärt der Ordensmann. Aus Frauen- wurde Männerkleidung. Ohne weiteres. Wer weiß, vielleicht war eine solche Transgression lange Zeit nur im Sakralen möglich. Oder eben in der Kunst.

Der erste Franziskaner auf der Biennale

Sidival Fila ist der erste Franziskaner, der auf der Biennale vertreten ist. Seine Werke sind im Venedig-Pavillon zu sehen. Die Ausstellung zeitgenössischer Kunst, die beim letzten Mal 600.000 Besucher anzog, läuft in der Lagunenstadt bis 24. November. (vn 3)

 

 

 

Gesetzespaket beschlossen. Fachkräfte gewinnen, Integration fördern, Migration besser steuern

  

Der Bundestag hat ein umfassendes Gesetzespaket zu Migration und Integration beschlossen. Dabei geht es nicht nur um die Zuwanderung von Fachkräften, sondern auch um eine klare Begrenzung der illegalen Migration.

       

Die Regierungsfraktionen hatten sich zuvor auf Änderungen an mehreren Einzelvorhaben zu Migration und Asyl geeinigt. So wurde beispielsweise in das Ausländerbeschäftigungsförderungsgesetz eine Stichtagsregelung eingefügt.

 

Die sogenannte Beschäftigungsduldung für Ausländer, die durch Arbeit dauerhaft ihren Lebensunterhalt selbst sichern und gut integriert sind, wird somit bis Ende 2023 verlängert. Von dieser Regelung soll aber nur profitieren können, wer vor August 2018 eingereist ist.

 

Auch soll es künftig leichter werden, ausreisepflichtige Ausländer in Gewahrsam zu nehmen. Denn bei der Ausreisepflicht wird künftig klarer zwischen denjenigen unterschieden werden, die unverschuldet an ihrer Ausreise gehindert sind, und denjenigen, die tricksen, täuschen oder sich nicht um die Beschaffung ihres Passes kümmern.

 

Die Migrationspolitik der Bundesrepublik Deutschland dient der Steuerung, Kontrolle und Begrenzung des Zuzugs von Ausländern in unser Land. Dabei sind die Aufnahme- und Integrationsfähigkeit unserer Gesellschaft sowie unsere wirtschaftlichen und arbeitsmarktpolitischen Interessen zu berücksichtigen.

 

Die Migrationspolitik hat eine Doppelfunktion. Zum einen erfüllt sie unsere humanitären Verpflichtungen, zum anderen schafft sie klare Regelungen zur Steuerung der Zuwanderung in den Arbeitsmarkt und das damit verbundene Recht des Aufenthalts in Deutschland. Denn Deutschland braucht gut ausgebildete und qualifizierte Fachkräfte.

 

Vor diesem Hintergrund hatte die Bundesregierung in den letzten Wochen eine Reihe von Gesetzentwürfen auf den Weg gebracht. Im Einzelnen handelt es sich um folgende Gesetze, die nun das parlamentarische Verfahren durchlaufen haben:

Fachkräfteeinwanderungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/mehr-fachkraefte-fuer-deutschland-1563122]

Beschäftigungsduldungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/verlaesslichkeit-fuer-betriebe-und-geduldete-1563162]

Geordnete-Rückkehrgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/migration-ordnen-steuern-und-begrenzen-1601598]

Staatsangehörigkeitsänderungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/deutscher-pass-kann-aberkannt-werden-1596980]

Ausländerbeschäftigungsförderungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/gefluechtete-fruehzeitig-foerdern-1635252]

Asylbewerberleistungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/bedarfssaetze-werden-angepasst-1635116]

Datenaustauschverbesserungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/datenaustausch-wird-verbessert-1574722]

Diese Gesetze wurden nach intensiver Beratung und weiteren Verbesserungen vom Deutschen Bundestag beschlossen. Sie werden nun dem Bundesrat zugeleitet und durchlaufen dort das weitere parlamentarische Verfahren. Pib 7

 

 

 

Bundestag. Lob und Kritik für Abschiebe- und Fachkräftegesetz

 

Gesetze zu Flucht und Migration stehen im Fokus mehrerer Bundestagsanhörungen. Seehofers Pläne für konsequentere Abschiebungen werden von Experten und Praktikern unterschiedlich beurteilt. Beim Fachkräfteeinwanderungsgesetz ist es ähnlich.

Experten und Praktiker sind sich bei der Beurteilung des Gesetzentwurfs der Bundesregierung zur konsequenten Abschiebung nicht einig. Der Konstanzer Jurist Daniel Thym sagte am Montag in Berlin, dass eine Mitwirkung der Betroffenen, wenn sie unzumutbar sei, auch nicht vom Gesetz verlangt werde. Er verwies ferner darauf, dass es bei der Abschiebehaft in Deutschland den konstitutiven Richtervorbehalt gebe. Somit entschieden nur ausgebildete Volljuristen über die Haft, wobei diese Beschlüsse bislang eher zugunsten der Betroffenen ausgefallen seien.

240.000 Menschen in Deutschland gelten als ausreisepflichtig, haben also keinen Status, der ihnen ein Bleiben in Deutschland erlaubt. 184.000 davon sind geduldet, meist weil Papiere fehlen, die für eine Abschiebung notwendig sind. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) will mit dem „Geordnete-Rückkehr-Gesetz“ dafür sorgen, dass Ausländer künftig bei der Beschaffung der Papiere helfen – zur Not, indem sie weniger Sozialleistungen bekommen oder in Haft genommen werden. Abschiebehäftlinge können laut Entwurf dabei vorübergehend auch in normalen Gefängnissen untergebracht werden – wenn auch räumlich getrennt von regulären Strafgefangenen.

Nach Einschätzung des Konstanzer Verfassungsrechtlers Marcel Kau ist der Entwurf zum großen Teil rechtlich zulässig. Bedenken äußerte er aber zu Artikel 6, der am 1. Juli 2022 in Kraft treten und dann noch in Ausnahmefällen die Inhaftierung von Abschiebungshäftlingen in regulären Strafanstalten möglich machen soll. Vertreter von Städten, Landkreisen und Kommunen sowie einiger für Abschiebungen zuständigen Behörden begrüßten den Entwurf weitgehend. Klaus Ritgen vom Deutschen Landkreistag hielt es darüber hinaus für vorstellbar, dass Abschiebungen künftig zur Bundesaufgabe werden.

Lob und Kritik auch für Fachkräftegesetz

Ablehnung äußerte indes die Referentin für Flüchtlingspolitik im Paritätischen Gesamtverband, Kerstin Becker. Sie kritisierte eine „maßlose Ausweitung“ der Abschiebehaft und die Einführung einer „prekären Duldung“ angesichts möglicher Leistungskürzungen. Rolf Stahmann vom Deutschen Anwaltverein wies darauf hin, dass Ausländer, die Asyl in Deutschland beantragt hätten, manchmal nicht die Unterstützung ihrer Botschaften hätten. Einige würden dort gar als Landesverräter beschimpft, und auch Korruption sei ein großes Problem.

Zuvor hatte es auch eine Anhörung zum Fachkräfteeinwanderungsgesetz gegeben. Die meisten Experten bewerteten das Regelwerk als Schritt in die richtige Richtung. Angesichts der notwendigen Nettozuwanderung sei dies aber nur ein kleiner Fortschritt und nicht der große Wurf, gab Herbert Brücker vom Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung in Nürnberg zu bedenken. Mehrere Experten kritisierten zudem, dass die Visastellen an den deutschen Konsulaten weltweit sich zunehmend zum „Flaschenhals“ entwickelten. Häufig gebe es keine freien Termine, weshalb interessierte Fachkräfte keine Chance hätten, zeitnah Visumsanträge zu stellen.

Kritik am Schnellverfahren

Die Diakonie kritisierte derweil, dass die asyl- und migrationspolitischen Gesetzentwürfe im Schnelldurchgang beraten würden. „Die Eile dieser Gesetzgebungsverfahren ist unnötig und erschreckend, denn sie erlaubt keine fundierte Auseinandersetzung mit den geplanten Regelungen und deren Auswirkungen auf die Betroffenen und die Gesellschaft“, erklärte Maria Loheide, Vorstand Sozialpolitik der Diakonie Deutschland. Mit einigen der geplanten Änderungen werde „an den Menschenrechten gezerrt“.

Caritas-Präsident Peter Neher sprach in einer Mitteilung ebenfalls von „spürbarer Hektik“ beim Gesetzgebungsverfahren. Er hob mit Blick auf das „Geordnete-Rückkehr-Gesetz“ hervor, dass „sehr oft gravierende Hindernisse wie beispielsweise schwere Krankheiten, familiäre Bindungen in Deutschland, aber auch die erschwerte Passbeschaffung bei der Botschaft des Herkunftslands“ eine Ausreise verhinderten und nicht die Asylbewerber selbst.

Acht Gesetzentwürfe

Grünen-Politikerin Filiz Polat fasst den Anhörungsmarathon wie folgt zusammen: „Nach vier Anhörungen am Montag ist es unmöglich, diese und die eine Minute nach Ende des Anhörungsmarathons eingegangen 32 Seiten Änderungsanträge bis zur Innenausschusssitzung am Mittwochvormittag auszuwerten. Dies ist der komplexen Materie der Gesetzesentwürfe nicht angemessen und wäre darüber hinaus auch gegenüber den Sachverständigen eine grobe Missachtung ihrer fachlichen Kompetenz.  Das hat nichts mit einem geordneten und der Sache adäquaten Gesetzgebungsverfahren zu tun.“ Derzeit liegen den Abgeordneten acht Gesetzentwürfe im Bereich des Asyl- und des Aufenthaltsrechts vor.

„Die heutigen Anhörungen haben eines deutlich gemacht: es gibt noch erheblichen Änderungs- und Korrekturbedarf an den vier Gesetzen. Trotz der umfangreichen Kritik auf Seiten der Sachverständigen bleibt zu befürchten, dass die Koalitionsfraktionen die unsägliche Tradition in der Migrationsgesetzgebung fortsetzt und die Gesetzentwürfe mit am Montagabend eingegangen weitreichenden Änderungen noch in dieser Woche durch den Bundestag durchpeitscht“, erklärt Polat. Der Linke-Politikerin Ulla Jelpke zufolge ist das Gesetz „nichts anderes als ein Paket geschnürt aus Menschenverachtung und Anbiederung an die Rassisten von der AfD.“ (epd/mig 4)

 

 

 

 

DAAD-Studie. Deutsche Hochschulen werden internationaler

 

Jeder fünfte Studienanfänger und gut jeder zehnte wissenschaftliche Mitarbeiter an deutschen Hochschulen ist Bildungsausländer. Das geht aus einer aktuellen Erhebung des Deutschen Akademischen Austauschdienstes hervor.

An den deutschen Hochschulen geht es immer internationaler zu: 20,5 Prozent der Studienanfänger und zwölf Prozent des wissenschaftlichen Personals an den Hochschulen sind einer Studie des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) zufolge sogenannte Bildungsausländer. Internationalisierung sei in heutigen Zeiten „absolut strategisch“, sagte DAAD-Generalsekretärin Dorothea Rüland am Dienstag bei der Vorstellung des DAAD-Jahresberichts 2018 in Berlin.

„Im globalen Wettbewerb, bei dem es um kluge Köpfe geht, muss Europa einfach stark sein“, sagte Rüland. Insgesamt stieg den Angaben zufolge die Zahl der durch den DAAD geförderten Personen 2018 um vier Prozent auf über 145.000 Frauen und Männer. Davon kamen den Angaben zufolge knapp 64.000 Geförderte aus dem Ausland und etwa 81.000 aus Deutschland.

Förderung von kurzen Aufenthalten

Mit neuen Programmen, die sich speziell auf Digitalisierung, das Lehramtsstudium und Fachhochschulen richten, wolle der DAAD auf eine weitere Internationalisierung an deutschen Universitäten hinwirken, unterstrich DAAD-Präsidentin Margret Wintermantel. Es gebe einen zunehmenden Trend zur Förderung von kurzen Aufenthalten sowohl von Ausländern in Deutschland, als auch von Deutschen im Ausland. Dies betreffe zum Beispiel Forschungsaufenthalte oder Praktika.

Der Deutsche Akademische Austauschdienst hat seit seiner Gründung 1950 insgesamt knapp 1,5 Millionen Frauen und Männer gefördert. Das Budget des DAAD wird überwiegend vom Auswärtigen Amt, dem Bundesministerium für Bildung und Forschung, der Europäischen Union sowie dem Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung getragen. (epd/mig)

 

 

 

Wann Arbeit sich nicht lohnt

 

Das Kölner Institut für Wirtschaftsforschung (IW) hat in einer neuen Studie berechnet, wie viel von einer Gehaltserhöhung die Menschen behalten dürfen: „Sogar Menschen im unteren Einkommensbereich haben von Lohnerhöhungen kaum etwas“. [shutterstock] Von: Kristina Antonia Schäfer | WirtschaftsWoche

 

Leistung muss sich lohnen, das zählt in Deutschland zum gesellschaftlichen Grundkonsens. Wer mehr arbeitet, soll entsprechend mehr Geld im Portemonnaie haben. Die Realität sieht jedoch oft anders aus. EURACTIVs Medienpartner WirtschaftsWoche berichtet.

Wenn jemand in Deutschland mehr verdient als vorher, sei es wegen einer Lohnerhöhung oder eines neuen Jobs, kommt davon oft kaum etwas in seinem Portemonnaie an. Das geht so weit, dass ein Zusatzverdienst bei manchen Einkommensgruppen sogar dazu führt, dass sie punktuell weniger Geld haben.

Das Kölner Institut für Wirtschaftsforschung (IW) hat in einer neuen Studie berechnet, wie viel von einer Gehaltserhöhung die Menschen behalten dürfen. Ihr ernüchterndes Fazit: „Sogar Menschen im unteren Einkommensbereich haben von Lohnerhöhungen kaum etwas“, wie Studienkoautor Tobias Hentze erklärt. Das gelte „vor allem im Bereich des Mindestlohns und im Übergang von Mini- zu Midi-Jobs“.

Verantwortlich ist etwas, das in Ökonomenkreisen den etwas sperrigen Namen „Grenzbelastung“ trägt. Sie besagt, wie viel von jedem zusätzlichen Euro auch netto ankommt – und wie viel eben nicht. Läge die Grenzbelastung bei 80 Prozent, kämen also nur 20 Cent des ursprünglichen Euros im Portemonnaie an.

Offensichtlichster Grund für diese Belastung sind Steuern und Sozialabgaben. Für die meisten Gehaltsstufen liegt die Belastung der IW-Studie zufolge zwischen 40 und 50 Prozent. Die IW-Forscher machen dabei einen krassen Ausschlag nach oben aus: Beim Übergang von 5400 zu 5500 Euro Jahreseinkommen springt die Grenzbelastung einmalig auf 390 Prozent. An dieser Stelle endet die Abgabenfreiheit der Minijobs und es werden Sozialabgaben fällig.

Doch diese Art, die Grenzbelastung zu berechnen, ist nicht unumstritten. In der Regel beziehen Forscher zusätzlich wegfallende Sozialleistungen mit ein. Schließlich werden Hartz IV, aber auch Zuschüsse für Kinder oder Wohnen mit zunehmendem Gehalt immer weniger, bis sie schließlich ganz versiegen. Dem zusätzlichen Nettogehalt durch den Job steht also ein Minus an Sozialleistungen gegenüber.

Erst voriges Jahr haben Ökonomen des Zentrums für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) im Auftrag der Bertelsmann Stiftung auf dieser Grundlage für verschiedene Modellfälle die Grenzbelastung errechnet: Singles, Alleinerziehende, Paare mit und ohne Kinder. Auch sie bilanzieren: Arbeit lohnt sich ausgerechnet für Niedrigstverdiener kaum.

Bei Singles liegt die Grenzbelastung bei niedrigen Einkommen zwischen 14.400 und 17.000 Euro im Jahr demnach bei 100 Prozent – sie dürfen also keinen einzigen Cent ihres Zusatzverdienstes behalten. Ein Alleinerziehender mit Kind muss sogar mehrfach draufzahlen, wenn er brutto mehr verdient: Bei 14.100 Euro, 18.000 Euro und 19.600 Euro springt die Grenzbelastung auf über 100 Prozent.

Immerhin hat sich die Situation in den vergangenen Jahren verbessert. Darauf deuten zumindest die Daten des IW hin, das in einem zweiten Schritt die Grenzbelastung im Zeitverlauf simuliert hat. Seit dem Jahr 2000 ist die Belastung für die meisten Einkommensgruppen demnach kontinuierlich gesunken.

Das IW sieht dennoch Handlungsbedarf, gerade bei niedrigeren Einkommen. „Mit Blick auf den Fachkräftemangel sollten Lohnerhöhungen in den unteren und mittleren Einkommen nicht zum Nachteil werden“, monieren die Autoren und bilanzieren: „Arbeit muss sich für die Arbeitnehmer lohnen.“ EA 12

 

 

 

 

Einwanderung und Abschiebung. Das steht in den Migrationsgesetzen der Koalition

 

Mit einem großen Gesetzespaket sollen Fachkräfteeinwanderung und Abschiebungen erleichtert werden. MiGAZIN gibt einen Überblick über die wichtigsten Regelungen.

Der Großteil des Gesetzespakets der Regierungskoalition aus Union und SPD zu Einwanderung, Asyl und Abschiebung soll am Freitag im Bundestag verabschiedet werden. Die Einwanderung für Fachkräfte soll erleichtert werden, und im Gegenzug soll das Asyl- und Abschieberecht verschärft werden. Die wichtigsten Regelungen im Überblick:

Asyl und Abschiebung

Flüchtlinge werden bis zu 18 Monate statt bisher sechs in den zentralen Einrichtungen (Ankerzentren) untergebracht. Nur für Familien und Kinder bleibt es bei sechs Monaten. Das soll unter anderem die Rückführung abgelehnter Bewerber sicherstellen.

Ausreisepflichtige Ausländer, die nach Meinung der Behörden selbst verschulden, dass sie keine Papiere haben, erhalten eine „Duldung für Personen mitungeklärter Identität“. Sie ist verbunden mit einem Arbeitsverbot, einer Wohnsitzauflage und führt dazu, dass diese Duldungszeit nicht für Bleiberechtsregelungen angerechnet wird.

Flüchtlingen, die nicht an der Klärung ihrer Identität mitwirken, werden die Sozialleistungen gekürzt.

Durch eine „Mitwirkungshaft“ bis zu 14 Tagen können Menschen, die Botschaftstermine zur Beschaffung von Papieren nicht wahrgenommen haben, zu einer Anhörung in der Vertretung ihres Heimatlandes gezwungen werden.

Das Trennungsgebot für Straf- und Abschiebehaft wird für drei Jahre aufgehoben. Die Bundesländer entscheiden, ob sie Menschen in Abschiebehaft in regulären Gefängnissen unterbringen, wenn sie nicht genügend Abschiebehaftplätze haben.

Die Behörden können häufiger Abschiebehaft anordnen.

Angaben zu Termin und Ablauf von Abschiebungen sollen künftig Dienstgeheimnisse sein, deren Weitergabe strafbar ist.

Flüchtlingen, die bereits in einem anderen EU-Land anerkannt sind, werden die Leistungen gekürzt, damit sie aus Deutschland weggehen.

Die Asylbewerberleistungen werden nach den Vorgaben des Bundesverfassungsgerichts erhöht. Die Geldleistungen für Asylbewerber sinken aber, weil ein Teil der Wohnkosten als Sachleistung gewährt wird und Menschen in Sammelunterkünften geringere Leistungen bekommen.

Mehr finanzielle Unterstützung gibt es für Asylbewerber und Geduldete, die eine Ausbildung machen und für Flüchtlinge, die sich ehrenamtlich engagieren.

Fachkräfte und Beschäftigung

Fachkräfte aus Nicht-EU-Ländern können in Deutschland eine Stelle annehmen. Die Beschränkung auf Mangelberufe entfällt, ebenso die Vorrangprüfung, ob es Deutsche oder EU-Bürger für die Arbeit gibt.

Ermöglicht wird auch die Einreise zur Arbeits- oder Ausbildungsplatzsuche für sechs Monate, sofern die Interessenten ihren Lebensunterhalt selbst bestreiten und sie die verlangten Berufs- oder Bildungsabschlüsse besitzen.

IT-Kräfte benötigen keinen formalen Abschluss, müssen aber Berufserfahrung und ein zu erwartendes Jahresmindestgehalt von 50.000 Euro nachweisen.

Zuwanderer über 45 Jahre müssen ein monatliches Mindestgehalt von 55 Prozent der Beitragsbemessungsgrenze für die Rentenversicherung (derzeit rund 3.700 Euro) vorweisen oder eine Altersversorgung, damit sie nicht Grundsicherung im Alter beantragen.

Es wird eine „Beschäftigungsduldung“ eingeführt für Flüchtlinge, die gut integriert sind, ihren Lebensunterhalt selbst bestreiten und mindestens 18 Monate sozialversicherungspflichtig gearbeitet haben. Sie gilt auch für die Kernfamilie und kann in einen sichereren Aufenthalt münden. Die Einschränkung: Die Regelung gilt nur für Flüchtlinge, die bis August 2018 eingereist sind und läuft Ende 2023 aus.

Die „Ausbildungsduldung“ für drei Jahre Ausbildung und zwei weitere Jahre wird auf Helferberufe ausgeweitet, beispielsweise in der Pflege.

Asylbewerbern und Geduldeten wird der Zugang zu Integrations- und Sprachkursen erleichtert. Allerdings wurde eine Stichtagsregelung hinzugefügt, wonach das nur für Menschen gilt, die bis zum August dieses Jahres eingereist sind. Diejenigen, die später kommen, profitieren von der Integrationsförderung nur, wenn die Anerkennungsquote für Geflüchtete aus ihrem Herkunftsland über 50 Prozent liegt. Zurzeit sind das Menschen aus Syrien und Eritrea. (epd/mig 7)

 

 

 

Postbank Digitalstudie 2019: Ein Drittel der Deutschen spricht mit Alexa, Siri und Co.

 

Google Assistant vor Siri und Alexa. Vor allem Familien setzen auf digitale Assistenten. Finanzgeschäfte per Sprachbefehl im Trend

 

Bonn, 11. Juni 2019 - 32 Prozent der Deutschen nutzen bereits

digitale Sprachassistenten wie Apples Siri oder Google Assistant. Die

Zahl der Anwender ist damit innerhalb eines Jahres um zwölf Prozent

angestiegen. Nach wie vor ist die Beliebtheit der praktischen

Alltagshelfer eine Generationenfrage: Bei den jüngeren Deutschen

unter 40 Jahren spricht schon mit 48 Prozent bereits fast jeder

Zweite mit Siri, Google oder Alexa. Dies sind Ergebnisse der

repräsentativen Postbank Digitalstudie 2019. Am häufigsten nutzen die

Deutschen Google Assistant (19%), an zweiter Stelle folgt Siri (15%).

Amazons Echo mit Alexa nutzen acht Prozent der Deutschen, vier

Prozent sprechen mit Alexa über das Amazon Tablet. Für die Jüngeren,

die so genannten Digital Natives, ist Siri die Nummer eins. Sie kommt

in dieser Altersgruppe auf 28 Prozent vor Google Assistant mit 27

Prozent.

 

Digitale Sprachassistenten können auf Zuruf zum Beispiel den

Wetterbericht ansagen, Fragen beantworten, Musik, Podcasts oder

Hörbücher abspielen oder die Terminplanung übernehmen. Auch

Smart-Home-Anwendungen, die sich immer stärker durchsetzen, haben den

Siegeszug von Alexa und Co. befördert. Denn auch die Beleuchtung oder

das Anschalten elektronischer Geräte kann über Sprachassistenten

gesteuert werden.

 

In großen Haushalten zu Hause

Am intensivsten werden Sprachassistenten derzeit von Familien

genutzt: 52 Prozent der Haushalte mit vier Personen und mehr leben

mit einem Sprachassistenten unter einem Dach und nutzen ihn aktiv. In

Drei-Personen-Haushalten sind es ebenfalls noch überdurchschnittliche

39 Prozent. Wer allein lebt, lässt dagegen eher selten einen

sprechenden Assistenten bei sich einziehen: Nur rund jeder fünfte

Single-Haushalt nutzt Siri und Co.

 

Potenzial bei Best Agern

Für die Zukunft sieht Thomas Brosch, Chief Digital Officer der

Postbank, außerdem Potenzial bei den sogenannten Best Agern. "Wir

gehen davon aus, dass sich Sprachassistenten auch in den

Altersgruppen 50 und 60 plus etablieren werden, die nicht mit

Smartphones aufgewachsen sind. Diesen Anwendern liegt die Nutzung von

Sprachassistenten deutlich näher als umständliches Tippen und

Scrollen, für das es eine gewisse Fingerfertigkeit braucht, sowie den

permanenten Wechsel verschiedener Anwendungen auf einem Display", so

der Postbank-CDO.

 

Finanzgeschäfte per Sprachbefehl im Trend

Mit Sprachassistenten werden auch persönliche Finanzgeschäfte für

Bankkunden jeden Alters einfacher, zum Beispiel Kontoabfragen oder

Überweisungen. "Wichtig für die Sicherheit ist, dass eine zweite

Identitätsprüfung neben der reinen Stimmerkennung stattfindet", sagt

Postbank-CDO Thomas Brosch. Dies könne über einen klassischen Log-In

mit Zugangsdaten erfolgen oder biometrische Verfahren wie

Fingerabdruck oder Gesichtserkennung. "Wir bemerken auf jeden Fall

ein zunehmendes Interesse an den sprachgesteuerten Funktionen in

unserer Banking-App und sind überzeugt, dass sich die Nutzung von

Finanzanwendungen über Sprachassistenten in Zukunft durchsetzen

wird", so Brosch. Dip 12

 

 

 

 

Direktor der Villa Massimo wird verabschiedet

 

Kulturstaatsministerin Grütters: „Joachim Blüher hat das Haus zu einer Kult-Stätte für zeitgenössische deutsche Kunst gemacht“

 

       

Kulturstaatsministerin Monika Grütters hat am heutigen Donnerstag in der Deutschen Akademie Rom den bisherigen Direktor der Villa Massimo, Joachim Blüher, verabschiedet und dabei sein Schaffen für die deutsche Kultur in Italien gewürdigt. „Joachim Blüher hat aus der Villa Massimo eine Kult-Stätte zeitgenössischer deutscher Kunst gemacht und ihr zugleich einen prominenten Platz im pulsierenden römischen Kulturleben verschafft“, sagte Grütters bei der Feierstunde zu seinem Abschied.

 

Monika Grütters weiter: „Joachim Blüher war ein großartiger Botschafter deutscher Kultur in Italien. Seine Umtriebigkeit, Offenheit, Aufgeschlossenheit für Milieus und die Fähigkeit, Vielfalt als Gewinn zu sehen, machen sein Erfolgsgeheimnis aus. Als begnadeter Netzwerker hat Joachim Blüher während seiner Amtszeit viele Partner geworben und Initiativen gestartet. Mit ihm sind die tief verwurzelten Kulturbeziehungen zwischen Deutschland und Italien noch intensiver geworden. Die Villa Massimo hat sich dank seiner Leidenschaft zum

Sehnsuchtsort und Anziehungspunkt für viele Künstlergenerationen entwickelt, zu einem zentralen Ort des Austausches, einem Ort für Kreativität und neue Perspektiven.“

 

Joachim Blüher scheidet Ende Juni 2019 nach 17 Jahren aus dem Direktorenamt aus. Die Literatur- und Kunstwissenschaftlerin Julia Draganovi?, die derzeit noch Direktorin der Kunsthalle Osnabrück ist, wird ab Juli 2019 neue Leiterin der Deutschen Akademie Rom. „Ich bin überzeugt, dass Julia Draganovi? das hohe

Ansehen der Deutschen Akademie Rom sichern und als neue Direktorin eigene Akzente setzen wird“, sagte Grütters.

 

Die Deutsche Akademie Rom ist die größte und bedeutendste Einrichtung zur Förderung deutscher Künstlerinnen und Künstler durch Studienaufenthalte im Ausland. Sie gehört zum Geschäftsbereich der Beauftragten der Bundesregierung für Kultur und Medien und wird von ihr jährlich mit rund 2,3 Millionen Euro gefördert.

Link: https://www.villamassimo.de/de [https://www.villamassimo.de/de] pib 13