Webgiornale ottobre 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Nella fortezza Europa siamo tutti prigionieri 1

2.     Come eleggere i Comites: tre tappe fondamentali 1

3.     Il Capo dello Stato. 1

4.     “Vogliamo unire i popoli”: l’eredità politica e cristiana di Schuman. 1

5.     Dalla storia alle storie: la migrazione italiana in Germania tra memoria, lavoro e identità. 1

6.     GMMR 2026. Bambine e bambini italiani nel mondo. 1

7.     La fine dei compromessi 1

8.     Scuola e immigrazione: il governo vara il decreto sul tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime. 1

9.     Onu. Trump e Guterres dividono il mondo sul potere. 1

10.  Strasburgo. Von der Leyen: “Ue solida eppure precaria”. 1

11.  Distorsioni, mobilitazioni e futuro dei diritti degli italiani all’estero. 1

12.  Kempten. Eletto il nuovo direttivo del Circolo Acli 1

13.  Alternative für Deutschland, le conseguenze di un tabù superato. 1

14.  Istat: gli italiani all’estero sono 6 milioni 604mila. 1

15.  Come chiedere scusa nel modo giusto. 1

16.  Da Berlino a Mosca: politica lontana, democrazia a rischio. 1

17.  AfD, rappresentanza o distorsioni?. 1

18.  La difesa dell’Europa nell’era della guerra ibrida: le proposte dell’Ue. 1

19.  Le proiezioni 1

20.  Gli italotedeschi: il legame più forte tra Italia e Germania. 1

21.  L’emigrazione italiana nel mondo, la rappresentanza e il futuro del Sistema Paese. 1

22.  Comites: indette le elezioni del 4 dicembre. Iscriversi entro il 4 novembre. 1

23.  Il rinnovamento. 1

24.  Maturità o Abitur? Due parole, due idee diverse di scuola. 1

25.  Riflessione. 1

26.  Elezioni in Sachsen-Anhalt. Pd Germania: il risultato Afd è un campanello d’allarme. 1

27.  Lipsia, fonti: "Attentatore mai transitato in Italia". 1

28.  Nasce AI Literacy Lab, un laboratorio per comprendere l’intelligenza artificiale. 1

29.  Elezioni Comites: aperture straordinarie e missioni consolari 1

30.  La frenata. 1

31.  Il “razzismo pratico” come misuratore della democrazia. 1

32.  Acli Germania. Deceduta Teresa Baronchelli 1

33.  Teresa Baronchelli, una vita spesa per gli altri 1

34.  Una questione da chiarire. 1

35.  Intesa tra MiC e Società Dante Alighieri: nasce il Passaporto della cultura. 1

36.  "Siamo bersaglio di una guerra ibrida", la Germania accusa la Russia per il drone a Lipsia. 1

37.  La dignità. 1

38.  L’Italia che emigra: le previsioni dell’Istat 1

39.  La scuola, quella cosa seria che si capisce solo quando manca. 1

40.  Lunga vita alla cameretta? In Italia l’autonomia arriva a 30 anni e più. 1

41.  UE-NATO: “L’attacco russo a Lipsia segna una nuova escalation”. 1

42.  L’aiuto allo sviluppo è usato sempre più in modo improprio. 1

43.  Germania, esplosione alla stazione centrale di Augusta. 1

44.  Germania: Ida Ilenia Macera lancia il libro che viaggia sui treni 1

45.  Il tribunale dei social media: dove il giudizio arriva prima dei fatti 1

46.  Patente a punti: recupero automatico anche per gli italiani all’estero con patente estera. 1

47.  Vivere è diventare. “La legge dell’inevitabile divenire”. 1

 

 

1.     Meloni-Dekret mit 30%-Regel. Italien verteilt Schüler nach Sprachkenntnissen. 1

2.     „Munich Migration Meeting“. Dobrindt will Frontex stärken: schnellere Abschiebungen. 1

3.     Amtliche Zahlen. Wo Einwanderer ganze Branchen tragen. 1

4.     Motto: „Dafür!“ Interkulturelle Woche: Ein Fest gegen den Hass. 1

5.     Papst Leo wirbt vor UNESCO für stärkere globale Zusammenarbeit 1

6.     Trendwende. Einwanderung stoppt den Absturz der Familienquote. 1

7.     „Remigration“. Geheimabsprachen: Trump-Regierung baut weltweites Abschiebe-Netzwerk auf. 1

8.     Wahlanalyse. CDU nach rechts gerückt – und trotzdem verloren. 1

9.     Beziehungsstatus: kompliziert 1

10.  Europäische Justitia-et-Pax-Kommissionen fordern neue Schritte zur nuklearen Abrüstung. 1

11.  Kinder aus ärmeren Familien besuchen deutlich seltener eine Kita. 1

12.  Schulleiter: Migration erklärt die Bildungskrise nicht. 1

13.  Nach Mecklenburg-Vorpommern-Wahl: Aufruf zum Zusammenhalt 1

14.  Doppelwahl. Berlin rückt nach links, AfD legt weiter zu. 1

15.  Heiliger Stuhl: Mehr Mittel gegen Armut statt für Konflikte. 1

16.  KI macht Freizeit 1

17.  Ostdeutschland. Institut warnt: Ohne Einwanderung drohen massive Engpässe. 1

18.  Bildungsmonitor 2026. Hessen liegt bei Integration vorn – Bayern auf Rang zehn. 1

19.  Tag der Demokratie: Menschenrechte sichtbar machen – Demokratie braucht 1

20.  25 Jahre nach 9/11: USA erinnern an Opfer und Folgen. 1

21.  Generaldebatte im Bundestag. 1

22.  IW-Studie. Ohne Einwanderung droht Osten massiver Rückgang von Arbeitskräften. 1

23.  Lohnlücke. Migranten verdienen ein Viertel weniger 1

24.  Aus dem Wahlergebnis in Sachsen-Anhalt die richtigen Lehren ziehen. 1

25.  Weniger Geflüchtete in Deutschland: Zahl sinkt um rund 20.000. 1

26.  Pisa-Absturz. Deutschlands Schüler scheitern an sozialer Trennlinie. 1

 

 

 

Nella fortezza Europa siamo tutti prigionieri

 

La crescente estremizzazione del dibattito politico europeo, con il rafforzamento di movimenti apertamente xenofobi e la cinica rincorsa di molte forze politiche, sta trasformando il continente in un labirinto di confini, divisioni e risentimento. di Alessio D’Angelo, Professor of Public and Social Policy alla University of Derby (Regno Unito) e fa parte del Comitato scientifico del Centro Studi e Ricerche IDOS

Nelle ultime settimane l’Europa ha assistito ad una nuova ondata di proteste anti‑immigrazione, caratterizzate da una crescente aggressività e da forme di mobilitazione sempre più organizzate. A Ceuta, sulla frontiera spagnola, le tensioni sono esplose nuovamente a fine agosto: gruppi radicali hanno incendiato i ripari improvvisati dei migranti, bloccato per ore i mezzi della Croce Rossa, impedito la distribuzione di aiuti e costretto la polizia a intervenire con forza. Più di recente, nel Regno Unito, la costa meridionale è diventata teatro di iniziative inquietanti. Agli inizi di settembre, a Dover e Portsmouth, centinaia di uomini vestiti di nero e a volto coperto, hanno bloccato le strade verso i porti, inseguito pullman con persone appena sbarcate e tentato di impedire il trasferimento dei migranti dai moli ai centri di accoglienza. Ancora la scorsa settimana, all’Aia, nei Paesi Bassi, una manifestazione anti-immigrazione organizzata da gruppi di estrema destra è sfociata in violenti scontri con la polizia: sassi e cartelli stradali sono stati lanciati contro gli agenti, con diversi arresti e segnalazioni di saluti nazisti.

Queste proteste si inseriscono in un quadro politico più ampio, segnato dall’affermazione di forze che fino a pochi anni fa erano considerate estremiste e marginali. Particolare attenzione suscita l’ascesa in Germania di Alternative für Deutschland (AfD). Le recenti vittorie elettorali del partito in Sassonia‑Anhalt e, pochi giorni fa, in Meclemburgo-Pomerania, sono state interpretate come un punto di svolta e di crisi non solo per la Germania, ma per l’intero continente europeo. Come osservato da più parti, il voto all’estrema destra non si spiega solo con la xenofobia, ma con un malessere sociale diffuso che molti partiti tradizionali faticano a interpretare. La loro risposta è spesso ambivalente, oscillando tra la condanna delle violenze e l’inseguimento della retorica anti‑immigrazione, giustificando le “preoccupazioni legittime” dell’elettorato e promettendo misure sempre più restrittive sugli ingressi e sull’accesso dei migranti a servizi, diritti e cittadinanza. Sono promesse a cui i governi europei si lasciano andare più facilmente che a quelle in materia di sviluppo economico e sociale.

Negli ultimi anni è divenuto evidente come questa cinica operazione politica sia anche del tutto controproducente, alimentando un costante gioco al rialzo. La costruzione dello spazio europeo è sempre stata accompagnata dall’idea che l’integrazione politico-economica del continente richieda confini esterni impenetrabili: la cosiddetta Fortezza Europa. Negli ultimi anni, però –mentre l’Europa si è trovata ad affrontare crisi economiche e istituzionali sempre più complesse – questa logica si è radicalizzata. Alla gestione securitaria dei confini esterni, si è affiancato il perseguimento di accordi bilaterali con i Paesi confinanti (Turchia, Libia, Tunisia, Albania). È la cosiddetta esternalizzazione delle frontiere: costruire una fortezza attorno alla fortezza. E ancora, dal contrasto all’immigrazione irregolare si è passati alla retorica della “remigrazione”, dalla difesa dei confini d’Europa alla paura degli arrivi da Paesi europei confinanti, incapaci di gestire crisi migratorie reali o presunte. Lo si è visto con la crisi di Ceuta del luglio scorso e con le sempre più frequenti sospensioni del sistema Schengen (circa 500 dal 2006 a oggi).

La Fortezza Europa alimenta divisioni anche all’interno dei singoli Stati. In Germania, la retorica dell’AfD si fonda infatti su due pilastri: opposizione all’immigrazione e frustrazione delle regioni orientali verso quelle dell’ex Repubblica Federale. In Spagna, come altrove, i partiti regionali indipendentisti rivendicano il controllo delle proprie frontiere. Nel Regno Unito – dove dieci anni fa la diffidenza verso l’Ue e la paura dell’immigrazione erano sfociate nella Brexit – le stesse logiche generano tensioni nel cuore del Paese. Emblematico il caso del villaggio di Piddington, nell’Oxfordshire, che il 15 settembre ha inscenato un referendum simbolico per proclamarsi principato indipendente, in protesta contro la costruzione di un centro per richiedenti asilo. Dietro aspetti superficialmente folkloristici, l’episodio rivela come la questione migratoria venga usata per mettere in discussione l’appartenenza a uno spazio politico comune.

L’effetto primario di questa retorica – indipendentemente dagli effetti concreti sui processi migratori – è la produzione di stratificazione e frammentazione: si ridisegna l’ordine sociale, stabilendo chi appartiene e chi no, chi ha diritti e chi ne ha meno, chi può circolare e chi deve essere fermato. È un processo di crescente divisione tra “noi” e “loro”, dove a un noi sempre più ristretto si oppone un numero crescente di nemici percepiti: i migranti irregolari, i richiedenti asilo, gli stranieri in generale, e poi, in successione, le minoranze, le fantomatiche élites, le regioni del Sud (o dell’Ovest), il paesino accanto. La Fortezza Europa si sta dunque trasformando in un labirinto di confini, cancelli, muraglie concentriche e fossati, che ricorda le architetture paradossali dei racconti di Borges. Costruita per respingere chi viene da fuori, questa sempre più angusta fortezza-labirinto finisce per imprigionare anche chi si trova al suo interno, in una logica di risentimento e discriminazione.  idos 24

 

 

 

Come eleggere i Comites: tre tappe fondamentali

 

Le elezioni del Comites si concludono il 4 dicembre 2026, con il voto finale seguito dallo spoglio elettorale. Ecco i tre passaggi cruciali prima di arrivare allo scrutinio.

1. Entro il 4 novembre 2026

Presenta la domanda di iscrizione alle liste elettorali del tuo consolato di riferimento se risiedi nella circoscrizione da almeno sei mesi. La domanda può essere presentata in due modi, se non vuoi recarti allo sportello consolare:

• Online: tramite il portale Fast It, utilizzando la funzione dedicata alle elezioni dei Comites;

• Tramite modulo cartaceo: scaricando il documento dal sito del tuo consolato di competenza, compilandolo e inviandolo via email, PEC o posta ordinaria, assieme a una copia di un documento d’identità valido.

2. Tra il 5 e il 14 novembre 2026

Una volta accolta la domanda, il consolato provvede a spedire il materiale necessario direttamente al tuo indirizzo di residenza. I plichi vengono inviati per posta tra il 5 e il 14 novembre. All’interno troverai la scheda elettorale, il foglio informativo con le istruzioni di voto e una busta pre-affrancata per rispedire la scheda compilata.

3. Entro le 24:00 del 4 dicembre 2026

Dopo aver espresso la tua preferenza sulla scheda, seguendo le istruzioni allegate, devi inviare il voto al Consolato. La busta contenente la scheda deve pervenire all’ufficio consolare entro e non oltre le ore 24:00 del 4 dicembre 2026. Le buste che arriveranno oltre questo termine non verranno scrutinate. Per questa ragione, si raccomanda di imbucare la busta con sufficiente anticipo rispetto alla data di scadenza.

Scheda informativa sul funzionamento e ruolo dei Comites

Si impegnano a far valere i tuoi diritti, promuovono iniziative per migliorare la qualità di vita dei cittadini italiani attraverso un’informazione accurata, l’organizzazione di attività culturali e sociali rivolte ad ogni fascia di età: pensionati, senior, adulti, minori e bambini.

Istituiti con una legge del 1985, in Europa sono presenti cinquanta Comitati degli italiani all’estero, di cui sette in Svizzera (Zurigo, Basilea, Ginevra, Berna, Losanna, San Gallo, Lugano), su un totale di oltre un centinaio nel mondo. Ecco in sintesi alcune indicazioni da tenere a mente sul loro funzionamento.

Rappresentanza: I Comites sono eletti a suffragio diretto dagli italiani iscritti all’Aire nelle circoscrizioni consolari in cui risiedono almeno tremila cittadini. Rappresentano le esigenze e le istanze della comunità davanti alle autorità consolari e diplomatiche che per legge hanno l’obbligo di rendere partecipe il Comites agli incontri ufficiali con le autorità locali che riguardano gli interessi della comunità italiana. In particolare l’autorità consolare coopera con i Comites per il buon andamento delle attività e detiene funzioni di vigilanza, potendo proporre lo scioglimento in casi specifici, come la ripetuta mancata tenuta del numero legale o gravi motivi.

Composizione: Da 12 o 18 membri a seconda che la comunità di riferimento conti meno o più di 100 mila residenti italiani. Restano in carica 5 anni e svolgono il proprio mandato a titolo completamente gratuito e volontario.

Integrazione sociale: I Comites promuovono iniziative per aiutare i nuovi arrivati a integrarsi nel tessuto sociale e lavorativo locale attraverso i social, guide informative, sportelli di orientamento o cicli di conferenze.

Lingua e cultura: Sostengono e promuovono la diffusione della lingua e della cultura italiana collaborando con scuole ed enti locali per mantenere vivo il legame con l’Italia.

Diritti e servizi: Vigilano sulla qualità dei servizi consolari offerti alla comunità e propongono miglioramenti per velocizzare pratiche come il rilascio dei passaporti e dei visti.

In conclusione: I Comites si impegnano a far valere i tuoi diritti, promuovono iniziative per migliorare la qualità di vita dei cittadini italiani attraverso un’informazione accurata, l’organizzazione di attività culturali e sociali rivolte ad ogni fascia di età: pensionati, senior, adulti, minori e bambini. Dip 25

 

 

 

 

Il Capo dello Stato

 

Il Capo dello Stato raffigura l’Unità Nazionale. E’ eletto, a scrutinio segreto, dal Parlamento riunito in seduta comune e dai rappresentanti delle Regioni. Per la nomina è richiesta la maggioranza d’almeno i due terzi dell’Assemblea. Se tale maggioranza non è raggiunta, entro la terza votazione, è eletto chi riceve la metà più uno dei voti.

Il Presidente rimane in carica per sette anni e può essere rieletto. Se, nel settennale, la carica dovesse rendersi vacante, per dimissioni o impedimenti di natura permanente, le sue funzioni sono, temporaneamente, trasferite al Presidente del Senato ed entro quindici giorni è indetta una nuova votazione.

Il Capo dello Stato ha importanti incarichi istituzionali. La Costituzione gli riconosce attribuzioni che interessano il Potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Attribuzioni che, comunque, sono rigidamente inquadrate da normative che tendono a equilibrare la sua funzione tra i poteri dello Stato.

Nei confronti del Potere legislativo (Parlamento) il Presidente della Repubblica ha la potestà d’attestarne l’attività e, in casi eccezionali, anche d’ordinarne lo scioglimento. Con messaggio motivato, può rinviare una legge alle Camere. In caso di rinnovata approvazione, egli la “promulga”. Sono anche di sua competenza le promulgazioni dei referendum e, con limiti ben precisi, può promulgare Decreti Legge e Decreti Legislativi.

Il Capo dello Stato ha importanti attribuzioni anche nei confronti del Potere Esecutivo. Nomina il Governo, rappresenta il Paese all’estero, ratifica trattati internazionali, nomina le più alte cariche del Paese. Con riferimento al Potere Giudiziario, le sue attribuzioni sono più specifiche. Presiede il Consiglio Superiore della Magistratura. Ha facoltà di concedere la grazia per alcuni tipo di pena. Concede l’amnistia o l’indulto previa legge votata dal Parlamento.

Ora, riveste l’importante incarico Sergio Mattarella, classe 1941, Capo dello Stato dal febbraio 2015.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Vogliamo unire i popoli”: l’eredità politica e cristiana di Schuman

 

Papa Leone fa tappa lunedì 28 settembre a Metz, città del ministro e intellettuale francese, considerato tra i “padri” dell’Europa unita, per il quale è aperto il processo di beatificazione. Un pensiero e un’azione politica che svelano elementi di estrema attualità. “L’Europa – sosteneva – si deve fondare sulla democrazia e sulla solidarietà. È lei stessa padrona del suo destino” – di  Gianni Borsa

Liberté, Égalité, Fraternité: anche Robert Schuman, francese “a suo modo”, ha incarnato il motto della Rivoluzione francese. Lo ha fatto misurandosi con le sfide del suo tempo, battendosi contro il nazismo, operando in politica per la pace e il benessere dei popoli, agendo da laico cristiano nelle “realtà temporali” (Concilio vaticano II) lasciandosi guidare dagli insegnamenti del vangelo. La visita di Papa Leone a Metz, lunedì 28 settembre, nella città del venerabile Schuman, si presenta come un’occasione per sottolineare ancora una volta le qualità umane e il tratto spirituale di un uomo che ha provato, nel corso della vita, a porsi al servizio della costruzione dell’Europa unita e di un mondo migliore, guidato da valori alti e da una fede cristiana profonda.

Le tappe di una vita. Schuman (nato a Lussemburgo nel 1886, morto a Scy-Chazelles, nei pressi di Metz, nel 1963), di famiglia lorenese, professione avvocato, in gioventù prende parte alla Prima guerra mondiale nelle truppe tedesche (dal padre ha ereditato la cittadinanza tedesca). Al termine del conflitto, diventato cittadino francese, viene eletto deputato all’Assemblea nazionale. Tra il 1940 e il ‘41 è sottosegretario ai rifugiati; nel 1941 viene internato in Germania per la sua opposizione al nazismo. Fugge dalla prigionia e torna in Francia, quindi prende parte alla Resistenza. Nel 1944 è tra i fondatori del nuovo partito cristiano democratico francese, il Movimento repubblicano popolare (Mrp). Padre Bernard Ardura, tra i maggiori conoscitori della figura di Schuman, ha raccontato: “Parlava perfettamente francese, tedesco e lussemburghese; si trovava a suo agio nella cultura francese e in quella tedesca. Possiamo dire che era un uomo destinato a superare le frontiere. Un cittadino d’Europa. Un cittadino credente”. La sua è una fede convinta, coltivata nella preghiera personale e nella liturgia comunitaria, mai sbandierata.

La “Dichiarazione” del 1950. Nel secondo dopoguerra Schuman ricopre l’incarico di ministro delle Finanze, mentre nel periodo 1947-48 diviene presidente del Consiglio. Guida la Francia ad aderire al piano Marshall e dà un deciso contributo alla riconciliazione con la Germania. È ricordato tra i “padri d’Europa” anche per la famosa Dichiarazione del 9 maggio 1950, elaborata con il decisivo contributo di Jean Monnet, che apre la strada all’istituzione di una comunità carbosiderurgica europea (la futura Ceca, 1951). Nella Dichiarazione, considerata appunto la pietra miliare dell’integrazione europea, si legge: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. […] L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. La Dichiarazione vorrebbe interrompere il circolo vizioso delle guerre che dal XIX secolo avevano opposto Germania e Francia e sconvolto il mondo intero. La sua idea, e l’impegno, per l’Europa comunitaria trovano “sponde” decisive in alcuni altri personaggi politici del tempo, senza i quali il disegno di Schuman probabilmente non sarebbe decollata: fra questi ricordiamo almeno lo stesso Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak.

Il ruolo del cristianesimo. Lasciati gli incarichi ministeriali, Schuman viene eletto presidente dell’Assemblea parlamentare Cee di Strasburgo (1958-1960) per diventare, negli ultimi anni di vita, un “pellegrino dell’Europa”, portando soprattutto fra i giovani il messaggio dell’integrazione tra popoli e Stati del continente. Si spegne nel 1963, l’anno in cui vede la luce, postumo, il suo libro-testamento, “Pour l’Europe”. Rileggendo i suoi discorsi, le lettere, lo stesso “Pour l’Europe” emergono alcuni tratti della sua visione della “fratellanza universale”, della storia, della democrazia, dell’Europa e della cooperazione tra i suoi popoli. “La democrazia – scrive nel volume – deve la sua esistenza al cristianesimo. Essa è nata il giorno in cui l’uomo è stato chiamato a realizzare nella sua vita temporale la dignità della persona umana, nella libertà individuale, nel rispetto dei diritti di ciascuno e con la pratica dell’amore fraterno verso tutti. Mai, prima di Cristo, erano state formulate simili idee”.

Un destino comune. Nelle stesse pagine ecco un passaggio che si può considerare di grande attualità: “I continenti ed i popoli dipendono, più che mai, gli uni dagli altri. […] Da questa interdipendenza consegue che la sorte, felice o infelice, di un popolo non può lasciare indifferenti gli altri. Per un popolo che riflette, non è più possibile allietarsi con machiavellica malizia della sventura del vicino; tutti sono uniti, per il meglio e per il peggio, in un destino comune”. Come ricordava papa Francesco, “siamo tutti sulla stessa barca”.

Il “nodo” della sovranità. Numerose le riflessioni di Robert Schuman sul “vecchio continente”. Nel 1951 annotava: “Fare l’Europa non vuol dire certamente creare una cosa inesistente, ma unire e allineare degli elementi preesistenti, è unire ciò che è diviso e separato, ma non è certo amalgamare ciò che è e deve restare distinto. […] Fare l’Europa è precisamente coordinare le attività dei Paesi europei, far crescere la loro efficacia liberandoli dagli egoismi a corto termine, orientandoli verso un bene comune sovranazionale. In una parola, raggruppando dei Paesi in vista di un’azione positiva, comune e concertata”. Una riflessione valida oggi per rispondere ai cosiddetti “sovranisti”: nel senso che la sovranità nazionale non è negata, ma si dispiega compiutamente, dinanzi alle sfide globali, proprio su un livello di governance di scala europea. In questo senso nel 1954 dirà: “Non vogliamo coalizzare degli Stati, creare un super-stato, ma unire dei popoli. […] L’Europa si deve fondare sulla democrazia e sulla solidarietà. È lei stessa padrona del suo destino. […] L’Europa non nasce contro qualcuno, non ha disegni d’aggressione, essa ha come ragione d’essere la cooperazione mondiale, di cui costituisce una parte essenziale. […] La realizzazione dell’Europa è un’opera lenta e difficile che deve seguire al cammino delle idee”. Schuman sembra parlare nel ventunesimo secolo. La visita di Papa Leone a Metz forse ne valorizzerà lo spirito e la feconda eredità. Sir 27

 

 

 

 

Dalla storia alle storie: la migrazione italiana in Germania tra memoria, lavoro e identità

 

La seconda giornata del Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania ha messo al centro la storia dell’emigrazione italiana, ma soprattutto le persone che quella storia l’hanno vissuta. Francesco Dandolo e Generoso Picone hanno ripercorso settant’anni di migrazione attraverso accordi, lavoro, pregiudizi, sacrifici e storie individuali

NAPOLI – Dopo il racconto della fede, della missione e delle frontiere, la seconda giornata del Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania ha scelto di guardare alla storia. Una storia che non è fatta soltanto di date e accordi internazionali, ma soprattutto di persone, di partenze, di lavoro, di solitudine e di nuove identità costruite lontano da casa. A introdurre i lavori è stata Delfina Licata, che ha sottolineato l’importanza di mettere insieme discipline diverse – storia, economia e informazione – per comprendere meglio le trasformazioni della comunità italiana all’estero. Conoscere i luoghi e le persone, ha spiegato, significa anche avere strumenti più adeguati per accompagnare chi vive l’esperienza della mobilità. Il primo intervento è stato affidato a Francesco Dandolo, professore ordinario al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, esperto di storia economica e delle migrazioni. Il suo viaggio nella storia dei rapporti tra Italia e Germania è partito dal secondo dopoguerra, quando i due Paesi si trovarono impegnati nella ricostruzione e in una nuova stagione di cooperazione. Al centro del racconto l’accordo del 1955, che aprì la strada alla partenza di migliaia di lavoratori italiani verso la Germania. I cosiddetti Gastarbeiter, lavoratori ospiti, furono una componente importante della manodopera che contribuì alla crescita economica tedesca.

Ma dietro i grandi numeri c’erano uomini e donne. E soprattutto c’erano esperienze spesso difficili. Dandolo ha ricordato come i primi emigrati italiani si siano trovati a vivere in condizioni di precarietà, dentro una società nella quale il pregiudizio nei confronti degli italiani era ancora molto forte. La figura del lavoratore ospite raccontava una contraddizione: indispensabile per l’economia, ma contemporaneamente percepito come straniero. La storia di Lorenzo Annese, arrivato dalla Puglia e primo Gastarbeiter assunto alla Volkswagen di Wolfsburg nel 1961, è stata indicata come esempio di questo percorso. Da giovane operaio Annese riuscì progressivamente a conquistare un ruolo anche nella rappresentanza dei lavoratori, diventando un punto di riferimento per molti altri lavoratori stranieri. Una storia individuale che, come ha ricordato Dandolo, permette di leggere una vicenda molto più ampia: quella di una generazione che arrivò in Germania con l’idea di lavorare, risparmiare e tornare, ma che nel tempo finì per costruire nuove forme di appartenenza. Su questo passaggio si è inserito l’intervento di Generoso Picone, giornalista e responsabile della redazione politica de Il Mattino di Napoli. Il suo approccio è stato diverso, ma complementare a quello di Dandolo: dalla grande storia alle singole storie. Picone ha raccontato innanzitutto il suo rapporto personale con l’emigrazione. Originario dell’Irpinia, terra profondamente segnata dalla partenza di generazioni di uomini e donne, ha spiegato di essersi sempre sentito parte di una “comunità viaggiante”. Ovunque sia andato – dalla Germania alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra – ha incontrato un irpino, un figlio, un nipote, una famiglia partita dalla stessa terra. Ed è proprio dalle storie che Picone ha scelto di guardare alla migrazione. Una delle immagini più forti richiamate nel suo intervento è quella del migrante come “ultimo”. Non una categoria astratta, ma una persona che parte portando con sé il proprio corpo, la propria anima, i propri sentimenti e il proprio senso della vita. Migrare, ha sottolineato, significa spesso vivere una frattura: lasciare una realtà conosciuta e affrontare un mondo nuovo. Una rottura che può diventare anche occasione di costruzione, ma che porta con sé sofferenza, nostalgia e disillusione. Picone ha ricordato le condizioni nelle quali molti italiani vissero nei primi decenni dell’emigrazione in Germania: alloggi precari, marginalità, difficoltà linguistiche e soprattutto la sensazione di essere stranieri. Il pregiudizio nei confronti degli italiani fu un elemento importante di questa esperienza. Gli italiani erano spesso identificati attraverso stereotipi legati alla loro provenienza meridionale, al lavoro manuale e, in alcuni casi, anche a rappresentazioni negative legate alla criminalità. Picone ha ricordato, tra gli altri esempi, la copertina di Der Spiegel del 1977, con la pistola accanto al piatto di spaghetti, come una rappresentazione particolarmente significativa dello stereotipo italiano nella Germania di quegli anni. Ma la storia dell’emigrazione non può essere ridotta ai pregiudizi. Accanto alle difficoltà ci furono le associazioni, le comunità, le organizzazioni sociali e religiose che aiutarono gli emigrati a superare le barriere e a costruire una vita possibile nel nuovo Paese. In questo percorso, le Missioni cattoliche italiane ebbero un ruolo importante nel creare luoghi di incontro, sostegno e appartenenza. La seconda parte dell’intervento di Picone ha portato il discorso verso una parola oggi molto utilizzata: identità. L’esperienza degli italiani in Germania dimostra infatti che l’identità non è qualcosa di immobile. Si costruisce attraverso gli incontri, le partenze, i ritorni, le lingue e le esperienze vissute. A raccontarlo sono anche le storie di uomini e donne che hanno costruito la propria vita tra Italia e Germania. Picone ha citato, tra gli altri, Giovanni Di Lorenzo, direttore di Die Zeit, e Vinicio Capossela, nato ad Hannover da genitori emigrati dall’Irpinia. La storia della famiglia Capossela diventa così emblematica di una nuova condizione: quella di chi non appartiene più soltanto a un luogo, ma porta dentro di sé più luoghi, più lingue e più esperienze. La Germania, per molti emigrati italiani, non è stata soltanto il Paese del lavoro. È diventata anche il luogo nel quale si è formata una parte della propria identità. E in questo processo hanno avuto un peso anche le rimesse inviate in Italia. Picone ha ricordato come il denaro guadagnato dagli emigrati abbia contribuito, in molti territori, alla costruzione di case, alla ripresa economica e persino alla ricostruzione dopo eventi drammatici come il terremoto dell’Irpinia. Da una parte, dunque, la storia economica e sociale raccontata da Dandolo. Dall’altra, le storie personali, i volti e le esperienze richiamate da Picone. Due prospettive diverse che finiscono però per incontrarsi su un punto essenziale: la migrazione non può essere raccontata soltanto attraverso i numeri. Dietro ogni partenza c’è una persona. E dietro ogni comunità italiana all’estero ci sono migliaia di storie individuali che hanno contribuito a trasformare non soltanto la società di arrivo, ma anche quella di partenza. È forse proprio questa la chiave per comprendere l’evoluzione delle comunità italiane in Germania: non più soltanto una storia di emigrati partiti per lavorare, ma una storia europea fatta di generazioni, famiglie, contaminazioni culturali e nuove appartenenze. Una storia che continua ancora oggi. (“Corriere d’Italia” di Francoforte/Inform 24)

 

 

 

GMMR 2026. Bambine e bambini italiani nel mondo

 

Ogni partenza è una scelta, ma anche una spia che ci racconta l’Italia. Nel corso degli anni, il Rapporto italiani nel mondo (Rim) ha documentato con precisione l’aumento costante delle iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), e ha inoltre mostrato ciò che quei numeri da soli non dicono: l’età, il livello di istruzione, la condizione familiare e lavorativa di chi emigra.

Emerge chiaramente che a lasciare l’Italia sono sempre di più giovani, donne, famiglie con bambini, pensionati; non sono soltanto i singoli a partire, ma interi nuclei familiari.

I dati (al 1° gennaio 2025) indicano circa 6,5 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Di questi, una quota significativa – circa 3,9 milioni – è composta da famiglie. Il 47,1% è iscritto all’Aire per espatrio, mentre il 41,3% è iscritto per nascita. Si tratta di un elemento decisivo: una parte crescente dell’italianità nel mondo è ormai nata e socializzata fuori dal Paese, ma pienamente inserita in una traiettoria identitaria italiana.

La discontinuità rispetto al Novecento

Questo passaggio segna una parziale discontinuità rispetto alle migrazioni del Novecento. La mobilità attuale vede protagoniste le famiglie, che si trovano a ridefinire il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata all’interno di contesti spesso caratterizzati da un welfare più strutturato.

In numerosi Paesi di destinazione, infatti, i sistemi di sostegno alla genitorialità risultano più capillari e garantiti rispetto all’Italia: servizi per l’infanzia accessibili, congedi parentali più estesi, maggiore integrazione tra tempi di lavoro e tempi familiari.

Accanto al protagonismo delle famiglie in emigrazione, emergono i bambini e le bambine come soggetto sociale e demografico autonomo. Per molti di loro l’Italia è una presenza indiretta, ma costante: la lingua parlata in casa, le reti parentali, le vacanze estive, le pratiche culturali trasmesse dai genitori.

L’essere italiani non coincide con il luogo di residenza, ma con un sistema di riferimenti affettivi e culturali che si riproduce quotidianamente nello spazio domestico.

Dentro questo quadro si sviluppa un fenomeno meno visibile, ma crescente: la costruzione di spazi di socializzazione italiana per i bambini. Non si tratta di istituzioni formali, ma di reti familiari e comunitarie che rispondono, tra le tante, a un’esigenza: consentire ai figli di vivere l’italiano non solo come lingua domestica, ma come lingua sociale.

Nascono così incontri informali tra famiglie, letture condivise in italiano, laboratori creativi, feste tradizionali, attività ludiche e momenti di convivialità. Tanti spazi che svolgono una funzione concreta: rafforzano la trasmissione linguistica e culturale e riducono il rischio di progressiva erosione dell’italiano nelle future generazioni. La dimensione comunitaria diventa quindi uno strumento di continuità culturale.

L’esperienza di “Bimbi Italiani”

In questo contesto si inserisce l’esperienza di BimBi Italiani ETS (bimbiitaliani.com), che Elena Del Fabbro, ideatrice e fondatrice, ci racconta così: «BimBi Italiani nasce nel 2019 da una convinzione: ogni bambino italiano ha il diritto di crescere sentendosi parte dell’Italia, ovunque viva. Perché l’identità non si trasmette solo attraverso una lingua, ma anche attraverso relazioni, cultura, tradizioni e il legame con le proprie radici e con i nonni.

Da questo bisogno è nato un network globale che oggi connette oltre 2.000 famiglie in più di 30 Paesi, costruendo ponti tra l’Italia e il mondo attraverso educazione, cultura e comunità. La nostra prima realtà locale in Thailandia dimostra che questo modello può essere replicato, creando luoghi in cui le famiglie si incontrano, crescono e si sostengono. Guardiamo però anche oltre: vogliamo avvicinare sempre più bambini e famiglie internazionali alla lingua, alla cultura e al made in Italy. Perché il futuro dell’Italia non si ferma ai suoi confini: cresce ogni giorno nelle nuove generazioni che vivono il mondo».

Il progetto si configura come una piattaforma digitale e comunitaria rivolta alle famiglie con bambini italiani nel mondo per promuovere “la lingua, le tradizioni e il patrimonio italiano tra bambini, adolescenti, giovani adulti italiani e famiglie in Italia e residenti all’estero, nonché tra non italiani che nutrono amore e curiosità per l’Italia”, come si legge nel sito.

Il progetto mette in connessione famiglie italiane in tutto il mondo, offrendo informazioni, strumenti, attività e soprattutto uno spazio di relazione. Attualmente BimBi Italiani abbraccia una geografia sorprendente: Thailandia, Australia, Messico, Stati Uniti, Zimbabwe, Cambogia, Belgio, Spagna, Marocco, Algeria, Tanzania, Francia, Svizzera, Danimarca, Norvegia, Svezia, Scozia, Senegal, Mozambico, Indonesia, Etiopia, Mauritius e molti altri Paesi ancora. Una mappa che restituisce l’immagine di un’Italia ormai pienamente globale, diffusa, policentrica.

Ma il dato più interessante non è l’estensione geografica. È il bisogno che questa rete intercetta: non essere soli. Perché crescere un bambino italiano all’estero implica anche la necessità di confrontarsi.

Reti di welfare informale

In questo senso, simili reti non sono soltanto iniziative culturali. Sono anche forme contemporanee di welfare informale. Si tratta di una forma di auto-organizzazione sociale che integra, senza sostituirle, le politiche pubbliche rivolte agli italiani all’estero. Sono reti che colmano vuoti, riducono distanze, costruiscono supporti che rendono più sostenibile la vita delle famiglie italiane fuori dall’Italia. E, inoltre, mostrano e dimostrano come l’italianità non scompaia con la migrazione, ma come si riorganizzi, si reinventi, si accresca.

Tra le iniziative più significative, oltre a Imparando l’italiano, un programma di arricchimento linguistico e culturale che propone percorsi individuali e di gruppo per rafforzare la conoscenza della lingua italiana, vi sono: Nonnolandia, nato per consolidare il rapporto tra nonni e nipoti che vivono in Paesi diversi, valorizzando la memoria familiare, il racconto intergenerazionale e la trasmissione della lingua e delle tradizioni; Attacchiamo bottone, una serie di incontri e contenuti dedicati ai genitori su temi educativi contemporanei, dal bilinguismo alle coppie interculturali, dall’adolescenza al benessere familiare, con il contributo di esperti e professionisti, oltre a svariati laboratori culturali ed esperienziali, dedicati alla cucina italiana, all’arte, alla storia, alle festività e alle tradizioni popolari.

Questa rete transoceanica, al pari del Rim, invita a un cambio di sguardo e di prospettive. Non più una narrazione della migrazione come perdita, ma come trasformazione, come costruzione di nuove appartenenze.

Migrazione come trasformazione

I bambini italiani nel mondo rappresentano il punto più avanzato e il futuro di questa trasformazione. Sono italiane e italiani che crescono fuori dall’Italia, ma che contribuiscono a ridefinire cosa significhi esserlo nel XXI secolo. Parlano molte lingue, crescono in contesti educativi diversi, spesso altamente internazionalizzati, vivono altre società. Ma portano con sé un patrimonio che non è solo culturale: è relazionale, familiare, emotivo.

Le bambine e i bambini italiani nel mondo non rappresentano soltanto una conseguenza della mobilità contemporanea. Sono ormai un elemento strutturale della presenza italiana globale. Comprendere le loro traiettorie significa leggere con maggiore precisione non solo i movimenti migratori, ma anche le trasformazioni sociali, culturali e familiari che stanno ridisegnando l’Italia dentro e fuori i suoi confini. E forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire. Non dalla domanda su quanti italiani partono, ma da quella su quanti e quali italiani stanno crescendo nel mondo. (Marisa Fois e Delfina Licata | “Migranti Press” 7-8 2026)

 

 

 

 

La fine dei compromessi

 

Questo Esecutivo vive con una maggioranza Parlamentare di tutto rispetto. Ma non solo. Il “Primo Ministro” ha dimostrato idee “chiare”. Situazione che dovrebbe offrire una garanzia politica in più.  Anche per gli sviluppi elettorali del 2027.

Ora, tutto sembrerebbe ”accomodato”; tranne che i problemi di “fondo” del Bel Paese. Le incognite di sopravvivenza non sono diminuite. E’ difficile, al momento, evidenziare se reggerà il confronto con i problemi che la nostra economia continua a presentare. Certo è che il Paese ha bisogno di un Esecutivo capace d’assumersi anche responsabilità politiche che, sino a ora, apparivano posticipate. 

L’Italia continua, però, a essere a un bivio socio/politico del quale non riusciamo a intravedere un obiettivo sicuro. I primi atti sul fronte sociale li vedremo dopo la presa di posizione economica del Parlamento. Sempre che non si vada a demolire quel poco di positivo ancora figlio di un lontano passato. In politica, i compromessi non sono mai impossibili. L’importante che siano utili al Paese. Su questa riflessione, il nostro pensiero non può occultare un incerto realismo.

Sarà nostra premura, sempre al servizio di chi ha la pazienza di seguirci, aggiornare la situazione, non ancora chiara, se e quando, lo sarà. In questo secondo semestre del 2026, il Paese resta ancora in balia d’intoppi politici. I compromessi non mancheranno. Basteranno? L’interrogativo rimane con tutta la sua complessità socio/politica. Noi restiamo dell’avviso che di “compromessi” non c’è evoluzione politica.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Scuola e immigrazione: il governo vara il decreto sul tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime

 

Dal 2027/2028 il limite riguarderà gli studenti con cittadinanza non italiana che non soddisfano determinati requisiti di nascita o frequenza scolastica. Il provvedimento prevede corsi di italiano per i genitori, possibili sanzioni in caso di mancata partecipazione e il divieto di prendere parte alle attività scolastiche con il volto coperto. Di Stefano De Martis

Il Consiglio dei ministri ha varato un decreto-legge in materia di scuola e di immigrazione che è stato oggetto di aspre polemiche ancor prima della sua approvazione (fermo restando che ora dovrà essere firmato dal Capo dello Stato e sottoposto all’iter di conversione in legge in Parlamento). Il titolo molto lungo del provvedimento rivela una gestazione complessa e problematica, anche per la necessità di motivare il riscorso al decreto immediatamente operativo e non al disegno di legge: “Misure urgenti per garantire il regolare avvio dell’anno scolastico 2026/2027, per l’accompagnamento delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) di competenza del Ministero dell’istruzione e del merito, per la promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico nonché in materia di formazione superiore e ricerca”.

L’attenzione si è comunque concentrata sui profili che riguardano l’accesso e la partecipazione degli alunni immigrati, in particolare quelli non italofoni. In attesa di conoscere il testo pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, ci si piò riferire alla sintesi contenuta nel comunicato-stampa di Palazzo Chigi che recita: “Per promuovere l’integrazione degli studenti stranieri, a decorrere dall’anno scolastico 2027/2028 le classi prime sono formate in modo da assicurarne un’equilibrata composizione. Nella scuola primaria, gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia non possono superare il 30 per cento degli alunni di ciascuna classe prima. Nella scuola secondaria di primo e di secondo grado lo stesso limite vale per gli studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni”. “Quando le iscrizioni non consentono il rispetto del limite –  puntualizza il comunicato – gli uffici scolastici di ambito territoriale adottano le misure organizzative per un’equilibrata distribuzione tra istituzioni scolastiche limitrofe, nel rispetto del principio di prossimità al domicilio. Sono inoltre previste risorse per attività extracurricolari di potenziamento delle competenze di base nella lingua italiana”.

Oltre alla questione del “tetto” numerico, l’altro filone su cui il dibattito pubblico si è concentrato è stato quello delle eventuali sanzioni per i genitori non collaboranti e della copertura del volto nelle diverse declinazioni in uso in contesti islamici. Sul primo aspetto il comunicato di Palazzo Chigi spiega che “per rafforzare il coinvolgimento delle famiglie nel percorso educativo, le scuole segnalano ai servizi sociali i casi in cui le difficoltà linguistiche dei genitori stranieri impediscono un’efficace collaborazione tra scuola e famiglia” e che “i servizi sociali possono prevedere per i genitori la frequenza gratuita di corsi di lingua italiana presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, finalizzati al conseguimento almeno del livello A2”. Dopo di che “in caso di mancata partecipazione” e “previa diffida e salvi i casi di esenzione” viene erogata una “sanzione amministrativa pecuniaria”. Sul secondo aspetto il comunicato riferisce che in base al decreto “è vietato partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto o con modalità che impediscano il riconoscimento, salvo specifiche ragioni sanitarie, debitamente certificate, o ragioni inerenti alle attività didattiche o formative”. Sir 25

 

 

 

 

Onu. Trump e Guterres dividono il mondo sul potere

 

Nel giorno inaugurale dell’Assemblea generale, il presidente Usa rivendica forza militare, primato americano e linea dura contro Iran e America Latina. Il segretario generale dell’Onu richiama invece le superpotenze ai limiti del loro potere e alla necessità di cooperazione, regole e responsabilità. di Maddalena Maltese

(New York) Due discorsi, due idee opposte del potere. La prima giornata del dibattito generale dell’Onu ha avuto il volto di Donald Trump, che dal podio del Palazzo di Vetro ha portato nel mondo la sua “America First”, rivendicando l’uso della forza e minacciando di “annientare la Repubblica islamica” se Teheran non accetterà un accordo. Un’ora prima, nel suo ultimo intervento all’Assemblea, António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, aveva avvertito le superpotenze che il loro potere “non è poi così super” e che la sola forza militare non garantisce la pace.

Trump ha difeso la guerra condotta con Israele contro l’Iran, che ha colpito le rotte commerciali e fatto salire i prezzi dell’energia per gran parte dei paesi presenti. Poi, proprio nella sede di un’organizzazione la cui Carta chiede agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza, ha posto Teheran davanti a un’alternativa: un’intesa che le consenta di ricostruire il Paese oppure la sua rapida distruzione. “Li spedirò all’inferno senza alcuna possibilità di sopravvivenza”, ha detto, prevedendo tuttavia un accordo dopo le elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre. Il ministro degli esteri iraniano, Araghchi, si è poi incontrato, per tre ore, con gli inviati Usa Witkoff e Kushner, ma la diffidenza di Teheran resta profonda.

“Mentre altri hanno promesso forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo”, ha scandito Trump, facendo del primato militare, economico e tecnologico degli Stati Uniti l’asse dell’intero intervento. Il presidente ha chiesto agli altri Paesi di isolare economicamente l’Iran e ha esteso la stessa dottrina all’America Latina. Ha definito i cartelli della droga “l’Isis dell’emisfero occidentale”, previsto la caduta di Cuba, i cui rappresentanti hanno lasciato la sala, e presentato l’operazione con cui gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro come prova della volontà di impiegare la propria “potenza militare senza pari” per proteggere gli interessi americani.

A margine dei lavori Trump ha incontrato per la prima volta la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, mentre Caracas discute con interlocutori statunitensi di energia, debito e risorse minerarie. Sull’intervento in Venezuela, Trump ha rivendicato una logica da vincitori: “Al vincitore vanno le spoglie”, beffandosi della Convenzione di Ginevra, che il saccheggio delle risorse di un paese.

Nella stessa giornata Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato un accordo che amplia la presenza militare americana nell’isola artica con due nuove basi e impedisce l’insediamento di potenze avversarie, confermando la centralità dell’Artico nella competizione con Russia e Cina.

Trump ha riconosciuto all’Onu un “grande potenziale”, ma l’ha accusata di promuovere un’agenda di estrema sinistra. Ha attaccato la Corte penale internazionale e rivendicato il merito di avere concluso la guerra a Gaza, nonostante il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano siano ancora in stallo.

Gli altri leader hanno evitato uno scontro diretto con Washington, ma il presidente brasiliano Lula ha difeso l’autodeterminazione dei venezuelani e quello francese, Macron, al suo ultimo discorso in Assemblea, ha messo in guardia dalla “legge della giungla”. Su Gaza Erdo?an ha accusato Israele di avere una “mentalità genocida”, mentre l’emiro del Qatar ha parlato di Gaza come di “genocidio in ogni senso della parola”.

Ad aprire la giornata era stato però Guterres. “Le fratture nel nostro mondo si stanno allargando. Le crepe sono diventate voragini”, ha detto nel suo testamento politico, accolto alla fine da una standing ovation. Guerre, disuguaglianze, crisi climatica e intelligenza artificiale sono per il segretario generale manifestazioni della stessa domanda: chi possiede il potere, come lo usa e chi ne resta escluso.

Guterres ha difeso la soluzione dei due Stati per israeliani e palestinesi, chiesto che “chi inquina paghi” e sollecitato una riforma delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di sicurezza. Sull’intelligenza artificiale ha ricordato che i Paesi con le maggiori capacità hanno anche le responsabilità più grandi verso l’umanità. Il suo mandato terminerà il 31 dicembre, ma non il suo impegno: “Non mi arrenderò mai”. Nel giorno inaugurale dell’Assemblea, il contrasto è rimasto sospeso nell’aula: da una parte il potere della cooperazione invocato da Guterres, dall’altra la forza come linguaggio della politica mondiale rivendicata da Trump. Sir 23

 

 

 

 

Strasburgo. Von der Leyen: “Ue solida eppure precaria”

 

Con il Discorso sullo stato dell’Unione la presidente della Commissione ha tracciato un quadro in bianco e nero del contesto in cui dovrebbe avanzare l’integrazione europea, minata dai nazionalismi e dalle complesse sfide globali (conflitti, sicurezza, competitività, migrazioni, clima, digitale). Cenni ai diritti sociali e ai problemi delle famiglie. L’abbraccio al premier canadese, lo stop ai social per gli under 13, un “Congresso sull’Europa” per i 70 anni dei Trattati di Roma – di Gianni Borsa

(Strasburgo) “La velocità del cambiamento è incredibile. Le sfide sono eccezionali. Se guardo all’Europa di oggi, la mia conclusione è questa: lo stato della nostra Unione è più solido che mai. Eppure, lo stato della nostra Unione può anche apparire più precario che mai”. L’Europa comunitaria c’è, progetta, agisce, nella narrazione di Ursula von der Leyen. Ma lei stessa ne lascia intravvedere la “precarietà”, la fatica di procedere verso una maggiore integrazione economica e politica in un continente attraversato da forti tendenze nazionaliste. La presidente della Commissione europea lo ha potuto constatare ancora una volta a Strasburgo, dove il 16 settembre ha pronunciato il tradizionale Discorso sullo stato dell’Unione nell’emiciclo del Parlamento europeo, raccogliendo poi dai gruppi politici molte, moltissime critiche, e non solo dall’estrema destra anti-Ue. Tanto da domandarsi se la cosiddetta “maggioranza Ursula”, favorevole all’Unione (popolari, socialdemocratici, liberali con l’aggiunta dei verdi) esista ancora.

Tracciare la propria strada. Il discorso della von der Leyen è durato un’ora e un quarto, segnato da diversi applausi ma anche dai malumori della destra. “Quest’epoca è complessa, fatta di grandi possibilità e grandi pericoli che tutti i Paesi cercano di attraversare. In questo mondo – ha affermato von der Leyen davanti agli eurodeputati – l’Europa ha scelto di tracciare la propria strada. Il lavoro svolto negli ultimi anni sta dando i suoi frutti: sta emergendo un’Europa più forte e indipendente. È un’Europa che sta garantendo la propria prosperità. Un’Europa che si sta affrancando dalla nostra dipendenza tossica dai combustibili fossili russi. Che è diventata la maggiore potenza commerciale del pianeta. Che sta trasformando la propria politica industriale pur preservando il nostro modello sociale unico”.

“È un’Europa più capace che mai di difendersi. Che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni. È un’Europa che si dimostra solidale”, ha dichiarato von der Leyen con un eccesso di ottimismo. “Come facciamo sostenendo l’Ucraina mentre lotta per il suo futuro e per la nostra libertà. O come quando abbiamo difeso la Groenlandia di fronte alle minacce. O quando droni, attacchi ibridi o disinformazione prendono di mira le nostre democrazie. Tutto ciò dimostra una cosa: che l’Europa è al fianco dei cittadini europei. E che solo l’Europa può offrire ai cittadini una vera sovranità”.

Un mondo ostile. “Possiamo essere orgogliosi di questa Europa. Allo stesso tempo, siamo tutti consapevoli delle minacce che dobbiamo affrontare. Mentre le vecchie certezze e le relazioni consolidate si sgretolano, ci troviamo a confrontarci con un mondo apertamente ostile”. Ursula von der Leyen nel suo intervento in aula ha fatto il punto sulla situazione dell’Ue per poi immergersi in una serie di specifiche tematiche: conflitti e sicurezza, bilancio comune, economia, competitività, energia, intelligenza artificiale, urgenze sociali, salute, casa. “Una guerra di aggressione territoriale infuria nel nostro continente, mentre altri conflitti sono scoppiati nelle vicinanze. La competizione globale è plasmata dalla lotta per la capacità industriale. E una battaglia di narrazioni mira a indebolire la fiducia nell’Europa e a paralizzare le nostre democrazie”. Tuttavia, le preoccupazioni dei cittadini “non sono legate soltanto a queste grandi minacce globali. L’impatto delle numerose crisi si fa sentire nella vita di molte famiglie europee, in particolare per quanto riguarda il costo della vita o l’accesso all’abitazione”.

“Lottiamo insieme”. Von der Leyen si sofferma “sugli estremismi e la perdita di sfumature, che si riflettono persino nelle relazioni tra le persone. Queste preoccupazioni reali vengono strumentalizzate per creare una frattura tra di noi. A volte dall’esterno e troppo spesso dall’interno. Ma la nostra strada è chiara: costruire un’Europa indipendente e capace di agire”.

La presidente si è chiesta: “Vogliamo un’Europa forte e indipendente, capace di difendere i propri valori nel mondo?”.

“Vogliamo unirci attorno all’idea europea secondo cui possiamo decidere insieme il nostro destino? O permetteremo che le nostre democrazie vengano minate da intermediari e marionette di regimi autoritari?”. “Che si tratti di ultranazionalisti o di antieuropeisti, di interferenze russe o di disinformazione, i nomi possono cambiare, ma l’obiettivo resta lo stesso: disprezzano i nostri valori e vogliono infrangere la nostra unità europea. Non limitiamoci quindi a reagire: lottiamo insieme per la nostra idea di Europa”.

Economia, competitività, ambiente. Sono dunque numerosi i capitoli del Discorso sullo stato dell’Unione proposto da Ursula von der Leyen. “Quando ci siamo insediati, abbiamo avviato un piano ambizioso”, ha affermato nella parte dedicata a economia e competitività. “Per costruire un’economia in cui innovazione ed energia circolino oltre i confini. Dove le imprese competano e crescano in tutta Europa e il risparmio finanzi il nostro futuro. Questa è la logica alla base dei rapporti Draghi e Letta. E insieme stiamo passando all’azione”. Fra gli impegni assunti figurano: completare la riforma del Mercato unico entro il prossimo anno, sulla base della tabella di marcia “One Europe One Market”; realizzare un patto contro l’eccesso di regolamentazione; istituire una Società europea per le materie prime critiche. Su cambiamenti climatici, ambiente e sicurezza alimentare ha sottolineato: “Questi sono stati i mesi estivi più caldi di sempre, ma probabilmente saranno i più freschi degli anni a venire. La scienza è chiara: l’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale. Certo, la transizione è complessa e dovremo adattarci e imparare strada facendo. Ma non c’è dubbio: l’Europa può, deve e manterrà la rotta verso i propri obiettivi climatici”. Qui la presidente ha parlato di un quadro per la resilienza climatica da presentare a ottobre; un piano europeo contro le ondate di calore; un’iniziativa europea per l’acqua.

Scenari globali, sicurezza. A proposito dell’Europa nel mondo von der Leyen ha puntualizzato: “Per alcuni, la risposta è agire da soli. Ma per noi non è un’opzione. L’Europa sarà sempre in prima linea nella difesa del sistema basato su regole. Tuttavia, non possiamo più contare solo su di esso per tutelare i nostri interessi, né presumere che le sue norme ci proteggano dalle complesse minacce che dobbiamo affrontare. In questo nuovo mondo, dobbiamo ripensare con urgenza i nostri partenariati e costruire coalizioni globali”. Il riferimento va, in particolare, agli Usa e all’affievolirsi della cooperazione con Washington.

A questo punto la presidente ha parlato del Canada, ??“primo membro associato” dell’Ue, per “costruire insieme un’Alleanza per il futuro”,

con un plateale abbraccio al premier canadese Mark Carney (foto sotto), applauditissimo ospite d’onore in emiciclo. Una parte del discorso è tornata a concentrarsi sulla sicurezza dell’Europa: “La fiducia dell’Europa nella cooperazione è sempre stata guidata dalla pace. È la nostra ragion d’essere. Oggi, quella pace è minacciata. Non dobbiamo farci illusioni su ciò che sta accadendo: le minacce ibride che l’Europa deve affrontare sono sempre meno ibride e sempre meno semplici minacce”. Ecco quindi “una nuova Strategia europea per la sicurezza”, un Protocollo di sicurezza d’emergenza, una sorta di “articolo 4 della Nato” europeo (se attivato da uno Stato membro, tutti gli Stati membri si riunirebbero per definire una risposta europea coordinata). Ancora: un Consiglio europeo per la sicurezza, “che operi in stretta collaborazione con partner quali Canada, Norvegia, Regno Unito e Ucraina”.

Ucraina, migrazioni: nulla di nuovo. Non poteva mancare la parte dedicata all’Ucraina. “Il popolo ucraino combatte per una causa. Combatte per la sopravvivenza del proprio Paese, per la propria identità e per la propria libertà. E combatte anche per la nostra libertà e per la nostra autodeterminazione. Il nostro compito resta quello di sostenere l’Ucraina nel miglior modo possibile”. Von der Leyen ribadisce che l’Ue vuole continuare a “sostenere l’Ucraina durante l’inverno con ogni mezzo, in particolare attraverso aiuti umanitari e sostegno al settore energetico”; sviluppare insieme all’Ucraina un meccanismo di difesa missilistica; progetti comuni con aziende ucraine, da finanziare con le risorse residue del fondo Safe; aumentare la pressione sulla Russia attraverso sanzioni e contrastando l’elusione delle stesse. Sulle migrazioni le solite posizioni sulla “protezione dei nostri confini”: nulla di nuovo, nonostante Ceuta, Schengen sospeso e la necessità, per un’Europa invecchiata (culle vuote), di giovani, famiglie e lavoratori provenienti da altre regioni del mondo.

Intelligenza artificiale, digitale, social. Valorizzare l’intelligenza artificiale costituisce un ulteriore capitolo del Discorso sullo stato dell’Unione: “Sono ottimista sul fatto che l’Ia abbia il potenziale di portare benefici all’umanità, a patto di gestirla nel modo giusto. Tuttavia, come ogni nuova tecnologia potente, l’Ia comporta un equilibrio tra opportunità e rischi. Senza affrontare questi rischi, non riusciremo mai a sfruttare appieno le potenzialità dell’Ia”. Sui social media ha segnalato:

“Assistiamo a una sorta di cattura dei nostri figli. Una cattura della loro attenzione, della loro concentrazione, delle loro menti”.

Ecco in proposito l’“Eu Kids Act”, proposta legislativa con un approccio che vorrebbe tener conto delle esigenze di ogni età: ma soprattutto niente social media sotto i 13 anni; niente account personali sotto i 15 anni. In arrivo anche il “Digital Fairness Act” (legge sull’equità digitale) da proporre questo autunno.

Temi sociali. “Restare nella propria regione non è un privilegio. L’assistenza non è un privilegio. Avere una casa non è un privilegio. Sono diritti”, ha fra l’altro affermato la presidente della Commissione. La quale ha citato il “Quality Jobs Act”, legge per posti di lavoro di qualità entro la fine dell’anno. Ha parlato di un “European Care Deal”, Patto europeo per l’assistenza, “per affrontare le sfide legate ai cambiamenti demografici”. Ha promesso un vertice, organizzato congiuntamente al presidente del Consiglio europeo, “per sostenere i principi del Pilastro europeo dei diritti sociali”. “Abbiamo appena proposto il primo Housing Act (Atto sull’edilizia abitativa) per contrastare gli affitti a breve termine e la speculazione immobiliare”.

A 70 anni dal Trattato di Roma. Figura poi, nel discorso, un cenno alla storia dell’integrazione Ue: “L’Europa rimarrà sempre fedele ai propri valori. La nostra Unione è nata come progetto di pace. A distanza di decenni, milioni di persone vedono ancora l’Europa come una terra di grandi promesse”. Von der Leyen annuncia un “Congresso sull’Europa” da tenersi l’anno prossimo, a 70 anni dai Trattati di Roma, “per elaborare una visione capace di ispirare la nuova generazione di europei”. sir

 

 

 

 

Distorsioni, mobilitazioni e futuro dei diritti degli italiani all’estero

 

ROMA – “L’emigrazione non è un tema storico, ma una realtà di oggi”. L’Italia, infatti, “è tornata ad essere un paese di emigrazione”. E questo comporta una “crisi demografica, culturale, economica e sociale” che riguarda “tutti gli strati sociali” proprio mentre le più recenti riforme legislative indeboliscono la rappresentanza e la tutela dei connazionali all’estero.

A dirlo, aprendo l’incontro “Italiani nel mondo risorsa per l’Italia – Dignità, cittadinanza, diritti”, tenutosi ieri a Reggio Emilia nella giornata conclusiva della Festa Nazionale dell’Unità, è stato Luciano Vecchi, Responsabile per gli italiani nel mondo del Pd. Un incontro a cui hanno preso parte l’associazionismo italiani all’estero, i sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil), i parlamentari dem eletti all’estero, Nicola Carè, Christian Di Sanzo, Francesco Giacobbe, Francesca La Marca, Fabio Porta, Toni Ricciardi e Andrea Crisanti, la curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Delfina Licata, e la Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi.

Vecchi ha quindi voluto denunciare un atteggiamento delle forze di governo volto a penalizzare la partecipazione e la presenza degli italiani all’estero. Nel suo intervento introduttivo, Vecchi ha ribadito come la riflessione sulle comunità estere debba andare oltre la mera ricerca del consenso elettorale. “Riteniamo, a differenza di quasi tutte le altre forze politiche italiane, che ragionare sugli italiani all’estero non sia soltanto, non principalmente, uno sforzo per accaparrarsi un consenso elettorale”, ha sottolineato. Vecchi si è poi espresso criticamente anche sulla legge della cittadinanza voluta dal Governo. Una legge che ha “tende a recidere un rapporto importante tra le comunità italiane nel mondo e il nostro Paese”.

Riguardo la prossima scadenza elettorale e delle imminenti sfide per i Comites, il responsabile dem ha delineato i punti centrali del programma: “Sul tema della cittadinanza bisogna quantomeno riaffermare un principio: chi è figlio di un italiano o di un’italiana, anche se nasce all’estero, ha il diritto di avere la cittadinanza italiana. Se passerà la riforma elettorale, dovremo ripristinare la territorialità nella scelta di deputati e senatori”. A ciò Vecchi ha aggiunto anche la necessità di potenziare la rete dei consolati, garantire l’accesso ai servizi e sostenere l’insegnamento di lingua e cultura.

È intervenuta a seguire Delfina Licata, curatrice e coordinatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, che ha posto l’accento sulla necessità di superare una serie di “errori di narrazione” e narrazioni distorte che alterano la comprensione della mobilità italiana. Tra questi, il pensare a l’Italia come un “Paese di sola immigrazione” che è un l’“errore più sbagliato”. L’Italia è infatti “un Paese di mobilità plurime, di partenze, arrivi e ripartenze”. Poi Licata ha del “falso mito del Meridione”, perché l’emigrazione “non riguarda solo il sud”. Anzi, “oggi le prime regioni di partenza sono Lombardia e Veneto”. Altro problema di narrazione riguarda i cosiddetti “giovani cervelli in fuga”, che Licata ha voluto sconfessare: “non partono solo i giovani” e soprattutto non partono solo i più istruiti (il 33% di chi parte è laureato, il 67% possiede un titolo di studio medio-basso). E non si parte solo per sfuggire alla disoccupazione. La curatrice del RIM ha infatti spiegato: “Oggi le nuove generazioni cercano un lavoro che sia dignitoso, non precario, ma cercano anche la realizzazione personale. Se prima della pandemia la parola chiave era ‘meritocrazia’, oggi accanto a questa c’è il desiderio di genitorialità e di crescita. Si scappa dalle fragilità del sistema italiano, poco attento alle esigenze delle nuove famiglie”.

Licata ha concluso il proprio intervento affrontando il nodo del ritorno in patria, un desiderio spesso ostacolato dalla mancanza di strutture adeguate: “Nessuno ci ha mai detto ‘non voglio più sentire parlare dell’Italia’. C’è molta rabbia in giro per il mondo, ma è la conseguenza di una mancata risposta. Il ritorno non può essere incentivato solo con strumenti di defiscalizzazione: serve la valorizzazione della persona, che nel frattempo è mutata ed è stata arricchita dall’esperienza migratoria”. In particolare, occorre considerare l’evoluzione delle famiglie: “Si stanno formando tantissime coppie miste e famiglie internazionali all’estero. Quando queste famiglie pensano di rientrare in Italia, spesso incontrano ostacoli perché i territori non sono pronti ad accoglierle, ad esempio per la mancanza di scuole internazionali”.

Garantire l’efficienza dei servizi consolari, tutelare i diritti di cittadinanza e di rappresentanza democratica e superare la visione assistenziale o puramente elettorale dell’emigrazione italiana sono stati i temi chiave al centro dell’intervenuto dalla Segretaria Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), Maria Chiara Prodi.

Prodi ha quindi richiamato l’attenzione sulle difficoltà quotidiane che la comunità italiana nel mondo affronta nell’accesso ai servizi essenziali, denunciando un divario strutturale tra l’aumento dei connazionali all’estero e le risorse a disposizione della rete diplomatica. Nel suo intervento, la Segretaria Generale del CGIE ha sottolineato come l’accesso ai servizi consolari rappresenti la prima forma di contatto e di tutela che lo Stato deve assicurare ai propri cittadini residenti all’estero. “Non possiamo rassegnarci all’idea che l’accesso a un passaporto o a un servizio demografico sia un percorso ad ostacoli per chi vive all’estero”, ha evidenziato. “Servono risorse adeguate, personale qualificato e una digitalizzazione efficiente per restituire continuità ed efficacia alla rete consolare”.

In merito ai recenti interventi legislativi e ai tagli di bilancio che hanno interessato gli italiani all’estero, Prodi ha ribadito la posizione del CGIE a difesa dei diritti acquisiti: “La cittadinanza e la rappresentanza non sono concessioni, ma diritti costituzionalmente garantiti. Qualsiasi riforma che punti a restringere la partecipazione o a indebolire la rappresentanza parlamentare rischia di allontanare milioni di connazionali dalla vita democratica del Paese”.

Affrontando l’evoluzione dei flussi migratori e il profilo dei nuovi emigrati, la Segretaria Generale ha posto l’accento sulla necessità di un cambio di paradigma istituzionale. “La nuova mobilità italiana richiede strumenti d’interpretazione e di intervento completamente rinnovati. Il CGIE si pone come ponte tra i territori d’origine e le comunità nel mondo, con l’obiettivo di trasformare la mobilità in un’opportunità di sviluppo reciproco”.

Prodi ha infine concluso ricordando l’importanza dell’unione di intenti tra istituzioni, associazioni e rappresentanze di base: “Sui temi dell’emigrazione occorre mettere al centro le persone, le loro esigenze e i loro percorsi di vita. Il Consiglio Generale continuerà a lavorare con determinazione per fare in modo che la voce degli italiani all’estero venga ascoltata e valorizzata a tutti i livelli istituzionali”.

È poi intervenuta Francesca Barbanti, vicepresidente dell’associazione Nati Italiani e responsabile dell’Ufficio Atti Esteri del Comune di Roma, che non ha esitato a definire le nuove normative in tema italiani all’estero “uno tsunami per gli operatori e per i cittadini”. Barbanti ha infatti sottolineato come l’introduzione di concetti complessi come l’esclusività della cittadinanza abbia paralizzato il lavoro dei servizi demografici. “La discriminazione più grave riguarda i minori nati all’estero, trattati come stranieri nei procedimenti: per loro si richiedono residenza e verifiche documentali farraginose, pari a quelle previste per gli oriundi”, ha spiegato. Secondo la responsabile, si tratta di una scelta che ha appesantito anche la rete consolare, finendo per ostacolare l’efficienza invece di semplificare: “Siamo di fronte a un’architettura che non accoglie, ma respinge tutto ciò che viene dall’estero”. Una linea politica che, secondo Barbanti, lede i diritti fondamentali e lo spirito costituzionale: “Per contrastare questo taglio netto con i connazionali e le continue violazioni di diritto, gli avvocati di Nati Italiani hanno denunciato la situazione in sede comunitaria e il caso è ora al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea”.

Ha poi preso parola Gianluca Lodetti, consigliere del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), intervenuto sull’esigenza di una nuova visione politica verso le comunità estere. Per lui, è necessario superare la logica dell’emergenza, considerare la mobilità italiana come una componente strutturale del Paese e valorizzare la diaspora all’interno dei processi di internazionalizzazione.

Nel suo intervento, Lodetti ha evidenziato come l’emigrazione non debba essere considerata semplicemente un problema amministrativo, ma una vera opportunità per la nazione: “L’emigrazione non è un’emergenza da gestire, ma un elemento strutturale della nostra società. Partire non è il problema in sé; il problema nasce quando la mobilità perde il contatto con l’Italia e da circolare diventa definitiva”.

L’esponente del CGIE ha quindi sottolineato l’insufficienza dei soli strumenti di incentivo al rientro e inoltre ha espresso forti perplessità sul metodo e sul merito degli interventi in corso in materia di cittadinanza e di voto all’estero: “Era giusto correggere alcune storture della legge sulla cittadinanza, ma una riforma non può avvenire senza ascoltare la diaspora e gli organismi preposti”.

Dal CGIE è intervenuto anche Filippo Ciavaglia. Anche lui ha parlato del livello conflittuale tra il livello istituzionale e gli italiani all’estero: “non hanno interesse che gli italiani all’estero abbiano voce in capitolo”. Secondo lui si sta cercando di “snaturare” il coinvolgimento degli italiani all’estero. “Non basta l’azione che possiamo mettere in campo a livello politico”. Per Ciavaglia è dunque essenziale “coinvolgere le consulte regionali: i migranti partono a livello territoriale” e per questo è importante avere “il coinvolgimento delle consulte” che assieme alle azioni del partito potrà “ripartire dai territori”.

L’esponente delle ACLI, Matteo Bracciali, ha invece sottolineato l’importanza della partecipazione: “questa è l’unica forza che noi abbiamo. È la sfida cruciale”.

Luca Esposito, della FILEF, ha lanciato un appello: “costruiamo insieme una proposta comune che guardi alle elezioni dei Comites e alle politiche 2027”. “Dovremmo creare una proposta unitaria per gli italiani all’estero e che cerchi di rispondere a quello che sta facendo questa destra”.

È poi arrivato il momento degli eletti all’estero. Per primo Francesco Giacobbe che ha chiamato alla “mobilitazione”. E farla presto perché “domani sarà troppo tardi. C’è una precisa volontà politica” da parte del Governo: “Le riforme introdotte non hanno nessuna logica se non quella di eliminare la cittadinanza italiana nel mondo”. Dal punto di vista tecnico “è impossibile potere soddisfare tutti i requisiti che chiedono i Consolati”. “Questo è il momento: mobilitazione”.

Poi Nicola Carè, che ha ricordato anche la sanità per gli AIRE, che invece ha sottolineato dell’informazione: “informazione a chi, agli italiani all’estero? Noi sappiamo che siamo una risorsa. È qui, anche in parlamento, che non si interessano agli italiani all’estero. Dobbiamo informare gli italiani, e i parlamentari, degli italiani all’estero, tramite i media locali”. “Dobbiamo muoverci e avanzare per non fare sentire gli italiani all’estero isolati, ma dobbiamo parlare soprattutto agli italiani”.

Poi il deputato Pd eletto in Europa, Toni Ricciardi: “nel 2022 abbiamo fatto campagna elettorale contro una forza che diceva di voler creare il Ministero degli italiani all’estero, che non è accaduta. Abbiamo avuto una legislatura molto interventista sugli italiani all’estero, ma per sottrarre non per aggiungere”. “Io non credo che la partita sia esclusivamente quella del cambio di orizzonte, ma sia del progressivo spegnimento di un processo democratico”. Andando più precisamente ha parlato in modo molto chiaro: “più che un fastidio, siamo un costo. La riforma elettorale è fatta solo per dimezzare la forza di rappresentanza del Pd. Da 7 dell’ultima tornata elettorale dimezzerà i rappresentanti del Pd. Ci sarà una campagna elettorale identitaria”. Per Ricciardi, dunque, la sfida per il prossimo futuro è quella di “trasmettere la nostra importanza”, di far capire “la nostra identità plurima”. “Noi siamo tante cose”, e l’identità (che “non è una cosa di sinistra”) non può “essere statica”. “Dobbiamo farla capire e farla diventare una linea guida della campagna elettorale nazionale e politica”. Dobbiamo “essere in grado di ribaltare la narrazione dell’identità statica della destra”. “Non basta partecipazione, non basta mobilitazione: serve una linea strategica. La rivendicazione di quello che siamo. Non nella retorica del sacrificio del passato ma di quello che siamo oggi”.

A seguire, il senatore del Pd, Andrea Crisanti, che ha evidenziato il dato della partecipazione degli italiani all’estero, secondo tra i Paesi europei con leggi elettorali simili per voto dall’estero. “Dobbiamo ribaltare la narrativa: gli italiani all’estero partecipano”. E questa nuova legge “è una cesura”, rischia di far “mancare elementi precisi di una democrazia”. Rispetto al programma, Crisanti ha spiegato in modo netto e chiaro: “dobbiamo cambiare la legge sugli italiani all’estero. Anche se la legge ci favorisse, la cambieremmo perché è un insulto”.

Il deputato Pd, Christian Di Sanzo, anche ha rimarcato “la volontà di ignorarci dalla maggioranza”. “La destra ha sviluppato un’avversità verso gli italiani all’estero” perché “non si spiegano perché”, nonostante il primo firmatario della legge per il voto degli italiani all’estero sia stato Tremaglia, “all’estero vinca il Pd”. “Sono realtà che non riescono a comprendere”. “Abbiamo cercato di portare avanti in Parlamento una vera rappresentanza, di essere vicino ai territori e ai cittadini all’estero. E ora ci sarà un’altra sfida, che elimina la rappresentanza”. “L’unica cosa che abbiamo davanti è cercare di capire come porci in questa nuova campagna elettorale”.

Per concludere, Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sud America: “mai nessun governo, come quello di Meloni, ha prodotto tanto contro gli italiani all’estero”. “Hanno umiliato e offeso comunità grandi e storiche come quelle citate”, ha spiegato commentando il recente viaggio di Tajani in Brasile e Argentina. “Non sanno che la nostra forza in Parlamento è anche una sfida di relazione con gli altri paesi”. Per questo “dobbiamo lanciare subito una campagna” e “dobbiamo essere impegnati. La vittoria della destra sarebbe una soluzione finale contro gli italiani all’estero. Dobbiamo indicare nel mondo una visione di Paese diversa. Non arrendiamoci”. (l.m.\aise 14) 

 

 

 

 

Kempten. Eletto il nuovo direttivo del Circolo Acli

 

Kempten. Il 14 Settembre scorso si è svolta un'assemblea dei soci del Circolo ACLI di Kempten nei locali del noto Ristorante Lagune, sito nella St. Mang Platz 17 di Kempten, le cui titolari: Angela e Cettina Leocata, sono –da anni– socie del Circolo. Convegno  –convocato dalla Presidenza del Circolo– allo scopo di rinnovare la Presidenza per il prossimo quadriennio 2026-2030 e per nominare tre Delegati, che parteciperanno al XV Congresso delle ACLI Baviera e successivamente al XIV Congresso delle ACLI Germania.

Questa riunione, che ha avuto inizio con una prima convocazione alle ore 18:00, è ripresa dopo una seconda chiamata alle ore 18:30, in cui è stato raggiunto il quorum dei soci previsto dallo Statuto per il suo regolare svolgimento, per poter deliberare e per  procedere quindi all'elezione del Consiglio di Presidenza e dei tre Delegati.

Presente all'incontro il Comm. Carmine Macaluso, Presidente delle ACLI Baviera,  e Padre Bruno Zuchowski,  Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Kempten e Augsburg, nonché Consigliere Spirituale del Circolo e delle ACLI Baviera, che ha diretto –dopo un breve saluto– una preghiera comunitaria. Presente anche il Signor Manfred Stick, Presidente Circoscrizionale del Movimento Cattolico Tedesco (KAB), anche lui socio ACLI,  preenti acnhe quasi tutti i membri dell'esecutivo.

Subito la preghiera d'inizio i soci presenti e il Presidente uscente, Dr. Fernando A. Grasso, hanno proposto il Comm.  Macaluso come Presidente dell'Assemblea. Proposta che è stata accettata all'unanimità. Subito dopo Macaluso, dopo un sentito ringraziamento per la fiducia accordatagli e un breve saluto, a cui sono seguite alcune comunicazioni sull'attuale situazione delle ACLI in Baviera, in Germania, in Italia e nel mondo, ha proposto all'assemblea la Signora Gisella Trovato come segretaria verbalizzante. Proposta che è stata accettata dall'Assemblea e dalla stessa interessata.

Macaluso ha dichiarato aperto, quindi, il momento delle comunicazioni ufficiali da parte dell'attuale esecutivo e delle votazioni. Votazioni che  –all'unanimità– si è deciso di svolgere in forma palese. A questo punto, il signor Giampiero Trovato, Segretario per le Risorse, e Presidente del Consiglio Pastorale della Missione Cattolica Italiana di Kempten,  coadiuvato da Grasso, in qualità di attuale Presidente del Circolo, ha esposto all'Assemblea la situazione economica del Circolo. Condizione  approvata all'unanimità dai soci.

Subito dopo Macaluso ha proposto Grasso come Presidente del Circolo ACLI di Kempten, che –precedentemente– si era  dichiarato  disposto a continuare il suo mandato. Proposta, che, i soci presenti, hanno approvato unanimamente. Quindi, a sua volta, Grasso ha proposto ai presenti gli attuali Componenti del Consiglio del Circolo, disposti anch'essi a continuare a svolgere il loro incarico, invitando –al contempo– i presenti interessati, a chiedere di farne parte. Non essendosi presentati altri soci disposti ad entrare nel Consiglio, e una volta approvata dall'Assemblea la composizione del Consiglio di Presidenza –che resterà in carica nel prossimo qauadriennio 2026-2030– sono stati eletti i tre Delegati al Congresso delle ACLI Baviera del prossimo 24 Ottobre, e di quello del 7 Novembre delle ACLI Germania.

Il nuovo esecutivo del Circolo ACLI di Kempten risulta, quindi, così composto:

Presidente: Dr. Fernando A. Grasso; Vicepresidente: Signora Emma Marando; Segretarie Organizzative: Signora Pina Baiano-Polverino, Ins. Patrizia Mariotti,  Segretario per le Risorse: Signor Giampiero Trovato; Consigliere Spirituale: Padre Bruno Zuchowski; Consiglieri per i contatti con il Movimento Cattolico dei Lavoratori Tedeschi (KAB): Signor Manfred Stick e Signor Wolfgang Seidler; Consiglieri: Signora Cettina Leocata, Signora Concetta Susanne Sapienza, Signor Emilio Mastrostefano e Signor Sabino Scarvaglieri.

Sono stati nominati, inoltre, i tre Delegati che parteciperanno ai prossimi Congressi: Signora Emma Marando, Ins. Patrizia Mariotti, Signora Ingrid Mayr e Signor Giuseppe Chiantello, insieme a Grasso in qualità di Presidente del Circolo.

Subito dopo queste operazioni istituzionali,  i convenuti hanno avuto modo di gustare le specialità della casa, il variegato e saporito menù del Ristorante Lagune.Tra gli intervenuti all'incontro, si ricordano, oltre alle persone già nominate, i soci del circolo: Giuseppina Baiano, Maria e Giuseppe Caporale, Salvatore e Giuseppe Campagna, Giuseppe Chiantello, Vincenzo Emanuele (storico socio e il primo italiano incontrato a Kempten da Grasso nel lontano 1965), Stefanie Güven, Angelo Lo Re, Francesco Maenza, Ingrid e Wolfgang Mayr, Maria Verago, Josef Weixler: Inoltre  gli ospiti: Angela Grasso, Ursula Macaluso, Anna Lo Re, Signora Chiantello, Gudrun Pichler, Frank Güven, e pur se brevemente: Domenico Emanuele.  Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

Alternative für Deutschland, le conseguenze di un tabù superato

 

Appare difficile commentare, a distanza di pochi giorni, il risultato delle votazioni dell’8 settembre in Sassonia-Anhalt, perché nessuno avrebbe mai immaginato che, da un piccolo Land luterano, caro alla storia della Germania, ma ai margini della politica tedesca, l’AfD si sarebbe spostata dalla periferia al centro, puntando ad un progetto politico, se non egemonico, almeno maggioritario nel Paese.

Inutile negarlo, l’AfD ha trionfato, molto per merito di Ulrich Siegmund, un giovane politico, metà influencer e metà tribuno, con il talento empatico di chi sa rapportarsi con le masse e che ben pochi leader hanno. Siegmund ha vinto anche perché ha saputo creare una mobilitazione permanente, battendo il terreno palmo a palmo, terreno lasciato libero dagli altri politici a cui, da tempo, non interessava più l’agone politico.

L’ AfD ha un progetto ben preciso e idee radicali, difficili da realizzare se non addirittura illegali, che vedono al centro del programma la “remigrazione”, dopo le migliaia di turchi e siriani accolti dalla Merkel ma, soprattutto, il ritorno ad un mondo, ad un “pensiero” tedesco da imporre con una contro-rivoluzione dal basso, dalle scuole. Un’educazione dove gli alunni tedeschi sono separati da quelli dei rifugiati, dei disabili, con grave disappunto dei docenti che temono, giustamente, questo ritorno al passato: pensare tedesco e solo tedesco.

La domanda che un po’ tutti si fanno è: come mai l’AfD ha ottenuto questa valanga di voti?

La risposta è scontata e sempre la stessa: dalla riunificazione dell’ottobre del 1990, la politica non ha dato le risposte che in Sassonia-Anhalt i cittadini si aspettavano. Il divario tra le due Germanie dell’immediato dopoguerra non è stato colmato, non ha funzionato nulla, forse l’AfD riuscirà a fare quello che gli altri non sono stati capaci di fare.

Per tutto questo, oggi la Germania si trova a dover gestire il suo futuro, guarda caso, proprio risolvendo il dilemma di bandire o no l’AfD, tenuto conto che la costituzione tedesca ha un meccanismo di auto-preservazione che permette di considerare fuorilegge chi minaccia la democrazia, in teoria per abolirla servirebbe una rivoluzione.

Troppo tardi per il bando, il “tabù morale” si è infranto, la società è spaccata e in qualunque modo si decida, la scelta non si può rinviare, anche perché l‘altra grande lezione del voto in Sassonia-Anhalt è stata quella di porre al centro dell’attenzione di tutti, la gravissima crisi dei partiti di centro.

Non è solo in gioco il futuro del cancelliere Merz: la CDU teme per la prima volta il proprio sgretolamento, come è accaduto ai partiti che le sono più vicini in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, perché sono partiti che non hanno un’idea di mondo da offrire, se non la conservazione, la difesa del presente che, però, oggi non entusiasma nessuno, mentre l’AfD, al contrario, offre al “ popolo “ il suo mondo alternativo, la sua visione del futuro.

Angela Casilli, dip 12.9.

 

 

 

 

 

Istat: gli italiani all’estero sono 6 milioni 604mila

 

ROMA- Continua a crescere la presenza italiana all’estero. a certificarlo è anche l’Istat che oggi ha pubblicato i dati al 31 dicembre 2025. Gli italiani all’estero sono 6 milioni 604mila, circa 183mila unità in più rispetto all’inizio dell’anno: un numero che continua a crescere (+2,8%) anche se a un ritmo più lento rispetto al 2024 (+4,6%).

La crescita interessa sia gli uomini (3 milioni 406mila; 51,6% della popolazione italiana all’estero), sia le donne (3 milioni 197mila). Molto contenuto il contributo della dinamica naturale: nel 2025, infatti, il saldo tra nascite e decessi è positivo per appena 3mila unità, contro le 13mila dell’anno precedente. La contrazione – rileva l’Istat - è dovuta alla forte diminuzione delle nascite, passate da 26mila a 16mila (-37,1%), mentre i decessi rimangono sostanzialmente stabili, poco sopra le 13mila unità (+2,4%)

QUASI TRE NASCITE SU QUATTRO DA GENITORI ITALIANI ALL’ESTERO SI REGISTRANO IN EUROPA

Nel 2025, tra le nascite da genitori italiani all’estero quasi tre su quattro si registrano in Europa (73,8%): il 47,4% nei Paesi dell’Ue e il 26,5% in altri Paesi europei. Tra i principali Paesi, le quote più elevate riguardano la Svizzera (17,1%), la Germania (14,8%), la Francia (10,4%) e il Regno Unito (7,7%). L’America raccoglie il 16,8% delle nascite, di cui l’11,6% nell’America centro-meridionale e il 5,2% in quella settentrionale; quote più contenute si osservano in Asia (4,3%), Oceania (2,8%) e Africa (2,3%).

La diminuzione delle nascite interessa tutte le aree geografiche, ma risulta particolarmente accentuata in America (-55,0%), soprattutto nell’America centro-meridionale (-59,7%).

LA NUOVA LEGGE SULLA CITTADINANZA

Su questa dinamica ha inciso anche la nuova normativa sulla cittadinanza, entrata in vigore nel 2025, che ha ristretto i casi di trasmissione automatica della cittadinanza italiana per discendenza (iure sanguinis) ai figli nati all’estero, con effetti particolarmente rilevanti in Brasile (-66,6% di nascite) e Argentina (-55,8%), dove è storicamente ampia la collettività di origine italiana. In Europa la riduzione è pari al 33,2%, con diminuzioni particolarmente marcate nel Regno Unito (-44,2%), in Germania (-42,7%) e in Spagna (-34,4%). Più contenuti, pur restando rilevanti, sono i cali registrati in Africa (-20,2%), Asia (-16,6%) e Oceania (-11,8%).

SALDO NATURALE POSITIVO MA IN CALO TRA GLI ITALIANI ALL’ESTERO

Il tasso di natalità degli italiani residenti all’estero è particolarmente basso. Pari al 2,5 per mille, esso non raggiunge neanche la metà di quello che si riscontra sul territorio italiano (6 per mille). I valori più elevati si osservano in Asia (8,3 per mille) e in Africa (5,1 per mille), aree che presentano tuttavia un peso contenuto sul totale delle nascite. In Europa, il tasso è pari al 3,5 per mille, con valori più elevati nei Paesi Bassi (4,8 per mille) e in Svizzera (4,2 per mille). Decisamente più bassi sono i livelli registrati in America, pari all’1,0 per mille nell’intero continente e allo 0,9 per mille nella sola America centro-meridionale. Le differenze territoriali dipendono da vari fattori. Tra questi, il fatto che nei Paesi di più antica emigrazione italiana, come in America centro-meridionale, la bassa natalità si associa anche a una struttura per età della popolazione più anziana.

I DECESSI

Nel 2025, i decessi di cittadini italiani residenti all’estero sono stati 13mila, in aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente. Essi risultano fortemente concentrati in Europa, dove si registra l’85,6% dei decessi totali: il 59,3% nei Paesi dell’Ue e il 26,3% negli altri Paesi europei. L’America concentra l’11,2% dei decessi, mentre Africa, Asia e Oceania presentano incidenze più contenute. L’aumento dei decessi interessa l’Europa (+3,0%), l’America settentrionale (+8,9%), l’Africa (+24,6%) e l’Asia (+19,0%).

Anche il tasso di mortalità degli italiani all’estero è sensibilmente basso. Pari al 2,1 per mille, esso è meno di un quinto di quello osservato in Italia (11,1 per mille). Valori più elevati si registrano in Europa, dove il tasso raggiunge il 3,3 per mille, con livelli particolarmente alti in Francia (4,8 per mille), Germania e Svizzera (4,2 per mille entrambi). Nell’Ue il tasso è pari al 3,6 per mille, mentre negli altri Paesi europei si attesta al 2,9 per mille. Valori più contenuti si osservano in Africa (2,9 per mille), Asia (1,6 per mille), America settentrionale (1,0 per mille) e America centro-meridionale (0,5 per mille); il livello più basso si registra in Oceania (0,4 per mille).

Le differenze nei tassi di mortalità riflettono in larga misura la diversa struttura per età delle collettività italiane residenti nelle varie aree. Nei Paesi europei di più antica emigrazione, dove la popolazione italiana è più anziana, la mortalità risulta più elevata. Nei Paesi dell’America centro-meridionale, invece, i bassi tassi osservati possono dipendere anche dall’elevato numero di acquisizioni della cittadinanza italiana iure sanguinis, che accrescono rapidamente la popolazione iscritta e possono alterarne la composizione per età.

In virtù di un numero di nascite superiore ai decessi, nel 2025 il saldo naturale degli italiani residenti all’estero si mantiene positivo (circa 3mila unità), ma in significativo declino rispetto all’anno precedente (circa 13mila).

DOPO IL PICCO DEL 2024, ESPATRI IN DIMINUZIONE NEL 2025

Nel 2025, gli espatri sono 109mila, il 22,7% in meno rispetto al 2024. Il calo va letto alla luce dell’eccezionale numero di iscrizioni all’AIRE registrato nel 2024, in seguito all’introduzione di norme più stringenti in materia. La nuova normativa ha determinato una forte concentrazione delle registrazioni nel 2024, amplificando di conseguenza la riduzione osservata nel confronto con il 2025. I rimpatri, pari a circa 56mila, diminuiscono invece del 3,4%. Il saldo migratorio con l’estero resta quindi positivo (per gli italiani residenti all’estero, che in virtù di tale posta vedono aumentato il loro contingente) e si attesta a circa 53mila unità, quasi 30mila in meno rispetto al 2024.

La maggior parte degli espatriati si dirige verso l’Europa: il 75,5% del totale, pari a circa 82mila persone. In particolare, 68mila trasferimenti hanno come destinazione un Paese dell’Ue; al netto dei 31mila rimpatri provenienti dalla stessa area, il saldo migratorio degli italiani residenti nell’Unione risulta positivo per circa 37mila unità. Un saldo positivo si registra anche nei Paesi europei non appartenenti all’Unione (+9mila) e in America settentrionale (+3mila). In America centro-meridionale, invece, i rimpatri superano lievemente gli espatri, determinando un saldo negativo di circa 300 unità.

Nel 2025, le principali destinazioni degli espatri sono la Spagna e la Germania con, rispettivamente, circa 13mila movimenti. Segue la Svizzera con 12mila, il Regno Unito con 11mila e la Francia con 9mila. Nel complesso, questi cinque Paesi accolgono il 53,3% degli italiani espatriati. Tra le destinazioni extraeuropee emergono gli Stati Uniti, con il 5,7% degli espatri, e il Brasile, con il 2,9%. I flussi verso quest’ultimo Paese risultano in forte calo, anche per effetto della recente revisione della disciplina della cittadinanza italiana iure sanguinis.

Per quanto riguarda i rientri in Italia, oltre un terzo dei 56mila rimpatri del 2025 proviene da Germania, Regno Unito e Svizzera (36,3%). Seguono Stati Uniti, da cui proviene il 6,6% dei rimpatri, Francia (6,5%) e Brasile (6,0%).

CIRCA 56MILA ITALIANI ESPATRIATI NEL 2025 PROVENGONO DAL NORD, 19MILA DAL CENTRO E 34MILA DAL MEZZOGIORNO.

Il Nord-ovest è l’area di origine del 30,0% delle partenze e il Nord-est del 21,8%, mentre il Centro incide per il 17,3%, il Sud per il 20,4% e le Isole per il 10,5%. Quasi un espatrio su cinque ha origine in Lombardia, con circa 22mila partenze, pari al 19,8% del totale. Seguono il Veneto con 11mila (10,1%), la Sicilia con 9mila (8,0%), il Piemonte e la Toscana, entrambe con circa 8mila e una quota del 7,4%.

I rimpatri si dirigono per il 47,8% verso il Nord del Paese, per il 20,0% verso il Centro e per il 32,2% verso il Mezzogiorno. La Lombardia rappresenta la principale destinazione, accogliendo il 18,4% dei rientri, seguita dalla Sicilia (10,1%), dal Lazio (8,7%) e dal Piemonte (8,4%).

Nel 2025, l’età media degli italiani espatriati è pari a 34 anni mentre quella dei rimpatriati, più alta, è pari a 36,8 anni. Il profilo per età dei due flussi evidenzia una maggiore concentrazione degli espatri nelle classi di età giovanili, mentre i rimpatri si distribuiscono più diffusamente lungo il corso della vita, motivo per il quale presentano un’età media più elevata (Figura 1). Oltre un terzo degli espatri riguarda persone tra i 25 e i 34 anni (36,2%), il 13,2% individui di 18-24 anni.

Tra i rimpatri, la quota più elevata riguarda ancora i 25-34enni (24,0%), seguiti dai 35-49enni (23,2%). Più importante è il peso delle persone di almeno 50 anni, pari al 26,0% dei rimpatri, contro il 16,5% degli espatri. Tra i minori si concentra il 17,9% dei rimpatri e il 12,4% degli espatri, quote riconducibili agli spostamenti compiuti insieme alle famiglie. (aise 3) 

 

 

 

 

Come chiedere scusa nel modo giusto

 

Ho deciso di scegliere questo argomento come tema del primo articolo, dopo un periodo di pausa che mi sono dovuta prendere per soffermarmi su me stessa. Mi sembrava giusto chiedervi scusa per questi mesi di silenzio.

Chiedere scusa non è solo dire “mi dispiace”. È un atto relazionale che può riparare un legame oppure peggiorarlo, a seconda di come viene fatto.

In breve: chiedere scusa

* Le scuse efficaci sono sincere, specifiche e tempestive

* Non servono a “chiudere la questione”, ma a riconoscere l’impatto sull’altro

* Devono includere responsabilità, empatia e intenzione di cambiamento

* Le scuse superficiali o difensive spesso peggiorano la situazione

* Non basta chiedere scusa: conta ciò che fai dopo

Perché è così difficile

* mette in discussione l’ego

* attiva senso di colpa e vergogna

* richiede di riconoscere di aver ferito qualcuno

Come chiedere scusa davvero

1. Essere chiari e diretti

“Mi dispiace” ? senza giri di parole o ambiguità

2. Assumersi la responsabilità

Senza “ma”, senza giustificazioni

3. Essere specifici

Dire cosa hai fatto e perché è stato sbagliato

4. Mostrare empatia

Capire davvero come si è sentito l’altro

5. Dimostrare cambiamento

Le parole non bastano: serve coerenza nei comportamenti

Cosa non fare (errori comuni)

Molte scuse falliscono per questi motivi:

* “Mi dispiace se ti sei offeso”

* “Non era mia intenzione”

* “Non è così grave”

Cosa significa davvero scusarsi

* riconoscere il danno

* ristabilire fiducia

* mostrare responsabilità

* riaprire la relazione

La domanda più importante

* “Sto chiedendo scusa per stare meglio io… o per far stare meglio l’altro?”

Sbagliare, conseguenze e senso di colpa

Nelle interazioni con gli altri è impossibile non sbagliare mai. L’errore, che si tratti di una parola fuori posto, di un malinteso o di un’azione impulsiva, è parte dell’esperienza umana.

Sappiamo tutti che sbagliare può causare danni o dispiacere agli altri e a sé stessi.

Tuttavia, chiedere scusa non è sempre facile. È un processo complesso, che va oltre la semplice ammissione dell’errore, in quanto implica un certo grado di consapevolezza del danno causato, insieme al desiderio sincero di riparare ad esso e di ripristinare l'equilibrio nel rapporto.

Chiedere scusa è un atto di profonda umiltà e coraggio, in cui ci si mette a nudo di fronte all’altro, mostrandogli le proprie vulnerabilità e ammettendo di essere imperfetti. Saperlo fare efficacemente è un segno di maturità emotiva e responsabilità.

Quando ci rendiamo conto di aver commesso uno sbaglio, possono esserci diverse conseguenze sul piano emotivo. Si attivano una serie di emozioni complesse, tra cui il senso di colpa e la vergogna.

Il senso di colpa sorge quando percepiamo di aver violato i nostri valori o di aver deluso qualcuno. Può essere un’emozione scomoda e pesante da gestire, ma è anche un segnale positivo, perché implica consapevolezza delle nostre azioni e delle loro conseguenze sugli altri e un senso di responsabilità per il nostro comportamento. Il senso di colpa è utile, e ha una funzione costruttiva e adattiva: quella di portarci al pentimento e alla ricerca di soluzioni per rimediare.

Una conseguenza emotiva un po’ più rischiosa è quella di sprofondare nella vergogna. Si tratta di un’esperienza che può essere invalidante, in quanto porta a chiudersi a riccio e ad evitare il confronto, invece di ammettere le proprie responsabilità. Come tutte le emozioni, ha un significato e porta un messaggio a cui bisogna prestare attenzione, ma in questo caso è bene fare molta attenzione a non lasciarsi sopraffare dal carico emotivo.

Qualsiasi siano le emozioni associate all’atto di chiedere scusa, il semplice fatto di farlo sinceramente porta sollievo, sia a chi porge le scuse, che potrà liberarsi dalla colpa, sia a chi le riceve, che potrà sperimentare sentimenti di perdono, compassione e riconciliazione.

Perché è difficile chiedere scusa?

Chiedere scusa implica ammettere l’errore, assumersi la responsabilità delle sue conseguenze e usare le modalità giuste per comunicare il nostro dispiacere e pentimento.

Questo processo richiede empatia, consapevolezza, umiltà, coraggio, autostima e capacità di ascolto, tutte qualità che richiedono esperienza, introspezione e maturità per svilupparsi pienamente.

È per questo che spesso chiedere scusa risulta difficile e non chiedere scusa risulta più facile.

Ecco le principali motivazioni di questa difficoltà:

* Paura di mostrarsi inferiori e vulnerabili: Alcuni considerano erroneamente il chiedere scusa un atto di debolezza, che ci renderebbe inferiori, subordinati, fallibili e meno degni agli occhi altrui. Chiedere scusa implica mostrarsi imperfetti e vulnerabili di fronte all’altro, e questo è in realtà un segno di forza. Tuttavia, nel nostro contesto socioculturale l’errore si associa al fallimento, mentre la perfezione viene premiata. Così, per via di meccanismi di difesa come la negazione o la minimizzazione, si tende a non esporsi e non chiedere scusa, per sentirsi più integri e forti.

* Mancanza di autostima: Avere una buona dose di autostima e amor proprio ci permette di continuare a volerci bene e percepire il nostro valore personale e dignità, anche quando riconosciamo apertamente i nostri errori. In caso di scarsa autostima, chiedere scusa potrebbe risultare mortificante e doloroso.

* Timore del giudizio o del rifiuto: Chiedere scusa può essere visto come un atto “rischioso” dal punto di vista della relazione, per paura di attirare un giudizio negativo. Questo accade soprattutto se si è cresciuti con un’educazione molto rigida o si hanno avuto esperienze nel passato in cui si è stati respinti per i propri sbagli. In questi casi, si può avere assimilato la convinzione che ogni errore compiuto faccia scattare una punizione o comporti una perdita. Non chiedere scusa diventa così un atto autoconservativo, utile per assicurarsi che l’altro non si approfitti della propria vulnerabilità.

* Orgoglio: È uno dei principali ostacoli nel processo di chiedere scusa. Infatti, ci impedisce di essere umili, di ammettere gli errori commessi e di assumerci le nostre responsabilità.

* Distorsioni cognitive: Quando si commette uno sbaglio, si potrebbe incorrere in un errore di pensiero, per cui pensiamo che noi stessi siamo “sbagliati”, invece di pensare che abbiamo “fatto qualcosa di sbagliato”.

* Minaccia all’immagine di sé, importanza della relazione, inefficacia percepita delle scuse: Un recente studio sulla psicologia del perdono ha analizzato gli ostacoli che dei trasgressori incontrano nel processo del chiedere scusa in seguito a un reato. Questi spesso scelgono di non offrire una scusa formale, non scusarsi affatto o rispondere in modo difensivo alla vittima. Dall’indagine è emerso che chi commette un errore spesso percepisce l’atto di chiedere scusa come una minaccia alla propria immagine di sé, mostrando resistenza a riconoscere l'errore. Inoltre, spesso non si sente sufficientemente preoccupato per la relazione danneggiata o dubita che le scuse siano efficaci nel risolvere la situazione.

Conseguenze di non chiedere scusa

Non chiedere scusa, negando le proprie responsabilità, può avere delle conseguenze profondamente negative, sia per chi ha commesso l’errore sia per le relazioni coinvolte.

Quando non si chiede scusa, si rischia di danneggiare la fiducia e la connessione emotiva con l’altra persona. Chi è stato ferito o danneggiato dall’errore potrebbe percepire una mancanza di rispetto o di empatia, che può portare a un distacco emotivo o addirittura alla rottura della relazione.

Inoltre, il fatto di non riconoscere i propri sbagli può generare un effetto a catena di tensioni non risolte, incomprensioni e rancore, che possono accumularsi e riemergere in situazioni future.

Per la persona che si rifiuta di chiedere scusa, questo comportamento può creare un conflitto interno, disagio e malessere interiore. Questo accumulo di emozioni negative può influire sul benessere psicologico e sulle relazioni interpersonali, creando un senso di isolamento o di colpa non risolto.

Un interessante studio empirico del 2012 ha esaminato le conseguenze psicologiche inesplorate che derivano dal rifiuto di scusarsi in seguito a un errore. I risultati hanno mostrato che il rifiuto di scusarsi ha portato a un’ autostima maggiore, un aumento della sensazione di potere e controllo e una più solida integrità dei valori.

Sebbene questa evidenza possa sembrare una conseguenza positiva del non chiedere scusa, gli autori sottolineano che tutti questi fattori rendono più difficile ristabilire fiducia e comprensione reciproca e indicano potenziali ostacoli alla riconciliazione e una mancata riparazione del danno interpersonale.

Perché è importante chiedere scusa?

Uno studio del 2021 ha indagato alcuni aspetti psicologici legati alla disposizione a chiedere scusa, evidenziando perché è tanto importante. Dall’indagine è emerso che sapere chiedere scusa si associa ad accettazione di sé stessi e degli altri, compassione per sé stessi e per gli altri e tendenza a vedere le persone in grado di cambiare. Inoltre, si associa a una minore propensione all’evitamento e all’assenza di tratti di personalità narcisistici.

Gli autori hanno concluso che la capacità di chiedere scusa risulta essere un fattore di protezione per un sano funzionamento psicologico, che implica processi di autoconsapevolezza, responsabilità, empatia e riparazione, fondamentali per la crescita personale e per delle relazioni interpersonali positive.?

Infatti, chiedere scusa è un modo per rafforzare le relazioni, in quanto consente di esprimere considerazione, cura e rispetto per l’altro e per i suoi sentimenti. Apre uno spazio per un dialogo costruttivo e cooperativo, che favorisce una risoluzione positiva dei problemi.

Chi chiede scusa potrà liberarsi del peso della colpa e del rimorso e andare avanti con maggiore serenità, potendo crescere e maturare come persona. Chiedendo scusa, aumenta l’autorevolezza, l’autostima, il senso di fiducia e l’immagine positiva di sé stessi.

Inoltre, si riduce il rischio di rimuginii ed emozioni irrisolte che generano tensioni interiori e rancori con gli altri. In questo modo, è anche possibile prevenire l'escalation dei conflitti.

Chiedere scusa può suscitare nell’altro sentimenti di stima e fiducia, il che non solo permette di superare le rotture relazionali, ma renderà anche i rapporti più solidi e genuini.

Come farlo in modo efficace e sincero

Secondo gli studi, le scuse efficaci sono quelle che dimostrano empatia e intensità e che vengono offerte tempestivamente. Queste caratteristiche le rendono efficaci in quanto aiutano a ricostruire la fiducia e a migliorare il rapporto, influenzando profondamente la percezione di chi è stato danneggiato.

Per chiedere delle scuse efficaci, tieni a mente i tre pilastri su cui queste devono basarsi:

* Comprensione: Prima di chiedere scusa è importante riflettere, esaminando la situazione, e guardarsi dentro, per comprendere le motivazioni dietro le azioni commesse. Chiediti perché hai agito in quel modo, quali erano le tue intenzioni, come ti senti e che emozioni provi. Fallo senza giudizio, né auto-giustificazioni, né censure, operando un auto-analisi trasparente e onesta.

* Sincerità: Delle scuse efficaci devono essere sincere e autentiche. Chiediti se sei realmente dispiaciuto per l’accaduto e se provi un desiderio sincero di riconoscere l’errore, rispettare i sentimenti dell’altro e riparare il danno. Se vuoi chiedere perdono solo per salvare la tua reputazione o evitare problemi, allora saranno scuse inefficaci.

* Empatia: Mettersi nei panni di chi ha subito le conseguenze del tuo errore è fondamentale. Cerca di comprendere l’impatto delle tue azioni e quali emozioni può aver provato l’altro. Dimostra un sincero interesse nel capire il suo punto di vista, ascoltandolo attivamente. Riconosci e valida i suoi sentimenti e sii pronto ad accettare le sue reazioni ed emozioni, senza difenderti o giustificarti.

Durante il dialogo, tieni a mente ciò che NON devi fare perché le tue scuse siano efficaci:

* Generalizzare (es: “sbaglio sempre in tutto”)

* Giustificarti e usare la parola “ma…” (es. “è vero che ho detto quelle parole, MA ero stanco”)

* Minimizzare (es: “non è stato nulla di grave”)

* Vittimizzarti (es: “sono una pessima persona”)

* Accusare l’altro e usare la parola “tu…” (es: “TU l’hai presa male”).

Con questi presupposti, passa all’azione chiedendo scusa con un atteggiamento calmo e aperto. Nelle tue scuse non devono mancare questi elementi:

1. Ammetti il tuo errore con onestà: Spiega cosa hai fatto o detto di sbagliato in maniera chiara e specifica, scendendo nei dettagli, senza dare nulla per scontato.

2. Comunica che sei davvero dispiaciuto e chiedi perdono: Dimostra all’altro la sincerità delle tue scuse.

3. Proponi un tipo di rimedio al torto: Dimostra all’altro che vai oltre le parole e che le tue scuse si potranno vedere anche con le azioni.

4. Condividi un piano per il futuro: Spiega che hai l’intenzione di non ripetere lo stesso errore in futuro e confrontati con l’altro riguardo possibili strategie da adottare perché le dinamiche non si ripetano (es: “mi impegnerò a stare più attento a questo aspetto”).

5. Adotta un comportamento differente: Le tue parole non devono essere promesse vuote, ma vanno mantenute con impegno nel tempo.

6. Attendi il perdono: Per restaurare il rapporto, deve esserci la volontà di andare avanti da parte di entrambi. Questo può richiedere del tempo, perché la persona offesa potrebbe non metabolizzarle immediatamente. Per questo, quando si chiede scusa, non si deve pretendere di essere perdonati. Invece, è importante avere pazienza nei confronti dell’altro e comprenderlo qualora non sia pronto ad accettarle. In questo caso, puoi ringraziare l’altro per averti dato la possibilità di esprimerti e lasciare le porte aperte per una riconciliazione futura.

Claudia Bassanelli, de.it.press

 

 

 

 

 

Da Berlino a Mosca: politica lontana, democrazia a rischio

 

Le votazioni a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore hanno ribadito la crisi dei partiti tradizionali e segnato un altro punto a favore delle "estreme". I cittadini sono lontani dal "palazzo", e viceversa. Si fa di tutto per la governabilità anche a scapito della rappresentanza. Cosa ci dicono le attuali tendenze elettorali? Un monito arriva dalla Russia – di Gianni Borsa

Le attese elezioni nei lander tedeschi, da tempo caricate di significati politici federali e addirittura europei, non hanno – per così dire – deluso. A Berlino prevale la sinistra estrema Die Linke; Alternative für Deutschland svetta nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. A ruota le altre formazioni, con risultati alterni per la Cdu del cancelliere Merz (che comunque mostra una crisi generale di consenso) e per la Spd; i Verdi più o meno reggono, i Liberali sembrano sparire dalla scena elettorale tedesca. Occorre attendere i risultati definitivi, con l’attribuzione dei seggi nei parlamenti locali, per immaginare i futuri governi nei due lander; ma, se si esclude un ricorso a maggioranze comprendenti AfD, sembra che a Berlino e a Swerin occorreranno non facili alleanze tra Die Linke, Socialdemocratici e Verdi.

Voglia di nuovo. Resta il fatto che di fronte a un terremoto elettorale, l’ennesimo in Germania, ci si può aspettare di tutto. Si possono però formulare alcune chiavi di lettura, che peraltro confermano trend già noti. Punto primo. I politici e la politica si estremizzano e, così, gli elettori premiano gli estremi. Crescono le spinte antisistema, lievita la “voglia di nuovo”, nuovo purchessia. La politica è lontana dalla gente, i codici politici diventano incomprensibili ed estranei alla vita quotidiana; le continue e improbabili promesse elettorali non vengono mantenute. La credibilità delle istituzioni è minata alla base. Così di volta in volta si cercano un leader e una sponda partitica diversa, meglio se distanti dall’offerta partitica tradizionale. Salvo eccezioni (legate magari a un amministratore locale capace e che piace) vincono appunto le estreme, prevalgono le proposte ammantate di novità, con slogan roboanti appoggiati da un’attività martellante sui social media. Vale per la Germania, ma negli anni recenti lo abbiamo visto, e lo vediamo, in Italia, Francia e in quasi tutti i Paesi europei.

Governo e rappresentanza. Punto secondo: l’Europa è attraversata dal “mito” della governabilità. Si tratta, ovviamente, di un elemento di assoluta rilevanza, ma si ha l’impressione che ad essa si sacrifichino altri elementi strutturali della polis, il primo dei quali è la rappresentanza, correlata alla partecipazione. Per governare una città, una regione o un Paese si va nella direzione di consistenti (talvolta esagerati) premi di maggioranza che di per sé falsano il risultato elettorale. Quasi a dire che, in termini di seggi, il voto di una parte degli elettori pesa più di altri. Un altro aspetto della governabilità è la forzosa convergenza tra partiti e programmi assai differenti, talvolta persino contrastanti tra loro: con l’esito di formare un governo – locale o nazionale – che poi faticherà a governare.

Il collante del “nemico”. Un terzo elemento, non estraneo ai primi due, potrebbe consistere nel fatto che uno dei collanti che tiene insieme partiti diversi che confluiscono per costituire un’amministrazione locale o regionale o un governo nazionale, non dipenda da valori condivisi e da programmi concordati, ma piuttosto dalla identificazione di un “nemico”. Un orientamento, questo, tante volte imposto per necessità – e con facilona furbizia – dai leader e propinato al popolo sovrano come irrinunciabile esigenza. “Meglio noi di loro”, è la formula ricorrente. Ma – è lecito domandarsi – quel “noi” ha fondamenti oggettivi? Risponde a una storia comune o, almeno, a principi nei quali si crede insieme e realmente? C’è un disegno programmatico, una capacità progettuale che aspiri al buon governo? Oppure emerge solo l’urgenza di occupare le poltrone più alte?

Un messaggio da Mosca. Forse sono interrogativi che si pongono nel momento in cui tra politica e cittadini il solco s’è fatto troppo profondo. Ci sarebbe da domandarsi quali siano la voglia di informarsi e la coscienza civica dell’elettorato, quale l’amore per la democrazia, spesso conquistata a caro prezzo per il proprio Paese. Domande lecite se si osserva la deriva che la “democrazia” (tra virgolette) ha assunto in Russia, dove pure si è votato, senza la presenza di reali opposizioni all’autarca Putin, con un regime che ritiene imprescindibile il ricorso a una nuova “guerra santa”, in cui le voci dissenzienti finiscono in prigione oppure eliminate. La Russia di oggi dovrebbe richiamare il prezioso senso-valore della democrazia partecipativa e liberale che abbiamo conosciuto nell’Europa del dopoguerra.

Sir 21

 

 

 

 

 

AfD, rappresentanza o distorsioni?

 

La vittoria dell’estrema destra in Germania pone un problema esistenziale: qual è la verità, e quali sono i limiti del potere della rappresentanza? Come un secolo fa, le risposte contano per il mondo.

Lo scrittore e analista cattolico Chris Caldwell è, come al solito, brillante nel descrivere la crisi in Germania che ha portato alla recente vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Dice[1]:

«Quindici anni fa, la Germania deteneva una posizione inattaccabile come prima economia dell’Europa occidentale. Era una potenza dell’export, costruita attorno all’industria automobilistica e a un solido modello di business che necessitava soltanto di tre cose: energia russa a basso costo, manodopera a basso costo dell’Europa centrale, e la domanda cinese in crescita esponenziale di automobili e macchinari industriali. C’era però un mistero. In un momento in cui tutto sembrava andare bene, gli elettori si stavano inasprendo nei confronti della CDU e dell’SPD—al punto che questi due partiti si sono essenzialmente dovuti fondere in tre delle quattro coalizioni attraverso cui Angela Merkel ha governato la Germania dal 2005 al 2021. Sembrava che, chiunque si votasse, si ottenessero sempre gli stessi partiti al potere.

Una diagnosi fu offerta dall’ex funzionario delle finanze di Berlino Thilo Sarrazin nel suo libro Deutschland schafft sich ab (“La Germania si abolisce da sé”) nel 2010. Sarrazin, socialdemocratico, sosteneva che la Germania stesse facendo molti investimenti sbagliati che, col tempo, avrebbero minato la sua economia. Il peggiore di questi era la migrazione di massa. Lungi dall’aiutare l’economia, stava accumulando passività invisibili nei sistemi pensionistico, educativo e sanitario. E parte della ragione, aggiungeva Sarrazin senza mezzi termini, con statistiche educative alla mano, era che i migranti erano generalmente meno brillanti dei nativi di cui stavano prendendo il posto. Il libro scatenò una rabbia intellettuale senza precedenti».

Tuttavia, il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Heiner Wilmer, aveva un’opinione diversa.[2] Il problema non è togliere una legittima rappresentanza, come ha scritto Caldwell, ma piuttosto una fuorviante distorsione della realtà che offre risposte facili a problemi concreti ma complessi.

«Le tentazioni del nostro tempo non si presentano nella forma di dittature. Arrivano proclamando di offrirci comodità ed efficienza superficiale. Ogni giorno siamo confrontati con vere e proprie promesse di salvezza… La verità è l’infrastruttura della libertà. Una società libera vive del fatto che le persone possano esprimere opinioni diverse. Ma la libertà dipende anche da una realtà condivisa. E questa non è una nuova sfida posta dall’era digitale… la libertà di opinione perde il suo significato democratico quando i fatti vengono falsificati, soppressi o sostituiti dalla disinformazione. Dove la verità diventa arbitraria, anche la libertà diventa arbitraria.

L’avversario della libertà è la paura. Il sociologo italiano Carlo Bordoni descrive la paura come una forza politica e sociale formativa del presente. Le certezze tradizionali cominciano a incrinarsi, portando alla creazione di una “società liquida” in cui l’incertezza diventa un’esperienza permanente. Bordoni dimostra che i paesi diventano sempre più incapaci di mantenere la loro promessa di poter garantire una sicurezza globale. Le persone vivono quindi non solo con pericoli concreti, ma anche con l’attesa costante di potenziali minacce. È proprio qui che risiede il potere politico della paura: influenza il modo in cui le persone percepiscono il mondo e prendono decisioni politiche. La paura accresce il desiderio di certezza, di risposte semplici, di un rifugio. Quando le persone sperimentano l’incertezza, cresce la tentazione di ridurre questioni complesse a soluzioni semplici. Di chi è la colpa? Chi promette di garantire sicurezza? E poi anche: chi ci toglierà la responsabilità? Il vero pericolo è quindi che le persone siano disposte a rinunciare a una parte della loro libertà per paura dell’incertezza, e a cercare protezione presso autorità esterne… Il conflitto reale del nostro tempo è dunque un conflitto ermeneutico: come comprendiamo e interpretiamo la realtà? Ci sono interpretazioni religiose e filosofiche che promettono risposte semplici alle grandi questioni culturali del nostro tempo, costruendo un nuovo Anticristo e sfruttando spietatamente il desiderio di orientamento delle persone e il loro bisogno di protezione. Noi, come Chiesa, e come Chiese, ci opponiamo fermamente a tutto ciò. La fede perde la sua verità quando diventa un’ideologia e il linguaggio religioso viene usato per seminare paura o per mettere le persone le une contro le altre.

Se la libertà ha bisogno della verità, se la paura minaccia la libertà, e ci troviamo in un conflitto culturale sull’interpretazione della realtà, allora sorge la domanda decisiva su quale responsabilità ciò comporti per noi. Questo confronto non è astratto. Si decide nella sfera politica e culturale in cui viviamo… La nostra società vive del fatto che le persone siano disposte a esaminare ripetutamente le proprie convinzioni confrontandole con la realtà. Questo significa che la verità comincia con la disponibilità ad autocorreggersi. Chiunque cerchi solo conferme tramite il proprio smartphone o dalla popolazione perde la capacità di entrare in dialogo. Ma chi cerca la verità si assume la responsabilità del dibattito pubblico, rafforzando la fiducia e la nostra democrazia».

In altre parole, Caldwell potrebbe avere del tutto ragione nell’analizzare la situazione tedesca, ma se l’AfD ha suscitato consenso alimentando paure, distorcendo la realtà e propagandando soluzioni stravaganti, allora ci troviamo in una partita diversa. Anche Adolf Hitler vinse un’elezione; era sbagliato negare la rappresentanza a un terzo della Germania che scelse di votarlo? La Germania aveva effettivamente molti problemi prima di Hitler, e il suo governo fornì alcune soluzioni.

Questo è un antico dilemma della democrazia. In greco antico, i termini tyrannòs e demokratikòs erano sinonimi e indicavano chi fomentava il sentimento popolare per pervertire la democrazia, usando la democrazia contro la democrazia stessa.

A che punto siamo ora? Inoltre, l’AfD è il singolo partito più grande con circa il 28% nei sondaggi d’opinione. Ma poiché la Germania è ormai divisa tra pro e contro l’AfD (questa sembra essere la spaccatura principale), ciò significa che il 72% dei tedeschi è contrario all’AfD.

Il problema di fondo, tuttavia, sembra essere che gli Stati Uniti, centro filosofico e culturale del mondo, e i cattolici americani, percepiscono i problemi tedeschi in modo molto diverso da come li percepiscono molti tedeschi e la Chiesa tedesca. Questo potrebbe essere piuttosto importante. Perché comprendere la Germania, in un modo o nell’altro, porta l’Europa, e quindi anche gli Stati Uniti, a muoversi in una direzione o nell’altra.

Nello spirito di un’autentica ricerca della verità basata sui fatti, la Chiesa americana dovrebbe invitare il vescovo Wilmer in America a porre domande e cercare di capire cosa stia accadendo lì. Un secolo dopo, il futuro della Germania potrebbe ancora essere quello del mondo.

In collaborazione con il portale Appia Institute (qui il testo originale inglese).

[1] https://firstthings.com/why-the-afd-wins/

[2] Bishop Dr Heiner Wilmer, President of the German Bishops’ Conference, The future of freedom starts with the truth. What our democracy depends on, 9 September 2026, Berlin

Appia Institute (editoriale) / Sett.News 19

 

 

 

 

 

La difesa dell’Europa nell’era della guerra ibrida: le proposte dell’Ue

 

A parlarne a Lavori in Corso dal Parlamento europeo sono stati gli europarlamentari Lucia Annunziata (Pd/S&D) e Salvatore De Meo (Fi/Ppe)

Droni stranieri sui cieli europei, attacchi hacker alle infrastrutture e un clima di tensione che non si consuma più sul campo di battaglia. La guerra oggi è cambiata e ha imposto a tutti, Unione europea inclusa, a fare i conti con un’impreparazione che rischia di mettere a repentaglio la tenuta della sovranità degli Stati membri e delle democrazie occidentali. In altre parole, di fronte all’escalation delle ingerenze esterne e degli attacchi ibridi, cosa abbiamo imparato, come ci siamo preparando e di quali strumenti avrà bisogno Bruxelles per salvare i suoi cittadini? A parlarne negli studi del Parlamento europeo a Strasburgo con Otto Lanzavecchia, corrispondente Adnkronos presso le istituzioni europee, sono stati gli europarlamentari Lucia Annunziata (Pd/S&D) e Salvatore De Meo (Fi/Ppe), nella nuova puntata di “Lavori in corso”.

Ma partiamo da Lipsia.

“Tutta colpa della Russia”

Commentando il recente attacco all’aeroporto di Lipsia da parte di un drone esplosivo attribuito alle strutture russe, l’eurodeputato Salvatore De Meo (Fi/Ppe) ha spiegato che “Lipsia non è un episodio isolato, ne avremo altri che metteranno in evidenza le nostre debolezze”. Secondo l’europarlamentare, la nostra difesa non va vista solo in ottica militare, “sarebbe riduttivo”. Quella evidenziata da De Meo è una vulnerabilità che impone una preparazione tempestiva sui fronti della “cybersicurezza, dell’intelligenza artificiale e del contenimento della disinformazione”.

Dal canto suo, Lucia Annunziata (Pd/S&D) ha rilevato come la guerra ibrida si insedi in uno spazio ambiguo compreso “tra la pace, le trattative diplomatiche e il conflitto aperto”. L’eurodeputata ha evidenziato il forte impatto psicologico ed eversivo di azioni non sempre direttamente attribuibili o apparentemente minori, citando dati emblematici: “Tra settembre 2025 e gennaio 2026 – ha spiegato Annunziata -, a Bruxelles sono stati registrati ben 558 sospetti sorvoli di droni su una centrale nucleare che ospita ordigni strategici statunitensi. A questo si aggiungono le azioni di disturbo ad alta intensità, come l’attacco sferrato al convoglio diplomatico lungo la rotta Varsavia-Kiev, a dimostrazione di una strategia volta a saggiare la determinazione delle istituzioni europee”.

“C’è un passaggio – ha spiegato Annunziata – in cui la guerra sarà più cattiva, perché con i droni si arriverà a casa tua mentre mangi. Ciò che dovremmo forse spiegare meglio ai cittadini e che non dovremmo riarmarci in senso tradizionale, ma imparare a difenderci e reagire. Se prima era importante che le persone scappassero, oggi l’Ucraina ci ha insegnato l’importanza di rimane. Loro hanno fatto fare un giro alla Storia, dimostrando che Davide vince sempre contro Golia. La scelta di investire nella sicurezza è una soluzione difficile e complicata, ma il diritto alla difesa della vita da parte dei cittadini è un elemento costituzionale”.

Un “muro di droni”, l’Articolo 42.7 e la guerra satellitare

Se l’attacco a Lipsia ha reso più palpabile l’urgenza del tema, non resta che chiedersi quali strumenti possiamo migliorare e implementare per contrastare la “zona grigia” del conflitto moderno. De Meo ha insistito sulla necessità di costruire una reale cultura della sicurezza, sottolineando come un drone dal costo di poche centinaia di euro sia ormai in grado di paralizzare uno spazio aereo e richieda strategie difensive dedicate, come un “muro di droni”.

Sul piano normativo e istituzionale, l’eurodeputato del Ppe ha proposto una revisione dell’Articolo 42.7 del Trattato Ue, affinché la clausola di difesa reciproca venga estesa anche agli attacchi ibridi, definendo gli investimenti in sicurezza non come un costo, ma come una necessaria polizza assicurativa per la stabilità democratica. L’obiettivo dichiarato non è sostituire la Nato, ma sviluppare un’autonomia strategica e industriale che renda l’Europa un suo pilastro credibile.

Lucia Annunziata ha proposto, invece, una prospettiva focalizzata sulla trasformazione tecnologica del conflitto: la difesa del futuro non si baserà su carri armati più grandi o sul riarmo tradizionale, ma sul controllo dello spazio, sui satelliti, sulla gestione avanzata dei dati e sugli hub tecnologici. Per l’eurodeputata socialista, la risposta dell’Unione deve concentrarsi sulla reattività e sulla protezione della vita dei cittadini e delle istituzioni come imperativo costituzionale.

Il ruolo dell’ascesa in campo degli estremismi

A peggiorare la situazione c’è l’ascesa in campo politico di estremismi di destra o di sinistra che sembrerebbero minacciare la tenuta politica dei governi democratici dell’Ue. Entrambi gli europarlamentari hanno collegato questo fenomeno alla tenuta sociale dei Paesi.

Da un lato De Meo ha richiamato la politica al pragmatismo per rispondere all’avanzata delle forze estremiste, come quanto accaduto in Sassonia-Anhalt con la vittoria del partito di destra Afd. “È un dato che deve preoccupare l’Italia e tutti quei Paesi che nel 2027 andranno al voto”, ha spiegato De Meo, sottolineando che i populismi in generale mancano di concretezza perché “se la protesta è semplice, la proposta è difficile. Dobbiamo uscire dai palazzi e focalizzare l’attenzione sui problemi e le vere priorità dei cittadini”.

Dall’altro lato, Lucia Annunziata ha individuato un gap: “Badiamo bene a considerare tutte le destre come un unico calderone, Marine Le Pen (la leader francese del Rassemblement National, nr) non ha nulla a che vedere con Alice Weidel (la leader dell’Afd, ndr)”. Il vero tema, per l’eurodeputata, va ritracciato nella deindustrializzazione e nella perdita della grande manifattura: “La causa strutturale dell’instabilità politica europea”, ha concluso.

La risposta istituzionale: il rapporto sullo Scudo Europeo per la Democrazia

Le riflessioni dei due eurodeputati si inseriscono nel quadro delineato oggi 15 settembre dal Parlamento europeo, che ha approvato il rapporto finale sullo Scudo Europeo per la Democrazia. Frutto del lavoro della commissione speciale istituita nel dicembre 2024, il documento identifica la Russia come la principale minaccia esterna alla sicurezza continentale, affiancata dalle attività ostili condotte da Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

Durante il dibattito in aula plenaria, il relatore Tomas Tobé ha ribadito la fermezza della posizione parlamentare contro la manipolazione delle informazioni, dichiarando che i bot russi, le ingerenze straniere e il condizionamento delle elezioni non possono in alcun modo essere fatti rientrare nel principio della libertà di parola.

Il Centro per la resilienza democratica e le nuove regole digitali

Per superare l’attuale frammentazione delle difese nazionali, la proposta dell’Eurocamera guarda alla crescita del Centro europeo per la resilienza democratica, un’entità autonoma e permanente concepita come centro di eccellenza per rilevare, analizzare e contrastare le operazioni di manipolazione dell’informazione e la disinformazione coordinata. La strategia approvata dal Parlamento si articola su diverse direttrici operative:

* Regolamentazione digitale: piena attuazione del Digital Services Act (Dsa) e dell’Ai Act, chiedendo alla Commissione di applicare sanzioni severe verso le grandi piattaforme online e di contrastare gli algoritmi basati sull’engagement che amplificano contenuti divisivi.

* Protezione dei processi elettorali: classificazione delle infrastrutture elettorali come servizi pubblici essenziali e adozione del principio “know your donor” per le donazioni politiche in criptovalute.

* Media e sovranità tecnologica: attuazione delle direttive a tutela dei giornalisti d’inchiesta e promozione di una strategia “buy European” per ridurre le dipendenze da tecnologie ed equipaggiamenti extra-Ue.

Il punto di incontro tra le analisi di Salvatore De Meo e Lucia Annunziata evidenzia come l’Europa debba evolvere da una postura puramente difensiva a una reale capacità di deterrenza e resilienza. La salvaguardia delle istituzioni democratiche richiede un’azione integrata che unisca l’autonomia tecnologica, la protezione dell’informazione indipendente, la sicurezza delle infrastrutture fisiche e digitali e un forte rafforzamento della coesione sociale ed economica tra i cittadini dell’Unione. Adnkronos 20

 

 

 

 

 

Le proiezioni

 

Nonostante i venti di guerra, le tematiche correlate ai Connazionali all’estero sono tanto numerose e complesse da porci nelle condizioni di “frenare” una serie d’iniziative che avrebbero avuto, già da qualche tempo, un’evoluzione utile per la nostra Comunità oltre confine.

Per noi, non c’è differenza. Gli italiani all’estero sono tali sia nel Vecchio Continente che in altra contrada nel mondo. Il progetto di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE) è valido per tutti. Ora ancor più che per il passato. Se non viene meno l’interesse, già i riscontri politici sono evidenti.

Per poterlo realizzare, però, c’è da agire con uniformità e metodo per non confondere una realtà che abbiamo, da qualche tempo, identificato. Avremmo potuto iniziare con delle verifiche meno circoscritte. Per una serie di motivi di pratica operatività intendiamo, invece, gestire la materia in modo uniforme e consono alle reali esigenze che differiscono, pur sempre, da caso a caso. Contiamo sulla cooperazione degli interessati che sono milioni e che credono nel nostro progetto.

Anche nel prossimo anno, ci saranno più aspetti da comparare e, forse, anche da ponderare. Ma ci vuole prudenza. Anche per avere il tempo d’assodare una realtà nazionale in continua evoluzione. Una volta individuate le eventuali carenze politiche, non mancheremo di prendere in esame i casi generali per, poi, addentraci anche in quelli più specifici. Il progetto DIE resta una nostra proposta sempre percorribile.

Le sue finalità saranno rispettate e l’opinione di chi ci segue servirà a completare “proiezioni”, anche politiche, sul futuro della Penisola stellata.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Gli italotedeschi: il legame più forte tra Italia e Germania

 

Quando si parla dei rapporti tra Italia e Germania si citano spesso gli scambi commerciali, la cooperazione politica o il ruolo svolto dai due Paesi nell’Unione europea. Eppure esiste un patrimonio ancora più importante: gli italotedeschi.

Da oltre sessant’anni rappresentano il legame umano più profondo tra Italia e Germania. Sono milioni di persone che vivono, lavorano, studiano e costruiscono il proprio futuro tra due Paesi, contribuendo ogni giorno a rafforzare rapporti economici, culturali e sociali.

La prima generazione arrivò con il desiderio di costruirsi una vita migliore. Con il proprio lavoro contribuì in modo determinante alla ricostruzione e allo sviluppo della Germania del dopoguerra. Le generazioni successive hanno ampliato questo contributo, affermandosi come imprenditori, medici, insegnanti, ricercatori, tecnici, artisti e professionisti.

Gli italotedeschi conoscono entrambe le lingue, comprendono entrambe le culture e sanno trasformare le differenze in opportunità. Sono il ponte naturale tra due nazioni che, insieme, rappresentano uno dei motori economici e culturali dell’Europa.

Eppure il loro ruolo è ancora poco riconosciuto. Mentre i rappresentanti politici di molti Paesi visitano regolarmente le proprie comunità all’estero, incontrano i loro connazionali e li considerano una risorsa strategica per rafforzare i rapporti con il Paese ospitante, la comunità italiana in Germania ha raramente ricevuto la stessa attenzione da parte delle istituzioni italiane. Una presenza così numerosa e qualificata meriterebbe di essere ascoltata e coinvolta con maggiore continuità.

L’Italia dovrebbe guardare agli italotedeschi non soltanto come ai figli dell’emigrazione, ma come a una risorsa strategica. Gli italotedeschi favoriscono gli investimenti, sostengono le imprese italiane che vogliono entrare nel mercato tedesco, promuovono la lingua e la cultura italiana e rafforzano la collaborazione nei settori della scuola, della ricerca e dell’innovazione.

Anche la Germania ha tutto l’interesse a valorizzare questa comunità, che da decenni contribuisce alla sua crescita economica e sociale, dimostrando come l’integrazione possa diventare una storia di successo.

In un tempo in cui l’Europa è chiamata ad affrontare grandi sfide, gli italotedeschi rappresentano un esempio concreto di convivenza, collaborazione e integrazione. Riconoscere il loro ruolo significa investire in un futuro in cui i ponti tra i popoli valgono più delle distanze che li separano. Giuseppe Tizza, dip

 

 

 

 

L’emigrazione italiana nel mondo, la rappresentanza e il futuro del Sistema Paese

 

ROMA- C’è una geografia dell’Italia che non coincide con i confini della Repubblica. È una geografia disseminata, plurale, talvolta invisibile: passa per Buenos Aires e San Paolo, Toronto e Montréal, New York e Melbourne, Bruxelles e Berlino, Johannesburg e Caracas; attraversa i quartieri, le associazioni, le università, le imprese, le famiglie e le memorie. È l’Italia che è partita. Ma è anche l’Italia che, pur vivendo altrove, non ha mai smesso di interrogare il proprio Paese d’origine, di contribuire alla sua immagine, di custodirne una lingua, di trasformarne la cultura in esperienza quotidiana.

Parlare oggi di emigrazione italiana nel mondo significa, anzitutto, sottrarsi alla retorica consolatoria della nostalgia. Non basta evocare le valigie di cartone, i bastimenti, le fotografie ingiallite mandate da oltreoceano, le rimesse che per decenni hanno sostenuto economie familiari e comunità locali. Tutto questo appartiene alla verità storica dell’emigrazione italiana. Ma non la esaurisce. L’emigrazione non è soltanto un capitolo concluso della modernizzazione nazionale: è una componente strutturale della vicenda italiana, un fenomeno che ha inciso sulla formazione sociale, economica, linguistica e politica del Paese e che continua a interpellare il presente.

L’Italia è stata, per oltre un secolo, uno dei grandi Paesi di emigrazione del mondo contemporaneo. Dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, milioni di italiani lasciarono le campagne meridionali e venete, le aree montane e appenniniche, le città portuali e i piccoli borghi dell’interno, inseguendo lavoro, terra, sicurezza, dignità. Le partenze furono spesso dolorose, non di rado definitive; furono segnate dalla povertà, dalla discriminazione, dall’incertezza e dalla fatica dell’inserimento in società lontane. Tuttavia, quelle stesse partenze produssero un fatto storico di enorme portata: la costruzione di una diaspora italiana mondiale.

Dalla diaspora alla comunità transnazionale

La parola “diaspora” merita attenzione. In origine, essa rinvia alla dispersione di un popolo fuori dal proprio territorio di riferimento. Ma nel caso italiano non designa semplicemente una perdita o uno sradicamento. Designa anche la capacità di stabilire legami durevoli tra luoghi distanti, di ricomporre identità plurime, di trasformare l’appartenenza nazionale in una trama di relazioni transnazionali.

L’italiano emigrato non ha portato con sé soltanto una forza lavoro. Ha portato gesti, dialetti, competenze artigiane, devozioni popolari, ricette, canzoni, pratiche di mutualismo, forme di solidarietà e di associazionismo. Ha portato, soprattutto, una cultura della prossimità che ha consentito a intere comunità di resistere alle difficoltà dell’integrazione e, nel tempo, di partecipare in modo attivo alla costruzione delle società di approdo.

In Argentina, Brasile, Uruguay, Stati Uniti, Canada, Australia e in molti Paesi europei, l’emigrazione italiana ha contribuito alla crescita urbana, alla manifattura, all’agricoltura, al commercio, all’edilizia, alle professioni intellettuali, alle arti e alla ricerca. La presenza italiana ha modificato i paesaggi sociali e culturali dei Paesi di destinazione, generando una circolazione di idee e di pratiche che non può essere ridotta a un semplice trasferimento di persone. È stata una forma di mondializzazione dal basso, precedente alla globalizzazione contemporanea: una rete costruita da famiglie, mestieri, comunità e affetti.

Oggi, tuttavia, quella geografia storica convive con una mobilità nuova. Accanto ai discendenti delle grandi migrazioni del Novecento vi sono giovani ricercatori, medici, ingegneri, artisti, imprenditori digitali, lavoratori altamente qualificati, studenti e professionisti che si spostano nell’orizzonte europeo e globale. La nuova emigrazione italiana possiede caratteri diversi da quella del passato: è più istruita, più mobile, più connessa, meno vincolata alla definitiva separazione dal Paese d’origine. Ma proprio per questo pone interrogativi non meno rilevanti.

Quando un Paese vede partire stabilmente una parte significativa delle proprie energie qualificate, non può limitarsi a celebrare il cosmopolitismo come valore astratto. Deve chiedersi perché la mobilità si trasformi così spesso in scelta obbligata, perché il talento trovi altrove ciò che non riesce a trovare in patria, perché la formazione sostenuta dalla collettività italiana alimenti, senza adeguati ritorni, sistemi produttivi, universitari e scientifici di altri Paesi. La libertà di movimento è un bene europeo e civile; l’esodo involontario delle competenze, invece, è un problema nazionale.

La rappresentanza come architettura democratica

In questo quadro, la rappresentanza degli italiani all’estero non è una concessione simbolica né un residuo sentimentale. È una questione di democrazia, di cittadinanza e di coerenza istituzionale. Se la Repubblica riconosce che la comunità nazionale oltre i confini continua a essere parte integrante del corpo civico italiano, allora deve offrire a quella comunità strumenti effettivi di partecipazione.

La circoscrizione estero, l’elezione di rappresentanti parlamentari da parte degli italiani residenti fuori dai confini nazionali, il ruolo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e dei Comitati degli Italiani all’Estero costituiscono, pur con limiti e contraddizioni, un’esperienza originale nel panorama internazionale. Essi riconoscono un dato essenziale: la cittadinanza non è soltanto prossimità territoriale. È anche appartenenza giuridica, politica e culturale; è continuità di diritti e doveri; è possibilità di concorrere alla definizione dell’interesse generale.

La rappresentanza degli italiani nel mondo dovrebbe essere letta, dunque, non come una periferia del sistema politico, ma come un osservatorio privilegiato sulle grandi trasformazioni contemporanee. Gli italiani all’estero vivono quotidianamente nei luoghi in cui si misurano le conseguenze concrete della mobilità europea, delle politiche migratorie, della concorrenza globale, delle innovazioni scientifiche, della transizione energetica, della trasformazione digitale e della ridefinizione dei rapporti tra identità nazionali e appartenenze sovranazionali.

Essi non sono soltanto destinatari di servizi consolari; sono soggetti di conoscenza. Conoscono dall’interno i sistemi universitari e sanitari di altri Paesi, le modalità di sostegno alle imprese, le politiche per la ricerca, l’organizzazione delle città, i modelli di welfare, le culture amministrative, le pratiche di partecipazione civica. Questa esperienza comparata può diventare una risorsa preziosa per l’Italia, a condizione che lo Stato sia capace di ascoltarla e di tradurla in politiche pubbliche.

Per troppo tempo, invece, la relazione con gli italiani all’estero è stata oscillante: intensa nei momenti celebrativi, intermittente nelle scelte concrete; ricca di dichiarazioni di principio, meno generosa nella costruzione di servizi efficienti, strumenti digitali, politiche culturali e canali di interlocuzione stabile. La distanza geografica non può diventare distanza istituzionale. Una cittadinanza vissuta fuori dai confini deve poter contare su amministrazioni accessibili, consolati adeguatamente dotati, procedure trasparenti, tutela dei diritti sociali e civili, informazione affidabile, capacità di risposta nelle emergenze.

Il capitale relazionale del Sistema Paese

La formula “Sistema Paese” è spesso usata con una certa genericità. Eppure, se liberata dalla retorica, essa indica una necessità reale: la capacità di un Paese di integrare diplomazia, cultura, impresa, università, ricerca, formazione, turismo, innovazione e presenza delle proprie comunità nel mondo. Nessuna di queste dimensioni può più procedere isolatamente.

L’Italia possiede un capitale simbolico straordinario. La sua lingua, il suo patrimonio artistico, la cucina, il design, la moda, la manifattura di qualità, la musica, il cinema, la ricerca scientifica e il paesaggio costituiscono elementi di una reputazione internazionale di eccezionale forza. Ma il prestigio non è un patrimonio che si amministra da sé. Può logorarsi, banalizzarsi, ridursi a marchio commerciale se non viene accompagnato da investimenti, visione e istituzioni all’altezza del tempo.

Le comunità italiane nel mondo rappresentano, in questa prospettiva, un’infrastruttura relazionale di valore incalcolabile. Non sono semplicemente un pubblico da raggiungere o una platea da mobilitare nei momenti elettorali. Sono ponti umani tra l’Italia e le società nelle quali vivono. Possono favorire gli scambi accademici, l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, la diffusione della lingua italiana, la promozione del patrimonio culturale, l’attrazione di investimenti, la costruzione di partenariati territoriali, il dialogo tra istituzioni e società civili.

Pensiamo al ruolo che potrebbero svolgere reti di ricercatori italiani all’estero collegate stabilmente alle università e ai centri di ricerca italiani; oppure alle comunità professionali capaci di accompagnare le imprese nei mercati internazionali; o ancora alle seconde e terze generazioni che, pur non parlando sempre perfettamente l’italiano, avvertono un legame identitario e culturale con il Paese delle origini. In ciascuno di questi casi, la sfida non è soltanto conservare una memoria, ma attivare una relazione.

La cultura italiana, del resto, non deve essere concepita come una teca da museo. È una realtà vivente, fatta di eredità e innovazione, di tradizione e contaminazione. Dante, Leonardo, Verdi, Fellini, Calvino, il design industriale, la ricerca biomedica, l’architettura contemporanea, la sostenibilità dei territori, le nuove imprese tecnologiche: tutto questo può concorrere a definire un’immagine dell’Italia che non sia prigioniera degli stereotipi.

Il nodo delle nuove generazioni

Il tema decisivo riguarda le nuove generazioni. Per molti giovani di origine italiana nati all’estero, l’Italia è insieme una radice e una possibilità; un archivio familiare e un orizzonte da riscoprire. Non basta, perciò, affidare la trasmissione dell’italianità alla memoria domestica o al calendario delle ricorrenze. Occorre costruire occasioni reali di incontro, studio, mobilità, lavoro e partecipazione.

La lingua italiana è una delle chiavi principali di questa relazione. Non solo perché permette di accedere alla letteratura, alla storia e alla cultura del Paese, ma perché rende possibile una cittadinanza più consapevole. Dove si indebolisce la lingua, il rapporto con l’Italia rischia di ridursi a evocazione affettiva; dove la lingua viene coltivata, può nascere invece una relazione critica, contemporanea e produttiva.

Servono programmi di formazione, scambi universitari, borse di studio, tirocini nelle istituzioni e nelle imprese, percorsi dedicati ai giovani di origine italiana, iniziative culturali capaci di parlare ai linguaggi del presente. Servono politiche che non trattino le nuove generazioni come custodi passive di un passato, ma come protagoniste di un futuro comune.

La stessa riflessione vale per i giovani italiani che oggi partono. Il compito della Repubblica non è impedire loro di partire. Sarebbe illusorio, oltre che contrario alla libertà personale. Il compito è fare in modo che possano scegliere; che la partenza non equivalga alla rinuncia; che l’esperienza internazionale possa trasformarsi, quando lo desiderino, in ritorno, collaborazione, investimento di competenze, partecipazione a reti scientifiche e produttive. Un Paese moderno non chiede ai propri cittadini di restare per dovere: crea le condizioni perché tornare, contribuire o mantenere un legame attivo sia una possibilità concreta.

Un’Italia più grande dei suoi confini

L’emigrazione italiana nel mondo impone, in definitiva, una correzione dello sguardo. L’Italia non finisce alle sue frontiere. Essa continua nei suoi cittadini residenti all’estero, nei loro figli, nelle comunità che hanno custodito e trasformato un’appartenenza, nei professionisti che operano nelle istituzioni internazionali, nelle università, nelle imprese e nelle città globali.

Questa Italia diffusa non è una replica minore della patria. È una delle forme attraverso cui la patria stessa può rinnovarsi. Le comunità italiane nel mondo portano con sé la memoria delle partenze, ma anche l’intelligenza delle connessioni. Sono testimoni di una storia fatta di sacrifici e di conquiste; ma sono altresì laboratori di una cittadinanza capace di abitare più luoghi, più lingue, più appartenenze senza perdere il senso delle proprie radici.

La rappresentanza, allora, non deve limitarsi a garantire un voto o a presidiare una presenza formale. Deve diventare una funzione di raccordo, ascolto e proposta. Deve costruire un rapporto stabile tra l’Italia e le sue energie nel mondo. Deve contribuire a trasformare la diaspora in una rete di competenze, relazioni e responsabilità condivise.

Il futuro del Sistema Paese dipenderà anche da questa capacità: riconoscere che l’Italia, per essere più forte, non deve chiudersi. Deve saper valorizzare la propria presenza globale, investire nella conoscenza, sostenere la lingua e la cultura, connettere ricerca e impresa, dare dignità alle istituzioni della rappresentanza, accompagnare la mobilità senza abbandonare chi si muove.

Solo così l’emigrazione italiana potrà cessare di essere letta come una ferita da commemorare o una nostalgia da coltivare. Potrà diventare ciò che, in parte, è già: una grande risorsa civile, culturale e democratica. Un patrimonio umano che allarga l’orizzonte della Repubblica e ricorda al Paese che la sua identità più autentica non è quella che si rinchiude, ma quella che sa riconoscersi, dialogare e generare futuro nel mondo.

Gianni Lattanzio, Presidente di Confassociazioni International 

 

 

 

 

Comites: indette le elezioni del 4 dicembre. Iscriversi entro il 4 novembre

 

ROMA - Come anticipato nei mesi scorsi dal sottosegretario agli esteri Massimo Dell’Utri il 3 settembre i Consolati hanno indetto le elezioni per il rinnovo dei Comites che si terranno il 4 dicembre. Dal decreto di indizione dipendono tutte le scadenze per l’iscrizione nel registro degli elettori, per la presentazione delle liste e per l’invio del materiale elettorale.

Anche per l’elezione dei Comites, infatti, gli iscritti all’Aire votano per corrispondenza, ma, al contrario di quanto accade per le politiche, per ricevere il plico elettorale devono iscriversi nell’elenco degli elettori entro e non oltre il 4 novembre 2026.

I Comites vengono istituiti nelle circoscrizioni ove risiedono almeno tremila connazionali e sono composti da 12 o 18 membri, a seconda che vengano eletti in circoscrizioni consolari con un numero inferiore o superiore a 100 mila connazionali residenti.

Ogni Consolato indice le elezioni per la propria circoscrizione, dove possono essere istituiti anche più Comites.

Il decreto consolare si compone di 4 articoli: nel primo indice le elezioni, nel secondo stabilisce il numero dei consiglieri da eleggere; con il terzo istituisce l’Ufficio elettorale e con il quarto convoca la prima seduta del nuovo Comitato.

Dal decreto di indizione dipendono, come anticipato, tutte le scadenze che porteranno al voto del 4 dicembre.

PRESENTAZIONE DELLE LISTE, dal 20° al 30° giorno successivo all’indizione dunque dal 23 settembre al 3 ottobre 2026.

ISCRIZIONE LISTE DEGLI ELETTORI entro il 4 novembre. Possono iscriversi al voto residenti e iscritti all’AIRE nella circoscrizione consolare da almeno 6 MESI (rispetto alla data delle elezioni). Ci si iscrive nel registro degli elettori o recandosi personalmente nella sede consolare di riferimento; inviando via posta o via mail (ordinaria o certificata) il modulo predisposto dalle sedi, sempre insieme a copia di un documento di identità.

INVIO DEI PLICHI. I connazionali che si saranno iscritti al voto riceveranno il materiale elettorale entro il 15 novembre (venti giorni prima della data stabilita per le votazioni); in caso di mancato invio potranno chiedere un duplicato dal 21 novembre (quattordici giorni dalla data delle votazioni). Le schede votate dovranno essere spedite non oltre il decimo giorno precedente la data stabilita per le votazioni, dunque il 25 novembre. Sono considerate valide ai fini dello scrutinio le buste comunque pervenute agli uffici consolari entro le ore 24 del giorno stabilito per le votazioni. (articolo 17 legge 286/2003). (aise 3)

 

 

 

 

 

Il rinnovamento

 

Il passato politico è “passato”. Insomma, si sarebbe bisogno di un’arte del governo più “coerente” che oltrepassi gli sbarramenti della precarietà.  Basta con le promesse non mantenute, con gli obiettivi che non consentono sbocco all’inventiva. Non è sufficiente, di conseguenza, contare su una maggioranza parlamentare solo “numerica” per avere un Governo privo da contraddizioni. La questione è, e resta, politica.

Nel frattempo, il nostro sistema ha dato segnali di riscatto. Non intendiamo, però, disconoscere globalmente il passato, perché qualche iniziativa valida c'è stata.

Gli accordi di facciata non possono salvare il Bel Paese. Quando gli italiani potranno decidere, realmente, del loro futuro? Oltre tanti impedimenti, l’onestà, nelle sue variegate manifestazioni, resta una carta che si può sempre giocare e, se non si bara, può essere vincente. Più che su i partiti c’è da puntare sugli uomini. Sono state, infatti, le crisi d’identità a vincolare, a nostro avviso, l’evoluzione nazionale.

Per andare oltre, ci vogliono idee e, soprattutto, elementi capaci di concretarle. L’incoerenza, in ogni caso, non dovrebbe gravare sulle spalle del cittadino. Solo la “buona fede”, almeno questa volta, sia appropriata. Frazionare il potere non giova e la disgregazione delle strategie è stata una delle concause che ci hanno portato dove siamo. Questo Esecutivo potrà garantire un “porto” sicuro per il Paese?  Per cambiare le sorti nazionali? Noi scriviamo solo “ forse”. Ogni “incertezza”ci farebbe retrocedere. L’Italia avrà il credito che saprà guadagnarsi. Nulla di più. Chi mantiene attiva l’incoerenza, dovrebbe scomparire dall’affollato quadro politico nazionale. Anche se la questione non è sola di numeri, ma anche d’idee. A nostro avviso non ci sono altre alternative.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Maturità o Abitur? Due parole, due idee diverse di scuola

 

Ogni anno, tra giugno e luglio, milioni di studenti italiani e tedeschi affrontano l'esame conclusivo della scuola secondaria. Apparentemente si tratta dello stesso traguardo. Eppure basta osservare il nome con cui viene chiamato per capire che dietro si nascondono due concezioni profondamente diverse dell'educazione.

In Italia si parla di maturità. In Germania di Abitur. La differenza non è soltanto linguistica: è culturale.

La parola italiana maturità richiama immediatamente la crescita della persona. Essere maturi significa aver raggiunto un equilibrio umano, intellettuale ed emotivo. L'esame finale, almeno nelle intenzioni originarie, non dovrebbe limitarsi a verificare ciò che uno studente sa, ma dovrebbe dimostrare che è diventato un cittadino capace di ragionare, argomentare e assumersi responsabilità.

La parola tedesca Abitur, invece, deriva dal latino abire ("andarsene", "partire") e identifica soprattutto il titolo che consente di lasciare la scuola e accedere all'università. L'accento è posto sul passaggio amministrativo e sull'idoneità agli studi superiori.

Le due parole raccontano due filosofie differenti.

La tradizione italiana mette al centro la formazione dell'individuo. Quella tedesca privilegia la certificazione delle competenze necessarie per il percorso accademico.

Naturalmente, nella pratica le differenze sono meno nette. L'Abitur valuta anche capacità di analisi, autonomia e spirito critico, mentre la maturità italiana è diventata nel tempo sempre più orientata alla verifica delle competenze. Tuttavia il linguaggio continua a conservare la memoria delle idee che hanno ispirato i due sistemi scolastici.

Una domanda interessante è quale delle due impostazioni sia oggi più efficace.

Se l'obiettivo della scuola è preparare lavoratori qualificati, il modello tedesco appare estremamente coerente. La Germania ha costruito uno dei sistemi educativi più strettamente collegati al mondo universitario e professionale, contribuendo alla competitività economica del Paese.

Ma se l'obiettivo è formare persone capaci di comprendere la complessità del mondo, comunicare con efficacia, sviluppare pensiero critico e assumere responsabilità civiche, il concetto italiano di maturità mantiene un fascino e una profondità che meritano di essere preservati.

Forse la scuola del futuro dovrebbe unire i punti di forza di entrambi i modelli.

Da una parte l'efficienza, il rigore e l'orientamento pratico dell'Abitur.

Dall'altra l'idea che l'istruzione non serva soltanto a ottenere un diploma, ma a diventare persone più mature.

In un'epoca in cui l'intelligenza artificiale può sostituire molte conoscenze tecniche, saranno proprio le qualità umane – capacità di giudizio, empatia, creatività e comunicazione – a fare la differenza.

Forse, allora, la parola maturità conserva ancora qualcosa da insegnare anche oltre i confini dell'Italia. Giuseppe Tizza

 

 

 

 

 

Riflessione

 

Il Bel Paese continua a riportare una crisi socio/economica“anomala”. Però, se l’ottimismo è l’arma dei forti, il realismo è quello degli onesti. Le vie di mezzo non c’interessano. Farebbero, tra l’altro, perdere altro tempo per assicurare un futuro meno tormentato all’Azienda Italia. L’unica finalità è che il Parlamento sia all’altezza del suo ruolo. Per il passato, abbiamo evidenziato sensazioni di speranza; se non d’ottimismo. Ora, anche per noi, è difficile fare delle previsioni. Ma tra il recepire e il fare lo spazio resta immenso. Vivere la realtà del Bel Paese è un problema; certamente di più che per il passato. 

Riprenderanno, anche se non si sono mai interrotte, le dispute politiche e le strategie che non hanno portato a nulla. Ciò che rimane del 2026 è ancora tutto da “focalizzare”. Intanto, perdurerà l’incertezze. L’Italia è in crisi d’identità. Ma per “dare”, secondo noi, bisognerebbe “avere” ciò che, invece, non appare. Comunque, quest’anno non sarà politicamente determinante.

Non intravediamo, infatti, quei “piccoli” passi che riteniamo necessari per riprendere un percorso veramente nuovo per la Penisola. L’avvicendamento politico dovrebbe orientare l’Esecutivo, la cui composizione resta un’”alchimia”, verso quella serie di accortezze operative indispensabili per il Paese. Come a scrivere, pur se in forma metaforica, che le”solennità” politiche italiane sembrano, finite per tutti. Per le “promesse”, non ci resta che verificarne gli effetti; sempre se ci saranno.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Elezioni in Sachsen-Anhalt. Pd Germania: il risultato Afd è un campanello d’allarme

 

BERLINO - “Il voto in Sachsen-Anhalt rappresenta un campanello d’allarme per tutte le forze democratiche. L’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, affermandosi come prima forza politica del Land e conseguendo un risultato di straordinaria rilevanza. Non ha tuttavia raggiunto la maggioranza assoluta: la maggioranza degli elettori non ha votato AfD. E questo deve essere il punto da cui ripartire: Sachsen-Anhalt non è tutta la Germania e la Germania non è l’AfD. Anche a livello nazionale i consensi dell’AfD restano lontani dalla maggioranza. Non dobbiamo dunque cedere alla rassegnazione: diamo fiducia alla società tedesca e alla sua capacità di reagire”. È quanto dichiara Viviana Vacante, segretaria del Partito Democratico Germania, a commento dell’esito delle elezioni regionali svolte lo scorso fine settimana.

“Lo abbiamo visto nelle piazze tedesche: migliaia e migliaia di persone sono scese in strada per difendere la democrazia, il pluralismo e una società aperta”, ricorda Vacante. “Quella mobilitazione rappresenta una risorsa straordinaria. È il momento di trasformare questa energia civile in partecipazione politica, in impegno quotidiano e in una vera resistenza democratica”.

“Come PD Germania – aggiunge – continueremo a difendere con fermezza la democrazia, lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e il progetto europeo. E continueremo a essere al fianco delle nostre forze gemelle in Germania e di tutte le forze democratiche che condividono questo orizzonte di valori. Ma la difesa della democrazia non può esaurirsi nella contrapposizione. Richiede anche la capacità di comprendere le trasformazioni profonde che attraversano la società tedesca. Non possiamo limitarci a registrare la crescita dell’estrema destra: dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui una parte così consistente dell’elettorato sceglie oggi di affidarsi a forze che propongono risposte che non condividiamo”.

“Non serve criminalizzare gli elettori, né liquidare con sufficienza le loro inquietudini”, annota l’esponente dem. “Serve ascoltare, comprendere e tornare a fare politica. Una politica capace di confrontarsi con le questioni che incidono concretamente sulla vita delle persone: il lavoro, la sicurezza, i servizi pubblici, la casa, il futuro e le opportunità. È una riflessione che attraversa oggi anche la socialdemocrazia tedesca e che investe, in particolare, il rapporto con una società profondamente mutata. Una società nella quale le persone con una storia migratoria costituiscono da tempo una componente strutturale della comunità politica tedesca. Dobbiamo domandarci non soltanto cosa vogliamo dire, ma a chi stiamo parlando, quanto siamo capaci di ascoltare e perché una parte delle persone non riconosce più nelle forze progressiste il proprio luogo di rappresentanza”.

“Questo tema ci riguarda direttamente come PD Germania”, sottolinea Vacante. “Molti e molte di noi militano e svolgono attività volontaria contemporaneamente nella SPD. Viviamo in Germania, partecipiamo alla sua vita democratica e rappresentiamo una comunità composta da migranti di prima generazione, seconde generazioni e generazioni successive: cittadini e cittadine di questo Paese che qui hanno costruito la propria vita, il proprio lavoro e il proprio futuro. Per questo non guardiamo a Sachsen-Anhalt da osservatori esterni. Quel risultato ci riguarda e ci interpella. Ci chiede di contribuire, anche dall’esperienza italiana ed europea, a una riflessione sul futuro della socialdemocrazia e sulla sua capacità di interpretare un mondo in rapida trasformazione”.

Per la segretaria del Pd tedesco, dunque, “il voto di Sachsen-Anhalt deve essere anche l’occasione per rilanciare il nostro impegno politico: essere presenti nei territori, rafforzare il dialogo con le comunità, comprendere le trasformazioni in atto e offrire una prospettiva capace di parlare al presente e al futuro. È il momento di esserci, di partecipare, di cambiare le cose. È una sfida che riguarda anche il Partito Democratico in Italia e le comunità italiane all’estero. Costruire un’alternativa progressista credibile significa saper leggere il cambiamento senza subirlo, dare rappresentanza alle nuove realtà sociali e restituire alla politica la capacità di indicare una direzione”.

“La crescita della destra – conclude la segretaria del PD Germania – non si contrasta criminalizzando chi vota, ma riconquistando la fiducia di chi oggi non si sente rappresentato. Dobbiamo avere fiducia nella parte democratica e civile della società, organizzarla e darle una prospettiva. È il momento di impegnarci, con determinazione e senza rassegnazione, per costruire una Germania e un’Europa più giuste, più libere e più civili. Come PD Germania continueremo a lavorare insieme alle forze democratiche tedesche e alle nostre forze gemelle per una Germania democratica, libera, sociale ed europea”. (aise 8.9.) 

 

 

 

Lipsia, fonti: "Attentatore mai transitato in Italia"

 

Le autorità tedesche "hanno accertato che il documento è stato rilasciato da un'ambasciata italiana a Minsk alla fine di aprile", scrivono i giornali locali. Tajani: "Verificheremo" – di Otto Lanzavecchia

Uno dei due presunti autori del tentato attacco all'aeroporto di Lipsia, attribuito da Berlino a Mosca, sarebbe entrato nell'area Schengen con un visto turistico italiano. Lo si apprende da Tagesspiel, che cita un'indagine di Ndr, Wdr e Suddeutsche Zeitung. Le autorità tedesche "hanno accertato che il documento è stato rilasciato da un'ambasciata italiana a Minsk alla fine di aprile", scrive la testata.

Stando agli investigatori tedeschi che ne hanno ricostruito l'ingresso e l'uscita dalla Germania, il sospettato in questione sarebbe un cittadino bielorusso di cui sono state rinvenute tracce di Dna. "L'uomo, che a quanto pare possiede anche un passaporto russo, avrebbe precedenti penali negli Stati baltici", scrive la testata.

Si ritiene che un secondo uomo, detentore di passaporto sia lettone che russo, abbia agito come coordinatore logistico e istruttore per l'attacco, entrando in Germania a fine luglio attraverso l'aeroporto di Berlino Brandeburgo dirigendosi in Sassonia a bordo di un'auto a noleggio. Due giorni prima dell'attentato fallito, costui avrebbe lasciato nuovamente il Paese in aereo. Stando all'emittente tedesca Ard, gli inquirenti lo avrebbero collegato a un'agenzia di intelligence russa. Entrambi, pare, "sono noti alle autorità".

Tuttavia, a quanto apprende l'Adnkronos da fonti qualificate, non risulta mai transitato in Italia l'uomo considerato responsabile del tentato attacco all'aeroporto di Lipsia, che sarebbe entrato in area Schengen con un visto italiano. Sono in corso ulteriori approfondimenti degli apparati della sicurezza.

Tajani: "Verificheremo visto italiano del presunto attentatore"

L'Italia verificherà le circostanze legate al visto con cui uno dei due presunti autori del tentato attacco all'aeroporto di Lipsia sarebbe entrato nell'area Schengen. Lo ha riferito il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al termine della ministeriale Ue in formato Gymnich a Wicklow, dopo le indiscrezioni riportate dai media tedeschi.

"Faremo tutti i controlli necessari, verificheremo se questo è così", ha detto Tajani, sottolineando che per il rilascio dei visti esiste una procedura e che, in assenza di specifici alert sulla persona interessata e in presenza dei requisiti previsti, il visto viene concesso. "Ci saranno inchieste su quello che è successo, accerteremo se è così e per quale motivo è stato concesso questo visto", ha aggiunto. Per il vicepremier, tuttavia, il caso va inserito nel quadro più ampio della crescente attività ibrida attribuita a Paesi non alleati dell'Europa. "Il problema non è il visto, il problema è l'atteggiamento di alcuni Paesi nei confronti dell'Europa", ha sottolineato Tajani, ribadendo la necessità di mantenere alta la guardia di fronte a cyberattacchi, attività di spionaggio, minacce e altre forme di pressione.

Kallas: "Convinca chi si oppone a restrizioni"

Se confermato, il fatto che uno dei due sospetti dietro l'attentato all'aeroporto di Lipsia sia entrato nell'area Schengen con un visto turistico italiano dovrebbe "convincere anche alcuni Stati membri che finora si sono opposti a procedere con le restrizioni sui visti", è stato il commento dell'Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio affari esteri informale in formato Gymnich, riferendosi alla discussione in corso in Ue riguardo al fermare l'emissione di visti ai combattenti ed ex combattenti russi.

"Se fosse vero, e naturalmente spetta alle autorità tedesche confermarlo o smentirlo", il fatto riportato dalla stampa tedesca "dimostrerebbe molto chiaramente che i visti sono uno strumento utilizzato da persone che intendono danneggiare l’Ue per entrarvi", rileva Kallas. Nel corso della riunione "in molti hanno sollevato la questione della necessità di limitare davvero i visti", prosegue: "Non è accettabile che un Paese bombardi l’Ucraina, uccidendo civili in luglio e agosto più che in qualsiasi altro periodo di questa guerra, e che allo stesso tempo i russi entrino e godano dell’ospitalità dei Paesi europei. Molti Stati membri hanno già segnalato che questo tipo di visti turistici viene utilizzato per commettere atti di sabotaggio, perché queste persone hanno bisogno di entrare nell’Ue. Spero che, se questo fosse confermato, possa convincere anche alcuni Stati membri che finora si sono opposti a procedere con le restrizioni sui visti", afferma l'Alta rappresentante Ue, evidenziando come in gioco ci sia "la nostra sicurezza, oltre a quella dell’Ucraina".

Copasir chiederà nota informativa

A quanto apprende l'Adnkronos, il Copasir, come sempre in questi casi, chiederà una nota informativa dopo le ultime notizie sul caso del drone carico di esplosivi trovato all'inizio di agosto all'aeroporto tedesco di Lipsia/Halle.

Ieri infatti il ministro tedesco degli Interni, Alexander Dobrindt, ha puntato il dito contro Mosca: "La conclusione del governo è che la Russia è responsabile dell'attacco ibrido a Lipsia del 4 agosto" scorso, ha detto precisando che la conclusione arriva dopo una valutazione della tecnologia impiegata e di informazioni di intelligence. Intanto, secondo indiscrezioni riportate dai media tedeschi, uno dei due presunti autori del tentato attacco all'aeroporto di Lipsia, attribuito da Berlino a Mosca, sarebbe entrato nell'area Schengen con un visto turistico italiano.

Finlandia indaga su drone per possibile violazione territoriale

Le autorità finlandesi - intanto - stanno indagando per accertare una "possibile violazione territoriale" dopo che un drone aereo è stato ritrovato sulla costa nel sud del Paese. Il drone è stato scoperto ieri sulla riva di un’isola dell’arcipelago di Porvoo, nel Golfo di Finlandia, a meno di due ore di auto a est di Helsinki, la capitale. "Le guardie di frontiera finlandesi e la polizia stanno indagando sull’incidente", ha sottolineato il ministro della Difesa, Antti Häkkänen, in un comunicato. Il drone non rappresentava alcun rischio per la popolazione, poiché non trasportava esplosivi, ha precisato l’ufficiale delle guardie di frontiera incaricato delle indagini, Antti Leskelä. "È stato accertato che questo dispositivo non è pericoloso", ha affermato, aggiungendo che è "troppo presto per dire" se il drone provenisse dalla vicina Russia.

Secondo un comunicato del ministero della Difesa finlandese, le prime informazioni indicavano che il dispositivo era stato "utilizzato per attività di ricognizione e mappatura". Si trattava di un "velivolo senza pilota ad ala fissa", lungo "alcuni metri", ha precisato Leskelä. Le guardie di frontiera stanno cercando in particolare di determinare l’origine del drone, nonché la sua traiettoria di volo o l’eventuale deriva verso la Finlandia.

L’ufficiale ha aggiunto che è "assolutamente possibile" che il dispositivo sia arrivato alla costa finlandese dopo essere stato trasportato dalla deriva da altre zone del Mar Baltico. Si è rifiutato di fornire ulteriori commenti riguardo al possibile scopo del drone, spiegando che "l’indagine è ancora in corso". Negli ultimi mesi, l’Ucraina ha attaccato più volte i terminal petroliferi russi nel Golfo di Finlandia, mentre la Finlandia ha a sua volta segnalato diversi droni ucraini fuori rotta, precipitati sul proprio territorio. Adnkronos 2

 

 

 

 

 

 

Nasce AI Literacy Lab, un laboratorio per comprendere l’intelligenza artificiale

 

Ideato e curato da Giovanni Tridente, il progetto prende le mosse dal framework 2026 dell'OCSE-Commissione europea e dall’invito educativo della Magnifica humanitas di Papa Leone XIV

Roma – Comprendere l’intelligenza artificiale, valutarne criticamente gli output e utilizzarla in modo etico e creativo: con questo obiettivo nasce AI Literacy Lab, una piattaforma web pubblica ideata e curata da Giovanni Tridente, giornalista, professore Associato di Intelligenza artificiale applicata alla comunicazione presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma.

Il progetto non è concepito come un corso online chiuso né come un catalogo di strumenti, ma come un laboratorio permanente destinato a crescere nel tempo attraverso nuovi percorsi, documenti, esperimenti e occasioni formative. Si rivolge a studenti, docenti, genitori, professionisti, giornalisti, comunicatori e cittadini che desiderano acquisire criteri per vivere consapevolmente in un ambiente sempre più influenzato dai sistemi di intelligenza artificiale.

Lo spunto metodologico principale è “Empowering Learners for the Age of AI” (in italiano "Preparare gli studenti all'era dell'IA"), il framework per l’alfabetizzazione all’IA pubblicato nel giugno 2026 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – OECD/OCSE – e dalla Commissione europea. Il documento definisce un linguaggio comune per la scuola primaria e secondaria, contribuisce al nuovo ambito “Media and Artificial Intelligence Literacy” previsto per PISA 2029 e descrive l’AI literacy come un insieme di conoscenze, abilità e attitudini.

Il framework organizza l’apprendimento attorno a quattro ambiti progressivi: interagire con l’IA, riconoscendone ruolo e influenza; creare con l’IA, mantenendo agentività e responsabilità autoriale; gestire l’IA, decidendo quando e come delegare attività; plasmare l’IA, contribuendo a sistemi orientati ai valori umani e al bene comune.

«Non serve aggiungere un altro elenco di chatbot», spiega Giovanni Tridente. «Serve un luogo in cui imparare a capire che cosa fanno questi sistemi, come verificare ciò che producono, quando possono aiutarci e quando è necessario fermarsi. Gli strumenti cambiano. La responsabilità no».

La piattaforma propone un percorso guidato per studenti con lezioni, esercitazioni, quiz e taccuino personale; un’area docenti con suggerimenti metodologici, attività e riferimenti; una guida destinata ai genitori; una biblioteca di documenti ufficiali; laboratori pratici su prompting, allucinazioni e confronto tra sistemi; una sezione dedicata agli strumenti; spazi per la community e la possibilità di richiedere conferenze, seminari e percorsi formativi in presenza.

La pagina Formazione & Laboratori presenta la proposta con una domanda diretta -  “Ti serve una mano per portare l’IA nel tuo contesto?” - e invita a partire dai bisogni, dal pubblico e dagli obiettivi, non da una lezione standard. Un carosello raccoglie inoltre una selezione di attività già realizzate in Italia e all’estero con scuole, università, giornalisti, comunicatori, istituzioni e realtà ecclesiali. Le esperienze mostrano la varietà dei temi affrontati: educazione, didattica, verifica delle fonti, reputazione, governance, responsabilità e custodia dell’umano.

Una parte specifica è dedicata alla Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il Lab ne valorizza i richiami all’educazione, al discernimento, alla responsabilità e all’alleanza tra famiglie, scuole, comunità e istituzioni. La piattaforma mette così in dialogo un quadro internazionale di competenze con una visione educativa centrata sulla dignità e sulla libertà della persona.

Anche il processo di realizzazione è descritto pubblicamente. AI Literacy Lab è stato sviluppato attraverso iterative prompting, revisione continua, verifica delle fonti e controllo umano. La trasparenza non viene presentata come un’aggiunta, ma come parte del contenuto educativo del progetto.

«Il Lab rimarrà volutamente aperto», aggiunge Tridente. «Chi lo utilizza può proporre nuovi moduli, segnalare documenti, suggerire strumenti da esaminare o richiedere attività formative. L’alfabetizzazione all’IA non è un traguardo da certificare una volta per tutte: è una pratica di apprendimento e responsabilità che accompagna l’intera vita».

AI Literacy Lab è accessibile all’indirizzo

https://ai-literacy-lab.gnntridente.chatgpt.site.

Informazioni sull’autore

Giovanni Tridente è giornalista, Direttore dei Servizi di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce e Professore Associato di Intelligenza artificiale applicata alla comunicazione nell'omonima Facoltà della stessa Università. Da anni si occupa del rapporto tra intelligenza artificiale, comunicazione, educazione ed etica attraverso ricerca, insegnamento, formazione e divulgazione. È autore della newsletter Anima digitale su Substack e di pubblicazioni dedicate alla trasformazione digitale e alle sue implicazioni umane e sociali.

Contatti

Sito: https://ai-literacy-lab.gnntridente.chatgpt.site

Formazione e richieste di collaborazione:

https://ai-literacy-lab.gnntridente.chatgpt.site/formazione

Modulo contatti e proposte: https://ai-literacy-lab.gnntridente.chatgpt.site/community

Email: tridente@pusc.it

AI Literacy Lab è un progetto indipendente ideato e curato da Giovanni Tridente. Il richiamo al framework OECD–Commissione europea e a Magnifica humanitas indica le fonti culturali e formative del progetto e non implica affiliazione, patrocinio o approvazione ufficiale da parte delle istituzioni citate. Dip 4.9.

 

 

 

 

Elezioni Comites: aperture straordinarie e missioni consolari

 

ROMA - Entrano nel vivo le procedure necessarie al rinnovo dei Comites. Dopo il decreto di indizione delle elezioni previste il 4 dicembre ad impegnare la collettività è soprattutto la raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste elettorali che, secondo quanto previsto dalla legge, dovrà effettuarsi dal 23 settembre al 3 ottobre 2026 (art. 14 del DPR 395/2003: le liste possono essere presentate agli Uffici elettorali istituiti nei Consolati nelle dal ventesimo al trentesimo giorno successivo all’indizione).

Le liste sono formate da un numero di candidati almeno pari al numero dei membri del Comitato da eleggere e non superiore a 16 per i Comites composti da 12 membri o 22 per i Comites composti da 18 membri. Le liste, ciascuna munita del proprio contrassegno, sono presentate da uno dei candidati o da un sottoscrittore.

Le liste di candidati (L’art. 15, comma 3, della L. 286/2003) sono sottoscritte da almeno 100 elettori per le collettività composte da un numero di cittadini italiani residenti fino a 50.000; da almeno 200 elettori per quelle composte da un numero superiore a 50.000.

Ogni lista deve essere corredata dalle dichiarazioni di accettazione della candidatura da parte di ciascun candidato, firmate e autenticate; dai certificati, anche collettivi, che attestano l’iscrizione degli elettori nelle liste elettorali della relativa circoscrizione; dalla designazione di un rappresentante effettivo e di uno supplente per il comitato elettorale circoscrizionale; e, infine, dalle firme prescritte dalla legge con le relative autentiche.

Per facilitare la sottoscrizione delle liste, che deve essere effettuata con firma autenticata presso il Consolato competente o alla presenza di un funzionario consolare, diverse sedi consolari - da San Paolo a Parigi, passando per Bruxelles, Monaco di Baviera o Toronto, solo per citarne alcune – hanno previsto da questo fine settimana aperture straordinarie o missioni in diverse città della loro circoscrizione.

Con lo stesso obiettivo, funzionari consolari saranno presenti anche ad eventi comunitari per dar modo ai connazionali interessati di autenticare la propria firma a sostegno di una lista.

Al momento della firma, ciascun sottoscrittore dovrà presentare il proprio documento di riconoscimento con fotografia, quale passaporto o carta d’identità, rilasciato da una pubblica amministrazione italiana o di un altro Stato.

Tutti gli appuntamenti organizzati e già calendarizzati sono online sui siti ufficiali dei Consolati. (aise 10) 

 

 

 

 

 

La frenata

 

Pur con sintomi d’assestamento politico, la nostra economia sembra evidenziare sintomi che, in ogni caso, non sono da interpretare in positivo. Anche perché il piano di stabilità economica per il corrente anno è ancora tutto da rendere operativo. La questione è palese: quando un’autovettura (la nostra economia) è in discesa libera, se si tenta di frenarne il percorso, la “sbandata” è inevitabile.

In economia, come in fisica, affrontare una”salita”, senza poter controllarne il moto, si rischia di tornare indietro e con effetti più devastanti di quanto si potrebbe ipotizzare. La china è pericolosa e l’Italia è in una posizione “borderline.” Con tutte le possibili conseguenze. Quando eventi economici convivono in una situazione di degrado, non ci sono rimedi sovrani per evitare guai peggiori.

La volontà politica, che ci appare non univoca, resta uno dei problemi che l’Esecutivo dovrà portare il Parlamento, in tempi brevi, per tentare di dare concretezza a sviluppi politici che consentano una “frenata” graduale alla nostra cascata economica. A parer nostro, non ci sono cure miracolose, né compromessi articolati, per uscirne in tempi contenuti.

E’ superfluo, se non controproducente, negarlo. La”crisi” d’Italia non è da minimizzare. Proprio per evitare equivoci che potrebbero scombinare i ruoli di chi s’è assunto l’onere politico in un Paese che non è ancora riuscito a individuare la sua stabilità economica.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il “razzismo pratico” come misuratore della democrazia

 

Da quasi 30 anni osserviamo una escalation nella riduzione degli immigrati a uno stato di disuguaglianza effettiva. Insieme a una sempre maggiore indulgenza verso visioni e politiche autoritarie - di Luca Di Sciullo, Presidente del Centro studi e ricerche Idos.

Il principio di disuguaglianza “per natura” degli esseri umani, che denota il razzismo in quanto tale, è anche alla base di ogni anti-democrazia, ovvero di ogni concezione politica e/o forma di governo che neghi praticamente la natura e il funzionamento democratico di uno Stato.

Non è un caso – tanto per ricorrere a un esempio-limite di pubblico dominio – che storicamente, in Italia, le leggi razziali siano state varate sotto il peggior regime dittatoriale che il Paese abbia conosciuto nell’epoca contemporanea.

Di converso, la reazione democratica al regime fascista produsse, con la Costituzione, un documento che, proprio in quanto democratico e anti-fascista, bandisce per principio ogni razzismo.

Come è noto, infatti, a definire la democrazia è proprio il riconoscimento del pari valore e dignità di tutti i membri della comunità. Un’uguaglianza “di natura” (riconosciuta alla “persona”), questa, da cui discende, per i cittadini, il pari peso del voto individuale.

Sul piano pratico, dunque, una cifra distintiva dell’anti-democrazia può essere a tutti gli effetti rintracciata nel razzismo. Il quale, perciò, a ragione può assurgere a vero e proprio misuratore di democrazia in uno Stato, secondo un rapporto di proporzione inversa (la prima è tanto più carente quanto più è perseguito, di fatto, il secondo, e viceversa).

L’appello al piano pratico, poi, non è secondario. È piuttosto il necessario avvertimento per chi si è a lungo ostinato a pretendere, invano, una espressa professione di anti-fascismo da parte degli esponenti dell’attuale governo. Non è tanto, infatti, il piano teorico (delle dichiarazioni di principio, dei proclami pubblici) quello sul quale si misura l’anti-democraticità dell’azione di governo (non a caso il governo è per antonomasia “esecutivo” e, appunto, per sua missione deputato all’azione). Né l’attuale classe politica è così ingenua da affidare a una formale dichiarazione la propria autodenuncia.

La negazione della partecipazione attiva e paritaria

Tuttavia, vale in questo campo, per l’appunto, il detto evangelico: “li riconoscerete dalle loro opere”: tanto più anti-democratici quanto più razzisti (o xenofobi) de facto.

Ebbene, quel che da quasi 30 anni si osserva, da parte dei governi di turno, è una vera e propria escalation di razzismo pratico istituzionale, ovvero di riduzione degli immigrati a uno stato di disuguaglianza effettiva e misurabile, ottenuta sul piano sia delle policy che della governance: dalla negazione del diritto di cercare lavoro autonomamente in Italia alla subordinazione del loro diritto di entrare e restare legalmente in Italia, se lavoratori, alla volontà del datore di lavoro di contrattualizzarli (Bossi-Fini); dalla massiva inconcludenza dell’iter di acquisizione di un regolare permesso di soggiorno per i lavoratori regolarmente entrati dall’estero (con relativa loro caduta nell’irregolarità e quindi nello sfruttamento anche grave) alla sempre più ristretta possibilità di acquisire i diritti di cittadinanza (voto, accesso a impieghi nella pubblica amministrazione ecc.) e alla negazione dell’accesso paritario a servizi e beni fondamentali di welfare (indennità e assegni per il sostegno al reddito, bonus bebè, buoni mensa, assegnazione di case popolari ecc.) mediante l’introduzione, solo per loro, di requisiti aggiuntivi tanto proibitivi quanto giuridicamente illeciti; dalla negazione del diritto a non essere respinti se richiedenti asilo alla restrizione delle tutele giuridiche e dei diritti di difesa o assistenza legale per chi formalizza la domanda (restrizione acuita dalla ricezione del Patto europeo su migrazione e asilo recentemente entrato in vigore, specialmente nell’ambito delle procedure accelerate di frontiera) e all’esposizione a condizioni di vita straordinariamente inumane nei luoghi blindati di detenzione amministrativa (Cpr, “luoghi idonei” pre-espatrio nelle Questure, centri di trattenimento “alla frontiera” durante l’esame delle domande ecc.).

Alla domanda se gli immigrati in Italia partecipano attivamente alla vita collettiva o accedono in maniera paritaria, rispetto agli italiani, ai servizi e beni fondamentali di welfare, i dati strutturali mostrano, da decenni, che la risposta è negativa; come pure quella alla domanda se essi conoscano un inserimento lavorativo e un trattamento contrattuale ed economico equiparabile, nel complesso e a parità di caratteristiche occupazionali, a quello dei lavoratori italiani in generale. A conferma che ci troviamo davanti a consolidati modelli sia di segregazione occupazionale sia di inserimento sociale subalterno.

Disuguali per legge

Se dunque assumiamo l’equazione inversa sopra tematizzata, occorre domandarci se queste evidenti, persistenti e progressive condizioni di disuguaglianza strutturale cui sono destinati, per legge, gli immigrati, tanto da renderli di fatto e di principio persone di rango inferiore sul piano giuridico, sociale, civile e politico, non sia anche effetto e spia di un progressivo allentamento del senso e della tenuta democratica del Paese, a favore di un orientamento sempre più indulgente verso visioni e politiche autoritarie.

Del resto, basta osservare l’attuale evoluzione dello scenario politico per rendersene plasticamente conto.

Come è possibile che non solo in Parlamento, ma addirittura al governo e ai vertici delle istituzioni democratiche, siedano individui che non hanno alcuna remora nel mostrare simpatia e nostalgia verso la più violenta e buia esperienza di anti-democrazia che l’Italia abbia conosciuto da quando è uno Stato unitario?

Come è possibile che, per costoro, il passo verso lo scranno dell’emiciclo e la poltrona dell’esecutivo sia stato così liscio e indisturbato?

I dispositivi del non-ritorno, del mai-più, non hanno funzionato. E il razzismo pratico in atto conferma che ciò che ci sta sfuggendo di mano è la democrazia stessa. Idos

 

 

 

 

 

 

Acli Germania. Deceduta Teresa Baronchelli

 

Con profondo cordoglio, le ACLI Germania comunicano che il 7 luglio 2026 è venuta a mancare Teresa Baronchelli.

Con la sua scomparsa perdiamo una donna che ha segnato in modo indelebile la presenza e l’azione delle ACLI in Germania, diventando una delle figure più significative dell’associazionismo italiano nella storia dell’emigrazione.

Teresa Baronchelli ha dedicato la sua vita alla promozione della dignità della persona, alla giustizia sociale e alla difesa degli ultimi, con una straordinaria passione civile e una profonda ispirazione cristiana. Il suo impegno instancabile è stato rivolto soprattutto agli afflitti, agli oppressi, a chi si trovava ai margini della società, nella convinzione che nessuno dovesse essere lasciato solo.

Amava ricordare che: «Le donne in emigrazione non sono le più deboli. La società è debole senza di loro. Sono quelle che hanno fatto e fanno più fatica, quelle che sopportano di più il disagio e, proprio per questo, sono le più forti.» In queste parole si riflette tutta la sua attenzione per il ruolo delle donne e per il valore dell’emigrazione come esperienza di sacrificio, dignità e speranza.

La sua è stata una voce autorevole e rispettata, ascoltata tanto nella società italiana quanto in quella tedesca, attraverso il suo impegno nelle ACLI, nella KAB, nella Chiesa e nel sindacato. Ha promosso iniziative di formazione e istruzione, svolto un prezioso servizio di assistenza sociale e di patronato, visitato i detenuti nelle carceri, accompagnato le persone più fragili e testimoniato quotidianamente una presenza ecclesiale viva e concreta.

Teresa ha rappresentato, per generazioni di aclisti in Germania e nel mondo dell’associazionismo nel contesto migratorio un punto di riferimento umano e morale caratterizzato dai valori della solidarietà, della partecipazione, della pace e della giustizia sociale.

Le ACLI Germania esprimono la loro più sincera gratitudine per aver avuto il privilegio di averla avuta come loro dirigente e presidente, ma specialmente come amica e compagna di cammino e di aver condiviso con lei una parte importante della nostra storia associativa e del nostro impegno al servizio delle persone.

Alla sua famiglia e a tutti coloro che le hanno voluto bene giungano il nostro affetto, la nostra vicinanza e la nostra preghiera.

Grazie, Teresa. Il tuo esempio continuerà a camminare con noi.

Le ACLI Germania (de.it.press 8.7.)

I funerali si sono tenuti venerdì 10 luglio nella cappella dell'Herz-Jesu-Kloster (Okenstraße 17) a Friburgo (ndr)

 

 

 

 

 

Teresa Baronchelli, una vita spesa per gli altri

 

Ci sono persone che attraversano la storia dell’emigrazione senza fare rumore, ma lasciando un segno profondo nella vita di migliaia di persone. Teresa Baronchelli, scomparsa il 7 luglio 2026, è stata una di queste - di Licia Linardi

Per decenni è stata un punto di riferimento per gli italiani in Germania, soprattutto per le donne che arrivavano sole, spesso senza conoscere la lingua, lontane dalla famiglia e costrette a ricominciare da zero. Con il suo sorriso, la sua determinazione e una straordinaria capacità di ascolto, Teresa è riuscita a trasformare la solidarietà in una vera missione di vita.

Nata nel 1931 a Villa d’Ogna, in provincia di Bergamo, crebbe in un ambiente dove l’impegno nella parrocchia e nelle associazioni cattoliche faceva parte della quotidianità. Nel 1956 lasciò l’Italia per la Svizzera e, qualche anno dopo, arrivò in Germania. Come tanti emigrati iniziò lavorando in fabbrica, vivendo sulla propria pelle le fatiche dell’emigrazione. Proprio quell’esperienza le fece capire quanto fosse importante tendere una mano a chi arrivava dopo di lei.

Nel 1974 fondò a Friburgo una segreteria delle ACLI che, negli anni, sarebbe diventata un luogo di ascolto, orientamento e sostegno per centinaia di famiglie italiane. Ma il suo impegno andò ben oltre: fu componente del Comites locale, del Consiglio comunale per gli stranieri, venne eletta per due legislature nel Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) e promosse innumerevoli incontri, convegni e seminari dedicati all’integrazione e alla partecipazione delle donne emigrate.

Chi l’ha conosciuta ricorda soprattutto la sua capacità di mettere sempre le persone al centro, senza cercare riconoscimenti. Per molti era semplicemente Teresa. Per altri era diventata quella che qualcuno definì, con affetto e riconoscenza, la „grande madre dell’emigrazione“.

Anni fa il Corriere d’Italia pubblicò una lunga intervista realizzata da Marcella Continanza, direttrice di Clic Donne 2000. Rileggendola oggi, le sue parole assumono un valore ancora più profondo.

Ricordando il suo arrivo in Germania nel 1968, raccontava di aver trovato tante giovani donne provenienti soprattutto dal Sud Italia.

“ERANO PAUROSE, SPAVENTATE DI TUTTO. PERÒ RIUSCIMMO A CREARE UN GRUPPO DI SOLIDARIETÀ E DI ACCOGLIENZA. OGNUNA ERA PRESENTE PER L’ALTRA, TUTTI I GIORNI E SU TUTTI I FRONTI”.

In poche frasi Teresa descriveva il volto dell’emigrazione di quegli anni: donne che lavoravano duramente, spesso invisibili, ma capaci di costruire reti di aiuto reciproco che permisero a tante famiglie di trovare una nuova stabilità.

Uno dei progetti a cui era più legata fu la cooperativa nata a Friburgo nel 1985, pensata per offrire nuove opportunità alle donne disoccupate e alle casalinghe. L’obiettivo non era soltanto insegnare una professione o la lingua tedesca, ma restituire fiducia nelle proprie capacità.

“LE DONNE ITALIANE INIZIARONO A RENDERSI CONTO CHE NON DOVEVANO SOLO IMPARARE, MA CHE POTEVANO ANCHE INSEGNARE”

Era questa la sua idea di integrazione: uno scambio reciproco, nel quale ciascuno aveva qualcosa da offrire. Le donne italiane trasmettevano lingua e cultura, mentre imparavano a muoversi con maggiore sicurezza nella società tedesca. Un percorso che coinvolgeva anche donne di altre nazionalità e persone con disabilità, senza lasciare indietro nessuno.

Le sue parole sul ruolo delle donne conservano ancora oggi una straordinaria forza. Alla domanda se le donne fossero la parte più debole dell’emigrazione, rispose con parole che racchiudono il suo modo di vedere il mondo: “LA SOCIETÀ È DEBOLE SENZA LORO. LORO NON SONO DEBOLI. SONO QUELLE CHE HANNO FATTO E FANNO PIÙ FATICA, QUELLE CHE SOPPORTANO DI PIÙ IL DISAGIO, QUINDI LE PIÙ FORTI”.

Era una frase che racchiudeva tutta la sua esperienza. Teresa non vedeva fragilità, ma forza. Non vedeva assistiti, ma persone capaci di costruire il proprio futuro se messe nelle condizioni di farlo.

Fino agli ultimi anni continuò a frequentare la sede delle ACLI di Friburgo, convinta che l’integrazione non fosse mai un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un percorso da accompagnare ogni giorno con pazienza, ascolto e presenza.

Con la sua scomparsa la comunità italiana perde una delle protagoniste della propria storia. Una donna che ha vissuto l’emigrazione, l’ha compresa e l’ha trasformata in un impegno concreto al servizio degli altri. Il suo esempio resterà vivo nelle tante persone che hanno trovato in lei una guida, un sostegno e un’amica.

La Redazione del Corriere d’Italia, si unisce al dolore della famiglia, degli amici e di tutta la comunità italiana di Friburgo. CdI 8.7.

 

 

 

 

Una questione da chiarire

 

Dopo qualche settimana di “silenzio” abbiamo ricevuto alcune valutazioni da Connazionali che ci leggono in Germania. Una presa d’atto gradita, proprio perché evidenzia l’interesse degli Italiani “altrove” per il fronte socio/politico nazionale che, ne abbiamo preso atto, continua a degradare. Noi non ci siamo schierati a favore di nessuno, ma i risultati politici li analizzeremo. E’ una promessa. Evitando, però, commenti che, poi, non servirebbero.

Le esternazioni di circostanza le lasceremo a chi è competente. Noi prenderemo, se ci saranno, in esame le reazioni del nostro Potere Legislativo in quest’autunno “difficile”. Ogni previsione, ora, sarebbe poco utile per fare chiarezza su quanto succederà. Il “rebus” della politica rimane.

Non mancheranno, quindi, qualificati commenti che saranno interessanti da leggere e sui quali avremo l’opportunità di riflettere. Sul fronte delle ”scelte”, le congetture già si sprecano e ci sembra inutile esprimere anche nostre “sensazioni” che, ovviamente, ci sarebbero.

Questo periodico politico ospiterà, sicuramente, Opinionisti; quando avranno motivo d’intervenire. Le questioni politiche da chiarire, ora, non sono marginali e di ciò s’è reso ben conto anche questo Esecutivo che continua, forse unico nella storia della nostra Repubblica, a “vivere” sulla fiducia di partiti nati per “garantire” una seria opposizione. Quella che, oggi, sembra non esserci.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Intesa tra MiC e Società Dante Alighieri: nasce il Passaporto della cultura

 

Nell'accordo siglato dal Presidente Riccardi e dal Ministro Giuli le iniziative congiunte per la promozione della lingua e del patrimonio culturale italiani

Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il Presidente della Società Dante Alighieri, Andrea Riccardi, hanno firmato ieri a Palazzo Firenze un Protocollo d’intesa per “diffondere i valori culturali della Nazione” e promuovere la conoscenza del patrimonio italiano nel mondo. Nasce così il Passaporto della cultura, lo strumento che consente a chi studia l'italiano all'estero di visitare gratuitamente dieci dei principali musei e siti archeologici italiani per conoscere davvero la nostra arte, le nostre autrici e i nostri autori e le opere frutto del loro genio.

L’accordo definisce un programma di azioni congiunte in molteplici settori (dall'editoria alle arti e all’archeologia, dallo spettacolo dal vivo al cinema/audiovisivo) negli Stati in cui opera la Società Dante Alighieri, in raccordo con il MAECI e la rete delle rappresentanze italiane all’estero.

Alessandro Giuli: “Oggi nasce un’alleanza fondata su un obiettivo comune: tenere vivi i legami spirituali dei connazionali all’estero con l’Italia e soddisfare quell’amore per la cultura italiana che accomuna tanti stranieri nel mondo. La lingua, il patrimonio culturale, la creatività sono strumenti di diplomazia culturale capaci di attraversare i confini, generare conoscenza e amicizia e aprire nuove relazioni sociali ed economiche per la Nazione”.

Andrea Riccardi: “Il Protocollo che firmiamo oggi con il Ministro Alessandro Giuli è un passo importante per la Società Dante Alighieri. L'intesa con il Ministero della Cultura apre la strada a importanti collaborazioni per diffondere il ricco patrimonio culturale italiano nei 70 paesi esteri in cui la rete Dante è attiva con le sue 400 sedi. Parliamo di turismo nei borghi, che porta i viaggiatori alla scoperta dell'Italia più autentica, dei tirocini nei musei riservati ai giovani che si stanno formando”. Sda 24

 

 

 

 

"Siamo bersaglio di una guerra ibrida", la Germania accusa la Russia per il drone a Lipsia

 

Per la prima volta dal 4 agosto scorso, il governo tedesco ha attribuito formalmente a Mosca la responsabilità del fallito attentato. Solidarietà di Unione europea e Nato, che ora promettono una risposta al Cremlino. La Russia nega e annuncia rappresaglie, Putin: "Da Berlino errore grave" – di Marta Repetto

Il fallito attacco con un drone imbottito di esplosivo all'aeroporto di Lipsia "è stato condotto per conto della Russia". Per la prima volta dal 4 agosto scorso, data dell'incidente, il governo della Germania ha attribuito formalmente a Mosca la responsabilità dell'attentato, scatenando l'ira russa - con l'annuncio di rappresaglie -, ma anche raccogliendo la solidarietà di Unione europea e Nato. Che ora promettono una risposta alla guerra ibrida del Cremlino.

L'accusa a Mosca e le conclusioni dell'intelligence: "Noi bersaglio di guerra ibrida"

A spiegare le conclusioni cui è giunto l'esecutivo tedesco è stato il ministro dell'Interno Alexander Dobrindt, in conferenza stampa a Berlino con il ministro degli Esteri Johann Wadephul.

Dobrindt ha parlato ai giornalisti delle indagini della Polizia, spiegando che le conclusioni dell'intelligence indicano una responsabilità russa nel fallito attentato. Il ministro ha aggiunto che la tecnologia trovata sul posto e l'interazione tra i singoli elementi sono da considerarsi di livello professionale e ha indicato un livello elevato di conoscenze tecniche e un lavoro considerevole dal punto di vista organizzativo nella pianificazione e nell'esecuzione dell'attacco.

"L'esecuzione finale del tentato attacco può essere attribuita ad agenti di basso livello - ha affermato -. Lasciatemi essere chiaro. Non siamo in guerra, ma siamo quotidianamente bersaglio di una guerra ibrida".

Germania chiude consolato a Bonn e 'Casa Russa' a Berlino

Di conseguenza la Germania ha annunciato la chiusura del consolato russo a Bonn, l'ultimo russo nel Paese, e di un centro culturale russo a Berlino, ha quindi reso noto il ministro degli Esteri Wadephul.

"Ho disposto le seguenti misure, d'accordo con il cancelliere federale Merz: il consolato generale della Russia a Bonn verrà chiuso il 18 settembre. Verrà rescisso il contratto per la 'Casa Russa' a Berlino", ha detto il capo della diplomazia tedesca.

Media: Berlino ha valutato di invocare l'art. 4 della Nato

Se queste sono le prime misure concrete dopo il fallito attentato, la Germania secondo Die Zeit avrebbe inoltre preso in considerazione di invocare l'articolo 4 della Nato, ma avrebbe poi deciso di non farlo. Il governo, spiega la testata tedesca, ha voluto evitare un'ulteriore escalation e preservare spazio per una risposta più forte se la Russia compirà altri attacchi.

L’articolo 4 del Trattato Nord Atlantico costituisce il primo anello della catena di sicurezza collettiva dell’Alleanza. Il testo stabilisce che “le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata”.

A differenza del più noto articolo 5, che scatta in caso di attacco armato diretto e considera l’aggressione contro un membro come un attacco a tutta l’Alleanza, l’articolo 4 funziona come “campanello d’allarme” quando un Paese alleato ritiene che la propria sicurezza sia a rischio. Non prevede risposte automatiche né obblighi militari immediati, ma attiva consultazioni immediate tra i partner attraverso il Consiglio Nord Atlantico, l’organo decisionale principale della Nato, per discutere insieme la situazione, valutare le minacce e decidere eventuali azioni collettive, che possono andare da misure diplomatiche fino a decisioni militari. Il Trattato non prevede alcun obbligo di passare prima dall’articolo 4 per attivare i meccanismi dell’articolo 5.

L'ira russa, Mosca nega e promette la rappresaglia

La Russia respinge le accuse. Vladimir Putin, dal vertice SCO di Bishek, è convinto che la Germania debba deviare l'attenzione dai problemi interni: "Il cancelliere Merz sta affrontando tempi difficili. Non gode della fiducia del suo popolo perché non protegge gli interessi nazionali. Sta vendendo gli interessi nazionali tedeschi, hanno commesso errori evidenti. La gente sta perdendo il lavoro, le condizioni di vita stanno peggiorando".

Le misure tedesche sono "un altro errore", ha detto ancora il presidente russo: "Credo che sia un altro errore, e anche grave. E, a mio avviso, è chiaramente contrario agli interessi del popolo tedesco", ha ribadito Putin.

Da Mosca intanto arrivano messaggi minacciosi che preannunciano "una risposta adeguata" alle decisioni della Germania. A dirlo in termini espliciti è stata la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, che in dichiarazioni riportate dai media russi ha accusato Berlino di un'escalation "nelle relazioni con Mosca sulla base di un pretesto totalmente inventato e assurdo".

La Russia ha promesso di rispondere "con la stessa moneta" alle decisioni della Germania, ha confermato Zakharova all'agenzia tedesca Dpa, precisando che la risposta sarà analoga a quelle arrivate in passato a sanzioni unilaterali e ingiuste. Mosca inoltre ritiene la Germania responsabile di coinvolgimento in attacchi contro i cittadini russi, ha detto ancora la portavoce del ministero degli Esteri. "Berlino sponsorizza il terrorismo", ha accusato Zakharova in riferimento alle consegne di armamenti e agli aiuti all'Ucraina, teatro del conflitto che va avanti dal febbraio 2024, innescato dall'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina.

Le misure annunciate dal governo tedesco avranno "conseguenze", ha poi ribadito l'ambasciatore russo in Germania, Sergey Nechayev. In una nota pubblicata sul canale Telegram dell'ambasciata, Nechayev ha definito l'accusa di Berlino "infondata, assurda e contraria al buon senso", aggiungendo che le sanzioni rappresentano "un'escalation senza precedenti nelle relazioni russo-tedesche e non saranno prive di conseguenze".

La promessa dei vertici Ue: "Attacco ibrido non resterà senza risposta"

Solidarietà a Berlino arriva invece dai vertici Ue, dai Paesi europei e dalla Nato, uniti più che mai contro quelle che bollano come "intimidazioni", parte di una guerra ibrida condotta da Mosca con l'obiettivo di indebolire l'Unione.

Sul fronte Ue, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha fatto sapere di aver "parlato con il cancelliere Merz per discutere dell'attacco ibrido all'aeroporto di Lipsia. Gli ho assicurato che l'Ue è pienamente solidale con la Germania di fronte a questo attacco da parte della Russia".

"Manterremo l'Ue unita nonostante questi atti gravi e in escalation. Il governo tedesco ha adottato misure forti. E il messaggio è chiaro: attacchi ibridi non resteranno senza una risposta chiara - ha spiegato ancora la presidente della Commissione europea -. Siamo uniti nella nostra determinazione a opporci all'aggressione russa. Dissuaderemo chiunque cerchi di compromettere la nostra libertà e sicurezza".

"La Russia sta cercando di seminare sfiducia e paura nelle nostre società. Ma fallirà. E staremo accanto all'Ucraina per tutto il tempo che servirà", la conclusione di von der Leyen, confermando che oggi ne parlerà con il segretario generale della Nato, Mark Rutte.

''Quando uno di noi viene preso di mira, restiamo tutti uniti. La nostra piena solidarietà va alla Germania in seguito all'attacco ibrido russo a Lipsia e a tutti gli Stati membri dell'Ue che sono stati esposti ad attacchi simili'', le ha fatto eco su 'X' la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. ''Non ci lasceremo intimidire né dividere. L'Europa è unita, determinata e pronta a difendere la nostra sicurezza e il nostro stile di vita'', ha aggiunto.

Da Meloni a Macron, l'unità dei leader

Vicinanza anche da leader e ministri dei Paesi europei ed extra Ue, uniti al fianco della Germania. Tra gli altri l’Italia, che esprime "piena solidarietà" nelle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. "La sicurezza dei nostri Alleati - ha detto la premier - è la sicurezza di tutti noi. I tentativi di intimidirci o di creare divisioni tra gli Alleati non avranno successo: le azioni ibride contro uno qualsiasi di noi sono motivo di preoccupazione per tutti noi e saranno affrontate con una risposta unitaria". "In momenti come questo, è essenziale rimanere saldi, continuare a lavorare in stretta collaborazione e mantenere una credibile postura di deterrenza a difesa della sicurezza dei nostri cittadini", la conclusione di Meloni.

"Reagiremo sempre con grande serietà per impedire che ci possano essere influenze da parte della Federazione Russa", ha quindi dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al suo arrivo a Wicklow, in Irlanda, per la riunione informale dei ministri degli Esteri Ue. "Quindi i rischi continuano a esserci. Risponderemo uniti e reagiremo rimanendo a fianco anche dei paesi che vengono colpiti direttamente", ha proseguito Tajani, ricordando che anche l'Italia ha subito "attacchi cibernetici diversi da quelli che sono stati a Lipsia". "E' inaccettabile che accadano cose come quelle che sono accadute in Germania e questo deve farci comprendere che l'unità dell'Europa è fondamentale", ha aggiunto Tajani.

E ancora: "Questi attacchi e provocazioni servono anche a testare la reazione dell'Europa e l’unità dell'Europa. La migliore risposta e l’unità dell'Unione Europea, la solidarietà alla Germania non è mancata, non mancherà e la ribadiamo anche qui in occasione del Consiglio dei ministri degli esteri della Unione Europea". "Esprimo solidarietà anche al ministro Wadephul. Siamo a fianco della Germania, che può contare sulla vicinanza dell'Italia", ha aggiunto Tajani.

L'obiettivo della Russia è "soprattutto quello di disunire l'Europa, così come un suo obiettivo è quello di influenzare le elezioni nei Paesi europei. Questo tentativo deve essere assolutamente respinto. Questo è il tipo di attacco che fanno i russi e noi dobbiamo essere uniti e impedire a Mosca di dividere l'Europa", ha continuato Tajani, avvertendo: "Le cose che sono accadute in Germania sono estremamente gravi, ma non credo che la Russia, al di là delle provocazioni, al di là di questi attacchi ibridi, possa fare qualcosa contro l'Europa. Comunque bisogna sempre vigilare, non sottovalutare i rischi, ma sappiamo bene che la Russia valuta la forza dell'Occidente. Non credo che a Mosca convenga attaccare l'Occidente perché ne uscirebbe sconfitta".

A intervenire anche il presidente francese Emmanuel Macron: "La Germania - ha scritto su X - ha riconosciuto la responsabilità della Russia per i gravi incidenti avvenuti a Lipsia all'inizio di agosto. Questi attacchi ibridi si stanno moltiplicando in Europa e non possono rimanere impuniti. La Francia è pienamente solidale con la Germania e sostiene l'adozione di nuove sanzioni europee contro la Russia. Di fronte a questa escalation, dobbiamo essere uniti, determinati e rafforzare il nostro sostegno all'Ucraina. La Francia continuerà a fare la sua parte", ha aggiunto.

Anche il Regno Unito "esprime piena solidarietà alla Germania in seguito all’atto di aggressione grave e irresponsabile della Russia a Lipsia. I tentativi della Russia di minare la nostra determinazione comune e la nostra volontà di sostenere l’Ucraina sono inutili e destinati a fallire", quanto si legge in una nota firmata dal premier britannico Andy Burnham.

"Come ho chiarito la scorsa settimana a Kiev - sottolinea Burnham-, il nostro impegno a sostenere l’Ucraina contro l’invasione illegale russa è incrollabile. Le ferme misure adottate dal governo tedesco dimostrano che qualsiasi attacco di questo tipo riceverà una risposta chiara. Non vacilleremo nella nostra determinazione a dissuadere gli attacchi contro la nostra libertà e la nostra sicurezza".

"Le aggressioni ibride rappresentano una sfida permanente per l'Europa. Il mio sostegno alla Germania di fronte alla minaccia ibrida russa. L'unità e la solidarietà dell'Europa sono vitali per proteggere i nostri cittadini e i nostri confini. Da sud a nord, da est a ovest. Uniti siamo più forti''. Così il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares su 'X'.

''Ho parlato con il cancelliere Merz per esprimere il sostegno del Canada alla Germania, in seguito all'attacco ibrido russo all'aeroporto di Lipsia. Attaccare un aereo cargo ucraino sul suolo tedesco è stato un tentativo vergognoso da parte della Russia di indebolire la nostra determinazione e la nostra difesa collettiva, e fallirà'', le parole sui social del primo ministro canadese Mark Carney. ''Il nostro sostegno all'Ucraina di fronte all'aggressione russa è incrollabile. Rimaniamo fermi nella nostra lotta per una pace giusta e duratura in tutto il continente'', ha aggiunto.

Nato: "Difenderemo tutti gli Alleati contro qualsiasi minaccia"

Sul fronte Nato, il segretario generale Mark Rutte ha fatto sapere di aver "parlato con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. La Nato è pienamente solidale con la Germania dopo l'attacco ibrido russo a Lipsia del 14 agosto. Le prove sono chiare - ha aggiunto - Accolgo con favore le misure annunciate in risposta dalla Germania".

"La Nato continuerà a rafforzare la capacità di deterrenza e difesa di tutti gli Alleati contro qualsiasi minaccia, comprese azioni maligne come quelle viste a Lipsia e altrove nell'Alleanza. I tentativi della Russia di intimidirci, di compromettere la nostra unità e la nostra volontà di sostenere l'Ucraina sono inutili e falliranno. E' incrollabile il nostro sostegno all'Ucraina, così come il nostro impegno ferreo per la difesa collettiva della Nato", le parole e la promessa del numero uno dell'Alleanza. Adnkronos 2

 

 

 

 

 

La dignità

 

Da noi non è in pericolo la sovranità, ma la sua coerente gestione. Le contraddizioni sociali fanno notizia anche nelle nostre risorse democratiche. Che la situazione sia difficile non lo neghiamo, ma è anche razionale trovare vie alternative per una situazione di tensione sociale che non porterebbe a nessuna svolta positiva. Se non è ancora “minimizzabile” la crisi economica, è indispensabile poterla gestire avviando un programma di lavoro che tenga conto delle necessità primarie della popolazione.  

Con una premessa: la tutela dell’occupazione. Siamo d’accordo: il periodo che si presenta à difficile; ma resta fondamentale trovare una fase di ricostruzione sociale che favorisca l’occupazione. La necessità di una vita dignitosa resta una delle mete primarie per l’Italia e non solo. Altre scelte sensate non ce ne sono. Siamo in tempo per evitare la marginalizzazione e la disperazione economica del Paese. Ma non ce n’è molto per riscoprire, anche se in ritardo, il la necessità di nuovi accordi sociali .

Insomma, è indispensabile aiutare tutti senza diatribe politiche. La concezione di solidarietà sociale non dovrebbe rimanere un termine senza effettivi riscontri. Se ci sarà l’impegno di tutti, ce la potremo fare. Perché la dignità dei diritti resta un valore primario che non può essere sminuito dalla scarsa sensibilità di una politica che richiederebbe maggiore coerenza.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

L’Italia che emigra: le previsioni dell’Istat

 

ROMA - Se nel 2025 gli italiani emigrati sono stati 144mila, nel 2030 saliranno a 176mila, a 169mila nel 2050 e a 183mila nel 2080. È quanto prevede l’Istat che oggi ha pubblicato le previsioni demografiche (Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro) che certificano il persistente e strutturale spopolamento dell’Italia.

Secondo l’Istituto nazionale di statistica, infatti, la popolazione residente continuerà a diminuire per tutto l’orizzonte previsivo (2025-2080), anche negli scenari più favorevoli.

L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom.

Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi.

Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, continueranno a perdere popolazione più rapidamente dei centri urbani, ampliando i divari territoriali.

Le famiglie saranno più numerose ma di dimensioni sempre più ridotte, riflettendo l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle persone sole. La diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, ponendo nuove sfide al sistema economico e al welfare.

I DATI

Le nuove previsioni demografiche in base 1° gennaio 2025, rinnovate nel disegno degli scenari futuri, delineano un quadro di progressiva riduzione della popolazione residente in Italia. Secondo lo scenario mediano, la popolazione passa da 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Nel breve termine (2025-2030) la popolazione riscontra una lieve diminuzione con un tasso medio annuo di variazione pari a -0,1%. Nel medio termine (2030-2050) la contrazione si accentua, con un tasso medio annuo di -0,3%, mentre nel lungo termine (2050-2080) il declino si rafforza ulteriormente, a un ritmo di -0,6% in media annua. Nel complesso, nell’arco dei 55 anni di previsione l’Italia perderà oltre 13 milioni di residenti, 4 dei quali entro il 2050, indicando un percorso che soltanto nel lungo termine, sulla base delle ipotesi formulate, condurrà a una popolazione sensibilmente ridimensionata rispetto a oggi.

Le dinamiche territoriali risultano differenziate.

Il Nord è la sola ripartizione con una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030, con un incremento medio annuo dello 0,1%. Dal 2030 la tendenza si inverte: la popolazione scende a 27,2 milioni nel 2050 (-0,1% medio annuo) e a 24,2 milioni nel 2080 (-0,4% medio annuo). Pur in un contesto di diminuzione, il Nord mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese.

Nel Centro il calo è già presente nel breve periodo, anche se molto contenuto. La popolazione perde appena 40mila residenti tra il 2025 e il 2030, con un tasso medio annuo di -0,1%. Tra il 2030 e il 2050 il decremento si intensifica (-0,3% medio annuo), portando la popolazione a 11,0 milioni, mentre nel lungo periodo si scende a 9,3 milioni (-0,6% medio annuo).

Il Mezzogiorno presenta una dinamica meno favorevole. La popolazione diminuisce da 19,7 milioni nel 2025 a 19,4 milioni nel 2030, con un tasso medio annuo di -0,4%. Nel periodo 2030-2050 il ritmo del calo aumenta (-0,7% medio annuo), facendo scendere la popolazione a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiunge l’1,0% medio annuo, andando a definire una popolazione di 12,3 milioni, ovvero oltre un terzo inferiore rispetto ai livelli iniziali. Nel complesso, le previsioni evidenziano un processo di contrazione demografica generalizzato ma con intensità differente sul territorio. Gli intervalli di confidenza indicano che nel Centro e nel Mezzogiorno la diminuzione della popolazione risulta confermata in tutte le traiettorie considerate, con effetti particolarmente pronunciati nel secondo (Prospetto 1). Nel Nord, invece, gli scenari più favorevoli prospettano l’eventualità di una popolazione in crescita.

Nello scenario mediano, le nascite si mantengono su livelli stabili fino al 2030 (355mila nati annui). Si scende poi a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. Sebbene l’incertezza associata alle nascite aumenti nel tempo, la futura natalità non riuscirà a riequilibrare la dinamica naturale. Infatti, i decessi aumenteranno significativamente, passando da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030 e raggiungendo un picco di 869mila nel 2058 (Figura 1). Tale evoluzione riflette i cambiamenti attesi nella struttura per età: le numerose generazioni oggi adulte entreranno via via nelle età anziane, determinando un incremento dei decessi anche in virtù degli ipotizzati miglioramenti nella sopravvivenza.

IL SALDO MIGRATORIO

Per quanto riguarda i movimenti migratori con l’estero, le previsioni indicano che gli immigrati passano da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Gli emigrati per l’estero si attestano invece intorno a 144mila nel 2025, 176mila nel 2030, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080.

Il saldo migratorio estero rimane positivo lungo tutto l’orizzonte previsivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080. Tuttavia, il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati.

Le previsioni evidenziano come l’incertezza associata alle varie componenti sia molto differenziata. I decessi sono la componente più prevedibile, poiché dipendono da popolazioni già nate e in larga misura osservabili. Le nascite hanno margini di incertezza maggiori, che crescono nel tempo in funzione delle ipotesi sulla fecondità. Ancora più elevata è l’incertezza che caratterizza i flussi migratori internazionali, influenzati da fattori economici, geopolitici e normativi meno facilmente prevedibili. Di conseguenza, il saldo migratorio estero mostra gli intervalli di confidenza più ampi, soprattutto nel lungo termine.

Le differenze territoriali appaiono particolarmente marcate. Nel Nord il saldo migratorio estero rappresenta il principale fattore di sostegno demografico, ma non compensa le perdite naturali. Nel Centro emerge una situazione intermedia. Le nascite restano stabili fino alla metà del secolo, mentre i decessi aumentano sensibilmente per effetto dell’invecchiamento.

Il saldo migratorio estero è previsto positivo ma in graduale riduzione. Nel Mezzogiorno si osservano le trasformazioni più profonde. Le nascite diminuiscono in modo continuo e, parallelamente, il saldo naturale registra valori molto negativi. Sebbene il saldo migratorio estero rimanga positivo, le sue dimensioni molto inferiori rispetto al deficit naturale favoriscono il progressivo ridimensionamento demografico dell’area.

NEL 2050 OLTRE 4 FAMIGLIE SU 10 SARANNO SENZA NUCLEI

Nello scenario mediano, il numero di famiglie in Italia aumenta da 26,7 milioni nel 2025 fino a 27,9 nel 2043, quando raggiunge il suo massimo, per poi scendere fino a 27,6 milioni nel 2050, principalmente a causa della progressiva estinzione delle generazioni del baby boom.

Il previsto aumento delle famiglie (+3,5% sull’intero periodo) è sostenuto soprattutto dalle famiglie senza nucleo, cioè senza la presenza di relazioni di coppia o di tipo genitore-figlio. Queste passano da 10,7 milioni nel 2025 a 12,3 milioni nel 2050 (+15,8%), arrivando a rappresentare il 44,7% del totale delle famiglie rispetto al 40,0% iniziale. Al contrario, le famiglie con almeno un nucleo diminuiscono del 4,6%, passando da 16,0 milioni nel 2025 a 15,3 milioni nel 2050; la loro incidenza sul totale scende così dal 60,0% al 55,3%. Tale contrazione riflette le principali trasformazioni socio-demografiche in atto: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della speranza di vita accrescono il numero di persone sole; il persistente calo della natalità aumenta la quota di individui senza figli; l’instabilità coniugale favorisce la diffusione di famiglie unipersonali e monogenitoriali. Parallelamente, la dimensione media delle famiglie scende da 2,20 componenti nel 2025 a 1,98 nel 2050, confermando la tendenza verso strutture familiari più piccole e frammentate. Considerando le sole famiglie con nucleo, il numero medio di componenti diminuisce da 2,90 a 2,66.

NEL 2050 COPPIE SENZA FIGLI PIÙ NUMEROSE DI QUELLE CON FIGLI

In base alle ipotesi dello scenario mediano, il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%).

A livello nazionale, il sorpasso delle coppie senza figli su quelle con figli si verifica nel 2047, ma nel Nord e nel Centro avviene prima (rispettivamente, nel 2038 e nel 2044). Nel Mezzogiorno, invece, nonostante un sostanziale avvicinamento, le coppie con figli mantengono il primato in tutto il periodo.

(aise 31.8) 

 

 

 

 

La scuola, quella cosa seria che si capisce solo quando manca

 

Ci sono Paesi dove la scuola non fa notizia. E proprio per questo funzionano.

Nessuno ci pensa. La mattina i ragazzi entrano, studiano, escono. I maestri insegnano. I genitori si fidano. Pare una cosa da niente. E invece è il miracolo più grande che uno Stato riesca a fare.

Perché la scuola è come le fondamenta di una casa: non le vede nessuno. Tutti ammirano il balcone, le finestre, il tetto. Ma se sotto le fondamenta sono storte, prima o poi la casa si screpola.

In certi Paesi del Nord Europa questa verità la sanno da tanto tempo. Hanno capito che una lezione fatta bene vale più di cento discorsi politici, che un ragazzo educato al rispetto farà risparmiare domani tribunali, carceri e perfino ospedali.

Noi, invece, ogni tanto ci perdiamo dietro alle mode. Cambiamo programmi, inventiamo riforme, cambiamo perfino i nomi delle materie, come se bastasse cambiare l’etichetta alla bottiglia perché il vino diventasse migliore.

La scuola non ha bisogno di magie. Ha bisogno di serietà. Di insegnanti rispettati. Di studenti che capiscano che il voto non è una punizione né un premio, ma uno specchio. E gli specchi, se sono buoni, non adulano nessuno.

Chi ha vissuto in più di un Paese certe differenze le vede subito. Non sono i grandi discorsi a cambiare una nazione. Sono migliaia di piccoli gesti imparati da bambini: arrivare puntuali, ascoltare chi parla, fare il proprio dovere anche quando nessuno guarda.

È lì che nasce la forza di uno Stato.

Il resto viene dopo.

Le fabbriche. Le università. La ricerca. L’economia. Perfino la politica.

Perché un popolo non diventa serio all’improvviso. Lo diventa banco dopo banco, quaderno dopo quaderno, maestro dopo maestro.

E quando la scuola perde autorevolezza, il conto arriva sempre. Magari dopo vent’anni. Ma arriva.

La scuola è una semina. E chi risparmia sul seme, non può lamentarsi se il raccolto è povero. Giuseppe Tizza, dip

 

 

 

 

Lunga vita alla cameretta? In Italia l’autonomia arriva a 30 anni e più

 

In Italia si diventa autonomi quasi a trent’anni. Non per modo di dire: secondo gli ultimi dati Eurostat, , nel 2025 i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea e quasi nove dopo i coetanei finlandesi (in aumento rispetto allo scorso anno). Un dato che rimette in circolo il vecchio stereotipo dei “mammoni”, ma che racconta soprattutto altro: l’allungamento della strada che porta dall’istruzione al lavoro stabile, dal lavoro alla casa, dalla casa alla costruzione di una famiglia.

L’Italia non è sola. La Spagna registra la stessa età media, mentre Croazia, Grecia e Slovacchia fanno ancora peggio. Ma il confronto con il Nord Europa resta impietoso: in Finlandia si esce di casa a 21,4 anni, in Danimarca a 21,8. La distanza non è semplicemente culturale. È anche economica, lavorativa e abitativa, e finisce per spostare in avanti una sequenza intera di passaggi che un tempo si concentravano molto prima: indipendenza economica, convivenza, matrimonio, primo figlio.

Il punto, quindi, non è chiedersi perché i giovani italiani “non vogliano crescere”. È capire perché per crescere serva sempre più tempo. Eurostat suggerisce una prima risposta mettendo in relazione l’età di uscita dalla famiglia con l’occupazione giovanile: dove i ventenni lavorano di più e prima, tendono anche a lasciare prima la casa dei genitori. L’Italia si colloca sul versante opposto, con uno dei tassi di occupazione giovanile più bassi dell’Unione.

Nel 2025 il tasso di occupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni in Italia si è fermato al 47,6%, il livello più basso dell’Unione europea, contro una media Ue del 65,6%. Nei Paesi Bassi la quota supera l’80%, in Germania arriva al 77%. Il confronto non spiega da solo perché si lasci casa così tardi, ma mostra quanto diverso sia il punto di partenza.

Tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 29 anni nell’Ue nel 2025. Fonte: Eurostat

Il lavoro arriva tardi, l’autonomia ancora dopo

La distanza resta ampia anche dopo la fine degli studi. Tra i giovani europei tra i 20 e i 34 anni che hanno concluso da poco il proprio percorso di istruzione, nel 2025 lavorava l’83%; in Italia il 71,8%, davanti soltanto alla Grecia. Questo significa che anche il passaggio dalla formazione all’occupazione continua a richiedere più tempo rispetto a gran parte dell’Europa.

Negli ultimi anni, va detto, alcuni indicatori sono migliorati. La quota dei Neet tra i 15 e i 29 anni, cioè dei giovani che non lavorano e non seguono percorsi di istruzione o formazione, è scesa dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025. È la riduzione più ampia registrata nell’Ue nell’arco del decennio. Ma l’uscita dalla condizione di Neet non coincide automaticamente con la conquista di una piena autonomia economica.

Per lasciare la famiglia di origine servono infatti continuità di reddito e capacità di sostenere spese fisse che, in molte città, sono aumentate molto più rapidamente dei primi stipendi: affitto, utenze, trasporti, eventuali rate di un mutuo. È su questo passaggio che la casa diventa il secondo grande spartiacque.

I dati europei mostrano un paradosso solo apparente. In diversi Paesi del Nord, dove i giovani escono di casa molto prima, il peso delle spese abitative sul reddito può essere anche più elevato che in Italia. Ma proprio perché quei giovani vivono già da soli o in condivisione, quelle spese entrano pienamente nelle statistiche. In Italia, invece, una quota molto ampia resta ancora dentro il nucleo familiare e quindi non sostiene direttamente il costo di un’abitazione autonoma.

Secondo Istat, oltre sei giovani su dieci fino alle soglie dei 35 anni vivono ancora nella famiglia di origine. La quota resta più alta nel Mezzogiorno, dove il mercato del lavoro è più debole, ma il problema assume forme diverse anche nelle grandi città del Centro-Nord, dove le opportunità professionali sono maggiori ma il costo degli affitti può diventare un ostacolo altrettanto forte.

La famiglia continua così a svolgere una funzione economica decisiva: riduce il peso delle spese abitative, assorbe periodi di instabilità lavorativa e consente di rinviare l’uscita di casa fino a quando reddito e condizioni contrattuali non diventano più solidi. È anche per questo che il ritardo italiano nell’autonomia non emerge soltanto dal costo degli affitti o dei mutui, ma dal tempo necessario per raggiungere le condizioni economiche che permettono di sostenerli.

Adnkronos 22

 

 

 

 

 

UE-NATO: “L’attacco russo a Lipsia segna una nuova escalation”

 

BRUXELLES – Il tentativo di colpire un aereo cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle, attribuito dal governo tedesco alla Russia, rappresenta “una nuova escalation sul territorio dell’Unione europea”. È il duro monito lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al fianco del segretario generale della NATO Mark Rutte, al termine di un incontro dedicato oggi alla sicurezza europea e al sostegno all’Ucraina.

Secondo le autorità tedesche, l’operazione sarebbe stata condotta da agenti russi utilizzando materiale di tipo militare. Se fosse riuscita, ha sottolineato von der Leyen, avrebbe potuto provocare “danni enormi e persino la perdita di vite umane”. La presidente della Commissione ha espresso la piena solidarietà dell’Unione alla Germania, aggiungendo che l’eventuale obiettivo di intimidire gli europei e indebolire il loro appoggio a Kiev ha prodotto l’effetto opposto: “Ha soltanto rafforzato la nostra determinazione. L’intimidazione non funzionerà”.

L’episodio di Lipsia, nella lettura di Bruxelles, non costituisce infatti un fatto isolato, ma si inserisce in una successione di azioni ostili: incursioni nello spazio aereo europeo, droni capaci di paralizzare gli aeroporti, incendi e sabotaggi, interferenze contro infrastrutture energetiche, industriali e di comunicazione. Una forma di guerra ibrida che porta la minaccia sempre più vicino alla vita quotidiana dei cittadini.

“Questa è la nuova normalità”, ha avvertito von der Leyen, invitando gli Stati membri a considerare le infrastrutture civili come potenziali obiettivi di prima linea e a proteggerle di conseguenza. Ed era sulla linea del recente avvertimento dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della Nato : «non siamo in guerra, ma la pace piena é finita». L’Unione dispone già di squadre di risposta rapida, utilizzabili anche oltre i suoi confini, ma deve acquisire una capacità di reazione più veloce e coordinata. A questa strategia si accompagna la leva economica: le sanzioni hanno indebolito l’economia russa e Bruxelles è pronta ad adottarne di nuove quando la responsabilità di azioni pericolose venga accertata.

Ampio spazio è stato dedicato all’Ucraina. La Commissione ha ricevuto una nuova richiesta finanziaria, del valore di diversi miliardi di euro, per rafforzare la difesa aerea del Paese attraverso sistemi avanzati. Gli Stati membri stanno esaminando la domanda, che secondo von der Leyen “va nella giusta direzione”. Parallelamente, l’Europa lavora con Kiev alla realizzazione di una propria capacità antimissile.

Questi interventi si aggiungono al prestito europeo da 90 miliardi di euro già operativo. Dal mese di giugno, 8,5 miliardi sono stati destinati all’acquisto di droni e missili, mentre altre risorse potranno finanziare velivoli da combattimento prodotti dall’industria europea.

La presidente della Commissione ha quindi ricordato il piano da 800 miliardi di euro per gli investimenti nella difesa, comprendente i 150 miliardi dello strumento SAFE. L’obiettivo non è soltanto spendere di più, ma farlo insieme e in maniera più efficiente, rafforzando l’industria europea, i sistemi di allerta e la capacità di intercettare rapidamente le minacce.

Piena sintonia è stata espressa da Mark Rutte. Il segretario generale della NATO ha ribadito che l’Alleanza e l’Unione europea devono agire in modo complementare e che gli Alleati restano uniti nella difesa collettiva. Nel 2025, ha ricordato, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato complessivamente la spesa militare di oltre 139 miliardi di dollari.

Gli investimenti dovranno tradursi in capacità operative, ma anche in nuovi stabilimenti, linee produttive e forme più strette di cooperazione industriale all’interno dell’Europa e tra tutti gli Alleati. Una politica che, secondo Rutte, può rafforzare contemporaneamente la sicurezza, l’occupazione e la base tecnologica occidentale.

Il segretario generale ha accusato Mosca di essere divenuta “sempre più sconsiderata”, richiamando non soltanto la prosecuzione della guerra contro l’Ucraina, ma anche il crescente numero di droni e missili entrati nello spazio aereo alleato e le attività ibride condotte direttamente sul territorio europeo.

“Se la Russia pensa di dividerci con le minacce o di dissuaderci dal sostenere l’Ucraina, si sbaglia”, ha affermato Rutte. Gli Alleati hanno concordato di destinare almeno 70 miliardi di euro a Kiev quest’anno e una somma analoga il prossimo anno, con particolare attenzione alla difesa aerea.

Il messaggio congiunto di Commissione europea e NATO è dunque netto: l’Europa è entrata in una nuova era della propria sicurezza. Le azioni ibride russe non saranno considerate episodi marginali, ma parte integrante della minaccia. La risposta sarà una cooperazione ancora più stretta tra UE e NATO, maggiori investimenti nella difesa, nuove sanzioni e la prosecuzione del sostegno politico, finanziario e militare all’Ucraina. (alessandro butticé\aise 2) 

 

 

 

 

L’aiuto allo sviluppo è usato sempre più in modo improprio

 

E sono soprattutto i migranti ad aiutare i loro Paesi di origine

Mentre la popolazione esplode nei Paesi più poveri, i fondi stanziati per l’aiuto allo sviluppo diminuiscono. La cooperazione italiana destina un quarto delle risorse alla gestione dell’accoglienza e il Piano Mattei rischia di favorire soprattutto gli investimenti e la sicurezza delle imprese italiane in Africa. Non conosce crisi, invece, l’invio delle rimesse all’estero, nonostante cresca la quota di risparmi che resta in Italia

Prima anticipazione del Dossier Statistico Immigrazione 2026. Presentazione il 27 ottobre

L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) diminuisce a livello globale, proprio quando le disuguaglianze aumentano rapidamente insieme alla popolazione nei Paesi più poveri. Intanto la cooperazione internazionale sta cambiando pelle e rischia sempre più di diventare uno strumento improprio di controllo delle partenze, oltre che di sostegno agli investimenti e di riduzione dei rischi delle imprese dei Paesi donatori. Lo evidenziano i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2026 realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS (in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”), che sarà presentato il 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane, con approfondimenti locali.

Una cooperazione che cambia scopo La popolazione mondiale potrebbe superare i 9,7 miliardi entro il 2050, ma l’aumento non è omogeneo tra Nord e Sud del mondo. Mentre l’Europa perde rapidamente abitanti (-4,4%), sono i Paesi con Isu più basso - l’indice di sviluppo umano, che misura il benessere non solo in base a criteri economici - a crescere di più (+65,9%). Il continente africano, ad esempio, potrebbe raggiungere i 2,5 miliardi di abitanti entro il 2050, producendo appena il 5,5% del Pil globale a parità di potere di acquisto. È su questo scenario che dovrebbe intervenire la cooperazione internazionale, contribuendo a riequilibrare le diseguaglianze e le vulnerabilità che affliggono in maniera crescente i Paesi del Sud del mondo. Un obiettivo, evidenzia il Dossier, sempre più urgente e che non può tradursi in una mera strategia per contrastare l’emigrazione da quei Paesi: la sua efficacia non può essere cioè valutata sulla capacità di “trattenere le persone”, anche perché i dati smentiscono l’equazione secondo cui più sviluppo significherebbe automaticamente meno emigrazione. Bisogna anzi accettare che, almeno nelle prime fasi, un corretto aiuto allo sviluppo possa addirittura favorire la mobilità: il miglioramento delle condizioni di vita accresce le risorse disponibili e apre nuove prospettive, alimentando anche l’aspirazione a partire. Invece, proprio mentre guerre, povertà e crisi climatiche accrescono i bisogni, la cooperazione si contrae e, non raramente, viene piegata al contenimento delle migrazioni, come mostra l’intesa dell’Ue con la Tunisia di Kais Saied, che affianca aiuti economici a finanziamenti per il controllo delle frontiere. Dopo il picco di 223,9 miliardi di dollari nel 2023, l’Aps dei Paesi Dac (gli Stati membri del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse) è diminuito negli ultimi due anni di quasi il 28% in termini reali, scendendo a 174,3 miliardi. Con 7,3 miliardi di dollari, anche l’Italia resta lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7% del reddito nazionale lordo, fermandosi allo 0,3% nel 2025. Ad aggravare il quadro si aggiunge la constatazione che una quota rilevante dell’Aps italiano non raggiunge i Paesi partner destinatari degli aiuti, ma resta sul territorio nazionale. Nel 2024 il 26,7% delle risorse sono state destinate all’accoglienza dei rifugiati in Italia, dato più che doppio rispetto alla media dei Paesi Dac.

Un Piano Mattei molto italiano

È in questo contesto che va analizzato il Piano Mattei per l’Africa, che ha assunto un peso notevole nella cooperazione italiana, coinvolgendo oggi 18 Paesi africani e 76 progetti principali. Il rischio è che con il Piano, spiega il Dossier, cresca soprattutto “il peso della finanza mista, che utilizza risorse e garanzie pubbliche per ridurre il rischio degli investimenti privati”.

Il tema non è stabilire se una cooperazione, sulla carta paritaria, sia positiva o negativa, né negare l’importanza degli investimenti - come la conversione di circa 269 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di sviluppo - ma capire quale funzione debba avere la cooperazione allo sviluppo e quali interessi vadano privilegiati. Nel Piano Mattei, ricostruisce il Dossier, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la tutela dei diritti umani e lo sviluppo sostenibile si affiancano a obiettivi come la sicurezza energetica, l’internazionalizzazione delle imprese, l’accesso alle materie prime e la prevenzione dell’immigrazione irregolare. Resta da capire quali obiettivi prevalgano: i governi africani sono coinvolti, ma società civile e comunità locali hanno ancora poco spazio nella scelta e nella valutazione degli interventi. Il rischio è che gli interessi italiani pesino più dei bisogni locali.

Aiutarsi… da soli Se la cooperazione internazionale fatica a mantenere le proprie promesse, il vero aiuto allo sviluppo che continua a funzionare è quello informale: le rimesse che i migranti inviano nei Paesi di origine. Oggi queste, pur non sostituendo gli Aps, sono una parte strutturale della migrazione, con un volume complessivo di trasferimenti che è arrivato a 879 miliardi a livello mondiale lo scorso anno e che toccherà i 1.100 miliardi nel 2030. Il Dossier fornisce un andamento decennale delle rimesse dall’Italia: gli oltre 8,6 miliardi di euro inviati nel 2025 sono quasi il 70% in più rispetto al 2016. Nello stesso anno, l’Aiuto pubblico allo sviluppo italiano ha raggiunto quasi 7,3 miliardi di dollari, pari a circa 6,5 miliardi di euro: le rimesse lo hanno superato dunque di oltre 2,1 miliardi di euro. Quello delle rimesse, oltretutto, è un fenomeno anticiclico, cioè costante e praticamente immune a condizionamenti esterni; ma il loro impiego sta cambiando almeno per due importanti aspetti: il primo è che oggi solo il 22% dei risparmi accumulati in Italia vengono inviati “a casa”, contro il 47% del 2017, a indicare che gli immigrati reinvestono le proprie risorse soprattutto nel Paese in cui vivono. Il secondo è che una quota sempre più alta delle rimesse viene finalizzata a investimenti veri e propri nel Paese di origine, piuttosto che a coprire necessità immediate. Come a dire: “a casa loro” già si aiutano essi stessi. Idos 23

 

 

 

 

Germania, esplosione alla stazione centrale di Augusta

 

La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto l'allarme, alle 3,15 del mattino, riferendo alla Bild che due persone hanno riportato ferite lievi - Cristiano Camera

Germania sotto attacco. Un oggetto non identificato è esploso in un passaggio di un edificio nella stazione ferroviaria principale di Augusta, in Germania. La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto l'allarme, alle 3,15 del mattino, riferendo alla Bild che due persone hanno riportato ferite lievi a causa dell'esplosione. Anche alcune finestre sono state danneggiate. Gli artificieri dell'Ufficio di Polizia Criminale dello Stato bavarese sono sul posto, ha confermato la polizia alla Bild.

L'esplosione arriva a pochi giorni dal ritrovamento di un drone dotato di esplosivo all'aeroporto di Lipsia-Halle.

L'edificio della stazione e il binario 1 sono attualmente chiusi, ha dichiarato un portavoce della polizia. Il servizio ferroviario è interrotto e i treni circolano sugli altri binari. La causa dell'esplosione è ancora sconosciuta. A causa delle operazioni in corso, le strade nella zona della stazione ferroviaria principale sono attualmente chiuse, come riportato dalla polizia su X. Anche il trasporto pubblico ad Augusta è interessato. Adnkronos 3

 

 

 

 

Germania: Ida Ilenia Macera lancia il libro che viaggia sui treni

 

MARKDORF - Quando una persona si trasferisce in un altro Paese porta con sé una valigia piena di speranze. Ma spesso porta anche qualcosa che non si vede: la solitudine. È proprio da quel momento, vissuto in prima persona dopo il trasferimento in Germania, che la scrittrice italiana Ida Ilenia Macera ha iniziato a immaginare qualcosa di completamente diverso da un libro tradizionale.

Non un volume destinato a essere letto e dimenticato su uno scaffale, ma un libro capace di continuare a vivere. È nato così “Das Buch, das nicht allein sein will” (Il libro che non vuole restare solo), un progetto editoriale che unisce letteratura, viaggio e partecipazione, trasformando ogni lettore in protagonista di una storia che continua ben oltre l’ultima pagina.

Un libro che sceglie di mettersi in viaggio

Il cuore del progetto è semplice e, proprio per questo, originale. Il libro non appartiene a un solo lettore. Dopo averlo letto, chi lo riceve è invitato a rimetterlo in viaggio, affidandolo a un’altra persona affinché continui il suo percorso.

A rendere ancora più speciale questa iniziativa è il modo in cui il libro si sposta. “Das Buch, das nicht allein sein will” viaggia principalmente sui treni. I treni, luoghi di partenze, ritorni e incontri, diventano parte integrante del progetto. Il libro viene lasciato sui convogli o nelle stazioni, dove può essere trovato da un nuovo lettore, pronto ad accompagnarlo nella tappa successiva del suo viaggio. Ogni passaggio rappresenta un nuovo incontro. Ogni città raggiunta diventa parte della sua storia. Ogni persona che lo raccoglie contribuisce a dare un nuovo significato al progetto.

Un QR code che trasforma il libro in una comunità

All’interno del libro è presente un QR code che conduce al modulo ufficiale del progetto. Non si tratta soltanto di una pagina informativa: è uno spazio vivo e in continua evoluzione. Ogni lettore può scoprire dove si trova il libro in quel momento attraverso una mappa dedicata, seguire tutte le città attraversate, conoscere il percorso compiuto fino a quel momento e lasciare un proprio messaggio, una riflessione o un saluto prima di rimettere il volume in viaggio. In questo modo il libro non racconta soltanto la storia scritta dall’autrice. Racconta anche quella delle persone che incontra. Ogni messaggio lasciato diventa una nuova pagina di un racconto collettivo che cresce viaggio dopo viaggio.

Dalla solitudine alla condivisione

Con il passare del tempo, il progetto è diventato anche un luogo di incontro e di condivisione. I lettori che accompagnano il libro nel suo viaggio lasciano messaggi, riflessioni ed emozioni, trasformando il progetto in un racconto collettivo che continua a crescere. Ogni testimonianza racconta un’esperienza diversa e dimostra come un semplice libro possa creare connessioni autentiche tra persone che, nella maggior parte dei casi, non si sono mai incontrate.

L’idea è nata da un’esperienza profondamente personale. Trasferirsi in Germania per Ida Ilenia Macera ha significato ricominciare da capo: una nuova lingua, nuove abitudini e la necessità di costruire una nuova quotidianità lontano dalle proprie radici. È in quel periodo che ha preso forma una riflessione: e se un libro potesse fare ciò che, a volte, le persone faticano a fare? Creare un incontro.

“Quando mi sono trasferita in Germania mi sono resa conto che la solitudine non ha una lingua. Può parlare italiano, tedesco o qualsiasi altra lingua. Ho pensato che un libro potesse fare il contrario della solitudine: mettersi in viaggio, incontrare persone e creare connessioni tra sconosciuti. Oggi quel libro continua il suo cammino grazie a chi decide di accoglierlo e di rimetterlo in viaggio”, annota Macera.

Un nuovo modo di vivere la lettura

Con “Das Buch, das nicht allein sein will”, la lettura non è più un’esperienza individuale. Il lettore diventa custode temporaneo del libro. Il viaggio non termina con l’ultima pagina. Continua nel momento in cui il volume passa a un’altra persona. L’opera si trasforma così in un’esperienza condivisa, in cui ogni incontro lascia una traccia e ogni tappa arricchisce il significato del progetto.

Scrittrice italiana residente in Germania, Macera nel corso degli anni ha pubblicato diverse opere dedicate ai temi delle emozioni, della crescita personale e delle relazioni umane, sviluppando uno stile capace di intrecciare esperienze personali e riflessioni universali.

Con “Das Buch, das nicht allein sein will” ha inaugurato una nuova idea di editoria partecipativa. Il modulo di partecipazione (QR code del libro) è disponibile a questo link. (aise 10)

 

 

 

 

Il tribunale dei social media: dove il giudizio arriva prima dei fatti

 

Nessuno ha mai considerato la rapidità della giustizia come il suo valore principale. Al contrario, la giustizia è apprezzata soprattutto per la sua pazienza e per la sua capacità di agire con cautela. Ogni società civile ha sempre riconosciuto che la verità non appare necessariamente al primo sguardo. La ricerca della verità è un processo che richiede tempo e può essere chiarito solo attraverso un attento esame dei fatti, ascoltando diverse opinioni e permettendo che le prove abbiano più peso delle emozioni.

I tribunali agiscono con prudenza, ed è proprio questa la ragione della loro apparente lentezza. Le prove vengono raccolte e messe alla prova, i documenti vengono verificati, le argomentazioni vengono analizzate e ogni sforzo viene compiuto affinché il giudizio sia basato sulla realtà e non sulle supposizioni. Ciò che molti considerano un ritardo è in realtà la disciplina necessaria per proteggere l’equità e garantire un giusto processo.

Nell’era di Internet è emersa una nuova aula di tribunale, senza avvocati, testimoni o giudici. Essa si trova sugli schermi dei nostri dispositivi portatili. Non si ferma mai, non aspetta e non conosce tempi di attesa. Ogni secondo porta con sé una quantità enorme di opinioni, la costruzione o la distruzione di reputazioni e verdetti pronunciati da persone che hanno ascoltato soltanto frammenti di una storia.

Questa corte invisibile si chiama social media. È un tribunale che non segue il concetto del tempo, ma quello dei secondi. Opera senza il beneficio della legge, senza il sostegno della ragione e senza il processo di verifica che caratterizza la vera giustizia.

Oggi la notizia viaggia più velocemente della riflessione. Viene mostrata un’immagine, caricato un breve video, pubblicata una frase o condiviso uno screenshot. Nel giro di pochi minuti iniziano ad apparire migliaia di commenti. Milioni di persone formano opinioni prima ancora di chiedersi:

"Questa informazione è completa?" "È stata modificata?" "È stata interpretata male?" "È realmente corretta?"

Il giudizio arriva con una velocità impressionante, mentre la verità sta ancora raccogliendo le proprie prove.

Questo potrebbe essere uno dei più grandi paradossi della civiltà moderna. Viviamo in un’epoca in cui l’uomo non ha mai avuto così tante informazioni, ma allo stesso tempo non è mai stato così impaziente nel comprenderle. La conoscenza è aumentata oltre ogni misura, ma la saggezza continua a richiedere lo stesso tempo di maturazione del passato.

La tecnologia ha reso la comunicazione più veloce, ma non ha accelerato la maturità umana.

È nella natura della mente umana evitare l’incertezza e preferire le risposte immediate. Gli psicologi riconoscono da tempo che una domanda senza risposta crea disagio e inquietudine. Quando mancano informazioni, l’immaginazione tende a riempire gli spazi vuoti.

La crescente influenza dei social media su questo comportamento rafforza spesso le reazioni emotive più che quelle razionali. L’indignazione si diffonde rapidamente. La compassione si diffonde rapidamente. La paura si diffonde rapidamente. Ma la riflessione calma e profonda non possiede la stessa velocità e raramente suscita lo stesso entusiasmo nella folla.

Spesso questo porta le persone a iniziare le loro conversazioni online con delle conclusioni già formulate, invece che con delle domande. Molti non iniziano chiedendosi: "Che cosa è realmente accaduto?"; piuttosto, la loro prima domanda diventa: "Da che parte dobbiamo stare? Chi dobbiamo sostenere e chi dobbiamo condannare?"

La ricerca della verità si trasforma così nella ricerca dell’approvazione. Il desiderio di conoscere la realtà viene sostituito dal desiderio di ottenere consenso. Tuttavia, la popolarità non è una prova. Un’opinione condivisa da molti non diventa automaticamente una verità.

La storia continua a ripeterci una lezione importante: le persone possono essere ingannate anche in grandi numeri. Intere società hanno abbracciato miti e convinzioni che hanno prodotto conseguenze negative. Le maggioranze hanno accusato persone innocenti e hanno elogiato coloro che erano colpevoli.

I numeri possono sembrare convincenti, ma non sono necessariamente sinonimo di verità. Credere mille volte in qualcosa non la rende vera. Non è mai esistito un applauso capace di trasformare un errore in verità.

Uno degli aspetti più influenti dei social media è proprio questo: la prima versione di ogni storia possiede un enorme vantaggio. Può essere vera oppure falsa, ma stabilisce il tono emotivo con cui verranno interpretati tutti i fatti successivi.

Le correzioni raramente ricevono la stessa attenzione delle accuse iniziali, perché una rettifica non porta con sé lo stesso entusiasmo o la stessa emozione di una condanna. Le spiegazioni arrivano spesso quando milioni di persone hanno già deciso ciò che vogliono credere.

A quel punto la prima impressione si è radicata nella mente collettiva ed è diventata estremamente difficile da eliminare.

La reputazione è quindi uno degli elementi più vulnerabili nell’ambiente digitale. Una persona può essere portata alla fama e poi gettata nell’oblio in poche ore, nonostante anni di duro lavoro e di impegno, a causa di un video modificato, di una conversazione incompleta o di un titolo fuorviante.

Anche quando successivamente viene dimostrata la sua innocenza, il sospetto può rimanere nella mente delle persone. La legge può restituire a un individuo il suo status giuridico, ma l’immaginazione pubblica non sempre è altrettanto pronta a perdonare.

Tutto questo conduce a una profonda domanda filosofica:

La giustizia senza pazienza non è veramente giustizia.

Un semplice verdetto non rappresenta la giustizia. La vera giustizia richiede una disciplina morale: non prendere decisioni senza prima comprendere pienamente la situazione.

Essa richiede umiltà intellettuale, cioè la capacità di riconoscere che ciò che pensiamo inizialmente potrebbe non rappresentare l’intera storia e potrebbe persino non essere la storia corretta.

Ogni conclusione affrettata rischia di essere un pregiudizio nascosto dietro una falsa sicurezza.

Il problema non è il social media in sé. Come ogni grande invenzione, esso riflette il carattere e l’uso che ne fanno le persone.

I social media hanno contribuito a scoprire crimini, denunciare la corruzione, ritrovare membri di famiglie scomparse, promuovere iniziative di solidarietà e offrire una voce a persone che spesso non venivano ascoltate dalle istituzioni tradizionali.

Molte ingiustizie sono state portate alla luce soltanto grazie al coraggio di una persona che ha scelto di parlare attraverso gli strumenti digitali. Questi risultati positivi non devono mai essere minimizzati.

Tuttavia, ogni strumento potente porta con sé anche una grande responsabilità. Il fuoco può essere utilizzato per preparare il cibo oppure può diventare la causa della distruzione di una città. Una penna può avere il potere di educare, ma anche di diffondere informazioni false. La tecnologia non fa eccezione.

Essa può amplificare sia la saggezza sia la superficialità, sia la compassione sia la malvagità, tutto dipende dai valori e dai pensieri di chi la utilizza.

Molte volte, nella società moderna, quando le persone vedono un cambiamento rapido, lo interpretano automaticamente come progresso. Abbiamo comunicazioni più veloci, trasporti più rapidi, decisioni immediate e risultati più veloci.

Ma esistono valori importanti della vita che non possono essere accelerati dal tempo.

L’amicizia non può essere costruita con la fretta. Non nasce in un solo giorno. Il carattere di una persona si forma attraverso anni di esperienze, sacrifici e apprendimento. La saggezza non si ottiene rapidamente, ma attraverso la riflessione e la contemplazione.

Questi sono valori eterni dell’umanità, e la giustizia appartiene alla stessa famiglia di virtù.

Il ritmo della verità è completamente diverso dal ritmo della tecnologia. Gli strumenti tecnologici incoraggiano una risposta immediata, mentre la verità richiede osservazione, pazienza e comprensione.

La tecnologia ci invita a reagire istantaneamente. La saggezza che deriva dai valori spirituali ci insegna invece a evitare azioni affrettate.

Tra questi due ritmi — quello della velocità tecnologica e quello della riflessione umana — si trova una delle più grandi sfide morali del nostro tempo.

La tecnologia ha certamente trasformato la civiltà e, come accade con ogni grande trasformazione, ha portato con sé anche nuovi problemi etici.

L’innovazione viene spesso presentata come la strada verso una vita migliore, perché rende la nostra esistenza più semplice, più veloce e più connessa. Tuttavia, il progresso non riguarda soltanto la comodità.

Le macchine possono ridurre il tempo necessario per svolgere molte attività, ma non possono abbreviare il tempo necessario per comprendere la verità.

L’informazione può viaggiare in tutto il mondo in pochi secondi, ma la verità può avanzare soltanto passo dopo passo, attraverso attenzione, verifica e prudenza.

A mio avviso, il rischio più grande dei social media non è soltanto la diffusione della disinformazione. Il pericolo più profondo è che possano portare le persone a voler credere prima ancora di aver compreso.

L’inganno esiste nel mondo fin dai tempi antichi. Le voci, i pettegolezzi e i pregiudizi fanno parte della storia della società umana.

Ciò che è cambiato è soltanto la loro velocità, la loro portata e la loro durata.

Una frase innocente che un tempo poteva essere dimenticata negli anni, oggi può rimanere facilmente accessibile per decenni e continuare a influenzare l’opinione delle persone.

Il web possiede una memoria straordinaria, ma questa memoria non è sempre giusta. Spesso conserva più a lungo una condanna rispetto a una successiva correzione.

Questi fatti trasformano la responsabilità morale di ogni individuo in una necessità.

Solitamente associamo il concetto di giustizia ai giudici e ai tribunali, ma nell’era digitale chiunque utilizzi Internet diventa parte del processo di formazione dell’opinione pubblica.

Ogni commento, ogni condivisione, ogni ripubblicazione e ogni "mi piace" contribuiscono a creare una storia più grande.

Un singolo clic può sembrare insignificante, ma milioni di clic insieme possono costruire o distruggere la reputazione di persone, istituzioni e comunità.

La libertà di espressione è uno dei pilastri fondamentali di una società democratica. Essa protegge il diritto di mettere in discussione l’autorità, denunciare la corruzione ed esprimere il proprio dissenso.

Tuttavia, ogni libertà porta con sé una responsabilità altrettanto importante. Senza libertà non può esistere una vera responsabilità, e senza responsabilità la libertà perde il suo significato.

Una libertà priva di responsabilità rischia lentamente di trasformarsi in irresponsabilità. Quando le parole non sono accompagnate dalla riflessione, diventano soltanto rumore. La conoscenza deve essere la base di ogni opinione; altrimenti l’opinione si trasforma in pregiudizio.

I diritti e le libertà possono prosperare soltanto quando sono accompagnati dalla disciplina e dal senso del dovere.

La controversia attuale della società moderna non è soltanto un problema tecnologico, ma anche una questione profondamente filosofica.

Dobbiamo imparare a essere più umani e più comprensivi in un mondo che spesso attribuisce maggiore valore alla rapidità e al profitto immediato piuttosto che alla riflessione.

La domanda fondamentale è:

È meglio essere i primi oppure essere nel giusto?

Sembra una domanda semplice, ma le nostre azioni quotidiane spesso dimostrano una risposta diversa.

Le civiltà non vengono giudicate soltanto dai loro edifici, dalla ricchezza accumulata o dalle invenzioni tecnologiche che hanno creato. Esse vengono valutate anche sulla base dei valori morali che difendono.

La storia non ha mai premiato quelle società potenti che hanno rinunciato alla giustizia e all’equità.

Sacrificare la correttezza in nome del progresso significa perdere il vero significato del progresso.

Esiste inoltre un altro pericolo nascosto nella cultura del giudizio immediato.

Quando le persone vedono continuamente altri individui condannati pubblicamente senza prove complete, iniziano lentamente a perdere fiducia e a sviluppare paura.

Molti smettono di esprimere liberamente i propri pensieri per timore che una sola frase possa essere fraintesa e distruggere un’intera reputazione costruita nel corso della vita.

Le persone diventano più prudenti, la creatività viene limitata e la società perde gradualmente la propria indipendenza di pensiero.

La giustizia non serve soltanto a proteggere gli innocenti; serve anche a garantire la libertà di vivere senza il timore di un’umiliazione pubblica ingiustificata.

La psicologia ci insegna che noi esseri umani nasciamo con il bisogno di appartenere a un gruppo. Quando le nostre opinioni sono diverse da quelle degli altri, spesso ci sentiamo insicuri.

I social media rafforzano questa tendenza attraverso il valore attribuito al numero di "mi piace", condivisioni, commenti e follower.

Questi numeri possono creare l’illusione che ciò che è più popolare sia necessariamente corretto.

Ma la storia dimostra che, in molte occasioni, la maggioranza ha seguito soltanto un’illusione della verità, mentre in altri momenti la verità è stata difesa dalla voce solitaria di una persona capace di pensare con chiarezza.

La saggezza non ha mai misurato la verità attraverso i numeri.

Per questo motivo, l’educazione deve andare oltre la semplice alfabetizzazione e la preparazione professionale.

Deve sviluppare anche l’umiltà intellettuale: la capacità di dire "Non so tutto."

Una mente veramente istruita non è quella che offre risposte immediate a ogni domanda, ma quella che comprende la differenza tra conoscenza e comprensione.

È una mente che sa quando parlare e quando è più saggio rimanere in silenzio.

Un piccolo ritardo prima di rispondere può sembrare insignificante, ma in realtà rappresenta uno dei gesti più maturi dell’essere umano. In quel breve intervallo, le emozioni possono essere superate dalla ragione, un’opinione già formata può lasciare spazio alle prove e il pregiudizio può trasformarsi nella possibilità di riconoscere un errore.

È proprio in quel momento di pausa che la giustizia inizia a prendere la sua giusta direzione. Essa non nasce nei discorsi carichi di emozione o negli slogan, ma nella semplice saggezza di aspettare l’intera storia prima di esprimere un giudizio.

Prima di formare un’opinione, la cosa migliore che possiamo fare è non chiederci: "Che cosa sento?" ma piuttosto: "Che cosa so veramente?"

Le emozioni sono importanti, ma non devono mai sostituire i fatti. La compassione è un valore nobile, ma una compassione priva di comprensione può portare a conclusioni sbagliate.

Per la vera giustizia sono necessarie due qualità fondamentali: un cuore gentile e una mente ben allenata.

Ogni generazione affronta sfide diverse. Le generazioni passate hanno dovuto affrontare la mancanza di informazioni. Noi, invece, viviamo in un’epoca di abbondanza informativa e proprio questa abbondanza è diventata un nuovo peso.

La nostra necessità non è soltanto conoscere di più, ma comprendere meglio.

La mente dell’uomo si riempie di conoscenza, ma è la saggezza che la guida.

L’informazione è uno strumento per conoscere; la riflessione è uno strumento per trasformarsi.

Se i social media vogliono diventare una forza capace di rafforzare la civiltà, devono essere uno spazio dove le persone non soltanto esprimono se stesse, ma dimostrano anche discernimento e responsabilità.

Dobbiamo imparare non solo a parlare, ma anche ad ascoltare; non solo a reagire, ma anche a riflettere; non solo a giudicare, ma anche a comprendere.

La tecnologia ha donato all’umanità un potere straordinario. Questo potere può diventare una benedizione oppure una maledizione, a seconda dei valori con cui scegliamo di utilizzarlo.

La questione della velocità della giustizia non riguarda mai soltanto il verdetto finale, ma soprattutto il percorso attraverso cui si arriva ad esso.

La prima parola pronunciata non è necessariamente la più saggia. La prima supposizione non è sempre quella corretta.

La folla può lanciare un’accusa, ma un’eco non possiede prove.

Perché dunque dobbiamo avere pazienza con la verità?

Perché nulla può danneggiare la verità quando viene esaminata con sincerità.

L’intelligenza delle macchine non sarà l’unico elemento che determinerà il futuro della civiltà; sarà soprattutto la saggezza degli esseri umani.

Affinché la giustizia rimanga ciò che deve essere, dobbiamo recuperare un’antica virtù che nessuna tecnologia può creare: il coraggio di aspettare prima di giudicare.

Il modo migliore per combattere la disinformazione non è soltanto attraverso tecnologie più avanzate, ma attraverso un’umanità più consapevole e più saggia.

Se riusciremo ad arrivare al punto in cui daremo più valore alla comprensione che all’eccitazione, e più importanza alla verità che alla fretta, allora i social media non saranno più soltanto un luogo di opinioni immediate.

Potranno diventare una piattaforma degna di una civiltà veramente illuminata.

Dr. Sethi K.C., de.it.press 8

 

 

 

 

 

 

Patente a punti: recupero automatico anche per gli italiani all’estero con patente estera

 

Roma – “Gli italiani residenti all’estero con patente estera oggi non possono recuperare automaticamente i 20 punti della patente dopo due anni senza ulteriori infrazioni, come invece avviene per i titolari di patente italiana.

La problematica è emersa recentemente nella Repubblica di San Marino, dove alcuni italiani residenti, dopo aver commesso infrazioni in Italia, hanno raggiunto il limite dei 20 punti nel corso di diversi anni, con il conseguente divieto di guidare nel nostro Paese.

Questa situazione interessa in realtà tutti gli italiani residenti all’estero che, secondo la legislazione del Paese di residenza, hanno dovuto convertire la patente italiana in una patente locale.

Si tratta di una situazione che merita di essere aggiornata e armonizzata con l’evoluzione della mobilità internazionale e con le esigenze degli italiani residenti all’estero. Chi ha dovuto convertire la propria patente continua infatti a subire in Italia le conseguenze delle infrazioni stradali, come la decurtazione dei punti, ma non può beneficiare degli stessi strumenti di recupero previsti per chi possiede una patente italiana.

In particolare, esistono due discipline differenti.

L’articolo 126-bis del Codice della strada disciplina il sistema della patente a punti per le patenti italiane. Prevede un punteggio iniziale di 20 punti, il ripristino automatico del punteggio a 20 dopo due anni senza ulteriori infrazioni, se il saldo è inferiore a 20, l’attribuzione di 2 punti premio oltre i 20 e fino ad un massimo di 30, e la possibilità di frequentare corsi di recupero.

L’articolo 6-ter del decreto-legge n. 151 del 2003 disciplina invece i titolari di patente estera che commettono infrazioni in Italia, prevedendo la registrazione delle relative penalità nei sistemi informatici della pubblica amministrazione, senza introdurre un punteggio iniziale né analoghi meccanismi di recupero.

Per gli italiani residenti all’estero che hanno convertito la patente italiana, le infrazioni commesse in Italia continuano comunque ad essere registrate nei sistemi informatici della pubblica amministrazione italiana, con i conseguenti effetti previsti dalla normativa vigente, come la decurtazione dei punti.

Dalle verifiche che ho effettuato non emerge alcuna norma che escluda espressamente gli italiani con patente convertita dal recupero del punteggio. Il problema sembra piuttosto derivare da una lacuna normativa o da una prassi tecnico-amministrativa.

La gestione del sistema italiano della patente a punti rientra nelle competenze del Ministero dell’Interno, attraverso le Prefetture, mentre il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti gestisce gli aspetti tecnici e informatici della Motorizzazione.

Tra le possibili soluzioni individuate, mi pare particolarmente efficace l’introduzione di un meccanismo di recupero delle penalità analogo a quello già previsto per le patenti italiane, anche per i soggetti registrati nel sistema italiano delle patenti estere, così da garantire un sistema equilibrato che non operi esclusivamente sul piano sanzionatorio.

La revisione del Codice della strada, attualmente in corso attraverso la proroga della delega, rappresenta un’importante occasione per affrontare questa problematica e individuare il percorso normativo più idoneo per arrivare a una soluzione.

Qualsiasi intervento dovrà naturalmente essere formulato nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea, individuando i beneficiari sulla base di criteri oggettivi e non della sola cittadinanza.

Desidero rivolgere un sentito ringraziamento ai Ministeri competenti per la tempestiva disponibilità dimostrata nell’avviare gli opportuni approfondimenti tecnici e normativi su questa nuova problematica.

Ringrazio inoltre il Presidente del Comites di San Marino, avv. Alessandro Amadei, per aver portato alla mia attenzione questa importante problematica e per il prezioso contributo fornito nell’approfondimento della vicenda” – lo ha dichiarato, intervenendo in aula alla Camera dei Deputati, l’On. Simone Billi, presidente del Comitato sugli Italiani nel Mondo e capogruppo della Lega Salvini Premier in Commissione Esteri.

Video dell'intervento: https://youtu.be/ErB8ck6u1Ww dip 4.9.

 

 

 

 

 

 

Vivere è diventare. “La legge dell’inevitabile divenire”

 

Un’indagine filosofica sulla natura, sulla vita e sull’esistenza umana

Il fatto che le cose cambino continuamente è una delle verità più semplici della vita. Le cose cambiano continuamente. 

“Chi è questa persona?” è una domanda che ci poniamo molte volte. Ma forse la domanda più importante che la vita ci pone è un’altra: “Chi sto diventando?”

Da questo pensiero nasce un’altra idea, che io definisco “La Legge dell’Inevitabile Divenire”.

La legge è semplice. Tutta la vita è in continuo cambiamento; nulla può rimanere per sempre esattamente com’è. A prima vista, questa idea può sembrare semplicemente un’altra versione della frase “tutto cambia”. Ma io credo che ci sia qualcosa di più profondo nel concetto di divenire rispetto a quello di semplice cambiamento. Il cambiamento indica che qualcosa non è più uguale a prima. Il divenire ci dice invece che la vita si muove continuamente da uno stato a un altro.

Un bambino non si limita semplicemente a cambiare: cresce e diventa adulto. Uno studente non si limita a raccogliere informazioni: diventa più istruito e più consapevole.

Un’esperienza non scompare semplicemente dalla nostra vita. Può diventare un ricordo, e un ricordo può diventare parte del nostro carattere. La vita, quindi, non è un quadro già completato. È un quadro che viene dipinto continuamente.

Niente di ciò che è vivo rimane esattamente uguale

Guardiamo la natura. Una pianta nasce da un seme. Un albero cresce dalla pianta. Un fiore nasce, sboccia e diventa frutto. Il giorno diventa notte e la notte diventa giorno. Arrivano la primavera e l’estate, poi l’autunno e l’inverno. I fiumi scorrono. Le montagne cambiano lentamente. La natura non stabilisce un accordo permanente con il presente.

La vita non si ferma per noi. Possiamo desiderare di trattenere un determinato momento, ma la vita continua ad andare avanti. La giovinezza diventa età. La forza cambia. Le relazioni cambiano. I nostri pensieri cambiano. Cambiano le nostre priorità. La persona che eravamo dieci anni fa può essere molto diversa dalla persona che siamo oggi.

Eppure diciamo spesso: “Questo sono io.” Forse questa affermazione non è del tutto precisa. Forse sarebbe più corretto dire: “Questo sono io, oggi.” Perché il domani può renderci persone leggermente diverse. 

Possiamo resistere al cambiamento, ma non possiamo evitare il divenire

È proprio qui che trovo importante la parola “inevitabile”. Possiamo resistere a un particolare cambiamento. Possiamo scegliere di non accettare una nuova situazione. Possiamo cercare di conservare le nostre vecchie abitudini, le vecchie relazioni o le vecchie convinzioni. Ma non possiamo impedire alla vita di andare avanti.

Possiamo combattere contro il passare del tempo, ma non possiamo fermarlo. Possiamo essere riluttanti a imparare, ma l’esperienza continua comunque a insegnarci. Possiamo opporci a ciò che sta accadendo, ma ciò che accade continua ad accadere. La vita continua ad aggiungere nuove esperienze alla nostra esistenza. Possiamo cercare di rimanere la persona che eravamo un tempo, ma non è possibile rimanere completamente gli stessi. Possiamo influenzare il modo in cui cambiamo, ma non possiamo eliminare la realtà del nostro continuo divenire. Ecco perché la chiamo “La Legge dell’Inevitabile Divenire”.

Diventare non significa necessariamente diventare migliori 

C’è un altro aspetto importante. In linea di principio, “diventare” non significa necessariamente “migliorare”. Una persona può diventare più saggia oppure più amareggiata. Una società può diventare più sviluppata oppure più divisa. La tecnologia può diventare più potente, ma gli esseri umani non diventano automaticamente più responsabili. Una persona può diventare ricca di beni materiali e povera nelle relazioni, oppure può accadere il contrario. Perciò questa legge non garantisce che tutte le cose diventeranno sempre migliori. 

Dice qualcosa di ancora più fondamentale: Tutto ciò che è vivo continua a divenire. La direzione di questo divenire dipende da molte cose: dalle circostanze, dalle nostre scelte, dalle esperienze, dall’ambiente, dall’educazione, dalle relazioni e, soprattutto, dal modo in cui reagiamo alla vita.

Così è la vita della famiglia.

Così è la vita della società.

Così è la vita del mondo.

Ciò che ci accade non è tutta la nostra storia

La vita offre esperienze diverse a persone diverse. 

Una persona fallisce e perde la fiducia in se stessa.

Un’altra vive lo stesso fallimento e ricomincia.

Una persona soffre e diventa amareggiata.

Un’altra, proprio a causa del dolore, diventa più gentile e più comprensiva.

La situazione può non essere sotto il nostro controllo. Ma, in certi momenti, la nostra risposta può esserlo. È qui che questa legge va oltre una semplice osservazione sulla vita. Diventa una filosofia della responsabilità. Non possiamo sempre decidere ciò che ci accade. Ma possiamo, almeno in parte, influenzare ciò che diventiamo a causa di ciò che ci accade. Questa è una differenza enorme. 

Dal divenire inevitabile al divenire consapevole

Ogni giorno diventiamo qualcosa senza rendercene conto. Le nostre abitudini ci formano. I nostri pensieri ci modellano. Le persone che frequentiamo ci influenzano. Le nostre esperienze ci formano. Le nostre azioni contribuiscono a farci diventare ciò che siamo. Ma nel momento in cui ci chiediamo: “Che cosa sto diventando?” qualcosa cambia. Diventiamo partecipanti più consapevoli della nostra vita e del nostro cammino.

Dovremmo, di tanto in tanto, porci alcune domande:

Sto diventando più compassionevole?

Sto diventando più saggio e più consapevole?

Sto imparando a essere più paziente?

Sto diventando più coraggioso?

Sto imparando a comprendere meglio gli altri?

Oppure il mio cuore sta diventando più duro e dentro di me stanno mettendo radici la rabbia, la paura, l’ego e l’amarezza?

Forse queste domande sono più importanti della domanda se siamo o non siamo persone di successo. Perché il successo ci dice dove siamo oggi. Il divenire ci chiede invece: “Dove stiamo andando?”

Anche le relazioni diventano

A volte desideriamo che le persone che amiamo rimangano esattamente come erano quando sono entrate per la prima volta nella nostra vita. Ma cambiano. E noi cambiamo. I bambini crescono. I genitori invecchiano. Gli amici prendono strade diverse. Mariti e mogli affrontano nuove responsabilità. Le persone imparano nuove cose e sviluppano nuovi pensieri, nuovi valori e nuove priorità.

Per questo anche le relazioni vivono attraverso il divenire. L’amore può diventare più profondo con il passare del tempo. L’amicizia può trasformarsi in fiducia. La fiducia può diventare compagnia e sostegno reciproco. Una famiglia può diventare una grande fonte di forza. Ma le relazioni possono anche cambiare in modi dolorosi. La lezione non è che tutto rimarrà per sempre. La lezione è che nulla di ciò che è vivo rimane completamente al di fuori dell’azione del tempo. Forse è proprio per questo che dovremmo apprezzare le persone mentre condividiamo con loro il viaggio della vita.

La legge ci offre anche speranza

In questa legge esiste anche una speranza silenziosa. Quando soffriamo, spesso pensiamo che il momento presente durerà per sempre. Diciamo: “La mia vita è così.” Ma forse dovremmo dire: “In questo momento, la mia vita è così.”

Quella piccola parola — “ora” — lascia spazio al divenire. Non significa che domani sarà necessariamente migliore. La vita non offre una simile garanzia. Ma ci ricorda che la condizione di oggi non è necessariamente la condizione definitiva della nostra vita. 

Un fallimento può diventare un’esperienza. 

Da un’esperienza può nascere la saggezza.

Una perdita può diventare un ricordo.

Un ricordo può diventare una fonte di forza.

Ancora una volta, questa trasformazione non avviene automaticamente.

Anche noi partecipiamo a essa.

La domanda che tutti dovremmo porci

Se il divenire è inevitabile, allora forse la domanda più importante della vita non è: “Cambierò?”

Sì, cambierò.

Tu cambierai.

Tutti cambieremo.

La domanda più importante è: “Che cosa sto diventando?”

Le nostre decisioni quotidiane rispondono silenziosamente a questa domanda.

Ogni abitudine ci sta portando da qualche parte.

Ogni pensiero sta producendo qualche effetto.

Ogni azione lascia una traccia.

Ogni esperienza diventa parte della nostra storia.

In un certo senso, stiamo scrivendo oggi la versione di noi stessi che incontreremo domani. Le nostre decisioni di oggi contribuiscono a creare la persona che saremo domani. 

Una semplice filosofia della vita

Credo che la Legge dell’Inevitabile Divenire possa essere espressa attraverso una semplice sequenza:

Siamo.

Facciamo esperienza.

Cambiamo.

Diventiamo.

Diventiamo consapevoli.

Scegliamo.

Influenzamo ciò che diventiamo.

Non possiamo controllare l’intero viaggio della vita. Ma possiamo partecipare ad esso. Forse è proprio qui che si trova una parte della libertà umana: non nel fermare il cambiamento, ma nel dare una direzione, almeno in parte, al nostro divenire. Non possiamo decidere tutto ciò che la vita ci offrirà. Ma possiamo cercare di decidere cosa fare di ciò che la vita ci offre.

Conclusioni

La vita non ci consulta e non ci chiede il permesso prima di andare avanti.

La giovinezza diventa età.

Il giorno diventa notte.

L’esperienza diventa memoria.

La conoscenza diventa saggezza.

L’amore diventa responsabilità.

Il presente diventa passato.

E noi diventiamo qualcuno che ieri non eravamo.

Per questo propongo: LA LEGGE DELL’INEVITABILE DIVENIRE.

“Tutti gli esseri viventi sono continuamente in divenire; nessun essere vivente può rimanere esattamente lo stesso.”

Questa legge non dice che la vita migliorerà sempre. 

Ci dice qualcosa di più semplice e fondamentale: La vita continuerà, e noi continueremo a diventare.

E, all’interno di questo processo continuo, dobbiamo porci una domanda importante: “Che tipo di persona sto diventando?”

Forse, quindi, la domanda più importante non è: “Chi sono?”, ma: “Chi sto diventando?”

E forse la risposta più semplice alla filosofia della vita, dell’universo e dell’esistenza è: VIVERE È DIVENTARE. Dott. Sethi K.C.

 

 

 

 

 

Meloni-Dekret mit 30%-Regel. Italien verteilt Schüler nach Sprachkenntnissen

 

Eine Obergrenze für bestimmte Schüler, verpflichtende Sprachkurse für Eltern und ein Verbot von Gesichtsverschleierung: Italiens Regierung greift tief in den Schulalltag ein. Gewerkschaften und Schulleitungen äußern Zweifel an der praktischen Umsetzung.

In Italien sollen ab dem kommenden Schuljahr maximal 30 Prozent der Kinder in einer Klasse Ausländer mit mangelnden Italienischkenntnissen sein. Außerdem soll an allen Schulen künftig ein Verschleierungsverbot gelten, wie die Regierung in Rom mitteilte.

„Die Klassen so zu organisieren, dass sie, sagen wir mal, ausgewogen sind, ist ein Instrument, das allen zugutekommt und das die Integration fördert“, sagte Ministerpräsidentin Giorgia Meloni dem Sender Rai. Sie hatte die umstrittenen Regeln bereits vergangene Woche bei einer Jugendveranstaltung ihrer rechten Partei Fratelli d’Italia (Brüder Italiens) angekündigt. Jetzt hat ihr Kabinett die Maßnahmen per Dekret beschlossen.

Meloni führt Italiens Dreierkoalition aus rechten und konservativen Parteien seit 2022. Die 49-Jährige hatte damals mit dem Versprechen eines harten Kurses gegen Migranten erfolgreich Wahlkampf gemacht.

Sprachpflicht gilt auch für Eltern

Das Dekret zielt vor allem auf neu zugewanderte Schülerinnen und Schüler ab: Unter die 30-Prozent-Quote fallen in den ersten Klassen Kinder, die keine italienische Staatsbürgerschaft haben, nicht in Italien geboren sind und nicht mindestens zwei Jahre einen italienischen Kindergarten besucht haben.

In der Mittel- und Oberstufe gelten dieselben Regeln, anstatt zwei Jahre Kindergarten müssen Schüler aber mindestens drei Jahre italienische Schulen besucht haben, um nicht in die 30-Prozent-Quote zu fallen.

Nicht nur Kinder sind von den Neuregelungen betroffen. Auch Eltern mit erheblichen Sprachproblemen sollen Italienischunterricht nehmen, sollte die Kommunikation mit der Schule beeinträchtigt sein. Das Dekret sieht vor, dass Schulen den Jugendämtern melden sollen, wenn erhebliche Sprachschwierigkeiten bei Eltern vorliegen. Die Sozialdienste können dann kostenlose Italienischkurse anbieten.

Gewerkschaft wirft Regierung Propaganda vor

Wer die neu erlassenen Regeln nicht beachte, müsse mit einem Bußgeld rechnen. Italienische Medien sprechen von 200 bis 1.000 Euro Strafe, die auf Eltern zukommen könnten.

Aus dem Bildungsbereich gab es Kritik an der schwierigen praktischen Umsetzbarkeit der Pläne. Eine Gewerkschaft bezeichnete das Dekret als „propagandistisch“ und erklärte, es gehe an den tatsächlichen Problemen der Schule vorbei.

Burka-Verbot: Gesicht soll erkennbar sein

Zur Verschleierung heißt es in dem Dekret, diese sei nicht zulässig. Das Gesicht müsse erkennbar sein. Das dürfte vor allem auf Gesichtsschleier wie Burka oder Nikab abzielen. Er gab keine Angaben der Regierung, wie viele Kinder diese Regelung betreffen könnte.

Im kommenden Jahr wird in Italien gewählt. In den Umfragen liegt Meloni mit ihrer Partei Fratelli d’Italia zwar vor allen anderen Parteien. In den vergangenen Wochen geriet ihre rechte Koalition jedoch zunehmend durch die neue Partei Futuro Nazionale (Nationale Zukunft) des Ex-Generals Roberto Vannacci unter Druck. Vannaccis Partei steht noch weiter rechts und verlangt ein noch härteres Vorgehen gegen Migration. (dpa/mig 28)

 

 

 

 

„Munich Migration Meeting“. Dobrindt will Frontex stärken: schnellere Abschiebungen

 

Bundesinnenminister Dobrindt hat 17 Amtskollegen aus Europa eingeladen. Er will den Kurs in der Flüchtlingspolitik weiter verschärfen. Zentrale Themen sind der Schutz der EU-Außengrenzen sowie Abschiebungen – auch in Drittstaaten. Menschenrechtler warnen vor Grundrechtsrisiken.

Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) fordert deutlich mehr Befugnisse für die europäische Grenzschutzagentur Frontex – in Krisensituationen und bei Abschiebungen von Migranten generell. Vor einem Treffen mit 17 weiteren europäische Innenministern in München plädierte der CSU-Politiker für eine deutliche Ausweitung des Mandats, auch für Ausnahmesituationen wie bei der Massenankunft von Migranten in der spanischen Nordafrika-Exklave Ceuta im Sommer. Für derartige Fälle solle es eine eigene Frontex-Truppe geben.

EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen hatte vor wenigen Tagen bereits einen neuen europäischen Krisenreaktionsrahmen für solche Situationen vorschlagen – Dobrindt begrüßte den Vorstoß ausdrücklich: „Es braucht einen neuen europäischen Migrationskrisenmechanismus.“

Dobrindt will schnelle Frontex-Eingreiftruppe

In Fällen wie im Sommer in Ceuta, die nichts mit einer humanitären Notlage zu tun hätten, müsse ein Mechanismus ausgelöst werden, dass im Schnellverfahren Abschiebungen organisiert werden können, sagte er. Und es brauche dann Unterstützung für die Länder an den Außengrenzen: Eine schnelle Eingreiftruppe von Frontex solle innerhalb von 24 Stunden helfen und unterstützen können, um Extremsituationen rasch zu bewältigen.

Aber auch abgesehen von solchen Ausnahmesituationen plädierte Dobrindt für ein erweitertes Frontex-Mandat. „Wir sind der Überzeugung, dass wir Frontex stärker einsetzen können bei Rückkehrverfahren“, sagte er. Als Beispiel nannte er auch Abschiebungen schon aus Transitstaaten – natürlich immer nur dann, wenn die betreffenden Länder auch bereit dazu seien.

Weitere Gespräche über „Return Hubs“

Zudem kündigte Dobrindt auf dem von ihm initiierten „Munich Migration Meeting“ weitere Gespräche über die Errichtung von Abschiebezentren in Drittstaaten – auch „Return Hubs“ genannt – an. Deutschland treibt das Vorhaben seit längerem gemeinsam mit einigen anderen EU-Staaten voran.

Dort sollen Asylbewerber untergebracht werden, deren Anträge in der EU rechtskräftig abgelehnt wurden, die jedoch aus verschiedenen Gründen nicht direkt in ihr Herkunftsland abgeschoben werden können. Die neuen Regeln des Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (GEAS) hätten dafür eine rechtliche Grundlage geschaffen, bis Ende des Jahres sollten hier erste Vorschläge präsentiert werden, kündigte Dobrindt an.

Brunner spricht von „Migrationsdiplomatie“

Der EU-Kommissar für Inneres und Migration, Magnus Brunner, betonte, man wolle Frontex auf jeden Fall verstärken und aufstocken. „Damit die Agentur schneller agieren kann, flexibler agieren kann, bevor aus Ereignissen dann wirklich auch Krisen werden“, erklärte er. Dafür brauche es mehr Personal, mehr Flexibilität und eine größere, intensivere Rolle bei Abschiebungen.

Brunner, sagte, bei all den Diskussionen gehe es darum, dass Europäer entscheiden, wer nach Europa kommt, und wer unter welchen Umständen wann und wo in Europa bleiben kann, oder auch Europa zu verlassen hat. Diese Fragen dürften nicht Schleppern überlassen werden. Bis zum 25. September ist die Zahl der Asylerstanträge in Deutschland auf den niedrigsten Stand seit 2012 gefallen. Auch auf EU-Ebene gehen die Zahlen der Asylanträge weiter runter. Zentral ist laut Brunner auch eine „Migrationsdiplomatie“ mit Drittstaaten, hier müsse enger kooperiert werden, wenn es um Abschiebungen und Übernahmen geht, sagte der EU-Kommissar.

Menschenrechtler warnen vor mehr Frontex-Befugnissen

Kritik an dem verschärften Kurs kommt unter anderem von Menschenrechts- und Geflüchtetenorganisationen. Sie warnen davor, Frontex zusätzliche Befugnisse zu übertragen, solange Defizite beim Schutz von Grundrechten und bei der Kontrolle von Einsätzen nicht ausgeräumt seien. Der Grundrechtsbeauftragte von Frontex berichtete zuletzt weiterhin über glaubhafte Hinweise auf kollektive Zurückweisungen, unmenschliche oder erniedrigende Behandlung und unverhältnismäßige Gewalt an europäischen Außengrenzen.

Besonders umstritten sind die geplanten „Return Hubs“ außerhalb der EU. Pro Asyl warnt vor haftähnlichen Zuständen, mangelndem Zugang zu Rechtsschutz und fehlender demokratischer Kontrolle. Ähnliche Bedenken äußern auch Amnesty International und der Menschenrechtskommissar des Europarats. Sie sehen unter anderem Risiken willkürlicher Inhaftierung, von Misshandlungen und weiterer Abschiebungen in unsichere Staaten. Der Europarat fordert deshalb verbindliche Menschenrechtsgarantien, unabhängige Kontrollen und wirksame gerichtliche Überprüfung. Auch die EU-Grundrechteagentur stellt klar, dass solche Zentren keine rechtsfreien Räume wären: EU-Staaten und Frontex blieben für mögliche Grundrechtsverletzungen verantwortlich, auch wenn die Einrichtungen außerhalb der Europäischen Union liegen. (dpa/epd/mig 28)

 

 

 

 

 

Amtliche Zahlen. Wo Einwanderer ganze Branchen tragen

 

Pflegekräfte fehlen, Fahrer werden gesucht, Gastronomie und Bau klagen über Personalengpässe. Gleichzeitig zeigen die neuen Zahlen: Gerade in vielen dieser Berufe arbeiten besonders viele Menschen mit Einwanderungsgeschichte – und tragen ganze Berufsgruppen.

Pflege, Gastronomie, Bau: Beschäftigte mit Einwanderungsgeschichte sind in vielen Bereichen der deutschen Wirtschaft unverzichtbar. Mehr als ein Viertel (27 Prozent) aller abhängig Beschäftigten im Jahr 2025 hatte Wurzeln im Ausland, wie das Statistische Bundesamt anhand von Daten aus dem Mikrozensus mitteilte.

In vielen Berufen hierzulande sind Menschen mit Einwanderungsgeschichte demnach überdurchschnittlich stark vertreten: Nach Angaben der Wiesbadener Behörde traf dies im vergangenen Jahr auf mehr als die Hälfte der Köchinnen und Köche zu (56 Prozent). Auch in der Lebensmittelherstellung (55 Prozent), in der Bodenverlegung (54 Prozent), im Gerüstbau (51 Prozent) sowie in der Fleischverarbeitung (51 Prozent) war es die Mehrheit der Beschäftigten.

Ein Drittel der Beschäftigten in der Pflege mit ausländischen Wurzeln

Deutlich über dem gesamtwirtschaftlichen Durchschnitt liegt der Anteil der Beschäftigten mit Migrationshintergrund auch in weiteren sogenannten Engpassberufen, in denen Fachkräfte knapp sind: bei Berufskraftfahrern (41 Prozent), im Hotelservice (40 Prozent) sowie in der Kranken- und Altenpflege (33 Prozent).

Den geringsten Anteil an Beschäftigten mit Einwanderungsgeschichte in einem Engpassberuf in Deutschland gab es den Daten zufolge 2025 im Rettungsdienst (7 Prozent), unterdurchschnittlich war er auch in der Landwirtschaft (15 Prozent).

Arbeitsmarkt-Integration steigt mit der Aufenthaltsdauer

Wie schnell Eingewanderte auf dem deutschen Arbeitsmarkt Fuß fassen, hängt den Angaben nach auch von Herkunft und Aufenthaltsdauer ab. Besonders hoch ist die Erwerbstätigkeit bei Menschen aus anderen EU-Staaten: Von den 25- bis 59-jährigen Männern, die weniger als fünf Jahre in Deutschland lebten, waren 2025 bereits 89 Prozent erwerbstätig, bei den Frauen waren es 73 Prozent. Bei Eingewanderten aus Afrika lagen die Quoten bei 79 beziehungsweise 47 Prozent. Deutlich niedriger waren sie bei Menschen aus dem Nahen und Mittleren Osten: Hier waren 57 Prozent der Männer und 28 Prozent der Frauen erwerbstätig.

Mit längerer Aufenthaltsdauer steigen die Erwerbstätigenquoten deutlich und auch die Unterschiede zwischen Männern und Frauen werden kleiner. Unter Eingewanderten aus Afrika, die bereits 20 bis 25 Jahre in Deutschland lebten, waren 82 Prozent der Männer und 68 Prozent der Frauen erwerbstätig. Bei Menschen aus dem Nahen und Mittleren Osten waren es 87 beziehungsweise 79 Prozent. Zum Vergleich: In der Gesamtbevölkerung im Alter von 25 bis 59 Jahren lag die Erwerbstätigenquote bei Männern bei 88 Prozent und bei Frauen bei 81 Prozent.

Eine Person hat nach Definition des Bundesamtes eine Einwanderungsgeschichte, wenn sie selbst oder beide Elternteile seit 1950 nach Deutschland eingewandert sind. Der Mikrozensus ist eine Stichprobenerhebung, bei der jährlich rund ein Prozent der Bevölkerung in Deutschland befragt wird. (dpa/mig 29)

 

 

 

 

 

Motto: „Dafür!“ Interkulturelle Woche: Ein Fest gegen den Hass

 

Zum Auftakt der Interkulturellen Woche gibt es deutliche Töne: Menschen würden wieder nach Herkunft, Religion oder Nutzen bewertet. Dem stellt die Aktionswoche bundesweit Tausende Veranstaltungen für Vielfalt, Menschenrechte und ein friedliches Zusammenleben entgegen. Von Katharina Rögner

Mit einem ökumenischen Gottesdienst in der Leipziger Thomaskirche ist am Sonntag die bundesweite Interkulturelle Woche eröffnet worden. In seiner Predigt äußerte sich der ehemalige Bischof des katholischen Bistums Dresden-Meißen, Heinrich Timmerevers, besorgt darüber, dass Menschen untereinander „Grenzen hochziehen“, dass manche nach Herkunft, Religion oder Nutzen einteilten.

Menschen werde ihre Würde abgesprochen und dies „scheint heute wieder salonfähig zu sein“, sagte Timmerevers. Nötig sei aber eine Haltung, Andere nicht als Konkurrenten, als Fremde oder als Problem anzusehen, „sondern als Menschen, deren Würde unantastbar ist“.

Dafür!

Die Aktionswoche gilt als eine der größten zivilgesellschaftlichen Initiativen in Deutschland, die sich für Vielfalt, Demokratie, Menschenrechte und das friedliche Zusammenleben aller Menschen einsetzt. Sie steht 2026 unter dem Motto „Dafür!“ Anlässlich der zentralen Eröffnung in Leipzig fand im Thomaskirchhof ein Straßenfest unter dem Motto „Leipzig feiert Vielfalt“ statt.

Beim Bühnenprogramm und an Ständen präsentierten sich Vereine, Initiativen und Religionsgemeinschaften, darunter die vietnamesische und die armenische Community. Leipzigs Kulturbürgermeisterin Skandi Jaennicke (Linke) sagte, das Motto „Dafür!“ der Aktionswoche verlange eine Antwort, wofür jeder und jede stehe.

Die Vorsitzende des Ökumenischen Vorbereitungsausschusses, Beate Sträter, sagte, es gelte, bestehende Verbindungen und Netzwerke noch viel mehr zu stärken, damit „wir füreinander einstehen und auch ganz konkrete Hilfe leisten, wo das nötig ist“. Es komme auf Gemeinsamkeit an. Anlässlich des Eröffnungsprogramms in Leipzig sagte sie weiter: „Es gibt nichts Besseres gegen den Hass, als ein Fest zu feiern, bei dem die Freude und die Freundlichkeit, das Miteinander spürbar und sichtbar werden.“

Bundesweit rund 6.000 Veranstaltungen

Bis zum 4. Oktober sind bundesweit rund 6.000 Veranstaltungen in mehr als 750 Städten und Gemeinden vorgesehen. Die Interkulturelle Woche findet seit 1975 jeweils Ende September statt. In Leipzig startete das Programm bereits am 14. September und dauert noch bis zum 11. Oktober. Knapp 100 Veranstaltungen wurden insgesamt geplant.

Oberlandeskirchenrat Thilo Daniel von der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Sachsens sagte: „Wir leben im Pro und Contra. Selten findet sich ein Konsens.“ Es sei jedoch zu fragen, wofür Menschen sind: „Dafür ist inklusiv. Dafür verbindet.“

In einem „Gemeinsamen Wort“ mit Blick auf die Aktionswoche 2026 hatten die evangelische und die katholische Kirche sowie die orthodoxe Bischofskonferenz zu Nächstenliebe aufgerufen und zum Engagement gegen gesellschaftliche Spaltung. In einer Zeit, in der „auch die öffentlichen Debatten um große gesellschaftliche Fragen so oft von Kleinmut, Angst und einem ‚Dagegen‘ bestimmt werden“, sei „ein positiver und hoffnungsvoller Akzent“ zu setzen, hieß es. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Papst Leo wirbt vor UNESCO für stärkere globale Zusammenarbeit

 

Als erster Papst seit 46 Jahren hat Leo XIV. an diesem Freitag eine Rede am Pariser Hauptsitz der UNESCO gehalten. Darin warb er für eine vertrauensvolle Zusammenarbeit der Staaten im Bereich Kultur, Bildung und Wissenschaft. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Bei der Gründung der UNESCO vor achtzig Jahren stand nach Darstellung des Papstes die Einsicht Pate, „dass wissenschaftlicher Fortschritt, wenn er von der Weisheit getrennt ist, zu einer Waffe der Zerstörung werden kann; dass Kultur, wenn sie sich der Ideologie unterwirft, zu Lüge und Propaganda verkommen kann; und dass Bildung, wenn sie die Wahrheit aufgibt, zu einem Instrument der Gewissensmanipulation werden kann“. Das sei heute aktueller denn je in einem Zeitalter, in dem „Formen der Barbarei Rivalität und Konflikte schüren“.

Gemeinsam eine gerechte Welt gestalten

1980 war Johannes Paul II. vor der UNESCO in der Nähe des Pariser Eiffelturms aufgetreten – mit einem Plädoyer für die Menschenwürde mitten im Kalten Krieg. Jetzt kam Leo und tat ein Gleiches, aber in einem fundamental veränderten globalen Kontext. Klar wurde, dass er die UNO-Kulturorganisation mit ihren 194 Mitgliedstaaten (die USA wollen allerdings zum Jahresende austreten) als Verbündete der katholischen Kirche sieht bei dem „Projekt, gemeinsam eine gerechte Welt zu gestalten“.

„Was bedeutet es, Mensch zu sein?“

„In dieser Versammlung gilt es daher, eine grundlegende Frage zu erörtern, die sich uns mit Dringlichkeit stellt: Was bedeutet es, Mensch zu sein? Jede Kultur ist in diese Frage eingebunden, die den Kern jeder Form von Wissen, jeder Kunst und jeder Religion bildet. Denn selbst im 21. Jahrhundert können wir es nicht als selbstverständlich ansehen, dass wir wissen, wer der Mensch ist oder was es bedeutet, menschlich zu leben. Tatsächlich ist jede Generation dazu aufgerufen, sich mit dieser Frage auseinanderzusetzen, insbesondere angesichts von Tragödien, die sich leider auch heutzutage ereignen.

Geschenk, keine Ware

Auf die selbst aufgeworfene Frage nach dem Menschen gab Leo XIV. drei Antworten. Mensch sei zunächst mal „jemand, der empfangen und geboren wurde“ – eine Gelegenheit, um zu betonen, dass Menschsein „ein Geschenk und eine Prüfung, ein Versprechen und eine Verantwortung“ sei. Zweitens würden wir alle, so fuhr der Papst fort, „nackt und bedürftig geboren“ – Zeichen dafür, dass wir alle „von Geburt her arm“ und bedürftig sind. Wer das vergesse, der verschleiere „die eigentliche Bedeutung des menschlichen Lebens“: „Dieses Leben wird nicht mehr als Geschenk verstanden, sondern als Ware“. Und drittens gebe es am Menschsein auch eine Dimension der „Großartigkeit“, das heißt „ein immenses Potenzial“.

„Mensch zu sein bedeutet, Verantwortung angesichts der Geschichte zu tragen“

Kultur des Friedens

„Die die in den Bereichen Bildung, Wissenschaft und Kultur Tätigen sind umso mehr aufgerufen, sich um jeden Menschen zu kümmern, damit die Schönheit unserer Freiheit aufstrahlen kann. Diese Schönheit hat einen Namen: Gerechtigkeit. Ja, Freiheit ist schön, wenn sie auf das Gute und die Wahrheit ausgerichtet ist; sie wird entstellt, wenn sie in Willkür, Gewalt oder Machtgier abgleitet. Mensch zu sein bedeutet also, Verantwortung angesichts der Geschichte zu tragen: Der Mensch ist ein Wesen, das wächst, lernt und mit beiden Händen und dem Verstand arbeitet. Durch diese Arbeit kann man die Erde bebauen oder sie entstellen, Kunstwerke schaffen oder sie zerstören. Gerade jetzt müssen wir erkennen, dass das schrecklichste aller ‚menschlichen Werke‘ der Krieg ist; denn dabei wird die Wissenschaft selbst in den Dienst eines unmenschlichen Willens zur Zerstörung und zum Töten gestellt.“

Hier brach nun der Papst, der 2025 mit den Worten „Der Friede sei mit euch allen“ ins Amt gestartet ist, eine Lanze für eine „Kultur des Friedens“. Dazu seien „Verträge notwendig, aber für sich genommen nicht ausreichend“: Friede sei „echt, wenn er aus der Tugend der Gerechtigkeit und nicht aus einem bloßen Vertrag, aus einem aufrichtigen Willen und nicht aus einem labilen Interessengleichgewicht entspringt“.

KI und die Menschenwürde

Künstliche Intelligenz, kurz KI, müsse „im Dienst des Menschen bleiben und nicht zu einem weiteren Instrument der Herrschaft und Ungerechtigkeit werden“. „Das Paradoxon wird immer offensichtlicher“, so der Papst wörtlich: „Während computergestützten Systemen ‚Intelligenz‘ zugeschrieben wird, fällt es uns schwer, die unveräußerliche Würde des Menschen anzuerkennen, dessen Leben nach dem Kriterium der Effizienz beurteilt wird und der, sobald er als nicht mehr produktiv gilt, abgelehnt und ausgesondert wird.“

Mit Blick auf die „Verletzlichkeit unserer menschlichen Natur“ wies Leo mit Nachdruck auf die „unermessliche Würde jedes Menschen“ hin: „eine Würde, die selbst unter den prekärsten Umständen bis zum Tod ungeschmälert bleibt“. „Unsere Würde wird weder durch Krankheit noch durch Leiden zerstört, noch hängt sie von unserem Leistungsvermögen ab. Vielmehr erfordert sie liebevolle Fürsorge in jeder Phase des Lebens.“ Heranwachsende müssten vor den Gefahren der neuen Technologien geschützt werden, forderte der Papst.

Wenn ein Weltreich sich an seiner Macht berauscht

Wie in seiner ersten Enzyklika „Magnifica humanitas“ wandte Leo XIV. die biblische Erzählung vom Turmbau zu Babel mahnend auf unsere heutige Zeit an: „Wie uns die Geschichte zeigt, haben sich viele Weltreiche an ihrer Macht berauscht, bevor sie von ihr verschlungen wurden und wie ein Turm zusammenbrachen… Heute erscheint die Versuchung von Babel erneut in einer Globalisierung, die ohne Geschwisterlichkeit vorangetrieben wird, in räuberischen Formen des Neokolonialismus, in ideologischen Zwängen und in all jenen Kontakten ohne Beziehungen, die das menschliche Leben auf den Handel reduzieren. Auch die Wissenschaft selbst dient, wenn sie nur noch eine Technik der Macht wird, nicht mehr der Erhebung des Menschen, sondern läuft Gefahr, die Früchte menschlicher Anstrengung wertlos zu machen.“

„Der Maßstab, an dem wir unser Engagement messen können, ist die Fürsorge, die wir den Kleinsten und den Armen entgegenbringen“

Gerechtigkeit als „Ware“?

Der „Verfall des Gesetzes“ und der Kultur beginne „mit der Verdorbenheit des Herzens“, mahnte der Besucher aus Rom. Jede Wissenschaft verliere ihren eigentlichen Sinn, wenn sie „ohne Ethik“ betrieben werde und nicht wirklich der Menschenwürde diene. „Ohne Wahrheit unterliegt tatsächlich die Sprache der Logik der Gewalt und der Willkür der Mächtigen. Andere werden dann im Namen des Profits ausgegrenzt, und Unschuldige werden im Namen der Freiheit getötet. Anstatt das Gesetz zu achten, berufen sich die Machthaber darauf, wenn es ihren Interessen dient, und missachten es, wenn es sie einschränkt; dabei behandeln sie die Gerechtigkeit selbst als eine Ware, die man kaufen und verkaufen kann.“

Sorge um Arme und Kleine

Aber dem Papst lag daran, seine große Rede mit ein paar helleren Tupfern enden zu lassen. „Wann immer wir auf Hindernisse bei unserer Mission stoßen, sollten wir daran denken, dass es nur eine Erde für alle gibt und dass wir alle die gleiche menschliche Natur teilen… Der Maßstab, an dem wir unser Engagement messen können, ist die Fürsorge, die wir den Kleinsten und den Armen entgegenbringen: den Kindern im Mutterleib und an den verschiedenen Kriegsschauplätzen, Menschen mit körperlichen und geistigen Beeinträchtigungen, älteren Menschen, Migranten und Flüchtlingen sowie all jenen, die aus Überheblichkeit als unproduktiv ausgegrenzt werden. Sie sind der wahre Prüfstein für unsere Bekenntnisse zur Achtung der Menschenwürde, und ihr Schutz und ihre Förderung erstreckt sich auch auf die Schöpfung.“

„Es geht nicht darum, einem naiven Optimismus zu huldigen, der die Schwierigkeiten verkennt, sondern in der Hoffnung festzustehen, dass das Gute immer möglich ist“

Kein Staat alleine sei in der Lage, den Herausforderungen der heutigen Zeit zu begegnen; höchste Aufgabe der UNESCO wie überhaupt internationaler Organisation sei die „geduldige Arbeit der Schaffung von Frieden“. Dazu sei es nötig, das Vertrauen der Staaten untereinander zu stärken – dann würden solche Organisationen auch wieder effizienter. „Der Heilige Stuhl möchte dieses Vertrauen in der UNESCO wie auch den anderen internationalen Organisationen wecken, im Bewusstsein, dass jedes Volk einen Reichtum besitzt, den es auf der Suche nach jenem authentischen Fortschritt teilen kann, den nur der Friede garantieren kann. Es geht nicht darum, einem naiven Optimismus zu huldigen, der die Schwierigkeiten verkennt, sondern in der Hoffnung festzustehen, dass das Gute immer möglich ist.“ (vn 25)

 

 

 

 

Trendwende. Einwanderung stoppt den Absturz der Familienquote

 

Jahrzehntelang sank der Anteil der Menschen in Familien. Jetzt hat sich die Entwicklung gedreht. Ein entscheidender Faktor: Menschen mit Einwanderungsgeschichte sind jünger, leben häufiger mit Kindern und stellen einen wachsenden Teil der Familien. Von Sandra Trauner

Knapp die Hälfte der Bevölkerung in Deutschland lebt in einer Familie. Nach Jahren des Rückgangs hat sich der Anteil der Familien inzwischen wieder stabilisiert, wie das Statistische Bundesamt mitteilte.

Nach ersten Ergebnissen des Mikrozensus lebten 2025 49 Prozent der Bevölkerung – als Elternteil oder Kind – in einem gemeinsamen Haushalt. 2015 hatte dieser Anteil bei 48 Prozent gelegen. 1996 hingegen waren es noch 57 Prozent. Dazwischen zeigen die Grafiken von Destatis eine Delle.

Weniger Familien wegen geburtenschwacher Jahrgänge

„Der jahrelange Rückgang der Bevölkerung in Familien ist vor allem auf die Alterung der geburtenstarken Nachkriegsjahrgänge zurückzuführen“, erklärt Thomas Körner, Experte für demografische Analysen zu Familien im Statistischen Bundesamt.

Viele Familien gab es zu einer Zeit, in der die geburtenstarken Jahrgänge – die Babyboomer -, im Alter waren, eine Familie zu gründen. Ab etwa 1970 folgten schwächere Geburtenjahrgänge und damit gab es weniger potenzielle Eltern.

Trendwende dank Einwanderung

„Seit 2015 wirkt die Zuwanderung dem Rückgang der Familien entgegen, weil Eingewanderte und ihre Nachkommen jünger sind und häufiger in Familien leben“, sagt Körner. 2025 lebten 60 Prozent der Menschen mit Einwanderungsgeschichte in Familien – in der Bevölkerung ohne Einwanderungsgeschichte waren es 43 Prozent.

Familien mit Einwanderungsgeschichte sind zudem häufiger kinderreich: In 21 Prozent dieser Familien lebten 2025 drei oder mehr Kinder. In Familien ohne Einwanderungsgeschichte traf dies nur auf 10 Prozent zu. Zur Definition: Für die Statistiker hat eine Person eine Einwanderungsgeschichte, wenn sie selbst oder beide Elternteile seit 1950 nach Deutschlands eingewandert sind.

Diese Entwicklung hat dazu geführt, dass der Anteil der Familien mit Einwanderungsgeschichte deutlich gestiegen ist. Traf die Definition 2005 nur auf 17 Prozent der Familien zu, waren es 2025 bereits 31 Prozent.

Mehr Alleinerziehende

In den vergangenen 30 Jahren haben sich auch die Familienformen gewandelt. Der Anteil der Ehepaare mit Kindern sank, nichteheliche Lebensgemeinschaften mit Kindern und Alleinerziehende wurden häufiger.

Der Anteil Alleinerziehender stieg von 18 Prozent im Jahr 1996 auf 24 Prozent im Jahr 2025. Der Anteil der Lebensgemeinschaften mit Kindern wuchs von 4 Prozent im Jahr 1996 auf 10 Prozent im Jahr 2025.

Statistik mit Lücken

Die Statistik bildet die Vielfalt moderner Familienformen allerdings nicht komplett ab, wie Bevölkerungsstatistiker Tim Hochgürtel zugibt. Als Familie zählt per Definition nur, wer in einem gemeinsamen Haushalt lebt. „Was wir nicht abbilden können, sind sämtliche Varianten von Patchwork-Familien“.

Trennen sich die Eltern, bilden zwei Haushalte und erziehen die Kinder im Wechselmodell gemeinsam, passt das nicht zu den Kategorien der Befragung. Den Fragenkatalog im Mikrozensus anzupassen, fände auch Körner „sehr wünschenswert“.

Mehr Singles

Die Statistiker sehen auch einen anderen Trend: Immer mehr Menschen leben allein. Der Anteil der Singles stieg von 17 Prozent im Jahr 1996 auf 23 Prozent im Jahr 2025. Und auch der Anteil kinderloser Paare, die sich einen gemeinsamen Haushalt teilen, nahm zu, wenn auch weniger deutlich: von 26 Prozent im Jahr 1996 auf 28 Prozent im Jahr 2025.

Was bei all diesen gesellschaftlichen Veränderungen erstaunlich konstant blieb, ist die Zahl der Kinder. Die Hälfte der Familien lebte 2025 mit einem Kind im Haushalt, in 37 Prozent der Familien lebten zwei Kinder und in 13 Prozent drei und mehr. „1996 zeigte sich ein ähnliches Bild“, sagt Hochgürtel. „Die individuelle Bereitschaft von Frauen, Kinder zu bekommen, hat sich nicht verändert.“ (dpa/mig 25)

 

 

 

 

„Remigration“. Geheimabsprachen: Trump-Regierung baut weltweites Abschiebe-Netzwerk auf

 

Seit Trumps Amtsantritt wurden laut internationaler Recherche mehr als 25.000 Menschen in Staaten abgeschoben, zu denen sie keine Verbindung haben. Eine neu geschaffene Abteilung für „Remigration“ koordiniert die Abkommen und Zahlungen.

Zuständig ist das „Büro für Remigration“: In geheimen Absprachen haben die USA nach Recherchen eines internationalen Journalistenkonsortiums seit dem Amtsantritt von Präsident Donald Trump bereits mehr als 25.000 Migranten in Drittländer abgeschoben, zu denen die Menschen keinerlei Beziehung haben. Dafür habe die Regierung ein Budget in Höhe von 410 Millionen Dollar (mehr als 357 Millionen Euro) bereitgestellt, berichtete das Journalistennetzwerk Forbidden Stories am Montag. Federführend ist dabei demnach eine neu geschaffene Abteilung im US-Außenministerium.

Seit Trump im Januar 2025 seine zweite Amtszeit antrat, hat Washington Abkommen mit Drittländern geschlossen, damit diese Migranten aufnehmen, die nicht legal in ihre Herkunftsländer abgeschoben werden können. Zuständig für die Verhandlungen und die damit verbundenen Zahlungen ist dem Bericht zufolge eine nur wenig bekannte Abteilung im US-Außenministerium, das „Büro für Remigration“. Dieses wurde demnach im Mai 2025 gegründet und wird von dem 41 Jahre alten Diplomaten Christian Jové Ehrhardt geleitet.

Mehr als 25.000 Abschiebungen in Drittländer

An den Recherchen von Forbidden Stories waren 72 Journalisten von 23 Medienhäusern in 15 Ländern beteiligt. Dem Bericht zufolge wurden bis Ende August mindestens 25.447 Menschen aus den USA in Drittländer abgeschoben, mit etwa 20.000 davon die große Mehrheit nach Mexiko. Die übrigen wurden in 27 Länder in Lateinamerika, Afrika und im Pazifikraum geschickt. Mit sieben weiteren Ländern seien bereits Abkommen geschlossen worden, hieß es in dem Bericht. Die Abkommen unterscheiden sich demnach etwa darin, um welche Nationalitäten es geht und ob die Länder auch bereit sind, vorbestrafte Migranten aufzunehmen.

49 der insgesamt 54 afrikanischen Länder seien angefragt worden, ob sie Menschen aus Drittstaaten aufnehmen würden, berichtet das Journalistennetzwerk. Einer Recherche der Nachrichtenagentur AFP zufolge nutzt Washington unter anderem Visumsbeschränkungen, um afrikanische Länder dazu zu bringen, abgeschobene Migranten aufzunehmen.

Programm über 400 Millionen Dollar

Forbidden Stories berichtet weiter, wie der „Remigrations“-Beauftragte Ehrhardt nach Kamerun reiste, das dann im vergangenen Dezember eine Absichtserklärung mit den USA schloss, um abgeschobene Personen aufzunehmen. Kurz darauf wurde ein fünfjähriges Programm zur Unterstützung der Gesundheitsversorgung in dem afrikanischen Land unterzeichnet, bei dem 400 Millionen Dollar fließen sollen.

Einen Monat später teilte das US-Außenministerium mit, es werde das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR in Kamerun mit 30 Millionen Dollar unterstützen, um „die freiwillige Rückkehr von Flüchtlingen zu erleichtern und illegale Einwanderung zu bekämpfen“. Das erste Flugzeug mit abgeschobenen Migranten landete am 14. Januar in Kamerun.

7,5 Millionen Dollar für 75 Menschen

In anderen Fällen wurden Regierungen dem Bericht zufolge direkt bezahlt, um Menschen aufzunehmen: So habe der pazifische Inselstaat Palau mit weniger als 18.000 Einwohnern ein Abkommen über die Aufnahme von 75 Menschen aus Drittländern im Gegenzug für 7,5 Millionen Dollar unterzeichnet. Bislang seien allerdings erst drei Menschen dort angekommen. Das afrikanische Königreich Eswatini nahm seit Juli vergangenen Jahres bislang 32 Menschen auf; im Rahmen eines Fünf-Millionen-Dollar-Abkommens sollen es insgesamt 160 sein.

Laut dem Bericht von Forbidden Stories geht aus internen Dokumenten des US-Außenministeriums hervor, dass 81 Millionen Dollar des Budgets für Abkommen mit Regierungen vorgesehen sind. Der weitaus größere Teil soll demnach an UN-Organisationen gehen, darunter die Internationale Organisation für Migration (IOM) oder das UNHCR, für die mehr als 178 beziehungsweise 123 Millionen Dollar vorgesehen sind.

Kritik an Beteiligung von UN-Behörden

Die Beteiligung der UN-Behörden hat Kritik hervorgerufen. UNHCR erklärte Forbidden Stories dazu, dass es selbst nicht Teil der bilateralen Absprachen sei und die US-Gelder entsprechend seines Mandats genutzt würden, um Asylsysteme zu stärken.

Ein IOM-Sprecher sagte dem Journalistennetzwerk, die Entscheidung, Gelder anzunehmen, beruhe „auf einer einzigen Frage: Ob unsere Beteiligung das Leben von Migranten verbessert. In diesem Fall sind wir fest davon überzeugt, dass sie das tut.“

Remigration offizielle Linie der US-Regierung

US-Außenminister Marco Rubio bezeichnete im vergangenen Mai die Remigration als offizielle Linie der US-Regierung. „Unser Ziel ist es nicht, die Migration zu ‚managen‘, sondern Remigration zu fördern“, hieß es in einer Stellungnahme des Außenministeriums zu einer Erklärung des Internationalen Migrationsüberprüfungsforums der Vereinten Nationen.

Das Konzept der „Remigration“ ist in Europa ein Kampfbegriff rechtspopulistischer und rechtsextremer Parteien. Gemeint ist damit die Abschiebung von Menschen mit Migrationshintergrund. Unlängst sorgte der AfD-Wahlsieger in Sachsen-Anhalt, Ulrich Siegmund, für Empörung, als er nach dem Sieg seiner Partei bei der Landtagswahl von einem möglichen Einsatz von Rüstungsgütern bei „Remigrations- und Abschiebeoffensiven“ sprach.

(afp/mig 24)

 

 

 

 

Wahlanalyse. CDU nach rechts gerückt – und trotzdem verloren

 

Fünf Jahre lang hat die CDU in Mecklenburg-Vorpommern ihre Asyl- und Migrationspolitik verschärft. Viele ihrer Forderungen ähneln inzwischen Positionen, mit denen die AfD schon 2021 in den Wahlkampf zog. Genutzt hat es der CDU nicht. Warum? Von Sedat Dursun

Man muss diese Zahl einen Moment stehen lassen. Die CDU, die Mecklenburg-Vorpommern einst selbst regierte und 2021 immerhin noch auf 13,3 Prozent gekommen war, scheitert bei der Landtagswahl an der Fünf-Prozent-Hürde. Nach dem vorläufigen Ergebnis erhält sie nicht einmal mehr einen Sitz im Schweriner Landtag. Die AfD kommt auf 38,2 Prozent, die SPD auf 35,5.

Dabei liegen fünf Jahre Opposition hinter der CDU. Fünf Jahre, in denen sie Gelegenheit hatte, die rot-rote Landesregierung anzugreifen, eigene Themen zu setzen und sich als Alternative zu profilieren. Besonders konsequent tat sie das bei einem Thema: Migration.

Mehr Grenzkontrollen. Mehr Zurückweisungen. Mehr Abschiebungen. Sachleistungen statt Bargeld. Bezahlkarte. Rückkehr- und Ausreisezentren. Sichere Herkunftsstaaten. Asylverfahren in Drittstaaten. Einschränkungen beim Familiennachzug. Strengere Regeln bei der Einbürgerung. Die Liste wurde mit den Jahren länger.

Und trotzdem landete die CDU bei 4,89 Prozent.

Wie kann eine Partei derart abstürzen, obwohl sich die politische Debatte gerade auf einem ihrer wichtigsten Themenfelder deutlich in ihre Richtung bewegt hat?

Ein Blick auf die Wählerwanderung macht die Sache zunächst noch rätselhafter. Nach Berechnungen von Infratest dimap verlor die CDU netto rund 32.000 Stimmen an die AfD. Das ist ihr mit Abstand größter Verlust an eine andere Partei.

Die naheliegende Erklärung lautet: Der CDU war ihr migrationspolitischer Kurs nicht hart genug abgenommen worden. Doch das ist die halbe Geschichte. Die andere Hälfte folgt später.

Natürlich lag es nicht nur an Migration

Eine Wahlniederlage dieses Ausmaßes auf ein einziges Politikfeld zurückzuführen, wäre zu einfach. Die CDU hatte mehrere Probleme gleichzeitig.

Ihr Spitzenkandidat Daniel Peters war kurz vor der Wahl einer Mehrheit der Wahlberechtigten kein Begriff; lediglich 13 Prozent äußerten sich positiv über ihn. Die Bundes-CDU zog die Landespartei zusätzlich nach unten. 89 Prozent der Befragten sagten am Wahltag, die CDU habe vor der Bundestagswahl viel versprochen und wenig gehalten. 58 Prozent erklärten, sie hätten große Hoffnungen in Friedrich Merz gesetzt und seien enttäuscht worden. Selbst bei ihrem traditionellen Kernthema Wirtschaft trauten nur noch 13 Prozent der CDU die besten Lösungen zu.

Eine Zahl beschreibt das Problem jedoch noch grundsätzlicher: 81 Prozent sagten, man wisse nicht mehr, wofür die CDU eigentlich stehe. Und genau an diesem Punkt wird die Migrationspolitik interessant. Denn kaum ein anderes Politikfeld zeigt so anschaulich, wie die CDU in den vergangenen Jahren versucht hat, ihr Profil zu schärfen – und dabei möglicherweise das Gegenteil erreicht hat.

Von klareren Rollen zur „Migrationswende“

Als Mecklenburg-Vorpommern 2021 wählte, waren die migrationspolitischen Rollen vergleichsweise deutlich verteilt.

Die AfD zog mit einem Programm in den Wahlkampf, das Zurückweisungen an den Grenzen verlangte. Sie wollte eine eigene Grenz- und Rückführungspolizei des Landes, zentrale Ausreiseeinrichtungen und eine landeseigene Abschiebungshaft. Sie wollte das Sachleistungsprinzip ausweiten, Maghreb-Staaten zu sicheren Herkunftsländern erklären und die Voraussetzungen für Einbürgerungen erheblich verschärfen. Zehn Jahre rechtmäßiger Aufenthalt und Deutschkenntnisse auf C1-Niveau sollten dafür notwendig sein; doppelte Staatsangehörigkeiten lehnte die Partei ab.

Die AfD ging noch weiter: Sie wollte die gesetzlichen Regeln für Duldungen abschaffen und verlangte besondere Unterbringungsregeln für bestimmte ausreisepflichtige Menschen. In ihrem Programm standen zudem Forderungen, die sich bei der CDU während dieser Legislaturperiode nicht finden.

CDU und AfD vertraten also keineswegs dieselbe Migrationspolitik. Das tun sie auch heute nicht. Doch bei einer Reihe konkreter Instrumente wurde der Abstand in den folgenden Jahren kleiner.

Zunächst langsam. Dann ziemlich schnell.

Im März 2023 forderte die CDU noch vor allem, Kommunen angesichts steigender Aufnahmezahlen stärker zu unterstützen und irreguläre Migration zu begrenzen. Das Land sollte seine Erstaufnahmekapazitäten ausweiten, der Bund mehr Kosten übernehmen, Rücknahmeabkommen und Rückführungen sollten vorangetrieben werden. Bereits der Titel des Antrags machte die Richtung deutlich: „Kommunen unterstützen, irreguläre Migration begrenzen“.

Ein gutes halbes Jahr später war der Katalog wesentlich umfangreicher. Im Oktober 2023 verlangte die CDU stationäre Grenzkontrollen zu Polen, Tschechien und der Schweiz. Für Asylsuchende mit geringer Bleibeperspektive sollten Transitzonen eingerichtet werden. Abgelehnte Asylsuchende sollten anschließend in Rückkehrzentren nach dänischem Vorbild untergebracht werden, mit Sachleistungen und auf den gesetzlichen Mindestbedarf begrenzten Leistungen.

Algerien, Marokko, Tunesien und Indien sollten als sichere Herkunftsstaaten eingestuft werden. Geldleistungen wollte die CDU stärker durch Sachleistungen und eine Chipkarte ersetzen. Erleichterungen bei Einbürgerung und Familiennachzug lehnte sie ab.

2024 legte die Partei nach. Nun hieß der Antrag schon „Migrationswende jetzt“. Gefordert wurden systematische Zurückweisungen an deutschen Grenzen, Asylverfahren in Herkunfts-, Transit- oder Drittstaaten, zusätzliche Rücknahmeabkommen, Abschiebungen nach Afghanistan und Syrien, Ausreisezentren für bestimmte ausreisepflichtige Straftäter und Gefährder sowie eine Rücknahme der Reform des Staatsangehörigkeitsrechts. Zugleich hielt die CDU ausdrücklich an Schutz für Verfolgte, Fachkräfteeinwanderung und Integrationsangeboten für Menschen mit Bleibeperspektive fest.

Im Januar 2025 folgte die nächste Stufe. Personen sollten unter bestimmten Voraussetzungen bereits an den Binnengrenzen zurückgewiesen werden. Ausreisepflichtige Gefährder und Straftäter sollten in einen Ausreisearrest genommen werden können. Asylsuchende sollten nach dänischem Vorbild möglichst Sach- statt Geldleistungen erhalten. Beim Familiennachzug verlangte die CDU unter anderem ausreichendes eigenes Einkommen, angemessenen Wohnraum und die Übernahme von Reise- und Verwaltungskosten durch die Antragstellenden.

Die Richtung ist schwer zu übersehen.

Das macht aus der CDU keine AfD. Die Unterschiede sind real und teilweise erheblich. Die AfD ging und geht in mehreren Punkten deutlich weiter. Auch die Begründungen, der rechtspolitische Rahmen und die Bedeutung regulärer Einwanderung unterscheiden sich. Aber der Instrumentenkasten bekam immer mehr gemeinsame Fächer.

Und genau dort beginnt das strategische Problem.

Die Forderungen wanderten – die Themenhoheit nicht

Politische Parteien können Positionen verändern. Schwieriger ist es, mit ihnen auch die Wahrnehmung der Wähler zu verändern.

Im Juli 2026, gut zwei Monate vor der Wahl, fragte Infratest dimap, welcher Partei die Menschen in Mecklenburg-Vorpommern beim Thema Zuwanderung am meisten zutrauen. 37 Prozent nannten die AfD. Gegenüber September 2021 hatte sie ihren Wert um 18 Prozentpunkte gesteigert.

Am Wahltag war das Bild ähnlich. Bei der Asyl- und Migrationspolitik sahen 33 Prozent die größte Kompetenz bei der AfD, 25 Prozent bei der SPD. Keine andere Partei kam an diese Werte heran. Bei der Frage, wem die Lösung der wichtigsten Probleme insgesamt zugetraut wird, erreichte die CDU gerade noch sechs Prozent.

Das ist der Kern des Problems: Die CDU verschärfte ihre Positionen. Die Kompetenzzuschreibung wanderte nicht mit. Im Gegenteil: Ausgerechnet während jener Jahre, in denen die CDU Begrenzung, Zurückweisung und Rückführung immer stärker ins Zentrum rückte, legte die AfD bei der zugeschriebenen Migrationskompetenz massiv zu.

Was also hatte die CDU gewonnen?

Wer Zurückweisungen wollte, fand diese Forderung inzwischen bei der CDU. Er fand sie aber schon vorher bei der AfD. Wer zentrale Einrichtungen für Ausreisepflichtige wollte, konnte sie bei beiden Parteien finden – in unterschiedlicher Ausgestaltung. Wer Sachleistungen statt Geldzahlungen verlangte, ebenso. Bei strengeren Einbürgerungsregeln oder mehr Abschiebungen war es ähnlich.

Damit veränderte sich die Konkurrenz. Die CDU musste nicht mehr nur erklären, warum ihre Migrationspolitik besser sei als die von SPD und Linken. Sie musste zugleich erklären, warum Wähler mit besonders restriktiven Vorstellungen ausgerechnet zu ihr wechseln sollten, obwohl die AfD entsprechende Positionen teilweise seit Jahren vertrat und in mehreren Punkten weiter ging.

Dass die Abgrenzung jedenfalls nicht ausreichte, um die Verluste an die AfD zu stoppen, zeigt die Wählerwanderung.

Das beweist nicht, dass diese Menschen wegen der Migrationspolitik wechselten. Wahlentscheidungen funktionieren selten so sauber. Aber das Ergebnis liefert wenig Anhaltspunkte dafür, dass die migrationspolitische Verschärfung der CDU geholfen hätte, im Wettbewerb mit der AfD verlorenes Terrain zurückzugewinnen.

Das Problem saß aber nicht nur rechts

Bis hierhin könnte man zu einer einfachen Schlussfolgerung kommen: Die CDU war den Wählern, die eine noch restriktivere Migrationspolitik wollten, eben nicht weit genug gegangen.

Doch dann fehlen 25.000 Stimmen.

So viele frühere CDU-Wähler wechselten netto zur SPD. Und damit wird die Geschichte komplizierter – und für die CDU unangenehmer.

Manuela Schwesig hatte den Wahlkampf zum Ende hin immer stärker auf das Duell mit der AfD zugeschnitten. Ihr Slogan „Frau gegen Blau“ ließ wenig Interpretationsspielraum. Wer vor allem verhindern wollte, dass die AfD die Staatskanzlei übernimmt, sollte SPD wählen. Das verfing offenbar auch bei Menschen, die der CDU nahestanden.

Schon gut zwei Wochen vor der Wahl sagten 81 Prozent der CDU-Anhänger, sie wünschten sich weiterhin eine SPD-geführte Landesregierung statt einer AfD-geführten. Im direkten Vergleich zwischen Manuela Schwesig und AfD-Spitzenkandidat Leif-Erik Holm bevorzugten 73 Prozent der CDU-Anhänger Schwesig.

Damit geriet die CDU in eine politische Zange.

Wer vor allem eine restriktive Asyl- und Migrationspolitik wollte, fand rechts von der CDU ein bereits etabliertes Angebot, das in mehreren Punkten weiter reichte. Wer dagegen in erster Linie verhindern wollte, dass die AfD die Regierung übernimmt, konnte sein Kreuz bei der SPD machen.

Und was blieb dazwischen?

Offenbar für zu viele Menschen keine ausreichend klare Antwort.

Zwischen zwei stärkeren Angeboten

Vielleicht bestand das strategische Problem der CDU also nicht darin, dass sie den Abstand zur AfD in der Migrationspolitik nicht schnell genug und noch weiter verkleinert hat, sondern genau darin.

Vergleichende Studien aus Westeuropa weisen auf ein ähnliches Risiko hin: Wenn etablierte Parteien restriktivere Positionen der radikalen Rechten übernehmen, schwächen sie diese damit nicht verlässlich. Im Gegenteil kann die Strategie gerade jene Themen aufwerten, mit denen die radikale Rechte längst verbunden wird – und zugleich Wähler auf der anderen Seite kosten.

Mecklenburg-Vorpommern fügt sich zumindest auffällig in dieses Muster. Die CDU rückte migrationspolitisch nach rechts, ohne der AfD dort entscheidend etwas abzunehmen. Gleichzeitig fanden Wähler, denen die Abgrenzung zur AfD wichtiger war, mit der SPD ein anderes Angebot.

So geriet die CDU zwischen zwei Konkurrenten – und löste ihr eigentliches Problem nicht: die Frage, wofür sie selbst noch steht.

Vielleicht ist das die eigentliche Pointe dieser Wahl: Die CDU rückte nach rechts, ohne rechts zu gewinnen – und verlor zugleich Wähler auf ihrer anderen Seite. (mig 23)

 

 

 

 

 

Beziehungsstatus: kompliziert

 

China und Indien drängen auf ein Ende des Ukraine-Kriegs. Doch hinter der Vermittlungsrhetorik stehen unterschiedliche Interessen gegenüber Russland. Di Marina Rudyak

Bei dem jüngsten BRICS-Gipfel, der vom 12. bis 13. September in Neu-Delhi stattfand, hätten Indien und China nach Angaben des Kreml-Sprechers Dmitri Peskow detaillierte Fragen zur Einigung in der Ukraine gestellt und aktiv ihre „guten Dienste“ angeboten, um eine Lösung zu finden. Nur, wie viel Vermittlungswillen steckt in dieser Geste, von der ausgerechnet der Kreml berichtet?

Tatsächlich soll der Gastgeber Narendra Modi Putin bei einem Treffen am Rande des Gipfels gesagt haben, dass „Dialog und Diplomatie der Weg zur Lösung von Konflikten“ seien und – für den nächsten Satz wechselte er vom Hindi ins Englische – man „vom endlosen Krieg zu einem Ende des Kriegs“ übergehen müsse. Es war bereits Modis zweite direkte Aufforderung dieser Art: Schon zwei Wochen zuvor, beim Gipfel der Schanghaier Organisation für Zusammenarbeit in Kirgistans Hauptstadt Bischkek am 31. August hatte er Putin zu einem raschen Ende des Ukraine-Kriegs aufgefordert. Indien, so Modi, das Land von Buddha und Gandhi, stehe für die eine Botschaft: Frieden. Chinas Staatschef Xi Jinping wurde, zumindest laut der Berichterstattung, nicht so deutlich. In seiner Rede an die BRICS sprach er zwar von Chinas Ablehnung „jeder Verletzung der Souveränität anderer Länder“. Doch dieser Satz richtet sich in Chinas Rhetorik oft auch gegen den Westen – etwa wenn Peking ihm eine „Einmischung in die Angelegenheiten anderer Staaten“ vorwirft. Zugleich fällt er regelmäßig, wenn China vorgeworfen wird, Putin in seinem Krieg zu unterstützen.

Rhetorisch können beide kaum anders, berufen sie sich doch – zumindest offiziell – auf eine außenpolitische Doktrin der Nicht-Aggression und der Nichteinmischung. In China ist sie als die „Fünf Prinzipien der friedlichen Koexistenz“ bekannt, in Indien als Panchsheel. Verkündet wurden diese Prinzipien erstmals gemeinsam bei einem Treffen des indischen Premierministers Jawaharlal Nehru und des chinesischen Ministerpräsidenten Zhou Enlai – zunächst als Leitlinien für die chinesisch-indischen Beziehungen, später als außenpolitische Doktrin beider Länder.

Doch wann immer China von westlichen Akteuren gebeten wird, eine Vermittlerrolle im Ukraine-Krieg zu übernehmen, gibt die chinesische Regierung stets dieselbe Antwort: China sei bereit, als Vermittler zu fungieren, wenn alle beteiligten Parteien dazu bereit sind. Doch was bedeutet diese Bedingung eigentlich genau? Bereit wofür – für Verhandlungen, für einen Waffenstillstand, für Frieden? Betrachtet man die Aussage genauer, wird deutlich: Das ist kein klassisches Mediations- oder Vermittlungsangebot. China ist offenbar nicht bereit, das Risiko eines Scheiterns der Verhandlungen selbst zu tragen. Das Angebot der „guten Dienste“ beschränkt sich vielmehr darauf, eine Plattform für eine Einigung bereitzustellen und diese gegebenenfalls zu bezeugen – ähnlich wie beim Abkommen zwischen Iran und Saudi-Arabien. China will also weniger Mediator sein als bestenfalls Notar.

Was eine schnelle Beendigung des Kriegs angeht, gehen die Interessen Indiens und Chinas womöglich auseinander. Neu-Delhi, nach China der weltweit zweitgrößte Importeur von russischem Öl, hat zwar von den fallenden Preisen für russisches Öl profitiert, sieht sich aber zunehmendem wirtschaftlichem Druck durch Washingtons Strafzölle ausgesetzt. Indien hat daher ein Interesse an einem Kriegsende – auch aus Sorge, dass der Krieg Russland womöglich immer tiefer in die Arme Chinas treibt.

Für China hingegen lautet die Antwort: Es kommt darauf an, wie der Krieg endet. Man kann davon ausgehen, dass Peking Putin weder verlieren noch siegen sehen will. Eine Niederlage Putins bedeutet höchstwahrscheinlich einen ungeordneten Übergang und eine unberechenbare Zukunft – ganz gleich, wer nach ihm käme. Siegt Putin hingegen in der Ukraine, stellt sich die nächste Frage: Wer garantiert, dass er anschließend nicht Appetit auf eine andere Region bekommt, die er als Russlands Hinterhof betrachtet? Etwa auf Zentralasien, wo China eigene Interessen verfolgt – nicht nur wegen seiner Investitionen im Öl- und Gassektor, sondern auch, weil die zentralasiatischen Staaten an Xinjiang grenzen. Kurzum: Russland darf aus Pekings Sicht nicht verlieren – es darf aber auch nicht gewinnen.

Während des Gipfels drohte Putin Europa mit dem Krieg. Wird Russland damit innerhalb der BRICS nicht eher zum Risiko für das Bündnis, das sich als Architekt einer neuen Weltordnung versteht – zumal für Länder wie China und Indien, die wirtschaftlich eng mit Europa verflochten sind? Ja, und gerade deswegen soll Putin aus chinesischer und indischer Sicht eng eingebunden werden. Für China gilt Russland seit jeher als unberechenbarer Partner. Glaubt man chinesischen Russlandexperten, trifft Xi Putin nicht deshalb so häufig, weil er ihm besonders zugeneigt wäre – auch wenn es Stimmen gibt, die meinen, Xi möge und bewundere den russischen Präsidenten –, sondern weil diese Beziehung sehr viel Management erfordert. Auch die Annäherung zwischen Russland und Nordkorea dürfte der chinesischen Führung Sorgen bereiten – insbesondere, dass Moskau Nukleartechnologie mit Pjöngjang teilen könnte. Auch die Geschichte sollte man nicht vergessen: 1969 eskalierte ein Grenzkonflikt zwischen China und der Sowjetunion beinahe zu einem offenen Krieg zwischen zwei Atommächten, und danach lagen die diplomatischen Beziehungen 25 Jahre lang brach. Die beiden Länder teilen sich eine über 4 000 Kilometer lange Grenze, und die Stabilität dieser Grenze hat für China oberste Priorität.

Aber angenommen, China hätte tatsächlich ein Interesse daran, den Krieg möglichst schnell zu beenden: Verfügt Peking überhaupt über die nötigen Hebel? Schließlich heißt es häufig, Russland könne den Krieg ohne chinesische Unterstützung kaum fortführen. Spricht man mit Expertinnen und Experten in China, scheint kaum jemand zu glauben, dass China über solche Hebel verfügt. Man glaubt auch nicht, dass wirtschaftlicher Druck Putin zu einer Strategieänderung zwingen könnte.

Wenn die eigene Stabilität die höchste Priorität ist und womöglich die wichtigste Linse, durch die Peking seine Beziehung zu Moskau betrachtet, hat auch Chinas Vermittlungsbereitschaft eine klare Grenze: Sie darf die Beziehung zu Russland nicht gefährden. Russland darf aus Pekings Sicht weder verlieren noch gewinnen – und China wird nur vermitteln, solange es selbst nichts zu verlieren hat. Der Mediator, der selbst ein Risiko eingeht, ist Peking damit nicht. Eher der Notar, der am Ende die Unterschriften beglaubigt. IPG 23

 

 

 

 

Europäische Justitia-et-Pax-Kommissionen fordern neue Schritte zur nuklearen Abrüstung

 

Die europäischen Justitia-et-Pax-Kommissionen rufen zu neuen Anstrengungen für eine multilaterale nukleare Abrüstung auf. Bei einem Treffen im schottischen Glasgow berieten vierzig Delegierte darüber, wie ein gerechter und „unbewaffneter und entwaffnender Frieden“ erreicht werden könnte.

Neue Wege zu nuklearer Abrüstung und einem gerechten Frieden: Dazu haben Vertreter der europäischen Justitia-et-Pax-Kommissionen bei ihrer internationalen Tagung in Glasgow aufgerufen. In einer gemeinsamen Abschlusserklärung fordern sie, angesichts der gegenwärtigen geopolitischen Lage die Suche nach Wegen zu einer multilateralen nuklearen Abrüstung wieder stärker in den Mittelpunkt zu rücken. Vom 18. bis 21. September kamen dazu vierzig Delegierte nationaler Justitia-et-Pax-Kommissionen aus Europa zusammen. Gastgeber des internationalen Workshops und der anschließenden Generalversammlung war Justice & Peace Scotland.

Alternativen zur nuklearen Abschreckung

Im Mittelpunkt standen die Fragen nach menschlicher Sicherheit und mögliche Alternativen zur nuklearen Abschreckung. Gemeinsam mit Fachleuten beschäftigten sich die Teilnehmer auch mit menschlichen und ökologischen Folgen von Atomwaffen sowie mit den wirtschaftlichen Dimensionen von Abrüstung. Weitere Themen waren die Geschichte des politischen Engagements für politische Abrüstung und die Bedeutung für Dialog und Friedensarbeit. Die Diskussionen wurden dabei auch aus der Perspektive der katholischen Soziallehre geführt. An der Marinebasis Clyde in Faslane beteiligten sich die Delegierten zudem an einem Friedenszeugnis und einer symbolischen Aktion, die gemeinsam mit der Laudato-si’-Bewegung im Rahmen der derzeitigen ökumenischen Schöpfungszeit vorbereitet worden war.

Für einen „entwaffnenden Frieden“

Als wichtigen Impuls für ihre Beratungen nannten die Teilnehmer den Anruf von Papst Leo XIV. zu einem „unbewaffneten und entwaffnenden Frieden“. In ihrer Abschlusserklärung sprechen sie sich dafür aus, gerade vor dem Hintergrund der nationalen Spannungen nach konkreten Wegen zu multilateraler Abrüstung und gerechtem Frieden zu suchen. Bei der abschließenden Generalversammlung tauschten sich die nationalen Kommissionen außerdem über ihre Arbeit für Frieden, Gerechtigkeit, Menschenrechte und der Bewahrung der Schöpfung aus. Ein Vertreter aus der Ukraine berichtete über die jüngsten Entwicklungen in seinem von Krieg betroffenen Land. Eine Grußbotschaft richtete Schwester Alessandra Smerilli, die neue Präfektin des vatikanischen Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen, an die Teilnehmer. Auch Vertreter europäischer kirchlicher Organisationen, darunter COMECE, CCEE und Caritas Europa, nahmen an dem Treffen teil. (pm 22)

 

 

 

 

Kinder aus ärmeren Familien besuchen deutlich seltener eine Kita

 

München. Kinder aus einkommensschwachen Familien besuchen deutlich seltener eine Kindertagesstätte (Kita). Das zeigt eine Analyse des ifo Instituts, die OECD-Daten für europäische Länder auswertet. Am größten sind die sozialen Unterschiede in Frankreich. Hier liegt die Betreuungsquote der Kleinkinder unter drei Jahren beim einkommensstärksten Drittel um 43 Prozentpunkte höher als beim einkommensschwächsten Drittel. Ebenfalls groß ist der Unterschied in der Schweiz (37 Prozentpunkte), in Irland (25 Prozentpunkte) und in den Niederlanden (24 Prozentpunkte). In Deutschland liegt der Unterschied nur bei etwa 8 Prozentpunkten.  

„Das Problem ist in erster Linie kein mangelnder Wille der Eltern. Viele benachteiligte Familien wünschen sich ausdrücklich eine Betreuung für ihr Kind. Sie scheitern jedoch an fehlenden Plätzen, zu hohen Kosten und komplizierten Anmeldeverfahren“, sagt ifo-Bildungsforscher Henning Hermes. Am kleinsten fallen die Unterschiede in den nordischen und in mehreren mittel- und osteuropäischen Ländern aus. Für Kinder zwischen drei und fünf Jahren zeigen die Autoren deutlich kleinere, aber in den meisten Ländern weiterhin bestehende Unterschiede.  

Als wichtigste Hürde nennen die Autoren das fehlende Platzangebot, das eng mit dem Personalmangel und der vergleichsweise geringen Bezahlung von Erzieher*innen zusammenhängt. Hinzu kommen die Kosten, komplizierte und uneinheitliche Anmeldeverfahren sowie fehlende Informationen. Bis zu einem Viertel der einkommensschwachen Haushalte gibt an, den Betreuungsbedarf aus finanziellen Gründen nicht decken zu können. „In Ländern wie den Niederlanden oder Irland kostet ein Kitaplatz Paare mehr als ein Fünftel eines durchschnittlichen Doppelverdiener-Einkommens. In der Folge bleiben genau die Kinder systematisch außen vor, die am meisten von früher Betreuung profitieren würden“, sagt Simon Wiederhold vom Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung Halle (IWH), Koautor des Beitrags. 

Die Autoren nennen sechs Ansatzpunkte für die Politik. Erstens sollen mehr Betreuungsplätze insbesondere dort geschaffen werden, wo Kinder aus benachteiligten Familien bisher unterversorgt sind. Zweitens plädieren sie für eine bessere Bezahlung und attraktivere Arbeitsbedingungen für das Personal. Drittens sprechen sie sich für zentrale, vereinheitlichte Anmeldeverfahren aus, verbunden mit dem langfristigen Ziel gebührenfreier Kitas. Viertens empfehlen sie, Familien aktiv zu informieren und persönlich zu unterstützen, etwa durch Sozialdienste oder Kinderärzt*innen. Fünftens sollen digitale, mehrsprachige Hilfen ausgebaut werden. Und sechstens fordern sie eine Ausbauplanung, die den demografischen Wandel stärker berücksichtigt. Ifo 22

 

 

 

Schulleiter: Migration erklärt die Bildungskrise nicht

 

Deutschlands Pisa-Ergebnisse spiegeln sich auch im Schulalltag wider: Lehrkräfte beobachten sinkende Aufmerksamkeit – wischen, klicken, KI fragen. Ein Schulleiter warnt davor, die Probleme auf Migration zu schieben – und sieht andere Ursachen im Vordergrund. Von Sandra Trauner und Philipp Embach

Die Ergebnisse der jüngsten Pisa-Studie haben in der John-F.-Kennedy-Schule in Bad Vilbel niemand überrascht. In Lesen, Mathematik und Naturwissenschaften schnitten 15-Jährige in ganz Deutschland so schlecht ab wie nie zuvor. „Sinkende Leistungen entsprechen unseren Erfahrungen“, sagt Schulleiter Markus Maienschein. „Die Aufmerksamkeitsspanne wird kürzer, das Leseverständnis schlechter.“

Exakt 500 Schüler lernen in der Haupt- und Realschule im Wetteraukreis. Nur rund 20 Prozent jedes Jahrgangs entscheiden sich von Anfang an für diese Schulform. Die meisten versuchen es erst im Gymnasium oder in der Privatschule, die in unmittelbarer Nähe liegen. Wer es dort nicht schafft, den nimmt die John-F.-Kennedy-Schule auf. Auch bei diesen sogenannten Rückläufern sehe man, dass Kenntnisse und Fertigkeiten abnähmen.

Verständigung mit Händen und Füßen

Für Kinder, die kein oder nur schlecht Deutsch sprechen, gibt es an der John-F.-Kennedy-Schule zwei sogenannte Intensivklassen. 36 Schüler werden derzeit dort unterrichtet. Manche Kinder müssen nicht nur Deutsch lernen, sondern erst mal das Alphabet.

In ihrem Heimatland haben die fünf Schüler von Ivana Rai? noch nie eine Schule von innen gesehen. Ein Grundverständnis von Buchstaben, Plus und Minus, das die meisten Schüler bereits in der ersten Klasse lernen, haben sie nicht. Dabei wären sie vom Alter her eigentlich in der fünften und sechsten Klasse.

„Die Alphabetisierung ist ein ganz anderes Level als normaler Unterricht“, sagt die Lehrerin. Im Idealfall könnten ihre Schüler nach sechs Monaten „ganz locker“ an den Intensivklassen teilnehmen. Manchmal sehe es aber auch anders aus: „Mal geht es einen Schritt vor, dann wieder zwei oder drei zurück“, sagt die 44-Jährige. Oft helfe nur, sich mit Händen und Füßen zu verständigen.

Weder Herkunft noch Geld entscheiden

„Die Intensivklassen sind zumindest bei uns ein Erfolgsmodell“, sagt Maienschein. „Hier hat die Landesregierung sehr gut reagiert und genügend Ressourcen bereitgestellt.“ Immer wieder erlebt er, dass Kinder dank dieser Förderung besser Deutsch sprechen als ihre Eltern, die teilweise schon lange in Deutschland leben.

„Die schlechte Leistung wird oft auf Migration geschoben“, sagt der 54-Jährige, „aber ich denke, es liegt eher am Elternhaus. Kinder brauchen zu Hause einen liebevollen Umgang und Struktur und das kann bei einem zugezogenen Haushalt genauso gut funktionieren wie bei einem alteingesessenen.“ Auch die finanziellen Verhältnisse seien nicht der größte Punkt. „Es gibt auch Wohlstandsverwahrlosung.“

Die größten Defizite sieht das Kollegium nicht bei einzelnen Fächern wie Mathe, Deutsch oder Naturwissenschaften. Was fehle, sei die Fähigkeit, zu abstrahieren. „Immer, wenn es um Transfer geht, wird es problematisch“, sagt Maienschein. Bei Mathe zum Beispiel sei nicht das Rechnen an sich das größte Problem, sondern bei einer Textaufgabe zu verstehen, was überhaupt berechnet werden soll.

Chatten statt Denken

Und woran liegt das alles denn nun? „Kinder kommen viel zu früh mit technischen Geräten in Kontakt“, glaubt der Leiter der John-F.-Kennedy-Schule. Durch „das ständige wisch, wisch, klick“ verlernten die Schüler, sich länger mit einer Sache zu beschäftigen. Statt nachzudenken, nachzufragen oder nachzulesen wüssten Chatbots immer die Antwort. Wer sich nicht auch mal langweile, könne weniger Kreativität entwickeln.

„Wir sind als Gesellschaft ein Stück weit überrannt worden von den technischen Möglichkeiten. Die Digitalisierung hat uns voll im Griff.“ Das sei ein gesellschaftliches Problem und könne daher auch nicht von der Schule allein gelöst werden. Das Handyverbot auf hessischen Schulhöfen findet der Pädagoge super und auch ein Social Media-Verbot für Kinder würde er begrüßen. Dass KI die Hausaufgaben mache, lasse sich kaum verhindern.

Was der Schulleiter gern ändern würde

Wenn Maienschein sich eine ideale Schule basteln könnte, würde er vieles ändern. Als Erstes würde er den Föderalismus abschaffen. 16 Kultusministerien und Hunderte Kreise trügen dazu bei, „dass das Bildungssystem so wenig effizient und träge ist im Vergleich mit anderen Staaten“.

Außerdem würde er Kinder länger gemeinsam unterrichten. Das dreigliedrige Schulsystem empfindet er als „höchst ungerecht. Gerecht wäre, die Schwächsten am meisten zu fördern.“

Es gibt auch positive Entwicklungen

Der Vater dreier erwachsener Kinder betont, dass er absolut nicht zu denen gehört, die sagen würden, dass früher alles besser gewesen sei. Die Schüler früher seien vielleicht leistungsstärker gewesen, aber heute seien die Mädchen und Jungen tendenziell friedlicher und toleranter als früher.

„Es gibt viel weniger Gewalt auf dem Schulhof als vor 20 oder 40 Jahren.“ Und selbst dem digitalen Medienkonsum kann der Schulleiter eine positive Seite abgewinnen: „Englisch ist heute überhaupt kein Problem mehr.“ (dpa/mig 22)

 

 

 

 

Nach Mecklenburg-Vorpommern-Wahl: Aufruf zum Zusammenhalt

 

Das Ergebnis der Landtagswahl in Mecklenburg-Vorpommern sorgt für tiefgreifende Diskussionen in Kirche, Politik und Gesellschaft. Nach einem dramatischen Wahlabend steht fest, dass die AfD mit 38,2 Prozent der Stimmen als stärkste Kraft aus der Wahl hervorgegangen ist, gefolgt von der SPD mit 35,5 Prozent.

Während die Linkspartei mit 6,5 Prozent und die Grünen mit 5,7 Prozent ebenfalls im Schweriner Landtag vertreten sind, scheiterten die CDU mit 4,9 Prozent, das BSW mit 4,8 Prozent und die FDP mit 1,0 Prozent an der Fünfprozenthürde. Der parlamentarische Ausfall der Christdemokraten stellt eine tiefgreifende Zäsur dar.

Appell der Religionsgemeinschaften für Nächstenliebe und Demokratie

Vertreter der christlichen, jüdischen und muslimischen Glaubensgemeinschaften im Land äußerten sich unmittelbar nach Bekanntgabe der Ergebnisse besorgt über die politischen Entwicklungen. In einer gemeinsamen Stellungnahme erklärten die Repräsentanten: „Die Landtagswahl ist ein Appell an die Politik und alle gesellschaftlichen Institutionen, auch an uns Religionsgemeinschaften. Es kommt jetzt darauf an, die erkennbaren Sorgen und Nöte der Menschen wahrzunehmen.“ Bereits im Vorfeld der Wahl hatten die Gemeinschaften erstmals in der Landesgeschichte einen gemeinsamen Aufruf formuliert, um für die Menschenwürde und den gesellschaftlichen Frieden einzutreten.

Der Hamburger Erzbischof Stefan Heße hob hervor, dass es nun darauf ankomme, „eine gute Koalition zu bilden und den gesellschaftlichen Zusammenhalt zu stärken“. Die Kirche sehe ihre Aufgabe darin, Räume für Begegnung und Verständigung zu öffnen: „Das machen wir gerne mit Herz und Haltung für Demokratie und Nächstenliebe.“ Der Berliner Erzbischof Heiner Koch schloss sich dieser Einschätzung an und betonte: „Unsere demokratische Gesellschaft lebt davon, dass wir aufeinander zugehen, füreinander Verantwortung übernehmen und miteinander Lösungen suchen.“

Auch die Landesbischöfin der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Norddeutschland, Kristina Kühnbaum-Schmidt, unterstrich die Notwendigkeit einer klaren demokratischen Haltung. Eine stabile Regierungsbildung bleibe weiterhin möglich, was ein wichtiges Zeichen für die Menschenrechte darstelle. Dennoch fordere das Ergebnis der AfD zum Nachdenken heraus: „Es muss die Politik und uns alle als Gesellschaft dringlicher denn je beschäftigen, wenn Wählerinnen und Wähler auf diese Weise Sorgen und Protest zum Ausdruck bringen. Als Kirche stehen wir weiterhin klar und entschieden für eine demokratische Kultur, die Minderheiten schützt und Nächstenliebe lebt.“

Der Bischof im Sprengel Mecklenburg und Pommern, Tilman Jeremias, äußerte den Wunsch, dass aus der aktuellen Situation ein Dialog erwächst: „Ich wünsche mir, dass aus dieser schwierigen Konstellation neuer Mut entsteht, miteinander zu sprechen und Zukunft zu gestalten – für ein Mecklenburg-Vorpommern, das Halt gibt und Zuversicht stärkt.“

Auch die Vertreter anderer Glaubensrichtungen äußerten sich mit deutlichen Mahnungen. Der muslimische Vertreter Maher Fakhouri bezeichnete den Ausgang der Wahl als Dringlichkeit, „noch entschiedener für den Zusammenhalt, die Religionsfreiheit und den Schutz aller Minderheiten einzustehen“. Der Landesrabbiner der Jüdischen Gemeinden in Mecklenburg-Vorpommern, Yuriy Kadnykov, verwies auf das traditionelle Gebet für das Vaterland am Schabbat: „Segne die, denen das Volk Autorität gegeben hat, mit Weisheit und Verstand, damit sie Frieden und Freiheit im Inneren und Äußeren erhalten und verfestigen.“

Ursachenforschung und bundespolitische Einordnung

Die Tragweite des Wahlergebnisses geht weit über die Grenzen des Bundeslandes hinaus. In einem Interview bei Radio Horeb analysierten der Meinungsforscher Hermann Binkert (Insa-Consultere) und der Theologe und Sozialethiker Professor Peter Schallenberg von der Universität Paderborn die Entwicklung.

„Über 95 Prozent der Wähler in Mecklenburg-Vorpommern haben die CDU nicht gewählt.“

Hermann Binkert ordnete das Ausscheiden der Union aus dem Landtag klar ein: „Ja, auf jeden Fall historisch. Über 95 Prozent der Wähler in Mecklenburg-Vorpommern haben die CDU nicht gewählt, und das zeigt, welche Erosion die Partei da hinnehmen muss. Und eigentlich nach diesem Ergebnis, das eindeutig erneut eine große Zäsur ist, kann eigentlich ein Weiter so nicht angesagt sein.“ Die Polarisierung im Wahlkampf habe der regierenden SPD genützt, während die CDU zerrieben worden sei. Binkert führte aus, dass die AfD sich als politische Kraft rechts der Mitte fest etabliert habe. Zudem fehle der Union derzeit eine klare Ausrichtung: „Ich stelle im Moment eine große Wirklichkeitsverweigerung fest. Und bevor diese Wirklichkeitsverweigerung überwunden ist, wird es keinen Weg zur Besserung geben.“

„Was wir seit Jahren beobachten, ist, dass die Volksparteien keine Kraft mehr entwickeln.“

Professor Peter Schallenberg verwies auf den strukturellen Wandel der Wählerschaft, der traditionelle Bindungen zunehmend auflöst: „Das, was wir seit Jahren beobachten, ist, dass die Volksparteien keine Kraft mehr entwickeln, dass wir keine verseuchte Gesellschaft mehr haben, wie die Soziologen sagen, dass wir eine segmentierte Gesellschaft haben, dass die Menschen, selbst die Katholiken, könnte man fast sagen, nicht mehr geneigt sind, innerhalb ihres Milieus zu wählen. Dementsprechend finden wir das eben auch jetzt in Deutschland sehr stark. Volksparteien gibt es eigentlich in dem Sinne nicht mehr.“

„Ich würde Friedrich Merz empfehlen, umgehend eine Programmkommission einzuberufen, auch mit externen Leuten...“

Hinsichtlich der Zukunft der Christdemokratie sieht Schallenberg den Bedarf für eine grundlegende inhaltliche Neuausrichtung. Er empfahl die Einberufung einer Programmkommission, um das Fundament der Partei zu stärken: „Dazu ist es aber notwendig, eine programmatische Erneuerung durchzuführen. Ich würde Friedrich Merz empfehlen, umgehend eine Programmkommission einzuberufen, auch mit externen Leuten, um die drei Flügel konservativ, wirtschaftsliberal und christlich in der Union zu erneuern und das zu profilieren.“

Auf die Frage nach konkreten inhaltlichen Eckpunkten für eine solche Erneuerung nannte Schallenberg drei zentrale Säulen: „Das erste wäre vollkommen unverhandelbar und gehört zum innersten Tafelsilber einer christdemokratischen Partei: der unbedingte Lebensschutz am Anfang des Menschenlebens, bei der Diskussion um assistierten Suizid und bei der Diskussion um die Leihmutterschaft. Das zweite wäre die Reform in der Wirtschafts- und Sozialpolitik, also Investitionen ermöglichen, wirtschaftsliberale Politik betreiben im guten Sinne der sozialen Marktwirtschaft und den Staat verschlanken. Und das dritte wäre, das Problem der Migration anzugehen. Es muss eindeutig definiert werden, was unverhandelbar an Asylrecht im Fall von Schutz von Leib und Leben ist und was reguliert werden muss nach dem Maßstab von Kanada oder anderen westlichen Ländern an Wirtschaftsmigranten.“

Sowohl die Aufrufe der Religionsgemeinschaften als auch die Analysen der Fachleute verdeutlichen, dass die Wahlergebnisse in Schwerin als deutliches Signal für gesellschaftliche Veränderungen zu verstehen sind. Der Umgang mit gesellschaftlichen Spannungen und die inhaltliche Positionierung der politischen Kräfte bleiben in der kommenden Zeit zentrale Themen der Debatte. (radio horeb/kna/domradio 21)

 

 

 

 

Doppelwahl. Berlin rückt nach links, AfD legt weiter zu

 

Elif Eralp könnte nach dem Wahlerfolg der Linken an die Spitze der Hauptstadt rücken. Gleichzeitig wächst die AfD in Berlin deutlich und wird in Mecklenburg-Vorpommern mit rund 37 Prozent stärkste Kraft. Von Lena Klimpel und Torsten Holtz

Pleite für die CDU bei den Landtagswahlen in Mecklenburg-Vorpommern und Berlin: Im Nordosten ist die CDU auf ihr schlechtestes Ergebnis der Nachkriegsgeschichte in einem Land, im Bund und in Europa abgestürzt. In der Hauptstadt wird die Linke deutlich stärkste Kraft vor der CDU, wie aus den Hochrechnungen von ARD und ZDF hervorgeht. Die Linke könnte mit Spitzenkandidatin Elif Eralp erstmals die Regierende Bürgermeisterin stellen und der CDU den Posten abnehmen. Die Ergebnisse sind eine weitere Bürde für den angeschlagenen Kanzler und CDU-Chef Friedrich Merz.

In Mecklenburg-Vorpommern landet die AfD laut Hochrechnungen auf Platz eins mit 37,1 bis 37,8 Prozent (2021: 16,7) und ist damit zum dritten Mal nach Thüringen und Sachsen-Anhalt stärkste Kraft in einem Bundesland. Die SPD von Ministerpräsidentin Manuela Schwesig kommt auf 35,6 bis 36,3 Prozent (39,6). Die Linke fällt auf 6,2 bis 7,4 Prozent (9,9). Die CDU rutscht ab auf 5,1 bis 5,4 Prozent (13,3) und könnte an der Fünf-Prozent-Hürde scheitern. Auch die Grünen müssen mit 5,5 Prozent (6,3) um den Einzug ins Parlament bangen, ebenso das BSW mit 4,8 bis 5 Prozent. Die FDP fliegt mit 1 bis 1,1 Prozent (5,8) raus.

In Berlin sackt die CDU ab auf 20 Prozent (2023: 28,2). Ihr bisheriger Koalitionspartner SPD verliert ebenfalls und landet bei 12 Prozent (18,4) – ihr schlechtestes Ergebnis in dem Stadtstaat seit 1990. Sehr stark zulegen kann dagegen die Linke und kommt auf 24,8 bis 25,8 Prozent (12,2). Die Grünen sacken leicht ab auf 15 bis 15,4 Prozent (18,4). Die AfD verbessert sich auf 13,8 bis 15,7 Prozent (9,1). Das BSW könnte mit 5 Prozent die Sperrklausel überwinden.

Die Wahlbeteiligung liegt den Zahlen zufolge in Mecklenburg-Vorpommern bei 75,5 bis 79 Prozent (2021: 70,8), in Berlin bei 72 bis 75 Prozent (2023: 63). Im Nordosten waren etwa 1,3 Millionen Menschen wahlberechtigt, in der Hauptstadt rund 2,5 Millionen.

Spekulation über Zukunft des Kanzlers

Die Bundesregierung aus Union und SPD dürfte angesichts der Zahlen unter Druck bleiben. Das Wahldebakel der CDU in Sachsen-Anhalt vor zwei Wochen, begleitet von einem haushohen AfD-Sieg, hatte Merz zuletzt in die Enge getrieben. Tagelang wurde auch in der Union spekuliert, ob er sich als Kanzler halten kann.

Merz will trotz der schlechten Ergebnisse seiner Partei im Amt bleiben und den eingeschlagenen Reformkurs seiner schwarz-roten Regierung fortsetzen. „Ich möchte unser Land voranbringen“, sagte der CDU-Vorsitzende kurz nach 18.00 Uhr in Berlin. „Die Reformen müssen kommen.“

Der Koalitionspartner der Union im Bund, die SPD, muss nun in beiden Ländern Verluste einstecken. In Mecklenburg-Vorpommern liegt sie mit Regierungschefin Schwesig trotz Aufholjagd hinter der AfD, in Berlin büßen die Sozialdemokraten stark ein.

Kann Schwesig in Mecklenburg-Vorpommern weiterregieren?

In Mecklenburg-Vorpommern liegt die AfD zwar vorn, hat aber keine echte Machtoption. Die im Landtag vertretenen Parteien hatten eine Koalition mit der AfD vor der Wahl ausgeschlossen. Dennoch sagte AfD-Bundeschef Tino Chrupalla, seine Partei habe klar den Regierungsauftrag. Zudem forderte er Kanzler Merz zum Rücktritt auf.

Ministerpräsidentin Schwesig will nach eigenen Worten weiterregieren. „Wir haben von Anfang an daran geglaubt, dass es möglich ist, der in Ostdeutschland und in ganz Deutschland sehr erstarkten AfD etwas entgegenzusetzen“, sagte die SPD-Spitzenkandidatin.

Ob die bisherige Regierungskoalition aus SPD und Linke unter Schwesig weiter eine Mehrheit hat, ist aber noch unklar. Wenn die Grünen im Landtag bleiben, wäre ein rot-rot-grünes Dreierbündnis eine Alternative. Sollten die Grünen an der Fünf-Prozent-Hürde scheitern, könnte eine rot-rote Minderheitsregierung auf Stimmen aus der CDU angewiesen sein – wenn die Partei ins Parlament einzieht.

Eine Hürde ist, dass die CDU Koalitionen und ähnliche Formen der Zusammenarbeit mit der Linken wie mit der AfD per Bundesparteitagsbeschluss abgelehnt hat. Sowohl in Sachsen als auch in Thüringen nimmt die CDU dennoch für Mehrheiten im Landtag punktuell die Hilfe der Linken in Anspruch.

Der Wahlkampf war durch die hohen Umfragewerte für die AfD geprägt vom Duell zwischen der Rechtsaußenpartei und der SPD. Die AfD warb selbstbewusst für ihren Kandidaten Leif-Erik Holm als nächsten Ministerpräsidenten. Die SPD setzte ganz auf Regierungschefin Schwesig – nach dem AfD-Wahlsieg in Sachsen-Anhalt verstärkt als „Die Frau gegen Blau“.

So oder so neuer Bürgermeister oder Bürgermeisterin in Berlin

In Berlin dürfte keine Zweier-Koalition auf eine Mehrheit kommen, auch nicht das regierende Bündnis aus CDU und SPD. Als wahrscheinliche Option gilt nun eine Dreier-Koalition aus Linken, Grünen und SPD. Die AfD bleibt, anders als in Sachsen-Anhalt, bei der Regierungsbildung außen vor, weil die übrigen Parteien eine Zusammenarbeit mit der Rechtsaußen-Partei ablehnen.

Wenn die Linke mit ihrer Spitzenfrau Eralp am Ende vorn bleibt, könnte die Hauptstadt erstmals seit der Wiedervereinigung sozialistisch regiert werden – so wie auch Paris und New York. Die 45-jährige Eralp stand bis zum Wahlkampf als Vize-Fraktionschefin eher in der zweiten Reihe. Die zweifache Mutter und Tochter Türkeistämmiger Eltern warb damit, „Miet-Abzocke“ zu stoppen und Berlin „wieder bezahlbar“ zu machen. Die Juristin muss sich aber auch mit Vorwürfen auseinandersetzen, dass es in ihrer Partei inzwischen viele offen antisemitische Palästina-Aktivisten gibt.

Auf der Wahlparty der Linken sagte Eralp nach Veröffentlichung der ersten Zahlen: „In unserer Stadt hat die Liebe und die Gerechtigkeit über den Hass gewonnen, und dieses Signal geht raus in die Welt.“

Die CDU hatte im Juli Amtsinhaber Kai Wegner (CDU) als Spitzenkandidaten aus dem Rennen genommen, weil dieser beim großen Stromausfall Anfang des Jahres falsche Angaben über sein Krisenmanagement gemacht hatte. Kurzfristig übernahm Finanzsenator Stefan Evers (46).

Die SPD hatte ihre frühere Regierungschefin Franziska Giffey ins Abseits gestellt und war mit dem zunächst wenig bekannten Steffen Krach ins Rennen gegangen. Er sieht sich aber nun mit Ermittlungen der Staatsanwaltschaft Hannover konfrontiert, die seine frühere Tätigkeit als Regionspräsident in Hannover betreffen. Es geht um den Anfangsverdacht der Vorteilsannahme, Krach weist alle Vorwürfe zurück. (dpa/mig 20)

 

 

 

 

Heiliger Stuhl: Mehr Mittel gegen Armut statt für Konflikte

 

Der Heilige Stuhl warnt vor einem wachsenden Ungleichgewicht zwischen Militärausgaben und Entwicklungshilfe. Vor dem UN-Handels- und Entwicklungsrat in Genf forderte die vatikanische Delegation, bei Handels- und Entwicklungspolitik die Bedürfnisse der Menschen stärker in den Mittelpunkt zu stellen.

Laut Redetext verwies die vatikanische Delegation an diesem Mittwoch auf die anhaltend hohe Armut, wachsende Schulden und Ernährungsunsicherheit. Besonders kritisch sieht der Heilige Stuhl die Entwicklung bei den internationalen Ausgaben. Während weltweit immer mehr Mittel für militärische Zwecke eingesetzt würden, sei die öffentliche Entwicklungshilfe für die am wenigsten entwickelten Länder 2025 um mehr als 25 Prozent auf 23,5 Milliarden US-Dollar zurückgegangen. Konflikte gehörten zugleich zu den wesentlichen Ursachen von Ernährungsunsicherheit. Die Delegation brachte das Missverhältnis mit deutlichen Worten auf den Punkt: Konflikte würden eher „gefüttert“, als dass Menschen ernährt würden. Darin zeige sich ein grundlegendes Ungleichgewicht politischer und moralischer Prioritäten.

Mehr als 550 Millionen Menschen betroffen

Die am wenigsten entwickelten Länder stellen weniger als ein Fünftel der Weltbevölkerung, zugleich lebt dort die Hälfte aller Menschen, die von multidimensionaler Armut betroffen sind: Das seien mehr als 550 Millionen Menschen. Auch die Verschuldung verschärfe die Situation: 2024 habe deren nominaler Wert 774 Milliarden US-Dollar erreicht. Hinter diesen Zahlen stünden Menschen, deren von Gott gegebene Würde allzu häufig missachtet werde, betonte die Delegation. Sie verwies dabei auch auf Papst Leo XIV., der davor warnt, wirtschaftliches Wachstum mit einer umfassenden menschlichen Entwicklung gleichzusetzen. Zwar sei der Wohlstand gestiegen, gleichzeitig hätten jedoch auch Ungleichheiten und neue Formen der Armut zugenommen.

Hunger und Entwicklung zusammendenken

Besondere Sorge äußerte der Heilige Stuhl über die Ernährungslage. Fast 70 Prozent aller weltweiten Ernährungskrisen der vergangenen 15 Jahre hätten die am wenigsten entwickelten Länder getroffen. Die UNO solle deshalb weiterhin dazu beitragen, die strukturellen Ursachen von Ernährungsunsicherheit zu bekämpfen. Handels- und Entwicklungspolitik müsse dabei den Menschen ins Zentrum stellen. Zugleich brauche es auch langfristige Unterstützung für Länder, die den Status eines am wenigsten entwickelten Landes verlassen. Der Heilige Stuhl sprach sich für ein spezielles UNO-Unterstützungsprogramm aus, das diese Staaten während des Übergangs und auch danach begleiten soll. Ein erfolgreicher Entwicklungsschritt müsse so gestaltet werden, dass die Länder auch für neue Herausforderungen besser gerüstet seien. (unctad 16)

 

 

 

 

KI macht Freizeit

 

Alle reden darüber, wie KI unsere Arbeit verändert. Dabei könnte ihr größter Gewinn dort liegen, wo wir kein Geld verdienen: in mehr freier Zeit. Von Diane Coyle

Die Diskussionen darüber, wie KI die Wirtschaft auf den Kopf stellen könnte, weisen eine Lücke auf: Sie lassen die wertvollen Tätigkeiten, die Menschen außerhalb ihrer bezahlten Arbeit verrichten, weitgehend außer Acht. Statistiker bezeichnen diese Tätigkeiten als „Haushaltsproduktion“, erheben jedoch kaum Daten darüber. In den USA wird alljährlich das American Time Use Survey (ATUS) durchgeführt, doch ist die Erhebung relativ klein angelegt. Und die meisten OECD-Länder erheben derartige Informationen noch seltener. Infolgedessen gibt es nur sehr wenige wirtschaftswissenschaftliche Untersuchungen und so gut wie keine politische Debatte darüber, wie die meisten von uns den Großteil ihrer Zeit verbringen.

Doch Investoren und politische Entscheidungsträger sollten sich für unbezahlte Tätigkeiten interessieren. Wenn gesellschaftliche oder technologische Veränderungen Tätigkeiten über die Produktionsgrenze verschieben – ob von bezahlter hin zu unbezahlter Arbeit oder umgekehrt –, muss sich auch unsere Interpretation wirtschaftlicher Signale ändern. In den 1970er und 1980er Jahren stiegen die offiziellen Zahlen zum BIP- und Produktivitätswachstum in Ländern wie dem Vereinigten Königreich und den USA auch deshalb, weil sich wandelnde gesellschaftliche Konventionen dazu führten, dass mehr verheiratete Frauen einen größeren Teil ihrer Zeit mit bezahlter Arbeit verbrachten.

Die digitale Technologie hat bereits zu erheblichen Verschiebungen geführt, hauptsächlich von bezahlter hin zu unbezahlter Arbeit.

Die digitale Technologie hat bereits zu erheblichen Verschiebungen über diese Produktionsgrenze hinweg geführt, hauptsächlich von bezahlter hin zu unbezahlter Arbeit. Die Menschen nutzen heute digitale Tools, um eine Vielzahl von Aufgaben zu erledigen – von Bankgeschäften bis zur Reiseplanung –, für die früher die Beratung durch Fachleute erforderlich war, ganz zu schweigen davon, dass sie ihre Einkäufe an der Supermarktkasse selbst scannen. Zugleich stellen viele Menschen selbstproduzierte Inhalte – Open-Source-Software, unterhaltsame Videos, Musikunterricht oder Heimwerker-Anleitungen – kostenlos online zur Verfügung.

All diese Beispiele stehen für die Ersetzung bezahlter Arbeit durch unbezahlte Arbeit. Und zum größten Teil haben sie den Verbrauchern einen erheblichen Nutzen gebracht. Da die KI verspricht, weitere Tätigkeiten über die Produktionsgrenze hinweg zu verschieben, stellt sich die Frage, wie sich sicherstellen lässt, dass auch dies für die privaten Haushalte von Nutzen sein wird.

Um diese Frage zu beantworten, müssen wir uns zunächst ein Bild davon machen, wo Menschen KI außerhalb der bezahlten Arbeit besonders nützlich finden. Das ATLAS-Projekt von Google (bei dem ich als Beraterin tätig war) liefert erste Einblicke. Es ordnete Millionen anonymisierter Gemini-Interaktionen den vom ATUS verwendeten Aufgabenkategorien zu und verglich das Volumen der KI-Interaktionen von US-Nutzern in den einzelnen Kategorien mit der tatsächlichen Zeit, die die Menschen für die jeweilige Kategorie aufwenden.

Hierbei waren Themen wie „Essen und Trinken“ sowie „Reisen“ in den KI-Interaktionen im Vergleich zur für diese Tätigkeiten tatsächlich aufgewandten Zeit deutlich unterrepräsentiert. Der Anteil der Interaktionen im Zusammenhang mit „Geselligkeit, Entspannung und Freizeit“ – der Kategorie, in der die KI-Nutzung insgesamt am höchsten ist – entsprach relativ genau dem Anteil der tatsächlich aufgewandten Zeit.

„Bildung“ war hingegen überrepräsentiert: Der Anteil der KI-Interaktionen lag hier etwa 5,8-mal höher als der Anteil der hierfür aufgewandten Zeit. Auch „Professionelle und persönliche Dienstleistungen“ sowie „Einkäufe“ waren überrepräsentiert. Doch nichts war vergleichbar mit der Überrepräsentation der Kategorie „Behördliche Dienstleistungen und Bürgerpflichten“, die in den KI-Interaktionen fast 20-mal so oft auftauchte wie in den offiziellen Zeitverwendungsdaten.

In ihrem neuen Buch The Time Tax weist Annie Lowrey darauf hin, dass die Menschen in den USA im Durchschnitt sechs Arbeitstage pro Jahr damit verbringen, sich mit der staatlichen Bürokratie auseinanderzusetzen und Aufgaben wie die Erneuerung von Lizenzen, die Abgabe von Steuererklärungen und die Beantragung von Sozialleistungen zu erledigen. Verwaltungsaufgaben im privaten Sektor, von Verhandlungen mit Versicherern bis hin zur Kündigung von Abonnements, erhöhen diese „Zeitsteuer“ noch.

Es gibt gute Gründe für die Annahme, dass die KI dazu beitragen kann, diese Belastung zu verringern. Gute digitale Behördendienste sorgen bereits jetzt für Effizienz und Komfort: Ich habe kürzlich beobachtet, wie ein Freund in nur wenigen Minuten online einen Reisepass beantragte. Die „Click to Cancel“-Regelung des New Yorker Bürgermeisters Zohran Mamdani zeigt, wie politische Maßnahmen auch die Belastung durch Verwaltungsaufgaben im privaten Sektor verringern können.

Viele Regierungen haben sich bisher eher auf Kosteneinsparungen für den Staat konzentriert als auf Zeitersparnisse für die Bürger.

Die Regierungen sollten versuchen, KI zu nutzen, um auf beiden Gebieten Fortschritte zu erzielen. Leider sind viele Regierungen zwar daran interessiert, KI einzusetzen, um öffentliche Verwaltungen effizienter zu gestalten, haben sich bisher jedoch eher auf Kosteneinsparungen für den Staat konzentriert als auf Zeitersparnisse für die Bürger.

Auch ohne staatliche Maßnahmen kann der Einsatz von KI-Tools den Menschen Zeit und Geld sparen. Ein Anwalt in Großbritannien wird einem Mandanten derzeit womöglich 12 000 Pfund Sterling (ca. 14 000 Euro) in Rechnung stellen, um die erforderliche gerichtliche Genehmigung einzuholen und den Nachlass eines verstorbenen Elternteils abzuwickeln, doch große Sprachmodelle (LLMs) sind zunehmend in der Lage, einen Großteil der hiermit verbundenen Formalitäten kostenlos zu erledigen. Weitere Beispiele für administrative Aufgaben im Haushalt, die per Chatbot erledigt oder sogar an KI-Agenten delegiert werden könnten, sind die Gestaltung von Innenräumen oder Gärten, die Recherche vor Kaufentscheidungen und das virtuelle Anstehen etwa für Konzertkarten. Die Liste ist lang.

So wie digitale Technologien zur Disintermediation und Re-Intermediation vieler Dienstleistungen geführt haben, werden generative KI-Modelle ein breites Spektrum an Dienstleistungen grundlegend verändern. Neue Law-Tech-Start-ups könnten sich eher im Wettbewerb mit kostenlosen Chatbots oder Agenten wiederfinden als mit teuren traditionellen Anwaltskanzleien. Ähnliche Dynamiken werden sich in Branchen wie Bildung, Gesundheit, Finanzen und Unterhaltung abzeichnen.

Das muss für menschliche Dienstleister nicht unbedingt eine schlechte Nachricht sein. Der Zugang zu kostenloser KI wird den Markt für diese Art von Dienstleistungen erweitern und gleichzeitig teure Varianten davon ersetzen. Auch bei komplementären Produkten wird es Wachstum geben: Wenn ich mein eigenes Esszimmer kostenlos neu gestalten kann, bin ich vielleicht eher geneigt, Tapeten, Vorhänge und neue Möbel zu kaufen.

Zugleich könnten die Produktivitätszuwächse bei unbezahlter Arbeit – die wirtschaftlich wertvoll ist, obwohl sie in den offiziellen Statistiken weitgehend unberücksichtigt bleibt – enorm sein. Jeder Ökonom, der zu prognostizieren versucht, wie die KI die Wirtschaft verändern wird, und jeder politische Entscheidungsträger, der den Verbraucherschutz für das KI-Zeitalter aktualisieren will, muss die Haushaltsseite der Produktionsgrenze berücksichtigen. PS/IPG 15

 

 

 

 

 

Ostdeutschland. Institut warnt: Ohne Einwanderung drohen massive Engpässe

 

Das IInstitut der deutschen Wirtschaft warnt vor spürbaren Folgen, falls Ostdeutschland keine Arbeitskräfte aus Drittstaaten gewinnt: Waren könnten liegen bleiben, Patienten unbehandelt und Restaurants geschlossen bleiben. Zugleich fordert das Institut mehr Weltoffenheit und weniger Diskriminierung. Von Michael Bosse

Wegen des demografischen Wandels gewinnt in Ostdeutschland die Zuwanderung zunehmend an Bedeutung, um Personallücken in der Wirtschaft und im Gesundheitsbereich zu schließen. Schon jetzt arbeiteten in den ostdeutschen Flächenländern knapp 160.000 ausländische Fachkräfte in sogenannten Engpassberufen, heißt es in einer am Freitag in Köln veröffentlichten Studie des arbeitgebernahen Instituts der deutschen Wirtschaft (IW). Dabei handele es sich um Berufe wie Ärzte, Pflegepersonal, Lkw-Fahrer oder Köche.

Für den ostdeutschen Arbeitsmarkt seien ausländische Fachkräfte „unverzichtbar“, erklärte das IW. Seit 2019 hätten mehr deutsche Staatsbürger den Arbeitsmarkt verlassen als nachfolgen. Ohne ausländische Fachkräfte sehe die Beschäftigungslage in vielen Bereichen deshalb „düster“ aus.

Ohne Zuwanderung stocken Logistik, Medizin und Gastronomie

So könnte etwa die ostdeutsche Logistik ins Stocken geraten: Fast jeder vierte Lkw-Fahrer – mehr als 21.000 Menschen – hat den Angaben zufolge keinen deutschen Pass. Knapp 10.000 arbeiten in der Lagerwirtschaft, rund 6.700 in der Kfz-Technik. Auch die medizinische Versorgung wäre gefährdet. Über 5.000 Ärzte und rund 4.500 Pflegekräfte in Ostdeutschland haben laut dem IW keinen deutschen Pass.

In der Fleischverarbeitung ist laut der Studie jeder zweite Beschäftigte Ausländer, das sind rund 4.700 Menschen. Unter den Köchen ist es mit rund 6.700 Personen gut jeder Fünfte. Im Gastronomieservice arbeiten fast 6.500 Ausländer. Das ist etwa jeder Vierte. Der tatsächliche Beitrag von Fachkräften mit ausländischen Wurzeln dürfte laut den Studienautoren sogar noch größer sein, denn eingebürgerte Staatsangehörige tauchen in der Statistik nicht als Ausländer auf. So wurden allein im vergangenen Jahr bundesweit 332.500 Menschen eingebürgert.

Zuwanderung von EU-Bürgern geht zurück

Die Zuwanderung aus der EU hat laut dem IW den demografischen Wandel am deutschen Arbeitsmarkt lange gedämpft. Diese Quelle versiege aber mittlerweile, warnte das Institut. Seit 2024 haben demnach mehr EU-Bürger Deutschland verlassen als zuziehen. Durch den Renteneintritt der Babyboomer dürfte sich der Personalmangel weiter zuspitzen. „Wenn es in Ostdeutschland nicht gelingt, Arbeitskräfte aus Drittstaaten zu gewinnen und zu halten, bleiben Waren liegen, Patienten unbehandelt und Restaurants geschlossen“, sagte IW-Experte Gero Kunath, Mitautor der Studie.

Staat und Gesellschaft müssten die Rahmenbedingungen dafür schaffen, dass ausländische Fachkräfte nach Ostdeutschland zum Arbeiten kommen und dort auch bleiben. Die Studienautoren verweisen dabei auf Spielräume insbesondere bei Bürokratieabbau, am Wohnungsmarkt sowie bei der Bekämpfung von Diskriminierung und einem offeneren politischem Klima.

Hinsichtlich Weltoffenheit und politischem Klima stünden insbesondere für Sachsen-Anhalt und Mecklenburg-Vorpommern mit den anstehenden Landtagswahlen im September „zentrale Weichenstellungen“ an, heißt es in der Studie. Sie dürften über die künftige Zuwanderung und die Nutzung „entsprechender Potenziale“ für den Arbeitsmarkt in Ostdeutschland mitentscheiden. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Bildungsmonitor 2026. Hessen liegt bei Integration vorn – Bayern auf Rang zehn

 

Gute Schulleistungen bedeuten nicht automatisch gleiche Chancen: Der Bildungsmonitor sieht Hessen im Handlungsfeld Integration auf Platz eins. Bayern, Baden-Württemberg und Hamburg schneiden deutlich schlechter ab. Bundesweit zeigt die Entwicklung seit Jahren nach unten.

Wie gut es den Bundesländern gelingt, soziale und migrationsbezogene Bildungsnachteile auszugleichen, unterscheidet sich deutlich. Im Vergleich liegt Hessen vorn, gefolgt von Brandenburg und Mecklenburg-Vorpommern. Auffällig ist, dass einige ansonsten bildungspolitisch starke Länder deutlich schlechter abschneiden: Bayern kommt im Handlungsfeld Integration lediglich auf Rang zehn, Baden-Württemberg auf Platz 13 und Hamburg auf Platz 14. Sachsen-Anhalt und Thüringen teilen sich den letzten Platz, Nordrhein-Westfalen liegt auf Rang sieben.

Das zeigt der neue Bildungsmonitor 2026, den das Institut der deutschen Wirtschaft (IW) im Auftrag der Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft (INSM) erstellt hat. Die Studie bewertet die Bildungssysteme der Länder in 13 Bereichen und nimmt dabei ausdrücklich eine bildungsökonomische Perspektive ein. Untersucht werden unter anderem Schulqualität, Bildungsarmut, Förderangebote und Bildungschancen.

Ranking misst mehr als Migration

Das Handlungsfeld „Integration“ ist allerdings kein reines Ranking für die schulische Integration von Kindern mit Einwanderungsgeschichte. Es untersucht vielmehr, wie stark Kompetenzen und Bildungsabschlüsse mit der Herkunft zusammenhängen. Dazu zählen sowohl der soziale Hintergrund – etwa Einkommen, Beruf und Bildungsstand der Eltern – als auch migrationsbezogene Faktoren.

Fünf Kennzahlen fließen in die Bewertung ein. Drei betreffen ausländische Schülerinnen und Schüler: ihren Anteil unter den Schulabgängern ohne Abschluss sowie ihre Studienberechtigtenquoten an allgemeinbildenden und beruflichen Schulen. Zwei weitere Indikatoren messen anhand von Mathematikleistungen der neunten Klassen, wie stark der Bildungserfolg insgesamt vom sozialen Hintergrund abhängt.

Dabei ist „ausländisch“ nicht mit „Einwanderungsgeschichte“ gleichzusetzen. Eingebürgerte Schülerinnen und Schüler werden bei diesen drei Kennzahlen nicht als ausländisch erfasst. Das Ranking bildet deshalb nur einen Teil migrationsbezogener Bildungsunterschiede ab.

Hessen mit niedrigstem Anteil ohne Schulabschluss

Hessens Spitzenposition beruht vor allem auf vergleichsweise guten Abschlussquoten. 12,6 Prozent der ausländischen Schulabgängerinnen und Schulabgänger verließen 2024 die Schule ohne Abschluss. Das war der niedrigste Wert aller Bundesländer. Im Bundesdurchschnitt lag die Quote bei 20 Prozent.

Auch bei höheren Bildungsabschlüssen schneidet Hessen gut ab. 9,6 Prozent der ausländischen Jugendlichen erwarben an berufsbildenden Schulen eine Studienberechtigung, bundesweit waren es 6,2 Prozent. An allgemeinbildenden Schulen lag Hessen mit 8,2 Prozent ebenfalls leicht über dem Durchschnitt. Zudem ist der Zusammenhang zwischen sozialer Herkunft und Bildungserfolg nach den ausgewerteten IQB-Daten geringer als in vielen anderen Ländern.

Auffällig ist zugleich die vergleichsweise gut ausgebaute Förderinfrastruktur in Hessen. Mehr als die Hälfte der Grundschulkinder wird ganztägig betreut, in der Sekundarstufe I sind es gut 80 Prozent. Auch bei Drei- bis Sechsjährigen liegt die Ganztagsquote über dem Bundesdurchschnitt. Einen direkten Ursache-Wirkungs-Zusammenhang zwischen diesen Angeboten und dem guten Abschneiden im Integrationsranking weist die Studie allerdings nicht nach.

Gute Schulleistungen bedeuten nicht automatisch gleiche Chancen

Der Ländervergleich offenbart damit einen bemerkenswerten Gegensatz. Sachsen und Bayern schneiden im Bildungsmonitor insgesamt am besten ab, Hamburg folgt in der Spitzengruppe. Hessen liegt in der Gesamtwertung dagegen nur auf Rang sieben. Beim Handlungsfeld Integration dreht sich das Bild teilweise um: Hessen belegt laut Gutachten Platz eins, Hamburg Platz 14. Bayern kommt nach den ausgewiesenen Punktwerten lediglich auf Rang zehn.

Damit können hohe durchschnittliche Schülerleistungen mit vergleichsweise großen Herkunftsunterschieden einhergehen. Oder umgekehrt: Ein Land kann insgesamt nur mittelmäßig abschneiden und gleichzeitig soziale und migrationsbezogene Nachteile vergleichsweise gut abfedern.

Die Autoren kommen grundsätzlich zu dem Befund, der Bildungserfolg sei in Deutschland „besonders eng mit dem sozioökonomischen Hintergrund eines Kindes verbunden“.

Sachsen-Anhalt und Thüringen am Ende

Besonders groß sind die Probleme in Sachsen-Anhalt. Dort verließen 41,7 Prozent der ausländischen Schulabgänger die Schule ohne Abschluss – mehr als doppelt so viele wie im Bundesdurchschnitt. Nur 3,6 Prozent der ausländischen Jugendlichen erwarben an allgemeinbildenden Schulen eine Studienberechtigung. Auch das ist der schlechteste Wert aller Länder. An beruflichen Schulen lag die Quote bei 4,2 Prozent.

In Thüringen verließen 35,7 Prozent der ausländischen Schülerinnen und Schüler die Schule ohne Abschluss. Das ist der zweitschlechteste Wert. Die Studienberechtigtenquoten lagen mit 6,6 Prozent an allgemeinbildenden und 2,9 Prozent an beruflichen Schulen ebenfalls deutlich unter dem Bundesdurchschnitt.

Die Autoren weisen bei beiden Ländern allerdings auf einen wichtigen Unterschied in der Zusammensetzung der Schülerschaft hin. Unter den ausländischen Schülerinnen und Schülern befänden sich vergleichsweise viele, die selbst erst im Jugendalter nach Deutschland gekommen seien. Sie konnten demnach nicht von frühkindlicher Förderung und einem vollständigen Bildungsverlauf in Deutschland profitieren.

Der Vergleich lässt sich deshalb nicht ohne Weiteres als Rangliste guter oder schlechter Landespolitik lesen.

Bundesweiter Rückschritt seit 2013

Unabhängig von den Länderunterschieden zeichnet der Bildungsmonitor für Deutschland insgesamt eine negative Entwicklung. Im Handlungsfeld Integration sank der Bewertungswert von 58,2 Punkten im Jahr 2013 auf 33,1 Punkte im Jahr 2026. Der Rückgang um 25,1 Punkte gehört neben Schulqualität und Bildungsarmut zu den größten Verschlechterungen im Bildungsmonitor.

Besonders sichtbar wird die Entwicklung bei ausländischen Jugendlichen ohne Schulabschluss. Ihr Anteil war zwischen 2000 und 2013 von gut 20 auf knapp elf Prozent gesunken. Danach kehrte sich der Trend um. 2019 lag die Quote bereits bei 17,6 Prozent, inzwischen wieder bei 20 Prozent.

„Insgesamt bleibt im Handlungsfeld Integration noch erhebliches Verbesserungspotenzial bestehen“, heißt es in dem Gutachten.

Unterschiede beginnen bereits vor der Schule

Die Ursachen liegen nach den ausgewerteten Studien nicht erst in der Schule. Kinder mit Einwanderungsgeschichte nehmen deutlich seltener frühkindliche Bildungsangebote in Anspruch.

2024 besuchten 44,5 Prozent der Kinder unter drei Jahren ohne Migrationshintergrund eine Kindertageseinrichtung. Bei Kindern mit Migrationshintergrund waren es lediglich 22,3 Prozent. Bei den Drei- bis Sechsjährigen betrugen die entsprechenden Quoten 99,3 und 76,8 Prozent. Zugleich weist das Gutachten darauf hin, dass zugewanderte Familien teilweise länger auf einen Betreuungsplatz warten müssen.

Gerade für Kinder, die zu Hause wenig Deutsch sprechen, können frühkindliche Angebote nach Einschätzung der Autoren eine wichtige Rolle beim Spracherwerb und beim späteren Bildungserfolg spielen.

Die Bedeutung dieses Punktes wächst. Nach den im Gutachten angeführten PISA-Daten stieg der Anteil der 15-Jährigen mit Migrationshintergrund zwischen 2012 und 2022 von 25,8 auf 38,7 Prozent. Der Anteil der Jugendlichen, die selbst zugewandert waren, erhöhte sich im gleichen Zeitraum von 3,7 auf 9,2 Prozent. Unter Vorschulkindern spricht inzwischen etwa jedes vierte zu Hause überwiegend eine andere Sprache als Deutsch.

Migration und soziale Benachteiligung überlagern sich

Die Studie warnt indirekt vor einfachen Erklärungen, wonach ein Migrationshintergrund für sich genommen schlechtere Bildungsergebnisse verursache. Sozialer Status und Einwanderungsgeschichte hängen häufig eng zusammen.

Nach den im Bildungsmonitor ausgewerteten Daten sind 54 Prozent der Kinder mit Einwanderungsgeschichte von mindestens einer sozialen Risikolage betroffen, etwa Armutsgefährdung, Bildungsferne oder Erwerbslosigkeit der Eltern. Damit sind sie rund viermal häufiger betroffen als Kinder ohne Einwanderungsgeschichte.

Auch der Zugang zum Gymnasium unterscheidet sich. Im Durchschnitt besuchen 35,9 Prozent der Kinder mit Migrationshintergrund ein Gymnasium, bei Kindern ohne Migrationshintergrund sind es 42,8 Prozent. Gleichzeitig verweist das Gutachten darauf, dass Familien mit Einwanderungsgeschichte häufig hohe Bildungsambitionen für ihre Kinder haben.

Deutlich größer als der Unterschied nach Migrationshintergrund fällt allerdings der Einfluss der sozialen Herkunft aus. Haben beide Elternteile kein Abitur, liegt die Wahrscheinlichkeit eines Gymnasialbesuchs laut der im Gutachten zitierten Untersuchung bei 25,3 Prozent. Haben beide Abitur, sind es 72,6 Prozent.

Sprache als wichtiger Faktor

Eine eigene Auswertung von PISA-Daten im Bildungsmonitor zeigt zudem einen deutlichen Zusammenhang zwischen der im Haushalt gesprochenen Sprache und den Leistungen. Wird zu Hause Deutsch gesprochen, fallen die Ergebnisse in Lesen und Mathematik auch unter Berücksichtigung verschiedener anderer Merkmale statistisch deutlich höher aus. Zugleich haben etwa der berufliche Status der Eltern und die Zahl der Bücher im Haushalt einen starken Einfluss.

Die Autoren verweisen auf frühere IW-Berechnungen, wonach weniger der Migrationshintergrund selbst als Deutschkenntnisse beziehungsweise die Verwendung des Deutschen im Elternhaus für den Bildungserfolg relevant seien. Daraus lässt sich allerdings nicht ableiten, dass Mehrsprachigkeit an sich ein Bildungsnachteil wäre. Die Daten zeigen einen Zusammenhang mit Deutschkenntnissen, nicht einen negativen Effekt anderer Familiensprachen.

Früh fördern statt dauerhaft trennen

Als zentrale Maßnahmen empfiehlt der Bildungsmonitor frühe Sprachdiagnostik und Sprachförderung, zusätzliche Ressourcen für Schulen in sozial belasteten Lagen, mehr Ganztagsangebote, multiprofessionelle Teams und Mentoringprogramme. Außerdem sollten Lernstände systematischer erhoben und Förderangebote stärker an den tatsächlichen Bedarfen ausgerichtet werden.

Für neu zugewanderte und geflüchtete Kinder sprechen sich die Autoren für einen möglichst frühen Übergang in Regelklassen aus. Vorbereitungsklassen könnten vorübergehend einen „sozialen Schutzraum“ bieten, sollten aber nicht zu einer langfristigen Trennung führen. Zusätzliche Sprach- und Unterstützungsangebote seien weiterhin notwendig.

Der Bildungsmonitor legt damit nahe, die Debatte über schulische Integration weniger auf Migration als solche zu verengen. Entscheidend ist vielmehr, unter welchen sozialen Bedingungen Kinder aufwachsen, wie früh sie Zugang zu Bildung und Sprachförderung erhalten und wie gut Schulen bestehende Nachteile ausgleichen können. (mig 15)

 

 

 

 

 

Tag der Demokratie: Menschenrechte sichtbar machen – Demokratie braucht

 

Haltung und Menschen, die sie verteidigenNürnberg. Nach der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt wird erneut deutlich: Demokratie ist kein Selbstläufer. Sie lebt von Menschen, die sich einmischen, widersprechen, informieren und Verantwortung übernehmen. Zum Internationalen Tag der Demokratie ruft der Veranstalterkreis des Deutschen Menschenrechts-Filmpreises (DMFP) deshalb dazu auf, demokratische Institutionen und die Zivilgesellschaft entschlossen zu stärken.

„Gerade jetzt dürfen wir nicht schweigen oder uns zurückziehen. Demokratie braucht eine kritische Öffentlichkeit, Medien, die informieren, einordnen und unterschiedliche Perspektiven sichtbar machen, Bildung, die kritisches Denken und demokratische Teilhabe fördert, und eine engagierte Zivilgesellschaft, sagt DMFP-Koordinator Steffen Kircher.

Der Deutsche Menschenrechts-Filmpreis versteht sich seit seiner Gründung als unabhängiger, zivilgesellschaftlich getragener Akteur an der Schnittstelle von Menschenrechten, Medien und gesellschaftspolitischer Bildung. Er zeichnet Filmschaffende aus, die Menschenrechtsverletzungen sichtbar machen, Menschenrechtsverteidiger*innen eine Stimme geben und gesellschaftliche Debatten anstoßen. Die ausgezeichneten Filme zeigen, wie unverzichtbar eine kritische Öffentlichkeit, mutige filmische Auseinandersetzung und engagierte Berichterstattung für den Schutz der Menschenrechte sind.

„Menschenrechte sichtbar machen – das ist unser Auftrag. Film bedeutet für uns, hinzuschauen, wo andere wegsehen, sichtbar zu machen, was sonst unsichtbar bleibt, und Menschen miteinander ins Gespräch zu bringen. Genau darin liegt seine Kraft“, so Kircher. Dass daraus konkrete Bildungsarbeit entsteht, zeigt der DMFP mit „DMFP on tour“ ebenso wie mit seinem Bildungsangebot. Ausgezeichnete Filme werden bei Screenings und Filmgesprächen eingesetzt; der Bildungspreis würdigt ausdrücklich Produktionen, die sich besonders für Bildungsarbeit eignen. Damit positioniert sich der DMFP seit vielen Jahren als Bildungspartner für Schulen und Jugendarbeit.

Wie wirkungsvoll diese Arbeit sein kann, zeigt beispielhaft „Zelle 5 – Eine Rekonstruktion“ von Mario Pfeifer, 2024 mit dem DMFP ausgezeichnet. Der Film rekonstruiert den Tod von Oury Jalloh und macht Fragen nach Aufklärung, strukturellem Rassismus und rechtsstaatlicher Verantwortung zum Gegenstand öffentlicher Auseinandersetzung. Das Thema Oury Jalloh taucht seit 2006 regelmäßig als Inhalte in verschiedenen Filmen auf. Diese öffentliche Darstellung des Themas hat u.a. dazu beigetragen, dass der Fall nicht vorzeitig zu den Akten gelegt wurde.

„Wir erleben, dass Einrichtungen und Strukturen der politischen und kulturellen Bildung, Medien und zivilgesellschaftliche Organisationen zunehmend unter Druck geraten und in ihrer Existenz oder Unabhängigkeit infrage gestellt werden. Gerade dann müssen wir zusammenstehen. Demokratische Kräfte dürfen nicht zulassen, dass die Räume verschwinden, in denen junge Menschen lernen, kritisch zu denken, Informationen einzuordnen und für ihre Überzeugungen einzustehen“, betont Kircher.

Der DMFP appelliert deshalb an alle Demokrat*innen, Institutionen, Medien, Bildungsträger und zivilgesellschaftlichen Organisationen, ihre Kräfte zu bündeln und gemeinsam Verantwortung für Demokratie übernehmen. Demokratie braucht nicht nur Wahlen. Sie braucht jeden Tag Menschen, die sie mit Leben füllen. „Geschichte lehrt uns: Freiheit und Menschenrechte bleiben nur dann stark, wenn Menschen für sie eintreten. Unser Beitrag ist klar: Wir geben denjenigen eine Bühne, die hinschauen, dokumentieren und widersprechen – und wir schaffen Räume, die Menschen ermutigen, selbst aktiv zu werden und sich für Menschenrechte und Demokratie einsetzen“, so Kircher.

Der Deutsche Menschenrechts-Filmpreis ist ein unabhängiger Medienwettbewerb und wird im Rhythmus von zwei Jahren vergeben. Der Preis und wird aktuell von 20 Organisationen der Zivilgesellschaft gestaltet, finanziert und durchgeführt. Zu den Trägern gehören Organisationen der Menschenrechts-, Bildungs-, Kultur- und Medienarbeit, konfessionell geprägte Organisationen, Gewerkschaften sowie Wohlfahrtsverbände und kommunale Einrichtungen. Sie sind geeint im Ziel der Achtung und Wahrung der Menschenrechte. Zudem unterstützen Verbände und Einzelpersonen den Filmwettbewerb. Die Geschäftsführung liegt beim Nürnberger Menschenrechtszentrum e.V. (NMRZ 11).

 

 

 

 

25 Jahre nach 9/11: USA erinnern an Opfer und Folgen

 

Die Erinnerung an 9/11 ist unvollständig, wenn sie bei Heldentum und Zusammenhalt endet. Auf die Anschläge folgten Kriege, Gewalt und Argwohn gegen Muslime – und ein Sicherheitsapparat, der heute auch Trumps Abschiebepolitik trägt. Von Konrad Ege

Am 11. September jähren sich die Terroranschläge von 2001 in den USA zum 25. Mal. 19 Terroristen des Netzwerks Al-Kaida entführten vier Passagierflugzeuge, steuerten zwei in das World Trade Center in New York und eines in das Pentagon bei Washington. Die vierte Maschine – United-Airlines-Flug 93 – stürzte in Pennsylvania ab. Ein Vierteljahrhundert danach vermisst man jedoch in den politisch gespaltenen USA den damals von vielen empfundenen gesellschaftlichen Zusammenhalt.

Feierlichkeiten sind wie an jedem Jahrestag geplant. In Manhattan – am früheren Standort der Zwillingstürme des Welthandelszentrums – werden im Beisein hochrangiger Regierungsvertreter die Namen der fast 3.000 Menschen verlesen, die ums Leben gekommen sind. US-Präsident Donald Trump wurde ursprünglich in New York erwartet, hat sich einem Bericht der „New York Times“ zufolge inzwischen jedoch entschieden, stattdessen an der Gedenkfeier im Pentagon teilzunehmen. Ein Grund sei der Umstand, dass beim Gedenken am Ground Zero Politiker keine Reden halten dürfen, Trump dort jedoch angeblich sprechen wollte. Die New Yorker Veranstalter betonen seit 25 Jahren den politisch neutralen Charakter des Gedenkens.

Im Pentagon, dem Hauptquartier des damaligen Verteidigungsministeriums, das heute offiziell Kriegsministerium heißt, kommen Angehörige und Militärs zu einer Gedenkveranstaltung zusammen. Auch nahe Shanksville im Bundesstaat Pennsylvania wird an die Opfer erinnert. Dort stürzte United Airlines Flug 93 ab – die vierte von Terroristen entführte Maschine. Passagiere und Besatzungsmitglieder hatten zuvor versucht, die Entführer zu überwältigen.

„Oh my God“

Rückblicke beginnen gerne mit dem Satz: Der 11. September 2001 war ein sonniger Herbsttag. Erste Fernsehberichte wenige Minuten vor neun Uhr Ortszeit waren unsicher: Ist es ein Großbrand? Bilder zeigten Rauchwolken. Es gebe unbestätigte Berichte von einem Flugzeug. Dann plötzlich eine erschrockene Ansage, „Oh my God, ein zweites Flugzeug ist in ein anderes Gebäude geflogen“.

Die Türme stürzten ein. Menschen flohen durch graue Staubwolken. Fassungslose Menschen schrien vor Entsetzen. Feuerwehrsirenen heulten. Medien und Politik waren sich schnell einig: Es sei ein „Angriff auf Amerika“. 25 Jahre später soll das Ereignis nicht in der Geschichte versinken. „Einhundert Millionen Amerikaner sind zu jung, um sich an diesen Tag zu erinnern, der unsere Stadt und unsere Nation für immer verändert hat“, fasst die 9/11-Gedächtnisstätte in New York zusammen. Eine neue Generation müsse aus dem Verlust lernen und sich an den „inspirierenden Geschichten“ von Tapferkeit, Mitgefühl und Zusammenhalt orientieren.

Fast 750 Menschen an 9/11-bedingten Erkrankungen gestorben

Mit inspirierend sind vornehmlich die Ersthelfer gemeint. Erinnerungen konzentrieren sich auf Feuerwehrleute, Sanitäter und Polizisten, die unter Lebensgefahr in die Gebäude gestürmt sind. New Yorks Feuerwehr veranstaltet deshalb eine besondere Gedenkfeier, um der 343 getöteten Feuerwehrleute und Sanitäter zu gedenken – sowie der mehr als 400 anderen Angehörigen der Behörde, die seither an 9/11-bedingten Erkrankungen gestorben sind.

Der Umgang mit dem Jahrestag hat zudem eine zusätzliche politische Komponente gewonnen. Es wird auch daran erinnert, dass vor fünf Jahren – im August 2021 – die letzten US-Streitkräfte aus Afghanistan abzogen, nach beinahe zwanzig Jahren Krieg gegen die Taliban. Der damalige republikanische Präsident George W. Bush hatte den Krieg nach den Terroranschlägen vom 11. September ausgerufen. Was anfangs viel Beifall bekam, verlor zunehmend Zustimmung. Trump hatte die Demokraten wegen des Abzugs scharf attackiert.

Tochter von totem Feuerwehrmann für gewaltfreie Konfliktlösung

Elizabeth Miller aus Port Jervis in New York war sechs Jahre alt, als ihr Vater Douglas Miller ums Leben kam. Er war einer der Feuerwehrmänner, die damals in das World Trade Center rannten, erzählte Miller dem Evangelischen Pressedienst (epd). In ihren Augen war er ein Held, doch auch ein liebender Vater, der gerne gesungen und für seine Familie Probealarme veranstaltet hat. Miller leitet heute den Verband „September 11th Families for Peaceful Tomorrows“, der sich für gewaltfreie Konfliktlösung einsetzt.

Sie habe Probleme damit, dass Politiker vorgäben, sie handelten im Namen der 9/11-Familien. Es stimme wohl, dass manche Familien sich repräsentiert fühlen, „doch sie haben uns nicht gefragt“. Sie hofft, dass man sich am Jahrestag nicht nur an die Tragödie erinnert, sondern auch an das, was danach passiert ist, vor allem an die Kriege mit den vielen Opfern. Mehr als 2.400 US-Soldaten starben im Afghanistan-Krieg.

Argwohn und Gewalt gegen Muslime nach Anschlägen

Die Zeit nach 9/11 war eine Zeit des Argwohns und der Gewalt gegen Muslime. Vorurteile sind geblieben. Heute ist der Muslim Zohran Mamdani Bürgermeister von New York City. Für Aufsehen sorgt aktuell eine angeblich von Zehntausenden unterzeichnete Petition, Mamdani solle nicht zu den Feierlichkeiten zum Jahrestag kommen. Es gebe „Besorgnis“, wird unscharf formuliert. Mamdani habe „Verbindungen“ zu Individuen, die „extremistische Ideologien“ nicht kritisch genug betrachteten, heißt es vorsichtig.

In der Folge der Anschläge verschärften die USA ihre Sicherheitsvorkehrungen massiv. Als Reaktion wurde das US-Heimatschutzministerium geschaffen, dessen Jahresbudget inzwischen bei mehr als 100 Milliarden US-Dollar liegt. Zu dem Ministerium gehört auch die Einwanderungsbehörde ICE. Sie soll unter Präsident Donald Trump mit teils rabiaten Einsätzen die von ihm angekündigte größte Abschiebekampagne in der Geschichte der USA umsetzen. (epd/mig 9)

 

 

 

 

 

Generaldebatte im Bundestag

 

Merz nennt AfD-„Remigration“ eine „ethnische Säuberung“

Nach dem Erdrutschsieg der AfD verschärft der Kanzler seine Abgrenzung. Besonders drastisch fällt seine Kritik an „Remigration“ aus: Merz setzt den Begriff mit „ethnischer Säuberung“ gleich und warnt vor den gesellschaftlichen Folgen.

Drei Tage nach dem haushohen Wahlsieg der AfD in Sachsen-Anhalt hat Bundeskanzler Friedrich Merz (CDU) die Partei im Bundestag scharf attackiert. Er warf der Partei in der Generaldebatte zum Haushalt unter anderem „Verachtung unserer demokratischen Institutionen“ und eine „permanente Herabsetzung der Repräsentanten unseres Staates“ vor. „Sie wollen unser Land destabilisieren“, sagte der CDU-Chef.

Zuvor hatte AfD-Chefin Alice Weidel als Auftaktrednerin erklärt, dass die schwarz-rote Koalition aus ihrer Sicht am Ende sei. „Die Wähler in Sachsen-Anhalt haben es Ihnen in der Sprache des demokratischen Souveräns mit aller Klarheit mitgeteilt: Schwarz-Rot ist vorbei“, sagte die Oppositionsführerin.

Merz bezeichnet „Remigration“ als „ethnische Säuberung“

Bundeskanzler Friedrich Merz hatte eindringlich vor der Migrationspolitik der AfD gewarnt und auf den Begriff „ethnische Säuberung“ zurückgegriffen. „Das Wort Remigration ist nichts anderes als ein Synonym für ethnische Säuberung nach Herkunft und Hautfarbe“, sagte der CDU-Chef im Bundestag.

Etwa im Handwerk arbeiteten auch Millionen Menschen mit Migrationshintergrund. Wenn das wahr würde, was die AfD propagiere, nämlich Remigration, wären die Folgen nach den Worten von Merz dramatisch. „Dann kann das Handwerk in Deutschland nicht mehr arbeiten, dann arbeitet kein einziges Pflegeheim mehr, dann arbeitet kein einziges Krankenhaus in Deutschland mehr, dann ist keine einzige Gaststätte mehr zu betreiben in Deutschland – das wäre das Ergebnis Ihrer Remigrationspolitik.“

„Das ist genau das, was unsere Gesellschaft so tief spaltet“, sagte Merz. Es gebe Probleme im Bereich Migration, die Regierung wolle auch mehr Abschiebungen. Doch sie unterscheide sorgfältig zwischen denen, die arbeiten und willkommen seien, und denen ohne dauerhaften Aufenthalt.

Was ethnische Säuberung bedeutet

Als „ethnische Säuberungen“ werden in der Regel Maßnahmen bezeichnet, mit denen ein kulturell homogenes Gebiet geschaffen werden soll. Minderheiten könnten als Sündenböcke angesehen, Ängste angefacht und Bedrohungsszenarien konstruiert werden. Um ethnische, nationale oder religiöse Gruppen zu vertreiben, reicht die Bandbreite dieser Maßnahmen von Demütigungen über Drohungen und wirtschaftlichen Druck bis zu Gewalt mit Deportationen und Völkermord.

„Ethnische Säuberung“ ist im Völkerrecht nicht als eigenständiges Verbrechen anerkannt. Manchen Kritikern gilt der Ausdruck als beschönigende Bezeichnung für schlimmste Menschenrechtsverletzungen und Kriegsgräuel. Er wurde 1992 zum „Unwort des Jahres“ gewählt.

Der Begriff „Remigration“ stammt ursprünglich aus der Migrationsforschung. Wenn Rechtsextremisten ihn verwenden, meinen sie in der Regel, dass eine große Zahl von Menschen ausländischer Herkunft das Land verlassen soll, auch unter Zwang. Die AfD betont in ihren Stellungnahmen, dass es ihr bei dem Begriff nicht um deutsche Staatsbürger gehe, sondern um eine „gesetzeskonforme Rückführung“ ausreisepflichtiger Ausländer. Es gibt aber immer wieder Stimmen aus den Reiehen der Partei, die weit mehr fordern.

Klöckner droht AfD-Abgeordneten mit Rausschmiss

Merz wurde seine ganze Rede über von Zwischenrufen der AfD unterbrochen. Bundestagspräsidentin Julia Klöckner rügte zweimal das Verhalten der Parlamentarier der Partei, die vom Verfassungsschutz in mehreren Bundesländern als rechtsextremistisch eingestuft wird. „Wir sind hier nicht auf dem Fußballplatz“, sagte die CDU-Politikerin – und drohte den Abgeordneten, sie aus dem Plenarsaal zu verweisen. „Wenn das hier nochmal passiert, so ein Verhalten, schmeiß‘ ich Sie raus.“

Es war das erste Aufeinandertreffen von Merz und Weidel nach dem Erdrutschsieg der AfD bei der Wahl in Sachsen-Anhalt. Sie konnte ihr Ergebnis von 2021 dabei mehr als verdoppeln und wurde mit 43,8 Prozent der Stimmen stärkste Partei. Mit Hilfe des BSW könnte sie nun eine Regierung bilden – ob das BSW dafür zu gewinnen wäre, ist aber noch nicht klar. Die CDU stürzte dagegen um fast 20 Prozentpunkte ab auf nunmehr 17,2 Prozent.

Merz bekräftigt Reformkurs

Dass die AfD in Sachsen-Anhalt nicht die absolute Mehrheit erreicht hat, wertete Merz als Scheitern. Die Partei habe damit ihr Wahlziel verfehlt, alleine regieren zu können. Er bezichtigte die AfD in Sachsen-Anhalt auch des „Wahlbetrugs“, weil sie nun nach Möglichkeiten sucht, mit Hilfe anderer an die Regierung zu kommen – obwohl sie das vorher ausgeschlossen habe. Für die bevorstehenden Wahlen prophezeite Merz der AfD: „Nirgendwo in Deutschland werden Sie mit dieser Politik Mehrheiten bekommen.“

Was die eigenen Konsequenzen aus der Wahl angeht, blieb Merz bei dem, was er schon in den vergangenen Tagen gesagt hatte. Er bekräftigte, an seinem Reformkurs festhalten zu wollen, auch wenn man sich „Details anschauen“ müsse. Merz wiederholte auch, dass es gerade für die jüngeren Generationen eine neue Erzählung geben müsse, welchen Sinn die Reformen machten. Merz hatte dafür bereits die Überschrift „Wohlstand für alle Generationen“ kreiert. Was das konkret heißen könnte, verriet der Kanzler aber noch nicht.

Weidel: CDU „pulverisiert“

Weidel hatte die Debatte zuvor als Chefin der größten Oppositionspartei mit scharfen, teils persönlichen Angriffen auf Merz begonnen. Er sei in Sachsen-Anhalt nicht nur abgestraft, die CDU sei „pulverisiert“ worden, sagte sie. Der Kanzler habe die Botschaft der Wähler in Sachsen-Anhalt nicht verstanden.

„Das ist auch nicht weiter relevant, weil Ihre Zeit ist ohnehin abgelaufen. Die Bürger wollen den Politikwechsel, und sie werden ihn bekommen“, sagte Weidel. Sie wiederholte das Ziel ihrer Partei, absehbar im Bund zu regieren.

Grüne fordern Prüfung eines AfD-Verbots

Auf das AfD-Beben in Sachsen-Anhalt gingen auch Vertreter anderer Fraktionen ein. Grünen-Fraktionschefin Katharina Dröge sprach sich dafür aus, ein Verbot der AfD zu prüfen. SPD-Fraktionschef Matthias Miersch rief die Demokraten im Bundestag angesichts des AfD-Siegs auf, stärker an einem Strang zu ziehen. „Wenn wir uns hier zerlegen, dann gibt es nur eine Gruppe, die sich freut“, sagte Miersch. (dpa/mig 9)

 

 

 

 

IW-Studie. Ohne Einwanderung droht Osten massiver Rückgang von Arbeitskräften

 

Eine Prognose des Instituts der deutschen Wirtschaft macht deutlich, wie abhängig Ostdeutschland von Einwanderung ist. Ohne sie schrumpft die erwerbsfähige Bevölkerung drastisch – und KI wird die fehlenden Menschen vor Ort kaum ersetzen.

Ohne Einwanderung droht den ostdeutschen Flächenländern laut einer Studie ein massiver Rückgang der Menschen im erwerbsfähigen Alter. Sollte die Migration ausbleiben, würde die Bevölkerung im erwerbsfähigen Alter zwischen 15 und 66 Jahren in Ostdeutschland bis 2045 um fast 22 Prozent auf etwa sechs Millionen sinken, erklärte das Institut der deutschen Wirtschaft (IW) in Köln am Freitag. Die demografische Krise in den ostdeutschen Flächenländern werde sich damit weiter zuspitzen, die Versorgung der Bevölkerung sei gefährdet.

Laut der IW-Bevölkerungsprognose wären die Bundesländer Mecklenburg-Vorpommern und Sachsen-Anhalt von dieser Entwicklung besonders betroffen. In Mecklenburg-Vorpommern würde der Anteil der Bevölkerung im erwerbsfähigen Alter ohne Migration bis 2045 um fast 25 Prozent zurückgehen. Ähnlich sieht es laut den Berechnungen für Sachsen-Anhalt aus: Ohne Einwanderung würde die Bevölkerung im erwerbsfähigen Alter bis 2045 um gut 24 Prozent sinken. Bundesweit liegt der prognostizierte Rückgang bei 17 Prozent.

Noch 7,7 Millionen Erwerbsfähige in Ostdeutschland

Laut der IW-Bevölkerungsprognose leben zurzeit in Ostdeutschland rund 7,7 Millionen Menschen im erwerbsfähigen Alter. Zwischen 1995 und 2025 hätten die dortigen Flächenländer bereits rund 2,3 Millionen erwerbsfähige Menschen verloren. Gemessen an der Gesamtbevölkerung sank ihr Anteil von knapp 71 auf unter 63 Prozent.

Fehlten einer Region massenhaft Arbeitskräfte, könne die Wirtschaft die Versorgung der Bevölkerung nicht mehr leisten, mahnten die Studienautoren. Besonders betroffen seien Dienstleistungen, die sich schwer automatisieren ließen. „Pflegekräfte, Friseure, Handwerker oder Ärzte müssen vor Ort sein und lassen sich nicht durch KI ersetzen“, sagte IW-Experte Wido Geis-Thöne.

Junge Leute könnten verstärkt wegziehen

Zudem könne durch diese Entwicklung die Attraktivität der ostdeutschen Bundesländer für jüngere Menschen weiter sinken. Das könnte zu einer Abwanderungsbewegung wie in den 1990er Jahren führen.

Es drohe „ein Teufelskreis aus weniger Arbeitskräften, weniger Wirtschaftskraft, geringerer Attraktivität für jüngere Menschen und noch mehr Wegzügen“, betonte Geis-Thöne. (epd/mig)

 

 

 

 

Lohnlücke. Migranten verdienen ein Viertel weniger

 

Rund 1.000 Euro verdienen vollzeitbeschäftigte Migranten pro Monat weniger. Die AfD meint, Einwanderer drückten auf die Löhne. Forschung und Bundesagentur verweisen darauf, dass Eingewanderte häufiger in schlechter bezahlten Branchen und Positionen arbeiten.

Der Verdienstabstand zwischen deutschen und ausländischen Vollzeitbeschäftigten lag Ende 2025 in Deutschland bei 23,6 Prozent. Das geht aus einer Antwort des Bundesarbeitsministeriums auf eine AfD-Anfrage im Bundestag hervor. Demnach lag das sogenannte Median-Entgelt deutscher Vollzeitbeschäftigter bei 4.396 und das ausländischer Vollzeitbeschäftigter bei 3.358 Euro. Es handelt sich hierbei um das Monatsbrutto.

Der Abstand liegt in etwa auf dem Niveau der vergangenen Jahre seit 2020 (23,1 – 25,5 Prozent). Das Median-Entgelt ist der Verdienst, bei dem genauso viele Vollzeitbeschäftigte darüber liegen wie darunter. Gegenüber einem einfachen Durchschnitt hat die Berechnung des Medians den Vorteil, dass etwa extrem hohe Spitzenverdienste den Wert nicht nach oben verzerren können.

Viele Ausländer arbeiten für Niedriglohn

Insgesamt arbeiteten 2025 30,6 Prozent der ausländischen Vollzeitbeschäftigten für einen Niedriglohn, bei den deutschen Beschäftigten waren es 12,3 Prozent. Der AfD-Sozialpolitiker und Bundestagsabgeordnete René Springer nahm die Zahlen zum Anlass für Kritik an der aus AfD-Sicht zu laxen Einwanderungspolitik der Bundesregierung. Diese drücke massiv auf die Löhne.

Die Zahlen selbst können einen lohndämpfenden Effekt der Zuwanderung allerdings weder belegen noch ausschließen, weil sie nicht zeigen, wie sich die Löhne ohne Zuwanderung entwickelt hätten. Sowohl für Deutsche als auch für Ausländer stiegen die Median-Entgelte. Die Bundesagentur für Arbeit (BA) und die Bundesregierung weisen bei dem Thema darauf hin, dass der Verdienst in hohem Maße von Bildung, Qualifikation und Berufserfahrung abhänge.

Institut: Eingewanderte seltener in hochbezahlten Positionen

Lohnunterschiede zwischen Eingewanderten und Einheimischen lassen sich einer separaten Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung zufolge zum großen Teil darauf zurückzuführen, „dass Eingewanderte seltener in hochbezahlten Branchen oder Positionen beschäftigt sind“.

Wie stark die Qualifikation allgemein mit dem Verdienst zusammenhängt, zeigen weitere Zahlen der BA: So erzielten Menschen ohne Berufsabschluss 2025 ein Median-Entgelt von 3.133 Euro, bei Vollzeitbeschäftigten mit anerkanntem Berufsabschluss lag es bei 4.069 Euro. Für Akademikerinnen und Akademiker wurde ein Wert von 6.146 Euro ausgewiesen. (dpa/mig)

 

 

 

 

 

Aus dem Wahlergebnis in Sachsen-Anhalt die richtigen Lehren ziehen

 

agah fordert klare Haltung gegen Rechtsextremismus

Der Landesausländerbeirat Hessen (agah) ist bestürzt über das Ergebnis der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt. Nach dem vorläufigen Ergebnis ist die AfD mit 43,8 Prozent mit großem Abstand stärkste Kraft geworden. Die agah sieht darin ein Warnsignal für die gesamte demokratische Mitte und fordert auch in Hessen entschlossenes Handeln.

„Aus diesem Wahlergebnis müssen wir die richtigen Lehren ziehen. Es ist ein Warnsignal für die gesamte demokratische Mitte und damit auch für Hessen. Bestürzung allein reicht nicht. Wer diesen Trend aufhalten will, muss sich dem Rechtspopulismus entschieden entgegenstellen und unmissverständlich für die gleiche Würde und die gleichen Rechte aller Menschen einstehen“, erklärt Enis Gülegen, Vorsitzender der agah.

Für Menschen mit Einwanderungsgeschichte berührt das Erstarken der extremen Rechten unmittelbar die Frage, ob sie sich in ihrer Heimat weiterhin sicher und zugehörig fühlen können. Die demokratischen Parteien müssen deshalb deutlich machen, dass der Schutz vor Rassismus und Ausgrenzung unabhängig von Wahlergebnissen gilt. Eine Regierungsübernahme der AfD darf durch demokratische Parteien weder ermöglicht noch gestützt werden.

„Wer der AfD hinterherläuft und ihre Positionen übernimmt, verschiebt die politische Debatte nach rechts und stärkt damit die AfD. Die demokratischen Parteien müssen sich einer Politik des Hasses mit einer eigenen, klaren Haltung entgegenstellen. Wer hier lebt, arbeitet, Kinder großzieht und Verantwortung übernimmt, muss darauf vertrauen können, dass die demokratische Mitte dieses Land auch als seine Heimat verteidigt“, so Gülegen.

Für Hessen heißt das aus Sicht der agah, gesellschaftlichen Zusammenhalt und demokratische Teilhabe vor Ort dauerhaft zu stärken. Ausländerbeiräte, Beratungsstellen und zivilgesellschaftliche Initiativen brauchen verlässliche Unterstützung. Sie schaffen Möglichkeiten zur Mitgestaltung, helfen Betroffenen von Diskriminierung und bringen Menschen miteinander ins Gespräch.

„Die demokratischen Parteien müssen auf dieses Wahlergebnis mit einer Politik antworten, die dem Rechtspopulismus entschieden entgegentritt. Sie dürfen sich weder die Themen noch die Sprache von der AfD vorgeben lassen. Daran müssen sie sich auch in Hessen messen lassen“, betont Gülegen. Agah 7

 

 

 

 

Weniger Geflüchtete in Deutschland: Zahl sinkt um rund 20.000

 

In Deutschland lebten zur Jahresmitte rund 3,5 Millionen Geflüchtete - etwa 20.000 weniger als zu Jahresbeginn. Als Gründe nennt die Bundesregierung Abschiebungen, Ausreisen und Einbürgerungen. Die Bundesregierung hält weiter an Verschärfungen fest. Die Linke fordert schnellere Integration. - Von Karsten Frerichs und Jürgen Prause

Die Zahl der in Deutschland lebenden Flüchtlinge ist in der ersten Jahreshälfte um rund 20.000 auf etwa 3,5 Millionen Menschen gesunken. Gründe seien Abschiebungen, Ausreisen und Einbürgerungen, heißt es in der Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Kleine Anfrage der Linken im Bundestag. Zuerst hatte die „Neue Osnabrücker Zeitung“ darüber berichtet.

Der kontinuierliche Rückgang neuer Schutzsuchender aus der Ukraine halte an, heißt es der Linksfraktion zufolge in der Antwort des Ministeriums. So hätten im Juni nur noch 3.919 Ukrainer Schutz in Deutschland beantragt. Angesichts von 31.662 registrierten Ausreisen von Ukrainern im ersten Halbjahr sei die Zahl der in Deutschland lebenden Ukraine-Flüchtlinge per Saldo nur um 20.857 gestiegen.

Demgegenüber habe es im gesamten Jahr 2025 einen Saldo-Anstieg von 88.000 Flüchtlingen aus der Ukraine gegeben. Derzeit lebten insgesamt rund 1,35 Millionen Ukraine-Flüchtlinge in Deutschland.

Linken-Politikerin: Integration statt Abschiebungen

Die flüchtlingspolitische Sprecherin der Linken, Clara Bünger, forderte ein Umdenken der Bundesregierung bei der finanziellen Unterstützung der Menschen, die bislang Sozialleistungen erhalten. „Es kommen nur noch wenige Menschen aus der Ukraine in Deutschland an. Umso schlimmer ist es, dass die Bundesregierung an ihren schäbigen Plänen zum Verweis neu eingereister Ukraine-Geflüchteter auf das Asylbewerberleistungsgesetz festhält“, erklärte Bünger.

Von den insgesamt hierzulande lebenden Flüchtlingen haben laut Bundesregierung etwa 438.000 (12,5 Prozent) einen unsicheren oder ungeklärten Status, alle übrigen haben ein Aufenthaltsrecht. Die Linken-Politikerin Bünger sagte, statt über weitere Gesetzesverschärfungen und Abschiebungen zu debattieren, sollte alles darangesetzt werden, die nach Deutschland geflohenen Menschen schnellstmöglich in Arbeit zu bringen und in die Gesellschaft zu integrieren.

Bünger kritisierte zudem die Migrationspolitik der EU. Immer weniger Schutzsuchende schafften es, die „hochgerüsteten und vorverlagerten Grenzen der EU“ zu überwinden. „Zehntausende sind im Mittelmeer ertrunken, eine beschämende Bilanz“, erklärte die Abgeordnete. (dpa/mi 7g)

 

 

 

 

 

Pisa-Absturz. Deutschlands Schüler scheitern an sozialer Trennlinie

 

Deutschlands Schüler erreichen bei Pisa historische Tiefstwerte. Ursächlich sind soziale Ungleichheit und ein Schulsystem, das Unterschiede kaum auffängt - und daran scheitert, Vielfalt in Bildungserfolg zu verwandeln.

In der neuen Bildungsstudie Pisa schneiden Schülerinnen und Schüler in Deutschland so schlecht ab wie nie zuvor. In Lesen, Mathematik und Naturwissenschaften wurden bei den hier getesteten 15-Jährigen „die niedrigsten Kompetenzwerte seit Beginn der Pisa-Erhebungen erzielt“, heißt es in der neuen Ausgabe der internationalen Vergleichsstudie. Die Ergebnisse liegen somit auch niedriger als bei der ersten Pisa-Studie im Jahr 2000.

Damals hatten die schwachen Werte in Deutschland eine intensive Debatte und Bildungsreformen ausgelöst – der sogenannte Pisa-Schock. „Ich möchte nicht bewerten, ob wir jetzt vom nächsten Pisa-Schock sprechen müssten“, sagte Studienleiter Samuel Greiff von der Technischen Universität München der Deutschen Presse-Agentur. „Aber ich kann sagen, dass wir bei Pisa 2025 historisch niedrige Kompetenzstände sehen.“

Als Gründe gelten eine veränderte Schülerschaft und schwierige Lernvoraussetzungen. Als wichtigste Rezepte zur Besserung nennt Greiff frühkindliche Bildung und eine datengestützte Entwicklung des Unterrichts.

Immer mehr ohne Basiskompetenzen

2025 fehlten einem Viertel der rund 6.700 in Deutschland getesteten Jugendlichen Basiskompetenzen in Naturwissenschaften. In Lesen und Mathematik galt das laut Pisa sogar für ein Drittel der Schülerinnen und Schüler. Zugleich sank laut Studie der Anteil der Jugendlichen mit besonders hohen Kompetenzen und liegt in allen drei Gebieten nun bei weniger als zehn Prozent. „Wir haben eine immer größer werdende Gruppe von Jugendlichen, die mit sehr grundlegenden Anforderungen große Probleme haben“, sagte Greiff.

Insgesamt erreichten die in Deutschland getesteten Schüler in Naturwissenschaften im Durchschnitt 486 Punkte, im Lesen 465 Punkte und in Mathematik 464 Punkte. 2022 waren es 492 in Naturwissenschaften, 480 im Lesen und 475 in Mathematik.

Deutschland ist Durchschnitt

Selbst mit den gesunkenen Punktzahlen liegt Deutschland etwa beim Durchschnitt aller teilnehmenden Länder der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD), die in der Pisa-Studie traditionell verglichen werden. Auch in anderen OECD-Staaten zeige sich ein Negativtrend, allerdings falle der in Deutschland besonders deutlich aus, erklären die Studienmacher.

In 14 OECD-Staaten waren die Ergebnisse in der Studie klar besser als in Deutschland, darunter Estland, Kanada, die Schweiz und Österreich. Länder wie die Niederlande oder Frankreich lagen mit Deutschland etwa gleich auf. „Wir sind zwar nicht dramatisch abgehängt“, sagte Greiff. „Aber wir werden unserem eigenen Anspruch als Bildungsnation nicht gerecht. Wir spielen nicht mit unter den Top-Staaten.“ Weltweit durchliefen 760.000 Jugendliche in 91 Staaten die Vergleichstests, darunter auch Nicht-OECD-Staaten.

Elternhaus gibt den Ausschlag

Pisa 2025 bestätigt die Erkenntnis, dass in Deutschland der schulische Erfolg stärker als in anderen Ländern vom Elternhaus abhängt. Seit 2015 nimmt diese Kluft sogar wieder zu. „Der Zusammenhang zwischen dem sozioökonomischen Status und dem Bildungserfolg ist in Deutschland etwa dreimal so stark wie in Kanada“, sagte Greiff. „In Deutschland sind nur zwei von 100 sozial benachteiligten Schülern leistungsstark. Unter sozial Privilegierten sind es 25 von 100.“

Auf die Frage nach den Gründen für den Abwärtstrend beim Bildungserfolg nannte Greiff mehrere Faktoren. „Nach Pisa 2000 haben wir uns deutlich verbessert, das hat unglaubliche Reformkräfte freigesetzt“, sagte der Psychologe und Bildungsforscher. „Aber seit 10 Jahren beobachten wir einen Knick. Es war offenbar der Eindruck, dass wir jetzt ganz gut dastehen und dass die große Aufholjagd geschafft ist. Und dann wurde das Thema Bildung nicht mehr ganz so wichtig genommen.“

Kommt das Schulsystem mit?

Zugleich sei die Schülerschaft in den vergangenen Jahren unterschiedlicher geworden, fügte Greiff hinzu. Grund sei nicht nur Zuwanderung. Es gebe stärkere soziale Unterschiede und immer mehr psychosoziale Problemlagen. „Die Trennlinie läuft nicht zwischen Jugendlichen mit und ohne Zuwanderungshintergrund, sondern zwischen Jugendlichen aus sozial privilegierten und sozial benachteiligten Familien“, sagte der Experte.

 „Die Frage ist, wie gut das Bildungssystem auf Unterschiede eingestellt ist“, fügte er hinzu. „Viele Staaten schaffen es, unterschiedliche Voraussetzungen in eine Stärke der Vielfalt umzuwandeln.“ In Deutschland klappe das nicht überall. Als Problemlagen nannte Greiff frühkindliche Bildung, Lehrkräftemangel und Digitalisierung.

Bundesbildungsministerin Karin Prien (CDU) analysiert die Lage ähnlich. „Unser Bildungssystem in Deutschland steht vor enormen Herausforderungen“, sagte sie der Deutschen Presse-Agentur. „Es nützt aber nichts, darüber zu lamentieren. Das ist die Realität, und darauf muss sich das Schulsystem insgesamt besser einstellen.“ Wichtige Weichen seien bereits gestellt für eine bessere frühkindliche Bildung, einen besseren Übergang zwischen Kita und Schule und die Stärkung sogenannter basaler Kompetenzen: „Lesen, Schreiben, Rechnen“.

Integrationsbeauftragte fordert Pflichtjahr vor der Schule

Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Natalie Pawlik, forderte ein verpflichtendes letztes Kita- oder Vorschuljahr. Die SPD-Politikerin sprach sich auch für verpflichtende Sprachstandserhebungen aus. Sie könnten helfen, individuellen Förderbedarf früh zu erkennen.

„Pisa zeigt erneut: In Deutschland entscheiden soziale Herkunft und familiäre Lebensbedingungen stärker als in anderen Ländern über den Bildungs- und Lebensweg eines Kindes“, sagte Pawlik. Besonders betroffen seien Kinder mit Einwanderungsgeschichte in sozial schwächeren Quartieren. Die SPD-Politikerin forderte „eine gemeinsame Kraftanstrengung von Bund und Ländern“. Integration müsse früh mit guten Kitas und Sprachförderung beginnen. Geflüchtete Kinder sollten auch während eines Asylverfahrens Kita oder Schule besuchen können. (dpa/mig 9)