Webgiornale 21 giugno – 22 agosto 2021

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Inhaltsverzeichnis

1.     82,4 milioni di persone in fuga nel mondo. 1

2.     Bilaterale a Ginevra. Biden-Putin: una stretta di mano per suggellare relazioni mai così complicate. 1

3.     Giornata Mondiale del Rifugiato. L’Unhcr per i rifugiati 1

4.     Giornata mondiale Rifugiati. Caritas Italiana: “Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule”. 1

5.     Il summit in Cornovaglia. Al G7 Biden detta la linea della sfida occidentale alla Cina. 1

6.     Green Pass, Draghi firma decreto: valido dal 1° luglio in tutta l'Ue. 1

7.     Donare vaccini anti-covid ai paesi più poveri: l’appello dell’Unicef ai paesi G7. 1

8.     L'ammaina-bandiera a Herat 1

9.     Aspettando i programmi. La carta conservatrice sorride alla Cdu e alla corsa di Laschet 1

10.  Armando Varricchio nuovo ambasciatore d’Italia a Berlino. 1

11.  Cgie: “La politica si assuma la responsabilità di garantire la piena partecipazione alle elezioni per i Com.It.Es”. 1

12.  Verso il summit con Biden. L’Italia giochi a tutto campo nella partita sul futuro della Nato. 1

13.  Il Ministro Di Maio e il Ministro tedesco Maas al Forum di dialogo studentesco italo-tedesco sul Futuro dell’Europa. 1

14.  Hannover: 3° Convegno sulla salute. 1

15.  Le Acli-Baviera alla videoconferenza della FAI 1

16.  Riunita in videoconferenza la Presidenza delle Acli Germania. 1

17.  I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo. 1

18.  Idrogeno, cloud e microelettronica, ma il piano tedesco dimentica le donne. 1

19.  Punti di vista. 1

20.  L’Europarlamento ha approvato con ampia maggioranza il certificato vaccinale europeo. 1

21.  Rinnovo Comites, videoconferenza del Consiglio Generale sulle modalità di voto e sulla data delle elezioni 1

22.  Elezioni Comites. Cgie: la politica garantisca la piena partecipazione. 1

23.  Il voto altrove. 1

24.  Mascherine all'aperto, fino a quando? Ecco cosa dicono gli esperti 1

25.  Elezioni Comites: come e quando? Il dibattito al Cgie. 1

26.  Riflessione. 1

27.  Elezioni Comites: il Cgie chiede il rinvio, Fassino e Petrocelli d’accordo. 1

28.  Esami scolastici all’estero, Michele Schiavone: “Dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero un caloroso in bocca al lupo”. 1

29.  La terza via. 1

30.  Card. Tagle: "I migranti non sono numeri, ma persone con nomi, storie e sogni". 1

31.  Covid, studio italiano: mutazioni genetiche legate a sintomi gravi 1

32.  Il nostro fronte. 1

33.  Riduzione IMU. 1

34.  “Radici”: prorogata al 30 giugno la scadenza partecipare al Premio Internazionale per i pugliesi all’estero. 1

35.  Crisi d’identità. 1

36.  Giovanni Maria De Vita della Dgit del Maeci sulle attività, il ruolo e il rinnovo dei Comites. 1

37.  Rete estera. Prevale lo status quo. 1

38.  La Farnesina promuove la musica italiana nel mondo. 1

39.  Firma Digitale per semplificare diritti di partecipazione degli italiani all’estero, a partire da elezioni Comites. 1

40.  

 

1.      Neuer Höchststand. Mehr als 82 Millionen Menschen auf der Flucht. 1

2.     Europäische Integration. Zaubertrank für die nächste Generation. 1

3.     Ja zum Asylrecht, aber Mehrheit für geschlossene Grenzen – Umfrage zum Weltflüchtlingstag. 1

4.     Mehrheit gegen mehr Aufnahmen von Flüchtlingen. 1

5.     Weltflüchtlingstag. DAAD: Qualifizierung von Flüchtlingen an den Hochschulen verstetigen. 1

6.     Bundestagsdebatte verdeutlicht Gräben zwischen Union und Grünen bei Migration. 1

7.     „Die Pandemie darf nicht zu einer Krise der Solidarität mit Schutzsuchenden werden“. 1

8.     Experten warnen. Klimawandel im Pazifik als Treiber von Migration. 1

9.     Vatikan: Ursachen von Migration gemeinsam bekämpfen. 1

10.  Sassoli fordert europäische Mission zur Seenotrettung im Mittelmeer 1

11.  Bericht. EU verfehlt eigenes Ziel bei Hilfe für ärmste Länder 1

12.  Keine Abschiebungen bei drohenden Menschenrechtsverletzungen. 1

13.  EU-Staaten beschließen wegen Virus-Varianten „Notbremse“ für Sommerreisen. 1

14.  Kultusministerkonferenz. Schulen sollen stärker gegen Antisemitismus vorgehen. 1

15.  Wirtschaft und Ökologie. Zahltag. 1

16.  Vereinte Nationen. Kinderarbeit breitet sich wieder aus. 1

17.  Kinderrechte nicht im Grundgesetz verankert 1

18.  Deutschland startet Dialog zu nachhaltigen Ernährungssystemen. 1

19.  Das Lieferkettengesetz kommt: ein Schritt in die richtige Richtung. 1

20.  OECD. Deutschland muss bei Armutsbekämpfung konsequenter werden. 1

21.  Misereor lobt Lieferkettengesetz als „Paradigmenwechsel“. 1

22.  Flüchtlingspolitik. Griechenland dringt auf Lösung im EU-Streit um Migration. 1

23.  World Vision fordert neue Nachhaltigkeitspolitik der G7. 1

24.  Studie. Rassistisch und rechtsextrem: Klare Abgrenzung von der AfD geboten. 1

25.  Türkischer Sonderweg. 1

26.  EU-Kommission fordert nach Pandemie „aktive Politik“ gegen Arbeitslosigkeit. 1

27.  Corona-Folgen. Integrationsstaatsministerin fordert mehr Förderung für Einwandererkinder. 1

28.  Italiens Zentralbank fordert Überarbeitung der EU-Schuldenregeln. 1

29.  Pflegeberatung hilft dabei, sich auf veränderte Corona-Lage einzustellenBerlin –. 1

30.  Bund fördert Initiative Kulturelle Integration weiterhin. "Kultur muss als Arbeitgeberin zu Diversität beitragen". 1

31.  Verfassungsschutzbericht. Bedrohung durch Extremismus hat durch Pandemie zugenommen. 1

32.  Große Klima-Erhebung von More in Common: „Ausbleibendes Handeln gegen. 1

33.  Oberlandesgericht Hamm. Holocaustleugnung ist keine Meinungsfreiheit. 1

34.  Frankfurt/M. VERSO SUD – Festival des italienischen Films: 26.6. bis 12.7. im Kino des DFF. 1

35.  Imam-Ausbildung. Islamkolleg Deutschland in Osnabrück feierlich eröffnet 1

36.  Kölner Museum Ludwig zeigt Fotogeschichten zur Migration. 1

82,4 milioni di persone in fuga nel mondo

 

Ginevra - Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni. Si tratta di un aumento del quattro per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019. Questo il drammatico dato che emerge dall'ultimo rapporto annuale “Global Trends” dell'Unhcr pubblicato il 18 giugno a Ginevra.

Secondo il rapporto, alla fine del 2020 c'erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato Unhcr, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all'estero. 48 milioni di persone erano sfollati all'interno dei loro paesi. Altri 4,1 milioni erano richiedenti asilo.

Numeri che, secondo l’agenzia Onu, confermano che nonostante la pandemia e l’appello per un cessate il fuoco globale, i conflitti hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case. Per questo, l’Unhcr esorta i leader mondiali a intensificare gli sforzi per promuovere la pace, la stabilità e la cooperazione, così da fermare e iniziare a invertire la tendenza che vede crescere il numero di persone costrette alla fuga da violenza e persecuzione da quasi dieci anni.

"Dietro ogni numero c'è una persona costretta a lasciare la propria casa e una storia di fuga, di espropriazione e sofferenza. Meritano la nostra attenzione e il nostro sostegno non solo con gli aiuti umanitari, ma con soluzioni alla loro situazione", ha sottolineato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi.

“La Convenzione sui Rifugiati del 1951 e il Global Compact sui Rifugiati – ha ricordato Grandi – forniscono il quadro giuridico e gli strumenti per rispondere ai movimenti forzati di popolazioni, ma abbiamo bisogno di una volontà politica assai più decisa per affrontare, in primo luogo, i conflitti e le persecuzioni che costringono le persone a fuggire".

Le ragazze ed i ragazzi sotto i 18 anni rappresentano il 42% di tutte le persone costrette alla fuga.

Sono particolarmente vulnerabili, specialmente quando le crisi continuano per anni. Nuove stime dell'UNHCR mostrano che quasi un milione di bambini sono nati rifugiati tra il 2018 e il 2020. Molti di loro potrebbero rimanere rifugiati ancora per molti anni.

"La tragedia di così tanti bambini che nascono in esilio dovrebbe essere una ragione sufficiente per adoperarsi molto di più per prevenire e porre fine ai conflitti e alla violenza", ha aggiunto Grandi.

Il rapporto rileva anche come al picco della pandemia nel 2020, oltre 160 paesi avevano chiuso le loro frontiere, con 99 Stati che non facevano eccezioni per le persone in cerca di protezione. Eppure, con misure adeguate - come screening medici alle frontiere, certificazione sanitaria o quarantena temporanea all'arrivo, procedure di registrazione semplificate e colloqui a distanza - sempre più paesi hanno trovato il modo di garantire l'accesso all'asilo cercando, allo stesso tempo, di arginare la diffusione della pandemia.

Mentre la gente continuava a fuggire varcando i confini, altri milioni di persone sono state costrette alla fuga all'interno dei loro stessi paesi. Alimentato soprattutto dalle crisi in Etiopia, Sudan, paesi del Sahel, Mozambico, Yemen, Afghanistan e Colombia, il numero di sfollati interni è aumentato di oltre 2,3 milioni.

Nel corso del 2020, circa 3,2 milioni di sfollati interni e solo 251.000 rifugiati sono tornati alle loro case - un calo rispettivamente del 40 e del 21 per cento rispetto al 2019. Altri 33.800 rifugiati sono stati naturalizzati dai loro paesi d'asilo.

Il reinsediamento dei rifugiati ha registrato un crollo drastico - l'anno scorso sono stati reinsediati solo 34.400 rifugiati, il livello più basso in 20 anni - una conseguenza del numero ridotto di posti messi a disposizione dagli stati per il reinsediamento e della pandemia.

"Per trovare soluzioni adeguate – ha concluso Grandi – occorre che i leader globali e le persone influenti mettano da parte le loro differenze, pongano fine a un approccio egoistico alla politica e si concentrino piuttosto sulla prevenzione e sulla risoluzione dei conflitti e sul rispetto dei diritti umani".

GLOBAL TRENDS 2020 – I DATI CHIAVE

82,4 milioni di persone costrette alla fuga a livello globale (79,5 milioni nel 2019) - aumento del 4 per cento

26,4 milioni di rifugiati (26,0 milioni nel 2019) tra cui:

20,7 milioni di rifugiati sotto il mandato dell'UNHCR (20,4 milioni nel 2019)

5,7 milioni di rifugiati palestinesi sotto il mandato dell'UNRWA (5,6 milioni nel 2019)

48,0 milioni di sfollati interni (45,7 milioni nel 2019)

4,1 milioni di richiedenti asilo (4,1 milioni nel 2019)

3,9 milioni di venezuelani fuggiti all'estero (3,6 milioni nel 2019)

- Il 2020 è il nono anno di aumento ininterrotto dei movimenti forzati nel mondo. Oggi, l'uno per cento della popolazione mondiale è in fuga e ci sono il doppio delle persone costrette ad abbandonare le proprie case rispetto al 2011, quando il totale era poco meno di 40 milioni.

- Più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all'estero provengono da soli cinque paesi: Siria (6,7 milioni), Venezuela (4,0 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni) e Myanmar (1,1 milioni).

- La stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo - quasi nove rifugiati su dieci (86%) - sono ospitati da paesi vicini alle aree di crisi e da paesi a basso e medio reddito. I paesi meno sviluppati hanno dato asilo al 27% del totale.

- Per il settimo anno consecutivo, la Turchia ha ospitato il numero più alto di rifugiati a livello mondiale (3,7 milioni di rifugiati), seguita da Colombia (1,7 milioni, compresi i venezuelani fuggiti all'estero), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,4 milioni) e Germania (1,2 milioni).

- Le domande di asilo in attesa a livello globale sono rimaste ai livelli del 2019 (4,1 milioni), ma gli Stati e l'UNHCR hanno registrato collettivamente circa 1,3 milioni di domande di asilo individuali, un milione in meno rispetto al 2019 (43% in meno). Uncr 18

 

 

 

 

 

Bilaterale a Ginevra. Biden-Putin: una stretta di mano per suggellare relazioni mai così complicate

 

“Un dialogo senza distensione”: la definizione del politologo Dmitry Trenin di Carnegie Moscow è molto azzeccata per descrivere l’obiettivo che si poneva il Cremlino per il vertice tra Vladimir Putin e Joe Biden a Ginevra, il 16 giugno. Nessuno a Mosca sperava più in un “big deal”, dopo la delusione di Donald Trump; e i tentativi di “reset” tra Barack Obama e Dmitry Medvedev sono ormai un imbarazzante ricordo per entrambe le parti.

Nel 2021, nell’ottavo anno del suo isolamento post-Crimea, Putin non sbaglia a definire lo stato delle relazioni russo-americane “al livello più basso della storia”, e infatti i due unici risultati più o meno reali del rapidissimo vertice – il rientro dei rispettivi ambasciatori nelle loro sedi, e una dichiarazione che riconosce la responsabilità comune delle due potenze nucleari per la stabilità strategica – sono il minimo indispensabile, oltre il quale si potrebbe parlare di una guerra nemmeno tanto più fredda.

Le linee rosse

Anche il “meglio guardarsi in faccia” di Biden è stato una constatazione di attese molto limitate: i summit in cui i leader russo e americano facevano a gara ad affascinare l’interlocutore, mostrargli la propria amicizia e sfoggiare la sintonia reciproca appartengono a un passato che sembra ormai quasi impossibile. Già la scelta del territorio neutrale di Ginevra, sede di innumerevoli round di negoziati sovietico-americani dai tempi di Brezhnev a quelli di Gorbaciov, indicava chiaramente che non si trattava di un incontro tra partner o colleghi: era un appuntamento tra nemici, e all’ordine del giorno più che una agenda di cose da fare insieme c’era una lista di “red line” da non oltrepassare.

Il problema è che, tra nemici, non ci sono molti terreni in comune, e la rapidità con la quale il summit si è concluso – meno di tre ore di colloqui, tra faccia a faccia e tavolo allargato alle delegazioni – l’ha dimostrato. Russia e Usa non hanno interessi economici comuni, gli scambi culturali sono praticamente congelati, nei conflitti internazionali si trovano spesso sulle linee del fronte opposte, e Mosca non ha da offrire influenze particolari (anche se Putin si è portato dietro il suo emissario speciale in Siria Alexander Lavrentiev, e quello in Ucraina Dmitry Kozak, forse nella speranza di aprire dei sotto-negoziati regionali).

Un dialogo tra nemici è possibile, ma presuppone compromessi, e pragmatismo nell’ammettere i propri limiti: come ha fatto notare con un certo sarcasmo Biden, “se hai migliaia di chilometri di confine con la Cina, e un’economia debole, non ti metti a fare una guerra fredda”. Forse è stato questo atteggiamento a spingere Putin ad accorciare i tempi dei colloqui, per buttarsi tra le braccia della stampa internazionale in una performance insolitamente lunga, quasi interamente dedicata a ribadire i punti fissi della propaganda russa, e ad accusare gli Stati Uniti di “aver dichiarato per legge la Russia come nemico”.

Propaganda russa

Washington è stata accusata di aver sponsorizzato l’opposizione russa, di “uccidere gente per le strade” nelle città americane e nei raid in Iraq e in Afghanistan, di aver sponsorizzato il “colpo di Stato sanguinario” in Ucraina e di lanciare cyber-attacchi contro la Russia. Parte di queste esternazioni erano il classico “whataboutism” della propaganda ancora sovietica, per ribattere senza rispondere in merito alle critiche sui diritti umani e repressione delle libertà. Altri erano più originali, come il paragone tra il movimento Black Lives Matters e l’opposizione di Alexey Navalny, che nella visione di Putin sono entrambi animati da estremisti criminali: il primo ha “lanciato pogrom per i quali compatiamo il popolo americano” e il secondo “insegnava pubblicamente a fare le Molotov”.

Affermazioni che hanno fatto interrogare molti commentatori sulle fonti di informazioni utilizzate dal presidente russo. Che su Navalny – ostinandosi a non chiamarlo per nome, ma “quel signore” – si è mostrato particolarmente infastidito, accusandolo “essere andato all’estero per cure mediche”, e quindi di essere tornato in Russia pur sapendo quello che lo attendeva: “Ha scelto consapevolmente di venire arrestato, ha ottenuto quello che voleva”. Nessuna menzione dell’avvelenamento, ed è colpa dell’oppositore aver voluto tornare in patria: se è vero, come sostengono alcune fonti moscovite, che Biden e Putin avessero parlato di scambiarlo con detenuti russi negli Usa, la reazione del presidente russo non promette bene per l’esito della trattativa.

Patti chiari, inimicizia lunga

A tratti si era creata l’impressione che per Putin fosse stata più importante la scena mediatica offerta dal summit del summit stesso. D’altra parte, il margine di manovra russo è molto più ridotto di quello americano, e non soltanto per la debolezza economica e geopolitica ribadita gentilmente da Biden: se tutta la propaganda, e tutta la diplomazia, per anni, vengono incentrate sull’antiamericanismo, un “dialogo senza distensione” diventa problematico. L’intransigenza rende impossibile un compromesso, e considerare un vertice soltanto come un’occasione per ribadire di avere ragione non è una tattica promettente. Le “red line” del Cremlino – innanzitutto l’Ucraina nella Nato, come promesso da Biden pochi giorni prima – sono state affrontate solo “di sfuggita”, perché “non c’è nulla da discutere”.

Le “red line” americane sono state enunciate ad alta voce, come la promessa del padrone della Casa Bianca che la morte in carcere di Navalny avrebbe “conseguenze devastanti” per la Russia. I patti sono stati chiari, e l’inimicizia promette di essere lunga. AffInt 18

 

 

 

 

Giornata Mondiale del Rifugiato. L’Unhcr per i rifugiati

 

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dalle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo che, costretti a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era la loro vita per cercare salvezza in un altro paese.

Per la Giornata Mondiale del Rifugiato 2021 l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha lanciato la campagna Insieme possiamo fare la differenza – Together we can do anything per chiedere la piena inclusione dei rifugiati in ogni ambito della società, dal lavoro allo studio allo sport.

“I rifugiati sono studenti e insegnanti, sono atleti, sono cuochi, sono medici e infermieri. Portano con sé nella fuga un bagaglio di competenze che possono arricchire le comunità ospitanti, diventando risorse preziose per la società e per il bene comune - ha dichiarato Chiara Cardoletti, Rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino -. Il dramma della fuga rappresenta spesso per i rifugiati il motore di una forte spinta a ricominciare. Noi siamo al loro fianco ogni giorno e chiediamo anche alle comunità e ai governi di sostenerli in questo sforzo.”

Il lavoro e la formazione restituiscono dignità e autostima ai rifugiati e permettono loro di diventare indipendenti e di contribuire all'economia delle loro comunità ospitanti. Lo studio aiuta i rifugiati a costruire un futuro migliore. Attraverso l'accesso a un'istruzione di qualità, possono perseguire le loro aspirazioni, contribuire alle loro comunità e aiutare a ricostruire i loro paesi. Lo sport promuove il benessere fisico e mentale dei rifugiati e favorisce il legame con le comunità di accoglienza.

Con la campagna Insieme possiamo fare la differenza – Together we can do anything, UNHCR vuole evidenziare il potere dell’inclusione dei rifugiati in tutti questi ambiti attraverso un programma di eventi ed iniziative, con il sostegno di partner istituzionali, della società civile e del settore privato, dei testimonial dell’UNHCR, e con la partecipazione attiva dei rifugiati.

Lo spot. Il messaggio di inclusione è veicolato anche da uno spot audiovisivo realizzato dall’UNHCR per la campagna con la partecipazione dell’attrice e testimonial UNHCR Greta Scarano. Lo spot è andato in onda sulle principali emittenti radiotelevisive nazionali e locali e circuiti pubblicitari outdoor.

La sensibilizzazione Rai. Dal 18 al 20 giugno la campagna Insieme possiamo fare la differenza – Together we can do anything è stato lanciato durante le trasmissioni in onda sui canali televisivi e radiofoniche della Rai durante tre giorni di sensibilizzazione sostenuti da Rai per il Sociale, che vedranno anche interviste con rappresentanti dell’UNHCR, servizi e storie di rifugiati.

Il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha realizzato un video messaggio sull’importanza di insegnare il tema dei rifugiati, con riferimento anche al Protocollo d’intesa fra il Ministero e UNHCR per promuovere nella scuola i temi dell’accoglienza, dell’inclusione e della solidarietà internazionale.

L'UNHCR e Twitter hanno commissionato all'artista afgano-canadese Hangama Amiri di creare l'emoji per la Giornata Mondiale del Rifugiato 2021. È la prima volta che l'emoji è stato disegnato da un rifugiato. Il disegno presenta un cuore blu a coppa tra due mani per simboleggiare protezione e solidarietà,  attivata su ogni tweet in italiano che utilizza gli hashtag #GiornataMondialedelRifugiato e #WithRefugees fino al 23 giugno. dip

 

 

 

 

Giornata mondiale Rifugiati. Caritas Italiana: “Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule”

 

Un dossier con dati e testimonianze per ripercorrere la storia del conflitto israelo-palestinese raccontato dalla prospettiva dei rifugiati palestinesi. Si intitola “Una vita da rifugiati. Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule": a pubblicarlo oggi, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato (20 giugno) è Caritas Italiana che a riguardo nei giorni scorsi ha promosso anche un webinar, dal titolo “Terra Santa, il dramma dei rifugiati palestinesi”. Una parte del dossier è dedicata alla crisi umanitaria in corso e agli interventi nella Striscia di Gaza – di Daniele Rocchi

 

Un dossier con dati e testimonianze per ripercorrere la storia del conflitto israelo-palestinese raccontato dalla prospettiva dei rifugiati palestinesi. Si intitola “Una vita da rifugiati. Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule”: a pubblicarlo oggi, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato (20 giugno) è Caritas Italiana (Ufficio Medio Oriente e Nord Africa, Mona).

Nel 2021, si legge nel dossier, “la questione dell’esilio palestinese è giunta alla terza se non alla quarta generazione.

I rifugiati palestinesi, insieme ai siriani, costituiscono oggi il più grande gruppo di rifugiati a livello mondiale” e una soluzione “duratura e giusta” che ponga fine all’esilio è ancora lontana dal materializzarsi. La mancanza di risoluzione della questione arabo-palestino-israeliana ha reso l’esilio palestinese il più longevo nella storia moderna.

I rifugiati palestinesi sono tantissimi. Milioni. Le stime parlano di circa 5,6 milioni di persone distribuite tra Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, Giordania, Siria e Libano. Fra i rifugiati si contano almeno 1,5 milioni di uomini, donne e bambini che vivono nei 58 campi profughi registrati nella regione mediorientale. La loro speranza, tramandata “di generazione in generazione dai padri ai figli, dai nonni ai nipoti” è quella di fare ritorno, un giorno, alle loro case anche se queste sono state demolite o risultano essere sotto il controllo israeliano.

Ma chi sono i “profughi” palestinesi? Si considerano “rifugiati palestinesi le persone di origine araba (compresi i loro discendenti) che furono dislocate dal territorio, un tempo corrispondente alla Palestina all’epoca del Mandato britannico, nel processo che portò alla creazione dello Stato di Israele (1947-1949) e nelle tensioni successive (guerra arabo-israeliana del 1967)”.

Tre categorie. I profughi palestinesi si dividono in tre categorie principali, la più grande delle quali “è composta da coloro che furono costretti a fuggire dalle proprie case durante la guerra del 1948 e dai loro discendenti. A questa prima categoria appartengono poco più di 5,6 milioni di palestinesi che hanno trovato riparo a Gaza (1,46 milioni), West Bank (859mila), Giordania (2,3 milioni), Siria (562mila), Libano (476mila) riconosciuti come rifugiati dall’Unrwa, l’Agenzia Onu “per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente” fondata nel 1949. L’Unrwa, per mandato, si può occupare solo dei rifugiati (e dei loro discendenti) del 1948, ma non degli sfollati della guerra del 1967, la cosiddetta Guerra dei sei giorni, che invece rientrano sotto la protezione dell’Unhcr, come previsto dalla Convenzione del 1951. La guerra arabo-israeliana del 1967, infatti, non solo diede inizio all’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che continua fino ai nostri giorni, ma causò inoltre altri flussi di rifugiati (che si stimano tra i 350mila e i 400mila) dalle restanti parti della Palestina che erano sotto il controllo egiziano (Striscia di Gaza) e giordano (Cisgiordania). Gli “sfollati” durante la guerra del 1967 e i loro discendenti (1,24 milioni) formano la seconda maggiore categoria (quindi non riconosciuti ufficialmente come rifugiati), mentre la terza è composta da “un numero imprecisato” di palestinesi che non sono riconducibili alle due precedenti, ma che sono stati sfollati al di fuori dell’area della Palestina così come definita durante il mandato britannico.

Gli sfollati “interni” palestinesi. Ci sono, poi, due categorie principali di “sfollati interni” palestinesi, quelli che non hanno raggiunto un Paese estero. La prima categoria (415.876 persone) è composta da palestinesi (e loro discendenti) che sono stati sfollati interni dal 1948 e sono rimasti all’interno degli allora confini palestinesi. La seconda (344.599 persone) è composta da palestinesi sfollati interni nei territori occupati in seguito alla guerra del 1967. L’Unhcr, viene spiegato nel Dossier Caritas, considera anche 115.649 palestinesi nelle sue statistiche. Questo numero include 100.693 rifugiati, 13.439 richiedenti asilo e 1.459 persone classificate come “varie”. Questo gruppo comprende un misto di palestinesi sfollati nel 1948, 1967 e anche rifugiati sfollati al di fuori di questi due grandi eventi di spostamento. Questi palestinesi rientrano nel mandato dell’Unhcr, poiché sono ammissibili ai sensi della Convenzione sui rifugiati del 1951 e non rientrano nell’area geografica di operatività dell’Unrwa; per esempio, 70mila sono palestinesi in Egitto, 8mila sono palestinesi in Iraq e 6.500 in Libia.

Condizioni di vita. Il quadro di insieme delineato dal Dossier Caritas mostra una situazione drammatica con i rifugiati palestinesi “vittime delle guerre in Terra Santa, vittime delle politiche israeliane, vittime delle lacune del diritto internazionale e ancora vittime delle nazioni in cui sono accolti come ospiti indesiderati. Nazioni che sono a loro volta vittime di guerre, crisi e povertà che ne scuotono l’equilibrio sociale. E purtroppo la redenzione del popolo palestinese, sofferente da oltre 70 anni, sembra ancora molto lontana all’orizzonte”. Lo testimoniano le condizioni di vita nei campi profughi segnate da povertà e insicurezza alimentare, da una formazione scolastica precaria, da assistenza sanitaria che non copre il fabbisogno, da disoccupazione. Se si considera che la popolazione rifugiata palestinese è giovane – circa il 25,5% di tutti i rifugiati registrati ha infatti meno di 15 anni – si comprende la drammaticità del problema.

Ostacolo principale. L’ostacolo principale, rimarca il Dossier Caritas, rimane l’assoluta mancanza di volontà politica di risolvere la situazione all’origine della questione dei rifugiati palestinesi nel rispetto di quanto stabilito dal diritto internazionale. “La situazione – si legge nel Dossier – si è aggravata durante gli anni del processo di pace in Medio Oriente (1991-2000) e, in particolare, con gli Accordi di Oslo (1993-95). Da allora la soluzione della questione dei rifugiati, pur continuando a essere riconosciuta come una responsabilità internazionale e, in modo particolare, delle Nazioni Unite sin dalla fine degli anni Quaranta, ha iniziato a essere trattata come una questione che deve essere risolta nell’ambito dei negoziati tra israeliani e palestinesi. L’asimmetria di potere tra le due parti, insieme alle irrisolte ambizioni territoriali di Israele sul territorio che dovrebbe diventare lo Stato della Palestina, rende impossibile qualsiasi soluzione concernente la questione dei rifugiati”.

Le proposte. Nel dossier la Caritas Italiana, lancia 5 proposte dirette alla comunità internazionale e al governo italiano per una soluzione del problema dei rifugiati palestinesi: “rispetto del diritto internazionale; l’Italia e gli altri Stati Ue riconoscano ufficialmente lo Stato di Palestina; stop alla vendita di armi, anche dall’Italia; finanziare la pace; non solo odio. Cambiare l’approccio comunicativo”.

“In Palestina – rimarca il Dossier – serve un’azione diplomatica di pace e di rispetto del diritto internazionale che non è più rimandabile. I palestinesi sono ancora oggi la più ampia comunità di apolidi al mondo: persone senza uno Stato sovrano ufficialmente riconosciuto che tuteli i propri diritti e sia caricato dei doveri necessari, di fronte ai propri cittadini e alla comunità internazionale”. Per Caritas Italiana “è ora più che mai necessario che altri Paesi, tra cui l’Italia in primis, si uniscano alla Svezia e alla Città del Vaticano nel riconoscere lo Stato di Palestina, come base per la soluzione del futuro dei rifugiati palestinesi”.

“Un valido deterrente all’alimentazione dei conflitti, e quindi alla ‘creazione’ dei rifugiati, riguarda l’abolizione della vendita di armi, e nello specifico a israeliani e palestinesi, parti in conflitto fra loro”, per questo Caritas chiede “la sospensione immediata di tutte le forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso”. Stop alle armi e finanziare la pace per garantire il ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro terre, è la proposta Caritas, un processo corale che deve coinvolgere tutta la comunità internazionale. Processo che deve rifuggire anche dalla narrazione di odio che riguarda i rifugiati palestinesi e i due popoli in conflitto da oltre 70 anni. Nonostante tutto, conclude Caritas Italiana, “la speranza di coesistenza pacifica sembra non essere ancora perduta. Ma ha bisogno di essere sostenuta, diffusa e ascoltata. Ha bisogno di fiorire nelle persone, nelle comunità e di sbocciare così, nei rispettivi governi di Israele e Palestina”. Sir 19

 

 

 

 

Il summit in Cornovaglia. Al G7 Biden detta la linea della sfida occidentale alla Cina

 

Dalle scogliere suggestive della Cornovaglia, dove si è svolto il vertice del G7, arrivano due notizie. La prima è che il multilateralismo è davvero tornato, che l’Occidente sembra di nuovo unito e pronto alle sfide di inizio millennio e che Stati Uniti ed Europa sono tornati ad abbracciarsi. La seconda è che tutto questo è stato sostanzialmente fatto alle condizioni di Joe Biden, che ha spinto gli alleati ad assumere posizioni molto dure verso la Cina; posizioni che qualche europeo, come la Germania, avrebbe volentieri evitato.

A Carbis Bay il nuovo inquilino della Casa Bianca ha seppellito i quattro anni di Donald Trump, rovesciando totalmente quasi tutte le posizioni americane in politica estera. Questo non può che far piacere agli europei. L’Unione europea torna al centro degli interessi americani, la Nato è nuovamente un’alleanza politica e militare prioritaria per Washington, il clima diventa la questione numero uno da affrontare da qui ai prossimi anni, nella lotta al Covid ci sono nuovi progetti comuni, le politiche espansive per la crescita economica sono condivise da tutti. L’era del trumpismo è ormai soltanto un brutto ricordo per i leader europei che hanno sentito parole al miele dal nuovo presidente Usa.

Ritorno della sintonia

La “lega delle democrazie” è dunque pronta per partire e far sentire la sua voce contro gli autocrati del mondo e a svolgere un nuovo ruolo nei nuovi equilibri geopolitici globali che stanno mutando sempre più velocemente? In buona parte è così ma, finito il G7 e ripartiti dalle coste inglesi, Biden e i leader europei dovranno riflettere su una serie di posizioni che dovranno essere approfondite o chiarite del tutto. E non si tratta di sfumature.

Sicuramente è stato un successo il vertice presieduto da un camaleontico Boris Johnson, il premier britannico che, anche per distrarsi dai litigi con gli europei sulla questione dei confini irlandesi, ha sfidato con una nuotata le gelide acque di Carbis. Ed è stato anche un piccolo pezzo di storia del G7 che è tornato ad essere un momento di riflessione importante per i Sette grandi. Basterebbe pensare che non si ha memoria delle conclusioni dei vertici tenuti con Trump. Non hanno lasciato nessuna traccia nella diplomazia internazionale.

Questo summit ha invece segnato una svolta per molti aspetti. La nuova collaborazione sul Covid e sulle eventuali nuove pandemie, unite alla consapevolezza che bisogna inevitabilmente aiutare i Paesi più poveri, segnano uno scatto in avanti fondamentale anche se arrivato in ritardo. La forza con cui si sottolinea la volontà di combattere insieme contro i cambiamenti climatici può segnare, se concretizzata velocemente, un cambio di passo decisivo in quello che è il problema centrale del mondo adesso e nel prossimo futuro.

La contrapposizione con Pechino

Ma il punto politicamente più sensibile è ovviamente quello che riguarda la Cina. Per la prima volta in un documento finale del G7 Pechino viene attaccata con forza per le violazioni dei diritti umani. E questa è quasi tutta farina del sacco di Biden. Gli europei hanno provato ad addolcire un po’ il comunicato finale ed in parte ci sono riusciti, ma la sostanza non cambia ed è molto pesante nei confronti di Pechino, che, infatti, ha subito reagito. La strategia di Biden è molto chiara, quella degli europei un po’ meno.

Il presidente Usa è convinto che la Cina sia il vero ed unico competitor che gli Usa avranno nei prossimi anni dal punto di vista politico, economico e, forse, anche militare. Ma soprattutto la “nuova guerra fredda” tra Washington e Pechino si giocherà sulle nuove tecnologie e sull’innovazione, a cominciare dal 5G, e sugli approvvigionamenti strategici che torneranno sempre più ad essere “fatti in casa”.

Per questo, Biden non ha intenzione di fare sconti a Xi Jinping e vuole contrastarlo sul suo stesso terreno. Ha quindi proposto un progetto, chiamato Build Back Better for the World, con l’intento di contrastare la nuova Via della Seta cinese. L’idea è quella di aiutare i Paesi più fragili nella costruzione di infrastrutture nel rispetto, però, dell’ambiente, dei diritti umani e senza costringere ad indebitarsi i Paesi che riceveranno questi aiuti. Il progetto ha sicuramente senso ma è ancora tutto da costruire, mentre la Via della Seta marcia a pieno ritmo.

Le posizioni in Europa

Gli europei hanno cercato di far valere le proprie idee ma la linea è rimasta sostanzialmente quella americana. Il problema è chiaro e conosciuto. I rapporti economici tra l’Europa e la Cina sono forti e in crescita. Due anni fa Xi è stato ricevuto con tutti gli onori in Europa. Si parla spesso del memorandum firmato dall’Italia, ma l’accoglienza in Francia fu anche più calorosa e Parigi e Berlino firmarono più accordi di quanto fece l’Italia. Sembra passato un secolo e invece il cambiamento diplomatico è stato repentino e violento.

Tra i grandi leader europei, Mario Draghi è quello che ha più affinità con Biden, ha usato parole dure nei confronti delle autocrazie ed ha promesso che studierà con attenzione il Memorandum con la Cina. Angela Merkel non ha intenzione di rinunciare ai mercati cinesi, dove le aziende tedesche sono le benvenute. Anche i rapporti economici tra Usa e Cina sono forti, più di quanti si pensi. Ma Biden è disposto ad andare avanti sulla strada intrapresa, convinto che con Pechino non si possa scendere a patti. L’Europa (leggi Francia e Germania) è davvero pronta a seguirlo fino in fondo? Questa è la riflessione da portare avanti nelle prossime settimane. Coniugare gli interessi economici con il rispetto dei diritti umani è sempre difficile. Con la Cina lo è ancora di più. Senza pensare che con la Russia si riproduce la stessa situazione: la durezza di Biden con il “killer” Vladimir Putin da un lato (lo incontrerà per la prima volta mercoledì 16 a Ginevra, ndr) e il gasdotto Nord Stream dall’altro.

Gli Usa e la Cina sono due Stati sovrani. L’Europa è ancora sulla strada della sua piena costruzione politica. Ci vorrà tempo ma deve accelerare e intanto trovare sempre più politiche e interessi comuni. Non sarà facile ma è l’unica strada da percorrere. Tempestivamente. Biden potrebbe decidere di aspettarla. Stefano Polli AffInt 14

     

 

 

 

Green Pass, Draghi firma decreto: valido dal 1° luglio in tutta l'Ue

 

Definite le modalità del rilascio delle certificazioni verdi digitali Covid-19

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato il nuovo Dpcm che definisce le modalità di rilascio del Green Pass covid, le certificazioni verdi digitali che faciliteranno la partecipazione ad eventi pubblici, l’accesso alle strutture sanitarie assistenziali (Rsa) e gli spostamenti sul territorio nazionale. E non solo. Come rende noto palazzo Chigi con la firma del decreto si realizzano le condizioni per l’operatività del regolamento Ue sul 'Green pass', che a partire dal prossimo 1° luglio garantirà la piena interoperabilità delle certificazioni digitali di tutti i Paesi dell’Unione. In tal modo, sarà assicurata la piena libertà di movimento sul territorio dell’Unione a tutti coloro che avranno un certificato nazionale valido.

Green pass, in Italia disponibile online da oggi: come funziona

Il sito dgc.gov.it è operativo a partire da oggi; tutte le certificazioni associate alle vaccinazioni effettuate fino al 17 giugno saranno rese disponibili entro il 28 giugno. La piattaforma informatica nazionale dedicata al rilascio delle Certificazioni sarà progressivamente allineata con le nuove vaccinazioni. Per tutte le informazioni è possibile contattare il Numero Verde della App Immuni 800.91.24.91, attivo tutti i giorni dalle ore 8.00 alle ore 20.00. I cittadini già dai prossimi giorni potranno ricevere notifiche via email o sms. La Certificazione sarà disponibile per la visualizzazione e la stampa su pc, tablet o smartphone. In alternativa alla versione digitale, la Certificazione potrà essere richiesta al proprio medico di base, pediatra o in farmacia utilizzando la propria tessera sanitaria.

Può essere rilasciato a una delle seguenti condizioni: esser vaccinati contro il Covid (con una o due dosi); essere guariti dal virus; essere risultati negativi a un tampone antigenico o molecolare effettuato nelle 48 ore precedenti. Adnkronos 17

 

 

Donare vaccini anti-covid ai paesi più poveri: l’appello dell’Unicef ai paesi G7

 

GINEVRA- I Goodwill Ambassador dell’UNICEF Priyanka Chopra Jonas, David Beckham, Katy Perry, Orlando Bloom, Whoopi Goldberg, Angélique Kidjo e Liam Neeson si sono uniti a un appello straordinario da parte di 28 ambasciatori e supporter di alto profilo dell’UNICEF per chiedere ai leader del G7 di impegnarsi a donare subito dosi di vaccini contro il COVID-19 ai paesi più poveri.

La lettera aperta, pubblicata oggi in vista dei tre giorni del Summit dei leader del G7 (venerdì 11 - domenica 13 giugno), in Cornovaglia, Regno Unito, invita i leader G7 a impegnarsi a condividere un minimo del 20% delle forniture di dosi di vaccino contro il COVID-19 immediatamente, per ridurre il rischio che il virus si diffonda ulteriormente e la minaccia di ceppi mutanti.

Ramla Ali, Fernando Alonso, David Beckham, Orlando Bloom, José Manuel Calderón, Sofia Carson, Gemma Chan, Priyanka Chopra Jonas, Olivia Colman, Billie Eilish, Pau Gasol, Whoopi Goldberg, David Harewood, Sir Chris Hoy, Angelique Kidjo, Téa Leoni, Lucy Liu, Juan Manuel López Iturriaga, Ewan McGregor, Alyssa Milano, Andy Murray, Liam Neeson, Liam Payne, Katy Perry, Sergio Ramos, Claudia Schiffer, Teresa Viejo e P!nk si uniscono all’UNICEF nel chiedere ai leader mondiali del G7 di donare dosi e assicurare una giusta ed equa fornitura di vaccini ai paesi a basso e medio reddito.

“Il mondo ha passato un anno e mezzo a combattere la pandemia da COVID-19, ma il virus si sta ancora diffondendo in molti paesi e producendo nuove varianti, che potenzialmente potrebbero farci ritornare al punto di partenza”, si legge nella lettera. “Questo significa chiusure scolastiche, maggiori interruzioni nell’assistenza sanitaria, e maggiori ricadute economiche – minacciando il futuro di famiglie e bambini ovunque”.

La lettera continua avvisando che COVAX, l’iniziativa globale per supportare i paesi più poveri a ottenere accesso ai vaccini, sta già affrontando una carenza di 190 milioni di dosi, e propone che, per aiutare a chiudere questo deficit, i paesi del G7 donino il 20% dei loro vaccini tra giugno e agosto – oltre 150 milioni di dosi – come misura temporanea per compensare questo deficit. Recenti analisi dei dati forniti da Airfinity, centro di ricerca sulle scienze della vita, e commissionati dal Comitato del Regno Unito per l’UNICEF (UNICEF UK), indica che le nazioni del G7 potrebbero farlo senza significativi ritardi per gli attuali piani per vaccinare la popolazione nazionale adulta.

"Come Goodwill Ambassador dell'UNICEF credo nel beneficio fondamentale delle vaccinazioni", ha dichiarato David Beckham, Goodwill Ambassador dell'UNICEF. "La pandemia non sarà finita finché non sarà finita ovunque, quindi è vitale che tutte le comunità del mondo abbiano un accesso equo ai vaccini contro il COVID-19 con urgenza".

L'UNICEF inoltre sottolinea che se non si assicurerà immediatamente una fornitura per l'accesso giusto ed equo, il mondo continuerà ad essere a rischio di mutazioni virali mortali - come la devastante seconda ondata di COVID-19 che si sta diffondendo in India e in altri paesi dell'Asia meridionale tra cui Nepal, Pakistan e Afghanistan.

"La crisi a casa mia, in India, e in tutta la regione dell'Asia meridionale è devastante. Questa ondata mortale di COVID-19 sta mettendo a dura prova le strutture sanitarie in tutta l'India, con posti letto negli ospedali, forniture mediche essenziali e ossigeno in esaurimento. Per tutti noi dell'UNICEF è anche fonte di grande preoccupazione sentire che i bambini si ammalano a causa di questa nuova variante - mentre molti stanno anche perdendo i genitori e vengono lasciati soli e a rischio, incapaci di accedere a cure sanitarie essenziali, vaccinazioni e istruzione", ha dichiarato Priyanka Chopra Jonas, Goodwill Ambassador dell'UNICEF.

"La crisi in India dimostra perché dobbiamo agire ora per evitare ulteriori mutazioni letali che devastano le nazioni a basso e medio reddito in tutto il mondo. L'UNICEF e i suoi partner COVAX stanno assicurando che i vaccini e le terapie raggiungano le popolazioni più vulnerabili del mondo, ma non possono farlo da soli. Una chiara soluzione a questo problema è che i paesi del G7 si impegnino a condividere immediatamente le loro dosi di vaccino contro il COVID-19 in eccesso con paesi i cui operatori sanitari e le popolazioni vulnerabili ne hanno più bisogno. Questo è esattamente il motivo per cui mi sono unita ai miei colleghi Goodwill Ambassadors dell'UNICEF firmando questa lettera, chiedendo con urgenza ai leader del G7 di assumere questo impegno al summit del Regno Unito di questa settimana, per mantenere le famiglie e i bambini ovunque al sicuro dal COVID-19".

Infine, la lettera sostiene che "il vertice del G7 di questo fine settimana è un'opportunità fondamentale per concordare le azioni che porteranno i vaccini dove sono più necessari, velocemente..." ed esorta i leader a definire una tabella di marcia per aumentare le donazioni man mano che le scorte aumentano, notando che le previsioni suggeriscono che entro la fine dell'anno potrebbero essere disponibili per la donazione fino a un miliardo di dosi.

"I paesi non devono scegliere tra combattere la malattia in casa o combatterla fuori. Possiamo, e dobbiamo, fare entrambe le cose contemporaneamente - e immediatamente", ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell'UNICEF. "Questo è un momento cruciale nella lotta contro il COVID-19, mentre i leader si incontrano per stabilire le priorità su quale forma assumerà questa lotta nelle prossime settimane e mesi. Sono lieta che così tanti sostenitori dell'UNICEF si stiano unendo al nostro appello per il sostegno di emergenza a COVAX, in modo da poter continuare a condurre questa battaglia a livello globale. Dopo tutto, la malattia non sta rispettando i confini di una mappa. Anche la nostra lotta per superare il virus, e le sue varianti, non dovrebbe farlo". (Unicef 8) 

 

 

 

 

L'ammaina-bandiera a Herat

 

Missioni italiane: dal rientro dall’Afghanistan a un nuovo impegno in Africa

Un rientro, non un abbandono: questo deve essere ben chiaro a tutti i decisori politici dei Paesi che in forme e pesi diversi hanno partecipato allo sforzo della comunità internazionale per l’Afghanistan.

Contrariamente alle sensazioni epidermiche delle nostre opinioni pubbliche, le risorse dispiegate in quel territorio a partire dall’ottobre 2001 e l’alto prezzo pagato, anche in termini di vite umane, non sono state spese invano: l’Afghanistan di oggi non assomiglia a quello di venti anni fa, basti pensare al tasso di scolarità e al rilievo acquisito dalle donne nella vita pubblica. Si tratta di progressi significativi, che hanno inciso in un ambiente culturale che poteva apparire refrattario. Ma sono progressi ben lungi dall’essere stabilizzati e che possono rapidamente regredire senza il concreto supporto dei Paesi della coalizione internazionale.

Si tratta di un supporto di tipo economico, finanziario, istituzionale, culturale per nulla scontato e di non semplice attuazione, per la necessità di uno stretto coordinamento, al fine di garantirne l’efficacia: se per gli aspetti militari in questi anni la coalizione ha potuto agire in modo sinergico lo si deve al fatto che era la Nato incaricata della gestione operativa e che nel quartier generale di Isaf erano ben chiari compiti e responsabilità, con una catena di comando esemplarmente individuata. Non è accaduto lo stesso nell’ambito della cooperazione civile dove, come accoratamente lamentato da Kai Eide, capo della missione Onu in Afghanistan dal 2008 al 2010, ogni Paese donatore agiva autonomamente, senza neppure scambiare le informazioni sulle proprie attività con gli altri Paesi e con il quartier generale delle Nazioni Unite, con il risultato di sovrapposizioni in certi settori e di sostanziali carenze in altri e con buona pace dell’efficacia complessiva.

Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini (c), il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli (s) e il il comandante operativo vertice interforce, Luciano Portolano, durante la cerimonia di ammaina-bandiera a Herat, che segna la fine della missione italiana in Afghanistan.

Nella nuova situazione, in cui mancherà il riferimento unificante della missione militare, sarà ancora più necessario definire rapidamente pragmatici meccanismi di coordinamento, possibilmente con una gestione unitaria, in modo da ottimizzare i risultati a fronte delle risorse che ciascun Paese renderà disponibili, ma anche da acquisire una voce politicamente autorevole nei confronti della dirigenza afghana, quale emergerà dalle dinamiche – sperabilmente pacifiche – tra le forze delle varie componenti della società; non si tratta certo di imporre una condizionalità forzata, bensì di avere la capacità di esercitare una moral suasion, che consenta di consolidare i progressi ottenuti a così caro prezzo e di agevolare il compito alle componenti illuminate del panorama politico locale.

La missione afghana in tutti questi anni ha assorbito risorse militari ingenti, in particolare da parte italiana, che aveva la responsabilità della regione di Herat, poco meno di un quarto di tutto il Paese. Si tratta di risorse indubbiamente pregiate in questa specifica contingenza storica così incerta per la stabilità di aree di importanza cruciale per gli interessi nazionali ed europei: non si può non pensare al continente africano a nord dell’Equatore, la cui governabilità è cruciale e in cui le leadership locali hanno certamente bisogno di un concreto supporto, anche fisico, il che sarebbe totalmente miope ignorare.

Peraltro, la stagione dei rapporti all’interno dell’Unione, con una ritrovata sintonia tra palazzo Chigi ed Eliseo, sembra orientata ad un atteggiamento meno nazionalistico e più unitario, che può favorire un’azione più efficace e con risultati che non siano effimeri: non ci dovremo pertanto stupire se la fine dell’impegno militare in Afghanistan coinciderà con una rinnovata disponibilità a un dispiegamento nell’emi-continente nordafricano, in stretta sinergia con Francia, Germania ed altri membri dell’Unione europea.

Essenziale sarà una visione politica condivisa e lungimirante, che si liberi dei particolarismi del passato anche recente, che ha spalancato le porte ad attori finora estranei e che hanno finalità che non coincidono certo con gli interessi nostri e dell’Ue.  Vincenzo Camporini,  AffInt 12

 

 

 

 

Aspettando i programmi. La carta conservatrice sorride alla Cdu e alla corsa di Laschet

 

La Sassonia-Anhalt, piccolo Land di due milioni di persone, ha regalato ad Armin Laschet un duplice successo: da un lato ha distanziato di molto l’estrema destra di AfD e, dall’altro, ha visto una mancata affermazione dei Verdi, in controtendenza rispetto all’andamento in altri Lander dove i Grünen hanno mostrato anche la capacità di sfidare i cristiano-democratici.

È però necessario contestualizzare questo risultato elettorale, pena il rischio di trasformare ogni elezione locale in un tentativo di previsione dei risultati del Bundeswahl del 26 settembre, che però risponde a sue logiche proprie. Per collocare il risultato in Sassonia bisogna tenere a mente tre aspetti significativi: il primo riguarda la collocazione geografica del Land; il secondo la composizione di quell’elettorato; il terzo la storia della competizione tra i partiti della regione.

Il dato della Sassonia-Anhalt

La Sassonia è una realtà piccola dell’ex DDR e questo è indicativo di una realtà geografica che non ha ancora metabolizzato appieno la riunificazione. Questo spiega, in particolare, il peso che ha, in Sassonia ma anche in Lander più grandi come Madgeburgo e Meclemburgo, la destra più radicale e nazionalista. Ma è anche utile a comprendere le difficoltà che un partito fortemente occidentale come quello dei Verdi riesce a presentarsi su una scena locale per certi versi refrattaria ai tentativi di imporre riforme trasformative (qual è, di fatto, la svolta green).

Il secondo aspetto sul quale bisogna soffermarsi è quello della composizione demografica del Land, ove prevale un elettorato anziano a scapito delle fasce giovanili. Si tratta di una situazione però ben diversa rispetto alla ageing society occidentale, in quanto la riduzione della componente giovanile si spiega con la tendenza dei giovani a cercare opportunità nelle più opulente regioni occidentali.

L’ultimo aspetto riguarda la mappa politica della regione: è infatti importante rilevare che, seppure sconfitta, AfD ha comunque un consenso a due cifre e rappresenta un mero momento occasionale del confronto politico.

Il risultato in Sassonia rappresenta dunque una novità e, al contempo, una non-novità in questo tragitto che ci separa dalle elezioni federali. La novità sta senza dubbio nei segnali di vitalità lanciati dai cristiano-democratici in questa tornata elettorale: da tempo, infatti, si addensavano le nubi sulla Cdu a trazione Laschet, da più parti giudicata incapace di contenere l’onda verde e, al contempo, di metabolizzare i contrasti interni.

Un confronto su due fronti

In Sassonia, la Cdu è apparsa invece capace di reggere il confronto sui due fronti e anche di aver superato quelle divisioni che avevano caratterizzato la competizione per la presidenza del partito. Da questo punto di vista il rappacificamento tra Laschet e il suo sfidante conservatore Friedrich Merz, che è entrato nel team della sua campagna elettorale, sembra aver portato i suoi frutti: in Sassonia la Cdu ha potuto giocare la carta conservatrice per ottenere il consenso di un elettorato più vecchio e più sensibile alle istanze della destra.

Un’altra conseguenza positiva di questa elezione regionale sta nell’aver instillato il dubbio circa l’effettiva capacità del partito di trasformare quell’ondata crescente di consensi in voti. Non è infatti la prima volta che nella politica tedesca si realizza una mancata trasposizione elettorale di grandi movimenti di opinione.

È però opportuno riportare il discorso su un piano più ampio, che va al di là dei risultati nelle singole regioni. Qui si vede come la Cdu sia ancora impegnata in un processo di transizione ancora non concluso: sussistono ancora molti dubbi circa la capacità di Laschet di ottenere un largo consenso.

Il nodo alleanze

Vi è poi la questione specifica delle alleanze che la Cdu intende stringere: è vero che la definizione di una eventuale coalizione è demandata a un momento successivo alle elezioni. È però altrettanto vero che il partito deve scegliere che linea tenere per non “bruciare” i rapporti con altre forze. Con la vittoria di Laschet, l’ipotesi di una apertura a destra è preclusa. Questo però vuol dire che la Cdu può accentuare la sua anima conservatrice proprio per guadagnare terreno su quel versante (cosa che è avvenuta proprio in Sassonia). Ma questo potrebbe avere come effetto un allontanamento programmatico rispetto all’agenda dei Verdi.

L’allontanamento potrebbe peraltro accentuarsi a causa della forte ripresa economica che si prevede in Germania: vi potrebbe essere infatti la tentazione nel partito di non seguire i Grünen in un percorso di forte tutela ecologica che molti potrebbero considerare come ostativo a una piena ripresa, soprattutto in una stagione, quella post-Covid, dove il rilancio del reddito viene considerato come una priorità ineludibile.

Gli sviluppi della politica tedesca ci fanno comprendere che, al di là dei risultati elettorali parziali, è importante come si evolveranno le piattaforme programmatiche dei partiti in un contesto particolarmente magmatico come quello attuale, sia sul fronte interno che sul fronte europeo. Federico Niglia, AffInt 12

 

 

 

 

Armando Varricchio nuovo ambasciatore d’Italia a Berlino

 

Berlino - Armando Varricchio è il nuovo ambasciatore d’Italia a Berlino. La nomina, già trapelata nelle settimane scorso negli ambienti della Farnesina dopo la delibera del Consiglio dei Ministri, è stata ufficializzata oggi a seguito del gradimento del Governo tedesco.

Armando Varricchio nasce a Venezia il 13 giugno 1961 e consegue la laurea con lode in Scienze Politiche presso l’Università di Padova nel 1985.

Entra in carriera diplomatica nel 1986 e presta servizio presso la Direzione Generale del Personale.

Nel 1988 svolge il suo primo incarico a Budapest, dove si occupa di relazioni economiche e commerciali fino al 1992, quando assume alla Rappresentanza permanente d’Italia alla C.E.E. a Bruxelles.

Di rientro a Roma nel 1996 presta servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, nel 1999, diventa Capo di Gabinetto del Ministro per le Politiche Comunitarie. L’anno successivo è distaccato presso la Commissione Europea in qualità di Consigliere Diplomatico del Presidente e suo Rappresentante personale/Sherpa per il G7 e G8.

Nel 2002 è Capo dell’ufficio economico all’Ambasciata d’Italia a Washington, prima di assumere nel 2006 presso la Presidenza della Repubblica, quale Consigliere Diplomatico Aggiunto.

Nel 2009 è Ambasciatore a Belgrado dove resta fino al 2013, anno in cui torna a Roma presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri come Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio e suo Rappresentante personale/Sherpa per il G8 e il G20.

Nel 2016 diventa Ambasciatore d’Italia a Washington, Stati Uniti, accreditato anche a Bahamas e Giamaica, ruolo ricoperto sino al suo nuovo incarico a Berlino.

Ha assolto il servizio militare nell’Arma dei Carabinieri, è Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica.

Sposato dal 1987 con Micaela Barbagallo, è padre di Federico e Umberto. (aise/dip 16)

 

 

 

 

Cgie: “La politica si assuma la responsabilità di garantire la piena partecipazione alle elezioni per i Com.It.Es”

 

Il comunicato finale dell’Assemblea plenaria, svoltasi il 7 giugno in videoconferenza

 

Si è svolta il 7 giugno l’Assemblea plenaria in videoconferenza del CGIE alla quale hanno preso parte anche i Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri delle Camere, i Parlamentari eletti all’estero e alcuni dei responsabili per gli italiani all’estero dei partiti presenti in parlamento, oltre al Direttore generale della DGIT del MAECI. Oggetto del dibattito le elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es. e del CGIE annunciate per il prossimo 3 dicembre, nonché la relativa legge e le modalità di voto. Al riguardo, il segretario generale Michele Schiavone ritiene urgente fare chiarezza in merito al processo organizzativo e alle modalità di svolgimento della tornata elettorale in considerazione dell’incertezza del quadro generale, che vede la diffusione disomogenea della pandemia nel mondo e della conseguente ridotta operatività delle sedi consolari. Il Segretario generale ha riferito di aver invitato il sottosegretario Della Vedova a far sì che il Governo proceda a un’assunzione di responsabilità affinché le consultazioni si svolgano in sicurezza e sia garantita la partecipazione di tutti gli aventi diritto, così come previsto dalle proposte di legge di riforma degli organismi di rappresentanza intermedia presentate dal Consiglio Generale nel novembre 2017. “Oggi si chiede formalmente ai Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri di Camera e Senato – ha detto Schiavone –, a tutti i Parlamentari e ai responsabili dei partiti di assumersi l’impegno di definire percorso, data e modalità per la convocazione delle elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es., e quindi del CGIE, al fine di rendere protagonisti i cittadini e favorire un’ampia partecipazione, specie nei Paesi in cui il contagio non è domato”.

Allo scopo di rafforzare la rappresentanza per integrare meglio le comunità nel mondo nelle attività e nella vita del Paese, tre settimane orsono il CGIE ha presentato al sottosegretario Della Vedova una risoluzione in cui si chiede: l’approvazione delle riforme delle leggi istitutive di Com.It.Es. e CGIE; la convocazione delle elezioni della rappresentanza di base nel rispetto dell’universalità della partecipazione al voto; eventuale posticipazione delle consultazioni alla primavera 2022 nei continenti e Paesi in cui la diffusione della pandemia compromette la mobilità; lancio immediato di una massiccia campagna di comunicazione nel rispetto delle vigenti leggi sulla privacy; adeguamento del personale della rete diplomatico-consolare per gestire la fase elettorale; allineamento della normativa per le elezioni dei Com.It.Es. a quella per il rinnovo dei Consigli regionali.

I Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, Vito Petrocelli e Piero Fassino, hanno considerato ragionevole la richiesta di posticipazione delle elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es. alla luce del variegato quadro pandemico che mette a rischio il corretto svolgimento delle consultazioni in talune aree del pianeta e si sono dimostrati favorevoli all’opportunità, qualora il Consiglio Generale si esprimesse in tal senso, di proporre un’iniziativa congiunta, da sottoporre all’approvazione delle Commissioni da essi presiedute, consistente nella richiesta al Governo di procrastinazione dell’appuntamento elettorale alla primavera 2022. In particolare, l’onorevole Fassino ha sottolineato che tale eventualità deve essere collegata unicamente all’andamento della pandemia e non alla pur opportuna necessità di avviare l’iter parlamentare delle riforme delle leggi istitutive degli organi di rappresentanza intermedia, mentre il senatore Petrocelli (che ha ribadito la sua convinzione circa la necessità di mantenere l’inversione dell’opzione) ha suggerito di sensibilizzare preliminarmente le Commissioni permanenti Affari costituzionali di Camera e Senato, competenti in materia.

Nel corso del dibattito i Parlamentari eletti all’estero e i responsabili delle politiche per gli italiani nel mondo dei partiti dell’arco costituzionale hanno evidenziato sensibilità diverse rispetto all’ipotesi di procrastinazione del voto; hanno manifestato perplessità i senatori Laura Garavini e Raffaele Fantetti, gli onorevoli Angela Fucsia Nissoli, Angela Schirò e Massimo Ungaro, nonché l’europarlamentare Paolo Borchia. Un’apertura in tal senso è invece pervenuta dal senatore Francesco Giacobbe, dall’onorevole Simone Billi, nonché da Roberto Menia e Luciano Vecchi, responsabili delle politiche per gli italiani nel mondo rispettivamente di Fratelli d’Italia e Partito Democratico.

Tutti hanno convenuto circa la necessità di avviare quanto prima un’efficace campagna di comunicazione elettorale da veicolare attraverso i canali tradizionali e i social media allo scopo di raggiungere ogni fascia di aventi diritto.

I Consiglieri del CGIE intervenuti e sei Presidenti dei Com.It.Es. presenti (per Zurigo Lucio Alban, per Lione Angelo Campanella, per Stoccarda Tommaso Conte, per Madrid Pietro Mariani, per i Paesi Bassi Ernesto Pravisano, per Hannover Giuseppe Scigliano) hanno evidenziato l’opportunità di una riflessione circa le modalità di voto che porti all’approvazione da parte del Parlamento delle riforme delle leggi istitutive degli organismi di rappresentanza intermedia così come proposte dal CGIE poiché l’opzione inversa rappresenta la causa principale della scarsa partecipazione; hanno altresì sottolineato l’imprescindibilità del rafforzamento del personale della rete consolare allo scopo di garantirle una corretta operatività. Hanno pertanto richiamato la politica e l’Amministrazione ad assumersi una volta per tutte la responsabilità di determinare le condizioni per il superamento delle criticità da sempre evidenziate dal Consiglio Generale.

Da parte sua, il direttore generale della DGIT del MAECI Luigi Maria Vignali ha fatto presente che l’Amministrazione degli Esteri ha il compito di applicare la legge e pertanto, in previsione dell’indizione delle elezioni, ha già attivato la rete diplomatico-consolare con l’obiettivo di ottenere la più larga partecipazione al voto e nell’intento di valorizzare al massimo i Com.It.Es. e le associazioni all’estero.

In conclusione, il Segretario generale ha stigmatizzato lo scarso rispetto dimostrato dalle istituzioni nei confronti delle comunità all’estero, i cui rappresentanti, costretti a operare nel quadro di leggi ormai obsolete risalenti in parte a trentacinque anni orsono, agiscono in regime di volontariato e non possono quindi essere tacciati di “attaccamento alla poltrona”. Non essendo emersa una posizione univoca dal dibattito, dunque, rileva comunque la necessità di produrre una mozione del CGIE, da consegnare al Governo e alle Commissioni permanenti Affari esteri delle Camere, che tenga conto dell’opinione prevalente emersa nel corso della discussione.  Cgie

 

 

 

 

Verso il summit con Biden. L’Italia giochi a tutto campo nella partita sul futuro della Nato

 

Il prossimo 14 giugno i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato si riuniranno a Bruxelles per il primo summit alla presenza non virtuale di Joe Biden. L’incontro lancerà l’elaborazione di un nuovo Concetto Strategico, una partita importante per l’Alleanza che l’Italia dovrebbe giocare a tutto campo e non concentrandosi solo sul fianco sud.

Il Concetto Strategico in vigore è del 2010, ed è evidente la necessità di sostituirlo con un documento al passo con la realtà internazionale in una prospettiva decennale. Non a caso nel 2019 è stata lanciata l’iniziativa Nato2030, che ha visto anche l’elaborazione di un rapporto da parte del gruppo di esperti nominati dal segretario generale Jens Stoltenberg. Quest’ultimo sembra deciso a guidare l’elaborazione del nuovo Concetto Strategico, sfruttando il favorevole contesto transatlantico creato dall’insediamento dell’amministrazione democratica.

Dalle missioni fuori area alla trincea russa

Il documento del 2010 rifletteva all’epoca un ventennio di ambiziose operazioni di gestione delle crisi e stabilizzazione, dai Balcani all’Afghanistan, stabilendo tre core tasks: deterrenza & difesa, crisis management operations, e sicurezza cooperativa con un occhio ad allargamento, partenariati, e attività di controllo degli armamenti e non proliferazione. Un approccio apprezzato dall’Italia tradizionalmente attenta alla dimensione politica della Nato, e interessata ad un maggiore impegno alleato per la stabilità del Mediterraneo allargato tramite appunto missioni e partenariati.

La riflessione sul prossimo Concetto Strategico è oggi molto diversa. La deterrenza & difesa nei confronti della Russia è di fatto dal 2014 la priorità numero uno dell’Alleanza, sulla spinta di un consenso maggioritario tra gli alleati che va da Washington a Varsavia passando per Londra e Berlino. La prossima chiusura del ventennale impegno Nato in Afghanistan, costi quel che costi, sancisce politicamente e simbolicamente questo spostamento sostanziale dalle missioni alla trincea iniziato nel 2014.

La difesa dai cavalli di troia della Cina

Dal 2019 si è aggiunta all’agenda Nato la nuova priorità della Cina, identificata in modo bipartisan dall’establishment statunitense come il rivale mondiale numero uno. Un rivale che per l’amministrazione Biden va contenuto e contrastato serrando i ranghi dell’Occidente politico, dal Pacifico all’Atlantico. Ciò porta la Nato ad agire maggiormente nei domini cibernetico e spaziale dove è più forte e dirompente la corsa tecnologica. In particolare nel cyberspace vi è ormai da anni un continuo e crescente attrito attacco-difesa, parte di una più generale conflittualità sottotraccia e insidiosa – una sorta di guerra in tempo di pace.

Nell’ottica della “rivalità sistemica” con Pechino e Mosca delineata dal rapporto Nato2030, va letta anche la rinnovata enfasi Nato sulla resilienza e la politica industriale e tecnologica, volta sia a preservare il vantaggio tecnologico delle Forze armate alleate, sia a ridurre la dipendenza da fornitori cinesi e l’influenza di Pechino sulle infrastrutture critiche dei Paesi alleati. Un’enfasi che sta portando la Nato a riflettere su standard anche nel campo delle telecomunicazioni chiaramente volti ad impedire cavalli di troia – cibernetici, tecnologici e finanziari – made in China, le cui allettanti offerte commerciali sono viste un po’ come i troiani più saggi vedevano il cavallo di legno secondo Virgilio: temo i greci anche quando recano doni.

La Cenerentola Mediterraneo e la partnership Nato-Ue

In questa agenda Nato la Cenerentola, è il Mediterraneo allargato, così importante per l’Italia dalla sua dimensione marittima alla sempre maggiore presenza militare italiana in Sahel, Nord Africa e Medio Oriente. Che fare? Negli anni scorsi Roma ha investito ingente capitale politico e risorse militari per portare la Nato ad occuparsi maggiormente del fianco sud, ottenendo risultati non marginali, ma neanche pienamente soddisfacenti. Non sono in vista scarpette di cristallo per la Cenerentola mediterranea. Piuttosto, esistono una serie di limiti strutturali a quello che l’Alleanza può fare in Africa e Medio Oriente, e la radicata volontà degli Stati Uniti e della maggioranza degli Alleati di impegnarla ad est, dove è più efficace. Inoltre, i grandi Paesi membri più attivi a sud, ovvero Francia e Turchia, continuano a giocare la loro partita prevalentemente fuori dal quadro Nato.

Nel contesto dato, l’Italia dovrebbe da un lato di insistere per massimizzare il limitato apporto che l’Alleanza può dare a sud, e dall’altro volgerlo realisticamente a sostegno di una maggiore proiezione militare europea, sia essa nel quadro Ue che tramite coalizioni ad hoc – in primis con Parigi – e azioni bilaterali. Una leadership Nato a est con un forte supporto dell’Unione, e viceversa una maggiore responsabilità europea a sud con un appoggio transatlantico, sarebbe la divisione del lavoro più realistica ed efficace per proteggersi a oriente e stabilizzare al meridione attuando una vera partnership strategica tra Nato e Ue.

Giocare le vere partite Nato

Allo stesso tempo, gli interessi italiani non si limitano al Mediterraneo allargato, ed è quindi necessario che l’Italia sia più attiva sui principali temi nell’agenda alleata non concentrando il proprio limitato capitale politico-miliare solo sul fianco sud. Ad esempio per Roma è importante da molti punti di vista una ripresa del dialogo euro-atlantico con Mosca, a partire da non proliferazione e controllo degli armamenti, che dovrebbe andare di pari passo con una maggiore capacità delle strutture Nato di muovere assetti in Europa per dissuadere escalation russe.

In quanto seconda manifattura d’Europa, l’Italia ha tutto l’interesse a dire la sua sulla posizione Nato riguardo a politica industriale e tecnologica in chiave di resilienza. In particolare, nel campo spaziale Roma ha un’esperienza di oltre mezzo secolo ad alti livelli, mentre il dominio cibernetico rappresenta la nuova, combattuta frontiera da presidiare per la sicurezza nazionale. Trasversalmente ai vari dossier, la cooperazione Nato-Ue per l’Italia è un fattore abilitante che va ulteriormente sviluppato.

Il nuovo Concetto Strategico toccherà in varia misura tutti questi temi, molto più del Mediterraneo, e Roma dovrebbe giocare a tutto campo nelle vere partite Nato evitando la tentazione del catenaccio. Alessandro Marrone, AffInt 7

 

 

 

 

Il Ministro Di Maio e il Ministro tedesco Maas al Forum di dialogo studentesco italo-tedesco sul Futuro dell’Europa

 

ROMA. Il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi di Maio, ha partecipato in videoconferenza, assieme al suo omologo tedesco Heiko Maas, al Forum di dialogo studentesco italo-tedesco sul Futuro dell’Europa.

Il Forum ha consentito ad un gruppo di circa 40 ragazze e ragazzi italiani e tedeschi tra i 15 ed i 17 anni di instaurare un dialogo diretto con i Ministri degli Affari Esteri dei due Stati Membri fondatori, ponendo domande e presentando idee ai Ministri su alcune tematiche centrali per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, apertasi il 9 maggio scorso. Di seguito l’intervento del Ministro Di Maio:

 

Caro Heiko, Care ragazze e ragazzi, Gentili ospiti, ringrazio Tonia Mastrobuoni che guida oggi il nostro dialogo. Un ringraziamento speciale va al mio collega tedesco, all’amico Heiko, per il suo intervento.

Permettetemi di ribadire che sono molto felice di essere virtualmente con voi oggi. Con Heiko abbiamo condiviso un mese fa l’idea di coinvolgere studenti italiani e tedeschi nel più ampio progetto della Conferenza sul Futuro dell’Europa, che abbiamo lanciato il 9 maggio.

Abbiamo condiviso, soprattutto, la volontà di procedere insieme in questo progetto, a riprova della nostra comunanza di vedute su come deve essere l’Europa del futuro: forte e fedele ai propri valori, inclusiva, sostenibile, impegnata a innovarsi – nelle politiche e nei processi – per rispondere alle esigenze concrete dei suoi cittadini.

Credo che unire – seppur virtualmente – studenti dei nostri due Paesi per scambiare idee e domande sull’Europa e sul nostro futuro sia in linea con questi obiettivi e con il grande progetto iniziale che ha dato vita all’Unione Europea.

Vorrei quindi ringraziare tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione di questa giornata, in primis i quattro Istituti coinvolti.

Disegnare l’Unione Europea di domani insieme ai cittadini europei è una sfida in cui Italia e Germania sono in prima fila. Il nostro incontro oggi dimostra il nostro impegno comune in particolare verso i giovani: non a caso questo Forum è soprattutto un dialogo, in cui vogliamo raccogliere le vostre idee, le vostre domande e le vostre aspettative su alcuni grandi temi che pensiamo siano importanti per rinnovare l’Europa. Ne abbiamo in particolare identificati tre, che sono al centro anche della Conferenza sul Futuro dell’Europa:

1.Solidarietà Europea

2.Valori e identità europei [#Quanto UE Sei?]

3.UE Globale

Si tratta di questioni concrete che hanno un impatto sulla vita di tutti.

1. La solidarietà fra Stati membri è un valore fondamentale dell’Unione Europea, che siamo già impegnati a tradurre concretamente in ambiti molto vicini a noi. Voglio citare il grande risultato di “Next Generation EU”, che ha trasformato la volontà europea di dare una risposta comune agli effetti della pandemia in un enorme sforzo condiviso per rendere già oggi i Paesi europei all’altezza delle aspettative delle prossime generazioni.

Le risorse che abbiamo messo in campo serviranno non solo a rafforzare la nostra risposta alle emergenze, ma anche a sostenere in concreto le priorità dell’Unione Europea, che vogliamo disegnare anche attraverso la partecipazione dei cittadini alla Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Mi riferisco ad esempio alla protezione dell’ambiente e alla tutela del territorio attraverso la “transizione verde”; all’inclusione sociale e alle pari opportunità; all’eliminazione dei gap digitali; alla promozione della cultura e della creatività; a un rapporto diretto e trasparente tra cittadini e istituzioni; alla protezione e promozione dei diritti; alle migrazioni.

2. Al contempo, dobbiamo declinare queste priorità restando fedeli alla nostra identità comune. L’intero progetto europeo, nato dopo la seconda guerra mondiale, si fonda anzitutto sui valori della democrazia liberale.

La partecipazione dei cittadini alle istituzioni democratiche, la separazione tra i poteri propria dello Stato di diritto, i diritti civili, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono ciò che ci accomuna e ci fa riconoscere come cittadini europei. Al contempo, sono questi stessi valori a consentirci anche di esprimere le nostre identità nazionali, senza essere in contraddizione con un’identità comune europea.

Nella promozione dei nostri valori comuni possiamo oggi contare anche su una rinnovata, forte consonanza con gli Stati Uniti, che rafforza la “casa euro-atlantica” che da più di 70 anni è al centro della politica estera di Italia e Germania. Se saremo compatti nel nostro impegno su temi e valori condivisi, potremo anche “essere sempre più UE”, pur restando italiani e tedeschi.

3. È anche grazie a questa identità basata sui valori comuni che l’Unione Europea potrà rafforzare il proprio ruolo nel mondo.

Negli organismi multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, gli Stati Membri dell’Unione Europea devono compiere ogni sforzo per parlare con una voce sola su grandi temi e sfide del nostro tempo. Penso alla promozione dei diritti umani, all’abolizione della pena di morte, alla lotta al cambiamento climatico, all’assistenza umanitaria nelle crisi e nella risposta alle emergenze globali come la pandemia.

Più vicino a noi, l’Unione Europea può puntare a sviluppare la propria vocazione euro-mediterranea. Ad esempio, attraverso la Politica di Vicinato possiamo fare leva sulla volontà condivisa con gli altri Paesi della Sponda Sud del Mediterraneo di gestire e valorizzare insieme le risorse naturali, il capitale umano e le opportunità che possiamo chiamare i “beni comuni mediterranei”.

O ancora, possiamo contare sul processo di Allargamento dell’Unione Europea per allargare la nostra “famiglia” ad altri Paesi, a partire dai Balcani occidentali, per condividere con loro i risultati che l’Unione ha raggiunto sino ad oggi in termini di pace, sicurezza e benessere.

È importante che tutte e tutti gli europei siano coinvolti nella riflessione per costruire l’Europa del futuro, perché solo una partecipazione attiva e un dibattito che coinvolga tutti possono portare a un cambiamento autentico.

È per questo che vogliamo organizzare l’anno prossimo una grande Conferenza dei Giovani, e conto anche su di voi per arricchire le idee che saranno discusse in quell’occasione.

Allargheremo il dibattito anche ai giovani di altri Paesi vicini all’Europa, in particolare dei Balcani occidentali e del Mediterraneo. Con loro, vogliamo avviare un dialogo positivo che ci permetta di costruire insieme un’agenda di priorità condivise sui temi che ci stanno più a cuore.

Chiudo il mio intervento quindi invitandovi a farvi avanti per condividere già oggi le vostre idee e le vostre domande. Grazie! (dip 11)

 

 

 

 

 

Hannover: 3° Convegno sulla salute

 

Il Com.It.Es. di Hannover, in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia ad Hannover, ha organizzato lo scorso 28 maggio un evento online intitolato “III Convegno sulla salute, nel quadro delle iniziative informative a favore dei connazionali.

Nei saluti iniziali sono intervenuti, il Console Generale Giorgio Taborri, il Presidente del Com.It.Es. di Hannover Giuseppe Scigliano ed il Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone, che ha voluto ringraziare il Com.It.Es. di Hannover ed il Consolato Generale per “lo straordinario lavoro svolto soprattutto in questo ultimo anno e mezzo di pandemia e per essere stati vicini alla nostra comunità. Si è riusciti grazie all’impegno sui territori a superare difficoltà ed emergenze imminenti.” Egli ha proseguito ricordando “il rispetto dell’Art. 32 della Costituzione Italiana, che garantisce la sanità e la salute a tutti i cittadini, uno degli argomenti di grandissima attualità, che assieme supereremo, perché la salute pubblica è di per sé il bene più prezioso che gli uomini e le donne possono avere.”

I quattro relatori, già noti in questa circoscrizione consolare, hanno presentato diversi temi di ampio interesse.

La Dott.ssa Isabella Parisi-Stuempel, laureata in Medicina e Chirurgia all’università La Sapienza di Roma, dirige uno studio di Medicina Generale ad Hannover e rappresenta un punto di riferimento per molti connazionali residenti nella città non solo per quanto riguarda esami clinici di laboratorio, esami ecografici o elettrocardiogrammi, ma anche nell’ambito di test allergologici, di desensibilizzazione e della terapia del dolore. Inoltre è stata eletta nel 2015 membro del Com.It.Es. di Hannover e Consigliere del CGIE. Nella sua presentazione “Salute e Prevenzione nella società moderna e ruolo dei vaccini nell’attuale pandemia” la dottoressa Parisi-Stuempel ha parlato nella prima parte di prevenzione e dell’importanza di sottoporsi regolarmente a dei Check-up medici. Nella seconda parte della relazione, la dottoressa Parisi-Stuempel si è particolarmente soffermata sull’importanza dei vaccini nell’attuale situazione pandemica, analizzando i diversi tipi di vaccini presenti al momento sul mercato e la loro efficacia, facendo riferimento anche alle diverse varianti in circolazione (inglese, africana, brasiliana ed indiana).

Il Prof. Dr. Dr. Guido Schumacher ha studiato Medicina a Firenze e Berlino, ha lavorato per 18 anni presso la Charité a Berlino e dal 2009 è Primario del reparto di chirurgia al Staedtisches Klinikum di Braunschweig.  La sua relazione “Come manteniamo la qualità della chirurgia durante le restrizioni a causa del Covid19” ha voluto dar riposta a delle domande che in molti negli ultimi mesi si sono posti, come ad esempio “Se gli ospedali sono pieni di pazienti con Covid19 c’è posto per me come paziente? È sicuro andare in ospedale e ci sono abbastanza posti letto per tutti i pazienti? Vi sono ritardi con le operazioni? Posso infettarmi se mi faccio curare in ospedale?”. Dalle sue risposte è emerso che la situazione in Germania non risulta essere acuta, anche se vengono effettuati al momento solo interventi di estrema urgenza. Il personale sanitario viene controllato regolarmente e rispetta tutte le norme di igiene e sicurezza, pertanto un trattamento ospedaliero non comporta per il paziente nessun rischio di contagio.

Il Dott. Vincenzo Paternò, laureatosi in Medicina e Chirurgia a Catania, si è specializzato all'Ini (International Neuroscience Institute) di Hannover, dove oggi è responsabile di reparto, diventando un neurochirurgo di fama mondiale. Insegna come professore associato all’università di Hannover e con la WFNS (la Federazione mondiale di Neurochirurgia) forma neurochirurghi in tutto il mondo. Nella sua presentazione “Cervico-brachialgia: dalla terapia conservativa alla chirurgia” il dott. Paternò ha parlato della colonna vertebrale, delle sue funzioni e delle patologie da cui può essere colpita: tumorale, post-chirurgica (instabilità), malformazioni (scoliosi), meccanica, dovuta a dei traumi o alla degenerazione (ernie del disco e spondilodiscoartrosi). Nella presentazione sono state trattate in modo più approfondito le patologie meccaniche e le diverse possibili terapie.

Il Prof. Gianfranco Tramonti si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa, ove si è specializzato in Medicina Interna, Medicina Nucleare e Nefrologia. È Docente presso l’Università di Pisa con compiti di assistenza, didattica e ricerca. Per due anni ha svolto attività di didattica e di ricerca anche presso la Nortwestern University of Chicago nello Stato dell’Illinois, come Visiting Professor. Direttore dell’Unità Operativa di Nefrologia Universitaria dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa, è autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali e relatore di comunicazioni scientifiche in congressi nazionali ed internazionali. Nella sua presentazione “I reni: due piccoli instancabili lavoratori” il Prof. Tramonti ha brevemente delineato l’evoluzione della vita sulla terra e l’importanza assunta dall’acqua in tale processo, analizzando successivamente le funzioni dei reni, la loro posizione nel corpo umano, la loro struttura così come le malattie renali (insufficienza renale) e l’importanza dell’idratazione.

Il Convegno, ampiamente promosso anche sui canali social del Consolato Generale, è stato trasmesso in streaming, riscuotendo un grande apprezzamento da parte dei connazionali, che hanno posto numerose domande ai quattro relatori.

Il Video del convegno è stato pubblicato sul Canale Youtube del Consolato Generale d’Italia ad Hannover, per valorizzarne ulteriormente il contenuto e facilitarne la diffusione anche successivamente.

Dr.ssa Mariella Costa, De.it.press 10

 

 

 

Le Acli-Baviera alla videoconferenza della FAI

 

In data 10/06/2021 si è tenuta la videoconferenza della Federazione ACLI Internazionali. Il Presidente delle ACLI Italia, Emiliano Manfredonia, è stato eletto all'unanimità dai voti dei Delegati alla Presidenza della FAI. Nel suo intervento il Presidente delle ACLI Baviera, Carmine Macaluso, ha sottolineato come la FAI, dopo 25 anni, abbia la necessità di una rifondazione e porre tra le priorità, attraverso strategie mirate, il superamento delle sofferenze e della crisi che il mondo associativo in emigrazione registra ormai da anni.

Forme costruttive di autocritica, dovranno porre le condizioni perché l'immagine e la sostanza delle ACLI si ricompatti attorno al binomio Movimento e Servizi di Patronato operanti ancora sui territori di riferimento, in unica sorgente di energia e vitalità propositiva. La FAI promotrice della convocazione degli Stati generali dell'Associazionismo acquista profilo e contenuto per affermare anche che i sei milioni di Italiani che vivono il mondo, non devono rappresentare una risorsa marginale, ma possono assumere ruoli importanti nella diffusione di lingua e cultura, nel sostegno all'economia nazionale, nella rinascita del Meridione, nei valori di rispetto per l'ambiente, nel riciclaggio e smaltimento dei rifiuti.

Autocritica è necessaria anche nella denuncia del fallimento della normativa che regola le rielezioni dei Comites, prevista ancora verso la fine di quest'anno. La legge attuale condanna i Comites ad un confronto con un Elettorato estremamente ridotto, per la preventiva iscrizione alle liste elettorali, per la raccolta di necessarie firme per la presentazione delle liste, senza il fattivo, previsto supporto di sufficiente personale consolare.

In quest'ottica di rinascita, fondamentale risulta il rapporto di cooperazione con le Acli e Regioni italiane, soprattutto al sud. La Germania ospita la comunità siciliana più numerosa oltralpe al mondo. Riqualificare le ACLI significa riacquistare un ruolo di interlocuzione con il Governo regionale, con la Consulta all'emigrazione, con la Conferenza episcopale, per affermare rapporti diretti di cooperazione, investimenti negli scambi diretti tra Germania e Sicilia, nell'università, nel turismo, nei siti archeologici. Ecco la nuova dignità,il riaffermarsi di un'Associazione, le ACLI, che ha seguito l'emigrazione italiana sin dai suoi albori. Carmine Macaluso

 

 

 

Riunita in videoconferenza la Presidenza delle Acli Germania

 

Monaco di Baviera – Il 28 maggio scorso si è svolta un’altra videoconferenza della Presidenza delle ACLI Germania su piattaforma zoom. Collegati: il Presidente delle ACLI Germania Duilio Zanibellato; il Vicepresidente delle ACLI Germania Giuseppe Sortino; il Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg Pino Tabbì; la Responsabile dei Patronati ACLI Germania Daniela Bertoldi; il Presidente delle ACLI Baviera Carmine Macaluso; e il Vicepresidente delle ACLI Baviera Fernando A. Grasso.

Durante il collegamento, iniziato alle 18:00 e terminato alle 20:00 sono stati presentati e discussi i seguenti punti all’ordine del giorno: Assemblea FAI del 10 giugno; Situazione e prospettive del Patronato; Congresso KAB dal 18 al 20 giugno; Elezioni Comites del 3 dicembre; Varie ed eventuali,

Dopo aver salutato i partecipanti, intervenendo sul primo punto, Zanibellato ha chiesto loro se ci fosse un altro Membro della Presidenza disposto a prendere il suo posto tra i sei Rappresentanti nel Consiglio Nazionale ACLI.  Si è reso disponibile Macaluso. Bisognerà verificare però se sarà accettata la sua candidatura essendo un Presidente Regionale.

Sulla situazione del Patronato Bertoldi ha comunicato che dal 1 luglio le varie Sedi riprenderanno il proprio lavoro con appuntamenti telefonici e posta elettronica, utilizzando test  messi a disposizione del governo, da fare in ufficio. Ha comunicato inoltre che il Patronato ACLI Germania ha stipulato un accordo con la PA Service Belgique per ciò che riguarda il disbrigo di varie pratiche, come: successioni, IMU e tutto il fiscale italiano. Bertoldi ha ricordato inoltre di avvertire i tesserati ACLI di questa opportunità e ha parlato anche del corso di aggiornamento per la pagina Facebook al quale sta partecipando insieme ad altre colleghe.

Per ciò che riguarda il Congresso della KAB, che si svolgerà telematicamente da venerdì 18 pomeriggio fino alle 12:00 di domenica 20 giugno, dopo una breve consultazione, si è deciso che vi parteciperanno: Norbert Kreuzkamp (Rappresentate delle ACLI Germania), Duilio Zanibellato (B-W e Presidente ACLI Germania), Carmine Macaluso (Presidente ACLI Baviera) e Giuseppe Sortino (Vicepresidente ACLI NRW).

Sulle Elezioni Comites 20121 Tabbì ha comunicato che, in base alle notizie apprese dalla stampa, il competente Ministero ha annunciato che si svolgeranno il 3 dicembre 2021. Una decisione che ha già acceso un vivo dibattito tra tutte le componenti sociali interessate: CGIE, Comites, associazioni e partiti politici, se non si cambierà la legge che, nelle ultime elezioni, e per il fatto dell’obbligo di presentazione di liste controfirmate dai Consolati e dell’obbligo da parte degli elettori iscritti all’AIRE, di fare esplicita richiesta di voto, ha visto una sparutissima partecipazione al voto. Una ragionevole soluzione potrebbe essere un rinvio del voto con un eventuale cambiamento della legge. In ogni caso le ACLI dovranno guardarsi intorno, cercando di individuare possibili partner per eventuali presentazioni di liste. Come detto all’inizio, esauriti i punti all’ordine del giorno, dopo un caloroso scambio di saluti e un appuntamento al prossimo incontro, il Presidente Zanibellato ha chiuso il collegamento alle 20:00.

Inform/dip 7

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  

 

Guarda il nuovo video di “Vivere in Germania”. Questa volta ti spieghiamo 8 cose da sapere se stai cercando casa in affitto in Germania:

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-cercare-casa-100.html

 

Web channel tutto di musica italiana. Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. Ascoltalo qui:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

17.06.2021. Il flop di CureVac

Battuta d'arresto per il vaccino tedesco. L'azienda farmaceutica di Tubinga ha annunciato che avrebbe solo un'efficacia del 47%. Quali sono i motivi del risultato deludente? E quali le reazioni? L'analisi di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccino-curevac-poco-efficace-100.html

 

Mascherine sì o no? Il dibattito sull'obbligo di indossare mascherine all'aperto è di grande attualità, sia in Germania che in Italia. E il Nordreno-Vestfalia decide: da lunedì niente mascherine all'aperto, con poche eccezioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mascherine-si-o-no-100.html

 

16.06.2021. Forte Village e i vaccini bavaresi. Fa discutere la vaccinazione in Germania di almeno un centinaio di dipendenti di un noto e lussuoso resort in Sardegna. Arrivati in aereo a Monaco a maggio, e vaccinati a pagamento senza avere i requisiti. Cosa è successo? Cristina Giordano ripercorre la vicenda.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/forte-village-vaccinazioni-germania-100.html 

 

Cresce l’estrema destra in Germania

È uscito ieri il rapporto dell'Ufficio Federale della protezione della Costituzione relativo all'anno 2020. L’estrema destra e in particolare l’antisemitismo rappresentano i pericoli maggiori della democrazia tedesca.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rapporto-estrema-destra-100.html 

 

Scrittura interculturale

„Introduzione alla letteratura degli scrittori italiani in Germania“ è il titolo della nuova antologia destinata agli alunni che studiano italiano nelle scuole tedesche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/scrittori-italiani-germania-100.htm 

 

15.06.2021. La variante Delta. La mutazione del Coronavirus, prima nota come semplicemente indiana, preoccupa perché si trasmette più facilmente ed è anche più pericolosa. Ma contro la B.1.617 "i vaccini funzionano", assicura ai nostri micorfoni il virologo Fabrizio Pregliasco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/delta-variante-100.html 

 

6000 piantine

Le Sardine, il movimento di attivismo politico, nel weekend scorso ha venduto piantine di cannabis light nelle piazze di Bologna, Firenze e Roma. Uno dei leader del movimento, Mattia Santori, ci spiega i motivi di questa iniziativa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cannabis-sardine-100.html 

 

Andrea Cavalleri. Direttore del Max Planck Institut für Struktur und Dynamik der Materie di Amburgo, ha ottenuto risultati pionieristici applicando la luce per creare nuovi stati della materia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/andrea-cavalleri-100.html 

 

14.06.2021. Un programma ambizioso. Baerbock è stata confermata candidata cancelleria. Presentato anche il programma elettorale approvato dal 98% dei delegati. Grande spazio ai temi ambientali, ma anche a temi sociali e alla tutela dei più poveri. L'approfondimento di Vincenzo Savignano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/verdi-programma-100.html

 

Il G7 e la Cina. La Cina, pur non facendone parte, è stata la protagonista del G7 conclusosi ieri in Cornovaglia. Ne abbiamo parlato con Antonio Villafranca, direttore dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/g7-analisi-100.html

 

11.06.2021. L'Europa riparte dal calcio

Oggi iniziano gli Europei di calcio, i primi itineranti, rinviati di un anno per la pandemia. l'Italia di Roberto Mancini crede in un grande torneo. Ai nostri microfoni Dino Zoff, l'unico italiano ad aver vinto da portiere gli Europei nel '68 e i Mondiali nell'82. Nel 2000 sfiorò la vittoria europea anche da allenatore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europa-riparte-dal-calcio-100.html

 

Donnafugata. Raffinato, colto, rispettato e impegnato politicamente. Ma in privato la sua vita sarà invece costellata da disgrazie e preoccupazioni. Costanza DiQuattro sulle tracce di un suo antenato, il barone Corrado Arezzo. Sullo sfondo la Sicilia risorgimentale, il suo celebre castello e teatro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/donnafugata-costanza-diquattro-100.html

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-596.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

10.06.2021. Via libera al CovPass: come funziona?

Dopo un primo periodo di test del progetto pilota, la Germania ha presentato oggi il suo certificato digitale per i vaccini. Quali sono le funzioni? E come si ottiene? Tutte le risposte nel nostro approfondimento.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/covpass-certificato-digitale-vaccini-germania-100.html

 

Mascherine: nuova minaccia ecologica. Ogni giorno vengono buttate miliardi di mascherine in tutto il mondo. Sono il nuovo pericolo ambientale. Si possono riciclare? Ne parliamo con il presidente di Legambiente Giorgio Zampetti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mascherine-rifiuti-riciclare-100.html

 

09.06.2021. Una condanna definitiva

L'ex capo militare dei serbi di Bosnia Ratko Mladic è stato condannato in via definitiva all'ergastolo. Una conferma che il massacro di Srebrenica è stato un genocidio. Ne parliamo con Alfredo Sasso dell'Osservatorio Balcani e Caucaso

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mladic-condanna-definitiva-100.html 

 

Scialomm Mussolini. Un paese del Gargano che si converte all'ebraismo durante il fascismo. Il romanzo di Marina Collaci parte da una storia tanto vera quanto incredibile. Ne parliamo con l'autrice.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/scialomm-mussolini-collaci-100.html 

 

08.06.2021. L'auto del futuro

L'accademia Leopoldina ha presentato oggi un rapporto su come raggiungere gli obiettivi climatici che si è posta la Germania. In primo piamo ci sono le emissioni delle automobili. Ne parliamo con il direttore di Quattroruote Gianluca Pellegrini.

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La Procura europea. È in funzione la Procura europea contro i reati fiscali. Vigilerà anche sulla gestione dei fondi del Recovery. Ne parliamo con Virginio Carnevali di Transparency Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/procura-europea-100.html

 

Tricarico. Francesco Tricarico torna dopo cinque anni con il disco “Amore dillo senza ridere ma non troppo seriamente”. È un album che parla dell’importanza delle relazioni umane. 

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 07.06.2021. Ultradestra al palo. Nella Sassonia Anhalt vince con grande scarto la CDU, un risultato che premia soprattutto il governatore Reiner Haseloff. Si ferma invece l'AfD. Ne parliamo con il politologo Oliviero Angeli.

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Tassare le grandi imprese. Le sette maggiori economie mondiali hanno raggiunto un accordo per introdurre un'aliquota minima del 15 per cento per tassare le grandi imprese, soprattutto quelle tecnologiche e digitali. È la fine dei paradisi fiscali? Ne parliamo con Angelo Mincuzzi de Il sole 24Ore.

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04.06.2021. Terremoto nella chiesa cattolica

Le dimissioni dell'arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx scuotono Roma. Secondo il vaticanista Piero Schiavazzi, si tratterebbere di una spaccatura storica, di un "colpo di stato" tramato con il beneplacito di papa Bergoglio. Obiettivo: portare la chiesa a una svolta, dopo gli scandali sugli abusi.

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Antipasto di normalità

Finalmente si torna nei ristoranti, anche se nella maggior parte dei casi, solo all'aperto. Per molti lavoratori del settore, un sollievo. Ma i proprietari devono confrontarsi con un nuovo problema: la carenza di personale.

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Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

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Ogni lunedì.Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.htm  RC/De.it.pres 19

 

 

 

 

Idrogeno, cloud e microelettronica, ma il piano tedesco dimentica le donne

 

Invece di mettere a punto un programma nuovo, aggiuntivo rispetto a quello colossale varato dal governo per salvare la propria economia all’inizio del grande letargo da pandemia (1.400 miliardi di euro tra finanziamenti e garanzie), Scholz ha deciso di approfittare dei soldi europei per ridurre il disavanzo finanziando misure già decise da un pezzo - dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni

 

Quando la funzionaria del ministero dell’Economia italiano chiamò i suoi colleghi tedeschi, per un momento nell’ufficio del monumentale ex ministero dell’Aviazione nazista calò un silenzio di piombo. Gli uomini di Olaf Scholz si guardarono in faccia e dovettero risponderle imbarazzati che no, che non avevano fatto alcuna valutazione di genere sulle loro misure del Recovery Plan. Per un motivo molto semplice: per le donne, il governo Merkel non aveva previsto un centesimo.

Certo, va detto che il Recovery Plan della Germania vale un decimo di quello italiano. E che Berlino non ha preso un euro di prestiti dalla Commissione europea, ma soltanto trasferimenti. Nelle comunicazioni della Commissione Ue di fine aprile, dopo che il piano di rilancio post-pandemia era stato approvato dal Bundestag e trasmesso a Bruxelles, si legge che ammonta a 27,9 miliardi, e che 25,6 arriveranno sotto forma di trasferimenti dalla Commissione Ue. Ma Berlino ha deciso che “siccome il piano è più ampio”, dal punto di vista finanziario, “ogni spesa ulteriore sarà garantita dalla Germania”. Insomma che persino i due miliardi e rotti di eccedenza per arrivare ai 27,9 miliardi non saranno chiesti in prestito da Bruxelles.

E cosa contiene il piano? Semplice: niente per le donne, e questo lo abbiamo già detto. E tra i funzionari del ministero delle Finanze tedesco qualcuno non nasconde un filo di imbarazzo. Ma il motivo è molto semplice. Olaf Scholz è stato tanto attivo a spingere l’idea del Recovery Plan sul piano europeo, tanto è stato pigro sul proprio Recovery Plan. A fine agosto del 2020, una riunione di governo ha approvato la sua idea di prendere, molto semplicemente, un pezzo della legge di bilancio e di spostarlo nel piano europeo.

Detto in altri termini: invece di mettere a punto un programma nuovo, aggiuntivo rispetto a quello colossale varato dal governo per salvare la propria economia all’inizio del grande letargo da pandemia (1.400 miliardi di euro tra finanziamenti e garanzie), Scholz ha deciso di approfittare dei soldi europei per ridurre il disavanzo finanziando misure già decise da un pezzo.

Spostando un po’ di voci dalla finanziaria e costruendo un indice credibile, il Recovery Plan tedesco vanta dunque sei priorità: riforme e investimenti per la lotta ai cambiamenti climatici e la transizione energetica, digitalizzazione dell’economia, infrstrutture ed educazione, partecipazione sociale, rafforzamento del sistema sanitario, una modernizzazione della pubblica amministrazione e una riduzione delle barriere agli investimenti da attuare entro il 2026. Il piano include anche tre progetti comuni europei nel campo dell’idrogeno, del cloud e della microelettronica. E nel testo del piano, intitolato “Aufbau”, ricostruzione, si legge anche che la quota di investimenti per il digitale vale il doppio degli obiettivi fissati dalla Commissione Ue: il 40% invece del 20%. Ma era tutto già previsto. LR 7

 

 

 

Punti di vista

 

In politica ciascuno è libero d’avere un su modo di pensare. Con questo prologo, non ci sono limiti nell’elaborare previsioni sugli sviluppi socio/economici della realtà italiana. Dato che, però, nessuno è ”perfetto”, non è detto che le nostre argomentazioni siano più valide di quelle d’altri.

 

 Ciò che, da subito, abbiamo fatto nostra è una forma di logica informativa; lasciando agli opinionisti il compito di commentarla. Quindi, uno stesso evento può apparire con diversi profili. Dipende, principalmente, da com’è affrontato. Da tanti anni ci siamo organizzati per offrire spunti di meditazione e fare nostre proposte d’interesse per i Lettori “altrove”.

 

 Chi legge è libero di farsi una sua opinione e confrontarla, se del caso, con quella d’altri. Del resto, non è detto che “informazione” e “opinione” non siano in grado d’essere frutto di una stessa penna. Basta evitare, e questo è più difficile, d’essere di parte.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’Europarlamento ha approvato con ampia maggioranza il certificato vaccinale europeo

 

L’Europarlamento ha approvato con ampia maggioranza (546 voti a favore, 93 contrari e 51 astenuti) il certificato Covid digitale europeo che entrerà in vigore dal primo luglio 2021 e per i 12 mesi seguenti. Si tratta del certificato che permetterà a chi è vaccinato, testato negativo o confermato guarito dal Covid 19, di viaggiare nell’area Schengen, evitando le quarantene.

 

È un’ottima notizia poiché il certificato consentirà di riprendere gli spostamenti all’interno dell’Unione, contribuendo anche alla ripresa economica, che ormai non è meno necessaria della messa in sicurezza delle persone.

 

Il quadro comune dell’UE renderà i certificati compatibili e verificabili in tutta l’Unione europea, oltre a prevenire frodi e falsificazioni. I primi ad aver diritto al certificato digitale Covid sono i vaccinati. Il “pass” durerà 9 mesi. Anche i guariti dal Covid hanno diritto al certificato che avrà la durata di sei mesi. Chi invece si è sottoposto a tampone ed è risultato negativo, avrà libertà di circolazione per 48 ore, al massimo per 72 ore in caso di tampone molecolare.

 

Il «Digital Covid certificate» sarà rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali (l’ente che vaccina, l’ospedale dove si è stati curati o il laboratorio che ha effettuato il tampone) e sarà disponibile in formato digitale o cartaceo con un codice QR.

 

Attualmente sono nove i Paesi già collegati al Gateway: Croazia, Danimarca, Spagna, Germania, Grecia, Bulgaria, Lituania, Polonia e Repubblica ceca. Al pass UE hanno aderito anche Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein.

 

L’Italia, dove è già attivo il green pass nazionale (costituito dalle certificazioni cartacee di avvenuta vaccinazione, guarigione o del tampone negativo), ha già effettuato con successo i test tecnici e, da quanto dichiarato dal ministro Colao, e dovrebbe trasmettere il green pass allineato al sistema Ue prima del 1° luglio sulla app IO.

Non possiamo che augurarci che ciò avvenga nei tempi stabiliti e che le procedure siano facilitate al massimo per tutti gli utenti.  Angela Schirò  dip 9

 

 

 

Rinnovo Comites, videoconferenza del Consiglio Generale sulle modalità di voto e sulla data delle elezioni

 

ROMA – Si è tenuto online un incontro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero sul tema delle elezioni dei Comites, per capire con quali modalità si andrà al voto. Al rinnovo dei Comites seguirà subito dopo quello dello stesso Cgie. “Riteniamo urgente approfondire il processo organizzativo le modalità la tenuta delle elezioni. La pandemia ancora limita le attività nella rete diplomatica: fino alla fine del 2021 si continuerà con il lavoro a distanza, con arretrati da recuperare e funzionari in numero non adeguato che dovranno garantire al meglio tutti i passaggi preparatori per le elezioni dei Comites del 3 dicembre”, ha spiegato Michele Schiavone, Segretario Generale Cgie, parlando anche delle necessità di una sana e trasparente campagna informativa. Schiavone ha sottolineato come la somma dei 9 milioni stanziata per le elezioni degli organi di rappresentanza, nella quale è contenuto il milione per la sperimentazione del voto telematico, sia insufficiente; inoltre la questione della riforma di Cgie e Comites discussa anche con il Sottosegretario Della Vedova: i tempi legislativi sarebbero però esigui. “Si trovi una soluzione congrua per venire incontro alle nostre esigenze”, ha sottolineato Schiavone lanciando l’appello per l’assunzione dell’impegno da parte della politica anche per consentire lo svolgimento delle elezioni nel pieno rispetto del diritto di tutti i connazionali a poter votare, stante i problemi pandemici persistenti in alcune zone del mondo. Schiavone ha ricordato i punti della risoluzione approvata nell’ultima plenaria CGIE. Questi punti affrontavano la questione dell’approvazione delle riforme delle leggi istitutive di Comites e Cgie, la convocazione delle elezioni per il rinnovo della rappresentanza di base nel rispetto dell’universalità della partecipazione al voto, le difficoltà quindi nell’effettuazione delle elezioni nei continenti e nei paesi in cui il decorso della pandemia compromette ancora la mobilità, l’eventuale posticipazione delle elezioni alla primavera 2022, il lancio immediato di una campagna di comunicazione gestita nel pieno rispetto delle leggi vigenti anche per la privacy, l’adeguamento del personale della rete diplomatico-consolare per gestire al meglio l’intera fase elettorale. Schiavone, a nome del CGIE, ha espresso le condoglianze per la scomparsa di Guglielmo Epifani (gia segretario CGIL e ex segretario Pd ). Piero Fassino, Presidente Commissione Esteri della Camera, ha ritenuto ragionevole la richiesta della posticipazione delle elezioni alla primavera 2022, visto che la situazione nel resto del mondo non è quella vigente in Italia: per esempio nell’America Latina e soprattutto in Brasile dove ci sono anche molti cittadini italiani. “Il quadro pandemico non è omogeneo ovunque e dobbiamo avere condizioni di sicurezza in ogni realtà per l’esercizio del diritto di voto”, ha spiegato Fassino parlando del problema legato all’attività consolare in difficoltà. Allo stesso tempo però Fassino ha sottolineato come un eventuale rinvio delle elezioni dovrà essere suggerito soltanto dalla situazione pandemica e non collegato alla possibilità di portare avanti nel frattempo delle riforme. Vito Petrocelli, Presidente Commissione Esteri del Senato, ha concordato con l’idea di Fassino per realizzare un percorso comune volta a indicare al Governo l’opportunità di spostare la data delle elezioni alla primavera 2022. “Non sono favorevole alla cancellazione dell’inversione dell’opzione di voto e su questo siamo di pareri opposti”, ha precisato Petrocelli che non ha voluto tornare su questo argomento convinto della bontà dell’inversione dell’opzione per l’elezione dei Comites. “Al cambio di ruolo e funzioni del Cgie deve seguire anche quello dei Comites: non ritengo opportuna una sola riforma senza l’altra”, ha aggiunto Petrocelli auspicando, a prescindere dal rinvio della data, una massiccia campagna informativa per le elezioni unendo carta stampata, web, radio e televisione. Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero del MAECI, ha ribadito che i funzionari hanno il compito di applicare la legge: “la legge dice che si vota il 3 dicembre, con indizione di voto il 3 settembre, e la rete consolare già si sta preparando”, ha spiegato Vignali che ha ricordato come l’obiettivo principale sia quello di portare a compimento l’appuntamento elettorale secondo quanto previsto dalla legge e con la massima partecipazione possibile. “Se ci sarà un rinvio della politica ci organizzeremo per la primavera prossima. C’è la consapevolezza del valore dei Comites che hanno fatto molto durante la pandemia, vorremmo anche che si sapesse quanto può contare l’associazionismo per gli italiani all’estero”, ha sottolineato Vignali.

Silvana Mangione, Vicesegretario Generale Cgie per i Paesi anglofoni extra-europei, ha ricordato che la massima partecipazione al voto è condizionata tanto dalla pandemia quanto dall’inversione dell’opzione di voto. La Mangione ha anche ricordato come la data per l’avvio delle procedute elettorali sia in realtà il 3 settembre, quindi più vicina di quella delle elezioni prevista per il 3 dicembre. Un mese di settembre dove ancora vari continenti potrebbero essere alle prese con la pandemia.  “Senza Comites non c’è Cgie”, ha poi commentato Mangione ricordando che la conoscenza di quanto avviene nei territori è utile anche al manipolo esiguo dei parlamentari eletti all’estero. La consigliera ha infine auspicato una campagna di informazione sulle elezioni semplice e chiara, che sia comprensibile alla massa dei votanti all’estero. E’ stata poi la volta dei deputati e senatori.

La deputata Laura Garavini (IV), eletta nella ripartizione Europa,  ha definito anomalo il fatto che sia il Cgie a chiedere il rinvio delle elezioni quando sia il Governo che l’amministrazione sono avviati verso le elezioni. “Il Governo ha già messo in atto la campagna informativa e le sedi estere sono già preallertate e al lavoro per consentire la riuscita dei lavori: è anomalo che sia l’organo di rappresentanza a chiedere il rinvio. Abbiamo già avuto un primo slittamento e la situazione pandemica è in miglioramento. Il rinvio sia perlomeno condizionato alla riforma della legge e si preveda l’abolizione dell’inversione dell’opzione”, ha spiegato Garavini. Il deputato Massimo Ungaro (IV), eletto nella ripartizione Europa, ha ricordato come sia stata da lui stesso presentata una proposta di riforma degli organi rappresentativi di base. “Se i Comites non sono forti come vorremmo è proprio perché anche in passato non è stata rispettata la data delle elezioni”, ha spiegato Ungaro ricordando che questi rinvii indeboliscono la tenuta di questi organismi e che comunque il voto avviene per corrispondenza. Roberto Menia, responsabile dipartimento per gli italiani all’estero di FdI, ha spiegato che l’elemento della partecipazione legittima un organismo; tuttavia pandemia e problemi nei servizi consolari, più l’esercizio dell’opzione di inversione, penalizzerebbero questa partecipazione. Menia ha quindi auspicato l’istituzione a pieno regime del voto elettronico per superare i problemi di trasparenza e eventuali brogli a volte legati al voto postale. Il senatore Francesco Giacobbe (Pd), eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, ha espresso parere favorevole al rinvio delle elezioni considerando il fatto che laddove in alcune parti del mondo vi potessero essere ricadute pandemiche verrebbero meno anche i servizi postali. “Quello che uccide la rappresentanza non è il rinvio delle elezioni ma un sistema disegnato molti anni fa e non ancora aggiornato o riformato”, ha spiegato Giacobbe criticando l’inversione dell’opzione di voto. La deputata Fucsia Fitzgerald Nissoli, (FI) eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale (FI) ha espresso il timore che lo slittamento ulteriore della data delle elezioni comporti un calo di credibilità. “L’obiettivo da centrare è informare capillarmente gli iscritti Aire sul voto e su cosa siano i Comites”, ha spiegato Nissoli invitando a programmare una campagna informativa sinergica. “Giusto andare ad elezioni il 3 dicembre ma servono più impiegati nei consolati”, ha aggiunto Nissoli. Luciano Vecchi, responsabile per gli Italiani nel Mondo del Partito Democratico, ha sottolineato come non vi siano le condizioni per far partire già dal 3 settembre in modo omogeneo ovunque le procedure in preparazione del voto del 3 dicembre. “Non si può pensare all’inversione dell’opzione fatta volta per volta, basterebbe indicare la volontà di votare quando si effettua l’iscrizione all’Aire”, ha spiegato Vecchi. Il deputato Simone Billi (Lega – ripartizione Europa), Presidente Comitato Italiani all’Estero alla Camera, ha espresso preoccupazione sulla rete consolare “che è allo stremo e l’elezione comporta ulteriore stress quindi la proroga dell’elezione da questo punto di vista sarebbe una buona cosa e comporterebbe una boccata d’ossigeno”, ha spiegato Billi. Angela Schirò (Pd), eletta nella ripartizione Europa, ha espresso preoccupazione per lo stato attuale dei consolati in vista degli adempimenti elettorali.  “Gli unici in grado di dare una risposta a questi quesiti sono l’amministrazione e il Governo: sono gli unici a dire se ci sono le possibilità, quindi se la risposta è positiva lo dicano o eventualmente chiedano loro lo spostamento”, ha spiegato Schirò auspicando che se il rinvio ci sarà sia utile per giungere quantomeno ad una riforma degli organi di rappresentanza. Il deputato Raffaele Fantetti (Misto- Europeisti)), eletto nella ripartizione Europa, ha invitato a distinguere il diritto di voto, correlato alla cittadinanza, dall’esercizio del diritto di voto. “Già abbiamo modalità di esercizio del voto diverse da quelle degli italiani in Italia, per esempio il voto postale”, ha spiegato Fantetti che nell’inversione dell’opzione vede una sicurezza nel voto. Fantetti ha auspicato inoltre una digitalizzazione di questa modalità di voto, dicendosi poi contrario all’idea dello slittamento del voto. Paolo Borchia, delegato per gli italiani all’estero della Lega, ha auspicato una riforma radicale della rappresentanza estera e si è detto preoccupato per lo stato di impasse che persiste da diverso tempo.

Pietro Mariani, Presidente Comites di Madrid, ha contestato l’inversione dell’opzione quale meccanismo contrario al diritto costituzionale sul diritto di voto. “Portare al voto il 3% degli aventi diritto rappresenta la morte dei Comites. Un secondo aspetto riguarda l’informazione: non è sufficiente la Rai e i giornali locali all’estero sono ridotti al lumicino. Serve un’informazione con circolari informativi agli iscritti Aire da parte del Ministero stesso”, ha spiegato Mariani auspicando la riforma di Comites e Cgie con maggiori prerogative. Tommaso Conte, Presidente Comites di Stoccarda, ha invece espresso sostanziale contrarietà al posticipo delle elezioni. Conte ha anche segnalato il problema relativo alla mancanza dei funzionari della rete consolare che rallenta l’erogazione dei servizi. “In Germania vi sono ragazzi che hanno chiesto da tempo di essere iscritti all’Aire e attendono di essere soddisfatti”, ha aggiunto Conte. Luigi Billé, consigliere Cgie-UK, ha espresso perplessità e preoccupazione sul fatto che le elezioni siano espletate il 3 dicembre ma con tutta la procedura elettorale che però partirebbe dal 3 settembre. Per Billé il rinvio odierno delle elezioni dei Comites sarebbe dettato da motivazioni diverse da quelli del passato. Il consigliere ha inoltre chiesto che in concomitanza di un rinvio elettorale vi sia anche l’avvio dell’iter per le necessarie riforme. Aniello Gargiulo, consigliere Cgie-Cile, ha parlato sia della necessità che su questa materia il Parlamento si prenda le sue responsabilità, sia dell’esigenza che l’Amministrazione valuti nel merito le difficoltà sui territori. Luciano Alban, Presidente Comites di Zurigo, ha lamentato in generale un calo di attenzione sulle problematiche di coloro che rappresentano il 10% della popolazione italiana: gli iscritti Aire. “Serve una riflessione sul diritto di voto”, ha aggiunto Alban. Ernesto Pravisano, Presidente Comites di Amsterdam, ha auspicato il rinvio delle elezioni dei Comites e la riforma degli organi di rappresentanza “non per noi ma per gli italiani”. Giuseppe Stabile, consigliere Cgie per Spagna e Portogallo, ha espresso perplessità sull’affermazione della politica secondo la quale la stessa deve intervenire quando l’amministrazione glielo chiede. “Il Cgie – ha aggiunto il Consigliere – che chiede di rinviare le elezioni sta svolgendo il ruolo di consigliere di Parlamento e Governo, quale organismo rappresentativo che conosce i territori”. Per Stabile inoltre ad oggi Cgie e Comites risultano deboli perché sono compressi all’interno di un sistema amministrativo. Stabile ha anche segnalato difficoltà legate all’uso del portale Fast It e la necessità di inviare al più presto ai connazionali il modulo di partecipazione al voto che poi va inviato ai consolati. Vincenzo Arcobelli, consigliere CGIE-USA, ha evidenziato come i consolati oggi abbiano bisogno di personale: “il pubblico ha a che fare con ritardi per alcuni servizi che non possono essere espletati in tempi rapidi, per il sottorganico di personale”, ha spiegato Arcobelli precisando che ci sono situazioni territoriali diverse a seconda dei territori. “Il Cgie fino ad oggi ha fatto il proprio dovere, abbiamo presentato delle proposte di riforma da oltre tre anni”, ha aggiunto Arcobelli chiedendo cosa in realtà abbia fatto in questo ambito fino ad oggi la politica. Gianluca Lodetti, consigliere CGIE-CISL, ha sottolineato come di fronte ad un 10% di italiani presenti all’estero “ci troviamo ad avere a che fare con una classe politica che in generale non riesce a rappresentare a pieno queste esigenze, per mancanza di volontà della politica e non parlo degli eletti all’estero”, ha spiegato Lodetti aggiungendo che “i nostri temi non sono all’ordine del giorno dei partiti”. Lodetti ha evidenziato l’importanza di andare a votare al più presto “ma dobbiamo fare attenzione affinché la partecipazione sia effettiva e dobbiamo verificare quali siano le possibilità effettive per andare al voto il 3 dicembre”. Sull’inversione dell’opzione, Lodetti ha sottolineato che i dati fermi al famoso 4% di partecipanti rappresenato “un macigno”. Giuseppe Scigliano, Presidente Comites di Hannover, ha espresso preoccupazione in vista delle elezioni per la mancanza di contatti con la base da più di un anno a causa della pandemia. Angelo Campanella, Presidente Comites di Lione, ha auspicato che le elezioni del 3 dicembre non diano luogo al problema della partecipazione, chiedendo uguali diritti e doveri superando quindi il problema dell’inversione dell’opzione. Rodolfo Ricci, consigliere Cgie-Filef , ha parlato di una fotografia del fallimento della politica e della fotografia che spiega a livello culturale com’è la triste situazione in Italia. “Non c’è stato un solo Governo – ha aggiunto il consigliere – che abbia preso sul serio le cose dette da Comites e Cgie” Ricci, dopo aver domandato cosa si stia facendo anche alla luce del Piano nazionale di ripresa e resilienza per rendere più efficiente la rete diplomatico-consolare, ha rilevato la necessità di andare al voto solo in presenza di condizioni adeguate per arrivare ad una partecipazione decente alle prossime elezioni dei Comites. Ricci ha infine richiamato la responsabilità della politica e del governo sullo svolgimento della consultazione. Marcelo Carrara, consigliere Cgie-Argentina, ha ricordato che è opportuno legittimare le cariche con il voto entro quest’anno. “La pandemia non può essere la scusa, non sappiamo quando finirà ma con il referendum dell’anno scorso abbiamo già avuto un’esperienza di voto in un contesto difficile. Per questo pensiamo che non possiamo posticipare in eterno le elezioni”, ha spiegato Carrara sottolineando che con il voto si va a legittimare gli organi di rappresentanza. Senza contare che la ‘primavera europea’ non corrisponde climaticamente a quella delle nazioni dell’altro emisfero. Carrara ha confermato il suo parere favorevole rispetto all’inversione dell’opzione, rilevando come anche con il voto digitale l’inversione dell’opzione ci sarebbe comunque perché prima di votare probabilmente servirebbe un’iscrizione per avere un codice personale. Nello Collevecchio, consigliere Cgie-Venezuela, ha ricordato che ogni proposta deve essere seguita da numeri e supportata da questi. I numeri dei Paesi come il Venezuela inducono a riflettere su problemi verso i quali, secondo Collevecchio, la politica non ha mostrato il giusto interesse.  Vincenzo Mancuso, consigliere Cgie-Germania, si è detto favorevole al rinvio di almeno un anno: “qui non c’è conservazione dei seggi perché c’è volontariato: c’è un problema pandemico terribile”, ha spiegato Mancuso ricordando che per stilare le liste bisogna incontrare e raggiungere le persone “ed è assurdo raggiungere certe cifre in queste condizioni”. Fernando Marzo, consigliere Cgie-Belgio, si è detto perplesso sulla possibilità di effettuare la preparazione preliminare del voto in contesti di alta pandemia. Dopo aver sottolineato che il rischio di brogli elettorali non riguarda i Comites e il mondo della associazioni, Marzo ha auspicato l’introduzione della possibilità per i cittadini all’estero al momento dell’iscrizione all’Aire di esprimere una volta per tutte la loro volontà di esercitare il diritto di voto. L’appuntamento è al 22 giugno con una riunione Cgie sul Piano nazionale ripresa e resilienza e sull’internazionalizzazione, insieme all’amministrazione del Maeci.

(Inform/dip 8)

 

 

 

Elezioni Comites. Cgie: la politica garantisca la piena partecipazione

 

ROMA - Si è svolta ieri pomeriggio online l’Assemblea plenaria del Consiglio generale degli Italiani all’estero alla quale hanno preso parte anche i Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri delle Camere, i Parlamentari eletti all’estero e alcuni dei responsabili per gli italiani all’estero dei partiti presenti in parlamento, oltre al Direttore generale della DGIT del MAECI.

Oggetto del dibattito le elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie annunciate per il prossimo 3 dicembre, nonché la relativa legge e le modalità di voto.

Per il segretario generale Michele Schiavone è urgente fare chiarezza in merito al processo organizzativo e alle modalità di svolgimento della tornata elettorale in considerazione dell’incertezza del quadro generale, che vede la diffusione disomogenea della pandemia nel mondo e della conseguente ridotta operatività delle sedi consolari. Il Segretario generale ha riferito di aver invitato il sottosegretario Della Vedova a far sì che il Governo proceda a un’assunzione di responsabilità affinché le consultazioni si svolgano in sicurezza e sia garantita la partecipazione di tutti gli aventi diritto, così come previsto dalle proposte di legge di riforma degli organismi di rappresentanza intermedia presentate dal Consiglio Generale nel novembre 2017.

“Oggi si chiede formalmente ai Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri di Camera e Senato – ha detto Schiavone –, a tutti i Parlamentari e ai responsabili dei partiti di assumersi l’impegno di definire percorso, data e modalità per la convocazione delle elezioni per il rinnovo dei Comites, e quindi del CGIE, al fine di rendere protagonisti i cittadini e favorire un’ampia partecipazione, specie nei Paesi in cui il contagio non è domato”.

Allo scopo di rafforzare la rappresentanza per integrare meglio le comunità nel mondo nelle attività e nella vita del Paese, tre settimane orsono il CGIE ha presentato al sottosegretario Della Vedova una risoluzione in cui si chiede: l’approvazione delle riforme delle leggi istitutive di Comites e CGIE; la convocazione delle elezioni della rappresentanza di base nel rispetto dell’universalità della partecipazione al voto; eventuale posticipazione delle consultazioni alla primavera 2022 nei continenti e Paesi in cui la diffusione della pandemia compromette la mobilità; lancio immediato di una massiccia campagna di comunicazione nel rispetto delle vigenti leggi sulla privacy; adeguamento del personale della rete diplomatico-consolare per gestire la fase elettorale; allineamento della normativa per le elezioni dei Comites a quella per il rinnovo dei Consigli regionali.

I Presidenti delle Commissioni permanenti Affari esteri del Senato e della Camera, Vito Petrocelli e Piero Fassino, hanno considerato ragionevole la richiesta di posticipazione delle elezioni alla luce del variegato quadro pandemico che mette a rischio il corretto svolgimento delle consultazioni in talune aree del pianeta e si sono dimostrati favorevoli all’opportunità, qualora il Consiglio Generale si esprimesse in tal senso, di proporre un’iniziativa congiunta, da sottoporre all’approvazione delle Commissioni da essi presiedute, consistente nella richiesta al Governo di procrastinazione dell’appuntamento elettorale alla primavera 2022.

In particolare, l’onorevole Fassino ha sottolineato che tale eventualità dovrebbe essere collegata unicamente all’andamento della pandemia e non alla pur opportuna necessità di avviare l’iter parlamentare delle riforme delle leggi istitutive degli organi di rappresentanza intermedia, mentre il senatore Petrocelli (che ha ribadito la sua convinzione circa la necessità di mantenere l’inversione dell’opzione) ha suggerito di sensibilizzare preliminarmente le Commissioni permanenti Affari costituzionali di Camera e Senato, competenti in materia.

Nel corso del dibattito i Parlamentari eletti all’estero e i responsabili delle politiche per gli italiani nel mondo dei partiti dell’arco costituzionale hanno evidenziato sensibilità diverse rispetto all’ipotesi di procrastinazione del voto.

Hanno manifestato perplessità i senatori Laura Garavini (Iv) e Raffaele Fantetti (Cambiamo), gli onorevoli Fucsia Nissoli (Fi), Angela Schirò (Pd) e Massimo Ungaro (Iv), nonché l’europarlamentare Paolo Borchia (Lega). Un’apertura in tal senso è invece pervenuta dal senatore Francesco Giacobbe (Pd), dall’onorevole Simone Billi (Lega), nonché da Roberto Menia (FdI) e Luciano Vecchi (Pd), responsabili delle politiche per gli italiani nel mondo rispettivamente di Fratelli d’Italia e Partito Democratico.

Tutti hanno convenuto circa la necessità di avviare quanto prima un’efficace campagna di comunicazione elettorale da veicolare attraverso i canali tradizionali e i social media allo scopo di raggiungere ogni fascia di aventi diritto.

I Consiglieri del CGIE intervenuti e sei Presidenti dei Comites presenti (per Zurigo Lucio Alban, per Lione Angelo Campanella, per Stoccarda Tommaso Conte, per Ma-drid Pietro Mariani, per i Paesi Bassi Ernesto Pravisano, per Hannover Giuseppe Scigliano) hanno evidenziato l’opportunità di una riflessione circa le modalità di voto che porti all’approvazione da parte del Parlamento delle riforme delle leggi istitutive degli organismi di rappresentanza intermedia così come proposte dal CGIE poiché l’opzione inversa rappresenta la causa principale della scarsa partecipazione; hanno altresì sottolineato l’imprescindibilità del rafforzamento del personale della rete consolare allo scopo di garantirle una corretta operatività.

Hanno pertanto richiamato la politica e l’Amministrazione ad assumersi una volta per tutte la responsabilità di determinare le condizioni per il superamento delle criticità da sempre evidenziate dal Consiglio Generale.

Da parte sua, il direttore generale della DGIT del MAECI Luigi Maria Vignali ha fatto presente che l’Amministrazione degli Esteri ha il compito di applicare la legge e pertanto, in previsione dell’indizione delle elezioni, ha già attivato la rete diplomatico-consolare con l’obiettivo di ottenere la più larga partecipazione al voto e nell’intento di valorizzare al massimo i Comites e le associazioni all’estero.

In conclusione, il Segretario generale ha stigmatizzato lo scarso rispetto dimostrato dalle istituzioni nei confronti delle comunità all’estero, i cui rappresentanti, costretti a operare nel quadro di leggi ormai obsolete risalenti in parte a trentacinque anni orsono, agiscono in regime di volontariato e non possono quindi essere tacciati di “attaccamento alla poltrona”. Non essendo emersa una posizione univoca dal dibattito, dunque, Schiavone ha comunque rilevato la necessità di produrre una mozione del CGIE, da consegnare al Governo e alle Commissioni permanenti Affari esteri delle Camere, che tenga conto dell’opinione prevalente emersa nel corso della discussione. (aise 8) 

 

 

 

Il voto altrove

 

Sono passati circa vent’anni dal varo della legge 459/2001, meglio nota come Normativa Tremaglia. Quella che ha introdotto, ai fini elettorali, la Circoscrizione Elettorale Estero che, per ora, resta gestibile ancora per posta. In quest’arco di tempo, in Italia sono cambiate alleanze politiche, rapporti di convivenza tra i partiti. Ma per gli Italiani ”altrove” non è cambiato nulla. Però, forse, qualcosa potrebbe mutare nel prossimo futuro. Ora puntiamo sul varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE). Forse, i tempi, adesso, sono probabili.

 

Ne consegue che, anche sul voto dall’estero le novità potrebbero non mancare. C’è da sollecitare il voto digitale. Più veloce e sicuro. Magari tramite posta elettronica. Così, il suffragio ideato dal defunto On. Tremaglia salverebbe “capra e cavoli”. Dopo, ovviamente, con una legge elettorale più consona, anche il voto italiano dall’estero potrebbe essere rivisto.

 

L’importante resta, però, l’autonomia politica dei milioni d’aventi diritto di voto. Realtà sulla quale ci ripromettiamo di tornare. Questa resta, al momento, solo una nostra teoria, ma restiamo aperti a proposte alternative che consentano, però, un voto sicuro e rapido anche per gli aventi diritto che vivono “altrove”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mascherine all'aperto, fino a quando? Ecco cosa dicono gli esperti

 

Mascherine all'aperto, fino a quando? Al centro del dibattito di questi giorni, con l'arrivo dell'estate, anche l'utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, alla luce del calo di contagi e decessi e con l'avanzare in Italia della zona bianca. In Francia, ad esempio, se tutto procede secondo i piani, il 30 giugno verrà revocato l'obbligo. E anche il ministro della Sanità tedesco, Jens Spahn, ha aperto alla possibilità di un progressivo allentamento dell'obbligo di indossare la mascherina. Ma cosa pensano gli esperti e che tempi prevedono per il nostro Paese?

L'infettivologo Stefano Vella, docente di Salute globale all'università Cattolica di Roma ed ex presidente dell'Agenzia italiana del farmaco Aifa, è netto: "La mascherina all'aperto va portata e per il momento sono contrario a togliere l'obbligo". "La mascherina va portata sempre dietro - dice Vella all'Adnkronos Salute - Poi se si è soli, immagino al mare o in un bosco, è chiaro che si può togliere. Ma se eliminiamo troppo presto l'obbligo, c'è il rischio che nessuno la indossi più. Vedo già oggi molti che non la portano".

"Io l'obbligo di mascherina non lo rimuoverei - dice anche il virologo Francesco Menichetti, primario di malattie infettive dell'ospedale di Pisa, commentando lo stop francese all'obbligo di mascherine all'aperto dal 30 giugno - Non sarei favorevole alla rimozione, poi decideranno le autorità". Togliere la mascherina "è possibile all'aperto tra vaccinati, tra chi ha il certificato verde ed è distanziato - spiega l'esperto - Questo è accettabile e logico. Potrei toglierla una volta che sono all'aperto al mare, però - avverte Menichetti - toglierle come abitudine io aspetterei". "L'abitudine della mascherina è qualcosa a cui non rinuncerei. Per me - dice il virologo - il momento in cui uno potrebbe rimuoverla è quando si riaprono le scuole in presenza, a settembre-ottobre, il che vuol dire che hai vinto la battaglia. La spada - conclude - la deponi quando la battaglia è definitivamente conclusa, non quando sei ancora in tenzone".

"Credo che entro fine mese si possa ragionare sullo stop all'obbligo della mascherina all'aperto. Sono ottimista, soprattutto in quelle Regioni in zona bianca dove i casi sono davvero pochi" afferma invece Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo). "C'è un miglioramento epidemiologico evidente - sottolinea all'Adnkronos Salute - e siamo in una fase in cui abbiamo un abbattimento della mortalità dei nuovi casi".

Sulle mascherine Fabrizio Pregliasco, docente all'Università Statale di Milano, dice di aspettare "ancora un attimo per una valutazione. Vediamo fine luglio come obiettivo per toglierle all'aperto".

Invita alla cautela Maria Rita Gismondo. La Francia, salvo contrordini, da fine giugno dirà addio alle mascherine all'aperto. E noi? "Fino a qualche giorno fa sarei stata assolutamente favorevole. Ma visto che la variante Delta" di Sars-CoV-2, nota anche come variante indiana, "è arrivata anche in Italia, ancora per fortuna con numeri contenuti, direi di proseguire con la misura della mascherina in modo da essere maggiormente protetti", afferma la direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell'ospedale Sacco di Milano, che spiega: "Ancora non sappiamo quale sarà l'evoluzione della diffusione di questa variante" nella Penisola.

"Non trovo utile mettersi a discutere sul 'sì o no' alla mascherina. Sappiamo che ci ha aiutato tanto. E i dati ci dicono che funziona. Fino a quando siamo messi così, prima di mollarla bisogna pensarci. Certo non la mettiamo mentre mangiamo al ristorante o quando andiamo a fare il bagno, ma meglio avercela a portata di mano e usarla quando serve e con giudizio", afferma all'Adnkronos Salute è Massimo Galli, direttore di Malattie infettive all'ospedale Sacco di Milano. Purtroppo, sottolinea, "la questione della mascherina sta diventando un feticcio politico per 'captatio benevolentiae'. La mascherina è uno strumento, è un device. Molto consigliabile, in ogni caso, alle persone più fragili che devono affrontare situazioni in cui ci siano più persone", conclude Galli.

"A luglio, se si conferma bassa circolazione virale nelle prossime settimane, togliere la mascherina all'aperto non pone problemi. Ovviamente in persone che non hanno sintomi", dice all'Adnkronos Salute Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e assessore alla Sanità della Regione Puglia.  Adnkronos 14

 

 

 

Elezioni Comites: come e quando? Il dibattito al Cgie

 

ROMA - Dibattito fiume sulle elezioni dei Comites oggi pomeriggio sulla pagina facebook del Consiglio generale degli italiani all'estero. Al centro degli interventi l’opportunità di posticipare il voto, vista la pandemia in corso, e intervenire finalmente sulle riforme.

Referente della Lega nel mondo, Paolo Borchia non ha detto “no” al rinvio del voto – ora previsto il 3 dicembre – paventando anche lui il pericolo di “perdere credibilità”, ma aperto ad ascoltare “le indicazioni dell’Amministrazione”, cioè la Farnesina, che “diano elementi di certezza così la politica sia in grado di decidere”. Dunque “siamo pronti a ragionare sul rinvio, ma non puntando sulla pandemia: ieri la Sassonia ha votato in presenza”. Quanto al voto elettronico, sembra essere “obiettivo di tutti, ma – ha osservato – dobbiamo fare conti con la realtà” che per Borchia è “che non c’è ancora una tecnologia matura”. Quanto infine alle risorse umane, il tema “è inderogabile”; c’è bisogno di una “riforma radicale sull’impianto della rappresentatività. L’impasse si trascina da troppo tempo”.

Il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone ha preso la parola per ribadire che il compito dei consiglieri è quello di difendere i diritti dei connazionali: “nessuno prende in considerazione le nostre proposte in difesa dei diritti; i 18 eletti all’estero proseguono il loro lavoro con la schiena diritta, ma la verità è che le questioni nostre non entrano nel dibattito pubblico e quindi mi chiedo: che senso ha spendere la vita alla rincorsa dei diritti? Non siamo attaccati alle poltrone, abbiamo tanto da perdere, abbiamo carriere e dedichiamo tempo a un ideale e a una comunità che ha bisogno di essere sostenuta. Chi si occupa di italiani all’estero deve allargare lo sguardo oltre l’Italia”.

Anche per Gianluca Lodetti (Cgie Italia) è il caso di “sgombrare il campo dal pensiero che il Cgie vuole il posticipo del voto per non eleggere le rappresentanze”. La verità è che “c’è una classe politica che non riesce a rappresentare in pieno le nostre esigenze, non parlo degli eletti all’estero, ma proprio delle segreterie dei partiti. Questo – ha accusato – ha bloccato le riforme”. Quindi, rivolto a Borchia, Lodetti ha ricordato che “non votiamo tutti in Sassonia, dunque verifichiamo le possibilità effettive sui territori”.

Al territorio, anzi “al fronte”, ha fatto riferimento anche Giuseppe Scigliano, presidente del Comites di Hannover, favorevole al rinvio del voto. “La base sta dicendo unanime che non è il momento di votare; io non sono un politico, io sto al fronte, conosco la realtà del mio territorio. I consolati non sono pronti: mettere sull’home page un volantino con su scritto che ci sono le elezioni non è “preparare le elezioni”. Da più di un anno e mezzo che non vediamo le persone, e in queste condizioni si vuole votare?”.

Presidente del Comites di Lione, Angelo Campanella ha sostenuto che fa “difficoltà a considerare i 18 eletti all’estero i miei rappresentanti, che poco o niente hanno fatto”. Un giudizio severo che ha esteso “alla politica tout court”. Al contrario “Comites e Cgie hanno sempre fatto la loro parte”. A Lione vivono più 80mila Aire, per i Comites votano sempre in 6mila: “sono loro che ci hanno motivato”, ha aggiunto prima di ricordare che “in tutta Europa nessuno ha modificato il calendario elettorale; qui in Francia votiamo fra 2 settimane”. Il vero problema dei Comites è “avere riconoscimento ed essere messi in condizione di lavorare”.

Secondo Rodolfo Ricci (Cgie Italia) la discussione di tre ore promossa oggi dal Cgie “è interessante, perché dà uno spaccato dell’Italia ed è una fotografia del fallimento della politica”; sarebbe “da diffondere per capire come siamo messi in questo Paese”. D’altra parte, ha aggiunto, “diciamo le stesse cose di 6 anni fa, prima della riforma che ha tagliato il numero dei consiglieri”. Da lì è sempre stata una lotta per i diritti di base. “Si facciano le elezioni, se si vuole, ma – ha concluso – la responsabilità del loro fallimento sarà della politica”.

In collegamento dal Venezuela, Nello Collevecchio ha invitato tutti i parlamentari ad andare in Sud America per “visitare tutti i paesi del continente, non solo il Venezuela”, per capire come si vive e come “i connazionali contribuiscono al Sistema Paese”. 

Dall’Argentina è intervenuto anche Marcelo Carrara, Consigliere Cgie di Mar del Plata: "la pandemia non può essere una scusa. Non sappiamo quando finirà, ma non possiamo posticipare in eterno le elezioni. Dobbiamo legittimare i nostri rappresentanti. Si pensa di posticipare alla primavera europea, ma nessuno pensa al Sud del mondo. Se non c’è la volontà politica adesso per arrivare a una riforma, chi ci garantisce che ci sarà dopo il rinvio?"

La posizione di Vincenzo Mancuso dell’intercomites Germania, invece, è molto chiara: “rinviare le elezioni sì, ma di un anno”. La situazione pandemica deve finire per fare campagna elettorale, bisogna guardarsi in faccia, ovunque nel mondo.

E anche per Fernando Manzo (Belgio) fare le elezioni e soprattutto i preliminari delle elezioni è “impossibile” in alcune zone del mondo a causa della pandemia. Quindi è necessario il rinvio. Poi, il Consigliere Cgie si è detto anche molto scettico sul voto elettronico, che spesso può risultare “complicato”. (aise 7)

 

 

 

 

Riflessione

 

Oltre alle vite spezzate e ai lutti nazionali, sono presenti danni sociali per i quali non basterà una legge per risolvere il declino del Paese. I deterioramenti materiali saranno enormi. Chi si farà carico, in concreto, d’applicare rimedi, anche in termini economici, per ridare la speranza ai “sopravvissuti”?

 

 Un interrogativo che, solo in apparenza, appare prematuro. Giusto, per carità, l'incoraggiamento e la fiducia in prospettive positive. Ma la realtà non muta con le parole. E’ umano favorire la speranza, ma sarebbe controproducente consolarci solo sulla fiducia in visioni positive.

 

Smorzata, speriamo presto, la pandemia, ci sarà il “dopo”; con vittime sul fronte economico per il quale non saranno sufficienti “vaccini” politici o esecutivi d’ampia “partecipazione”. Se è dannoso, a nostro avviso, essere scettici, lo è anche la speranza non supportata da concretezze economiche. I “sopravvissuti” avranno da affrontare tempi difficili. Perché se perisce anche il volano economico nazionale, la pandemia favorirà un duplice, quanto drammatico, risultato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Elezioni Comites: il Cgie chiede il rinvio, Fassino e Petrocelli d’accordo

 

ROMA - A tre settimane dalla prima videoconferenza con il Sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova, il Consiglio generale degli italiani all’estero torna a riunirsi online per discutere delle elezioni dei Comites insieme ai 18 parlamentari eletti all’estero, ai presidenti delle Commissione Esteri di Camera e Senato, Fassino e Petrocelli, dei rappresentanti dei partiti e dei presidenti di alcuni comitati nel mondo, alla presenza del Direttore generale per gli italiani all’estero Luigi Vignali e del capo ufficio I della Dgit, Giovanni De Vita.

In questa occasione, il Cgie è tornato a chiedere un rinvio del voto previsto il 3 dicembre e la riforma delle leggi istitutive di Comites e Cgie.

Ad aprire i lavori il segretario generale Michele Schiavone che ha ancora una volta sottolineato l’urgenza di “fare chiarezza sul processo organizzativo e sulle modalità di voto, alla luce delle incertezze prodotte dal covid che limita sia la mobilità che i servizi consolari” in sedi in cui, ha ricordato, “da 15 mesi si lavora a distanza e con turni settimanali”, modalità per altro “protratta fino alla fine del 2021”. Poco personale significa tanti “arretrati da recuperare”, cui si aggiungerebbero anche le operazioni di voto.

“C’è forte incertezza sulla preparazione dell’amministrazione che sarebbe circoscritta a 3 mesi dall’indizione del voto”, ha detto Schiavone, riferendosi al periodo seguente al decreto di indizione che - se si votasse il 3 dicembre – sarebbe emanato a settembre; invece, ha aggiunto, “c’è bisogno di più tempo per informare, ridurre i disagi per la raccolta delle firme a sostegno delle liste o la composizione dei comitati elettorali e, da ultimo, svolgere una sana campagna elettorale”. Senza contare “l’esiguità dei fondi” stanziati dalla Legge di bilancio, cioè 9 milioni di euro – di cui 1 destinato alla sperimentazione del voto telematico – “insufficienti per permettere a tutti di partecipare al voto”.

A Della Vedova, ha ricordato Schiavone, “abbiamo chiesto un’assunzione di responsabilità governativa per svolgere elezioni in sicurezza, garantendo la partecipazione di tutti gli aventi diritto al voto”. Il sottosegretario, che ha rimandato tale competenza al Parlamento, “ha risposto che i tempi sono estremamente esigui” per qualsiasi riforma, pur assicurando il suo “impegno a far presente la questione al governo”, ma comunque auspicando una “iniziativa parlamentare degli eletti all’estero per trovare una soluzione congrua”.

Schiavone ha quindi richiamato i cinque punti salienti della risoluzione approvata dal Cgie tre settimane fa: “approvazione delle riforme delle leggi istitutive e convocazione delle elezioni nel rispetto dell’universalità della partecipazione; difficoltà dello svolgimento delle elezioni nei continenti e Paesi in cui il covid è ancora presente e compromette la mobilità; posticipazione del voto ad una eventuale data nella primavera 2022; lancio immediato di una massiccia campagna di comunicazione gestita secondo le leggi vigenti (privacy e utilizzo dei fondi pubblici); adeguamento del personale della rete diplomatico-consolare per gestire le operazioni; allineamento della norme a quelle che riguardano i consigli regionali italiani”.

Obiettivo del Cgie, ha concluso, è quello di “avvicinarsi alle elezioni con un approccio condiviso e una gestione trasparente”, possibilmente “in un momento in cui saremo più liberi di muoverci, per rafforzare gli organismi di rappresentanza e rilanciarli da qui ai prossimi anni”.

D’accordo con il rinvio del voto i due presidenti delle Commissioni esteri di Camera e Senato.

Per Piero Fassino il rinvio è “ragionevole” perché “il covid non è sconfitto”. Proprio oggi, ha ricordato, “il generale Figliuolo ha detto che l’80% degli italiani sarà vaccinato a settembre e credo che ci riusciremo, ma così non è nel resto del mondo, in primis in America Latina e in Brasile in particolare”.

“È chiaro – ha proseguito Fassino – che il quadro pandemico non è omogeneo: se si deve votare in tutto il mondo, ci devono essere condizioni di sicurezza ovunque, se no il voto sarebbe alterato nella sua capacità di rappresentanza”. Quanto ai consolati, “i vincoli per la rete rimarranno finchè la pandemia continuerà a colpire in modo acuto”, dunque, ha confermato, “condivido la richiesta del rinvio del voto. Non posso decidere come presidente di Commissione, ma posso sottoporre all’ufficio di presidenza il problema e formulare, d’accordo con i parlamentari, una risoluzione il cui testo potrebbe essere concordato col i colleghi del Senato, in cui si chiede al Governo di tenere conto di questi ostacoli e posticipare il voto”. Un posticipo, ha tenuto a precisare Fassino, che sì, “creerebbe anche spazio maggiore per modificare le leggi”, ma “non è un automatismo. A mio parere, il rinvio va legato alla pandemia. Se poi ci sarà anche spazio per provvedimenti legislativi, meglio”. In ogni caso, ha concluso, “il voto non dovrebbe essere rinviato oltre la primavera 2022”.

D’accordo sul rinvio anche Vito Petrocelli, disponibile alla stesura di una risoluzione condivisa come proposto da Fassino.

“Opportuno”, per il senatore, anche “sensibilizzare le Commissioni Affari Costituzionali, perché la materia elettorale è di loro competenza e sarebbe opportuno che questo messaggio arrivi anche da loro”. d’altra parte, ha ricordato, le proposte di legge di riforma “saranno assegnate a loro”; al massimo ci potrebbe essere una “assegnazione congiunta, ma sapete bene che più sono le commissioni che lavorano su un testo, più il percorso diventa complicato”.

Dunque “sì al posticipo alla primavera 2022”, no a talune riforme chieste dal Cgie, come l’eliminazione dell’inversione dell’opzione – se vuoi votare lo devi dire – che vede Petrocelli favorevolissimo.

“Non sono in grado di valutare quale proposta normativa dei consigli regionali italiani sarebbe assimilabile al Cgie”, ha aggiunto. “Sono consapevole e favorevole ad un cambio impostazione del ruolo e delle funzioni del Consiglio generale, ma tale cambiamento deve seguire a quello dei Comites”. Quanto al personale della Farnesina all’estero “in questi 3 anni si è già fatto molto per incrementarne il numero, non si può non riconoscere l’inversione di tendenza avvenuta con i Governi Conte”. Infine, la comunicazione: “se ci sarà la proroga che spero, è ovvio che ad essa dovrà seguire una massiccia campagna di informazione, gestita sia attraverso i media tradizionali che non, così da coprire tutte le fasce di età”. Dunque serviranno “piani di informazione su carta stampata, sul web, alla radio e in tv, sfruttando al massimo la potenzialità della Rai”. (ma.cip. aise/dip 7) 

 

 

 

Esami scolastici all’estero, Michele Schiavone: “Dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero un caloroso in bocca al lupo”

 

ROMA - In una nota a firma del segretario generale Michele Schiavone il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero “esprime agli studenti italiani all’estero un caloroso in bocca al lupo e l’augurio più sentito per la riuscita del loro percorso formativo, che li porterà ad accedere agli istituti secondari superiori e/o completare gli studi universitari”. “In questi giorni di esami il Cgie- scrive Schiavone – desidera far sentire la propria vicinanza alle giovani generazioni di italiani affinché si sentano direttamente coinvolti nella quotidianità della vita scolastica del nostro paese, perché su di loro sono riposte le future speranze e il destino del Bel Paese”.

 

Gli esami scolastici anche all’estero non finiscono mai

In questi giorni i giovani studenti italiani all’estero vivono gli stessi sentimenti di ansia e di passione come i loro coetanei in Italia, che si apprestano a sostenere gli esami ai vari livelli. Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero esprime loro un caloroso in bocca al lupo e l’augurio più sentito per la riuscita del loro percorso formativo, che li porterà ad accedere agli istituti secondari superiori e/o completare gli studi universitari.

Con l’esplosione della pandemia il mondo scolastico ha subito forti limitazioni ovunque nel globo e anche gli studenti italiani all’estero si sono dovuti adeguare e confrontare con metodologie di studio a distanza e transitorie; alcune scuole, classi o corsi di lingua e cultura italiana hanno avuto anche delle battute d’arresto e, comunque, in questi giorni stanno svolgendo gli esami di fine anno. Gli alunni, i docenti, le famiglie hanno compiuto sacrifici, si sono adoperati anche nelle ristrettezze sanitarie a dare il meglio di loro stessi, per cui sapere che si sottopongono alle valutazioni degli esami è contestualmente motivo di sollievo che prefigura la realizzazione di un percorso formativo.

La realtà scolastica italiana nel mondo come viene presentata nel testo sulla presenza scolastica italiana nel mondo, pubblicato dagli uffici preposti nel Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana, è uno degli asset del nostro paese che produce ricchezza immateriale e materiale, che costituisce un patrimonio sul quale il nostro paese deve investire con convinzione perché è in competizione con altre culture e con altri sistemi formativi. Investire nella conoscenza e nelle risorse umane non è uno slogan asettico, non può rappresentare un vanto costruito su numeri che rischiano di essere sovvertiti se non sostenuti da una strategia promozionale e qualitativa, ma deve essere un impegno concreto con il quale il nostro Paese si deve continuamente cimentare,  confrontarsi e valorizzare. Perciò in questi giorni di esami il CGIE desidera far sentire la propria vicinanza alle giovani generazioni di italiani affinché si sentano direttamente coinvolti nella quotidianità della vita scolastica del nostro paese, perché su di loro sono riposte le future speranze e il destino del Bel Paese.

Alcuni numeri sulla presenza scolastica e formativa italiana nel mondo

Presenti in tutto il mondo, le scuole italiane rappresentano uno strumento di diffusione di idee, progetti, iniziative, in raccordo con Ambasciate e Consolati e con le priorità della politica estera italiana. Le scuole italiane, infine, sono spesso un punto di riferimento nei Paesi in cui operano, potendo produrre per l’Italia ritorni di lunga durata in tutti i settori: culturale, politico ed economico.

La rete delle scuole italiane all’estero (infanzia, primaria, secondaria di primo e di secondo grado) comprende:

* 8 istituti statali omnicomprensivi con sede ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo;

* 43 scuole italiane paritarie, la maggior parte delle quali è costituita da istituti omnicomprensivi, presenti in tutte le aree geografiche nel mondo: Europa, Africa-subsahariana, Mediterraneo e Medio Oriente, Americhe, Asia e Oceania;

* 7 sezioni italiane presso scuole europee: 3 a Bruxelles ed 1 a Lussemburgo, Francoforte, Monaco di Baviera e Varese;

* 79 sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali, di cui 63 in Unione Europea, 13 in Paesi non UE, 1 nelle Americhe e 2 in Asia e Oceania;

* 2  scuole non paritarie con sedi a Smirne e Basilea.

A tale rete si affiancano le iniziative per la lingua e la cultura italiana all’estero, ex art. 10 del D. Lgs. 64/2017, ed i lettorati d’italiano presso le Università straniere.

Con riferimento all’anno scolastico 2019/2020, il contingente scolastico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale prevede 607 posti di personale docente (210 unità nelle scuole statali, 30 unità nelle scuole paritarie, 94 unità nelle sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali, 3 unità su cattedre miste, 143 unità sui corsi e 127 unità sui lettorati), 46 posti di dirigente scolastico (8 unità nelle scuole statali e 38 unità presso le Ambasciate e i Consolati) e 21 posti di personale amministrativo (8 unità sulla scuole statali e 13 unità sui corsi). Nel contingente delle Scuole europee figurano, inoltre, 116 unità di personale docente italiano.

Circa 30.000 alunni frequentano queste scuole: la presenza di studenti stranieri è molto elevata.

La promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo risponde ai dettami costituzionali della formazione civica e civile dei nostri cittadini, quindi impegna le istituzioni del nostro paese ad agevolare e a creare le condizioni per il riconoscimento completo di tali principi ovunque nel mondo.

Michele Schiavone, Segretario generale del Cgie

 

 

 

La terza via

 

Il Dott. Draghi è alla ricerca di una “Terza Via”per tentare di frenare la recessione nazionale, già presenta, ma aggravata dalla pandemia. Questa “Via”, nella quale sembra credere l’attuale Esecutivo, attribuirebbe attendibilità a una formula politica “ricombinata”. Concomitanza che potrebbe essere resa ufficiale già dal prossimo anno. I nostri dubbi, però, non sono pochi.

 

Anche perché, politicamente scrivendo, non riteniamo che questo Governo s’identifichi con ciò che servirebbe all’Italia per uscire dalla recessione. Di fatto, la “Terza Via” è ancora tutta da scoprire e non riteniamo che si possa andare avanti per molto se non si andranno a realizzare strategie concrete sul fronte sociale. Impresa non facile e, comunque, di complessa esecuzione.

 

 La questione “lavoro” resta in prima linea. Ma non da sola. L’economia italiana è, e rimane, in fase regressiva. C’è poco da sperare in un futuro migliore; anche a livello produttivo settoriale. C’interessiamo di politica “spicciola”dagli anni sessanta, ma non abbiamo mai registrato tanta indecisione nei confronti di tutto e di tutti. La Pandemia ha solo accelerato gli scellerati effetti di un’economia che era già in crisi. Ora non ci resta che verificare gli “effetti” migliorativi che Draghi andrà ad attivare.

 

Non è questione di pessimismo il nostro. Meglio scriverlo subito. Però, preferiamo essere obiettivi nei fatti, più che ottimisti per opportunità. Di realismo non scriviamo; anche perché la “realtà” nazionale non ha bisogno di altre analisi per comprenderne, e spesso subirne, il degrado. Questa “Terza Via”, sempre più a senso “unico”. Dove ci condurrà? Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Card. Tagle: "I migranti non sono numeri, ma persone con nomi, storie e sogni"

 

Conclusa la Campagna internazionale di Caritas Internationalis “Share the Journey – Condividiamo il viaggio” - Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Quattro anni fa, Caritas Internationalis lanciò una campagna a livello globale con l'ambizione di creare ponti di speranza tra isole separate dalla paura. Ci siamo dati alcune sfide: non solo vedere i migranti, ma guardarli con compassione; non solo sentire la loro voce, ma ascoltare le loro storie e preoccupazioni, fermandosi, come il Buon Samaritano, e vivendo un momento di comunione con loro”. Lo ha detto il Cardinale Luis Antonio Tagle, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e Presidente di Caritas Internationalis, presentando i risultati della Campagna internazionale di Caritas Internationalis “Share the Journey – Condividiamo il viaggio”.

A distanza di 4 anni – ha aggiunto il porporato – questa campagna “ci ha aiutato a raggiungere i migranti, ad abbracciare le loro povertà e sofferenza, a sollevarli con la convinzione che non sono numeri, ma persone con nomi, storie e sogni, e a vedere in loro Gesù Cristo che da bambino si rifugiò in Egitto con i suoi genitori”.

“Crediamo che attraverso questa campagna – ha proseguito il Cardinale Tagle - la Caritas abbia contribuito a sviluppare e diffondere una nuova cultura a livello globale, una cultura viva dell'incontro personale, una nuova visione di accoglienza della persona umana nel migrante”.

Questa campagna – ha concluso il Cardinale - è stata “un grande momento di incontro, solidarietà e soprattutto espressione dell'amore della Chiesa” per migranti e rifugiati. “Cristiani, musulmani, indù, seguaci di altre religioni e non credenti sono stati accolti come persone umane. In un momento in cui il COVID-19 dovrebbe portare alla solidarietà globale, e nello stesso momento in cui gli Stati sono più interessati a proteggere i propri cittadini, con il rischio di intensificare l'egoismo e la paura degli estranei, la fine della campagna globale di Caritas Internationalis è un invito a continuare a condividere il viaggio con i migranti, specialmente in questo momento più difficile. La campagna termina formalmente, ma la missione continua. Il Santo Padre Papa Francesco è stato fonte di ispirazione per la nostra campagna”.

L'obiettivo di Share the Journey – ricorda un comunicato di Caritas Internationalis - era di creare spazi e opportunità di incontro tra migranti, rifugiati e comunità locali, promuovendo la cultura dell'incontro e della conoscenza reciproca. Incontrare un migrante, accoglierlo nella propria comunità e riconoscere i suoi diritti e la sua dignità nonché l’unicità della nostra umanità. Sono state queste le linee chiave che hanno guidato le 130 iniziative realizzate nell’ambito della campagna globale dalle 162 Caritas nazionali appartenenti alla confederazione ed operanti in tutto il mondo. La campagna ha visto anche il sostegno di altre realtà quali la rete ecumenica Act Alliance e alcuni organismi delle Nazioni Unite come la FAO o l’UNHCR. Molte delle attività hanno previsto il Condividere un Pasto (Share the Meal) con dei migranti e rifugiati al fine di conoscerli.

Caritas Internationalis – conclude la nota - proseguirà a condividere il cammino con migranti, rifugiati e sfollati interni. La confederazione è attiva nei loro Paesi d'origine, promuovendo programmi volti a sradicare le cause della migrazione; accompagna i migranti nei Paesi che attraversano lungo il loro viaggio, offrendo loro cibo e acqua, un luogo in cui vivere, supporto psicologico e anche informazioni circa i loro diritti e i pericoli in cui incorreranno lungo la loro strada; e accoglie i migranti nei Paesi di arrivo, aiutandoli a integrarsi. Caritas continuerà inoltre a sostenere con e per loro percorsi regolari e sicuri di migrazione e per una maggiore protezione, sollecitando i governi a riconoscere il loro diritto alla cittadinanza nelle comunità ospitanti e, infine, assistendoli al ritorno volontario. Aci 15

 

 

 

 

Covid, studio italiano: mutazioni genetiche legate a sintomi gravi

 

Micera (Fondazione Irccs Bietti): "Varianti del meccanismo ormonale che regola pressione e funzione cardiovascolare potrebbero rappresentare un eccellente mezzo di previsione dell’esito clinico"

Individuata, da ricercatori italiani, una connessione tra alcune mutazioni genetiche nei malati e la possibilità di sviluppare i sintomi più gravi di Covid-19. Lo studio pilota - nato dalla collaborazione multidisciplinare di ricercatori e medici dell'ospedale Moscati di Taranto, del Pineta grande Hospital di Caserta, dell'Università Cattolica,dell' Irccs-Fondazione Bietti e Università di Bari - ha indagato la relazione tra i sintomi più gravi di Covid-19 e la presenza di alcuni polimorfismi genici che costituiscono delle variazioni fisiologiche nel genoma che si trovano nella popolazione umana. La ricerca è stata pubblicata su 'Pharmacogenomics and personalized medicine'.

"Quello che abbiamo scoperto – spiega Alessandra Micera, direttrice del Laboratorio della Fondazione Irccs G.B. Bietti – è che i sintomi più gravi si sono verificati in pazienti che avevano dei particolari polimorfismi genici". In pratica, alcune varianti genetiche potrebbero favorire l’insorgenza delle forme gravi di Covid-19.

Nel dettaglio, lo studio si basa sull’individuazione di alcuni polimorfismi noti nei geni coinvolti nel sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (Raas). Quest’ultimo è il meccanismo ormonale che regola pressione sanguigna e funzione cardiovascolare ed è coinvolto nel danno polmonare e nel declino funzionale degli organi principali nei pazienti Covid. In questo studio pilota, i polimorfismi genici: Ace1 (enzima di conversione dell'Angiotensina 1), Ace2 (enzima di conversione dell'Angiotensina 2), Agt (Angiotensinogeno) e Agtr1 (recettori del recettore dell'Angiotensina II di tipo 1), sono stati individuati in pazienti sintomatici (con compromissione respiratoria, obesità, ipertensione, diabete e congiuntivite).

"Le varianti geniche per Ace2, Ace1 e Agt potrebbero, perciò, rappresentare un eccellente mezzo di previsione dell’esito clinico nei pazienti sintomatici e di indirizzamento nell’intervento terapeutico in pazienti non ancora gravemente sintomatici", conclude Micera. Adnkronos 7

 

 

 

Il nostro fronte

 

Ora, più che per il passato, il nostro impegno per i Connazionali all’estero non verrà meno. Cercheremo, di conseguenza, d’essere presenti là, dove potremmo essere di una qualche utilità. Con un impegno che si protrae da ben oltre mezzo secolo, continueremo nel nostro programma. Sicuri di non essere da soli. La complessa situazione nazionale non ha condizionato la nostra disponibilità anche per gli italiani che vivono “altrove”.

 

 Lo faremo indipendentemente da quelli che saranno gli sviluppi di una situazione socio/sanitaria con tutte le sue vincolanti limitazioni. Nonostante tutto, noi ci saremo e continueremo a gestire il nostro “fronte” orgogliosi della fiducia che c’è stata dimostrata. Non siamo nelle condizioni di fare delle previsioni ma, ne siamo certi, che da questa guerra invisibile e drammatica ne usciremo; pur se con molte vittime.

 

 Continueremo a dare valore all’immagine d’italianità. Anche la scienza, nel frattempo, farà la sua parte. Il fronte della Pandemia sarà sbaragliato. E’ solo questione di tempo e d’impegno nell’accettare i tanti, limiti personali che sono stati fissati. Più complessa, invece, sarà la gestione politica del Paese. Ma anche la continuità resta un mezzo per seguitare a fare la nostra parte.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riduzione IMU

 

In attesa dei chiarimenti ufficiali del MEF, che speriamo arrivino presto visto che mancano pochi giorni alla scadenza (16 giugno) del pagamento della prima rata dell’IMU, continuano a giungere segnalazioni relative alle decisioni da parte di alcuni comuni che per una interpretazione errata e per mancanza di istruzioni e chiarimenti del MEF non applicano correttamente la nuova normativa per gli italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia, limitandola ai paesi extracomunitari.

 

In realtà il MEF si era già pronunciato nel corso di Telefisco 2021, l’evento annuale del quotidiano “il Sole 24 Ore” durante il quale gli esperti del Ministero delle Finanze hanno risposto alle specifiche domande sulle novità fiscali per il 2021.

 

Riportiamo qui di seguito alcuni importanti passaggi della risposta del MEF alle domande del quotidiano sulla nuova normativa sull’Imu per i residenti all’estero (chi è interessato può trovare le risposte a  questo “link”:

https://ntplusfisco.ilsole24ore.com/art/imu-tassa-rifiuti-e-aree-pubbliche-risposte-mef-telefisco-2021-ADVRmUGB

 

Al quesito de “Il Sole 24 Ore” sul significato del comma 48, articolo 1, della legge (di Bilancio) n. 178/2020 che ha previsto la riduzione del 50% dell’Imu per i pensionati residenti all’estero il MEF risponde (tra le altre cose) che “a differenza della precedente disposizione, l’articolo 1, comma 48 della legge di Bilancio 2021, ai fini del riconoscimento delle agevolazioni in commento, fa esclusivo riferimento ai «soggetti non residenti nel territorio dello Stato», senza prevedere al contempo l’iscrizione degli stessi all’Aire. In più, la medesima disposizione richiede, quali ulteriori requisiti, che tali soggetti siano: a) titolari di pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia; b) residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia.”

 

Il MEF quindi non fa distinzione tra paesi comunitari ed extracomunitari ma indica – in coerenza con la motivazione e il dettato della legge – che ciò che conta è essere residenti in uno Stato di assicurazione diverso dall’Italia. Non solo, il MEF indica inoltre nella risposta che “Si ritiene che le agevolazioni in argomento possano trovare applicazione anche quando l’immobile è posseduto da un cittadino tedesco – quindi non residente nel territorio dello Stato - che sia titolare di una pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia, residente in uno Stato di erogazione diverso dall’Italia. Ovviamente, devono ricorrere anche tutti gli altri requisiti prescritti dal citato comma 48, vale a dire deve trattarsi di una sola unità immobiliare a uso abitativo, non locata o data in comodato d’uso, posseduta in Italia a titolo di proprietà o usufrutto.”

 

Insomma ciò che secondo il MEF  è richiesto per ottenere la riduzione dell’Imu è la titolarità di una pensione (pro-rata) in regime di convenzione internazionale, a prescindere dal Paese di residenza e a patto che tale Paese non sia l’Italia.  

 

I tecnici del MEF quindi  sono consapevoli che per pensione in  regime di convenzione  internazionale ovviamente non si intende in regime di convenzione bilaterale (come qualcuno ha erroneamente e inverosimilmente sostenuto)  ma bensì in regime di convenzione maturata tramite l’applicazione di un accordo di sicurezza sociale con un Paese terzo, sia esso comunitario che extracomunitario (il significato giuridico di convenzione è “accordo tra due o più Stati”).

 

Il legislatore infatti era intervenuto nella Legge di bilancio per il 2021 proprio per ovviare ai rilievi fatti dalla Commissione europea (non una Commissione extracomunitaria!) che aveva inviato all’Italia nel gennaio del 2019 una lettera di costituzione in mora per violazione del diritto europeo per aver introdotto e mantenuto condizioni più favorevoli riguardanti alcune imposte comunali (Imu, Tasi e Tari) sulle case ubicate in Italia appartenenti a pensionati italiani iscritti all’AIRE e residenti nella UE (Unione Europea) e nel SEE (Spazio Economico Europeo), escludendo invece dalle norme agevolative i pensionati di altra nazionalità europea. 

 

Governo e Parlamento hanno quindi introdotto una norma per ripristinare l’agevolazione che già esisteva prima e che era stata cancellata per il 2020, adeguandola alle regole del diritto comunitario. Limitare perciò l’agevolazione ai soli Paesi extracomunitari sarebbe una misura priva di sensatezza, legittimità, coerenza e logica giuridica.

Angela Schirò, dip 7

 

 

 

“Radici”: prorogata al 30 giugno la scadenza partecipare al Premio Internazionale per i pugliesi all’estero

 

BARI – Premio Internazionale “Radici”: l’Anim-Associazione Nazionale Italiani nel Mondo comunica che al fine di consentire la massima partecipazione dall’estero la scadenza del riconoscimento internazionale per i pugliesi nel mondo, è stata rinviata al 31 giugno 2021.

L’idea del Premio Internazionale “Radici”, è una idea esclusiva di Anim, organizzazione internazionale di promozione sociale, no profit . Il progetto è finanziato dalla Regione Puglia, ai sensi del Piano 2020 previsto dalla legge regionale 11 dicembre 2000, n. 23 “Interventi a favore dei Pugliesi nel Mondo”.

Il Premio “Radici” è un riconoscimento destinato a tutti i cittadini pugliesi che si trovano fuori dal contesto regionale e nazionale. Lo scopo del  Premio Internazionale Radici è che questo lavoro, spiega l’Anima, diventi una pietra miliare nella storia emigrazione pugliese e dei pugliesi fuori dai confini regionali.

Il progetto vuole essere una raccolta di storie di emigrazione di Pugliesi nel Mondo, raccontate dagli emigrati che vivono all’estero, legati alla terra di origine da parenti vicini e lontani. Vengono presentate storie semplici, di gente comune, di gente che è partita, che ha lasciato con grandi sacrifici e grandi lacerazioni la Puglia, che ha fatto fortuna all’estero e che ha affrontato varie vicissitudini ma è rimasta legata alla propria terra, attaccata alle origini e che le rivive ogni giorno attraverso i ricordi dei più vecchi, attraverso episodi, racconti e testimonianze concrete.

L’intento, spiega il presidente dell’Anim Aps, dr. Antonio Peragine, “è ricostruire e far conoscere soprattutto alle nuove generazioni la Puglia perché è giusto che i giovani, le generazioni che caratterizzano e caratterizzeranno la vita dell’emigrato, sappiano cosa c’è stato dietro a quell’esodo, quali valori hanno sostenuto questi partenti e quali sacrifici milioni e milioni di persone hanno affrontato”.

Si accettano elaborati inediti in formato Word, max 15 pagine dattiloscritte, che raccontino storie di vita di pugliesi che sono emigrati per necessità o per scelta. Storie anche di bisnonni, che raccontino anche epoche storiche ormai lontane dalle nuove generazioni, purché trasmettono un messaggio di unità con i concittadini, evidenziando l’amore eterno per il paese natio.

Modalità di invio: elaborati inediti in pdf, con titolo del racconto, una scheda anagrafica con nome cognome, telefono, email del mittente.

Tutti gli elaborati saranno esaminati da una apposita Giuria per decidere quali possano essere quelli più idonei per la pubblicazione di un libro sulle ‘storie dell’emigrazione pugliese ‘ per la sceneggiatura di un film.

A tutti i partecipanti verrà rilasciato un attestato in pergamena quale riconoscimento per la partecipazione.

Tutti i partecipanti avranno il proprio elaborato pubblicato in una antologia (libro ‘I pugliesi nel mondo, così lontani, così vicini’ ), e una intervista su un giornale quotidiano internazionale e regionale.

Tutti gli elaborati verranno pubblicati in una antologia dal titolo “La Puglia più vicina ai corregionali nel mondo con il Premio Radici”.

La data ultima per la consegna del materiale è il 30 giugno 2021.

Gli elaborati dovranno pervenire nei formati *pdf, *doc, *mp3, *mpeg4 direttamente alla Segreteria del Premio tramite posta elettronica all’indirizzo mail: segreteria.anim@gmail.com (max 5 MB) insieme alla domanda di partecipazione.

Nella domanda di partecipazione deve essere indicato: a. Nome, cognome, data di nascita, nazionalità, sesso e titolo di studio del partecipante; b. Indirizzo, recapito telefonico (fisso e cellulare) ed e-mail ed eventuale sito web; c. Un breve curriculum vitae dell’autore (max 300 parole); d. Il titolo e una breve sintesi dell’elaborato presentato o didascalia immagine (max 500 parole).

La partecipazione al Premio presuppone l’integrale conoscenza e accettazione del Regolamento. I candidati sollevano il Comitato Promotore da qualsiasi responsabilità derivante dall’opera presentata, dalla originalità, dalla violazione dei diritti d’autore e delle riproduzioni, compreso il rispetto delle norme ai sensi del d.l. 196 del 30 giugno 2003.Ai sensi del d.l. 196 del 30 giugno 2003 e successive modifiche, i dati dei candidati saranno utilizzati ai soli fini del Premio e potranno essere resi noti nell’ambito dell’attività di promozione del Premio stesso.

La Giuria esprimerà il proprio giudizio e comunicherà risultati al Comitato Promotore del Concorso, che tramite la Segreteria organizzativa provvederà ad informare direttamente i vincitori. La decisione della Giuria è definitiva e non sindacabile.

Le motivazioni saranno illustrate nel corso della premiazione. Il giudizio sui lavori presentati sarà basato su criteri di rilevanza e originalità dei contenuti, rigore, completezza e accuratezza dell’informazione, qualità della scrittura, stile espositivo, forza comunicativa., aderenza alle finalità del Premio.

Il Comitato Promotore opererà una prima selezione di conformità al bando, sottoponendo ai membri della Giuria gli elaborati rispondenti ai criteri stabiliti.

La Giuria, alla luce della sua libera valutazione di merito, si riserva la facoltà di assegnare riconoscimenti “speciali”.

Il Premio internazionale Radici è promosso e organizzato dall’ Associazione ANIM Associazione Nazionale Italiani nel Mondo, organizzazione internazionale di promozione sociale, no profit, che si avvale di un Comitato di esperti della materia che operano negli ambiti accademico e giornalistico.

Il bando è diffuso attraverso: https://wordpress.com/home/italianinelmondosite.wordpress.com; istituti di Cultura, Consolati, e media di lingua italiana all’estero e presso le principali redazioni giornalistiche e associazioni di categoria, attraverso l’informazione dei media nazionali ed esteri.

Ulteriori informazioni relative al Premio, per quanto non diffuso tramite il sito, potranno essere richieste a mezzo di posta elettronica all’indirizzo mail : presidenteanim@gmail.com,  segreteria.anim@gmail.com  (Inform/dip 14)

 

 

 

Crisi d’identità

 

Sarebbe opportuno cercare le vere cause di quest’Italia del malessere inserita in un’Europa che intende giocare il suo ruolo in un mondo colpito da una Pandemia drammatica. Il solo fatto che l’Euro Zona continui a estendersi, la dice lunga su una serie di considerazioni per le quali la nostra economia si trova compromessa. Dopo anni dal varo della moneta unica, nonostante la deflazione, da noi la crisi economica resta una delle peggiori in UE. Questa realtà, che ancor più si rileva per una situazione politica, sta svelando il suo poliedrico fine.

 

L’importante, ora, è evitare di confondere la realtà politica di questo Esecutivo con quella economica. Le due realtà, pur coesistendo, hanno matrici differenti. Come diverse dovrebbero essere le “cure” per salvare capra e cavoli. Non è più possibile, né auspicabile, tornare agli accordi economici di settore che non tengano conto della globalizzazione di una situazione già ribaltata a livello internazionale. L’incertezza è figlia della sfiducia e quest’ultima trova le sue origini negli affetti governativi che continuano ad avere manifestazioni in negativo nella cronaca del Paese.

 

 E’ il sistema che dovrebbe uniformarsi. Da quando abbiamo iniziato ad analizzare la presenza contemporanea della politica con l’economia, il motto che andava per la maggiore era: ” Chi non chiede niente, non vale niente”. Ora, questo principio non avrebbe più una sua logica. Anche se siamo consapevoli che l’Italia non è ancora nelle condizioni per fronteggiare i motivi di questa crisi d’identità che resta, forse, ancora più complessa di quanto appare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Giovanni Maria De Vita della Dgit del Maeci sulle attività, il ruolo e il rinnovo dei Comites

 

ROMA – Ospiti a “l’Italia con Voi”, la trasmissione di Rai Italia dedicata ai connazionali all’estero, Giovanni Maria De Vita Capo Ufficio I della Direzione generale per gli italiani all’estero del Maeci e Marilena Rossi, presidente del Comites di Dortmund, collegata dalla Germania, presentano alcune delle attività dei Comites e ricordano che i connazionali saranno chiamati il 3 dicembre prossimo a votare per il rinnovo di questi organismi.

De Vita segnala in particolare che tale rinnovo è “un evento a cui diamo molta importanza e che è molto atteso dalle nostre comunità”. “Noi – rileva – ci siamo già mossi, grazie anche a Rai Italia che ha aperto uno spazio di collaborazione con questa trasmissione per far conoscere le attività e il ruolo dei Comites. Siamo quindi impegnati in primo luogo a far conoscere il ruolo e valorizzare le loro funzioni e poi passeremo ad una seconda fase, all’inizio dell’estate, in cui spiegheremo le modalità di voto e della presentazione delle candidature. Infine, una terza fase sarà di sprone alle elezioni”. “Questa campagna informativa è importante non solo perché è necessario che le nostre comunità italiane all’estero siano consapevoli dell’utilità che i Comites hanno per portare avanti le loro istanze, ma anche perché – prosegue De Vita – ci sono delle modalità di voto diverse rispetto alle altre elezioni e che comportano che l’elettore debba comunicare preventivamente la sua intenzione di voler votare. Questo può essere fatto di persona al Consolato oppure via email o per corrispondenza. Presto inoltre sarà anche possibile farlo attraverso il portale Fast.it”. De Vita ribadisce infine che “i Comites sono anche uno strumento importantissimo per i nostri Consolati, per il Ministero degli Esteri e per tutti gli enti che si occupano degli italiani all’estero, perché ci fanno capire quali sono le esigenze e gli interessi, che cosa bisogna valorizzare presso le comunità nel mondo per far sì che siano un partner vincente del nostro paese, non solo per promuoverlo all’estero, ma anche per promuovere le stesse comunità attraverso l’Italia in tutti i consessi dove l’Italia è presente”.

“La consigliatura iniziata nel 2015 e che va a concludersi nel 2021 è stata straordinaria. Sono stati più di 250  i progetti presentati da tutti i Comites del mondo che hanno riguardato i più diversi settori, dall’assistenza ai nuovi emigrati italiani, su come trovare una casa o lavoro, alla valorizzazione del ruolo storico delle nostre comunità, alla diffusione delle informazioni utili alla comunità attraverso canali radio, o la creazione e il sostegno di nuove reti di connazionali che sono un po’ le eredi delle associazioni che tanto hanno fatto nella storia dell’emigrazione italiana – ricorda De Vita.

Marilena Rossi lancia un appello ai connazionali affinché partecipino numerosi al voto. Ripercorre un po’ la sua esperienza nel Comites e ricorda che “a Dortmund risiede una comunità italiana molto numerosa e radicata, per via del passato industriale e minerario della regione, che ora è diventata anche un modello di riconversione a favore di parchi tecnologici, centri industriali e anche dell’industria turistica e creativa”.

“Nel corso degli anni la comunità si è trasformata, salendo anche i gradini del prestigio socio-economico. Ma ha ripreso a crescere con la crisi finanziaria del 2008, e sempre più velocemente. Questo perché – spiega – la Germania continua ad attirare studenti e lavoratori italiani grazie ad un tasso di disoccupazione che è tra i più bassi in Europa”. Il risultato è che la nuova emigrazione si affianca ora ad un’emigrazione più tradizionale, in una stratificazione di potenzialità ma talvolta anche di problemi. Inoltre l’emigrazione italiana attuale “rappresenta bene l’accresciuta mobilità europea ma anche la fatica dell’Italia ad uscire dalla crisi”.

La presidente del Comites presenta poi il progetto “Un urlo ci salverà”, poi divenuto un libro, che raccoglie “la narrazione corale femminile” del periodo della pandemia: 10 voci di donne che si raccontano, cui sono affiancati un codice a barre per ascoltare direttamente la loro voce, illustrazioni e una dispensa della psicologa Elena Villafanca che ha analizzato gli effetti psicologici e sociologici della pandemia sulle donne. “L’idea è nata grazie alla collaborazione con l’associazione di promozione sociale Donne all’ultimo grido e l’intenzione era quella di offrire una fotografia delle donne attuale, in questo tempo di pandemia, ma anche di scongiurare l’ulteriore aggravarsi della disparità di genere. Da qui la volontà del Comites di avviare una campagna di sensibilizzazione, iniziata sui social già a febbraio, prima dell’uscita del libro e che sta ancora continuando e ha avuto molto successo – afferma Marilena Rossi.

Il progetto è stato sostenuto dalla Direzione generale per gli italiani nel mondo del Maeci, insieme a “diversi progetti di promozione del ruolo femminile – chiarisce De Vita, ricordando come le donne siano “protagoniste dell’emigrazione italiana, anche se se ne parla sempre troppo poco ed è necessario ricordare il ruolo eccezionale che esse hanno avuto nel mantenere le famiglie unite, i rapporti con l’Italia e quale veicolo della trasmissione della cultura e delle tradizioni italiane”. L’obiettivo di progetti come questo è dunque quello di proseguire a “valorizzare le donne per quello che sono oggi e per le potenzialità che esprimono, sottolineandone il loro ruolo anche all’estero – conclude De Vita. (Inform/dip 14)

 

 

 

Rete estera. Prevale lo status quo

 

“Il decreto sostegni bis con il suo articolo 11 che aggiorna i fondi per il sostegno all’export e all’internazionalizzazione delle imprese italiane rappresentava un’occasione fondamentale per integrare le risorse di cui al fondo per il riadeguamento stipendiale degli impiegati a contratto del MAECI, attualmente incapiente, poiché questa misura si colloca nella medesima prospettiva di sostegno all’internazionalizzazione di cui alla ratio dell’articolo in esame. Pertanto l’inammissibilità degli emendamenti destinati a reintegrare il fondo per il riadeguamento appare incomprensibile ed insostenibile anche perché dimostra la totale assenza di lungimiranza da parte dell’Esecutivo”. Lo dichiara in una nota Iris Lauriola, Segretario Nazionale della Confsal Unsa Esteri.

“Nessuno sembra comprendere che il reintegro del fondo per il riadeguamento stipendiale è l’altra faccia della medaglia rispetto ai provvedimenti di sostegno all’export – spiega Lauriola - poiché prevede – a completamento delle misure previste – anche il rafforzamento ed il miglioramento dello scenario retributivo del personale a contratto della Rete estera a legge locale che rappresenta un determinante interfaccia delle nostre aziende sul mercato estero. Pertanto si è inteso intervenire sull’ articolo 11 che si limita alla sola integrazione dei fondi per il sostegno all’export senza prevedere un rafforzamento delle condizioni retributive delle risorse umane deputate al sostegno all’export nei Paesi esteri. Di conseguenza l’integrazione del fondo per il riadeguamento stipendiale degli impiegati a contratto è da leggersi come premessa indispensabile per qualsivoglia prospettiva di implementazione delle misure di promozione dell’internazionalizzazione”.

“Si trascura anche l’urgenza di procedere celermente al reintegro delle risorse necessarie per consentire l’attuazione della legge 29 aprile 2021, n. 62 che ha modificato il dpr 18/67  dopo anni di immobilismo - spiega Lauriola - che ha chiarito la disciplina in materia di riadeguamento retributivo, rafforzando l’interrelazione tra retribuzione annua base dei lavoratori e i parametri di variabilità locale, favorendo dunque l’eventuale rimodulazione stipendiale dei lavoratori. Pertanto si verificherebbe il paradosso secondo cui, malgrado la novella legislativa consenta ed agevoli le dinamiche di riadeguamento stipendiale, nei fatti l’incapienza del fondo di riferimento renderebbe totalmente vana la norma novellata, e tutto questo andrebbe a realizzarsi alla vigilia di una stagione di rilancio delle dinamiche di internazionalizzazione del sistema economico nazionale”.

“A questo scenario a tinte fosche si aggiunge anche il rallentamento del concorso MAECI per le seconde aree – evidenzia Lauriola - che è stato rimandato a settembre, mentre presso le altre Amministrazioni, tra tutte l’Agenzia delle Dogane, le procedure concorsuali proseguono in maniera chiara e spedita, con il coinvolgimento ad hoc anche di residenti all’estero che hanno fatto domanda, mentre il MAECI sembra non trovare il modo di fare altrettanto. Come si pensa di poter garantire il sostegno all’export delle nostre aziende senza personale nelle nostre sedi all’estero o con quel poco di personale ruolo o locale che resta, sottopagato e inascoltato?”.

 

Lauriola conclude. “Manca una visione di sistema, una lungimiranza amministrativa di cui da sempre si denuncia l’assenza, ma che in un momento complesso come quello attuale rappresenta un elemento di scompenso. Il Governo in questo modo conferma di voler lasciare inalterato lo status quo, malgrado sia riconosciuta dall’Amministrazione e dalla Politica la sussistenza di una vera a propria emergenza presso la Rete estera del MAECI. Mancano soluzioni e c’è totale chiusura verso le istanze dei lavoratori e delle stesse comunità italiane all’estero e si fa fatica a comprendere quale sia la strategia, probabilmente rovinosa, messa in atto dal Governo”. Dip 17

 

 

 

 

La Farnesina promuove la musica italiana nel mondo

 

ROMA - Lunedì 21 giugno, in occasione della Festa della Musica, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale presenterà un progetto per la promozione della musica italiana all’estero: Music For Uncertain Times. Un percorso in tre episodi video diffusi dalla rete estera di Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura e sul canale Vimeo di italiana, il portale del Ministero dedicato alla promozione della lingua, della cultura e della creatività italiana nel mondo.

Commissionato dalla Farnesina, scritto da Andrea Lai e diretto da Francesco Coppola, il progetto consiste in tre performance musicali inedite ed esclusive, registrate da protagonisti della canzone italiana contemporanea in alcuni luoghi rappresentativi del patrimonio culturale del Paese: Francesca Michielin e Vasco Brondi al Museo del Novecento di Milano, Fiorella Mannoia e Clementino al Castel dell'Ovo di Napoli e La Rappresentante di Lista a Palazzo Butera a Palermo.

Un percorso che crea un dialogo fra musica, patrimonio culturale e linguaggio cinematografico. La cornice è offerta da tre gemme architettoniche: uno dei musei più giovani di Milano, il castello più antico di Napoli e un complesso monumentale simbolo di Palermo. Al loro interno è protagonista il pop italiano contemporaneo, con tre performance dal vivo esclusive e in versioni inedite. I riflettori sulla musica si trasformano poi in riflessioni sulla musica in questi momenti incerti, attraverso le parole degli artisti raccolte subito dopo le performance.

Francesca Michielin e Vasco Brondi sono due tra gli artisti più interessanti della scena musicale italiana attuale: lei cantautrice polistrumentista che festeggia proprio quest’anno i suoi dieci anni di carriera, lui pioniere della scena indie con il progetto Le Luci della Centrale Elettrica che ha ora intrapreso la sua carriera da solista. Hanno inaugurato il 2021 collaborando al singolo Cattive Stelle. In Music For Uncertain Times lo eseguono per la prima volta dal vivo, pianoforte e voce, al Museo del Novecento di Milano.

Fiorella Mannoia ha accompagnato con la sua inconfondibile voce gli ultimi cinquant'anni della musica italiana, Clementino è una colonna della scena hip hop italiana del nuovo millennio. Due artisti provenienti da universi all'apparenza distanti anni luce, che si incontrano tra le mura del Castel dell'Ovo per un intreccio tra chitarra e rap con vista sul golfo di Napoli. Una performance resa ancora più magica dal brano scelto: Terra mia di Pino Daniele.

La Rappresentante di Lista - progetto nato nel 2011 dall’incontro tra la cantante Veronica Lucchesi e il polistrumentista Dario Mangiaracina - è stata tra le più grandi rivelazioni dell'ultimo Festival di Sanremo, dove ha conquistato pubblico e critica con Amare. Nella sua Palermo, avvolto dall'aura settecentesca di Palazzo Butera, oggi laboratorio d'arte e avanguardia del Mediterraneo, il duo esegue proprio il brano sanremese, in un’elegante, intensa e sperimentale versione per pianoforte e archi.

Music For Uncertain Times racconta la musica arte fra le arti. Lo fa attraverso i musicisti, le loro note e le loro parole, mentre riflettono sulla musica in tempi di cambiamento, sul suo essere guida quando l’orizzonte muta, di essere bellezza contro la paura. Riempie di musica architetture nate per altri scopi raccontate dalle voci di critici e curatori d'arte: Gianluca Marziani al Museo del Novecento, Paola Ugolini a Castel dell'Ovo e Claudio Gulli a Palazzo Butera. Tre intense cartoline musicali della nuova bellezza italiana, tre nuovi contenuti gratuiti disponibili a tutti dal 21 giugno su italiana. (aise 17)

 

 

 

Firma Digitale per semplificare diritti di partecipazione degli italiani all’estero, a partire da elezioni Comites

 

Recentemente, il co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Gentili, ha chiesto di inserire nel decreto Semplificazioni quanto necessario a garantire il pieno godimento dei diritti politici per tutti i cittadini: le attuali procedure di raccolta delle firme per referendum e iniziative popolari, previste da una legge di cinquant’anni fa, sono state giudicate contrarie al diritto dei cittadini a partecipare alla vita pubblica dal Comitato diritti umani dell’Onu nel caso Staderini-De Lucia vs Italia, proprio a causa delle “irragionevoli restrizioni” che ostacolano l’azione dei Comitati promotori.

Con lo scoppio della pandemia, raccogliere le sottoscrizioni autenticate su moduli cartacei e le altre pratiche necessarie, è divenuto oltremodo difficoltose se non a volte impossibile, sia per chi risiede in Italia che per gli italiani all’estero, dove gli effetti delle restrizioni e la necessità di protezione degli operatori consolari si sono aggiunti ad una situazione di grave carenza degli organici e all’insufficienza di risorse della nostra rete consolare, che dura da oltre un decennio.

Ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale e incomprensibile per cui oggi gli organici della rete sono quasi la metà di 15 anni fa, quando gli italiani all’estero erano poco più di 3 milioni. Mentre oggi, secondo le stesse anagrafi consolari, sono oltre 6,3 milioni i cittadini italiani che vivono fuori dai confini, titolari di diritti e ai quali i consolati dovrebbero essere in grado di erogare una ampia tipologia di servizi.

Tra questi anche quelli relativi ai diritti di partecipazione in occasione di iniziative referendarie e popolari, dell’elezione dei Comites, e in tutte le altre occasioni in cui deve essere certificata l’identità e la firma dei connazionali.

Il Faim (Forum delle associazioni degli italiani nel mondo) ha recentemente richiamato il Governo e i diversi ministri interessati a inserire l’adeguamento della rete consolare tra gli obiettivi primari della Riforma della Pubblica Amministrazione sia per ciò che concerne l’implementazione degli organici, sia per quanto attiene alla Digitalizzazione dei servizi, come previsto da due delle missioni del PNRR.

Tuttavia, senza attendere i tempi probabilmente non immediati di queste misure, vi sono interventi che possono sensibilmente migliorare la situazione come quella richiamata dall’Associazione Luca Coscioni, sulla firma digitale per le iniziative referendarie e di iniziativa popolare, applicabile anche per le procedure previste per le prossime elezioni dei Comites (approntamento delle liste e presentazione dei candidati) che altrimenti risulterebbero particolarmente complesse se non impossibili in molti contesti territoriali.

Quindi l’introduzione della firma digitale per sottoscrivere le proposte di referendum, ma anche per apporre le sottoscrizioni alle liste per le elezioni politiche, per il rinnovo delle elezioni dei Comites, anche in compresenza con le procedure attuali, sarebbe una semplificazione importante per favorire la partecipazione degli italiani all’estero alla vita civile e politica, soprattutto se questa innovazione venisse anticipata al 2021, come chiesto dall’associazione Luca Coscioni.

La Fiei (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione), richiamando alla impellente necessità di un organico adeguamento e digitalizzazione della rete consolare come indicato, si unisce all’appello e sollecita il Ministro Colao ad introdurre la firma digitale, come strumento per ampliare e semplificare anche la partecipazione politica anche degli italiani all’estero. Fiei 19

         

     

 

                                                               

 

 

Neuer Höchststand. Mehr als 82 Millionen Menschen auf der Flucht

 

Die Zahl der Menschen, die weltweit auf der Flucht sind, hat einen neuen Höchststand erreicht. UN-Angaben zufolge sind es inzwischen 82,4 Millionen Menschen, die vor Krieg, Gewalt und Unterdrückung fliehen – fast jeder Zweite ist minderjährig.

Immer mehr Menschen sind laut UN auf der Flucht vor Unterdrückung, Menschenrechtsverletzungen, Gewalt und Krieg. Ihre Zahl habe 2020 mit fast 82,4 Millionen einen neuen Höchststand erreicht, erklärte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Freitag in Genf. Zum Jahresende 2019 waren die Vereinten Nationen von rund 79,5 Millionen Männer, Frauen und Kinder auf der Flucht ausgegangen.

Hinter den Zahlen stünden immer Menschen und ihr Leid, betonte der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Filippo Grandi, anlässlich des Weltflüchtlingstages am kommenden Sonntag. Er rief die Länder auf, an den Fluchtursachen anzusetzen und etwa die vielen bewaffneten Konflikte zu befrieden.

Trotz Corona und der damit verbundenen Beschränkungen seien die Flüchtlingszahlen gestiegen, betonte der UN-Hochkommissar. Zur Eindämmung von Covid-19 hatten im vergangenen Jahr zahlreiche Länder ihre Grenzen geschlossen, dabei waren laut UN viele Grenzen auch für Schutzsuchende nicht mehr durchlässig.

Fast jeder Zweite minderjährig

Grandi erinnerte auch an das Schicksal der vielen Jungen und Mädchen unter 18 Jahren, die ihr Zuhause verloren. Rund 42 Prozent aller Menschen auf der Flucht gehörten dieser Altersklasse an, sagte er. Zudem seien laut Schätzungen fast eine Million Kinder zwischen 2018 und 2020 als Flüchtling geboren worden. Viele von ihnen würden jahrelang nichts anderes kennenlernen.

Das UNHCR bei den Flüchtlingszahlen nach Kategorien: Darunter sind 48 Millionen Kinder, Frauen und Männer, die sich im eigenen Land auf der Flucht befinden, beispielsweise in Äthiopien, im Sudan, im Jemen, in Mosambik oder Kolumbien. Weitere 20,7 Millionen gelten als Flüchtlinge unter dem Mandat des UNHCR. Diese Menschen sind wegen Gewalt und Repressionen aus dem eigenen Land in ein anderes Land geflüchtet, etwa aus Syrien oder Afghanistan nach Deutschland. Die Zahl der Asylsuchenden blieb mit 4,1 Millionen auf dem Stand des Vorjahres. (epd/mig 18)

 

 

 

Europäische Integration. Zaubertrank für die nächste Generation

 

Der EU-Aufbauplan soll dem ökonomisch gebeutelten Süden wieder auf die Beine helfen. Realistisch? Wir blicken nach Italien, Spanien und Griechenland. Michael Braun & Bettina Luise Rürup & Arne Schildberg

 

Italien

In keinem anderen EU-Staat hat „Next Generation EU“ eine ähnlich hohe Bedeutung wie in Italien. Das gilt gleichermaßen für die finanzielle Dimension wie für den Stellenwert im politischen wie auch gesellschaftlichen Diskurs. Die Regierung in Rom hat – anders als etwa die spanische, die französische oder die deutsche Regierung – beschlossen, den kompletten Finanzierungsrahmen auszuschöpfen, also nicht nur die Zuschüsse in Höhe von etwa 69 Milliarden Euro, sondern auch das gesamte Kreditvolumen von weiteren 122 Milliarden Euro. Zudem hat sie aus nationalen Haushaltsmitteln noch einmal 30 Milliarden Euro draufgepackt: Auf diese Weise entsteht ein gigantisches Programm für den ökonomischen Neustart in Höhe von über 220 Milliarden Euro in den Jahren 2021 bis 2026.

Vor diesem Hintergrund überrascht es nicht, dass Ministerpräsident Mario Draghi geradezu pathetischeTöne fand, als er den nationalen Plan vorstellte. Um nichts weniger als „das Leben der Italiener“ gehe es jetzt, erklärte er, um nichts weniger als „das Schicksal des Landes“ und „seine Glaubwürdigkeit und Reputation als Gründungsstaat der Europäischen Union und Protagonist der westlichen Welt“.

Schon dass die Exekutive unter dem früheren Präsidenten der Europäischen Zentralbank seit Februar 2021 im Amt ist, verdankt sich allein „Next Generation EU“: Draghi konnte seine Fast-Allparteien-Regierung nur deshalb bilden, weil die ihn stützenden Kräfte von links bis rechts die Chancen des Landes beim Zugriff auf die EU-Mittel nicht verspielen wollten.

Denn allen ist klar: Der Recovery-Plan bietet die einmalige Chance zum Neustart für ein Land, das nicht nur durch die Coronakrise schwerer als andere gebeutelt wurde, sondern das schon vorher unter einer jahrzehntelangen Stagnation litt. In sechs „Missionen“ ist der Plan aufgefächert. Fast 50 Milliarden Euro sollen in Mission Nummer eins, in „Digitalisierung, Innovation, Wettbewerbsfähigkeit und Kultur“ fließen, sprich unter anderem in den flächendeckenden Ausbau des Breitband-Internets, in die digitale Aufrüstung öffentlicher Verwaltungen oder die Förderung privater Investitionen unter dem Stichwort Industrie 4.0.

Mission zwei sieht 70 Milliarden Euro für „die Grüne Revolution und den ökologischen Umbau des Landes“ vor, von der energiesparenden Gebäudesanierung bis hin zur Energiewende, vom Kampf gegen die Landschaftserosion bis hin zur Stärkung ökologischer Landwirtschaft. Fast 32 Milliarden Euro sollen in Mission drei fließen, in „Infrastrukturen für eine nachhaltige Mobilität“, sprich in den Ausbau des Eisenbahn-Hochgeschwindigkeitsnetzes vor allem im bisher vernachlässigten Süden des Landes, aber auch in Regionalstrecken und Häfen.

Mission vier gilt Bildung und Forschung: Das Kita-Angebot soll deutlich gestärkt werden, Schulen sollen digitalisiert, tausende neue Posten für Nachwuchswissenschaftler geschaffen werden. Mehr als 22 Milliarden Euro sollen als Mission fünf den Zugang zum Arbeitsmarkt vorneweg für Frauen erleichtern, und Mission sechs schließlich reserviert gut 20 Milliarden Euro für die Stärkung der öffentlichen Gesundheitsversorgung.

Strukturell den Sprung ins 21. Jahrhundert schaffen, konjunkturell sofort wieder Fahrt aufnehmen. Das sind die Hoffnungen, die Italien in „Next Generation EU“ setzt. Dank der Hilfen soll das Wachstum 2021 schon um die fünf Prozent des Bruttoinlandsprodukts und 2022 gut vier Prozent betragen. Der Coronaeinbruch von 2020 mit minus neun Prozent wäre damit ausgeglichen.

Michael Braun, FES Rom

 

Spanien

„Es muss gut werden und es wird gut werden!“, sagte die spanische Wirtschaftsministerin, Nadia Calvino, Ende April bei einer Veranstaltung mit dem Titel „Die dritte Modernisierung der spanischen Wirtschaft“. Spanien sieht den EU-Wiederaufbauplan als historische Chance für den Sprung in die Zukunft.

Gemeinsam mit Frankreich und Deutschland hat sich Spanien für ein EU-Konjunkturprogramm eingesetzt und zwischen den „frugalen Staaten“ und den Befürwortern eines Konjunkturprogramms vermittelt. Das Ergebnis kann sich sehen lassen. Für die traditionell EU-begeisterten Spanierinnen und Spanier ist „Next Generation EU“ ein Meilenstein auf dem Weg in eine stärker integrierte EU.

Nun ist Spanien – vor Italien, Frankreich, Deutschland und Polen – das Land, das in puncto Transfers am stärksten von allen EU-Mitgliedstaaten vom EU-Konjunkturprogramm profitiert. Auf die Verteilung hatten sich das Europäische Parlament und der Europäische Rat im Dezember 2020 auf der Basis der EU-Wirtschaftsprognosen vom November geeinigt. Spanien wird 69,528 Milliarden Euro in den Jahren 2021 bis 2023 an nicht rückzahlbaren Geldtransfers erhalten. Hinzu kommen knapp 70 Milliarden Euro an Krediten.

Anfang Oktober 2020 hatte die Regierung unter Pedro Sánchez (Partido Socialista Obrero Español) als erstes EU-Mitglied unter dem Titel „Spanien gelingt es“ (España puede) ihren Plan für den Wiederaufbau, die Transformation und Resilienz vorgelegt. In den folgenden Monaten fanden an die 70 Konsultationen mit der EU statt, in denen weitere Einzelheiten diskutiert und Zielsetzungen konkretisiert wurden.

Das spanische Parlament verabschiedete noch im letzten Jahr (am 30. Dezember) den gesetzlichen Rahmen für das Wiederaufbauprogramm. Im Laufe des Frühjahrs wurde der nationale Plan „Ein fortschrittlicheres Spanien“ (España más avanzada) weiter ausgearbeitet und Ende März vom Kabinett angenommen. Nach erneuter Prüfung des Plans wird mit den ersten Auszahlungen der Mittel noch im Juni gerechnet.

Spanien hat das Wiederaufbauprogramm bitter nötig: Das Bruttoinlandsprodukt ist um rund elf Prozent im Zuge der Pandemie gesunken. Das Land war schon von der globalen Finanzkrise besonders hart betroffen und hatte sich noch nicht vollständig erholt.

Für Spanien geht es mit dem Wiederaufbauplan ums Ganze. Es hat sich den Umbau des Wirtschaftsmodells – ein Vorhaben, das in Spanien schon lange diskutiert wird – ebenso vorgenommen wie die ökologische Transformation zur Bekämpfung des Klimawandels, die Digitalisierung von Regierung, Wirtschaft und Gesellschaft, um das Land fit für das 21. Jahrhundert zu machen, die Förderung von Frauen, um die Gleichstellung der Geschlechter zu erreichen, und die soziale Kohäsion der Gesellschaft.

Neben den vier Leitzielen (ökologische Transformation, digitale Transition, soziale/regionale Kohäsion und Geschlechtergerechtigkeit) definiert der Plan zur Ankurbelung des Wirtschaftswachstums zehn Politikfelder und 30 Projekte. Die Betonung der sozialen Gleichheit und gesellschaftlichen Kohäsion als eines der vier Leitziele ist ein Alleinstellungsmerkmal des spanischen Plans. 

Für die Begleitung des Modernisierungsprozesses wurde eine spezielle Kommission eingesetzt. Aufgrund der stark dezentralisierten Staatsstruktur Spaniens spielen die Länderregierungen (comunidades autónomas) ebenfalls eine wichtige Rolle in der Umsetzung des Plans (bei ihnen werden mehr als 50 Prozent der Mittel ankommen). Der soziale Dialog, um dessen Reaktivierung sich die Mitte-links-Regierung seit ihrem Amtsantritt intensiv gekümmert hat, ist ein zentrales Anliegen. Die Sozialpartner sind in wöchentlichen Gesprächen in die Ausgestaltung einbezogen.

Wird der große Sprung gelingen? Die strukturellen und aktuellen Verwerfungen in der spanischen Wirtschaft, der demografische Wandel, die sozialen Ungleichheiten, die Jugendarbeitslosigkeit, der Klimawandel und die behäbige Bürokratie stellen das Land vor enorme Herausforderungen. Die Regierung hat jedoch ihre Hausaufgaben gemacht und scheint sich diesen Herausforderungen mit einem progressiven Zukunftsprojekt gut vorbereitet stellen zu wollen. Die kluge Umsetzung des Programms gibt der progressiven Regierung die Gelegenheit, das in Spanien stark angeschlagene Vertrauen in die öffentlichen Institutionen (Regierung, Parlament, Parteien) wiederzugewinnen und das Land auf den Weg einer sozial ausgewogenen Modernisierung zu bringen.

Bettina Luise Rürup, FES Madrid

 

Griechenland

Griechenlands Regierung des konservativen Premierministers Mitsotakis von der Nea Dimokratia betonte, dass ihr nationaler Konjunkturplan das Bruttoinlandsprodukt bis 2026 um sieben Prozentpunkte steigern und 200 000 Arbeitsplätze schaffen wird. Griechenland wird bis 2026 bis zu 30,5 Milliarden Euro aus dem EU-Programm „Next Generation EU“ erhalten, aufgeteilt in 17,8 Milliarden Euro an Zuschüssen und 12,7 Milliarden Euro an Krediten.

Doch selbst die Regierung räumte ein, dass die Umsetzung des Plans eine große Herausforderung sei und von Griechenland verlange, das Doppelte der üblichen jährlichen Rate von fünf Milliarden Euro an EU-Geldern umzusetzen und gleichzeitig die privaten Investitionen um 30 Prozent zu erhöhen. Sie warnte auch, dass Griechenland sich vor den Risiken hüten sollte, die damit verbunden sind, einschließlich der Gefahr, in „Verhaltensweisen aus der Vergangenheit“ zurückzufallen.

Wie eine Analyse von Macropolis zeigt, werden von den 18,2 Milliarden Euro, die in Form von Zuschüssen nach Griechenland kommen, sechs Milliarden Euro in die Green Transition investiert – eine von vier Säulen des Plans. Innerhalb der Säule für private Investitionen und wirtschaftliche Transformation sieht der Plan 4,8 Milliarden Euro an Zuschüssen vor. In der dritten Säule des Plans, der digitalen Transformation, investiert die Regierung 563 Millionen Euro in die Digitalisierung der Staatsarchive.

Außerdem enthält der Plan Projekte wie den Ausbau von 5G-Mobilfunknetzen auf Autobahnen (130 Millionen Euro) und die digitale Vernetzung von Inseln (89 Millionen Euro). Schließlich fließen über 5,2 Milliarden Euro in die Säule „Beschäftigung, Qualifikation und sozialer Zusammenhalt“, darunter 2,3 Milliarden Euro für verschiedene Projekte im Zusammenhang mit digitaler und beruflicher Bildung sowie Ausbildungsprogramme im Bereich der MINT-Fächer (Mathematik, Informatik, Naturwissenschaften, Technik).

Neben der Impfkampagne als wichtigstem politischem Thema steht derzeit die Umsetzung des Konjunkturprogramms im Mittelpunkt der parlamentarischen Debatten. Allerdings beschränkt sich die Diskussion auf einen kleinen Teil der griechischen Gesellschaft. Es ist daher nicht überraschend, dass in den Umfragen keine Auswirkungen sichtbar sind: Die konservative Nea Dimokratia liegt weiterhin 15 Prozent vor der linken Oppositionspartei Syriza.

Die dritte politische Partei des Landes – die Mitte-Links-Partei KINAL – kritisierte, dass „das Programm im Büro des Premierministers von den Wenigen für die Wenigen entworfen wurde und zu einer weiteren Vergrößerung der sozialen Ungleichheiten führen wird“. Ebenfalls stellt KINAL infrage, dass die EU-Gelder mit höheren privaten Investitionen einhergingen und Tausende von Arbeitsplätzen schafften.

Syriza hingegen verurteilte den Plan der Nea Dimokratia wegen der fehlenden Diskussion, die der Vorlage bei der Europäischen Kommission vorausging. Ihr alternativer Vorschlag, genannt „Griechenland+“, behauptet, sozial inklusiver zu sein, mit dem Fokus auf eine gleichmäßigeren Verteilung der Wachstumsgewinne in der Gesellschaft.

Arne Schildberg, FES Athen  IPG 18

 

 

 

Ja zum Asylrecht, aber Mehrheit für geschlossene Grenzen – Umfrage zum Weltflüchtlingstag

 

* Weniger Zustimmung für Asylrecht, mehr für Grenzschließung

* Corona hemmt Aufnahmebereitschaft der Deutschen

* Glaube an erfolgreiche Integration von Flüchtlingen nimmt zu

 

Hamburg – Eine aktuelle Studie des Markt- und Meinungs-forschungsinstituts Ipsos, die anlässlich des Weltflüchtlingstages 2021 durchgeführt wurde, zeichnet ein sehr gemischtes Bild bezüglich der Einstellungen der Deutschen gegenüber geflüchteten Menschen. Auf der einen Seite befürwortet eine klare Mehrheit grundsätzlich das Recht von Flüchtlingen, in Deutschland Schutz vor Krieg und Verfolgung zu suchen. In der Praxis sind allerdings nur wenige offen dafür, mehr Flüchtlinge in ihrem Land aufzunehmen. Höhere Staatsausgaben für die Unterstützung von Flüchtlingen werden aufgrund der Corona-Pandemie ebenfalls überwiegend kritisch gesehen.

Weniger Zustimmung für Asylrecht, mehr für Grenzschließung

Mehr als sieben von zehn Bundesbürgern (71%) halten es für richtig, dass Menschen in Deutschland Zuflucht finden können, um vor Krieg und Verfolgung zu fliehen. Die Unterstützung für das Grundrecht auf Asyl ist damit zwar deutlich größer als noch 2019 (57%), im Vergleich zur Vorjahresbefragung 2020 (76%) aber um fünf Prozentpunkte gesunken. 

Gleichzeitig sind mehr als vier von zehn Befragten (42%) der Ansicht, dass Deutschland seine Grenzen für Flüchtlinge derzeit vollständig schließen sollte – ein Anstieg um drei Prozentpunkte seit dem letzten Jahr. Weltweit befürwortet sogar jeder Zweite (50%) Grenzschließungen für Geflüchtete im eigenen Land. Am größten ist die Zustimmung für diese Maßnahme in Malaysia (82%) und der Türkei (75%), am niedrigsten in Polen (34%), Japan (38%) und den USA (41%). 

Corona hemmt Aufnahmebereitschaft der Deutschen

Ein möglicher Grund für die wachsende Skepsis der Deutschen gegenüber der Aufnahme von Flüchtlingen ist der Ausbruch des Coronavirus. Mehr als jeder Dritte (35%) findet, dass Deutschland weniger offen für die Aufnahme von Flüchtlingen sein sollte als vor der COVID-19-Pandemie. Etwa vier von zehn Befragten (43%) denken, dass es genauso bleiben sollte wie vorher, nicht einmal jeder Zehnte (9%) wünscht sich mehr Offenheit für Zugewanderte. 

Glaube an erfolgreiche Integration von Flüchtlingen nimmt zu

Immer mehr Bundesbürger (41%) sind allerdings davon überzeugt, dass sich die meisten Flüchtlinge, die nach Deutschland kommen, erfolgreich in ihre neue Gesellschaft integrieren. 2019 glaubte das noch nicht einmal jeder Dritte (31%), im vergangenen Jahr stieg dieser Wert bereits auf insgesamt 35 Prozent an.

Gleichzeitig sinkt der Anteil der Befragten, die davon ausgehen, dass die meisten Ausländer, die als Flüchtling in Deutschland Asyl suchen, in Wirklichkeit nur aus wirtschaftlichen Gründen oder um Sozialleistungen auszunutzen hierherkommen. 2019 äußerten noch sechs von zehn Deutschen (59%) Zweifel bezüglich der wahren Absichten der Flüchtlinge, seitdem ist dieser Wert kontinuierlich gesunken auf heute 56 Prozent. Im weltweiten Vergleich ist das Misstrauen gegenüber Zugewanderten in der Türkei (81%) und Malaysia (76%) auch bei dieser Frage wieder am größten und in Japan (50%) und den USA (49%) erneut besonders niedrig. Ipsos 18

 

 

 

Mehrheit gegen mehr Aufnahmen von Flüchtlingen

 

Eine Mehrheit der Deutschen hält die Aufnahme Schutzsuchender laut einer Umfrage der Diakonie nicht für eine Erfolgsgeschichte. Die Diakonie macht die Politik mitverantwortlich für das Ergebnis.

Eine Mehrheit der Menschen in Deutschland ist laut einer Umfrage im Auftrag der Diakonie gegen eine stärkere Aufnahme von Flüchtlingen. Auf die Frage, ob Deutschland angesichts steigender Flüchtlingszahlen weltweit mehr Schutzsuchende aufnehmen sollte, antwortete weniger als ein Drittel der Befragten (28 Prozent) mit Ja, 62,5 Prozent der Befragten antworteten mit Nein, wie aus den am Donnerstag in Berlin vorgestellten Ergebnissen hervorgeht.

Der evangelische Wohlfahrtsverband macht für das Meinungsklima die Politik mitverantwortlich. Die Diakonie fordert, auf die Skepsis einzugehen und zugleich die humanitären Verpflichtungen weiter ernst zu nehmen. Benötigt werde eine Politik des „Sowohl-als-auch“, sagte Diakonie-Präsident Ulrich Lilie.

Mehrheit beurteilt Integration skeptisch

Auch auf die Integration blicken die Menschen der Umfrage zufolge skeptisch. Auf die Frage, ob die in den vergangenen zehn Jahren angekommenen Flüchtlinge gut in Deutschland angekommen sind, antworteten 12,5 Prozent mit Ja, die Mehrheit von knapp 58 Prozent mit Nein. 28 Prozent antworteten mit „teils, teils“, der Rest mit „weiß nicht“. Für die Umfrage befragte das Institut Civey den Angaben zufolge Anfang Juni rund 5.000 Menschen.

Diakonie-Präsident Ulrich Lilie sagte, dass ihn die Ergebnisse zwar nicht überrascht, aber ernüchtert hätten. Ganz offensichtlich würden die Aufnahme und Integration von Flüchtlingen in Deutschland nicht als Erfolgsgeschichte wahrgenommen. Er kritisierte die zunehmende Abschottung der EU und ihrer Mitgliedsländer gegenüber Geflüchteten und machte diese Politik mitverantwortlich für das Meinungsklima. Zudem bemängelte er, die Bevölkerung sei politisch nicht gut vorbereitet worden, auf das, was jetzt Realität sei, „dass Deutschland ein Einwanderungsland ist“.

Lilie: Mit Skeptikern über Fakten reden

Zudem forderte Lilie, Integration stärker mit der Bildungs- und Sozialpolitik zusammenzudenken. „Wer sich sozial bedroht fühlt, keine Perspektive für sich und seine Kinder sieht, am oder unter dem Existenzminimum lebt, macht innerlich schneller dicht – auch gegenüber Geflüchteten“, sagte der Diakonie-Präsident. Nach seinen Worten lehnen Menschen mit geringerer Bildung, die älter sind und auf dem Land wohnen, eine Aufnahme von mehr Flüchtlingen eher ab als gut Gebildete, Jüngere, gut situierte Menschen in den Städten.

Lilie sprach sich dafür aus, auf Skeptiker der Aufnahme von Flüchtlingen zuzugehen und gleichzeitig über Fakten zu reden. Gelungene Beispiele von Integration müssten mehr erzählt werden, forderte er. An den Forderungen an die Flüchtlingspolitik hält die Diakonie fest. Dazu gehören eine weitere Aufnahme von Flüchtlingen, ein Abschiebestopp in Krisenländer wie Afghanistan und die Ermöglichung von Familiennachzug, wie Lilie erklärte: „Die Aufnahme weiterer Flüchtlinge bleibt eine der vornehmsten Aufgaben für eines der reichsten Länder.“ (epd/mig 18)

 

 

 

Weltflüchtlingstag. DAAD: Qualifizierung von Flüchtlingen an den Hochschulen verstetigen

 

Zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni weist der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) auf die Erfolge der Hochschulen bei der Integration von Flüchtlingen hin. Zudem appelliert DAAD-Präsident Mukherjee an die Politik, bei weltweit steigenden Flüchtlingszahlen die Qualifizierung von Geflüchteten als Daueraufgabe im deutschen Hochschulsystem zu verankern.

Geflüchtete Studierende an einer deutschen Hochschule. © DAAD/Hagenguth Bonn, 18.6.2021

„Nach fünf Jahren erfolgreicher Integrationsarbeit an den Hochschulen ist es Zeit, die Qualifizierung von Flüchtlingen dauerhaft im Hochschulsystem zu verankern“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee. Der Bedarf werde auch in Zukunft kaum sinken. „Es ist eine einfache Rechnung: Die weltweit steigenden Flüchtlingszahlen erhöhen auch in Deutschland die Notwendigkeit akademischer Integrations- und Qualifizierungsprogramme für Geflüchtete. Die Hochschulen im Land müssen dafür entsprechend ausgestattet werden“, so der DAAD-Präsident. Aktuell überdecke die Corona-Pandemie zwar viele Krisenherde in der öffentlichen Wahrnehmung, die vielfältigen Fluchtursachen beispielsweise in Afghanistan, Syrien oder verschiedenen Ländern Afrikas seien aber weiterhin wirksam. Nach Angaben des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen (UNHCR) befanden sich Mitte 2020 rund 80 Millionen Menschen weltweit auf der Flucht – die Zahl hat sich seit 2010 verdoppelt. 

Rund 30.000 Geflüchtete im Fachstudium

Der DAAD blicke anlässlich des Weltflüchtlingstages auch auf die Erfolge der bisherigen Arbeit zurück: „Gemeinsam mit unseren Mitgliedshochschulen und -Studierendenschaften haben wir nach der großen Fluchtbewegung in 2015 schnell reagiert. Dank finanzieller Unterstützung des Bundesministeriums für Bildung und Forschung und der NRW-Landesregierung haben wir bereits ab 2016 mehrere Programme zur Qualifizierung und Integration von Geflüchteten ins Leben gerufen.“ Die Ergebnisse dieser Arbeit seien nun sichtbar. „Wir schätzen, dass derzeit rund 30.000 Geflüchtete in einem Fachstudium eingeschrieben sind. Zudem haben inzwischen mehrere Tausend von ihnen einen Masterabschluss erreicht“, so Mukherjee. Die Qualifikation von Flüchtlingen trage somit auch zur Sicherung des Fachkräftebedarfs in der Bundesrepublik bei. 

Die Hochschulen in Deutschland hätten dabei in den vergangen fünf Jahren Großes geleistet: „Mit starkem Engagement haben sie mindestens 40.000 Geflüchtete im Rahmen der DAAD-Programme auf ein Studium vorbereitet. Jedes Jahr führen sie ebenso viele Beratungsgespräche mit studieninteressierten Flüchtlingen, und studentische Willkommensinitiativen helfen rund 20.000 Geflüchteten bei der Integration auf dem Campus“, so der DAAD-Präsident. Auf diese Erfolge gelte es aufzubauen: „Vorausschauende Außenwissenschaftspolitik im Zeitalter des Anthropozäns denkt die Auswirkungen weltweiter Fluchtbewegungen mit“, so Mukherjee. Die Migration und die damit verbundene notwendige Schaffung von Qualifizierungsmöglichkeiten für Geflüchtete werde trotz aktuell geringerer Flüchtlingszahlen in Deutschland ein Dauerthema für die Bundespolitik, die Hochschulen und damit für den DAAD bleiben.

DAAD-Flüchtlingsprogramme: Von Integra bis NRW-Wege 

Die DAAD-Programme sind Teil eines umfangreichen Maßnahmenpakets, das von Bund und Land finanziert wird. So stellt das Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) seit 2016 rund 160 Millionen Euro für drei große Programme zur Verfügung: Mit „Integra“ erhalten studierfähige Geflüchtete an deutschen Hochschulen und Studienkollegs die Möglichkeit, sich gezielt auf ein Studium vorzubereiten. „Welcome“ fördert studentische Initiativen, die Geflüchtete bei der Integration in die Hochschule unterstützen. Das Förderprogramm „PROFI“ richtet sich an geflüchtete Akademikerinnen und Akademiker, die ihre fachlichen Kompetenzen für einen besseren Karrierestart auf dem deutschen Arbeitsmarkt erweitern wollen. 

Auch die NRW-Landesregierung fördert die Integration von geflüchteten und internationalen Studierenden: Das Programm „NRWege ins Studium“ unterstützt 30 Hochschulen beim Aufbau von studienvorbereitenden und -begleitenden Angeboten und bietet Stipendien für besonders leistungsstarke Geflüchtete an. „NRWege Leuchttürme“ verbindet die Integration von Flüchtlingen mit innovativen digitalen Formaten der Internationalisierung und setzt hier einen Schwerpunkt auf die Qualifizierung von geflüchteten Akademikerinnen und Akademikern. Daad 18

 

 

 

Bundestagsdebatte verdeutlicht Gräben zwischen Union und Grünen bei Migration

 

Bei einer Bundestagsdebatte zum Thema Rassismus am Freitag (11. Juni) wurden die Gräben zwischen der Union und den Grünen beim Thema Einwanderung und Rassismusbekämpfung einmal mehr deutlich. Wie schon bei den Koalitionsverhandlungen 2017 dürfte das Thema Migration zu einem der wesentlichen Knackpunkte bei den Verhandlungen nach der Bundestagswahl im September werden. Von: Oliver Noyan

 

Abgestimmt wurde über einen Antrag der Grünen, der den Weg für eine antirassistische und Chancen-gerechte Einwanderungsgesellschaft ebenen wollte. Zwar wurde der Antrag abgelehnt, die Debatte im Bundestag zeigt jedoch die grundverschiedenen Haltungen der Grünen und der CDU beim Thema Rassismus und Einwanderung.

Grundsätzliche Einigkeit herrschte lediglich was die Bedeutung der Rassismusbekämpfung anbelangt und dass hier noch „mehr Engagement“ gezeigt werden müsse „als in der Vergangenheit,“ wie der CDU-Abgeordnete Alexander Throm betonte.

Allerdings scheiden sich die Geister bei der Beurteilung der bisherigen Initiativen der Bundesregierung sowie beim Thema Einwanderungsgesellschaft.

„Statt halbherziger Maßnahmen braucht es einen politischen Neustart und einen Paradigmenwechsel,“ hieß es im Antrag der Grünen.

Für die Grünen muss der Kampf gegen Rassismus in der „Verwirklichung einer Chancen-gerechten Einwanderungsgesellschaft“ eingebettet werden, hieß es in dem Antrag.

Die Union wiederum betrachtet die Migration auch als Teil des Rassismusproblems und verwies auf die islamistisch-extremistischen Haltungen einiger Migranten.

Gegen einen politischen Islam

So betonte der CDU-Abgeordnete, Christoph Bernstiel, dass Rassismus nicht nur von Rechtsextremisten ausgehe, „sondern leider auch von Migranten, die seit 2015 in unser Land gekommen sind. Diesen müssen wir das ganz klare Signal senden: Keine Toleranz für Rassismus, egal woher er kommt, in unserem Land.“

Die Union hat sich hierbei insbesondere die Bekämpfung des politischen Islams auf die Fahnen geschrieben.

Erst am vergangenen Dienstag (15. Juni) hat das CSU-geführte Innenministerium Impulse zur Bekämpfung von islamistisch-extremistischen Strömungen in der Gesellschaft gesetzt und einen Expertenkreis zum politischen Islam eingerichtet.

„Wir müssen entschlossen gegen jede Ideologie vorgehen, die sich gegen die Werte und Normen unserer freiheitlich-demokratischen Grundordnung richtet,“ kommentierte Bundesinnenminister Horst Seehofer.

Der Expertenkreis soll Erscheinungen des politischen Islam in Deutschland analysieren und Handlungsempfehlungen entwickeln, um gezielt gegen den Extremismus vorzugehen.

Zwar wird die Bekämpfung von islamistischem Extremismus auch im vorläufigen Wahlprogramm der Grünen erwähnt, der klare Fokus liegt jedoch auf der Bekämpfung von Rechtsextremismus, die „Priorität für alle Sicherheitsorgane“ haben müsse.

„Vielfalt ist Stärke“

Zur Bekämpfung des Rassismus setzen die Grünen auf die gesellschaftliche Teilhabe als geeignetes Mittel.

“Wir stehen für eine Politik, die der Realität eines modernen Einwanderungslands gerecht wird und diese aktiv gestaltet,“ hieß es bereits im Grünen Aktionsplan gegen Rassismus vom März letzten Jahres.

Auch auf dem Parteitag am Samstag (12. Juni) sprach sich Annalena Baerbock für die deutsche Einwanderungsgesellschaft aus. „Unsere Vielfalt ist unsere Stärke,“ sagte die Grüne Spitzenkandidatin.

In ihrem Antrag stellen die Grünen einen direkten Zusammenhang zwischen den Themenbereichen Rassismus und Einwanderungsgesellschaft her. Rassismus wird in dem Antrag als ein „in der Gesellschaft verankertes Anerkennungs- und Teilhabeproblem“ beschrieben.

Die Grünen sehen die Bundesregierung hierbei in der Verantwortung „die historischen und aktuellen Leistungen der Einwanderungsgesellschaft anzuerkennen und zu wu?rdigen,“ hieß es in dem Antrag.

Um die gleichberechtigte Teilhabe von Menschen mit Rassismuserfahrung und Migrationshintergrund zu ermöglichen forderten die Grünen nicht nur eine Förderung von Partizipationsmöglichkeiten, sondern auch eine Reform des Einwanderungs- und Staatsangehörigkeitsrechts.

Die Unionsfraktion kritisierte den Antrag und die Verknüpfung von Migrations- mit Rassismusthemen heftig.

Der CDU-Abgeordnete Alexander Throm nannte den Grünen Vorstoß „unvernünftig“ und bezeichnete ihn als „pure Ideologie.“

„Das deutsche Aufenthaltsgesetz ist kein Opferentschädigungsgesetz. Die Grünen benutzen vielmehr das Thema Rassismus […] ein Stück weit als Beförderungsmittel, vielleicht sogar als Trojanisches Pferd, um ihrem Ziel einer totalen Änderung, nämlich eines Systemwechsels in der Migrations- und Integrationspolitik, näherzukommen,“ kritisierte der CDU-Politiker.

Die Grünen Abgeordnete Irene Mihalic wiederum sagte mit Verweis auf die kommende Bundestagswahl, dass die Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus in der nächsten Legislaturperiode „endlich im Zentrum“ stehen muss.

„Dafür werden wir uns mit aller Kraft einsetzen,“ sagte sie in der Plenardebatte. EA 18

 

 

 

 

„Die Pandemie darf nicht zu einer Krise der Solidarität mit Schutzsuchenden werden“

 

Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Zahlen zur katholischen Flüchtlingshilfe im Jahr 2020

 

Anlässlich des internationalen Weltflüchtlingstages der Vereinten Nationen am 20. Juni 2021 macht der kommissarische Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Dr. Dominicus Meier OSB (Paderborn), auf die schwierige Situation schutzsuchender Menschen in Pandemiezeiten aufmerksam: „Die Erfahrungen in der kirchlichen Flüchtlingshilfe zeigen, dass Schutzsuchende in besonderer Weise von den Auswirkungen der Pandemie betroffen sind.“

Weihbischof Meier erinnert daran, dass Geflüchtete in großen Aufnahmeeinrichtungen weltweit einem erhöhten Infektionsrisiko ausgesetzt seien. Zudem habe sich infolge der Pandemie die soziale Lage in vielen Herkunftsländern und Erstaufnahmestaaten weiter zugespitzt. Hinzu kämen Belastungen aufgrund von Reisebeschränkungen: „In der Corona-Krise wurden die Zugangswege nach Deutschland und Europa stark eingeschränkt. Die Aufnahme von besonders verletzlichen Flüchtlingen über internationale Programme (vor allem Resettlement) findet kaum noch statt. Und auch das Recht auf Familienzusammenführung wurde durch die Pandemie arg in Mitleidenschaft gezogen. Es ist ein Gebot der Stunde, rasch wieder sichere Zugangswege zu eröffnen.“ Als weiteres Handlungsfeld nennt Weihbischof Meier die Integration von Flüchtlingen: „Die Pandemie hat geflüchteten Menschen zusätzliche Steine in den Weg zu gesellschaftlicher Teilhabe gelegt.“ Die Herausforderungen in den Bereichen Sprache, Bildung, Arbeit und soziales Miteinander müssten dringend angegangen werden. „In Zeiten der globalen Pandemie ist die Unterstützung von Flüchtlingen wichtiger denn je. Die Pandemie darf nicht zu einer Krise der Solidarität mit Schutzsuchenden werden“, so Weihbischof Meier.

In diesem Zusammenhang betont der kommissarische Vorsitzende der Migrationskommission auch die Bedeutung der kirchlichen Flüchtlingsarbeit: „Das Engagement der Diözesen, der kirchlichen Wohlfahrtsverbände und Hilfswerke ist gerade in Krisenzeiten von unschätzbarem Wert.“ An den heute veröffentlichten Zahlen zur katholischen Flüchtlingshilfe im Jahr 2020 lasse sich eine starke Kontinuität der Solidarität mit Geflüchteten ablesen. „Das beharrliche Engagement der vielen Haupt- und Ehrenamtlichen in der kirchlichen Flüchtlingshilfe macht unsere Gesellschaft menschlicher und ist ein gelebtes Zeichen christlicher Nächstenliebe. Dafür bin ich dankbar.“ Es gelte, diese Arbeit – auch unter sich verändernden Rahmenbedingungen – fortzusetzen und weiterzuentwickeln. „Bestärkt wissen wir uns dabei durch Papst Franziskus, der uns dazu aufruft, uns ‚auf den Weg zu einem immer größeren Wir zu begeben und die Menschheitsfamilie wieder neu zusammenzubringen‘. Das Ziel ist eine Gesellschaft, in der ‚niemand außen vor bleibt‘“, wie Weihbischof Meier mit Verweis auf die Botschaft des Papstes zum 107. Welttag des Migranten und Flüchtlings ausführt.

Die 27 (Erz-)Diözesen und die kirchlichen Hilfswerke haben im Jahr 2020 rund 123,9 Millionen Euro für die Flüchtlingsarbeit im In- und Ausland ausgegeben: 86,1 Millionen Euro für internationale Projekte und ca. 37,8 Millionen für Aktivitäten im Inland. Trotz coronabedingter Hürden waren auch im Jahr 2020 rund 34.700 Ehrenamtliche in der kirchlichen Flüchtlingshilfe tätig; die Zahl der Hauptamtlichen lag bei etwa 4.400 Personen. Zu den zentralen Handlungsfeldern gehörten 2020 erneut die Begleitung von Schutzsuchenden in ihren verschiedenen Lebenslagen, die Förderung der Integration, die Unterstützung des ehrenamtlichen Engagements und die Familienzusammenführung. Insgesamt erreichte die katholische Flüchtlingshilfe im Inland vergangenes Jahr mindestens 154.000 Schutzsuchende.

Hinweise: Die Statistik zur Flüchtlingshilfe im Jahr 2020 ist als pdf-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar. Alle Zahlen zur Flüchtlingshilfe sind auch auf der Internetseite zur katholischen Flüchtlingshilfe unter www.fluechtlingshilfe-katholische-kirche.de verfügbar.

Die Botschaft von Papst Franziskus zum 107. Welttag des Migranten und Flüchtlings ist unter www.dbk.de in der Rubrik Papstbotschaften verfügbar.

Unter dem Titel An der Seite der Schutzsuchenden hat die Deutsche Bischofskonferenz am 12. März 2021 eine Arbeitshilfe zur katholischen Flüchtlingshilfe zwischen 2015 und 2020 veröffentlicht. Darin wird das Engagement der (Erz-)Diözesen sowie kirchlicher Initiativen und Organisationen in den vergangenen Jahren dokumentiert und gewürdigt. Die Arbeitshilfe ist als pdf-Datei in der Rubrik Publikationen verfügbar und kann dort auch als gedruckte Broschüre (Arbeitshilfen Nr. 321) bestellt werden. dbk 17

 

 

 

 

Experten warnen. Klimawandel im Pazifik als Treiber von Migration

 

Obwohl Menschen im Pazifik wenig zum Klimawandel beigetragen haben, sind sie mitunter die größten Leidtragenden von Umweltverschmutzung. Immer mehr Menschen müssen klimabedingt ihre Heimat verlassen.

Der Klimawandel bringt im Pazifik Menschen dazu, ihre Heimat zu verlassen. Diese Vertreibung und Möglichkeiten der Anpassung waren am Dienstag Thema bei den virtuellen Europäischen Entwicklungstagen, bei denen Vertreter aus der Region und der EU diskutierten.

Seit 1960 habe das Königreich Tonga 76 tropische Wirbelstürme erlebt, erklärte Mafua-‚i-Vai’utukakau Maka vom nationalen Büro für Katastrophenmanagement des Königreichs im Südpazifik. Solche Extremwetterlagen vertrieben zahlreiche Menschen von ihrem Wohnort. Durch den Klimawandel würden die Unwetter voraussichtlich schlimmer und häufiger, sagte Maka. Die Belastung der Menschen könne dazu führen, dass sie über Migration nachdächten.

Wichtig, um damit zurechtzukommen, sei eine bessere Datenlage. „Es gibt einen Mangel an akkuraten und verlässlichen Daten und Informationen speziell zu Vertreibung durch Katastrophen, die den Regierungen der pazifischen Inseln zugänglich sind“, sagte der Vertreter von Tonga.

Unterdessen solle die Widerstandskraft der einheimischen Insel-Gemeinden bei der Anpassung an die Folgen des Klimawandels nicht unterschätzt werden, machte Teea Tira vom Sekretariat des Forums Pazifischer Inseln klar. Diese hätten in der Vergangenheit harte Situationen durchleben müssen: „Wir können auch eine Menge von ihren traditionellen und kulturellen Praktiken lernen.“

Erwan Marteil als Vertreter der Europäischen Kommission erklärte, die pazifische Region sei wie keine andere weltweit vom Klimawandel getroffen, während sie am wenigsten dazu beigetragen habe. Die EU als großer Emittent von Treibhausgasen unterstützt Projekte in der Region gegen den Klimawandel und seine Folgen. Unter Experten werden diese Hilfe als unzureichend kritisiert. Die EU werde ihrer selbstververschuldeten Verantwortung nicht gerecht. (epd/mig 17)

 

 

 

Vatikan: Ursachen von Migration gemeinsam bekämpfen

 

Am 20. Juni, dem Welttag der Flüchtlinge, endet die Caritas-Kampagne „Share the Journey“. Der Einsatz für Migranten und Flüchtlinge muss jedoch weiter gehen, betonte etwa Bruno-Marie Duffé, Sekretär des Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen, diesen Dienstag im Vatikan.  Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Das vatikanische Entwicklungs-Dikasterium ist auch für das Thema Migration zuständig. Für den Sekretär der Einrichtung, Bruno Marie Duffé, war es daher keiner Frage, die Kampagne von Caritas Internationalis zu unterstützen.  Mit „Share the Journey“ sollte Bewusstsein und mehr Offenheit für Migranten geschaffen werden. Duffé betonte bei der Pressekonferenz zum Ende der Kampagne diesen Dienstag im Vatikan, dass darüber hinaus jedoch auch gemeinsam gehandelt werden muss:

„Jedes Aktionsprogramm, jede Mission mit und für Menschen mit Migrationserfahrung, erfordert ein Handeln zur Bekämpfung der Ursachen der Migration: Denken wir nur daran, wie viel Gewalt durch Kriege und Machtkonflikte wir heute haben, wie viel Armut, Ungleichheit, Korruption, Menschenhandel, Missbrauch und politische Vernachlässigung. Die Ursachen von Migration zu bekämpfen, heißt, sich auf eine Zusammenarbeit mit den Ländern einzulassen, aus denen die Migranten kommen. Es bedeutet, sich zu trauen, Programme der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung zu unterstützen, einschließlich der Sorge für die Erde, die Umwelt, das Recht auf Gesundheit und Wasser sowie schließlich auch eine Achtung der biologischen Vielfalt.“

Willkommen sein - und zurück kehren können

Zugleich erinnerte Duffé daran, dass Migranten und Flüchtlinge nicht nur überall willkommen sein sollten, sondern auch ein Recht auf die Rückkehr in ihre Heimat und ein Leben in Frieden hätten. Der philippinische Kardinal Luis Antonio Tagle, Präsident von Caritas Internationalis, zog ein positives Fazit der auf vier Jahre angelegten Kampagne. Es sei gelungen, vielen Migranten und Flüchtlingen zu helfen und dazu beizutragen, dass weltweit eine lebendige Kultur der persönlichen Begegnung und eine neue Vision des Willkommens gefördert worden seien:

„Die Kampagne ,Share the Journey` war ein großer Moment der Begegnung, der Solidarität und vor allem ein Ausdruck der Liebe der Kirche zu den Menschen auf der Flucht. Christen, Muslime, Hindus, Anhänger anderer Religionen und solche ohne Religion wurden als Menschen aufgenommen."

 „Christen, Muslime, Hindus, Anhänger anderer Religionen und solche ohne Religion wurden als Menschen aufgenommen“

Brücken der Fürsorge statt Diskriminierung 

Das Ende der Caritas-Kampagne dürfe keinesfalls ein Ende der Solidarität mit Migranten und Flüchtlingen bedeuten, betonte Caritas-Internationalis-Generalsekretär Aloysius John. Er verurteilte Abschottungspolitiken und rief zu Solidarität:

„In einer Zeit, in der Mauerbau und diskriminierende Politik dazu benutzt werden, Migranten von der Einreise abzuschrecken oder diese zu verhindern, in einer Zeit, in der die COVID-19-Pandemie die Notwendigkeit von Solidarität deutlich gemacht hat, und in Übereinstimmung mit den Lehren des Heiligen Vaters werden die Caritas-Mitgliedsorganisationen daran arbeiten, Grenzen in privilegierte Orte der Begegnung zu verwandeln, an denen das Wunder eines immer größeren ,Wir' geschehen kann. Die Caritas wird Brücken der Liebe und Fürsorge bauen, um die Integration von Migranten zu erleichtern und ihr Wohlergehen und ihre Würde zu gewährleisten."

15 Mal um die Welt

Während der Kampagne hatten die Kooperationspartner von Caritas Internationalis, also Caritas-Verbände überall auf der Welt, symbolische Solidaritätswanderungen mit Migranten und Flüchtlingen unternommen. Sie legten so rund 600.000 Kilometer mit Migranten gemeinsam zurück, was etwa einer 15-maligen Weltumrundung entspricht! Insbesondere während der COVID-19-Pandemie unterstützte die Caritas Migranten und Flüchtlinge zudem durch Lebensmittelhilfen, Kleiderspenden und besonders medizinische Versorgung, so der Caritas-Internationalis Generalsekretär. 

Mitmachen!

Als symbolisches Zeichen dafür, dass die Solidarität mit Migranten und Flüchtlingen weitergeht, sind alle eingeladen, auf der Internetseite von Caritas Internationalis eine virtuelle Kerze der Hoffnung anzuzünden und eine Botschaft der Solidarität mit Millionen von gewaltsam aus ihrer Heimat Vertriebenen weltweit zu teilen. Nach Abschluss von „Share the Journey" am 20. Juni 2021 sollen alle bis dahin eingegangenen Botschaften in einer Broschüre gesammelt werden, die Papst Franziskus überreicht wird. (vn 15)

 

 

 

Sassoli fordert europäische Mission zur Seenotrettung im Mittelmeer

 

EU-Parlamentspräsident David Sassoli hat eine europäische Mission zur Rettung von Flüchtlingen im Mittelmeer gefordert. Die Europäer hätten die Pflicht, „Leben zu retten“, sagte Sassoli am Montag (14. Juni) bei einer Konferenz zu den Themen Asyl und Migration.

„Es ist nicht länger hinnehmbar, diese Verantwortung allein den NGOs zu überlassen.“ Die EU müsse gemeinsam handeln, um im Mittelmeer „Leben zu retten und Schlepper zu bekämpfen“, so der Parlamentspräsident.

Sassoli sprach sich für eine gemeinsame europäische Such- und Rettungsmission aus, welche die Expertise aller Beteiligten nutzen müsse, „von den EU-Mitgliedern über die Zivilgesellschaft bis zu den europäischen Agenturen“.

Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM) starben seit Jahresbeginn mindestens 813 Menschen bei dem Versuch, auf oftmals See-untauglichen Booten über das Mittelmeer nach Europa zu gelangen.

Die inzwischen eingestellte EU-Marine-Mission Sophia hatte ab 2015 rund 45.000 Migranten im Mittelmeer gerettet. Ende März 2020 beschlossen die Mitgliedstaaten die neue Mission Irini, an der auch die Bundeswehr beteiligt ist.

Auf Druck Italiens und anderer Mitgliedstaaten wurde das Einsatzgebiet aber weiter nach Osten verlegt als bei Sophia und befindet sich nun abseits gängiger Migrationsrouten. Argument war, dass die Sophia-Schiffe vor Libyens Küste einen Pull-Faktor geschaffen und Flüchtlingsschleusern in die Hände gespielt hätten. Die Seenotrettung ist nicht ausdrücklich Teil des Irini-Mandats.

Die EU unterstützt stattdessen die libysche Küstenwache finanziell, was bei Menschenrechtsorganisationen auf Kritik stößt. Die UNO warf Libyen und der EU kürzlich schwere Versäumnisse bei der Rettung von Flüchtlingen im Mittelmeer vor.

Derzeit würden „das Leben, die Sicherheit und die Menschenrechte der Menschen, die versuchen, von Afrika nach Europa zu gelangen“, nicht ausreichend geschützt, hieß es in einem Bericht des UN-Menschenrechtskommissariats.

Die UN-Experten betonen, dass Libyen kein sicherer Ort für Flüchtlinge sei, die nach ihrer Rettung an Land gebracht werden. In dem Bericht wird den EU-Staaten vorgeworfen, ihre Rettungseinsätze zurückgefahren zu haben, während private Seenotretter an ihrer Arbeit gehindert würden. EA 15

 

 

 

 

Bericht. EU verfehlt eigenes Ziel bei Hilfe für ärmste Länder

 

Die Bekämpfung von Fluchtursachen wird inzwischen großgeschrieben und Entwicklungshilfe nimmt dabei eine wichtige Rolle ein. Wie ein jetzt vorgelegter Bericht zeigt, hat die EU ausgerechnet hier sein eigenes Ziel nicht nur deutlich verfehlt, sondern auch noch einen Rückgang verzeichnet.

Die EU hat ihr Ziel bei der Entwicklungshilfe für die ärmsten Länder der Welt erneut verfehlt und sogar einen prozentualen Rückgang verzeichnet. Der Anteil der Entwicklungshilfezahlungen am Bruttonationaleinkommen (BNE) der Union betrug 2019 lediglich 0,10 Prozent gegenüber 0,11 Prozent im Jahr 2018 und einem Ziel von 0,15 bis 0,2 Prozent, wie ein am Montag von den EU-Entwicklungsministern verabschiedeter Bericht zeigt.

Es handelt sich um Zahlungen an die am wenigsten entwickelten Länder aus dem EU-Gemeinschaftshaushalt und den EU-Staaten. Großbritannien wurde herausgerechnet. Auch mit dem damaligen EU-Mitglied wäre die 2015 von der EU als kurzfristiges Ziel vereinbarte Marke verfehlt worden. Die Zahlen für 2019 waren die jüngsten verfügbaren.

Bei der Entwicklungshilfe insgesamt, also einschließlich der Hilfen für weiter entwickelte Länder, verzeichnete die EU dagegen zuletzt einen Anstieg. Die Summe der EU und ihrer Mitgliedstaaten – ohne Großbritannien – stieg von 0,41 Prozent des BNE oder 57,9 Milliarden Euro 2019 auf 0,5 Prozent des BNE oder 66,8 Milliarden Euro im vorigen Jahr, so der Bericht. Der Anstieg sei vor allem auf Hilfen gegen die Corona-Pandemie zurückzuführen. Hier verfehlt die EU ihr Ziel – 0,7 Prozent des BNE – aber ebenfalls. Einzelne Mitgliedsstaaten wie Schweden, Luxemburg, Dänemark und Deutschland überschritten die Marke.

Änderung der Finanzarchitektur

Die Entwicklungsminister einigten sich bei ihrem virtuellen Treffen auch auf Änderungen am institutionellen Rahmen, der „Finanzarchitektur für Entwicklung“. Insbesondere sollen die Europäische Investitionsbank (EIB) und die Europäische Bank für Wiederaufbau und Entwicklung (EBWE) nach dem Willen der EU-Minister enger zusammenarbeiten. Während die EIB den EU-Staaten gehört, halten diese an der EBWE zwar große Anteile, dort sind aber auch Länder wie Indien und die USA Miteigner.

Mit den jetzt geplanten Änderungen ist ein großer Umbau der Finanzarchitektur vom Tisch, der seit 2019 geprüft worden war. Er hatte verschiedene Optionen für eine neue „Europäische Bank für Klima und nachhaltige Entwicklung“ vorgesehen. (epd/mig 15)

 

 

 

Keine Abschiebungen bei drohenden Menschenrechtsverletzungen

 

Katholische Kirche zur Innenministerkonferenz

 

„Menschen dürfen nicht sehenden Auges in die Gefahr schwerster Menschenrechtsverletzungen gebracht werden. Aus kirchlicher Perspektive steht fest: Die Rückkehr von geflüchteten Menschen in ihr Herkunftsland muss immer in Sicherheit und Würde erfolgen. Das ist aktuell insbesondere in Afghanistan und Syrien keinesfalls gewährleistet. In diese Länder sollte niemand zurückgeschickt werden.“ So äußern sich im Vorfeld der 214. Sitzung der Ständigen Konferenz der Innenminister und -senatoren der Länder (16.–18. Juni 2021) der kommissarische Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Dr. Dominicus Meier OSB (Paderborn), und der Präsident des Deutschen Caritasverbandes, Prälat Dr. Peter Neher.

 

„Die Sicherheitslage in Afghanistan ist in den letzten Jahren zunehmend prekärer geworden. Durch den NATO-Truppenabzug wird sie noch unübersichtlicher und fragiler. Abschiebungen nach Afghanistan müssen deshalb ausgesetzt werden“, erklärt Weihbischof Meier. Seit Anfang Mai 2021 wird von täglich 80 bis 120 Angriffen der Taliban auf afghanische Ziele berichtet. Damit steigt die Zahl der zivilen Opfer wieder sprunghaft an. Hinzu kommt, dass die Sicherung des Lebensunterhalts nahezu unmöglich ist. „Allen abgeschobenen Personen droht Verelendung. Abschiebungen nach Afghanistan sind daher mit der Europäischen Menschenrechtskonvention nicht vereinbar“, erläutert der kommissarische Vorsitzende der Migrationskommission.

 

Auch von Abschiebungen nach Syrien ist dringend Abstand zu nehmen. „Sowohl die politische als auch die humanitäre Situation in Syrien lässt keine Abschiebung zu, egal aus welchen Gründen“, ergänzt Prälat Neher. „Der Bürgerkrieg ist nach wie vor nicht beendet, ca. 80 bis 90 Prozent der Bevölkerung leben unterhalb der Armutsgrenze und schätzungsweise 13 Millionen Menschen sind auf humanitäre Hilfe angewiesen“, so Prälat Neher weiter. Der Lagebericht des Auswärtigen Amtes weist ebenfalls auf die desolate Lage hin. Allen Rückkehrern drohen in allen Landesteilen Syriens unmenschliche und erniedrigende Behandlung bis hin zur Folter.

 

In Zeiten der Pandemie sind Abschiebungen noch weniger vertretbar. „Die Auswirkungen der Covid-19-Pandemie erschweren die Situation der von Abschiebung betroffenen Menschen weltweit“, so Weihbischof Meier. Die wirtschaftlichen Folgen der Pandemie machen es Rückkehrern derzeit in vielen Ländern nahezu unmöglich, auf dem lokalen Arbeitsmarkt Fuß zu fassen. In nahezu allen Staaten, in die aktuell Abschiebungen stattfinden, ist das Gesundheitssystem für die Bekämpfung der Pandemie schlecht ausgerüstet. „Abschiebungen unter den Bedingungen der Corona-Pandemie sind verantwortungslos“, betont Prälat Neher.

 

Hinweise. Die katholische Kirche steht, insbesondere mit ihren Werken und über den Deutschen Caritasverband und seine Einrichtungen und Dienste, Migranten und Flüchtenden mit vielfältigen Angeboten zur Seite. Dies gilt in Deutschland für die Integration in Gesellschaft und Arbeitsmarkt ebenso wie für Fragen rund um Rückkehr und Abschiebung und es gilt in den Herkunfts- und Transitländern. Grundlegende Überlegungen zur kirchlichen Verantwortung in diesem Handlungsfeld enthält das 2017 erschienene Positionspapier der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz „Auch für sie tragen wir Verantwortung“: Kirchliches Engagement für Geflüchtete angesichts von Rückkehr und Abschiebung (Bestellung und Download unter www.dbk-shop.de). Informationen zum Engagement der Caritas, des Raphaelswerks und von Caritas international sind hier verfügbar: Willkommen in Deutschland (caritas.de), Wir beraten (raphaelswerk.de), Flucht und Migration (caritas-international.de). dbk 14

 

 

 

 

EU-Staaten beschließen wegen Virus-Varianten „Notbremse“ für Sommerreisen

 

Angesichts der Ausbreitung neuer Coronavirus-Varianten haben die EU-Mitgliedstaaten vor der Sommer-Reisesaison ihre Reiseempfehlungen angepasst. Die Botschafter der EU-Länder beschlossen am Freitag in Brüssel eine „Notbremse“, die eine Wiedereinführung von Test- und Quarantänepflichten auch für vollständig geimpfte Reisende mit dem digitalen Corona-Zertifikat der EU ermöglicht. Im Gegenzug wurden Bestimmungen für die Einstufung von Risikogebieten etwas gelockert. Erleichterungen gibt es bei Reisen von Kindern.

Nach der beschlossenen Empfehlung kann fortan jeder Mitgliedstaat entscheiden, die Notbremse zu ziehen. Dies gelte „insbesondere aufgrund einer hohen Verbreitung von SARS-CoV-2-Varianten“, heißt es in dem Text, welcher der Nachrichtenagentur AFP vorliegt. Beschränkungen wie Test- oder Quarantänepflichten können demnach bei der Einreise aus bestimmten betroffenen Städten, Regionen oder auch ganzen EU-Ländern verhängt werden.

„Ausnahmsweise und vorübergehend“ sei dies auch für „Inhaber von Impfbescheinigungen oder Genesungsbescheinigungen“ möglich, heißt es in dem Text. Auch von ihnen könne verlangt werden, „dass sie sich einem Test auf eine SARS-CoV-2-Infektion und/oder Quarantäne/Selbstisolierung unterziehen“.

Die Regelung stellt damit eine Ausnahme des in der EU vereinbarten digitalen Corona-Zertifikats dar. Das per QR-Code digital lesbare Dokument soll Reisen erleichtern und neben Angaben zu Impfungen auch Informationen über Tests oder überstandene Corona-Infektionen enthalten. Bei Inhabern des Zertifikats sollen die Mitgliedstaaten grundsätzlich von Quarantäne- und Testpflichten absehen, sofern dies die epidemiologische Lage erlaubt.

Auch die EU-Kommission hatte Anfang Mai eine Notbremse insbesondere beim verstärkten Auftreten von Coronavirus-Varianten vorgeschlagen. Sie begrüßte nun die Vereinbarung der Mitgliedstaaten. Zusammen mit dem digitalen Impfzertifikat biete sie den Europäern die Möglichkeit, „einen sicheren Sommerurlaub mit nur begrenzten Beschränkungen“ zu verbringen, sagte ein Sprecher.

Durch die Empfehlung wird demnach auch die Anerkennung von Tests durch eine stärkere Harmonisierung der Gültigkeitsdauer ermöglicht. Bei PCR-Tests sind es nicht mehr als 72 Stunden, bei Schnelltests nicht mehr als 48 Stunden.

Beschäftigte im Transportgewerbe wie Lkw-Fahrer sollen auch unter den neuen Regeln nicht zur Quarantäne verpflichtet werden, um Störungen im Lieferverkehr zu verhindern, heißt es in der Empfehlung weiter. Bei Testpflichten solle bei ihnen ein Antigen-Schnelltest ausreichen. Auch bei Pendlern im Grenzverkehr solle auf Beschränkungen möglichst verzichtet werden.

Unabhängig von der Notbremse wird das Reisen mit Kindern erleichtert. Bei Kindern unter zwölf Jahren soll generell auf eine Testpflicht verzichtet werden. Bisher galt dies nur bis sechs Jahre. Zudem soll es für sie keine Quarantäne-Pflicht geben, wenn diese nicht auch für ihre Eltern gilt.

Dies bedeute mehr Klarheit bei den Regeln für Kinder, sagte der Kommissionssprecher. Die Empfehlung trage damit dazu bei, dass Familien zusammenbleiben könnten, wenn sie reisten.

Bei den über die EU-Krankheitsbekämpfungsbehörde ECDC erstellten Europakarten mit grünen, orangenen, roten und dunkelroten Zonen gab es leichte Änderungen. Teils wurden aufgrund der verbesserten Inzidenzlage die Schwellenwerte bei Infektionen etwas nach oben gesetzt.

Ohne Aktivierung der Notbremse sollen Geimpfte grundsätzlich immer reisen dürfen. Wer noch nicht den vollen Impfschutz hat, soll bei der Einreise aus einem orangenen oder roten Gebiet einen PCR-Test machen müssen. Nur bei dunkelroten Zonen soll es weiter eine Quarantäne geben.

Die Empfehlung muss kommende Woche nochmals im EU-Rat der Mitgliedstaaten angenommen werden. Dies gilt aber als Formalie. EA 14

 

 

 

 

Kultusministerkonferenz. Schulen sollen stärker gegen Antisemitismus vorgehen

 

Auf dem Schulhof wird „Jude“ als Schimpfwort benutzt, ein Schulkind fragt, wann Juden das Blut der Christenkinder trinken: Beispiele für Antisemitismus und Vorurteile aus jüngster Zeit. Die Bildungsminister wollen nun stärker gegensteuern.

Die Bekämpfung des Antisemitismus soll an den Schulen in Deutschland verstärkt werden. Dazu haben die Kultusministerkonferenz der Bundesländer (KMK), der Zentralrat der Juden in Deutschland und die Bund-Länder-Kommission der Antisemitismusbeauftragten eine gemeinsame Empfehlung beschlossen. Diese mache klar, „Antisemitismus wird nicht geduldet und darf nicht ohne Folgen bleiben“, sagte die KMK-Präsidentin und brandenburgische Bildungsministerin Britta Ernst (SPD) am Freitag bei der Vorstellung der Empfehlung. Ziel sei unter anderem, Wissen zu vermitteln und über Wurzeln und Ausprägung von Antisemitismus aufzuklären.

„Antisemitismus ist eine ernste Gefahr für offene, freiheitlich-demokratische und rechtsstaatliche Gesellschaften“, heißt es in der Empfehlung: „Jede und jeder Einzelne ist herausgefordert, Antisemitismus zu benennen und ihm entschieden entgegenzutreten.“ Insbesondere der Schule mit ihrem Auftrag, Kinder und Jugendliche zu Mündigkeit und Verantwortungsbewusstsein zu erziehen, komme eine besondere Bedeutung und Verantwortung zu. Neben einer ausführlichen Definition von Antisemitismus enthält die Empfehlung auch Hinweise zum Umgang mit Vorfällen und zur Weiterbildung.

Schlüsselrolle für Schulen

„Die Schulen spielen im Kampf gegen den Antisemitismus eine Schlüsselrolle“, betonte der Präsident des Zentralrats der Juden, Josef Schuster. Es sei wichtig, dass Lehrkräfte Antisemitismus erkennen und angemessen reagieren können. Vorfälle auf Schulhöfen seien zwar glücklicherweise nicht alltäglich, sagte Schuster. Es gebe jedoch auch problematische Bereiche. In den Schulen müssten zudem jüdisches Leben, jüdische Geschichte und Kultur vor und nach dem Nationalsozialismus stärker thematisiert werden, sagte Schuster. Jüdische Menschen kämen vor allem als Opfergruppe der Zeit zwischen 1933 und 1945 im Unterricht vor.

Kein Kind werde als Antisemit geboren, sagte Schuster. Auf dem Weg dahin müsse es Fehlentwicklungen gegeben haben. Schulen komme beim Gegensteuern eine besondere Verantwortung zu. „Daher sind unsere Anforderungen und Erwartungen an die Lehrkräfte hoch“, betonte Schuster: „Doch wir wollen sie damit nicht alleine lassen.“ Mit der neuen Empfehlung hätten sie nun eine Leitlinie zum Umgang mit Antisemitismus zur Hand. Lehrkräfte bräuchten viel Expertise, um gegen Judenhass vorgehen zu können. Dies müsse auch Teil der Lehrerausbildung an den Hochschulen werden.

Klein: Verzerrtes Israel-Bild in Schulbüchern

Der Antisemitismusbeauftragte der Bundesregierung, Felix Klein, betonte, es sei „nötiger denn je, deutlich zu machen, dass Antisemitismus in unserer Gesellschaft keinen Platz hat“. In Schulbüchern werde zum Teil auch ein verzerrtes Bild der Gegenwart in Israel vermittelt, kritisierte Klein. Auch dies müsse geändert werden. Er sei zuversichtlich, dass die nun beschlossene Empfehlung ein wichtiger Baustein im Kampf gegen den Antisemitismus sei. Nun müsse sie auch in der Praxis umgesetzt werden.

Alle schulischen Akteure von Lehrkräften über, Eltern, Schülerinnen und Schüler bis hin zu Bildungsverwaltungen und Politik seien gefordert zu handeln, betonte Ernst. Der Umgang mit Antisemitismus bleibe eine Herausforderung „für uns alle“. (epd/mig 14)

 

 

 

Wirtschaft und Ökologie. Zahltag

 

Die Vereinbarung der G7 über eine globale Mindeststeuer soll Steueroasen trockenlegen und Großkonzerne zwingen, einen fairen Anteil zu zahlen. Von Dani Rodrik

 

Am 5. Juni gaben die führenden Volkswirtschaften eine Übereinkunft bekannt, die ihre Fähigkeit zur Anhebung der Steuern für globale Konzerne steigern wird. Diese Übereinkunft bedarf noch der förmlichen Zustimmung einer größeren Gruppe von Ländern und, damit sie Wirkung zeigt, sind noch viele Einzelheiten auszuarbeiten. Trotzdem lässt sich diese Vereinbarung als historisch beschreiben.

Die G7-Vereinbarung umfasst zwei zentrale Punkte. Erstens schlägt sie eine globale Mindeststeuer von 15 Prozent für die größten Konzerne vor. Zweitens wird unabhängig vom Standort ihres Geschäftssitzes ein Teil der weltweiten Gewinne dieser Konzerne an die Länder zurückfließen, wo sie Geschäfte tätigen.

Diese Ziele zeigen, dass die Regeln der Hyperglobalisierung – nach denen die Länder darum wetteifern müssen, globalen Konzernen immer attraktivere Bedingungen zu bieten – derzeit neu geschrieben werden. Bis vor Kurzem war es der Widerstand der USA, der eine globale Steuerharmonisierung verhinderte. Jetzt war es aber die Regierung von Präsident Joe Biden, die auf die Übereinkunft drängte.

Seit Beginn des Wettstreits um immer niedrigere Körperschaftsteuern in den 1980er Jahren ist der durchschnittliche Regelsteuersatz von fast 50 Prozent auf rund 24 Prozent (2020) gesunken. Viele Länder haben großzügige Steuerschlupflöcher und Ausnahmeregelungen, die den effektiven Steuersatz auf einstellige Werte reduzieren.

Noch schädlicher ist, dass die globalen Konzerne Gewinne in reine Steueroasen wie die British Virgin Islands, die Cayman Islands oder Bermuda verschieben konnten, ohne ihren tatsächlichen Betrieb dorthin zu verlegen. Schätzungen von Gabriel Zucman von der University of California in Berkeley zeigen, dass ein enormer Anteil der Auslandsgewinne von US-Konzernen in solchen Steueroasen verbucht wird, obwohl diese dort nur wenige Mitarbeiter beschäftigen.

Abgesehen von Fragen zur administrativen Machbarkeit könnte die neue Vereinbarung auf zwei Einwände stoßen. Verfechter einer größeren Steuergerechtigkeit werden den weltweiten Mindestsatz von 15 Prozent als zu niedrig kritisieren, während viele Entwicklungsländer ihn als ungerechtfertigte Einschränkung verdammen werden, da er ihnen eine Möglichkeit nimmt, Investitionen anzulocken.

Die Übereinkunft der G7 scheint beiden Bedenken Rechnung zu tragen: Der niedrige Schwellenwert könnte die Sorgen der Entwicklungsländer lindern, während eine globale Gewinnumlage es Ländern mit hohen Steuersätzen ermöglicht, einen Teil ihrer steuerlichen Einnahmeausfälle auszugleichen.

Unter den entwickelten Ländern liegt nur Irland mit einem Regelsteuersatz von 12,5 Prozent deutlich unter dem vorgeschlagenen Mindestsatz. Doch gibt es einige kleine Länder mit besonders niedrigen Steuersätzen, darunter etwa Moldau (12 Prozent), Paraguay (10 Prozent) und Usbekistan (7,5 Prozent). Diese wollen so ausländische Investoren anlocken, um hochwertige Arbeitsplätze zu schaffen und fortschrittliche Technologien ins Land zu holen, so die Hoffnung.

In einem ungünstigen Investitionsumfeld sind niedrige Steuern eine der wenigen unmittelbar wirksamen Methoden, wie Regierungen die vielen Nachteile ausgleichen können. Und die effektiven Steuersätze einiger asiatischer Länder (etwa Singapur, wo der Regelsteuersatz 17 Prozent beträgt, aber für einige Unternehmen niedrigere Steuersätze gelten) könnten letztlich ebenfalls unter dem neuen Mindestsatz liegen.

Das Argument für die Durchsetzung einer gemeinsamen Mindeststeuer ist am stärksten, wenn Länder ähnliche Präferenzen haben und dem Gefangenendilemma ausweichen wollen, bei dem ihr einziger Grund zur Senkung der Steuern darin besteht, zu verhindern, dass Kapital anderswohin abwandert. Dies mag für die Mehrheit der entwickelten Länder gelten, jedoch – wie die Beispiele Irland, Niederlande und Singapur zeigen – mit Sicherheit nicht für alle. Wenn freilich zwischen Ländern große Unterschiede beim Entwicklungsniveau und bei anderen Merkmalen bestehen, kann, was in einem Land angemessen ist, im anderen ein Wachstumshindernis sein.

Die USA und die europäischen Länder mit hohen Steuersätzen mögen sich beschweren, dass ihnen Steuereinnahmen entgehen, wenn ärmere Länder niedrigere Steuersätze haben. Doch diese Länder hindert nichts daran, die bei ihnen ansässigen Unternehmen einseitig mit höheren Steuersätzen zu belegen: Sie können die Steuer der heimischen Unternehmen einfach auf deren weltweite Gewinne anwenden, bemessen nach dem Anteil der Umsätze, die sie in ihrem Heimatmarkt erwirtschaften. Wie Zucman argumentiert, kann jedes Land dies auch ohne eine globale Harmonisierung oder Koordinierung selbst tun.

Der zweite zentrale Punkt der G7-Vereinbarung sieht genau dies vor (auch wenn er diesen Weg nicht zu Ende geht). Im Rahmen der Vereinbarung müssten die größten multinationalen Unternehmen (mit Gewinnmargen von mindestens zehn Prozent) 20 Prozent ihrer weltweiten Gewinne den Ländern zuordnen, in denen sie ihre Produkte und Dienstleistungen anbieten.

Der Grund, warum die USA zusätzlich zu dieser nationalen Zuordnung einen globalen Mindeststeuersatz bevorzugen, ist, dass sie ihre Unternehmen im Vergleich zu denen anderer Länder keinen Nachteilen aussetzen möchten, indem sie sie mit deutlich höheren Steuersätzen belegen. Doch unterscheidet sich dieses Wettbewerbsmotiv nicht vom Wunsch der armen Länder, Investitionen anzulocken. Falls sich die USA durchsetzen und die armen Länder das Nachsehen haben, so wird das an der relativen Macht der USA und nicht an wirtschaftlicher Logik liegen.

Die Biden-Regierung wollte ursprünglich eine globale Mindeststeuer von 21 Prozent. Der Kompromiss von 15 Prozent mag ausreichend niedrig liegen, um die Spannungen mit ärmeren Ländern auf ein Minimum zu beschränken und es ihnen zu ermöglichen, mitzumachen. Womöglich wurde hier ein angemessenes Gleichgewicht zwischen globalen Regeln und nationaler Souveränität gefunden.

Doch geht dies für Länder wie die USA auf Kosten niedrigerer Steuereinnahmen, sofern der zweite Aspekt des Umlageverfahrens nicht gestärkt wird. Letztlich dürfte sich ein globales System, das die Fähigkeit der einzelnen Länder stärkt, unter Berücksichtigung ihrer jeweiligen Bedürfnisse und Vorlieben ihre eigenen Steuersysteme zu konzipieren und zu verwalten, als belastbarer und dauerhafter erweisen als Versuche zur internationalen Steuerharmonisierung.

Klar ist, dass Länder, die als reine Steueroasen operieren – und dabei lediglich daran interessiert sind, Papiergewinne zu verlagern, ohne neues Kapital einzubringen –, sich nicht beschweren dürfen. Sie haben den globalen Konzernen einen großen Dienst erwiesen, indem sie ihnen unter beträchtlichen Kosten für die Staatssäckel anderer Länder die Steuervermeidung erleichtert haben. Um ein Handeln zu verhindern, das derart eklatant auf Kosten anderer Länder geht, sind globale Regeln absolut berechtigt. Die G7-Vereinbarung ist ein wichtiger Schritt in die richtige Richtung. PS/IPG 11

 

 

 

Vereinte Nationen. Kinderarbeit breitet sich wieder aus

 

Die Bekämpfung von Fluchtursachen gehört inzwischen auf die Agenda internationaler Gipfeltreffen. Der Erfolg ist bislang weitestgehend ausgeblieben. Das zeigen jetzt auch aktuelle Zahlen der Vereinten Nationen. Danach ist Kinderarbeit wieder angestiegen.

Die Kinderarbeit ist laut den Vereinten Nationen weltweit wieder angestiegen. Den jüngsten globalen Schätzungen zufolge waren Anfang 2020 weltweit 160 Millionen Kinder betroffen, teilten die Internationale Arbeitsorganisation (ILO) und das Hilfswerk Unicef am Donnerstag in Genf mit.

Damit habe sich in den vergangenen vier Jahren die Zahl um 8,4 Millionen erhöht, hieß es anlässlich des Welttages gegen Kinderarbeit am Samstag. Zum ersten Mal seit 20 Jahren stagniere der Fortschritt im Kampf gegen die Kinderarbeit.

Fast die Hälfte der Kinder müssten eine gefährliche Arbeit verrichten, die „Gesundheit, Sicherheit und moralische Entwicklung direkt gefährde“. Darunter fallen Dienste in Fabriken, Minen oder Landwirtschaft.

Experte fordert Sozialmaßnahmen

Im Zuge der Corona-Pandemie drohten weitere neun Millionen Mädchen und Jungen bis zum Ende des Jahres in die Kinderarbeit abzurutschen, warnten die UN. ILO-Generaldirektor Guy Ryder rief die Staaten dazu auf, entschlossen dagegen vorzugehen. „Wir können nicht tatenlos zusehen, während eine Generation von Kindern gefährdet ist.“

Ryder forderte umfangreichre Sozialmaßnahmen, damit Familien ihre Kinder auch während schwerer ökonomischer Krisen in die Schulen schicken können. Zudem seien vermehrte Investitionen in den ländlichen Raum und in die Agrarwirtschaft notwendig.

Weltweit jedes zehnte Kind

Den Zahlen zufolge müssen sich 63 Millionen Mädchen und 97 Millionen Jungen verdingen, das sei nahezu jedes zehnte Kind auf der Erde. Brennpunkt der Kinderarbeit seien die Länder Afrikas südlich der Sahara, wo seit 2012 die Kinderarbeit absolut und prozentual angewachsen sei. Dort gebe es jetzt mehr Kinderarbeiter als im Rest der Welt zusammen.

Alle 187 ILO-Mitgliedsländer haben die Konvention gegen die schlimmsten Formen der Kinderarbeit ratifiziert. Das Abkommen zum Schutz der Mädchen und Jungen ist damit die erste von allen Mitgliedern gemeinsam getragene Konvention. Allerdings weist ihre Umsetzung erhebliche Lücken auf. (epd/mig11)

 

 

 

Kinderrechte nicht im Grundgesetz verankert

 

Nicht mehr in dieser Legislaturperiode: Das Vohaben der Großen Koalition, Kinderrechte im Grundgesetz zu verankern, ist vorerst vom Tisch. Die Vizepräsidentin des Deutschen Kinderhilfswerks, Anne Lütkes, kann darüber nur den Kopf schütteln. Unsere Kollegen vom Kölner Domradio sprachen mit ihr.

DOMRADIO.DE: Was ist so schwer daran, ins Grundgesetz zu schreiben, dass die Kleinsten unserer Gesellschaft eines besonderen Schutzes bedürfen und dieser zu gewährleisten ist?

Anne Lütkes (Vizepräsidentin des Deutschen Kinderhilfswerks): Das frage ich mich mittlerweile auch. Denn man müsste "einfach" nur in unsere Verfassung, unser höchstes Recht ordentlich reinschreiben, dass Kinder ein eigenes Recht darauf haben, gehört zu werden, gefördert zu werden und einen Anspruch auf Schutz und Entwicklung zu haben.

Das Hochkomplizierte für den Staat und für viele im Bundestag ist dabei, dass sich der Staat bei allem, was er tut, verpflichtet, Kinder vorrangig zu beachten. Das heißt nicht, dass immer nur die Kinder vorne stehen und alle anderen hinten runterfallen. Aber es heißt, dass man immer darüber nachdenkt, was es bedeutet, was der Staat für Kinder und deren Leben und deren Entwicklung tut.

DOMRADIO.DE: Wo liegen denn dann die Konflikte? Warum ist es trotzdem so schwer?

Lütkes: Wir sind in einem Aktionsbündnis zusammengeschlossen. Eigentlich alle großen Kinderrechtsorganisationen in Deutschland haben sich zusammengetan, um für dieses Vorhaben zu kämpfen.

Aber auf der anderen Seite glauben viele Menschen und insbesondere Politiker, dass, wenn man in das Grundgesetz hineinschreibt, dass Kinder Grundrechtsträger, also eigenständige Persönlichkeiten sind, die Eltern dann nicht mehr mit ihren Kindern zusammenleben können. Man glaubt, dass die Eltern eingeschränkt werden und dass es den Staat zu viel Geld kostet.

Es sind Vorbehalte, die aber vorgeschoben sind, die so nicht im Interesse der Kinder sind und die auch am Ende des Tages unverständlich sind. Denn das, was wir und was die UN-Kinderrechtskonvention will, ist, dass man akzeptiert, dass Kinder eben keine Erwachsenen sind und sie ihre Rechte auch gar nicht eigenständig einklagen können. Sie müssen aber ihre Rechte leben dürfen und beteiligt werden. Man muss Demokratie sehr früh durch eine ordentliche Beteiligung lernen, wie die UN-Kinderrechtskonvention das ja auch möchte.

DOMRADIO.DE: In der Kinderrechtskonvention steht eigentlich alles drin, was Kinder zum Glücklichsein brauchen. Wozu gibt es dann noch die Diskussion um diese Grundgesetzänderung? Was würde sich ändern?

Lütkes: Es würde sich sowas wie ein Paradigmenwechsel ergeben. Dieses Grundgesetz ist ja mehr als ein einfaches Gesetz. Ich als Juristin sage, es hat Signalkraft. Es ist die Grundlage all unseres juristischen, aber auch unseres täglichen Denkens.

Wenn Sie mal eine Umfrage in Deutschland machen, wer denn eigentlich die UN-Kinderrechtskonvention kennt, dann ist das Ergebnis enttäuschend. Richter und Richterinnen zum Beispiel kennen ganz oft die UN-Kinderrechtskonvention nicht. Wenn sie im Grundgesetz verankert wäre, wäre das sowas wie ein Anwendungsbefehl. Es würde bedeuten: Du musst es beachten.

Das gilt dann auch egal, ob das im Ausländerrecht ist, wenn ein Kind Asyl beantragt oder ob das im Familienrecht ist oder beispielsweise im Baurecht, wenn es darum geht, wie eine Verkehrsführung gestaltet wird. Kinderrechte im Alltag sind oft sehr banal, aber sehr durchschlagend. Und darum geht es, Kindern die alltägliche Geltung zu verschaffen.

DOMRADIO.DE: Inwieweit hat die Pandemie den Blick auf Kinderrechte noch mal verändert?

Lütkes: Zu Beginn der Pandemie haben wir sehr schnell feststellen müssen, dass die Kinderrechte überhaupt nicht im Blick waren. Die Kinder sind bei den Entscheidungen schlicht unbeachtet geblieben, wenn man an die Entwicklung des Homeschoolings denkt oder wie schnell die Spielplätze geschlossen wurden während die Großraumbüros geöffnet blieben.

Wir müssen schauen, was die Pandemie mit den Kindern und ihrer Alltäglichkeit macht. Dieser Gedanke hat anderthalb Jahre gebraucht, bis er in den Köpfen der Gestaltenden, der Verantwortlichen angekommen ist. Wenn die Kinderrechte bereits im Grundgesetz gestanden hätten, wäre diese Anwendungsverpflichtung vielleicht schon bei den Handelnden angekommen und wir hätten eine sehr viel andere Gestaltung der Corona-Pandemie erleben können.

Das Kindeswohl zu beachten, muss man ja auch als Verwaltungsmitarbeiter, nicht nur als Jugendamtsmitarbeiter, aber auch als Jugendamtsmitarbeiter lernen.

DOMRADIO.DE: Es herrscht nun der Zustand, dass es Vorschläge, Anträge, Entwürfe zum Thema Kinderrechte ins Grundgesetz gibt. Die aktuelle Koalition hat sich nicht auf so eine Verfassungsänderung einigen können. Was denken Sie, wie dieses Thema jetzt politisch weitergeht?

Lütkes: Ich glaube und hoffe sehr, dass es sachlich bleibt und dass das ein Wahlkampfthema sein wird. Das Aktionsbündnis wird natürlich nicht aufgeben, da sind UNICEF, das Deutsche Kinderhilfswerk und der Kinderschutzbund dabei.

Wir werden massiv dafür werben, dass alle demokratischen Parteien für die Kinderrechte kämpfen werden. Mit der AfD sprechen wir allerdings nicht. Und wir sagen schon jetzt, egal wer die Koalitionsverhandlungen führt, dass sich diejenigen sicher mit dieser Frage der Aufnahme der Kinderrechte ins Grundgesetz auseinandersetzen müssen.

Denn es ist ja nicht banal. Es ist ja nicht einfach mal so eine Forderung, sondern das ist eine internationale Verpflichtung, die Deutschland dadurch, dass die UN-Kinderrechtskonvention anerkannt und unterschrieben worden ist, auch als Verpflichtung übernommen hat. Das muss dieses Land als großer wirtschaftlicher OECD-Staat einlösen.

Das Interview führte Uta Vorbrodt. (domradio 10)

 

 

 

 

Deutschland startet Dialog zu nachhaltigen Ernährungssystemen

 

Im Vorfeld des internationalen Food Systems Summit der Vereinten Nationen im September hat das Bundeslandwirtschaftsministerium diese Woche mit einer Konferenz den nationalen Vorbereitungsprozess gestartet. Doch es gibt Kritik am Format der Debatte. Von: Julia Dahm

 

Unter dem Titel “Wege zu nachhaltigen Ernährungssystemen” haben sich bei der dreitägigen Konferenz Expertinnen und Experten aus unterschiedlichen Bereichen, darunter Politik, Landwirtschaft, Wissenschaft und Gesundheit, darüber ausgetauscht, wie Ernährung und Lebensmittelerzeugung in Zukunft aussehen könnten.

Dieser Dialog soll laut dem Bundeslandwirtschaftsministerium den Prozess zur Entwicklung des deutschen Beitrags für den Food Systems Summit, den Welternährungsgipfel der Vereinten Nationen (UN) im September beitragen.

“Der UN Food Systems Summit bietet die Chance, uns ehrlich zu machen, nachzujustieren, wo es nötig ist,” so der parlamentarische Staatssekretär Uwe Feiler, der in Vertretung für Agrarministerin Julia Klöckner die Veranstaltung eröffnete.

“Am Ende des Prozesses soll ein gemeinsamer Aktionsplan stehen, mit konkreten Maßnahmen,” fügte er hinzu.

Erklärtes Ziel des UN-Gipfels ist es, einen Impuls für die Transformation des Welternährungssystems zu geben und damit einen Beitrag zum Erreichen der Nachhaltigkeitsziele zu leisten, die sich die UN in ihrer Agenda 2030 gesetzt haben.

Zu diesen Zielen gehören unter anderem die Beendigung der Armut und des Welthungers, die Bekämpfung des Klimawandels und der Schutz natürlicher Ressourcen.

Im Vorfeld des Gipfels hat UN-Generalsekretär António Guterres dazu aufgerufen, in nationalen Debatten Lösungsansätze zu identifizieren.

Aktivist:innen äußern jedoch Kritik an der Organisation des deutschen Dialogs.

“Es ist in dieser Krise ganz wichtig, dass wie tatsächlich alle mitnehmen,” so die Agrarwissenschaftsstudentin Lucia Parbel, die bei der Konferenz die Klimaschutzbewegung Fridays for Future vertrat, während einer Paneldiskussion am Eröffnungstag.

“Mich hat in den letzten Tagen Kritik erreicht, dass in diesem Panel genau die nicht vertreten sind, die im aktuellen Ernährungssystem am meisten marginalisiert sind,” erklärte sie.

Dies seien laut Parbel beispielsweise Frauen oder sozial schwächere Gruppen. Auf internationaler Ebene gehe es vor allem darum, indigene Völker in die Debatte einzubeziehen.

“Wir sind in sehr enger Kooperation mit den indigenen Völkern,” erklärte Joachim von Braun vom wissenschafltichen Beirats des Gipfels und wies die Kritik ab.

Mathias Mogge, Generalsekretär der Welthungerhilfe, betonte die Rolle der Landwirtschaft für die Bekämpfung des Welthungers.

“Die Situation ist wirklich dramatisch, wir müssen hier dringend etwas tun,” so Mogge.

“Wir müssen uns vor Augen halten, dass die Massentierhaltung, wie wir sie unter anderem hier in Europa haben, so nicht mehr tragbar ist,” fügte er hinzu.

Ein weiteres zentrales Thema der dreitägigen Debatte war die Verbesserung der ökologischen Nachhaltigkeit in der Lebensmittelerzeugung.

“Da geht es um Klimafreundlichkeit – das muss unterlegt werden mit Maßnahmen und Instrumenten,” sagte Harald Grether, Professor für Internationalen Agrarhandel und Entwicklung an der Humboldt-Universität zu Berlin.

So müsse  beispielsweise die Düngepolitik verbessert, Moore wiederbewässert und Tierwohl gestärkt werden.

Der Vizepräsident des Deutschen Bauernverbandes, Werner Schwarz, betonte jedoch, wenn Ernährung auch ökonomisch nachhaltig sein solle, bräuchten Landwirtinnen und Landwirte eine finanzielle Perspektive.

“Wenn Landwirte für Leistungen nicht angemessen honoriert werden, laufen sie in vielen Bereichen an der Grenze zur Unwirtschaftlichkeit,” so Schwarz.

Cornelia Berns, die Beauftragte des Ministeriums für den Nationalen Dialog, wies auf die Rolle der EU hin, bei der “Deutschland sich auch auf europäischer Ebene einbringt, mit dem Ziel, faire, gesunde und umweltfreundlich Ernährungssysteme zu schaffen“.

Im Mai diesen Jahres hatten die Agrarminister:innen Schlussfolgerungen verabschiedet, die die Bedeutung des Gipfels betonen und zentrale Anliegen der EU hierfür identifizieren.

In dem Papier erklären sie außerdem, dass im Rahmen der Flaggschiff-Strategien der EU in diesem Bereich, dem Green Deal und der “Farm-to-Fork”-Strategie, eine Reihe an Maßnahmen in Planung seien.

So wolle die EU unter anderem einen Rechtsrahmen für nachhaltige Ernährungssysteme sowie einen Verhaltenskodex für verantwortungsvolle Geschäfts- und Marketingmethoden auf den Weg bringen. EA 12

 

 

 

 

Das Lieferkettengesetz kommt: ein Schritt in die richtige Richtung

 

Berlin. Deutschland hat ein Lieferkettengesetz. Nach Uneinigkeiten zwischen den Fraktionen und starkem Gegenwind von Industrieverbänden wie BDI und BDA geriet das Lieferkettenge-setz seit Sommer 2020 immer wieder zwischen die Konfliktlinien und wurde zuletzt Mitte Mai kurzfristig von der Tagesordnung des Bundestages genommen. Heute verabschiedete der Bundestag nun das „Gesetz über die unternehmerischen Sorgfaltspflichten in Lieferketten”. Damit tritt es 2023 in Kraft.

„Zwar konnten sich die herkömmlichen Industrie- und Wirtschaftslobbyverbände mit ihren Forderungen zur Abschwächung des Lieferkettengesetzes teilweise durchsetzen. Dennoch ist die Verabschiedung des Gesetzes ein absolut wichtiger Schritt in die richtige Richtung – hin zu mehr sozialer und ökologischer Verantwortung in der Lieferkette,“ resümiert Dr. Katharina Reuter, Geschäftsführerin des Bundesverbands Nachhaltige Wirtschaft.

Bis zuletzt haben sich Lobbygruppen wie der BDI, BDA und DIHK gegen das Lieferkettengesetz ausgesprochen. Auf Bestreben des Wirtschaftsministeriums wurde die zivilrechtliche Haftung nun vollkommen ausgeschlossen. Klaus Stähle, Fachanwalt für Arbeitsrecht und BNW-Vorstand ordnet ein: „Der Kompromiss zum Lieferkettengesetz mit dem Ausschluss zivilrechtlicher Haftung hat einen faden Beigeschmack. Zwar ist eine Haftung deutscher Firmen im Ausland durch das BGB vorgegeben, doch nur in seltenen Fällen werden die Betroffenen dieses Recht wahrnehmen. Eine explizite Erwähnung im Gesetz hätte deutlich mehr Wirkung gezeigt.“

Was Unternehmen ab 2023 für die Einhaltung von Menschenrechten tun müssen

Das ab 2023 in Kraft tretende Lieferkettengesetz wird zunächst für Unternehmen mit Sitz oder Zweigniederlassung in Deutschland ab 3.000 Mitarbeitende gelten, ab 2024 dann für Unternehmen ab 1.000 Mitarbeitende. Für Unternehmen unter 1.000 Mitarbeitenden bedeutet dies, dass sie weiterhin keine Rechtssicherheit oder den entsprechenden Handlungsspielraum bekommen.

Vom Lieferkettengesetz betroffene Unternehmen sind dazu verpflichtet, bei ihren direkten Zulieferern Risiken zu ermitteln, die international anerkannte Menschenrechte und bestimmte Umweltstandards (in Bezug auf die UN-Leitprinzipien für Wirtschaft und Menschenrechte) verletzen oder gefährden könnten. Für identifizierte Risiken müssen Unternehmen Gegenmaßnahmen implementieren sowie an das Bundesamt für Wirtschaft und Ausfuhrkontrolle (Bafa) berichten. Bei nachgewiesenen Verstößen werden Bußgelder verhängt und Unternehmen können bis zu drei Jahre lang von öffentlichen Ausschreibungen ausgeschlossen werden. Bei indirekten Zulieferern sind deutsche Unternehmen hingegen nur bei Kenntnisnahme über mögliche Risiken und Verstöße zu Nachbesserungen angehalten.

Als „ein Stück Rechtsgeschichte“ beschreibt Arbeitsminister Hubertus Heil das Lieferkettengesetz vor der Abstimmung im Parlament. „Unseren Wohlstand können wir nicht dauerhaft auf der Ausbeutung von Menschen aufbauen.“

Verzerrte Darstellung

In seiner heutigen Rede fand Entwicklungsminister Dr. Gerd Müller klare Worte für das „extrem starke Lobbying“ gegen das Lieferkettengesetz: „Was du nicht willst, das man dir tu, das füg auch keinem andern zu“ – diesen Spruch möchte ich auch in den Büros der Arbeitgeberpräsidenten und -verbände in Deutschland hängen sehen.“

Entgegen der von Industrieverbänden bewusst verzerrten Darstellung, dass in Deutschland ansässige Unternehmen durch das Gesetz einem hohen Risiko ausgesetzt würden, ist es vielmehr so, dass deutsche Unternehmen bei Menschenrechtsverletzungen nicht haften, sofern sie alle möglichen und angemessenen Maßnahmen ergriffen haben. Mit dem Lieferkettengesetz wird keine Erfolgspflicht, sondern eine Bemühungspflicht zur Verhinderung von Menschenrechtsverletzungen für die Unter-nehmen durchgesetzt. Zu den vielfach heraufbeschworenen Mehrkosten: Die Studie der EU-Kommission schätzt für große Unternehmen die Kosten auf durchschnittlich 0,005 Prozent ihrer Gewinne. Allerdings zeigen Praxiserfahrungen, dass auch mit höheren Steigerungen der Mehrkosten im Einkauf in den ersten Jahren zu rechnen sein kann (Risikoerfassung, Anpassung der Lieferkette). Hier müssen allerding die Kosten für die Unternehmen in Beziehung zu den Kosten für die gesamte Gesellschaft gesetzt werden. Jüngste Beispiele von deutschen Unternehmen (Tönnies, VW-Dieselskandal, Wirecard) zeigen, wie die gesellschaftlichen Kosten durch unethisches Wirtschaften in die Höhe getrieben werden – mit gravierenden negativen Auswirkungen auf das Gütemerkmal made in Germany.

Für nachhaltig wirtschaftende Unternehmen ist die gesetzliche Verankerung von unternehmerischen Sorgfaltspflichten ein wichtiger Meilenstein, da es ihre Grundwerte und jahrelangen, freiwilligen Investitionen als zukunftsweisend anerkennt. Durch die Beschränkung auf sehr große Unternehmen werden viele kleine und mittelständische nachhaltige Unternehmen weiterhin Wettbewerbsnachteile haben.

Denn dass es auch anders geht, zeigen viele der BNW-Mitgliedsunternehmen: So haben sich VAUDE Sports GmbH & Co. KG, Wildling Shoes GmbH und Sono Motors GmbH mit weiteren Unternehmen in der BNW-Kampagne #transparentesWirtschaften für ein starkes Lieferkettengesetz eingesetzt und setzen die Anforderungen des Gesetzes bereits jetzt erfolgreich in ihrer Lieferkette um.

Ein Etappenerfolg

Das zivilgesellschaftliche Bündnis Initiative Lieferkettengesetz mit über 128 Organisationen wertet das Gesetz als Etappenerfolg und politischen Kompromiss. Sie fordern die Bundesregierung neben Nachbesserungen dazu auf, sich für ein starkes und wirkungsvolles Lieferkettengesetz auf EU-Ebene einzusetzen. Im legislativen Initiativbericht des Rechtsausschusses des EU-Parlaments gehen die Anforderungen weit über das deutsche Gesetz hinaus. Sollte die Europäische Kommission diesen Empfehlungen folgen, muss die Bundesregierung das deutsche Lieferkettengesetz an vielen Stellen nachbessern, um Menschenrechte und Umwelt umfassend zu schützen.

Bundesverband Nachhaltige Wirtschaft e.V.

Der BNW Bundesverband Nachhaltige Wirtschaft e.V. (vormals UnternehmensGrün, Bundesverband der grünen Wirtschaft e.V.) ist seit 1992 die politische Stimme für eine nachhaltige Wirtschaft. Der unabhängige Unternehmensverband setzt sich für Umwelt- und Klimaschutz ein, ist als gemeinnützig anerkannt und führt eine Reihe von Bildungsprojekten durch. Der Bundesverband Nachhaltige Wirtschaft und seine mehr als 450 Mitgliedsunternehmen zeigen: Wirtschaft, Soziales und Ökologie gehören zusammen. Immer wieder initiiert und koordiniert der BNW Bewegungen wie die Wirtschaftsinitiative „Entrepreneurs For Future“. Über seinen europäischen Dachverband Ecopreneur.eu bezieht der Verein auch in Brüssel Stellung.

Bundesverband Nachhaltige Wirtschaft e.V.  dip 11

 

 

 

 

OECD. Deutschland muss bei Armutsbekämpfung konsequenter werden

 

Die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung attestiert der deutschen Entwicklungspolitik Schwachstellen bei der Armutsbekämpfung. Nachholbedarf gibt es demzufolge auch bei der Stärkung von Frauenrechten.

Deutschland geht nach Ansicht der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) bei der Armutsbekämpfung in Entwicklungsländern nicht gezielt genug vor. Es müsse genauer beobachtet werden, inwieweit deutsche Investitionen dazu beitragen, Armut und Ungleichheit zu reduzieren, heißt es in einem Prüfbericht des Entwicklungsausschusses, den die Organisation am Mittwoch vorstellte. Nichtregierungsorganisationen forderten, Entwicklungsziele auch in der deutschen Agrar- und Wirtschaftspolitik zu berücksichtigen.

Der alle fünf bis sechs Jahre erscheinende OECD-Bericht moniert, dass der in deutschen Konzepten vorgesehene Fokus auf die Armutsbekämpfung nicht konsequent umgesetzt werde. So komme etwa in Ländern wie Ruanda, wo Deutschland in berufliche Bildung und Beschäftigung investiert, die Armutsminderung trotz hoher Wachstumsraten nicht voran. Entwicklungsministerium und Auswärtiges Amt müssten ferner im Umgang mit Krisen und Konflikten enger zusammenarbeiten, heißt es weiter. Außerdem müsse mehr in die Stärkung von Frauenrechten investiert werden.

Der Staatssekretär im Entwicklungsministerium, Martin Jäger, nannte den Prüfbericht am Mittwoch in Berlin ein „wertvolles Instrument“, um die deutsche Entwicklungszusammenarbeit weiterzuentwickeln. Auch der entwicklungspolitische Sprecher der Grünen im Bundestag, Uwe Kekeritz, begrüßte den Bericht. Er zeige, dass die deutsche Entwicklungszusammenarbeit in einigen Bereichen auf einem guten Weg sei, erklärte Kekeritz. Beim Thema Geschlechtergerechtigkeit hinke die Bundesregierung aber hinterher. Nachholbedarf gebe es auch bei der Reduzierung von Armut und Ungleichheit.

Deutschland muss mehr Geld bereitstellen

Deutsche Entwicklungs- und Hilfsorganisationen forderten eine konsequentere Ausrichtung der deutschen Politik an den nachhaltigen Entwicklungszielen der Vereinten Nationen. Die OECD moniere zurecht, dass andere Politikfelder oft im Widerspruch zu den entwicklungspolitischen Zielen stünden, erklärte der Vorstandsvorsitzende des Dachverbands Entwicklungspolitik und Humanitäre Hilfe (Venro), Bernd Bornhorst. „Die Auswirkungen etwa unserer Agrar- und Wirtschaftspolitik auf einkommensschwache Länder müssen mehr Beachtung finden“, forderte er. Außerdem müsse Deutschland mehr Geld für die am wenigsten entwickelten Länder der Welt bereitstellen. Dem Dachverband Venro gehören rund 140 deutsche Entwicklungs- und Hilfsorganisationen an.

Die OECD würdigt in ihrem Bericht, dass Deutschland mit einer ODA-Quote von 0,73 Prozent für staatliche Entwicklungshilfe 2020 zu den wenigen Ländern gehört, die das internationale Ziel (0,7 Prozent) sogar übertroffen haben. Das Ziel sieht vor, dass Geberländer mindestens 0,7 Prozent ihrer Wirtschaftsleistung für die Entwicklungshilfe ausgeben. Mitglieder im Entwicklungsausschuss der OECD beurteilen sich regelmäßig gegenseitig und erarbeiten Empfehlungen. (epd/mig 10)

 

 

 

Misereor lobt Lieferkettengesetz als „Paradigmenwechsel“

 

Als „Paradigmenwechsel beim Schutz der Menschenrechte und der Schöpfung“ lobt MISEREOR das am Freitag im Bundestag verabschiedete Lieferkettengesetz. Es könne aber noch mehr getan werden, merkt das Hilfswerk an.

 

„Das Lieferkettengesetz stellt erstmals klar, dass die Achtung von Menschenrechten und Umweltstandards im Ausland für deutsche Unternehmen keine Kür ist, sondern Pflicht“, so MISEREOR-Hauptgeschäftsführer Pirmin Spiegel in einer Aussendung: „Das ist eine gute Nachricht für Kinder, die auf westafrikanischen Kakaoplantagen arbeiten müssen, für Arbeiter*innen auf ecuadorianischen Bananenplantagen und für Näher*innen in Textilfabriken in Bangladesch“, so Spiegel. „Das Lieferkettengesetz sehen wir als einen ersten Schritt, dem in der EU und bei den Vereinten Nationen weitere folgen müssen.“

Spiegel begrüßte, dass eine Behörde ab 2023 die Einhaltung der Sorgfaltspflichten kontrolliert und Verstöße sanktioniert. Damit entfalte das Gesetz eine starke vorbeugende Wirkung. Zugleich bedauerte er, dass eine zivilrechtliche Haftungsregel auf Druck von Lobbyverbänden verhindert wurde: „Das Lieferkettengesetz verbessert explizit nicht die Anspruchsgrundlagen von Betroffenen vor deutschen Zivilgerichten, wenn deutsche Unternehmen im Ausland Menschenrechte missachten und Schäden verursachen“, erläuterte er. „Den Betroffenen des Dammbruchs einer Eisenerzmine im brasilianischen Brumadinho und der Brandkatastrophe der Textilfabrik Ali Enterprises in Pakistan ist dies schwer zu vermitteln“. MISEREOR bedauert ebenso, dass der Schutz von Klima und Biodiversität nicht in das Gesetz aufgenommen wurde.

Lücken im deutschen Lieferkettengesetz

Von der künftigen Bundesregierung erwartet MISEREOR, dass sie die Lücken im deutschen Lieferkettengesetz beseitigt und die Vorschläge des Europäischen Parlaments zu einer ambitionierten EU-Regulierung aktiv unterstützt. Das Europäische Parlament hatte im März eine Gesetzgebung für die gesamte Wertschöpfungskette gefordert, die neben Menschenrechten auch Umweltstandards umfassend regelt und zusätzlich zur behördlichen Durchsetzung eine zivilrechtliche Haftung vorsieht.

MISEREOR fordert zudem, dass die Bundesregierung den Verhandlungsprozess zu einem Völkerrechtsabkommen zu Wirtschaft und Menschenrechten bei den Vereinten Nationen aktiv vorantreibt. „Mit dem heute beschlossenen Lieferkettengesetz kann die Bundesregierung auch in der EU und bei den Vereinten Nationen glaubwürdiger für Nachhaltigkeit in globalen Wertschöpfungsketten eintreten“, betonte Spiegel. „Diese Chance sollte die nächste Bundesregierung nutzen – im Sinne der Menschen und im Sinne eines fairen Wettbewerbs für alle Unternehmen weltweit.“

Eine ausführliche Analyse des verabschiedeten Lieferkettengesetzes ist hier zu finden. (pm 11)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Griechenland dringt auf Lösung im EU-Streit um Migration

 

Eine Lösung im Streit um die künftige Flüchtlingspolitik der Europäischen Union ist nicht in Sicht. Griechenland dringt derweil auf eine Lösung und fordert eine gleichmäßige Verteilung. Österreich lehnt ab.

Griechenland dringt im jahrelangen Streit um die Flüchtlingspolitik der EU auf eine Lösung. „Es ist zwingend notwendig, heute Fortschritte beim neuen Pakt über Migration und Asyl zu machen“, sagte der griechische Minister für Migration und Asyl, Notis Mitarachi, am Dienstag in Luxemburg. Für die fünf EU-Mittelmeeranrainer sei eine gleichmäßige Verteilung der Lasten zwischen EU-Ländern entscheidend, erklärte er vor einem EU-Innenministerrat.

Unterdessen verwahrte sich Österreichs Innenminister Karl Nehammer vor dem Treffen gegen eine Umverteilung von Flüchtlingen. Es habe sich gezeigt, „dass das Verteilen innerhalb der Europäischen Union nicht funktioniert und nicht funktionieren kann“, erklärte Nehammer. EU-Innenkommissarin Ylva Johanssen sagte lediglich, sie hoffe auf eine „sehr gute Diskussion über das Management von Migrationsströmen“.

EU in der Migrationspolitik zerstritten

Die EU ist in der Migrationspolitik seit Jahren zerstritten. Im September schlug die Kommission einen neuen Pakt für Migration und Asyl vor. Anstelle verpflichtender Umverteilungen nach Quoten basiert er auf einem abgestuften System für solidarische Maßnahmen mit Erstaufnahmeländern.

Das heißt aber nicht, dass ein EU-Land gar keine Migranten oder Flüchtlinge aufnehmen muss. Hierzu kann zum Beispiel die Präsenz von Familienmitgliedern eines Asylbewerbers führen, aber auch die Pflicht zur Übernahme von abgelehnten Antragstellern, die abgeschoben werden sollen. (epd/mig 9 )

 

 

 

 

World Vision fordert neue Nachhaltigkeitspolitik der G7

 

Doppelbelastung durch Covid und Klimakrise trifft ärmere Länder besonders hart

 

Friedrichsdorf/Berlin. Viele ärmere Länder seien gleich mehrfach betroffen: Sie tragen die Hauptlast der Folgen des Klimawandels und müssten zunehmend mit Extremsituationen wie Dürren und Überschwemmungen umgehen. Zum anderen steigt in einigen Ländern die Zahl der Covid19-Erkrankten rasant an, wie etwa im südlichen Afrika und Teilen Lateinamerikas.

Zum Auftakt des G7-Gipfels im englischen Carbis Bay fordert die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision eine neue Nachhaltigkeitspolitik der sieben führenden Industrienationen. Klimaschutz und Pandemiebekämpfung könnten nicht unabhängig voneinander gesehen werden, so die Organisation.

Viele ärmere Länder seien gleich mehrfach betroffen: Sie tragen die Hauptlast der Folgen des Klimawandels und müssten zunehmend mit Extremsituationen wie Dürren und Überschwemmungen umgehen. Zum anderen steigt in einigen Ländern die Zahl der Covid19-Erkrankten rasant an, wie etwa im südlichen Afrika und Teilen Lateinamerikas.

„Die Maßnahmen zur Bekämpfung der Pandemie haben ärmere Länder um Jahre, wenn nicht Jahrzehnte zurückgeworfen“, erklärte Marwin Meier, Gesundheitsexperte bei World Vision. „Extreme Armut ist eine Folge davon. Deshalb brauchen die betroffenen Länder massive Hilfen für den Umgang mit dieser doppelten Krise.“

Eine neue Nachhaltigkeitspolitik müsse, so Meier, deshalb beide Faktoren beinhalten: Klimaschutz und Gesundheitsschutz. Dieser sogenannte One-Health-Ansatz basiert auf dem Verständnis, dass die Gesundheit von Mensch, Tier und Umwelt eng miteinander zusammenhängt. Meier: „Wir haben gesehen, dass zum Beispiel Luftverschmutzung das Risiko eines schweren Krankheitsverlaufs bei Covid19-Infizierten deutlich erhöht. Wir wissen, dass Viren den Zoonose-Sprung leichter machen, wenn die Lebensräume ihrer eigentlichen Wirtstiere vernichtet werden. Wichtig ist, dass die G7 diese Problematik erkennen und finanziell, aber auch konzeptionell deutliche Zeichen setzen.“

Deshalb, so der Gesundheitsexperte, müssten einerseits die finanziellen Mittel für die Klimahilfen kräftig aufgestockt werden: „Zugleich muss sich Deutschland bei den G7 für eine gerechte Verteilung der Covid19-Impfstoffe stark machen. Das allein aber reicht noch nicht – wir brauchen mittelfristig den Aufbau eines weltweiten Gesundheitssystems im Einklang mit einem weltweiten Konzept zur Bekämpfung des Klimawandels. Der One-Health-Ansatz ist dafür gut geeignet.“  WV 10

 

 

 

 

 

Studie. Rassistisch und rechtsextrem: Klare Abgrenzung von der AfD geboten

 

Die AfD ist rassistisch und rechtsextrem. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie des Menschenrechtsinstituts. Die Verfasser fordern grundgesetztreue Parteien auf, sich von der AfD klar zu distanzieren.

Eine neue Studie des Deutschen Instituts für Menschenrechte kommt zu einem eindeutigen Ergebnis: Die AfD ist eine rassistische und rechtsextreme Partei. Rassistische und rechtsextreme Positionen sind demnach fester Bestandteil des AfD-Programms, der AfD-Strategie sowie der Positionierungen von AfD-Führungspersonen und Mandatsträgern.

Die Parteipolitik widerspreche den grundgesetzlich verankerten Menschenrechten und negiere die Menschenwürde sowie den damit einhergehenden Grundsatz der Rechtsgleichheit aller Menschen. Führungspersonen und Mandatsträger der AfD würden Positionen vertreten, in denen sie der Gewalt das Wort reden, heißt es in einer Mittelung des Instituts zur Vorstellung der Studie am Montag in Berlin.

Institut forder klare Abgrenzung von der AfD

„Um die Grundlagen der Verfassungsordnung wirksam zu verteidigen, müssen insbesondere die auf dem Boden des Grundgesetzes stehenden Parteien rassistischen und rechtsextremen Positionen widersprechen, sich klar von Parteien, die solche Positionen vertreten, abgrenzen und verhindern, dass diese direkt oder indirekt politische Gestaltungsspielräume erlangen“, so das Institut.

Die Experten konstatieren weiter: „Rassistische und rechtsextreme Positionen haben im öffentlichen und politischen Raum deutlich zugenommen. Dies stellt staatliche, politische und gesellschaftliche Akteure vor erhebliche Herausforderungen“. (mig 9)

 

 

 

 

Türkischer Sonderweg

 

Die Türkei wendet sich vom Westen weiter ab. Stattdessen möchte das Land regionale Führungsmacht sein – und einen Platz am Tisch der Großmächte haben. Asli Aydintasbas

 

Samuel Huntingtons Essay „The Clash of Civilizations?“, der 1993 in der Zeitschrift Foreign Affairs erschien, wurde in den letzten 30 Jahren immer wieder kontrovers diskutiert. Aber was auch immer man von der These hält, die kulturelle Identität bestimme die internationale Politik, sollte Huntington hinsichtlich der Türkei in gewisser Weise recht behalten. Er sagte voraus, dass die pro-westliche Ausrichtung der säkularen Elite der Türkei im Laufe des 20. Jahrhunderts von nationalistischen und islamischen Strömungen verdrängt werde, sobald der Wettstreit des 20. Jahrhunderts sich legt. Und damit lag er genau richtig.

In den letzten Jahren gestalten sich die Beziehungen der Türkei zu den Vereinigten Staaten und Europa, gelinde gesagt, turbulent. Der ehemalige US-Präsident Donald Trump und der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan haben eine Art inniger Männerfreundschaft entwickelt und die bilateralen Beziehungen sozusagen personalisiert – zu Lasten nahezu aller anstehenden politischen Fragen.

Die Türkei misstraut jedoch den Vereinigten Staaten, weil sie die kurdischen Kräfte in Syrien unterstützen und sich weigern, den Geistlichen Fethullah Gülen – für Ankara der Drahtzieher des gescheiterten Putsches von 2016 – auszuliefern. Um die Beziehungen der Türkei zu Europa ist es auch nicht besser bestellt. Denn die europäischen Staats- und Regierungschefs sind den zunehmenden Illiberalismus der Türkei und ihre militärischen Muskelspiele im östlichen Mittelmeerraum leid.

Inzwischen wendet Ankara sich neuen Partnern zu. Die Regierung hat – gegen den Willen ihrer NATO-Verbündeten – russische Waffensysteme gekauft und zusammen mit Moskau große Infrastrukturprojekte auf den Weg gebracht, darunter Gaspipelines und den ersten Atomreaktor der Türkei. Gemeinsam haben die Türkei und Russland Einflusssphären in Libyen und Syrien abgesteckt. Und in letzter Zeit umwirbt die Türkei China, indem sie chinesische Investitionen ins Land holte, den Covid-19-Impfstoff des chinesischen Herstellers Sinovac kaufte und sich weigerte, Pekings Vorgehen gegen die Uiguren zu kritisieren.

Dies ist kein vorübergehender Kurswechsel. Vielmehr ist die Türkei dabei, ihre außenpolitische Ausrichtung grundlegend zu verändern. Nach fast 20 Jahren Erdogan hat die Türkei kein großes Interesse mehr daran, zum transatlantischen Club zu gehören oder die Mitgliedschaft in der Europäischen Union anzustreben. Stattdessen möchte die Regierung das Land wieder als regionalen Hegemon positionieren. Während der Westen sich noch immer nostalgisch an Ankaras historische Rolle im transatlantischen Bündnis erinnert, misstraut die türkische Führung den NATO-Partnern zutiefst und spricht von strategischer Autonomie. Einst mustergültiges Vorbild einer säkularen muslimischen Republik und leuchtendes Beispiel für die transformative Kraft der freiheitlichen Ordnung, stellt die Türkei heute die Geltung westlicher Spielregeln in Frage.

Die Türkei sehnt sich vor allem danach, eine eigenständige Führungsmacht zu sein. Ihre neue Außenpolitik sollte nicht als ein Abdriften in Richtung Russland oder China verstanden werden. Sie ist vielmehr Ausdruck des Bestrebens, in beiden Lagern einen Fuß in der Tür zu behalten und die Rivalitäten der Großmächte für sich zu nutzen. Ins Werk gesetzt wurde dieser Kurswechsel von Erdogans Regime, ermöglicht wurde er durch ein internationales Umfeld, das Erdogan gewähren ließ. Rückgängig machen können diesen Kurswechsel weder eine neue Regierung in Ankara noch eine wiedererstarkte westliche Allianz. Inzwischen wird die Sicherheitskultur des Landes von einem Netzwerk von Politikern, Bürokraten, Journalisten und Wissenschaftlern bestimmt, die einer Annäherung an den Westen unverhohlen skeptisch gegenüberstehen. Eine unabhängige türkische Außenpolitik wird es auch in Zukunft geben.

In den vergangenen Jahren hat sich ein Bruch mit dem Status quo der Nachkriegszeit vollzogen. Doch ein Blick in die Geschichte zeigt, dass es für den Spagat der Türkei historische Vorbilder gibt. Sowohl das Osmanische Reich im späten 19. Jahrhundert als auch die Türkische Republik in ihren ersten Jahrzehnten hatten versucht, den Staat von ausländischen Einflüssen abzuschotten und mächtigere Nationen gegeneinander auszuspielen. Um den Niedergang ihres Reiches abzuwenden, ließen die osmanischen Herrscher sich auf immer wieder wechselnde Allianzen ein und schlossen sich zeitweilig mit Österreich-Ungarn, Russland und Großbritannien zusammen, bevor sie den Fehler machten, sich im Ersten Weltkrieg mit Deutschland zu verbünden.

In den 1920er und 1930er Jahren wurde die junge Türkische Republik von der bolschewistischen Regierung in Moskau politisch und militärisch unterstützt. Im Zweiten Weltkrieg blieb die Türkei neutral, die führenden Vertreter des Landes pendelten zwischen Nazi-Deutschland und Großbritannien hin und her, um von beiden militärische Hilfe, Exportkredite und anderweitige finanzielle Unterstützung zu erhalten. Dasselbe Ziel verfolgt heute Erdogan: Er will mit den Weltmächten paktieren, ohne sich für eine Seite zu entscheiden.

Zur Umsetzung dieser Strategie bedurfte es einer gewissen geschichtlichen Aufarbeitung. Die Überzeugung, dass die Türkei unter ihren Nachbarn ein Unikum und zu einer regionalen Führungsrolle berufen sei – die ich an anderer Stelle mit der im späten 19. Jahrhundert aufgekommenen Idee vom deutschen „Sonderweg“ verglichen habe –, wurzelt in der Vorstellung von der Türkei als Erbe des Osmanischen Reiches. Die mit der Staatsgründung durch Kemal Atatürk in den 1920er Jahren etablierte säkulare Tradition stützte sich darauf, dass die Osmanen als rückständige und ineffiziente Herrscher dargestellt wurden, die mit den „modernen Zivilisationen“ nicht Schritt halten konnten. Erdogans Türkei schlägt ganz andere Töne an.

Heute werden die osmanischen Herrscher in politischen Reden und in Fernsehfilmen nicht als ungebildete Eroberer geschmäht, sondern als Pioniere einer neuen zivilisatorischen Ordnung gepriesen, die gerecht regierten und ihren Untertanen mehr Fürsorge entgegenbrachten als ihre westlichen Zeitgenossen. Dass die nationalistischen Aufstände eben dieser Untertanen später zum Untergang des Imperiums beitrugen, blendet der neue Diskurs weitgehend aus. Die revisionistischen Historiker der Türkei stellen die osmanische Ära als goldenes Zeitalter der Gelassenheit und Gerechtigkeit dar, das nur durch das Vordringen des „imperialistischen“ Westens gestört wurde.

Die regierende Partei für Gerechtigkeit und Entwicklung (AKP) beruft sich immer häufiger auf das osmanische Erbe, um ihre Außenpolitik zu rechtfertigen. Regierungsnahe Medien feiern den Ausbau der türkischen Militärpräsenz inehemals osmanischen Gebieten wie dem Irak, Libyen, Syrien und dem Kaukasus als Wiedergeburt eines schlafenden Riesen. Erdogan wiederum wird als „Führer des Jahrhunderts“ gewürdigt – als moderne Version des von ihm verehrten Sultans Abdulhamid II., der sich im späten 19. Jahrhundert dem Ruf nach Verfassungsreformen widersetzte, dem Westen die Stirn bot und den Niedergang des Reiches abwehrte. Mit diesem Vergleich applaudieren türkische Medien Erdogan dafür, dass er gegenüber den Großmächten mit harten Bandagen spielt. Sie bejubeln seine Verhandlungen mit Trump, der deutschen Bundeskanzlerin Angela Merkel und dem russischen Präsidenten Wladimir Putin und seine selbstbewusste Haltung im Nahen Osten und im östlichen Mittelmeerraum.

Ankaras militärische Schlagkraft und Washingtons Rückzug aus dem Nahen Osten ermöglichen es der Türkei, Vorstöße in regionale Konfliktgebiete zu unternehmen. Die expandierende Rüstungsindustrie des Landes liefert die Waffen für die türkischen Truppen im Irak, in Libyen und Syrien. Bewaffnete Drohnen aus türkischer Produktion trugen dazu bei, dass Aserbaidschan im letzten Herbst im Kampf um Berg-Karabach einen entscheidenden Sieg gegen Armenien errang. Die zunehmende Autarkie des militärisch-industriellen Komplexes der Türkei gibt ihrer Führung das Selbstvertrauen, Machtansprüche in der Region anzumelden, und Trumps Desinteresse am Nahen Osten und sein Wunsch nach einer problemlosen persönlichen Beziehung zu Erdogan eröffneten ihr die Gelegenheit dazu.

Die Türkei weitete ihre Marineoperationen im östlichen Mittelmeer aus und errichtete Stützpunkte in Katar und Somalia, ohne Widerstand seitens der USA befürchten zu müssen. Vielmehr war es Russland, vor dem sich Erdogan in Acht nehmen musste. Der türkische Präsident baute eine enge Beziehung zu Putin auf und führte jeden Auslandseinsatz in Zusammenarbeit mit Moskau und mit Putins Zustimmung aus. Doch diese Zusammenarbeit hatte ihre Grenzen. So beschränkte Russland zum großen Frust Ankaras die türkische Einflusszone in Libyen, Syrien und im Kaukasus.

Erdogans eigentliches Geschick besteht darin, Schwachstellen im internationalen System auszunutzen und Gelegenheiten zu finden, Russland und die Vereinigten Staaten gegeneinander auszuspielen. In Syrien zum Beispiel war die militärische Intervention der Türkei eine Bedrohung für die von den USA unterstützten kurdischen Kräfte, aber Washington wusste sie auch als Druckmittel gegen die Eingriffe Russlands zu nutzen. In Libyen erkannte Erdogan eine offene Bresche und handelte prompt: 2019 rückte der libysche Milizenführer General Khalifa Haftar mit einer von Russland und den Vereinigten Arabischen Emiraten (VAE) unterstützten Armee gegen die libysche Regierung vor.

Die Regierung wandte sich in ihrer Verzweiflung von einer westlichen Hauptstadt an die nächste und bat um Hilfe. Die meisten westlichen Staaten waren unwillig oder hatten nicht den Mut, einzugreifen. Anders die Türkei: Ihre Streitkräfte halfen der Regierung mit minimalem militärischem Aufwand, Haftars Offensive zurückzuschlagen. Indem die Türkei in solche Konflikte eingreift, gewinnt sie im Zeitalter der Großmachtrivalitäten an Boden. Ankara will sich, wie türkische Kommentatoren gern formulieren, „einen Platz am Tisch sichern“.

Erdogan hat es bislang geschickt vermocht, seinen außenpolitischen Machtanspruch zu demonstrieren. Erstaunlich ist, dass ihm dies aus einer innenpolitisch schwachen Position heraus gelingt. Die Türkei befindet sich in einer schweren Wirtschaftskrise mit zweistelliger Inflationsrate, einem starken Wertverlust der Lira und hoher Arbeitslosigkeit, was zu Kapitalflucht und zu einer Verarmung der türkischen Durchschnittsbevölkerung führt. Zum ersten Mal seit Jahrzehnten befürchten Ökonomen eine Zahlungsbilanzkrise. Diese Turbulenzen nagen an Erdogans Machtbasis – im April gaben in einer Umfrage nicht einmal 30 Prozent der Befragten an, dass sie ihre Stimme der AKP geben würden. Das sind deutlich weniger als die 49 Prozent, die noch 2015 für die Partei stimmten.

Auch Erdogans außenpolitische Bilanz wird ihn möglicherweise nicht retten. Ebenso wie auch die Angehörigen vieler anderer Nationen glauben die Türkinnen und Türken, dass ihrem Land eine Sonderrolle gebührt. Laut Umfragen erfreut sich die Idee, dass die Türkei auf der Weltbühne wieder zu ihrer alten Größe zurückfindet, in der Bevölkerung großer Beliebtheit und die meisten Wählerinnen und Wähler teilen Erdogans Misstrauen gegenüber dem Westen und insbesondere gegenüber den USA. Den meisten – mit Ausnahme der schärfsten Nationalisten – reicht das aber nicht aus. Die Mehrheit der Wählerinnen und Wähler ist pragmatisch: Sie wollen nicht, dass die Türkei sich von ihren westlichen Verbündeten entfremdet, weil dies ihren wirtschaftlichen Wohlstand und ihre Lebensqualität beeinträchtigt. Die Unterstützung für eine EU-Mitgliedschaft liegt immer noch bei etwa 60 Prozent, nicht weil sich die türkischen Bürgerinnen und Bürger als Europäer fühlen, sondern weil vielen klar ist, dass die Integration mit Europa eine stärkere Wirtschaft und eine bessere Regierungsführung bedeutet.

Während die Regierung sich damit brüstet, dass sie einen Militärstützpunkt in Libyen errichtet und Ziele der Arbeiterpartei Kurdistans (PKK) im Irak bombardiert, gehen in der Türkei Unternehmen in Konkurs, müssen Geschäfte dichtmachen, und die Renten schrumpfen. Auch hat die Türkei es bisher nicht geschafft, ausreichend Covid-19-Impfdosen von Herstellern im Ausland zu beschaffen; nur etwa zehn Prozent der Türkinnen und Türken sind geimpft.

Kurzum: Für die meisten Bürgerinnen und Bürger ist noch nicht ersichtlich, dass Erdogans ehrgeizige internationale Agenda der Türkei wieder zu alter Größe verhilft. Trotz des unermüdlichen Nationalismus der regierungsfreundlichen Medien hat die Bevölkerung zunehmend das Gefühl, Erdogan würde in der Außenpolitik zu stark vorpreschen. Die Türkei scheint ihren Kompass verloren und zu viele Freunde verstimmt zu haben – vielleicht macht sie hier einige derselben strategischen Fehler, die die Osmanen um ihr Imperium gebracht haben.

Westliche Beobachter gehen überwiegend davon aus, dass Erdogan auf unabsehbare Zeit an der Macht bleiben wird und dass in der Türkei ein demokratischer Wandel nicht mehr möglich ist. Die meisten Türkinnen und Türken sind da anderer Meinung. Einschränkungen der freien Meinungsäußerung, die Inhaftierung vieler kurdischer Politikerinnen und Politiker und andere staatliche Repressalien erschweren den politischen Wettstreit, aber sie garantieren Erdogan und der AKP keinen Sieg bei den nächsten Wahlen, die 2023 stattfinden sollen.

Erdogans Herausforderer bei dieser Wahl wird sicherlich versprechen, eine weniger offensive Außenpolitik zu betreiben und stabilere Beziehungen zu den Weltmächten zu unterhalten. Eine Post-Erdogan-Regierung könnte auch konkrete Schritte unternehmen, um sich von ihrem Vorgänger zu distanzieren. Sie könnte sich wieder entschiedener zur NATO bekennen, die Beziehungen zu regionalen Gegenspielern wie Ägypten und den Vereinigten Arabischen Emiraten normalisieren oder die Beitrittsgespräche der Türkei mit der EU wiederbeleben – selbst wenn diese Bemühungen vergeblich sein sollten.

Als alter Pragmatiker könnte Erdogan selbst versuchen, sich wieder dem Westen zuzuwenden, wenn er das Vorhaben des amerikanischen Präsidenten Joe Biden, die US-geführte Weltordnung wiederaufleben zu lassen, für vielversprechend genug hält, um sich diesem Vorhaben anzuschließen. Falls die Macht der USA jedoch schwindet, wird die Türkei dies als Chance nutzen, sich verstärkt als Akteur in der Weltpolitik zu etablieren. Und es ist schwer vorstellbar, dass irgendein führender AKP- oder auch Oppositionspolitiker sich den nationalistischen Strömungen des Landes entgegenstellt und eine uneingeschränkt pro-westliche Haltung einnimmt.

Langfristig wird die unabhängige Außenpolitik der Türkei mit oder ohne den derzeitigen Präsidenten fortbestehen. Ankara wird wahrscheinlich weiterhin seine Herrschaftsansprüche im östlichen Mittelmeer geltend machen, seine Ressourcen in den Ausbau der Rüstungsindustrie stecken und seinen Einfluss auf regionale Belange ausweiten. Sich als loyales Mitglied in die transatlantische Gemeinschaft einzugliedern, ist nicht mehr so attraktiv wie früher und für Ankara sicherlich weniger reizvoll als der Gedanke, seine Machtambitionen nach den eigenen Vorstellungen zu verfolgen. Die Türkei sieht sich in der Rolle eines Imperiumserben und wird weiterhin ihren eigenen Weg gehen – ihren Sonderweg. IPG 8

 

 

 

EU-Kommission fordert nach Pandemie „aktive Politik“ gegen Arbeitslosigkeit

 

Die Europäische Kommission wünscht sich, dass die Mitgliedsstaaten Maßnahmen ergreifen, um die verstärkte Einstellung und Umschulung von Arbeitnehmenden nach der Pandemie zu fördern. Schließlich dürften „der grüne und der digitale Wandel“ weitere Erschütterungen für den europäischen Arbeitsmarkt mit sich bringen, der durch die pandemiebedingte Krise bereits in Mitleidenschaft gezogen wurde. Von: Jorge Valero

EU-Beamte wiederholen es gebetsmühlenartig: Europa befindet sich inmitten eines doppelten Übergangs; die Volkswirtschaften sollen in diesem Jahrzehnt „grüner und digitaler“ werden. Hinzu kommt allerdings ein dritter, nicht weniger komplexer Übergang, da der Block aktuell versucht, die größte Rezession seit drei Generationen zu überwinden und die durch den Virenausbruch mitverursachten Arbeitsplatzverluste auszugleichen.

Die groß angelegten Reaktionen der Hauptstädte, unterstützt durch den SURE-Mechanismus der EU zur Unterstützung der Arbeitnehmenden, hat dazu beigetragen, 32 Millionen Arbeitsplätze in der Union zu sichern – durch Kurzarbeitsregelungen und vorübergehende (staatlich finanzierte) Freistellungen.

EU-Sozialkommissar Nicolas Schmit hat die Staats- und Regierungschefs aufgefordert, bei ihrem Gipfel am Wochenende „eine starke politische Botschaft“ für ein soziales Europa zu verabschieden.

Da sich die Gesundheitslage in Europa nun langsam entspannt und die wirtschaftliche Reaktion zunehmend besser abgestimmt wird, fordert die Kommission, dass die Mitgliedsstaaten ihren Fokus vom Schutz der Arbeitsplätze während der Pandemie auf die Unterstützung der Arbeitnehmenden beim Übergang in eine „Wirtschaft nach der Krise“ verlagern.

„Wir müssen unsere aktive Arbeitsmarktpolitik stärken,“ sagte beispielsweise EU-Beschäftigungskommissar Nicholas Schmit am 3. Juni. Mit einer solchen „aktiven“ Politik passe man sich an die Transformation an, die in vielen Unternehmen in ganz Europa bereits im Gange sei. Angetrieben werde der Wandel von den neuen Nachhaltigkeitsprioritäten und den Veränderungen der Arbeitswelt durch Automatisierung und Künstliche Intelligenz.

Schmit erklärte weiter, (befristete) Subventionen für die Einstellung von Arbeitskräften, Umschulung und Weiterqualifizierung sowie eine erfolgreiche und effektive Umsetzung dieser „aktiven Arbeitsmarktpolitik“ seien wichtiger denn je, „um den Wiederaufbau zu einem Erfolg zu machen“.

Mehr Arbeitslose

Kurz vor der Krise hatte der EU-Arbeitsmarkt sein sechstes Jahr mit stetigem Wachstum beendet: im vierten Quartal 2019 waren mehr als 209 Millionen Menschen beschäftigt; die Arbeitslosenquote lag unionsweit bei 6,5 Prozent.

Ein Jahr später war die Beschäftigung um drei Millionen Personen gesunken, und die Arbeitslosenquote stieg im April 2020 auf 7,3 Prozent. Zwischen dem vierten Quartal 2019 und dem zweiten Quartal 2020 verzeichnete die Beschäftigungsquote in der EU damit den stärksten Rückgang, der in zwei aufeinanderfolgenden Quartalen jemals beobachtet wurde.

Die Kommunistische Partei Frankreichs hatte seit 2007 keinen Kandidaten für die Präsidentschaftswahlen mehr aufgestellt. 2022 will nun Parteichef Fabien Roussel die „Herzen zurückgewinnen“. Im Interview mit EURACTIV Frankreich spricht er über sein Wahlprogramm.

Doch inzwischen herrscht in den Prognosen wieder verstärkt Optimismus. Die Staats- und Regierungschefs der Mitgliedstaaten haben sich auf dem Sozialgipfel in Porto im Mai darauf verständigt, „die bei der Umsetzung der europäischen Säule sozialer Rechte und der EU-Kernziele für 2030 erzielten Fortschritte genau zu beobachten – auch auf höchster Ebene.“

Dies beinhaltet das Ziel, dass im Jahr 2030 mindestens 78 Prozent der Menschen im Alter von 20 bis 64 Jahren erwerbstätig sein sollen.

Kurz vor dem Ausbruch der Pandemie lag der Wert bei 73,9 Prozent.

Gemeinsamer Beschäftigungsbericht

Im Gemeinsamen Beschäftigungsbericht 2021 der Kommission, der vom Rat am 9. März angenommen wurde, wird derweil betont, dass „aktive arbeitsmarktpolitische Maßnahmen von entscheidender Bedeutung sind, um Anpassungen am Arbeitsmarkt nach dem COVID-19-Schock zu unterstützen.“

Vor diesem Hintergrund stellt die EU-Exekutive fest, dass die öffentlichen Arbeitsbehörden und -Agenturen über ihre „traditionellen Arbeitsweisen hinausgehen müssen, um einem Anstieg der Zahl der Arbeitssuchenden entgegenzuwirken und sie bei ihrem berufs- oder sektorübergreifenden Wechsel zu unterstützen.“

Die Staaten sollten daher in öffentliche Arbeitsbehörden investieren und arbeitsmarktpolitische Maßnahmen verstärken, zum Beispiel in Form einer besseren Überwachung und Evaluierung der bereits ergriffenen Weiterbildungsmaßnahmen.

Allerdings hatten 20 Mitgliedsstaaten bereits das EU-weite Ziel in der Erwachsenenbildung von 15 Prozent Teilnehmenden bis 2020 verfehlt. Aus diesem Grund ruft die Kommission in ihrem Bericht insbesondere dazu auf, die Möglichkeiten zur Umschulung und Höherqualifizierung zu verbessern – vor allem für junge Erwachsene. EA 8

 

 

 

 

Corona-Folgen. Integrationsstaatsministerin fordert mehr Förderung für Einwandererkinder

 

Kinder und Jugendliche in Familien mit Einwanderungsgeschichte sind von den Auswirkungen der Corona-Pandemie besonders betroffen. Integrationsstaatsministerin Widmann-Mauz fordert stärkere Förderung.

Integrationsstaatsministerin Annette Widmann-Mauz (CDU) fordert in der Corona-Pandemie eine stärkere Bildungsförderung junger Menschen aus Zuwandererfamilien. Es sei wichtig, mit dem Aufholprogramm auch Kinder und Jugendliche mit Einwanderungs- und Fluchtgeschichte zu erreichen, sagte Widmann-Mauz den Zeitungen der „Funke Mediengruppe“. Diese machten annähernd einen Anteil von 40 Prozent der unter 15-Jährigen aus. In vielen Städten sei dieser Anteil noch deutlich höher.

Die Bundesregierung hat ein „Aktionsprogramm“ in Höhe von zwei Milliarden Euro für die kommenden zwei Jahre beschlossen. Mit dem Geld soll Kindern und Jugendlichen bei der Bewältigung der Folgen der Corona-Pandemie geholfen werden.

„Familien mit Einwanderungs- und Fluchtgeschichte sind von den Auswirkungen der Corona-Pandemie besonders betroffen“, erklärte die Beauftragte für Migration, Flüchtlinge und Integration. Viele würden in Berufen arbeiten, „in denen Homeoffice nicht möglich ist, etwa in der Pflege oder im Einzelhandel, und die stärker von Kurzarbeit oder Arbeitslosigkeit betroffen sind, wie das Gastgewerbe“, sagte Widmann-Mauz. Gerade die Bedürfnisse von Kindern und Jugendlichen mit Einwanderungsgeschichte müssten bei der Umsetzung der Maßnahmen in den Bundesländern besonders berücksichtigt werden. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Italiens Zentralbank fordert Überarbeitung der EU-Schuldenregeln

 

Es sei notwendig, den Stabilitäts- und Wachstumspakt der EU vor dem Ende seiner aktuellen Aussetzung zu überprüfen, forderte der Gouverneur der italienischen Zentralbank, Ignazio Visco, am Sonntag. Dabei solle eine „harmonische und langfristige Vision zwischen den EU-Ländern“ erarbeitet werden. Von: Daniele Lettig

 

Laut Visco wird der Staat die wirtschaftliche Erholung nach der Pandemie als „Vermittler“ leiten müssen; er dürfe dabei aber nicht „die produzierende Welt ersetzen“.

Die Erholung werde in jedem Fall „kompliziert“ sein, räumte er ein. Dies gelte vor allem in den kommenden Monaten, wenn das bisher noch bestehende Entlassungsverbot in Italien wohl fallen wird. Es werde „umfangreiche Umstrukturierungen“ auf dem Arbeitsmarkt geben, bestätigte er.

Die Bank selbst hatte kürzlich prognostiziert, dass wohl mehr als 570.000 Entlassungen drohen, sobald die Sperre aufgehoben wird.

Die Kommission bezeichnet den Entlassungsstopp – der im vergangenen Jahr in Italien eingeführt wurde, um den wirtschaftlichen Auswirkungen der Pandemie entgegenzuwirken – als „nicht effektiv“.

Das schwierige Jahr 2020 habe gezeigt, dass Italien ein „weiterentwickeltes“ System sozialer Sicherheitsnetze brauche, die aktuell „zu zersplittert“ seien, so der Gouverneur der Bank weiter.

Letztendlich sehe er „viele Probleme“, wenn der wirtschaftliche Wiederaufbau ausschließlich dem Markt überlassen bleibe.

Wirtschaftsministerium: Nicht zu viel Staat

Italiens Minister für wirtschaftliche Entwicklung, Giancarlo Giorgetti, räumte seinerseits am Sonntag ein, dass es Reformbedarf beim Schutz der Arbeitnehmenden gebe.

Er betonte allerdings auch, das Entlassungsverbot sei eine „außergewöhnliche Maßnahme“ in Reaktion auf die Pandemie-Auswirkungen gewesen und müsse dies auch bleiben.

Die Regierung habe bereits mehrere Instrumente vorbereitet, um Unternehmen beim „Übergang“ zu unterstützen, so Giorgetti weiter. Staatliche Interventionen sollten nun stets von einem „privaten Partner“ begleitet werden.

Schließlich seien die aktuellen öffentlichen Maßnahmen lediglich vorübergehend und sollten auslaufen, sobald „die Turbulenzen vorüber sind“. EA 7

 

 

 

 

Pflegeberatung hilft dabei, sich auf veränderte Corona-Lage einzustellenBerlin –

Die Hilfe für pflegebedürftige Menschen muss in der Pandemie immer wieder an aktuelle Entwicklungen angepasst werden. Das gilt auch jetzt wieder, wenn die Infektionszahlen vielerorts deutlich sinken. Dabei den Überblick zu behalten, ist nicht immer einfach. Beratung zur Pflege kann hier helfen. Zugang zu über 4.500 Beratungsangeboten findet man kostenlos über das ZQP.

Für viele der schätzungsweise 6,6 Millionen pflegenden Angehörigen in Deutschland bedeutet die Corona-Pandemie auch, zahlreiche Aspekte der pflegerischen Versorgung von Familienmitgliedern immer wieder neu organisieren zu müssen. Sei dies zum Beispiel, weil sich Zugangsmöglichkeiten zu den verschiedenen professionellen Unterstützungsangeboten ändern, Ausnahmeregelungen für bestimmte Leistungen gelten oder die Beantragung eines neuen Pflegegrades ansteht. Auch wenn sich eine Pflegesituation verändert, treten häufig neue Fragen und Herausforderungen auf. Den Überblick über die aktuell geltenden Regeln rund um die Pflegeversicherung und mögliche Unterstützungsangebote behalten zu müssen, ist zusätzlich anstrengend. Dabei kann professionelle Beratung zur Pflege entlasten. Doch viele Menschen wissen nach wie vor nicht, dass es zum Beispiel ein Recht auf kostenlose Pflegeberatung gibt, oder wo diese in Anspruch genommen werden kann.

Darum bietet das Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP) eine frei zugängliche und werbefreie Datenbank mit über 4.500 nicht kommerziellen Beratungsangeboten rund um die Pflege an. Mit dem kostenlosen Angebot können Ratsuchende bundesweit schnell und einfach nach Beratungsmöglichkeiten suchen. Die Datenbank richtet sich vor allem an pflegebedürftige Menschen und ihre Angehörigen.

„ZQP-Studien aber auch die persönlichen Rückmeldungen Betroffener zeigen, dass sich in der Corona-Krise die Situation vieler pflegebedürftiger Menschen sowie ihrer Angehörigen zugespitzt hat. Das führt nicht selten zu neuem Beratungsbedarf. Gute Beratung hilft, die Pflege bestmöglich zu organisieren. Unsere Datenbank unterstützt darum schnell und leicht dabei, die entsprechenden Angebote zu finden“, sagt Dr. Ralf Suhr, Vorstandsvorsitzender des ZQP.

Mit der ZQP-Datenbank kann man nicht nur gezielt nach einem Beratungsangebot in der Nähe suchen. Die Ergebnisse lassen sich zudem ganz einfach filtern – je nachdem, ob die Beratung speziell zur Pflege, zum Wohnen, zum Betreuungsrecht, zur Selbsthilfe oder zur Demenz erfolgen soll. Auch Beschwerdestellen sind in der Datenbank eigens aufgelistet. Über eine Karte können die Ratsuchenden auf einen Blick erkennen, wo sich die Beratungsstelle befindet. Neben den Kontaktdaten werden zusätzliche Informationen zur Verfügung gestellt, zum Beispiel, ob die Beratung telefonisch erfolgen kann oder eine fremdsprachige Beratung möglich ist. Außerdem ist jeweils kurz zusammengefasst, zu welchen Themen beraten wird. Einer Übersicht sind zudem Anbieter von Online-Beratung und bundesweite Beratungstelefone zu entnehmen.

Daneben finden Ratsuchende viele weitere Informationen rund um das Thema Beratung zur Pflege. Dazu gehört etwa der ZQP-Einblick, der kurz und bündig zusammenfasst, was eine gute professionelle Beratung zur Pflege im Einzelnen ausmacht und was man von den Angeboten erwarten kann. Darüber hinaus sind weitere Datenbanken zur Suche nach Pflegeanbietern oder nach Angeboten der Palliativversorgung verlinkt.

Alle in der Datenbank enthaltenen Informationen wurden vom ZQP selbst recherchiert. Um die Qualität der Daten zu sichern, wurden vor deren Veröffentlichung alle Beratungseinrichtungen kontaktiert. Diese Abfrage wird jährlich wiederholt. Mit keinem von den in der Datenbank aufgeführten Beratungsangeboten ist das ZQP organisatorisch verbunden. Die Stiftung hat keine Informationen zur Qualität der jeweiligen Beratungen oder Einfluss auf deren Qualität.

Die neu gestaltete Datenbank ist kostenlos zugänglich unter: www.zqp.de/beratungsdatenbank. GA 7

 

 

 

Bund fördert Initiative Kulturelle Integration weiterhin. "Kultur muss als Arbeitgeberin zu Diversität beitragen"

 

Bei der vierten Jahrestagung der Initiative Kulturelle Integration in Berlin hat Kulturstaatsministerin Monika Grütters die Fortsetzung der Bundesförderung verkündet. Ziel ist es, auch künftig breitenwirksame Kampagnen, Solidaritätsaktionen und Impulsvorhaben zur Bekämpfung von Rechtsextremismus, Antisemitismus und Rassismus zu ermöglichen.

 

Die Staatsministerin für Kultur und Medien sagte: „Mit ihrer wertvollen Arbeit hat die Initiative in den vergangenen fünf Jahren nicht nur die Spitze, sondern auch die Breite der Gesellschaft erreicht. Umso wichtiger ist es, dass sie ihren Einsatz für die Kultur als Integrationsmotor in den nächsten Jahren

fortsetzen kann. Denn Kultur kann einerseits mit ihren Inhalten als Brückenbauerin über Gräben und Grenzen hinweg vermitteln, andererseits tut sie dies auch als Arbeit- und Auftraggeberin. Für eine erfolgreiche Integration ist der Zugang aller Menschen zum Arbeitsmarkt wichtig – unabhängig davon, ob sie neu in Deutschland sind oder schon lange hier leben. Das gilt natürlich auch für Arbeitsplätze in der Kulturbranche; und dort ist in Sachen Diversität noch viel Luft nach oben.“

 

Die heutige Jahrestagung der Initiative Kulturelle Integration stand unter dem Motto „Zusammenhalt in Vielfalt: Integration durch Arbeit“. Organisiert wurde sie vom Deutschen Kulturrat als Moderator der Initiative Kulturelle Integration.

 

Die Kulturstaatsministerin ist Mitgründerin und Schirmherrin der Initiative Kulturelle Integration und finanziert diese seit ihrer Gründung 2016. Weitere Mitglieder sind 28 hochrangige Vertreterinnen und Vertreter aus Staat, Religionsgemeinschaften, Medien, Sozialpartnern und Zivilgesellschaft.

Weitere Informationen unter www.kulturelle-integration.de. Pib

 

 

 

 

Verfassungsschutzbericht. Bedrohung durch Extremismus hat durch Pandemie zugenommen

 

Die Corona-Pandemie hat die Gefahr durch Rechtsextremismus verschärft, sagt Innenminister Seehofer. Am Dienstag stellte er den Bericht des Bundesamts für Verfassungsschutz vor. Extremisten gingen nicht in den Lockdown, sagte dessen Chef Haldenwang. 90 Prozent aller antisemitischen Straftaten gehen auf das Konto von Rechtsextremisten. Amnesty warnt: Polizei muss mehr gegen Rassismus tun.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat sich besorgt über eine Zunahme extremistischer Tendenzen während der Corona-Pandemie geäußert. Es gebe nicht nur eine besondere Gesundheitslage, sondern auch eine besondere Sicherheitslage, sagte Seehofer am Dienstag bei der Vorstellung des Verfassungsschutzberichts für das vergangene Jahr in Berlin. Die größte Bedrohung für die Sicherheit seien nach wie vor Rechtsextremismus und Antisemitismus, betonte Seehofer.

Zwar seien zahlreiche rechtsextreme Großveranstaltungen im vergangenen Jahr abgesagt worden, sagte der Minister. Dafür hätten sich Rechtsextreme bemüht, über die Proteste gegen die staatlichen Corona-Schutzmaßnahmen Anschluss an das bürgerliche Spektrum zu finden. Sie hätten dem Protest ihren Stempel aufdrücken können, „obwohl sie von der Personenzahl deutlich in der Minderheit waren“, sagte Seehofer und äußerte sich besorgt über die mangelnde Abgrenzung der Mehrheit der Demonstranten gegen mitlaufende Extremisten.

Zunahme extremistischer Aktivitäten

Der Präsident des Bundesamts für Verfassungsschutz, Thomas Haldenwang, bestätigte, extremistische Aktivitäten hätten 2020 zugenommen. „Extremisten und Terroristen gehen nicht in den Lockdown“, sagte er. Deren gegen die freiheitlich-demokratische Grundordnung gerichteten Aktivitäten seien in die virtuelle Welt verlegt worden.

Das Bundesamt für Verfassungsschutz hatte im April bekannt gegeben, dass es Personen der „Querdenken“-Bewegung, die häufig Anmelderin von Protesten gegen die Corona-Maßnahmen war, beobachtet. Die Behörde richtete dafür eigens die Kategorie „Verfassungsschutzrelevante Delegitimierung des Staates“ ein. Begründet wurde der Schritt wegen der Beteiligung einschlägiger Extremisten bei der Bewegung sowie Verbindungen in die Szene der „Reichsbürger“. Deren Zulauf hat sich dem Verfassungsschutzbericht zufolge 2020 vergrößert. Der Szene werden werden 20.000 Anhänger zugerechnet. 2019 waren es noch 1.000 weniger.

Neue Rechte

Erneut gestiegen ist laut den Verfassungsschützern auch das Personenpotenzial der rechtsextremen Szene. Mehr als 33.000 Anhänger werden ihr zugerechnet, mehr als 13.000 davon gelten als gewaltbereit. Erstmals ist der sogenannten Neuen Rechten ein eigenes Kapitel im Verfassungsschutzbericht gewidmet. Sie seien die „geistigen Brandstifter“ der Szene, sagte Haldenwang. Seehofer sagte, durch einen „pseudo-intellektuellen Anstrich“ versuche die Neue Rechte, rechtsextremes Gedankengut in den gesellschaftlichen Diskurs einzubringen und die Grenze des Sagbaren zu verschieben. Der Neuen Rechten zugerechnet werden im Bericht unter anderem die „Identitäre Bewegung“, der das „Compact-Magazin“ herausgebende Verlag von Jürgen Elsässer das „Institut für Staatspolitik“ in Sachsen-Anhalt.

Gleichzeitig warnte Seehofer, auch Linksextremismus und Islamismus nicht zu unterschätzen. Linksextreme Gewalt zeige sich „zunehmend enthemmt“, vor allem Brandanschläge, bei denen teilweise auch die Gefahr für Menschenleben in Kauf genommen werde, gingen auf das Konto dieser Szene. Der Verfassungsschutzbericht beziffert das Personenpotenzial dieser Szene auf mehr als 34.000, davon gelten rund 9.600 Anhänger als gewaltorientiert.

Antisemitismus: 90 Prozent geht auf rechtes Konto

Zum Thema Antisemitismus sagte Seehofer, dass rund 90 Prozent der Taten in diesem Bereich von Rechtsextremen begangen würden. Vor der Innenministerkonferenz, die von Mittwoch an in Rust

(Baden-Württemberg) tagt, ist allerdings erneut eine Debatte darüber entflammt, ob die Registrierung zutreffend ist oder präzisiert werden muss. Seehofer sagte, Vorschläge zur genaueren Differenzierung, „die belastbar sind“, werde er unterstützen. Haldenwang sagte, Antisemitismus sei eine Klammer, die zahlreiche Extremisten vereine. Er würde es begrüßen, wenn die polizeiliche Datengrundlage optimiert wird, sagte er.

Amnesty: Polizei muss mehr gegen Rassismus tun

Amnesty International indes hat die Innenminister von Bund und Ländern aufgefordert, den Kampf gegen Rassismus auf der anstehenden Innenministerkonferenz zu thematisieren. „Die Bekämpfung rassistischer Gewalt ist eine der vorrangigen Fragen der inneren Sicherheit“, erklärte der Generalsekretär von Amnesty Deutschland, Markus Beeko, am Dienstag in Berlin. Die Zahl der rassistischen Gewalttaten steige weiter. Bei Ermittlungen werde immer wieder deutlich, dass nicht alle Polizisten ausreichend darin geschult seien, rassistische Taten als solche zu erkennen und aufzuklären sowie Betroffene sensibel zu beraten.

Unter dem Titel „Einsatzbereit gegen Rassismus“ fordert die Menschenrechtsorganisation unter anderem vom Bund und den Ländern Bayern, Baden-Württemberg, Sachsen, Niedersachsen, Nordrhein-Westfalen und dem Saarland, eine individuelle Kennzeichnungspflicht für Polizisten einzuführen. Zudem sollte es überall verpflichtende Antirassismus-Trainings geben. Für ein konsequentes Vorgehen gegen Rassismus seien auch anonyme Meldemöglichkeiten für Hinweisgeber aus der Polizei nötig. Zudem müssten zur Vermeidung von sogenanntem Racial Profiling die Rechtsgrundlagen für anlasslose und verdachtsunabhängige Kontrollen abgeschafft werden. Weiter plädiert Amnesty für unabhängige Beschwerdestellen bei rechtswidrigem Polizeiverhalten. (epd/mig 16)

 

 

 

Große Klima-Erhebung von More in Common: „Ausbleibendes Handeln gegen

Klimawandel gefährdet gesellschaftlichen Zusammenhalt“  

 

Menschen in Deutschland sehen Notwendigkeit zum Handeln, empfinden aktuelle Debatte aber als spaltend 

 

Berlin. Für eine große Mehrheit der Deutschen (65 Prozent) sind die Folgen des Klimawandels bereits heute spürbar. Die Pandemie-Bekämpfung ausgenommen, sehen sie beim Klima- und Umweltschutz den dringendsten politischen Handlungsbedarf. Damit Einzelne genug für den Klimaschutz tun, befürworten zwei Drittel auch zusätzliche Vorschriften und Regeln (66 Prozent). Trotzdem nehmen 80 Prozent die öffentliche Klimadebatte als spaltend wahr. Das sind zentrale Ergebnisse einer umfangreichen Erhebung* von More in Common, die heute in Berlin veröffentlicht wurde. Dafür wurden Anfang 2021 über 2000 Menschen in Deutschland befragt und Fokusgruppen durchgeführt.  

  

„Wir sehen: Die Menschen sind bereit einen Beitrag gegen den Klimawandel zu leisten. Aber sie wissen, dass das Problem durch ihr Verhalten allein nicht gelöst werden kann. Für den Zusammenhalt ist es also wichtig, dass die Politik entschieden handelt und das Thema nicht den Einzelnen allein auflastet“, sagt Laura-Kristine Krause, Geschäftsführerin von More in Common Deutschland. „Dafür hat die Politik eigentlich auch den Rückhalt der Bevölkerung“. So sagt eine Mehrheit der Deutschen (57 Prozent), dass die meisten Menschen beim Thema Klimaschutz bereits viel weiter sind, als es die Politik häufig glaubt. Mit 45 Prozent ist Hilfslosigkeit das häufigste Gefühl der Menschen in Deutschland zum Klimawandel.  

  

Für More in Common gibt es klare Hinweise darauf, dass Klimaschutz einen Betrag zum gesellschaftlichen Zusammenhalt leisten, aber auch spalten kann. Krause: „Die breit und über Generationen hinweg geteilte Problemwahrnehmung und der große Wunsch, das Ökosystem zu erhalten, eint die Gesellschaft eigentlich. Doch 80 Prozent nehmen die öffentliche Klimadebatte als spaltend wahr. Da stimmt etwas nicht.Insbesondere wie Klimamaßnahmen gedacht und verhandelt werden beschäftigt die Menschen: „Die Menschen in Deutschland fühlen sich beim Klimaschutz als Einzelne in die Pflicht genommen und vermissen gleichzeitig den entschiedenen Gestaltungsimpuls in Politik und Wirtschaft. So fühlt sich das nicht als Gemeinschaftsaufgabe an.“  

  

Mehr als um die eigene Gesundheit, Versorgungslage oder wirtschaftliche Entwicklung machen sich die Menschen in Deutschland Sorgen um den Erhalt der Artenvielfalt, Landschaft und Meere bzw. Ozeane (jeweils 87 Prozent). Größtes Vertrauen beim Thema Klimawandel und Klimaschutz genießen Klimaforscher/innen, Umweltorganisationen (81 Prozent, bzw. 73 Prozent) und Landwirte (63 Prozent), Journalist/innen vertrauen 50 Prozent.  

  

Studie zeigt Klimaeinstellungen unterschiedlicher gesellschaftlicher Segmente  

Der Umfrage liegt ein etabliertes Segmentierungsmodell zu Grunde, das in Deutschland sechs gesellschaftliche Typen mit unterschiedlichen Wertfundamenten und Perspektiven auf Gesellschaft identifiziert hat. Damit schließt diese von der European Climate Foundation geförderte Erhebung an die vielbeachtete More in Common-Studie „Die andere deutsche Teilung“ von 2019 an.  

  

Neben den in Klimafragen besonders aufgeschlossenen Typen (die „Offenen“, „Involvierten“ und „Etablierten“) untersucht die Studie auch die Teile der Gesellschaft, die verhaltener mit dem Thema umgehen. Das umfasst das von More in Common identifizierte so genannte Unsichtbare Drittel (die „Pragmatischen“ und „Enttäuschten“), die ca. die Hälfte der bekennenden Nicht-Wähler ausmachen, sowie die „Wütenden“. Die sechs Typen geben dem Thema Klima einen unterschiedlichen Stellenwert sind sich aber in vielen Fragen durchaus einig. So sind alle sechs Typen mehrheitlich der Auffassung, dass es nichts bringt als Privatperson das Klima zu schützen, solange große Unternehmen weiter verschmutzen, allen voran die häufig AfD-nahen „Wütenden“ mit 79 Prozent.  

Wichtige Ergebnisse auf einen Blick:  

Klimawandel ist für Menschen real: Die Menschen in Deutschland haben gemeinsam, dass der Klimawandel sie enorm beschäftigt - und zwar alle Teile der Bevölkerung und über Generationen hinweg. 80 Prozent der Menschen in Deutschland machen sich Sorgen über den Klimawandel. 65 halten Folgen des Klimawandels bereits heute für spürbar. 

Individuelle Handlungsbereitschaft & Hilflosigkeit als dominantes Gefühl: 76 Prozent der Befragten glauben, dass sie mit ihrem persönlichen Verhalten einen Unterschied beim Klimaschutz machen können. Zugleich haben viele Menschen aber das Gefühl, dass sie mehr tun als ihr Umfeld oder große gesellschaftliche Akteure. 70 Prozent glauben, dass die Wirtschaft eher zu wenig bzw. viel zu wenig für den Klimaschutz tut. Die stärksten Gefühle zum Klimawandel sind Hilflosigkeit mit 45 Prozent, gefolgt von Enttäuschung (31 Prozent) und Wut (27 Prozent).

Umfassender Plan für den Klimaschutz: Ein Großteil der Befragten fordert ein verstärktes Vorgehen gegen die Folgen des Klimawandels: 71 Prozent erwarten von der Politik einen umfassenden Plan, der zügig umgesetzt werden soll. Die bisherige Klimapolitik hält eine Mehrheit für wirkungs- und planlos (63 bzw. 68 Prozent der Befragten). Zudem wollen die Menschen einen gesellschaftlichen Rahmen, der mehr Klarheit gibt: So sprechen sich 66 Prozent der Befragten für mehr Vorschriften und Regeln aus, damit jeder von uns genug für den Klimaschutz macht.  

Klimadebatte wird als spaltend erlebt: Obwohl die allermeisten Menschen über mehr Klimaschutz nachdenken und das Thema verbindendes Potenzial hat, nehmen 80 Prozent der Befragten die öffentliche Klimadebatte häufig als spaltend wahr und meiden oft Gespräche über Klimathemen im privaten Umfeld. 70 Prozent sagen, dass die meisten Menschen in Deutschland den Klimawandel nicht ernst genug nehmen.  

Das Gemeinwesen stärken: Für die Menschen ist Klimaschutz besonders attraktiv, wenn es nicht nur um Verzicht oder ein “Verlustgeschäft” geht, sondern wenn damit auch eine erkennbare Stärkung oder Bereicherung des Gemeinwesens einhergeht. So befürworten 84 Prozent aller Befragten die Einführung eines kostenlosen öffentlichen Personennahverkehrs.  

  

Weitere Informationen. Studie „Einend oder spaltend? Klimaschutz und gesellschaftlicher Zusammenhalt in Deutschland“: www.moreincommon.de/klimazusammenhalt

Zur Organisation More in Common: www.moreincommon.de

Zum Forschungsansatz und den gesellschaftlichen Typen: www.dieandereteilung.de  

  

Hintergrund zur Studie. Die Studie basiert auf der Verbindung von qualitativen Fokusgruppen und einer quantitativen Online-Panel-Erhebung im Februar 2021, die vom Meinungsforschungsinstitut KANTAR durchgeführt wurden. Die Erhebung wurde von der European Climate Foundation gefördert. Dip 10.6

   

 

 

 

 

Oberlandesgericht Hamm. Holocaustleugnung ist keine Meinungsfreiheit

 

Die Leugnung des Holocaust ist nicht von der Meinungsfreiheit gedeckt. Das hat das Oberlandesgericht Hamm in einem Fall eines Mannes aus dem rechtsextremen Spektrum entschieden.

Das Oberlandesgericht des Landes NRW hat in einem Beschluss klargestellt, dass Hass, Antisemitismus und die Leugnung des Holocausts nicht mit dem Begriff der Meinungsfreiheit gedeckt sind. Auf die Mehrdeutigkeit einer Aussage komme es dabei nicht an, erklärte das Gericht in Hamm (AZ: III-3 RVs 19/21).

Der 3. Strafsenat bestätigte damit die Verurteilung eines Mannes aus dem rechtsextremen Spektrum zu einer Geldstrafe von 900 Euro. Die Strafe hatte zuvor das Amtsgericht Bielefeld (AZ: 811 CS 189/19) gefällt und das Landgericht Bielefeld (AZ: 05 Ns 68/19) bestätigt.

Rede auf Demo

Im konkreten Fall nahm der Angeklagte im November 2018 in Bielefeld an einer Sympathiekundgebung für die Holocaustleugnerin Ursula Haverbeck teil, die Mitglieder der Partei „Die Rechte“ angemeldet hatten. Auf der Veranstaltung habe er eine etwa neunminütige Rede gehalten, die weiterhin bei Youtube abrufbar sei, erklärte das Gericht. Dabei habe er unter anderem das angebliche „Schaffen eines Mythos durch die Juden“ in Bezug zu Paragraf 130 des Strafgesetzbuchs gesetzt, welcher das Leugnen des Holocaust unter Strafe stellt.

Schon der Wortlaut der Äußerung sei als Leugnung des Holocaust zu werten, erklärten die Richter in Hamm. Zuhörer könnten und dürften die Äußerung dahingehend verstehen, beim Holocaust handele es sich um eine Erfindung der Juden. (epd/mig 15)

 

 

 

Frankfurt/M. VERSO SUD – Festival des italienischen Films: 26.6. bis 12.7. im Kino des DFF

 

Endlich kehrt die Kultur zurück und auch die Kinos öffnen langsam wieder!

 

Wir haben mit Hochdruck daran gearbeitet, um wie angekündigt VERSO SUD nach dem Online-Angebot im März endlich auch noch in vollem Umfang im Kino präsentieren zu können. Und nun ist es unerwartet bald so weit: Von Samstag, 26. Juni, bis Montag, 12. Juli 2021, sind alle 22 Filme der 26. Festivalausgabe, die ursprünglich Ende November 2020 beginnen sollte, im Kino des DFF – Deutsches Filminstitut & Filmmuseum in Frankfurt zu sehen. Alles musste sehr schnell gehen, weil mögliche Termine knapp sind und Lizenzen teilweise bereits auslaufen. Und natürlich wird es eine ungewöhnliche Ausgabe, ohne feierliche Eröffnung und ohne Gäste (das holen wir im November nach, wenn die 27. Ausgabe von Verso Sud stattfinden wird!), mit sehr eingeschränkter Kapazität und wahrscheinlich auch Test- und Maskenpflicht. Aber dafür mit vielen schönen Filmen endlich wieder auf großer Leinwand!

Der Festivalkatalog mit dem kompletten Programm liegt ab sofort gedruckt im DFF aus, ist aber auch als PDF hier einsehbar: https://www.dff.film/wp-content/uploads/2021/06/dff_versosud26_programmheft-2020-05_web.pdf

Kommenden Donnerstag, 17. Juni, um 15 Uhr wird der Vorverkauf starten. Angesichts der deutlich verringerten Platzkapazität empfehlen wir einen frühzeitigen Kauf von Online-Tickets, weisen aber darauf hin, dass diese nur in Ausnahmefällen und bis einen Tag vor der Vorstellung storniert werden können. An der Kasse reservierte Tickets müssen wie in den letzten Jahren bis zwei Tage vor der Vorstellung abgeholt werden.

Weitere Informationen zum Festival und aktuelle Updates (auch zu den genauen Hygiene-Auflagen, die sich hoffentlich in den nächsten Tagen klären) finden Sie auch auf unserer Homepage unter: www.dff.film/verso-sud. Dff/dip

 

 

 

Imam-Ausbildung. Islamkolleg Deutschland in Osnabrück feierlich eröffnet

 

Jahrzehnte haben islamische Theologen dafür gekämpft, dass angehende Imame in Deutschland auch eine deutschsprachige und verbandsübergreifende praktische Ausbildung absolvieren können. Mit dem Islamkolleg ist das nun erstmals gelungen. Unumstritten ist das Vorhaben aber nicht.

Mit einem Festakt im Beisein von Altbundespräsident Christian Wulff ist am Dienstag in Osnabrück das Islamkolleg Deutschland eröffnet worden. Alle Redner betonten die Bedeutung der bundesweit einzigartigen Ausbildungsstätte für Imame und religiöses Betreuungspersonal für die gesamtgesellschaftliche Anerkennung des Islams in Deutschland. „Das Ausbildungsprogramm des Islamkollegs ist selbstbewusst deutsch und islamisch im Sinne eines Islam, der in unserer Gesellschaft verwurzelt ist, die Werte unseres Grundgesetzes teilt und die Lebensarten unseres Landes achtet“, sagte der Staatssekretär im Bundesinnenministerium, Markus Kerber.

Die Eröffnung sei ein historischer Tag. Damit beginne etwas, „auf das die deutsche Gesellschaft und vielleicht sogar ein großer Teil der islamischen Welt in Europa lange gewartet hat, nämlich eine wissenschaftlich fundierte verbands- und herkunftsübergreifende deutschsprachige Ausbildung von islamischem religiösem Personal“. Er wünsche sich, dass das Kolleg in die gesamte islamische Welt ausstrahle, sagte Kerber. Er betonte, dass Bund und das Land Niedersachsen mit der finanziellen Unterstützung in Höhe von insgesamt 5,5 Millionen Euro für die kommenden fünf Jahre lediglich den organisatorischen Rahmen sicherstelle.

Große Religionsgemeinschaften nicht beteiligt

Die religiösen Inhalte werden Kerber zufolge allein von den beteiligten fünf Islamverbänden bestimmt, denen allerdings nur ein kleiner Teil der Moscheen in Deutschland angehören. Das wirft ein großes Fragezeichen auf: Die großen islamischen Religionsgemeinschaften, die potenziellen Arbeitgeber der künftigen Imame, sind am Kolleg nicht beteiligt. Ob sie Absolventen des Kollegs irgendwann ihre Türen öffnen, ist mehr als fraglich, weil insbesondere die praktische Ausbildung Sache der Religionsgemeinschaften ist. Zudem bilden sowohl Ditib, als auch die Islamische Gemeinschaft Milli Görüs oder der Verband der Islamischen Kulturzentren ihre Imame in Eigenregie aus. Die Ditib greift zudem auf Imame der türkischen Religionsbehörde aus der Türkei zurück, was stark in der Kritik steht.

Dessen ungeachtet bezeichnete Wulff das Islamkolleg als „eine großartige Sache“. Es sei „ein wichtiger und notwendiger Baustein in dem Gesamtkonzept der vollen Gleichberechtigung der Muslime in unserem Land“. Es werde von den Muslimen auch genau so verstanden. Dieser Darstellung hatten die am Kolleg nicht beteiligten großen islamischen Religionsgemeinschaften allerdings schon früh widersprochen. Sie monieren, dass der Staat durch Finanzierung und eine selektive Auswahl der beteiligten Verbände Einfluss auf die Imam-Ausbildung nimmt.

Uçar: Innovationsschub für muslimische Gemeinden

Von dieser Kritik war bei der Eröffnung allerdings keine Rede. Niedersachsens Wissenschaftsminister Björn Thümler (CDU) zeigte sich erfreut, „dass wir jetzt endlich mutige Schritte gehen, um die religiöse Vielfalt auf der Grundlage unserer Verfassung zu ermöglichen“. Mit Blick auf die nicht unumstrittenen Finanzhilfen unterstrich er, der Staat dürfe „seine helfende Hand“ diesem Projekt nicht entziehen. Damit sei das Anerkenntnis des Staates verbunden, dass „eure Religionsausübung für uns einen echten Mehrwert darstellt“.

Der wissenschaftliche Direktor des Kollegs, Bülent Uçar, äußerte sich zuversichtlich, dass die wissenschaftliche Anbindung an die Universität, die strukturelle Unabhängigkeit und die professionelle Vernetzung des Kollegs „einen bedeutsamen Innovationsschub für hiesige muslimische Gemeinden bewirken“ könnten. Das Kolleg achte die vielfältigen muslimischen Strömungen. Er hoffe, dass die Akzeptanz in den Gemeinden auf Dauer wachsen werde, sodass langfristig die nationale Herkunft der Imame und Moscheegemeinden keine so große Rolle mehr spielen werde. „Der Islam wird sich in Deutschland so entwickeln, dass wir von deutschen Muslimen sprechen, die unterschiedlich geprägt sind.“

Ausbildung von Nicht-Imaminnen

Uçar betonte, dass mit Überzeugung auch Frauen ausgebildet würden, auch wenn nicht ausdrücklich von Imaminnen gesprochen werde. Darüber, in welchen Bereichen die Absolventinnen später eingesetzt würden, müssten die jeweiligen Moscheegemeinden entscheiden.

Die zweijährige praktisch-theologische Ausbildung beim Kolleg umfasst sieben Module: Predigtlehre, Koran-Rezitation, Seelsorge, Politische Bildung, gottesdienstliche Praktiken, Gemeindepädagogik und soziale Arbeit. Der erste Ausbildungsjahrgang besteht den Angaben zufolge aus 55 Kollegiaten, unter ihnen 19 Frauen und 36 Männer. 18 von ihnen nehmen an der grundständigen praktischen Ausbildung für Imame und religiöses Betreuungspersonal teil und 17 an einzelnen Modulen. Etwa 20 haben sich für die in einigen Monaten beginnende grundständige Islamischen Seelsorgeausbildung entschieden. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Kölner Museum Ludwig zeigt Fotogeschichten zur Migration

 

Eine Ausstellung im Kölner Museum Ludwig erzählt ab Samstag die Geschichte von Migrantinnen und Migranten in der Bundesrepublik erstmals anhand privater Fotografien. Die Aufnahmen zeigen die Lebenswelt von Einwanderern in den Jahren 1955 bis 1989. Von Claudia Rometsch

 

Strahlend posiert Onur Dülger vor dem Ford-Arbeiterwohnheim in Köln-Buchheim. Er macht den Eindruck eines Mannes, der es geschafft hat. Tatsächlich heiratete der türkische Arbeiter an diesem sonnigen Dezembertag im Jahr 1965 seine deutsche Frau Monika. Allerdings waren die Verhältnisse nicht so rosig wie das Foto glauben macht. Die Trauung fand ohne Verwandte statt. „Monikas Eltern haben sie abgelehnt, weil sie einen Ausländer heiraten wollte“, erinnert sich Dülger. Und eine eigene Wohnung hatte das Paar zunächst auch noch nicht.

Dülger ist einer von 16 Migrantinnen und Migranten, die ihre Geschichte für die neue Fotografie-Ausstellung im Museum Ludwig anhand privater Aufnahmen aus den Jahren zwischen 1955 und 1989 erzählen. Unter dem Titel „Vor Ort: Fotogeschichten zur Migration“ sind bis zum 3. Oktober rund 500 Fotografien, Tondokumente sowie Videointerviews zu sehen. Im Mittelpunkt stehen die Lebensgeschichten von Migrantinnen und Migranten in Köln und anderen Städten im Rheinland und im Ruhrgebiet. Die Migrantinnen und Migranten äußern sich in Interviews zu den Aufnahmen und berichten aus ihren Erinnerungen an ihre ersten Jahre in Deutschland.

Private Aufnahmen im Mittelpunkt

Erstmals stehen damit private Aufnahmen im Mittelpunkt einer Foto-Ausstellung im Museum Ludwig. Zwar haben sich auch professionelle Fotografen dem Thema gewidmet. So zeigt die Schau auch Fotografien von Chargesheimer, Candida Höfer und Ulrich Tillmann, Christel Fomm, Gernot Huber und Günay Ulutunçok. „Man kann die Geschichte aber nur mit Hilfe der Privatfotografien ganz erzählen“, sagt Kuratorin Barbara Engelbach.

Denn nur sie dokumentieren den Blick der Einwanderer auf ihre neue Umgebung. „Die Fotografie spielt als Strategie der Verortung in der neuen Umgebung eine große Rolle“, stellt Engelbach fest. Bei den Privatfotografien handele es sich nicht um schnelle Schnappschüsse, sondern in der Regel um sorgfältig inszenierte Bilder mit einer performativen Wirkung. Sie zeigten, wie sich die Einwanderer in der neuen Umgebung sehen wollten. Als Kulisse dienten oftmals Parks oder das Rheinufer. Da drapierte sich etwa Ali Kanatl? mit drei Freunden vor Blumenrabatten am Aachener Weiher. Necla Türköz lässt sich mit ihren beiden Kindern und Freundinnen 1972 bei einer Rheinfahrt ablichten.

Winzige Wohnungen und Wuchermieten

„Die schlechten Wohnbedingungen tauchen in den Privatfotos nicht auf“, sagt Engelbach. Tatsächlich waren die Migrantinnen und Migranten meist vom Markt guter, bezahlbarer Wohnungen ausgeschlossen und lebten oft in sanierungsbedürftigen Häusern. Häufig teilten sich auch mehrere Familien eine Wohnung. So etwa die Familien Türköz und Üçgüler, die im Kölner Agnesviertel lebten. Ein Foto zeigt die Familien beim fröhlichen gemeinsamen Essen am gedeckten Tisch. Wie beengt die Verhältnisse wirklich waren, ist dabei nicht zu erkennen.

Den nüchternen Blick auf die Lebensverhältnisse der Einwanderer zeigen hingegen Fotografien von Chargesheimer aus dem Kölner Eigelstein-Viertel. Jörg Boström fotografierte das heruntergekommene Viertel Duisburg-Bruckhausen, wo viele Migranten in baufälligen Arbeiterhäusern vor der Kulisse qualmender Schornsteine lebten. Gernot Huber dokumentierte winzige Wohnungen, die Hauseigentümer zu Wucherpreisen an Einwanderer vermieteten.

Vereine, Streiks & NSU

In den 70er Jahren beginnen Migrantinnen und Migranten, sich aktiv für die Verbesserung ihrer Lebensverhältnisse einzusetzen und sich in Vereinen zu organisieren. In ganz Deutschland kommt es zu Streiks sogenannter Gastarbeiter für gerechtere Bezahlung und bessere Arbeitsbedingungen. Eine kurze Filmdokumentation zeigt Aufnahmen vom Streik ausländischer Arbeiterinnen beim Neusser Autozulieferer Pierburg.

Die Anfeindungen gegen Migranten und das Wiederaufkeimen des Rechtsextremismus thematisiert die Ausstellung mit einem Blick auf die Kölner Keupstraße, wo die rechtsterroristische Vereinigung Nationalsozialistischer Untergrund (NSU) 2004 einen Nagelbombenanschlag auf Geschäftsleute mit ausländischen Wurzeln verübte. Am Jahrestag des Anschlags drehte Mitat Özdemir 2018 ein Video, in dem er sich zum Gedenken an die Opfer eine Minute lang auf die Fahrbahn stellte und den Verkehr aufhielt. (epd/mig 18)