WEBGIORNALE   3-16  dicembre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Presentati alla Farnesina libro e web documentary “Italiani di Germania”  1

2.       Il progetto “Italiani d’Europa”  1

3.       Stampa all’estero addio?  1

4.       Migranti. Il Global Compact dell’Onu conviene all’Italia  2

5.       III- Il cammino dell’educazione bilingue  2

6.       Schengen: nuove norme per i controlli temporanei alle frontiere nazionali 3

7.       Gli effetti del DL sicurezza ora legge. Migranti: meno accoglienza per loro, meno sicurezza per tutti 3

8.       Legge di Bilancio e riduzione dei Parlamentari dell‘estero  4

9.       Dibattiti. Riforme costituzionali: superare i limiti della Circoscrizione Estero  5

10.   Eurobarometro. Europee 2019. Cittadini preoccupati per interferenze  5

11.   Luigi Mattiolo, nuovo Ambasciatore d’Itala a Berlino  5

12.   Brexit. I 27 dell’UE compatti verso il divorzio dalla Gran Bretagna  6

13.   La mobilità degli europei 6

14.   Voto all’estero. Il Cgie approva il suo documento  6

15.   Educazione e immigrazione. Il rapporto Unesco  7

16.   I rischi e i paradossi della battaglia anti-Europa  8

17.   L’Istituto tedesco di ricerca economica spezza una lancia a favore dell’Italia  8

18.   “Benvenuti a Berlino”. Un ciclo di incontri spiega ai nuovi arrivati il necessario per integrarsi in Germania  9

19.   Le recenti e prossime iniziative dell’Ambasciata d’Italia a Berlino  9

20.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  9

21.   “Incontri berlinesi”. Il premio ‘Massimo Mannozzi’ alla fondatrice di ‘Infermieri italiani a Berlino’ 10

22.   A Berlino il ’68 fotografato da Uliano Lucas  10

23.   Davide, pompiere a Berlino  10

24.   Celebrata ad Amburgo la “III Settimana della cucina italiana nel mondo”  11

25.   Il 6 dicembre a Monaco di Baviera l'inaugurazione della mostra fotografica “Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018”  11

26.   L’innovazione digitale tra Germania e Italia. Pozza (Unioncamere Veneto) a Berlino  11

27.   A Berlino il 13 dicembre la presentazione del libro “L’asilo al contrario”  11

28.   Progetto: percorso di conchiglie da Venezia a Monaco di Baviera  12

29.   Saluto a Poalo Gatti, uomo di generoso impegno e cultura nella comunità di Monaco di Baviera  12

30.   Appello per una svolta positiva nel settore dei trasporti all’insegna delle energie rinnovabili 12

31.   Le lezioni da imparare sull’emergenza migrazioni 13

32.   Informazione: media e democrazia, equilibrio precario  13

33.   Tasche vuote  14

34.   Decreto sicurezza: per Anci “pericoloso arretramento sulle politiche relative all'immigrazione. Così si creano irregolari”  14

35.   Tenuto a Roma il seminario promosso e organizzato dal Cgie sulle donne all’estero  14

36.   Sopravvivere  15

37.   Rete consolare e digitalizzazione. Il punto di vista del Cgie  15

38.   Leadership e rappresentanza della presenza femminile all’estero, ruolo nella promozione della cultura italiana  16

39.   Donne italiane all'estero: verso la Prima Conferenza Mondiale  17

40.   UE. Due nuove sfide per la politica internazionale  17

41.   Il peggio della politica  17

42.   L'Europa boccia la manovra  17

43.   Luigi Maria Vignali (Mae) sulla Conferenza dei Consoli italiani nel mondo  18

44.   I bambini sono le vittime innocenti 18

45.   Il seminario dei giovani italiani nel mondo  18

46.   Gli Ordini del Giorno votati dall’assemblea Plenaria del Cgie  19

47.   Fronte economico nazionale  19

48.   Le donne all’estero veicolo di lingua e di cultura  19

49.   Salute: il medico è il garante dell’interesse del paziente, anche nei confronti del Servizio sanitario  20

50.   Plenaria Cgie. I lavori della sesta Commissione  20

51.   Andare oltre  20

52.   Plenaria del Cgie. La Prima Conferenza Mondiale delle donne italiane all’estero  21

53.   Il dibattito conclusivo del Cgie a Matera  21

54.   Detrazioni per carichi di famiglia ai pensionati residenti all'estero: necessario fare domanda ogni anno  22

55.   Plenaria Cgie. La relazione della Commissione Continentale ‘Europa e Nord Africa’ 22

56.   Verso la Conferenza dei giovani italiani nel mondo  22

57.   Pagamento pensioni all’estero: accertamento esistenza in vita 2018  23

58.   Si sono tenuti i lavori del Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo  23

 

 

1.       Zustimmung. Bundestag stellt sich hinter UN-Migrationspakt 23

2.       UN-Migrationspakt: Was spricht dafür, was dagegen?  24

3.       "Das Paris-Abkommen? - Das sind bisher nur Buchstaben auf weißem Papier."  24

4.       Vatikan-Verantwortlicher: Stehen voll hinter UN-Migrationspakt 25

5.       Die Ukraine unter Kriegsrecht 25

6.       EU-27 stimmen Brexit-Deal zu  26

7.       „UNO-Migrationspakt ist wichtig gegen Illegalität“  26

8.       Apocalypse not 27

9.       Flüchtlings- und Migrationspolitik. Zwei Pakte für eine bessere Welt 27

10.   Aufenthalt zeitlich befristet 27

11.   Dombrovskis: Italien „schlafwandelt in die Instabilität“  28

12.   Nationales Interesse. Merkel und Seehofer verteidigen UN-Migrationspakt 28

13.   Stillstand im Revier 29

14.   Macron für ein Europa der zwei – oder drei – Geschwindigkeiten  29

15.   Europa ist keine Gretchenfrage  30

16.   EU-Diplomaten: Rücknahme des Brexit keine Option  30

17.   Diskussion. Bundesregierung verteidigt UN-Migrationspakt gegen Kritik  31

18.   Koalition stimmt über Resolution zu UNO-Migrationspakt ab  31

19.   Islamkonferenz. Horst Seehofer. „Muslime gehören zu Deutschland“  31

20.   Ende einer wunderbaren Freundschaft 31

21.   Zustimmung und Ablehnung. Union ringt weiter um Konsens zu UN-Migrationspakt 32

22.   JRS zur Asyldebatte: Grundrechts-Änderung wäre falscher Weg  32

23.   Ohne Paktgefühl. Warum eine linke Kritik am Migrationspakt notwendig ist. 33

24.   CDU-Vorsitz. Das „C“ wird katholischer 33

25.   70. Jahrestag der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte  34

26.   Deutsche Islamkonferenz. Innenministerium offen für Debatte über eine Moschee-Steuer 34

27.   Deutschland: Caritas kritisiert Merz-Vorstoß zu Asylrecht 34

28.   Studie. Weiter Defizite bei Berichterstattung über AfD  34

29.   Keine Besserung an der Blenderfront - Licht-Test 2018 zeigt unverändert hohe Mängel bei Pkw   35

30.   Arbeitslosigkeit sinkt erneut 35

31.   Schwarz-rote Einigung. Entwurf für Einwanderungsgesetz steht 35

32.   Was ist neu? Neuregelungen im Dezember 35

 

 

Presentati alla Farnesina libro e web documentary “Italiani di Germania”

 

Oggi la Germania non sarebbe pensabile senza i tanti migranti e soprattutto senza italiani che hanno portato idee e capacità nuove - Italiani e tedeschi in tutti questi anni hanno continuato ad avvicinarsi, a conoscersi e comprendersi

 

ROMA – “Italiani di Germania” è un volume edito da Peliti Associati, con testi di Lorenzo Colantoni e fotografie di Riccardo Venturi; è nato da un progetto di Akronos, con il supporto istituzionale del Maeci e quello del National Geographic in veste di media partner. “La comunità italiana in Germania non è una comunità qualsiasi: è una collettività estremamente numerosa e importante, che ha una grande storia alle spalle, che ha contribuito in modo significativo a fare della Germania il Paese che è oggi”, commenta nell’incipit della prefazione al volume l’Ambasciatore Pietro Benassi. Come si legge anche nell’introduzione, “parlare degli italiani in Germania va oltre il racconto dell’emigrazione in sé, in quanto si tratta di un rapporto continuo e complesso come pochi ne sono esistiti tra gli italiani e i popoli di altri Paesi europei e del mondo”. E’ un rapporto che è stato spesso figlio del luogo comune e della reciproca attrazione, tra l’efficienza tedesca e la creatività italiana; tuttavia, per dirla con le parole dell’italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo, direttore del settimanale Die Zeit, “negli italiani c’è un pragmatismo ineguagliabile e nei tedeschi quell’idealismo che ha fatto nascere il Romanticismo”. Insomma è un rapporto quasi di comprensione-incomprensione dettato da differenze ed affinità. Un fiume in piena di storie che va oltre i dati numerici, secondo i quali gli italiani residenti in Germania sarebbero compresi tra i settecentomila, stando ai dati dell’Ufficio statistico tedesco, e il milione, secondo le stime dell’Ambasciata.

Una canzone in sottofondo accompagna i preparativi per la presentazione del volume, nella Sala Aldo Moro della Farnesina: è la canzone “Zwei Kleine Italiener” che tradotto vuol dire “Due piccoli italiani”. La canzone fu portata all’Eurovision Song Contest nel 1962 da Conny Froboess: un’edizione che vide, per la prima volta, la Germania presentarsi in un contesto musicale internazionale parlando della comunità italiana. Come ha evidenziato durante la presentazione il direttore generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, questa canzone cadeva in un momento storico in cui il popolo tedesco riscopriva gli italiani. “Erano trascorsi appena diciassette anni dalla fine del secondo conflitto mondiale eppure già si cominciava a capire il contributo dato dagli italiani alla ricostruzione della Germania. Era importante in quegli anni ricostruire non soltanto una comune coscienza europea, ma anche fisicamente il Paese tedesco: gli italiani non fecero mancare il proprio prezioso contributo. Lo spirito di molti, tra coloro che andavano lì, era dunque quello di sentirsi partecipi di una comunità e i tedeschi capirono che gli italiani non stavano dando solo un contributo in quantità ma anche e soprattutto in qualità”, ha spiegato Vignali.

Viktor Elbling, Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia, ha parlato del tema delle percezioni che hanno i due popoli, l’uno rispetto all’altro, e della necessità di dare molta più voce a coloro che vivono o che hanno vissuto in prima persona la questione migratoria, proprio per poter abbattere ogni stereotipo. “Non mi è per nulla estraneo avere due culture nel mio cuore anche perché ho avuto il privilegio di far parte fin dall’inizio di entrambe le culture, a differenza di chi è emigrato o dei cosiddetti Gastarbeiter (lavoratori ospiti) come venivano appunto chiamati gli italiani delle migrazioni degli anni ’60 e ‘70. In quegli anni la Germania non era ancora pronta ad essere accogliente: aveva più una necessità di tipo industriale che una capacità di vedere nei migranti una risorsa umana. Grazie a quegli italiani, emigrati della prima ora, il volto della Germania è cambiato tanto: questo perché la migrazione cambia anche chi accoglie. Oggi la Germania non sarebbe pensabile senza i tanti migranti e soprattutto senza italiani. Gli italiani hanno portato idee e capacità nuove, con una sorta d’italianizzazione della Germania in vari settori: dalla gastronomia alle start-up innovative, dalle accademie all’arte e alla moda. Abbiamo dunque accettato di divenire un Paese d’immigrazione: soltanto gli italiani, che ogni anno arrivano in Germania, sono circa venticinquemila”, ha spiegato Elbling.

A poi ripreso la parola il direttore generale Vignali: “Grazie all’Ambasciatore per queste sue parole che dimostrano come italiani e tedeschi, Italia e Germania, in tutti questi anni abbiano continuato ad avvicinarsi, a conoscersi e comprendersi. Da un lato gli italiani hanno capito che bisogna impegnarsi per ottenere un risultato, e certo si sono molto impegnati, dall’altro i tedeschi hanno capito che gli italiani non danno solo un contributo di quantità , ma, come ha ricordato l’ambasciatore,  potevano far bene”.  

 

Lorenzo Colantoni, autore dei testi del volume, ha voluto evidenziare come questo sia soltanto un tassello di un progetto più ampio che riguarda gli italiani d’Europa, comunicando la lavorazione di un prossimo capitolo riguardante l’Europa dell’Est: ciò dopo aver affrontato appunto l’emigrazione italiana nel Regno Unito, nel Belgio e in Germania. “Bisogna parlare d’Europa con il contributo di chi ha vissuto all’estero in prima persona. Nei nostri lavori ragioniamo all’interno di un arco temporale che va dai primi del ‘900 ai giorni nostri, con un taglio abbastanza ampio sulle migrazioni di massa degli anni ’50. Dal 2014 il numero degli italiani emigrati è superiore a quello degli immigrati che invece arrivano in Italia. La domanda che ci ha portato a realizzare questo lavoro si riferisce a chi siano gli italiani in Germania, nonché a quale sia la loro anima. Oggi in Germania vive quasi un milione d’italiani e ci sono realtà, come la città di Wolfsburg, dove l’italiano è presente ovunque”, ha aggiunto Colantoni.

Riccardo Venturi, autore delle fotografie, ha parlato dal suo punto di vista di un approccio più artistico al volume, rispetto a quello di Colantoni che è invece più analitico. “Ho viaggiato molto nel mondo facendo il fotoreporter di guerra per anni. Quindi, quando mi è stato proposto questo lavoro, mi sono interrogato su quanto realmente c’entrasse la mia precedente esperienza. Con le mie foto intendo far parlare i luoghi; ma anche rendere omaggio alla memoria degli italiani emigrati, nei quali si percepiscono sempre una nostalgia e un sogno di tornare in Italia; infine mi interesso di fornire dei ritratti su chi siano realmente questi italiani, ricostruendone il passato. Alla fine vedo l’uomo come una commistione, come il frutto di una contaminazione costante e continua che è salutare: ne sono un perfetto esempio proprio gli italo-tedeschi con i caratteri fusi delle due culture, che sono complementari”, ha affermato Venturi.

Prima di introdurre l’intervento del direttore di National Geographic Italia Marco Cattaneo il direttore generale Vignali ha sottolineato come far parlare la memoria attraverso le immagini presenti una constante fondamentale: “quella della complementarietà dei caratteri italiano e tedesco. Una comprensione che in una linea di continuità dai primi migranti fino ai giovani che ancora oggi si recano in Germania. Come dicono i tedeschi – ha aggiunto - ‘la mela non cade lontano dall’albero’, quindi fondamentalmente nonni e nipoti italiani e tedeschi si ritrovano in questa complementarietà”.

Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Italia, ha sottolineato come “più che vedere gli italiani in Germania, in questo documentario si veda l’immagine di uno scambio reciproco”, ricordando la storia di successo del suo amico Jacob Staude della Haus der Astronomie di Heidelberg, quale esempio straordinario d’incontro tra i due Paesi in questione.

 

Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri, ha ricordato di essere figlio di un’emigrazione simile e allo stesso tempo diversa da quella degli italiani in Germania. “Simile – ha spiegato Merlo - perché la motivazione alla base dell’emigrazione è sempre quella della necessità, che non è mai una scelta; diversa invece per la distanza perché, quando si parla di emigrazione negli Usa o in Sudamerica, vengono sempre in mente giorni interi in nave. Emigrare in Sudamerica appare comunque più facile, rispetto alla Germania, per una maggiore familiarità con la lingua spagnola o con quella portoghese da parte del cittadino italiano. In America Latina ci sono più oriundi, circa cinquanta milioni, che nuovi italiani: ci sono figli, nipoti e pronipoti che spesso parlano poco l’italiano, mentre in Germania c’è una migrazione ancora attuale che è la seconda più numerosa al mondo. Ciò determina un lavoro di un certo impegno anche per i servizi consolari. Vorrei infine volgere – ha concluso il sottosegretario - una grande riflessione sulla necessità dell’Europa unita: se si deve criticare l’Europa, lo si deve fare non per distruggerla ma per rafforzarla”.

“Grazie sottosegretario per averci ricordato che Germania e Italia – ha affermato il direttore generale Vignali concludendo l’incontro - sono dall’inizio al centro del progetto europeo, lo sono loro e i loro popoli, e quindi credo che sia opportuno concludere con una citazione tratta dal libro . ‘Sono in tanti quelli che credono al progetti al europeo e sono disposti a portalo avanti sulle proprie spalle, lo fanno promuovendo una visione che non è più delimitata dai confini nazionali e cercano di anteporre l’europeità all’essere italiani, francesi e tedeschi, ecco questo per me è il modo migliore per poter mettere un giorno un volto sotto la bandiera europea e questo volto, lo vedremo allo specchio, sarebbe quello di tutti noi’”.

Simone Sperduto, Inform 29

 

 

 

Il progetto “Italiani d’Europa”

 

Roma - Il progetto “Italiani d’Europa” vuole raccontare la storia presente e passata delle comunità italiane in Paesi europei chiave, con una serie di libri fotografici, web documentary multimediali e reportage tradizionali sul magazine di National Geographic. Il progetto nasce come espansione di “Italians and the UK”, libro e web documentary pubblicati nel luglio 2016. Dopo “Italiani del Belgio”, presentato al pubblico a febbraio 2018, “Italiani di Germania” rappresenta il secondo capitolo della serie, che si concluderà nel 2019 con un’ultima pubblicazione dedicata agli “Italiani dell’Est Europa”.

Nell’attuale fase storica, in cui il progetto di un’Europa unita sembra avere perso l’originario slancio ideale e manifesta segni di appannamento nel sentire dei cittadini europei, le vicende degli emigrati italiani danno testimonianza di un processo di integrazione, che, seppure non ancora pienamente compiuto, rappresenta un esempio comunque incoraggiante.

La collettività italiana presente in Germania costituisce, per dimensioni, la seconda comunità di connazionali all’estero e conta attualmente quasi 800.000 persone (per limitarsi solo a quanti sono ufficialmente iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero). È una realtà molto composita e articolata, che nello scorrere dei decenni ha offerto un rilevante apporto allo sviluppo economico e sociale della Germania Si tratta inoltre di una comunità ancora in crescita, essendo la Germania una delle mete preferite dalla nuova mobilità italiana.

“Italiani di Germania”, nel delineare il profilo generale di una collettività che nel tempo è andata incontro ad una significativa evoluzione delle sue componenti e delle sue caratteristiche, presenta una serie di ritratti individuali che ne risultano emblematici: dall’artista circense al dirigente dell’Agenzia spaziale europea, dall’operaio al docente del Conservatorio musicale, dal gestore del ristorante all’assistente sociale.

Anche in questo caso, il progetto si è avvalso della collaborazione con l’Archivio Diaristico Nazionale, ove sono raccolti e custoditi migliaia di diari italiani dal 1700 a oggi, fra i quali anche centinaia di diari, memorie biografiche e testimonianze di italiani emigrati. Il progetto si presenta con caratteristiche innovative: oltre al volume a stampa con testi e foto, pubblicato da Peliti Associati, viene pubblicato anche un web documentary. Si tratta di un portale multimediale in cui si sviluppa il racconto degli italiani di Germania tramite foto, clip video e mini-documentari. Una modalità narrativa che cerca di superare le barriere del giornalismo sul web tradizionale, tramite la collaborazione con il media partner National Geographic. De.it.press

 

 

 

 

Stampa all’estero addio?

Qualcosa sta cambiando nel Paese se il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ultimo mese ha sentito la necessità di ribadire più volte che l’informazione è un bene pubblico di rilevanza costituzionale.  E che la libertà di stampa e la tutela delle minoranze richiedono il sostegno dello Stato. In un tempo in cui pare che tutto debba essere ricondotto alla legge di mercato, il valore del pluralismo nell’informazione torna ad essere al centro del dibattito. Qui ci interessa in particolare quello che dà voce ai territori, alle periferie, alle realtà decentrate, alle collettività italiane nel mondo.

Sono i giornali di carta e sul web che raccontano una comunità, un’area ben definita del Paese, compreso quello all’estero. Molte delle notizie che diffondono non arrivano mai alla ribalta nazionale. Sono i giornali locali, quelli di categoria, che, come ha sottolineato papa Francesco per quelli diocesani, sono “voce, libera e responsabile, fondamentale per la crescita di qualunque società che voglia dirsi democratica, perché sia assicurato il continuo scambio delle idee e un proficuo dibattito basato su dati reali e correttamente riportati”. Hanno una tiratura legata al territorio e svolgono una funzione indispensabile e preziosa nella crescita democratica della Nazione, della società civile, e consentono di essere consapevoli del tempo che si sta vivendo. Ancor più nell’attuale contesto comunicativo che avvolge tutti con sempre nuovi strumenti, veloci e persuasivi.

Da quest’anno, dopo un lungo ed articolato lavoro a livello parlamentare e dei protagonisti dell’informazione, tra cui le organizzazioni di testate cui siamo federati (Fisc e Fusie), è in vigore la riforma del comparto editoria, la legge del 15 maggio 2017 n. 70, che con regole chiare, trasparenti ed eque, sostiene l’informazione locale (carta e web) legata al no-profit, alle cooperative dei giornalisti, al volontariato. È una buona legge. Ci sono voluti più di tre anni per scriverla. Fa chiarezza su chi prende i contributi pubblici, come gli enti senza fini di lucro, i periodici delle minoranze linguistiche, i giornali diffusi all’estero. Non ci sono più i giornali di partito. I maggiori e popolari quotidiani e periodici non ci sono mai stati.

Da lunedì 26 novembre è stata affidata alla Commissione Bilancio del Senato la discussione su un emendamento, presentato dal parlamentare palermitano Adriano Varrica, del Movimento 5 Stelle, che rimette in discussione tutto questo. Prevede infatti l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Elimina quel fondo per il pluralismo che permette alle realtà editoriali minori di esistere. In pratica si va a tagliare completamente, da gennaio 2020, una legge (la 70), che oltre tutto deve ancora dare i primi benefici, essendo entrata in vigore dal 1° gennaio 2018.

È un emendamento che deve essere bocciato. Non è materia di Legge di Bilancio, non è nel contratto di Governo. Siamo sicuri che tutti i 18 parlamentari eletti all’estero, a prescindere dalla loro appartenenza politica, ed a cominciare dal sottosegretario agli Esteri on. Merlo, con delega per gli italiani nel mondo, sapranno fermare un emendamento che condannerebbe a morte sicura gran parte delle testate cartacee dell’estero. Compreso il mensile “Corriere d’Italia”, edito a Francoforte sul Meno dalla Delegazione delle Mci grazie anche al contributo annuale del fondo del Ministero degli Esteri per la stampa italiana all’estero.

Durante il recente convegno del 15 novembre alla Farnesina sulla stampa all’estero, promosso dal Cgie e dalla Fusie, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Vito Crimi (M5S), ha confermato il mantenimento del fondo per il pluralismo, affermando che sarebbero cambiati solo i criteri di assegnazione dei contributi: non più agli editori come avviene ora, ma ai progetti innovativi. Quale è la verità? Nel caso che sia così, chi deciderà se un progetto è innovativo, in assenza di criteri oggettivi e di una Commissione di controllo, come è stato fino ad ora?

Tutto si può ridiscutere e migliorare, ma, per un comparto così significativo, delicato e complesso come la libertà di stampa e il pluralismo informativo, occorre un ascolto più ampio con coloro che sono coinvolti. Evitando dogmatismi pregiudiziali, e guardando alla realtà delle cose ed al contesto democratico.

Un cambio repentino della legge metterebbe a rischio anche i posti di lavoro di migliaia di giornalisti che sono radicati sul territorio. E non è immaginabile un Paese impoverito di queste voci, sarebbe privato di apporti fondamentali al dibattito sociale e civile. Verrebbe meno un’informazione credibile sempre sul campo al di là delle tante, troppe, fake news che proliferano. 

Confidiamo, quindi che non si proceda al cambiamento attraverso la legge di Bilancio, ma che si apra un confronto costruttivo e aperto per continuare a sostenere il pluralismo. CdI/De.it.press

 

 

 

 

 

 

Migranti. Il Global Compact dell’Onu conviene all’Italia

 

Il 19 settembre 2016 l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato all’unanimità la Dichiarazione sui migranti e rifugiati, riconoscendo la necessità di un approccio globale alla mobilità umana. A tal fine è stato programmato un ampio percorso di consultazione con le più rilevanti istituzioni pubbliche e private coinvolte, seguìto da negoziati intergovernativi che hanno prodotto la bozza finale del “Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare”. In parallelo, con analogo percorso, è stato elaborato il “Global Compact sui rifugiati”. Entrambi i patti saranno adottati dalla comunità internazionale entro il 2018.

Isolarsi significa rimanere isolati

Senza un quadro di riferimento comune è impossibile governare la mobilità umana nelle sue molteplici forme. È una responsabilità che nessun Governo può sottovalutare, in particolare nel continente europeo, già in forte declino demografico di fronte a una crescita di popolazioni giovani in aree a noi molto vicine. Isolarsi significherà rimanere isolati. Sfidare gli altri Stati significa provocare altrettante reazioni. Abiurare a principi condivisi significa non poterli far valere a nostro vantaggio nei contenziosi internazionali.

Giusta quindi è l’esigenza di un quadro di riferimento universale, entro il quale le diverse opzioni politiche possano ritrovarsi nell’adesione ad alcuni principi comuni, che sono sostanzialmente quelli definiti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e, per quanto ci riguarda, quelli sanciti dalla nostra Costituzione.

L’Italia non può permettersi chiusure

Un Paese importante nello scenario mondiale come l’Italia non può permettersi chiusure, ma deve favorire, nel proprio interesse, e senza ignorare quelli altrui, alcuni comuni denominatori politici sulla cui base esercitare la propria influenza. Su temi complessi e globali, come quello dei migranti, la sovranità dello Stato si esercita più responsabilmente all’interno di intese internazionali che, proprio perché tali, possono meglio facilitare risposte convenienti, credibili e sostenibili.

Si tende alla chiusura nell’immaginaria convinzione della conseguente salvaguardia dei propri valori, cultura, privilegi, sicurezza. Da un lato erigendo muri e barriere di filo spinato contro presunti invasori, oppure mettendo in atto misure discriminatorie e divisive atte a scartare tipologie indesiderate di esseri umani; dall’altro cercando di stabilire accordi bilaterali con paesi che dovrebbero (perché mai?) mostrarsi compiacenti, disponibili a tradire i propri valori umani, comunitari, i propri cittadini e perfino i propri interessi per favorire le politiche del “prima noi” – italiani, ungheresi, austriaci, cechi e tutti gli altri abitanti nati nella parte fortunata del pianeta -, che sottendono la chiusura all’altro, il fastidio per lo straniero e il diverso, talvolta anche il disprezzo dell’essere umano bisognoso di aiuto.

Eliminare è impossibile, regolare è interesse di tutti

Se i movimenti migratori non possono essere eliminati, possono però essere governati e regolati. È nell’interesse di tutti farlo ed è compito dei governi provvedervi in modo coordinato, con un’impostazione che abbia elementi comuni perché riguarda tutti e richiede il contributo coerente di tutti.

Allo stato attuale del multilateralismo e di certo malinteso sovranismo, non è pensabile definire nuove disposizioni vincolanti, che potrebbero forse essere ancora fissate a livello continentale e regionale sulla base delle realtà esistenti. È però possibile dotarsi di un approccio comune, coerente, che riprenda i principi fondamentali e le convenzioni che la comunità internazionale ha adottato, che rappresentano le fondamenta e la base giuridica della comune convivenza.

Che cos’è e che cosa prevede il Global Compact

Il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare (tre aggettivi che esprimono quanto l’Esecutivo italiano sta cercando di perseguire) riprende tali principi e norme basilari, riproponendoli in modo corrispondente alla realtà migratoria odierna in 10 principi guida e 23 obiettivi per un governo sostenibile dei movimenti migratori.

Il relativo piano di azione, coerente con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, invita gli Stati ad una maggiore cooperazione e solidarietà ed alla collaborazione con gli attori coinvolti, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Si tratta di un documento di mediazione tra posizioni differenti, con indicazioni che nella loro sovranità ed autonomia gli Stati possono utilizzare secondo le proprie opzioni politiche, priorità, valutazioni e possibilità.

Non si tratta infatti di un patto vincolante, ma la sua adozione il prossimo 10 dicembre a Marrakech in Marocco (felice è la coincidenza con i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani) può mettere davvero le basi per potere immaginare un governo ordinato, regolare, sicuro della migrazione, togliendola dalle mani di trafficanti e criminali, contenendo i movimenti illegali, dotandosi di regole chiare, precise e giuste, assicurando sicurezza ai cittadini ed agli stessi migranti, garantendo maggiormente il rispetto della dignità e dei diritti della persona umana.

Uno strumento utile all’Italia

Un recente documento dell’associazione di Ong di cooperazione internazionale e aiuto umanitario “Link 2007” ha evidenziato questi aspetti, concludendo che il Patto globale sulle migrazioni conviene all’Italia. In particolare come riferimento per una definizione complessiva, coerente e lungimirante della propria politica migratoria, superando l’approccio emergenziale e settoriale; come strumento per rafforzare le proprie ragioni nelle relazioni e negoziazioni con gli altri Paesi europei; come tramite per facilitare le trattative nella definizione dei necessari accordi bilaterali con i paesi di provenienza e di transito che occorre moltiplicare nel prossimo futuro.

Può infatti fornire ai decisori italiani e a quelli europei lo strumento per superare almeno in parte l’inconciliabilità delle posizioni contrapposte sulla questione dei migranti, indicando quel comune filo conduttore su cui poggiare le priorità e le scelte; rafforzando così anche la richiesta italiana di maggiore cooperazione e solidarietà e di decisioni politiche maggiormente condivise

È indispensabile per mostrare rispetto, credibilità e coerenza nella definizione di accordi bilaterali o regionali con i Paesi di partenza e di transito dei migranti, anche per potere concordare i necessari ritorni. Può inoltre indicare il percorso per definire quella strategia politica complessiva e lungimirante di cui l’Italia ha da tempo bisogno e nella quale inserire coerentemente e senza improvvisazioni i provvedimenti normativi settoriali.

A Marrakech il Governo italiano ha un ruolo da giocare nell’interesse del nostro Paese: non chiudendosi a riccio ma guardando in alto e guardando lontano. Nino Sergi, AffInt 27

 

 

 

 

III- Il cammino dell’educazione bilingue

 

Precisiamo intanto che in questa serie di articoli parlando di educazione bilingue abbiamo in mente il caso di genitori di lingue diverse o dei quali almeno uno parli correntemente una seconda lingua – in condizioni ideali a livello di lingua materna. Ci sono certamente casi di genitori che sono bilingui o plurilingui per varie ragioni, ma le cui conoscenze nelle altre lingue oltre quella materna, per quanto complete e di alto livello, sono pur sempre di fatto lingue apprese “in aggiunta” ad una lingua materna (o paterna). Anche in questi casi è possibile un’educazione bilingue con successo, ma l’impegno sarà più consistente poiché verrà a mancare una dimensione che spesso passa inosservata ma è invece fondamentale: la dimensione affettiva ed emozionale.

Nessuno è in grado di esprimere allo stesso modo, cioè con la medesima naturalezza ed autenticità, i propri sentimenti ed emozioni in tutte le lingue che padroneggia, sebbene anche a livello formale sia in grado di utilizzarle tutte con la medesima completezza e correttezza. 

Per ognuno di noi c’è sempre una lingua in cui ci si sente completamente “a casa”, che è quella con la quale abbiamo un rapporto affettivo più intenso. Al limite può anche essere la lingua che padroneggiamo meno di altre, ma nella quale ci identifichiamo perché è quella che abbiamo appreso da bambini in un contesto affettivo positivo. Per il sottoscritto ad esempio questa è la variante piemontese-occitana appresa dai genitori: con nessuna della dozzina di altre lingue apprese in seguito esiste il medesimo rapporto intimo ed affettivo. In altre lingue posso esprimere compiutamente il mio pensiero, in varie di esse ha scritto articoli, saggi e racconti, ma nel caso migliore quando si tratta di emozioni e sentimenti si tratta sempre in un certo senso di adattamenti dalla lingua famigliare che ho citato sopra.

È un poco come con le persone che si incontrano nel corso dell’esistenza, anche quelle con cui si intrecciano i rapporti più stretti. In un certo senso, a parte i genitori, i nonni, i fratelli e le sorelle, tutti gli altri sono fondamentalmente estranei. Si possono avere con loro rapporti magari migliori che con i genitori, ma inconsciamente l’impronta lasciata dai genitori è quella che forma gli individui e che magari inconsciamente condiziona nel bene tutta la vita.

Si può dire che null’altro è così intimo e fondamentale nella nostra identità che la lingua (o le lingue) apprese nell’infanzia.

Ne abbiamo un esempio illustre e molto istruttivo nel romanzo autobiografico “Lessico famigliare” di una famosa scrittrice, Natalia Ginzburg:

”Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia (…)  per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone.”  

Le parole hanno sì un significato comune per consentire la comprensione reciproca fra tutti i parlanti, ma per ciascuno hanno anche una dimensione personale, un significato aggiuntivo indissolubile che si forma nel momento e nel contesto in cui la parola viene trasmessa dai genitori ed appresa e poi utilizzata nella comunicazione famigliare. Non esistono parole neutre, esse acquistano sempre un significato particolare nel contesto sociale in cui vengono usate.

Come affermava uno studioso di letteratura russo (Bachtin), ogni parola ha il sapore del contesto, cioè dell’ambiente sociale in cui viene utilizzata, e dunque “non abita nei vocabolari ma nella bocca delle altre persone” coi cui si comunica.

Di qui l’importanza decisiva della scelta della lingua da parlare ai figli: una lingua appresa come lingua straniera, per quanto perfettamente padroneggiata non avrà mai la dimensione affettiva di una lingua posseduta ed appresa come lingua materna (o paterna).

Non si sottolineerà mai abbastanza il valore affettivo della (o delle) lingue usate dai genitori coi figli: con essa (con esse) il bambino viene condotto a vedere il mondo, a descriverlo, a spiegare le proprie sensazioni ed emozioni. Se la lingua in cui apprende non ha lo stesso valore affettivo per il genitore che la parla, essa resterà un semplice codice per comprendersi e passare informazioni, ma non diverrà mai un qualcosa di intimo e basilare per il futuro sviluppo. Le famiglie benestanti in passato utilizzavano governanti per educare in modo plurilingue i propri figli, ed era normale che fossero anche tre o quattro le lingue che questi fortunati bambini potevano imparare nell’infanzia senza sforzo, e magari anche con una certa dimensione affettiva se le governanti ne erano capaci. Ma genitori che ai nostri giorni volessero ad esempio educare in modo bilingue i propri figli parlando loro una lingua straniera non otterrebbero in alcun modo il medesimo risultato: infatti il principio “una persona - una lingua” è fondamentale. I bambini possono benissimo rendersi conto ad un certo punto che i loro genitori fra di loro o con altri parlano svariate lingue: ma ciò che conta è che UNA lingua sia il tratto che li accomuna con ciascuno dei genitori.

 

Nel periodo dagli anni dal 1980 fino al 2000 era opinione corrente quasi unanime e difesa ad oltranza dai docenti tedeschi che i genitori stranieri dovessero assolutamente parlare coi figli solo e soltanto il tedesco. Mi dicono che ora questa insensata opinione sia fortunatamente pressoché scomparsa. Spero che sia vero, ma mi è difficile crederlo poiché so che sono in corso progetti in varie università tedesche per verificare se l’educazione bilingue e il mantenimento delle lingue di origine dei migranti sia un fatto positivo o negativo, cosa che dimostra che rispetto ad altre nazioni qui si sia ancora indietro di almeno mezzo secolo rispetto ad una sana pedagogia interculturale. Ma evidentemente più che di opinioni scientificamente suffragate si tratta di una conseguenza di un atteggiamento politico che stenta a morire. Anche se più nessuno (salvo pochi estremisti) si avventura oggigiorno a sostenere contro ogni evidenza che “la Germania non è Paese di immigrazione” come veniva solennemente proclamato dai partiti di maggioranza fino a pochi anni or sono, evidentemente le opinioni motivate da ideologie piuttosto che da osservazione e studio dei fatti perdurano.

Documentatamene, ancor oggi il primo consiglio che viene dato ai genitori quando un alunno straniero ha qualche difficoltà nella scuola tedesca continua ad essere quello di “concentrarsi sull’apprendimento del tedesco e sospendere la frequenza ai corsi della lingua d’origine”.

Un consiglio tanto assurdo da apparire incredibile: sarebbe come a dire che la lingua appresa dal bambino prima dell’ingresso nella scuola diventi improvvisamente non solo priva di valore ma addirittura dannosa per ogni successivo apprendimento, dunque un qualcosa da estirpare come si fa con le erbacce per migliorare il raccolto.

Questi “consigli” insensati rasentano la criminalità se si pensa ai danni affettivi e cognitivi che di conseguenza hanno subito generazioni di bambini stranieri in Germania. Non ultimo i genitori che hanno seguito questi consigli hanno poi finito per constatare che lungi da apportare miglioramenti per il profitto nella scuola tedesca, l’abbandono della lingua d’ origine e l’uso coi figli del tedesco appreso in ambiente di lavoro (il cosiddetto: “Gastarbeiterdeutsch”) aveva effetti e risultati devastanti esattamente per l’apprendimento del tedesco corretto !

Una linguista Finalandese (Skuttnabb-Kangas) aveva giustamente introdotto il termine “linguicidio” per designare questa deleteria e falsa concezione pedagogica aggiungendo la velenosa ma giustificata e documentata considerazione che ad es. nella seconda metà del secolo scorso, per annientare la lingua curda degli immigrati turchi in Germania, avevano avuto maggior successo i “consigli pedagogici” degli insegnanti tedeschi che non le misure repressive (prigione) dei governi turchi in patria. 

 

Premessi gli effetti positivi, non si deve dimenticare che nulla è regalato: il cammino dell’educazione bilingue non è lineare e costituito da successi e progressi costanti ma un processo costituito da fasi alterne, poiché crescendo i bambini si troveranno giocoforza in situazioni conflittuali con una o a volte ambedue le lingue apprese.

I progressi difficilmente si possono mantenere paralleli, l’esposizione alle due lingue per motivi concreti non potrà mai essere identica: ci sarà sempre una lingua dominante (quella del Paese di residenza in genere) ed un’altra (o altre) che resteranno sulle difensive, laddove lo sforzo del (dei) genitori si concentrerà sul mantenimento della lingue minacciate.

Occorre dunque tenere presente che all’inizio della scolarità i genitori dei bambini bilingui potrebbero essere confrontati con analoghe riserve da parte del personale scolastico. Il modo migliore per liquidare gli eventuali consigli o esortazioni ad  abbandonare nell’educazione dei figli altre lingue che non siano quella scolastica (nel nostro caso il tedesco) è chiedere agli insegnanti sulla base di quali ricerche o studi si basino le loro riserve: probabilmente non ci hanno mai pensato, e qualora si prendano la briga ci compiere qualche ricerca (come oggi è facilissimo grazie ad internet), vedranno che le uniche pubblicazioni con cui si cercava di dimostrare che il bilinguismo era dannoso risalgono al periodo infausto fra il 1930 ed il 1945,  ed è facile capire sotto quali ideologia essi furono scritti.

Dunque premesso che il bilinguismo oltre che ad essere la situazione di fatto di almeno la metà dell’ umanità è che gli effetti positivi sono stati riaffermati da centinaia di ricerche empiriche, vediamo quali sono le condizioni per realizzarlo nell’educazione dei figli.

        

Come in ogni cammino, decisivo è il primo passo: l’educazione bilingue inizia al più tardi …dalla nascita. Ciò significa che in particolare per genitori che non parlano la medesima lingua è necessario decidere ed essere conseguenti fin dai primi giorni di vita dei figli.

Se è vero che anche con un’esposizione ridotta alla lingua tutti i bambini magari con ritardo imparano a parlare, tutti gli studi empirici sulle modalità con cui i bambini imparano a parlare dimostrano che vi sono differenze notevolissimo nei risultati a seconda che i genitori si dedichino a sostenere questo apprendimento oppure lo lascino semplicemente al caso.

In ciascuna famiglia le possibilità dei genitori possono essere anche molto diverse a seconda degli impegni e del tempo a disposizione per parlare coi figli, ma una costante va comunque sottolineata: il tempo che ad esempio il genitore meno presente in casa dedica al figlio /ai figli deve divenire una specie di rituale, un’abitudine.

Leggere ai figli si dice, sarebbe tipicamente un’abitudine delle famiglie bene, dei piccoli borghesi. Non concordo: ricordo che mio padre (operaio di fabbrica) lo faceva con me alla sera quando non doveva fare il turno di notte. Leggeva in italiano, poiché non avevamo libri scritti in occitano-piemontese, ma commentava le letture in questa lingua. La regola “una lingua - una persona” non va intesa infatti in senso assoluto. Anche mia moglie, che coi figli ha sempre parlato tedesco, ogni tanto leggeva loro libri in italiano: commentando poi in tedesco. Mia nonna, che non aveva nemmeno frequentato tutte le classi elementari, mi leggeva ogni tanto una favola in italiano, anche lei probabilmente commentando poi nella lingua che parlava con tutti, il piemontese. Mia madre preferiva raccontarmi qualcosa della sua infanzia o di altri parenti o conoscenti, lo faceva spesso mentre cuciva poiché era sarta e lavorava in casa. Lo faceva regolarmente, ed a differenza di mio padre mi parlava in italiano. Per lei l’italiano era dunque una lingua che aveva imparato a scuola e perfezionato in seguito (ho conservato come un caro ricordo il suo vocabolario piemontese-italiano).

Se per me l’italiano è divenuto comunque una lingua alla quale mi sento legato affettivamente è probabilmente dovuto al fatto che mi è stata presentata sempre in unione o alternanza alla lingua dell’ambiente famigliare ma mai in opposizione ad essa.

Soltanto a scuola, negli anni ’50 del secolo scorso, sperimentai il divieto assoluto (con tanto di sanzioni) di parlare la lingua appresa da mio padre: non credo che questo divieto sia servito a farmi apprendere meglio l’italiano, ma sicuramente mi ha  aiutato a valorizzare appunto questa lingua vietata (che cercavo di parlare in ogni occasione coi compagni)  e  a nutrire un sano scetticismo nei confronti di ogni insegnamento scolastico che assurdamente impone divieti linguistici.

Comprensibile benché non encomiabile l’atteggiamento degli insegnanti dell’epoca, coi quali sarebbe ingiusto essere severi: era un atteggiamento imposto dal fascismo, finito da pochi anni, che oltre a vietare l’uso delle lingue diverse dall’italiano aveva imposto anche il cambio dei nomi di molti comuni nella nostra regione, con esiti tanto ridicoli quanto severamente imposti.

Dunque leggere o raccontare ai bambini  è alla portata di tutti, non occorre né aver studiato né essere benestanti.  Certo è necessario un impegno costante, resistendo alla tentazione di piazzare semplicemente i figli dinanzi al televisore. Le trasmissioni radiofoniche o televisive in ambedue le lingue sono certo un utile supporto nell’educazione (se si tratta di programmi intelligenti) ma non sostituiscono in alcun modo la buona e decisiva abitudine dei genitori di dedicare tempo a parlare – ciascuno la propria lingua – ai figli.

I figli rispondono utilizzando parole o frasi dell’altra lingua? Nessun problema, se lo fanno è perché in quel momento l’espressione che viene loro più facilmente in uso è quella. Non è la “confusione” o l’ “interferenza” tanto temuta da certi insegnanti: è la soluzione pratica di chi sta imparando le due (o più lingue) e che sa che il genitore comunque lo comprende. Inutile e contro produttivo correggere o insistere per l’uso esclusivo ad esempio dell’ italiano parlando coi figli: al più si può ripetere in italiano la parola o la frase che il bambino ha espresso in tedesco, chiedendo conferma se quello era quanto voleva dire.

 L’apprendimento delle lingue è un procedimento complesso che richiede tempo e l’ascolto ripetuto di parole e frasi in un contesto significativo (che facilita la memorizzazione) fino a che intuitivamente, cioè senza l’uso cosciente di una regola come si pretende facciano gli alunni a scuola quando studiano le lingue straniere, prima o poi il bambino impara ad esprimersi correttamente.    

Dove trovare però materiali di lettura o altro (audiolibri, canzoni, ecc.) per accompagnare nelle varie età il bambino nell’apprendimento delle lingue almeno fino all’ età scolastica?

In una prossima puntata esempi di genitori che hanno praticato con successo queste ed altre strategie nell’educazione bilingue dei figli. 

Graziano Priotto, Costanza / Praga  (de.it.press)

 

 

 

Schengen: nuove norme per i controlli temporanei alle frontiere nazionali

 

BRUXELLES - Il Codice Frontiere Schengen consente agli Stati membri di effettuare controlli temporanei alle frontiere interne dello spazio Schengen, in caso di grave minaccia per l'ordine pubblico o per la sicurezza interna.

Nella votazione in Plenaria di giovedì, che ha stabilito la posizione del Parlamento per negoziare con i ministri dell'UE (Consiglio), i deputati hanno sostenuto i seguenti punti: il periodo iniziale per i controlli alle frontiere dovrebbe essere limitato a due mesi, invece dell'attuale periodo di sei mesi; i controlli alle frontiere non potranno essere prolungati oltre un anno, dimezzando l'attuale limite massimo di due anni. I deputati hanno sottolineato che, poiché la libera circolazione delle persone è interessata dai controlli temporanei alle frontiere, questi dovrebbero essere utilizzati solo in circostanze eccezionali e come misura di ultima istanza.

Nuove garanzie per le proroghe

I Paesi dell’area Schengen dovranno fornire una valutazione dettagliata dei rischi se i controlli temporanei alle frontiere interne verranno prolungati oltre i due mesi iniziali. Qualsiasi successiva estensione dei controlli oltre i sei mesi dovrà soddisfare i seguenti requisiti: una dichiarazione di conformità ai requisiti giuridici della Commissione europea; un’autorizzazione del Consiglio dei ministri dell'UE.

I deputati chiedono inoltre che il Parlamento sia maggiormente informato e coinvolto nel processo.

La relatrice Tanja Fajon (S&D, SI) ha dichiarato: “Schengen è una delle maggiori conquiste dell'UE che, tuttavia, è stata messa in pericolo a causa dei controlli illegali in corso da oltre tre anni alle frontiere interne, da parte di sei Stati membri, nonostante fosse previsto un periodo massimo di due anni. Ciò dimostra quanto siano ambigue le norme attuali e come gli Stati ne abusino e le interpretino in modo scorretto. Se vogliamo salvare Schengen, dobbiamo porre fine a questa situazione e stabilire regole chiare”.

Prossime tappe

Il mandato per avviare colloqui informali con i ministri dell'UE è stato approvato con 319 voti in favore, 241 voti contrari e 78 astensioni. I colloqui ora possono iniziare, poiché il Consiglio ha già raggiunto un accordo sulla sua posizione lo scorso giugno.

Contesto. Austria, Germania, Danimarca, Danimarca, Svezia e Norvegia sono attualmente sottoposte a controlli alle frontiere interne a causa delle circostanze eccezionali dovute alla crisi migratoria iniziata nel 2015. Inoltre, la Francia dispone di controlli alle frontiere interne a causa di una minaccia terroristica persistente. (aise/dip 29) 

 

 

 

 

Gli effetti del DL sicurezza ora legge. Migranti: meno accoglienza per loro, meno sicurezza per tutti

 

L’Italia era il Paese dell’Unione europea che prevedeva per i migranti il sistema di accoglienza diffusa più ampio ed era uno dei pochi a concedere la protezione umanitaria. Il nuovo Decreto-legge immigrazione e sicurezza pubblica, appena tradotto in legge, ridimensiona il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), riduce i diritti dei richiedenti asilo e cancella la protezione umanitaria.

Il Csm lo ha bocciato: si creano – dice l’organo di autogoverno della magistratura – situazioni d’incertezza che non garantiscono il rispetto degli obblighi costituzionali previsti dall’articolo 10. Analoga tesi sostiene l’Anci, che rappresenta i sindaci e che teme per una riduzione della sicurezza nelle città. Cosa era prima e cosa sarà ora l’Italia, dal punto di vista dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti?, che cos’è la protezione umanitaria?, che cosa fanno gli altri Stati Ue?, che cosa propone il Parlamento europeo?

Qui di seguito le risposte a queste domande, mentre, in Italia, si accende il dibattito sull’adesione, o meno, al Global Compact sulle migrazioni delle Nazioni Unite, di cui si discuterà a Marrakech in Marocco dall’11 dicembre.

Accoglienza diffusa, l’eccezione italiana

Prima del Decreto, l’accoglienza in Italia si articolava in due fasi. L’identificazione del richiedente e la formalizzazione della domanda di asilo avvenivano all’interno di centri, appaltati a privati, dipendenti dal Ministero dell’Interno, quali Cara (centri di accoglienza per richiedenti asilo), Cda (centri di accoglienza) o Cas (centri di accoglienza straordinaria).

Successivamente, l’accoglienza veniva gestita nella rete Sprar, coordinata dal Ministero dell’Interno e affidata all’Anci: gli enti locali vi aderiscono volontariamente attuando progetti con il supporto del terzo settore. Ad oggi gli Sprar ospitano 23 mila rifugiati e richiedenti asilo in 400 comuni. Già nel 2015 l’UnHcr raccomandava il superamento dei grandi centri collettivi come i Cara o i Cas, suggerendo di potenziare il sistema diffuso di Sprar: centri di piccole dimensioni secondo quote regionali.

Con il Decreto, il sistema duale viene rivisto e ridotto: alla rete Sprar potranno accedere solo i già titolari di protezione internazionale; coloro che sono in attesa dell’esito della loro domanda verranno esclusi e la protezione umanitaria non sarà loro più concessa.

I titolari di protezione umanitaria o i richiedenti asilo presenti nel Sistema di protezione (Sprar) alla data di entrata in vigore del provvedimento rimarranno fino alla scadenza del progetto di accoglienza in corso, poi saranno abbandonati a se stessi. Oltre ai 18 mila posti di lavoro italiani a rischio all’interno degli Sprar, si stima un aumento degli irregolari – Open Migration ne stima 60 mila in più entro il 2020 – e, quindi, si paventa un impatto sulla sicurezza.

Cosa era la protezione umanitaria in Italia

La protezione umanitaria è una forma di tutela in più, non prevista a livello europeo ma disciplinata solo in alcuni ordinamenti nazionali.

In Italia è contenuta nel Testo Unico sull’immigrazione. Si distingue in “esterna” ed “interna” alla procedura di asilo. Quella esterna non è rifiutabile né revocabile poiché sussistono seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano. Quella interna si ha quando possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario, ma la richiesta di protezione internazionale non può essere accolta.

Il permesso di soggiorno connesso alla protezione umanitaria può durare da sei mesi a due anni e consente di accedere all’attività lavorativa, alla formazione, al servizio sanitario nazionale, ai centri di accoglienza e a misure di assistenza sociale.

Dati del Ministero dell’Interno alla mano, nel 2017 la protezione umanitaria ha riguardato più di 20 mila richiedenti asilo, cioè un quarto del totale.

Il Decreto abroga l’istituto, sostituendovi dei permessi di soggiorno speciali della durata di un anno enumerati e tipizzati in sei categorie: vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel Paese d’origine, cure mediche e atti di particolare valore civile.

Protezione umanitaria negli altri Stati membri

In Francia la protezione umanitaria non è prevista. Eccezionalmente, si rilascia una Carta di un anno per ragioni umanitarie. La Francia, nel 2017 ha accolto oltre 40 mila richiedenti asilo.

In Germania, invece, il migrante può beneficiare di permessi di soggiorno temporanei per motivi umanitari, slegati dalla richiesta d’asilo: nel 2017, ce ne sono stati oltre 50 mila i casi, a fronte di 325 mila richieste d’asilo accolte.

Dal territorio tedesco, ai migranti non conviene andare verso il Belgio, dove richiedere il visto umanitario non è un diritto, ma una procedura amministrativa discrezionale. Strano ma vero, meglio dirigersi verso l’Austria, che nel 2017 ha concesso protezione umanitaria a 805 dei 33 mila richiedenti asilo.

A riconoscere protezione umanitaria, oltre alla Spagna e alla Grecia, sono anche tre dei quattro Paesi del Gruppo di Viségrad: Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Va però specificato che le percentuali di concessione del diritto d’asilo sul totale dei richiedenti sono, in questi Paesi, estremamente basse, rispettivamente 31%, 25% e 12%.

Cosa offre l’Unione europea e cosa propone il Parlamento europeo

L’Unione europea prevede un sistema comune di asilo per i cittadini non comunitari che necessitano di protezione internazionale (art 78 TFUE) e provvede a metterlo in atto tramite quattro direttive – due particolarmente rilevanti – e due regolamenti, offrendo tre tipologie di protezione: lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e la protezione temporanea.

Le prime due forme di protezione sono definite dalla ‘direttiva qualifiche’ 2011/95/UE: rifugiato è il cittadino di uno Stato terzo, esposto nel proprio Paese ad atti di persecuzione individuale, configuranti una violazione grave dei suoi diritti fondamentali; beneficiario di protezione sussidiaria è chi correrebbe il rischio di subire grave danno se ritornasse nel proprio Paese. La protezione temporanea è regolata, invece, dalla ‘direttiva sfollati’ 2001/55/CE: è simile alla sussidiaria ma ha carattere collettivo e transitorio; cessa al cessare della situazione gravosa nello Stato terzo.

I regolamenti menzionati sono il 603/2013 che istituisce l’Eurodac e il 604/2013, noto come Dublino III. Il regolamento di Dublino è fondamentale per capire come, dove, quando e perché richiedere la protezione internazionale.

Il regolamento di Dublino è criticato per il criterio di primo ingresso e in generale per gli automatismi, che creano alcuni problemi: il sovraccarico di domande per i Paesi frontalieri; il fenomeno dei ‘Dublinanti’, migranti identificati in un Paese che si trasferiscono in altri Stati membri e che, se rintracciati, devono tornare al Paese di primo ingresso; e l’incentivo a varcare illegalmente i confini del Paese d’ingresso evitando l’ identificazione, in modo da raggiungere lo Stato membro dove si desidera ottenere protezione.

Proprio per l’enorme, ma poco quantificabile, numero di migranti irregolari, il Parlamento europeo dopo due anni di contrattazioni sprona ora la Commissione a introdurre visti umanitari: chi cerca protezione in un Paese europeo, prima di imbarcarsi in viaggi della speranza, può farne richiesta tramite l’ambasciata dello Stato membro in questione. Entro 15 giorni riceverà una risposta: se positiva potrà entrare nell’Unione regolarmente. Nella seduta plenaria del 14 novembre, su questo tema è mancato il quorum: i tempi stringono, le elezioni incombono. Virginia Volpi, AffInt 29

 

 

 

 

Legge di Bilancio e riduzione dei Parlamentari dell‘estero

 

Scrivono Angela Schirò e Massimo Ungaro (deputati PD della Ripartizione Europa): “Imu, Tari, Canone RAI, giovani all’estero, assistenza sanitaria, doppia tassazione, sanatoria fiscale: sono alcune delle problematiche e delle istanze dei nostri connazionali che abbiamo affrontato nella legge di Bilancio per il 2019 con i nostri emendamenti attualmente in discussione alla Commissione Bilancio della Camera dei deputati.

Consapevoli di avere a che fare con un Governo che non ha nel suo DNA politico e culturale la doverosa ed equa rappresentanza dei diritti e delle rivendicazioni degli italiani all’estero, abbiamo tuttavia voluto sensibilizzare il Parlamento sui problemi più sentiti dai nostri connazionali e abbiamo voluto così sollecitare una loro soluzione.

Tra le altre cose abbiamo introdotto degli emendamenti alla legge di Bilancio che mirano ad abrogare l’Imu, la Tari e il canone Rai per tutti gli italiani residenti all’estero e proprietari di immobili in Italia.

Sulle questioni fiscali siamo intervenuti su più fronti chiedendo di modificare la normativa che prevede la doppia tassazione per chi seppur lavorando e pagando le tasse all’estero mantiene la residenza fiscale in Italia e, in buona fede, non presenta la dichiarazione dei redditi conseguiti all’estero. Abbiamo chiesto il potenziamento degli incentivi fiscali per chi intende rientrare in Italia e la proroga del termine di regolarizzazione per ex Aire e frontalieri i quali hanno potenziali pendenze fiscali su conti e beni all’estero. Abbiamo inoltre chiesto di colmare una grave lacuna legislativa in campo sanitario sollecitando l’estensione della copertura gratuita delle cure ospedalieri urgenti a tutti gli iscritti all’AIRE e non solo, come avviene attualmente, a favore dei nati in Italia e poi emigrati. Ci adopereremo infine, quando il collegato previdenziale verrà presentato, affinché ogni eventuale proposta che riterremo vantaggiosa per i nostri connazionali (anticipi dell’età pensionabile, aumenti del trattamento minimo, proroga dell’Opzione donna, etc.) siano applicati anche ai residenti all’estero aventi diritto in virtù delle convenzioni multilaterali e bilaterali di sicurezza sociale. Vigileremo insomma affinché i diritti degli italiani all’estero siano adeguatamente rappresentati e tutelati”.

 

I Parlamentari PD eletti all’estero Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro in merito alla riduzione dei parlamentare dell’estero dicono: ”Sulle proposte di legge costituzionali di riduzione del numero dei parlamentari, presentate dal Movimento 5Stelle, dalla Lega e da Forza Italia, sono in corso le consultazioni presso la Commissione affari costituzionali del Senato. Per quanto riguarda gli italiani all’estero le proposte sono univoche: riduzione da 18 a 12 parlamentari (8 alla Camera, 4 al Senato).

Anche se esse provengono da forze che si sono sempre dichiarate contrarie ad una rappresentanza autonoma degli italiani all’estero (la Lega votò contro l’inclusione in Costituzione della circoscrizione Estero), il proposito è grave e lesivo prima di tutto sotto un profilo costituzionale. Il rapporto di rappresentanza degli italiani all’estero rispetto a quello dei residenti in Italia è stato fin dalla sua origine squilibrato, a danno degli iscritti all’AIRE. Nel 2006, quando si votò per la prima volta, in Italia un parlamentare corrispondeva a 50.600 elettori, all’estero a 150.000 elettori: tre volte di più.

Nei 12 anni trascorsi, il corpo elettorale in Italia è restato stazionario, mentre all’estero è cresciuto del 56%. Nelle ultime elezioni, ad ogni deputato in Italia corrispondevano mediamente 96.000 abitanti, all’estero 400.000, 4 volte di più; per ogni senatore in Italia 192.000 abitanti, all’estero 800.000.

Se passassero le modifiche proposte, la cosa si aggraverebbe. Infatti, in Italia alla Camera il quoziente di rappresentanza sarebbe di 151.000 elettori, all’estero di 687.500 (+4,5), mentre al Senato in Italia di 302.000 elettori, all’estero di 1.375.000. Eppure, in nessuna parte della Costituzione sta scritto che i cittadini italiani sono diversi sulla base della residenza territoriale.

Un rapporto così squilibrato tra eletto ed elettori all’estero significherebbe rendere puramente simbolica la partecipazione dei cittadini all’estero alla vita democratica del Paese, alla faccia dell’”effettività” voluta dalla Costituzione.

In realtà, dietro queste proposte, qual è l’idea dell’Italia nel mondo che traspare? Da anni, soprattutto per limitare l’impatto della crisi e della stagnazione, si sta facendo uno sforzo per proiettarsi nel mercato globale con una strategia di promozione integrata del nostro sistema, attraverso l’internazionalizzazione economica, l’offerta culturale e – risorse delle risorse – la rete delle comunità e delle nuove emigrazioni.

Dare un significato di negatività e di marginalizzazione ai cittadini all’estero, per altro in un momento di scarsa attrattività del Paese sul piano internazionale, a chi conviene? Non certo all’Italia, ai suoi interessi e alla risoluzione dei suoi problem”.

 

"Gli italiani all'estero aumentano. Ma il Governo del cambiamento decide di ignorarli. Diminuendo gli eletti all'estero, nonostante la sproporzione già abissale tra il numero di connazionali nel mondo e quello dei loro parlamentari – dice Laura Garavini -. L'ipotesi di riduzione contenuta nelle proposte di leggi costituzionali ora al vaglio della Commissione in Senato è grave e antidemocratica. Mentre a un senatore eletto in Italia corrisponderebbero circa 302.000 elettori, all’estero questo numero sale a 1.375.000. E mentre per un deputato eletto in Italia si prevedono 151.000 elettori, per il collega della circoscrizione estero diventano 687.500. Uno squilibrio iniquo e lesivo dei diritti dei connazionali. La cui partecipazione alla vita democratica del Paese è invece tutelata in Costituzione. Ma la maggioranza ha mai letto l'articolo 48?. Non stupisce che questo attacco giunga dalle forze che si sono sempre dichiarate contrarie al voto estero. Le stesse che non sono mai state ripagate dagli italiani nel mondo in termini elettorali. Chi vive al di fuori dei confini nazionali, spesso, ha una visione molto chiara dell'attualità politica italiana. Per questo negli anni di Berlusconi, non hanno mai votato in massa per Forza Italia. E per lo stesso motivo, oggi non votano né Lega né CinqueStelle. Ed è così che i gialloverdi, appena arrivati al potere, decidono di metterli a tacere".

 

Sullo stesso problema, il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (Ctim) esprime in una nota “preoccupazione e contrarierà” all’ipotesi di modifica della legge elettorale per l’estero il cui esame è stato avviato alla Commissione affari costituzionali del Senato e che prevede la riduzione del numero dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero da 18 a 12: 8 rappresentanti alla Camera e 4 al Senato.

Per il Ctim – si legge nella nota firmata dal presidente, Vincenzo Arcobelli e dal segretario generale, Roberto Menia - vi sarebbero in primo luogo dei “dubbi di incostituzionalità, se si considera il rapporto non equilibrato di rappresentanza tra i cittadini italiani residenti all'estero e quelli in italia”. “Con la nuova proposta, per la Camera il quoziente di rappresentanza se ad esempio è di 100.000 abitanti per deputato all'estero” diventerebbe “di quasi 500.000 cioè 5 volte in più – rilevano Arcobelli e Menia.

“Ancora una volta quando si parla di italiani residenti all'estero, essi vengono negoziati al ribasso – prosegue la nota. Pur condividendo l'intento di “riformare gli organi di rappresentanza parlamentare per renderli più efficienti”, il Ctim ribadisce come ciò non possa avvenire “a detrimento degli italiani all’estero e della loro rappresentanza”.  De.it.press

 

 

 

 

Dibattiti. Riforme costituzionali: superare i limiti della Circoscrizione Estero

 

“La logica su cui fu costruita la Circoscrizione Estero quasi venti anni fa appare ampiamente superata. I tempi sono maturi per una discussione che prenda atto delle modificazioni intervenute e di quelle che interverranno”

 

ROMA - Giovedì 22 novembre ho partecipato assieme ad altri colleghi della delegazione del Cgie, all’audizione della Commissione Affari Costituzionali del Senato sulle Proposte di Legge ivi incardinate, miranti alla riduzione del numero dei parlamentari.

Nelle ipotesi di riduzione ricade anche la Circoscrizione Estero in cui si elegge, come noto, un numero fisso di parlamentari (18), di cui 12 alla Camera e 6 al Senato.

Le proposte di legge mirano tutte alla riduzione consistente dei componenti di Camera e Senato. Per quanto riguarda l’estero, la riduzione che si prefigura sarebbe di 1/3, 8 senatori e 4 deputati (per un totale di 12). Le motivazioni su cui si basano tali proposte sono essenzialmente la “riduzione dei costi della politica” e in seconda istanza, la “semplificazione” dei lavori parlamentari.

Come ha argomentato il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Onida, intervenuto all’audizione, la prima di queste ragioni sarebbe altrimenti approcciabile con la semplice riduzione degli emolumenti di deputati e senatori. Ma nelle proposte presentate non viene presa in considerazione. Mentre forse costituirebbe una soluzione che riavvicinerebbe in modo significativo i nostri rappresentanti in Parlamento alle condizioni degli altri cittadini e sconsiglierebbe alcuni dall’arrembaggio alla candidatura.

Quanto alla seconda ragione, lo snellimento e semplificazione dei lavori parlamentari, essa ha a che fare con la necessità di ottimizzare e accelerare le procedure di “governance”, la stessa a cui si era affidato l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, quando propose il Referendum Costituzionale che si svolse nel dicembre del 2016 e i cui esiti sono noti. L’esigenza di ottimizzare la “governance” implicava la riduzione della funzione parlamentare a vantaggio di quella dell’esecutivo, cioè del Governo. In quel caso con la cancellazione del Senato. Gli italiani rifiutarono quella proposta.

La partecipazione democratica, i tempi del suo svolgersi, non possono essere subordinati a priorità esterne, perché ciò significherebbe la definitiva resa della democrazia, almeno come essa è definita nella nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo…

Nelle argomentazioni che la delegazione del Cgie ha sostenuto per mantenere integro il numero dei parlamentari eletti all’estero (Michele Schiavone e Norberto Lombardi), vi è stata la giusta sottolineatura che il rapporto tra popolazione residente ed eletti che si rilevava in Italia e all’estero, si è notevolmente modificata negli ultimi 12 anni: mentre nel 2006 il rapporto tra singolo/a eletto/a ed elettori era di 56.000 elettori in Italia e oltre 150.000 all’estero, oggi questa proporzione si è ulteriormente ampliata, poiché lo stock di emigrazione italiana è passato da 3,6 milioni di persone (nel 2006), a 5,7 milioni (2018) ed è analogamente cresciuto il corpo elettorale. A questi si aggiungono poi i migranti che non figurano nelle Anagrafi Consolari o nell’ AIRE, e che sono un multiplo di quanto l’Istat riesce a censire sulla base delle cancellazioni di residenza: molto probabilmente ben oltre un milione di persone, di cui circa il 70-80% sono elettori attivi. Colpisce che nel dossier predisposto dal Senato e nei tre diversi disegni di legge destinati alla modifica degli Art.56 e 57 della Costituzione (Quagliarello, Calderoli e Patuelli e Romeo) non sia presente alcun riferimento a questa evoluzione. Il Senato ignora totalmente la dimensione della nuova emigrazione.

Nel 2001, quando su varata la riforma costituzionale che introdusse la Circoscrizione Estero (Art. 48, 56 e 57) e poi il voto per corrispondenza, ci trovavamo di fronte ad una presenza ormai consolidata di più o meno antiche collettività italiane stabilizzate all’estero (poco più di 3 milioni di persone) che rivendicava da decenni la possibilità di partecipare alla vita politica del Paese esprimendo il voto senza dover rientrare in Italia ad ogni consultazione. Il numero limitato di parlamentari fu definito come riconoscimento (tardivo) di questa storica presenza e la mediazione portò ad individuare un numero di parlamentari che non mettesse in discussione gli “equilibri politici nazionali”.

Ma con la ripresa dei flussi emigratori ci troviamo di fronte ad uno scenario del tutto differente, con il raddoppio della presenza emigratoria italiana che porta ad un inedita situazione: mentre la popolazione all’interno dei confini sta diminuendo, quella al di fuori cresce al ritmo di oltre 300 mila all’anno.

La domanda è: queste persone hanno il diritto di esprimere pienamente il proprio diritto di partecipazione politica, o solo per il fatto di essere stati costretti dalla crisi ad andare all’estero, dispongono di un diritto dimezzato?

Le previsioni di diversi centri di studio e della stessa Istat per i prossimi decenni sono di una ulteriore diminuzione di popolazione (da 5 a 7 milioni all’interno dei confini al 2050-60) e parallelamente di un aumento dello stock di emigrazione che sta dunque tornando ad essere un dato strutturale del paese.

La domanda potrebbe quindi essere formulata anche in u altro modo: cosa facciamo in particolare con i nuovi emigrati? Li lasciamo andare e riduciamo loro il diritto di voto?

L’uguaglianza del voto è una delle prerogative fondamentali dalla Costituzione. Non può darsi un voto di peso differente tra diverse collocazioni territoriali o situazioni personali. Se l’emigrazione, seppure provvisoria e precaria, è destinata a crescere e la popolazione interna a decrescere, come possiamo garantire la parità del voto dei cittadini italiani qualunque sia la loro condizione?

6 milioni di cittadini all’estero corrispondono al 10% della popolazione. Una popolazione pari a quella di regioni come il Lazio o la Campania. Se vi consideriamo anche la parte nascosta che non si iscrive all’Aire o non è censita alle Anagrafi Consolari, siamo più probabilmente vicini ai 7 milioni; cioè la seconda regione (virtuale) dopo la Lombardia. Un corpo elettorale a cui spetterebbero oggi circa 50 deputati e 25 senatori. Nell’ipotesi di una riduzione al 50% dell’intero parlamento, circa 25 deputati e 12 senatori.

Di fronte a queste dimensioni dovremmo aggiornare la riflessione generale sul voto all’estero e farci latori di proposte coerenti con ciò che conosciamo. La riserva (bloccata) di parlamentari definita dalla riforma costituzionale del 2001 e dalla successiva Legge 459 non pare più sufficiente a garantire un equilibrio soddisfacente tra voto all’estero e voto in Italia. L’impressione è che porsi a strenua difesa del piccolo mondo antico non ci aiuta purtroppo a far emergere le nostre questioni al livello che meritano nella discussione nazionale.

La logica su cui fu costruita la Circoscrizione Estero quasi venti anni fa appare ampiamente superata. I tempi sono maturi per una discussione che prenda atto delle modificazioni intervenute e di quelle che interverranno.

Se le riforme debbono fondarsi sulle situazioni concrete ed avere una loro ragion d’essere storica, è evidente che i connazionali all’estero debbono poter partecipare integralmente alla vita politica del paese e pesare ciò che debbono pesare, tantopiù se il nuovo esodo è una conseguenza di preminente natura economico-politica che non riguarda soltanto loro, ma l’intero Paese. Per capirci, il 10% dell’elettorato deve pesare il 10%, non di meno e la specificità della loro condizione deve trovare analogo riconoscimento a quanto avviene, dentro i confini, con le specificità regionali.

Considerazioni analoghe riguardano il versante immigrazione: è un dato che emigrazione + immigrazione costituiscono, insieme, circa il 20% della popolazione. A meno che non si propenda per una società fondata su apartheid differenziate, questi due nodi andrebbero affrontati nell’ambito della discussione sulla riforma del numero dei parlamentari: cittadinanza, forma dello Stato, prospettive del Paese, ne costituiscono elementi indissolubili.

Rodolfo Ricci, Vice segretario generale del Cgie, Emigrazione Notizie 26

 

 

 

Eurobarometro. Europee 2019. Cittadini preoccupati per interferenze

 

BRUXELLES - Da una nuova indagine Eurobarometro pubblicata oggi emergono le aspettative degli Europei per le elezioni europee del maggio 2019, e i fattori che li motiverebbero a esprimere il loro voto. Dall'indagine emerge, però, anche che la maggioranza dei cittadini dell'UE è preoccupata che le campagne di disinformazione, le violazioni dei dati e gli attacchi informatici interferiscano con i processi elettorali.

"Dalla nostra indagine emerge che i cittadini sono realmente preoccupati per la disinformazione”, osserva Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea. “Il lato positivo è che sempre più persone sono critiche riguardo alle informazioni che ricevono, e ben consapevoli dei tentativi di manipolare quello che loro leggono, pensano, e in definitiva ciò per cui votano. Per la legittimità della nostra democrazia europea, è fondamentale che i cittadini esercitino il loro diritto di voto. E per questo motivo tutti noi, istituzioni dell'UE e Stati membri, dobbiamo proteggere le nostre elezioni e rafforzare la nostra democrazia”.

L’indagine, secondo Vera Jourová, Commissario per la giustizia, i consumatori e la parità di genere, “conferma che gli Europei sanno che le prossime elezioni saranno diverse dal solito, e si aspettano misure che ne garantiscano l'imparzialità e la sicurezza. I cittadini si aspettano inoltre maggiori informazioni sull'UE e sui nuovi protagonisti della politica. Stiamo lavorando per contrastare la manipolazione illegale dei dati, per lottare contro la disinformazione e per rendere le nostre elezioni più resilienti. Ma abbiamo anche bisogno della piena partecipazione dei governi dell'UE e di tutti i partiti politici. Possiamo rispondere alle preoccupazioni dei cittadini solo se agiamo insieme".

COSA CHIEDONO I CITTADINI IN VISTA DELLE ELEZIONI EUROPEE

Alle elezioni del 2014 si è recato alle urne il 42% degli Europei. Le cifre pubblicate oggi indicano quali sono i fattori che spingerebbero a votare un maggior numero di cittadini: il 43% degli intervistati vorrebbe ricevere maggiori informazioni sull'Unione europea e sul suo impatto sulla vita quotidiana; il 31% desidera che vi sia un maggior numero di candidati giovani.

PREOCCUPAZIONI RELATIVE ALLE ELEZIONI

Le cifre odierne mostrano che gli Europei sono preoccupati di interferenze nelle elezioni.

Il 61% teme che le elezioni possano essere manipolate tramite attacchi informatici; il 59% teme che le elezioni possano essere influenzate da soggetti stranieri e gruppi criminali; il 67% teme che i dati personali lasciati on-line possano essere usati per orientare i messaggi politici che si ricevono.

La grande maggioranza (74- 81%) degli Europei, tuttavia, concorda sul modo in cui affrontare queste minacce: introducendo maggiore trasparenza nelle piattaforme dei media sociali on-line, anche con una chiara indicazione del soggetto a monte della propaganda on-line; dando a tutti i partiti politici pari possibilità di accesso ai servizi on-line per aggiudicarsi l'attenzione degli elettori; dando diritto di replica ai candidati o ai partiti politici sui media sociali; introducendo on-line il silenzio elettorale così come già avviene per i media tradizionali.

AFFRONTARE LE SFIDE

Nel mese di settembre la Commissione europea ha già presentato una serie di misure concrete per garantire che le elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno siano organizzate in modo libero, imparziale e sicuro. Queste misure includono una maggiore trasparenza nella propaganda politica online e la possibilità di infliggere sanzioni per l'uso illecito di dati personali allo scopo di influenzare deliberatamente l'esito delle elezioni europee.

La Commissione europea ha inoltre istituito una rete europea di cooperazione elettorale, che si riunirà per la prima volta nel gennaio 2019, e che sarà composta da membri indicati da ciascun Paese.

La Commissione europea sta prendendo anche una serie di misure in materia di disinformazione.

Il mese scorso, importanti società tecnologiche hanno firmato un codice di buone pratiche in materia di disinformazione, che contribuirà ad apportare maggiore trasparenza sulla propaganda politica online sponsorizzata. La Commissione europea e il Servizio per l'azione esterna (SEAE) stanno attualmente ultimando un piano d'azione comune sulla disinformazione, ai fini di una risposta coordinata a livello dell'Unione e degli Stati membri a questa minaccia. L'adozione di questo piano d'azione è prevista per le settimane a venire.

L’indagine

L'indagine Eurobarometro sulla democrazia e le elezioni è stata svolta intervistando di persona 27.474 persone al loro domicilio in 28 Stati membri dell'UE.

L'insieme di misure per tutelare le elezioni europee è incentrato su cinque aspetti: Protezione dei dati: miglioramento della protezione dei dati personali nel contesto elettorale; Trasparenza: garanzia di trasparenza della propaganda politica online; Cybersicurezza: protezione delle elezioni dagli attacchi informatici; Cooperazione: rafforzamento della cooperazione nazionale ed europea relativamente alle minacce potenziali per le elezioni del Parlamento europeo; e Sanzioni adeguate: garanzia del rispetto delle norme elettorali da parte di tutti. (aise/dip) 

 

 

 

Luigi Mattiolo, nuovo Ambasciatore d’Itala a Berlino

 

BERLINO - Berlino ha di nuovo un capo missione. A tre mesi dal saluto di Pietro Benassi, è Luigi Mattiolo l’ambasciatore d’Italia designato presso la Repubblica Federale di Germania.

Mattiolo si è insediato ufficialmente in occasione della "German-Italian Innovation Conference", che si è aperta il 20 novembre in Ambasciata, per poi proseguire nella giornata alla Fiera di Berlino.

Quella delle italiane e degli italiani in Germania è "una delle nostre comunità all'estero più numerose e meglio integrate, che costituisce una dinamica fonte di arricchimento in tutti gli ambiti delle relazioni bilaterali e un'espressione vivente della nostra comune appartenenza all'Unione Europea", ha esordito Mattiolo nel suo messaggio di saluto assumendo le sue funzioni di ambasciatore, "certo di potere contare sull'impegno di tutta la rete diplomatico-consolare e degli attori del Sistema Paese in Germania, come pure sulla partecipazione attiva della collettività italiana in Germania con i suoi organismi rappresentativi".

"Con altrettanto piacere" il neo ambasciatore ha salutato "i tanti tedeschi che amano l’Italia e che studiano la nostra lingua e la nostra cultura: è su questi legami di amicizia e di condivisione di valori e di cultura che poggiano le fondamenta più forti della collaborazione fra i nostri due Paesi, una collaborazione che mi impegnerò ad approfondire e ampliare in ogni settore".

"Italia e Germania hanno contribuito a fondare l’Europa unita e hanno quindi una particolare responsabilità nel collaborare a metterla in grado di far fronte alle nuove sfide e agli scenari del mondo globale", ha osservato Mattiolo. I due Paesi, ha proseguito, " condividono una collaborazione economica antica, fatta non soltanto di interscambi, ma anche e soprattutto di partenariati produttivi attraverso i quali Germania e Italia confermano il loro profilo di principali economie manifatturiere d’Europa. Una posizione resa oggi ancora più impegnativa dal crescente ruolo che rivestono la digitalizzazione dei settori produttivi e lo sviluppo dell’industria creativa, autentiche sfide ma anche straordinarie opportunità di collaborazione per le nostre relazioni economiche bilaterali".

"L’industria creativa è un altro simbolo dell’importanza dei rapporti italo-tedeschi in ogni settore della cultura e della ricerca scientifica", ha rilevato Mattiolo. "La cultura italiana e quella tedesca, pur nelle loro diversità, sono sempre state complementari e reciprocamente feconde. Dalla musica alla cultura umanistica, fino alla ricerca scientifica e tecnologica, sono infatti sempre più numerosi i docenti e gli scienziati italiani che trovano spazio negli atenei e nei centri di ricerca tedeschi. Questo fenomeno è di stimolo ai tanti giovani italiani che trovano in Germania le opportunità per realizzare i propri sogni, mettendo a frutto qui i loro talenti, nel mondo delle start up, così come nel campo della ricerca e delle arti e dando vita a un intenso scambio fra le migliori energie delle società civili dei nostri Paesi".

"È a loro in particolare che rivolgo un saluto affettuoso: sappiano che troveranno sempre aperte le porte dell’Ambasciata d’Italia a Berlino e tutte le sedi del Sistema Italia in Germania", ha concluso l’ambasciatore.

Nato a Roma nel 1957, Luigi Mattiolo si laurea in scienze politiche e nel 1981 entra in carriera diplomatica.

Il primo incarico è alla Direzione Generale Emigrazione e Affari Sociali; poi nel 1983 è secondo segretario a Mosca, dove è confermato con funzioni di primo segretario. Secondo segretario per l'emigrazione e gli affari sociali a Berna nel 1986, è confermato nella stessa sede con funzioni di primo segretario. Nel 1988 è primo segretario a Belgrado, dove è confermato con funzioni di consigliere.

Rientrato a Roma, è alla Direzione Generale del Personale e poi fuori ruolo per prestare servizio presso il Segretariato del Consiglio dell'Unione Europea - Unità per la Politica Estera e di Sicurezza Comune.

Nel 1997 è consigliere alla Rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione Europea in Bruxelles, dove è confermato con funzioni di primo consigliere, prima di prendere sede nel 2001 alla Rappresentanza permanente presso l'ONU in New York.

Nel 2004 rientra alla Farnesina alle dirette dipendenze del direttore generale per l'Integrazione Europea, con l'incarico di corrispondente europeo e coordinatore delle attività inerenti alla Politica Estera e di Sicurezza Comune.

Ministro alla Rappresentanza permanente presso il Consiglio Atlantico in Bruxelles l’anno seguente, nel 2008 è nominato ambasciatore a Tel Aviv. Di nuovo a Roma, nel 2012 è a capo della Direzione Generale per l’Unione Europea. Nel 2013 è promosso al grado di Ambasciatore. Nel 2015 è ambasciatore ad Ankara, dove è rimasto sino alla sua designazione a Berlino. (aise/dip)

 

 

 

 

 

Brexit. I 27 dell’UE compatti verso il divorzio dalla Gran Bretagna

 

Il Consiglio europeo convocato il 25 novembre ha certamente di straordinario il fatto che si tiene di domenica, cosa non abituale per i capi di Stato e di governo dell’Unione europea. Ma in realtà di straordinario ha ben altro: rappresenta l’avvio formale del divorzio della Gran Bretagna dall’Unione europea e il primo caso di abbandono dell’Ue da parte di un Paese membro. Un autentico colpo politico e di immagine per l’Unione. Eppure, dopo lo shock del referendum sulla Brexit del giugno 2016 e la richiesta britannica di circa un anno e mezzo fa di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, gli altri 27 Paesi membri dell’Ue hanno dato mostra di un consenso silenzioso ma unitario su questo drammatico abbandono.

Divisi su quasi tutto, dalla politica di immigrazione alle misure sanzionatorie contro la Russia, dal raddoppio della pipeline del North Stream alle decisioni per il completamento dell’Unione bancaria, i 27 non hanno dimostrato rilevanti dissensi sul procedere del negoziato con Londra, condotto in loro nome da Michel Barnier. Neppure la recente minaccia del premier spagnolo Pedro Sànchez di bloccare la bozza di accordo sul tavolo del Consiglio europeo, nel caso non si tenga separato lo statuto di Gibilterra dai futuri rapporti Ue / Gran Bretagna, sembra modificare il quadro di rassegnato consenso sul distacco definitivo di Londra da Bruxelles. Quindi, fatte salve sorprese o ostacoli dell’ultimo minuto sulla stesura della dichiarazione politica sulle relazioni future, l’approvazione del distacco da parte europea sembra a portata di mano.

Eppure qui non sono in gioco solo i nuovi rapporti finanziari e commerciali fra il blocco dei 27 dell’Ue e Londra, ma il destino stesso del processo di integrazione europea che da questo divorzio esce certamente modificato se non addirittura ridimensionato.

Consenso apparentemente unitario

Si possono infatti intravvedere diverse ragioni alla base di questo consenso apparentemente unitario e delineare di conseguenza scenari non proprio univoci sul futuro dell’Unione. Una prima ragione è che la Brexit sia stata interpretata come un problema squisitamente interno alla Gran Bretagna, su cui il resto dell’Unione aveva poco o niente da dire: l’unica preoccupazione per Bruxelles era quindi quella di ottenere il massimo da Londra sia in termini finanziari che di accordi futuri.

Sembra che nelle 585 pagine della bozza di accordo di divorzio questo obiettivo favorevole al resto dell’Unione sia stato raggiunto, e che i problemi siano tutti sulle spalle di Teresa May. D’altronde questo punto di vista si basa anche su una ‘diversità’ inglese, che di fatto ha visto quel Paese sempre sulla difensiva rispetto ai progressi dell’integrazione europea: fuori dall’Euro, fuori da Schengen, fuori dalla carta sociale e così via. Una serie di opting out che vengono di fatto confermati dalla decisione di andarsene del tutto.

Ma se ci si limita a questa spiegazione, allora si rischia di aprire la strada ad altre exit, dal momento che la questione britannica ha messo sul tavolo l’insufficienza del sistema di governance europea, talmente precario e con rischi di involuzione istituzionale, che di fatto rende plausibile l’ipotesi di una progressiva disgregazione comunitaria.

Meno Londra, più integrazione?

Ben diversa sarebbe la situazione se fosse valida un’altra spiegazione sull’inaspettato consenso fra i 27, e cioè che l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue possa aprire la strada ad un balzo in avanti dell’integrazione. Alcuni segnali si potrebbero intravvedere nelle proposte franco-tedesche sulla difesa europea o sul voto a maggioranza qualificata nel campo della politica estera o ancora sull’idea di rafforzare l’Eurozona con un bilancio ad hoc per i suoi membri.

In altre parole, liberi dal peso di una Londra sempre con il freno a mano tirato e in posizioni di retroguardia (salvo il periodo irripetibile di Tony Blair), gli altri Paesi europei avrebbero finalmente l’occasione di muoversi verso nuovi progetti di maggiore integrazione. Su questa linea si è schierato lo stesso leader spagnolo Sànchez, tanto scettico su Gibilterra quanto pronto ad allearsi con Francia e Germania per il grande balzo in avanti.

Ma gli altri Paesi che dicono? L’Italia ad esempio è completamente assente (se non addirittura ostile) rispetto a questo dibattito, al punto che Sànchez propone apertamente la Spagna come credibile sostituto di un’Italia populista e anti-europea. Ostilità che si può estendere anche ai Paesi del Gruppo di Visegrad, forse con l’eccezione della Polonia sulla difesa europea (in chiave anti russa). Difficile se non impossibile, quindi, che dall’uscita di Londra nasca una forte spinta per procedere oltre l’attuale stadio di integrazione. A meno che non si torni alla vecchia ipotesi di un’Unione a più velocità con un gruppo centrale che si stacchi da tutti gli altri e decida di adottare un nuovo trattato separato. Ipotesi oggi politicamente irrealistica se non si vuole spaccare definitivamente l’Unione alla vigilia delle elezioni del Parlamento europeo. Ma idea che potrà eventualmente ridecollare una volta che siano più chiari i rapporti di forza nel nuovo Parlamento e la reale volontà dei Paesi membri.

Il consenso fra i 27 in tema di Brexit non deve quindi ingannare: si tratta ancora una volta di un consenso sul minimo comune denominatore, quello cioè di tenere in piedi un’Unione ancora utile economicamente a quasi tutti. Ma lo status quo dopo il distacco definitivo della Gran Bretagna non potrà durare ancora a lungo. La questione dell’insufficienza del ‘governo’ europeo rimane intatta. Anzi piuttosto ammaccata in termini di immagine e di sostanza.

In fondo l’exit britannico non è solo un grave danno per il futuro di Londra ma per la stessa Unione. Se non si riuscirà ad andare oltre questo ambiguo consenso a 27 senza aprire una vera e propria stagione riformista, allora anche l’Unione subirà le conseguenze negative del divorzio da Londra: che saranno altre exit e un’ulteriore frammentazione. Gianni Bonvicini, AffInt 23

 

 

 

 

La mobilità degli europei

 

ROMA - 17 milioni di cittadini europei vivono o lavorano all’estero. Il 4% della popolazione in età da lavoro vive in un Paese membro diverso da quello di nascita. Gli “Eu Movers” sono per il 55% uomini, e il 45% donne. Ogni anno, 1 milione di europei va a vivere all’estero e in 680mila tornano nel loro paese d’origine.

Sono solo alcuni dei dati che la Commissione Europea rende noti oggi in occasione del lancio della campagna celebrative di due pietre miliari dell’Ue: i 60 anni dalla nascita del Coordinamento per la sicurezza sociale e i 50 anni delle norme che hanno stabilito la libera circolazione dei lavoratori in Europa.

"La libertà di movimento è più di un diritto fondamentale stabilito nei trattati dell'UE: è una realtà vivente, apprezzata da milioni di persone”, le parole di Marianne Thyssen, commissario responsabile per l'occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità, in occasione del lancio della campagna.

“La libera circolazione non è stata stabilita in un colpo solo: ha richiesto una legislazione apposita che la rendesse concreta e sin dall'inizio è stata accompagnata da adeguate misure di salvaguardia. Oggi – ha aggiunto - commemoriamo le prime e cruciali misure legislative, continuando a migliorare le regole. In effetti, abbiamo ancora un paio di proposte sul tavolo che stabiliscono regole chiare, eque e applicabili per garantire una mobilità equa del lavoro. Nelle prossime settimane, dedicherò tutte le mie energie per assicurarmi che queste proposte vengano approvate e diventino una realtà".

La libera circolazione è una delle conquiste più amate dell'Unione europea.

Da quando è entrata in carica nel 2014, la Commissione Juncker ha compiuto uno sforzo considerevole per facilitare la libera circolazione dei lavoratori e proteggere i loro diritti, evitando il dumping sociale e fornendo alle autorità nazionali gli strumenti per combattere i rischi di abuso o casi di frode.

Tra le iniziative della Commissione la revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori, la modernizzazione del coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale e la proposta di istituire un'autorità europea del lavoro. (aise 22)

 

 

 

 

Voto all’estero. Il Cgie approva il suo documento

 

ROMA - È finita con l’approvazione a maggioranza, cinque gli astenuti: il Consiglio generale degli italiani all’estero ha approvato venerdì mattina in plenaria il documento sulla messa in sicurezza del voto all’estero. Alla presenza del sottosegretario agli esteri Ricardo Merlo, tornato giovedì sera dalla Svezia dove è stato impegnato al fianco del presidente Mattarella, i consiglieri hanno animato un lungo dibattito, seguito della discussione basata sul documento redatto dalla Commissione Diritti e Partecipazione che ha fatto sintesi dei contributi ricevuti da Comites e Cgie in questi ultimi mesi.

Un documento modificato dall’assemblea nella parte che prevede l’inversione dell’opzione e l’indicazione sui collegi uninominali dopo una serie di interventi soprattutto sul primo punto, che hanno portato Paolo Da Costa a dimettersi dalla Presidenza della terza Commissione.

Lungo, come detto, il dibattito di questa mattina, cui hanno assistito – in diversi momenti – anche i parlamentari eletti all’estero Nissoli, Borghese, Fantetti, Sangregorio e Ungaro, ma anche Fabio Porta ed Eugenio Marino (Pd).

Ad aprire la serie di interventi Silvana Mangione (Usa) fermamente contraria all’inversione dell’opzione che, a suo dire, sarebbe pure incostituzionale, in quanto in contrasto con l’articolo 46 (Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge).

Sul dove votare è intervenuto Stabile (Spagna) secondo cui si potrebbe farlo “presso gli uffici del Paese ospitante, per esempio in Spagna nella sede di Polizia, per poi trasmettere il voto direttamente al Viminale. Il tesserino elettorale verrebbe firmato e si risolverebbe la questione della personalità e sicurezza del voto”.

Residente in Brasile, in particolare a Recife la cui circoscrizione consolare comprende 9 stati, Villone ha sostenuto che “il tempo concesso per la consegna e il rinvio dei plichi ad oggi è insufficiente; si tenga conto e venga valutato almeno un aumento del termine di 15 giorni”. “Interessante” per il consigliere dividere lo spoglio delle schede in diverse sedi, una per ogni ripartizione. Fondamentale, ha concluso, preparare gli scrutatori “al fatto che noi abbiamo le preferenze”.

Contro l’opzione anche Rodolfo Ricci (Italia): da quando esiste la legge Tremaglia “il numero degli italiani all’estero è raddoppiato, ma con l’opzione rischiamo di abbassare la platea dei votanti. Ricordiamoci che ai Comites non ha votato nessuno. Per una riforma in questo senso serve “più tempo” così da informare più persone possibili. “Interessante” per Ricci “iniziare a sperimentare il voto elettronico, che nel futuro potrebbe essere la soluzione, anche alla luce della nuova mobilità giovanile, e l’uso della blockchain”. Contrario, infine, “al collegio uninominale: per il voto all’estero si scelse il proporzionale proprio per incentivare la partecipazione”.

Sì all’opzione da Marcelo Carrara (Argentina): “esiste già per i temporaneamente all’estero e nessuno ha messo in dubbio la sua costituzionalità. Qual è lo spirito della Costituzione? L’art 48 è chiaro. Cambiando la modalità non lediamo nessun diritto, ma miglioriamo una situazione che nel passato ha provocato molti problemi. Può calare la partecipazione, ma tutti insieme come Sistema Paese lavoreremo per educare gli italiani all’estero alla responsabilità del voto”.

Senatore di Forza Italia eletto in Europa, Raffaele Fantetti ha ricordato che già ad inizio Legislatura ha depositato una proposta di legge in materia, scrivendo anche al Presidente Mattarella affinchè prendesse a cuore la tematica. “I cardini della mia proposta sono tre: registro degli elettori, fondamentale, democratico e che risponde alla necessità primaria che noi italiani all’estero mettiamo fine al sospetto quando non al verificarsi effettivo di brogli. Agli occhi degli italiani nessuno si merita né si può permettere di esser tacciato di partecipare a brogli e l’unico modo per evitarlo è questo”, cioè registrarsi. “Troppe schede in giro per il pianeta e solo 1milione 2mila torna indietro. Ne rimangono 3 milioni e 600mila non votate. È uno scempio della conquista democratica che dobbiamo sappiamo bene a chi, che noi abbiamo messo a rischio non intervenendo quando si poteva”. Poi la stampa delle schede in Italia: “è prassi inefficiente, per non dire illegittima quella di far stampare senza gara a diverse copisterie estere” le schede elettorali. “Non è accettabile”. Infine, “un codice a barre sulle buste con il voto, con i lettori di codici a barre a Castelnuovo di Porto” o ovunque si scrutini.

“Noi contiamo solo se siamo uniti”, ha ribadito Fantetti. “Se dalla base, dai Comites e dal Cgie arriva in Parlamento una proposta è doveroso per tutti noi 18 eletti all’estero per portarla avanti con forza, senza stare a distinguere partiti e circoscrizione”. Anche perché “abbiamo Merlo come sottosegretario, possiamo fare un gioco costruttivo tra governo e opposizione. Su questo – ha concluso – va impostata anche la battaglia per costituire la bicamerale”. Infine, come segretario della Commissione Bilancio, Fantetti ha assicurato che “cercheremo, d’accordo con Merlo, di difendere tutti i capitoli che ci riguardano”.

Tornando al voto Tagliaretti (Ncd) ha proposto la costituzione di un “gruppo di lavoro che coinvolga esperti di università e centri studi per un documento conclusivo che illustri tutte le possibilità di voto che ci sono, con tanto di studi di fattibilità”. Sarebbe “un documento tecnico importante, il nostro contributo al dibattito. Il Cgie per composizione anagrafica e geografica sarebbe il luogo ideale per un documento di sintesi e super partes”.

Per Gargiulo (Cile) fondamentale “l’educazione al voto” soprattutto dei giovani, che statisticamente votano meno degli adulti, e “tempi più ampi” per la riconsegna delle schede. Per la “sostenibilità futura” del voto Gargiulo ha indicato due misure: “stimolare gli aventi diritto, educandoli alla cittadinanza formata e informata, anche per mettere il relazione voto e cittadinanza”; e “schedari consolari con gli indirizzi email, cui inviare informazioni periodiche”.

Per Arcobelli (Usa) lo spoglio delle schede andrebbe fatto in loco, nelle ambasciate e nei consolati – “così come accade per le elezioni dei Comites” - , comunque lontano dalla “bolgia” di Castelnuovo di porto. Quanto al voto telematico, il consigliere ha ricordato che “la grande forza numerica dell’emigrazione è ancora composta da anziani che probabilmente di pc e codici non sanno nulla, dunque dobbiamo proseguire col voto per corrispondenza, sperimentando ai referendum il voto elettronico”.

Che il voto elettronico sollevi dubbi non solo in Italia l’ha confermato Marzo; in Belgio, paese dove vive, il Nord vota con l’elettronico, il sud no, perché non lo considera sicuro.

Dirigente del Pd, Eugenio Marino ha ricordato l’importanza del Cgie e sostenuto che esso abbia dato “il meglio di sé quando ha stimolato la politica”. Il Cgie è, sì, un organismo “consultivo” ma “che fa politica. Se discuti di legge elettorale, se dai pareri al Governo, fai politica”. La questione è che “non deve essere partitico”.

La Legge sul voto all’estero, ha ricordato, “è nata qui, con il ministro Tremaglia che ha voluto un testo che ha poi portato in Parlamento dove ha trovato altri partiti, tra cui il mio, al suo fianco. In altri momenti il Cgie è stato contrastato e da fuori arrivavano indicazioni su cosa fare – parlo di Mantica – e allora tutto il Cgie fu compatto a manifestare per mantenere la sua autonomia e il suo ruolo propositivo. Oggi vi chiedono una proposta che il governo farà propria. Non fatevi condizionare dall’esterno, perdereste un’occasione”, l’invito di Marino che entrando nel merito della questione ha sostenuto che “l’inversione dell’opzione è un’agevolazione per gli italiani all’estero, non una limitazione”. Certo questa modifica “va fatta nei tempi adeguati per l’entrata in vigore”. Tenendo presenti i tempi italiani.

Presente al dibattito anche il Dg Vignali che ha riassunto quanto emerso con tre parole: Fermezza, consapevolezza e sicurezza.

“Noi, Cgie e amministrazione siamo fermi nel difendere e tutelare il voto all’estero, non ci sono incertezze da parte di nessuno; siamo poi consapevoli che una riforma è necessaria ed urgente”; infine, “parliamo di sicurezza perché tutti abbiamo ben presente l’esigenza che il voto vada tutelato nelle forme di segretezza, regolarità e personalità e che la legge attuale oggi non è sufficiente. Come attuare la riforma è compito della politica, registro degli elettori o voto elettronico che sia. Qualsiasi sia la preferenza, - ha concluso – l’amministrazione si farà trovare pronta”.

Dura la replica di Paolo Da Costa, spiazzato da un dibattito “a ruota libera”, quando la commissione ha lavorato per mesi per fare una sintesi degli spunti emersi. Ricordato che “ieri un costituzionalista ci ha detto che l’inversione dell’opzione non è incostituzionale, dunque non vedo perché dovremmo riparlarne oggi”, Da Costa ha invitato i colleghi ad essere “interlocutori credibili” e a non impuntarsi “per una battaglia ideologica”.

“Non siamo demagoghi né populisti, la nostra proposta ha raccolto i suggerimenti che ci sono arrivati. Chiedo alla presidenza di mettere in votazione il nostro documento e dopo la votazione deciderà l’assemblea la strada da percorrere”, la proposta di Da Costa.

Come Carrara, anche Gazzola (Argentina) ha ricordato che “c’è già nel sistema del voto all’estero l’inversione dell’opzione”. Quello accaduto per i Comites, secondo il vicesegretario, non va preso ad esempio perché “i Comites sono poco conosciuti, ma quando ci sono le elezioni italiane c’è informazione ovunque, anche sulla stampa dei nostri paesi di residenza. Certo dovremmo avere garanzie su un registro aperto tutto l’anno”.

Contro l’opzione anche Ungaro (Pd) perché “i Comites hanno dimostrato un calo enorme della partecipazione” e la bassa partecipazione “crea le basi per mettere in discussione il voto stesso”.

Per Parisi (Germania) il meccanismo dell’inversione potrebbe essere difficile da comprendere – proprio a livello testuale e pratico – dai connazionali; d’accordo Mangione (Usa) secondo cui visto che “non sappiamo quando voteremo la prossima volta, e che il tempo è poco, dovremmo mettere in sicurezza quello che c’è: voto corrispondenza, schede stampate in Italia, con il meccanismo del codice a barre e nel frattempo si avvia con il governo lo studio su come votare per via elettronica”.

Per Aldo Lamorte (Maie) l’esercizio dell’opzione avrebbe come indispensabile corollario una “campagna informativa ampia per coinvolgere tutti i cittadini”. Da lui e dal consigliere Pinto (Argentina) il plauso al lavoro della terza commissione: “sono stati coinvolti i comites, e loro hanno fatto sintesi. Noi possiamo suggerire piccoli cambiamenti, ma non cambiare tutto. Non sarebbe rispettoso nei loro confronti”.

Di tutt’altro avviso Billè (Uk) secondo cui “l’inversione dell’opzione e il registro dei votanti si scontrano con l’articolo 48 della costituzione nella parte in cui si dice che il diritto di voto non può essere limitato”. D’accordo, invece, sulla proposta dei collegi uninominali: “lo spunto innovativo, fondante di questa proposta, cui aggiungerei addirittura un uninominale secco, con un candidato per collegio e per lista”.

Come Da Costa anche Bernasconi (Belgio) ha quindi contestato ai colleghi di menar il can per l’aja, “discutendo ancora di cose già discusse” e di cui la terza commissione, di cui fa parte, ha preso atto nel documento.

Con un lavoro, ha aggiunto Lombardi (Pd) “appassionato e prezioso”, ma, ha precisato, “ancora modificabile”. Per esempio togliendo ogni riferimento al certificato elettorale e inserendo quello al codice a barre. Nel merito della questione più discussa – l’opzione – lombardi ha consigliato di “scrivere le cose su cui siamo d’accordo. Se votiamo il documento così, sull’opzione ci spacchiamo. Scriviamo che per garantire la sicurezza del voto per corrispondenza “abbiamo discusso alcune soluzioni quali l’inversione dell’opzione o l’applicazione di metodologie informatiche per rendere sempre più certo il voto, senza penalizzare la partecipazione agli elettori alla vita democratica italiana”. Cioè rappresentiamo il dibattito ce c’è stato tra di noi. Nel dispositivo mettiamo ciò sui cui siamo tutti d’accordo, e poi citiamo il resto”. Una proposta che ha trovato d’accordo il sottosegretario Merlo, che si è detto “molto soddisfatto per la qualità e la passione di questo dibattito”, frutto di “un lavoro che pone il Cgie come protagonista: da qui partirà la discussione parlamentare, per cambiare le modalità del voto all’estero. Sono d’accordo con Lombardi: non credo che sia un bene un documento approvato a maggioranza risicata; cerchiamo più consenso possibile. Prima della fine dell’anno dobbiamo avere un documento con la nostra proposta, se no continuiamo a discutere. Ma io vorrei cominciare a parlare di quella che sarà la prossima sfida del Cgie: la legge di cittadinanza, che sembra un tabù, ma che vorrei si discutesse qui”. Dunque “spero di avere prima della fine dell’anno un documento del Cgie sul voto e alla prossima plenaria cominciare a lavorare sulla cittadinanza”.

Il segretario generale Schiavone ha quindi fatto una sorta di sintesi del dibattito, citando anche la riduzione dei parlamentari in discussione al Senato e il vulnus aperto dal Rosatellum bis che ha consentito di presentarsi all’estero anche ai residenti in Italia, ma non viceversa.

Sulle modalità di voto, “la nostra prima richiesta dovrebbe essere un Rapporto continuo tra Maeci e Viminale perché l’anagrafe consolare e quella ministeriale siano continuamente aggiornate; su invio e ritorno dei plichi, prendiamo in considerazione altre proposte, come quella di avere dei rappresentanti di lista che aiutino l’amministrazione; tutti d’accordo sul fatto che lo scrutinio a Castelnuovo di porto è mastodontico. Ribadiamo il nostro sì al voto per corrispondenza ma sperimentiamo il voto elettronico”. Per “ridurre quel 10% di schede nulle” per errori sull’inserimento del certificato elettorale nella busta sbagliata, “introduciamo il codice barre o il QR”.

La questione di fondo, ha sottolineato Schiavone, “resta che alle elezioni deve partecipare il maggior numero possibile di elettori”; numero che nelle quattro tornate elettorali (politiche) dal 2006 ad oggi si è attestato al 30% degli aventi diritto. Questo è “il punto da cui partire per allargare la partecipazione e non restringerla”. Alla luce dell’affaire-Longo, infine, la legge dovrebbe prevedere espressamente il divieto di presentarsi come parlamentari in Parlamenti di diversi paesi, “non è accettabile”.

Quindi il segretario generale ha posto ai voti il documento della 3° commissione con due modifiche: eliminazione dell’inversione dell’opzione e stralcio dell’ipotesi collegi uninominali.

A questo punto Da Costa ha annunciato le sue dimissioni dalla presidenza della Commissione Diritti e Partecipazione: “come sempre sarà il Comitato di Presidenza a vedere come andare avanti”.

Posto a votazione, il documento – così modificato – è stato approvato dalla maggioranza dei presenti, con l’astensione di 5 consiglieri. (focus/aise 18) 

 

 

 

 

 

Educazione e immigrazione. Il rapporto Unesco

 

ROMA - In occasione della Giornata internazionale dell'infanzia, il Rapporto Mondiale di Monitoraggio dell’educazione 2019 (Global Education Monitoring Report o GEM report) dell'UNESCO su migrazioni e spostamenti forzati mostra che i migranti rappresentano il 18% degli studenti nei paesi ad alto reddito, rispetto al 15% nella metà degli anni 2000. Ora sono 36 milioni, equivalenti a tutta la popolazione in età scolare in Europa. In base agli attuali livelli, la percentuale potrebbe salire al 22% entro il 2030.

Lanciato in occasione degli eventi organizzati a Roma e Milano il 27 e 28 novembre, il rapporto, intitolato “Costruire ponti, non muri”, illustra gli svantaggi educativi affrontati dai bambini provenienti da un contesto migratorio. Nel 2017, in Italia, il numero di giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi era il triplo di quello dei nativi. L'analisi della migrazione interna dalle province meridionali a quelle settentrionali mostra anche che i bambini migranti, in particolare i maschi, avevano una probabilità maggiore di abbandono precoce degli studi. Inoltre i richiedenti asilo hanno bisogno di supporto per poter recuperare a scuola. Tra quelli intervistati in Italia nel 2017, solo quattro su dieci avevano un’alfabetizzazione di base.

Le politiche italiane per affrontare il divario educativo di migranti e rifugiati sono evidenziate nel rapporto mondiale GEM dell'UNESCO. Mentre paesi come la Thailandia, la R.U. di Tanzania e il Bangladesh chiudono le porte della scuola ai bambini privi di documenti di residenza o di identificazione nazionali, le linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri in Italia aggiornate dal MIUR nel 2014 affermano che il diritto all’istruzione non può essere negato a causa della mancanza di documenti.

L'Italia è uno dei soli 7 paesi ad alto reddito a fornire educazione interculturale sia come materia a sè stante che come materia integrata nel curriculum. Danimarca, Francia, Ungheria e Polonia non hanno fatto né l'uno né l'altro.

Riconoscendo che alcune delle scuole hanno un bisogno addizionale di supporto per assistere gli studenti provenienti da un contesto migratorio che non parlano la lingua italiana, qualsiasi scuola in Italia può accedere a block grants per il loro supporto linguistico.

Il Rapporto GEM sottolinea gli sforzi compiuti in Italia per soddisfare le esigenze educative dei minori immigrati non accompagnati e privi di documenti. Circa il 73% degli 86.000 bambini arrivati ??in Italia nel periodo 2011-2016 non erano accompagnati e sono stati accolti nei centri di prima e seconda accoglienza. La nuova legge n. 47 del 2017 copre anche il diritto all’educazione ad ogni livello per questi bambini e ha dimezzato il tempo massimo di permanenza nei primi, fissandolo a 30 giorni. Nonostante questo, solo una minoranza di minori non accompagnati frequenta regolarmente la scuola.

L'Italia, insieme a Grecia, Norvegia e Regno Unito sta anche aprendo la strada a un nuovo sistema per riconoscere le qualifiche anteriori dei rifugiati grazie all’European Skills Passport for Refugees (ESPaR). Le innovazioni di questo tipo sono necessarie: nei paesi più ricchi oltre un terzo degli immigrati con un'istruzione superiore sono sovraqualificati per il loro lavoro, rispetto a un quarto dei nativi.

Eppure le sfide rimangono.

Molti paesi europei, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, finiscono per segregare gli studenti immigrati in scuole separate o in filiere scolastiche spesso professionali, accrescendo il loro svantaggio educativo. In Italia il 17% delle classi primarie aveva più del 30% di alunni stranieri nel 2017.

Manos Antoninis, direttore del GEM Report, ha aggiunto: "Separare o segregare gli immigrati in scuole diverse o percorsi scolastici che aprono meno opportunità aggrava le sfide a cui questi ultimi devono far fronte in materia di istruzione ed esacerba i pregiudizi, creando una reazione 'loro' e 'noi' nei paesi di accoglienza".

Gli insegnanti spesso non si sentono ben formati per insegnare in classi multiculturali. Oltre due terzi degli insegnanti intervistati in Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Spagna e Regno Unito erano d’accordo leggermente, moderatamente o fortemente sul fatto che gli aggiustamenti richiesti per soddisfare le esigenze degli studenti immigrati abbiano aumentato il carico di lavoro e causato frustrazione: il 52% ha ritenuto insufficiente il sostegno ricevuto per gestire la diversità.

Alcune delle raccomandazioni suggerite dal Rapporto sono:

1. Gli insegnanti dovrebbero ricevere un migliore sostegno per poter soddisfare la miriade di ruoli che ci si aspetta da loro nell'educare migranti e rifugiati.

2. L'Italia dovrebbe basarsi anche su iniziative locali nate in alcune città, tra cui Milano e Torino, per rispondere alle esigenze specifiche dei migranti.

3. I governi dovrebbero investire nella raccolta dei dati sulle dimensioni e la portata delle migrazioni nei loro paesi. (aise/dip 21) 

 

 

 

I rischi e i paradossi della battaglia anti-Europa

 

La scelta del governo di «non arretrare» a Bruxelles sulla legge finanziaria potrebbe essere suicida quando dal voto Ue uscirà un gran bisogno di pragmatismo e compromessi - di Franco Venturini

 

Il governo della Lega e dei Cinque Stelle, decidendo di «non arretrare di un millimetro» nella controversia con Bruxelles sulla nostra fantasiosa legge finanziaria, ha probabilmente voluto salvare la faccia davanti ai suoi elettori e svuotare in anticipo la risposta della Commissione. Tattica comprensibile, nel breve termine. Ma suicida o quasi tra appena sei mesi, quando dalle urne delle elezioni europee sarà uscito un gran bisogno di pragmatismo e di compromessi, non di polemiche incendiarie e di alzate di scudi.

È certamente troppo presto per prevedere con esattezza, nel gran subbuglio europeo, l’esito di un appuntamento elettorale che mai prima aveva assunto, come stavolta, una importanza storica. E tuttavia le indicazioni cominciano a convergere, i pronostici si rafforzano e diventano già (ma non in Italia, si direbbe) oggetto di riflessione e di grandi manovre preparatorie. Il consenso, cauto ma crescente, è che i nazional-populisti non conquisteranno nel nuovo Parlamento europeo quel ruolo centrale e decisivo che è oggi del Ppe, l’ecumenico Partito popolare che tiene uniti dai democristiani tedeschi a Forza Italia e all’ungherese Orbán. L’obbiettivo sarà allora di separare il Ppe dai socialdemocratici del Pse, di rompere l’alleanza tradizionale che sin qui ha fatto la maggioranza, e di arrivare, a livello europeo, a una complessa riedizione del «modello austriaco» inventato dal cancelliere Sebastian Kurz.

Il vecchio potere resterebbe al timone ma in una diversa coalizione comprendente, in posizioni proporzionate ai risultati elettorali, i nazional-populisti. Se così davvero sarà, e le probabilità sono alte, una cosa risulta sin d’ora chiarissima e non sarà cancellata dalle molte tessere del mosaico ancora mancanti: si dovrà dialogare molto e in tutte le direzioni, si dovranno fare molti compromessi, si dovrà essere, come vuole la politica delle coalizioni, flessibili e credibili. Ebbene, cosa faranno i nostri due partiti governativi che oggi vogliono mostrarsi duri e puri, primi della classe contro l’Europa? Agli italiani che come gli altri popoli europei avranno appena votato scegliendo magari proprio quella loro rozza fermezza, spiegheranno davvero le virtù di compromessi mai fatti prima in sede europea, diranno davvero che «andare a letto col nemico» è cosa buona e saggia? Riconosceranno apertamente che le vagheggiate alleanze tra sovranisti sono una contraddizione in termini perché nazionalista mangia nazionalista, proprio come avviene oggi quando Salvini e Orbán parlano di immigrati o l’intero governo austriaco chiede provvedimenti contro la finanza allegra di Roma?

I giri di valzer, in Italia non sconosciuti, possono talvolta concludersi con gran capitomboli. E poi ci sono gli altri. Molte facce cambieranno, soprattutto sul finire del 2019 nella nuova Commissione. Ma non avranno memoria, queste facce nuove? Non ricorderanno che l’anno prima gli italiani disprezzavano le regole comuni, a tal punto che si erano completamente isolati? Non vorranno continuare a tenere ai margini, se le urne lo consentiranno, quei personaggi aggressivi che soltanto ora sorridono e trattano?

Se lo scenario descritto si confermerà i Salvini e i Di Maio, di questo siamo certi, avranno l’agilità propagandistica necessaria per rovesciare sul fronte interno italiano l’immagine di un grande successo (che peraltro potrebbe essere soltanto di uno dei due, in base ai giochi di appartenenza nei gruppi europei). Toccherà ai loro elettori l’onere di giudicare. Ma quel che sin d’ora preoccupa è che il fronte critico dell’Italia non è mai stato tanto compatto in Europa, e la simpatia dell’America di Trump, come si è clamorosamente visto nella conferenza di Palermo sulla Libia, non basta a bilanciarlo. Semmai a Palermo si è rivelato più utile Putin, e anche questo preoccupa. Preoccupa che Macron e Merkel, peraltro in grave crisi di consensi a casa loro, trovino ancora la forza di immaginare un Eurogruppo nel quale chi non rispetta le regole finanziarie dell’Unione si troverà escluso dall’accesso ai nuovi fondi previsti (e quel «chi» siamo soltanto noi) .

Preoccupa, insomma, che la rotta scelta da Lega e Cinque Stelle, oltre a creare gravi rischi economici, oltre a seguire una tattica da tempi brevi o brevissimi con forti impronte di provincialismo, abbia una sua razionalità soltanto se si punta alla rottura totale, all’uscita dall’euro e dall’Europa. Prospettiva che i leader negano con forza recente, annunciando piuttosto la presa della Bastiglia europea («voi sarete tutti spazzati via», hanno detto in momenti di rabbia sia Salvini sia Di Maio) senza però stabilire un qualsiasi nesso logico tra l’odierno modo di far politica e quello che sarà verosimilmente necessario domani. In una Europa che è debole e divisa, sì, ma non ha ancora accettato di morire o di lasciarsi uccidere. CdS 20

 

 

 

 

 

L’Istituto tedesco di ricerca economica spezza una lancia a favore dell’Italia

 

BERLINO - "Mentre quest'oggi si attendono le decisioni di eventuali sanzioni da parte di Bruxelles per la manovra economica italiana, nei giorni scorsi il presidente del DIW, l’Istituto tedesco di ricerca economica, l'ha difesa. Anche per convenienza della Germania". È quanto riporta un articolo a firma di Edoardo Laudisi, pubblicato oggi in primo piano sul portale on line del quotidiano bilingue Il Deutsch-Italia, ora anche in versione cartacea.

"In un lungo articolo apparso sul sito Die Welt online qualche tempo fa, l’economista Marcel Fratzscher esperto in macroeconomia e politica finanziaria presenta la sua posizione, decisamente fuori dal coro, sulla situazione economica italiana.

Il presidente dell’Istituto tedesco di ricerca economica DIW, con sede a Berlino, chiarisce alcuni punti importanti sulla manovra in deficit annunciata dal Governo italiano. "Sebbene", esordisce Marcel Fratzscher nel suo intervento, "venir meno agli accordi sull’indebitamento non sia mai una bella cosa, bisogna ammettere però che un’analisi onesta della situazione mostra che il Governo italiano ha ragione a programmare un aumento della spesa anche se, come detto pocanzi, esso viola i patti. Infatti", prosegue Fratzscher, "l’Italia è in una situazione molto rischiosa e il pericolo è enormemente maggiore di quello costituito dalla crisi greca. L’Italia è un gigante economico (lo dicono i tedeschi mentre i media italiani continuano a descrivere lo Stivale come un Paese senza peso specifico in Europa), se la sua crisi peggiorasse si trascinerebbe dietro tutta l’eurozona. Quindi anche la Germania".

Il presidente del DIW evidenzia i due problemi principali dell’economia italiana: il rapporto debito/pil al 132 per cento e i crediti in sofferenza del sistema bancario. Entrambi però, afferma, "sono meno pericolosi di quanto sembri in apparenza. Difficilmente assisteremo a un acuirsi della spirale del debito, come pronosticato dalla commissione Europea e dalle agenzie di rating, perché grazie ai tassi di interessi relativamente bassi dell’ultimo decennio, lo Stato italiano ha potuto allungare i termini di scadenza del debito, potendo così contare su finanziamenti a tassi vantaggiosi. Mentre l’aumento recente dei tassi di interesse sui titoli italiani è collegato alla bassa fiducia riscontrata dal Governo italiano e non intacca la capacità di pagamento dello Stato". Come a dire, il problema è politico, non economico. "Per quanto riguarda l’instabilità del sistema bancario, che le agenzie di rating pongono al centro delle loro critiche, prosegue l’economista, esso non è peggiore di altri (ad esempio Germania, per non parlare della Francia), dal momento che negli ultimi anni l’Italia ha sanato molto in questo settore".

Il vero problema italiano, secondo Marcel Fratzscher, è la depressione economica, l’alta disoccupazione giovanile e il calo della produzione industriale degli ultimi due decenni dovuto al crollo della domanda interna, ma fortunatamente non a quello dell’export. In altre parole, l’economia italiana è l’unica a non essere ritornata ai livelli precrisi 2008 e si trova in stagnazione dagli inizi degli anni Duemila. E proprio per risolvere questi problemi che affliggono il Paese come piaghe, il Governo italiano potrebbe giocare con pensieri pericolosi, teme l’economista di Berlino. Un’uscita dell’Italia dall’Euro, che qualcuno in Italia continua a vedere di buon occhio, sarebbe un disastro non solo per l’Italia, ma per tutto il continente europeo. Solo l’annuncio di uscita provocherebbe un terremoto tale sui mercati finanziari da far sembrare la crisi del 2008 uno scherzo. La Germania sarebbe colpita in modo particolarmente duro perché le banche tedesche hanno investito molto in Italia e per parecchie imprese tedesche il mercato italiano è strategico. Basti pensare che l’export tedesco verso l’Italia nel periodo gennaio-luglio 2018 ha raggiunto un valore di 41.577mln di euro, con un incremento del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017, mentre l’import dall’Italia è stato di 35.101mln di euro, con un incremento del 5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017 (dati Istat). Questo fa dell’Italia il quarto mercato di destinazione per l’industria tedesca e il sesto di importazione (dati: Statistisches Bundesamt). Una crisi di queste relazioni metterebbe a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati in tutta Europa.

Di conseguenza, conclude l’economista del DIW, nell’interesse di tutti bisogna concentrarsi sul problema del lavoro e della crescita economica italiana, perché l’unica via per risolvere il nodo gordiano dell’indebitamento nel lungo periodo passa attraverso la crescita economica. L’Europa dovrebbe consentire all’Italia di operare in deficit temporaneo, con la garanzia che le misure attuate servano effettivamente a stimolare crescita e investimenti e non a finanziare assistenzialismo. Il caso italiano, poi, dovrebbe suonare come l’ultima campana per l’Unione Europea per spronarla a fare finalmente quelle riforme strutturali necessarie a completare il progetto europeo in senso democratico. Lo scenario che ci troviamo di fronte oggi è completamente diverso rispetto a quello degli anni Ottanta del secolo scorso, quando furono concepiti i meccanismi economico-legali sottostanti gli accordi di Maastricht.

Si tratta in sostanza di abbandonare l’ottuso paradigma di austerità a qualsiasi costo, incentrato sul Superstato tecnocratico portato avanti da Merkel-Schäuble, ENA francese, Monti (+ PD residuale), burocrati UE e Troika, per approdare a regolamenti più intelligenti e adatti agli scenari odierni. Una soluzione tutto sommato di buon senso, come spesso sono le soluzioni intelligenti, che perfino lo Spiegel online inizia a comprendere, come dimostra questo articolo. L’economista Marcel Fratzscher è la prova che il buonsenso esiste in Europa. Il problema del Governo italiano, semmai, è legato all’incapacità di Roma di creare consenso attorno a un obiettivo ambizioso di riforma europea. Fino ad oggi i politici italiani sono stati molto bravi a crearsi dei nemici, ma la politica della contrapposizione noi-loro, per serrare le fila e compattare il fronte interno, è fallimentare sul medio e lungo periodo se non è accoppiata ad una politica europea propositiva. Bisogna trovare delle alleanze e per queste alleanze essere pronti a scarificare qualcosa della propria identità. Altrimenti ci sarà sempre un Kurz qualsiasi che da buon "free rider" austriaco proverà ad accaparrarsi il suo posto al sole in Europa avvalendosi dei peggiori pregiudizi nei confronti dell’Italia e speculando sulle sue debolezze". (aise 21)

 

 

 

“Benvenuti a Berlino”. Un ciclo di incontri spiega ai nuovi arrivati il necessario per integrarsi in Germania

 

Il Comites Berlino, Il Mitte (Quotidiano di Berlino per italofoni) e l’Ambasciata d’Italia a Berlino presentano giovedì 6 dicembre il primo della serie di incontri “Benvenuti a Berlino”, destinati agli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma rivolti anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse.

Il primo incontro si terrà giovedì 6 dicembre 2018 presso l'Ambasciata d’Italia (Tiergartenstrasse 22, 10785 Berlin) dalle ore 18:00 alle 20:00, con iscrizione obbligatoria a questo link (http://bit.ly/benvenutiaberlino). Gli incontri, moderati da Lucia Conti, direttore de Il Mitte - Quotidiano per italofoni a Berlino, forniranno nella prima parte una serie di informazioni generali anche con il supporto di esperti in base al focus specifico della serata, mentre nella seconda metà dell'incontro sarà dato ampio spazio alle domande da parte dei nuovi concittadini che potranno essere rivolte ad un rappresentante dell’Ambasciata d'Italia qualificato, capace di dare un efficace supporto pratico.

 

Dalla procedura per l’Anmeldung agli uffici tedeschi di competenza per le questioni amministrative, dai servizi erogati gratuitamente dalla rete diplomatico-consolare alle scadenze e obblighi fiscali, dai diritti del lavoro dipendente a come avviare una attività in proprio, dal sistema scolastico a quello sanitario. 

Tutti gli incontri si terranno presso l'Ambasciata d'Italia in orario 18:00 - 20:00 con cadenza bimestrale, e forniranno, oltre alle informazioni generali, ognuno un focus specifico. Ecco a seguire il calendario degli incontri:

 

6 dicembre 2018               Il sistema amministrativo a Berlino

28 febbraio 2019               Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti

9 maggio 2019                  Nuovi imprenditori e liberi professionisti

22 agosto 2019                 Scuola ed istruzione

24 ottobre 2019                Fisco e tasse

12 dicembre 2019              Il sistema sanitario tedesco

 

Negli ultimi anni un numero crescente di connazionali, tra cui molti giovani, ha scelto di vivere in Germania per cercare un percorso formativo o nuovi sbocchi lavorativi. La migrazione italiana a Berlino è in forte crescita, i dati riportano una percentuale in aumento del 9% nell’ultimo anno verso la capitale, rispetto ad una media in Germania del 4%. Un numero sempre crescente di connazionali sta infatti scegliendo la Germania, ed in particolare Berlino, come nuova opportunità di crescita all’interno dell’Unione Europea. 

Gli incontri "Benvenuti a Berlino", resi possibili grazie al contributo ministeriale MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), sono un punto di partenza sicuro per chiunque decida di intraprendere un nuovo percorso di vita a Berlino, capaci di fornire una base di orientamento informativo ed aiutare i nuovi arrivati (e non) a muoversi con maggiore conoscenza nella realtà tedesca. Maggiori informazioni: www.comites-berlin.de; www.ilmitte.com; www.ambberlino.esteri.it.  (de.it.press)

 

 

 

Le recenti e prossime iniziative dell’Ambasciata d’Italia a Berlino

 

ROMA - Ambasciata d'Italia a Berlino centro del mondo, e non solo perchè a tre mesi dal saluto di Pietro Benassi, ha finalmente un nuovo capo missione, Luigi Mattiolo. Diverse infatti le iniziative di carattere politico ma anche rivolte alla comunità che si sono tenute o sono state annunciate questa recentemente nella capitale tedesca.

A cominciare dalla seconda "German-Italian Innovation Conference - Investing in Italian Innovation: Smart Policies for a Digital Europe", un’iniziativa dell’Ambasciata insieme ad ICE - Agenzia per la Promozione all’Estero e l’Internazionalizzazione delle Imprese Italiane e di ITKAM - Camera di Commercio Italiana per la Germania, aperta proprio il 20 dicembre dal neoambasciatore Mattiolo. Dopo Industria 4.0, trattata nell’edizione del 2017, quest'anno la conferenza, proseguita anche il 21 novembre alla Fiera di Berlino, ha visrto riunirsi istituzioni, imprese e investitori dall’Italia e dalla Germania per individuare sinergie volte ad affrontare il cambiamento di paradigma che la trasformazione digitale impone al settore pubblico e privato europeo.

Venerdì, 23 novembre, nel Salone delle Feste dell’Ambasciata, è stata la volta della premiazione del concorso scolastico “Bravo Bravissimo!”, alla sua prima edizione, dedicato agli studenti italiani che frequentano le scuole in Germania. Oltre ai premiati e alle loro famiglie, hanno partecipato alla cerimonia anche i rappresentanti della collettività italiana in Germania e i Consoli Generali della rete italiana, che hanno premiato i vincitori. “Bravo Bravissimo!” ha inteso premiare gli studenti italiani che hanno ottenuto, nelle varie fasce d’età e nelle diverse tipologie di scuole, i risultati migliori (categoria “Che pagella!”) e quelli che migliorano di più i propri risultati scolastici, cioè registrano i maggiori progressi, nel corso dell’anno (categoria “Che progressi!”).

 

Si terrà invece il 6 dicembe, sempre in Ambasciata, il primo incontro del ciclo "Benvenuti a Berlino" ideato e promosso insieme al Comites Berlino e a Il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni. Gli incontri sono destinati agli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma rivolti anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse. Gli incontri, moderati da Lucia Conti, direttore de Il Mitte, forniranno nella prima parte una serie di informazioni generali anche con il supporto di esperti in base al focus specifico della serata, mentre nella seconda metà dell'incontro sarà dato ampio spazio alle domande da parte dei nuovi concittadini che potranno essere rivolte ad un rappresentante dell’Ambasciata d'Italia qualificato, capace di dare un efficace supporto pratico. Tutti gli incontri si terranno presso l'Ambasciata d'Italia in orario 18.00 - 20.00 con cadenza bimestrale, e forniranno, oltre alle informazioni generali, ognuno un focus specifico. Il calendario si aprirà dunque il 6 dicembre con l’incontro dedicato a "Il sistema amministrativo a Berlino" e proseguirà il 28 febbraio 2019 con il tema "Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti", il 9 maggio "Nuovi imprenditori e liberi professionisti", il 22 agosto "Scuola ed istruzione", il 24 ottobre "Fisco e tasse", per finire il 12 dicembre con "Il sistema sanitario tedesco". Gli incontri sono resi possibili grazie al contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

 

Infine sempre a Berlino si terrà il prossimo 11 dicembre presso la Werkstatt der Kulturen la tavola rotonda "Costituzione e Grundgesetz. Oggi e in una prospettiva europea", organizzata dal Comites in occasione dei 70 anni della Carta Costituente italiana, seguita un anno dopo dalla proclamazione della Legge Fondamentale (Grundgesetz) tedesca. Al dibattito parteciperanno la storica Silvia Cresti, il politologo Mauro Grassi del Comites Berlino e il sociologo Gregor Fitzi dell'Università di Potsdam, non solo per approfondire passato, presente e futuro delle due Carte Costituzionali, ma soprattutto a farle conoscere nei loro punti fondamentali, nelle similitudini e nelle differenze, a tutti connazionali che vivano in Germania. Il dibattito si terrà in lingua italiana e la moderazione sarà a cura della giornalista Andrea Dernbach del Tagesspiegel. Durante la serata verrà inoltre presentata la pubblicazione "70 anni di Costituzione", redatta dall'Intercomites Germania, che presenta i testi delle due Carte Costituenti in doppia lingua, con traduzione a fronte. (focus/aise/dip 25) 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

29.11.2018. Il decreto sicurezza visto dai banchi Le misure previste dalla nuova legge renderanno più difficile l'integrazione di chi, in Italia, aspetta l'esito della propria richiesta di asilo. Le preoccupazioni di una classe di italiano per stranieri a Milano. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-sicurezza-scuola-immigrati-100.html

 

Una casa per 1 euro. A Mussomeli si può comperare una casa per 1 euro, a patto che la si ristrutturi entro due anni. Una misura per ripopolare la cittadina siciliana. Ne abbiamo parlato con l'assessore al Turismo Lo Conte.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/case-un-euro-102.html

 

28.11.2018. Una battaglia navale rischiosaLo scontro tra navi russe e ucraine nel Mare d'Azov riaccende la tensione tra i due paesi. Quali conseguenze per l'Ue e la Nato? https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ucraina-russia-navi-102.html

 

Mai più figli delle mafie. Spezzare i legami familiari tra i figli dei boss e l’ambiente criminale in cui crescono può rappresentare la loro salvezza. E forse anche l’inizio della fine delle organizzazioni mafiose. Ascolta il servizio di Roberto Calabrò. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-figli-102.html

 

Benvenuti a Berlino! In una serie di incontri il Comites della capitale tedesca spiega ai nuovi arrivati, e non, tutto quello che c'è da sapere per una vera integrazione in Germania. Ascolta l’intervista a Simonetta Donà. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/comites-berlino-informazioni-102.html

 

27.11.2018. Implant files: i rischi delle protesi. Pacemaker, valvole cardiache, seni al silicone, impianti artificiali. Migliaia di persone sono vittime di prodotti difettosi o non testati. A Radio Colonia Leo Sisti, autore dell'inchiesta "Implant files" per l'Italia. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/implant-files-italia-102.html

 

Il Deutsch-Italia diventa cartaceo. Il giornale online Deutsch-Italia ci ha abituato a titoli provocatori e sorprendenti. Ora ci sorprende con la decisione di uscire in forma cartacea. I motivi? Ce li spiega il direttore Alessandro Brogani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/deutsch-italia-102.html  

 

26.11.2018. Più vaccini, meno fake news. Non ascoltare le fake news di tendenza no-vax e vaccinare i bambini: questo il monito dell’UE all’Italia. Facciamo il punto della situazione sul dibattito in Italia con Alessandro Artini, presidente per la Toscana dell’Associazione Nazionale dei Presidi.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/piu-vaccini-meno-fake-news-100.html  

 

 23.11.2018. Femminicidi: è anche un problema Tedesco. Sono preoccupanti i dati sulla violenza sulle donne in Germania, rivelati dalla ministra della Famiglia Giffey. Per la prima volta un rappresentante del governo federale denuncia pubblicamente il problema. Ne parliamo con Lisa Mazzi, presidente di Rete donne Berlino. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/femminicidi-germania-100.html.  

 

Come realizzare una società aperta?

È uno dei temi affrontati dal convegno svoltosi a Berlino il 21 novembre. Nel corso del simposio si è discusso anche di come scienza e sviluppo tecnologico debbano essere una risorsa e non una minaccia per la democrazia. Ne abbiamo parlato con Patrizia Nanz, direttrice dell’Istiituto IASS di Potsdam. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/simposio-nanz-100.html  

 

La grammatica del corpo

Davide Camplani, da 20 anni membro della compagnia di teatro danza „Sasha Waltz & Guests“, coordina anche corsi di danza e movimento per bambini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/grammatica-corpo-100.html  

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-326.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

22.11.2018. Il bene e il male del Black Friday.

Venerdì 23 novembre in tutta America ed Europa sarà la giornata degli sconti e delle promozioni per favorire gli acquisti. Ma aumenta il numero di coloro che soffrono di shopping compulsivo. Ai nostri microfoni Monica De Gregorio di Adiconsum e lo psicologo Giuseppe Lavenia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/black-friday-114.html

 

21.11.2018. Imprese digitali, la sfida di Italia e Germania.

Opportunità e limiti degli investimenti tedeschi in Italia. Forte la spinta innovativa delle imprese e delle startup italiane. Ma c'è molto da fare nella sfida della digitalizzazione del settore pubblico e privato.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/imprese-digitali-italia-germania-100.html

 

Informazione dimezzata? Azzerare i contributi diretti agli editori, compresi quelli all'editoria italiana nel mondo. Sarebbe questo il proposito del Sottosegretario con delega all'editoria, il pentastellato Vittorio Crimi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/imprese-digitali-italia-germania-102.html

 

20.11.2018 Sì o no ai termovalorizzatori? 

Cerchiamo di fare chiarezza nella polemica sullo smaltimento dei rifiuti. Abbiamo sentito chi è favore come Rosa Filippini dell'associazione Amici della Terra ma anche chi è contrario come Paolo Guarnaccia, del Dipartimento di Agricoltura, alimentazione e Ambiente dell'Università di Catania. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/termo-valorizzatori-100.html  

 

Bruno Benedetti. Docente di matematica all'università di Miami, con la "geometria discreta" contribuisce a sviluppare algoritmi che ci semplificano la vita. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/bruno-benedetti-100.html  

 

19.11.2018. Alla ricerca di un leader

In sette si sono candidati ufficialmente alla segreteria del Pd che cerca una guida per ritrovarsi dopo il tracollo delle elezioni di marzo. Ha analizzato la situazione dei dem l'editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pd-leader-100.html

 

Il patto che divide. Il Global Compact for Migration proposto dall'Onu ancora non è stato controfirmato dagli Stati ma sta trovando molte resistenze in Europa. Anche in Germania ed in Italia cresce il numero degli oppositori. Ne abbiamo parlato con Christopher Hein.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/patto-migrazione-100.html.

 

16.11.2018. Le voci di Genova. A tre mesi dal crollo del Ponte Morandi, come vivono cittadini e imprese a Genova? Abbiamo raccolto le testimonianze di un abitante e di un imprenditore che dice: "Non abbiamo paura di rimboccarci le maniche, abbiamo paura che questo non basti".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ponte-voci-genova-100.html  

 

Cinquantenni al lavoro. Assumere persone che hanno perso il lavoro non è un atto di solidarietà, ma un modello di business. Almeno per un'azienda fiorentina, che ha scoperto il valore aggiunto di lavoratori non più giovani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cinquantenni-al-lavoro-100.html  

 

Ogni giovedì- Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-324.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press.  RC/De.it.press

 

 

 

 

“Incontri berlinesi”. Il premio ‘Massimo Mannozzi’ alla fondatrice di ‘Infermieri italiani a Berlino’

 

Berlino - “Si è tenuto il 25 novembre nella prestigiosa cornice del ristorante ‘Bocca di Bacco’ di Berlino, quello che è oramai diventato un consueto incontro per la comunità italiana presente nella Capitale tedesca, e che rappresenta dal 1990 un appuntamento di convivialità culturale tra italiani e tedeschi: gli ‘incontri berlinesi’ di Massimo Mannozzi. Il cavalier Mannozzi, per la precisione, perché nel corso degli anni gli è stato conferito questo ambito riconoscimento tanto dalla Repubblica italiana che da quella tedesca. Nomi famosi hanno frequentato il suo locale ‘Bacco’ (ora chiuso) sito a pochi passi dalla Ku’damm: da Helmut Kohl a Claudio Abbado, da Sofia Loren a Peter Schneider, da Demetrio Volcic a Markus Wolf, solo per citarne alcuni”. È quanto si legge su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“La serata di domenica è stata l’occasione speciale per veder protagonista, per la prima volta da quando si tiene il premio ‘Massimo Mannozzi’, (conferito da una giuria composta di personalità italiane, del mondo della cultura e non, residenti a Berlino da più di 20 anni, a connazionali al massimo 45enni e non residenti a Berlino da oltre 10 anni), una donna: Clorinda De Maio, fondatrice dell’azienda ‘Infermieri italiani a Berlino’.

A premiarla era presente il nostro direttore Alessandro Brogani. Il premio è consistito in una bella scultura in bronzo dell’artista sardo Fulvio Pinna. Presenti all’incontro, tra gli altri, il dott. Helmut Burghause, del ministero federale tedesco dell’Economia, e uno dei fondatori degli ‘incontri’, il giornalista Roberto Giardina. Durante la serata sono state presentate inoltre alcune opere ed iniziative del gruppo di artisti toscani facenti parte della galleria d’arte Lacke & Farben di Berlino e dell’artista Fernanda Mancini, oltre ad una performance musicale della cantante Miriam Netti.

Il premio, che rappresenta un punto fermo d’incontro per la comunità italiana berlinese, sarà di nuovo consegnato ad un nostro connazionale meritevole per la sua opera il prossimo 16 dicembre”. (aise/Dip) 

 

 

 

A Berlino il ’68 fotografato da Uliano Lucas

 

Nel’ambito del “mese europeo della fotografia”, presso L’Iic di Berlino si tiene la mostra fotografica di Uliano Lucas, “68? Un anno di confine”, a cura di Tatiana Agliani

Le manifestazioni studentesche e operaie degli anni ’67/’69, lo spartiacque tragico della strage di piazza Fontana a Milano, l’ampliarsi e diversificarsi del movimento antiautoritario negli anni successivi, con le lotte per i diritti civili e quelle per la casa, la nascita del movimento femminista e i cortei contro la guerra in Vietnam e contro la dittatura di Pinochet in Cile. Ma anche le realtà del mondo del lavoro, le trasformazioni nella società, le spinte etiche che hanno portato alla nascita del movimento e all’esplodere della protesta. 60/70 immagini di Uliano Lucas ripercorrono la storia e le ragioni degli anni della Contestazione portandoci a rivivere una stagione che ha cambiato la società italiana.

Nello stesso tempo la mostra ci parla anche di un “’68 della fotografia”, di un periodo di idealità e speranze in cui il fotografo si spinge oltre la testimonianza e si fa voce e interprete del movimento antiautoritario e delle sue rivendicazioni.

Uliano Lucas, fotoreporter freelance, nato a Milano nel 1942, si è formato nell’ambiente di artisti di Brera e del bar Jamaica. Ha raccontato le guerre di liberazione e la decolonizzazione in Africa, le realtà del Medio Oriente, la contestazione studentesca e operaia, la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, e ha realizzato reportage, poi sfociati in libri, su temi seguiti lungo i decenni, dalla vita degli emigranti, alla questione psichiatrica, alle trasformazioni nel mondo del lavoro e nel territorio.  Askanews 28

 

 

 

 

Davide, pompiere a Berlino

 

Berlino - La sempre più ampia comunità italiana in Germania (più di 700 mila persone) ha da poco anche un suo connazionale vigile del fuoco a Berlino. Si chiama Davide Palmisano, ha 29 anni eppure la sua vita è già piena di svolte. Nato a Francoforte sul Meno (Germania sud-occidentale) da genitori italiani, a 1 anno di età si trasferisce con la famiglia ad Amandola, provincia di Fermo, paese natale del padre. Lì cresce, tornando in Germania diverse estati per dare una mano nei due ristoranti di cui il padre era rimasto proprietario. Da sempre appassionato di pallanuoto, riesce a entrare nella nazionale giovanile e in una squadra di serie A, il Bologna, ma, a 19 anni, un’allergia al cloro gli impone di lasciare gli sport acquatici. «Nel frattempo – racconta il protagonista – mi ero iscritto all’Istituto alberghiero. Dopo due anni ho lasciato gli studi per lavorare come muratore. Ho continuato in questa direzione per circa quattro anni, ma era quasi impossibile ottenere un contratto. Il lavoro in nero e la precarietà erano la normalità e così ho pensato di emigrare. Avevo degli amici ad Amburgo – continua Davide – e parlavo un po’ di tedesco, avendo continuato a studiarlo all’alberghiero. Cinque anni fa ho deciso di trasferirmi».

Appena arrivato in Germania, Davide non si accontenta. «Ho iniziato subito a lavorare come carpentiere. Nonostante i 1.700 euro netti al mese e i contratti regolari, ho cercato informazioni per diventare pompiere». In Germania per accedere al corso per vigili del fuoco, è necessario avere un titolo riconosciuto, l’Ausbildung, in qualche ambito della carpenteria. «Qui è fondamentale dimostrare di avere manualità. Io, invece, nonostante gli anni di esperienza in Italia, non avevo nessuna certificazione e così ho dovuto ricominciare da capo». A Berlino, Davide ha trovato un’azienda presso cui fare la formazione richiesta per il titolo professionale. «È durata due anni, ma finalmente avevo le carte in regola per candidarmi ad entrare nei vigili del fuoco».

È iniziato così un periodo di prova di un anno e mezzo, culminato lo scorso marzo con un’assunzione. «Sono l’unico italiano – spiega Davide – e tra i pochissimi stranieri, a far parte del corpo dei vigili del fuoco. Devo anche dire che il non conoscere bene la lingua in questo contesto non è un grande ostacolo. Il salario base è di 2050 euro al mese, abbastanza per poter metter su famiglia. Qui tre anni fa ho conosciuto una ragazza tedesca e da dieci mesi sono anche papà». Il suo cuore, ammette, è ancora in Italia. Ma, a causa dell’attuale situazione economica, «l’unico nuovo futuro trasferimento che riesco a immaginarmi è di spostarci tutti in Baviera. Da lì, le Marche non sono poi così lontane – conclude Davide –. Sempre che la mia vita non cambi ancora in maniera completamente inaspettata». Andrea D’Addio, Il Messaggero di sant’Antonio

 

 

 

 

Celebrata ad Amburgo la “III Settimana della cucina italiana nel mondo”

 

AMBURGO - Ad Amburgo di parla Veneto e Lucano. Dal 19 al 25 novembre si è celebrata la “III Settimana della cucina italiana nel mondo” promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. In occasione di questa ricorrenza e con l’occasione della presentazione del libro “Foto-Grafie del 1978. La Grafologia racconta il sequestro di Aldo Moro, il papato di Giovanni Paolo II, la presidenza di Pertini”, della dott.ssa Sara Cordella Presidente della Scuola Veneta di Grafologia promosso dall’Associazione Prima Persona, e in collaborazione con la Deutsch-Italienische Geselleschaft e Hamburg – Società Dante Alighieri, Sabato 1 Dicembre a partire dalle 13 è stato organizzato, presso il salone delle conferenze della Missione Cattolica Italiana in Bürgerweide 31 – Hamburg, un evento dedicato per celebrare il simbolo della cucina italiana per eccellenza con la degustazione di piatti tipici Veneti e Lucani con Maestri Chef della FIC (Federazione Italiana Cuochi). Saranno presenti oltre al main sponsor della manifestazione Giovanni Baldantoni, Presidente di Palazzo Italia Bucarest, la Chef Enza Barbaro Presidente della FIC Delegazione Romania e Repubblica di Moldavia originaria della Basilicata, lo Chef Gabriele Gislon della FIC Delegazione Germania Sezione Amburgo originario di Venezia, alla presenza del Cappellano Nazionale FIC (Romania-Moldavia-Germania) e Missionario in Amburgo don Pierluigi Vignola, del Console Generale d’Italia in Hannover Giorgio Taborri e del Presidente ComItEs Giuseppe Scigliano oltre ad un’altra settantina di graditi ospiti italo-tedeschi che hanno già dato la loro adesione.

Inoltre nella mattinata di domenica 2 dicembre ha avuto luogo la presentazione del “Corso Amatoriale – Cucina Mediterranea”, che vedrà per i prossimi quattro mesi - con la partecipazione di Chef di fama internazionale - l’impegno dei nostri ambasciatori della cucina lucana e veneta in particolare, ma di tutta la cucina italiana, in modo particolare attraverso l’impegno di Palazzo Italia Bucarest, nel promuovere all’estero l’agroalimentare e la cucina italiana di qualità, segni distintivi del “Marchio Italia” nel solco delle grandi tematiche che contraddistinguono l’agroalimentare italiano: qualità, sostenibilità, cultura, sicurezza alimentare, diritto al cibo, educazione, identità, territorio, biodiversità. Un’educazione alimentare per uno stile di vita salutare, quindi informazione e formazione, per valorizzare la figura del cuoco come promotore di salute. Per giungere poi all’appuntamento annuale del secondo sabato di Maggio per la celebrazione della “Giornata di solidarietà di Amicizia Italo-Tedesca”, che il prossimo anno vedrà anche la presenza di noti personaggi come il prof. Giorgio Calabrese, medico e scienziato di fama internazionale specializzato sull’alimentazione e la nutrizione umana. (aise/dip) 

 

 

 

Il 6 dicembre a Monaco di Baviera l'inaugurazione della mostra fotografica “Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018”

 

MONACO DI BAVIERA – L'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ospiterà dal 6 dicembre prossimo la mostra fotografica di Antonio Di Cecco “Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018”, iniziativa già presentata ad Amburgo nell'ambtio di #FaszinationBasilikata.

La mostra, allestita in collaborazione con l'associazione Forum Italia, sarà inaugurata il 6 dicembre alle ore 18.30. A moderare l'evento Fabiana Saviano.

Resterà aperta fino al 22 febbraio 2019 (dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle ore 13 e dalle 15 alle 17; il venerdì dalle ore 10 alle 13.30). L'ingresso è libero.

Antonio Di Cecco, nato nel 1978 a L’Aquila dove attualmente vive e lavora, è laureato in Ingegneria Edile-Architettura con una tesi in Composizione Architettonica. Si occupa di fotografia di paesaggio urbano e architettura, oltre all’analisi dei processi di modificazione dei luoghi, con interesse specifico per l’ambito montano. É rappresentato dall’agenzia fotogiornalistica Contrasto. Nel 2013 pubblica il volume "In Pieno Vuoto. Uno sguardo sul territorio aquilano" (Peliti Associati), a cura di Benedetta Cestelli Guidi, con testi di Laura Moro, direttore dell’ICCD; nel 2015 le immagini del progetto entrano a far parte dell’archivio dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Attualmente è impegnato nel progetto Paesaggio culturale dell’Appennino sismico presso il Kunsthistorisches Institut a Firenze. (Inform)

 

 

 

 

L’innovazione digitale tra Germania e Italia. Pozza (Unioncamere Veneto) a Berlino

 

BERLINO - Su invito dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, dell’ICE e della Camera di Commercio italiana per la Germania, il Presidente di Unioncamere Veneto Mario Pozza a capo della delegazione italiana di Unioncamere Nazionale, ha partecipato, con il Segretario Generale Roberto Crosta, il Vicepresidente vicario Gabbato Giandomenico, e Consuelo Puricelli per la fondazione Cà Foscari, alla seconda edizione della Conferenza Italo-tedesca sull’Innovazione, per affrontare il tema sulla trasformazione digitale del settore pubblico e privato europeo. L’Italia e la Germania sono impegnate nella sfida della digitalizzazione del settore pubblico, rispettivamente con il Piano Triennale per ICT nella PA 2017-2019 e la Digital Strategy 2025: entrambi i programmi sono stati pensati per favorire lo sviluppo di infrastrutture in grado di supportare gli investimenti e l’innovazione nei due Paesi.

“Rassicuro gli investitori stranieri che l’Italia è in prima linea con le politiche intelligenti per un'Europa digitale e in particolare, il sistema camerale – ha detto Pozza nel suo intervento - è protagonista dell’innovazione, non da ora, ma da sempre, puntando alla digitalizzazione dei servizi e delle informazioni d’impresa come lo è il Registro Imprese, la banca dati digitale sempre più collegata ai Registri europei fonte di big data e di applicazioni digitali per tutte le imprese”.

“Per quanto riguarda il sistema impresa Italia, - ha aggiunto – se per molti imprenditori italiani il digitale è una risorsa oramai pervasiva nei processi e nei prodotti aziendali c’è però una situazione per cui 4 imprenditori su 10 pensano ancora che il digitale non serva per la crescita del proprio business. È dunque una convinzione che necessariamente il sistema camerale vuole correggere per rilanciare l’economia italiana, stando a fianco delle imprese per lo sviluppo della cultura e della pratica del digitale, innanzitutto divenendo digitale nei servizi che offre in prima linea sui temi dell’Agenda Digitale Italiana e della semplificazione”.

Temi centrali, in questo senso, sono l’identità digitale, i pagamenti e la fatturazione elettronica, l’innovazione digitale e i servizi sull’e-government alle imprese; e ancora: semplificazione dei procedimenti tramite gli Sportelli Unici per le attività produttive nei Comuni italiani, costituzione digitale delle start-up innovative e creazione del Fascicolo informatico d’impresa.

Per quanto riguarda la formazione, Pozza ha ricordato il progetto “Eccellenze in Digitale” - il più grande programma realizzato dalle Camere in collaborazione con Google per sostenere la digitalizzazione delle PMI, fornendo competenze e strumenti digitali in maniera personalizzata ad oltre 11mila imprese in 4 anni – e “Crescere in Digitale”, il primo piano nazionale italiano a sostegno dell’occupabilità dei giovani che le Camere realizzano su indicazione del Ministero del Lavoro.

Le Camere di commercio sono, oggi, fortemente impegnate nell’attuazione a livello territoriale del “Piano Nazionale Industria 4.0”. Il Piano offre numerosi strumenti e misure fiscali a supporto degli investimenti e della spesa in Ricerca e Sviluppo, coinvolgendo tutti i settori dall’agricoltura, all’industria, all’artigianato, ai servizi. Per rispondere a questo obiettivo e alle esigenze delle imprese, è stato disegnato il “network nazionale Industria 4.0”, costituito da numerosi punti in grado di accompagnare e supportare la trasformazione digitale del sistema produttivo italiano.

Un primo supporto si attua attraverso gli 88 “Punti Impresa Digitale” (PID) il cui compito è orientare le imprese verso i Digital Innovation Hub, gli Ecosistemi Digitali di impresa e i Competence Center, che sono strutture del Network che offrono supporto alle imprese nella realizzazione di progetti più complessi di ricerca industriale e sviluppo sperimentale.

“Per lo sviluppo delle filiere 4.0, ringrazio l’Ambasciata d’Italia a Berlino, l’ICE, la Camera di Commercio italiana per la Germania per aver organizzato questo secondo evento fondamentale per fare il punto sulla situazione della dimensione internazionale degli interventi, che a mio parere va rafforzata”, ha sostenuto Pozza. “Con il Presidente di Confindustria Digitale Elio Catania, abbiamo pianificato per il prossimo anno, un evento a livello sperimentale interassociativo sugli scambi commerciali con la Germania. Ringrazio il sottosegretario Mattia Fantinati per le progettualità del Governo Italiano a cui il sistema camerale – ha assicurato, concludendo – saprà dare pieno appoggio”. (aise 21) 

 

 

 

 

A Berlino il 13 dicembre la presentazione del libro “L’asilo al contrario”

 

Berlino. Verrà presentato giovedì 13 dicembre 2018 alle ore 19:30 presso la Libreria Mondolibro (Torstraße 159, 10115 Berlin) il libro “L’asilo al contrario” di Lino De Palmas. 

L'autore arrivò per la prima volta a Berlino nel 2001. All'epoca due erano le culture sarde presenti nella Capitale tedesca: quella della vecchia generazione di emigrati negli Anni '50 e '60 e quella nuova, dei giovani, per lo più laureati venuti in cerca di fortuna o semplicemente a cercare se stessi. La principale differenza fra i due gruppi era data dal fatto che la vecchia generazione era fatta da persone che mandavano soldi alle proprie famiglie; la nuova era una generazione che invece ne chiedeva per andare avanti.

 

Proprio per questa ragione De Palmas si chiese come mai si fosse creata questa spaccatura, e quale fosse la differenza fra queste persone provenienti dalla stessa terra d'origine. La risposta se la dà nel suo libro "L'asilo al contrario", dove immagina di parlare con il nipote, raccontandogli il percorso da lui stesso fatto per ritrovare, attraverso i suoi ricordi d'infanzia, la giusta strada verso il proprio futuro.

 

Lino De Palmas, sardo, nato a Lodè in provincia di Nuoro, dopo studi in Filosofia fatti presso l'Università di Parma, rientrò in Sardegna per fare ricerche sulla cultura della sua Regione. Arrivò per la prima volta a Berlino nel 2001, dove tuttora risiede. Ha già pubblicato il libro illustrato per bambini "Spaghettino", che è anche un progetto di pedagogia alimentare che coinvolge le scuole di Berlino e insegna ai bambini la dieta mediterranea.

 

"L'asilo al contrario è un percorso dell'anima, prima di tutto, immaginato da uno scrittore che vuole raccontare al proprio nipote come dare un significato alla propria storia di emigrazione. Le radici delle proprie origini, abbandonate per trovare un futuro diverso che, spesso, stenta a prendere forma, sono forse la chiave per trovare un significato al viaggio intrapreso". Alessandro Brogani, Il Deutsch Italia

Con l'autore Lino De Palmas. Seguirà piccolo rinfresco. Iscrizione obbligatoria alla mail laurasajeva@gmail.com.  Laura Sajeva, de.it.press

 

 

 

 

Progetto: percorso di conchiglie da Venezia a Monaco di Baviera

 

Buongiorno. Sono Ermete Pastorio e vivo nei pressi di Treviso.

Vi scrivo per farvi conoscere il mio progetto artistico: a maggio 2019 realizzerò un’opera, sullo stile di base della “Land art”. Questa realizzazione, partendo da Venezia, attraverserà l’Austria ed arriverà a Monaco.

Si tratta di una fila di conchiglie, circa 25/30.000, disseminate lungo la ciclabile Monaco-Venezia.

Io ho già realizzato questa “strana” forma d’arte, su piccola scala, in occasione della Maratona del Piave, da Longarone a Belluno. In quell’occasione avevo disseminato 1910 conchiglie sui 42 km della corsa. Il numero non casuale di conchiglie, in quel contesto, serviva a ricordare le 1910 vittime del disastro del Vajont. L’opera ebbe un bel successo di pubblico e mediatico (gli articoli si trovano in internet).

A maggio invece vorrei fare le cose in grande.

Forte dell’esperienza di Longarone, sto progettando di collocare circa 30000 conchiglie lungo i 450 km della pista ciclabile che Monaco porta a Venezia, quindi passando per il Veneto, il Tirolo, il Brennero, l’Austria e la Baviera.

In questo caso l’opera servirà a disseminare un filo immaginario tra nazioni e popoli d’Europa. Un modo per ricordare a tutti noi che il grande progetto Europa è valido e va sostenuto e coltivato indipendentemente dal pressapochismo della classe politica europea e dal prevalere di egoistici interessi nazionali. L’utilizzo di una piccola insignificante conchiglia raccolta in spiaggia, serve a ricordare che anche piccole cose, come piccoli gesti o la quotidianità, servono, nell’insieme a raggiungere obiettivi importanti.

Le conchiglie rappresentano una continuazione nel tempo, perpetrarsi di vita morte e rinascita, susseguirsi di stagioni. Simbolo anche dei pellegrini e del camminare in generale, sono intese sicuramente come segno di pace e unione tra i popoli. Tante conchiglie tutte diverse ma tutte uguali nella loro diversità, proprio come le persone.

Sono ancora nella fase di progettazione e attualmente ho solo iniziato a raccogliere le conchiglie in spiaggia a Jesolo.

E’ un progetto ambizioso. Realizzabile se posso contare sull’aiuto di persone che vogliono sentirsi partecipi della creazione di un’opera unica ed irripetibile poiché sparirà nel giro di pochi giorni e non verrà mai più riprodotta. 

Volete aiutarmi? Cerco volontari. Io non ho sponsor. Non è previsto spendere denaro e non è previsto un introito dall’opera. Credo che non avere sponsor sia il modo migliore per rimanere liberi di poter esprimere la propria arte.

Chiunque potrà partecipare. In data e luogo concordati, chiunque potrà disseminare le conchiglie, raccoglierle lungo il cammino, tenersele o spostarle a piacimento, ma sempre sul percorso della ciclabile Monaco/Venezia.

Un’opera d’arte che non inquina, coinvolge le persone di tutte le classi sociali ed età e lascia spazio alla fantasia.

Come detto sopra, alla fine non rimarrà nulla poiché tutte le conchiglie finiranno per essere raccolte dalle persone di passaggio sulla ciclabile.

Percorrere in bicicletta un tratto di strada e fermarsi a collocare una conchiglia su un muretto o su una recinzione o dove capita, sapendo che qualcun altro troverà quella conchiglia e se la porterà via, è una sensazione bellissima e che mi piacerebbe condividere con più persone possibile. Il tutto avverrà, indicativamente a maggio 2019, data da decidere, comunque saranno necessari dai 4 ai 10 giorni, dipende dal numero dei partecipanti. L’ideale sarebbe riuscire a fare tutto in un giorno, ma in questo caso dovrei organizzarmi con almeno 30/50 persone tra Italia Austria e Germania che si spalmano sulla ciclabile e si dividono il percorso, seminando ognuno una parte. Tutto fattibile teoricamente. A Longarone, sui 42 km avevo fatto da solo e con un mio amico che mi accompagnava.

Vi piace il progetto? Sembra abbastanza folle? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate e se tra voi ci sia qualcuno che si sente Artista al punto da voler partecipare. Non appena avrò un manifesto ve lo farò avere. Per adesso vi saluto e vi ringrazio per la cortese attenzione. Ermete Pastorio. +393711259553 (de.it.press)

 

 

 

Saluto a Poalo Gatti, uomo di generoso impegno e cultura nella comunità di Monaco di Baviera

 

Oggi, 25 novembre 2018, è un triste giorno  per la comunità italiana di Monaco di Baviera: si è spento dopo una lunga malattia un grande sostegno dell'associazionismo, dell'impegno sociale e politico nel senso più puro del termine, del volontariato e della cultura italiana.

 Romano di origine, uomo colto, insegnante di italiano preparato, creativo e molto apprezzato, dotato nei modi e nella comunicazione di raffinata semplicità, profondità e acume ha lasciato una profonda traccia in chiunque lo abbia incontrato.

A Monaco sin dagli anni '80, è stato presidente del CCF, storica associazione della Comunità Italiana a Monaco che si distingue per la capacità di mettere insieme, sia tra gli organizzatori che tra i fruitori, itaiani e tedeschi, creando così ripetute occasioni di integrazione culturale.

E' stato inoltre coordinatore di una più vasta iniziativa a cui è riuscito di riunire sotto la propria "bandiera" associazioni di diverso colore e singoli individui:

 il gruppo Un'altra Italia.

Un'altra Italia ha preso le mosse nel 2009 lanciando il messaggio di un'Italia che chiedeva più legalità. Ha creato un forte legametra Monaco di Baviera e Libera Terra e Addio pizzo, ha poi proseguito con importanti temi come i flussi migratori e il rispetto del corpo delle donne.

L'ultimo messaggio ufficiale di Paolo Gatti è stato volto a difendere la posizione del sindaco Mimmo Lucano.Per il suo forte animo europeista, il suo ultimo desiderio, affidato alle mani e alla passione di alcuni compagni di impegno, è quello che la Comunità a Monaco si raccolga attorno ad una nuova serie di iniziative dal titolo "Un'Altra Europa".

Paolo Gatti è stato per questa comunità un Pater Familias disinteressato, severo e benevolo.

Paolo Gatti ci mancherà tremendamente. Siamo pienamente consapevoli del privilegio di averlo conosciuto e di avere imparato tanto da lui.

Daniela Di Benedetto, Presidente Com.It.Es di Monaco di Baviera (de.it.press)

 

 

 

Appello per una svolta positiva nel settore dei trasporti all’insegna delle energie rinnovabili

 

Monaco di Baviera/Pforzheim – Se il riscaldamento globale aumenta di oltre 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, la relazione speciale del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), pubblicata di recente, delinea uno scenario cupo. Già a giugno, tuttavia, il governo tedesco ha annunciato che gli obiettivi nazionali di protezione del clima non verranno raggiunti. Le emissioni di gas serra non saranno ridotte del 40 per cento entro il 2020, come previsto, ma ci si fermerà a una quota del 32 per cento. Cambi di rotta della politica di questo tipo e le allarmanti relazioni sulla protezione del clima hanno spinto gli organizzatori di Power2Drive insieme ad altri sostenitori a redigere un manifesto. L'obiettivo: promuovere lo stretto legame tra mobilità elettrica ed energie rinnovabili e realizzare un futuro sostenibile. L'industria è pronta, ma manca un'azione politica coerente. The smarter E Europe, la più grande piattaforma per l'industria energetica in Europa, che si terrà dal 15 al 17 maggio 2019 presso Messe München, mostra che potenziali si celano in questo connubio di mobilità ed elettricità pulita e perché l'attenzione deve continuare a concentrarsi sull'approccio intersettoriale.

 

È finita l'epoca in cui la Germania era considerata un pioniere internazionale nella protezione del clima grazie alla legge sulle energie rinnovabili (EEG). Nella classifica climatica degli Stati membri dell'UE, la Germania occupa solo l'ottavo posto perché non ha raggiunto gli obiettivi climatici e le misure di riforma sono state ostacolate. Il Ministro dell'ambiente tedesco, Svenja Schulze, quest'estate aveva formulato l'esplicita richiesta di ridurre le emissioni di CO2 delle auto nuove del 45 per cento entro il 2030. A causa dei possibili effetti sull'industria automobilistica, tuttavia, il governo tedesco non era d'accordo con questo obiettivo. Schulze ha quindi seguito la proposta della Commissione Europea, che intende ridurre le emissioni di CO2 derivanti dal traffico stradale solo del 30 per cento. Tali cambiamenti di posizione sono dannosi soprattutto per l'ambiente, ma rallentano anche lo sviluppo dell'industria e delle imprese. Le soluzioni tecnologiche necessarie per contrastare in modo efficace ed economico i cambiamenti climatici, soprattutto nel settore dei trasporti, sono già disponibili.

 

Ma per consolidare le loro applicazioni, l'industria ha bisogno di un contesto politico affidabile. Ecco perché gli organizzatori di Power2Drive hanno fondato una forte alleanza, per concretizzare l'idea di una svolta positiva nel settore dei trasporti all'insegna delle energie rinnovabili e di un futuro sostenibile. I primi firmatari del manifesto sono Associazione tedesca per l'e-mobility (BEM), Associazione tedesca degli innovatori del mercato energetico (bne), Associazione tedesca per la mobilità solare (BSM), Associazione tedesca dell'Industria Solare (BSW-Solar), Associazione tedesca per l'energia eolica (BWE), Società tedesca per l’energia solare (DGS) e International Battery & Energy Storage Alliance (IBESA).

 

Investire nel futuro

In questo manifesto comune essi chiedono non solo un segnale chiaro da parte dei politici, ma anche un'azione progressiva e coerente da parte delle imprese e dei cittadini. Solo se questa nuovo modo di agire sarà sollecitato e promosso, ci sarà la possibilità di portare avanti la svolta energetica in tutti i settori e quindi di conseguire gli obiettivi climatici prefissati. L'Alleanza, pertanto, ha formulato sette raccomandazioni per dimostrare perché uno stretto legame tra elettromobilità ed energie rinnovabili non solo è ragionevole, ma anche assolutamente necessario. È essenziale che gli errori del passato siano usati come forza trainante per un'azione risoluta nel presente. Gli investimenti nelle energie rinnovabili sono necessari per far fronte all'evoluzione del cambiamento climatico. Solo se la politica definisce condizioni quadro chiare possono essere create le basi per una svolta energetica efficace. La riconfigurazione del settore dei trasporti, inoltre, deve chiaramente concentrarsi sulle energie rinnovabili per produrre un effetto positivo sul clima. In conclusione: il fabbisogno di elettricità supplementare necessaria per i veicoli elettrici non deve essere coperto da fonti energetiche convenzionali come il carbone, il gas naturale, il petrolio greggio o l'energia nucleare.

 

Un'azione coerente e progressiva in Europa

L'approccio intersettoriale, cioè l'integrazione intelligente dei settori elettricità, calore e mobilità, può funzionare solo se la mobilità elettrica è integrata in un sistema flessibile di energie rinnovabili. A tal fine è necessario creare condizioni quadro economiche e giuridiche senza creare ostacoli legislativi, normativi, burocratici o finanziari all'espansione delle energie rinnovabili. Occorre perseguire in modo coerente anche un controllo utile al sistema dei processi di carica e l'integrazione dell'infrastruttura di ricarica nei mercati della flessibilità, per poter sfruttare appieno il potenziale di accumulo del settore della mobilità.

 

In futuro, inoltre, l'approvvigionamento energetico dovrà essere decentrato e intersettoriale. Per una maggiore sicurezza dell'approvvigionamento e stabilità della rete è essenziale investire nello sviluppo di una rete decentrata intelligente. Gli sforzi per conseguire una svolta energetica non devono fermarsi ai rispettivi confini nazionali, ma i politici e l'industria devono creare reti e scambiarsi idee in tutta Europa per garantire un'elettromobilità flessibile e capillare. La neutralità delle emissioni deve essere costantemente promossa e sollecitata in tutti i settori, con l'aiuto di interessanti pacchetti integrati di energie rinnovabili e mobilità elettrica.

 

Inoltre i politici, l'industria e i cittadini devono unire le forze per garantire che la Germania raggiunga gli obiettivi della svolta energetica e diventi il mercato guida dell'elettromobilità. La svolta energetica nei trasporti può avere successo solo se gli attori politici lavorano insieme al di là di tutti i livelli e delle frontiere dell'Europa. Infine l'Alleanza chiede, oltre a un ripensamento nei settori dei trasporti e dell'energia, anche una svolta nella mobilità. Per ottenere l'auspicata neutralità delle emissioni nel settore dei trasporti, il consumo finale di energia deve essere ridotto senza limitare la mobilità. Ciò richiede idee intelligenti per il trasporto pubblico, iniziative di tipo "sharing" e una politica di sviluppo urbano adeguata.

 

Power2Drive Europe e le manifestazioni concomitanti si tengono dal 15 al 17 maggio 2019 sotto l'egida di The smarter E Europe presso Messe München.

Per maggiori informazioni su Power2Drive Europe 2019 consultare il sito web www.PowerToDrive.de.

 

Informazioni su Power2Drive

Power2Drive Europe è la fiera specialistica internazionale dedicata alle infrastrutture di ricarica e all'elettromobilità. Qui trovano voce le opportunità e le necessità legate alla svolta energetica nel settore del traffico. L'attenzione è concentrata sulle batterie per la propulsione di veicoli elettrici e sulle soluzioni e tecnologie infrastrutturali per una mobilità pulita.

Power2Drive Europe offre a produttori, fornitori, commercianti e start-up di questo settore emergente una piattaforma professionale per presentare nuovi sviluppi e modelli commerciali.

Nel 2019, parallelamente a Power2Drive Europe, viene organizzata la sesta edizione di ees Europe, il salone specialistico dedicato alle batterie e ai sistemi di accumulo energetico più grande d’Europa. Le tematiche di Power2Drive Europe vengono integrate alla perfezione con una focalizzazione sulle soluzioni e le tecnologie di accumulo energetico stazionarie. Contemporaneamente, a Monaco si svolgono anche Intersolar Europe, la fiera leader mondiale dedicata all'industria solare e ai suoi partner, ed EM-Power, il salone specialistico dedicato allo sfruttamento energetico intelligente in industria ed edilizia. Tutte e quattro le fiere sono riunite sotto il tetto comune di The smarter E Europe, la piattaforma di innovazione del nuovo panorama energetico.

Per maggiori informazioni su Power2Drive Europe, consultare il sito web: www.PowerToDrive.de (de.it.press)

 

 

 

 

 

Le lezioni da imparare sull’emergenza migrazioni

 

Nelle crisi globali, come quella in corso ai confini tra Stati Uniti e Messico, può accadere il peggio in assenza di visione e di gestione politica - di Goffredo Buccini

 

I nodi cominciano a venire al pettine. E dunque va trasformandosi in lacerante emergenza umanitaria la crisi migratoria di Tijuana, esito finale della marcia verso il sogno a stelle e strisce di dieci o ventimila cittadini centroamericani: in buona parte «criminali» e forse «terroristi», secondo Donald Trump; «donne e bambini per due terzi», secondo i padri scalabriniani che gestiscono la casa d’accoglienza per profughi nella cittadina messicana al confine con gli Stati Uniti. Visioni inconciliabili in una questione che interpella anche noi. Perché questo esodo iniziato più d’un mese fa attraverso le pericolose strade di Honduras, El Salvador e Guatemala, cresciuto di peso numerico e simbolico al grido di «non si può vivere se si è poveri in America centrale», è una storia lontana che parla però a noi tutti, chiamando in causa due parole assai abusate anche dalle nostre parti: razzismo e paura. E ci impartisce subito una lezione preliminare: negli insondati territori delle crisi globali, può accadere il peggio in assenza di visione e di gestione politica.

Così, nella Tijuana che da giorni si è vista invadere da migliaia di disperati, per ora ammassati nel già saturo stadio Juarez, la tensione sale comprensibilmente, il sindaco ha chiesto aiuto all’Onu e, dopo i primi abbracci fraterni, i nuovi gruppi di profughi vengono accolti spesso a sassate e col canto (non ecumenico) dell’inno nazionale messicano. Ora: appare ragionevole escludere la molla del razzismo in tale reazione. Lo spiegava assai bene Luis Raul Gonzalez Perez, presidente della commissione nazionale per i diritti umani: «Dopo avere chiesto agli Usa di migliorare la loro condotta verso i nostri emigrati, non possiamo permetterci di trattare male queste persone». Uniti da lingua, cultura e persino fisionomia, invasi e invasori non possono essere che fratelli. E tuttavia il problema sta proprio nella comunanza di destino e in un sogno dove tutti non riescono a entrare (è messicano il 52% dei migranti irregolari in Usa). Lo scorso 11 ottobre andrà ricordato: quel giorno il segretario di Stato americano Pompeo ha invitato a Washington i leader dei Paesi coinvolti in questa storia per rilanciare il piano di sviluppo centroamericano e forse anche per seminare la pianta germogliata in queste ore: l’accordo «Remain in Mexico». Trump vuole che i richiedenti asilo aspettino dal lato messicano del confine la risposta dei giudici statunitensi. I profughi resteranno a Tijuana per mesi: vista da questa prospettiva, è più che comprensibile la paura che monta tra i residenti della cittadina. Ma l’11 ottobre è stata anche la prima giornata senza omicidi nel Salvador dopo 716 giorni (e in Honduras il tasso di omicidi è 63 volte più alto che da noi). I centroamericani non scappano solo dalla miseria, ma anche dai cartelli della droga, da regimi infami, da morte probabile: pure la loro paura è più che comprensibile. Senza una saggia mediazione politica, vedremo due gruppi di vittime che si scontrano nell’anticamera del benessere occidentale (e chissà se la scena fa suonare qualche campanello anche in noi...). Nei prossimi 40 anni è plausibile prevedere un miliardo di sfollati. Lo sostiene uno studioso di migrazioni come Michel Agier, secondo cui gli effetti della globalizzazione sono ora proprio nelle vie dove abitiamo e sempre più lo saranno (anche qui: nessun campanello?) a meno che non cerchiamo rimedi globali. Ci si può barricare dentro. Trump lo sta facendo.

Ha mandato al confine 7 mila soldati e ne promette il doppio, quanti ne ha in Afghanistan: un monito, un tappo. Ma se davvero a Tijuana scoppiasse una guerriglia fratricida, per quanto gli Usa sarebbero protetti da quel tappo? Zygmunt Bauman scriveva che «tenere fuori le sciagure globali barricandosi in casa propria (...) non è meno improbabile che pensare di scampare alle conseguenze di una guerra nucleare accampandosi in un rifugio per senzatetto». La cura definitiva, diceva, non è alla portata di un singolo Paese: è prendersi infine per mano quali esseri umani. Nell’attesa (con tempi lunghi) noi potremmo immaginare di ricorrere a palliativi: impicciarsi dell’altrui destino, coinvolgersi. Trump potrebbe fare molto per rendere il Centroamerica più vivibile. E i suoi soldati, anziché da tappo, potrebbero fare da cuscinetto, sostegno ai messicani, supporto anche sanitario ai profughi. Perciò pure noi europei, e italiani, dobbiamo guardare a Tijuana: per imparare. Perché tra i vari modi per sciogliere i nodi di una crisi globale, spezzare il pettine è, probabilmente, il peggiore. CdS 26

 

 

 

 

Informazione: media e democrazia, equilibrio precario

 

“Quando la stampa è libera e ogni uomo in grado di leggere, tutto è sicuro”, sosteneva Thomas Jefferson, tra i padri della Costituzione americana (1788), che, nel I emendamento, dispone di ‘non limitare’ la libertà di parola e stampa. Cornice formale ispirata ai valori illuministici, la carta statunitense è stata un modello prima per la Dichiarazione Universale dei Diritti umani (1948), riconoscendo il “diritto alla libertà di opinione e di espressione […] ”, per “diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo” (art.19), poi per la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nota come CEDU, 1953) , che ha aggiunto, al dettato sopra citato, “senza […] ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera” (art.10, comma 1). Nell’odierna congiuntura storica, i rischi legati alla sfiducia nelle istituzioni democratiche tradizionali e le dinamiche di formazione dell’opinione pubblica in rete pongono in seria discussione la necessaria funzione di mediazione affidata ad agenzie e operatori dell’informazione. Baricentro della critica populista all’establishment, minacciati nelle ‘democrazie illiberali’ e repressi nei regimi autoritari, i media, in senso lato, sono bersaglio di attacchi diretti dal vertice di molti esecutivi nazionali.

Notizie dalla realtà, scenari a confronto

Come evidenziato da numerosi rapporti, il mondo dell’informazione vive una fase difficile segnata da un duplice scenario: da un lato, indebolimento e delegittimazione professionale; dall’altro, erosione delle tutele per gli operatori nel settore giornalistico-mediatico.

1. Nel Trust Barometer Global Report 2018 curato dall’agenzia Edelman, la ‘battaglia per la verità’ è assunta come la sfida di quest’anno. Tra gli aspetti considerati, la preoccupazione, riscontrata in sette cittadini su 10, per l’uso strumentale delle ‘fake news’ e un’attenzione al rapporto di fiducia tra strumenti giornalistici e utenti/fruitori. La relazione fiduciaria tra media e pubblico distingue le ‘piattaforme’ (motori di ricerca e social media), che si attestano al 51%, in calo di due punti rispetto al 2017, dal ‘giornalismo’ (media tradizionali e online), che quest’anno guadagna cinque punti, salendo al 59%. Su 28 Paesi considerati, il gap maggiore (in favore, quindi, del ‘giornalismo’) si registra in Germania (+21 punti); a metà si collocano Italia (+14) e Usa (+11), mentre in Brasile, Messico e Turchia (l’ultima con -13), le ‘piattaforme’ sovrastano il ‘giornalismo’. La sfiducia nei media tocca 22 nazioni su 28, con una media fiduciaria globale pari al 43%: in fondo alla classifica la Turchia (30%, il Paese più sfiduciato), mentre l’indice di fiducia nell’informazione sale rispettivamente al 56% (+12) e 71% (+6), in confronto al 2017, negli Emirati Arabi Uniti e in Cina (classificata al primo posto). Dati da correlare alla situazione della libertà di stampa in ciascun Paese.

2. La situazione mondiale sul rispetto della libertà d’espressione, come emerge nei rapporti pubblicati quest’anno da Reporters Sans Frontières, Unesco, Amnesty International e Freedom House, si rivela piuttosto allarmante. Il barometro dell’Ong francese ha registrato, da gennaio di quest’anno ad oggi, l’uccisione di 57 giornalisti professionisti, 10 citizen journalists e 4 operatori. Nell’indice Rsf 2018 sulla libertà di stampa, la Norvegia, per il secondo anno consecutivo, si trova al primo posto seguita dalla Svezia, mentre ultima è la Corea del Nord. Scesa alla 157° posizione, la Turchia è oggi “la più grande prigione al mondo per giornalisti”, sostiene Rsf – oltre 120 secondo Amnesty International –: a nulla è valsa l’opposizione delle testate indipendenti all’ondata di arresti seguita al tentato golpe (2016). Il quotidiano Cumhuriyet, sotto stretta osservazione, rimane l’unica voce critica dell’informazione turca contro il governo che condanna, anche all’ergastolo, molti operatori dei media. Il Paese, peraltro, è stato recentemente teatro dell’affaire Khashoggi, giornalista scomparso nelle scorse settimane dopo esseri recato nel consolato saudita a Istanbul e ucciso in circostanze ancora non chiariter. Peggiora anche la situazione in Europa: lo scorso anno, l’omicidio di Daphne Caruana Galizia, autrice di diverse inchieste sulla corruzione locale, ha portato Malta dal 18° al 65° posto; così come, nel 2018, perdono posizioni la Slovacchia (dal 10° al 27° posto), a seguito dell’assassinio di Jan Kuciak, che indagava sui legami tra mafia e politica nazionale, e la Bulgaria (dal 109° al 111° posto, ultimo tra gli Stati membri dell’Unione europea), dove resta da chiarire l’uccisione di Viktoria Marinova, impegnata nell’accertare la distorsione di fondi europei. L’Unesco segnala che, nel 2016, il numero dei Paesi membri, soprattutto africani e asiatici, che ha adottato leggi a tutela della libertà d’informazione è salito a 112. Tuttavia, secondo le opinioni rilevate dai ricercatori Gallup in 131 Paesi nel mondo, solo il 61% degli intervistati giudica ‘buono’ il livello di libertà percepita nei media (in calo rispetto al 67% del 2015), considerandola, secondo il Pew Research Institute (2015), declinata in fattori quali libertà di parola, stampa e in Rete.

3. In occasione della 25° giornata mondiale della libertà di stampa (3 maggio), il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha ribadito l’importanza di un supporto istituzionale ai media: “Una stampa libera è essenziale per la pace, la giustizia e i diritti umani di tutti […]. Giornalisti e operatori dei media accendono una luce sulle sfide locali e globali, riportando storie che devono essere raccontate. Il loro servizio al pubblico è inestimabile”.

4. Una politica della contro-informazione: il caso Trump-New York Times

Secondo il presidente statunitense Donald Trump, formalmente garante dei diritti e delle libertà sancite costituzionalmente, i media e, in particolare, i giornali, sono produttori di “fake news”, di fatto “un partito d’opposizione”. Lo scorso 16 agosto, a seguito dell’ennesima sortita via Twitter del presidente, il Boston Globe ha lanciato un’iniziativa che ha raccolto l’adesione di oltre 300 testate editoriali. “Non siamo il nemico del popolo – si legge nell’editoriale di presentazione, riprendendo l’espressione usata in più occasioni da Trump -, la grandezza dell’America dipende dal ruolo di una stampa libera di dire la verità ai potenti”.

5. Una risposta significativa, dalla stampa locale alla tv all-news Cnn, più tiepida rispetto all’efficacia della campagna, è arrivata soprattutto da giornali come Wall Street Journal e New York Times. Il quotidiano liberal newyorchese, in particolare, si è distinto come voce critica nei confronti dell’attuale presidenza, realizzando numerose inchieste su Trump e il suo entourage: dall’inchiesta Russiagate, sull’influenza e le relazioni con Mosca nel 2016 dello staff dell’allora candidato repubblicano, fino alle recenti rivelazioni su una presunta elusione fiscale, da parte dello stesso presidente, risalente agli Anni ‘90

6. L’inchiesta sulle ingerenze russe nella campagna elettorale americana del 2016, su cui indaga il procuratore federale Robert Mueller, è valsa alla testata e al Washington Post (il cui significativo motto è ‘la democrazia muore nell’ombra’) il Premio Pulitzer 2018 per la politica interna, a dimostrazione che “la forza del giornalismo Usa” – si legge nelle motivazioni – emerge “durante un periodo di crescenti attacchi”. La funzione di ‘cane da guardia’ della democrazia, dunque, non si esaurisce di fronte alla “propaganda del concetto che la stampa sia ‘nemica del popolo’”, come denunciato in una lettera anonima, pubblicata proprio sull’’ostile’ New York Times lo scorso 5 settembre, da un membro dell’amministrazione statunitense, cui, a stretto giro, il presidente Trump ha replicato in un tweet, attaccando nuovamente il giornale: “The Failing New York Times!”. Michele Valente, Ipg 20

 

 

 

Tasche vuote

 

L’Esecutivo Lega/5S le ha pensate proprio tutte per coinvolgerci in un meccanismo fiscale che si basa, almeno per ora, su promesse. Poi, vedremo. Nella legge di stabilità, si fanno ancora specifici riferimenti alla spesa pubblica. Ma non solo.

 Dunque, non è detto che le promesse di ridimensionare i livelli impositivi saranno realizzabili. La questione fiscale resta in prima linea. Tanto da tenere ben vigile la nostra attenzione.

 

 Chi ha le leve del potere dovrebbe usarle in modo più funzionale. La mastodontica macchina dello Stato non può fermarsi; l’importante è che si muova nel senso giusto e senza sacrifici, da subito, evitabili. Gli italiani sono, in generale, coscienziosi. Certo è che la “fiscalità” contrasta con la mancanza di lavoro.

 

 Dato che il livello di disoccupazione è sempre elevato, c’è da prendere in esame ciò che “frena” il lavoro. All’inizio d’autunno, ci chiediamo se non sia possibile trovare un percorso per dare “peso” alle necessità dei cittadini. Perché di certe opportunità non è possibile fare a meno.

 

Dopo gli eventi di questo primo periodo politico, ci sembra controindicato insistere su progetti che, poi, potrebbero rimanere irrealizzabili. Meglio, sarebbe, tornare alla realtà del quotidiano. Favorendo i progetti; ma senza polemiche.

Bisognerebbe tornare alla realtà presente in Italia. La nostra strada, sempre in salita, non ci porterà nel Paese dei Balocchi. Ma se Pinocchio fosse un personaggio dei nostri tempi, avrebbe un naso lunghissimo. E’ che nella politica economica nazionale non ci dovrebbe essere posto per i “progetti” non concretabili. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Decreto sicurezza: per Anci “pericoloso arretramento sulle politiche relative all'immigrazione. Così si creano irregolari”   

 

Roma – Approvato approvato in Italia il decreto in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica voluto fortemente dal vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il decreto introduce una serie di novità in tema di immigrazione e sicurezza, come il giro di vite sui permessi di soggiorno per motivi umanitari, la revoca dell’asilo in caso di violenza sessuale o furto, la revoca della cittadinanza italiana in caso di condanna per terrorismo, l’introduzione del braccialetto elettronico per gli imputati per maltrattamenti in famiglia e stalking, la dotazione della pistola a impulsi elettrici anche per i vigili urbani, l’estensione del Daspo urbano.

 

“C’è un arretramento”. Lo dice presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, Antonio Decaro, riguardo al decreto legge sicurezza, evidenziando che “si cancella un percorso faticosamente costruito, fondato sull’accoglienza diffusa, che si è rivelata l’unica strada per evitare tensioni sociali tra ospiti e popolazione residente”. “Si cancella la protezione umanitaria che però non cancellerà i migranti: nella migliore delle ipotesi diventeranno irregolari che possono solo occupare immobili o lavorare in nero, nella peggiore si trasformeranno in manovalanza per la criminalità organizzata”. Decaro sottolinea infine che “non sono state accolte le poche ed essenziali modifiche che noi sindaci chiedevamo: estensione del sistema di accoglienza Sprar per migranti appartenenti a due sole categorie, vulnerabili e nuclei familiari”.

Il Centro Astalli esprime “seria preoccupazione” per gli effetti dell’entrata in vigore del Decreto Sicurezza su cui oggi la Camera dei Deputati ha votato la fiducia al Governo, senza “aver avuto la possibilità di entrare nel merito delle questioni contenute nel testo proposto”. Le migrazioni – si legge in una nota -  “non sono materia contingente o imprevedibile tale da richiedere la decretazione d’urgenza o peggio la necessità di ricorrere alla fiducia alle Camere. Eliminando ogni forma di approfondimento e confronto sul merito delle norme contenute nel provvedimento, si elimina ogni possibilità di gestire un fenomeno complesso con una legge ordinaria, espressione del potere legislativo affidato alle Camere dai cittadini. Oltre alle procedure di approvazione imposte dal Governo sul Decreto Sicurezza, preoccupano soprattutto le misure in esso contenute che sono incompatibili con diversi principi costituzionali e di diritto internazionale, e che avranno ricadute negative sulla vita delle persone migranti e su tutta la società”. In particolare, sottolinea il Centro dei gesuiti perché “contrario alla Costituzione, l’introduzione della detenzione amministrativa, fino a oltre 6 mesi, per persone che non hanno commesso alcun crimine ma solo per verificarne l’identità. A questo si aggiunge la previsione di una lista di Paesi sicuri stilata dal Governo, per cui un richiedente originario di uno Stato considerato sicuro, non può presentare domanda d’asilo, in aperta violazione del principio di non respingimento, contenuto nella Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato”. L’abolizione della protezione umanitaria e l’esclusione dei richiedenti asilo dal Sistema di Accoglienza dei Richiedenti asilo e Rifugiati (SPRAR) sono – scrive il Centro Astalli -  “misure irrazionali e incoerenti rispetto all’esigenza del Governo di aumentare la sicurezza dei cittadini. Ampliando la marginalità e riducendo di molto le possibilità di accompagnamento di tanti migranti forzati, tra cui anche molti portatori di gravi vulnerabilità, si aumentano le fasce di irregolarità, di esclusione sociale e di illegalità. Un passo indietro di cui non si vede la logica, se non quella di alimentare l’allarme sociale per distogliere l’opinione pubblica dalle vere urgenze del Paese e ottenere consensi politici senza preoccuparsi di trovare soluzioni strutturali a temi complessi”. Con “maggior determinazione continueremo ad accompagnare i migranti forzati nel loro percorso di integrazione, perché siamo convinti che solo lavorando per la legalità, il rispetto dei diritti umani e la dignità delle persone, saremo tutti più sicuri”, conclude la nota. Migr. On.

 

 

 

 

Tenuto a Roma il seminario promosso e organizzato dal Cgie sulle donne all’estero

 

In apertura il saluto del sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, del segretario generale del Cgie Michele Schiavone, della coordinatrice del Gruppo donne Edith Pichler e della vice segretario generale Silvana Mangione

 

ROMA – Si è svolto sabato 17 novembre presso il complesso The Church Village a Roma il seminario sulle donne italiane all'estero, promosso e organizzato dal Cgie su iniziativa del Gruppo donne per tracciare un quadro dell’evoluzione della presenza delle connazionali nel mondo, valorizzarne il contributo impegnando a questo fine lo stesso Cgie e le autorità competenti e creare le premesse per la convocazione della Prima conferenza delle donne italiane all’estero, annunciata per il 2020.

Ad introdurre la giornata la promotrice dell'iniziativa, Silvana Mangione, vice segretario generale del Cgie, che ha ricordato come essa giunga a distanza di ben 21 anni dalla precedente – il seminario “Donne in emigrazione” promosso dal Cgie insieme al Ministero degli Affari esteri nel 1997, - un lasso di tempo “in cui le donne hanno fatto passi da gigante – constata il vice segretario - e continueranno a farli”. “Vogliamo oggi raccontare e fare il punto della situazione, osservare quello che è successo e destare un maggiore interesse e sensibilità verso ciò che le donne fanno e costruiscono – afferma Mangione, ribadendo come sia giunto il momento di organizzare questa prima conferenza sul tema, che annuncia per il 2020.  Al primo seminario seguì infatti, nel 2000, un convegno sulla donna italiana organizzato a Lecce, “e poi il silenzio” - rileva il vice segretario generale, che rende il merito di aver ripreso il filo dei lavori e rinnovato l'impegno all'attuale Gruppo donne del Cgie, “siamo 12 su 63 consiglieri, una percentuale che non è mai stata così elevata – afferma Mangione.

A salutare i partecipanti anche il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, che si congratula per l’iniziativa “frutto del lavoro che il Cgie sta portando avanti”. “Ieri, la plenaria è terminata con un dibattito molto importante, quello sulla proposta elaborata per il voto all'estero, dopo mesi di lavoro – afferma Merlo, annunciando già per l'anno prossimo un altro argomento di lavoro molto rilevante: quello sulla normativa per la cittadinanza italiana, che include la norma che ancora ad oggi non consente la trasmissione della cittadinanza ai figli nati prima del 1948 da parte delle donne italiane emigrate all'estero e coniugate con un cittadino straniero. “Si tratta di una discriminazione nei confronti delle donne che non siamo ancora riusciti a cambiare. Spero che il Cgie possa l'anno prossimo completare una proposta di legge sulla cittadinanza perché si discuta della materia in Parlamento e finisca questa discriminazione – prosegue il Sottosegretario, esprimendo poi solidarietà alla comunità e alle donne, in particolare, che risiedono in Venezuela, “dove sono stato negli ultimi anni diverse volte ed ho visto la lotta che stanno portando avanti le famiglie dei discendenti dei nostri emigrati”. “In tutto il percorso dell'emigrazione le donne hanno sempre sostenuto le famiglie; a volte si parla di quote rosa, io non sono tanto d'accordo ma credo che le donne devono lottare per il potere, per partecipare alle decisioni in tutti gli ambiti; il potere lo si deve prendere e voi lo dovete fare in tutti i sensi, non solo dal punto di vista economico; questo è il modo migliore – aggiunge Merlo – per lottare per le pari opportunità e per i diritti delle donne”. Il Sottosegretario si rammarica poi del fatto che le donne siano ancora poche nel Cgie e nello stesso parlamento italiano e cita esempi di donne, come Evita Peron, che sono “modelli e ispirano a fare politica”. Porta inoltre i saluti della coordinatrice del Maie per la pari opportunità, Mirella Giai, già parlamentare eletta nella ripartizione America meridionale.

“Non avrei mai immaginato che su questo tema avremmo potuto fare così tanti passi in avanti – afferma il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, che rileva come l'impegno assunto dal Gruppo donne sia “una ragione in più per affrontare nuovi scenari anche nel Consiglio generale; scenari che rispecchiano quella che è la vita degli italiani all’estero”. Sottolinea poi l'importanza dei temi assunti dal seminario – leadership femminile e rappresentanza, diritti di cittadinanza, promozione di lingua e cultura italiana – e si sofferma sulle problematiche più evidenti come la disparità salariale tra uomo e donna: “si tratta – afferma il segretario generale - di una stortura su cui occorrerà fare ancora grandi passi avanti affinché si arrivi a concepire che l'individualità va sostenuta per quello che è la sua essenza indipendentemente da una questione di genere”. Richiama infine l'importanza della donna nella trasmissione del senso di italianità veicolato dalla lingua madre alle nuove generazioni.

 

Di seguito anche l’intervento di Edith Pichler, coordinatrice del Gruppo donne del Cgie e docente universitaria, che ricorda come in passato la donna fosse per lo più soggetto passivo delle scelte migratorie della famiglia – sia che partisse insieme al marito, sia che restasse in Italia, come “vedova bianca”. “In entrambi i casi, le donne si sono fatte carico del percorso di emigrazione e della gestione della famiglia, spesso in solitudine, e sono state esempio di emancipazione in una società fortemente patriarcale – afferma Pichler, segnalando come anche nel secondo dopoguerra l’emigrazione sia stata prevalentemente maschile e come anche all'interno di tale percorso la donna non avesse “un progetto proprio e il suo lavoro fosse considerato unicamente come un'integrazione del budget familiare e non uno strumento di realizzazione personale”.

“Le profonde trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi 40 anni hanno promosso anche l'occupazione e la mobilità femminile; l'emigrazione femminile è diventata così un progetto personale che vede anche le donne assumere un ruolo da protagoniste – afferma Pichler, segnalando l'aumento dell'emigrazione femminile in particolare nel paese in cui risiede, la Germania (dal 36% nel 2010 al 46% nel 2017). “Oggi le donne sono più scolarizzate degli uomini, ma coinvolte però nei processi di precarizzazione del mondo del lavoro, spesso costrette al lavoro part time o al di sotto delle qualifiche possedute – rileva Pichler, segnalando come vi siano diverse tipologie di inserimento a seconda dei contesti geografici di emigrazione.

Silvana Mangione, Vice Segretario Generale del Cgie per i Paesi Anglofoni extraeuropei, richiama gli obiettivi del seminario e rileva come tali impegni si stiano “concretizzando, almeno concettualmente; crediamo nelle vostre promesse e accettiamo senza dubbio la sfida del Sottosegretario: cominceremo ad occupare gli spazi di potere, mai in modo cruento, però”. Il vice segretario generale ricorda una definizione di Mario Luzi sulla “donna con la sua promessa di felicità e di vita”: “non c'è bisogno di aggiungere altro, questa è la descrizione della nostra essenza: la promessa del futuro, il legame con il presente e la conoscenza del passato sono, io credo, parte della nostra natura”. “Il percorso che ci ha ricordato Edith Pichler è importantissimo, parte dalla primissima emigrazione, quando le donne non parlavano la lingua del posto e stavano chiuse in casa  e ancora oggi in alcuni casi questo succede, le donne non riescono ad apprendere la lingua e a trovare un lavoro e in certi casi finiscono per perdere anche il matrimonio. Anche nella cultura contadina, tradizionale, della prima emigrazione, la donna teneva i cordoni della borsa, gestiva la famiglia, i figli e teneva la famiglia unita. A volte emigrava in Paesi di lingue difficili e si trovava chiusa in casa e a non saper più gestire quello che era abituata a gestire nei Paesi di partenza. Da allora – sottolinea Mangione - abbiamo fatto passi da gigante”. “Tuttavia, non è ancora abbastanza – evidenzia il vice segretario generale, - perchè, come sempre succede in ogni passaggio delle società, non vi sono solo donne che hanno costruito se stesse, hanno studiato, sono cresciute nei Paesi di accoglienza e conquistato spazio, sono diventate senatrici, consigliere, presidenti di associazione, lavorano in posti importanti o sono imprenditrici ed esempi di grandissima eccellenza; donne – precisa Mangione - che sono tutte qui rappresentate”. “Noi – evidenzia il vice segretario - dobbiamo dare spazio, forza e convinzione in se stesse anche alle altre donne. Dobbiamo passare dall'accezione di donne in emigrazione, ancora preponderante, a quella di donne italiane all'estero e non sto pensando alle nuove mobilità di cui ormai sono pieni gli articoli dei giornali, ma a donne italiane all'estero che sono coscienti della propria italianità e la trasmettono ad ogni livello”. “Dobbiamo riuscire ad aiutare tutte le donne non solo a comprendere ma anche investire le loro infinite capacità, di cui spesso non sono coscienti, nella costruzione di una società migliore ovunque esse si trovino. Io credo che se riusciamo a raggiungere questo obiettivo, anche solo in una minima parte, la giornata di oggi sarà una giornata meravigliosa e segnerà uno spartiacque nella storia di tutti gli italiani all'estero e di tutto questo nostro mondo meraviglioso che dobbiamo riuscire a raccontare – conclude Mangione.

 

Nel corso del dibattito, tra gli interventi, quelli delle consigliere del Cgie Rita Blasioli Costa (Brasile) e Ilaria Del Bianco (Italia, Lucchesi nel mondo) che hanno ripercorso la loro esperienza e segnalato come nel tempo sia cresciuta la partecipazione femminile anche nelle associazioni e negli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero. Del Bianco ha ricordato come “l'avere una famiglia alle spalle” sia un valore aggiunto perché si ha “tra le mani il futuro delle nuove generazioni nel bene e nel male” e ciò implica l'assunzione di uno sguardo più ampio sulla società. Isabella Parisi (Germania), ripercorrendo la sua esperienza, ha evidenziato le difficoltà che ancora contraddistinguono l''emigrazione femminile in Germania, seppur essa oggi abbia assunto caratteristiche diverse dal passato. In particolare, richiama le difficoltà dei bambini figli di emigrati, specie nel loro percorso di integrazione scolastica, in cui vanno sostenuti. 

Tra le presenti in sala, Susanna Bacci ha sottolineato l’importanza di “scovare in tutto il mondo quell’italianità operosa che non ambisce a ruoli istituzionali”, composta anche in gran parte di donne e di cui il Cgie “dovrebbe farsi carico” così come riaffermare “il valore aggiunto della globalizzazione, dell'importanza dei giovani che vanno all'estero e cavalcare tutto ciò che valorizza la loro mobilità, che non deve essere intesa come una penalizzazione ma piuttosto un'opportunità”.

Sulla Germania è intervenuto anche Tony Mazzaro, che ha precisato come accanto alle problematiche segnalate vi sia anche un consistente investimento da parte del governo tedesco in politiche per l’integrazione, che consente la realizzazione per esempio di programmi radiofonici nelle lingue delle collettività emigrate. Viviana Pansa, Inform 19

 

 

 

 

Sopravvivere

 

Come si vive, oggi, in Italia? Un interrogativo che, proprio per il suo seguito quotidiano, ci siamo posti prima che riprenda il dialogo tra i “sordi” della politica. Da noi, se si è attenti ai prezzi, non sono i generi alimentari a porci insormontabili problemi. Insomma, di fame non si muore; anche se la consolazione, in questo nuovo Millennio, ci sembra modesta. In città, ma ancor meglio in campagna, con circa Euro 400 mensili si può acquistare il vitto necessario per una famiglia di quattro persone. Anche se non si vive di solo pane.

 

 Chi è inquilino, però, ha un canone di locazione da pagare. Per i proprietari, le spese di straordinaria amministrazione continuano a lievitare e le imposte immobiliari falciano i contenuti utili. Poi, ci sono le utenze. Almeno gas e luce. Lasciamo stare il telefono fisso che può essere egregiamente sostituito dal portatile con scheda pre pagata. Per il resto, ma non solo per gli imprevisti, c’è da contare sulla buona sorte. Mantenere un’autovettura è sempre più difficile; anche i prezzi dei mezzi di pubblico trasporto subiranno un rincaro entro il prossimo anno. Si legge anche meno. Intanto, sui quotidiani le notizie sono continuamente le stesse e per la “nera” c’è sempre la televisione. Il numero dei licenziati e dei cassaintegrati, in quest’ultimo trimestre dell’anno, si è stabilizzato. Una famiglia tipo (quattro persone), con un reddito (lordo) non superiore a 8.000 Euro l’anno, è indigente. Al di sotto è palesemente in povertà e avrebbe bisogno della pubblica assistenza per evitare il collasso. Il meccanismo sarà nel progetto Di Maio/Salvini?

 

 Le tensioni sociali sono sempre meno contenibili e la ragione non può essere che dalla parte di chi chiede lavoro e non delle promesse che cadono nel nulla. Molti politici hanno fatto il loro tempo. Come sarà la Penisola dopo la vittoria di un’Alleanza Politica di Centro/Destra? Un altro interrogativo che, per ora, non trova risposta. Resta, però, assodato che il “nuovo” Parlamento avrà da far fronte alle incoerenze del precedente.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Rete consolare e digitalizzazione. Il punto di vista del Cgie

 

ROMA - Servizi consolari e digitalizzazione: due facce della stessa medaglia che però hanno bisogno della “spina dorsale” che li regga: i funzionari inviati dalla Farnesina. Questo in sintesi quanto hanno rivendicato sia l’amministrazione sia i consiglieri Cgie nel corso della sessione mattutina della plenaria, giovedì scorso in Sala Conferenze Internazionali.

Sono intervenuti per il Ministero i direttori generali Vignali, Sabbatucci e Cascardi. Poi è seguito il dibattito.

Il consigliere Mantione (Paesi Bassi) ha apprezzato lo “spiraglio di ottimismo” giunto dagli interventi dei tre direttori per risolvere i problemi dovuti alla carenza di personale tanto nei Consolati quanto negli IIC. Ha però sollevato il problema dei contrattisti, chiedendo un adeguamento dei loro stipendi, pena la “scarsa motivazione” che porta al “peggioramento dei servizi” se non alla loro fuga verso lavori meglio remunerati.

Il consigliere Collevecchio (Venezuela) ha portato in plenaria “la gratitudine senza retorica degli italiani del Venezuela: al Cgie, che ci è stato sempre vicino, e al Maeci, perché oggi è una realtà che a Caracas, entro fine anno, saranno emessi circa 20mila passaporti contro i 7mila del 2016”. Un risultato “reso possibile grazie al sacrificio degli operatori del Consolato”, che lo stesso Collevecchio ha potuto vedere all’opera per 12 ore, dalle 8 del mattino sino a sera, per prendere le impronte di 800 connazionali in Amazzonia. “Si tratta di uno sforzo straordinario, ma il sacrificio premia”, ha concluso, augurandosi che “il nuovo personale arrivi al più presto”.

Bene anche l’Uruguay, dove, come ha riferito il consigliere Palermo si è passati da 3mila a 12mila passaporti l’anno, ma “resta il problema del portale Prenota on line”. Palermo ha chiesto inoltre che la sede di Montevideo sia dichiarata “sede disagiata” come Buenos Aires, perché l’organico è di 5 funzionari ma in Consolato ce ne sono solo 3.

Nella realtà anglofona extra Ue, Silvana Mangione ha lamentato la chiusura in passato di tre Consolati “fondamentali ai fini della promozione del sistema Italia” ed oggi ha rilevato con soddisfazione che il Consolato a Durban sarà riaperto. Restano invece scoperti Edmonton in Canada, “dove ci sono tutte le società petrolifere del mondo tranne le nostre”, e Newark, nonostante nel New Jersey ci siano “i più grandi importatori di beni italiani”. Mangione ha chiesto all’amministrazione di “accelerare la consegna delle macchinette per le impronte digitali” in dotazione ai consoli onorari, rispetto ai quali, fra l’altro, andrebbe innalzata l’età pensionabile da 70 a 75 anni.

Più critico l’intervento di Parisi (Germania), per la quale ad un aumento quantitativo dei servizi non sempre corrisponde altrettanta “qualità”, come nel caso di “Prenota on line” che in alcune realtà tedesche sostituisce in toto il sistema classico di prenotazione e per ottenere la carta di identità talvolta l’attesa è di un anno.

“Io sono italiano e italiano rimango anche all’estero e come tale ho diritto al rispetto”, ha confermato il consigliere Brullo (Germania), che, prendendo atto delle trasformazioni in corso, ha espresso l’auspicio che il cambiamento sia anche culturale e che sia preso ad esempio dalle altre amministrazioni.

Dritto al punto è andato Gazzola (Argentina): “comproviamo che c’è un aumento di produttività, è innegabile, ma non è un fatto miracoloso. A Caracas le cose sono cambiate perché è cambiato il Console, come a Rosario”, dove oggi le attese sono di 15 giorni mentre prima erano di un anno. “Quando abbiamo consoli che si preoccupano e lavorano, i cambiamenti ci sono” e allora, ha chiesto Gazzola all’amministrazione, come si decide “chi va e in quale posto”? E in particolare “quali sono gli incentivi per andare in luoghi disagiati come Caracas?”. Qualunque sia la risposta, “in certi Consolati non può essere inviato un capo missione che non conosca i servizi consolari”. In alcuni casi, poi, ha continuato Gazzola, l’aumento della produttività dipende dalla presenza dei contrattisti, una “categoria che va tutelata e valorizzata nella giusta misura”. È un bene che entro l’anno da Roma arrivino nuovi funzionari, ma sino ad allora “l’emergenza va gestita” e a poco servono servizi come “Prenota on line” se “la carenza di personale non ti permettere di prendere più di 20 appuntamenti al giorno”.

Non solo il Sud America si trova in difficoltà. Stabile (Spagna) ha chiesto le ragioni per cui il numero previsto di personale a contratto nel suo territorio, ovvero Madrid, non sia ancora stato assegnato. Eppure, ha ricordato, “la Spagna deve far fronte ad un elevatissimo numero di connazionali, provenienti soprattutto dal Sud America” ed il Consolato si trova in una “grave situazione”. Come pure, ha aggiunto Stabile, sarebbe opportuno sollecitare il Ministero degli Interni affinché i comuni aggiornino il loro indirizzo Pec, comunicandolo ai Consolati: la scarsa comunicazione in tal senso provoca spesso ritardi nella consegna delle carte d’identità ai connazionali.

A metà del dibattito il dg Sabbatucci ha voluto fornire alcuni chiarimenti. Sugli impiegati a contratto e la richiesta di aumento retributivo “bisogna fare i conti con il bilancio che abbiamo”, ha spiegato, e “con la legge”, che prescrive che si possano dare aumenti retributivi solo qualora la media degli stipendi che percepiscono i contrattisti delle Ambasciate dei nostri Paesi partner o, laddove esistano, dei pari funzione a livello locale siano superiori. “Se questi due condizioni non sussistono, non possiamo dare aumenti”. È accaduto che si sia fatto lo scorso anno in Francia e ancora prima in Germania, Paesi dove lavorano “decine e decine di impiegati a contratto” e dunque si parla di “milioni di euro che vengono messi a bilancio e che poi negli anni successivi devono rimanere nelle nostre capacità”. Sabbatucci ha voluto ringraziare i parlamentari eletti all’estero che hanno promosso l’emendamento che ha consentito un aumento di bilancio per il Maeci, ma poi ha tenuto a precisare: “lo Stato italiano paga, ma non può competere con le aziende multinazionali. Chi serve lo Stato italiano sceglie di servire il pubblico” e qui “la componente monetaria è inferiore”.

Quanto agli incentivi per recarsi nelle sedi all’estero, il dg ha spiegato che c’è stato un aumento della indennità di sede del 15 o 20% per gli impiegati di ruolo inviati in America Latina o in Australia. A causa della prolungata assenza di concorsi, c’è stato “non solo decremento quantitativo, ma anche un innalzamento dell’età media” dei funzionari ed “è molto difficile spingere questa tipologia di impiegati in posti lontani e complessi”. Ad ogni modo, “tutto questo sarà superato con l’entrata in ruolo dei giovani” funzionari, ha assicurato Sabbatucci, che con questo auspicio ha saluto la plenaria.

Il dibattito è proseguito con Paglialunga (Argentina), che ha illustrato all’assemblea la “situazione critica” del Consolato a Bahia Blanca, dove ci sono solo due persone di ruolo, supportate da pochi vice consoli onorari e agenzie consolari e ciò nonostante, ad esempio, più di mille chilometri separino Bariloche da Bahia Blanca. Sempre Paglialunga ha chiesto che anche i Comites possano comunicare via Pec con l’amministrazione.

Al suo debutto in assemblea plenaria il consigliere Aldo Lamorte (Uruguay) che ha riferito delle difficili condizioni in cui versa il Consolato a Montevideo: avrà una nuova sede, come annunciato dal sottosegretario Merlo, ma al momento vi sono solo due funzionari: uno lavora per i cittadini e l’altro come segretario per l’ambasciatore. Cinque posti a disposizione nella Cancelleria Consolare sono “vacanti” e intanto “le situazioni di indigenza e le lunghe liste di attesa” rischiano di erodere il rapporto dei connazionali con le istituzioni italiane.

Sempre in America Latina, Villone (Brasile) ha chiesto a che punto siano le ipotizzate aperture delle agenzie consolari di Vittoria Spirito Santo e Florianopolis, due regioni molto vaste dove la presenza italiana raggiunge e a volte supera il 72%.

In Europa si attende la Brexit e per Billè (Gran Bretagna) è importante che il Ministero stabilizzi l’assunzione di personale a contratto in via permanente, perché di sicuro con l’uscita del Regno Unito dall’UE la produttività subirà una impennata.

“Non sono troppo ottimista”, ha esordito Musella (Francia). “Il Consolato di Nizza non impiega meno di tre mesi per dare un appuntamento”, che si tratti di carta d’identità o passaporto, e nella Francia, dove pure vi è una “numerosissima comunità” la struttura consolare e quella dei Comites “è stata smantellata”. Forse, ha suggerito Musella, bisognerebbe ripristinare almeno i Comites.

Lodetti (Cisl) ha riconosciuto i “moltissimi passi in avanti” compiuti con la digitalizzazione, ma restano delle necessità che potrebbero essere superate attraverso un aiuto esterno, quello dei patronati. Eppure la Convezione con il Maeci ancora non c’è e “non se n’è parlato neanche nella relazione di governo”. Lodetti ha chiesto dunque a che punto sia “realisticamente”, considerando che si ha a disposizione “una rete con mille operatori e 500 uffici nel mondo”, nonché una struttura, almeno per i patronati più grandi, avanzata anche in termini di digitalizzazione.

Ultima in ordine di tempo ad intervenire è stata Laura Garavini, senatrice del PD eletta in Europa, che si è complimentata con la Farnesina per lo “sforzo” compiuto in questi anni. “Continuate in questa direzione”, il suo augurio. Poi qualche richiesta: intanto che anche i cittadini italiani residenti all’estero possano avere la carta d’identità elettronica, peraltro necessaria in alcuni Paesi in cui “una serie di Istituti di credito chiedono solo documenti di identità elettronici”. E poi che “nell’assegnazione del personale si pensi ai Consolati e non alle rappresentanze diplomatiche”, per “non perdere il contatto” con i connazionali. Quanto infine alla convenzione tra Maeci e patronati, Garavini ha detto che sarebbe “utile” sottoporlo all’attenzione del sottosegretario Merlo perché trovi “concretezza”.

Terminato il dibattito, la chiusura della sessione è stata affidata a Luigi Vignali, che ha fornito alcune “risposte dirette” ai consiglieri.

Parisi: in base a verifica diretta ad Hannover i tempi di attesa sono tra le 4 e le 6 settimane; Stabile: “ha ragione” e Vignali riporterà al collega Sabbatucci “l’emergenza nelle Canarie e nella cancelleria consolare a Madrid”; Paglialunga: “ha fatto bene a ricordare la gravità della situazione a Bahia Blanca. Solo Londra e Rosario hanno un carico di lavoro maggiore” e questo perché “ci sono circa 800mila italiani per funzionario”; Villone: “per Vittoria e Florianopolis stiamo andando avanti” e “proprio ieri le autorità di Florianopolis hanno messo a disposizione una sede a titolo gratuito”, ma intanto si registra che è una delle realtà in cui è più usata la macchinetta per la raccolta delle impronte digitali; Lodetti e Garavini: quanto alla convenzione con i patronati, “personalmente quello che dovevo fare ho fatto e posso firmarla anche domani, ma si attende una decisione politica”.

Infine un annuncio: la questione della carta d’identità elettronica è sempre al centro del tavolo tecnico con il Ministero dell’Interno, ma ora c’è un obiettivo, che è quello di “partire entro la fine dalla primavera 2019 con le prime carte elettroniche”.

È stata dunque una discussione ricca di “stimoli e spunti” quella odierna e questo, ha osservato Vignali, è “il senso degli incontri del Cgie con l’amministrazione: una presa diretta sul territorio, una conoscenza altra rispetto a ciò che ci viene detto dai nostri consoli”, perché alla fine “siamo dalla stessa parte”.

(focus/aise 18) 

 

 

 

 

Leadership e rappresentanza della presenza femminile all’estero, ruolo nella promozione della cultura italiana

 

Tra gli interventi anche quello del direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali e della parlamentare Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa)

 

ROMA – Dedicate a leadership e rappresentanza, nuove professionalità, mestieri tradizionali e fasce deboli dell'emigrazione, ruolo delle donne nella promozione di lingua e cultura italiana all’estero le tre tavole rotonde in cui si è sviluppato il seminario sulle donne italiane all'estero, promosso dal Cgie e svoltosi sabato 17 novembre a Roma.

A moderare la prima, su leadership e rappresentanza, Delfina Licata, coordinatrice del Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, che ha sottolineato come la questione non sia un tema solo italiano e richiamato alcuni dai dati sull'attuale emigrazione femminile, che rappresenta ormai circa la metà dei residenti all'estero e dei flussi in uscita dall'Italia. Analoghi a quelli maschili anche i livelli di formazione raggiunti, mentre progressivamente si assiste ad un ampliamento del protagonismo femminile in tutti i campi professionali, sociali ed economici. Licata non nasconde però che vi siano ancora “molte problematiche e complesse” per l’inserimento nel mercato del lavoro e nei diversi contesti sociali, per una maggiore differenziazione dei flussi in uscita che coinvolgono sempre più anche i bambini, nuclei familiari e anziani. Accanto a percorsi di successo, ricorda quindi i fallimenti, il caso dei senza fissa dimora a Londra o le esperienze di sfruttamento dei giovani italiani emigrati in Australia, e legati a condizioni di permanenza irregolare, che non sono infrequenti. “Sono problematiche che riguardano i diversi generi, ma per la donne c'è sempre un aggravamento che è associato ai diversi ruoli che essa è chiamata a rivestire nel quotidiano, per la sua vocazione al servizio che però – avverte Licata – non deve mai sconfinare nella schiavitù, un tranello in cui spesso la si vuole far cadere”. La moderatrice sottolinea inoltre il ruolo della donna quale ambasciatrice dell'italianità all'estero, un ruolo che acquisisce concretezza nella trasmissione della lingua madre, veicolo di valori e tradizioni familiari, per la “gentilezza” che la contraddistingue e che andrebbe ricoperta anche dagli uomini, come “segno di forza e di rinascita”.

In collegamento da Londra è intervenuta Paola Cuneo, promotrice dell’imprenditoria femminile e consigliere della Camera di commercio italo-britannica, che ha sottolineato come lo sviluppo dell’imprenditorialità femminile sia importante per aiutare la donna a raggiungere i propri obiettivi e per la possibilità che offre di poter bilanciare i diversi interessi e ruoli. Invita quindi le donne a non essere schive e insicure, e a riconoscere i risultati raggiunti.

Di seguito ha presi la parola anche Laura Garavini, senatrice del Pd eletta nella ripartizione Europa, che ha rimarcato come molte delle donne partecipanti al seminario del 1997 abbiano ricoperto e ricoprano oggi ruoli importanti e l'importanza di questo nuovo appuntamento organizzato dal Cgie. “È importante soprattutto far sentire la voce delle donne, parlare dei loro ruoli, stimolare un attivismo che oggi può indicare una strada, anche perché ciò che succede nell'emigrazione italiana è di estrema attualità per gestire il fenomeno migratorio – afferma Garavini, che ribadisce come “alla luce di 20 anni di esperienza, io dico sì alle quote, perché non è detto che vi sia la volontà politica di dare spazio alla rappresentanza femminile”. “Oggi abbiamo un Governo giovane e per certi versi innovativo, ma nella legge di bilancio sono state tagliate le misure di sostegno alla natalità e alla conciliazione di lavoro e famiglia. Questo vuol dire che le politiche a favore delle donne non sono scontate; il Cgie deve avere la consapevolezza che la volontà politica di sostenere le donne c’è oppure no– ribadisce l’esponente democratica, che si augura si introducano condizioni per garantire una pari rappresentanza femminile anche nella riforma sul voto all'estero. “Le donne sono state e sono il motore dell'integrazione per sé e per i propri figli, questo deve dirci qualcosa anche per quanto avviene oggi in Italia – conclude Garavini, auspicando la giusta attenzione per questi temi.

Interviene anche Annalisa Gadaleta, assessore alla Cultura e istruzione nel Comune di Molebeeck- Bruxelles, che ricorda come oggi la questione delle identità sia complessa, come esse siano fluide e in continua ridefinizione. “Voglio ribadire che la famiglia è una valore aggiunto anche nella vita degli uomini, e che essi devono assumersi pari responsabilità all'interno di essa. Forse una delle caratteristiche che considero essenzialmente femminile è invece quella di non avere sufficiente fiducia in se stesse – afferma Gadaleta, - è questa è la prima condizione per poter acquisire leadership, insieme al non aver paura di osare, di confrontarsi con cose che non conosciamo, al fatto che vi siano condizioni sociali e politiche che promuovano il protagonismo della donna e alla capacità di costruire una rete per la realizzazione dei propri obiettivi”. “L’emigrazione è una sfida che richiede strumenti per fare in modo che essa divenga una ricchezza per tutti – conclude Gadaleta, segnalando come le migliori iniziative su questo fronte siano arrivate, dopo gli attentati di Bruxelles, da donne immigrate “che si sono fatte promotrici di una volontà di cambiamento straordinaria”.

 

La seconda tavola rotonda, su “donne in movimento: nuove professionalità e mestieri tradizionali? Fasce deboli dell'emigrazione – diritti di cittadinanza” è stata aperta dall’intervento del direttore generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali., che si ha ribadito l’importanza del seminario, “perché è una giornata che guarda al futuro”. “Se pensiamo a quello che accadde nel 1997, le differenze sono notevoli. All’epoca si guardava al passato, alla storia della nostra emigrazione, al ruolo storico delle donne in emigrazione, storie – rileva Vignali - sicuramente drammatiche, di fatica, di sofferenza, una memoria che va salvaguardata e recuperata ma che restituiva uno sguardo diverso alla componente femminile delle nostre collettività all'estero. Questa giornata invece guarda al futuro, lo si capisce dalle parole chiave: l'evoluzione della presenza, l'apporto delle donne, la leadership, la nuova professionalità, sono le parole della giornata e delle tavole rotonde che vogliono dire qualcosa”. Il direttore generale segnala quindi come in 21 anni “la presenza delle donne è sicuramente cambiata” e che “dobbiamo averne consapevolezza per valorizzarne il ruolo”. “Intanto – aggiunge, - sono cambiate le modalità di partenza; prima si partiva meno, ci si emancipava da contesti rurali, patriarcali, l'esperienza di viaggio verso l'estero era anche un'esperienza faticosa di emancipazione. Oggi la presenza italiana e i nuovi flussi di mobilità vedono molte donne, più o meno una componente paritaria rispetto a quella maschile e, specie per il contesto che riguarda la nuove mobilità, la componente femminile non ha tutto sommato caratteristiche diverse da quella maschile”.

Riportando i dati registrati dagli schedari consolari, Vignali quantifica in 2 milioni 700 mila le donne italiane all'estero, il 48% della presenza complessiva, la maggioranza delle donne che emigrano “sono giovani, la media è di 29 anni, mentre quella degli uomini è 32; solo il 4% di queste donne si dichiara casalinga e ciò lascia intravedere una partecipazione attiva al mondo del lavoro. La maggior parte è occupata nei settori che possiamo dire tradizionali: la ristorazione e la moda; l'11% lavora nei servizi, l'8% nel marketing, il 6% nella formazione, il 5% nell'informatica, il 4% sono ingegneri, il 4% si occupa di vendite, il 3% afferisce al settore manageriale. In più – aggiunge Vignali – c’è il mondo importante, specie per i nuovi flussi di mobilità, della ricerca, e la donne sono qui in gran parte biologhe, chimiche, e geologhe”. Il direttore generale richiama in proposito anche le “punte di eccellenza insignite con premi di livello internazionale e in Italia”; quindi “davvero qualcosa è cambiato, per età, professione, ruoli, impegno anche in settori tecnologicamente molto avanzati e di questo dobbiamo prendere atto per valorizzarne il potenziale”. “Le donne rispecchiano meglio i valori positivi della nostra presenza all'estero – afferma ancora Vignali, ricordando come, guardando all'emigrazione italiana storica, “nella percezione di chi ci ospitava all'estero, l'uomo fosse visto per lo più come quello che non si sapeva integrare, o comportare, che non aveva voglia di lavorare... mentre le donne erano quelle che sapevano ben cucinare, essere solidali e che sapevano intergarsi”. La donna rappresenta quindi non solo “uno specchio di valori positivi, ma anche la capacità di integrazione nella società di arrivo”. “Le donne, inoltre sono capaci di avviare circuiti di solidarietà, tema particolarmente interessante, specie perchè nelle nuove mobilità vi sono ampie fasce che rischiano di finire in situazioni di marginalità, di sfruttamento e di abuso – segnala Vignali, ricordando come, stando ai dati della Fondazione Migrantes, quasi la metà dei nuovi espatri, circa 150 mila connazionali, “finiscono per fare gli operai, i braccianti e i lavapiatti”. “Si tratta di uomini ma non solo, di situazioni più soggette al rischio di restare ai margini della società. Le donne però sanno animare reti di solidarietà perché sanno fare rete, sanno coinvolgere anche le stesse istituzioni, si rivolgono di più al consolato, in caso di necessità”.

“C'è poi un ultimo aspetto che ci proietta al futuro, per la capacità che le donne hanno di intrecciare, mantenere e salvaguardare le relazioni, professionali, affettive, familiari e italiane. Vorrei quindi augurare che siano proprio le donne le principali animatrici di quei circuiti di migrazione di ritorno in Italia che tanto auspichiamo – conclude Vignali, auspicando anche che questo possa diventare il tema della prima conferenza del 2020: la circolarità dell’emigrazione come valore aggiunto delle donne”.

Di seguito sono intervenute Maria Carolina Casati Digiampietri, che ha illustrato il progetto “Riscrivendo il passato per dare significato al futuro”, che ha coinvolto i bambini della scuola Eugenio Montale di San Paolo del Brasile e gli anziani assistiti dal patronato Inas; Mara Favia, che ha parlato del suo percorso personale di emigrazione in Francia, le diverse fasi attraversate – da un iniziale rimozione della propria identità alla sua riscoperta, anche in una dimensione europea; - l’italo-peruviana Liliana Ocmin, responsabile del Dipartimento politiche migratorie, femminili e giovanili della Cisl, che ha ricordato come il nostro Paese sia indietro per il tasso di occupazione femminile, specie in alcune aree del Sud, e come questo incida fortemente sulla denatalità; Marinellys Tremamunno, giornalista e presidente dell'associazione “Venezuela; la piccola Venezia”, che si è soffermata sulla drammatica situazione delle donne in Venezuela e illustrato il un progetto avviato dalla sua associazione per la distribuzione di pasti in un contesto ormai di emergenza umanitaria.

Tra gli interventi del dibattito, quello di Filomena Narducci, responsabile del patronato Inas in Uruguay, e già consigliera del Cgie, che ha rilevato come la partecipazione delle donne sia forte nel sociale, in particolare in associazioni ed enti dedicati all'assistenza e alla cultura, o nel campo dei diritti umani, specie in America latina. Meno presenti però nelle commissioni direttive: “i meccanismi del potere non ci consentono di prendere il potere, se non ci sono le condizioni, se non c'è la volontà politica, è difficile trovare spazio per la rappresentanza femminile. Dobbiamo entrare nei meccanismi del potere come donne e non cercando di assomigliare agli uomini – ha affermato Narducci. Silvia Alciati (Brasile) ha ribadito invece l'importanza di mantenere la propria identità italiana, anche una volta emigrate, e richiamato il ruolo delle istituzioni italiane in questo processo di adattamento e integrazione equilibrato, sollecitando a “farci conoscere prima e meglio dai nostri connazionali, orientandoli prima della partenza e accogliendoli al loro arrivo”.

 

Infine, la tavola rotonda sul ruolo delle donne quali promotrici dell'insegnamento della lingua e cultura italiana e sulle sfide attuali. Per la Direzione generale per la promozione del Sistema Paese del Maeci è intervenuta la dirigente scolastica Marina Lenza, sottolineando come la diffusione della lingua italiana sia “obiettivo strategico fondamentale per la Direzione generale e per la Farnesina, quale strumento di promozione del sistema Paese, dell'Italia, del made in Italy e dal nostro patrimonio culturale passato e presente”. “In questo ambito il contributo femminile è massiccio e importante, anche per la trasmissione della nostra lingua, dei valori e per l'integrazione nel contesto locale, perchè la chiave dell'integrazione passa anche attraverso il mantenimento della propria identità di origine – afferma Lenza. “Come Direzione generale siamo mobilitati nello sforzo di potenziare l'insegnamento dell'italiano in qualità e quantità, attraverso iniziative di formazione dei docenti, coinvolgendo i neolaureati, con pratiche di insegnamento aggiornate e a adattate alle diversità dei contesti locali – aggiunge ancora la dirigente scolastica, ribadendo come tale potenziamento passi dalla sinergia di tutti gli attori interessanti – le 8 scuole statali italiane presenti nel mondo insieme alle 43 paritarie “che coniugano l'aspetto privatistico con una supervisione pubblica italiana”, i 124 lettorati di italiano nelle università straniere, le 79 sezioni di italiano nelle scuole straniere e i corsi di lingua e cultura, sia quelli affidati ai docenti inviati dall'Italia (150) che agli enti gestori. “Questo scenario ha un costo di 83 milioni di euro in termini di risorse finanziarie investite; le prospettive sono la valorizzazione di tutto questo sistema, differenziato a seconda dei contesti, l'incremento delle sezioni di italiano nelle scuole straniere, la differenziazione degli interventi di promozione e l'ampliamento delle aree destinatarie dell'intervento – conclude Lenza.

È intervenuta poi Giuliana Grego Bolli, rettore dell'Università per stranieri di Perugia, che ha chiarito come l'assunzione di posizioni di potere da parte delle donne debba essere condizionata dall'acquisizione di competenza, che passa attraverso la conoscenza del settore, ma anche dalle capacità operative e gestionali. Ad esse spesso si unisce la tenacia, “un'altra caratteristica femminile il cui esempio ci proviene proprio dalle donne emigrate all'estero, come la capacità di creare e mantenere relazioni in ogni ambito”. Il rettore sottolinea inoltre come vada superato il gap delle possibilità di accesso al mondo occupazionale, tanto più perchè i risultati scolastici femminili sono migliori di quelli maschili, il loro livello di studio più elevato, i curriculum più internazionali. Richiama poi il ruolo delle università nel “garantire un insegnamento di qualità” che possa attrarre sempre pi studenti.

Tra gli altri interventi, quello di Daniela Magotti (Confsal) che si è soffermata sull'importante presenza femminile in tutto il sistema della formazione italiana, auspicando che essa incrementi anche nei posti apicali, insieme ad una più equilibrata presenza maschile anche tra gli insegnanti delle scuole di grado inferiore; quello di Ilaria Costa, direttrice esecutiva dello Iace, ente gestore di New York, che ha raccontato la sua esperienza di insegnante di italiano negli Stati Uniti, e di Maria Manganaro, dirigente scolastica europea, che ha ribadito l'importanza della formazione degli insegnanti di italiano agli studenti che l'apprendono come lingua seconda. (Viviana Pansa – Inform 19)

 

 

 

Donne italiane all'estero: verso la Prima Conferenza Mondiale   

 

Roma – Si svolgerà presto la prima Conferenza Mondiale delle donne di origine italiane residenti all’estero. Se ne è parlato sabato ad un seminario sulle donne promosso dal gruppo Donne del Cgie (Consiglio generale degli Italiani all’Estero) coordinate dalla vice segretario generale Silvana Mangione e dalla coordinatrice del Gruppo Donne Edith Pichler. Il seminario – ha spiegato Mangione introducendo i lavori -  è stato voluto da tutto il Consiglio generale con l’obiettivo di “destare maggiore interesse e sensibilità verso quello che le donne fanno e costruiscono  e gettare le basi per la prima Conferenza mondiale delle donne italiane all’estero”, che dovrebbe essere organizzata entro il 2020. Questa giornata “è un momento importante. Una giornata che guarda al futuro”, ha detto Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, intervenendo al seminario mentre per il sottosegretario agli esteri e con delega agli italiani nel mondo, Ricardo Merlo, sono state le donne a “sostenere le famiglie emigrate”.

Vignali ha portato anche alcuni dati: circa 2,7 milioni le donne nei nostri schedari consolari “Sono giovani, l’età media è di 29 anni. Quella degli uomini è 32. Solo il 4% delle donne si dichiara casalinga, questo vuol dire che c’è una partecipazione attiva al mondo del lavoro”, ha detto aggiungendo che  “La maggior parte è occupata in due settori che possiamo dire tradizionali: ristorazione e moda, ma ci sono tante altre professionalità. L’11 % è impiegato nei servizi, l’ 8 % nel marketing, il 6 % nella formazione, il 5 % nell’informatica, il 4 % nell’ingegneria, quasi il 3% nel management”.

Delfina Licata curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo per la Fondazione Migrantes, moderando nella mattinata il panel dedicato a leadership e rappresentanza ha dichiarato: “Nel corso degli ultimi decenni l’universo delle donne italiane all’estero è stato al centro di una notevole evoluzione culturale e socio-economica. Alle forti difficoltà che hanno segnato il percorso di inserimento occupazionale e di integrazione culturale delle ‘pioniere’, speculari ma amplificate rispetto a quelle affrontate dagli uomini, si affianca, oggi, l’alto grado di istruzione e formazione tanto delle loro figlie e nipoti, quanto delle ‘nuove’ giovani migranti. Ciò non significa però che oggi le donne italiane residenti all’estero godano indistintamente di una buona posizione e si siano completamente riscattate dal ruolo subalterno che ha segnato la loro esperienza di vita e di lavoro nel passato: anzi, le problematiche con cui devono confrontarsi sono ancora molte e complesse”. R. Iaria (Mo)

 

 

 

 

UE. Due nuove sfide per la politica internazionale

 

La comunicazione è da sempre anima della politica. Mai, fin dai tempi antichi, fu possibile distinguere tali concetti. Cos’è la retorica, massima arte di persuasione e linfa vitale dell’agire politico, se non comunicazione? Oggi cambiano gli strumenti, in grado ormai di raggiungere direttamente una parte della popolazione mai così ampia. Per tali motivi verrebbe da pensare che viviamo non nella crisi della democrazia, come formulato da molti, bensì nella sua espressione massima, con un altissimo potenziale di partecipazione e tuttavia entro strutture che tendono a polverizzare i corpi intermedi di rappresentanza.

Cambiamenti radicali che hanno mutato tanto la politica nazionale quanto quella internazionale, con conseguenze sostanziali nel complesso sistema di alleanze tra gli Stati che costituiscono l’Unione europea. In particolare, alla luce dei nuovi assetti delle nostre democrazie, vi sono due rilevanti sfide che i rapporti bi, tri o multilaterali nell’Ue si trovano oggi ad affrontare.

La crisi dei partiti tradizionali

La prima è la crisi dei partiti tradizionali, che per predisposizione storica e culturale erano dotati di un’organizzazione in grado di tessere rapporti internazionali con alleati affini per ideali e finalità politiche. Fu proprio la compattezza di questi rapporti che diede vita a un’idea condivisa di integrazione europea: le convinzioni di matrice cristiano democratica dei padri fondatori dell’Unione – Adenauer, De Gasperi, Schuman – sono la più autorevole prova dell’efficacia del legame politico nel tessuto internazionale.

Ad oggi non v’è quasi più traccia di tale vitalità, con una frammentazione e una fiacchezza partitica che rende difficile trovare e ricalibrare nuove convergenze. Alle istituzioni e alle burocrazie, che operano nel quotidiano per implementare le prerogative democratiche, arrivano sempre meno stimoli per operare in una direzione piuttosto che nell’altra, non potendo così far altro che preservare lo status quo e conservare quel che ancora resta di buono dell’eredità politica novecentesca.

Il ruolo della comunicazione

L’altra sfida riguarda proprio il ruolo della comunicazione nella sua nuova veste di catalizzatore politico, per la prima volta in fase di collaudo su scala europea. Anzitutto va registrato come negli ultimi anni le opinioni pubbliche in Europa abbiano giocato un ruolo sempre maggiore nel processo di costruzione europea, anche grazie a una crescita dell’interesse reciproco per le rispettive società. Basti pensare quanto siano ormai dibattuti nei media gli avvenimenti politici in altri Stati membri dell’Unione, con la chiara percezione di come essi possano scatenare effetti a catena nelle varie capitali europee.

Difficile dire se si possa parlare della nascita di una vera opinione pubblica europea, mancando ancora molti degli strumenti utili a misurarne la consistenza. Eppure, vi è la netta sensazione che in Europa stiano maturando istanze collettive d’espressione, seppur ancora flebili e geograficamente frazionate.

Le relazioni internazionali assoggettate alla frenesia comunicativa

Le relazioni internazionali, da sempre relegate per buona parte negli affari istituzionali e di governo, si trovano così assoggettate alla frenesia comunicativa della politica attuale, in grado di alimentare cambi repentini di opinione di cui le istituzioni faticano a tenere il passo. Da un lato vi è dunque la consapevolezza di non dover soggiacere a strategie politiche a breve termine che poco si confanno al lento processo sedimentario dei rapporti tra Stati. Cionondimeno, vi è al contempo la convinzione che, nel rinnovato contesto europeo di interdipendenza, sia ugualmente importante un maggiore coinvolgimento delle società civili e delle opinioni pubbliche, da cui ogni iniziativa istituzionale non può più prescindere.

Il risultato è un deficit di percezione tra la realtà dei fatti e la realtà rappresentata dei rapporti tra Paesi, con la comunicazione politica impegnata, non senza conseguenze, a capitalizzare a proprio vantaggio le naturali divergenze culturali in Europa, dipingendo scenari spesso lontani dall’effettivo stato delle cose.

Il deficit della percezione

Il caso delle relazioni tra Italia e Germania è in tal senso emblematico. Da un lato vi è una palese forzatura comunicativa negativa, che si risolve spesso in titoli di giornale azzardati fomentati da un discorso politico – più sul fronte italiano che tedesco – poco responsabile. Dall’altro Italia e Germania restano comunque due Paesi con una naturale complementarità e propensione alla collaborazione, che dall’economia alla cultura presenta risultati tangibili e indispensabili al legame europeo.

Resta da capire come si evolverà tale quadro, in un’Unione europea oggi affrettata a recuperare un legame con i propri cittadini per troppo tempo trascurato, e che tuttavia rappresenta la giusta chiave per un risvolto positivo dell’integrazione. Matteo Scotto, AffInt 25

 

 

 

 

 

Il peggio della politica

 

In politica niente è definitivo. Questo Governo dovrà fare “quadrare” i conti. Nella Penisola, gli ottimisti della politica sono scomparsi. I pessimisti, invece, restano. Però, pur non disconoscendo un certo imbarazzo, non ci sentiamo di sposare unicamente il pessimismo. Preferiamo mantenere, nei limiti del possibile, una posizione “mediana”. Insomma, dalla recessione si può uscire; basta avere un Governo capace di porsi degli obiettivi e con un Parlamento che lo sostenga.

 

 Purtroppo, certi problemi non possono essere disgiunti da quelli politici. Sfortunatamente, è proprio in politica che facciamo difetto. I “compromessi” non sono più in auge, ma l’intesa di programma, almeno per quanto c’è noto, potrebbe non “durare” più di tanto. Non tutti i politici della “vecchia” guardia sono inaffidabili. Per quelli della “nuova” preferiamo esprimerci una volta che li avremo visti all’opera. Risanare la politica nazionale sarebbe il mezzo per evitare altre polemiche. Fare, ora, delle analisi non servirebbe. Siamo per i piccoli passi. L’importante è, però, farli.

 

Per evitare il peggio, ci vorrebbe un “prodigio”. Ma i politici, per nostra disgrazia, non sono capaci di farlo. Per l’Italia, non scorgiamo una ripresa coesa. D’errori di percorso ce ne sono stati parecchi. Ora ci sarà da verificare se l’asse Di Maio/Salvini sia in grado di concretare un programma percorribile. Basta con i “silenzi” che feriscono di più delle “parole.”. Ora potrebbero maturare i tempi per verificare se il “peggio” della politica sia superato dall’efficacia dei provvedimenti che l’Asse Di Maio/Salvini dovrebbe rendere operativi dal prossimo anno.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L'Europa boccia la manovra

 

Il verdetto è arrivato: l'Ue boccia la manovra. L'analisi condotta "indica che il criterio del debito - comunica la Commissione Europea - dovrebbe essere considerato come non rispettato" dall'Italia "e che una procedura per deficit eccessivo basata sul debito è giustificata". Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis a Bruxelles spiega che l'iter della procedura per deficit eccessivo basata sul debito "prevede tempo per uno Stato per correggere il suo percorso di bilancio, prima che entrino in funzione rigidi meccanismi di enforcement".

"Con quello che il governo italiano ha messo sul tavolo vediamo il rischio che il Paese cammini come un sonnambulo nell'instabilità", ha aggiunto Dombrovskis in conferenza stampa. "Spero - ha continuato - che questo rischio venga evitato, perché, in fin dei conti, quello che è in gioco sono il benessere e la prosperità futura del popolo italiano. Il nostro lavoro è di segnalare i rischi prima che sia troppo tardi. E' quello che la Commissione ha fatto nelle ultime settimane ed è quello che stiamo facendo".

 

"Non riesco a capire - ha detto ancora il vicepresidente della Commissione - come perpetuare la vulnerabilità" costituita dall'elevato debito pubblico italiano "possa aumentare la sovranità economica. Invece, credo che potrebbe avere come conseguenza una maggiore austerità, più avanti". "Negli anni scorsi - continua Dombrovskis - l'Italia ha fatto progressi nella stabilizzazione della sua economia, tornando alla crescita e a creare posti di lavoro. La crescente incertezza di oggi rischia di minare questi progressi: elevati livelli di debito mantengono l'economia vulnerabile agli choc. E il debito italiano è previsto rimanere a circa il 131% nei prossimi due anni. Si tratta di un indebitamento medio di 37mila euro e di mille euro di interessi per abitante, ogni anno".

 

Per il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici la manovra "comporta rischi per l'economia italiana, per le imprese, per i risparmiatori e per i contribuenti. La Commissione - fa notare - si sta assumendo le sue responsabilità giuridiche e politiche, nell'interesse dei cittadini italiani". "Il dialogo - sottolinea - non dev'essere un pretesto, ma una realtà, perché molto dipende dalla qualità del nostro dialogo con le autorità italiane. Il dialogo non è un'opzione, ma un imperativo assoluto". La decisione della Commissione Europea di confermare l'opinione negativa sulla manovra italiana rivista "è - osserva - la logica ed inevitabile conseguenza della decisione dell'Italia di non modificare gli obiettivi di bilancio" per il 2019.

Per Moscovici, "servono come non mai dialogo e sangue freddo. E ovviamente siamo determinati" ad avere il primo e a mantenere il secondo. "La nostra porta resta aperta per il dialogo con l'Italia: ora che ci avviciniamo all'apertura di una procedura, è ancora più essenziale che le autorità italiane si impegnino in modo costruttivo", sottolinea il commissario, che aggiunge come con la conclusione cui è giunto il rapporto ex articolo 126.3, "non siamo ancora all'apertura di una procedura per deficit eccessivo. Sta ora agli Stati membri dare la loro opinione circa il nostro rapporto (nel Comitato Economico e Finanziario del Consiglio, passaggio previsto dall'articolo 126.4 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, ndr) entro due settimane".

La Commissione, ha continuato, non ha ricevuto "alcuna risposta" dal governo italiano alle "domande" che ha formulato e ai "dubbi" che ha sollevato. "L'impegno della Commissione Europea per il dialogo con l'Italia - continua Moscovici - è stato autentico. E lo sarà sempre. Io e Valdis Dombrovskis abbiamo incontrato Giovanni Tria più volte; io stesso ho passato due giorni a Roma, il mese scorso. Tuttavia, le nostre domande e i nostri dubbi sulla crescita" prevista, "sul deficit, sulle previsioni riguardanti il debito persistono. E non abbiamo avuto alcuna risposta. Da dove arriverà questa crescita extra? Se guardate alle nostre previsioni, i nostri dubbi sono chiari. Chi pagherà il conto per questa spesa aggiuntiva?", conclude Moscovici.

Alla notizia della bocciatura, il governo reagisce assicurando il dialogo con le istituzioni europee, ma non cede. Assicurando il "confronto costruttivo" con l'Europa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte indica come responsabile della bocciatura il "debito 2017, del precedente governo", ma sottolinea come l'esecutivo sia ancora convinto "della nostra manovra, che abbiamo ben meditato e impostato. Siamo convinti della solidità del nostro impianto di politica economica e quindi sarò ben disponibile a valutare con lui i passaggi successivi. Siamo tutti concentrati a realizzare le riforme che vanno bene al nostro Paese e confido di poter convincere anche i nostri interlocutori europei che questa è la strada migliore per noi e anche per l'Europa". Adnkronos 22

 

 

 

 

Luigi Maria Vignali (Mae) sulla Conferenza dei Consoli italiani nel mondo

 

ROMA – A “L'Italia con voi”, trasmissione di Rai Italia destinata ai connazionali all’estero, il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Maria Vignali, ha tracciato un bilancio della Conferenza dei Consoli italiani nel mondo, recentemente tenutasi alla Farnesina.

All’iniziativa hanno partecipato “106 consoli, in rappresentanza degli italiani ai quattro angoli del globo e che rappresentano – aggiunge Vignali - il servizio che offriamo alla comunità storiche come alle nuove mobilità e alle imprese, che sono tante e che, in un mondo globalizzato, hanno bisogno dei nostri Consolati”.

“Si è trattato dunque di “un evento di rappresentatività capillare”, cui è intervenuto anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella: “l'intervento del presidente è stato il momento più alto della Conferenza ed egli – segnala il direttore generale - ha innanzitutto riconosciuto il ruolo fondamentale delle nostre collettività storiche nel forgiare anche il senso di identità nazionale, nel farlo conoscere all'estero; ha parlato di nuova mobilità italiana verso l’estero, dei tanti giovani e meno giovani che ancora partono auspicando un loro rientro prima o poi, una circolarità dell'emigrazione; e poi ha parlato di una grande domanda di Italia che c'è nel mondo a cui proprio le collettività e i Consolati devono rispondere offrendo quanto di più e meglio il paese può offrire anche sul piano culturale”.

Ricordate anche le parole chiave della Conferenza: innovare, comunicare e motivare. “Per innovazione intendiamo un’innovazione tecnologica, una semplificazione delle procedure per venire incontro alla domanda di servizi e migliorare questa nostra offerta. Per comunicare – prosegue Vignali, - noi riteniamo si debba parlare in termini più chiari, diretti agli italiani all'estero, bisogna saperli anche ascoltare e su questo abbiamo avuto una sessione specifica con i nostri consoli. Motivare, perché vogliamo preparare il nostro personale a offrire servizi sempre migliori e questo è un altro tassello della nostra strategia di promozione del ruolo delle collettività all'estero e di offerta di servizi”.

Il direttore generale richiama poi alcuni temi emersi nel corso delle tavole rotonde specifiche: “nella sessione sull’innovazione è emersa l’esigenza di mettere al centro l'utente, di una sorta di identificazione con il connazionale, per capire cosa ci si aspetta da noi in termini di miglioramento dei servizi; nella sessione sulla comunicazione, si è parlato dell’importanza dei social network, delle reti di aggregazione, di confronto e commento che devono essere seguite, bisogna rispondere, anche per intercettare proprio quella nuova mobilità che spesso è presente sui social network; per quanto riguarda la motivazione, dobbiamo preparare il nostro personale alle sfide sempre più complesse a cui i consolati sono confrontati e dobbiamo farlo sapendo bene come coinvolgerlo e farlo sentire parte di una squadra – afferma Vignali.

I Consolati italiani nel mondo sono 80, 92 le cancellerie consolari e 386 i consolati onorari; si tratta di “una presenza diffusa che serve ad accompagnare i cittadini nei quattro angoli del globo – ribadisce il direttore generale, - serve a fornire servizi alle imprese, a farci sentire più vicini a chi chiede all’Italia e allo Stato italiano delle risposte, dei servizi e anche un aiuto per fare affari all’estero”.

Sul tema delle nuove mobilità, il direttore generale chiarisce come “i nuovi cittadini italiani all’estero chiedono di essere accompagnati nei loro percorsi di integrazione”, domanda cui i consoli devono rispondere “sapendoli orientare, offrendo loro delle opportunità di formazione locale, di interazione con le autorità locali, con i servizi dei Paesi di accoglienza, facendo rete con loro”.

Inoltre, “dobbiamo saperli mettere in connessione con le nuove generazioni della precedente emigrazione, con la seconda e la terza generazione, con i giovani nati e cresciuti all'estero con cui possono nascere sinergie importanti e questo è uno degli aspetti particolarmente interessanti che sono emersi nella conferenza – segnala Vignali, che è poi ritornato sul nodo problematico della “carenza di personale”, che incide sui servizi più dei provvedimenti di chiusura delle sedi, perché, in questo ultimo caso, “abbiamo strumenti che ci consentono di interagire a distanza, come con la digitalizzazione dei servizi, con una migliore preparazione del nostro personale e attivando priorità per lavorare su ciò che al momento è più importante per i nostri concittadini”. In proposito cita il rilascio dei passaporti. “Un rilascio rapido, efficace ed efficiente dei nostri passaporti è davvero la sfida più vicina. Abbiamo attivato servizi telematici nuovi, altri verranno lanciati e ci ripromettiamo di essere vicini ai nostri concittadini anche se i nostri consolati sono più distanti perché ne abbiamo dovuti chiudere alcuni – assicura Vignali.

Infine il richiamo alle parole pronunciate in questa occasione dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi: “il Ministro ha preso l’impegno di trasformare i lavori della conferenza in seguiti operativi, in un miglioramento concreto per i nostri connazionali all’estero; e di tenere questa conferenza più spesso, almeno ogni 3 anni e forse anche prima – auspica Vignali. (Inform 25)

 

 

 

 

I bambini sono le vittime innocenti

 

Triste la sorte dei figli di mamme uccise. Messi in orfanotrofi o affidati a parenti che riescono a ridare loro fiducia.  Purtroppo non sempre

 

  Continuano i femminicidi in Italia, dove in 11 mesi del 2018, le donne violentate o uccise sono state 106 e 1600 gli orfani che, per tutta la vita, ricorderanno le violenze subite dalle loro mamme, a volte temendo che, quando il padre uscirà dal carcere, cercherà di ammazzarli.

  Minorenni che, poi, sono affidati alle solo due competenti Associazioni nazionali o a nonni, zii, fratelli e cugini maggiorenni che, accogliendoli, tentano di restituire loro conforto e ridare fiducia nella vita. Il che è tutt’altro che facile, anche perché, spesso, provano odio e rancore nei confronti del padre assassino. E, a volte, il desiderio di vendicarsi.

  Parenti che si ritrovano con il peso di crescerli, con tutto ciò che comporta, compreso l’aggravio economico. «Non ci sono contributi, non ci sono bonus da parte dello Stato. Tutto è sulle nostre spalle», spiega uno di loro. E nessuno lesina, danno tutto e anche di più, anche se, a volte, i soldi sono carenti. Tanto più che, chi si prende cura del bambino, deve anche pagare “le sedute dagli psicologi, perché il terrore non può restare intrappolato dentro”, spiega Deborah Riccelli, fondatrice dell'associazione Oltre il silenzio, la quale si occupa, insieme alle altre Associazioni nate spontaneamente, dei familiari delle vittime di femminicidio.

  I milleseicento bambini (ma, forse, sono di più) sopravvivono tra sensi di colpa e l’inevitabile paura nei confronti del padre che ha ucciso la mamma e probabilmente li aveva già vigliaccamente picchiati, se avevano tentato di difenderla.

  A gennaio di quest’anno, il Parlamento ha approvato una legge a favore degli orfani di crimini domestici, provvedimento che, a detta di un’Associazione, “presenta alcune criticità, ma è certo un inizio”, tenuto conto che ogni giorno 400 bambini e giovani chiedono aiuto al numero di emergenza 147. Collaborazione e sostegno necessari per aiutarli a diventare adulti sereni e capaci di affrontare i problemi  quotidiani.

  Il che non è facile, oggi, tenuto conto che, nel mondo ed in Italia, i cambiamenti sono incessanti e rapidi, a volte tali da creare notevoli difficoltà. Tanto da spingere detta l’Associazione, come espresso dal suo Presidente, Josef Felder, a collaborare con  “alcune Organizzazioni non governative e mettere in atto tre nuovi programmi, per aiutare le persone vicine a bambini e giovani onde consentire di crescere in un’atmosfera serena e piacevole”.

  In effetti, i bambini hanno diritti che devono essere rispettati dai genitori e da chi se ne prende carico in caso di uccisione della mamma o di divorzio. Tra questi, quello importantissimo di divenire adulti ragionevoli ed affidabili. Come fa, in Svizzera, la Pro Juventute di cui è membro del Consiglio di fondazione Philip Jaffé, il quale recentemente ha affermato che “ogni settimana inviamo 4000 Lettere ai genitori ed a famiglie di tutta la Svizzera” per dar loro “le informazioni più importanti”, onde poterli aiutare nel compito di far diventare “bambini e giovani … adulti sicuri di sé”.

  Sicurezza e maturità estremamente necessarie se i genitori divorziano o, peggio, se la mamma o il papà viene ucciso. Altrimenti i figli provano solo rabbia ed odio verso il genitore responsabile del fatto, sentimenti dovuti al fatto di aver assistito al litigio o, peggio, all’uccisione. Ai quali si aggiunge quello dell’eventuale cambio di casa, quindi della lontananza da amici.

  Traumi psicologici difficili da curare e che possono procurare disturbi psicosomatici, tristezza, mancanza d’appetito, nonché ad incidere sul carattere, sulla voglia di vivere, sul desiderio di nuove amicizie, sull’affetto per i genitori o per i parenti. Molestie che, secondo alcuni psicologi, colpiscono soprattutto le bimbe e le ragazze.

  Traumi psicologici che restano a lungo, a volte per sempre, nel cuore e nella personalità di chi li subisce, specialmente se vissuti in tenera età. Ciò dovrebbe far capire ai genitori quali sono le conseguenze sui figli del divorzio e dell’assassinio. E cercare di evitarli. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Il seminario dei giovani italiani nel mondo

 

ROMA - Al termine dei lavori della 42esima plenaria del Cgie, Silvia Alciati (Brasile) ha esposto i lavori della VII Commissione, che hanno riguardato principalmente il Seminario dei Giovani italiani nel Mondo, che si terrà a Palermo dal 16 al 19 aprile 2019.

“Grazie all’approvazione dell’assemblea plenaria dell’odg sui progetti speciali presentati il luglio scorso”, ha detto Alciati, “abbiamo concretamente permesso a 24 Comites di realizzare dei progetti di mobilitazione dei giovani sui propri territori”.

“Avendo tutt’ora l’appoggio di diverse Consulte Regionali”, ha proseguito il consigliere Cgie, “Ci siamo concentrati nel lavoro con il coordinamento delle regioni, per fare in modo che non solo altre realtà oltre le nostre consulte potessero esprimere un interesse, ma anche che regioni in cui le consulte non sono in attività avessero la possibilità di partecipare”.

“Abbiamo altresì preso contatto direttamente con tutti i Comites che ne hanno fatto richiesta”, ha aggiunto Silvia Alciati, “e l’abbiamo fatto attraverso due videoconferenze tramite la piattaforma Bitmeeting, il 2 settembre e il 4 novembre”.

In questa occasione hanno partecipato una ventina di Comites per volta.

“Da queste esperienze”, aggiunge Alciati, “abbiamo tratto la convinzione che il confronto di pratiche e di vita di questi rappresentanti di base delle collettività italiane sia davvero prezioso. L’entusiasmo per il fatto di essere messi in contatto con noi e tra di loro era palpabile, e va nella direzione espressa da tanti colleghi di un profondo desiderio di interpretare la nostra funzione anche al servizio dei nostri Comites”.

A breve a Palermo sarà attiva una cabina di regia, di cui farà parte il segretario di Commissione Gaetano Calà, che si muoverà tra il Comune e la Regione per gestire la logistica dell’evento.

“Rinnoviamo i nostri ringraziamenti al Comune di Palermo”, ha voluto ricordare Alciati, “e alla Regione Sicilia per i contributi che ci permetteranno di rendere sostenibile la permanenza dei ragazzi. Per quello che riguarda le spese di viaggio, tutti i Comites si sono impegnati a una ricerca di finanziamento; la maggior parte di essi ha già indicato di averli trovati, ma faremo in modo che nessuno resti indietro. Chi non avrà la possibilità di mandare i propri ragazzi, avrà comunque la possibilità di partecipare attivamente attraverso la piattaforma Bitmeeting”.

“Entro fine novembre si chiuderà il passaggio delle adesioni istituzionali con delegati ufficiali, e quando sarà nato il numero dei partecipanti avremo un mese per elaborare con i partner associativi, istituzionali e privati una strategia per ripianare le eventuali diseguaglianze (di genere, di provenienza, di tipo di emigrazione) per fare in modo che il seminario sia il più possibile rappresentativo”.

“Questo grandissimo lavoro non ha la pretesa di arrivare a Palermo con una compagine perfetta, ma con l’impegno di aver dato un impulso forte a tutte le nostre reti tradizionali, con particolare riguardo anche verso le nuove reti associative. Da gennaio cominceremo i lavori preparatori con i ragazzi selezionati e invitiamo i presidenti delle altre commissioni a fare una videoconferenza ciascuno con i ragazzi interessati per una presentazione dei propri lavori. Sarà più facile, in questo modo, integrare la plenaria e la presenza dei giovani nel rispetto delle dinamiche e le priorità di ciascun gruppo”. (focus\ aise 18) 

 

 

 

Gli Ordini del Giorno votati dall’assemblea Plenaria del Cgie

 

ROMA – Nella sessione finale del Cgie sono stati presentati e votati vari ordini del giorno. Il primo Ordine del giorno: “si chiede una parificazione del trattamento sull’IMU sulla seconda casa in Italia. I pensionati che hanno maturato la pensione all’estero e hanno una casa in Italia usufruiscono della possibilità di vedere la propria casa in Italia trattata come prima casa e sono quindi esonerati dal pagamento dell’IMU; il principio è che l’unica casa fosse esente da IMU mentre i pensionati che hanno maturato la pensione in Italia e poi sono andati all’estero pagano l’IMU della casa in Italia come seconda casa. C’è una disparità: si chiede che queste due categorie vengano trattate allo stesso modo. Voto: approvato a maggioranza.

Con il secondo Ordine del giorno viene espresso l’auspicio che il Ministero degli Esteri non abbandoni l’idea di assumere con contratti fissi, non annui all’interno dei consolati. Impiegare personale in loco con le normative in loco dando più garanzia e costanza. Voto: approvato all’unanimità.

Il terzo Ordine del giorno esprime la richiesta della riapertura del consolato di Manchester. Voto: approvato all’unanimità. Il quarto Ordine del giorno riguarda la realizzazione di un Comites a Malta e Bucarest visto che, ad esempio a Malta, ci sono più di 5000 connazionali iscritti all’Aire. Si chiede quindi di prendere in considerazione la questione e capire se ci sono i requisiti necessari. Voto: approvato all’unanimità. Nel quinto Ordine del giorno si chiede una riforma del disegno di legge 103/2000; si chiede di aggiornare i contratti e gli stipendi del personale a contratto dove non avviene da anni. Voto: approvato all’unanimità.  Il sesto Ordine chiede collaborazione tra rappresentanze diplomatiche e i rappresentanti eletti della comunità. Voto: approvato all’unanimità.

Il settimo Ordine del giorno fa una richiesta in merito al rimborso non solo di alloggio ma anche di viaggio per i consiglieri. Voto: approvato all’unanimità.

L’Ordine del giorno seguente riguarda il ritorno in Italia di connazionali che decidono di rientrare in patria da Paesi che attraversano momenti di crisi, come ad esempio dal Venezuela. A volte non riescono a ottenere i documenti di base in modo veloce. Quindi si chiede di creare un vademecum che spieghi loro come procedere e creare un progetto di accoglienza per chi rientra da zone di reale crisi documentata e una maggiore possibilità di accedere a posti di lavoro. Voto: approvato all’unanimità.

In merito ad alcuni temi aggiuntivi si esprimono altri consiglieri. Interviene Vincenzo Arcobell (Usa) “volevo sollecitare una risposta in merito alla questione della sala da dedicare a Mirko Tremaglia. È già stata individuata una sala. C’è una mozione ufficiale da parte di questo consiglio e vorremmo una risposta, positiva o negativa che sia”. Vincenzo Mancuso (Germania) a questo punto sottolinea che i vari ordini del giorno non sempre vengono presi in considerazione e non ottengono risposte. In proposito il segretario generale Michele Schiavone  risponde che le richieste sono state inviate agli uffici preposti. Si ribadisce poi che la lista delle risposte agli ordini del giorno sono inviate a tutti i consiglieri.

Interviene a conclusione dei lavori il direttore generale della DGIT Luigi Maria Vignali: “in merito a questo dibattito sugli ordini del giorno vorrei dire che noi cerchiamo sempre di dare una risposta….In merito alla sala Tremaglia il nodo non è quello di trovare una sala. Il punto è che non sono mai state intestate sale a politici in questo Ministero. Se si voglia o meno fare un’eccezione non è cosa da poco. Per ora non ho avuto un’indicazione dal vertice a procedere in questo senso”.

Il segretario generale Schiavone conclude con i ringraziamenti rivolti a tutti i consiglieri e al direttore generale. Si chiude così la quarantaduesima assemblea Cgie. Maria Stella Rombolà, Inform 19)

 

 

 

 

 

Fronte economico nazionale

 

La manovra economica proposta da questo Esecutivo ci ha stupito. L’impegno, per la verità, non evidenzia evolutiva concretezza. Il progetto è chiaro. Lo Stato dovrebbe delimitare il suo “autofinanziamento”, favorendo la ripresa produttiva. Apparentemente, sembrerebbe solo una questione di tempo. Tempo necessario per impostare programmi di “salute” pubblica che dovrebbe trovare la “luce”entro fine inverno. Il 2019 dovrebbe essere l’anno delle novità anche sul fronte fiscale. I prossimi mesi saranno decisivi per un impegno che l’Esecutivo, partorito dal nuovo Parlamento, dovrebbe garantire. Al prossimo giro di boa, lo scetticismo potrebbe mutarsi in realismo. L’ottimismo resta, per noi, ancora una meta molto lontana.

 

 Il fronte occupazionale potrebbe essere rilanciato su basi operative originali. Investire in occupazione e pace sociale potrebbe essere la meta del Governo. Su questa premessa, riteniamo di poter continuare le nostre riflessioni. La deflazione agevolerà solo chi ha liquidità. Il risparmio resta una chimera e vivere continuerà a essere difficile. Chi punta sulle “novità” potrebbe aver fatto male i suoi conti. Del resto, il fronte occupazionale langue e la disoccupazione giovanile resta primaria.

 

A nostro avviso, continuano a essere insufficienti i riferimenti operativi per una ripresa socio/economica che potrebbero alzare la testa in tempi, comunque, non prossimi. Saranno i mesi futuri a chiarire il reale quadro politico nazionale. Certo è che la “concretezza” sulla quale avremmo voluto contare resta ancora ai margini del fronte economico. E le esternazioni di Di Maio e Salvini non chiariscono un bel nulla. Ogni altra considerazione, pur se legittima, passa in secondo piano.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Le donne all’estero veicolo di lingua e di cultura

 

ROMA - Con la tavola rotonda sulla “Promozione dell’insegnamento di lingua e cultura come supporto al sistema Paese: sfide attuali e il ruolo delle donne” si è chiuso nel tardo pomeriggio di ieri a Roma, presso il Church Village, il Seminario sulle Donne Italiane all’Estero organizzato dal Gruppo Donne del Cgie e soprattutto da Silvana Mangione e Edith Pichler.

A discutere “le quattro gambe del tavolo” su cui poggia la promozione della lingua italiana all’estero: università, enti gestori, scuole paritarie all’estero e DGSP della Farnesina. E proprio da qui è partito il confronto, con la dirigente scolastica distaccata al Maeci Marina Lenza a illustrare in che modo la diffusione della lingua italiana sia un “obiettivo strategico” della politica estera italiana in quanto “strumento che consente di promuovere l’Italia, il Made in Italy e tutto il nostro patrimonio culturale passato e presente”. Lo si fa tramite gli Istituti Italiani di Cultura e i Lettorati, tramite i corsi organizzati dagli enti gestori/promotori e tramite il personale di ruolo inviato dal Miur. In tutte queste realtà, ha evidenziato Lenza, “il contributo femminile è massiccio” e tra i docenti delle scuole primarie “quasi totale”. Ciò dimostra che, “se la chiave del multiculturalismo e dell’integrazione passa dalla salvaguardia della propria cultura di origine”, in questo contesto “il ruolo delle donne è sempre stato fondamentale”. Compito della DGSP è accompagnarlo dotandolo di strumenti che ne garantiscano la qualità: della formazione innanzitutto e della certificazione delle competenze. Ma non solo. Perché per aumentare gli oltre 2milioni di studenti di lingua italiana che abbiamo nel mondo bisogna puntare anche sulla “sinergia di tutti gli attori, pubblici e privati, coinvolti a vario titolo” nella promozione di lingua e cultura. Quelle “reti dell’italiano” di cui si è parlato durante gli Stati Generali della Lingua del mese di ottobre. Per questo obiettivo, ha annunciato Lenza, la DGSP ha investito ben

83 milioni di euro.

Ha sempre partecipato agli Stati Generali, sia a Firenze sia quest’anno a Roma, la magnifica - anche se a lei questo appellativo non piace granché - rettrice dell’Università per Stranieri di Perugia, Giuliana Grego Bolli, che, “colpita dall’entusiasmo, dalla lucidità e dall’efficacia anche espressiva di Silvana Mangione” le si è presentata e ha voluto partecipare al Seminario perché “convinta che ogni italiano all’estero sia ambasciatore della nostra lingua e cultura e della nostra identità più in generale”. Quanto al suo ruolo di donna rettrice, di recentissimo insediamento, si tratta senz’altro di un “ruolo di potere”, in quanto “massimo ruolo accademico e dirigenziale”, che, guarda caso, “non è così comune per una donna”. Sono infatti solo cinque le donne rettore in tutta Italia e nel resto d’Europa non è che la situazione sia molto più rosea. Grego Bolli ha riconosciuto la capacità storica delle donne italiane emigrate all’estero di conciliare cultura di origine e cultura dei luoghi di arrivo, tenendo saldo il tessuto familiare anche in situazioni di difficoltà e lottando, ancora oggi, perché i loro figli abbiano accesso alle scuole bilingui. Il punto è che le donne devono avere fiducia in sé stesse e valorizzare un’altra loro capacità, quella di “creare relazioni”. Dati Almalaurea alla mano tutto è più chiaro: i risultati che le donne conseguono dalla scuola superiore sino alla fine dell’Università sono migliori di quelli degli uomini; studiano di più, hanno voti più alti, compiono più esperienze internazionali e sono più impegnate in attività culturali e sociali; proseguono gli studi all’università per svolgere il lavoro di proprio interesse e approfondire i propri interessi culturali, quindi “inseguono una aspirazione”. Nonostante tutto ciò, una volta laureate, incontrano più problemi degli uomini e risultano meno occupate. Fa eccezione il solo settore dell’insegnamento, specie in quello letterario e linguistico. La promozione della lingua italiana sembra dunque essere nelle mani delle donne. Occorre allora “garantire alla nostra lingua e cultura un’offerta formativa di qualità” sia degli insegnanti di ruolo sia insegnanti di italiano come lingua non materna.

Due le dirigenti scolastiche presenti ieri tra le relatrici: Maria Manganaro e Lucia Dalla Montà.

Già all’Ufficio V della DGIT, Manganaro è ora dirigente scolastico a Charleroi, dove è responsabile sia dei docenti di ruolo inviati dal Maeci sia dell’ente gestore, “che abbiamo ritirato sù” con docenti locali, sia della sezione italiana presso la scuola internazionale della NATO. “Avendo lavorato da entrambe le parti del tavolo e conoscendone tutti i meccanismi”, ha una “visione completa” della questione è di una cosa è certa: “la formazione è fondamentale. Noi abbiamo ottimi insegnanti soprattutto quelli di ruolo che arrivano dall’Italia, meno quelli assunti in loco, quindi la formazione L2 è importante”. Anche perché, ha spiegato, non si può parlare più dei soli corsi per emigrati, “serve una lingua più specialistica” che sappia rivolgersi a tutti, anche alle terze e quarte generazioni. Quanto al ruolo delle donne, “mettersi in gioco nel mondo del lavoro non è sempre facile, ma è dalle sfide delle donne che il mondo va avanti”.

20 anni di insegnamento alle spalle anche per Dalla Montà, oggi preside della Scuola Colombo di Buenos Aires, dopo essere passata da Madrid e da Washington, proprio nel momento caldo in cui nelle scuole americane veniva lanciato l’AP Program. Una donna che ha sempre visto l’estero come “opportunità per crescere culturalmente e arricchirmi come persona”. Ovunque sia andata Della Montà ha cercato con l’italiano di insegnare non solo una lingua, ma “la cultura della scuola italiana, quella scuola che crea ogni giorno”, perché “ai bambini non si può parlare dei colori, bisogna farglieli vedere” e far sviluppare le loro “capacità logiche” usando tutto ciò che si ha a disposizione per “veicolare un’immagine positiva dell’Italia”.

Che è anche un po’ quello che fa lo IACE (Italian American committee on Education) di New York, diretto da Ilaria Costa, che al seminario ha portato la sua esperienza personale di donna emigrata. Laurea in lettere e filosofia, arrivò nel 1999 negli Stati Uniti “giovane e sprovveduta, senza avere idea del percorso che avrei fatto”. La sua è stata una “scelta casuale”, ma ormai sono passati 20 anni e Costa ha raggiunto la propria realizzazione professionale e personale. Certo, non è stato sempre facile, ha ammesso, sia perché ha dovuto fare i conti, altalenanti, con la propria identità in bilico tra desiderio di integrazione e recupero delle origini, sia per “paura di non essere all’altezza”. Allo IACE ha iniziato a lavorare come docente, ha ideato dei corsi veicolari e interdisciplinari, che nella New York amante della cultura italiana è delle tre F “Food, Fashion and Ferrari” hanno trovato terreno fertile, ed oggi è direttore esecutivo di un ente promotore che nell’arco di cinque anni ha più che raddoppiato il numero degli studenti di italiano nelle scuole degli Stati di New York, New Jersey e Connecticut portandoli da 22mila a 50mila. “A New York”, ha spiegato Costa, “abbiamo una vitalità tale da poter promuovere la lingua e il Made in Italy come prodotto”. In altre parole “non insegniamo la lingua per promuovere il Made in Italy, ma il Made in Italy per promuovere la lingua”. I ragazzi, che non sempre è non solo sono italodiscendenti, imparano l’italiano attraverso laboratori di opera lirica o

imparando a fare i tortellini, progettando la loro Ferrari o visitando una fabbrica di moda. Quanto agli italodiscendenti e ai figli delle coppie italiane protagoniste della nuova mobilità, Ilaria Costa ha segnalato il caso delle “tiger mums”, che si sono battute “con grande determinazione” e alla fine sono riuscite solo pochi mesi fa a far introdurre per la prima volta l’insegnamento dell’italiano in alcune scuole primarie pubbliche di New York e questo per poter trasmettere la propria lingua ai figli che cresceranno negli Stati Uniti. Infine una segnalazione: a New York è nata una rete di donne, sono 1.500, emigrate di prima generazione come Ilaria Costa, che hanno realizzato un social network, newyorkitalianwomen.org, e grazie alla collaborazione delle Istituzioni offrono assistenza e servizi alle nuove arrivate.

Mentre era in corso la tavola rotonda è riuscita ad unirsi alle relatrici Silvia Costa, europarlamentare e compagna d’avventura 21 anni fa con Silvana Mangione nell’organizzazione del primo lontano seminario e che ieri ha invitato ad un “ragionamento circolare sulle donne migranti”, puntando su tre C: Cultura, Creatività e senso della Cittadinanza. Quanto all’approccio pedagogico della scuola italiana, per Silvia Costa “è una eccellenza”, come dimostrano i successi dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze all’estero. Occorre dunque investire in cultura e riuscire ad essere “attrattori di talenti promuovendo la nostra formazione per rispondere alla vera e propria emorragia di talenti”. Infine un annuncio: dal prossimo anno la rete Eunic, che riunisce tutti gli istituti di cultura dei Paesi europei, avrà una gestione più centralizzata e a prenderne le redini in qualità di presidente sarà l’attuale direttore centrale per la promozione della cultura e della lingua italiana della Farnesina, Roberto Vellano.

Non poteva che essere affidata a Silvana Mangione la chiusura di una giornata, intensa e ricca di spunti e riflessioni, di cui è stata artefice.

“Qualcuno dice che la leadership delle donne esiste da sempre. Esiste la leadership dietro le quinte, adesso basta: vogliamo il palco!”, ha esordito dopo i tanti e tutti dovuti ringraziamenti. Il Seminario di ieri ha consentito di raccogliere “passato e presente per costruire il futuro” e tutte le testimonianze raccolte tesseranno “il filo di un racconto che è unico e che sarà oggetto degli atti di questo convegno”. Ora l’obiettivo è il 2020: si dovrà lavorare per costruire la Conferenza Mondiale delle Donne Italiane all’Estero “con un senso non di contrapposizione, ma di confronto tra ricchezze di genere, ma soprattutto”, ha concluso Mangione, “consentitemelo, della ricchezza femminile”. (r.aronica\aise 18.11.)

 

 

 

 

Salute: il medico è il garante dell’interesse del paziente, anche nei confronti del Servizio sanitario

 

Per il 53% degli italiani tetti di spesa, linee guida e protocolli sono utili, ma al medico deve essere lasciata la libertà di decidere. Perché il rapporto è basato sulla fiducia

 

ROMA - Gli italiani sono sempre più alla ricerca di un'alleanza terapeutica, in cui il medico rappresenti, nel suo agire in scienza e coscienza, la garanzia della tutela della salute del paziente. Secondo il 58% medico e paziente devono collaborare nel prendere le decisioni sulle cure migliori (la quota è aumentata rispetto al 55,9% rilevato nel 2007). La percentuale è molto più elevata tra gli anziani (82,8%), che sperimentano più di tutti il valore di tale collaborazione nella gestione delle patologie croniche. Il 22,4% propende invece per un'asimmetria a favore del paziente, che decide da sé dopo aver ascoltato il medico (era il 10% nel 2007). Mentre il 19,6% è favorevole a una supremazia del medico, senza che il paziente abbia voce in capitolo (la quota era il 34,1% nel 2007). È quanto emerge dalla ricerca «Il medico pilastro del buon Servizio sanitario», che è stata presentata  Roma nell'ambito dell'evento della Fnomceo - Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri - «40 anni del Servizio sanitario nazionale. La conquista di un diritto, un impegno per il futuro».

Un rapporto basato sulla fiducia. L'87,1% degli italiani dichiarare di fidarsi del medico di medicina generale (la quota raggiunge il 90% tra gli over 65 anni), l'84,7% si fida dell'infermiere, mentre è molto più ridotta, sebbene ancora maggioritaria (68,8%), la quota di chi esprime fiducia nel Servizio sanitario nazionale. Lo stesso vale per gli odontoiatri. L'85,3% degli italiani ha un dentista di riferimento. Ed è proprio la fiducia l'elemento cardine che ne guida la scelta (per il 63,1%), prima ancora delle tariffe delle prestazioni (26,3%), la qualità dei materiali e delle tecnologie utilizzate (21%), la comodità nel raggiungere lo studio (17,1%) o le facilitazioni nei pagamenti (l'11,4%).

L'autonomia del medico tra vincoli di sistema e garanzia delle cure. Il riconoscimento della capacità del medico di individuare le cure migliori, grazie all'esercizio del suo libero giudizio clinico, va anche al di là del sistema di regole e di vincoli imposti dal Ssn (tetti di spesa, linee guida, protocolli), che possono interferire con l'autonomia del medico. La maggioranza degli italiani (il 52,8%) ritiene che procedure e opzioni di cura prestabilite devono ritenersi utili a dare indicazioni di massima, lasciando però al medico la libertà di decidere se e come applicarle. Il 38,7% sostiene l'utilità di questi strumenti al fine di uniformare le cure più appropriate riducendo la possibilità di errore. Il 19,4% ritiene che possano avvantaggiare i medici come strumenti di deresponsabilizzazione. Solo l'8,5% le giudica inutili, richiamandosi a una visione di totale autonomia del medico come unico arbitro. È residuale la percentuale di chi le considera solo un appesantimento burocratico di nessuna utilità (5,5%). Ancora più ampia è tra i laureati (54,9%) e le persone più anziane (54,6%) la quota di chi afferma la funzione di indirizzo non vincolante di tali strumenti, perché il medico è garante dell'interesse del paziente anche nei confronti del Servizio sanitario.

Il medico prima fonte di informazione sulla salute. Non è un caso che, anche in un momento in cui le fonti informative si moltiplicano a dismisura, i cittadini continuino ad assegnare al medico la funzione di fonte informativa principale sui temi della salute. Il medico di medicina generale è la fonte numero uno (per il 72,3% degli italiani, in crescita rispetto al 66,3% rilevato nel 2008), seguono familiari e amici (31,9%), poi la tv (25,7%) e internet (il 23%, ma era solo l'8,7% nel 2008).

Il medico che vorrei. Dalla rilevanza della personalizzazione delle cure e del rapporto fiduciario con il proprio medico emerge l'identikit del medico ideale secondo gli italiani. Per il 45,5% è fondamentale la dimensione psicologica e relazionale. Per il 42,3% il valore professionale, la conoscenza tecnica e l'aggiornamento scientifico. Per il 40,9% la disponibilità e la reperibilità anche grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie. Per il 39,6% il medico ideale è il garante del diritto alla salute del paziente, perché è pronto a difenderne l'interesse anche quando questo comporta scelte al di fuori delle indicazioni predefinite (protocolli, linee guida, vincoli di budget). Per il 37,5% inoltre deve essere meno attento agli aspetti burocratici (scrivere ricette, certificati, ecc.) dedicando più tempo all'ascolto dei pazienti. (Inform 19)

 

 

 

 

Plenaria Cgie. I lavori della sesta Commissione

 

ROMA - Nel corso dell’ultima plenaria del Cgie, tenutasi a Roma tra il 12 e il 16 novembre, la VI Commissione Continentale Europa e Africa del Nord ha riportato il lavoro compiuto nei mesi precedenti.

In particolare, è stato fornito un resoconto di due riunioni, una tenutasia Metz dall’11 al 13 ottobre 2018 e una a Roma il 13 novembre 2018.

A Metz i Consiglieri hanno partecipato a una cerimonia per il Centenario della Grande Guerra che si è tenuta presso il Cimitero di Metz Chambière e alla cerimonia di inaugurazione di una Stele in memoria dei partigiani italiani internati e torturati presso il forte di Metz Queuleu in presenza della autorità civili e militari francesi e italiane, dei Porta Bandiere, della corale della Cattedrale di Metz e della collettività italiana.

Iniziati anche i lavori dall’organizzazione del Seminario delle giovani generazioni, che si terrà a Palermo dal 16 al 19 di aprile 2019, grazie al lavoro della VII commissione tematica con la collaborazione della città di Palermo, della regione Sicilia, della rappresentanza del coordinamento delle Regioni, del CINSEDO e dei Comites.

La Commissione ha ribadito, nel corso della plenaria, la necessità di uno stanziamento da parte del CGIE di fondi sufficienti per il convegno per sopperire alle spese di comunicazione e diffusione, nonché l’impegno a trovare risorse per permettere la partecipazione di un numero significativo di giovani provenienti dai vari continenti e scelti in maniera trasparente con un bilanciamento fra le rappresentanze dei giovani di nuova emigrazione, di oriundi e anche con un livello di diversi titoli di studio.

La discussione è proseguita sul tema della messa in sicurezza del voto all’estero e sulle prossime elezioni europee.

Sulla scorta del lavoro svolto dalla III commissione diritti civili, politici e partecipazione, la Commissione ha ribadito fortemente la volontà affinché i candidati alle elezioni politiche italiane nella circoscrizione estero siano effettivamente rappresentativi dei territori di emigrazione e che conseguentemente siano selezionati fra i connazionali residenti all’estero. In merito alle recenti proposte governative di ridurre il numero dei parlamentari nelle due aule parlamentari, che avrebbero dei gravissimi effetti sulla rappresentanza degli eletti nella circoscrizione estero (da 18 a 12), la Commissione ha espresso la sua netta contrarietà, ricordando le ragioni delle modifiche degli art. 48, 56 e 57 della Costituzione che riconoscono una rappresentanza qualificata e di principio agli italiani all’estero.

Inoltre, la Commissione Continentale Europa ed Africa del Nord ha avanzato la proposta di trasferire il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Su questa proposta la Commissione si è espressa favorevolmente tramite votazione. È stata rilevata l’utilità di partecipare ai lavori parlamentari, di continuare a interloquire continuamente con le diverse commissioni parlamentari, se non anche tenere i dibattiti e le riunioni assembleari anche presso la Camera o il Senato, in modo da semplificare ed evitare ritardi nella trasmissione delle decisioni. In risposta alla recente proposta avanzata dal viceministro dell’interno sulla revisione della cittadinanza italiana, la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord ribadisce l’impegno assunto con il Sottosegretario Ricardo Merlo a coinvolgere tutti i soggetti rappresentativi degli italiani all’estero per presentare una proposta da sottomettere, nei tempi dati, agli organi parlamentari. La CC Europa e Africa del Nord ha espresso il desiderio che il tema della cittadinanza europea sia un argomento centrale del seminario dei giovani, in considerazione della vicina scadenza delle prossime elezioni europee.

La Commissione Continentale Europa ed Africa del Nord sollecita l’urgente costituzione di una cabina di regia comune per la promozione del Sistema Paese e che questa si tenga presso gli uffici del Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, disponibile a favorire l’avvio di tale percorso. (aise 22) 

 

 

 

 

Andare oltre

 

I problemi d’Italia ci sono ancora tutti. Lo abbiamo già scritto e ora giova rammentarlo. Le elezioni politiche non hanno dato una risposta coerente alla situazione d’emergenza che si è venuta a determinare in Italia. L’alleanza Di Maio/Salvini resta ancora da interpretare. Tutti i partiti dovranno, gioco forza, trovare un ”compromesso” per garantire quella stabilità politica che, in questa fase di vita del Paese, riteniamo fondamentale. Il comportamento istituzionale sarà l’eloquente premessa per evidenziare se chi governa, sarà in grado di ridare all’Italia una nuova scienza socio/politica. Sarà il livello comportamentale degli uomini a guida di questa Maggioranza a fare la differenza.

 

Per tanti anni, avevano vinto le formule di “centro-sinistra”, oggi non le potremmo più ipotizzare; anche volendolo. Il “Centro” è sulla sottile linea di confine che isola la “Destra” dalla “Sinistra” e le simpatie di un ipotetico Terzo Polo sono equamente suddivise tra le opposte ali parlamentari. Eppure, un compromesso dovrà essere trovato. In caso contrario, non sarà possibile andare oltre. Con la mancanza di statisti, l’Italia ha bisogno, almeno, di politici di rango. Però, tra realtà e necessità i contorni restano sempre indefiniti. Se le cose stanno così, e così stanno, c’è solo da sperare che questo Governo si muova con “nuove” regole per superare le prime critiche di percorso.

 

 Sul piano psicologico e mediatico, nulla da ribadire. Sul piano pratico, staremo a vedere. In Democrazia, e giova rammentarlo, tra promettere e mantenere c’è un abisso non sempre colmabile. Quando ci sono dei bilanci da fare quadrare e delle decisioni da prendere, anche questo Esecutivo dovrà essere compatto. Come a scrivere che, pure nella migliore delle ipotesi, anche dopo l’applicazione del “contratto” di governo, il futuro d’Italia sarà difficile e “andare oltre” non lo vediamo possibile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. La Prima Conferenza Mondiale delle donne italiane all’estero

 

ROMA - Ci sono voluti 21 anni ma alla fine, grazie alla caparbietà di Silvana Mangione ed Edit Pichler, il Cgie ha celebrato il secondo Seminario sulle donne italiane all’estero. E dopo una intera giornata di interessante dibattito si è raccolta una sfida, quella lanciata dal sottosegretario Ricardo Merlo: “prendere il potere”. E, pure, si è ottenuta una promessa, strappata allo stesso Merlo: far sì che nel 2020 si possa convocare la Prima Conferenza Mondiale delle Donne Italiane all’Estero.

A dare il benvenuto sabato ai tanti ospiti raccolti in una sala del Church Village di Roma, a conclusione di una settimana di assemblea plenaria alla Farnesina, è stata il vice segretario generale del Cgie, Silvana Mangione, anima del seminario, di cui ha spiegato ragioni e obiettivi.

A 21 anni dall’ultima occasione “le donne hanno fatto passi da gigante”, ha esordito Mangione. “Oggi vogliamo raccontarci e raccontare” e dunque tracciare il quadro dell’evoluzione della presenza delle donne italiane nel mondo; sensibilizzare inoltre “l’altra parte del cielo” e “destare maggiore interesse verso quello che le donne fanno”, senza che vi siano contrapposizioni, impegnando il Cgie tutto e le autorità competenti a evidenziare l’apporto delle donne alla rete delle comunità italiane in ogni campo; e infine creare le premesse per la convocazione della Conferenza mondiale delle donne, perché, ha osservato Mangione, “non ce n’è mai stata una”.

La parola è passata poi al sottosegretario Merlo e al segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, per gli indirizzi di saluto.

“In tutto il percorso dell’emigrazione italiana sono state le donne a sostenere tutto. Così è stato anche nella mia famiglia”, ha detto Merlo portando alla platea i saluti di “una donna simbolo dell’emigrazione italiana e grande amica”, la coordinatrice mondiale pari opportunità del Maie, Mirella Giai. Parlando di donne e di diritti, il sottosegretario ha invitato il Cgie ad avviare il dibattito sulla legge di cittadinanza per modificare quell’assurda “discriminazione” che alle sole donne non consente di trasmettere la cittadinanza ai figli nati prima del 1948. Merlo ha rivolto poi un pensiero e la propria solidarietà alle tante donne italiane che vivono in Venezuela e che in quel Paese stanno portando avanti la loro lotta e insieme stanno sostenendo le famiglie in difficoltà. Infine ha espresso la propria contrarietà alle quote rosa: “credo che le donne debbano lottare per essere al potere, cioè per partecipare alle decisioni che vengono prese in tutti gli ambiti”. Nel Cgie, ha rilevato, “purtroppo c’è una maggioranza di uomini” - sono 12 su 63, “il numero massimo raggiunto sinora”, ha precisato Mangione - e lo stesso vale per il parlamento, dove le donne, anche quelle elette all’estero, sono “pochissime”. Ecco allora il suo invito alle donne: “dovete prendere il potere, quello politico, economico, culturale…”. Ma il potere, ha aggiunto Merlo concludendo, “si prende, non si occupa per quote”.

“Accogliamo la sfida e cominceremo ad occupare il potere” è stata la pronta risposta di Silvana Mangione, che al sottosegretario ha strappato la promessa di sostenere il Cgie nell’organizzazione della Conferenza Mondiale delle Donne nel 2020.

L’impegno del Cgie perché la Conferenza sia indetta “in tempi consoni” lo ha assicurato Michele Schiavone, cui Silvana Mangione ha riconosciuto “enorme sensibilità verso il contingente femminile del Cgie”. Schiavone ha anticipato i temi delle tre tavole rotonde in cui si è strutturata la giornata: “Leadership e rappresentanza”, per riflettere sui “nuovi scenari” che “impegnano tutte le nostre donne a far progredire questa società fatta sinora di soli uomini al potere”; “Donne in movimento: nuove professionalità o mestieri tradizionali? Fasce deboli dell’emigrazione - diritti di cittadinanza”, un tema che solleva questioni delicate come la “disparità” di genere nella “remunerazione salariale”; e per concludere “Promozione dell’insegnamento di lingua e cultura come supporto al Sistema Paese: sfide attuali e il ruolo delle donne” che da sempre sono custodi e promotrici della cultura italiana nei Paesi di emigrazione.

A spiegare più nel dettaglio il perché di questo seminario è intervenuta Edit Pichler, sociologa, docente universitaria e coordinatrice del Gruppo Donne del Cgie.

La presenza femminile italiana nel mondo è cambiata profondamente. Nell’iconografia classica dell’emigrazione italiana, la donna è quella ritratta in una foto in bianco e nero a Ellis Island, con i suoi tre bambini in braccio. Allora la donna era “moglie e madre che emigrava in seguito al marito”, non per scelta o per propria “realizzazione”, e che veniva strappata dai suoi luoghi per ritrovarsi a “gestire la quotidianità in una realtà sociale a lei estranea”. Non conosceva la lingua del posto e le associazioni era ancora inesistenti. Poi c’erano le cosiddette “vedove bianche”, quelle che rimanevano al paese mentre i mariti emigravano, che dovevano emanciparsi in una società fortemente patriarcale e che “spesso sono rimaste vedova bianche tutta la vita”.

Negli ultimi 40 anni, tutto è cambiato. “Anche l’emigrazione femminile è diventata un progetto in cui le donne sono protagoniste”, perché sono altamente scolarizzate, anche più dei loro coetanei, “hanno competenze più elevate” e vi sono “nuove tipologie occupazionali” che coinvolgono maggiormente le donne “in settori qualificati e innovativi”. Non a caso i numeri della nuova emigrazione vedono un aumento percentuale soprattutto fra le giovani. Certo, non è tutto “rose e fiori”, perchè, specie in Europa, bisogna “far fronte ai processi di precarizzazione del mercato”, a causa dei quali molte donne in emigrazione sono impiegate in lavori demansionati rispetto al loro curriculum.

Anche Silvana Mangione nel suo intervento ha illustrato ragioni e obiettivi dell’incontro e ricordato il percorso storico della donna in emigrazione, da quando “si trovava catapultata in luoghi sconosciuti”, non parlava la lingua e restava “chiusa in casa”, alle tante donne che oggi rivestono ruoli prestigiosi a livello politico, imprenditoriale, sociale e culturale nel mondo. Per Mangione, dunque, è arrivato il momento di passare dall’accezione di “donne in emigrazione” a “donne italiane all’estero”, non solo e non tanto in riferimento alla “nuova mobilità” ma a quelle donne che, “coscienti della propria italianità”, si battono per trasmetterla ai propri figli e alla società che le ha accolte. “Dobbiamo dare spazio, forza e convinzione in sé stesse alle altre donne” e aiutarle a “investire le loro infinite capacità nella costruzione di una società migliore, ovunque si trovino”.

Ecco dunque il senso del seminario e del dibattito che lo ha arricchito, con tante donne e anche tanti uomini a dare il proprio contributo.

La consigliera Cgie Rita Blasioli Costa (Brasile) ha apprezzato la presenza di uomini tra il pubblico del seminario, parlando di “attenzione speciale, perché molto è ancora in mano loro”. Quanto alle donne, “noi sappiamo di avere le competenze per occupare gli spazi del potere, ma abbiamo bisogno di ascolto e che questi spazi ci siano messi a disposizione”, ha detto Blasioli Costa, sottolineando il “valore aggiunto” che le donne possono offrire e aggiungendo che “questa è una sfida che dobbiamo saper trasmettere alle nuove generazioni”.

La collega Cgie Ilaria Del Bianco (Unaie) ha detto di condividere il punto di vista del sottosegretario Merlo: “il potere ce lo dobbiamo prendere e aspettare le quote non è degno, non ne abbiamo bisogno”. Ciò che può sostenere le donne in questo cammino è, piuttosto, la famiglia che è “dietro di noi, sulle nostre spalle”. Non si tratta però di”un peso”, ha precisato bensì di una “ricchezza umana” di cui essere “consapevoli”, perché “abbiamo il futuro nelle nostre mani”. “Cerchiamo di valorizzarci per quel che siamo”, l’invito di Del Bianco: “forti di questa ricchezza possiamo gestire il cambiamento”.

“Le donne il potere ce l’hanno, nella loro diversità. Facciamo in modo che non incontrino barriere nel loro percorso”, il messaggio di Paolo Brullo (Germania); mentre Nello Gargiulo (Cile) ha suggerito la creazione di un osservatorio delle donne religiose nel mondo, ancora inesistente, per valorizzare il loro “tessuto storico”.

Il sostegno della famiglia è stato importante anche per Isabella Parisi, calabrese ed emigrante da quando aveva 12 anni, prima per motivi di studio a Roma e poi per amore in un Paese straniero, la Germania. Tante le difficoltà incontrate lungo il suo percorso, tanti i muri innalzati, ma, ha raccontato, “mi sono rimboccata le maniche e con testardaggine tutta calabrese alla fine ce l’ho fatta”. Oggi Parisi è una imprenditrice ed ha una famiglia felice, ma “dopo 36 anni ancora mi sento straniera”.

“Emigrante al seguito” del marito tra Mumbai, Vienna, Tel Aviv… Dacci Mariani è stata per un periodo anch’essa Berlino, dove insieme a Edit Pichler ha aperto un centro per l’integrazione delle donne, divenuto poi un incubatore di impresa. Oggi continua il suo girare per il mondo e ovunque scova una italianità operosa fatta di donne che agiscono “senza clamore” e senza chiedere riconoscimenti. “Il Cgie se ne dovrebbe far carico”, come pure i rappresentanti in parlamento, il suo invito.

È cresciuto in una famiglia piena di donne Guillermo Ignacio Rucci (Argentina), per il quale “le donne hanno già un potere, che è un potere bianco, quello della famiglia”, ma mancano loro gli altri poteri, soprattutto quello economico e politico. Anche Rucci ha sollevato il problema della mancata trasmissione della cittadinanza per via materna ai figli nati prima del 1948, un “follia totale” per Mangione!

Ha chiuso il dibattito Mazzaro (Germania), per il quale “il grado di integrazione” nei Paesi d’emigrazione come nei luoghi di potere “passa dalla singola testa. Diamo la colpa anche a noi stessi” e rimbocchiamoci le maniche.

E così è stato ieri: il seminario è proseguito sino al tardo pomeriggio con le tre tavole rotonde e numerosi e assai interessanti interventi. (r.aronica\aise 18) 

 

 

 

Il dibattito conclusivo del Cgie a Matera

 

Turismo in Basilicata: l’obiettivo è fare rete tra borghi antichi, patrimonio paesaggistico e siti balneary - Fra gli interventi quello del presidente della Fusie Gangi Cretti

 

MATERA – Nel corso dell’incontro con il Cgie a Matera di lunedì 19 novembre, presso la Casa Cava, è stato possibile ammirare la mostra fotografica “Italian Icons” dedica a Ron Galella, un lucano che ha svelato segreti e volti dei vip. La ripresa dei lavori nel pomeriggio, dopo l’inaugurazione della mostra intitolata al celebre fotografo lucano, ha avuto come target del dibattito quello delle iniziative culturali dedicate al territorio di Matera e più in generale della Regione Basilicata, sempre nell’ottica di una maggiore collaborazione tra associazioni, patronati, consulte regionali e fondazioni. Sono stati proiettati diversi video di promozione delle iniziative culturali, con l’introduzione di Nicoletta Altomonte, caporedattore di ‘Mondo Basilicata’.

Domenico Tripaldi, dirigente generale del Consiglio regionale della Basilicata, ha parlato dell’importanza del ruolo delle associazioni. “Bisogna far sì che la spinta associazionistica non si esaurisca con una certa generazione di emigrati lucani, che ha fatto la propria epoca. Attraverso un forum dedicato ai giovani, porremo l’attenzione sulla necessità di rinnovare lo spirito d’appartenenza non solo per i figli ma anche per i nipoti degli emigrati. Questo lo dovremo fare nonostante una politica sempre più restrittiva nella spesa della pubblica amministrazione per queste tematiche. Noi non facciamo folklore: queste cose le pensa chi non conosce da vicino la realtà degli emigrati e soprattutto dei lucani nel mondo”, ha ammonito Tripaldi. “Non è affatto uno spreco di risorse, per quanto già poche esse siano. Negli ultimi anni c’è stata un’emigrazione verso la Spagna, l’Inghilterra e la Germania: un fenomeno migratorio diverso dal passato. L’emigrato di oggi è per lo più una persona singola, se non addirittura isolata, e si sposta per studio o per lavoro; molto spesso i migranti non sono in contatto tra loro. Magari non sanno neanche dell’esistenza di associazioni di italiani e di lucani, da diversi decenni già presenti in quei territori. Ecco perché bisogna divulgare la conoscenza di queste associazioni tra i più giovani”, ha spiegato Tripaldi.

Patrizia Minardi, dirigente dell’ufficio sistemi culturali turistici e della cooperazione internazionale della Regione Basilicata, ha parlato della valorizzazione turistica e, appunto, della cooperazione ad ampio raggio. “Matera è stata la prima città del Mezzogiorno, ancora prima di Napoli, a essere diventata Patrimonio Unesco. Abbiamo bellezze che spaziano dalla costa tirrenica, insignita della bandiera blu in molti lidi, fino ai borghi più antichi premiati dal Touring Club con le bandiere arancioni. Dobbiamo quindi creare una rete sempre più salda tra borghi e siti balneari. Il piano turistico nazionale ci dice che la vocazione italiana è il turismo culturale. Abbiamo località uniche come le Dolomiti lucane e il Parco del Pollino, ma anche il Castello di Lagopesole e i laghi di Monticchio. Matera va vista come la locomotiva della Basilicata, per il patrimonio materiale e immateriale che vanta. A tutto questo aggiungiamo il progetto di valorizzazione dei 75 km della via Appia Antica, più la via Francigena del Sud che finora arriva da Cambridge a Roma e che dovremo portare fino a Gerusalemme. Non dimentichiamo infine il cineturismo”, ha aggiunto Minardi.

Giangi Cretti (Fusie) ha ricordato che “quando si parla di emigrazione, oggi si dice che si emigra in altro modo; casomai si dovrebbe dire che ciò avviene con livelli formativi e con altri mezzi rispetto al passato, benché la ragione che porta a emigrare sia sempre la stessa”. Altro punto importante è quello che riguarda l’associazionismo, che nasce e si consolida per rispondere alle esigenze primarie: “oggi sono in aumento le comunità virtuali, soprattutto tra i nuovi emigrati che hanno bisogno in primis dei servizi di base; tuttavia, superata questa fase, dovrebbe poi diventare la cultura l’elemento catalizzante”. Dunque – secondo Cretti – le associazioni devono cambiare vestito ed evolversi; devono altresì crescere sia la buona reputazione del Paese e sia il ruolo dell’informazione italiana all’estero. “La storia di Matera merita di essere raccontata”, ha puntualizzato Cretti concentrando la sua attenzione sul ruolo fondamentale della stampa per l’estero. (Simone Sperduto-Inform 20)

 

 

 

Detrazioni per carichi di famiglia ai pensionati residenti all'estero: necessario fare domanda ogni anno

 

Roma -"Anche i pensionati italiani che risiedono all'estero che hanno familiari a carico e pagano le tasse in Italia hanno diritto alle detrazioni per carichi di famiglia, a determinate condizioni, in base al Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR). Il requisito necessario è che il reddito prodotto dal soggetto in Italia sia pari almeno al 75 per cento del reddito dallo stesso complessivamente prodotto e che non goda di agevolazioni fiscali analoghe nello Stato di residenza".

"Per poter usufruire di tali detrazioni i pensionati residenti all'estero devono presentare annualmente apposita domanda all'Inps. La domanda si può inoltrare accedendo direttamente al servizio on line dedicato sul sito istituzionale dell'Inps (utilizzando un PIN dispositivo o credenziali SPID) oppure avvalendosi dell'assistenza gratuita dei Patronati che hanno a disposizione un 'applicativo' fornito loro dall'Istituto Previdenziale. Le strutture territoriali dell'Inps potranno acquisire anche eventuali domande cartacee, complete di attestazione dei requisiti prescritti dalla normativa vigente, fatte pervenire dai cittadini".

"I pensionati residenti in Paesi che assicurano un adeguato scambio di informazioni che hanno già fruito di detrazioni per carichi di famiglia nel corso del 2018 potranno far valere le suddette detrazioni per il periodo d'imposta 2019 se la presentazione della domanda di applicazione annuale sarà effettuata entro il 15 febbraio 2019, fermo restando l'obbligo di comunicare all'Istituto eventuali variazioni nei carichi familiari che si dovessero verificare successivamente in corso d'anno".

"Qualora la presentazione della domanda annuale di applicazione delle suddette detrazioni dovesse avvenire dopo il termine del 15 febbraio 2019, le sedi competenti dell'Inps procederanno alla revoca delle stesse, già a partire dalla rata di aprile 2019 per tutte le gestioni e ad eventuali recuperi di rate indebite". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro. De.it.press 21

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie. La relazione della Commissione Continentale ‘Europa e Nord Africa’

 

Dalla proposta di riforma Comites e Cgie al seminario delle giovani generazioni, passando per la messa in sicurezza del voto all’estero, la revisione della cittadinanza italiana e la circolare XIII

 

ROMA – La relazione portata in Assemblea Plenaria dalla Commissione Continentale ‘Europa e Nord Africa’, nel corso del CGIE tenutosi alla Farnesina dal 12 al 16 novembre 2018, ripercorre il lavoro di un anno e le relative proposte. Dall’ultima Plenaria, la Commissione si era riunita due volte: a Metz dall’11 al 13 ottobre 2018 ed a Roma il 13 novembre scorso. A Metz, in particolare, i consiglieri hanno tra l’altro partecipato a una cerimonia per il centenario della Grande Guerra, tenutasi presso il Cimitero di Metz Chambière, nonché alla cerimonia d’inaugurazione di una Stele in memoria dei partigiani italiani internati e torturati presso il forte di Metz Queuleu: ciò è avvenuto alla presenza della autorità civili e militari francesi e italiane, dei Porta Bandiere, della corale della Cattedrale di Metz e della collettività italiana.

 

Conferenza dei giovani all’estero 

“Abbiamo iniziato i lavori dall’organizzazione del Seminario delle giovani generazioni, che si terrà a Palermo dal 16 al 19 di aprile 2019, grazie al lavoro della VII Commissione tematica con la collaborazione della città di Palermo, della regione Sicilia, della rappresentanza del Coordinamento delle Regioni, del CINSEDO e dei Comites. Tutti i Presidenti delle Regioni sono stati informati del Seminario, attraverso una lettera inviata nel luglio scorso, indicando le modalità della conferenza ed i criteri di partecipazione dei giovani. La Commissione ha ribadito la necessità di uno stanziamento da parte del Cgie di fondi sufficienti per il convegno, per sopperire alle spese di comunicazione e diffusione, nonché l’impegno a trovare risorse per permettere la partecipazione di un numero significativo di giovani, provenienti dai vari continenti e scelti in maniera trasparente con un bilanciamento fra le rappresentanze dei giovani di nuova emigrazione, di oriundi, e anche con un livello di diversi titoli di studio. È essenziale che i giovani si impegnino prima, durante e dopo la conferenza, garantendo alla rete che si creerà un impegno costante. Il loro coinvolgimento permetterà un maggiore impegno a rinnovare e promuovere, a breve e medio termine, un percorso aggregativo delle nuove generazioni italiane nel mondo”, si legge nel testo della relazione.

Voto all’estero

Per quanto riguarda la messa in sicurezza del voto all’estero, in vista anche delle prossime elezioni europee e sulla scorta del lavoro svolto dalla III Commissione ‘Diritti civili, politici e partecipazione’, la Commissione Continentale chiede che i candidati alle elezioni politiche italiane nella Circoscrizione Estero siano effettivamente rappresentativi dei territori di emigrazione e che, conseguentemente, siano selezionati fra i connazionali residenti all’estero. “Questa sottolineatura enfatizza quando già deliberato dall’Assemblea Plenaria del novembre del 2017, che richiedeva lo stralcio dell’art.8 della legge elettorale ‘Rosatellum bis’ avanzando la proposta di sottoporre un parere ‘pro veritate’ al Consiglio di Stato sulla costituzionalità del provvedimento”, evidenzia la relazione nella quale si analizza anche il pericolo concreto di una possibile riduzione del numero di parlamentari, che farebbe scendere di fatto gli eletti nella Circoscrizione Estero dall’attuale numero di diciotto a dodici. “E’ stata evidenziata la mancanza di un’equa e proporzionale ripartizione parlamentare a discapito della Circoscrizione Estero. Inoltre l’eventuale istituzione di un apposito albo degli elettori, con conseguente inversione dell’opzione di voto di corrispondenza rispetto alla pratica attuale, è stata rigettata dalla Commissione che si è pronunciata a favore del mantenimento dell’attuale sistema del voto per corrispondenza, ossia senza la preiscrizione che ne limiterebbe la partecipazione, sostenendo che per favorire una più ampia partecipazione sia necessaria anche una campagna informativa continua soprattutto nella fase pre-elettorale, come quella che si attua in Italia già a partire da quaranta giorni precedenti le elezioni”. La Commissione ha altresì esaminato la recente risoluzione legislativa del Parlamento Europeo sul diritto di voto ai cittadini europei residenti nei Paesi extra UE che, tra l’altro, sancisce la loro partecipazione al rinnovo delle istituzioni europee per corrispondenza o mediante voto elettronico. “Si tratta di due modalità già praticate per le elezioni nazionali in alcuni Paesi europei e che, compatibilmente con le scadenze elettorali, dovranno essere codificate e applicate a breve anche dall’Italia. Tale modifica porterà a ridefinire anche le circoscrizioni elettorali italiane e a ridisegnare i collegi elettorali; gioco forza occorrerà inserire i territori della Circoscrizione Estero: la Commissione auspica che a breve si apra il processo di recepimento nella legislazione nazionale”, si sottolinea nella relazione.

 

Riforma Comites e Cgie 

Per quanto riguarda la proposta di ‘riforma Comites e Cgie’ e il documento di accompagnamento, approvati dall’Assemblea Plenaria del novembre 2017 “La Commissione ne sollecita la trasmissione urgente al Parlamento e al Governo e impegna il Presidente a farsene carico per presentarla prioritariamente al Consiglio dei Ministri. La Commissione chiede che queste proposte di riforma vengano inviate agli organismi politici affinché possano seguire l’iter necessario, per trovare uno spazio parlamentare di discussione e una conseguente trasposizione in leggi attuative, che tengano in considerazione i principi indicati dal Cgie”, spiega la Commissione che richiede poi la nomina di un funzionario di ruolo nella segreteria del Cgie. “Fermo restanti le difficoltà riferite e vista l’esigenza di poter tempestivamente disporre di tutti gli strumenti operativi collegati all’autonomia del Cgie che, tra l’altro, è organo consulente di Governo e Parlamento sui temi d’interesse per gli italiani all’estero, la Commissione Continentale ‘Europa ed Africa del Nord’ ha avanzato la proposta di trasferire il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Su questa proposta la Commissione Continentale ‘Europa e Nord Africa’ si è espressa favorevolmente tramite votazione. È stata rilevata l’utilità di partecipare ai lavori parlamentari, d’interloquire continuamente con le diverse commissioni parlamentari, se non tenere anche i dibattiti e le riunioni assembleari presso la Camera o il Senato, in modo da semplificare ed evitare ritardi nella trasmissione delle decisioni”.

 

Cittadinanza italiana 

Sulla revisione della cittadinanza italiana, la Commissione Continentale ‘Europa e Africa del Nord’ ribadisce l’impegno assunto con il Sottosegretario Ricardo Merlo a coinvolgere tutti i soggetti rappresentativi degli italiani all’estero per presentare una proposta da sottoporre, in tempi certi, agli organi parlamentari. La Commissione ha inoltre espresso il desiderio che il tema della cittadinanza europea sia un argomento centrale del seminario dei giovani, in considerazione della vicina scadenza delle prossime elezioni europee.

 

Circolare XIII

La Commissione Continentale ha poi analizzato e discusso nel merito la bozza di revisione della circolare XIII, avente ad oggetto l’adeguamento degli interventi a favore della promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, in ragione della nuova normativa di riferimento (Decreto Legislativo 64/2017) e il necessario aggiornamento delle modalità di erogazione dei contributi. “Uno dei più importanti problemi riscontrati dagli Enti gestori è proprio quello della tempistica e della modalità di erogazione dei contributi e, purtroppo, nella bozza di riforma della circolare XIII non è prevista nessuna nuova modalità che ne migliori la funzionalità. La Commissione propone che l’erogazione di due acconti, a inizio e metà dell’anno,  con un saldo finale alla presentazione del bilancio consuntivo, preveda la possibilità d’inserire i transitori attivi e passivi. Questa è una prassi, applicata già in diversi Paesi europei, che eviterebbe vuoti di finanziamenti ad inizio anno e che permetterebbe agli Enti promotori di affrontare gli impegni finanziari per poter programmare e organizzare le attività scolastiche. A questa si aggiunge la proposta di elaborare dei Piani Paese obbligatori, da collegare a piani di lavoro pluriennali (quinquennali) che siano proposti dagli stessi Enti promotori”, illustra la Commissione nella sua relazione.

 

Conferenza Stato Regioni, Provincie Autonome, Cgie

“La Conferenza permanente Stato-Regioni-Provincie Autonome-Cgie, che definisce le linee guida delle politiche per le comunità italiane nel mondo non viene convocata dal 2009, benché dovrebbe svolgersi ogni tre anni. I ritardi accumulati dovranno essere colmati da obiettivi strutturali di ampio respiro perché, a nove anni di distanza dalla III Assemblea Plenaria della Conferenza permanente, sono mutati gli scenari geopolitici ed è ripresa l’emigrazione italiana. La Commissione Continentale ‘Europa ed Africa del Nord’ sollecita l’urgente costituzione della cabina di regia da tenersi presso gli uffici del Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, disponibile a favorire l’avvio di tale percorso”. E’ stata quindi posta l’attenzione sulle numerose dismissioni in Europa del patrimonio immobiliare, parte del quale è stato costituito negli anni con il contributo finanziario delle Comunità italiane. “In alcuni casi tali operazioni sono giustificate da ragioni materiali o di sopravvenute modifiche morfologiche della presenza italiana; tuttavia la Commissione Continentale ‘Europa e Africa del Nord’ esprime la richiesta d’informare e coinvolgere le rappresentanze locali in queste decisioni”, sottolinea la relazione che conclude con la promozione del progetto ‘Europa in movimento’, nonché di un’Agenzia Europea e di una campagna informativa sull’Aire. (Inform)

 

 

 

Verso la Conferenza dei giovani italiani nel mondo

 

ROMA - Si terrà dal 16 al 19 aprile 2019 a Palermo l'attesa Seconda Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani nel Mondo. Organizzata dal Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, l'iniziativa ha richiesto anche il coinvolgimento dei Comites che in tutto il mondo sono stati chiamati ad informare dell'evento i giovani delle rispettive circoscrizioni consolari e a individuare chi, tra loro, fosse intenzionato e idoneo a prendervi parte.

In Israele la ricerca dei delegati è in stato avanzato. Si è infatti chiusa ieri, 25 novembre, la possibilità per i giovani di inviare le proprie candidature sia al Comites di Gerusalemme sia a quello di Tel Aviv. Ai due Comitati ora il compito di scegliere tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni che si sono autocandidati i propri delegati. A loro sarà chiesto un impegno che andrà dal gennaio 2019 fino allo scadere del mandato attuale del CGIE nel 2020, con un contributo costante, propositivo e fattuale ai lavori della rete, stimato attorno alle due ore al mese. Al giovane verrà chiesto di “sottoscrivere questi impegni e di stilare una breve nota nell’accettazione formale alla partecipazione al Seminario”. Disponibilità e capacità di organizzare attività sociali e culturali per i loro colleghi prima e dopo la Conferenza ed insieme predisposizione ai rapporti umani e spirito di iniziativa saranno le condizioni necessarie a svolgere questo compito, come pure la capacità di comunicare in italiano scritto e orale in maniera sufficiente allo svolgimento dei lavori.

In vista della Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, il Comites di Lione in Francia ha invece organizzato tre incontri per informare i giovani connazionali di questa opportunità. Gli incontri preparatori avranno luogo: a Clermont-Ferrand sabato 1° dicembre alle 15.00 presso la sede dell’associazione “Soleil d’Italie” (28 rue Amadéo 63100 Clermont-Ferrand); a Grenoble, mercoledì 5 dicembre alle 17.00 presso la sede dell’associazione “Coratins de Grenoble et des Environs” (33 rue Léo Lagrange 38100 Grenoble); e a Lione mercoledì 12 dicembre alle 18.00 presso La Casa degli Italiani (82 rue du Dauphiné 69003 Lione). Le iscrizioni agli incontri sono libere e gratuite. Gli interessati dovranno comunicare la loro partecipazione agli indirizzi comites.italie.lyon@gmail.com e angelo.campanella@free.fr specificando in oggetto “incontro giovani Clermont-Ferrand”, “incontro giovani Grenoble” o “incontro giovani Lione”. Durante i tre incontri preparatori, i giovani italiani della circoscrizione di Lione potranno ricevere informazioni, raccontarsi e proporsi alla partecipazione del Seminario 2019. Lione sarà rappresentata da un delegato.

Un incontro è stato promosso anche dal Comites del Perù: si terrà il prossimo 1° dicembre all’Hotel Crowne Plaza di Miraflores a Lima e vi parteciperà anche l’ambasciatore d'Italia Giancarlo Maria Curcio. I lavori inizieranno alle 9.00 e si chiuderanno alle 17.00. Durante l'incontro i giovani eleggeranno i propri rappresentanti e riceveranno tutte le informazioni utili dai rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni italiane in Perú. Ad introdurre i lavori, insieme all'ambasciatore Curcio, anche il presidente del Comites, Paolo Valente. La partecipazione al convegno è gratuita, ma per motivi organizzativi occorre iscriversi contattando il Comites, che rimborserà le spese dell´autobus di andata e ritorno a coloro i quali arriverannoi da altre cittá del Perú. Inoltre, durante l'incontro verranno sorteggiate due borse di studio offerte dal Campus Magnolie per studiare italiano in Italia. (focus\aise 25) 

 

 

 

 

Pagamento pensioni all’estero: accertamento esistenza in vita 2018

 

ROMA - Lo scorso anno l’Inps ha comunicato tutte le novità relative alle modalità di accertamento dell’esistenza in vita per il 2017, quale verifica necessaria per il pagamento delle prestazioni Inps a beneficiari residenti all’estero. Nel messaggio 30 agosto 2017, n. 3378 sono descritti – ricorda l’Istituto - il servizio affidato a Citibank e le modalità di frazionamento, che comprendono anche la segmentazione per aree geografiche di residenza e di pagamento della platea dei pensionati interessati.

L’Inps, con il messaggio 2 novembre 2018, n. 4077, fornisce, inoltre, le istruzioni circa l’invio della prova dell’esistenza in vita e informa che Citibank ha avviato il processo di spedizione della lettera esplicativa e del modulo standard di attestazione. All’interno dello stesso messaggio sono disponibili anche gli allegati necessari per i pensionati residenti in Paesi compresi nella prima fase dell’anno 2018.

Nella lettera è indicato che la restituzione del modulo di attestazione dell’esistenza in vita dovrà avvenire entro il 12 febbraio 2019; nel caso in cui l’accertamento non sia stato completato entro questo termine, il pagamento della rata di marzo 2019 sarà localizzato presso gli sportelli Western Union per la riscossione in contanti, che costituirà prova dell’esistenza in vita.

Per i pensionati residenti in Australia, in Canada, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, l’Istituto ha fornito a Citibank una lista di operatori dei Patronati autorizzati ad accedere al portale specificamente predisposto dalla stessa Citibank, con il fine di attestare telematicamente l’esistenza in vita.

Si ricorda, infine, che è attivo il Servizio Clienti della Banca a supporto di pensionati, operatori di Consolati, delegati e procuratori, per fornire assistenza riguardo alla procedura di attestazione dell’esistenza in vita con le seguenti modalità:

visitando la pagina web dedicata sul sito dell’Inps o su quello della Citibank o  inviando un messaggio di posta elettronica all’indirizzo inps.pensionati@citi.com.   (Inform)

 

 

 

Si sono tenuti i lavori del Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo

 

L’AQUILA - Si è svolta all'Aquila la tre giorni dei lavori del Consiglio Regionale degli abruzzesi nel Mondo (Cram) che ha riunito nel palazzo dell’Emiciclo, sede del Consiglio regionale dell’Abruzzo, i rappresentanti delle 155 associazioni presenti in tutti i continenti, eletti dai corregionali all'estero (si stima siano quasi un milione e mezzo). Nel corso dei lavori, il Consiglio ha ratificato le attività realizzate dal Servizio su indicazione del Direttivo guidato dal presidente del Cram, il consigliere regionale Antonio Innaurato, che ha tracciato un bilancio dell'Assemblea annuale appena conclusa.

“Sul tema delle iniziative scientifiche – spiega Innaurato - sono stati formalizzati importantissimi protocolli d'intesa come quelli con l'Università D'Annunzio e il Comune di Wolfsburg (ben 120 assunzioni a tempo indeterminato per i laureati in Scienze pedagogiche), oltre alla convenzione con il Dipartimento, cui fa capo, la Clinica delle Malattie Infettive diretta dal prof. Vecchiet, l'Università boliviana di Santa Cruz de la Sierra e la statunitense Antony Hopkins (studio centrato sulla tubercolosi, endemica nel paese sudamericano): si tratta di un accordo che consentirà anche lo scambio di specializzandi. Nel primo caso un ruolo da protagonista è stato ricoperto da Rocco Artale, “ambasciatore” abruzzese in Germania, mentre nel secondo un contributo fondamentale è stato offerto dal consigliere Cram boliviano, Rony Colanzi. Una partnership estremamente rilevante sta per essere siglata anche con l'Università di Teramo che, a nome degli altri atenei abruzzesi, ha presentato nell'Assemblea del Cram tre progetti di grandissimo valore che potrebbero garantire un grande sviluppo scientifico, attraverso l'attivazione di comuni percorsi formativi, scambio studenti e molto altro. L'Ateneo di Teramo ha praticamente chiuso un'altra importante intesa con l'Università venezuelana dello Stato di Zulia, con l'obiettivo di sviluppare tecniche e programmi di zootecnia. In questa ottica, un ruolo importante è attribuito anche all'Istituto Zooprofilattico di Teramo”. “Durante la seduta annuale del Cram – aggiunge  Innaurato - sono stati affrontati diversi temi, tutti legati al consolidamento dei rapporti con le comunità presenti fuori dalla Regione, capaci di stimolare un diverso modo di fare associazionismo, più moderno e teso all'internazionalizzazione del brand Abruzzo. A cominciare dal settore Turismo per il quale, alla vigilia dell'azione studiata da Enit e Ministero degli Esteri, sta per essere varata una grande campagna dedicata al cosiddetto turismo di ritorno. Le Dmc abruzzesi si sono dichiarate pronte ad attivare una progettualità che affida alle associazioni un ruolo primario. Un'iniziativa simile è stata promossa anche dal Settore Sviluppo Economico della Regione con la presentazione di un progetto legato all'adozione di una delibera, (la n.524/18) che mira a favorire l'esportazione di prodotti biologici”.

“Il Cram – spiega Innaurato - ha dato il via libera all'iscrizione nell'Albo regionale di tre nuove Associazioni: ‘Abrussels’ di Bruxelles (Belgio), ‘Abruzzesi negli Emirati Arabi e nei Paesi del Golfo’ di Dubai e ‘Abruzzesi in Giappone’ di Tokyo. Il tema comune a tutti gli interventi tenuti dai relatori è la necessità di rafforzare l'identità culturale degli abruzzesi presenti all'estero, attraverso azioni che operino per il consolidamento della lingua italiana e dei saperi. Inoltre, il Cram ha attivato anche una Commissione ‘Giovani’ che si pone l'obiettivo di individuare le strategie di comunicazione più adeguate ad intercettare le quarte generazioni favorendo il perpetrarsi dell'abruzzesità nel mondo. E' stata dedicata grande attenzione alla situazione del Venezuela con un focus nel corso del quale hanno dato il loro prezioso contributo i consiglieri Norman Amanti, Marisa Di Giovanni e Gianmarco Flaviani. L'impegno è trovare soluzioni per superare le difficoltà burocratiche che si stanno incontrando per trasferire i fondi stanziati dal Cram per l'invio delle medicine agli abruzzesi in Venezuela. Inoltre, abbiamo deciso di implementare la raccolta fondi tramite le associazioni degli abruzzesi in Italia, oltre ai 10 mila euro già inviati tramite la Fondazione Abruzzo Solidale di Caracas”.

“Non sono mancati gli spunti culturali con spettacoli di spessore come quello dell'Orchestra Popolare del Saltarello o - conclude Innaurato - con eventi di rilievo come la mostra dedicata ai pannelli dipinti da Tommaso e Basilio Cascella nel 1937 e mostrati per la prima volta nella sede del Consiglio regionale che ha aperto le sue porte ai ‘consiglieri’ abruzzesi nel mondo”. (Inform 26)

 

 

 

 

 

Zustimmung. Bundestag stellt sich hinter UN-Migrationspakt

 

Die Bundesregierung erhält in der erhitzten Diskussion Rückendeckung vom Gesetzgeber. Der Bundestag verabschiedet einen Antrag, der unterstreicht, dass der Migrationspakt im deutschen Interesse sei. In der Debatte sieht das nur die AfD anders.

 

Der Bundestag hat dem umstrittenen UN-Migrationspakt seine Zustimmung erteilt. Die Mehrheit der Abgeordneten votierte am Donnerstag in namentlicher Abstimmung für einen Entschließungsantrag der Koalitionsfraktionen, der für das Abkommen der Vereinten Nationen warb. 372 Parlamentarier stimmten mit Ja, 153 mit Nein. Es gab 141 Enthaltungen. Der Pakt liege „im deutschen Interesse“ heißt es in dem Antrag von Union und SPD. Darin wird zudem klargestellt, dass die nationale Souveränität Deutschlands „nicht zur Disposition“ stehe. Die Abgeordneten lieferten sich eine heftige Debatte, wobei nur die AfD den Pakt als „trojanisches Pferd“ verdammte.

Mehr als 180 Länder wollen das Abkommen auf dem UN-Gipfel am 10. und 11. Dezember im marokkanischen Marrakesch annehmen, darunter Deutschland. Die Zustimmung des Bundestags ist dafür nicht erforderlich, doch war in den vergangenen Wochen heftige Kritik laut geworden: Befürchtungen, dass der Pakt die Selbstbestimmung Deutschlands in Migrationsfragen untergraben könnte, hatte zunächst vor allem die AfD geäußert. Später zeigten sich auch Unionspolitiker skeptisch und forderten eine Klarstellung, dass keine Regelungen durch die Hintertür eingeführt werden, auf die das deutsche Parlament keinen Einfluss mehr hat.

So erarbeiteten Union und SPD den Antrag mit dem Titel „Mit dem Globalen Pakt für eine sichere, geordnete und reguläre Migration die internationale Zusammenarbeit in der Migrationspolitik stärken und Migration besser regeln und steuern“ in dem hervorgehoben wird, dass der „Bundestag rechtsändernde oder rechtssetzende Entscheidungen zur Migration trifft“. Der Pakt begründe hingegen „keine einklagbaren Rechte und Pflichten“, heißt es darin weiter.

Maas weist Kritik zurück

Außenminister Heiko Maas (SPD) verwahrte sich im Bundestag gegen Vorwürfe, dass die Inhalte des Paktes nicht frühzeitig und ausreichend kommuniziert worden seien. Die Öffentlichkeit sei von Anfang an eingebunden gewesen, betonte er und fügte hinzu: „Der globale Pakt ist keine internationale Verschwörung. Er ist ein Akt der Vernunft.“

Der „Vertrag für sichere, geordnete und geregelte Migration“ der Vereinten Nationen gibt 23 Ziele vor, enthalten sind auch Maßnahmen zur Bekämpfung von Fluchtursachen. Die USA, Österreich, Italien, die Schweiz und weitere Länder haben angekündigt, dass sie dem Pakt vorerst nicht beitreten wollen.

Nationale Borniertheit

AfD-Politiker Gottfried Curio bekräftigte die Vorwürfe seiner Partei. Der Pakt solle zwar die Beendigung chaotischer Zustände suggerieren, weite aber Migration „uferlos und chaotisch“ aus, sagte er.

Die Befürworter des Pakts widersprachen und verwiesen in ihren Reden im Bundestag vor allem auf die internationale Dimension von Migration. Wer glaube, man könne darauf „national borniert antworten“, habe die Zeichen der Zeit nicht verstanden, sagte Bundestagsvizepräsidentin Petra Pau (Linke). Der CDU-Abgeordnete und Bundesvorsitzende der Jungen Union, Paul Ziemiak, sagte, nur mit internationaler Zusammenarbeit könne Migration besser geregelt, geordnet und auch begrenzt werden.

Österreich „völlig verrückt“

Die Grünen-Parlamentarierin Agnieszka Brugger kritisierte die Rolle der österreichen Regierung, die für die Europäische Union die Verhandlungen um den Pakt führte. Österreich sei Wortführer der EU gewesen, sagte sie. Dass das Land nun nicht beitreten wollen, bezeichnete Brugger als „völlig verrückt“.

Der FDP-Abgeordnete Alexander Graf Lambsdorff sagte, die Debatte zeige, wie die Feinde der offenen Gesellschaft handelten. Es sei viel Falsches über den Pakt behauptet worden, sagte er und sprach die AfD-Fraktionsvorsitzende Alice Weidel auch persönlich an: Migration finde überall statt, sagte er. Sie sei ja auch in die Schweiz migriert. (epd/mig 30)

 

 

 

 

UN-Migrationspakt: Was spricht dafür, was dagegen?

 

Worauf würde Deutschland sich mit der Unterzeichnung des Uno-Migrationspakts einlassen? Kritiker und Unterstützer des Abkommens legen das Dokument, obwohl es nicht bindend ist, völlig unterschiedlich aus. Eine Gegenüberstellung zweier Positionen.

 

Bis vor wenigen Wochen hatte noch kaum einer davon gesprochen, inzwischen ist der Uno-Migrationspakt zum beliebten Thema für politische Inszenierung geworden und bestimmt die öffentliche Debatte in Deutschland. Viele Fragen sind im Raum, das politische Klima erhitzt sich. In einem Dominoeffekt haben bereits etliche andere Staaten, die ursprünglich hinter der Vereinbarung standen, diese inzwischen abgelehnt. Die USA, Australien und Israel sind bereits ausgestiegen, in der EU wollen Österreich und die östlichen Nachbarn Bulgarien, Ungarn, Polen, Tschechien sowie Estland die Unterschrift verweigern.

In Deutschland spricht sich zwar eine Mehrheit der Politiker weiter für den Pakt aus. Doch die große Koalition möchte im Bundestag in einem Entschließungsantrag festhalten, dass Deutschland mit dem Pakt keinen Teil seiner Souveränität abgibt. Im Dezember möchte die CDU auf ihrem Parteitag über die Unterzeichnung abstimmen lassen. Die Fronten verhärten sich also. Die einen betonen, dass der Vertrag Migration nur in geordnete Bahnen lenken soll, während die anderen vor einer Verharmlosung illegaler Einwanderung warnen. Wer argumentiert wie?

Stefan Koch ist Bundespressesprecher der „Werteunion“, einer Vereinigung  konservativer Mitglieder der Unions. Der Dachverband spricht sich seit dem Beginn der Debatte vehement gegen den Uno-Migrationspakt aus.

Die Verhandlungen zum Migrationspakt wurden bereits 2016 in New York begonnen. Warum kommen die Gegenreaktionen erst jetzt?

Die Beratungen zum Migrationspakt liefen bis vor Kurzem weitestgehend unter Ausschluss der Öffentlichkeit. Gerade in Deutschland, so mein Endruck, beabsichtigte die Regierung eine Unterzeichnung ohne vorherige breite öffentliche Diskussion und Beratung im Deutschen Bundestag vorzunehmen.

Wenn auf dem kommenden Bundesparteitag der CDU über den Pakt diskutiert wird, dann geschieht das deshalb, weil die WerteUnion über ihren Bundesvorsitzenden, Alexander Mitsch, einen entsprechenden Antrag gestellt hat.

Im Pakt geht es vor allem um die Vermeidung illegaler Migration und um die Regulierung der legalen Zuwanderung, inklusive geordneter Rückführungen. Woher kommt die Befürchtung, dass dadurch noch mehr Migranten nach Deutschland kommen?

Die Befürchtungen ergeben sich aus einer Vielzahl einzelner Inhalte des Paktes. Das beginnt bereits beim Tenor des Paktes: Migration wird als eindeutig positiv gewertet. Dass sich daraus auch Probleme und Kosten für Aufnahmeländer ergeben, wird vollständig ignoriert. Migration, heißt es da, sei „eine Quelle des Wohlstandes, der Innovation und der nachhaltigen Entwicklung“. Dies ist absolut weltfremd.

Der Pakt hat das Ziel aus illegaler Migration, legale Migration zu machen.

So heißt es zum Beispiel es gehe darum, „die Verfügbarkeit von Wegen für eine sichere, geordnete und reguläre Migration zu verbessern und zu diversifizieren“. An anderer Stelle

verpflichten sich die Staaten, gesetzliche Mechanismen zu entwickeln, die illegalen Einwanderern zu einem legalen Status verhelfen. Einwanderungsländer sollen überprüfen, „ob Sanktionen eine geeignete Antwort auf irreguläre Einreise oder irregulären Aufenthalt … sind“. Im Klartext: Illegale Einreise und illegaler Aufenthalt sollen straffrei gestellt werden. Darüber hinaus sollen die Leistungen an die Migranten, egal ob illegal oder legal, deutlich erhöht werden. Dazu gehören eine Grundsicherung in Höhe, wie sie auch der heimischen Bevölkerung zusteht und das ab dem ersten Tag, aber auch der Zugang zu medizinischen Leistungen und zu Bildungseinrichtungen soll verbessert werden.

Wie würde sich der Pakt auf Deutschlands Migrationspolitik auswirken – hält sich die Bundesrepublik nicht ohnehin schon an die Forderungen und Standards,

die darin formuliert werden?

Die größten Auswirkungen würden sich sicherlich aus der Vermischung von illegaler und legaler Migration ergeben. Der Pakt spricht nicht umsonst nur noch von geregelter und

ungeregelter Migration. Abschiebehaft und Abschiebung würden durch den Pakt massiv erschwert und im Falle der Geburt eines Kindes der illegalen Migranten auf dem Staatsgebiet des Aufnahmelandes unmöglich, sollten Inhalte des Paktes per Rechtsprechung Eingang in die deutsche Rechtsordnung finden.

Der Pakt ist nicht bindend. Woher kommt also die Kritik, Deutschland würden an Souveränität einbüßen?

Dass der Pakt nicht bindend ist, sehen eine stetig steigende Zahl von Ländern ganz anders, die gerade wegen der drohenden Gefahr des Verlustes der staatlichen Souveränität den Pakt ablehnen. Der Pakt enthält 89 mal die Worte „verpflichten“ und „Verpflichtung“. Unter anderem den Satz: „Wir verpflichten uns, die im Globalen Pakt niedergelegten Ziele und Verpflichtungen zu erfüllen und zu diesem Zweck auf allen Ebenen wirksame Maßnahmen zu ergreifen, um eine in allen Phasen sichere, geordnete und reguläre Migration zu ermöglichen.“ Das alles sind politische Verpflichtungen, die durch deutsche

Verwaltungsgerichte mit Hinweis auf diese und die sich daraus ergebenden moralischen Verpflichtungen verbindlich werden können. Schließlich bleibt die Frage: Warum sollte man sich zu etwas verpflichten, das man dann ohnehin nicht umsetzen will?

Die Verhandlungen zum Migrationspakt wurden bereits 2016 in New York begonnen. Warum kommen die Gegenreaktionen erst jetzt?

Bei internationalen Vereinbarungen ist es häufig so, dass die öffentliche Debatte sich nicht für das Thema interessiert, bis der Moment der Entscheidung ansteht. An diesem Punkt sind wir jetzt. Ich finde es sehr gut, dass wir darüber diskutieren, hätte mir aber gewünscht, dass es schon früher dazu gekommen wäre. Denn inzwischen sind leider viele falsche Vorstellungen im Raum.

Im Pakt geht es vor allem um die Vermeidung illegaler Migration und um die Regulierung der legalen Zuwanderung, inklusive geordneter Rückführungen. Woher kommt die Befürchtung, dass dadurch noch mehr Migranten nach Deutschland kommen?

Der Pakt wird von einigen instrumentalisiert, um innenpolitisch Kapital daraus zu schlagen. Die Befürchtung ist sachlich unbegründet. Es ist kein Zufall, dass man 2016, vor dem Hintergrund massiver Flüchtlingsbewegungen, begonnen hat über den Pakt zu reden. Die Idee dahinter ist, dass man international kooperiert, um diese Bewegungen in geordnete Bahnen zu lenken, denn kein Land kann das allein schaffen. Es geht nicht darum, Migration anzukurbeln.

Der Migrationspakt beschreibt beide Seiten der Migration: Einerseits die erzwungene, irreguläre Migration bis hin zum Menschenhandel. Hier geht es darum, Menschen zu schützen und die Bedingungen, durch die Migrationsdruck entsteht, zu beseitigen. Auf der anderen Seite betont der Pakt, dass in einer offenen Welt mit wirtschaftlichen Verflechtungen Migration eine normale gesellschaftliche Entwicklung ist. Einige Regionen sind auf Zuwanderung angewiesen und ein Austausch mit Regionen, in denen Menschen keine Arbeit finden ist hier sinnvoll. Migration soll also regelbasiert organisiert werden, wo sie notwendig und gewollt ist. Der Pakt wird nicht zu mehr Migration führen, er bietet lediglich geordnete Bahnen dafür an.

Wie würde sich der Pakt auf Deutschlands Migrationspolitik auswirken – hält sich die Bundesrepublik nicht ohnehin schon an die Forderungen und Standards,

die darin formuliert werden?

Für Deutschland wird sich nicht viel verändern, denn in der Tat setzt die Bundesrepublik schon viele Regeln, die der Pakt enthält, vorbildlich um. Derzeit arbeiten wir noch an einem Fachkräfteeinwanderungsgesetz. Der UN-Migrationspakt ersetzt nicht nationales Recht, er greift nicht in unsere Souveränität ein. Er schafft aber einen Orientierungsrahmen und schlägt Werkzeuge vor, um die gemeinsam definierten Ziele zu erreichen.

Der Pakt ist nicht bindend. Woher kommt also die Kritik, Deutschland würden an Souveränität einbüßen?

Die ganze Debatte, dass der Pakt die Grenzen öffnen und die nationale Souveränität der Staaten untergraben würde ist parteipolitisch motiviert. Man will den Bürgern zeigen, dass man Migration zu begrenzen versucht. Die Debatte, wie wir sie auch in den USA, Österreich oder Ungarn sehen, hat nichts mit dem zu tun, was im Pakt steht. Dort steht klar, dass die Nationalstaaten über ihr eigenes Recht entscheiden. Wenn einige behaupten, dahinter stecke etwas anderes, dann sind das Verschwörungstheorien. Das ist eine hysterischen Debatte, die nichts mit dem eigentlichen Inhalt des Paktes zu tun hat. Florence Schulz, EA 27

 

 

 

 

"Das Paris-Abkommen? - Das sind bisher nur Buchstaben auf weißem Papier."

 

Matthias Miersch über die Eignung der SPD, Klimaschutz und Strukturwandel zu vereinen.

 

Die SPD befindet sich in einer schweren Krise. Vielen Menschen im Land ist unklar, wofür die Partei steht, was sie anstrebt. Du zählst zum linken Flügel der Partei. Welche Rolle spielt deiner Meinung nach die ökologische Industriepolitik in der programmatischen Ausrichtung und Erneuerung der SPD?

Wir müssen drei zentrale Handlungsfelder benennen und dort unser Profil eindeutig entwickeln. Das erste ist das Thema internationaler Frieden. Das zweite ist ein starker, handlungsfähiger Staat. Und das dritte Thema ist tatsächlich die Anerkennung unserer planetaren Grenzen, das Vereinbaren unseres Lebensstils mit den begrenzten Ressourcen. Da spielt die ökologische Industriepolitik eine ganz wesentliche Rolle. Anders als die anderen Parteien können wir die drei Säulen der nachhaltigen Entwicklung: ökologische Vernunft, ökonomische Weitsicht, aber eben auch soziale Gerechtigkeit zusammendenken.

Die Grünen sind im Höhenflug. Hat das eher mit der derzeitigen gesellschaftlichen Polarisierung zu tun oder auch damit, dass den Menschen nach diesem Hitzesommer die Bedeutung des Klimaschutzes so deutlich vor Augen steht?

Natürlich bieten die Grünen im Moment eine Projektionsfläche für ganz viele Anliegen. Und wenn man in die Länder guckt, dann ist das an vielen Stellen - in Anführungsstrichen - heiße Luft, die teilweise verbraten wird, wenn man die realen Handlungen zum Beispiel von Jamaika-Koalitionen betrachtet. Aber richtig ist: Die SPD hat bestimmte Dinge nicht geklärt. Wir treten beispielsweise in der Energiepolitik zerrissen auf, wenn auf der einen Seite von der  "Blutgrätsche" gegen die Kohle gesprochen wird und wir auf der anderen Seite das Klimaschutzgesetz als unseren Erfolg im Koalitionsvertrag hervorheben. Auch gegenüber den Automobilkonzernen zeigen wir insgesamt in dieser großen Koalition keine eindeutige, klare Haltung. Hier besteht inhaltlicher Klärungsbedarf. Das verspreche ich mir auch vom Erneuerungsprozess der Partei. Im Übrigen hat das Debatten-Camp der SPD sehr deutlich gezeigt, dass die Mitglieder genau diese Themen ganz nach oben auf die Tagesordnung setzen wollen.

In der öffentlichen Debatte und auch innerhalb der SPD scheint immer wieder ein Gegensatz zwischen Arbeitsplätzen und Umweltschutz, Wohlstand und Klimarettung durch. Wie kann die Sozialdemokratie hier tragfähige Kompromisse anbieten?

Ich finde, gerade wir sind eigentlich von unserer Programmatik her am besten geeignet, wirklich die unterschiedlichen Interessen zu vereinbaren. Eins steht fest: Auch die Sozialdemokratie kann nicht die ökologischen Grenzen verschieben. Deswegen sage ich: Wir müssen akzeptieren, dass die Leistungsfähigkeit unserer Natur, unserer Ressourcen einfach eingeschränkt ist. Thema Klimaschutz: Da steht zum Beispiel das 2030-Ziel völkerrechtlich verbindlich für Deutschland fest. Und das müssen wir in den unterschiedlichen Bereichen einhalten, so in der Energiepolitik. Aber es ist mindestens genauso wichtig für die Sozialdemokratie, die betroffenen Kohleregionen mit einer deutlichen Zukunftsperspektive auszustatten, die belastbar ist. Das heißt, Strukturentwicklung und Klimaschutz müssen wir zusammen denken. In der Automobilindustrie bedeutet das, über die Zukunft die Industrie nachzudenken, in neue Antriebstechnologien zu investieren und damit Arbeitsplätze der Zukunft zu sichern.

Der Ausstieg aus der Kohleförderung und Kohleverstromung ist für die SPD ein schwieriges Thema. Siehst du die Kohlekommission auf einem guten Weg?

Stephan Weil und ich haben in den Koalitionsverhandlungen diese Kommission durchgesetzt. Damals saßen wir im Willy-Brandt-Haus, links in der Wilhelmstraße stand die IG BCE und rechts in der Stresemannstraße stand Greenpeace. Uns war klar: Wir dürfen den Fehler, der bei der Laufzeitverlängerung gemacht worden ist, nicht wiederholen. Wir brauchen einen tragfähigen Konsens zwischen den unterschiedlichen gesellschaftlichen Gruppen, der dann über Jahrzehnte auch in der Energiepolitik beim Kohleausstieg hält. Deswegen müssen wir alle an einen Tisch bringen. Ich bin im Moment guter Hoffnung, dass alle in der Kommission wissen, was auf dem Spiel steht. Diesen Weg finde ich wirklich richtig, zu einem gemeinsamen Beschluss zu kommen, auch wenn man aus unterschiedlichen Richtungen agiert. Das, finde ich, ist Sozialdemokratie eben auch, dass man die Dinge ganzheitlich denkt und nicht nur isoliert betrachtet.

Die Energiewende galt lange als deutsches Vorzeigeprojekt. Aber die Umsetzung stockt und von unseren klimapolitischen Zielen entfernen wir uns immer weiter. Wie lässt sich dieses klima- und wirtschaftspolitische Mammutprojekt retten?  

Ich glaube schon, dass auch aufgrund dieses Sommers und der Wetterextreme die Sensibilität in der Bevölkerung zugenommen hat. Allerdings stehen wir vor einem Problem: Wir können auf der Metaebene immer von Klimaschutz reden. Wenn es aber um die konkrete Umsetzung geht, dann wird es vor Ort teilweise auch schwer - Stichwort: Bürgerinitiativen gegen Windkraft und ähnliches. Die deutsche Klimabilanz „profitierte“ vor allen Dingen von der deutschen Einheit, vom Wegfall ganzer Wirtschaftszweige in der ehemaligen DDR. Die Klimaziele 2020 werden wir aber nach jetzigem Stand nicht erreichen. Deswegen haben wir die Kommission eingesetzt, die das Thema Energie und Kohleausstieg behandeln soll. Aber darüber hinaus haben wir ein Klimaschutzgesetz vereinbart und es mit einer Jahreszahl versehen: 2019. Das ist ein zentraler Punkt. Ich glaube, die Öffentlichkeit und möglicherweise auch einige Abgeordnete haben es noch gar nicht richtig erfasst. Wir wollen im nächsten Jahr rechtlich verbindlich festlegen, was wir tun werden, um tatsächlich die völkerrechtlich verbindlichen Ziele 2030 einzuhalten, zu denen sich Deutschland verpflichtet hat. Und das gilt nicht nur im Bereich Energie. Wir reden zwar meistens über Energiepolitik. Aber der Verkehrsbereich, der Gebäudebereich, der Landwirtschaftsbereich werden auch fester Bestandteil dieses Klimaschutzgesetzes sein. Da kommt es zum Schwur, ob wir es ernst meinen oder nicht. Wir haben Ende 2019 auch die Revision des gesamten Koalitionsvertrags. Da wird es meiner Ansicht nach eine wichtige Frage sein, ob es zu einem wirkungsvollen Klimaschutzgesetz kommt. Hier kann die Koalition beweisen, dass sie leistungsfähig ist.

Die SPD hat sich die Gestaltung des digitalen Wandels auf die Fahnen geschrieben. Welche politischen Weichenstellungen braucht es jetzt, damit die Digitalisierung zu einer gerechten und nachhaltigen Wirtschafts- und Gesellschaftsordnung führt?

Auch wenn es um Digitalisierung geht, muss es ganz stark um staatliche Steuerung gehen. Das betrifft zum einen alles, was mit Daseinsvorsorge und Leitungsbau verbunden ist. Es kann nicht sein, dass ganze Regionen von der Digitalisierung mehr oder weniger abgehängt sind. Es geht aber auch um Datenhoheit. Da brauchen wir einen Mix aus Ordnungsrecht und Förderung. Nehmen wir ein kleines Beispiel: Die Frage von Wärme in Gebäuden wird sehr entscheidend sein. Wenn wir es schaffen würden, im Rahmen der Digitalisierung die Steuerung der Wärme völlig anders aufzustellen, dann ist da ein enormes Potenzial, Effizienzen zu heben. Wir erleben allerdings in anderen Technologien, dass Digitalisierung auch den sogenannten Rebound-Effekt auslöst, also Einsparpotenziale mit anderen Maßnahmen konterkariert werden. Insofern brauchen wir eine Mixtur. Das wird auch im Klimaschutzgesetz geregelt werden müssen: Ein ordnungsrechtlicher Handlungsrahmen, also klare Vorgaben, aber auch Förderschwerpunkte, wenn es um Forschung und ähnliches geht.

Die UN-Klimakonferenz beginnt in wenigen Tagen. Welche Erwartungen hast du?

Wir haben das Abkommen von Paris bejubelt. Aber das sind erst einmal nur Buchstaben auf weißem Papier. Jetzt geht es darum, wirklich zu vereinbaren, wie die nationalen Staaten ihren Verpflichtungen gerecht werden. Zu klären, wie man die Zugeständnisse vergleichen kann. Da liegt jetzt natürlich der Teufel im Detail. Die Frage wird sein, ob die Staaten jenseits der abstrakten Absichtserklärung jetzt tatsächlich auch handeln. Deswegen sind wir hier wieder beim Ausgangspunkt: Auch Deutschland muss jetzt registrieren, dass wir beispielsweise im Verkehrsbereich eher einen Zuwachs von CO2-Belastungen haben, keine Minderung. Was schlussfolgern wir daraus? Jeder Staat muss jetzt seine Hausaufgaben machen. In Kattowitz werden wir sehen, ob die nationalen Staaten tatsächlich liefern oder nicht. Ob es nur Papier ist oder ob tatsächlich Fortschritte erzielt werden. Darum wird es gehen. Matthias Miersch

Die Fragen stellte Claudia Detsch. IPG 28

 

 

 

 

Vatikan-Verantwortlicher: Stehen voll hinter UN-Migrationspakt

 

Internationale katholische Migrationsexperten haben für eine Annahme des UN-Migrationspakts geworben. Der im Vatikan für Migrationsfragen verantwortliche Jesuit Michael Czerny sagte am Mittwoch vor Journalisten in Rom, seine Stabsstelle sei absolut für den Pakt. Er nannte es eine ideologisch verzerrte Darstellung und eine „Lüge“, dass der Migrationspakt unbeschränkte Zuwanderung ermöglichen solle.

Für die einzelnen Staaten gebe es keinen Grund, das Abkommen nicht zu unterzeichnen, da sowohl die Ursprungs- als auch Durchgangs- und Zielländer von Migranten davon profitierten, sagte bei dieser Gelegenheit die Präsidentin der Internationalen Katholischen Kommission für Migration (ICMC), Anne Gallagher.  Der politische Leiter des ICMC mit Sitz in Genf, Stephane Jaquemet, warf bestimmten Politikern Stimmungsmache mit dem Thema Migration vor. Gegenüber 2015 sei die Zahl der Neuankömmlinge in Europa auf ein Zehntel gesunken; dennoch werde immer noch von einer „Krise“ gesprochen. „Wenn 100.000 Migranten über das Mittelmeer kommen, würde ich nicht von Krise reden“, sagte Jaquemet. Er warnte vor einem „toxischen“ Sprachgebrauch. Eine sichere, geordnete und reguläre Zuwanderung sei ein Gewinn für alle Beteiligten.

“ Es geht nicht darum, die Grenzen für alle zu öffnen ”

Czerny betonte, die westlichen Staaten seien demografisch auf Zuwanderung angewiesen. Dabei gehe es nicht darum, die Grenzen für alle zu öffnen, sondern in der Migrationspolitik „die guten Dinge, die wir schon tun, besser und koordinierter zu tun“. Der Vatikan habe sich mit einem 20-Punkte-Plan mit konkreten Vorschlägen an der Ausarbeitung des Migrationspakts beteiligt. Als Beispiele nannte Czerny die Forderung, Familien nicht zu trennen sowie Studienabschlüsse und Pensionsansprüche anzuerkennen.

“ Jedes Land kann dem Club später beitreten, es ist ein offener Prozess ”

Zu Nachrichten, immer mehr Staaten scherten aus dem Migrationspakt aus, sagte Jaquemet, bislang hätten nur die USA, Ungarn und Österreich klar angekündigt, das Abkommen nicht zu unterzeichnen. Er rechne mit mehr als 170 teilnehmenden Staaten bei dem Treffen am 10. und 11. Dezember in Marokko, wenn das Abkommen beschlossen werden soll. Formell angenommen werde der Pakt erst eine Woche später bei den Vereinten Nationen in New York. Eine Nichtteilnahme in Marrakesch bedeute daher keine Ablehnung. „Jedes Land kann dem Club später beitreten, es ist ein offener Prozess“, sagte Jaquemet.

“ Keine klare Lösung in Sicht ”

Als ersten Erfolg des Migrationspakts wertete Jaquemet, dass in dem mehrjährigen Vorbereitungsverfahren „erstmals eine echte Diskussion“ über Migration auf UN-Ebene stattgefunden habe. Dabei hätten auch Länder mit teils gegensätzlichen Positionen zu einem konstruktiven Dialog gefunden. Auch fänden Stimmen der Zivilgesellschaft ihren Raum. So seien in Marrakesch rund 500 Nichtregierungsorganisationen vertreten, sagte Jaquemet.

ICMC-Präsidentin Gallagher sagte, in der Frage der Migration sei „keine klare Lösung“ in Sicht. Es seien „viele verschiedene Agenden und Prioritäten“ am Werk. Es wäre „extrem töricht“, die Komplexität und die Wahrscheinlichkeit vieler Fehlschläge zu unterschätzen, sagte Gallagher. Gleichwohl stelle das Abkommen einen kleinen Schritt dar, der weitere Schritte erlaube. (kap 28)

 

 

 

Die Ukraine unter Kriegsrecht

 

Marcel Röthig in Kiew über die aktuelle militärische Eskalation im Schwarzen Meer. Von Marcel Röthig

 

Am Wochenende kam es im Schwarzen Meer zu einer Konfrontation zwischen der Ukraine und Russland: Was ist genau passiert?

Die Spannungen um die Straße von Kertsch haben seit dem Sommer erheblich zugenommen. Die Fertigstellung einer Landbrücke vom russischen Festland auf die annektierte Halbinsel Krim ermöglicht es Russland, die Einfahrt von Schiffen durch die Meerenge zu behindern. Sie ist für die am Asowschen Meer gelegenen ukrainischen Städte wirtschaftlich lebenswichtig. In den letzten Monaten gab es zunehmend Fälle von aufgebrachten und mehrtägig zur Kontrolle festgesetzten Frachtschiffen. Die Ukraine hatte in der Folge damit begonnen, im Asowschen Meer eine Marinebasis aufzubauen, um den sicheren Handelsverkehr zu gewährleisten. Am gestrigen Sonntag sollten daher planmäßig ein Schlepper und zwei Artillerieboote von Odessa nach Mariupol verlegt werden. Der noch immer geltende Vertrag zwischen Russland und der Ukraine zur Zusammenarbeit und Nutzung des Asowschen Meeres und der Meerenge von Kertsch von 2003 regelt die freie Nutzung der Gewässer.

Laut ukrainischen Angaben ist der Transfer ordnungsgemäß bei der russischen Seite angemeldet worden. Der russische Inlandsgeheimdienst FSB (dem formal der Grenzschutz untersteht) erklärt dagegen, es habe keine entsprechende Mitteilung gegeben und die ukrainische Seite habe zudem die 12-Meilen-Zone verletzt.

Gegen Mittag hat die russische Küstenwache zunächst durch Rammen erfolglos versucht, die ukrainischen Schiffe zur Umkehr zu zwingen. Die Straße von Kertsch wurde daraufhin für die zivile Schifffahrt abgeriegelt, ein massiver Tanker unter den Brückendurchgang manövriert. Amateurfilme zeigten spektakuläre Aufnahmen von russischen Kampfhubschraubern und Su-25-Kampfjets, die im Tiefflug über die Meerenge fegten. Am Abend kamen dann die Meldungen, wonach russische Spezialkräfte die Schiffe in internationalen Gewässern zunächst manövrierunfähig geschossen und danach gestürmt hätten. Es kam zum Einsatz von Waffengewalt auf beiden Seiten, laut ukrainischen Angaben wurden sechs Marineangehörige verwundet, zwei davon schwer, laut russischen Angaben gab es drei Verwundete. Die Tatsache, dass ein Artillerieboot der Gyurza-M-Klasse nur bis zu fünf Besatzungsmitglieder hat und die hohe Zahl an Verwundeten spricht für eine gewisse Wucht der Kampfhandlungen. Die Schiffe wurden beschlagnahmt, über den Verbleib der insgesamt 23 Crewmitglieder ist zurzeit nichts bekannt.

Wie hat die Regierung der Ukraine darauf nun reagiert?

Die Ukraine wertet den Verbleib der Crewmitglieder als Kriegsgefangenschaft. Am Abend trat das Kriegskabinett zusammen und empfahl dem Nationalen Sicherheits- und Verteidigungsrat die Verhängung des Kriegsrechts. Die Sitzung kurz nach Mitternacht wurde landesweit im Fernsehen übertragen. Präsident Poroschenko sprach von einem kriegerischen Akt gegen die Ukraine und empfahl dem Parlament, das Kriegsrecht zu verhängen. Am heutigen 26.11. wird um 15 Uhr mitteleuropäischer Zeit das Parlament zu einer Sondersitzung zusammenkommen. Es gilt als sehr wahrscheinlich, dass die erforderliche einfache Mehrheit zur Verhängung des Kriegsrechts dabei erreicht wird.

Inwiefern hat die Auseinandersetzung zwischen Russland und der Ukraine damit eine neue Dimension erreicht?

Zunächst einmal muss man feststellen, dass mit den gestrigen Kampfhandlungen zum ersten Mal überhaupt Russland und die Ukraine ganz offiziell und nicht verdeckt Waffengewalt gegeneinander eingesetzt haben. Russland hat ja immer betont, keine Konfliktpartei in der Ost-Ukraine zu sein. Auch ist die Wertung der ukrainischen Seite entsprechend: Erstmals wird von einem kriegerischen Akt gegen die Ukraine gesprochen. Bislang sprach das politische Vokabular immer von einer „Aggression“.

Auch stellt die Verhängung des Kriegsrechts eine neue Dimension dar: Weder wurde das Kriegsrecht während oder nach der Annexion der Krim noch auf dem Höhepunkt des Krieges im Donbass infolge der Schlachten von Ilowajsk und Debalzewe verhängt. Begründet wurde dies damit, dass Aufwand und Nutzen in keinem Zusammenhang stünden, etwa die Zusammenarbeit mit dem IWF unmöglich gemacht würde. Das Kriegsrecht gibt dem Präsidenten für einen beschränkten Zeitraum von zunächst 60 Tagen umfassende Vollmachten und entmachtet das Parlament. Es setzt Grundrechte wie die Versammlungs- und Medienfreiheit außer Kraft und beschneidet die Eigentumsrechte: Jederzeit kann privates Eigentum wie Immobilien oder Fahrzeuge beschlagnahmt werden. Zudem kann durch das Kriegsrecht die maximale Mobilisierung angeordnet werden. Letztlich fallen alle öffentlichen Aufgaben dem Militär zu - kurioserweise bis hin zur Müllabfuhr.

Wie ist das Eskalationspotenzial zu beurteilen? Wer hat Interesse an einer Verschärfung der Lage?

Gegen gestrige Meldungen russischer Medien über massiven Beschuss ziviler Gebäude im Donbass sprechen zahlreiche Posts in den sozialen Medien, wonach die Lage bislang nicht über das alltägliche Maß hinaus eskaliert ist. In den letzten 24 Stunden gab es „nur“ insgesamt zwei Verwundete auf ukrainischer Seite. Zudem ist die Straße von Kertsch seit den frühen Morgenstunden wieder für die zivile Schifffahrt befahrbar. Dennoch sind alle Marineeinheiten auf See und die Luftwaffe in volle Alarmbereitschaft versetzt worden. Das Kriegsrecht soll laut Präsident Poroschenko die Verteidigungsfähigkeit und Wachsamkeit erhöhen, da man mit weiteren militärischen Handlungen Russlands rechne. Die Verhängung des Kriegsrechts bedeute zudem keine Kriegserklärung. Zu einer totalen Mobilisierung soll es laut Präsident Poroschenko zudem nicht kommen, vielmehr werde zunächst die sogenannte „erste Welle“ einberufen.

Zwar sind die ukrainischen Streitkräfte heute in einem deutlich besseren und erfahreneren Zustand als im Jahr 2014. Es muss aber dennoch konstatiert werden, dass die ukrainische Seite im Falle eines vollumfänglichen Krieges keine Chance gegen eine groß angelegte russische Offensive haben dürfte. Dessen scheint sich die Führung in Kiew auch bewusst. Sie dürfte daher von jedweder Provokation absehen, um kein Szenario wie in Georgien 2008 zu wiederholen, wo eine kleine Provokation einen massiven russischen Gegenschlag auslöste. Vielmehr sehe ich momentan die Gefahr innenpolitischer Spannungen: Infolge des Kriegsrechts können eigentlich keine Wahlen durchgeführt werden. Für Ende März sind planmäßig Präsidentschaftswahlen angelegt.

Oxana Syroiid, Vizepräsidentin des Parlaments und Mitglied der konservativ-liberalen Partei „Selbsthilfe“ sprach heute Morgen offen von einem Versuch der Manipulation: „Das Kriegsrecht auf dem gesamten Territorium der Ukraine ist eine großartige Gelegenheit, um die Präsidentschaftswahlen zu manipulieren und, falls erforderlich, ein bisschen Diktatur anzuwenden“. Das Kriegsrecht sei auf dem Höhepunkt des Krieges nicht ausgerufen worden, da die politische Macht damals keinen Vorteil für sich gesehen habe. Iryna Herashchenko, Sonderbeauftragte des Präsidenten über die friedliche Lösung der Situation in den Regionen Donezk und Lugansk, beschwichtigte heute Morgen: Trotz Kriegsrechts könnten die Wahlen stattfinden. Fraglich ist, ob unter Bedingungen des Kriegsrechts Wahlen wirklich vollkommen frei und fair stattfinden können.

Der Weltsicherheitsrat wird sich nun mit dem Vorfall beschäftigen. Was kann die internationale Gemeinschaft außer Appellen zur Beruhigung der Lage noch auf den Weg bringen?

Da die Mitglieder des Weltsicherheitsrates sich in Fragen der Ukraine konfrontativ gegenüberstehen, ist eine eindeutige Verurteilung ausgeschlossen. Durch die gestrigen Ereignisse ist das Thema Krim aber wieder auf der Agenda der internationalen Gemeinschaft angekommen. Der gestrige Vorfall macht deutlich, dass es ein Fehler der westlichen Partner der Ukraine war, das Thema Krim der Frage des Donbass faktisch unterzuordnen. Die Krim ist in den letzten Jahren zu einem sicherheitspolitischen Hotspot geworden. Dieses Thema muss nun vermehrt angesprochen werden. Die Fragen stellte Michael Bröning. IPG 26

 

 

 

 

EU-27 stimmen Brexit-Deal zu

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben am Sonntag eine historische Vereinbarung unterzeichnet. Damit ist der Weg für den offiziellen Austritt des Vereinigten Königreichs aus der Europäische Union geebnet. Viele Vertreter der EU-27 bezeichneten die Ereignisse des Tages als „tragisch“, aber die Vereinbarung selbst als „das Beste, was zu erreichen war“.

Die europäischen Regierungschefs waren sich in ihrer Botschaft an das Vereinigte Königreich bemerkenswert einig: Sie bezeichneten das auf dem Gipfel gebilligte Scheidungsabkommen als „das einzig mögliche“. Es könne auch nicht mehr nachgebessert oder neu verhandelt werden.

Trotzdem wird die Einigung wahrscheinlich auf heftigen Widerstand im Vereinigten Königreich stoßen – und könnte nach wie vor scheitern. Vorentscheidend dürften die Debatten im House of Commons in den kommenden Tagen und Wochen sein.

Einig waren sich die Vertreter der 27 verbleibenden EU-Staaten auch darin, dass die Scheidung ein „Moment tiefer Traurigkeit“ sei, wie es Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker bei seiner Ankunft am Gipfel am frühen Sonntagmorgen ausdrückte.

Auch Bundeskanzlerin Angela Merkel schlug einen ernüchtert-traurigen Ton an. Es sei „tragisch“, dass das Vereinigte Königreich die Europäische Union verlässt. Mit dem Austritts-Deal sei aber immerhin ein „diplomatisches Kunststück“ in einer „extrem schwierigen Situation“ geschafft worden.

Nach einer anstrengenden Woche, die von der französischen Besorgnis über die zukünftigen Fischereirechte sowie den Drohungen Spaniens, aufgrund des Gibraltar-Streits ein Veto einzulegen, geprägt wurde, brauchten die Staats- und Regierungschefs am Sonntag allerdings kaum eine Stunde, um die beiden Austrittsdokumente zu billigen.

May: „Wir verlassen die EU, nicht Europa“

Nach der Unterzeichnung erklärte die britische Premierministerin Theresa May: „Ich weiß, dass viele Menschen in diesem Moment traurig sind. Es gibt auch einige im Vereinigten Königreich, die ebenfalls traurig sein werden. Aber ich bin voller Optimismus für die Zukunft unseres Landes. Wir werden Freunde und Nachbarn bleiben.“

Sie erinnerte: „Ich habe viele Male gesagt: Wir verlassen die EU, aber wir verlassen nicht Europa.“

In einer Botschaft, die sich eindeutig an ihr Publikum in der Heimat richtete, fügte May hinzu, der Deal bringe dem Vereinigten Königreich „Kontrolle über die Grenzen und die Rechtsprechung“, indem die EU-Freizügigkeit beendet und die Zuständigkeit des Europäischen Gerichtshofs nicht mehr anerkannt werde.

Es gibt kaum Hoffnung, dass die britische Regierung das Brexit-Abkommen mit der EU durchs Parlament bringen wird.

Für May steht nun ein möglicherweise harter Kampf um das Abkommen an, das britische Euroskeptiker und EU-Anhänger gleichermaßen erzürnt. Das britische Parlament ist tief gespalten.

Juncker betonte auf der Abschlusspressekonferenz gestern bereits: „Diejenigen, die glauben, dass die Ablehnung des Deals ein für sie besseres Ergebnis bringen wird, werden schon in der ersten Sekunde nach der Ablehnung enttäuscht sein.“

Keine weiteren Verhandlungen (?), kein zweites Referendum (?)

Der Kommissionschef fügte hinzu, der Großteil der Arbeit beginne erst jetzt. Die zukünftigen Beziehungen müssten „konstruktiv“ sein. Er könne sich „nicht vorstellen, dass Großbritannien ein Drittland sein wird, wie andere Drittländer es sind.“

Auch der Präsident des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, unterstrich am Sonntag, es sei „unmöglich“, das Austrittsverfahren und die entsprechenden Texte erneut zu erörtern.

Andere Vertreter des Europäischen Parlaments, darunter Phillipe Lamberts, Mitglied der Brexit-Lenkungsgruppe und Vorsitzender der Grünen, sendeten jedoch anders lautende Botschaften.

Lamberts, der sich für ein zweites Referendum einsetzt, erklärte im Gespräch mit EURACTIV: „Das ist nicht das Ende. Im Jahr 2016 sagten 52 Prozent der Wähler, dass sie den Brexit wollen. Sie dachten, sie wüssten, was eine EU-Mitgliedschaft bedeutet. Zwei Jahre später hat der Prozess aber gezeigt, was Brexit für das britische Volk wirklich bedeutet.“

Daher sei es „nur fair“, die britischen Bürgern erneut zu befragen.

Auch der EVP-Abgeordnete Elmar Brok sagte Reportern, wenn die britische Regierung doch noch beschließen sollte, Artikel 50 aufzuheben, „dann würde diese Entscheidung vom Europäischen Parlament begrüßt“ werden.

Je näher der Brexit kommt, desto zerstrittener ist Großbritannien. Könnte es doch noch zu einem neuen Referendum oder sogar zu Neuwahlen kommen? In Brüssel meinen viele, dau sei es nun zu spät.

„Verrat an jungen Menschen“

Der Sondergipfel am gestrigen Sonntag wurde begleitet von einer leidenschaftliche Demonstration gegen den EU-Austritt Großbritanniens. Eine Gruppe von britischen Pro-EU-Aktivisten war nach Brüssel gereist, um vor Ort ihre Ablehnung des Brexits zu zeigen.

Die Europaabgeordnete Molly Scott Cato von den Grünen, die sich der Demonstration anschloss, nannte den Brexit in seiner aktuellen Umsetzung eine „demokratische Travestie“, während Femi Oluwole, Sprecherin der Kampagnengruppe Our Future Our Choice, betonte, das gestern vereinbarte Abkommen sei ein „Verrat an den jungen Menschen“.

In Salzburg kommen die Staats- und Regierungschefs der EU zu einem informellen Gipfel zusammen. Es wird auch um den Brexit gehen, denn die Zeit drängt. Ratspräsident Donald Tusk warnt vor „einer Katastrophe“.

Nach der Zustimmung des Europäischen Rates wird neben dem britischen nun auch das Europäische Parlament das Abkommen ratifizieren müssen. Präsident Tajani kündigte an, im Dezember werde ein entsprechender Entschließungsantrag zum Standpunkt des Parlaments vorgelegt. Eine endgültige Schlussabstimmung über das Abkommen soll dann im Februar oder März folgen.

Im Vereinigten Königreich wird in den kommenden Wochen eine Reihe von Debatten über den Deal stattfinden. Die endgültige Abstimmung im Parlament soll es dann vor Weihnachten geben.

Wenn die Austrittsvereinbarung von allen Seiten genehmigt wird, tritt sie am 29. März 2019 in Kraft. Danach gilt noch eine „Übergangsfrist“ bis zum 31. Dezember 2020, während der das Vereinigte Königreich weiterhin Zugang zum Binnenmarkt haben wird und sich an die entsprechenden Gesetze halten muss.

Positionen

Auf Nachfrage, ob der Brexit eine gute Nachricht für Frankreich sei, verneinte auch der französische Präsident Emmanuel Macron bestimmt. Er betonte allerdings, dies sei die souveräne Entscheidung der britischen Bürger.

Der Brexit, so Macron weirter, habe gezeigt, dass Europa zerbrechlich ist und "keine Selbstverständlichkeit" ist. Außerdem habe der britische Austritt sowohl den Mehrwert der EU einerseits als auch die Notwendigkeit einer Reform der Union andererseits aufgezeigt.

Auf die Frage nach innenpolitischen Spaltungen in den EU-Ländern, unter anderem auch in Frankreich, wo die "gelben Westen" gegen die hohen Lebenshaltungskosten protestieren, sagte der Präsident, es sei die Pflicht der EU-Staats- und Regierungschefs, die EU-Bevölkerung und die Mittelschicht zu befähigen, Fortschritte zu erzielen.

Die politische Klasse sei offensichtlich seit den Krisen der 70er Jahren nicht in der Lage gewesen, ein Modell für eine integrative wirtschaftliche Entwicklung zu entwickeln. Er schloss, die moderne Globalisierung sei für die einen profitabel, für die anderen aber nachteilig gewesen. Alexandra Brzozowski, Georgi Gotev and Samuel Stolton, EA 26

 

 

 

„UNO-Migrationspakt ist wichtig gegen Illegalität“

 

Die kirchliche Basisgemeinschaft von Sant’Egidio mit Sitz im römischen Stadtteil Trastevere fordert zu einer Unterzeichnung des UNO-Migrationspaktes auf. Sant’Egidio engagiert sich für Migranten und Flüchtlinge; es organisierte schon mehrfach humanitäre Korridore aus dem Nahen Osten nach Europa. Christina Höfferer - Vatikanstadt

 

Cecilia Pani befasst sich bereits seit den 1980er Jahren mit der Integration von Migranten und Flüchtlingen in Italien. Viele Jahre lang organisierte sie den Italienischunterricht für die Neuankömmlinge. Nun widmet sie sich gemeinsam mit ihrem Team als Koordinatorin den humanitären Korridoren: Mit ihnen ermöglicht die Gemeinschaft den Zugang nach Italien auf legalem Weg. Das soll den Menschenhandel unterbinden, erklärt Pani uns in einem Interview.

„Viele Jahre lang war der Zugang nach Italien für Migranten verbunden mit der Arbeit“, so Cecilia Pani, „es ging um den Zugang zum Arbeitsmarkt. Seit den 1980er Jahren gab es einen geregelten Zufluss, wo die, die schon hier waren, durch die notwendigen Rechtsmittel legalisiert wurden. Einige Regierungen, ich erinnere mich zumindest an zwei, haben eine Rahmengesetzgebung geschaffen. Diese sah einen Zugang ins Land auch durch sogenannte Sponsoren vor. Das war immer mit der Arbeit verbunden. Doch dann hat sich die Gesetzgebung in Bezug auf die Flüchtlinge geändert. Wir in Italien haben derzeit keine Rahmengesetzgebung für Flüchtlinge, und wir warten auch auf europäischer Ebene auf eine solche. Es wäre gut, auf europäischer Ebene die Gesetzgebung in dieser Hinsicht zu harmonisieren.“

Arbeitserlaubnis nur für Saisonarbeit

Als sich in den 2000er Jahren die Möglichkeiten, mittels eines Arbeitsvisums nach Italien zu kommen, verringerten, stiegen die Asylanfragen. Diese Tendenz ließ sich auch in den anderen europäischen Ländern feststellen. Begonnen hat der starke Anstieg von Asylanträgen zunächst in Deutschland, dann kletterten die Zahlen der Anfragen in anderen nordeuropäischen Ländern, und jetzt sind die Asylanträge auch in Italien enorm angewachsen.

„Jede Regierung hat bisher die Gesetzgebung in Bezug auf die Flüchtlinge oder die Zuwanderung aus Gründen der Arbeit auf ihre eigene Art und Weise interpretiert und die Zugangsmöglichkeiten verändert oder eingeschränkt. Heute besteht die Möglichkeit, nach Italien zu ziehen, um hier zu arbeiten, schlichtweg nicht mehr. Es gibt nur die Möglichkeit der Saisonarbeit. Eine Arbeitserlaubnis für Saisonarbeit kann nicht in ein Anstellungsverhältnis umgewandelt werden.“

Immer weniger Chancen auf Aufenthaltsgenehmigung

Bisher sah das italienische Recht eine Aufenthaltsgenehmigung aus humanitären Gründen vor. Sie bot eine Möglichkeit, dauerhaften Aufenthalt zu nehmen, wenn der Antragsteller eine Arbeit gefunden, die Sprache gelernt und sich in die Gesellschaft integriert hatte. Dieses Verfahren war jedoch äußerst langwierig und dauerte im Regelfall einige Jahre lang. In der Zeit gelang es im Idealfall, dass sich der Flüchtling oder Asylsuchende integrieren konnte. Am Ende des Verfahrens war es dann möglich gewesen, eine Arbeitserlaubnis zu bekommen. Auf diese Weise konnte die Anwesenheit im Land auf eine legale Grundlage gebracht werden.

„Jetzt aber existiert diese Art von Erlaubnis nicht mehr“, erklärt Cecilia Pani, „die einzige Art, auf welche der Asylsuchende regulär Aufenthalt in Italien nehmen kann, ist eine eventuelle Berufung gegen einen negativen Asylbescheid - oder ein spezielles Ansuchen, aus sehr eng umrissenen Gründen, wie etwa einer Naturkatastrophe. Das sind sehr spezielle Fälle. Oder aber die Person bleibt ohne aufrechten rechtlichen Status.“

Gefahr: Illegalität

Die Comunità di Sant'Egidio - so heißt sie auf  Italienisch - befürchtet nun einen extremen Anstieg der Illegalität. Sehr viele Inhaber einer Aufenthaltsgenehmigung aus humanitären Gründen, die in den vergangenen drei oder vier Jahren ins Land gekommen sind, haben diese Genehmigung immer wieder verlängert, weil sie darauf warteten, einen Arbeitsplatz zu bekommen. Nunmehr können sie sie nicht mehr verlängern, und sie können sie auch nicht umwandeln. Somit werden sie zu illegal im Land Anwesenden.

„Sie werden weiterhin die Tätigkeiten ausführen, die sie schon machen“, prophezeit Cecilia Pani. „Wenn sie schon in Italien leben, haben sie vielleicht auch ihre Familie hierher gebracht. Sie werden also schwarz arbeiten. Wir sehen voraus, dass wir hier in Italien auf eine starke Zunahme der Schwarzarbeit zulaufen. Auf Illegalität und in der Folge auch auf Unsicherheit. Das neue Dekret erzeugt keine Sicherheit, sondern im Gegenteil Unsicherheit.“

UNO-Migrationspakt setzt konsensfähige Standards

Die allererste Priorität sieht Sant'Egidio darin, hervorzuheben, dass geregelte Wege des Eintritts in europäische Länder geschaffen werden. Wichtig sei auch, die Familienzusammenführung zu ermöglichen. Dabei verweist Pani auf jene Punkte, die der Päpstliche Rat für Migranten und Flüchtlinge für besonders wichtig hält - und zwar die Entwicklung von Politiken, die die Migrationsflüsse steuern und die auch vorhersehen, welche politischen oder humanitären Krisen gerade im Entstehen sind. Alles in allem wäre das eine weitsichtige und vorausplanende Politik. So wie sie der UNO-Migrationspakt vorsieht, der im Dezember in Marrakesch unterzeichnet werden soll.

„Der UNO-Migrationspakt setzt Standards, die sehr konsensfähig sind“, stellt Cecilia Pani fest, „das Wichtigste ist der Respekt gegenüber den Menschenrechten. Das ist das Allerwichtigste. Im allgemeinen geht es darum, den Migrationsfluss zu verwalten - nicht als eine Notlage, sondern als eine Realität, die es zu verwalten gilt. Das ist sehr intelligent, denn zumindest wir in Italien haben immer nur den Notfall verwaltet.“ (vn 23)

 

 

 

 

Apocalypse not

 

Es ist eine Frage des Willens: Wir können der Erderwärmung Einhalt gebieten.

Von Daniela Jacob

 

Bereits jetzt haben menschliche Aktivitäten etwa 1°C globale Erwärmung im Vergleich zum vorindustriellen Zeitalter verursacht. Zwar ist das ein Mittelwert, den niemand fühlen kann. Aber die regional ganz unterschiedlichen Auswirkungen auf Mensch, Natur und Lebensgrundlagen sind bereits spürbar. Nimmt die globale Erwärmung mit der aktuellen Geschwindigkeit weiter zu, werden wir wahrscheinlich schon zwischen 2030 und 2052 eine Erwärmung um 1,5 Grad erreichen. Zur Begrenzung ist schnelles Handeln erforderlich. Dafür braucht es politischen Willen. Das ist die wohl wichtigste Botschaft aus dem Sonderbericht des Weltklimarats über 1,5 °C Erwärmung, der im Oktober 2018 im südkoreanischen Incheon von 195 Regierungen angenommen und verabschiedet wurde.

Mit diesem Sonderbericht kommt der Weltklimarat einer Bitte der Konferenz der Vertragsparteien (COP) der Klimarahmenkonvention (UNFCCC) nach, die Ende 2015 auf der 21. COP in Paris geäußert wurde. Das Pariser Abkommen hält unter anderem fest, dass die globale Erwärmung möglichst auf 1,5°C begrenzt werden soll. Bis zur 24. Klimakonferenz, die im Dezember 2018 im polnischen Katowice stattfindet, sollte der Sonderbericht veröffentlicht sein und als Diskussionsgrundlage für die dortigen Verhandlungen dienen. Diese werden sich damit beschäftigen, wie die Treibhausgas-Emissionen drastisch zu verringern und die globale Erwärmung deutlich zu begrenzen ist.

Der  IPCC veröffentlicht etwa alle sieben Jahre einen Sachstandsbericht und dazu regelmäßig eine Reihe von Sonderberichten. Es sind die umfassendsten Dokumente, die es zum aktuellen Stand des Wissens über den Klimawandel gibt. Vor der Erstellung des Sonderberichts war nicht bekannt, wie sich die Auswirkungen einer Erderwärmung von 1,5°C gegenüber einer von 2°C unterscheiden. Jetzt sind diese Unterschiede deutlich aufgezeigt. Es werden weitreichende Konsequenzen für die natürlichen und sozialen Systeme beschrieben sowie Wege zur Einhaltung des 1.5°C-Zieles beziehungsweise des 2°C-Zieles.

Ich hoffe, dass die Erkenntnisse konstruktiv in den sogenannten „Talanoa-Dialog“ der COP24 einfließen werden. Diese Form der Gesprächstaktik fördert die offene Kommunikation von Erfahrungen zum Klimawandel auch durch nicht-staatliche Vertreter der stark vom Klimawandel betroffenen Regionen - ganz auf Augenhöhe mit den staatlichen Repräsentanten. Der Talanoa-Dialog kann offenlegen, wo weitere Anstrengungen nötig sind. Anstrengungen, die eventuell über die Maßnahmen der jeweiligen Staaten hinausgehen.

Eins muss klar sein: Die klimabedingten Risiken für natürliche und menschliche Systeme werden bei einer globalen Erwärmung um 1,5°C natürlich höher sein als heute. Sie sind regional unterschiedlich ausgeprägt und variieren auch an Heftigkeit und Häufigkeit. Eine Begrenzung auf 1.5°C hätte im Vergleich zu 2°C allerdings durchaus wertvolle positive Effekte. Es gäbe unter anderem deutlich weniger extreme Wettereignisse wie Hitzewellen, Starkniederschlägen und Dürren; global ca. 50% weniger Menschen, die Wasserknappheit ausgesetzt wären; einen um 10 cm geringeren Meeresspiegelanstieg, der ca. 10 Millionen Küstenbewohner weniger bedrohen würde; bis zu mehrere hundert Millionen Menschen weniger, die bis 2050 drastischen klimabedingten Risiken ausgesetzt wären.

Die gute Nachricht ist, dass die bisherigen Emissionen, die sich in der Atmosphäre befinden,  die Erwärmung noch nicht auf 1,5°C ansteigen lassen. Die globale Erwärmung auf 1,5°C zu begrenzen ist machbar. Es ist unser Handeln, das entscheidend ist für das Wohlergehen der Menschheit. Hierfür müssen die CO2-Emissionen bis 2030 um etwa 45% sinken (im Verhältnis zu 2010) und bis 2050 „Nettonull” erreichen. Das bedeutet, dass neben einer starken Verringerung der klimawirksamen Schadgase auch CO2 aus der Atmosphäre entzogen werden muss. Dies könnte etwa durch Aufforstung geschehen oder CO2–Speicherung. Diese Technologie befindet sich allerdings momentan noch in der Entwicklung. Auch sie birgt große Risiken für Natur und Menschheit.

Die Herausforderung anzunehmen, die globale Erwärmung auf maximal 1.5°C zu begrenzen, erfordert nie dagewesene Veränderungen. Drastische Emissionsreduktionen in allen Bereichen, der Einsatz einer Vielzahl innovativer Technologien, Verhaltensänderungen und die Umlenkung von Investitionen in CO2-freie Technologien sind dringend notwendig. Und genau dafür muss die Politik den Rahmen vorgeben. Dies umfasst Vorgaben für die Wa?rmedämmung von Gebäuden, den Ausstieg aus Kohle und Gas oder auch für die Eingrenzung von Emissionen im Straßenverkehr und in der Industrieproduktion.

Die Stärkung der Kapazitäten nationaler und subnationaler Behörden, der Zivilgesellschaft, des Privatsektors, indigener Völker und lokaler Gemeinschaften im Umgang mit dem Klimawandel ist notwendig für die Realisierung ehrgeiziger Klimaziele. Genauso kann der Wandel ohne  konstruktive, demokratische und internationale Zusammenarbeit nicht gelingen. Aber auch jeder Einzelne ist gefordert. Das ist hinlänglich bekannt. Es bedeutet nicht zwangsläufig Verzicht, sondern kann auch ein Gewinn an Lebensqualität sein, beim Einkauf auf regionale Produkte zu achten, öfter das Fahrrad oder den Nahverkehr zu nutzen sowie im Arbeitsalltag zu überlegen, ob Videokonferenzen vielleicht einige Flüge ersetzen könnten.

Ganz besonders gefragt sind kreative Ideen, innovative und dynamische Konzepte, gute Koordination und positive Einstellungen, um gemeinsam den Klimawandel einzudämmen und den Wandel hin zu nachhaltigen Lebensweisen zu gestalten. Auch in Deutschland gibt es schon eine Vielzahl von innovativen Konzepten zum Klimaschutz, die leider bisher nur sehr punktuell zum Einsatz kommen. Es gilt nun, diese zu stärken. Damit lässt sich nicht nur CO2 einsparen, sondern man kann damit auch neue Jobs schaffen.  IPG 26

 

 

 

 

Flüchtlings- und Migrationspolitik. Zwei Pakte für eine bessere Welt

 

Die UN wollen ein würdiges Leben für Millionen Migranten und Flüchtlinge. Entscheidend wird sein, ob die Mitgliedsländer mitziehen. Rechtspopulisten machen Stimmung gegen die vereinbarten Abkommen. Von Mey Dudin, Jan Dirk Herbermann

 

Die Vereinten Nationen haben Großes vor. Die Weltorganisation will mit zwei Pakten das Los von vielen Millionen Menschen verbessern: Es sind der Globale Migrationspakt und der Globale Flüchtlingspakt. „Diese Vereinbarungen zeigen, wie gut die internationale Gemeinschaft zusammenarbeiten kann“, wirbt UN-Generalsekretär António Guterres. Die beiden Abkommen, die für die Mitgliedsländer nicht bindend sind, werden vermutlich im Dezember von einer großen Mehrheit angenommen werden, doch der Gegenwind nimmt zu.

Die Vereinten Nationen spüren Handlungsbedarf. Mindestens 60.000 Migranten kamen seit 2000 auf dem Weg in ihre Zielländer ums Leben, viele ertranken im Mittelmeer oder verdursteten in der Sahara. Hunderttausende Kinder, Frauen und Männer geraten jedes Jahr in die Fänge krimineller Schleuser und Menschenhändler. Die Karawanen, die derzeit durch Mittelamerika ziehen, symbolisieren das Chaos. In den Zielländern leben rund 260 Millionen Migranten, oft unter erbärmlichen Bedingungen. Niemals zuvor waren es mehr.

Pakt gibt 23 Ziele vor

Der „Globale Pakt für sichere, geordnete und reguläre Migration“ soll nun dafür sorgen, dass Menschen legal und gefahrlos in aufnahmebereite Staaten gelangen. Dort sollen sie nicht ausgebeutet und besser integriert werden. „Die Umsetzung des Migrationspaktes wird Sicherheit, Ordnung und ökonomischen Fortschritt für alle Beteiligten bringen“, verspricht Louise Arbour, die UN-Sonderbeauftragte für Migration.

Die 23 vorgegebenen Ziele reichen von der Ausstellung gültiger Papiere über Grundleistungen wie medizinische Nothilfe bis zum koordinierten Management der Grenzen durch die Staaten. „Der Migrationspakt ist wie ein Katalog, aus dem sich die Staaten dasjenige aussuchen werden, was sie umsetzen können und wollen“, erläutert der Politikdirektor der Internationalen Katholischen Kommission für Migration in Genf, Stephane Jaquemet. Jeder Staat werde selbst bestimmen, wie und ob er die Vorgaben implementiert.

Gegner mehren sich

Obwohl der Pakt auch laut dem Auswärtigen Amt „in der nationalen Rechtsordnung keine Rechtswirkung“ entfaltet, mehren sich international die Gegner. Die USA, Österreich, Ungarn und weitere Staaten lehnen das Abkommen ab. Die Neinsager befürchten, dass der Pakt die nationale Souveränität aushöhlen könnte.

In Deutschland prägten zunächst Rechtspopulisten die Debatte. Sie behaupten, dass der Pakt Millionen von Menschen aus Krisenregionen anstiften würde, sich auf den Weg zu machen. Sie schüren Ängste vor einer „Einwanderung in die Sozialsysteme“ und davor, dass das Abkommen durch die Hintertür doch völkerrechtlich verbindlich werden könnte – zum Beispiel durch Gerichtsurteile.

Zustimmung bröckelt

Auch aus der CDU kommen skeptische Töne. Gesundheitsminister Jens Spahn, der den Vorsitz der Partei anstrebt, sprach sich für eine genaue Prüfung aus. Die Bundesregierung muss ebenso Kritik einstecken: Oppositionspolitiker werfen ihr vor, nicht ausreichend über das Abkommen aufgeklärt zu haben. Bundeskanzlerin Merkel weist die Kritik zurück.

Der „Globale Pakt für Flüchtlinge“ wird in Deutschland nicht so heftig angefeindet wie der Migrationspakt. International aber bröckelt die Zustimmung auch zum Flüchtlingspakt. Bei einer Abstimmung über das Abkommen in einem UN-Ausschuss blieben 13 Länder fern, drei enthielten sich und die USA stimmen dagegen. Zwar votierten 176 Länder mit Ja, darunter die EU-Staaten. Bis vor wenigen Wochen aber waren noch alle UN-Mitgliedsländer an Bord.

UN: Pakt alternativlos

Angesichts der zunehmenden globalen Flüchtlingsbewegungen sehen die UN zu dem Pakt keine Alternative. Mittlerweile befinden sich 68,5 Millionen Menschen auf der Flucht, ein neuer Höchststand. „Die Lasten werden oft durch die Länder getragen, die am wenigsten dafür ausgestattet sind“, erklärt der UN-Hochkommissar für Flüchtlinge, Filippo Grandi. Arme Aufnahmeländer sollen nun mehr Hilfen erhalten. Mehr als 80 Prozent der Flüchtlinge leben derzeit in den Ländern des Südens.

Die Flüchtlinge sollen laut dem Pakt einen besseren Zugang zu Schulen und zum Gesundheitswesen erhalten. Zudem soll die Jobsuche erleichtert werden. Beide Abkommen, der Flüchtlingspakt und Migrationspakt, zeigen Wege hin zu einem besseren Leben für Millionen Menschen auf. Ab Dezember wird es an den Staaten liegen, ob der Weg auch beschritten wird. (epd/mig 23)

 

 

 

Aufenthalt zeitlich befristet

 

Warum wir bei der Migration ganz neue Wege beschreiten müssen. Von Branko Milanovi?

 

Migration ist zu einem der problematischsten Themen der politischen Debatte geworden. Die Gründe sind vielfältig: der Krieg in Syrien, die Integration Osteuropas, der Mangel an neuen Arbeitsplätzen in vielen westlichen Ländern nach der weltweiten Finanzkrise. Die Liste ließe sich weiterführen. Um das Problem zu verstehen und eine Lösung zu finden, reicht die Reflexion einzelner Ursachen aber nicht aus.

Zwei Entwicklungen sind verantwortlich für die Zunahme der Migration: Durch die Globalisierung wird das Wissen über die Einkommensunterschiede zwischen den Ländern viel stärker in aller Welt verbreitet. Zudem sind die Einkommensunterschieden zwischen der Europäischen Union (insbesondere ihres reichen nördlichen Teils) und Afrika oder dem Nahen Osten immens. Der erste Punkt ist gut bekannt. Je mehr die Menschen über den Rest der Welt wissen (insbesondere wenn dieser reicher ist als ihr Land), desto mehr vergleichen sie ihren eigenen Lebensstandard mit dem der Bürger in den reicheren Ländern. Umso wahrscheinlicher ziehen sie aus diesem Wissen Konsequenzen: Sie wandern aus. Dies wurde durch zahlreiche Untersuchungen bestätigt.

Der Unterschied im Pro-Kopf-BIP zwischen den 15 ursprünglichen EU-Mitgliedsländern und den afrikanischen Ländern südlich der Sahara ist von sieben zu eins im Jahr 1980 auf heute elf zu eins gestiegen. Dabei wird bereits das niedrigere Preisniveau in Afrika berücksichtigt, sonst wäre der Abstand sogar noch größer. Und nicht nur die Realeinkommen haben sich derart auseinander entwickelt: Noch stärker ist es beim Bevölkerungswachstum der Fall. 1980 gab es in den 15 EU-Ursprungsländern noch mehr Menschen als in Afrika südlich der Sahara. Heute hingegen leben in diesen afrikanischen Ländern mehr als zweieinhalbmal so viele Menschen. Und in zwei Generationen werden dort wahrscheinlich 2,5 Milliarden Menschen leben – fünfmal mehr als in Westeuropa. Es ist völlig unrealistisch zu glauben, derart hohe Einkommens- und Bevölkerungsunterschiede könnten dauerhaft bestehen bleiben, ohne zu einem erheblichen Migrationsdruck zu führen.

Europa hat also ein langfristiges Problem und steht vor folgendem Dilemma: Wenn es Globalisierung gibt und die Einkommen der beteiligten Länder sehr unterschiedlich sind, muss es auch Migration geben. Um diese Migration zu stoppen, muss man entweder die Globalisierung aufgeben, indem man die Staatsgrenzen schließt. Oder aber man muss den Ländern helfen, so reich wie Westeuropa zu werden. Letzteres würde wohl selbst unter den besten Umständen mindestens hundert Jahre dauern. Es ist also keine realistische Lösung. So bleibt uns nur, die Globalisierung zu beenden – zumindest, was die Migration der Menschen betrifft.

Wäre das eine gute Lösung? Das ist sehr fraglich. Studien zeigen, dass Einwanderer auf manche Gruppen inländischer Arbeitnehmer, die mit ihnen im Wettbewerb stehen, einen leicht negativen Einkommens- und Beschäftigungseffekt haben. Anders sieht es bei den Löhnen und Arbeitsmarktaussichten von Arbeitnehmern aus, deren Jobs sich mit denen der Einwanderer ergänzen. Auf diese hat die Einwanderung positive Effekte. Entsprechend könnte ein Klempner aus Mali die Löhne französischer Klempner unter Druck setzen, aber andererseits das Realeinkommen derjenigen erhöhen, deren Badezimmer er repariert. Dies nicht nur, weil sie weniger zahlen müssen. Sie finden auch leichter einen Klempner und müssen deshalb keine eigene Arbeitszeit einsetzen. Dazu kommt ein weiterer Vorteil, den die reichen Länder durch die Einwanderung hochqualifizierter Arbeitnehmer haben: Es kommen viele Menschen ins Land, die bereits eine Ausbildung genossen haben. Die europäischen Länder mussten dafür nichts zahlen.

Einwanderung ist also rein wirtschaftlich gesehen für die reichen Länder überwiegend vorteilhaft. Kulturell aber kann sie nachteilig wirken. Dies geschieht, wenn die einheimische Bevölkerung fürchtet, den Migranten mangele es an der Bereitschaft zur Anpassung und der Akzeptanz inländischer Normen. Sie sehen dann die kulturellen Eigenheiten ihres Landes gefährdet. Dieses Argument darf nicht mit Rassismus oder Fremdenfeindlichkeit verwechselt werden. Vielmehr muss es die Beachtung finden, die ihm gebührt. Wenn viele Menschen solche Zweifel haben, können Einwanderungsregeln nie allein aufgrund wirtschaftlicher Argumente festgelegt werden. Dies gilt umso mehr, als wirtschaftliche Gründe ein Einwanderungsniveau rechtfertigen, das viele Menschen als zu hoch empfinden.

Daher brauchen wir einen alternativen Ansatz. Dieser muss die wirtschaftlichen Bedürfnisse Europas berücksichtigen, aber gleichzeitig gewisse kulturelle Normen bewahren. Er könnte darauf aufbauen, überwiegend (oder ausschließlich) Arbeitnehmer zu akzeptieren, die für einen begrenzten Zeitraum bestimmte Arbeiten verrichten und dann (etwa nach maximal fünf Jahren) in ihre Heimatländer zurückkehren. Sie könnten dann durch andere Einwanderer ersetzt werden. Diese Vorgehensweise würde zu einem „Migrationskreislauf“ führen, bei dem sich die Anzahl der Einwanderer im Land nicht erhöht – oder nur dann, wenn es neue Arbeitsplätze gibt.

Dieses Modell wird bereits in den Staaten des Golfkooperationsrats, in Singapur und auch in den Vereinigten Staaten, Großbritannien und Kanada angewandt. Dabei können Menschen mit Visa einreisen, die auf einen bestimmten Zeitraum und für eine bestimmte Arbeit ausgestellt sind. Arbeitnehmer mit solchen Visa würden hinsichtlich ihres Lohns und ihrer Arbeitsbedingungen behandelt wie Einheimische. Es gäbe also kein Lohndumping und keine illegale Ausbeutung von Einwanderern. Sie hätten aber keine sonstigen Bürgerrechte (wie das Wahlrecht) und auch keinen Zugang zu Sozialleistungen wie Kindergeld oder Rente, die nicht mit ihrer Arbeit in Verbindung stehen.

Diese Lösung hat natürlich auch Nachteile. Mit ihr würden die Vorteile der Bürgerschaft in mehrere Kategorien unterteilt. Einige gelten nur für Staatsbürger, andere auch für Einwanderer. Dadurch würde das zweihundert Jahre alte Modell der Bürgerschaft als binäre Kategorie aufgehoben: Entweder ist man ein Bürger mit allen Rechten und Pflichten oder man ist keiner und befindet sich außerhalb dieser genau umrissenen Gemeinschaft. So könnte es zu einer unvermeidlichen Begleiterscheinung der Globalisierung werden, dass die traditionelle räumliche Übereinstimmung der Bürgerschaft, des Arbeitsplatzes und des Unternehmens, bei dem man arbeitet, aufgelöst wird. Doch Unternehmen sind inzwischen multinational und gehören Tausenden von Menschen aus verschiedenen Ländern. Der Arbeitsplatz eines Menschen liegt nicht mehr notwendigerweise an seinem Wohnort. Entsprechend könnte auch die Bürgerschaft mit all ihren Rechten flexibler werden.

 Der Vorschlag eines solchen „Migrationskreislaufs“ kann nicht isoliert betrachtet werden. Er macht nur Sinn in dem zu Beginn von mir beschriebenen Zusammenhang: In einer Lage, in der weder eine viel freiere Migration noch eine „Festung Europa“ realistisch erscheinen. Man könnte einen Kompromiss finden, der im Einklang mit der Globalisierung steht, aber auch die berechtigten Sorgen um die nationale Tradition berücksichtigt.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff. SE/IPG 23

 

 

 

 

Dombrovskis: Italien „schlafwandelt in die Instabilität“

 

Nachdem Italien sich erneut weigerte, seinen Haushaltsentwurf zu überarbeiten, hat die EU-Kommission am gestrigen Mittwoch ein Verfahren bei einem übermäßigen Defizit (VÜD) eingeleitet. Von Seiten der Kommissare hieß es, man brauche nun sachlichen Dialog und „ruhig Blut“.

„Mit dem, was die italienische Regierung auf den Tisch gelegt hat, sehen wir die Gefahr, dass das Land in die Instabilität schlafwandelt,“ warnte Kommissionsvizepräsident Valdis Dombrosvkis, der unter anderem für den Euroraum zuständig ist.

Im Juli hatte der Europäische Rat Italien geraten, sein Defizit um 0,6 Prozent zu mindern. Nach dem von der italienischen Regierung vorgelegten Haushaltsentwurf sollen die Ausgaben hingegen um rund ein Prozent des BIP erhöht werden.

„Die Zahlen sprechen für sich“, kommentierte Dombrosvkis.

Die Empfehlungen des Rats wurden im Sommer von derselben italienischen Exekutive unterzeichnet, die sich heute weigert, sie einzuhalten.

Die Kommission bekräftigte daher gestern erneut, der Entwurf Roms für 2019 verstoße „in schwerwiegender Weise gegen den Fiskalpakt“. Dombrovskis warnte davor, dass die Auswirkungen dieses Haushalts auf das Wachstum „wahrscheinlich negativ sein werden“.

Da Italien mit seinem geplanten Haushalt gegen den Stabilitäts- und Wachstumspakt verstoßen würde, habe die EU-Exekutive beschlossen, die Einhaltung der Schuldenerlassanforderungen zu überprüfen. Die Staatsverschuldung Italiens, die 2017 bei 131,2 Prozent lag, sei das „Hauptanliegen“ der Kommission.

Wie erwartet kam Brüssel nun also zum Schluss, dass die Eröffnung eines Defizitverfahrens „gerechtfertigt“ ist.

„In dieser Situation mit sehr hoher Verschuldung plant Italien im Wesentlichen eine zusätzliche, signifikante Kreditaufnahme – anstelle der notwendigen Haushaltsdisziplin,“ warnte Dombrovskis.

Moscovici: „Ruhig Blut“

Es liegt nun an den EU-Mitgliedstaaten, den Fall Italien zu beurteilen und eine Entscheidung zu treffen. Aus Sicht von Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici sei es in der aktuellen Lage aber „nur logisch“, wenn das von der Kommission geforderte VÜD tatsächlich gestartet würde.

„Dieser Schritt, den wir heute unternehmen, ist die unvermeidliche Folge der Entscheidung der italienischen Behörden, ihre Haushaltsziele auch im überarbeiteten Haushaltsentwurf nicht zu ändern,“ betonte der französische Kommissar.

Anfang der Woche tagte erst die Eurogruppe, dann der ECOFIN. Mit den nationalen Haushaltsplänen, den geplanten Euroreformen und der Digitalsteuer standen eine Reihe großer, kontroverser Themen auf der Agenda.

Die Eurogruppe hatte bereits den Beschluss der Kommission von Anfang November unterstützt, den Haushaltsentwurf Italiens abzulehnen. Die Gruppe wird in zwei Wochen erneut über den Haushaltsentwurf ihrer Mitglieder debattieren.

Mario Centeno, Präsident der Eurogruppe, warnte davor, dass die Einhaltung der Finanzvorschriften „nicht nur im individuellen Interesse jedes Landes, sondern auch in unserem gemeinsamen Interesse“ liege. Er äußerte er sich am Dienstag im Europäischen Parlament zu den aktuellen Querelen mit Rom.

Kommission „offen für Dialog“

Die Kommission betonte, man sei weiterhin offen für Gespräche mit den italienischen Behörden. „In den vergangenen Monaten hat die Kommission immer echtes Engagement für den Dialog mit Italien gezeigt,“ betonte Moscovici. Dieses Engagement wolle man weiterführen.

Der Finanzkommissar bedauerte aber, dass auch nach seinen vielen Treffen mit dem italienischen Finanzminister Giovanni Tria – „öfter als ich mich erinnern kann“, so Moscovici wörtlich – die meisten Fragen und Zweifel am italienischen Wirtschaftsplan weiterhin bestehen bleiben.

Wenn schlussendlich ein VÜD eingeleitet würde, werden sachlicher Dialog und „ruhig Blut notwendiger denn je“ sein, so Moscovici.

Dieser Dialog könnte bereits am kommenden Samstag beginnen: Am Vorabend des Brexit-Gipfels wird der italienische Premierminister Giuseppe Conte in Brüssel zu einem gemeinsamen Arbeitsessen mit EU-Kommissionschef Jean-Claude Juncker erwartet.

Lob für Griechenland

Nach drei Anpassungsprogrammen ist derweil Griechenland zum ersten Mal wieder im Rahmen des Europäischen Semesters vertreten. Athens Haushaltsentwurf erhielt grünes Licht von der Kommission. Die griechische Regierung habe die in diesem Sommer eingegangenen Verpflichtungen erfüllt.

Moscovici lobte: „Die Bemühungen des griechischen Volkes, das Programm selbst, die Begleitung, die Forderungen…. all das zahlt sich aus.“

Doch mit dem Ende des Bailouts, den aktuellen Wirtschaftsprognosen und einem soliden Haushalt wird Athen seine finanzielle Unabhängigkeit zurückgewinnen, so der ehemalige Eurogruppen-Präsident.

Neben Griechenland entsprachen die Haushalte Deutschlands, Irlands, Zyperns, Litauens, Luxemburgs, Maltas, der Niederlande, Österreichs und Finnlands dem Stabilitäts- und Wachstumspakt; die Haushaltspläne Estlands, Lettlands und der Slowakei erwiesen sich als „weitgehend konform“.

Bei den Entwürfen aus Belgien, Frankreich, Portugal und Slowenien sieht die Kommission hingegen zumindest ein „Risiko der Nichteinhaltung“. Beatriz Rios EA 22

 

 

 

Nationales Interesse. Merkel und Seehofer verteidigen UN-Migrationspakt

 

Bundeskanzlerin Merkel verteidigt den UN-Migrationspakt, auch Bundesinnenminister Seehofer wirbt für die Unterzeichnung. Doch die Kritik an der Regierung hält an: über den Migrationspakt sei nicht gesprochen worden. Merkel weist den Vorwurf zurück.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat den UN-Migrationspakt im Bundestag gegen Kritik verteidigt. „Wir wollen vernünftige Bedingungen überall auf der Welt“, sagte sie am Mittwoch bei der Debatte über den Bundeshaushalt 2019 im Parlament. Denn sonst würden die Menschen sich bei ihrer Flucht und Migration nur auf wenige Länder fokussieren und ihr Leben riskieren, um dorthin zu kommen. „Und deshalb ist es in unserem nationalen Interesse – um es ganz klar zu sagen -, dass die Bedingungen auf der Welt für Flucht auf der einen Seite und Arbeitsmigration auf der anderen Seite sich verbessern.“

Es gehe darum, dass wenn in Katar Stadien gebaut würden, die dort arbeitenden Bauarbeiter vernünftig behandelt würden. Der UN-Migrationspakt ebenso wie der parallel verhandelte Pakt für Flüchtlinge sei der richtige Antwortversuch, globale Fragen international und miteinander zu lösen. „Wir stehen hier am Anfang“, betonte die Kanzlerin.

Seehofer für UN-Migrationspakt

Auch Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat sich für das Abkommen ausgesprochen. Der Pakt habe so wichtige Punkte, „dass ich uns empfehlen würde, diese wichtigen Punkte anzunehmen“, sagte Seehofer am Dienstag in der Rede zum Haushalt seines Ministeriums im Bundestag. An das Parlament appellierte er „Ja zu sagen zum Migrationspakt“.

Seehofer begründete dies mit drei Punkten aus dem Abkommen: dem dort festgehaltenen Ziel der Bekämpfung von Schleuserbanden, Verpflichtungen für Herkunfts- und Transitstaaten von Migranten und der Verpflichtung von Herkunftsstaaten von Migranten, ihre Landleute auch wieder aufzunehmen. Er erfahre täglich, wie schwer Rückführungen seien. Diese Verständigung im Pakt sei für ihn daher „so wertvoll“.

Abkommen gibt 23 Ziele vor

Das Abkommen der Vereinten Nationen gibt 23 Ziele vor. So sollen Migranten Ausweispapiere erhalten, und Grenzen sollen gesichert werden. Die Staaten sollen die beruflichen Fähigkeiten von Migranten fördern und ihnen Zugang zu grundlegenden Leistungen geben, darunter etwa Schulbildung für Kinder. Hinter dem Pakt steht das übergeordnete Ziel, Migration besser zu organisieren. Enthalten sind auch Maßnahmen zur Bekämpfung von Fluchtursachen.

Im Juli hatte die UN-Vollversammlung die langen Verhandlungen über das Dokument abgeschlossen, das im Dezember von den Staaten formell angenommen werden soll. Rechtspopulisten hatten mit ihrer Kritik die heftige Debatte über das Abkommen entfacht. Massive Kritik kam vor allem von der AfD, die eine wachsende Zahl von Migranten befürchtet. Politiker von FDP, Linken und Grünen warfen der Bundesregierung wiederum vor, nicht rechtzeitig und ausreichend über das Abkommen aufgeklärt zu haben.

Merkel weist Vorwürfe zurück

Merkel wies Vorwürfe zurück, dass über die Inhalte im Migrationspakt nie gesprochen worden sei: „Das ist das Gegenteil von richtig.“ Seit der Flüchtlingsbewegung von 2015 spreche man international darüber, wie das Problem von Flucht und Migration gelöst werden könne. In einer Welt in der es 222 gewaltsam ausgetragene Konflikte gebe, von denen mehr als eine Milliarde Kinder betroffen seien, es rund 68,5 Millionen Flüchtlinge gebe, spielten internationale Organisationen eine zentrale Rolle. Niemand dürfe glauben, dass irgendein Land das allein regeln könne. Die Bundesregierung habe dabei aber stets darauf Wert gelegt, dass die deutsche Souveränität und Gesetzgebung nicht berührt werde.

Der „Globale Pakt für Flüchtlinge“ wird in Deutschland nicht so heftig angefeindet, international aber bröckelt die Zustimmung. Am Mittwoch verkündete die Schweiz, den UN-Migrationspakt vorerst nicht anzunehmen. Vertreter der Eidgenossenschaft würden nicht an der UN-Konferenz in Marrakesch am 10. und 11. Dezember zur Verabschiedung des Abkommens teilnehmen, teilte die Regierung in Bern mit. Deutschland ist einer der mehr als 180 Staaten, die das Abkommen annehmen wollen. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Stillstand im Revier

 

Eine offene Debatte über das Ende der Braunkohle scheitert an der Abhängigkeit der Kommunen von Energiekonzernen. Von Inken Behrmann

 

73 Prozent der deutschen Bevölkerung befürworten einen schnellen Kohleausstieg. Seit dem Sommer verhandelt die Kommission „Wachstum, Strukturwandel, Beschäftigung“ -  Kohlekommission genannt - über den Kohleausstieg und den Strukturwandel in den betroffenen Kohleregionen im Rheinland und in der Lausitz. Das Hauptargument gegen einen schnellen Ausstieg ist stets der Verlust von Arbeitsplätzen in den Revieren. Doch wie schaffen es 20 000 Beschäftigte der Braunkohleindustrie, ein wirkungsvolles Gegengewicht zu 73 Prozent der deutschen Bevölkerung aufzubauen? Die Kraft des Arguments liegt keineswegs zuerst im möglichen Verlust von Arbeitsplätzen. Die Systemrelevanz der großen Kohlekonzerne, die Abhängigkeit kommunaler Haushalte und die personellen Verzahnungen zwischen Industrie und Politik in den Revieren sind wesentlich bedeutsamer.

Beide große Braunkohlereviere teilen bereits Erfahrungen mit strukturellen Umbrüchen und massiven Arbeitsplatzverlusten. Im Ruhrgebiet etwa führte das Ende der Steinkohle zu einem Strukturbruch, von denen sich viele Städte bis heute nicht erholt haben. In der Lausitz verloren nach der Wende 19989/90 zehntausende Arbeitende in den Kohletagebauen ihren Job. Heute arbeiten rund 20?900 Menschen direkt bei den Energieunternehmen RWE im Rheinland, der MIBRAG im Leipziger Revier und der LEAG in der Lausitz. Die fortgeschrittene Altersstruktur in den Betrieben aber ermöglicht laut dem Umweltbundesamt einen Strukturwandel weitgehend ohne Kündigungen bis 2030, sofern die Unternehmen keine neuen Beschäftigten einstellen.

Zum Vergleich: Als 2012 25 000 „Schleckerfrauen“ auf einen Schlag entlassen wurden, gab es keine Anpassungsprogramme und Strukturhilfen. Es geht eben weniger um die einzelnen Arbeitsplätze, sondern um die Bedeutung der Energiekonzerne in den Regionen. Insgesamt wird mit rund 52?000 weiteren indirekt Beschäftigten kalkuliert, die die Nachfrage nach Gütern und Dienstleistungen des Kraftwerks- und Tagebaubetriebs in den Regionen bedienen.  Neben diesen Arbeitsplätzen geht es jedoch wie bereits erwähnt vor allem um die Finanzierung kommunaler Haushalte und persönliche Verstrickungen.

Die gemeinsame Geschichte von Politik und Energiekonzernen reicht bis ins Ende des 19. Jahrhunderts zurück: Schon die ersten Stromanbieter in Deutschland, Rathenau und Siemens, teilten zu Beginn der Elektrifizierung des Deutschen Reiches den Strommarkt unter sich auf. Damit schafften sie eine Monopolstruktur der Stromanbieter in Deutschland, die sich bis heute hält. Sie sichert den Konzernen eine wirtschaftlich einzigartige Machtstellung und politisch zentrale Position. Noch heute haben E.ON, RWE, EnBW, LEAG und MIBRAG den Strommarkt regional unter sich aufgeteilt.

Fast ebenso früh entstand die enge Verzahnung von Kommunen und Konzernen. Als RWE - 1898 gegründet - Anfang des 20. Jahrhunderts aufgrund seiner großen Marktmacht verstaatlicht werden sollte, entwickelte der Konzern ein Konzept, das die deutsche Energieversorgungsstruktur bis heute prägt: Kommunen, die Konzessionen an RWE zur Stromversorgung vergaben, wurden in den Aktionärskreis aufgenommen. Sie bekamen Mitspracherecht und wurden gleichzeitig Teil des Unternehmens. Dieses Modell besteht bis heute: Der Verbund der kommunalen RWE-Aktionäre (VKA), dem mehr als 90 Kommunen und Landkreise angehören, ist noch immer der größte Einzelanteilseigner der RWE Power AG. Durch dieses System verschmelzen jedoch Industrieinteressen mit den politischen Interessen der öffentlichen Hand. Denn die Dividenden des Konzerns sind in den kommunalen Haushalten fest verplant. Und so steht das Rheinland beim Strukturwandel vor einer besonderen Herausforderung: Sollte RWE Konkurs anmelden, werden  darunter auch die Kommunen leiden - noch stärker, als sie es in den vergangenen Jahren bereits wegen der  Null-Dividenden taten. Politische Entscheidungen zuungunsten RWEs sind entsprechend kaum möglich.

In der Lausitz ist die Lage ähnlich. Denn hier haben die Kommunen zwar keine Anteile an der LEAG, dem dortigen Energiekonzern. In den strukturschwachen Gegenden sind die Kommunen jedoch abhängig von den Gewerbesteuereinnahmen, Entschädigungszahlungen für Tagebaurandgemeinden sowie Unterstützung von öffentlichen Projekten. So kamen Kommunen schon in den letzten Jahren in massive finanzielle Schwierigkeiten, als sie aufgrund geringer Börsenstrompreise und geringerer Gewinne für das Jahr 2014 gut 20 Millionen Euro im Voraus gezahlte Gewerbesteuern an Vattenfall zurückzahlen mussten. Weiterhin sinkende Gewerbesteuereinnahmen werden die Region perspektivisch immer abhängiger von Zuwendungen der Bundesländer machen. Anders als das Vorgängerunternehmen Vattenfall übernimmt die LEAG als Bergbaukonzern zudem kaum soziale Verantwortung, etwa über Vereinshilfen und -finanzierungen in der Region. So  drohen Finanzierungsprobleme der kommunalen Infrastruktur, von Schulen, Kitas, Hortangeboten und des öffentlichen Lebens.

Aus den wirtschaftlichen Verzahnungen in den Kohlerevieren entwickelten sich auch personelle: Verschiedene Bürgermeister rheinischer oder von Ruhrstädten sind oder waren Mitglied des Aufsichtsrats von RWE. RWE-Aufsichtsräte, unter ihnen mehrere (ehemalige) Bürgermeisterinnen und Bürgermeister, kauften 2018 trotz anhaltend massiv fallender Kurse noch Konzernaktien. In der Lausitz gründeten Lokalpolitiker 2011 gemeinsam mit Vattenfall eine Astroturf-Initiative „Pro Lausitzer Braunkohle“ sowie ein politisches Austauschgremium - „die Lausitzrunde“ - , um die Zukunft der Region gemeinsam zu planen.

Die Abhängigkeit der Kommunen und Gemeinden von den monopolistischen Energiekonzernen zusammen mit engen persönlichen Netzwerken verhindert in beiden Revieren eine offene Debatte über das Ende der Braunkohle und über Alternativen zur fossilen Industriewirtschaft. Dabei ist die Planung des Übergangs dringend nötig. Die Zukunftsblindheit der öffentlichen Hand und ihr Festhalten an der fossilen Energieversorgung lassen sich angesichts des Klimawandels zunehmend schwer rechtfertigen. Immer wieder werden deshalb die Arbeitsplätze als emotionales und gesellschaftlich hoch anschlussfähiges Argument ins Feld  geführt. Und so wird die nachvollziehbare  Angst der Beschäftigten von RWE, LEAG und der Landesregierung für eine Politik des industriellen „Weiter so“ instrumentalisiert.

Die Rahmenbedingungen für die Planung des Strukturwandels in Deutschland sind einerseits die nationalen CO2-Reduktionsziele bis 2020, 2030 und 2050 und andererseits das 2015 in Paris verhandelte 1,5 Grad-Ziel. In diesem Bereich ist die Erderwärmung wahrscheinlich noch kontrollierbar - danach werden sich selbst verstärkende und unkontrollierbare Erwärmungsprozesse in Gang gesetzt. Das 1,5 Grad Ziel jedoch ist nur noch durch sehr schnellen und konzertierten Wandel im Energie-, Verkehrs- und Gebäudesektor umsetzbar. Im Kern ist die Frage nach Klimaschutz eine gesellschaftliche und politische Entscheidung. Die Entscheidung für Klimaschutz und damit für einen zügigen Kohleausstieg muss die Rahmenbedingungen für den Strukturwandel setzen. Denn die physikalische Realität des Klimawandels kann nicht verhandelt werden, finanzielle Abfederungen und Hilfen für den Strukturwandel dagegen schon. Ein Beispiel dafür hat im Oktober Theresa Ribera geliefert, die spanische Ministerin für ökologischen Wandel. Sie verhandelte mit den Gewerkschaften für den Kohleausstieg bis Ende des Jahres Frühverrentungen, Umschulungen und soziale Abfederungen für 250 Millionen Euro.

Der Bund und die Bundesländer müssen Verantwortung für die wirtschaftlichen Fehler der Vergangenheit übernehmen und finanzielle Hilfen für den Strukturwandel auf Basis eines Solidarsystems zur Verfügung stellen. Gleichzeitig aber müssen neue, positive Identifikationsbilder für und in den Regionen geschaffen werden. In rein monetärer Messung von Lebensqualität werden die Reviere vermutlich „strukturschwach“ bleiben. Die Regionen aber haben viel zu bieten: Das Dreiländereck in der Lausitz beispielsweise die Nähe zu Berlin kombiniert mit ruhigem Landleben und interessanter Kultur. Mit den Menschen vor Ort muss diskutiert werden, wie sie leben wollen und was ihre Region ausmacht. Nur so kann sich die regionale wirtschaftliche und gesellschaftliche Struktur in eine Richtung entwickeln, die nicht abhängig von Großkonzernen und Monopolwirtschaft ist und perspektivisch von einer industriellen Krise in die nächste fällt, sondern die langfristig resilient ist. Das „End Coal Now“ muss dann nicht zwangsläufig Angst vor Arbeitsplatzverlust, fehlender Identität oder Finanzierung bedeuten. Es kann auch die Chance für eine Zukunft ohne Tagebaulärm, Umsiedlungen und mit besserer Luft- und Gewässerqualität in sich tragen. IPG 23

 

 

 

 

Macron für ein Europa der zwei – oder drei – Geschwindigkeiten

 

Emmanuel Macron nimmt sich eine Auszeit: Er entfloh den Protesten gegen hohe Kraftstoffpreise – und der sinkenden Zustimmung – zu Hause mit einer Reihe von Staatsbesuchen. Dabei rückte er Europa in den Mittelpunkt.

 

Macron begann seine kleine Europatournee mit einer Rede im deutschen Bundestag am Sonntag. Während einer Veranstaltung zum Volkstrauertag forderte er mehr europäische Einheit und mehr Selbstvertrauen, um den zukünftigen Herausforderungen gerecht zu werden.

Der Präsident würdigte die deutsch-französische Freundschaft und sagte, Europa müsse stärker und souveräner werden. Deutschland und Frankreich seien „verpflichtet, die Welt nicht ins Chaos fallen zu lassen und sie auf den Weg zum Frieden zu führen“.

Zum Volkstrauertag durfte der französische Präsident Emmanuel Macron im Bundestag sprechen und den Parlamentariern direkt seine Reformvorschläge ans Herz legen. Doch bringt das etwas?

Auch während eines zweitägigen Staatsbesuchs in Belgien in dieser Woche stand die europäische Idee im Vordergrund.

Am gestrigen Dienstag führte der französische Präsident 40 Kilometer von Brüssel entfernt an der Katholischen Universität Löwen einen „Dialog über Europa“ mit dem belgischen Premierminister Charles Michel.

Angesichts der bevorstehenden Wahlen zum Europäischen Parlament im kommenden Mai rief der französische Präsident die „EU-freundlichen Kräfte“ auf, sich zu sammeln und konkrete Schritte zu unternehmen, um einwanderungsfeindlichen und nationalistischen Parteien entgegenzutreten.

„Es gibt eine Summa Divisio, die in Europa entsteht. Es gibt einen Teilungskampf zwischen denen, die an europäische Lösungen glauben, und denen, die nicht mehr glauben, dass dies fundamental wichtig ist,“ so Macron gegenüber den rund tausend Studierenden im Publikum.

„Nationalisten und Demagogen“ entgegentreten

Macron unterschied dabei nicht wie sonst zwischen „progressiven“ und „populistischen“ Kräften, warnte aber eindringlich vor „Nationalisten und Demagogen“.

Der französische Präsident kritisierte das übliche Darstellen von Brüssel als Sündenbock. Alle proeuropäischen Staats- und Regierungschefs sollten „in der Lage sein“, die positiven Auswirkungen der EU hervorzuheben, anstatt die gebührende Wertschätzung selbst einzuheimsen.

Die EU sei „nicht dieses Brüssel“, betonte Macron: „Wir sind die EU“.

Le Pen lud europäische Rechtspopulisten nach Nizza ein, um die jüngsten Erfolge zu feiern und einen Schlachtplan für die Europawahlen im nächsten Jahr auszuarbeiten.

Er warnte weiter, man dürfe nicht vergessen, dass Marine Le Pen 2014 die Europawahlen in Frankreich gewonnen hatte und dass ihre Partei Rassemblement National auch aktuell das Rennen anführt.

Ein Europa der zwei oder drei Geschwindigkeiten

In Louvain-la-Neuve plädierte Macron für ein „Europa der zwei oder drei Geschwindigkeiten“. Die Vorreiter müssten die Integration weiter vorantreiben – in der Hoffnung, dass weitere Staaten folgen. „Der große Fehler, den wir in den letzten fünf bis zehn Jahren gemacht haben, ist, dass wir immer alles mit 28 Staaten entscheiden wollten. Gut, nach Brexit sind es nur noch 27. Aber so läuft es nicht; so hat noch nie so funktioniert,“ kritisierte er.

Als Beispiele für Kooperation zwischen einzelnen EU-Staaten verwies er auf den Schengen-Raum, die Eurozone sowie auf die verstärkte Zusammenarbeit im Verteidigungsbereich.

Desweiteren sollten Entscheidungen auf EU-Ebene nicht mehr zwingend der Zustimmung aller Mitgliedstaaten bedürfen: „Ich bin für eine Änderung der Verträge. Wir kommen langsam an einen Punkt, an dem das notwendig ist. Wir sollten keine Angst haben. Wir sollten das Ziel haben, dass diejenigen, die dagegen sind, die anderen nicht mehr blockieren können.“

„Wir brauchen auch eine gemeinsame Außenpolitik,“ stimmte der belgische Premierminister Charles Michel in den Kanon ein.

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron versucht bei den Feierlichkeiten zu Kriegsende, nicht nur die Vergangenheit, sondern auch die Zukunft Europas zum Thema zu machen.

In Louvain-la-Neuve sah sich Macron nach seinem Plädoyer für mehr Europa jedoch recht bald wieder mit seinen innenpolitischen Problemen konfrontiert: Auch in Belgien dominierte die französische Politik in den Fragen der Zuhörer.

Ein Fragesteller schaffte es mit dem Vorwurf, Macron diene mit den aktuellen hohen Spritpreisen lediglich der Öllobby, den Präsidenten in Rage zu bringen. „Von Lobbyisten beeinflusst… das ist offensichtlich falsch. Und jeder, der das behauptet, lügt,“ so Macron frustriert.

Er fügte hinzu: „Wenn ich mit Reformen nicht schnell genug vorankomme, dann bin ich ein Diener der Lobbyisten. Und wenn man Reformen durchbringt, dann kommt Kritik aus genau derselben Richtung.“ Alexandra Brzozowski, EA 21

 

 

 

Europa ist keine Gretchenfrage

 

Die Europawahl eignet sich nicht als Bühne für den Kampf zwischen Pro-Europäern und Europa-Gegnern. Von Peter Scherrer, Dr. Wolfgang Kowalsky

Die - politisch korrekte - Europadebatte wird sehr einseitig geführt. Das macht die Diskussion schwierig. Aus Furcht, als antieuropäisch zu gelten, wird Kritik an Europa tabuisiert oder mit allerlei negativen Qualifizierungen belegt. Mit dem Adjektiv "nationalistisch" oder gar "sozialnationalistisch" versehen, wird Kritik gar umstandslos aus dem Bereich des politisch korrekten und zulässigen Diskurses ausgegrenzt. Das Soziale Europa ist eine Beschwörungsformel geworden, ein Pfeifen im dunklen Wald, um Unangenehmes – ein "unsoziales Europa", ein "neoliberales Europa" – abzuwehren.

Ist das Soziale Europa schlicht eine Illusion, eine Schimäre, ein liebgewordener Mythos? Diese Frage lässt sich nicht beantworten, so lange etwas anderes nicht geklärt ist. Was ist das Versprechen des sozialen Europas? Jeder versteht etwas anderes darunter. Kann eine Nation oder supranationale Institution sozial sein? Und wenn ja, was sind die Kriterien für ein soziales Europa? Und wenn wir die Frage verneinen? In diesem Fall müssen wir uns eingestehen, dass der Begriff sich ziemlich beliebig mit allen möglichen Bedeutungen aufladen läßt. Vielleicht eignet er sich so gut als Wahlkampfslogan, der regelmäßig vor Wahlen aufgewärmt wird, weil er so schillernd ist. 

Gewerkschaften stecken seit der Finanzkrise 2008 in dem Dilemma, dass das geforderte Soziale Europa als deskriptiver Begriff nicht zur neoliberalen Realität der EU passt. Zwar gibt es den wenig präzisen Begriff der sozialen Dimension. Der aber wird stets komplementär zur Konstruktion des Binnenmarkts verwandt, niemals als erstrebenswerter Selbstzweck. Als Zielbeschreibung ist das Soziale Europa so vieldeutig  und ambivalent, dass sich viele damit anfreunden können. Regelmäßig vor den Europawahlen beschwören insbesondere sozialistische und sozialdemokratische Parteien vielstimmig, aber meist unkonkret, das soziale Europa - als Zieldefinition oder einfach als Wahlkampfslogan. Der Slogan erlaubt es, proeuropäisch und sozial zu erscheinen, ohne sich auf konkrete Forderungen bzw. politische Inhalte festzulegen. Das Kernproblem des Begriffs "Soziales Europa" liegt darin, dass es ein Versprechen ist, das regelmäßig erneuert, aber bisher nur in Ansätzen eingelöst wurde.

Der Begriff „Soziales Europa“ ist eher Mittel zum Zweck, nicht Mythos. Ins Bild passt hier auch die Wahl des Spitzenpersonals: Im Raum steht die Frage, wie ein möglicher europäischer Spitzenkandidat, der sozialpolitisch oftmals rechts von Jean-Claude Juncker stand und Sozialgesetzgebung proaktiv verhindert hat, nun zu einem sozialen Europa verhelfen soll? Kann ein Spitzenkandidat, der massive Skepsis und in der Gewerkschaftslandschaft keinerlei Euphorie hervorruft, auf Unterstützung hoffen? Kann er mit diesem Profil Wahlen gewinnen? Oder auf nationaler Ebene: Die Spitzenkandidatin, die Europa sozial voranbringen möchte, schweigt zu dem gegenwärtig verhandelten Unternehmensrechtspaket und nimmt damit eine Gefährdung der Mitbestimmung in Kauf: Im gegenwärtig im Parlament diskutierten Kommissionsentwurf zum Unternehmensrecht sind die Gefahren für die Mitbestimmungsregelungen in zahlreichen Ländern durchaus real. Auch ihr Vorgänger hätte den Kommissionsvorschlag zur Einpersonengesellschaft energisch zurückweisen müssen statt inaktiv zu bleiben – die Einpersonengesellschaft wäre definitiv ein Sargnagel für die deutsche Mitbestimmung gewesen.

Es überrascht nicht, dass einige Gewerkschaften geneigt sind, vorrangig nationale Institutionen und nationale Regulierungen zu verteidigen, also beispielsweise lieber die deutsche Unternehmensmitbestimmung zu schützen, als sich auf ein fragwürdiges neoliberales Projekt zur Vollendung des Binnenmarkts einzulassen. Sie wollen kein neues freizügiges Unternehmensrecht, das vornehmlich der Flexibilität der „Business Community“ dienen wird, die Errungenschaft der Mitbestimmung aber bedroht. Die Befürworter eines sozialen Europas müssen sich einer zentralen Frage stellen – können sie reale Fortschritte erreichen oder sind sie längst Teil eines Systems, das die soziale Dimension nur als „Petersilie auf der Kartoffel“ zulässt? Sind sie noch Teil einer Lösung oder bereits Teil eines Problems?

Die Parole vom sozialen Europa übertüncht eher, als dass sie ein Jahrzehnt nach der Finanzkrise noch weiterführen würde. Die deutsche Bundesregierung trägt daran ein Gutteil Verantwortung: Eine Antwort auf Macrons europapolitische Konzepte wird nicht geliefert. Auch die sozialdemokratischen Koalitionspartner drängeln hier nicht. Die Digitalsteuer hängt fest, genauer: wird vom deutschen Finanzminister blockiert mit dem Argument, man müsse erst international vorangehen, ehe Europa vorprescht und sich auf eine europäische Lösung einigt. Die Frage ist aus prinzipiellen Gründen wichtig, weil die Zahlung von Steuern eine Frage der Gerechtigkeit ist. Mit anderen Worten: Eine weitere Demokratisierung Europas geht Hand in Hand mit der Steuerfrage. In der Migrationsfrage verhält sich die Bundesregierung konzeptionslos und uneuropäisch, sie entschied allein ohne jegliche Konzertierung und fordert nun nachträglich Solidarität von anderen (so Griechenland oder Italien), die sie selbst schuldig geblieben ist.

Doch wie geht es weiter? Löst der Begriff "Soziales Europa" nur Katzenjammer aus, wird er lediglich von bedenkenlosen Opportunisten weiterverwertet oder eignet er sich für einen Neuanfang? Viele Menschen sind desillusioniert. Soziale Versprechen wurden nicht gehalten und diese Einschätzung ist nicht bloß ein Problem der Wahrnehmung. Die Bilanz ist ernüchternd. Stichworte wie Austeritätspolitik, soziales Dumping, Deregulierung konterkarieren ein alternatives Narrativ. Macron wollte zur Europawahl mobilisieren, indem er das Lager der Europabefürworter als Block darstellt und damit den Europaskeptikern den Kampf ansagen. Mittlerweile sammelt er dieses simplifizierende Narrativ wieder ein.

Der Europawahlwahlkampf eignet sich in einer Zeit, in der Populisten deutlichen Zulauf haben, nicht als Bühne für die Auseinandersetzung zwischen Pro-Europäern und Europa-Gegnern. Die Bilanz Europas - ja, natürlich die Wahrung des Friedens, aber eben auch eine unterentwickelte soziale Dimension, die Krisenverschleppung mit hoher Arbeitslosigkeit in der Peripherie, die Umkehrung von Konvergenz in Divergenz (wirtschaftlich-soziales Nord-Süd Gefälle) und vieles mehr – liest sich nicht so, dass sich Populisten oder Europaskeptiker umstandslos überzeugen ließen. Folglich müssen wir uns fragen: Welches Europa wollen wir eigentlich? Verschiedene Entwürfe müssen miteinander konkurrieren. Und da sind wir wieder beim Sozialen Europa: Der Slogan allein reicht nicht aus, eine konkrete Alternative muss entwickelt werden.

Butter bei die Fische: Wollen wir beispielsweise europäische Unternehmensmitbestimmung, wie der EGB sie seit Jahren fordert? In keinem der vorliegenden Parteiprogramme findet sich ein entsprechender Vorschlag. Und hier ist Martin Höpner für seinen so erfreulich die Diskussion anregenden Beitrag zu danken! Die Worthülse „Soziales Europa“ muss mit Inhalten gefüllt werden! Welche konkreten Vorschläge sind es wert, gebündelt als Soziales Europa bezeichnet zu werden? Da ließe sich einiges finden. Die Gewerkschaften haben den Parteien ausreichend Vorlagen geliefert. Ein großer Schritt voran wäre die Einführung der Unternehmensmitbestimmung oder ein gesetzlich garantierter Zugang zu den sozialen Sicherungssystemen, also zu Rente, Gesundheit, Arbeitslosenunterstützung. Damit würde das Soziale Europa ganz konkret gestaltet.

Jetzt – und insbesondere nach der Wahl zum Europäischen Parlament – ist es an den Parteien, dieses Soziale Europa zu schaffen! Parallel ist die Demokratiefrage entscheidend: Wird es gelingen, Europa zu demokratisieren – und gleichzeitig Demokratie am Arbeitsplatz zu stärken? Frei nach dem Motto: Mehr Demokratie wagen! Überall in Europa! Oder wird Habermas recht behalten, wenn er diagnostiziert, dass die EU sich in ein auf dem Wettbewerbsprinzip beruhendes „postdemokratisches Exekutivsystem“ verwandelt? Diese beiden Schlüsselfragen – nach der konkreten Gestalt des Sozialen und des Demokratischen Europas - sind entscheidend bei der Europawahl. Die gesinnungsprüfende Frage, bist Du für oder gegen Europa, ist es nicht. IPG 19

 

 

 

EU-Diplomaten: Rücknahme des Brexit keine Option

 

Je näher der Brexit-Sondergipfel und vor allem der Tag der Entscheidung im britischen Parlament rückt, umso mehr wird über mögliche neue Varianten spekuliert. Könnte es doch noch zum neuen Referendum kommen?

In EU-Kreisen ist man sich nicht sicher, ob ein Misstrauensvotum gegen die britische Premierministerin nicht doch letztlich Alarmglocken, allen voran bei den Tories, schrillen lassen wird. An Neuwahlen kann derzeit kein Interesse bestehen, ist doch deren Ausgang angesichts des derzeitigen politischen Meinungsklimas mehr als ungewiss, wie Umfragen zeigen. In der Öffentlichkeit gibt es zwar mittlerweile mehrheitlich eine Anti-Brexit Einstellung – das aber würde vor allem die Conservative Party treffen, die bei Pro-Europäern als Verursacher allen Übels gilt. Sie würde wohl als der große Wahlverlierer dastehen – mit ungewisser Zukunft. Und das schreckt viele vor dem letzten Schritt ab, glaubt man in Kommissionskreisen.

Obwohl derzeit bei der britischen Premierministerin – die man in Brüssel gerne auch scherzhaft „Mayday“ nennt – die Hoffnungen auf politisches Überleben und die Billigung des Brexit-Deals bei der Labour Party liegen, ist auch diese Partei in sich gespalten. Denn die Mehrheit der Sozialdemokraten ist für den Verbleib in der EU ist, es gibt aber auch hier einen nicht unerheblichen Flügel, der die Los-von-Brüssel-Bewegung unterstützt. Für die Wähler ist somit auch die Labour Party nicht gerade der Garant für einen klaren Kurs in die Zukunft.

Es gibt kaum Hoffnung, dass die britische Regierung das Brexit-Abkommen mit der EU durchs Parlament bringen wird.

Einheitlicher sieht es bei der Liberal Party aus, die eine eindeutige Positionierung zur EU darstellt. Ihre politische Bedeutung hält sich allerdings in engen Grenzen. Und es fehlt ihr auch an der Persönlichkeit, die eine entsprechende Anziehungskraft auf die Wähler ausübt. Summa summarum ist Großbritannien aktuell mit einer Situation konfrontiert, die ein Festhalten am nun vorliegenden Brexit-Abkommen als die vernünftigste Lösung erscheinen lässt.

Kurz gegen Neuverhandlung des Brexit-Abkommens

Wenig hält man im engen Kreis der EU von einer Wende um 180 Grad. In Hinblick auf die Brexit-Verhandlungen ist man den Briten weniger gut gesonnen. Sie hätten in der Vergangenheit auf viele Ausnahmen und Sonderregelungen beharrt, hätten immer wieder Extratouren geritten, in manchen Fragen die notwendige Weichenstellungen – so etwa in der Türkei-Frage – verhindert und müssten nun einmal die Erfahrung machen, wie sie alleine zurecht kommen, so der Konsens. Die angepeilte Zollunion sei ohnedies eine gutes Auffangnetz.

In den Brexit-Verhandlungen ist ein Durchbruch gelungen. EU und Großbritannien haben sich auf einen Ausstiegsvertrag geeinigt. Doch was steht drin, in dem 585 Seiten starken Papier? Ein Überblick.

Da eine neuerliche Brexit-Abstimmung, wie sie gelegentlich in Diskussionen auftaucht, erst recht zu einer Zerreißprobe für die britische Regierung würde, scheint ein solcher Schritt in Brüssel eher wie unrealistische Gedankenspielerei.  Dennoch wird überlegt, ob es einen anderen Ausweg geben könnte. So ließ man seitens der Kommission prüfen, wie es um die theoretische Möglichkeit der Zurücknahme des Austrittsansuchens durch die Briten aussehen könnte: mit dem Ergebnis, dass diese Variante aufgrund der Rechtslage und des laufenden Procedere nicht möglich sein dürfte.

Innnerhalb der EU 27 beginnt sich jedenfalls die Geduld mit den britischen Befindlichkeiten dem Ende zuzuneigen. So ließ der österreichische Bundeskanzler und EU Ratsvorsitzende, Sebastian Kurz, am Wochenende bereits verlauten, dass eine Neuverhandlung des Brexit-Deals nicht in Frage kommt.  Herbert Vytiska, EA 19

 

 

 

 

Diskussion. Bundesregierung verteidigt UN-Migrationspakt gegen Kritik

 

In wenigen Wochen soll in Marokko über den UN-Migrationspakt entschieden werden. Doch in Deutschland wird Kritik dagegen immer lauter. Auch Unionspolitiker äußern sich zunehmend skeptisch. Regierungssprecher Seibert warnt vor nationalen Alleingängen.

Auch der Spitzenkandidat der Europäischen Volkspartei für die Wahl zum EU-Kommissionspräsidenten, CSU-Europapolitiker Manfred Weber, betonte, der UN-Migrationspakt sei sicher nicht perfekt, aber sinnvoll. Er weise zum ersten Mal einen Weg auf, wie man global der Herausforderung Migration begegnen könne.

Wenige Wochen vor der geplanten Annahme des international erarbeiteten Dokuments wächst auch in den Koalitionsparteien CDU und CSU der Widerstand gegen das Abkommen. Obwohl der Pakt völkerrechtlich nicht bindend ist, warnen Politiker wie der CSU-Abgeordnete Peter Ramsauer davor, dass der „Grundtenor“ des Dokumentes „dem Flüchtlingsstrom nach Europa und nach Deutschland Tür und Tor“ öffne. In der Zeitung „Die Welt“ (Montag) äußerte er die Befürchtung, dass sich daraus „eine völlige Aushöhlung und Umdeutung des deutschen Asylrechts“ ergeben könnte. Dieses „Unbehagen“ werde in der Unions-Fraktion „auf breiter Front geteilt“.

Diskussion in der CDU

Bundesgesundheitsminister Jens Spahn (CDU) hatte sich bereits in der vergangenen Woche für eine genaue Prüfung ausgesprochen und zuletzt erwogen, die Annahme des Pakts solange zu verschieben, bis alle Fragen beantwortet sind.

Der schleswig-holsteinische Ministerpräsident Daniel Günther (CDU), wies diesen Vorschlag als „vollkommen falsch“ zurück. Er sagte dem Boulevardblatt „Bild“: „Ich glaube nicht, dass die Menschen bei jeder Einzelfrage eingebunden sein wollen.“ Er wünsche sich, dass der Pakt „so schnell wie möglich“ angenommen werde.

Abkommen gibt 23 Ziele vor

Das Abkommen der Vereinten Nationen gibt 23 Ziele vor. So sollen Migranten Ausweispapiere erhalten, und Grenzen sollen gesichert werden. Die Staaten sollen die beruflichen Fähigkeiten von Migranten fördern und ihnen Zugang zu grundlegenden Leistungen geben, darunter etwa Schulbildung für Kinder. Hinter dem Pakt steht das übergeordnete Ziel, Migration besser zu organisieren. Enthalten sind auch Maßnahmen zur Bekämpfung von Fluchtursachen.

Im Juli hatte die UN-Vollversammlung die langen Verhandlungen über das Dokument abgeschlossen, das im Dezember von den Staaten formell angenommen werden soll. Rechtspopulisten hatten mit ihrer Kritik die heftige Debatte über das Abkommen entfacht. Politiker von FDP, Linken und Grünen warfen der Bundesregierung wiederum vor, nicht rechtzeitig und ausreichend über das Abkommen aufgeklärt zu haben.

Experte fordert gewissenhafte Umsetzung

Der Völkerrechtsexperte Stephane Jaquemet forderte derweil eine gewissenhafte Umsetzung des UN-Migrationspakts. Damit könnten die Staaten die weltweiten Wanderungen von Arbeitssuchenden besser steuern, sagte der Politikdirektor der Internationalen Katholischen Kommission für Migration in Genf dem Evangelischen Pressedienst (epd). „Die Verabschiedung des Paktes im Dezember ist ein wirklicher Durchbruch.“

Der Schweizer Jurist, der auch für die Vereinten Nationen und das Rote Kreuz arbeitete, hob zugleich hervor, dass der Pakt nicht zu Völkergewohnheitsrecht werden könne, wie Kritiker befürchten. Das bleibe auf wenige Bereiche wie das universell gültige Verbot von Folter oder Völkermord beschränkt. (epd/mig 20)

 

 

 

 

Koalition stimmt über Resolution zu UNO-Migrationspakt ab

 

CDU und SPD stimmen am heutigen Dienstag in ihren Fraktionssitzungen über einen Resolutionsentwurf zum UNO-Migrationspakt ab. Der Entwurf geht auf Befürchtungen ein, dass ein solcher Pakt die deutsche Rechtsprechung verändern oder zu mehr Migration nach Deutschland führen könnte.

In dem Papier bekennt sich die Koalition dazu, dass der Migrationspakt im deutschen Interesse liege. Er solle auch zu einer fairen internationalen Verteilung von Lasten durch Migration führen. „Eine gut gesteuerte, geordnete legale Migration ist gut für unser Land", heißt es. Die Bundesregierung müsse sicherstellen, dass durch den Pakt das Recht zur Selbstbestimmung der Migrationspolitik nicht beeinträchtigt werde.

Das Abkommen begründe keine einklagbaren Rechte und Pflichten und entfalte keinerlei rechtsändernde oder rechtssetzende Wirkung. Das individuelle Grundrecht auf Asyl müsse unangetastet bleiben. Außerdem wird die Bundesregierung aufgefordert, weiter klar zwischen legaler und illegaler Migration zu unterschieden, den EU-Außengrenzschutz zu verbessern und die Herkunftsstaat auf eine Rücknahme illegaler Migranten zu bewegen.

Der Pakt ist rechtlich nicht verbindlich

Auf das Papier hatten sich die Innenexperten beider Fraktionen am Montagabend geeinigt. Die geschäftsführenden Fraktionsvorstände von Union und SPD haben dem Entwurf bereits zugestimmt.

Anfang Dezember soll der CDU-Parteitag über den UNO-Migrationspakt diskutieren. Ein entsprechender Entschließungsantrag zur Unterstützung des Pakts soll in Hamburg zur Abstimmung gestellt werden. Der UNO-Migrationspakt soll bei einer internationalen Konferenz am 10. und 11. Dezember in Marokko angenommen werden. Das rechtlich nicht verbindliche Abkommen soll helfen, Migration zu steuern. (kna 27)

 

 

 

Islamkonferenz. Horst Seehofer. „Muslime gehören zu Deutschland“

 

Die Islamkonferenz unter Minister Seehofer war nach dem Satz „Der Islam gehört nicht zu Deutschland“ mit Spannung erwartet worden. Der Auftakt lief vor allem zwischen den Muslimen selbst konfrontativ, der Minister sorgte für entspannte Lacher. Die Islamkonferenz soll sich vor allem der Imamausbildung widmen.

Von Corinna Buschow

 

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) gibt Buch-Empfehlungen, feilscht mit Verbandschef Aiman Mazyek um die Imam-Ausbildung, das Publikum lacht: So heiter wie am Mittwoch ist es in der zwölfjährigen Geschichte der Deutschen Islam Konferenz wohl noch nie zugegangen. Es gibt aber auch heftigen Disput: Vertreter der konservativen Verbände und liberale Muslime liefern sich schon in der ersten Diskussionsrunde ein heftiges Wortgefecht. Es erinnere ihn alles sehr an einen Kirchentag, sagt Seehofer, sichtlich zufrieden mit der hitzigen Diskussion, die er für die Islamkonferenz unter seiner Führung wollte. „Kritischen Dialog“ forderte er in seiner Eröffnungsrede.

Mehr als seine Vorgänger hat der CSU-Chef muslimische Einzelpersonen aus der ganzen Bandbreite islamischen Lebens in Deutschland eingeladen. 240 Teilnehmer hatten sich angemeldet. Seehofers Ziel – das hatte er schon vorher klar gemacht – ist ein in Deutschland verwurzelter Islam mit eigenständigen Strukturen ohne Einfluss aus dem Ausland und mit hierzulande ausgebildeten Imamen.

„Muslime gehören zu Deutschland“

„Muslime gehören zu Deutschland“, betonte der Minister in seiner Eröffnungsrede. Den umstrittenen Satz „Der Islam gehört nicht zu Deutschland“ aus einem Interview zu Beginn seiner Amtszeit wiederholt er nicht. Versöhnliche Töne seien das, erkennt auch der Islamexperte Bülent Ucar an. Der Osnabrücker Wissenschaftler, der vor allem an einer deutschen Imamausbildung arbeitet, hatte zuvor noch Untätigkeit der Regierung kritisiert. „Ich bin inzwischen ratlos“, sagte er dem „Evangelischen Pressedienst“. „Es wird geredet, ohne dass gehandelt wird.“

Bei der Imamausbildung will das Bundesinnenministerium in dieser Wahlperiode unbedingt Fortschritte erzielen. Es gebe mittlerweile viele hundert deutschstämmige muslimische Theologie-Studenten, die nach dem Studium nicht als Imame arbeiten könnten, sagte der für die Islamkonferenz zuständige Staatssekretär im Bundesinnenministerium, Markus Kerber, dem epd. Grund sei das Fehlen einer an das Studium anschließenden Praxis-Ausbildung.

Neutralitätsgebot: Staat darf sich nicht einmischen

Damit fehlt die auch bei den Kirchen übliche Verknüpfung zwischen der akademischen Ausbildung und dem Einsatz als Seelsorger. Die müssten die religiösen Vertretungen auf die Beine stellen. Der Staat dürfe sich da aufgrund des Neutralitätsgebots nicht einmischen, betonten Seehofer und Kerber. Die meisten etablierten Verbände taten sich aber in der Vergangenheit schwer mit der Zusammenarbeit mit den Lehrstühlen für islamische Theologie in Deutschland.

Inzwischen scheint aber Bewegung auch in die Verbände zu kommen. Er wolle langfristig auch keine Imame aus dem Ausland mehr, sagte der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime, Aiman Mazyek, vor der Konferenz. Auf dem Podium der Konferenz fordert Seehofer von ihm konkrete Schritte innerhalb des kommenden Jahres. Mehrere Dutzend Imame seien kein Problem, antwortet Mazyek. „24 Imame 2019“, hält Seehofer das Verhandlungsergebnis fest.

Seehofer will alltagspraktische Fragen diskutieren

Anderthalb Tage Diskussion waren für den Auftakt der inzwischen vierten Auflage der 2006 vom damaligen Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble (CDU) ins Leben gerufenen Islamkonferenz eingeplant. Jeder Bundesinnenminister brachte andere Themen und Formate auf die Agenda. Thomas de Maizière (CDU) konzentrierte sich von 2013 bis 2017 auf Sacharbeit in Fachgruppen. Seehofer will nach eigenen Worten auf feste Gremien verzichten. Er wolle eine flexiblere Arbeitsweise mit unterschiedlichen Formaten.

Die genauen Themen sollen Kerber zufolge auch erst nach der Auftaktveranstaltung festgelegt werden. Seehofer will alltagspraktische Fragen diskutieren. Auch die von 2006 an immer wieder aufgebrachte Frage, wie der Islam sich organisieren kann, dass er als Körperschaft gleiche Rechte wie etwa die Kirchen in Anspruch nehmen kann, soll aber nicht ausgeklammert werden. Die Grünen-Abgeordnete Filiz Polat erkannte am Mittwoch an, Seehofer scheine im Dialog mit den Muslimen „dazu gelernt“ zu haben. Worte alleine reichten allerdings nicht aus. „Jetzt müssen auch Taten folgen“, erklärte sie. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Ende einer wunderbaren Freundschaft

 

Warum die linke Begeisterung für Macron nie gerechtfertigt war. Von Andreas Nölke

 

Groß war 2017 die Begeisterung der deutschen Sozialdemokratie für den französischen Präsidentschaftskandidaten Macron. Geradezu romantische Züge trug die Zuneigung für den Politiker, der zuvor Teil der Regierung des sozialistischen Präsidenten Hollande war. Insbesondere Sigmar Gabriel und Martin Schulz machten aus ihrer Freude über das gute Abschneiden Macrons bei der nachfolgenden französischen Parlamentswahl kein Geheimnis.

Inzwischen ist große Ernüchterung eingekehrt. Man muss sogar von Trennung sprechen. Präsident Macron hat sich entschieden, zur Europawahl 2019 mit Christian Lindners FDP im wirtschaftsliberalen Parteienbündnis ALDE anzutreten und damit gegen die Sozialdemokratie und ihre S&D-Fraktion. Wie konnte es dazu kommen? Hat man sich im Alltag auseinandergelebt? Oder war alles von vornherein ein großes Missverständnis? Eindeutig wohl letzteres. Die Politik, für die Macron als Präsident steht, hat mit Sozialdemokratie wenig zu tun, aber viel mit wirtschaftlichem Liberalismus.

Die französischen Gewerkschaften wussten bereits zuvor, was ihnen mit Präsident Macron droht. Die inzwischen verabschiedete Arbeitsmarktreform, sein erstes Prestigeprojekt, erleichtert Entlassungen, deckelt Abfindungen und stärkt die Rolle der Arbeitgeber bei der Gestaltung von Arbeitsbedingungen. In der Steuerpolitik gilt Macron inzwischen den meisten Franzosen als ein „Präsident für die Reichen“, nachdem er Ende 2017 die Unternehmenssteuern deutlich gesenkt und die Vermögenssteuer weitgehend abgeschafft hat. Die Renten wurden hingegen gekürzt, durch eine Anhebung der Sozialsteuer – und dagegen protestierende Rentner von Macron geschmäht.

Auch der monarchistische Politikstil des neugewählten Präsidenten („président jupitérien“) hat mit der klassischen Zurückhaltung sozialdemokratischer Spitzenrepräsentanten – mit Ausnahme des Brioni-Kanzlers Gerhard Schröder – wenig zu tun, selbst vor der Affäre mit seinem prügelnden Leibwächter. Die Tendenz zur Selbstinszenierung und zum Genuss der präsidentiellen Privilegien hat jedenfalls Macrons Popularität in breiten Schichten der französischen Gesellschaft drastisch reduziert, selbst bei jenen, die noch nicht unter seiner Wirtschafts- und Sozialpolitik leiden. Makroökonomisch positive Effekte zeigen Macrons Rezepte bisher jedenfalls nicht. Im Gegenteil, die Regierung musste jüngst ihre Wachstumsprognose für 2018 deutlich reduzieren. Insbesondere der Niedergang der französischen Industrie setzt sich ungebremst fort, das Handelsbilanzdefizit weitet sich aus.

Jüngst sieht sich Macron auch noch einer breiten Volksbewegung gegen seine Steuerpolitik ausgesetzt. Am 17. November haben mehr als 2000 Demonstrationen in ganz Frankreich den Verkehr zum Erliegen gebracht, mit hunderten Verletzten und einem Todesopfer. Anlass der weder von Parteien, noch von Gewerkschaften organisierten Proteste ist die Erhöhung der neu eingeführten Benzinsteuer, die Pendler und Bewohner des ländlichen Raus angesichts eines ausgedünnten öffentlichen Regionalverkehrs empfindlich trifft. Die Umfragewerte des Präsidenten sind jedenfalls auf einem Rekordtief, selbst im Vergleich zu seinem unpopulären Vorgänger Hollande. Inzwischen liegt Macrons Partei bei den Prognosen für die Europawahl sogar hinter le Pens Rassemblement National. Frankreichs Bevölkerung kennt inzwischen Macrons Politik und lässt sich – im Gegensatz zu Deutschlands Leitmedien – nicht mehr vom Faible des Präsidenten für schöne Bilder, salbungsvolle Worte und feierliche Inszenierungen becircen.

Liebe macht bekanntlich blind. Da kann man vielleicht über die eine oder andere Verfehlung gegen die Sozialdemokratie mal hinwegsehen. Aber inzwischen kommt doch so einiges zusammen. Es ist auch nicht so, dass Emmanuel Macron als Präsident ganz plötzlich auf einen liberalen Kurs geschwenkt ist. Seine Positionierung hatte sich schon früh angekündigt, zumal er bereits 2009 aus der Parti socialiste (PS) ausgetreten war und als Hollandes Wirtschaftsminister einen strikt marktliberalen Kurs verfolgt hatte, der in der PS sehr umstritten war. Die autokratische Führung seiner LREM-Partei unterscheidet sich auch merklich von dem, was die SPD an innerparteilicher Demokratie gewohnt ist.

Aber die Europapolitik Macrons, die sei doch sozialdemokratisch, wird mancher Verehrer einwenden, der seine Hoffnung trotz allem noch nicht begraben will. Nun ja, bei näherem Hinsehen zeigt der französische Präsident auch hier sein wenig attraktives Gesicht. Zwei Initiativen stehen bisher im Vordergrund von Macrons großen EU-Plänen, die Verteidigungspolitik und die fiskalische Vertiefung der Eurozone. Kern der verteidigungspolitischen Vorschläge ist die Schaffung einer europäischen Interventions-Armee (EI2), mit einem besonderen Fokus auf Interventionen außerhalb der Europäischen Union, implizit insbesondere im französischsprachigen Afrika. Angestrebt wird eine Entlastung der hier stark geforderten französischen Armee. Selbst wenn man eine solche spätkoloniale Machtprojektion begrüßen sollte – obwohl sie nicht gerade zum Traditionsbestand sozialdemokratischer Außenpolitik gehört - bleiben zumindest massive Zweifel an ihrer Wirksamkeit, wie aktuell etwa in Mali. Zudem ist kaum vorstellbar, dass sich die Sozialdemokratie hier vom Modell der Parlamentsarmee Bundeswehr abkehrt und sich dem französischen Modell einer Präsidentenarmee hinwendet.

Im Mittelpunkt von Macrons Vorschlägen zur Vertiefung der Eurozone steht die Schaffung eines gemeinsamen Budgets für die Eurozone sowie die Schaffung eines europäischen Finanzministers zur Überwachung der nationalen Haushalte. Nun gibt es in der deutschen Sozialdemokratie durchaus berechtige Zweifel daran, dass eine stärkere Prägung durch die konstitutionell dem wirtschaftlichen Liberalismus verpflichtete Europäische Union zu einer Vertiefung sozialdemokratischer Elemente in der Wirtschaftspolitik führen wird. Fraglich ist auch, ob es für eine Partei wie die SPD klug ist, sich für eine solche europäische Transferunion zu verkämpfen. Zum einen werden sich die Grünen in der Großzügigkeit der solidarischen Geste kaum überbieten lassen, so dass für die SPD bei den europabegeisterten Bürgerinnen und Bürgern aus der akademischen Mittel- und Oberschicht kein Blumentopf zu gewinnen ist. Und jene wenig europabegeisterten Bürger aus der unteren Mittelschicht und der Unterschicht, die schon seit längerem den Eindruck haben, dass die SPD ihre eigenen Interessen vernachlässigt und ihr folglich an der Wahlurne die Gefolgschaft verweigern, werden sich von einer solchen Profilierung in ihrer Entscheidung weiter bestätigt sehen.

Auch wenn derzeit noch nicht klar ist, welche der konkurrierenden Vorschläge für eine fiskalische Unterstützung der Eurozone wirklich realisiert werden könnte, ist zudem schon absehbar, dass deren Volumen – Frankreichs Wirtschaftsminister spricht von 20 bis 25 Milliarden Euro als Volumen eines Eurozonenhaushalts – keinesfalls ausreichen wird, um makroökonomisch in einer Krise wirklich einen Unterschied zu machen. Aber das ist auch nicht die Funktion dieser Initiativen. Es geht darum, Regierungen wie jenen Macrons europapolitisch ein Erfolgserlebnis zu verschaffen, damit sie ihre unpopuläre Angebotspolitik innenpolitisch leichter durchsetzen können, also um ein symbolisches Trostpflaster für die Intensivierung der wirtschaftlichen Liberalisierung.

Selbst wenn man trotzdem die Vertiefung einer europäischen Transferunion begrüßen mag, sollte man sich über deren Kehrseite keine Illusionen machen. Nicht zuletzt die Geschichte sämtlicher Maßnahmen zur Eurorettung zeigt, dass mit jedem fiskalischen Engagement der Geberstaaten gleichzeitig eine Intensivierung der politischen Disziplinierung der (potentiellen) Nehmerstaaten verbunden ist. Und die fällt umso schärfer aus, je größer die jeweilige Unterstützungsmaßnahme angelegt ist. Jene Sozialdemokraten, die davon ausgehen, dass man die Einführung eines substantiellen Eurozonen-Haushalts ohne Verknüpfung mit angebotsseitigen Zwangsmaßnahmen aushandeln kann, leiden unter Illusionen. Die „Nordallianz“ aus acht EU-Mitgliedsstaaten hat ja bereits deutlich gemacht, dass sie entsprechenden Initiativen ablehnend gegenüber steht. Ihr Widerstand wird sich allenfalls besänftigen lassen, wenn zusätzliche Mittel mit starken Eingriffsrechten verbunden werden. In der derzeitigen politischen Situation wäre eine Umsetzung der Macron-Vorschläge daher in erster Linie ein Förderprogramm für rechtspopulistische Parteien, die in den Geberländern gegen fiskalische Risiken und in den Nehmerländern gegen europäische Auflagen mobilisieren könnten.

Eine enge deutsch-französische Zusammenarbeit ist ohne Zweifel wichtig für die weitere Entwicklung der Europäischen Union. Aber dabei sollte es eher um einen nüchternen Interessenausgleich gehen – und um eine soziale, keine wirtschaftsliberale Ausrichtung. Verglichen mit Marine le Pen war ein Präsident Macron sicher vorzuziehen. Aber seine romantische Verklärung als Lichtgestalt der Sozialdemokratie war zu keinem Zeitpunkt gerechtfertigt. Diese Liebesbeziehung ist am Ende. IPG 20

 

 

 

Zustimmung und Ablehnung. Union ringt weiter um Konsens zu UN-Migrationspakt

 

Keine Angst vor Populisten: Mehrere Politiker der Union werben für den UN-Migrationspakt, weil der Umgang mit Flüchtlingen nur global zu regeln sei. Aber die Kritik hält an.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) und CDU-Generalsekretärin Annegret Kramp-Karrenbauer haben die Union davor gewarnt, sich in der Debatte über den UN-Migrationspakt von Rechtspopulisten treiben zu lassen. „Wenn wir bei diesem Thema dem Druck der AfD nachgeben, gibt es das nächste Mal kein Halten mehr“, sagte Seehofer dem Hamburger Nachrichtenmagazin „Spiegel“.

Eine offene Debatte über den Pakt sei zwar notwendig, weil es offenkundig noch Informationsdefizite gebe. Aber Seehofer fügte hinzu: „Ich bin ein Verfechter dieses Abkommens. Es wird helfen, Schleuserkriminalität einzudämmen und die Rückführung in die Herkunftsländer zu erleichtern.“

Kramp-Karrenbauer: Pakt wichtig für uns

Auch Kramp-Karrenbauer bekannte sich eindeutig zum UN-Migrationspakt. „Dieser Pakt ist wichtig für uns, weil er auch die Herkunftsländer in die Verantwortung nimmt“, sagte die frühere saarländische Ministerpräsidentin, die sich um den CDU-Vorsitz bewirbt. „Wir dürfen uns nicht aus Angst vor Populisten zurückhalten.“

Zuvor hatte Bundesgesundheitsminister Jens Spahn (CDU) eine Abstimmung über den Pakt auf dem CDU-Parteitag Anfang Dezember in Hamburg verlangt. Dort wird auch der neue CDU-Chef gewählt. Spahn ist einer der Kandidaten.

Widerstand im rechten Flügel

Vor allem im rechten Flügel der CDU trifft der Migrationspakt auf Widerstand. „Die weiterhin ungeklärten Fragen und Risiken dieses Abkommens zwingen die CDU dazu, sich klar gegen den Migrationspakt zu positionieren“, sagte Alexander Mitsch, Vorsitzender des konservativen CDU-Sammelbeckens „Werteunion“, laut „Spiegel“.

Mitsch und seine Unterstützer kündigten für den Parteitag einen Initiativantrag an, mit dem die Delegierten die Bundesregierung auffordern könnten, den Pakt auf dem UN-Gipfel am 10. und 11. Dezember in Marrakesch nicht zu unterzeichnen.

Söder: Migrationspakt „durchaus sinnvoll“

Der nordrhein-westfälische Ministerpräsident Armin Laschet (CDU) warnte vor einer Verschiebung des Votums über den Migrationspakt: „Deutschland sollte sowohl in Europa als auch darüber hinaus mehr Führung zeigen und handlungsfähig sein“, sagte Laschet, der auch Vizevorsitzender der CDU ist, der „Welt am Sonntag“. Er wies Kritik an dem Abkommen zurück. „Der UN-Migrationspakt ist nichts anderes als die bekannte Forderung Deutschlands nach globalen Regeln zur Ordnung von Migration und Flucht. Jetzt wurde genau das endlich durchgesetzt – mit starker deutscher Mitwirkung.“

Bayerns Ministerpräsident Markus Söder (CSU) bezeichnete den Migrationspakt als „durchaus sinnvoll“, räumte aber Kommunikationsprobleme ein. „Es war sicher nicht besonders glücklich, dass man gleichsam nebenher von dem Pakt erfahren hat. Das bietet leider Rechtspopulisten die Möglichkeit, wieder mit Verschwörungstheorien zu kommen.“

Kretschmer geht auf Distanz

Der sächsische Ministerpräsident von Sachsen, Michael Kretschmer (CDU), geht dagegen auf Distanz zum Migrationspakt. Es gebe immer noch „einen gewaltigen Informations- und Erklärungsbedarf“, sagte er der „Welt am Sonntag“. Die Fragen, die der Migrationspakt aufwerfe, seien noch lange nicht am Ende. „Verhindert werden muss, dass aus dem Abkommen Rechtsfolgen abgeleitet werden können, zum Beispiel durch Gerichte“, forderte Kretschmer.

CDU und CSU wollen die Bundesregierung nach Informationen der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“ zu einer diplomatischen Klarstellung beim UN-Migrationspakt bewegen. Die Regierung soll demnach erklären, dass der Pakt Deutschland keine neuen Verpflichtungen auferlegt. Das geht aus dem Entwurf eines Entschließungsantrags hervor, über den der Bundestag am kommenden Donnerstag abstimmen soll. (epd/mig 26)

 

 

 

JRS zur Asyldebatte: Grundrechts-Änderung wäre falscher Weg

 

Auch wenn er seine ersten Aussagen inzwischen weitgehend zurückgenommen hat, geht die Debatte um Äußerungen von CDU-Politiker Friedrich Merz zum Asylrecht weiter. „Ich bin für die Beibehaltung des Grundrechts auf Asyl. Punkt“, sagte Merz am Donnerstagabend in Halle. Zuvor hatte er schon auf Twitter erklärt, er wolle das Grundrecht nicht infrage stellen, „weil wir Politik aus christlicher Verantwortung und vor dem Hintergrund der deutschen Geschichte machen“.

Am Mittwochabend hatte Merz im thüringischen Seebach noch erklärt, Deutschland sei das einzige Land weltweit, das ein Individualrecht auf Asyl in der Verfassung stehen habe. Es müsse offen darüber geredet werden, ob dieses Grundrecht in dieser Form fortbestehen könne, wenn eine europäische Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik ernsthaft gewollt sei. Zugleich hatte er betont, durch den UNO-Migrationspakt dürften keine neuen Asylgründe geschaffen werden.

Verbände und Politiker - auch aus den Reihen der CDU - hatten diesen Vorstoß kritisiert, während die CSU ihn begrüßte. Doch mittlerweile bröckelt die Unterstützung für den Vorstoß auch in den Reihen der ursprünglichen Befürworter.

Der Jesuitenflüchtlingsdienst hatte von Anfang an keinen Zweifel: Eine Änderung des Asylgrundrechts wäre der völlig falsche Weg. Die Kollegen vom Kölner Domradio haben mit dem Direktor des Jesuitenflüchtlingsdienst in Berlin, Pater Claus Pfuff, gesprochen. Von ihm wollten sie wissen, was seine Gedanken waren, als er die Worte des Kandidaten für den CDU-Vorsitz gehört hatte.

„Jeder kann einen Asylantrag stellen“

Pater Claus Pfuff: Meine erste Reaktion war, dass die CDU wieder zum alten Glanz und zur alten Größe zurückkommen möchte. Sie versuchen damit natürlich Wähler und Wählerinnen zurückzugewinnen, welche letztendlich einen Kurswechsel in der Asylpolitik oder auch in der Migrationspolitik wünschen. Fraglich ist dabei natürlich auch, ob es sich nur um eine leere Hülle handelt.

DOMRADIO.DE: Versuchen wir Klarheit in den Sachverhalt zu bekommen. Was beinhaltet denn dieses individuelle Recht auf Asyl, das in unserem Grundgesetz in Artikel 16a verankert ist und das andere Länder nicht haben?

Pater Pfuff: Der Artikel besagt, dass jeder die Möglichkeit hat, einen Antrag auf Asyl in Deutschland zu stellen. Dies muss individuell und sehr speziell geprüft werden. Es gibt Anspruchsrechte und bestimmte Vorgehensweisen, worauf dann ein Abschluss folgt. Letztendlich wird dann entschieden, ob diese Person bei uns Asyl bekommt.

“ Ich denke, dass wir aus den Erfahrungen der Vergangenheit gelernt haben ”

DOMRADIO.DE: Warum ist dieses Recht auf Asyl in unserem Grundgesetz so fest verankert?

Pater Pfuff: Ich denke, dass wir aus den Erfahrungen der Vergangenheit gelernt haben. Ich nehme an, dass es den Vätern und Müttern des Grundgesetzes darum ging, politisch und ethnisch Verfolgten die Möglichkeit zu geben, Demokratie erleben zu dürfen. Menschen, die verfolgt werden und unter bestimmten Lebensumständen leiden, sollen die Möglichkeit bekommen, in unserem Land eine dauerhafte Bleibe zu finden und dadurch Chancen auf eine Zukunft haben.

DOMRADIO.DE: Merz begründet seine Kritik am deutschen Asylrecht damit, dass Deutschland das einzige Land in Europa mit diesem Recht sei und dass man sich dringend der europäischen Norm anpassen müsse. Einheitlichkeit wird in Europa sehr willkommen geheißen. Inwieweit ist es für Sie nachvollziehbar, dies auch für das Asylrecht anzustreben?

Pater Pfuff: Die Frage ist natürlich, was ist die europäische Norm? Wo fangen wir an? Fangen wir minimalistisch an oder bemühen wir uns möglichst, eine höhere Norm zu finden? Diese könnte dann für andere Staaten eine Herausforderung im Umgang mit Geflüchteten und Asylsuchenden darstellen und die Staaten zum Überdenken bestehender Normen anregen. Wenn wir beispielsweise eine europäische Norm im Presserecht oder im Hinblick auf Meinungsäußerungen finden würden und in diesem Zusammenhang auf die minimalistischen Forderungen schauen, stellt sich die Frage, was mit unserem Rechtssystem passiert. Aber auch mit dem Grundsatz, auf dem unsere Gesellschaft und unser Land basiert. Wenn wir das als wichtigen Wert in einer Demokratie erachten, müsste die Forderung bestehen, zu schauen, dies auch in anderen Ländern zu verankern. Somit kann auch dort Menschen, die auf der Flucht sind und verfolgt werden, eine Zukunft und eine Bleibeperspektive eröffnet werden.

“ Ich glaube, dass wir in Deutschland in der Zwischenzeit an einem Punkt angekommen sind, an dem es um die Diskussion unserer Grundwerte geht ”

DOMRADIO.DE: Warum schlägt dieses Thema und das, was Herr Merz gesagt hat, so hohe Wellen?

Pater Pfuff: Ich glaube, dass wir in Deutschland in der Zwischenzeit an einem Punkt angekommen sind, an dem es um die Diskussion unserer Grundwerte geht. Zum Beispiel habe ich in der vergangenen Woche erlebt, dass eine alte alleinstehende Frau, deren Kinder hier in Deutschland leben, verhaftet, ins Flugzeug gesetzt und abgeschoben wird. Sie hatte keine Möglichkeit, ihre Sachen mitzunehmen. Wenn wir auf solche Vorgänge blicken, dann sind wir an einem Punkt angekommen, wo es darum geht, wofür Deutschland überhaupt noch steht. Ich denke, wir sollten noch einmal unsere Grundwerte diskutieren und überdenken.

DOMRADIO.DE: Was wäre ihr Appell in diese Richtung?

Pater Pfuff: Mein Appell wäre, dass wir wieder zurückkehren zu mehr Humanität. Ich spreche damit nicht nur zu einem christlichen Menschenbild, zu einem christlichen Umgang mit Menschen. Sondern wir sollten die Werte, die wir respektieren und von Asylbewerbern verlangen, auf uns beziehen und überdenken, ob wir sie selber achten. Außerdem sollten wir uns fragen, was die Werte sind, die unsere Gesellschaft und unser Leben ausmachen.

“ Hinter den Zahlen stecken Gesichter, Menschen und Einzelschicksale, die wahrgenommen werden müssen ”

DOMRADIO.DE: Würden Sie den zwei Bewerbern und der einen Bewerberin, welche um den CDU-Vorsitz kandidieren, etwas ans Herz legen, wie sie sich bezüglich dieses Asylthemas verhalten sollten?

Pater Pfuff: Ich möchte ihnen gerne ans Herz legen, dass sie eine Erstaufnahmeeinrichtung besuchen. Sie sollten mit Menschen ins Gespräch kommen, die seit mehreren Jahren auf der Flucht sind, die verschiedene Länder und vielleicht auch Aufnahmeeinrichtungen durchlaufen haben. Diese Menschen sollen berichten, was sie erlebt haben, was ihnen widerfahren ist und weswegen sie gegangen sind. Hinter den Zahlen stecken Gesichter, Menschen und Einzelschicksale, die wahrgenommen werden müssen.

Das Gespräch führte Uta Vorbrodt.  (kna/domradio 23)

 

 

 

Ohne Paktgefühl. Warum eine linke Kritik am Migrationspakt notwendig ist.

 

Kurz vor der Unterzeichnung des UN-Migrationspakts am 10. und 11. Dezember in Marrakesch haben sich die Koalitionsfraktionen doch noch entschlossen, einen Antrag dazu in den deutschen Bundestag einzubringen. Der Antrag solle unterstreichen, dass „der Migrationspakt deutschen Interessen dient“, wichtig sei, dass Migration geordnet, gesteuert und begrenzt werden solle. Der Pakt „begründet keine einklagbaren Rechte und Pflichten und entfaltet keinerlei rechtsändernde oder rechtssetzende Wirkung“, heißt es im Antragsentwurf von Union und SPD.

Vorausgegangen war ein beispielloses Versagen der Bundesregierung. Während der Verhandlungen zum Migrationspakt wurde die Öffentlichkeit praktisch nicht informiert. Dies schuf den Raum für eine Angstkampagne der AfD, die mit völkischen Vokabeln vor einer angeblichen Souveränitätsaufgabe der Bundesrepublik Deutschland und einer durch den Pakt beförderten Masseneinwanderung warnte. Die Angstkampagne der AfD hatte wiederum zur Folge, dass auf der anderen Seite eine ungeheuerliche Beschönigung einsetze, die mit offensichtlich falschen Argumenten operierte, im Pakt sei die Bekämpfung von Fluchtursachen festgeschrieben.

Ich habe als einzige Bundestagsabgeordnete an den Verhandlungen in New York teilgenommen – das Interesse zum Migrationspakt war damals, um es vorsichtig zu formulieren, bei den anderen Fraktionen nicht gerade überwältigend. In allen Beiträgen habe ich darauf gedrängt, dass ein Recht, nicht migrieren zu müssen, in den Pakt mit aufgenommen und die konkrete Bekämpfung der Ursachen von Flucht und Migration verankert wird. Aber gerade die Bundesregierung sperrte sich erfolgreich gegen eine Änderung ihrer Politik.

Der Migrationspakt, will man ihn in einem Satz charakterisieren, ist nichts anderes als die Fortsetzung der verheerenden Migrationspolitik von Bundeskanzlerin Angela Merkel mit Hilfe einer politischen Erklärung der UNO. So nimmt es nicht wunder, dass alle Forderungen der afrikanischen Staaten, im Pakt die Bekämpfung der Ursachen von Migration anzugehen, abgewiesen wurden. Statt globaler Gerechtigkeit bekamen die Länder des Südens den Brain-Drain, die Abwanderung von ausgebildeten Menschen. So wurde keine Verpflichtung implementiert, Rüstungsexporte und die Zerstörung ganzer Volkswirtschaften im Süden durch Freihandelsabkommen zu stoppen. Es wurden vielmehr lediglich Vereinbarungen getroffen, wie erleichtert Fachkräfte aus den Ländern des Südens angeworben werden können.

Die Bundesregierung leitete zuletzt knapp zwei Jahre lang das Global Forum on Migration and Development und legte dort den Schwerpunkt auf die Arbeit am Migrationspakt. Auch andere globale Akteure haben am Migrationspakt mitgestrickt, darunter das Weltwirtschaftsforum, das jährlich in Davos mächtige Politikerinnen und Politiker mit noch mächtigeren Wirtschaftslenkern zusammenführt. Der Migrationspakt ist entsprechend auf die Bedürfnisse der Industrieverbände des Nordens zugeschnitten und will die als grundsätzlich positiv dargestellte Migration aktiv befördern, während die negativen Aspekte für die Länder des Südens ausgeblendet bleiben. Arbeitskräftemobilität soll in Einklang mit den Bedürfnissen der Zielmärkte, mit der dortigen Arbeitsmarktnachfrage und dem Qualifikationsangebot gebracht werden. So steht es ausdrücklich unter Ziel 5 formuliert. Die Privatwirtschaft soll stark in die Implementierung eingebunden werden („business mechanism“). An den Verhandlungen zum Migrationspakt wurde bezeichnenderweise sogar das Dienstleistungsunternehmen Uber beteiligt.

In Deutschland trommeln die Arbeitgeberverbände und die ihnen nahestehenden Wirtschaftsinstitute (zuletzt DIHK, IW), die über fehlende Fachkräfte klagen, für mehr Zuwanderung, auch aus Drittstaaten und zunehmend auch in Arbeitsmarktsegmente mit niedrigeren Qualifikationsanforderungen. Die Gewerkschaften und gewerkschaftsnahe Wirtschaftsinstitute (Hans-Böckler-Institut) haben wiederholt nachgewiesen, dass die Berechnungen der Arbeitgeberverbände völlig aus der Luft gegriffen und offensichtlich interessengeleitet sind.

Allein in Berlin haben in diesem Jahr bis zum Herbst fast 3500 Bewerberinnen und Bewerber keinen Ausbildungsplatz gefunden. Das sind fast 50 Prozent mehr als im letzten Jahr. Die Industrie beklagt, zynisch, die mangelnde Ausbildungsfähigkeit der Schulabgängerinnen und Schulabgänger. Jungen Menschen wird erst Bildung und dann die Ausbildung vorenthalten. Davon sind vor allem junge Menschen mit Migrationshintergrund betroffen. Unter den in Deutschland lebenden Migrantinnen und Migranten ist jeder Vierte ohne Berufsausbildung, jeder Zehnte ohne Schulabschluss. Und gleichzeitig wird von den Arbeitgebern der Ruf nach Fachkräftezuwanderung aus Drittstaaten erhoben. Die OECD und die Bundesbank haben in Studien darauf hingewiesen, dass Zuwanderung vor allem in niedrigqualifizierte Arbeit in den unteren Gehaltsgruppen als Lohnbremse wirkt. Und auch davon sind vor allem Menschen mit Migrationshintergrund betroffen.

Der Brain-Drain lähmt – neben zerstörerischen Freihandelsabkommen und Rüstungsexporten, die ständig neue Konflikte in den Ländern des Südens schaffen – die wirtschaftliche Entwicklung. Vom Migrationspakt versprechen sich die Arbeitgeber in den Industriestaaten eine globale Ausweitung dieser an Lohnminimierung orientierten weltweiten Allokation von Arbeitskräften.

Linke Entwicklungssoziologen aus den Ländern des Südens beklagen, dass mit der Abwanderung von ausgebildeten jungen Menschen ein Milliarden-Transfer von Süd nach Nord stattfindet. Bis zu 50 Prozent der akademisch Ausgebildeten wandern aus Ländern des Südens ab. Tausende Ärztinnen und Ärzte sowie Krankenpflegerinnen und Krankenpfleger aus Ländern des Südens arbeiten in Europa, während in den Herkunftsländern Menschen oftmals medizinisch unterversorgt sind und mangels Behandlung an einfachen Erkrankungen sterben. Selbst rudimentäre Versorgung kann nur im Rahmen von Entwicklungshilfe aufrechterhalten werden kann.

Vertreterinnen und Vertreter des Südens fordern zumindest eine Kompensation des Nordens für die geleisteten Ausbildungskosten. Diese Zusammenhänge finden im Migrationspakt leider keinen Platz. Stattdessen wird auf die von liberalen Entwicklungstheoretikerinnen und -theoretikern in diesem Zusammenhang gerne angeführten Rücküberweisungen von Migrantinnen und Migranten an ihre Familien hingewiesen, die erleichtert werden sollen. Das ist zwar im Sinne der betroffenen Familien zu begrüßen, jedoch haben die Rücküberweisungen keine nachweisbaren nachhaltigen Entwicklungseffekte. Sie stärken zwar den individuellen Konsum, aber das geht meist einher mit zusätzlichen Importen, Inflation, einem Anstieg informeller schlecht bezahlter Jobs und dem Wegfall von gut bezahlten Jobs im Bereich der Produktion handelbarer Güter und damit dem Sinken der Produktivität und der Verschlechterung der Zahlungsbilanz. Der positive Effekt durch Erhöhung von Kaufkraft kann die negativen Effekte nicht aufwiegen. Bislang fehlt jede Evidenz aus Ländern mit hohen Rückflüssen, dass diese eine nachhaltige Entwicklung angestoßen hätten. Die Kritik an internationalen „Sorgeketten“, die vor allem zu Lasten der Frauen in den Ländern des Südens gehen, wird auch in keiner Weise thematisiert.

Regierungen und Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler aus den Ländern des Südens kritisieren außerdem, dass die Bekämpfung der Ursachen von Migration im Migrationspakt keinen Platz hat. Migration ist Ausdruck von Ungleichheit. Ihre strukturellen Ursachen in der kapitalistisch globalisierten Welt werden im Pakt nicht analysiert. So werden im Migrationspakt statt einer echten Flucht- und Migrationsursachenbekämpfung lediglich entwicklungspolitische Maßnahmen vorgeschlagen, darunter die Verbesserung von Bildung und Ausbildung, die jedoch, wenn keine wirtschaftliche Entwicklung vor Ort stattfindet, eher zu mehr Migration führen wird. Entscheidend dafür, dass eine eigenständige Entwicklung stattfinden kann, die Arbeitskräfte lokal bindet, wäre beispielsweise eine andere Handelspolitik. Auch davon ist im Migrationspakt natürlich keine Rede.

So kann festgehalten werden, dass der Migrationspakt vor allem die Interessen der deutschen Konzerne bedient, kostengünstig gut ausgebildete Arbeitskräfte abzuwerben. Weder verliert Deutschland seine Souveränität, noch wird die Tür für eine massive Einwanderung geöffnet. Aber gerade die Enteignung des Südens durch das Abwerben von Fachkräften wird noch mehr Menschen dazu zwingen, ihre Heimat zu verlassen, weil ihre Länder im Interesse der Steigerung kurzfristigen Profits regelrecht zerstört werden. Der Migrationspakt, auch wenn er die Rechte von Migrantinnen und Migranten positiv fixiert, dient so vor allem als Transmissionsriemen von Kapitalinteressen. Eine Kritik von Links am Migrationspakt ist daher mehr als notwendig.  Sevim Da?delen IPG 28

 

 

 

 

CDU-Vorsitz. Das „C“ wird katholischer

 

Wer das Rennen um den CDU-Vorsitz gewinnt, ist offen. Eines scheint aber klar: Es wird ein Katholik oder eine Katholikin. Evangelische sind an der Parteispitze zur Minderheit geworden. Das könnte sich auf den Stil auswirken, sagt ein Merkel-Kenner. Von Corinna Buschow

 

Annegret Kramp-Karrenbauer, Friedrich Merz und Jens Spahn – bei Regionalkonferenzen versuchen die drei Kandidaten für den CDU-Vorsitz derzeit vor allem, ihre Unterschiede herauszustellen. Eines aber haben alle drei gemeinsam: Sie sind katholisch. Dass nach der Pfarrerstochter Angela Merkel künftig aller Voraussicht nach jemand mit katholischer Kirchenzugehörigkeit die Christlich-Demokratische Union (CDU) führen wird, setzt einen Trend fort: Das „C“ scheint wieder katholischer zu werden.

Bereits bei der Kabinettsbildung blieb von der protestantischen Dominanz der vergangenen Jahre nicht mehr viel übrig. Neben Merkel gibt es nur noch Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen als evangelische CDU-Vertreterin in der Ministerriege. An der Fraktionsspitze hat der Katholik Ralph Brinkhaus den Protestanten Volker Kauder abgelöst. Neben dem evangelischen Bundestagspräsidenten Wolfgang Schäuble hat sich ein deutliches katholisches Übergewicht gebildet.

CDU, ein erfolgreiches ökumenisches Projekt

In der Partei sieht man das erst einmal gelassen. Der Konfessions-Mix variiere von Wahlperiode zu Wahlperiode, sagt Heribert Hirte. Der CDU-Politiker ist Vorsitzender des Stephanuskreis, der sich für verfolgte Christen einsetzt – und Katholik. Auch Protestanten zucken zunächst mit der Schulter. „Die CDU ist eines der erfolgreichsten ökumenischen Projekte der vergangenen Jahrzehnte. Was für die Politik von christlicher Seite relevant ist, macht nicht an konfessionellen Grenzen halt“, sagt der kirchenpolitische Sprecher der Unionsbundestagsfraktion, Hermann Gröhe. Er ist evangelisch und Mitglied der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD).

Mitglied im EKD-Rat und Vorsitzender des Evangelischen Arbeitskreises der CDU/CSU (EAK) ist Thomas Rachel, der sogar von einer Rückkehr in eine Art Normalzustand spricht. Ein Drittel der Mitglieder der CDU sei evangelisch, die Mehrheit also katholisch. „Dass die CDU in ihren Partei-Führungsgremien, im Kabinett und in der Fraktionsspitze in der vergangenen Wahlperiode evangelische Spitzenvertreter in Fülle hatte, war ein Novum in der Geschichte der Union“, sagt er. Dennoch will Rachel nicht, dass die CDU nur mit Katholiken verbunden wird. „Ohne die Evangelischen wäre die CDU als Volkspartei nicht denkbar“, sagte er. Darauf werde man auch künftig achten müssen.

Merkels nüchtern-protestantischer Politikstil

Merkel, die Anfang der 90er Jahre auch EAK-Vorsitzende war, habe in der Art und Weise, wie sie die CDU programmatisch weiterentwickelt und als Kanzlerin gewirkt hat, eine protestantische Grundorientierung erkennen lassen, ist Rachel überzeugt. „Typisch ist etwa ihr nüchtern-protestantischer Politikstil, an dem sich manche auch gestoßen haben“, sagt der Parlamentarische Staatssekretär im Bundesbildungsministerium.

„Problemorientierte, nüchterne Pflichterfüllung“ ist auch das Etikett, das Merkel-Biograf Volker Resing Merkel anheftet. Das liege ihr mehr als sinnstiftende, emotionale Symbolpolitik. „Die Partei ist weniger emotional aufgestellt, das ist das protestantische Merkel-Erbe“, sagt der Chefredakteur der katholischen Zeitschrift „Herder Korrespondenz“, dessen Buch „Angela Merkel – Die Protestantin“ 2009 erschien, und ergänzt: „Möglicherweise wird sich da was im Stil ändern.“

Prägung durch Kirche

Den drei maßgeblichen Kandidaten für den Parteivorsitz schreiben viele eine Prägung durch ihre Kirche zu. „Annegret Kramp-Karrenbauer ist sehr stark durch die katholische Soziallehre geprägt. Friedrich Merz und Jens Spahn benennen bei Fragen zum gesellschaftlichen Zusammenhalt stets die christliche Orientierung unseres Landes“, sagt Gröhe. Auch Resing sagt, alle drei hätten etwas „Katholisches“. „AKK“ wie die CDU-Generalsekretärin wegen der Anfangsbuchstaben ihres Namens genannt wird, sei als einzige aber „kirchlich-katholisch“. „Sie ist am meisten verbunden mit dem, was heute tatsächlich katholische Kirche ausmacht“, sagt er. Merz bezeichnet er als „konservativ-katholisch“, Spahn als „biografisch-katholisch“.

Für den evangelischen Bevollmächtigten Martin Dutzmann, der sich im politischen Betrieb für die Positionen seiner Kirche einsetzt, macht es am Ende keinen Unterschied, welche Konfession ihm gegenübersitzt. „Wichtig ist für mich, wie sie oder er die Rolle der Kirchen beurteilt“, sagt Dutzmann. „Ich habe nicht das Gefühl weniger Gehör zu finden, weil jetzt mehr Menschen katholischen Glaubens Verantwortung tragen“, zeigt sich der EKD-Bevollmächtigte gelassen. (epd/mig 28)

 

 

 

70. Jahrestag der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte

 

Grütters: Sternstunde in der Geschichte der Menschheit

 

Anlässlich des 70. Jahrestages der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte am 10. Dezember erklärte die Staatsministerin für Kultur und Medien, Monika Grütters, am heutigen Donnerstag bei einer Festveranstaltung „Für eine Kultur der Menschenrechte“ in der Französischen Friedrichstadtkirche in Berlin:

 

„Es war eine Sternstunde in der Geschichte der Menschheit, als Eleanor Roosevelt vor der Generalversammlung der Vereinten Nationen am 10. Dezember 1948 die Allgemeine Erklärung der Menschenrechte verkündete. Gerade der offensichtliche Kontrast zwischen Licht und Dunkel, Menschlichkeit und Menschenverachtung im Gedenkjahr 2018 führt uns vor Augen, um welch bedeutende, welche revolutionäre zivilisatorische Errungenschaft es sich bei den 30 Artikeln handelte, die die Delegierten in dieser historischen Nacht als Lehre aus den Verheerungen des Zweiten Weltkriegs und den Gräueltaten der Nationalsozialisten verabschiedeten: ein Triumph des Glaubens an den unveräußerlichen Wert jedes Menschen unabhängig von Nationalität, Geschlecht oder Religion über den Irrglauben an die Überlegenheit bestimmter Gruppen von Menschen.“

 

Monika Grütters weiter: „Kunst, Kultureinrichtungen und Medien können in besonderer Weise dazu beitragen, dass die Allgemeine Erklärung der Menschenrechte ihre zivilisatorische Wirkung auch in der kleinen Welt des einzelnen entfaltet. Wir brauchen dafür die Vielstimmigkeit unabhängiger und kritischer Medien, wir brauchen die Lehren aus der Aufarbeitung unserer Vergangenheit, wir brauchen die Phantasie und auch den Widerspruchsgeist der Kunst – und eine Kultur- und Medienpolitik, die dafür Raum und Rahmenbedingungen schafft. Ob Literatur, Theater, bildende Kunst, Musik, Tanz oder Film, ob in Museen und Gedenkstätten, Projekten und Initiativen: Kunst und Kultureinrichtungen können Verbindendes sichtbar machen, wo das Trennende die Wahrnehmung beherrscht, sie können Perspektiven verschieben und Vorstellungsräume erweitern – und damit auch das Bewusstsein für Grausamkeit und Gewalt, für Unterdrückung und Diskriminierung. Und gäbe es keine mutigen Journalistinnen und Journalisten, die Missstände aufdecken und Menschenrechtsverletzungen anprangern, könnte die Allgemeine Erklärung der Menschenrechte ihre Wirkung kaum in der Weise entfalten, wie wir es in den vergangenen Jahrzehnten erlebt haben. 70 Jahre nach ihrem Inkrafttreten brauchen wir all diese Kräfte mehr denn je. Wir dürfen nicht stumm und tatenlos zusehen, wenn Staaten in und außerhalb der Europäischen Union Journalisten, Künstler und Oppositionelle verhaften und mit Einschränkungen der Presse- und Kunstfreiheit das Sterbeglöckchen für Demokratie und Menschenrechte läuten.“ Pib 22

 

 

 

Deutsche Islamkonferenz. Innenministerium offen für Debatte über eine Moschee-Steuer

 

Das Bundesinnenministerium zeigt sich im Vorfeld der Deutschen Islamkonferenz offen für eine Debatte über eine Moschee-Steuer. Die Moscheen dürften nicht mehr von Finanzhilfen aus dem Ausland abhängig sein.

Das Bundesinnenministerium veranstaltet am Mittwoch und Donnerstag erstmals seit Jahren wieder eine Deutsche Islamkonferenz. Heimat-Staatssekretär Markus Kerber (CDU) sagte dem Boulevardblatt „Bild“, die Gästeliste umfasse die traditionellen Moscheeverbände, aber auch neue Vereine und Einzelpersonen: „Wir haben die ganze Bandbreite des islamischen Lebens in Deutschland eingeladen.“ Ziel der Auftaktkonferenz sei, Themen für die nächsten drei Jahre festzulegen. Diskussionspunkte müssten auch Drohungen gegen Islamkritiker und das Eindämmen ausländischer Einflüsse auf Moscheeverbände sein.

Offen zeigte sich der Staatssekretär für eine Debatte über die Einführung einer Moschee-Steuer: „Das Ziel muss sein, dass die Moscheen in Deutschland nicht mehr von Finanzhilfen aus dem Ausland abhängig sind.“ Ob eine Religionsgemeinschaft aber eine Moschee-Steuer für ihre Mitglieder als Lösung ansehe, müsste sie selbst entscheiden. Voraussetzung sei zudem, dass die Moscheen die Anforderungen an eine Körperschaft des öffentlichen Rechts erfüllten. Auch müsse der Staat ihre Strukturen für dauerhaft halten.

Innenministerium will Moscheeliste

Kerber sagte, wichtig seien mehr Informationen über den Islam in Deutschland, nicht zuletzt über die Zahl der Moscheen in den Bundesländern: „Im Grunde würden 16 Listen von den Ländern schon ausreichen. Dann wären wir nicht länger auf Schätzungen zur Zahl der Moscheen angewiesen und wüssten, wo der Islam gelehrt wird und wer das finanziert.“ Eine Muslim-Quote in Unternehmen, Politik und Gesellschaft lehnte der Staatssekretär ab. „Das bringt niemanden weiter“, sagte Kerber.

Ziel der Islamkonferenz ist seit ihrer Gründung 2006, den Dialog zwischen Staat und Muslimen zu verbessern und zu diskutieren, wie Religionsausübung im Einklang mit der Grundordnung gewährleistet werden kann. Themen waren etwa muslimischer Religionsunterricht und islamische Seelsorger in Gefängnissen, bei der Bundeswehr und in Krankenhäusern. Anders als die Kirchen sind die muslimischen Verbände größtenteils nicht als Körperschaften öffentlichen Rechts anerkannt, die als Religionsgemeinschaften besondere Rechte garantieren. (epd/mig 26)

 

 

 

Deutschland: Caritas kritisiert Merz-Vorstoß zu Asylrecht

 

Der Deutsche Caritasverband hat sich in die von Friedrich Merz ausgelöste Asyldebatte eingeschaltet und den Vorstoß des CDU-Politikers kritisiert.

Der Verband verurteile die Versuche, den Wahlkampf um den Parteivorsitz der CDU auf dem Rücken von Flüchtlingen auszutragen, erklärte Caritas-Präsident Peter Neher am Donnerstag der KNA auf Anfrage. Mit solchen Äußerungen werde das Flüchtlings- und Migrationsthema instrumentalisiert und der gesellschaftliche Zusammenhalt in Deutschland auf eine weitere Probe gestellt. Merz hatte auf der dritten CDU-Regionalkonferenz im thüringischen Seebach am Mittwochabend erklärt, Deutschland sei das einzige Land weltweit, das ein Individualrecht auf Asyl in der Verfassung stehen habe. Es müsse offen darüber geredet werden, ob dieses Grundrecht in dieser Form fortbestehen könne, wenn eine europäische Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik ernsthaft gewollt sei.

Grundrecht auf Asyl nicht infrage stellen

Am Donnerstag erklärte er per Twitter, er wolle das Grundrecht auf Asyl aber nicht infrage stellen, "weil wir Politik aus christlicher Verantwortung und vor dem Hintergrund der deutschen Geschichte machen". Verschiedene Verbände und Politiker hatten den Vorstoß kritisiert. Neher erklärte, der Vorstoß leiste der Erosion fundamentaler Werte in Deutschland und der EU Vorschub. Gerade mit Blick auf die deutsche Geschichte dürfe das Grundrecht auf Asyl nicht infrage gestellt werden. Es sei richtig, dass die Themen Flucht und Asyl europäische Aufgaben seien und hierfür gemeinsame tragfähige Lösungen gefunden werden müssten.

Es sei jedoch abwegig, das deutsche Grundrecht auf Asyl in dieser Diskussion zu problematisieren. Auch zum UN-Migrationspakt nahm die Caritas Stellung. Der Pakt werde aktuell zu Unrecht viel zu pauschal kritisiert. Die Erklärung mache deutlich, dass Migration eine gemeinsame Herausforderung der Weltgemeinschaft sei und ein einzelstaatliches Vorgehen nicht ausreiche. Der Pakt könne Steuerungswirkung in den zwischenstaatlichen Beziehungen entfalten und helfen, gemeinsam sinnvolle Lösungen zu entwickeln.  (kna 22)

 

 

 

Studie. Weiter Defizite bei Berichterstattung über AfD

 

Ein Jahr AfD im Bundestag: Vor allem überregionale Medien springen nicht mehr über jedes populistische Stöckchen, das ihnen die Partei hinhält. Doch es gibt noch Defizite im Umgang mit der Partei, sagt eine Studie.

Der Bielefelder Medienwissenschaftler Bernd Gäbler sieht vor allem bei regionalen Medien Defizite in der Berichterstattung über die AfD. Dort fehle es oft an Ressourcen, sagte Gäbler am Montag in Berlin. So sei die Politikberichterstattung weitgehend zentralisiert und auf die Bundespolitik ausgerichtet. Zugleich begrüßte er, dass es in vielen Redaktionen beim Umgang mit der AfD mittlerweile „mehr Reflexion und weniger Reflexe“ gebe. Besonders die überregionalen Medien hätten seit dem Einzug der Partei in den Bundestag im vergangenen Jahr dazugelernt. Allerdings sei „noch viel Luft nach oben“, sagte der Wissenschaftler bei der Vorstellung seiner Studie „AfD und Medien. Erfahrungen und Lehren für die Praxis“ für die gewerkschaftsnahe Otto-Brenner-Stiftung.

Gäbler untersuchte die Berichterstattung zur AfD von Oktober 2017 bis August 2018. Sein Tipp an Redakteure: „Bleib souverän, überleg was Du machst.“ Die Berichterstattung über die AfD folge nicht mehr „so sehr einem simplen Reiz-Reaktions-Schema wie noch zu Beginn“. Journalisten fielen seltener auf Provokationen der AfD herein. Inzwischen seien viele gute Porträts über AfD-Politiker erschienen sowie zahlreiche Enthüllungen über personelle Querverbindungen ins rechtsextreme Lager. Auch das „seltsame Finanzgebaren“ der Partei sei untersucht worden. Anderen Themen wie etwa der Aufbau von Einfluss- und Beratungsnetzwerken der AfD könne noch intensiver nachgegangen werden, lautet ein Fazit der Studie.

Ergebnis ernüchternd

Wegen der Landtagswahlen in Bayern und Hessen in diesem Herbst nahm Gäbler für drei Monate auch zwei regionale Abo-Zeitungen unter die Lupe: die „Nürnberger Nachrichten“ und die „Oberhessische Presse“. Das Ergebnis sei ernüchternd, erklärte der Medienwissenschaftler. Große Politik finde im Lokalen kaum statt. Es fehle an der Neugier auf das unmittelbare regionale Umfeld. Es habe oft an Eigenberichten über die AfD, ihre Kandidaten und Aktionen auf Kreis- oder Landesebene gefehlt.

So habe sich beispielsweise die in Marburg erscheinende „Oberhessische Presse“ bei der Berichterstattung über den Landesparteitag der hessischen AfD in der Nachbarstadt Gießen nur auf Material der Nachrichtenagentur dpa gestützt. „Die bundesdeutsche Presselandschaft schwächelt an der Basis“, erklärte Gäbler, der bereits im Juli 2017 in einer Studie für die Stiftung das Verhältnis von Medien und AfD untersucht hatte.

Der Vorsitzende des Deutschen Journalisten-Verbandes, Frank Überall, kritisierte oftmals prekäre Arbeitssituationen von Journalisten vor allem in regionalen Verlagen und einen geringen Anteil landespolitischer Berichterstattung. „Nur als Agenturfriedhof wird eine Zeitung nicht existieren können“, sagte Überall.

Expertin: Journalisten fehlt Kompetenz

Aus Sicht von Medienwissenschaftler Gäbler mangelt es vielen Journalisten auch an der nötigen Kompetenz. Dies gelte etwa für den Umgang mit populistischen Aussagen und Geschichtskenntnisse. „Wenn sich die AfD als legitime Erbin der Marschierer zum Hambacher Fest darstellt, wenn sie Bismarck als Friedensengel verkauft und Gustav Stresemann als Nationalisten, dann darf und soll dem widersprochen werden“, sagte Gäbler. Dies geschehe noch viel zu selten, sei aber wichtig für eine demokratische Diskussionskultur.

Gäbler bemängelt in seiner neuen Studie auch eine „Tendenz im gegenwärtigen Journalismus, ständig ‚Ich‘ zu sagen“: „Heute ist der Subjektivismus Ausdruck des hilflosen Anti-AfDismus im Journalismus“. Es finde etwa bei der Auseinandersetzung mit den rechtsextremen Identitären keine Klärung von Sachverhalten statt, sondern eine Gegenüberstellung von Bekenntnissen und Gefühlslagen. (epd/mig 20)

 

 

 

Keine Besserung an der Blenderfront - Licht-Test 2018 zeigt unverändert hohe Mängel bei Pkw

 

Bonn/Berlin. Jeder dritte Pkw fährt mit mangelhaftem Autolicht, jeder zehnte blendet andere Verkehrsteilnehmer. Das ist die Bilanz des Licht-Tests 2018. Meisterbetriebe der Kfz-Innungen haben im Oktober an mehreren Millionen Fahrzeugen die Beleuchtungen überprüft. Mehr als 100 000 dieser Tests flossen in die jetzt von Deutscher Verkehrswacht (DVW) und Zentralverband Deutsches Kfz-Gewerbe (ZDK) veröffentlichte Statistik ein. Das Ergebnis: An 32,6 Prozent der Pkw wurde die Lichtanlage beanstandet. Damit blieb die Anzahl an Pkw mit Mängeln im Vergleich zu 2017 (32,7 Prozent) nahezu unverändert.

Ganz oben auf der Mängelliste stehen nach wie vor die Hauptscheinwerfer mit 23,7 Prozent (2017: 23,2 Prozent). Während der Anteil der Blender auf 10,3 Prozent leicht gestiegen ist (2017: 10 Prozent), hat die Quote zu niedrig eingestellter Frontlichter mit einem Anteil von 9,5 Prozent geringfügig abgenommen (2017: 9,9 Prozent). Bei vier Prozent der Fahrzeuge war ein Hauptscheinwerfer komplett ausgefallen (2017: 4,1 Prozent), bei 0,4 Prozent sogar beide (2017: 0,4 Prozent). In 8,4 Prozent der Tests fiel die rückwärtige Beleuchtung auf (2017: 8,6 Prozent), und bei vier Prozent war das Bremslicht defekt.

Im Vergleich der Bundesländer schneidet das Saarland am schlechtesten ab: Von allen Fahrzeugen, die dort für die Statistik gemeldet wurden, waren 54,2 Prozent mangelhaft. Überdurchschnittlich hohe Mängelquoten haben darüber hinaus Sachsen-Anhalt (42,3 Prozent), Hamburg (40,9 Prozent) und Schleswig-Holstein (40 Prozent). Am besten wurde wiederholt in Thüringen getestet (13,5 Prozent), gefolgt von Hessen (25,5 Prozent) und Brandenburg (29,8 Prozent).

Der Licht-Test wird gemeinsam von ZDK und DVW organisiert. Schirmherr ist der Bundesverkehrsminister. Partner der Aktion 2018 sind Peugeot Deutschland, Osram, Auto Bild, Fuchs Schmierstoffe, der Zentralverband der Augenoptiker und der ADAC. De.it.press 20

 

 

 

Arbeitslosigkeit sinkt erneut

           

Der Arbeitsmarkt entwickelt sich weiter positiv. Erheblich mehr Menschen als vor einem Jahr haben Arbeit und sind sozialversicherungspflichtig beschäftigt. Die Nachfrage nach Arbeitskräften hält an: Mehr als 800.000 offene Stellen haben die Firmen der Bundesagentur für Arbeit (BA) gemeldet.

           

"Der Arbeitsmarkt in Deutschland hat sich auch im November robust und aufnahmefähig gezeigt. Alle Indikatoren bewegen sich auf hohem Niveau, die Beschäftigungsentwicklung ist flächendeckend gut", sagte Bundesarbeitsminister Hubertus Heil nach der Veröffentlichung der neuen Arbeitsmarktzahlen der BA.

Die Zahl der Erwerbstätigen ist von September auf Oktober um 37.000 gestiegen. Mit 45,24 Millionen liegt sie um 559.000 höher als im Oktober vorigen Jahres.

 

Sozialversicherungspflichtige Arbeit nimmt zu

Der Anstieg liegt ausschließlich an der wachsenden sozialversicherungspflichtigen Beschäftigung. Insgesamt hatten 33,41 Millionen Menschen im September eine sozialversicherungspflichtige Arbeit. Das sind 675.000 mehr als vor einem Jahr.

Die größten Zuwächse gibt es in der Metall- und Elektroindustrie sowie bei qualifizierten Unternehmensdienstleistungen. In der Arbeitnehmerüberlassung nahm die Beschäftigung dagegen ab, schreibt die BA in ihrem Monatsbericht zum Arbeitsmarkt.

 

Hohe Nachfrage nach Arbeitskräften

807.000 offene Arbeitsstellen sind im November bei der Bundesagentur gemeldet - ein Plus von 35.000 oder 5 Prozent gegenüber dem Vorjahr. 95 Prozent der Stellen sind sofort zu besetzen, was für die Betriebe zunehmend schwieriger wird.

Engpässe an Arbeitskräften gibt es weiter in einigen technischen Berufsfeldern, bei Bauberufen sowie in Gesundheits- und Pflegeberufen. Das gesamtwirtschaftliche Stellenangebot lag im dritten Quartal 2018 bei 1,24 Millionen Stellen, ermittelte das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung.

 

Weniger Menschen ohne Arbeit

Die Zahl der Arbeitslosen ist von Oktober auf November um 18.000 auf 2,186 Millionen weiter gesunken. Im Vergleich zum Vorjahr sind 182.000 weniger Menschen arbeitslos. Die Arbeitslosenquote verringerte sich auf 4,8 Prozent.

Um 97.000 (11 Prozent) gegenüber dem Vorjahr gesunken ist auch die Zahl der Langzeitarbeitslosen: 746.000 Personen waren im November länger als 12 Monate ohne Arbeit.

 

Für Bundesarbeitsminister Heil besonders erfreulich: "Für jeden einzelnen, der in Arbeit kommt, macht das einen riesigen Unterschied im Alltag. Es zeigt mir aber auch: Der Arbeitsmarkt nimmt vermehrt auch die auf, die es sonst erfahrungsgemäß etwas schwerer haben, wieder in Lohn und Brot zu kommen, weil etwa ihre Qualifikationen nicht ganz dem entsprechen, was die Arbeitgeber suchen."

Ebenfalls zurückgegangen ist die Unterbeschäftigung -  um 224.000. Insgesamt wurden im Oktober rund 3,14 Millionen Menschen in Maßnahmen der Arbeitsagenturen und Jobcenter gefördert oder waren kurzfristig arbeitsunfähig. pib 29

 

 

 

Schwarz-rote Einigung. Entwurf für Einwanderungsgesetz steht

 

Union und SPD haben sich auf ein Einwanderungsgesetz geeinigt. Ein Referentenentwurf sieht Lockerungen für die Einreise von Nicht-EU-Ausländern vor: Wegfall der Vorrangprüfung für EU-Bürger und vereinfachte Anerkennung von ausländischen Qualifikationen. Kritik kommt von den Grünen.

Union und SPD haben sich einem Zeitungsbericht zufolge darauf geeinigt, wie die Einwanderung von Fachkräften aus dem Ausland in Zukunft gesteuert werden soll. Ein Referentenentwurf sieht eine Lockerung der Regeln für Ausländer aus Nicht-EU-Staaten vor, die in Deutschland arbeiten wollen, wie die „Süddeutsche Zeitung“ berichtete.

Das Bundesinnenministerium habe den Entwurf am Montag in die Abstimmung mit den anderen Ressorts gegeben, hieß es in dem Bericht. Zuvor hätten sich die drei hauptsächlich mit dem Thema befassten Ministerien für Inneres, Arbeit und Wirtschaft untereinander abgestimmt.

Aus für Vorrangprüfung

Dem Entwurf zufolge darf in Zukunft jeder in Deutschland arbeiten, der einen Arbeitsvertrag „und eine anerkannte Qualifikation“ vorweisen kann, wie es hieß. Die bisher vorgeschriebene Prüfung, ob nicht ein Deutscher oder ein EU-Bürger für die Stelle infrage kämen, falle weg, ebenso die Beschränkung auf sogenannte Engpassberufe.

Menschen mit einer Berufsausbildung dürften zudem für eine befristete Zeit einreisen, um sich eine Stelle zu suchen. Diese Regelung soll laut Entwurf zunächst fünf Jahre lang probeweise gelten. Möglich wird ebenfalls ein Aufenthalt, um sich weiter zu qualifizieren.

Anerkennung der Berufsausbildung

Es soll zudem „eine begrenzte Möglichkeit“ geschaffen werden, „unter bestimmten Voraussetzungen“ eine im Ausland erworbene Berufsausbildung erst nach der Einreise in Deutschland anerkennen zu lassen, wie es weiter hieß.

Gelockert werden auch die Regeln für die sogenannte Ausbildungsduldung, wonach Azubis während ihrer Lehre nicht abgeschoben werden und nach dem Abschluss noch zwei Jahre in Deutschland arbeiten dürfen. Künftig gilt die Ausbildungsduldung auch für anerkannte Helferausbildungen. Das Kabinett will den Entwurf dem Bericht zufolge bereits am 19. Dezember beschließen.

Grüne Kritisieren Entwurf

Kritik erntet der Entwurf von Filiz Polat, Grünen-Sprecherin für Migrations- und Integrationspolitik. Mit dem Gesetz würden „Einwanderungswege gezeichnet, die allerdings so verbaut und unbegehbar gemacht werden, dass kaum jemand darüber kommen kann“.

Polat weiter: „Einerseits solle ein ‚Spurwechsel‚ kommen, andererseits soll am Grundsatz der Trennung von Asyl und Erwerbsmigration festgehalten werden. Geduldete in Ausbildung und Arbeit sollen schnell Rechtssicherheit bekommen, aber erst nachdem sie nun mindestens 6 oder sogar 12 Monate in die Unsicherheit und Untätigkeit gezwungen werden. Die Vorrangprüfung soll abgeschafft werden, weiterhin soll sie aber eine Option bleiben. Die Einschränkung auf bestimmte Berufe soll aufgehoben werden, gleichzeitig soll sie aber auf Akademiker und Fachkräfte beschränkt bleiben.“ (epd/mig 21)

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen im Dezember

 

Ab Dezember gelten EU-weit gleiche Konditionen beim Online-Einkauf. Bienen sollen durch Verbot von Neonikotinoiden besser geschützt werden. Und die Nachhaltigkeit wird in der öffentlichen Beschaffung eine größere Rolle spielen.

           

 

1. Verbraucherschutz. EU-weit gleiche Konditionen beim Online-Shopping

Ab dem 3. Dezember müssen Händler aus der EU überall in der EU zu gleichen Konditionen Zugang zu Waren und Dienstleistungen gewähren – egal von wo die Internetseite aufgerufen wurde. Das so genannte Geoblocking wird abgeschafft. Bisher konnten Händler für Kunden aus anderen Mitgliedstaaten den Zugang zu einer Internetseite blockieren oder sie auf eine andere Seite mit schlechteren Konditionen umleiten.

 

Zum Schutz der Bienen: Verbot von Neonikotinoiden

Ab dem 19. Dezember dürfen Pflanzenschutzmittel mit den drei neonikotinoiden Wirkstoffen Clothianidin, Imidacloprid und Thiamethoxam nicht mehr verkauft und angewandt werden. Im April 2018 hatten die EU-Landwirtschaftsminister beschlossen, dass die drei Wirkstoffe nur noch in Gewächshäusern und nicht mehr auf Äckern genutzt werden dürfen.

 

Strengere Vorgaben für Erdnussöl in Kosmetik

Bei Allergikern kann Erdnussöl gesundheitliche Probleme auslösen. Deshalb dürfen ab dem 25. Dezember nur noch Produkte mit Erdnussöl verkauft werden, wenn die Mengen allergieauslösender Proteine sehr gering sind. Erdnussöl kann zum Beispiel in Cremes, Lotionen oder Badezusätzen enthalten sein.

 

Ausbruch der Afrikanischen Schweinepest verhindern

Durch Änderungen im Tiergesundheits- und Bundesjagdgesetz soll die Afrikanische Schweinepest wirksam bekämpft werden. Sollte die Seuche nach Deutschland eingeschleppt werden, müssen Behörden schnell reagieren können. Die dazu notwendigen Regelungen sind bereits am 21. November in Kraft getreten.

 

2. Nachhaltigkeitsstrategie

Ökologischen Landbau bis 2030 auf 20 Prozent der Anbaufläche bringen

Am 7. November 2018 hat das Bundeskabinett die aktualisierte Deutsche Nachhaltigkeitsstrategie beschlossen. Im Wesentlichen geht es darum, weltweit eine angemessene Ernährung der Menschen zu sichern. Deshalb will die Bundesregierung mehr tun, um gute Regierungsführung weltweit zu unterstützen.

National will sie den Ausbau des ökologischen Landbaus auf 20 Prozent der Anbaufläche bis 2030 erreichen.

Zudem soll mehr Nachhaltigkeit in die öffentlichen Beschaffung einziehen: Der Anteil des Papiers mit Blauem Engel am Gesamtpapierverbrauch der unmittelbaren Bundesverwaltung soll 95 Prozent bis 2020 erreichen. Die Kohlendioxid-Emissionen von handelsüblichen Kraftfahrzeugen der öffentlichen Hand sollen sichtbar gesenkt werden. pib 1