Webgiornale 22 febbraio – 7 marzo 2021

 

1.      Governo, Draghi al Senato: "Primo pensiero combattere la pandemia"

2.      Draghi ottiene la fiducia

3.      Dall’Europa al G20: il banco di prova internazionale del governo Draghi

4.      Coronavirus in Germania, il mea culpa di Merkel: "Non siamo stati abbastanza rapidi"

5.      L’ambasciatore in Germania, Luigi Mattiolo, sulla situazione della pandemia e sulla collettività italiana

6.      Hannover. Intervista al Presidente del Comites Giuseppe Scigliano

7.      Le Acli Baviera sulla “strage di Hanau”

8.      I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

9.      Testimonianze. Donato Pollice, storia di vita tra l’Italia e la Germania

10.   Amburgo: una “soglia di inciampo” (Stolperschwelle) in ricordo degli internati militari italiani nel quartiere Kontorhaus

11.   Il 23 a Francoforte Gaetano Savatteri presenta “Il lusso della giovinezza”

12.   «Deutschland 89», la serie sulla rovinosa caduta di un regime

13.   Il 25 febbraio ad Amburgo la presentazione online del libro “La straniera”

14.   Dichiarazioni programmatiche, le repliche del Presidente Draghi in Senato e alla Camera dei Deputati

15.   Via libera del PE al dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi

16.   10 anni dalle primavere arabe. L’UE e le rivolte nel mondo arabo: dall’entusiasmo all’isolamento

17.   Momenti di vita

18.   Nuovo governo e Next Generation EU. Draghi: un garante per l’Italia nella difficile partita europea

19.   Vecchie e nuove sfide del Cgie

20.   Contro il virus delle fake news, il vaccino dell’inclusione

21.   Facciamoci sentire

22.   Domenico Mauriello nuovo Segretario Generale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero

23.   Il made in Italy. Dalla parte nostra

24.   Fatti di casa nostra

25.   PE. Vaccinazione COVID-19: i deputati chiedono la solidarietà dell'UE e del mondo

26.   L’occupazione femminile nella manovra 2021. Superbonus e agevolazioni per i rientri

27.   Italia

28.   Il nuovo governo valorizzi gli italiani all’estero

29.   Diritti civili, politici e di cittadinanza dei connazionali all’estero: dibattito tra Cgie, politica e mondo accademico

30.   Salario minimo come rimedio alla disuguaglianza e alla povertà lavorativa

31.   Le responsabilità

32.   “I diritti civili e politici degli italiani residenti all’estero”

33.   Italiani nel mondo e riforme. Il presidente Aitef scrive a Draghi

34.   Cgie. Seminario di Palermo, webinar sugli incentivi di rientro: cosa sono, per chi sono e cosa migliorare?

35.   Il nostro messaggio

36.   Comune di Genova: partiti i lavori per il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI)

37.   Maeci e lavoro da casa. Disparità di trattamento verso le sedi estere

38.   “Words4link”: Idos pubblica tre volumi che racchiudono le attività promosse dal progetto “scritture migranti”

 

1.      „Aufgabe der Weltgesellschaft“. Rufe nach gerechterer Impfstoffverteilung weltweit werden lauter

2.      Ein Jahr nach Hanau: Strukturelle Sünde Rassismus

3.      Europas ehrgeiziger Provinzialismus

4.      Frieden eine Illusion. Keine guten Perspektiven für Afghanistan

5.      Draghi gewinnt Vertrauensabstimmung im Senat mit großer Mehrheit

6.      "Niemals vergessen"

7.      Jubiläumsjahr 1.700 Jahre jüdisches Leben in Deutschland startet –

8.      Experiment außer Kontrolle

9.      Studie. Fremdsprachenkenntnisse in der Arbeitswelt immer wichtiger

10.   Okonjo-Iweala zur ersten weiblichen WTO-Chefin gewählt

11.   Lieferkettengesetz. „Wir geben dem Tiger Zähne!“

12.   Machtübernahme in Rom - Italien: Ex-Währungshüter Draghi vereidigt

13.   Italien. Retter in der Not

14.   Kanzlerin Merkel: „Rassismus ist ein Gift. Der Hass ist ein Gift.“

15.   Frontex: Alles für den Schutz der EU-Außengrenzen?

16.   Covid-Impfungen: „Dieses Ungleichgewicht ist nicht mehr tragbar"

17.   Das Schuldeingeständnis von Ursula von der Leyen

18.   Zeitenwende bei der WTO. Doppelte Zeitenwende bei der Welthandelsorganisation

19.   EU. Gefährliche Selbstzufriedenheit

20.   Studie. Anerkennung ausländischer Qualifikationen erhöht Jobchancen

21.   Die Polterdemokratie

22.   Nebenan. Fluchtursachen: ein Spoiler

23.   Suche nach Zukunfskompetenz: SPD geht begrünt in den Wahlkampf

24.   Studie. Benachteiligte fühlen sich von Migranten bedroht – und wählen AfD

25.   Steigende Spendenbereitschaft. Drei Viertel aller Spenden für humanitäre Hilfe

26.   Mehr als 900 Angriffe auf Muslime und Moscheen im Jahr 2020

27.   Hanau. Soziologe fordert entschiedeneres Vorgehen gegen Rechtsterrorismus

28.   Papst wirbt für Wirtschaft ohne Ausbeutung der Menschen

29.   Rechtsextreme Straftaten. Mindestens 307 Verletzte und neun Tote im vergangenen Jahr

30.   Kinderkrankengeld gehört in die Steuererklärung

31.   Mehr Ausländer, weniger Deutsche in Berlin

32.   Frankfurt/M. Liebe VERSO-SUD-Interessierte

 

 

 

Governo, Draghi al Senato: "Primo pensiero combattere la pandemia"

 

Il premier in Aula per il voto di fiducia: "Grazie Mattarella, mai emozione così intensa". E sottolinea: "Avviare una Nuova Ricostruzione, come nel Dopoguerra"

"Il primo pensiero che vorrei condividere nel chiedere la vostra fiducia riguarda il principale dovere a cui siamo chiamati tutti, io per primo", che è quello della "responsabilità nazionale, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti". Così il premier Mario Draghi, prendendo la parola in Aula al Senato per il voto di fiducia.

"Prima di illustrarvi il mio programma - dice Draghi - vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni". Inoltre, "ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole".

GOVERNO - "Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia" dice il premier.

Draghi nel suo discorso cita anche Giuseppe Conte: "Ringrazio il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia". L'Aula tributa all'ex premier un lunghissimo e sentito applauso, anche se non manca qualche 'buu'.

Nelle sue dichiarazioni programmatiche, Draghi puntualizza che "un esecutivo come quello che ho l'onore di presiedere è semplicemente il governo del Paese, non ha bisogno di un aggettivo che lo definisca".

"Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo - sottolinea - Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità".

RIFORME - "Il governo - spiega - farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: 'le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano'. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività".

"Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il Paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza" evidenzia.

SPIRITO REPUBBLICANO - Scandisce Draghi: "Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza".

"Siamo cittadini di un Paese - prosegue il premier - che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo".

EUROPA ED EURO - E, "sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione".

"Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia - scandisce - Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere".

"Siamo una grande potenza economica e culturale - evidenzia il premier - Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato, in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano".

OCCUPAZIONE - "La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento" dice il presidente del Consiglio.

"La pandemia ha finora colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato. L’aumento nella diseguaglianza - ricorda il premier - è stato attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi".

"Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante - rileva - Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi".

VACCINI - "Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno. La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente" afferma il presidente del Consiglio.

"Abbiamo bisogno - aggiunge il premier - di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla Protezione civile, alle Forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus".

SANITA' - "Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base: case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria. È questa la strada per rendere realmente esigibili i 'Livelli essenziali di assistenza' e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La 'casa come principale luogo di cura' è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata" afferma Draghi.

"Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati - i dati ufficiali sottostimano il fenomeno - 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani" dice Draghi.

"L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4-5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo-due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali".

SCUOLA - Parlando poi della scuola, il premier dice che "non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà".

"Occorre rivedere - prosegue - il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale".

"Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo. Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni".

"La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica - ricorda ancora Draghi - stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza".

PREVISIONI - "Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse - e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022 - dice Draghi - in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13".

NUOVA RICOSTRUZIONE - "Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione" scandisce nelle comunicazioni in Aula.

"L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto - rimarca il premier - grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti".

"Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura" dice Draghi.

"È una domanda che ci dobbiamo porre - prosegue - quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un Paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti".

"Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così" afferma il presidente del Consiglio.

AMBIENTE - "Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede - aggiunge il premier - un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori, biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane".

Draghi cita il Papa: "Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livello dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all'uomo. Come ha detto papa Francesco 'Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l'opera del Signore'" afferma il presidente del Consiglio.

Il premier evidenzia che "la risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create. Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta".

TURISMO - Poi il turismo. "Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato".

INFRASTRUTTURE - "In tema di infrastrutture - sottolinea - occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di ripresa e resilienza".

"Particolare attenzione - aggiunge il premier - va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti".

FISCO - Il premier evidenzia che "il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli".

"Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio - sottolinea - In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività. Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale".

MIGRANTI - "Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati".

"Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un Paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia" dice il premier.

Quando Mario Draghi ha terminato il suo discorso è scattata la standing ovation dell'aula del Senato. I senatori che lo sostengono, la grande parte dell'emiciclo, si sono alzati in piedi e gli hanno riservato un lungo applauso

Il presidente del Consiglio si è poi recato alla Camera per consegnare il testo del discorso con le linee programmatiche del suo governo. Adnkronos 17

 

 

 

 

Draghi ottiene la fiducia

 

Dopo la fiducia dei due rami del Parlamento, il governo Draghi inizia la sua navigazione in mare aperto. Oggi è in programma anche il primo appuntamento ufficiale a livello internazionale, con la partecipazione del neo-premier alla riunione dei leader del G7, ma soprattutto urgono decisioni operative a strettissimo giro, a cominciare da quelle relative al contrasto della pandemia. È una sfida che accompagnerà ogni passo del nuovo governo: compiere scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni (a cui lasciare “un buon pianeta, non solo una buona moneta”) e allo stesso tempo fronteggiare giorno per giorno il virus e le sue conseguenze - Stefano De Martis

 

Dopo la fiducia dei due rami del Parlamento, il governo Draghi inizia la sua navigazione in mare aperto. Oggi è in programma anche il primo appuntamento ufficiale a livello internazionale, con la partecipazione del neo-premier alla riunione dei leader del G7, ma soprattutto urgono decisioni operative a strettissimo giro, a cominciare da quelle relative al contrasto della pandemia. È una sfida che accompagnerà ogni passo del nuovo governo: compiere scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni (a cui lasciare “un buon pianeta, non solo una buona moneta”) e allo stesso tempo fronteggiare giorno per giorno il virus e le sue conseguenze. “Siamo in trincea”, per usare le parole di Mario Draghi nel suo discorso programmatico.

L’esecutivo nasce circondato da grandi attese e con un consenso parlamentare amplissimo: 535 sì alla Camera e 262 al Senato. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anche essa dovrà essere giustificata e validata nei fatti dall’azione del governo da me presieduto”, ha sottolineato il presidente del Consiglio nella replica a Palazzo Madama. Vaccini, scuola e transizione ecologica, su un versante, riforma del fisco, della pubblica amministrazione e dalla giustizia, sull’altro, sono i temi-chiave del programma che Draghi ha illustrato davanti ai parlamentari. Sullo sfondo campeggiano sempre le tre emergenze – sanitaria, sociale ed economica – che Sergio Mattarella aveva messo in evidenza nel suo intervento al Quirinale, poco prima di convocare per l’incarico all’ex-presidente della Bce.

La maggioranza eccezionale che, raccogliendo “l’alta indicazione del Capo dello Stato” in una situazione di emergenza, si è coagulata intorno a un governo senza aggettivi (“semplicemente il governo del Paese”), è una risorsa di fondamentale importanza. Ma in mancanza di un accordo politico tra i partiti e, a maggior ragione, di un collante ideologico, è la convergenza nello “spirito repubblicano” a rendere possibile la sua tenuta. “Questo è il terzo governo della legislatura e non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento – ha affermato ancora Draghi nel suo discorso programmatico –. È un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono realizzare i loro sogni”.

Alle forze politiche che appoggiano il governo il premier ha riconosciuto “la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità” con cui hanno accettato di fare un passo indietro “per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti”. Un passaggio non indolore, come testimoniano le cronache di questi giorni, e che è destinato ad avere ripercussioni non superficiali sul sistema dei partiti. Anche per essi il governo Draghi rappresenta una sfida: può rappresentare una tregua che offre l’occasione per rigenerarsi e rilanciarsi in termini propositivi oppure uno schermo dietro cui combattere una guerra di posizione in chiave esclusivamente elettorale.

Peraltro il “nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione” tra le forze politiche non è privo di riferimenti politico-culturali ben precisi. Sulla discriminante europeista e anti-sovranista Draghi non ha fatto sconti.

“Questo governo – ha affermato perentoriamente – nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”. E come se non fosse stato ancora sufficientemente chiaro ha aggiunto: “Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Non c’è sovranità nella solitudine.

C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”. Sir 19

 

 

 

 

Dall’Europa al G20: il banco di prova internazionale del governo Draghi

 

Del nuovo governo presieduto da Mario Draghi sappiamo che potrà contare su un’ampia, ancorché eterogenea, maggioranza alla Camera e al Senato, e di un diffuso sostegno nell’opinione pubblica e nei media. Sappiamo invece ancora molto poco del suo programma, in attesa che il presidente del Consiglio ne illustri i contenuti nei prossimi giorni in Parlamento. Alcune priorità, fin troppo evidenti, sono dettate dalla drammatica congiuntura che sta attraversando il Paese: una strategia di contenimento dei contagi e un programma di vaccinazioni, un piano di rilancio dell’economia e dell’occupazione, alcune riforme (giustizia, pubblica amministrazione, politiche attive del lavoro, concorrenza e così via da tempo sollecitate anche dalla Unione europea). Ed è ovvio che gli impegni di politica interna saranno dominanti soprattutto nelle prime settimane e mesi.

Quanto alla politica estera e alla collocazione internazionale appare scontata un saldo posizionamento del nuovo esecutivo nel campo europeista e atlantista. Sono una garanzia in questo senso non solo la figura e i precedenti di Mario Draghi, ma anche le chiare indicazioni del presidente della Repubblica, e il posizionamento dei partiti che sosterranno il governo. Compresa la Lega, che sembra avere abbandonato i toni polemici anti-europei, e ha deciso di impegnare nell’esecutivo tre fra i suoi esponenti meno compromessi con la linea del sovranismo.

Ciò premesso, il principale e più urgente impegno dell’esecutivo sarà la definizione di quel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che dovrebbe consentire all’Italia di accedere ai fondi (più di 209 miliardi di Euro) del Recovery Plan Next Generation EU, la cui messa a punto aveva provocato la caduta del Governo Conte bis. Sulla qualità di questo Piano si misurerà infatti la capacità del sistema Paese di programmare la ripresa sulla base di una visione strategica, e di essere in grado di spendere in maniera efficace i fondi europei generosamente messi a disposizione dell’Italia. Ma proprio per quest’ultimo motivo, il Pnrr sarà anche il banco di prova della credibilità del governo nei confronti dell’Europa.

Dopo avere ottenuto rapidamente dal Parlamento la ratifica della decisione sulle nuove “risorse proprie” del bilancio della Ue (la cui entrata in vigore è la precondizione perché la Commissione europea possa cominciare emettere i titoli comuni necessari per finanziare il Recovery Plan), il governo dovrà adottare, entro la fine di aprile, un Piano di  misure organiche e coerenti con gli obiettivi di sostenibilità e digitalizzazione definiti in sede europea. Questo Piano dovrà inoltre contenere indicazioni sulla sua governance e sulle modalità di esecuzione delle varie misure, ma anche sulle riforme che dovrebbero accompagnare gli investimenti, su cui da tempo la Ue sollecita risposte dall’Italia. Nella consapevolezza che, per la dimensione delle risorse destinate all’Italia (di gran lunga il maggiore beneficiario) è proprio alla capacità dell’Italia di definire e attuare un Piano nazionale credibile ed efficace che si guarderà per misurare il successo o l’insuccesso di Next Generation EU.

In Europa, Draghi è conosciuto e apprezzato. La sua competenza e capacità di leadership sono fuori discussione. La sua presenza nel Consiglio europeo potrebbe fare la differenza, tanto più in una fase in cui la parabola politica della cancelliera tedesca Angela Merkel sta giungendo al termine, per il presidente francese Emmanuel Macron si avvicina la scadenza delle presidenziali nel 2022, e il Regno Unito è ormai un Paese terzo. Quello di Draghi potrebbe essere un contributo decisivo per far sì che la Ue riesca a sfruttare il successo di Next Generation EU per realizzare altri obiettivi: dall’attuazione del Green Deal, al completamento del mercato interno con nuove regole in materia di tassazione, dalla riforma delle regole in materia di disciplina di bilancio, alla concretizzazione dell’obiettivo dell’autonomia strategica.

Non dovrebbero esserci problemi nel rapporto con gli Stati Uniti, a maggior ragione dopo l’insediamento a Washington di un’amministrazione democratica più attenta e disponibile al rapporto con gli alleati europei. E Draghi è conosciuto e apprezzato anche oltre-Oceano. Sarebbe però un errore per il governo ritenere che non ci saranno difficoltà anche con Joe Biden alla Casa Bianca. Occorrerà in particolare vigilare sul tema dei nostri rapporti con la Cina, nella consapevolezza che anche la nuova amministrazione continuerà a considerare la Cina come un concorrente strategico e come un fattore di rischio per la sicurezza dell’Occidente. E analoga attenzione andrà posta ai nostri rapporti con la Russia, per non correre il rischio di essere considerarti troppo accomodanti nei confronti di un Paese che Washington guarderà con maggiore severità, perché responsabile di sistematiche violazioni di principi e valori cari all’Occidente. Troppo spesso in passato a Washington siamo stati considerati come sorvegliati speciali a causa di iniziative avventate nei confronti di Cina e Russia

Nel Mediterraneo ci si attende dal governo Draghi maggiore protagonismo, e un ruolo più propositivo, soprattutto nei confronti di quelle aree di crisi che costituiscono una minaccia più diretta a evidenti interessi nazionali, a partire dalla Libia. Non si tratta evidentemente di assumere iniziative velleitarie e isolate; ma di operare, nella consapevolezza dei propri mezzi, e di intesa con i nostri partner europei ed altri alleati, per creare condizioni di stabilità, ed evitare che Russia e Turchia stabiliscano proprie sfere di influenza permanenti nella regione. In una area così decisiva per l’Italia, la linea del gGoverno non dovrà però essere dettata unicamente, e di volta in volta, da pure legittime preoccupazioni settoriali: dalla gestione dei flussi migratori, agli approvvigionamenti energetici, agli interessi economico-commerciali.

Infine, nel 2021 l’Italia ha, per la prima volta, la responsabilità della presidenza del G20 (tema a cui AffarInternazionali dedica un dossier speciale di approfondimento, ndr), un foro di consultazione informale e destrutturato, nel quale il ruolo della presidenza è decisivo nel dettare l’agenda e identificare le priorità. I prossimi mesi possono quindi costituire una ottima occasione per far avanzare la cooperazione internazionale in un numero importante di settori, in una congiuntura per molti versi eccezionale.

Anche su questo fronte la presenza di Draghi a Palazzo Chigi può fare la differenza, e consentire di cogliere l’occasione del G20 non solo per gestire una straordinaria vetrina mediatica, ma soprattutto per realizzare qualche risultato concreto coerente con l’obiettivo di un rilancio del multilateralismo e funzionale agli interessi dell’Italia. - Ferdinando Nelli Feroci, Aff.Int 15

 

 

 

 

Coronavirus in Germania, il mea culpa di Merkel: "Non siamo stati abbastanza rapidi"

 

All'indomani del nuovo prolungamento del lockdown, la cancelliera tedesca parla al Parlamento: "Lo scorso autunno abbiamo tentennato troppo nel contrastare il virus" – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - È un mea culpa che dissimula un’accusa. Angela Merkel si è presentata in Parlamento all’indomani di un nuovo prolungamento del lockdown tedesco - uno dei più duri in Europa, con negozi e ristoranti chiusi da metà dicembre - e ha pronunciato parole chiare. Lo scorso autunno, ha scandito, ”non siamo stati abbastanza attenti e non siamo stati abbastanza rapidi" nel contrastare il virus. La cancelliera, allora, si era scontrata più volte con i primi ministri dei land, riluttanti ad accettare misure più restrittive. 

La seconda ondata ha travolto la Germania nell’autunno del 2020, con picchi di oltre trentamila casi al giorno e un’impennata di morti inedita dall’inizio della pandemia. E nelle risse regolari con i governatori, è sempre stata Merkel a insistere per un lockdown più rigoroso, spesso sconfitta dai politici locali, preoccupati per la crescente fatigue da coronavirus che serpeggia tra i tedeschi.

Allora l'esplosione dei casi, ha precisato la cancelliera, “è stata conseguenza di un modo di procedere tentennante”. Dopo due mesi di lockdown duro, finalmente i contagi rallentano: nelle ultime 24 ore ne sono registrati 10.237, un numero lontano dai record di dicembre. E anche i morti non sfiorano più i mille al giorno di fine anno: nelle ultime 24 ore se ne sono registrati 666, secondo il Robert Koch Institut.

Ma Merkel ha ricordato che in questa fase c’è una nuova, pesante incognita che la angustia. E che l’ha spinta a insistere per un allungamento dei tempi del lockdown, nonostante il trend discendente: le varianti. Se è vero, insomma, che "il numero delle vittime sta scendendo e il trend sembra essersi invertito”, le mutazioni che hanno reso i nuovi virus molto più contagiosi possono ancora provocare "sviluppi spiacevoli”: le tre varianti che si stanno diffondendo in Europa “sono molto più aggressive, e dunque più contagiose, del virus originario”. 

Occorre “rimanere molto attenti”, ha scandito davanti ai parlamentari. Perché allentando le restrizioni troppo frettolosamente, le varianti "potrebbero distruggere" i traguardi raggiunti grazie ai sacrifici di questi mesi. In ogni caso, ha aggiunto la cancelliera, il lockdown "non sarà mantenuto un giorno in più del necessario".  LR 11

 

 

 

 

L’ambasciatore in Germania, Luigi Mattiolo, sulla situazione della pandemia e sulla collettività italiana

 

ROMA – In collegamento a “l’Italia con Voi”, la trasmissione di Rai Italia dedicata ai connazionali all’estero, l’ambasciatore d’Italia in Germania, Luigi Mattiolo, si sofferma sulla situazione della pandemia e sulla collettività italiana presente il loco.

“La situazione sanitaria sta migliorando nelle ultime settimane, anche se purtroppo il numero dei decessi giornalieri rimane alto. Si comincia ad individuare un trend positivo, frutto delle rigide misure di contenimento che sono in vigore ormai da dicembre” – afferma Mattiolo, che rileva però come “le autorità tedesche sono particolarmente allarmate per le possibili conseguenze della diffusione delle nuove varianti del virus”. Tale preoccupazione fa escludere che questo sia il momento di alleggerire le misure, “anzi – spiega l’Ambasciatore – è al vaglio la possibilità di imporre ulteriori restrizioni, specie nel movimento da e verso i Paesi dove l’incidenza di queste varianti è più alta”.

Mattiolo rileva come, nonostante le difficoltà e le restrizioni dell’ultimo anno, Berlino e la Germania continuano ad essere tra le mete preferite dell’emigrazione italiana all’estero. “Berlino è una città affascinante, che ha un’offerta culturale e un dinamismo che non teme confronti. La qualità del lavoro è eccellente e il mercato del lavoro è molto vivace. C’è l’ostacolo della lingua, che si deve conoscere per potersi inserirsi pienamente – ammette l’Ambasciatore, pur ribadendo che “il mercato del lavoro tedesco e la città di Berlino continuano ad attirare moltissimi italiani, giovani e anche meno giovani, un po’ perché offre molte opportunità lavorative, un po’ perché abbiamo ormai tutti metabolizzato e apprezziamo la libertà di movimento che viene dall’integrazione europea e dallo spazio Schengen”. “Questo – prosegue Mattiolo – ha molto aumentato la propensione di molti ragazzi e ragazze italiani a recarsi in Germania e a cercare qui un po’di quella realizzazione che magari altrove non sarebbe così facile. Questa caratteristica di Berlino, al di là della pandemia che naturalmente ha reso la nostra vita molto meno dinamica di prima, la rende molto attrattiva anche per il futuro, considerando anche la Brexit”.

Nella capitale tedesca al momento “risultano 41 mila connazionali iscritti all’Aire, ma riteniamo che il loro numero potrebbe essere molto più alto. Questo perché, anche grazie alla permeabilità del mercato del lavoro e alle facilità di spostamento dentro l’area Schengen, dobbiamo considerare che molti connazionali vengono qui per periodi brevi, che poi magari si prolungano, e non necessariamente sentono il bisogno di registrarsi all’Aire – spiga Mattiolo.

“In tutta la Germania gli iscritti all’Aire sono 850 mila. A seconda delle stime si tratta quindi della seconda o forse prima comunità italiana all’estero – sottolinea l’Ambasciatore, segnalando come nel 2020, nonostante i problemi di spostamento, le nuove iscrizioni sono state comunque 18 mila.

“Si tratta di una comunità molto variegata, a partire dall’emigrazione del secondo dopoguerra, i lavoratori che negli anni Sessanta e Settanta venivano qui per essere occupati nell’industria – i cosiddetti lavoratori ospiti – e che ormai ha prodotto la terza generazione di connazionali. Oggi c’è un’emigrazione molto più qualificata e di provenienza regionale molto diversificata; in particolare giovani, che hanno possibilità molto più ampie rispetto al passato di inserirsi nell’ambito accademico o imprenditoriale. Ma ci sono anche difficoltà e disagi che la pandemia ha acuito, situazioni di vulnerabilità economica ma anche psicologica – ammette Mattiolo, dicendosi certo del ritorno della dinamicità di Berlino, “città che in realtà non si è mai fermata, neppure con le restrizioni della pandemia”. (Inform/dip 8)

 

 

 

 

Hannover. Intervista al Presidente del Comites Giuseppe Scigliano

 

Quali sono i numeri aggiornati degli italiani che vivono nella circoscrizione consolare di Hannover e come è cambiata nel tempo la comunità?

 La circoscrizione consolare di Hannover comprende cinque regioni al nord della Germania: Hamburg, Bremen, Mecklenburg Vorpommern, Niedersachsen, e Schleswig Holstein in cui vivono circa 53.000 italiani.

Attualmente gli addetti che lavorano nei singoli Uffici del consolato sono 14.

Nella Circoscrizione Consolare ci sono 3 Consolati Onorari (Amburgo, Bremen e Kiel), Due missioni Cattoliche italiane (Hannover ed Amburgo) Diversi patronati ed un COMITES. Poche sono le Associazioni Italiane perlopiù gestite da persone anziane. I giovani che rimangono qui, trovano spesso quello che hanno sempre sognato: lavoro (spesso qualificato e molto spesso piccoli lavoretti per sopravvivere). Ultimamente si nota che oltre alla normale emigrazione di manodopera generica, molti sono anche i laureati ed il personale qualificato. Molte sono le famiglie con bambini a seguito.

Spesso i contatti si tengono tramite internet e molti sono i gruppi nati specialmente su Facebook.

Quali sono le iniziative che il Comites ha portato avanti nel 2020 e come si sono “adeguate” alla crisi in corso?

 Noi, come Com. It. Es.  Abbiamo mezzi limitati e premetto che tutto viene fatto sulla base del volontariato. Molto spesso anche a spese nostre. Crediamo nel lavoro sociale e per questo vogliamo stare al fianco die nostri connazionali offrendo anche consulenza gratuita ed a tutte le ore. Molta apprezzata comunque è stata la consulenza giuridica fatta dal 24 aprile e fino alla fine di maggio, ogni venerdì dalle 11.00 fino alle 13.00. I Nostri connazionali hanno avuto la possibilità di porgere telefonicamente domande riguardanti i temi del diritto di lavoro, indennità per lavoro o orario ridotto, indennità di disoccupazione, prestazioni di Hartz IV, pagamento dell’affitto come anche domande riguardanti il diritto di famiglia. Al telefono hanno risposto il Presidente Giuseppe Scigliano e l’avvocatessa Elena Sanfilippo (membro del Com.IT.Es). ovviamente stretto era il contatto con il Consolato Generale che ci dava supporto per quanto riguardavano le sue competenze.

Abbiamo collaborato con l’istituto Ethno-Medizinische Zentrum e.V di Hannover traducendo in lingua italiana tutte le informazioni riguardanti il Covid ed abbiamo avuto la possibilità, oltre alle vie telematiche, di far distribuire gratuitamente circa 35.000 copie attraverso i Consolati della Germania. Abbiamo collaborato attivamente insieme al Consolato Generale (grazie anche alla sensibilità del Console Giorgio Taborri e del Vice Console Francesco Lo Iudice) anche fuori l‘ orario d’Ufficio per aiutare a risolvere questioni di indigenza e casi di emergenza.

Purtroppo una manifestazione culturale ed un convegno sulla salute che avevamo organizzato con il consolato e l’ufficio della cultura della Città di Hannover, sono state disdette causa COVID.

Quali sono le maggiori preoccupazioni degli italiani residenti nella circosrizione consolare di Hannover?

In questo periodo di pandemia, oltre alle normali preoccupazioni che hanno avuto ed hanno le persone che vivono all’estero si sono aggiunte paure e necessità.  Ci sono stati casi in cui alcuni connazionali non sapevano come riportare le salme dei propri cari  ai loro paesi d’origine, altri casi in cui non sapevano come rientrare perchè bloccati dalle normative vigenti, alcuni addirittura che non sapevano come fare le autocertificazioni, persone che all’improvviso si sono trovate a gestire mutui da codisoccupati o cassintregrati, imprenditori che attraverso le chiusure hanno accumulato enormi debiti e  persone che si sono chiuse in isolamento. Ovviamente anche la nostra collettività ha avuto diversi casi di contagi Covid. Il Comites ha agito ed agisce da remoto.

A dicembre 2020 insieme al Consolato avete risposto al telefono ai quesiti dei cittadini residenti nella circoscrizione Consolare di Hannover. Che riscontro ha avuto l’iniziativa? Che cosa hanno chiesto maggiormente i connazionali?

L’iniziativa ha riscontrato un ottimo successo. Per la maggior parte informazioni sull’introduzione della carta di identità elettronica, modalità ed aggiornamenti per viaggiare in Italia o in Germania, servizi consolari in genere. Accesso al consolato e modalità per prendere un appuntamento. Qui c’è da ricordare che il Console ha disposto che per tutti coloro che non riescono a prendere un appuntamento Online, i cittadini  possono: contattare telefonicamente l’Ufficio Carte d’identità al Tel. (+49) 0511 28379-26; (+49) 0511 28379-18 o tramite il Centralino (+49) 0511 28379- 30; oppure inviare una e-mail a: ci_conhann@esteri.it; oppure inviare una lettera di richiesta riportando anche il numero di telefono al seguente indirizzo: Consolato Generale d’Italia in Hannover, Freundallee 27, 30173, Hannover. In questo caso,  si verrà contattati da un impiegato del Consolato. 

Le informazioni sono disponibili anche sul sito internet del Consolato Generale d’Italia in Hannover www.conshannover.esteri.it. De.it.press 9

 

 

 

 

Le Acli Baviera sulla “strage di Hanau”

 

Le ACLI Baviera desiderano rinnovare, a distanza di un anno, il loro profondo cordoglio ai Famigliari e Amici delle vittime di nazionalitá straniera, soprattutto turca, cadute per mano di un vile gesto di odio e snaturato razzismo, che ancora oggi serpeggia e si diffonde nelle moderne societá e che ad Hanau, in Assia, aveva seminato terrore e distrutto vite innocenti.

Ieri come oggi, come domani, non bisogna né arrendersi, né abituarsi, aslla militante xenofobia, ma opporre forte, motivata resistenza e sempre piú, reiteratamente difendere i valori della tolleranza, della dignitá umana superando le differenze di razza, religione e provenienza. La Germania è il Paese in Europa che, maggiormente, in forma ininterrotta si è confrontata con i flussi d’emigrazione di massa dal secondo dopoguerra in poi. Ha maturato, negli anni,  processi d’integrazione non sempre scontati e perorato la  condivisione di valori irrinunciabili nella societá di accoglienza di oggi, animati soprattutto da un’idea d’Europa vincente nell’affermare progetti di pace, libertá e progresso nella democrazia.

La nascente affermazione di forze politiche in Europa, in Germania come in Italia, che si richiamano falsamente al pericolo dei flussi emigratori e di contaminazioni culturali ed etniche, non puó né deve sottovalutarsi, impone una coscienza viva e vibrante per una reazione diffusa e convinta.

Il gesto, la strage di Hanau, non si riduce subendone l’esito, è una ferita che ha lacerato, che sanguina ancora oggi, pone il caso anche dentro di noi, niente puó essere come prima, perché la xenofobia prospera finché dura la protezione del silenzio. Le ACLI Baviera elevano la propria voce, non solo un’inquietudine morale, per denunciare un orrore, affinché si superino atteggiamenti puramente refrattari ed si affermi una moderna, positiva visione di possibile convivenza pacifica e solidale. Carmine Macaluso, Acli Baviera (de.it.press 20)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

  

18.02.2021. Dove sono le donne del PD?

Reazioni di protesta all’assenza di donne nelle nomine dei ministri del PD. «Non gridiamo allo scandalo, è un problema noto», dice Paola Concia, ex PD: «Mi sono ribellata e sono stata fatta fuori». Laura Garavini, ex PD, ora IV: «Proprio per questo ho deciso di passare a Italia Viva». L'analisi di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/protesta-donne-pd-100.html

 

Vivere in Germania: il sistema scolastico. Il sistema scolastico tedesco non è uniforme come in Italia, ma è determinato dalla struttura federalista dello Stato. Quindi i diversi Stati federali o Regioni, i Länder, hanno la facoltà di stabilire il proprio sistema educativo e d'istruzione, pur rispettando principi e norme comuni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-sistema-scolastico-100.html

 

17.02.2021. Gli aiuti che non arrivano

Molti piccoli e medi imprenditori non hanno ricevuto i sussidi finanziari richiesti a novembre e dicembre per coprire le perdite dovute al lockdown. Su 9,6 miliardi di euro richiesti, ne sono stati pagati solo 5,6. Il ministro dell’economia Altmaier si difende, ma lo scontento cresce. Il punto di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aiuti-economici-germania-lockdown-100.html

 

Italiani candidati in Assia. Il 14 marzo si terranno le elezioni comunali nel Land Assia. Anche gli italiani che vivono nella regione sono chiamati a eleggere i consigli comunali e le consulte per gli stranieri. E alcuni di loro sono candidati. Le loro voci nel servizio di Luciana Mella.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiani-candidati-assia-100.html

 

Test rapidi per tutti?

Variante inglese sempre più diffusa anche in Germania. Preoccupato il ministro della Salute Jens Spahn. In arrivo test rapidi gratuiti da fare in autonomia, dovrebbero essere disponibili a partire dal 1° marzo nelle farmacie, negli uffici d’igiene e nei laboratori medici, o anche dal dentista.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/covid-test-veloci-100.html  

 

16.02.2021. Estremismo di destra in Germania

A quasi un anno dall’attentato di Hanau in cui sono morte 10 persone di origine straniera, la Conferenza federale delle Organizzazioni di migranti (BKMO) critica la strategia del governo contro il razzismo. L’analisi di Giovanni de Ganthuz Cubbe, ricercatore a Dresda, esperto di populismo e estremismo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/estremismo-destra-germania-100.html

 

Transizione ecologica: sì, ma come?

Quali sono le aspettative dei movimenti ecologisti sul nuovo "superministero" dell'ambiente? L'intervista a Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ministero-ambiente-italia-100.html

 

Eccellenze italiane: Roberto Ciulli. Elogiato dalla critica, apprezzato dal pubblico e amato dai suoi attori. Da quarant'anni dirige il Theater an der Ruhr.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/roberto-ciulli-106.html  

 

15.02.2021. Governo Draghi. La nomina di Mario Draghi sembrava aver messo d’accordo gran parte degli Italiani, desiderosi di uscire dalla crisi il prima possibile. Non sembra così però per la lista dei ministri voluti dal neo premier. Un governo fatto di tecnici e (vecchi) politici con visioni tra loro molto diverse. Con quali aspettative di tenuta? L’analisi del politologo Piero Ignazi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tenuta-governo-draghi-100.html

 

La Germania chiude le frontiere. Controlli ai confini con Repubblica Ceca e Austria (Tirolo), ritenuti paesi ad alto rischio a causa dell'ampia diffusione delle mutazioni del virus. Limitati anche i collegamenti su rotaie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corona-chiusura-frontiere-100.html

 

12.02.2021. I furbi del vaccino. In Germania centinaia di persone, tra cui anche politici, avrebbero ricevuto prima del dovuto la prima dose del vaccino. Intanto la campagna vaccinale va avanti. Ne parliamo con Vincenzo Savignano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/furbi-del-vaccino-100.html

 

I mobili col fotovoltaico. A Magdeburgo sta per nascere la prima falegnameria in Europa capace di fabbricare mobili con il fotovoltaico. A farlo una piccola impresa. Il trasferimento di energia è assicurato da un istituto Fraunhofer.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mobili-col-fotovoltaico-100.html

 

Opera rock. La cantante soprano Silvia Balistreri si è specializzata in opere rock. Siciliana di nascita, vive da alcuni anni a Wolfsburg. Ci presenta il suo nuovo singolo "Non mi arrendo".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/opera-rock-silvia-balistreri-100.html  

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania. Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e sui sussidi sociali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-558.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

A COSMO è arrivato il web channel di musica italiana! Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. 

Ascoltalo qui: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

E se non la conosci ancora, scarica la nostra app gratuita per ascoltare il web channel o le nostre trasmissioni, in streaming oppure on demand:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/nuova-app-cosmo-100.html

 

11.02.2021. Covid-19: ricordare le vittime. Il tema più scomodo e difficile in questa pandemia. Come elaborare la perdita di un proprio caro durante la pandemia? E la perdita di decine di migliaia di persone come società? Ne parliamo con la tanatologa Marina Sozzi, studiosa delle cause e dei fenomeni relativi alla morte.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lutto-morti-covid-100.html

 

Donne e scienza. L'11 febbraio si celebra la Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella Scienza, per incentivarne i talenti nelle materie scientifico-matematiche. Ne parliamo con Antonella Battaglini, scienziata italiana in Germania, esperta di clima ed energie rinnovabili.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/donne-scienza-102.html

 

10.02.2021. I Cinque Stelle con Draghi? Sembra di sì secondo il portavoce storico del Movimento, Beppe Grillo. L'ultima parola spetta alla piattaforma Rousseau. I pentastellati dopo la consultazione sul web si spaccheranno? Ne parliamo con il giornalista Jacopo Iacoboni, che conosce e ha studiato il M5S.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cinquestelle-draghi-100.html

 

09.02.2021. Il lato oscuro di Mario Draghi

Tutti lodano Mario Draghi, politici e giornalisti italiani, ma anche i media tedeschi che lo descrivono come salvatore dell'Italia. Sembrano essere pochi i critici dell'ex presidente della Bce. Tra di loro c'è l'economista Mario Malvezzi che ai nostri microfoni racconta tutti gli errori compiuti in passato da Draghi e quelli che potrebbe compiere da presidente del Consiglio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/draghi-critiche-100.html

 

Il paradosso Alto Adige. A causa dell'aumento esponenziale dei contagi, da ieri è in vigore un nuovo lockdown. In precedenza, mentre tutta Italia chiudeva, nella provincia autonoma negozi e scuole erano rimasti aperti. Alberto Faustini, direttore del quotidiano Alto Adige di Bolzano e dell'Adige di Trento, ci spiega i motivi del caos altoatesino sul Coronavirus.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/altoadige-covid-100.html  

 

#Io ero già a casa

Questo l'hashtag creato e diffuso all'inizio della pandemia da tante persone disabili e dalle loro famiglie di Berlino. Vincenzo Savignano ha sentito alcuni di loro per capire come stanno vivendo questa situazione particolarmente difficile.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/disabili-pandemia-100.html  

 

08.02.2021. Secondo giro di consultazioni. Il premier uscente Giuseppe Conte nel corso di una riunione in videoconferenza ha invitato esplicitamente i rappresentanti del M5S a sostenere Draghi. Inoltre ha comunicato che non farà parte dell’esecutivo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/consultazioni-draghi-100.html

 

I vaccini sono tutti efficaci?

Le varianti del Covid-19 fanno paura, si teme che i vaccini non possano funzionare. Si spera nel vaccino russo Sputnik V, aumentano i dubbi sull'AstraZeneca. Ne parliamo con la giornalista scientifica Roberta Villa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccini-villa-100.html

 

05.02.2021. Evitare la catastrofe è possibile

Nel suo ultimo libro, "Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione", edito da Meltemi, Emiliano Brancaccio illustra come la legge generale di riproduzione e tendenza del capitalismo lo renda una minaccia perfino per la democrazia liberale. L'alternativa è la pianificazione collettiva come propulsore della libera individualità sociale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/evitare-la-catastrofe-e-possibile-100.html

 

Coronavirus: tra paura e aperture. Il presidente dell'Istituto Robert Koch, Lothar Wieler, ha messo in guardia dal sottovalutare il rischio dovuto alle mutazioni del Coronavirus, divenuto complessivamente più pericoloso. Intanto è in arrivo un nuovo vaccino e in Italia si va verso nuove aperture, con alcune eccezioni.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corona-update-122.html  

 

Sciascia: la felicità di far libri.

Nel centenario della nascita dello scrittore, giornalista e politico siciliano, grazie a un'opera di Salvatore Nigro, riscopriamo l'amore di Sciascia per i libri e il suo mestiere di scrupoloso editore. Nigro di lui dice: «ha insegnato a tutti quelli che lo hanno conosciuto che il silenzio è molto importante»  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/sciascia-la-felicita-di-far-libri-100.html

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania. Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-556.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html  RC/De.it.press 19

 

 

 

Testimonianze. Donato Pollice, storia di vita tra l’Italia e la Germania

 

L’Ambasciata di Germania a Roma presenta da diversi anni sui propri social (Facebook e Instagram) le storie di tedeschi legati all’Italia o viceversa di italiani che vivono in Germania. E’ un modo di mostrare quanto forti siano i legami tra i due Paesi al di là degli stereotipi. Per questo ha chiesto a Donato Pollice (lo segnala il figlio Giovanni che vive ad Hannover) di raccontare in modo conciso la sua storia di vita tra l’Italia e la Germania, richiesta che Donato ha accolto con grande piacere. La sua storia è stata pubblicata ed ecco il link per potervi accedere: https://www.facebook.com/177219275668614/posts/3928896267167544/. Qui di seguito il testo scritto.

 

Sono ancora vivo e vegeto: coltivo ancora il mio orto dietro casa e, ogni anno, affronto in macchina il lungo viaggio fino a Capracotta, il mio paese natale. Qui, a 1400 metri d’altezza in provincia di Isernia, sono nato il 3 ottobre 1920. A otto anni mio padre mi mandò in Puglia per fare il pastore. Furono anni difficili, in solitudine, confinato tra le campagne, gli animali e la dura terra da coltivare. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ero già sotto le armi, arruolato in un reparto di artiglieria contraerea. Inviato in Libia, fui fatto prigioniero dagli americani e mandato, come internato militare, a lavorare in Gran Bretagna. Per questo sono stato insignito della Croce al merito di guerra della Repubblica italiana. Al mio rientro in Italia ripresi a lavorare come lavoratore edile non lontano dal mio paese. Mi sposai, misi su famiglia e nacquero i miei due figli, ma le condizioni economiche erano sempre troppo precarie e incerte. Ed è così che nella primavera del 1960, a quasi quarant‘anni, decisi di mettermi in viaggio verso la Germania.

Dichiarato fisicamente idoneo alla visita al centro di reclutamento di Verona, mi destinarono ad una cava di pietre a Raumünzach, piccolo centro della Foresta Nera. Ci rimasi otto mesi, fino alla fine del contratto stagionale, alloggiato in una baracca insieme ad altri cinque italiani senza acqua corrente e servizi igienici. Nonostante guadagni buoni, quel lavoro non era per me. E così nel 1961 cercai un’altra occupazione fino a quando non fui assunto in una fabbrica di carta dove ho lavorato fino al mio pensionamento. Il 1966 mi raggiunse mia moglie e i figli che hanno fatto la loro strada in Germania e oggi sono orgoglioso di avere due nipoti entrambi laureati.

Mi ricordo bene un bellissimo evento in occasione del 60° anniversario dell’accordo bilaterale per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana in Germania, il 7 dicembre 2015, in Cancelleria a Berlino, con la Cancelliera Angela Merkel e l’allora Ministro per l’Integrazione Aydan Özo?uz al quale ebbi l’onore di partecipare essendo tra i primi ed ancora viventi cosiddetti “Gastarbeiter” a trasferirsi in Germania. La Cancelliera Merkel riconobbe pubblicamente il contributo di noi stranieri dicendo che abbiamo reso la Germania più emotiva e meno rigida; e senza di noi il miracolo economico tedesco non sarebbe stato probabilmente possibile. Questo mi rende felice e orgoglioso, è un riconoscimento per tanti sacrifici fatti in vita mia e mi fa sentir parte integrante di questo paese.

Nel 2017 il sindacato dei minatori, chimici e settore dell’energia (IG BCE) mi ha conferito l’attestato di benemerenza e la spilla d’argento per i miei 50 anni di fedeltà al Movimento del Sindacato Tedesco. Sono anche socio onorario della banda (Musikverein) di Gernsbach/Hilpertsau. Ciò vuol dire che ho sempre partecipato alla vita sociale del paese in Germania – senza dimenticare le mie radici molisane. In effetti anche a Capracotta sono socio onorario della società operaia di mutuo soccorso. Un’altra cosa che mi ha fatto immenso piacere è stato il fatto che in occasione del mio 100esimo compleanno ho ricevuto gli auguri personali non solo dai sindaci di Capracotta, Candido Paglione e di Gernsbach, Julian Christ, e dal Presidente del Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, ma anche dal Presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier.

Come già detto, torno ogni anno a Capracotta. Sono 100 anni di vita fra Italia e Germania! Nonostante gli esordi della mia permanenza in Germania non furono idilliaci, non mi sono mai pentito di aver lasciato il Molise per costruirmi qui in Germania una nuova vita. Donato Pollice, dip

 

 

 

 

Amburgo: una “soglia di inciampo” (Stolperschwelle) in ricordo degli internati militari italiani nel quartiere Kontorhaus

 

Aamburgo- Sabato 13 febbraio alle ore 11 davanti alla Burchardstrasse 11 nel quartiere Kontorhaus di Amburgo, sede del gruppo editoriale Bauer, è stata depositata una “soglia di inciampo”, in ricordo degli internati militari italiani che erano in prigionia nei campi di lavoro forzato in tre edifici dell’area. Lo segnala l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

La “soglia di inciampo” normalmente contiene il numero dei deportati e uccisi durante il nazionalsocialismo e viene depositata là dove in quel tempo c’era la fermata dell’autobus dalla quale partivano i camion che deportavano le vittime, al loro sterminio. Quella di Amburgo contiene la scritta: “Heinrich-Bauer-Haus, costruita nel 1924. Dal 1943 al 1945 è stata il lager per 700 internati italiani destinati ai lavori forzati presso ditte amburghesi. Furono sfruttati, privati dei diritti e maltrattati. Il ricordo per noi è un ammonimento: MAI PIÙ”.

L’iniziativa delle Pietre di inciampo è dovuta all’artista tedesco Gunter Demnig che nel 1992 a Colonia in ricordo di mille tra Sinti e Rom deportati nel maggio del 1940, ha installato la prima “memoria”., una piccola targa d’ottone della dimensione di un sampietrino (10 × 10 cm). La pietra di inciampo viene posta davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima del nazismo o nel luogo in cui fu fatta prigioniera. Sulla pietra sono incisi il nome della persona, l’anno di nascita, la data, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni intendono ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero.

Le pietre d’inciampo vengono posate in memoria delle vittime del nazismo, indipendentemente da etnia e religione. L’espressione “pietra di inciampo” è presa dalla Bibbia e dall’Epistola ai Romani di Paolo da Tarso. La parola “inciampo” deve intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte, anche casualmente, nell’opera.

Nel 2019 sono 71.000 le pietre installate. La cinquantamillesima pietra è stata posata a Torino. Le targhette di ottone si possono trovare in quasi tutti i paesi che furono occupati durante la seconda guerra mondiale dal regime nazista tedesco, inoltre anche in Svizzera, Spagna e Finlandia. Solo l’Estonia, la Bielorussia e alcuni paesi balcanici non hanno aderito al progetto.

La maggior parte delle pietre di inciampo sono collocate in Germania. Come in altri paesi, anche in Germania la pianificazione, l’approvazione e le collocazioni delle pietre d’inciampo avvengono su iniziative locali. Le città più attive sono: Berlino per molti anni al primo posto, ora con 8.176 pietre, Amburgo tradizionalmente seconda, con 5.534 pietre, Colonia al terzo posto con circa 2.300 pietre. Seguono Francoforte sul Meno con circa 1.400 pietre e altre sei città, tutte con oltre cinquecento pietre: Stoccarda, Brema, Wiesbaden, Würzburg, Lipsia e Magdeburgo. Il progetto Demnig è rappresentato a livello nazionale in tutta la Germania. Solo  a Monaco di Baviera il consiglio comunale ha vietato la posa su suolo pubblico. Ma anche a Monaco sono già state collocate novanta pietre d’inciampo, tutti su terreni privati e altre 240 pietre sono in attesa in un magazzino per la loro collocazione.

Ad Amburgo il 13 febbraio era presente l’artista Gunter Demnig che ha deposto la soglia di inciampo davanti al Palazzo del gruppo editoriale Bauer, nella Burchardstrasse 11 ed è  intervenuto all’incontro insieme al capo dell’ufficio distrettuale di HAMBURG-MITTE, Falko Drossmann, al presidente dell’Unione nazionale degli internati militari italiani, Orlando Materassi, al presidente del consiglio aziendale del Bauer media GROUP, Andreas Bierling, ed al Console Generale d’Italia in Hannover, Giorgio Taborri.

Gunter Demnig è un artista tedesco nato a Berlino il 27 ottobre 1947. È diventato famoso grazie all’iniziativa delle pietre d’inciampo, che ha iniziato a posare in tutto il territorio europeo dal 1992 in ricordo delle vittime del nazismo. Nel 1985, ha aperto un suo studio a Colonia, lavorando per svariati progetti locali. A partire dal 1994 ha collaborato con l’IGNIS-Kulturzentrum (Centro culturale IGNIS). Se di interesse potete vedere il video di una posa di una pietra d’inciampo (https://it.wikipedia.org/wiki/Gunter_Demnig).

L’evento è stato trasmesso in diretta sulla piattaforma zoom. Per ricevere i dati di accesso scrivere a rechtespurensuche@gmail.com.  Per avere ulteriori informazioni e contatti su https://www.heinrichbauerhaus.wordpress.com.

Con l’espressione internati militari italiani, i cosiddetti IMI, i nazisti si riferivano ai soldati italiani catturati dalla Wehrmacht dopo la caduta del regime fascista di Mussolini nell’estate del 1943 e l’armistizio dell’Italia con gli alleati. Ai soldati italiani fu data la possibilità di scegliere se continuare a combattere per i tedeschi o andare in prigione. 600.000 soldati italiani rifiutarono e vennero deportati in Germania e condannati ai lavori forzati. Decine di migliaia persero la vita a causa delle condizioni di detenzione simili a quelle dei campi di concentramento. Circa 12.500 militari internati italiani arrivarono ad Amburgo dove vissero nei lager in condizioni precarie. In quanto condannati ai lavori forzati, vennero impiegati dalla città di Amburgo e dai privati nelle fabbriche di armamenti e per lo sgombero delle macerie. Centinaia morirono per malnutrizione, per la mancanza di cure mediche e per le conseguenze dei maltrattamenti subiti.

Tra i più di mille campi di lavoro forzato ad Amburgo, tre erano situati nel Kontorhausviertel in Burchardstrasse 1, Schützenpforte 11 (oggi Burchardstrasse 11) e in Marschländerstrasse 11 (oggi DOC a Wandrahmstieg). Attraverso il ricordo degli internati militari italiani del Kontorhausviertel ricordiamo anche questo gruppo di perseguitati dei nazisti. Insieme agli Italiani, molti altri gruppi vennero perseguitati dai nazisti nel Kontorhausviertel. Gli ebrei che vivevano e gestivano attività nel quartiere vennero privati dei loro beni e infine deportati nell’Europa dell’est a partire dal 1941. Altri vennero perseguitati e uccisi a causa delle loro disabilità e delle malattie. Per ricordare tutte queste persone Gunter Demnig il 12 ed il 13 Febbraio ha posto delle pietre d’inciampo, unitamente alla soglia d’inciampo nel quartiere Kontorhausviertel di Amburgo. (dip 14)

 

 

 

 

Il 23 a Francoforte Gaetano Savatteri presenta “Il lusso della giovinezza”

 

Francoforte - I vecchi e i giovani in una Sicilia che tenta un rilancio. Sono loro i protagonisti di “Un libro al mese”, rubrica del Consolato generale d’Italia a Francoforte, che riprende gli appuntamenti ospitando Gaetano Savatteri che, il 23 febbraio alle ore 18.30 sulla piattaforma Zoom, parlerà del suo ultimo romanzo “Il lusso della giovinezza” (Sellerio, 2020). Una nuova indagine, ricca di energia comica e colpi di scena, del “giornalista disoccupato, di successo, Saverio Lamanna” e del suo compare Peppe Piccionello.

Il tutto parte con la morte di un milionario americano deciso a investire in Sicilia, Steve Parker: un uomo d’affari, ma anche un idealista, che sognava di dare una scossa salutare all’immobilismo gattopardesco dominante insieme ad una squadra di giovani entusiasti, venuti da ogni parte. Tra di loro c’è anche Suleima, la splendida compagna di Saverio che, andato a consolarla, si trova a curiosare nelle attività dell’imprenditore appena deceduto. Per Lamanna troppe cose non tornano e inizia a sospettare che non si tratti di un incidente.

Oltre alla presentazione-intervista digitale sul libro, a cui il pubblico potrà partecipare sia in diretta, sia successivamente rivedendo sul canale YouTube del Consolato l’incontro che verrà registrato, Gaetano Savatteri renderà omaggio ad una personalità a lui molto cara, Leonardo Sciascia, che contribuì negli anni ’80, con i suoi articoli, a sostenere un progetto editoriale, il periodico Malgrado Tutto, fondato da tre giovani di Racalmuto, tra cui vi era anche lo stesso Savatteri.

Sul canale youtube del Consolato continua anche la lettura ad alta voce del libro di Sciascia “La scomparsa di Majorana”. L’audiovideo del secondo capitolo è letto questa volta dalla dottoressa Maria Cristina Belloni, lettrice ministeriale presso l’università J.W. Goethe. (aise/dip 17) 

 

 

 

 

«Deutschland 89», la serie sulla rovinosa caduta di un regime

 

La trilogia sulla fase finale della DDR (la Germania Est) che ha dato avvio al processo di riunificazione tedesca (disponibile su Sky on demand) guarda a fondo dentro i traumi della storia recente del Paese - di Aldo Grasso

 

Con «Deutschland 89» è giunta a termine una delle operazioni culturalmente più interessanti della serialità europea degli ultimi anni: la trilogia sulla fase finale della DDR (la Germania Est) che ha dato avvio al processo di riunificazione tedesca (disponibile su Sky on demand). Rileggendo una dopo l’altra «Deutschland 83», «Deutschland 86» e quest’ultima produzione, si ha la percezione della fulminea e rovinosa caduta di un regime che sembrava immortale. In «Deutschland 89», le avventure di Martin Rauch (Jonas Nay), la giovane spia dei servizi segreti tedesco-orientali protagonista della trilogia, incrociano i rocamboleschi eventi del novembre 1989; sin dalle prime battute, la serie gioca sul già noto, riflettendo i retroscena dell’improvviso e repentino allentamento delle restrizioni che condussero di fatto alla caduta del Muro di Berlino.

La finzione, con le operazioni sotto copertura di Rauch (in codice «Colibrì»), le tensioni nel comitato centrale del partito, gli infiltrati del regime nei primi gruppi di dissidenti sorti in quegli anni, si mescola a immagini di repertorio a loro modo storiche, come il celebre «Ab sofort» («da subito») con cui il portavoce della DDR Schabowski diede incautamente il via all’assalto al muro. Con la moglie Annette ormai a Mosca come membro stabile dei servizi segreti e dietro la minaccia di vedersi portar via il piccolo figlio, la vita di Rauch si conferma un’altalena di emozioni che incrocia eventi dell’ex blocco sovietico quali la rivolta di Timisoara contro Ceausescu fino al progetto di riunificazione della Germania. «Deutschland 89» è una serie sul senso della fine di un mondo e sull’incognita che ne deriverà. Tutta la trilogia è una spy story di altissima tensione, a volte troppo costruita e con un eccesso di linee narrative, ma indicativa della capacità delle serie tedesche di guardare a fondo dentro i traumi della propria storia recente. CdS 7

 

 

 

Il 25 febbraio ad Amburgo la presentazione online del libro “La straniera”

 

Amburgo - Per la serie “Scrittori in Biblioteca”, l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha organizzato la presentazione online de “La straniera”, libro di Claudia Durastanti, che si terrà, con la presenza dell’autrice, il prossimo 25 di febbraio, alle ore 19.00 sulla piattaforma zoom dell’IIC della città tedesca.

La moderazione dell’incontro e la traduzione degli interventi dell’autrice e del pubblico saranno a cura di Annette Kopetzki, che ha tradotto in tedesco il romanzo della Durastanti per la casa editrice Zsolnay di Vienna, (dal 1996 appartenente al gruppo monacense “Carl Hanser”), con il titolo “Die Fremde”, pubblicato quest’anno.

“La straniera” è stato pubblicato in Italia nel 2019 da “La nave di Teseo”. Acclamata dalla critica, Claudia Durastanti racconta di una speciale storia di famiglia: la sua. Entrambi i genitori sono sordi e negli anni 60 sono emigrati a New York. Claudia viene al mondo a Brooklyn e da ragazza torna in un remoto paesino in Italia. Attraverso i libri impara la lingua che i genitori non le hanno potuto insegnare. Claudia Durastanti ritrae tutte le sfaccettature del suo essere per creare un romanzo straordinario: dalle euforiche storie di una sfrenata famiglia italo-americana negli anni sessanta fino alla Londra di oggi, questo romanzo vi travolgerà in ogni singola riga.

Claudia Durastanti: nata a Brooklyn l’8 giugno 1984, è scrittrice e traduttrice. Si è laureata in antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma. Ha proseguito i suoi studi alla De Montfort University di Leicester e infine di nuovo a La Sapienza con un master in editoria e giornalismo. All’American Academy di Roma ha studiato letteratura come borsista.

Ha lavorato come consulente editoriale per il Salone del Libro di Torino ed è tra i fondatori del festival italiano della letteratura di Londra. Traduttrice presso Marsilio e minimum fax, scrive nel 2010 il suo primo romanzo Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra con il quale vince il Premio Mondello Giovani, il Premio Castiglioncello Opera Prima ed arriva in finale al Premio John Fante. Nel 2013 pubblica il romanzo A Chloe, per le ragioni sbagliate e nel 2016 Cleopatra va in prigione in cui l‘autrice sviluppa un suo racconto già contenuto nell'antologia L'età della febbre, dedicata ai migliori letterati italiani under-40. Nel 2019 pubblica il romanzo dedicato alla storia della famiglia di sua madre La straniera, entrando nella cinquina finale del Premio Strega 2019 e vincendo il Premio Strega Off.

Oggi Claudia Durastanti scrive per La Repubblica e vive a Londra. Detiene numerosi premi e riconoscimenti. Attualmente il romanzo “La straniera” viene tradotto in molte lingue. (aise 15) 

 

 

 

Dichiarazioni programmatiche, le repliche del Presidente Draghi in Senato e alla Camera dei Deputati

 

Mercoledì 17 febbraio. La replica del Presidente del Consiglio Mario Draghi in Senato, al termine della discussione generale

 

Voglio ribadire quanto consideri cruciale la funzione e il lavoro del Parlamento nella sfida che stiamo affrontando. In particolare, in relazione al Programma nazionale di Ripresa e Resilienza più volte evocato nel dibattito parlamentare, ho indicato chiaramente come la governance debba essere incardinata nel Ministero dell’Economia e delle Finanze con la strettissima collaborazione dei ministeri competenti per definire e attuare politiche e progetti di settore.

Confermo che il Parlamento sarà informato in modo adeguato e tempestivo sull’impianto complessivo del programma e sulle relative politiche specifiche di intervento.

Ovviamente sono stati sollevati molti temi nel corso del dibattito di oggi e proverò a replicare su alcune questioni puntuali. Spero di coprire almeno gli interventi che mi hanno colpito di più ma certamente mi scuso in anticipo se non dovessi rispondere ad alcune domande.

C’era un punto sull’ambiente e sul concetto di sviluppo sostenibile. Questo è alla base della giustizia tra generazioni che so il Senato sta discutendo nella forma di progetti di legge costituzionale per inserire il concetto nella Costituzione. Questo governo conferma l’impegno di andare in questa direzione.

Secondo punto sull’ambiente. A proposito dell’impatto ambientale, c’è una legge del 2015 che prevede che ci sia una valutazione ex ante ed ex post delle politiche sul capitale naturale. Il Governo conferma il suo impegno su questo punto che d’altronde è in sintonia con le linee guida, anzi segue le linee guida del Pnrr e in accordo con le tematiche del semestre europeo.

Un terzo punto riguarda il coinvolgimento delle parti sociali e di alcuni corpi intermedi. Io – in maniera abbastanza inusuale – ho voluto incontrare durante le consultazioni le parti sociali e alcuni corpi intermedi, quindi confermo l’impegno al loro coinvolgimento nell’attività di Governo. La stessa cosa per quanto riguarda le Regioni: di nuovo, abbastanza insolitamente, durante le consultazioni ho incontrato i rappresentanti delle Regioni, dei Comuni e delle Province. E d’altronde, in molte delle cose che ci siamo detti oggi, il loro coinvolgimento non solo è inevitabile ma è essenziale: certe cose non si fanno se non sono discusse con le Regioni.

Sulla cultura stamattina ho detto che l’Italia è una grande potenza culturale riconosciuta in tutto il mondo. E anche per questo durante il G20 daremo grande importanza ai temi della cultura con un incontro dedicato. Naturalmente le restrizioni necessarie a contenere la pandemia hanno messo a dura prova musei, cinema, teatri, musica, danza, tutto lo spettacolo dal vivo e ogni arte in generale. La cultura va sostenuta e naturalmente il rischio è di perdere un patrimonio che definisce la nostra identità.

La perdita economica è ingente ma ancora più grande sarebbe la perdita dello spirito. Molto è stato fatto per assicurare ristori adeguati, serve fare ancora di più. Soprattutto occorre rinforzare le tutele dei lavoratori e va colta l’opportunità del “Next generation” per potenziare gli investimenti sul patrimonio culturale, sul capitale umano, sulle nuove tecnologie. Il ritorno nel più breve tempo possibile alla normalità deve riguardare anche la cultura, in tutte le sue forme, perché è imprescindibile per la crescita e il benessere del Paese.

Mi scuso per non aver esplicitamente sollevato il problema dell’immigrazione, svolgerò alcune osservazioni su questo. Per quanto riguarda questo problema, la risposta più efficace e duratura passa per una piena assunzione di responsabilità sul tema da parte delle Istituzioni comunitarie ed europee. D’altronde uno dei dossier politici più rilevanti a livello europeo è quello sulle proposte normative presentate dalla Commissione nel settembre dello scorso anno nell’ambito del cosiddetto “Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo”. Si tratta di nuove proposte che fanno seguito al fallimento dei negoziati svolti nel periodo 14-19 per la riforma del sistema comune europeo di asilo ma che non sciolgono lo stallo politico che continua a bloccare l’azione dell’Unione Europea specie sulla declinazione del principio di solidarietà. Permane infatti la contrapposizione tra Stati di frontiera esterna, maggiormente esposti ai flussi migratori (Italia, Spagna, Grecia, Malta, in parte Bulgaria) e Stati del Nord ed Est Europa, principalmente preoccupati di evitare i cosiddetti movimenti secondari di migranti dagli Stati di primo ingresso nel loro territorio.

L’Italia, appoggiata anche da alcuni Paesi mediterranei come Spagna, Grecia, Cipro e Malta, propone come concreta misura di solidarietà – per segnare la specificità della gestione delle frontiere marittime esterne – un meccanismo obbligatorio di redistribuzione dei migranti pro quota.

Io ho fatto un breve accenno alla necessità di legalità e sicurezza su cui costruire il benessere, la ripresa, la crescita nel Mezzogiorno. Anzi, ho detto che senza legalità e sicurezza non ci può essere crescita. È chiaro che ci sono degli strumenti specifici come il credito d’imposta e anche altri strumenti da concordarsi in sede europea, ma senza riportare legalità e sicurezza è molto difficile crescere.

C’è poi un rischio specifico che corriamo, come è stato detto oggi, proprio in vista della stagione di ricostruzione con i fondi del “Next generation”: quello delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia a seguito della crisi di liquidità che sta interessando diversi settori. Questo pericolo viene costantemente seguito dall’ “Organismo permanente di monitoraggio e analisi” istituito nell’aprile del 2020 presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, a composizione interforze, con l’obiettivo di aggiornare costantemente la mappa delle filiere e delle attività delle mafie al fine di orientare l’azione di contrasto. Particolare attenzione viene anche dedicata all’erogazione dei finanziamenti previsti dalla normativa emergenziale a favore delle imprese e dei cittadini in difficoltà in conseguenza della crisi pandemica.

I prefetti sono stati sensibilizzati a porre la massima attenzione sui maggiori rischi di inquinamento dell’economia legale connessi al contesto emergenziale di oggi. L’obiettivo è anticipare una risposta strutturata dello Stato in termini di prevenzione e contrasto.

Dal monitoraggio effettuato sui seguiti della direttiva, è emerso che diverse Prefetture hanno attivato forme di collaborazione con le Camere di commercio e i Comuni per rendere più incisive le verifiche sui cambi societari intervenuti nelle attività economiche maggiormente a rischio di infiltrazioni malavitose, specie gli esercizi commerciali e il settore turistico alberghiero. Nello stesso contesto, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Economia e delle Finanze da Sace allo scopo di assicurare la completa funzionalità del sistema di garanzia alle banche che finanziano le imprese impedendo l’erogazione di qualunque utilità di fonte pubblica a vantaggio degli operatori economici in odore di condizionamento malavitoso. Un analogo protocollo è stato sottoscritto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con l’Agenzia delle entrate.

Sul turismo stamattina ho accennato al fatto che alcune imprese potranno non riaprire dopo la pandemia. Ma una che certamente riaprirà è proprio il turismo: quindi investire nel turismo e sostenerlo non significa buttare via i soldi, perché quei soldi tornano indietro.

Per un Paese ad alta vocazione turistica come il nostro si tratta di una questione ovviamente essenziale. Quindi vanno messi in campo misure che permettono alle imprese del turismo di non fallire e ai lavoratori di tutelare i livelli di reddito. Ovviamente l’uscita dalla pandemia è la migliore forma di sostegno ma bisogna impedire che in questo periodo queste imprese falliscano perché poi si perde un capitale che è essenzialmente umano.

Gli interventi di oggi hanno dimostrato una consapevolezza del disastro sanitario, economico, sociale, educativo, culturale. È su questa consapevolezza che questo governo costruirà nei fatti la sua credibilità.

Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato ma anche essa dovrà essere giustificata e validata nei fatti dall’azione del governo da me presieduto. Grazie.

 

Giovedì 18 febbraio. La replica del Presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera dei Deputati, al termine della discussione generale

 

Buonasera, ho ascoltato con grande interesse il dibattito di oggi e ne ho tratto molti spunti. Cercherò di rispondere al maggior numero dei punti rilevati, alcuni erano già stati trattati nell’intervento di ieri, o nella replica, quindi credo che quelli che enumererò dovrebbero coprire gran parte degli interventi odierni.

Un primo punto riguarda cosa fare con le piccole e medie imprese. In merito vi sono tre aspetti: uno è l’emergenza, un altro riguarda la preparazione delle piccole medie imprese per la ripartenza, quando la pandemia comincerà ad attenuarsi. E poi sono stati sollevati due o tre esempi di tutele specifiche per le piccole medie imprese italiane.

Sul primo aspetto, cioè l’emergenza, quel che è stato fatto da noi ricalca abbastanza bene e da vicino ciò che è stato fatto in altri paesi europei, almeno dal punto di vista qualitativo. Per il secondo aspetto, la questione è un pochino più di medio periodo e questo comporta e incrocia internazionalizzazione, accesso al capitale, investimenti, allo scopo di rafforzare la nostra manifattura e renderla più competitiva. La strada è quella di sostenere il processo di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, di potenziare il credito di imposta per gli investimenti, ricerca e sviluppo nel Mezzogiorno e anche quello per le spese di consulenza relative alla quotazione delle piccole e medie imprese. Dobbiamo estendere a queste e rendere facilmente fruibile il piano nazionale della Transizione 4.0, per favorire e accompagnare le imprese nel processo di transizione tecnologica e di sostenibilità ambientale. Il terzo aspetto riguarda tutele specifiche, la tutela del made in Italy e la tutela contro la concorrenza sleale che le piccole e medie imprese possono dover affrontare. Qui vi dico subito che l’impegno del Governo è totale.

Un secondo punto riguarda la corruzione. Un Paese capace di attrarre investitori, anche internazionali, deve difendersi dai fenomeni corruttivi. Rappresentano un pericolo di ingerenza criminale, anche da parte delle mafie, e un fattore disincentivante sul piano economico per gli effetti depressivi sulla competitività e la libera concorrenza. Nella replica di ieri, a proposito dello sviluppo nel Mezzogiorno, ho detto: sì, certo, c’è il credito d’imposta, ma la prima cosa è assicurare legalità e sicurezza. Gli altri strumenti si possono usare, si devono usare, ma se manca quella base.

Con riguardo al settore degli appalti pubblici, tradizionalmente sensibili al tema della trasparenza delle procedure e della corretta selezione degli operatori, centrale è il ruolo dell’Anac, anche per i suoi compiti di vigilanza collaborativa con le amministrazioni pubbliche. Una delle chiavi per combattere la diffusione della corruzione è rappresentata dai presidi di prevenzione. Ovvero da quegli strumenti anche di natura pattizia con cui si fa schermo ai tentativi di interferenza illecita esercitata a fini corruttivi. Tuttavia molto resta da fare in vista della prevenzione, oggi perseguita attraverso strumenti e meccanismi di carattere ancora troppo formali. Questi meccanismi impegnano pubblici funzionari, cittadini e imprese in numerosi adempimenti che sottraggono tempo e rendono meno efficace l’azione amministrativa, finendo così per alimentare più che prevenire fenomeni di illegalità. Qui la semplificazione avrebbe una funzione anti-corruttiva. Dobbiamo spostare l’asse degli interventi su un piano più sostanziale, puntando sui due cardini di un’efficace politica di prevenzione, trasparenza e semplificazione. La trasparenza della pubblica amministrazione è il presupposto logico. I cittadini devono poter far sentire la loro voce. E’ la base per la responsabilità. Quindi accesso alle informazioni, siano essi dati quantitativi o qualitativi. Questo consente ai cittadini di analizzare l’attività e i processi decisionali pubblici. Il tutto in un virtuoso rapporto di collaborazione tra istituzioni e collettività amministrate, che veda rispettato il principio del coinvolgimento attivo della cittadinanza nelle scelte e riesca ad alimentare e consolidare la fiducia nelle istituzioni, ma anche il necessario controllo sociale.

La semplificazione dei procedimenti amministrativi serve per snellire e accelerare i processi decisionali pubblici. Sono proprio le farraginosità degli iter, la moltiplicazione dei passaggi burocratici, spesso, la causa inaccettabile di ritardi amministrativi, ma anche il terreno fertile in cui si annidano e prosperano i fenomeni illeciti.

Sulla criminalità solo un’osservazione: è vero che i dati quantitativi sulla criminalità nel corso degli anni sono andati migliorando, ma la percezione che ne hanno i cittadini no. Deve essere la percezione a guidare l’azione, a stimolare un’azione sempre più efficace.

Sulla giustizia. Non c’è dubbio che bisognerà intraprendere azioni innovative per migliorare l’efficienza della giustizia civile e penale, quale servizio pubblico fondamentale che rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali che richiedono, ad un tempo, un processo giusto e un processo di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei.

Come ho detto ieri in Senato nel discorso di replica, e tengo a ribadirlo anche in questa sede, dobbiamo impegnarci a tutelare il sistema economico contro il rischio di infiltrazioni criminali, conseguente all’immissione di flussi di denaro e di risorse pubbliche anche provenienti dall’Unione Europea. Infine, ma non meno rilevante, in tempi di pandemia non dovrà essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, esposti al rischio della paura del contagio e particolarmente colpiti dalle misure necessarie per contrastare la diffusione del virus.

Sullo sport, una breve considerazione. Il fatto che non abbia detto nulla non vuol dire che non sia importante. E’ un mondo profondamente radicato nella nostra società, nell’immaginario collettivo ed è stato fortemente colpito dall’emergenza della pandemia. Questo governo si impegna a preservare e sostenere il sistema sportivo italiano tenendo conto della sua peculiare struttura e dei molteplici aspetti che lo caratterizzano, non solo in relazione all’impatto economico, agli investimenti e ai posti di lavoro, ma anche per il suo straordinario valore sociale, educativo, formativo. Penso infine ai grandi eventi sportivi nazionali ed internazionali, la cui massima espressione saranno i Giochi Olimpici di Milano e Cortina che l’Italia ospiterà nel 2026. Il lavoro che dobbiamo sviluppare per prepararci al meglio all’evento è già una manifestazione di fiducia sul futuro dell’Italia, sia al suo interno sia all’estero, oltre che un’occasione per il suo sviluppo, specie nel campo delle infrastrutture, del turismo, dell’innovazione tecnologica, della ricerca, della sostenibilità ambientale.

Su altri due argomenti che sono stati sollevati oggi, turismo e fisco, ho già risposto ieri. Per il turismo ho risposto semplicemente dicendo che se c’è un settore che riparte, sicuramente è quello. In merito non abbiamo dubbi. Mentre magari per altri settori tecnologici non lo sappiamo, il turismo è sicuro che riparte, perché siamo l’Italia, quindi merita sostegno.

Bene. Spero condividiate questo sguardo costantemente rivolto al futuro, che confido ispiri lo sforzo comune verso il superamento di questa emergenza sanitaria e della crisi economica. E che certamente caratterizzerà, nelle mie ambizioni, l’azione di questo governo. Grazie. Dip 19

 

 

 

Via libera del PE al dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi 

 

672,5 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti per contenere gli effetti della pandemia. Componente principale del pacchetto di stimolo Next Generation EU. 

Fondi a sostegno di transizione verde, trasformazione digitale, preparazione alle crisi, minori e giovani. Rispetto dello Stato di diritto condizione indispensabile per ricevere i finanziamenti 

 

Martedì sera, il Parlamento ha approvato in via definitiva il dispositivo per la ripresa e la resilienza per aiutare i paesi UE a far fronte alle conseguenze della pandemia di COVID-19.

Il regolamento sugli obiettivi, il finanziamento e le regole di accesso al dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza (RRF, Recovery and Resilience Facility) è stato approvato con 582 voti favorevoli, 40 contrari e 69 astensioni, con i risultati della votazione annunciati mercoledì mattina. Si tratta della componente più cospicua del Piano di ripresa Next Generation EU da 750 miliardi di euro.

 

Arginare gli effetti della pandemia

672,5 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti saranno messi a disposizione per finanziare misure nazionali intese ad alleviare le conseguenze economiche e sociali della pandemia. Il dispositivo potrà finanziare anche dei progetti collegati, iniziati dal 1° febbraio 2020. I finanziamenti saranno disponibili per tre anni e i governi dell'UE possono richiedere fino al 13% di prefinanziamento per i loro piani di ripresa e resilienza.

 

Ammissibilità ai finanziamenti

Per essere ammissibili al finanziamento, i piani nazionali si devono incentrare su politiche chiave dell'UE quali la transizione verde, compresa la biodiversità, la trasformazione digitale, la coesione economica e la competitività, nonché la coesione sociale e territoriale. Potranno essere finanziati anche i progetti che si concentrano sulla reazione delle istituzioni alle crisi e sulle modalità per aiutarle a prepararvisi, come anche le politiche a favore dei minori e dei giovani, compresa l'istruzione e lo sviluppo di competenze.

 

Ciascun piano deve destinare almeno il 37% del proprio bilancio al clima e almeno il 20% alle azioni digitali. I piani dovranno avere un impatto duraturo sia in termini sociali che economici, includere riforme globali e un robusto pacchetto di investimenti e non danneggiare significativamente gli obiettivi ambientali.

 

Il regolamento stabilisce anche che potranno ricevere fondi a titolo del dispositivo soltanto i paesi membri impegnati nel rispetto dello Stato di diritto e dei valori fondamentali dell'Unione europea.

 

Dialogo e trasparenza

Per discutere dello stato della ripresa nell'UE e delle modalità di realizzazione di obiettivi e target da parte dei Paesi UE, la Commissione europea, che è responsabile del monitoraggio dell'attuazione del dispositivo, può essere invitata a comparire ogni due mesi dinanzi alle commissioni competenti del Parlamento. La Commissione metterà anche a disposizione degli Stati membri un sistema integrato di informazione e monitoraggio per poter fornire informazioni comparabili su come vengono utilizzati i fondi.

 

Citazioni

Siegfried MUREAN (PPE, RO), correlatore coinvolto nei negoziati, ha detto durante il dibattito di martedì: "Il voto di oggi significa che il sostegno sta arrivando per combattere questa crisi e per costruire la nostra forza per superare le sfide future. L'RRF aiuterà a modernizzare le nostre economie e a renderle più pulite e più verdi. Abbiamo fissato le regole su come spendere il denaro, ma le abbiamo lasciate abbastanza flessibili per soddisfare le diverse esigenze degli stati membri. Infine, questo denaro non deve essere usato per spese di bilancio ordinarie, ma per investimenti e riforme".

 

Eider GARDIAZABAL RUBIAL (S&D, ES), correlatrice coinvolta dei negoziati, ha detto: "Il RRF è la risposta corretta all'impatto del virus. Ha due obiettivi: a breve termine, recuperare sostenendo il reddito nazionale lordo, gli investimenti e le famiglie. A lungo termine, questo denaro porterà cambiamenti e progressi per raggiungere i nostri obiettivi digitali e climatici. Ci assicureremo che le misure allevieranno la povertà e la disoccupazione, e terranno conto della dimensione di genere di questa crisi. Anche i nostri sistemi sanitari diventeranno più forti".

 

Drago? PÎSLARU (Renew, RO), altro correlatore che ha partecipato ai negoziati,, ha detto: "Il destino dell'Europa è nelle nostre mani. Abbiamo il dovere di consegnare il recupero e la resilienza ai nostri giovani e bambini, che saranno al centro della ripresa. Uno dei sei pilastri del RRF è dedicato specialmente a loro, il che significa investire nell'educazione, riformare pensando a loro e fare la nostra parte per i giovani per aiutarli a ottenere le competenze di cui avranno bisogno. Non vogliamo che la prossima generazione sia una generazione di chiusura".

 

Prossime tappe

Una volta che anche il Consiglio avrà approvato formalmente il regolamento, questo entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE. PE 10

Come il Parlamento europeo vuole affrontare la povertà nell’UE 

Combattere la povertà dei lavoratori: gli europarlamentari vogliono un salario minimo e sostegno per le categorie più a rischio, tra cui donne e precari della gig economy.

Circa il 10% dei lavoratori UE vive in uno stato di indigenza, mentre il 21,7% della popolazione è vittima di povertà o esclusione sociale. A tutto questo si è aggiunta la pandemia, che rischia di acuire le diseguaglianze nell’UE.

Alla luce di questa realtà gli europarlamentari hanno chiesto alla Commissione europea e agli Stati membri di includere la prevenzione della povertà dei lavoratori nei loro obiettivi per porre fine al problema nell’UE. Il principio per cui “il lavoro è la migliore soluzione alla povertà” non si applica infatti ai settori con bassi livelli salariali e per coloro che lavorano in condizioni precarie e atipiche.

Nella relazione adottata il 9 febbraio 2021 (con 365 voti in favore, 118 contrari e 208 astenuti) gli europarlamentari hanno richiesto che venga istituito un salario minimo al di sopra della soglia di povertà.

La direttiva europea sui salari minimi

Gli europarlamentari hanno accolto con favore la proposta della Commissione europea per norme UE su salari minimi adeguati, considerata un passo importante per assicurare che chiunque possa guadagnarsi da vivere attraverso il proprio lavoro e possa partecipare alla vita sociale.

Il Parlamento europeo ha detto anche che la legge dovrebbe garantire che i datori di lavoro non deducano i costi per l’esecuzione del lavoro (come alloggio o attrezzature) dal salario minimo.

Condizioni di equità lavorativa per le piattaforme digitali

Gli europarlamentari hanno dichiarato che, per combattere la povertà dei lavoratori, il quadro legislativo relativo a salari minimi adeguati dovrebbe essere applicato a tutti i lavoratori, tra cui i lavoratori della gig economy, che spesso operano in condizioni precarie.

Secondo il Parlamento, i lavoratori dovrebbero essere protetti anche dal diritto del lavoro e da disposizioni in materia di sicurezza sociale, oltre a dover essere in grado di impegnarsi in contrattazioni collettive.

 

Le donne sono più a rischio per povertà ed esclusione sociale

Nell’UE le donne guadagnano in media il 15% in meno degli uomini a causa di una minore partecipazione al mercato del lavoro. Il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di implementare la direttiva per conciliare vita privata e lavoro.

Dal momento che le donne sono più a rischio di povertà ed esclusione sociale rispetto agli uomini, gli europarlamentari hanno anche richiesto che vengano prese iniziative contro il divario retributivo di genere e per garantire l’accesso a servizi per l’infanzia di qualità e sostenibili economicamente. PE 16

 

 

 

 

10 anni dalle primavere arabe. L’UE e le rivolte nel mondo arabo: dall’entusiasmo all’isolamento

 

Attraverso una politica estera comune, la Comunità europea prima e l’Unione europea poi hanno storicamente reagito con iniziative di alto profilo ai grandi cambiamenti avvenuti in Medio Oriente e in Nord Africa. Dopo le due guerre del 1967 e del 1973, la Comunità europea reagì sviluppando la Politica mediterranea globale (in sostanza, una politica di accordi commerciali bilaterali con i più rilevanti Stati mediterranei) e il (seppur di breve vita) Dialogo euro-arabo.

Dopo gli Accordi di Camp David del 1978, i dodici ministri degli Esteri firmarono la Dichiarazione di Venezia, che replicava ai partner di Washington e Tel Aviv l’aver ignorato la questione palestinese e stabiliva i parametri per la diplomazia degli anni Novanta. Dopo la Guerra Fredda, l’Unione europea inaugurò una nuova fase delle relazioni internazionali e tentò di costruire una comunità di sicurezza nell’area mediterranea con il Processo di Barcellona. Nei primi anni 2000, si sviluppò la Politica europea di vicinato, in risposta sia all’allargamento a oriente, sia allo stallo del processo di Barcellona.

Una risposta finita nel vuoto

Sebbene le rivolte arabe del 2011 abbiano colto di sorpresa l’Ue, essa ha risposto rapidamente con una revisione della Politica europea di vicinato e rafforzando la capacità di azione della sua società civile. Tuttavia, a dieci anni dalle cosiddette Primavere Arabe, questo modello sembra essere andato perduto.

Risulta attualmente difficile individuare un’iniziativa innovativa e altrettanto visionaria da parte dell’Unione europea in reazione alle rivolte arabe in corso. La Politica europea di vicinato ha perso slancio e l’Unione ha adottato una politica di resilienza che sembra aver ridotto il suo impegno in favore della democrazia. Inoltre, l’Ue non ha presentato iniziative diplomatiche decisive in Siria o in Libia, lasciando spazio ad altre potenze, come Russia e Turchia.

In Israele/Palestina, dove l’Ue è stata un attore chiave negli ultimi decenni, si rileva un silenzio assordante di fronte all’intensificarsi delle violazioni del diritto internazionale. Infine, anche a livello regionale, l’Ue non ha preso posizione. Nell’ultima resa dei conti nel Mediterraneo orientale, sono gli Stati membri ad aver agito, mentre l’Ue è apparsa come un mero strumento per il raggiungimento dei loro obiettivi geopolitici.

Le ragioni dello scarso protagonismo Ue

Questa evoluzione è determinata da una varietà di fattori. In primo luogo, a livello globale, il potere statunitense nella regione si è ridistribuito in modo decisivo. Si è disinteressato alle rivolte arabe e ha abbandonato quasi interamente alcuni fascicoli (Libia, Mediterraneo orientale, Siria), agendo aggressivamente su altri (Israele/Palestina e Iran). Dato che l’Ue ha seguito per decenni il binario statunitense, non si ha semplicemente idea né di come riempire il vuoto lasciato dagli Usa, né di come affrontare le situazioni in cui essi alimentano i conflitti piuttosto che risolverli. Le politiche Usa in Medio Oriente non subiranno un cambiamento sostanziale con un’amministrazione Biden (ad eccezione di un tono più compromissorio nei confronti dell’Iran e al freno del massiccio commercio di armi degli Stati Uniti in Arabia Saudita).

In secondo luogo, a livello regionale, sono emerse o si sono intensificate grandi rotture geopolitiche a seguito delle rivolte arabe (tra Turchia/Qatar e Emirati Arabi Uniti/Arabia Saudita/Egitto da un lato, e tra Iran/Siria/Hezbollah e Emirati Arabi Uniti/Arabia Saudita/Egitto/Israele dall’altro). Essendo tali cesure legate a doppio filo ai conflitti regionali (Yemen, Siria, Libia, Israele/Palestina), l’Ue sembra aver perso l’orientamento per muoversi all’interno di tale quadro. Ciò è in particolare collegato al fatto che vari Stati membri dell’Ue sono stati direttamente risucchiati in queste spaccature e conflitti geopolitici.

In terzo luogo, anche all’interno della stessa Ue si è intensificata la contestazione. Ciò include, da un lato, la contestazione delle politiche migratorie da parte dei crescenti partiti nazionalisti etnocentrici, che sono già riusciti a influenzare le politiche migratorie nazionali e dell’Ue; dall’altro, il movimento #FridaysforFuture, a cui l’Unione europea ha risposto con il Green Deal. Anche quest’ultimo risulta essere tuttavia eccessivamente euro-centrico ed isolazionista.

Rilanciare una politica estera condivisa

Come risultato di tutti questi fattori, l’Ue ha reagito a malapena alla seconda ondata di rivolte in – tra le altre – Algeria, Libano, Iraq e Sudan, al contrario di alcuni dei suoi Stati membri. Il presidente francese Emmanuel Macron, ad esempio, è stato piuttosto presente in Libano. Sebbene l’Ue abbia già avuto problemi di visibilità e credibilità in Medio Oriente e Nord Africa negli ultimi decenni, ora questi livelli sono destinati a scendere a zero.

Come si può rilanciare una politica estera europea condivisa che garantisca gli interessi comuni (e non quelli particolaristici dei singoli stati membri) in una regione sempre più multipolare e frammentata? Urge una nuova visione complessiva basata sui punti di forza dell’Unione.

A livello globale, essa deve basarsi sulla cooperazione dell’Ue con le Nazioni Unite riguardo tutti i conflitti attuali, in Israele/Palestina, Siria o Libia. Ciò è necessario per giungere ad eque soluzioni, radicate nel diritto internazionale. A livello regionale, si deve ricercare una nuova visione per la sicurezza nel Mediterraneo; un’architettura energetica inclusiva nel Mediterraneo orientale potrebbe essere un buon punto di partenza. Infine, a livello locale, c’è bisogno di riformare le politiche intraprese in linea con le richieste dei movimenti di protesta nella regione: giustizia sociale ed ecologica, radicata nei modelli locali di democrazia. Daniela Huber, AffInt 19

 

 

 

Momenti di vita

 

Nella vita giunge il tempo per “tirare delle somme”. Per fare, in definitiva, un bilancio su ciò che si crede d’aver fatto e su ciò che resterebbe da fare. A questo punto, è opportuno essere corretti con la propria coscienza e fare una verifica per evidenziare ciò che è possibile completare e ciò che, invece, non c’è più il tempo di fare. Anche sotto il profilo dell’informazione, il meccanismo è lo stesso; implicare di più i lettori. Così, azzardiamo fare il punto su quanto abbiamo portato avanti e su ciò che vorremmo completare.

 

 Sul fronte dell’informazione, pensiamo d’aver rispettato una tabella di marcia in sintonia con i tempi e gli eventi. Anche se c’è stato, indubbiamente, chi ha fatto di più e di meglio. Particolarmente per i Connazionali all’estero. Milioni d’italiani che seguono le vicende della Patria da lontano.

 

 A questi italiani nel mondo riaffermiamo la nostra stima. Intendiamo, tra l’altro, essere ponte ideale tra chi è partito e chi è rimasto. Tra gli affetti vicini e lontani. Le promesse, non realizzate, non le citeremo neppure. Non avrebbero valenza.

 

Intendiamo, quindi, essere un mezzo di comunicazione tra il presente e il futuro. Senza, mai, scordare il passato che ci accomuna ed è la matrice di un’italianità che non conosce confini. I nostri sessant’anni di giornalismo, al servizio dei Connazionali “altrove”, dovrebbero essere una “garanzia” anche per chi ha cambiato il cielo, ma non il cuore. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Nuovo governo e Next Generation EU. Draghi: un garante per l’Italia nella difficile partita europea

 

Era scontato il coro di sostegno all’arrivo di Mario Draghi a palazzo Chigi riecheggiato nei “piani alti” dell’Unione europea a Bruxelles e nelle principali cancellerie, Berlino e Parigi in primo luogo. Che il governo del Paese più debole tra i grandi dell’Unione europea, sul quale si addensano da troppo tempo le maggiori incertezze e preoccupazioni quanto a capacità di crescita economica come per la solidità degli assetti politico-istituzionali, sia guidato da una delle persone a forte caratura internazionale – un “fuoriclasse” – quale l’ex presidente della Banca centrale europea, non può che costituire di per sé un fattore di stabilità che in Europa gioverà a tutti.

D’altra parte, il 2021 è l’anno che vedrà la fine dell’”era Merkel” (le elezioni legislative federali in Germania sono previste a settembre) e nella primavera 2022 ci saranno le presidenziali francesi: il profilo della futura leadership nei due Stati chiave è indeterminato e fino ad allora, non si apriranno nuovi “cantieri” europei. Se Draghi durasse a palazzo Chigi fino alla scadenza naturale della legislatura (primavera 2023) ne beneficerebbe sicuramente il profilo politico dell’Unione europea. La sua visione degli sviluppi dell’integrazione europea è stranota: nel 2012 e poi nel 2015 firmò con gli altri presidenti delle istituzioni europee (Commissione, Eurogruppo, Consiglio e Parlamento) due relazioni per il rafforzamento dell’unione monetaria, rimaste sostanzialmente sulla carta nei suoi elementi strategici.

Dal Quantitative Easing al Recovery Plan

Per tutti gli anni del Quantitative Easing forzato, alla guida della Bce, Draghi ha fatto continuamente – e vanamente – appello ai governi affinché facessero la loro parte, compensando con una forte azione di politica economica comune l’anomalia costitutiva dell’Eurozona (moneta unica con politiche fiscali nazionali separate, solo ingabbiate dai parametri di Maastricht per evitare sconquassi finanziari), nel tentativo di superare quella che viene chiamata la “solitudine” del banchiere centrale, “orfano” di una politica fiscale comune.

C’è voluta la pandemia per cambiare gioco. Pur in forma limitata, Next Generation EU, con la più grande emissione di debito comune da parte degli Stati dell’Unione che sia mai stata immaginata (750 miliardi di euro potenzialmente da rimborsare attraverso imposte europee), compensa la zoppìa originaria dell’Eurozona rafforzando l’espansione fiscale in corso in tutti i Paesi: per la prima volta l’azione dei governi, dell’Ue e della Banca centrale sono allineate.

Soprattutto fornisce un’indicazione per il futuro e ora comincia il test per verificare se il compromesso di luglio è solo una forzatura congiunturale dovuta all’eccezionalità della crisi pandemica, cui alcuni Stati riluttanti a condividere i rischi si sono piegati per tornare rapidamente nei ranghi, oppure può essere l’embrione di uno strumento fiscale comune permanente di stabilizzazione delle economie. Perché ciò avvenga, l’operazione anticrisi deve funzionare innanzitutto in Italia di cui si teme l’ulteriore indebolimento della capacità di crescita quanto l’instabilità e l’imprevedibilità della politica.

Italia barometro del futuro dell’Ue

Draghi viene considerato il garante di una difficile partita: l’Italia beneficia di grandi aiuti europei, ma in cambio deve assicurare una stagione di investimenti e riforme per lasciare alle spalle un ventennio durante il quale ha rasentato la stagnazione. Gli aiuti sono cospicui, più di tutti gli altri Paesi in valore assoluto. Ha pesato l’abilità del governo Conte 2, ma hanno pesato molto di più lo spostamento della Germania verso una soluzione europea alla crisi per non dissezionare il mercato unico e non spezzare le catene produttive continentali (strettissima l’interdipendenza delle economie tedesca e italiana), oltre al fatto che l’Italia si trovasse in condizioni peggiori di altri Paesi già prima dello scoppio della pandemia.

Cambiare la narrativa sulle ragioni dell’accordo di luglio centrando l’attenzione non tanto sull’eccezionalità della manovra politico-diplomatica nazionale quanto sulla profondità della crisi strutturale del Paese appare decisivo per dare senso compiuto alle scelte per usare bene i fatidici 209 miliardi di euro.

L’Italia resta un Paese troppo grande per fallire (senza mettere a repentaglio l’esistenza dell’area euro), e allo stesso modo un Paese troppo grande per avere una crescita ai minimi europei da vent’anni: è questa la preoccupazione centrale per l’Ue. La novità assoluta è che gli impegni anticrisi travalicheranno il tempo a disposizione di molti governi, dato che investimenti e riforme vanno completati entro agosto 2026: il vincolo europeo definito in comune prescinde dai cicli politico-elettorali nazionali. Le scelte di oggi inevitabilmente disegnano un quadro futuro: se non vengono attuate nei tempi e nei modi previsti, stop agli esborsi e per un paese ad alto debito come l’Italia ciò allarmerebbe i mercati. Per noi il vincolo europeo è doppio.

Next Generation EU – un accordo con molte luci e diverse ombre – è al centro dell’ultimo libro di Antonio Pollio Salimbeni.

Il dilemma dell’Europa

Se Next Generation EU costituirà per l’Italia una leva per modernizzarsi questo sarà un vantaggio per l’economia nazionale, per la stabilità dell’euro e anche per il rilancio politico dell’Unione europea. E la caratura politica di Mario Draghi potrà avere benefici effetti sulla posizione dell’Italia nell’Ue da tutti i punti di vista. Viceversa, se l’operazione non riuscirà, non solo il ruolo dell’Italia nell’Unione risulterà più fragile, marginalizzato, ma per l’Ue, e, in particolare, per l’Eurozona si porrà in tutta la sua evidenza un problema di credibilità se non di stabilità.

Inevitabilmente si approfondirebbe la faglia Nord-Sud, risulterebbe impossibile realizzare quel compromesso tra piena assunzione di responsabilità dei governi per ridurre i rischi finanziari ed economici nazionali e condivisione di quegli stessi rischi a livello europeo che costituisce lo scoglio non superato a dieci anni dalla crisi finanziaria e del debito sovrano.

E se a pandemia alle spalle la Bce, unica entità effettivamente federale, si ritrovasse da sola a condurre una politica monetaria senza una capacità di bilancio parallela funzionante per tutta l’unione monetaria, riemergerebbe la zoppìa originaria dell’area euro: come candidarsi a una prossima crisi. In fondo, il vero dilemma non è se procedere o meno nella direzione di una maggiore integrazione, ma fino a quando l’Eurozona potrà permettersi di non farlo. La partita dell’Europa è tutta qui. Antonio Pollio Salimbeni, AffInt 19

 

 

 

Vecchie e nuove sfide del Cgie

 

ROMA - C’è un nuovo Governo in Italia e una situazione ancora di forte crisi, sia dal punto di vista sanitario che da quello economico, che si aggiungono a problematiche di vario genere esistenti già in epoca pre-Covid. E questo riguarda, e riguarderà anche nel prossimo futuro, gli Italiani nel Mondo e le sue rappresentanze: Com.It.Es. e Consiglio Generale per gli Italiani all’Estero in primis. A tal ragione, il Comitato di Presidenza del Cgie ha rilasciato questo pomeriggio una conferenza stampa online in cui ha avuto modo di spiegare i suoi progetti, le sue volontà, i nuovi spunti e le nuove e vecchie sfide che lo attendono, il tutto orientato verso quello spirito di “unità” invocato questa mattina in Senato dal premier Mario Draghi e ribadito nel pomeriggio dal Cdp del Cgie.

Molti i temi toccati durante l’incontro: politica, Recovery Fund, migrazione vecchia e nuova, cittadinanza e riconoscimento della stessa, Covid, personale e servizi all’estero (necessari per una semplificazione), sicurezza sanitaria, turismo di ritorno e internazionalizzazione.

E proprio dal nuovo contesto politico è partito, e poi finito, l’intervento del Segretario Generale, Michele Schiavone. Un nuovo contesto che porta, inevitabilmente, il Cgie a compiere delle “riflessioni”, perché dalle scelte del Governo Draghi dipende il tipo di interlocuzione che il Comitato Generale per gli Italiani all’estero potrà avere con i nuovi soggetti istituzionali. Ma di una cosa è certo Schiavone, che da come Ricardo Merlo ha interpretato il ruolo da Sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli italiani nel mondo, non si torna indietro. La nomina di Merlo, che di per sé è stato un italiano all’estero, è stato infatti “un momento spartiacque per le politiche degli italiani nel mondo”, e quel tipo di “sensibilità” dimostrata in questi anni dall’esponente del MAIE verso l’argomento connazionali all’estero, “deve continuare”. Ed è questa la richiesta che Schiavone, che ha scritto nelle settimane scorse a presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, ha voluto rivolgere a Draghi in vista del nuovo esecutivo, a maggior ragione perché tutti e 18 gli eletti all’estero sono all’interno della maggioranza.

Tutto ciò è dovuto al fatto che di richieste per i connazionali ce ne sono varie e, soprattutto, urgenti: la semplificazione dei servizi consolari, quindi un aumento del personale; la ricerca di una sicurezza sanitaria anche per chi non risiede nello Stivale, con l’invio di medicine essenziali ai connazionali; il rinnovo dei Comites e di conseguenza quello del Cgie, rimandato già a più riprese.

“I Governi cambiano, ma i problemi restano”, ha esordito infatti nel suo intervento Giuseppe Maggio, Vice Segretario Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, il quale si è concentrato soprattutto sulla possibilità di essere “toccati” anche con il Recovery Fund. E inoltre ha anche ricordato alcune criticità che il Cgie sta affrontando, come la ricerca di un collegamento tra la vecchia migrazione e le nuove, per le quali è necessario un “aumento dei servizi”, così come un miglioramento di coordinamento e informazioni tra “consolati e consolati e tra consolati e cittadini”.

Anche Eleonora Medda, componente sempre per l’Europa e l’Africa del Nord, il Cgie deve “lavorare molto sulla nuova migrazione”, soprattutto alla luce del fatto che il saldo tra emigrazione e immigrazione, in Italia, è “negativo”. La migrazione di oggi, infatti, è “variegata, non si può più parlare di “cervelli in fuga”, ma solo un terzo dei migranti possiedono la laurea”. Per gli altri, invece, la pandemia ha portato ancora più “precarietà” rispetto al passato. Per questo, secondo Medda, è necessario “garantire un movimento responsabile” per chi decide di viaggiare, orientando, attraverso corsi precedenti al viaggio e non solo, chi intraprende una scelta del genere.

Un altro importante punto toccato dalla componente del Cdp è stata la cittadinanza, riferita nello specifico ai bambini. Che è un tema importante, perché, come da lei sottolineato, tra chi parte oggi “il 20% sono famiglie con bambini”. E per far mantenere il legame vero e forte con l’Italia c’è bisogno di corsi di lingua quanto di patronati.

Intervenendo da New York, invece, Silvana Mangione, Vice Segretario Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei, ha ribadito il concetto di Medda andando nello specifico della situazione, complicata, per cui il Cgie deve lavorare molto: ossia la situazione degli “enti gestori dei corsi di lingua”, ponendosi contro al concetto dell’Italiano come “lingua etnica” ed evidenziando come questa debba essere (e lo è nei fatti, secondo lei) anche una lingua “di cultura e di business”. E per far sì che gli enti migliorino la propria situazione alla svelta c’è bisogno di una “giusta tempistica per le assegnazioni e per i pagamenti”, di “chiarezza”, di una “comunicazione migliore da parte del Ministero” e, infine, di quella che lei definisce un’“assunzione di responsabilità” che possa realmente aiutare gli enti gestori a promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo potendo pagare gli insegnanti e avere un riscontro florido da molti punti di vista, non solo quello idiomatico. Molto importante, da questo punto di vista, anche “l’internazionalizzazione dell’istruzione universitaria” per il quale il Cgie si vuole impegnare partecipando al Convegno di Venezia che sta mettendo in campo un vero e proprio “piano di internazionalizzazione” da seguire da vicino.

Dal canto suo, Riccardo Pinna, componente per i Paesi Anglofoni extraeuropei, è intervenuto dal Sud Africa lamentando anche lui una poco proficua comunicazione con le sedi diplomatiche nostrane, specialmente riguardo i corsi di lingua italiana e per i mancati contributi per il quotidiano italiano in Sud Africa, “La voce del Sud Africa”. Poi ha potuto fare anche una panoramica sulla situazione legata alla pandemia nel continente africano e in quello oceanico. Se nella seconda la gestione della pandemia sta ottenendo dei frutti, grazie alla loro fermezza di trattamento in entrata nel Paese, nel primo la situazione è molto preoccupante, secondo Pinna, anche perché in Africa risiedono cittadini provenienti da tutto il mondo e si spostano in tutto il mondo: “vaccini gratis per tutti o sennò saranno problemi lunghi”, ha concluso il suo intervento Pinna.

Dello stesso avviso anche Mariano Gazzola, Vice Segretario Generale per l’America Latina, intervenuto dall’Argentina. Anche lui ha sottolineato la necessità di aumentare i servizi consolari, cosa possibile solo se si “aumenta il personale”, soprattutto alla luce del fatto che i “connazionali residenti all’estero continuano ad aumentare”. E invece, “in Sud America, il personale è stato dimezzato”. Gazzola si è detto però speranzoso rispetto a questo rinnovato clima di “unità creatosi intorno a Draghi”, attraverso il quale si può “affrontare anche il tema clou: il riconoscimento della cittadinanza a chi ha davvero un legame con l’Italia”. Ma anche questo si basa, per forza, sull’aumento del personale e dunque dei servizi.

Gianluca Lodetti, componente di Nomina Governativa, invece, si è concentrato sull’importanza dell’internazionalizzazione, che, secondo lui, è un “tema non abbastanza analizzato”. Infatti “la politica disconosce il contributo delle comunità italiane all’estero”, e questo è sbagliato, a parer suo, perché “all’Italia, per rilanciarsi, servono le altre Italie nel mondo”. Per fare questo è necessario “quantificare l’incidenza degli italiani nel mondo nell’economia”, che è uno dei progetti per il futuro del Cgie. Ma oltre a esportare “solidarietà, mutualismo, con le associazioni, e diritti, coi patronati”, è fondamentale anche sostenere “il mondo dell’impresa”, perché “si vince solo mantenendo unito il paese”. Questo il suo messaggio, in sintesi: “sono necessari scambi continui tra l’Italia e le comunità”.

È infine potuta intervenire anche Rita Blasioli Costa, componente per l’America Latina, che si è focalizzata specialmente sul turismo di ritorno, ricordando la firma dell’anno scorso tra Enit e Cgie e l’impegno di quest’ultimo per la sensibilizzazione dei quasi 80 milioni di oriundi nel mondo che con questo tipo di turismo possono essere fondamentali da molti punti di vista, specialmente quello economico ma anche per la riscoperta dei piccoli borghi italiani.

Rispondendo alle domande, infine, Schiavone ha spiegato come, ancora una volta, tra pandemia, crisi di governo e nuovo esecutivo, il Cgie sia di nuovo in una posizione di “ripartenza”. Questo è dovuto al fatto che ci saranno dei “nuovi interlocutori”. In primis, Schiavone ha pensato a Maria Stella Gelmini, nuovo Ministro per gli Affari Regionali e Autonomie.

“Purtroppo - ha concluso Schiavone - ogni volta che ci avviciniamo alla Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie, uno degli interlocutori viene meno. Però il nostro programma resta fitto e pieno verso la plenaria”. (luc.matt.\aise/dip 17) 

 

 

 

 

Contro il virus delle fake news, il vaccino dell’inclusione

      

Abbiamo tutti negli occhi le immagini della violenza operata dai sostenitori del presidente statunitense Donald Trump, con l’inevitabile lista di vittime. Sono state indubbiamente uno choc, soprattutto dal punto di vista simbolico, ma non una sorpresa: costituiscono un esito coerente non solo con il comportamento tenuto dal Presidente uscente a partire dalla sconfitta alle elezioni dello scorso 3 novembre, pervicacemente negata contro ogni evidenza, ma con la sua intera parabola politica. Nel 2016 era stata proprio la campagna elettorale di Trump, insieme a quella sostanzialmente contemporanea del referendum sulla Brexit, a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della rilevanza politica delle fake news e alla proclamazione del neologismo post-truth – in italiano “post-verità” – come “Parola dell’anno 2016” da parte di Oxford Dictionaries. Durante i quattro anni del suo mandato, Trump non ha certo cambiato stile nella gestione dell’informazione: se servono esempi, basta pensare ai suoi tweet negazionisti a proposito dei cambiamenti climatici o della pandemia. Ora gli Stati Uniti si trovano a fare i conti con la sua eredità di manipolazione e polarizzazione che ha letteralmente spaccato il Paese.

Si tratta di un fenomeno che Trump ha cavalcato con grande abilità e spregiudicatezza, ma le cui proporzioni superano i confini americani.

Le fake news sono spesso paragonate a un virus: come abbiamo imparato dal SARS-CoV-2, i virus si diffondono e contagiano ben prima che riusciamo a diagnosticarli. Se riflettiamo sulla diffusione anche in Italia di narrazioni negazioniste proprio relative alla pandemia, o di fake news a proposito dei vaccini, e soprattutto degli evidenti tentativi di strumentalizzazione politica, ci rendiamo conto di trovarci più o meno sulla stessa barca. Anche in vista della prossima campagna elettorale, vicina o remota che sia, vale la pena interrogarsi su queste dinamiche, e soprattutto sulle speranze di immunizzare la nostra democrazia dai pericoli che comportano.

       

Lo sfondo invisibile della post-verità

Un rapido sguardo all’evoluzione della situazione negli ultimi quattro anni ci aiuta a mettere meglio a fuoco le coordinate del problema. All’inizio i termini fake news e post-verità viaggiavano appaiati, usati sostanzialmente come sinonimi; poi, con il passare del tempo, fake news è diventato di uso assai comune, spesso anche come strumento polemico per denigrare o delegittimare le posizioni con cui non si è d’accordo. Post-verità, invece, è quasi scomparso, o al limite si è ritagliato una nicchia come termine tecnico per studiosi di fenomeni culturali o della comunicazione. Nel frattempo altre parole sono diventate o tornate di moda, come teorie del complotto o complottismo, e soprattutto negazionismo, il cui uso non si limita più solo alla negazione dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Ad esempio, in questi ultimi mesi è stato applicato alla posizione di coloro che rifiutano di credere che sia in corso una pandemia.

Come sempre, l’evoluzione del linguaggio è un indicatore molto sensibile. La chiave di comprensione del fenomeno resta la post-verità, che proprio quattro anni fa definivamo come «una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (politica e non solo), né costituire un criterio di riferimento» (Costa G., «Orientarsi nell’era della post-verità», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2017] 93-100). In questo senso, le fake news non sono una menzogna creduta vera per inganno, o grazie alla fabbricazione di prove false – fenomeni che la storia della politica conosce da millenni –, ma qualcosa di creduto a prescindere e persino a dispetto di qualsiasi verifica, per cui risulta inutile continuare a smentirlo fornendo prove. Il caso esemplare sono i millantati brogli delle ultime elezioni statunitensi: nonostante tutti i ricorsi siano stati respinti per mancanza di prove, una parte consistente della popolazione continua a credere alla loro realtà. Anzi, proprio il fatto che tanti vi credano viene invocato come motivo della loro credibilità o almeno plausibilità, con una significativa inversione logica: poiché molti lo credono, deve per forza essere credibile.

Lo sbarco di questa logica in ambito politico e ancor più istituzionale, come è accaduto con la presidenza Trump, è un ulteriore campanello di allarme sui rischi che minacciano la democrazia, poiché, come già ammoniva Hannah Arendt al termine della Seconda guerra mondiale, «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più» (Le origini del totalitarismo, Edizioni di comunità, Milano 1967, ed. or. 1951).

         

Il muro di gomma delle fake news

L’emergere delle tendenze che identifichiamo come complottismo o negazionismo aggiunge un tassello importante: nel quadro della post-verità, le fake news, o almeno quelle che hanno successo tra le molte sempre in circolazione, tendono ad aggregarsi in concrezioni sempre più articolate e complesse. Questo ne rafforza considerevolmente la pretesa di plausibilità, rendendole ancora più infalsificabili: qualunque dato o fatto che le smentisca potrà infatti essere ricondotto alle trame di non meglio identificati “poteri forti” o di qualche deep State. È la forma, integrata – come vedremo – con le tecnologie digitali dei new media, con cui nel nostro tempo prendono corpo le teorie del complotto e le narrazioni negazioniste, che storicamente non rappresentano certo una novità. È proprio il fatto di essere narrazioni a renderle così potenti e attraenti: per le comunità che le accettano e vi si riconoscono, diventano la risposta all’esigenza profondamente umana di organizzare il caos e rintracciare un senso al suo interno. Questo rende ragione dell’attaccamento di coloro che vi aderiscono, altrimenti inspiegabile, portato avanti persino quando, attaccati a un respiratore in un reparto di terapia intensiva, continuano a negare l’esistenza della pandemia.

Torniamo così a incontrare, anche se in una forma per certi versi patologica, la potenza e l’importanza delle narrazioni per gli individui e i gruppi umani. Come spiega il filosofo e pedagogista Pier Cesare Rivoltella (cfr «Narrazione», in La comunicazione. Il dizionario di scienze e tecniche, <www.lacomunicazione.it>), dal punto di vista antropologico la narrazione è una necessità quasi biologica. Raccontare significa esprimere l’appartenenza a un gruppo e sentirsi inseriti in una tradizione che grazie al racconto viene ereditata dalle generazioni precedenti e trasmessa a quelle future, garantendo alla comunità di perpetuarsi. Ma il bisogno di narrazioni incarna anche un desiderio di riconoscimento: raccontare significa prendere coscienza di sé e della realtà circostante, sperimentare di sentirsi vivo e protagonista della propria vita. Infine la narrazione risponde a un bisogno di orientamento: raccontare significa elaborare rappresentazioni del mondo e chiavi di lettura accessibili a tutti.

Le teorie del complotto, così come in generale le narrazioni “alternative”, emergono quando gruppi sufficientemente numerosi non riescono a sentirsi rappresentati dalle narrazioni “ufficiali” e cercano quindi di costruirsi una storia in cui potersi affermare come attori. Da questo punto di vista è illuminante affrontarle con gli strumenti dell’analisi delle culture degli esclusi e degli oppressi, con cui hanno molto in comune a dispetto dell’esibizione muscolare di simboli di potenza a cui abbiamo assistito. Non è certo un mistero che lo “zoccolo duro” dell’elettorato trumpiano, cioè coloro che sono disposti a credere ciecamente a tutte le fake news diffuse dall’ex Presidente degli Stati Uniti, sia costituito da membri di gruppi sociali che si sentono perdenti o esclusi dalle narrazioni che si sono imposte come vincenti a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, cioè dalla fine delle ideologie: la narrazione della globalizzazione come nuovo Eldorado, quella del progresso fondato su automazione e intelligenza artificiale e quella del politically correct per quanto riguarda le questioni razziali e di genere. L’immaginario della “vittoria rubata” dalle trame oscure del deep State esercita su questi gruppi un fascino probabilmente irresistibile.

       

Ambiguità e manipolazioni

L’esame delle recenti vicende statunitensi svela però anche un elemento di radicale debolezza di queste narrazioni alternative. Teorie del complotto e cospirazioniste abitualmente si fondano sulla contrapposizione tra popolo ed élite, considerate come irrimediabilmente corrotte e prive di scrupoli nell’usare la menzogna per difendere i propri privilegi a danno del popolo. È un dato evidente anche nell’immaginario e nel lessico dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, presentato come una sorta di riappropriazione dei luoghi simbolici della democrazia da parte di chi se ne sente espropriato.

Tuttavia, per storia personale così come per censo, Donald Trump appartiene certamente più all’élite che al popolo e la facilità con cui ha saputo cogliere e alimentare le teorie complottiste già in circolazione in alcuni segmenti della società americana per farne strumento di creazione di consenso la dice lunga sulla fragilità politica dei gruppi che in quelle narrazioni si riconoscono. Si presentano come critiche radicali a un sistema che però con grande facilità riesce a strumentalizzarle a proprio vantaggio. Come ha affermato nel 2018 lo scrittore Wu Ming 1, «Per usare una metafora da elettricisti, il complottismo è la “messa a terra” del capitalismo: disperde in basso le energie e impedisce che le persone siano “folgorate” dalla consapevolezza che il sistema non funziona» («Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte», in Internazionale, 29 ottobre 2018).

Anche il rapporto tra new media e gruppi complottisti è altrettanto ambiguo. I social media sono la cassa di risonanza con cui si alimentano e si reclutano nuovi “adepti”, non solo perché rendono accessibili a costo molto limitato le loro narrazioni, ma perché gli algoritmi dei motori di ricerca e dei social media sono costruiti per avvicinare persone con visioni simili e soprattutto per mantenerle all’interno di circuiti chiusi, isolandole dalla realtà. Il repentino cambiamento dell’orientamento di alcuni dei principali social network verso una moderazione più assertiva e il blocco alla diffusione di contenuti violenti, al cui interno si colloca la chiusura degli account di Donald Trump, indica probabilmente anche la consapevolezza di una certa complicità o quanto meno condiscendenza, spiegata evidentemente dal ritorno economico generato dall’aumento del numero degli utenti. Ma soprattutto – e sta qui l’ambiguità maggiore – i social media sono lo strumento più efficace con cui “il sistema” e i suoi rappresentanti costruiscono la cultura massificante da cui quei gruppi si sentono esclusi. Simbolicamente, Internet e i media digitali sono icone delle grandi narrazioni dominanti della globalizzazione e del progresso tecnologico, in cui le persone che aderiscono alle tesi complottiste non riescono a trovare posto.

        

Il vaccino dell’inclusione

Con negazionismi e teorie del complotto siamo continuamente alle prese, e non solo negli Stati Uniti, alle cui recenti vicende abbiamo dedicato attenzione per il loro impatto globale, ma soprattutto per il loro valore paradigmatico. Un discorso analogo potrebbe essere riproposto a riguardo delle narrazioni no vax, no mask, no 5G, ecc., che in questi mesi abbiamo scoperto avere tanta presa anche nella società italiana. Gli eventi statunitensi hanno mostrato una volta di più quanto possano essere pericolosi.

Per scongiurare la minaccia che rappresentano è fondamentale la chiarezza su qual è la vera posta in gioco. Come spiegano sociologi e studiosi di comunicazione, non ci troviamo di fronte a contese per affermare una verità, come quelle tra teorie scientifiche concorrenti, che si risolvono con la potenza delle prove e delle argomentazioni, ma a una guerra tra narrazioni che manifesta un sottostante conflitto sociale. Per questo, come ha ampiamente dimostrato la realtà, lasciando molti sgomenti, strumenti come il fact checking o il debunking (smascheramento) non hanno alcuna presa, anzi alimentano una polemica infinita che serve solo a dare maggiore risonanza alle tesi complottiste e negazioniste.

Se prendiamo atto che si tratta di sintomi di una profonda frustrazione generata dal senso di esclusione e alienazione dalla propria storia, ci rendiamo conto che quello che serve è invece una rilettura critica delle narrazioni dominanti nelle nostre società, che ne smascheri i limiti e le contraddizioni e soprattutto evidenzi quali sono i gruppi che ne restano ai margini, in modo da poter cominciare a costruire narrazioni autenticamente inclusive, da cui nessuno si senta schiacciato e in cui tutti si sentano di poter essere soggetti attivi. È questo il passaggio da una politica e da una retorica che creano divisioni e opposizioni a proposte che puntano a unire e riconciliare, a condizione che lo facciano in modo autentico e non con manipolazioni ancora più sofisticate.

Inclusione, partecipazione, pari opportunità di protagonismo, spirito critico e autocritico sono da sempre nel DNA della democrazia. Quello che torniamo a scoprire è che la medicina migliore per curare la nostra democrazia malata è tornare ai suoi autentici fondamenti: si tratta di un percorso esigente, che richiederà di mettere in discussione posizioni di potere e privilegi acquisiti, e di negoziare un nuovo contratto sociale, facendosi carico dei conflitti che questo genererà. Ma significa anche che di fronte alla crisi della democrazia non brancoliamo nel buio. Giacomo Costa, aggiornamentisociali.it/febbraio  

 

    

 

 

Facciamoci sentire

 

Dell’Emigrazione italiana si riflette ancora poco. Non ci resta che prenderne atto. La realtà dovrebbe, invece, essere meglio messa in evidenza per il complesso di finalità che coinvolge. Ciascuno ha le sue idee e noi, come sempre, le rispettiamo. Ci sembra utile trarre, però, degli esiti affidabili sul ruolo degli italiani altrove.

 Anche perché, nel frattempo, tramite l’evolversi dei tempi, la realtà migratoria nazionale sembra aver cambiato d’aspetto e di qualità.

 

 Chi vive all’estero, anche nell’Europa Stellata, continua a essere coinvolto nei fatti nazionali in modo discordante da quelli degli italiani che abitano nel Bel Paese. Per molti eventi, sono mancati anche specifici punti di vista politici. Dalla nostra posizione d’osservatori, ci siamo resi conto che alcuni progetti, nati oltre frontiera, non hanno suscitato sostegno in Patria.

 

Gli italiani all’estero non sono una realtà virtuale. I milioni di Connazionali altrove restano un’evidenza che intendiamo esaltare. Facciamoci sentire; suggerendo le nostre motivazioni al Potere Legislativo e, dopo, a quello Esecutivo. Ci sono, infatti, delle realtà inquadrabili solo da chi le ha vissute in prima persona. Nello spirito dell’obiettività, continueremo a curare questo progetto che riteniamo d’utilità. Chi ha dei suggerimenti si faccia avanti. Saranno tenuti nella debita stima. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Domenico Mauriello nuovo Segretario Generale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero

 

ROMA – Assocamerestero, l’Associazione delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) e Unioncamere, annuncia la nomina del suo nuovo Segretario Generale Domenico Mauriello. Classe 1964, Mauriello ha alle spalle un’esperienza trentennale in attività di ricerca e analisi economica per la promozione, internazionalizzazione e digitalizzazione delle imprese.

Prima di ricoprire questo importante ruolo, è stato responsabile del servizio “Nuovi progetti e Internazionalizzazione” di Unioncamere e componente del Comitato di indirizzo e coordinamento dell’informazione statistica dell’Istat (Comstat). In precedenza, ha ricoperto il ruolo di Direttore Centro Studi delle Camere di Commercio “Guglielmo Tagliacarne” e di Responsabile Centro Studi e Servizio Ricerca e Formazione di Unioncamere. Obiettivo centrale dell’incarico è la gestione efficiente degli asset già esistenti al servizio della Rete delle CCIE e soprattutto la creazione di soluzioni e modelli innovativi di internazionalizzazione per rispondere alle grandi sfide del mutato scenario internazionale. A tale obiettivo si affianca l’intenzione di rafforzare ulteriormente la Rete dei rapporti con gli stakeholder istituzionali del Sistema camerale estero e il legame con il Sistema camerale italiano, che vede nelle CCIE i propri interlocutori naturali all’estero.

“Sono onorato dell’incarico affidatomi e consapevole di quanto, soprattutto nel contesto attuale, sia strategica la mission di Assocamerestero volta alla promozione dell’internazionalizzazione e all’implementazione del business italiano all’estero” – ha dichiarato Domenico Mauriello, Segretario Generale di Assocamerestero. – “Il futuro delle nostre imprese si basa sulla capacità di competere sui mercati internazionali e di fare rete; in questo contesto, la Rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero interpreta un ruolo di primo piano, forte di un expertise consolidata e di un dialogo diretto con le imprese che la rende in grado di fornire risposte in modo rapido, capillare e altamente personalizzato.”

Assocamerestero è l’Associazione delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) e Unioncamere. Le CCIE sono Associazioni private, estere e di mercato costituite da imprenditori e professionisti italiani e stranieri, riconosciute dal Governo italiano e radicate nei Paesi a maggiore presenza italiana nel mondo. Tramite 160 uffici distribuiti in 58 mercati, il network camerale estero svolge azioni strategiche a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese, della promozione del Made in Italy e della valorizzazione della business community italiana nel mondo. (Inform/dip 10)

 

 

 

 

Il made in Italy. Dalla parte nostra

 

Molto importante per la definizione del made in Italy è il noto Accordo di Madrid firmato il giorno 14 aprile del 1891 che l’Italia ha integrato nel suo ordinamento dopo averlo ratificato con la nota legge n. 676 del 1967 in cui viene specificato come l’apposizione del “made in…” aveva lo scopo di definire quale fosse il vero e proprio luogo in cui veniva fabbricato uno specifico prodotto, avendo dunque l’obiettivo di accertare l’origine stessa di questo.

Il termine made in Italy dal punto di vista storico è stato meglio specificato nel corso degli anni Ottanta del Novecento dai produttori italiani con l’intento di difendere l’italianità del prodotto. Il fine dunque è quello di tutelare i prodotti dell’industria e dell’artigianato italiano da eventuali contraffazioni. Questa tutela la si vuole mantenere in particolare nei settori trainanti del made in Italy, ovvero quello agroalimentare, della moda, della meccanica e dell’arredamento. All’estero i prodotti italiani, nell’ambito di questi settori, sono correlati ad alcuni specifici aggettivi: qualità, alta specializzazione, differenziazione nella realizzazione del prodotto, eleganza per quanto riguarda in particolar modo il settore della moda.

La comunità europea deve riportare i fatti legati al made in Italy ed alla tutela dei prodotti nazionali ai primi posti tra le priorità più impellenti. Il made in Italy è sicuramente più di una semplice indicazione sulla provenienza di un prodotto. Per noi italiani, innanzitutto, il made in Italy è un vero e proprio vanto, in quanto evidenza eccellenze di ogni tipo, le distingue dalla falsificazione delle produzioni estere. Abbiamo l’orgoglio di detenere nel made in Italy un vero e proprio patrimonio inestimabile: il nostro settore agroalimentare è unico al mondo, così come Ferrari, ambasciatore dei prodotti italiani nel mondo e punta di diamante dell’industria automobilistica mondiale.

Il made in Italy costituisce una ricchezza del nostro territorio, che va tutelato ed oltremodo stimolato.

È il patrimonio più importante del nostro Paese, simbolo di tutto ciò che ci ha reso grande per la capacità di combinare cultura, buon gusto e genio imprenditoriale. Basterebbe questo, con tutto ciò che ne deriva in termini di ricchezza prodotta e occupazione conseguente, per capire la rilevanza della partita da giocare in difesa del made in Italy.

Si parla spesso delle minacce per la tutela del made in Italy, a cominciare dalla diffusione di prodotti che nel nome richiamano il nostro Paese, ma in realtà sono stranieri.

Ci sono strumenti adeguati di difesa?

Per aiutare a riconoscere i prodotti fabbricati in Italia con materie prime italiane ci sono leggi nazionali e presto saranno applicabili regole comunitarie che impongono trasparenza in materia di origine del prodotto finito e di origine degli ingredienti primari. Per punire comportamenti scorretti da parte degli imprenditori sono previsti reati e sanzioni amministrative.

Ma, la tutela principale dell’industria italiana, è data dal fatto che i consumatori acquistino prodotti italiani.

Dovremo tutti impegnarci in tal senso.

Lo dobbiamo non soltanto per le nostre tradizioni, ma per la difesa della nostra economia e della nostra identità. Perché solo sui prodotti made in Italy viene stampato il nostro tricolore, simbolo della nostra appartenenza alla nazione più bella e più ammirata del mondo.

Dr. Antonio Peragine, Presidente Associazione Nazionale Italiani nel Mondo

 

 

 

 

Fatti di casa nostra

 

Nella Penisola si vive un’atmosfera d’inconciliabilità politica da non ignorare. Gli ultimi fuochi brillano ancora e chi ha qualcosa, giacché risparmiare, significa rimetterci, lo investe nell’effimero. La vicenda della formica e della cicala non insegna più nulla a nessuno. Chi è stata “formica” non riesce più a tirare avanti. Chi è stata “cicala”, almeno, avrà un patrimonio che nessuno potrà sottrarre: i ricordi dei tempi belli andati.

 

 Il concetto è chiaro: vivere alla giornata è meno rischioso che a medio termine. Per chi non ha nulla, nessuno s’interessa nel suo concreto. Per chi ha qualcosa, il meccanismo fiscale saprà fare la sua parte. La Penisola dei controsensi non riesce a trovare scappatoia né interna, né internazionale. Gli italiani, progressivamente, sono cambiati. Da popolo di “musica e canto”, si sono trasformati in popolo con “risorse” limitate. La Pandemia ha fatto la sua parte e una politica risibile ha fatto il resto.

 

 Accanto alla crisi, che da noi è vissuta diversamente che altrove, si è immessa una filosofia che non è mai stata delle nostre genti. Non è possibile essere fiduciosi, quando il futuro resta incerto e, la politica, sempre più impossibile viatico, è inquinata da una serie d’eventi che ci fanno tornare a fatti che avremmo preferito obliare.

 

Per il passato, i sintomi del declino irreversibile erano iniziati proprio come quelli che stiamo vivendo. Poi, la “ripresa” è stata lenta e dolorosa. Quali saranno le scelte per evitare il drammatico “insuccesso” politico in fase terminale? Un interrogativo difficile da dimostrare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

PE. Vaccinazione COVID-19: i deputati chiedono la solidarietà dell'UE e del mondo 

 

Il PE chiede impegno continuo UE per combattere la pandemia e misure urgenti per aumentare la produzione di vaccini ©European Union 2021-EP  - Per soddisfare le aspettative dei cittadini, l'UE deve prendere misure urgenti per aumentare la produzione dei vaccini e continuare gli sforzi congiunti per combattere la pandemia.

 

Mercoledì 10 febbraio, nel corso del dibattito in Plenaria con la Presidenza portoghese e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, i deputati hanno commentato lo stato di avanzamento della strategia UE di vaccinazione COVID-19.

Molti deputati hanno sottolineato che l'UE ha preso le giuste decisioni chiave, in particolare sull'approccio collettivo europeo alla vaccinazione e sulla difesa dei diritti dei suoi cittadini, mettendo al primo posto la sicurezza e facendo rispettare le norme europee sulla responsabilità.

 

La Presidente von der Leyen ha difeso la scelta dell'UE di ordinare i vaccini collettivamente, la necessità di solidarietà globale e la decisione di non prendere scorciatoie sulla sicurezza e l'efficienza dei vaccini.

Ha poi riconosciuto che bisogna trarre lezioni dagli errori del passato, poiché "non siamo ancora dove vogliamo essere nella lotta contro il virus".

Secondo i deputati, "nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro" e le soluzioni per uscire dalla crisi devono essere trovate nello spirito di solidarietà, sia tra i Paesi UE che a livello globale. L'UE ha una responsabilità verso il resto del mondo e deve garantire che i vaccini siano distribuiti equamente a livello globale.

I deputati hanno riconosciuto che l'UE ha sottovalutato le sfide relative alla produzione di massa dei vaccini e che è necessario prendere con la massima priorità delle misure concrete per aumentare la produzione. Molti deputati hanno esortato la Commissione a far rispettare i contratti esistenti e, allo stesso tempo, a sostenere gli Stati membri nelle loro strategie di vaccinazione.

Secondo alcuni deputati, per costruire la fiducia dei cittadini negli sforzi di vaccinazione ed evitare la disinformazione, l'UE deve "dire la verità". A tale proposito, molti deputati hanno ricordato la necessità di trasparenza sui contratti, oltre a dati completi e chiari sulla distribuzione a livello nazionale dei vaccini.

Tenendo conto delle grandi quantità di denaro pubblico investito, diversi deputati hanno chiesto un maggiore controllo parlamentare sull'attuazione della strategia dei vaccini. PE 10

 

 

 

 

L’occupazione femminile nella manovra 2021. Superbonus e agevolazioni per i rientri

 

In un recente comunicato ho voluto ricordare che la legge di Bilancio per il 2021 ha previsto tutta una serie agevolazioni per il Sud Italia di natura fiscale e contributiva. Provvedimenti che rappresentano, se effettivamente attuati, una vera e propria manovra per il Mezzogiorno.

 

Credo sia anche opportuno rammentare che la stessa manovra finanziaria potenzia fino al 100% la decontribuzione per l’assunzione di donne disoccupate per stimolare l’occupazione femminile, nel limite massimo di importo pari a 6.000 euro annui (spero che ne possano beneficiare anche le nostre giovani emigrate e poi rientrate in Italia).  

 

Infatti in via sperimentale per il biennio 2021-2022, la legge di Bilancio ha esteso alle assunzioni di tutte le lavoratrici donne disoccupate, effettuate nel medesimo biennio, lo sgravio contributivo attualmente previsto a regime solo per le assunzioni di donne in determinate condizioni, al contempo elevando, limitatamente al suddetto biennio, dal 50 al 100 per cento la riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro. La durata dello sgravio è pari a dodici mesi, elevabili a diciotto in caso di assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato. Le lavoratrici assunte devono in almeno una delle seguenti situazioni: disoccupate da almeno 24 mesi; disoccupate da almeno 12 mesi e con almeno 50 anni di età; prive di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, senza vincolo di età, se residenti al Sud in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna o se residenti in Regioni ammissibili al finanziamento nell’ambito dei Fondi strutturali o in un zona  caratterizzata da forti disparità occupazionali di genere.

Per avere diritto all'esonero contributivo totale il datore di lavoro deve assumere la lavoratrice con contratto di lavoro a tempo indeterminato o trasformare a tempo indeterminato un precedente contratto di lavoro a tempo determinato.

 

Al sostegno all'occupazione femminile si affianca nella manovra un Fondo per l'imprenditoria femminile per la concessione di contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati e altri incentivi alle imprese condotte da donne. Purtroppo, bisogna constatare, che il requisito della disoccupazione di lunga durata rischia di escludere le lavoratrici che possono aver perso un impiego nei mesi scorsi, in seguito all’epidemia.

 

Giova inoltre ricordare che con la recente approvazione del Recovery Plan in Consiglio dei Ministri il Governo ha confermato di voler utilizzare parte delle risorse del pacchetto Next Generation EU assegnate all'Italia, per finanziare gli sgravi per le assunzioni di giovani fino a 35 anni di età e donne previsti dalla legge di Bilancio 2021, dando così maggiori garanzie per l’attuazione della legge.

 

Superbonus 110% anche per lavori iniziati prima

Abbiamo oramai imparato tutti che l'articolo 119 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 (decreto Rilancio), ha introdotto nuove disposizioni che disciplinano la detrazione e il recupero delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021 a fronte di specifici interventi finalizzati alla efficienza energetica (ivi inclusa la installazione di impianti fotovoltaici e delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici) nonché al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici (cd. Superbonus).

Il Superbonus può essere fruito anche dai proprietari di immobili in Italia residenti all’estero.

 

Molti connazonali però si sono giustamente chiesti se non ha alcuna importanza che i lavori siano già stati iniziati prima del 1° luglio 2020 al fine di fruire del Superbonus 110%, oppure se le agevolazioni sono previste solo per le spese sostenute nel 2020 (dal mese di luglio) e nel 2021, nel rispetto ovviamente di tutti i requisiti e gli adempimenti previsti dalla normativa agevolativa.

 

Ebbene ora l’Agenzia delle Entrate chiarisce una volta per tutte gli eventuali dubbi con la risposta all’interpello n. 88 dell’8 febbraio u.s.

 

L’Agenzia infatti conferma (come d’altronde si intuisce nella circolare n. 24/2020) che la maxi-detrazione è riconosciuta indipendentemente dalla data di inizio degli interventi.  

 

Ad esempio, un intervento ammissibile iniziato a luglio 2019, con pagamenti effettuati sia nel 2019 che nel 2020 e 2021, consentirà la fruizione del Superbonus, ma – attenzione - solo con riferimento alle spese sostenute nel 2020 e 2021.

 

Ricordo, come ho già fatto in alcuni miei recenti comunicati, che l'articolo 121 del medesimo decreto Rilancio, inoltre, stabilisce che i soggetti che sostengono, negli anni 2020 e 2021, spese per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, per taluni interventi di recupero del patrimonio edilizio (compresi quelli antisismici) possono optare, in luogo dell'utilizzo diretto della detrazione, per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto fino a un importo massimo pari al corrispettivo stesso, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest'ultimo recuperato sotto forma di credito d'imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari (cd. sconto in fattura).

In alternativa, i contribuenti possono, altresì, optare per la cessione di un credito d'imposta di importo corrispondente alla detrazione ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari con facoltà di successiva cessione.

 

Le agevolazioni per chi rientra dopo il distacco all’estero

Diritti - Per i lavoratori italiani distaccati all’estero che rientrano in Italia e si chiedono se possono beneficiare delle agevolazioni fiscali previste per i lavoratori “impatriati”, sono arrivati i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate con la risposta all’interpello n. 42 del 18 gennaio 2021.

 

Il quesito riguardava un cittadino italiano, laureato, che dopo aver lavorato in Italia dal 2013 al 14 febbraio 2016 alle dipendenze di una società italiana, con contratto a tempo indeterminato, a decorrere dal 15 febbraio 2016 veniva distaccato presso una società del gruppo internazionale, con sede nella Repubblica Popolare Cinese, in virtù di contratto di lavoro locale, regolamentato dalla legislazione del Paese estero.

 

Il cittadino italiano aveva quindi riferito all’ADE che a decorrere dal 1° gennaio 2021, sarebbe stato assunto "nuovamente" in Italia dalla medesima società italiana, che lo aveva distaccato, con un nuovo contratto a tempo indeterminato; di essersi iscritto all'AIRE nel giugno 2016 (fino al 31 dicembre 2020) e che per il periodo trascorso nella RPC ivi concentrava il proprio centro degli interessi personali ed economici insieme alla moglie.

 

Il nostro connazionale ha chiesto quindi se avrebbe potuto usufruire del regime speciale dei lavoratori rimpatriati a decorrere dal periodo di imposta 2021.

 

Come è oramai noto il regime speciale per i lavoratori rimpatriati introdotto dal Decreto Legislativo n. 147 del 2015 – disposizione oggetto di numerose successive modifiche normative - ha previsto una tassazione agevolata (nella misura del 70% del reddito imponibile).

 

L’Agenzia delle Entrate ha risposto che il nostro connazionale può accedere al beneficio fiscale se ovviamente rispetta i requisiti richiesti dalla normativa in vigore (che hanno a che fare con vincoli di residenza, lavoro e studio), precisando però che il beneficio fiscale nell'ipotesi di distacco all'estero con successivo rientro NON SPETTA in presenza del medesimo contratto e presso il medesimo datore di lavoro. Diversamente, nell'ipotesi in cui l'attività lavorativa svolta dall'impatriato, ancorché con lo stesso datore di lavoro, costituisca una "nuova" attività lavorativa, in virtù della sottoscrizione di un nuovo contratto di lavoro, diverso dal contratto in essere in Italia prima del distacco, e quindi l'impatriato assuma un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario, lo stesso potrà accedere al beneficio a decorrere dal periodo di imposta in cui ha trasferito la residenza fiscale in Italia.

 

Inoltre l’Agenzia ha precisato che l'agevolazione non è applicabile nelle ipotesi in cui il soggetto, pur in presenza di un "nuovo" contratto per l'assunzione di un "nuovo" ruolo aziendale al momento dell'impatrio, rientri in una situazione di "continuità" con la precedente posizione lavorativa svolta nel territorio dello Stato prima dell'espatrio. Angela Schirò, de.it.press

 

 

 

 

Italia

 

Quando ci si addentra nei problemi economici italiani, c’è da evidenziare che la situazione, più che difficile, ha assunto proporzioni indifendibili. Viviamo sopra un castello politico che si regge su un equilibrio precario. Ci siamo resi conto che essere in UE non significa sfuggire all’incapacità dei governanti nazionali che ci hanno portato dove siamo.

 

 In Unione Europea (UE), ogni Paese porta avanti una sua strategia economica. Noi, invece, siamo compressi da una serie d’atteggiamenti, che hanno stroncato, e stroncheranno, ogni possibile evoluzione di progetto percorribile. L’ottimismo a buon mercato non paga. Intanto, il livello dei disoccupati non è stato frenato. Nessuno sembra poter proporre una cura valida per evitare una successiva emorragia sul fronte del lavoro. Viviamo peggio e non è più possibile sottovalutarlo.

 

 I problemi di “liquidità” ci hanno messo alle corde. Il credito è centellinato e molti non riescono più a far fronte alle spese improrogabili. Mentre il lavoro scarseggia, l’età pensionabile è stata tanto aumentata da non offrire neppure un fisiologico cambio generazionale sul fronte occupazionale. Anche le migliori intenzioni sono rimaste nel cassetto dei progetti a venire che, a nostro avviso, resteranno tali. Senza mezzi termini, le “colpe” sono ancora di una politica sempre più lontana dalla realtà nazionale.

 

Finiamola, poi, con le polemiche che hanno dato poco e non sono nelle condizioni per proporre di meglio. Invece, tutti si prodigano per mantenere il prezioso posto nelle aule parlamentari. L’Italia, Stella UE, meriterebbe ben altro. Tra le colonne di questo quindicinale c’è posto per chi si sente di proporre indicazioni migliorative. Le ascolteremo e, se del caso, le condivideremo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il nuovo governo valorizzi gli italiani all’estero

 

Roma - “Signor Presidente del Consiglio, intervengo a nome di una delle tante risorse italiane, le nostre Comunità nel mondo, ambasciatori non pagati del made in Italy. Gli italiani nel mondo rappresentano un grande network di risorse che dobbiamo valorizzare per la ripresa post pandemia dell’Italia. Purtroppo in Italia non riusciamo a comprendere fino in fondo questo grande potenziale e spesso ci limitiamo ad una visione nostalgica ed assistenziale, oserei dire paternalistica, delle comunità italiane nel mondo. È il momento di voltare pagina”. Così il Francesco Giacobbe, senatore del Pd eletto all’estero, ha iniziato il suo intervento oggi pomeriggio in Senato prima del voto di fiducia al Governo Draghi atteso nella tarda serata di oggi.

“Data la brevità dei tempi farò solo piccoli esempi”, ha aggiunto Giacobbe, citando in primo luogo il turismo di ritorno: “all’estero c'è un grande interesse anche per i piccoli borghi. Molti sono i giovani che vengono in Italia e vorrebbero visitare i luoghi di origine dei propri nonni e bisnonni. Dobbiamo far conoscere questi luoghi e renderli accessibili con servizi e strutture di accoglienza. Ministro Garavaglia, dovremmo ripensare seriamente su quali iniziative efficaci possano aiutare a risollevare il turismo in Italia promuovendo anche, ma non solo, i piccoli borghi. Utilizziamo tutte le risorse a nostra disposizione. Per esempio, il cinema ed i programmi TV, che fanno conoscere le bellezze dell'Italia e producono spesso effetti moltiplicatori significativi. Penso alle serie TV di Montalbano, Un passo dal Cielo ed ai tanti festival del cinema italiano che attraggono tanto interesse all’estero. Peccato che in molte parti del mondo è difficile accedere ai programmi RAI”.

Quindi, rivolto al Ministro Giorgetti – nuovo responsabile del Mise – Giacobbe lo ha invitato a far sì che “anche gli italiani nel mondo possano avvantaggiarsi delle agevolazioni per le ristrutturazioni delle case. Una grande opportunità in particolare per i piccoli centri del mezzogiorno d’Italia. Basta semplificare le procedure”.

“Altro argomento, - ha proseguito il senatore – sono gli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo che hanno bisogno un intervento normativo di riforma per adeguarli alle esigenze del futuro. Comites, CGIE e consulte regionali devono fare squadra e assieme agli organismi prepositi all’internazionalizzazione e promozione del sistema Italia coinvolgere il grande network di professionisti ed esperti nel mondo che hanno un legame affettivo con il nostro bellissimo Paese. Tramite questo grande network, in aggiunta all’export di beni, servizi e grandi progetti di infrastruttura, possiamo anche fornire modelli di sviluppo sostenibile e processi produttivi per promuovere nuove aziende ed attività che utilizzando rapporti commerciali e sistemi di distribuzione dei Paesi stranieri possano accedere a nuovi mercati. Penso all’Australia, Paese in cui vivo, che potrebbe facilitare l’accesso alle aziende italiane nel grande mercato dell’Oceano Pacifico e dell’Indocina”.

“Signor Presidente, la invito a far sì che le tematiche relative agli italiani nel mondo diventino parte dell’elaborazioni delle politiche del Suo, del Nostro Governo, a tutti i livelli”, ha detto ancora Giacobbe. “Mi permetta di concludere notando che l’export italiano è più significativo nei Paesi dove vivono persone di origine italiana o dove viene insegnata la lingua italiana. Mi rivolgo quindi anche ai Ministri Di Maio e Franceschini per affermare che dobbiamo partire dall’insegnamento della lingua italiana all’estero, dalla promozione di iniziative culturali in grado di produrre un impatto nelle società locali, da programmi di interscambio accademico, professionale e sociale. Queste iniziative contribuiscono a far conoscere il nostro Paese ma anche a far incontrare le persone e promuovere relazioni umane che nel tempo permettono di stabilire rapporti di fiducia. E la fiducia, come ho anche dimostrato nella mia tesi di dottorato, è senza dubbio l’ingrediente più importante per ottenere risultati positivi dagli interscambi economico finanziari internazionali. Spero – ha concluso – di avere presto la possibilità di approfondire con Lei e i suoi Ministri questi temi. Auguro a lei ed al Nostro Governo buon lavoro”. (aise/dip 17) 

 

 

 

Diritti civili, politici e di cittadinanza dei connazionali all’estero: dibattito tra Cgie, politica e mondo accademico

 

ROMA – Il terzo incontro preparatorio del Cgie, in vista della IV Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-Cgie, è stato incentrato sul tema dei diritti civili, politici e di cittadinanza dei connazionali nel mondo. Dopo gli interventi istituzionali di apertura ne è seguito un dibattito tra consiglieri Cgie, esponenti politici e del mondo accademico. Luigi Billé (consigliere Cgie per il Regno Unito) ha parlato di riforme che attendono da tempo un’accelerazione e questa Conferenza potrebbe conferire la possibilità al cantiere delle riforme di essere messe sul tavolo delle istituzioni a ogni livello. Diritti civili e politici, riforma della circoscrizione Estero, garanzie sui diritti, Aire, salute, previdenza sociale e partecipazione al voto: questi i punti chiave evidenziati da Billé che ha chiesto per l’Aire una centralizzazione dei dati anagrafici per ovviare alla circolarità tra consolati, comuni, ministero dell’interno e Maeci. “Il diritto alla salute sia garantito a tutti i cittadini ovunque essi siano: per i cittadini Aire temporaneamente rientranti c’è la prestazione sanitaria d’urgenza di massimo 90 giorni in Italia ma per i Paesi dove non c’è alcuna convenzione questo diritto viene meno”, ha lamentato Billé che auspica un’estensione della tutela sanitaria anche in previsione del cosiddetto turismo di ritorno per i quali sarebbe utile che le stesse regioni si facessero promotrici di questo diritto allargato a tutti i cittadini Aire. Sulla previdenza sociale, Billé ha invitato a superare la conflittualità a volte esistente tra Stato ed enti privati.

Laura Di Russo, responsabile Consiglio regionale abruzzesi nel mondo, ha portato all’attenzione un problema tuttora irrisolto sull’Imu per i pensionati italiani all’estero: la riduzione del 50% dell’Imu, infatti, sarebbe, secondo Di Russo, una condizione che allo stato attuale soddisferebbe solo una tipologia di pensionati ossia coloro che abbiano maturato una pensione in regime di convenzione internazionale con l’Italia, una piccola parte a fronte invece di una parte considerevole di pensionati residenti all’estero ma con una casa di proprietà in Italia. Giuseppe Stabile Scardaci (consigliere Cgie per la Spagna e il Portogallo) ha ripreso il tema dell’Imu sollevato da Di Russo garantendo che tanto l’intero Cgie quanto la sesta commissione tematica, che sta collaborando alla Conferenza, si sono interessati da sempre a tale problema. Oggetto di una richiesta di chiarimento è stata l’ambiguità del testo e in particolare: “se il requisito richiesto di essere titolari di pensione maturata in regime di convenzione internazionale si applica alle persone che hanno lavorato esclusivamente in Paesi extracomunitari, convenzionati con l’Italia, od anche ai lavoratori che abbiano maturato periodi assicurativi in uno Stato Ue o in un Paese che applica i regolamenti comunitari di sicurezza sociale come Svizzera e Stati See”, ha quindi chiesto Stabile al fine di verificare la reale entità della platea dei beneficiari. Preoccupazione è stata poi espressa per la scarsa partecipazione al voto all’estero e per lo stanziamento di soli 9 milioni di euro, in funzione delle prossime elezioni per i Comites che poi a loro volta saranno chiamati ad eleggere il Cgie. “Non parliamo di organismi di sola rappresentanza onoraria – ha precisato Stabile riferendosi a Comites e Cgie – dato che in assenza di strumenti operativi hanno comunque dimostrato di lavorare cogliendo le mutate esigenze e riuscendo forse meglio di altri livelli”, ha concluso Stabile, proponendo che per i servizi consolari la soluzione potrebbe essere spostare alcuni fondi dal capitolo di bilancio dell’autorità diplomatica.

Fucsia Fitzgerald Nissoli, deputata FI eletta nella Circoscrizione Estero, ha parlato della messa in sicurezza del voto e della ridefinizione delle ripartizioni da riadattare alla riduzione dei parlamentari. “Sulla riforma della modalità di voto urge procedere a cancellare le storture di questi anni”  ha commentato Nissoli che auspica in previsione dell’istituenda Commissione bicamerale la creazione di uno strumento istituzionale in grado di mettere a sistema le nostre comunità all’estero. “Per quanto riguarda la riforma di Comites e Cgie, essa deve essere attuata e semplicemente presentata da un parlamentare per farla calendarizzare e raggiungere così un obiettivo che altrimenti rimane solo un progetto”, ha sottolineato Nissoli che  ha anche ricordato come la riduzione del numero dei parlamentari abbia portato ad un più complesso rapporto con gli elettori, sottolineando inoltre la necessità di far scaturire dagli incontri preparatori della Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie proposte concrete da promuovere in Parlamento in favore degli italiani all’estero.

L’ex senatore Vittorio Pessina (consigliere Cgie-FI) ha parlato della sperimentazione del voto elettronico come un traguardo da raggiungere in un prossimo futuro anche per evitare eventuali brogli e per ridurre i costi. Luciano Vecchi, responsabile degli italiani nel mondo PD, ha parlato della tutela e della valorizzazione dei connazionali quali due facce della stessa medaglia. “La rete dei servizi è insufficiente ma c’è anche un problema quantitativo perché forse sono state chiuse troppe sedi consolari negli anni passati lasciando in difficoltà intere comunità; in aggiunta ricordiamo le modifiche strutturali alla nostra emigrazione, con caratteristiche individuali e distaccate dalle reti di solidarietà soprattutto tra i più giovani”, ha spiegato Vecchi sottolineando quattro punti per lui essenziali: la messa in sicurezza del voto, il superamento dell’impunità per chi compie eventuali brogli, l’obbligo della residenza all’estero per candidarsi nella suddetta circoscrizione, messa a sistema della rete consolare e del sistema associativo e dei patronati.

Silvana Mangione, vicesegretario generale del Cgie per i Paesi anglofoni extraeuropei, ha parlato dell’assoluta necessità di approvare le riforme di Comites e Cgie entro i prossimi mesi in modo da avere la riforma prima del rinnovo dei suddetti organismi: un articolato di riforma armonizzato con la Farnesina e l’idea che la Bicamerale se ne faccia carico e possa provvedere alla calendarizzazione in tempi brevi. “Vogliamo il coinvolgimento degli esponenti della nuova mobilità”, ha auspicato Mangione non nascondendo però la preoccupazione il problema della permanenza quinquennale all’interno della stessa circoscrizione consolare che negli standard di vita della nuova mobilità è un tempo spesso assai troppo ampio. “Il Cgie deve farsi carico di tutte le istanze che vengono presentate e trovare insieme ai Comites, ai parlamentari e alla Farnesina il momento di sintesi che non penalizzi nessuno ma tenga conto delle esigenze di tutti per far diventare una risorsa enorme per l’Italia i connazionali all’estero”, ha concluso Mangione. Francesco Giacobbe, senatore Pd eletto nella Circoscrizione Estero, ha ricordato il concetto della cittadinanza piena in fatto di diritti e doveri ovunque siano gli italiani. “Siamo un Paese all’avanguardia che ha dato il diritto di voto ai cittadini all’estero e molti Paesi ci imitano: ora serve un salto in più garantendo l’adeguata rappresentanza consolare ed i servizi”, ha spiegato Giacobbe menzionando due misure risalenti al 2020 come l’accesso al reddito di emergenza e l’ecobonus mentre purtroppo resta invece problematica l’assistenza sanitaria che non è sempre pienamente disponibile per chi rientra in Italia. Il riacquisto della cittadinanza per l’ha persa prima del 1992 e la contrarietà dell’inversione dell’opzione di voto sono altri de punti importanti per Giacobbe.

Silvia Alciati (consigliera del Cgie per il Brasile) ha ricordato come il periodo di pandemia abbia determinato la chiusura dell’accesso ai consolati per motivi di Covid e le difficoltà tecniche incontrate dai connazionali per l’accesso ai servizi online. “In America Latina non riusciamo ad attuare lo Spid e quindi non possiamo affidarci ai servizi online. C’è bisogno di consolati più dinamici e operativi per diffondere notizie: i Comites non riescono a fare sufficiente rumore e quindi serve una sinergia tra enti ed organi del sistema Italia. Serve più informazione per far conoscere ai cittadini cosa siano i Comites e il Cgie”, ha spiegato Alciati richiamando l’idea di un Ministero per italiani all’estero. Norberto Lombardi (consigliere Cgie-Pd) ha richiamato un aspetto cui puntare l’attenzione: rinvigorire la legittimazione della rappresentanza degli italiani all’estero, perché quando si vota per i Comites partecipa una percentuale esigua ma anche per le elezioni politiche in effetti si fa fatica ad andare al di là di un terzo degli aventi diritto. “Principale fattore sia la legittimazione degli organismi che viene prima dei meccanismi elettorali e nel sentimento dei cittadini come qualcosa di appartenente alla loro vita e rispondente alle proprie necessità. Oltre la partita dei diritti civili e politici c’è la partita della cittadinanza sociale”, ha spiegato Lombardi sottolineando le attuali difficoltà soprattutto temporali che si incontrano per rinnovare un passaporto o avere un appuntamento”. Rita Blasioli Costa, componente del CdP del Cgie per l’America Latina, ha lanciato l’idea di creare insieme una sorta di vademecum di informazioni per connazionali all’estero e per quei cittadini che vedono nell’Italia una madrepatria cui fare riferimento, specie se vivono in Paesi deboli dal punto di vista dei diritti sociali.

Mariano Gazzola, vicesegretario generale del Cgie per l’America Latina, ha parlato dell’errore che soggiace sovente nell’usare come fossero sinonimi i termini di nazionalità e cittadinanza e altrettanti problemi sorgono quindi sui concetti di acquisto o riacquisto della cittadinanza. “La perdita della cittadinanza non corrisponde alla perdita di identità”, ha spiegato Gazzola facendo riferimento all’esempio dei discendenti di emigrati nei territori dell’ex Impero austro-ungarico che rivendicano l’appartenenza all’Italia e ancora stanno aspettando da dieci anni che una commissione termini l’istruttoria. “Trasmissione dell’identità tramite ius sanguinis” e “cittadinanza come dimensione politica” sono i temi di Gazzola che dopo le riforma della rappresentanza parlamentare, che ha riguardato anche gli italiani all’estero, ha menzionato proprio il venir meno per i residenti all’estero del diritto ad essere rappresentati come gli altri cittadini. Gazzola ha evidenziato poi la dimensione regionale: “le regioni hanno introdotto riferimenti a questi diritti per le comunità estere come parte integrante della comunità stessa ma si continua a negare il diritto di voto a livello regionale”, ha aggiunto ricordando che ci sono regioni che ancora non hanno attivato le consulte. “Il diritto di cittadinanza c’è se al diritto viene associato un servizio da parte dello Stato: c’è un problema di risorse per la rete consolare che non è solo questione di servizi ma di proiezione e presenza del Paese nel mondo. L’Italia ha la possibilità di diventare la prima nazione globale e questo è possibile se riusciamo a far vedere chi parte dall’Italia non come chi la lascia ma chi la porta con sé”, ha concluso Gazzola.

Francesco Clementi, professore diritto comparato all’Università di Perugia, si è detto sempre favorevole alla riduzione dei parlamentari ma la mera riduzione se non è seguita da altre riforme perde di efficacia. “La ‘finestra Draghi’ sia ora sfruttata per riforme utili. La riduzione del numero degli eletti porta una precarizzazione tra gli italiani all’estero e la formalità elettorale: bisogna offrire un elemento ulteriore alla mera legge elettorale per cui si pensi bene alla Bicamerale o ad una figura ministeriale presso la Presidenza del Consiglio”, ha spiegato Clementi. Vincenzo Arcobelli (consigliere Cgie per gli Usa) ha parlato di fallimento della politica sui diritti e sulla rappresentanza. “Con 9 milioni di euro vi è la certezza che queste elezioni si svolgeranno entro l’autunno?”, si è chiesto Arcobelli parlando delle elezioni per i Comites lamentando come i 9 milioni di euro possano non bastare e inoltre c’è un problema sanitario in corso. Un’emergenza sanitaria che, per Arcobelli, renderebbe sicuramente complesso anche l’espletamento delle pratiche burocratiche atte ad autenticare una firma per presentare una lista. Il consigliere ha anche auspicato più mezzi per i consolati onorari.

Marcelo Carrara (consigliere Cgie per l’Argentina) ha ricordato i progetti portati avanti dai Comites, con finanziamento del Ministero degli Esteri, per le nuove generazioni e per lottare contro il Covid. “I Comites conoscono bene le situazioni territoriali potendo presentare così progetti ad hoc con la collaborazione del Cgie: bisogna rafforzare questi ruoli per arrivare di più ai nostri connazionali. Dobbiamo anche sviluppare una politica di educazione civica per i connazionali coinvolgendo tutto il sistema Paese e anche le regioni. Il diritto all’informazione è uno dei principali diritti politici”, ha spiegato Carrara. Nello Gargiulo (consigliere Cgie per il Cile) ha sottolineato la necessità di fare in fretta per assicurare le prossime elezioni in modo più lineare possibile: “l’italianità aumenta nel mondo e va alimentata, i nuovi italiani devono essere tali parlando la lingua e avendo un po’ di conoscenza civica”. Fabio Ghia (consigliere Cgie dalla Tunisia) ritiene fondamentale rilanciare il parere tecnico delle commissioni per creare una sinergia tra le tematiche trattate fin qui. “Molti richiedono la cittadinanza per mere questioni di discendenza secondo la normativa, ma poi mi chiedo come mai alle elezioni dei Comites partecipi solo il 5%: la cittadinanza non sia solo una pratica internazionale per viaggiare più facilmente”, ha commentato Ghia. Carlo Ciofi (consigliere Cgie-Ctim) ha ricordato come i diciotto eletti all’estero siano stati già a suo tempo frutto di accordo bipartisan. “Le regioni siano il veicolo per arrivare ai nostri connazionali e le consulte siano il veicolo per gli scambi culturali o per il turismo di ritorno”, ha spiegato Ciofi sottolineando anche il nuovo peso delle regioni tra i consiglieri di nomina governativa del Cgie. Fernando Marzo (consigliere Cgie per il Belgio) ha espresso preoccupazione per i Comites e per il fatto che le proposte di riforma del Cgie siano ancora ferme, contestando poi l’inversione dell’opzione. Vincenzo Mancuso (consigliere Cgie per la Germania) ha parlato di necessità di potenziare servizi consolari, assistenza sanitaria e rivedere le questioni sulla cittadinanza.

Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci, ha parlato in conclusione di rappresentatività come tema che include due modifiche: normative e cittadinanza che a loro volta richiamano il tema delle risorse umane e finanziarie della rete diplomatico-consolare affinché siano adeguate: “ciò richiede però un raccordo importante con il mondo della politica e delle amministrazioni interessate quindi gli Esteri, l’Economia e l’Interno”, ha spiegato Vignali. Michele Schiavone, Segretario Generale del Cgie, ha parlato della cittadinanza come un qualcosa in più di un semplice riferimento giuridico al luogo in cui si nasce o ai diritti civili bensì come diritto al lavoro e alla cultura. “Bisogna cogliere questo passaggio istituzionale con la finestra rappresentata da Draghi: cogliere al balzo l’opportunità per far diventare protagonisti gli italiani all’estero. Il rinnovo di Comites e Cgie diventa un appuntamento cruciale per la credibilità degli organismi rappresentativi di base delle comunità estere”, ha spiegato Schiavone con un richiamo alla rappresentanza sociale e alla necessità di essere sempre più vicini e svolgere un servizio di prossimità alle nostre comunità: “questo per quanto riguarda quindi le questioni amministrative della rete diplomatico-consolare, per il ruolo di formazione e promozione culturale attraverso l’insegnamento civico e il senso della rappresentanza che si esercita attraverso la partecipazione politica”. L’appuntamento della settimana prossima con le conferenze online del Cgie non ci sarà ed è posticipata di un mese quindi verosimilmente intorno alla prima settimana di marzo per le vicissitudini della politica nazionale in corso in questi giorni. Simone Sperduto, Inform/dip 10

 

 

 

Salario minimo come rimedio alla disuguaglianza e alla povertà lavorativa 

 

* I salari minimi devono essere fissati al di sopra della soglia di povertà 

* Le leggi su lavoro e sicurezza sociale devono coprire anche i “platform workers” (lavoratori delle piattaforme digitali) 

* Le donne sono più a rischio di povertà rispetto agli uomini 

Per combattere disuguaglianza e povertà lavorativa, il PE chiede un salario minimo, condizioni eque per i lavoratori delle piattaforme digitali ed equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il principio secondo cui il lavoro è il mezzo migliore per combattere la povertà non si applica ai settori a bassa retribuzione e a quelli che lavorano in condizioni di lavoro precarie e atipiche. I deputati esortano dunque la Commissione e i Paesi UE ad includere la prevenzione della povertà lavorativa nell’obiettivo globale di porre fine alla povertà nell'Unione.

 

Direttiva europea sul salario minimo

I deputati accolgono la proposta della Commissione di direttiva UE su salari minimi adeguati, descrivendola come un passo importante per garantire che tutti possano guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro e partecipare attivamente alla società. Dove applicabile, la direttiva dovrebbe garantire che i salari minimi legali siano sempre fissati al di sopra della soglia di povertà.

 

Inoltre, i datori di lavoro non dovrebbero adottare prassi che prevedono la deduzione dai salari minimi dei costi necessari per l'esecuzione del lavoro, come l'alloggio, gli indumenti necessari, gli strumenti, i dispositivi di protezione personale e altre attrezzature.

 

Condizioni eque per i lavoratori delle piattaforme digitali

I deputati sottolineano che il quadro legislativo relativo alle condizioni minime di lavoro deve essere applicato a tutti i lavoratori come ulteriore elemento della lotta contro la povertà dei lavoratori, inclusi i lavoratori precari e atipici della gig economy.

 

I lavoratori delle piattaforme digitali devono essere inclusi nelle leggi vigenti in materia di lavoro e nelle disposizioni in materia di sicurezza sociale. Inoltre, la proposta legislativa della Commissione dovrebbe garantire che i lavoratori delle piattaforme possano costituire rappresentanze dei lavoratori e formare sindacati per concludere contratti collettivi.

 

Equilibrio attività professionale - vita familiare

I deputati invitano gli Stati membri a recepire rapidamente la direttiva sull'equilibrio tra attività professionale e vita familiare e a darle piena attuazione. Poiché, tendenzialmente, le donne sono in media più esposte degli uomini al rischio di povertà e di esclusione sociale rispetto agli uomini, è fondamentale far fronte al divario retributivo di genere e garantire l'accesso a un'assistenza all'infanzia di qualità ed economicamente accessibile.

 

Il testo non legislativo è stato approvato con 365 voti favorevoli, 118 contrari e 208 astensioni.

 

La relatrice Özlem Demirel (La Sinistra, DE) ha detto: "L'UE è una delle regioni più ricche del mondo. Tuttavia, 95 milioni di europei vivono a rischio di povertà. Solo per questo motivo, abbiamo bisogno di un'azione urgente per garantire una vita libera dalla povertà per tutti. In tutta Europa, abbiamo bisogno di standard sociali minimi e di forti sistemi di sicurezza sociale. Abbiamo bisogno di salari e redditi che permettano una vita decente. Non dobbiamo permettere che gli interessi economici prevalgano sulla protezione sociale"

 

Contesto

Secondo la definizione di Eurostat, gli individui sono a rischio di povertà quando lavorano per più di metà anno e il loro reddito annuale è inferiore al 60% del livello di reddito medio familiare nazionale al netto dei contributi sociali. I dati Eurostat mostrano che il 9,4% dei lavoratori europei si trovava a rischio di povertà nel 2018.

 

I salari minimi non sono aumentati allo stesso ritmo di altri tipi di salari in molti Paesi UE, esacerbando le disuguaglianze di reddito e la povertà lavorativa e riducendo la capacità dei lavoratori a bassa retribuzione di far fronte alle difficoltà finanziarie. PE 10

 

 

 

Le responsabilità

 

Restano da affrontare ancora momenti difficili per l’Italia. Indipendentemente dagli eventi politici che matureranno. Fermo restando il concetto che il futuro della penisola sarà sempre nelle strategie di chi guiderà il potere esecutivo nazionale. Ovviamente, con una maggioranza parlamentare risultante da un nuovo criterio di “conta”. La ripresa, ora, resta delimitata. Anche se qualcosa si muove nel senso giusto. Questo è uno di quei “miracoli” all’italiana nei quali anche i politici arrivisti hanno confidato. Però, l’austerità non è finita. Da noi, come sempre, resta un problema di pesi e di misure. Quindi, non basta più dare solo il buon esempio. Tanti “privilegi” ci sono ancora e interessano tutto un mondo che orbita intorno ad una politica incapace.

 

 Questo potrebbe essere un anno costruito su un castello di carte destinato, purtroppo, a crollare sotto il peso di tanta illogicità. Siamo, tuttavia, convinti che una svolta autentica possa iniziare solo con un “rinnovamento” politico. Ci aspettiamo uomini e donne nuovi e meno compromessi col passato. Col prossimo Esecutivo, se e quando ci sarà, si dovrebbe dimostrare, a chiare lettere, d’avere imparato bene la lezione che ha impoverito il popolo italiano. Del resto, le responsabilità di quanto è capitato, sono note e ogni considerazione, atta a minimizzarne gli eventi, sarebbe inutile. Chi amministrerà l’Italia avrà nuove responsabilità.

 

 Potrà, però, contare sulla stima di una “nuova” maggioranza del Popolo italiano. Dopo la nefasta esperienza di governi di vertice e delle coercizioni sulla effimera “fiducia”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“I diritti civili e politici degli italiani residenti all’estero”

 

ROMA – Si è svolto online il terzo appuntamento del Cgie preparatorio della IV Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-Cgie da svolgersi entro il 2021 dopo un’attesa di quasi dodici anni dall’ultima edizione. Argomento odierno è stato quello dei diritti civili e politici dei cittadini italiani all’estero in un momento tra l’altro così difficile per questioni politiche e aspetti sanitari. A parlarne è stato Michele Schiavone, Segretario Generale Cgie, che ha aperto i lavori con un richiamo alla Costituzione italiana in termini di diritti e doveri senza discriminazioni basati sulla residenza e avendo quindi nei riguardi dei nostri cittadini all’estero la dovuta attenzione per includerli nelle politiche nazionali esattamente come avviene per le minoranze o le autonomie presenti nel territorio italiano. “A dicembre 2020 risultavano 6 milioni e 275 mila italiani registrati all’Aire che corrispondono al 10% della popolazione nazionale e a loro si aggiungono numerosi milioni di italo-discendenti nel mondo. La Conferenza Stato-Regioni deve essere una svolta per le politiche nei loro confronti – ha spiegato Schiavone parlando dei connazionali all’estero – e l’obiettivo di questo organismo deve essere l’effettiva integrazione dei connazionali nella politica sociale, culturale ed economica coinvolgendoli per farli diventare parte attiva del tessuto nazionale”. Schiavone ha auspicato una nuova regione italiana alla stregua della circoscrizione estera istituita nel 2000. “E’ opportuno inserire nell’agenda per il rilancio del Paese proprio questa comunità di residenti in diversi continenti da coinvolgere e valorizzare: i ritardi accumulati dalla legislazione vigente vanno superati perché c’è anche il rischio di una perdita di rappresentanza soprattutto dopo il referendum sulla riduzione dei parlamentari”, ha aggiunto Schiavone richiamando l’importanza della riforma di molte leggi settoriali e in particolare il disegno di una nuova architettura nella rappresentanza italiana all’estero a tutti i livelli procedendo entro l’anno all’istituzione dell’attesa Commissione bicamerale: “essa diventerà la leva propulsiva delle riforme dalle quali discende quella della rappresentanza diretta di organismi base come i Comites”. Schiavone ha ricordato come ad oggi siano state depositate in Parlamento diverse proposte di riforma tra cui le modifiche richieste dallo stesso Cgie. “Il diritto di voto universale va sempre garantito nella circoscrizione Estero con la cancellazione dell’inversione dell’opzione e la sperimentazione del voto elettronico per abbattere i costi e per semplificare le procedure da effettuare con sicurezza e trasparenza”, ha precisato Schiavone parlando anche della necessaria riforma della legge sulla cittadinanza risalente ormai al 1992 e della norma discriminatoria per le donne sposate prima del 1948 nonché della norma che ha costretto tanti italo-discendenti a rinunciare alla cittadinanza italiana. Schiavone ha quindi portato l’attenzione sull’ipotesi del pieno riconoscimento dell’elettorato attivo e passivo esercitabile dall’estero anche per le elezioni regionali, invitando poi a rivedere la legge sull’Aire. E’ stata sollevata la questione della rete diplomatico-consolare, che si trova in difficoltà “davanti ai numeri delle nostre comunità e quindi occorre un ripensamento dei ruoli e delle funzioni della rete diplomatica, perché non basta più potenziare i servizi amministrativi”, ha rilevato Schiavone puntando il faro sull’istituzione di una nuova regione transnazionale o addirittura di un ministero ad hoc per gli italiani all’estero. “Non è più concepibile disconoscere i diritti con distinzioni tra residenti ed espatriati e con l’applicazione di corsie preferenziali per gli uni e di negazioni per gli altri”, ha ammonito Schiavone concludendo con il richiamo alla circolarità della mobilità che possa contribuire così allo sviluppo futuro del Paese e sottolineando come il 2021 sia l’anno che vede l’Italia protagonista al G20 e alla Cop26 dove saranno importanti i progetti riguardanti i giovani italiani.

Lucio Malan, responsabile del dipartimento di Forza Italia per gli italiani all’estero, è tornato sul problema dell’ingiustizia per le donne italiane all’estero che hanno perso la cittadinanza e ha preso l’impegno per questa istanza: “una palese discriminazione verso le donne”, ha commentato Malan trattando quindi del danno creato “dal taglio dei parlamentari”. In proposito il riferimento di Malan è andato ai numeri nel rapporto eletti-elettori che indicano un distacco ancor più marcato tra cittadini e istituzioni. “Il voto postale non mi è mai stato simpatico perché viene meno il principio del voto segreto; però c’è da dire che il voto elettronico ha tutti i difetti del voto postale, ha sottolineato Malan – con in più la questione che chi ha in mano il sistema che conta i voti ha in mano l’esito stesso del voto”. E’ stata ricordata la figura dello scomparso Franco Marini anche da parte della moderatrice, la giornalista Perla Di Poppa. Piero Fassino, presidente della Commissione Esteri della Camera, ha ricordato come oggi non ci siano più rapporti solo sentimentali tra estero e madrepatria: le comunità italiane hanno infatti un rapporto più diretto con il Paese per grado di interdipendenza. “Accanto ai flussi migratori classici e alla stabilizzazione della residenza oggi abbiamo una presenza nel mondo di cittadini che stanno magari solo momentaneamente fuori. Occorre poi un rapporto più organico nella rappresentanza che è un sistema a rete non essendoci un’unica forma: abbiamo infatti gli eletti all’estero, i Comites, il Cgie e presto ci sarà la Commissione bicamerale che avrà una composizione mista tra eletti in Italia e all’estero”, ha spiegato Fassino per il quale la rappresentanza va immaginata in questo modo non pretendendo che un solo soggetto possa rappresentare ogni istanza, bensì con una divisione di competenze ed evitando sovrapposizioni. “La riduzione dei parlamentari non è stata una decisione felice perché si innalza il rapporto tra eletto e cittadini da rappresentare, facendo divenire più difficile il rapporto tra un cittadino e il proprio collegio elettorale. C’è da colmare il rischio di una minore rappresentatività facendo funzionare meglio gli altri istituti”, ha concluso Fassino auspicando un raccordo tra Comites e parlamentari eletti all’estero. Marco Galdi, professore di diritto civile all’Università di Salerno, ha invitato a vedere gli italiani all’estero “come un’opportunità che solo una visione miope tende invece a sottovalutare”. Secondo Galdi occorre il ripensamento delle norme di disciplina della rappresentanza datate, così come datata è la stessa legge del 2001 che prevede il voto per corrispondenza. “Negli ultimi 20 anni ci sono stati molti cambiamenti politici e c’è stata anche una nuova e forte emigrazione, a fronte della riduzione dei parlamentari con il recente referendum”, ha spiegato Galdi citando poi una sentenza della Corte costituzionale del 2018 sul voto per corrispondenza: “la Corte espresse chiare perplessità con un’ordinanza monito al legislatore ma il tema resta ancora aperto”. Paolo Borchia, eurodeputato e coordinatore federale di Lega nel Mondo, ha parlato a sua volta della riduzione dei parlamentari da affrontare con un nuovo approccio e attraverso nuovi paradigmi ossia idee nuove. “Bisogna legittimare il lavoro dei Comites: se c’è una forbice così esigua tra partecipanti al voto per il rinnovo di questo organi non possiamo pretendere che essi siano considerati particolarmente rappresentativi. Occorre cercare anche di capire che società ci aspetterà nel post-Covid senza sottovalutare le conseguenze di carattere sociale, al di là di quelle sanitarie. Dobbiamo dare più valore alle comunità estere affinché contribuiscano alla promozione del sistema Paese”, ha spiegato Borchia sottolineando la necessità del superamento delle difficoltà di natura tecnica per la carta d’identità elettronica derivanti dal gap rappresentato dallo spid.

Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci, ha rilevato come per quanto riguarda gli appuntamenti elettorali per gli italiani all’estero, elezioni politiche e referendum, la situazione appaia ormai al limite, mettendo a rischio la correttezza del voto.  “Lo dico in termini diretti anche come gestore del voto all’estero – ha sottolineato Vignali – non è possibile scontare sempre una serie di lamentele, polemiche, strumentalizzazioni sul voto degli italiani all’estero che dovrebbe emergere invece come il momento di consolidamento del legame tra connazionali all’estero e madrepatria; invece è sempre il momento di polemiche e di messa in discussione del voto stesso”, ha precisato Vignali che, per questa ragione, ha auspicato che la questione del voto sia finalmente affrontata per poter dare delle risposte. “Il sistema rischia di non reggere alla prova dei numeri e delle risorse mentre il corpo elettorale aumenta sempre più: la legge fu pensata con un corpo elettorale che era circa la metà di quello attuale mentre le risorse sono sempre le stesse e anzi qualche volta diminuiscono. Ha un costo far votare per corrispondenza gli italiani all’estero in sicurezza”, ha aggiunto Vignali che anche sul Comites ha preso atto del bisogno di avere un bacino di affluenza in aumento, “perché se vota il 5% non è più rappresentanza”. Vignali ha richiamato l’attenzione anche sull’impegno e lo sforzo volti a intervenire non solo sulla legge elettorale ma sul coinvolgimento al voto delle nuove generazioni e la nuova mobilità, con un ampliamento del corpo elettorale già dalle prossime elezioni dei Comites che porti un apporto benefico alla rappresentanza. “Il tema della cittadinanza è ancora una volta un nodo delicato perché le richieste di acquisizione della cittadinanza rischiano di esplodere e sono aumentate vertiginosamente sopratutto in alcuni Paesi: queste richieste di  cittadinanza che sono complesse da trattare distolgono servizi rivolti a coloro che già sono cittadini italiani.  La stessa legge di cittadinanza andrebbe rivista per tenere conto di questa esplosione dei numeri. I diritti di cittadinanza –  ha aggiunto Vignali –  sono messi alla prova proprio dalla capacità di dare servizi veloci e digitalizzati: questo significa anche essere cittadini, poter scegliere i servizi che uno chiede. Dobbiamo quindi investire sui servizi e su un nuovo sistema di rappresentanza a partire dalle elezioni dei Comites. Aspettiamo risposte dalla politica che ci consentano di dare risposte operative”, ha concluso Vignali. Simone Sperduto, Inform/dip 10

 

 

 

 

Italiani nel mondo e riforme. Il presidente Aitef scrive a Draghi

 

ROMA - “Gli Italiani all’estero sono stati abbandonati. Essenziale un effettivo cambiamento”. Queste sono le nette parole del Presidente dell’Associazione Italiana Tutela Emigrati e Famiglie (AITEF), Giuseppe Abbati, che in queste ore ha voluto parlare dell’argomento italiani nel mondo.

Per Abbati è urgente realizzare “importanti riforme per uscire dalla crisi. Le Regioni, salvo alcune a Statuto speciale, non curano gli Italiani all’estero”. È per questo che questa dovrebbe essere l’ora di “utilizzare le nuove tecnologie per far partecipare e votare, per coinvolgere, in particolare, i giovani”.

Inoltre, Abbati ritiene “indispensabile la nuova legge elettorale. Senza dimenticare la Costituzione, gli Italiani nel mondo sono oltre cinque milioni e i diritti sono uguali è quindi l’occasione per correggere gli errori e le pesanti ingiustizie”.

Nel 2019, il Parlamento “ha approvato la legge 160 che all’art.1 comma 628 che dispone: “Con decreto del Ministro dell'interno, di con-certo con il Ministro per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità attuative di utilizzo del Fondo di cui al comma 627 e della relativa sperimentazione limitata a modelli che garantiscano il concreto esercizio del diritto di voto degli italiani all'estero e degli elettori che, per motivi di lavoro, studio o cure mediche, si trovino in un comune di una regione diversa da quella del comune nelle cui liste elettorali risultano iscritti”. Dopo tanti mesi nessuna decisione. Incredibile! Si poteva sperimentare, subito, il voto elettronico”, ha aggiunto il Presidente dell’AITEF.

Poi Abbati ha voluto sottolineare il valore delle Associazioni degli Italiani nel mondo, che sono “chiuse”, e per questo “è ora di applicare l’art.49 della Costituzione. I Cittadini possono associarsi, con l’aiuto dello Stato, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, essere informati, dare pareri e votare con oculatezza. Democrazia partecipata, l’agorà, la piazza digitale. Oggi è possibile!”.

Secondo lui, infatti, la nuova legge elettorale deve essere “innovativa”, e deve essere in grado di “far votare tutti con trasparenza, segretezza e semplicità” e deve contenere “voto elettronico e doppia preferenza”. Questa sarebbe, ha detto ancora Abbati rivolgendosi al nuovo Premier incaricato italiano, Mario Draghi, “Una decisione attesa da chi crede nella democrazia, nell’uguaglianza, nella parità. Bisogna cambiare!”.

Sempre secondo il Presidente AITEF, “finora le Regioni non sono riuscite” a farlo. E dunque servono “riforme” per “ripensare il Senato e le Regioni. Il Senato è un inutile doppione”.

Di cose da ripensare, riorganizzare e rivedere, per affrontare la nuova emigrazione in modo serio, ce ne sono parecchie, secondo Abbati: “Ambasciate, Associazioni, CGIE, Comites, Ministero degli Esteri”.

“L’Unione Europea ha concesso all’Italia 209 miliardi con indicazioni precise e obblighi da rispettare - ha aggiunto -. Le Associazioni auspicano che si individueranno le soluzioni idonee per uscire dalla crisi e imboccare quella del rilancio e con le riforme riconquistare il terreno perso (speriamo il riequilibrio tra le regioni). Inoltre, per bloccare la fuga dei giovani è necessario un piano straordinario per il lavoro e l’utilizzo delle risorse accantonate del “Piano Sud 2030 per lo sviluppo e coesione dell’Italia”. Il Sud ha grandi potenzialità da sfruttare a vantaggio dell’Italia e dell’Europa. I 209 miliardi vanno utilizzati per il riscatto del Sud e per risorgere. Se il Sud riparte anche il Nord riprenderà a correre”.

L’Italia, infatti, secondo Abbati “ha una posizione strategica nel Mediterraneo che dobbiamo saper riconquistare. Il Mediterraneo e l’Africa sono il nostro futuro. La Cina ha già iniziato ad invaderla investendo molte risorse. L’Italia deve ritornare protagonista nel Mediterraneo e sono indispensabili: il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia; l’attuazione della Macroregione Europa del Mediterraneo, la UE ha programmato cinque e sono state realizzate da tempo quattro, strumento insostituibile per lo scambio di esperienze tra popoli, per redigere progetti condivisi, individuare le priorità, costruire l’Europa dei popoli, conquistare la pace, beneficiare delle grandi risorse dell’Africa e bloccare le migrazioni, la quinta giace pur richiesta da tanti Paesi, ben 43, sin dal 2008, ribadita più volte e nonostante il voto del Parlamento Europeo del 2012”.

“Perché attendere ancora?”, si è chiesto il Presidente AITEF. “È molto importante per ottenere nuovi finanziamenti e realizzare grandi opere condivise”.

È necessario, dunque, “avviare, quanto prima, la progettazione di un collegamento Sicilia Tunisia - è in fase avanzata il progetto del collegamento Marocco-Spagna e in Algeria e in Marocco hanno in corso l’alta velocità ferroviaria”.

“È ora di dare a chi ha più bisogno - ha detto Abbati -. A chi ha ottenuto poco o nulla”. (aise/dip 8) 

 

 

 

 

Cgie. Seminario di Palermo, webinar sugli incentivi di rientro: cosa sono, per chi sono e cosa migliorare?

 

ROMA – Si è tenuto il sesto appuntamento del Seminario di Palermo valevole per il corso di formazione alla partecipazione giovanile all’estero. L’argomento di questo appuntamento erano gli incentivi di rientro: cosa sono, per chi sono e cosa migliorare. L’evento è stato moderato da Eleonora Medda (componente del CdP del Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord). Maria Chiara Prodi (Presidente della VII Commissione tematica del Cgie ‘Nuove migrazioni e generazioni nuove’) ha ricordato come la volontà di creare una rete tra i giovani all’estero e certi strumenti di dialogo servano a chi emigra anche per non sentire la sindrome dell’abbandono e nella fattispecie quale mezzo formativo in preparazione del rinnovo degli organismi rappresentativi come Comites e Cgie. Prodi ha menzionato l’appuntamento della Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-Cgie che è atteso da undici anni e che servirà a tracciare le politiche per l’emigrazione italiana. “Ci teniamo a sottolineare che il lavoro sui rimpatri e sugli incentivi sono un modo per dare un contributo all’Italia anche da fuori, ossia dall’estero, ed è ciò che fanno tutte le realtà attive sui territori che si occupano di queste tematiche”, ha commentato Prodi ricordando infine che l’evento del Seminario del 14 marzo non sarà pubblico mentre il prossimo appuntamento tematico pubblico slitterà quindi al 18 aprile: ospite sarà Piero Bassetti quale Presidente dell’Associazione Globus et Locus.

Federica Daniele (European Evolution) è ricercatrice in ambito di sviluppo territoriale e ha mostrato l’andamento dei trasferimenti annuali per macro-aree dall’Italia all’estero e viceversa, benché a interessare per quantità siano più gli espatri che i rientri sulla base dei dati ufficiali sui cambi di residenza aventi come fonte l’Istat. E’ stato preso come anno base di riferimento il 2002 e le curve mostrano al 2018 un incremento abbastanza forte di espatri dal Mezzogiorno e addirittura di quasi cinque volte dal Centro Nord. L’andamento rileva che tanto la quota di laureati quanto quella di under 45 è cresciuta più o meno di pari passo ma in questo caso più ripidamente per il Mezzogiorno. “Come si può fare per trattenere gli italiani in Italia?”, è la domanda che tanti si pongono e che ha posto anche la ricercatrice ammettendo che anche molte delle persone rientrate per la pandemia, una volta finita l’emergenza, torneranno all’estero. “Le politiche di rinforzo alla domanda del lavoro non sono le uniche perché contano anche la qualità dei servizi e l’esistenza di città accoglienti dal punto di vista del fermento culturale”, ha spiegato Daniele giungendo dalla considerazione ulteriore che gli incentivi finora messi sul tavolo potrebbero non bastare nella misura in cui chi ha avuto esperienze all’estero è magari più propenso a rischiare in campo imprenditoriale e pertanto sarebbero più opportune delle politiche di incentivo al lavoro autonomo. “Il south working è un ulteriore scenario sul quale però al momento non possiamo dire molto”, ha aggiunto la ricercatrice consapevole che molto dipenderà dai cambiamenti strutturali a 360° del settore lavorativo post pandemia o dalla capacità delle città italiane di creare opportunità di co-working.

Jacopo Bassetto ed Edoardo Magalini (Tortuga) si sono occupati da vicino del tema del brain drain, nella consapevolezza che tale fenomeno (la fuga dei cervelli) pur avendo anche una connotazione negativa è in realtà parte del trend generale dei movimenti migratori. “Il brain drain è solo una delle sfaccettature delle migrazioni moderne, benché sia considerata come un asset portante per via di una competizione sempre più aggressiva per la crescita delle economie”, ha precisato Magalini evidenziandone anche l’elemento della circolarità. “Gli expat diventano cervelli in fuga quando il saldo migratorio finisce in rosso; ma anche quanto mancano opportunità lavorative e le retribuzioni sono più basse dell’offerta estera, quindi chi va via lo fa per necessità”, ha sottolineato Magalini delineando il profilo tipico del cervello in fuga per aree di studio: su tutte prevalgono le aree scientifiche e ingegneristiche. Bassetto ha invece spiegato quando il brain drain diventa un problema: si potrebbe dire che lo diventa quando è un fenomeno in continua crescita, quando è fonte di disuguaglianza e quando ha in generale ricadute negative. “Si può trasformarla in opportunità?”, si è chiesto Bassetto evidenziando alcune ricette come l’internazionalizzazione dei nostri talenti e un loro successivo richiamo con formule come ‘master and back’ o sgravi fiscali; l’attrazione di nuovi talenti stranieri per mezzo di ‘blue card’ europea o specifici programmi di visto; infine il trattenimento di talenti stranieri.

Francesco Rossi (Controesodo) attraverso delle schede informative a cura del Gruppo Controesodo ha parlato delle agevolazioni per l’attrazione del capitale umano. Per inquadrare il fenomeno emigratorio italiano si sono utilizzati i dati del Rapporto Migrantes 2020 che registrava in quasi 140 mila unità gli espatri nel 2019. Il 40% degli expat rientra nella fascia compresa tra 18 e 34 anni e si ha fino al 30% di laureati o altamente specializzati. Le maggiori destinazioni sono l’Europa (72%) e l’America (20%). A livello di rimpatri – ha spiegato Rossi – nel 2018 si era cominciato ad intravedere qualcosa a livello regionale: Lombardia, Veneto, Lazio e Sicilia guidavano questa classifica penalizzata però a medio-lungo termine dal mancato radicamento (retention) per cui una quota consistente di persone rientrate grazie solo alle agevolazioni fiscali tende in un secondo momento a ripartire. Rossi ha riepilogato alcune delle principali misure legislative divise per categorie: per i neo-residenti cosiddetti ‘paperoni’ e per i pensionati stranieri ci sono rispettivamente l’art. 24-bis e 24-ter del TUIR; per i lavoratori impatriati c’è il D.lgs 174/2015; per i docenti e i ricercatori c’è il D.lgs 78/2010. Sempre nel 2010 c’è la cosiddetta Legge Controesodo, ossia la legge n. 238. “Il legislatore ha operato in modo ‘additivo’ sacrificando a volte la coerenza e con frequenti modifiche ai testi vigenti e non è sempre facile capire quale normativa si applichi”, ha aggiunto Rossi ricordando poi la più recente legge 34/2019 conosciuta anche come Impatriati 2.0 e parte del Decreto Crescita, a sua volta oggetto di diverse modifiche. Essa modificando la norma del 2015 prevede un’esenzione fiscale del 70% per chi trasferisce la residenza in Italia, quindi pagando l’Irpef solo per un 30%; la soglia dell’esenzione arriva al 90% per chi si trasferisce al Sud. La durata degli incentivi è di norma di cinque anni ma può salire fino ai dieci in caso di presenza di figli o di acquisto di un’abitazione. Per beneficiare degli incentivi bisogna trasferire la residenza fiscale in Italia che deve essere stata estera per i due anni antecedenti e alla condizione che per almeno 183 giorni successivi al trasferimento l’attività lavorativa sia svolta principalmente in Italia. “Le norme sono fatte per attrarre ma poi sono spesso complesse o poco conosciute e anche poco sfruttate: dal 2011 ad oggi ne hanno usufruito 25 mila persone, inclusi coloro che sono tornati all’estero”, ha sottolineato Rossi.

Leonardo Croatto (Cgil) ha ricordato alcuni errori di policy e anche di comunicazione da parte dell’Italia negli anni: per esempio quando nel 2016 si tentò di esibire ai competitor un costo del lavoro specializzato in Italia inferiore rispetto a Germania e Francia, che era però esattamente la molla del ‘push’ ossia ciò che spingeva gli italiani ad andare all’estero per trovare condizioni lavorative migliori. Croatto ha ricordato poi una ricerca del 2014 sul mondo universitario italiano dal quale emergeva che un 45% lasciava l’università nel periodo post-dottorato per insoddisfazione o mancanza di prospettive di crescita mentre un 55% la lasciava perché non c’era più l’assegno di ricerca e si veniva mandati via. “Su cento ricercatori che intraprendevano i percorsi post-laurea ben novantaquattro restavano fuori”, ha evidenziato in numeri Croatto sottolineando la bassa percentuale di coloro ai quali veniva data la chance di restare nel mondo accademico, soltanto un 6% di studenti specializzati. Vincenzo Mancuso (consigliere Cgie-Germania) ha parlato di “malattia da eradicare” riferendosi ai discorsi sul precariato: “serve non solo fermare l’emorragia dell’emigrazione ma favorire un ritorno, a qualsiasi livello di preparazione, evitando di usare l’espressione classista di cervelli in fuga”, è stata la riflessione di Mancuso. Isabella Parisi (consigliera Cgie-Germania) ha rievocato l’idea della libera circolazione dei cittadini e si è chiesta quale ruolo debba avere in futuro il Parlamento europeo per un rispetto concreto dei cittadini a livello sociale e lavorativo e per non essere più considerati come migranti in territorio comunitario. Su questo tema specifico è intervenuta Eleonora Medda auspicando la presenza futura di un Commissario europeo o di un’Agenzia europea competente sul fronte migratorio comunitario. Silvia Alciati (consigliera Cgie-Brasile) ha auspicato una maggiore sensibilizzazione della rete consolare su questi aspetti degli incentivi e degli sgravi fiscali magari inserendo sui loro siti internet le informazioni utili.   Simone Sperduto, Inform/dip 15

 

 

 

Il nostro messaggio

 

Gli italiani all’estero sono una realtà socio/politica. Oggi ancor più importante che per il passato. Riteniamo, di conseguenza, che la loro rappresentatività in Patria debba essere portata alla ribalta parlamentare in modo più appropriato.

 Il “rimandare” ci preoccupa e non poco. Mentre torniamo a sollecitare il battesimo di una nuova rappresentatività per chi vive lontano dal Bel Paese, chiediamo chiarezza. Non intendiamo polemizzare, ma domandiamo d’evidenziare le “competenze” che sarebbero dovute per chi vive “altrove”.

 

 Manca ancora l’attuazione di un Dipartimento per gli italiani all’Estero (DIE); indipendente dal MAECI e abbinato con la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Insomma, senza ancora tergiversare, il Parlamento, potrebbe farsi carico, almeno, di una proposta di legge per superare le incerte posizioni degli italiani che vivono altrove.

 

 Invece, nonostante tante oggettive riflessioni, il problema sembra restare inconcluso. Nessuno ne tratta. Torniamo, di conseguenza, a domandare chiarezza per evitare, poi, le consuete interpretazioni restrittive di comodo. Per questi motivi, restiamo, saldamente, sulle posizioni che già avevamo manifestato già in passato e che sono ben note a chi ci segue.

 

Siamo disponibili a un confronto con chi intende contribuire a un progetto, migliorativo, che coinvolga milioni d’italiani nel mondo. A questo punto, il “silenzio” non ha più significato. Quelle che tentiamo di cogliere sono proposte operative. Questo è il “messaggio” che intendiamo rivolgere a chi ci segue. Insieme, ce la possiamo fare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Comune di Genova: partiti i lavori per il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI)

 

Genova – Sono partiti – informa l’ufficio stampa del Comune di Genova – i lavori per l’adeguamento funzionale e tecnologico dell’antico edificio della Commenda di San Giovanni di Prè, dove verrà ospitato il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI), che nasce – si sottolinea –  dalla forte volontà di restituire al grande pubblico, nazionale e internazionale, la narrazione di un patrimonio vastissimo e diversificato come quello legato alla storia dell’emigrazione italiana, un patrimonio fisicamente diffuso in numerose località, italiane ed estere, custodito da enti, istituzioni statali e locali, archivi, musei, centri di studio e ricerca, associazioni di emigrati.  Gli interventi, per un importo di circa 5,3 milioni di euro (di cui 300 mila arrivano da Fondazione San Paolo per la progettazione; 3 milioni dal MIBACT, nell’ambito del programma Grandi Progetti Beni Culturali e 2 milioni dal Patto per Genova, siglato tra Comune e Governo), riguardano l’adeguamento funzionale, il restauro e il risanamento conservativo della Commenda e dureranno circa un anno.

Le finalità e le linee strategiche del MEI sono state definite – ricordano dal Comune di Genova – nell’Accordo di Valorizzazione tra Ministero dei beni culturali, Comune di Genova e Regione Liguria, finalizzato a promuovere, mediante la costituzione del Museo nazionale dell’emigrazione italiana, l’acquisizione, la conservazione, la comunicazione e l’esposizione di testimonianze materiali e immateriali relative al fenomeno dell’emigrazione italiana.

“Un progetto importante per storia, cultura e turismo che oggi arriva alla fase esecutiva – dice il sindaco di Genova Marco Bucci – Sappiamo che Genova ha avuto un ruolo strategico nella storia dell’emigrazione italiana grazie al suo porto, crocevia di persone, merci, culture. “Dovve i Zeneixi vàn, ‘n’atra Zena fan” diceva, secondo la tradizione, l’Anonimo Genovese: una testimonianza della nostra storia da migranti del mondo. Storia che troverà spazio qui, in locali ristrutturati e ripensati per questo scopo. Il MEI godrà inoltre di una posizione strategica: con l’Acquario e il Museo del Mare a due passi il Museo dell’emigrazione completerà un’offerta museale e turistica di primo livello. Grazie a tutti i soggetti che hanno collaborato alla realizzazione del museo: a partire dal MIBACT che tanto ha creduto in questa operazione, alla Regione Liguria che ci ha supportato e alla Fondazione San Paolo che ha deciso di farsi parte attiva co finanziando l’operazione”.

“Il MEI, Museo dell’Emigrazione italiana, sviluppa, di fatto una importante sezione del Museo Memoria e Migrazioni. Si tratta quindi di un tema fortemente identitario per Genova e strettamente legato anche alla location che è stata scelta: la Commenda di Prè è un capolavoro di arte medievale, da sempre animato da passaggi, viaggiatori, navi – spiega l’assessore alle Politiche culturali del Comune Barbara Grosso – La Commenda era fin dal XII secolo ricovero dei pellegrini diretti in Terrasanta: ecco perché non c’era posto migliore da destinare al futuro museo dell’emigrazione italiana”.

Partendo dal presupposto che le migrazioni rappresentano una costante nella storia dell’uomo e che l’Italia è da sempre un luogo da cui si emigra nel mondo, il MEI si propone come specchio della varietà delle esperienze, che hanno caratterizzato e che ancora caratterizzano la complessa realtà migratoria nazionale. Il MEI nasce per dare memoria agli italiani di oggi e di domani: un museo di riferimento per le numerose istituzioni locali, nazionali ed internazionali impegnate a valorizzare la storia e l’attualità dell’esperienza migratoria, nonché un centro di ricerca in costante aggiornamento e dialogo con tutti i soggetti coinvolti nello studio, nella valorizzazione e nella comunicazione dei diversi aspetti dell’emigrazione italiana. Sarà un museo adatto alle scuole e alle famiglie, che potrà parlare a tutti attraverso diversi linguaggi e con modalità museologiche innovative e interattive, aiutato da quelle tecnologie che possono facilitare la conservazione e la diffusione della memoria e delle storie di chi ha vissuto la migrazione.

“Il progetto espositivo del Museo, e la sua collocazione in uno spazio di grande significato e suggestione, valorizzano nel modo migliore il ruolo e il contributo di Genova e della Liguria alla storia dell’emigrazione. Una storia lunga e multiforme che merita di essere raccontata: non è solo vicenda di arrivi e di partenze, ma anche di navi e gente di mare che ha saputo supportare e accompagnare i grandi movimenti migratori nelle diverse epoche – aggiunge l’assessore alla Cultura di Regione Liguria, Ilaria Cavo – Sono convinta che con il tempo il Museo dell’Emigrazione Italiana diventerà luogo di incontro e di approfondimento per tutti, a cominciare dagli studenti delle scuole e dai tanti discendenti di emigranti che ogni anno vengono in visita in Liguria per conoscere meglio le proprie radici. Per tutti questi motivi è un orgoglio avere un polo museale nazionale di vocazione internazionale qui, nella nostra regione, grazie al fatto che siamo stati pronti, come istituzioni, a cogliere questa opportunità”.

Il percorso espositivo del MEI sarà costruito intorno alle storie di vita dei protagonisti dell’emigrazione: le esperienze dei singoli saranno proposte al visitatore attraverso fonti primarie come le autobiografie, i diari, le lettere, le fotografie, i giornali, i canti e le musiche che accompagnavano gli emigranti. Tutti questi documenti concorreranno alla creazione di un’unica narrazione, capace di non appiattire il fenomeno ma mostrarlo attraverso le sue numerose sfaccettature ed articolazioni. Il museo dell’emigrazione è un museo in movimento: l’emigrazione è un viaggio, e chi entrerà nel museo si troverà proprio all’interno di un viaggio tra le immagini e le storie dei milioni di italiani che hanno lasciato il nostro paese a partire dall’Unità d’Italia nel 1861 per arrivare fino ad oggi.

Le diverse “stazioni” che compongono il percorso potranno “parlare” in modo diverso a seconda dell’interlocutore che si avvicinerà: questo grazie a un meccanismo di registrazione all’ingresso che permetterà di calibrare lingue, storie e documenti in base alla specifica persona che sta compiendo il percorso. I dati sulle partenze, i ritorni, le destinazioni, il lavoro, la salute, l’alimentazione, il razzismo, l’accoglienza, le tante motivazioni diverse per lasciare l’Italia, che rappresentano il grande mosaico della migrazione saranno comunicati attraverso strumenti che permetteranno anche di “portare a casa” i contenuti, magari per rifletterci in un secondo tempo, o per condividerli insieme attraverso le reti social.

All’interno di una cornice scientificamente solida, grande importanza nella costruzione dei contenuti del Museo viene data alle storie di vite, narrate attraverso fonti primarie come le autobiografie, i diari, le lettere, le fotografie, i giornali, i canti e le musiche che accompagnavano gli emigranti, i documenti conservati da enti, istituzioni statali e locali, archivi, musei, associazioni di emigrati, che fanno parte della grande rete di collaborazione che il MEI sta costruendo affinché il nuovo Museo sia davvero un museo partecipato e sempre capace di rinnovarsi.

Ci sarà anche uno spazio di riflessione, il “memoriale”, che attraverso una suggestione artistica intende essere il punto emotivamente più alto del percorso. La storia dell’emigrazione italiana è segnata da una serie di episodi dolorosi, a volte collettivi. Uno spazio all’interno permette di approfondire gli episodi, dai fatti di Aigües Mortes (1893) alla strage di Marcinelle (1956), passando per disastri minerari e naufragi. L’emigrazione italiana non ha avuto solo la sua destinazione all’estero, e non appartiene solo al passato.

Per questo il Museo racconterà anche l’emigrazione interna, declinata nelle sue due grandi direttrici, dalla campagna alla città e dal Sud al Nord, e l’emigrazione contemporanea, con le forme che ha assunto dopo il 1973, anno del cambio epocale, in cui da paese di emigrazione, l’Italia diviene paese di immigrazione. Uno spazio attrezzato verrà dedicato all’attività didattica per le scuole dei diversi cicli e per le attività con le famiglie, per coinvolgere anche i più giovani in questo percorso.

“La Compagnia di San Paolo ha recentemente presentato il proprio piano strategico pluriennale che attribuisce alla cultura un ruolo centrale per lo sviluppo economico e sociale dei territori. Per la Fondazione quello con il Museo dell’Emigrazione è un rapporto che parte da lontano: abbiamo seguito negli anni diverse fasi di riallestimento, di studio, di attività espositive e didattiche fino ad arrivare oggi al sostegno a questa importante fase di progettazione che permetterà al Museo di fare un significativo salto in avanti e poter svolgere così un ruolo determinante per lo sviluppo culturale, economico sociale e culturale della città di Genova, un territorio verso cui la Compagnia nei prossimi anni continuerà a porre un attenzione particolare” dichiara Matteo Bagnasco, responsabile dell’Obiettivo cultura della Fondazione Compagnia di San Paolo.

I documenti utilizzati sono il frutto di ricerche e studi che hanno visto il fondamentale appoggio e la collaborazione di studiosi e istituzioni quali il Centro Internazionale di Studi sull’Emigrazione Italiana (CISEI) di Genova, la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, il Museo regionale dell’emigrazione Pietro Conti di Gualdo Tadino, l’Istituto centrale per i beni sonori e gli audiovisivi, l’Istituto Luce – Archivio Storico Luce, la Rai, attraverso l’Archivio Rai-Teche, l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero Affari esteri e cooperazione internazionale. Non sono inoltre mancati contatti con musei e centri internazionali quali l’Ellis Island National Museum of Immigration, il MUNTREF -Museo de la Inmigración di Buenos Aires e il Museu da Imigração do Estado de São Paulo di San Paolo.

“Una grande operazione di memoria popolare e collettiva del nostro Paese – commenta Paolo Masini, presidente del Comitato di indirizzo per la realizzazione del MEI – Partendo dalle singole storie personali si arriva a ricostruire un fenomeno che è nell’anima stessa delle radici dell’umanità. Donne e uomini con le storie più diverse che spesso hanno saputo trasformarsi in semi preziosi in terre generose”. Ruolo fondamentale rivestono inoltre le numerose associazioni di “italiani nel mondo”, una molteplicità di soggetti spesso molto attivi, sia in Italia che all’estero, nelle relazioni internazionali e di forte impatto sulle comunità degli italiani espatriati.

Le collaborazioni con queste Associazioni mirano a rendere il costituendo Museo testimone della complessità dei fenomeni migratori e rappresentativo di tutte le realtà regionali del Paese. La risposta delle associazioni (Lucani nel Mondo, Mantovani nel Mondo, Bellunesi nel Mondo, Trentini nel Mondo) è stata fino ad ora convinta ed entusiasta e ha permesso sottoscrivere protocolli di intesa finalizzati allo scambio di documentazione, al trasferimento di conoscenze e competenze, ponendo le basi per una “assemblea dei partecipanti” del Museo stesso che potrà dare vita in futuro a iniziative ed attività sia in campo nazionale che internazionale.

Infine, il comitato ha sviluppato – si sottolinea dal Comune di Genova – un importante e costruttivo dialogo con un soggetto istituzionale di grande rilevanza quale la Direzione Generale degli Italiani all’Estero (DGIT) del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sottoscrivendo anche un protocollo d’intesa con Consiglio Generale degli Italiani all’estero (CGIE). (Inform/dip 8)

 

 

 

 

Maeci e lavoro da casa. Disparità di trattamento verso le sedi estere

 

“Il paradosso misto a contraddizione che sempre caratterizza il MAECI tocca i massimi livelli quando si parla di lavoro agile per i dipendenti: ne hanno diritto, per motivi a noi ignoti, solo quelli che lavorano a Roma con la conseguenza che d’un tratto scompaiono dal piano organizzativo, e di conseguenza dal piano della performance a cui questo è integrato, centinaia di sedi estere e di lavoratori ad esse appartenenti,  che,  in caso di chiusure o in condizioni avverse a causa del Covid,  non si saprà cosa faranno. “Il mistero aleggia e il ministero tace”. Lo dichiara in una nota Iris Lauriola, segretario nazionale di CONFSAL UNSA ESTERI, con riferimento alla riunione sulla presentazione del piano POLA da parte della Direzione del Personale del MAECI.

“Malgrado le criticità snocciolate in ben otto punti dalla nostra sigla, in cui si evidenziano le contraddizioni, le anomalie normative, la discriminazione intra-ministeriale e la contrapposizione tra normativa e prassi – evidenzia Lauriola – il Ministero non ha proferito parola, ignorando le nostre argomentazioni e sventolando a difesa la sussistenza della norma che vincola la presenza in ufficio all’estero alle direttive della sanità locale, una norma venduta come vangelo, ma che in molti casi si è dimostrata fragile in termini di legittimità”.

“Lascia basiti il silenzio del MAECI dinanzi alla richiesta di fornire chiarimenti circa le centinaia di lavoratori, qualifiche funzionali e diplomatici in primis, spediti nelle sedi estere da marzo 2020 ad oggi anche quando queste erano inagibili o chiuse a causa del Covid, - sottolinea Lauriola – sarebbe interessante sapere cosa fanno e cosa hanno fatto per settimane e settimane, visto che il MAECI si rifiuta ostinatamente, quasi con puntiglio, di normare il lavoro agile in questi casi, bypassando qualsiasi tentativo di approfondimento oltre che di apertura al dialogo in sede di confronto sindacale”.

“La chiusura totale del MAECI al tavolo POLA verso le nostre argomentazioni appare sproporzionata e allarmante – conclude Lauriola -poiché il piano organizzativo del lavoro agile che verrà applicato ovunque nella PA, esclude la maggioranza dei lavoratori a prescindere dalla loro attività e dal luogo in cui sono in servizio, secondo una previsione assolutamente priva di logica e coerenza normativa. Abbiamo segnalato il caso in sede parlamentare e chiesto la sottoposizione di un’interrogazione oltre che una proposta emendativa che abroghi l’imbarazzante normativa attualmente vigente”.

Confsal Unsa, Coordinamento Esteri

 

 

 

 

 

“Words4link”: Idos pubblica tre volumi che racchiudono le attività promosse dal progetto “scritture migranti”

 

ROMA – Il Centro Studi IDOS presenta tre volumi come parte della collana dedicata dal progetto “Words4link – Scritture migranti per l’integrazione”: per tutto l’anno, la presentazione dei volumi sarà occasione di confronto, approfondimento e promozione. La collana tematica dunque è pronta: tre volumi, stampati in mille copie ciascuno e disponibili on-line sul sito del progetto, che danno il via al terzo anno di attività e saranno al centro di una campagna di promozione, aperta e partecipata, tesa a valorizzare il ruolo delle “scritture migranti” e la capacità degli autori coinvolti di rinnovare il dibattito sulle migrazioni e le percezioni più diffuse nell’opinione pubblica. Ciascun volume trova il suo nucleo centrale nella presentazione dei racconti, poesie e fumetti realizzati dai partecipanti ai laboratori promossi da Words4link; “Metamorfosi”, “Viaggiare nelle poesia” e “Dall’esperienza al fumetto” sono anche i titoli dei volumi, che si propongono come un canale di promozione e visibilità per i giovani autori coinvolti e come un’ulteriore occasione di riflessione sulle tematiche affrontate: l’identità, il viaggio, la trasformazione, strettamente legati all’esperienza della migrazione e spesso alla produzione letteraria che vi si lega. I testi e i fumetti sono accompagnati dalla presentazione dei laboratori e della cornice tematica scelta, come pure dei formatori (Giulia Caminito, Gassid Mohammed, Amir Issaa, Gianni Allegra) e dei partecipanti, senza dimenticare l’esperienza del workshop di autopromozione tenuto da Nicole Romanelli. A seguire, una ricca e diversificata sezione in cui si presentano alcune iniziative, di largo impatto, imperniate sulla promozione delle opere di autori di origine migrante e, quindi, sulla diffusione dei testi raccolti. Si possono così leggere, in ciascun volume, alcuni dei racconti e delle poesie raccolti dall’associazione Eks&Tra nell’ambito dell’omonimo premio letterario per migranti. Nel primo volume (Metamorfosi), il racconto vincitore dell’ultima edizione del Concorso letterario nazionale ‘Lingua Madre’ e gli incipit dei racconti vincitori delle edizioni precedenti; nel secondo (Viaggiare nella poesia) alcune poesie tratte dalla rivista El-ghibli; nel terzo (Dall’esperienza al fumetto) alcuni estratti dei racconti del corpus testuale di DiMMi – Diari Multimediali Migranti. A chiudere la sezione, i ritratti di alcuni degli autori e delle autrici con background migratorio oggi attivi sulla scena italiana nel campo della narrativa, della poesia, della saggistica e del giornalismo, tratti dall’ampia ricognizione, tuttora in fieri, realizzata da Words4link. Ad inquadrare il tutto, una sezione introduttiva, in cui oltre a presentare il progetto, il suo background e i suoi obiettivi, si dà spazio al contributo di esperti del settore, che ricostruiscono e inseriscono in una cornice critica: i temi dell’approccio editoriale “occidentale” alle cosiddette scritture “altre” (Silvia Riva, nel primo volume); della storia e attualità delle “pagine migranti” in Italia (Fulvio Pezzarossa, nel secondo); del percorso di “scoperta” e approfondimento delle cosiddette letterature della migrazione (Daniele Comberiati, nel terzo). In chiusura, un’appendice in cui si presenta una rassegna ragionata delle buone prassi per la promozione delle “scritture migranti” in Italia e delle questioni emerse nel corso dei convegni realizzati da Words4link. Il progetto Words4link è realizzato, oltre che da coop. Lai-momo e il Centro Studi e Ricerche IDOS, dall’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), con l’adesione della Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e delle associazioni Eks&Tra, Razzismo Brutta Storia e Le Réseau. (Inform/dip 8)

 

 

 

 

 

„Aufgabe der Weltgesellschaft“. Rufe nach gerechterer Impfstoffverteilung weltweit werden lauter

 

Bei den Covid-19-Impfungen gibt es eine große Kluft: Während reiche Länder sich den Großteil der Impfdosen sichern, bleibt für viele der ärmsten Staaten nichts übrig. Rufe nach mehr Gerechtigkeit werden lauter.

Im Kampf gegen die Corona-Pandemie werden Rufe nach einer gerechten Impfstoffverteilung lauter. Hilfsorganisationen forderten am Donnerstag die Aussetzung von Patentrechten, um Impfstoffe schneller produzieren und günstiger verteilen zu können. Nach Auffassung des Philosophen Julian Nida-Rümelin müssten sich gerade die westlichen Industrienationen stärker darum bemühen. Laut Weltgesundheitsorganisation WHO haben 14 Prozent der Weltbevölkerung in den westlichen Industrienationen sich bislang mehr als die Hälfte des zur Verfügung stehenden Impfstoffes gesichert.

„Die Pandemie ist eine globale Herausforderung, die Steuerung ihrer Bekämpfung ist daher eine Aufgabe der Weltgesellschaft“, sagte Nida-Rümelin dem „Evangelischen Pressedienst“. Derzeit gelte das Prinzip, wer zuerst komme und das meiste Geld auf den Tisch lege, erhalte große Anteile des verfügbaren Impfstoffs.

Gesundheitsexpertinnen des evangelischen Hilfswerks „Brot für die Welt“ kritisierten die „deutliche Schieflage“. Die Referentin internationale Gesundheitspolitik, Mareike Haase, sagte, Länder mit hohen Einkommen hätten sich so viele Impfdosen gesichert, dass sie ihre Bevölkerung gleich mehrfach durchimpfen könnten. Derweil verfügten 130 arme Länder bislang über keine einzige Impfdosis. Die Ärztin und Beraterin der Partnerorganisationen des Hilfswerks in Gesundheitsfragen, Sonja Weinreich, wies darauf hin, dass Südafrika für den Impfstoff von Astra-Zeneca dem indischen Hersteller mehr zahlen musste als europäische Staaten.

Internationales Impfprogramm massiv unterfinanziert

Haase betonte, dass das internationale Impfprogramm Covax massiv unterfinanziert sei und sich die Initiative Covid-19 Technology Access Pool (C-TAP) im „Dornröschenschlaf“ befinde. Bei der von Costa Rica vor fast einem Jahr in die Debatte eingebrachten C-TAP-Initiative geht es darum, das Wissen zur Produktion von Impfstoffen, Schutzausrüstung oder anderen für die Pandemiebekämpfung notwendigen Materialien solidarisch zu teilen. Die Initiative Covax, an der die WHO beteiligt ist, bereitet derzeit eine Impfkampagne in Afrika vor.

Die „Brot für die Welt“-Expertinnen setzen nun auf eine Initiative zur Lockerung des Patentschutzes für Impfstoffe und Medikamente gegen Covid-19, die derzeit an Fahrt gewinnt. In der Welthandelsorganisation (WTO) wurde der Vorschlag von Indien und Südafrika bereits diskutiert. Die EU, die USA und andere Industriestaaten lehnen ihn ab, während mehr als 100 ärmere Staaten dafür sind. Konkret geht es darum, allen Ländern zu erlauben, die Durchsetzung des Rechts auf geistiges Eigentum an medizinischen Produkten zur Bekämpfung von Corona auszusetzen. Ähnlich wurde auch vor 20 Jahren im Kampf gegen HIV/Aids verfahren, als das Patentschutzabkommen Trips gelockert wurde.

Kontroverse um Patentschutz

Reiche Länder argumentieren wiederum, dass eine Lockerung des Patentschutzes einen falschen Anreiz für die pharmazeutische Industrie setze. Die Firmen würden kaum noch in die Entwicklung neuer Medikamente und Impfstoffe investieren, wenn sie keine Patente dafür erhielten. Gesundheitsexpertin Haase sagte hingegen, dass im globalen Medikamentensystem grundsätzlich umgedacht werden müsse, auch weil die nächsten Pandemien schon vor der Tür stünden: Erkenntnisse aus Forschung und Entwicklung müssten in öffentlicher Hand bleiben und Impfstoffe als globales öffentliches Gut allen zur Verfügung stehen.

Die Hilfsorganisation Ärzte ohne Grenzen verlangte, dass gerade die von Mutationen des Coronavirus besonders betroffenen Länder des südlichen Afrika schnellstmöglich wirksame Impfstoffe erhalten müssten. Reiche Staaten, in denen medizinisches Personal und Risikogruppen geimpft seien, müssten ihre Impfstoffe aus bilateralen Vorab-Kaufverträgen schnellstmöglich teilen. Die Entwicklungsorganisation One forderte die reichen Länder zudem auf, Covax stärker zu unterstützen. (epd/mig 19)

 

 

 

 

Ein Jahr nach Hanau: Strukturelle Sünde Rassismus

 

Rassistische Gewalttaten haben ihre Ursachen tief im Maschinenraum der Gesellschaft. In alltäglichen Äußerungen und Handlungen bilden sich immer wieder tradierte rassistische Denk- und Verhaltensmuster ab. Wenn sie unreflektiert bleiben, verfestigen sich solche strukturellen Rassismen und ermöglichen in ihrer Summe ein Klima des Hasses und der Angst. Wie können wir diese Strukturen aufbrechen? von Matthias Alexander Schmidt

 

Vor genau einem Jahr, am Abend des 19. Februar 2020, ermordete ein rechtsextremistisch und rassistisch motivierter Terrorist im hessischen Hanau neun Menschen in und vor zwei Shisha-Bars, einem Kiosk und einer Bar. Weitere Menschen, die sich an den Tatorten aufhielten, griff der Täter ebenfalls an und verletzte sie teils schwer. In der Wohnung seiner Eltern erschoss er danach seine Mutter und sich selbst. Die neun jungen Frauen und Männer, die der Mann in der Hanauer Innenstadt tötete, waren im Alter von Anfang 20 bis Mitte 30 und heißen: Gökhan Gültekin, Sedat Gürbüz, Said Nesar Hashemi, Mercedes Kierpacz

Hamza Kurtovi, Vili Viorel Pjun, Fatih Saraçolu, Ferhat Unvar, Kaloyan Velkov.

In diesem besonderen Fall nenne ich die Namen der Mordopfer, was aus Rücksicht auf ihre Privatsphäre unüblich ist. Wie andere Medien möchte ich jedoch den Opfern Namen und Gesicht geben, denn der Täter hat ihnen ihr Mensch-Sein wegen ihrer Herkunft regelrecht aberkannt, wie seine Veröffentlichungen im Internet zeigen. Die Opfer des Mordanschlags sowie ihre Familien waren unter anderem in Deutschland geboren, lebten seit vielen Jahren in Hanau, waren teilweise deutsche Staatsbürger, hatten kurdische Wurzeln, andere waren vor antimuslimischer Verfolgung aus Bosnien-Herzegowina geflohen, waren Rom:nja, sie selbst oder ihre Familien stammten aus Afghanistan oder waren aus der Türkei, aus Rumänien und Polen nach Deutschland eingewandert.

So verschieden ihre Lebensgeschichten und Hintergründe waren: Sie alle waren „People of Color“. Der Begriff „People of Color“ (PoC) beschreibt Individuen und Gruppen, die vielfältigen Formen von Rassismus ausgesetzt sind. PoC teilen die „gemeinsame, in vielen Variationen auftretende und ungleich erlebte Erfahrung, aufgrund körperlicher und kultureller Fremdzuschreibungen der weißen Mehrheitsgesellschaft als ‚anders‘ und ‚unzugehörig‘ definiert [zu] werden.“ (1)

Verharmlosung der Hintergründe

Der rassistische Hass und Extremismus, von dem sich der Täter von Hanau motiviert sah, weist auf Haltungen und Meinungen in der weißen Mehrheitsgesellschaft hin, auf politische Tendenzen, rassistische Vorurteile und Diskriminierung, die sich alltäglich in Sprache und Verhaltensmustern zeigen und verfestigen. Die Gründe dafür liegen tief im Maschinenraum der Gesellschaft. Um Missverständnissen vorzubeugen: Die Schuld für seine Tat trägt allein der Täter, die Entscheidung, tatsächlich auf Menschen zu schießen, sie zu ermorden, kann nur dem Mörder selbst angelastet werden. Die eigentlichen Morde hat er allein begangen. Warum die Sicherheitsbehörden den Anschlag nicht verhindert haben, warum der Polizeinotruf an dem Abend lange Zeit nicht erreichbar war, sind andere Fragen. Gleichzeitig sind rechtsextreme Anschläge und andere rassistische Gewalttaten, wie der Anschlag auf eine Synagoge in Halle, die Mordanschläge in Hanau, aber auch der Mord an Walter Lübcke, Resultate einer systematischen Verharmlosung von alltäglichem Rassismus und struktureller Diskriminierung von PoC. Vor diesem Hintergrund nenne ich den Namen des Täters hier nicht, um ihm keine unangemessen große Aufmerksamkeit zu geben, und damit womöglich von gesellschaftlichen Hintergründen abzulenken oder strukturellen Rassismus zu verharmlosen.

Verharmlosung der Tat

Ausdrücklich und auf groteske Art und Weise verharmloste etwa Rainer Rahn, AfD-Landtagsabgeordneter in Hessen, damals Spitzenkandidat, sowohl die Mordanschläge von Hanau als auch den dahinterliegenden Rassismus. Mit Blick auf einen der Tatorte, ein Wasserpfeifen-Café, sagte er: „Shisha-Bars sind Orte, die vielen missfallen, mir übrigens auch. Wenn jemand permanent von so einer Einrichtung gestört wird, könnte das irgendwie auch zu einer solchen Tat beitragen.“ Shisha-Bars hätten „ein erhebliches Störpotential“. Ein gezielter Tabubruch: Etwas nicht einmal Denkbares versuchte der AfD-Politiker zum Sagbaren zu erheben: Neunfacher Mord wäre eine nachvollziehbare Konsequenz davon, sich von einer Einrichtung gestört zu fühlen. Zudem versuchte Rahn, die rassistisch motivierte Tat auf den Einzeltäter zu reduzieren, indem er ihn als psychisch Gestörten bezeichnete. Der Ärger über ein Shisha-Café könne daher „einer der Faktoren sein, und irgendwann läuft das Fass über“. Die Pathologisierung des Täters ist eine gewohnheitsmäßig und reflexartig geäußerte, jedoch unangemessene Verharmlosungsstrategie einschlägiger Parteien und Individuen im rechten und rechtsextremen Spektrum.

Die Erzählung vom angeblich psychisch gestörten, kranken Täter, nimmt nicht nur den Täter in Schutz. Sie verharmlost auch den dahinter liegenden Rassismus, banalisiert die sprachliche Gewalt, die zu einer solchen Gewalttat führt, leugnet strukturellen und systemischen Rassismus. Sie soll auch davon ablenken, dass Parteien wie die AfD rechten Hass und Hetze unterstützen. AfD-Bundessprecher Jörg Meuthen meinte, die Morde seien „weder linker noch rechter Terror“, sondern die „wahnhafte Tat eines Irren“ gewesen. Andere führende AfD-Politiker sprachen von einem „massiv psychisch gestörten Einzeltäter“ und wollten die Morde gar als Folge von Angela Merkels Politik darstellen – obwohl der Täter sich selbst ausdrücklich rassistisch geäußert hatte. Der Bundesvorstand der AfD distanzierte sich zwar auf Twitter vom Gedankengut des Täters, verlinkte aber gleichzeitig dessen Pamphlet und seine archivierte Webseite.

Täter-Opfer-Umkehr

Als Ausdruck ihrer Trauer und als Mahnmal hängten die Angehörigen und Freund:innen der Opfer Fotos ihrer ermordeten Familienmitglieder und Freund:innen in Hanau auf. Der Vater des Täters wollte dies jedoch nicht, er erstattete Anzeige beim Bürgermeister, verlangte außerdem, die Mordwaffen seines Sohnes zu erhalten. Auch die rassistische Webseite des Sohnes sollte online bleiben. Über dieses Verhalten des Täter-Vaters informierten die Behörden die Angehörigen der Mordopfer lange Zeit nicht, und das, obwohl der Vater des Täters in der Nachbarschaft der Angehörigen wohnte und mit Blick auf seine Haltungen und Forderungen eine potenzielle Gefahr auch für die Familien der Ermordeten und die Überlebenden darstellte. Stattdessen bekamen die Angehörigen sogenannte „Gefährder-Ansprachen“ von den Sicherheitsbehörden: Sie, die Überlebenden und Opfer-Angehörigen, sollten sich dem Vater des Täters, nicht nähern, sie könnten ja Rache nehmen, Vergeltung üben wollen. Die Angehörigen und Freund:innen der Opfer veranstalteten trotzdem Mahnwachen nahe beim Haus des Täter-Vaters. Warum wurden nicht die Angehörigen vor dem in der Nachbarschaft wohnenden Täter-Vater gewarnt, sondern umgekehrt? Das ist nur ein Beispiel von mehreren mutmaßlich rassistisch gefärbten Handlungen der Sicherheitsbehörden im Fall Hanau.

Was hier passiert ist, nennt man Victim Blaming: Täter-Opfer-Umkehr. Die Opfer eines Mordanschlags werden zu potenziellen Tätern, während der Vater des Täters, der offenbar die rassistischen, extremistischen Ansichten seines Sohnes teilt, zum potenziellen Opfer der Opfer wird. Wer sich auf diese Verdrehung einlässt, lässt sich auf die Logik des Täters ein: Diese „Ausländer“ seien gefährlich, hielten sich nicht an Gesetze, wollten Böses anrichten. Aus dieser rassistischen Annahme hat der rechtsextreme Täter gehandelt. Wer die Opfer als potenzielle Gefährder verdächtigt, statt sie zu schützen, setzt die Gewalt an ihnen fort und lässt sich auf die extremistische und rassistische Erzählung des vermeintlich gefährlichen, gewalttätigen PoC-Menschen ein.

Naheliegend und zugleich schwierig ist in diesem Zusammenhang der Vergleich mit Gewalttaten an anderen strukturell benachteiligten Menschengruppen. Naheliegend, weil auch bei häuslichen Gewalttaten, Vergewaltigungen, bei sexueller Misshandlung die Opfer zu Mitttätern gemacht werden, ihr Einverständnis behauptet wird oder ihr vermeintliches oder tatsächliches Verhalten als Rechtfertigung für die Gewalttat gelesen wird, nach dem Motto: Die Frau hat den Ehemann mit ihrem Verhalten provoziert, da ist ihm eben die Hand ausgerutscht, die Frau war zu aufreizend angezogen, sie wollte doch auch Sex, der krankhaft gestörte Einzeltäter hat sich zu Kindern hingezogen gefühlt, war eben pädophil. Schwierig ist der Vergleich, weil PoC auf andere Weise und aus anderen historischen, gesellschaftlichen und systemischen Gründen strukturell diskriminiert werden als andere Menschengruppen, wie Frauen oder Kinder. Ein spezifischer Vergleich kann vielleicht trotzdem helfen, um die Logik der Täter-Opfer-Umkehr zu verstehen und möglicherweise sogar Wege daraus aufzuzeigen:

Institutionen schützen sich selbst

Die Täter-Opfer-Umkehr wird auch bei sexueller Misshandlung und Missbrauch im kirchlichen Kontext deutlich: Einerseits versuchen viele Täter, den missbrauchten Kindern oder Erwachsenen eine Mitschuld an der Tat zu geben, indem sie das angebliche Einverständnis behaupten. Andererseits fühlt sich die Kirche als systemische Seite der Täter oft als Opfer der Medien oder sogar als Opfer der Opfer, weil die durch ihr Sprechen den guten Ruf der Institution Kirche beschädigen. Um die Institution vermeintlich zu schützen, wurde und wird in der Kirche regelmäßig versucht, die Missbrauchstaten ausschließlich psychisch gestörten Einzeltätern anzulasten, sie zu verharmlosen und so den kritischen Blick auf tieferliegende, verfestigte Probleme im System Kirche zu vermeiden, die den systematischen, vielfachen Missbrauch, das Schweigen und die Vertuschungen strukturell erst ermöglicht haben und ermöglichen. Ganz ähnlich versucht sich die Gesellschaft als sich selbst erhaltende Institution vor dem Vorwurf des strukturellen Rassismus zu schützen: Der Einzeltäter ist schuld, nicht das institutionelle Versagen. Damit ist noch gar nicht das – nicht selten rassistisch gefärbte – Versagen der Behörden, wie Staatsanwaltschaften, Geheimdiensten oder Polizei gemeint, sondern die Gesellschaft als Ganze.

Strukturelle Sünde

Die christliche Theologie kennt den Begriff der „strukturellen Sünde“, er stammt aus der lateinamerikanischen Befreiungstheologie, die sich als Stimme der Entrechteten versteht und zu ihrer Befreiung von Unterdrückung beitragen will. Mit struktureller Sünde sind sündhafte Strukturen in der Welt gemeint, in die ich als Individuum ohne mein Zutun verwickelt bin und aus denen ich nicht einfach herauskommen kann. Beispiel: Aus dem globalisierten, kapitalistischen Wirtschaftssystem, das laut Papst Franziskus „tötet“, kann ich nicht einfach aussteigen, indem ich individuell mein Verhalten verändere. Ähnliches gilt für die globale Klimakatastrophe. Denn es gibt kein nachhaltiges Leben in einer nicht nachhaltigen Welt, auch wenn ich selbst versuche, im Alltag so nachhaltig wie möglich zu leben. Oft merke ich ja gar nicht oder kann es nicht vermeiden, dass ich ein Produkt kaufe, das von einem ausbeuterischen globalen Konzern hergestellt wird. Die Strukturen sind über viele Jahre und Jahrzehnte gewachsen und haben sich so verfestigt, dass ich daraus eigentlich nicht heraus kann. Zu diesen Strukturen zählen auch unterbewusst gespeicherte, gesellschaftlich vererbte Prägungen, Meinungen und Haltungen, auf die ich gar nicht immer bewusst Zugriff habe, etwa bei alltäglichen Kauf- und Konsumentscheidungen. Ich kann mich aber informieren, mir meine Entscheidungen bewusst machen und sie reflektieren, überlegen, ob und wie ich etwas daran ändere.

Ähnlich ist es mit strukturellem Rassismus. Als Einzelner finde ich mich bereits in rassistischen Strukturen vor, die sich durch Kolonialismus und Sklaverei über Jahrhunderte entwickelt und verfestigt haben. Diese Strukturen bilden sich heute immer noch in alltäglicher Sprache und im Verhalten ab. Die Befreiung aus der strukturellen Sünde muss damit beginnen, dass ich anerkenne, welchen Anteil ich daran habe. Dazu muss ich in der ersten Person Singular sprechen.

Zu Rassismus „Ich“ sagen

Um strukturellen Rassismus abzubauen, muss ich damit anfangen, mir bewusst zu machen, dass es ihn gibt. Ich muss von Rassismus sprechen und dabei „Ich“ sagen, und zwar nicht: „Ich bin nicht rassistisch“. Niemand möchte sich selbst als Rassist sehen. Aber wenn keiner auf der systemischen Täter-Seite steht, hat nur der individuelle Täter die Verantwortung. So kann die Gewalt aber nicht beendet werden. Wenn alle sich mit den Opfern solidarisieren, gibt es nur Opfer. Mit einer „Ich“-Aussage zu Rassismus geht es ganz ausdrücklich nicht darum, die Schuld von rassistischen Gewalttätern auf sich zu nehmen, sondern darum, mir bewusst zu werden und anzuerkennen, dass ich in mir rassistische Vorurteile trage, für deren Entstehung ich nichts kann. Ich gebrauche im Alltag immer wieder rassistische Sprache und rassistische Verhaltensmuster, wenn auch oft ohne böse Absicht und meistens wahrscheinlich sogar, ohne es zu merken. Ich habe die Verantwortung, mich mit meinen Vorurteilen zu beschäftigen. Ich bin dafür verantwortlich, mich zu bilden, meine Gedanken, Gefühle und meine Sprache zu reflektieren. Wenn immer nur die bösen, vermeintlich psychisch kranken Einzeltäter Rassisten sind, schiebe ich meine Verantwortung ab.

Als Teil einer Gesellschaft, eines politischen Systems, bin ich nicht individuell schuldig an rassistischen Morden, ich bin nicht der Mörder oder die Mörderin. Aber ich bin mitverantwortlich dafür, wie ich über People of Color fühle, denke, spreche, wie ich mich verhalte – und damit auch dafür, wie in meinem Umfeld gedacht, gesprochen und gehandelt wird. Darauf habe ich einen Einfluss und kann individuell und gemeinsam mit anderen daran etwas ändern.

Mikroaggressionen bewusst machen

Vermeintlich harmlose, unbedacht oder als witzig gemeinte Ausdrücke oder Verhaltensweisen im Alltag werden inzwischen öfter als „Alltagsrassismus“ bezeichnet. Oft fühlen sich die Sprechenden oder Handelnden durch diese Bezeichnung angegriffen, haben den Eindruck, ihnen würden böse Absichten unterstellt, ihr „dummer Witz“ sei genauso schlimm wie rassistische Gewalttaten oder Morde. Systemischer oder struktureller Rassismus äußert sich oft in diesen sogenannten „Mikroagressionen“, kurzen, alltäglichen Äußerungen, die an die andere Person abwertende Botschaften senden, bezogen auf deren Gruppenzugehörigkeit. Solche alltäglichen Mikroaggressionen gegenüber PoC ermöglichen und verstärken in ihrer Summe Ablehnung, Diskriminierung und Vorurteile, führen zu Ausgrenzung und Abwertung, zu Hass und Hetze.

Nicht mein einzelner vermeintlich harmloser rassistischer Witz hat zu den Mordanschlägen von Hanau geführt, nicht meine unbewusst höhere Aufmerksamkeit für meine Wertsachen, wenn ein PoC hinter mir in der Schlange steht, auch nicht mein einzelner Gedanke „Oh, der spricht aber gut deutsch“. Aber solche und viele andere Haltungen, Vorurteile, Gefühle, Äußerungen und Handlungen zusammengenommen führen zu einem insgesamt rassistischen Klima. Dieses Klima wird durch rechte und rechtsextreme Parteien auch noch absichtlich verstärkt, Angst wird geschürt, Hass und Diskriminierung werden verharmlost, Gewalttaten und Mordanschläge gegen PoC wie in Hanau und deren politische Fürsprecher, wie Walter Lübcke, werden möglich.

Als weiße Person möchte ich mir mehr und öfter meinen alltäglichen Rassismus bewusst machen, meinen eigenen und den meines Umfelds. Mit dem Sichtbarmachen von Alltagsrassismus und Mikroagressionen unterstelle ich ja gerade nicht notwendig böse Absichten oder Hass, weder mir selbst noch anderen. Ich müsste eigentlich dankbar sein, wenn jemand mich auf meine rassistischen Sprach- und Verhaltensmuster aufmerksam macht. Denn damit wird mir aufgezeigt, dass ich über Jahrhunderte entwickelte und im kollektiven Unterbewusstsein gespeicherte, fehlgeleitete Sprach- und Verhaltensmuster, vermutlich meist unreflektiert, wiederhole und verfestige. Wenn ich mich dann dadurch angegriffen, gekränkt oder gar verletzt fühle, kann ich diese Gefühle erstmal wahrnehmen und sie dann zum Anlass nehmen, mein Denken, meine Sprache und mein Handeln zu überdenken. Ein sicherlich herausfordernder Prozess, an dem ich aber persönlich wachsen kann und im Dialog mit People of Color ein neues Verständnis für ihr Erleben und ihre Perspektiven gewinnen kann. Kath.de 19

 

 

 

Europas ehrgeiziger Provinzialismus

 

Sich selbst retten, während der Rest der Welt ins Wanken gerät? Dieser Plan geht nicht auf. Ohne Solidarität gibt es keinen Ausweg aus der Pandemie. Von Jayati Ghosh

 

Die Europäische Union hat ihre Wirtschaftspolitik zum Besseren gewendet, indem sie sich auf ein 1,8 Billionen Euro schweres Konjunkturpaket für die Zeit nach der Pandemie geeinigt hat, das direkt aus dem EU-Haushalt finanziert werden soll. Über die Hälfte des Pakets – das den langfristigen Haushalt der EU und den Aufbaufonds „Next Generation EU“ in Höhe von 750 Milliarden Euro umfasst – ist speziell für zukunftsorientierte öffentliche Ausgaben vorgesehen.

Der Plan ist kühn und beeindruckend. Es wird Unterstützung für Forschung und Innovation über das Programm „Horizont Europa“ sowie für die Bekämpfung des Klimawandels und für den digitalen Wandel über den „Fonds für einen gerechten Übergang“ (Just Transition Fund) beziehungsweise das Programm „Digitales Europa“ geben. Durch das Paket wird zudem ein neues Förderprogramm im Gesundheitsbereich (EU4Health) und eine Aufbau- und Resilienzfazilität eingerichtet, um den Großteil der Next-Generation-EU-Mittel auszuzahlen. Und eine beträchtliche Summe wird für den Sozialschutz bereitgestellt, einschließlich einer Einkommensunterstützung für Arbeitnehmer und Arbeitslose.

Ein solcher Politikwechsel ist sicherlich zu begrüßen, denn er legt den Grundstein für eine tragfähigere Wirtschaftsunion. Aber im grundlegenden Sinne haben es die europäischen Staats- und Regierungschefs – ähnlich wie ihre US-Kollegen – immer noch nicht verstanden. So wie der Rettungsplan, der von der neuen Regierung von US-Präsident Joe Biden angekündigt wurde, vorwiegend auf die US-Wirtschaft abzielt, drückt das EU-Paket Solidarität innerhalb Europas aus, ohne der übrigen Welt viel Beachtung zu schenken.

Wenn sie ihr eigenes Haus in Ordnung bringt, so die Überlegung, kann die EU die übrige Welt ignorieren oder sich nicht allzu viele Gedanken machen, wie es ihr ergeht.

Sicherlich ist das große Konjunkturpaket der EU ein wichtiger Schritt in Richtung Fiskalunion, ohne die die Währungsunion unweigerlich brüchig, instabil und krisenanfällig sein wird. Eine solche fiskalische Integration schien auch während der Schuldenkrisen Griechenlands, Irlands, Spaniens, Portugals und Italiens ab 2010 unabdingbar, aber Deutschland und andere wohlhabendere Mitgliedstaaten lehnten die Idee ab.

Einzelne europäische Regierungen hatten bereits beträchtliche Summen als Reaktion auf die Pandemie ausgegeben, unter den Augen einer Europäischen Zentralbank, die plötzlich eine viel wohlwollendere Haltung gegenüber der Kreditaufnahme der Mitgliedstaaten eingenommen hatte. Mit der Verabschiedung eines Konjunkturpakets, das explizit eine gemeinsame Kreditaufnahme und fiskalische Transfers zwischen den Ländern vorsieht, scheinen die EU-Mitgliedstaaten ein historisches Tabu der europäischen Integration überwunden zu haben.

Was hat sich in Europa geändert? In erster Linie haben das schiere Ausmaß der Corona-Pandemie und der dadurch verursachte wirtschaftliche Schaden – auch in einigen der größeren Volkswirtschaften der EU wie Frankreich und Italien – das Bewusstsein der politischen Entscheidungsträger für die Notwendigkeit dringender gemeinsamer Maßnahmen geschärft. Die Krise hat sie zu Formen der Integration und des Ausdrucks regionaler Solidarität gezwungen, die zuvor für unmöglich gehalten wurden, egal wie notwendig sie auch gewesen wären. Wahrscheinlich hat auch der Brexit dazu beigetragen, denn das Vereinigte Königreich hatte sich traditionell gegen eine fiskalische Expansion auf EU-Ebene ausgesprochen.

Egal aus welchem Grund – die Einigung der widerspenstigen EU-Mitglieder auf ein solches Paket war eine bedeutende Leistung. Aber die größere Einigkeit hat auch Europas Überzeugung bestärkt, dass es den Weg aus der Krise alleine gehen kann. Wenn sie ihr eigenes Haus in Ordnung bringt, so die Überlegung, kann die EU die übrige Welt ignorieren oder sich nicht allzu viele Gedanken machen, wie es ihr ergeht.

Die fortgeschrittenen Volkswirtschaften schnüren massive Konjunkturpakete, während den meisten Entwicklungsländern die Voraussetzungen vorenthalten werden, die ähnliche makroökonomische Reaktionen ermöglichen würden.

Dies unterstreicht die krasse Ungleichheit der politischen Reaktionen auf Covid-19 im Allgemeinen. Die fortgeschrittenen Volkswirtschaften schnüren massive Konjunkturpakete, die von den Zentralbanken großzügig abgesichert werden, während den meisten Entwicklungsländern die Voraussetzungen vorenthalten werden, die ähnliche makroökonomische Reaktionen ermöglichen würden. Eine solche Haltung ist kurzsichtig und kontraproduktiv. Die unmittelbaren und ernsten Herausforderungen der Pandemie und der globalen Beschäftigungsstagnation können nicht gelöst oder auch nur angemessen angegangen werden, wenn sie nicht global in Angriff genommen werden.

Was könnten die EU und die USA anders machen? Zunächst einmal könnten sie einen kleinen Teil ihrer großen Konjunkturpakete dafür vorsehen, die bilateralen Schulden ärmerer Länder zu streichen, und sich aktiv um eine Bereinigung der Forderungen privater Gläubiger bemühen. Im weiteren Sinne müssen sie aufhören, Entwicklungshilfe als Geschenk oder Wohltätigkeit zu betrachten, und stattdessen Mittel für globale öffentliche Investitionen bereitstellen, um gemeinsame internationale Ziele zu erreichen. Und sie könnten sofort darauf hinarbeiten, den Zugang der Entwicklungsländer zu Devisen durch eine umfangreiche neue Zuteilung von Sonderziehungsrechten durch den Internationalen Währungsfonds erheblich zu erweitern.

Vor allem könnten die EU und die USA dem erschreckend ungleichen Zugang zu Covid-19-Impfstoffen sofort ein Ende setzen, der sinnbildlich für den verfehlten Ansatz der Union steht. Auch wenn die europäischen Medien es selten erwähnen: Die EU versuchte das faire Verteilungssystem, das durch die COVAX-Fazilität eingerichtet wurde, zu umgehen und Impfstoffe direkt von Pharmafirmen zu kaufen, wodurch der übrigen Welt Impfstoff vorenthalten würde.

Schlimmer noch: Indem die EU darauf besteht, die Patentrechte von Pharmaunternehmen für Impfstoffe zu wahren, die mit staatlichen Subventionen und auf der Grundlage öffentlicher Forschung entwickelt wurden, trägt sie dazu bei, die Ausweitung der Impfstoffproduktion auf ein Niveau zu verhindern, das eine rasche Immunisierung der gesamten Welt ermöglichen würde. Es wäre weitaus besser, die Patentrechte auszusetzen oder sogar Zwangslizenzen an Produzenten in Ländern wie Indien zu erteilen, die nachweislich über Kapazitäten zur Herstellung von Impfstoffen verfügen. Dies würde die weltweiten Impfstoffvorräte drastisch erhöhen und das Risiko gefährlicher Coronavirus-Mutationen verringern und damit ein viel schnelleres Ende der Pandemie sicherstellen.

Die Vorstellung, dass die EU die Corona-Krise hinter sich lassen kann, während der Rest der Welt sich abstrampelt, wird sich schnell als falsch erweisen. Selbst für wohlhabende Regionen wie Europa ist internationale Solidarität eine zwingende Voraussetzung für jedwede plausible Vision einer nachhaltigen Zukunft nach der Pandemie.    PS/IPG 19

 

 

 

 

Frieden eine Illusion. Keine guten Perspektiven für Afghanistan

 

Vor einem Jahr unterzeichneten die Taliban einen historischen Friedensvertrag mit den USA. Doch weil der Abzug der US-Truppen im Vordergrund stand, bleibt Frieden eine Illusion. Auch Deutschland muss über das Bundeswehr-Mandat entscheiden. Von Agnes Tandler

 

Die meisten Delegierten sind längst zurück in Kabul: Seit einem Monat stocken die Verhandlungen zwischen afghanischen Regierungsvertretern und den aufständischen Taliban im Wüstenemirat Katar. Die Taliban „wollen die alleinige Macht“, klagte Afghanistans Sicherheitsberater Hamdullah Mohib am Wochenende. Frieden sei überhaupt nicht das Ziel der Aufständischen. Die Taliban indes drohen, dass sie weiter kämpfen werden, falls ausländische Streitkräfte bis Mai nicht das Land verlassen haben. Sie hätten sich an das Abkommen mit den USA gehalten und ihre militärischen Operationen deutlich verringert. Ein Sprecher des US-Verteidigungsministeriums sieht dies anders: „Es gibt zu viel Gewalt in Afghanistan. Das ist das Entscheidende!“

Auch die Bundesregierung muss demnächst entscheiden, ob die deutschen Soldatinnen und Soldaten im Rahmen der Nato-Mission noch länger in Afghanistan bleiben. Das Mandat mit einer Obergrenze von 1.300 Bundeswehr-Angehörigen läuft Ende März aus. Angesichts der wieder zunehmenden Gewalt scheint es unwahrscheinlich, dass die Nato ihren Einsatz wie von den Taliban gefordert beendet.

Kein Tag ohne Attentat

Die Aufständischen haben sich in den vergangenen Monaten mit einer Reihe von strategischen Offensiven im Süden und Norden des Landes bedeutende Vorteile verschafft. Im Süden kontrollieren sie nun die Bezirke um die wichtige Provinzstadt Kandahar, die zweitgrößte Stadt des Landes. Im Norden haben sie die Außenposten um die Stadt Kundus besetzt. Wichtige Verbindungsstraßen in den Norden, etwa zwischen Baghlan und Kundus, sind zum Teil in ihrer Hand. Auf der Straße zwischen Baghlan und Balkh entfernten Spezialeinheiten der afghanischen Armee Checkpoints der Taliban, doch die Aufständischen sind schon wieder zurück.

Einer Erhebung zufolge herrschen die Taliban inzwischen in über 52 Prozent des Landes, die Regierung hält 46 Prozent. Gleichzeitig vergeht kein Tag, an dem nicht Attentate auf Beamte, Richterinnen und Richter, Politikerinnen und Politiker, Medienschaffende, Polizei- und Armeechefs verübt werden. Zwar streiten die Taliban offiziell die Urheberschaft dafür ab, doch es ist schwer, hier keine Strategie zu sehen.

Verhandlungen stocken

Dazu passt, dass es am Verhandlungstisch im katarischen Doha so gut wie keine Fortschritte gibt. Hier sollen sich Vertreter der afghanischen Regierung und der Taliban um eine friedliche Beilegung des Konfliktes bemühen. Nach zweieinhalb zermürbenden Monaten seit Beginn der Gespräche im September hatten sich beide Seiten auf formale Belange geeinigt. Am 9. Januar begann die zweite Runde, doch nach drei Treffen ohne irgendwelche substanziellen Gespräche gibt es wenig Hoffnung auf einen Neustart.

Denn die Taliban haben die Freilassung von weiteren 7.000 Gefangenen durch die Regierung in Kabul zur Bedingung gemacht. Diese ist dazu jedoch nicht bereit und verweist auf die Tausenden bereits freigelassenen Taliban-Kämpfer. „Wir haben nichts Positives von der Freilassung der Taliban gehabt, stattdessen die Zunahme von Gewalt und Tötung von Afghanen“, kommentierte Sicherheitsberater Mohib.

Augenmerk auf Deal mit USA

Während die innerafghanischen Verhandlungen stocken, richtet sich das Augenmerk auf den Deal zwischen den Taliban und den USA. Das Abkommen, wie es von der Regierung von Ex-Präsident Donald Trump Ende Februar 2020 unterzeichnet wurde, sieht einen Abzug der noch verbliebenen 2.500 US-Soldaten im Mai vor. Vor einem Jahr waren noch 13.000 von ihnen in Afghanistan stationiert. Derzeit such die neue Regierung von Präsident Joe Biden eine Möglichkeit, innerhalb des Vertrags Handlungsspielraum zu schaffen.

Die Trump-Regierung schuf bereits Tatsachen. Noch nach der Niederlage bei der US-Präsidentenwahl im November ordnete Trump den Abzug von weiteren 5.000 Soldatinnen und Soldaten an. Ob für Biden eine Verlängerung oder gar Ausweitung der fast 20-jährigen Militärmission wirklich noch eine Option ist, bleibt abzuwarten. Die Taliban scheinen jedenfalls nicht darauf zu spekulieren. (epd/mig 18)

 

 

 

Draghi gewinnt Vertrauensabstimmung im Senat mit großer Mehrheit

 

Italiens neuer Ministerpräsident Mario Draghi hat eine Vertrauensabstimmung im Senat zu seinem Programm gegen die Corona-Krise mit großer Mehrheit gewonnen. Für die Draghi-Regierung und ihre Vorhaben stimmten am Mittwochabend 262 Senatoren, bei nur 40 Gegenstimmen und zwei Enthaltungen.

Durch das Votum wurde nochmals der breite Rückhalt deutlich, den die neue Regierung im Parlament genießt. Am Donnerstag steht noch die Vertrauensabstimmung in der Abgeordnetenkammer an. Die Vertrauensabstimmungen in beiden Häusern des Parlaments galten als bloße Formsache, da Draghi die Unterstützung aller großen Parteien hat.

Der frühere Chef der Europäischen Zentralbank (EZB) hat die Eindämmung der Corona-Pandemie und ihrer wirtschaftlichen Folgen zu seiner obersten Priorität erklärt. Er werde die Krise „mit allen Mitteln bekämpfen“, hatte er am Mittwoch in seiner ersten Parlamentsrede seit seinem Amtsantritt angekündigt. Er nannte die Corona-Krise auch eine Gelegenheit für den Wiederaufbau Italiens in einer stärker integrierten EU.

Zwei Zwischenhändler von Pharmaunternehmen, die von der Europäischen Arzneimittelagentur (EMA) zugelassene Impfstoffe herstellen, sollen der Region Venetien 27 Millionen Dosen des Corona-Impfstoffs statt der geforderten vier Millionen angeboten haben.

Draghi, der in Italien den Spitznamen „Super Mario“ trägt, war nach dem Auseinanderbrechen der Vorgängerregierung eingesprungen und hatte eine Einheitsregierung gebildet, die Parteien von links bis nach rechts außen vereint.

Um die Corona-Impfkampagne zu beschleunigen, kündigte Draghi den Einsatz von Freiwilligen, des Militärs und der Katastrophenschutzbehörde an. Die Kampagne hatte Ende Dezember einen starken Start hingelegt, verzögerte sich dann jedoch. Von den rund 60 Millionen Einwohnern haben bisher nur 1,3 Millionen die nötigen zwei Impfdosen erhalten. Mehr als 94.000 Italiener sind bereits nach einer Corona-Infektion gestorben.

Italien ist infolge der Corona-Krise in die schlimmste Rezession seit dem Zweiten Weltkrieg gerutscht. Vergangenes Jahr schrumpfte die Wirtschaft um beinahe neun Prozent, fast 450.000 Menschen verloren ihren Job. „Wie die Regierungen in der unmittelbaren Nachkriegszeit haben wir die Verantwortung, einen neuen Wiederaufbau zu beginnen“, sagte Draghi.

Die EU-Gelder aus dem 750 Milliarden Euro schweren Recovery Fund sollen noch vor dem Sommer an die Mitgliedsstaaten fließen. Dennoch seien Investoren „besorgt“ über die Geschwindigkeit der Umsetzung, warnte der ESM-Chef.

Bis Ende April muss die neue italienische Regierung Pläne für den Einsatz von 200 Milliarden Euro EU-Hilfsgeldern für den Wiederaufbau nach der Corona-Krise vorlegen. Die Verwendung der Gelder ist ein heikles Thema, am Streit darüber war die Vorgängerregierung zerbrochen.

Im Gegenzug für die EU-Hilfsgelder muss die italienische Regierung wohl auch unpopuläre Reformen durchsetzen. Draghi kündigte Reformen der ausufernden Bürokratie, des undurchsichtigen Steuerrechts und der langsam waltenden Justiz an. Der 73-Jährige hat sein Kabinett sowohl mit parteilosen Experten als auch mit Politikern besetzt. Schlüsselressorts wie Bildung, Justiz und Infrastruktur gab er in die Hände von Fachleuten. EA 18

 

 

 

 

"Niemals vergessen"

 

Ein Jahr nach dem rassistisch motivierten Anschlag von Hanau

An diesem Freitag jähren sich die rassistisch motivierten Morde von Hanau. Die Tat sei immer wieder Anlass, sich gegen Hass und Rassismus in der Gesellschaft einzusetzen, sagt der hessische Ministerpräsident Bouffier vor dem Jahrestag. Er steht selbst in der Kritik.

Ein Jahr nach dem rassistisch motivierten Anschlag von Hanau mit neun Toten hat der hessische Ministerpräsident Volker Bouffier (CDU) zum entschiedenen Kampf gegen Hass und Hetze aufgerufen. „Der Schmerz über diesen Verlust wird niemals vergehen und die Angehörigen ein Leben lang begleiten“, sagte Bouffier am Mittwoch in Wiesbaden. Er zählte die Namen der neun Mordopfer auf und versprach: „Wir werden sie niemals vergessen.“ Entschieden gegen Rassismus, Hass und Hetze zu kämpfen, sei Aufgabe des Staates, aber auch der gesamten Gesellschaft.

Am Abend des 19. Februar 2020 hatte ein Mann in Hanau an mehreren Tatorten neun Menschen mit ausländischen Wurzeln erschossen, bevor er schließlich seine Mutter und sich selbst tötete. Bouffier will am Freitag an einer Gedenkfeier zum Jahrestag der Morde in Hanau teilnehmen, zu der auch Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier erwartet wird.

Der hessische Ministerpräsident betonte: „Er ist uns aber auch Verpflichtung, überall dort, wo Hass, Hetze und Rassismus drohen, unsere Gesellschaft zu spalten, dem mutig entgegenzutreten und uns für die Freiheit und Mitmenschlichkeit einzusetzen.“ Der Täter habe aus rassistischen Motiven unschuldigen Menschen das Leben geraubt und damit Familien und Freunden ihre Liebsten genommen.  Mit Blick auf die Trauerfeier am Freitag in Hanau unterstrich Bouffier, auch in Zeiten der Pandemie sei es von größter Bedeutung, ein angemessenes Gedenken an die Opfer zu ermöglichen. „Wir stehen an der Seite der Angehörigen“, sagte er. Diese gehörten auch mit jeweils einer Begleitperson zu den coronabedingt nur 50 geladenen Gästen der Trauerfeier.

Bouffier in der Kritik

Bouffier steht in der Kritik, die Aufarbeitung der Tat nicht mit Nachdruck voranzutreiben. Versäumnisse und Fehler würden nur ermittelt, sofern sie von Journalisten aufgedeckt oder von den Opfern selbst zur Anzeige gebracht werden. Hinterbliebene werfen dem Ministerpräsidenten zudem mangelnde Sensibilität vor. Bei einem Empfang, sagt Filip Goman in einem Interview mit dem Online Magazin „IslamiQ“, Vater des ermordeten Mercedes, soll Bouffier an einem Becher Joghurt gelöffelt haben, als er sein Beileid bekundete.

In Hanau finden am Freitag zahlreiche Gedenkveranstaltungen statt. Zu Friedensgebeten wird am 19. Februar die Hanauer Marienkirche von 12 bis 20 Uhr öffnen. Auch die zur islamischen Religionsgemeinschaft Ditib in Hessen gehörenden Moscheegemeinden wollen am Freitag der Opfer des Terroranschlags gedenken. Die Predigten am Jahrestag sollten „ein Zeichen für ein vielfältiges und friedliches Zusammenleben und gegen ausgrenzende, gewaltverherrlichende und menschenverachtende Ideologien setzen“, teilte die hessische Ditib in Frankfurt am Main mit.

Die Bundeskonferenz der Migrantenorganisationen (BKMO) in Berlin forderte, Rassismus und Rechtsextremismus in Deutschland entschiedener entgegenzutreten. „Hanau schmerzt uns, aber es überrascht uns nicht“, sagte Marianne Ballé Moudoumbou vom Vertreterrat der BKMO, der mehr als 50 Migrantenorganisationen angehören. Ein produktiver Umgang mit Rassismus und die Aufklärung von rechtsextremistischen Anschlägen scheitere am politischen Unwillen und an der Unfähigkeit von Behörden, so die Bundeskonferenz

Frankfurt und Hanau vernetzen sich

Die Städte Frankfurt am Main und Hanau vereinbarten unterdessen, ihre beiden Zentren für Vielfalt und zivilgesellschaftliches Engagement „stadtRAUMfrankfurt“ und „Zentrum für Demokratie und Vielfalt“ zu vernetzen. „Zum ersten Jahrestag des Anschlags in Hanau schaffen wir mit dieser Kooperation eine Grundlage dauerhafter Solidarität im gemeinsamen Kampf gegen Rassismus und für demokratische Werte in unserer vielfältigen Gesellschaft“, erklärten die Oberbürgermeister Claus Kaminsky und Peter Feldmann (beide SPD).

Mit einer Kundgebung gedenkt das Bündnis „Düsseldorf stellt sich quer“ am Freitag der Opfer des Anschlags. In Nordrhein-Westfalen sind für Freitag weitere Demonstrationen geplant, etwa in Aachen, Bielefeld, Bochum, Bonn, Essen, Dortmund und Köln. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Jubiläumsjahr 1.700 Jahre jüdisches Leben in Deutschland startet –

 

Kulturstaatsministerin Grütters: "Jüdisches Leben gehört zu uns!"

Mit einem digitalen Festakt in der Synagoge zu Köln wird am kommenden Sonntag das deutsch-jüdische Jubiläumsjahr eröffnet. Unter dem Titel „#2021JLID – Jüdisches Leben in Deutschland“ sollen in den kommenden

Monaten bundesweit mit einem umfangreichen Veranstaltungsprogramm die deutsch-jüdische Geschichte und Gegenwart ins öffentliche Bewusstsein gerückt und dem wachsenden Antisemitismus begegnet werden. Aus dem Etat

der Staatsministerin für Kultur und Medien stellt der Bund dafür insgesamt bis zu 1,6 Millionen Euro bereit.

 

Kulturstaatsministerin Monika Grütters: „1.700 Jahre jüdisches Leben auf dem Gebiet des heutigen Deutschland zeigen, dass jüdische Kultur und Traditionen unser Zusammenleben seit Jahrhunderten prägen. Mit dem Jubiläum und seinen zahlreichen Veranstaltungen verbinden wir den Wunsch, dass sich ein selbstbewusstes Judentum hier in Zukunft noch offener entfalten kann. Für unser Land sind jüdisches Leben und jüdischer Alltag nach den Verbrechen der Nazis und dem Holocaust ein Geschenk und eine große Geste des Vertrauens. Umso wichtiger ist es angesichts der – vor allem im digitalen Raum – immer hemmungsloser zur Schau getragenen antisemitischen und rechtsextremen Provokationen, frühzeitig und nachhaltig in der Entwicklung junger Menschen zu vermitteln: Jüdisches Leben gehört zu uns! Dafür steht die Bundesregierung auch weiterhin mit allen Kräften ein.“

 

Neben dem deutsch-jüdischen Jubiläumsjahr fördert der Bund aus dem Kulturetat zahlreiche weitere Projekte zur Bekämpfung des Rechtsextremismus mit den Schwerpunkten Diversität, Medienkompetenz, kulturelle Bildung

und historische Aufarbeitung. Dazu gehört unter anderem das Förderprogramm „Jugend erinnert“, das Gedenkstätten und Dokumentationszentren im Bereich der NS-Aufarbeitung als außerschulische Lernorte bei der Entwicklung zeitgemäßer Bildungsformate unterstützt. Auch die Präventionsarbeit der Initiative Kulturelle

Integration, das Jüdische Museum Berlin oder der Erhalt jüdischer Synagogen in Deutschland wie aktuell in Augsburg oder in Lübeck werden mit Bundesmitteln gefördert.

 

Für größere Sichtbarkeit jüdischen Lebens in Deutschland und in Erinnerung an den antisemitischen Anschlag in Halle soll zudem mit Unterstützung des Bundes künftig jedes Jahr am 9. Oktober ein Aktionstag in unterschiedlichen Formaten stattfinden. Zum Auftakt im vergangenen Jahr wurde dazu ein bundesweiter

Fotowettbewerb „Zusammenhalt in Vielfalt: Jüdischer Alltag in Deutschland“ ausgelobt.

 

Im Rahmen des deutsch-jüdischen Jubiläumsjahres fördert die Kulturstaatsministerin unter anderem das Musik- und Filmprojekt „Klingende Utopien“ des Deutschen Musikrates und des Bundesjazzorchesters sowie die

Kinodokumentation „Walter Kaufmann - welch ein Leben!“ von Karin Kaper und Dirk Szuszies in Zusammenarbeit mit dem Internationalen Auschwitz-Komitee e.V.

 

Koordiniert wird das Jubiläumsprogramm durch den Verein "321 – 2021: 1700 Jahre jüdisches Leben in Deutschland". Geplant sind insgesamt rund 1.000 Veranstaltungen und Projekte wie Konzerte, Ausstellungen, ein Podcast sowie verschiedene Musik-, Theater- und Film-Vorhaben. Schirmherr ist Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier.

Weitere Informationen zum Jubiläum „1.700 Jahre jüdisches Leben in Deutschland“ finden Sie unter: https://2021jlid.de/ [https://2021jlid.de/]. pib 19

 

 

 

 

 

Experiment außer Kontrolle

 

Facebook & Co. bedrohen unsere Demokratien mit Falschinformationen. Die EU will dem nun entgegentreten, ihr Ansatz mindert die Gefahr jedoch kaum. Von Steven Hill

 

Die EU hat sich den Ruf der weltweit führenden Instanz erworben, wenn es um die Regulierung von Big-Tech-Unternehmen geht. Ihre neueste Offensive sind die beiden kürzlich vorgelegten Entwürfe für ein Gesetz über digitale Dienste (Digital Services Act, DSA) und ein Gesetz über digitale Märkte (Digital Markets Act, DMA). Wie unzureichend diese Vorschläge sind, haben jedoch die beklemmenden Bilder vom wütenden Mob entlarvt, der randalierend das US-Kapitol erstürmte. Der Angriff auf das Herz der amerikanischen Demokratie wurde über Facebook, Twitter, Youtube und andere digitale Medienplattformen angezettelt und geplant – und das sollte Europa eine Warnung sein.

Leider ist der Ansatz, den DSA und DMA verfolgen, kaum geeignet, um dem extremen Gefahrenpotenzial der digitalen Medienplattformen zu begegnen. Die Gesetzentwürfe zielen ebenso wie viele Vorgängermaßnahmen der geschäftsführenden Vizepräsidentin der Kommission, Margrethe Vestager, auf die Folgen für Wettbewerb und Verbraucher ab. DSA und DMA sollen „Innovation, Wachstum und Wettbewerbsfähigkeit“ fördern und sicherstellen, dass sich den „Innovatoren und Technologie-Start-ups neue Möglichkeiten erschließen“. Doch die schlimmsten Übel des Big-Tech-Mediengeschäftsmodells lassen sich meistenteils nicht dadurch aus dem Weg räumen, dass man einfach versucht, Wettbewerb und Innovation zu fördern.

Nach DSA und DMA würden große Plattformen für bestimmte wettbewerbswidrige Praktiken mit Geldbußen belegt, aber die maximale Strafe (10 Prozent der Einnahmen) hätte keine hinreichend abschreckende Wirkung. Die Plattformen wären zwar stärker in der Verantwortung, vage definierte „illegale Inhalte“ zu entfernen (eine EU-Version des weitestgehend wirkungslosen deutschen Facebook-Gesetzes „NetzDG“), aber das ist angesichts der Unmengen an Desinformation, die auf diesen Plattformen kursieren, nur ein Tropfen auf den heißen Stein. Allein bei Facebook werden täglich mehr als 100 Milliarden Inhalte gepostet – eine wahre Sintflut, die, realistisch betrachtet, weder die Algorithmen noch die kleine Truppe menschlicher Kontrolleure eindämmen kann.

Die Gesetzesvorschläge setzen vor allem auf die Transparenz der Plattformen und Algorithmen als Kontroll- und Verbraucherschutzinstrument, aber Transparenz wird beides nur in geringem Umfang leisten können. Um einen Slogan aus dem Silicon Valley zu bemühen: „Eine Lüge kann schon die halbe Welt umrundet haben, bevor die Transparenz aus dem Bett kommt.“

Den Kommissionsvorschlägen fehlt es nicht nur an regulatorischem Biss. Ebenso wie die Datenschutz-Grundverordnung ändern sie nicht grundlegend etwas am Geschäftsmodell der digitalen Plattformen und bieten auch keine umfassendere Perspektive in der Frage, wie die digitalen Plattformen funktionieren sollten. Die Expertinnen und Experten im Silicon Valley rollen amüsiert mit den Augen, weil sie nicht glauben, dass sich durch DSA und DMA viel ändern wird.

Wie konnte es zu dieser prekären Situation kommen? Seit der Gründung der ersten digitalen Medienplattformen vor 15 Jahren – streichen wir die sympathisch klingende Fehlbezeichnung „soziale“ Medien – werden Demokratien in aller Welt einem groß angelegten Experiment unterzogen: Darf die Nachrichten- und Informationsinfrastruktur eines Landes, die das Rückgrat jeder Demokratie bildet, von digitalen Kommunikationstechnologien abhängig sein, die eine weltumspannende Zone schaffen, in der jeder mit unbegrenzter Reichweite seine Meinung ungehindert äußern kann und in der riesige Mengen von Algorithmen geschaffene Fehl- und Desinformationen kursieren, die mit beispielloser Leichtigkeit verbreitet werden können?

Es hat sich erschreckend deutlich gezeigt, dass dieses Experiment aus dem Ruder gelaufen ist, wie ein Frankenstein-Monster, das marodierend durch die Lande zieht. Facebook ist nicht mehr einfach nur ein „soziales Netzwerk“, sondern der größte Mediengigant der Weltgeschichte, eine Mischung aus Verlag und Sender mit etwa 2,6 Milliarden Stammnutzern und weiteren Milliarden von Nutzerinnen und Nutzern auf den zu Facebook gehörenden Anwendungen Whatsapp und Instagram. Alleine 100 Posts von Falschmeldungen zu Covid-19 auf Facebook wurden 1,7 Millionen Mal geteilt und 117 Millionen Mal aufgerufen – das übertrifft bei Weitem die tägliche Leser- und Zuhörerschaft von New York Times, Washington Post, Bild, Daily Mail, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, FAZ, ARD, BBC und CNN zusammen.

In mehr als 70 Ländern werden die Medienmonopole Facebook, Google und Twitter von skrupellosen Akteuren für Desinformationskampagnen missbraucht, um Wahlen zu manipulieren oder sogar Rodrigo Duterte auf den Philippinen zum Wahlsieg zu verhelfen und um Kinderschänder, Pornografen und den Massenmord an Muslimen im neuseeländischen Christchurch per Livestream zu verbreiten. Wie können wir gemeinsam etwas gegen den Klimawandel unternehmen, wenn die Youtube-Videos über den Klimawandel mehrheitlich die Erkenntnisse der Wissenschaft leugnen und 70 Prozent dessen, was sich zwei Milliarden Youtube-Nutzer ansehen, von einem sensationsorientierten Empfehlungsalgorithmus stammt?

Herkömmliche Medien setzen menschliche Kuratoren ein, die entscheiden, was sie in den Newsstream einspeisen. Dabei müssen sie sich an bestimmte Gesetze und Vorschriften halten, die sie bis zu einem gewissen Grad haftbar machen. Aber die Roboter-Algorithmen von Facebook, Google und Twitter sind auf Autopilot geschaltet, ähnlich wie Killerdrohnen, für die kein Mensch eine Verantwortung oder Haftung übernimmt. Das ist gefährlich in einer Demokratie. Dass alle drei Plattformen die Accounts des Präsidenten der Vereinigten Staaten ohne gerichtliches Verfahren sperren oder Inhalte mit Warnhinweisen versehen und algorithmisch kuratieren dürfen, was die Nutzer sehen, zeigt, dass sie Verlage sind und nicht einfach „öffentliche Plätze“ oder eine weltweite Agora für die freie Meinungsäußerung.

Als Verlage ermöglichen diese Plattformen eine so massive Spaltung, Verwirrung und Empörung von Menschen, dass das Fundament der Gesellschaft, das sich aus gemeinschaftlich vertretenen Wahrheiten, Sinnstiftung und Gemeinsamkeiten bildet, brüchig geworden ist. Es zeigt sich, dass das Kuratieren von Inhalten durch nicht menschliche Instanzen in Kombination mit einer unbegrenzten Nutzerzahl und grenzenlosen Weiterverbreitung als Grundlage für die Medieninfrastruktur unserer Demokratien absolut untauglich ist.

Dennoch erkennen Vizepräsidentin Vestager und die EU-Kommission anscheinend nicht, dass ihr Wettbewerbskonzept wenig dazu beiträgt, diesen gefährlichen Fehlentwicklungen entgegenzuwirken. Das bisherige Konzept der Kommission geht schlicht nicht weit genug, um mit den Besonderheiten des Big-Tech-Mediengeschäftsmodells zurechtzukommen.

Es ist Zeit für einen grundlegenden Neustart – nicht nur um unsere Demokratien zu retten, sondern auch um die bestmöglichen Voraussetzungen für die Neugestaltung dieser digitalen Medientechnologien zu schaffen, damit wir ihr Potenzial wiederentdecken und die Risiken reduzieren können.

Um einen besseren Plan für die Zukunft zu entwickeln, muss man sich vor allem bewusst machen, dass diese Unternehmen aus dem Silicon Valley dabei sind, die neue öffentliche Infrastruktur für das digitale 21. Jahrhundert zu kreieren. Dazu gehören Suchmaschinen, globale Portale für Nachrichten und Networking, Filme, Musik und Livestreaming im Internet, GPS-Navigationsapps, kommerzielle Online-Marktplätze und digitale Arbeitsmarktplattformen.

Die Konzerne weisen uns gerne darauf hin, dass sie uns das alles kostenlos zur Verfügung stellen und wir dafür lediglich dem uneingeschränkten Zugriff auf unsere privaten Daten zustimmen müssen. Dies ist allerdings, wie sich gezeigt hat, ein sehr hoher Preis. Sogar Vestager bezweifelt, dass diese Dienste tatsächlich kostenlos sind: „Ich hätte gerne ein Facebook, für das ich monatlich Gebühren zahle, dafür aber ohne Tracking und Werbung und stattdessen mit allen Datenschutzvorteilen.“

Warum also ist sie dann so zurückhaltend? Die EU sollte ein ganz neues Geschäftsmodell verlangen und diese Konzerne eher wie private Versorgungsunternehmen behandeln. Genau so sind Europa und die USA in ihrer Geschichte mit der Telefon-, Eisenbahn- und Stromindustrie verfahren, sobald sie aufgrund ihrer Größe eine Monopolstellung erreicht hatten, die – um mit DSA und DMA zu sprechen – „systemische Risiken“ birgt (sogar Mark Zuckerberg hat einen solchen Ansatz vorgeschlagen). Als Versorgungsunternehmen müssten sie genauso wie klassische Offline-Unternehmen diverse Genehmigungen beantragen und sich an eine digitale Betriebsgenehmigung halten, in der die Regeln und Vorschriften des Geschäftsmodells festgelegt werden.

Zunächst einmal würde eine solche Genehmigung die Plattformen dazu verpflichten, dass sie die Erlaubnis der Nutzerinnen und Nutzer einholen, bevor sie private Daten sammeln – also „Opt-in“ statt „Opt-out“. Diese Unternehmen haben nie gefragt, ob sie unsere privaten Daten abgreifen oder unsere physischen Standorte nachverfolgen oder jedes „Like“, „Share“ und „Follow“ massenhaft zu psychografischen Profilen bündeln dürfen, die von Werbetreibenden und politischen Akteuren für die gezielte Nutzeransprache eingesetzt werden. Mit diesem „Datenklau“ haben die Plattformen heimlich begonnen.

Soll die Gesellschaft diese Praxis weiterhin zulassen? Nach den Gesetzesentwürfen für DSA und DMA hätten die Verbraucher das Recht, Inhaltsempfehlungen abzulehnen, aber das würde die Verantwortung an der falschen Stelle abladen. Standard sollte vielmehr sein, dass Plattformen ohne Zustimmung des Nutzers keine privaten Daten erfassen dürfen. Warum lässt die EU diesen unguten „Überwachungskapitalismus“ weiter zu?

Das neue Geschäftsmodell sollte auch dadurch den Wettbewerb fördern, dass es die gigantische Adressaten-Reichweite dieser digitalen Medienmaschinerie begrenzt. Brauchen die Nutzerinnen und Nutzer wirklich mehrheitlich die Möglichkeit, ein Millionenpublikum oder auch nur Tausende von Menschen zu erreichen? Das ist eine weitaus größere Reichweite als die, die während nahezu der gesamten Menschheitsgeschichte Könige, Premierminister und Präsidenten hatten.

Einige führende Persönlichkeiten fordern die kartellrechtliche Zerschlagung dieser Konzerne. Dieser Eingriff hat etwas für sich, aber machen wir uns nichts vor: Wenn Facebook gezwungen wird, Whatsapp und seine zwei Milliarden Nutzer auszugliedern, und sich sonst nichts am Geschäftsmodell ändert, führt dies einfach nur zur Entstehung eines weiteren Big-Tech-Mediengiganten. Mehr Wettbewerb ist gut, aber nicht gerade dann, wenn Unternehmen nach Marktregeln miteinander konkurrieren, die sie selbst beschlossen haben.

Es gäbe auch eine andere Möglichkeit, die Nutzerpools zu verkleinern: Man könnte Anreize schaffen, sich von dem auf zielgerichteter Werbung basierenden Erlösmodell zu verabschieden und dazu überzugehen, dass Nutzer monatlich Gebühren zahlen – sich also so zu finanzieren wie Netflix oder öffentlich-rechtliche Sender wie ARD oder BBC. Auch das würde wahrscheinlich zu einem Rückgang der Nutzerzahlen führen. Vestager hat sich für diese Möglichkeit ausgesprochen.

Man könnte die Betriebsgenehmigung für digitale Medien auch an die Bedingung knüpfen, dass die Plattformen den Adressatenkreis (audience size) für alle nutzergenerierten Inhalte deutlich begrenzen. Und dann müsste Facebook seine 10 000 menschlichen Moderatoren noch beauftragen, ausgewählte Informationen von öffentlichem Interesse stärker zu verbreiten, statt sich sisyphosartig der Flut durchgeknallter Desinformation entgegenzustemmen.

Die digitale Betriebsgenehmigung sollte auch den ausufernden Einsatz bestimmter „Engagement“-Techniken auf den Plattformen beschränken, die – das haben sowohl Forschung als auch persönliche Erfahrung gezeigt – zu sozialer Isolation, Depression und Selbstmord bei Jugendlichen beitragen und unsere Demokratien schädigen. Dazu gehören das Hyper-Targeting von Inhalten und Werbung, automatische Empfehlungen, Sucht erzeugende Verhaltensanreize (wie Pop-up-Bildschirme, Autoplay und Endlos-Scrollen), verschlüsselte private Internetgruppen und andere „Dark Pattern“-Methoden, die der Desinformation und Manipulation Vorschub leisten.

Wenn man bedenkt, wie viel auf dem Spiel steht, ist nicht nachvollziehbar, warum die Kommission nach wie vor nur ihr kleines Wettbewerbshämmerchen schwingt. Dass der Wettbewerb im Fokus steht, geht auf die Zeit von 2004 bis 2014 zurück, als José Manuel Barroso EU-Kommissionspräsident war. Damals verfolgte die Europäische Union vor allem die Strategie, „die EU zum wettbewerbsfähigsten Wirtschaftsraum der Welt zu machen“. Dieser Kurs scheiterte 2008 mit dem weltweiten Kollaps und 2010 mit der Eurokrise, aber sein Einfluss überlebte in Form der späteren obsessiven europäischen Sparpolitik. Heute geistert er wie ein verirrter Untoter durch die Versuche der Kommission, ein paar kraftlose Regeln für Big Tech aufzustellen.

Wirkungslose Regelungen sind schlimmer als gar keine Regelungen, denn sie führen zu einem trügerischen Kontrollgefühl und möglicherweise dazu, dass sich ein schwacher internationaler Standard etabliert. Die Herausforderung besteht jetzt darin, sinnvolle Leitlinien für diese digitale Infrastruktur aufzustellen, die dafür sorgen, dass die positiven Seiten dieser Technologien genutzt und ihre Gefahren erheblich vermindert werden. Facebook, Google und Twitter haben ihre eigenen profitgierigen Regeln durchgesetzt, die eine Bedrohung für Demokratien (und ebenso für den freien Wettbewerb) darstellen. Es ist an der Zeit, diese Ära der Selbstregulierung zu beenden. Dieser Meinung scheint auch die EU zu sein. Dafür braucht es allerdings ein kraftvolleres und demokratischeres Rahmenkonzept als die überholte, technokratische Wettbewerbsfixierung der EU. IPG 16

 

 

 

 

Studie. Fremdsprachenkenntnisse in der Arbeitswelt immer wichtiger

 

Angesichts der Globalisierung der Wirtschaft und internationaler Verflechtungen werden Fremdsprachenkenntnisse im Arbeitsleben immer wichtiger. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie.

Fremdsprachenkenntnisse werden einer Studie zufolge im Arbeitsleben immer wichtiger. Für zwei Drittel der Erwerbstätigen in Deutschland seien Fremdsprachen mittlerweile fester Bestandteil im Arbeitsalltag, teilte das Bundesinstitut für Berufsbildung am Donnerstag in Bonn mit. Dabei sei Englisch die am häufigsten verwendete Fremdsprache.

Bei der letzten repräsentativen Erwerbstätigenbefragung 2018 gaben demnach 68 Prozent an, sie benötigten fremdsprachliche Grund- oder Fachkenntnisse. 2006 waren es erst 49 Prozent, sechs Jahre später bereits 57 Prozent.

Am häufigsten sind Fremdsprachenkenntnisse den Angaben zufolge in den IT- und naturwissenschaftlichen Dienstleistungsberufen gefordert. In diesem Berufssektor gaben 91 Prozent der Beschäftigten an, von ihnen würden Sprachkenntnisse erwartet. Bei kaufmännischen, unternehmensbezogenen, fertigungstechnischen und personenbezogenen Dienstleistungsberufen benötigen laut Analyse zwischen 70 und 75 Prozent der Erwerbstätigen Kenntnisse in Fremdsprachen.

Daten von 20.000 Personen ausgewertet

In IT-Berufen, in der technischen Entwicklung, Konstruktion und Produktionssteuerung, aber auch in Einkaufs-, Vertriebs- und Handelsberufen würden dabei vor allem fremdsprachliche Fachkenntnisse benötigt, hieß es. In Schutz-, Sicherheits- und Überwachungsberufen, im Tourismus-, Hotel- und Gaststättengewerbe sowie im Verkauf und in medizinischen Gesundheitsberufen reichten dagegen vielfach sprachliche Grundkenntnisse.

Die repräsentativen Erwerbstätigenbefragungen werden vom Bundesinstitut für Berufsbildung in Kooperation mit der Bundesanstalt für Arbeitsschutz und Arbeitsmedizin alle sechs Jahre vorgenommen. Ausgewertet wurden dabei Daten von jeweils rund 20.000 Erwerbstätigen. (epd/mig 19)

 

 

 

 

Okonjo-Iweala zur ersten weiblichen WTO-Chefin gewählt

 

Die Welthandelsorganisation hat am Montag (15. Februar) Ngozi Okonjo-Iweala zur neuen Generaldirektorin ernannt. Die erste weibliche Leiterin der WTO und die erste, die vom afrikanischen Kontinent stammt, übernimmt das Amt zu einer Zeit, in der die Organisation reformiert werden muss, um auf die wachsenden globalen Herausforderungen und Handelsspannungen zu reagieren. Von: Jorge Valero

 

Der Allgemeine Rat der WTO ernannte Ngozi Okonjo-Iweala auf seiner Sondersitzung am Montag zur siebten Generaldirektorin und damit zur Nachfolgerin von Roberto Azevedo.

Ihre Ernennung durch den erforderlichen Konsens der 164 WTO-Mitglieder war nur möglich, nachdem die USA beschlossen hatten, sie zu unterstützen, da die vorherige Regierung von Donald Trump ihre Ernennung blockiert hatte, um die südkoreanische Kandidatin Yoo Myung-hee zu unterstützen, die schließlich ihre Kandidatur zurückzog.

Okonjo-Iweala wird die WTO in der wohl schwierigsten Phase ihrer 26-jährigen Geschichte übernehmen, was zu einem großen Teil auf die von Trump ausgelösten Spannungen zurückzuführen ist.

Der Zollstreit mit zahlreichen Ländern und Trumps Blockade der Bemühungen, das Berufungsgremium der WTO zu erneuern, legten die Schwächen des multilateralen Systems offen.

Die anstehende WTO-Reform, mit der unfairen Handelspraktiken bei Dienstleistungen, Subventionen und im digitalen Bereich besser entgegengewirkt werden soll, wird eine der obersten Prioritäten von Okonjo-Iweala sein.

Die EU muss „die Wirtschaft in Schwung bringen“, um ihrer Jugend zu helfen, neue Chancen zu erschließen und die „Lücke“ zwischen Schule und Arbeit bestmöglich zu überbrücken, so Christa Schweng.

Der für Handel zuständige Vizepräsident der Europäischen Kommission, Valdis Dombrovskis, erinnerte daran, dass die EU ihre Kandidatur von Anfang an unterstützt hat, und erklärte seine Bereitschaft, „eng mit ihr zusammenzuarbeiten, um die dringend benötigte Reform der Institution voranzutreiben.“

„Die WTO muss mit zeitgemäßen Regeln neu gestaltet werden, die für die heutige Welt geeignet sind und sich auf die nachhaltigen und digitalen Transformationen der globalen Wirtschaft konzentrieren“, sagte er.

Die EU wird am 18. Februar einen Plan für eine WTO-Reform veröffentlichen. Der Vorschlag soll als Grundlage dienen, um auf die WTO-Mitglieder zuzugehen und die Institution zu reformieren.

„Sie hat das Zeug dazu, dem multilateralen Handelssystem einen neuen Schub zu geben und der Game-Changer zu werden, den wir brauchen“, sagte der Europaabgeordnete Bernd Lange, Vorsitzender des Ausschusses für internationalen Handel im Europäischen Parlament.

Die Präsidentin der EZB, Christine Lagarde, sagte: „Ich kenne Ngozi seit vielen Jahren. Ihr starker Wille und ihre Entschlossenheit werden sie dazu antreiben, unermüdlich den Freihandel zum Wohle der Menschen weltweit zu fördern.“

Experten des Bundestags halten einen partiellen Schuldenerlass der Europäischen Zentralbank (EZB) für hochverschuldete Euro-Staaten einem Medienbericht zufolge für problematisch.

Eine „Macherin“

Als selbsterklärte „Macherin“ mit einer Erfolgsbilanz bei der Bewältigung scheinbar unlösbarer Probleme wird Okonjo-Iweala in der Handelsorganisation eine Menge zu tun haben, auch wenn Donald Trump, der gedroht hatte, die USA aus der Organisation abzuziehen, nicht mehr im Weißen Haus sitzt.

Als Generaldirektorin, eine Position, die nur begrenzte formale Macht ausübt, wird die 66-jährige Okonjo-Iweala angesichts des anhaltenden Konflikts zwischen den USA und China internationale Handelsgespräche vermitteln, auf den Druck zur Reform der Handelsregeln reagieren und dem durch die COVID-19-Pandemie verstärkten Protektionismus entgegenwirken müssen.

Okonjo-Iweala, die seit 25 Jahren bei der Weltbank tätig ist und dort ein 81 Milliarden Dollar schweres Portfolio betreute, setzte sich gegen sieben andere Kandidaten durch, indem sie für den Glauben an die Fähigkeit des Handels eintrat, Menschen aus der Armut zu befreien.

Sie studierte Entwicklungsökonomie in Harvard, nachdem sie als Teenager den Bürgerkrieg in Nigeria miterlebt hatte. Sie kehrte 2003 in das Land zurück, um als Finanzministerin zu dienen. Befürworter verweisen auf ihr hartnäckiges Verhandlungsgeschick, das dazu beitrug, ein Abkommen zum Erlass der nigerianischen Schulden in Milliardenhöhe mit dem Pariser Club der Gläubigernationen im Jahr 2005 durchzubringen.

„Sie bringt Statur, Erfahrung, ein Netzwerk und das Temperament mit, Dinge durchzusetzen, was meiner Meinung nach sehr willkommen ist“, sagte der ehemalige WTO-Chef Pascal Lamy gegenüber Reuters. „Ich denke, sie ist eine gute Wahl.“ Der Schlüssel zu ihrem Erfolg wird ihre Fähigkeit sein, im Zentrum des „Dreiecks USA-EU-China“ zu agieren, sagte er. EA 16

 

 

 

 

 

Lieferkettengesetz. „Wir geben dem Tiger Zähne!“

 

Anstand darf kein Wettbewerbsnachteil sein, meint Bundesarbeitsminister Hubertus Heil. Mit dem Lieferkettengesetz leistet Deutschland Pionierarbeit. Die Fragen stellten Claudia Detsch und Franziska Korn.

 

Nach monatelangem Ringen mit der Union ist der Durchbruch gelungen – das Lieferkettengesetz kommt. Warum ist dieses Gesetz so wichtig?

Viele der Produkte, die uns im Alltag begleiten, werden außerhalb Deutschlands oder Europas produziert. Kakao, Kaffee oder Mangos wachsen schlicht nicht in unseren Breitengraden. Unsere Kleidung stammt oft aus Textilfabriken in Äthiopien oder Bangladesch. Unsere Laptops und Handys enthalten seltene Erden, die in Afrika gefördert werden. Unser Leben ist globalisiert, und deutsche Unternehmen produzieren und verdienen überall auf dem Globus. Mit dieser Globalisierung von Wirtschaft geht eine globale Verantwortung einher. Es reicht nicht, wenn Unternehmen Arbeitnehmerrechte in Dresden oder Darmstadt achten. Sie haben auch Verantwortung für die Achtung der Menschenrechte entlang ihrer Lieferkette in Dhaka oder Duala.

Mit dem Lieferkettengesetz regeln wir genau das jetzt erstmals verbindlich. Wir definieren eindeutig und unmissverständlich, dass deutsche Unternehmen Verantwortung für menschenwürdige Arbeit entlang ihrer Lieferketten haben und wie weit diese Verantwortung reicht. Wir stärken damit erstens die grundlegendsten Rechte von Menschen, nämlich das Recht auf Würde bei der Arbeit. Wir verbessern zweitens die Möglichkeiten der Opfer, ihre Rechte vor deutschen Gerichten durchzusetzen. Und wir sorgen drittens für eine Kontrollinstanz, die dem Gesetz zu echter Wirkung verhelfen wird. Das Gesetz schafft also mehr Gerechtigkeit für die Arbeitskräfte weltweit und mehr Rechtssicherheit für die Unternehmen in Deutschland – und sorgt damit auch für einen faireren Wettbewerb.

Die deutsche Wirtschaft kämpft mit den Folgen der Corona-Pandemie. Warum ist der Zeitpunkt für das Gesetz dennoch passend?

Weil immer der richtige Zeitpunkt für Menschenrechte ist. Sie sind universell und gelten immer. Wenn wir die Tür für diese Diskussion öffnen, stellen wir unser moralisches Fundament zur Disposition. Es geht um 150 Millionen Kinder, die unter widrigsten, manchmal tödlichen Bedingungen arbeiten. Es geht um 25 Millionen Menschen, die Zwangsarbeit leisten. Wir können nicht warten, bis es keine anderen Probleme mehr in der Welt gibt – zumal dieser Zeitpunkt wahrscheinlich nie kommen wird.

Außerdem verlangen wir von den Unternehmen nichts Unmögliches. Es geht um etwas mehr Sorgfalt und Aufwand, den etliche Unternehmen längst freiwillig praktizieren. Tchibo oder auch Ritter Sport zeigen: Es geht, wenn man nur will. Das Gesetz gilt zu Beginn für Großunternehmen mit 3 000 Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern, ab dem Jahr 2024 dann ab 1 000 Mitarbeitern. Es gibt somit auch etwas Zeit, um bis zum Inkrafttreten des Gesetzes die nötigen Kontrollstrukturen zu schaffen.

Übrigens haben ja längst nicht nur Menschenrechtsaktivisten, sondern gerade auch Unternehmen von der Politik ein verbindliches Lieferkettengesetz gefordert. Denn damit werden zuvorderst Menschenrechte gestärkt – und zugleich auch der faire Wettbewerb. Anstand darf kein Wettbewerbsnachteil sein, da stimme ich aus ganzem Herzen zu.

Sie sagten es bereits – unsere Güter werden häufig in fernen Ländern hergestellt, diverse Zulieferer sind an der Produktion beteiligt. Eine Kontrolle der Arbeitsbedingungen ist also schwierig, wie auch die Unternehmensverbände nicht müde werden zu betonen. Welche konkreten Schritte sind vorgesehen, um dennoch Arbeiterinnen und Arbeiter weltweit zu schützen?

Wie gesagt: So schwierig, wie die Wirtschaftsverbände behaupten, ist das nicht. Viele Unternehmen machen das längst freiwillig – und erfolgreich. Sie arbeiten mit Aktivistinnen und Aktivisten vor Ort zusammen, um die Arbeitsbedingungen in ihren Lieferketten zu überblicken.

Nach dem neuen Gesetz müssen große Unternehmen künftig untersuchen, ob es bei ihrer Produktion zu Menschenrechtsverletzungen kommt. Es reicht nicht, nur bis zu den eigenen Werkstoren zu schauen. Sie müssen auch ihre unmittelbaren Zulieferer in den Blick nehmen. Und wenn ein Unternehmen informiert wird, dass es bei einem Zulieferer seines Zulieferers zu Rechtsbruch kommt, muss es dem nachgehen – und kann das nicht einfach ignorieren.

Für die Kontrolle wird eine robuste Behörde sorgen: das Bundesamt für Wirtschaft und Ausfuhrkontrolle. Diese soll unterstützen mit konkreten Informationen und Hilfen. Sie wird den Unternehmen aber auch auf die Finger schauen und kann Vor-Ort-Kontrollen vornehmen. Und sie kann bei Verstößen Buß- und Zwangsgelder verhängen, bis zu einer Höhe von zehn Prozent des Gesamtumsatzes. Zudem können Unternehmen, gegen die solch ein Bußgeld verhängt wurde, bis zu drei Jahre von öffentlichen Ausschreibungen ausgeschlossen werden. Beides – Bußgeld und Vergabebann – ist auch für große Unternehmen schmerzhaft. Die Unternehmen werden also verpflichtet sein, sich an die Regeln zu halten – und sorgfältig auf Menschenrechte in ihren Produktionsstätten und bei ihren Zulieferern achten.

Das Gesetz setzt vor allem auf Vorbeugung. Wie können Geschädigte gegenüber deutschen Unternehmen zu ihrem Recht kommen, sollte es dennoch zu Menschenrechtsverletzungen oder Umweltverschmutzungen kommen?

Mit dem Katalog der Sorgfaltspflichten wollen wir Menschenrechtsverletzungen verhindern, bevor sie überhaupt entstehen. Das ist mehr als nur Vorbeugung, das ist ein sehr strenges Gebot. Genauso wichtig war mir aber, auch denen zu helfen, die dennoch zum Opfer von Sorgfaltspflichtverletzungen deutscher Unternehmen werden. Der Zugang zu Wiedergutmachung und zu einem effektiven Rechtsschutz ist entscheidend beim Kampf für die Achtung der Menschenrechte in der globalen Wirtschaft. Darauf hat auch die Hochkommissarin für Menschenrechte der Vereinten Nationen, Michelle Bachelet, stets hingewiesen. Und das ist auch meine feste Überzeugung.

Schon heute können diese Menschen deutsche Zivilgerichte anrufen. In der Praxis spielte das aber bisher keine Rolle, weil ein 12-jähriges Kind aus dem Kongo diese Chance schlicht nicht nutzen kann. Es hat weder die Kenntnisse noch die Mittel, in Deutschland einen Prozess zu führen. Die bisherige Regelung war also der berühmte zahnlose Tiger.

Diesem Tiger geben wir jetzt Zähne – und lösen das Problem durch die Einführung der sogenannten Prozessstandsschaft. Künftig kann das kongolesische Kind Gewerkschaften und Hilfsorganisationen wie Brot für die Welt, Misereor, Germanwatch oder Oxfam bevollmächtigen, vor deutschen Gerichten für Gerechtigkeit und Wiedergutmachung zu kämpfen. Das ist ein echter Fortschritt.

Weltweit werden Gewerkschaften in ihrer Arbeit behindert und angefeindet. Wie kann ein Gesetz in Deutschland dazu beitragen, anderswo die Versammlungsfreiheit zu schützen und Hungerlöhne zu bekämpfen?

Natürlich werden wir mit dem Lieferkettengesetz nicht alle Probleme auf einmal lösen. Kein Gesetz kann das. Einen Beitrag leisten kann es aber. So sollen zum Beispiel alle Bußgelder, die bei Sorgfaltspflichtverstößen verhängt werden, direkt wieder in die Menschenrechtsarbeit fließen – und können damit Gewerkschaften oder Aktivisten vor Ort stärken. Außerdem wollen wir mit dem Gesetz die Arbeits- und Sozialstandards entlang der gesamten Lieferkette stärken. Das fördert stabile und langfristige Arbeitsverhältnisse und kommt so der wirtschaftlichen Entwicklung der Länder zugute. Und im Lieferkettengesetz ist ausdrücklich der Grundsatz „Befähigung vor Rückzug“ verankert. Unternehmen werden ermutigt, sich nicht aus Regionen mit schwachen Standards zurückzuziehen, sondern sich vor Ort gemeinsam mit ihren Zulieferern um eine Risikominimierung zu bemühen.

Im Übrigen können wir seit vielen Jahren beobachten, wie die Nachfrage nach fair produzierten und gehandelten Waren steigt. Neben guten Gesetzen kommt es immer auch auf verständige Verbraucherinnen und Verbraucher an. Wenn wir darauf achten, wo etwas herkommt und unter welchen Bedingungen es produziert wurde, wenn wir manches einfach nicht kaufen, weil wir es unethisch finden, dann ist das mittelbar auch ein Beitrag gegen Hungerlöhne und Unterdrückung. Denn Produkte, die nicht gekauft werden, werden irgendwann auch nicht mehr hergestellt.

Die SPD hat sich während der deutschen EU-Ratspräsidentschaft im vergangenen Jahr auch für eine europäische Regelung starkgemacht. Bringt der Durchbruch in Deutschland jetzt neuen Schwung für dieses Vorhaben?

Die Europäische Union trägt als Friedensprojekt und als weltweit größter Binnenmarkt eine besondere Verantwortung für gute Arbeit weltweit. Mir war daher von Beginn an wichtig, dass wir auch auf europäischer Ebene vorankommen. Das ist während der deutschen Ratspräsidentschaft gelungen. Unter unserem Vorsitz hat der Rat der Europäischen Kommission einen Beschluss zu „Menschenrechten und menschenwürdiger Arbeit in globalen Lieferketten“ gefasst, hinter dem alle 27 Mitgliedsstaaten stehen. Für mich ist das einer der großen Erfolge der deutschen Ratspräsidentschaft.

Umso mehr begrüße ich, dass der Rechtsausschuss des Europäischen Parlaments kürzlich einen Vorschlag für ein solches europäisches Lieferkettengesetz auf den Weg gebracht hat. Auch EU-Justizkommissar Didier Reynders hat angekündigt, bald einen Vorschlag für ein Lieferkettengesetz zu machen.

Mit unserem nationalen Gesetz stärken wir diesen europäischen Initiativen den Rücken. Wir zeigen: Deutschland als wichtiger EU-Mitgliedsstaat geht voran. Unser nationales Gesetz ist kein Alleingang, sondern es leistet Pionierarbeit.

IPG 16

 

 

 

Machtübernahme in Rom - Italien: Ex-Währungshüter Draghi vereidigt

 

In Italien hat nach Wochen der politischen Krise Ex-Zentralbankchef Mario Draghi das Amt der Regierungschefs übernommen. Staatspräsident Sergio Mattarella vereidigte den früheren Präsidenten der Europäischen Zentralbank (EZB) als neuen Ministerpräsidenten in Rom. Anschliessend wurde im Quirinalspalast, dem Amtssitz des Präsidenten, das neue Regierungsteam eingeschworen.

 

Die Regierung besteht aus Politikern von linken wie rechten Parteien sowie parteilosen Experten. Der 73-jährige Draghi hatte seine Kabinettsliste am Freitag vorgestellt.

Legende: Der italienische Präsident Sergio Mattarella und der neue Premierminister Mario Draghi posieren mit dem neuen Kabinett im Quirinalspalast, dem Amtssitz des Präsidenten. Reuters

Mit Draghis Antritt endet eine Regierungskrise, die das Land mitten in der Corona-Pandemie seit Januar blockiert hatte. Der Ex-Währungshüter folgt auf den parteilosen Juristen Giuseppe Conte, der knapp eineinhalb Jahre ein Mitte-Links-Bündnis geführt hatte.

Die neue Regierung ist die dritte in der laufenden Legislaturperiode seit 2018 – und die 67. Regierung der Italienischen Republik. Nach Medienberichten will das Kabinett im Laufe des Samstags zu einer ersten Sitzung zusammenkommen.

Am Freitagabend hatte Draghi bei einem Treffen mit Staatspräsident Mattarella den Regierungsauftrag endgültig angenommen. Zuvor hatte der Neu-Politiker einen Vorbehalt geltend gemacht. Er lotete rund zehn Tage aus, ob er auf eine Mehrheit im Parlament setzen kann.

Um seine Machtbasis abzusichern, holte Draghi 15 Vertreter fast aller grösseren Parteien ins Kabinett. Nur die ultrarechten Fratelli d'Italia (Brüder Italiens) haben eine klare Opposition angekündigt. Acht Ressorts werden künftig von Experten geleitet. Eine wichtige Rolle dürfte Daniele Franco als Finanzminister zukommen; bisher war er Generaldirektor bei der italienischen Zentralbank Banca d’Italia.

Nur acht von 23 Ministerposten gingen an Frauen

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Salvini und Berlusconi wünschten der Regierung schon vor der Vereidigung Erfolg: Man werde sofort an die Arbeit gehen. PD-Chef Nicola Zingaretti versicherte, man unterstütze die Regierung «mit Loyalität und Überzeugung». Die Politikerin und Frauenverbandschefin Isa Maggi kritisierte nach Angaben der Nachrichtenagentur Ansa jedoch die «verpasste Chance» für mehr Gleichstellung.

 

Draghi ist international als «Euro-Retter» bekannt, weil er in der Euro-Krise an der Spitze der Zentralbank EZB 2012 die Gemeinschaftswährung auch durch Machtworte und eine Politik des leichten Geldes stabilisieren konnte.

Vertrauensfragen stehen noch aus

Das alte Bündnis war im Streit um den Einsatz von über 200 Milliarden Euro EU-Hilfen in der Coronakrise geplatzt. Der Plan dafür hatte sich verzögert. Politiker und Experten warnten, dass Italien leer ausgehen könnte. Die Wirtschaftskraft des 60-Millionen-Einwohner-Landes war 2020 um rund neun Prozent eingebrochen. Der Umgang mit den Coronahilfen gehört zu den vordringlichen Aufgaben Draghis.

Draghi muss sich noch Vertrauensfragen im Zwei-Kammern-Parlament stellen. Es wird erwartet, dass Senat und Abgeordnetenkammer nächsten Mittwoch abstimmen. Die Mehrheiten gelten als gesichert. Die Regierung ist aber schon vorher im Amt und darf mit ihrer Arbeit beginnen. Srf.ch 13

 

 

 

Italien. Retter in der Not

 

An der Spitze einer Einheitsregierung soll Mario Draghi nun Italien aus der Krise führen. Doch seine Machtbasis für Reformen ist äußerst wacklig. Von Paola Subacchi

 

Mit seinem berühmten Versprechen, „alles zu tun, was nötig ist“, um den Euro zu retten, befreite Mario Draghi im Jahr 2012 als damaliger Präsident der Europäischen Zentralbank Europa aus einer tiefen Wirtschaftskrise. Jetzt hofft Draghis Heimatland ebenfalls, von ihm gerettet zu werden, wenn er eine neu zu bildende Regierung der nationalen Einheit anführt. Aber selbst für „Super-Mario“ ist der Erfolg alles andere als garantiert.

Draghis Geschick, Kompetenz und Glaubwürdigkeit stehen außer Frage. Und er wird mit Sicherheit ein hoch qualifiziertes Kabinett zusammenstellen. Aber die vor ihm liegende Herausforderung sollte nicht unterschätzt werden. Die katastrophale Covid-19-Pandemie hat nicht nur Italiens lang anhaltende Wirtschaftskrise verschärft, sondern das Land auch in eine lähmende politische Krise gestürzt.

Will Draghi die durch Covid-19 ausgelöste Notlage wirksam bekämpfen – von einer Stärkung der wirtschaftlichen Grundlagen Italiens ganz zu schweigen –, muss er zunächst durch die verzwickte politische Situation des Landes navigieren. Das bedeutet, sich als Erstes die volle Unterstützung der gegen das Establishment auftretenden Fünf-Sterne-Bewegung zu sichern.

Die Fünf-Sterne-Bewegung ging bei den Parlamentswahlen 2018 dank ihres euroskeptischen Wahlprogramms als stärkste Partei hervor. Die Parteiführung beschuldigte Draghi – der im darauffolgenden Jahr aus der Europäischen Zentralbank ausschied – damals sogar, „Italien zu attackieren“. Obwohl die Fünf-Sterne-Bewegung ihre Haltung seither deutlich aufgeweicht und der Draghi-Regierung per Onlineabstimmung mit 59 Prozent ihren Segen gegeben hat, bleibt sie tief gespalten, und viele Parteimitglieder betrachten diese Unterstützung als inakzeptable Kehrtwende. Einige der Fünf-Sterne-Abgeordneten wollen, ungeachtet des Votums, nicht für Draghi stimmen.

Doch die Fünf-Sterne-Bewegung ist nur ein Teil der Gleichung. Draghis neue Regierung wird wahrscheinlich auch die Stimmen kleiner zentristischer Parteien und der Forza Italia des ehemaligen Premierministers Silvio Berlusconi sowie möglicherweise sogar der rechtsextremen Lega von Matteo Salvini benötigen, um eine parlamentarische Mehrheit sicherzustellen. Aber selbst wenn es ihm gelingt, eine solche Allianz zu bilden, wird sie schwer kontrollierbar bleiben und könnte leicht zur Geisel von Streitigkeiten, Vorlieben und Launen ihrer Mitglieder werden.

Und es gibt vieles, worüber sich Italiens politische Kräfte uneinig sein könnten. Zur Agenda der Regierung unter Draghi werden sowohl kurzfristige Notfallmaßnahmen als auch langfristige Strukturreformen gehören müssen – die allesamt erhebliche öffentliche Ausgaben erfordern werden. Der mit 750 Milliarden Euro dotierte Covid-19-Wiederaufbaufonds der EU – aus dem Italien als eines des am schwersten vom Coronavirus betroffenen Länder 200 Milliarden Euro erhalten soll – wurde unter diesem Gesichtspunkt konzipiert.

Draghi räumte ein, dass zu jeder Lösung der durch Covid-19 verursachten Wirtschaftskrise „ein erheblicher Anstieg der Staatsschulden gehören wird“. Im Falle Italiens muss dieser Anstieg allerdings in der Tat signifikant sein.

Als Italien vom Covid-19-Schock getroffen wurde, hatte sich das Land noch nicht vollständig von der Finanzkrise im Jahr 2008 erholt. 2020 schrumpfte das Bruttoinlandsprodukt (BIP) des Landes um fast neun Prozent. In Kombination mit dem Anstieg der öffentlichen Ausgaben, die darauf abzielten, den Schaden für Betriebe und Haushalte abzumildern, ist die Schuldenquote des Landes sprunghaft auf etwa 155 Prozent gestiegen.

Das BIP soll in diesem Jahr lediglich etwas mehr als vier Prozent wachsen. Sobald jedoch die Erholung von der letztjährigen Kontraktion vorbei ist, wird sich das BIP-Wachstum deutlich verlangsamen. Es ist daher unwahrscheinlich, dass die reale Wirtschaftsleistung in den nächsten Jahren auf das Niveau vor der Pandemie zurückkehrt und damit die Schuldenquote sinkt.

Der Schlüssel, um diesen hohen Verschuldungsgrad tragbar zu machen, liegt laut Draghi darin, die öffentlichen Ausgaben in Richtung „produktiver Zwecke“ wie etwa Bildung und Qualifizierung zu lenken. Allerdings könnten Italiens politische Parteien mit Draghis Unterscheidung zwischen „guten“ und „schlechten“ Schulden nicht einverstanden sein. Bereits jetzt herrscht weitgehende Uneinigkeit darüber, wie die Mittel aus dem EU-Wiederaufbaufonds eingesetzt werden sollen.

Grundsätzlich gilt zwar, dass Ausgaben für produktive Zwecke Teil der Gleichung im Hinblick auf die Schuldentragfähigkeit sind, aber es ist auch von Bedeutung, die Kosten des Schuldendienstes niedrig zu halten. Dafür ist eine funktionierende Regierung eine notwendige, aber nicht hinreichende Bedingung. Auch die Politik muss glaubwürdig sein.

Draghis persönliches Format ist in dieser Hinsicht hilfreich – Italiens Aktien- und Anleihemärkte erholten sich schon beim bloßen Gedanken an eine von Draghi geführte Regierung. Doch eine Person allein kann nicht garantieren, dass ein Land seinen Verpflichtungen aus den Schulden auch nachkommt. Und Italiens dysfunktionale Politik hat in den letzten 25 Jahren viele fähige Männer (die noch immer die italienische Politik beherrschen) zu Fall gebracht.

Wenn Draghi dieses Schicksal vermeiden will, muss er sich darauf konzentrieren, den Grundstein für Italiens wirtschaftlichen Übergang zu legen, anstatt diesen Prozess anzuführen. Das bedeutet eine zeitliche Begrenzung seiner Amtszeit: Egal wie groß der Druck auf ihn auch ist, er sollte nicht länger als bis 2022 Premierminister bleiben – vielleicht nicht einmal so lange. Vielmehr sollten so schnell wie möglich Neuwahlen angesetzt werden.

Es gibt kein Rezept zur Lösung der politischen Krise Italiens, und niemand sollte von Draghi erwarten, dass er damit aufwartet. Eine technokratische Regierung muss effektiv und von kurzer Dauer sein, damit ihr Erbe durch die Arbeit der Nachfolger definiert werden kann. Draghis Schwerpunkt sollte also darauf liegen, die politischen Kräfte Italiens in Richtung nachhaltiger politischer Entscheidungen zu lenken.

Das bedeutet auch, dass diese Kräfte herausfinden müssen, wie man konstruktiv miteinander umgeht. Dies ist schließlich das Kennzeichen einer reifen Demokratie. Schon allein der Versuch, manche kritische Stimmen wie jene der Euroskeptiker oder auch der Faschisten zum Verstummen zu bringen, könnte dazu führen, dass Druck aufgebaut wird, der sich dann womöglich in einer verheerenden Explosion entlädt. Die Entschärfung derartiger Kräfte durch Dialog und effektive Regierungsführung ist der einzige glaubwürdige Weg nach vorne.

Italiens aktuelle Krise kommt zu einer Zeit, wo die Bürgerinnen und Bürger im Lockdown verharren und mit dem viel gepriesenen Impfprogramm bisher weniger als vier Prozent der Bevölkerung erreicht wurden. Auf diese Weise wurde das Vertrauen der Italiener in ihre politische Führung weiter erschüttert. Durch geschicktes und mutiges Handeln kann Draghi einen Beitrag leisten, dieses Vertrauen wiederherzustellen. Aber er kann es nicht allein tun. PS/IPG 12

 

 

 

 

Kanzlerin Merkel: „Rassismus ist ein Gift. Der Hass ist ein Gift.“

  

Bundeskanzlerin Angela Merkel erinnert in ihrem aktuellen Podcast an die schrecklichen Morde von Hanau aus rassistischem Hass vor einem Jahr und gedenkt der Opfer. „Der Anschlag von Hanau war ein Einschnitt für das

friedliche Zusammenleben in unserer Gesellschaft und für den Zusammenhalt der Menschen in Deutschland“, sagt Merkel. Alle, die in Deutschland friedlich miteinander leben wollen, stünden geeint gegen den Hass der Rassisten. „Rassismus ist ein Gift. Der Hass ist ein Gift“, betont Merkel vor dem Jahrestag am 19. Februar.

 

Extremistische Gewalttaten wie die Morde von Hanau, der Anschlag von Halle oder der Mord an Walter Lübcke hätten auf schreckliche Weise vor Augen geführt, was der Rechtsextremismus anrichten könne, sagt die Bundeskanzlerin. Deswegen setze die Bundesregierung alles daran, um dieser verheerenden Ideologie den Boden zu entziehen, unterstreicht die Kanzlerin. Neben der Einsetzung des Kabinettausschusses zur Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus, werden inzwischen eine ganze Reihe von konkreten Maßnahmen umgesetzt, etwa die Verbesserung der staatlichen Strukturen zur Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus und mehr Unterstützung für die Opfer rassistischer Diskriminierung.

 

Am 19. Februar 2020 hatte ein Mann in Hanau neun Menschen erschossen; anschließend tötete er seine Mutter und dann sich selbst. Die Ermordeten hießen Ferhat Unvar, Mercedes Kierpacz, Sedat Gürbüz, Gökhan Gültekin, Hamza Kurtovi, Kaloyan Velkov, Vili Viorel Pun, Said Nesar Hashemi und Fatih Saraçolu.

Hinweis: Der Video-Podcast ist unter www.bundeskanzlerin.de

[https://www.bundeskanzlerin.de/bkin-de]abrufbar. Unter dieser Internetadresse ist dann auch der vollständige Text zu finden. Link zur Meldung im Webangebot: https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/kanzlerin-merkel-rassismus-ist-ein-gift-der-hass-ist-ein-gift--1853572 pib 13

 

 

 

 

Frontex: Alles für den Schutz der EU-Außengrenzen?

       

So zerstritten die EU-Staaten in der Asylpolitik sein mögen, auf eines können sie sich einigen: den Schutz der EU-Grenzen. Doch die damit betraute Agentur Frontex steckt in der Krise. Von: Marina Strauß | Deutsche Welle

Dies ist ein Artikel von EURACTIVs Medienpartner Deutsche Welle.

 

Marko Gašperlin erreicht man übers Telefon im slowenischen Innenministerium. Er gehört zu denen, die eine erhitzte Debatte gerade wieder auf Raumtemperatur runterregeln wollen. Eine Debatte darüber, wie groß die Probleme bei den EU-Grenzschützern von Frontex tatsächlich sind – vor allem, was mögliche Verstöße gegen Grundrechte betrifft.

Wenn es um die Außengrenzen der Europäischen Union gehe, gebe es nun mal unterschiedliche Positionen, sagt Gašperlin. Die der Menschenrechtsorganisationen, die Verstöße anprangerten. Und die der Polizei, der Grenzschützer, der Küstenwachen, deren Aufgabe es sei, illegale Migration zu verhindern.

„Wir müssen jeden Fall untersuchen, wenn es Vorwürfe gibt“, sagt Gašperlin, „aber es ist nicht alles schwarz oder weiß.“

Investigationen verschiedener Medien und Berichte von NGOs widersprechen dieser Graustufentheorie. Sei es an den Grenzen von Bulgarien, Ungarn, Kroatien oder Griechenland: Immer wieder soll die EU-Grenzschutzagentur Frontex hingenommen haben, dass nationale Beamte Geflüchtete und Migranten zurückdrängten – teils mit Gewalt.

Aufgrund dieser Anschuldigungen hat der Verwaltungsrat von Frontex, deren Vorsitzender Marko Gašperlin ist, im Dezember vergangenen Jahres eine Arbeitsgruppe einberufen. Acht der Vorwürfe seien ausgeräumt, fünf noch offen, erzählt Gašperlin der DW. Es sei zum jetzigen Zeitpunkt sinnlos, darüber zu spekulieren, er warte auf den Abschlussbericht Ende Februar.

Neue Böhmermann-Vorwürfe verstärken Druck auf Frontex

Der Satiriker warf der Behörde Falschaussagen zu Treffen mit Lobbyisten aus der Rüstungsindustrie vor. Grünen-Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt plädierte als Konsequenz aus den Skandalen für eine Neuaufstellung von Frontex.

Von einem Problem zum nächsten

Der eigene Verwaltungsrat ist nicht die einzige Institution, die Frontex gerade genauer untersucht. Seit Januar ist bekannt, dass die EU-Antibetrugsbehörde OLAF gegen die EU-Grenzschutzagentur mit Sitz in Warschau ermittelt. OLAF bestätigt die Investigation gegenüber der DW, unterstreicht aber, dass Frontex bis auf weiteres als unschuldig gilt. Medienberichten zufolge soll es bei den Ermittlungen unter anderem um Mobbing, Betrug und auch um die besagten Pushbacks von Migranten gehen.

Frontex selbst erklärt auf Anfrage der DW, dass es der Agentur im Moment nicht möglich sei, ein Interview zu vereinbaren. Ein Pressesprecher räumt schriftlich ein, dass es ‚einige Stolpersteine‘ gegeben habe. „Aber wir haben uns damit befasst.“

Der aktuelle Ausbau stelle die Behörde vor „massive Herausforderungen“, die mit dem Ausbruch der COVID-19-Pandemie noch größer geworden seien, so der Sprecher.

Tatsächlich soll Frontex bis 2027 von einst rund 1500 Beamten auf etwa 10000 Beamte aufgestockt werden. Diese ständige Reserve soll gegen grenzüberschreitende Kriminalität vorgehen und EU-Staaten bei der Kontrolle der Grenzen und bei sogenannten Rückführungen von Migranten helfen.

„Keine besonders gute Entschuldigung“

Dieser Ausbau mag zwar einer der Gründe für die aktuellen Probleme bei Frontex sein, aber keine besonders gute Entschuldigung, sagt Tineke Strik. Wie andere Europa-Parlamentarier macht die niederländische Grüne auch den Chef der Agentur, den Franzosen Fabrice Leggeri, verantwortlich.

„Er hätte sagen müssen, das geht alles zu schnell, um alle EU-Vorschriften einhalten zu können“, findet Strik. „Aber er wollte einfach immer mehr und mehr. Mehr Personal, mehr Aufgaben, zum Beispiel, wenn es um die Rückführung und um die innere Sicherheit geht.“

Tineke Strik traut es Leggeri nicht zu, die aus ihrer Sicht notwendigen Veränderungen in der Agentur voranzutreiben. „Mir wäre es am liebsten, wenn er von sich aus zurücktritt“, sagt Strik.

Frontex gilt als extrem hierarchische Behörde. Neben den genannten Vorwürfen kritisieren viele auch die mangelnde Transparenz, mit der die EU-Agentur agiert und Probleme aufarbeitet. Frontex müsse eigentlich die Augen und Ohren offenhalten und wirklich wissen wollen, ob Menschenrechte an der Grenze verletzt würden, sagt Tineke Strik. „Aber dieses Gefühl habe ich nicht.“

Portugal: Frontex muss "europäisches Recht" respektieren

Portugal wird ein Treffen mit dem Vorstand und dem Exekutivdirektor von Frontex organisieren, um sicherzustellen, dass „europäisches Recht“ und „etablierte Regeln“ respektiert werden, teilte Eduardo Cabrita, Portugals Minister für innere Verwaltung, mit.

Außengrenzschutz als oberste Priorität

Tatsache ist aber auch, dass Frontex nicht im luftleeren Raum handelt. Den EU-Staaten sei der Schutz der Außengrenzen sehr wichtig, so Strik. Deswegen übten sie auch viel politischen Druck aus, damit die Behörde wachse. Die Hoffnung: Frontex als die Lösung für die Migrationsfrage. Der Vorwurf, vor allem seitens vieler Nichtregierungsorganisationen: Menschenrechte sind dabei nicht das Wichtigste.

 

Lena Düpont, deutsche EU-Abgeordnete der christdemokratischen EVP-Fraktion, sieht die Verantwortung ebenfalls bei den EU-Mitgliedstaaten. Aber bei einem anderen Aspekt: Wenn die EU-Länder Frontex wollten, dürften sie auch nicht knausern, sobald es um Personal oder Finanzielles ginge.

Was die Causa Leggeri angeht, äußert sich Düpont zurückhaltend: „Es ist gut, dass wir mit der Frontex Scrutiny Working Group, einer neuen Arbeitsgruppe im Parlament, Frontex kritisch begleiten. Im Verwaltungsrat besteht offenbar noch viel Diskussionsbedarf.“

Aus dem slowenischen Innenministerium bittet dessen Vorsitzender Marko Gašperlin um Verständnis, sich dazu nicht äußern zu können. Wie gesagt, man untersuche die Vorwürfe. Dann kommt noch der Hinweis, den man dieser Tage häufig hört, wenn es um die Grenzen der Europäischen Union geht: „Nicht jeder, der dort ankommt, ist in Not, hat also das Recht auf Asyl.“

Das Recht, Asyl zu beantragen, muss die EU aber dennoch jedem gewähren.

EA 12

 

 

 

Covid-Impfungen: „Dieses Ungleichgewicht ist nicht mehr tragbar"

 

Das globale Ungleichgewicht bei der Impfstoffverteilung ist „nicht mehr tragbar“. Das hat zum Weltkrankentag am 11. Februar Kardinal Peter Turkson betont: „Der Süden schaut auf den Norden, um an Impfstoffe zu kommen, während man diese direkt vor Ort produzieren könnte“, so der gebürtige Ghanaer. Eugenio Bonannata und Anne Preckel – Vatikanstadt

 

Mehr als drei Viertel der verabreichten 128 Millionen Impfdosen gegen Covid-19 wurden bisher in nur zehn Ländern verimpft, die 60 Prozent des weltweiten Bruttoinlandsproduktes (BIP) repräsentieren. Das machten jetzt die Weltgesundheitsorganisation und das Kinderhilfswerk der Vereinten Nationen bekannt. In rund 130 Ländern mit 2,5 Milliarden Menschen sei „noch keine einzige Dosis des Impfstoffs verabreicht“ worden, heißt es in der Erklärung von UNICEF-Generaldirektorin Henrietta Fore und WHO-Generaldirektor Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Der Präfekt des vatikanischen Entwicklungs-Ministeriums betont, in Afrika gebe es schon jetzt mehrere mögliche Produktionsstandorte, etwa im Senegal, in Äthiopien, Kenia und Südafrika. Die gültigen Patentregeln für die Impfstoffe lassen eine Herstellung in Afrika aber bislang nicht zu, kritisiert der Vatikanvertreter und erneuert damit die Forderung des Heiligen Stuhles nach einer globalen Impfstrategie, die den Zugang aller Staaten zu solchen Impfstoffen garantiert. Der Vatikan sieht hierbei vor allem die Vereinten Nationen, aber auch die Welthandelsorganisation in der Pflicht, um ein entsprechend multilaterales Modell zu entwickeln. Die Frage des Zugangs zu Impfstoffen sei ein „globales Sicherheitsproblem“ und müsse auch als ein solches behandelt werden, so das Argument.

Keine Impfstoffe horten

Die Weltgesundheitsorganisation (WHO) und UNICEF, beides Organisationen der UNO, rufen die wohlhabenderen Staaten konkret dazu auf, Impfstoffe über die COVAX-Initiative der UNO an ärmere Länder weiterzugeben, sobald das Gesundheitspersonal und Risikogruppen im eigenen Land geimpft wurden. Das soll sicherstellen, dass eine Impfstoffverteilung in allen Ländern bis Anfang April des Jahres 2021 beginnen kann. „Die Mitarbeiter des Gesundheitswesens stehen an der vordersten Front der Pandemie in Ländern mit niedrigem und mittlerem Einkommen und sollten zuerst geschützt werden, damit sie uns schützen können“, heißt es dazu in der Erklärung der WHO und von UNICEF.

„Im Rennen um den COVID-19-Impfstoff gewinnen wir entweder gemeinsam oder verlieren gemeinsam“

Impfstoffhersteller sollten die begrenzten Impfstoffvorräte gerecht aufteilen und Informationen über Sicherheit, Wirksamkeit und Produktion vorrangig mit der WHO austauschen, um die Aufsicht über die Vorschriften und die Politik zu gewährleisten, heißt es darin weiter. Sie sollten die Produktion erhöhen und Technologien an andere Hersteller weitergeben, die zur Ausweitung der weltweiten Versorgung beitragen können.

„Im Rennen um den COVID-19-Impfstoff gewinnen wir entweder gemeinsam oder verlieren gemeinsam“. Impfstoffe zu horten koste Leben und zerstöre Existenzen und gebe dem Virus weitere Möglichkeiten zur Mutation, geben sie zu bedenken.

Nicht allein auf Vakzine setzen

Im Kampf gegen die Corona-Pandemie brauche es einen breiten Ansatz, so der Präfekt des vatikanischen Entwicklungs-Ministeriums Kardinal Turkson. Nicht allein auf Impfstoffe sollte man setzen, sondern auch auf andere medizinische Ansätze der Behandlung. Positiv hebt er in diesem Kontext die Verwendung von Corona-Medikamenten in Deutschland hervor, auch in Kamerun scheine ein alternativer Ansatz zur Impfung Erfolg zu zeigen. Eine vatikanische Taskforce macht sich zudem darüber Gedanken, wie die schweren sozialen und wirtschaftlichen Folgen der Pandemie besonders für ärmere Teile der Welt abgemildert werden können. (vn/who/unicef 11)

 

 

 

 

Das Schuldeingeständnis von Ursula von der Leyen

 

Im Europaparlament gibt es weiter Unterstützung für die EU-weite Vakzin-Bestellung. Aber auch außerhalb Deutschlands herrscht Enttäuschung über das Impftempo. Von: Albrecht Meier | Der Tagesspiegel. Dies ist ein Artikel von EURACTIVs Medienpartner Der Tagesspiegel.

 

Es war gewissermaßen ein Schuldeingeständnis in einer kleinen Dosis, das Ursula von der Leyen vor dem Europaparlament abgab. „Wir waren spät dran bei der Zulassung. Wir waren zu optimistisch bei der Massenproduktion. Und vielleicht waren wir uns auch zu sicher, dass das Bestellte tatsächlich pünktlich geliefert wird“, sagte die EU-Kommissionspräsidentin am Mittwoch vor dem Plenum des Parlaments in Brüssel angesichts der Kritik, die seit Wochen auf die EU angesichts des schleppenden Starts der Impfkampagne einprasselt.

Großbritannien liegt bei Erstimpfungen weiter vor der EU

Vor allem der massive Ausfall der Impfstoff-Lieferungen durch den britisch-schwedischen Konzern Astrazeneca hat dazu geführt, dass von der Leyen in die Defensive geraten ist. In Großbritannien, wo die Regierung im Mai des vergangenen Jahres und damit drei Monate vor der EU einen Liefervertrag mit der Pharmafirma abschloss, hat inzwischen ein wesentlich höherer Anteil als in der EU eine Erstimpfung erhalten.

Vor allem in Deutschland muss sich die EU-Kommission daher harsche Kritik anhören. Es war deshalb kein Zufall, dass von der Leyen in ihrer Rede vor dem Europaparlament die Grundsatzentscheidung für eine gemeinschaftliche europäische Bestellung in ihrer Muttersprache verteidigte: „Es war richtig und es ist richtig, dass wir Europäerinnen und Europäer den Impfstoff gemeinsam bestellt haben und nun solidarisch teilen.“

Sie wolle sich gar nicht ausmalen, was es bedeutet hätte, wenn einige große Mitgliedstaaten in der EU sich Impfstoff gesichert hätten „und der Rest leer ausgegangen wäre“, fügte sie hinzu.

Zwei deutsche Pharmaunternehmen haben am Mittwoch (10. Februar) Fortschritte bei der Covid-19-Impfstoffproduktion gemeldet.

Bis Ende des Sommers sollen 70 Prozent der Erwachsenen geimpft sein

Nach den Worten der Kommissionschefin hat die Impfkampagne in der EU „in Europa vielerorts an Fahrt aufgenommen“. So seien in Polen seien bis Anfang Februar 94 Prozent des medizinischen Personals und 80 Prozent der Bewohnerinnen und Bewohner in Altenheimen geimpft worden.

In Dänemark liege die Impfquote in den Altenheimen sogar bei 93 Prozent. Und in Italien hätten inzwischen mehr als vier Prozent eine Impfung erhalten. Von der Leyen bekräftigte das Ziel, dass in der EU bis zum Ende des Sommers 70 Prozent der erwachsenen Bevölkerung mit einem Vakzin versorgt werden sollen.

Während die belgische Sozialistin Kathleen von Brempt sich erleichtert darüber zeigte, dass in ihrem Land die Impfstoffe zu den gleichen Bedingungen und zum gleichen Preis wie in Deutschland verfügbar sind, äußerte ihr Fraktionskollege Udo Bullmann (SPD) deutliche Kritik an der Beschaffungspolitik der EU. Natürlich sei die gemeinsame Bestellung richtig gewesen, sagte er. Die Summe von 2,7 Milliarden Euro, welche die EU-Kommission für die Unterstützung bei der Impfstoffentwicklung und beim Aufbau von Produktionskapazitäten bislang ausgab, sei aber zu gering. „Das war zu wenig, und das muss korrigiert werden“, verlangte Bullmann.

Die Impfkampagne gegen das Coronavirus läuft und einzelne Todesfälle machen Schlagzeilen: Kann die Impfung auch tödlich enden? Die DW hat Todesfälle in sechs Ländern überprüft – und ein eindeutiges Ergebnis gefunden.

CDU-Mann Liese rechnet vor: Gesamtausgaben liegen bei 22 Milliarden

Eine andere Rechnung machte hingegen der CDU-Gesundheitsexperte Peter Liese auf. Es sei ein Mythos, dass die EU insgesamt zu wenig Geld für die Bestellung der Vakzine ausgegeben habe. Denn wenn man die EU-Notfallmittel in Höhe von 2,7 Milliarden Euro mit den inzwischen von den Mitgliedstaaten für die Bestellung der Vakzine bereitgestellten Geldern addiere, komme man auf eine Summe von 22 Milliarden Euro. „Es ist nicht alles perfekt gelaufen, aber vieles wird auch verdreht“, so Liese.

Liese gehört derselben Partei an wie die CDU-Politikerin von der Leyen, und von daher erhielt die Kommissionspräsidentin bei der Debatte aus der christdemokratischen EVP-Fraktion auch den größten politischen Flankenschutz. So bemühte sich EVP-Fraktionschef Manfred Weber, den Blick nach vorne zu richten. Der CSU-Politiker forderte ein EU-Programm in Höhe von zehn Milliarden Euro, um die Impfstoffproduktion auf dem Kontinent anzukurbeln. Weber verlangte zu diesem Zweck eine Mobilisierung aller Produktionsanlagen sowie eine „große Pharmaallianz“. Zudem müsse das Format der G-7-Gipfel der westlichen Industriestaaten genutzt werden, um den in Großbritannien und den USA herrschenden „Egoismus“ bei der Versorgung mit Impfstoffen zu überwinden. Gleichzeitig dürfe die EU nicht „naiv“ sein, forderte er. Deshalb müsse ein EU-Exportverbot für Vakzine als Option auf dem Tisch bleiben.

Im Streit mit Großbritannien über den Zugang zu Impfstoffen des Herstellers Astrazeneca hat sich von der Leyen Ende Januar einen Schnitzer geleistet, für den sie sich am Mittwoch im EU-Parlament erneut entschuldigte.

Zwischenzeitlich hatte die EU-Kommission erwogen, einen Notfallmechanismus im Nordirland-Protokoll des Brexit-Austrittsvertrages zu aktivieren. Dies wäre darauf hinausgelaufen, dass die EU Ausfuhrkontrollen für Impfstoffe zwischen Irland und dem zum Vereinigten Königreich gehörenden Nordirland installiert hätte – ausgerechnet dort, wo wegen der jahrzehntelangen Bürgerkriegs-Erfahrungen Kontrollen eigentlich tabu sein sollten. „Das bedaure ich auch sehr“, sagte von der Leyen am Mittwoch im Nachhinein.

Vor der Debatte im Europaparlament über die EU-Impfstrategie hat die Fraktion der europäischen Linken einen Untersuchungsausschuss zu dem Thema gefordert.

„Frust und Desillusion“ wegen fehlenden Nachschubs

Das Eingeständnis ändert aber nichts daran, dass das geringe Impftempo weiterhin Kritik auslöst – und zwar nicht nur in Deutschland. So musste sich von der Leyen etwa von der tschechischen Abgeordneten Dita Charanzova von den Liberalen den Vorwurf anhören, dass in ihrem Land wegen des fehlenden Nachschubs „Frust und Desillusion“ herrschten.

Derweil forderte der Grünen-Abgeordnete Rasmus Andresen, dass von der Leyen einen konkreten Plan vorlegen müsse, aus dem hervorgehe, wie die versprochene Impfung eines Großteils der erwachsenen Bevölkerung in der EU bis zum Ende des Sommers erreicht werden könne. Es sei nicht ausreichend, nur auf die Zusagen der Hersteller zu setzen, gab Andresen zu bedenken.

Verpuffen dürfte mangels parteiübergreifender Unterstützung unterdessen die Forderung der Linksfraktion im EU-Parlament, einen Untersuchungsausschuss zur Impfstoffbeschaffung einzurichten. Die Ko-Vorsitzende der Linksfraktion, Manon Aubry, kritisierte, dass in den drei inzwischen veröffentlichten Verträgen mit den Pharmaunternehmen Angaben wie der Preis der Vakzine und die Lieferfristen geschwärzt worden seien. Die EU habe sich einem „Diktat der Pharmaunternehmen“ unterworfen, beklagte Aubry.

Auch in diesem Punkt will von der Leyen den Kritikern etwas den Wind aus den Segeln nehmen. Die Kommissionschefin kündigte gegenüber den Europaabgeordneten an: „Ich werde alles tun, was mir möglich ist, damit Sie alle Verträge, die wir unterzeichnet haben, einsehen können.“ EU 11

 

 

 

 

Zeitenwende bei der WTO. Doppelte Zeitenwende bei der Welthandelsorganisation

 

Die frühere Finanzministerin Nigerias will die Welthandelsorganisation am Kampf gegen Covid-19 beteiligen. Die armen Länder sollen stärker in die Globalisierung eingebunden werden. Von Jan Dirk Herbermann

 

Bei der krisengeplagten Welthandelsorganisation (WTO) steht eine Zeitenwende an: Erstmals in der Geschichte wird eine Frau in das gediegene Direktionsbüro in Genf einziehen. Neue Generaldirektorin wird die frühere zweifache Finanzministerin und kurzzeitige Außenministerin Nigerias, Ngozi Okonjo-Iweala (66). Sie wird auch die erste Persönlichkeit aus Afrika sein, die an die WTO-Spitze rückt.

Auf die neue Generaldirektorin wartet in ihrer vierjährigen Amtszeit ein Mammutprogramm: Sie muss sich unter anderem mit dem Einbruch des Welthandels durch die Corona-Krise beschäftigen, mit wachsendem Protektionismus und Handelskonflikten, beispielsweise zwischen den USA und China. Okonjo-Iweala folgt auf den Ende August 2020 zurückgetretenen Brasilianer Roberto Azevêdo. Der Allgemeine Rat der WTO muss die Personalie noch formal bestätigen, Diplomaten rechnen in den nächsten Tagen oder Wochen damit.

Die Nigerianerin setzte sich in mehreren Wahlgängen gegen sieben weitere Kandidaten durch. Zum Schluss zog die einzig verbliebene Konkurrentin, Handelsministerin Yoo Myung-hee aus Südkorea, ihre Kandidatur zurück. Okonjo-Iweala konnte in der entscheidenden Phase des Rennens auf die Unterstützung der EU und vieler Länder des Südens zählen.

Trump blockierte Ernennung

Die USA unter dem früheren Präsidenten Donald Trump blockierte jedoch die Ernennung der Afrikanerin über Monate. Die neue Regierung von Joe Biden drückte dann ihre „starke Unterstützung“ für die Nigerianerin aus. Damit ist der Weg in die Chefetage der 1995 gegründeten WTO frei. Okonjo-Iweala bringe „einen Reichtum an Wissen in Ökonomie und internationaler Diplomatie“ mit sich, lobt das US-Handelsbüro. Auch andere Fachleute wie die frühere Handelsministerin Costa Ricas, Anabel González, trauen ihr den Job zu. Okonjo-Iweala „habe eine herausragende Persönlichkeit“.

Der Lebenslauf der Afrikanerin liest sich denn auch beeindruckend: Neben den Positionen in der Regierung ihres Landes schaffte sie es bei der Weltbank bis zur Nummer zwei, scheiterte aber beim Versuch, Präsidentin zu werden. Insgesamt 25 Jahre war sie bei der Organisation in Washington. Zuletzt war sie Aufsichtsratsvorsitzende bei der internationalen Impfstoff-Allianz Gavi, und sie sitzt in den Aufsichtsgremien des Kurznachrichtendienstes Twitter und der Standard Chartered Bank.

Stärkere Einbindung des Südens

Die promovierte Entwicklungsökonomin, die auch die US-Staatsbürgerschaft besitzt, gibt jetzt die Parole aus: „Wir wollen die WTO verjüngen und reformieren.“ Okonjo-Iweala weiß jedoch, dass sie als neue Generaldirektorin keine direkte Entscheidungsbefugnis bei Verhandlungen der Mitgliedsländer hat.

Die Frau aus dem erdölreichen Nigeria zielt vor allem auf eine stärkere Einbindung der Länder des Südens in die Globalisierung. Ein großer Versuch der WTO, die armen Staaten stärker am Warenaustausch zu beteiligen, startete 2001. Doch die Verhandlungen über einen neuen Welthandelsvertrag mit einem Schwerpunkt auf Entwicklungspolitik versandeten. Das ergebnislose Feilschen trug entscheidend zu der Krise der WTO bei.

Neue Rolle im Kampf gegen Corona

Okonjo-Iweala, vierfache Mutter und dreifache Großmutter, sieht auch eine neue Rolle für die WTO im Kampf gegen Covid-19. „Es muss einen gleichen Zugang zu Medizin geben und die WTO könnte Teil der Lösung sein.“ Die WTO-Mitglieder Südafrika und Indien fordern eine vorübergehende Aussetzung der geistigen Eigentumsrechte auf Impfstoffe gegen Corona. Die Aufhebung des Patentschutzes soll es ermöglichen, auch in Ländern des Südens Impfstoffe zu produzieren, damit ärmere Länder schneller Zugang dazu haben. Bislang hält sich Okonjo-Iweala allerdings eher bedeckt, wenn die Patent-Initiative zur Debatte steht.

Skeptiker halten Okonjo-Iweala auch vor, dass sie sich kaum mit Handelsfragen befasst habe und die WTO wenig kenne. „Es stimmt, ich bin keine WTO-Insiderin, aber das ist eine gute Sache“, sagt sie und verweist auf den „neuen Blick“, den sie auf die schwerfällige Organisation werfen könne. (epd/mig 10)

 

 

 

 

EU. Gefährliche Selbstzufriedenheit

 

Das hoch gelobte Konjunkturpaket der EU aus dem letzten Jahr reicht nicht aus. Besonders in Südeuropa ist die wirtschaftliche Situation dramatisch. Von Adam Tooze

 

Aus gutem Grund richtet sich der Blick der europäischen Öffentlichkeit derzeit auf die Pandemie und die Beschleunigung der Impfkampagne. Uns drohen aber noch ganz andere Gefahren. Seit dem letzten Sommer hat sich in der EU rund um das Konjunkturpaket und die Vision einer klimafreundlicheren Zukunft große Selbstzufriedenheit breitgemacht. Europa hatte sich mit seiner konstruktiven Reaktion auf die Krise wohltuend von dem düsteren politischen Spektakel abgehoben, das sich auf der anderen Seite des Atlantiks abspielte. Doch wenn sich 2021 die Schwäche der europäischen Wirtschaft nicht mehr leugnen lässt, könnte Ernüchterung einsetzen.

Die EU hat mit ihren Maßnahmen gegen die sozialen und wirtschaftlichen Verheerungen der Krise einiges erreicht. Durch die Intervention der Europäischen Zentralbank (EZB) wurde 2020 eine erneute Staatsschuldenkrise vermieden. Im Juli einigte man sich vorläufig auf das innovative Investitionspaket „Next Generation“. Diese Vereinbarung wurde auf der Dezember-Tagung des Europäischen Rates nach einem spannenden diplomatischen Tauziehen bestätigt. Dass es der EU mitten in der Krise gelungen ist, eine neue Fiskalkapazität zu entwickeln und den Green Deal dabei im Auge zu behalten, ist durchaus beachtlich.

Durch eine dramatische Ausweitung des Kurzarbeitsmodells hat die EU auch die sozialen Folgen der Coronakrise erfolgreich eingedämmt. Obwohl die Arbeitsstunden stark zurückgegangen sind, konnte die EU einen Einbruch des Arbeitsmarkts wie in den USA verhindern. Bei all diesen lobenswerten Erfolgen dürfen wir aber nicht die Einschätzungen ignorieren, die die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD), der Internationale Währungsfonds (IWF) und die Europäische Investitionsbank zum Jahresende vorgelegt haben.

Die Rezession war 2020 in Europa in jeder Hinsicht deutlich gravierender als in den USA, die politischen Maßnahmen jedoch weniger umfangreich. Sollten den Maßnahmen des vergangenen Jahres keine neuen und umfangreicheren Anstrengungen folgen, sehen die Aussichten für Europa düster aus. Laut OECD ging das Bruttoinlandsprodukt (BIP) in der Eurozone 2020 um 7,6 Prozent zurück. Dieser Rückgang ist stärker als in der Finanzkrise 2008/2009 oder in den härtesten Jahren der Eurokrise, liegt aber auch deutlich über den Einbrüchen in den USA, wo das BIP 2020 um 3,5 Prozent schrumpfte. Man kann trefflich darüber streiten, ob durch die Lockdowns auch etwas gewonnen wurde, doch im Bereich der öffentlichen Gesundheit hat die EU ebenfalls keinen Grund zum Feiern.

Während man in Brüssel noch auf das „Next Generation“-Paket anstieß, gingen die Bruttoanlageinvestitionen in der Eurozone um mehr als zehn Prozent zurück, verglichen mit einem Rückgang von „nur“ 1,7 Prozent in den USA. In absoluten Zahlen wird sich nach Schätzungen der Europäischen Kommission und der Europäischen Investitionsbank der Rückgang privater Investitionen in den Jahren 2020 und 2021 auf 831 Milliarden Euro addieren – eine Summe, die das Konjunkturprogramm weit übersteigt. Besonders bedenklich ist, dass die privaten Investitionen in Südeuropa, wo man bereits seit 2010 unter chronisch niedrigen Investitionen leidet, am stärksten eingebrochen sind.

Ein weiterer Indikator für die schwache Nachfrage ist die Deflation, die seit September 2020 die Eurozone heimsucht. Sollte sie chronisch werden, würde sie Investitionen weiter abwürgen: Deflation bestraft alle, die Kredite aufnehmen, um zu investieren. Um dem entgegenzuwirken, hat die EZB viele ihrer politischen Hebel in Gang gesetzt. Dank des Ankaufs von Vermögenswerten kann jeder europäische Mitgliedstaat wie andere Staaten der Welt auch Kredite zu rekordverdächtig niedrigen Zinssätzen aufnehmen. Doch die Vermeidung einer Staatsschuldenkrise, die eine notwendige Voraussetzung für die Erholung ist, reicht lange nicht aus.

Ein verräterisches Zeichen für die negativen Kräfte, die hier am Werk sind, ist die Stärkung des Euro gegenüber dem US-Dollar. Hier wetten nicht etwa globale Investoren auf die relative Stärke der europäischen Wirtschaft – eher ist es umgekehrt. Es scheint verlockend zu sein, Euros statt US-Dollar zu halten, weil in den USA ein Anziehen der Inflation auf ein relativ gesundes Maß von zwei Prozent erwartet wird. In der Eurozone ist die Aussicht darauf eher gering.

Daraus lässt sich nur ein Schluss ziehen. Bei aller lobenswerten Entschlossenheit, die Fehler des Jahres 2010 nicht zu wiederholen, haben die EZB, die europäischen Regierungen und die EU-Kommission zu wenig getan, um einen schweren Rückschlag für die Wirtschaft Europas zu vermeiden, absolut, aber bezeichnenderweise auch relativ betrachtet. Ja, die Haushaltsregeln wurden umgehend gelockert. Ja, in einigen EU-Ländern, insbesondere in Deutschland und Österreich, wurden umfangreiche haushaltspolitische Maßnahmen ergriffen. Das Problem aber ist, dass in den finanzschwächsten Ländern der Eurozone die Konjunkturimpulse bei Weitem nicht ausreichten, vor allem in Spanien, aber auch in Italien, wo Schätzungen zufolge zwischen dem potenziellen und dem tatsächlichen Output eine Lücke von zehn Prozent klaffen dürfte.

Wie groß der fiskalische Impuls ist – wie stark das Defizit also aufgrund konkreter politischer Eingriffe sinkt und nicht aufgrund automatischer Stabilisatoren wie der Arbeitslosenversicherung –, ist nur schwer abzuschätzen. Dafür muss man Annahmen darüber anstellen, wie eine Wirtschaft mit Vollbeschäftigung aussehen würde. Bei einer beispiellosen Krise wie dieser ist das besonders schwierig. Laut OECD war der fiskalische Impuls in der Eurozone 2020 gerade einmal halb so groß wie in den USA.

Zugegeben, die USA mussten wegen ihres löchrigen Sozialsystems mehr Geld in die Hand nehmen: Die Arbeitslosenleistungen sind nicht überall gleich und oft unzureichend. Angesichts der massiven sozialen Krise schnürte der Kongress zwei gigantische Konjunkturpakete über insgesamt 3,5 Billionen US-Dollar. Die neue Regierung unter Joe Biden verspricht weitere Hilfen.

Angesicht der Unterschiede in den Sozialtransfers und Auswirkungen auf den Arbeitsmarkt ist das verfügbare Haushaltseinkommen letztlich der wohl aufschlussreichste Indikator. Dabei fällt auf, dass das verfügbare Einkommen in den USA trotz eines enormen Anstiegs der Arbeitslosigkeit im Jahr 2020 sogar gestiegen ist. Die Soforthilfen der Regierung konnten den Schock auf dem Arbeitsmarkt mehr als ausgleichen. In der EU dagegen sank das verfügbare Einkommen, in Belgien und Griechenland um mehr als drei Prozent. Niemand würde das US-Modell favorisieren. Doch dass Europa mehr tun muss, liegt auf der Hand.

Die EZB beeinflusst, unauffällig dem japanischen Beispiel folgend, Zinssätze und Spreads. Damit senkt sie das Risiko einer Panik, was durchaus positiv zu bewerten ist. Aber das reicht nicht aus, um Wachstum zu generieren. Eine „gezieltere, längerfristige Refinanzierung“ mit Darlehen an europäische Banken könnte helfen. Man könnte sogar für die kühnere Einführung von Doppelzinssätzen plädieren, die Anreize für weitere Kreditvergaben schaffen würden.

Vor allem aber braucht Europa einen zweiten großen fiskalischen Schub. Und an dieser Stelle ist Selbstzufriedenheit besonders problematisch. Das EU-Flaggschiffprojekt „Next Generation“ ist zweifellos ein großer politischer Wurf – aber wirtschaftlich ist es einfach nicht groß genug. IWF-Ökonomen haben tapfer zu eruieren versucht, wie sich das Programm auf das Wachstum in der Eurozone auswirkt. Nach optimistischer Schätzung könnte es die Hälfte des BIP-Wachstumsrückgangs gegenüber dem Vorkrisentrend ausgleichen. Nach realistischer Schätzung dürfte es weniger als ein Viertel sein.

Nach derzeitiger Haushaltsplanung sind die Aussichten für die europäische Wirtschaft einfach nur deprimierend. Der OECD zufolge wird das BIP in der Eurozone Ende dieses Jahres noch drei Prozent unter dem Wert von 2019 liegen. Somit fehlt ein dicker Brocken von 360 Milliarden Euro, das entspricht in etwa der Wirtschaftsleistung Dänemarks. Die USA dagegen werden sich bis Ende 2021 vermutlich vollständig erholt haben. In China wird dann das BIP fast zehn Prozent über dem Wert von Ende 2019 liegen. Sogar das eher behäbige Japan wird sich schneller erholen als die EU.

In der Eurozone dürfte das BIP erst 2022 wieder das Niveau von 2019 erreichen. Und nicht jedes Land wird sich im gleichen Tempo erholen. Europameister Deutschland wird voraussichtlich 1,5 Prozent über dem Wert von Ende 2019 liegen. So jämmerlich das ist, dürfen sich die Deutschen glücklich schätzen, denn für Spanien rechnet die OECD Ende 2022 mit einem im Vergleich zum Vorkrisenniveau drei Prozent niedrigeren BIP.

Besondere Sorge bereitet Italien. Die italienische Wirtschaft befindet sich seit mehr als einem Jahrzehnt auf dem absteigenden Ast, und das Jahr 2020 hat sie noch weiter zurückgeworfen. Im dritten Quartal lag das BIP zehn Prozent unter dem Wert des ersten Quartals 2008.

Wachstum ist nicht alles. Soziale Sicherheit ist wichtig. Und die Umweltagenda erfordert ein neues Wachstumsmodell. Der Green Deal der EU ist da ein Schritt in die richtige Richtung. Doch Europa muss Zukunftschancen eröffnen, nicht nur für die „nächste Generation“, sondern auch für diese. Falls das nicht gelingt, darf man sich nicht wundern, wenn der Optimismus nach den politischen Errungenschaften des Jahres 2020 bald den Bach hinuntergeht. IPG 9

 

 

 

 

Studie. Anerkennung ausländischer Qualifikationen erhöht Jobchancen

 

Die Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse erhöht nicht nur die Beschäftigungschancen von Migranten, sondern auch ihre Verdienste. Das geht aus einer aktuellen IAB-Studie hervor. Dennoch stellt nur jeder Dritte einen Antrag.

Die Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse in Deutschland führt zu deutlich besseren Chancen, Arbeit zu finden. So steigen die Aussichten auf einen Job drei Jahre nach der offiziellen Anerkennung der Qualifikation um bis zu 25 Prozentpunkte im Vergleich zu Migranten, die keine Anerkennung erreicht haben. Das geht aus einer aktuellen Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) in Nürnberg hervor.

Danach liegt die Beschäftigungswahrscheinlichkeit mit Zertifikat schon nach einem Jahr um 17 Prozentpunkte über der Vergleichsgruppe. Eine Anerkennung führe demnach sehr schnell zu positiven Arbeitsmarkteffekten und diese blieben auch über die Zeit bestehen, so die Autoren der Untersuchung.

Erforscht wurde zudem, welche Lohneffekte die Feststellung der Gleichwertigkeit von im Ausland erworbenen Berufsqualifikationen nach sich zieht. Zwölf Monate nach der Anerkennung steigen demnach die Tagesverdienste von Personen mit nachgewiesener Qualifikation um rund acht Prozent im Vergleich zu der Gruppe, die keine Anerkennung beantragt hat. Im Zeitverlauf steigt sie drei Jahre nach der Anerkennung auf 20 Prozent. Danach verbleibe sie bei durchschnittlich 16 Prozent, hieß es.

Nur jeder Dritte stellt einen Antrag

Trotz der hohen positiven Wirkungen einer Anerkennung stellte der Studie zufolge nur gut jeder Dritte (36 Prozent) einen Antrag auf Anerkennung. Die Gründe für einen Verzicht auf eine Anerkennung der Abschlüsse sind vielschichtig. Die meisten Personen geben an, dass die Anerkennung für sie nicht wichtig sei.

Es gibt jedoch auch andere Gründe: So geben knapp 7 Prozent der Personen an, dass sie nicht wissen, wie das Anerkennungsverfahren funktioniere. Knapp 6 Prozent nennen den hohen Aufwand der Anerkennungsverfahren als Grund und knapp 3 Prozent sagen, dass ihnen ein Anerkennungsverfahren zu teuer sei. Schließlich geben gut 4 Prozent an, dass ihnen wichtige Dokumente fehlen. „Vor dem Hintergrund der hohen Erträge einer Anerkennung beruflicher Abschlüsse dürfte ein Abbau der verbleibenden Hürden auch mit gesamtwirtschaftlichen Vorteilen verbunden sein“, so die Studienautoren.

Jeder zweite Antrag positiv beschieden

Von 2012 bis 2018 wurden der Studie zufolge insgesamt rund 279.000 Anerkennungsanträge gestellt. Danach wurden im Jahr 2018 insgesamt 53 Prozent der Antragsteller im Bereich der bundesrechtlich geregelten Berufe die volle Gleichwertigkeit ihrer Berufsabschlüsse bescheinigt, 36 Prozent wurde die Gleichwertigkeit unter der Auflage von Ausgleichsmaßnahmen zugesprochen. In nur 2 Prozent der Fälle wurden die Anträge auf Feststellung der Gleichwertigkeit abgelehnt.

Die Daten beruhen auf einer Erhebung, für die regelmäßig rund 5.000 Migranten unter anderem zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse und weiteren Merkmalen wie Zuzugszeitpunkt und Deutschkenntnissen befragt werden. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Die Polterdemokratie

 

Ähnliche Stimmung wie in den USA: Ein von Rechtspopulisten angeheizter Mob randaliert tagelang in den Niederlanden. Wie konnte es so weit kommen? Von André Krouwel

 

Nachdem die konservative Regierung unter Mark Rutte eine Ausgangssperre verfügt hatte, um die Zahl der Covid-Infektionen in den Niederlanden einzudämmen, kam es Ende Januar 2021 in elf niederländischen Städten zu Krawallen. Die ersten Gewaltakte ereigneten sich in kleinen religiösen Gemeinden wie Urk, einem traditionsverhafteten Fischerdorf im Osten des Landes. Aufgrund der eng vernetzten Gemeinschaft mit großen Familien, einer vom Handwerk dominierten Wirtschaft mit vielen sozialen Kontakten und der Weigerung, Gottesdienste einzustellen, wurde die dortige Bevölkerung von der Pandemie besonders hart getroffen.

Überwiegend junge „Urker“, die sich am Wochenende eher durch deutlich weniger gottesfürchtiges Verhalten hervortun, setzten die örtliche Covid-Teststation in Brand und griffen die Polizei an. In kleineren Gemeinden im Süden des Landes tranken sich jüngere Leute Mut an und begannen einen Aufstand gegen die „Diktatur“. Es folgten größere Städte wie Amsterdam, Eindhoven und Enschede, wo gar das örtliche Krankenhaus angegriffen wurde und die Bereitschaftspolizei in voller Besetzung die Ausgangssperre durchsetzen musste.

Natürlich fällt einem dabei automatisch der Mob aus Trump-Anhängern ein, der am 6. Januar gewaltsam in das US-Kapitol eindrang, einen Polizisten tötete und offenbar plante, Vizepräsident Pence und die demokratische Mehrheitsführerin im Repräsentantenhaus, Nancy Pelosi, umzubringen.

Wie konnte es so weit kommen? Die Niederlande sind weltweit bekannt für ihren gesellschaftlichen Frieden und ihre „Polder-Demokratie“: In Politik und Gesellschaft ist die Tradition tief verwurzelt, vor der Umsetzung einer politischen Maßnahme alle Beteiligten anzuhören; das führt dazu, dass auch die Opposition konstruktiv und friedlich agiert. In den letzten Jahrzehnten jedoch bröckelt dieses kulturelle und wirtschaftliche Gefüge der „Konsensdemokratie“ – wie Arend Lijphart es nennt – unter dem Druck populistischer Rhetorik, die das Vertrauen in traditionelle Institutionen und Behörden untergräbt.

Wie andere Populisten in Europa auch ereifern sich Geert Wilders (Freiheitspartei PVV) und der noch extremere Populist Thierry Baudet (Forum für Demokratie, FvD), Präventivmaßnahmen wie eine Ausgangssperre richteten sich „gegen die Freiheit“, was indes vom politischen Kartell aus Regierung und konstruktiven Oppositionsparteien „ignoriert“ werde. Auf seinem Twitter-Account polterte Baudet, seine Partei werde sich auch weiterhin gegen diese „absurde freiheitsbeschränkende Maßnahme“ wehren.

Solche Anti-Establishment-Parolen kommen bei der finsteren Koalition aus Verschwörungstheoretikern, Impfgegnern und der extremen Rechten gut an. Diese Koalition, die sich in der Corona-Pandemie gefunden hat, produziert mit Desinformation in den sozialen Medien eine explosive Stimmung aus Unzufriedenheit und Misstrauen, die auch die gewalttätigen Krawalle angeheizt hat. Obwohl sich die politische Rechte und mehr noch die extremistischen Populisten gern als Verfechter von „Recht und Ordnung“ darstellen, unterminieren sie konsequent die Spielregeln von Demokratie, Verfassung, Rechtsstaat und Pressefreiheit. Diese Entwicklung ist weltweit zu beobachten.

Zwar haben Baudet und Wilders die Krawalle in Urk und anderen Gemeinden verurteilt. Sie gossen jedoch Öl ins schwelende Feuer, als sie die gesamte politische Elite als ein geschlossenes Kartell geißelten, das die „wahren Interessen des Volkes“ verrate, und bewährte Maßnahmen wie das Tragen von Masken, Ladenschließungen und die Beschränkung sozialer Kontakte als eine unzumutbare Beschneidung der Freiheitsrechte und erste Schritte in eine „Diktatur“ kritisierten.

Die politische Rechte, die sonst die Niederschlagung von Protesten durch Polizei und sogar Armee lautstark fordert, prangerte diesmal die Wiederherstellung von Recht und Ordnung durch die lokalen Kräfte als autoritäre Maßnahme an. Wilders und besonders Baudet streuen Zweifel an der Gefährlichkeit der Pandemie oder leugnen die Todesfälle durch das Virus und verbreiten, dass man „den Statistiken nicht glauben“ könne. Die Regierung zerstöre absichtlich die Existenzgrundlage der Menschen. Selbstverständlich werfen die Populisten auch den Mainstream-Medien vor, nicht nur die Gefahren durch die Pandemie „bewusst aufzubauschen“, sondern auch über die Klimakrise „Lügen zu verbreiten“. Staatliche und öffentlich-rechtliche Rundfunkanstalten wie die NOS, heißt es, seien eher „staatliche Propagandaapparate“ als freie und kritische Medienorgane.

In einer Studie, die meine Kollegen und ich über die Akzeptanz der Maßnahmen zur Eindämmung des Coronavirus in den Niederlanden durchgeführt haben, konnten wir klar nachweisen, dass sich die politische Orientierung auf die Bereitschaft auswirkt, sich an staatliche Vorgaben zu halten, Institutionen zu vertrauen und die Politik zur Linderung wirtschaftlicher Not zu unterstützen. Je weiter rechts sich jemand politisch einordnet, desto unwahrscheinlicher ist es, dass sie oder er sich an die Maßnahmen hält. Zwar gibt es auch in der extremen Linken Ablehnung, doch der harte Widerstand gegen staatliche und politische Präventivmaßnahmen in den Niederlanden ist in der extrem konservativen (und religiösen) Rechten des politischen Spektrums angesiedelt.

Menschen mit extrem rechter und konservativer Einstellung neigen auch eher zu der Ansicht, dass die wirtschaftlichen Auswirkungen so negativ sind, dass sie Maßnahmen zur Senkung der Infektionsraten nicht rechtfertigen. In ihrer ablehnenden Haltung verbinden die Extremisten eine tief sitzende wirtschaftliche und politische Unzufriedenheit mit Ressentiments gegen die Pandemiemaßnahmen. Ein (kleiner) Teil der Bevölkerung sieht in diesen Maßnahmen keinen Schutz für andere, sondern eine Einschränkung ihrer Rechte und gar Freiheitsberaubung. So lässt sich die Covid-Pandemie problemlos für populistische Unzufriedenheit instrumentalisieren.

Eine tiefere Ursache für den Aufstieg von Extremismus und Populismus und die zunehmende Polarisierung westlicher Gesellschaften liegt jedoch in den enormen wirtschaftlichen und sozialen Verwerfungen. Die Ängste und Unsicherheiten in weiten Teilen der Gesellschaft resultieren überwiegend aus einer Machtverlagerung hin zu einer neuen, eher multikulturell ausgerichteten Generation. Diese jungen Leute sind offener für eine multikulturelle Gesellschaft, in der Identitäten fließend und erwerbbar sind.

Dagegen nehmen ältere Generationen mit einer eher statischen und zugeschriebenen Identität einen Status- und Machtverlust wahr. In den Jahrzehnten stagnierender Löhne und Renten, Kürzungen im Gesundheitswesen und im Bereich sozialer Dienstleistungen ist einer breiten Mittelschicht die Hoffnung abhandengekommen, dass es „ihre Kinder einmal besser haben werden als sie“. Vor allem fürchten sie, dass ihnen der Boden entgleitet und wirtschaftliche Sicherheit und materieller Wohlstand verloren gehen.

Viele Menschen in der Unter- und Mittelschicht unserer Gesellschaft sehen sich nicht nur von wirtschaftlicher Unsicherheit bedroht, sondern finden sich auch in der öffentlichen Debatte nicht wieder. Diese „geschröpfte Klasse“ ist mental gefangen zwischen der Angst vor einem weiteren wirtschaftlichen Niedergang und der Furcht, dass gesellschaftlicher Aufstieg für sie und ihre Kinder nicht mehr möglich ist. Viele verbinden die von der Pandemie verstärkte wirtschaftliche Unsicherheit mit einer Ablehnung von (Arbeits-)Migranten und Flüchtlingen.

Ihre Gefühlslage ist kompliziert, doch es läuft darauf hinaus, dass sie die Gesellschaft und die Wohlstandsverteilung als ungerecht empfinden. Verstärkt wird diese Wahrnehmung durch eine kleine reiche und mächtige Oberschicht, die dank der Macht ihres Geldes unverhältnismäßig viel Einfluss auf die konkreten politischen Maßnahmen ausübt. Das schmälert den Zuspruch für das politische System und untergräbt das Vertrauen der Öffentlichkeit in Institutionen und Verfahren.

Politisch aufgegriffen werden die Ängste der Unter- und Mittelschicht von extremistischen und populistischen systemkritischen Bewegungen: Trump, Wilders, Baudet und andere beschwören die Vision einer glorreichen Vergangenheit herauf, in der die „weiße“ Bevölkerung wirtschaftlich und kulturell dominant war. Populisten verstärken ihre Botschaften durch hysterische und verlogene Social-Media-Aktivitäten einschließlich des Mikrotargeting anfälliger Gruppen, formulieren aber weder konkrete politische Forderungen, noch überführen sie ihre Ideen in praktische Maßnahmen, mit denen sie ihrer Anhängerschaft helfen könnten: Ihr politisches Projekt beschränkt sich auf einen unablässigen und ständig eskalierenden Kulturkrieg gegen „Globalisten“, „Sozialisten“ und „Verräter am wahren Volk“.

Damit liefern sie ohne jeden Zweifel ein Rezept für gewaltsame Aufstände. Zwar unterscheiden sich die Krawalle in den Niederlanden deutlich von den Geschehnissen in Washington – nur sehr wenige Niederländer besitzen Schusswaffen –, doch herrscht eine auffällig ähnliche Stimmung. Auch wenn die Gruppe derer, die die Pandemiemaßnahmen entschieden ablehnen, in den Niederlanden noch recht klein ist, grassiert durchaus eine Denkweise und Gesinnung, der zufolge ein „Krieg“ tobt und „sich das Land in die falsche Richtung bewegt“. Sobald gewaltbereite rechtsextreme Gruppierungen mitmischen und wütende Mobs organisieren wie den, der am 6. Januar das US-Kapitol stürmte, beginnt eine neue Phase des demokratischen Niedergangs.

Man kann diese Entwicklungen aus zweierlei Blickwinkel betrachten. In einer optimistischen Sicht der Dinge stärkt die Covid-Pandemie das Vertrauen in eine gemäßigte und pragmatische Politik mit praktikablen Lösungen, die darauf abzielen, dem Gemeinwohl (Gesundheit und Sicherheit) Priorität einzuräumen, auch wenn sie massive wirtschaftliche Probleme mit sich bringen – diese Abwägung wird von den Menschen unterstützt.

Eine pessimistischere Sichtweise wäre, dass das populistische Projekt durch die Covid-Pandemie befördert wird. Populisten erhalten die Gelegenheit, hysterisch das nahe Weltenende und die Zerstörung der Zivilisation zu beschreien. Sie zeichnen ein apokalyptisches Bild der Niederlande und anderer liberaler Demokratien, in denen angeblich eine arrogante Elite aus Politikerinnen, Journalisten und Wissenschaftlerinnen das Sagen hat. Diese „Intrige“ zerstöre die „boreale“ (also weiße) Welt, statt die wahre niederländische (oder französische, amerikanische, englische, deutsche und so weiter) Bevölkerung zu schützen.

Baudet bedient sich offen antisemitischer und nationalsozialistischer Phrasen, wenn er erklärt, dass der niederländische „Selbsthass“ eine „Umvolkung“ mit sich bringe, weil eine „ungezügelte Einwanderung die homöopathische Verdünnung des niederländischen Volkes“ nach sich ziehe. Er ruft zu Gewalt gegen die „Arroganz“ der Elite auf und fordert eine „Auferstehung des niederländischen Volkes“. In der europäischen Zusammenarbeit sehen die Populisten, wie schon die Brexiteers, eine Schwächung der nationalen Souveränität statt eines Koordinierungsmechanismus zur Lösung internationaler Probleme wie der Pandemie und des Klimawandels.

„Es wird nie wieder einen Holländer geben“, lautet ein berühmter Spruch Baudets. Hier stimme ich ihm zu: Die populistische Rhetorik und die manipulative Aushöhlung demokratischer und konstitutioneller Prinzipien zerstören unsere klassische weithin bewunderte Konsensdemokratie, unseren pragmatischen und unideologischen Ansatz zur Bewältigung sozialer Probleme. Mit einem Führungspersonal wie Baudet und Wilders wären die Niederländer schon vor vielen Jahrhunderten abgesoffen. IPG 9

 

 

 

Nebenan. Fluchtursachen: ein Spoiler

 

Wann immer wir von Flüchtenden reden, fängt irgendwer eine Diskussion über Fluchtursachen an, um davon abzulenken, dass irgendwo Menschen auf Hilfe warten - und um konkrete Menschen in abstrakte Vorstellungen umzuformen.

Wer einem Ertrinkenden keinen Rettungsring zuwirft und stattdessen lieber eine Diskussion über eine höhere Reling anregt, ist aber nicht nur ein Zyniker der widerlichsten Sorte. Normalerweise findet diese angeregte Diskussion auch nicht mehr statt, wenn erst einmal keine Luftblasen mehr durch die Wellen brechen. Es wäre daher bereits eine Übertreibung, von einer Ablenkungsdebatte zu sprechen: Es ist die Ankündigung einer Ablehnungsdebatte, die von der eigentlichen Not ablenken soll – wenn schon nicht uns, dann zumindest sich selbst.

„Der reiche Norden hat sich praktisch alle verfügbaren Impfdosen gesichert. Im Umkehrschluss bedeutet das, dass für den Rest der Welt nichts übrig ist…“

Geben wir all den xenophoben Zynikern daher einfach mal die Chance, diese Ablenkungsdebatte dieses eine Mal schon zu führen, bevor es zu spät ist: Der reiche Norden hat sich praktisch alle verfügbaren Impfdosen gesichert. Im Umkehrschluss bedeutet das, dass für den Rest der Welt nichts übrig ist – mal abgesehen davon, dass sowieso vielen Ländern das Geld fehlt, überhaupt Impfdosen einzukaufen oder diese unter 70 °C zu kühlen.

Was jedoch passiert, wenn sich Corona in der Zweiten und Dritten Welt zu einer dauerhaften Seuche entwickeln sollte, die die Leben von Milliarden dominiert, während die Erste Welt mithilfe immer wieder neuer Impfungen selbst gegen die immer neuen Mutanten ordentlich gewappnet ist, braucht nicht einmal Fantasie: Florida hatte, aufgrund des in den USA nicht vorhandenen Meldewesens und des dank Trump nicht vorhandenen Impfplans, vor Wochen kurzerhand beschlossen, praktisch allen Menschen vor Ort eine Impfung zukommen zu lassen, statt wie bei Wahlen einfach Millionen auszuschließen – solange der Vorrat reicht natürlich.

„So, wie heute reiche Brasilianer nach Miami jetten, um sich impfen zu lassen, werden sich vielleicht bald Ghanaer oder Ägypter, die sich die Reise nicht finanzieren können, der Coronatyrannei durch Flucht nach Europa entziehen wollen.“

In der Folge kam es bereits zu einer Form von Impftourismus, bei dem Menschen nicht nur aus den gesamten USA, sondern Menschen aus der ganzen Welt, die das nötige Kleingeld und die nötige Einreiseerlaubnis hatten (üblicherweise das Gleiche), lokale Impfzentren in Florida besuchten, um sich dort impfen zu lassen. Mittlerweile soll diese Möglichkeit nicht mehr bestehen, doch überall auf der Welt häufen sich Hinweise darauf, dass einfluss- und/oder geldreiche Personen die jeweiligen Impfregeln umgehen können, um früher an den begehrten Impfstoff zu kommen, als ihnen zustünde; teils gar in einem Maße, der die grassierende Impfskepsis bezwingt, wie beispielsweise die Deutsche Welle aus Polen berichtete: Wenn die Promis sich darum reißen, vor allen anderen geimpft zu werden, muss der Scheiß ja gut sein.

Mit breiterer Verfügbarkeit der Impfdosen wird sich dies nur verschieben: Sind es heute wohlhabende Erben, die armen Rentnern die lebensrettende Impfung vorenthalten, weil nun einmal alles einer kapitalistischen Verwertungslogik unterworfen werden muss, sind es morgen wohlhabende Europäer, die armen Afrikanern die lebensrettende Impfung vorenthalten. So, wie heute reiche Brasilianer nach Miami jetten, um sich impfen zu lassen, werden sich vielleicht bald Ghanaer oder Ägypter, die sich die Reise nicht finanzieren können, der Coronatyrannei durch Flucht nach Europa entziehen wollen. Wir werden uns dann aus einem weiteren Grund mit Wasserleichen auseinandersetzen müssen. Irgendwer wird dann sicher von Fluchtursachen reden und andeuten, dass die 25 Dosen, die laut WHO bisher in einem ungenannten, armen Land verimpft wurden, vielleicht zu wenig waren. Und dann werden wir wohl doch nur wieder zur Tagesordnung übergehen. MiG 9

 

 

 

 

Suche nach Zukunfskompetenz: SPD geht begrünt in den Wahlkampf

 

Die SPD will als Partei der Zukunft gesehen werden. Das ist die Kernaussage des Beschlusses nach der Parteiklausur vom letzten Wochenende. Das ist nicht verkehrt, denn der Partei wird wenig Zukunftskompetenz zugesagt. Doch es fehlt der sprichwörtliche Rote Faden. Von: Philipp Grüll

 

„Nach vorne in die neue Zeit!“ Unter diesem Motto trat Saskia Esken 2019 den Parteivorsitz der SPD an, gemeinsam mit Norbert Walter-Borjans. Damals unterlag ihnen Finanzminister Olaf Scholz im Tandem mit Klara Geywitz. Inzwischen ist Scholz SPD-Kanzlerkandidat, und auch er trägt den Ruf nach Neuem auf den Lippen: „Zukunftsmission für unser Land“ lautet der Titel eines Dokuments, dass die Partei am Wochenende in einer Klausur beschlossen hatte, und das als Eckpfeiler des kommenden Wahlprogramms gelesen werden darf.

Konkret will die Partei in vier Themenbereichen ihre Zukunftskompetenz beweisen: Klimaschutz, Digitalisierung, Mobilität und Klimawandel. Gleich zwei davon sind eigentlich grüne Kernkompetenz, die Digitalisierung verortet man öfter bei der FDP, so Uwe Jun, Politikwissenschaftler und Professor an der Universität Trier im Gespräch mit EURACTIV Deutschland. Was hat die SPD da vor?

Zwei Finanzskandale beschäftigen derzeit die deutsche Politik: Die Affären Wirecard und Cum-Ex. Olaf Scholz, Finanzminister und SPD-Kanzlerkandidat für die Wahl 2021, steht in beiden Fällen im Fokus. Schon bevor die Verantwortung geklärt ist, kratzt das am Bild des besonnenen Vollprofis.

Wo ist der SPD-USP?

„Sie nimmt aktuelle Probleme auf und verspricht vieles“, so Jun. Das seien die zentralen Probleme unserer Zeit, viele Parteien würden aktuell von sich behaupten, etwas für Gesundheit, Klimaschutz und Digitalisierung tun zu wollen. Doch was Jun fehlt, ist der SPD-Parteikern, der sprichwörtliche rote Faden: Das Soziale.

Zwar lautet ein Slogan des Dokuments „Sozial. Digital. Klimaneutral.“, doch „verbindet die Partei den Sozialaspekt nicht mit den anderen Bereichen“. Sie nimmt aktuelle Probleme auf, doch lasse dabei Kohärenz vermissen. Es fehle der einzigartig rote Zugang zu Themen, die andere Parteien ebenfalls – und daher vermutlich auf ähnliche Weise – in Angriff nehmen werden.

Das sagt auch Oskar Niedermayer, Politikwissenschaftler von der Freien Universität Berlin. „Das hätte so auch von den Grünen oder von der CDU kommen können“, so Niedermayer im Gespräch mit EURACTIV Deutschland. Er betont aber, dass das nicht weiter verwunderlich sei: denn noch liegt ja kein Wahlprogramm vor, sondern nur ein Beschluss, der vor allem „Zukunfssicherheit“ vermitteln soll.

Bundesfinanzminister Olaf Scholz plant für das kommende Jahr mindestens 160 Milliarden Euro an neuen Schulden und damit weitaus mehr als bisher bekannt.

Jun ist außerdem nicht klar, wieso gerade die SPD grüne Themen so fokussiert. Denn damit bei grünen WählerInnen zu fischen, sei wenig aussichtsreich, hätten diese doch in der Klimakompetenz stets die Nase vorn. Alternativ könnte es als Annäherung verstanden werden, um eine Koalition vorzubereiten – doch das wäre gar nicht notwendig, so Jun, denn die SPD habe sowieso nur mit den Grünen gemeinsam eine Chance auf Mehrheitsbildung, den Willen hätten sie also gar nicht mehr bekunden müssen, so Jun.

Die Vergangenheit habe gezeigt: „Vergrünungsaktionen bringen der SPD wenig, zumindest keine großen Wahlerfolge, solange die Grünen in der Opposition sind“, so Jun. Denn dort konnten sie Glaubwürdigkeit aufbauen, die man in der Regierungsverantwortung fast zwangsweise einbüßt – genau das sei übrigens auch der SPD passiert, so Jun. Man denke an die Agenda 2010 oder die innerparteilichen Streitigkeiten der letzten Jahre.

Niedermayer erklärt sich das so: Die SPD positioniere sich damit im Klimaschutz zwischen Grünen und Union. Grüne wollen staattliche Verbote, während CDU, CSU (und FDP) auf den Markt vertrauen, etwa durch Emissionshandel. Die SPD will staatliche Eingriffe, aber nur begrenzt.

Unterm Strich liest sich dieser Beschluss wie „der Versuch, dabei zu sein“, so Jun. Offensichtlich relevante aktuelle Themen werden aufgegriffen, doch das reiche noch nicht zur Abgrenzung gegenüber anderen Parteien. Jun vermisst das eindeutige Profil, das die Partei nur durch eine breite Einwebung sozialer Gerechtigkeit in sämtliche Zukunftsfragen bekäme.

Bundesfinanzminister Olaf Scholz (SPD) hat erneut die Strategie der Europäischen Union beim Einkauf von Corona-Impfstoffen kritisiert, nachdem EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen diese zuvor aufs Neue verteidigt hatte.

Bislang haben laut Our World in Data die EU-Länder nur knapp 4% ihrer …

Neue EU-kritische Töne

Außerdem vermisst Jun eine stringente Linie beim Thema Europa. Die SPD ist traditionell eine proeuropäische Partei, und auch der aktuelle Parteibeschluss fordert ein „starkes, souveränes Europa“, etwa im Wettkampf mit digitalen Firmen aus den USA und China.

Doch Scholz ließ am Wochenende aufhorchen, als er Brüssels Vorgehen bei der Impfstoffbeschaffung kritisierte. „Ich bin wütend über einige der Entscheidungen, die letztes Jahr getroffen wurden“, sagte Scholz gegenüber BBC Radio am Samstag (6. Februar). „Ich denke, es gab die Möglichkeit, mehr Impfstoffe zu bestellen.“

Jun fehlt daher im Europa-Bild der SPD „eine Klarheit der Positionierung“. Niedermayer sieht das anders, die SPD sei weiterhin eine klar pro-europäische Partei – die Impfkritik habe sich primär gegen den Koalitionspartner gewidmet, die Brüssel-Kritik war eher ein Querschläger. EA 9

 

 

 

 

Studie. Benachteiligte fühlen sich von Migranten bedroht – und wählen AfD

 

Menschen mit Benachteiligungsgefühlen sehen sich durch Migranten bedroht und würden eher als andere AfD wählen. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor, die Treiber gesellschaftlicher Spaltungen untersucht.

Menschen, die ihre eigene gesellschaftliche Gruppe als benachteiligt wahrnehmen, sind unzufriedener mit der Demokratie als andere, sehen in Migranten tendenziell eine Bedrohung und würden eher die AfD wählen. Das ergab eine Untersuchung aus dem Exzellenzcluster „Religion und Politik“ der Westfälischen Wilhelms-Universität Münster.

„Unsere Analysen zeigen, dass sich insbesondere ältere Menschen mit einem niedrigeren Bildungsgrad in ländlicheren Regionen benachteiligt fühlen und das Gefühl haben, der Gesellschaft seien Leute wie sie egal“, erläutern die Psychologen Mitja Back und Studienleiter Michael Bollwerk. Die Studie wird in der Fachzeitschrift „European Journal of Psychological Assessment“ erscheinen.

 „Gesellschaftliche Konflikte und der damit verbundene Aufstieg rechtspopulistischer Parteien haben im Zuge der voranschreitenden Globalisierung in den vergangenen Jahren spürbar zugenommen“, erläutern die Forscher. Während ein Teil der Bevölkerung von der Modernisierung profitiere, fühle sich ein anderer Teil hierdurch benachteiligt.

2.500 Personen befragt

Um zu erforschen, was die subjektiv ausgegrenzten Personen charakterisiert und in welchen gesellschaftlichen Bereichen sich diese Gefühle abspielen, haben die Wissenschaftler Interviews mit Vereinen sowie zwei große Online-Befragungen durchgeführt. Von August bis November 2019 nahmen gut 2.500 Personen an den Online-Befragungen teil.

„Mit der aktuellen Teilstudie wollen wir zu einem besseren Verständnis von gesellschaftlicher Unzufriedenheit beitragen“, so Psychologe Mitja Back. Dies sei gerade in Zeiten einer erhöhten Unsicherheit durch gesellschaftliche Krisen wie der aktuellen Corona-Pandemie wichtig, in der etwa Verschwörungsideologien verstärkt Zuspruch fänden. Zukünftige Studien sollen die Entwicklungsbedingungen von Benachteiligungsgefühlen analysieren. (exc/vvm/sca/mig 12)

 

 

 

Steigende Spendenbereitschaft. Drei Viertel aller Spenden für humanitäre Hilfe

 

Die Spendenbereitschaft in Deutschland ist in der Corona-Pandemie gestiegen. Insgesamt wurden 5,4 Milliarden Euro gespendet. Dem Deutschen Spenderat zufolge gingen drei von vier Euro an humanitäre Hilfen.

Die Menschen in Deutschland haben im vergangenen Jahr etwa 5,4 Milliarden Euro an gemeinnützige Organisationen gespendet. Das sind rund 260 Millionen Euro mehr als 2019, wie der Deutsche Spendenrat am Dienstag in Berlin mitteilte. Es ist das zweitbeste Ergebnis seit Beginn der Erhebung im Jahr 2005. Gegenüber 2019 ist es ein Anstieg um 5,1 Prozent. Zugleich ging die Anzahl der Spenderinnen und Spender um eine halbe Million zurück (minus 2,6 Prozent).

Bei der Vorstellung der Studie „Bilanz des Helfens“ erklärte der Geschäftsführer des Deutschen Spendenrates, Max Mälzer, den positiven Trend unter anderem mit den fehlenden Konsumausgaben durch den Lockdown. Dadurch hätten manche Haushalte mehr Geld zur Verfügung. Auffällig sei, dass sich die Spendenbereitschaft parallel zu den Infektionszahlen und Lockdown-Maßnahmen in den jeweiligen Monaten entwickelte.

Generation 70plus spendet am meisten

Das Marktforschungsinstitut GfK in Nürnberg untersucht jährlich im Auftrag des Spendenrates das Spendenverhalten der Deutschen. Die Analyse basiert auf einer regelmäßigen repräsentativen Stichprobe von 10.000 deutschen Teilnehmern ab zehn Jahren. Nicht enthalten sind etwa Erbschaften, Unternehmensspenden sowie Spenden an politische Parteien und Organisationen.

Nach wie vor spendet die Generation 70plus demnach am meisten. Ihr Anteil am Gesamtspendenvolumen stieg von 40,8 Prozent auf 43,8 Prozent. Zugelegt hat auch in dieser Altersgruppe das durchschnittliche Spendenvolumen von 344 auf 402 Euro pro Spender. Zugleich verzeichnet die Generation 70plus den deutlichsten Rückgang an Spendern.

Durchschnittlich 40 Euro

Die durchschnittliche Spende betrug 2020 genau 40 Euro, drei Euro mehr als im Vorjahr. Die durchschnittliche Spendenhäufigkeit pro Spender blieb mit sieben dagegen gleich. Beide Faktoren seien „maßgebliche Garanten für das deutlich steigende Gesamtspendenvolumen“, sagte Bianca Corcoran-Schliemann von der GfK.

Demnach haben im vergangenen Jahr rund 19 Millionen Menschen Geld an gemeinnützige Organisationen oder Kirchen gespendet, etwa 28,5 Prozent der relevanten Bevölkerung ab zehn Jahren. Im Vergleich zum Vorjahr waren das etwa eine halbe Million Menschen weniger.

Drei Viertel der Spenden für humanitäre Hilfe

Drei Viertel der Spenden (75,6 Prozent) flossen in die humanitäre Hilfe. Dabei steigerte die Not- und Katastrophenhilfe ihren Anteil am Gesamtspendenvolumen um drei Prozentpunkte auf knapp 18 Prozent. Auch Tierschutz sowie Kultur- und Denkmalpflege legten deutlich zu. Die Spenden für Sportvereine gingen dagegen merklich zurück. Der pandemiebedingte Rückgang der Kollekten drückte auch auf die Einnahmen der kirchlichen Hilfsorganisationen (minus 3,7 Prozentpunkte). Ihr Spendenanteil im Bereich humanitäre Hilfe lag 2020 bei 23,6 Prozent.

Insgesamt konnten konfessionelle Organisationen bei den Spenden aber geringfügig zulegen. Ihr Anteil wuchs um 0,5 Prozentpunkte auf 23,4 Prozent. Dabei legten katholische Organisationen um ein Prozentpunkt zu, während evangelische Organisationen einen leicht sinkenden Anteil am Gesamtmarkt verbuchen mussten (minus 0,5 Prozentpunkte). Die Top 25 nicht konfessioneller Organisationen konnten den positiven Trend der Vorjahre nicht fortsetzen. Ihr Anteil am Gesamtspendenaufkommen sank von 30,1 Prozent (2019) auf 27,5 Prozent (2020). (epd/mig 17)

 

 

 

Mehr als 900 Angriffe auf Muslime und Moscheen im Jahr 2020

 

Im vergangenen Jahr hat es laut einem Bericht der „Neuen Osnabrücker Zeitung“ (Montag) wieder mehr Übergriffe auf Muslime und muslimische Einrichtungen wie Moscheen in Deutschland gegeben - und das trotz der Corona-Beschränkungen des öffentlichen Lebens.

Mindestens 901 islamfeindliche und antimuslimische Straftaten registrierten die Behörden bundesweit, ein Plus von knapp zwei Prozent gegenüber dem Jahr 2019 mit 884 Übergriffen. Das geht aus der Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Linken hervor, die der Zeitung vorliegt. Die endgültigen Zahlen für 2020 dürften laut Links-Fraktion noch steigen, weil erfahrungsgemäß in den nächsten Wochen noch etliche Nachmeldungen dazukommen.

Bei den Taten wurden demnach 48 Menschen verletzt. Das waren deutlich mehr als 2019, als 34 Menschen Verletzungen davontrugen, allerdings auch zwei Menschen starben. Die Behörden registrierten alleine in 77 Fällen Anschläge, Schmierereien und Schändungen auf und von Moscheen. In den meisten Fällen waren die Täter Rechtsextreme. Damit setzte sich ein seit zwei Jahren anhaltende Anstieg fort. 2018 waren es 824 Taten gewesen, 2019 genau 884 und 2020 nun 901 Taten. Nur zuvor, im Jahr 2017, als die Behörden zum ersten Mal Daten zu islamfeindlichen Straftaten ausgewertet haben, hatten die Behörden mit 950 Straftaten noch deutlich mehr registriert.

„Wir haben es bei den gemeldeten Straftaten nur mit der Spitze des Eisberges zu tun“

Zu den erfassten Straftaten zählen etwa Hetze gegen Muslime oder muslimische Flüchtlinge im Netz (sogenannte Hasskommentare), Drohbriefe und Angriffe auf Kopftuch tragende Frauen oder erkennbar muslimische Männer auf der Straße. Zudem gehören auch Sachbeschädigung und Nazi-Schmierereien an Häusern und Moscheen dazu. Über die Höhe der Schäden hatten die Behörden keine Erkenntnisse.

„Wir haben es bei den gemeldeten Straftaten nur mit der Spitze des Eisberges zu tun“, sagte Linken-Innenexpertin Ulla Jelpke. Denn obwohl es wegen der Corona-Auflagen weniger Gelegenheit für Straftaten im öffentlichen Raum gegeben habe, seien die Zahlen angestiegen. Zudem werde ein Großteil der Übergriffe von Betroffenen aus Scham oder Scheu vor den Behörden gar nicht erst zur Anzeige gebracht. Jelpke forderte ein wirksames Antidiskriminierungsrecht, „damit es nicht nur bei Lippenbekenntnissen im Kampf gegen die Diskriminierung von Muslimen bleibt“. (kna-8)

 

 

 

 

Hanau. Soziologe fordert entschiedeneres Vorgehen gegen Rechtsterrorismus

 

Am 19. Februar jährt sich der rassistische Anschlag in Hanau mit zehn Mordopfern. Eine Angehörige und ein Extremismusforscher fordern mehr Konsequenzen. Es gibt Kritik für Polizei und Lob für die Stadtgesellschaft.

Der Jenaer Soziologe und Rechtsextremismusforscher Matthias Quent hat entschiedenere Maßnahmen gegen Rechtsterrorismus in Deutschland gefordert. Seit 1990 habe es nach Angaben des Bundesinnenministeriums 109 Opfer rechtsterroristischer Taten gegeben, nach Angaben von Initiativen gegen Rechtsextremismus rund 200 Opfer, sagte er am Donnerstag anlässlich eines vom Mediendienst Integration mit Sitz in Berlin organisierten Gesprächs zum Jahrestag des rassistischen Anschlags in Hanau am 19. Februar 2020. Viele der Anschläge seien aber nicht aufgeklärt worden.

Der Direktor des Jenaer Instituts für Demokratie und Zivilgesellschaft (IDZ) kritisierte, dass es in Deutschland anders als in Großbritannien oder den USA noch kein Strafgesetz gegen Hasskriminalität gebe. Viele rassistische Taten, die aus der Mehrheitsgesellschaft heraus begangen würden, würden nicht als extremistische Kriminalität begriffen. Auch sei die Polizei für die Erkennung und Erfassung solcher Taten noch unzureichend ausgebildet.

Soziologe: Rechtsterror hat immer einen Kontext

Den Anschlägen von Hanau 2020, Halle 2019 und dem Mord an Walter Lübcke 2019 sei gemeinsam: „Das primäre Mordmotiv war Rassismus“, erklärte Quent. Zwar hätten die Täter die Morde alleine begangen, „aber niemand radikalisiert sich im luftleeren Raum“, sagte der Soziologe. „Rechtsextremistischer Terror ist nicht auf Strukturen angewiesen, hat aber immer einen Kontext.“ Der Wissenschaftler betonte: „Es liegt in der Hand der Gesellschaft, die Wahrscheinlichkeit von rassistischen Taten zu minimieren.“

Die Anschläge von 2019 und 2020 hätten eine Sensibilisierung gegen Rechtsterrorismus in Deutschland bewirkt, befand Quent. Die Bildung eines Kabinettausschusses der Bundesregierung zur Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus und seine ersten Maßnahmen gingen in die richtige Richtung.

Angehörige fordern Aufklärung

Die Schwester des am 19. Februar 2020 in Hanau ermordeten Hamza Kurtovic, Ajla Kurtovic, beklagte, dass die Angehörigen immer noch nicht genau wüssten, was in der Tatnacht geschah. Überlebende hätten berichtet, dass die Polizei überfordert gewesen sei. Beamte hätten ihren Eltern am späten Abend auf Anfrage nicht mitgeteilt, dass ihr Bruder tödlich verwundet in einem Krankenhaus lag und kurz nach Mitternacht starb. Den Leichnam hätten sie erst eine Woche später in der Gerichtsmedizin sehen dürfen. „Bisher hat es kein Gesprächsangebot der Polizei und keine Entschuldigung gegeben“, sagte Kurtovic.

Nur die Generalstaatsanwaltschaft und das Bundeskriminalamt hätten im vergangenen Juni ein Gespräch mit den Angehörigen der Opfer geführt. „Wir Angehörigen wünschen, dass die Tat lückenlos aufgeklärt wird“, betonte Kurtovic. „Ich vertraue auf den Rechtsstaat, dass er alles tut, um solche Taten zu verhindern“, sagte Kurtovic. „Aber das Vertrauen wird immer wieder auf eine sehr harte Probe gestellt.“

Kurtovic: Hanau hat zusammengehalten

Die Solidarität der Stadtgesellschaft nach dem Anschlag sei riesig gewesen, berichtete Kurtovic. „Auch von Unbekannten haben wir so viel Solidarität und Unterstützung erfahren. Oberbürgermeister Claus Kaminsky (SPD) war von Tag eins an an unserer Seite. Hanau hat zusammengehalten.“

„Ich hätte mir niemals vorstellen können, das ein Hanauer Hanauer erschießt“, sagte der Opferbeauftragte der Stadt, Andreas Jäger. „Wir müssen jeden Tag für Demokratie und Vielfalt kämpfen, die Demokratie verteidigen und erlebbar machen.“ Die Stadt habe zu Monatsbeginn ein „Zentrum für Demokratie und Vielfalt“ gegründet und strebe eine breite zivilgesellschaftliche Beteiligung an. (epd/mig 12)

 

 

 

Papst wirbt für Wirtschaft ohne Ausbeutung der Menschen

 

Papst Franziskus hat konkrete Aktionen gefordert, um Ausbeutung, Sklaverei und Menschenhandel ein Ende zu bereiten. Dies gelte umso mehr, da die Corona-Krise hier fruchtbaren Boden biete. Besonders nimmt der Papst in seiner Videobotschaft zum katholischen Weltgebetstag gegen Menschenhandel an diesem Montag die Wirtschaft in die Pflicht.  Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

Den Gebetstag hatte Papst Franziskus 2015 ausgerufen, seitdem findet er jährlich immer am 8. Februar statt. Ein Gebets- und Besinnungstag, der aus Sicht des Papstes nach wie vor dringend nötig ist:

„Dieser Tag ist wichtig, weil er uns allen dabei hilft, uns an dieses Drama zu erinnern und dazu ermutigt, nicht aufzuhören, gemeinsam zu beten und zu kämpfen. Mögen die Überlegungen und Erkenntnisse immer von konkreten Gesten begleitet sein, die auch Wege der gesellschaftlichen Emanzipation eröffnen. Das Ziel ist, in der Tat, dass jeder versklavte Mensch wieder freier Protagonist seines eigenen Lebens wird und aktiv seinen Teil zum Gemeinwohl beitragen kann.“

Das Gebet bezeichnete Franziskus in seiner Videobotschaft dabei als wichtigen Faktor:„Das Gebet berührt das Herz und stößt zu konkretem Handeln an“

„Das Gebet berührt das Herz und stößt zu konkretem Handeln an, zu innovativen und mutigen Aktionen, die auch Risiken auf sich zu nehmen wissen, indem sie auf die Macht Gottes vertrauen.“

Wirtschaft ohne Menschenhandel

Der Weltgebets- und Besinnungstag gegen Menschenhandel wird 2021 zum siebten Mal begangen. Das Motto lautet diesmal: Wirtschaft ohne Menschenhandel. Dementsprechend macht Franziskus in seiner Botschaft deutlich, dass die Wirtschaft im Kampf gegen Menschenhandel auch sehr viel tun kann, zumal sich die Lage für viele Menschen während der Corona-Pandemie noch einmal verschlechtert habe. Konkret ruft der Papst daher zu einer Wirtschaft auf, die Sorge für die Arbeit trägt, indem sie

„Arbeitsmöglichkeiten schafft, mit denen die Arbeiter nicht durch entwürdigende Arbeitsbedingungen und kräftezehrende Arbeitszeiten ausnutzt werden. Die Covid-Pandemie hat Ausbeutung im Arbeitsbereich verschlimmert und verschärft; der Verlust von Arbeitsplätzen hat zudem viele Menschen benachteiligt, die Opfer von Menschenhandel waren und sich gerade wieder etwas aufbauten und bei der gesellschaftlichen Wiedereingliederung waren“, gibt Papst Franziskus zu bedenken.

„Die Covid-Pandemie hat Ausbeutung im Arbeitsbereich verschlimmert und verschärft“

Der Papst mahnt daher, auch unter Anspielung auf seine Enzyklika „Fratelli tutti“, Solidarität und eine soziale Wirtschaft an. Auch die Regeln des Marktes müssten dergestalt sein, dass sie Gerechtigkeit und nicht nur die Interessen einiger weniger förderten. Menschenhandel fällt laut dem Papst da besonders auf fruchtbaren Boden, wo ein neoliberaler Kapitalismus vorherrscht, die Märkte nicht geregelt sind und es nur um Profit geht – ohne Limit. Auch Ethik, soziale Fragen oder Auswirkungen auf Mensch und Umwelt spielten hier keine Rolle, kritisiert Franziskus. Er appelliert daher eindringlich:

„Es braucht den Mut, legitimen Gewinn mit der Förderung von Arbeitsplätzen und menschenwürdigen Arbeitsbedingungen zu verbinden. In Zeiten großer Krisen, wie der aktuellen, ist dieser Mut noch nötiger: In der Krise wuchert der Menschenhandel, wie wir alle wissen: Das sehen wir jeden Tag. In der Krise breitet sich Menschenhandel aus; deshalb müssen wir eine Wirtschaft stärken, die auf die Krise nicht kurzsichtig, sondern nachhaltig und standhaft reagiert.” (vn 8) 

 

 

 

 

Rechtsextreme Straftaten. Mindestens 307 Verletzte und neun Tote im vergangenen Jahr

 

Die Zahl rechter Gewalt- und Straftaten ist deutlich angestiegen. Dabei wurden mindestens 307 Personen verletzt und neun getötet. Das teilt die Bundesregierung auf eine parlamentarische Anfrage d er Linksfraktion mit.

Rechte Gewalt und Straftaten haben nach Angaben der Bundesregierung im vergangenen Jahr gegenüber 2019 zugenommen. Die Polizei stellte nach vorläufigen Erkenntnissen bundesweit insgesamt 23.080 Straftaten von Neonazis und anderen Rechtsextremisten fest, darunter 1.054 Gewalttaten, teilte die Bundesregierung am Donnerstag auf eine parlamentarische Anfrage von Bundestagsvizepräsidentin Petra Pau (Linke) und der Linksfraktion mit.

Das sind über 700 Straftaten mehr als 2019. Die Anzahl rechter Gewalttaten stieg im Vergleich zum Vorjahr um 68. Mindestens 307 Personen wurden dabei von rechten Gewalttätern verletzt, neun getötet. Die Toten sind die Opfer des Anschlags vom 20. Februar 2020 in Hanau.

Wie aus der Antwort weiter hervorgeht, ermittelte die Polizei knapp 6.000 Tatverdächtige. Den monatlichen Auswertungen zufolge gab es lediglich 61 Festnahmen und sechs Haftbefehle, darunter gegen Mitglieder einer der rechtsterroristischen Vereinigung „Gruppe Werner S.“. Die Gruppe habe mit Angriffen auf Politiker, Asylsuchende und Muslime bürgerkriegsähnliche Zustände herbeiführen wollen.

123 antisemitische Straftaten

Auch Juden und jüdische Einrichtungen sind weiterhin Ziel rechtsextremer Attacken. Allein im Dezember zählte die Polizei bundesweit 123 Straftaten mit antisemitischem Hintergrund, darunter zwei Gewaltdelikte in Bayern und Nordrhein-Westfalen. Die meisten antisemitischen Taten im Dezember gab es in Berlin (24). Es folgen Bayern und Thüringen mit jeweils 13, Sachsen mit zwölf und Brandenburg mit elf Straftaten. Ebenfalls noch zweistellig ist Niedersachsen mit zehn Fällen.

Die Zahlen der Polizeibehörden sind vorläufig, in der Regel gibt es noch Nachmeldungen in den ersten Monaten. 2001 hatte die Polizei bundesweit das Erfassungssystem „Politisch Motivierte Kriminalität (PMK)“ eingeführt. Bisheriger Höchststand war 2016 mit 23.555 rechten Delikten. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Kinderkrankengeld gehört in die Steuererklärung

 

Neustadt a.d. Weinstraße - Das eigene Kind ist krank oder bleibt aufgrund der Corona-Pandemie-Maßnahmen zu Hause? Dann erhalten Eltern Kinderkrankengeld. Welche Bedingungen dafür gelten und was das mit der Steuererklärung zu tun hat, erklärt der Lohnsteuerhilfeverein Vereinigte Lohnsteuerhilfe e. V. (VLH).

Doppelt so viele Kinderkrankentage in 2021

Die Bundesregierung hat die Zahl der Tage, an denen Kinderkrankengeld bezogen werden kann, verdoppelt. Und zwar rückwirkend zum 5. Januar. Das bedeutet: Im Jahr 2021 gibt es pro Elternteil 20 Tage pro Kind und für Alleinerziehende 40 Tage pro Kind. Mit der Anzahl der Kinder erhöht sich die Zahl der Tage, sodass maximal 45 beziehungsweise 90 Kinderkrankentage möglich sind.

Kinderkrankengeld jetzt auch für Corona-Maßnahmen

Das Kinderkrankengeld ersetzt in der Regel 90 Prozent des Nettogehalts. Arbeitnehmer beantragen es bei ihrer Krankenkasse – nämlich im Normalfall, wenn sie ihr krankes Kind zu Hause betreuen und deshalb nicht arbeiten können. Das gilt aber nur für Kinder, die unter 12 Jahre alt und gesetzlich mitversichert sind.

In diesem Jahr wird das Kinderkrankengeld auch dann ausgezahlt, wenn das Kind oder die Kinder aufgrund der Pandemie-Maßnahmen daheim betreut werden müssen. Das ist dann der Fall, wenn Schulen oder Kitas entweder tatsächlich geschlossen sind, oder wenn die Behörden empfehlen, die Kinder zu Hause zu betreuen. Weitere Informationen bietet das Bundesfamilienministerium mit seinen "Fragen und Antworten zum Kinderkrankgeld".

Übrigens: Anspruchsberechtigt sind auch Eltern, die im Homeoffice arbeiten.

Kinderkrankengeld ist eigentlich steuerfrei…

Erhält eine Mutter oder ein Vater Kinderkrankengeld, ist das steuerfrei. Allerdings zählt dieses Geld – genau wie das Elterngeld oder auch das Kurzarbeitergeld – zu den Lohnersatzleistungen. Und diese Leistungen unterliegen dem Progressionsvorbehalt, wodurch der persönliche Steuersatz steigt.

Das funktioniert so: Das Elterngeld, Kurzarbeitergeld oder Kinderkrankengeld wird am Ende des Jahres auf das Einkommen hinzugerechnet, um den Steuersatz zu ermitteln. Dadurch erhöht die ursprünglich steuerfreie Ersatzleistung den persönlichen Steuersatz, mit dem das restliche Einkommen versteuert wird. Obwohl die Lohnersatzleistung steuerfrei ist, können so dann doch mehr Steuern fällig werden.

… und muss in die Steuererklärung eingetragen werden

Erhalten Mütter oder Väter mehr als 410 Euro im Jahr am Lohnersatzleistungen, müssen sie eine Steuererklärung abgeben. Die Summe des Kinderkrankengelds tragen sie im Mantelbogen unter "Einkommensersatzleistungen" ein. Zu diesem Zweck sollten Mütter und Väter automatisch von ihrer zuständigen Krankenkasse eine "Bescheinigung für das Finanzamt" erhalten haben, worin die Höhe des Kinderkrankengelds vermerkt ist.

Übrigens: Die Daten über erhalten Lohnersatzleistungen wie Elterngeld oder Krankengeld übermitteln die Krankenkassen inzwischen elektronisch an das zuständige Finanzamt.

Die VLH: Größter Lohnsteuerhilfeverein Deutschlands

Der Lohnsteuerhilfeverein Vereinigte Lohnsteuerhilfe e. V. (VLH) ist mit mehr als einer Million Mitglieder und rund 3.000 Beratungsstellen bundesweit Deutschlands größter Lohnsteuerhilfeverein. Gegründet im Jahr 1972, stellt die VLH außerdem die meisten nach DIN 77700 zertifizierten Berater.

Die VLH erstellt für ihre Mitglieder die Einkommensteuererklärung, beantragt Freibeträge, ermittelt und beantragt Förderungen und Zulagen, prüft den Steuerbescheid und einiges mehr im Rahmen der gesetzlichen Beratungsbefugnis nach § 4 Nr. 11 StBerG. GA 10

 

 

 

Mehr Ausländer, weniger Deutsche in Berlin

 

Erstmals seit fast 20 Jahren stagniert die Einwohnerzahl Berlins – nur ein Plus von 500 Personen. Weiter angestiegen ist aber die Zahl der Berliner ohne deutschen Pass.

Fast zwei Jahrzehnte ging es nur steil bergauf, jetzt hat sich Berlins Bevölkerungswachstum stark verlangsamt. Ende 2020 zählte das Amt für Statistik Berlin-Brandenburg 3.769.962 Einwohner mit Hauptwohnsitz in der Bundeshauptstadt. Das war ein Plus von knapp 500 Personen gegenüber 2019, wie das Amt am Mittwoch mitteilte.

Erstmals seit 2003 ging in Deutschlands größter Stadt die Einwohnerzahl im ersten Halbjahr 2020 sogar zurück. Diese Entwicklung sei im zweiten Halbjahr zwar wieder ausgeglichen worden, führte aber insgesamt zu dem geringen Wachstum.

Die Zahl der Berliner mit einem deutschen Pass ging um 11.264 Personen zurück. Gleichzeitig nahm die Zahl der ausländischen Einwohner um 11.731 Personen zu. Die Ausländergruppe mit dem größten Zuwachs waren demnach erneut die Inder mit 2.316 Personen. Den stärksten Rückgang verzeichneten US-Bürger mit einem Minus von 1.701 Personen.

Neukölln mit stärkstem Minus

Der allgemeine Rückgang der Deutschen schlug sich mit minus 0,5 Prozent vor allem im Westteil der Stadt nieder. Die stärksten Verluste verzeichnete dabei der Bezirk Neukölln mit minus 0,9 Prozent. Von dem Ausländerzuzug profitierte wiederum vor allem der Ostteil Berlins mit einem Plus von 5,4 Prozent. Den größten Zuwachs gab es hier in Marzahn-Hellersdorf mit einem Plus von 12,7 Prozent.

Zudem hat Berlin seit 2020 nun 97 Ortsteile in den zwölf Bezirken. Der neueste Ortsteil im Bezirk Steglitz-Zehlendorf heißt Schlachtensee und hat 10.807 Einwohner. (epd/mig 11)

 

 

 

Frankfurt/M. Liebe VERSO-SUD-Interessierte

 

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Wie Sie alle wissen, sind die Kinos weiterhin auf unbestimmte Zeit geschlossen. Eigentlich sollte VERSO SUD bereits Ende November 2020 beginnen und alles ist fertig vorbereitet - wir haben weiterhin fest vor, das Festival vollständig im Kino des DFF nachzuholen. Aber derzeit ist schwer zu sagen, wann das möglich sein wird. Vielleicht im April, im Mai oder auch erst im Juni. Sobald es Neuigkeiten dazu gibt, werden wir Sie in diesem Newsletter dazu informieren.

 

Um die lange Wartezeit bis zum Festival zu überbrücken, haben wir zusammen mit unseren Kooperationspartnern keine Kosten und Mühen gescheut, um Ihnen im März ein Online-Programm mit insgesamt neun Filmen zu präsentieren. Die meisten Filme sind ein Vorgeschmack auf das kommende Festival, einige Filme auch ein Rückblick auf die letzte Festivalausgabe. Zudem wurden eigens persönliche Begrüßungen sowie Filmeinführungen aufgenommen - und vor fünf Filmen gibt es sogar Gespräche mit den Regisseurinnen und Regisseuren! Diese sind wie die Hauptfilme auf Italienisch gehalten und wurden deutsch untertitelt.

 

Das Online-Programm startet am 1. März und läuft bis 19. März. Jeder Film ist nur in einem bestimmten Zeitraum verfügbar (die ersten sechs Filme jeweils nur einen Tag lang, die letzten drei Filme dann jeweils fünf Tage lang). Tickets sind gegen eine Gebühr ausschließlich über Vimeo zu erwerben. Die Ticketanzahl ist in den meisten Fällen limitiert, der Vorverkauf startet bereits am kommenden Montag, 22. Februar. Die Filme können allerdings erst im angegebenen Zeitraum angesehen werden.

 

Das gesamte Online-Programm mit allen Informationen zum Ticketkauf und Trailern zu allen Filmen (zu den letzten beiden Filmen werden diese am Montag noch ergänzt) finden Sie ab sofort auf dieser Übersichtsseite: https://www.dff.film/verso-sud-online/

 

Wir wünschen Ihnen viel Vergnügen beim Stöbern im Programm und beim Anschauen der Filme zuhause - und hoffen, Sie bald auch wieder im Kino begrüßen zu dürfen!

Andreas Beilharz und die Kinoabteilung, dip 20