Webgiornale, gennaio 2026
Mattarella: “La
nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”
“La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”.
Nello scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze
politiche e della società civile, quest’anno Sergio Mattarella pone in epigrafe
un richiamo alla pace, “una pace vera e giusta che ponga fine all’incertezza e
al disorientamento indotti dall’attuale situazione internazionale”. Di Stefano
De Martis
“La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”.
Nello scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze
politiche e della società civile, quest’anno Sergio Mattarella pone in epigrafe
un richiamo alla pace, “una pace vera e giusta che ponga fine all’incertezza e
al disorientamento indotti dall’attuale situazione internazionale”. “Pace come
affermazione del diritto sulla forza delle armi”, aggiunge ancora il
Presidente, come “condizione di libertà e sviluppo”. E da qui discende “il
dovere di coltivare e consolidare ogni piccolo spiraglio che si apra rispetto
ai conflitti in corso, in Ucraina come in Medioriente”.
In un discorso che tocca anche i temi economici, oltre a
quelli più specificamente istituzionali, Mattarella si sofferma sulle
prospettive di politica internazionale per dire una parola chiara su quella
storica “relazione transatlantica” che la presidenza Trump ha messo
radicalmente in discussione. Il Capo dello Stato, non senza aver citato il
contributo e il sacrificio di tanti giovani venuti a morire in Europa nella
seconda guerra mondiale, parla di un “patrimonio irreversibile perché acquisito
nelle coscienze dei popoli”. Di questo patrimonio Mattarella traccia un quadro
tanto pregnante quanto analitico: “Lo spazio dei diritti, degli uomini e delle
donne, di scegliersi i propri rappresentanti, di controllare e di criticare,
senza paura di conseguenze negative. Di poter leggere, scrivere, manifestare il
pensiero, senza rischi di repressione o di censure preventive. Di assicurare
pari condizioni per tutti, prescindendo dal sesso, dall’estrazione sociale,
dalle convinzioni politiche, dal colore della pelle, dalle convinzioni
religiose, liberi da razzismo e risorgente antisemitismo. Di avere una
giustizia indipendente. Di vedere assicurato, a tutti, livelli dignitosi di
assistenza sanitaria gratuita, di previdenza, di sostegno nelle difficoltà”. E’
quello che lo stesso Presidente definisce “modello democratico” e che oggi
“appare sfidato da Stati sempre più segnati da involuzioni autoritarie”, ma
anche “dal tentativo di ignorare e cancellare il confine tra libertà e
arbitrio”, dalla pretesa “di rimuovere i limiti ai comportamenti individuali”
che “unita alle potenzialità offerte dalle tecnologie, rischia di travolgere
ordinamenti democratici e stato di diritto”.
La sfida alla democrazia interpella anche il nostro Paese
che il prossimo anno celebrerà gli 80 anni della Repubblica. Mattarella afferma
che “la fiducia dei cittadini è la risorsa più preziosa per lo Stato” e chi ha
l’onore di rappresentare le istituzioni è chiamato a corrispondervi. Per il
Presidente le parole “insieme” e “partecipazione” hanno un valore fondante
nella nostra comunità nazionale. Di qui un forte e preoccupato accento sul
problema dell’astensionismo. “Una società che non si preoccupasse quando la
maggioranza assoluta degli elettori sceglie di non votare non si accorge che,
in questo modo, rischia di esaurirsi nell’autoreferenzialità”, avverte il Capo
dello Stato. Ragionando sulle motivazioni di questo fenomeno e in particolare
per quel che riguarda i giovani, Mattarella invita a non fermarsi a “un
generico rifiuto della politica”, ma a tenere presenti gli effetti dell’estrema
polarizzazione delle posizioni dei partiti e dei leader. “Quando le categorie
amico/nemico prevalgono sullo sforzo di trovare risposte condivise
nell’interesse collettivo”, infatti, si determinano fratture che “alimentano i
germi dell’estraneità alla politica”. “Ci sono invece alcuni grandi temi della
vita nazionale – sottolinea il Presidente – che vanno oltre l’orizzonte delle
legislature e attraversano le eventuali alternanze tra maggioranze di governo”.
Per esempio “il tema della politica internazionale, delle alleanze, della
strada dell’Europa da percorrere senza ripensamenti”, anche “per dare il nostro
decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento
di deterrenza contro le guerre e, insieme, difesa dello spazio condiviso di
libertà e benessere”. Andamento demografico, politica energetica e intelligenza
artificiale sono temi su cui costruire convergenze virtuose e così pure le
emergenze sociali. Occupazione e conti pubblici presentano dati rassicuranti,
ma ci sono questioni aperte sul fronte dei salari e della sicurezza, del lavoro
delle donne e dei giovani, mentre “non si può ignorare la condizione di oltre
cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà”. Sir 20
20 dicembre
1955 – 70 anni di presenza italiana in Germania
La data dell’Accordo per regolamentare il flusso
migratorio italiano verso la Germania è senza dubbio un’importante pietra
miliare che segna l’avvio della ricostruzione del progresso
economico-commerciale postbellico e del riscatto dal buio più nero della storia
tedesca. Come noto, le iniziative celebrative di alto spessore politico e
organizzativo sono state numerose e tutte promosse da istituzioni, di base e di
vertice, in molte città della Germania. Di Tony Màzzaro
Quell’Accordo ha coniugato due necessità di valore
inestimabile: da una parte la Germania che aveva estremo bisogno di manodopera
per rialzarsi dalle macerie, e dell’altra un’Italia poverissima, ma con
migliaia di braccia, pronte al sacrificio delle separazioni per un lavoro e per
una vita più dignitosa.
Intorno a questa bobina abbiamo tentato di riavvolgere il
nastro di alcune voci della Prima, Seconda, Terza generazione e di Expat.
Esse contengono ricordi di umiliazioni, sacrifici,
fallimenti, ma anche riscatti, affermazioni, professionali, sociali, culturali,
mescolanze matrimoniali e figli pluriculturali e plurinazionali rafforzando
inevitabilmente identità, determinazione, desideri, conoscenze, creatività,
spirito imprenditoriale e solidarietà sociale e culturale.
È pertanto ai protagonisti di ieri e di oggi che bisogna
lasciar spazio a ricordi belli e brutti, emozioni e livelli d’integrazione
raggiunti, sfociati nell’acquisto della doppia e tripla cittadinanza.
A rompere il proverbiale ghiaccio tocca a Dino di
Croce, giunto nell’estate del 1960, appena 17enne, a Geislingen/Stoccarda:
Prima Generazione
Dino Di Croce
Arrivai a Geislingen/Stoccarda all’età di 17 anni. Finii
in una baracca con 4 letti a castello, vicino al cantiere edile. Si lavorava
sodo con una paga oraria di scarsi 2 marchi. Per spedire soldi a casa si
lavorava anche il sabato, e d’estate, anche la domenica presso contadini. Dopo
un paio d’anni mi trasferii a Villingen e poi in Canada. Dopo 5 anni, ritornai
con la famiglia: mia moglie tedesca, il maschietto e la femminuccia.
Limai meglio il mio tedesco e feci 3 anni di formazione professionale per
meccanico industriale. Da lì l’ingresso e la scalata nel sindacato
metalmeccanico (IG Metall) diventando anche Segretario provinciale. Oggi scrivo
libri sulla mia Germania e mi godo con mia moglie, nipoti e figli.
Luigi Abate – Friedrichshafen
Come tanti, anch’io nel maggio del 1962 per scarsità di
lavoro preparai la valigia e raggiunsi mio fratello a Backnang (Stoccarda).
Iniziai prima in una conceria e poi in un’officina di costruzioni metalliche
dove ho appreso il mestiere di metalmeccanico.
Nel ’68 mi sono trasferito a Friedrichshafen sul Lago di
Costanza dove ho lavorato per 42 anni presso la ZF, fabbrica
d’ingranaggi. I primi anni alla produzione e poi alla manutenzione delle
macchine. Dopo la difficile fase di ambientamento e dell’apprendimento del
tedesco ho avuto forza di superare le oggettive difficoltà in una terra
straniera. Al lavoro ho affiancato il volontariato creando una associazione per
i problemi scolastici dei bambini italiani della zona e della loro
integrazione, organizzando corsi, feste, eventi culturali e partecipando
attivamente alla politica dell’integrazione nel tessuto sociale della città
lacustre.
Dopo 60 anni di vita in Germania ho scelto di godermi la
pensione in questa terra, ormai mia seconda patria.
Fernando Grasso – Kempten
Sono nato in Sicilia nel 1943 sotto i bombardamenti degli
angloamericani. Sono arrivato a Kempten, in Baviera, nel 1965 “senza arte né
parte”, ma ho trovato subito lavoro come operaio generico per un paio d’anni. A
causa, poi, della crisi di quegli anni sono rientrato brevemente in Toscana,
sperando di trovarvi un’occupazione. Non avendola trovata, sono ritornato a
Kempten. Dopo qualche esperienza da operaio generico, e in seguito
specializzato, dopo aver conseguito la Maturità Magistrale (da remoto e in presenza),
ho iniziato a insegnare in giro per la Svevia nei corsi d’italiano per gli
scolari italiani su incarico delle autorità scolastiche bavaresi e presso
l’Università di Scienze Applicate di Kempten.
Sono contento di essere emigrato in Germania e penso con
soddisfazione di aver contribuito, nel mio piccolo, al benessere di questa
società di cui sono parte integrante.
Fabio De Pellegrini – Stoccarda
Risiedo a Stoccarda dal 1967. Lasciai Belluno a 16 anni
per venire ad imparare il mestiere di idraulico. Ho messo su famiglia con la
quale vivo da 58 a Stoccarda. Grazie alla convivenza di tante culture la
Germania è diventata la mia Seconda Patria. Molti connazionali hanno
addirittura acquistato anche la cittadinanza tedesca ed insieme agli autoctoni
difondiamo la solidità delle istituzioni.
Rocco Di Filippo – Stoccarda
Sono arrivato ad Esslingen nell’agosto del 1969 all’età
di 18 anni. Ho lavorato presso diverse aziende ed ho conseguito la qualifica di
meccanico industriale. Alla Daimler-Benz (Mercedes) sono stato per 10 anni
membro del Consiglio di fabbrica. Dal matrimonio con la calabrese Rosa abbiamo
avuto due figlie. La primogenita è ingegnere e la seconda “perito industriale”.
Essendo stato sempre amante del calcio giocato, sono stato arbitro di categorie
dilettanti per conto dell’ACI Brühl Esslingen, gloriosa squadra italiana di
calcio nel Württemberg.
Dopo 56 anni di vita lavorativa e associativa in terra
tedesca considero la Germania: la mia seconda patria.
Ignazio Campagna – Tübingen
Il mio primo impatto con la Germania risale agli anni
Settanta, allora giovane studente universitario in visita alla mia fidanzata
tedesca. Quattro anni dopo, da sposato, mi stabilii a Tübingen.
Primo lavoro: insegnante nei corsi di lingua e cultura
italiana. Era bella la Germania di allora, la gente gentile, la vita ordinata,
l’assistenza sanitaria ottima, salari dignitosi, lavoro per tutti. In Italia al
contrario la situazione economica e sociale era critica. Oggi non è più così:
l’Italia ha fatto passi avanti giganteschi e a me piacerebbe ritornare a
viverci in pianta stabile. Per diversi motivi ciò non è possibile e così vivo
circa 7 mesi l’anno in Germania e 5 in Sicilia.
Mimmo Granata – Bietigheim
Quando misi piede in Germania rimasi abbagliato da questa
disciplina, ordine, rispetto, con un sistema sociale ineccepibile. In Sicilia
non conoscevo la parola ferie perchè avevo solo due giorni liberi: a Natale e a
Pasqua. Qui ho conosciuto festività pagate e tante altre cose. Purtroppo, in
questi ultimi tempi la grande Germania ha perso colpi e stiamo vivendo
una grande crisi. La nuova politica arranca e non riesce a tenere il passo dei
vecchi “volponi” tedeschi, che erano invidiati da tutto il mondo.
Maria Tufano – Stoccarda
Non conoscendo la lingua, il primo impatto con la
Germania fu malissimo. L’impressione fu di un popolo freddo, per cui ho
sofferto molto. Poi piano piano ho imparato la lingua e ho incominciato a
lavorare. Ho conosciuto tante persone e oggi la vivo diversamente. Però più
passano gli anni e più mi viene la nostalgia della mia bella Napoli che amo
tantissimo. Rimango qui solo perché ho figli e nipotini che mi trattengono.
Antonio Di Gennaro – Köngen
La generazione italiana degli anni ’60 è sicuramente
cambiata moltissimo nel senso che l’integrazione è avvenuta anche se non
completa contribuendo alla crescita lavorativa e culturale della Germania.
Infatti, oggi abbiamo dirigenti, insegnanti, ingegneri e tanti connazionali che
si sono affermati nella società tedesca anche con proprie aziende nei diversi
comparti dell’economia. Voltandomi indietro, ricordo bene quel 5 maggio 1961
quando arrivai con mio fratello maggiore Michele alla stazione di Stoccarda,
affollata di italiani. Con un bussino ci portarono in un cantiere e ci
assegnarono un posto letto con altri due italiani in un vagone edile. Si
lavorava 45 ore alla settimana e il sabato 6 ore. Si notavano ovunque i segni
della guerra, ma anche la voglia di rialzarsi. Per me e per tutta la famiglia
la Germania è diventata terra di adozione in ogni senso.
Seconda generazione
Toni Vetrano – Offenburg, già OB/Sindaco di Kehl
Mia madre mi ha portato in Germania che avevo appena nove
mesi. Nel frattempo, vivo qui da sessant’anni – ben inserito sia
professionalmente che sia socialmente, ma sempre con una seconda patria nel
cuore. Tutt’oggi la mia vita si muove tra la Germania e l’Italia e sono grato
ai miei genitori per avermi aperto entrambe le strade. Ho dovuto imparare il
tedesco, l’italiano, nel caso di ritorno in Sicilia. Così sono cresciuto
bilingue.
Il periodo undici – diciotto anni è stato il più
tormentato: sempre con la domanda non detta se si resta qui o si torna in
Italia? Questa incertezza mi ha segnato profondamente. Ad un certo punto però
la domanda non si è più posta. La Germania è diventata la mia patria, l’Italia
resta il mio Paese d’origine – e la mia identità nasce proprio dall’incontro di
entrambe.
I nostri tre figli sono nati in Germania. Tutti hanno
imparato l’italiano in modo naturale; addirittura, uno di loro oggi
insegna italiano in un Gymnasium/liceo.
Agata Salis – Neu-Ulm
Al primo impatto la Germania mi è sembrata essere un
paese molto rigido, ordinato e culturalmente distante. La lingua e il sistema
scolastico mi apparivano complessi e difficili da comprendere. Con il tempo ho
imparato a conoscere meglio la società tedesca e il suo valore per
l’educazione. Oggi lavoro addirittura come insegnante in una Förderschule
(scuola differenziale) e questo mi permette di crescere ogni giorno sia
professionalmente che socialmente. Nel mio lavoro quotidiano vivo l’attenzione
all’inclusione e al supporto individuale agli studenti. Perciò vivo la Germania
come un paese che mi ha dato opportunità e favorito la mia piena integrazione.
Antonino Di Gesaro – Mössingen/Tübingen
Avevo 16 anni quando sono partito pieno di speranze
da “Isnello”, mio paese natìo. Sono arrivato in Germania a gennaio del
1966, e precisamente a Nehren (prov. Tübingen) dove dopo un paio di giorni ho
iniziato a lavorare in un’azienda tessile. I primi mesi sono stati difficili
per le ovvie difficoltà linguistiche e abitudinali; ma col passare del tempo ho
imparato a superare le difficoltà. I nostri 2 figli sono nati e cresciuti qui
ed hanno frequentato le scuole tedesche fino alla Laurea Specialistica.
Entrambe sono ben inseriti nel mondo del lavoro e della società tedesca,
cosicché per me e mia moglie, entrambi in pensione, non si pone il problema del
“ritorno” in Italia, perché ci sentiamo a casa qui.
Giovanni Del Regno – Calw
Sono nato a Gaggiano (Salerno) nel 1957 e con mia madre
abbiamo raggiunto mio padre a Calw nel 1968. Lui era emigrato poco dopo la mia
nascita.
Fui accolto in una classe d’inserimento, mio primo
laboratorio di lingua e cultura tedesca. Appena 14enne però per aiutare la
famiglia iniziai a lavorare. Grazie al calcio poi mi sono inserito subito anche
socialmente. Sono sposato con un’italiana; abbiamo due figli, siamo nonni di
una nipotina e siamo tutti ben integrati.
Maurizio Gaudino – ex-giocatore dello Stoccarda
Sono nato nella zona di Heidelberg/Mannheim. Fino ai miei
tre anni di vita non mi rendevo conto di vivere in Germania, poiché in casa si
parlava esclusivamente dialetto napoletano. È stato solo all’asilo che ho
capito di trovarmi in un Paese di cui non comprendevo la lingua.
Durante gli anni della scuola, purtroppo, frasi di stampo
xenofobo facevano parte della quotidianità. Tuttavia, uno degli insegnamenti
più importanti che i miei genitori mi hanno trasmesso è stato quello di
considerarci ospiti in Germania e di comportarci di conseguenza, con rispetto,
per essere a nostra volta rispettati.
Il grande calcio ha avuto ovviamente un ruolo
fondamentale nel mio percorso di integrazione. Sono stato molto apprezzato e
benvoluto sia dal pubblico tedesco che italiano. Guardando indietro, posso dire
di aver avuto un’infanzia molto felice, grazie all’educazione ricevuta dai miei
genitori, che hanno sempre desiderato restare in Germania, senza mai pensare di
tornare in Italia.
Oggi vivo con la mia famiglia nell’area metropolitana di
Monaco di Baviera e porto dentro di me sia la mentalità italiana che quella
tedesca.
Paola Griffini – Stoccarda
Posso solo dire che la Germania mi ha dato molto di più
di quanto io abbia dato a questo Paese, e che la democrazia e la responsabilità
collettiva non sono un bene da sottovalutare come scontato, ma da apprezzare
contribuendo alla crescita della società che ci circonda e nella quale viviamo
e non solo abitiamo.
Barbara Marrazzo – Colonia/Stoccarda
Quando sono arrivata a 23 anni in un paesino agricolo a
nord di Colonia, a prevalere è stata la sensazione di essere in un mondo dove
le persone sono una cornice. Da napoletana, cresciuta nel frastuono delle
parole, quel silenzio dovuto anche alla barriera linguistica dapprima mi ha
scoraggiata. Dopo essermi trasferita a Stoccarda ho però capito essere un
valore che costringe ad ascoltarsi di più. Oggi, 10 anni dopo, la mia Germania
è costituita soprattutto da quelle persone che prima erano ai miei occhi distanti
ma che, proprio come me, fanno i conti con la diversità culturale che li
pervade in tutti gli ambiti.
Genny Di Croce – Sindelfingen
Una parte di mi è italiana. Non sono emigrata o nata in
Germania come tanti figli di emigranti che negli anni Sessanta e Settanta
lasciavano l’Italia in cerca di un lavoro in Germania come mio nonno e mio
padre.
Io e mio fratello Roy siamo nati in Canada da madre
tedesca e da padre italiano. C
Abbiamo appreso il tedesco, le usanze e la cultura da
nostra madre e dalla sua famiglia, mentre l’italiano da nostro padre. Come
tanti altri scolari anch’io ho fatto qualche esperienza negativa a scuola.
Alla Grundschule la mia insegnante, nonostante io avessi
voti idonei per accedere al ginnasio si rifiutò di promuovermi per il ginnasio
dicendomi che prima o poi avrei avuto difficoltà nello studio e la cosa
migliore sarebbe stata concludere la scuola dell’obbligo e imparare un mestiere
qualsiasi Caso strano! La stessa indicazione anche per mio fratello e per molti
altri scolari figli di immigrati. Feci ricorso e superato l’esame fui
ammessa al ginnasio. Dopo la maturità ho studiato giurisprudenza ed oggi sono
Consigliere ministeriale presso il Ministero degli Affari sociali, della Salute
e dell’integrazione del land Baden-Württemberg.
Giovanni D’Amicodatri – Friedrichshafen
Il mio rapporto Chieti – Friedrichshafen è stato
altalenante. Venuto a trovare i miei genitori nel 1966, m’innamorai dei soldi,
guadagnati da Werkstudent.
L’anno dopo, contro il volere dei genitori, volli
trasferirmi definitivamente sul Lago di Costanza. Da autodidatta imparai il
tedesco e migliorai il mio francese scolastico che mi fu di aiuto per stringere
amicizia con soldati francesi, stazionati a Friedrichshafen.
La Germania mi ha offerto molte occasioni di crescita,
tanto da riuscire a fungere da traduttore ed interprete per connazionali e
aziende. Per favorire il dialogo italo-tedesco ho fondato un’associazione che
organizza eventi culturali sia per gli amici tedeschi che per la nostra
collettività.
A volte mi sono chiesto: chissà che cosa avrei fatto se,
dopo il servizio militare, fossi ritornato nella mia Chieti?
Ma è solo un pensiero. Dopo il matrimonio e la nascita
dei nostri due figli, la strada maestra è rimasta la Germania. La figlia oggi è
insegnante di Lingue in un Gymnasium di Stoccarda e il figlio è ingegnere
meccanico. Godiamo di due culture e siamo parte integrante di questa società.
Mario Fustilla – Ostfildern
Sono nato e cresciuto ad Esslingen am Neckar da genitori
italiani, non ho mai avuto problemi di integrazione. La Germania è sempre stata
la mia casa, il luogo in cui sono cresciuto, ho studiato e costruito la mia
vita. Le mie origini italiane hanno sempre fatto parte di me, senza mai
rappresentare un ostacolo.
Paradossalmente, proprio in Italia, nel paese d’origine
dei miei genitori, mi sono spesso sentito meno parte della comunità. Ero
“quello che veniva dalla Germania”, non uno straniero, ma nemmeno completamente
integrato. L’Italia era la mia origine, ma non il luogo in cui mi sentivo
davvero a casa.
Solo più tardi, attraverso il matrimonio, il mio senso di
appartenenza si è completato. Le differenze di origine hanno perso importanza e
la mia identità si è ricomposta in modo naturale.
Oggi so che la casa non è vissuta in un luogo, ma
soprattutto da persone con cui condividiamo la vita.
Alessandro Bellardita – Karlsruhe
Avevo tre anni quando mia madre mi accompagnò la prima
volta, vicino al piccolo appartamento dove abitavamo agli inizi degli anni 80.
Per me tutto era strano e incomprensibile. Non capivo i miei compagni, non
capivo la maestra, non capivo dove ero andato a finire. Un giorno
all’asilo, mentre dormivo nel mio angolino, sentii una voce chiamarmi.
„Alessandro!“. Aprii gli occhi e riconobbi i tratti dolci di una bambina dai
capelli neri che mi disse: „Sono Sonia, e adesso ti faccio vedere l’asilo“. Era
una bambina italiana dell’altro gruppo, due anni più grande di me, che
casualmente si chiamava come mia sorella. Mi prese per mano e mi mostrò tutto
quello che nel Kindergarten era essenziale per partecipare alla quotidianità.
Sonia per me fu la salvezza. Era praticamente la prima operatrice sociale che
incontrai nella mia vita. Fu la mia fortuna. Tre, quattro mesi dopo, già
parlavo in tedesco – o perlomeno quello che ritenevo che fosse il tedesco. Quel
periodo divenne uno dei più belli della mia infanzia.
Sonja Cussigh – Stoccarda
Riguardo alla collettività italiana noto anche un grande
cambiamento. Siamo diventati tutti più individualisti. La Germania ci ha dato
tante opportunità. Abbiamo tanti esempi di ragazze e ragazzi che sono riusciti
a farsi una posizione
La mia Germania di oggi è multiculturale, molto varia, e,
se così si può dire, le culture si sono arricchite a vicenda. Per dirla tutta:
ci si sente a casa qui, dove ci sono la famiglia e gli amici.
Lorenzo Petrocca – Stoccarda
„Il mio primo impatto con la Germania del 1978 fu duro.
Avevo 14 anni. Eravamo venuti da Crotone, genitori e 5 figli, senza
parlare la lingua e non conoscendo nessuno. Capii però che bisognava adattarsi
e comportarsi da ospiti educati. Questo comportamento mi venne spesso
ricambiato con altrettanta educazione. I miei anni in fabbrica mi hanno però
fatto assaggiare anche il razzismo, quello a bassa voce, con „sguardi“…
Tuttavia, devo dire che oggi sono felice di essere stato accolto come
musicista. Ho una moglie tedesca, e due figli bilingui e biculturali e sono
felice di vivere in una Germania ormai anche mia.
Credo che il rispetto e l’affetto reciproco tra le due
nazioni si sia cementato.
Terza Generazione
Davide Fustilla – Ostfildern
Sono nato e cresciuto in Germania e mi sono sentito
sempre tedesco con radici italiane paterne, di cui sono orgoglioso. Grazie a
mia madre tedesca, sono fin dalla nascita legato a entrambe le culture. Anche
se la mia origine è visibile, non ha mai rappresentato un confine per il mio
ambiente: i miei amici sono tedeschi, il mio percorso educativo altrettanto, e
la mia lingua madre l’ho perfezionata qui ad un livello alto. Le mie radici
italiane sono un complemento naturale di un’identità chiaramente radicata in
Germania.
Giulia Gaudino – Monaco di Baviera
Sono nata in Germania. Sono medico e ieri come oggi mi si
fanno domande sul nome e sulle mie origini paterne. Ed io nonostante alcuni
pregiudizi sono orgogliosa di dire che sono figlia di padre italiano e di aver
avuto nonni napoletani. Per me essere tedesca con origini italiane è grande
arricchimento culturale e linguistico anche se, come succede a molti della
seconda e terza generazione: in Germania sono italiana e in Italia sono la
tedesca. Se per i miei nonni: lavoro e lingua erano una sfida quotidiana, per
me significa apertura mentale e plurilinguismo. Napoli poi per me è il cuore
della mia storia.
Ferdinando Iannone – Stoccarda
Ho lasciato Milano per Stoccarda nel 1999. Dopo diversi
lavori svolti mentre imparavo intensamente la lingua, sono riuscito a entrare
nel mio ambito professionale di fotografo già dopo appena due anni. Ho
accettato e cercato di comprendere rapidamente il modo di vivere, le regole e
la mentalità del Paese ospitante. Oggi mi sento ben integrato. La Germania che
vivo ora è più complessa e veloce, ma offre ancora grandi opportunità a chi è
disposto ad adattarsi e a impegnarsi. Mi sento parte attiva della società in
cui vivo.
Tina Mendocino – Roma
Sono figlia di italiani di 3a generazione, emigrati in
Germania negli anni ’60.
Sono nata nel 1972 a Stoccarda. Ho frequentato il
„Kindergarten“ e le prime due classi della Grundschule. Nel 1980 i miei
genitori decidono di trasferirsi definitivamente a Celico un paese di poche
anime nella provincia di Cosenza, scelta questa da me mai condivisa. Pur
vivendo a Roma, ancora oggi mi sento parte di due culture diverse. Ho preso e
fatto mio „il meglio“ di entrambe le culture anche se molto diverse. Per me
essere „figlia di emigrati“ ha significato cementare una forte identità
culturale e un percorso unico di crescita.
Anni 2000
Elisabetta Migliaccio – Weilheim
Sono arrivata in Germania nel 2015 e per me è stata una
bella scoperta. Mi sono trovata subito a mio agio e ben accetta nonostante la
mia non conoscenza della lingua tedesca. La mia Germania di oggi è
soddisfacente, perché mi sento di avere stabilità e forza per superare tutto.
Fabio Domante – Sindelfingen
Sono arrivato in Germania nel 2005 con la sensazione di
entrare in un mondo completamente diverso dal mio. Oggi, per me, quella
Germania non è più un Paese straniero, ma parte della mia vita quotidiana. Ho
imparato ad apprezzarne la sicurezza, l’organizzazione e il rispetto per gli
spazi di tutti. Ciò che un tempo mi intimidiva ora mi sostiene: la Germania è cambiata,
e io insieme a lei.
Maurizio Palese – Waiblingen
Prima di lasciare la Puglia immaginavo una Germania fatta
solo di palazzoni grigi e anonimi. Ma mi sono dovuto ricredere, scoprendo un
paese verde, ordinato, bello e sorprendentemente accogliente. Dopo dodici anni,
confermo quel primo impatto e quasi mi scuso per essere stato così ignorante. Tra
pandemia, guerre e crisi industriali questi ultimi anni sono diventati duri e
difficili. Tuttavia considero la Germania un Paese solido e all’avanguardia,
porto di speranza anche per noi italiani, capaci di rimettersi in gioco.
Francesca Bombaci – Augsburg
Sono arrivata a Karlsruhe nel 2005. Li ho vissuto cinque
anni e il mio primo ricordo è quello di una città ordinata, pulita e con un
grande senso civico. I miei figli sono nati lì e a livello di infrastrutture
abbiamo sempre ricevuto ottimi servizi. Sono arrivata ad Augsburg nel 2012 e
credo che la città stia lentamente peggiorando di anno in anno.
Daniele De Filippis – Augsburg
La mia esperienza in Germania inizia nel 2011 a Brema in
un contesto lavorativo internazionale e stimolante. Nel 2013 sono arrivato ad
Augsburg e ho immediatamente notato le differenze derivanti dal vivere in un
land molto più ricco. Ad Augsburg l’integrazione linguistica e sociale è stata
più facile. Qui ho avuto la grande opportunità di fondare una associazione
culturale italiana che mi permette tuttora di rapportarmi anche ai tanti
tedeschi che amano la nostra cultura.
Conclusione “Gli anniversari si celebrano e si studiano –
ha ricordato Tommaso Conte, membro del Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero (Cgie) – concludendo il suo intervento alla manifestazione del 70° a
Stoccarda. Bene, studiamo insieme tutti i mezzi per difendere la memoria dei
primi emigrati e gli interessi di chi ancora oggi, per necessità deve lasciare
l’Italia.” CdI 20
A Montecitorio
il dibattito sul 70° dell’Accordo tra Italia e Germania
ROMA – Nell’Aula di Montecitorio è stato ricordato il
settantesimo anniversario della firma dell’Accordo tra Italia e Germania sui
lavoratori transfrontalieri. Fra i vari interventi segnaliamo quello del
deputato Toni Ricciardi (PD), eletto nella ripartizione Europa, cha ha
ricordato come nel lontano 1955, per la prima volta, la Germania capì che aveva
bisogno di forza-lavoro. “Immaginava di poter supplire con il rientro dei
profughi da Est ma si capì che, per rilanciare l’economia tedesca che usciva massacrata
dal secondo conflitto mondiale, aveva bisogno di braccia, di donne e di uomini.
Il 20 dicembre, esattamente settant’anni fa, venne siglato l’Accordo tra Italia
e Germania per lo scambio e la collaborazione in materia di lavoro.
Quell’Accordo segnò probabilmente la chiusura della stagione d’oro degli
accordi di emigrazione, inaugurata nel 1946, con il famoso Accordo con il
Belgio, proseguita con gli accordi con l’Argentina, la Svizzera, la Francia,
con mezzo mondo, che erano lì a testimoniare come l’emigrazione rappresentasse
una leva economica per la neonata Repubblica”, ha spiegato Ricciardi
sottolineando il fatto che l’Italia ha una delle poche Costituzioni che
sancisce la libertà di emigrazione. “Quell’Accordo aprì le maglie: fu
inaugurato nel 1956 il Centro emigrazione di Verona, al quale fu affiancato nel
1960, per sei anni, quello di Napoli; la Germania diventava la grande
direttrice. Oggi in Germania vive la seconda comunità più numerosa al mondo: un
milione di italiani e italiane; seconda solo all’Argentina. Questa storia e
questo percorso si legano anche a una stagione, quella
dei ‘gastarbeiter’, che seguirà quella dei magliari”, ha proseguito
il deputato evidenziando che, se c’è stata una traiettoria di successo
dell’automotive a Stoccarda, a Monaco, a Wolfsburg, “lo si deve al
sacrificio e al lavoro di centinaia di migliaia di italiani che sono
partiti con le valigie di cartone e hanno contribuito alla grandezza e alla
rinascita della Germania e con le rimesse alla ripresa dell’Italia”. Giangiacomo
Calovini (FDI) ha parlato di un Trattato storico per quanto riguarda non
soltanto i rapporti tra Italia e Germania, ma soprattutto per quanto concerne
un argomento così delicato, come l’emigrazione italiana di quegli anni.
Calovini ha rimarcato come quello fosse un contesto storico, dopo la Seconda
guerra mondiale, nel quale l’Italia faticava a uscire da alcune problematiche
che si trascinava da parecchio tempo; mentre, invece, in Germania, soprattutto
in quella che era la Repubblica federale tedesca, cresceva sempre di più
un’economia basata sulla siderurgia, sulla meccanica che necessitava di tante
persone particolarmente qualificate, come potevano essere quelle italiane in
quel momento e in quel contesto. “Stiamo parlando di un Accordo che ha rappresentato
circa 500.000 italiani che sono emigrati, che si sono inseriti, integrati
all’interno del contesto sociale, del contesto storico sicuramente non facile
ma che, ancora oggi, sono patrimonio di una comunità che ha lasciato il segno e
che lascerà sempre il segno. E mi permetto anche di ricordarla in un momento
storico in cui Italia e Germania, settant’anni dopo, stanno facendo e
affrontando una sfida non tanto differente e faccio riferimento alla crisi
della siderurgia che tanto aveva rappresentato in quel periodo e in quel
momento”, ha rilevato Calovini ricordando anche una recentissima notizia,
riguardante la chiusura, per la prima volta, di una fabbrica della Volkswagen,
vicino Dresda: stabilimento che, dopo 88 anni, chiude i battenti lasciando a casa
anche tantissimi concittadini italiani. Dal canto suo il deputato della Lega
Simone Billi, eletto nella ripartizione Europa, ha ricordato che proprio nei
giorni scorsi è stato a Stoccarda per celebrare il settantesimo anniversario
degli Accordi di manodopera tra Italia e Germania, “un passaggio storico che ha
cambiato la vita di migliaia di famiglie italiane”, ha precisato Billi
spiegando che si è trattato di un appuntamento organizzato dal Comites di
Stoccarda, insieme al Consolato e alle realtà associative del territorio. Billi
ha raccontato che in quell’occasione è stata proiettata una videointervista,
realizzata da Maurizio Palese, a 12 anziani della vecchia migrazione. “Sono
storie di lavoro duro, di coraggio, di sacrifici pagati spesso in silenzio”, ha
aggiunto il deputato sottolineando che dietro questo Accordi ci sono storie di
cuore e ricordi di tante persone: “vite reali, fatte di coraggio e soprattutto
di sacrifici, valigie chiuse in fretta, treni presi con la paura addosso,
giornate in fabbrica, in cantiere, nelle officine; genitori che hanno scelto la
fatica per consegnare ai propri figli un futuro migliore”, ha sottolineato
Billi che ha concluso “Onorare quegli accordi, significa onorare chi ha aperto
la strada con sacrifici enormi e chi oggi la porta avanti con coraggio”. La
deputata Chiara Tenerini (FI) ha a sua volta rammentato che, per migliaia di
famiglie italiane, quell’Accordo significò lavoro e dignità in una fase in cui
il Paese cercava di consolidare la crescita e, insieme, di ridurre squilibri
territoriali e sociali. “Per la Germania, impegnata nella ricostruzione
postbellica e nello sviluppo industriale, significò poter contare su
competenze, serietà e capacità di adattamento; soprattutto, per entrambi i
Paesi significò trasformare un bisogno economico in un percorso politico e
umano, creare legami, comunità e reciprocità”, ha evidenziato la deputata.
“Quando si parla di quel periodo si rischia talvolta di semplificare. Non
fu un cammino facile: ci furono condizioni di lavoro dure, difficoltà
linguistiche, solitudini, episodi di discriminazione e, al tempo stesso, ci
furono storie di riscatto; persone che hanno costruito imprese,
professionalità, percorsi di studio per i figli; associazioni che hanno tenuto
insieme identità e integrazione, reti familiari e comunitarie che hanno fatto
da ponte tra due società. Oggi la comunità italiana in Germania è una realtà
stabile e vitale. È parte integrante dell’Italia che vive all’estero e,
insieme, è parte di quel tessuto europeo che si regge non solo su trattati e
istituzioni ma anche sulla vita concreta delle persone”, ha spiegato Tenerini
ribadendo che ricordare quell’Accordo significa anche “assumere un impegno
attuale: rafforzare la protezione e i servizi per i nostri connazionali
all’estero, valorizzare le competenze e le professionalità che si muovono oggi
in Europa, sostenere una mobilità ordinata e qualificata”, ha aggiunto
Tenerini. Dal canto suo il deputato Antonio Ferrara (M5S) ha ricordato che si
sta parlando di lavoratori e lavoratrici che attraversarono i confini non per
piacere, ma per vivere e sostenere le proprie famiglie. “Immaginiamo quella
scena: una valigia di cartone, la stazione, un saluto trattenuto, un contratto
incomprensibile, una lingua da imparare in corsa. Quell’Accordo non è solo un
documento, è la storia degli italiani, che hanno costruito fabbriche e servizi,
che hanno pagato contributi e mandato rimesse, facendo crescere i due Paesi.
L’Europa è nata dal lavoro. Ma commemorare non può essere nostalgia, deve
essere responsabilità”, ha commentato Ferrara sottolineando che, se questa
ricorrenza deve avere un senso politico, le parole chiave sono dignità nel
lavoro e nei diritti, assistenza e tutela familiare, infrastrutture sociali e
servizi consolari. E’ stata poi la volta delle deputata Federica Onori
(Azione), eletta nella ripartizione Europa, che ha spiegato come quegli accordi
nacquero con un obiettivo preciso e molto concreto: regolare i flussi di
manodopera italiana verso la Germania, garantendo diritti, tutele e un quadro
di cooperazione stabile. “Non era un atto simbolico, era una risposta
pragmatica a un0esigenza comune, in un’Europa che stava ricostruendo se stessa.
Oggi il rapporto tra Italia e Germania è solido e strutturato: dalla
cooperazione politica ed economica al coordinamento europeo su industria,
energia e sicurezza. La Germania resta il primo partner commerciale
dell’Italia ed è uno dei nostri interlocutori chiave nei
principali dossier europei”, ha aggiunto la deputata evidenziando
tuttavia che le relazioni italo-tedesche non si esauriscono nei vertici tra
Governi o nei trattati. “Nelle ultime settimane, proprio per la celebrazione
dei settant’anni da questi importantissimi accordi, sono state organizzate,
spesso dai Comites, delle celebrazioni e degli eventi molto importanti in
Germania. Ho avuto il piacere e l’onore di andare fisicamente a Norimberga e a
Dortmund. Ho incontrato comunità diverse per età, per storie e per percorsi, ma
accumunate da un dato evidente: la presenza italiana in Germania non è una
realtà del passato, è una componente viva e attuale delle nostre relazioni
bilaterali”, ha proseguito Onori rammentando che ad oggi in Germania risiedono
circa 847.000 cittadini e cittadine italiani. “È una delle comunità italiane
più numerose nel mondo e, certamente, la più rilevante in Europa. Parliamo di
lavoratori, famiglie, studenti, professionisti, imprenditori, pensionati. Una
comunità plurale che contribuisce in modo concreto all’economia, alla società e
alla vita culturale tedesca, mantenendo, al tempo stesso, un legame fortissimo
con l’Italia”, ha precisato la deputata richiamando l’attenzione sulla
necessità che la politica lavori “sulle esigenze concrete dei connazionali
all’estero: servizi consolari più accessibili, documenti, cittadinanza, stato
civile, voto, mobilità, diritti sociali. Temi che incidono direttamente sulla
vita delle persone”. Francesco Mari (AVS) ha ricordato che i lavoratori
italiani in Germania erano 20.000 nel 1950 e, poi, nel 1960, dopo l’Accordo,
diventeranno 200.000 e, alla fine, nel 1970, arriveranno a essere circa
574.000. “Più di un milione di lavoratori italiani sono emigrati in Germania in
quegli anni”, ha rilevato Mari sottolineando che l’Accordo del 1955 era
orientato esplicitamente al reclutamento ed al collocamento di manodopera
italiana nella Repubblica Federale di Germania. “Reclutamento e collocamento di
manodopera: perché i lavoratori italiani costretti ad emigrare con la loro
forza lavoro, furono la nostra merce, in qualche modo, per compensare lo sbilancio
commerciale con la Germania. Furono una delle nostre risorse per incrementare
la ricchezza nazionale tramite le rimesse, nonché, tramite l’emigrazione, una
delle leve per diminuire il tasso di disoccupazione nazionale. Questi accordi,
come altri, contribuirono senza dubbio a determinare un processo e un sistema
di collaborazione tra gli Stati europei e una sempre più stretta collaborazione
e integrazione economica che, nella sua evoluzione, giungerà, poi, all’Unione
europea come oggi la conosciamo. Oggi l’Unione europea ha costruito, per i
cittadini degli Stati membri, una identica cornice di diritti e di tutele che,
evidentemente, al tempo non esisteva”, ha spiegato Mari. (Inform 21)
Il primo
italiano a Düsseldorf. Scena narrativa (1955)
Ecco una ricostruzione narrativa realistica e
storicamente plausibile del primo italiano che arriva a Düsseldorf negli anni
del grande reclutamento.
Il treno rallentò tra sbuffi di vapore, mentre
l’altoparlante gracchiava un nome che per lui aveva un suono quasi esotico:
“Düsseldorf Hauptbahnhof”.
Era il 6 dicembre 1955 quando Antonio Rinaldi,
ventiquattro anni, scese dal vagone con una valigia di cartone legata con lo
spago. Arrivava da un paese del Sud, lasciato all’alba due giorni prima. Porto
d’imbarco: Verona Centro di Smistamento, dove funzionari tedeschi avevano
controllato i polmoni ai giovani destinati alle fabbriche della Ruhr.
Appena toccò la banchina, Antonio sentì un freddo che gli
entrò nelle ossa. Nel suo paese, in quei giorni, si raccoglieva ancora qualche
oliva; lì, invece, un vento gelido portava l’odore del carbone bruciato e dei
treni merci.
Il piazzale davanti alla stazione era un misto di macerie
e gru. Düsseldorf stava ancora risorgendo dalla guerra: palazzi senza finestre,
muri puntellati da travi, cartelli di ricostruzione ovunque.
Un uomo in cappotto scuro si avvicinò con un cartello
dove era scritto ITALIENISCHE ARBEITER.
«Rinaldi? Antonio Rinaldi?»
Antonio annuì, rigido, cercando di decifrare quel tedesco
gutturale che gli sembrava lontanissimo dal dialetto che parlava a casa.
«Fabrik. Arbeit. Dormitorio», disse l’uomo, indicando il
camion parcheggiato lì vicino.
Antonio salì insieme ad altri quattro italiani arrivati
con treni differenti. Nessuno parlava. Si guardavano negli occhi, tutti con la
stessa domanda in testa: “Che ci trovo qui?”
Il camion si mosse tra strade fangose di una città che
non conoscevano. Passarono davanti alla Rheinturm, ancora in ricostruzione, e
poi costeggiarono il Reno, grigio come il cielo.
Dopo una decina di minuti apparve un grande portone
metallico con un’insegna:
HENKEL – Werke Düsseldorf.
Il caposquadra spiegò a gesti dove avrebbero lavorato:
spostare sacchi, pulire macchinari, turni di dodici ore. Antonio non capì
tutto, ma capì l’essenziale: si lavorava, duro.
Li portarono poi nel dormitorio: una baracca di legno con
stufe a carbone, letti a castello e fotografie di famiglie italiane appese alle
pareti dai più anziani.
Antonio appoggiò la valigia sul letto più vicino alla
finestra.
Dentro c’erano:
* una pagnotta avvolta in un panno
* una foto dei genitori
* una camicia buona per la domenica
* un dizionario tascabile “Italiano–Tedesco”
Si sedette. Il silenzio era spesso, quasi rispettoso.
Poi, dall’altra parte della stanza, qualcuno tirò fuori una fisarmonica. Una
melodia lenta, malinconica, riempì l’aria.
Antonio chiuse gli occhi. Non capiva ancora una parola di
tedesco, non sapeva se avrebbe resistito alla nostalgia, né quanto tempo
sarebbe rimasto lì. Ma sapeva una cosa: quel giorno, in quella città che
odorava di carbone e speranza, iniziava la sua nuova vita. Giuseppe Tizza,
de.it.press
Migranti, la
svolta Ue su rimpatri: cosa cambia adesso
Il governo italiano si intesta il cambio di rotta.
Piantedosi: "Convinto Berlino che le Ong in mare sono un fattore di
attrazione delle migrazioni"
L'Unione europea cambia registro sulla gestione
dell'immigrazione. I ministri dell'Interno dell'Ue hanno trovato a Bruxelles un
accordo sulla posizione negoziale del Consiglio su un rilevante pacchetto di
norme: il regolamento Ue sui rimpatri, quello sui Paesi di origine sicuri, la
modifica del concetto di Paesi terzi sicuri e il cosiddetto 'solidarity pool',
gli impegni che i Paesi Ue non di primo arrivo si assumono nei confronti di
quelli considerati come sottoposti a pressione migratoria, che ora sono Grecia,
Cipro, Spagna e Italia.
Per il commissario europeo alle Migrazioni, l'austriaco
del Ppe Magnus Brunner, si tratta di una "svolta della nostra politica
migratoria e di asilo". Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi può
rivendicare che "la svolta che il governo italiano ha chiesto in materia
di migrazione c’è stata". Per il ministro dell'Interno tedesco, Alexander
Dobrindt della Csu bavarese, nell'Ue si assiste finalmente ad una
"riorganizzazione" della politica migratoria.
Piantedosi ha sottolineato che il governo italiano ha
lavorato con Francia e Germania per arrivare a un approccio comune e ha
rivendicato di aver portato Berlino sulle posizioni dell'Italia su un punto
politicamente 'caldo': considerare le Ong che salvano i migranti in mare come
un "pull factor", un fattore di attrazione delle migrazioni. Nell'Ue
il clima è cambiato e prevale la linea dura contro l'immigrazione illegale:
come ha detto chiaramente la commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica di
recente a Bruxelles, i migranti illegali devono essere "deportati"
altrove.
Il copresidente dell'Ecr Nicola Procaccini ha
sottolineato che la politica Ue ora fa differenza tra la migrazione
"legale" e quella "illegale". La posizione negoziale
concordata dal Consiglio ora andrà nel trilogo con il Parlamento per dare forma
definitiva ai testi di legge, ma di fatto anche nell'Aula gli equilibri
politici sono cambiati. "Mi auguro - dice Procaccini - che la prossima
settimana a Strasburgo non vi sia chi vuole riportarci indietro, verso le morti
in mare e l’immigrazione di massa che sta alimentando povertà, degrado,
violenze e business criminali".
Cosa cambia
Di fatto, i quattro provvedimenti votati ieri in
Consiglio introducono cambiamenti rilevanti nel quadro legislativo. Il
regolamento sui rimpatri Ue dà tra l'altro la possibilità ai Paesi membri di
stipulare accordi con Paesi extra Ue per creare hub di rimpatrio, rispettando
determinati parametri. Prevede anche misure speciali nei confronti dei migranti
considerati un rischio per la sicurezza, con la possibilità di vietare loro
l'ingresso a tempo indeterminato e di detenerli, anche in carcere. La legge mira
ad aumentare il tasso di rimpatrio di coloro che si vedono respinta la domanda
di asilo, che oggi è inferiore a "uno su quattro", come ha detto il
ministro dell'Immigrazione danese Rasmus Stoklund, socialdemocratico.
Il regolamento sui Paesi sicuri di origine stila per la
prima volta un elenco Ue di Paesi di origine considerati, appunto, sicuri: di
conseguenza, le domande di asilo presentate dai cittadini di questi Paesi
verranno esaminate con procedura accelerata, perché considerate a priori meno
fondate rispetto a quelle presentate da richiedenti asilo provenienti da altri
Paesi. L'elenco dei Paesi di origine sicuri comprende, oltre ai Paesi candidati
ad aderire all'Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord,
Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia), anche Bangladesh, Colombia, Egitto,
India, Kosovo, Marocco e Tunisia.
"Ogni anno - ha detto il ministro danese Stoklund -
decine di migliaia di persone arrivano in Europa e chiedono asilo, pur partendo
da Paesi sicuri, dove generalmente non sussiste alcun rischio di persecuzione.
Il primo elenco Ue di Paesi di origine sicuri contribuirà a creare procedure di
asilo più rapide ed efficienti e al rimpatrio di coloro che non necessitano di
protezione". Si tratta di "un traguardo importante per la politica di
asilo dell'Ue".
Non solo. La modifica del concetto di Paese terzo sicuro
consente agli Stati membri dell'Ue di respingere una domanda di asilo come
inammissibile, senza esaminarne il merito, quando i richiedenti asilo avrebbero
potuto chiedere e ottenere protezione internazionale in un Paese extra-Ue
considerato sicuro per loro, per esempio passandoci.
Gli Stati membri potranno applicare il concetto di Paese
terzo sicuro sulla base di tre opzioni. Prima opzione: esiste un legame tra il
richiedente asilo e il Paese terzo. Tuttavia, il legame non sarà più un
criterio obbligatorio per l'utilizzo di questo concetto. Seconda opzione, il
richiedente asilo ha transitato attraverso il Paese terzo sicuro prima di
raggiungere l'Ue. Terza opzione, esiste un accordo o un'intesa con un Paese
terzo sicuro che garantisca che la richiesta di asilo di una persona venga esaminata
nel Paese terzo in questione. L'applicazione del concetto di Paese terzo sicuro
sulla base di un accordo o di un'intesa non è possibile nel caso di minori non
accompagnati.
I centri in Albania
Il combinato disposto delle norme cui il Consiglio ha
dato via libera, di fatto, convalida la scelta del governo italiano di creare
centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Albania. Piantedosi ha
rivendicato che il Cpr di Gjader e il centro di Shengjin, in Albania, si
"ricandidano con forza" ad "essere attivi su tutte le funzioni
per i quali erano stati concepiti: luoghi di trattenimento per l'esercizio
delle procedure accelerate di frontiera", ma soprattutto "ad essere
il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei
regolamenti", sui quali oggi il Consiglio Ue ha concordato una posizione
negoziale.
Lo stesso Stoklund, che è socialdemocratico (gruppo
S&D, lo stesso del Pd), ha definito il tentativo dei Paesi Bassi di trovare
un'intesa con l'Uganda per crearvi un hub per i rimpatri come un modello
"interessante", che potrebbe essere replicato da altri Paesi. La
stessa Germania sta lavorando per creare un hub per i rimpatri in Africa, ha
riferito il ministro greco per le Migrazioni Thanos Plevris la settimana
scorsa.
Il Consiglio Ue ha anche trovato un'intesa sul
'solidarity pool', l'insieme degli impegni che gli Stati membri non di primo
arrivo si assumono per aiutare quelli di primo arrivo, considerati come
sottoposti a pressione migratoria. Per la seconda metà del 2026, a partire dal
12 giugno, il 'pool' prevede 21mila ricollocamenti o altri impegni materiali,
oppure 420 milioni di euro di contributi finanziari. Per Piantedosi, non è la
priorità: il governo Meloni, ha spiegato, punta al "controllo delle frontiere",
in modo da non trovarsi ad avere bisogno del meccanismo di solidarietà.
Ira di Orban
Il primo ministro ungherese Viktor Orban, che è in piena
campagna elettorale, ha tuonato via social che "Bruxelles sta cercando di
costringere l'Ungheria a pagare ancora di più o ad accogliere migranti. Questo
è inaccettabile. L'Ungheria spende già abbastanza per proteggere la frontiera
esterna dell'Unione. Non accoglieremo nemmeno un singolo migrante e non
pagheremo per i migranti degli altri. L'Ungheria non applicherà le misure del
patto. Inizia la ribellione".
Posture elettorali a parte, la linea sull'immigrazione
decisa dal governo Meloni ha cambiato nettamente la posizione dell'Italia
nell'Ue, portando ad una oggettiva convergenza con quelle di altri Paesi
membri, a partire da quelli destinatari dei movimenti secondari, come la
Germania governata dalla Grosse Koalition, ma anche la Danimarca a guida
socialdemocratica. Il tema delle migrazioni è politicamente ultrasensibile in
molti Paesi Ue, a partire dalla Germania dove l'AfD è in testa nei sondaggi. Il
fatto che l'Italia ora si sia spostata su posizioni più dure sui controlli di
frontiera ha oggettivamente facilitato l'intesa con i Paesi del nord, che hanno
il problema dei movimenti secondari, cioè l'immigrazione di richiedenti asilo
provenienti da altri Paesi membri.
Più che porre l'accento sulla necessità di ricollocare i
richiedenti asilo arrivati, come facevano i governi passati, ora il focus è sul
controllo dei confini, come dice Piantedosi e come Meloni diceva da ben prima
di diventare premier. Di fatto, riducendo i numeri, la speranza è quella di
ridurre i flussi in arrivo a un rivolo (Libia permettendo). E, una volta
ridotti i numeri, allora l'intesa sulla solidarietà si potrà trovare. Anche con
i Paesi dell'ex blocco di Visegrad. Ungheria compresa, ma solo dopo le
elezioni. (Tommaso Gallavotti. Adnkronos 9)
Unesco, la
cucina italiana è Patrimonio dell'Umanità
È la prima volta che viene premiata una tradizione
culinaria nella sua globalità
La cucina italiana entra ufficialmente nella Lista
rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Unesco. Il Comitato
intergovernativo dell'organizzazione, riunito a Nuova Delhi, ha approvato
l'iscrizione della candidatura della 'Cucina italiana fra sostenibilità e
diversità bio-culturale', confermando la valutazione preliminare positiva dello
scorso novembre. Applausi sono arrivati all'annuncio dalla delegazione italiana
presente in sala e guidata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
La candidatura - avanzata nel 2023 dal 'Collegio
Culinario Associazione culturale per l'enogastronomia italiana' in
collaborazione con Casa Artusi, l'Accademia della Cucina Italiana e la rivista
'La Cucina Italiana' - mirava a promuovere principi e valori tipici della
tradizione italiana, come il contrasto allo spreco alimentare e la riduzione
del consumo di risorse. La decisione segna una svolta nella storia dei
riconoscimenti gastronomici dell'Unesco: è la prima volta che viene premiata
una tradizione culinaria nella sua globalità, superando l'approccio adottato in
passato, incentrato su singole pratiche o tecniche.
Con l'ingresso della cucina italiana, salgono a 20 gli
elementi italiani iscritti nella Lista del patrimonio immateriale, che
comprende circa 800 elementi in 150 Paesi. Tra i precedenti riconoscimenti
Unesco già attribuiti all'Italia figurano la Dieta Mediterranea (2013, bene
transnazionale), la Vite ad alberello di Pantelleria (2014), l'Arte del
pizzaiuolo napoletano (2017) e la Cerca e cavatura del tartufo (2021).
Considerata un modello di inclusività e sostenibilità, la cucina italiana viene
valorizzata come pratica quotidiana capace di unire comunità diverse, tutelare
la biodiversità, ridurre gli sprechi e riflettere la ricchezza culturale dei
territori.
"È stato un grande successo. A nome del governo
italiano voglio ringraziare tutti coloro che si sono impegnati per raggiungere
questo obiettivo. Voglio anche ringraziare come ministro degli Esteri tutte le
nostre ambasciate e i nostri consolati che hanno avuto disposizione di fare il
massimo perché tutti quanto potessero conoscere la cucina italiana e si potesse
raggiungere questo risultato. Si vince quando c'è un grande gioco di
squadra", ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani,
prendendo la parola durante i lavori del Comitato Unesco a Nuova Delhi dopo la
proclamazione. "Siamo fieri della nostra cucina che rappresenta la nostra
identità, i nostri valori, ogni ricetta collega generazioni e rafforza il senso
di comunità e famiglia", ha proseguito il titolare della Farnesina,
sottolineando che la cucina italiana è salute, innovazione e "anche uno
straordinario volano di crescita e prosperità". Tajani ha ricordato che
nel 2024 l'export dell'agro-alimentare italiano è salito a 68 miliardi di euro e
nei primi otto mesi di quest'anno si è registrato un ulteriore aumento del 6%.
"Questo riconoscimento ci incoraggia a fare ancora di più per promuovere
le eccellenze del nostro Paese", ha concluso.
La comunicazione al presidente Mattarella
Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare
e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha comunicato ufficialmente al Capo
dello Stato, in qualità di rappresentante di tutti gli italiani, l’avvenuto
riconoscimento della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco. Lo fa sapere il
Masaf in una nota. Lollobrigida ha avuto altresì modo di ringraziare il
Presidente della vicinanza che ha dimostrato al mondo dell’agricoltura italiana
anche con la partecipazione ad eventi dedicati al settore primario come 'Agricoltura
è' tenutosi a Roma lo scorso marzo. Il Presidente della Repubblica nel corso
della telefonata ha avuto modo di esprimere il proprio compiacimento per un
successo che rafforza il prestigio italiano nel mondo.
Meloni: "Un primato che ci rende orgogliosi"
In un videomessaggio diffuso per l'occasione Giorgia
Meloni ha spiegato che la notizia "ci riempie d'orgoglio".
"Siamo i primi al mondo a ottenere questo riconoscimento, che onora quello
che siamo e la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo
cibo o un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro,
ricchezza".
"È un primato che ci inorgoglisce", ha
rimarcato Meloni, "e ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare
ancor di più i nostri prodotti e proteggerli con maggiore efficacia da
imitazioni e concorrenza sleale. Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di
agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto
dell'agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso
decisivo per raggiungere nuovi traguardi".
Nel videomessaggio la premier aggiunge che "il
Governo ha creduto fin dall'inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per
raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri
Lollobrigida e Giuli per aver seguito il dossier. Ma è una partita che non
abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano,
insieme ai nostri connazionali all'estero, insieme a tutti coloro che nel mondo
amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita".
"Oggi - ha concluso la presidente del Consiglio - celebriamo una vittoria
dell'Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé
stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può
stupire il mondo".
Lollobrigida: "L'Italia ha vinto, la festa
appartiene a tutti"
“La Cucina Italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi
l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle
nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare
la tradizione in valore universale”. Così il ministro dell’Agricoltura, della
Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida.“Questo
riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale,
orgoglio e visione. La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo
che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione
dopo generazione”, prosegue Lollobrigida.
“È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi,
degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con
passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico
dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va
il mio più profondo ringraziamento. Questo riconoscimento è motivo di orgoglio
ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i
nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere. Sarà anche uno strumento
in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo
riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti
di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione
che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità”, conclude il
ministro.
Giuli: "Traguardo storico"
“Con l’ingresso della cucina italiana nella lista
rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, l’Italia
riconosce e valorizza un bene collettivo che racconta le nostre radici, la
nostra identità, le comunità e la biodiversità dei territori. Il riconoscimento
da parte dell’Unesco segna un traguardo storico: a essere tutelato non è un
singolo piatto, ma l’intero sistema della cucina italiana, inteso come
patrimonio vivente fatto di pratiche, ritualità, rispetto della stagionalità e
trasmissione di saperi intergenerazionale", così il ministro della
Cultura, Alessandro Giuli.
“Con questo riconoscimento, la cucina italiana entra
ufficialmente tra i beni culturali immateriali dell’umanità”, ha aggiunto il
ministro, “confermando il suo valore identitario, culturale e sociale, nonché
il suo ruolo nella costruzione di una memoria collettiva condivisa. Soltanto il
fatto che il nostro stare a tavola, il nostro modo, peculiarmente italiano, di
stare insieme, sia erede di tante ritualità, che il nostro ‘pranzo della
domenica’ i nostri momenti conviviali in occasione delle feste, siano elementi
di una tradizione antichissima e in evoluzione continua, dice tutto. I nostri
piatti - conclude - sono espressione dei nostri territori, delle nostre radici
familiari, che attraversano le generazioni. La cucina italiana rispecchia la
civiltà italiana”.
Sangiuliano: "Il riconoscimento corona percorso
iniziato con Lollobrigida"
“Accolgo con grande soddisfazione e felicità il
riconoscimento della Cucina italiana nella lista del patrimonio immateriale
dell’Unesco. È il coronamento di un percorso che iniziammo con il ministro
Francesco Lollobrigida, che ne ebbe l’intuizione, quando ero ministro della
Cultura. Ha fatto benissimo il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a
manifestare l’orgoglio della nazione per questo riconoscimento, che come ha
ricordato la premier, onora quello che siamo e la nostra identità”, dice
all'Adnkronos Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura ora neoconsigliere
regionale di FdI in Campania.
“La grandezza della nazione italiana non è data solo
dallo straordinario patrimonio culturale e dalle bellezze della natura, ma
anche dal distillato delle tradizioni che si sono sedimentate in secoli di
storia di cui la cucina costituisce una unicità mondiale. L’aver riconosciuto
la cucina nella sua globalità e non per un solo aspetto è un riconoscimento
ancor più grande di questo valore. Primi al mondo”, aggiunge l'ex ministro,“Del
resto la cucina è anche una straordinaria realtà economica che esalta la filiera
agroalimentare italiana, crea ricchezza e lavoro”.
Mazzi: "Successo di tutti gli italiani"
"Oggi realizziamo un sogno nel vedere la nostra
cucina, prima cucina al mondo riconosciuta patrimonio dell’umanità. Un successo
per tutti gli italiani, nessuno escluso. E’ stato un appassionante lavoro di
squadra di due ministeri, della Cultura e dell’Agricoltura. Grazie ai ministri
Giuli, Sangiuliano e al ministro Lollobrigida e grazie al premier Giorgia
Meloni per aver creduto nel progetto con forte determinazione. Sapremo tutelare
questo patrimonio per trasmetterlo alle generazioni del futuro", dichiarato
Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura con delega Unesco, firmatario
della candidatura della cucina italiana a patrimonio dell'umanità il 24 marzo
2023.
Salvini: "Alla faccia di chi vuole metterci nei
piatti cibo da laboratorio"
''Un premio alla nostra filiera agroalimentare che ci
riempie di orgoglio e di soddisfazione. Dobbiamo essere custodi e promotori di
questa eccellenza, apprezzata e imitata ovunque. Alla faccia di chi vuole
metterci cibo da laboratorio e insetti nei piatti: viva la nostra cucina, viva
le nostre tradizioni'', così sui social il vicepremier e leader della Lega
Matteo Salvini.
Pichetto: "Vince l'Italia della qualità con
eccellenza ambientale"
“La cucina italiana nasce da una straordinaria
agricoltura, da una produzione di altissimo livello, dal connubio tra
tradizioni, cultura e innovazione culinaria, ma anche dall’eccellenza
ambientale. Il riconoscimento Unesco, che rende la nostra cucina Patrimonio
immateriale dell’Umanità, è il successo del Sistema Italia, della sua qualità e
unicità”, dichiara il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica,
Gilberto Pichetto. “Congratulazioni ai ministri Francesco Lollobrigida e
Alessandro Giuli per aver ottenuto un risultato che onora il nostro Paese,
valorizzandone una delle sue più alte espressioni”, conclude Pichetto.
Urso: "Da riconoscimento cucina ricadute economiche
su settore alimentare e turismo"
Il riconoscimento Unesco alla cucina italiana come
patrimonio immateriale dell'Umanità, afferma il ministro delle Imprese e del
made in Italy Adolfo Urso intervenendo all'assemblea di Confagricoltura, si
deve a "un gioco di squadra straordinario di tutto il governo, è motivo di
grande orgoglio e simboleggia il significato più profondo del made in Italy. La
specificità di questo Paese avrà anche importanti straordinarie ricadute sul
piano economico commerciale e produttivo nel settore agricolo, alimentare e nel
settore turistico alberghiero. Tutto si lega e rappresenta appieno quello che
siamo: il frutto di uno stile di vita che tutti ci riconoscono quale emblema
dell'eccellenza e della qualità".
Crosetto: "Grazie a Lollobrigida, motore e benzina
di questa straordinaria avventura"
"La Cucina Italiana è patrimonio dell'Umanità!
Grazie a tutti quelli che in questi anni hanno lavorato per raggiungere questo
obiettivo straordinario ed unico al Mondo. Grazie a chi è stato il motore e la
benzina di questa straordinaria avventura, il mio amico e collega Francesco
Lollobrigida. Siamo onorati, come Ministero della Difesa, di aver dato il
nostro piccolo supporto al suo grande lavoro", sottolinea il Ministro
della Difesa Guido Crosetto sul suo canale X.
Fontana: "Premio a tradizione, qualità e
varietà"
"Il riconoscimento dell'Unesco alla Cucina italiana
è un riconoscimento alla cultura e al saper fare, a chi ogni giorno opera,
dalla materia prima alla trasformazione, per produrre eccellenza. È questo un
risultato che onora il nostro Paese, valorizzando la straordinaria ricchezza
della varietà, delle tradizioni, dei prodotti italiani. Saperi antichi che
vengono tramandati e consegnati al mondo come un patrimonio infinito che è
parte della storia del nostro Paese. Un grande grazie a chi ha reso possibile
questo risultato, a tutti gli operatori del settore e al loro lavoro
quotidiano", così il Presidente della Camera dei deputati, Lorenzo
Fontana. Adnkronos 10
L’Europa della difesa ha vissuto un anno importante con
le inevitabili luci ed ombre. Gli ottimisti si concentrano, anche
scaramanticamente, sulle prime. Questo è ancora più comprensibile se si
considera il ritardo con cui l’Unione Europea si sta misurando con un tema che,
invece, per lo meno da venticinque anni, avrebbe dovuto essere affrontato. Se
ciò fosse avvenuto è probabile che oggi lo scenario sarebbe diverso e che
sarebbe sicuramente meno indifesa.
La storia ha dimostrato innumerevoli volte l’importanza
della deterrenza al fine di scoraggiare i potenziali aggressori e, in ogni
caso, proteggersi meglio. Ma, fino ad ora, noi europei non siamo riusciti ad
integrare la consapevolezza che si è sviluppata in un certo numero di Stati
membri (purtroppo non in tutti) all’interno di una dimensione europea, anche se
avrebbe dovuto essere evidente che da tempo non c’è alternativa a quest’ultima.
Il risultato è che il rafforzamento delle capacità
europee di difesa e sicurezza attraverso una maggiore integrazione politica e
militare è solo leggermente aumentato, mentre il ritardo fin qui accumulato e
le minacce incombenti avrebbe richiesto una brusca accelerazione. Poco o
niente, invece, è stato fatto per favorire una reale comunalità degli
equipaggiamenti in servizio nelle Forze Armate nazionali, evitando nuovi
programmi nazionali (anche mascherati da finti programmi di collaborazione per
ottenere fondi europei) e troppe versioni nazionali dei pochi sistemi d’arma
comuni.
Il risveglio del “fantasma” tedesco
Negli ultimi tre anni e soprattutto quest’anno si è
registrata, comunque, un’importante novità nel campo della difesa: il risveglio
di un vecchio fantasma da molti dimenticato, la Germania.
Prima Putin e poi anche Trump sono riusciti a smuovere il
gigante tedesco, esplicitamente intenzionato ad allineare il suo peso politico
internazionale e militare a quello economico e a diventare a breve il primo
paese europeo in campo militare (per lo meno sul terreno convenzionale). Per
ora si registra solo un cambiamento di postura internazionale e l’avvio di un
piano di forti investimenti militari con ampia riorganizzazione delle Forze
Armate, ma quando inizia un processo di riposizionamento è difficile prevedere
a che punto si fermerà.
Sul piano europeo e internazionale la Germania sta
passando, nel giro di pochi anni, da gigante economico e nano politico a
gigante economico (anche se attraversa una preoccupante fase di stagnazione) e
politico. L’attivismo che sta dimostrando sulla guerra russa contro l’Ucraina e
la disponibilità a sostenere anche militarmente quello sfortunato Paese era
semplicemente impensabile all’inizio di questo decennio. A riconoscerlo sono
anche le due potenze nucleari europee, Francia e Regno Unito, che hanno ormai
accettato di condividere la leadership della resistenza al delirio imperiale
russo. Nel gioco dei rapporti di potenza intra-europei un grande merito della
Germania è stato anche quello di aver cercato di favorire in ogni modo una
risposta europea. Nonostante le obiettive difficoltà, l’Unione ha compiuto
qualche piccolo passo avanti, come si è evidenziato nel recente Consiglio
Europeo dove sono stati infranti due tabù: quello del debito comune europeo per
sostenere finanziariamente l’Ucraina e quello di una decisione presa dalla
maggioranza degli Stati Membri (seppur “tollerata” dai soliti pochissimi
ultra-sovranisti). Sul versante transatlantico, inoltre, fin dall’insediamento
della nuova amministrazione americana la Germania ha tenuto una posizione
altrettanto ferma nel contrastarne gli attacchi commerciali sia sul piano
commerciale sia su quello politico, difendendo insieme i suoi interessi
nazionali e quelli europei. Anche da qui la crescita del suo ruolo in Europa
(favorita anche dal secondo mandato della Presidente tedesca della Commissione
Europea).
La spesa militare
Sul piano militare la Germania ha dichiarato
esplicitamente due anni fa di voler diventare la principale potenza militare
europea entro il decennio. A questo fine ha appena deciso un primo investimento
straordinario per la difesa di 50 miliardi di euro (con la prospettiva di
raddoppiarlo a breve) per arrivare al 3,5% del PIL entro la fine del decennio
(quattro-cinque anni prima della scadenza decisa in ambito NATO). La
credibilità della decisione è confermata dal raggiunto traguardo del 2% nel
2025, con un aumento di circa il 30% sul 2024 (e senza utilizzare la fantasia
contabile di altri alleati). Nel 2026 la spesa militare tedesca è, quindi,
prevista in 83 miliardi di euro (più del doppio di quella italiana).
Nel breve-medio periodo continuerà a mancarle lo status
di potenza atomica, ma la nuova forma di guerra tradizionale+ibrida che si sta
affermando, ha cominciato ad offrire nuovi strumenti di deterrenza. Alla
minaccia della “demolizione atomica” si sta sommando quelle della “demolizione
tecnologica” in cui nulla funzionerebbe più, come se fosse andato distrutto,
mentre, invece, sarebbe semplicemente inutilizzabile per un arco di tempo
sufficiente per mettere qualunque paese in ginocchio. Altri attori, oltre alle
potenze atomiche, si preparano, di conseguenza, ad entrare in campo, se già non
lo hanno fatto.
I nuovi programmi militari
Sempre a livello militare, numerose scelte per i nuovi
equipaggiamenti, pur separate tra loro, stanno concorrendo al rafforzamento del
ruolo tedesco.
L’alleanza franco-tedesca degli ultimi trent’anni sembra
ormai essersi incagliata: si è iniziato tre anni fa con la decisione di non
condividere con la Francia l’ammodernamento del comune elicottero anticarro
Tiger (senza per ora manifestare una diversa opzione) per arrivare al mancato
accordo sul programma per il velivolo di sesta generazione FCAS e allo stallo
del progetto franco-tedesco MGCS per un carro di nuova generazione, avviato
quasi dieci anni fa (nel frattempo la Germania ha lanciato due anni fa una
nuova versione A 8 del carro da battaglia Leopard 2, dove il numero 8 indica
quante versioni siano state via via realizzate per una quindicina di Paesi
europei; considerando quelli che stanno già manifestando il loro interesse, il
nuovo moderno e fortemente protetto Leopard 2 finirà molto probabilmente con
l’inondare il mercato europeo del prossimo decennio, saturando così il
mercato).
In campo subacqueo quattro anni or sono la Germania ha
avviato, in collaborazione con la Norvegia, la costruzione di una nuova
versione del sottomarino U 212 A, denominata CD-Common Design. Le dimensioni
sono quasi raddoppiate e sono previsti due motori, maggiore autonomia
soprattutto in immersione, tubi lanciamissili anti-nave e anti-superficie: di
fatto si passa, così, dal semplice ruolo d’attacco anti-som e anti-nave a
strumento di deterrenza missilistica. In questo modo la Germania sta
consolidando la sua leadership in un settore destinato rapidamente ad una forte
espansione, grazie allo sviluppo tecnologico che ne consentirà un ampio
sfruttamento.
Nella difesa aerea, la Germania ha lanciato tre anni fa
un grande programma europeo a guida tedesca, denominato ESSI-European Sky
Shield Initiative. A prescindere dal fatto che, utilizzando per più di due
terzi tecnologie e prodotti israeliani e americani (in particolare nei sistemi
più delicati, a lunga e lunghissima distanza), non contribuirà certo ad
aumentare la sovranità tecnologica del Vecchio Continente e, anzi, rischierà di
saturare il mercato inibendo lo sviluppo tecnologico e industriale europeo, questo
è il primo grande programma con leadership tedesca. Fino ad ora vi hanno
aderito ben 21 Paesi, non solo membri dell’UE ma anche NATO e neutrali. La
difesa aerea europea, la prima e più strategica esigenza del Vecchio
Continente, sta prendendo, quindi, corpo con un programma non collegato alle
Istituzioni europee, ma lanciato e diretto dalla Germania.
Nel settore spaziale, dove ormai il confine fra impiego
militare e civile sta diventando sempre più labile, lo scorso mese la Germania
ha approvato la “Space safety and security strategy” che prevede un
investimento di 35 miliardi di euro in cinque anni e che ne farà il terzo
investitore mondiale. La sua spesa annuale sarà, di conseguenza, quasi la
stessa dell’ESA e questo da la misura dell’impegno finanziario tedesco. Se si
tiene conto dell’importanza strategica dello spazio e delle sue crescenti applicazioni
militari, questa decisione rappresenta, di fatto, un altro tassello del
rafforzamento militare della Germania.
Da Bruxelles a Berlino?
Sul riarmo tedesco non vi sono ormai dubbi. Su come si
realizzerà non vi sono, invece, certezze. Se fosse stato avviato in un quadro
di forte collaborazione intra-europea il motore tedesco avrebbe sicuramente
svolto un ruolo positivo. Svincolato dal quadro comunitario (persino nel
livello intergovernativo), il processo resta affidato solo alla volontà tedesca
e alla capacità attrattiva degli altri principali partner europei nel campo
della difesa. Il fattore determinante sarà probabilmente il tempo. Date le
difficoltà di accelerare il processo di integrazione politica e militare
dell’Unione, solo un’iniziativa limitata ai paesi “willing and able” potrebbe
risultare compatibile con l’urgenza di costruire una vera deterrenza militare
comune, dentro o fuori dai Trattati. Ma questi Paesi non devono
illudersi: non ci può essere spazio per alcuna forma di assemblearismo
paralizzante e sovranismo nazionale. Si dovrà accettare una “governance” in
grado di assumere decisioni comuni tempestive e un forte impegno finanziario
per non rallentare la marcia del gruppo. E il baricentro potrebbe non essere
più Bruxelles, ma Berlino. Michele Nones, AffInt 23
Amburgo.
ReteDonne e.V.: Luciana Mella riconfermata presidente
Amburgo – “Nel 2025 ReteDonne e.V. ha proseguito con
determinazione il proprio impegno a favore dei diritti delle donne italiane in
Germania, in Europa e in Italia. L’azione dell’associazione si è concentrata in
particolare sul contrasto alle disuguaglianze di genere, sulla promozione
dell’educazione alla parità e sulla costruzione di reti solidali
transnazionali”.
Lo sottolinea la presidente Luciana Mella,
che tra i progetti di supporto e orientamento, realizzati nel corso del 2025,
segnala “Non sei sola”, un servizio di sostegno in lingua italiana contro la
violenza di genere in Germania (https://nonseisola.de/) e “Empower Parents” per
genitori in emigrazione (https://italienverein.de/empower-parents/), realizzato
in collaborazione con l’associazione ItalienVerein, dedicato alla cura e al
contrasto degli stereotipi di genere.
“Queste attività confermano il ruolo di ReteDonne e.V.
come spazio di elaborazione, relazione e azione condivisa, in cui la pluralità
delle esperienze femminili rappresenta una risorsa per l’agire sociale”,
evidenzia ancora Mella riconfermata alla guida dell’Associazione che nel corso
dell’Assemblea generale del 6 dicembre scorso ha rinnovato il suo Direttivo,
che risulta così composto: Eleonora Cucina, Vicepresidente; Letizia Maulà,
Vicepresidente; Beatrice Virendi, Tesoriera; Dora Balistreri, Consigliera;
Rafaella Braconi, Consigliera; Lilly Bozzo-Costa, Consigliera; Alessia De
Carlo, Consigliera; Daniela Di Benedetto, Consigliera; Marianna Maresca,
Consigliera; Alessandra Pantani, Consigliera.
La presidente Mella rivolge “un grazie sentito va a tutte
e tutti coloro che ci hanno accompagnato e sostenuto in questo percorso” e i
nostri migliori auguri di buone feste, con l’auspicio di affrontare il nuovo
anno con energia, cura reciproca e rinnovata energia”. Mella ricorda che
l’associazione ReteDonne e.V. – coordinamento donne italiane all’estero – opera
su tutto il territorio federale tedesco ed è un laboratorio di impegno al
femminile che mette in rete le donne italiane che vivono in Germania, in Europa
e in Italia. L’intento è promuovere riflessione e confronto sui diritti,
affinché in tutti gli ambiti, da quello lavorativo a quello sociale e
familiare, venga attuata la parità di genere.
Attraverso incontri e momenti informativi, l’associazione
fornisce strumenti teorici e pratici per superare e abbattere il gender gap,
con la consapevolezza che, vivendo all’estero, le difficoltà che l’universo
femminile deve affrontare sono spesso maggiori, aggravate dalla solitudine
personale o dalla mancanza di reti sociali. Maggiori informazioni:
https://retedonne.net/it/ (Inform 22)
La riforma
della Farnesina: gli interventi dei nuovi Direttori Generali
ROMA – Nel corso della presentazione a Villa Madama della
riforma della Farnesina si è svolto un panel per illustrate gli obiettivi e gli
orientamenti tecnici della riorganizzazione. Il dibattito è stato aperto da
Francesca Santoro, Capo Unita per la Semplificazione e il Coordinamento presso
la Segreteria Generale, che ha sottolineato: “La semplificazione è un aspetto
fondamentale della riforma, perché dobbiamo guardare al nostro metodo di lavoro
per renderlo più snello ed efficacie”. Per Santoro la semplificazione può
andare in due direzioni. In primo luogo verso l’interno, cercando di snellire
le procedure di lavoro attraverso l’apporto delle nuove tecnologie, a partire
dall’intelligenza artificiale. Vi è poi una dimensione esterna della
semplificazione che si prefigge di rendere più immediato e semplice il rapporto
con gli utenti, ovvero i milioni di cittadini italiani all’estero e le aziende
italiane nel mondo. Secondo Santoro va inoltre introdotta, attraverso un
processo costante, una vera e propria cultura della semplificazione. “Per
questo – ha spiegato Santoro – abbiamo creato una task force per la
semplificazione a cui parteciperanno tutti i rappresentanti delle Direzioni
Generali della Farnesina che potranno dare consigli e suggerimenti.
Abbiamo inoltre invitato le varie Direzione Generali a creare, quella per
i Servizi per gli Italiani all’Estero lo ha già fatto, dei nuclei per la
semplificazione interna a cui sono invitati a partecipare anche i colleghi più
giovani per avere risorse innovative”. “Abbiamo poi deciso di aprire un
confronto – ha concluso Santoro – con chi utilizza i nostri servizi ,
ovvero gli italiani all’estero, le imprese e le associazioni di categoria. In
proposito abbiamo messo a disposizione un indirizzo di posta elettronica semplificazione@esteri.it
che è già attivo e che ci consente di ricevere suggerimenti e proposte”. Ha poi
preso la parola il Direttore Generale per la Crescita e la Promozione delle
Esportazioni Mauro Batocchi che ha rilevato come si stia lavorando con il piano
per export per arrivare ai mercati di alto potenziale, anche per cercare di
raggiugere nel 2027 i 700 miliardi di export. “Saremo l’avamposto delle imprese
all’interno dell’amministrazione, – ha aggiunto il Direttore Generale –
parleremo la lingua delle imprese e accompagneremo e ascolteremo le esigenze
delle aziende, facendo in modo che abbiano delle risposte concrete”. Batocchi
ha poi segnalato l’importante collaborazione che giungerà dai 130 uffici
commerciali delle Ambasciate , dai circa 80 consolati, da SIMEST, ICE, SACe e
CDP, nonché dagli 86 Istituti Italiani di Cultura che, nell’ambito della
diplomazia della crescita, promuoveranno il sistema produttivo. “Avremo
poi un’unità Export – ha rilevato Batocchi – che avrà il compito di ascoltare
le imprese e di affiancarle nei grandi progetti e nelle grandi commesse
internazionali. Il fatto di lavorare a sistema ci permetterà di affinare
l’approccio promozionale all’estero”. Il Direttore Generale ha infine
evidenziato i circa 50 Forum imprenditoriali già completati e la realizzazione
di una piattaforma telematica sul piano per l’export. A seguire è intervenuto
il Direttore Generale per le Questioni Cibernetiche l’Informatica e
l’Innovazione Tecnologica, Alessandro De Pedys che ha rilevato come con questa
riforma della Farnesina si prenda atto della crescete centralità delle
tecnologie digitali nei contesti della sicurezza, dell’innovazione e della
diplomazia. “La sfida principale – ha spiegato De Pedys – è quella di
contrastare la minaccia ibrida che è tutt’altro che teorica e molto reale.
Queste operazione ibride sono il risultato quasi sempre di una combinazione di
attività coordinate e sinergiche che si sviluppano, con l’obiettivo di
indebolire un Paese, in vari settori: politico, diplomatico , militare,
dell’informazione, del sistema economico e dell’intelligenze”. Il
Direttore Generale ha poi spiegato come in questo contesto “La sicurezza
cibernetica e innovazione assumano sempre di più un ruolo centrale nelle
diplomazie di tutti i Paesi. Questo vale anche l’Italia e per la Farnesina che
è toccata da questo fenomeno. Nel 2025 – ha aggiunto – vi sono stati infatti 2,
5 milioni di attacchi ai servizi web del Ministero e 120 milioni di mail
dannose sono state bloccate dai nostri servizi, questa è la dimensione del
fenomeno che la Farnesina deve gestire”. De Pedys ha poi spiegato che la nuova
Direzione Generale avrà due pilastri: la tutela delle infrastrutture digitali
del Ministero in tutte le sue articolazioni – al tal fine si sta allestendo un
centro di controllo per rispondere agli attacchi cibernetici – e la
partecipazione alle varie iniziative a livello internazionale nei settori della
sicurezza cibernetica e dell’intelligenza artificiale, anche con lo scopo di
avviare varie collaborazioni in questo campo.
“La riforma della Farnesina – ha esordito nel suo
intervento la Direttrice Generale per le risorse e la formazione Patrizia
Falcinelli – riguarderà anche il capitale umano del Ministero degli Esteri.
Sono due i momenti chiave, il primo è il reclutamento e quindi il concorso
diplomatico, il secondo riguarda la formazione di tutte le categorie del
personale del Ministero”. “Abbiamo previsto l’apertura al concorso
diplomatico – ha evidenziato Falcinelli – a tutte le lauree magistrali, a
partire dal concorso 2026. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di
professionalità e competenze nuove, quindi di tutto il bacino di studenti
interessati alle relazioni internazionale e che hanno un titolo di laurea
differente da quelli fino ad oggi previsto”. La Direttrice Generale ha
inoltre segnalato come nel corso dei road show presso le università, si sia
manifestato molto interesse anche da parte di studenti di corsi di laurea
diversi da quelli fino ad oggi considerati. Falcinelli si è poi
soffermata sulla formazione . “Dal primo gennaio – ha rilevato – assisteremo ad
un rinnovamento epocale, tanto da determinare il cambio di denominazione della
Direzione Generale che dirigo, che sarà dal primo gennaio in poi la Direzione
Generale per le Risorse e la Formazione , un cambiamento che si riflette anche
nei contenuti formativi a diposizione del personale che, già durante il 2025
per arrivare preparati alla riforma di gennaio 2026, ha visto un aumento del
50%”. La Direttrice Generale ha poi sottolineato l’esigenza di un cambio di mentalità
con maggiore compenetrazione di competenze verso realtà esterne, con tante
collaborazioni, che si sostanziano in tirocini e missioni congiunte. “Abbiamo
bisogno – ha concluso – di un personale che non sia solo in possesso di
nozioni, ma sappia anche lavorare sul campo ed avere esperienze all’attivo”. E’
stata poi la volta della Direttrice Generale per i Servizi ai Cittadini
Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Silvia Limoncini che ha spiegato
come la Direzione Generale da lei diretta con la riforma della Farnesina abbia
preso la nuova denominazione “per i Servizi ai Cittadini Italiani
all’Estero” al fine di sottolineare la vocazione della DG e di tutta la rete
diplomatico consolare nell’offrire servizi più efficaci e più semplificati ai
connazionali nel mondo. “ Con la riforma la Direzione Generale – ha poi
rilevato Limoncini – si occuperà anche di scuole italiane all’estero, dei corsi
d’italiano e degli Enti gestori, in coerenza con il pacchetto dei servizi da
offrire alla comunità italiana all’estero. Con la riforma si istituirà anche un
ufficio dedicato al Turismo delle Radici dove si organizzeranno e si
valorizzeranno, insieme alla rete diplomatica consolare, progetti e iniziative
per favorire i discendenti dei nostri connazionali che vorranno intraprendere
un viaggio in Italia per ritrovare le loro origini nei piccoli comuni e borghi
da cui proveniva la maggior parte dell’emigrazione italiana”. “Per quanto
riguarda il tema della semplificazione – ha poi aggiunto Limoncini – la squadra
della Direzione Generale vorrebbe lanciare due progetti: la prima iniziativa è
legata all’assistenza consolare ai connazionali all’estero che sono in
difficoltà. Questo aspetto rappresenta una fetta molto importante del lavoro
della Direzione Generale, basti pensare che nel 2025 sono effettuati oltre
20.000 interventi nell’ambito della rete all’estero. Verrà quindi costituita
una sala multimediale dedicata ai servizi consolari per gli italiani attraverso
la quale l’Unità Tutela, che ovviamente già opera, avrà la possibilità di
assistere in maniera più integrata, veloce ed efficacie i nostri connazionali.
Iniziative che vanno dal rimpatrio sanitario, all’assistenza ai nostri
connazionali in stato di detenzione, ai bambini contesi e tanti altri servizi.
Vi sarà quindi una sala per videoconferenze per coordinare gli interventi di
assistenza con la rete diplomatico consolare. L’altro progetto a cui
teniamo molto – ha continuato la Direttrice Generale – è quello, sempre legato
alla semplificazione, che si prefigge di rendere la vita dei nostri
connazionali all’estero più semplice. Si tratta di una evoluzione dalla
piattaforma FAST IT, che i nostri connazionali all’estero già conoscono
per l’iscrizione all’Aire, volta a creare una vera e propria applicazione da
scaricare sullo smartphone e attraverso la quale i nostri connazionali potranno
usufruire dei servizi consolari, ad esempio prendere un appuntamento per il
rilascio del passaporto, iscriversi all’Aire, o fare degli atti di stato
civile. Un progetto ambizioso – ha concluso Limoncini – in cui la squadra della
Direzione Generale crede moltissimo e che speriamo di realizzare al più presto
per poter dire che il consolato ‘sarà a portata di mano’”. Ha poi preso la
parola il Direttore Generale per il Patrimonio e l’Amministrazione Nicandro
Cascardi. “ Questa Direzione Generale – ha spiegato Cascardi – si occuperà di
valorizzare, gestire e razionalizzare il patrimonio immobiliare della Farnesina
ed assicurare la corretta amministrazione, nonché di gestire la nostra rete
finanziaria all’estero. Noi abbiamo un patrimonio veramente ingente, gestiamo
oltre 300 immobili sparsi per il mondo, e la valorizzazione e gestione di
questo patrimonio è basata su un concetto abbastanza semplice, gli immobili
sono uno strumento di lavoro. Per far sì che la diplomazia possa svolgere la
sua attività al servizio del Paese, quindi occorre avere degli immobili non
solo decorosi, ma anche funzionanti”. Il Direttore Generale ha poi segnalato
che si sta provvedendo alla realizzazione di strutture denominate Casa Italia
dove nei vari Paesi verranno concentrati tutti gli enti del Sistema Italia.
Cascardi si è anche soffermato sui lavori messi in atto per innovare il palazzo
della Farnesina dove si sta realizzando una sala riunione per l’export. Una
struttura operativa al servizio delle imprese e di tutti coloro che
interagiscono con il Ministero. E’ infine intervenuto il Segretario
Generale della Farnesina Riccardo Guariglia che ha spiegato come gli
orientamenti della riforma fossero l’innovazione a costo zero, evidenziare che
la Farnesina è la servizio dei cittadini e delle imprese e che la crescita è
oggi al centro della nostra politica estera. Guariglia ha poi sottolineato come
la riforma rafforzi nella Farnesina il coordinamento di tutto il comparto
politico e, con il pilastro economico, dia forte attenzione alla crescita
dell’Italia, sotto tutte le sfaccettature: dimensione economica,
culturale, sportiva , tecnologica, ricerca, scienza e tecnologia spaziale.
Tutti settori innovativi per la l’azione diplomatica. Il Segretario Generale ha
anche evidenziato come si sia sviluppata maggiore attenzione per le imprese e
per le esigenze di cittadini italiani all’estero che oggi raggiungono quota
sette milioni. “Per la prima volta – ha aggiunto Guariglia – il Ministero degli
Esteri promuove, tramite il turismo delle radici, grazie al ricevimento di
fondi del PNRR, lo sviluppo del territorio anche in aree svantaggiate, e anche
questa è una innovazione”. “In definitiva – ha concluso il Segretario
Generale – pur mantenendo le tradizioni del passato, la Farnesina a partire dal
primo gennaio guarderà al futuro in modo molto più focalizzato, concreto e
moderno. Questa è una delle tradizioni della diplomazia, saper guardare al
futuro, contribuendo agli interessi nazionali, mantenendo alta la bandiera del
nostro Paese in tutto il mondo”. (Lorenzo Morgia- Inform 4)
La nuova
Strategia di Sicurezza Usa e il distacco dall’Europa
Non è necessario leggere la nuova Strategia di Sicurezza
per accorgersi che l’Europa è ormai lontana dal centro degli interessi e delle
preoccupazioni del Presidente Trump. Semmai, si può osservare che, per essere
“strategica”, la nuova dottrina Usa di strategico ha ben poco.
Nella parte del documento dedicata all’Europa si parla
vagamente della Nato – che pure è il fulcro dei rapporti transatlantici e solo
– per dire che il futuro dell’Alleanza non sarà quello di una sua perpetua
espansione (sinora predicata soprattutto dagli Usa) e che nei prossimi decenni
alcuni paesi Nato saranno “a maggioranza non europea” e quindi, probabilmente,
meno qualificati per appartenervi. Non si parla, invece, dei veri problemi
strategici: del futuro della presenza militare americana in Europa, della
deterrenza sia convenzionale sia nucleare, del ruolo degli europei in tale
contesto.
Il cambio di strategia trumpiana verso l’Unione europea
La nuova “strategia” trumpiana sull’Europa è
diametralmente opposta a quella seguita sinora dagli Usa, impostata sulla
cooperazione e l’alleanza tra l’America e l’Unione europea. Il nome stesso di
quest’ultima viene menzionato nel documento una sola volta e in termini
decisamente dispregiativi.
È difficile pensare che Trump e i suoi consiglieri non si
accorgano che l’America, nel prendere le distanze dall’Europa, non faccia altro
che aiutare a realizzare il sogno da sempre perseguito dalla Russia, sia
sovietica che putiniana, di creare una frattura tra le due sponde
dell’Atlantico: isolare e indebolire l’Europa per rafforzarsi poi nel confronto
con un’America a sua volta isolata e indebolita.
Il vertice Nato dell’Aja e l’articolo 5
Il deludente vertice della Nato tenutosi all’Aja nel
giugno scorso si è limitato a stabilire un legame tra l’impegno degli alleati a
raggiungere una quota altissima (il 5% del PIL per le spese di difesa) e una
riaffermazione “ferrea” (iron clad) dell’articolo 5 sulla difesa comune.
Ma Trump ha in varie circostanze espresso scetticismo
proprio sull’articolo 5, la cui credibilità viene sminuita proprio dal legame
da lui stesso imposto tra la sicurezza collettiva e l’aumento delle spese
europee per gli armamenti.
Il comunicato dell’Aja lascia in sospeso la validità del
resto della dottrina strategica della Nato sinora concordata. Nulla si dice del
coordinamento e pianificazione militare congiunta, inclusa quella nucleare,
delle esercitazioni comuni, dell’armonizzazione degli armamenti e delle
strutture di comando, controllo e intelligence.
La presenza militare Usa in Europa e la deterrenza
nucleare
A ciò si è sempre aggiunta una presenza fisica sul suolo
europeo di soldati Usa che oggi ammonta, tra forze permanenti e in rotazione, a
circa 100.000 uomini. Un ruolo centrale è sempre stato riservato alla
dissuasione nucleare esercitata in primo luogo dagli Stati Uniti: “la suprema
garanzia di sicurezza degli alleati – recita la dottrina Nato – è data dalle
forze strategiche nucleari dell’Alleanza, in particolare quelle degli Stati
Uniti”.
Ha sempre fatto parte della dottrina Nato anche un
capitolo dedicato al controllo degli armamenti e a un tema su cui l’Alleanza ha
sempre deliberato congiuntamente: quello del Trattato di Non proliferazione
nucleare del 1970 (TNP), che prevede che solo cinque Stati (Cina, Francia,
Regno Unito, Russia e Stati Uniti) abbiano titolo per possedere l’arma
nucleare. Neanche questo tema viene toccato nella strategia.
La questione ucraina
Ancora più preoccupanti sono i termini del documento
della Casa Bianca per quanto si riferisce all’Ucraina, quasi come se il futuro
di tale Paese non riguardasse più gli Stati Uniti. È unanime oggi la condanna
della Russia per avere violato clamorosamente il suo impegno di garantire
“l’integrità territoriale e l’indipendenza politica” dell’Ucraina ai sensi del
Memorandum sottoscritto a Budapest nel 1994.
Pochi ricordano che tale accordo fu sottoscritto non solo
da Mosca ma anche da Washington che è, dunque, chiamato ad assicurare
all’Ucraina quelle esistenziali garanzie di sicurezza che le furono date in
cambio della rinuncia di Kyiv (di cui si morde ora le mani) alle armi nucleari
dislocate sul proprio territorio e della sua adesione, come Paese non nucleare,
al TNP.
Il dilemma della non proliferazione nucleare per l’Europa
Le esitazioni che ebbe Kyiv prima di rinunciare all’arma
nucleare fanno tornare alla mente analoghe incertezze che ebbero vari paesi
europei, Italia in primis, all’inizio degli anni 70 sul dilemma se aderire o
meno al TNP. Un dilemma che indusse l’Italia ad aderirvi solo 5 anni dopo la
sua entrata in vigore. Fu determinante per la scelta, poi adottata unanimemente
da tutti i paesi Nato (chi prima e chi dopo), di aderire al TNP basandosi
principalmente sulla fiducia nella garanzia di sicurezza offerta proprio
dall’articolo 5 della Nato e quindi dal suo “azionista di maggioranza”, gli
Stati Uniti.
Se vi è un argomento su cui vi è stata finora totale
convergenza tra Stati Uniti e Europa, come anche tra Nato e Unione europea, è
quello del totale sostegno alla politica di non proliferazione nucleare. Il
possibile venir meno della fiducia nella perdurante tenuta dell’articolo 5
obbligherebbe l’Unione europea a scelte alternative per garantire la sicurezza
dei suoi membri. Carlo Trezza, AffInt 23
Il futuro
dell’associazionismo italiano all’estero
Intervento di Emiliano Manfredonia, presidente nazionale
Acli, al Convegno di Acli Germania e Delegazione MCI Germania “Frontiere in
movimento”
La storia dell’emigrazione italiana sarebbe stata
radicalmente diversa senza la presenza e la forza dell’associazionismo. Fin
dalle prime ondate migratorie, le società di mutuo soccorso, le parrocchie, i
circoli regionali e i sodalizi politici e culturali hanno rappresentato
un’infrastruttura sociale fondamentale: un luogo di protezione, di
orientamento, di solidarietà ma anche di costruzione identitaria e di
rappresentanza collettiva. Per decenni, questi organismi hanno incarnato
l’anima comunitaria dell’emigrazione italiana, contribuendo a costruire non
solo reti di sostegno ma anche forme di cittadinanza attiva nei Paesi di
approdo. Tuttavia, nel contesto della mobilità globale contemporanea, questa
lunga tradizione si trova oggi in una fase di profonda trasformazione e, in
molti casi, di crisi.
Le associazioni storiche soffrono la difficoltà del
ricambio generazionale, la perdita di centralità nei processi di rappresentanza
e la crescente distanza dai bisogni concreti delle nuove generazioni di
italiani all’estero. È una crisi che non riguarda soltanto l’impegno o la
partecipazione, ma la stessa funzione sociale e politica dell’associazionismo
come spazio di mediazione tra individuo, comunità e istituzioni.
I dati parlano chiaro: per il Ministero degli Affari
Esteri, nel 2000 le associazioni riconosciute di italiani nel mondo erano
7.056, di cui 3.319 in Europa. Oggi, nel 2025, ne restano 1.414, di cui 537 in
Europa. In meno di venticinque anni, il numero delle associazioni riconosciute
si è ridotto di oltre l’80%. Si tratta di un crollo che non può essere spiegato
solo con la fine di un ciclo storico: è il segno di un mutamento strutturale
nel modo in cui gli italiani emigrati costruiscono relazioni, appartenenze e
forme di solidarietà.
Parallelamente, anche la composizione dei flussi
migratori è cambiata profondamente. Dopo la crisi economica globale del 2008,
la mobilità italiana ha ripreso vigore e, secondo i dati del Rapporto Italiani
nel Mondo, le iscrizioni all’AIRE per espatrio superano da anni le 100.000
unità annuali. Ma si tratta di un’emigrazione diversa: più giovane, più
qualificata, spesso temporanea o circolare, e caratterizzata da una forte
componente di mobilità intraeuropea.
Il sociologo David Cairns ha introdotto un concetto utile
per comprendere questo fenomeno: quello di capitale di mobilità, cioè l’insieme
di competenze linguistiche, culturali, relazionali e simboliche che facilitano
la capacità di muoversi e integrarsi in contesti internazionali. Le nuove
generazioni di italiani all’estero possiedono un capitale di mobilità più
elevato rispetto ai migranti del passato, e ciò riduce la loro dipendenza dalle
reti associative tradizionali. Questo non significa che la migrazione sia
quella esclusivamente dei cosiddetti “cervelli in fuga”, concetto lontanissimo
dalla realtà ma purtroppo al centro della narrazione mediatica. Abbiamo
proposto a questo proposito alla Fondazione Migrantes un progetto di raccolta,
racconto e denuncia delle nuove forme di sfruttamento della emigrazione
italiana e lo faremo in quattro città globali attraverso la nostra associazione
e il nostro patronato: Londra, Parigi, Francoforte e Bruxelles. Ci siamo
fermati all’Europa ma sì alziamo lo sguardo oltreoceano la situazione è ancora
più drammatica, dove il titolo di soggiorno è la discriminante tra
riconoscimento e sfruttamento
Inoltre, Internet e i social media hanno trasformato
radicalmente le modalità di socializzazione e di accesso alle informazioni.
Oggi chi decide di emigrare prepara la propria partenza online: trova lavoro,
casa (con grandi difficoltà e spesso con grandi delusioni), contatti e perfino
amicizie prima di arrivare nel nuovo Paese. Le piattaforme digitali diventano
così nuove infrastrutture migratorie, sostituendo in parte quelle comunitarie
del passato. Questa evoluzione ha due effetti principali: da un lato, l’indebolimento
del mutualismo territoriale che per decenni aveva sostenuto gli emigrati;
dall’altro, l’emergere di nuove forme di aggregazione, più fluide, più
informali e spesso completamente digitali, che reinterpretano in chiave
contemporanea lo spirito mutualistico.
Tre sono le principali aree di questo “nuovo
associazionismo”:
Le reti professionali e di settore, come le associazioni
di ricercatori, imprenditori, freelance e innovatori italiani all’estero.
Queste reti, spesso promosse da ambasciate, istituti italiani di cultura o nate
autonomamente su piattaforme come LinkedIn e Facebook, operano secondo logiche
di scambio professionale e mentoring. L’appartenenza italiana resta sullo
sfondo, come un collante culturale più che come un’identità esclusiva. Le
comunità digitali territoriali, che si sviluppano su piattaforme come Facebook,
Telegram o Reddit, dove gli italiani in una determinata città o regione si
scambiano consigli pratici su casa, lavoro, scuola, sanità e burocrazia. Questi
spazi digitali non sono solo informativi, ma anche relazionali: diventano
luoghi di supporto reciproco e, spesso, di incontro reale. Alcuni di questi
gruppi sono evoluti in comunità fisiche, capaci di organizzare eventi
culturali, sportelli informativi o iniziative di cittadinanza locale. I gruppi
di famiglie e genitori italiani all’estero, che promuovono doposcuola,
laboratori di lingua italiana, feste, incontri conviviali. Queste esperienze,
spesso nate dal basso e rafforzate durante la pandemia, hanno una duplice
funzione: fornire supporto pratico e trasmettere cultura e identità ai figli,
creando al contempo spazi di socialità e mutuo aiuto.
In tutte queste forme di aggregazione, pur diversissime
tra loro, emerge un elemento comune: la convivialità.
La convivialità non è solo un modo di “stare insieme”, ma
una vera e propria pratica sociale intenzionale, capace di generare fiducia,
prossimità e solidarietà. Le feste, la cucina, il cinema, la musica, i picnic
comunitari diventano occasioni di incontro interculturale e intergenerazionale,
ma anche strumenti per elaborare una nuova forma di appartenenza italiana, più
leggera, plurale e relazionale.
La convivialità, in questo senso, ha una valenza anche
politica. Essa rappresenta uno spazio di demercificazione della socialità, dove
le relazioni non sono regolate dal profitto ma dalla reciprocità e dal dono. In
un’epoca in cui il tempo libero e la cultura sono sempre più mercificati, le
pratiche associative e conviviali restituiscono valore alla gratuità e al senso
di comunità.
Tutto ciò apre una questione cruciale: come riconoscere e
sostenere queste nuove forme associative?
Il sistema istituzionale italiano all’estero – dai
Comites al CGIE, fino ai meccanismi di finanziamento pubblico – è ancora
strutturato per interlocutori formali, dotati di statuti, sedi fisiche,
organigrammi. Le nuove forme di aggregazione, invece, sono fluide, temporanee,
ibride, talvolta effimere, ma non per questo meno significative o
rappresentative. Il rischio è che la rappresentanza ufficiale degli italiani
all’estero resti ancorata a un modello superato, incapace di dare voce alla
pluralità e alla complessità della mobilità contemporanea. È dunque urgente
immaginare politiche di sostegno rinnovate, che valorizzino anche le realtà
informali, ibride e digitali, favorendo reti di collaborazione e riconoscimento
reciproco.
E’ fondamentale la creazione di un “ecosistema
dell’italianità all’estero”, un sistema reticolare che metta in connessione
associazioni storiche e nuove forme aggregative, promuovendo sinergie,
co-progettazione e rappresentanza inclusiva. Il “nuovo associazionismo” non è
un ritorno nostalgico, ma un processo dinamico e aperto. Riflette la mobilità
italiana contemporanea: individuale ma non solitaria, transnazionale ma ancora
radicata nell’Italia, digitale ma con un persistente bisogno di incontro e relazione
in presenza.
È in questa tensione – tra autonomia e comunità, tra
virtuale e conviviale, tra memoria e innovazione – che può rinascere un
mutualismo migrante del XXI secolo, capace di interpretare la complessità
dell’esperienza italiana nel mondo e di rinnovare, in chiave moderna, quella
tradizione di solidarietà, partecipazione e cittadinanza che da oltre un secolo
accompagna la storia delle nostre migrazioni.
Ma perché associarsi? E Perché farlo nelle Acli? Non
dobbiamo mai smettere di interrogarci, non tanto sulla forma del nostro essere
associazione ma sulla domanda “per chi?” per chi facciamo associazione, per chi
fatichiamo, impegniamo tempo prezioso. Credo sia importante oggi più che mai
rispondere a questa domanda. Siamo ancora in grado di convocare le realtà
vicine a noi? di coinvolgere i soci? di parlare di temi interessanti?
Soprattutto qui, in Germania, siamo capaci di essere visibili, non tanto ai giornali,
ma a chi ha bisogno di noi? A chi arriva e se pur non cerca una comunità è
attanagliato da dubbi e solitudini?
Siamo in grado di attivarci per creare nuovi entusiasmi,
siamo in grado di promuovere le Acli con nuovi circoli, nuove azioni? gestiamo
solo l’esistente o siamo ancora capaci di rivoluzioni?
Si, rivoluzioni, non sto usando una parola sbagliata. In
un tempo fragile come quello odierno nel quale spesso le questioni
internazionali ci cadono addosso in Germania come in Italia, abbiamo il compito
non tanto di far passare il buio (con tutte le insicurezze che porta con sé) ma
abbiamo la responsabilità di accendere un lumino, una candela. Solo così le
Acli potranno essere un luogo di santità feriale come ci ha chiesto Papa
Francesco all’udienza del 1° giugno del 2024. Un luogo nel quale i piccoli gesti,
le relazioni, il valore di essere un “noi” possa portare a vedere le fatiche
quotidiane come esperienze di senso per creare un luogo di significato, nel
quale aiutare la nostra vita ad essere sollievo per quella di tanti altri.
Il mio invito è quello di continuare ad essere promotori
di politiche, di non smettere di incontrarvi ma far conoscere la nostra
attività e provocare sui tanti temi che oggi attanagliano il mondo. In
particolare, il tema dei Migranti. Ma come è possibile che vedendo il vostro
contributo a questa grande nazione non ci si renda conto che migrare non solo è
speranza ma crescita per tutti? un bagno di vita per chi arriva e un
miglioramento, una crescita culturale per chi accoglie, certo superando mille
sfide ma per questo le politiche invece che repressive devono tener conto di
un’esperienza che non solo includa ma che crei reti sociali di supporto, di
solidarietà nel quale ogni persona possa sentirsi protagonista.
Le Acli sono chiamate alla sfida democratica, troppi
venti di destra populista e sovranista riempiono le pance di persone che
sentendosi messe ai margini chiedono giustizia. In un mondo corrotto
dall’individualismo si cerca la strada della chiusura quando invece l’unica via
possibile per la “salvezza” di tutti è rendersi protagonisti di una stagione di
solidarietà, di comunità vive che si fanno carico delle fatiche altrui, di
politiche lungimiranti che affrontino la complessità del mondo moderno non lasciano
indietro nessuno. La nostra costituzione porta con sé i semi dell’uguaglianza,
della democrazia non come intreccio di leggi ma come un fatto di giustizia che
parta dall’inclusione di tutti. In un mondo che fa scarti perpetuare questo
spirito non può che accendere una luce di speranza.
E la pace sia il nostro primo pensiero, sia la strada da
percorrere. La pace disarmata, di chi non ha niente da perdere e non si prepara
alla lotta ma desidera la prosperità che solo il tempo di pace può donare. Per
questo dobbiamo saper chiedere il perdono, la riconciliazione, costruire con il
dialogo, con i patti, anche quelli scomodi, solo così potremmo essere
disarmanti e non far paura a nessuno se non a chi ancora pone la guerra,
armarsi come un fattore di sicurezza per raggiungere la pace. Non c’è bugia più
grande. In Italia è partita la carovana peace at work perché il lavoro
costruisce la pace attraverso la solidarietà, la relazione comune, il progetto.
La guerra rompe, divide, separa, distrugge. Il lavoro invece unisce, crea,
lascia. Attraverso questo percorso vogliamo arrivare al decisore Europeo per
chiedere politiche di pace che non escludono la difesa comune ma la realizzino
senza cedere alle imponenti lobby delle armi o a quei politici che vedono solo
barriere, armi, fili spinati davanti al futuro dell’Europa.
Siete qui perché il progetto europeo vi ha consentito di
lavorare qui, adoperarvi per questa società, perché sono state aperte le
frontiere, sono state favorite collaborazioni. Un dono che sembra abbiamo
scordato ma che è stata la radice del nostro benessere e della condivisione dei
nostri valori che invece stiamo tradendo proprio mentre diciamo di voler
difendere.
Ecco queste sono le cose che volevo dire, forse un po‘
alla rinfusa per dirvi che insieme possiamo fare ancora molto per le nostre
comunità, per far si che si possa mostrare un mondo fatto di giustizia e di
pace. Iniziando da noi. Abbiamo un grande compito, si, è vero ma dobbiamo
rinnovare il nostro impegno quotidiano. Grazie per tutto quello che fate, che
facciamo insieme. CdI 16
Splendore e
banalità dell'intelligenza artificiale (IA)
Che in realtà non è né l'una né l'altra cosa.
Non è intelligenza nel senso corretto del termine poiché
(e partiamo dall'etimologia che conferma il significato comune):
"intelligere" significa capire, comprendere, inquadrare il nuovo
nella cornice del conosciuto allargandone le dimensioni. Cioè aggiungere
conoscenze a quelle possedute e /o precisarle, ampliarle, riconoscere
collegamenti logici fra qual che si sapeva e quel che si apprende.
Il tutto però in relazione alla situazione esistenziale
di chi sta usando in quel momento, periodo della propria vita, epoca storica,
ambiente, Paese, classe sociale e rete di relazioni sociali.
Nessuna macchina può né potrà mai fare la medesima cosa
poichè se anche si potessero numerizzare le emozioni e aggiungere agli
algoritmi ed ai programmi di calcolo che sono alla base del sistema chiamato IA
(con tutti i derivati come Chat gpt/cpt ecc.) poichè una macchina non
prova né piacere né dolore né simpatia o antipatia e soprattutto non possiede
il libero arbitrio: esegue programmi, si può anche autoprogrammare (sempre
sulla base di un programma !) ma non ... pensa.
L'illusione di macchine che possano sostituire la mente
umana nel pensare è vecchia come il mondo.
Ma le macchine possono unicamente eseguire compiti loro
assegnati usando strumenti ed energia che gli esseri umani hanno in misura
limitata. Cosí un motore può spingere un autocarro con un'energia che nessun
essere umano possiede, ed un calcolatore elettronico può eseguire le operazioni
per cui è stato costruito dall'uomo in tempi brevi e grandezze enormi che
nessun essere umano potrebbe anche solo immaginare di eguagliare. Ma la
velocità di calcolo non è intelligenza, cosí come non lo è la velocità di un treno.
Certamente la cosiddetta IA sia in grado di eseguire
traduzioni ed anche interpretariato in tempi sempre più brevi e con
precisione sempre maggiore è dovuto non ad una interna
"intelligenza" delle macchine ma alla capacità di calcolo che
permette di confrontare traduzioni esistenti di milioni o miliardi di testi e
scegliere secondo parametri che vengono impostati da programmatori umani.
Essendo traduttore di professione so però che eseguendo
la medesima traduzione in momenti e in situazioni emotive diversi i miei
risultati variano, la scelta dei sinonimi e delle costruzioni sintattiche
riflettono il mio rapporto cognitivo ed emotivo col testo. Infatti ogni
traduttore, in particolare di testi letterari, di fatto assorbe il senso del
testo (in tutte le sue dimensioni: significato attuale, riferimento all'epoca
del testo, emozioni che suscita, gusti personali e molti altri influssi) e di
fatto lo riscrive nella lingua di arrivo.
Che l'IA renda col tempo superflue molte attività
attuali è evidente: l' invenzione della stampa ha reso superfluo il lavoro
degli amanuensi cosí come i robot nell'industria hanno permesso di snellire le
catene di montaggio sostituendo macchine ad esseri umani altrimenti condannati
ad eseguire lavori monotoni per tutta la vita.
Vero è altresí che con l'IA nelle sue espansioni (es.
Chat gtp) possono essere scritti romanzi, poesie, composta musica e
scritte tesi di laurea. Ma si tratta di copie dell'esistente, scelto
sulla base di operazioni statistiche sull'enorme volume di testi coi quali il
sistema è stato fornito.
Ma come le fotografie non sostituiranno mai la genialità
artistica di un pittore, cosí nessun artefatto artistico prodotto dalla IA
potrà mai essere considerato un'opera d'arte, un capolavoro letterario,
una composizione musicale geniale.
Recentemente ho avuto occasione di assistere a seminari e
conferenze sui LLM "Large Language Models", cioè ricerche sulle
strutture linguistiche compiute su un volume di testi enorme.
Non ho riscontrato nulla che un buon linguista già non
sapesse utilizzando la modesta quantità di testi normalmente posseduta da uno
studioso.
E ancora una volta si conferma la teoria di Chomsky
sull'acquisizione del linguaggio: che sia una capacità innata o sia
semplicemente un'applicazione della capacità logica di base di ogni individuo,
l'apprendimento delle regole della lingua avviene sulla base di una
modesta, ristretta quantità di dati (non mi piace il termine "input"
ma questo è quando si trova nei testi della teoria in questione).
Dunque dopo un laborioso uso dei programmi computereschi,
per quanto riguarda la ricerca linguistica i risultati appaiono modesti:
non si ricava nulla di quanto già non si sapesse.
Anzi: i modelli di interpretazione dei testi non sono
nemmeno in grado di decifrare l'ironia ed i doppi sensi: prendono alla lettera
quando ricevono da elaborare. E questa incapacità di riconoscere l'ironia è
appunto un tratto distintivo dell'autismo: patologia che è già difficile da
trattare negli esseri umani ma definitivamente impossibile da
"curare" nei programmi di IA.
Infine: è utile l'IA? Certo, per evitare all'umanità
lavori che possono benissimo svolgere le macchine, con qualche pericolo per le
traduzioni tuttavia, proprio per la patologia "autistica" delle
macchine.
Il pericolo maggiore tuttavia deriva dall'uso che ne
verrà (e in parte già avviene) nelle istituzioni scolastiche: l'onere
della ricerca di testi e fonti può giustamente essere utilizzata, ma ricordando
che l'IA funziona secondo algoritmi e procedimenti e calcoli
statistici programmati da umani e quindi presenterà sempre risultati
condizionati ideologicamente da chi ha steso i programmi.
Il pericolo maggiore tuttavia è la cancellazione dei
dati: un'enciclopedia riporta le conoscenze secondo il livello di conoscenza
dell'epoca in cui è stata pubblicata. Le informazioni possono essere corrette e
modificate ed integrate dall'avanzamento della ricerca, ma siccome quest'ultima
può muoversi anche in direzioni sbagliate, se come nel caso dell'IA il passato
viene cancellato e sostituito dalle informazioni del presente, viene a mancare
la possibilità di controllo. In altri termini l'IA rischia di cancellare gli
errori del passato ma anche di continuare ad indirizzare su vie sbagliate non
avendo "memoria storica".
Non è una questione puramente teorica, visto che la
storia viene oggigiorno riscritta e a motivo di una censura sempre più
subdola (ma onnicomprensiva) le reazioni a queste falsificazioni vengono
ignorate e soppresse. E per il momento non entro nel tema della medicina o del
cambiamento climatico poiché pur nel pessimismo prudente di ottantenne ho
qualche speranza che i fatti reali anche in questi settori stiano per emergere
e che l'opinione dominante con o senza IA finirà per essere corretta poiché se
gli scienziati veri o più spesso sedicenti possono sbagliare, la testardaggine
dei fatti da sempre è stata per me un elemento di sicurezza per ogni
valutazione.
Graziano Priotto (Konstanz - Prag), de.it.press 16
Le
vulnerabilità della presidenza Trump
Dalla sua rielezione, Donald Trump ha attraversato una
fase che nel lessico politico anglosassone viene definita una winning streak:
una sequenza di successi che ha consolidato l’immagine di un presidente
politicamente dominante, a prescindere dalle battute d’arresto che pure non
sono mancate. A quasi un anno dal suo secondo insediamento, tuttavia, si
intravede qualche crepa nell’armatura che la roboante retorica presidenziale
della vittoria perpetua può offuscare ma non nascondere del tutto.
Striscia vincente
In politica estera, Trump ha imposto dazi senza incorrere
in ritorsioni significative, con l’eccezione della Cina, con cui è stato
costretto a un compromesso difficile e incompleto. Ha presieduto a una serie di
cessate-il-fuoco che ne hanno rafforzato la reputazione di peace-maker, da Gaza
alla guerra tra Israele e Iran, fino a (a sentir lui) conflitti in Africa, nel
Caucaso e nel Sudest asiatico. Ha ottenuto che gli europei si facessero carico
di una quota molto maggiore della difesa dell’Ucraina, pur fallendo finora nel
tentativo di raggiungere un accomodamento con una Russia che non arretra da
posizioni massimaliste.
È sul piano interno che l’azione di governo di Trump è
apparsa più pervasiva. Il presidente ha ridotto l’autorità del Congresso
nell’indirizzare la spesa federale; smantellato parti rilevanti
dell’amministrazione, traumatizzandone il personale; subordinato alla Casa
Bianca agenzie di vigilanza e garanzia concepite come indipendenti. Ha
assoggettato il Dipartimento di Giustizia ordinando l’incriminazione di
avversari politici e, al contempo, graziato propri sostenitori, inclusi gli
insurrezionisti del 6 gennaio 2021.
Ha inoltre esercitato pressioni sui media attraverso
cause legali, minacce di revoca delle licenze e tagli ai sussidi; usato la leva
dei fondi federali per costringere le università ad allinearsi a un’agenda
conservatrice; e intimidito studi legali coinvolti in cause invise
all’amministrazione. Ha infine schierato truppe federali in città e stati
governati dai Democratici con il pretesto di proteggere gli agenti dell’Agenzia
per l’immigrazione (la famigerata Ice) impegnati in rastrellamenti arbitrari, e
promesso una stretta sulle ong progressiste in risposta all’omicidio
dell’attivista di ultradestra Charlie Kirk, inizialmente attribuito senza prove
a gruppi di sinistra.
Nelle ultime settimane, tuttavia, sono emersi segnali che
rivelano vulnerabilità latenti della presidenza Trump. Ciò non equivale a dire
che Trump sia già un’“anatra zoppa”, come frettolosamente sostenuto da alcuni.
Indica piuttosto che il suo potere non è incontrastato e che i margini politici
del consenso su cui si fonda si sono, al momento, ristretti piuttosto che
ampliati, e che quindi il presidente non è invulnerabile.
Ansie economiche
Le prime crepe riguardano l’economia. L’inflazione, pur
contenuta nei dati aggregati, resta elevata su energia e beni alimentari,
mantenendo alto il costo della vita. Il problema si aggrava considerando
affitti, prezzi delle abitazioni e, in prospettiva, l’assicurazione sanitaria.
Il mercato del lavoro si è raffreddato: la disoccupazione (al 4,6%) è al
livello più alto degli ultimi quattro anni, le assunzioni rallentano e il
governo ha licenziato centinaia di migliaia di funzionari federali. La crescita
rimane discreta, ma appare trainata quasi esclusivamente dal boom
dell’intelligenza artificiale, settore su cui incombono rischi di sgonfiamento
improvviso.
I dazi hanno contribuito in parte a compensare il buco di
bilancio prodotto dal taglio delle tasse su compagnie e redditi elevati. Si
tratta però di una misura regressiva, che grava soprattutto sui redditi più
bassi e rischia nel tempo di frenare l’economia. Non a caso, l’amministrazione
ha revocato le tariffe su alcuni beni alimentari, stanziato dodici miliardi di
dollari di sussidi agli agricoltori (i più colpiti dalla stretta tariffaria) e
pianificato un trasferimento diretto una tantum di duemila dollari alle
famiglie. Parallelamente, l’opposizione repubblicana all’estensione dei sussidi
sanitari introdotti da Barack Obama ed estesi da Joe Biden porterà al raddoppio
o triplicamento dei premi assicurativi, con il rischio che tra i dieci e i
dodici milioni rinuncino del tutto alla copertura.
A pesare ulteriormente sull’incertezza è una sfida legale
pendente sulla costituzionalità dei dazi di Trump. Se la Corte Suprema dovesse
stabilire che il presidente ha ecceduto la propria autorità – come è sembrata
orientata durante l’udienza preliminare – l’intera sua agenda economica
finirebbe nel limbo.
Sconfitte elettorali
Questo contesto economico aiuta a spiegare la recente
sequenza di sconfitte elettorali dei Repubblicani. A inizio novembre, i
Democratici hanno superato le attese nelle elezioni per il sindaco di New York;
nei governatorati di New Jersey e Virginia (dove hanno conquistato anche la
procura statale); in competizioni minori in Mississippi (infrangendo la super
maggioranza repubblicana nella legislatura) e Pennsylvania (dove hanno
mantenuto la maggioranza nell’alta corte dello stato).
Hanno anche prevalso nettamente nel referendum
californiano che consentirà al governatore Gavin Newsom di ridisegnare i
distretti elettorali recuperando i cinque seggi alla Camera che il Texas, su
impulso di Trump, aveva loro ‘tolto’ con una modifica improvvisa dei collegi. A
ciò si è aggiunta la vittoria democratica per il sindaco di Miami, mentre i
Repubblicani hanno mantenuto un seggio alla Camera in un distretto
ultra-conservatore del Tennessee con margini molto inferiori rispetto al 2024.
Nel loro insieme, questi risultati indicano che i
Repubblicani sono meno competitivi quando Trump non è direttamente in gioco e
che l’elettorato democratico è fortemente mobilitato contro quella che
percepisce come una deriva semiautoritaria del governo federale. Segnalano
inoltre il malcontento di settori che nel 2024 si erano spostati a destra, in
particolare tra maschi latini.
Non sorprende dunque che l’approvazione di Trump ristagni
nei bassi quaranta punti percentuali. Il giudizio negativo del pubblico si
concentra soprattutto sull’economia, ma riguarda anche l’immigrazione: pur
esistendo consenso per politiche restrittive, manca un sostegno ampio ai
rastrellamenti arbitrari condotti da agenti di Ice mascherati e senza insegne
di riconoscimento.
Mal di pancia conservatori
Il malcontento inizia a emergere anche all’interno di un
Partito Repubblicano che finora è stato una docile cassa di risonanza
dell’amministrazione. Diversi deputati hanno criticato la gestione del lungo
shutdown da parte dello Speaker Mike Johnson, soprattutto per il rifiuto di
convocare la Camera in seduta. Altri temono le ricadute politiche del rialzo
dei premi assicurativi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo
anno. In Indiana, i Repubblicani si sono addirittura rifiutati di seguire l’ordine
presidenziale di ridisegnare i distretti elettorali in violazione delle regole
statali, in un raro segnale di autonomia e integrità.
Più rilevanti sono le prime fratture fra Trump e il
movimento Maga. Una fonte di insofferenza è una politica estera percepita come
poco America First, troppo orientata a favorire interessi familiari e accordi
con le dinastie arabe del Golfo ed eccessivamente sbilanciata a favore di
Israele – il che peraltro ha dato modo all’ala antisemita della destra
americana, di cui il giovane Nick Fuentes è l’esponente più in vista, di
collegare le diffuse critiche a Israele a un’ideologia apertamente razzista.
Un’altra è il rinnovato interventismo militare, prima contro l’Iran e ora
potenzialmente verso il Venezuela.
Certo, queste divisioni riguardano più commentatori che
la base, che ancora apprezza l’approccio estorsivo di Trump alla politica
estera. La rottura politicamente significativa si è prodotta attorno al
tentativo di Trump di ostacolare il rilascio del dossier Epstein, il finanziere
pedofilo morto apparentemente suicida in carcere nel 2018 e che è diventato nel
tempo fonte inesauribile di teorie cospirazioniste dell’ultra-destra (anche se,
bisogna ammettere, il caso presenta una moltitudine di lati oscuri). Le
pressioni esercitate dalla Casa Bianca per impedirne la pubblicazione sono
degenerate in un conflitto aperto con la rappresentante Marjorie Taylor Greene,
fino a quel momento una delle più fedeli sostenitrici del presidente. Trump
l’ha pubblicamente sconfessata, accusandola di tradimento.
Sebbene Greene abbia annunciato che lascerà il Congresso
a gennaio, citando il clima di pressioni e minacce ricevute, la sua opposizione
– insieme a quella di un ristretto gruppo di deputati Maga – ha avuto un
effetto dirompente. Per la prima volta, Trump è stato costretto a fare marcia
indietro su una questione simbolicamente centrale per la sua base. Il voto sul
rilascio del dossier Epstein è così passato alla Camera con una sola voce
contraria.
È stata la prima volta che la presa carismatica di Trump
sulla sua base sia apparsa scalfita. Potrebbe certo trattarsi di un episodio
isolato, e Trump resta molto potente. Ma il presidente non può più dare per
scontato che il suo elettorato lo seguirebbe comunque, anche – per riprendere
una sua celebre iperbole – se sparasse a qualcuno sulla Quinta Avenue. Riccardo
Alcaro, AffInt 23
Come stiamo
davvero usando l’intelligenza artificiale
Due studi, molti dati e una domanda che resta aperta.
Ecco la nostra sintesi del 2025. Di Giovanni Tridente
Concludiamo questo anno di Anima digitale
tornando ai dati. Non ai proclami sull’intelligenza artificiale che “ci
sostituirà”, né alle promesse automatiche di produttività, ma a due studi
interessanti, pubblicati negli ultimi mesi, che aiutano a capire che cosa
abbiamo davvero fatto con questi strumenti.
Il primo è un working paper del National Bureau of
Economic Research, firmato da un gruppo di ricercatori tra Harvard e OpenAI e
pubblicato a settembre 2025. Analizza l’uso di ChatGPT dal novembre 2022 al
luglio 2025, basandosi su centinaia di milioni di interazioni reali.
Il secondo, pubblicato all’inizio di dicembre da
ricercatori della Harvard Business School e di Perplexity e che abbiamo già
anticipato la scorsa settimana sui nostri canali social, studia l’adozione e
l’uso di Comet, uno dei primi browser con un assistente AI agentico integrato,
osservando i comportamenti degli utenti tra luglio e ottobre 2025, cioè nella
fase iniziale di diffusione di questa nuova classe di strumenti.
Due oggetti diversi — una chatbot conversazionale e un
agente capace di agire — ma un’unica domanda di fondo: come stiamo integrando
l’IA nella nostra vita cognitiva quotidiana?
ChatGPT: uno strumento globale, sempre meno “da lavoro”
I numeri sono ormai noti, ma non per questo meno
impressionanti. A luglio 2025 ChatGPT contava oltre 700 milioni di utenti
attivi settimanali (arrivati ormai a 800 MLN), circa il 10% della popolazione
adulta mondiale, con 18 miliardi di messaggi inviati ogni settimana.
Il dato più interessante, però, non è la scala. È la
direzione.
Lo studio mostra con chiarezza che l’uso non lavorativo è
cresciuto più velocemente di quello professionale, fino a superare stabilmente
il 70% delle interazioni complessive. E non perché siano cambiati gli utenti,
ma perché sono cambiate le abitudini all’interno di ogni coorte: anche chi
utilizza ChatGPT per lavoro tende progressivamente a usarlo sempre più nella
vita quotidiana.
Qui l’intelligenza artificiale non serve solo a “fare più
in fretta”. Serve a orientarsi, a chiarire, a prendere decisioni. Le tre
categorie dominanti - consigli pratici, ricerca di informazioni, scrittura -
raccontano un uso dell’IA come supporto cognitivo, non come semplice macchina
esecutiva.
Colpisce, ad esempio, che la scrittura non significhi
soprattutto “creare testi da zero”, ma modificare, sintetizzare, tradurre,
criticare testi già esistenti. E colpisce altrettanto che ambiti spesso
enfatizzati nel dibattito pubblico, come la programmazione o l’uso
emotivo-relazionale dell’IA, restino quantitativamente marginali.
Chiedere conta più che fare
Uno degli aspetti più interessanti del paper NBER è la
distinzione tra tre modalità d’uso: chiedere, fare, esprimere.
Quasi la metà delle interazioni rientra nella categoria
del “chiedere”: l’utente non delega un compito, ma cerca informazioni,
chiarimenti, alternative per supportare una decisione. Ed è proprio questa
modalità - l’IA come co-pilota cognitivo - quella che cresce più rapidamente e
che riceve le valutazioni di qualità più alte.
Nel lavoro la logica cambia: lì prevale ancora il “fare”,
soprattutto nelle attività di scrittura. Ma nel privato ChatGPT assume sempre
più spesso il ruolo di consigliere silenzioso, non di esecutore automatico.
È un passaggio sottile ma decisivo: non stiamo solo
delegando azioni, stiamo ridefinendo il modo in cui pensiamo insieme alle
macchine.
L’IA nel lavoro cognitivo: una sorprendente uniformità
Quando i ricercatori mappano l’uso lavorativo di ChatGPT
sulle categorie professionali O*NET del Dipartimento del Lavoro statunitense,
emerge un dato che merita attenzione. In quasi tutti i settori - dal management
alle professioni STEM, fino ai ruoli amministrativi - l’IA viene usata
soprattutto per gestire informazioni e prendere decisioni.
Documentare, interpretare, risolvere problemi, pensare in
modo creativo. Non dunque attività marginali, ma il cuore del lavoro cognitivo
contemporaneo. In questo modo, l’IA non sostituisce il giudizio umano ma si
inserisce dentro i suoi processi, modificandone ritmo, forma e talvolta
profondità.
Quando l’IA inizia ad agire: il caso degli agenti
Il secondo studio ci porta un passo oltre. Qui non siamo
più nel dialogo, ma nell’azione. Gli agenti AI - come Comet Assistant - non si
limitano a rispondere ma pianificano, eseguono e verificano. Navigano siti,
gestiscono email, compilano moduli, interagiscono con piattaforme complesse. Il
LLM è il “cervello”; gli strumenti digitali diventano le “mani”.
Non sorprende che l’adozione iniziale sia concentrata nei
paesi con PIL pro capite più alto e livelli di istruzione più elevati, né che i
primi utilizzatori provengano soprattutto da ambiti tecnologici, accademici e
professionali. Gli agenti richiedono fiducia, competenza e un minimo di
capacità di delega.
Eppure anche qui emerge un dato controintuitivo: oltre la
metà delle interazioni agentiche avviene in contesto personale, non
professionale. Gli agenti non nascono solo per l’azienda. Entrano nei flussi
quotidiani della vita digitale, dove organizziamo tempo, informazioni, scelte.
Una conclusione (necessariamente provvisoria)
Letti insieme, questi due studi raccontano una storia
meno spettacolare, ma più vera. L’intelligenza artificiale non sta trasformando
solo il lavoro. Sta piuttosto ridefinendo il modo in cui chiediamo, decidiamo,
deleghiamo e in un certo senso pensiamo.
Il valore che emerge con più forza non è solo quello
della produttività, ma quello del benessere cognitivo: orientamento, riduzione
dell’attrito mentale, supporto nelle decisioni quotidiane.
Forse è da qui che dovremmo ripartire. Non dalla domanda
“cosa farà l’IA al lavoro”, ma da un’altra, più radicale: che tipo di soggetti
stiamo diventando, mentre impariamo a pensare insieme alle macchine? An.digitale
22
L’influsso
silenzioso dello stile di vita italiano in Germania
Su migrazione, mentalità e cambiamenti culturali
quotidiani in Germania
La migrazione non cambia sempre le società in modo
immediato e visibile. Spesso le trasformazioni avvengono lentamente, attraverso
piccoli spostamenti nella vita quotidiana, nuove abitudini e modi di pensare
diversi. La migrazione italiana in Germania a partire dagli anni ’50 è un
esempio emblematico di questa trasformazione silenziosa ma duratura.
I primi lavoratori italiani arrivarono in un paese
segnato da ordine, disciplina ed efficienza. Si adattarono a queste strutture,
portando però con sé un diverso equilibrio tra lavoro e vita. Il lavoro restava
centrale, ma non definiva da solo senso e identità. Questo atteggiamento ha
ampliato il quadro sociale senza mettere in discussione le strutture esistenti.
L’influenza italiana si è manifestata soprattutto nella
cultura quotidiana. La cucina italiana ha introdotto non solo nuovi piatti, ma
un diverso modo di vivere i pasti: il cibo è diventato un momento sociale,
un’occasione di incontro e condivisione. Caffè e ristoranti si sono trasformati
in luoghi di conversazione e convivialità. Questa piccola rivoluzione
quotidiana oggi è naturale, ma all’inizio risultava insolita.
Anche il modo di comunicare è cambiato. L’espressività
italiana, diretta ed emotiva, inizialmente contrastava con la riservatezza
tedesca. Col tempo ha contribuito a rendere più flessibili i codici sociali:
informalità, vicinanza personale e apertura hanno trovato sempre più spazio,
senza però sostituire le strutture formali.
Un’altra area di impatto riguarda famiglia e comunità. Le
famiglie italiane mostravano legami stretti, reciproco sostegno e
responsabilità tra generazioni. In una società molto individualista, questo
modello ha offerto un’alternativa di reti sociali basate sull’esperienza
piuttosto che sulla norma.
Anche il senso estetico e la cura della qualità della
vita hanno risentito dell’influsso italiano: funzionalità e precisione non
bastavano più, contavano anche atmosfera, bellezza e piacere. Questi piccoli
segnali culturali hanno plasmato, in maniera sottile, spazi pubblici e privati
in Germania.
La migrazione italiana ha dimostrato che l’integrazione
non richiede l’assimilazione totale. Molti italiani hanno fatto parte della
società tedesca senza rinunciare alla propria identità culturale. Questa doppia
appartenenza si è rivelata solida e produttiva.
L’impatto dello stile di vita italiano è difficile da
quantificare, ma si percepisce nei toni di voce, nei gesti, nelle abitudini
quotidiane. La Germania è rimasta efficiente, ma ha guadagnato al contempo
calore, tranquillità e ricchezza culturale. Cambiamenti silenziosi come questi
dimostrano che la migrazione non produce solo effetti economici, ma profonde
trasformazioni sociali e mentali.
Giuseppe Tizza, de.it.press 22
Mercatini di
Natale in Germania
Nati nel tardo Medioevo come fiere commerciali,
intrattengono oggi nel periodo di Avvento milioni di cittadini e turisti - Di
Giacomo König
Dortmund. Addentrarsi tra i chioschi di legno di un
mercatino di Natale tedesco (Weihnachtsmarkt) è come essere investiti da una
tempesta sensoriale. Il profumo delle mandorle tostate si mischia a quello del
famoso Glühwein - il vin brulé tedesco - un vino rosso caldo a cui si
aggiungono arancia, cannella, chiodi di garofano, anice, miele e qualche volta
vaniglia o una scorza di limone: un vero incantesimo per l’olfatto e anche un
ottimo rimedio per scaldare le mani infreddolite.
Poco più in là, ci si immerge nell’aroma del cacao: un
chiosco ricopre spiedini di banane, pere, acini d’uva, arance o mele candite di
cioccolato fuso per produrre uno snack tanto bello agli occhi quanto gustoso.
Non mancano naturalmente effluvi più aggressivi come quello delle patatine
fritte, dei panini con i würstel o del curry. L’odore dell’olio bollente in cui
vengono fritti i Reibekuchen – frittelle di patate grattate che si consumano
intingendoli in una mousse di mele - rimarrà sui vestiti ancora per un bel po’.
Qualcuno si avvicina ai chioschi culinari non solo per
curiosare o trovare la prossima leccornia da mangiare, ma anche per farsi
scaldare dai banchi cucina, dove vengono preparati dolci e pietanze: un breve
ma gradevole sollievo dalle temperature invernali tedesche.
Non solo il naso, anche gli occhi trovano di che rimanere
ipnotizzati dai mille colori dei banchi di caramelle o delle calze di lana
candida d’agnello e lana di pecora dalle infinite sfumature cromatiche, dai
chioschi di decorazioni natalizie o da quelli che propongono prodotti
artigianali di cuoio, ceramica, cappelli, borse per l’acqua calda, saponi fatti
a mano delle più diverse sfumature di colori, forme e fragranze, candele
artigianali dalle tinte pastello. La musica natalizia fa il resto, immergendo
il visitatore in quell’aura che rende impossibile dimenticare che è Natale.
Quello che oggi è diventato un gradevole passatempo
tradizionale e stagionale, da vivere con amici o parenti, è nato in realtà nel
tardo Medioevo per sopperire a necessità che avevano ben poco a che fare con lo
spensierato intrattenimento. Si trattava infatti di fiere commerciali che
offrivano ai clienti prodotti e merci per aiutare le popolazioni a prepararsi
ai lunghi inverni rigidi dell’Europa centrale: qui si potevano acquistare
generi alimentari, lana, attrezzi o altri utensili prima che iniziasse la stagione
fredda, che li avrebbe resi ancora più difficilmente reperibili.
Alcuni di quelle antiche fiere invernali hanno sfidato i
secoli e sopravvivono ancora oggi come mercatini di Natale. Lo Striezelmarkt di
Dresda, per esempio, spesso citato come il più antico mercatino di Natale del
mondo, e certamente quello che vanta la più antica citazione, documentata già
dal 1434. Antico e carico di tradizione anche il mercato di Natale di
Francoforte, il Frankfurter Weihnachtsmarkt, documentato già nel 1393 o quello
di Lipsia, Leipziger Weihnachtsmarkt, che secondo le fonti storiche risale
almeno al 1458. Il mercato di Natale di Norimberga, Christkindlesmarkt, è
attestato dal 1600, ma la sua origine è probabilmente molto più antica. Nel XVI
secolo poi questi mercati natalizi si diffondono in tutta la Germania,
soprattutto nelle regioni protestanti e cattoliche, si inculturano e assumono
nomi e tradizioni locali diverse.
Oggi le città tedesche aprono i tradizionali chioschi di
legno, che ospitano i mercatini, già verso la fine del mese di novembre.
Rimangono aperti per tutto il periodo di Avvento, fino al 23 o al 24 dicembre.
Nelle grandi città possono durare addirittura fino a gennaio. La loro
diffusissima presenza nei social media ha contribuito a trasformarli in eventi
turistici: tante persone coprono ormai diversi chilometri, in auto, treno o
bus, o prendono addirittura un aereo, per poterne visitare uno. Per le comunità
locali però sono luoghi di incontro, dove famiglie e amici possono rivedersi e
passare qualche ora insieme. Il modello del mercatino di Natale tedesco,
complice la globalizzazione, è stato esportato e replicato in altri paesi che
tuttavia conservano spesso il nome originario - Christkindlmarkt o
Weihnachtsmarkt - per tentare di rievocare quella stessa atmosfera.
Il mercatino di Natale di Münster ha aperto il 24
novembre e chiuso il 23 dicembre, accogliendo circa un milione di visitatori.
Il mercatino più grande e più antico si è svolto nella piazza della Pace di
Westfalia – chiamata così perché nell’ottobre del 1648 si firmarono gli accordi
che misero fine alla Guerra dei Trent’anni - e nel cortile interno del
municipio cittadino. Ma altri più piccoli erano diffusi in altre vie del
centro. “Adoro i mercatini di Natale: mi piace l'atmosfera, le luci, i profumi
e il clima che si crea tra le persone. Tutti sono rilassati ed è bello
passeggiare tra le viuzze del mercatino di Natale, guardare, comprare regali e
assaggiare le varie prelibatezze”, spiega Anne, impiegata di 44 anni,
originaria di Castrop-Rauxel. “Questo mercatino di Natale a Dortmund mi è
piaciuto molto. Mi ha colpito l'albero di Natale più grande del mondo, le belle
decorazioni e le tante luci che creano un'atmosfera festosa. Con gli amici
abbiamo assaggiato mandorle tostate di diversi gusti, mangiato frittelle di
patate e un dolce ripieno di marzapane a forma di sfera, chiamato ‘palla di
neve’, e naturalmente anche bevuto: non però il classico Glühwein – puntualizza
infine - ma una versione senza alcol, chiamata ‘punch per bambini’”.
Uno dei più grandi mercatini di Natale della Germania e
del mondo si trova quest’anno a Dortmund, città della Renania
Settentrionale-Vestfalia.
Qui, nelle vie del centro, oltre 250 chioschi di legno
offrono artigianato artistico, decorazioni natalizie, giocattoli e il famoso
bicchiere di Glühwein: il motivo impresso sulla tazza cambia ogni anno,
rendendolo un ambito oggetto da collezione. Il mercatino è stato inaugurato il
20 novembre e resterà aperto fino al 30 dicembre. Si estende su diverse piazze
centrali del centro città, undici in totale. Al centro della piazza Hansa, si
trova un grande albero di Natale. Altri chioschi si trovano presso lo Alten
Markt, presso la Petrikirche, la Reinoldikirche e sulla piazza di Netanya.
“L’atmosfera dei mercatini di Natale mi piace moltissimo”, ammette Daniela,
impiegata di 44 anni, nata nella cittadina di Datteln. “Con tutto lo stress che
c'è, non riesco mai a godermi appieno il periodo dell'Avvento che passa sempre
veloce come un lampo. Al mercatino di Natale di Dortmund ci si può immergere
nella atmosfera prenatalizia con le sue luci suggestive. Qui si viene avvolti
dal profumo di vin brulé, cannella e anice. Mi piace passeggiare tra i banchi
di artigianato artistico o tra quelli che cucinano prelibatezze. Mi godo questo
freddo piacevole e questi momenti di convivialità, sereni e gioiosi. Tutto
questo calore – conclude - riesce ad arrivare al cuore, in qualche modo”. Aci
26
Francoforte: il
cibo diventa memoria. Italia e Germania celebrano i 70 anni dell’accordo
Nel settantesimo anniversario dell’accordo bilaterale tra
Italia e Germania per il reclutamento della manodopera, la commemorazione che
si è tenuta il 5 dicembre a Francoforte presso La Deutsche-Italienische
Vereinigung si è trasformata in un viaggio nella memoria attraverso il cibo
L’incontro “Dove il cibo è memoria di casa. Storie di
migrazioni” ha riunito studiose e testimoni per raccontare come, per molti
italiani emigrati in Germania dal dopoguerra a oggi, la cucina sia stata un
ponte tra passato e presente, un linguaggio identitario capace di unire
generazioni e culture.
Cucinare la distanza: l’intervento di Laura
Melara-Dürbeck
A introdurre la serata è stata Laura Melara-Dürbeck,
rappresentante dell’Accademia Italiana della Cucina a Francoforte, che ha
proposto una riflessione intensa sul gesto quotidiano del cucinare all’estero,
definito come “trasformare la lontananza in un’esperienza concreta e
tangibile”.
La sua testimonianza personale – una valigia del 1987 con
una caffettiera, un pezzo di parmigiano e un barattolo di conserva di pomodoro
– è diventata simbolo universale dell’esperienza migratoria. Oggetti semplici,
ha spiegato, ma carichi di storie: “In quella conserva ci sono le mani della
mia famiglia calabrese, le voci dei cortili d’estate, il sole imbottigliato in
un barattolo. Ogni mattina il profumo del caffè era il mio modo di cucinare la
distanza, di rendere la nostalgia abitabile”.
Per Melara-Dürbeck il cibo è prima di tutto identità
migrante, un modo per tenere insieme due mondi e dare forma alla nostalgia
senza esserne travolti.
Richiamando storici e antropologi del gusto, ha ricordato
come l’esperienza italiana in Germania – fatta di cucine improvvisate,
ingredienti che mancavano, ricette modificate per forza di cose – abbia dato
vita a quella che lei definisce una “cucina decentrata”, nata fuori dall’Italia
ma autentica nella sua capacità di adattarsi e reinventarsi.
Nel suo intervento, Melara-Dürbeck ha riportato molte
testimonianze degli emigrati italiani degli anni Cinquanta e Sessanta: stanze
condivise da quattro persone, cucine con un unico fornello per otto,
discussioni quotidiane, ma anche momenti di festa creati semplicemente cuocendo
“un chilo di carne in tre, tanto per dire che è festa”.
Il cibo era insieme conforto e resistenza: “Il pensiero
va alla famiglia, al nostro vino così nero e forte, alle salsicce pepate che
sapevano di casa”.
E non mancavano aneddoti che raccontano anche l’incontro,
a volte buffo, con la cultura tedesca: come quella volta in cui dei colleghi
tedeschi addentarono una fetta d’anguria con tutta la buccia, ignari di come si
mangiasse.
A partire dagli anni ’70 la cucina italiana uscì dalle
case degli emigrati per conquistare gli spazi pubblici: trattorie, pizzerie,
ristoranti familiari.
Non sempre autentici, spesso adattati ai gusti tedeschi –
panna nei sughi, pizze cariche di ingredienti – ma luoghi fondamentali per
costruire una nuova immagine dell’italianità in Germania.
Figure come Antonio Scognamiglio, uno dei primi grandi
importatori di prodotti italiani, furono decisive per rendere possibile il
legame culinario tra i due Paesi.
Oggi, ha sottolineato Melara-Dürbeck, la nuova
generazione di chef italo-tedeschi – formata, attenta alla sostenibilità,
ancorata alle specificità regionali – sta dando vita a un nuovo modo di
“cucinare la distanza”, più consapevole delle proprie radici e più libero di
sperimentare.
Edith Pichler: il cibo come memoria comunicativa
Il testimone è poi passato a Edith Pichler, sociologa e
docente presso l’Università di Potsdam, che ha esplorato il legame tra
migrazione, cibo e memoria attraverso le categorie della memoria comunicativa e
culturale. Il cibo, ha spiegato, è un archivio vivente: non solo nutre, ma
trattiene storie, pratiche e appartenenze che si tramandano in modo informale,
spesso nelle cucine delle famiglie migranti.
Anche Edith Pichler ha portato ricordi personali: i
vasetti di salsa del Trentino trasportati in valigia fino a Berlino, il
panettone ingombrante da portare a Natale “quando ancora non si trovava nei
negozi tedeschi”, il formaggio Bel Paese come unico prodotto italiano
disponibile negli anni Settanta. Ogni alimento diventava un tassello di
continuità, un modo per ristabilire un legame con casa quando casa era lontana
migliaia di chilometri.
Ha ricordato come quei gesti, oggi quasi romantici,
fossero in realtà necessità pratiche ed emotive. Il cibo viaggiava insieme ai
migranti: attraversava frontiere, si adattava, cambiava forma per sopravvivere
nei nuovi contesti. E talvolta era l’unico spazio in cui gli italiani potevano
riconoscersi, dopo giornate lavorative dure o in quartieri dove la loro
presenza non era sempre accolta con entusiasmo.
Ma soprattutto ha richiamato il peso emotivo del cibo per
gli emigrati italiani, spesso vittime di discriminazioni e non sempre accolti
calorosamente:
“Il cibo dava loro un senso di appartenenza. Era una
bolla di sapori che li proteggeva dal sentirsi respinti”.
Pichler ha concluso sottolineando come questi patrimoni
culinari abbiano poi trasformato, silenziosamente ma profondamente, anche la
società tedesca: “Le cucine degli immigrati sono state i primi ponti culturali.
Prima che arrivassero le parole, sono arrivate le ricette”.
“Ricette contro la nostalgia”: il contributo di
Neu-Wendel e Zannini
La serata si è conclusa con l’intervento di Stephanie
Neu-Wendel, docente presso l’Università di Mannheim, e Maria Giacobina Zannini,
docente presso l’università di Heidelberg, che hanno analizzato il modo in cui
cinema e letteratura raccontano la cucina italo-tedesca come spazio di
negoziazione identitaria. Partendo dal loro progetto “Ricette contro la
nostalgia”, le due studiose hanno mostrato come la tavola sia spesso la prima
scena in cui si rappresentano tensioni, conflitti, riconciliazioni e contaminazioni
tra culture.
Zannini ha messo in luce il modo in cui il cinema tedesco
e italo-tedesco utilizza il cibo come linguaggio immediato per raccontare
l’integrazione: dalle commedie degli anni Ottanta, dove lo “Spaghetti-Koch” era
figura stereotipata ma familiare, fino alle produzioni più recenti che
presentano cucine miste, moderne, in cui gli ingredienti italiani entrano
naturalmente nella quotidianità tedesca. I pasti condivisi, ha spiegato
Zannini, diventano spesso dispositivi narrativi che permettono ai personaggi di
superare incomprensioni e pregiudizi, mostrando come i gusti — più delle parole
— possano avvicinare mondi diversi.
Neu-Wendel ha approfondito la prospettiva letteraria,
portando esempi di romanzi e memoir in cui le ricette diventano un ponte
emotivo con l’Italia. Nei testi delle seconde e terze generazioni il cibo
assume la forma di una “memoria ereditata”: non più solo nostalgia per ciò che
si è lasciato, ma un materiale narrativo attraverso cui i discendenti
raccontano la complessità delle proprie radici. Una minestra cucinata “come la
faceva la nonna”, o un piatto reinventato con ingredienti tedeschi, diventa così
un modo per ridefinire continuamente l’idea stessa di italianità.
Tra libri, film e testimonianze familiari, il cibo emerge
dunque come un archivio vivo: conserva, trasforma, tramanda. È un luogo di
incontro tra generazioni, tra lingue, tra appartenenze multiple. Un laboratorio
in cui migranti e figli di migranti rielaborano la propria identità, a volte
ricucendo la nostalgia, a volte costruendo nuove forme di appartenenza. In
questo senso, hanno concluso Neu-Wendel e Zannini, le ricette non sono soltanto
istruzioni culinarie, ma veri e propri dispositivi culturali che aiutano a
orientarsi tra passato e futuro.
La conclusione della serata ha avuto il sapore della
riconciliazione tra culture, come racconta un’ultima testimonianza: “Mio padre,
vivendo in Germania, aveva imparato a fare la Linsensuppe. Ci metteva un goccio
d’aceto e dei würstel tagliati piccolissimi. Era buonissima. Abbiamo fatto
entrare in casa nostra un po’ di usanze tedesche e abbiamo dato molto delle
nostre ai nostri amici. Alla fine ci siamo avvicinati, e in qualche modo
uniti”.
A settant’anni dall’accordo che cambiò la vita di
centinaia di migliaia di famiglie, il cibo continua a essere un ponte. Una
tavola apparecchiata tra Italia e Germania, dove la memoria non è un ricordo
fermo, ma un impasto vivo, fatto di ingredienti che viaggiano, si mescolano,
cambiano e continuano a raccontare chi siamo.
L’evento è stato organizzato dalla Fondazione di Studi
Italo-Tedeschi, dalla Deutsche-Italienische Vereinigung e.V. e dall’Accademia
Italiana della Cucina – Delegazione di Francoforte, la Fototeca Storica
Nazionale Ando Gilardi di Milano, in collaborazione con l’Istituto
Italiano di Cultura di Colonia, con l’Assessorato alla Cultura della Città di
Francoforte e con l’AmKa di Francoforte, e si è svolto con il patrocinio e il
sostegno del Consolato Generale d’Italia a Francoforte. Licia Linardi, CdI 12
XVIII
Conferenza degli Ambasciatori d’Italia nel mondo
ROMA – Nel corso della XVIII Conferenza delle
Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia nel mondo alla Farnesina si è
svolto il dibattito “La sfida migratoria quale priorità internazionale”. La
sessione è stata aperta dagli interventi del Ministro degli Esteri Antonio
Tajani e del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il Ministro Tajani ha in
primo luogo voluto ringraziare Piantedosi per la collaborazione data dal
Ministero dell’Interno nelle ispezioni riguardanti le sedi consolari all’estero
che saranno effettuate dal personale diplomatico in collaborazione con le forze
dell’ordine : l’esempio è andato al rilascio di documenti come i visti, che
riguardano la questione dell’immigrazione. “Dobbiamo affrontare in modo
strutturale le questioni migratorie”, ha rilevato Tajani. “Dobbiamo valorizzare
il diritto a non emigrare”, ha rimarcato Tajani riferendosi in modo particolare
all’Africa e menzionando la questione delle liste dei Paesi sicuri per
effettuare i rimpatri. Il Ministro ha inoltre evidenziato l’importanza del
ruolo della formazione e della conoscenza della lingua italiana per quanti
verranno regolarmente nel nostro Paese. “La conferenza odierna non è soltanto
luogo di confronto ma anche di rafforzamento di una visione del nostro Paese
nel mondo”, ha rilevato nel suo intervento il Ministro Piantedosi riferendosi
all’incontro odierno con gli Ambasciatori italiani ai quali è andato il ringraziamento
del Ministro dell’Interno per il supporto fornito su tematiche trasversali,
quali appunto quelle migratorie. “Dove prevale l’assenza di regole si
rafforzano le reti criminali e aumentano le tragedie umanitarie”, ha aggiunto
Piantedosi. Il Ministro ha poi invitato a riflettere sull’importanza per gli
Stati di riuscire a stare al passo coi tempi rispetto agli strumenti che sono
in grado di mettere in campo potenti organizzazioni criminali. Il Ministro
dell’Interno ha spiegato che, dalle informazioni rilasciate dagli stessi
migranti al loro arrivo a terra, spesso di evince il dato eloquente relativo al
cospicuo fatturato che ruota attorno alle organizzazioni che gestiscono i
traffici di migranti: si ipotizza che esso sia di circa 6 miliardi a livello
internazionale e si stima che il solo segmento che interessa l’Italia
rappresenti il 20% del fatturato mondiale: chiaramente la tratta principale per
l’Italia resta quella via mare passando per il Mediterraneo. Piantedosi ha
anche evidenziato come le instabilità nei Paesi d’origine siano sicuramente una
delle cause che spingono le persone a migrare. “Abbiamo provato a rafforzare la
collaborazione con i governi dei Paesi d’origine”, ha sottolineato il Ministro
menzionando tra gli esempi più virtuosi la Costa d’Avorio che ad oggi rispetto
al passato conta arrivi irregolari quasi azzerati. Anche in Asia, con Paesi
quali Bangladesh e Pakistan, sono stati siglati accordi importanti nel
contrasto all’immigrazione irregolare. Accanto al contrasto dell’immigrazione
illegale ci sono però anche progetti per l’accompagnamento di quanti vogliono
rimpatriare volontariamente e per l’accompagnamento di quanti vogliono entrare
regolarmente: in quest’ultimo caso la formazione è centrale. Sicurezza,
sviluppo e cooperazione politica multilaterale per un approccio strutturale
sono, secondo Piantedosi, strumenti chiave. In conclusione, Piantedosi ha
rimarcato alcuni punti come l’approccio regionale e trans-regionale, i rimpatri
volontari assistiti dai Paesi di transito a quelli d’origine e la
valorizzazione dei percorsi di migrazione legale.
Nell’ambito la XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e
degli Ambasciatori d’Italia nel mondo si è svolta la sessione dedicata al tema
“Italia come snodo geopolitico strategico per le rotte energetiche”. Il panel è
stato aperto dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Il tema dell’energia –
ha esordito il Ministro – è fondamentale. E’ un tema che riguarda la sicurezza
nazionale, la nostra dipendenza energetica e che stabilisce rapporti anche
all’interno dell’Unione Europea, nonché le relazioni con altri paesi.
Credo che discutere con voi di questi argomenti – ha proseguito Tajani
rivolgendosi agli Ambasciatori presenti in sala – sia di grande interesse per
capire cosa sta accadendo e cosa si può fare. Domani al Parlamento Europeo ci
sarà il voto sulle auto elettriche, si deciderà sulla possibile modifica del
blocco dei motori tradizionali a partire dal 2035, almeno per le auto, e non è
detto che questo riguardi anche i camion”. Il Ministro ha poi evidenziato come
l’Italia, essendo situata al centro del Mediterraneo, aspiri a diventare
un grande hub energetico capace di ricevere dal sud l’energia per poi
ridistribuirla nell’intera Europa. Tajani ha anche rilevato come la lotta al
cambiamento climatico sia parte della nostra politica internazionale. E’ stata
poi la volta del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto
Pichetto Fratin che ha sottolineato come la sicurezza energetica, un settore in
cui i riferimenti tradizionali si sono praticamente rovesciati,
rappresenti oramai una sorta di laboratorio sulle dinamiche della
geopolitica. Il Ministro ha poi evidenziato come “decarbonizzare,
diversificando ed innovando” significhi “rafforzare la sicurezza energetica”.
“Così come introdurre nuove tecnologie basate sulla neutralità tecnologica
contribuisca alla decarbonizzazione globale” . Per Pichetto Fratin inoltre il
dibattito sulla scadenza del 2035, riguardante i motori tradizionali, non
andrebbe fatto sulla limitazione dello strumento ma sulla questione delle
emissioni, in un confronto europeo che garantisca e favorisca la ripresa del
grande sistema europeo dell’automotive. Il Ministro, dopo aver segnalato
che l’Italia si è resa indipendente dalle importazioni di gas russo e che il
fabbisogno di energia del nostro Paese continuerà a salire nei prossimi anni,
ha aggiunto “Competitività e crescita sono e devono essere priorità per
l’Europa, anche nella definizione di interventi e politiche energetiche di
transizione”. Ha poi preso la parola l’amministratore Delegato dell’Eni Claudio
Descalzi che ha sottolineato l’importanza dell’Italia come possibile snodo
energetico strategico, con valenza industriale e geopolitica. Il nostro Paese
ha infatti una posizione geografica che gli facilita le connessioni con gli
esportatori di gas, come la Libia e l’Algeria, ma anche con Paesi
europei, a cui potrebbero essere indirizzati questi flussi energetici
provenienti dal sud. Descalzi, dopo aver rilevato l’esigenza di investire in
Libia e Algeria per evitare che il crescente fabbisogno energetico interno di
questi paesi limiti la loro capacità di esportazione del gas , ha inoltre
parlato della presenza nel nord Europa di un altro grande snodo energetico-
finanziario che è altamente competitivo e che stabilisce il prezzo del gas.
Descalzi ha poi auspicato sia la creazione di un mercato unico europeo
energetico che consenta di abbassare i costi, sia una crescita dell’Africa che
permetta di aumentare anche la nostra sicurezza energetica, visto che da questa
area importiamo il 97% del nostro gas. (Lorenzo Morgia -Inform)
Europa: “Serve
un’anima politica”
La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati
Uniti descrive un’Europa debole, segnata da declino economico, pressione
migratoria e crisi identitaria. Andrea Possieri analizza le implicazioni
culturali e politiche di questa visione americana, sottolineando la necessità
di un’anima politica per rilanciare sovranità, responsabilità e ruolo globale
del continente – di Riccardo Benotti
La nuova National Security Strategy degli Stati Uniti
descrive l’Europa come un continente esposto a declino economico, pressione
migratoria e rischi di “erosione civile”. Il documento sollecita gli Stati
europei a rafforzare sovranità, identità e responsabilità strategica in un
quadro instabile. Andrea Possieri, docente di storia contemporanea
all’Università degli Studi di Perugia, analizza le implicazioni politiche e
culturali di questa lettura americana per il futuro del continente e per il
rapporto transatlantico.
Nel documento statunitense di strategia nazionale emerge
una lettura severa dell’Europa, fino a evocare il rischio di una “cancellazione
della civiltà europea”. Che cosa indica questa espressione e quale idea di
Europa trasmette il nuovo corso americano?
Quelle parole hanno suscitato sconcerto ma sono
l’evoluzione di quanto affermato da James D. Vance a Monaco nel 2025. Più che
una rottura con l’Europa, emerge una critica durissima all’Unione europea. Il
riferimento ai valori è una presa di distanza dall’Europa tecnocratica e
dall’egemonia progressista nel discorso pubblico.
Si auspica il ritorno a un’Europa delle patrie, a
dispetto dell’Europa di Bruxelles.
Quali elementi nuovi introduce la NSS rispetto a queste
critiche già note?
L’idea non è nuova, ma oggi assume due forme inedite:
viene formalizzata in un documento politico statunitense con tratti
nazional-sovranisti, centrato su sicurezza, identità culturale e un forte culto
della leadership; inoltre, in nome della stabilità tra Europa e Russia, si
accompagna a una sostanziale legittimazione dell’operato di Putin in Ucraina. A
quella terra serve pace, ma una pace giusta.
Il documento contrappone un’Europa delle patrie
all’integrazione sovranazionale. Che idea di Unione europea emerge?
L’NSS mostra sfiducia verso l’integrazione europea
sviluppatasi dagli anni Novanta. L’accento sulla sovranità nazionale suggerisce
una preferenza per un’Europa composta da Stati forti e meno per un’unione
politica. È un’impostazione che ridimensiona il ruolo dell’Unione europea nei
processi decisionali e mette in discussione la sovranità condivisa.
L’impianto “America First” ridisegna i rapporti
transatlantici. La tradizione del cattolicesimo democratico può offrire criteri
utili?
Quella stagione è stata feconda per l’Italia e per
l’Europa, pur non essendo riproponibile. Molte intuizioni restano attuali. De
Gasperi richiamava la “Patria Europa” come argine agli eccessi nazionalistici.
Le difficoltà che impedirono una vera Europa politica
negli anni Cinquanta si ripresentano oggi.
Nonostante lo sconcerto per le parole americane e
l’allarme provocato dalla Russia, non emergono forti capacità
politico-culturali per un’autonomia strategica europea. Conservo però una
speranza nelle generazioni cresciute dopo il 1989, più libere dalle pastoie
ideologiche del Novecento: giovani pragmatici che possono contribuire a un
nuovo patto fondato su solidarietà, dialogo e reciproco rispetto, come
ricordava Montini.
Trump parla di migranti come “erosione civile”. Come si
concilia questa narrazione con la visione cristiana dell’ospitalità?
Non si concilia. Il mondo cattolico ha sempre unito
dignità umana, accoglienza e legalità. Oggi, invece, l’atteggiamento verso i
migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa
conoscenza del fenomeno. Il discorso pubblico è segnato da due fattori: da un
lato, la critica dell’immigrazione è diventata una risorsa simbolica a fini
elettorali, leggendo i flussi come minaccia all’ordine pubblico e all’identità
etnica; dall’altro, politiche migratorie poco efficaci hanno generato problemi
nelle periferie, alimentando insicurezza e ostilità. Il nodo del futuro sarà
l’integrazione, dunque la cittadinanza.
Se il rapporto transatlantico si indebolisse, quali spazi
resterebbero all’Europa come mediatrice globale?
Per proporre una “terza via”, l’Europa deve essere un
attore politico a tutti gli effetti. L’integrazione economico-istituzionale non
è più sufficiente. Servirebbe un sussulto d’anima, altrimenti si rischia
l’irrilevanza. Questo momento potrebbe favorire una nuova proposta politica, ma
è necessaria una volontà dal basso che lavori, per esempio, a un’Assemblea
costituente dell’Europa. Le difficoltà sono molte, ma il mutamento nasce solo
dalla politica. L’unico modo per reagire al declino è prendere l’iniziativa,
recuperando il progetto dei padri fondatori per un’Europa unita e solidale,
modellata non dalla paura ma dalla responsabilità.
Sir 10
Due Italie in
Germania: funzionari del Nord e operai del Sud
L’emigrazione italiana in Germania, iniziata in modo
massiccio negli anni del “miracolo economico”, ha sempre presentato una
caratteristica peculiare: la coesistenza di due gruppi sociali molto diversi
tra loro, spesso percepiti come due “Italie parallele”. Da un lato i tecnici, i
funzionari e i quadri formati nelle regioni del Nord; dall’altro gli operai
provenienti soprattutto dal Mezzogiorno. Una distinzione non solo geografica,
ma soprattutto socio-economica, che ha segnato profondamente la presenza italiana
oltre le Alpi.
La prima grande ondata: gli operai del Sud
A partire dagli anni ’50 e ’60, la Germania Ovest siglò
accordi bilaterali con l’Italia per far fronte alla necessità di manodopera
nelle proprie industrie. Migliaia di uomini – e poi intere famiglie –
arrivarono da Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Basilicata. Erano i
Gastarbeiter, i “lavoratori ospiti”.
La maggior parte trovò posto:
* nelle acciaierie,
* nelle fabbriche automobilistiche,
* nella meccanica pesante,
* nell’edilizia.
Quel movimento migratorio fu spesso un’emigrazione di
necessità: si partiva per lavorare, mandare soldi a casa, costruire un futuro
possibile. Le condizioni di vita erano dure: dormitori aziendali, scarsa
integrazione, barriere linguistiche. Nonostante ciò, questi lavoratori hanno
contribuito in modo decisivo al boom industriale tedesco e alla costruzione
dell’immagine dell’“italiano laborioso” all’estero.
La nuova mobilità: i professionisti del Nord
Dagli anni ’90 in poi, e ancor più dagli anni 2000, il
profilo dell’italiano in Germania si è diversificato. È cresciuta la presenza
di persone altamente qualificate: ingegneri, funzionari, ricercatori, manager e
professionisti del settore tecnologico, spesso provenienti da regioni del Nord
e da aree con un tessuto industriale avanzato.
Questa categoria si è inserita in un mercato del lavoro
caratterizzato da:
* imprese multinazionali,
* centri di ricerca avanzati,
* università competitive,
* posizioni dirigenziali e tecniche.
Per loro l’emigrazione non è fuga dalla povertà, ma
scelta professionale legata alla ricerca di opportunità, riconoscimenti,
carriera internazionale.
Un’Italia sdoppiata
Le due traiettorie migratorie hanno creato una sorta di
dualismo interno alla comunità italiana in Germania:
* La prima generazione di operai meridionali, radicata
sul territorio, spesso integrata attraverso il lavoro manuale e la vita
comunitaria tradizionale.
* Le generazioni più recenti di professionisti, che
vivono una mobilità diversa, più fluida, cosmopolita, spesso temporanea.
Questa distinzione ha prodotto percezioni differenti di
cosa significhi essere “italiani” all’estero: per alcuni una condizione di
sacrificio, per altri un percorso di crescita professionale in un contesto
globale. Due esperienze diverse, ma entrambe fondamentali per capire la
complessità della presenza italiana in Germania.
Un dialogo che continua
Oggi le due “categorie” non sono più separate come un
tempo: i figli degli operai meridionali sono diventati studenti universitari,
imprenditori, professionisti, e spesso condividono percorsi simili ai nuovi
arrivati dal Nord. E, allo stesso tempo, nuove migrazioni dal Sud – più
qualificate rispetto al passato – arricchiscono ulteriormente la comunità.
Ed è forse proprio in questo incrocio di storie, di nord
e sud, di passato e presente, che si trova l’anima autentica dell’italianità in
Germania: una comunità variegata, in continua trasformazione, che ha saputo
reinventarsi senza dimenticare le proprie radici. Giuseppe Tizza, de.it.press
Dall’emigrazione
italiana all’Europa di oggi
Apertura al Convegno di Acli Germania e Delegazione MCI
Germania “Frontiere in movimento”
Nell’autunno appena trascorso, l’Unione Europea ha
rilanciato il programma Interrail: con il pagamento di una cifra simbolica, le
giovani e i giovani europei possono nuovamente viaggiare quasi gratuitamente in
treno e scoprire città, culture e lingue del continente. La mobilità giovanile
all’interno dello spazio europeo non è certo una novità: i primi programmi
Interrail risalgono infatti agli anni Settanta. Oggi, dopo 40 anni dagli
accordi di Schengen, l’iniziativa viene riproposta con l’obiettivo di rafforzare
i legami tra le società europee in una fase complessa, segnata dal ritorno al
centro del dibattito del diritto di emigrare, da crescenti diseguaglianze
sociali, da stili di vita sempre più transnazionali e da un ordine
internazionale sempre più minacciato da derive sovraniste, nazionalistiche e
antidemocratiche.
L’esperienza Interrail degli anni Settanta si intrecciava
già allora con un’altra forma di mobilità: quella dei migranti per lavoro. Fin
dagli anni Cinquanta e Sessanta, centinaia di migliaia di lavoratrici e
lavoratori provenienti dal Sud e dal Sud-Est dell’Europa raggiungevano le
principali destinazioni industriali del continente. Questo parallelo –
Interrail da un lato e migrazione del lavoro dall’altro – non è improprio:
entrambe le mobilità esprimono, seppur in forme differenti, un medesimo processo
di integrazione europea, fondato sull’apertura progressiva degli spazi
comunitari alla circolazione delle persone. Pur distinguendosi profondamente
per natura giuridica, condizioni materiali e implicazioni politiche, questi
fenomeni partecipano allo stesso percorso di unificazione europea avviato con i
Trattati di Roma del 1957 e consolidatosi negli anni Sessanta con la
definizione del mercato comune. Un processo che ha contribuito in modo decisivo
a plasmare le società multiculturali nelle quali viviamo oggi.
Tra le mobilità mitteleuropee del dopoguerra, un ruolo di
primo piano spetta all’emigrazione italiana. Come ha osservato lo storico Toni
Ricciardi, essa rappresenta uno dei pilastri della rinascita democratica e
repubblicana del Paese. Negli anni immediatamente successivi alla caduta del
fascismo, la possibilità di emigrare costituì per molti un diritto di libertà e
una concreta via di riscatto. Ricciardi ha definito in modo provocatorio ma
efficace l’Italia del dopoguerra come una Repubblica fondata “sul lavoro
all’estero”, in altre parole, “una Repubblica democratica fondata
sull’emigrazione”. Già nel 1948, infatti, Alcide De Gasperi, presidente del
Consiglio dei Ministri italiano, richiamava la necessità di “espandere i
confini” e invitava le cittadine e i cittadini italiani a cercare fortuna anche
fuori dal Paese, poiché – come affermò – “entro le frontiere non ci stiamo”. Il
governo della prima Repubblica incoraggiò dunque la riapertura delle rotte
migratorie, vedendo nell’emigrazione non solo una valvola di sfogo economica,
ma anche un canale di proiezione culturale dell’Italia in un’Europa in
formazione.
Fra i numerosi accordi di immigrazione stipulati dal
governo federale tedesco con diversi Paesi di emigrazione del Sud-Est europeo e
dell’area mediterranea, quello firmato il 20 dicembre 1955 tra l’Italia e la
Repubblica Federale di Germania fu il primo e segnò una svolta decisiva nelle
politiche internazionali di immigrazione tedesche. L’avvio dei reclutamenti
ufficiali di manodopera italiana nei centri di emigrazione, tra cui quello di
Verona, attivo dal 1958 fino all’inizio degli anni Novanta, modificò profondamente
il panorama economico e sociale di entrambi i Paesi. Tra la fine degli anni
Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, migliaia di giovani uomini e donne
attraversarono frontiere fino ad allora difficilmente valicabili, spinti non
solo dalla necessità economica ma anche dal desiderio di aprirsi nuove
prospettive di vita. Le ricerche più recenti mostrano come, accanto alle
motivazioni materiali, vi fossero aspirazioni individuali, curiosità e progetti
che resero quelle partenze esperienze complesse e profondamente umane.
Da quell’emigrazione, inizialmente regolata da rigidi
accordi bilaterali volti a “governare” le migrazioni e la mobilità, nacquero
percorsi molteplici e mutevoli, individuali e collettivi. Pur mossi da ragioni
economiche, essi determinarono un profondo cambiamento nelle abitudini, nei
costumi e nella cultura stessa di chi partiva, così come di chi, in Germania,
vedeva arrivare questi “migranti”. L’immigrazione italiana trasformò in modo
significativo la società tedesca, avviando de facto un processo dinamico – e
tuttora in corso – verso una vera e propria Einwanderungsgesellschaft, che la
storica delle migrazioni Maria Alexopoulou ha definito però “wider Willen”,
contro la propria volontà.
Le italiane e gli italiani che arrivarono in Germania si
confrontarono sin dall’inizio con una situazione paradossale: da un lato,
l’immagine positiva associata al mito della Dolce Vita, capace di suscitare
curiosità e simpatia; dall’altro, la loro persistente percezione come
“stranieri”. Incontrarono così l’altra faccia della medaglia: discriminazioni,
razzismo, alloggi malsani, contratti precari, ingiustizie sociali e
marginalizzazione. Gli scandali legati agli alloggi dei Gastarbeiter – come il
caso delle “Baracken” della Holzmann AG in Assia, divenuto negli anni Settanta
un nodo politico di rilievo – ricordano quanto le promesse di integrazione
fossero spesso disattese.
Molti lavoratori e le loro famiglie sperimentarono
esclusione, precarietà e difficoltà di inserimento, mentre i figli crescevano
tra lingue e identità diverse, senza poter beneficiare del riconoscimento della
doppia cittadinanza fino agli anni Duemila. La ricerca storica ha mostrato come
queste contraddizioni derivassero da una visione rigidamente nazionalistica
delle politiche migratorie tedesche e dalla persistente convinzione che la
Germania “non dovesse diventare un paese d’immigrazione”. Questa discrepanza
fra una realtà multiculturale già evidente sin dagli anni Sessanta e la
lentezza delle politiche di integrazione ha prodotto un lungo stallo politico e
culturale, superato solo in parte negli ultimi decenni.
A settant’anni dall’accordo italo-tedesco del 1955,
abbiamo voluto discutere di queste esperienze, memorie e sfide nel convegno
“Frontiere in movimento”, svoltosi il 18 ottobre 2025 presso la Missione
Cattolica Italiana di Francoforte. L’obiettivo non era tanto celebrare un
anniversario, quanto aprire un dialogo vivo tra storia, attualità e memoria
collettiva dell’emigrazione italiana in Germania.
Al convegno hanno partecipato storici, sociologi,
giuristi, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni italiane,
dell’associazionismo e della Chiesa italiana in Germania. Gli interventi e le
presentazioni saranno pubblicati prossimamente su questo sito in una breve
serie, accompagnata da una selezione di fotografie e documenti. L’obiettivo è
dare continuità al confronto avviato a Francoforte sul Meno, trasformandolo in
un vero e proprio forum sulla memoria migrante, capace di coinvolgere le nuove
generazioni e di sensibilizzare anche chi, finora, non si è mai avvicinato a
questa parte fondamentale della nostra storia comune. Francesco Vizzarri, CdI 12
Anche per questo 2026 gli italiani all’estero restano una
realtà socio/politica da “chiarire”. Oggi ancor più importante che per il
passato. Riteniamo, di conseguenza, che la loro rappresentatività in Patria
debba essere portata alla ribalta parlamentare in modo più appropriato e
politicamente articolato.
Il “rimandare” ci
preoccupa e non poco. Mentre torniamo a sollecitare il varo di una nuova
rappresentatività per chi vive lontano dal Bel Paese, chiediamo coerenza
politica. Non intendiamo polemizzare, ma domandiamo d’evidenziare le
“competenze” che sarebbero dovute per chi vive “altrove”.
Manca, ancora,
l’attuazione di un Dipartimento per gli italiani all’Estero (DIE) connesso con
la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Insomma, senza ancora tergiversare, il Parlamento,
potrebbe farsi carico, almeno, di una proposta di legge per superare le incerte
posizioni, anche politiche, degli italiani che vivono “altrove”.
Invece, nonostante
tante oggettive riflessioni, il problema sembra restare inconcluso. Nessuno ne
tratta. Torniamo a sollecitare chiarezza per evitare, poi, le consuete
interpretazioni restrittive di comodo. Per questi motivi, restiamo, saldamente,
sulle posizioni che avevamo manifestato già in passato e che sono ben note a
chi ci segue.
Siamo disponibili a un confronto con chi intende
contribuire a questo progetto che coinvolge milioni d’italiani nel mondo. A
questo punto, il “silenzio” non ha più senso. Quelle che tentiamo di cogliere
sono pareri operativi. Questo è il “messaggio” che intendiamo rivolgere e a chi
ci segue da tanti anni. Insieme, ce la possiamo fare. Ora restiamo in attesa di
un ”segnale” politico. Nonostante la complessità dei tempi, ci facciamo il
conto.
Giorgio Brignola, de.it.press
Berlino celebra
i 70 anni dell’accordo bilaterale sulla manodopera
Berlino - Si è svolta ieri, 11 dicembre, in Ambasciata a
Berlino la celebrazione del settantesimo anniversario dell’Accordo bilaterale
italo-tedesco per il reclutamento e il collocamento della manodopera italiana
nella Repubblica federale tedesca, firmato il 20 dicembre 1955.
L’evento ha ricordato il valore storico, sociale ed
europeo di quell’accordo e ha reso omaggio ai Gastarbeiter e alla comunità
italiana emigrata in Germania.
Come ha ricordato la ministra di Stato tedesca e
commissaria per la migrazione, i rifugiati e l’integrazione, Natalie Pawlik,
nel suo discorso di apertura, il contributo apportato dai lavoratori e dalle
lavoratrici italiane alla ricostruzione della Germania del dopoguerra è stato
essenziale. “Questi coraggiosi italiani meritano la nostra gratitudine”, ha
dichiarato.
L’ambasciatore Fabrizio Bucci, ricordando il discorso del
presidente Sergio Mattarella a Berlino, ha sottolineato come l’accordo sia
stato un precursore dell’Unione Europea. “Mentre si preparava la nascita della
Comunità Economica Europea con i Trattati di Roma del 1957, i nostri
connazionali iniziavano concretamente a costruire l’Europa con il loro lavoro e
con il loro sacrificio”, ha detto Bucci. “È anche grazie a loro se oggi abbiamo
l’Unione Europea che conosciamo. Una Unione sicuramente imperfetta, ma che
rimane una costruzione politica, economica, sociale e culturale unica al
mondo”. L’ambasciatore ha poi osservato che, “nonostante non sia entrata in
vigore, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea conserva tutta la
sua forza e tutta la sua attualità quando definisce l’Unione Europea come “orizzonte
privilegiato della speranza umana”. Perché promuove la pace, i diritti civili,
sociali ed economici dei cittadini europei. Perché garantisce un futuro comune
fondato su principi e valori condivisi. È questa la vera e più autentica forza
dell’Unione Europea”.
Nel corso del suo intervento, l’ambasciatore Bucci ha
rilevato come il ruolo degli italiani in Germania sia a tutt’oggi fondamentale.
“Il termine Gastarbeiter è oggi superato. Gli italiani in Germania non sono più
ospiti ma parte attiva e profondamente integrata nel tessuto sociale della
Germania. Oltre 900.000 mila italiani, di cui un terzo binazionale, 5000
ricercatori e scienziati, più di 2000 imprese. Una presenza radicata,
produttiva, costruttiva”.
Durante l’evento è stata inaugurata una mostra documenti
provenienti dalla collezione dell’Agenzia Federale per l’Impiego sullo sviluppo
della gestione del lavoro in Germania, testimonianza del costante sforzo di
costruire un percorso di integrazione della comunità italiana con la comunità
tedesca.
Sono seguiti un concerto della cantante Etta Scollo e la
proiezione del documentario “Un sogno italiano” (Ein italienischer Traum) del
regista Fausto Caviglia, prodotto da Orisa Produzioni di Cristiano Bortone e
Latteplus Berlin Filmproduction, che ha raccontato storie e percorsi
emblematici della presenza culturale italiana.
L’evento è stato organizzato in collaborazione con
l’Ufficio della Commissaria tedesca per la migrazione, i rifugiati e
l’integrazione.
Comites di Berlino
Il Comites di Berlino ha realizzato un incontro sul tema
: “Italia-Germania: 70 anni dall’accordo di manodopera. I diritti del lavoro,
dai Gastarbeiter ad oggi”. L’evento è stato coordinato da Federico
Quadrelli (Presidente Comites Berlino) e introdotto da Edith Pichler
(Università di Potsdam); sono quindi intervenuti: Alfonso Pantisano
(Commissario del governo regionale di Berlino per l’accettazione della
diversità sessuale e di genere) e Damiano Valgolio (Deputato Die Linke, nonché
Avvocato del diritto del Lavoro). Nel suo intervento Federico Quadrelli ha
spiegato che l’obiettivo dell’incontro sia proprio quello di parlare di diritti
del lavoro, partendo dalle origini storiche e sociologiche dell’epopea dei
cosiddetti Gastarbeiter, ossia i lavoratori stranieri immigrati in Germania.
Dal canto suo Edith Pichler ha rimarcato che in questi 70 anni si è anzitutto
rafforzata la consistenza della presenza italiana che nel 2025 è arrivata a
superare i 900mila iscritti Aire in Germania; si stima tuttavia che possano
essere di più, considerando che ci sono connazionali che non si iscrivono
all’Aire. Pichler ha sottolineato inoltre che oggi l’emigrazione è diversa dal
passato: è più votata alla mobilità in luogo della permanenza duratura in un
Paese estero. Pichler ha inoltre spiegato che bisogna sfatare la leggenda dei
“cervelli in fuga”: ad esempio solo un terzo di chi è arrivato in Germania nel
2024 era in possesso di una laurea. Alfonso Pantisano ha ricordato, parlando
anche della storia della sua famiglia, che l’accordo italo-tedesco sul
reclutamento di manodopera è stato un documento burocratico, visto come un
passo per la ricostruzione economica della Germania, ma anche un momento che ha
segnato le vite di intere famiglie. “Lavoro e speranza”, erano all’epoca le
parole associate alla possibilità per gli italiani di espatriare in Germania.
“Arbeit”, ossia “lavoro”, era una delle prime parole che i connazionali
apprendevano arrivando in Germania. Palmisano anche ha spiegato che gli
italiani sentivano – e magari sentono ancora – la necessità di dover dimostrare
sempre qualcosa agli occhi del Paesi ospitante. Palmisano inoltre ha invitato a
riflettere sul fatto che questo accordo non abbia rappresentato solo una storia
di lavoratori immigrati, con storie anche di successo; quell’epoca ha visto
infatti anche biografie spezzate e infanzie perdute. Federico Quadrelli è
tornato ad intervenire sui diritti negati, rimarcando l’importanza della tutela
dei lavoratori e della possibilità dei ricongiungimenti familiari. Daniano Valgolio
a sua volta ha ripercorso una vicenda familiare legata all’emigrazione, tra gli
anni ’70 e ‘80, in un’epoca sicuramente vivace in tutta Europa dal punto di
vista dei movimenti per i diritti dei lavoratori: un’epoca nella quale era
abbastanza frequente dover scioperare o aderire attivamente al sindacalismo.
Valgolio ha rimarcato che delle lotte portate avanti dalle generazioni
precedenti – anche per quanto riguarda i migranti – ne hanno tratto beneficio
le generazioni future, benché oggi i diritti dei lavoratori siano ancora messi
in discussione. (Inform-Aise-dip)
Secondo Forum
italo-tedesco, appello di Urso e Reiche all’Ue: “Decisioni tempestive e
coraggiose”
Sottoscritta al Mimit Dichiarazione Congiunta
Italia-Germania in vista delle prossime scadenze legislative europee
ROMA – Italia e Germania chiedono alla Commissione
europea una svolta rispetto alle condizioni che oggi limitano la competitività
del nostro continente, intervenendo innanzitutto su automotive e siderurgia,
pilastri dell’industria del Continente messi sotto pressione da regole non più
adeguate e da una concorrenza globale sempre più aggressiva. Nel secondo Forum
ministeriale MIMIT-BMWE, che si è svolto a Roma nell’ambito del Piano d’Azione
italo-tedesco, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso,
e la ministra federale per gli Affari Economici e l’Energia, Katherina Reiche,
hanno definito una posizione comune dei due principali Paesi industriali
europei da presentare a Bruxelles in vista delle prossime proposte normative
annunciate dalla Commissione e del vertice intergovernativo di gennaio. “Con la
Germania siamo in piena sintonia: chiediamo alla Commissione una svolta
immediata per rilanciare la competitività europea. Dobbiamo agire subito,
subito, subito, partendo dai settori più esposti, dall’automotive alla
siderurgia. L’Europa deve superare regole ormai inadeguate e tornare a
competere con forza, innovare e difendere la propria sovranità industriale.
Auspichiamo che questa impostazione venga pienamente recepita già nel prossimo
Consiglio europeo”, ha dichiarato il Ministro Urso. “Germania e Italia si
assumono insieme la responsabilità per il futuro dell’Europa. Essendo le
principali forze motrici dell’industria nell’UE, le nostre economie,
strettamente interconnesse, promuovono la crescita, l’innovazione e la
creazione di valore. Con la nostra Dichiarazione congiunta diamo oggi un forte
impulso affinché l’Europa riacquisti competitività come polo economico e di
investimenti – attraverso meno burocrazia, un forte mercato interno e condizioni
quadro affidabili e attraenti per le nostre imprese”, ha dichiarato la Ministra
Reiche. Nella Dichiarazione congiunta, Urso e Reiche ribadiscono le priorità
per rafforzare la cooperazione economica e industriale in diversi settori,
concentrandosi in particolare su due ambiti di forte rilevanza per imprese e
lavoratori europei. Per il settore automobilistico, Italia e Germania chiedono
una revisione tempestiva e pragmatica del quadro normativo UE sulle emissioni
di CO?, fondata su neutralità tecnologica, flessibilità ed evitando sanzioni
sproporzionate, così da non penalizzare i produttori né trasferire costi
aggiuntivi su imprese e consumatori. I ministri sollecitano anche
un’accelerazione nello sviluppo delle infrastrutture di ricarica e di rifornimento,
la costruzione di una filiera europea sovrana delle batterie e condizioni
regolatorie che permettano all’Europa di diventare il mercato di riferimento
per la guida autonoma e l’innovazione industriale. MIMIT e BMWE richiamano
inoltre la necessità di politiche pubbliche a sostegno della transizione,
basate su chiarezza e semplificazione normativa, stabilità e sostegno agli
investimenti. Posizioni espresse già nei due contributi congiunti presentati ad
agosto e ottobre in materia, recentemente richiamate anche nelle lettere del
Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del Cancelliere tedesco, Friedrich
Merz.
Per la siderurgia e le altre industrie energivore, Italia
e Germania chiedono che i legislatori europei adottino lo strumento europeo di
salvaguardia per l’acciaio, entro il 30 giugno 2026, per evitare le distorsioni
derivanti dalla sovraccapacità globale. I due Paesi insistono inoltre su
un’applicazione efficace del CBAM in grado di garantire condizioni eque nel
commercio internazionale e assicurare una transizione verso la neutralità
climatica sostenibile sia per gli impianti sia per le catene del valore. A
riguardo Urso e Reiche pongono l’accento sull’importanza di rivedere il
meccanismo di eliminazione graduale delle quote gratuite ETS e di creare un
migliore collegamento tra le risorse generate dallo scambio di quote di
emissione e il sostegno finanziario ai progetti delle industrie ad alta
intensità energetica. Prioritaria anche la tutela dell’accesso europeo
all’approvvigionamento di rottami ferrosi, rame e alluminio, essenziali per
economia circolare e riduzione delle emissioni. Il Forum ha consentito di fare
il punto anche sui risultati maturati dal Piano d’Azione avviato nel 2023 e di
rilanciare un’agenda comune centrata su competitività, semplificazione e
mercato unico, in piena coerenza con le indicazioni dei Rapporti Draghi e
Letta. Italia e Germania chiedono una riduzione degli oneri regolatori,
un’accelerazione dei pacchetti legislativi di semplificazione e un contesto che
attragga investimenti e favorisca l’innovazione. Centrale anche la creazione
del Fondo europeo per la competitività, che per i due Paesi dovrà sostenere
progetti con autentico valore aggiunto europeo, dedicando una specifica
attenzione al comparto automotive, alle batterie e ai settori ad alta intensità
energetica.
Ampio spazio è stato dedicato, infine, ai dossier
strategici per la sovranità tecnologica dell’Europa – quali semiconduttori,
biotecnologie, digitalizzazione, intelligenza artificiale e attuazione del
Critical Raw Materials Act – con l’obiettivo di rafforzare una risposta europea
unitaria lungo tutte le catene del valore. Il tal senso, Italia e Germania
sostengono un Chips Act 2.0 più ambizioso, una piena attuazione del programma
Resource EU, un ecosistema digitale più semplice e mirato alle PMI e un’accelerazione
dei progetti comuni nei prossimi IPCEI.
Il Forum ha inoltre confermato l’intenzione reciproca dei
due Paesi di rafforzare ulteriormente la cooperazione tra imprese, associazioni
industriali e camere di commercio, così da accrescere nel tempo l’integrazione
tra i due ecosistemi produttivi e consolidarne il ruolo all’interno della
futura politica industriale europea. (Inform/dip 11)
Le radici
dell’ostilità della destra Usa per l’Europa
Che l’amministrazione Trump covasse per l’Europa
un’ostilità profonda era noto. Con la nuova Strategia di sicurezza nazionale,
quella ostilità assurge a principio strategico: l’avversario degli Stati Uniti
non è il regime dispotico e imperialista della Russia, con cui invece si
auspica un accomodamento. Né lo è il partito-stato cinese determinato a
costruire la sua influenza internazionale controllando catene del valore di
materiali e beni cruciali per l’economia e la società moderne – con cui è
necessario gestire con cautela la competizione. La più urgente sfida strategica
per gli Stati Uniti è abbattere il progetto di integrazione europea e
delegittimare i valori che ne stanno alla base.
Debolezza militare
Donald Trump è spesso descritto come imprevedibile e
opportunista, privo di forti convinzioni. In realtà, fin dagli anni ‘80 Trump
ha mantenuto tre assunti: il libero commercio danneggia gli Stati Uniti; gli
alleati sfruttano la protezione americana per risparmiare in difesa; il potere
si esercita esclusivamente con la forza.
Questi principi si scontrano con la logica
dell’integrazione europea: l’Ue è un’economia aperta che ha beneficiato della
liberalizzazione del commercio; è rimasta fino a tempi recenti lontana dalla
dimensione della difesa, affidata per buona parte dei membri a una Nato a guida
americana; ed è regolata da meccanismi decisionali che bilanciano stati grandi
e piccoli e istanze pan-europee e nazionali.
Questo spiega tanto il disprezzo di Trump per l’Europa
quanto la sua ammirazione per leader come Vladimir Putin o Xi Jinping, il cui
potere all’interno è incontestato e la cui libertà d’azione sul fronte estero
non incontra ostacoli.
In questo senso, la promessa di procedere a un
sostanziale ridimensionamento della presenza militare americana in Europa,
trasferendo ai membri europei della Nato la responsabilità primaria per difesa
e deterrenza convenzionali, è un modo per gli Stati Uniti di scaricarsi
dell’opportunismo europeo e liberare risorse per meglio giocare la partita con
le altre grandi potenze.
Questa però è solo una parte della storia, quella che più
si può associare a Trump. Infatti, questa Strategia di sicurezza nazionale –
almeno la parte sull’Europa – riflette un progetto ideologico più ampio, che ha
nel vicepresidente JD Vance e nelle forze politiche ed economiche a lui vicine
il principale ispiratore.
Tradimento culturale
Per quanto sia l’alfiere del nuovo conservatorismo di
destra americano e del movimento Maga, Trump ne condivide solo parzialmente la
piattaforma ideologica, che è stata per lui più un trampolino per il potere che
una guida di governo. Allo stesso modo, il nazionalismo conservatore ha trovato
in Trump la leva per rovesciare i termini di un discorso pubblico plasmato per
decenni dall’internazionalismo liberale (di destra e sinistra) in senso
nativista, sovranista, intollerante e tendenzialmente autoritario.
Se il rapporto di Trump con il movimento Maga è istintivo
e opportunistico, quello di Vance è invece organico e consapevole: le
idiosincrasie del presidente, espresse in lunghi, rozzi e spesso sguaiati
sfoghi online, nel linguaggio forbito e articolato del vicepresidente assumono
un carattere ideologico preciso. Per Trump l’Europa è oggetto di antipatia
viscerale, ma per Vance essa è anche fonte di lamento nostalgico: una comunità
di Stati che, avendo condiviso parte della loro sovranità in un sistema istituzionale
fondato su inclusione e diversità, avrebbe tradito le sue origini storiche,
culturali e religiose, indebolendo il senso di comunità nazionale.
Questa Europa, o meglio questa Ue, non sarebbe il frutto
di scelte democratiche, ma un’operazione di élite globaliste e tecnocratiche
volta a spezzare la forza dei governi nazionali e ad aprire le porte
all’immigrazione da paesi culturalmente irriducibili all’Europa bianca e
cristiana. Alle élite europee viene anche attribuita l’opposizione alla “pace”
in Europa, un riferimento all’indisponibilità dei paesi europei di sostenere un
accordo con la Russia a spese dell’Ucraina. È per questo che la Strategia di sicurezza
nazionale promette solidarietà ai “patrioti” europei, ovvero ai movimenti
nazionalisti che condividono l’agenda nativista, reazionaria e sovranista dei
Maga e che, per la maggior parte, vedono nella Russia di Putin,
autoproclamatasi campione della tradizione cristiana, un punto di riferimento.
Forza regolatrice
Se da una parte l’Ue viene apertamente disprezzata perché
debole, dall’altra l’ostilità della destra americana cela anche un timore per
la sua forza nascosta.
Tra i principali critici dell’Ue figurano, non a caso, le
grandi compagnie high-tech americane, che si sono riconvertite in ossequiose
sostenitrici di Trump. In parte si tratta di una vicinanza opportunistica,
dovuta alle promesse dei Repubblicani di bassa tassazione e deregolamentazione
selvaggia, ma per alcuni è anche in ballo un progetto politico-ideologico. È
così per Elon Musk, che propina ai suoi milioni di followers su X improbabili
accostamenti fra Ue e regimi totalitari. Ma è anche il caso di Peter Thiel, il
fondatore della società di analisi dati Palantir, che come SpaceX ha sviluppato
un legame simbiotico col governo federale Usa. Similmente a Musk, Thiel associa
decadenza spirituale e calo demografico e professa una visione oligarchica
della società in cui il potere ruota attorno ai grandi monopoli tecnologici. Ma
al contrario di Musk, mantiene un basso profilo pubblico, preferendo agire
indirettamente grazie alla sua estrema vicinanza a Vance, di cui peraltro ha
finanziato l’ascesa politica.
In questa prospettiva, l’Ue è un ostacolo perché ha
cercato di porre limiti rigorosi all’uso dei dati personali, all’accentramento
monopolistico dei mercati digitali e alla gestione dei contenuti sulle
piattaforme social.. Le accuse di essere un freno all’innovazione e di censura
del ‘libero pensiero’ rivolte così spesso all’Ue da parte della destra Usa sono
un modo per delegittimare la resistenza a un modello di mercato completamente
deregolamentato e concentrato nelle mani di pochi attori dominanti. Il sostegno
politico all’Amministrazione Trump di figure come Musk e Thiel trasforma
tensioni economico-regolatorie in un vettore di pressione politica e
ideologica, consolidando il legame tra lobby tecnologiche e strategia di
contrasto dell’Ue.
La lotta per l’Europa
Dietro la Strategia di sicurezza nazionale di Trump/Vance
non si cela tanto il disinteresse nei confronti dell’Europa quanto l’interesse
a subordinarla attraverso l’indebolimento strutturale dell’Ue e l’allineamento
politico-culturale delle forze di destra transatlantiche. Il progetto è
ambizioso ma non irrealizzabile. Dopotutto, in anni recenti l’Europa ha visto
la sua dipendenza dagli Stati Uniti crescere piuttosto che diminuire – un
processo accelerato dalla guerra di conquista dell’Ucraina da parte della
Russia. Dal sostegno a Kyiv alla difesa continentale, dalle forniture di gas a
quelle di servizi di intelligenza artificiale, i paesi europei riposano
grandemente su Washington.
Tuttavia, è anche un progetto che presuppone un’unità del
fronte conservatore americano – che resta da verificare una volta uscito di
scena Trump, la cui popolarità è peraltro in calo – e una continua passività o
complicità europea. I partiti di destra sono in ascesa, ma la loro forza
elettorale non si traduce in pari capacità di influire sulle politiche, dovendo
confrontarsi con la scarsa popolarità in Europa di Trump e delle sue decisioni,
dalle tariffe all’appeasement di Putin.
In realtà, la politica estera di Trump, anche quando se
ne condividono le premesse nazionaliste, alimenta in Europa una domanda di
sicurezza e di welfare che non può essere soddisfatta da un rapporto di
vassallaggio con gli Stati Uniti. In questo contesto, la Strategia di sicurezza
nazionale di Trump/Vance ha aperto lo spazio per una battaglia politica volta
al rafforzamento radicale dell’Ue: non come una controffensiva europea contro
l’America, ma come una lotta per l’Europa. La speranza è che quello spazio non
resti vuoto. Riccardo Alcaro, AffInt 9
La ferita della
denatalità in Italia
Le ultime rilevazioni Istat confermano il crollo della
natalità in Italia, che indicano come il Paese stia progressivamente
rinunciando al proprio futuro. Lo dimostrano i principali dati: nel 2024 le
nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto al 2023; nel 2025 si
sono registrate 13.000 nascite in meno rispetto allo stesso periodo del 2024.
Il numero medio di figli per donna si è inabissato al minimo storico: 1,18 nel
2024 (era 1,20 nel 2023), mentre la fecondità è scesa a 1,13.
Eppure, la crisi demografica non si affronta solo con
contratti di lavoro, formazione e welfare. La questione è più profonda. La
società italiana – ed europea – non si percepisce più come luogo di sviluppo
umano. Generare una nuova vita non è più considerata un’opera che prolunga noi
stessi e la nostra storia. La generatività dell’Occidente sembra ritrarsi,
resta l’individuo, il qui-e-ora. Ma una vita “solo presente” è una vita senza
genealogia, senza trasmissione, senza casa. La paura del futuro prevale sulla
fiducia. La scelta di non avere figli è spesso dettata dalla “certezza” di
dover affrontare crisi economiche, il crollo degli stipendi e i cambiamenti
climatici. Sembra un paradosso, se pensiamo al milione di nascite degli anni
Sessanta in un contesto di povertà assoluta. Va poi considerata la condizione
delle donne: il lavoro di cura in Italia è 4 volte superiore per le donne
(circa 4 ore al giorno), le c.d. “schiacciate” (donne tra 44 e 59 anni) si
trovano a gestire la cura di figli e genitori anziani. Solo una donna su due
lavora in Italia (una su tre al Sud).
La politica e le istituzioni hanno una grande
responsabilità: dovrebbero reagire con misure strutturali capaci di restituire
alle famiglie un orizzonte di stabilità e fiducia. Servono politiche fiscali
che riducano i costi per le giovani coppie, misure di sostegno alla
genitorialità e detrazioni che valorizzino il ruolo sociale dei figli. Una
società che desidera nascere e rinascere deve inoltre investire in servizi per
l’infanzia. Il potenziamento degli asili nido – sostenuto anche dai fondi del
Pnrr – rappresenta un fattore decisivo per la conciliazione vita-lavoro,
soprattutto per le madri, e per garantire pari opportunità sin dai primi anni
di vita. Anche l’alto costo delle case e l’accesso al credito sempre più
difficile scoraggiano i giovani a progettare il proprio futuro. Iniziative come
il “Piano casa” possono incidere concretamente sulla qualità della vita e sul
benessere demografico.
Le imprese, invece, possono diventare attori proattivi
del cambiamento. Il welfare aziendale può offrire strumenti preziosi:
sostegni ai genitori, servizi per l’infanzia integrati, congedi più estesi, e
benefit che guardino non solo al lavoratore, ma alla sua famiglia. Allo stesso
modo, la flessibilità contrattuale e organizzativa – orari modulabili, smart
working, percorsi personali di crescita – può ridurre le frizioni tra lavoro e
vita privata, permettendo alle persone di non dover scegliere tra carriera e
figli.
In questo scenario, i quarantenni possono assumere un
ruolo cruciale: ponte generazionale, memoria attiva dei valori e interpreti
delle nuove sfide, “cinghia di trasmissione” tra la cultura dei boomers e la
visione delle nuove generazioni. È la fascia d’età dove si incrociano
competenza, responsabilità e capacità di innovazione: sostenerla significa
investire in stabilità. La denatalità non è un destino ineluttabile, ma una
sfida culturale, economica e istituzionale. Per vincerla occorre una nuova
alleanza: tra Stato, società civile, mondo produttivo e famiglie. Una
generazione che trova casa, tempo e fiducia può tornare a generare futuro. È
qui che si gioca la credibilità del Paese. Francesco Occhetta
Vita Past. dic. 25
Passaporto
italiano, cosa è cambiato
Dal 1° dicembre sono cambiate le regole per la domanda di
rilascio del passaporto in Italia. Dall'importo da pagare alle modalità, come
già annunciato dalla Questura, via alle novità.
Come cambia la modalità di pagamento
A decorrere dal 1° dicembre 2025 il pagamento per il
rilascio del passaporto ordinario non sarà più effettuato attraverso bollettino
postale (anche se continueranno ad essere accettati i pagamenti effettuati
prima del 1° dicembre 2025 attraverso bollettino Postale). I cittadini che
richiedono il passaporto dovranno corrispondere l’importo dovuto utilizzando i
canali messi a disposizione da Poste Italiane presso gli uffici postali e sulle
piattaforme online, oppure mediante i diversi Prestatori di servizi di
pagamento (Psp) che operano attraverso la piattaforma PagoPA.
Dove si fa la domanda e è possibile effettuare il
pagamento
La domanda per il rilascio del passaporto in Italia può
essere presentata presso gli Uffici Passaporto del luogo di residenza o di
domicilio o di dimora, mentre all’estero presso le rappresentanze diplomatiche
e consolari.
I cittadini potranno effettuare il pagamento presso un
Ufficio Postale, presso gli sportelli delle Banche, le tabaccherie, le
ricevitorie oppure comodamente da casa attraverso le piattaforme online degli
stessi operatori (Poste, Banche e prestatori di servizio).
Cosa occorre per pagare
Al momento del pagamento è necessario fornire
all’operatore, oppure inserire nel caso di pagamento effettuato on line, il
nominativo e il codice fiscale della persona per la quale si chiede il
passaporto anche se minore.
L'importo
Cambia anche l'importo del contributo da versare per
ottenere il passaporto, che è stato rimodulato a 42,70 euro (precedentemente
erano 42,50 euro). Adnkronos
Il disimpegno
dell’amministrazione Trump dalla sicurezza europea
In materia di difesa, la Germania è stata a lungo
criticata per aver costruito la propria forza economica sotto l’ombrello della
sicurezza americana. Dopo la fine della Guerra Fredda, Berlino ha puntato sul
commercio internazionale e l’interdipendenza energetica ed economica con Stati
come Russia e Cina. La militarizzazione delle interdipendenze e il ritorno
della guerra in Europa hanno rivelato però l’ingenuità di tale approccio: i
tedeschi sono stati accusati di aver sottovalutato le minacce che incombevano
sull’Europa.
La svolta nell’opinione pubblica tedesca
Ora in Germania si sta verificando un vero cambiamento
nell’opinione pubblica e nella politica interna. Con l’inizio della guerra
ucraina nel 2014, l’opinione pubblica si era fermamente opposta alla fornitura
di armi a Kyiv. Persino dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel
2022 e l’annuncio dell’allora cancelliere Scholz sull’aumento della spesa per
la difesa, molti tedeschi restavano cauti.
Da allora, l’opinione pubblica ha subito un cambiamento
radicale, come rivela un rapporto di prossima pubblicazione della Conferenza
sulla sicurezza di Monaco. Oggi la maggioranza dei cittadini sostiene l’aiuto
militare all’Ucraina e percepisce più chiaramente le minacce esterne
incombenti. Da un lato, riconoscono la minaccia rappresentata dalla Russia, a
partire dall’Ucraina, ma che va ben oltre. Dall’altro, riconoscono che gli
Stati Uniti sono diventati un alleato inaffidabile. Gli ottimisti parlano di un
inevitabile processo di riequilibrio dell’onere dell’alleanza transatlantica
che passa dall’America all’Europa. Una visione più pessimistica – e più
realistica – suggerisce che l’amministrazione Trump si stia disimpegnando dalla
sicurezza europea.
Le nuove politiche di difesa: dal fondo speciale agli
investimenti futuri
Anche la politica di difesa tedesca ha subito un
cambiamento. Nel 2022 Scholz ha annunciato un fondo speciale da 100 miliardi di
euro per la difesa: un passo epocale, reso poi sostenibile dal governo Merz con
l’abolizione del freno costituzionale all’indebitamento. Nel frattempo,
Bruxelles ha ammorbidito l’applicazione delle norme che limitano il deficit di
bilancio nell’ambito del Patto di stabilità dell’Ue.
Questo ha fornito a Berlino lo spazio fiscale per andare
avanti. Il bilancio della difesa tedesco è aumentato, attestandosi ora a poco
meno di 90 miliardi di euro e si prevede che raggiungerà i 150 miliardi di euro
entro il 2029. Ciò potrebbe rendere l’Europa molto più sicura. La maggior parte
degli alleati dell’Europa orientale sta già spendendo ben oltre il 3,5%: gli
Stati baltici e la Polonia si avvicinano o addirittura superano il 5%.
Tuttavia, nessuno degli altri Stati europei, in particolare Francia, Regno
Unito e Italia, ha lo spazio fiscale per raggiungere tale soglia, nonostante
gli impegni presi per compiacere Trump durante l’ultimo vertice Nato all’Aia.
Il ritorno della “questione tedesca” in Europa
Questo rappresenta un problema non solo politico, ma
anche di sicurezza. Se la spesa tedesca per la difesa raggiungerà i suoi
obiettivi, entro il 2030 Berlino spenderà circa il doppio rispetto alla
Francia, secondo Paese per spesa militare, riportando la “questione tedesca” –
ovvero cosa fare con una potenza continentale troppo grande per essere
contenuta ma troppo piccola per dominare – alla ribalta. Storicamente risolta
attraverso l’integrazione della Germania nell’Ue e nella Nato, la questione era
stata esternalizzata coinvolgendo Washington nella sicurezza europea.
Anche nello scenario transatlantico più favorevole, se
gli Usa riducessero in modo significativo il loro impegno in materia di
sicurezza in Europa, si creerebbe un vuoto e l’aumento della spesa per la
difesa della Germania è un passo decisivo verso il suo riempimento. Tuttavia,
data l’ascesa dell’estrema destra e del populismo nazionalista in Europa, è
ragionevole preoccuparsi delle potenziali conseguenze di un futuro che vede, da
un lato, la Germania divenire l’egemone militare in Europa e, dall’altro, fallire
il cordone sanitario che impedisce all’estrema destra tedesca di arrivare al
potere.
La soluzione europea: difesa collettiva e coordinamento
fiscale
La soluzione intuitiva a qualsiasi enigma sollevato dalla
questione tedesca è quella di perseguire collettivamente la difesa europea:
Bruxelles ha già stanziato 150 miliardi di euro in prestiti per finanziare
progetti collaborativi di difesa europea. Una cifra modesta rispetto a quanto
gli Stati membri spenderanno per le proprie industrie della difesa e irrisoria
rispetto alla spesa cumulativa della Germania per la difesa nei prossimi anni.
Francia e Italia chiedono l’emissione di un debito collettivo dell’Ue per
finanziare la difesa europea. Ma le loro disastrate finanze pubbliche rende
queste richieste poco credibili agli occhi Berlino.
La questione tedesca riemergerà in Europa e la soluzione
può essere solo europea. Piuttosto che chiedere a Berlino di fare più, spetta
agli altri Paesi europei creare le condizioni politiche e fiscali per rendere
più credibili le loro richieste di finanziamento collettivo della difesa
europea. Nathalie Tocci, AffInt 16
A Verona la
giornata dedicata all’emigrazione in Germania
Verona - “Ricordiamo oggi quanto accadeva settant’anni
fa, quando Verona era un punto di riferimento per le tante persone che si
spostavano verso il Nord Europa, in particolare verso Monaco. Monaco era l’hub
di arrivo dei lavoratori provenienti da tutta Italia, che qui si radunavano
prima di iniziare una nuova vita nella città tedesca. Credo che questo sia
anche lo specchio dei tempi attuali, in cui lavoratori e lavoratrici si muovono
nel mondo e le nostre aziende hanno bisogno di forza lavoro. Gli spostamenti
delle persone, tuttavia, vengono spesso strumentalizzati e non si riesce a
riconoscerne il valore. Sarebbe importante saper distribuire non solo le
risorse economiche, ma anche sapere gestire quelle umane, così da permettere
alle persone e alle attività produttive di progredire e prosperare”. Così, il
Sindaco di Verona, Damiano Tommasi, è intervenuto durante il convegno
organizzato ieri, 3 dicembre, dal Comune di Verona con la collaborazione della
Fondazione Mei, Museo nazionale dell’Emigrazione per celebrare i 70 anni dagli
accordi per l’emigrazione in Germania.
Diversi i presenti al convegno “Da lavoratori migranti a
cittadini europei: emigrazione italiana in Germania 1955–2025 a settant’anni
dall’Accordo fra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale di Germania
per il reclutamento ed il collocamento di manodopera italiana nella Repubblica
Federale di Germania”: istituzioni, esperti, storici e docenti. Il tutto
coordinato dal presidente di Fondazione Mei, Paolo Masini.
Il convegno ha raccolto due anni di studi e attività
dedicate alla storia delle migrazioni italiane in Germania.
“Una vicenda che ha segnato la storia del nostro Paese,
con migliaia di donne e di uomini che sono andati in Germania alla ricerca di
un futuro migliore. Ricordarlo oggi con gli studenti cittadini europei ha un
grande significato. È questa la mission del Mei, preservare la memoria e
raccontare la più grande narrazione popolare e collettiva del nostro paese e
renderla sempre attuale”, ha affermato il Presidente della Fondazione Mei Paolo
Masini.
In un Paese distrutto, furono tantissimi gli italiani che
partirono per la Germania. Molti passarono da Verona, più di trecentomila,
passando da quello che oggi è il Liceo Artistico Statale e che all’epoca era
invece il Centro per l’emigrazione, dove si svolgevano le visite mediche e si
ricevevano le informazioni prima di salire sui treni a Porta Nuova e partire
per la Germania.
“Con il convegno di oggi - ha continuato l’assessore alla
Memoria storica, Jacopo Buffolo - concludiamo un percorso di due anni che ci ha
condotto a celebrare gli accordi bilaterali tra Italia e Germania, un percorso
che ha rafforzato le nostre reti di relazione, penso al Comune di Monaco, al
Museo per l'Emigrazione Italiana, ai tanti ricercatori e ricercatrici che ci
hanno accompagnato. Ma soprattutto al lavoro fatto dagli studenti, a partire
dal Liceo Artistico, di riscoperta della nostra storia, per comprendere che le
migrazioni sono processi naturali nelle società, processi che arricchiscono e
innovano, alla politica sta la responsabilità di governarle, come avviene per
altre conflittualità. Siamo contenti di essere riusciti a tracciare una strada
che unisce le migrazioni di ieri a quelle di oggi, in particolare alla storia
di migliaia i giovani che emigrano dalla nostra regione. È quindi sul presente
che riflettiamo anche quando parliamo di storia”.
Con il reclutamento di manodopera organizzato dallo Stato
nel 1955, la migrazione dall'Italia alla Germania aumentò. Monaco e Verona sono
stati i principali punti di partenza e di arrivo per i laboratori italiani tra
il 1955 e il 1973. Entrambe le città sono quindi anche luoghi centrali nella
memoria collettiva della storia migratoria italo-tedesca. Inoltre, dal 1960
Monaco e Verona sono collegati da un gemellaggio, un legame duraturo e dinamico
attivo in diversi ambiti da molti anni.
Oggi a Monaco vivono più di 30.000 persone con un
passaporto italiano. Questi costituiscono il terzo gruppo più numeroso della
popolazione non tedesca. Essi sono una parte importante della pluralità
demografica che caratterizza la nostra continenza a Monaco e hanno arricchito
in innumerevoli modi la cultura e lo stile di vita della nostra città. Lo scopo
dell'iniziativa è ricordare la migrazione e anche quello di mostrare come la
migrazione arricchisca la società cittadina.
Anche il liceo artistico è stato coinvolto nel processo
di studi in particolare gli indirizzi audiovisivo e multimediale, design e arti
figurative. “Coinvolgere i ragazzi era fondamentale, - ha dichiarato Nicola
Dalla Mura, docente di laboratorio audiovisivo multimediale - perché studiano
in un luogo che in origine non era una scuola ma un centro di immigrazione. Era
importante far conoscere loro un pezzo di storia che altrimenti rischiavamo di
dimenticare, cioè che noi italiani sessant’anni fa emigravamo in cerca di
lavoro. Per dare valore a questo progetto, abbiamo scelto di realizzare un
documentario con una serie di interviste. Siamo partiti da quella allo storico
Morandi. Invece di fare un semplice viaggio, grazie a Daniela Di Benedetto,
presidente del Comites, Comitato degli Italiani all’Estero, abbiamo organizzato
incontri con i testimoni, sette persone che si trasferirono a Monaco
sessant’anni fa e che ancora vi risiedono. Le loro testimonianze rappresentano
il cuore del documentario”.
Al convegno ha partecipato anche l’assessora alle
Politiche sociali, Luisa Ceni, che ha concluso: “la Germania, lo sappiamo, è
uno dei paesi con cui abbiamo un rapporto di lunga data. Siamo due nazioni
molto vicine e molto legate, e sappiamo quanto le nostre economie siano
connesse, più ancora che interscambiabili. Per questo è importante riflettere,
ricordare la storia ma anche osservare ciò che sta accadendo oggi.
L’emigrazione dal nostro paese verso altri stati, infatti, è la stessa dinamica
che poi viviamo anche come immigrazione”. (aise/dip)
Tra Saarlouis e
Favara siglato il gemellaggio
Saarbrücken - Molto più di un atto formale: un “vincolo
vivo tra persone, culture e generazioni, un ponte solido come le mura di
Saarlouis e al tempo stesso vitale come le strade della Sicilia”. Così,
Patrizio Nicola Maci, presidente del Comites Saarbrücken e portavoce del
Consiglio Consultivo degli stranieri della Città di Saarlouis, ha celebrato il
gemellaggio tra le città Saarlouis, in Germania, e Favara, in Sicilia, siglato
il 25 novembre scorso presso il Theater am Ring.
Si è aperto così un nuovo capitolo di amicizia europea –
un legame che unisce passato e presente e indica la strada verso un futuro
condiviso. Al centro dell’evento i due sindaci: Antonio Palumbo, di Favara, e
Marc Speicher, di Saarlouis. Con la loro firma e il loro personale impegno
hanno posto la prima pietra miliare di questo nuovo ponte europeo. Ma sono
tante le persone e le delegazioni che hanno lavorato a questa cerimonia:
Giacomo Santalucia, della DIBK, Christiane Bähr, responsabile per l’integrazione
e gemellaggi della Città di Saarlouis, il professore Giuseppe Arnone, la cui
mediazione personale ha reso possibile la concretizzazione del gemellaggio, la
delegazione di Saarlouis, ospitata a Favara a fine agosto, e la delegazione di
Favara, presente la scorsa settimana a Saarlouis.
Per il Presidente del Comites Maci, che ha
preso parola durante la cerimonia, questo legame ha un “significato
storico” specie per “gli incontri attuali e la visione di una partnership
europea vitale e dinamica”.
Lo stimolo di questo gemellaggio risiede ora nel riempire
di vita la connessione tra Saarlouis e Favara e nel renderla visibile
attraverso progetti concreti. Tra due anni la partnership sarà presentata al
concorso nazionale del Presidente della Repubblica Federale – “Deutsche Vita.
Grandi e piccole storie”. Con iniziative comuni, le due città intendono
contribuire alle relazioni italo-tedesche e cogliere l’opportunità di
conquistare uno dei premi, come ha sottolineato Maci. In tal modo non solo si
rafforza il gemellaggio, ma si valorizza anche il significato dell’amicizia
europea tra Saarlouis e Favara a livello sovranazionale, rendendo visibile come
le città possano costruire ponti di pace e collaborazione. (aise 3)
Fino al 26
aprile la mostra sulla presenza romana a Francoforte
Fraconcoforte/M. Sotto la città odierna di Francoforte si
nasconde, in molti luoghi, una seconda Francoforte, una città più antica:
quella romana. La mostra “Frankfurts römisches Erbe” (L’eredità dell’impero
romano a Francoforte – Archeologia di un passato ancora presente) ci invita a
scoprire questo passato, strato dopo strato, e ad esplorare le varie tracce
archeologiche di un retaggio ancora presente. La mostra, inaugurata al museo
archeologico lunedì 24 novembre alla presenza dell’assessora alla cultura della
città di Francoforte, Dr. Ina Hartwig, del Console Generale Massimo Darchini e
del direttore Wolfgang David, ha ricevuto il patrocinio del Consolato ed il
sostegno dell’ufficio culturale proprio per il richiamo alle radici e ad un
patrimonio storico così importante quale quello della presenza romana sul
territorio del Reno-Meno.
Il focus dell’esposizione spazia dallo sviluppo della
regione – principalmente sul fiume Nidda e Meno, in corrispondenza al primo
arrivo delle truppe romane sul Meno agli inizi del I° secolo dopo Cristo – fino
al basso Medioevo.
Diverse interessanti mappe illustrate, reperti
archeologici – dal I al VIII secolo d.C. – provenienti da tombe scavate anche
negli ultimi due decenni, nonché citazioni storiche, offrono una panoramica
dell’area naturale intorno ai due fiumi e alle colline del Taunus, un paesaggio
descritto dagli autori romani come aspro, ricco d’acqua e affascinante.
In queste zone sorsero le prime edificazioni romane, dalle quali nel
corso del tempo si sviluppò il centro urbano di Nida con nei dintorni diverse
tenute agricole (la villa rustica romana) distribuite nell’area circostante,
ovverosia l’odierno territorio comunale. Nida, denominata “la Pompei
oltre le Alpi” è la città romana più antica sul territorio francofortese: un
luogo di incontro ed intenso scambio commerciale e di presenza militare di
circa 1000 soldati provenienti da diverse regioni dell’impero romano, tra cui
anche siriani, libici, reti. Templi, terme, abitazioni e botteghe
raccontano la vita di questa città dell’impero, dove vivevano e lavoravano persone
provenienti da varie realtà dell’impero. Le strade la collegavano al resto del
mondo, il commercio e l’artigianato garantivano prosperità e nei santuari gli
abitanti veneravano divinità provenienti da Roma, dalla Gallia e dall’Oriente
per non dimenticare anche la presenza dei primi cristiani in territorio
germanico testimoniata dal ritrovamento dell’amuleto d’argento con
un’iscrizione cristiana che si può ammirare nello stesso museo archeologico,
insieme ai mitrei e agli altari dedicati ai culti pagani. Ma già la Francoforte
romana era caratterizzata da continui cambiamenti. Nel III secolo,
l’impero fu sconvolto da crisi che modificarono i confini e cambiarono il volto
delle città. Le tracce di questi sconvolgimenti fanno parte della mostra, così
come la domanda su cosa accadde dopo la partenza dei romani: come continuarono
a vivere le persone, chi assunse la responsabilità e come avvenne il passaggio
al dominio alemanno prima e franco successivamente?
Le vecchie strutture rimasero in parte intatte, mentre ne
nacquero di nuove. In particolare l’altura nel quartiere di Praunheim (luogo
prescelto dalle èlite e funzionari dopo la caduta della città romana di Nida)
dove sono state rinvenuti reperti spettacolari in tombe risalenti al V e al
VIII secolo d.C. Per non parlare della collinetta del Duomo vicino al fiume
Meno, l’attuale centro di Francoforte. Entrambi testimoniano come Francoforte
nel basso Medioevo si sia gradualmente sviluppata dal substrato e dai lasciti
romani, ancora oggi visibili in un’area archeologica situata al centro di
Francoforte vicino al Duomo. “L’eredità dell’impero romano a Francoforte” non
racconta solo di pietre e reperti, ma anche di persone, dei loro mondi e delle
loro storie. La mostra evidenzia e svela come l’epoca romana non è un capitolo
lontano nel tempo, bensì la base su cui si è fondata Francoforte nel Medioevo –
menzionata per la prima volta in un documento ufficiale nell’anno 794 – e su
cui in parte si fonda ancora oggi. Chi osserva la città della finanza
internazionale con occhi attenti può scoprire questo aspetto ovunque: nelle sue
strade, nel suo nome, nella sua lingua e nella sua cultura. L’esposizione
– che rimarrà aperta fino al 26 aprile 2026, e prevede nei prossimi mesi
visite guidate anche in lingua italiana – si inserisce in quella nuova
storiografia che vuole riscoprire le origini di questa città stratificata, ora
diventata metropoli moderna, vivace ed internazionale nel cuore dell’Europa.
Una città che vanta una storia che va ben oltre quanto ha suggerito per
lungo tempo la narrazione storiografica prevalente, che ne data la fondazione e
i suoi natali solo grazie a Carlo Magno. Questa mostra è inoltre
un’occasione anche per la comunità italiana di Francoforte e della regione
Reno-Meno – oltreché per gli amici tedeschi – di poter conoscere ed
apprezzare un patrimonio comune di molte città europee che hanno un passato,
quello romano, che le unisce e le caratterizza anche nei loro mutamenti
storici, nei loro cambiamenti morfologici e nelle moderne realtà urbanistiche
che le hanno ridefinite.(Michele Santoriello/Inform 3)
Brevi di
cronaca e politica tedesca
Congresso della CSU: il Cancelliere Merz annuncia la
"Fine della Pax americana"
Il 14 dicembre al congresso della CSU a Monaco, invitato
dal presidente della Baviera Söder, il cancelliere tedesco ha annunciato la
“Fine della Pax Americana" e introdotto la possibilità concreta del
ritorno della leva obbligatoria. I "decenni della 'Pax Americana' sono in
larga parte finiti per noi europei e anche per noi tedeschi. La garanzia di
sicurezza fornita dagli Usa all'Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale non
esiste più nel modo in cui la conoscevamo e la nostalgia non cambierà tutto
questo", ha dichiarato Merz nel suo intervento e ha poi proseguito:
"Sono una delle ultime persone a cui piacerebbe continuare a indulgere in
quella nostalgia ma non serve nulla, questa è la realtà. Gli americani stanno
portando avanti i loro interessi in maniera spietata".
"Stiamo perdendo terreno, negli ultimi anni sempre
più velocemente, in parte a causa della politica commerciale e dei dazi
Usa", ha aggiunto Merz. "La politica non è un concerto di
beneficenza. Questa situazione non è temporanea". "Trump non è
apparso dal nulla, né questa politica svanirà da un giorno all'altro", ha
sottolineato il cancelliere tedesco, "stiamo assistendo a un mutamento
fondamentale nella relazione transatlantica". Il cancelliere ha, inoltre,
annunciato che la Germania dovrà valutare la reintroduzione della leva
obbligatoria se gli attuali provvedimenti per favorire l'ingresso nelle forze
armate saranno inefficaci. "Se il numero di soldati non aumenta in modo
abbastanza rapido, dovremo discutere già nel corso di questa legislatura elementi
obbligatori del servizio militare, almeno per i giovani uomini", ha
spiegato Merz, "le donne non possono essere ancora incluse perché la
Costituzione non lo prevede nell'obbligatorietà della leva".
Il ministro della Difesa Pistorius: “iI servizio di leva:
volontario oggi, obbligatorio domani se la sicurezza lo richiederà”.
Intervenendo al Bundestag durante il dibattito sulla
legge per l'ammordernamento del servizio militare, il ministro della Difesa
Boris Pistorius (SPD) ha pronunciato uno dei discorsi più politici e identitari
della legislatura, tracciando una linea netta sul tema della sicurezza. Un
intervento pienamente in linea con l’indirizzo espresso dal cancelliere Merz,
che da mesi insiste sulla necessità di rafforzare la capacità di difesa tedesca
e il ruolo della Germania come pilastro della sicurezza europea. Di fronte a
un’aula divisa, Pistorius ha accusato una parte dell’opposizione di voler
riportare il Paese indietro nel tempo, contrapponendo a quella visione il
quadro europeo: dalla Scandinavia ai Paesi baltici, fino a Francia e Italia,
sempre più Paesi stanno ripensando forme di servizio militare in risposta a una
minaccia considerata ormai strutturale.
Secondo il ministro, la Germania non è più l’anello
debole della difesa europea, ma ne è diventata un motore riconosciuto anche
dagli alleati, grazie agli investimenti, al rafforzamento della Bundeswehr e
alle scelte compiute negli ultimi anni, che coincidono con la strategia portata
avanti dalla Cancelleria. Il confronto parlamentare sulla riforma, ha ammesso,
è stato duro, ma necessario in una democrazia che non rifugge il conflitto
politico, nemmeno quando questo si riversa nelle piazze, dove studenti e giovani
manifestano contro le decisioni del governo.
Pistorius ha ribadito il carattere volontario del nuovo
servizio, respingendo l’idea di una società disimpegnata e sostenendo che la
disponibilità ad assumersi responsabilità è più diffusa di quanto si creda. Ma
ha anche aggiunto una nota di realismo coerente con la linea dell’esecutivo: se
le adesioni non dovessero bastare e la situazione di sicurezza lo richiedesse,
il ricorso a una forma di obbligatorietà tornerebbe inevitabilmente al centro
del dibattito. “Le libertà democratiche - ha concluso il ministro - non si
difendono da sole, e governare significa assumersi decisioni difficili senza
entusiasmo, ma con la convinzione che la democrazia tedesca valga questo
prezzo”.
Merz in Israele: amicizia “irrinunciabile”,
responsabilità storica e la sfida della pace dopo Gaza
Nel suo primo viaggio da Cancelliere in Israele, il
cancelliere tedesco Friedrich Merz ha voluto ribadire con forza un messaggio
politico e simbolico: l’amicizia tra Germania e Israele non è solo solida, ma
costituisce un elemento irrinunciabile dell’identità tedesca del Dopoguerra. La
conferenza stampa a Gerusalemme, accanto al primo ministro Benjamin Netanyahu,
si è svolta in un contesto segnato dalla guerra di Gaza, dal recente cessate il
fuoco mediato dagli Stati Uniti e da un clima internazionale attraversato da
forti tensioni. Merz ha richiamato la responsabilità storica della Germania,
ricordando a Yad Vashem i sei milioni di ebrei assassinati e affermando che la
sicurezza di Israele resterà per Berlino un dovere permanente.
Allo stesso tempo, il cancelliere ha riconosciuto il
dramma vissuto dalla popolazione civile di Gaza, spiegando le difficili scelte
del governo tedesco, compresa la temporanea sospensione di alcune forniture
militari, nel tentativo di tenere insieme solidarietà con Israele e rispetto
del diritto internazionale. Con l’entrata in vigore della tregua, Merz ha
indicato la possibilità di una pace duratura, sottolineando l’impegno di
Berlino nella seconda fase del piano di pace, nel sostegno umanitario e nella
ricostruzione di Gaza. Centrale resta, per il governo Merz, la prospettiva di
una soluzione negoziata a due Stati, pur riconoscendo che le condizioni
politiche attuali non consentono passi affrettati, a partire dal riconoscimento
di uno Stato palestinese. Merz ha anche messo in guardia contro ogni forma di
annessione in Cisgiordania e contro l’uso strumentale delle critiche a Israele
per alimentare l’antisemitismo, soprattutto in Germania.
Accanto a lui, Netanyahu ha difeso con toni duri la linea
del governo israeliano insistendo sulla necessità di disarmare e sradicare
Hamas. L’incontro ha mostrato così una relazione profonda e strategica, ma non
priva di divergenze, in cui la Germania prova a coniugare memoria storica,
sostegno a Israele e ambizione diplomatica in una delle crisi più complesse del
Medio Oriente.
Bruxelles, Merz: "Asset russi congelati per
sostenere l’Ucraina
In vista del Consiglio Europeo del 18-19 dicembre, il
Cancelliere Friedrich Merz è stato ricevuto nei giorni scorsi dalla presidente
della Commissione Ursula von der Leyen per affrontare uno dei dossier più
complessi dell’Unione Europea: il futuro dei beni russi congelati nei Paesi UE
e la possibilità di impiegarli per finanziare l’assistenza all’Ucraina.
L’incontro di Bruxelles è servito a fare il punto prima di un confronto
decisivo con il premier belga Bart de Wever sulle riserve gestite in particolare
da Euroclear.
Merz ha ribadito la sua proposta di utilizzare gli asset
congelati non per confiscarli, bensì come garanzia per un prestito a favore di
Kiev, legando il rimborso all’effettivo pagamento delle riparazioni da parte di
Mosca. Questa opzione – che Merz ha difeso anche in una recente intervista e in
un contributo pubblicato sul Financial Times – punta a superare gli ostacoli
legali legati alla proprietà sovrana, mantenendo i fondi “immobilizzati” fino
alla fine del conflitto.
Nel suo intervento al FT, Merz ha aggiunto che l’Europa
deve sviluppare uno strumento capace di sostenere finanziariamente l’Ucraina
nel medio termine senza violare il diritto internazionale. Ha spiegato che la
proposta prevede un prestito a interesse zero di circa 140 miliardi di euro, da
utilizzare prioritariamente per l’acquisto di equipaggiamenti militari e
supporto logistico, con la decisione sull’uso dei fondi condivisa da Stati
membri e Ucraina. “Non dobbiamo permettere che la paura di ricorsi legali
paralizzi la nostra capacità di agire”, ha osservato Merz, sottolineando come
una soluzione concordata rafforzerebbe la solidarietà europea e invierebbe “un
segnale chiaro a Mosca”. Ha aggiunto che la priorità deve essere la difesa
dell’ordine internazionale e la sicurezza collettiva, implicando un ruolo
europeo più deciso nel sostenere Kiev.
Dal punto di vista belga, De Wever mantiene invece una
posizione cauta, richiamando l’attenzione sui rischi legali e finanziari che
un’operazione di questo tipo potrebbe comportare per Bruxelles, in particolare
per le istituzioni finanziarie che custodiscono i beni. La discussione mette in
luce un doppio nodo: da un lato, la necessità di mobilitare risorse ingenti per
rispondere alla crisi ucraina; dall’altro, la complessità normativa e politica
di trasformare beni congelati in strumenti di sostegno senza innescare
contenziosi internazionali o danneggiare la stabilità finanziaria europea. Merz
ha anche escluso che queste risorse possano essere dirottate verso altri Paesi
o finalità diverse – ad esempio trasferite agli Stati Uniti – affermando con
forza che quei fondi “devono andare esclusivamente all’Ucraina”.
Dingolfing-Landau: le forze dell'ordine sventano un
attacco terroristico al mercatino di Natale
A dieci giorni dal 25 dicembre arriva la notizia
dell’arresto di cinque uomini sospettati di un attentato terroristico a un
mercatino di Natale a Dingolfing-Landau nella Bassa Baviera. Un egiziano di 56
anni, tre giovani marocchini e un siriano di 37 anni avevano pianificato di
usare un veicolo per colpire la folla: un attentato sventato grazie a
informazioni dei servizi segreti esteri e all’efficace intervento delle
autorità tedesche.
La Germania, come molti Paesi europei, vive un paradosso:
mercatini e piazze affollate restano simboli di comunità, tradizione e
attrazione turistica ma allo stesso tempo rappresentano possibili obiettivi
terroristici. L'episodio ci ricorda la tragedia dello scorso anno al Mercatino
di Magdeburgo con sei morti e centinaia di feriti. Un fatto impresso nella
coscienza collettiva del Paese.
Il Bundestag approva la riforma delle pensioni
Il Bundestag ha approvato il pacchetto di riforma delle
pensioni proposto dal governo — che garantisce un livello pensionistico minimo
del 48% fino al 2031, in attesa di riforme più profonde e strutturali dopo il
2031. Al centro dello scontro politico — e generazionale — la Junge
Union, l’ala giovane della CDU/CSU: circa 18 deputati sotto i 35 anni che
avevano dichiarato da tempo di esseri contrari al voto poichè, secondo loro, il
costo della riforma grava principalmente sulle prossime generazioni.
Nonostante la loro protesta, nel voto interno alla
CDU/CSU il pacchetto è passato: su circa 208 deputati conservatori, solo una
decina ha votato contro e 3-4 si sono astenuti. Questo risultato ha ridotto
drasticamente il rischio di uno scontro aperto nella maggioranza. Decisiva è
stata la mossa della Die Linke che ha preferito astenersi invece di votare
contro, abbassando il numero dei voti necessari per l’approvazione e rendendo
così possibile il via libera al pacchetto pensionistico.
Il Cancelliere Merz al Bundestag: “Germania più
competitiva, più sicura e più equa”
Nel suo intervento al Bundestag sul bilancio 2026, il
cancelliere Friedrich Merz ha definito in tre punti le priorità della
coalizione: rilancio economico, sicurezza europea e un nuovo patto di giustizia
sociale. Merz ha accusato il 'Piano in dodici punti' delle opposizioni di
ignorare crisi globali, guerra in Ucraina e sfide dell’UE.
Sul piano economico, il governo rivendica tagli fiscali
alle imprese, nuove agevolazioni per gli investimenti e interventi per ridurre
energia e burocrazia. Tra le misure annunciate: un prezzo speciale per
l’elettricità industriale, una strategia per nuovi impianti a gas e una vasta
agenda high-tech, dall’IA alla fusione nucleare. Merz ha sottolineato la
cooperazione con la Francia e il progetto comune sulla “sovranità digitale
europea”.
Sul tema della sicurezza e politica estera il Cancelliere
ha ribadito che la Germania sosterrà l’Ucraina “finché necessario” e ha
annunciato un aumento dei fondi a 11,5 miliardi nel 2026. Ha rivendicato la
nuova impostazione della sicurezza nazionale, dal Consiglio di Sicurezza
tedesco alla riforma del servizio militare.
Sul fronte interno, Merz ha difeso la riforma del
welfare: l’introduzione dell’attivazione della pensione per spingere a lavorare
più a lungo, la revisione del sistema previdenziale e la trasformazione del
Bürgergeld in una nuova forma di sostegno. In tema di migrazioni, Merz ha
rimarcato il giro di vite su controlli, asilo e ricongiungimenti, insistendo
sulla necessità di una soluzione europea comune. Merz ha concluso invitando il
Paese a sostenere un percorso di riforme “complesso ma necessario”, affermando
che solo così la Germania potrà ritrovare fiducia e affrontare sfide globali.
Pistorius in Parlamento: “Nessuna pace fittizia. L’Europa
deve rafforzare la propria difesa”
In Parlamento il ministro della Difesa Boris Pistorius ha
ribadito la necessità di perseguire con serietà ogni tentativo di pace in
Ucraina, purché conduca a un’Europa sicura e a un accordo stabile e giusto.
Pistorius ha chiarito che Kiev non deve essere costretta a concessioni
territoriali e che, anche in futuro, dovrà poter contare su solide garanzie di
sicurezza, in particolare dagli Stati Uniti. Ha inoltre insistito sul principio
che il destino della NATO e dell’UE non possa essere deciso da attori esterni:
“La nostra futura sicurezza la decidiamo noi”, ha affermato.
Il ministro ha sottolineato che una “falsa pace” come una
resa mascherata, rafforzerebbe l’espansionismo di Putin e incoraggerebbe altre
autocrazie. Le recenti dinamiche diplomatiche mostrano, secondo Pistorius, un
rapido mutamento del quadro geopolitico e l’urgenza per la Germania e l’Europa
di ridefinire il proprio ruolo. Pistorius ha ribadito che l’Europa deve
assumersi una quota maggiore della propria difesa, rendendo la NATO “più
europea per poter restare transatlantica”.
Il bilancio 2026, supportato dalla deroga alla regola del
debito, rappresenterebbe un passo decisivo per credibilità e pianificazione
della Bundeswehr. Tra le priorità annunciate: la riforma del servizio militare,
il potenziamento della riserva, la completa reimpostazione della Bundeswehr
sulla difesa territoriale e collettiva, e l’avanzamento della brigata tedesca
in Lituania. Pistorius ha inoltre promesso un'ulteriore accelerazione degli
appalti ed un hub dell’innovazione a Erding che integrerà industria, start-up e
forze armate.
Infine, il ministro ha dichiarato di non vedere alcun
segno di volontà di compromesso da parte di Putin, esortando il Parlamento a
rafforzare il sostegno alla difesa in Germania ed in Europa.
Il ministro Schneider in Aula: “la Germania deve guidare
il cambiamento climatico”
Nel dibattito sul bilancio al Bundestag, il ministro per
l’Ambiente, Carsten Schneider, ha ribadito l’importanza di una politica
climatica integrata, capace di collegare tutela ambientale ed energia.
Schneider ha sottolineato come numerose domande dei deputati abbiano riguardato
la politica energetica: una connessione inevitabile, ha spiegato, dato che
l’energia è al centro di ogni strategia di decarbonizzazione. Il ministro ha
promesso che le risorse disponibili saranno impiegate al massimo per la protezione
dell’ambiente e della natura, non solo in Germania ma anche in regioni chiave
come l’Amazzonia. Richiamando la recente Conferenza mondiale sul clima, ha
sottolineato come sia già un successo riuscire a riunire Paesi con interessi
divergenti per affrontare un problema globale in un contesto di crescente
instabilità geopolitica e nuove polarizzazioni internazionali,
Molti osservatori, ha ricordato Schneider, temevano un
atteggiamento ostruzionistico da parte degli Stati Uniti o dei grandi
produttori di petrolio e gas. Eppure la cooperazione multilaterale ha retto,
proteggendo soprattutto gli Stati più vulnerabili — le piccole isole, molti
Paesi africani — già oggi colpiti da siccità, alluvioni e altre conseguenze
letali del riscaldamento globale. L’Unione Europea si è presentata compatta,
chiedendo misure più ambiziose e una vera roadmap per l’uscita dai combustibili
fossili, come proposto dal presidente brasiliano Lula. Tuttavia non è stato
possibile ottenere l’unanimità: una minoranza ben organizzata di Paesi ha
anteposto i propri interessi economici al bene del pianeta. Questo, ha ammonito
Schneider, non deve scoraggiare, ma spingere a rafforzare la cooperazione
internazionale e a riformare i processi decisionali delle conferenze
climatiche, puntando su progressi graduali ma continui.
A chi, in particolare tra i deputati dell’AfD, ha
criticato l’intervento tedesco in Amazzonia, il ministro ha risposto con
fermezza: “Il clima globale e la qualità dell’aria dipendono anche
dall’Amazzonia. È nel nostro più immediato interesse nazionale che le foreste
tropicali restino in piedi.” Il fondo stanziato non mira allo sfruttamento
economico del territorio, ma al suo mantenimento. La tutela delle foreste
garantirà una rendita sostenibile e una prospettiva di vita alle popolazioni
indigene che da secoli le custodiscono. Conservare la “grande foresta tropicale
del mondo” significa difendere la salute della Terra intera.
L'Accademia d'arte di Villa Massimo assegna a Yevgenia
Belorusets il Premio Arnhold
La Deutsche Akademie Rom Villa Massimo ha assegnato per
la prima volta il Johanna und Eduard Arnhold-Stipendium, una nuova borsa di
studio dedicata ai celebri mecenati tedeschi di origine ebraica che donarono la
Villa Massimo e importanti opere d’arte allo Stato tedesco.
La prima beneficiaria è l’artista ucraina Yevgenia
Belorusets, scelta per un soggiorno fino a dieci mesi nella capitale italiana.
L’iniziativa nasce dal ministro per la Cultura e i Media, Wolfram Weimer, che
ha ricordato il ruolo cruciale degli Arnhold nel panorama culturale tedesco.
Secondo Weimer, il nuovo premio celebra artisti che con il loro lavoro
difendono i valori di democrazia e libertà in Europa. Belorusets è stata
definita una “scelta eccellente” per la sua capacità di dare voce, con poesia e
intensità, alla resistenza culturale ucraina. Nata in Ucraina e divisa tra
Berlino e Kiev, l’artista ha conquistato l’attenzione internazionale con il
diario Anfang des Krieges (2022), scritto nei giorni più duri dell’invasione
russa. Le sue opere sono state esposte alla Biennale di Venezia, al Parlamento
europeo e al Bundestag, ricevendo numerosi riconoscimenti.
Villa Massimo, attiva dal 1913 e sostenuta dal Governo
federale, resta il principale luogo di promozione degli artisti tedeschi e
residenti in Germania attraverso soggiorni all’estero. Con questo nuovo premio,
la prestigiosa istituzione rafforza il suo ruolo nel dialogo culturale europeo
e nella difesa dell’arte come strumento di libertà.
Dalla KAS...
Il 1° dicembre, nell’Aula della Pontificia Università
Gregoriana a Roma, la Fondazione Adenauer e la Fondazione Scuola Sinderesi
della Pontificia Università Gregoriana hanno presentato l’ultimo volume curato
dal direttore della Scuola Sinderesi, Mons. Samuele Sangalli: “La metamorfosi
dell’Africa occidentale”.
All’incontro hanno preso parte il Segretario del
Dicastero per l’Evangelizzazione, Mons. Fortunatus Nwachukwu, insieme a
numerosi esperti e studiosi del settore. L’evento ha offerto un’occasione di
approfondimento sulle dinamiche politiche, sociali e religiose che stanno
trasformando il volto dell’Africa occidentale, mettendo in dialogo prospettive
accademiche e istituzionali. Kas 19
A mio avviso, gli
accorgimenti utili per la ripresa del Paese si potrebbero concretare in tre
punti.
Primo: politica
tendente a sanare i problemi dell’economia che sono alla base dell’acuirsi
dell’involuzione nazionale.
Secondo:
riorganizzazione, tramite progetti di rilancio anche settoriale, dei cicli
produttivi; favorendo, soprattutto, l’imprenditoria privata.
Terzo: rivedere il
concetto, ancora troppo politicizzato, di produttività nazionale.
Quanto esposto,
però, richiede responsabilità e coerenza. Da parte di tutti. Anche con la collaborazione di chi ha
preferito non schierarsi. Basta con le diatribe di “cordata”e le polemiche
d’”opposizione”.
Gli italiani
chiedono chiare soluzioni sul futuro della Penisola. Insomma, i provvedimenti,
per fronteggiare le mancanze del Paese, dovrebbero evidenziare un più “
articolato” impegno. Indubbiamente, in una situazione delicata come quella che
stiamo vivendo, i pubblici poteri sono spesso messi sotto una luce non sempre
consona alle finalità del loro mandato; a questo punto essere critici, anche se
a ragione, non basta più. C’è da essere propositivi.
Al presente è necessario dimostrare un equilibrio che
supporti tutte le classi sociali e, soprattutto, quelle più deboli. La realtà
ha dimostrato, di là da ogni ragionevole dubbio, che la strada che percorriamo
non era quella giusta. Quando la politica non è più gestibile, rimane la
solidarietà sociale che rappresenta, senza nessuna riserva, un mezzo per
tentare di chiarire il frangente; anche per essere più che spettatori,
protagonisti delle sorti della Realtà Nazionale.
Giorgio Brignola, de.it.press
Di Benedetto
(Comites Monaco di Baviera): messaggio di fine anno
Monaco di Baviera. Un anno ricco di iniziative, di aiuto
ai connazionali in Germania, di impegno e di memoria quello che si appresta a
chiudersi, che ha anche rafforzato alcune convinzioni, che comprendono in
particolare il "dialogo e l'interazione fra generazioni". Al
contempo si sta per aprire un anno che richiederà lavoro e una forte
collaborazione con le "istituzioni e dentro le istituzioni", con
la visione sempre che dialogo e interazione tra generazioni sia la chiave per
guardare fiduciosi il futuro. Questo, in sintesi, il messaggio di
fine anno della Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Daniela Di
Benedetto.
La Presidente ha quindi ricordato diversi aspetti e
diverse iniziative che ha definito "fondamentali" svoltesi nel 2025.
Tra questi, la serie di eventi "Bruciate
Napoli", in cui si è esplorato il tema della memoria e delle
collaborazioni con le istituzioni. Il film di Arnaldo Delehaye sul moto
popolare delle Quattro Giornate di Napoli, infatti, ha visto la collaborazione
del Comune di Napoli, del Consolato Generale, dell’Istituto Italiano di Cultura
e della comunità scolastica italiana. Così come la collaborazione è stata
stretta in occasione degli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e
della liberazione dei campi di concentramento bavaresi.
Altro evento preso in particolare considerazione dalla
Presidente Di Benedetto è stato quello dedicato alla pubblicazione “Il mio
silenzio è una stella”, la storia inedita della giudice e vittima di mafia
Francesca Morvillo, con l’autrice Sabrina Pisu. Entrambi gli eventi hanno visto
collaborazioni istituzionali importanti e un particolare impegno delle
commissioni Scuola e Cultura, Arti e Memoria.
Anche l'evento organizzato dalla Commissione Newcomers in
collaborazione con l’Università di Monaco è stato "un nuovo importante
evento" che ha "confermato il proprio impegno nell’accoglienza ed
informazione dei nostri connazionali, con un format aperto e
coinvolgente".
Tra le collaborazioni, Di Benedetto ha anche ricordato la
proiezione e il dibattito con la regista, Daniela Porto, del film “Il mio posto
è qui”, film che parla di diritti e autodeterminazione femminile nell’Italia
del secondo dopoguerra e che ha vinto molto premi internazionali.
Non poteva poi mancare una citazione alle celebrazioni
dei 70 anni dagli accordi bilaterali tra Italia e Germania, per il reclutamento
e l’assunzione di manodopera, sottoscritti appunto il 20 dicembre del 1955. In
questo ambito tanti sono stati gli impegni, tra cui la collaborazione al film
documentario “Un Sogno Italiano”, diretto dal regista Fausto Caviglia e
prodotto da Cristiano Bortone e Antonio Padovani, un secondo prezioso
documentario dal titolo “Verso Monaco”, con le interviste a diversi testimoni di
Monaco, contattati grazie alla collaborazione proprio del Comites. Ma la
collaborazione che "ha visto l'impegno più intenso e continuativo da parte
mia", ha spiegato ancora la Presidente Di Benedetto, ha riguardato quella
con il Dipartimento “Public History” della Città di Monaco. "Per la
realizzazione di una serie di eventi (ben 25) sul tema degli accordi
bilaterali. Un’iniziativa che ha anche contribuito a rafforzare i legami con la
città gemellata di Verona".
Proprio da quest'ultima esperienza, la Presidente del
Comites bavarese ha affermato di aver tratto alcune profonde convinzioni:
"oggi, a differenza del passato, gli italiani a Monaco sono parte
integrante, attiva e consapevole della storia e dell’identità della città. I
diritti di cui godono oggi lavoratori e migranti sono il frutto di una lunga
storia di emigrazione, integrazione e lotta contro la marginalità, iniziata nel
lontano 1955 e tuttora in evoluzione. Gli italiani che giunsero in Germania
grazie a quegli accordi furono tra i primi a vivere e a sognare l’Europa che
oggi abitiamo. Il dialogo e l’interazione tra le generazioni restano la chiave
per guardare con fiducia e continuità al futuro. La partecipazione della
comunità italiana, attraverso le associazioni storiche e le nuove forme di
associazionismo, è oggi esemplare: viva, inclusiva e, diversamente dal passato,
finalmente visibile nello spazio pubblico".
"Accogliere la migrazione non deve essere
considerata soltanto come una risposta a un bisogno di manodopera, ma come una
vera assunzione di responsabilità sociale, che si traduce in attenzione,
sostegno e apertura alla multiculturalità - ha spiegato la Presidente -. È
proprio in coerenza con quest’ultimo principio che ho deciso di impegnarmi con
determinazione nella vicenda “Lilium” (una start-up tedesca del settore
aeronautico), intervenendo a favore dei lavoratori italiani che si erano
rivolti a me in qualità di rappresentante istituzionale (insieme a persone di
ogni nazionalità) esclusi dal processo di insolvenza e dalle tutele previste
per la disoccupazione. L’intervento presso l’Agenzia Federale per il Lavoro ha
avuto esito positivo, e di questo sono particolarmente fiera. Ma, ancor più,
auspico che questo risultato possa creare un precedente utile a fare in modo
che simili situazioni non si ripetano in futuro".
Nel corso dell’anno, la Presidente del Comites Monaco di
Baviera ha inoltre seguito personalmente un caso particolarmente delicato di
tutela legale e mediazione culturale. "So che in questo ambito resta
ancora molto da fare, e intendo proseguire su questa strada con dedizione,
senso di responsabilità e attenzione costante alle persone e ai loro
diritti". Di Benedetto si riferisce al caso della connazionale deceduta
prima che potesse essere accertata e riabilitata la propria capacità legale, in
seguito a questioni legate in gran parte alla mediazione culturale e
linguistica. "Questo rappresenta, insieme a tutto il resto, il mio impegno
per il futuro e la mia promessa a chi purtroppo non è più con noi".
Secondo lei, "casi come questi, per quanto abbiano
segnato questo anno di lavoro, hanno anche, con il proprio esempio contribuito
a chiarire che per quanto il percorso di costruzione di diritti e cittadinanza
attiva abbia fatto passi da gigante, il margine di miglioramento che richiede
lavoro con le Istituzioni e dentro le Istituzioni, sia ancora molto
ampio". (aise/dip 29)
Difendersi
dalla guerra ibrida
Il Consiglio Supremo di difesa del 17 novembre scorso ha
visto la presentazione, da parte del ministro della Difesa, del documento “Il
contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva.” Il documento, oltre a
incrementare la conoscenza del fenomeno a livello dei vertici della Repubblica,
del Parlamento e dell’opinione pubblica, ha certificato l’impreparazione
dell’Italia ad affrontare in modo sistemico questa nuova e articolata minaccia.
Cos’è la guerra ibrida: definizione e caratteristiche
moderne
La guerra ibrida, intesa come forma di conflitto che
utilizza modalità diversificate per avere ragione di un avversario, non è un
fatto nuovo. Basti pensare, per restare nell’epoca moderna, al Blocco
continentale messo in atto da Napoleone contro l’Impero britannico. Oggi però
la guerra ibrida – intesa come conflitto che utilizza all’interno di una
strategia unitaria elementi di guerra convenzionale e irregolare, guerra
economica, atti di terrorismo, guerra psicologica, attacchi cibernetici ai
sistemi produttivi e alle reti di servizi essenziali, operazioni di influenza e
interferenze nei processi politici – è divenuta molto più efficace e quindi
pericolosa, a causa del processo di globalizzazione dell’economia, della
finanza e dell’informazione che ha reso le nazioni molto più interdipendenti e
vulnerabili.
La negabilità plausibile e il conflitto permanente
La seconda caratteristica della guerra ibrida, insita
nella natura di talune delle sue modalità operative, è la negabilità
plausibile. La nazione attaccante può disconoscere la paternità delle azioni
condotte dai suoi proxy – termine che comprende entità non statuali, Stati
falliti, organizzazioni terroristiche e criminali, gruppi economici e
finanziari, pirati informatici e agenti – mantenendo il conflitto sotto la
soglia della guerra aperta.
Questo ci porta a un terzo e rilevante aspetto: la guerra
ibrida non si dichiara, si fa e basta; è con noi ogni giorno, agisce sulle
nostre percezioni, ci rende insicuri e delegittima le nostre stesse
istituzioni, apparentemente incapaci di governare gli eventi.
Siamo entrati nell’epoca del conflitto permanente, dove
non c’è distinzione tra pace e guerra, a meno di non considerare la pace come
la semplice assenza del confronto militare aperto. Ma nella guerra ibrida,
l’uso dello strumento militare tradizionale è residuale; per certi versi, è
l’ammissione del fallimento della guerra ibrida stessa.
I limiti costituzionali e la necessità di una risposta
sistemica
Questa nuova situazione non è prevista dal nostro
ordinamento statuale: basti pensare che il conferimento al governo dei poteri
straordinari per fronteggiare un’aggressione è regolato da una complessa
procedura prevista dall’art. 78 della Costituzione, “Deliberazione dello stato
di guerra.”
La guerra ibrida, proprio per le sue caratteristiche e
per la sua pericolosità, deve essere contrastata ogni giorno e questo va fatto
mettendo in campo, con una equivalente strategia unitaria, tutti gli strumenti
a disposizione dello Stato e tutte le risorse della nazione, civili e militari,
pubbliche e private. Nessun ministero della Repubblica ha le competenze, le
conoscenze, le esperienze e le risorse per affrontare da solo questa minaccia
esistenziale.
La proposta di un Consiglio nazionale di sicurezza e
difesa
Forse, per l’Italia è arrivato il momento di dotarsi di
un Consiglio nazionale di sicurezza e difesa, sul modello del conosciutissimo
National Security Council degli Stati Uniti, costituito nel 1947. Si tratta di
un modello utilizzato anche in Europa: dalla Francia dal 2009, con il Conseil
de Défense et de Sécurité Nationale, dal Regno Unito dal 2010, con il National
Security Council e, dall’agosto di quest’anno, anche dalla Germania, con il
Nationaler Sicherheitsrat, le cui competenze citano espressamente la guerra
cyber e la minaccia ibrida.
Nel nuovo Consiglio, presieduto dal Presidente del
Consiglio dei ministri e dal Consigliere per la sicurezza e difesa,
siederebbero i ministri competenti, i vertici delle Agenzie di informazioni per
la sicurezza e dell’Autorità per la cybersicurezza, i vertici delle aziende
responsabili dei servizi essenziali e delle industrie strategiche, i
responsabili degli organismi indipendenti di controllo e di garanzia per le
materie di interesse.
L’integrazione con le strutture esistenti
Il Consigliere per la sicurezza e difesa, per evitare un
incremento delle figure competenti in materia di sicurezza, potrebbe essere
associato all’incarico di Autorità delegata, figura prevista dalla legge n. 124
del 2007 “Sistema di informazioni per la sicurezza della Repubblica e nuova
disciplina del segreto di Stato.” L’accorpamento delle due funzioni renderebbe
più fluido l’indispensabile contributo delle due Agenzie di informazioni al
contrasto della minaccia ibrida e manterrebbe incentrata in un’unica figura
istituzionale le responsabilità in materia di attribuzione delle garanzie
funzionali, altra materia regolata dalla legge n. 124 e tema sollevato dal
documento del ministero della Difesa con riferimento all’opportunità di dover
condurre azioni di difesa pro-attiva in campo cibernetico.
Il Segretariato e il Centro operativo permanente
Il Consiglio sarebbe supportato da un Segretariato, con
compiti amministrativi e di supporto, e da un Centro operativo permanentemente
attivato, con funzioni di monitoraggio e di coordinamento. Centro che, nello
specifico, sarebbe in collegamento diretto con tutte le strutture operative
che, a diverso titolo, si occupano di sicurezza nei campi dove agisce la guerra
ibrida, per riceverne dati situazionali su attacchi a essa riconducibili e
monitorarne le risposte, attivando processi di coordinamento quando necessari o
opportuni, ma senza sostituirsi a esse.
Un insieme di attività che, proprio per la complessità
della guerra ibrida, potrebbero giovarsi di sistemi di comando e controllo
supportati dall’intelligenza artificiale, in grado di esaminare e correlare in
tempi rapidi eventi e informazioni, attività che richiederebbero tempi ben più
lunghi se condotte in modo convenzionale. Il Centro fungerebbe anche da centro
decisionale in caso di crisi di ampiezza tale da rendere necessario
l’intervento del Presidente del Consiglio dei ministri.
La sfida della complessità: una necessità urgente per
l’Italia
Gestire la complessità, creare sinergie tra mondi molto
diversi e guidati da logiche differenti, come militare e civile, come pubblico
e privato, è la vera sfida che la guerra ibrida pone agli Stati. Una guerra
combattuta senza regole, e proprio per questo, utilizzata preferibilmente da
regimi autoritari. Una guerra già in corso; una minaccia esistenziale per le
nazioni democratiche. Una minaccia che deve essere gestita attraverso la
collegialità e la collaborazione, sotto l’autorità del vertice del potere esecutivo:
il Presidente del Consiglio dei ministri. Affiancarlo con strutture di gestione
del livello politico-strategico e del livello operativo idonee a contrastare la
guerra ibrida non è più un’opzione, è una necessità urgente.
Una sfida che l’Italia deve vincere per garantire, a
favore dei suoi cittadini, i valori fondanti della Repubblica e per continuare
a far crescere il Paese, assicurando pace sociale, benessere e sicurezza.
Pietro Serino, AffInt 16
70 anni
dell’accordo italo-tedesco sul lavoro: a Verona una giornata tra studi e cinema
A Verona si celebrano oggi i 70 anni dell’accordo
italo-tedesco sul lavoro, firmato il 20 dicembre 1955. L’iniziativa, promossa
dal Comune di Verona in collaborazione con il MEI – Museo Nazionale
dell’Emigrazione Italiana di Genova, non è solo un’occasione per ricordare un
documento diplomatico, ma – si sottolinea dal MEI – anche per riflettere su un
capitolo umano che ha segnato profondamente la vita di centinaia di migliaia di
persone, contribuendo alla costruzione di una cittadinanza europea condivisa. Il
convegno mattutino, che ha avuto luogo nel suggestivo Palazzo della Gran
Guardia, ha visto i saluti istituzionali del Sindaco di Verona, Damiano
Tommasi, e di altri rappresentanti del Comune, del Presidente della Fondazione
Mei, Paolo Masini – che ha moderato la giornata –, del Console Generale della
Repubblica Federale di Germania a Milano, Wiltrud Christine Kern,
dell’Ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci, del Chief Corporate e
Communication Officer di Gruppo FS, Giuseppe Inchingolo, della Segretaria
Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, e della Presidente del Comites di Monaco
di Baviera, Daniela di Benedetto. Quest’ultima ha sottolineato l’importanza di
una memoria condivisa tra le comunità italiane di Verona e della Baviera, con
un intervento dal titolo “Ricordare l’emigrazione, comprendere l’emigrazione:
un ponte tra Verona e Monaco e oltre”. “Ricordiamo oggi quanto accadeva
settant’anni fa, – ha spiegato il Sindaco di Verona, Damiano Tommasi – quando
Verona era un punto di riferimento per le tante persone che si spostavano verso
il Nord Europa, in particolare verso Monaco. Monaco era l’hub di arrivo dei
lavoratori provenienti da tutta Italia, che qui si radunavano prima di iniziare
una nuova vita nella città tedesca. Credo che questo sia anche lo specchio dei
tempi attuali, in cui lavoratori e lavoratrici si muovono nel mondo e le nostre
aziende hanno bisogno di forza lavoro. Gli spostamenti delle persone, tuttavia,
vengono spesso strumentalizzati e non si riesce a riconoscerne il valore. Sarebbe
importante saper distribuire non solo le risorse economiche, ma anche sapere
gestire quelle umane, così da permettere alle persone e alle attività
produttive di progredire e prosperare” . “Una vicenda che ha segnato la storia
del nostro Paese, con migliaia di donne e di uomini che sono andati in Germania
alla ricerca di un futuro migliore, contribuendo a far crescere la Germania del
dopoguerra. Ricordarlo oggi con gli studenti cittadini europei ha un grande
significato. È questa la mission del Mei, preservare la memoria e raccontare la
più grande narrazione popolare e collettiva del nostro paese e renderla sempre
attuale” – ha affermato il Presidente della Fondazione Mei Paolo Masini. “I
lavoratori italiani hanno dato un contributo fondamentale al miracolo economico
tedesco, – ha aggiunto l’Ambasciatore d’Italia in Germania Fabrizio Bucci –
giocando un ruolo cruciale nella crescita del Paese durante quel periodo così
delicato. Sebbene siano passati 70 anni, quella presenza è ancora viva e
presente, con una seconda e persino una terza generazione che porta avanti quel
legame.” “È fondamentale, per il nostro presente e per la visione del futuro,
non dimenticare la storia dell’emigrazione italiana. La storia del nostro Paese
si è intrecciata indissolubilmente con quella dell’emigrazione e
dell’immigrazione, una storia di legami e scambi reciproci. Non esistono
comunità separate, ma storie che si mescolano, si arricchiscono e si rafforzano
a vicenda” – ha sottolineato la Segretaria Generale del CGIE Maria Chiara
Prodi. Il convegno ha offerto una lettura articolata e multidisciplinare
dell’emigrazione italiana verso la Germania, intrecciando storia, archivi,
testimonianze e nuovi flussi migratori. Il primo intervento è stato a cura di
Elia Morandi, che ha raccontato il ruolo centrale del Centro di Emigrazione di
Verona, fondamentale per migliaia di lavoratori italiani che partirono per la
Germania nel dopoguerra. Successivamente, gli studenti del Liceo Artistico
Statale di Verona, che in passato ospitava il Centro di Emigrazione, hanno
presentato Storie comuni, un’iniziativa nata nell’ambito di un progetto
internazionale che esplora narrazioni condivise sul tema della migrazione. Un
modo per offrire una prospettiva fresca e sensibile sulla storia della migrazione,
attraverso la voce dei più giovani. L’incontro ha poi ampliato lo sguardo alle
politiche tedesche, grazie all’intervento di Franco Valenti, che ha illustrato
gli strumenti di inserimento e inclusione messi in atto dalla Germania nel
corso dei decenni. Federica Onelli, del MAECI, ha presentato l’Archivio Storico
Diplomatico come una delle principali fonti per ricostruire la storia
dell’emigrazione italiana, fondamentale per comprendere il contesto
istituzionale in cui si sviluppò l’esodo verso la Germania. Un approfondimento
sulla migrazione veronese è stato offerto dalla prof.ssa Federica Bertagna, che
ha riportato alla luce le storie degli emigrati assistiti dal Centro di
Emigrazione di Verona, mostrando come il territorio veronese sia stato un punto
di partenza cruciale per il grande movimento migratorio degli anni ’50 e ’60.
Delfina Licata, della Fondazione Migrantes, ha infine presentato i dati più
recenti sulle comunità italiane nel mondo, concentrandosi in particolare sulle
trasformazioni della mobilità contemporanea, le nuove competenze e motivazioni
dei migranti italiani, specialmente in Germania. L’ultimo intervento è stato di
Lorenzo Di Lenna della Fondazione Nord Est, che ha approfondito il fenomeno
della mobilità giovanile, analizzando le motivazioni dei ragazzi che negli
ultimi anni hanno scelto la Germania come destinazione privilegiata, e
illustrando le loro aspettative nel rapporto con il mondo del lavoro.
Pomeriggio dedicato invece alla dimensione narrativa e cinematografica
dell’emigrazione italiana. Sempre alla Gran Guardia la prima nazionale del
documentario “Un sogno italiano” (Orisa Produzioni), che ripercorre la storia
di tanti italiani che dagli anni ’50 hanno lasciato i loro paesi e le loro
famiglie per imbarcarsi in un’avventura sconosciuta che li avrebbe portati a
contribuire alla crescita stessa della Germania. Una vicenda del passato che
può far riflettere sul presente, sottolineando il valore di chi,
inconsapevolmente, trasformò la storia sociale europea. Ad anticipare la proiezione,
svolta alla presenza del Presidente della Fondazione MEI e delle istituzioni,
il messaggio del Presidente di Cinecittà, Antonio Saccone e gli interventi di
Fausto Caviglia (regista), Cristiano Bortone (produttore) e Antonio Padovani
(co-produttore). Dopo la proiezione del docufilm, della durata di 90
minuti, breve momento di domande e risposte con il pubblico. “Sono molto
contento di questo documentario in cui si raccontano le testimonianze di tanti
nostri connazionali che per raggiungere un sogno o una propria dignità
professionale sono stati costretti a emigrare all’estero. Con la nascita
dell’Unione Europea, molti di loro rimasero all’estero e diedero vita a una
nuova comunità: queste storie ci tengono ancorati alle nostre radici, facendoci
riflettere su quanto sia fondamentale preservare la memoria collettiva”, ha
affermato il Presidente di Cinecittà Antonio Saccone. Proiezione a
ingresso gratuito: istituzioni, associazioni che lavorano sul tema delle
migrazioni, università, centri di ricerca e cittadini sono invitati a
partecipare. Un’occasione per riflettere insieme sulle radici dell’emigrazione
italiana e sul suo lascito europeo, ma anche sulle nuove forme di mobilità che
oggi uniscono Italia e Germania in un dialogo profondo e duraturo.
(Inform/di 3)
La sentenza è stata definita storica da molti, ma il
legale non condivide: “Non ha copiato pedissequamente le canzoni”
L’11 novembre 2025 il tribunale di Monaco di Baviera ha
emesso una condanna contro OpenAI, società madre di ChatGpt, per violazione del
diritto d’autore in ambito musicale, accogliendo il ricorso di Gema, la Siae
tedesca. Molti esperti hanno parlato di decisione “storica”, ma è davvero così?
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Angelo Greco, fondatore e direttore del
quotidiano giuridico “La Legge per Tutti”, per analizzare le implicazioni di
questa sentenza e il futuro rapporto tra intelligenza artificiale, creatività e
lavoro.
“Più che storica, per il momento la definirei unica.
Diventerà storica se sarà l’inizio di una lunga serie, altrimenti sarà stata
solo una rondine che non ha fatto primavera”, dice Greco che sottolinea
l’ambiguità della questione: “C’è ancora molta discussione sul fatto se
l’intelligenza artificiale possa definirsi davvero un ‘ladro di contenuti’
oppure no”
La sentenza del tribunale tedesco ha stabilito un
principio chiave: sia la memorizzazione di dati protetti da copyright nei
modelli linguistici, sia la loro riproduzione negli output del chatbot,
costituiscono una violazione del diritto d’autore. OpenAi è stata condannata a
risarcire i danni per aver utilizzato i testi di nove canzoni di noti artisti
tedeschi, senza averne licenza. La Corte ha ritenuto che quanto realizzato da
ChatGpt non rientrasse nelle eccezioni previste dal text and data mining.
Questo verdetto apre crepe nel modello di business di
molte aziende di Ai generativa e solleva questioni fondamentali su come la
tecnologia può evolvere senza cannibalizzare le fonti del suo stesso sapere.?
ChatGpt e musica: plagio o creazione originale?
Avvocato Greco, con la vicenda di OpenAi in Germania ci
troviamo di fronte a un caso di plagio musicale?
“Penso che il Tribunale di Monaco abbia voluto
soprattutto lanciare un segnale alle aziende Ai. Dal mio punto di vista, che è
quello di un creatore di contenuti costantemente ‘rapinato’ dai sistemi di
anteprima di Google, non siamo di fronte a un plagio nel senso giuridico del
termine. La violazione del diritto d’autore si ha quando si replica un’opera in
modo pedissequo o con una parafrasi priva di novità. L’Ai, come l’essere umano,
apprende da un bagaglio di conoscenza per creare qualcosa di nuovo. Se seguissimo
alla lettera la pronuncia tedesca, allora anche noi, quando creiamo qualcosa
dopo aver studiato, saremmo colpevoli di plagio verso la cultura che ci ha
preceduto”.
La riflessione di Greco tocca un nervo scoperto del
dibattito: la distinzione tra apprendimento e copia identica di un contenuto.
L’avvocato paragona l’addestramento di un’Ai al processo formativo umano:
nessuno inventa dal nulla; la nostra creatività consiste nel rielaborare in
modo originale informazioni ed esperienze preesistenti. “Siamo nani sulle
spalle dei giganti”, citando una metafora attribuita a Bernardo di Chartres.
Tuttavia, la giudice Elke Schwager ha ritenuto che la
capacità di ChatGpt di riprodurre quasi integralmente i testi delle canzoni
dimostri una “memorizzazione” che eccede il semplice apprendimento di schemi,
configurando una vera e propria violazione del copyright.
Rischi per i creator digitali
Nel tuo discorso fai una distinzione netta tra il modo in
cui opera Google e quello dell’intelligenza artificiale. Ti va di spiegarcela?
“Quello che fa Google, a mio avviso, è un illecito”, dice
l’avvocato Greco riferendosi implicitamente alla funzione di Ai Overview.
“Quando faccio una ricerca e il motore mi restituisce un estratto completo
della notizia, si comporta come un edicolante che espone gli articoli in
vetrina, permettendo a tutti di leggerli senza comprare il giornale. Questo
sottrae traffico e valore ai creatori.
In questo consiste la differenza con l’Ai:
“L’intelligenza artificiale, invece, non sta copiando pedissequamente nel senso
giuridico del termine; sta usando un bagaglio culturale per costruire opere
nuove. Non solo: se l’Ai cannibalizza le sue stesse fonti, nessuno scriverà più
sul web. A quel punto, da dove prenderà i suoi dati? È necessario trovare un
nuovo sistema di remunerazione per i creatori di contenuti, un po’ come è
successo per la musica con le licenze collettive”.
L’argomento della sostenibilità dell’ecosistema
informativo è importante soprattutto in ottica futura. Se i modelli di AI
prosciugano le fonti di guadagno dei creatori di contenuti originali (editori,
artisti, scrittori), a lungo termine mancherà il “carburante” per
l’addestramento dei futuri modelli e l’intelligenza artificiale si troverebbe
“congelata” a un certo punto nel tempo, incapace di aggiornarsi e diventando
rapidamente obsoleta.
A proposito di artisti, molti temono che l’Ai possa
sostituire professioni creative. È una paura fondata?
“La vera paura, secondo me, non è quella di essere
sostituiti, ma quella di chi svolge attività meccaniche e ripetitive.
Tantissimi siti di informazione – fa notare Greco – vivono di ‘copia e
incolla’, sono loro ad essere ‘minacciati’ dall’Ai. Io non temo l’intelligenza
artificiale, perché so che la mia originalità può essere ‘sublimata’, portata
al massimo da questo strumento, ma non copiata. Senza il mio spunto iniziale,
l’Ai non può fare nulla. Chi non è in grado di creare oggi, si spaventa di uno
strumento che avvita i bulloni al posto suo, come l’operaio si spaventò dei
robot. Al contrario, chi disegnava le auto non si è mai spaventato. Questo
dobbiamo capire: stiamo vivendo una nuova rivoluzione industriale che porterà
alla perdita di posti di lavoro ripetitivi, ma esalterà la creatività umana”.
L’avvocato Greco propone un interessante esperimento
mentale: se chiediamo a chiunque di immaginare un animale di fantasia, il
risultato sarà sempre un mosaico di animali già noti (es. testa di cavallo,
corpo di leone, zampe di papera). “Anche il nostro cervello,” spiega, “crea
opere da ciò che conosce già. Perché ci stupiamo che la macchina faccia lo
stesso?”.
Il dietrofront dell’Europa sull’Ai Act
La scorsa settimana, l’Unione Europea ha rinviato di
sedici mesi l’applicazione delle norme dell’AI Act per i sistemi ad alto
rischio. Dal tuo punto di vista, qual è la ratio di questa decisione: la paura
di danneggiare le proprie imprese o le pressioni d’Oltreoceano?
“Ci sono due letture. La prima, dietrologica, è che le
lobby dell’Ai abbiano pagato per rinviare la legge, opzione che non condivido.
La seconda, più pragmatica, è che l’Europa si sia accorta che, ponendo troppi
lacci e lacciuoli, rischia di rimanere ancora più indietro a livello
tecnologico”.
Perciò, sostiene Greco, “una regolamentazione di questo
tipo ha senso solo se viene fatta a livello globale. Anche perché basta una
semplice Vpn per aggirare i limiti imposti a livello locale”, almeno per quanto
dei privati cittadini. La situazione si fa più complessa quando si tratta di
implementazioni Ai nelle aziende, che, non a caso, è l’elemento più critico del
regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.
Ci sono poi altri due aspetti da considerare: “Le
normative europee sono spesso astratte e di difficile applicazione pratica e le
restrizioni sono facilmente aggirabili cambiando la prospettiva psicologica di
un prompt”. In pratica, nella maggior parte dei casi basta dare una sfumatura o
un’angolatura diversa al prompt (per esempio dicendo che stiamo operando in un
Paese diverso da quello reale) per ottenere output che l’Ai si rifiuta di
svolgere in un primo momento.
Il rinvio dell’AI Act, ufficialmente motivato dalla
mancanza di standard tecnici pronti, è stato interpretato da molti come un
segnale di ammorbidimento di fronte alle pressioni delle big tech e alla
competizione globale. Come osserva Angelo Greco, la sfida è creare un quadro
normativo che protegga i diritti fondamentali senza soffocare l’innovazione in
un settore cruciale come l’Ai. Un equilibrio difficile da raggiungere,
specialmente quando le tecnologie evolvono più velocemente delle leggi.?
Responsabilità e utilizzo dell’Ai
In conclusione, come ci dobbiamo porre di fronte a questa
tecnologia, anche alla luce della sentenza tedesca?
L’avvocato Greco non ha dubbi a riguardo: “La battaglia
non sarà tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, ma tra l’uomo che utilizza
l’Ai e l’uomo che non la utilizza o non sa utilizzarla bene. L’intelligenza
artificiale è uno strumento amorale, come la tecnologia tutta: il suo impatto
dipende unicamente da chi la usa. Dobbiamo concentrarci sull’uomo, non sulla
macchina. È lì che risiede la responsabilità e la vera sfida per il futuro”.
Nasce il
“Premio Michele Schiavone”, dedicato agli eroi silenziosi dell’emigrazione
italiana
ROMA – Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero
annuncia l’istituzione del Premio Michele Schiavone “eroe del quotidiano e
protettore della diaspora”; un riconoscimento internazionale destinato a
valorizzare persone, associazioni ed enti che si sono distinti nella tutela dei
diritti degli italiani nel mondo e nella promozione del patrimonio umano,
sociale e culturale della nostra emigrazione. Il premio è dedicato alla memoria
di Michele Schiavone, già Consigliere e poi Segretario Generale del CGIE dal
2016 al 2024, figura simbolo dell’impegno civile a favore delle comunità
italiane oltreconfine, scomparso prematuramente dopo una vita dedicata agli
italiani nel mondo con altruismo, generosità e spirito di servizio.
L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la storia della nostra diaspora –
lunga quasi due secoli e segnata da sacrifici, ostacoli, battaglie civili e
conquiste sociali – è costellata di “eroi silenziosi” che hanno trasformato il
destino di intere comunità, influenzando politiche pubbliche, prassi
istituzionali e atteggiamenti sociali nei Paesi di arrivo e in Italia. Il
Premio, a cadenza annuale, è rivolto a una persona, un’associazione e un ente
che abbiano operato in favore degli emigrati italiani o di origine italiana in
qualsiasi Paese del mondo, contribuendo all’avanzamento dei loro diritti e alla
valorizzazione del ruolo della nostra diaspora nelle società contemporanee. Le
candidature dovranno essere inviate alla segreteria del CGIE entro il 31
dicembre dell’anno precedente a quello di assegnazione (eccezionalmente, per il
lancio del Premio nel 2026, saranno ammesse fino al 28 febbraio) e saranno
valutate da una Giuria presieduta dal Segretario Generale del CGIE e formata
dal Comitato di Presidenza e da alte personalità istituzionali e del mondo
dell’informazione, fra cui il Segretario generale della Farnesina e il
Presidente della Società Dante Alighieri. Presidente onorario del Premio è il
Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Le
premiazioni avverranno nell’ambito dell’Assemblea plenaria del CGIE, alla quale
i tre vincitori saranno invitati come ospiti. Le motivazioni e i nomi dei
premiati saranno pubblicati e diffusi a cura del Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero. Qui il bando di gara https://drive.google.com/file/d/1ddBChgO22FK580aaE_mZ9KcqIghCUUGg/view e il regolamento. https://drive.google.com/file/d/11fJbk1cn-Tnej2M251gvOhxsy2vExOxr/view
(Inform/dip
1)
Chatbot e
persuasione politica
Due recenti studi che hanno dimostrato e
"misurato" come e quanto i chatbot siano incredibilmente efficaci
nella persuasione politica
Negli ultimi anni i chatbot basati su intelligenza
artificiale sono entrati stabilmente nella vita quotidiana di milioni di
persone: li utilizziamo per cercare informazioni, scrivere testi, chiarire
dubbi. Tuttavia, una serie di studi scientifici recenti, pubblicati su riviste
internazionali di primo piano (come “Nature Human Behaviour” e “Science
Advances”), suggerisce che queste tecnologie potrebbero avere un impatto ben
più profondo: sono in grado di influenzare le opinioni politiche in modo
sorprendentemente efficace.
Le ricerche, condotte da gruppi interdisciplinari di
informatici, psicologi e politologi, hanno utilizzato esperimenti randomizzati
controllati su migliaia di partecipanti in diversi Paesi. Ai soggetti è stato
chiesto di interagire con chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM),
opportunamente istruiti a sostenere o discutere specifiche posizioni politiche,
mentre altri gruppi di controllo ricevevano messaggi politici tradizionali,
come brevi testi informativi o annunci elettorali.
I risultati mostrano che una conversazione personalizzata
con un chatbot può modificare atteggiamenti politici e intenzioni di voto in
misura comparabile, e talvolta superiore, a quella delle classiche campagne di
comunicazione politica. In alcuni studi, i cambiamenti nelle opinioni sono
stati misurati attraverso scale standardizzate prima e dopo l’interazione,
evidenziando variazioni statisticamente significative anche dopo dialoghi di
pochi minuti.
Il punto di forza dei chatbot non è tanto la singola
argomentazione, quanto la struttura dialogica e adattiva della persuasione. A
differenza dei messaggi unidirezionali, l’intelligenza artificiale è in grado
di porre domande, rispondere alle obiezioni, riformulare le proprie
argomentazioni e modulare il tono in base alle reazioni dell’utente. Questo
consente di costruire un percorso argomentativo “su misura”, che tende a
partire dalle convinzioni iniziali dell’interlocutore per orientarle
gradualmente, invece di contrastarle frontalmente.
Dal punto di vista tecnico, gli studi mostrano che i
chatbot più efficaci sono quelli capaci di generare molteplici linee
argomentative, selezionandole dinamicamente in base alle risposte dell’utente.
In altre parole, la persuasione non deriva solo dal contenuto, ma
dall’ottimizzazione continua dell’interazione, resa possibile dalla capacità
computazionale dei modelli linguistici di grandi dimensioni.
Un dato particolarmente rilevante emerso dalle ricerche è
che l’efficacia persuasiva non coincide sempre con l’accuratezza delle
informazioni fornite. Alcuni modelli risultano molto convincenti anche quando
utilizzano argomentazioni parziali, semplificate o discutibili dal punto di
vista fattuale. Questo aspetto solleva interrogativi cruciali sul rapporto tra
persuasione, verità e responsabilità deontologica.
Le implicazioni per le democrazie contemporanee sono
evidenti. Se da un lato l’intelligenza artificiale può rappresentare uno
strumento potente per spiegare temi complessi e favorire il coinvolgimento
civico, dall’altro esiste il rischio di un uso strumentale e poco trasparente,
capace di orientare le scelte politiche senza che le persone ne siano
pienamente consapevoli. La persuasione, quando avviene attraverso un dialogo
apparentemente neutro e razionale, può risultare più difficile da riconoscere
rispetto alla propaganda tradizionale.
Per questo motivo, molti autori degli studi sottolineano
la necessità di regole chiare, trasparenza sugli obiettivi dei chatbot e limiti
etici al loro impiego in ambito politico. Comprendere come funzionano questi
sistemi, quali meccanismi psicologici attivano e quali interessi possono
guidarne l’uso è una condizione essenziale per preservare la qualità del
dibattito pubblico.
L’intelligenza artificiale non è solo una nuova
tecnologia: è un nuovo attore nello spazio democratico. E come ogni attore
capace di influenzare le opinioni collettive, richiede vigilanza,
responsabilità e una riflessione condivisa sul suo ruolo nella società.
Maurizio Calipari, Sir 27
Visita a
Berlino del Vicepresidente della Camera Giorgio Mulé
Berlino. Il Vicepresidente della Camera dei Deputati,
Giorgio Mulé, è stato in visita a Berlino il per una serie di impegni
istituzionali legati alla memoria degli degli Internati Militari Italiani
(IMI). La missione di Mulé ha preso avvio con una visita guidata al “Centro di
documentazione sui lavori forzati durante il nazionalsocialismo”. Presso l’ex
lager di Schöneweide, a Berlino, dove furono internati oltre 400 militari
italiani, ha visitato la mostra permanente allestita all’interno della baracca
4. Mulé ha consegnato alla Direttrice del centro, Christine Glauning, una
copia della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana in cui è stata
pubblicata la legge del 13 gennaio 2025, di cui il Vice Presidente è stato
promotore. Tale legge ha istituito, con voto unanime del Parlamento, la
“Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante
la Seconda Guerra Mondiale”, celebrata il 20 settembre 2025 per la prima volta
alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alla visita –
rende noto l’Ambasciata d’Italia a Berlino – ha partecipato anche una classe
della Scuola italo-tedesca Albert-Einstein-Gymnasium, a sottolineare
l’importanza della trasmissione della memoria alle nuove generazioni. Il
Vicepresidente ha inoltre incontrato Heike Dörrenbächer, Direttrice del
Dipartimento per la Cultura commemorativa e la formazione del Volksbund
Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’associazione tedesca per la cura dei
cimiteri di guerra, per un confronto sui progetti comuni dedicati alla memoria
e alla conservazione dei luoghi storici. È seguito un colloquio con Andrea
Lindholz, Vice Presidente del Bundestag (CSU), incentrato sui rapporti
parlamentari bilaterali e sulle iniziative congiunte in ambito europeo. La
visita si è conclusa con una cerimonia di commemorazione al Cimitero
Militare Italiano di Zehlendorf, dove riposano anche gli ex Internati Militari
Italiani (IMI) provenienti dal campo di lavoro forzato di Treuenbrietzen. Mulé
ha deposto una corona commemorativa in loro onore, rendendo omaggio
al sacrificio degli oltre 600.000 IMI che rifiutarono di aderire alla
Repubblica Sociale Italiana, pagando con la deportazione e il lavoro forzato.
Durante la sua visita all’ex lager di Schöneweide, Mulé ha affermato: “Oggi la
giustizia del tempo ha risarcito l’onore e la memoria dei militari italiani
che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono deportati nei campi
nazisti per aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito tedesco. È una pagina di
storia — quella degli Internati Militari Italiani — per troppo tempo
dimenticata, insieme al tributo che questi eroici uomini meritano per una
resistenza non armata”. Dopo l’incontro con la Vicepresidente Andrea Lindholz,
Mulé ha dichiarato: “Quest’anno, Germania e Italia celebrano 75 anni di
relazioni diplomatiche, un partenariato caratterizzato da fiducia, valori
condivisi e intensa cooperazione. Questo anniversario non è solo un’occasione
per guardare indietro, ma anche per rafforzare ulteriormente il nostro legame e
guardare insieme al futuro”. (Inform/dip 1)
Il 10 dicembre 2025, l’UNESCO ha ufficialmente dichiarato
la cucina italiana Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Un traguardo
straordinario per il nostro Paese, che celebra non solo piatti, ingredienti e
ricette, ma anche le tradizioni sociali, familiari e culturali legate al cibo.
Se il riconoscimento riguarda soprattutto le pratiche radicate nei territori
italiani, i ristoranti italiani nel mondo hanno avuto un ruolo fondamentale,
seppur indiretto, nel far sì che il mondo riconoscesse l’importanza culturale
della nostra cucina.
Diffondere la cultura gastronomica italiana
I ristoranti italiani all’estero hanno introdotto milioni
di persone a sapori, tecniche e ricette che altrimenti sarebbero rimaste
confinate nei confini nazionali. Dal sushi di New York alla pasta fatta a mano
a Sydney, i locali italiani hanno reso la cucina italiana famigliare e
apprezzata globalmente, contribuendo a costruire una reputazione internazionale
di qualità, autenticità e varietà.
Non si tratta solo di pizza e pasta: molti ristoranti
mantengono ricette regionali autentiche, offrendo esperienze culinarie che
rispettano la stagionalità, gli ingredienti locali e le tecniche tradizionali.
Questo ha rafforzato la percezione della cucina italiana come un patrimonio
culturale ricco e diversificato.
Creare il pubblico globale della cucina italiana
L’UNESCO valuta soprattutto le pratiche culturali e
sociali legate al cibo: la convivialità, la trasmissione delle ricette e la
connessione tra territorio, prodotto e comunità. I ristoranti italiani
all’estero hanno svolto un ruolo cruciale nel far emergere questi valori a
livello internazionale, perché hanno creato un “pubblico globale” capace di
apprezzare e rispettare la cucina italiana.
Senza questa diffusione internazionale, sarebbe stato più
difficile convincere il mondo del valore culturale della cucina italiana,
rendendo il riconoscimento UNESCO un successo di dimensioni realmente globali.
Oltre il semplice cibo: un ponte culturale
I ristoranti italiani hanno agito come ambasciatori
culturali, portando con sé storie, tradizioni e valori legati alla convivialità
e alla convivialità familiare. Hanno mostrato che la cucina italiana non è solo
nutrimento, ma un linguaggio universale di identità, socialità e creatività. In
questo senso, ogni piatto servito all’estero ha contribuito a raccontare una
storia più grande: quella della cultura italiana condivisa e trasmessa di
generazione in generazione.
Un riconoscimento condiviso
È importante sottolineare che i ristoranti italiani non
sono stati il motivo formale della candidatura UNESCO: il dossier presentato
includeva pratiche culturali, tradizioni familiari e radici territoriali.
Tuttavia, il loro ruolo nella diffusione globale della cucina italiana ha reso
evidente al mondo l’importanza e la bellezza di queste tradizioni.
In altre parole, i ristoranti italiani hanno costruito il
contesto internazionale che ha reso possibile questo riconoscimento, fungendo
da prolungamento culturale della cucina italiana, capace di unire i sapori ai
valori sociali e culturali.
Conclusione
Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana celebra un
patrimonio immateriale che va oltre i confini geografici. I ristoranti italiani
nel mondo hanno contribuito in modo significativo, creando familiarità,
apprezzamento e un pubblico globale consapevole dell’unicità della nostra
cucina. Sono stati, in molti casi, i protagonisti silenziosi di questo successo
internazionale, portando un pezzo d’Italia in ogni angolo del pianeta. Giuseppe
Tizza, de.it.press
70°
dell’Accordo bilaterale Italia–Germania: grande successo a Stoccarda
Stoccarda. Grande partecipazione alla DGB Haus di
Stoccarda per la celebrazione del 70° dell’Accordo bilaterale Italia–Germania
del 1955, organizzata il 30 novembre scorso dal Comites Stoccarda con il
contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione
Internazionale e del Consolato Generale d’Italia a Stoccarda.
Oltre 350 persone hanno preso parte a una serata intensa,
dedicata alla memoria della prima emigrazione italiana e al ruolo degli
italiani nello sviluppo economico e sociale della Germania.
Ha aperto l’evento il presidente del Comites Gino Bucci,
ricordando il primo treno partito da Verona nel 1955 e il significato umano
dell’accordo: “valigie di cartone, occhi pieni di speranza e paura”. Bucci ha
sottolineato che quella migrazione, inizialmente forzata dalla necessità, è
diventata una delle più importanti storie di integrazione in Europa e ha
evidenziato come gli italiani abbiano contribuito alla ricostruzione del Paese
e come le loro storie siano oggi il patrimonio identitario delle comunità
italiane all’estero.
Salutando i presenti, la console generale a Stoccarda,
Laura Lamia, ha evidenziato la portata storica dell’accordo del 1955,
definendolo un ponte di ricostruzione morale ed economica tra due Paesi usciti
dalla guerra. Lamia ha ricordato che dietro i documenti e i numeri ci sono
vite, famiglie, sacrifici e speranze. Quanto alla comunità italiana oggi, essa
è pienamente integrata nella vita economica, sociale e culturale tedesca,
rappresentando un esempio concreto di Europa unita, ha concluso la console generale.
A contestualizzare l’accordo nel più ampio fenomeno
migratorio italiano del dopoguerra è intervenuto il consigliere del Cgie
Tommaso Conte. Questi ha messo in luce il ruolo fondamentale dei sindacati
tedeschi nel garantire diritti ai lavoratori italiani, contribuendo alla loro
protezione e all’integrazione nel mondo produttivo, e ha ricordato anche le
“vedove bianche”, le donne rimaste in Italia durante l’emigrazione dei mariti,
invitando a non dimenticare la componente femminile del sacrificio migratorio.
Ospite della serata, il sindaco Frank Nopper ha voluto
ringraziare pubblicamente la comunità italiana per il contributo determinante
allo sviluppo della città. Sottolineando quanto gli italiani abbiano lasciato
un’impronta indelebile a Stoccarda – nelle fabbriche automobilistiche, nei
cantieri, nei servizi, nella cultura gastronomica e artistica –, Nopper ha poi
detto “voi appartenete a noi. Vi vogliamo qui” e il suo messaggio è stato
accolto da un forte applauso.
Deputato al Parlamento tedesco – Die Linke, l’on. Luigi
Pantisano è un italiano di seconda generazione e ha portato all’incontro una
testimonianza personale molto intensa. Ricordando i sacrifici dei suoi genitori
e di tante famiglie che, negli anni Sessanta, lasciarono l’Italia per lavorare
in Germania, spesso separandosi dai figli per anni, Pantisano ha evidenziato
come la propria presenza oggi nel Parlamento tedesco rappresenti un risultato
della forza e della dignità della prima generazione di emigrati.
Deputato ma al Parlamento italiano (PD) anche lo storico
Toni Ricciardi, che ha ripercorso l’emigrazione come fenomeno strutturale
dell’Italia moderna, ricordando il ruolo essenziale delle rimesse degli
emigrati, spesso più decisive del Piano Marshall, e l’impatto trasformativo
della diaspora sulle comunità italiane di origine. Ricciardi ha definito
l’emigrazione “ascensore sociale” e “motore di modernità”, invitando lo Stato
italiano a valorizzare molto di più il ruolo dei connazionali all’estero.
Presente anche il collega Simone Billi (Lega), come
Ricciardi eletto in Europa, che ha posto l’accento sul valore del sacrificio
della prima generazione, ricordando l’incontro con un emigrato a Stoccarda da
più di 60 anni. Billi ha riconosciuto che il rispetto guadagnato dagli italiani
in Germania è il frutto del lavoro e dell’impegno di chi è arrivato negli anni
più difficili, quando emigrare era una scelta dolorosa e senza tutele.
È poi intervenuto con il suo contributo Toni Potenza di
IG Metall, che ha approfondito il ruolo storico delle organizzazioni sindacali
tedesche come luoghi di solidarietà e inclusione, spiegando come l’arrivo degli
italiani abbia arricchito non solo la forza lavoro, ma anche la cultura
sindacale, portando nuove energie, pluralismo e battaglie comuni per l’equità e
i diritti.
Ha poi preso la parola il presidente di DGB
Baden-Württemberg Kai Burmeister, il quale ha ricordato che l’accordo del 1955
portò nelle fabbriche persone, non semplici “forze lavoro”, e che proprio
grazie alla partecipazione dei lavoratori migranti i sindacati tedeschi si sono
evoluti verso una cultura più aperta, democratica e rappresentativa. Ha
ribadito l’importanza della partecipazione dei migranti nelle elezioni dei
consigli di fabbrica, una delle più grandi conquiste dell’integrazione tedesca.
Momento centrale della serata è stata la proiezione del
documentario “La forza di partire”, realizzato e diretto da Maurizio Palese
(Vivigermania). Il film raccoglie le testimonianze di dodici italiani
ultraottantenni arrivati tra gli anni ’50 e ’60, creando un ponte narrativo tra
la prima emigrazione e quella contemporanea. L’opera, accolta da una vera
ovazione, è stata definita “un dono prezioso” per la memoria collettiva.
La premiazione dei dodici protagonisti ha rappresentato
uno dei momenti più emozionanti della serata.
L’artista Neliah ha presentato in anteprima il suo brano
“Il sole con me”, dedicato simbolicamente alle nuove generazioni italiane in
Germania.
La serata si è infine conclusa con un rinfresco italiano,
occasione di incontro e dialogo tra generazioni diverse, unite dalla stessa
storia.
Un evento che non ha solo celebrato il passato, ma ha
offerto una riflessione profonda sul presente e sul futuro di chi oggi sceglie
di vivere in Germania.
(aise/dip 5)
Saper usare
ChatGpt non vi salverà
Nel XXI secolo l’alfabetizzazione non riguarderà più il
saper fare, ma il saper giudicare. Per questo serve un’educazione al pensiero
critico, specie nell’era della disinformazione algoritmica
Negli ultimi anni il dibattito sull’educazione digitale
si è concentrato soprattutto sull’acquisizione di competenze tecniche: saper
usare piattaforme, strumenti collaborativi, intelligenza artificiale che crea
testi e immagini. Tuttavia, l’accelerazione algoritmica che governa
l’informazione contemporanea sta rendendo evidente un limite strutturale di
questo approccio.
Saper interpretare il digitale
Non basta saper usare il digitale: occorre saperlo
interpretare. In un ecosistema dove ciò che vediamo online è selezionato da
algoritmi in base ai nostri gusti e comportamenti precedenti, con classifiche
poco trasparenti e contenuti generati automaticamente, il vero deficit
educativo non è tecnologico, ma cognitivo e critico. È su questo punto che si
gioca oggi una delle sfide più rilevanti per la scuola e per l’università.
La ridefinizione del concetto di verità pubblica
La disinformazione non è più un fenomeno marginale o
sporadico. Video falsi che sembrano reali (i cosiddetti “deepfake”), testi
generati artificialmente che sembrano scritti da persone, immagini create dal
computer, manipolazioni statistiche e storie costruite da algoritmi stanno
ridefinendo il concetto stesso di verità pubblica. Secondo numerosi studi
recenti, l’essere umano tende a fidarsi di contenuti che appaiono coerenti e
ben strutturati, anche quando sono falsi, soprattutto se prodotti da sistemi
percepiti come “neutrali” o “intelligenti”. L’intelligenza artificiale, in
questo senso, non crea la disinformazione, ma ne aumenta la scala, la velocità
e la credibilità apparente.
Le istituzioni internazionali hanno iniziato a
riconoscere questo problema come una questione educativa primaria. L’UNESCO
sottolinea che la capacità di valutare criticamente le fonti è ormai una
competenza civica essenziale, al pari della lettura e della scrittura.
Analogamente, l’OCSE evidenzia come l’educazione al pensiero critico debba
evolvere per includere la comprensione dei meccanismi algoritmici che
influenzano ciò che vediamo, leggiamo e crediamo. Non si tratta più solo di
distinguere vero e falso, ma di capire perché certi contenuti emergono e altri
scompaiono.
Saper utilizzare ChatGpt non salva dal rischio
disinformazione
In questo scenario, parlare di “competenze digitali”
senza affrontare la dimensione critica rischia di essere fuorviante. Uno
studente può essere perfettamente in grado di usare ChatGPT o altri strumenti
di intelligenza artificiale e, allo stesso tempo, essere completamente
disarmato di fronte alla manipolazione informativa.
Il problema non è la mancanza di abilità operative, ma
l’assenza di quella che potremmo chiamare “alfabetizzazione alla conoscenza”:
la capacità di interrogare le fonti, riconoscere le intenzioni dietro un
messaggio, valutare il contesto e comprendere i limiti cognitivi delle
macchine. In altre parole, saper distinguere come si forma e si valida una
conoscenza affidabile. Studi nel campo della psicologia cognitiva mostrano che
l’esposizione continua a contenuti automatizzati può ridurre la nostra propensione
al dubbio e favorire l’accettazione passiva delle informazioni.
Il ruolo della scuola
La scuola, in questo quadro, non può limitarsi a
introdurre moduli di educazione digitale tradizionale. È necessario costruire
una pedagogia del dubbio costruttivo, che insegni agli studenti a sospendere il
giudizio, a verificare, a confrontare versioni alternative della realtà. Il
Consiglio d’Europa richiama esplicitamente il ruolo dell’educazione nel formare
cittadini capaci di resistere alla manipolazione informativa e di partecipare
consapevolmente al dibattito pubblico. L’educazione al pensiero critico diventa
così una forma di difesa democratica.
L’intelligenza artificiale, paradossalmente, può
diventare uno strumento potente per sviluppare questo tipo di competenze, se
utilizzata in modo riflessivo. Analizzare risposte generate da un modello,
confrontare versioni diverse dello stesso contenuto, individuare pregiudizi
linguistici nascosti o omissioni sistematiche sono esercizi cognitivi di grande
valore formativo. In alcune sperimentazioni universitarie, l’AI viene
utilizzata non come fonte di verità, ma come oggetto di analisi critica,
trasformando l’errore e l’ambiguità in occasioni di apprendimento. In questo
senso, educare al pensiero critico non significa respingere la tecnologia, ma
riappropriarsi del controllo cognitivo sul suo utilizzo.
L’alfabetizzazione del XXI secolo è il saper giudicare
Ciò che emerge con forza è che la vera alfabetizzazione
del XXI secolo non riguarda solo il “saper fare”, ma il saper giudicare. In un
mondo in cui l’informazione è abbondante e automatizzata, la capacità di
discernimento diventa la competenza più rara e più preziosa. La scuola e
l’università hanno oggi la responsabilità di formare menti capaci di orientarsi
nell’incertezza, riconoscere la complessità e non delegare il pensiero critico
agli algoritmi. Senza questo passaggio, il rischio non è solo educativo, ma
culturale e democratico.
Se il primo compito dell’educazione è sempre stato quello
di fornire strumenti per interpretare il mondo, oggi questo compito assume una
complessità inedita. L’informazione non arriva più in modo neutro o lineare, ma
è filtrata, ordinata e amplificata da sistemi automatici che operano dietro le
quinte. I sistemi di raccomandazione non si limitano a suggerire contenuti, ma
modellano progressivamente il nostro modo di vedere le cose, rinforzando
convinzioni pregresse e riducendo l’esposizione a punti di vista diversi.
Questo fenomeno delle “bolle informative” - dove ognuno riceve solo
informazioni che confermano le proprie idee - pone una sfida diretta
all’educazione critica.
L’educazione alla consapevolezza algoritmica
In questo contesto, educare al pensiero critico significa
anche educare alla consapevolezza algoritmica. Gli studenti devono comprendere
che ciò che vedono online non è una fotografia della realtà, ma una costruzione
dinamica basata su dati personali, interessi economici, popolarità dei
contenuti (quanti click, like e condivisioni generano) e sistemi che cercano di
prevedere cosa ci interessa. Il Piano d’Azione Europeo per l’Educazione
Digitale richiama esplicitamente la necessità di introdurre nei curricula una
comprensione di base dei meccanismi di personalizzazione algoritmica, non per
formare programmatori, ma cittadini capaci di riconoscere l’influenza
strutturale delle tecnologie sulle proprie opinioni. È un passaggio culturale
decisivo: spostare l’attenzione dal contenuto al contesto che lo genera.
La disinformazione algoritmica non agisce solo a livello
informativo, ma anche emotivo. Numerosi studi dimostrano che i contenuti che
suscitano reazioni forti - indignazione, paura, entusiasmo - hanno una maggiore
probabilità di diffusione, indipendentemente dalla loro accuratezza. Questo
significa che la battaglia per il pensiero critico non si gioca soltanto sulla
verifica dei fatti, ma sulla regolazione emotiva. Educare al pensiero critico
oggi implica insegnare a riconoscere le proprie reazioni emotive, a sospendere
l’impulso alla condivisione immediata e a ricostruire una distanza riflessiva
tra stimolo e giudizio.
Così le scuole stanno introducendo pratiche didattiche
innovative
Le scuole e le università che stanno affrontando questo
tema in modo sistemico stanno introducendo pratiche didattiche innovative:
analisi comparata delle fonti, smontaggio guidato di narrazioni manipolative,
laboratori di verifica delle notizie, simulazioni di diffusione virale delle
informazioni. In alcuni casi, l’AI stessa viene utilizzata per mostrare come
una notizia possa essere riscritta in versioni diverse, ognuna plausibile ma
orientata, rendendo visibile il confine sottile tra informazione e persuasione.
Questo approccio è coerente con le raccomandazioni dell’OCSE, che definisce il
pensiero critico come capacità di “esaminare questioni globali da prospettive
multiple”.
Un altro aspetto cruciale riguarda la responsabilità nel
giudicare le informazioni. In un ambiente informativo automatizzato, cresce il
rischio di delegare il giudizio alle macchine: se un testo è ben scritto,
coerente e rapido, viene percepito come affidabile. Studi recenti mostrano che
gli utenti tendono ad attribuire un’autorità indebita alle risposte generate
dall’AI, soprattutto in ambiti complessi o specialistici. Educare al pensiero
critico significa quindi insegnare che l’autorevolezza non deriva dalla forma,
ma dalla verificabilità, dal confronto e dalla trasparenza delle fonti.
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, questo tema
è ormai considerato strategico. L’UNESCO sottolinea che senza un investimento
strutturale nell’educazione al pensiero critico, l’adozione dell’intelligenza
artificiale rischia di amplificare le disuguaglianze cognitive, favorendo chi
possiede già strumenti interpretativi avanzati. Il rischio non è solo la
diffusione di informazioni false, ma la creazione di un divario nella capacità
di comprendere e valutare le informazioni: una situazione in cui solo una parte
della popolazione è in grado di orientarsi consapevolmente nel flusso
informativo, mentre gli altri ne restano vittime passive.
Una funzione strutturale della scuola contemporanea
In definitiva, educare al pensiero critico nell’era della
disinformazione algoritmica non è un obiettivo accessorio, ma una funzione
strutturale della scuola contemporanea. Non si tratta di opporre l’educazione
all’innovazione tecnologica, ma di accompagnarla con una riflessione profonda
sui suoi effetti cognitivi e sociali. La vera sfida non è insegnare a usare
strumenti sempre più potenti, ma formare persone capaci di non esserne
dominate. In un mondo in cui l’informazione è rapida, automatizzata e spesso
ambigua, il pensiero critico diventa l’ultima forma di libertà intellettuale
che l’educazione è chiamata a difendere. Carlo Maria Medaglia, LS 28
Premio “Voce
Lombarda nel Mondo”, i premiati della prima edizione
Milano. L’Auditorium Gaber di Palazzo Pirelli, sede del
Consiglio regionale della Lombardia, ha ospitato nei giorni scorsi
la cerimonia di consegna della prima edizione del premio ‘Voce lombarda nel
mondo’, istituito dalla Giunta della Lombardia, in collaborazione con il
Consiglio regionale. I riconoscimenti sono stati conferiti a cinque lombardi
che si sono distinti nei rispettivi ambiti: il prof Santo Locatelli, fondatore
dell’Ente Bergamaschi nel mondo; lo chef stellato Stefano Masanti, Livio
Mazzoleni, project manager alla National Gallery di Londra, il Maestro Uto
Ughi, violinista di fama mondiale, e la scienziata di fama internazionale
Cinzia Zuffada. I lombardi nel mondo sono cittadini che hanno intrapreso
percorsi di mobilità internazionale, diventando di fatto veri e propri
‘ambassador’ della Lombardia – si sottolinea dalla Regione – Attraverso
il loro lavoro e le loro competenze, contribuiscono a diffondere gli interessi,
la cultura e gli stili di vita lombardi, rafforzando l’attrattività del territorio,
promuovendo la conoscenza della Lombardia nel mondo e favorendo lo sviluppo
delle relazioni internazionali. La Regione Lombardia attribuisce a questi
preziosi ‘expat’ un ruolo talmente significativo da essersi dotata di
un’apposita legge regionale (n. 9 del 21 maggio 2024) destinata proprio al
sostegno e alla valorizzazione delle comunità dei lombardi nel mondo. A fare
gli onori di casa a Palazzo Pirelli sono stati il presidente del
Consiglio Regionale Federico Romani, il presidente della Regione Attilio
Fontana e il sottosegretario alle Relazioni Internazionali ed Europee Raffaele
Cattaneo. “Il riconoscimento– ha dichiarato il presidente Fontana – è il segno
della nostra gratitudine verso chi, da ogni parte del mondo, costruisce ponti
di amicizia e sviluppo con la nostra Regione”. Un impegno che, ha sottolineato
Fontana, affonda le radici nella vocazione internazionale della Lombardia ed è
frutto non solo dei risultati economici e sociali raggiunti, ma anche di
un’ identità fatta di concretezza, operosità e orgoglio delle proprie origini.
“Il premio ‘Voce lombarda nel mondo’- ha proseguito il presidente –
nasce proprio per celebrare il ‘modello lombardo’, capace di esprimere
eccellenza nei settori delle professioni, dello sport, della cultura e negli
ambiti sociali ed economici”. “Celebriamo successi individuali e storie di vita
che possono diventare fonte di ispirazione” ha aggiunto, ricordando come
secondo il rapporto CNEL 2025, tra il 2011 e il 2024, 630.000 giovani tra i 18
e i 34 anni abbiano lasciato l’Italia, con una perdita stimata di capitale
umano pari a circa 159 miliardi di euro. “L’Italia – ha rilevato Fontana – è
ultima in Europa per attrattività, accogliendo 1 giovane europeo ogni 8 che
partono. Con la legge a tutela dei Lombardi nel mondo – ha detto il
presidente – vogliamo creare le condizioni affinché storie di successo come
quelle premiate oggi, possano incentivare i giovani a tornare in Lombardia,
loro terra d’origine, e ad investire qui per il proprio futuro”. Il presidente
Fontana ha infine ribadito come la Lombardia sia “una terra di eccellenza
riconosciuta a livello globale”, sottolineando che i riconoscimenti assegnati,
spaziano dalla ricerca scientifica, alla gastronomia, dalla cultura all’impegno
sociale. “Grandi esempi – ha concluso Fontana – che danno lustro alla cultura
lombarda e ai nostri valori”. “Con il premio ‘Voce lombarda nel mondo’,
conferito per la prima volta – ha spiegato il sottosegretario Cattaneo –
Regione Lombardia riconosce il valore strategico delle comunità dei lombardi
che vivono all’estero: un patrimonio umano, professionale e culturale che
vogliamo custodire, valorizzare e coinvolgere sempre di più”. “Oggi – ha
proseguito – celebriamo cinque eccellenze individuate grazie a un lavoro
congiunto svolto dagli uffici regionali insieme alla Consulta Regionale dei
Lombardi nel mondo. Sono profili che incarnano al meglio i valori della
Lombardia: competenza ed eccellenza, legame con le proprie radici e capacità di
promuovere il meglio della nostra regione nel mondo. Una scienziata di rilievo
internazionale impegnata nella promozione delle donne nelle discipline STEM;
uno chef che porta la cucina lombarda nel mondo, in un momento in cui la cucina
italiana è riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO; il
fondatore dell’associazione Bergamaschi nel mondo, storico punto di riferimento
per le comunità degli emigrati e per la tutela della loro memoria; un maestro
del violino di fama internazionale, salito sui palcoscenici più prestigiosi del
mondo; e un giovane manager già protagonista del panorama culturale globale
grazie al suo lavoro in uno dei musei più importanti del mondo. Con le loro
storie e i sorprendenti risultati raggiunti – ha concluso Cattaneo – questi
ambasciatori made in Lombardy testimoniano le capacità, la rilevanza e il
valore della nostra comunità oltre i confini nazionali”. “Le voci lombarde nel
mondo – ha dichiarato il presidente del Consiglio Regionale della Lombardia
Federico Romani – sono i nostri ambasciatori naturali, persone che ogni
giorno testimoniano cosa significhi essere lombardi. A loro, oggi va il nostro
omaggio per aver portato in alto il nome della Lombardia nel mondo”.
I premiati e le motivazioni
Santo Locatelli (BG) – “Socio fondatore dell’associazione
Bergamaschi nel Mondo, per il suo straordinario impegno nel mantenere vivi i
legami tra la comunità bergamasca all’estero e le proprie radici culturali,
storiche e affettive. Con lungimiranza e dedizione, Santo Locatelli ha
contribuito nel 1967 alla nascita e allo sviluppo di una realtà associativa che
rappresenta da decenni un punto di riferimento per migliaia di bergamaschi
emigrati, favorendo il dialogo tra generazioni e la valorizzazione dell’identità
lombarda nel mondo. Il suo lavoro instancabile e la sua grande esperienza, come
alpino, professore e dirigente scolastico e sindaco, svolto sempre con spirito
di servizio e profondo senso di appartenenza, ha permesso di custodire e
trasmettere la memoria dell’emigrazione bergamasca, promuovendo iniziative
culturali, sociali e solidali in grado di unire idealmente i cittadini lombardi
ovunque essi si trovino. A Santo Locatelli va il più sentito ringraziamento di
Regione Lombardia, come testimone autentico dei valori di solidarietà, impegno
civile e orgoglio territoriale che il premio ai lombardi nel mondo intende
onorare”.
Stefano Masanti (SO) – “Chef della Valchiavenna,
ambasciatore dell’eccellenza gastronomica lombarda a livello internazionale.
Originario di Madesimo, Stefano Masanti ha saputo portare nel mondo i sapori
autentici della tradizione culinaria lombarda, unendoli con creatività, rigore
professionale e profondo rispetto per il territorio. La sua attività, divisa
tra l’Italia e gli Stati Uniti, testimonia un percorso di successo fondato su
passione, competenza e spirito innovativo. Attraverso il suo lavoro – che include
la gestione del ristorante stellato “Il Cantinone” e l’attività di catering di
alto livello negli USA – Masanti ha contribuito a valorizzare e diffondere la
cultura enogastronomica lombarda, diventando punto di riferimento per la
promozione dei prodotti tipici e delle tradizioni locali nel contesto
internazionale. Con questo riconoscimento, Regione Lombardia intende esprimere
la propria gratitudine a Stefano Masanti per il suo straordinario impegno nel
rappresentare con orgoglio e autenticità l’identità lombarda nel mondo.
Livio Mazzoleni (MB) – “Protagonista nel panorama
culturale internazionale, giovane ma qualificato interprete e promotore
dell’arte e della bellezza. Con il suo ruolo di project manager alla National
Gallery di Londra, uno dei più importanti musei del mondo, di cui ha coordinato
tra l’altro il progetto di restauro della prestigiosa sede in occasione del suo
bicentenario, ha contribuito con competenza, passione e sensibilità alla
valorizzazione del patrimonio artistico universale, portando e dando voce nel cuore
dell’Inghilterra all’eccellenza, del saper fare e dello spirito creativo della
Lombardia, ricevendo tra l’altro anche l’apprezzamento della Casa Reale. La sua
attività si distingue per l’impegno nella diffusione della conoscenza
dell’arte, per la capacità di dialogare con culture diverse e per l’incessante
opera di mediazione culturale tra l’Italia e il mondo, rendendosi autentico
ambasciatore dei valori di professionalità e competenza propri della nostra
terra consolidando la connessione dell’arte lombarda e italiana con il circuito
culturale mondiale”.
Uto Ughi (VA) – “Violinista di fama internazionale,
interprete tra i più grandi della sua generazione, Uto Ughi ha saputo unire il
rigore tecnico e la profondità interpretativa a una sensibilità autenticamente
umana, diventando ambasciatore della grande tradizione musicale lombarda e
nazionale sui palcoscenici più prestigiosi del pianeta. Nel corso della sua
straordinaria carriera, iniziata da enfant prodige e sviluppatasi attraverso
collaborazioni con le più celebri orchestre e direttori del nostro tempo e
dando vita a manifestazioni culturali di rilievo, ha onorato l’Italia con il
suo talento, portando nel mondo il suono, la passione e l’eleganza che
contraddistinguono la nostra terra e ricevendo le più importanti onorificenze.
Attraverso il suo violino, la voce più autentica della Lombardia e dell’Italia
nel mondo e la sua attività concertistica, discografica e divulgativa, ha reso
la musica classica accessibile a tutti, impegnandosi nella valorizzazione dei
giovani talenti e nella promozione dei valori universali dell’arte come
strumento di pace, bellezza e fratellanza”.
Cinzia Zuffada (PV) – “Scienziata di fama internazionale,
per il suo straordinario contributo alla ricerca scientifica e al progresso
tecnologico nel campo dell’ingegneria spaziale e delle scienze della Terra.
Laureata all’Università di Pavia è attualmente Laboratory Associate Chief
Scientist presso il prestigioso Jet Propulsion Laboratory della NASA e si è
distinta per le sue ricerche pionieristiche nell’utilizzo dei segnali GPS per
il monitoraggio ambientale, contribuendo allo studio dei cambiamenti climatici
e al miglioramento della comprensione dei sistemi terrestri.
Attraverso la sua carriera brillante, Cinzia Zuffada ha
saputo coniugare l’eccellenza scientifica con l’impegno nel promuovere il ruolo
delle donne nella scienza, e nella tecnologia e nella ricerca, rappresentando
con autorevolezza e passione il talento lombardo nel mondo. In tale direzione
lavora per rafforzare il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti anche grazie
anche al suo ruolo di Presidente dell’ISNAFF (Italian Scientists and Scholars
in North America Foundation) che favorisce la cooperazione scientifica, e
accademica tra l’Italia e il Nord America e la valorizzazione della comunità
dei ricercatori italiani e lombardi all’estero, considerandoli come una risorsa
da mettere a disposizione anche alla nostra terra. La sua figura incarna i
valori di dedizione, innovazione e visione globale che il premio intende
celebrare. A Cinzia Zuffada va il nostro più sentito riconoscimento, come
esempio ispiratore per le nuove generazioni e simbolo dell’eccellenza italiana
all’estero”. (Inform/dip 22)
Tesla: in
Germania il primo servizio gratuito di trasporto autonomo per anziani e
disabili
Tesla, l'azienda guidata da Elon Musk, ha avviato un
progetto pilota innovativo nel distretto rurale di Eifelkreis Bitburg-Prüm,
nella regione dell'Eifel in Germania: corse gratuite con veicoli dotati del
sistema Full Self-Driving (FSD) Supervised per cittadini anziani e persone con
mobilità ridotta che non dispongono di altri mezzi di trasporto.
La strategia di mobilità
Si tratta del primo servizio pubblico di shuttle autonomo
in Europa basato sulla tecnologia Tesla. L'iniziativa integra il programma
locale "Citizen Bus", un servizio di trasporto su richiesta per
anziani che non possono più guidare, offrendo loro la possibilità di
raggiungere visite mediche, commissioni quotidiane o altri impegni essenziali.
Tutto gratis
Le corse sono completamente gratuite e mirano a
restituire indipendenza a chi vive in aree rurali con limitate opzioni di
mobilità pubblica.
Il sistema FSD Supervised permette al veicolo di gestire
autonomamente la guida – inclusi strade strette, cantieri e situazioni
impreviste – sotto la supervisione di un operatore umano. I test condotti nel
distretto hanno impressionato le autorità locali: il sindaco di Arzfeld,
Johannes Kuhl, lo ha descritto come "un autista molto esperto al
volante", mentre l'amministratore distrettuale Andreas Kruppert ha
sottolineato come la guida autonoma, spesso vista come "musica del
futuro", funzioni già ottimamente nelle zone rurali.
L’aiuto del Governo tedesco
Il progetto è sostenuto dal Ministero dei Trasporti del
Rheinland-Pfalz e rappresenta un passo concreto verso l'approvazione europea
del FSD Supervised. Tesla ha già avviato dimostrazioni e corse gratuite in
Germania, Italia (dove il sindaco di Roma Roberto Gualtieri è stato tra i primi
a provarlo) e Francia a partire da fine novembre.
L’idea di Musk
Elon Musk ha commentato l'iniziativa enfatizzando i
benefici in termini di sicurezza: "L'obiettivo è raggiungere un livello di
sicurezza ben superiore a quello di un conducente umano medio. In definitiva,
le auto autonome saranno più sicure di oltre il 1.000% rispetto a quelle
guidate dagli esseri umani". Musk ha aggiunto che l'uso della guida
autonoma "migliora notevolmente la sicurezza per tutti sulla strada".
Nel frattempo, proprio alla vigilia di Natale, Musk ha
rivelato progressi significativi negli Stati Uniti: una Tesla a guida
completamente autonoma (senza supervisione umana) lo ha trasportato per le
strade di Austin, in Texas, "guidando in modo impeccabile" con lui
seduto sul sedile del passeggero e nessun monitor di sicurezza a bordo. LS 27
Soffriamo
perché la vita è incerta, oppure perché pretendiamo la certezza?
La sofferenza umana si manifesta spesso sotto molte
forme: ansia, paura, delusione, inquietudine. Tuttavia, dietro tutte queste
espressioni si cela una domanda più profonda, raramente esplorata con autentica
onestà: soffriamo a causa dell’incertezza, oppure soffriamo perché crediamo che
la vita debba essere certa? Non è una domanda a cui si possa rispondere
immediatamente; essa richiede al lettore di pensare, di attendere e di avere il
coraggio di guardare dentro di sé.
La vita si muove in modo fluido. Nulla in questo mondo
rimane permanente: né le relazioni, né gli affetti, né le condizioni nelle
quali viviamo. Persino i nostri pensieri non sono stabili. Eppure la mente
umana è condizionata a desiderare stabilità in un mondo instabile. Desideriamo
certezze: del successo, dell’amore, della salute, del domani. Vogliamo che la
vita arrivi con regole, programmi e garanzie. Quando ciò non accade,
attribuiamo la colpa all’indeterminatezza e la accusiamo di farci soffrire.
L’incertezza non è qualcosa di estraneo alla vita;
l’incertezza è la vita stessa.
Dalla nascita fino alla morte, la vita è come un fiume
che scorre: a volte calmo, a volte impetuoso, ma sempre in movimento. Le
difficoltà iniziano quando tentiamo di arrestare questo flusso. Nel momento in
cui la mente pretende certezza, nasce la paura: paura della perdita, paura del
fallimento, paura dell’ignoto. Gradualmente, la vita non viene più vissuta, ma
gestita.
Il dottor Sethi riflette sul fatto che la sofferenza non
inizia nel punto del dolore, bensì nel punto della resistenza. Il dolore è
naturale: perdita, malattia, fallimento, cambiamento. Psicologicamente, la
sofferenza non nasce dalle circostanze in sé, ma dall’incapacità della mente di
accettare ciò che è. Il problema non è l’incertezza; il problema è il nostro
desiderio di controllo.
Nel mondo contemporaneo, la certezza viene venerata.
Strategie di carriera, polizze assicurative, aspettative relazionali, persino i
percorsi spirituali vengono presentati come sistemi in grado di garantire
risultati. Siamo educati a credere che, se pianifichiamo abbastanza, se
pensiamo in modo positivo o adottiamo il metodo giusto, la vita diventerà
prevedibile. Quando ciò non accade, la speranza si trasforma in disperazione.
Ma la certezza è un’illusione che deve essere mantenuta
continuamente. Nel momento in cui ci sentiamo al sicuro, nasce la paura di
perdere quella sicurezza. Un lavoro stabile genera il timore del licenziamento.
Una relazione amorosa è spesso attraversata dalla paura della separazione. La
certezza non ci libera; ci lega con vincoli ancora più sottili.
È paradossale che l’incertezza non richieda da noi altro
che presenza.
Una vita incerta richiede consapevolezza, adattabilità e
umiltà. Ci invita a rispondere, non a dominare. Nell’incertezza, l’intelligenza
diventa più acuta e la sensibilità più profonda. Tuttavia, una mente abituata a
soluzioni semplici rifiuta questa sfida: desidera conclusioni in una vita che,
per sua natura, rimane aperta.
Questo orientamento filosofico del dottor Sethi
suggerisce anche una distinzione essenziale: il fatto che la vita sia incerta
non implica che la coscienza debba essere instabile. Quando la consapevolezza è
radicata nel presente, l’incertezza perde il suo carattere minaccioso. Si
trasforma in spazio: spazio per crescere, creare ed esplorare.
In gran parte, il dolore umano nasce dal vivere nel
futuro anziché nel presente. Piangiamo perdite che non sono ancora avvenute.
Proviamo in anticipo i nostri fallimenti. Lamentiamo finali immaginari. Nel
pretendere la certezza, ci allontaniamo dall’unico luogo in cui la vita accade
davvero: il presente.
Per questo anche molte persone di successo rimangono
inquiethe. Le loro conquiste esteriori non riescono a placare l’agitazione
interiore. La coscienza sa che nulla è stabile per sempre. Così il bisogno di
certezza non si esaurisce mai e la soddisfazione viene continuamente rimandata.
Spesso l’accettazione dell’incertezza viene scambiata per
debolezza o passività; in realtà è un segno di profonda saggezza. Non significa
rinunciare all’impegno o alla responsabilità, ma abbandonare l’illusione di
poter controllare i risultati. L’azione continua, ma l’attaccamento si
dissolve.
Secondo il dottor Sethi, quando l’azione è libera dalla
richiesta di certezza, essa acquista grazia. Si agisce con integrità, si ama
con tutto il cuore, si vive in modo responsabile, senza negoziare con la vita
per ottenere garanzie. Questo modo di vivere non elimina il dolore, ma
impedisce che il dolore si trasformi in sofferenza.
Filosoficamente, l’incertezza ci restituisce l’umiltà. Ci
ricorda che siamo partecipanti al gioco dell’esistenza, non i suoi padroni.
Frantuma l’illusione del controllo dell’ego, e da quella frattura nasce
qualcosa di più tenero e più saggio.
Osserviamo la natura: gli alberi non sanno quale sarà la
prossima stagione, i fiumi non sanno dove arriveranno, gli uccelli non chiedono
garanzie prima di volare. Eppure la vita scorre attraverso di loro con
naturalezza. La sofferenza umana non nasce dal fatto che l’uomo sia diverso
dalla natura, ma dal suo tentativo di dominarla attraverso il controllo anziché
viverla in armonia.
Anche le relazioni sono influenzate dalla richiesta di
certezza. Cerchiamo rassicurazioni che i sentimenti non possono onestamente
offrire. Pretendiamo fiducia dove la crescita richiederebbe trasparenza. Quando
chiediamo garanzie di permanenza, l’amore diventa ansioso. Forse le relazioni
potrebbero respirare più liberamente se rinunciassimo al sospetto.
La riflessione del dottor Sethi sull’amore è qui
particolarmente delicata: l’amore non fallisce perché cambia; diventa difficile
perché pretendiamo che non cambi. Il cambiamento non è tradimento; il
cambiamento è movimento. Quando questa comprensione si radica, l’amore diventa
più libero e più compassionevole.
Alla fine, la domanda non è se la vita diventerà mai
certa: non lo sarà mai. La vera domanda è se possiamo vivere pienamente
nonostante questa verità. Possiamo camminare senza aggrapparci? Possiamo
pianificare senza essere prigionieri delle aspettative? Possiamo fidarci della
vita senza pretendere prove?
Quando abbandoniamo l’aspettativa della certezza,
l’incertezza smette di essere una minaccia e diventa una maestra. Ci insegna la
pazienza, la presenza e la resilienza. Ci invita a riposare nella
consapevolezza, non nei risultati. Ci riporta dalla preparazione alla vita,
alla vita stessa.
La vita, in sé, non infligge sofferenza; forse siamo noi
a non sapere come danzare con essa. Quando la richiesta di certezza svanisce,
la pace non va cercata: arriva da sola, come il silenzio. La vita, in
definitiva, non è certa. Ci offre qualcosa di meno evidente ma infinitamente
più prezioso: l’opportunità di rimanere vigili nel mistero. E forse questa non
è una debolezza dell’esistenza, ma la sua più grande saggezza.
Dr. Sethi K. C., de.it.press 19
Monaco di
Baviera. Di Benedetto (Comites): Ricordare e comprendere l’emigrazione
Monaco di Baviera - L'emigrazione come "memoria
viva" e come tema "attuale e centrale per comprendere la nostra
storia e il nostro futuro" pensandolo come un "fenomeno sociale,
culturale e politico". Così, la Presidente del Comites di Monaco di
Baviera, Daniela di Benedetto al convegno dal titolo "Da lavoratori
migranti a cittadini europei", organizzato a Verona lo scorso 3 dicembre
dal Comune assieme al Museo Nazionale dell'Emigrazione.
Dopo aver ringraziato il sindaco di Verona, Damiano
Tommasi, il presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, la Presidente del
Comites ha salutato le ragazze e i ragazzi e gli insegnanti del Liceo Artistico
Statale di Verona, con i quali "abbiamo condiviso un'esperienza e un
percorso che ha risvegliato vecchie energie ormai assopite e ne ha generate di
nuove e fresche, dando un senso ad un lungo viaggio e a tanti sacrifici di
molti emigrati: si tratta del percorso faticoso ed essenziale della memoria
viva".
Di Benedetto si è quindi voluta soffermare su 3 date
cardine per spiegare il rapporto fra le due città: "1945, finisce la
Seconda guerra mondiale; 1955, la Germania impoverita dalla guerra, riconosce
il proprio bisogno di aiuto nella ricostruzione del Paese a causa della
mancanza di manodopera; l’Italia a propria volta impoverita dalla guerra,
riconosce il bisogno di impiegare la manodopera disoccupata e la mancanza di
carbone per riattivare la propria industria: nascono gli accordi bilaterali per
lo scambio di manodopera. Verona e Monaco assumono rispettivamente il ruolo di
città di partenza e città di arrivo di uno dei flussi migratori più importanti
di quel tempo; 1965, Monaco di Baviera e Verona stringono un nuovo patto. Il
gemellaggio: un ponte tra due città e due Nazioni, nato dalle macerie della
Guerra e volute per gettare quelle che hanno volute essere le basi di nuove
forme di collaborazione e di amicizia".
Passando al presente, la Presidente del Comites bavarese
ha evidenziato il ruolo del programma "Ricordare l'emigrazione",
patrocinato dalla sindaca, Verena Dietl, e fortemente voluto dal sindaco di
Verona Tommasi e dagli assessori Jacopo Buffolo, Giacomo Cona e Antonio
Benetti. "La natura stessa questo impegno dimostra come gli Italiani a
Monaco siano oggi parte riconosciuta della città. Le città e le comunità di
Monaco di Baviera e di Verona hanno voluto ripartire proprio da questi importanti
anniversari, creando una lunga serie di iniziative di ogni natura, attivando i
giovani di oggi, le associazioni, i giovani di allora e anziani di oggi, allora
con una valigia piena di sogni ed oggi il cuore pieno di esperienze e ricordi,
Istituzioni, Enti di ricerca, di formazione e presidi della Memoria. Un vero
patrimonio civile che ci dimostra come da migrazione nasca cittadinanza, da
migrazione nasca movimento, da migrazione nascano innovazione e futuro".
"Ricordare l’emigrazione" per la Presidente del
Comites significa dunque "dare voce a milioni di uomini e donne che, a
partire dagli anni ’50, hanno lasciato l’Italia per cercare in Germania un
lavoro, una prospettiva, dignità riconosciuta. Molti di loro hanno affrontato
sacrifici enormi: la lontananza dalle famiglie, le difficoltà linguistiche,
condizioni di vita spesso dure. Eppure, con coraggio e determinazione, hanno
contribuito alla crescita economica e sociale di questo Paese, diventando parte
integrante della sua storia. Ricordare l’emigrazione è un atto di giustizia
verso queste persone, ma è anche un modo per riconoscere che la memoria
collettiva è la base su cui si costruisce la nostra identità europea. Una
identità composita fatta di ogni tipo e forma di emigrazione: dai lavoratori
più semplici ai ragazzi con la pagella cucita sulla giacca, da ricercatori,
laureati, professionisti in cerca di fortuna a chi emigra per nome e conto di
un’azienda internazionale o per tentare la fortuna di dare vita ad una propria
azienda, dai padri di famiglia, alle madri, alle famiglie intere, ai nonni che
seguono l’unica famiglia che hanno, persone sole in cerca di un qualunque
futuro e con l’unica speranza di averne una possibilità. Sono solo alcune delle
tante forme di emigrazione ed immigrazione che nel mio ruolo Istituzionale ho
incontrato. Sono gli stessi volti che potevamo incontrare 70 anni fa come oggi,
a Monaco, scesi da un treno al famoso binario 11, come a Verona".
"Quei migranti di 70 anni fa, questo lo so per
averlo toccato con mano, sono stati a Monaco, in Baviera, in Germania,
costruttori di diritti per tutti, mediatori culturali, portatori di bellezza,
valori, cultura, arte che sono oggi parte integrante dell’immagine della città,
della regione, del Paese - ha aggiunto ancora di Benedetto -. Gli italiani
hanno portato un nuovo modo di vivere e gustare la vita, di mangiare, di
organizzare il tempo libero, di fare impresa e ricerca. Esistono aziende apicali
del mondo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione a guida italiana.
I migliori ristoranti sono italiani. Tanti lavoratori semplici ma creativi e
produttivi sono italiani. La Germania, senza l’italianità che è riuscita ad
assorbire, non sarebbe più la Germani che conosciamo. Eppure, 70 anni fa gli
italiani era solo divoratori di spaghetti e cascamorti che minacciavano le
ragazze alle quali fischiavano per strada, gente da rinchiudere in baracche
nelle quali dovevano rientrare entro una certa ora la sera per potere poi
uscire di nuovo solo l’indomani per andare a lavorare. Questi eravamo noi 70,
60, 50 anni fa. Questi sono oggi tanti migranti di Paesi extra-Europei che
arrivano in Europa, ancora oggi".
"Gli Italiani che alla fine dell’800 e all’inizio
del 900 migravano negli Stati Uniti erano considerati dei sottosviluppati, poco
più che animali, gettando le basi per le teorie raziali - ha proseguito la
Presidente del Comites -. Eppure, furono proprio quei sottosviluppati a
rivoluzionare l’agricoltura statunitense introducendo lo sfruttamento di
colture specializzate e intensive e tecniche tradizionali di irrigazione,
furono proprio loro a dare vita alla Bank of Italy a San Francisco che presto divenne
Bank of America. E così via con una sfilza ancora inconclusa di scoperte
scientifiche e tecnologiche che hanno cambiato l’umanità".
E "comprendere l'emigrazione" per la Presidente
di Benedetto "significa andare oltre la memoria, significa leggere
l’emigrazione come fenomeno sociale, culturale e politico. L’esperienza
italiana in Germania ci insegna che l’emigrazione non è mai solo movimento di
persone: è scambio di culture, è trasformazione delle città, è costruzione di
nuove comunità.
Oggi, gli italiani in Germania non sono più soltanto
“lavoratori migranti”: sono cittadini europei, protagonisti della vita
economica, culturale e politica. Comprendere questo percorso ci aiuta a
guardare con lucidità alle sfide attuali: l’integrazione, la mobilità, la
valorizzazione delle competenze, la tutela dei diritti. La storia
dell’emigrazione italiana in Germania è un ponte che unisce passato e futuro.
Dal 1955 al 2025, settant’anni di cammino ci mostrano come le comunità italiane
abbiano saputo trasformare la fatica in opportunità, la nostalgia in legami, la
distanza in nuove radici".
"Oggi ci troviamo troppo spesso a dovere difende
l’emigrazione da chi la descrive come un fenomeno nuovo per dimensione e
impatto. Chi lo sostiene mente o non è informato, oppure fa riferimento ad una
definizione del fenomeno non chiara. Secondo la definizione che definisce come
migrante internazionale un individuo che vive in un Paese diverso da quello
delle proprie origini, per un periodo che va dai 6 ai 12 mesi, le Nazioni Unite
contavano nel 1960 circa 93milioni di migranti, 170 milioni nel 2000 e una stima
pari a 247 milioni nel 2017. Cifre sorprendenti: ancora più sorprendente è
tuttavia ricordare che nello stesso periodo la popolazione mondiale sia
cresciuta ad un ritmo approssimativamente uguale, dai 3 miliardi del 1960, ai 6
miliardi del 2000 ai 7.6 miliardi del 2017, mantenendo stabile la quota di
emigrazione al 3% ca. Se consideriamo che le cifre del 1960 erano probabilmente
sottostimate a causa della mancanza di registrazione di molti movimenti e
fenomeni, potremmo addirittura dedurre una leggera flessione del fenomeno
migratorio. Un ultimo dato: Tra il 1846 e il 1924 emigrano 48 milioni di
Europei, il 12% della popolazione Europea nel 1.900. Tra il 1869 e il 1940 sono
emigrati in Nord Europa e nelle Americhe, circa 16.4 milioni di italiani, ovvero
la metà della popolazione italiana nel fatidico anno 1.900. Sono cifre
impressionanti". "Si urla spesso al pericolo rifugiati, dimenticando
che il numero totale dei rifugiati varia tra il 7 e il 12% di quel 3%
totale". E oggi è "importante come mai sottolineare il fondamento
razionale alle politiche migratorie perché troppi sono gli slogan che aleggiano
alimentando paure e odio di cui non abbiamo bisogno e che rischiano di
intimidirci, anche quando parliamo di immigrazione in Italia e in Germania,
dimenticando chi siamo, chi siamo stati, il treno e la valigia piena di sogni
con il quale siamo arrivati".
"L’emigrazione italiana in Germania non è soltanto
una pagina di storia - ha concluso il suo intervento la Presidente di Benedetto
-, ma un capitolo vivo della nostra identità europea, come ha detto il
Presidente Mattarella,” l’emigrazione fa parte della nostra identità
nazionale”. Ricordare e comprendere ci permette di rendere onore a chi ha
aperto la strada e di dare strumenti a chi oggi continua a percorrerla".
(aise/dip 13)
Un calendario
sui palazzi delle Ambasciate d’Italia
C’è un’Italia che si racconta anche attraverso i luoghi:
palazzi storici, ville e residenze che ospitano Ambasciate, Residenze degli
Ambasciatori e Istituti Italiani di Cultura. Non sono semplici sedi operative,
ma spazi di rappresentanza in cui architettura, arti decorative e memoria
istituzionale si intrecciano, offrendo una forma concreta e immediatamente
percepibile della presenza italiana nel mondo. In questa prospettiva si colloca
la nuova iniziativa legata alla collana dell’Editore Carlo Colombo di Roma, dedicata
alla valorizzazione del patrimonio architettonico e artistico delle
rappresentanze diplomatiche italiane all’estero: la pubblicazione del
“Calendario Ambasciate 2026”, concepito come progetto editoriale che accompagna
il raggiungimento del sessantesimo volume della Collana, traguardo che
testimonia la continuità e la solidità di un lavoro di lungo periodo.
L’Ambasciatore Gaetano Cortese, autore del calendario,
rinnova per il 2026 l’iniziativa avviata nel 2024: un calendario illustrato che
raccoglie immagini delle copertine e degli ambienti interni di alcune
Ambasciate e Residenze pubblicate nella Collana, trasformando un patrimonio
spesso poco accessibile in un racconto visivo fruibile e immediato. L’edizione
2026 è concepita come un viaggio in dodici tappe, in cui ogni mese diventa
l’occasione per entrare idealmente in un palazzo-simbolo della presenza italiana
nel mondo. Il percorso inizia a gennaio con l’Ambasciata d’Italia all’Aja (“Il
Palazzo di Sophialaan”), prosegue a febbraio con Vienna (Palazzo Metternich),
marzo con Bruxelles (Palazzo Caraman Chimay), aprile con Bucarest (Villa
Stolojan), maggio con Oslo (Villa di Inkognitogaten) e giugno con Berna (Villa
dei Marchesi Paulucci di Calboli). Nel secondo semestre, luglio è dedicato a
Helsinki (Villa Hjelt), agosto a Stoccolma (Palazzo di Oakhill), settembre
all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid (Palazzo Abrantes), ottobre
all’Ambasciata d’Italia ad Ankara, novembre alla Residenza dell’Ambasciatore a
Washington (Villa Firenze) e dicembre all’Ambasciata d’Italia a New Delhi.
Nell’introduzione al Calendario, il diplomatico Stefano
Baldi ricorda come i volumi già pubblicati sulle Residenze degli Ambasciatori e
sugli altri palazzi di rilievo all’estero - di proprietà dello Stato italiano e
destinati a ospitare le nostre Missioni diplomatiche - siano ormai numerosi.
Nella maggior parte dei casi si tratta di opere corredate da ricche sezioni
fotografiche e da un testo, talvolta bilingue, prevalentemente dedicato alla
storia degli edifici. Baldi sottolinea inoltre che la collana curata dall’Amb.
Gaetano Cortese rappresenta oggi la raccolta più completa di questo genere
editoriale: un risultato che non deriva solo dall’ampiezza del catalogo, ma
dalla qualità del metodo, capace di restituire il valore delle sedi
diplomatiche oltre il loro pur rilevante profilo architettonico. In più
occasioni, osserva Baldi, è stato evidenziato come le Missioni costituiscano
una sintesi simbolica fra Paese rappresentato e Paese ospitante; il loro
significato trascende dunque il mero valore degli edifici e si configura come
testimonianza tangibile dei rapporti bilaterali, della loro evoluzione storica
e della loro solidità. In questo quadro, le Residenze, soprattutto quando
demaniali, assumono una funzione particolarmente strategica: sono strumenti di
lavoro di primaria importanza e un mezzo straordinario di collegamento con la
realtà locale in cui operano gli Ambasciatori, risultando spesso lo spazio più
idoneo non solo per incontri ufficiali, ma anche per le molteplici iniziative
di promozione dell’Italia a beneficio delle diverse componenti del Sistema
Paese.
Al di là dell’impatto visivo, il Calendario ha il merito
di richiamare l’attenzione sul lavoro quotidiano di tutela che consente a
queste sedi di rimanere all’altezza della loro funzione: manutenzione,
conservazione e interventi di restauro che preservano edifici spesso complessi,
storicamente stratificati e fortemente simbolici. In questo senso, la
pubblicazione diventa anche un modo per valorizzare la costante attenzione dei
Capi Missione e delle strutture competenti al mantenimento e alla cura di un demanio
diplomatico che non è soltanto un insieme di immobili, ma un capitale culturale
e istituzionale dell’Italia nel mondo.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, la
versione digitale del “Calendario Ambasciate 2026” è scaricabile all’indirizzo:
https://diplosor.wordpress.com/wp-content/uploads/2025/12/calendario_ambasciate_cortese_2026-3.pdf
Le versioni digitali dei volumi della Collana diretta
dall’Amb. Gaetano Cortese sono inoltre consultabili online nella “Biblioteca
digitale dei libri scritti da diplomatici italiani”, che raccoglie numerose
pubblicazioni di autori provenienti dalla carriera diplomatica, inclusa una
sezione dedicata aalle Ambasciate
https://diplosor.wordpress.com/biblioteca-digitale-dei-libri-di-diplomatici-italiani/
Arturo Varè, de.it.press 22
Glamour: una
bellezza del cuore, non dell’apparenza
Il glamour è un termine che si è mosso attraverso i
secoli, cambiando veste, mutando colore e acquisendo nuovi significati in ogni
epoca. Per alcuni ricorda le luci brillanti, gli abiti costosi o l’aspetto
perfetto. Per altri implica celebrità, fama e riconoscimento sociale. E
tuttavia, al di sotto di questi strati di scintillio superficiale, esiste una
verità così profonda da essere spesso trascurata: il glamour non è ciò che si
dipinge all’esterno, ma lo spirito dell’anima che brilla dall’interno.
Questo può sembrare un pensiero radicale in un mondo in
cui la finzione è più importante della realtà. Ma, in verità, è senza tempo. Il
glamour non è mai stato realmente una questione di decorazioni materiali. La
sua vera dimora è sempre stata lo spirito umano. Per interpretare il glamour,
dobbiamo conoscere noi stessi. Siamo esseri stratificati, con abiti esterni che
il mondo percepisce e una topografia interiore che solo noi possiamo sentire.
Mentre la società glorifica sempre l’esterno, la vera bellezza è sempre stata
luminosa al suo nucleo. La posa può essere lodata dal mondo, ma viene distrutta
dall’assenza di luce nell’anima.
La maschera della superficialità
La cultura contemporanea ha perfezionato il processo di
trasformare il glamour in un prodotto. Foto ritoccate, pose studiate, stili di
vita modificati e una costante ricerca di approvazione esterna sono diventati
strumenti per costruire un’immagine. Questa immagine può sembrare splendente,
ma è uno splendore preso in prestito, dipendente da angoli, luci e dal giudizio
del pubblico.
Questo tipo di glamour è fragile. Deve essere mantenuto e
lucidato continuamente. Cambia con le mode, crolla con le critiche, svanisce
quando le luci si spengono. È un glamour che nasce sulla superficie e muore
sulla superficie.
Questo glamour esteriore è come una candela tenuta contro
il vento: arde per un momento, vacilla in quello successivo e si spegne al
minimo soffio. Non può stabilizzarsi perché non nasce dalla fornace dell’anima.
Si basa sulle aspettative del mondo.
Ma esiste un altro tipo di glamour, che non è soggetto a
cambiamento, che non si fonda sull’ammirazione o sull’attenzione. Non è un
ornamento: è una forza.
La luce interiore: la dimora del vero glamour
Il vero glamour nasce dentro l’anima umana, nei suoi
pensieri, nelle sue intenzioni, nell’intelligenza emotiva, nella gentilezza,
nella forza. È una luce che brilla senza sforzo perché non è costruita; è
coltivata. Questo glamour non è appariscente, ma non può essere ignorato. Non
grida, ma merita rispetto. Non deve essere dipinto in superficie: cresce dalla
personalità, dalla bontà, dalla forza.
Lo si vede nel modo in cui una persona si presenta, non
perché vuole essere notata, ma perché è in pace con sé stessa. Lo si coglie
nella sua voce, non perché cerca di impressionare, ma perché è sincera. Lo si
percepisce in loro non per la bellezza dell’abito, ma per ciò che risiede nel
loro mondo interiore, profondo e luminoso.
Il glamour interiore non è una decorazione, ma un
bagliore. È la vittoria della realtà sulla finzione. È il trionfo dello spirito
sullo spettacolo. È la bellezza che rimane quando il trucco è stato rimosso,
quando gli applausi sono finiti e quando non c’è più nessuno.
Glamour come riflesso dell’anima e della forza
Il glamour interiore è il risultato della maturità.
Emerge quando l’individuo comprende che il proprio valore non si misura dal
numero di occhi puntati su di lui, ma dalla profondità della sua comprensione
di sé. Il glamour è naturale quando l’anima è composta, elegante e radicata.
Una persona glamour non è colei che appare impeccabile,
ma colei che appare completa. Il suo carisma non deriva dai vestiti che
indossa, ma dalla sicurezza che possiede. Non è la perfezione a renderla
attraente, ma la sua presenza. La sua bellezza non nasce dalla posa, ma
dall’intento.
L’anima consapevole diventa luminosa. Questa luce non è
teatrale. È trasformativa. Accarezza gli altri in modo delicato e potente.
Ispira senza sforzo. Non esibisce, ma si innalza. È il glamour della realtà,
non quello dell’illusione.
Perché il glamour interiore è così prezioso
L’autenticità è ribelle in un mondo in cui si impara
prima a sembrare buoni che a essere buoni. Ma il glamour interiore non è
difficile; richiede solo uno sguardo verso l’interno, richiede pazienza,
richiede che ci si osservi. Esige che si rallenti e si ascolti il cuore.
Mentre il glamour esteriore può essere comprato,
replicato o simulato, il glamour interiore deve essere conquistato. Germoglia
dalle esperienze, dalle prove, dalle lezioni apprese nel silenzio, dalla
saggezza accumulata nel dolore e nella guarigione.
La vita lo ha plasmato, non la moda.
Per questo alcuni dei personaggi più glamour del passato
non erano coloro che possedevano guardaroba lussuosi o vite opulente. Erano
uomini e donne dell’anima: scrittori, pensatori, filosofi, leader, artisti,
umanitari, persone il cui bagliore interiore oscurava qualsiasi condizione
esterna.
Il profumo del loro carattere era il loro glamour. Era
una luce indipendente, al di là degli applausi del mondo.
Il rapporto tra glamour e autenticità
Il glamour, quando è unito alla grazia, è autenticità.
Nulla è più affascinante di una persona completamente autentica: senza
maschere, senza scuse, senza paura di esprimere la propria verità.
L’autenticità è magnetica. Le persone la percepiscono. La fidano. Ne sono
attratte.
Quando una persona non deve recitare, diventa potente.
Non è lei a inseguire l’ammirazione: è l’ammirazione a
inseguire lei. Non combatte per attirare l’attenzione: è l’attenzione a essere
attirata. Il suo glamour non è un ruolo: è un modo di essere.
Questo è il glamour che rimane.
È il glamour che ispira.
È il glamour che guarisce.
La grazia della semplicità
C’è una semplicità sorprendente nelle persone veramente
glamour. Non sono esibizioniste o appariscenti, ma misurate. Sanno mantenere la
calma nelle difficoltà, sanno ascoltare, sanno parlare con gentilezza, sanno
sorridere con sincerità.
Ciò che le rende glamour sono i piccoli gesti: il modo in
cui trattano gli estranei, il modo in cui affrontano le difficoltà, il modo in
cui fanno sentire bene gli altri senza aspettarsi nulla in cambio. Questo tipo
di glamour non ha bisogno dei riflettori perché è esso stesso una forma di
luce.
La dimensione spirituale del glamour
Il vero glamour ha una dimensione profondamente
spirituale. Quando l’anima è in armonia con la sua missione, quando la persona
ha pensieri puri e intenzioni nobili, essa emette un’altra forma di bellezza –
una bellezza che va oltre l’apparenza.
È una bellezza intuitiva.
È riconosciuta dal cuore.
È ricordata dall’anima.
Non è fisica, ma emotiva e spirituale.
Il bagliore dell’io interiore è la manifestazione umana
più potente. L’età, le circostanze, le critiche non possono oscurarlo. Diventa
più saggio man mano che cresce.
L’artificialità del glamour esteriore muore.
Il glamour diventa interiore nel tempo.
Trasformare sé stessi in un’anima glamour
Il glamour interiore deve essere coltivato attraverso la
consapevolezza: la consapevolezza delle emozioni, dei valori, delle convinzioni
e delle capacità.
Richiede di coltivare qualità come:
* la grazia che non rifiuta nessuno,
* la chiarezza che taglia l’oscurità,
* la gratitudine che illumina anche i momenti ordinari,
* la moderazione che alleggerisce l’anima,
* la fiducia che rafforza l’integrità,
* e la compassione che lega un cuore all’altro.
Queste qualità convergono e rendono una persona
magnetica. Sono rassicuranti nella loro presenza. La loro vita diventa
curativa. La loro esistenza diventa ispirazione.
Questa è una bellezza che non può essere fotografata o
riflessa. Il glamour vive negli occhi di coloro che percepiscono la tua
sincerità, nei cuori di coloro a cui sei gentile.
La verità finale
La bellezza e il glamour non smetteranno mai di essere
definiti dal mondo. Ma la definizione migliore sarà sempre la tua. Quando il
mondo dentro di te è luminoso, tutto ciò che tocchi diventa luminoso.
Il glamour non è una posa.
È una presenza.
Non è un’immagine.
È un’identità.
Non è mostrato.
È incarnato.
L’anima è l’unica cosa veramente glamour, una luce che
non ha bisogno dei riflettori.
Krishan Chand Sethi, dip 9
Lina, chi è la
prodigio che a 12 anni entra all’Università di Bonn
Dopo solo 6 anni di scuola, ha iniziato a studiare
Economia politica in Germania. «Abbiamo dovuto raccogliere una sfida: la sua
intelligenza eccezionale», dicono i genitori – di Cristina Benenati
Un prodigio, dalle enormi potenzialità, volata
all’Università a 12 anni e dopo soli 6 anni di scuola. Che Lina Heider avesse
delle capacità inusuali, se ne erano accorti i genitori, visto che a un anno
preferiva libri con testi lunghi, a 2 sapeva contare fino a dieci e a 11 aveva
letto opere come Faust I e Faust II di Goethe.
Il suo percorso scolastico ha dell’incredibile. La più
giovane diplomata della Germania ha conseguito la Maturità tedesca a 11 anni e
ora è già un’universitaria, iscritta a Economia politica all'Università di
Bonn. Le sue potenzialità le hanno fatto bruciare tappa su tappa: dalla prima
classe è passata direttamente alla quinta, poi all'ottava e successivamente
alla decima, undicesima e dodicesima. In Italia, per capire meglio, è come se
avesse saltato gran parte di elementari e medie, facendo meno anni di liceo
rispetto al normale percorso. E i media le tengono gli occhi addosso da tempo,
come stuidentessa prodigio che sta bruciando tanti record.
A stare dietro all’intelligenza della figlia, cercando di
agevolarla a trovare il percorso giusto, adatto alle sue capacità, sono stati
genitori. La madre racconta che per la figlia è stato difficile «ambientarsi» a
scuola, all’inizio. Inizialmente si annoiava moltissimo e così è emerso
qualcosa che non era mai stato una sfida per i suoi genitori o per l’asilo:
l'intelligenza eccezionale di Lina.
«Lina è altamente plusdotata, con un quoziente
intellettivo molto elevato», concordano i diversi insegnanti che l’hanno avuto
modo di testate il suo genio. «Dopo solo un anno di scuola elementare, Lina si
trasferì al liceo femminile Sankt Adelheid di Bonn – racconta la mamma -.
Saltava le classi, aveva sempre nuovi compagni, che erano sempre molto più
grandi. «Sono abituata a stare con persone più grandi», ha tranquillizzato la
super studentessa in un’intervista. Lina e la sua famiglia hanno trovato supporto
per le notevoli difficoltà accademiche anche frequentando un centro di
arricchimento extracurriculare per bambini e adolescenti dotati, il
Kinder-College e.V. di Coblenza. Lina frequentava il centro ogni secondo sabato
del mese. Quanto è bastato per risultati eccellenti. Poi si sono aperte le
porte dell’Ateneo di Bonn.
Nel breve periodo punta a conseguire la laurea triennale.
In seguito, non ha escluso un periodo di studio all'estero. I suoi interessi
spaziano anche in altri ambiti, tra cui biologia, germanistica, politica e
scienze sociali. «Forse seguirò già ora uno o due corsi aggiuntivi», ha
concluso.
Il giallo delle origini afgane, il dibattito sui social e
i chiarimenti della famiglia
La storia di Lina ha preso una piega preoccupante per la
famiglia, ad un certo punto. Invece di poter festeggiare serenamente con la
figlia, i genitori si sono improvvisamente ritrovati al centro di una campagna
sui social media. Al centro della disputa le possibili origini afghane di Lina,
nascoste però, secondo gruppi di utenti sui social. Una bagarre che ha fatto
emergere un presunto scandalo mediatico razzista. Una nuvola di polemiche che
sembrerebbero senza fondamento. Nessune origini negate, pare abbiano detto i
genitori a ZDFheute: Lina è nata in Germania, i suoi genitori non sono afghani
e la famiglia non ha precedenti di rifugiati. Poi una frase che un po’ di
dubbio, però, lo lascia: «La famiglia chiede che sia rispettata la privacy e
non desidera rilasciare ulteriori dichiarazioni al momento». Ma origini,
dibattito e odio social a parte, il genio di Lina va avanti dritto nelle aule
universitarie. LS 16
Si pregano gli
italiani all’estero di porgere l’altra guancia
Viviamo in un periodo in cui, se non si presta attenzione
al flusso di informazioni provenienti dall’Italia, si rischia di rimanere
tagliati fuori da decisioni che, pur essendo prese nel silenzio generale,
incidono profondamente sulla vita degli italiani all’estero. Chi vive fuori dal
Paese spesso non ha accesso a un’informazione completa: i telegiornali e i
programmi televisivi di approfondimento raramente dedicano spazio alle
questioni che riguardano i quasi 8 milioni di cittadini italiani residenti oltre
confine. E così, mentre l’opinione pubblica resta concentrata sui temi interni,
si compongono mosaici legislativi e riforme che riguardano direttamente la
diaspora, ma di cui si parla poco o nulla.
Alcune mie considerazioni mi portano ad avere dubbi su
procedure pronte a essere adottate o già imposte, come il voto in presenza nei
consolati: un ostacolo mascherato da riforma.
In questo contesto, circola insistentemente la notizia
che, per il referendum sulla riforma costituzionale relativa alla giustizia,
previsto, secondo diverse indiscrezioni, per marzo 2026, il Governo italiano
stia valutando di reintrodurre il voto esclusivamente in presenza presso i
consolati.
Una simile scelta sarebbe devastante per milioni di
italiani che vivono a centinaia o migliaia di chilometri dal consolato più
vicino. In molti Paesi le strutture consolari sono poche e insufficienti per
accogliere flussi massivi; molti lavoratori non potrebbero assentarsi e gli
anziani, i disabili e le famiglie con bambini non avrebbero alternative.
Un diritto costituzionale fondamentale, il voto,
diventerebbe di fatto un privilegio per pochi.
Ed è difficile non intravedere in questa proposta un
possibile “esperimento generale”, un test preliminare per valutare la reazione
della comunità italiana all’estero in vista della riforma considerata dal
Governo la madre di tutte le riforme: il Premierato (o “Presidenzialismo di
fatto”). In una fase politica tanto delicata, limitare la partecipazione
elettorale degli italiani all’estero equivarrebbe a escludere una parte
significativa del corpo elettorale, che spesso vota diversamente rispetto al
trend interno.
Da maggio abbiamo segnalato l’impatto della nuova legge
sulla cittadinanza italiana per i nati all’estero. Essa stabilisce che chi
nasce fuori dall’Italia e possiede un’altra cittadinanza non acquisisce
automaticamente quella italiana, e che la cittadinanza potrà essere
riconosciuta solo attraverso una procedura di richiesta legata alla discendenza
e a determinati requisiti.
Ma la legge introduce anche alcune eccezioni: viene
prevista infatti la possibilità dell’acquisto della cittadinanza “per beneficio
di legge” per i figli minori nati all’estero, purché almeno uno dei genitori
sia cittadino italiano per nascita.
Da anni si registrano interventi che riducono o limitano
progressivamente le risorse per gli iscritti AIRE. Dai corsi d’italiano alle
attività culturali, passando per le carenze dei servizi in alcuni consolati nel
mondo, dovute soprattutto alla mancanza di personale, il quadro è quello di un
progressivo disinvestimento. Anche le istituzioni elette, come i Comitati degli
Italiani all’Estero (Com.It.Es.) e il Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero (CGIE), patiscono profondamente questo incomprensibile comportamento
del Governo verso gli italiani che vivono oltre confine.
Le istituzioni rappresentative, come Com.It.Es. e CGIE,
denunciano da anni questa deriva, ma spesso vengono ignorate o consultate solo
formalmente, senza un reale ascolto politico.
Il messaggio implicito sembra essere chiaro: gli italiani
all’estero contano quando servono, ma diventano invisibili quando bisogna
investire su di loro.
Dei piccoli passi avanti, seppur insufficienti, si sono
registrati grazie all’impegno di alcuni parlamentari eletti nella
circoscrizione Estero, in primis l’On. Toni Ricciardi: l’esenzione IMU per
circa 100.000 italiani iscritti AIRE proprietari di una casa in Italia e la
possibilità di richiedere o rinnovare la Carta d’Identità Elettronica (CIE) nei
comuni italiani durante i rientri temporanei. Sono passi positivi, ma incapaci
di compensare la generale linea di disinvestimento e disinteresse.
L’Italia sembra dimenticare che gli italiani all’estero
iscritti all’AIRE sono più di 7 milioni e 300 mila e continuano a crescere.
Essi rappresentano una delle più grandi comunità transnazionali del mondo e
generano ricchezza economica, culturale e diplomatica per il Paese. Promuovono
l’Italia ovunque, spesso più efficacemente di molte politiche istituzionali.
Eppure, dalle scelte recenti appare come se fossero un
peso, un problema, un capitolo trascurabile della vita nazionale. Questa
percezione alimenta frustrazione, distacco emotivo, senso di abbandono e
perfino un indebolimento dell’identità italiana all’estero.
L’Italia celebra la sua cucina, ma dimentica chi l’ha
resa globale.
Oggi esultiamo per l’ingresso della cucina italiana nel
Patrimonio Immateriale dell’UNESCO, un traguardo straordinario. Ma raramente
viene riconosciuto che la diffusione planetaria della cucina italiana non è
merito della politica italiana, bensì del lavoro degli italiani all’estero:
ristoratori, imprenditori, commercianti, associazioni regionali, famiglie di
emigrati che per decenni hanno portato, difeso e valorizzato la nostra cultura
gastronomica nei cinque continenti. Se la cucina italiana è conosciuta ovunque,
è soprattutto grazie a loro.
Mi auguro sinceramente che le mie riflessioni siano solo
supposizioni e non anticipazioni di ciò che verrà. Ma una cosa la so: gli
italiani all’estero non staranno a guardare.
Difenderanno i propri diritti, la propria identità e il
proprio legame con la Nazione Italia. Perché essere italiani non è solo una
questione di geografia, ma di appartenenza, memoria e continuità culturale.
Carmelo Vaccaro, aise 11)
La resilienza
ereditata dai nostri antenati
Dalla Sicilia delle guerre servili alla memoria
culturale, le voci degli schiavi ci parlano ancora oggi.
La Sicilia, tra il 135 e il 100 a.C., fu teatro delle
prime grandi ribellioni di schiavi della storia. Uomini e donne privati della
libertà si sollevarono contro i padroni romani, guidati da figure come Salvius
e Athenion. Non era solo rabbia cieca: era una lotta per dignità, identità e
libertà collettiva, un esempio di resilienza che ci parla ancora oggi. Anche
nella vita quotidiana più dura, gli schiavi sviluppavano strategie di
sopravvivenza e resistenza morale. Canti di lavoro, gesti segreti, piccoli rituali
e manufatti simbolici permettevano di preservare identità, memoria e
solidarietà, strumenti che venivano trasmessi di generazione in generazione e
diventavano parte della memoria collettiva. Oggi alcune tradizioni popolari
siciliane, canti e rituali legati alla terra possono essere interpretati come
eco della memoria degli schiavi, insegnandoci che la dignità e la forza
interiore possono sopravvivere anche nelle condizioni più dure.
Studiare la storia vista dalla prospettiva degli schiavi
siciliani significa riconoscere la nostra forza interiore, coltivare la memoria
e valorizzare solidarietà e dignità.
La resilienza non è solo un valore del passato: è un
patrimonio vivo che possiamo portare dentro di noi ogni giorno, un’eredità
silenziosa dei nostri antenati che ci insegna a sopravvivere, resistere e
mantenere l’identità anche di fronte alle sfide più estreme.
Giuseppe Tizza, de.it.press 21
La Settimana
della Cucina Italiana nel Mondo
ROMA – Nell’ambito della presentazione a Villa Madama
della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo (vedi Inform Presentata a Villa
Madama la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo,
Tajani: Il settore agroalimentare rappresenta il fiore all’occhiello della
produzione italiana e del nostro export | www.comunicazioneinform.it) si è
tenuto un panel dedicato alle opportunità e alle sfide della filiera
agroalimentare e vitivinicola. Ha in primo luogo preso la parola Vincenzo
Celeste (Rappresentante Permanente presso l’Unione Europea) che ha ricordato il
tema dei dazi statunitensi e di come l’UE sia riuscita, seppur tra problemi di
varia natura, a gestire tale questione, essendo il tema economico
internazionale un qualcosa che compete alle istituzioni comunitarie. Sono stati
ricordati appunto i dazi che si sono fermata alla soglia del 15% per lo meno
nel settore in oggetto. “Da questi dazi stiamo chiedendo delle esenzioni che
riguardano diversi prodotti: esenzioni che però ancora non riusciamo ad ottenere”,
ha spiegato Celeste sottolineando che un miglioramento delle condizioni per i
prodotti europei sarebbe subordinato all’approvazione dei regolamenti UE per la
riduzione dei dazi europei nei confronti dei prodotti americani. Maurizio
Martina (Vicedirettore generale della FAO) ha confermato che il saper fare
italiano anche nel settore agroalimentare è un valore aggiunto straordinario.
“Tutti riconoscono questa forza: è uno degli esempi di soft power, per quanto
non sia riassumibile solo in questo concetto ma riguarda anche il modo con cui
riusciamo a fare impresa e portare le nostre esperienze nel mondo”, ha rilevato
Martina evidenziando che c’è poi l’impatto del cambiamento climatico e ci
sono le sfide tecnologiche che stanno certamente influendo nel settore in
questione. Martina ha infine auspicato nuovi spazi di crescita passando anche
per le grandi agenzie coinvolte nel multilateralismo. Luigi Scordamaglia
(Amministratore Delegato Filiera Italia) ha sottolineato l’importanza di avere
alleanze tra mondo pubblico e privato esprimendo soddisfazione per il modo in
cui si sta sviluppando questo coordinamento. “Bisogna avere il coraggio di
riconoscere ai governi ciò che fanno”, ha sottolineato Scordamaglia
evidenziando i 15 miliardi messi dall’attuale Governo per la filiera
agroalimentare muovendosi anche a sistema con un Ministero degli Esteri che si
è evoluto negli anni nell’aspetto commerciale. Lucia Forte (Amministratore
Delegato Oropan) ha spiegato che a volte basta un semplice prodotto come il pane
per raccontare cosa è davvero un Paese, rappresentando un prodotto
all’apparenza così comune anche valori e cultura. Forte ha ricordato che
internazionalizzare il pane è un qualcosa di importante perché significa
portare la nostra terra nel mondo insieme a un sistema produttivo sostenibile.
Luca Brondelli (Vicepresidente Confagricoltura) ha spiegato che in questo
momento i dazi stanno impattando su alcuni prodotti italiani per quanto abbia
la convinzione che gli imprenditori saranno efficienti nel far fronte al
problema. Brondelli ha anche espresso un certo orgoglio per la quantità di
italiani che, in giro per il mondo, hanno saputo fare impresa avendo successo.
“Non vendiamo solo prodotti ma uno stile di vita”, ha sottolineato Brondelli
menzionando ad esempio la qualità della dieta mediterranea. Marzia Varvaglione
(Vicepresidente Unione Italiana Vini) ha spiegato che la cucina rappresenta
necessariamente l’abbinamento tra cibo e vino. Tuttavia anche il consumo di
vino è leggermente cambiato, recentemente, con l’adozione di nuove abitudini
culinarie, più leggere, ma senza rinunciare a questo prodotto che resta ben
presente sulle tavole degli italiani. A seguire si è svolto il Panel sulla
dimensione del cibo come elemento di cultura, condivisione e dialogo. Bruno
Archi (Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a Roma) ha
definito il diritto al cibo come un qualcosa che equivale a dignità. Archi si è
riferito a zone calde come la Striscia di Gaza e il Sudan dove il cibo è la
primaria necessità per la popolazione civile. Archi ha anche menzionato il
programma alimentare della FAO, ringraziando la filiera agroalimentare
italiana per la solidarietà. Si è poi parlato dell’invio di circa 300
tonnellate di cibo a Gaza. Una iniziativa he ha comportato certamente degli
ostacoli anche di carattere burocratico. “Questa azione ci è stata riconosciuta
anche da altri Paesi europei”, ha aggiunto Archi, evidenziando come l’Italia
abbia dato prova dell’impegno del Sistema Paese con un tavolo variegato
per portare avanti un programma come il Food for Gaza. Maddalena Fossati
(Presidente del Comitato promotore della cucina italiana a Patrimonio
immateriale dell’UNESCO) ha definito la cucina italiana come un elemento
fortemente identitario e culturale: “esiste da tantissimo tempo prima ancora
che si formasse l’Italia”, ha precisato Fossati ricordando che il
riconoscimento a Patrimonio UNESCO della cucina italiana sarebbe un risultato
importantissimo. “Ho visto cuochi che hanno cominciato a dialogare e cucinare
insieme: passi importanti verso l’appropriazione culturale della cucina
italiana. Comunque vada c’è questa consapevolezza forte”, ha spiegato Fossati
auspicando che la cucina italiana possa essere insegnata come materia
scolastica. Alberto Figna (Presidente di ALMA) ha ricordato che ALMA nasce
oltre venti anni fa sulla base di un’idea di cultura del territorio legata al
cibo. “In venti anni ha formato 15mila diplomati”, ha rilevato Figna
sottolineando che probabilmente in molti ristoranti di alta cucina in giro per
il mondo potrebbe esserci un diplomato ALMA. “La cucina italiana è una forma di
cultura viva capace di ispirare, educare e creare connessioni profonde”, ha
evidenziato Figna sottolineando che ALMA collabora con numerose scuole
straniere in diversi Paesi del mondo. Lo Chef Salvatore Bruno (Segretario
Generale Federazione Italiana Cuochi) ha ricordato che spesso si parla della
cucina italiana come ambasciatrice dei nostri territori. “Questo è vero ma ci
rendiamo anche conto che la cucina italiana oltre che avere un’identità ha una
grandissima competenza nel trasformare il patrimonio della nostra biodiversità
e stagionalità”, ha aggiunto Bruno sottolineando che l’Italia non esporta solo
prodotti ma esporta anche molte competenze. Lo Chef Alessandro Circiello
(Responsabile Comunicazione Federazione Italiana Cuochi) ha parlato di cucina
italiana evidenziando i suoi aspetto salutari, considerando l’intera piramide
alimentare fatta anche di stagionalità e biodiversità. Circiello ha quindi
elogiato le materie prime della cucina italiana che sono alla base dei piatti
della tradizione italiana. (Inform/dip 2)
La struttura di un prospettato Dipartimento per gli
Italiani all’Estero (DIE) è stata programmata per essere un contatto operativo
tra chi ha quesiti da esporre con chi è in grado di fornire degli adeguati
pareri. Dato che i Connazionali all’estero ci hanno già fatto conoscere alcune
loro necessità, a noi non resta che dare possibile valenza ad un progetto che,
una volta completato, consentirebbe d’esporre, a chi compete, i problemi che
interessano i nostri Lettori e non necessariamente solo quelli residenti
all’estero.
Il DIE dovrebbe
essere strutturato in modo d’offrire un quadro di generale interesse sulle
principali questioni socio/economiche che richiedono chiarezza espositiva e
rapidità interpretativa. Senza dimenticare anche l’appoggio delle Associazioni
italiane che già si sono sviluppate all’estero. Insomma, meno “sigle” e più
collaborazione. Al momento opportuno, specificheremo come esporre i problemi.
Ovviamente dopo che il DIE sarà una realtà politica operativa. Ora dovrebbero
entrare in campo i partiti.
Solo così si potrà introdurre un valido servizio
operativo che, ora, appare inaccessibile, o poco comprensibile, per chi vive
lontano dalla Penisola. Il Dipartimento potrebbe essere la svolta
interpretativa ai problemi che coinvolgono milioni d’italiani “altrove” e che
la politica, alla vecchia maniera, non ha mai affrontato coerentemente. Questo
2026 potrebbe essere l’anno dell’auspicata evoluzione socio/politica.
Giorgio Brignola, de.it.press
La Favola del
Ponte che Sognava il Giorno
C’era una volta, lungo il grande fiume Reno, un ponte
elegante come un arco di luce.
Di notte sembrava addormentato, immobile, avvolto nel
silenzio dell’acqua.
Di giorno, invece, diventava un corridoio di passi,
pensieri e sogni.
Sulla sponda destra viveva Lina, una giovane che ogni
mattina attraversava il ponte per andare a lavorare sulla sponda sinistra.
Lina aveva un dono: sapeva vedere le storie nascoste
nelle cose.
Così, mentre camminava, osservava il Reno cambiare colore
e umore: a volte d’argento, a volte d’oro, a volte di un blu profondo che
sembrava custodire segreti millenari.
Il ponte, che tutti chiamavano semplicemente Ponte, la
conosceva bene.
Aveva notato che Lina non era come gli altri passanti:
lei si fermava, respirava, guardava il fiume come se ascoltasse una musica che
gli altri non sentivano.
E quando scattava una foto, Ponte sentiva di diventare
parte di qualcosa di importante, come se ogni suo rumore o riflesso fosse un
piccolo pezzo d’arte.
Un pomeriggio d’autunno, mentre il vento faceva danzare
le foglie nell’aria, Ponte si accorse che Lina sembrava più stanca del solito.
“Vorrei potermi muovere,” pensò, “vorrei portarla io,
sollevarla, farle sentire quanto è bello ciò che vede ogni giorno.”
Ma Ponte era un ponte, e i ponti non camminano.
Allora decise di fare l’unica cosa che potesse: regalare
bellezza.
Quel giorno volle riflettere la luce del tramonto meglio
che poteva. Allungò la sua ombra sull’acqua come un abbraccio e lasciò che il
vento portasse verso Lina un profumo di foglie e fiume.
Lina si fermò, guardò il cielo diventare arancio e il
Reno trasformarsi in vetro liquido.
Il cuore si riempì.
Il respiro si fece leggero.
“Grazie,” sussurrò.
E il ponte sentì quelle parole vibrare nelle sue travi,
come se fossero note di una canzone.
Da quel giorno, ogni mattina e ogni sera, Ponte e Reno si
mettevano d’accordo per regalare a Lina un piccolo miracolo: una luce inattesa,
una nuvola dalla forma buffa, un volo di uccelli, un riflesso dorato.
Lei li fotografava e li portava al mondo, a chi non aveva
la fortuna di vivere quel percorso incantato.
Così, col tempo, si diffuse una voce:
“Sulle sponde del Reno c’è un ponte che fa magie.”
Ma pochi sapevano che quelle magie erano nate
dall’amicizia silenziosa tra una giovane che sapeva vedere e un ponte che aveva
imparato a sognare.
E ogni volta che Lina camminava verso casa, Ponte
pensava: “Non posso muovermi.
Ma posso essere il luogo dove qualcuno ritrova il cuore.”
E questo gli bastava.
Giuseppe Tizza, de.it.press
Disparità nelle
pensioni pubbliche e private all’estero
ROMA - La disparità di trattamento fiscale dei pensionati
pubblici (Ex Inpdap) e privati all’estero è “coerente con il Modello OCSE di
Convenzione fiscale”, “largamente accettato nelle relazioni tra Stati”. Così la
sottosegretaria all’economia, Lucia Albano, che ieri, in Commissione Finanze,
ha risposto alla interrogazione con cui Toni Ricciardi (Pd) chiedeva al Mef se
intendesse “promuovere, per quanto di competenza, anche in sede internazionale,
una revisione delle convenzioni contro le doppie imposizioni e adottare
iniziative normative per modifiche della disciplina volte ad assicurare un
trattamento fiscale equo tra pensionati pubblici e privati residenti
all'estero, evitando disparità non più coerenti con i principi di uguaglianza e
con l'attuale quadro europeo della mobilità dei lavoratori”.
Ricciardi, in particolare, richiamava la Convenzione
contro le doppie imposizioni tra Italia e Germania, in base alla quale le
pensioni da lavoro privato sono tassate esclusivamente nel Paese di residenza
del soggetto, mentre quelle pubbliche restano tassate in Italia.
“L'obiettivo generale della tipologia di convenzioni qui
in rilievo risiede nell'eliminazione della doppia imposizione attraverso la
ripartizione tra i due Stati contraenti dei diritti impositivi”, ha ricordato
Albano. “Il singolo assetto regolatorio riflette, peraltro, la specificità
delle relazioni storiche, economiche e sociali bilaterali tra gli Stati
contraenti. D'altra parte, possono legittimamente sussistere dei trattamenti
diversi nella legislazione interna degli Stati nazionali, ciascuno dei quali assoggetta
a imposizione i redditi da pensione in base alla propria legislazione
domestica. In ogni caso, ove gli Stati contraenti sono anche Paesi membri
dell'Unione europea, la ripartizione della potestà impositiva avviene nel pieno
rispetto delle libertà fondamentali di cui ai Trattati”.
Entrando nel merito della questione, la sottosegretaria
ha sostenuto che “il differente trattamento dei pagamenti pensionistici privati
(ex articolo 18) e pubblici (ex articolo 19) è coerente con il Modello OCSE di
Convenzione fiscale, modello largamente accettato nelle relazioni tra Stati,
cui pure il trattato italo-tedesco si ispira. In particolare, il Commentario al
Modello OCSE, relativamente all'articolo 19, evidenzia come l'imponibilità
nello Stato della fonte inizialmente rispondeva a esigenze di cortesia
internazionale e di rispetto reciproco tra Stati sovrani”.
Lo stesso Commentario “sottolinea inoltre che il
principio secondo cui la potestà impositiva spetta esclusivamente allo Stato
che eroga il reddito è stato recepito in un numero così elevato di convenzioni
stipulate tra gli Stati membri dell'OCSE da potersi considerare ormai
consolidato a livello internazionale. Viene infine chiarito che le pensioni
corrisposte agli ex dipendenti pubblici sono, ai fini fiscali, assimilate ai
salari o agli stipendi percepiti dagli stessi lavoratori durante il periodo di
servizio attivo”.
Quindi, ha concluso, “non sembrerebbero sussistere
ragioni di carattere tecnico a sostegno della necessità di modificare i criteri
di ripartizione pattizia della potestà impositiva con riguardo alle pensioni
percepite dai lavoratori pubblici”.
Nella sua replica, Ricciardi si è detto “da un lato
soddisfatto per la presa d'atto del problema, dall'altro insoddisfatto per
l'assenza di una proposta risolutiva”. Il deputato eletto all’estero ha quindi
invitato la sottosegretaria “ad intervenire fattivamente, come già più volte
fatto in passato, per alleviare la condizione di quei pensionati italiani
residenti all'estero, costretti, di fatto, a subire una doppia imposizione, con
una sostanziale e gravosa decurtazione delle somme loro spettanti”. Ricciardi
ha infine auspicato “un intervento tempestivo dell'Esecutivo”, assicurando la
sua “massima cooperazione anche nell'individuazione degli strumenti che si
riterranno più opportuni per fronteggiare la prospettata diseguaglianza”. (aise/dip
17)
Testimonianza
di un insegnante nelle classi di inserimento
Düsseldorf. Quando ripenso ai miei primi anni di
insegnamento in Germania, tornano alla mente le classi di inserimento, attive
fino alla metà degli anni Ottanta. Erano classi particolari, nate per
accompagnare i ragazzi italiani emigrati in un sistema scolastico diverso,
senza spezzare bruscamente il loro legame con la lingua e la cultura d’origine.
In queste classi i ragazzi seguivano lezioni in italiano
e lezioni in tedesco, secondo il livello linguistico raggiunto. Fino al 1978,
questo modello permetteva un inserimento graduale, rispettoso dei tempi di
ciascuno. L’italiano non era un’aggiunta marginale, ma una componente viva
della quotidianità scolastica.
Ho insegnato in quegli anni prima alla Tomasschule e poi
alla Wangelschule. L’atmosfera che si respirava era molto diversa da quella che
sarebbe venuta in seguito. I ragazzi continuavano a vivere, per gran parte
della giornata, in un ambiente italiano: parlavano la loro lingua,
condividevano riferimenti comuni, si sentivano meno soli. Questo creava un
clima di fiducia, quasi familiare, che favoriva anche l’apprendimento del
tedesco.
Ricordo studenti ancora incerti, ma più sereni. Avevano
il tempo di orientarsi, di capire, di crescere senza sentirsi costretti a
rinunciare subito a una parte importante della propria identità. Come
insegnante, sentivo che il mio ruolo andava oltre la didattica: significava
accompagnare, rassicurare, ascoltare.
Con il passare degli anni, le classi di inserimento
scomparvero e l’integrazione prese forme diverse. Oggi non spetta a me
giudicare quei cambiamenti, ma posso dire che quel periodo ha lasciato un segno
profondo, umano e professionale. Le classi di inserimento rappresentarono un
tentativo concreto di coniugare integrazione e rispetto delle radici.
È una realtà che appartiene al passato, ma che merita di
essere ricordata. Perché in quelle aule non si insegnava soltanto una lingua:
si aiutavano dei ragazzi a trovare il loro posto tra due mondi. Giuseppe Tizza,
dip 28
Giornata
internazionale dei migranti: la storia di Balbir Singh
Il 18 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei
migranti, proclamata dall’Onu nel 2000 per ricordare l’approvazione – il 18
dicembre 1990 – della “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti
di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. Per
l’occasione ripubblichiamo integralmente da “Migranti Press” l’intervista di
Ilaria De Bonis a Marco Omizzolo sulla vicenda “esemplare” – una storia di
successo ma anche di fallimenti – di Balbir Singh.
È forse ingenuo definire la storia di Balbir Singh
semplicemente come di successo o “a lieto fine”. Ma, in effetti, quella del
bracciante sikh indiano rimasto schiavo per sei anni in una tenuta di uno dei
tanti “padroni” dell’Agro pontino, e poi liberato, non può essere chiamata in
altro modo.
L’uomo, originario del Punjab come migliaia di altri
braccianti nelle campagne laziali, è emerso dalla trappola di una vita disumana
e fuori legge (schiavizzata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua
forza di volontà, alla preghiera, e a una profonda fede in Dio, quella del
sikhismo appunto.
Ma senza la rete di persone, con Marco Omizzolo al
centro, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le
forze dell’ordine, Balbir non sarebbe mai uscito dalla schiavitù.
Ne abbiamo parlato proprio con Omizzolo, classe 1975,
sociologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle
campagne della Pianura Pontina. È co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir,
pubblicato da People editore.
«Oggi Balbir è impiegato come lavoratore agricolo nelle
campagne italiane, con un contratto di lavoro in regola e ha preso la patente.
È molto grato all’Italia per averlo aiutato a uscire da questo incubo. Per lui
lavorare, rimanere qui e poter guidare un veicolo è un grande successo! Sia dal
punto di vista lavorativo che personale e famigliare, Balbir Singh sta
crescendo», ci spiega Omizzolo.
Tuttavia questa storia racconta anche il fallimento di un
Paese, il nostro, che consente di tenere in piedi un sistema di corruzione,
criminalità e schiavitù molto solido, dove i “padroni” si spalleggiano a
vicenda e alcuni imprenditori locali, grazie alla connivenza degli enti
intermedi, possono schiavizzare gli esseri umani.
Ci sono leggi, spiega Omizzolo, come la Bossi-Fini, che
«rendono possibili situazioni di precarizzazione, eclissamento dei diritti e
delegittimazione» delle persone, con o senza permesso di soggiorno. Marco è
decisamente uno dei riferimenti di quella rete che combatte da moltissimi anni
per portare alla luce situazioni di sfruttamento e rafforzare gli strumenti a
favore di chi vive in Italia.
Tuttavia, rispetto al fenomeno ignobile del trattamento
dei braccianti nelle campagne, del lavoro in nero e della violazione degli
obblighi sanitari e legali, ammette di non essere per nulla ottimista: «Questo
fenomeno, che sfocia nello schiavismo, nonostante le molte inchieste fatte e
nonostante sia tutto uscito allo scoperto, non è stato scalfito in Italia».
L’affermazione di Omizzolo, che è anche docente
universitario, pesa come un macigno. La denuncia è forte: «c’è una macchina
social-politica e culturale che persiste. Un impianto normativo procedurale e
un welfare che hanno come scopo quello di produrre schiavi. Negli anni questa
macchina è rimasta invariata».
L’intricato meccanismo che rende “mafiosa” tutta
l’attività che ruota attorno ai “padroni” è stato analizzato in diversi libri
da Omizzolo; in particolare con “Il sistema criminale degli indiani punjabi in
provincia di Latina”, pubblicato nel volume a cura di Stefano Becucci e
Francesco Carchedi, Mafie straniere in Italia, come operano come si contrastano
(Franco Angeli, 2016).
Dall’altra parte della barricata ci sono persone senza
protezione, ma molto rispettose persino del padrone: tutto ciò è insito nella
visione del sikhismo, così come l’attaccamento al lavoro e il senso di
solidarietà. Nonché la voglia di fare giustizia.
«Abbiamo anche avviato delle cause contro alcune aziende
– dice Omizzolo –, ma ci vogliono almeno tre anni per ottenere giustizia. E nel
frattempo molti lavoratori vengono licenziati. Ci sono casi di donne
maltrattate, che hanno subito abusi e ricatti sessuali, ma non è scontato
pensare che ottengano giustizia».
C’è la storia di una trentenne molto coraggiosa che anni
fa ha raccontato tutto nel corso di un’assemblea pubblica, mettendosi a nudo
con fatica: «e non è facile per le donne, abituate al silenzio e a star
nell’ombra, denunciare gli abusi», dice Marco.
Queste vite sommerse e ben nascoste, occultate da un
sistema che è nato per lo sfruttamento, già da alcuni anni stanno emergendo.
È amaro constatare come l’azione di Omizzolo e quella di
tanti come lui, compresa la Chiesa cattolica che sul territorio è impegnata ad
aiutare, «hanno fatto emergere il sistema, ma non lo hanno potuto indebolire».
Il sociologo dice che c’è «una ecclesia straordinaria,
come quella del Monastero di San Magno a Fondi, che fa tanto per dare sostegno
a chiunque ne abbia bisogno». Ma il sentore è che la buona volontà non basti
più. Che serva un’azione politica forte. L’azione dei sindacati, ad esempio,
nella quale lo stesso Omizzolo credeva molto in passato, «appare oggi
deludente», ammette lui.
Se qualche tempo fa ci aveva raccontato: «non è vero che
il sindacato ha esaurito la sua funzione: qui siamo di fronte a nuovi conflitti
sociali», oggi è decisamente più scettico e per certi versi abbattuto.
Tornando invece alla “parte sana”, e di nuovo a Balbir,
che è portatore di speranza vera, vale la pena leggere il libro perché è
un’incredibile immersione nell’universo fisico, mentale e spirituale di un uomo
dall’elevata forza morale. «Da circa sei anni non entro in un negozio, non
torno a casa dai miei figli, non vado a fare una passeggiata, a una festa sikh
o a un matrimonio. Sono carne e ossa usate dal padrone per i suoi interessi»,
racconta nel volume.
Per ben sei anni, relegato in una roulotte, vive
vessazioni, fame, privazione di libertà personale e duro lavoro. E tuttavia non
si arrende, mantiene salda la sua umanità e lo sguardo alto al cielo: è un
insegnamento di come si possa non passare dal ruolo di vittima a quello di
carnefice, e di come si possa testimoniare il bene.
Leggendo, noi pure veniamo contagiati, siamo spinti
all’azione. Non possiamo più dire di non sapere o di non voler vedere. Balbir
non apre gli occhi al sistema corrotto, perché non fa miracoli, ma li apre al
resto del mondo libero.
«Noi schiavi abitiamo accanto a voi, a volte anche dentro
le vostre case» scrive Balbir nel capitolo “La schiavitù è sotto gli occhi di
tutti, eppure ci chiamate invisibili”. «Ci potete incontrare per strada, in un
cantiere, al supermercato, in fila all’Ufficio immigrazione della Questura o
mentre pedaliamo su una bicicletta scassata, indossando uno zaino enorme per
consegnare nelle vostre mani delle gustosissime pizze made in Italy cucinate da
molti di noi».
Come ci spiega ancora Marco Omizzolo la vicenda di
quest’uomo «non è un caso eccezionale, isolato ma Balbir ha comunque vinto».
«È stato da poco di nuovo in India dove ha potuto
riabbracciare la moglie e i figli e soprattutto conoscere il nipotino nato da
poco. È possibile affermare che Balbir si dava per morto e invece abbraccia il
futuro. Aveva anche pensato al suicidio durante quei sei anni, ma alla fine non
lo ha fatto, perché è un uomo profondamente religioso e la sua religione gli
vieta di uccidersi».
Balbir ci insegna la postura da assumere, il senso di
gratitudine per il creato e l’amore per gli altri da mantenere anche in
situazioni di grave sofferenza. «Lo schiavo oggi non ha le catene, però, per
come viene considerato, trattato, definito e sfruttato, non può esercitare quei
diritti che voi considerate normali». Eppure ha sempre la possibilità di
scegliere se stare dalla parte della vita o della morte, del cielo o
dell’abisso, del sorriso e della speranza o della disfatta totale. (“Il
successo di Balbir Singh e il fallimento di un sistema schiavista. Una
conversazione con Marco Omizzolo” di Ilaria De Bonis – da “Migranti Press” 10
2025).
Primo sí alla
Camera. Esenzione Imu
ROMA - Con 299 voti a favore e nessun contrario, l’Aula
di Montecitorio ha approvato in prima lettura la proposta di legge che elimina
l’Imu sulla prima casa (non locata) che gli italiani all’estero iscritti
all’Aire posseggono in Italia.
Il testo - Modifiche all'articolo 1, comma 741, della
legge 27 dicembre 2019, n. 160, in materia di equiparazione del regime fiscale
nell'applicazione dell'imposta municipale propria relativamente a immobili
posseduti nel territorio nazionale da cittadini iscritti nell'Anagrafe degli
italiani residenti all'estero – passa ora in Senato per la seconda lettura.
A prima firma Ricciardi (Pd), il testo approvato è stato
abbinato nel corso dell’esame alla Camera alle altre proposte di legge
presentate nel tempo dagli eletti all’estero Di Giuseppe (FdI), Onori (Az) e
Billi (Lega), ma anche da Lovecchio (M5S), Manes (Misto) e Borrelli (Avs).
Il testo introduce tre fasce di agevolazione in base alla
rendita catastale degli immobili.
Per le case con rendita fino a 200 euro l’IMU sarà
completamente azzerata; per quelle con rendita tra 201 e 300 euro l’imposta
sarà ridotta al 40%, mentre per le rendite tra 301 e 500 euro la riduzione sarà
del 67%. Contestualmente, la TARI e la tariffa rifiuti saranno ridotte del 50%,
con possibilità per i Comuni di mantenere la riduzione dei due terzi.
(aise)ROMA\ aise\ - “L’approvazione della legge che prevede l’esenzione
dall’IMU per gli italiani all’estero proprietari di un’abitazione nei piccoli comuni
italiani è un’altra importante conquista che conferma come il Partito
Democratico sia non soltanto il principale difensore ma anche l’attore
principale delle politiche a favore degli italiani nel mondo”. Così Fabio
Porta, deputato Pd eletto in Sud America, a commento del primo via libera,
approvato ieri alla Camera, alla proposta di legge a prima firma Riccardi che
estende l’esenzione dell’Imu sulle prime case, non locate, possedute in Italia
dagli iscritti Aire. Il testo introduce tre fasce di agevolazione in base alla
rendita catastale degli immobili.
“Un risultato storico ottenuto grazie alla proposta di
legge che con la prima firma del collega Toni Ricciardi abbiamo presentato alla
Camera e che ora attende solo il “sì” del Senato”, aggiunge Porta.
“Il Pd – annota il parlamentare – non è così solo il
partito delle grandi battaglie a difesa del diritto della cittadinanza degli
italiani nel mondo e contro le assurde riforme del Ministero degli Esteri;
siamo il partito dei risultati: dai fondi ottenuti nella scorsa legge di
bilancio a favore dei Comites alla legge che trasferisce ai servizi consolari
una parte della tassa sui passaporti, dalla possibilità di chiedere la carta di
identità elettronica ai comuni italiani all’introduzione dello studio dell’emigrazione
italiana nelle scuole”.
“Mentre il governo Meloni-Salvini-Tajani toglie la
cittadinanza agli italiani all’estero e rende più distante e complesso il
rapporto tra cittadini iscritti all’AIRE e la pubblica amministrazione, -
conclude Porta – noi del Partito Democratico otteniamo risultati concreti e
portiamo avanti con competenza e determinazione la battaglia parlamentare a
difesa dei diritti degli italiani nel mondo”. (aise 5)
Alfabetizzazione,
parola scritta e sviluppo delle società europee
La diffusione dell’alfabetizzazione e dell’obbligo
scolastico nei paesi europei non è avvenuta in modo uniforme né ha risposto
ovunque alle stesse finalità. Al contrario, essa si è sviluppata in epoche
diverse e per motivazioni profondamente differenti, producendo effetti
culturali, politici e sociali che ancora oggi incidono sulle strutture mentali
delle società europee.
Un caso emblematico è rappresentato dall’area germanica
e, più in generale, dai territori influenzati dalla Riforma protestante. Con
Martin Lutero si afferma un principio radicalmente nuovo: il fedele deve
leggere personalmente la Bibbia e trarre da essa, in autonomia, le proprie
conclusioni morali e religiose. La parola scritta diventa così non solo veicolo
di sapere, ma fondamento dell’autorità. Da questa impostazione deriva un
impulso decisivo alla creazione di scuole, alla traduzione dei testi sacri in lingua
volgare e alla diffusione capillare dell’alfabetizzazione già tra XVII e XVIII
secolo. Nel XIX secolo, l’analfabetismo nei territori germanici risulta ormai
residuale.
Per contrasto, in molte altre aree d’Europa il motore
dell’alfabetizzazione di massa non fu la Riforma religiosa, bensì la
Rivoluzione francese e la sua eredità politica. I principi di libertà,
uguaglianza e fratellanza presupponevano cittadini consapevoli, capaci di
leggere le leggi, comprendere i diritti e partecipare alla vita pubblica.
L’istruzione divenne così uno strumento di emancipazione civile e di
costruzione dell’identità nazionale, con finalità giuridiche e politiche prima
ancora che culturali.
Nei paesi dell’Europa latina e cattolica, tuttavia,
questo processo rimase a lungo incompleto o diseguale. Qui la trasmissione del
sapere continuò a essere fortemente mediata dal clero e dalle élite, e
l’alfabetizzazione di massa, pur proclamata come principio, si scontrò con
profonde disuguaglianze sociali e territoriali. Ancora nel 1870, vaste aree
dell’Italia, della Spagna e del Portogallo presentavano percentuali di
analfabetismo estremamente elevate.
Confronto tra Germania, Francia e Italia: istruzione,
formazione e maturità
Il confronto tra i sistemi scolastici di Germania,
Francia e Italia permette di cogliere come differenti origini
dell’alfabetizzazione e differenti scelte educative abbiano prodotto modelli
culturali distinti, ancora oggi percepibili nella formazione dei giovani.
In Germania, l’istruzione superiore tende a creare i
cosiddetti Fachidioten: specialisti molto preparati in un campo ristretto, con
una solida disciplina interiore derivata dalla tradizione protestante. La
parola scritta, prima religiosa e poi amministrativa, costruisce un rapporto
intimo con l’autorità astratta. Il cittadino tedesco sviluppa precisione,
efficienza e capacità organizzativa, ma la formazione rimane spesso
tecnicamente mirata e poco flessibile.
In Francia, la scuola prepara i giovani a diventare
perfetti amministratori. L’alfabetizzazione è strumento di cittadinanza:
leggere e comprendere testi giuridici e leggi significa partecipare attivamente
alla vita pubblica. La parola scritta non rimanda a Dio, ma allo Stato e alla
volontà generale, generando una forte coscienza civica e una formazione
indirizzata all’organizzazione politica e alla gestione collettiva.
L’Italia, invece, rappresenta un caso peculiare.
L’alfabetizzazione arrivò tardi e in maniera disomogenea, e la scuola non
mirava solo alla specializzazione tecnica o all’amministrazione pubblica, ma a
una formazione umanistica ampia. La maturità italiana riflette questo retaggio:
non forma solo cittadini o professionisti, ma individui dotati di una base
culturale versatile, capace di sostenere qualsiasi percorso personale o
professionale. In questo senso, conseguire la maturità in Italia è come ereditare,
almeno simbolicamente, un “che” di principesco: un riconoscimento culturale e
umano, che unisce sapere, autonomia critica e flessibilità mentale.
Questo confronto evidenzia come le differenze storiche
nella diffusione della parola scritta e nella funzione educativa abbiano
lasciato tracce profonde. Germania e Francia puntano su competenze mirate o
civico-amministrative; l’Italia coltiva una formazione umanistica, aperta e
adattabile, che consente di affrontare molteplici contesti senza vincoli
ideologici immediati.
Effetti culturali e politici del confronto
I tre modelli mostrano come la centralità della parola
scritta e la struttura dell’istruzione possano produrre esiti differenti. In
Germania, essa costruisce un rapporto vincolante con l’autorità astratta; in
Francia, fonda l’idea moderna di cittadinanza e legge; in Italia, la sua
diffusione tardiva e mediata dall’umanesimo favorisce una cultura più
flessibile e meno assoggettata a strutture totalizzanti.
Questa prospettiva consente di interpretare fenomeni
storici complessi: la predisposizione dei cittadini tedeschi all’osservanza
rigorosa di regole scritte può essere vista come una conseguenza della cultura
alfabetizzata e disciplinata dalla Riforma, mentre le società con tradizioni
più orali, come l’Italia, hanno storicamente mostrato maggiore resistenza a
ideologie totalizzanti.
Conclusione
L’alfabetizzazione e l’istruzione di massa non sono
processi neutri. Possono emancipare o disciplinare, liberare o vincolare.
Comprendere le diverse origini — religiose in Germania, politiche in Francia,
tardivamente amministrative e umanistiche in Italia — è fondamentale per
interpretare le profonde differenze culturali dell’Europa moderna e il ruolo
della parola scritta nelle società. La maturità italiana, con la sua formazione
umanistica, rappresenta ancora oggi un modello unico: non solo un titolo scolastico,
ma una base culturale che conferisce autonomia, flessibilità e un piccolo “che”
di nobiltà intellettuale.
Giuseppe Tizza, de.it.press
IX edizione del
Report “Il diritto d’asilo”. Migrantes: «Non recludiamo le speranze!»
Alla fine del 2024, il numero di persone sul pianeta in
condizione di sradicamento forzato ha toccato la cifra record di 123,2 milioni
(+6% rispetto al 2023). Un mondo in stato di crisi permanente continua a
generare spostamenti di popolazioni, mentre i sistemi di protezione sembrano
arretrare, tra esternalizzazioni, reclusione e rimozione della responsabilità
politica. È uno sguardo lucido e coinvolto quello che emerge dal IX Report “Il
Diritto d’Asilo” della Fondazione Migrantes (con Tau Editrice), dal titolo
Richiedenti asilo: le speranze recluse, presentato a Roma, presso la Pontificia
Università Gregoriana.
Alcuni dati rilevanti a livello globale
* In corso la prima flessione in 10 anni, con un grosso
“ma”. A metà 2025 le persone in fuga risultano in calo: 117,3 milioni. Dovuti
però in prevalenza a “ritorni” in Paesi insicuri.
* Tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in
Paesi a basso o medio reddito.
* 46 milioni di “sfollati climatici” nel solo 2024.
Alcuni dati rilevanti sull’Italia
* Controtendenza italiana. Mentre le domande di asilo
nell’Ue sono calate (-13%; Germania -30%), l’Italia nel 2024 ha segnato il suo
massimo storico (quasi 159 mila).
* Record di dinieghi. Nel 2024, le Commissioni
territoriali hanno pronunciato il 64% di dinieghi, contro una media Ue del 51%.
E nel primo semestre 2025 dinieghi sono al 69,5%.
* Povertà “specifica” dei rifugiati. Secondo una ricerca
finanziata da Unhcr il 67% dei beneficiari di protezione internazionale e
temporanea in Italia vive in povertà relativa, a fronte del 17% degli italiani
e del 39,5% dei cittadini extra-Ue.
“Un’infrastruttura di esclusione”. Così uno studio
“basagliano” inserito nel Report definisce il sistema di accoglienza italiano,
fatto di marginalità e “zone di non essere”: spazi di disumanizzazione (come le
“file della vergogna” in Questura, le espulsioni improvvise, le segregazioni
nei Cpr e la rinuncia dei territori ai progetti SAI.) in cui i migranti sono
ridotti a “oggetti amministrati”.
Usa, Ue e cooperazione internazionale
Per la prima volta il Report dedica un focus agli USA.
L’amministrazione Trump ha emanato almeno 12 ordini esecutivi che hanno
generato paura, persecuzione e sfiducia. Secondo l’American Immigration Council
siamo di fronte alla «fine del sistema d’asilo». Intanto, il Patto europeo su
migrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno 2026, accentua la logica del
contenimento: procedure accelerate, esternalizzazione dei controlli,
applicazione estesa del concetto di “Paese terzo sicuro”. Si rischia la limitazione
di fatto del diritto d’asilo, con preoccupanti conseguenze per i minori
stranieri non accompagnati. Nel mentre l’Italia, alla quale come a tutti i
paesi dell’Ue era stato richiesto di coinvolgere la società civile nella
scrittura del suo piano di attuazione, non l’ha fatto e non l’ha ancora reso
pubblico. Infine, si assiste, a una trasformazione della cooperazione
internazionale: l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione
originaria (riduzione della povertà) per assumere un ruolo subordinato alle
logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico
nazionale.
La “vaporizzazione del diritto”. Tre storie
* La vicenda di un giovane gambiano esplora le “mille
prigioni” del sistema. La vita di Amadou è scandita da lungaggini
amministrative e decisioni arbitrarie. La perdita di tempo diventa privazione
della libertà e il trattenimento amministrativo strumento ordinario.
* Il percorso di una giovane ivoriana vittima di tratta.
Nel cercare protezione, Miriam si scontra con “altre forme di violenza imposte
dall’ordinamento”, rituali burocratici che, invece di proteggere, “cronicizzano
gli eventi traumatici subiti”.
* La gestione delle morti lungo le rotte migratorie
appare un “orrore senza nome”. La storia del giovane Yonas a Ventimiglia
evidenzia le falle normative e operative nei processi di identificazione delle
persone decedute o scomparse, che nega ai familiari il diritto alla verità e a
una degna sepoltura.
L’appello
Il Report 2025 invita istituzioni e società civile a
ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e
bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la
disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il
fondamento irrinunciabile di ogni democrazia. «Affinché ci vengano aperti gli
occhi, possiamo accettare – ha dichiarato il direttore generale della
Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo – che anche la testimonianza
dolorosa di chi vive certe esperienze di fuga e di non accoglienza faccia parte
di quella missio migrantium delineata da papa Leone. Ma quando abbiamo visto e
sentito, come Chiesa e come persone che hanno a cuore il bene comune e la
dignità umana, diventa fondamentale prendere posizione e farsi vicini: è un
modo per dare una forma concreta alla speranza».
Il volume “Il diritto d’asilo. Report 2025” (Tau Editrice
2025, pp. 436, euro 25,00) si articola in tre parti: Dal mondo con lo sguardo
rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda, Guardando all’Italia,
con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico.
Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati
statistici, con tabelle, grafici e cartine. Le foto di copertina e all’interno
del volume sono di Max Hirzel. Il volume è disponibile in libreria e online
(taueditrice.it). Migr.on 9
Nasce NOSTOS –
Memorie sull’emigrazione siciliana nel mondo
Evento conclusivo del progetto di Italea Sicilia. Un
nuovo spazio di narrazioni e racconto: un’installazione del regista e
documentarista Stefano Savona nella cripta della ex chiesa dei Santi Euno e
Giuliano
PALERMO – Ci sono fili che non si spezzano mai. Si
allungano, tirano, scompaiono dietro una curva di mare, ma restano lì, pronti a
riannodarsi. Per ridare voce a chi è partito quasi un secolo fa, per riannodare
un filo che si fa gomitolo colorato, è nato NOSTOS, nuovo spazio culturale
stabile nella città di Palermo. Pensato per custodire la memoria e il racconto
di chi ha lasciato l’Isola per cercare altrove un futuro possibile. Il regista
Stefano Savona ha costruito un luogo unico: non un museo o un percorso
didattico, ma un ascolto. Le voci arrivano lente, antiche, in un siciliano che
oggi si fatica a riconoscere, eppure familiare come l’odore del pane. Sono
custodite in gomitoli-audio, piccoli talismani che restituiscono le parole
originali dei contadini, dei pastori, dei braccianti che lasciarono l’Isola per
inseguire una vita diversa. Presenze lievi che sbucano dalle nicchie della
grande cripta della ex chiesa dei santi Euno e Giuliano (6 metri sotto piazza
Magione, una parte ancora inesplorata, un “ventre” di storie rimaste in
sospeso). All’ingresso ampi pannelli ripercorrono storia e numeri
dell’emigrazione siciliana, e un intreccio di fili di lana colorati tesse la
mappa delle nostre radici, quelle che dalla Sicilia hanno raggiunto le Americhe
o l’Australia.
NOSTOS è l’evento conclusivo del progetto di Italea
Sicilia, l’antenna siciliana del progetto Italea del Ministero degli Esteri,
finanziato dal PNRR, mirato a rinsaldare i rapporti dei siculo-discendenti con
la terra delle origini. L’antica chiesa seicentesca è stata restaurata dal
Comune di Palermo, che ha concesso lo spazio alla Fondazione Le Vie dei Tesori,
partner di Italea Sicilia. “Sono veramente grato al regista Stefano Savona per
aver creato questo patrimonio unico e irripetibile: merita di essere vissuto da
tutti, cittadini e turisti, ma soprattutto le scuole. E speriamo di poter
portare questo progetto anche in altre regioni” dice il consigliere
d’Ambasciata del Ministero degli Affari esteri, Giovanni De Vita, responsabile
del progetto Turismo delle Radici del Ministero degli Esteri e della
Cooperazione internazionale. “Nostos in greco antico vuol dire ritorno. Ci sono
tanti fili che intrecciano le origini dei siciliani di seconda e terza
generazione: gli emigrati siciliani sono più di otto milioni. Questo spazio
vuole simbolicamente accogliere e abbracciare chi è andato via” spiega Laura
Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori.
Intorno a NOSTOS, vive l’antica Kalsa: lo Spasimo
restaurato, la Magione arabo normanna, il Teatro Garibaldi, da Casa di Paolo
dedicata al giudice Borsellino, e dal Museo della memoria della Fondazione
Falcone. Una trama di luoghi simbolo che rende ancora più prezioso questo
antico oratorio dedicato ai santi Euno e Giuliano, sede della confraternita dei
cosiddetti “seggettieri o vastasi di cinga”, i portantini. È qui che Stefano
Savona – regista internazionale, membro dell’associazione Italea Sicilia, vincitore
nel 2018 dell’Oeil d’Or, il premio del Festival di Cannes assegnato al miglior
documentario – ha creato questo percorso che parte dalla terra e si immerge
negli oceani. “Ritornano dal passato, dalle campagne siciliane, che non è
chiusura ma proietta al di là di oceani di grano, di erba, di terra – spiega il
regista – Un mondo che abbiamo visto nei documentari e nei film, ma che finora
non abbiamo mai sentito con la sua voce”. All’inaugurazione sono giunti, tra
gli altri, anche gli assessori comunali alla Rigenerazione Urbana Maurizio
Carta e alle Politiche sociali, Mimma Calabrò, Leonardo Spera, vicepresidente
Anci Sicilia, i rappresentanti e i sindaci dei comuni dell’associazione Borghi
dei Tesori; Maurizio Giambalvo, coordinatore regionale Sicilia del progetto
Turismo delle Radici. Oltre a istituzioni e studiosi delle origini dei
siciliani nel mondo, a testimonianza del valore collettivo di questa iniziativa
che arricchisce di un nuovo spazio di interesse turistico il quartiere
monumentale della Kalsa. Il cuore di NOSTOS sono le testimonianze inedite,
dell’archivio multimediale “Il Pane di San Giuseppe”: circa 200 ore di
testimonianze audiovisive, racconti di emigrazione di 150 contadini,
braccianti, pastori, pescatori, nati tra il 1910 e il 1930 in 100 comuni della
Sicilia. Stefano Savona le ha raccolte tra il 2008 e il 2010, con l’obiettivo
di costituire il nucleo di un atlante audiovisivo della cultura contadina nella
Sicilia del Novecento. Sono testimonianze uniche e irripetibili, poiché
permettono di ascoltare dalla viva voce dei protagonisti (la maggior parte oggi
non ci sono più), com’era la vita nelle campagne dell’Isola negli anni a
cavallo della Seconda guerra mondiale, prima del boom economico, prima della
televisione, prima della trasformazione antropologica delle nostre campagne
dagli anni Sessanta del XX secolo. Lo spazio di NOSTOS (piazza Sant’Euno) è
aperto ogni weekend, venerdì e sabato dalle 10 alle 17, domenica dalle 10 alle
13. Ingresso libero. (Inform/dip 4)
Lettera. La
cucina italiana: un ambasciatore di pace nel mondo
Onorevole Ministro Tajani,
la cucina italiana, riconosciuta dall’UNESCO come
Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, rappresenta oggi molto più di un
insieme di piatti tipici: è uno strumento di cultura, identità e dialogo capace
di unire persone, comunità e nazioni.
In un mondo segnato da conflitti, tensioni culturali e
divisioni sociali, il cibo italiano può svolgere un ruolo strategico nella
diplomazia culturale e nella promozione della pace. La preparazione e la
condivisione di un pasto, infatti, creano momenti di incontro e comprensione
reciproca che superano barriere linguistiche e culturali.
Gli eventi gastronomici, i corsi di cucina e le scuole
italiane nel mondo non insegnano solo ricette, ma anche valori universali di
collaborazione, rispetto e sostenibilità. La valorizzazione di ingredienti
locali e stagionali, unita alla tradizione della convivialità, diventa un
esempio concreto di uno stile di vita etico e inclusivo, che può essere
applicato in contesti internazionali per promuovere dialogo e coesione sociale.
Molte ambasciate e organizzazioni internazionali già
utilizzano la cucina italiana come strumento di soft power: cene ufficiali,
workshop e festival culinari diventano occasioni di mediazione, incontro e
costruzione di relazioni pacifiche tra comunità e nazioni. Inoltre, la cucina
italiana è impiegata in progetti umanitari, scuole di cucina e iniziative per
rifugiati, dimostrando come il cibo possa diventare un vero e proprio ponte di
solidarietà e inclusione.
Il riconoscimento UNESCO rafforza ulteriormente la
posizione dell’Italia nel mondo come Paese portatore di cultura, qualità e
valori condivisi, offrendo l’opportunità di utilizzare la gastronomia come
strumento di diplomazia culturale e pace.
Onorevole Ministro, promuovere e sostenere iniziative
internazionali basate sulla cucina italiana non significa solo esportare sapori
e tradizioni: significa diffondere principi universali di condivisione, dialogo
e rispetto, consolidando il ruolo dell’Italia come ambasciatore di cultura e
pace nel mondo.
La cucina italiana, quindi, si conferma un patrimonio
globale da tutelare, valorizzare e utilizzare come strumento di diplomazia e
coesione sociale, capace di nutrire non solo il corpo, ma anche i legami tra i
popoli.
Con stima,
Giuseppe Tizza (de.it.press)
Pensioni all’estero:
dal 20 marzo 2026 la prima fase dell’accertamento dell’esistenza in vita
ROMA - Inizierà il prossimo 20 marzo 2026 la prima fase
della nuova campagna per l’accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati
italiani all’estero. Curata da Citibank N.A. per conto dell’Inps, questa prima
fase interesserà i pensionati residenti in America, Asia, Estremo Oriente,
Paesi scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi: a loro Citibank
invierà le richieste di attestazione dell’esistenza che dovranno essere
restituite alla Banca entro il 18 luglio 2026.
Qualora l’attestazione non venga prodotta, il pagamento
della rata di agosto 2026, se possibile, avverrà in contanti presso le agenzie
Western Union del Paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale
o produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il 19 agosto 2026, il
pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di settembre 2026.
Sono esentati dall'accertamento i pensionati residenti in
Germania e Svizzera con accordi telematici già attivi; quelli i cui dati sono
oggetto di scambi telematici con la Caisse Nationale d’Assurance Vieillesse
(CNAV) francese; quelli residenti in Belgio, beneficiari di trattamenti
pensionistici comuni con il Service fédéral des Pensions (SFP); i pensionati
residenti in Australia, i cui dati sono oggetto di scambi telematici con il
Centrelink australiano; quelli i cui dati sono oggetto di scambi telematici con
le istituzioni previdenziali olandesi; quelli che hanno ritirato personalmente
almeno una pensione presso Western Union; e, infine, coloro le cui pensioni
sono già state sospese da Citibank N.A. a seguito del mancato completamento
delle precedenti campagne di accertamento dell’esistenza in vita o di
riaccrediti consecutivi di rate di pensione.
Ai pensionati, Citibank invierà la lettera esplicativa e
il modulo standard di attestazione; la modulistica è stata redatta sia in
lingua italiana sia, a seconda del Paese di destinazione, in inglese, francese,
tedesco, spagnolo o portoghese. Ai pensionati residenti in Svizzera, Citibank
N.A. invierà la lettera e il modulo in tre lingue: italiano, francese e
tedesco.
I PENSIONATI POSSONO FORNIRE LA PROVA DI ESISTENZA IN
VITA CON DIVERSE MODALITÀ
Come di consueto, Citibank N.A. ha reso disponibili ai
pensionati diverse modalità per fornire la prova di esistenza in vita:
rinviando il modulo di attestazione dell’esistenza in vita alla casella postale
PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom, controfirmato da un “testimone
accettabile” ossia da un rappresentante di un’Ambasciata o di un Consolato
Italiano o da un’Autorità locale abilitata ad avallare la sottoscrizione
dell’attestazione; attraverso operatori di Patronato che abbiano la qualifica di
“testimoni accettabili” e autorizzati ad accedere al portale predisposto da
Citibank N.A. per attestare telematicamente l’esistenza in vita dei pensionati.
La stessa funzionalità di attestazione telematica è a disposizione anche dei
funzionari delle Rappresentanze diplomatiche indicati dal Ministero degli
Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; riscuotendo personalmente la
pensione presso gli sportelli Western Union.
Le modalità nel dettaglio, così come le eccezioni e le
modalità di riscossione agli sportelli Western Union sono illustrati nel
messaggio n. 3863 del 19 dicembre 2025 firmato dal Direttore Generale
dell’Inps, Valeria Vittimberga.
(aise/dip
24)
Mehr als 10.000 Menschen
unterstützen Abrüstungsappell
Der Abrüstungsappell „Immer
mehr Milliarden fürs Militär? Nicht mit mir!“ hat nach seinem Start am 2.
Oktober bereits zu Weihnachten mehr als 10.000 Unterstützer gefunden. Das gaben
die Organisatoren der Aktion diesen Montag bekannt. Initiiert wurde der Appell
von DFG-VK, IPPNW, Netzwerk Friedenskooperative, Ohne Rüstung Leben und pax
christi.
Die Festlegung der NATO,
künftig fünf Prozent des Bruttoinlandsproduktes fürs Militär auszugeben, sei
„willkürlich und unverantwortlich". Für Deutschland würde die Umsetzung
(auf Grundlage des derzeitigen Haushalts) bedeuten, „dass künftig die Hälfte
aller Bundesmittel ins Militär fließen müssten", so die internationale
katholische Friedensbewegung pax christi. Bereits mehr als 10.000
Unterstützer kritisierten diese „enorme Aufrüstung der Bundeswehr" und
unterstützen den gemeinsamen Abrüstungsaufruf.
Der Abrüstungsappell „Immer
mehr Milliarden fürs Militär? Nicht mit mir!“ wurde von der deutschen
Friedensgesellschaft – Vereinigte Kriegsdienstgegner (DFG-VK), den
Internationalen Ärzten für die Verhütung des Atomkrieges/Ärzten in sozialer
Verantwortung (IPPNW), dem Netzwerk Friedenskooperative, Ohne Rüstung
Leben und von pax christi initiiert.
„Dass Frieden und Sicherheit
durch immer mehr Waffen und Abschreckung erreichbar wären, ist ein Trugschluss.
Wir möchten in einem Land leben, das sich mit zivilen Mitteln für eine
friedliche Welt stark macht. Diplomatie, Interessensausgleich und Völkerverständigung
müssen die Grundpfeiler für Frieden in Europa und in der Welt sein“
In dem Appell heißt es:
„Aufrüstung führt in die Sackgasse! Dass Frieden und Sicherheit durch immer
mehr Waffen und Abschreckung erreichbar wären, ist ein Trugschluss. Wir möchten
in einem Land leben, das sich mit zivilen Mitteln für eine friedliche Welt
stark macht. Diplomatie, Interessensausgleich und Völkerverständigung müssen
die Grundpfeiler für Frieden in Europa und in der Welt sein.“
Der Abrüstungsappell fordert
von der Bundesregierung:
* Einen Stopp der maßlosen
Ausgaben für immer mehr Aufrüstung. Nötig sind mehr Investitionen, die unser
aller Leben verbessern – zum Beispiel in Gesundheit, Bildung, Soziales und
Klimaschutz.
* Keine Belastung und
Einschränkung nachfolgender Generationen durch unbegrenzte Neuverschuldung für
Militär und Kriegs-Infrastruktur, durch eine Wehrpflicht oder die
Vernachlässigung der Klimakatastrophe.
* Einen entschlossenen
diplomatischen Einsatz für ein Ende des russischen Angriffskrieges,
nachhaltigen Frieden für die Ukraine und eine neue europäische Friedens- und
Sicherheitsarchitektur.
* Ein glaubwürdiges Eintreten
für Völkerrecht, nukleare und konventionelle Rüstungskontrolle sowie eine
Stärkung von Ziviler Konfliktbearbeitung und Entwicklungszusammenarbeit.
Dauerhafte Sicherheit kann nur eine Weltordnung garantieren, in der nicht das
Recht des Stärkeren gilt.
Der Bundestag brachte laut
pax christi allein in der letzten Sitzungswoche Rüstungsprojekte mit einem
Gesamtwert von 50 Milliarden Euro auf den Weg. Die „Rekordbestellungen"
sollten zudem 2026 weitergehen. So sei kürzlich bekannt geworden, dass die Bundeswehr
den Kauf von 3.000 Radpanzern vom Typ Boxer in verschiedenen Ausführungen
plane. „Davon profitiert vor allem das Rüstungsunternehmen Rheinmetall.
Gleichzeitig sorgt der Versuch, digitale Funkgeräte in bestehende Militärgeräte
zu integrieren, für immer weiter steigende Kosten – nur eines von vielen
Milliardengräbern der Bundeswehr-Beschaffung", so pax christi.
Mit der Aufrüstung gehe eine
„enorme Schuldenlast" einher die negative Folgen haben werde: „Menschen in
Deutschland werden unter Kürzungen am Sozialstaat leiden und die
Milliarden-Einsparungen bei der internationalen humanitären Hilfe drohen
bereits jetzt neue Fluchtbewegungen zu verstärken, während gleichzeitig
Geflüchtete abgewiesen und abgeschoben werden", so pax christi.
Unterschriftensammlung noch
bis Septermber 2026
Die Sammlung von
Unterschriften für den Abrüstungsappell läuft bis zu den Haushaltsverhandlungen
im September 2026. Unterschrieben werden kann der Appell auf den Webseiten der
Organisationen und auf Unterschriftenlisten. Als nächsten Meilenstein wollen die
Organisationen bis zu den Ostermärschen im kommenden Jahr 25.000 Unterstützer
haben. (pm 29)
DIG fordert Maßnahmen gegen
europäische Hamas-Strukturen auch in Deutschland
In Italien ist ein
mutmaßliches Hamas‑Finanzierungsnetzwerk zerschlagen worden, das über
Schein‑Hilfsorganisationen Spendengelder an Hamas‑nahe Strukturen
umgeleitet haben soll. Die Verhafteten werden mit europaweiten Hamas‑Unterstützungsstrukturen
in Verbindung gebracht wurden. Volker Beck, Präsident der Deutsch-Israelischen
Gesellschaft, erklärt:
Die Deutsch-Israelische
Gesellschaft fordert ein entschiedeneres rechtsstaatliches Vorgehen gegen
Hamas-Strukturen auch in Deutschland.
Finanzbehörden,
Nachrichtendienste und Strafverfolgungsbehörden sollten die europäischen
Hamas-Unterstützungsstrukturen auch in Deutschland gezielt in den Blick nehmen
und ihre finanziellen Aktivitäten unterbinden.
Dabei sollten die Strukturen
der Muslimbruderschaft in Deutschland sowie das Umfeld ihrer
Wohlfahrtsorganisationen ins Visier genommen werden. Auch die Spendensammlungen
von Organisationen, die an einer der Gaza-Flottillen beteiligt waren oder enge
Verbindungen zu den daran beteiligten Organisationen pflegen, sollten überprüft
werden.
Hintergründe: Zu den in
Italien Festgenommenen zählt demnach auch Mohammad Hannoun, der organisatorisch
mit in Deutschland aktiven Akteuren verknüpft ist. Hannoun wird in der
Selbstdarstellung der „European Palestinians Conference Institution“ als Mitglied
des Board of Directors geführt; auf derselben archivierten Seite wird Amin Abu
Rashid als Präsident genannt. Beide sind von den USA sanktioniert worden;
außerdem werden dort mehrere Vorstandsmitglieder mit Bezug zu Deutschland
aufgeführt.
Auch deutsche Behörden
verweisen auf Hamas-Bezüge der Konferenz: Im Verfassungsschutzbericht
Nordrhein-Westfalen 2023 wird die „20. European Palestinians Conference“
(Malmö) als Veranstaltung beschrieben, „bei der sich alljährlich
HAMAS-Unterstützer aus ganz Europa zusammenfinden“. Der Hauptverdächtige war
nicht nur vor dem 7. Oktober 2023 an Spendensammlungen für die HAMAS beteiligt,
sondern hat auch eine Flotilla-Dachorganisationstagung geleitet, an der
deutsche NGOs teilgenommen haben.
Zu den Hamas-Verbindungen der
European Palestinians Conference und PGD:
Innenministerium des Landes
Nordrhein-Westfalen: Verfassungsschutzbericht 2023 – Kapitel „Islamismus:
HAMAS“, Düsseldorf 2024, online abrufbar unter:
https://www.im.nrw/system/files/media/document/file/vsb2023_hamas.pdf
Bundestag (Antwort der
Bundesregierung zur „Konferenz der Palästinenser in Europa“, Frage 19. Drucksache 18/4856,
Seite 14. https://dserver.bundestag.de/btd/18/048/1804856.pdf
Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center: „The European
Campaign to End the Siege on Gaza (ECESG) is an anti-Israel, pro-Hamas umbrella
organization which participated in the Mavi Marmara flotilla“ (Special Report
Nr. 253-10, 2010), online abrufbar unter:
https://www.terrorism-info.org.il/Data/pdf/PDF_10_253_2.pdf
Deutsch-Israelische
Gesellschaft e.V., dip 28
Europas Demokratien leiden
unter einer doppelten Lähmung. Wie lange hält das System, bevor es kollabiert?
Von Ernst Hillebrand
Vor kurzem hat der ehemalige
SPD-Bundestagsabgeordnete Fritz Felgentreu mit einem durch eine Zugverspätung
ausgelösten „Boomer-Rant“ auf X auf sich aufmerksam gemacht: Seine Generation
sei in einem funktionierenden Land groß geworden, „in dem die Straßen sicher
und sauber waren, der Arztbesuch jederzeit möglich, Bank und Postamt zu Fuß
erreichbar, die Mieten bezahlbar, der Traum vom Eigenheim realistisch“.
Amtsgänge seien spontan möglich gewesen und Schulunterricht sei kaum jemals
ausgefallen.
An dieser Beschwerdeliste ist
unschwer erkennbar, dass Felgentreu in Berlin lebt, der „dysfunktionalsten und
dreckigsten Hauptstadt der EU“, wie es die Berliner Zeitung vor kurzem völlig
korrekt formulierte. Allerdings sind Banken und Postämter auch anderswo nicht
mehr unbedingt zu Fuß erreichbar. Frankreich kennt schon lange den Ausdruck
désert administratif für jene von Verwaltung und öffentlichen
Dienstleistungen weitgehend aufgegebenen Räume, in denen Post und Banken selbst
mit dem Auto kaum mehr erreichbar sind. Die Verwahrlosung der Hauptstadt der
nominell immer noch drittgrößten Volkswirtschaft der Erde ist insofern nur eine
besonders drastische Ausprägung eines allgemeineren Phänomens: eines immer
sichtbarer werdenden Leistungsverfalls staatlicher und öffentlicher
Institutionen in (West-)Europa.
Die Problemliste ist lang und
wird länger: Die öffentliche Infrastruktur bröckelt, elementare Staatsaufgaben
und öffentliche Dienstleistungen wie Sicherheit, Sauberkeit,
Gesundheitsversorgung und Bildungssystem werden – zumindest in der Wahrnehmung
vieler Bürgerinnen und Bürger – immer schlechter. Trotz um ein Mehrfaches
höherer Militärausgaben wäre Europa angeblich nicht in der Lage, sich gegen
Russland zu verteidigen. Gleichzeitig steigt die Staatsverschuldung, die
öffentlichen Haushalte sind chronisch defizitär. Die Verschuldung der
Euro-Gründungsstaaten stieg seit 2002 von 69 auf 88 Prozent des BIP. Eine
stetige Zuwanderung weitestgehend mittelloser Menschen bringt die sozialen
Sicherungssysteme – die für völlig andere Problemlagen konzipiert worden waren
– vielerorts an den Rand der Belastbarkeit.
Europas Wettbewerbsfähigkeit
und technologische Leistungsfähigkeit stagniert: Die Eurozone ist seit
mindestens 20 Jahren die am langsamsten wachsende Wirtschaftsregion der Erde.
Schon heute ist der Abstand im Pro-Kopf-Einkommen zwischen den USA und der EU
in nominalem Dollar größer als der Unterschied zwischen der EU und Indien.
Europas Durchschnittsverdiener leiden unter sinkender Kaufkraft ihrer Löhne und
Gehälter. Die Kosten für Wohnen steigen stetig. Gleichzeitig nimmt die
Vermögenskonzentration bei einer kleinen Schicht Superreicher weiter zu.
Und zum Schluss fällt auch
noch der Zug aus. „Die Leute“, so der Grünen-Vorsitzende Felix Banaszak
kürzlich in einem Moment der Nachdenklichkeit, „erleben einen Staat, der nicht
in der Lage ist, die einfachsten Versprechen zu halten.“
Die Politik (und mit ihr die
Bevölkerung) erscheint zunehmend als Opfer eines Systems, das sie selbst
geschaffen hat. In diesem von Überbürokratisierung, Überjustizialisierung und
einer neoliberalen Grundierung der EU-Binnenmarktordnung geprägten System verpuffen
demokratische Impulse zunehmend wirkungslos. Über Wahlen und parlamentarische
Mehrheiten sind grundsätzliche politische Kursveränderungen – wie nicht zuletzt
die rechtspopulistisch geführten Regierungen in den Niederlanden und Italien
vor allem in der Migrationspolitik lernen mussten – kaum mehr möglich. Diese
Blockade des Politischen ist vielerorts sogar explizit erwünscht. „Effektive
Einschränkungen der Exekutive“, so beschreibt Philipp Manow diese Entwicklung,
„werden zu einem Gütesiegel liberaler Demokratie. Möglichst niemand soll so
regieren können, wie eine Mehrheit es will.“
Allerdings gehen die
Auswirkungen dieser Einhegung des Souveräns mittlerweile weit über das
ursprünglich Beabsichtigte hinaus. Staatlich-administratives Handeln verfängt
sich zunehmend in den Fallstricken von nationalen und europäischen Gesetzen,
Verwaltungsvorschriften, dem Anspruchsdenken hyperindividualisierter
Gesellschaften, von Geldmangel und einem massiven mission creep der
Justiz, die sich immer weiter in das Terrain der Politik hineinbewegt und deren
Gestaltungsspielräume zunehmend verengt. Demokratische Politik verkommt zu
einer Art parlamentarischer Performance, in der sich die Akteure in
symbolischen und immer weniger gestaltenden Gesten verlieren.
Die praktischen Auswirkungen
dieser Selbstfesselung werden nicht nur von ehemaligen Bundestagsabgeordneten
wahrgenommen. Laut einer aktuellen Studie der FES sind 76 Prozent der Deutschen
der Meinung, das Land entwickle sich in die falsche Richtung. 53 Prozent
glauben nicht, dass die Politik in der Lage ist, die Herausforderungen der
Zukunft zu bewältigen. Und satte 84 Prozent sind der Ansicht, der Politik fehle
es ganz grundsätzlich an einer Vision für die langfristige Entwicklung
Deutschlands. Die politischen Akteure erscheinen zunehmend als
gestaltungsunfähige Status-quo-Kräfte, die eine überforderte Ordnung verwalten,
die für die Masse der Bürgerinnen und Bürger immer weniger liefert. In Berlin
nicht einmal einen Termin im Bürgeramt.
Im Englischen gibt es den
Ausdruck „grinding to a halt“, der das Bild eines sich allmählich
festfressenden, langsam zum Stillstand kommenden mechanischen Systems evoziert.
Man wird das Gefühl nicht los, dass dieser Ausdruck auch die
Entwicklungstendenzen der politisch-administrativen Systeme in einigen Ländern
Europas – und nicht zuletzt Deutschlands – ganz gut beschreibt. Der
französische Staatspräsident Emmanuel Macron hat in seinen bisherigen acht
Amtsjahren ein gutes Drittel der gesamten Staatsschulden Frankreichs
aufgehäuft, ohne dass sich an den Strukturproblemen des Landes Grundlegendes
geändert hätte. Wer würde die Hand dafür ins Feuer legen, dass Deutschland mit
den diversen „Sondervermögen“, die in den letzten Jahren geschaffen wurden,
nicht eine ähnliche Entwicklung droht?
Auffällig ist, dass es eher
konservative Stimmen sind, die mit dieser Entwicklung ein Problem zu haben
scheinen. Progressive und liberale Politik scheint das weniger zu beschäftigen.
Möglicherweise halten sie die mit dieser Entwicklung verbundenen Effizienz- und
Glaubwürdigkeitsverluste für einen akzeptablen Preis für die Einhegung des
„populistischen“ Gespenstes. Diese Haltung ist jedoch kurzsichtig. Denn die
aktuelle Situation unterminiert mit ihrer doppelten Lähmung – Wahlen, die wenig
verändern, und eine Verwaltung, die nicht liefert – die beiden zentralen Säulen
der Legitimität demokratischer Systeme: Die „Input“-Legitimität der
Selbstbestimmung der Staatsbürger ebenso wie die „Output“-Legitimität, die
durch die erfolgreiche Bereitstellung öffentlicher Güter und die Erfüllung
staatlicher Grundfunktionen entsteht. Wohin das führt, zeigt gerade eine
aktuelle Allensbach-Umfrage: Nur noch 28 Prozent der der Deutschen haben
Vertrauen in die Regierung als Institution.
Diese Entwicklung ist umso
fataler, als sich längst Gegenkräfte und -modelle formieren. Das gilt zum einen
für die westliche Welt, wo sich in der Person Donald Trumps ein Muster für
einen autoritären Führungsstil etabliert hat, der sein politisches Mandat für
ein hartes und konsequentes output-orientiertes Durchregieren jenseits
etablierter institutioneller Arrangements nutzt. Noch größer dürfte aber
langfristig die Herausforderung sein, die sich aus der Leistungsfähigkeit
autoritärer nicht-westlicher Systeme etabliert.
Der Motor dieser Entwicklung
ist China, das mit der konsequenten Output-Orientierung seines Systems eine
völlig neue Form der Legitimierung staatlicher Herrschaft etabliert. In einem
bemerkenswerten Aufsatz des amerikanisch-chinesischen Publizisten Kaiser Kuo
heißt es: „Legitimität wird in diesem Jahrhundert nicht aus ideologischer
Reinheit resultieren, sondern aus der (...) Fähigkeit, Ergebnisse zu liefern.
Systeme werden nicht nach der Eleganz ihrer Theorien beurteilt werden, sondern
nach ihrer Fähigkeit, existenzielle Herausforderungen zu bewältigen.“ Diese
„Legitimität durch Leistung“ ist es, was in Westeuropa zunehmend in Frage steht
und woraus Chinas autoritär-konfuzianistischer Staatskapitalismus seine
Attraktivität bezieht. In China selbst sind die Auswirkungen dieser Entwicklung
bereits messbar: Die nach 1990 geborene Generation steht der liberalen
westlichen Demokratie deutlich skeptischer gegenüber als ältere Kohorten. Wenn
die Theorie von der Zentralität der delivery stimmt, wird dieses Modell
zunehmend auch anderswo an Attraktivität gewinnen – zunächst wahrscheinlich in
den nicht-westlichen Teilen der Welt. Eher früher als später könnte die Frage
nach der performance legitimacy aber auch zur Gretchenfrage für die
stagnierenden und blockierten Systeme der EU-Länder werden.
Angesichts der Verwahrlosung
vieler öffentlicher Räume Berlins fragt man sich instinktiv, wie lange das noch
gut gehen kann. Hat man in dieser Stadt, insbesondere in seiner östlichen
Hälfte, nicht schon mal Ähnliches gesehen? Wer die DDR über die 1980er Jahre
hinweg beobachtete, konnte zuzusehen, wie ein politisches und wirtschaftliches
System langsam in die Knie ging. Wie die Dysfunktionalitäten immer stärker
wurden und sich immer sichtbarer in den Alltag schlichen: grinding to a halt.
Gleichzeitig rechnete sich dieses System bis zum Schluss mit Hilfe allerlei
volkswirtschaftlicher Buchhaltungstricks schön: Es sei das zehntgrößte
Industrieland der Welt. Bis es schließlich innerhalb weniger Monate in sich
zusammenfiel, pleite und von seinen Bürgern als unreformierbar aufgegeben.
Ähnliches steht in Westeuropa
natürlich nicht an. Was uns droht, ist kein Systemwechsel, sondern ein Wechsel
innerhalb des Systems: ein populistischer Backlash, der die etablierten
Parteien abwählt und die politische Macht – siehe Trump – in die Hand von
Akteuren legt, die versprechen, Politik endlich wieder effizient zu betreiben.
Damit dies nicht passiert, bedarf es ernsthafter Reformen: weg von blockierter
Demokratie und zurück zu einer realen Gestaltungsmacht des Politischen. Solche
Reformen liegen im ureigenen Interesse gerade jener Kräfte, die heute (noch)
die parlamentarischen Mehrheiten stellen. Wenn die demokratischen Akteure diese
„Systemfrage“ nicht selbst in Angriff nehmen, werden dies früher oder später
andere tun. IPG 22
Die Deutschen haben sich
italienisiert
In den letzten Jahrzehnten
ist in Deutschland ein kultureller Wandel zu beobachten, der von manchen
augenzwinkernd als „Italianisierung“ der Deutschen bezeichnet wird. Gemeint ist
damit kein Verlust der eigenen Identität, sondern vielmehr die zunehmende Übernahme
von Lebensstilen, Gewohnheiten und Wertvorstellungen, die traditionell mit
Italien verbunden werden.
Ein zentrales Element dieses
Wandels ist der Umgang mit Essen. Wo früher Effizienz und Zweckmäßigkeit
dominierten, hat heute der bewusste Genuss einen höheren Stellenwert. Lange
Mittagspausen, hochwertige Zutaten, Espresso statt Filterkaffee und die Leidenschaft
für regionale Küche sind längst Teil des deutschen Alltags geworden.
Italienische Restaurants prägen nahezu jede Stadt, und Begriffe wie al dente,
aperitivo oder dolce vita gehören inzwischen zum allgemeinen Sprachgebrauch.
Auch das Verhältnis zur
Arbeit hat sich verändert. Zwar gelten Deutsche weiterhin als diszipliniert und
organisiert, doch gewinnt die Idee der Work-Life-Balance zunehmend an
Bedeutung. Freizeit, Familie und persönliche Zufriedenheit werden stärker
gewichtet – eine Haltung, die man lange Zeit vor allem mit dem mediterranen
Lebensstil in Verbindung brachte. Homeoffice, flexible Arbeitszeiten und ein
bewussterer Umgang mit Stress spiegeln diese Entwicklung wider.
Darüber hinaus zeigt sich die
Italianisierung im sozialen Miteinander. Spontanität, Emotionalität und
Geselligkeit sind akzeptierter geworden. Öffentliche Plätze, Cafés und
Fußgängerzonen dienen nicht mehr nur dem Durchgang, sondern als Orte der
Begegnung. Man nimmt sich Zeit für Gespräche, trifft Freunde ohne großen Anlass
und genießt das Leben im öffentlichen Raum.
Diese kulturelle Annäherung
ist kein einseitiger Prozess, sondern Ausdruck einer offenen, pluralen
Gesellschaft. Die Deutschen sind nicht „weniger deutsch“ geworden, sondern
haben ihren Alltag um Elemente bereichert, die Lebensfreude und Menschlichkeit
betonen. In diesem Sinne bedeutet Italianisierung nicht Anpassung, sondern
Inspiration – und vielleicht genau das, was Europa im Kern ausmacht: den
Austausch von Ideen, Gewohnheiten und Lebensformen.
Giuseppe Tizza, de.it.press
Studie. Rassismus gegen Schwarze ist Alltag in Deutschland
Rassistische Beleidigungen,
Drohungen, Hass im Netz: Für viele Schwarze und Afrodeutsche ist das in
Deutschland Alltag. Eine IDZ-Studie zeigt, dass Übergriffe oft auch aus
Behörden, Polizei oder dem Job kommen – mit schwerwiegenden Folgen bis in die
Gesundheit.
Rassismus gegenüber schwarzen
Menschen ist laut einer Studie des Instituts für Demokratie und
Zivilgesellschaft (IDZ) zu einem Alltagsphänomen in Deutschland geworden. Es
handele sich um ein strukturelles Problem der gesamten Gesellschaft, sagte die
Mitautorin der Studie, Laura Dellagiacoma, am Mittwoch in Jena. Die Folgen für
die Betroffenen seien gravierend für deren Selbstbestimmung, gesellschaftliche
Teilhabe und psychosoziale Gesundheit.
Den Studienergebnissen
zufolge sind drei von vier Befragten online schon mindestens einmal persönlich
rassistisch beleidigt worden. 26 Prozent berichteten von häufigen
Beleidigungen. Fast alle Befragten (88 Prozent) seien bereits mit rassistischen
Hassbotschaften auf Social-Media-Kanälen konfrontiert gewesen. Dabei gehe
dieser Rassismus keineswegs nur von Rechtsextremen, sondern häufig auch von
Personen in Behörden, Polizei, Politik oder vom Arbeitsumfeld der Betroffenen
aus. Drei von fünf Befragten berichteten über rassistische Drohungen, denen sie
ausgesetzt gewesen seien.
Rückzug von bestimmten Orten
Viele Teilnehmende berichten
den Wissenschaftlern, dass sie sich aufgrund rassistischer Erfahrungen
zurückzögen und bestimmte Orte, Veranstaltungen und Social-Media-Plattformen
mieden. Parallel setzten sich viele Befragte jedoch weiterhin online wie offline
gegen Rassismus ein und leisteten politische Arbeit für den gesellschaftlichen
Zusammenhalt.
Die Studienautoren
formulieren fünf Handlungsempfehlungen, um das Problem zu bekämpfen, darunter
politische Bildung, konsequentere Ahndung, unabhängige Beschwerdestellen sowie
finanzielle Förderung von Initiativen.
Handlungsempfehlung auch für
Medien
Auch „Medienschaffende
sollten sich ihrer Rolle im Abbau rassistischer Vorurteile und Hatespeech
bewusst sein und sich mit Antirassismus auseinandersetzen“, heißt es in der
Studie.
An der Studie nahmen
bundesweit 1.008 volljährige Personen teil, die sich selbst als schwarz
beziehungsweise afrodeutsch identifizierten. Die Befragungen fanden im März
2024 statt. (epd/mig 19)
70 Jahre italienisches Leben in Düsseldorf:
Espresso, Pizza und Vespa prägen den Alltag
Seit 1955 prägen italienische
Stimmen, Düfte und Lebensart das Leben in Düsseldorf. Mit dem Anwerbeabkommen
zwischen Deutschland und Italien kamen zunächst Gastarbeiter in die Stadt – und
brachten weit mehr als nur ihre Arbeitskraft mit. Sie brachten Geschmack, Farbe
und Lebensfreude.
Espresso in den frühen
Morgenstunden, Pizza am Mittag, Pasta am Abend – was heute selbstverständlich
ist, war damals eine kleine Revolution. Gelato an heißen Sommertagen, Olivenöl
in der Küche, lebhafte Cafés auf den Straßen: Die italienische Kultur hat den
Alltag Düsseldorfs nachhaltig verschönert. Selbst die Vespa, einst Symbol des
italienischen Flairs, ist heute fester Bestandteil des Stadtbildes.
Aber die italienische Präsenz
in Düsseldorf geht über Essen und Mobilität hinaus. Sie hat den Umgang
miteinander verändert, die Stadt offener und bunter gemacht. Von Musik und
Theater bis hin zu neuen sozialen Begegnungen – italienische Lebensart hat das
Stadtleben bereichert.
70 Jahre nach dem
Anwerbeabkommen lässt sich sagen: Italiener haben Düsseldorf nicht nur mit
Arbeit bereichert, sondern mit Lebensfreude, Kreativität und Kultur. Espresso,
Pizza und Vespa sind nur sichtbare Zeichen eines tieferen Einflusses, der den
Alltag bis heute verschönert. Giuseppe Tizza, de.it.press 22
Interviews. „Wenn es gelänge, wäre
es die humane Antwort auf Donald Trump“
Migrationsexperte Gerald
Knaus über die verschärfte EU-Asylpolitik, die Notwendigkeit von
Drittstaatenabkommen und unrealistische Abschiebeoffensiven. Die Fragen stellte
Nikolaos Gavalakis.
Die EU-Innenminister haben
sich auf eine verschärfte Asylpolitik geeinigt. Ein guter Schritt für Europa?
Die Einigung ist gut für
Europa. Es wurde eine Änderung des Rechts beschlossen, die eine echte Wende hin
zu humaner Kontrolle irregulärer Migration ermöglichen könnte, durch sichere
Drittstaatenabkommen. Das war bisher im EU-Recht stark eingeschränkt – weit
über das hinaus, was die Flüchtlingskonvention fordert. Bisher durfte man eine
Person nur in einen sicheren Drittstaat bringen, wenn es eine individuelle
Verbindung dorthin gab. Das machte solche Abkommen praktisch unmöglich.
Diese eine Änderung – sie war
ursprünglich gar nicht im Paket des Gemeinsames Europäischen Asylsystems GEAS
und wurde erst dieses Jahr von der Kommission vorgeschlagen – ist die Grundlage
für zukünftige effektive humane Grenzkontrollen an den Außengrenzen der EU. Das
meiste andere im GEAS-Paket wird dagegen kaum Wirkung entfalten.
Teil des Plans sind
Rückführungszentren in sicheren Drittstaaten. Wie bewerten Sie das?
Der Begriff
„Rückführungszentrum“ ist irreführend. Worum geht es? Eine Person aus
Bangladesch kommt nach Deutschland, stellt einen Asylantrag, wird abgelehnt,
klagt – und wird erneut abgelehnt. Sie ist also ausreisepflichtig. Rechtlich
müsste sie nach Bangladesch zurück, aber wenn Bangladesch etwa nicht
kooperiert, so die Idee, sucht man nun ein anderes Land, zum Beispiel Pakistan.
Die Person würde dorthin gebracht und dann, so die Hoffnung, von selbst in ihr
Herkunftsland weiterreisen. Für all das braucht es kein Zentrum. Doch warum
sollte ein anderes Land das tun? Im besten Fall betrifft das sehr wenige
Menschen, weil kaum ein Staat bereit wäre, dauerhaft nennenswerte Zahlen von
Nicht-Staatsbürgern aufzunehmen.
Daher wird das keine große
Wirkung haben. Es ist etwas völlig anderes als echte, sichere
Drittstaatenabkommen – bei denen angekündigt wird, dass ab einem Stichtag alle
irregulär Ankommenden ihr Verfahren in einem sicheren Drittstaat durchlaufen.
Wenn das glaubwürdig ist, brechen irreguläre Ankünfte binnen Wochen ein. Die
Menschen werden nicht mehr Schmuggler bezahlen und ihr Leben riskieren. So war
es 2016 mit der EU-Türkei-Erklärung, ähnliche Erfahrungen gab es in Australien
2001 und 2013. Wenn klar ist, dass irreguläre Migration zwecklos ist, gehen die
Zahlen drastisch zurück. Und nur so wird das umsetzbar.
Ist nicht damit zu rechnen,
dass gegen solche Drittstaatenmodelle wieder geklagt wird und sich alles erneut
verzögert?
Natürlich wird geklagt und
das ist auch legitim. Deshalb müssen diese Abkommen so geschlossen werden, dass
die rechtlichen Standards auch in den Augen unserer Gerichte eindeutig erfüllt
sind. Das ist machbar. Entscheidend ist, dass Menschen immer human behandelt
werden und ein faires Verfahren erhalten. Das kann der UNHCR sicherstellen,
oder ein Staat mit einem funktionierenden Asylsystem, oder er gibt für diese
Gruppe pauschal Schutz – so wie viele afrikanische Länder heute schon. Gerichte
erzeugen dabei einen positiven Druck: Nur wenn Standards erfüllt sind, wird die
Einigung ein Erfolg. Dadurch sind solche Abkommen moralisch anders zu bewerten
als die heutige Kooperation mit Libyen und Tunesien.
Großbritannien ist mit dem
Ruanda-Plan gescheitert, Italiens Abkommen mit Albanien stockt. Warum sollte es
diesmal funktionieren?
Im Fall Albanien geht es
nicht um ein Drittstaatenmodell. Italien führt dort italienische Verfahren
durch. Die Entscheidungen europäischer Gerichte hatten auch nichts mit Albanien
zu tun. Wären die Verfahren in Sizilien erfolgt, hätte der Europäische Gerichtshof
in Luxemburg genauso entschieden, denn es ging um Fragen der
Verfahrensbeschleunigung. Albanien ist kein menschenrechtswidriges Modell, aber
eines ohne Wirkung.
Und Ruanda?
Dort wollten die Briten im
Kern genau das machen, was nun auch in der EU möglich wird. Es gibt dazu drei
Urteile britischer Gerichte: erste Instanz, Berufungsgericht und Supreme Court.
Die Richter sagten am Ende sehr klar: Solche Abkommen sind legitim und
verstoßen weder gegen die Flüchtlings- noch gegen die Menschenrechtskonvention
– solange bestimmte Standards erfüllt sind.
Der Supreme Court hat den
Plan gestoppt, weil das ruandische Asylsystem noch nicht glaubwürdig war.
Danach haben Großbritannien und Ruanda einen neuen Vertrag geschlossen, der
alle Kritikpunkte adressierte. Er enthielt etwa das Verbot, Menschen weiter abzuschieben,
auch die Integration britischer Richter. Das Urteil zeigt uns, wie ein solches
Modell rechtskonform funktioniert.
Diese Woche wurde auch ein
neuer Solidaritätsmechanismus beschlossen. Italien und Griechenland wollen
wieder Asylbewerber aus Deutschland zurücknehmen. Ähnliche Ansätze gab es
bereits in der Vergangenheit. Wie groß ist Ihr Vertrauen, dass es diesmal funktioniert?
Im letzten Jahr hat Italien
aus der gesamten EU nur 60 Dublin-Überstellungen zugelassen. 60! Es ist schwer
zu glauben, dass sich das plötzlich ändern wird. Auch jetzt ist Italien dazu
verpflichtet und setzt das Recht einfach nicht um. Wenn Italien, Griechenland,
Bulgarien und andere Staaten Dublin weiter so praktizieren wie in den letzten
20 Jahren, dann werden andere Staaten niemanden von dort aufnehmen. So bleibt
dann alles wie bisher: Dublin funktioniert weiter nicht.
Länder wie Marokko oder
Tunesien sollen künftig als sichere Herkunftsstaaten gelten. Ist das Problem
nicht eher, dass jeder Antrag individuell geprüft werden muss und die Behörden
dadurch überfordert sind?
Nein. Die individuelle
Prüfung ist eine zivilisatorische Errungenschaft, beschlossen nach den
Erfahrungen des 20. Jahrhunderts. Das ist nicht das Problem. Das eigentliche
Problem ist: Was passiert nach der Ablehnung? Da ist die Prüfung ja schon
erfolgt. Trotzdem gelingt es nicht, Menschen abzuschieben. Abschiebungen sind
für europäische Demokratien grundsätzlich schwierig, weil sie immer auf die
Kooperation der Herkunftsstaaten angewiesen sind. Deutschland hat Probleme,
Leute nach Italien abzuschieben, genauso wie Italien Probleme hat, Menschen
nach Bangladesch, Irak oder Ägypten zurückzubringen. Die Natur des Problems ist
identisch. Verfahren beschleunigen ist aber immer sinnvoll. Und kann wirken.
Die Migrationsfrage spielt
Rechtspopulisten europaweit in die Hände. Was müsste passieren, um das in den
Griff zu bekommen?
Drei Dinge sind entscheidend:
Erstens: praktisches Handeln. Zum ersten Mal seit Jahren gibt es nun die
Möglichkeit, irreguläre Migration an den Hauptrouten, insbesondere im
Mittelmeer, drastisch zu reduzieren. Das geht nur über sichere
Drittstaatenabkommen. Es braucht nun eine Koalition von Ländern – und
Deutschland sollte als Hauptzielland dabei sein –, die sich dafür einsetzt,
dass ab einem Stichtag ankommende Menschen aus Italien, Griechenland oder
Spanien in sichere Drittstaaten gebracht werden. Das ist aufwändig und
erfordert politischen Fokus. Wenn sich die Innenminister und die
Regierungschefs nicht genug engagieren, wird es nicht passieren. Aber wenn es
gelänge, wäre es die humane Antwort auf Donald Trump. Es ist möglich,
irreguläre Migration zu reduzieren, ohne die Menschenrechts- oder die
Flüchtlingskonvention zu verletzen.
Der zweite Punkt ist:
Realismus bei Abschiebungen. Regierungen sollten nur versprechen, was sie auch
wirklich umsetzen können – und was tatsächlich etwas bringt. Dass man jemanden
aufgreift, der seit fünf Jahren hier lebt und arbeitet, und daher leicht zu
finden ist, macht das Land nicht sicherer. Das hat mit Kontrolle wenig zu tun.
Viel sinnvoller wäre es, alle Kräfte auf Straftäter zu konzentrieren, die
keinen Schutz erhalten haben. Und das konsequent – mit Abschiebungen in alle
Länder, wo dies rechtlich möglich ist. Dafür muss man auch mit Staaten wie
Afghanistan oder Syrien verhandeln. Das wären Maßnahmen, die wirklich etwas
bewirken könnten. Wir müssen wegkommen von völlig unrealistischen Ankündigungen
großer Abschiebeoffensiven, die dann doch nie stattfinden. Genau das untergräbt
Vertrauen.
Und drittens: Kontrolle ja,
so bald wie möglich, aber nicht um den Preis der Menschenwürde. Parteien der
Mitte müssen die Menschenrechtskonvention, die Flüchtlingskonvention und die
Menschenwürde klar verteidigen. Das ist die Lehre aus dem 20. Jahrhundert in
Europa.
Das überzeugt die
Bevölkerung?
In den letzten zehn Jahren
gab es Rekordzahlen an Asylanträgen in Deutschland und Österreich. Das lag
jedoch nicht an Signalen aus Berlin oder Wien, sondern an zwei der größten
Fluchtkrisen der Welt der letzten 50 Jahre, beide vor den Toren der EU: in Syrien
und in der Ukraine. In beiden Fällen war Wladimir Putin dabei eine
Hauptfluchtursache. Er hat Assad von 2015 bis 2024 mit dem russischen Militär
an der Macht gehalten. Als er das wegen des Ukrainekriegs nicht mehr konnte,
ist das Assad-Regime zusammengebrochen. Und in dem Moment, in dem Assad
gefallen war, sind Hunderttausende Syrer aus dem Libanon, der Türkei und
Jordanien zurückgekehrt.
Wenn man das klar erklärt,
wird deutlich: Es waren diese zwei Kriege – nicht der Klimawandel, nicht
Bevölkerungswachstum, nicht Armut –, die dazu geführt haben, dass in
Deutschland eine Million Syrer und 1,3 Millionen Ukrainer Schutz erhalten
haben. Theorien wie „Wir müssen den Flüchtlingsschutz abschaffen, wir leben in
anderen Zeiten als 1950“ oder „Es wird immer mehr Flüchtlinge geben, da können
wir nichts tun“ wirken dabei – auch wenn sie das Gegenteil erreichen wollen –
letztlich wie Munition für die Rechtsextremen. Denn sie sagen dann: Dann
schaffen wir den Flüchtlingsschutz eben komplett ab. Und das wäre fatal. Wer
den Flüchtlingsschutz infrage stellt, die Menschenwürde von Asylsuchenden, der
stellt am Ende die Menschenwürde aller infrage. Dafür müsste man auch alle
Konventionen aussetzen, die wir seit 1949 in Europa beschlossen haben. Und
genau das ist es, was die Rechtsextremen wollen: eine Welt vor der
Menschenrechtsrevolution der späten 1940er Jahre.
Sie sagen, ein Großteil der
Flüchtlinge im Land wird nicht abgeschoben werden können. Muss man das der
Bevölkerung nicht offen sagen?
Eine der klügsten
Entscheidungen der Ampel war es, Menschen, die seit Jahren hier leben, keine
Straftaten begangen haben und ohnehin nicht abgeschoben werden konnten, eine
Perspektive zu geben, etwa durch das Chancenaufenthaltsrecht. So etwas
funktioniert politisch aber nur, wenn man einen Stichtag hat und gleichzeitig
die irreguläre Migration drastisch reduziert. Die AfD konnte sich zwischen 2021
und 2025 verdoppeln, auch weil in den drei Jahren zwischen 2022 und 2024 in
Deutschland 850 000 Asylanträge gestellt wurden. Die Regierung verlor die
Kontrolle, das waren enorm hohe Zahlen. Dazu kamen noch die ukrainischen
Flüchtlinge, die gar kein Asylverfahren durchlaufen mussten. Insgesamt entstand
so der Eindruck, dass nicht nur die Zahlen aus dem Ruder laufen, sondern die
Regierung überhaupt keine Strategie mehr hatte, um Kontrolle
wiederherzustellen.
Wenn man 2026 aber irreguläre
Migration in die EU drastisch und sichtbar reduziert, legale Wege wie
Resettlement stärkt und benötigte Arbeitsmigration organisiert, hat man eine
Politik der Mitte, die drei Dinge vereint: Sie ist umsetzbar, sie ist im Einklang
mit bestehendem Recht und – ich bin überzeugt – sie ist auch mehrheitsfähig.
Identitäre Parteien wie die AfD, die bereit sind, Menschenrechte zu opfern, wie
wir das heute in den USA sehen, werden das alles ablehnen, aber daran darf sich
die Mitte nicht orientieren. Und das wird dann auch die Mehrheit der Deutschen
nicht tun. IPG 19
Jahresrückblick 2025: Was „uns“
beschäftigt hat
Ein Jahr im Dauerfeuer: 2025
wurde Migration zur politischen Währung – und für viele zur täglichen Zumutung.
Zwischen Wahlkampf, Grenzdebatten und EU-Härte, Polizeischüssen und Rassismus
im Alltag, zerrissenen Familien und brüchigen Zusagen blieb vor allem ein
Gefühl: Zugehörigkeit steht wieder zur Disposition.
2025 war so ein Jahr, das
sich anfühlte, als hätte jemand den Nachrichten-Ticker auf „Dauerfeuer“
gestellt. Für viele Menschen mit Migrationserfahrung war es ein Jahr, in dem
große Politik sehr schnell sehr persönlich wurde: am Küchentisch, bei der Wohnungssuche,
auf dem Schulhof, im Wartebereich der Ausländerbehörde – und manchmal auch
schlicht auf der Straße, wenn Angst real wurde.
Los ging es im Januar mit
einem Wort, das plötzlich mehr erklärte, als es sollte: „Biodeutsch“ wurde zum
Unwort des Jahres 2024 erklärt – als diskriminierend, als Form von
Alltagsrassismus. Man kann darüber die Augen rollen („Schon wieder ein
Begriff?“). Man kann aber auch ehrlich sein: Es war ein ziemlich passender
Auftakt. Denn 2025 wurde ein Jahr, in dem Zugehörigkeit immer wieder neu
verhandelt wurde – nicht abstrakt, sondern mit Untertönen, Blicken,
Schlagzeilen.
Vom globalen Tonwechsel zur
deutschen Innenpolitik
Nur wenige Tage später wurde
Donald Trump in Washington als Präsident der USA vereidigt und machte gleich
klar, dass „America First“ wieder Programm ist: Rückzug aus internationalen
Abkommen, Druck auf Verbündete, weniger Hilfe – und Härte bei Migration. Das
war nicht nur Weltpolitik. Es war auch ein Signal, das bis nach Europa hallte,
weil es den Ton verschob: rauer, misstrauischer, kälter.
In Deutschland kippte die
Stimmung im Januar endgültig in den Wahlkampfmodus, als in Aschaffenburg ein
kleiner Junge und ein Mann erstochen wurden. Die Tat war schrecklich – und sie
wurde sofort politisch aufgeladen. Ein abgelehnter afghanischer Asylbewerber
wurde festgenommen; im Herbst folgte ein Prozess, am Ende die Einweisung in die
Psychiatrie wegen Schuldunfähigkeit. Doch schon in den Tagen nach der Tat war
das Muster sichtbar: Ein Gewaltverbrechen wird zur Projektionsfläche, Migration
zur Abkürzung für „Problem“, Asylpolitik zum Hebel für Mehrheiten. Eine Woche
später setzte die Union im Bundestag einen Antrag zur Verschärfung der
Migrationspolitik mit Hilfe der AfD durch – und im ganzen Land gingen
Zehntausende auf die Straße, um gegen einen Rechtsruck zu demonstrieren: eine
Republik zwischen Entsetzen, Instrumentalisierung und Gegenwehr.
Zugehörigkeit auf Widerruf
In diese aufgeheizte Stimmung
platzte auch eine Debatte, die vielen besonders unter die Haut ging: die Idee,
Staatsbürgerschaft wieder leichter entziehen zu können – als „Signal“, als
Strafe, als politische Botschaft. Für Betroffene fühlte sich das nicht nach
Sicherheit an, sondern nach einer Art „Zugehörigkeit auf Widerruf“.
Der Februar machte es nicht
leichter. In München steuerte ein junger Afghane ein Auto in einen
Demonstrationszug, mindestens 30 Menschen wurden verletzt, zwei Tage später
starben ein Kind und seine Mutter. Wieder: Trauer, Schock – und sofort die
nächste Runde der Asyl- und Sicherheitsdebatte. Parallel dazu kam aus den USA
der nächste rhetorische Paukenschlag: Vizepräsident J. D. Vance attackierte auf
der Münchner Sicherheitskonferenz europäische Verbündete ungewöhnlich scharf,
warf ihnen Einschränkungen der Meinungsfreiheit vor und kritisierte die
Ausgrenzung von Parteien wie der AfD als undemokratisch. Deutsche Politiker
wiesen die Einmischung zurück – aber der Ton blieb hängen: USA supportet AfD.
Wahljahr, Stimmungslage,
Verschärfungen
Am 23. Februar folgte die
Bundestagswahl. Die Union gewann mit 28,5 Prozent, die AfD wurde mit 20,8
Prozent zweitstärkste Kraft, die SPD stürzte auf 16,4 Prozent. Grüne und Linke
zogen ebenfalls ins Parlament ein, FDP und BSW scheiterten an der Fünf-Prozent-Hürde.
Das Ergebnis war nicht nur eine neue Sitzordnung – es war ein Stimmungsbild:
Migration blieb eines der Themen, an denen sich Politik und Gesellschaft
abarbeiten, und zwar mit zunehmend scharfem Werkzeug.
Im Frühjahr und in den
Koalitionsverhandlungen zeigte sich, wie schnell aus Debatten konkrete
Einschnitte werden können. Plötzlich stand wieder zur Disposition, was gerade
erst als Fortschritt galt: die schnellere Einbürgerung („Turbo-Einbürgerung“) –
und zugleich Änderungen beim Familiennachzug für bestimmte Gruppen von
Geflüchteten. Für viele war das keine technische Reform, sondern eine Frage von
Lebensplanung: Kann ich bleiben? Kann ich ankommen? Kann meine Familie
nachkommen – oder bleibt „Integration“ eine Dauerleistung im Provisorium?
Rechtsstaat, Polizei,
Vertrauen
Und dann kam ein Themenblock,
der 2025 wie ein roter Faden durch vieles lief: Vertrauen in den Rechtsstaat –
und die Frage, ob alle in diesem Land denselben Schutz erwarten dürfen. Am
Ostersonntag starb in Oldenburg der 21-jährige Schwarze Lorenz A. nach
Polizeischüssen – mehrere Treffer von hinten. Der Fall löste eine heftige
Debatte aus: War es Notwehr oder unverhältnismäßige Gewalt? Warum gab es keine
Bodycam-Aufnahmen? Und warum „ermitteln“ in solchen Fällen oft Polizisten gegen
Polizisten? Der Tod von Lorenz blieb nicht „nur“ ein tragischer Einzelfall. Er
wurde zur Chiffre für etwas, das viele Menschen mit Migrationserfahrung längst
kennen: Dass Begegnungen mit Polizei – je nach Aussehen, Sprache, Wohnort –
nicht für alle gleich riskant sind. Im Sommer wurden Reformforderungen lauter,
in Oldenburg gingen erneut Menschen auf die Straße. Und im November erhob die
Staatsanwaltschaft Anklage gegen einen Polizisten, sah aber keine Notwehr,
sondern nur fahrlässige Tötung – lebensfremd.
Fast spiegelbildlich dazu
entwickelte sich in Hessen ein Komplex, der vielen das Gefühl gab: Es geht
nicht um Einzelfälle, sondern um Muster. Im Herbst wurden Ermittlungen gegen
Frankfurter Polizeibeamt:innen öffentlich – es geht um schwere Vorwürfe wie Körperverletzung,
Strafvereitelung im Amt und die Verfolgung Unschuldiger. Unter den Betroffenen:
häufig Männer, die als „ausländisch“ wahrgenommen werden.
Gebraucht, aber nicht
willkommen
Parallel dazu lief die
Arbeitsmarkt-Realität weiter. Die Politik sagte: „Wir brauchen Fachkräfte“,
Länder drängten auf weniger Barrieren, und Studien zeigten, dass
Beschäftigungslücken zunehmend von Menschen ohne deutsche Staatsangehörigkeit
geschlossen werden. Das war einerseits Bestätigung: Ohne Einwanderung
funktioniert vieles nicht mehr. Andererseits blieb das Gefühl bitter vertraut:
gebraucht werden, ja – aber nicht unbedingt willkommen sein.
Im Mai stufte der
Verfassungsschutz die AfD vom Verdachtsfall zur „gesichert
rechtsextremistischen Bestrebung“ hoch; was politisch wie eine klare Diagnose
wirkt, wird juristisch weiter ausgefochten. Fast zeitgleich ging die
Bundesanwaltschaft gegen eine mutmaßliche rechte Terrorgruppe vor: die „Letzte
Verteidigungswelle“. Verdächtige teilweise erst 14 bis 18 Jahre alt,
Anschlagspläne auf Asylbewerberunterkünfte und linke Einrichtungen – das liest
man zweimal, weil man hofft, sich verlesen zu haben.
Grenzen, Gerichte,
Grundrechte
Im Juni drehte sich vieles um
Grenzen – im wörtlichen und im übertragenen Sinn. Das Berliner
Verwaltungsgericht erklärte in einer Eilentscheidung die Zurückweisung von
Asylsuchenden bei Grenzkontrollen auf deutschem Gebiet für rechtswidrig.
Innenminister Alexander Dobrindt wollte dennoch nichts ändern und sprach von
einem Einzelfall. Für Betroffene klang das wie: Recht kann gelten – muss aber
nicht. Parallel sah man in den USA, wie die Regierung in Kalifornien Soldaten
gegen Demonstrierende aufmarschieren ließ; Proteste richteten sich gegen ICE
und Abschiebungen. Auch das wirkte: als Beleg dafür, wie schnell „Recht“ und
„Ordnung“ gegen Menschenrechte ausgespielt werden, wenn Migration zur Bedrohung
erklärt wird.
Und dann war da noch der
Alltag, der 2025 in vielen Berichten eine erschreckende Klarheit bekam. Ein
Jahresbericht zählte Hunderte dokumentierte Fälle antimuslimischen Rassismus:
Beschimpfungen von Kindern, Pöbeleien gegen Frauen mit Kopftuch, Anfeindungen,
die nicht spektakulär sind – aber zermürbend. Nicht genannt werden können hier
zahlreiche weitere Studien, die ähnliches Verhältnisse über Schwarze, Sinti und
Roma, Jüdinnen und Juden und andere Minderheiten wiederholt zutage gebracht
haben – ohne nennenswerte Wirkung.
Bürokratie, Einbürgerung,
Familie
Ebenfalls im Juni verdichtete
sich ein anderes Thema, das viele mürbe macht: Einbürgerung als Geduldsprobe.
Hohe Rückstände, Wartezeiten von Jahren – selbst wenn die Voraussetzungen
erfüllt sind. Dazu die politischen Signale, die das Ganze wieder infrage
stellen. Gleichzeitig wurde der Familiennachzug politisch enger verhandelt, und
eine Studie griff Gründe auf, warum Zugewanderte zunehmend über Auswanderung
nachdenken: Bürokratie, Politik, persönliche Erfahrungen, strukturelle Hürden
und Diskriminierung.
Im Sommer folgte der nächste
Block: Asylzahlen sanken drastisch, Halbjahreszahlen zeigten einen starken
Rückgang – und sofort begannen die Deutungskämpfe. Erfolgsgeschichte oder
Abschottung? Schutz oder Statistik? Erfolg der neuen oder der alten Regierung?
War das überhaupt ein Erfolg angesichts der Opfer die, die Politik dafür
erbracht hatte: massiver Abbau von Menschenrechten? Die Frage blieb nicht
akademisch, weil parallel Debatten über Abschiebungen aufkamen.
Europa schließt die Reihen
Grenzen wurden im Juli auch
in Europa sichtbar: Polen führte vorübergehende Kontrollen an der Grenze zu
Deutschland ein – als Reaktion auf deutsche Kontrollen. Wer sich in Europa an
offene Grenzen gewöhnt hatte, merkte 2025: Das Gefühl ist fragiler geworden.
Im August zeigte sich, wie
sehr das politische Klima nach innen wirkt: Studien zeigten, dass Geflüchtete
sich vor Fremdenfeindlichkeit sorgen – und dass Diskriminierung besonders bei
Wohnung und Arbeit schmerzt. Gleichzeitig wurde der Blick auf ukrainische
Geflüchtete im EU-Vergleich gelenkt: Sozialhilfe, Arbeitsmarktchancen,
Integrationsbedingungen. Das Ende von diesem Lied war die Streichung von
Bürgergeld für neu ankommende Ukrainer – wie naiv, als man noch glaubte, man
könne die Privilegien der Ukrainer eventuell ausweiten auf alle
Schutzsuchenden.
Afghanistan-Zusagen und
brüchige Versprechen
Der September brachte ein
Thema, das sich bis heute zieht, aber hier einen symbolischen Moment hatte:
Erstmals seit Start der schwarz-roten Koalition kamen afghanische
Staatsangehörige mit Aufnahmezusage in Deutschland an – nachdem mehrere in
Pakistan wartende Familien die ihnen zugesagten Visa gerichtlich durchgesetzt
hatten. Das war einerseits eine Erleichterung: Menschen, die Schutz versprochen
bekommen hatten, kamen endlich an. Andererseits war es ein bitteres Lehrstück
darüber, wie brüchig Zusagen und die Bindung an Recht und Gesetz werden können,
wenn sie politisch nicht mehr gewollt sind. Über das Jahr häuften sich Berichte
über blockierte Verfahren, verschleppte Visavergaben, Neubewertungen bereits
erteilter Zusagen – und über Familien, die ohne Schutzstatus in Pakistan
festsaßen, mit ablaufenden Visa und Angst vor Abschiebung nach Afghanistan. Im
Dezember meldete das Innenministerium, man werde jene aufnehmen, zu deren
Aufnahme man per Gerichtsurteil verpflichtet wurde, alle anderen erhielten Absagen
– trotz vorheriger Zusagen. Fremdschämen.
Im Oktober kam Bewegung in
das Dauerthema Israel-Gaza-Konflikt: Es trat eine Waffenruhe zwischen Israel
und der Hamas in Kraft, verbunden mit Geisel- und Gefangenenaustausch. Das
alles war weit weg – und gleichzeitig ganz nah, weil es in Communities hierzulande
Gespräche, Streit, Sorgen und Trauer prägte. Auch die deutsche Debatte über
Demonstrationen, Grenzen polizeilicher Maßnahmen und den Umgang mit Kritik an
Israels Kriegführung blieb dabei ein Dauerkonflikt – juristisch, politisch,
gesellschaftlich. Inzwischen beschäftigen sich Gerichte mit dem Thema und es
wird immer deutlicher: Deutschland hat in dieser Zeit es mit der
Meinungsfreiheit nicht so ernst gemeint. International war es mit seinem
„Staatsräson“ schon vorher isoliert. Im Globalen Süden trägt die einstige
Hüterin der Meinungsfreiheit und der Fahnenträger für Rechtsstaatlichkeit
inzwischen das Prädikat: Heuchler.
Sprache, Klima, „Stadtbild“
Im nasskalten Herbst wurde
zudem sichtbar, wie schnell eine Äußerung das gesellschaftliche Klima vergiften
kann: Kanzler Friedrich Merz stellte Versäumnisse in der Migrationspolitik in
einen Zusammenhang mit Problemen im „Stadtbild“. Viele empfanden das als
rassistisch, es gab tagelange Proteste. Nicht nur wegen des Satzes – sondern
weil er eine Denkfigur bediente: Migration als Erklärung für „Unordnung“,
Menschen als Kulisse.
Kaum war diese Debatte
abgeklungen, gründete sich im November die AfD-Jugendorganisation „Generation
Deutschland“ neu, begleitet von großen Gegenprotesten.
Dezember: Symbolpolitik und
harte Linien
Im Dezember schließlich kamen
mehrere Linien zusammen. Aus Washington kam eine neue nationale
Sicherheitsstrategie, die EU-Politik als Bedrohung darstellte und sogar von
„zivilisatorischer Auslöschung“ durch Migration sprach – ein Ton, der wie
gemacht ist, um Menschen gegeneinander aufzubringen. In Europa wurde zugleich
das Kopftuchverbot in Österreich für unter 14-Jährige beschlossen – mit
Signalwirkung weit über die Landesgrenzen hinaus. Und in Deutschland wurde das
Thema Wohnen noch einmal besonders greifbar: Eine Studie belegte rassistische
Benachteiligung im Wohnkontext – Wohnlage, Größe, Qualität, Eigentum. Für
Betroffene ist das die zentrale Frage des Alltags: Wo kann ich leben, ohne
abgewiesen zu werden?
Und es gab noch viele andere
große und kleine Debatten, die für Betroffene sehr konkret waren: ein lokaler
Streit um ein Kopftuchverbot an einer Schule; der Vorwurf rassistisch
motivierter, gewaltsamer Grenzkontrollen; ausländisch gelesene Kinder, die auf
dem Spielplatz geschlagen und angespuckt werden. Das Jahr hatte viele solcher
Geschichten: nicht immer „groß“ in der Weltpolitik – aber groß genug, um Leben
zu prägen.
Dazu kamen immer wieder
Afghanistan und Visa: Gerichte forderten raschere Entscheidungen, weil es nicht
um Formalien geht, sondern um Sicherheit. Und es gab dieses „Einzelschicksal“,
das vieles erklärt: der „Held von Aschaffenburg“, ein Asylbewerber, der mit
seinem engagierten Eingreifen im Januar Schlimmeres verhindert hatte und später
mit einer Medaille für Zivilcourage ausgezeichnet wurde, soll Deutschland
verlassen, er soll freiwillig ausreisen, um nicht abgeschoben zu werden. Eine
Erinnerung daran, dass Anerkennung im Alltag nicht automatisch vor
ausländerrechtlicher Härte schützt.
Seenotrettung: die dauerhafte
Tragödie
Und dann, über das ganze Jahr
verteilt, blieb eine Tragödie, die man nie „abhaken“ kann: das zentrale
Mittelmeer. Mindestens 1.190 ertrunkene Menschen, Festsetzungen ziviler
Rettungsschiffe, verlorene Einsatztage – und gleichzeitig Tausende aus Seenot
Gerettete. 2025 war auch ein Jahr, in dem Europa weiter Menschen sterben ließ –
sehenden Auges.
Ein vorläufiger Schlusspunkt
setzte am 17. Dezember so etwas wie einen Schlussakkord für eine Asyl- und
Fluchtdebatte, die 2025 praktisch ohne Pause lief: Das EU-Parlament öffnete die
Tür für eine neue Stufe der Asyl-Auslagerung. Künftig könnten Asylsuchende in
„sichere Drittstaaten“ gebracht werden, in denen sie zuvor nie gelebt haben –
bekannt als Ruanda-Modell. Parallel soll eine EU-weite Liste „sicherer
Herkunftsstaaten“ kommen. Politisch brisant war auch das Abstimmungsbild: Die
CDU stimmte für die Verschärfung gemeinsam mit der AfD und weiteren rechten
Parteien.
Bilanz eines
widersprüchlichen Jahres
Was bleibt als Bilanz? 2025
war ein Jahr der Widersprüche. Es gab Gegenproteste, Zivilcourage, Gerichte,
die Grenzen des Staates markierten, und Menschen, die trotz allem ankommen
wollten. Gleichzeitig gab es eine Politik, die Zugehörigkeit wieder enger definierte,
ein Klima, in dem Alltagsrassismus lauter wurde, und Entscheidungen, die für
Betroffene nicht nach Steuerung, sondern nach Unsicherheit klangen. Positiv
war: Die Gesellschaft ist nicht stumm geblieben. Negativ war: Sie musste viel
zu oft laut werden.
Und 2026? Das Thema Migration
wird uns weiter begleiten – weil es nicht verschwindet, nur weil man es
schärfer formuliert. Die entscheidende Frage wird sein, ob Politik und
Gesellschaft wieder mehr über Lösungen sprechen, die Menschen schützen, statt
sie zu sortieren. Wir, die Redaktion, werden das alles natürlich weiter
kritisch begleiten.
Danke und kurze Pause
Zum Schluss bleibt uns vor
allem eines: Danke. Danke, dass ihr MiGAZIN gelesen habt – regelmäßig oder
zwischendurch, zustimmend oder kritisch. Danke für die vielen konstruktiven
Rückmeldungen, für Lob und Widerspruch, für Spenden und Abonnements, für das
Weiterleiten, Diskutieren und Dranbleiben. Wir wünschen euch schöne Feiertage,
ein gesundes und erfolgreiches neues Jahr – und Nachrichten, die mehr Grund zur
Freude geben. MiG 19
Deutschland streitet über die
Beteiligung der Bundeswehr an einer multinationalen Schutztruppe für die
Ukraine. Doch die Frage stellt sich gar nicht. Von Roland Bathon
Bei den oft sprunghaften
Verhandlungen zwischen den USA und Russland zur Beendigung des Ukrainekriegs
stand die EU zuletzt häufig wie ein Zuschauer daneben. Eine Rolle, die ihr kaum
behagen konnte, verfügt Brüssel doch über eine lange Tradition als diplomatisch
aktiver Vermittler, etwa im Kosovokonflikt oder der Zypernkrise. Umso größer
fiel die Freude in deutscher Politik und Presse aus, als die New York Times
berichtete, die US-Diplomatie habe beim jüngsten Treffen in Berlin die
EU-Forderung nach europäischen Truppen in der Ukraine als Sicherheitsgarantie
übernommen.
Für Überraschung sorgte zudem
anschließend die verbreitete Schlagzeile, Kreml-Sprecher Dmitri Peskow schließe
das Thema Friedenstruppen nicht grundsätzlich aus, anders als viele bisherige
EU-Vorschläge zuvor. Er bezeichnete die Initiative schlicht als „Gegenstand für
Diskussionen“. In den Kurzmeldungen ging jedoch unter, dass er im selben
Statement die Stationierung von EU-Militärpersonal in der Ukraine weiterhin
ausschließt, insbesondere wenn dieses aus NATO-Mitgliedstaaten käme. Trotz
dieses im aktuellen Moskauer Tonfall relativ gemäßigten Signals sollte man sich
nicht der Illusion hingeben, Russland werde im Rahmen von Verhandlungen ein
EU-dominiertes Militärkontingent akzeptieren. Ein Festhalten an dieser
Forderung könnte sogar ein Scheitern jeglicher Gespräche über einen
Waffenstillstand oder Frieden provozieren, selbst wenn Moskau angesichts
wirtschaftlicher Probleme grundsätzlich zu Verhandlungen bereit wäre.
In diesem Zusammenhang ist
die akademische Frage, wie sich „Sicherheitstruppen“ von „Friedenstruppen“
unterscheiden, kaum relevant. In beiden Fällen handelt es sich um Truppen, die
zwecks Deeskalation vor Ort stationiert werden sollen. Entscheidend ist, dass
beide Konfliktparteien ihrer Zusammensetzung zustimmen. Ist diese
ausschließlich westlich oder zumindest westlich dominiert, wird das
Einverständnis aus dem Kreml ausbleiben.
Hierfür lohnt ein Blick auf
die Motive, mit denen Moskau 2022 die Invasion rechtfertigte und bis heute
legitimiert. Ein zentrales Argument lautet, das Vordringen des Westens an
Russlands Grenzen zu stoppen. Russland betrachtet die Ukraine ebenso wie Belarus
als Pufferstaat, Nationalisten sehen sie gar als „russisches Land“, ungeachtet
des Selbstverständnisses der dortigen Bevölkerung. Die frühere,
zähneknirschende Akzeptanz der NATO-Osterweiterung wird in Moskau – über
radikale Kreise hinaus – als außenpolitischer Fehler gesehen. Vor diesem
Hintergrund wird man westliche Truppen auf ukrainischem Boden niemals
akzeptieren, unabhängig davon, ob sie als Friedens- oder Sicherungskräfte
auftreten.
Moskau bewertet jede Präsenz
von NATO-Truppen in der Ukraine als Eskalationsrisiko und strebt eine
Sicherheitsordnung in Osteuropa an, die ohne westliche Beteiligung auskommt.
Den wachsenden Einfluss Chinas in Eurasien muss Russland hinnehmen, gegenüber dem
Westen besteht diese Bereitschaft nicht. Ein Kompromiss an dieser Stelle wäre
aus Moskauer Sicht ein gefährlicher Präzedenzfall für Konflikte wie in Georgien
oder Moldau, wo ebenfalls versucht wird, westlichen Einfluss zurückzudrängen.
Diese Haltung entspringt
nicht allein dem in den letzten Jahren radikalisierten Nationalismus der
russischen Führung, sondern speist sich auch aus historischen Erfahrungen mit
Bedrohungen aus dem Westen – vom napoleonischen Frankreich bis zu Hitlerdeutschland.
Nicht umsonst greifen russische Medien solche Vergleiche gezielt auf, um die
zunehmend kriegsmüde Bevölkerung bei der Stange zu halten.
Das bedeutet jedoch nicht,
dass der Kreml Friedenstruppen grundsätzlich ablehnt. Aus ukrainischer Sicht
sind sie angesichts der realen Bedrohung unverzichtbar. Sie müssten jedoch aus
Staaten stammen, die für beide Seiten als neutral gelten. Vor allem große
Akteure des Globalen Südens wie Indien oder China kommen in Betracht.
Allerdings würde Indien sich höchstens im Rahmen eines UN-Mandats beteiligen,
China schließt eine Teilnahme bislang vollständig aus.
Die massive Konzentration von
Militärgerät in der Ostukraine legt aber nahe, dass die Sicherheit vor Ort
durch militärisch starke Staaten gewährleistet werden müsste, um einen
Aggressor wirksam abzuschrecken. Eine besondere Rolle könnte die Türkei spielen.
Trotz NATO-Mitgliedschaft betont sie ihre Neutralität im Ukrainekrieg und wurde
für Gespräche wie in Istanbul von beiden Seiten akzeptiert. Eine Beteiligung an
einer rein westlichen Mission lehnt Ankara zwar ab, könnte sich jedoch an einer
breiter legitimierten, internationalen Truppe beteiligen. Eine Teilnahme großer
Staaten des Globalen Südens wird es jedoch nur auf Grundlage eines UN-Mandats
oder eines ähnlich neutralen Rahmens geben. Staaten wie Indien oder China
werden nicht das Leben ihrer Soldaten weit entfernt von der Heimat aufs Spiel
setzen, nur weil Washington dies verlangt.
Angesichts des bisherigen
Verlaufs der Verhandlungen zwischen den Regierungen Trump und Putin ist es
wenig wahrscheinlich, dass die nun in Florida fortgesetzten Gespräche schnell
zu Ergebnissen führen. Auch unter gemäßigten russischen Außenpolitik-Experten
wie Andrej Kortunow herrscht große Skepsis gegenüber den weitreichenden,
wechselhaften und stark auf wirtschaftliche „Deals“ zugeschnittenen
US-Vorschlägen. Auf der anderen Seite würden jedoch selbst harte Moskauer
Falken eine von Putin selbst getragene Vereinbarung kaum offen infrage stellen.
Zu groß wäre die Gefahr, die volle Wucht der russischen Staatsmacht
abzubekommen.
Umso wichtiger ist, dass eine
mögliche Einigung, die das massenhafte Sterben in der Ukraine zumindest
unterbrechen könnte, nicht an unrealistischen Forderungen der Europäer
scheitert. Das liegt auch im Interesse der ukrainischen Bevölkerung, die – wie
inzwischen große Teile der russischen Gesellschaft – Frieden wünscht.
Die bereits angestoßene
Debatte, ob Deutschland sich an einer Truppe vor Ort beteiligen sollte,
erübrigt sich angesichts des fehlenden Realitätsbezugs. Russland betrachtet
Deutschland längst nicht mehr als Vermittler, und wird aufgrund der schwierigen
gemeinsamen Geschichte niemals deutsche Truppen in der Ostukraine akzeptieren.
Noch immer steht deutsches Militär in russischer Erinnerung für alles andere
als Frieden, nach dem sich auch viele Russen angesichts wachsender Opferzahlen
sehnen. IPG 19
650.000 Menschen italienischer
Herkunft leben in Deutschland
Vor 70 Jahren wurde das
Anwerbeabkommen mit Italien unterzeichnet. Heute leben weit mehr als eine halbe
Million Menschen mit italienischen Wurzeln in Deutschland. Aber: Jeder Dritte
ist erst in den vergangenen zehn Jahren eingewandert.
In Deutschland haben im
vergangenen Jahr 650.000 Menschen mit italienischer Einwanderungsgeschichte
gelebt. Zum 70. Jahrestag des Anwerbeabkommens mit Italien vom 20. Dezember
1955 teilte das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mit, fast Dreiviertel
von ihnen (465.000 oder 72 Prozent) seien selbst aus dem südeuropäischen Land
eingewandert. Die übrigen 185.000 oder 28 Prozent seien in Deutschland geboren.
Eine Einwanderungsgeschichte
hat demnach „eine Person, die entweder selbst seit 1950 nach Deutschland
eingewandert ist oder bei der dies auf beide Elternteile zutrifft“. 67.000
damals als „Gastarbeiter“ bezeichnete Menschen, die zwischen 1955 und 1973 zum
Arbeiten aus Italien nach Deutschland kamen, lebten 2024 laut der
Statistikbehörde noch hierzulande.
Fast ein Drittel seit 2014
zugewandert
Wer in Italien geboren wurde
und selbst nach Deutschland einwanderte, lebte demnach seit durchschnittlich
30,3 Jahren hier. Knapp ein Viertel (113.000 oder 24 Prozent) kamen in der Zeit
des Anwerbeabkommens (1955-1973) in die Bundesrepublik. Knapp ein Drittel
(147.000 oder 32 Prozent) seien seit 2014 nach Deutschland gekommen.
Häufigste Gründe für den
Umzug nach Deutschland seien familiärer Art (44 Prozent) und Erwerbstätigkeit
(41 Prozent). Der Anteil italienischstämmiger Einwanderer an allen
Erwerbstätigen im Alter von 15 Jahren aufwärts betrug den Angaben zufolge im
vergangenen Jahr 0,9 Prozent. Wichtigstes Betätigungsfeld ist die Gastronomie
(3,6 Prozent).
Schwerpunkte in NRW,
Südwesten und Bayern
Das Geschlechterverhältnis
war unausgewogen: 59 Prozent aller Zuwanderinnen und Zuwanderer aus Italien
waren laut den Statistikern Männer, 41 Prozent Frauen. Auch die regionale
Verteilung, wo italienischstämmige Menschen sich niederließen, ist sehr ungleichmäßig:
Mehr als Zweidrittel (69 Prozent) von ihnen lebten in den drei Bundesländern
Baden-Württemberg (29 Prozent), Nordrhein-Westfalen (23 Prozent) und Bayern (18
Prozent). Die höchsten Anteile an der Gesamtbevölkerung stellten sie demnach im
Saarland (1,8 Prozent), Baden-Württemberg (1,7 Prozent) und in Hessen (1,1
Prozent). (dpa/mig 18)
EU-Parlament gibt grünes Licht für
Auslagerung von Asylverfahren
Das EU-Parlament hat einer
Asylrechtsverschärfung zugestimmt. Sie soll die Verlagerung von Asylverfahren
in Drittstaaten ermöglichen – ein Ansatz, der als Ruanda-Modell bekannt ist.
Abgeordnete der AfD stimmten mit. Von Marlene Brey
Das EU-Parlament hat seine
Position zu zwei zentralen Asylgesetzen abgestimmt. Das teilte ein Sprecher am
Mittwoch in Straßburg mit. Künftig könnten Asylsuchende in sogenannte „sichere
Drittstaaten“ gebracht werden, in denen sie nie zuvor gelebt haben – bekannt
als Ruanda-Modell. Zudem soll es eine gemeinsame europäische Liste „sicherer
Herkunftsstaaten“ geben, wodurch Asylsuchende aus Ländern wie Marokko, Tunesien
oder Ägypten in Asylverfahren und beim Arbeitsmarktzugang deutlich
benachteiligt würden.
Die CDU stimmte zusammen mit
Abgeordneten der AfD und weiterer rechter Parteien für die
Gesetzesverschärfung, während Linke, Grüne und Sozialdemokraten mehrheitlich
dagegen votierten. Die finalen Verhandlungen mit der EU-Kommission und den
Mitgliedstaaten über die beiden Gesetzestexte sollten noch am selben Tag
beginnen.
Sichere Drittstaaten oder das
Ruanda-Modell
Das Konzept der sicheren
Drittstaaten sieht vor, Asylsuchende in Länder zu verlegen, die Schutz gewähren,
statt ihnen im EU-Ankunftsland ein reguläres Verfahren zu ermöglichen. Mit der
geplanten Gesetzesänderung wäre dies auch in Staaten möglich, in denen die
Betroffenen bisher nie gelebt haben, sofern ein entsprechendes Abkommen
besteht. Modelle wie das Abkommen zwischen Italien und Albanien oder das
Ruanda-Modell würden damit ermöglicht.
Der Generalsekretär der
Kommission der Kirchen für Migranten in Europa (CCME), Torsten Moritz,
kritisierte die Asylrechtsverschärfung: „Die anvisierten Drittstaaten haben
meist keine ausreichende Infrastruktur. Damit wird de facto das Grundrecht auf
Asyl abgeschafft“, erklärte er. Clara Bünger, Sprecherin für Innen- und
Fluchtpolitik der Linken im Bundestag, verwies auf frühere
Gerichtsentscheidungen in Großbritannien und Italien und die mögliche
Verletzung der Genfer Flüchtlingskonvention: „Das Ruanda-Modell missachtet
fundamentale Menschenrechte.“
Europäische Liste „sicherer
Herkunftsländer“
Bisher legten die
Mitgliedstaaten selbst fest, welche Länder als sicher gelten. Künftig soll eine
gemeinsame europäische Liste gelten. Wird ein Land als sicher eingestuft,
werden Asylverfahren verkürzt, die Beweislast liegt stärker bei den
Betroffenen, und der Zugang zum Arbeitsmarkt ist oft eingeschränkt.
„Staaten wie Ägypten, in
denen politische Verfolgung an der Tagesordnung ist, werden jetzt europaweit
als sichere Herkunftsländer definiert“, kritisierte der Europaabgeordnete Erik
Marquardt (Grüne). Dies werde nicht Abschiebungen erleichtern, wie viele denken.
Abschiebungen seien auch ohne Einstufung als „sicheres Herkunftsland“ möglich.
Es werde vor allem dazu führen, dass Asylsuchende aus diesen Ländern deutlich
weniger Rechte hätten – etwa keinen Zugang zum Arbeitsmarkt. Das hält Marquardt
vor allem integrationspolitisch für problematisch. (epd/mig 18)
Festung Europa. Wenn der
Ausnahmezustand zur Norm wird
Die europäische Mitte spricht
längst wie die Rechte. Abschottung wird Normalität, Menschenrechte
verhandelbar. Für Migranten ist das keine abstrakte Debatte mehr, sondern eine
Existenzfrage: Bleiben oder erneut gehen müssen? Von Kiflemariam Gebre Wold
Rechte Parteien treiben die
EU vor sich her. Es sind längst nicht mehr nur die Ränder, die Abschottung
fordern. Die „Mitte“ hat deren Sprache übernommen. Für uns in der migrantischen
Community steht eine existenzielle Entscheidung an. Spätestens bei der Frage
meines Enkelkindes: „Wenn die AfD kommt, müssen wir dann Deutschland
verlassen?“, ist mir klar geworden, dass es hier um alles geht. Noch in den
80ern und 90ern war es nicht unüblich für Migrant*innen, nach Schweden, Holland
oder Großbritannien umzusiedeln, wenn hierzulande wieder mal verbal und
physisch über „Asylanten“ und Ausländer hergezogen wurde. Diese Länder galten
damals als liberal. Diese Option besteht nirgends mehr in Europa.
Die politische Lage in Europa
hat sich stark verändert. Der „Rechtsruck“ ist nicht nur ein Schreckgespenst,
er ist Realität. In fast allen europäischen Ländern diktieren rechte und
rechtspopulistische Parteien den Takt. Durch den enormen Druck der Straße und
der Social-Media-Likes scheint die Übernahme von Staat und Gesellschaft durch
die Rechte bald zu gelingen. Selbst dort, wo sie nicht den Kanzler oder Premier
stellen, prägen sie die Debatten. Ihre Agenda ist simpel: Zuwanderung wird
nicht gestaltet, sondern bekämpft.
Hinter dieser Abwehrfront
verbirgt sich mehr als nur Wahlkampftaktik. Europa verändert sein Gesicht. Und
für uns, die migrantische Community, ist die Botschaft unmissverständlich: Wir
sollen uns entweder der Knute einer autoritäreren Gesellschaft beugen oder
diesen Kontinent baldigst verlassen. Es ist eine Zeit angebrochen, in der wir
dieses Szenario nicht mehr als Dystopie abtun können – es ist die neue
Realität.
„Migration dient als Symbol
für eine unübersichtliche, globalisierte Welt. Wer den Wählern einredet, man
müsse nur die Grenzen schließen, um ‚Kontrollverlust‘ zu beenden, bietet ein
Placebo für ganz andere hausgemachte Krankheiten.“
Rechte Parteien – und
zunehmend auch die der sogenannten „bürgerlichen Mitte“ – inszenieren Migration
als Mutter aller Probleme. Sie wird zur existenziellen Bedrohung für kulturelle
Identität, Sozialsysteme und die innere Sicherheit hochstilisiert. Der Trick
dabei ist perfide: Migration dient als Symbol für eine unübersichtliche,
globalisierte Welt. Wer den Wählern einredet, man müsse nur die Grenzen
schließen, um „Kontrollverlust“ zu beenden, bietet ein Placebo für ganz andere
hausgemachte Krankheiten: ökonomische Krisen, soziale Ungleichheit und
Zukunftsangst.
Es ist offensichtlich:
Parteien wie die Fratelli d’Italia, das Rassemblement National oder die AfD
sind wie Treibsätze. Sie haben ihre politische Arbeit professionalisiert und
geben sich teils bürgerlich, teils provokant. Das fatale Ergebnis ist nicht ihr
Wahlerfolg allein, sondern die Reaktion der anderen: Die etablierten Parteien
übernehmen aus Angst vor Wählerverlusten deren Positionen. Was vor einem
Jahrzehnt als radikal galt, ist heute Regierungsprogramm. Begriffe wie
„Obergrenzen“, „Abschiebeoffensiven“ und „illegale Migration“ sind keine
Kampfbegriffe des Randes mehr – sie sind der neue Sound der europäischen
Demokratie. Die Ausnahme wurde zur Norm erklärt. Und die Politik verkauft
diesen politischen Bankrott als „Realismus“.
Amnesie statt
Ursachenbehebung
Dabei verengt sich der Blick
tragischerweise auf Zäune, Zahlen und Zunder. Was fehlt, ist die Ehrlichkeit.
Es gibt kein Jahrhundert in der Menschheitsgeschichte ohne Migration; sie ist
der Motor gesellschaftlicher Entwicklung. Doch Europa igelt sich mental und
physisch ein – und verarmt dabei, menschlich wie ökonomisch.1
Völlig ausgeblendet werden
die Fluchtursachen, für die Europa historisch und aktuell Verantwortung
mitträgt. Dies lässt sich u. a. an drei Punkten festmachen:
1. Das koloniale Erbe: Der
Wohlstand dieses Kontinents fußt teilweise auf Sklavenhandel und der Ausbeutung
des Globalen Südens.
2. Neokoloniale Strukturen:
Ungleiche Handelsbeziehungen und vom Norden verursachte Umweltschäden zerstören
Lebensgrundlagen anderswo.
3. Die Versicherheitlichung2:
Seit 9/11 wird der Globale Süden fast nur noch durch die Brille der
Sicherheitspolitik betrachtet. Migration ist im politischen Denken keine
legitime Größe mehr, sondern ein Mittel im proklamierten „War on Terror“.
Die Verstrickungen Europas in
zahlreichen Konflikten im globalen Süden werden verschwiegen – sei es durch
Waffenlieferungen an Kriegsparteien oder durch militärische Eingriffe ohne
UN-Mandat. Statt rechtstaatliche Asylsysteme zu erhalten oder die eigene Verantwortung
zu benennen, bekämpfen rechte Parteien Geflüchtete, Migrant:innen und alle, die
anders sind als sie. Komplexe globale Ungerechtigkeiten werden mit einfachen
Feindbildern übertüncht.
Schleichende Aushebelung der
Demokratie
Dieser Kurswechsel hat Folgen
für die Demokratie. Wenn Menschenrechte nur noch für die „eigenen“ Leute gelten
und Schutzsuchende als Störfaktoren oder Sicherheitsrisiko gebrandmarkt werden,
erodieren die Werte, auf die sich die EU so gern beruft.
„Wir sind nicht nur Objekte
dieser Politik, sondern wir sind auch der Lackmustest für den Zustand der
Demokratie.“
Der öffentliche Diskurs kennt
kein Erbarmen. Solidarität wird als Schwäche diffamiert. Nationale Egoismen
ersetzen europäische Lösungen. Europa verkauft seine (Rest-)Seele, um seine
Grenzen zu „schützen“. Europa steht am Scheideweg. Die „Festung Europa“ macht
Fortschritte, das Baumaterial, Angst und Ressentiment. Für uns bedeutet das:
Wir sind nicht nur Objekte dieser Politik, sondern wir sind auch der
Lackmustest für den Zustand der Demokratie. Wenn Europa sich entscheidet, nur
noch den rechten Populismus zu bedienen, wird es nicht nur uns verlieren – es
wird sich selbst verlieren!3.
1. Heins/Wolff: Hinter
Mauern. Geschlossene Grenzen als Gefahr für die offene Gesellschaft, Suhrkamp,
Bd. 2807.
2. Securitization
3. Eine bi-nationale
(Deutsch-koreanisch) Hamburger Familie hat ernsthaft der Tochter den Auftrag
gegeben, ein Land zum Auswandern zu identifizieren, für den Tag X. Wohl kein
Einzelfall. MiG 17
Gefährlich und kurzsichtig:
Warum die Militarisierung Deutschlands keine industriepolitische Lösung ist.
Julian Rossmann
Der US-Präsident Eisenhower
warnte bereits 1953 vor den Kosten der Aufrüstung. „Jede hergestellte
Waffe, jedes vom Stapel gelassene Kriegsschiff, jede abgefeuerte Rakete
bedeutet letztlich einen Diebstahl an jenen, die hungern und nicht gespeist werden,
an jenen, die frieren und nicht gekleidet werden.“ In der aktuellen politischen
Debatte werden steigende Ausgaben für die Verteidigung bisweilen als
„industriepolitische Chance“ und Rüstungsinvestitionen als Wachstumsmotor
verkauft. Ist das die Zukunftsagenda, die uns aus der Krise retten soll? Die
Transformation unseres Wirtschaftssystems in eine Art Kriegswirtschaft wird
weder die deutsche Industrie nachhaltig beleben noch die eigentlichen Ursachen
der industriellen Krise lösen. Im Gegenteil: Sie bindet dringend benötigte
Ressourcen, Fachkräfte und politische Energie in einer Industrie, die
strukturell auf permanenten Konflikt angewiesen ist und deren Produkte
bestenfalls ungenutzt in Depots verstauben.
Wenn es um Investitionen in
die Verteidigungsfähigkeit geht, wird zu Recht die Oligopolstellung der
Rüstungsindustrie kritisiert: Steigende Nachfrage führt hier zwangsläufig zu
höheren Preisen. Keine Branche ist derart konzentriert wie die Rüstungsindustrie:
In den USA gehen über 50 Prozent der Pentagon-Ausgaben an nur fünf Konzerne.
Europa produziert zwar viele unterschiedliche Waffensysteme verglichen mit nur
wenigen Modellen in den USA – doch die Vielfalt täuscht: Statt echten
Wettbewerb zu schaffen, dominieren in jedem europäischen Land nationale
Champions faktisch konkurrenzlos. Das Ergebnis: monopolistische Preise ohne
Skaleneffekte. In Deutschland und in Frankreich machen die jeweils zwei größten
Rüstungsunternehmen jeweils rund 70 Prozent der Branchenumsätze aus. Ob ein
Teil der Lösung des Problems in der Ausnahme von Schuldenregeln und der
Fütterung des Oligopols mit dreistelligen Milliardenbeträgen liegt, sei
dahingestellt. Die Dominanz weniger Mega-Konzerne in der Waffenproduktion
bedeutet zudem, dass jeder dieser Top-Player mehr Geld für Lobbyarbeit und
Einflussnahme zur Verfügung hat. Mehr Produktionsstätten und Beschäftigte in
politisch wichtigen Regionen schaffen zusätzlichen Druck auf Abgeordnete.
Wenn Verteidigungsindustrie
tatsächlich so strategisch wichtig ist, wie behauptet wird, stellt sich eine
grundsätzliche Frage: Warum sollte sie in privaten Händen bleiben? Die Idee ist
nicht neu: Franklin D. Roosevelt forderte im Vorfeld des Zweiten Weltkriegs
hohe Steuern auf „excess profits“ und warnte, niemand solle sich durch Krieg
bereichern. Im 18. Jahrhundert wurde die Rüstungsproduktion weitgehend
verstaatlicht – nicht zuletzt um zu verhindern, dass Waffen an verfeindete
Armeen verkauft wurden. Nationale Verteidigung kann nicht den Anreizen privater
Unternehmen überlassen werden. Rüstungsunternehmen sind auf staatliche
Abnahmegarantien, Produktionshilfen und Forschungsförderung angewiesen – eine
Sozialisierung von Kosten und Risiken. Gleichzeitig bleiben Gewinne und
strategische Entscheidungen privat. Der Steuerzahler investiert, die Aktionäre
kassieren.
Die zentrale Frage lautet
nicht, ob der Staat innovieren kann, sondern ob Innovation vom öffentlichen
Interesse oder von Aktionärsrenditen gesteuert werden soll. Nationale
Verteidigung ist ein öffentliches Gut und eine Kernfunktion des Staates. Wenn
dieser Sektor tatsächlich ausgebaut werden soll, dann unter demokratischer
Kontrolle und ohne Profitmotiv. Sonst verzerren finanzielle Anreize für
Waffenproduktion die Verteidigungspolitik; ein gefährlicher Interessenkonflikt.
Eine Vergesellschaftung der Rüstungsindustrie ist keine Patentlösung für alle
Probleme, aber sie würde zumindest sicherstellen, dass strategische
Entscheidungen am öffentlichen Interesse und nicht am Shareholder-Value
ausgerichtet werden.
Eine militarisierte
Wirtschaft schafft ihre eigene Logik: Sie ist strukturell darauf angewiesen,
dass irgendwo auf der Welt ständig Krieg herrscht – nicht nur für den Export,
sondern auch zur Systemerprobung und Nachfragesicherung. Die politische Abhängigkeit
liegt auf der Hand: ohne Kriege keine Nachfrage, ohne Nachfrage keine
Arbeitsplätze. Zu unterscheiden ist zwischen einer aufgeblähten
Rüstungsindustrie, die wirtschaftlich von Konflikten lebt, und bestimmten
sicherheitspolitischen Grundfähigkeiten, die jeder souveräne Staat unabhängig
von einer Kriegswirtschaft benötigt. Basisfähigkeiten wie Luftverteidigung oder
Cyberabwehr rechtfertigen jedoch keine industriepolitische Illusion, in der
Aufrüstung als Wachstumsmodell verkauft wird.
Die Antwort auf hybride
Kriegsführung sind keine Panzer, sondern soziale Resilienz. Funktionierende
öffentliche Dienste, bezahlbare Energie, gute Arbeit und sozialer Zusammenhalt
schützen gegen Destabilisierungsversuche. Eine Priorisierung der Rüstungsindustrie
bei der Bindung technischer Fachkräfte kann langfristig zulasten der
gesellschaftlichen Resilienz in Bereichen wie Gesundheit, Bildung und ziviler
Innovation gehen. Deutschland steht vor der größten wirtschaftlichen
Transformation seit der Industrialisierung. Jeder Ingenieur, der Waffensysteme
entwickelt, fehlt woanders. Dekarbonisierung, Erneuerbare, Verkehrswende,
Verwaltungsdigitalisierung – all das erfordert genau die hoch qualifizierten
Fachkräfte, die nun systematisch in die Rüstungsindustrie gezogen werden
sollen. Rüstungsausgaben mobilisieren enorme Mittel, schaffen aber kaum
nachhaltigen wirtschaftlichen Nutzen: Ein Panzer erzeugt keine Energie, fördert
keine Innovation und baut keine Infrastruktur.
Rüstungsausgaben entfalten
nur begrenzte gesamtwirtschaftliche Effekte und binden Kapital, das außerhalb
des militärischen Sektors kaum produktiv wirkt. Demgegenüber zeigen Studien,
dass Investitionen in Bildung, Gesundheit, Infrastruktur und erneuerbare
Energien deutlich höhere Beschäftigungs- und Wertschöpfungseffekte haben. Sie
wirken lokal, sind weniger importabhängig und erzeugen reale Wertschöpfung.
Selbst die oft beschworenen „Dual-Use-Innovationen“ taugen kaum als Argument,
denn zivile Forschung wäre ohne militärische Umwege effizienter, transparenter
und gesellschaftlich sinnvoller. Jeder seltene Rohstoff, der in ein
Raketenlenksystem wandert, fehlt bei Batterien, Elektromotoren oder beim
Netzausbau. Kurz gesagt: Geld für Waffen verpufft.
Ein besonders fataler Aspekt
der Verteidigungsagenda ist der Versuch, die Krise der Automobilindustrie mit
Rüstungsproduktion zu „lösen“. Der Vorschlag, Automobilzulieferer sollten auf
militärische Produktion umstellen, ignoriert fundamentale ökonomische
Realitäten und die Geschichte. Nach dem Kalten Krieg scheiterten viele
Konversionsversuche von Rüstungs- zu Zivilproduktion an fehlender Marktkenntnis
und mangelnder Wettbewerbsfähigkeit. Der umgekehrte Weg von zivil zu
militärisch birgt die gleichen Risiken.
Drei Gründe sprechen dagegen:
Erstens entstehen Pfadabhängigkeiten: Investitionen in Produktionsanlagen und
Know-how binden Unternehmen langfristig an die Rüstungsproduktion. Zweitens
werden die strukturellen Schwächen der Automobilindustrie nicht gelöst, sondern
zementiert, weil die nötige Transformation verschleppt wird. Drittens brauchen
Automobilzulieferer keine Konversion zu Waffenproduktion, sondern eine
Transformation zu nachhaltiger Mobilität: Dort liegen langfristige Zukunft und
wachsende Märkte.
Die deutsche
Automobilindustrie verfügt weiterhin über beträchtliche Exportkraft, Know-how
und Kapital. Was fehlt, ist nicht militärische Ersatzproduktion, sondern eine
konsequente Modernisierung hin zu nachhaltiger Mobilität. Rüstung kann keine
Zukunftsmärkte ersetzen, aber die Transformation blockieren. Die Deutsche
Industrie- und Handelskammer (DIHK) nennt hohe Energie- und Arbeitskosten als
Hauptprobleme der deutschen Industrie. Die Umstellung der Produktion auf
Militärgüter wird diese Probleme nicht lösen. Günstige, saubere Energie ist der
Schlüssel zur Reindustrialisierung, nicht die Konversion zu Waffenproduktion.
Strukturpolitisch ist die Auto-Rüstungs-Konversion ein Irrweg. Sie bietet
kurzfristige Linderung für einzelne Betriebe, verschärft aber langfristig die
strukturellen Probleme und verhindert die notwendige ökologische Transformation
der Industrie.
Deutschland und Europa stehen
vor einer fundamentalen Weichenstellung bei der Prioritätensetzung. Die Gefahr
ist nicht nur, dass vermehrt militärisch investiert wird, sondern dass die
Militarisierung der Wirtschaftspolitik die sozial-ökologische Transformation in
die zweite Reihe drängt. Wenn Verteidigungsausgaben von der Schuldenbremse
ausgenommen werden, während für Klimaschutz, Bildung und Gesundheit weiter
Haushaltsdisziplin gilt, dann ist die Priorisierung eindeutig. Wenn Ingenieure
und Fachkräfte systematisch in die Rüstungsindustrie gelenkt werden, fehlen sie
in den Bereichen, die unsere Zukunft langfristig sichern. Wenn politische
Energie und öffentliche Aufmerksamkeit von Aufrüstungsdebatten absorbiert
werden, verliert die ökologische Transformation an Dringlichkeit.
Es geht um die Frage, was im
Zentrum der Industriepolitik steht und was an den Rand gedrängt wird. Eine
Wirtschaftspolitik, die Aufrüstung als „Chance“ begreift und ihr unlimitierte
Ressourcen zur Verfügung stellt, während die existenzielle Herausforderung der
Klimakrise und der damit einhergehenden sozial-ökologischen Transformation als
nachrangig behandelt wird, hat ihre Prioritäten falsch gesetzt.
„Frieden ist nicht alles,
aber ohne Frieden ist alles nichts.“ Eine sozialdemokratische Industriepolitik
heute müsste diesem Geist folgen: Investitionen in Kooperation statt
Konfrontation, in Transformation statt Destruktion. Eisenhowers Warnung von
1953 gilt heute mehr denn je: Jeder für Waffen ausgegebene Euro ist ein
Diebstahl an der Zukunft – an besseren Schulen, Krankenhäusern, Klimaschutz und
sozialer Sicherheit. Es ist ein Diebstahl am Genie unserer Wissenschaftler und
an den Hoffnungen unserer Kinder, die eine lebenswerte Zukunft verdienen. IPG
16
Meier-Braun im Gespräch. Wir
verzeichnen Rückschläge in der Integrationspolitik
70 Jahre nach dem ersten
Anwerbeabkommen zieht Migrationsforscher Karl-Heinz Meier-Braun eine
ernüchternde Bilanz: Deutschland wurde Einwanderungsland wider Willen – und
wiederholt bis heute alte Fehler in Integrationspolitik und Migrationsdebatte.
Warum es dennoch für ein „3+“ reicht.
MiGAZIN: Herr Professor
Meier-Braun, am 20. Dezember 1955 wurde als erstes Anwerbeabkommen eine
Vereinbarung mit Italien abgeschlossen. Das Abkommen ist jetzt 70 Jahre alt.
Welche Folgen waren aus Ihrer Sicht langfristig am prägendsten.
Prof. Karl-Heinz Meier-Braun:
Durch dieses Abkommen und die folgenden wurde Deutschland zum
Einwanderungsland. Alles in allem kamen von 1955 bis zum Anwerbestopp 1973 rund
14 Millionen Frauen und Männer als ausländische Arbeitskräfte nach Deutschland.
11 Millionen sind wieder abgewandert.
Wie hat diese Migration
Deutschland verändert?
Mit der Zuwanderung wurde das
Land weltoffener. Die Begegnung mit anderen Kulturen weckte Neugier, den
Wunsch, Länder wie Italien kennenzulernen, zu reisen. Trotzdem schlug auch den
„Pioniergastarbeitern“, den Italienern, Ablehnung, ja Rassismus entgegen.
„Spaghettifresser“ war lange Zeit ein Schimpfwort. An Lokalen fanden sich
Aufschriften wie „Für Italiener verboten!“ Zugewanderte wurden zu Feindbildern.
Es verfestigte sich in Teilen der Bevölkerung die „Angst vor den Fremden“, die
in Wahlkämpfen noch geschürt wurde. Erst waren es die Italiener, dann Menschen
aus der Türkei und anderen Ländern, heute die Geflüchteten, die vielen als
Feindbilder dienen.
Was lehrt uns dieser Blick
zurück für heutige Integrationspolitik – insbesondere über den behördlichen
Umgang mit neu Zugewanderten?
„Ziel der zuständigen
Behörden sollte es sein, den Zugewanderten das Leben in Deutschland zu
erleichtern und nicht durch bürokratische Hürden zu erschweren.“
Den Zugewanderten,
insbesondere auch ihren Kindern, müssen von Anfang an Integrationsmaßnahmen
angeboten werden. Sprachkurse spielen dabei eine ganz wichtige Rolle. Ziel der
zuständigen Behörden sollte es sein, den Zugewanderten das Leben in Deutschland
zu erleichtern und nicht durch bürokratische Hürden zu erschweren. Eine
entsprechende Aus- und Fortbildung ist dabei von grundsätzlicher Bedeutung. Die
„Welcome Center“ sind heute ein Beispiel für einen besseren Umgang mit
Zugewanderten.
Viele Italienerinnen und
Italiener blieben dauerhaft, dennoch bestehen „strukturelle Ungleichheiten,
etwa im Bildungsbereich“, fort. Welche Stellschrauben wurden seit den 1960ern
übersehen – und welche sind bis heute nicht justiert?
„Für die Defizite der
italienischen Kinder und Jugendlichen im schulischen Bereich war vor allem auch
die damalige ‚Ausländerpolitik‘ verantwortlich.“
Es wurde übersehen, dass sehr
viele von ihnen auf Dauer hierbleiben würden. Für die Defizite der
italienischen Kinder und Jugendlichen im schulischen Bereich war vor allem auch
die damalige „Ausländerpolitik“ verantwortlich. Es fehlten Integrationsmaßnahmen,
um die sprachlichen Probleme auszugleichen. Die „Gastarbeiterkinder“ wurden
teilweise in nationalen Klassen in der Muttersprache unterrichtet. Dieser
Unterricht beispielsweise in Italienisch sollte sogar die
„Rückkehrbereitschaft“ stärken und war alles andere als integrationsfördernd.
Nach wie vor erreichen die Enkel und Urenkel der italienischen „Gastarbeiter“
und „Gastarbeiterinnen“ schlechtere Schulabschlüsse als die deutsche
Altersgruppe, auch wenn Verbesserungen festzustellen sind.
Bei der Partizipation im
gesellschaftlichen und politischen Leben besteht weiterhin ein Nachholbedarf.
Nur wenige Menschen mit italienischen Wurzeln finden sich in den Parlamenten,
aber auch in Führungspositionen wieder.
Wenn Sie das italienische
Abkommen mit späteren Anwerbungen (z. B. Türkei ab 1961) vergleichen: Wo lagen
die größten Unterschiede in Umsetzung, öffentlicher Wahrnehmung und
Integrationschancen – und warum?
„Wenn wir Zugewanderte bei
der Integration besser unterstützen, … dann ist Einwanderung geradezu ein
Glücksfall.“
Die italienischen
Arbeitsmigranten kamen schon sehr früh in den Genuss der Freizügigkeit in
Europa, das heißt, sie konnten zwischen Italien und Deutschland hin- und
herwandern. Das war bei den anderen Anwerbungen nicht so der Fall. Die
italienische Community wurde auch schon wegen des christlichen Glaubens als
nicht so fremd empfunden wie die Türkinnen und Türken. Vermeintlich hatten die
Italiener also als Europäer die besseren Integrationschancen. Das Abkommen mit
Italien wurde von beiden Regierungen damals auch als außenpolitische Maßnahme,
zur Förderung der europäischen Integration gesehen. So hatten die italienische
Arbeitsmigration auf höchster politischer Ebene in Rom und Bonn
„Rückendeckung“.
Seit 2015 sind viele weitere
Menschen nach Deutschland gekommen. Viele leben nun seit zehn Jahren hier.
Dennoch hat die Politik das erklärte Ziel, viele dieser Menschen wieder in ihre
Herkunftsländer zurückzuführen – durch Abschiebung oder freiwilliger Rückkehr.
Sie haben vergleichbare Prozesse über Jahrzehnte beobachtet. Was meinen Sie:
Wie viele dieser Menschen werden wohl dauerhaft in Deutschland bleiben?
Das ist schwer genau
vorauszusagen, aber erfahrungsgemäß bleibt ein hoher Prozentsatz. Aufgrund des
Geburtenrückgangs und der Entwicklung Deutschlands zum „Altersheim“ sind wir
auf diese Menschen angewiesen. Diese Erkenntnis hat sich inzwischen durchgesetzt.
Wenn wir Zugewanderte bei der Integration besser unterstützen, vor allem auch
beruflich qualifizieren, dann ist Einwanderung geradezu ein Glücksfall, was die
historischen Erfahrungen zeigen.
Lesetipp: Dossier von Prof.
Dr. Karl-Heinz Meier-Braun: 70 Jahre Anwerbeabkommen mit Italien – Tutto bene?
– auf den Seiten der Landeszentrale für politische Bildung Baden-Württemberg.
Wie bewerten Sie die
aktuellen Migrationsdebatten – bspw. „Stadtbild“ – im Hinblick auf das
zunehmende Erstarken der AfD – und was raten Sie der Politik?
„Die „Stadtbilddebatte“ war
eine Steilvorlage für die AfD.“
Die „Stadtbilddebatte“ war
eine Steilvorlage für die AfD, die das Thema in Baden-Württemberg zum Thema im
Blick auf die nächsten Landtagswahlen am 8. März machen will. Das Vorhaben, mit
diesem Thema Wählerinnen und Wähler von der AfD zurückzugewinnen, ist zum
Scheitern verurteilt.
Gerade CDU-Politiker sollten
einmal die aktuelle Studie der Konrad-Adenauer-Stiftung lesen, die zeigt, dass
konservative Parteien verlieren, wenn sie mit Rechten kooperieren. Das gilt
auch, wenn sie ihre Parolen wie jetzt – ob bewusst oder unbewusst, spielt keine
Rolle – aufgreifen und meinen, ihnen damit Wasser abgraben zu können.
Sie beobachten Migration und
Integrationsprozesse seit Jahrzehnten. Wenn Sie Deutschland aus der
Vogelperspektive betrachten, welche Schulnote würden sie seiner
Integrationsleistung heute geben – und warum?
„Zurzeit verzeichnen wir in
der Integrationspolitik Rückschläge. Die aktuelle Debatte vergiftet die
Atmosphäre und wirkt sich gerade auf die Integrierten und Integrationswilligen
negativ aus.“
Eine klare „3+“. Vieles hat
sich verbessert und die Erkenntnis, wenn auch sehr spät, durchgesetzt, dass wir
ein Einwanderungsland sind und von Anfang an Integrationsmaßnahmen erfolgen
müssen. Vor allem auch die Eingewanderten selbst haben große Integrationsleistungen
vollbracht. Im internationalen Vergleich kann sich Deutschland durchaus sehen
lassen, es wird leider bei uns auch diesem Bereich viel schlechtgeredet.
Zurzeit verzeichnen wir in der Integrationspolitik Rückschläge. Die aktuelle
Debatte vergiftet die Atmosphäre und wirkt sich gerade auf die Integrierten und
Integrationswilligen negativ aus. Was nach wie vor fehlt: die Einwanderung vor
allem der „Gastarbeiter“ in der Erinnerungskultur zu verankern, ihre Leistungen
zu würdigen und wertzuschätzen.
Aus Ihren Erfahrungen als
langjähriger SWR-Redakteur: Welche Fehler in der Berichterstattung über
Asylsuchende und Geflüchtete wiederholen sich bis heute in Redaktionsstuben?
„Über die Medien entsteht
manchmal weiterhin das Bild von der Bedrohung durch Einwanderung. … Die
Realität des ‚Einwanderungslandes Deutschland‘ spiegelt sich in den Redaktionen
noch nicht so richtig wider.“
Es fehlen immer noch oft die
positiven Beispiele gelungener Integration. Es stehen die Probleme und
Schwierigkeiten bei der Einwanderung, die selbstverständlich nicht
ausgeklammert werden dürfen, im Brennpunkt. Über die Medien entsteht manchmal
weiterhin das Bild von der Bedrohung durch Einwanderung.
Hintergrundinformationen sind nach wie vor rar. Die Realität des
„Einwanderungslandes Deutschland“ spiegelt sich in den Redaktionen noch nicht
so richtig wider, auch wenn vieles besser geworden ist. Menschen mit
Migrationsgeschichte sind keine Ausnahme mehr im redaktionellen Alltag. In
Führungspositionen sind sie aber nach wie vor kaum aufgerückt.
Eine neutrale, faktenbasierte
Berichterstattung ist gerade in diesen Zeiten besonders wichtig. Den
öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten kommt dabei eine besondere Rolle zu.
Vielen Dank für das Gespräch
(mig 16)
Bundesweite Vorbereitungstagung zur
IKW 2026 am 20./21. Februar 2026
Am 20. und 21. Februar findet
in der Evangelischen Akademie in Frankfurt am Main die bundesweite
Vorbereitungstagung zur Interkulturellen Woche (IKW) 2026 statt. Ab sofort
ist die Anmeldung möglich.
Unser IKW-Motto
"dafür!" geht bewusst ins zweite Jahr. Es ist ein klares Statement
für eine offene, plurale und demokratische Gesellschaft. In einer Zeit, die von
Polarisierung und gesellschaftlichen Spaltungen geprägt ist, genügt es nicht,
nur "dagegen" zu sein. Wir müssen aktiv "dafür!" einstehen
– für jeden einzelnen Menschen, für Menschlichkeit und für ein respektvolles
Miteinander.
Der Ansatz der
"Hope-Based Communications" setzt den inhaltlichen Rahmen für die
diesjährige Vorbereitungstagung. Im Jahr nach dem 50-jährigen IKW-Jubiläum ist
es nun an der Zeit, den Blick klar nach vorn zu richten und uns mit neuen
Werkzeugen auszustatten. Wir wollen gemeinsam lernen, wie wir die Narrative der
Hoffnung stärken, uns von einer defensiven Haltung lösen und die positiven
Visionen für unsere Gesellschaft offensiv in den Mittelpunkt rücken können.
Diese Tagung dient dazu, die
vielen IKW-Organisierenden als Multiplikator:innen zu stärken und zu vernetzen.
Wir möchten konkrete Impulse und Anregungen für die Gestaltung der
Interkulturellen Woche vor Ort geben und in den Austausch kommen über kreative
Formate und Kooperationsmöglichkeiten.
Die thematischen Schwerpunkte
spiegeln die aktuellen Herausforderungen wider: Sie reichen von der Stärkung
der Debattenfähigkeit durch Strategien gegen rechtspopulistische Diskurse über
die Entwicklung lokaler Antworten auf globale Herausforderungen wie den
Klimawandel als Fluchtgrund bis hin zum Rückblick auf das
zivilgesellschaftliche Engagement des "Sommers der Migration" 2015.
Im Rahmen einer
Austausch-Börse soll Vernetzung ganz konkret und praktisch werden. Hier gehen
wir den Fragen nach, welche konkreten Erfolgsstrategien für die IKW in
ländlichen Räumen umsetzbar sind, wie wir die Kooperation mit Partnern wie
Sportvereinen und Migrant:innenselbstorganisationen nachhaltig intensivieren
können und wie dem (politischen) Druck begegnet werden kann, dem sich viele
Organisierende derzeit ausgesetzt sehen.
Dafür haben wir spannende
Gesprächsrunden und Arbeitsgruppen zusammengestellt. Unter anderem begrüßen wir
die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration,
Natalie Pawlik (angefragt), den Oberbürgermeister der Stadt Frankfurt, Mike
Josef, die Integrationsbeauftragte des Landes Hessen, Staatsministerin Heike
Hoffmann sowie Vertreter:innen unter anderem von PRO ASYL, der
Bundesarbeitsgemeinschaft Kirche und Rechtsextremismus, der Stiftung gegen
Rassismus, der Diakonie Deutschland und der Bertelsmann Stiftung. Für einen
unterhaltsamen Abend wird der Kabarettist Muhsin Omurca sorgen. Außerdem
werden die Motive und Materialien zur Interkulturellen Woche 2026 vorgestellt.
Wir laden herzlich dazu ein,
die Möglichkeit des Austausches und der Vernetzung im Rahmen der Tagung
wahrzunehmen und Themen zu besprechen, die für die Vorbereitung der
Interkulturellen Woche vor Ort wichtig sind. Die Anmeldung zur Tagung ist ab
sofort möglich.Antonia Rösner, dip 16
Wie die Europäer auf Trumps
neue Sicherheitsstrategie reagieren sollten. Von Helmut W. Ganser
In der deutschen Debatte über
die Konsequenzen der Nationalen Sicherheitsstrategie Trumps ist viel Panik
verbreitet worden. Auch weil die Relevanz solcher Grundlagendokumente
überschätzt wird. Nationale wie multilaterale sicherheitspolitische
Konzeptionen haben eine Doppelfunktion. Sie sind Mittel der
Selbstvergewisserung über den bereits eingeschlagenen Weg und senden zugleich
außenpolitische Botschaften. Meist zeichnen sie jedoch lediglich das nach, was
seit einiger Zeit bereits gedacht und getan wird. Die Praxis geht dabei oft der
Theorie und Konzeptualisierung voraus.
Solche Dokumente werden
häufig in ihrer Bedeutung für das konkrete Regierungshandeln überschätzt. Sie
sind in bestimmten Lagen nicht unmittelbar handlungsleitend. In klarem
Gegensatz zum Grundton der Sicherheitsstrategie hat Trump noch im Juni 2025
beim NATO-Treffen in Den Haag eine Gipfelerklärung mitverabschiedet, in der das
eiserne, unerschütterliche Engagement und die Bündnisverpflichtung zur
kollektiven Verteidigung bekräftigt werden. Immerhin ist jetzt endgültig klar,
dass Trump keine isolationistische Politik verfolgt, wie das noch vor Monaten
in Europa fälschlich befürchtet wurde. Er strebt offenbar ganz im Gegenteil
eine Vasallisierung der Europäer im transatlantischen Verbund an, die bis zum
Versuch der Einflussnahme auf die Innenpolitik der Bündnispartner reicht.
Trumps Sicherheitsstrategie erreicht inhaltlich und handwerklich nicht die
Qualität der Strategiedokumente früherer Präsidenten. Wesentliche
Herausforderungen für die USA werden ausgeklammert. Der Umgang mit den
Alliierten in Europa und Asien ist nicht mit den längerfristigen strategischen
Interessen Washingtons vereinbar.
Die allgemeine Unruhe über
die US-Strategie sollte jedoch einer aktiven Gelassenheit
und strategischen Nüchternheit gegenüber Trumps Volten weichen.
Kassandrarufe sind verfrüht. Trump selbst räumt in der Sicherheitsstrategie
ein, dass Europa für die Vereinigten Staaten strategisch und kulturell von
entscheidender Bedeutung bleibt. Der transatlantische Handel sei nach wie vor
eine der Säulen des amerikanischen Wohlstands. Die Europäer können durchaus
ökonomische Substanz in die künftige Gestaltung des transatlantischen
Verhältnisses einbringen, wenn sie selbstbewusst und geschlossen auftreten. Vor
wenigen Tagen erschien in Foreign Affairs ein Artikel unter dem
Titel: „How Much Abuse Can America’s Allies Take? Longtime Partners Will
Soon Start to Drift Away“. Der Beitrag enthält zu Recht die Warnung, Trump
dürfe nicht überziehen, weil sich die Europäer von den USA abwenden könnten.
Es wird in den kommenden
Monaten darauf ankommen, dass die europäischen Führungsmächte, allen voran die
E3 mit Deutschland, Frankreich und Großbritannien, geschlossen auftretend mit
der Trump-Administration auf Augenhöhe einen konstruktiven, wenn nötig harten
Dialog über das künftige transatlantische Verhältnis führen. Nicht in der von
Trump bevorzugten öffentlichen Arena und schon gar nicht im Halbkreis der
Regierungschefs vor dessen Schreibtisch im Oval Office, sondern im
diplomatischen Ringen um politische Wege in fensterlosen Konferenzräumen ohne
die Medien. Dabei ist das persönliche Eingreifen der Staats- und
Regierungschefs nur notwendig, wenn die Beratungen auf hoher Beamtenebene an
Knackpunkten ins Stocken geraten.
Im Prinzip hat Europa zwei
grundlegende Handlungsmöglichkeiten. Der optimistische, anzustrebende Weg
besteht sicherheitspolitisch im Aushandeln einer relativen Gewichtsverlagerung
in der NATO von den USA auf die Europäer. Im Ergebnis würde dies auf einen
geregelten Europäisierungsprozess der NATO über einen Zeitraum von bis zu zehn
Jahren hinauslaufen, analog zur in der NATO vereinbarten neuen Zielmarke für
die Verteidigungsausgaben von 3,5 beziehungsweise 5 Prozent des
Bruttoinlandsprodukts bis 2035. Die militärische Abhängigkeit von den USA kann
signifikant verringert werden, auch in der Rüstungspolitik. Eine konventionelle
amerikanische Truppenpräsenz muss jedoch, wenngleich in reduziertem Umfang,
erhalten bleiben, damit die Abschreckung der NATO glaubwürdig bleibt.
Die erweiterte nukleare
Abschreckung der USA im Rahmen der NATO muss in diesem Prozess bekräftigt
werden. Mit Blick auf die nuklearstrategische Stabilität zwischen den USA und
Russland muss eingeräumt werden, dass Trumps kooperativer Verhandlungsansatz an
dieser Stelle unterstützenswert ist. Denn auch die europäische Sicherheit und
Existenz hängt fundamental davon ab, dass die strategische Balance zwischen
beiden atomaren Supermächten erhalten bleibt und China möglichst in
Rüstungskontrollgespräche eingebunden wird. Die Verlängerung des am 5. Februar
2026 auslaufenden New START-Vertrags, zumindest die wechselseitige Einhaltung
der im Vertrag vereinbarten Obergrenzen für die strategischen Atomwaffen,
bleibt im europäischen Interesse. Auf der ökonomischen Ebene kann die EU ihre
Marktmacht selbstbewusster ins Spiel bringen, als dies bisher durch die
EU-Kommission geschehen ist.
Sollte sich dieser
kooperative Weg für die Gestaltung der transatlantischen Beziehungen als nicht
gangbar erweisen, also sollte Trump die Entfremdung weiter vorantreiben, wäre
eine grundlegende Neuausrichtung der europäischen Außen- und Sicherheitspolitik
unvermeidlich, wenngleich dabei neue, steinige und riskantere Wege gefunden und
beschritten werden müssten. Die Europäer kämen, wenn sie sich nicht den
MAGA-Forderungen unterwerfen wollten, nicht umhin, einen eigenen
Interessenausgleich mit Moskau zu verhandeln, in dem das Ziel eurostrategischer
Stabilität in den Mittelpunkt rückt. In diesem Kontext müssten mit Priorität
neue Wege einer von Washington unabhängigen nuklearen europäischen Abschreckung
und einer stabilisierenden Rüstungskontrolle beschritten werden.
Die Nationale
Sicherheitsstrategie Trumps unterstreicht, dass der russische Krieg in der
Ukraine nicht nur Kiew fokussiert, sondern im Kontext der gesamteuropäischen
Sicherheit analysiert und behandelt werden muss. Jede Verhandlungslösung muss
die europäische Sicherheit stabilisieren und darf sie nicht schwächen. Die
Eskalationsrisiken eines noch längeren Krieges für Kiew und für Europa sind
größer als die Risiken, die mit einer baldigen, für die Ukraine schmerzhaften,
aber letztendlich annehmbaren Verhandlungslösung verbunden sind. IPG 16
Zwischen Weltpolitik und
Weihnachtsbotschaft – Außenminister Johann Wadephul im Gespräch über Krieg und
Hoffnung, Glauben und Diplomatie – und über Migration, Geflüchtete,
Abschiebungen nach Syrien sowie den schwierigen Spagat zwischen Nächstenliebe
und politischer Verantwortung. Von Corinna Buschow und Karsten Frerichs
Herr Minister, in wenigen
Tagen ist Weihnachten. „Friede auf Erden“ heißt die Botschaft der
Weihnachtsgottesdienste. Wie hoffnungsvoll sind Sie in diesen Zeiten?
Johann Wadephul: Ich bin
prinzipiell von einer großen Zuversicht getragen. Und das Jahr hat gezeigt: Es
gibt durchaus Möglichkeiten, Konflikte beizulegen oder zumindest zur Ruhe zu
bringen, wenn auch manchmal auf ungewöhnliche Art und Weise. Das gilt im Rückblick
für den Krieg im Gaza-Streifen. Und aktuell sind wir in intensivsten
Bemühungen, auch für die Ukraine zu einer Lösung zu kommen.
Was erwarten Sie für die
nächsten Tage bei den Gesprächen?
Ich habe Hoffnung.
Gleichzeitig kann man natürlich nicht leugnen, dass die Risiken nach wie vor
sehr groß sind. Denn noch ist ein wirklicher Wille des russischen Präsidenten
Wladimir Putin nicht zu erkennen, den Krieg zu beenden. Und auf diesen Willen
kommt es an, denn Putin ist der Aggressor. Er hat den Krieg begonnen, es ist an
ihm, diesen Krieg zu beenden. Das muss bei allen Diskussionen dieser Tage klar
sein.
Was wünscht sich Johann
Wadephul privat für die Weihnachtstage?
Ehrlich gesagt, vor allem
Ruhe. Und Zeit mit der Familie.
Sie sind seit Mai
Außenminister. Werden Sie denn in diesem Jahr Weihnachten anders feiern als
früher?
Grundsätzlich wird
Weihnachten für mich kein anderes Fest sein. Wir schenken uns einander: Wir
sind in der Familie zusammen, und wir gehen gemeinsam in die Gottesdienste.
Diese gemeinsame Zeit ist vielleicht noch etwas wertvoller geworden. Meine
Schwiegereltern leben noch, wir haben drei Kinder, das dritte Enkelkind ist
gerade unterwegs. Das ist eine große Familie, und mit der zusammen zu sein, das
ist für mich das Zentrum meines Lebens. Das steht für mich auch im Mittelpunkt
des Weihnachtsfestes.
Gibt es ein traditionelles
Weihnachtsgericht bei Wadephuls?
Wir essen sehr gerne Wild.
Das ist einerseits schmackhaft, und es ist echt bio, weil es wirklich aus der
Natur stammt.
Machen Sie eine andere Außenpolitik
als Vorgängerinnen oder Vorgänger im Ministeramt, weil Sie evangelischer Christ
sind?
Das müssten andere
beurteilen. Ich versuche, mich in meinem Leben mal erfolgreicher, mal weniger
erfolgreich, an meinem Glauben zu orientieren. Das gilt für mein Privatleben
genauso wie für mein berufliches Tun.
Welche Rolle spielt Religion
in der Diplomatie?
Wenn Sie sich die größeren
Konflikte dieser Erde angucken, haben viele davon einen religiösen Hintergrund.
Nicht alle. Aber das muss einfach für jeden, der Außenpolitik macht, ein Thema
sein. Das hat nichts mit meinem persönlichen Glauben zu tun, sondern ich muss
einfach wissen und in meine Politik einbeziehen, dass auch Religionen eine
Ursache für Konflikte sind. Manchmal zum Glück aber auch für Verständigung und
für Versöhnung.
Unter ihrer Vorgängerin
Annalena Baerbock (Grüne) wurde ein Referat im Auswärtigen Amt zu Religionen
und Außenpolitik weitgehend abgeschafft. Verfolgen Sie da eine andere
Strategie?
Ganz klar ja. Bitte nicht
missverstehen im Sinne einer Christianisierung unserer Außenpolitik. Aber
religiöse Aspekte müssen einfach mitgedacht werden. Dazu gehört auch die
Verfolgung oder Diskriminierung von religiösen Minderheiten. Nicht umsonst
haben wir beschlossen, dass wir in dieser Regierung den Beauftragten für
Religions- und Weltanschauungsfreiheit, Herrn Rachel, im Auswärtigen Amt
verorten. Das Christentum ist übrigens die stärkste betroffene
Religionsgemeinschaft der Welt, wenn es um die Verletzung religiöser Rechte und
Freiheiten und auch um Verfolgung geht. Darauf sollte man schon hinweisen.
Sie waren gerade in China.
Auch dort werden Christen verfolgt. Hat das Thema Platz bei so einer Reise?
Ich spreche das in dem
Bewusstsein an, dass das natürlich nicht zu einer grundlegenden Änderung führt.
Aber Schweigen wäre nicht verantwortbares Unterlassen.
Sie sind CDU-Politiker.
Zwischen den Kirchen und den Unionsparteien gibt es insbesondere beim Thema
Migration Differenzen. Sitzen Sie als profilierter Christ zwischen den Stühlen?
Ich sehe in jedem Flüchtling
ein Geschöpf Gottes, einen Menschen, der meine Nächstenliebe genauso verdient
hat wie ein Nachbar, der seit Ewigkeiten neben mir lebt. Auf der anderen Seite
weiß ich um die Begrenztheit unserer Möglichkeiten und die negativen Effekte
einer sehr starken Zuwanderung, die wir gerade auch nach Deutschland hatten. In
diesem Spannungsverhältnis befinde auch ich mich und kann Konflikten und
Widersprüchen nicht ausweichen.
Sie spielen damit auf die
Diskussion an, die Sie mit Ihrer Aussage, man könne aktuell kaum menschenwürdig
in Syrien leben, in Ihrer Partei ausgelöst haben. Was war das Problem, und ist
das ausgeräumt?
Als Außenminister ist es
nicht nur meine Aufgabe, die deutsche Sicht der Dinge im Ausland zu
repräsentieren, sondern auch das zurückspiegeln, was ich dort sehe und höre.
Damit befinde ich mich in einem anderen Kontext als diejenigen, die hier rein
innenpolitische Debatten zu bestreiten haben. Aber ich finde es auch nicht
dramatisch, wenn es dann mal kracht und Positionen aufeinandertreffen. In der
nachfolgenden Diskussion habe ich auch dazugelernt. Sie hat geholfen, zu vielen
Gemeinsamkeiten zu finden.
Nämlich zu welchen, was die
Frage nach Abschiebungen und freiwilliger Rückkehr nach Syrien angeht?
Wir haben von Anfang an
gesagt, dass Personen, die schwerste Straftaten begangen haben oder Gefährder
sind, abgeschoben werden. Das stand auch durch meine Aussage nie infrage. Dazu
müssen mit der syrischen Regierung Gespräche geführt werden. Das habe ich dort
unter anderem getan. Der weitere Aspekt ist, dass wir es Leuten ermöglichen
wollen, zurückzukehren. Ein zukünftiger Aufenthalt in Deutschland ist nicht
möglich für Menschen, die keine Integration in diese Gesellschaft schaffen und
deswegen von unserem Sozialsystem abhängig sind. Dass die Akzeptanz dafür
schwindet, ist völlig verständlich.
Wann werden Syrerinnen und
Syrer in großer Zahl Deutschland wieder verlassen?
Wann und in welchem Zeitraum
das genau erfolgt, ist entscheidend von äußeren Faktoren abhängig und daher
schwer vorherzusagen. Aber es findet jetzt ein Befriedungsprozess in Syrien
statt, ein Wiederaufbauprozess. Das Wichtigste, was wir jetzt tun können, ist,
das praktisch zu unterstützen. Deswegen organisieren wir einen Besuch des
syrischen Präsidenten Ahmed al-Scharaa in Deutschland, eine
Wiederaufbaukonferenz und einen deutsch-syrischen Wirtschaftsrat.
Mit dem Besuch Al-Scharaas
ist relativ bald im neuen Jahr zu rechnen?
Er ist eingeladen, und wir
sprechen über Termine zu Beginn des Jahres. Aus deutscher Sicht wäre es
wünschenswert, dass das möglichst bald stattfindet.
Hätten Sie einen Wunsch,
welchen Appell Ahmed al-Scharaa an seine hier lebenden Landsleute richtet?
Ich habe Präsident al-Scharaa
ja in Damaskus getroffen und weiß, dass er sich wünscht, dass möglichst viele
Syrerinnen und Syrer zurückkehren und das Land mit aufbauen. Das finde ich sehr
verständlich und unterstütze ich gerne.
Das Bundesinnenministerium
hat in dieser Woche entschieden, dass ein Teil der Menschen aus Afghanistan mit
Aufnahmezusagen aus bestimmten Programmen nicht mehr wird einreisen dürfen.
Warum so viel Härte bei dieser überschaubaren Zahl gefährdeter Menschen?
An dieser Stelle ist das
Bundesinnenministerium zuständig. Es hat diese Entscheidung nach Abwägung aller
rechtlichen und tatsächlichen Gesichtspunkte so gefällt. Vorher haben wir dafür
gesorgt, dass diejenigen, die einen rechtlichen Anspruch haben, auch herkommen
können. Ich hatte vorher in Gesprächen mit der pakistanischen Seite erreicht,
dass die Verfahren ein halbes Jahr länger laufen konnten. Deswegen konnten
Menschen insbesondere aus dem Aufnahmeprogramm nach Deutschland kommen. Für
Personen aus dem Überbrückungsprogramm und von der Menschenrechtsliste hat das
Innenministerium diese Möglichkeit jetzt nicht mehr gesehen.
Werden alle anderen Personen
– also diejenigen mit rechtlich festen Zusagen – noch bis Jahresende kommen
können, bevor Ihnen die Abschiebung aus Pakistan droht?
Ich gehe davon aus, dass das
Priorität hat. Die erforderlichen Überprüfungen und auch Flüge finden jetzt
schnell statt.
Auch bei diesem Thema hat die
evangelische Kirche die Bundesregierung kritisiert und sogar entschieden,
Klageverfahren von Afghanen finanziell zu unterstützen. Ärgern Sie sich da auch
mal über Ihre Kirche?
Nein, das ärgert mich nicht.
Meine Kirche kann auch politisch sein, und das entscheidet sie autonom. Wir
müssen uns immer auch gegenseitig aushalten. Ich brauche die Toleranz meiner
Kirche gegenüber manchem, was ich politisch mache. Und die gibt es auch.
Genauso muss ich es
aushalten, wenn meine Kirche sich kritisch zu dem äußert, was aktuelles
Regierungshandeln ist. Das erlebe ich auch in manchem Gottesdienst. Und
trotzdem gehe ich da immer mit guten Gefühlen raus.
Sind Sie regelmäßiger
Gottesdienstbesucher?
Ja, für mich persönlich
bedeutet das sehr viel. Der Gottesdienst beschreibt für mich Wochenende und
Wochenanfang. Ich bin bewusst in eine Gemeinde nach Berlin gewechselt, weil ich
dort insbesondere den Gottesdienst besonders ansprechend finde. Er ist sehr
ausführlich, geht regelmäßig anderthalb Stunden. Das ist in Schleswig-Holstein
eher die Ausnahme. Für mich persönlich ist das genau richtig. Zur Wahrheit
gehört jedoch dazu, dass meine Wochenenden mittlerweile oft zerrissen sind und
ich den Kirchenbesuch nicht schaffe. Dafür machen wir jetzt bei bestimmten
Gelegenheiten auch ökumenische Andachten im Auswärtigen Amt. Etwa im Sommer,
wenn wir unsere Kolleginnen und Kollegen in die Welt hinausschicken. Oder auch
jetzt zum Jahresende.
Wie viele Mitarbeitende
spricht das an?
Da zähle ich nicht nach. Wer
kommt, der kommt. Und für die ist es dann auch wichtig. (epd/mig 15)
EU-Asylpolitik. Ungarn will „keinen
einzigen Migranten“ aufnehmen
Erwartungsgemäß lehnt das
rechtspopulistisch regierte Ungarn auch den neuen Mechanismus der EU zum Umgang
mit Geflüchteten ab. Trotz Geldstrafen will das Land weiter gegen die
EU-Asylpolitik agieren.
Ungarn wird den von den
EU-Staaten beschlossenen Solidaritätsmechanismus nicht umsetzen und „keinen
einzigen Migranten“ aufnehmen. Das erklärte erwartungsgemäß der
Kanzleramtsminister der ungarischen Regierung, Gergely Gulyas, in Budapest bei
einer Pressekonferenz, wie ungarische Medien berichteten.
Am Montag hatten die
EU-Innen- und Justizminister eine Einigung beim sogenannten
Solidaritätsmechanismus erzielt, der auch die zahlenmäßige Verteilung der
Geflüchteten auf die EU-Staaten beinhaltet. Mitgliedsländer, die keine
Flüchtlinge aufnehmen wollen, können demnach aber auch finanzielle
Unterstützung oder Sachleistungen anbieten. Der Beschluss muss noch formell vom
Rat der EU verabschiedet werden.
„Wir setzen den
Migrationspakt nicht um“, bekräftigte Gulyas. Die EU habe „keine Befugnis zu
entscheiden, mit wem die Ungarn zusammenleben sollen“. Die Ungarn hätten
bereits in einem Referendum „mit überwältigender Mehrheit“ entschieden, dass
sie „die gewaltsame Ansiedlung durch die EU“ von Migranten ablehnten. Das
betreffende Referendum fand 2016 statt, ein Jahr nach dem Höhepunkt der
Flüchtlingskrise von 2015. Damals hatte Ungarn zur Abwehr von Migranten, die
auf der Balkanroute ankamen, seine Grenzen zu Serbien und Kroatien mit einem
Stacheldrahtzaun versehen.
EU-Kommissar ermahnt Ungarn
EU-Migrationskommissar Magnus
Brunner hatte am Vortag im ZDF-„Morgenmagazin“ sein Bedauern über Ungarns
Haltung geäußert. „Ja, das haben wir gehört, dass Ungarn nicht mitmachen will,
was ich sehr schade finde, weil natürlich dieses europäische Migrations- und
Asylsystem für alle Vorteile mit sich bringen würde.“ Nach möglichen
Konsequenzen für Ungarn gefragt, antwortete Brunner, jeder der an der
Europäischen Union teilnehmen will, müsse sich natürlich auch an Beschlüsse
halten.
Ungarn steht wegen seiner
restriktiven Asylpolitik seit Jahren mit der EU-Kommission im Konflikt. 2024
verurteilte der Europäische Gerichtshof (EuGH) das Land wegen wiederholter
Verstöße gegen das EU-Asylrecht zu einer hohen Geldstrafe: 200 Millionen Euro
einmalig und eine Million Euro pro Tag Verzug. Das Gericht beanstandete
insbesondere die faktische Verhinderung von Asylanträgen und die rechtswidrige
Inhaftierung von Schutzsuchenden.
(dpa/mig 12)
Die EU setzt auf die
Auslagerung von Asylverfahren. Doch Drittstaatendeals bergen neben hohen Kosten
auch neue Risiken – und gefährden Europas Werte. Von Judith Kohlenberger
Die Debatte um eine Reform
des europäischen Asylsystems hat durch die Einigung der EU-Innenminister
deutlich an Fahrt aufgenommen. Im Mittelpunkt des Treffens Anfang der Woche
stand neben Fragen der Solidarität und der Verteilung auch die Möglichkeit, Rückkehrzentren
(sogenannte return hubs) außerhalb der EU zu etablieren. Die Auslagerung von
Asylverfahren, oder zumindest abgelehnter Asylbewerber, ist ein lange gehegter
Wunsch vieler Staats- und Regierungschefs, dem die EU-Kommission durch
Schaffung der rechtlichen Grundlagen, etwa indem das sogenannte
Verbindungskriterium gekippt wird, nachkommen möchte. Abgelehnte Asylbewerber
müssen demnach künftig keine persönliche Verbindung mehr zu jenem Drittstaat
haben, in den sie gebracht werden. Dazu zählten bisher frühere Aufenthalte oder
Familienangehörige vor Ort. Von der konkreten Umsetzung ist man dennoch weit
entfernt.
Das liegt zum einen an den
hohen Kosten solcher Auslagerungsprojekte. Der britische Ruanda-Deal hat laut
dortigem Rechnungshof umgerechnet mehr als 800 Millionen Euro verschlungen, mit
überschaubarem Effekt: In zwei Jahren wurden vier Asylbewerber ausgelagert.
Unter Keir Starmer als Premierminister wurde der Plan aufgrund zu hoher Kosten
und geringem Nutzen endgültig gestoppt, eine Wiederaufnahme scheint, trotz
hitzig geführter Migrationsdebatte im Vereinigten Königreich, unwahrscheinlich.
Ähnlich verhielt es sich bei den Ruanda-Plänen Dänemarks, die das Land bereits
2023 mangels Durchführbarkeit auf Eis legte. Und dann wäre da noch das viel
zitierte Italien-Albanien-Abkommen, dessen ursprüngliche Idee, nämlich
Asylverfahren nach italienischem Recht auf albanischem Boden durchzuführen, nie
umgesetzt wurde.
Was Drittstaaten, die auf ihr
Territorium auslagern lassen, aus solchen Abkommen gewinnen, liegt auf der
Hand: erstens Geld und zweitens, noch wesentlicher, politisches Kapital. Auf
einem Podium im Rahmen der Konferenz Time to Decide Europe der Wiener
ERSTE-Stiftung erklärte der albanische Premierminister und Sozialist Edi Rama
offen, dass sein kleines Land mit einer Bevölkerung von knapp drei Millionen
jeglicher Allianz beitreten müsse, die es aufzunehmen bereit sei. Dazu zählt
auch und vor allem die EU. Als deren Beitrittskandidat ergibt es für Albanien
also Sinn, sich gegenüber einem nicht unwesentlichen Mitgliedsland, mit dem es
zudem historisch eng verbunden ist, gefällig zu zeigen und ihm die unliebsame
„Migrationsfrage“ zumindest insoweit zu beantworten, als nach Italien kommende
Flüchtlinge zwar Schutz erhalten sollen, aber eben not in my backyard – nicht
vor der eigenen Haustür.
Bisher konnte dieses Motto
aufgrund des Einspruchs italienischer Gerichte jedoch nicht in die Tat
umgesetzt werden. Auch deshalb, und um die für viel Steuergeld errichteten
Asyllager (der Bau und Betrieb sollen bis dato Hunderte Millionen Euro
gekostet haben) im albanischen Shëngjin und Gjadër doch noch einer Verwendung
zuzuführen, schuf die EU-Kommission die Möglichkeit der return hubs, welche
diese Woche beim EU-Innenminister-Treffen formell angenommen wurden. Somit kann
Italien die ursprünglich für Asylverfahren angedachten Unterkünfte als
Abschiebelager für bereits in Italien aufhältig gewesene und dort
rechtskräftige abgelehnte Asylbewerber nutzen. Auch hier sind die Fallzahlen
überschaubar und es bleibt unklar, auf welcher Grundlage eine dauerhafte „Anhaltung“
der dorthin überführten Asylbewerber geschehen soll, sodass diese nicht über
Montenegro und Bosnien wieder in die EU einreisen. Eine De-facto-Inhaftierung
aber würde einen weiteren rechtlichen Fallstrick darstellen, selbst wenn
Verbindungskriterium und andere unionsrechtliche Hürden beseitigt würden.
Bis zur Umsetzung konkreter
return hubs ist es also noch ein weiter Weg. Nicht nur, weil zunächst im
klassischen Trilog auch noch das Europäische Parlament zustimmen muss, wo
manche Abgeordnete, darunter Birgit Sippel der sozialdemokratischen Fraktion, bereits
Widerstand ankündigten. Doch selbst wenn sich eine Mehrheit im Parlament finden
lässt, bleibt die operative Umsetzung fraglich: Wo sind vertrauenswürdige und
willige Drittstaaten, wie die dortige Infrastruktur aufbauen und die Einhaltung
menschenrechtlicher Standards von Europa aus überwachen und einfordern (was
selbst in einem EU-Mitgliedsland wie Ungarn kaum gelingt) und wie geht man mit
drohenden Rechtsstreitigkeiten um?
Denn unter den bisher
genannten Kandidaten befinden sich Staaten, die selbst immer wieder zu den
Herkunftsländern Geflüchteter in Europa zählen. Neben Ruanda wird oft das
ostafrikanische Uganda genannt, das bereits jetzt die meisten Geflüchteten aus
anderen Teilen Afrikas, vor allem aus dem Sudan, dem Südsudan, aus Burundi und
dem Kongo, beherbergt. Wie auch Ruanda befindet es sich unmittelbar neben
regionalen Konfliktherden; die Schutzquote ugandischer Staatsangehöriger in
europäischen Aufnahmeländern liegt bei etwa 60 Prozent. Das Land gilt als
autoritär geführt – und hat genau deshalb ein Interesse an einem
Auslagerungsdeal mit EU-Mitgliedstaaten, wie er bereits mit den Niederlanden
geschlossen wurde. Denn implizit wird dadurch die ugandische Regierung anerkannt
und legitimiert. Die notorische EU-Türkei-Erklärung aus dem Jahr 2016 hat
gezeigt, wie sich in Drittstaaten untergebrachte Flüchtlinge immer wieder als
Hebel in außenpolitischen Disputen einsetzen lassen, etwa indem
Ministerpräsident Erdo?an sie in Bussen an die Grenze zu Griechenland bringen
ließ, um die EU unter Druck zu setzen. EU-Strategen mögen das euphemistisch
„Migrationsdiplomatie“ nennen, für den Laien ist es schlicht Erpressung.
Das Beispiel Uganda
verdeutlicht aber nicht nur, wie Europa durch Drittstaatendeals neben
Flüchtlingen auch Verhandlungsmacht und Kontrolle auslagert, sondern es
spiegelt auch das generelle Ungleichgewicht in der einseitig geführten
Externalisierungsdebatte wider: Bereits jetzt finden 71 Prozent aller
Geflüchteten in Entwicklungs- und Schwellenländern Zuflucht, 66 Prozent in
ihren unmittelbaren Nachbarländern im Globalen Süden oder dem Nahen und
Mittleren Osten. Wer „faire Verteilung“ anstrebt, müsste also eigentlich nach
Europa hin- und nicht wegverteilen.
Das führt zu den
grundsätzlichen Fragen, die man auf EU-Ebene offenbar kaum mehr gewillt ist zu
stellen, geschweige denn zu beantworten: Wie will sich Europa künftig im
globalen Flüchtlingsschutz positionieren? Wie bekommen Menschen, die Schutz vor
Verfolgung brauchen und deren Zahl in einer immer instabiler werdenden Welt
steigt, Zugang zu diesem Schutz? Wie erhält man die liberale Nachkriegsordnung,
zu der auch und im Besonderen die Genfer Konventionen zählen, die aus den
Lehren der beiden Weltkriege und der Shoah heraus geschaffen wurden? Wie
positioniert man sich gegenüber einer illiberal werdenden, in Zügen autoritär
regierten USA, die Europa zunehmend als Gegner statt als Partner sieht?
Eine selbstbewusste Antwort
auf die neue Sicherheitsstrategie des Weißen Hauses, wonach Europa aufgrund der
Migration die „zivilisatorische Auslöschung“ drohe, läge im Betonen all seiner
zivilisatorischer Errungenschaften seit 1945. Dazu gehört insbesondere das
Folterverbot, wie es in Artikel 3 der Europäischen Menschenrechtskonvention
festgelegt ist: Es gilt absolut und somit auch für ausreisepflichtige
Asylbewerber, die nicht in Länder abgeschoben werden dürfen, wo ihnen
unmenschliche Behandlung droht; genau dort verläuft die Grenze zwischen
Zivilisation und Barbarei. Des Weiteren muss ein geeintes Europa, das sich
gegen Angriffe ehemaliger Verbündeter behaupten will, gesellschaftliche
Vielfalt als Teil seiner Stärke begreifen und den unersetzlichen Beitrag
anerkennen, den Migrantinnen und Migranten – von Gastarbeitern und Geflüchteten
bis hin zu hochqualifizierten Expats – zu Wiederaufbau und Wohlstand in
Europa geleistet haben.
Keinesfalls aber kann die
Antwort Europas darin liegen, durch noch „schärfere“ asylpolitische Maßnahmen,
mit denen man der Trump-Administration nacheifert, die Einschätzung der
Amerikaner indirekt zu legitimieren und anzuerkennen. Denn genau das käme einer
Auslöschung gleich, einer Auslöschung der Gründungsidee eines vereinten,
offenen, liberalen Europas als – das dürfen wir nicht vergessen –
Friedensnobelpreisträgerin 2012 und Vertreterin einer regelbasierten Ordnung,
die zu jahrzehntelangem Frieden, aber auch zu wirtschaftlicher Prosperität
geführt hat. Kurz: Zu genau dem Leben, das wir Tag für Tag leben dürfen, in
Vielfalt, Sicherheit und Freiheit. IPG 11
Rom: Stimme für Opfer von
Menschenhandel erheben
Wir müssen unsere Stimme noch
energischer für die Menschen erheben, die von Menschenhandel betroffen sind. Es
gilt, mehr Energien zu bündeln und die Fortschritte, die in den 25 Jahren seit
Unterzeichnung des Palermo-Protokolls erzielt worden sind, weiter
voranzutreiben. Darin waren sich alle Teilnehmer einer hochrangigen Konferenz
einig, die in Rom zum 25. Jahrestag des Protokolls organisiert wurde, das ein
wichtiges Rechtsinstrument im weltweiten Kampf gegen den Menschenhandel
darstellt. Christine Seuss - Vatikanstadt
Ausgerichtet wurde die
Konferenz von der Santa Marta Group (SMG), dem Souveränen Malteserorden und dem
Institut für Anthropologie der Päpstlichen Universität Gregoriana (IADC). Zu
Wort kamen dabei Experten aus aller Welt, die täglich mit den Voraussetzungen,
Auswüchsen und Konsequenzen von Menschenhandel konfrontiert sind. Rund 200
interessierte Teilnehmer verfolgten die Diskussionen und steuerten Fragen bei.
Ziel war es, sich mit
Praktiken, Herausforderungen und Strategien zu beschäftigen, die die weltweiten
Bemühungen zur Verhütung und Bekämpfung des Menschenhandels verbessern können.
Fachleute aus verschiedenen Bereichen diskutierten in Panels und Arbeitsgruppen
nicht nur über konkrete Maßnahmen zur Prävention von Menschenhandel und der
Unterstützung von Betroffenen, sondern auch darüber, welche gemeinsamen
globalen Bemühungen gegen Menschenhandel und moderne Sklaverei unternommen
werden können. Beleuchtet wurde das Thema aus verschieden Perspektiven,
darunter Policies, rechtliche Rahmenbedingungen und deren Umsetzung, sowie Best
Practice Beispiele, um die Zusammenarbeit zu fördern und Wissen auszutauschen.
Die Ergebnisse der Arbeiten wollten die Organisatoren auch
Kardinalsstaatssekretär Pietro Parolin zukommen lassen.
Die drei - oder vier - ,P'
Unter den
Konferenz-Teilnehmern waren mehrere Kurienvertreter, so auch der Unter-Sekretär
des Dikasteriums für ganzheitliche Entwicklung, Kardinal Fabio Baggio, der
einen Impulsvortrag hielt.
„Seit vielen Jahren widmet
das Dikasterium für den Dienst der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen
allem, was mit Menschenhandel und moderner Sklaverei zu tun hat, besondere
Aufmerksamkeit“, bestätigt er uns am Rande der Konferenz, die er als „eine Bestätigung
unseres gemeinsamen Engagements“ beschreibt. „Papst Franziskus hat uns von
Anfang an mit der Schaffung der Abteilung für Migranten und Flüchtlinge
innerhalb des Dikasteriums die Aufgabe übertragen, uns besonders um diese sehr
traurige und dramatische Seite der Migration zu kümmern: die Opfer des
Menschenhandels, die Opfer der modernen Sklaverei“, betont er auch mit Blick
auf die diesbezüglichen pastoralen Leitlinien des Dikasteriums, die gemeinsam
mit einigen der aktuellen Konferenzteilnehmer erstellt worden waren: „Wir haben
ihnen zugehört und unsere Verpflichtungen mit ihnen geteilt“, unterstreicht der
Kardinal, der der Ordensgemeinschaft der Scalabrini-Missionare angehört. Dabei
sei auch die Bedeutung „sehr konkreter“ Maßnahmen hervorgehoben worden, die
nicht nur darauf abzielen, das Phänomen bekannt zu machen, sondern auch die
„drei berühmten P“, nämlich Prävention („Prevent“) , Schutz („Protect“)
und die dringend nötige Anzeige und Strafverfolgung, ebenso wie die gerechte
Strafe für Kriminelle („Prosecute", im Englischen jeweils Verben).
„Und wir fügen noch ein
weiteres ,P' hinzu, nämlich das der ,Partnerschaft', die gerade von den hier
vertretenen Organisationen ausgehen muss, sehr gerne auch von unserem
Dikasterium, damit diese Unterstützungs- und Arbeitsnetzwerke geschaffen werden
können, die notwendig sind, um vor Ort effektiver zu sein“, meint der Kardinal
abschließend.
„Überrascht hat mich, dass
tatsächlich sehr viele Menschen interessiert waren, an dieser Konferenz
teilzunehmen. Sie kommen aus den unterschiedlichsten Sektoren, aus den
unterschiedlichsten Ländern und aus den unterschiedlichsten Institutionen“,
erklärt uns aus Sicht der Organisatoren der Konferenz P. Hans Zollner, weltweit
anerkannter Experte auf dem Gebiet des Schutzes von Minderjährigen und
verletzlichen Personen. „Das zeigt, dass es genug Menschen guten Willens gibt,
die auch zusammenarbeiten wollen. Wie wir wissen, ist das nicht immer einfach,
und deshalb war es ja auch unser Anliegen, die zusammenzubringen, die
tatsächlich an einem Strang ziehen wollen, um diesem Übel einen Riegel
vorzuschieben. Wir werden es nicht vollkommen ausrotten können. Aber wenn es
schon gelänge, die Dinge, die machbar sind, umzusetzen, dann müssten sehr viel
weniger Leute leiden. Man könnte sehr viel Geld und Ressourcen sparen – und
auch seine Nerven schonen und politische Auseinandersetzungen vermeiden, wenn
man wenigstens das umsetzen würde, was machbar ist.“
Bei der Konferenz gehe es vor
allem um Mobilisierung und die Erschließung neuer Möglichkeiten für den Kampf
gegen dieses Phänomen, unterstreicht Michel Veuthey, seines Zeichens
Malteserbotschafter in Sachen Kampf gegen den Menschenhandel und Mitorganisator
der Tagung. „Wir brauchen auch mehr Geld und mehr Leute, ebenso wie die
Tatsache, dass diese Plage, der Menschenhandel, wirklich ernst genommen wird“,
stellt er fest. Die Tatsache, dass die Konferenz, zu der auch so hochkarätige
Redner wie die Justizministerin der Vereinigten Staaten von Amerika angereist
sind, gerade an der Gregoriana-Universität stattfindet, findet der
Malteser-Großhospitalier Josef Blotz jedenfalls besonders zielführend:
„Zunächst einmal verweist der
Titel des Protokolls auf Italien. Denn dieses Protokoll ist in Palermo
unterzeichnet worden, vor exakt 25 Jahren. Und die Gregoriana ist in besonderer
Weise geeignet, nicht nur als Gastgeber in einer wunderbaren italienischen
Location, sondern auch, weil sie sich seit vielen Jahren sehr verdienstvoll
einsetzt für Aktivitäten, die der Menschenwürde dienen. Und da sind wir hier
mitten im Thema.“
Auch die modernen
Herausforderungen einbeziehen
Ihm selbst sei es ein
besonderes Anliegen, das Bewusstsein für die künftigen modernen
Herausforderungen zu schärfen, so der Deutsche, dessen Aufgaben im Orden denen
eines Ministers für Gesundheit und Soziales entsprechen:
„Vor 25 Jahren wurde das
Palermo Protokoll unterschrieben, und damals hat noch niemand daran gedacht,
dass wir mit dem technischen so genannten ,Fortschritt‘ rechnen müssen, der
auch Auswirkungen für Menschenhandel und modernen Sklavenhandel hat. Heute ist
das jedoch nötig. Das muss es jetzt aber sein. Und das ist ein Beispiel dafür,
dass wir nicht nach den bis jetzt gültigen Prozessen und Strukturen handeln und
denken müssen, sondern in die Zukunft schauen müssen. Wir müssen neue
Herausforderungen sehen und denen müssen wir auch begegnen.“
Dabei kann die katholische
Kirche ein wichtiger Partner sein: davon zeigt sich Mama Fatima Singhateh, die
Sonderberichterstatterin der Vereinten Nationen über den Verkauf, die sexuelle
Ausbeutung und den sexuellen Missbrauch von Kindern, überzeugt. Auch sie
stellte sich bei einer Podiumsdiskussion den Fragen aus dem Publikum.
Missbrauch und Verbrechen gegen Kinder nähmen oft in den lokalen Gemeinschaften
ihren Anfang:
„Die Kirche spielt eine sehr
wichtige Rolle, indem sie in den Gemeinden das Bewusstsein für die
Verletzlichkeit von Kindern und die bestehenden Gefahren sowie die
verschiedenen Ausprägungen von sexuellem Missbrauch und Ausbeutung schärft“,
meint die Gambierin. Es gehe darum, nicht nur die Eigenverantwortung zu
stärken, sondern auch beim finanziellen und moralischen Aufbau von Kapazitäten
zu helfen, damit der Menschenhandel an der Wurzel angegangen werden kann.
Wichtige Rolle der Kirche in
den lokalen Gemeinschaften
Dafür sei auch die heutige
Konferenz wichtig gewesen: „Es war eine sehr gute Zusammenkunft, weil Menschen
aus verschiedenen Bereichen aus aller Welt zusammengekommen sind und wir nicht
nur Gelegenheit hatten, unsere eigenen Erfahrungen mit der Arbeit zum Schutz
von Kindern vor Menschenhandel und anderen Formen der Ausbeutung auszutauschen,
sondern auch von anderen zu lernen. Wir erfahren, was in anderen Ländern
und anderen Institutionen geschieht, sodass wir von ihnen bewährte Verfahren
und Beispiele übernehmen können, die uns helfen, unsere Arbeit besser zu
machen.“
Für sie selbst sei es oft
nicht einfach, mit den Traumata umzugehen, denen sie in ihrer Arbeit begegne,
so Mama Fatima:
„Ich spreche jeden Tag mit
Überlebenden, und das bricht mir das Herz. Aber ich weiß, dass meine Stimme
eine sehr mächtige Stimme ist. Eine Stimme, mit der ich für sie sprechen, mich
für sie einsetzen und Einfluss auf die Politik nehmen kann, die ihren Schutz
gewährleistet. Ich nehme diese wichtige Rolle sehr ernst. Und auch wenn es ein
schwieriges Thema ist, habe ich doch jeden Tag, wenn ich aufwache, das Gefühl,
dass ich einen kleinen Beitrag dazu leisten kann, das Leben von Kindern und
schutzbedürftigen Gemeinschaften auf der ganzen Welt positiv zu beeinflussen.“
Das vor 25 Jahren
verabschiedete Palermo-Protokoll stellt nach wie vor ein wichtiges
Rechtsinstrument im weltweiten Kampf gegen den Menschenhandel dar. Bei der
Konferenz gehe es nun darum, dessen Wirkung und weitere Verbesserung zu
evaluieren, berichtet uns Kevin Hyland von „Praeveni Global“, die Teil der von
Papst Franziskus unterstützten Santa Marta Group ist.
„Wenn wir uns einige der
Fortschritte ansehen, dann sehen wir, dass fast 180 Länder nationale Gesetze
erlassen haben. Wir haben internationale Organisationen, wir haben
Veranstaltungen wie diese aktuelle“, zählt Hyland auf. Dabei habe die
katholische Kirche eindeutig eine Führungsrolle übernommen, betont er besonders
mit Blick auf den Einsatz von Ordensschwestern in verschiedenen Teilen der
Welt, ebenso wie durch Bischofskonferenzen und verschiedene kirchliche
Organisationen.
„Wenn wir uns jedoch die
Fortschritte bei der Bekämpfung des Menschenhandels und der modernen Sklaverei
weltweit ansehen, wurden im letzten Jahr 2000 Opfer weniger gerettet als im
Jahr zuvor, und das sind nur weniger als 0,5 Prozent der mutmaßlich 50 Millionen
Opfer. Im letzten Jahr gab es 7000 Verurteilungen. Wenn man also von 50
Millionen Opfern und 7000 Verurteilungen ausgeht, liegt die Wahrscheinlichkeit,
verurteilt zu werden, bei weniger als 0,02 Prozent, während die Täter in 99,8
Prozent der Fälle ungestraft davonkommen, und die Opfer werden nicht gerettet“,
gibt der Aktivist und Fachmann zu bedenken.
Nur etwa 1,5 Milliarden
investierten die G20-Staaten in diesen Kampf, was für ein so weltumspannendes
Verbrechen „eine sehr geringe Summe“ sei, so Hyland, der in diesem Zusammenhang
auf den schwindelerregenden Profit verweist, den kriminelle Menschenhändler und
Ausbeuter mit ihren Verbrechen generierten und der auf 236 Milliarden US-Dollar
geschätzt wird. Mehr als Rückschau zu halten, gehe es also vor allem darum, die
bislang unternommenen Anstrengungen zu kanalisieren und weiterzumachen:
„So brauchen wir
beispielsweise Regierungen, die finanziell und politisch investieren und
beginnen, die Arbeit der Wohltätigkeitsorganisationen, der Zivilgesellschaft
und der Ordensschwestern zu unterstützen“, unterstreicht Hyland, der besonders
die Arbeit der Ordensfrauen im Kampf gegen Menschenhandel als unersetzbar
ansieht.
„Beim ersten Treffen der
Santa-Marta-Gruppe hier in Rom sagte uns Papst Franziskus, dass wir wissen,
dass wir klagen müssen. Wir müssten lernen, auf eine Weise zu weinen, die uns
den Schmerz wirklich in unserem Herzen spüren lässt. Und er sagte, dies sei
eine offene Wunde am Leib Christi. Das sind große Worte, die von einem Papst
kamen.“
Klare Unterstützung durch den
Papst
Auch Papst Leo habe sich
bereits entsprechend geäußert, zeigt sich der Experte im Kampf gegen
Menschenhandel und Ausbeutung zufrieden:
„Es liegt in unserer Macht,
das Problem zu lösen, und es auch relativ schnell zu lösen. Aber das heißt,
dass wir damit beginnen müssen, große Unternehmen zur Rechenschaft zu ziehen,
die von diesen Ländern profitieren, die es zulassen, dass Einzelne und organisierte
Kriminelle mit Ausbeutung Geld verdienen. Dazu braucht es die Entwicklung
robuster Maßnahmen!“
Der 25-jährige Meilenstein
seit Unterzeichnung des Palermo-Protokolls sei also „ein großartiges Ereignis“,
doch es gelte auch, darüber nachzudenken, ob im letzten Vierteljahrhundert
wirklich genug getan worden sei.
„Wir müssen uns vor Augen
halten, dass wir hier an der Päpstlichen Gregoriana-Universität sind. Und der
heilige Ignatius selbst hat gesagt, dass man an seinen Taten gemessen wird,
nicht an seinen Worten. Es geht also um unsere Taten, unser Handeln, nicht nur
um Worte und Richtlinien. Und ich denke, das fasst zusammen, worum es bei
dieser Konferenz geht. Wie können wir Maßnahmen ergreifen, die Menschenhandel
verhindern, darauf reagieren, wenn er stattfindet, und auf das menschliche Leid
mit der Leidenschaft, dem Mitgefühl und der Liebe reagieren, die wir brauchen?“
Hintergrund
Das im Jahr 2000
verabschiedete Palermo-Protokoll ergänzt das Übereinkommen der Vereinten
Nationen gegen die grenzüberschreitende organisierte Kriminalität und zielt
darauf ab, Menschenhandel, insbesondere den Handel mit Frauen und Kindern, zu
verhindern, zu bekämpfen und zu bestrafen. Dieses Protokoll fasst frühere
globale Verpflichtungen zusammen, darunter das Übereinkommen über Zwangsarbeit
von 1930, zahlreiche Übereinkommen und Protokolle der Internationalen
Arbeitsorganisation (ILO) und andere, darunter die Allgemeine Erklärung der
Menschenrechte. Über 180 Länder haben inzwischen nationale Gesetze erlassen,
die Menschenhandel und moderne Sklaverei unter Strafe stellen.
(vn 10)
Studie. Migranten offener für
religiöse und ethnische Vielfalt
Die Studie zeigt: Menschen
mit Migrationserfahrung bewerten Vielfalt offener als andere. Doch sie erleben
zugleich am häufigsten Diskriminierung und gesellschaftlichen Gegenwind.
Menschen mit
Migrationshintergrund akzeptieren in Deutschland religiöse und ethnische
Vielfalt stärker als nicht zugewanderte Menschen. Das geht aus einer am
Dienstag veröffentlichten Sonderauswertung des Vielfaltsbarometers 2025 der
Robert Bosch Stiftung hervor. Grundlage sind repräsentative Daten von mehr als
4.700 Befragten ab 16 Jahren.
Demnach bewerten Menschen mit
Migrationserfahrung religiöse Vielfalt mit 41 Punkten deutlich offener als
Befragte ohne Einwanderungsgeschichte (31 Punkte). Auch ethnische Vielfalt
findet bei Zuwanderern und ihren Nachkommen mehr Zustimmung (62 zu 54 Punkten).
Dagegen zeigen sich Menschen ohne Migrationserfahrung bei sexueller
Orientierung toleranter (72 zu 63 Punkten).
Eigene Benachteiligung macht
partiell sensibler
Raphaela Schweiger, Leiterin
des Migrationsprogramms der Robert Bosch Stiftung, analysierte, wer selbst
Benachteiligung erlebt habe, sei oft sensibler gegenüber ethnischen und
religiösen Unterschieden, bei anderen Themen aber zurückhaltender.
Auffällig ist auch das Gefühl
gesellschaftlicher Benachteiligung: Rund 40 Prozent aller Befragten fühlen sich
als Bürger zweiter Klasse, unabhängig von der Herkunft. Unter Migranten sind es
41 Prozent. Besonders ausgeprägt ist dieses Empfinden in Ostdeutschland (48
Prozent). Zugleich geben drei Viertel der Menschen mit Migrationsgeschichte an,
wegen ihres Aussehens, Akzents oder ihrer Kleidung Diskriminierung zu erfahren.
Die Studie zeigt zugleich,
dass die Akzeptanz gesellschaftlicher Vielfalt insgesamt seit 2019 deutlich
gesunken ist. Besonders stark verlor die Zustimmung zur ethnischen Herkunft als
Diversitätsmerkmal, aber auch die Anerkennung religiöser Vielfalt ging zurück –
ein gesellschaftlicher Gegenwind, der sich quer durch verschiedene
Bevölkerungsgruppen zieht.
Verdeckte Form von
Islamfeindlichkeit
Eine weitere zentrale
Beobachtung der Studie: Religion ist die Vielfaltsdimension mit den niedrigsten
Akzeptanzwerten. Während Christinnen und Christen oder Jüdinnen und Juden im
persönlichen Umfeld deutlich eher akzeptiert werden, bleibt die Ablehnung gegenüber
religiösen Musliminnen und Muslimen besonders hoch. Die Autorinnen und Autoren
sehen darin einen Hinweis darauf, dass die verbreitete Skepsis gegenüber
Religion vielfach eine verdeckte Form von Islamfeindlichkeit ist. Dieser Befund
kontrastiert mit den Ergebnissen für Menschen mit Migrationserfahrung, die
religiöser Vielfalt deutlich offener gegenüberstehen.
Die Studie verortet diese
Haltung in einem gesamtgesellschaftlichen Spannungsfeld: Während religiöse
Vielfalt in Deutschland real weiter zunimmt, bleibt die Akzeptanz hinter dieser
Entwicklung zurück. Dies betreffe insbesondere Regionen und Milieus, in denen
es nur wenige Berührungspunkte mit religiösen Minderheiten gebe.
Herkunftsregion beeinflusst
Bewertung von Zuwanderung
Bei der Bewertung von
Zuwanderung spielt der Studie zufolge auch die Herkunftsregion eine Rolle: Vier
von fünf Befragten begrüßen Migration aus Nord- und Westeuropa. Deutlich
kritischer sehen die Befragten Zuwanderung aus Osteuropa (45 Prozent Zustimmung),
Südasien (41 Prozent), Afrika (36 Prozent) und dem Nahen Osten (weniger als ein
Drittel). Breite Unterstützung gibt es für ausländische Studierende (75
Prozent), Kriegsflüchtlinge (72 Prozent) und Arbeitskräfte (71 Prozent).
Die Autoren der Studie sehen
in den Ergebnissen ein deutliches Signal: Akzeptanz und gesellschaftlicher
Zusammenhalt hingen stark von eigener Lebenslage und sozialem Umfeld ab. „Um
Vorurteile abzubauen, braucht es gezielten Dialog, Bildung und konsequente
Bekämpfung von Diskriminierung“, sagte Schweiger. (epd/mig 11)
EU-Pakt zu Migration: „Viele
Maßnahmen nicht umsetzbar“
Caritas Italien sieht im
neuen EU-Pakt für Migration und Asyl große Mängel, die auf Kosten der Migranten
und Flüchtlinge gehen.
„Die vom EU-Rat für Inneres
getroffenen Entscheidungen zum neuen Europäischen Pakt für Migration und Asyl
geben Anlass zu großen Bedenken hinsichtlich ihrer tatsächlichen Wirksamkeit“,
zitiert die Agentur Sir den Leiter des Büros für Migrationspolitik und
internationalen Schutz der italienischen Caritas, Oliviero Forti.
Von Abschiebung in „sichere“
Drittstaaten bis Langzeitinhaftierung
Trotz der Ankündigung von
beschleunigten Verfahren, Rückführungszentren und Überstellungen in als
„sicher“ geltende Drittländer bleibe die Wahrscheinlichkeit hoch, „dass viele
dieser Maßnahmen nicht umsetzbar sind und Migranten weiterhin Unsicherheit und
Gefährdung ausgesetzt sind“, erklärte der Jurist. „Die ständige
Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) und der
Verfassungsgerichte der Mitgliedstaaten schreiben strenge Grenzen für
Langzeitinhaftierungen, individuelle Risikobewertungen und Überstellungen in
Drittstaaten vor“, erinnerte er. Er halte es daher für „absehbar, dass ein
wesentlicher Teil des neuen Regelwerks von den nationalen und europäischen
Gerichten ausgesetzt oder nicht angewendet wird, was zu massiven Rechtsstreitigkeiten
führen und die im Pakt genannten Ziele zunichte machen würde“, warnte der
Caritas-Verantwortliche.
Restriktive Wende
Das verabschiedete
Maßnahmenpaket des Europäischen Rates markiert eine restriktive Wende in der
Migrationspolitik und sieht mehr Abschiebungen, Rückführungszentren in
Drittländern, die Möglichkeit einer verlängerten Inhaftierung und größere
Durchsuchungsbefugnisse für die Behörden vor. Konkret geht es um vier
Gesetzestexte, die nun mit dem Europäischen Parlament verhandelt werden müssen.
Menschenrechts- und Hilfsorganisationen sehen die Beschlüsse skeptisch und
pochen auf den Schutz und die Sicherheit von Migranten und Flüchtlingen. (sir
10)
„Wir brauchen Migration“. Merz
zeigt sich in „Stadtbild“-Debatte selbstkritisch
Wochenlang wurde kontrovers
über den Satz des Kanzlers zum „Stadtbild“ in Deutschland diskutiert. Nun
erkennt Merz an, dass seine Äußerung so vielleicht nicht ganz glücklich war.
Doch auch seine erneute Klarstellung wirft Fragen auf.
Bundeskanzler Friedrich Merz
(CDU) hat Selbstkritik in der von ihm angestoßenen Debatte über das „Stadtbild“
und die Migration in Deutschland erkennen lassen. „Ich hätte vielleicht früher
sagen sollen, was ich konkret damit meine. (…) Das würde ich heute anders
machen“, sagte er in der ARD-Sendung „Arena“ im nordrhein-westfälischen
Niederkassel, in der Bürger Merz Fragen stellten.
Es gebe Städte, die „völlig
verwahrlosen“, sagte er. „Das hat etwas mit dem zu tun, was ich gesagt habe.
Und das müssen wir ändern“, erklärte der Bundeskanzler. „Und deswegen sage ich
immer, es sind zwei Teile derselben Antwort. Wir brauchen Migration, wir
brauchen Einwanderung, der ganze medizinische Sektor, der Pflegebereich, viele
andere Bereiche“, sagte Merz. Er sehe, was die Menschen dort leisteten. „Und
ohne diejenigen, die aus anderen Ländern kommen, geht es einfach nicht mehr.“
„Diese Differenzierung, die
würde ich gerne stärker betonen“, sagte der CDU-Politiker. „Aber ich glaube,
jeder, der es ein bisschen gutwillig versucht hat, zu verstehen, hat es auch
verstanden, was ich gemeint habe.“ Zugleich betonte Merz nochmals: „Diejenigen,
die in unserem Land leben wollen, müssen sich an die Regeln halten. Und wenn
sie es nicht tun, müssen sie gehen.“
Einteilung in nützlich und
nicht nützlich
Kritiker warnen seit Langem
vor einer Sprache, die Menschen nach ihrem vermeintlichen Nutzen für den
Arbeitsmarkt einteilt. Eine solche Logik, so betonen Fachleute, führe dazu,
dass Menschen, die nicht als deutsch gelesen werden, nur solange und stets unter
Vorbehalt willkommen seien, wie sie als „nützlich“ gelten.
Diese Haltung verhindere
echte Zugehörigkeit: Einwanderer würden nicht als gleichwertige Bürgerinnen und
Bürger anerkannt, sondern in „nützlich“ bzw. „nicht nützlich“ eingeteilt und
als austauschbar betrachtet. Dieser Grundton schaffe einen Nährboden, auf dem
rassistische Einstellungen wachsen und sich verfestigen können.
Debatte nach Äußerung im
Oktober
Merz hatte im Oktober gesagt,
die Bundesregierung korrigiere frühere Versäumnisse in der Migrationspolitik
und mache Fortschritte, „aber wir haben natürlich immer im Stadtbild noch
dieses Problem, und deswegen ist der Bundesinnenminister ja auch dabei, jetzt
in sehr großem Umfang auch Rückführungen zu ermöglichen und durchzuführen“.
Später sagte er auf
Nachfrage: „Fragen Sie mal Ihre Töchter, was ich damit gemeint haben könnte.“
Dann konkretisierte er, Probleme würden diejenigen Migranten machen, die keinen
dauerhaften Aufenthaltsstatus hätten, nicht arbeiteten und die sich auch nicht
an die in Deutschland geltenden Regeln hielten. (dpa/mig 10)
EU-Minister bringen massive
Asylverschärfungen auf den Weg
Schneller, strenger und
möglichst außerhalb der EU: Europas Innenminister treiben die Reform des
Asylsystems voran. Ein Bündel von Maßnahmen soll Abschiebungen erleichtern,
Verfahren beschleunigen und die Verteilung von Schutzsuchenden neu regeln. Von
Marlene Brey
Europas Innenminister wollen
in der Migrationspolitik einen deutlich härteren Kurs einschlagen. Weniger
Menschen sollen künftig Chancen auf Asyl haben, Verfahren sollen verstärkt
außerhalb der EU stattfinden, Abschiebungen schneller möglich sein und die Lasten
unter den Mitgliedstaaten neu verteilt werden. Am Montag brachten die
EU-Innenminister in Brüssel einen umfangreichen Maßnahmenkatalog auf den Weg.
„Wir stehen an einem
Wendepunkt der Asyl- und Migrationspolitik“, sagte EU-Migrationskommissar
Magnus Brunner. Zwar sei die sogenannte „irreguläre“ Migration innerhalb eines
Jahres um 35 Prozent zurückgegangen, dennoch bleibe der Druck auf die
Asylsysteme hoch. „Deshalb ist es gut, dass wir heute neue Werkzeuge
hinzufügen.“ Mit „irregulärer“ Migration sind auch Fluchtbewegungen von
Menschen gemeint, die Schutz suchen. Weil es an sicheren und legalen
Fluchtwegen fehlt, bleiben ihnen oft keine anderen Möglichkeiten, als Grenzen
zunächst ohne gültige Dokumente zu überqueren, um ihr international verbrieftes
Recht auf Asyl geltend zu machen. Juristisch sind sie damit nicht „irregulär“,
sondern nehmen geltendes Recht wahr.
Auch Bundesinnenminister
Alexander Dobrindt (CSU) sprach von einer entscheidenden Weichenstellung. „Wir
erleben heute ein europäisches Momentum“, sagte er. Konkret drehten die
Innenminister am Montag an vier Stellschrauben.
Neue
EU-Rückführungsverordnung
Die Minister stimmten dem
Vorschlag der EU-Kommission für ein Gemeinsames Europäisches Rückkehrsystem zu.
Ziel ist es, Abschiebungen zu vereinfachen und zu beschleunigen.
Mit der sogenannten
Rückführungsverordnung soll erstmals ein EU-weites Rückführungssystem etabliert
werden. Durch die gegenseitige Anerkennung von Rückkehrentscheidungen können
Mitgliedstaaten die Entscheidungen anderer Staaten direkt durchsetzen – ohne ein
neues Verfahren einzuleiten. Das soll Ausreisepflichtigen signalisieren, dass
sie Rückführungen nicht durch den Wechsel in einen anderen EU-Staat umgehen
können.
Strengere Pflichten für
Betroffene
Für Betroffene gelten strenge
Pflichten: Sie müssen mit den Behörden kooperieren, sonst drohen
Leistungskürzungen, der Entzug von Arbeitserlaubnissen oder strafrechtliche
Maßnahmen bis hin zu Haft. Personen, die ein Sicherheitsrisiko darstellen,
können mit längeren oder sogar unbegrenzten Einreiseverboten sowie Haft
rechnen. Zudem sollen Rückführungszentren in Drittstaaten ermöglicht werden.
Europäische Kirchen,
Hilfswerke und Amnesty International warnen vor einem repressiven Kurs.
Besonders umstritten sind die Rückführungszentren in Drittstaaten.
Abschiebung in „sichere“
Drittstaaten
Zudem gaben die Innenminister
der Überarbeitung des Konzepts der sogenannten „sicherer Drittstaaten“ grünes
Licht. Asylanträge können künftig leichter als unzulässig abgelehnt werden,
wenn Schutz bereits in einem sicheren Nicht-EU-Staat möglich ist. Eine
Verbindung zwischen Antragsteller und Drittstaat ist dafür nicht mehr zwingend.
Die Durchreise durch ein Drittland genügt oder es besteht ein Abkommen über die
Bearbeitung von Asylanträgen mit einem Drittstaat.
Schutzsuchende können demnach
auch in Länder abgeschoben werden, in denen sie noch nie waren. Auch dieser
Vorschlag verweist auf die Möglichkeit, Abschiebungszentren in Drittstaaten
einzurichten. Abgelehnte Asylbewerber dürfen während eines Einspruchs nicht
automatisch in der EU bleiben.
Gemeinsame Liste „sicherer“
Herkunftsländer und Solidaritätspool
Erstmals hat die EU auch eine
gemeinsame Liste „sicherer“ Herkunftsländer festgelegt. Damit sollen Menschen
schneller nach Ägypten, Marokko, Tunesien, Indien, Kosovo, Bangladesch oder
Kolumbien abgeschoben werden können. Für Asylbewerber aus diesen Staaten sollen
beschleunigte Verfahren möglich sein, etwa direkt an Grenzen oder in
Transitbereichen. Auch EU-Beitrittskandidaten gelten grundsätzlich als sicher,
sofern keine Kriegs- oder gravierenden Menschenrechtsrisiken bestehen.
Die EU-Innenminister haben
sich zudem auf einen Solidaritätspool zur Verteilung von Schutzsuchenden
innerhalb der EU geeinigt. Im kommenden Jahr sollen 21.000 Personen aus solchen
EU-Staaten umverteilt werden, die unter besonders hohem Migrationsdruck stehen.
EU-Staaten, die keine Schutzbedürftigen aufnehmen wollen, können auch
finanzielle Hilfe leisten.
Laut einem Bericht der
EU-Kommission stehen Zypern, Griechenland, Italien und Spanien unter besonders
hohem Migrationsdruck. Sie sollen daher von den Solidaritätsmaßnahmen
profitieren. Welche Länder Schutzsuchende aufnehmen sollen, teilte der Rat
zunächst nicht mit. EU-Migrationskommissar Brunner hatte bereits erklärt, dass
Deutschland voraussichtlich keine weiteren Solidaritätsmaßnahmen erbringen
muss.
Linke kritisiert Aushöhlung
von Rechten
Die fluchtpolitische
Sprecherin der Linken im Bundestag, Clara Bünger, kritisiert die Vorhaben
scharf. Es drohe „eine drastische Ausweitung von Abschiebehaft,
menschenrechtswidrige Abschiebezentren in Drittstaaten und eine völlig
unverhältnismäßige Ausweitung der Pflichten von Betroffenen während des
Abschiebungsverfahrens“, erklärte die Linke-Politikerin. Sie befürchtet,
Behörden könnten mit ausreisepflichtigen Menschen „künftig fast alles machen“.
Bünger weiter: „Die gefassten
Beschlüsse höhlen die Rechte von Asylsuchenden bis zur Unkenntlichkeit aus.“
Die EU-Staaten müssen sich jeweils noch mit dem Europäischen Parlament auf den
endgültigen Rechtstext einigen. „Das EU-Parlament darf dem nicht zustimmen“,
fordert Bünger. (epd/mig 9)
Enttäuschte Erwartungen: Deutsche
bewerten Regierungsbilanz überwiegend negativ
Fortschritte bei der
Bundeswehr, Rentensicherheit bleibt Sorgenfaktor
Hamburg – Aus Sicht der
Deutschen hat sich unter Schwarz-Rot die Situation in nahezu allen zentralen
Politikfeldern eher verschlechtert als verbessert. Lediglich im Bereich der
Einsatzfähigkeit der Bundeswehr überwiegt der Anteil derer, die eine Verbesserung
wahrnehmen. Zu diesem Ergebnis kommt eine aktuelle, repräsentative Umfrage des
Markt- und Sozialforschungsinstituts Ipsos.
Bereits im Juni hat Ipsos die
Menschen in Deutschland gefragt, ob sie in ausgewählten Politikfeldern eher
Verbesserungen oder Verschlechterungen unter der neuen Regierung erwarten. Die
aktuelle Umfrage macht deutlich, dass die Bundesregierung unter Kanzler
Friedrich Merz die ohnehin geringen Erwartungen nicht erfüllen konnte.
Lichtblick Bundeswehr: Ein
Drittel sieht verbesserte Einsatzfähigkeit
33 Prozent der Befragten
haben den Eindruck, dass sich die Einsatzfähigkeit der Bundeswehr zur Landes-
und Bündnisverteidigung seit dem Amtsantritt der schwarz-roten Regierung
verbessert hat. Von einer Verschlechterung in diesem Bereich sprechen hingegen
nur 26 Prozent. In keinem anderen Bereich wird die Arbeit der Bunderegierung so
positiv bewertet, wenngleich die Erwartungen zu Beginn der Legislaturperiode
noch deutlich höher waren. Damals rechneten 53 Prozent der Befragten mit
Verbesserungen in diesem Bereich.
Migration und Sicherheit:
Regierung bleibt hinter den Erwartungen zurück
Trotz verschärfter
Grenzkontrollen und eines härteren Kurses in der Migrationspolitik konnten die
Erwartungen hinsichtlich der Kontrolle von Migration und Asyl nicht erfüllt
werden. Nur 29 Prozent der Deutschen würden sagen, dass auf diesem Gebiet eine
Verbesserung unter Schwarz-Rot erzielt wurde – das sind 16 Prozentpunkte
weniger als im Juni erwartet. 40 Prozent der Bundesbürger nehmen sogar eine
Verschlechterung der Situation wahr. Auch im Bereich der inneren Sicherheit und
der Kriminalitätsbekämpfung liegt der Anteil derer, die Verbesserungen sehen,
unter den Erwartungen vom Juni 2025 (-16 pp).
Wirtschaft enttäuscht am
stärksten, Bürokratie bleibt Bremse
Die größte Diskrepanz
zwischen den Erwartungen im Juni und der aktuellen Einschätzung gibt es bei der
Frage, ob der Wirtschaftsstandort Deutschland durch die schwarz-rote
Bundesregierung gestärkt wurde. Lediglich 15 Prozent der Befragten stimmen dem
zu – 27 Prozentpunkte weniger als im Juni erwartet. Trotz des verabschiedeten
Rekordhaushalts für 2026 sieht eine knappe Mehrheit der Bevölkerung (51 %)
sogar Rückschritte in diesem Bereich. Beim Abbau der Bürokratie hinkt die
Bundesregierung den anfänglichen Erwartungen um 15 Prozentpunkte hinterher: Nur
13 Prozent der Deutschen sehen hier Veränderungen zum Positiven, während 41
Prozent Verschlechterungen erleben. Ebenfalls 41 Prozent haben seit dem
Amtsantritt keine Veränderungen bemerkt.
Größte Sorgenfelder bleiben
Rente, Armut und Wohnen
Auch bei sozialen Themen
konnten die Erwartungen nicht erfüllt werden, obwohl der Blick in die Zukunft
bereits im Juni eher verhalten ausfiel. Nur 11 Prozent der Deutschen glauben,
dass unter Schwarz-Rot bei der Sicherung der Rente Fortschritte erzielt wurden
– das sind 9 Prozentpunkte weniger als im Juni erwartet. Mehr als die Hälfte
der Befragten (53 %) nimmt eine Verschlechterung wahr. Noch pessimistischer
wird die Situation bei der Armutsbekämpfung und beim Wohnungsbau beurteilt:
Lediglich 7 Prozent sehen eine Verbesserung bei der Armutsbekämpfung, 8 Prozent
bei der Schaffung von bezahlbarem Wohnraum – beide Werte liegen jeweils elf
Prozentpunkte unter dem Erwartungswert vom Juni. Ipsos 9
Die neue Nationale
Sicherheitsstrategie der USA beendet die transatlantische Partnerschaft. Für
Europa stellt sie eine doppelte Bedrohung dar. Christos Katsioulis & Filip
Milacic
Die Idee des Regime Change
ist zurück auf der Weltbühne. Dieses Mal ist allerdings nicht Europa der
Ausgangspunkt, sondern selbst die Zielregion, in der die Administration Trump
ihre Vorstellungen von gutem und richtigem Regieren applizieren will. Damit findet
eine Neudefinition der viel beschworenen „transatlantischen Wertegemeinschaft“
statt.
Das zeigt sich in der
US-amerikanischen Nationalen Sicherheitsstrategie 2025 (NSS 2025), in
der Präsident Trump seine Vorstellungen einer Außenpolitik unter dem
Vorzeichen von America First niederlegt. Das Dokument ist
vollkommen anders verfasst als frühere Sicherheitsstrategien der USA. Es
ist deutlich ideologischer und zugleich unverblümter in der
Fokussierung auf die eigenen Interessen. Manchmal liest es sich beinahe wie
eine Karikatur der USA, wie man sie entweder aus Filmen oder aus
antiamerikanischen linken Zirkeln kennt. Insofern ist es durchaus feine Ironie,
dass die Strategie auch davon spricht, die soft power der USA ausbauen zu
wollen.
Grundsätzlich dreht sie sich
darum, die Größe der USA zu wahren und auszubauen – America First eben. Das
reicht von einer harten Anti-Migrationspolitik mit forciertem Grenzschutz, über
den Ausbau des US-Militärs, bis hin zu internationalen Beziehungen, die auf die
amerikanische Prosperität ausgerichtet sind. Für diese Ziele sollen alle
Instrumente eingesetzt werden, seien es Wirtschaftsbeziehungen, der
amerikanische Finanzmarkt, Technologie oder auch das Militär und die
Alliierten. Amerikanische Firmen sollen direkt davon profitieren, besonders von
Ländern, die am meisten von den USA abhängen und auf die Washington am meisten
Druck ausüben kann.
Für Europa, mit seinen
zahlreichen Staaten, die sich einer „Special Relationship“ mit den USA rühmen,
hat die Strategie eine ganz eigene Rolle vorgesehen. Das kann Auswirkungen
auf die Wirtschafts- und die Sicherheitspolitik Europas haben, gleichzeitig
aber auch innenpolitische Folgen. Sicherheitspolitisch orientieren sich die USA
mit dieser Strategie weg von einer auf gemeinsamen Regeln basierenden
Weltordnung. Stattdessen wird als Tatsache postuliert, dass stärkere Nationen
mehr Einfluss haben. Damit die USA in dieser Logik auch weiterhin den stärksten
Einfluss haben, müssen die Alliierten, und hier vor allem Europa, dazu
beitragen.
Das bedeutet erstens, dass
sie mehr für die eigene Sicherheit tun müssen, allerdings nicht vollständig auf
eigene Verantwortung. Die USA wollen weiterhin als treibende Kraft fungieren
und die Alliierten in diesen Bemühungen anleiten. Zweitens müssen Verbündete
der USA weiterhin ihr Scherflein zur wirtschaftlichen Ausnahmestellung Amerikas
beitragen. Das heißt, sie müssen den Abbau der Handelsbilanzdefizite
vorantreiben, ihre Märkte für die USA öffnen und die Besteuerung oder
Regulierung amerikanischer Unternehmen daran messen lassen, ob das Weiße Haus
dies für fair und angemessen hält. Drittens werden amerikanische Energieexporte
genutzt, um die Beziehungen zu Alliierten zu vertiefen. Das heißt im
Umkehrschluss, dass man Öl und Gas künftig besser bei Donald Trump kauft und
fehlgeleitete Ideologien (sic!) wie Klimawandel und Net Zeroad acta legt, wenn
man von den USA abhängig ist.
Während diese drei
Schlussfolgerungen aber unabhängig von der Geografie für alle Alliierten
gelten, birgt die NSS noch einige spezielle Klauseln für die europäische
Sicherheitspolitik, auch weil Europa in der für die USA besonders wichtigen
westlichen Hemisphäre liegt. Stabilität wird als höchste Priorität in Europa
genannt. Diese wird laut der NSS aber nicht von Russland gefährdet, das weder
als Bedrohung noch als Gefahr definiert wird. Das Problem wird vielmehr darin
gesehen, dass viele Europäer Russland als existentielle Bedrohung betrachten.
Daher soll strategische Stabilität im Verhältnis mit Moskau hergestellt werden
und der Krieg in der Ukraine soll enden. Als einzigen konkreten Schritt in
diese Richtung hält die NSS fest, dass eine Priorität der USA darin liegt, zu
verhindern, dass die NATO eine sich permanent erweiternde Allianz ist. Damit
werfen ausgerechnet die USA, die noch 2008 für den Beitritt der Ukraine und
Georgien in die NATO geworben hatten, diese Tür vor aller
Öffentlichkeit zu. Es ist zwar auch vom Überleben der Ukraine die Rede,
aber lediglich als „viable state“, die sonst so viel zitierte Souveränität
fehlt hier.
Die NSS 2025 legt fest, dass
Zusammenarbeit auch mit Staaten möglich sein muss, die die amerikanischen Werte
nicht teilen. Ganz explizit ist beispielsweise mit Blick auf den Nahen Osten
die Rede davon, regionale Traditionen zu respektieren und nicht zu versuchen,
die eigenen Vorstellungen anderen Staaten aufzudrücken. Für Europa gilt das
offenbar ganz und gar nicht. So wie es in der Bibel in Genesis 1 heißt „Und
Gott schuf den Menschen nach seinem Bilde“, so gedenkt die Administration Trump
offenbar, Europa nach ihrem eigenen Bilde zu gestalten.
Was heißt das konkret für
Europa? Die NSS offenbart, dass es bei Trump nicht nur um transaktionale
Beziehungen geht, sondern um ideologische Interessen. Nach Lateinamerika, wo
Trump seine Verbündeten Jair Bolsonaro und später Javier Milei direkt unterstützte,
indem er Brasilien hohe Zölle auferlegte und einen Kredit an Mileis Wahlsieg
knüpfte, gilt dies nun ganz klar für Europa. Trumps ideologische Agenda lässt
sich offensichtlich nicht durch Schmeicheln „aufweichen“, wie sich Europas
Regierungschefs erhofften. Unter dieser Administration stellen die USA eine
zweifache Bedrohung dar: für die EU als Projekt und für die europäischen
liberalen Demokratien.
An mehreren Stellen betont
die NSS den Vorrang der Nationalstaaten und liest sich als eine Kriegserklärung
an internationale Organisationen, vor allem die EU. Sie untergrabe nicht nur
die politische Freiheit und die nationale Souveränität, sondern sei auch ein
Hindernis für amerikanische Interessen. Diese Einschätzung sollte aber nicht
überraschen. Die Ablehnung internationaler Organisationen, inklusive der EU,
war schon im Project 2025 der Heritage-Stiftung zu finden, dem inoffiziellen
Regierungsprogramm der Trump-Administration. Vielleicht schafft es die NSS 2025
schlussendlich, allen Europäern die Augen dafür zu öffnen.
Darüber hinaus unterminiert
diese ideologische Agenda die liberale Demokratie. Die NSS 2025 setzt
europäische Identität mit weißer Ethnizität und christlicher Religion gleich,
die angeblich durch Einwanderung bedroht seien. Wenn Europa, wie die NSS behauptet,
von einer „Auslöschung ihrer Zivilisation“ bedroht ist, dann sollten die
Entscheidungsträger freie Hand haben, ihre Staaten mit allen Mitteln zu
beschützen. „Wer sein Land rettet, verletzt kein Gesetz“, wie es Trump im
Februar auf X postete. Dadurch werden Attacken gegen die liberale Demokratie
legitimiert. Es ist gerechtfertigt, die Macht der Exekutive auf Kosten anderer
Institutionen zu stärken, um die angeblich bedrohte nationale Identität und
Souveränität zu beschützen. Kritische Medien, Oppositionsparteien und die
Zivilgesellschaft werden als „ausländische Agenten“ verunglimpft, staatliche
Behörden von „Feinden der Nation“ gesäubert. Die Rechte von Minderheiten werden
etwa beschränkt, weil sie nicht zur Nation gehören und Meinungsfreiheit selektiv
limitiert, um die Reputation der bedrohten Nation zu beschützen.
Für die aktuelle europäische
Führung ist dieses Dokument daher ein Offenbarungseid. Es beendet das
transatlantische Verhältnis der letzten 80 Jahre. Aus dem wohlwollenden Hegemon
auf der anderen Seite des Atlantiks wird nun eine Weltmacht, die ähnlich wie
Russland versucht, die EU zu schwächen und die politischen Verhältnisse in
Europa nach eigenem Gutdünken zu ordnen. Ein Kompromiss oder Mittelweg ist
nicht erkennbar. Wer es also ernst meint mit der Souveränität europäischer
Staaten, muss auf einen europäischen Rütlischwur hinarbeiten. Dazu braucht es
einen forcierten Abbau der sicherheitspolitischen Abhängigkeiten Europas, den
Aufbau einer europäischen Rüstungsindustrie für zentrale Systeme, die Europa
gemeinsam handlungsfähig machen, eine Stärkung der wirtschaftlichen und
politischen Beziehungen mit anderen Regionen sowie die Festigung
internationaler Institutionen und ihrer Resilienz gegen Einflussnahme aus
Washington.
Für Regierungschefs wie Orbán
oder Meloni, aber auch Parteien wie die AfD und das Rassemblement National ist
die neue NSS 2025 hingegen ein verfrühtes Weihnachtsgeschenk und Anlass zum
Frohlocken. Ihre Agenda wird von den USA als Ziel ihrer Sicherheitspolitik
erkoren, damit gewinnen sie einen extrem mächtigen Verbündeten. Sie alle wollen
ein ethnonationalistisches Europa schaffen. Bei Trump soll das vor allem den
Interessen der USA dienen. Das große Paradox besteht aber darin, dass für ein
Europa nach diesem Regime Change-Programm die Schnittmengen mit Russland
deutlich größer wären. Der Trump’sche Traum von der amerikanisch dominierten
westlichen Hemisphäre trägt die eigene Zerstörung schon bei der Entstehung in
sich. IPG 9
Reaktionen auf Trumps
Sicherheitsstrategie. Europa auf dem Weg zur Souveränität
Berlin - Die Europa-Union
Deutschland (EUD) reagiert mit einer klaren Positionierung auf die neue
US-Sicherheitsstrategie, die unter anderem ankündigt, Widerstand gegen den
derzeitigen Kurs innerhalb der
europäischen Staaten zu
fördern.
Prof. Dr. Andrea Wechsler:
"Wenn Washington Europas Ordnung in Frage stellt, schwächt es Sicherheit
und Wohlstand - auf beiden Seiten des Atlantiks"
EUD-Präsidentin Prof. Dr.
Andrea Wechsler erklärt: "Europa ist kein geopolitisches Beiwerk, sondern
ein zentraler Pfeiler von
Stabilität, Wachstum und
regelbasierter Ordnung. Wer Europa politisch
delegitimiert und Spaltung
als außenpolitisches Instrument einsetzt,
gefährdet die freiheitliche
Demokratie und die Sicherheit in Europa und
darüber hinaus in der
gesamten westlichen Hemisphäre."
Wechsler betont die
Dringlichkeit, umgehend Europas politische
Handlungsfähigkeit zu stärken
und dabei äußere Sicherheit und
wirtschaftliche Resilienz
zusammen zu denken.
"Moderne
Sicherheitspolitik wird auch in Fabrikhallen, Forschungslaboren und
Stromnetzen entschieden.
Unsere Verteidigungsfähigkeit hängt an
Lieferketten,
Energieversorgung, Technologiekompetenz und der Fähigkeit,
Kapital zu mobilisieren.
Genau deshalb brauchen wir jetzt einen vollendeten
Binnenmarkt, funktionierende
Kapitalmärkte und eine echte Energieunion - wir
haben wirklich keine Zeit
mehr zu verlieren."
Als Präsidentin der
überparteilichen Europa-Union Deutschland unterstreicht
Wechsler: "Wer
transatlantische Stärke will, muss europäische Stärke wollen. Alles andere ist
kurzsichtig - strategisch und ökonomisch. Die USA - unter Trump wie auch nach
ihm - werden nur noch ein geeintes und entsprechend starkes Europa ernst nehmen."
Christian Moos: "Diese
Sicherheitsstrategie stellt Europas Existenz in
Frage"
EUD-Generalsekretär Christian
Moos ergänzt: "Das, was nach außen dringt, stellt Europas Existenz in
Frage. Es geht nicht um Nuancen, sondern um den Kern: um die Zukunft der
freiheitlichen Demokratie."
Moos ordnet historische
Bezüge ein: "Die Monroe-Doktrin, auf die Trump sich beruft, entstand in
einer völlig anderen Welt, als die kontinental expandierenden USA europäische
Interventionen fürchteten. Heute entscheidet sich, ob Demokratie gegenüber autoritären
Modellen überlebt, auf dem nordamerikanischen Kontinent ebenso wie in Europa.
Diese Herausforderung lässt sich nicht mit Doktrinen aus dem frühen 19.
Jahrhundert beantworten."
Zugleich mahnt Moos zur
Differenzierung:
"Nichts von dem, was
diese US-Administration will, ist in Stein gemeißelt.
Es gibt viele andersdenkende
Menschen in den USA, auch in der GOP. Ob die
USA sich dauerhaft in eine
autoritäre Richtung entwickeln, ist offen. Die
letzte Antwort geben die
amerikanischen Wählerinnen und Wähler. Europa hat
darauf keinen Einfluss, wohl
aber auf seine eigene Rolle während dieser
geopolitischen Erschütterung
und Übergangsphase.
Konsequenzen: Politische
Union der Willigen, Souveränität und Wehrhaftigkeit
Die EUD sieht drei
Konsequenzen:
* Europa muss souverän und wehrhaft werden - militärisch,
technologisch und
gesellschaftlich.
* Europa braucht eine Politische Union der Willigen, um in
Krisen
handlungsfähig zu bleiben.
* Europa muss wirtschaftlich widerstandsfähiger werden:
Binnenmarkt
vertiefen, Kapital
mobilisieren, Energieversorgung absichern,
Schlüsseltechnologien
stärken.
Wechsler und Moos sind
zuversichtlich: Europa kann schnell deutlich stärker
werden, und ob die USA die
von ihnen geschaffene Ordnung aufgeben, darüber
ist das letzte Wort noch
nicht gesprochen. EUD 8
KAS-Studie. Rechtsextremismus
beunruhigt Deutsche stärker als Zuwanderer
Eine Studie der
Adenauer-Stiftung zeigt auffällige Unterschiede, was die Einstellungen von
Menschen mit und ohne Migrationserfahrung in Deutschland angeht – mit zum Teil
überraschenden Ergebnissen.
Der Rechtsextremismus in
Deutschland beunruhigt Menschen ohne Migrationsgeschichte noch stärker als
Zuwanderer und ihre direkten Nachkommen. Das zeigen die Ergebnisse einer
aktuellen Untersuchung der CDU-nahen Konrad-Adenauer-Stiftung (KAS) Studie der
Konrad-Adenauer-Stiftung zum Zusammenleben in der Einwanderungsgesellschaft.
Unterschiede zwischen Deutschen mit und ohne ausländische Wurzeln gibt es
demnach auch, was die Sicht auf den russischen Angriffskrieg in der Ukraine
angeht.
Für die repräsentative
Untersuchung waren von Anfang Oktober 2024 bis Ende Januar bundesweit rund
3.000 Menschen befragt worden, unter ihnen 1.007 Ausländer sowie 1.003 Menschen
mit Migrationserfahrung, die selbst im Ausland geboren wurden oder mindestens
einen Elternteil haben, auf den das zutrifft.
Angst vor Rechtsextremismus
Laut Studie stimmen knapp
drei Viertel (74 Prozent) der Deutschen ohne familiäre Einwanderungsgeschichte
der Aussage „Der Rechtsextremismus in Deutschland macht mir Angst“ zu, wobei 46
Prozent völlig und 28 Prozent eher zustimmen. Auch knapp zwei Drittel (66
Prozent) der Deutschen mit Migrationsgeschichte treibt diese Angst um. Unter
den hierzulande lebenden Ausländern sind es 55 Prozent.
Am häufigsten äußern sich in
der Untersuchung Menschen mit Wurzeln in der Türkei und in Russland besorgt
über den Rechtsextremismus in Deutschland. Deutlich geringer ist der Anteil
demnach unter Menschen polnischer Herkunft.
Sichtweisen auf Ukraine-Krieg
Dass Russland alleine schuld
am Krieg in der Ukraine ist, glauben laut Studie lediglich 38 Prozent der
Ausländer, die in Deutschland leben. Unter den Deutschen mit
Migrationserfahrung ist der Anteil derjenigen, die diese Auffassung teilen,
ähnlich (39 Prozent). Dagegen sieht eine Mehrheit von 58 Prozent der Deutschen
ohne ausländische Wurzeln die Schuld für den seit Februar 2022 andauernden
Krieg alleine bei Russland.
Antisemitische Vorurteile
Um antisemitische
Einstellungen zu messen, waren die Teilnehmer der Umfrage aufgefordert, sich zu
der Aussage „Juden kann man nicht trauen“ zu positionieren. Jeder zehnte
befragte Ausländer und neun Prozent der Deutschen mit Migrationshintergrund
stimmte hier den Angaben zufolge zu. Unter den Deutschen ohne
Einwanderungsgeschichte war der Anteil derjenigen, die diese Aussage teilen,
mit vier Prozent niedriger.
Unterschiede gibt es laut
Studie auch, wenn man einzelne Herkunftsregionen betrachtet. Demnach misstraute
zum Zeitpunkt der Befragung rund ein Viertel (26 Prozent) der Türkeistämmigen
jüdischen Menschen. Bei einer entsprechenden Befragung im Jahr 2015 waren es 18
Prozent gewesen.
Der Anstieg dürfte mit dem
Krieg im Gazastreifen zu tun haben, der nach dem terroristischen Überfall der
Hamas auf Israel am 7. Oktober 2023 begonnen hatte und bei dem zehntausende
Palästinenser ums Leben kamen – die meisten Zivilisten, darunter viele Frauen
und Kinder.
Überdurchschnittlich hoch ist
der Anteil der Menschen, die bei der Befragung der Stiftung angaben, Juden
nicht zu trauen, auch unter Spätaussiedlern (18 Prozent). Spätaussiedler sind
Menschen deutscher Herkunft, die nach dem Zweiten Weltkrieg, vor allem nach dem
Zusammenbruch der Sowjetunion, aus Osteuropa und der früheren Sowjetunion nach
Deutschland eingewandert sind.
Vorbehalte gegen Homosexuelle
Die Autorin der Studie
„Einwanderungsgesellschaft im Wandel“, Sabine Pokorny, hat außerdem
interessiert, wie Zuwanderer und ihre Nachkommen auf Homosexualität blicken.
Unter Deutschen ohne Migrationsgeschichte ist die Ablehnung Homosexueller
demnach inzwischen die Ausnahme.
Deutsche mit
Migrationserfahrung sowie Ausländer lehnen Homosexuelle zwar nun seltener ab
als vor zehn Jahren. Allerdings liegt das Niveau der Ablehnung in diesen
Gruppen immer noch bei 18 Prozent beziehungsweise 19 Prozent. Zum Vergleich:
Von den befragten Deutschen ohne Migrationshintergrund stimmten laut KAS-Studie
sieben Prozent der Aussage „Ich will keine homosexuellen Freunde“ zu.
Die Ergebnisse zeigen auch,
dass jeweils rund ein Viertel der Muslime sowie der orthodoxen Christen keine
homosexuellen Freunde möchte. Eine weitere Unterteilung von „Muslimen“, wie bei
Christen in Orthodoxe, nimmt die Studie nicht vor.
Minderheit fühlt sich mit
Respekt behandelt
Die Frage „Leben Sie alles in
allem gerne in Deutschland?“ beantworten zwar über alle untersuchten Gruppen
hinweg jeweils mehr als 90 Prozent der Befragten mit „Ja“. Allerdings ist der
Anteil im Vergleich zur Erhebung von 2015 jeweils leicht gesunken.
Von den Deutschen ohne
Migrationsgeschichte fühlen sich 37 Prozent immer mit Respekt behandelt. Von
den Menschen mit Migrationserfahrung antworteten 39 Prozent auf die Frage:
„Fühlen Sie sich in Deutschland mit Respekt behandelt?“ mit „Ja, immer“. Dass dieser
Wert für Ausländer mit 52 Prozent deutlich höher liegt, mag verschiedene Gründe
haben. Eine denkbare Variante ist, dass der Vergleich mit der Situation im
Herkunftsland womöglich noch eine größere Rolle spielt als bei den Menschen mit
Migrationsgeschichte.
Klar ist: Im Vergleich zur
Befragung 2015, als in allen drei Gruppen jeweils 56 Prozent den Eindruck
hatten, man begegne ihnen stets mit Respekt, wird hier ein negativer Trend
sichtbar. (dpa/mig 8)
Trump ordnet Europas
Nachbarschaft neu. Ohne Mut und eigene Strategie droht Europa die geopolitische
Bedeutungslosigkeit. Von Sven Biscop
Der kritische Blick vieler
Beobachter lag in dieser Woche auf Steve Witkoffs Besuch bei Wladimir Putin in
Moskau. Doch ausgerechnet ein Treffen, das gar nicht stattfand, sagt noch mehr
über Europas derzeit schwache internationale Position aus: das geplante
Trump-Putin-Gespräch in Budapest. Schon die Tatsache, dass ein solches Treffen
überhaupt erwogen wurde – auf EU-Gebiet, aber ohne jede Einbindung der EU – war
für sich genommen eine Demütigung für Europa. Das gleiche Muster zeigte sich,
als die USA ihren 28-Punkte-Friedensplan für die Ukraine präsentierten: Europa
sollte Pflichten übernehmen, ohne in irgendeiner Phase in die Verhandlungen
eingebunden gewesen zu sein.
Zwar formulierten die
Europäer zu Beginn des Jahres 2025 klar ihre Position, als Trump erstmals die
Initiative ergriff: Die EU werde den Beitrittsprozess fortsetzen, die Ukraine
weiter bewaffnen und die Sanktionen gegen Russland aufrechterhalten. Doch Europa
bleibt reaktiv – und das nicht nur in der Ukraine-Frage. Ob auf Ebene der EU,
der europäischen NATO-Verbündeten oder der „Koalition der Willigen“: Es fehlt
an jeglicher proaktiver Strategie. Die europäische Diplomatie hechelt den
Initiativen anderer hinterher. Sie ist ständig im Modus des Hinterherlaufens.
Der Hauptgrund: Viele
europäische Entscheidungsträger scheinen nicht zu begreifen, dass die Rolle,
die Europa auf der internationalen Bühne jahrzehntelang gespielt hat, aus dem
Drehbuch gestrichen wurde. Europa hält weiter an seiner alten Position als treuester
Verbündeter der USA fest. In dieser Logik müsse Europa eben Zugeständnisse
machen, um unter einer zweiten Trump-Administration wieder ein stabiles
Verhältnis zu erreichen. Doch Trumps Umgang mit Europa hat inzwischen deutlich
gemacht, dass er keine Verbündeten will, sondern Vasallen.
Trump und seinesgleichen
kümmert die NATO wenig; für sie ist diese ein Instrument, mit dem sich die
europäischen „Trittbrettfahrer“ von den USA verteidigen lassen. Und sollte
Trump – wie er es offensichtlich anstrebt – die Beziehungen zu Putins Russland normalisieren,
wird die NATO weiter an Bedeutung verlieren. Das traditionelle
sicherheitspolitische Establishment in Washington schätzt die NATO zwar
weiterhin, aber Trump trifft nun mal die Entscheidungen, nicht die Generäle und
Admiräle. Zur EU hat Trump hingegen eine starke Meinung: Er lehnt sie
grundsätzlich ab. Trump sucht kein neues Verhältnis zur EU, er will sie
loswerden.
Jede Art von Zugeständnis,
sei es die Fünf-Prozent-Quote in der NATO oder ein 15-Prozent-Zoll auf
EU-Waren, wird nur zu weiteren Forderungen führen. Denn Trumps Ansatz ist nicht
„transaktional“, wie ständig behauptet wird: Eine Transaktion setzt Geben und
Nehmen voraus. Trump will jedoch nur nehmen. Es ist ein reines Machtspiel. Und
das funktioniert für ihn umso besser, je eher die USA mit einzelnen
europäischen Staaten verhandeln können. Die EU ist für ihn in diesem Sinn ein
Hindernis.
Wenn Europa nicht rasch
beginnt, strategisch zu denken, wird es gegenüber den USA nie aus der reaktiven
Position herauskommen – und gleichzeitig auch seine Stellung gegenüber allen
anderen Akteuren untergraben. Die Rolle des loyalen Verbündeten bringt nämlich
mit sich, keine größeren Schritte ohne US-Zustimmung zu unternehmen. Noch
schwerer wiegt die psychologische Wirkung auf viele europäische Führungskräfte:
Die Gewohnheit, nie ohne aktive US-Unterstützung zu handeln, hat sie
vollständig risikoscheu gemacht. Damit entsteht eine neue, ernste Gefahr:
Europa könnte in den Augen anderer Mächte als vernachlässigbar wahrgenommen
werden.
Diese Gefahr ist keineswegs
theoretisch. Sie zeigt sich darin, wie große Mächte Europa als Nebenakteur
behandeln. Und das bei Entscheidungen, die Europas Sicherheit direkt betreffen.
Der 28-Punkte-Plan der USA wurde über die Köpfe der Ukraine und Europas hinweg
verhandelt: ein Plan, der starke wirtschaftliche Vorteile für die USA
hervorhebt. Seit seiner Rückkehr ins Amt versucht Trump, mit Putin zu
verhandeln. Dass er damit fortfahren würde, lag auf der Hand. Umso
unverständlicher ist es, dass Europa nicht einmal eine eigene
Verhandlungsposition vorbereitet hat, geschweige denn selbst die Initiative
ergriff. Und so muss Europa wieder einmal einem US-Vorstoß hinterherhecheln.
All dies zeigt: Die
Trump-Administration mag zwar weniger bereit sein, Verantwortung für Europas
Verteidigung mitzutragen, aber sie zieht sich keineswegs aus Europas
Nachbarschaft zurück. Im Gegenteil: Sie formt diese Nachbarschaft rasant im
Sinne amerikanischer Interessen um, ohne Rücksicht auf die Folgen für Europa
und ohne jede Koordination mit den europäischen Staaten. Amerikanische und
europäische Interessen überschneiden sich zwar oft, doch Europa kann nicht
einfach abwarten. Es muss aktiv dafür sorgen, dass seine Interessen
berücksichtigt werden.
Haben wir unsere
geopolitische Lage wirklich verstanden? Europa strebt zwar keine exklusive
Einflusssphäre an, hat aber sehr wohl eine Interessensphäre: den Raum um
Europa, den es stabil halten muss und in dem es daher präsent sein sollte:
wegen der Märkte und Rohstoffe, wegen der Verkehrswege zu weiter entfernten
Absatzmärkten und Ressourcen und weil die Instabilität in der Nachbarschaft
unmittelbar auf Europa übergreifen kann. Diese Zone umfasst den Nordatlantik
und die Arktis; den ganzen europäischen Kontinent; den Kaukasus, den Nahen
Osten und den Golf; außerdem Nordafrika, einschließlich des Horns von Afrika
und der Sahelzone.
Europa muss entscheiden,
welche Art von Beziehung es welchen Staaten in dieser Region anbieten will; im
Bewusstsein, dass Konkurrenz zwischen Großmächten bedeutet, dass andere Akteure
Gegenangebote machen und feindliche Mächte jene bestrafen werden, die sich
Europa zuwenden. Das erfordert eine proaktive Diplomatie, damit die Staaten in
Europas Interessensphäre sich nicht abwenden – oder gar gegen Europa stellen.
In einigen Regionen, besonders im Sahel, ist genau das bereits passiert. Diese
einmal eingeschlagene Entwicklung umzukehren, ist äußerst schwierig.
In anderen Regionen, etwa im
Kaukasus und in Zentralasien, besteht weiterhin großes Interesse an
europäischer Präsenz. Doch Europa muss auch bereit und in der Lage sein, jene
zu unterstützen – gegen hybride Angriffe oder sogar militärische Bedrohung –, die
sich für eine Partnerschaft mit Europa entscheiden. Wenn Europa nicht den Mut
hat, für seine Partner einzustehen, sollte es keine Partnerschaft anbieten.
Doch all diese Herausforderungen und Chancen verlangen ein konzentriertes
politisches Handeln.
Selbst wenn Europa
strategischer und entschlossener handeln würde, bleibt ein zentraler Punkt
häufig ausgeblendet: Macht ist unteilbar. Wie jede andere Großmacht – oder
eine, die es werden will – kann Europa seine politische und wirtschaftliche
Macht nur dann voll entfalten, wenn es auch militärische Macht besitzt. Einer
der Gründe, warum das Wort der USA etwa im Nahen Osten Gewicht hat, ist, dass
die USA (und nur sie) zu jeder Zeit einen Flugzeugträgerverband entsenden
können.
So wichtig die Unabhängigkeit
der Ukraine für Europas Sicherheit geworden ist, sollten die Europäer dennoch
nicht ausschließlich nach Osten blicken. Europa muss in der Lage sein,
militärische Macht an allen seinen Flanken zu projizieren: ein seit Langem formuliertes,
aber weiterhin unerreichtes Ziel der Gemeinsamen Sicherheits- und
Verteidigungspolitik.
Mitunter entsteht der – recht
beängstigende – Eindruck, Europas Spitzenpolitiker seien der Überzeugung,
international ganz gut dazustehen. Wer jedoch außerhalb Europas unterwegs ist,
merkt schnell: Viele Akteure schenken Europa kaum noch Beachtung. Es sei denn,
Worte werden von Taten begleitet. Europa als vernachlässigbar zu behandeln, ist
mittlerweile eine bewusste Strategie – und sie funktioniert leider oft. Man
geht schlicht davon aus, dass europäischer Handel, Investitionen und
Entwicklungshilfe ohnehin weiterfließen – oder dass Europa am Ende doch der
Linie der USA folgt. Warum also ernsthaft mit einem Akteur verhandeln, der sehr
selten wie eine echte Macht auftritt? IPG 5
Armuts- und Reichtumsbericht.
Migranten verdienen weniger, wohnen teurer und schlechter
Der neue Armuts- und
Reichtumsbericht der Bundesregierung zeigt, wie weit die Lebenswelten von
materiell besser und schlechter gestellten Menschen in Deutschland
auseinanderklaffen. Eine große Lücke klafft auch zwischen der Bevölkerung mit
und ohne Migrationsgeschichte.
Deutschland ist ein reiches
Land, doch ein Teil der Bevölkerung muss bei alltäglichen Dingen sparen. Die
zeitweise hohe Inflation der vergangenen Jahre habe Haushalte mit geringem
Einkommen „überproportional belastet“ und ihr Konsumverhalten verändert, heißt
es im neuen Armuts- und Reichtumsbericht, der am Mittwoch vom Bundeskabinett
verabschiedet wurde.
Danach sind Menschen mit
Migrationsbiografie überdurchschnittlich stark von Armut betroffen. Ihr
Medianwert der Markteinkommen lag 2020 bei gut 23.500 Euro im Vergleich zu
knapp 29.700 Euro für Personen ohne Migrationshintergrund – ein Unterschied von
mehr als 6.000 Euro pro Jahr. „Entsprechend war die Armutsrisikoquote bei den
Personen mit Migrationshintergrund deutlich höher als in der Gesamtbevölkerung
und lag 2020 bei 31,8 Prozent“, heißt es in dem Bericht. Danach ist seit 2010
die Armutsrisikoquote vom Migranten um rund 8 Prozentpunkte angestiegen.
Betroffene berichteten etwa, dass sie aus finanziellen Gründen die Wohnung
nicht ausreichend heizten oder auf größere Anschaffungen verzichteten.
Große Unterschiede zwischen
Migranten mit und ohne deutschen Pass
Ein näherer Blick in den
Bericht zeigt außerdem, dass es deutlich Unterschiede zwischen Migranten mit
und ohne deutschen Pass gibt. So verfügten Deutsche mit Migrationsgeschichte im
Jahr 2020 über ein deutlich höheres Nettoeinkommen (25.770 Euro) als Personen
mit Migrationserfahrung ohne deutsche Staatsangehörigkeit (20.019 Euro).
Auch bei der Wohnsituation
sind erhebliche Unterschiede erkennbar. „Dies kann bestehende Ungleichheiten
verschärfen“, schreiben die Studienautoren. So ist die finanzielle Belastung
durch das Wohnen für Migranten besonders hoch. Sie wenden 28,1 Prozent ihres
monatlichen Haushaltsnettoeinkommens für die monatliche Bruttokaltmiete auf.
Bei Menschen ohne Einwanderungsgeschichte beträgt diese Quote 24,6 Prozent.
Mehr Miete, weniger
Quadratmeter, schlechtere Wohnung
Obwohl Migranten mehr Geld
für das Wohnen aufwenden, leben sie in kleineren Wohnungen. Ihnen stehen im
Schnitt mehr als zehn Quadratmeter pro Person weniger zur Verfügung. Hinzu
kommt: sie leben oftmals in Wohnraum von geringerer Qualität. Große Unterschiede
zeigen sich auch bei der Eigentümerquote: Im Jahr 2021 lebt mehr als die Hälfte
der Personen ohne Einwanderungsgeschichte in Wohneigentum, dies trifft jedoch
nur auf ein Drittel der Migranten zu.
Für den nunmehr siebten
Armuts- und Reichtumsbericht sollte die Perspektive armer Menschen stärker
einbezogen werden. Dies geschah unter anderem mit Online-Befragungen und
Diskussionsrunden. Demnach wird Armut von den Teilnehmerinnen und Teilnehmern
„weit überwiegend als ein über rein materielle Aspekte hinausgehender sozialer
Ausschluss erlebt“. Die öffentliche Debatte über Armut bewerteten sie
überwiegend als respektlos oder abwertend.
Wohnkosten überlasten knapp
jeden achten Haushalt
Der Bericht bestätigt
außerdem, dass Vermögen in Deutschland „insgesamt sehr ungleich verteilt ist“.
Die zehn Prozent der vermögendsten Haushalte besitzen demnach 54 Prozent des
gesamten Nettovermögens, auf die untere Hälfte der Haushalte entfallen hingegen
nur drei Prozent. Das durchschnittliche Nettovermögen von Haushalten in
Westdeutschland ist gut doppelt so hoch wie das im Osten.
Als großes Problem für viele
Menschen identifiziert der Bericht die Wohnkosten. Im Beteiligungsprozess armer
Menschen wurden „dringende Aufgaben für politisch Verantwortliche“ abgefragt –
dabei wurde das Anliegen, „angemessene Wohnräume günstiger zu machen“,
besonders oft genannt. Der Statistik zufolge stieg die Belastung durch
Wohnkosten in den vergangenen Jahren. Knapp jeder achte Haushalt gilt
inzwischen als „überlastet“, weil mehr als 40 Prozent des Einkommens für
Wohnkosten ausgegeben werden müssen.
Der Armuts- und
Reichtumsbericht wird üblicherweise in jeder Legislaturperiode einmal
vorgelegt. Wegen der vorgezogenen Bundestagswahl kam es unter der
Ampel-Koalition nicht mehr dazu. Die Vorarbeiten für den nun verabschiedeten
Bericht wurden aber größtenteils in der vorherigen Wahlperiode geleistet.
(epd/mig 4)