Webgiornale, giugno 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.     In Germania la prima edizione della “Italian Week”. 1

2.     Allarme del Sindacato. Rete consolare allo stremo. 1

3.     Il mio primo viaggio in Germania. 1

4.     Cgie. Billi: molti risultati concreti ottenuti insieme. 1

5.     La Germania e le Sonderschulen: un sistema ancora separato. 1

6.     Democrazia e libertà. 1

7.     Corrado Lorefice nuovo presidente della Fondazione Migrantes. 1

8.     Come l’Europa può evitare di diventare una “colonia” tra Washington e Pechino?. 1

9.     La sfida dell’Unione Europea: come restare uniti in tempo di guerra. 1

10.  Il Silenzio: il potere di percepire le Verità nascoste della Vita. 1

11.  I temi di Cosmo italiano. 1

12.  Italia-Usa, Meloni: "Con Rubio abbiamo parlato di Cina, Ucraina e della prossima visita di Trump". 1

13.  Gli insegnanti italiani nel mondo: quando la competenza diventa civiltà. 1

14.  Vivere altrove. 1

15.  Decreto sicurezza, la tavolozza autoritaria del governo Meloni 1

16.  L’inverno demografico italiano. 1

17.  Intelligenza artificiale e migranti: confini intelligenti?. 1

18.  Niscemi, la città sospesa. La sfida del futuro. 1

19.  Contare su chi?. 1

20.  Imu, la scadenza di giugno e le nuove regole. 1

21.  Postdemocrazie, autocrazie, oligarchie, tecnocrazie, dittature ... 1

22.  Oltre la fuga e la retorica, l’Italia delle mobilità. 1

23.  Firmate alla Farnesina le convenzioni per il “Turismo delle Radici”. 1

24.  Luigi Pantisano al Bundestag: un segnale storico per gli italiani in Germania. 1

25.  Mario Draghi: “Per la prima volta l’Europa è sola”. 1

26.  Come stiamo?. 1

27.  Bullismo e cyberbullismo in crescita nelle scuole italiane. 1

28.  Idos: le conseguenze reali del doppio standard semantico expat/“semplici” migranti 1

29.  Nel 2025 più di 82 milioni gli sfollati interni nel mondo. 1

30.  Il dibattito conclusivo dell’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale. 1

31.  Rilascio della carta d’identità elettronica. 1

32.  Educazione emotiva, come una generazione riscrive il dialogo in famiglia. 1

33.  Cgie. Miglioramento dei servizi e rapporto più stretto: le Relazioni Continentali 1

34.  Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto. 1

35.  “Bentornati in Italia. Ma siete contenti?” Una ricerca della Migrantes sulle famiglie “ex expat”. 1

36.  Dov’è la mente?. 1

37.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

38.  I cinque rimpianti che svelano il senso della vita. 1

39.  Cittadinanza. CIM: la sentenza della Consulta una ferita storica per gli italiani nel mondo. 1

40.  Dal Cgie il webinar: “La nuova economia del carbonio – Transizione energetica”. 1

41.  Il valore delle percentuali 1

42.  Nasce il bimestrale “MONDO. La rivista delle ACLI d’Europa e d’Oltreoceano”. 1

43.  Germania. In bici o su un battello. Scoprire la Sassonia dalle acque dell’Elba. 1

44.  Berlino. I tassi di istruzione terziaria degli immigrati in Europa a livelli record. 1

45.  Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto. 1

46.  Plenaria del Cgie, un momento di approfondimento con i parlamentari della circoscrizione Estero. 1

47.  Plenaria Cgie: un percorso di rinnovamento per rappresentanza e partecipazione. 1

48.  Il voto all’estero nella nuova legge elettorale. 1

49.  Plenaria Cgie: verso le elezioni dei Comites. 1

50.  Plenaria CGIE, le relazioni delle Commissioni Continentali 1

51.  Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni tematiche. 1

52.  Plenaria Cgie: la relazione delle Commissione Informazione. 1

53.  Plenaria Cgie. Migliorare i servizi e rapporto più stretto nelle Relazioni Continentali 1

54.  Plenaria Cgie: gli ultimi spunti tra memoria e prospettive di rappresentanza. 1

55.  Cgie. Il contributo delle Commissioni VII e VIII sulle nuove mobilità. 1

56.  Camera: l’audizione del Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi 1

57.  Gli expat e i “semplici” migranti 1

58.  Festa del 1° Maggio a Kempten. 1

59.  Plenaria Cgie: l’intervento degli eletti all’estero. 1

60.  Plenaria Cgie: questioni di toni, forme e contenuti 1

61.  In memoria di Michele: la prima edizione del Premio Schiavone. 1

62.  La fortuna di credere in sè stessi 1

63.  Cos’è il Solarpunk, il movimento che immagina un futuro tra natura e tecnologia. 1

64.  Gattopardi senza stile. 1

65.  Colf e badanti: nel 2029 ne serviranno 2,2 milioni (+122 mila in tre anni) 1

66.  Book Festival 2026 a Colonia. 1

67.  Premio Nazionale Pratola: l’Edizione 2026 del 6 giugno. 1

68.  Fitinfluencer, perché fanno “male” alla salute mentale dei giovani 1

69.  La filosofia della vita non è un gioco di parole. 1

70.  Giovani, fuga dei talenti e crisi demografica. 1

71.  Glossario dell'estremismo di destra. Ecofascismo. 1

72.  48 ore a Treviri, la città tedesca dove Karl Marx incontrò l'imperatore Augusto. 1

 

 

1.     Russlanddeutsche. Angst vor dem eigenen Migrantenschatten. 1

2.     Strategische Inkompetenz. 1

3.     Kabinettsbeschluss. Bund will Täter und Kunden von Menschenhandel härter bestrafen. 1

4.     Frankreich und Deutschland feiern 40 Jahre Zusammenarbeit in der wissenschaftlichen Mobilität. 1

5.     Straßenfest. 1,1 Millionen feiern Karneval der Kulturen in Berlin. 1

6.     Der Krieg rückt näher. 1

7.     Neues Asylsystem. Migrationsforscher sieht Menschenrechte in Gefahr 1

8.     „Arbeit ist mehr als Broterwerb“. 1

9.     Karlsruhe billigt Asylleistungen – und mahnt die Politik. 1

10.  Diplomatie im Paralleluniversum.. 1

11.  Integration in Deutschland. Warum Ankommen nicht allein gelingt. 1

12.  Gutachten. Verdacht auf strukturelle Diskriminierung in Ausländerbehörden. 1

13.  Parolin: EU soll „kreative Kraft“ für den Frieden sein. 1

14.  Zivilgesellschaft unter Druck. Deutschland rutscht bei Freiheitsrechten weiter ab. 1

15.  Endlich am Tisch sitzen. 1

16.  Hinrichtungen weltweit auf Höchststand. 1

17.  EU-Abgeordnete warnt vor Return Hubs und deutscher Härtepolitik. 1

18.  Teils dramatisch höherer Meeresspiegel durch absinkendes Land. 1

19.  Modena: Akt sinnloser Gewalt 1

20.  Nach Beschuss der „Sea-Watch“. EU kündigt Aufklärung an und verteidigt Kooperation mit Libyen. 1

21.  Bildungsniveau der Migranten in Europa steigt auf Rekordniveau. 1

22.  Vatikan fordert radikales Umdenken in der Agrarpolitik. 1

23.  UN-Migrationsforum. Tiefer Konflikt in der globalen Migrationspolitik. 1

24.  SVR-Studie. Wohnungsmarkt: Migranten haben es besonders schwer. 1

25.  Todesstrafe. 70 Jahre nach Hinrichtung: Schwarzer Mann entlastet 1

26.  Migration in den Sozialstaat. Fast jede fünfte Pflegekraft kommt aus dem Ausland. 1

27.  IOM-Weltmigrationsbericht. Migranten bewegen Milliarden – und werden zum Sündenbock. 1

28.  Dschems Koalitionsvertrag. Ländle feiert Aufstieg und verschweigt Rassismus. 1

29.  Europas Strategielücke. 1

30.  AGG-Novelle. Ein Reförmchen gegen ein großes Problem.. 1

31.  Feststellungen des Hessischen Integrationsmonitors ernst nehmen und politisch handeln! 1

32.  Jugendstudie. Rechte Inhalte erreichen inzwischen Mehrheit in Schulen. 1

33.  Ein Jahr Merz-Bilanz. Wer rechts blinkt, macht die Überholspur frei 1

34.  Wer trägt die grüne Wende?. 1

35.  Gegen Ausbeutung. EU regelt Sozialsystem für Arbeit im Ausland neu. 1

36.  Abschiebepolitik. Härte-Rhetorik prallt auf Realität 1

37.  Save the Children: Massive Zunahme von digitalem Kindesmissbrauch. 1

38.  Beunruhigende Entwicklung. Rechts motivierte Gewalt erreicht höchsten Stand seit 2016. 1

39.  Europäische Hochschulallianzen als Impulsgeber in der EU.. 1

40.  Aram Arami. Vom Asylheim in die ARD-Hauptrolle. 1

41.  Tag für Pressefreiheit: Gegen den zunehmenden Druck. 1

42.  Vatikan: Atom-Abrüstung einziger Weg zu sicherem Frieden. 1

 

 

 

In Germania la prima edizione della “Italian Week”

 

BERLINO - Valorizzare la presenza culturale dell’Italia in Germania e rafforzare il dialogo tra i due Paesi, che nel 2025 celebrano anche il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania. Nasce con questo obiettivo l’Italian Week, manifestazione ideata dall’Ambasciata d’Italia a Berlino e che si terrà in questa sua prima edizione tra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

In questo periodo e in occasione delle celebrazioni per la Festa Nazionale italiana, che quest’anno segna l’80° anniversario della Repubblica, prenderà forma in tutta la Germania un ricco programma di eventi culturali dedicati all’Italia. Mostre, concerti, proiezioni, incontri e iniziative speciali animeranno numerose città tedesche, offrendo al pubblico un percorso attraverso il patrimonio artistico, la creatività contemporanea e le molteplici espressioni della cultura italiana di oggi.

Mettendo in rete istituzioni, partner culturali e realtà del territorio, la “Settimana italiana” si propone come uno spazio di incontro e di scambio; un’occasione per scoprire, approfondire e condividere una cultura in continua evoluzione, capace di coniugare tradizione e innovazione.

Questa prima edizione segna l’avvio di un progetto che l’Ambasciata d’Italia a Berlino intende sviluppare e consolidare negli anni, con l’ambizione di farne un appuntamento noto e riconoscibile per la promozione dell’Italia in Germania.

Le iniziative promosse dalla rete diplomatico-consolare italiana e degli Istituti Italiani di Cultura in Germania, in raccordo con partner istituzionali tedeschi, sono raccolte all’interno di un sito internet dedicato, sviluppato per offrire al pubblico una panoramica completa del programma e delle attività.

A Berlino il calendario di iniziative comprenderà, tra gli altri appuntamenti, una mostra di opere della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Festa di Strada sulla Hiroshimastraße con spettacoli e specialità italiane, l’Italian Short Film Days, l’Italian Street Food Festival, l’apertura straordinaria al pubblico dell’edificio dell’Ambasciata per ammirare le opere d’arte attualmente esposte e una serie di visite guidate dei capolavori italiani alla Gemäldegalerie.

“Abbiamo voluto dare vita a un’iniziativa diffusa e aperta, per condividere le celebrazioni dell’Italia e dei rapporti bilaterali con il maggior numero possibile di connazionali e amici tedeschi”, ha sottolineato l’ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci, durante la conferenza stampa di presentazione dell’Italian Week. “Questa scelta si inserisce nel percorso avviato per rendere l’Ambasciata una vera e propria “Casa Italia”: un luogo aperto e partecipato, in cui sentirsi accolti, incontrarsi e confrontarsi, promuovendo nuove occasioni di dialogo culturale e di collaborazione. Un luogo che vuole essere non solo uno spazio di rappresentanza istituzionale, ma anche un punto di riferimento per affrontare insieme le sfide del presente e rafforzare il senso di una comune appartenenza europea”.

“Quest’anno”, ha aggiunto l’ambasciatore, “celebreremo la Festa Nazionale insieme alla Regione Piemonte e al Land Norhein-Westfalen, a testimonianza della profondità dei legami che uniscono i nostri territori e le nostre comunità. Abbiamo infatti voluto dare a queste celebrazioni una dimensione ampia: nazionale, certamente, ma anche europea, regionale e profondamente radicata nella società civile, valorizzando il contributo di istituzioni, realtà culturali, associazioni e cittadini italiani e tedeschi”.

Gli Highlight dell’Italian Week

Nell’ambito dell’Italian Week sono previste iniziative dedicate ad arte, musica e teatro, cinema, lingua e letteratura, gastronomia e diplomazia della crescita, che si svolgeranno in numerose città su tutto il territorio, tra cui Amburgo, Berlino, Brema, Colonia, Darmstadt, Dresda, Dortmund, Francoforte, Friburgo, Hannover, Monaco, Stoccarda, Wolfsburg e Wuppertal.

Tra le iniziative previste a Berlino, si segnala la Festa di Strada su Hiroshimastrasse. sSbato 30 maggio, dalle ore 11.00 alle ore 17.00, la Hiroshimastrasse sulla quale si affaccia l’Ambasciata si animerà con intrattenimento culturale e gastronomia, con un programma anche per i più piccoli. Sarà inoltre possibile partecipare a visite guidate dell’edificio storico dell’Ambasciata e della collezione di arte contemporanea.

In occasione della Festa Nazionale, l’Ambasciata ospiterà la mostra “Ore Piccole: opere dalla collezione Sandretto Re Rebaudengo”, con lavori, tra gli altri, di Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Nan Goldin, Wolfgang Tillmans, Roberto Cuoghi, Carsten Holler, Elmgreen&Dragset, e molti altri.

Dal 16 giugno al 2 luglio, l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura ospitano “Ciak Si Gira. Il Grand Tour del cinema italiano”. Nella suggestiva cornice del cortile dell’Ambasciata, sei proiezioni accompagneranno il pubblico in un viaggio attraverso luoghi iconici e scenari meno conosciuti della Penisola, da scoprire e riscoprire attraverso lo sguardo del cinema italiano contemporaneo e dei suoi grandi autori e autrici.

In occasione della Settimana italiana, i curatori della Gemäldegalerie di Berlino presentano la loro selezione dei 10 capolavori italiani del museo da non perdere! Nel corso di una serie di visite guidate, che si terranno tra il 2 e il 7 giugno, i curatori condivideranno la loro passione per questi straordinari dipinti.

Dal 4 al 7 giugno si tiene poi la prima edizione dell’Italy Short Film Days Berlin, organizzato dalla rivista di critica cinematografica Taxi Drivers, con una selezione di cortometraggi italiani contemporanei tra fiction, documentario e animazione. Quattro serate di proiezioni con registi in sala e ospiti dall’Italia, dedicate ai nuovi linguaggi del cinema italiano indipendente e al dialogo culturale tra Italia e Germania.

L’Italian Street Food Festival, organizzato da Berlin Italian Communication nell’ambito del progetto True Italian, torna dal 6 al 7 giugno presso l’Osthafen, portando nella capitale tedesca due giornate dedicate allo street food regionale italiano, alla musica e alla convivialità. Il festival riunirà food truck, ristoratori, artigiani del gusto e operatori gastronomici italiani attivi a Berlino e in Germania.

Il programma completo dell’Italian Week 2026, recante date, orari e modalità di registrazione, si può consultare sul sito web dell’Italian Week. (aise 20) 

 

 

 

 

Allarme del Sindacato. Rete consolare allo stremo

 

La rete consolare italiana attraversa da anni una situazione di forte criticità, dovuta principalmente agli effetti della cosiddetta spending review, con il drastico ridimensionamento delle risorse materiali e umane.

Questa è, in sintesi, l’analisi della Confsal-Unsa/Esteri il maggiore sindacato dei lavoratori presente alla Farnesina e che conta migliaia di iscritti sparsi sulla rete consolare.

A fronte di una presenza sempre più numerosa di cittadini italiani residenti all’estero, il personale consolare non è, infatti, cresciuto in modo proporzionale, generando un evidente squilibrio tra domanda e offerta di servizi.

Nonostante ciò, il personale in servizio continua a garantire prestazioni essenziali con straordinario impegno, spesso operando in condizioni di lavoro estremamente gravose.

Stoccarda, caposaldo di efficienza

Il Sindacato Confsal-Unsa/Esteri, ricorda che In alcune sedi, come quella di Stoccarda, il rapporto tra impiegati e utenza ha raggiunto livelli critici, arrivando a circa un operatore ogni 6.300 utenti.

I dati relativi all’attività consolare dimostrano tuttavia l’elevata produttività di questa Sede: nel solo 2025, il Consolato di Stoccarda ha rilasciato 9.287 passaporti, 14.753 carte d’identità elettroniche e gestito complessivamente circa 43.000 pratiche. Numeri che testimoniano l’efficienza e la dedizione del personale, ma che evidenziano al contempo la necessità urgente di un rafforzamento strutturale.

E parte da Stoccarda l’appello di Tommaso Conte, membro del CGIE

In una lettera inviata alla Direzione Generale per le Risorse e la Formazione del MAECI (che è, in pratica, l’ufficio del personale della Farnesina), Tommaso Conte, a nome dei membri eletti in Germania in seno al CGIE, ribadisce che la digitalizzazione dei servizi non può compensare la carenza di organico e che i servizi consolari non possono essere ulteriormente compressi.

Sindacato Confsal-Unsa e CGIE giungono, per vie indipendenti, alla stessa conclusione: Mandate rinforzi all’estero, prima del totale collasso!

Effettivamente, diversi fattori hanno messo a dura prova la macchina consolare con la scadenza definitiva delle carte d’identità cartacee, l’istallazione dei nuovi programmi informatici nella rete consolare, il Referendum Popolare di qualche settimana fa, le imminenti elezioni Comites e via dicendo.

Tutte queste difficoltà sono state affrontate con responsabilità e spirito di servizio. Tuttavia, così afferma la Confsal-Unsa/Esteri non è più sostenibile continuare a “fare le nozze coi fichi secchi” nel lungo periodo.

Il CGIE Germania, dal canto suo, cerca nel frattempo di comprendere meglio come è strutturato il meccanismo consolare, chiedendo, per esempio, come sono distribuite e dislocate le forze all’interno della burocrazia consolare.

Tommaso Conte: “Non vogliamo assolutamente metterci al posto dei consoli nell’organizzazione consolare ma, piuttosto, fare meglio il nostro dovere di “consiglieri” del Governo nelle materie che riguardano gli italiani all’estero. Chiederemo, eventualmente, un intervento del nostro Presidente, Ministro Tajani, affinché da parte dei consolati ci sia una maggiore apertura nel fornire tutti quei dettagli tecnici atti a meglio formulare eventuali proposte per velocizzare e razionalizzare, con accorgimenti interni, il funzionamento  della “macchina consolare”. CdI 8

 

 

 

 

Il mio primo viaggio in Germania

 

Tutto ebbe inizio con una domanda di mio padre. Lui era già un veterano della Germania: viveva e lavorava lì da diversi anni, facendosi strada con il sacrificio tipico di chi ha lasciato tutto per costruire un futuro. Un giorno, guardandomi, mi chiese se avessi voglia di andare a lavorare con lui durante le vacanze estive, presso la ditta dove era impiegato. Non esitai.

Fu così che intrapresi il mio primo viaggio verso il Nord. Ricordo ancora l’arrivo a Eltmann, una cittadina della Franconia adagiata sulle rive del Meno, dove aveva sede la ditta Auch. Mio padre era stato il pioniere, il primo ad arrivare in quell'azienda specializzata in grandi intonaci per gli edifici della Baviera; dopo di lui, aveva fatto arrivare i suoi tre fratelli, me e altri componenti della nostra famiglia.

Il titolare, il signor Rudolf Auch, era un uomo dal cuore raro. Nutriva un amore profondo per gli italiani, nato durante il suo servizio militare in Italia, dove era stato aiutato e accolto dalla popolazione. Per lui non eravamo solo manodopera, eravamo persone a cui sentiva di dover restituire un pezzo della gentilezza ricevuta in tempo di guerra.

Lavorai lì per un paio d'estati. Furono mesi intensi, divisi tra i cantieri e la villa dei signori Auch. Ricordo con infinita tenerezza la moglie di Rudolf: nei tre mesi in cui svolsi mansioni nel loro vigneto e attorno alla loro casa, mi trattò quasi come un figlio. Poi, la mia strada prese una direzione diversa. Conseguii il diploma magistrale e mi trasferii a Düsseldorf per iniziare la mia carriera di insegnante.

Dieci anni dopo, quando ormai Eltmann apparteneva ai ricordi della giovinezza, il telefono squillò. Rimasi a bocca aperta nel sentire la voce di Mariella, la segretaria di allora. Il signor Rudolf voleva parlarmi. Mi chiese due favori che sembravano usciti da un romanzo: trovare nuova manodopera nel mio paese e, soprattutto, aiutarlo a rintracciare un vecchio amico italiano conosciuto durante la guerra.

Eravamo nel 1979. Senza internet, mi misi al lavoro come un detective, scavando nei ricordi e nelle anagrafi, finché riuscii a ricostruire che quell'uomo era emigrato in Canada. Purtroppo, le tracce si persero oltre l'oceano, ma l'impegno profuso fu il mio modo di onorare quella vecchia amicizia.

Il destino volle regalarmi un ultimo incontro. Accadde per una coincidenza incredibile all'aeroporto di Francoforte: eravamo tutti lì per dei voli in coincidenza. Fu una gioia immensa riabbracciare il signor Rudolf e sua moglie, incrociare di nuovo gli sguardi con chi, in quel vigneto di tanti anni prima, mi aveva fatto sentire a casa anche se ero lontano mille chilometri dalla mia terra. Giuseppe Tizza, de.it.press 13

 

 

 

 

 

Cgie. Billi: molti risultati concreti ottenuti insieme

 

Roma – “Desidero innanzitutto rivolgere un sincero ringraziamento al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e a tutti i colleghi con cui ho avuto modo di collaborare in questi anni.

Un ringraziamento va anche ai colleghi dell’opposizione con cui, quando possibile e necessario, abbiamo lavorato insieme: i problemi degli italiani all’estero non hanno colore politico e le loro soluzioni non devono diventare terreno di strumentalizzazione politica.

Ringrazio inoltre il Ministero degli Esteri, tutta la Farnesina e il Ministro Antonio Tajani per il lavoro svolto in questi anni su molti dossier importanti per le nostre comunità nel mondo.

Sono stati ottenuti risultati concreti e attesi da tempo.

Penso, ad esempio, alla possibilità di rinnovare la Carta d’Identità Elettronica anche in Italia per gli iscritti AIRE, alla CIE con validità permanente per gli over 70, all’attivazione gratuita di SPID e PosteID per gli italiani residenti all’estero e alla possibilità di ottenere online il codice fiscale.

Importante anche l’accordo radiotelevisivo con la Repubblica di San Marino, così come l’integrazione dell’AIRE nell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, che rappresenta un passo avanti fondamentale sul piano amministrativo e digitale.

Sul fronte consolare, è stato avviato un rafforzamento del personale con aumenti di dipendenti e contrattisti, mentre le pratiche di cittadinanza verranno lavorate anche a Roma per alleggerire il carico dei consolati, con una riduzione dei tempi massimi da 48 a 36 mesi.

È stato inoltre reso possibile il riacquisto della cittadinanza italiana per chi l’aveva persa a seguito della naturalizzazione straniera, tema molto sentito da tante comunità italiane nel mondo.

Sono stati aperti nuovi consolati a Madrid, Bruxelles ed Edimburgo, mentre proseguono interventi importanti sulle sedi consolari esistenti.

Penso, ad esempio, alla nuova Casa d’Italia di Zurigo, che verrà inaugurata a breve dopo avere superato problematiche molto complesse legate anche alla presenza di amianto e alla lunga ristrutturazione dell’edificio.

Sono stati raggiunti anche accordi storici sui frontalieri, attesi da decenni, e ottenuti risultati importanti sul fronte dei collegamenti ferroviari internazionali, con il ritorno del treno notturno per Vienna e Monaco, la riattivazione della linea Cuneo-Breil-Ventimiglia e il progressivo ripristino dei collegamenti sul Frejus.

Importanti anche le misure per il personale scolastico degli Enti Gestori, con l’estensione dell’opzione da 6 a 9 anni, e la deroga ai 18 mesi di permanenza presso la Farnesina per i neoassunti, così da poter rafforzare più rapidamente gli organici consolari all’estero.

Infine, desidero rivolgere un particolare ringraziamento all’Ambasciatore d’Italia in Svizzera Gian Lorenzo Cornado per l’ottimo lavoro che sta portando avanti anche sul dossier Crans-Montana.

Naturalmente nessuno ha la bacchetta magica e restano ancora molte questioni aperte da affrontare.

Dobbiamo continuare a lavorare insieme per migliorare ulteriormente le elezioni dei Comites e il voto degli italiani all’estero, rafforzare i servizi consolari e mantenere alta l’attenzione politica sulle nostre comunità nel mondo.

Gli italiani all’estero sono i primi ambasciatori dell’Italia nel mondo.

Per questo dobbiamo continuare a collaborare con spirito costruttivo, concretezza e senso delle istituzioni.”

Lo ha dichiarato l’On. Simone Billi, unico eletto nella Circoscrizione Estero – Europa per il Centro Destra e Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. Dip 14

 

 

 

 

 

La Germania e le Sonderschulen: un sistema ancora separato

 

In Germania le scuole speciali, chiamate un tempo “Sonderschulen” e oggi più spesso “Förderschulen”, continuano ad avere un peso molto più alto rispetto a molti altri Paesi europei. Nonostante anni di discussioni sull’inclusione scolastica, centinaia di migliaia di ragazzi vengono ancora separati dalla scuola normale.

Secondo i dati ufficiali della Conferenza dei Ministri della Cultura tedesca (KMK) e della Fondazione Bertelsmann, nell’anno scolastico 2022/2023 gli studenti con bisogni educativi speciali erano circa 581.000. Di questi, il 55,6% frequentava ancora una Förderschule separata, mentre solo il 44,4% era inserito nella scuola comune. (bertelsmann-stiftung.de)

La cosiddetta “quota di esclusione”, cioè la percentuale di tutti gli studenti che frequentano una scuola speciale separata, era ancora del 4,2% a livello nazionale. (bertelsmann-stiftung.de)

Il confronto storico è molto significativo:

nel 2008/2009 la quota era del 4,8%;

nel 2022/2023 è scesa solo al 4,2%.

In quattordici anni il cambiamento è stato quindi molto limitato. (bertelsmann-stiftung.de)

Ancora più impressionante è il numero assoluto degli studenti coinvolti. Nel 2022/2023 gli alunni con sostegno speciale erano oltre 581.000, contro circa 482.000 nel 2008/2009. (bertelsmann-stiftung.de)

In pratica, mentre la Germania parla sempre più di inclusione, il numero complessivo dei ragazzi classificati come bisognosi di educazione speciale continua ad aumentare.

Le differenze tra i Länder sono enormi. A Brema solo lo 0,9% degli studenti frequenta una Förderschule, mentre in altri Länder dell’est la percentuale supera il 5%. (bpb.de)

Nel Nordreno-Vestfalia, il Land più popoloso della Germania, nel 2025/2026 gli studenti con bisogni educativi speciali erano 164.425, pari all’8,2% degli alunni. Di questi, 89.365 frequentavano ancora una Förderschule. (it.nrw)

Molti pedagogisti tedeschi criticano il sistema perché spesso colpisce soprattutto i figli delle famiglie più povere o degli immigrati. Il rischio è che la scuola speciale diventi non solo un sostegno educativo, ma anche una forma di separazione sociale.

Dopo la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, la Germania aveva promesso una scuola più inclusiva. Tuttavia, la realtà mostra che il sistema delle Förderschulen continua ad avere un ruolo centrale.

Per molti osservatori, il problema non è aiutare chi ha difficoltà, ma evitare che la separazione diventi definitiva e impedisca ai ragazzi di avere le stesse opportunità degli altri studenti. Giuseppe Tizza, de.it.press 16

 

 

 

 

 

Democrazia e libertà

 

“Democrazia” e “Libertà” sono due effettività che non possono fare a meno l’una dell’altra. Da senza eccezioni. Intanto, come “Democrazia” s’intende la gestione della Sovranità al Popolo che la esercita tramite suoi Rappresentanti. La “Libertà”, di conseguenza, è un principio di vita ordinata da leggi dello Stato ideate in Democrazia. Conviene rilevarlo.

In prima analisi, quindi, Libertà e Democrazia sono due soggetti inscindibili. Tanto per essere, da subito, chiari: senza libertà, non ci può essere vera democrazia e viceversa. I due nessi non sono, però, sempre abbinati come dovrebbero. Anche se l’uno ha da essere il naturale effetto dell’altro.

Ci sembra, quindi, opportuno chiarire una concezione fondamentale. La Democrazia è il risultato di una scelta che, una volta raggiunta, è da mantenere. La Libertà ha un valore, altrettanto sostanziale, perché figlia dalla Democrazia.

 Infatti, il concetto di “Libertà” può essere influenzato da posizioni politiche che, per una serie di motivi, ne limitano i fini. Insomma, essere “liberi”, ma tutti ”liberi”, può essere difficile come per il passato. Basta riflettere sulle agitate realtà del mondo.

Là dove è presente la Democrazia, invece, la Libertà è il naturale diritto garantito da una politica capace di dare sviluppo ai fatti nella società nella quale sono maturati. Certo è che una Libertà non ufficializzata da Norme democraticamente condivise, scivola verso il disordine; che non à mai figlio della Democrazia. A questo punto, il binomio di “Democrazia” e “Libertà” acquista un particolare valore che non può essere reso secondario da nessuno e per nessun motivo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Corrado Lorefice nuovo presidente della Fondazione Migrantes

 

Roma. Monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è il nuovo presidente della Fondazione Migrantes. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio, lo ha eletto ieri, 26 gennaio, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione (art. 8), sarà anche il presidente della Migrantes.

Classe 1962, di Ispica (Ragusa), Lorefice entra in seminario nel 1976. Frequenta la scuola pubblica iscrivendosi all’Istituto Magistrale “Matteo Raeli” della stessa città. Dopo la maturità, conseguita nel 1981, fa il suo ingresso nel Seminario Maggiore di Noto che in quegli anni era ospitato presso il Seminario Vescovile di Acireale, e frequenta lo Studio Teologico S.Paolo di Catania.

Conseguito il Baccalaureato in Teologia nel 1985, visto il brillante risultato, il Vescovo Nicolosi lo invia a Roma, presso l’Accademia Alfonsiana, per completare gli studi teologici, ospite presso il Collegio San Norberto dei Padri Premonstratensi. Dal gennaio al giugno 1988 presta servizio pastorale presso la Chiesa del Preziosissimo Sangue di Roma.

Ottenuta la Licenza in Teologia Morale nel 1988, viene ordinato Diacono nel 1986 e Presbitero l’anno successivo.

Il 2 gennaio 1988 viene nominato Mansionario del Capitolo della Cattedrale per divenirne due anni dopo Canonico Maggiore. Il Primo ottobre del 1988 viene nominato Economo del Seminario Vescovile mentre nell’ottobre 1989 è Vice Rettore del Seminario: incarichi che mantiene fino al settembre 2008. In questo periodo cura, insieme al Rettore di allora, don Rosario Gisana, oggi Vescovo di Piazza Armerina, significative esperienze della Scuola di Preghiera per i giovani della Diocesi e numerosi Campi Scuola Vocazionali per i giovani e gli adolescenti. Il Primo ottobre 1990 viene nominato Direttore del Centro Diocesano Vocazioni, ruolo che gli consente di stringere una stretta collaborazione con don Pino Puglisi; successivamente diventa Direttore del Centro Regionale Vocazioni e Membro del Consiglio del Centro Nazionale Vocazioni dal 1997 al 2007.

Tanti gli incarichi nelle parrocchie che serve negli anni e in Diocesi, ma non solo: conseguita la Licenza all’Accademia Alfonsiana, ha insegnato Teologia Morale in diversi istituti siciliani; nel dicembre 2009 ha conseguito il Dottorato in Teologia, discutendo una Tesi dal titolo “La Chiesa e il mistero di Cristo nei poveri. G. Dossetti e la formazione del discorso sulla povertà tenuto al Concilio Vaticano II dal Card. G. Lercaro”.

Il 27 ottobre del 2015 viene eletto Arcivescovo Metropolita di Palermo.

“Servitore delle Chiese che sono in Italia. In comunione di preghiera e di servizio. Per dare corpo a quanto il Santo Padre ci ha appena consegnato nella sua Enciclica Magnifica Humanitas: “... preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11)” (Leone XIV, Magnifica Humanitas)” le prime parole di Lorefice nel suo nuovo incarico.

La Fondazione Migrantes, si legge in una nota, “lo accoglie con gioia e fiducia, conoscendo bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni a Palermo e in una Regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti”.

La Migrantes “ringrazia di cuore monsignor Gian Carlo Perego per i tanti anni spesi al servizio delle persone che sono al centro della nostra missione. Egli, infatti, è stato direttore generale della Fondazione dal 1° dicembre 2009 fino alla nomina nel 2017 ad arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa. È stato successivamente nominato presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes nell’Assemblea generale del 24-27 maggio 2021. Il suo è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile”. (aise 27) 

 

 

 

 

Come l’Europa può evitare di diventare una “colonia” tra Washington e Pechino?

 

La dipendenza digitale dall'America e la minaccia cinese crescono, rischiando la de-industrializzazione dell'Europa

Una domanda agita i corridoi di Bruxelles: l’Europa è destinata a diventare una colonia degli Stati Uniti o della Cina? È questa la provocazione lanciata durante l’ultimo dibattito del progetto “Europe Head-to-Head” di Carnegie Europe, dove la direttrice Rosa Balfour ha riunito due delle voci più autorevoli della geopolitica mondiale: Anu Bradford (Columbia University) e Noah Barkin (Rhodium Group).

La morsa tecnologica e il “ricatto” americano

Secondo Anu Bradford, autrice del celebre The Brussels Effect, l’Europa vive oggi una dipendenza digitale quasi totale da Washington. Se in passato questa sintonia era data per scontata grazie a una convergenza di valori, il ritorno del tycoon Donald Trump alla presidenza della Casa Bianca ha cambiato le regole del gioco.

“Oggi, ogni strada tecnologica porta in America”, ha spiegato Bradford, citando la dipendenza europea da infrastrutture cloud, sistemi di pagamento e intelligenza artificiale, un settore dove l’Europa sembra ridotta al ruolo di spettatrice. Il rischio concreto è che il governo statunitense utilizzi queste dipendenze come armi, minacciando dazi o il ritiro delle garanzie di sicurezza della Nato se Bruxelles non dovesse piegare le proprie leggi – come il Regolamento privacy (Gdpr) o l’Ai Act – agli interessi delle Big Tech americane.

L’ombra lunga di Pechino è una minaccia “climatica”

Se l’attrito con gli Stati uniti è visibile e rumoroso, Noah Barkin avverte che la minaccia cinese è più profonda e sistemica, simile a quella del cambiamento climatico: un problema che molti governi europei tendono a ignorare, sperando di poterlo affrontare “domani”. La Cina ha accumulato una leva economica immensa dominando le catene di approvvigionamento di minerali critici, chip e tecnologie verdi.

Il rischio è una de-industrializzazione forzata. La Germania, cuore manifatturiero del continente, perde già circa 10.000 posti di lavoro al mese a causa della concorrenza cinese, che produce a costi inferiori del 30-50%. Barkin sottolinea come Pechino stia già dettando le sue “linee rosse”: se l’Europa cerca di diversificare i fornitori, la Cina minaccia ritorsioni immediate, forzando le aziende europee a scegliere tra la propria autonomia politica e l’accesso ai mercati orientali.

Oltre la paura: le armi segrete dell’Unione

In altre parole: l’Europa può diventare un Davide dinanzi a due Golia mondiali? Il dibattito ha evidenziato che c’è speranza. La forza dell’Unione risiede nel suo mercato unico, un asset indispensabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Per molti giganti tecnologici americani, l’Ue rappresenta tra il 20% e il 25% del fatturato annuo, una quota troppo alta per permettersi un divorzio totale. Allo stesso modo, la Cina, colpita da una crisi demografica e da una domanda interna debole, ha bisogno dei consumatori europei per far girare le proprie fabbriche.

“La sovranità tecnologica totale è un’illusione per chiunque”, ha ricordato Bradford. In un mondo dove nessuno può produrre da solo l’intera filiera di un microchip, l’Europa deve imparare a usare la propria leva normativa non solo per difendersi, ma per imporre le proprie condizioni.

“Necessario un cambio di mentalità”

Per uscire da questo vicolo cieco, gli esperti suggeriscono tre passi fondamentali:

1. Flick the mental switch: passare da una postura difensiva e reattiva a una proattiva, smettendo di considerarsi l’anello debole della catena.

2. Fine dei silos: l’Ue deve creare un Consiglio di sicurezza economica per coordinare commercio, difesa e tecnologia sotto un’unica strategia nazionale, superando la frammentazione tra i 27 Stati membri.

3. Alleanze con le “medie potenze”: l’Europa deve guidare un blocco di “tecnodemocrazie”, come Giappone, Corea del Sud, Canada e Regno Unito, per creare reti di approvvigionamento affidabili che non dipendano esclusivamente dai due giganti.

L’Europa, come suggerito da Barkin, deve finalmente “mettere in ordine la propria casa”. Se riuscirà a completare l’unione dei mercati dei capitali e a trasformare le proprie regolamentazioni in un vantaggio competitivo, il vecchio continente potrà smettere di essere un campo di battaglia per le superpotenze e tornare a essere un architetto del nuovo ordine globale. Adnkronos 29

 

 

 

 

 

La sfida dell’Unione Europea: come restare uniti in tempo di guerra

 

L’Unione Europea, assediata all’esterno dai russi e costretta all’interno a fronteggiare i nazionalisti, si sta ponendo da qualche tempo il problema di come possa restare unita in tempo di guerra e cementare meglio la solidarietà tra gli Stati membri.

Dopo la trasformazione del suo alleato storico, l’America, in un avversario senza scrupoli ad opera del suo presidente, non può più pensare di difendersi appellandosi alla solidarietà atlantica, anche perché Trump ha cominciato a ridurre la presenza militare americana in Europa e ha riaperto il conflitto commerciale con l’Unione, mettendo in discussione alleanze e accordi transatlantici.

Un’offensiva, quest’ultima, che è partita immediatamente dal settore cruciale dell’auto con l’aumento dei dazi dal 15% attuale al 25%, ma il cui tempismo non manca di destare timori sulla fragilità dei rapporti non solo economici. Il sospetto, del tutto legittimo, è quello di un Trump in affanno per la guerra in Medio Oriente e per il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha spinto il tycoon ad intensificare le tensioni transatlantiche, mai sopite, nell’era dell’America First, che vanno dalla guerra in Ucraina al ruolo della

Purtroppo l’Unione Europea manifesta da tempo, non da adesso, una disomogeneità interna, protetta dal principio dell’unanimità, che le impedisce di agire, come dovrebbe, soprattutto nel campo della sicurezza. 

In un’intervista dello scorso gennaio al Der Spiegel, Manfred Weber, esponente di spicco del PPE, affermava di essere favorevole ad un nuovo trattato di sovranità, che consenta agli Stati disposti a farlo di collaborare più strettamente in materia di politica estera e sicurezza e, nel caso del raggiungimento della pace in Ucraina, schierando forze di pace europee, come primo nucleo di un futuro esercito europeo.

Finalmente l’Unione Europea ha deciso di farsi carico della propria difesa e lo ha fatto, sospendendo i vincoli sugli Stati membri del Patto di stabilità e crescita, per quanto riguarda le spese militari.

Quanto deciso a Bruxelles ha favorito in particolare la Germania, il Paese con il più ampio spazio fiscale e la più estesa struttura industriale in Europa, che ha speso per la difesa più di ogni altro Paese europeo nel 2025, al punto che il suo budget militare è oggi il quarto nel mondo dopo quello della Russia e nel 2030 il suo esercito, la Bundeswher, sarà il più potente esercito in Europa.

Dopo essere stata per ottant’anni uno stato tra gli stati, la Germania sta tornando ad essere la più grande potenza militare europea, anche perché la Francia, che mantiene la supremazia nucleare, dati i costi elevati per tenerla sempre aggiornata, non può rafforzare e modernizzare la sua difesa convenzionale.

Ma, con l’abbandono degli americani, per le scellerate scelte di Trump, una Germania militarmente forte non è una risorsa, anche perché la Francia non dispone di una legittimità all’egemonia in sede europea, come quella che ha permesso all’America di mantenere un equilibro tra i Paesi all’interno della Nato.

Se poi aggiungiamo il pericolo che in Francia nel 2027, e in Germania nel 2029, leader e partiti nazionalisti potrebbero andare al governo, gli squilibri già esistenti potrebbero trasformarsi in rivalità tra gli Stati che fanno parte dell’Unione.

Angela Casilli, de.it.press 14

 

 

 

 

Il Silenzio: il potere di percepire le Verità nascoste della Vita

 

La maggior parte delle persone pensa che il silenzio sia semplicemente l’assenza di suono o la mancanza di espressione. Ma, in una prospettiva più profonda, quando siamo in silenzio, diventiamo più consapevoli. Nel silenzio si percepisce con maggiore chiarezza, si pensa in modo meno reattivo e si comprende nella forma più sottile e autentica. L’essere umano vive nel flusso sempre mutevole di parole, pensieri e comunicazione; ma nel silenzio inizia a emergere, dolcemente ma con certezza, un altro livello della realtà. Le persone usano la parola per comunicare; la comunicazione è linguaggio. Le parole vengono utilizzate per spiegare, giustificare, connettere e, a volte, anche per proteggere le persone da un’ulteriore esposizione. 

Tuttavia, il linguaggio è certamente limitato nelle sue capacità. Esiste un limite alla complessità dell’esperienza interiore che può contenere. Emozioni, intenzioni, paure, contraddizioni e conflitti silenziosi possono essere solo parzialmente espressi. Ciò che viene ascoltato è sempre solo una parte di ciò che viene realmente sentito. Questo significa che la comunicazione umana è sempre, allo stesso tempo, espressione e occultamento. Osservando, osservando ancora e riflettendo sulla vita, si arriva a comprendere che, con il tempo, non si acquisisce necessariamente più conoscenza semplicemente parlando di più. In effetti, a volte l’espressione verbale costante può far percepire meno. Ho avuto momenti nella mia vita in cui sentivo di non riuscire a riflettere a causa dell’eccesso di parole. I momenti di silenzio, anche solo per pochi secondi, spesso portavano una chiarezza inaspettata. In contrasto con i momenti di discussione, i momenti di silenzio - soprattutto quelli brevi - portavano spesso una lucidità sorprendente. È in questa esperienza che il silenzio non appare più come “inudibile”, ma come “consapevole”.

È qui che entra in gioco il potere del silenzio. Più la percezione è raffinata, minore è l’attività verbale esterna. La mente inizia a osservare, non interpreta immediatamente. Non reagisce semplicemente alle parole o alle situazioni, ma comincia a notare le pause, il tono, i cambiamenti emotivi e i sottili schemi del comportamento. Lentamente si comprende che la comunicazione non è solo verbale e che esiste una comunicazione anche in assenza di parole. Quando l’espressione umana viene osservata attentamente, spesso si scopre che le persone rivelano ciò che non dicono o ciò che non comprendono pienamente. Prima di assumere forma verbale, paura, incertezza, orgoglio, tristezza e persino desiderio vengono spesso modificati. Di conseguenza, la realtà interiore è spesso una versione controllata del linguaggio parlato.

Nel silenzio, questi livelli diventano più evidenti. Il silenzio non impone interpretazioni, ma crea spazio per l’osservazione. In quello spazio, la chiarezza della comprensione emerge spontaneamente. Spesso una pausa nel discorso, un cambiamento nell’espressione, una domanda evitata o un’esitazione non espressa comunicano ciò che non può essere detto a parole. Nella mia esperienza personale, ho notato che quando non parlo, non penso e non agisco, riesco a percepire queste dimensioni sottili; ma quando partecipo attivamente a una conversazione o al pensiero, non riesco a sentirle. Così il silenzio diventa un veicolo attraverso il quale una verità umana più profonda può essere percepita. Il silenzio modifica anche la dinamica tra mente e pensiero dal punto di vista psicologico. La mente umana normalmente opera in un flusso continuo di dialogo interiore. Spesso i pensieri corrono rapidamente, stimolati da emozioni, ricordi o eventi esterni. Ma nel silenzio questo flusso rallenta. La mente non viene più vissuta solo internamente, ma osservata dall’esterno, come se si stesse guardando la mente invece di esserne completamente immersi.

La scelta di passare dal partecipare all’osservare è fondamentale. Più i pensieri vengono osservati senza essere assorbiti, maggiore è la chiarezza che emerge. È evidente che non tutti i pensieri sono veri. Alcuni sono schemi ripetitivi, altri reazioni emotive e altri ancora risposte condizionate dall’esperienza passata. Ho visto personalmente che molti pensieri diventano meno pressanti e più silenziosi quando vengono osservati. Essi arrivano, rimangono e scompaiono senza necessità di risposta. Il pensiero non scompare quando non viene espresso, ma si rivela. Qui nasce una forma più pacifica di comprensione. Non richiede pensiero né verbalizzazione. Piuttosto emerge come percezione immediata. Questo tipo di conoscenza non è verificabile né esprimibile a parole; è semplicemente una chiarezza nella consapevolezza. È una modalità di conoscenza immediata, ma non costruita. Questo processo inizia dentro l’individuo, ma influenza la vita esterna nelle relazioni e nella percezione sociale. Le persone tendono a essere più sensibili all’onestà emotiva quando sono in silenzio. Le differenze tra ciò che viene detto e ciò che si intende diventano più evidenti. L’espressione umana non viene più percepita solo superficialmente, ma su più livelli e dimensioni.

Per esempio, una persona può non sembrare sicura nel parlare perché è insicura, oppure può essere silenziosa perché è riflessiva. Anche la soppressione delle emozioni può essere un segno di controllo. Ascoltando, ho scoperto che si può diventare più sensibili e comprendere meglio le situazioni, andando oltre la superficie del comportamento umano. Qui emerge anche un apprendimento riflessivo: a volte è sufficiente osservare gli altri per comprenderli; a volte non è necessario reagire. Questa consapevolezza non interferente è possibile solo nel silenzio. Permette di osservare senza giudicare o reagire immediatamente. Allo stesso tempo, il silenzio rafforza anche la consapevolezza di sé. Quando la capacità di esprimersi diminuisce, l’attenzione si rivolge naturalmente verso l’interno. La persona inizia a percepire più chiaramente i propri processi mentali ed emotivi. Si crea una lieve separazione tra consapevolezza e pensiero; non si è completamente immersi nei pensieri. In questo stato, l’identificazione non è più vissuta come qualcosa “scritto” nel pensiero o nell’espressione. L’identità viene invece percepita come una consapevolezza fluida che osserva pensieri, emozioni e reazioni mentre emergono e svaniscono. Nella mia esperienza personale, ho visto chiaramente che non sono i miei pensieri, ma la consapevolezza in cui i pensieri sorgono.

Dal punto di vista filosofico, questo significa che il silenzio non è una condizione passiva, ma uno stato attivo di coscienza. Nella vita umana, sia il parlare che il silenzio sono necessari. Il parlare è indispensabile per la comunicazione, la socializzazione, l’espressione emotiva e la comprensione. Ma la sola parola non porta una comprensione completa. Per profondità e significato, il silenzio è necessario. Il silenzio permette riflessione, integrazione e comprensione più profonda. Non sostituisce la comprensione con il sentimento immediato. In questo senso, silenzio e parola non sono opposti, ma aspetti complementari dell’essere umano. Uno esprime la vita verso l’esterno e l’altro verso l’interno.

Da una prospettiva generale, coloro che imparano gradualmente a bilanciare espressione e silenzio sviluppano una comprensione della realtà più complessa. Diventano meno reattivi e più attenti. Cominciano a vedere schemi emotivi e psicologici negli altri e in se stessi. La comprensione diventa non tanto interpretazione, quanto presa di coscienza. Questo cambiamento l’ho vissuto personalmente. Più rimanevo in silenzio in certi momenti, meno sentivo il bisogno di spiegare tutto immediatamente. Ho iniziato a lasciare che le esperienze e i pensieri si depositassero prima, per poi arrivare alle conclusioni. Questo piccolo cambiamento ha trasformato la natura della comprensione: più tranquilla, più profonda e meno frammentata. Non è mancanza di comunicazione, ma espansione della percezione—questo è il silenzio. Non rifiuta il linguaggio, ma lo trascende. Senza suono non si costruisce significato, ma rimane pura consapevolezza. Questo significa che il silenzio è un agente di trasformazione che rende le verità nascoste più accessibili dentro le persone e nelle relazioni umane.

In definitiva, il silenzio è un mezzo per andare oltre il linguaggio verso quella dimensione dell’esperienza umana che non è espressa a parole. Mostra la profondità dell’espressione, la complessità del comportamento e la chiarezza del pensiero. Le parole definiscono e comunicano, ma il silenzio percepisce e comprende. Insieme formano il sistema completo della coscienza umana, ma è spesso il silenzio a permettere alla verità di emergere nella sua forma più sottile e autentica. Dr Sethi K.C., de.it.press 27

 

 

 

 

 

I temi di Cosmo italiano

 

L'Europa bacchetta l'Italia ma premia Mario Draghi

(13.05) Con lo sforamento italiano delle regole di bilancio europee, torna il dibattito tra paesi frugali e spendaccioni in un contesto di crisi energetiche e geopolitiche. Una via d'uscita è indicata nel Rapporto sulla competitività europea di Mario Draghi che, per i suoi impulsi a favore di un Europa più forte, riceve il premio internazionale Carlo Magno. Ne parliamo con Enzo Savignano e Alessandro Speciale, autore di due libri su Mario Draghi.

Perché si parla tanto di sugar tax in Italia e Germania?

(12.05) Troppi dolci e bevande zuccherate fanno male, a tutti. Per questo da anni l’OMS chiede di introdurre leggi per ridurre il consumo di zucchero. Germania ed Italia sono pronte ad adeguarsi e a tassare le bibite zuccherate, ma non subito... Ne parliamo con Enzo Savignano, e con le esperte Carlotta Franchi e Roberta Occhinegro, che ha tanti consigli pratici per placare la voglia di dolce ed evitare gli zuccheri nascosti.

Meno truppe USA in Germania, più rischi per l’Europa?

(11.05) Trump minaccia di ridurre la presenza militare USA in Europa, in particolare in Germania, accusata di non sostenere Washington nella crisi con l’Iran. Il tema solleva dubbi sulle conseguenze strategiche per la difesa europea e i rapporti transatlantici, ma anche sugli effetti economici nei territori che ospitano basi militari statunitensi. Ne parliamo con Enzo Savignano e con il giornalista del Corriere della Sera Giuseppe Sarcina.

Una veneziana di Norimberga spiega l'Italia ai tedeschi

(08.05) Nicoletta De Rossi, giornalista e autrice veneziana, vive dal 2000 in Germania. Presidente del Comites di Norimberga e attivissima nell'associazionismo culturale, Nicoletta è anche autrice di guide in cui spiega ai tedeschi, in modo appassionante, l'Italia, gli italiani e il loro modo di essere. L'ultima di queste guide, "Love Italy", è uscita proprio in questi giorni.

Ma è più facile avere figli all'estero?

(07.05) Le famiglie italiane nel mondo, tutte diverse ma con motivazioni, esperienze, nostalgie comuni. Ne tracciamo un identikit con Eleonora Voltolina, autrice di "Crescere Expat. Famiglie italiane nel mondo", libro nato da una grande ricerca promossa dalla Fondazione Migrantes. E parliamo delle esperienze concrete di Lara Gullen, che con ironia analizza le differenze culturali fra Italia e Germania legate all'educazione dei figli o all'essere mamma, ma non solo, nel blog "Intanto in Tedeschia".

Leone XIV: un anno di pontificato ma è scontro con Trump

(06.05) Il Pontefice avrebbe sicuramente preferito festeggiare il primo anno dalla sua elezione (8 maggio 2025) in modo tranquillo, e invece è al centro di uno scontro senza precedenti con il presidente americano Donald Trump. Giulio Galoppo ci parla dei rapporti di Leone XIV con la chiesa tedesca mentre di quelli con la chiesa americana parliamo con Massimo Franco, che su questo tema ha appena pubblicato un libro.

Un anno di governo Merz: molte ombre, poche luci

(05.05) In base a quanto riportato dai sondaggi, tra il 76 e il 78% dei tedeschi giudica negativamente l'operato del cancelliere Merz e della coalizione nero-rossa. È il dato più negativo per un cancelliere tedesco dopo appena 12 mesi di governo. Con Giulio Galoppo e il Prof. Ubaldo Villani-Lubelli ricostruiamo la vita, fin qui molto sofferta e poco produttiva, dell'esecutivo federale e proviamo a capire se Merz e i suoi ministri hanno un futuro, o la Germania va incontro ad altri scenari politici.

La dichiarazione dei redditi tra Germania e Italia spiegata bene

(04.05) È una delle scadenze più temute dell'anno: la dichiarazione dei redditi in Germania. Quali sono le tempistiche, a chi chiedere aiuto, quali i documenti importanti e quali le novità. E soprattutto: come si dichiarano i redditi percepiti in Italia se siamo residenti in Germania? Tutte le risposte da Giulio Galoppo e Ennio Vial, commercialista e specializzato in fiscalità internazionale.

 

 

 

 

Italia-Usa, Meloni: "Con Rubio abbiamo parlato di Cina, Ucraina e della prossima visita di Trump"

 

Il segretario di Stato americano ha reso noto che non hanno "parlato del ritiro delle truppe americane" dall'Europa, precisando che lui "sostiene la Nato"

Circa un'ora e mezza di colloquio oggi, venerdì 8 maggio, tra il segretario di Stato Usa Marco Rubio e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. L'incontro è stato definito dalla stessa premier "proficuo e costruttivo", specificando di aver "trattato tante idee, il tema dei rapporti bilaterali, quanto ovviamente le grandi questioni degli scenari internazionali come la crisi in Medio Oriente, la sicurezza e la libertà di navigazione e quindi dello stretto di Hormuz". E poi, "abbiamo parlato di alcuni dossier che sono particolarmente importanti per l'Italia, perché l'Italia storicamente gioca un ruolo, penso alla Libia, al Libano; abbiamo parlato di Ucraina, di Cina e della prossima visita del presidente americano", Donald Trump.

Del resto, ha sottolineato, "entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi allo stesso modo comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali". E dunque, ha concluso, "l'Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come fanno gli Stati Uniti. Ed è bene che su questo ci si trovi d'accordo".

Rubio: "Non abbiamo parlato del ritiro delle truppe americane dall'Europa"

Rubio "ha sottolineato l'impegno degli Stati Uniti a garantire uno stretto coordinamento sulle priorità comuni" nell'ottica di "rafforzare la partnership strategica tra Stati Uniti e Italia". I due, riferisce il portavoce Tommy Pigott, "hanno discusso delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l'Ucraina, e dell'importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali".

Con la premier, ha detto Rubio, "non abbiamo discusso di argomenti specifici" come il ritiro delle truppe americane dall'Europa. "E' una decisione che deve prendere il presidente, ma io ho sempre detto pubblicamente di essere un forte sostenitore della Nato - ha aggiunto -. Uno dei motivi principali per cui gli Stati Uniti fanno parte della Nato è la possibilità di disporre di forze schierate in Europa che possiamo impiegare in altre situazioni di emergenza. Ora però non è più così, almeno per quanto riguarda alcuni membri della Nato. Si tratta di un problema che va approfondito".

Ucraina

Parlando, poi, a margine da Roma il segretario di Stato americano ha detto che Washington è pronta a continuare a svolgere il ruolo di "mediatore" nel conflitto in Ucraina. "Siamo pronti a continuare a ricoprire questo ruolo e rimanere produttivi - ha dichiarato Rubio ai giornalisti da Roma -. Ma non vogliamo investire tempo ed energia in uno sforzo senza passi avanti".

Iran

All'indomani dello scambio di attacchi con l'Iran nello Stretto di Hormuz Rubio ha detto che "la linea rossa è chiara". "Se minacciano gli americani, li faremo saltare in aria. Non si può essere più chiari di così. Se sparano alle navi Usa, cosa dobbiamo fare? - ha chiesto Rubio - Solo i Paesi stupidi non rispondono quando gli sparano contro". "L'Iran ora sostiene di avere il diritto di controllare una via d'acqua internazionale. Il mondo dovrà decidere se è disposto a normalizzare questa situazione". Una simile situazione rappresenterebbe per Rubio "un precedente pericoloso" a livello globale.

Il capo della diplomazia americana ha spiegato che Stati Uniti stanno cercando una soluzione diplomatica. Rubio ha, inoltre, avvertito che, se la comunità internazionale non intende accettare questo scenario, "servirà qualcosa di più di semplici dichiarazioni".

Meloni e la diplomazia del caffè

Davanti a una tazzina di caffè, un italianissimo espresso, e a qualche biscotto da tè, Meloni e Rubio hanno affrontato i principali dossier di politica estera con particolare attenzione alla crisi nello Stretto di Hormuz e alla situazione in Libano. L'incontro, definito da fonti governative una visita di cortesia - dal momento che il capo della diplomazia a stelle e strisce si trova a Roma, soprattutto, per incontrare il Papa - arriva dopo le tensioni innescate dalle dure dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che aveva accusato, tra gli altri Paesi, anche l'Italia di non sostenere adeguatamente la Casa Bianca sulla crisi iraniana. Accuse respinte nei giorni scorsi dalla stessa Meloni, che aveva definito "non corrette" le parole del tycoon nei confronti dell’Italia.

Anche attraverso una tradizionale pausa caffè passa, dunque, la diplomazia della premier italiana, in un gesto che richiama la convivialità tipica del Paese. "No grazie, il caffè mi rende nervoso..." è la celebre battuta che dà il titolo al film con Massimo Troisi. Stavolta, però, la speranza è che l’aroma dell’espresso abbia contribuito a rendere il clima più disteso. Adnkronos 8

 

 

 

 

 

Gli insegnanti italiani nel mondo: quando la competenza diventa civiltà

 

Esiste un’Italia che raramente occupa le prime pagine dei giornali, eppure continua a essere cercata, apprezzata e rispettata in tutto il mondo. È l’Italia degli insegnanti, dei formatori, dei musicisti, degli studiosi, degli interpreti della cultura e delle competenze che la nostra storia ha accumulato nei secoli.

Dalla Germania al Canada, dalla Svizzera al Giappone, migliaia di insegnanti italiani lavorano all’estero non soltanto per trasmettere conoscenze, ma perché portatori di una tradizione culturale che continua a esercitare un forte prestigio internazionale.

Quando un conservatorio straniero cerca un maestro italiano di canto lirico, non ricerca soltanto una voce competente. Cerca l’eredità della scuola musicale italiana, quella che ha dato al mondo parole universali come “opera”, “concerto”, “adagio”, “tenore” e “soprano”.

Quando un’università straniera invita uno studioso italiano di arte o restauro, non ricerca soltanto un tecnico specializzato, ma una continuità storica che affonda le radici nel Rinascimento e nella più grande concentrazione mondiale di patrimonio artistico.

Quando scuole e istituzioni europee assumono docenti italiani di lingua e cultura, riconoscono implicitamente che l’italiano non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma una lingua della civiltà, della letteratura, della musica e della creatività.

Molti insegnanti italiani all’estero operano inoltre in contesti socialmente delicati: accompagnano i figli degli emigrati, favoriscono l’integrazione culturale, mantengono vivo il legame con la lingua d’origine e costruiscono ponti tra società differenti.

In Paesi come la Germania, la Svizzera o il Belgio, numerosi docenti italiani hanno contribuito per decenni non solo all’istruzione, ma anche alla coesione sociale delle comunità italiane emigrate.

Eppure questa presenza culturale italiana nel mondo viene raramente raccontata. Si parla spesso della fuga dei cervelli, ma molto meno della capacità italiana di generare competenze umane e culturali che il mondo continua a richiedere.

La forza internazionale dell’insegnante italiano non deriva soltanto dalla preparazione tecnica. Deriva da qualcosa di più profondo: una tradizione educativa umanistica che unisce sapere, sensibilità storica, creatività e capacità di mediazione culturale.

L’Italia possiede ancora oggi un capitale invisibile enorme:

la capacità di trasformare la cultura in relazione umana.

In un’epoca dominata dalla velocità tecnologica e dalla standardizzazione globale, proprio questa dimensione umanistica rappresenta uno dei contributi più preziosi che il nostro Paese possa offrire al mondo.

Forse dovremmo rendercene conto più spesso anche noi italiani. Giuseppe Tizza

 

 

 

 

 

Vivere altrove

 

Dai risultati dell’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), relativi al 2025, i Connazionali “altrove” erano 5.7 24.470. In definitiva, un numero che rappresenta l’8,5% della popolazione residente nel Bel Paese. Più della metà di questa fitta umanità oltre confine vive in Paesi UE.

La restante percentuale è sparsa in Stati geograficamente maggiormente lontani. La comunità italiana più numerosa, fuori d’Europa, resta in Argentina (820.000), poi si torna nel Vecchio Continente. 745.000 italiani vivono in Germania, 615.000 in Svizzera, 451.000 si trova in Francia. Questi sono i numeri più espressivi. Anche se le Comunità italiane all’estero, piccole o grandi, hanno tutte sviluppato un loro ruolo. Entrando in merito all’età, se si escludono gli italiani nati all’estero, il 18% ha un’età compresa tra i 40 e i 65 anni. Da qualche tempo, stanno aumentando anche le richieste di visto migratorio per l’Australia e Nuova Zelanda, dove già vivono 25.000 Connazionali impegnati nei diversi settori produttivi di questi lontani Paesi.

Di tutta questa fitta umanità, circa il 65% ha regolari contatti, economici e sociali, con la Patria. Il 26% intenderebbe rientrare, definitivamente, nella Penisola terminato il ciclo lavorativo. Tra l’altro, sono aumentate le proprietà immobiliari, soprattutto nell’Italia meridionale, da parte di Connazionali residenti all’estero. Proprio a fronte di quest’altra Italia nel mondo, la nostra attenzione nei loro confronti continua ed è motivo di riflessione e confronto. Vivere “altrove” era, e rimane, un aspetto della nostra cultura che seguiteremo a monitorare. Sia sotto gli aspetti economici, che culturali. Riteniamo, infatti, che ne valga la pena.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Decreto sicurezza, la tavolozza autoritaria del governo Meloni

 

Oggetto di accese critiche da parte di giuristi, magistrati e parlementari dell’opposizione che ne evidenziano palesi profili di incostituzionalità, il Decreto sicurezza è ormai a tutti gli effetti legge. Come in una tavolozza impazzita, il governo Meloni fa esplodere i colori del Paese su cui ora appaiono tinte scure. Il nero che avanza, l’autoritarismo che diviene legge.

«La più grande manifattura di decreti sicurezza». Così l’Italia è dipinta dal quotidiano ticinese La Regione. «Altro che ’il Belpaese non produce più niente’», ironizza il giornale, alludendo al controverso Decreto sicurezza 23/2026, ormai a tutti gli effetti legge 54/2026 con la pubblicazione del testo di conversione in Gazzetta ufficiale lo scorso 24 aprile. Con i suoi trentatré articoli, è la catena di montaggio di un sistema autoritario. L’idea che la nazione sovrana di Meloni non produca più nulla, se non sbarre di ferro per gabbie e penitenziari, è sì un’esagerazione ma riflette comunque una profonda crisi. L’industria è in costante calo, i salari stagnano mentre gonfia il debito pubblico.

Il Paese è al bivio, urge ora un elettroshock per far ripartire l’economia, ma dalle cucine dell’esecutivo si sfornano norme di sicurezza come fossero pizze. A volte l’ironia è una lente di ingrandimento, consente di inquadrare in toto la contraddizione che stringe un intero Paese. Che sia pure una testata svizzera a metterla in sagace evidenza fa riflettere. L’Italia meloniana, pur chiusa in una bolla autoreferenziale, non sfugge allo sguardo esterno.

Trentatré articoli utili per capire quale sia l’idea di sicurezza di Meloni & Salvini, analizzarli uno a uno non è possibile attraverso un articolo. Ma c’è comunque una considerazione da fare: a cosa serve dare una stretta sulle armi da taglio, intrecciare provvedimenti per il contrasto alla violenza giovanile e la tutela della sicurezza urbana, se oggi non si produce più quel «benessere minimo diffuso», in sé antidoto e freno a quel malessere che genera violenza? Nella tavolozza autoritaria del governo si mescolano i colori del Paese, formano una chiazza verde-bianco-rossa su cui ora appaiono tinte scure. Il nero che avanza.

Alle opposizioni unite in Parlamento è stato servito un «pasticciaccio brutto», per dirla con il manifesto che rispolvera un celebre titolo di Gadda. Brutto, perché «palesemente incostituzionale». A dirlo sono in tanti. A cominciare dalla capogruppo Pd Chiara Braga: «Non possiamo consentire che il Parlamento venga umiliato, che approvi una norma palesemente incostituzionale». Per il vice capogruppo Toni Ricciardi, «il testo non rispetta la legge Casati del 1859», altra sferzante ironia: «La legge Casati del 1859 enunciava la necessità di ’saper leggere, scrivere e far di conto’. Sono stati in grado di farlo? O probabilmente cercano l’incidente per accelerare la fine di questa legislatura pressando il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale?». Marco Grimaldi, deputato di Avs: «Non potete chiederci di approvare un testo palesemente incostituzionale». Approvato in precedenza al Senato, dove ha latitato per cinquanta giorni, ebbene sì, il testo è stato proposto e adottato dalla maggioranza.

Cosa può fare ora il capo dello Stato? «Effettuare un controllo preventivo per evitare incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo appartiene alla Consulta», rammenta il manifesto. Il giornale solleva almeno due punti «che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato, siano sollevati davanti alla Corte costituzionale».

Ma il vero punto cruciale riguarda il fermo preventivo di dodici ore, una norma che consentirebbe di trattenere in questura le persone ritenute «pericolose» prima di manifestazioni e cortei di protesta. Non è una novità, rammenta un avvocato, poiché il codice in casi ben precisi consente di fermare un soggetto per ventiquattro ore. Ma il Consiglio superiore della magistratura ha evidenziato come questa misura si muova «su un crinale costituzionalmente molto sensibile», sottolinea il manifesto, in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione: «Per privare qualcuno della libertà personale è prevista una doppia riserva: di legge, ma anche di giurisdizione».

Nel testo invece la doppia riserva scompare e si lascia campo libero al rastrellamento, si potrà fermare «chiunque» sulla base di «indicatori di rischio». Immaginate ora un centinaio di persone in questura, senza disporre del personale per la sorveglianza e l’assistenza: è gia accaduto. Il manifesto ricorda un precedente: «Il fermo di novantuno anarchici della capitale, mandando in tilt procura e questura con una serie di cortocircuiti». È un provvedimento «funzionale a rappresentare una realtà minacciosa, soprattutto là dove le minacce sono minime», osserva un giurista.

Diamo comunque uno sguardo alle principali norme del pacchetto sicurezza. A partire dal porto ingiustificato di armi, con il rischio di scontare da «sei mesi a tre anni di carcere», più l’applicazione dell’aggravante «se il trasporto delle armi vietate avviene nei pressi di scuole, banche, parchi, stazioni ferroviarie e metropolitane oppure in contesti dove si svolgono concorsi o riunioni pubbliche», spiega il Sole 24 Ore. Nel caso in cui, a compiere il reato siano minorenni, la sanzione amministrativa pecuniaria, compresa tra un minimo di 200 e un massimo di 1000 euro, ricade sui genitori o chi esercita la responsabilità genitoriale.

E qui c’è da soffermarsi sui minorenni, vivaio prospero di quel fenomeno crescente che è la violenza giovanile, «con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso legate all’uso di armi bianche», sottolinea la Repubblica. Come misura di contrasto, il nostro Decreto sicurezza introduce il divieto di vendita o cessione di coltelli e, in generale, armi da taglio ai soggetti d’età inferiore ai 18 anni. Sarà davvero efficace?

L’esplosione della violenza giovanile acutizza la questione della «sicurezza urbana», di per sé un grattacapo storico in Italia. A questo scopo il governo implementa una «vigilanza rafforzata» in nuove zone stabilite dal prefetto con «ordini di allontanamento» e «Daspo urbano», ossia il divieto di accedere alle manifestazioni sportive esteso all’ambiente cittadino. In particolare alle stazioni, ai parchi, alle scuole e piazze in cui si commettono atti di disordine e commercio abusivo, ubriachezza molesta e spaccio di droga. Contro quest’ultimo «è introdotta la confisca obbligatoria di autoveicoli e beni mobili utilizzati per i reati di produzione, traffico e detenzione illegale di stupefacenti», rileva il Sole 24 Ore.

E poi arriva il tema più dibattuto, le manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Il testo prevede l’arresto in flagranza ed estende i poteri di perquisizione delle forze dell’ordine con una novità già menzionata, il noto fermo preventivo di dodici ore. Il quotidiano milanese mette in evidenza i cambiamenti nel sistema sanzionatorio: «Niente più arresto ma multe tra mille e diecimila euro per chi organizza le manifestazioni pubbliche senza preavviso». Chi crea invece scompiglio nei cortei coprendosi il viso, «parte da una sanzione di base di duemila euro». Infine in caso di «disobbedienza all’ordine di scioglimento», cioè il rifiuto di sciogliere la riunione o l’assembramento su ordine della prefettura, si arriva ad una multa di 20mila euro. Guido Gozzano, CI, Ch 27

 

 

 

 

L’inverno demografico italiano

 

Durante un recente convegno al CNEL è stato presentato un numero monografico su “Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze”. Il rapporto è stato curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche e coordinato da Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT. I dati illustrati e le prospettive non sono incoraggianti.

Noi viviamo la realtà che ci circonda, ma spesso non ci rendiamo conto dei cambiamenti, perché essi sono lenti. Però se i cambiamenti, negli anni, vanno sempre nella stessa direzione, essi sono capaci di cambiare sensibilmente la struttura della popolazione. È quello che accade con il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 1991 il rapporto tra popolazione sotto i 35 anni e quella sopra i 65 anni era di 5:1; nel 2050 tale rapporto sarà 1:1. Appare quindi opportuno conoscere i fenomeni in atto e misurarsi con essi, in modo da poter trasformare i problemi in opportunità, se possibile.

Quello che riesce ancora difficile è immaginare come si vivrà tra 25 anni, quando oltre un terzo del totale degli abitanti avrà più di 65 anni. Oggi invece gli over 65 sono il 26%.

Sicuramente ci saranno più spese per pensioni e sanità. Il circuito pensionistico verrà messo a dura prova, perché il numero dei lavoratori che lo alimenta si assottiglia. Basti pensare che nel 1990 c’erano quasi 5 lavoratori per ogni pensionato; oggi ci sono 1,5 lavoratori per ogni pensionato: nel 2050 il rapporto scenderà a 1 a 1. Per la sanità è assai probabile che le Regioni, cui spetta la regolamentazione, o ridurrà gli investimenti negli altri settori per mantenere lo stesso livello dei servizi sanitari e assistenziali o innalzerà le tasse regionali.

L’aumento dell’età inciderà direttamente su alcuni settori produttivi. I trasporti, i ristoranti, l’abbigliamento e le calzature, soffriranno perché gli anziani spendono meno in queste cose. Di contro ci saranno più spese per l’assistenza medica e per l’assistenza domiciliare, ma anche per la sicurezza e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Probabilmente si avrà anche una contrazione del numero di persone alla guida delle auto, con beneficio per il traffico.

Effetti negativi si faranno sentire anche sul mercato delle costruzioni residenziali tradizionali. La minore presenza di giovani farà calare il numero degli acquirenti delle nuove case, spingendo al ribasso i prezzi e scoraggiando gli investitori. È difficile che il movimento migratorio interno e l’immigrazione giovanile estera possano sostenere il settore. Di sicuro interesse immobiliare saranno invece le residenze attagliate ai bisogni della popolazione anziana.

“I progressi della medicina hanno allungato la vita dal punto di vista biologico-quantitativo, ma non da quello esistenziale e qualitativo. Insomma, hanno prolungato la vecchiaia. In Italia, gli anziani sono già una grossa fetta della popolazione e le proiezioni ci dicono che nel 2050 saranno venti milioni, un terzo della popolazione”. Così Umberto Galimberti, che ha scritto e parlato spesso di terza e quarta età, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti culturali e sociali. “La questione è che se un tempo gli anziani erano i depositari di informazioni utili, oggi scienza e tecnologia possono svolgere la stessa funzione con maggiore efficacia. Inoltre, per effetto della velocità del progresso, soprattutto in ambito informatico, i giovani adesso ne sanno più dei vecchi che sono diventati quelli che non riescono più a stare al passo con i tempi. Ciò che resta non sostituibile è il loro patrimonio cognitivo ed etico-affettivo. Ma dal momento che gli “over” vengono visti come portatori di equilibrio, prudenza, dolcezza, per essere accettati, devono corrispondere a tutte queste qualità, da cui i giovani sono dispensati. In loro non è ammesso il desiderio sessuale e, quindi, ci si aspetta che rinuncino ai contatti fisici. Devono essere allegri ma senza esagerare, perché altrimenti potrebbe essere letto come un segnale di non accettazione della propria vecchiaia, dolci, sensibili ma non troppo: se un anziano si commuove in modo eccessivo “potrebbe avere l’arteriosclerosi” o problemi di demenza. Devono prendere parte alla vita familiare e sociale, ma senza pretendere di avere voce in capitolo e guai a ripetere un aneddoto già raccontato, avere interessi, senza entrare in campi considerati adatti ai ventenni e, infine, essere autonomi e indipendenti: in altre parole “soli”. La vecchiaia, oggi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri. Ora, nessuno vuole negare che con l’età che avanza si verifichino processi degenerativi dal punto di vista della funzionalità e dell’estetica, ma oltre che per questioni di tipo biologico, si invecchia anche e soprattutto per ragioni culturali, nello specifico per l’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia come di un tempo inutile”.

Dr. Arch. Franca Colozzo, dip 5

 

 

 

 

 

Intelligenza artificiale e migranti: confini intelligenti?

 

Lunedì 25 maggio papa Leone XIV in persona presenterà “Magnifica humanitas”, la sua prima Lettera enciclica, un documento “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Si occuperà anche dell’impatto di queste “res novae” sulla sorte delle persone coinvolte in tutti i fenomeni della mobilità umana? Non lo sappiamo ancora. Nel frattempo, per il numero di “Migranti Press” in uscita, abbiamo chiesto a Lugi “Gigio” Rancilio, giornalista esperto di digitale, di accennare qualche questione sul tavolo, a proposito di questo argomento. Anticipiamo il suo editoriale. Buona lettura!

Per noi sono persone, per l’intelligenza artificiale sono dati. O peggio.

Quando un drone di Frontex, che sorvola il mare, riprende con le sue telecamere un’imbarcazione sovraffollata nel Mediterraneo centrale, a centinaia di chilometri dalle coste, per il sistema di sorveglianza non è un naufragio in attesa di soccorso, ma un’anomalia da classificare, una rotta da tracciare, un dato da inserire nel database. Le persone, gli aiuti, i soccorsi vengono dopo.

Non è la scena di un film distopico. È il presente delle frontiere europee, dove l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento centrale nella gestione dei flussi migratori.

L’Unione Europea ha investito miliardi per rendere i propri confini “intelligenti”. Prima con Eurosur, il sistema di sorveglianza attivo dal 2013 e potenziato nel 2019, che collega in tempo reale le autorità di frontiera di tutti gli Stati membri raccogliendo dati da droni, satelliti, sensori terrestri e navali. Poi, con l’Entry/Exit System, il sistema biometrico che registra le impronte digitali e le immagini facciali di ogni cittadino extra-UE che attraversa le frontiere esterne. Poi ancora con l’Etias, il sistema di autorizzazione preventiva che valuta algoritmicamente il “rischio” rappresentato da un visitatore prima ancora che salga su un aereo. Il risultato è una rete di controllo senza precedenti, costruita pezzo per pezzo nell’arco di un decennio.

C’è un punto, in questa vicenda, che non è affatto secondario. Gli algoritmi che governano questi sistemi non sono neutri. Studi e inchieste mostrano che i sistemi di profilazione del rischio usati alle frontiere tendono a penalizzare chi proviene da alcuni paesi, chi parla alcune lingue, chi ha alcuni comportamenti digitali. La presenza sui social media, i contatti, gli spostamenti: tutto può diventare un elemento di un profilo algoritmico che etichetta qualcuno come “a rischio” prima ancora che abbia fatto qualcosa di irregolare. E quando un algoritmo sbaglia, chi ne risponde? Nella maggior parte dei casi, nessuno.

Detto questo, non tutta l’intelligenza artificiale applicata alle migrazioni opera contro i migranti. L’Unhcr utilizza sistemi di analisi dei dati per identificare situazioni di rischio e migliorare i processi di registrazione nei campi profughi. Alcune Ong hanno sviluppato app e chatbot che forniscono ai migranti informazioni legali, indicazioni sui diritti, avvisi sui pericoli delle rotte. Sono piccoli esempi che ci ricordano che la tecnologia può essere orientata anche verso la tutela della dignità. Resta solo una domanda: quale tipo di tecnologia vogliamo costruire, e a chi vogliamo che serva?

Gigio Rancilio, “Migranti Press” 5 2026

 

 

 

 

 

Niscemi, la città sospesa. La sfida del futuro

 

Corvo lancia la proposta di un tavolo tecnico per incrociare zone a rischio e beni tutelati. Riflettori puntati anche sui beni culturali e sulla biblioteca storica Marsiano. La Greca e Martinico: «No a nuove espansioni, Niscemi si ricostruisca rigenerando la città esistente»

Centocinque giorni dopo la frana, Niscemi non è più solo il luogo dell’emergenza. È una domanda aperta sul futuro dei territori fragili della Sicilia, che riguarda la sicurezza delle persone, il destino delle case evacuate, la tutela dei beni culturali, la ricostruzione urbana e la capacità delle istituzioni di passare dalla gestione del danno alla prevenzione. È stato questo il focus del convegno “La frana di Niscemi. Dalla fase emergenziale alla ricostruzione”, promosso dalla Consulta degli Ordini degli Ingegneri di Sicilia, dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Caltanissetta e dalla sua Fondazione, che si è svolto all’Auditorium del Museo Civico di Niscemi. Un confronto che ha riunito amministratori, ingegneri, geologi, urbanisti, Vigili del Fuoco, Soprintendenza e rappresentanti delle istituzioni per fare il punto su una vicenda che, dopo la fase acuta dell’emergenza, entra oggi in una fase ancora più complessa: quella delle scelte.

Dentro la linea rossa non ci sono solo edifici da valutare, consolidare o demolire. Ci sono vite sospese, attività interrotte, memorie urbane. Ad aprire i lavori è stato Fabio Corvo, presidente della Consulta regionale degli Ingegneri e dell’Ordine di Caltanissetta, che ha collocato il caso Niscemi dentro una riflessione più ampia sulla vulnerabilità del territorio siciliano. «La frana di Niscemi – ha detto Corvo – non può essere letta soltanto come un’emergenza locale, per quanto drammatica e urgente. È un evento che ci obbliga ad alzare lo sguardo e a porci una domanda più ampia: conosciamo davvero il livello di vulnerabilità del nostro territorio? Sappiamo dove si trovano, in Sicilia, i beni tutelati, i centri storici, gli immobili vincolati, le testimonianze architettoniche che insistono su aree esposte a rischio idrogeologico, franoso o ambientale?». Secondo Corvo, la risposta deve essere strutturale e non episodica. Da qui la proposta di avviare un tavolo tecnico a livello regionale dedicato al rapporto tra patrimonio tutelato e zone a rischio. «Serve una mappatura puntuale – ha aggiunto – un censimento dei beni tutelati e delle aree fragili, ma soprattutto serve un matching tra questi due livelli. Perché un bene culturale in un’area a rischio non è solo un bene da conservare: è un presidio identitario che può essere perduto se non viene inserito dentro una strategia di prevenzione». Corvo ha richiamato anche il ruolo della comunità tecnica locale, ricordando che a Niscemi operano circa 90 ingegneri: una presenza significativa per un territorio che oggi ha bisogno di competenze e visione.

La dimensione umana dell’emergenza è stata al centro dell’intervento del sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, che ha ripercorso questi mesi difficili segnati da evacuazioni, ordinanze, monitoraggi e dal confronto costante con cittadini e istituzioni. «La frana – ha evidenziato – ha segnato profondamente tutti noi. Ha cambiato la vita di tanti concittadini, ha costretto famiglie a lasciare la propria casa, ha aperto una ferita nel tessuto urbano e sociale di Niscemi. In questi mesi abbiamo lavorato dentro una condizione complessa, cercando di tenere insieme la sicurezza pubblica, la gestione dell’emergenza, il dialogo con le istituzioni e l’ascolto dei cittadini. Ma oggi non basta più parlare soltanto di emergenza: dobbiamo parlare di futuro». Conti ha individuato due grandi filoni della vicenda: da un lato il sostegno alle persone danneggiate, dall’altro la ricostruzione post frana. «Ci sono cittadini – ha proseguito – che non possono più rientrare nelle proprie abitazioni. Per loro il tema dei ristori, degli incentivi e delle misure di sostegno è prioritario. Il secondo filone riguarda la ricostruzione: capire cosa potrà essere recuperato, cosa dovrà essere demolito, quali aree potranno tornare sicure e quale modello urbano vogliamo costruire per Niscemi». Il sindaco ha indicato anche un orizzonte temporale auspicabile: «L’obiettivo – ha detto – è arrivare entro due anni a una soluzione chiara, seria e sostenibile per la comunità. Non parlo solo di opere, ma di un percorso complessivo: sicurezza, ristori, ricollocazione, pianificazione, tutela del centro storico e ricostruzione. Niscemi ha bisogno di risposte, ma ha bisogno anche di fiducia. E la fiducia si costruisce con trasparenza, confronto e capacità di mettere intorno allo stesso tavolo tutte le competenze necessarie».

Uno dei passaggi più delicati del convegno ha riguardato il patrimonio culturale. La soprintendente Daniela Vullo ha posto l’attenzione sui beni tutelati ricadenti all’interno della linea rossa, in particolare Palazzo Iacona e Palazzo Branciforti, due edifici settecenteschi che rappresentano la memoria storica della città. «La situazione di Niscemi – ha detto – desta grande preoccupazione non solo per la sicurezza delle persone e degli edifici, ma anche per il patrimonio culturale coinvolto. All’interno della linea rossa ricadono due beni tutelati di grande valore storico e identitario: beni vincolati, quindi patrimonio non soltanto dei proprietari, ma della collettività. La domanda che oggi dobbiamo porci con grande responsabilità è: che fine faranno questi edifici? Come possiamo garantire la sicurezza senza disperdere memoria, identità e valore culturale?». La soprintendente ha allargato la riflessione anche al patrimonio diffuso del centro storico. «Accanto ai beni formalmente tutelati – ha spiegato – esiste un patrimonio diffuso che merita attenzione: immobili di pregio, chiese, edifici che contribuiscono a definire il volto e la storia di Niscemi. Il centro storico è un organismo urbano fatto di relazioni, stratificazioni e luoghi della vita collettiva. Quando un evento franoso mette in crisi questa struttura, il rischio non è soltanto materiale. È anche culturale». Nel suo intervento Vullo ha richiamato anche la vicenda della biblioteca storica Angelo Marsiano, con i suoi volumi e il suo patrimonio documentale, diventata uno dei simboli culturali di questa emergenza. «I libri, gli archivi, le raccolte storiche – ha aggiunto - custodiscono la memoria scritta di una comunità. Metterli “tutti” in sicurezza significa evitare che l’emergenza produca una perdita irreversibile. Per questo l’appello è chiaro: salvare i beni tutelati, salvare i beni vincolati, salvare tutto ciò che racconta la storia di Niscemi».

La conoscenza del fenomeno e della sua evoluzione – relazionata da Orazio Barbagallo, esperto in meccanica delle rocce e geologia applicata - è stata il presupposto indispensabile per definire scenari di rischio credibili, individuare le aree realmente recuperabili e stabilire quali interventi siano necessari per la messa in sicurezza. Sul tema della gestione e riduzione del rischio da frana in ambito territoriale e urbano è intervenuto Francesco Castelli, direttore del Dipartimento di Ingegneria e Architettura della Kore di Enna, che ha richiamato l’importanza di un approccio integrato tra analisi tecnica, pianificazione urbanistica e governo del territorio.

La riflessione sulla ricostruzione è stata affidata agli urbanisti dell’Università di Catania, Francesco Martinico e Paolo La Greca, che hanno portato al centro del dibattito una domanda decisiva: quale città dovrà essere Niscemi dopo la frana? La loro visione rifiuta le risposte emergenziali e mediatiche fondate su nuove espansioni, New Town o riuso acritico dei borghi rurali, e propone invece di trasformare il trauma collettivo in occasione di ripensamento urbano. La visione è quella di una Green City nata da una catastrofe naturale, fondata su recupero del patrimonio esistente, rigenerazione delle periferie, rete verde e consumo di suolo pari a zero. «La ricostruzione di Niscemi – hanno evidenziato – non può essere affrontata come una semplice risposta edilizia a un danno. La questione è più profonda: quale città vogliamo costruire? Una città che consuma nuovo suolo e produce nuovi margini urbani, oppure una città che sceglie di rigenerare se stessa, recuperando il patrimonio esistente, rafforzando i servizi, ricucendo le sue parti fragili e restituendo qualità alla vita degli abitanti?». Secondo gli urbanisti, la ricostruzione deve partire da una conoscenza aggiornata del patrimonio edilizio disponibile e dalla consapevolezza che, in molti contesti siciliani, al calo demografico corrisponde un patrimonio abitativo sovrabbondante, inutilizzato o sottoutilizzato. «La strada più sostenibile – hanno aggiunto – è partire dalla città esistente. Occorre individuare gli immobili inutilizzati, recuperare, migliorare la qualità dello spazio pubblico, rafforzare le connessioni verdi, rigenerare le periferie e costruire una città più sicura, più compatta e più vivibile. Le risorse abitative necessarie per ricollocare gli sfollati possono essere cercate dentro il tessuto urbano, evitando soluzioni che rischiano di produrre isolamento, sradicamento sociale e nuova marginalità». La ricostruzione, in questa prospettiva, è un progetto urbano e sociale. «Niscemi – hanno concluso La Greca e Martinico – non deve perdere i suoi abitanti né il loro radicamento ai luoghi. Una ricostruzione che allontana le persone dal proprio vissuto rischia di produrre una seconda frattura. Al contrario, occorre lavorare su una città che si ricuce dall’interno, che trasforma l’emergenza in un progetto di futuro e che può diventare laboratorio per altri territori fragili della Sicilia. In questa prospettiva, la pianificazione urbanistica resta lo strumento fondamentale, in mano alla Pubblica amministrazione, per governare il territorio e le città. Proprio mentre Niscemi scivola, però, a Roma si discute di disegni di legge che sembrano parlare solo di edilizia senza urbanistica».

Le conclusioni del convegno hanno restituito l’immagine di una città sospesa tra ferita e possibilità. Niscemi oggi è davanti a un bivio: limitarsi a riparare il danno o provare a costruire una risposta più alta, capace di diventare riferimento per altri territori fragili. Il convegno promosso dagli ingegneri ha indicato una direzione: conoscenza, prevenzione, collaborazione tra competenze, tutela del patrimonio e rigenerazione urbana. Perché la sicurezza di una comunità non si misura solo nella capacità di reagire a una crisi, ma nella volontà di non lasciare che quella crisi si ripeta. Agenzia I Press 10

 

 

 

 

Contare su chi?

 

I problemi abbinati alla nostra numerosa Comunità all’estero, secondo noi, non possono essere sottovalutati in Patria. Mentre la situazione nazionale è definita in “evoluzione”, il “piatto” degli italiani all’estero “piange”. Nell’attesa di tempi migliori, per i quali continueremo a monitorare gli eventi, proveremo a rendere praticabili certi programmi che, purtroppo, sono rimasti solo sulla carta.

Desideriamo essere obiettivi con i Connazionali nel mondo. Se non altro per il superamento dei “campanilismi” di cordata. Se si sviluppasse, come auspichiamo, una forte volontà di mutamento, magari col supporto di valide motivazioni, anche fuori dalla Penisola, Roma non potrebbe più fare finta di non intendere.

Con queste nostre premesse, la politica nazionale potrebbe serbare delle ”novità” anche per gli italiani nel mondo. Magari meno impraticabili che per il passato. Per ottenere dei risultati, finanche graduali, è necessario, però, rinnovare l’immagine sul ruolo politico degli italiani all’estero. Anticipando che, in ogni caso, non sarà un’operazione facile e condivisibile da certi partiti nazionali emergenti.

Chi vive lontano dal Bel Paese non ha privilegi da tutelare in Patria. I Connazionali nel mondo, però, dovrebbero contare diversamente proprio sul fronte politico nazionale. Basterebbe, almeno, che certe iniziative non fossero disperse, come ancora accade, da carenti connessioni operative fuori dalla Penisola. A suo tempo, avevamo proposto il varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE). Restiamo disponibili per sviluppare altre proposte e progetti. In politica si dovrebbe poter “contare” su qualcuno. Ma su chi? L’interrogativo rimane.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Imu, la scadenza di giugno e le nuove regole

 

Tra le novità che potrebbero arrivare c’è il lancio di una piattaforma per il pagamento che dovrebbe affiancare il modello F24 - di Gino Pagliuca

Si avvicina la scadenza del 16 giugno, la data entro cui pagare la prima rata dell’Imu. Per chi oggi possiede un immobile per cui pagare il tributo non ci sono grandi calcoli da fare se la casa è stata posseduta per tutto l’anno scorso senza che vi siano state variazioni nell’utilizzo (comodato, locazione ecc): basta sommare quanto pagato lo scorso anno e versare la metà. Se il comune variasse le aliquote se ne terrà conto nel saldo di dicembre. Se invece sono avvenute modifiche si effettua il calcolo sulla base dell’aliquota in vigore nel 2025.

Il riordino delle regole

Si sta pensando a un riordino delle regole del tributo, alle viste non ci sono aumenti perché l’aliquota massima rimane all’1,08% calcolato sulla rendita catastale originaria dell’immobile moltiplicata per 160, quota che sale all’1,14% solo nei comuni (come Milano e Roma) che a suo tempo avevano varato la Tasi.

L’esenzione per la prima casa

Ricordiamo che l’imposta non è dovuta per l’abitazione principale (quella dove si ha la residenza fiscale e il domicilio abituale) purché l’abitazione non sia di lusso, ovvero non sia classificata come A/1, A/8, A/9. L’esenzione si applica anche alle pertinenze, una solo per tipologia (quindi un solo box, una sola cantina). Inoltre c’è esenzione per le case

La sentenza della Consulta

A questo proposito va segnalato che ormai i comuni hanno recepito, con ben poco entusiasmo, la sentenza della Corte Costituzionale 209/2022 con la quale si è stabilito che se due coniugi o partner di un’unione civile dichiarano di vivere ognuno in una sua abitazione principale entrambi gli immobili sono esentati. Il comune però può eccepire la mancanza del requisito del domicilio abituale e quindi richiedere le prove (ad esempio le bollette della luce) dell’effettivo utilizzo dell’immobile. Stesse prove potrebbe chiedere per le abitazioni, che godono del 50% di sconto, concesse in comodato a un familiare in linea retta .

I possibili sconti

Dicevamo del riordino, che parte dal 1° gennaio di quest’anno con l’entrata in vigore del decreto ministero Economia 6 novembre 2025 che definisce nuove modalità per la definizione delle aliquote e delle riduzioni in presenza di determinate situazioni. In particolare è prevista la possibilità di ridurre l’imposta fino al 50% se l’immobile è tenuto a disposizione (quindi non usato come abitazione principale e non locato) e sconti sono possibili anche per le case utilizzate per gli affitti brevi. Notizie interessanti ma da non enfatizzare eccessivamente. 

Comuni contrati alle riduzioni

I Comuni hanno bisogno di fare cassa e, soprattutto quelli grandi, hanno il problema della mancanza di case per la locazione di lunga durata. Appare molto improbabile che si mettano ad abbassare le aliquote. A maggior ragione il discorso vale per i comuni turistici, dove facendo pagare il massimo alle seconde case in genere possedute da non residenti si fa casse senza scontentare gli elettori.

Infine, tra le novità che potrebbero arrivare c’è il lancio di una piattaforma per il pagamento che dovrebbe affiancare il modello F24. Il passo successivo sarà quello dell’invio al contribuente del bollettino o del pagoPa con l’indicazione dell’importo da pagare, come si fa già per la Tari. CdS 3

 

 

 

 

 

Postdemocrazie, autocrazie, oligarchie, tecnocrazie, dittature ...

 

Quando non si trovano termini migliori per descrivere fenomeni sociali o tendenze artistiche che appaiono in contrasto con lo status quo precedente o cercano con maggior o minor successo di presentarsi come innovazioni, la soluzione corrente è l'aggiunta di un bel "post" al concetto che si vuole presentare come superato. Cosí abbiamo i "postimpressionisti" in pittura, la "postmodernità", spiegabile anche agli infanti come ha cercato di fare un certo Jean-François Lyotard (1).

Si tratta di un procedimento legittimo e comprensibile, un nuovo termine raccoglie maggiormente interesse di quelli già noti e suggerisce una comprensione più profonda dei fenomeni in questione.

Ma non raramente il nuovo termine coglie aspetti soltanto apparentemente nuovi ma di fatto marginali e comunque non coglie l'essenza del problema.

Un caso esemplare è il termine "postdemocrazie", per descrivere quello che innegabilmente appare come un'involuzione di quelle che si sono credute a lungo vere democrazie e che col termine citato vengono di fatto consacrate come se mai fossero veramente esistite per non ammettere che si è trattato di illusione. E dunque, non potendo o volendo ammettere che nel momento in cui le "pseudodemocrazie" (che questo è il termine che le descrive nella loro fattualità) mostrano il loro vero volto gettando la maschera, si dovrebbe ammettere di essere stati vittima di illusioni. Ma ecco la soluzione pratica: sì, democrazie erano, ma ora sono "postdemocrazie" (che però implicitamente significa anche ex-democrazie!).

Ma come sanno tutti i filosofi che hanno analizzato i meccanismi del potere statale partendo non dalle apparenze ideologiche ma dalla realtà dei fatti, democrazia è stato sempre un termine contestato (e all'origine ellenica addirittura negativo) poiché di fatto una finzione: salvo che in minuscole comunità di villaggio, ogni sistema statale si regge sulla delega controllata del potere, cioè automaticamente potere e contropotere. La mancanza di controllo e cioè il soffocamento dell'opposizione è la forma più spettacolare del potere esercitato in modo dittatoriale, ma la differenza fra l'ideale di "democrazia" e la realtà delle "dittature" (per citare i due estremi) è questione di metodo di gestione non di essenza.

In altri termini, la differenza essenziale fra le varie forme di esercizio del potere statale citate nel titolo è questione di modalità e delle circostanze.

 Uno Stato in cui vigesse la piena libertà per tutti senza costrizioni scivolerebbe presto nell'anarchia che sempre è l'anticamera delle dittature (un tragico esempio la Spagna repubblicana finita nella dittatura del Generalissimo Franco o la Repubblica di Weimar finita nella dittatura hitleriana, e non molto diversamente anche l'Italia dopo la prima guerra mondiale scivolata nella dittatura fascista).

Un Paese circondato o minacciato da nemici esterni deve necessariamente imporre disciplina sempre più impopolare e ferrea per difendersi dai nemici interni sobillati o finanziati e spesso armati dai nemici esterni: qui i casi sono talmente numerosi che è ozioso citarli, ma da Cuba e America Latina fino al continente Asiatico e passando attraverso il Medio Oriente la storia moderna non conosce eccezioni a questo sistema.

Nel caso dei Paesi cosiddetti "occidentali" di regola (ma con molte eccezioni) la repressione delle opposizioni funziona generalmente col meccanismo apparentemente soffice della marginalizzazione del dissenso: si concedono spazi circoscritti in cui lo sfogo contro il potere è ammesso ma a condizione di non diffondersi nel "corpo sano" delle masse convinte di vivere in vere democrazie. George Orwell l'aveva esplicitato nel romanzo "1984" con l'esempio del "quarto d'ora d'odio", momento concesso per sfogare la rabbia contro il potere per poi tornare ad obbedire ciecamente.

In questo - e solo in questo - si trova la differenza fra pseudodemocrazie e autocrazie: queste ultime stupidamente soffocano il dissenso invece di circoscriverlo e quindi involontariamente lo fanno crescere fino a che ne vengono travolte.

È consuetudine far risalire l'origine delle democrazie moderne alle dichiarazioni dei diritti dell'uomo ed in particolare alla rivoluzione americana. Ma anche qui ideale e realtà sono molto distanti.

Non è infatti un caso che il termine "democrazia" non sia assolutamente menzionato nei documenti spesso citati come origine delle democrazie moderne. Ad es. nella dichiarazione di indipendenza 1776 delle colonie americane, documento predisposto da Thomas Jefferson (quarto presidente USA ma primo per numero di schiavi posseduti: ne aveva 600) la parola "democrazia" non è menzionata una sola volta: assente poiché considerata, come nella Grecia antica in cui ebbe origine, un sistema pericoloso per la gestione del potere statale.

Ma scendendo nel duro terreno della realtà, se si accetta che la realtà della questione "democrazia-dittatura" sia ben più problematica di quanto generalmente si crede, si pone la questione del "che fare?"

Una risposta unica non può esistere, la vera democrazia è come l'araba fenice del Metastasio (Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa").

Ma come per tutti gli ideali, ciò che conta è il tendervi, avvicinarsi ben sapendo che non potrà mai essere raggiunto e soprattutto non illudersi di averlo raggiunto facendosi abbagliare dai riflessi senza sostanza.

Prendiamo il caso delle "libere elezioni" che sono considerate generalmente la prova dell'esistenza della democrazia: quindi le democrazie sarebbero un fenomeno molto recente, visto che ad es. in Italia metà dei cittadini - le donne - hanno potuto votare per la prima volta soltanto nell'anno 1946, ed in un cantone svizzero (Thurgau) nel 1976.

Libere le elezioni lo sono tuttavia soltanto quando esiste una reale libertà di scelta e soprattutto, se esiste libertà di informazione e non monopolio della stampa. Orbene, in tutta Europa la stampa e le TV appartengono largamente a gruppi privati (miliardari o gruppi finanziari) o statali dipendenti dal potere del momento e quindi selezionano le informazioni presentandole in modo da conservare il potere politico o finanziario che detengono.

Ed in quanto a facilità nel reprimere i diritti fondamentali dei cittadini e nel manipolare a fini di lucro gli organi di informazione basta ricordare ciò che è successo in larga parte del mondo con la cosiddetta pandemia "Covid".

Anche qui una (sola) lodevole eccezione: la Svezia senza obblighi vaccinali e senza arresti domiciliari.

L'informazione è quindi la premessa essenziale per l'esistenza di una vera democrazia e quindi la libertà di stampa è un criterio indiscutibile per misurare il grado di democrazia in ogni Paese del mondo.

Non è un caso che, con partiti di governo con scarso appoggio popolare ma  incollati al potere e disposti anche a vietare partiti di opposizione pur di non esserne cacciati, ad es. la Germania sia scesa al 14mo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa (e l'Italia al 56mo!), laddove i primi posti sono tenuti dai Paesi del Nord Europa (primo posto Norvegia che, guarda caso, non fa parte dell'UE dopo che i cittadini con referendum avevano rifiutato l'adesione).

Ma esistono anche esempi positivi a cui guardare.

Un piccolo ma essenziale correttivo alla "postdemocrazia" (usiamo una volta tanto questo termine ipocrita) sarebbero i referendum popolari. In questo settore è indubbiamente incontestato il primato della Svizzera: nessun governo può imporre una legge sapendo che non ha il sostegno popolare poiché subito dopo l'imposizione un referendum la cancellerebbe.

Ed infatti ogni tentativo di proporre l'adesione della Svizzera all’oligarchia di Bruxelles (alias Unione Europea) è sempre miseramente fallito. E i referendum svizzeri scongiurano addirittura le possibili tendenze non volute dai cittadini: il referendum per la garanzia del mantenimento del contante ha dimostrato che i cittadini svizzeri hanno vietato l'imposizione di una moneta soltanto digitale: il 9 marzo 2026, notizia poco menzionata dalla stampa europea nell'UE, il referendum per l'inserimento nella Costituzione Svizzera del diritto all'uso del contante ha ricevuto il 73% dei voti.

E dunque almeno una piccola regione montuosa nel cuore dell'Europa avrebbe maggior ragione di definirsi un "giardino democratico" circondato da "giungla autoritaria", il paragone falso e razzista che aveva usato un alto funzionario dell'UE, Joseph Borrell per lodare l'UE che secondo lui sarebbe il giardino democratico ed il resto del mondo la giungla. (2)

Nomen est omen, e sarebbe facile giocare sul nome di questo personaggio sostituendo una "r" con una "d" per descrivere a nostra volta che cosa è divenuta la gestione dell'UE. Un’Unione originariamente a fini di cooperazione economica e sociale per scongiurare i conflitti del secolo scorso si è trasformata irrimediabilmente in un’oligarchia che si regge su uno statuto imposto senza ulteriori referendum dopo che i primi tre Paesi chiamati a votare (Portogallo, Francia e Irlanda) avevano rifiutato il mostruoso piano di annullamento delle sovranità statali dei Paesi aderenti per concentrarli appunto nel bor...lo di Bruxelles).

Un’oligarchia al servizio di potentati finanziari e industriali poiché non controllata realmente dagli elettori: si vota infatti un Parlamento Europeo che è una finzione poiché privato del potere di proporre leggi e chiamato unicamente a ratificare le decisioni di una Commissione che nessuno elegge ma è designata dai governi dei Paesi aderenti all’Unione. Dunque anche già formalmente mancano i requisiti di una vera democrazia.

Ed infatti contro l’evidente volontà di pace e benessere della stragrande maggioranza dei cittadini europei, senza nemmeno consultare il Parlamento (!) la decisione di creare una mostruosa armata per la guerra contro la Russia è stata presa direttamente ed in modo assolutamente antidemocratico dalla Commissaria UE che ha sottratto 800 miliardi di euro da spese sociali per dirottarli alle industrie belliche.

(Graziano Priotto, Konstanz/Prag)

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(1) Le Postmoderne expliqué aux enfants, Correspondance 1982-85 (1988)

(2) „Europe is a garden. We have built a garden. Everything works. [...] The rest of the world [...] is not exactly a garden. Most of the rest of the world is a jungle, and the jungle could invade the garden.“

(https://www.youtube.com/watch?v=cmNALPfGq-A)13.10.2022     Dip 20.5.

 

 

 

 

 

Oltre la fuga e la retorica, l’Italia delle mobilità

 

A sei mesi dalla pubblicazione continua a far discutere la XXa edizione del Rapporto Italiani nel Mondo, il cui scopo era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Di Delfina Licata* curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo

Nella percezione collettiva, anche a causa di una comunicazione talvolta distorta, prevale l’idea che l’Italia sia un Paese soggetto a pressioni migratorie eccezionali e difficilmente gestibili. Ciò accade nonostante ci sia stata una crescita esponenziale di studi specifici sulla mobilità umana, e italiana in particolare, legati agli ambiti disciplinari più diversi – dall’economico allo storico, dall’antropologico al sociologico, dal giuridico all’ambito letterario e artistico – i messaggi che arrivano all’opinione pubblica sono distorti rispetto alla realtà, sia per quanto riguarda i dati che per quel che concerne le caratteristiche. L’opinione pubblica, così condizionata, finisce per essere essa stessa portatrice di informazione ingannevole e distorta, senza averne però la consapevolezza.

Se venti anni fa la mobilità italiana era un argomento relegato a limitate nicchie di studiosi e centri di, oggi sicuramente il tema vive un revival e per motivi diversi. Ci troviamo di fronte a un numero certamente superiore di studiose e studiosi che si sono dedicati ad approfondire questo argomento, ma siamo anche dinnanzi a un grande paradosso. Lo scopo del Rapporto Italiani nel Mondo era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Piuttosto, l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle mobilità plurime in entrata e in uscita. Crocevia di movimenti, l’Italia vede le partenze, i ritorni e le ripartenze di uomini, donne, bambini, anziani, famiglie che vivono da protagonisti l’era delle migrazioni.

L’Italia si racconta anche come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, definiti paradossalmente proprio con lo squalificante appellativo di «cervelli in fuga». È d’obbligo fare due considerazioni: la prima ci riporta all’uso delle giuste parole e al senso di responsabilità nel mediare messaggi soprattutto quando parliamo di altri, di persone. Parlare di «cervelli» è offensivo per chi parte, in quanto viene invocato unicamente per le competenze possedute, per quello che sa e per ciò che sa fare ma non per chi è. Allo stesso tempo, però, è offensivo per chi resta in quanto accusato indirettamente di essere un «non cervello», quindi inferiore, meno capace, meno brillante.

A ciò si aggiungano i dati, che ci raccontano una realtà estremamente più complessa. Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34 anni: tra il 2006 e il 2024 la loro incidenza aumenta in modo quasi continuo (dal 27,1% al 37,5%) e, nell’ultimo biennio, alimenta il nuovo picco degli espatri. In altre parole, la mobilità internazionale è diventata un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità.

L’estero è, letto in questa dimensione, qualcosa di molto più articolato di una frettolosa fuga. Esso diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale che non ha nulla di eccezionale. Fa parte di un percorso generazionale diffuso tra i giovani europei e, più in generale, tra coloro che abitano lo spazio globale contemporaneo: un contesto meticciato e interdipendente in cui la costruzione delle relazioni, delle competenze e delle identità avviene dentro reti transnazionali e spazi digitali ormai interiorizzati.L’Italia all’estero oggi è l’unica a crescere rispetto a un Paese ripiegato su stesso che fatica a scrollarsi il peso di persistenti fragilità sociali ed economiche come i divari territoriali, gli squilibri demografici, le difficoltà di occupazione. L’allarme fuga, dunque, nasce dalle fragilità di un contesto nazionale segnato da forte denatalità e altrettanto robusto invecchiamento a cui si associano le preoccupazioni per la tenuta economica del prossimo futuro.

La vera sfida, dunque, non è fermare la mobilità, ma chiederci come rendere l’Italia un luogo attrattivo in cui le persone possano scegliere di restare e progettare il proprio futuro. Diventa urgente diventare Paese accogliente, ripensando il proprio modello di sviluppo e orientandolo a generare nuove energie demografiche, sociali ed economiche.

*Curatrice del rapporto italiani nel mondo, sociologa delle migrazioni presso la Fondazione Migrantes a Roma, organismo della Conferenza episcopale italiana, ha coordinato il Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (2014). CI, Ch 27

 

 

 

 

 

Firmate alla Farnesina le convenzioni per il “Turismo delle Radici”

 

ROMA – Si è tenuta alla Farnesina la cerimonia di firma delle convenzioni con i soggetti attuatori relative agli interventi del “Turismo delle Radici” finanziati con il Fondo Sviluppo e Coesione. Dal 2022 la Farnesina è amministrazione attuatrice della misura PNRR “Turismo delle Radici”, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra circa 80 milioni di italiani all’estero, italo-discendenti e oriundi e i territori di origine, promuovendo al contempo un turismo sostenibile nei piccoli borghi e nelle aree rurali. Nell’intervento di apertura, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di questo turismo come di un volano per valorizzare i borghi, le aree interne, le strutture di accoglienza e il saper fare di tante piccole e medie imprese. “Abbiamo destinato al turismo delle radici 200 milioni del Fondo di Sviluppo e Coesione in aggiunta a quelli del PNRR già ottenuti per questo progetto”, ha spiegato Tajani evidenziando che una task force della Farnesina si occuperà della gestione dei fondi per i progetti. “L’obiettivo è portare crescita e investimenti: il turismo delle radici è parte della diplomazia della crescita per favorire l’internazionalizzazione dei territori”, ha aggiunto Tajani ricordando che, in vista della prossima conferenza nazionale dell’export, ci sono degli incontri preparatori come quello del 16 giugno a Bari presso la Fiera del Levante. “Anche sport e grandi eventi hanno un ruolo chiave”, ha proseguito Tajani parlando del potenziale di sviluppo dell’economia locale quale fattore determinante. Il Ministro ha inoltre annunciato per il 14 giugno a Roma un grande evento per valorizzare i risultati del turismo delle radici a quattro anni dal suo lancio: evento che vedrà protagonisti i sindaci dei comuni interessati dal progetto. “Il gioco di squadra è fondamentale per vincere questa sfida che si coniuga con la tutela dell’ambiente”, ha precisato Tajani ricordando che ci sono aree, come ad esempio quella del sud del Lazio, dalle quali sono partiti – e continuano a partire – tanti italiani alla volta di destinazioni estere. Il Ministro ha anche ricordato che sono in corso gli Internazionali di Tennis, una vetrina sportiva interessante anche per finalità attrattive. Ha poi preso la parola il Ministro del Turismo Giammarco Mazzi che ha sottolineato, rispetto a quanto già richiamato da Tajani, anche l’importanza del turismo religioso in questo progetto di turismo in senso più ampio che è particolarmente rivolto alle radici e agli italo-discendenti. “Questo è il segmento che dal 2024 cresce di più nel ramo turistico”, ha spiegato Mazzi facendo riferimento al fatto che ad ora sarebbe arrivato in Italia circa il 10% del bacino potenziale di 80 milioni di oriundi nel mondo: la permanenza nel territorio è normalmente circa il doppio dei giorni rispetto al turismo mainstream e in più, quello delle radici, è un turismo che va oltre la stagionalità. “Il turismo delle radici non è nostalgia ma un motore di orgoglio e dell’economia dell’Italia”, ha evidenziato Mazzi. Sono poi  intervenuti il Consigliere alla Vice Presidenza del Consiglio per gli enti locali e la programmazione europea, Carmine De Angelis, e il Presidente del Comitato di Monitoraggio e Valutazione, Raffaele Squitieri. De Angelis ha spiegato che il turismo delle radici non deve essere solo un qualcosa di immateriale ma anche di infrastrutturale, per consentire la giusta fruizione e la qualità della vita di chi si reca nei territori interessati da questa forma di turismo. “Bisogna guardare alle piccole realtà, senza distinzioni, valorizzandole”, ha evidenziato De Angelis esprimendo soddisfazione per il fatto che la Farnesina gestisca questi fondi aggiuntivi. “Facciamo tutti insieme gol e realizziamo quelle opere importanti per i nostri territori”, ha aggiunto De Angelis. Squitieri ha dal canto suo spiegato come adesso abbia inizio la fase operativa sottolineando novità, specialità e particolarità del progetto che coinvolge una serie consistente di attori e soggetti attuatori. “Ben vengano controlli, cautele e pareri vista la consistenza delle risorse”, ha aggiunto Squitieri spiegando che l’importanza dei fondi in termini di quantità ha comportato un iter lungo finalizzato anche alla trasparenza. I rappresentanti dei quattro soggetti attuatori – Provincia di Avellino, Comune di Fiumicino, ente Parco Ausoni e Lago di Fondi, e Sport e Salute – hanno quindi firmato le convenzioni. Diego Nepi (Sport e Salute) ha spiegato che tutto questo rappresenta non solo qualcosa di meramente amministrativo, ma anche una scelta strategica per i territori. “Questa è una politica che guarda al futuro e sono convinto che tutto questo porterà valore”, ha sottolineato Nepi parlando a sua volta degli Internazionali di Tennis: il Centrale del Tennis del Foro Italico diventerà una struttura vissuta con molta più frequenza. Mario Baccini (Sindaco Fiumicino) ha evidenziato la bontà di quanto sta facendo la Farnesina su questo fronte del turismo delle radici con fondi strutturali. “Un ponte che guarda al passato e che collegherà il futuro di tante generazioni”, ha commentato Baccini. Giuseppe Incocciati (Parco Ausoni e Lago di Fondi) si è detto felice di quanto si sta raccogliendo lungo un percorso che è stato difficile e che è partito da un’intuizione della Farnesina. “Adesso finisce la fase uno, quella della burocrazia: siamo stati insistenti e abbiamo messo sempre davanti a noi un risultato importante. Ora c’è la fase due, quella d’impatto visivo”, ha spiegato Incocciati. Rizieri Buonopane (Provincia di Avellino) ha ricordato che la provincia in questione potrà contare su vari milioni di euro, suddivisi in linee di investimento specifiche, con l’obiettivo di incidere nel sistema infrastrutturale e ricettivo e per rilanciare il brand dell’Irpinia. (Inform 13)

 

 

 

 

 

Luigi Pantisano al Bundestag: un segnale storico per gli italiani in Germania

 

L’ingresso di Luigi Pantisano nel Bundestag rappresenta un momento storico non solo per la politica tedesca, ma anche per la numerosa comunità italiana presente in Germania.

Per decenni gli italiani emigrati hanno contribuito con il loro lavoro alla crescita economica, industriale e culturale della Repubblica Federale Tedesca. Dalle miniere alle fabbriche, dalle scuole alle università, fino alle professioni tecniche e intellettuali, la presenza italiana è diventata parte integrante della società tedesca.

Eppure, nonostante questa lunga storia di integrazione e partecipazione, la rappresentanza politica degli italiani nelle istituzioni federali tedesche è rimasta molto limitata. Per questo motivo l’elezione di Luigi Pantisano assume un valore che va oltre il semplice successo personale.

È il segnale concreto che le nuove generazioni di origine italiana stanno conquistando uno spazio sempre più importante nella vita pubblica europea. Un segnale di maturità democratica e di integrazione reale.

Da italiano che ha vissuto e lavorato per circa quarant’anni a Düsseldorf come insegnante, traduttore e interprete della lingua tedesca, considero questo risultato motivo di orgoglio per tutta la collettività italiana in Germania.

La biografia di Luigi Pantisano racconta un percorso di impegno civile, sociale e politico che può diventare un esempio positivo soprattutto per i giovani italiani cresciuti all’estero, spesso sospesi tra due culture ma capaci proprio per questo di costruire ponti tra popoli diversi.

Oggi più che mai l’Europa ha bisogno di figure capaci di comprendere identità differenti e di trasformare l’integrazione in una ricchezza reciproca.

L’auspicio è che questo importante traguardo non resti un caso isolato e che presto anche altri italiani possano raggiungere ruoli di rappresentanza nelle istituzioni europee e nazionali dei Paesi in cui vivono.

Perché la vera integrazione non si misura soltanto nel lavoro o nell’economia, ma anche nella partecipazione democratica e nella possibilità di contribuire direttamente alle decisioni politiche della società in cui si vive.

Giuseppe Tizza, de.it.press 19

 

 

 

 

Mario Draghi: “Per la prima volta l’Europa è sola”

 

L’ex banchiere centrale alla cerimonia del premio internazionale Carlo Magno in Germania: «Abbiamo tre grandi debolezze: esposizione alla domanda estera, dipendenza strategica, ritardo nella tecnologia Ai»

«Per la prima volta nella memoria di chiunque sia vivo oggi, siamo davvero soli insieme». Con queste parole Mario Draghi ha aperto la parte più densa del suo intervento ad Aquisgrana, dove il 14 maggio 2026 ha ricevuto il Premio Internazionale Carlo Magno, il riconoscimento più prestigioso d’Europa per chi ha contribuito all’unità del continente. Davanti a una platea che comprende il cancelliere tedesco Merz, il primo ministro greco Mitsotakis, la presidente della BCE Lagarde e i laureati degli anni precedenti, l’ex presidente del Consiglio italiano e già numero uno della Banca centrale europea ha iniziato la sua sveglia all’Unione.

«Non fingerò – ha detto – che ciò che ci attende per l’Europa sia semplice. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione». Secondo l’ex presidente del Consiglio italiano, «dal 2020 stiamo vivendo uno shock dopo l’altro», senza che ognuna migliori le condizioni precedenti. «Stiamo ancora assorbendo dazi dal nostro principale partner commerciale a livelli inediti da un secolo», lo stesso partner commerciale che ci ha lasciato soli. «Ora – dice - la guerra in Medio Oriente ha riportato l'inflazione nelle nostre economie e l'ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per mesi o anni».

Queste crisi, spiega, sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. «Ma giungono proprio mentre i fabbisogni di investimento dell’Europa sono diventati immensi. Quello che già era stimato in circa 800 miliardi di euro annui di spesa strategica aggiuntiva è salito, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media».

Un mondo senza gli Stati Uniti

Il progetto europeo, ha spiegato Draghi, fu costruito su due presupposti che si sono rivelati illusori. Il primo era che l’Europa avesse edificato «un’economia davvero aperta in cui lo Stato non dovesse dirigere la crescita». Il secondo era che il continente «non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili del potere e della sicurezza, perché sarebbero state risolte al posto nostro». Entrambi «si sono ora rivelati vuoti». Attraverso l’Atlantico «non possiamo più dare per scontato che i guardiani dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo», e «per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per acquisite».

La Cina, dal canto suo, «sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non riesce ad assorbire senza svuotare la nostra base produttiva» e «sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia». In questo scenario, Draghi, spiega: «Per la prima volta nella memoria di chiunque sia vivo oggi, siamo davvero soli insieme». Senza potenze esterne, solo con l’Unione dei 27.

Le tre vulnerabilità dell’Ue

La critica più articolata riguarda le contraddizioni interne al modello economico europeo. L’Europa ha aperto i propri mercati verso l’esterno senza mai completare quello interno, producendo «non una vera economia di mercato, bensì un’economia asimmetrica». Da qui derivano tre vulnerabilità. La prima è l’esposizione alla domanda estera: dal 1999 il commercio in percentuale del PIL è salito «dal 31% al 55% nell’area euro», e «la nostra sensibilità ai cambiamenti della politica americana e cinese non è semplicemente una sventura imposta dall’esterno», ma «il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo». La seconda è la dipendenza strategica: «metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti», l’Europa dipende dall’America «per il 60% delle nostre importazioni di Gnl», e persino nella transizione verde non riesce a dispiegare la propria transizione verde «su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di fornitura cinesi». La terza, «e forse la più importante», è il ritardo tecnologico: dal 2019 il divario di produttività oraria con gli Stati Uniti si è «ampliato di 9 punti percentuali», e sull’intelligenza artificiale - che potrebbe generare «circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio» - gli americani sono «sulla buona strada per spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030». Il rischio è irreversibile: «l’IA migliora con l’uso», e «le economie che per prime accumuleranno questi vantaggi si porteranno definitivamente avanti».

Il mercato unico e la politica industriale

Draghi non risparmia critiche alle due risposte più diffuse nel dibattito europeo. Chi propone di puntare tutto sulla liberalizzazione commerciale si scontra con un limite aritmetico: anche concludendo tutti i negoziati in corso, «la spinta a lungo termine al Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%», e «se l’apertura resta la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione». Chi invece invoca politiche industriali nazionali più aggressive rischia l’effetto opposto: «se gli Stati membri tentano una politica industriale su larga scala nell’ambito della struttura attuale del mercato unico, falliranno», spendendo in modo dissipativo e imponendosi «costi a vicenda», con «ricadute negative che erodono i guadagni originari nel giro di soli due anni».

La soluzione è la loro combinazione secondo l’economista. «Il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Correttamente concepiti, ciascuno rafforza l’altro». Solo imprese già «esposte alla concorrenza continentale e sostenute da una strategia politica a livello europeo» possono diventare veri campioni europei.

La difesa e “il federalismo pragmatico”

Sul fronte della sicurezza, Draghi invita a leggere il parziale disimpegno americano come «risveglio necessario». «Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa viene organizzata». Sono già stati censiti «più di 160 accordi bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dall’invasione russa», ma occorre trasformare questo «patchwork in impegni chiari e vincolanti».

Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi inizi.

Nella visione dell’ex premier, ci sono due modi per strutturare una strategia. «Uno è attraverso coalizioni più ridotte di paesi le cui capacità e percezioni delle minacce li avvicinano già». L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non inizia e non finisce con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare le tecnologie civili alla velocità richiesta. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità informatiche o logistica; altri ancora contribuiranno finanziariamente.

«L’altro percorso è dare sostanza operativa all'Articolo 42(7), la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, pur essendo giuridicamente definita e già invocata una volta, non è stata ancora tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando».

La proposta di Draghi è il «federalismo pragmatico». I Paesi più determinati devono poter procedere senza attendere tutti i 27, costruendo risultati «che i cittadini possano vedere e misurare». Il modello è l’euro, la cui tenuta ha dimostrato che gli impegni europei diventano duraturi non grazie a «parole scritte una volta in un trattato, ma attraverso l’esperienza di agire insieme, di essere messi alla prova insieme e di scoprire attraverso il successo che la solidarietà può funzionare». Il compito ora, ha concluso Draghi, è «rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione». LS 14

 

 

 

 

 

Come stiamo?

 

Scrivere sullo stato di salute “economico/sociale” italiano è  sempre difficile. Soprattutto quando si deve dare spazio alla realtà dei fatti quotidiani. Certe prese di posizione politiche non allettano più nessuno. Quindi, essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti. Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere che le difficoltà del Bel Paese sono lontane dall’essere risolte. La Penisola del “malessere” continua a tenere lontana quella del “benessere”. Insomma, ci sentiamo “realisti”.

Nella nostra obiettività, non ci sono, al momento, soluzioni totali al deterioramento nazionale. E’ la politica che sarebbe da modificare. Però, ogni riflessione ha il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.

Questo potrebbe, però, essere l’anno dei “cambiamenti”. Con la premessa che non ci sentiamo menagrami né, tanto meno, presaghi. Fanno testo le realtà che pesano come macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario rispondere. Eccedenti dubbi che dovrebbero essere chiariti. Sono i politici di “razza” che dovrebbero fare la differenza.

Allora: come stiamo? Certamente non meglio che per il passato. Anche quest’anno potrebbe essere ancora compromesso dalle tensioni politiche dell’attuale. Per cambiare “registro”, oltre alla fermezza politica, ci vorrebbero uomini preparati a gestirla che, purtroppo, non siamo riusciti, in concreto, a identificare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Bullismo e cyberbullismo in crescita nelle scuole italiane

 

Sul tema interviene la dott.ssa Elisa Caponetti, psicologa con sede in Roma ed esperta di dinamiche relazionali e violenza psicologica. Il fenomeno riguarda non solo episodi espliciti di aggressione, ma soprattutto dinamiche relazionali sottili come esclusione sociale, controllo emotivo, manipolazione e umiliazioni digitali, che spesso sfuggono al riconoscimento immediato ma hanno conseguenze profonde sul benessere psicologico degli adolescenti.

Secondo la dott.ssa Caponetti, il punto critico è proprio la difficoltà di identificare queste forme “silenziose” di violenza, che tendono a normalizzarsi all’interno dei gruppi dei pari. “Molti adolescenti riconoscono il bullismo quando è evidente, ma non quando si manifesta attraverso esclusione, controllo emotivo o dinamiche di gruppo che logorano lentamente l’identità della vittima. È qui che si crea il danno più profondo”, afferma la dott.ssa Caponetti.

La diffusione dei social network amplifica ulteriormente il fenomeno, rendendo la violenza continua e difficile da interrompere. “La vittima non percepisce più un confine tra scuola e vita privata: la pressione diventa costante, senza spazi di protezione”, sottolinea la dott.ssa Caponetti.

Il tema si inserisce in un quadro più ampio di disagio giovanile e fragilità emotiva, che coinvolge sempre più spesso il contesto scolastico e le relazioni tra pari. Per la dott.ssa Caponetti, la prevenzione passa attraverso un lavoro sul contesto relazionale e sull’educazione emotiva, oltre che sul riconoscimento precoce dei segnali di disagio. “Non si tratta solo di fermare l’episodio, ma di comprendere e modificare il clima emotivo in cui questi comportamenti nascono e si consolidano”, conclude. Dip 21

 

 

 

 

 

Idos: le conseguenze reali del doppio standard semantico expat/“semplici” migranti

 

ROMA - “L’esodo dei giovani italiani verso l’estero è un fenomeno ormai conclamato, evocato come una questione a tinte fosche da rotocalchi e media di ogni tipo (nuovi e vecchi) e inserito a pieno titolo tra i problemi principali del nostro Belpaese – per antonomasia una delle nazioni con l’età media più alta al mondo, spesso tacciato di essere un Paese di soli anziani e solo per gli anziani. In effetti, non si può negare che la tendenza ad emigrare abbia preso piede da diverso tempo tra le nuove generazioni italiane, rimpinguando le sue fila in maniera crescente anno dopo anno. Secondo i dati ISTAT, i flussi in uscita dei cittadini italiani dal Paese ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024 (contro 99mila nel 2022). Come nella maggior parte degli episodi di migrazione, anche in questo caso sono i più giovani a partire verso altri lidi. In particolare, tra il 2019 e il 2023 sono espatriati 192mila italiani di età compresa tra 25 e 34 anni, con una perdita – al netto dei rientri – pari a 119mila giovani e, in particolare, a 58mila laureati”.

A scriverne è stata Roberta Maria Aricò, Ricercatrice di IDOS che ha realizzato un’analisi partendo anche dalla sua esperienza, essendo lei stessa stata un’expat che di recente è rientrata in Italia.

“Chi scrive rientra nel novero di coloro che un giorno hanno chiuso la valigia, salutato i propri cari e preso un aereo verso un altro Paese, trasferendosi al di fuori dell’Italia per mettere a frutto i tanti anni di studio e iniziare a costruire una carriera che, ironia della sorte, oggi si svolge in Italia e ruota intorno al tema delle migrazioni – scrive nella sua analisi -. Al di là della dimensione personale e degli aspetti congiunturali di questa esperienza, ci sono degli elementi del mio vissuto particolare che lo inseriscono in una categoria più generale di persone che migrano per lavoro, accomunate da una storia di mobilità privilegiata, da contratti regolari, spesso ben retribuiti e legati a professioni altamente specializzate e dall’utilizzo dell’inglese come principale lingua veicolare pur non essendo solitamente quella più parlata nel Paese di destinazione. Mi riferisco ai cosiddetti expat, abbreviazione di expatriate (in italiano “espatriato”), una parola che può sembrare un sinonimo di migrante ma che nasconde differenze sociali, economiche e normative profonde”.

“La distanza semantica – e non solo – tra le due parole si può misurare in vari modi – spiega Aricò -. Si può ricorrere a categorie analitiche, quali classe, razza e genere, che mostrano come le due categorie rischino di perpetrare nuove forme di colonialismo o coincidano con giudizi di valore essenzializzanti sull’essere o meno dei “buoni” migranti. A tal proposito, è utile citare un esempio ideato da Jones: un ingegnere inglese che lavora per una compagnia petrolifera a Trinidad è un expat, uno straniero (quindi “Altro” rispetto alla popolazione autoctona) che, però, non subisce un processo di marginalizzazione o denigrazione in virtù delle sue competenze tecniche, del suo status socio-economico, nonché del suo incarnato; al contrario, una lavoratrice di Aruba che si trasferisce in Olanda per lavorare in una fattoria è una migrante, quindi non è trattata solo come “Altro” ma anche come qualcuno di socialmente inferiore a causa delle sue origini e delle minori qualifiche richieste per svolgere il lavoro per cui è impiegata. In parole povere, un italiano assunto all’estero nel settore del tech è un expat (anche detto, nel nostro caso, “cervello in fuga”), mentre un lavoratore agricolo bangladese o una colf filippina sono dei semplici migranti”.

“La differenza tra expat e migranti emerge anche a livello normativo – dove, però, le politiche migratorie e i quadri di legge vigenti non sfuggono alle chiavi di lettura menzionate in precedenza, come dimostra il modo in cui la nazionalità di chi migra influisce sulle modalità stesse di migrazione consentite, nonché sulla percezione che il singolo ha dei confini statali e della loro flessibilità – aggiunge ancora la ricercatrice -. La parola expat figura di rado nel dettato legislativo e nei documenti di policy, venendo spesso sostituita da espressioni differenti ma equipollenti. Si preferisce parlare di talenti globali, di impiegati altamente qualificati e, di recente, di lavoratori da remoto e nomadi digitali – sottocategoria di expat che lavorano mentre viaggiano per il mondo e che, quindi, percepiscono i confini tra un Paese e l’altro come qualcosa di estremamente poroso. L’esperienza cambia per chi non rientra in questo gruppo privilegiato, per cui, invece, i confini si ergono sempre più spesso come muri invalicabili. Gli expat sono ricercati in maniera proattiva dagli Stati, mentre gli altri migranti vengono, nella migliore delle ipotesi, richiesti per un periodo di tempo limitato (atto al soddisfacimento di un bisogno specifico, come nel caso del lavoro stagionale) e, in quella peggiore, contenuti, respinti o cacciati. Nel primo caso si parla della capacità attrattiva e ritentiva dei Paesi, nel secondo di meccanismi di previsione dei flussi, di esternalizzazione delle frontiere e di procedure di rimpatrio”.

“Se l’esigenza di attrarre e trattenere lavoratori giovani e altamente qualificati (due elementi che spesso vanno a braccetto) è indubbia, la divisione in compartimenti stagni tra migranti di serie A e di serie B e la conseguente applicazione di un doppio standard provoca ripercussioni importanti sia su chi afferisce alle due categorie sia sulle comunità in cui questi si inseriscono. Ne sono un esempio le diverse (e ossimoriche) pretese di integrazione che li riguardano – aggiunge ancora nella sua analisi la ricercatrice IDOS -. Vivendo il proprio periodo all’estero come una fase più transitoria che definitiva, accade di rado che gli expat si integrino nel tessuto sociale del Paese in cui si trasferiscono, creando una bolla internazionale parallela, con standard di vita differenti e un potere d’acquisto talvolta maggiore rispetto alla popolazione locale – spesso additato come uno dei motivi dietro la crisi abitativa e i processi di gentrificazione in corso in varie città (europee e non) ma scusato con la promessa di una più alta competitività e produttività economica veicolata dalla loro presenza. Quando, però, l’integrazione riguarda i “semplici” migranti, il discorso assume dei toni differenti, diventando un imperativo da perseguire pena la perdita dell’etichetta di “buon forestiero” (o del “migrante meritevole”, più diffuso in letteratura) e la disapprovazione che si riserva tipicamente a chi viene qui e non impara la lingua, sta solo con i propri connazionali e non partecipa agli usi e i costumi nostrani”.

“Il quadro tratteggiato non mira a demonizzare i primi a vantaggio dei secondi – concluse Aricò -. Al contrario, è piuttosto un invito a prendere coscienza di un privilegio concreto, che è al tempo stesso creato e consolidato dal linguaggio; che è nutrito da dinamiche sociali che operano silenziosamente e perpetrato da pratiche e politiche compiacenti; e che, soprattutto, è troppo spesso goduto con leggerezza, senza una riflessione critica sulla facilità di spostamento che questo concede ad alcuni e sui meccanismi gerarchici ed escludenti che genera per gli altri, rendendoli così Altri”. (aise 27) 

 

 

 

 

 

Nel 2025 più di 82 milioni gli sfollati interni nel mondo

 

Secondo la nuova edizione del “Rapporto globale sugli sfollati interni” dell’Idmc di Ginevra, dopo un decennio di crescita continua, il numero di persone che vivono tale condizione è leggermente diminuito nel 2025, ma è rimasto vicino ai livelli record, attestandosi a 82,2 milioni in 104 paesi e territori. Di questi, 68,6 milioni sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti e violenze, mentre 13,6 milioni a causa di catastrofi naturali. Si tenga conto che il numero di rifugiati complessivo nel mondo, inclusi gli sfollati interni, attualmente si attesta tra i 125 e i 130 milioni di persone.

Vengono definiti “sfollati interni” coloro che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti, violenze o catastrofi e che non hanno attraversato un confine di Stato riconosciuto a livello internazionale. Molti vivono in condizioni di sfollamento da anni o decenni, senza riuscire a trovare una soluzione duratura.

Secondo l’Idmc, la leggera diminuzione del numero di sfollati interni non riflette però un miglioramento strutturale. Il calo è stato in parte legato a rientri programmati, molti dei quali sono avvenuti in condizioni precarie, con persone che sono tornate in situazioni di insicurezza, in abitazioni danneggiate e con servizi limitati. Allo stesso tempo, i conflitti emergenti, in escalation e già radicati, insieme alle catastrofi naturali, hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case, spesso più volte.

Molti di coloro che sono stati sfollati nel 2025 vivevano già in condizioni di sfollamento interno, il che ha acuito i loro bisogni e la loro vulnerabilità, rendendo ancora più irraggiungibili soluzioni durature. Queste dinamiche evidenziano come lo sfollamento interno rifletta un’instabilità più profonda e crisi irrisolte. “Man mano che i conflitti si intensificano – puntualizza la direttrice dell’Idmc, Tracy Lucas -, sono spesso le stesse persone a essere costrette a lasciare le proprie case più e più volte. Eppure, i sistemi pensati per proteggerle vengono smantellati”.

Il Rapporto fa emergere, inoltre, che circa un terzo degli sfollamenti causati da conflitti a livello mondiale è stato registrato in Iran, tutti legati a evacuazioni temporanee da Teheran. Un altro terzo, sempre a causa di conflitti, si è verificato nella Repubblica Democratica del Congo, il dato più alto mai registrato nel Paese. Infine, gli sfollamenti causati da conflitti e violenze sono cresciuti dell’8% in più rispetto a quelli causati da catastrofi naturali: è la prima volta che si registra un dato del genere. Migr. 14

 

 

 

 

 

Il dibattito conclusivo dell’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale

 

ROMA – La seduta conclusiva dell’Assemblea Plenaria del Cgie, svoltasi presso il Cnel, è stata dedicata a “Europa in Movimento” sui diritti e le politiche sociali dei cittadini in mobilità in Europa. Il tema è stato introdotto dalla Segretaria Generale del Cgie Maria Chiara Prodi che ha spiegato come ad oggi vi siano oltre 18 milioni gli europei che vivono fuori dal proprio Paese di nascita, e 30 milioni gli europei fuori dall’Unione, di cui circa 5 milioni sono italiani. “Un modo per rappresentare le nostre diaspore è quello di riconoscere lo sforzo che è stato fatto per istituzionalizzarle. Questo rappresenta un valore aggiunto che possiamo rivendicare”, ha rilevato Prodi che ha aggiunto: “Io credo sia importante utilizzare questa prospettiva dell’Europa in movimento per rafforzare quello che ci sta a cuore sin dall’inizio, e che è alla base della nostra legge istitutiva, ovvero rivolgersi a tutti i livelli delle istituzioni italiane e europee che mettono in atto politiche per gli italiani all’estero”. Prodi ha anche segnalato alcune possibili iniziative su questa tematica, come ad esempio la realizzazione di webinar specifici, lavorare sul tema della mobilità e del lavoro, sottoscrivere un protocollo con l’AICCRE e sollecitare i Comites a designare una persona che sia referente sui temi di coordinamento delle diaspore e sui temi europei. Dopo l’intervento di Gianluca Ericco (Germania) che ha sottolineato l’esigenza di fare il punto su quanto realizzato dal Cgie in questi tre anni, anche in vista di una possibile nuova plenaria entro la fine dell’anno, Filippo Ciavaglia (Cgil) ha evidenziato, rifacendosi al ragionamento del Consigliere Lodetti nel precedente panel, la necessità di tenere insieme una filiera, passando per la Consulta delle Regioni, con consenta di collegarsi ai territori. Per Ciavaglia sarebbe opportuno “focalizzare anche una finestra interlocutoria che metta insieme il mondo sindacale con quello dell’impresa e con la cornice istituzionale, perché la mobilità è legata al mondo del lavoro”. “Il discorso dell’Europa in movimento nacque a suo tempo – ha ricordato il Vice Segretario Generale di Nomina governativa Gianluca Lodetti – perché si prendeva finalmente atto, parlo di diversi anni fa, della mobilità di milioni di persone che in Europa si muovevano e rischiavano di non avere diritti garantiti, il che implicava anche il fatto che poi questa libera circolazione non fosse effettivamente esercitata. Quindi si analizzò il discorso della tutela pensionistica, della sanità, ma anche del diritto del voto”.  “L’Europa in movimento – ha proseguito Lodetti – fu un momento di riflessone alta che già guardava avanti rispetto a quello che poi sarebbe effettivamente successo e addirittura si ipotizzò un’Agenzia europea che fosse strutturata per la tutela dei diritti e che fosse incardinata nelle istituzioni europee. Il discorso di oggi – ha continuato il Vice Segretario – potrebbe essere quello di passare dall’Europa dei mercati e della libera circolazione, all’Europa dei cittadini in mobilità che devono poter svolgere come diritto questa mobilità e che possono essere un vantaggio per  i singoli Paesi europei e se messi in rete fra tutte queste nazioni possono costituire una risorsa per tutta l’Europa”.  “Il riconoscimento da parte delle autorità locali delle vari Paesi delle rappresentanze dei Comites e del Cgie è un discorso antico che non ha mai visto la luce, – ha aggiunto Lodetti- ma io credo che anche questo aspetto sia importante per collocare all’interno di un contesto europeo la nostra figura”. Dal canto suo il Consigliere Vincenzo Acobelli (USA)  ha sottolineato l’esigenza, in vista della prossima consiliatura, di un cambio di passo e di un miglioramento del modus operandi del Cgie. Un Consiglio Generale che in questi anni ,  secondo Arcobelli, ha mancato di trasparenza e collegialità e non ha ottenuto risultati apprezzabili soprattutto per quanto riguarda le riforme.   Di mancanza di risultati concreti nella consiliatura ha parlato anche Francesco Papandrea (Australia), mentre il consigliere Carmelo Vaccaro (Svizzera) ha segnalato l’assenza di risposte agli Ordini del Giorno, chiedendo maggiore rispetto per il Cgie e per i consiglieri. Dell’importanza di riuscire a convocare una seconda plenaria entro la fine dell’anno ha invece parlato il consigliere Walter Petruzionello (Brasile).   Ha poi preso la parola il Vice Segretario Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei Silvana Mangione che ha ricordato come la modifica alla norma istitutiva del Cgie sia stata trasformata in legge quando era Sottosegretario Piero Fassino. Al contrario la nuova legge sui Comites non è mai stata definitivamente approvata, anche a causa della fine anticipata della legislatura. Mangione ha poi sottolineato come, alla luce di quanto è accaduto, il Cgie “non sia riuscito a penetrare i muri”, in quanto “le priorità dei diversi governi che si sono succeduti non hanno sempre coinciso con le necessità degli italiani all’estero”. La Vice Segretaria ha anche rilevato l’esigenza, anche al fine di poter essere più incisivi e ottenere risultati, di migliorare il dialogo con il Maeci. Ha infine ripreso la parola la Segretaria Generale: “Arrivare a chiedersi come possiamo migliorare – ha esordito Prodi rispondendo alle considerazioni sul Cgie emerse durante il dibattito – è già qualcosa di diverso rispetto a come abbiamo cominciato anni fa. Penso che ci siano da una parte dei malintesi, e dall’altra una trasformazione totale nei numeri e nelle modalità di partecipazione delle nostre comunità nel mondo. Quindi non possiamo cercare di guardare con gli strumenti che avevamo a una realtà che è molto cambiata”.  “Io non accetto – ha aggiunto la Segretaria Generale – che le persone come noi, di qualsiasi appartenenza fuori da qui, possano essere considerate persone che si debbano vergognare per non aver raggiunto dei risultati. Noi siamo dei volontari, diamo dei consigli ed abbiamo bisogno di altri che mettano in atto questi consigli. Non è una nostra prerogativa quella di attuare le riforme, noi non siamo un potere legislativo. Per quello insisto sulla filiera della rappresentanza perchè è frustrante darsi delle colpe che non si hanno. Quello che è importante è capire come si lavora insieme e come si fa sistema” . Per quanto riguarda le mancate risposte agli Ordini del Giorno Prodi ha rilevato:  “Il nostro Paese è complesso con tanti interlocutori e bisogna sempre tenere il filo e nei prossimi mesi vi chiedo di aiutarci a tenere il filo e di ricordarci che siamo volontari e rappresentiamo un valore aggiunto”. Per la Segretaria Generale inoltre la prossima sfida sarà rappresentata dal portare al voto e a candidarsi per il rinnovo dei Comites il maggior numero di connazionali. (G.M.- Inform 17)

 

 

 

 

Rilascio della carta d’identità elettronica

 

Oltre ai consolati, a partire dal mese di giugno, i residenti all’estero possono chiedere e ottenere il documento anche in Italia. Anche se con alcune possibili restrizioni. Vediamo quali e perché. Di Alessandro Milani Patronato Acli Svizzera

Buongiorno, mi rivolgo a voi perché ho scoperto che le carte d’identità cartacee non saranno più valide a partire da agosto. Volevo chiedere se il Patronato Acli può aiutarmi. Sono un po’ in ansia perché la carta d’identità è il mio unico documento italiano e a settembre dovrò rinnovare il permesso di domicilio in Svizzera. Ringrazio in anticipo, un cordiale saluto.

Buongiorno, la ringraziamo di questa domanda, che ci permette di fare il punto della situazione su un argomento d’attualità e di ampio interesse. Come ha scritto, tutte le carte d’identità cartacee italiane decadranno di tutta validità a decorrere dal 3 agosto p.v. Per richiedere il rilascio della carta d’identità elettronica (Cie), i cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani all’estero (Aire) si rivolgono al Consolato d’Italia della circoscrizione nella quale risiedono. Segnaliamo en passant che, da oramai diversi anni, le prenotazioni di questi appuntamenti al consolato si fanno unicamente online, sul portale Prenot@mi: https://prenotami.esteri.it

Tenga presente che, in questa fase, i nostri consolati in Svizzera accordano priorità nella prenotazione dell’appuntamento per il rilascio della carta d’identità elettronica a quelle persone che, come Lei, non possiedono un altro documento d’identità.

Oltre ai consolati, a partire da questo mese di giugno, i residenti all’estero possono chiedere il rilascio della carta d’identità elettronica anche in Italia. Tuttavia, se intende recarsi presso un comune diverso da quello della propria iscrizione Aire, Le consigliamo di contattare preventivamente l’ufficio anagrafico. Questo, innanzitutto per comprendere le modalità di prenotazione dell’appuntamento (che variano da comune a comune), ma anche e soprattutto per assicurarsi che il comune in questione sia disposto a riceverLa indipendentemente dal fatto che sia iscritto all’Aire in un comune diverso.

È vero infatti che la Legge 11 del 2026 stabilisce che i cittadini iscritti all’Aire hanno la «facoltà di presentare domanda di rilascio della carta d’identità elettronica presso qualsiasi comune». Tuttavia, dalle informazioni in nostro possesso, sembrerebbe che i comuni possano scegliere in autonomia se gestire unicamente le domande dei cittadini di loro competenza o estendere il servizio a tutti i residenti all’estero, in funzione delle proprie capacità di gestione delle richieste.

Per maggiori informazioni, non esiti a contattare la sede del Patronato Acli in Svizzera a Lei più vicina. CI, Ch 28

 

 

 

 

Educazione emotiva, come una generazione riscrive il dialogo in famiglia

 

Dimenticate il rigido “non piangere” o il sbrigativo “non è successo niente”. Nelle case degli italiani sta avvenendo un terremoto silenzioso: un genitore su due ha deciso di educare i propri figli in modo deliberatamente opposto a come è stato cresciuto dai propri. Quella che per decenni è stata la norma, come il silenzio sulle proprie fragilità, sta lasciando il posto a una nuova “alfabetizzazione emotiva”, dove dare un nome a ciò che si prova non è più un tabù, ma una priorità.

La fotografia del cambiamento

Questa inversione di rotta emerge chiaramente dal MinDex 2026, il “Barometro del Benessere Mentale degli Italiani”. Lo studio è stato realizzato dal servizio di psicologia online Unobravo in collaborazione con l’istituto di ricerca Ipsos Doxa. Per scattare questa istantanea, tra il 26 marzo e il 6 aprile 2026 sono stati intervistati 1.600 italiani tra i 18 e i 70 anni. Attraverso interviste web, i ricercatori hanno costruito un campione rappresentativo per genere, età e area geografica, cercando di capire come l’eredità emotiva del passato influenzi le famiglie di oggi.

Quando le emozioni erano “esagerazioni”

Per capire la portata della rivoluzione attuale, bisogna guardare indietro. I dati mostrano un passato di forte aridità comunicativa: solo 2 italiani su 10 dichiarano di aver avuto genitori capaci di aiutarli a dare un nome alle proprie emozioni.

Per oltre la metà del campione, il clima domestico era dominato dalla minimizzazione: i problemi venivano evitati o liquidati con frasi come “non esagerare”. Le più colpite da questa cultura del silenzio sono state le donne della generazione Baby Boomer (circa 1 su 2), mentre un segnale di speranza arriva dai giovani uomini della Gen Z, che per il 26% riportano un supporto effettivo ricevuto dai genitori.

Il paradosso dei Boomer

Uno dei dati più curiosi e inaspettati della ricerca riguarda proprio chi è cresciuto in quel clima di restrizione emotiva. Gli uomini Baby Boomer sono oggi i più convinti sostenitori della necessità di insegnare ai figli a parlare di ciò che provano.

Con il 63% di preferenze, superano paradossalmente i padri più giovani (Gen Z e Millennial), che si fermano al 56%. Sembra che proprio chi ha vissuto sulla propria pelle la mancanza di un dialogo emotivo ne riconosca oggi, con maggiore forza, l’importanza vitale per le nuove generazioni.

I nuovi pilastri: ascolto, fiducia ed empatia

Come si traduce, in pratica, questa rottura con il passato? La parola chiave è ascolto attivo. Quasi la metà dei genitori (49%) adotta oggi un approccio basato sulla comprensione costante dei figli, con le madri in prima linea (55%).

Le priorità educative sono cambiate radicalmente:

* Fiducia in sé stessi (36%) e empatia (34%) sono i valori su cui puntare.

* Tra chi ha già figli, l’importanza di insegnare a credere nel proprio valore sale al 41%.

* Le giovani donne della Gen Z mettono l’empatia al primo posto (43%), cercando una connessione autentica che superi la mediazione dei social media.

La sfida del genere e lo stigma sociale

Nonostante i progressi, la strada verso una piena maturità emotiva presenta ancora degli ostacoli. Esiste una profonda divergenza di vedute basata sul genere: il 70% degli uomini Gen X crede ancora che maschi e femmine richiedano metodi educativi differenti, una visione che resta forte, seppur in calo, anche tra i Gen Z (59%). Solo il 40% degli italiani ritiene che l’educazione emotiva debba essere identica a prescindere dal sesso del figlio.

Inoltre, lo stigma sulla salute mentale resta un freno potente: solo il 9% degli italiani ritiene che se ne parli apertamente e 3 persone su 4 vedono nel giudizio sociale un ostacolo alla cura di sé.

Tuttavia, come ha sottolineato la psicoterapeuta Corena Pezzella di Unobravo, l’alfabetizzazione emotiva è lo strumento fondamentale per non essere sopraffatti dalla realtà: “Questa esigenza di apertura – ha spiegato la dottoressa – si confronta però con una realtà spesso diversa, dove l’esposizione delle proprie fragilità può essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce”. Adnkronos 19

 

 

 

 

Cgie. Miglioramento dei servizi e rapporto più stretto: le Relazioni Continentali

 

ROMA - Migliaia di chilometri di distanza. Migliaia, milioni di italiani sparsi nel mondo, ma le richieste, e le criticità, sono spesso simili nonostante tutto: miglioramento dei servizi consolari, soprattutto in questo momento in cui la nuova legge di cittadinanza ha provocato richieste maggiori da parte dei connazionali all'estero alla rete diplomatico-consolare, e un rapporto più strutturato.

Questo è quanto emerso dalle Relazioni delle Commissioni Continentali, e da quella del Gruppo di nomina Governativa, lette questo pomeriggio all'assemblea plenaria del CGIE, riunita alla Farnesina.

Il primo a prendere parola nel pomeriggio è stato Giuseppe Stabile, Vice Segretario Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, che ha ricordato come l'Europa continui a rappresentare "il principale baricentro dell’azione consolare e amministrativa della rete estera italiana". Ha quindi sottolineato la quantità di risorse umane che utilizza il continente sul personale MAECI, che però non toglie che i servizi consolari continuino ad avere "una domanda estremamente elevata", soprattutto nei Paesi europei caratterizzati da forte mobilità italiana recente. Tra queste, Stabile ha parlato in particolare della Spagna, che "si conferma una delle realtà consolari più impegnative e dinamiche dell’intera rete europea" e del Regno Unito.

Nel complesso, ha aggiunto ancora il Vice Segretario Generale Stabile, "i dati dell’Annuario" confermano come l’Europa costituisca "il principale teatro operativo della diplomazia consolare italiana, caratterizzato da una crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione personale, assistenza ai connazionali e tutela amministrativa". E la mobilità nel continente è "sempre più intensa". Per questo, secondo Stabile, è necessario avere "un costante rafforzamento organizzativo della rete consolare". Tra le maggiori problematiche, sono emerse esigenze per un rafforzamento dei servizi consolari e assistenziali, e alcune "criticità operative", specie riguardo le "nuove vulnerabilità".

I territori, come affermato da Stabile nella sua relazione, hanno quindi segnalato le loro priorità e le criticità emerse: dal Belgio è stato chiesto un miglioramento nei tempi di rilascio di passaporti e CIE e il rafforzamento della presenza consolare nelle aree periferiche, l'aumento di sportelli itineranti, maggiore coordinamento tra rete e Comites/CGIE, e maggiore coinvolgimento dei giovani e degli anziani. La Germania e la Svizzera hanno invece segnalato ulteriori criticità dovute ai rallentamenti nell’erogazione dei servizi consolari.

"La rete consolare europea si trova oggi ad affrontare una trasformazione profonda delle esigenze delle collettività italiane all’estero - ha infnine concluso Stabile -, che richiede un progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano della presenza dello Stato italiano in Europa".

A seguire, si è parlato degli italiani in America Latina con il Vice Segretario Generale Mariano Gazzola, che ha spiegato i temi principali toccati nei lavori della Commissione, incontratasi prima in Brasile, nel novembre 2025, poi a Roma nei giorni scorsi: Servizi Consolari e la legge di Cittadinanza, che ha introdotto "nuove difficoltà di accesso per i richiedenti e determinando un aumento del carico di lavoro negli uffici".

"L’abbiamo detto e continuiamo a dirlo: la legge di cittadinanza è una sciagura, una norma di difficile applicazione e lungi dall’essere una questione chiusa". Gazzola, riportando la questione giunta dall'America Latina, l'ha definita inequivocabilmente come "una ferita aperta".

Ma nonostante queste criticità, Gazzola ha riferito di "un miglioramento nell’erogazione di alcuni servizi consolari", in particolare sul rilascio dei passaporti. Da più parti, ha poi segnalato, "permane e si aggrava la prassi di richiedere ai cittadini documenti già in possesso dell’Amministrazione". Per tale ragione, ha chiesto di uniformare le procedure almeno a livello nazionale" e "potenziare la condivisione delle buone pratiche".

Problematiche sono emerse anche riguardo il sistema Fast-IT e la trascrizione degli atti di stato civile, che "sono spesso in ritardo" e "colpiscono l'operatività delle nostre sedi consolari". "Queste difficoltà oggi colpiscono l'America Latina, domani colpiranno l'Europa", ha spiegato Gazzola chiedendo all'Assemblea di intervenire sull'argomento.

Preoccupazione anche riguardo il nuovo personale che "non si è tradotta in un rafforzamento delle sedi consolari in America Latina" e per la quale servirebbero "incentivi e misure specifiche" per rendere "più attrattiva" l'area. Così come preoccupazione è stata manifestata riguardo l'applicazione della Circolare Ministeriale n. 4, che "andrebbe rivista", e la diffusione della lingua e della cultura italiana, per la quale servirebbe "l’avvio del tavolo tecnico" per collaborare in modo migliore con gli enti gestori. "Agli iscritti AIRE in America Latina non è destinata una politica organica di formazione linguistica e culturale".

Per concludere, Gazzola ha poi ricordato come la legge di cittadinanza, "valida ma non giusta", non possa creare "cittadini di serie b". La preoccupazione maggiore risultano essere la situazione legata ai minori, che "sono soggetti a termini temporali di iscrizione", e quella legata agli italiani provenienti dai territori dell’ex Impero austro-ungarico (trentini e giuliani): "sono inaccettabili", "chiediamo al governo e al Parlamento di intervenire". Per concludere, ha esortato l'avvio di una campagna informativa per le elezioni dei Comites. Una campagna da iniziare subito, in modo innovativo e conformando le regole per iscriversi al voto. Da ultimo, ha chiesto anche un maggiore coinvolgimento della Commissione riguardo al Premio Schiavone.

Intervenuto brevemente anche Giovanni Buzzurro, Presidente del Comites del Messico, che ha esortato ad avere un rappresentante al CGIE dal paese americano. "Siamo una piccola comunità" (30 mila gli italiani residenti) "ma dal punto di vista economico ha un ruolo di primaria importanza". "I nostri connazionali si sentono un po' abbandonati. Abbiamo però una comunità attiva, in un Comites molto inclusivo". Buzzurro ha infine espresso dubbi sulle elezioni di fine anno. Specie per le responsabilità dei bilanci consultivi.

A seguire ha parlato Silvana Mangione, Vice Segretaria Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei, che prima ha lamentato il "profondo vulnus" che ha subito la sua Commissione territoriale dopo l'approvazione dello "scellerato decreto" che lega il numero di consiglieri agli iscritti all'AIRE. "Una decurtazione che ha portato anche all'esclusione totale dell'Africa. Abbiamo perso un intero Continente". In seguito, ha letto i risultati di una ricerca di due professori universitari sulle istanze degli italiani collegati ai Comites di Stati Uniti, Canada e Australia. Un documento dal quale sono emerse diverse criticità, tra cui i servizi consolari e la difficoltà "erculea", con la nuova legge sulla cittadinanza, per "ottenere i documenti". Oltre a questo, è emersa la difficoltà a ricevere risposte chiare dalla rete diplomatica, così come problemi sono stati riscontrati nei tempi di attesa. Importante, per i Comites a cui ha dato parola Mangione, "rafforzare il personale consolare in tempi rapidi" e "introdurre nuovi strumenti tecnologici". Anche rispetto ai fondi, "spesso in ritardo", e all'aggiornamento degli elenchi AIRE si è chieso un miglioramento. Così come è stato fatto rispetto alle relazioni tra Comites, Rete consolari e patronati e sulla promozione della cultura.

Al termine della sua Relazione, contestata da alcuni consiglieri per lunghezza e contenuti, è voluto intervenire Francesco Papandrea (rappresentante dall'Australia), che ha voluto dissociarsi ufficialmente da questa ricerca poiché presentava alcuni "errori" nelle informazioni riportate da Mangione.

Rimanendo sui paesi anglofoni extra-Ue, è intervenuto come ospite dall'Africa, Piergiorgio Devalle, Presidente del Comites Johannesburg: "in questo momento gli italiani in Africa chiedono una cosa: accesso. Accesso ai diritti e ai servizi. E questo accesso è sempre più difficile. L'esclusione amministrativa è quasi totale. E rischiamo di rimanere anche senza documenti". Ha sollevato poi il problema del Piano Mattei, per cui il Governo non ha voluto contattare le comunità italiane in Africa: "ignorarle è un errore operativo, non politico. Poiché gli italiani in Africa sono un ponte economico e geopolitico, ma i ponti se non sono mantenuti crollano".

Infine è intervenuto Gianluca Lodetti, Vice Segretario Generale di Nomina governativa, che ha spiegato come la sua Commissione abbia lavorato nei giorni scorsi parlando dell'attuale contesto emigratorio che sembra caratterizzato da "un'ulteriore aumento" poiché "l’emigrazione storica si è fusa insieme alla nuova emigrazione". A questo aumento, però, "non corrisponde una sensibilità adeguata da parte dei governi". Anzi, a questo proposito permangono "problemi strutturali interni" in Italia. Serve dunque, secondo Lodetti, approccio nuovo che guardi sia alle necessità che ai bisogni complessivi di un’emigrazione composita". L'obiettivo, per il Vice Segretario Generale, deve essere quello di "cercare di guardare alla mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero, non solo come una “perdita” (fuga di capitale umano) ma come una risorsa strategica". Per farlo, serve una "strategia nazionale" che integri "emigrazione, sviluppo, tutele, politica estera, lingua e cultura, rappresentanza e cittadinanza".

Durante la riunione della Commissione si è anche discusso delle prossime elezioni dei Comites, per cui bisogna "favorire in tutti i modi una maggiore partecipazione". A tal fine, è emersa una divergenza su una possibile diminuzione del numero minimo di sottoscrittori per le liste che si presentano alle elezioni.

Riguardo alla relazione tra Comites e CGIE, Lodetti ha spiegato che dalla Commissione è stata espressa la necessità che il rapporto "debba essere sempre più stretto e debba strutturarsi sempre di più". Sui servizi consolari, invece, hanno riscontrato le "gravi difficoltà" in Europa che rischia di far "collassare" il sistema. Soddisfazione, invece, è emersa riguardo la decisione del ritorno dell’attività degli Enti Gestori per la promozione della lingua e della cultura italiana sotto la competenza della DGIT. (luca.mattuezzi/aise 13) 

 

 

 

 

 

Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto

 

ROMA - Questa mattina erano tutti presenti in Sala Conferenze Internazionali i consiglieri del Cgie, che, terminata la cerimonia per la firma delle prime convezioni sul Turismo delle Radici, hanno aperto ufficialmente l’Assemblea Plenaria alla Farnesina.

“Grazie per quello che fate per tutelare l’interesse dell’Italia e dei concittadini che vivono fuori dai confini” ha esordito il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, salutando, in qualità di presidente del Cgie, la plenaria.

È seguito l’intervento del neo sottosegretario della Farnesina con delega per i connazionali all’estero Massimo dell’Utri, che ha dato lettura della relazione di governo, mentre la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha letto la relazione del Cgie, alla presenza fra gli altri del segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia, della direttrice generale della Dgit Silvia Limoncini e di molti parlamentari eletti all’estero.

Il ministro Tajani - e, come lui, poi anche il sottosegretario Dell’Utri - ha sottolineato l’impegno portato avanti dalla Farnesina in questi ultimi mesi in vari ambiti, a partire dall’assistenza dei connazionali in un “frangente internazionale particolarmente complesso”: nell’area del Golfo, con la Task Force apposita che ha consentito il rientro a numerosi italiani bloccati all’estero, al Venezuela, con il rientro in Italia di alcuni connazionali lì detenuti, sino alla tragedia di Crans Montana per la quale, ha assicurato Tajani, “nessun italiano pagherà alcuna fattura alla Svizzera”.

Il ministro ha poi ricordato i cambiamenti intervenuti con la riforma del Ministero, che ha messo “al centro” i servizi ai cittadini e alle imprese. “La digitalizzazione dei servizi consolari rappresenta una priorità”, ha detto, annunciando l’inaugurazione nel mese di giugno di una nuova sala operativa “con tecnologie all’avanguardia” che si occuperà proprio di servizi ai cittadini. Per fare il punto sulla situazione e capire come migliorarla a giugno si terrà anche la Conferenza dei Consoli, impegnati in prima linea ad esempio nel rilascio delle carte d’identità elettroniche, che hanno registrato nel 2025 un +18,3% di emissioni. Certo, ha ammesso Tajani, servono “più risorse per la rete consolare onoraria”, ma il Ministero sta lavorando anche in tal senso.

Il ministro si è detto soddisfatto del pronunciamento della Corte Costituzionale che ha confermato come legittima la riforma della legge cittadinanza, con cui, ha detto Tajani, “abbiamo restituito dignità a un diritto che deve fondarsi su valori autentici”. Questione, questa, che però non ha trovato concordi i consiglieri nel dibattito che è seguito.

Il ministro ha annunciato che sono stati avviati i lavori per organizzare le consultazioni per il rinnovo dei Comites, che a fine anno giungeranno alla loro naturale scadenza. Tajani ha assicurato un “lavoro senza sosta” dell’amministrazione per “garantire il diritto voto” e avere una “partecipazione importante” come quella dei referendum di marzo.

Contemporaneamente il Maeci è impegnato nella realizzazione della prossima edizione della Conferenza Internazionale dell’Italofonia, nella convinzione che la promozione della lingua – dagli enti gestori all’editoria alla traduzione dei contenuti italiani all’estero – sia “prioritaria”.

Insomma, ha chiosato Tajani, “l’impegno mio personale e quello del Maeci è massimo. Vogliamo continuare a migliorarci e dare servizi agli italiani all’estero in maniera puntuale e veloce. Potete contare sulla squadra della Farnesina”, ha concluso rivolgendo infine un pensiero a Michele Schiavone in ricordo del quale domani il Cgie consegnerà i premi intitolati al compianto segretario generale.

Per la prima volta ad una plenaria del Cgie, il sottosegretario Dell’Utri è tornato più nel dettaglio sui temi trattati dal ministro Tajani, confermando il “dialogo” con il Cgie quale “strumento fondamentale per affrontare le sfide che abbiamo davanti”.

Dell’Utri si è soffermato in particolare sui servizi consolari, che oggi devono rispondere alle necessità di 7 milioni di connazionali iscritti all’Aire. Oltre alle buone performance nel rilascio di Cie e passaporti, il sottosegretario ha tenuto il punto sull’innovazione digitale, grazie alla quale è quasi ultimata la migrazione di due portali fondamentali per gli italiani all’estero: Fast-It e Prenotami. Così come è stato confermato lo stanziamento di 1,15 milioni di euro per valorizzare la rete consolare onoraria e renderla un “network capillare a sostegno della comunità”. Prevista anche l’apertura di nuove sedi che andranno a potenziare le attuali 509.

Il “rafforzamento degli strumenti digitali” è stato fondamentale anche durante il voto per il referendum costituzionale dello scorso marzo, ha ricordato il sottosegretario Dell’Utri, rammentando che nell’occasione è stata istituita “per la prima volta una sala organizzativa” che ha consentito di gestire le diverse fasi del voto.

La prossima elezione che vedrà coinvolti i connazionali all’estero sarà quella dei Comites, che si terrà entro la fine del 2026 e per la quale la Legge di bilancio ha autorizzato 14 milioni di euro di spesa. Ora il “passaggio preliminare sarà la definizione di una data”. Restando in tema di Comites, Dell’Utri ha annunciato che la Farnesina ha accolto “integralmente” le richieste di finanziamento ordinario che i Comites hanno presentato ai Consolati di riferimento, per un valore di oltre 1 milione di euro. “Alcuni Comitati hanno già ricevuto il saldo”, ha confermato Dell’Utri, dicendosi “a disposizione per valutare future richieste di finanziamenti integrativi”.

Tasto dolente, per il Cgie, quello della cittadinanza. Ad un anno dalla legge di riforma approvata nel 2025 e ora confermata nella sua legittimità dalla Corte Costituzionale, “tante sono le novità”, a partire dalla creazione di un ufficio che alla Farnesina sarà “competente in via esclusiva” per le domande presentate da cittadini maggiorenni residenti all’estero e discendenti da cittadini italiani. Quanto ai minorenni la proroga per la presentazione dell’istanza è stata estesa al 31 maggio 2029.

Turismo delle Radici e promozione della lingua italiana sono stati gli ultimi due argomenti citati dal sottosegretario, che ha riportato alla plenaria la volontà di coinvolgere il Cgie nella comunità dell’Italofonia, confermando la disponibilità sua personale e di tutta l’Amministrazione al “confronto” e alla “collaborazione” con il Consiglio generale.

A nome di quest’ultimo è intervenuta la segretaria generale Prodi. Il lavoro del Cgie rappresenta una “ricchezza che deve essere messa in circolo”, ma ci vuole “consapevolezza della responsabilità di cui siamo investiti”, ha detto. “Occorre fare memoria di quanta fatica ci è costato arrivare a oggi, ad un sistema di rappresentanza che è un sistema maturo” e che “merita rispetto”. Prodi ha citato alcuni dei risultati raggiunti: dal rilascio della Cie in Italia che diventerà operativo da giugno al rilancio del tavolo dei transfrontalieri al comitato anagrafico elettorale, gli ordini del giorno del Cgie sono all’origine di varie proposte di legge giunte in Parlamento, ha rivendicato.

Nei prossimi due giorni di plenaria “il cuore dei lavori sarà la partecipazione”, ha proseguito Prodi, rivolgendo poi un appello ai presenti in Sala Conferenze Internazionali: “serve coraggio da entrambe le parti - Cgie e Farnesina, ndr. - per scrivere un nuovo metodo di collaborazione” e “dare continuità tra storia dell’emigrazione presente e futura”. Un passaggio fondamentale sarà quello del rinnovo dei Comites, in vista del quale sarebbe utile uscire dalla plenaria con una “road map” che aiuti tutti ad adoperarsi verso uno stesso scopo: quello di una “rinnovata partecipazione”.

Tanti altri avrebbero dovuto essere i temi al centro di questa plenaria - e fra questi molto sentito dai consiglieri quello della riforma del Cgie, di cui comunque si è occupata ieri la 3^ Commissione -, ma si è preferito concentrare l’attenzione e dare dunque “priorità” a ciò che è “più urgente e imminente”, ha spiegato Prodi.

Proprio dalla riforma del Cgie è voluta partire Silvana Mangione, vice segretaria per i Paesi anglofoni extra Ue, che con il suo intervento ha aperto il dibattito. Per Mangione sarebbe importante intervenire sulla tabella che regola l’attribuzione dei rappresentanti territoriali in seno al Cgie, per redistribuirne i componenti tenendo conto non solo degli iscritti all’Aire, ma anche della “forza politica” di quel territorio.

Il vice segretario Mariano Gazzola ha riscontrato un miglioramento tanto nelle ”competenze dei servizi consolari” quanto nella “professionalità dei consoli” in America Latina. Anche la digitalizzazione è “utile”, ha aggiunto, paventando però il “rischio di spersonalizzare il rapporto con i concittadini”. Molto contrariato dalla riforma della legge di cittadinanza, Gazzola ha accusato: “non ha semplificato nulla” e, nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale, resta “illegittima a livello politico”, oltre che “ingiusta”.

Il consigliere Walter Petruzziello (Brasile) ha sollevato un dilemma: quello del mandato del Cgie che dovrebbe essere rinnovato subito dopo l’elezione dei Comites, ma che di fatto, essendosi i consiglieri insediati un anno e mezzo dopo la loro nomina, sarebbe penalizzato da una consiliatura più breve.

Poi ha preso la parola Gianluigi Ferretti (Ugl), che come sempre ha strappato un sorriso alla plenaria e questa volta anche un po’ di commozione. “In questo circo del Cgie ci sono acrobati, domatori e clown”, ha esordito. “Io sono un clown triste, perché mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena. Un tempo ci battevamo per l’Aire, i Comites, il Cgie, il voto…”, ha proseguito Ferretti ricordando figure storiche del Cgie come Tremaglia e Zoratto. Un tempo il Cgie godeva di un’attenzione che oggi non c’è più: “il momento magico è durato fino al voto. Con il voto l’opinione pubblica ci ha misurato e sono cominciati a scemare sia l’interesse sia i fondi”, ha osservato il consigliere di nomina governativa di lungo corso. “Questo decadimento fa male a chi ci ha creduto davvero e un po’ ancora ci crede”, ha aggiunto, invitando i colleghi alla collaborazione e a “fare il possibile per salvaguardare quanto di salvaguardabile c’è”. Poi ha concluso annunciando che questa sarà probabilmente per lui l’ultima assemblea plenaria. “Vi voglio bene, a tutti quanti”, ha detto, “dal primo all’ultimo. Sarete sempre nel mio cuore”. E c’è chi, nemico politico giurato, ma compagno di anni al Cgie, si è alzato per abbracciarlo.

È tornato sulle questioni all’ordine del giorno il consigliere Vincenzo Arcobelli (Stati Uniti), per il quale “assumere, formare e far partire nuovi funzionari è una priorità” per aiutare una rete consolare “ancora in grande sofferenza”.

Molto critico nei confronti della gestione del Cgie in questi ultimi quattro anni è stato Luigi Billè (Regno Unito), che ha lamentato un “funzionamento troppo spesso rallentato”, una “comunicazione poco inclusiva” e una “produttività modesta”. Il Cgie non ha sempre mostrato la “necessaria autorevolezza” di fronte all’Amministrazione: non si tratta di un “attacco” alla segretaria generale o al CdP, ma di una “constatazione politica”, ha precisato Billè. “Non sono stati prodotti i risultati attesi”, ha ribadito. “Io credo profondamente nel ruolo del Cgie, che può essere un luogo di elaborazione strategica, non un’area di gestione ordinaria”, ma, ha concluso, “serve un cambio di passo, un metodo diverso e una leadership che sappia coordinare”.

Sulla stessa linea di Billè l’intervento del consigliere Paolo Dussich (Ctim).

Aldo Lamorte (Uruguay) ha espresso “preoccupazione” per gli effetti della nuova Legge sulla cittadinanza, che in Sud America ha causato “dolore e incredulità” e rischia di piegare il rapporto dei connazionali con l’Italia.

Il vice segretario Giuseppe Stabile (Europa) è voluto intervenire per ringraziare i collaboratori del Cgie che, con il loro “lavoro silenzioso”, ne garantiscono il funzionamento; mentre il consigliere Vincenzo Di Martino ha portato all’attenzione della plenaria la situazione ancora delicata degli italiani in Venezuela.

Giunto dall’Australia, il consigliere Francesco Papandrea ha condiviso la proposta di Mangione di rivedere la tabella per l’assegnazione territoriale e politica dei consiglieri e Nello Gargiulo (Cile) ha proposto un allineamento tra Comites e Cgie, in modo tale che per entrambi non si possano ricoprire più di due mandati consecutivi. È preoccupato invece che il Perù possa perdere la sua rappresentanza in seno al Consiglio Agostino Canepa, che oggi ha invocato “meno dichiarazioni di principio e più concretezza”.

Infine Silvia Alciati (Brasile) ha osservato che in 40 anni di vita ai Comites è sempre “mancato l’appoggio istituzionale dei nostri principali interlocutori, i Consolati”. Per questo ha fatto appello alla nuova direttrice generale della Dgit Limoncini: “ci aiuti a far sì che i Consolati accompagnino i Comites sul territorio, dando loro importanza”, così come prevede la legge. Quanto al Cgie, “in questi anni è stato fatto uno sforzo importantissimo e non vorrei che, adesso che abbiamo raggiunto la maturità, ci si debba preoccupare della sua esistenza”, ha concluso.

Il dibattito è solo all’inizio. Proseguirà sino a venerdì, siamo certi, con la consueta vivacità. Certo è, ha sottolineato la segretaria generale Prodi rispondendo brevemente agli interventi di questa mattina, che “la complessità del Cgie è quella di qualunque istituzione”, il che non vuol dire che non si possa migliorare, ad esempio chiedendo che la proporzionalità, già prevista dalla legge di riforma dei Comites, sia applicata anche al Cgie. “Dobbiamo essere ambiziosi e chiedere più consiglieri”, ha concluso Prodi. (r.aronica\aise 13) 

 

 

 

 

 

 

“Bentornati in Italia. Ma siete contenti?” Una ricerca della Migrantes sulle famiglie “ex expat”

 

Sono partiti con i figli, o li hanno messi al mondo all’estero. Hanno vissuto in Germania, nel Regno Unito, in Francia, in Svizzera, negli Stati Uniti o in decine di altri Paesi nel mondo. E poi, a un certo punto, hanno scelto di tornare. Di rifare le valigie, questa volta in direzione Italia: e ricominciare da qui, con bambini e ragazzi cresciuti almeno in parte con un altro sistema scolastico, un’altra lingua, un altro modello di welfare.

Chi sono questi genitori “ex expat”? Cosa li ha spinti a rientrare? Come stanno? Sono contenti della scelta che hanno fatto? E soprattutto: che Italia hanno trovato, al ritorno, rispetto a quella che avevano lasciato? Un’Italia a misura di famiglia?

A queste domande prova a rispondere una nuova ricerca, appena avviata dalla giornalista Eleonora Voltolina – autrice del libro “Crescere Expat”, uscito a febbraio per Tau Editrice – con il sostegno della Fondazione Migrantes.

Il questionario online (https://bit.ly/ricerca-famiglie-rientrate-da-estero)  resterà aperto fino a giugno 2026: chiunque abbia almeno un figlio o una figlia under 25 e sia rientrato a vivere in Italia dopo un periodo all’estero con la propria famiglia può partecipare, in modo completamente anonimo.

Il contesto: un fenomeno grande, ancora poco studiato

Negli ultimi vent’anni, tra il 2006 e il 2024, sono tornati a vivere in Italia circa 827mila connazionali; quasi 114mila nel solo biennio 2023-2024 – i dati provengono dal Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. I Paesi da cui si rientra di più sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, la Francia e gli Stati Uniti. Le mete preferite al ritorno sono Lombardia, Lazio, Sicilia, Veneto, Piemonte. Oltre tre quarti di chi rientra ha meno di cinquant’anni, con un’età media di trentacinque: e alcuni di loro hanno figli al seguito.

Eppure le famiglie che rientrano dall’estero restano ancora oggi largamente invisibili alla ricerca e al dibattito pubblico. Non esistono studi sistematici sulla loro esperienza, sulle difficoltà che incontrano, sulle loro aspettative e su quanto esse vengano confermate o deluse dalla realtà italiana. Proprio questo vuoto la nuova ricerca si propone di colmare.

Perché questa ricerca

«Dopo aver tanto parlato di presenza all’estero è tempo di parlare dell’Italia rinnovata, arricchita dall’esperienza estera, plasmata dal progetto migratorio» dice la ricercatrice Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes: «Il più grande desiderio della ricerca sociale oggi dedicata all’Italia e agli italiani è quello di poter parlare di rientri, di poter dare indicazioni numeriche e di raccontare le storie di chi è rientrato. Chi torna non è mai la stessa persona, lo stesso professionista, la stessa famiglia che è partita. Si tratta di persone diverse per visione, bagaglio culturale, esperienze professionali. La loro presenza ci costringe a riconoscerci un paese internazionale protagonista oggi dell’epoca delle migrazioni».

«Questa ricerca non nasce solo dal desiderio di raccogliere dati» conferma Eleonora Voltolina: «Nasce dalla consapevolezza che le famiglie ex expat portano con sé uno sguardo molto particolare sull’Italia: uno sguardo che viene dall’aver vissuto altrove, dall’aver sperimentato sistemi diversi. Sono persone che hanno un doppio metro con cui valutare la realtà. Questo doppio metro è prezioso, sia per la ricerca sia per il dibattito pubblico».

Chi può partecipare

Possono compilare il questionario tutti i genitori — in coppia o single, con partner italiano o straniero, con figli biologici o adottivi — che abbiano almeno un figlio o una figlia al di sotto dei 25 anni e che siano rientrati a vivere in Italia dopo aver vissuto con la propria famiglia all’estero.

Restano esclusi dalla rilevazione coloro che non avevano figli durante il periodo di residenza all’estero, e che ne hanno avuti solo dopo il rientro in Italia; così come chi è tornato in Italia quando i figli erano già adulti e non li hanno quindi seguiti nel trasferimento; o chi per altre ragioni è tornato senza i figli.

La ricerca è aperta a famiglie di qualsiasi configurazione e composizione: coppie partite dall’Italia già con figli, famiglie formate all’estero, nuclei che si sono allargati durante gli anni di espatrio: «Ogni voce che riusciremo a raccogliere contribuirà a costruire un quadro più ricco e più vero» sottolinea Voltolina.

I risultati della ricerca verranno elaborati e presentati al pubblico, e verranno pubblicati in un saggio del Rapporto Italiani nel Mondo 2026 della Fondazione Migrantes.

Il questionario è disponibile al link: https://bit.ly/ricerca-famiglie-rientrate-da-estero.  Migr.

 

 

 

 

 

Dov’è la mente?

 

C’era una volta un uomo tedesco di nome Karl, nato a Düsseldorf, che aveva sempre avuto una domanda inquieta dentro di sé: dove si trova davvero la mente?

Karl era un insegnante, preciso e ordinato, abituato a spiegare ai suoi studenti che la mente era il “Geist” o il “Verstand”, a seconda dei casi. Ma più lo diceva, meno ci credeva. Quelle parole gli sembravano scatole, etichette appiccicate su qualcosa di molto più vasto.

Un giorno, stanco delle definizioni, decise di partire.

Attraversò la Foresta Nera, convinto che la mente potesse nascondersi nel silenzio degli alberi. Lì incontrò un vecchio boscaiolo che gli disse:

“La mente? È nel rumore che fai quando pensi di essere solo.”

Karl non capì, e proseguì.

Arrivò a Berlino, città piena di voci, idee e contraddizioni. In un caffè parlò con una giovane filosofa. Lei gli disse:

“La mente non è una cosa. È un processo. Non la trovi, la fai.”

Karl annotò tutto, ma sentiva che mancava ancora qualcosa.

Proseguì verso sud, attraversò le Alpi e arrivò in Italia. In un piccolo paese incontrò un anziano che non aveva mai studiato filosofia. Karl gli fece la sua domanda:

“Dov’è la mente?”

L’uomo sorrise e indicò tre cose: la testa, il cuore e le mani.

“Se la cerchi solo nella testa, ti sfugge. Se la cerchi nel cuore, ti confonde. Se la cerchi nelle mani, la perdi. Ma se le tieni insieme, allora forse la incontri.”

Karl rimase in silenzio. Per la prima volta non cercò di tradurre.

Capì allora che il problema non era trovare la parola giusta — Geist, Verstand, o qualsiasi altra — ma accettare che la mente non si lascia chiudere in una sola parola, né in una sola lingua.

Tornò in Germania e riprese a insegnare. Ma da quel giorno, quando uno studente gli chiedeva:

“Come si dice ‘mente’ in tedesco?”

Karl sorrideva e rispondeva:

“Dipende da cosa stai cercando. E forse, prima ancora, dovresti chiederti cos’è per te.”

E in quel momento, senza definirla, la mente era già lì.

Giuseppe Tizza, dip 5

 

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Sachsen-Anhalt: i sindacati di polizia lanciano l'allarme

I sindacati di polizia tedeschi hanno lanciato un nuovo allarme sulla crescita dell’Alternative für Deutschland, mettendo in guardia dalle possibili conseguenze di un futuro governo AfD in Sachsen-Anhalt. Il dibattito si è intensificato dopo alcune gravi dichiarazioni dell’esponente AfD Ulrich Siegmund, che ha parlato della possibilità di sostituire numerosi dirigenti dell’amministrazione regionale in caso di vittoria elettorale.

Secondo i rappresentanti delle forze dell’ordine, l’eventuale ingresso dell’AfD al governo regionale potrebbe accentuare la polarizzazione politica e mettere sotto pressione il rapporto tra apparati statali e potere politico. Anche il sindacato dei giornalisti tedeschi ha avvertito del rischio di pressioni sui media pubblici e sulla libertà di stampa in caso di governo AfD, richiamando esplicitamente i precedenti di Ungheria e Polonia.

I sondaggi attribuiscono infatti al partito percentuali superiori al 40%, davanti alla CDU. Il dibattito investe direttamente anche la stessa CDU guidata da Friedrich Merz, che ribadisce ufficialmente il rifiuto di qualsiasi cooperazione con l’AfD ma che deve fare i conti con una crescente pressione politica nelle regioni della Germania orientale.

Acquisgrana: Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno 2026

Mario Draghi entra nell’albo dei grandi europeisti premiati ad Aquisgrana. Il Premio Carlo Magno, fondato nel 1950 e intitolato al “padre dell’Europa” Carlo Magno, è stato assegnato tra gli altri a Konrad Adenauer, Winston Churchill e Ursula von der Leyen. La cerimonia si è svolta nel municipio storico di Aachen, alla presenza di Friedrich Merz, del premier greco Kyriakos Mitsotakis e di numerose autorità europee. 

Nelle motivazioni ufficiali, il direttorio del Premio Carlo Magno ha sottolineato il ruolo svolto da Draghi nel “rafforzare la competitività europea” e la sua capacità di guidare l’Europa nei momenti di crisi con “determinazione incrollabile”. Un riferimento diretto sia al celebre “whatever it takes” pronunciato durante la crisi dell’euro del 2012, sia al cosiddetto “Rapporto Draghi” sulla competitività dell’Unione europea, divenuto negli ultimi mesi un punto di riferimento nel dibattito economico e industriale europeo.

L’ex premier nel suo discorso ha parlato di un’Europa chiamata a difendere “libertà, prosperità e solidarietà”, invitando i governi nazionali a trasformare le crisi in occasione di integrazione politica.

Per l'occasione, il cancelliere Merz ha definito Draghi: “un europeo esemplare” sottolineando come l’ex presidente della Banca Centrale Europea abbia avuto un ruolo decisivo nel salvare l’euro durante la crisi finanziaria. Nel suo discorso, Merz ha insistito sull’idea che l’Europa debba “sapersi affermare” in un mondo sempre più competitivo e instabile. Riprendendo le tesi del “Rapporto Draghi” sulla competitività europea, ha sostenuto la necessità di investire maggiormente in innovazione, difesa, sovranità economica e capacità industriale.

Secondo il cancelliere, l’Unione Europea deve ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare il proprio peso geopolitico. Merz ha inoltre criticato l’attuale bilancio europeo, giudicato troppo orientato alla redistribuzione e ai sussidi, proponendo invece un modello più focalizzato sugli investimenti strategici. Ha parlato di un bilancio “Draghi-proofed”, cioè costruito attorno alle priorità indicate dall’ex premier italiano: competitività, crescita, difesa comune e modernizzazione economica. Allo stesso tempo, ha escluso nuovi debiti comuni europei, spiegando che la Germania non potrebbe accettarli anche per ragioni costituzionali, confermando la linea del rigore.

Nel passaggio conclusivo della sua laudatio, Merz ha affermato che il messaggio lanciato dal direttorio del Premio Carlo Magno è stato recepito dalle capitali europee: trasformare le proposte contenute nel Rapporto Draghi in decisioni concrete per rafforzare l’Unione. “L’appello è arrivato. Stiamo lavorando alla sua attuazione”.

Germania: crisi della chimica                                    

La crisi dell’industria chimica tedesca si sta trasformando in uno dei simboli più evidenti delle difficoltà dell’economia del Paese. Il settore soffre per l’aumento dei costi energetici, per la debolezza della domanda internazionale e la crescente pressione competitiva della Cina.

Molti impianti lavorano ormai ben al di sotto della capacità produttiva considerata sostenibile e le grandi aziende del comparto stanno avviando programmi di risparmio, tagli occupazionali e delocalizzazioni verso mercati più convenienti, in particolare Stati Uniti e Asia. 

Nonostante il quadro critico, il settore non viene però considerato in una fase di irreversibile declino. La chimica resta infatti uno dei pilastri storici dell’industria tedesca, strettamente collegata all’automotive, alla farmaceutica e alla manifattura avanzata. Imprese come BASF, Evonik e Covestro continuano a investire in ricerca, innovazione e tecnologie ad alto valore aggiunto, puntando sulla specializzazione come risposta alla concorrenza globale. Anche per questo, il dibattito politico tedesco si concentra sempre più sulla necessità di sostenere la competitività industriale del Paese.

La CDU chiede per il settore misure rapide sui prezzi dell’energia e una strategia industriale europea più incisiva, nella convinzione che la tenuta della chimica rappresenti un indicatore decisivo per il futuro dell’intero modello economico tedesco.

Angela Merkel premiata dall’UE: “Difendere pace e democrazia è il compito dell’Europa”

L’ex cancelliera Angela Merkel riceverà il più alto grado del nuovo Ordine al Merito Europeo istituito dall’Unione europea. L’annuncio è stato dato dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola a Strasburgo. Insieme a Merkel il riconoscimento andrà anche al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e all’ex presidente polacco Lech Walesa.

Con il nuovo Ordine al Merito Europeo, l’UE intende premiare personalità che hanno contribuito in modo significativo all’integrazione europea e alla difesa dei valori fondamentali dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e stato di diritto. Si tratta della prima onorificenza di questo tipo creata direttamente dalle istituzioni europee. La cerimonia ufficiale di consegna si terrà nei prossimi giorni a Strasburgo.

Nel corso degli ultimi mesi Merkel ha più volte richiamato l’Europa a un maggiore impegno per la pace, la democrazia e la coesione interna, affermando la necessità di rafforzare non solo le capacità militari europee, ma anche la forza diplomatica dell’Unione, soprattutto rispetto alla guerra in Ucraina e alle crescenti tensioni internazionali.

Un anno di Merz

A un anno dall’insediamento del governo del Cancelliere Friedrich Merz, la Germania attraversa una fase di trasformazione profonda, segnata da difficoltà interne ma anche da una crescente consapevolezza della propria responsabilità europea e internazionale. Il primo anno della Große Koalition tra CDU/CSU e SPD si è sviluppato in un contesto particolarmente complesso: rallentamento economico, crisi energetica, polarizzazione politica, crescita dell’AfD e un quadro geopolitico radicalmente mutato dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. In questo scenario, Merz ha cercato di imprimere una nuova direzione strategica alla Germania, puntando sul rilancio della competitività industriale, sul rafforzamento della leadership europea di Berlino e su un deciso cambio di passo nel settore della sicurezza e della difesa.

Durante la riunione del Consiglio dei ministri a Berlino, il Cancelliere ha ringraziato pubblicamente i membri dell’esecutivo per il lavoro svolto e ha ribadito che “non esiste alternativa a questa coalizione”. Merz ha sottolineato come il governo condivida una responsabilità comune verso il successo del Paese e ha riconosciuto che i primi dodici mesi siano stati “un periodo certamente impegnativo”, pur rivendicando i risultati raggiunti e le numerose riforme avviate.

Sul piano economico, il governo ha avviato una serie di riforme strutturali per sostenere gli investimenti industriali, semplificare la burocrazia e accelerare la modernizzazione delle infrastrutture. Particolare attenzione è stata riservata alla competitività dei settori manifatturiero e automobilistico, in una fase di forte competizione globale con Cina e Stati Uniti. Merz ha inoltre rilanciato il tema della sovranità tecnologica europea, sostenendo una maggiore capacità dell’Unione di produrre tecnologie strategiche e ridurre dipendenze esterne nei settori energetico, digitale e industriale.

Anche il fronte sociale rappresenta uno degli ambiti nei quali la coalizione sta cercando di mostrare capacità riformatrice. La ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD) ha confermato l’intenzione del governo di presentare a breve una legge per rendere più flessibili gli orari di lavoro, in linea con gli impegni previsti dall’accordo di coalizione.

Accanto al rilancio economico, il tema della sicurezza è diventato uno degli assi strategici dell’azione del governo. La prosecuzione della guerra in Ucraina e le incertezze legate alla nuova amministrazione americana hanno rafforzato a Berlino la convinzione che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa. In questo quadro, il governo Merz ha confermato gli impegni assunti dalla Germania nell’ambito NATO e ha accelerato il processo di rafforzamento della Bundeswehr avviato dopo il 2022 per trasformare le forze armate tedesche in uno strumento moderno ed efficiente, capace di contribuire alla sicurezza europea. Berlino ha aumentato gli investimenti nella difesa, sostenuto programmi comuni europei e rafforzato la cooperazione con Francia, Polonia e Italia sul piano industriale e strategico.

Naturalmente le difficoltà non mancano come la crescita del partito di estrema destra dell'AfD. Anche il rapporto con Washington rimane complesso, a causa delle scelte di Trump che hanno provocato tensioni commerciali e strategiche tra Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, proprio le pressioni esterne hanno rafforzato  la consapevolezza nei cittadini tedeschi che Berlino debba assumere un ruolo più autonomo e responsabile all’interno dell’Occidente.

Germania: il fronte comune per la democrazia contro l’AfD  

In Germania si riapre il dibattito sul rapporto tra democrazia parlamentare e contenimento del partito di estrema destra AfD.

Il Landtag della Renania-Palatinato ha approvato una modifica costituzionale che innalza la soglia necessaria per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta. In futuro sarà necessario il sostegno del 25% dei deputati, mentre finora era sufficiente il 20%. La riforma è stata approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi dal vecchio parlamento regionale prima dell’insediamento della nuova legislatura.

Con il nuovo assetto del Landtag, composto da 105 deputati, serviranno quindi almeno 27 voti per avviare una commissione d’inchiesta. Secondo SPD, CDU e Verdi, promotori della riforma, la modifica serve ad evitare un uso eccessivo di questo strumento parlamentare e a garantire la funzionalità delle istituzioni democratiche.

Una modifica apparentemente tecnica, ma che ha un obiettivo politico molto chiaro: impedire all’AfD, entrata nel nuovo Landtag con numeri insufficienti rispetto alla nuova soglia, di utilizzare uno degli strumenti più incisivi a disposizione delle opposizioni. È corretto anche osservare che le soglie per istituire una commissione d’inchiesta a livello federale e negli altri Länder sono più elevate rispetto a quelle finora previste in Renania-Palatinato. La situazione verrebbe quindi semplicemente adeguata a quella esistente altrove. Eppure è chiaro a chiunque ragioni con buon senso – e in fondo lo ammettono tutti – che l’obiettivo è impedire all’AfD l'accesso ad uno strumento politico.

La questione da tecnica è diventata presto politica: da anni i tradizionali partiti popolari cercano di mantenere una “Brandmauer”, una barriera morale, nei confronti dell’AfD. L’aumento del consenso elettorale del partito riapre il dilemma: fino a che punto è possibile limitarne l’accesso agli strumenti parlamentari senza dare l’impressione di voler neutralizzare il voto degli elettori?

Le commissioni d’inchiesta hanno in Germania, come nelle altre democrazie a sistema parlamentare, una funzione importante. Consentono alle opposizioni di controllare l’operato del governo e dispongono ampi poteri, inclusa la convocazione di testimoni e l’accesso a documenti sensibili. I partiti di maggioranza sostengono che un utilizzo massiccio e “strumentale” da parte dell’AfD rischierebbe di paralizzare il lavoro parlamentare e trasformare tali commissioni in strumenti permanenti di propaganda e delegittimazione delle istituzioni.

I critici della riforma vedono nella scelta una possibile crisi del sistema parlamentare: non si tratta soltanto di una disputa procedurale, ma di un tema che investe direttamente la qualità della democrazia liberale tedesca. L’impressione che le regole possano essere cambiate per contenere un avversario politico rischia infatti di alimentare ulteriormente la narrativa dell’AfD, che da tempo si presenta come vittima di un “cartello” dei partiti tradizionali.

Bilancio 2027: accordo nella coalizione di governo su conti pubblici e sanità

Il governo Merz ha raggiunto un accordo sul bilancio federale 2027 e sulla riforma del sistema sanitario, rafforzando la stabilità della Große Koalition tra CDU/CSU e SPD. L’intesa è arrivata al termine di un duro confronto tra le priorità dei conservatori, favorevoli a maggiore disciplina fiscale, investimenti per competitività e difesa, e quelle della SPD, concentrata sulla tutela del welfare e della spesa sociale. Il compromesso consente ora al governo di presentarsi nuovamente compatto in una fase difficile per la Germania.

Il Cancelliere ha definito l’accordo una prova della capacità della coalizione di governare e affrontare insieme le sfide strategiche del Paese. Anche il Vicecancelliere e ministro delle Finanze Lars Klingbeil (SPD) ha sottolineato l’importanza dell’intesa per garantire stabilità economica e fiducia nelle istituzioni.

Accanto al bilancio, il governo ha concordato anche una riforma della sanità, sotto pressione per aumento dei costi, invecchiamento della popolazione e carenza di personale medico. L’obiettivo è rendere il sistema più sostenibile attraverso una razionalizzazione della spesa e un rafforzamento della medicina territoriale.

Crisi mediorientale: la linea di Merz nell’era Trump

Nel corso di un incontro con alcuni studenti a Marsberg, in Renania, il Cancelliere è intervenuto sul conflitto americano-isreliano con l’Iran e sulle tensioni internazionali tra Stati Uniti ed Europa. Merz ha sottolineato come la crisi in Medio Oriente abbia conseguenze dirette anche per la Germania, affermando che il conflitto stia costando “molti soldi ai contribuenti e molta forza economica” al Paese e auspicando una conclusione rapida.

Nel suo intervento, Merz ha criticato duramente la strategia negoziale iraniana, accusando Teheran di utilizzare i colloqui diplomatici per rinviare decisioni concrete. Facendo riferimento ai recenti contatti a Islamabad, Merz ha dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero stati “umiliati” dalla leadership iraniana e in particolare dalle Guardie della Rivoluzione.

Le dichiarazioni arrivano in una fase di forte tensione nei rapporti transatlantici. Negli ultimi mesi il Presidente Trump ha rilanciato le critiche verso la NATO e verso diversi alleati europei, rilanciando l’ipotesi di una riduzione della presenza militare americana in Europa, inclusi i contingenti stanziati in Germania (la stima è di 5000 unità) e in Italia.

Bruxelles approva i miliardi tedeschi per la transizione climatica

La Commissione europea ha approvato il piano del governo tedesco per sostenere con cinque miliardi di euro la trasformazione ecologica dell’industria nazionale. Il via libera di Bruxelles consente alla Germania di finanziare imprese e settori produttivi impegnati nella riduzione delle emissioni e nella modernizzazione tecnologica.

La decisione rappresenta un passaggio importante per la strategia economica del governo Merz, che punta a coniugare competitività industriale e transizione energetica in una fase di forte pressione sull’economia tedesca. L’obiettivo è evitare che gli elevati costi energetici e ambientali spingano parte della produzione industriale verso Paesi extraeuropei con regolamentazioni meno severe.

Per Berlino si tratta di un risultato importante sia sul piano economico sia su quello politico. L’approvazione europea conferma, inoltre, una maggiore apertura di Bruxelles verso gli aiuti di Stato destinati ai settori strategici legati al clima, all’energia e all’innovazione industriale. La Germania continua così a mantenere un ruolo centrale nella definizione della politica industriale e climatica europea. Kas 27

 

 

 

 

 

I cinque rimpianti che svelano il senso della vita

 

Ci sono verità che emergono solo quando il tempo si assottiglia e ogni illusione cade. È in quel momento, quando la vita si avvicina al suo epilogo, che diventano chiari i veri rimpianti. E sorprendentemente, non riguardano ciò che durante l’esistenza abbiamo inseguito con maggiore ostinazione. Non saranno i viaggi mai fatti, né gli oggetti desiderati, né il successo economico o le relazioni idealizzate a pesare davvero.

Quando tutto si riduce all’essenziale, restano solo alcune mancanze profonde, autentiche, che raccontano ciò che non abbiamo avuto il coraggio di vivere. Il primo rimpianto è forse il più doloroso, non essere stati fedeli a se stessi. Troppo spesso abbiamo modellato la nostra vita sulle aspettative altrui, indossando maschere per apparire accettabili, rinunciando alla nostra verità. Abbiamo confuso l’essere apprezzati con l’essere davvero amati. Segue poi il rimpianto di aver dedicato troppo tempo al lavoro, sacrificando affetti e relazioni sull’altare della produttività e della competizione.

Abbiamo rincorso obiettivi che, a ben vedere, erano più illusioni che realtà, lasciando indietro ciò che dava senso alle nostre giornate. Un altro peso che emerge è il silenzio, quello delle parole non dette. Non abbiamo espresso abbastanza amore, né gratitudine, né scuse. Abbiamo lasciato spazio a incomprensioni e distanze, quando sarebbe bastato poco per colmarle.

C’è poi il tempo non condiviso. Le persone importanti erano lì, accanto a noi, ma le abbiamo date per scontate. Abbiamo rimandato momenti, incontri, gesti semplici, convinti che ci sarebbe sempre stata un’altra occasione. Ma il tempo, silenziosamente, si è consumato.

Infine, il rimpianto più universale, non essere stati abbastanza felici. Non perché mancassero le occasioni, ma perché non abbiamo saputo coglierle. Abbiamo permesso alla routine, alla paura e all’inerzia di soffocare quella naturale capacità di meravigliarci, di amare, di vivere pienamente.

Forse basterebbe poco per cambiare rotta, coltivare ciò che siamo davvero, dare valore alle relazioni, dire ciò che conta, scegliere la presenza invece della distrazione. Tornare, in fondo, a guardare il mondo con occhi capaci di scoprire, ancora, bellezza e possibilità. Perché ciò che conta davvero, alla fine, non è ciò che abbiamo accumulato, ma ciò che abbiamo vissuto.

Salvo Nugnes, de.itpress 7

 

 

 

 

Cittadinanza. CIM: la sentenza della Consulta una ferita storica per gli italiani nel mondo

 

ROMA - “Profonda indignazione” e “ferma contrarietà”: questa la reazione della Confederazione Italiani nel Mondo – CIM alla lettura della sentenza numero 63 – depositata il 30 aprile scorso - con cui la Corte costituzionale ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sulla nuova legge sulla cittadinanza (74/2025) poste dal Tribunale di Torino. Con la sentenza – già annunciata a marzo, di cui solo dal 30 aprile è possibile leggere le motivazioni – la Corte ha dichiarato le questioni in parte non fondate e in parte inammissibili, confermando quindi l’impianto della nuova disciplina restrittiva sul riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza.

Per la CIM la decisione rappresenta “un grave arretramento culturale, giuridico e politico nei confronti di milioni di discendenti italiani nel mondo, i quali hanno custodito per generazioni lingua, memoria, identità, sacrificio familiare e appartenenza nazionale, spesso molto più di quanto lo Stato italiano abbia saputo riconoscere, proteggere e valorizzare. La nuova disciplina – ricorda la CIM – stabilisce che chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore della norma, ed è in possesso di altra cittadinanza, è considerato come se non avesse mai acquistato la cittadinanza italiana, salvo specifiche eccezioni. Tra queste: domanda presentata entro le ore 23:59 del 27 marzo 2025, genitore o nonno esclusivamente cittadino italiano, oppure genitore residente in Italia per almeno due anni continuativi dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del figlio”.

Per la Confederazione, “questa impostazione rappresenta una frattura profonda con la storia dell’emigrazione italiana. Non si può liquidare con una formula tecnico-giuridica il rapporto tra l’Italia e i suoi figli nel mondo”, annota la CIM. “Non si può ridurre la cittadinanza a un mero criterio amministrativo di “effettività”, ignorando che l’effettività dell’appartenenza italiana è stata costruita per oltre un secolo nelle famiglie, nelle associazioni, nei circoli, nelle camere di commercio, nelle scuole, nelle comunità e nei territori dell’emigrazione”.

La Corte, si legge ancora nella nota della CIM, “ha ritenuto che la norma configuri una “preclusione originaria all’acquisto” e non una revoca dello status, sostenendo che il legislatore abbia realizzato un bilanciamento non irragionevole tra effettività della cittadinanza e affidamento dei destinatari. La CIM prende atto della decisione, ma ne contesta radicalmente l’impianto politico e culturale. Chiamare “preclusione originaria” ciò che, nella realtà concreta, cancella aspettative giuridiche, identitarie e familiari maturate per generazioni, significa adottare una visione fredda e burocratica della cittadinanza italiana”.

La cittadinanza italiana per discendenza – sottolinea la nota – “non è mai stata un privilegio artificiale. È stata, per decenni, il riconoscimento giuridico di una continuità storica. Una continuità nata dal dolore dell’emigrazione, dal lavoro degli italiani all’estero, dal sacrificio di famiglie che hanno lasciato l’Italia per necessità e non per scelta, ma che non hanno mai smesso di sentirsi italiane”. La Confederazione, quindi, “denuncia con forza il rischio che questa decisione venga interpretata come una legittimazione definitiva di una politica di chiusura verso gli italiani nel mondo. Sarebbe un errore gravissimo. La Corte costituzionale si è pronunciata sulla compatibilità costituzionale della norma, ma la responsabilità politica resta interamente nelle mani del Parlamento e del Governo”.

Alla luce della sentenza, la CIM ha sintetizzato 5 proposte.

La prima riguarda “l’immediata apertura di un tavolo nazionale permanente sulla cittadinanza italiana all’estero, con la partecipazione delle rappresentanze degli italiani nel mondo, delle associazioni, dei Comites, del CGIE e delle organizzazioni maggiormente rappresentative”. In secondo luogo, occorre “una revisione legislativa urgente della disciplina introdotta dal DL 36/2025, affinché siano tutelati non solo coloro che avevano già presentato domanda, ma anche i discendenti che avevano maturato un legittimo affidamento sulla normativa precedente”.

La CIM, poi, chiede “l’introduzione di criteri equilibrati e non punitivi, capaci di distinguere gli abusi e le pratiche speculative dai percorsi autentici di ritorno, appartenenza, investimento, formazione, residenza e ricongiungimento culturale con l’Italia” e “il rafforzamento degli strumenti di collegamento reale con l’Italia, attraverso percorsi di lingua, formazione, residenza, servizio civile, turismo delle radici, investimenti territoriali e partecipazione alla vita economica e sociale dei comuni italiani”. Infine, occorre “una politica nazionale per il ritorno degli italiani nel mondo, che non tratti i discendenti italiani come un problema amministrativo, ma come una risorsa strategica per il futuro demografico, culturale ed economico del Paese”.

“È inaccettabile – conclude la nota – che, mentre l’Italia affronta spopolamento, crisi demografica, desertificazione dei borghi, carenza di giovani, mancanza di forza lavoro qualificata e indebolimento delle comunità interne, lo Stato scelga di chiudere la porta proprio a milioni di persone che chiedono di riavvicinarsi all’Italia in nome di una storia familiare, culturale e identitaria reale”. (aise 4) 

 

 

 

 

Dal Cgie il webinar: “La nuova economia del carbonio – Transizione energetica”

 

ROMA – Si è svolto nei giorni scorsi il webinar dal titolo “La nuova economia del carbonio – Transizione energetica, Direttiva RED III e Carbon Credit”. L’incontro è stato promosso dalla V Commissione tematica “Promozione sistema Paese all’estero e Made in Italy” del Cgie, presieduta da Massimo Romagnoli. L’iniziativa è stata volta ad approfondire i cambiamenti in atto nell’economia globale legati alla sostenibilità ambientale, ai nuovi mercati del carbonio e alle politiche energetiche europee, con particolare attenzione al ruolo che possono svolgere gli italiani all’estero e il sistema delle imprese italiane nei mercati internazionali.  La vicepresidente della V Commissione Barbara Spadafora, che ha coordinato gli interventi, ha introdotto l’evento sottolineando come la transizione energetica sia oggi presente fra di noi e possa rappresentare un’opportunità per le imprese. “Al di là delle difficoltà degli approvvigionamenti energetici – ha aggiunto – dovuti a situazioni geopolitiche molto stressanti – l’Europa su questo tema deve darsi da fare”.

A seguire ha preso la parola il presidente della V Commissione Massimo Romagnoli che ha rilevato: “Il tema che affrontiamo oggi non appartiene più soltanto al dibattito ambientale, ma riguarda direttamente l’economia, l’industria, la competitività delle imprese e praticamente il futuro del sistema italiano nel mondo”. “Non siamo qui per parlare di un futuro lontano, siamo qui per parlare del presente. Negli ultimi anni il mercato energetico globale è cambiato profondamente. Le tensioni geopolitiche, l’instabilità dei prezzi, delle materie prime, la sicurezza degli approvvigionamenti e l’urgenza del cambiamento climatico stanno ridisegnando le regole del gioco”, ha proseguito Romagnoli, citando poi i problemi per il commercio petrolifero derivanti dalla crisi nello lo stretto di Hormuz. “La transazione energetica, oggi più che mai, – ha aggiunto il Presidente – non deve essere letta come una moda, ma come una necessità strategica. Diversificare le fonti, investire nei carburanti rinnovabili, sviluppare biocarburanti, utilizzare strumenti come l’HVO, calcolare la carbon footprint e comprendere il mercato dei carbon credit, significa anche rendere le nostre imprese più forti, più preparate e meno vulnerabili ai problemi internazionali… In questo nuovo scenario una cosa è chiara, chi non si adatta purtroppo resta indietro e la sostenibilità può diventare una delle più grandi opportunità economiche della nostra generazione”. “Parliamo – ha continuato Romagnoli – di nuovi mercati, di nuovi strumenti finanziari, di nuove certificazioni, di un nuovo rapporto tra impresa, ambiente, energia e competitività. Parliamo in sostanza di una nuova economia, l’economia del carbonio. In questo quadro si inserisce un passaggio fondamentale, la direttiva europea per le energie rinnovabili RED3, che rappresenta una vera e propria road-map industriale per l’Europa verso il 2030. (…) La RED3 è già entrata in vigore e gli Stati membri sono chiamati ad adeguare i propri sistemi nazionali. Ma è proprio tra il 2026 e il 2027 che molte imprese inizieranno a percepire concretamente gli effetti di questo nuovo quadro. Nei contratti, nella logistica, nei costi energetici, nelle certificazioni ambientali e soprattutto nell’accesso nei mercati”.  Romagnoli ha poi sottolineato come in questo contesto energetico in divenire la rete degli italiani all’estero possano svolgere un ruolo importante: “Noi – ha spiegato – abbiamo una forza straordinaria. Una rete globale di imprenditori, professionisti, manager, tecnici, consulenti, rappresentanti del sistema Italia che operano ogni giorno nei mercati più dinamici del mondo, senza contare i tanti ambasciatori all’estero che si occupano di fare sistema Italia, di aiutare le imprese italiane a penetrare nei mercati esteri”. A seguire è intervenuta la Segretaria Generale del Cgie Maria Chiara Prodi “Dalla Sardegna dove mi trovo, che è stata terra di miniere – ha affermato Prodi- prendo spunto dalle parole del Presidente Romagnoli per ricordare che ad ogni generazione gli italiani in Italia e nel mondo hanno dovuto affrontare le sfide dell’energia, dell’economia e le problematiche geopolitiche. Ma ogni generazione ha le sue sfide e siamo qui per comprenderle e coglierle insieme”. La Segretaria Generale ha poi espresso soddisfazione per il nuovo corso intrapreso dal Cgie con la realizzazione di webinar tematici che, grazie alla partecipazione del pubblico, contribuiscono a rendere sempre più centrali le reti di rappresentanza, creando ponti culturali ed economici. Prodi ha infine segnalato che nella prossima Assemblea Plenaria del Cgie, fra i vari temi trattati, vi sarà anche quello del contributo economico dei connazionali all’estero nei confronti dell’Italia.

Da segnalare anche l’intervento di Giulia Sirigu, esperta di internazionalizzazione ed economia politica ed operante nel Regno Unito, che ha rilevato come la tematica al centro del webinar non riguardi soltanto l’energia, ma anche il posizionamento economico delle imprese nel mondo, la loro capacità produttiva e di essere al passo coi tempi. “È importante – ha aggiunto Sirigu – capire la portata di queste nuove norme presenti all’interno dell’Unione Europea e inserirle all’interno di un contesto storico. Oggi ci troviamo in una fase che è caratterizzata da vari elementi. Elementi internazionali, quindi di instabilità geopolitica, di competizione tra le grandi aree economiche e di trasformazione delle catene globali di valore, quindi delle value chain”. Sirigu ha anche spiegato come a fronte di un contesto internazionale, dove gli Stati Uniti stanno rafforzando le loro politiche industriali mirate nel settore energetico e la Cina sta continuando a consolidare la propria leadership nelle green technologies, l’Unione Europea si stia attrezzando con nuove normative per il settore. “In questo scenario – ha proseguito – dobbiamo tenere conto del fatto che la sostenibilità è un elemento centrale per la competitività delle aziende italiane che stanno in Italia e per quelle che si trovano all’estero, ma soprattutto diventa centrale nella relazione fra imprese italiane e estere a livello transnazionale”. Sirigu ha poi sottolineato come l’Unione Europea abbia scelto un approccio chiaro, quello di guidare il cambiamento energetico attraverso delle regole che orientino il mercato in una prospettiva di sostenibilità. Sirigu ha anche rilevato l’importanza di dare delle informazioni che possano essere poi traducibili nella vita imprenditoriale di tutti i giorni,  ad esempio consigliando di integrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni nei piani industriali o di monitorare la normativa del settore per consentire alle aziende di accedere non solo ai fondi europei, ma anche a quelli nazionali legati alla transizione.

E’ stata poi la volta di Sergio Pellerey, carbon manager e COO di DKS Fuels GmbH, che si è soffermato sui carbon credit e sugli strumenti a disposizione delle aziende per calcolare e compensare la propria impronta di carbonio. Pellerey, dopo aver spiegato che un carbon credit equivale a una tonnellata di CO2 non emessa nell’atmosfera o rimossa dalla medesima, ha sottolineato l’importanza in questo ambito dei progetti di silvicoltura e di quelli volti alla riforestazione. Pellerey ha inoltre posto in evidenza l’esigenza che, alla luce delle nuove normative europee, le PMI italiane si attrezzino per limitare la loro azione inquinante, anche per evitare possibili limitazioni di accesso al credito. Ha infine preso la parola l’Ambasciatore d’Italia a Singapore Dante Brandi che ha ricordato come Singapore sia una città-stato affacciata sullo stretto di Malacca “uno stretto cruciale per il transito internazionale di merci, ma anche ovviamente di flussi di energia, di petrolio, di gas. Singapore – ha continuato l’Ambasciatore – è un ponte tra l’Asia, l’Europa e il resto del mondo. Questa posizione strategica ha fatto la sua fortuna” “E’ un paese – ha sottolineato – che deve importare di tutto dal cibo fino all’energia. Il 95% dell’energia che si consuma a Singapore – ha precisato  Brandi – viene da importazioni di gas, da vari paesi del mondo come Malesia, Indonesia, nazioni vicine, ma anche dall’Australia, Stati Uniti, nonché dal Medio Oriente, Qatar e Africa”. “Proprio per la sua natura di snodo mercantile internazionale – ha proseguito l’Ambasciatore – Singapore è un paese che ha una vacazione naturale ad aderire ad un ordine internazionale basato su regole che vengano scritte all’interno di organismi multilaterali”. Brandi ha quindi spiegato come Singapore, partendo da questi presupposti, abbia impostato la propria politica volta alla transizione energetica, sottoscrivendo l’impegno alla riduzione e l’azzeramento delle emissioni di CO2 entro 2050. “E’ un Paese che quindi sta facendo della transizione energetica, una vera opportunità economica per le proprie aziende e per la propria struttura industriale”, ha aggiunto l’Ambasciatore ricordando che il 20% del PIL è ancora prodotto da manifattura ad alta produttività, mentre si registra un alto tasso di innovazione tecnologica ad esempio nei semiconduttori o nell’industria farmaceutica. Brandi si è poi soffermato sullo sviluppo del dialogo bilaterale tra Italia e Singapore, ad esempio nell’ambito del Piano Mattei che potrebbe offrire la possibilità di sviluppare joint venture e partnership con aziende di Singapore per lo sviluppo di progetti che possano poi procurare carbon credit in entrambi i mercati. L’Ambasciatore ha infine segnalato l’opportunità di importanti stanziamenti governativi, anche per aziende internazionali che dovessero aprire centri di ricerca e sviluppo a Singapore, sfruttando l’ecosistema di questa città stato per sviluppare soluzioni innovative nel tema della transizione energetica.

Nicolina Di Benedetto, Inform 3

 

 

 

 

 

Il valore delle percentuali

 

La crisi occupazionale non è solo italiana. L’affermazione non è di conforto ma, almeno, rende ragione alle percentuali di disoccupazione in UE. Nel primo trimestre di quest’anno, da noi, la percentuale dei disoccupati è stata del 13,8 %. In Spagna del 13,1%, in Francia del 10,5%, in Germania del 7,6 %, nel Regno Unito del 9%. Facendo un confronto sulle percentuali, almeno per i Paesi che hanno dichiarato il loro tasso di disoccupazione, si evidenzia una percentuale preoccupante. La più “virtuosa” è la Germania.

Però, le percentuali non tengono conto del livello salariale degli “occupati”. In Italia, le retribuzioni sono inferiori almeno del 7% rispetto a quelle medie europee. Là dove l’Euro convive ancora con le monete degli Stati membri, non ci sentiamo di fare dei paragoni che sarebbero, se non altro, fallaci in difetto. Lo scriviamo, senza indugi, proprio per far intendere che il valore delle percentuali è relativo.

Vedremo se, in questo 2026, il nostro Paese sarà in grado di ridare speranza occupazionale a chi l’ha perduta e a chi la cerca per la prima volta. Restiamo disponibili per ogni confronto. Con la premessa d’evitare ogni “polemica” che, come per il passato, non servirebbe.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Nasce il bimestrale “MONDO. La rivista delle ACLI d’Europa e d’Oltreoceano”

 

ROMA. Nasce “MONDO. La rivista delle ACLI d’Europa e d’Oltreoceano”, il nuovo bimestrale della Federazione ACLI Internazionali (FAI), pensato come uno spazio di analisi, racconto e interpretazione del presente globale a partire da un punto di osservazione privilegiato: quello delle ACLI e delle comunità italiane nel mondo.

Dalle sedi associative diffuse in Europa, nelle Americhe, in Africa e in Asia, prende forma una rete viva che intercetta trasformazioni sociali, economiche e culturali in tempo reale. È da questa presenza concreta, radicata nei territori e nelle comunità, che nasce MONDO: una rivista che intende leggere i cambiamenti globali non dall’alto, ma attraverso le esperienze delle persone, delle famiglie, dei lavoratori italiani all’estero.

Il numero uno – aprile 2026 – propone un primo itinerario in questa direzione, mettendo al centro temi come le nuove migrazioni italiane, le reti transnazionali, la cittadinanza e le sfide della democrazia in un contesto globale sempre più interconnesso.

“Questa rivista nasce dalla nostra esperienza concreta nel mondo - ha spiegato Emiliano Manfredonia, Presidente delle ACLI -. Le ACLI sono presenti in tanti Paesi e accompagnano ogni giorno persone e comunità nei loro percorsi di vita, lavoro e partecipazione. Da qui nasce l’esigenza di uno strumento che non si limiti a raccontare l’attualità, ma che sappia interpretarla a partire da una rete sociale diffusa, capace di cogliere i segnali profondi del cambiamento. MONDO vuole essere un luogo di dialogo, perché solo nel confronto è possibile costruire pace e coesione”.

In un tempo segnato da crisi globali e tensioni geopolitiche, le comunità italiane all’estero rappresentano infatti un osservatorio privilegiato. Le traiettorie migratorie, le esperienze lavorative, i percorsi familiari e le forme di partecipazione civica raccontano un’Italia che si muove, si trasforma e si relaziona con il mondo.

“Le mobilità italiane sono una chiave decisiva per comprendere il presente - ha sottolineato Matteo Bracciali, Vicepresidente della Federazione ACLI Internazionali -. Attraverso le storie degli italiani all’estero leggiamo i cambiamenti delle economie, delle società e delle istituzioni. Non si tratta solo di numeri, ma di percorsi di vita che attraversano più Paesi e costruiscono legami nuovi. MONDO nasce proprio con questa ambizione: essere un osservatorio del mondo a partire dalla presenza italiana fuori dai confini nazionali e dalla rete delle ACLI che la accompagna”.

Il nuovo bimestrale si propone così come uno strumento di connessione e riflessione per tutta la rete ACLI, ma anche come uno spazio aperto a chiunque voglia comprendere le trasformazioni globali a partire dalle dinamiche della mobilità e delle comunità. (aise/dip 4)

 

 

 

 

 

Germania. In bici o su un battello. Scoprire la Sassonia dalle acque dell’Elba

 

Il grande fiume che attraversa la regione è la chiave per leggerne il paesaggio. Da Dresda alla “Svizzera Sassone”, tra vigneti, fortezze e barocco - di Giuseppe Ortolano

L’Elba, il grande fiume che attraversa la Sassonia, è la chiave per leggerne il paesaggio. Basta seguirne il corso, tra Dresda e le sue campagne, per costruire un itinerario che unisce navigazione storica e cicloturismo, accomunate da un ritmo lento e costante. Qui storia, natura e sostenibilità si incontrano in modo concreto, senza forzature.

Iniziamo dalla navigazione storica: dal 1836 i battelli a vapore percorrono l’Elba e ancora oggi costituiscono una flotta attiva, non museale.

Questione di punti di vista

Salire a bordo significa osservare il territorio da una prospettiva diversa: le rive scorrono lente tra architetture storiche, campi coltivati e tratti naturali. Il paesaggio si presenta come una sequenza ordinata, dove ogni elemento – dai palazzi barocchi ai piccoli approdi fluviali – contribuisce a una lettura armonica del territorio.

A terra, la Via Ciclabile dell’Elba (Elberadweg) rappresenta l’altra grande direttrice. Spesso ai vertici delle classifiche tra gli itinerari cicloturistici europei, si sviluppa per oltre 1.200 chilometri tra Repubblica Ceca e Germania. Il tratto sassone – circa 180 chilometri – è tra i più accessibili: pianeggiante, ben segnalato e adatto anche a chi non ha un allenamento specifico. Qui la mobilità lenta è parte integrante dell’esperienza, sostenuta da infrastrutture diffuse e da una buona integrazione con i trasporti locali.

La sorprendente “Svizzera”

Si entra in Sassonia attraverso la cosiddetta Svizzera Sassone, uno dei paesaggi più caratteristici della regione, con le sue formazioni di arenaria che emergono dalla foresta. Il curioso nome deriva da due artisti svizzeri che nel Settecento si trasferirono a Dresda per lavorare all’Accademia di Belle Arti. Località come Bad Schandau e Pirna funzionano da accessi naturali al percorso: centri ordinati, servizi efficienti e un equilibrio ancora riconoscibile tra vita quotidiana e turismo. Poco distante, la fortezza di Königstein domina il fiume dall’alto, testimonianza del valore strategico della valle.

Imperdibile Dresda

L’arrivo a Dresda segna un cambio di scala. La città si svela lentamente davanti a chi segue il fiume, fino a rivelare il centro storico. La Frauenkirche, ricostruita dopo la guerra, è il simbolo della rinascita urbana; lo Zwinger è uno dei massimi esempi di architettura barocca in Germania; il Palazzo Reale racconta la storia della dinastia sassone e la Semperoper si conferma tra i teatri lirici più prestigiosi d’Europa. Allo stesso tempo, quartieri come la Neustadt introducono una dimensione più contemporanea, fatta di spazi creativi e vita urbana. Dresda resta comunque facilmente percorribile in bicicletta, senza particolari dislivelli e con una buona rete di piste.

La città della porcellana

Uscendo dalla città, il paesaggio torna aperto. Verso Meissen compaiono i vigneti, tra i più settentrionali d’Europa. La città, storicamente legata alla porcellana, è riconoscibile da lontano, con il Duomo e il Castello di Albrechtsburg che dominano l’abitato.

Più avanti, centri come Riesa e Torgau segnano il passaggio a un paesaggio diverso. Torgau conserva un ruolo chiave nella storia della Riforma, con una delle prime chiese protestanti consacrate da Lutero; il percorso prosegue poi verso Wittenberg, punto di riferimento europeo per questa fase storica. Per rendere più agevole il turismo lento nella regione, negli ultimi anni sono stati introdotti interventi mirati a migliorare l’accessibilità: nuovi traghetti a basso impatto, segnaletica più chiara e servizi per ciclisti distribuiti lungo tutto il tracciato. L’obiettivo è rendere l’itinerario fluido e continuo, limitando l’uso dell’auto a favore di un turismo diffuso.

I consigli pratici

Per orientarsi è disponibile, negli uffici turistici e online, il manuale Elberadweg 2026, guida gratuita con mappe dettagliate, strutture bike-friendly, informazioni su traghetti, collegamenti ferroviari e assistenza tecnica.

Seguire il corso dell’Elba in Sassonia significa oggi immergersi in un itinerario dove la bellezza del paesaggio e l'efficienza delle infrastrutture dialogano in armonia, restituendo al viaggiatore il piacere di un'esperienza autentica. LR 28.4.

 

 

 

 

 

Berlino. I tassi di istruzione terziaria degli immigrati in Europa a livelli record

 

Berlino-Il livello di istruzione degli immigrati nell’Unione Europea è aumentato costantemente dal 2017, ma le medie a livello UE nascondono differenze sostanziali tra aree di origine, Paesi di destinazione e generi. Questa è la conclusione di un nuovo rapporto del Centro per la Ricerca e l’Analisi delle Migrazioni (CReAM) della Fondazione ROCKWOOL di Berlino (RFBerlin), basato sui dati Eurostat relativi agli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni in tutta l’UE.

Il livello di istruzione terziaria è aumentato in tutti i settori della popolazione. Tra gli immigrati originari di altri paesi UE, la percentuale di adulti con istruzione terziaria è passata dal 29,4% nel 2017 al 36,0% nel 2025, mentre tra gli immigrati nati al di fuori dell’UE è aumentata dal 26,0% al 32,6%. Tra i nativi, la percentuale di adulti con istruzione terziaria è cresciuta dal 30,3% al 37,7% nello stesso periodo.

“Il livello di istruzione è in crescita non solo tra i nativi, ma anche tra gli immigrati provenienti sia dall’interno che dall’esterno dell’UE”, afferma Tommaso Frattini, direttore di CReAM@RFBerlin e professore di Economia all’Università degli Studi di Milano. “Questo suggerisce che il profilo delle competenze della popolazione europea sta migliorando tra tutte le aree di origine, anche se permangono differenze significative.”

Il rapporto evidenzia inoltre notevoli differenze tra i vari paesi europei. In Irlanda, Lussemburgo, Danimarca, Estonia, Lettonia, Malta, Portogallo e Repubblica Ceca, gli immigrati hanno una probabilità maggiore rispetto ai nativi di avere un titolo di studio universitario. Nella maggior parte degli altri paesi UE, gli immigrati hanno invece un livello di istruzione terziaria inferiore rispetto ai nativi, sebbene l’entità del divario vari notevolmente tra paesi.

«Non esiste un unico divario educativo degli immigrati in Europa», afferma Christian Dustmann, direttore di RFBerlin e professore di Economia all’University College London. «Il profilo educativo degli immigrati dipende in larga misura da chi migra, dal Paese di provenienza e dal Paese di destinazione. Questo significa che le politiche per l’integrazione e lo sviluppo delle competenze devono essere adattate ai contesti nazionali, invece che basarsi esclusivamente sulle medie a livello UE».

L’Irlanda mostra in modo particolarmente chiaro come la politica migratoria possa incidere sul livello di istruzione degli immigrati. Nel 2025, la percentuale di persone con istruzione terziaria era identica tra i nativi e gli immigrati UE (55,1%), mentre tra gli immigrati da paesi al di fuori dell’UE raggiungeva il 70,7% (rispetto a una media UE del 32,6%). Il rapporto collega questo andamento alla dipendenza dell’Irlanda dai canali di migrazione altamente qualificata, tra cui i permessi di lavoro per competenze critiche (Critical Skills Employment Permits) volti ad attrarre lavoratori qualificati non-UE in professioni in cui vi è carenza di manodopera, quali le TIC, l’ingegneria, la sanità e i servizi professionali specializzati.

“L’Irlanda dimostra che i profili di istruzione degli immigrati sono determinati non solo da chi desidera migrare, ma anche dai canali di migrazione creati dai paesi”, aggiunge Dustmann. “Percorsi dedicati per i visti per lavoratori altamente qualificati possono influenzare fortemente la composizione della migrazione extracomunitaria. Ecco perché la progettazione delle politiche è importante per il profilo di competenze della popolazione immigrata.”

Il rapporto rileva inoltre importanti differenze di genere. Le donne hanno un livello di istruzione terziaria più elevato rispetto agli uomini in tutti i principali gruppi di origine nell’UE. Tuttavia, i confronti all’interno dello stesso sesso mostrano che i divari tra immigrati e nativi sono generalmente più ampi per le donne nate al di fuori dell’UE, con svantaggi particolarmente marcati in paesi come la Slovenia, la Finlandia e la Spagna.

Titolo del rapporto: Immigrant Educational Attainment in the European Union: Origin, Gender and Cross-Country Differences (Livello di istruzione degli immigrati nell’Unione Europea: Origine, Genere e Differenze tra i paesi), CReAM Report 04/2026.

Autori: Christian Dustmann, Tommaso Frattini e Camilla Piovesan.

Pubblicato qui: https://www.rfberlin.com/cream-report/04-2026/ dip 15

 

 

 

 

 

Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto

 

ROMA - Questa mattina erano tutti presenti in Sala Conferenze Internazionali i consiglieri del Cgie, che, terminata la cerimonia per la firma delle prime convezioni sul Turismo delle Radici, hanno aperto ufficialmente l’Assemblea Plenaria alla Farnesina.

“Grazie per quello che fate per tutelare l’interesse dell’Italia e dei concittadini che vivono fuori dai confini” ha esordito il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, salutando, in qualità di presidente del Cgie, la plenaria.

È seguito l’intervento del neo sottosegretario della Farnesina con delega per i connazionali all’estero Massimo dell’Utri, che ha dato lettura della relazione di governo, mentre la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha letto la relazione del Cgie, alla presenza fra gli altri del segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia, della direttrice generale della Dgit Silvia Limoncini e di molti parlamentari eletti all’estero.

Il ministro Tajani - e, come lui, poi anche il sottosegretario Dell’Utri - ha sottolineato l’impegno portato avanti dalla Farnesina in questi ultimi mesi in vari ambiti, a partire dall’assistenza dei connazionali in un “frangente internazionale particolarmente complesso”: nell’area del Golfo, con la Task Force apposita che ha consentito il rientro a numerosi italiani bloccati all’estero, al Venezuela, con il rientro in Italia di alcuni connazionali lì detenuti, sino alla tragedia di Crans Montana per la quale, ha assicurato Tajani, “nessun italiano pagherà alcuna fattura alla Svizzera”.

Il ministro ha poi ricordato i cambiamenti intervenuti con la riforma del Ministero, che ha messo “al centro” i servizi ai cittadini e alle imprese. “La digitalizzazione dei servizi consolari rappresenta una priorità”, ha detto, annunciando l’inaugurazione nel mese di giugno di una nuova sala operativa “con tecnologie all’avanguardia” che si occuperà proprio di servizi ai cittadini. Per fare il punto sulla situazione e capire come migliorarla a giugno si terrà anche la Conferenza dei Consoli, impegnati in prima linea ad esempio nel rilascio delle carte d’identità elettroniche, che hanno registrato nel 2025 un +18,3% di emissioni. Certo, ha ammesso Tajani, servono “più risorse per la rete consolare onoraria”, ma il Ministero sta lavorando anche in tal senso.

Il ministro si è detto soddisfatto del pronunciamento della Corte Costituzionale che ha confermato come legittima la riforma della legge cittadinanza, con cui, ha detto Tajani, “abbiamo restituito dignità a un diritto che deve fondarsi su valori autentici”. Questione, questa, che però non ha trovato concordi i consiglieri nel dibattito che è seguito.

Il ministro ha annunciato che sono stati avviati i lavori per organizzare le consultazioni per il rinnovo dei Comites, che a fine anno giungeranno alla loro naturale scadenza. Tajani ha assicurato un “lavoro senza sosta” dell’amministrazione per “garantire il diritto voto” e avere una “partecipazione importante” come quella dei referendum di marzo.

Contemporaneamente il Maeci è impegnato nella realizzazione della prossima edizione della Conferenza Internazionale dell’Italofonia, nella convinzione che la promozione della lingua – dagli enti gestori all’editoria alla traduzione dei contenuti italiani all’estero – sia “prioritaria”.

Insomma, ha chiosato Tajani, “l’impegno mio personale e quello del Maeci è massimo. Vogliamo continuare a migliorarci e dare servizi agli italiani all’estero in maniera puntuale e veloce. Potete contare sulla squadra della Farnesina”, ha concluso rivolgendo infine un pensiero a Michele Schiavone in ricordo del quale domani il Cgie consegnerà i premi intitolati al compianto segretario generale.

Per la prima volta ad una plenaria del Cgie, il sottosegretario Dell’Utri è tornato più nel dettaglio sui temi trattati dal ministro Tajani, confermando il “dialogo” con il Cgie quale “strumento fondamentale per affrontare le sfide che abbiamo davanti”.

Dell’Utri si è soffermato in particolare sui servizi consolari, che oggi devono rispondere alle necessità di 7 milioni di connazionali iscritti all’Aire. Oltre alle buone performance nel rilascio di Cie e passaporti, il sottosegretario ha tenuto il punto sull’innovazione digitale, grazie alla quale è quasi ultimata la migrazione di due portali fondamentali per gli italiani all’estero: Fast-It e Prenotami. Così come è stato confermato lo stanziamento di 1,15 milioni di euro per valorizzare la rete consolare onoraria e renderla un “network capillare a sostegno della comunità”. Prevista anche l’apertura di nuove sedi che andranno a potenziare le attuali 509.

Il “rafforzamento degli strumenti digitali” è stato fondamentale anche durante il voto per il referendum costituzionale dello scorso marzo, ha ricordato il sottosegretario Dell’Utri, rammentando che nell’occasione è stata istituita “per la prima volta una sala organizzativa” che ha consentito di gestire le diverse fasi del voto.

La prossima elezione che vedrà coinvolti i connazionali all’estero sarà quella dei Comites, che si terrà entro la fine del 2026 e per la quale la Legge di bilancio ha autorizzato 14 milioni di euro di spesa. Ora il “passaggio preliminare sarà la definizione di una data”. Restando in tema di Comites, Dell’Utri ha annunciato che la Farnesina ha accolto “integralmente” le richieste di finanziamento ordinario che i Comites hanno presentato ai Consolati di riferimento, per un valore di oltre 1 milione di euro. “Alcuni Comitati hanno già ricevuto il saldo”, ha confermato Dell’Utri, dicendosi “a disposizione per valutare future richieste di finanziamenti integrativi”.

Tasto dolente, per il Cgie, quello della cittadinanza. Ad un anno dalla legge di riforma approvata nel 2025 e ora confermata nella sua legittimità dalla Corte Costituzionale, “tante sono le novità”, a partire dalla creazione di un ufficio che alla Farnesina sarà “competente in via esclusiva” per le domande presentate da cittadini maggiorenni residenti all’estero e discendenti da cittadini italiani. Quanto ai minorenni la proroga per la presentazione dell’istanza è stata estesa al 31 maggio 2029.

Turismo delle Radici e promozione della lingua italiana sono stati gli ultimi due argomenti citati dal sottosegretario, che ha riportato alla plenaria la volontà di coinvolgere il Cgie nella comunità dell’Italofonia, confermando la disponibilità sua personale e di tutta l’Amministrazione al “confronto” e alla “collaborazione” con il Consiglio generale.

A nome di quest’ultimo è intervenuta la segretaria generale Prodi. Il lavoro del Cgie rappresenta una “ricchezza che deve essere messa in circolo”, ma ci vuole “consapevolezza della responsabilità di cui siamo investiti”, ha detto. “Occorre fare memoria di quanta fatica ci è costato arrivare a oggi, ad un sistema di rappresentanza che è un sistema maturo” e che “merita rispetto”. Prodi ha citato alcuni dei risultati raggiunti: dal rilascio della Cie in Italia che diventerà operativo da giugno al rilancio del tavolo dei transfrontalieri al comitato anagrafico elettorale, gli ordini del giorno del Cgie sono all’origine di varie proposte di legge giunte in Parlamento, ha rivendicato.

Nei prossimi due giorni di plenaria “il cuore dei lavori sarà la partecipazione”, ha proseguito Prodi, rivolgendo poi un appello ai presenti in Sala Conferenze Internazionali: “serve coraggio da entrambe le parti - Cgie e Farnesina, ndr. - per scrivere un nuovo metodo di collaborazione” e “dare continuità tra storia dell’emigrazione presente e futura”. Un passaggio fondamentale sarà quello del rinnovo dei Comites, in vista del quale sarebbe utile uscire dalla plenaria con una “road map” che aiuti tutti ad adoperarsi verso uno stesso scopo: quello di una “rinnovata partecipazione”.

Tanti altri avrebbero dovuto essere i temi al centro di questa plenaria - e fra questi molto sentito dai consiglieri quello della riforma del Cgie, di cui comunque si è occupata ieri la 3^ Commissione -, ma si è preferito concentrare l’attenzione e dare dunque “priorità” a ciò che è “più urgente e imminente”, ha spiegato Prodi.

Proprio dalla riforma del Cgie è voluta partire Silvana Mangione, vice segretaria per i Paesi anglofoni extra Ue, che con il suo intervento ha aperto il dibattito. Per Mangione sarebbe importante intervenire sulla tabella che regola l’attribuzione dei rappresentanti territoriali in seno al Cgie, per redistribuirne i componenti tenendo conto non solo degli iscritti all’Aire, ma anche della “forza politica” di quel territorio.

Il vice segretario Mariano Gazzola ha riscontrato un miglioramento tanto nelle ”competenze dei servizi consolari” quanto nella “professionalità dei consoli” in America Latina. Anche la digitalizzazione è “utile”, ha aggiunto, paventando però il “rischio di spersonalizzare il rapporto con i concittadini”. Molto contrariato dalla riforma della legge di cittadinanza, Gazzola ha accusato: “non ha semplificato nulla” e, nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale, resta “illegittima a livello politico”, oltre che “ingiusta”.

Il consigliere Walter Petruzziello (Brasile) ha sollevato un dilemma: quello del mandato del Cgie che dovrebbe essere rinnovato subito dopo l’elezione dei Comites, ma che di fatto, essendosi i consiglieri insediati un anno e mezzo dopo la loro nomina, sarebbe penalizzato da una consiliatura più breve.

Poi ha preso la parola Gianluigi Ferretti (Ugl), che come sempre ha strappato un sorriso alla plenaria e questa volta anche un po’ di commozione. “In questo circo del Cgie ci sono acrobati, domatori e clown”, ha esordito. “Io sono un clown triste, perché mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena. Un tempo ci battevamo per l’Aire, i Comites, il Cgie, il voto…”, ha proseguito Ferretti ricordando figure storiche del Cgie come Tremaglia e Zoratto. Un tempo il Cgie godeva di un’attenzione che oggi non c’è più: “il momento magico è durato fino al voto. Con il voto l’opinione pubblica ci ha misurato e sono cominciati a scemare sia l’interesse sia i fondi”, ha osservato il consigliere di nomina governativa di lungo corso. “Questo decadimento fa male a chi ci ha creduto davvero e un po’ ancora ci crede”, ha aggiunto, invitando i colleghi alla collaborazione e a “fare il possibile per salvaguardare quanto di salvaguardabile c’è”. Poi ha concluso annunciando che questa sarà probabilmente per lui l’ultima assemblea plenaria. “Vi voglio bene, a tutti quanti”, ha detto, “dal primo all’ultimo. Sarete sempre nel mio cuore”. E c’è chi, nemico politico giurato, ma compagno di anni al Cgie, si è alzato per abbracciarlo.

È tornato sulle questioni all’ordine del giorno il consigliere Vincenzo Arcobelli (Stati Uniti), per il quale “assumere, formare e far partire nuovi funzionari è una priorità” per aiutare una rete consolare “ancora in grande sofferenza”.

Molto critico nei confronti della gestione del Cgie in questi ultimi quattro anni è stato Luigi Billè (Regno Unito), che ha lamentato un “funzionamento troppo spesso rallentato”, una “comunicazione poco inclusiva” e una “produttività modesta”. Il Cgie non ha sempre mostrato la “necessaria autorevolezza” di fronte all’Amministrazione: non si tratta di un “attacco” alla segretaria generale o al CdP, ma di una “constatazione politica”, ha precisato Billè. “Non sono stati prodotti i risultati attesi”, ha ribadito. “Io credo profondamente nel ruolo del Cgie, che può essere un luogo di elaborazione strategica, non un’area di gestione ordinaria”, ma, ha concluso, “serve un cambio di passo, un metodo diverso e una leadership che sappia coordinare”.

Sulla stessa linea di Billè l’intervento del consigliere Paolo Dussich (Ctim).

Aldo Lamorte (Uruguay) ha espresso “preoccupazione” per gli effetti della nuova Legge sulla cittadinanza, che in Sud America ha causato “dolore e incredulità” e rischia di piegare il rapporto dei connazionali con l’Italia.

Il vice segretario Giuseppe Stabile (Europa) è voluto intervenire per ringraziare i collaboratori del Cgie che, con il loro “lavoro silenzioso”, ne garantiscono il funzionamento; mentre il consigliere Vincenzo Di Martino ha portato all’attenzione della plenaria la situazione ancora delicata degli italiani in Venezuela.

Giunto dall’Australia, il consigliere Francesco Papandrea ha condiviso la proposta di Mangione di rivedere la tabella per l’assegnazione territoriale e politica dei consiglieri e Nello Gargiulo (Cile) ha proposto un allineamento tra Comites e Cgie, in modo tale che per entrambi non si possano ricoprire più di due mandati consecutivi. È preoccupato invece che il Perù possa perdere la sua rappresentanza in seno al Consiglio Agostino Canepa, che oggi ha invocato “meno dichiarazioni di principio e più concretezza”.

Infine Silvia Alciati (Brasile) ha osservato che in 40 anni di vita ai Comites è sempre “mancato l’appoggio istituzionale dei nostri principali interlocutori, i Consolati”. Per questo ha fatto appello alla nuova direttrice generale della Dgit Limoncini: “ci aiuti a far sì che i Consolati accompagnino i Comites sul territorio, dando loro importanza”, così come prevede la legge. Quanto al Cgie, “in questi anni è stato fatto uno sforzo importantissimo e non vorrei che, adesso che abbiamo raggiunto la maturità, ci si debba preoccupare della sua esistenza”, ha concluso.

Il dibattito è solo all’inizio. Proseguirà sino a venerdì, siamo certi, con la consueta vivacità. Certo è, ha sottolineato la segretaria generale Prodi rispondendo brevemente agli interventi di questa mattina, che “la complessità del Cgie è quella di qualunque istituzione”, il che non vuol dire che non si possa migliorare, ad esempio chiedendo che la proporzionalità, già prevista dalla legge di riforma dei Comites, sia applicata anche al Cgie. “Dobbiamo essere ambiziosi e chiedere più consiglieri”, ha concluso Prodi. (r.aronica\aise 13) 

 

 

 

 

 

Plenaria del Cgie, un momento di approfondimento con i parlamentari della circoscrizione Estero

 

ROMA – La seconda mattinata dei lavori del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è stata caratterizzata da un momento di approfondimento con i parlamentari della circoscrizione Estero. Ha introdotto il dibattito la Segretaria Generale del Cgie Maria Chira Prodi: “Abbiamo oggi la possibilità con voi – ha esordito Prodi – di entrare in un lavoro coordinato. Il nostro obiettivo è quello di confrontarci con voi sulle tematiche al centro della nostra discussione come ad esempio il rinnovo dei Comites: Cosa possiamo aspettarci? e come questo appuntamento può essere vissuto dai nostri connazionali e in che modo pensate di risolvere alcune delle difficoltà che stiamo vivendo dal punto di vista della preparazione di questo evento elettorale, che ormai appare certo. Voglio poi ricordare – ha aggiunto – che la scadenza dei Comites va a fare in modo che questo Cgie decada con un anno e mezzo di anticipo”. La Segretaria Generale ha anche parlato dell’importanza di migliorare la relazione fra Cgie e Parlamento e di far sì che i pareri obbligatori del Cgie vengano poi effettivamente richiesti. Ha poi preso la parola il deputato della Lega, eletto nella ripartizione Europa Simone Billi, Presidente del Comitato per gli italiani all’estero della Camera . “Vorrei focalizzarmi sulle questioni che sono state risolte per noi italiani all’estero, – ha rilevato Billi – come ad esempio la carta di identità elettronica, che sarà rinnovabile in Italia a breve. Vi è poi la carta di identità elettronica a vita per gli over 70. Novità che rappresentano successi indiscutibili del Parlamento di questa legislatura. Vi è poi lo SPID alle poste e ID gratuiti per gli italiani all’estero; il codice fiscale ottenibile online gratuitamente senza andare al Consolato; l’importante accordo radio televisivo con San Marino; l’integrazione della anagrafe nazionale della popolazione residente con l’AIRE; l’aumento dei dipendenti e dei contrattisti della rete consolare, anche se ovviamente so benissimo che i problemi della rete consolare non sono tutti risolti”. “Vi sono anche – ha proseguito Billi – le cittadinanze che verranno lavorate a Roma, per alleggerire i Consolati – ed i tempi delle cittadinanze sono passati dai 48 ai 36 mesi. Vi è poi il riacquisto della cittadinanza italiana per chi la aveva persa. Voglio anche ricordare l’apertura dei nuovi Consolati per esempio quelli di Madrid, Bruxelles ed Edimburgo, gli accordi sui frontalieri che abbiamo aspettato decenni e finalmente sono stati conclusi poco tempo fa. Da ricordare anche la nuova Casa d’Italia a Zurigo, che sarà inaugurata tra pochi mesi”. Billi ha poi auspicato la realizzazione di un documento unico tra i Parlamentari e  CGIE da presentare al Governo per cercare di mettere in sicurezza il voto all’estero o, nel caso la legge elettorale venga cambiata, per fornire possibili suggerimenti. Dal canto suo il deputato del Pd Christian Di Sanzo  (Ripartizione America Settentrionale e Centrale) ha parlato della proposta di legge, realizzata con l’On. Ricciardi, sull’esenzione INPS per le case degli italiani iscritti all’AIRE. Il provvedimento è passato solo alla Camera e manca il sì del Senato “Questa – ha spiegato Di Sanzo – era una battaglia di anni che per la prima volta ha trovato spazio in una normativa, e questo per noi segna un passo importante.  Si affianca alla legge che abbiamo già approvato a firma dell’on Ricciardi, che è stata proposta dall’opposizione, che poi di fatto è stata approvata all’unanimità, cioè quella del fondo di 4 milioni per i servizi consolari. Anche questo è stato un passo molto importante per noi”. “Abbiamo fatto un passo avanti – ha continuato Di Sanzo – anche per quanto riguarda la sanità degli italiani all’estero. Purtroppo anche qui per ora questa proposta è stata solo approvata dalla Camera e non dal Senato, però è un’iniziativa che dovrebbe dare dei frutti”. Il Deputato ha poi parlato delle elezioni dei Comites e della necessità di semplificare la raccolta firme per i candidati come già fatto nelle ultime elezioni. La parola è poi passata alla deputata Federica Onori (Azione-  Ripartizione Europa) “La CIE – ha esordito Onori – è stato un provvedimento di natura amministrativa, una battaglia lunga. Il primo giugno si aprirà la possibilità per i comuni in Italia di erogare la CIE. I servizi consolari – ha continuato Onori – vengono erogati in forme plurime, attraverso la partecipazione attiva dei consoli onorari. Su questo tema ho proposto vari ordini del giorno che riguardavano volti a chiedere più risorse per i consoli onorari, per aiutare i cittadini che vivono lontano dal consolato,  ma anche per fornirgli  macchinari atti ad acquisire le impronte digitali per rilascio del passaporto. Vorrei provare ad estendere il lavoro dei consoli onorari facendo in modo che oltre a poter rilasciare i passaporti possano rilasciare anche la CIE, ma purtroppo i macchinari sono diversi”. Da segnalare anche l’intervento del senatore Mario Borghese (MAIE – Ripartizione America Meridionale). “Dirò – ha affermato Borghese riferendosi alla conquiste di maggioranza e opposizione – cosa siamo riusciti ad ottenere nella scorsa legge di bilancio in parlamento: abbiamo abolito la tassa di cittadinanza di 250 euro per i figli minorenni, siamo riusciti ad ottenere più risorse per i Comites, il CGIE e le scuole paritarie, gli enti gestori, nonché i 14 milioni di euro per le elezioni dei Comites”. “Tutti provvedimenti che riguardano gli italiani all’estero, dovrebbero richiedere il parere obbligatorio del Cgie, – ha ricordato il senatore Andrea Crisanti (Pd – Ripartizione Europa) – e questo sistematicamente non accade. Questo credo sia un grandissimo problema. Quindi penso che noi in Parlamento dobbiamo impegnarci, perché ogni volta che c’è una legge riguardante gli italiani all’estero, sia investito il Presidente della commissione competente e chieda il parere al Cgie”.  “Il voto che gli italiani esprimeranno per il Comites – ha aggiunto il senatore – non è diverso dal suffragio che gli italiani esprimono per le politiche, ed è per sua natura incomprimibile”. Crisanti si è anche espresso contro l’applicazione dell’opzione inversa del voto che rischia di frammentare i suffragi.   “Credo profondamente negli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, nei Comites e nel Cgie, come strumenti fondamentali di ascolto, proposta e coordinamento. Per continuare ad essere protagonisti nel futuro è necessario innovare, rendere questi organismi sempre più attuali, rappresentativi e vicini ai cambiamenti delle nostre comunità nel mondo”. Lo ha affermato il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide. “Il ruolo del Cgie e dei Comites deve essere quello di rappresentare le comunità italiane nel mondo, ascoltare i bisogni dei cittadini, segnalare criticità ma soprattutto avanzare proposte concrete, in collaborazione con le istituzioni, il Parlamento e la rete diplomatico-consolare”, ha aggiunto Giacobbe. Nel suo intervento il senatore ha ringraziato la Segretaria generale Maria Chiara Prodi, le Consigliere e i Consiglieri del Cgie per il lavoro svolto in questi anni, sottolineando la necessità di costruire una rappresentanza sempre più capace di coinvolgere giovani, nuove generazioni, mondo del lavoro, cultura, ricerca, enti gestori, Camere di Commercio e associazionismo italiano all’estero. “Serve una rappresentanza che unisca e non divida, capace di adattarsi ai tempi e di essere parte integrante del Sistema Italia. Dal lavoro delle Commissioni e dal confronto con le comunità possono nascere proposte importanti anche sul piano normativo, e io continuerò a fare la mia parte in Parlamento”, ha concluso Giacobbe.  Ha poi preso la parola la senatrice del Pd Francesca La Marca ,eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, che ha sottolineato come un aspetto positivo della nuova legge sulla cittadinanza sia quello di aver consentito la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza. In proposito la senatrice, che critica gli altri aspetti della norma, ha annunciato di aver presentato una mozione che chiede di dare la possibilità, a tutti colori che riacquisteranno la cittadinanza entro la fine dell’anno prossimo e l’abbiano riacquisita in passato, di trasmetterla ai figli e ai nipoti.  La Marca, ha ricordato l’accantonamento di un suo progetto di legge che mirava potenziare il ruolo dei consoli onorari. La senatrice ha poi auspicato l’estensione a tutti i consolati dell’iniziativa che dedica una linea telefonica agli over 70, nonché la partecipazione dei rappresentanti degli Intercomites alle riunioni del Cgie. E’ stata poi la volta del deputato Pd Fabio Porta, eletto nella ripartizione America Meridionale che ha voluto ricordare come questo appuntamento cada ad un anno dall’approvazione della riforma della cittadinanza: Una legge che per Porta  ndrebbe rivista, apportando  “profonde e radicali correzioni, magari nell’ambito di una riforma organica della cittadinanza che aiuti l’Italia a tornare ad essere un Paese inclusivo, se non altro in ragione di una drammatica recessione demografica” . Sempre secondo il parlamentare del Pd “se oggi celebriamo l’avvio del più grande accordo commerciale della storia, quello UE-Mercosur, e soprattutto i suoi benefici previsti che vedranno l’Italia in prima fila in Europa, è grazie proprio a quei figli, nipoti e pronipoti di italiani che consentiranno ai nostri prodotti di conquistare un mercato che già ci vede leader in tanti settori”.  Per l’on. Porta inoltre occorre “una piccola rivoluzione culturale che parta dalle scuole con l’insegnamento della storia della nostra emigrazione” per valorizzare gli italiani nel mondo “per quello che siamo stati, che siamo e soprattutto potremmo diventare per il futuro dell’Italia”. Nel suo il deputato ha voluto anche ricordare “i venti anni dalla prima elezione dei parlamentari eletti all’estero, una conquista alla quale tanti, da Mirko Tremaglia a Michele Schiavone, hanno dedicato parte della loro vita personale politica ed associativa”. Infine ,per quanto riguarda la legge elettorale il parlamentare eletto all’estero ha criticato l’ipotesi di un collegio unico mondiale senza preferenze. Per Porta “dovremmo piuttosto concentrarci sulla ‘messa in sicurezza del voto all’estero’, con l’introduzione di poche ma necessarie modifiche come la stampa delle schede in Italia, il codice a barre per la tracciabilità o le buste anti-strappo. A seguire è intervenuto il deputato del Pd Toni Riccardi, eletto nella ripartizione Europa, che ha ricordato come in passato per anni si sia dato spazio ad una visione dove la nostra emigrazione veniva ignorata o relegata ai soli “cervelli in fuga”. Una interpretazione che oggi appare superata da una variegata presenza all’estero di oltre sette milioni di persone. Secondo il deputato, per poter correggere il provvedimento sulla cittadinanza e affrontare il rinnovo dei Comites e del Cgie, bisogna poi avere una determinata postura, ossia essere consapevoli dell’importanza che rivestono i nostri connazionali che rappresentano la 21esima regione d’Italia e una parte organica di questo paese  “Io sono fiero che questo Governo – ha aggiunto Ricciardi – abbia portato a casa il traguardo della cucina italiana patrimonio dell’Unesco, ma un grande plauso va anche alle comunità di italiani all’estero che da secoli nel mondo importano i prodotti italiani diffondendo il made in Italy”.   “Ho presentato due disegni di legge in Parlamento – ha rilevato il deputato del Maie Franco Tirelli, eletto nella ripartizione America Meridionale – che già ho inviato al Cgie. Uno sulla riforma della legge per la cittadinanza,  e l’altro è per cambiare la legge elettorale per l’estero. Un provvedimento molto simile alle elezioni del Comites, con alcune cose nuove, soprattutto nella sicurezza e per la forma di votazione. In questo momento il disegno di legge sul voto è in Commissione Affari Costituzionali dove stiamo lavorando soprattutto con il nostro relatore del gruppo MAIE”. Il Deputato ha anche evidenziato il suo impegno ad ascoltare i Comites del Sud America e soprattutto in Argentina, per prendere nota dei loro problemi, creando così un ponte tra l’Italia e l’estero. (Lorenzo Morgia – Inform 14)

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: un percorso di rinnovamento per rappresentanza e partecipazione

 

ROMA - Si è tenuta la scorsa settimana a Roma l’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, in un contesto segnato dal confronto sulle prospettive della rappresentanza degli italiani nel mondo, tra passato e futuro, sul rafforzamento dei servizi consolari e sulle dinamiche della mobilità italiana contemporanea.

In apertura dei lavori, presso la Farnesina, il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, nella sua qualità di Presidente del CGIE, ha sottolineato il valore strategico delle comunità italiane all’estero per il sistema Paese, richiamando il ruolo svolto dai connazionali nella promozione economica, culturale e diplomatica dell’Italia nel mondo. Ha inoltre ribadito l’impegno del Governo per il potenziamento dei servizi consolari, la modernizzazione amministrativa e la tutela della partecipazione democratica dei cittadini residenti oltreconfine.

Il sottosegretario con delega agli italiani all’estero Massimo Dell’Utri, alla sua prima partecipazione all’Assemblea del Cgie, ha illustrato la Relazione di Governo sottolineando la necessità di consolidare il dialogo permanente con il Consiglio Generale, definito uno strumento essenziale per accompagnare le trasformazioni delle comunità italiane nel mondo. Particolare attenzione è stata dedicata al processo di innovazione digitale del servizio Fast-It e alla preparazione della rete diplomatico-consolare per le prossime elezioni dei Comites.

Nella sua relazione introduttiva, la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha evidenziato come il lavoro del Cgie rappresenti una ricchezza, esortando l’Amministrazione degli Esteri a rendere fruttuoso il nuovo metodo di collaborazione e ha sottolineato come il tema della partecipazione costituisca il cuore dei lavori dell’Assise plenaria. Ha quindi ricordato i risultati conseguiti grazie all’impulso del Consiglio generale: il rilascio della carta d’identità elettronica da parte dei Comuni in Italia, che diventerà operativo a giugno, il rilancio del tavolo sui transfrontalieri e la riattivazione del comitato anagrafico-elettorale. Ordini del giorno del Cgie – ha aggiunto – sono all’origine di disegni di legge sull’assistenza sanitaria, la fiscalità, il contrasto allo spopolamento e l’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana, accolto come indicazione nella recente circolare del Ministero dell’Istruzione e del merito. Significativi avanzamenti hanno riguardato il tema della lingua e cultura italiana, con la partecipazione alla Comunità dell’italofonia del Consiglio Generale, il quale ha ottenuto il ritorno della competenza in materia alla DGIT del MAECI, grazie alla cui disponibilità è stato possibile avviare un tavolo di lavoro informale e operativo sugli enti gestori.

A seguito dell’introduzione della riforma della cittadinanza, è stato inoltre sottolineato il ruolo attivo del Consiglio generale, che ha consentito di rispondere alle aspettative di riacquisto e di ottenere la proroga dei termini per la registrazione dei figli minori.

Nella convinzione della necessità di garantire il riconoscimento della cittadinanza a chi mantiene un legame effettivo con l’Italia, il Consiglio Generale resta in attesa che venga ascoltata la riflessione svolta al suo interno, come già auspicato dal presidente Mattarella.

Il rinnovo dei Comites, previsto entro il 2026, è stato al centro del dibattito interno e del confronto istituzionale.

Il Cgie ha approvato un documento specifico sulla base delle proposte avanzate dalla III Commissione tematica, volto a favorire una più ampia partecipazione al voto mediante la facilitazione delle procedure di raccolta delle firme per le liste elettorali, il rafforzamento del personale consolare e un’efficace campagna informativa. Da parte sua, la Direttrice generale della DGIT, ministro plenipotenziario Silvia Limoncini, ha garantito che sono state attivate tutte le procedure e si stanno studiando percorsi per facilitare le operazioni elettorali, a cominciare dall’autenticazione delle firme.

Nel corso dei lavori è emersa anche la riflessione sul futuro della rappresentanza democratica delle comunità italiane all’estero e sul valore storico del sistema di rappresentanza costruito negli ultimi decenni come patrimonio istituzionale da preservare e aggiornare rispetto ai nuovi flussi migratori italiani e alle esigenze delle giovani generazioni.

Le Commissioni continentali e tematiche hanno presentato relazioni, mozioni e ordini del giorno, poi approvati dall’Assemblea, per far fronte alle criticità dei servizi consolari anche a seguito della riforma della cittadinanza, incrementare la diffusione della lingua e cultura italiana, la promozione del made in Italy e l’informazione rivolta ai connazionali all’estero, nonché per rinsaldare il rapporto con le nuove mobilità giovanili, con particolare attenzione a una strategia nazionale per gli incentivi al rientro.

Tra gli appuntamenti più significativi, va citato anche il confronto con i Parlamentari eletti all’estero, dedicato alle prospettive di riforma della cittadinanza, del voto all’estero e del funzionamento degli organismi di rappresentanza. Durante il dibattito è stata sottolineata la necessità di mantenere un raccordo stabile tra Cgie, Parlamento e Governo per affrontare le criticità emerse negli ultimi anni e rafforzare la partecipazione democratica delle collettività italiane nel mondo.

Nel quadro dell’intensificazione del dialogo istituzionale, l’Assemblea ha registrato anche il rilancio dei rapporti con le Consulte regionali dell’emigrazione e con gli esperti del Cgie, valorizzando il contributo delle reti associative storicamente impegnate nella tutela delle comunità italiane all’estero e condividendo spunti e priorità strategiche in un’ottica di collaborazione tra istituzioni nazionali e territoriali. Si è inoltre svolto l’incontro dedicato all’offerta informativa della RAI per l’estero e ai nuovi strumenti di comunicazione rivolti alle collettività italiane oltreconfine ed è stato approvato un documento di aggiornamento del Regolamento interno del Cgie, con l’obiettivo di rendere più efficace e coerente il funzionamento dell’organismo rispetto alle nuove esigenze operative e all’evoluzione delle comunità italiane nel mondo. Durante la plenaria è stato assegnato il primo Premio Michele Schiavone, nato in memoria del compianto segretario generale scomparso nel 2024.

Durante la sessione conclusiva, a Villa Lubin, cui ha partecipato il vicepresidente del CNEL Claudio Risso, il professor Luca Paolazzi ha illustrato il rapporto sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati; a seguito di tale ricerca è stato promosso il sondaggio dedicato ai giovani expat italiani finalizzato a comprendere bisogni, aspettative e rapporto con il Paese delle nuove generazioni emigrate. I Consiglieri del Cgie sono già impegnati a sostenere la diffusione dell’iniziativa presso le rispettive comunità di riferimento sensibilizzando i giovani connazionali alla partecipazione, anche attraverso la rete dei Comites. Nell’ambito dell’Accordo interistituzionale, siglato lo scorso anno, sarà inoltre condotto uno studio congiunto sul contributo degli italiani all’estero all’economia nazionale.

Nel quadro delle celebrazioni connesse ai prossimi anniversari istituzionali – i quarant’anni dei Comites, i trentacinque del CGIE e i venti della circoscrizione estero – la vicesegretaria generale Silvana Mangione ha presentato un’articolata relazione dedicata alla storia della rappresentanza degli italiani all’estero, sottolineando il valore politico e democratico di un sistema costruito attraverso decenni di partecipazione delle collettività italiane nel mondo. È stato infine approfondito il progetto “L’Europa in Movimento”, iniziativa promossa dal CGIE per la creazione di un’Agenzia europea dedicata ai cittadini in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e ai diritti civili e politici delle diaspore europee.

(aise/dip 19) 

 

 

 

 

 

 

Il voto all’estero nella nuova legge elettorale

 

ROMA - Nuovo testo sulla legge elettorale in Commissione Affari Costituzionali: ieri sera alla Camera, la maggioranza ha depositato il cosiddetto Bignami2 che annovera, tra le tante novità, anche il voto all’estero.

Il nuovo testo, depositato in Commissione dopo la fine del ciclo di audizioni, demanda al Governo il compito di “apportare modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, volte a garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani all'estero”. Il nuovo testo, ha spiegato il relatore Angelo Rossi (FdI), “fissa alcuni principi che il Governo è tenuto ad osservare, con la finalità di contrastare la contraffazione del voto, ricordando come in molte delle audizioni svolte sia stata evidenziata la priorità assoluta di garantire la certezza del voto degli italiani all'estero”.

Di fronte alle proteste delle opposizioni, secondo cui il testo introdurrebbe una vera e propria delega al Governo, il presidente della Commissione Pagano ha assicurato che “per quanto gli consta, l'intervento sul voto degli italiani all'estero è volto a contrastare il rischio di contraffazione e non modifica il sistema di voto”.

È ancora Rossi a ricordare ai colleghi che “nel corso delle audizioni, sono state date indicazioni chiare circa la necessità di contrastare i rischi di contraffazione del voto degli italiani all'estero. Ritengo che tutti siamo d'accordo sul fatto che sussiste un problema in termini di contraffazione e che dunque vi sia la necessità di introdurre elementi di certezza del voto, anche con l'ausilio di supporti informatici, con riguardo al processo di stampa delle schede e dei certificati elettorali, alla disciplina della spedizione dei plichi dai Consolati al domicilio degli elettori, alla verifica dell'identità di chi compila le schede elettorali, al contrasto ad ogni forma di condizionamento o coercizione nell'esercizio del voto e alla possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo, nonché alla verifica della validità del voto espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle schede elettorali pervenute dall'estero”.

Sul punto, gli ha ricordato Toni Ricciardi, deputato Pd eletto all’estero, “ci sono già diverse proposte da parte del Poligrafico dello Stato e del Consiglio generale degli italiani all'estero in relazione, per esempio, alla garanzia del processo di stampa e di spedizione dei plichi”. A “preoccupare” il parlamentare sono altri punti del testo: tra questi, quello che prevede (al numero 3 del comma 1 dell'articolo 4) “l'introduzione di procedure volte a consentire la verifica dell'identità di chi compila le schede elettorali e a contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell'esercizio del voto e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo”. Parole che, secondo Ricciardi, potrebbero significare anche che “il decreto del Presidente della Repubblica potrebbe essere modificato anche nel senso di prevedere l'inversione dell'opzione (chi vuole votare deve registrarsi, una modalità usata già per il voto dei Comites - ndr)”. Così com’è scritto, quindi, “non si possono escludere modifiche consistenti tali da prevedere la previa registrazione dell'elettore, con il rischio di un abbattimento della partecipazione. Un conto sono gli interventi di natura tecnico organizzativa, un conto è la modifica delle modalità del voto. Se il testo fosse stato scritto in maniera più precisa, probabilmente sarebbe apparso più rassicurante”.

Secondo Carmela Auriemma (M5S) “le disposizioni volte a garantire la sicurezza e l'integrità del voto degli italiani all'estero sembrano porsi in contraddizione con la clausola di invarianza finanziaria contenuta nel nuovo testo”.

A più riprese, sia Donzelli che Rossi hanno rassicurato sul fatto che “le disposizioni sul voto degli italiani all'estero non incidano sul sistema elettorale ma si limitino a intervenire sulle modalità di esercizio del voto”.

Il relatore, in particolare, ha sottolineato che “per quanto concerne i rilievi formulati sulle norme relative al voto degli italiani all'estero, sottolinea come non si tratta di una delega, ma di una soluzione che si colloca nel solco di quanto previsto dalla legge n. 459 del 2001, vale a dire un decreto del Presidente della Repubblica, previo parere del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti. Condivido il richiamo del deputato Ricciardi alle proposte del Poligrafico dello Stato sulla stampa delle schede e l'invio dei plichi per il voto degli italiani all'estero: tali aspetti, al pari anche di ogni elemento utile a delineare la cornice dell'intervento governativo, potranno costituire oggetto di proposte emendative”.

Sul nuovo testo verrà svolto un breve ciclo di audizioni informali, il 3 giugno.

L’articolo 4.

(Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104)

1. Ai sensi dell'articolo 26 della legge 27 dicembre 2001, n. 459, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono apportate modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, volte a garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani all'estero, nell'osservanza dei seguenti princìpi:

1) introduzione di misure per garantire che il processo di stampa delle schede e dei certificati elettorali si svolga in modo da evitare la stampa di schede e certificati non autorizzati;

2) disciplina della spedizione dei plichi dai Consolati al domicilio degli elettori, con introduzione di misure per contrastare i fenomeni di furto o smarrimento del materiale elettorale;

3) disciplina delle modalità del voto per corrispondenza con l'introduzione di modalità volte a consentire la verifica dell'identità di chi compila le schede elettorali e a contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell'esercizio del voto e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo;

4) introduzione di misure per rendere più efficace ed agevole la verifica della validità del voto espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle schede elettorali pervenute dall'estero.

2. Lo schema di regolamento di cui al comma 1 è corredato di una relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria del medesimo ovvero dei nuovi o maggiori oneri da esso derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura. Si applica l'articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196.

3. Qualora, alla data di convocazione dei comizi elettorali per le nuove elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, non sia entrato in vigore il regolamento di cui al comma 1, trovano comunque applicazione le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. (aise/dip 28) 

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: verso le elezioni dei Comites

 

ROMA - Meno burocrazia, più partecipazione. Le elezioni per il rinnovo di Comites in programma a fine anno sono al centro del documento che la Commissione Diritti Civili, Politici e Partecipazione del Cgie ha presentato oggi all’assemblea plenaria riunita nella sala conferenze internazionali della Farnesina.

Ad illustrare il documento ai colleghi è stato il presidente Filippo Ciavaglia: approvato all’unanimità dalla Commissione, il documento parte dal presupposto che “le difficoltà di partecipazione si colmano non solo con i soldi ma anche con norme adeguate”. La Commissione ha prodotto tre documenti di sintesi: quello sulle elezioni dei Comites prevede la semplificazione delle norme per la partecipazione, raccordo con la Farnesina affinchè la rete diplomatico-consolare garantisca la sua disponibilità nella gestione delle procedure, più informazioni sul loro ruolo; gli altri due riguardano il rinnovo del Cgie e il Regolamento interno che, letto da Gazzola, è stato approvato dalla plenaria.

L’auspicio, ha detto Ciavaglia,” è che le nostre proposte si trasformino in azioni concrete.”

Nel documento, la commissione chiede appunto di rendere “più accessibile la partecipazione e favorire la pluralità delle candidature; di adottare le misure organizzative volte ad agevolare il processo di sottoscrizione delle liste, semplificandole come fu stabilito durante l’emergenza covid, quando si permise l’autocertificazione al posto della vidimazione” una “garanzia di un’adeguata informazione su data e modalità di voto” e la modifica del meccanismo dell’opzione inversa (vota solo chi si registra nell’elenco degli elettori). Una modifica, questa, cambiata alla luce degli interventi a dibattito in cui da più parti è stato sottolineato che non c’è più tempo per modificare la legge in vigore.

Molti i consiglieri che sono intervenuti nel dibattito, sospeso e poi ripreso alla presenza della direttrice generale Silvia Limoncini e del consigliere Branciforte, dopo che diversi consiglieri avevano lamentato l’assenza della Dgit in questa fase dei lavori.

Scansata la questione-opzione per la mancanza di tempo adeguato per intervenire, i consiglieri si sono confrontati sulla presentazione e sottoscrizione delle liste, resa complessa dai tempi a disposizione (20 giorni), dalla carenza di personale nei Consolati, dalle distanze territoriali e, quindi, dalla complessità di “portare in Consolato 200 persone”.

In tanti hanno auspicato l’invio di funzionari consolari nelle sedi associative per la sottoscrizione delle liste; altri hanno proposto l’uso dell’autocertificazione; altri quello di notai sui territori.

Modi per facilitare l’espletamento degli obblighi previsti dalla legge ma senza sminuire o banalizzare procedure pensate per garantire la sicurezza delle operazioni di voto.

Il documento è stato quindi approvato con un solo astenuto (Papandrea).

Il tema è stato ripreso alla presenza della direttrice Limoncini: “stiamo cominciando ad attivare tutte le procedure per il rinnovo dei Comites e studiando percorsi per facilitare le operazioni, a cominciare dell’autentificazione delle firme, sempre in base a ciò che ci consente la legge”, ha precisato. Quindi, rispondendo ad un invito della segretaria generale Prodi, Limoncini ha assicurato che “uvolta rieletti i Comites, notificheremo la loro elezione alla rete consolare, l’abbiamo sempre fatto, ma useremo più enfasi”.

“Stiamo lavorando molto con il Cgie”, ha rivendicato Limoncini, che ha citato in particolare il tavolo sugli enti gestori.

Quanto ai servizi consolari, la direttrice generale ha confermato che “si sta facendo un grande lavoro sugli applicativi informatici, abbiate pazienza! Oggi sono obsoleti e difficili da utilizzare: ci stiamo lavorando. Ci sarà un’evoluzione di Fast it”, ha confermato. L’obiettivo è “rendere i Consolati più evoluti possibile dal punto di vista informatico”, perché “non possiamo sottrarci alla storia”.

Vice direttore alla Dgit, Massimo Branciforte ha confermato che è in atto un “processo di reingegnerizzazione del Fast it” che “potenzierà il portale” a cui verranno “aggiunte nuove funzionalità”. È un lavoro “che comporterà prima una fase di sperimentazione in sedi pilota” con l’estensione ai passaporti e alla raccolta della documentazione digitale. La Dgit, ha detto Branciforte, ha “preso nota delle criticità segnalate” sia dal Cgie che dai parlamentari. La nuova denominazione della Direzione generale, d’altro canto, segnala anche questo obiettivo “migliorare i servizi ai cittadini”.

Limoncini ha ripreso brevemente la parola per evidenziare l’importanza che la sua Direzione e la Farnesina tutta riconosce ai Consoli onorari, cui verrà dato spazio alla Conferenza dei Consoli in programma il 12 giugno

Chiudendo il confronto, la segretaria generale Prodi ha auspicato che nel rinnovato Fast It ci sia spazio anche “per iscriversi all’albo degli elettori e tra i sottoscrittori delle liste”. Questo, ha spiegato, “non per fare troppo facile la presentazione delle liste per il rinnovo dei Comites, ma per semplificare la burocrazia” sempre, ha sottolineato, “nel rispetto del quadro normativo, che, però, se non va bene, deve essere cambiato. Le proposte approvate dal Cgie sono datate 2017”, ma sono rimaste lettera morta e la responsabilità, ha concluso, non è certo del Consiglio generale ma di chi doveva tradurle in legge. (m.cipollone\aise 14) 

 

 

 

 

 

Plenaria CGIE, le relazioni delle Commissioni Continentali

 

ROMA – La prima sessione pomeridiana dell’Assemblea Plenaria del Cgie in corso alla Farnesina è stata dedicata all’illustrazione delle relazioni delle Commissioni Continentali e tematiche. Il primo a prendere la parola è stato il Vice Segretario Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, Giuseppe Stabile. “L’Europa continua a rappresentare il principale baricentro dell’azione consolare e amministrativa della rete estera italiana”, si legge nella relazione illustrata da Stabile. La Commissione ricorda che la presenza istituzionale italiana nel continente è “la più estesa a livello globale”: delle 313 sedi estere operative, infatti, 124 si trovano in Europa, di cui 84 nell’Unione Europea. Una rete formata da Ambasciate, Consolati, Rappresentanze Permanenti e Istituti Italiani di Cultura, e che si è ulteriormente rafforzata nel 2024 attraverso l’istituzione dei nuovi Consolati Generali a Bruxelles e Madrid. La Commissione rileva che anche sotto il profilo delle risorse umane, l’Europa assorbe la quota più significativa del personale MAECI all’estero: 1.514 unità sono impiegate nei Paesi UE e 843 nell’Europa extra UE. Una concentrazione che “riflette il peso delle comunità italiane residenti nel continente, che costituiscono il nucleo principale dell’anagrafe consolare italiana all’estero”. Partendo dai dati dell’Annuario della Farnesina 2025 Stabile ha riferito come queste informazioni “confermino come l’Europa costituisca il principale teatro operativo della diplomazia consolare italiana caratterizzato da una crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione personale, assistenza ai connazionali”. Il Vice Segretario ha anche segnalato che l’aumento delle emissioni delle carte di identità elettroniche, dei servizi digitali dimostrano una mobilità sempre più intensa delle comunità italiane e europee e la necessità di un costante rafforzamento organizzativo della rete consolare. Nello specifico, parlando della Spagna ha riferito come “l’incremento delle attività di assistenza ai connazionali abbia ormai assunto carattere strutturale e continuativo in relazione alla forte crescita delle comunità Aire, degli impulsi turistici e delle situazioni di vulnerabilità sociale. I servizi consolari segnalano un aumento dei casi riguardanti di cittadini senza fissa dimora, persone affette da disturbi psichiatrici o dipendenze, detenuti, vittime di violenza, violenza domestica, minori contesi o sottratti, ricoveri ospedalieri, scomparsi in situazione di emergenza familiare”. Proprio considerando la crescita delle collettività italiane in Spagna già nel 2024 i consiglieri territoriali avevano segnalato l’opportunità di valutare l’apertura di sedi consolari in altre località come Palma di Maiorca o Valencia.  Stabile ha riferito che “le attività descritte dalle sedi consolari spagnole evidenziano come l’assistenza non si limiti alla mera trasmissione di informazioni ma comporti frequentemente una vera e propria attività consolare articolata nel coordinamento con autorità locali, ospedali, servizi sociali, forze di polizia, mediazione linguistica e culturale, supporto ai familiari, monitoraggio giudiziale e sanitario, interventi logistici, assistenziali anche in orario notturno, raccordo operativo con le autorità italiane”. Ci tengo a sottolineare – ha aggiunto Stabile – che il lavoro svolto dalla rete diplomatica consolare in Spagna si replica in tutte le altre sedi del mondo. La rete consolare si trova oggi ad affrontare una trasformazione profonda delle esigenze delle collettività italiane all’estero che richiede un progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano della presenza dello Stato italiano in Europa. Per la Commissione, alla luce del significativo piano di rafforzamento degli organici avviato dal Ministero degli Affari degli Esteri e della Cooperazione Internazionale che ha previsto l’assunzione di nuovo personale destinato al potenziamento della rete diplomatica consolare, appare importante comprendere quali saranno i tempi e le modalità di effettiva assegnazione delle nuove risorse presso ambasciate e consolati, soprattutto nelle sedi europee maggiormente esposte al crescente aumento della domanda di servizi consolari.  Stabile  ha concluso sottolineando come in tale contesto risulti essenziale che il processo di distribuzione del personale tenga conto delle criticità operative segnalate dai territori, del volume delle pratiche trattate e dell’effettivo carico di lavoro sostenuto dalle singole sedi consolari.

Ha poi preso la parola il Vice Segretario Generale per l’America Latina Mariano Gazzola che ha illustrato i lavori della Commissione continentale. “I temi principali dei nostri lavori – ha riferito – sono stati quelli che interessano oggi più che mai alle nostre comunità”,  sottolineando soprattutto la questione della legge sulla cittadinanza. “I consiglieri hanno approfondito il tema dei servizi consolari, riferendo le condizioni registrate nei singoli Paesi e segnalando il profondo impatto determinato dalla riforma della legge sulla cittadinanza. Tale riforma ha inciso non solo sulla vita interna delle comunità italiane, ma anche sull’organizzazione dei servizi consolari” Gazzola ha poi riferito un miglioramento nelle erogazioni di alcuni servizi consolari. Passando poi al tema delle piattaforme informatiche, ha evidenziato che si sta seguendo con attenzione e fiducia il lavoro che sta portando avanti la Direzione Generale sperando di migliorare e rendere più sicuro il sistema. Segnalato da Gazzola anche il problema della tempistica legato alle trascrizioni degli atti di stato civile da parte dei comuni . Per quanto riguarda l’assunzione del nuovo personale da parte della Farnesina,  la Commissione auspica il rafforzamento delle sedi consolari nell’area latinoamericana anche attraverso misure specifiche “volte a favorire e rendere più attrattiva la scelta dei nostri territori”. Gazzola ha inoltre riportato che la Commissione ha destinato ampio spazio alla necessità di un’adeguata campagna informativa per gli aventi diritti la voto in merito alla data e alla modalità di rinnovo dei Comite. Passando poi alla riforma istitutiva del CGIE la commissione torna a richiamare l’attenzione sull’attuale meccanismo di ripartizione dei consiglieri territoriali tra i diversi paesi, che nella prossima consigliatura potrebbe determinare l’aumento dei rappresentanti per alcuni stati già presenti e la eliminazione di altri, per esempio il Perù. Si ritiene necessario – spiega la Commissione – che la riforma preveda soluzioni che tengano conto non solo del numero di iscritti all’Aire, ma anche della presenza di comunità organizzate con comitati costituiti. L’accorpamento di due o più paesi contigui quale criterio base per la ripartizione di seggi è indicato come possibile soluzione per approfondire l’ambito della riforma. Dal canto suo la Vice Segretaria Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei Silvana Mangione,  ha ricordato come il decreto che lega il numero dei rappresentanti all’estero del CGIE al solo dato degli iscritti all’Aire, abbia penalizzato il numero dei consiglieri anglofoni ex-europei, con la perdita di Paesi importati come il Sud Africa che rappresentava un intero continente. “Riteniamo prioritario il miglioramento dell’accesso ai servizi consolari, in particolare per passaporti, Stato civile, CIE e cittadinanza. Persistono infatti tempi di attesa lunghi e difficoltà di comunicazione”, ricordando che è necessario”, – ha aggiunto Mangione  auspicando un rafforzamento della presenza del personale consolare in tempo rapido, così da garantire risposte più efficaci e adeguate alle esigenze delle comunità italiane di origine italiana e degli stessi cittadini e stranieri che hanno bisogno di visti o di altra documentazione. “È fondamentale garantire – ha poi rilevato la Vice Segretaria Generale – fondi adeguati ed erogati tempestivamente, affinché i Comites possano adempiere pienamente alle proprie funzioni istituzionali”. Mangione ha inoltre toccato il tema dei rimpatri: “riteniamo importante prevedere incentivi e semplificazioni per chi desidera rientrare in Italia, favorendo il ritorno di talenti e professionalità maturate da chi è  all’estero, ma anche il desiderio di rientrare da parte di qualunque cittadino italiano in qualunque condizioni o qualunque età abbia”. “Riteniamo necessario – ha aggiunto – migliorare le modalità di voto all’estero, con particolare attenzione alla sicurezza, alla trasparenza e alla partecipazione. Sarebbe inoltre opportuno rendere più efficiente l’aggiornamento degli elenchi delle aeree e promuovere campagne informative”. “Riteniamo importante – ha infine evidenziato Mangione – un maggiore coinvolgimento dei Comites nelle politiche di rafforzamento dell’insegnamento della lingua italiana”. E’ poi intervenuto il Vice Segretario Generale di Nomina governativa Gianluca Lodetti  che si è soffermato sul tema dell’espatrio: “Si pensi – ha esordito – che dal 2006 al 2024 si sono contati più di un milione e mezzo di espatri a fronte di circa 800 mila rimpatri. Da molti anni siamo in presenza di un saldo migratorio negativo, ma anche di una forte mobilità giovanile, di una attrazione dei mercati del lavoro esteri prevalentemente europei, di una situazione italiana su cui pesano i bassi salari, il mercato del lavoro molto spesso asfittico, una scarsa stabilità nel sistema socio-economico e una sfiducia generalizzata, specialmente dei giovani, verso il sistema l’Italia”. Alla luce di ciò per la Commissione bisogna guardare questo fenomeno da un altro punto di vista:  “L’obiettivo – ha spiegato – deve essere finalmente quello di cercare di guardare alla mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero non solo come una perdita, cioè fuga di capitale umano, ma come una risorsa strategica, da problema da contenere a fenomeno da governare, valorizzare e mettere al sistema”. “La diaspora italiana oggi – ha proseguito Lodetti – è fatta di giovani con livelli di istruzione medio alti, alla ricerca di migliori opportunità lavorative. Vi è una crescente migrazione, in particolare femminile, connessa digitalmente, competente, potenzialmente coinvolgibile attraverso politiche attive di partecipazione, collaborazione e sviluppo, che anche a livello locale o regionale può portare ad investimenti di ritorno, trasferimento di competenze, creazioni di reti internazionali, promozione del territorio”. Per quanto riguarda le elezioni dei Comites Lodetti ha spiegato che  “L’obiettivo principale rimane quello di favorire in tutti i modi possibili una maggiore partecipazione, sia per quanto riguarda l’elettorato attivo che l’elettorato passivo. Nelle scorse elezioni dei Comites – ha spiegato Lodetti – i votanti non stati molti, 142.000 persone , circa 2,9% del totale, sia a causa della nuova normativa sull’opzione inversa che prevede l’iscrizione a registro dei votanti, sia soprattutto per un deficit informativo presso i nazionali rispetto al sistema delle rappresentanze”. Per Lodetti dunque l’informazione va assolutamente recuperata e  potenziata, come elemento fondamentale e non come corollario in tutte le consultazioni che vengono effettuate. (Nicolina Di Benedetto- Inform 14)

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni tematiche

 

ROMA - Seconda giornata di assemblea plenaria questa mattina alla Farnesina dove il Consiglio generale degli italiani all’estero ha proseguito i suoi lavori dando spazio alle relazioni delle Commissioni tematiche.

A intervenire, nella sala conferenze internazionali, sono stati i presidenti della 5ª Commissione – Promozione sistema Paese all’estero e made in Italy, Massimo Romagnoli, e della 6ª Commissione - Conferenza Permanente Stato, Regioni, Province Autonome, CGIE, Pietro Mariani.

Entrambi hanno riassunto il lavoro delle Commissioni ed evidenziato le priorità emerse negli incontri svolti durante l’anno.

La 5ª Commissione, ha esordito Romagnoli, ha volto una “attività intensa e concreta per rafforzare il ruolo degli italiani all’estero nella promozione economica, commerciale e culturale”. I connazionali “non sono solo destinatari di servizi, ma rete strategica” per lo sviluppo del Paese, “un patrimonio di competenze, di imprese ed esperienze”, un poten di “collegamento con i mercati internazionali”.

La Commissione, ha aggiunto, ha lavorato a “proposte concrete, coinvolgendo istituzioni, esperti, Comites, associazioni, Cgie”.

Nel corso dell’anno, ha puntualizzato Romagnoli, “abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla promozione del made in Italy, sulla internazionalizzazione delle imprese, sul ruolo di promozione economica delle comunità, sull’export, sui dazi e sulla transizione energetica, sulla valorizzazione dei frontalieri e dei pensionati italiani all’estero” e, infine, sul “collegamento tra Cgie, Comites, rete diplomatico consolare e i diversi attori del Sistema Paese”.

Nel corso dell’anno, ha proseguito, la Commissione ha organizzato due importanti webinar, “incontri che hanno costituito momenti qualificati di confronto e approfondimento”, ha detto Romagnoli: “il primo, sull’effetto dei dazi sull’economia italiana, con particolare attenzione all’estero e alla competitività delle imprese italiane nei paesi esteri”. Il secondo “sulla nuova economia del carbonio”, un incontro che “ha consentito alla commissione di affrontare un tema strategico per le imprese e il sistema produttivo italiano”, una grande “opportunità per le imprese italiane all’estero” che “devono essere pronte alle nuove regole sul rispetto ambientale e la transizione energetica”.

Fatta una riflessione sul contributo economico degli italiani all’estero “componente attiva e produttiva e strategica per il Paese”, Romagnoli ha ribadito che i connazionali non formano “una comunità da assistere”, ma rappresentano “una risorsa economica, professionale e sociale per l’Italia”. Lo sono “i 115mila frontalieri che ogni giorno lasciano l’Italia per lavorare all’estero, che producono reddito all’estero e lo spendono in Italia”, ma anche i pensionati, attraverso “il turismo di ritorno, il mantenimento di case in Italia e di legami col territorio”. Gli italiani all’estero, ha ribadito, sono “parte viva del sistema produttivo del Paese”, come dimostrato, ha concluso, anche dal rapporto “Esportare la Dolce vita” redatto da Confindustria.

Di rapporto tra Stato – Regioni – Cgie ha parlato il presidente della sesta Commissione Pietro Mariani. “Parliamo della tenuta sociale del Paese Italia, di attrarre famiglie e competenze” di “rafforzare il rapporto tra Stato, Regioni e Cgie” alla luce dei 7 milioni di iscritti Aire, “parte viva di una società che cresce, mentre il Paese dentro i confini si restringe”. Nel 2025, ha detto Mariani, ci sono stati solo 80mila rientri e “per motivi familiari non per opportunità offerte dal Paese”. Anzi: “rientrano nonostante il sistema, non grazie ad esso”. “Molti di più continuano a partire”, ha ricordato.

Naspi, regimi per gli impatriati, cittadinanza: i temi su cui intervenire sono tanti e gli interventi normativi all’esame del Parlamento sono “limitati”. Ecco perché la Commissione ha approvato all’unanimità un ordine del giorno con diverse proposte, perché, ha concluso “non esiste inverno demografico che non possa essere affrontato”. “Ogni rientro è una storia che ricomincia, ogni italodiscentente che arriva è un pezzo di memoria che torna ad essere futuro”.

Con l’ordine del giorno, letto da Billè, la Commissione propone di “istituire una Strategia nazionale per il rientro; un programma nazionale per gli italodiscendenti in Italia (percorsi facilitati di cittadinanza e residenza; incentivi per acquisto e ristrutturazione casa; tutoraggio amministrativo, estensione del regime al 7% ai borghi del centro e del nord Italia o introduzione della flat tax al 4% per tutti i borghi sotto i 5mila abitanti); incentivi specifici per i “rientranti”; istituire un piattaforma nazionale unica dedicata a chi rientra in Italia, con tutte le informazioni su incentivi, bandi dei borghi, servizi, guide operative”.

L’odg propone poi di “rafforzare servizi nei borghi; un monitoraggio annuale Aire - Istat da svolgere in collaborazione tra Cgie, Istat e Viminale su rientri, espatri, italodiscendenti, impatto degli incentivi e popolazione dei borghi; di sostenere l’approvazione del ddl Matera (flat Tax 4% per 15 anni ai pensionati che rientrano – il testo è all’esame del Senato) e rafforzamento della fiscalità di vantaggio nelle aree interne”. Infine, la Commissione propone di “valutare l’estensione del ddl agli italodiscendenti” e, da ultimo la convocazione della Conferenza permanente che, per legge, dovrebbe essere convocata ogni tre anni e che invece si è riunita l’ultima volta nel 2021. (ma.cip.\aise 14) 

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: la relazione delle Commissione Informazione

 

ROMA - Al termine delle Relazioni delle Commissioni Continentali, i lavori della Assemblea Plenaria del CGIE - in corso alla Farnesina fino a venerdì – è intervenuto il Presidente delle I Commissione Tematica "Informazione e Comunicazione", Giangi Cretti.

Cretti ha informato i colleghi che la Commissione, come di consueto, si è incontrato con i rappresentanti del Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio che ha confermato il completamento dell’istruttoria relativa alla richiesta di contributi da parte dei periodici editi all’estero editi in Italia e diffusi prevalentemente all’estero per il 2025. Ciò – h spiegato Cretti – ha consentito di procedere con il riparto e di predisporre i decreti di pagamento, alcuni dei quali sono già stati accreditati.

Dalla discussione con il Die, è emerso che, pur in costante riduzione, permangono criticità: problemi di comunicazione, in andata e soprattutto di ritorno, con gli editori, talvolta difficilmente raggiungibili e poco reattivi; modulistica incompleta o inadeguata; non tracciabilità dei pagamenti per i costi sostenuti; scarsa reattività e collaborazione di talune sedi consolari; ritardi nell’invio dei pareri dei Comites, nonostante numerosi solleciti.

Criticità, ha spiegato Cretti, che sono all’origine dei ritardi dell’erogazione dei contributi.

Con il Die, la Commissione ha discusso anche dello schema del nuovo regolamento per i contributi su cui il CGIE, tramite il Comitato di Presidenza, aveva già espresso un parere nel febbraio 2025. Nell’incontro di lunedì, “abbiamo preso atto con soddisfazione che tutte le perplessità evidenziate nel parere sono state recepite”. Quindi, per i periodici editi e diffusi all’estero, “decade l’obbligo, inizialmente previsto, dell’impiego di un giornalista “assunto secondo la normativa del Paese dove ha luogo la prestazione lavorativa”” mentre “per i periodici editi in Italia e diffusi prevalentemente all’estero vale l’obbligo di impiegare almeno un giornalista professionista”.

Un altro elemento di novità riguarderà la quota del contributo equamente suddivisa fra tutte le testate, fissata al 5%: “sarà erogata solamente a quelle testate che presentano costi superiori all’ammontare del contributo che dovrebbero ricevere”. Infine, nel nuovo schema, “la conclusione dell’istruttoria, attualmente fissato al 31 ottobre, viene differita al 28 febbraio e viene confermata la scelta di considerare le testate online solo se ancorate alla testata cartacea. Al contempo, si introduce il principio che eventuali residui del contributo verranno ridistribuiti fra gli aventi diritto nell’anno di riferimento”.

Lo schema, ha spiegato il Die, “è fermo da tempo al MEF e non si ha al momento contezza dei tempi necessari a completare l’iter che lo renderà effettivamente operativo. È ragionevole ritenere che potrebbe entrare in vigore a valere sui contributi per l’anno 2027”.

La Commissione ha poi incontrato il consigliere Antonino La Piana, capo dell’Ufficio I della Dgit, per un aggiornamento sulla collaborazione fra Maeci e le agenzie “dedicate”, tra cui l’Aise, destinatarie di un contratto de facto soggetto a riconferma anno dopo anno, nonostante sia previsto in base ad una programmazione finanziaria del governo triennale.

Sulla questione, ha riportato Cretti, il consigliere La Piana si è detto “interessato a considerare le possibilità di individuare soluzioni che consentano una diversa pianificazione, fermo restando che la stessa non compete al suo Ufficio e necessariamente dipende dalla disponibilità effettiva dei fondi”.

Rimanendo in tema informazione, applicata sta volta agli appuntamenti elettorali, La Piana – ha detto ancora Cretti – si è detto disponibile anche a farsi “latore presso gli Uffici competenti della richiesta avanzata dalla Commissione di fare in modo che la rete diplomatico-consolare si coordini con i rappresentanti delle comunità ogni qual volta si tratti di pianificare l’informazione e la comunicazione, individuando modalità efficaci ed efficienti, anche di fuori delle scadenze elettorali”.

La Commissione ha poi discusso l’opportunità di organizzare un Convegno – insieme al Cser – sulla modalità con cui s’informano e comunicano le comunità italiane all’estero, con l’obiettivo di fotografare l’esistente per profilare il futuro. I lavori coinvolgerebbero anche il Maeci e il DIE, se disponibili, la FUSIE e il CNEL. All’assemblea, quindi, Cretti ha chiesto di sostenere la proposta e al Comitato di Presidenza di deliberare la creazione di un gruppo di lavoro che si attivi per definire obiettivi e contenuti, nonché gli aspetti organizzativi del convegno che dovrebbe tenersi in autunno, “integrato” nella eventuale seconda plenaria del Cgie.

A seguire, Tommaso Conte, consigliere dalla Germania, ha sollevato una "denuncia pubblica" su alcune "testatine" e "giornalini" che chiedono fondi senza sostanzialmente averne i diritti, testate che "non danno niente agli italiani in Germania". Testate su cui prima interveniva l’apposita Commissione che coinvolgeva anche Cgie e Fusie, tra gli altri, e che, ha ricordato Cretti, è stata soppressa nel 2017. Da allora, “noi non possiamo più intervenire”. (aise 14)

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Migliorare i servizi e rapporto più stretto nelle Relazioni Continentali

 

ROMA - Migliaia di chilometri di distanza. Migliaia, milioni di italiani sparsi nel mondo, ma le richieste, e le criticità, sono spesso simili nonostante tutto: miglioramento dei servizi consolari, soprattutto in questo momento in cui la nuova legge di cittadinanza ha provocato richieste maggiori da parte dei connazionali all'estero alla rete diplomatico-consolare, e un rapporto più strutturato.

Questo è quanto emerso dalle Relazioni delle Commissioni Continentali, e da quella del Gruppo di nomina Governativa, lette questo pomeriggio all'assemblea plenaria del CGIE, riunita alla Farnesina.

Il primo a prendere parola nel pomeriggio è stato Giuseppe Stabile, Vice Segretario Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, che ha ricordato come l'Europa continui a rappresentare "il principale baricentro dell’azione consolare e amministrativa della rete estera italiana". Ha quindi sottolineato la quantità di risorse umane che utilizza il continente sul personale MAECI, che però non toglie che i servizi consolari continuino ad avere "una domanda estremamente elevata", soprattutto nei Paesi europei caratterizzati da forte mobilità italiana recente. Tra queste, Stabile ha parlato in particolare della Spagna, che "si conferma una delle realtà consolari più impegnative e dinamiche dell’intera rete europea" e del Regno Unito.

Nel complesso, ha aggiunto ancora il Vice Segretario Generale Stabile, "i dati dell’Annuario" confermano come l’Europa costituisca "il principale teatro operativo della diplomazia consolare italiana, caratterizzato da una crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione personale, assistenza ai connazionali e tutela amministrativa". E la mobilità nel continente è "sempre più intensa". Per questo, secondo Stabile, è necessario avere "un costante rafforzamento organizzativo della rete consolare". Tra le maggiori problematiche, sono emerse esigenze per un rafforzamento dei servizi consolari e assistenziali, e alcune "criticità operative", specie riguardo le "nuove vulnerabilità".

I territori, come affermato da Stabile nella sua relazione, hanno quindi segnalato le loro priorità e le criticità emerse: dal Belgio è stato chiesto un miglioramento nei tempi di rilascio di passaporti e CIE e il rafforzamento della presenza consolare nelle aree periferiche, l'aumento di sportelli itineranti, maggiore coordinamento tra rete e Comites/CGIE, e maggiore coinvolgimento dei giovani e degli anziani. La Germania e la Svizzera hanno invece segnalato ulteriori criticità dovute ai rallentamenti nell’erogazione dei servizi consolari.

"La rete consolare europea si trova oggi ad affrontare una trasformazione profonda delle esigenze delle collettività italiane all’estero - ha infnine concluso Stabile -, che richiede un progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano della presenza dello Stato italiano in Europa".

A seguire, si è parlato degli italiani in America Latina con il Vice Segretario Generale Mariano Gazzola, che ha spiegato i temi principali toccati nei lavori della Commissione, incontratasi prima in Brasile, nel novembre 2025, poi a Roma nei giorni scorsi: Servizi Consolari e la legge di Cittadinanza, che ha introdotto "nuove difficoltà di accesso per i richiedenti e determinando un aumento del carico di lavoro negli uffici".

"L’abbiamo detto e continuiamo a dirlo: la legge di cittadinanza è una sciagura, una norma di difficile applicazione e lungi dall’essere una questione chiusa". Gazzola, riportando la questione giunta dall'America Latina, l'ha definita inequivocabilmente come "una ferita aperta".

Ma nonostante queste criticità, Gazzola ha riferito di "un miglioramento nell’erogazione di alcuni servizi consolari", in particolare sul rilascio dei passaporti. Da più parti, ha poi segnalato, "permane e si aggrava la prassi di richiedere ai cittadini documenti già in possesso dell’Amministrazione". Per tale ragione, ha chiesto di uniformare le procedure almeno a livello nazionale" e "potenziare la condivisione delle buone pratiche".

Problematiche sono emerse anche riguardo il sistema Fast-IT e la trascrizione degli atti di stato civile, che "sono spesso in ritardo" e "colpiscono l'operatività delle nostre sedi consolari". "Queste difficoltà oggi colpiscono l'America Latina, domani colpiranno l'Europa", ha spiegato Gazzola chiedendo all'Assemblea di intervenire sull'argomento.

Preoccupazione anche riguardo il nuovo personale che "non si è tradotta in un rafforzamento delle sedi consolari in America Latina" e per la quale servirebbero "incentivi e misure specifiche" per rendere "più attrattiva" l'area. Così come preoccupazione è stata manifestata riguardo l'applicazione della Circolare Ministeriale n. 4, che "andrebbe rivista", e la diffusione della lingua e della cultura italiana, per la quale servirebbe "l’avvio del tavolo tecnico" per collaborare in modo migliore con gli enti gestori. "Agli iscritti AIRE in America Latina non è destinata una politica organica di formazione linguistica e culturale".

Per concludere, Gazzola ha poi ricordato come la legge di cittadinanza, "valida ma non giusta", non possa creare "cittadini di serie b". La preoccupazione maggiore risultano essere la situazione legata ai minori, che "sono soggetti a termini temporali di iscrizione", e quella legata agli italiani provenienti dai territori dell’ex Impero austro-ungarico (trentini e giuliani): "sono inaccettabili", "chiediamo al governo e al Parlamento di intervenire". Per concludere, ha esortato l'avvio di una campagna informativa per le elezioni dei Comites. Una campagna da iniziare subito, in modo innovativo e conformando le regole per iscriversi al voto. Da ultimo, ha chiesto anche un maggiore coinvolgimento della Commissione riguardo al Premio Schiavone.

Intervenuto brevemente anche Giovanni Buzzurro, Presidente del Comites del Messico, che ha esortato ad avere un rappresentante al CGIE dal paese americano. "Siamo una piccola comunità" (30 mila gli italiani residenti) "ma dal punto di vista economico ha un ruolo di primaria importanza". "I nostri connazionali si sentono un po' abbandonati. Abbiamo però una comunità attiva, in un Comites molto inclusivo". Buzzurro ha infine espresso dubbi sulle elezioni di fine anno. Specie per le responsabilità dei bilanci consultivi.

A seguire ha parlato Silvana Mangione, Vice Segretaria Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei, che prima ha lamentato il "profondo vulnus" che ha subito la sua Commissione territoriale dopo l'approvazione dello "scellerato decreto" che lega il numero di consiglieri agli iscritti all'AIRE. "Una decurtazione che ha portato anche all'esclusione totale dell'Africa. Abbiamo perso un intero Continente". In seguito, ha letto i risultati di una ricerca di due professori universitari sulle istanze degli italiani collegati ai Comites di Stati Uniti, Canada e Australia. Un documento dal quale sono emerse diverse criticità, tra cui i servizi consolari e la difficoltà "erculea", con la nuova legge sulla cittadinanza, per "ottenere i documenti". Oltre a questo, è emersa la difficoltà a ricevere risposte chiare dalla rete diplomatica, così come problemi sono stati riscontrati nei tempi di attesa. Importante, per i Comites a cui ha dato parola Mangione, "rafforzare il personale consolare in tempi rapidi" e "introdurre nuovi strumenti tecnologici". Anche rispetto ai fondi, "spesso in ritardo", e all'aggiornamento degli elenchi AIRE si è chieso un miglioramento. Così come è stato fatto rispetto alle relazioni tra Comites, Rete consolari e patronati e sulla promozione della cultura.

Al termine della sua Relazione, contestata da alcuni consiglieri per lunghezza e contenuti, è voluto intervenire Francesco Papandrea (rappresentante dall'Australia), che ha voluto dissociarsi ufficialmente da questa ricerca poiché presentava alcuni "errori" nelle informazioni riportate da Mangione.

Rimanendo sui paesi anglofoni extra-Ue, è intervenuto come ospite dall'Africa, Piergiorgio Devalle, Presidente del Comites Johannesburg: "in questo momento gli italiani in Africa chiedono una cosa: accesso. Accesso ai diritti e ai servizi. E questo accesso è sempre più difficile. L'esclusione amministrativa è quasi totale. E rischiamo di rimanere anche senza documenti". Ha sollevato poi il problema del Piano Mattei, per cui il Governo non ha voluto contattare le comunità italiane in Africa: "ignorarle è un errore operativo, non politico. Poiché gli italiani in Africa sono un ponte economico e geopolitico, ma i ponti se non sono mantenuti crollano".

Infine è intervenuto Gianluca Lodetti, Vice Segretario Generale di Nomina governativa, che ha spiegato come la sua Commissione abbia lavorato nei giorni scorsi parlando dell'attuale contesto emigratorio che sembra caratterizzato da "un'ulteriore aumento" poiché "l’emigrazione storica si è fusa insieme alla nuova emigrazione". A questo aumento, però, "non corrisponde una sensibilità adeguata da parte dei governi". Anzi, a questo proposito permangono "problemi strutturali interni" in Italia. Serve dunque, secondo Lodetti, approccio nuovo che guardi sia alle necessità che ai bisogni complessivi di un’emigrazione composita". L'obiettivo, per il Vice Segretario Generale, deve essere quello di "cercare di guardare alla mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero, non solo come una “perdita” (fuga di capitale umano) ma come una risorsa strategica". Per farlo, serve una "strategia nazionale" che integri "emigrazione, sviluppo, tutele, politica estera, lingua e cultura, rappresentanza e cittadinanza".

Durante la riunione della Commissione si è anche discusso delle prossime elezioni dei Comites, per cui bisogna "favorire in tutti i modi una maggiore partecipazione". A tal fine, è emersa una divergenza su una possibile diminuzione del numero minimo di sottoscrittori per le liste che si presentano alle elezioni.

Riguardo alla relazione tra Comites e CGIE, Lodetti ha spiegato che dalla Commissione è stata espressa la necessità che il rapporto "debba essere sempre più stretto e debba strutturarsi sempre di più". Sui servizi consolari, invece, hanno riscontrato le "gravi difficoltà" in Europa che rischia di far "collassare" il sistema. Soddisfazione, invece, è emersa riguardo la decisione del ritorno dell’attività degli Enti Gestori per la promozione della lingua e della cultura italiana sotto la competenza della DGIT. (luca.mattuezzi/aise 13) 

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: gli ultimi spunti tra memoria e prospettive di rappresentanza

 

ROMA - Il Cgie tra passato e futuro, tra memoria e progetti. Così si è chiusa, dopo cinque giorni romani, l’assemblea plenaria del Cgie, che oggi ha ripercorso la storia della rappresentanza degli italiani all’estero attraverso l’appassionata relazione affidata alla vice segretaria generale Silvana Mangione.

Emozionata quando ha ricordato di essere seduta in quella stessa sala del Cnel – qui si è tenuta l’ultima sessione di lavori – nel lontano 1988, durante i lavori preparatori della prima Conferenza nazionale sull’emigrazione. Rigorosa e precisa nel ricordare una “storia incredibile”, un “lungo percorso” cominciato ufficialmente con la Legge consolare del 25 gennaio 1866, che all’art.181 istituiva la rappresentanza della colonia del Regno d’Italia. Legge peraltro che mai ebbe applicazione. Al 1936/37 risale la nascita dei Coasit e al 1944 quella dei Comitati di Consulenza Consolare, i prodromi dei Comites.

Nel tempo, dalla monarchia alla repubblica passando per la dittatura, ogni governo ha organizzato nella propria struttura una direzione che si occupasse di italiani all’estero e tanti sono stati i congressi legati all’emigrazione. “La danza delle occasioni altisonanti”, ma senza seguiti concreti, si fermò quando scese in campo il Cnel, ha ricordato Mangione. Era il 25 marzo 1966 e l’allora presidente Pietro Campilli della DC affidò alla Commissione per il lavoro l’incarico di studiare i problemi legati all’emigrazione per formulare “problemi e proposte”. Nello studio, pubblicato nel 1970, si parlava già di “fuga dei cervelli”, soprattutto verso il Nord America. Fu sempre il Cnel a suggerire la creazione delle Consulte regionali dell’emigrazione, nonché la Conferenza nazionale sull’emigrazione ad opera del governo, che si tenne nel 1975.

Passarono altri 10 anni prima della nascita, nel 1985, dei Coemit, Comitati dell’emigrazione italiana, che furono eletti solo l’anno seguente, ma non in tutti i Paesi: alcuni Stati infatti non consentirono le votazioni.

Nel 1987 Giulio Andreotti, a capo della Farnesina, convocò la Conferenza dell’insegnamento dell’italiano all’estero ed “evidentemente i risultati gli piacquero”, ha osservato Mangione, perché 1987 indisse la seconda Conferenza nazionale - questa volta - dell’emigrazione. Mangione era allora presidente del Coemit di New York e ricorda di aver lavorato al Cnel per quasi un anno “a ritmi frenetici”. La conferenza si tenne nel dicembre 1988, quando fu varata una proposta di legge istitutiva del Cgie. La legge n.368 fu approvata il 6 novembre 1989 ma il Cgie fu eletto e nominato per la prima volta solo nel 1991. Si insediò il 13 dicembre nella Sala Conferenze Internazionale della Palazzo della Farnesina: allora era di 94 consiglieri, di cui 65 eletti all’estero e 29 di nomina governativa.

“Facemmo un ottimo lavoro”, ha rivendicato Silvana Mangione. “Il Cgie divenne un organo propulsore” e “si aprì la stagione delle conferenze tematiche”: quella dell’insegnamento dell’italiano all’estero nel 1996 e quello delle donne in emigrazione nel 1997. Poi è arrivata la “lunghissima battaglia del voto”, iniziata per la verità già all’interno dell’Assemblea Costituente. Argomento troppo complesso, fu rinviato ad una “successiva legislazione ordinaria”, che non arrivò mai nonostante 44 proposte di legge presentate.

Il primo atto del primo CdP del Cgie era stata l’approvazione del decalogo che al primo punto aveva la battaglia per il diritto di voto. Principio che già nel 1988 fu inserito negli atti del seminario di preparazione alla Conferenza dell’emigrazione.

Nel 1993/94 il governo Ciampi “si appassionò alla questione” ed emerse la necessità di una modifica istituzionale. La “luce in fondo al tunnel” si vide nel 1996, grazie anche a Mirko Tremaglia, che, dopo la legge istituiva dell’Aire, impegnò governo e parlamento ad approvare la normativa relativa all’esercizio di voto estero. Con “un paziente lavoro di confronto e persuasione”, anche a livello diplomatico - Canada e Australia erano inizialmente contrari - finalmente il 17 gennaio 2000 l’inserimento del comma 3 nel Titolo 4 della Costituzione istituì la circoscrizione estero. Le modifiche agli art.56 e 57 sul numero dei seggi resero effettivo il voto, approvato nel gennaio 2001. La cosiddetta legge Tremaglia fu approvata nel dicembre 2001. “Erano passati 48 anni dall’entrata in vigore della più bella Costituzione, che è la nostra”, ha concluso Mangione.

Tutti grati alla vice segretaria per la sua relazione, che sarà poi condivisa. Gianluigi Ferretti (Ugl) ha voluto rimarcare il contributo di Tremaglia, ma anche quello di Lando Ferretti (Msi): sua fu nel 1965 la prima proposta al parlamento italiano per il voto all’estero. “Purtroppo allora tutte le forze politiche si dichiararono contrarie”. Poi il voto arrivò grazie all’accordo fra Tremaglia, Di Matteo della Dc e il “nostro collega” Claudio Micheloni, allora consigliere del Cgie, ha aggiunto Ferretti.

Dal passato al futuro: il progetto L’Europa in Movimento, con la creazione di un’agenzia europea dedicata ai cittadini in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e ai diritti civili e politici, è stato l’ultimo tema affrontato oggi dall’assemblea plenaria del Cgie, prima che si sciogliessero le righe. Un tema da sviscerare in maniera più concreta e organica durante la prossima plenaria per “ragionare”, come ha spiegato Maria Chiara Prodi, “con le diaspore europee per comunicare l’essere cittadini europei fuori dall’Europa”. Sono infatti 18 milioni gli europei che vivono fuori dal proprio Paese di nascita, 30 milioni gli europei fuori dall’Unione e, fra questi, 4 milioni sono gli italiani. Di fronte a questi dati risulta fondamentale “riconoscere che lo sforzo fatto per istituzionalizzare le nostre diaspore rappresenta un valore aggiunto” al fine di ”rendere esigibili i diritti connessi alla cittadinanza europea”. Il primo passo è quello del confronto con le altre diaspore e all’interno del Cgie, di cui una prossima assemblea consentirà di raccogliere gli orientamenti.

Non è certo che la plenaria si terrà in questa consiliatura e dunque non è certo che tutti i consiglieri presenti in questi giorni saranno nuovamente a Roma a discutere di Europa in Movimento e di tutti gli altri temi cari al Cgie. Con questa consapevolezza e con un po’ di amarezza, Vincenzo Arcobelli (Usa) è intervenuto auspicando “continuità” nei contenuti, “ma con un modus operandi diverso, più imparziale e trasparente”. Poi la stoccata: “se dicessimo che in questi anni è andato tutto bene saremmo degli ipocriti”, ha detto, criticando apertamente la gestione del CdP e della segretaria generale. “Io sento di aver fallito”, ha aggiunto, “perché non si è data continuità alle riforme”; e anche quando si è lavorato “tutti insieme”, in due consiliature “non abbiamo ottenuto nulla”.

La pensano così anche Francesco Papandrea (Australia) – “abbiamo parlato tanto ma fatto poco” – e Carmelo Vaccaro (Svizzera) – “bisogna avere la volontà politica di portare questo Cgie in alto” –; e anche per Silvana Mangione (Usa) “Arcobelli ha sollevato un punto fondamentale”: “non siamo riusciti a sfondare i muri”, ha ammesso la vice segretaria generale. “Non dico che non sia colpa nostra, ma neanche che sia colpa nostra, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Evidentemente”, ha osservato, “le priorità dei governi che si sono succeduti non hanno sempre coinciso con le necessità degli italiani all’estero”. Peggio: “non c’è più nemmeno il sostegno del Ministero degli Affari Esteri”, con cui invece bisogna “ritrovare il dialogo”, perché è lì che “ci si spalancano le porte”.

Ha mantenuti i toni pacati e concilianti nella sua replica Maria Chiara Prodi, che però è stata altrettanto diretta: “noi non siamo il potere legislativo”, ha detto, “siamo volontari, diamo consigli e abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e che metta in atto i nostri consigli”. Per questo non possiamo “vergognarci per non aver raggiunto risultati”. Piuttosto “abbiamo capito come lavorare insieme”, superando le prima brusche “incomprensioni” e ora, ha invitato Prodi, dobbiamo continuare a “fare sistema”. “Gli interlocutori con cui tenere il filo sono tanti” e, se chiamati, rispondono, ha osservato Prodi facendo riferimento alle consulte e ai parlamentari che sempre hanno condiviso i lavori del Cgie. “Nei prossimi mesi vi chiedo di aiutarci a tenere questo filo”.

Nel frattempo “non possiamo guardare con strumenti vecchi una realtà che è cambiata”, ha rilevato la segretaria generale del Cgie. “Le nostre forme di rappresentanza erano fondate su forze che si possono costruire nel tempo e che la capacità di partecipazione contemporanea mette in crisi”. La “sfida” del Cgie è quella di portare al prossimo voto, quello per il rinnovo dei Comites prima e del Cgie poi, “molta più gente”. “Se la soglia di partecipazione sarà bassa, la legittimità potrà essere messa in discussione”. (r.aronica\aise 15) 

 

 

 

 

 

 

Cgie. Il contributo delle Commissioni VII e VIII sulle nuove mobilità

 

ROMA - “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove” e “Digitalizzazione, Innovazione, Ricerca, Studi e Università”: sono le due Commissioni, la VII e l’VIII, che più di tutte si occupano delle nuove mobilità, tema al centro dell’ultima giornata di lavori della plenaria del Cgie.

Accolto oggi nella prestigiosa sede del Cnel, alla presenza del vice presidente Claudio Risso e, in collegamento video, del responsabile del progetto Giovaniexpat.it Luca Paolazzi, il Cgie ha portato il proprio contributo al dibattito in un clima disteso e collaborativo.

Matteo Bracciali ha introdotto la relazione della Commissione VII, rivendicando il ruolo di “partner importante” della Commissione stessa per il Cnel, con il quale condivide – oltre all’accordo che di recente ne ha sancito la collaborazione – un assunto, quello della “circolarità”. Al di là dei numeri importanti della nostra emigrazione recente, ciò che più conta è “essere un Paese attrattivo”, invece attualmente il saldo tra gli italiani che partono e gli stranieri che arrivano è negativo e si attesta attorno alle 400mila unità. Le ragioni per cui i giovani scelgono di trasferirsi all’estero ormai sono note: dalle migliori condizioni di vita agli stipendi più alti, dagli ambienti meritocratici alla voglia di affrontare nuove sfide. Quando però pensano di rientrare in Italia, si scontrano con un Paese ancora incapace di “costruire politiche di rientro”. È questa “la grande questione nazionale” per Bracciali, che non si limita alla “questione fiscale” bensì coinvolge i più diversi settori dello Stato, a partire dalle università e sino al welfare. Per il consigliere Cgie, dunque, “dobbiamo ragionare in modo olistico”, programmando gli incentivi “in termini di Sistema Paese”. In tal senso non si possono dimenticare “i nuovi italiani”, che si sentono oggi “frustrati” e “disorientati” rispetto alle modifiche alla cittadinanza imposte dalla Legge 74 del 2025. Occorre allora “interrogarsi su come rafforzare il legame tra il nostro Paese e i giovani all’estero”, magari, ha suggerito Bracciali, puntando su lingua, cultura e partecipazione “per non disperdere quel patrimonio”.

“Dobbiamo stare dietro ai giovani e al passo con i tempi”, ha confermato Silvia Alciati, vice presidente della VII Commissione, sottolineando che le occasioni di dialogo tra giovani e istituzioni organizzate nei mesi scorsi hanno ottenuto “ampia partecipazione” ed “elevata qualità degli interventi”. Dopo il successo del primo webinar, nel prossimo semestre la Commissione prevede di realizzarne altri due “per approfondire in maniera più strutturata” l’argomento, coinvolgere sempre di più i giovani, creando “occasioni permanenti di confronto”, e raccogliere “elementi utili a formulare proposte future”.

“La mobilità internazionale è opportunità di crescita personale e professionale. Non possiamo disincentivare i nostri giovani” dall’approfittarne, ha detto Alciati, ma possiamo accettare questa “sfida” e capire come “gestirla”, partendo da “l’ascolto diretto” delle loro esperienze. Ecco perché è importante il progetto Giovani Expat del Cnel: consentirà di raccogliere “dati più concreti”. Alciati ha perciò invitato i colleghi consiglieri a “diffondere il questionario” tra i giovani e a segnalare chi di loro “voglia mettersi in gioco”, partecipando alle video interviste del portale.

La collaborazione tra Cgie e Cnel potrebbe andare oltre: Alciati ha infatti proposto l’istituzione di un premio in riconoscimento dei “progetti portati a buon fine da questi giovani per le comunità locali”, allo scopo di “dare visibilità” alle buone pratiche, “incentivare percorsi di partecipazione attiva” e “rafforzare il legame dei giovani con le istituzioni”.

Per dialogare e favorire il coinvolgimento delle nuove generazioni, “fondamentale” è “l’uso di strumenti comunicati moderni e dinamici”. La Commissione ha perciò proposto di aprire anche un canale YouTube tramite il quale diffondere i contenuti dei propri webinar. Il Cgie dovrebbe dotarsi in tal senso di “una figura professionale che si occupi della realizzazione e della gestione dei contenuti digitali e video”.

Di ciò sembra ormai consapevole anche il Ministero degli Affari Esteri, che con la sua riforma ha puntato alla digitalizzazione e all’uso degli strumenti digitali. Una scelta apprezzata dalla VIII Commissione Digitalizzazione, Innovazione, Ricerca, Studi e Università del Cgie, l’ultima nata, grazie alla “lungimiranza” di Michele Schiavone, tra le Commissioni tematiche. È intervenuto a illustrarne i lavori il presidente Massimiliano Picciani, punto per punto.

Picciani è partito dai servizi e dalla loro digitalizzazione, perché, ha spiegato, “non possiamo parlare di innovazione e ricerca se non ci sono servizi che funzionino”. “Molto positiva”, dunque, l’interlocuzione avuta martedì con il Maeci che ha illustrato alla Commissione il “cambio nella strutturazione dei servizi informatici” grazie al quale si andrà verso il superamento del servizio Prenotami, la sequenzializzazione delle prenotazioni e la condivisione dei dati tra i Consolati.

C’è poi il tema degli accordi tra le università, che, alla luce della nuova legge sulla cittadinanza, potrebbero aiutare gli italodiscendenti, consentendo loro di studiare in Italia.

Ricerca e innovazione: si parla qui di “competenze italiane all’estero” che rappresentano un “danno” di 160 miliardi per il Paese; eppure possono contribuire allo sviluppo del Paese. Occorre però conoscerle. Quello che manca è invece proprio una “mappatura quantitativa e qualitativa dei ricercatori italiani all’estero”, una rete che il Cgie, il Maeci e il Mur dovrebbero “mettere a sistema” tramite politiche mirate. “Il rilancio economico attraverso l’innovazione è ancora più importante”, come importante è “colmare il gap con le altre nazioni avanzate”. Anche qui occorre partire dalla conoscenza, capire quanti e quali start up o fondi di venture capital siano presenti all’estero, comunicare con loro e metterle a sistema.

La tech diplomacy è il quarto tema affrontato dalla Commissione, che a breve, ha annunciato Picciani, organizzerà un webinar ad hoc.

Dai lavori della Commissione sono nati due ordini del giorno, che il presidente Picciani ha presentato alla plenaria.

Il primo riguarda la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo, che si è “progressivamente trasformata in un momento di presentazioni eccellenti” e invece dovrebbe tornare a essere un “momento di aggregazione dei ricercatori” presso le Ambasciate e i Consolati, durante il quale confrontarsi, scambiarsi competenze e conoscenze e, laddove possibile, sostenersi.

Il secondo ordine del giorno riguarda l’innovazione. A fronte dell’esistenza di molti programmi di sostegno all’internazionalizzazione dell’innovazione finanziati dal Maeci, tramite Simest e Agenzia Ice, ciò che manca è “un meccanismo che accompagni gli operatori dell’innovazione all’estero al rientro sul mercato italiano”.

La Commissione ha chiesto alla Farnesina di lavorare a favore di questi due ordini del giorno, che l’assemblea plenaria ha approvato all’unanimità.

Come all’unanimità sono stati approvati anche gli altri 12 odg, presentati velocemente dalla segretaria generale Prodi su: la delega al CdP per la convocazione di una seconda plenaria; l’innalzamento a Consolato Generale della Cancelleria Consolare a Montevideo avanzata formalmente al Maeci; la proposta per uno stesso iter a Basilea; la condanna della guerra e il Cgie parte attiva nel cercare un percorso di pace; la partecipazione alle commemorazione della Giornata in ricordo delle vittime sul lavoro, l’8 agosto; la tutela di un altro sito dedicato ai lavoratori del siderurgico in Belgio; il rinnovo delle Cie anche nelle sedi distaccate dei Consolati, come avviene per i passaporti; il rischio che il Perù - 2 milioni di italodiscendenti, ma pochi iscritti Aire - perda la propria rappresentanza in seno al Cgie; transfrontalieri.

In quest’ultimo caso si è trattato di quattro ordini de giorno, illustrati dal consigliere Pancrazio Raimondo, che interessano 115mila cittadini per 5 miliardi di retribuzioni. Gli odg chiedono un intervento del intervento Cgie e del Maeci per: l’abrogazione della norma finanziaria che introduce la tassa sulla salute in Italia, che va contro l’accordo con la Svizzera sulle doppie imposizioni fiscali; l’innalzamento dell’indennità di disoccupazione prevista da una legge che non è applicata; San Marino, dove pure c’è un regime di doppia imposizione fiscale della pensione e con cui il governo italiano deve aprire un confronto urgente; infine vi sono i lavoratori frontalieri che vengono in Italia da altri Croazia e Slovenia, Paesi nelle cui convenzioni bilateriali non è presente la definizione di lavoratore frontaliero, perciò la scelta è spesso quella del lavoro nero per non essere tassati due volte.

Si è aperto dunque il dibattito, tanto su tutti i temi sollevati nel corso della mattina; e la prima a prendere la parola è stata Maria Chiara Prodi che, di fronte al timore della perdita di rappresentanza in Perù, già sollevata mercoledì nel confronto in Sala Conferenze Internazionali, ha ribadito: “la tabella è fondamentale” e i consiglieri del Cgie dovrebbero tornare ad essere 94, se non di più. A maggior ragione, ha aggiunto dal canto suo il vice segretario per il Sud America Mariano Gazzola, perché ad oggi ci sono già Paesi senza più rappresentanza.

Il consigliere Vincenzo Arcobelli (Usa) è tornato sull’intervento del collega Picciani e sull’importanza di fare rete tra i ricercatori. Per questo, ha ricordato Arcobelli, il 18 giugno a Roma si terrà la XX edizione della Conferenza dei Ricercatori Italiani nel mondo. Ad organizzarla però sono i ricercatori stessi, in particolare la Texas Scientific Italian Community con la Sapienza, e non la Farnesina. “Noi facciamo networking”, ha detto Arcobelli, il Maeci con la Giornata della Ricerca “fa un evento”. Proprio dalla Conferenza dei ricercatori è nata una prima anagrafe dei ricercatori italiani all’estero, mentre presso il Maeci esiste Innovitalia, che, ha spiegato il consigliere, tramite la rete diplomatico-consolare sollecita associazioni e gruppi di ricercatori a iscriversi al Dipartimento. Da qui, “da ciò che abbiamo”, si potrebbe partire per creare una vera “banca dati” dei ricercatori italiani nel mondo.

“L’anagrafe è un punto sul quale bisogna battere il chiodo”, ha confermato Picciani, secondo il quale “il vulnus di Innovitalia sta nel fatto che l’iscrizione è volontaria”, quindi non può essere considerata una banca dati “rappresentativa”, ma potrebbe diventare un “forum di aggregazione” e un “luogo di promozione” delle varie iniziative per dare maggiore “visibilità” ai ricercatori all’estero anche in Italia.

Che si tratti di ricercatori o di giovani “il Cgie si può porre come animatore di comunità, cosa che per la Farnesina è strutturalmente più difficile”, ha sottolineato Prodi, per la quale l’accordo inter-istituzionale con il Cnel può essere utile a rendere “strutturali e solide” iniziative come queste.

Se si parla di giovani all’estero e politiche di rientro, per Aldo Lamorte (Uruguay) si deve poter fornire loro una informazione “pratica”. Allo stato attuale invece Cgie e Consolati non sono in grado di farlo. Sollecitato dal consigliere Cgie, il vice presidente del Cnel ha convenuto sulla possibilità di fornire uno schema di base per aiutare chi si interfaccia con i giovani intenzionati a rientrare.

Per qualcuno non basta “crederci”, come ha detto il consigliere Antonio Iachini (Venezuela). “La risposta che un italiano intenzionato a rientrare vuole sentire non è questa”, ha affermato Gianluca Errico (Germania), 37 anni all’anagrafe, dunque da considerarsi campione rappresentativo.

Per Alessandro Boccaletti (Lega) il problema è relativo, perché chi all’estero mette su famiglia e “diventa stazionario” difficilmente rientrerà in Italia.

Più ad ampio raggio l’intervento di Gianluca Lodetti (Cisl). Bisogna “avere consapevolezza del fatto che tutti i pezzi sui cui stiamo ragionando sono parti di un unico grande discorso”, sono “parte di un insieme strategico” per definire in una “visione complessiva” delle “soluzioni” che non siano basate solo sugli incentivi, ma anche sul lungo termine. “Il Sistema Paese deve andare tutto in un’unica direzione” e capire che “l’emigrazione, da problema da contenere, può diventare una realtà da governare”. In tal senso la Conferenza Stato-Regione-Province autonome-Cgie fu una scelta “lungimirante” e, ha concluso Lodetti, “andrebbe rilanciata”.

Antonio Morello (Argentina) ha parlato dell’importanza dell’informazione da diffondere “attraverso vie concrete”, come Ambasciate, Consolati e associazioni.

Tommaso Conte (Germania) ha chiesto alla plenaria perché mai un giovane che vive all’estero in condizioni sociali ed economiche migliori dovrebbe mai voler rientrare in Italia. La sua era una domanda retorica, ma “gli italiani all’estero vivono in realtà completamente diverse”, dunque varrebbe la pena dedicare più tempo a questo argomento nella prossima plenaria.

Massimiliano Picciani (Francia) ha ammesso che il problema della differenza di salario tra l’Italia e gli altri Paesi europei è reale. Servirebbe la “volontà politica”, prima ancora che i fondi, per riformare il Paese.

D’accordo anche Vincenzo Zaccarini (FdI), che ha chiuso il dibattito ringraziando Maria Chiara Prodi ”per il suo ottimo lavoro”. Il clima all’interno del Cgie sembra essersi disteso, rispetto all’ultima plenaria. Sembra. (r.aronica\aise 15) 

 

 

 

 

 

 

Camera: l’audizione del Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi

 

ROMA – La Commissione Affari costituzionali della Camera, nell’ambito delle audizioni riguardanti le proposte di legge “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, ha audito la Segretaria Generale del Cgie Maria Chiara Prodi. Nel suo intervento la Segretaria Generale si è in primo luogo soffermata sulle proposte formulate dal Cgie per la messa in sicurezza del voto all’estero per corrispondenza, come ad esempio l’introduzione del codice a barre sulle buste elettorali, per essere certi che l’elettore voti una volta sola. Prodi ha anche evidenziato come ad oggi il voto all’estero presso i seggi sia in alcune zone del mondo impraticabile e il voto elettronico non garantisca al momento la piena sicurezza. “La digitalizzazione – ha proseguito Prodi – è un tema che ci sta a cuore e che noi riproponiamo anche per quanto riguarda la presentazione e la raccolta di candidature a sostegno delle liste. Un tema che ci interessa rispetto al rinnovo dei Comites che è previsto, anche se non ancora indetto, per la fine di quest’anno. Ma la digitalizzazione per quanto ci riguarda non può arrivare fino al voto elettronico”.  “La nostra legge istitutiva prevede che ci venga richiesto un parere obbligatorio, una questione che è un dovere di legge ed è essenziale perché la nostra prospettiva è quella di persone che ogni giorno nei territori vivono l’esigenza di portare i connazionali alla partecipazione”, ha poi precisato la Segretaria Generale parlando della necessità di avere sul voto all’estero un approccio pragmatico e funzionale. In proposito Prodi ha ricordato come l’introduzione dell’inversione dell’opzione di voto abbia portato alle ultime elezioni per il rinnovo Comites ad un significativo calo della partecipazione a causa delle complesse procedure. “L’obiettivo concreto per tutti deve essere quello della partecipazione”, ha aggiunto la Segretaria Generale sottolineando la necessità di promuove su eventuali modifiche al voto, tecnologiche o regolamentari “un ampio dibattito prima e un’implementazione poi per garantire la partecipazione dei connazionali”. A seguire preso la parola il deputato Alessandro Colucci (Noi Moderati) che ha sollevato la questione del contributo degli italiani all’estero alla definizione del quorum di maggioranza e della mancata partecipazione dei votanti all’estero al ballottaggio. Dal canto suo il deputato Angelo Rossi (FDI) ha chiesto a Prodi una riflessione partendo della questione della riduzione dei parlamentari all’estero e quindi di un sostanziale passaggio da un sistema proporzionale a un sistema maggioritario, dove, ad esempio in Senato, un unico senatore può essere eletto in ciascuna ripartizione. Ha poi sollevato il problema delle criticità del voto per corrispondenza rispetto al fatto che il suffragio sia personale e libero da parte dell’elettore. Rossi ha ad esempio espresso apprezzamento per l’idea di usare un QR code al fine di tracciare il voto, quindi affidandosi a un elemento tecnologico. Chiesti anche lumi sulla possibile introduzione dell’inversione dell’opzione per il voto, dove il suffragio per corrispondenza venga esercitato solo da chi lo richieda, lasciando agli altri la possibilità di votare in presenza nei seggi presso i consolati.  “Gli italiani all’estero ormai sono il 12% della popolazione nazionale”, ha ricordato Prodi in sede di replica chiedendo perché gli italiani all’estero non dovrebbero concorrere al quorum. Sulla questione della mancata partecipazione al ballottaggio degli italiani all’estero la Segretaria Generale ha sottolineato come in proposito si ponga una questione tecnica e di tempistica per l’esercizio del voto all’estero.  Prodi ha poi ricordando che la riduzione del numero di parlamentari era un qualcosa sulla quale già il CGIE aveva a suo tempo espresso la propria contrarietà, visto che 12 parlamentari non sono sufficienti a rappresentare 7 milioni di italiani all’estero. Secondo Prodi inoltre andrebbe cambiata quella scelta che oggi rende possibile ai residenti in Italia di candidarsi all’estero. La segretaria Generale ha infatti sottolineato come gli eletti all’estero debbano essere necessariamente espressione diretta delle comunità nei diversi territori, anche perché le proposte provenienti da Roma non bastano a soddisfare interamente determinate esigenze locali. “La voce degli italiani all’estero è molto variegata”, ha aggiunto Prodi sottolineando come ci siano sfumature importanti nei territori. “Il vulnus è quello della distorsione creata dalla riduzione dei parlamentari”, ha ribadito Prodi ricordando come ad esempio la Francia abbia un numero di seggi proporzionale alla crescita dei propri connazionali nel mondo. Sulla comunicazione Prodi ha auspicato che tutti i candidati per l’estero possano in futuro avere adeguata visibilità, anche attraverso i siti istituzionali, senza così penalizzare chi non può permettersi campagne elettorali troppo costose. Per la Segretaria Generale l’introduzione dell’opzione inversa del voto potrà essere presa in considerazione solo, tra cinque o dieci anni, quando i progressi della digitalizzazione consentiranno di ultimare la registrazione degli italiani all’estero in un elenco veramente aperto a tutti i connazionali che vogliano iscriversi.  “Non esiste che ci possano essere continenti interi non siano rappresentati e che questo possa andarci bene a livello di rappresentanza degli italiani all’estero”, ha poi aggiunto Prodi tornando al tema della rappresentanza. (Inform 4)

 

 

 

 

 

Gli expat e i “semplici” migranti

 

L’esodo dei giovani italiani verso l’estero è un fenomeno ormai conclamato, evocato come una questione a tinte fosche da rotocalchi e media di ogni tipo (nuovi e vecchi) e inserito a pieno titolo tra i problemi principali del nostro Belpaese – per antonomasia una delle nazioni con l’età media più alta al mondo, spesso tacciato di essere un Paese di soli anziani e solo per gli anziani. In effetti, non si può negare che la tendenza ad emigrare abbia preso piede da diverso tempo tra le nuove generazioni italiane, rimpinguando le sue fila in maniera crescente anno dopo anno. Secondo i dati ISTAT, i flussi in uscita dei cittadini italiani dal Paese ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024 (contro 99mila nel 2022). Come nella maggior parte degli episodi di migrazione, anche in questo caso sono i più giovani a partire verso altri lidi. In particolare, tra il 2019 e il 2023 sono espatriati 192mila italiani di età compresa tra 25 e 34 anni, con una perdita – al netto dei rientri – pari a 119mila giovani e, in particolare, a 58mila laureati.

Chi scrive rientra nel novero di coloro che un giorno hanno chiuso la valigia, salutato i propri cari e preso un aereo verso un altro Paese, trasferendosi al di fuori dell’Italia per mettere a frutto i tanti anni di studio e iniziare a costruire una carriera che, ironia della sorte, oggi si svolge in Italia e ruota intorno al tema delle migrazioni. Al di là della dimensione personale e degli aspetti congiunturali di questa esperienza, ci sono degli elementi del mio vissuto particolare che lo inseriscono in una categoria più generale di persone che migrano per lavoro, accomunate da una storia di mobilità privilegiata, da contratti regolari, spesso ben retribuiti e legati a professioni altamente specializzate e dall’utilizzo dell’inglese come principale lingua veicolare pur non essendo solitamente quella più parlata nel Paese di destinazione. Mi riferisco ai cosiddetti expat, abbreviazione di expatriate (in italiano “espatriato”), una parola che può sembrare un sinonimo di migrante ma che nasconde differenze sociali, economiche e normative profonde.

Capacità attrattiva vs. controllo delle frontiere

La distanza semantica – e non solo – tra le due parole si può misurare in vari modi. Si può ricorrere a categorie analitiche, quali classe, razza e genere, che mostrano come le due categorie rischino di perpetrare nuove forme di colonialismo o coincidano con giudizi di valore essenzializzanti sull’essere o meno dei “buoni” migranti. A tal proposito, è utile citare un esempio ideato da Jones: un ingegnere inglese che lavora per una compagnia petrolifera a Trinidad è un expat, uno straniero (quindi “Altro” rispetto alla popolazione autoctona) che, però, non subisce un processo di marginalizzazione o denigrazione in virtù delle sue competenze tecniche, del suo status socio-economico, nonché del suo incarnato; al contrario, una lavoratrice di Aruba che si trasferisce in Olanda per lavorare in una fattoria è una migrante, quindi non è trattata solo come “Altro” ma anche come qualcuno di socialmente inferiore a causa delle sue origini e delle minori qualifiche richieste per svolgere il lavoro per cui è impiegata. In parole povere, un italiano assunto all’estero nel settore del tech è un expat (anche detto, nel nostro caso, “cervello in fuga”), mentre un lavoratore agricolo bangladese o una colf filippina sono dei semplici migranti.

La differenza tra expat e migranti emerge anche a livello normativo – dove, però, le politiche migratorie e i quadri di legge vigenti non sfuggono alle chiavi di lettura menzionate in precedenza, come dimostra il modo in cui la nazionalità di chi migra influisce sulle modalità stesse di migrazione consentite, nonché sulla percezione che il singolo ha dei confini statali e della loro flessibilità. La parola expat figura di rado nel dettato legislativo e nei documenti di policy, venendo spesso sostituita da espressioni differenti ma equipollenti. Si preferisce parlare di talenti globali, di impiegati altamente qualificati e, di recente, di lavoratori da remoto e nomadi digitali – sottocategoria di expat che lavorano mentre viaggiano per il mondo e che, quindi, percepiscono i confini tra un Paese e l’altro come qualcosa di estremamente poroso. L’esperienza cambia per chi non rientra in questo gruppo privilegiato, per cui, invece, i confini si ergono sempre più spesso come muri invalicabili. Gli expat sono ricercati in maniera proattiva dagli Stati, mentre gli altri migranti vengono, nella migliore delle ipotesi, richiesti per un periodo di tempo limitato (atto al soddisfacimento di un bisogno specifico, come nel caso del lavoro stagionale) e, in quella peggiore, contenuti, respinti o cacciati. Nel primo caso si parla della capacità attrattiva e ritentiva dei Paesi, nel secondo di meccanismi di previsione dei flussi, di esternalizzazione delle frontiere e di procedure di rimpatrio. 

Standard diversi, pretese diverse

Se l’esigenza di attrarre e trattenere lavoratori giovani e altamente qualificati (due elementi che spesso vanno a braccetto) è indubbia, la divisione in compartimenti stagni tra migranti di serie A e di serie B e la conseguente applicazione di un doppio standard provoca ripercussioni importanti sia su chi afferisce alle due categorie sia sulle comunità in cui questi si inseriscono. Ne sono un esempio le diverse (e ossimoriche) pretese di integrazione che li riguardano. Vivendo il proprio periodo all’estero come una fase più transitoria che definitiva, accade di rado che gli expat si integrino nel tessuto sociale del Paese in cui si trasferiscono, creando una bolla internazionale parallela, con standard di vita differenti e un potere d’acquisto talvolta maggiore rispetto alla popolazione locale – spesso additato come uno dei motivi dietro la crisi abitativa e i processi di gentrificazione in corso in varie città (europee e non) ma scusato con la promessa di una più alta competitività e produttività economica veicolata dalla loro presenza. Quando, però, l’integrazione riguarda i “semplici” migranti, il discorso assume dei toni differenti, diventando un imperativo da perseguire pena la perdita dell’etichetta di “buon forestiero” (o del “migrante meritevole”, più diffuso in letteratura) e la disapprovazione che si riserva tipicamente a chi viene qui e non impara la lingua, sta solo con i propri connazionali e non partecipa agli usi e i costumi nostrani.

Il quadro tratteggiato non mira a demonizzare i primi a vantaggio dei secondi. Al contrario, è piuttosto un invito a prendere coscienza di un privilegio concreto, che è al tempo stesso creato e consolidato dal linguaggio; che è nutrito da dinamiche sociali che operano silenziosamente e perpetrato da pratiche e politiche compiacenti; e che, soprattutto, è troppo spesso goduto con leggerezza, senza una riflessione critica sulla facilità di spostamento che questo concede ad alcuni e sui meccanismi gerarchici ed escludenti che genera per gli altri, rendendoli così Altri.  Roberta Maria Aricò,  Ricercatrice di IDOS 20

 

 

 

 

 

Festa del 1° Maggio a Kempten 

 

Kempten. Anche quest'anno la manifestazione organizzata dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) al motto "Prima i nostri posti di lavoro e poi i vostri profitti", in occasione del  del 1° maggio 2026, è iniziata a Kempten, nel mercato coperto della Königsplatz, alle ore 10:00. Sul palco si sono succeduti diversi oratori, presentati e moderati dal Presidente Distrettuale della DGB in Algovia Tizian Wildegger, che dopo i saluti e la presentazione dei vari momenti dell'evento, ha dato la parola al nuovo Primo Borgomastro della città, Christian Schoch.

Schoch, che ha iniziato il suo mandato questo 1° maggio, dopo i suoi saluti alle autorità e a tutti i presenti, ha accennato brevemente a quanto egli e la sua Giunta si propongono di fare per portare avanti i progetti più urgenti della città. Il Primo Borgomastro ha inoltre commentato che –nonostante diverse opinioni– le soluzioni possono venir trovate, se le persone si stimano a vicenda, terminando con apprezzamenti a quanto fa la DGB in favore dei lavoratori e della nazione.

Dopo di lui ha preso la parola anche un altro oratore, che ha illustrato progetti locali e, successivamente un giovane sindacalista, che ha parlato delle aspettative della nuova generazione terminando con l'auspicio "Noi della nuova generazione ci auguriamo un posto di lavoro, che sia degno di questo nome, in cui si possa lavorare agevolmente e che consenta di vivere in pace e dignitosamente.

Poi è giunto il momento del discorso ufficiale per il giorno della festa dei lavoratori; un complesso e dettagliato discorso, tenuto dalla Direttrice Regionale del Sindacato per i Servizi Ver.Di,  Luise Klemens, che –ripetendo quanto sostenuto dai Sindacati e anche dagli altri oratori–  ha commentato affermando con decisione che le conquiste ottenute in passato dai lavoratori sono ora messe a repentaglio politicamente. Tra queste: la giornata lavorativa di 8 ore, le festività nazionali e le indennità salariali, nonché i vistosi tagli ai sistemi di sicurezza sociale per pensioni, assicurazione sanitaria e assistenza a lungo termine. Come altri oratori la relatrice ha parlato –tra l'altro– della necessità di alloggi a prezzi accessibili, non mancando di fare qualche commento sull'attuale grave crisi a livello mondiale.

Durante l'incontro  –inframmezzato da momenti musicali offerti dal Complesso 4 Vokales– gli intervenuti hanno avuto modo di gustare alcuni piatti tipici del Catering Smoker Deifi, accompagnati da qualche dissetante boccale di birra, e di commentare con i vicini quanto appena ascoltato. La Festa si è protratta ancora sino al primo pomeriggio.

A questa manifestazione –tra il numeroso pubblico intervenuto e  alle persone precedentemente nominate– erano presenti: alcuni Consiglieri Comunali, anche delle Amministrazioni precedenti. Inoltre, hanno preso parte all'evento: il Signor Ewald Lorenz-Haggenmüller, già Assistente Spirituale del KAB, il Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, e Presidente del Circolo locale (ACLI), nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. Fernando A. Grasso  e tanti altri rappresentanti di Enti e Organizzazioni.

Grasso, in questa occasione, oltre ad avere avuto il piacere di incontrarsi con le persone di cui sopra –persone, alcune delle quali conosce personalmente e apprezza particolarmente– ha avuto la piacevole sorpresa di ritrovare tra i molti giovani del Sindacato Ve.Dii uno dei suoi allievi più affezionati degli Anni Novanta: Daniele Lupo.

Secondo la Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB), questo 1° Maggio hanno partecipato alle oltre 400 Manifestazioni per la Festa dei Lavoratori tenute in tutto il Paese,  quasi 400.000 persone. All'Evento di Kempten diverse centinaia.

Fernando A. Grasso, de.it.press 3

 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: l’intervento degli eletti all’estero

 

ROMA - Un’ampia delegazione di parlamentari eletti all’estero ha partecipato questa mattina ai lavori dell’assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero, riunito da ieri alla Farnesina. Hanno risposto all’invito del Consiglio tutte e quattro i senatori Francesca La Marca, Andrea Crisanti e Francesco Giacobbe (Pd) e Mario Borghese (Maie), e i deputati Simone Billi (Lega), Cristian Di Sanzo e Toni Ricciardi (Pd), Federica Onori (Az) e Franco Tirelli (Maie). Impegnato alla Camera Nicola Carè (Pd), non ha risposto all’invito del Consiglio il deputato di Fdi Andrea Di Giuseppe.

A fare gli onori di casa è stata la segretaria generale Maria Chiara Prodi che ha ricordato che quest’anno cade il ventennale della nascita della circoscrizione estero; nell’invitare i parlamentari a spiegare come intervenire sulle elezioni dei Comites e sul mandato del Cgie – che finirà un anno prima della normale durata della consiliatura – chiedendo infine attenzione al rispetto della legge che impone una richiesta di parere al Consiglio generale su ogni provvedimento che riguardi gli italiani nel mondo. Una norma che stenta ad entrare nella prassi delle Aule parlamentari.

Primo ad intervenire, Simone Billi (Lega) – deputato eletto in Europa e presidente de Comitato italiani del mondo della Camera – ha ringraziato il Cgie “per il suo lavoro” e anche “i colleghi parlamentari, anche di opposizione, con cui si è lavorato in collaborazione senza ideologismi. Grazie anche alla Farnesina per il supporto, nonostante si viva oggi un clima geopolitica delicato e per molti aspetti tragico”. Tra le “questioni positivamente risolte” Billi ha citato il rilascio della Cie agli Aire anche nei Comuni, a partire dal 1° giugno, la Cie a vita per gli over 70, “successi indiscutibili di questa Legislatura”, così come “il rilancio dello Spid alle poste e l’id gratuiti per gli italiani all’estero; il codice fiscale ottenibile online, l’integrazione dell’Aire nell’Anpr, l’aumento dei dipendenti e dei contrattisti nella rete diplomatica, anche se – ha riconosciuto – i problemi della rete non sono risolti”. E ancora: “le pratiche di cittadinanza che saranno lavorate a Roma; il taglio dei tempi per le pratiche da 48 a 36 mesi, la riapertura dei termini per il riacquisto da parte di chi l’aveva persa dopo la naturalizzazione; le nuove sedi consolari, gli accordi con i frontalieri”. Billi ha infine ringraziato l’Ambasciatore italiano in Svizzera Cornado per “l’ottimo lavoro che svolge nella vicenda di Crans Montana”.

Quanto alle elezioni e alle riforme elettorali, Billi ha aggiunto: “cerchiamo di lavorare insieme per un accordo. Ci sono punti diversi, se non divergenti, ma dobbiamo trovare una sintesi per presentare un unico documento, tra parlamentari e Cgie, al Governo” così da “mettere in sicurezza il voto attuale”. Sempre che “la legge non venga cambiata”: nel qual caso dovrebbero essere prodotti “suggerimenti per modificare la legge. La discussine è aperta e nessun ha la bacchetta magica. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere, ma gli italiani all’estero sono i primi ambasciatori dell’Italia all’estero: lavoriamo insieme per risolverli. Io sono a disposizione”.

Eletto in Centro e Nord America, Cristian Di Sanzo ha definito “importante avere un momento specifico di confronto con il Cgie”. “Tutti siamo consapevoli su quali siano i problemi” ha aggiunto prima di riconoscere che “quello che riusciamo a portare avanti in Parlamento spesso differisce dalle proposte del Cgie”, ma succede perché il lavoro è complicato, come dimostrato dalla “conquista” della Cie nei comuni: “ci abbiamo lavorato intensamente all’opposizione e trovato l’ok del Governo; è un esempio pratico anche su quanto ci vuole: due anni per una cosa così facile, su cui non c’era nessuna difficoltà”. All’elenco di Billi, Di Sanzo ha aggiunto la legge a prima firma Riccardi sull’esenzione dell’Imu sulle case degli Aire – che ha avuto l’ok alla Camera ma ora è ferma in Senato. “Anche questa una battaglia di anni, una legge non completa, ma almeno un primo passo”. Se la legge che ha approvata il fondo da 4milioni per i servizi consolari, anche questa a prima firma Ricciardi, ma approvata da tutti “comincia a dare i suoi frutti”, Di Sanzo ha espresso esigenza che “venga aumentato il fondo nella legge di bilancio”, provvedimento per il quale “noi combattiamo sempre per gli italiani all’estero, ma ogni dicembre ci troviamo di fronte a dei tagli”. Il deputato ha citato il “passo avanti anche sull’assistenza sanitaria, approvata alla Camera e ferma al Senato”, anche qui “un risultato parziale: anche se la legge ha dei limiti molto alti, speriamo in correttivi in Senato, a partire dal contributo molto alto di duemila euro”.

Quanto alle elezioni di Comites “è importante capire i veicoli normativi” che ci sono “per semplificare la procedura di raccolta firme come nel 2021”. Quanto al rinnovo dei Comitati e al suo “impatto sul mandato del Cgie, ci abbiamo provato nel milleproroghe ma non è andata in porto. Credo sia difficile risolvere a monte”. Il deputato ha quindi espresso “enorme preoccupazione” per la legge elettorale: “non si sa che in direzione potrà andare”. Certo è che “cambiare i collegi uccide la rappresentanza degli italiani all’estero. Unire una o più ripartizioni – quella unica leva ogni rapporto tra eletto ed elettorato, assurdo pensare a due circoscrizioni (Europa – Resto del mondo). Il parlamentare sarebbe rappresentante di una città o di uno stato. Sono molto preoccupato anche perché impatterebbe sull’azione legislativa e sulla qualità del lavoro del parlamento”. L’auspicio è che si riesca a “preservare la struttura di oggi” lavorando sulla sicurezza del voto.

Di Cie nei Comuni dal 1° giugno ha parlato anche Onori – una “battaglia non semplice, che ha unito maggioranza e opposizione” – ricordando che ad oggi “i comuni hanno ricevuto solo una circolare e sono ancora in attesa delle istruzioni”. La deputata ha ribadito l’esigenza di fornire “servizi consolari erogati in forme plurime, anche grazie a consoli onorari” tema su cui ha presentato una risoluzione – che ieri ha ricevuto risposta – con cui impegna il Governo a “dare più risorse ai consoli onorari; dotarli dei dispositivi per le impronte digitali per estendere loro anche il servizio per la Cie, visto che già raccolgono quelle per i passaporti”. Anche sulla sanità “è stato fatto un lavoro interessante con proposte di diversi partiti”, manca un “collegamento con le regioni”, che hanno competenza in materia. “Sulle tasse forse andava fatto un lavoro insieme”, ha riconosciuto Onori, secondo cui “la sfida maggiore è di uscire dagli slogan e dai cliche degli “ambasciatori dell’Italia all’estero”. Bisogna riempiere queste parole, senza logiche di partito”.

Senatore del Maie, Maro Borghese ha sostenuto che “il lavoro del Cgie è molto importante per le comunità all’estero: io sono cresciuto in Argentina dentro questi organismi e so cosa fanno”. Tra le misure “conquistate” il senatore ha ricordato “l’abolizione della tassa di cittadinanza di 250euro per i figli minorenni; lo stanziamento di maggiori risorse per i Comites e il Cgie – compresi i 14 milioni per le elezioni - così come per le scuole paritarie e gli enti gestori”. Misure frutto del lavoro “di maggioranza e opposizione” perché “per gli italiani all’estero non ci sono problemi di destra e sinistra”.

Andrea Crisanti (Pd), dal canto suo, ha raccolto la richiesta della segretaria generale Prodi per il coinvolgimento del Cgie: “se sistematicamente non viene chiesto il suo parere è un grande problema” perchè c’è “una sistematica mancanza di legittimazione. È un problema di prassi da risolvere, perché è un problema di legittimità”. Sul voto dei Comites, il senatore eletto in Europa ha sostenuto che esso “non è diverso, in termini di diritto, da quello politico e amministrativo ed è per sua natura incomprimibile. Ma procedure e infrastrutture garantiscono questo diritto, sono adatti a mitigare questa frammentazione? Per me no, da un lato perché prevede l’inversione dell’opzione (vota chi si registra nell’elenco degli elettori), dall’altro perché non ci sono meccanismi efficaci per presentazione liste. Il sistema non funziona. Se vota il 60% degli aventi diritto parliamo di democrazia, se vota l’1% è oligarchia, significa che c’è differenza di censo e di accessibilità”.

Il lavoro del Cgie è stato sottolineato anche da Francesco Giacobbe, senatore Pd eletto in Australia: “dobbiamo prepararci a nuovi organismi, all’ingresso di nuova linfa e, speriamo, di buone intenzioni”. Ricordati i compiti del Cgie, “laboratorio di riflessione e proposte”, Giacobbe ha richiamato i tre livelli di rappresentanza: “nessun sostituisce l’altro, ci si completa”. Occorre “continuare su questa strada, ma anche andare oltre. Sostenere non significa adagiarsi, occorre essere critici in maniera costruttiva e adeguarsi ai tempi: Comies e Cgie erano innovativi e attuali quando furono istituiti”. Oggi, il senatore li immagina organismi di rappresentanza sia “territoriale” ma anche “settoriale, con membri di prima, seconde e terze generazioni, il mondo del lavoro, ricerca, cultura, scienza, enti gestori, Camere di commercio all’estero, media. Solo così si può essere interlocutori della rete diplomatico-consolare e pate integrante del Sistema Italia”. Quanto alla sua composizione, Giacobbe ha proposto “strutture snelle e flessibili” come “piccoli gruppi di coordinamento su determinati argomenti”, più che numerose commissioni. “Lasciate un’eredità pesante”, ha detto infine ai consiglieri: “mi auguro che oltre al rinnovamento – necessario e utile – possiate garantire continuità di presenza e di idee”.

Francesca La Marca, senatrice Pd eletta in Centro e Nord America, ha parlato delle difficoltà sia sul fronte della cittadinanza – su cui ha presentato una mozione – che sui servizi consolari soprattutto in Canada e a Toronto in particolare. Una sede, ha detto, “sotto di 8 unità”.

“Il portale “Prenot@mi” non funziona e il mio ddl sui consolari onorari è stato bocciato: chiedevo di aumentarne il numero e i compiti ma la maggioranza lo ha accorpato alla riforma del Maeci, che lo ha assorbito e quindi è decaduto”, ha stigmatizzato. La senatrice ha quindi riportato le segnalazioni ricevute dai connazionali circa le limitazioni ai servizi consolari: dal Consolato di Montreal che ha “stabilito un numero massimo di pratiche ricevibili per il riacquisto della cittadinanza”, a quello d Toronto che ha “imposto ai 7 consoli onorari di fare al massimo 10 passaporti al mese, perché il Consolato non ce la fa”. Così, ha denunciato La Marca, “si limitano intenzionalmente i diritti dei cittadini”. Alla Direttrice generale Limoncini, la senatrice ha chiesto di istituzionalizzare il numero di telefono per gli over 70 in tutte le sedi consolari.

Deputato Pd, Fabio Porta ha ricordato che un anno fa è stata approvata la nuova Legge sulla cittadinanza: “una legge che tanti di noi hanno definito “vergognosa” non solo per il suo contenuto, ma per l'improprio ricorso alla decretazione d'urgenza e per le altrettanto inopportune motivazioni utilizzate dal Ministro degli Esteri per sostenerla”, ha osservato. “Una legge”, ha proseguito Porta, “che con buona pace dei giudici della Corte Costituzionale, che ovviamente rispettiamo, continuiamo a ritenere sbagliata e discriminatoria e quindi meritevole di profonde e radicali correzioni, magari nell'ambito di una riforma organica della cittadinanza che aiuti l'Italia a tornare ad essere un Paese inclusivo”, come sta facendo la Spagna. Citato l’accordo Ue – Mercosur, Porta ha sostenuto che “non ha senso parlare di turismo delle radici se non rispondiamo in maniera coerente e adeguata allo spaesamento la legge sulla cittadinanza ha prodotto”. Sul turismo delle radici, Porta ha detto di essere ancora “in attesa di risposte chiare sul bilancio di quanto fatto negli anni scorsi”. Critico, il deputato, anche sui servizi consolari: “non ha senso parlare della grande riforma del MAECI se continuiamo ad avere il sistema di prenotazione on-line più obsoleto tra i 27 Paesi Ue”. Serve “una contro-narrazione, con una piccola rivoluzione culturale che parta dalle scuole con l'insegnamento della storia della nostra emigrazione come principale anti-corpo alla deriva di quella politica che non ci valorizza per quello che siamo stati, che siamo e soprattutto potremmo diventare per il futuro dell'Italia”. ricordato il ventennale della circoscrizione estero, il deputato l’ha definita “una conquista alla quale tanti - da Mirko Tremaglia a Michele Schiavone - hanno dedicato parte della loro vita personale politica ed associativa. Oggi le manovre intorno alla legge elettorale rischiano di sfociare in una sorta di colpo mortale”, prevedendo un “collegio unico mondiale senza preferenze” che “ci farebbe precipitare in quella notte dove tutte le mucche sono nere”. Secondo Porta ci si dovrebbe concentrare sulla “messa in sicurezza del voto” per evitare brogli e “dare risposte a cittadini che si attendono un sistema di rappresentanza serio ed efficiente”.

Da storico dell’emigrazione, Toni Ricciardi – che oltre a parlamentare Pd è anche consigliere Cgie – ha sostenuto che “20 anni dopo la circoscrizione estero viviamo tra il non più e il non ancora”. Oggi la presenza italiana nel mondo “è molto più articolata di quello che pensiamo” e quindi occorre chiedersi “chi rappresentiamo? La nuova mobilità, i talenti, gli scienziati, o il nuovo sottoproletariato che parte? O le seconde e le terze generazioni, o i doppi cittadini ? Io a nome di chi parlo? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”.

“Non faccio l’elenco di quanto fatto perché c’è tanto ancora tanto da fare”, ha aggiunto, richiamando l’esprienza e il ruolo di Michele Schiavone, compianto segretario generale scomparso nel 2024. “Non siamo un ghetto né una colonia cui concedere qualcosa. Siamo un pezzo organico di questo paese, la seconda regione d’Italia in termini demografici”. Dobbiamo “affrontare e correggere qualche amarezza e asprezza che ha lasciato qualche provvedimento come la nuova legge sulla cittadinanza. Se affrontiamo il rinnovo di Comites e Cgie con questo spirito preserviamo un’idea di fondo: rappresentare le esigenze degli italici nel mondo”.

I parlamentari eletti all’estero devono essere “ponti”: ne è convinto Franco Tirelli, deputato del Maie eletto in Sud America, presidente del Comites di Rosario fino al 2022: “noi eletti lavoriamo dentro e fuori il Parlamento”. Se dentro l’Aula ha presentato due ddl, uno sul voto l’altro sulla cittadinanza, con il primo all’esame degli Affari Costituzionali, l’altro fermo ai box, fuori dall’Aula Tirelli dedica il suo tempo a visitare e parlare con i Comites della sua circoscrizione, con i consolati e con i connazionali. Così, ha denunciato, ha scoperto che “a Buenos Aires il Consolato riceve le iscrizioni per la cittadinanza dei minori solo fino ai 3 anni di età, adoperando una interpretazione restrittiva che non fa nessuno altro. C’è poi il lavoro con i patronati e sono interlocutore anche della CCIE”.

“Giro in tutto il Sud America e in Argentina in particolare, parlo con i presidenti dei Comites, anche in da remoto, per spiegare la situazione in Italia e ascolto i problemi che hanno. Il nostro lavoro è fare da ponti tra l’Italia e l’estero”. (ma.cip.\aise 14) 

 

 

 

 

Plenaria Cgie: questioni di toni, forme e contenuti

 

ROMA - Un confronto franco, a tratti aspro, oggi pomeriggio alla Farnesina dove il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero si è riunito per la seconda giornata di lavoro dell'assemblea plenaria.

A scatenarlo è stato il pacato intervento con cui Daniel Taddone (Brasile) ha criticato la nuova legge sulla cittadinanza e stigmatizzato la recente sentenza della corte costituzionale che, ha detto, è stato un “grave colpo per ciascuno di noi”. Taddone ha quindi invitato i colleghi residenti in altre aree del mondo a considerare le difficoltà di quanti in Sudamerica stanno pagando e pagheranno le conseguenze della legge che ha limitato la trasmissione iure sanguinis della cittadinanza, una legge, ha accusato, “che ha creato cinque categorie di cittadini. I più penalizzati sono gli italiani di origine trentina e giuliana perché non sono cittadini italiani per nascita”. La nuova legge, ha spiegato, fa in modo che “se queste persone non avevano già iniziato il riconoscimento per i figli, ora ne sono definitivamente impedite. Questo significa che per entrare in Italia, i genitori possono usare il loro passaporto, mentre per i figli dovrebbero chiedere il permesso di soggiorno in questura”. La nuova riforma “non solo impedisce le nuove richieste, ma fa morire di inedia le comunità in Sud America. Ci vogliono far morire di fame di cittadinanza”.

Parole che non sono piaciute al vicesegretario per l'Europa e l'Africa del Nord Giuseppe Stabile, che ha invitato il collega a un linguaggio “appropriato”. Non è corretto criticare la Corte costituzionale, perché le sue pronunce vanno rispettate, ha sostenuto Stabile, molto critico anche con l'intervento di Fabio Porta che, a sua volta, aveva espresso rammarico per la pronuncia della Corte e anche per lo stato dei sistemi informatici della Farnesina per i servizi consolari. Stabile ha sostenuto che “dire che il nostro sistema informatico sia il più obsoleto tra i 27 stati membri dell'UE delegittima la Direzione generale per italiani all'estero”. Il vicesegretario, infine, ha criticato l'assenza dei parlamentari che dopo i loro interventi sono andati via, a significare, ha concluso “che vogliono sentire soltanto la loro voce non anche la nostra”.

Anche il vicesegretario per l'America Latina Mariano Gazzola ha voluto richiamare Taddone ad un linguaggio “più consono” al ruolo dei consiglieri del Cgie. “Non siamo guerrieri. Dire che il governo ci vuol far sparire e far morire di fame di cittadinanza è un insulto. Io - ha aggiunto – vengo da un paese che ha conosciuto la tragedia di desaparecidos, dunque siamo più attenti a quello che diciamo. Oggi le nostre comunità soffrono non solo per il cambiamento della legge, ma anche per gli inganni di avvocati e faccendieri che promettono cose irrealizzabili”.

Come stabile, anche Gazzola è tornato sugli interventi dei parlamentari dicendosi “molto amareggiato da tutti. Mi aspettavo un confronto e un dialogo, non una passerella con l'elenco delle cose che fanno. Noi non mettiamo in dubbio il loro lavoro: ne siamo testimoni. Quello che mi aspettavo è che si sedessero con noi per capire cosa fare insieme, per esempio sulla cittadinanza. Su questo tema - ha concluso - auspico una modifica della legge che sia unitaria”.

A sostegno di Taddone e della libertà di espressione nel Consiglio generale è intervenuto Luciano Vecchi, responsabile per gli Italiani nel mondo del Partito democratico. “Al consiglio generale i lavori hanno sempre rispettato e tutelato la libertà di ogni componente nell’esprimere liberamente posizioni politiche” ha detto Vecchi, criticando una “eventuale censura preventiva su termini che possono non piacere, ma che di fatto non ledono nessuno”. Ad essere offensive, ha concluso, “non sono state le parole di Taddone, ma gli appunti fatti contro il suo intervento”.

Più aspro il confronto che invece ha interessato i componenti della Commissione continentale anglofona dei Paesi extraeuropei. Il consigliere Papandrea, residente in Australia, ha sostenuto che la relazione letta ieri dalla vicesegretaria d'area Silvana Mangione non rappresentava in nessun modo la posizione della commissione che ad essa non aveva contribuito.

La commissione continentale è composta da quattro consiglieri: uno in Australia, due negli USA e uno in Canada. Numeri che, spesso e volentieri, causano uno stallo tra le posizioni equamente suddivise anche in funzione delle appartenenze politiche dei suoi membri. Questo ha di fatto monopolizzato l’incontro di lunedì scorso della Commissione: in quella occasione, ha spiegato Arcobelli, lui è Papandrea hanno presentato “un atto formale rivolto alla segretaria generale Prodi e a tutti i consiglieri per avere scuse pubbliche dalla vicesegretaria Mangione” accusata di avere utilizzato delle “espressioni offensive” nei loro confronti. Impegnati in questa discussione, non hanno elaborato né approvato nessuna relazione.

Una questione interna, ha puntualizzato Mangione, derivata dal fatto che l'anno scorso non è riuscita a convocare la Continentale perché né Papandrea né Arcobelli le hanno dato disponibilità. Alla luce di questa situazione, Mangione ha consigliato loro di dimettersi. “Questo sarebbe il grande insulto”, ha spiegato Mangione che quindi ha deciso di redigere una relazione dando voce ai presidenti dei Comites che hanno risposto alle sue sollecitazioni.

Una situazione surreale e senza via d'uscita, che ha tenuto in ostaggio la plenaria per una buona mezz’ora, tanto da far esclamare al consigliere Scigliano “arrendetevi tutti!”.

Più positiva e propositiva la segretaria generale Maria Chiara Prodi, che ha convenuto sulla “inopportunità” che la continentale non sia riuscita a elaborare una propria relazione. “Prendiamo atto che c'è una parità tra i suoi membri. Vi chiedo di riuscire ad organizzare la prossima continentale a Johannesburg: se la scelta è quella di non collaborare, ditelo e assumetevene la responsabilità. La plenaria non può essere ostaggio di queste discussioni”. (m.c.\aise 14) 

 

 

 

 

In memoria di Michele: la prima edizione del Premio Schiavone

 

ROMA - Commozione palpabile, oggi pomeriggio alla Farnesina, durante la premiazione del Premio Michele Schiavone istituito dal Consiglio generale degli italiani all’estero in memoria del segretario generale scomparso il 30 marzo del 2024.

La premiazione si è svolta nell’ambito della assemblea plenaria del Cgie, convocato da ieri alla Farnesina, alla presenza dei familiari di Schiavone, la moglie Angela, e i figli Yanek e Ismene, accolti dalla segretaria generale Maria Chiara Prodi. Presente anche il segretario generale della Farnesina, ambasciatore Riccardo Guariglia, presidente della Giuria che ha assegnato i premi nelle tre categorie – persone, enti, associazioni – a Lorenzo Peluso (Germania) e Valentino De Rogatis (Austria); all'Associazione di volontariato Mondo Italiano (Regno Unito) e alla Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (Fclis); e al Comitato Assistenza Italiana (Co.As.It.) di Melbourne (Australia).

Il Premio fa parte di “un percorso a cui tenevamo moltissimo”, ha esordito Prodi, spiegando che il Cgie ha raccolto la proposta dei consiglieri Tommaso Conte e Silvana Mangione che “hanno voluto questo momento” nell’auspicio che “duri nel tempo”. Commossa, Prodi ha assicurato l’impegno del Consiglio nel “trasmettere quello che ci ha lasciato Michele”. “I sogni di trasformazione, partecipazione, libertà e rappresentanza non si concretizzano senza aiuti importanti”, ha aggiunto richiamando “l’impegno della giuria”, un “segno importante” così come è stato importante avere tra i giurati l’Ambasciatore Guariglia, la direttrice di Rai Italia Grieco, il presidente della Dante Riccardi, tramite il segretario generale Masi, e il Presidente della Conferenza delle regioni Fedriga. “Per noi era fondamentale che il Premio partisse con un imprimatur importante. Ora potrà solo crescere e migliorare, ampliando il numero delle candidature. Questa plenaria vuole riconoscere la nostra storia, che ha preceduto anche Michele e che lui ha accolto e mi ha trasmesso. È stato un grande dolore per tutti separarci da lui”.

L’Ambasciatore Guariglia si è detto “molto felice” di partecipare ad un “momento molto significativo”. Citata la riforma della Farnesina, necessaria “per mettere la macchina della diplomazia al passo coi tempi e in linea con le aspettative dei connazionali”, l’Ambasciatore ha sostenuto che uno degli obiettivi era proprio quello di “rendere la Farnesina e la rete sempre più a servizio del cittadino”, anche per questo, ha detto, è cambiato il nome della Direzione generale. “Possiamo migliorare la vita dei connazionali: questo è il lavoro dei consoli”, ha aggiunto, annunciando che lunedì prossimo sarà a Porto Alegre per inaugurare la nuova sede del consolato generale.

I consoli “seguono la vita dei connazionali, conoscono le storie dei connazionali, le gioie e i dolori. Ogni italiano porta la nostra bandiera nel mondo. Per questo ci piace valorizzare le storie di successo come quelle di Michele Schiavone. La presenza della sua famiglia dà un valore aggiunto a questa cerimonia”.

Grande ufficiale della Stella d’Italia, “Michele è scomparso il 30 marzo 2024 ma fino all’ultimo ha dedicato la sua vita agli italiani all’estero con generosità esemplare. Voluta dal Cgie, ma appoggiata sin da subito dalla Farnesina, questa è una lodevole iniziativa per valorizzare i tanti italiani che mantengono vivo il tessuto sociale della nostra emigrazione”.

La Giuria, ha aggiunto, ha “individuato persone e organismi che testimoniano moralità e valori etici della nostra emigrazione. Il fatto che ben due delle tre categorie abbiano avuto degli ex aequo è significativo della qualità delle candidature presentate”.

La direttrice Grieco ha definito Michele Schiavone un “fulgido esempio dedito alla causa degli italiani all’estero” che ha scoperto “attraverso le emozioni delle persone che lo hanno conosciuto”. Aveva la “capacità di unificare sogno, passione, coraggio e forza per custodire ciò che racconta l’italianità”.

Il figlio di Michele Schiavone, Yanek ha ringraziato a nome della famiglia: “è un grandissimo onore, ma soprattutto continuità nei valori e nell’impegno di mio padre a servizio della comunità. Molti di voi lo hanno conosciuto come Segretario generale e punto di riferimento, ma anche come amico, persona umile e vicina agli altri. Io vi parlo dell’uomo che ho avuto la fortuna di chiamare papà: mi ha insegnato la lealtà, la dignità dell’impegno e il rispetto degli altri, a restare fedele ai propri principi. Mi ha insegnato che il dialogo è fondamentale e che bisogna alzare la voce quando è necessario per difendere cioè in cui si crede”.

“Per me è stato normale vederlo a disposizione degli altri”, ha aggiunto. “Mi ha insegnato che gli italiani all’estero non è una categoria ma persone con una storia”. Ai premiati, la famiglia ha destinato una foto di Schiavone elaborata da un artista amico: “grazie a voi per l’impegno, il coraggio e il servizio per le comunità. Grazie al consigliere Conte, che è stato un fratello per mio padre. Grazie a quanti ci sono stati vicini e grazie al Cgie: quanta energia da tutto il mondo viene dedicata agli italiani all’estero, a nome della nostra famiglia grazie! Il nome di papa è qui per quello che ha costruito con tutti voi”.

Molto commosso anche Tommaso Conte che insieme a Silvana Mangione ha letto le motivazioni dei premi consegnati ai vincitori dall’Ambasciatore Guariglia e dalla segretaria generale Prodi.

Premiati e motivazioni

PER LA CATEGORIA PERSONA (EX AEQUO):

VALENTINO DE ROGATIS (AUSTRIA) per aver creato e messo a disposizione di chiunque ne abbia bisogno una piattaforma gratuita di consultazione, notizie, informazioni utili e servizi interattivi, in crescita del 6,5% alla settimana, per la comunità degli expat italiani in Austria e non solo;

LORENZO PELUSO (GERMANIA) per aver realizzato un gemellaggio fra gli emigrati italiani da Sanza, in provincia di Salerno, e il Klettgau, in Germania che costituisce un modello di concreta collaborazione proiettata nel futuro e arricchito dalla firma del Patto di Amicizia fra i popoli.

PER LA CATEGORIA ENTE:

COMITATO ASSISTENZA ITALIANA (CO.AS.IT.) DI MELBOURNE (AUSTRALIA), per aver creato, sin dalla sua istituzione nel secondo Dopoguerra, un modello di diplomazia culturale e linguistica in sintonia e collaborazione con il Governo australiano e di attività assistenziale con l’intervento costante nel dialogo con ambedue i Paesi per la tutela dei diritti della diaspora italiana.

PER LA CATEGORIA ASSOCIAZIONE (EX AEQUO):

ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO MONDO ITALIANO (REGNO UNITO) per aver realizzato, dalla sua creazione nel 2000, attività per proteggere i diritti dei cittadini italiani e italodiscendenti, della solidarietà, della pace, dello studio dell’arte, la cultura e le tradizioni italiane e la promozione del turismo sociale, anche della terza età.

FEDERAZIONE DELLE COLONIE LIBERE ITALIANE IN SVIZZERA (FCLIS) per aver sostenuto, fin dalla prima associazione stabilita nel 1925 a Ginevra, un modello di spazio autonomo di socialità, assistenza, servizi e mobilitazione politica, in difesa dei diritti dei cittadini e dei lavoratori, nei confronti sia dell’Italia che della Svizzera, motivando e ottenendo forme di legislazione più protettive degli emigrati. (aise 14)

 

 

 

 

La fortuna di credere in sè stessi

 

In un tempo segnato da ritmi frenetici, aspettative elevate e relazioni spesso fragili, la capacità di credere in sè stessi rappresenta una delle risorse più preziose e, al contempo, più rare. Non si tratta di una semplice esortazione motivazionale, ma di una vera e propria attitudine esistenziale che può determinare il corso della vita di un individuo, influenzandone scelte, relazioni e risultati. Credere nelle proprie doti significa anzitutto riconoscerle.

Troppo spesso, infatti, il talento resta nascosto sotto strati di insicurezza, timore del giudizio altrui o abitudini limitanti. È più facile adattarsi, restare nella zona di comfort, piuttosto che esporsi, rischiare e mettere alla prova le proprie capacità. Eppure, è proprio nel superamento dei propri limiti che si costruisce la crescita personale.

Ogni percorso di affermazione passa inevitabilmente attraverso ostacoli. Non esiste successo senza fatica, né realizzazione senza momenti di dubbio. La differenza tra chi riesce e chi si arrende risiede spesso nella determinazione: quella forza silenziosa che spinge ad andare avanti anche quando tutto sembra remare contro. Credere in sè stessi non significa ignorare le difficoltà, ma affrontarle con la consapevolezza di poterle superare.

Viviamo in una società sempre più competitiva, dove il confronto è costante e spesso spietato. Non di rado, le critiche arrivano proprio da chi ci è più vicino: familiari, amici, colleghi. Talvolta per invidia, talvolta per paura del cambiamento, altre volte semplicemente per mancanza di sensibilità, queste persone finiscono per scoraggiare, ridimensionare, quando non addirittura screditare chi tenta di emergere. In questo contesto, mantenere salda la fiducia in sè stessi

diventa una vera e propria forma di resistenza.

È fondamentale imparare a distinguere tra critica costruttiva e distruttiva. La prima è un’occasione di crescita, la seconda è un peso inutile da lasciarsi alle spalle. Non tutte le opinioni meritano ascolto, e non tutte le voci hanno il diritto di influenzare il nostro cammino. La selezione di ciò che accogliamo e ciò che respingiamo è parte integrante del processo di maturazione. Credere in se stessi è anche un atto di responsabilità. Significa assumersi il rischio delle proprie scelte, accettare eventuali fallimenti e trasformarli in insegnamenti.

Non esistono percorsi lineari, ma ogni esperienza contribuisce a costruire una versione più consapevole e solida di sé. Inoltre, la fiducia nelle proprie capacità ha un effetto diretto sulla qualità della vita. Non solo sul piano morale, in termini di autostima e serenità interiore, ma anche su quello materiale. Chi crede in se stesso è più propenso a cogliere opportunità, a mettersi in gioco, a creare valore. E questo, nel tempo, si traduce spesso in risultati concreti, riconoscimenti, soddisfazioni.

Va però chiarito un punto essenziale: credere in se stessi non è sinonimo di arroganza. Al contrario, è una forma di equilibrio tra consapevolezza dei propri mezzi e apertura al miglioramento. È la capacità di dire “posso farcela” senza smettere di imparare, di mettersi in discussione, di crescere. In un mondo dove è facile essere giudicati e difficile essere compresi, la vera fortuna non è evitare le critiche, ma sviluppare una solida fiducia interiore che non vacilli di fronte alle avversità. È questa la chiave per andare avanti, per costruire un percorso autentico, per ottenere quelle soddisfazioni – morali e materiali – che rendono la vita piena e significativa. Credere in se stessi, in definitiva, non è un privilegio riservato a pochi, ma una scelta quotidiana. Una scelta che richiede coraggio, costanza e lucidità. Ma che, se coltivata con determinazione, può davvero fare la differenza tra una vita subita e una vita pienamente vissuta.

Salvo Nugnes, de.it.press

 

 

 

 

 

Cos’è il Solarpunk, il movimento che immagina un futuro tra natura e tecnologia

 

Non si tratta di un semplice esercizio artistico o di una corrente filosofica, ma di un modello concreto di sostenibilità urbana

In un mondo spesso rassegnato a scenari post-apocalittici, tra crisi climatica, guerre e pandemie, emerge una nuova visione: il Solarpunk. Si tratta di un movimento sociale e culturale che si muove tra ecologia radicale e innovazione consapevole. Così tra giardini verticali, energia solare condivisa e comunità inclusive, il Solarpunk dimostra di avere un solo scopo: progettare oggi le città di domani.

Cos’è il Solarpunk?

Il termine nasce sul web intorno al 2008, consolidandosi negli anni ’10 come risposta ottimista e propositiva alla narrativa distopica. Se il cyberpunk immaginava un futuro iper-tecnologico ma oscuro e dominato dalle corporazioni, il Solarpunk ribalta questa prospettiva: immagina un domani in cui tecnologia e natura convivono in armonia, alimentate da energie rinnovabili e da un’etica della cooperazione.

Il nome stesso racchiude l’essenza della sfida. Il prefisso “Solar” richiama l’energia del sole come fonte primaria di vita e alternativa ai combustibili fossili, simbolo di trasparenza, calore e rinascita. Il suffisso “Punk” rappresenta invece il seme della rivolta: il rifiuto di un modello di sviluppo capitalista considerato predatorio e insostenibile.

Essere “punk” nel Solarpunk significa opporsi al nichilismo e alla rassegnazione, rivendicando il diritto di immaginare e costruire un futuro migliore attraverso la speranza intesa come strategia operativa.

Dall’estetica alla pratica: città che respirano

Visivamente, il Solarpunk si distacca dal cemento grigio per abbracciare il verde rigoglioso e la luce naturale. L’estetica trae ispirazione dall’Art Nouveau e dal movimento Arts and Crafts, unendo motivi organici e decorazioni eleganti alla tecnologia moderna.

Non si tratta però di un semplice esercizio artistico o di una corrente filosofica, ma di un modello concreto di sostenibilità urbana. In questa visione, l’architettura diventa “biofilica”: gli edifici non sono corpi estranei, ma parte attiva dell’ecosistema, capaci di produrre energia e ospitare la biodiversità.

Esempi tangibili di questo movimento sono già visibili in Italia e nel mondo. Il Bosco Verticale di Milano, ad esempio, è considerato un simbolo del movimento nel nostro Paese. Ma anche il Milano Innovation District, un progetto di rigenerazione urbana orientato alla mobilità sostenibile e alla collaborazione scientifica si identifica in questo movimento. In Cina, invece, c’è Liuzhou Forest City, un intero insediamento urbano progettato per assorbire Co2 anziché produrla. In generale le comunità energetiche rinnovabili si basano su questo meccanismo: modelli decentralizzati di produzione e condivisione di energia che incarnano lo spirito comunitario del movimento.

I valori del Solarpunk

Il Solarpunk propone un cambiamento radicale della società dell’Antropocene, cioè quella società caratterizzata dal ruolo dell’essere umano come principale forza agente sulle trasformazioni geologiche, climatiche ed ecosistemiche del pianeta. I suoi pilastri non sono solo ecologici, ma profondamente sociali:

1. Decentralizzazione: l’energia e la produzione sono gestite localmente, sottraendole al controllo dei grandi centri industriali.

2. Inclusività: il movimento si fa interprete di istanze femministe, antirazziste e antiabiliste, promuovendo comunità paritarie dove ogni minoranza è riconosciuta.

3. Tecnologia etica: la scienza non è vista come uno strumento di sorveglianza, ma come un mezzo democratico per migliorare la qualità della vita in equilibrio con il pianeta.

La forza del racconto

Oltre alla progettazione urbanistica, il Solarpunk trova la sua forza nella letteratura e nei manifesti programmatici. Opere come Ecotopia di Ernest Callenbach o le visioni di Ursula K. Le Guin hanno anticipato temi oggi centrali per il movimento.

Attraverso antologie di racconti e manifesti, il Solarpunk svolge una funzione pedagogica: incoraggia le persone a visualizzare soluzioni credibili ai problemi attuali, trasformando l’utopia in un progetto realizzabile. In Italia, questa cultura sta emergendo attraverso festival, collettivi e pubblicazioni indipendenti che discutono di giustizia climatica e nuove forme di abitare.

Il movimento Solarpunk punta così a ricordare che il disastro ambientale non deve essere l’unico finale possibile. È un invito a passare dalla resistenza passiva alla costruzione attiva, utilizzando tecnologie intelligenti e materiali naturali per rigenerare il nostro rapporto con la Terra. Il futuro può essere luminoso, a patto di avere il coraggio di immaginarlo e di progettarlo insieme. Adnkronos 15

 

 

 

 

Gattopardi senza stile

 

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie (signora delle sue province), ma bordello!”

 

Questo il verso iniziale di una celebre invettiva di Dante Alighieri presente nel VI canto del Purgatorio nella Divina Commedia. Un verso che descrive il disagio delle promesse mancate e i timori del Centrodestra, che non ha realizzato nessuna Riforma, ma che sforna una raffazzonata quanto sciatta proposta di Riforma della Costituzione, tentando così di mascherare le proprie difficoltà con un’ideona di ipotetico assalto alla legge elettorale mirata principalmente alla cancellazione (forse corretta) dei Collegi uninominali.

A tale proposito potrebbe essere ristabilito il ruolo dignitoso del parlamentare, evitando di avere “figli di segreterie politiche e parenti prossimi” non in grado di svolgere la funzione assegnata dal Popolo, ma sicuramente di canticchiare in Aula una volta “Bella Ciao” e una volta l’Inno nazionale; tra “un sa chi sono io” e un “sono al servizio degli Elettori” magari con facilitazioni e macchine blu ululanti e incuranti di regole e pedoni. Un corpo di parlamentari cantanti insomma, attenti però alle nomine pubbliche che la Meloni angelicamente con il pianto in cuore ha fatto e sta facendo…(si fa per dire).

Per non parlare dell’incessante sperpero delle Regioni e dei grandi Comuni, ad opera di amministratori impreparati quanto disinvolti (tranne rare eccezioni) i quali si sollazzano grazie alle prodighe mammelle della mucca da mungere, lo Stato. E per darsi un decoro sfornano regolette e codicilli su misura incuranti del disastro sociale che li circonda.

Tuttavia credo che non si farà nessuna Riforma elettorale. Infatti non mi risulta che sia stato varato dalle Commissioni parlamentari competenti l’iter delle audizioni necessarie a completamento della procedura di prassi del regolamento delle Camere. Aggiungiamo a questa rilevazione tecnica l’atteggiamento di Forza Italia. La nuova Forza Italia, pur guidata da Tajani è diretta dalla famiglia Berlusconi, famiglia che attende alla finestra il fine mandato del Governo per valutare una collocazione diversa dall’attuale e intanto ha defenestrato i Capigruppo di Camera e Senato vicini proprio al Ministro degli Esteri.

Tutto dipenderà da quello che molti prevedono come risultato pareggio tra Centrodestra e Sinistra. Ma il busillis vero per tutte le forze politiche sarà la composizione della maggioranza che voterà per il nuovo Presidente della Repubblica. Comunque una moda il Presidente del Consiglio l’ha creata: produrre una quantità notevole di decretini per combattere a suo dire e dei Ministri ciarlieri le molteplici questioni aperte senza intervenire attivamente, di fatto senza risolvere ma aumentando un fumo, avvertito come tale, dai Cittadini. Questo esempio è diventato così iconico di questo Governo, che è stato preso in prestito dagli amministratori di ogni colore e riproposto come i peperoni che ritornano su in fase di digestione …

Una proposta indecente quella di riforma elettorale, ancor più indicativa del crescente timore di poter perdere molti consensi di non schierati elettori e cittadini che erano stati tentati da un Centrodestra “rivisto” a guida Meloni, soprattutto sulle emergenze energetiche, dei giovani, del lavoro e sulla sicurezza. Dopo la batosta referendaria pensavamo che il Governo prendesse una strada di confronto con la sgarrupata Opposizione (che tra primarie e campo largo oltre a rompere gli italici zebedei dimostrano solo molta tattica e nessuna strategia vincente e a questo punto ci chiediamo ma il campo largo è una coalizione o un fronte?), non solo non sta avvenendo e anzi avanti tutta con le presunte Riforme non realizzate.

Vero è che l’architettura costituzionale è fortemente incrinata e non è tutta colpa delle “sisters” Meloni ma di Organi superiori che si sono ridotti a notai con matite blu rosse, zuccheriera e pallottoliere a fianco. Il caso della Grazia alla Minetti rivela tutta e di più la confusione nei Palazzi istituzionali, a cominciare dal Quirinale, alimentando la becera pratica dello scaricabarile.

La Meloni si troverebbe così ad affrontare una strada in salita durissima. La decisione di bruciare le tappe con una legge elettorale percepita come antidemocratica e subalterna al Presidente degli Stati Uniti non appare una risposta adeguata ai veri bisogni degli Italiani. Al contrario, rischierebbe di risultare contraria agli interessi del Paese, specialmente dei più giovani, che guardano con preoccupazione alle difficili prospettive future e al necessario contributo per il rilancio dell’Europa.

Purtroppo per l’Italia, il deficit è stato del 3,1% nel 2025 e così non si esce dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivi. Se ne deduce che i fondi del PNRR si sono persi e mal spesi per la strada e sono pure finiti… (“avuta la grazia, gabbato lo santo” e lo santo non sono stati certamente Conte e Draghi già Presidenti del Consiglio al tempo, bensì gli esosi interessi di Germania e Francia …E forse a breve assisteremo alla conversione al Mes (meccanismo europeo di stabilità).

Nel frattempo, oltre le pericolose guerre in atto e che ci riguardano da molto vicino, incombe la difficile condizione dell’Ucraina, che continua ad aggravarsi, sotto l’assalto ininterrotto di bombardamenti e missili, utilizzati da Putin per costringere l’Ucraina all’abbandono e infliggere una sconfitta, non solo agli Ucraini, ma all’Europa e all’intero mondo libero, parla purtroppo l’oltre milione di vittime.

Se tutto ciò fosse accompagnato dalle “prodezze mirabolanti” di Trump: dalle sue velleità contro l’Iran alle ambiguità e indecisioni che rischiano di tradursi in sconfitte sostanziali, tra intrallazzi, coperture e annunci di nuove manovre, mentre crolla il consenso e si incrina il sostegno dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e non solo.

Bravissima Giorgia nel difendere Papa Leone e a interrompere la relation dangereuse con il Tycoon, si è “intrumpata” e ha fatto bene, credo però che lei gli sia rimasta “nel cuore” e che presto (se i democratici americani non chiederanno prima l’impeachment) Trump tornerà nuovamente a corteggiarla, ha le “basi e i dragamine”, che vuoi di più! A questo punto forse è meglio che Meloni torni a risedersi sulle comode poltrone degli aerei per andare in giro senza mai concludere …

Paradossalmente, dovremmo persino essere entusiasti, nonostante l’ambiguità della Presidente esposta al gravissimo rischio di mostrare sempre più chiaramente le proprie equivocità e le proprie crescenti contraddizioni. L’esile Giorgia, sballottata tra fazioni interne al suo Partito e le frizioni con gli Alleati è in uno stato di riflessione nel quale una carezza d’oltreoceano le potrebbe riportare il sorriso e riprendere le sue mini falcate tra i Presidenti europei anziché essere messa da parte come si è visto. Contro l’occhio cattivo, Presidente indossi una bella gonna a pois e sinuosamente si avvicini ai suoi bruttini colleghi europei e mondali, lei è gradevolissima con quei begli occhioni spalancati Presidente però non faccia il ballerino Stefano De Martino Ministro o Sottosegretario alla Cultura la prego…un limite all’umana pazienza…

In un Paese che arranca e dove i grandi enti partecipati dallo Stato fanno di tutto meno per il fine per il quale sono stati creati (vedi Poste, Ferrovie e Cassa Depositi e Prestiti tra gli altri), dove il Welfare è minacciato dalla crescente e funzionante (a pagamento) egemonia di oligarchie private e dove i Cittadini sono abbandonati al loro destino senza sicurezze. A parte la salutare amara ironia termino questa mia riflessione con una constatazione: almeno abbiamo un Uomo vero di Pace come Papa Leone, in un Paese e in un Mondo tormentato da guerre armate e non.

Francesco Petrucci, Sociologo (dip 7)

 

 

 

 

 

Colf e badanti: nel 2029 ne serviranno 2,2 milioni (+122 mila in tre anni)

 

Il 69% saranno stranieri, in massima parte non comunitari. Il nuovo paper di Family (Net) Work aggiorna le stime sul fabbisogno e anticipa le quote per il Decreto Flussi 2029. Con i nuovi dati sul preoccupante invecchiamento dei lavoratori domestici

Per coprire il fabbisogno familiare di cura e assistenza nel 2029 in Italia serviranno almeno 2 milioni e 211 mila lavoratori domestici (colf e badanti), il 69% stranieri, in massima parte non comunitari. È la nuova stima contenuta nel Paper commissionato da Assindatcolf (Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico) al Centro Studi e Ricerche IDOS, nell’ambito del Rapporto 2026 Family (Net) Work, presentato questa mattina a Roma e intitolato: “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia”.  

Il fabbisogno di lavoro domestico delle famiglie

Il report analizza le necessità di cura degli over 65 nel nostro Paese: una popolazione che cresce a un ritmo quasi esponenziale e che continuerà a farlo per almeno altri 15 anni, cioè fino a quando sarà ancora in vita la generazione del baby boom (anni Cinquanta e Sessanta) che ne costituirà la componente più vecchia (over 85). Lo studio valuta che alla fine del 2026, dei 15 milioni di persone con più di 65 anni, 2,2 milioni “necessiteranno di aiuto”, pari al 14,6% del totale, con quote che però oscillano dal 12% delle regioni del Nord (Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige e Veneto) al 19% di Sud e Isole (Molise, Abruzzo, Basilicata e Sardegna). Nello stesso anno, il 43,6% di quella quota (958 mila persone) riceverà aiuto a pagamento.

Proiettando questi dati, si può quindi stimare che nel 2029 ci sarà bisogno di quasi 1 milione e 68 mila badanti, di cui 784 mila con cittadinanza straniera (73,4%). Riguardo alla distribuzione territoriale va però rilevato che la concentrazione di queste figure appare inversa a quella dei bisogni, con punte tra il 50 e il 52% nel Centro-Nord (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) e con Campania, Sicilia e Calabria che si attestano sul 32%. Lo stesso calcolo viene poi fatto per i lavoratori di cura della casa ed emerge che nel 2029 serviranno 1 milione e 144 mila colf, di cui 742 mila straniere (64,8%).

Si arriva così al citato fabbisogno complessivo di 2 milioni e 211mila lavoratori, con un incremento nel triennio 2027-2029 di quasi 122 mila unità, 40.522 all’anno: 7.440 italiani e 33mila stranieri, di cui circa 24mila non comunitari. 

Italiani e stranieri: il doppio invecchiamento

A determinare questo scenario non sono soltanto le tendenze demografiche, quali la speranza di vita di 83,7 anni, che ci pone oggi al terzo posto nell’Ue e che nel 2050 passerà a 84,3 anni per gli uomini e a 87,8 anni per le donne; o la riduzione della fascia di popolazione attiva, che passerà dall’attuale 63,5% al 54,3% del 2050.

Dallo studio risulta che la quota di over 65 sul totale della popolazione straniera è quasi triplicata dal 2012, attestandosi nel 2026 sul 6,9% (percentuale che sarebbe ben più alta se si considerasse la platea di oltre 2 milioni di stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana).

Ma il dato più interessante riguarda la parte di stranieri che svolge lavori domestici e di cura, per i quali il processo di progressivo invecchiamento è molto più accentuato di quello della popolazione generale: nel 2024 oltre l’11% del lavoro in questo settore era svolto da stranieri oltre i 65 anni, dato che spinge il report a parlare di un mercato del lavoro “caratterizzato da scarso ricambio generazionale e da una crescente dipendenza da lavoratori ‘anziani’, spesso ancora attivi per necessità economiche e per la natura poco tutelata delle carriere nel settore”. Nello specifico, sono le badanti donne a manifestare il trend più accelerato: quelle con più di 65 anni sono passate dal 4,3% del 2015 al 16% nel 2024. Ed è ovvio aspettarsi che “molte lavoratrici dovranno lasciare nei prossimi anni l’attività in questo settore se non per ‘raggiunti limiti di età’ almeno per ‘motivi fisici’”. Un turn-over del tutto straordinario, in base al quale il rapporto calcola che, per colmare il vuoto, ben l’81,6% di quei 122 mila lavoratori in più che serviranno nel prossimo triennio dovranno essere stranieri, tre quarti dei quali non comunitari.

“Il dato dei circa 24mila lavoratori non comunitari indica con chiarezza il fabbisogno familiare atteso per il 2029, - osserva il vicepresidente di Assindatcolf, Alessandro Lupi. - Si tratta di una quota che auspichiamo possa trovare spazio nella futura programmazione dei flussi, che attualmente si ferma al 2028. In assenza di una sua prosecuzione, il rischio è una vera e propria implosione del sistema dell’assistenza familiare, pilastro del welfare pubblico, con famiglie sempre più anziane che non riescono a trovare sul mercato del lavoro una manodopera disponibile, anch’essa sempre più anziana: con il paradosso di avere assistenti familiari chiamate a prendersi cura degli anziani quando esse stesse si avvicinano a una condizione di bisogno assistenziale”.

“In un comparto di vitale importanza per il welfare nazionale, come la cura dei familiari e il lavoro domestico, massicciamente dipendente dalla manodopera straniera soprattutto femminile, - afferma il presidente di IDOS Luca Di Sciullo, - sarebbe auspicabile che, al raggiunto allineamento delle quote dall'estero al fabbisogno effettivo, segua una seria revisione dei meccanismi di ingresso e di assunzione, che combatta efficacemente abusi, sfruttamento, irregolarità ed evasione, che da decenni affliggono i rapporti di lavoro nel comparto”.  Idos 7

 

 

 

 

Book Festival 2026 a Colonia

 

Letteratura, dialogo e identità al centro della prima edizione della manifestazione ideata da Book Verlag, che ha riunito autori, istituzioni e comunità italiana in Germania in una serata di incontro e condivisione

Nell’ultima domenica di aprile, l’associazione Mondo Aperto a Colonia ha ospitato la prima edizione del Book Festival 2026, evento dedicato alla promozione della cultura e della letteratura italiana tra gli italiani residenti all’estero. La manifestazione, organizzata da Book Verlag sotto la direzione di Maurizio Del Greco, ha rappresentato un momento significativo di incontro tra Italia e Germania attraverso la forza della parola scritta.

Autori provenienti sia dall’Italia sia dalla Germania hanno presentato le proprie opere in italiano, tedesco e inglese, offrendo racconti che hanno attraversato temi diversi: dallo sport ai viaggi, dalle tradizioni alla poesia, fino all’artigianato e all’identità culturale.

Tra i momenti centrali della serata, la consegna dei premi istituzionali. L’onorevole Simone Billi è stato premiato per il suo impegno costante a favore della comunità italiana in Germania e per il sostegno alle iniziative culturali rivolte agli italiani all’estero. Nel suo intervento ha sottolineato come la cultura rappresenti “il collante più forte per le nostre comunità”.

Un riconoscimento è stato conferito anche al Console Generale d’Italia a Colonia, Massimo Cipolletti, per la vicinanza istituzionale alla collettività italiana e per il sostegno alle attività culturali.

Il premio per l’ospitalità e la promozione culturale è stato assegnato a Luca Paglia per aver trasformato Mondo Aperto in uno spazio vivo di incontro e diffusione della cultura italiana. Il premio organizzazione è andato a Maurizio Del Greco, fondatore e ideatore di Book Verlag, per aver dato vita a un progetto capace di valorizzare la letteratura italiana all’estero e favorire il dialogo con il pubblico di lingua tedesca. Un riconoscimento speciale è stato attribuito anche a Patrizia Pili per il lavoro di traduzione italiano-tedesco e per l’attività di consulenza editoriale che ha reso possibile un reale scambio linguistico e culturale tra autori e lettori.

Ampio spazio è stato dedicato agli autori premiati. Franco Castaldo ha ricevuto il riconoscimento per Corallino il mio amore per la Turris, opera capace di trasformare la passione sportiva in racconto letterario e dialogo interculturale. Gennaro Castello è stato premiato per Avventure in camper, viaggio narrativo che racconta la libertà e la scoperta come esperienze universali.

Il premio è andato anche a Gaetano Fabozzo per l’edizione tedesca di VESUVIA: Jenseits von Gomorra, opera che propone al pubblico tedesco un’immagine dell’Italia lontana dagli stereotipi, valorizzandone cultura, tradizioni e artigianato. Il professor Pietro Chiariello è stato premiato per POETRY TELLS MY STORY, edizione inglese, portando sul palco una poesia intesa come linguaggio universale e personale, accompagnata dalla recitazione di versi autobiografici.

Riconoscimenti sono stati conferiti inoltre a Loredana Di Salvo per l’impegno letterario e la capacità di creare connessioni emotive attraverso la scrittura e a Giuseppe Tecce per il contributo alla valorizzazione della storia e delle tradizioni italiane in Germania. Il premio speciale Book Verlag per Moda e Letteratura è stato assegnato a Mario Del Gatto, esempio di dialogo tra arti diverse, dove stile, artigianato e parola scritta si incontrano.

Nel suo intervento conclusivo, Maurizio Del Greco ha sottolineato il significato dell’iniziativa e cioè di dare voce agli autori italiani all’estero e costruire ponti culturali con la Germania. „La letteratura unisce, supera i confini e racconta chi siamo. Oggi Mondo Aperto è stata davvero la casa di tutti gli italiani“, ha dichiarato.

Il prossimo appuntamento con il Premio Book Verlag è già fissato per domenica 8 novembre 2026, sempre a Colonia, per proseguire un percorso che mette la cultura al centro del dialogo europeo. CdI 8

 

 

 

 

 

Premio Nazionale Pratola: l’Edizione 2026 del 6 giugno

 

Sarà anche quest’anno la splendida Chiesa dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone di Badia-Bagnaturo di Sulmona ad ospitare la XVII Edizione del PREMIO NAZIONALE PRATOLA 2026, sabato 6 giugno a partire dalle ore 16.00. Una manifestazione che torna ad animare il territorio peligno e che nel corso degli anni è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi e seguiti della regione, apprezzato anche in ambito nazionale e internazionale.

L’evento, curato dall'Associazione Culturale “Futile Utile” e organizzato con passione e competenza dai giornalisti Ennio e Pierpaolo Bellucci, vede, come per le passate edizioni, la partecipazione di prestigiosi personaggi, rappresentativi di varie realtà internazionali, nazionali e regionali. Diverse le sezioni in cui si articola la manifestazione, con un eccellente parterre di premiati che rappresentano un punto di riferimento nel proprio ambito lavorativo.

A fare da splendida e suggestiva quinta del Premio uno dei luoghi celestiniani per eccellenza, l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, palcoscenico di incomparabile bellezza e spiritualità, testimonianza di un'arte altissima che affonda le radici nella terra d’Abruzzo. Testimonial della Kermesse, Marcello Sorgi, già premio Pratola nel 2019, editorialista de La Stampa, giornalista e saggista tra i più noti del panorama italiano.

Prestigiosi i nomi che riceveranno il riconoscimento 2026. Per la sezione Sport il premio andrà alla Campionessa olimpica di pattinaggio velocità su ghiaccio, Francesca Lollobrigida, capace di conquistare due medaglie d’oro ai recenti Giochi invernali di Milano-Cortina. Protagonisti della sezione Giornalismo e Tv saranno il vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito, il direttore del TG2 Rai, Antonio Preziosi, l’inviata Mediaset del programma Quarta Repubblica, Lodovica Bulian, il giornalista per trent’anni all’agenzia ANSA nella redazione Esteri, capo del servizio ANSAmed e ideatore di ANSA Nuova, Pierluigi Franco. 

La sezione Letteratura vedrà assegnare il riconoscimento allo scrittore Remo Rapino, vincitore della 58° edizione del prestigioso Premio Campiello, uno degli autori più apprezzati del nostro Paese. A Edoardo Purgatori il premio per la sezione Cinema e Teatro. L’attore romano è tra i più promettenti e conosciuti artisti del panorama italiano, già noto anche con lo pseudonimo di Ed Hendrik. La sezione Sport avrà altri due protagonisti: Sabatino Aracu, presidente delle due federazioni degli sport rotellistici, di quella mondiale World Skate e di quella italiana Skate Italia, tra i più longevi presidenti dello sport internazionale; Duccio Marsili, senese di nascita, campione mondiale, europeo e italiano di pattinaggio corsa su rotelle, già insignito del prestigioso Premio Mangia della città di Siena. 

Premio per la sezione Artigianato Abruzzese a una delle più importanti realtà dell’arte orafa del territorio peligno, Santilli Gioielli che in più di trent’anni di attività è diventata sinonimo di eleganza e ricercatezza artigiana. Non poteva mancare il riconoscimento per la sezione Informazione Regionale che va a ReteAbruzzo.com che con impegno quotidiano, tempestività e puntualità è vero punto di riferimento dell’informazione regionale.

A caratterizzare la manifestazione anche gli interventi e le sottolineature musicali di Rosanna Di Lisio alla voce, Massimo Domenicano al piano, Gianni Ferreri alla tromba. Presenterà l’edizione XVII del Premio Nazionale Pratola il giornalista volto noto di Rete 8, Enrico Giancarli. Ad alcune delle personalità insignite verrà consegnato un ritratto caricaturale realizzato in esclusiva per l’occasione, dal famoso artista e vignettista Franco Pasqualone in arte “Pasq”, da sempre partner del Premio. 

Goffredo Pamerini, de.it.press 17

 

 

 

 

 

Fitinfluencer, perché fanno “male” alla salute mentale dei giovani

 

Si avvicina l’estate e quel vestito che hai comprato lo scorso anno non entra più. Hai bisogno di tonificare i muscoli, perdere quella pancetta da letargo invernale e ritrovare un po’ di pace con l’immagine che vedi riflessa allo specchio. E mentre ti penti persino della pizza ordinata mercoledì sera quando di cucinare non avevi voglia, ecco che compaiono corpi statuari sui social che ti consigliano come perdere cinque chili in tre mesi con sole due ore di attività a settimana. Sarà un caso? Il famoso algoritmo che ormai ci legge nella mente? O sarà che gli ecosistemi digitali che viviamo quotidianamente sono ormai dominati dalla cosiddetta “Fitspiration”?

 E bene, il mix porta a scontrarci ogni giorno con un genere di contenuti che, pur nascendo con l’intento dichiarato di motivare a uno stile di vita sano attraverso l’esercizio fisico e una dieta equilibrata, è oggi oggetto di severo scrutinio scientifico. Come ci rapportiamo ad essi? Che effetto hanno sulla nostra mente? A cercare le risposte a questi quesiti è un recente studio, pubblicato sulla rivista Health Communication, il quale ha sintetizzato otto anni di ricerca sperimentale per determinare l’impatto causa-effetto di questa esposizione sul pubblico dei giovani adulti. E il presagio non è dei migliori.

Lo studio

La ricerca, guidata dalla dottoressa Valerie Gruest, ricercatrice presso la Northwestern University ed ex nuotatrice olimpica, e dal dotto Nathan Walter, rappresenta la prima meta-analisi che esamina esclusivamente studi sperimentali pubblicati tra il 2015 e il 2023. L’analisi ha aggregato dati provenienti da 26 campioni indipendenti, coinvolgendo un totale di 6.111 individui di età compresa tra i 18 e i 33 anni in sette nazioni, tra cui l’Italia, gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Australia.

Il valore aggiunto di questa indagine risiede nella sua natura causale: a differenza degli studi correlazionali, i ricercatori hanno analizzato esperimenti in cui i partecipanti venivano esposti a un numero controllato di immagini o video di fitspiration (da 10 a 100) per misurarne gli effetti immediati rispetto a gruppi di controllo esposti a contenuti neutri.

I meccanismi del confronto sociale “verso l’alto”

Il principale motore del malessere identificato dalla ricerca è il confronto sociale verso l’alto. Gli utenti non si limitano a osservare le immagini, ma valutano attivamente le proprie caratteristiche fisiche e il proprio stile di vita rispetto a standard idealizzati e spesso irraggiungibili per persone comuni che non svolgono quel tipo di attività per professione. I risultati confermano con significatività statistica che l’esposizione alla fitspiration incrementa drasticamente questo tipo di confronti, portando a una svalutazione sistematica del sé.

Le conseguenze psicologiche delineate dallo studio sono molteplici:

* Immagine corporea e autostima: è stata riscontrata una diminuzione significativa della soddisfazione per il proprio aspetto fisico e della percezione positiva del corpo.

* Alterazione dell’affettività: l’esposizione ai contenuti “fit” genera un aumento dei sentimenti negativi (ansia, vergogna, invidia) e una contestuale riduzione delle emozioni positive, intaccando il benessere emotivo generale.

Il paradosso della motivazione: fitness o distorsione?

Sebbene la fitspiration promuova obiettivi apparentemente positivi come la forza e la salute, i suoi elementi centrali rimangono ancorati a standard di bellezza normativi: eccessiva magrezza e tonicità per le donne, muscolatura estrema per gli uomini.

La ricerca evidenzia un paradosso preoccupante: se da un lato questi post aumentano l’intenzione di fare esercizio e seguire diete, tali motivazioni sono spesso radicate in una sintomatologia tipica dei disturbi alimentari. Il rischio è che gli utenti adottino regimi alimentari restrittivi o routine di allenamento estenuanti come “scorciatoie” per raggiungere fisici che, nella realtà, richiederebbero spesso l’uso di integratori, steroidi o persino “editing” digitale.

Trasversalità del fenomeno

Un dato emerso con forza è l’assenza di moderazione da parte di variabili demografiche come il genere o l’indice di massa corporea. Ciò suggerisce che i rischi della “fitspiration” non sono confinati alle giovani donne, categoria storicamente più studiata, ma colpiscono in modo trasversale uomini e giovani adulti con diverse composizioni corporee. È stato tuttavia notato che l’efficacia motivazionale della fitspiration tende ad aumentare con l’età, sebbene questo non ne attenui i potenziali effetti collaterali negativi.

Conclusioni e implicazioni per la salute pubblica

Le origini della fitspiration, rintracciabili nei blog pro-disturbi alimentari dei primi anni 2000, ne sottolineano la pericolosità intrinseca. Nonostante la patina di salute e benessere, il bombardamento quotidiano, stimato in circa 1-5 esposizioni al giorno per un utente medio, agisce come un catalizzatore di insicurezza. Gli autori dello studio concludono che, data l’impossibilità di eliminare l’uso dei social media tra i giovani, è imperativo sviluppare strategie di alfabetizzazione digitale per mitigare l’impatto di questi modelli estetici onnipresenti. Comprendere la meccanica dei messaggi che generano queste risposte negative sarà il prossimo passo cruciale per promuovere un impegno più consapevole e sano con le tecnologie digitali. Adnkronos 5

 

 

 

 

La filosofia della vita non è un gioco di parole

 

“La filosofia della vita non è un gioco di parole; è un mare profondo di pensieri ed esperienze umane che danno significato alla vita.” ...Dr. Sethi K.C.

I segreti della vita umana sono sempre stati uno dei più grandi enigmi della coscienza umana. Filosofi, pensatori, santi, scrittori e uomini e donne comuni hanno cercato, sin dai tempi antichi, di comprendere il significato dell’esistenza. Alcuni hanno cercato la verità nella religione, altri nella scienza, altri ancora nella spiritualità o nelle esperienze umane. Ma, nonostante secoli di riflessioni filosofiche, una cosa rimane vera: la vita non può essere conosciuta soltanto attraverso le parole. Deve anche essere vissuta ed esperita, osservata e sofferta, meditata interiormente. La filosofia della vita, quindi, non è la stessa cosa di una disciplina accademica o di un insieme di idee. È la connessione viva tra il pensare, il conoscere, il sentire, l’agire e il vivere. L’essere umano non si limita a pensare la vita, ma la vive. La filosofia personale si forma attraverso ogni sorriso, ogni ferita, ogni successo, delusione, relazione e silenzio.

Il Dr. Sethi K.C., fondatore della Filosofia Sethiana, afferma che gli esseri umani hanno una percezione errata della filosofia, riducendola a semplice linguaggio e argomentazione. La Filosofia Sethiana sostiene che la filosofia non è più soltanto una questione di libri e discorsi, ma una silenziosa trasformazione che avviene nella mente umana attraverso l’esperienza, la consapevolezza di sé, la comprensione emotiva e l’osservazione della realtà.

Il Dr. Sethi scrive: “È attraverso l’esperienza che nasce la comprensione, ma è attraverso le parole che si può introdurre la filosofia.” Questo pensiero rappresenta il fondamento della Filosofia Sethiana. La conoscenza umana non deriva soltanto dalle informazioni, ma anche dal vivere situazioni che mettono alla prova i sentimenti, l’etica, la pazienza, la verità e la coscienza dell’essere umano.

Le differenze tra parole e comprensione

La società moderna è diventata altamente espressiva. Le parole vengono continuamente pronunciate, stampate, pubblicate sui social e discusse riguardo alla vita, alla felicità, alla moralità e al successo. Tuttavia, parlare di saggezza e possedere davvero la saggezza sono due cose completamente diverse. Le persone possono parlare magnificamente della pazienza e irritarsi per questioni insignificanti. Qualcuno può scrivere sulla gentilezza e comportarsi con crudeltà verso gli altri. Questi paradossi testimoniano una verità importante: la vera misura della filosofia non è il discorso, ma l’armonia tra pensiero e azione. Secondo la Filosofia Sethiana, le parole utilizzate senza una reale consapevolezza interiore possono trasformarsi in esibizioni superficiali. La vera filosofia inizia quando le parole diventano comprensione.

La lampada e la fiamma

Il Dr. Sethi paragona la filosofia umana a una lampada. L’esterno della lampada è come le parole. Esse danno forma e colore. Ma la fiamma rappresenta la comprensione. Senza la fiamma, la lampada non può illuminare. Allo stesso modo, il linguaggio umano, le citazioni e la conoscenza intellettuale possono apparire grandiosi, ma se mancano esperienza e realizzazione interiore, non possono essere illuminanti. Questa illustrazione mostra che non è sufficiente apparire saggi nel mondo esterno. È essenziale che avvenga una realizzazione interiore.

L’esperienza umana è il fondamento della filosofia

Ogni individuo nasce con un “mondo” unico dentro di sé. Ognuno vive la propria vita in modo differente. Per questo ogni persona sviluppa il proprio concetto della vita. Per alcuni, la felicità può essere legata al denaro. Una persona che ha vissuto a lungo nella solitudine apprezzerà il contatto umano più di chi è sempre stato circondato da compagnia. Allo stesso modo, chi è stato tradito può avere una definizione diversa della fiducia.

La coscienza è formata dalle esperienze umane

Nella Filosofia Sethiana, la sofferenza stessa è considerata una grande maestra. Spesso il dolore, le delusioni, i fallimenti e l’angoscia emotiva conducono a una comprensione più profonda rispetto al comfort e al lusso. Il Dr. Sethi scrive: “Il comfort può riempire la vita, ma sono le sfide a renderne evidente il significato.” La sofferenza non viene glorificata. Piuttosto, è nei momenti difficili che gli esseri umani riflettono più profondamente su se stessi e sulla vita.

L’albero e la tempesta

Con il tempo sereno, un albero può sembrare forte. Ma soltanto una tempesta può rivelare la profondità delle sue radici. Allo stesso modo, gli esseri umani scoprono la loro vera forza, i loro valori, la loro pazienza e la loro filosofia nei momenti difficili della vita. L’essenza dell’avversità è rivelare la verità interiore. Questo esempio dimostra i limiti della comprensione filosofica puramente teorica. La vera filosofia può essere vista soltanto nell’esperienza pratica dell’essere umano.

La Filosofia Sethiana e l’osservazione di sé

Uno degli elementi centrali della Filosofia Sethiana è l’osservazione di sé. Gli esseri umani spendono enormi quantità di energia osservando gli altri, ma rimangono sconosciuti a se stessi. Criticano, osservano la società, parlano di moralità, ma non comprendono le proprie paure, insicurezze, desideri, contraddizioni ed ego. Secondo la Filosofia Sethiana, il primo passo verso la filosofia è una sincera consapevolezza di sé.

Il Dr. Sethi spiega: “La distanza più grande che un essere umano possa percorrere nella vita non è tra due persone, ma tra un uomo e se stesso.” Gli esseri umani tendono a comportarsi secondo modelli socialmente accettati senza interrogarsi sulla propria realtà interiore. Molte persone indossano maschere emotive per compiacere la società. Sorridono esteriormente ma hanno cuori vuoti. Cercando approvazione, perdono il contatto con ciò che realmente sono. La Filosofia Sethiana invita ad osservare silenziosamente i propri pensieri. Perché alcune parole ci feriscono? Perché ci confrontiamo continuamente con gli altri? Perché la paura guida molte decisioni? Perché ciò che gli altri dicono ci turba così profondamente? Attraverso queste domande, la coscienza cresce lentamente.

Lo specchio impolverato

La mente umana, dice il Dr. Sethi, è simile a uno specchio. Se la polvere si accumula su uno specchio, il riflesso diventa confuso. Allo stesso modo, la coscienza umana è coperta dall’ego, dalla paura, dall’avidità, dalla gelosia e dal condizionamento sociale. Finché non trascendiamo questi strati emotivi, la mente rimane velata e incapace di vedere chiaramente la realtà. Quando una persona sviluppa consapevolezza di sé, lo specchio viene pulito. Solo allora l’essere umano può iniziare a comprendere la vita in modo più autentico.

Il pensiero come inizio dell’azione

Uno dei concetti fondamentali della Filosofia Sethiana è l’unità tra pensiero e azione. I pensieri da soli non bastano a cambiare la vita. Allo stesso modo, le azioni senza comprensione possono essere prive di direzione. La filosofia nasce dall’interazione tra comprensione e azione. La civiltà moderna spesso presenta una separazione tra ciò che le persone pensano e ciò che fanno. Molti sostengono pubblicamente determinati valori morali ma agiscono diversamente nella vita privata. Parlano dell’umanità, ma ignorano chi soffre. Questa divisione indebolisce l’autenticità umana. Il Dr. Sethi scrive: “Quando la filosofia si riflette nella condotta, allora diventa vera comprensione.” Questo significa che la filosofia deve manifestarsi nella vita quotidiana.

L’operaio onesto

Un intellettuale istruito può tenere grandi discorsi sulla moralità. Ma un uomo povero che guadagna il pane quotidiano con sincerità e onestà può praticare inconsapevolmente una filosofia più profonda. Perché? Per la filosofia non conta soltanto il linguaggio, ma l’integrità. Molto spesso, un atto sincero possiede più valore filosofico di moltissimi discorsi.

Il valore del silenzio nella filosofia

Uno degli aspetti particolari della Filosofia Sethiana riguarda il silenzio. La società moderna teme il silenzio perché nel silenzio l’essere umano incontra se stesso. Nel silenzio emergono i pensieri e le emozioni; nel rumore, invece, la coscienza viene distratta. Il Dr. Sethi ritiene che nulla sia più profondo del silenzio. “Esistono verità che non parlano attraverso il linguaggio, ma si rivelano nel silenzio.” Spesso le persone non ascoltano soltanto le parole, ma percepiscono anche il silenzio emotivo che si nasconde dietro di esse. Una madre che si sacrifica silenziosamente per il proprio figlio, una persona sola che nasconde il dolore dietro un sorriso, un anziano che osserva la vita in silenzio: tutte queste esistenze custodiscono profonde filosofie.

L’oceano

L’oceano appare agitato in superficie, con onde in continuo movimento. Ma nelle profondità esiste pace. Allo stesso modo, nella mente umana esistono rumori sociali, pensieri ed emozioni continue. Ma sotto questa agitazione si trova un silenzio interiore più profondo, nel quale la saggezza cresce lentamente. La Filosofia Sethiana incoraggia l’essere umano a prendersi del tempo per riflettere e rimanere nella quiete interiore.

L’illusione del successo materiale

Nella società contemporanea, il successo viene spesso misurato attraverso la ricchezza, la popolarità, lo status e il riconoscimento sociale. Tuttavia, la Filosofia Sethiana mette in dubbio l’idea che il significato della vita possa essere trovato soltanto nel successo materiale. Molte persone istruite e di successo continuano a sentirsi vuote, ansiose, sole o incompiute. Perché? Perché i risultati esteriori non portano sempre appagamento interiore. Il Dr. Sethi scrive: “Si può possedere tutta la ricchezza del mondo e sentirsi comunque senza casa nella propria anima.” Questa riflessione riguarda la differenza tra possedere qualcosa e vivere nella pace interiore. La società insegna agli esseri umani a competere, ma non insegna loro a comprendere se stessi. La Filosofia Sethiana non è contraria ai risultati materiali. Piuttosto, sostiene che un successo privo di consapevolezza interiore crea squilibrio. 

L’uccello nella gabbia d’oro

Immaginiamo un uccello rinchiuso in una splendida gabbia d’oro. La gabbia è preziosa, ammirata e bella. Ma l’uccello rimane comunque prigioniero. Allo stesso modo, una persona può diventare ricca e ricevere ammirazione dagli altri, ma vivere interiormente nella paura, nello stress o nel vuoto emotivo. Questo esempio dimostra che il successo, da solo, non basta per creare una buona vita.

Relazioni umane e filosofia

Le relazioni umane rappresentano una chiave importante per comprendere la vita. È attraverso le relazioni che emergono le emozioni umane. L’amore rivela l’attaccamento. Il tradimento rivela la vulnerabilità. L’amicizia rivela la fiducia. La separazione mette in luce la dipendenza emotiva. Nella Filosofia Sethiana, le relazioni sono considerate uno specchio della coscienza umana. Il Dr. Sethi spiega: “Ogni relazione non rivela soltanto un’altra persona, ma anche parti nascoste di noi stessi.”  Quando gli esseri umani interagiscono, imparano sull’ego, la pazienza, l’empatia, l’insicurezza, il perdono e la maturità emotiva. Molte persone cercano la relazione perfetta senza conoscere se stesse. Per questo, paure irrisolte ed aspettative interiori creano conflitti emotivi. La Filosofia Sethiana non insegna a controllare le emozioni, ma a comprenderle.

I due viaggiatori

Il Dr. Sethi paragona le relazioni a due viaggiatori che camminano insieme. Se entrambi conoscono la direzione del cammino, il viaggio può essere significativo. Ma se ognuno è perso interiormente, possono camminare insieme fisicamente senza avere una vera connessione emotiva. Questo esempio dimostra che la comunicazione da sola non basta per una relazione. È necessaria anche la comprensione reciproca.

Il viaggio verso il significato della vita

Una delle più grandi domande filosofiche è: qual è il significato della vita? Ogni essere umano è diverso e trova significato in modi differenti. Alcuni lo trovano nell’amore, altri nella creatività, nella spiritualità, nella famiglia, nel servizio, nella conoscenza o nella crescita personale. La Filosofia Sethiana suggerisce che il significato non possa essere completamente ricevuto dagli altri. Ogni individuo deve scoprirlo attraverso la propria consapevolezza e la propria esperienza. Il Dr. Sethi scrive: “Il significato non esiste come un oggetto da trovare; esso cresce lentamente attraverso la vita cosciente.” La vita stessa diventa quindi un viaggio di comprensione, piuttosto che una destinazione finale. Nella ricerca del significato, gli esseri umani devono porsi domande difficili:

Che cosa è veramente importante per me? 

Sto vivendo secondo la mia verità interiore o secondo la pressione sociale? 

Chi sto diventando? 

Le persone presenti nella mia vita stanno favorendo comprensione, compassione e consapevolezza?

Queste riflessioni accrescono la coscienza filosofica.

La Filosofia Sethiana e la coscienza umana

Nella Filosofia Sethiana, la coscienza umana è considerata un processo continuo. Gli esseri umani non sono entità statiche. La comprensione cambia continuamente attraverso le esperienze. Il modo in cui una persona vede la vita a vent’anni è diverso da quello che avrà a cinquanta. Anche la percezione emotiva cambia con il tempo. Il Dr. Sethi sottolinea:

“La saggezza non nasce dalla convinzione di avere tutte le risposte, ma dalla consapevolezza di ciò che ancora non conosciamo.” Questa umiltà permette all’essere umano di continuare ad apprendere. La Filosofia Sethiana promuove armonia tra intelletto ed emozione, tra parola e silenzio, tra individualità e umanità, tra successo e pace, tra pensiero e azione. Essa ricorda all’essere umano che la vita non è soltanto logica; esistono dimensioni emotive, spirituali e psicologiche che vanno oltre la pura razionalità.

Conclusione

La filosofia della vita non è una bella costruzione di parole. È la struttura viva dei pensieri, delle emozioni, delle esperienze, della conoscenza e delle azioni umane. Ogni individuo possiede una filosofia invisibile formata dalle proprie esperienze, relazioni, ricordi, silenzi, sogni e osservazioni. Secondo la Filosofia Sethiana, la vera saggezza non consiste soltanto nel parlare elegantemente della vita. Essa nasce dal vivere con consapevolezza, dall’osservazione sincera, dalla comprensione profonda e dall’azione autentica. L’intero libro della vita è ancora aperto. Ogni sorriso contiene una lezione. Ogni ferita insegna qualcosa. Ogni silenzio custodisce un significato. Ogni esperienza possiede una verità, anche quando non appare immediatamente evidente. In breve, non esiste separazione tra filosofia e vita. La filosofia è la profondità della comprensione della vita. Ed è per questo che il Dr. Sethi K.C. scrive: “La filosofia della vita non è soltanto un gioco di parole, ma un ricco terreno di pensieri, comprensione ed esperienze umane che possono influenzare il significato della vita.”

Dr. Sethi Krishan Chand, de.it.press 15

 

 

 

 

Giovani, fuga dei talenti e crisi demografica

 

Trento. Fuga dei cervelli, crisi demografica, meritocrazia, difficoltà di accesso al lavoro e necessità di restituire fiducia alle nuove generazioni sono stati al centro dell’incontro “Parlare con i giovani, non dei giovani”, che ha visto dialogare Renato Brunetta, presidente del CNEL – Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro – e Fabio Tamburini, direttore del Sole 24 Ore, sul rapporto tra giovani e futuro del Paese. Aprendo l’incontro, il direttore Tamburini ha sottolineato come il tema sia perfettamente coerente con il filo conduttore dell’edizione 2026 del Festival — “Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani” — ricordando l’impegno del CNEL nel riportare le nuove generazioni al centro del dibattito pubblico. Brunetta ha motivato questa scelta in modo netto: “Dei giovani non si occupa nessuno”, citando il caso della Spagna, che negli ultimi anni ha costruito una strategia nazionale di attrazione dei giovani, mentre in Italia — ha osservato — si è fatto poco oltre a misure frammentarie e incentivi fiscali. Una vera strategia sui giovani, ha detto, è mancata, parlando di una responsabilità generale delle classi dirigenti. Al centro dell’intervento anche la crisi demografica. L’ex ministro ha definito quella italiana non un semplice “inverno demografico”, ma una vera e propria “glaciazione demografica”: un fenomeno strutturale destinato a produrre effetti per decenni. Le nascite sono ormai scese sotto la soglia dei 400 mila nati all’anno e il problema è aggravato dal fatto che le nuove generazioni sono numericamente troppo ridotte persino per garantire un sufficiente numero di futuri genitori. A questa crisi si aggiunge la fuga dei talenti. Secondo i dati citati da Brunetta, negli ultimi tredici anni l’Italia avrebbe perso oltre 650 mila giovani altamente qualificati, con una perdita stimata di circa 160 miliardi di euro di investimenti in capitale umano sostenuti da Stato e famiglie. Tamburini ha quindi posto il tema del perché i giovani lascino l’Italia. Per il presidente del CNEL il nodo centrale è la mancanza di fiducia: a pesare sono salari bassi, scarsa produttività e soprattutto la percezione che il merito non venga riconosciuto. In Italia, ha osservato Brunetta, prevalgono ancora logiche non meritocratiche e lunghi percorsi di “gavetta”. Secondo il presidente del CNEL non si tratta solo di una questione economica, ma anche di fiducia, valori e speranza per il proprio futuro e quello dei propri figli. “Molti se ne vanno da luoghi bellissimi in cui vivere, ma dove è più difficile lavorare, fare impresa o costruire una famiglia”, ha osservato. Brunetta ha poi richiamato il valore storico dell’Italia come Paese attrattivo per talenti, cultura e innovazione. Ha ricordato come nell’Italia del Rinascimento artisti e intellettuali arrivassero da tutta Europa, contribuendo a costruire quel patrimonio culturale e manifatturiero che ancora oggi alimenta il Made in Italy. Ha quindi parlato del progetto del CNEL che sta raccogliendo testimonianze di giovani italiani all’estero attraverso un’attività di ascolto che ha già coinvolto oltre 1.500 professionisti, ricercatori e lavoratori emigrati: molti di loro sarebbero disponibili a tornare in Italia, a patto di trovare maggiori opportunità e un contesto più favorevole. Sul tema della mobilità internazionale, Brunetta ha inoltre sottolineato che il problema non è la partenza dei giovani in sé, ma il fatto che spesso siano costretti a lasciare il Paese senza poi rientrare: oggi, ha osservato, per nove italiani che se ne vanno ne torna soltanto uno. Tra i temi affrontati anche quello della “valutazione di impatto generazionale”, introdotta da una recente normativa ancora in fase di attuazione. Brunetta ha spiegato che l’obiettivo è inserire in ogni legge o provvedimento una valutazione degli effetti sulle future generazioni, attraverso una sorta di sistema “a semaforo”: verde per le misure favorevoli ai giovani, giallo per quelle neutrali e rosso per quelle considerate penalizzanti. Secondo il presidente del CNEL, fino a oggi le nuove generazioni sono rimaste spesso escluse dai processi decisionali perché prive di reale peso politico e contrattuale. In chiusura, il presidente ha rivolto un messaggio diretto ai giovani italiani all’estero: “Abbiate fiducia in questo straordinario Paese. Tornate a darci una mano a cambiarlo, perché abbiamo bisogno di voi”. (vb/Inform 25)

 

 

 

 

 

Glossario dell'estremismo di destra. Ecofascismo

 

Un termine ambiguo, utilizzato come strumento critico per mettere in luce i tentativi di greenwashing dell’estrema destra. di Arsenio Cuenca

Un concetto non corrisponde necessariamente alla realtà che pretende di descrivere. Che si tratti di un’etichetta che gli attori si attribuiscono da soli o di una designazione imposta dall’esterno, come nel caso del termine qui esaminato, il suo significato può essere oscurato dalla maniera in cui viene formulato. Questa è, almeno, la tesi avanzata da Fabrice Flipo nella sua analisi del concetto di ecofascismo. Nel discutere la validità epistemologica del termine, Flipo fa riferimento al suo uso precoce nell’ecologia politica del filosofo franco-austriaco André Gorz. Nel suo testo “Socialisme ou éco-fascisme”[1], il concetto indica una gestione autoritaria della crisi ecologica che gli attori capitalisti potrebbero eventualmente attuare in risposta ai vincoli ambientali. Per Flipo, la logica di Gorz fa eco alla teoria del pensatore marxista franco-greco Nicos Poulantzas sul ruolo dello Stato in periodo di crisi economica: se il capitalismo attraversa una fase di sovrapproduzione si impadronisce dello Stato per imporre un controllo più stretto sull’economia. Tuttavia, se l’interpretazione di Flipo è corretta, Gorz avrebbe potuto trarre ispirazione solo in misura limitata da Poulantzas, per il quale la trasformazione autoritaria dello Stato in un contesto di crisi capitalistica assumeva forme piuttosto distinte dal fascismo[2].

Flipo esamina anche in modo critico il concetto di «elettro-fascismo» elaborato da Gorz, che rimanda ai vincoli autoritari che l’energia nucleare imporrebbe alla società a causa dei rischi che le sono intrinsecamente associati. Oggi, un giudizio simile potrebbe essere applicato al concetto di «fascismo fossile» proposto da Andreas Malm[3]. Fuori dal loro contesto originario, tali utilizzi del concetto di fascismo tendono a ridurlo a una semplice forma di autoritarismo, anche se questa caratteristica non è né esclusiva del fascismo né specifica dell’estrema destra. Allo stesso modo, Daniele Conversi si unisce a Flipo e mette in discussione l’uso stesso del termine ecofascismo. Esaminandolo nel contesto segnato dall’auge delle forze di estrema destra, Conversi descrive il fenomeno come «un ambientalismo artefatto e regolato, diluito e svuotato di significato, ridotto a una dimensione strettamente locale-nazionale e territoriale […] in una prospettiva limitata e territorializzata che difficilmente può essere definita “ecologista”»[4]. Anche per Flipo il giudizio è sostanzialmente simile: «L’ecologismo rimanda a forme politiche ben identificate e relativamente stabili. Si tratta innanzitutto di un movimento sociale sostenuto da un attivismo cosmopolita che cerca di riequilibrare il metabolismo sociale con la natura […] ponendo l’accento sulla democrazia, la disobbedienza civile e la non violenza […]. Cosa intendiamo quindi per “ecologia” o “ecologismo” quando si tratta di gruppi di destra o di estrema destra? Ovviamente, qualcosa di diverso dall’ecologismo di cui abbiamo appena descritto le caratteristiche, ampiamente documentate […] Di conseguenza, parlare di “ecologismo di estrema destra” non ha senso, se non in senso confuso».

In misura minore, anche il “patriottismo verde”, concetto affine all’ecofascismo, è utilizzato in modo ambiguo. Mentre l’ecofascismo sembra comprendere un’ampia gamma di fenomeni, che vanno dai gruppi marginali dell’estrema destra agli attori della destra mainstream, il termine “patriottismo verde”, meno frequente, tende a concentrarsi principalmente sugli attori istituzionali. Intrinsecamente contraddittorio, si tratta di un altro ossimoro all’interno di questo spettro ideologico: il cosiddetto patriottismo verde promuove la conservazione dell’ambiente, limitandola però alla scala nazionale o regionale, senza necessariamente sostenere un’azione climatica sostanziale[5]. Inoltre, l’etichetta è stata ripresa anche da alcune forze di centro-sinistra e populiste di sinistra, apparentemente con l’obiettivo di riformulare lo slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, introducendo una sfumatura sovranista o nazionalista.

Detto questo, anche se il concetto non è sufficientemente preciso per descrivere il fenomeno in questione, esso rimanda comunque a una realtà. Cosa intendiamo quindi quando parliamo di ecofascismo e perché questo termine ha acquisito importanza oggi? In che modo si collega ad altri fenomeni come il fascismo?

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Seguendo l’analisi di Antoine Dubiau, è possibile identificare due grandi configurazioni che collegano le ideologie di destra e di estrema destra al discorso politico sull’ambiente[6]. La prima è costituita da movimenti che, pur presentandosi come progressisti, manifestano importanti slittamenti ideologici verso destra. La seconda, particolarmente presente nell’estrema destra, consiste nello strumentalizzare attivamente le tematiche ecologiche per promuovere progetti politici gerarchici e autoritari.

All’interno del primo gruppo, Dubiau individua una serie di tematiche e approcci ecologici promossi da attori che si dichiarano progressisti, ma che tuttavia convergono con ideologie conservatrici più tradizionali. Queste includono l’idea che gli esseri umani siano intrinsecamente parassiti e incapaci di intrattenere con la natura un rapporto che non sia predatorio; concezioni neo-malthusiane dello sviluppo demografico come principale motore della crisi ambientale; visioni deterministiche e catastrofiche di un inevitabile collasso della civiltà industriale mondiale; risposte tecnocratiche e autoritarie al degrado ecologico; o ancora interpretazioni ascetiche della decrescita basate su restrizioni morali del consumo e dell’esperienza. Si noti che questo elenco è sufficientemente ampio da alimentare le narrazioni dell’estrema destra, desiderosa di identificare forme di “antiumanesimo” all’interno di alcuni segmenti di organizzazioni ambientaliste moderatamente progressiste[7].

Quanto alla seconda configurazione, gli attori di destra e di estrema destra che cercano di capitalizzare il discorso ecologico mobilitano generalmente elementi familiari dell’ideologia conservatrice e tradizionalista, in particolare il rifiuto dell’idea di progresso, una concezione olistica della società e la convinzione che gli individui ereditino valori trasmessi dalle generazioni precedenti, ai quali devono rispetto. I conservatori più canonici tendono a idealizzare una “purezza perduta”, spesso incarnata dalla figura del contadino[8]. In questo quadro ideologico, i discorsi sulla legge e l’ordine presentano l’equilibrio delle campagne come un’estensione della legge naturale, mentre il cosmopolitismo viene rifiutato a favore di una nostalgia localista per la vita rurale tradizionale. Gli spazi e le dinamiche urbane sono, in questo senso, rappresentati in modo negativo, simboleggiando i presunti fallimenti del multiculturalismo, della tecnica e della modernità. Radicati in un forte attaccamento a istituzioni come la famiglia, la religione e la nazione, concepite come pilastri centrali di una specifica antropologia sociale, gli ambienti rurali sono presentati come il contesto privilegiato per «preservare uno stile di vita regolato e mantenere un ordine familiare e morale»[9]. Le rappresentazioni arcadiche della ruralità contrappongono così le comunità radicate e coese all’individualismo urbano, facendo spesso eco a tropi antisemiti che descrivono gli ebrei come nomadi e sradicati.

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Jean Jacob individua questa integrazione della natura e del discorso ambientale in un contesto conservatore nell’opera di Edward Goldsmith (1928-2009). Ecologista anglo-francese, ampiamente noto per il suo ruolo alla guida dell’associazione Survival International in difesa delle società tradizionali, Goldsmith aderiva a una visione regressiva della femminilità, dell’immigrazione, della famiglia e della comunità. Più in generale, adottava una concezione autoritaria dell’ordine sociale[10]. Stéphane François concorda con Jacob nel caratterizzare la posizione ambientale di Goldsmith come anti-individualista, antimoderna, tecnofoba e anticapitalista. Riguardo a quest’ultimo punto, va sottolineato che, anche quando gli attori conservatori che promuovono tali narrazioni si presentano come oppositori del capitalismo, i modelli economici alternativi che difendono rimangono basati sulla proprietà privata della terra e su modalità di produzione localizzate. Questi dispositivi non garantiscono né la conservazione dell’ambiente né un accesso stabile ai beni necessari al buon funzionamento delle catene di approvvigionamento e di consumo.

Atteggiamenti simili si possono osservare anche all’interno dell’ideologia nazista, fascista e neofascista, queste ultime in particolare attingendo più direttamente alle tradizioni intellettuali conservatrici[11]. Sebbene il Terzo Reich abbia promosso un’ideologia profondamente segnata da un produttivismo ecocida[12], alcune correnti del nazismo incoraggiavano contemporaneamente l’agricoltura biologica, il vegetarianismo e varie forme di culto della natura[13]. Ad esempio, lo strasserismo (la corrente politica organizzata attorno a Otto Strasser), che cercava di conferire al nazismo un fascino più sociale, mirava a riorganizzare la società tedesca attorno a una nuova antropologia rurale. Come sottolinea Patrick Moreau, «come Jünger, Strasser sognava un nuovo “lavoratore”, ma di un tipo particolare: un contadino, che fosse un contadino-operaio, un contadino-intellettuale o un contadino-soldato»[14]. In Francia, gli ex membri delle Waffen-SS, il braccio paramilitare del regime nazista che contava volontari stranieri provenienti da tutta Europa, contribuirono a plasmare le prime concezioni identitarie e suprematiste della natura e dell’umanità. Esplicitamente razzisti, sostenevano un’organizzazione misogina della società[15].

Più recentemente, figure di spicco del movimento identitario, tra cui Renaud Camus, uno dei principali promotori della teoria della grande sostituzione, hanno avanzato argomenti simili, affermando che «gli ambientalisti difendono la biodiversità ovunque, tranne che quella umana»[16]. Su questa base, terroristi neofascisti come Brenton Tarrant, autore dell’attentato di Christchurch (2019), che si dichiarava esplicitamente ecofascista, così come gli autori degli attacchi di El Paso (2019) e Buffalo (2022), hanno presentato i loro atti di violenza come parte di una logica di “nazionalismo verde”[17]. Anche gruppi accelerazionisti come la Green Brigade, affiliata all’organizzazione neonazista internazionale The Base, si presentano come «eco-estremisti […] determinati a smantellare il sistema che sfrutta la nostra terra, i nostri animali e il nostro popolo»[18].

La sintesi teorica più elaborata tra ecologia e neofascismo si trova senza dubbio all’interno della Nouvelle Droite francese. Guidata da Alain de Benoist, questa corrente intellettuale cerca di rivitalizzare le ideologie tradizionali dell’estrema destra, in particolare attraverso la tesi secondo cui l’eredità giudaico-cristiana occidentale sarebbe all’origine dell’egualitarismo liberale contemporaneo e che solo un ritorno alle spiritualità pagane e gerarchiche potrebbe porvi fine[19]. Trasposta in un contesto ecologico, la Nouvelle Droite si ispira al romanticismo politico, in particolare così come si è espresso in alcuni movimenti reazionari tedeschi dell’inizio del Novecento, come alcune correnti Völkisch e la cosiddetta Rivoluzione conservatrice, con pensatori come Oswald Spengler, Carl Schmitt ed Ernst Jünger[20]. Seguendo l’esempio di questi movimenti, la Nouvelle Droite idealizza un ritorno alla campagna come antidoto alla presunta corruzione della vita urbana industriale. Integrando questo discorso antimoderno, i seguaci di De Benoist hanno anche adottato una difesa pagana della decrescita e una critica del produttivismo[21].

In contesti più istituzionalizzati, i gruppi di estrema destra mobilitano narrazioni populiste per strutturare la loro critica all’ecologismo. In Spagna, Vox promuove un’ecologia del “buon senso”, in opposizione all'”ecologismo radicale” che sarebbe imposto dai “burocrati europei“. Tuttavia, quando si tratta di scegliere tra politiche ecologiste e interessi capitalistici, il partito guidato da Santiago Abascal opta sistematicamente per questi ultimi[22]. Come ha dimostrato Balša Lubarda, una retorica simile è utilizzata dai principali partiti di estrema destra in Polonia e Ungheria. A Varsavia, ad esempio, il partito Diritto e Giustizia (PiS) ricorre a espressioni come «ecologia razionale» o «ecologia realistica» per allineare il proprio discorso ambientale alla difesa dello status quo. Allo stesso modo, nel presentare politiche volte ad aumentare la copertura forestale e la capacità di produzione di energia solare in Ungheria, Fidesz, il partito di Viktor Orbán, mobilita un immaginario più populista e religioso attraverso il concetto di «politica verde cristiano-conservatrice»[23].

Ispirandosi in parte al discorso ambientale della Nouvelle Droite, il Rassemblement national (Rn) francese ha sviluppato negli ultimi anni un programma presentato come una forma di patriottismo verde («ecologia patriottica»)[24]. Hervé Juvin, una figura vicina alla Nouvelle Droite i cui scritti promuovono un’ecologia organicista e civilizzatrice, è stato citato nei dibattiti parlamentari da membri del Rn. Nel 2018, durante una discussione sulla politica ambientale francese, ad esempio, la deputata Emmanuelle Ménard vi ha esplicitamente fatto riferimento: «Più che qualsiasi ragione morale, sociale o politica, è l’esaurimento delle risorse naturali che condanna a breve termine il modello dell’individualismo liberale», ha detto citando Juvin. In Italia, Giorgia Meloni ha adottato un quadro retorico simile, combinando conservatorismo di estrema destra e tematiche ambientali. Durante il suo intervento alla conferenza “Rural World: Fragile and Hidden Biodiversity”, organizzata nel 2021 al Parlamento di Strasburgo dal gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, ha dichiarato: «La conservazione del patrimonio naturale è un elemento fondamentale della nostra identità politica di conservatori […]. La destra ama l’ambiente perché ama la terra, la sua identità, la sua patria».

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In sintesi, la crescente visibilità dell'”ecofascismo” e, in misura minore, del “patriottismo verde” può dare adito a interpretazioni divergenti. La loro proliferazione riflette il crescente sforzo di alcuni attori di estrema destra di elaborare argomenti politici, per quanto fragili, che consentano loro di affrontare la crisi ecologica al di là del quadro più tradizionale del negazionismo climatico. Nella maggior parte dei casi, questi discorsi mirano a conferire una patina ecologica ad agende fondamentalmente razziste, sessiste e, in definitiva, anti-egualitarie. Anche quando le preoccupazioni ambientali possono essere espresse in modo sincero, tali posizioni difficilmente possono essere definite “ecologiste”, in quanto le soluzioni che propongono sono incompatibili con strategie realistiche volte a prevenire il collasso ambientale e sono in contrasto con i princìpi fondamentali di questa corrente di pensiero, basata su un cosmopolitismo progressista, se non addirittura radicale. I ricercatori che utilizzano questo termine, nonostante le ambiguità che comporta, lo fanno spesso come strumento critico per mettere in luce i tentativi di greenwashing dell’estrema destra. Il loro lavoro mira a decostruire queste narrazioni e a rivelarne gli obiettivi sottostanti. Tuttavia, l’uso di questo concetto può anche generare presupposti problematici, in particolare l’idea che l'”ecologismo” copra diverse varianti ideologiche, comprese forme di destra, persino fasciste. In questo senso, se le parole sono «armi cariche», come affermava Jean-Paul Sartre, è necessario fare attenzione a che non si ritorcano contro chi le usa.

Il glossario dell’estremismo di destra, ideato e coordinato da Steven Forti, si nutre della collaborazione di storici, sociologi, politologi e sociolinguisti di diversi paesi europei membri di ARENAS (Analysis of and Responses to Extremist Narratives), progetto finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione europea.

[1] André Gorz, Écologie et politique, Seuil, 1978.

[2] Nicos Poulantzas, Fascism and Dictatorship. The Third International and the Problem of Fascism [1979], Verso, 2019.

[3] Andreas Malm & the Zetkin Collective, White Skin, Black Fuel: On the Danger of Fossil Fascism, Verso, 2021.

[4] Daniele Conversi, “Eco-fascism: an oxymoron? Far-right nationalism, history, and the climate emergency”, Frontiers in Human Dynamics, vol. 6, 2024.

[5] Stella Schaller, Alexander Carius, Convenient Truths: Mapping Climate Agendas of Right-Wing Populist Parties in Europe, Adelphi, 2019.

[6] Antoine Dubiau, Écofascismes, Éditions Grevis, 2023.

[7] Arsenio Cuenca, Jaime Caro, “Dark Shadows under the Ivory Tower: An Approach to Elon Musk’s Ideology”, Journal of Illiberalism Studies, vol. 4, n. 3, 2024.

[8] Stéphane François, L’écologie politique. Une vision du monde réactionnaire?, Cerf, 2012, p. 73.

[9] Ivi, p. 74.

[10] Jean Jacob, L’Antimondialisation: Aspects méconnus d’une nébuleuse, Berg, 2006.

[11] Come afferma l’autore neofascista Alain de Benoist: «Alla parola “reazione” oppongo quella di “conservatorismo” […] Definisco “reazionario” l’atteggiamento che cerca di ripristinare un’epoca passata o uno stato di cose precedente. Definisco “conservatore” l’atteggiamento che consiste nel trarre, dalla somma di tutto ciò che è accaduto, il meglio di ciò che ha preceduto la situazione attuale per crearne una nuova. Ecco perché, a mio avviso, ogni vero conservatorismo è rivoluzionario. Tra il ghetto neofascista (o fondamentalista) e la palude liberale, credo nella possibilità di una tale dottrina. Molti vedranno in questo nient’altro che un’esaltazione degli opposti. Non avrebbero torto. La persona del futuro sarà padrona delle contraddizioni. Possiederà la memoria più lunga e l’immaginazione più forte. Praticherà un romanticismo d’acciaio». Si veda Alain de Benoist, Les idées à l’endroit, Éditions libres-Hallier, 1979.

[12] Johann Chapoutot, “Nazisme, environnement, écologie”, La Pensée écologique, vol. 4, n. 2, 2019.

[13] Janet Biehl, Peter Staudenmaier, Ecofascism: Lessons from the German experience, AK Press, 1995.

[14] Patrick Moreau, “‘Socialisme’ national contre hitlérisme: le cas Otto Strasser”, Revue d’Allemagne et des pays de langue allemande, vol. 16, n. 3, 1984.

[15] Stéphane François, Les verts-bruns. L’écologie de l’extrême droite française, Le Bord de l’eau, 2022.

[16] Jean-Michel Décugis, Pauline Guéna, Marc Leplongeon, La Poudrière, Grasset, 2020.

[17] Imogen Richards, “Far-right politics, environmental crisis & the question of ‘eco-fascism’”, in Denis Suljic, Emma Allen (a cura di), Exploring trends and research in countering and preventing extremism & violent extremism, Hedayah, 2023.

[18] Graham Macklin, “The Extreme Right, Climate Change and Terrorism”, Terrorism and Political Violence, vol. 34, n. 5, 2022.

[19] Pierre-André Taguieff, Sur la nouvelle droite, Descartes & Cie, 1994.

[20] Stéphane François, “La Nouvelle Droite et l’écologie: une écologie néopaïenne?”, Parlement[s], Revue d’histoire politique, vol. 12, 2009.

[21] Secondo De Benoist, «non solo il cristianesimo – in assoluta opposizione al paganesimo antico e alle religioni asiatiche (con la possibile eccezione dello zoroastrismo) – stabilisce un dualismo tra l’umanità e la natura, ma insiste anche sul fatto che lo sfruttamento della natura da parte degli esseri umani, al fine di servire i propri fini, è il risultato della volontà di Dio».

[22] Camil Ungurenau, Lucia Alexandra Popartan, “The green, green grass of the nation. A new far-right ecology in Spain”, Political Geography, vol. 108, 2024.

[23] Balša Lubarda, Far-Right Ecologism: Environmental Politics and the Far Right in Hungary and Poland, Routledge, 2023.

[24] Salomi Boukala, Eirini Tountasaki, “From Black to Green: Analysing Le Front National’s ‘Patriotic Ecology’”, in Bernhard Forchtner (a cura di), The Far Right and the Environment: Politics, Discourse and Communication, Routledge, 2020.

Micromega 4.5.

 

 

 

 

 

 

48 ore a Treviri, la città tedesca dove Karl Marx incontrò l'imperatore Augusto

 

Il filosofo del comunismo e il primo imperatore romano hanno in comune una città tedesca della Renania Palatinato. Treviri (Trier), fondata da Augusto, dove il 5 maggio 1818 nacque Karl Marx. Situata in riva alla Mosella, alla frontiera con il Granducato del Lussemburgo, è una destinazione ricca di richiami storici ma anche enologici, soprattutto per gli amanti dei vini bianchi. Lungo le rive tortuose di questo affluente del Reno si producono Riesling, Müller-Thurgau e Ruländer (Pinot Grigio).

La prima attrazione è però storica. Treviri è la più antica città tedesca, la capitale della Gallia romana, ed è disseminata di monumenti dell'epoca imperiale: dalla Porta Nigra ai Bagni Imperiali e all'Aula Palatina fatti costruire da Costantino il Grande, fino all'Anfiteatro e ai reperti del museo archeologico. Dai resti dell’antica Roma la sua bimillenaria storia è testimoniata da chiese romaniche e gotiche, da dimore rinascimentali e barocche, come il palazzo del vescovo-principe-elettore e il suo giardino neoclassico. Fino alla casa in cui visse nell’Ottocento Karl Marx trasformata in museo. Da Treviri partono escursioni in battello sulla Mosella.

PRIMO GIORNO

Treviri fu fondata nel 16 a.C. dall'imperatore Augusto su un insediamento celtico colonizzato dalle legioni romane alcuni decenni prima: prese il nome di Augusta Treverorum e divenne capitale della Gallia romana e residenza imperiale, la ‘seconda Roma’. Vi risiedettero sei imperatori, tra i quali Diocleziano e Costantino il Grande: contava 75.000 abitanti. Dopo la caduta dell'Impero, si affermò come sede di un importante vescovado, nei secoli successivi il suo vescovo-principe-elettore estese il controllo all'intera regione della Mosella, fino alla città di Coblenza sul Reno. Per un millennio chiese romaniche e gotiche, monasteri, castelli e palazzi furono innalzati sopra e a fianco delle costruzioni romane. E Rinascimento e barocco arricchirono la città di chiese, ville e giardini di corte, edifici universitari e dimore patrizie.

La Porta Nigra, emblema di Treviri e maggiore monumento romano in Germania, è una porta d'ingresso dell'epoca della fondazione della città, a doppia arcata con due torri. Il suo nome deriva dalla patina scura che nel corso dei secoli ha ricoperto i blocchi di pietra calcarea con cui fu costruita. Nell'XI secolo la porta fu trasformata in una chiesa romanica di due piani. L'aspetto attuale lo si deve a un restauro del 1804 voluto da Napoleone.

L'Aula Palatina, sorge a fianco del palazzo vescovile, è l'imponente quanto sobria chiesa fatta costruire nel IV secolo da Costantino il Grande: dopo innumerevoli alterazioni, fu restaurata nell'Ottocento come oggi appare ed è usata per il culto luterano.

Nel percorso tra l'Aula Palatina e i Bagni Imperiali si attraversa il giardino del vescovo principe-elettore: si va dal palazzo rococò del 1756 con la facciata rosa, un trionfo di ornamenti in radicale contrasto con l'attigua chiesa romana, alle aiuole ornate con una trentina di statue che rappresentano le Metamorfosi di Ovidio, quindi tra laghetti, prati e salici piangenti, fino alle rovine.

I Bagni Imperiali (Kaiserthermen), situati al fondo del giardino del vescovo, sono i più grandi dell'epoca romana dopo quelli di Caracalla e Diocleziano a Roma: costruiti da Costantino, sono stati rivisitati più volte nel corso dei secoli.

L'Anfiteatro, costruito su di una collina a sud-ovest del centro, a dieci minuti a piedi dai bagni, è una struttura ellittica a gradinate capace di 20.000 spettatori.

A lato del giardino del vescovo si trova il Rheinisches Landesmuseum con una vasta collezione di reperti archeologici romani, come le statue di Bacco e Diana e i preziosi mosaici. Espone anche utensili del Basso Paleolitico: pugnali, monili e ceramiche dell'Età del Bronzo e ornamenti dell'Età del Ferro.

SECONDO GIORNO

Il centro di Treviri (110.000 abitanti) è Hauptmakt, la piazza del mercato, dominata da una croce eretta nel 958 come simbolo del diritto di avere un mercato cittadino di libero scambio, e circondata da case patrizie d'epoca medioevale, rinascimentale e barocca. Sulla piazza, equidistante tra Porta Nigra e Cattedrale, si affaccia la chiesa gotica di San Gandolfo: la sua impettita torre del Cinquecento fu il simbolo della ricchezza cittadina. Dalla piazza del mercato, andando verso la Porta Nigra, una viuzza a sinistra conduce al ghetto ebraico: il primo a essere costruito in Germania.

La Cattedrale romanica con le sue imponenti torri sembra una fortezza, è stata edificata in diverse fasi tra IV e XII secolo. La parte più antica è la navata centrale. L'ala occidentale, compresa la facciata, risale all'XI secolo. Quella orientale, con il coro poligonale e la micro-galleria che lo sovrasta, è del XII secolo. Il coro, come gran parte degli interni, è stato barocchizzato nel Settecento. Tra i suoi elementi più pregiati ci sono il timpano romanico raffigurante Cristo tra la Vergine e San Pietro, la Vergine del Cinquecento nella cappella degli stucchi e il tesoro (collezione di oggetti in oro e avorio). Dal chiostro gotico si gode la vista sul gioco di torri, guglie e tetti del complesso.

A fianco della Cattedrale si trova la Liebfrauenkirche, la chiesa della Madonna del XIII secolo, uno dei primi esempi di architettura gotica in Germania. All'ingresso della chiesa, nel portico nord, c’è un'Incoronazione della Vergine Maria con ricche decorazioni floreali. Nel timpano del portico occidentale si vedono in successione Madonna sul trono, Annunciazione, Adorazione dei Magi, Massacro degli innocenti e Presentazione nel Tempio.

La casa natale di Karl Marx è un piccolo edificio barocco del 1727 situato di fronte alla Porta Nigra. Nel 1819 la famiglia Marx traslocò in Brückenstrasse 10, nel 1928 questo stabile fu acquistato dal Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) e, dopo le traversie della guerra, fu trasformato in museo: espone lettere, manoscritti, foto e alcune delle prime edizioni del ‘Manifesto del Partito Comunista’ e di ‘Il Capitale’.

CENA

Grazie all'Università Treviri è una città vivace con piacevoli birrerie e ristoranti sulle rive della Mosella. Tra i più rinomati c’è Bagatelle. Tra gli indirizzi economici Restaurant Kartoffel Kiste in Fahrstraße 13.  Marco Moretti, LS 23.4.

 

 

 

 

 

Russlanddeutsche. Angst vor dem eigenen Migrantenschatten

 

Viele Spätaussiedler verstehen ihre Einwanderung als Rückkehr nach Deutschland nicht als Migration. Problematisch wird diese Deutung, wenn daraus eine Abgrenzung nach unten und Verdrängung der eigenen Geschichte wird.

Von Edgar Pocius 

Sind Spätaussiedler Migranten?

Diese Frage klingt auf den ersten Blick fast banal. Wer aus Kasachstan, Russland, Polen, Rumänien oder anderen Ländern nach Deutschland kommt, ist migriert. Trotzdem löst gerade diese Feststellung bei vielen Russlanddeutschen heftige Abwehr aus.

Ich habe eine virale Diskussion auf TikTok verfolgt, in der eine Autorin anderen Russlanddeutschen erklären wollte, dass Spätaussiedler ebenfalls Migranten sind. Die Reaktionen waren gespalten. Manche stimmten zu. Andere reagierten mit Empörung, und dem alten Reflex: Wir sind keine Migranten. Wir sind Deutsche.

Gerade diese Wut macht die Frage interessant.

„Es geht hier nicht nur um ein Wort. Es geht um Status.“

Denn sie zeigt, dass es hier nicht nur um ein Wort geht. Es geht um Status. Um die Angst, mit jenen Menschen in eine Kategorie gestellt zu werden, von denen man sich heute politisch oder kulturell abgrenzen will.

Seit dem Krieg gegen die Ukraine sind Russlanddeutsche wieder stärker in den Fokus geraten. In Medien und Debatten erscheinen sie mal als konservative Wählergruppe, mal als prorussisches Milieu, mal als gut integrierte Minderheit, mal als Problemfall zwischen Deutschland und Russland. Dieses Bild ist oft grob, manchmal unfair, aber es berührt einen realen Widerspruch: Viele Russlanddeutsche leben zwischen deutscher Herkunft, sowjetischer Sozialisation, russischer Sprache und deutscher Gegenwart. Es sind Identitäten, die zwischen mehrere Geschichten geraten sind und deshalb in keine saubere Schublade passen.

Genau deshalb ist die Frage nach Migration so unbequem.

Rechtlich wurden Spätaussiedler nicht einfach als Ausländer aufgenommen. Sie kamen über ein besonderes Aufnahmeverfahren nach Deutschland, wurden als deutsche Volkszugehörige anerkannt und erhielten die deutsche Staatsangehörigkeit. Das unterscheidet sie deutlich von anderen Migrantengruppen. Für viele andere Einwanderer wirkt diese Gruppe deshalb privilegiert.

Aber dieses Privileg löscht die Migrationserfahrung nicht aus.

„Zugehörigkeit entsteht nicht nur aus dem, was man über sich selbst sagt. Sie wird im Alltag ausgehandelt.“

Das ist der erste Denkfehler vieler Russlanddeutscher: Sie glauben, weil ihre Einwanderung rechtlich anders begründet wurde, sei sie keine Migration gewesen. Doch die soziale Realität war eine andere. Viele kamen mit russischer Sprache, sowjetischem Habitus, anderen kulturellen Codes und wurden in Deutschland nicht als heimgekehrte Deutsche wahrgenommen, sondern schlicht als Russen.

Genau dort beginnt das Problem. Selbstidentität reicht nicht. Man kann deutsche Vorfahren haben, deutsche Nachnamen tragen, sich auf Familiengeschichte berufen und rechtlich als Deutscher gelten. Aber Zugehörigkeit entsteht nicht nur aus dem, was man über sich selbst sagt. Sie wird im Alltag ausgehandelt. Andere Menschen lesen Akzent, Kleidung, Verhalten, Sprache, Bildung, Herkunftsland. Und sehr viele Spätaussiedler wurden nicht als Deutsche gelesen, sondern als Migranten aus Osteuropa.

Viele Russlanddeutsche halten an der Erzählung fest: Wir sind zurückgekehrt. Das ist historisch nicht falsch. Deutschstämmige Gruppen in Osteuropa und der Sowjetunion hatten wegen ihrer Herkunft Diskriminierung, Deportation und Ausgrenzung erlebt. Das Aussiedlerrecht entstand nicht aus romantischer Blut-und-Boden-Fantasie, sondern aus der Geschichte von Krieg, Vertreibung und Folgen deutscher Gewalt. Viele Familien hielten gerade deshalb an einer deutschen Identität fest, weil diese Identität sie in ihren Herkunftsländern markiert hatte.

Aber die Rückkehr nach Deutschland war keine Heimkehr in eine warme Familie. Für viele war sie eine zweite Fremdwerdung.

„Russlanddeutsche, die gegen Migranten sprechen, verstehen oft nicht, dass sie ihre eigene Geschichte gegen andere wenden.“

Wer diese Erfahrung ernst nimmt, müsste eigentlich vorsichtiger sprechen, wenn heute über Migration geredet wird. Stattdessen passiert oft das Gegenteil. Manche Russlanddeutsche benutzen ihre deutsche Abstammung, um sich von anderen Migranten abzugrenzen. Sie sagen: Wir sind nicht wie die. Wir gehören hierher.

Aber genau diese Abwehr verrät, dass der eigene Status nie selbstverständlich war.

Wer wirklich selbstverständlich dazugehört, muss nicht ständig erklären, dass er kein Migrant ist. Diese Verteidigung zeigt eine alte Wunde. Man will nicht mit Fremdheit verbunden werden, weil man selbst lange genug als fremd behandelt wurde.

Das ist der blinde Fleck der Debatte. Russlanddeutsche, die gegen Migranten sprechen, verstehen oft nicht, dass sie ihre eigene Geschichte gegen andere wenden. Sie greifen eine Kategorie an, durch die ihre eigene Ankunft in Deutschland überhaupt beschreibbar wird. Sie wollen sich von Migration abgrenzen, obwohl ihre Familiengeschichte eine Migrationsgeschichte ist.

Spätaussiedler waren privilegierte Migranten. Das ist vielleicht die ehrlichste Formel. Privilegiert, weil sie rechtlich anders behandelt wurden. Migranten, weil sie aus anderen Gesellschaften kamen, in Deutschland neu anfangen mussten und im Alltag als Fremde gelesen wurden.

„Wer sich selbst als Deutsch versteht, aber von anderen als Russe gelesen wurde, lebt in einer Spannung.“

Die TikTok-Debatte zeigt deshalb mehr als nur einen Streit um Begriffe. Sie zeigt, wie stark Identität an Anerkennung hängt. Wer sich selbst als Deutsch versteht, aber von anderen als Russe gelesen wurde, lebt in einer Spannung. Und wenn diese Spannung nicht verstanden wird, sucht sie sich einen Ausweg. Oft nach unten. Gegen die, die noch sichtbarer fremd erscheinen.

Darum ist die Frage „Sind Spätaussiedler Migranten?“ so unangenehm. Sie zwingt Russlanddeutsche, den eigenen Mythos zu überprüfen. Nicht um ihnen ihr Deutschsein wegzunehmen. Sondern um zu zeigen, dass Deutschsein allein nicht erklärt, wie sie in Deutschland tatsächlich wahrgenommen wurden.

Spätaussiedler waren Deutsche im Gesetz, aber Migranten im sozialen Blick.

Und wer heute andere Migranten verachtet, sollte sich fragen, ob er wirklich über sie spricht oder über den Teil der eigenen Geschichte, den er nicht mehr sehen will. (mig 29)

 

 

 

 

Strategische Inkompetenz

 

Trumps Irankrieg sollte Teheran schwächen. Stattdessen endet er in einem geopolitischen Debakel für Washington. Von Marcus Schneider

Besser ein Ende mit Schrecken als ein Schrecken ohne Ende. Aus dieser Perspektive sind die Bemühungen von US-Präsident Donald Trump, aus seinem selbstverschuldeten Desaster auszusteigen, zumindest lobenswert. Auch wenn die Details eines Deals noch nicht abschließend bekannt sind, ist doch klar, dass Amerika genug hat und Trump offensichtlich jener Eskalationsfalle entkommen will, die für alle Beteiligten, zuvorderst aber für die Weltwirtschaft, noch weitaus massivere Konsequenzen hätte.

Nur noch die ganz Loyalen würden bestreiten, dass dieser Krieg mit einer strategischen Niederlage der Weltmacht endet. Seit dem Abzug aus Vietnam ist Amerika nicht mehr so gedemütigt worden. Nahezu alle hochtrabenden Kriegsziele wurden verfehlt. Regime Change: Fehlanzeige. Das Atomproblem: ungelöst. Irans militärische Fähigkeiten: kaum ernsthaft eingeschränkt.

Es ist noch viel desaströser: Ein Staat, der geopolitisch vor den Trümmern jahrzehntelanger Strategie stand, ist nun als ernst zu nehmender Player in die Region zurückgekehrt. Womöglich sogar als Anwärter auf die Hegemonie am Golf. Ein eigentlich todgeweihtes Regime, das sich das eigene, aufbegehrende Volk nur noch mit nackter Gewalt vom Hals halten konnte, ist nun maximal revitalisiert und radikalisiert. Mit Hormus hat Iran eine „nukleare Option“ gefunden, die – anders als die Bombe – tatsächlich einsetzbar ist. Mit minimalem Einsatz kann das Regime hier sowohl den Golf als auch die gesamte Weltökonomie in Geiselhaft nehmen.

Damit hat sich die geopolitische Gleichung am Golf nachhaltig verändert. Anders als manche Amateurstrategen behaupten, kann Hormus auch nicht umgangen werden. Die Golfstaaten können zwar Pipelines bauen, doch ihre Öl- und Gasfelder bleiben im Visier des höchst effizienten iranischen Raketenarsenals. Eine anti-iranische Regionalordnung ist somit schlicht nicht mehr möglich, beziehungsweise nur um den Preis eines ganz großen Flächenbrandes. Die meisten Golfstaaten haben das längst verstanden und bemühen sich um Deeskalation. Ihre schlimmsten Vorkriegsbefürchtungen sind allesamt eingetreten. Ein maximal in die Enge gedrängter Iran hat wild um sich geschlagen.

Die amerikanischen Militärbasen, inzwischen zu großen Teilen Trümmerwüsten, haben sich entgegen aller Annahmen nicht als Schutz, sondern als Hypothek erwiesen. Washington war genauso unfähig, diese zu verteidigen, wie es seine Golfverbündeten im Stich gelassen hat. Die Desillusion über die strategische Inkompetenz der Amerikaner erreicht nie dagewesene Ausmaße. Dass Trump die Regionalstaaten nun auch noch auffordert, als Dank für dieses Desaster den Abraham Accords mit dem maximal isolierten Israel beizutreten, kann nur als Hohn aufgefasst werden. Für jede Regierung wäre das politischer Selbstmord.

Der leichtsinnige Krieg hat Amerikas Abschreckung nachhaltig erodiert. Damit wird die Atomfrage gefährlich aktuell. Um den Krieg zu verhindern, war das Regime zu weitreichenden Zugeständnissen bereit. Nun hat es gelernt: Es kann einen Krieg nicht nur überleben, sondern es weiß auch, dass Amerika unfähig und unwillig ist, die Mittel einzusetzen, die einen Regimesturz überhaupt ermöglichen würden

Ayatollah Khamenei, ein alter, berechenbarer, risikoaverser Mann, hat seine Anti-Atom-Fatwa mit ins Grab genommen. Das sich nun konstituierende Regime ist deutlich radikaler und risikoaffiner, zugleich weniger theologisch und weitaus stärker militärisch geprägt. Mehr Nationalismus, etwas weniger Islamismus, so lautet die neue Formel. Und wenn es keine Angst mehr vor der US-Militärmacht hat, was sollte es dann eigentlich noch daran hindern, nach der Bombe zu greifen? Die Tatsache, dass sich sowohl Amerika als auch Israel völlig regellos gebärden, macht die Bombe nur noch attraktiver. Mithin wäre es aus Sicht des Regimes nahezu töricht, auf sie zu verzichten. Die Folgen allerdings reichen weit über Iran hinaus. Es droht nicht weniger als ein globaler Proliferationswettlauf.

Die Erosion amerikanischer Abschreckung hat Folgen für die ganze Welt. Wenn das US-Militär schon nach wenigen Wochen Krieg gegen eine maximal sanktionierte, global isolierte Mittelmacht an seine Grenzen stößt, wie glaubwürdig ist dann amerikanische Abschreckung andernorts etwa in der Taiwan-Straße? Die ganze Welt konnte nun live und in Farbe studieren, wie die US-Streitkräfte Krieg führen und massiv Gerät aus Ostasien abgezogen haben, um in Nahost noch einsatzfähig zu sein. Freuen dürfte das vor allem China. Iran, ein bis dato nicht übermäßig geschätzter Partner, hat der Volksrepublik seinen Wert unter Beweis gestellt – für einen künftigen Wiederaufbau ist das alles andere als irrelevant. Peking sitzt auf den größten strategischen Ölreserven der Welt und ist daher nicht in Eile, was den Ausgang des Krieges angeht. Zumal Hormus für China nie vollständig geschlossen war.

Der Krieg erodiert auch das, was von Amerikas Soft Power übrig geblieben ist. Das war stets der große Vorteil der Weltmacht: Trotz aller Vorbehalte galt sie vielen als Sehnsuchtsort. Nun muss sie sich selbst im globalen Propagandakrieg einem eigentlich verknöcherten islamistischen Regime geschlagen geben. Galt Medienkompetenz doch lange als letzter Trumpf der Dilettantentruppe in Washington. Auch das Bild vom gutmütigen Hegemonen ist passé. Wer blind die ökonomische Wohlfahrt ganzer Kontinente aufs Spiel setzt, hat die hearts and minds der globalen Öffentlichkeit längst verloren.

Innenpolitisch dürfte das Iran-Desaster das Ende des Trumpismus einläuten. Iran hätte damit das Kunststück vollbracht, nach Jimmy Carter einen zweiten US-Präsidenten politisch zur Strecke zu bringen. Trumps Beliebtheitswerte befinden sich auf einem historischen Tiefstand. Millionen US-Bürger blicken ökonomisch in den Abgrund. Sollte das clintonsche Bonmot „It’s the economy, stupid“ noch irgendeinen Bestand haben, eilen die Trump-Republikaner bei den Kongresswahlen im November einer erdrutschartigen Niederlage entgegen. Danach dürfte der US-Präsident als Lame Duck in innenpolitischen Strudeln um sein Überleben kämpfen.

Mit dem unbedarften Angriff auf Iran hat Trump seine MAGA-Koalition gesprengt. Auch das hat nachhaltige Auswirkungen auf die geopolitische Gesamtlage im Nahen Osten. Es war Israels Premierminister Netanjahu, der den sich nach Venezuela im Siegesrausch befindenden Trump in diesen Krieg hineinzog. Sich zum Erfüllungsgehilfen neokonservativer Fantastereien zu machen, widerspricht eigentlich dem Instinkt des Populisten aus New York. War er doch einst als einsamer Streiter gegen das republikanische Kriegsestablishment angetreten.

Maßgebliche Verbündete mit millionenfacher Reichweite wenden sich nun von einem Präsidenten ab, der sein Wahlversprechen gebrochen hat, die Forever Wars zu beenden. Noch die kürzlich veröffentlichte Nationale Sicherheitsstrategie sprach davon, sich aus den Händeln dieser so krisenbehafteten Region zurückzuziehen. Allerdings kollabiert jede Strategie vor einem Präsidenten, der bei allem ideologischen Sanewashing seiner Apologeten eigentlich nur zwei politische Grundkonstanten kennt: Selbstsucht und Größenwahn.

Auf Amerikas Rechter tobt nun ein Bürgerkrieg zwischen dem neokonservativen Establishment, das Trump verführt hat, und der antiglobalistischen Internet-Rechten, wohl durch niemanden besser verkörpert als durch den Meinungsjournalisten Tucker Carlson. Die Gretchenfrage lautet: Wie hältst du’s mit Israel? Die Tendenz geht dabei in Richtung des Carlsonismus, einer Art Trumpismus nach Trump, allerdings ideologisch weitaus konsistenter als das Original.

Benjamin Netanjahu dürfte nach Trump damit ein weiterer Kollateralschaden dieses Krieges werden. Das wäre ein Novum für diesen Politiker mit seinen eigentlich sieben Leben. Bereits ein Dead Man Walking, kam er nach dem 7. Oktober zurück und sah lange aus wie der große geopolitische Gewinner, der Iran ausmanövriert hatte. Nun könnte er allerdings in die Geschichte eingehen – nicht nur als Totengräber des einstigen Bipartisan Consensus zur bedingungslosen amerikanischen Unterstützung des jüdischen Staates. Sondern auch als derjenige, der das verlor, was er selbst als „the woke Right“ bezeichnete.

Netanjahus Strategie nach dem 7. Oktober bestand darin, den gesamten Nahen Osten umzugestalten, ihn mithin in ein souveränitätsloses Chaos zu verwandeln, in ein nach Belieben bombardierbares Terrain, beherrscht von der militärisch-technologischen Überlegenheit eines kleinen Zehn-Millionen-Staats. Diese Hybris kollidiert nun mit der Wirklichkeit. Die Illusion einer dem Nahen Osten aufgezwungenen Pax Judaica konnte nämlich nur funktionieren, solange die Weltmacht USA Tel Aviv bedingungslosen militärischen Geleitschutz gewährte. Sollte dieser zeitnah entfallen, müsste Israel wohl in die politische Ausnüchterungszelle. Ob Netanjahus potenzieller Nachfolger Naftali Bennett – selbst ein pures Produkt der Siedlerbewegung, der unlängst die Türkei zum „neuen Iran“ erklärte – dort zur Besinnung kommt, steht freilich auf einem anderen Blatt.

Die Region ist derweil nicht untätig geblieben. Immer enger koordinieren sich die großen sunnitischen Regionalmächte. Das sich neu konstituierende Quartett aus Saudi-Arabien, der Türkei, Ägypten und Pakistan eint bei allen weltanschaulichen und strategischen Differenzen der Wunsch nach Stabilität und Respekt vor staatlicher Souveränität. Der Krieg mit Iran soll unbedingt beendet werden. Die gemeinsame Formel lautet: militärisch nicht mehr allein auf Amerika setzen, Iran einhegen statt isolieren sowie Israels Expansionsdrang Grenzen aufzeigen. Eine solche regionale Koordinierung – womöglich als Embryo einer künftigen Sicherheitsordnung – wäre eine erstaunlich positive Folge des amerikanischen Kriegsdesasters. Der Weg dorthin freilich wird noch steinig sein. IPG 29

 

 

 

 

Kabinettsbeschluss. Bund will Täter und Kunden von Menschenhandel härter bestrafen

 

Das Bundeskabinett hat eine Reform gegen Menschenhandel beschlossen. Täter sollen künftig leichter verfolgt und härter bestraft werden. Künftig sollen auch Kunden haften, die wissentlich Leistungen von Opfern nutzen – etwa im Nagelstudio oder auf dem Bau. Von Anne-Béatrice Clasmann

Menschenhandel soll künftig besser verfolgt und härter bestraft werden können. Ein entsprechender Gesetzentwurf, den das Kabinett jetzt beschlossen hat, nimmt Täter ins Visier, die andere Menschen mit falschen Versprechungen in von Zwang geprägte Beschäftigungsverhältnisse locken. Belangt werden sollen künftig aber auch Kunden, die Leistungen der Opfer in Anspruch nehmen.

Das ist bislang nur bei Freiern der Fall, die für sexuelle Dienstleistungen von Zwangsprostituierten bezahlen – künftig könnte es beispielsweise aber auch private Bauherren, Schlachthofbetreiber oder Kundinnen von Nagelstudios betreffen.

Menschenhandel schwer nachweisbar

Aktive Recherchen, etwa zum Beschäftigungsverhältnis der Frau, die einem einmal pro Monat die Fußnägel lackiert, muss aber niemand betreiben. Am Ende kommt es auf die Umstände insgesamt an. Im Entwurf heißt es, „in subjektiver Hinsicht muss der Täter wissen“, dass es sich bei dem Erbringer oder der Erbringerin des Dienstes um einen Menschen handelt, der Opfer von Ausbeutung im Sinne des Gesetzes ist. „Das bloße Für-möglich-Halten“, dass jemand von einer solchen Tat betroffen ist – etwa weil eine schlechte Bezahlung vermutet wird – soll hingegen nicht genügen, um im konkreten Einzelfall eine Strafbarkeit im Hinblick auf den Kunden oder die Kundin zu begründen.

Ein Grund für die geplante Reform der Strafvorschriften ist, dass Menschenhandel aktuell nur schwer nachgewiesen werden kann, weil die Anforderungen dafür relativ hoch sind. Zu Verurteilungen kommt es in diesem Bereich daher bisher kaum. Gestrichen werden soll aus den Strafvorschriften etwa, dass der Täter „aus rücksichtslosem Gewinnstreben“ handeln muss. Denn das lässt sich im konkreten Fall oft nicht direkt beweisen. Vielmehr soll es darum gehen, die Gesamtsituation der Betroffenen in den Blick zu nehmen.

Defizite der aktuellen Strafvorschriften

Eine Untersuchung der Strafvorschriften durch das Kriminologische Forschungsinstitut Niedersachsen hatte bereits 2021 gezeigt, dass die aktuell geltenden Regeln nicht praktikabel sind. Damals wurde auch festgestellt, „dass die Polizei nur zu einem sehr geringen Teil Fälle des Menschenhandels aufgrund proaktiver Ermittlungen bekannt werden“. Weit überwiegend würden sie der Polizei in Form von Anzeigen zugetragen.

Was ist Menschenhandel?

Von Menschenhandel spricht man, wenn jemand Notlagen oder die Arglosigkeit von Menschen ausnutzt, um sie auszubeuten. Oft sind Ausländer betroffen. Manche Täter wenden Gewalt an, entführen ihre Opfer oder setzen sie auf andere Art und Weise unter Druck – etwa indem die Familie bedroht wird. Ein Problem bei der Strafverfolgung ist, dass der Nachweis oft schwer zu führen ist, wenn Betroffene aus Angst vor Repressalien schweigen.

Es geht um Menschen, – meist sind es Frauen – die zur Prostitution gezwungen werden. Ausgebeutet werden aber auch Helfer auf der Baustelle, Ausländer, die in Restaurants in der Küche für wenig Geld schuften müssen oder Mitarbeiterinnen von Nagelstudios, die gezwungen werden, ihre Schulden beim Schleuser abzuarbeiten.

Der Tatbestand des Menschenhandels soll zudem entsprechend neuer europäischer Vorgaben auch auf Ausbeutungsformen der Leihmutterschaft, der Adoption und der Zwangsheirat ausgeweitet werden.

Wo die Ausbeutung beginnt

Ausbeuterische Bedingungen liegen laut Gesetz insbesondere dann vor, wenn die Beschäftigung zu Arbeitsbedingungen erfolgt, die in einem krassen Missverhältnis zu den Arbeitsbedingungen von Arbeitnehmern stehen, die der gleichen oder einer vergleichbaren Beschäftigung nachgehen. Damit ist nicht nur ein niedriger Lohn gemeint, sondern zu einer schlechten Bezahlung kommt oftmals, eine schlechte vom Arbeitgeber überteuert angebotene Unterkunft, verbunden mit dem Zwang, auch bei Krankheit oder mangelnden Arbeitsschutzbedingungen zu arbeiten.

Was den Kunden droht

Wer wissentlich Dienstleistungen von Menschen in Anspruch nimmt, die Opfer von Menschenhandel sind, soll künftig mit Freiheitsstrafe bis zu fünf Jahren oder Geldstrafe bestraft werden. Geht es um Zwangsprostitution, droht dem Freier eine Haftstrafe zwischen drei Monaten und fünf Jahren.

Erhöht werden soll zudem der Strafrahmen. Aktuell sieht dieser für Menschenhandel eine Haftstrafe von sechs Monaten bis zu fünf Jahren vor. In besonders schweren Fällen – etwa wenn Gewalt, Entführung oder bandenmäßiges Handeln nachgewiesen wird oder das Opfer minderjährig ist – sind jetzt schon bis zu zehn Jahre Haft möglich. Laut Entwurf soll bei einer Verurteilung wegen Menschenhandels künftig generell eine Freiheitsstrafe von bis zu zehn Jahren möglich sein.

Vergehen der Opfer müssen nicht immer verfolgt werden

Einfacher wird es durch die geplante Reform außerdem für die Staatsanwaltschaft, von der Verfolgung einer rechtswidrigen Tat abzusehen, die ein Opfer von Menschenhandel aufgrund seiner Zwangslage begangen hat. Voraussetzung für die Einstellung ist aber laut Entwurf, dass „nicht wegen der Schwere der Tat eine Sühne unerlässlich ist“. Ist die Klage bereits erhoben, so soll das Gericht in jedem Stadium des Verfahrens mit Zustimmung der Staatsanwaltschaft und des Angeschuldigten das Verfahren einstellen können.

Nach dem Kabinett muss über das im Bundesjustizministerium vorbereitete Reformvorhaben noch in Bundestag und Bundesrat beraten werden. Bundesjustizministerin Stefanie Hubig (SPD) verbindet mit den Änderungen auch die Hoffnung, dass besonders schwere Formen der Zwangsprostitution künftig besser verfolgt werden können. Sie sagt: „Sexuelle Ausbeutung ist besonders erniedrigend und richtet sich in den allermeisten Fällen gegen Frauen und Mädchen.“ (dpa/mig 28)

 

 

 

Frankreich und Deutschland feiern 40 Jahre Zusammenarbeit in der wissenschaftlichen Mobilität.

 

Seit 1986 haben Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler beider Länder von der deutsch-französischen Förderlinie PPP Frankreich/Procope des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) und seiner französischen Partner profitiert. In dieser Zeit förderte das Programm rund 3.400 gemeinsame Forschungsprojekte, rund 10.000 Forschende profitierten. DAAD und französische Botschaft in Deutschland würdigen die erfolgreiche Zusammenarbeit heute (28.5.) mit einer Festveranstaltung in Berlin.

Bonn/Berlin/Paris. „Die deutsch-französische Wissenschaftskooperation ist eine wichtige Säule des europäischen Forschungsraums. Mit PPP Frankreich/Procope fördern wir als DAAD gemeinsam mit unseren französischen Partnern den persönlichen, wissenschaftlichen Austausch. Dieser Austausch bildet die Grundlage für gemeinsame Forschung und langfristige Zusammenarbeit. In Zeiten geopolitischer Spannungen und einer fragmentierten Weltordnung sind solche Leuchttürme verlässlicher Forschungsförderung von unschätzbarem Wert“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.

„Die Wissenschaft steht im Mittelpunkt der deutsch-französischen Beziehungen. Die Feier zum 40-jährigen Jubiläum unseres Programms zur wissenschaftlichen Kooperation ist ein Beweis für die Intensität, die Belastbarkeit und die Beständigkeit der Beziehungen, die Forscherinnen und Forscher unserer beiden Länder – zunächst einzeln, dann im Team – über Generationen hinweg aufgebaut haben“, sagte François Delattre, französischer Botschafter in Deutschland.

Die 1986 gestartete Förderlinie zählt zu den ältesten und erfolgreichsten akademischen Mobilitätsinitiativen zwischen Deutschland und Frankreich. Sie unterstützt gemeinsame Forschungsprojekte an Hochschulen und Forschungseinrichtungen aus nahezu allen Fachrichtungen – von Ingenieurwissenschaften und Medizin bis zu Geistes- und Sozialwissenschaften. Seit dem Start investierten beide Länder zusammen rund 30 Millionen Euro. Das Bundesministerium für Forschung, Technologie und Raumfahrt (BMFTR) stellt die Mittel für die deutsche Seite über den DAAD bereit.

Vom Austausch zum europäischen Doktorandennetzwerk

Im Zentrum der Förderung steht die wissenschaftliche Mobilität, besonders von Nachwuchswissenschaftlern und -wissenschaftlerinnen. Forschungsaufenthalte an deutschen oder französischen Partnereinrichtungen sollen frühzeitig internationale Kooperationen ermöglichen und langfristige Karrieren unterstützen. Das Programm fördert vorrangig Kooperationen, die eine Ausweitung bestehender Partnerschaften auf größere Projekte erleichtern und den Europäischen Forschungsraum bereichern. 80 Prozent der Partnerschaften werden nach Ende der Förderung fortgeführt.

Ein Forschungsprojekt der Universitäten Marseille und Chemnitz zu Alterungsprozessen und den Wechselwirkungen zwischen Kognition und Motorik zeigt beispielsweise die nachhaltige Wirkung der Förderung: Aus der bilateralen Zusammenarbeit entstand ein internationales Forschungs- und Ausbildungsnetzwerk, das schließlich zu einem europäischen Marie-Sk?odowska-Curie-Doktorandennetzwerk führte. Dort entwickeln Nachwuchswissenschaftlerinnen und -wissenschaftler praxisnahe Ansätze zur Förderung der funktionellen Gesundheit älterer Menschen.

Festakt in der französischen Botschaft

Die Jubiläumsveranstaltung in der Französischen Botschaft in Berlin bringt am 28. Mai Geförderte aus mehreren Jahrzehnten mit Vertreterinnen und Vertretern aus Wissenschaft, Politik und Zivilgesellschaft zusammen. Die Veranstaltung findet im Rahmen des internationalen France Alumni Day statt.

Hintergrund

Projektbezogener Personenaustausch und Partenariats Hubert Curien

Mit dem Programm des projektbezogenen Personenaustauschs (PPP) fördert der DAAD die internationale Zusammenarbeit deutscher Hochschulen und Forschungseinrichtungen im Rahmen gemeinsamer bilateraler Forschungsprojekte. Im Fokus stehen die internationale Mobilität und Qualifizierung von Nachwuchswissenschaftlerinnen und Nachwuchswissenschaftlern. Ausgehend von der Kooperation mit Frankreich wurde das Programm auf inzwischen mehr als 30 Länder weltweit ausgeweitet.

In Frankreich ist Procope PHC eine der 70 Hubert-Curien-Partnerschaften (PHC), die auf französischer Seite vom Ministerium für Europa und auswärtige Angelegenheiten (MEAE) mit Unterstützung des Ministeriums für Hochschulbildung, Forschung und Weltraum (MESR) finanziert werden. Das Programm fördert Mobilitätsaufenthalte französischer und deutscher Forschungsteams im Rahmen eines zweijährigen Forschungsprojekts. Daad 28

 

 

 

 

Straßenfest. 1,1 Millionen feiern Karneval der Kulturen in Berlin

 

Mehr als 1,1 Millionen Menschen haben am Pfingstwochenende den Karneval der Kulturen in Berlin besucht. Zum 30-jährigen Jubiläum warnen die Veranstalter aber vor Bürokratie, Auflagen und einer Finanzierungslücke.

Mehr als 1,1 Millionen Menschen haben nach Angaben der Veranstalter den Karneval der Kulturen am Pfingstwochenende in Berlin besucht. Rund 770.000 Menschen hätten den Umzug besucht, etwa 390.000 Menschen das Straßenfest, teilten die Veranstalter mit. Das sommerliche Wetter habe für faszinierende Stimmung gesorgt.

Der Karneval der Kulturen, der in den Stadtteilen Friedrichshain und Kreuzberg gefeiert wurde, entstand vor 30 Jahren. Berlin habe mit dem Umzug an Pfingstsonntag eines der größten deutschen Straßenfeste sowie postmigrantische Tradition gefeiert, meldeten die Veranstalter am Montag.

 „Das 30-jährige Jubiläum hat zugleich auch deutlich gemacht, wie fehlende Zusicherungen von Politik und Verwaltung es zunehmend schwieriger machen, Veranstaltungen dieser Größenordnung zu realisieren“, teilten sie mit. Viele Herausforderungen entstünden durch enormen Abstimmungsbedarf, bürokratische Hürden und immer komplexere Auflagen.

Tanz, Musik und Kostüme aus aller Welt

Bei der Parade durch den Stadtteil Friedrichshain hatten mehr als 60 Gruppen Tanz, Musik und Kostüme aus aller Welt gezeigt. Nach Angaben der Polizei kam es zu keinen größeren Zwischenfällen.

Der Veranstalter riefen in diesem Jahr erstmals zu Spenden auf. Die Förderung des Berliner Senats reiche nicht mehr aus, um gestiegene Auflagen zu erfüllen, hatten sie mitgeteilt. Das Geld wollten sie unter anderem für Sicherheitsteams, zusätzliche Sanitäranlagen und die Reinigung verwenden. Von erhofften 85.000 Euro kamen laut Internetseite zunächst etwa knapp 30.000 Euro zusammen. (dpa/mig 27)

 

 

 

Der Krieg rückt näher

 

Deutschland führt Europas Ukrainepolitik an – ist auf eine Eskalation im eigenen Land aber nur begrenzt vorbereitet. Von Helmut W. Ganser

Drohnenalarme und verschärfte Spannungen zwischen Russland und den baltischen Staaten, Drohungen des litauischen Außenministers gegen die russischen Streitkräfte in Kaliningrad sowie Selenskyjs jüngste Warnungen vor einer neuen russischen Front im Norden der Ukraine. Sind all dies Vorboten einer neuen Eskalation im russischen Krieg gegen die Ukraine oder lediglich rhetorische Gewitter, die sich wieder verziehen?

Deutschland hat sich inzwischen zum mit Abstand größten Unterstützer der Ukraine entwickelt. Bundeskanzler Merz will die Integration der Ukraine in die Europäische Union vorantreiben und hat vor dem Deutschen Bundestag erklärt, das Schicksal Deutschlands sei untrennbar mit dem Schicksal der Ukraine verbunden. Berlin hat unter den westlichen Unterstützerstaaten die Rolle übernommen, welche die USA während der Biden-Administration innehatten. Die Bundesregierung verschränkt Deutschland und die Ukraine inzwischen auch zunehmend in der Rüstungsproduktion.

So weit, so gut – wenn man jenseits der eindeutigen völkerrechtlichen Bewertung die strategischen Risiken dieser Politik ausblendet. Biden konnte bei der schrittweisen Lieferung von bis zu 300 Kilometer weit reichenden Raketen an die Ukraine noch auf das umfassende Abschreckungspotenzial der USA setzen. Deutschland und die anderen Europäer verfügen jedoch nicht annähernd über ein vergleichbares Abschreckungspotenzial und müssten sich im Konfliktfall auf die Trump-Administration verlassen können. Bezeichnenderweise halten sich die beiden europäischen Atommächte Frankreich und Großbritannien bei der Unterstützung der Ukraine relativ zurück.

Die Politikwissenschaftlerin und Russland-Expertin Hanna Notte hat jüngst darauf hingewiesen, dass in der deutschen sicherheitspolitischen Debatte zentrale Eskalationsrisiken kaum beachtet werden. Während sich der vorherrschende Diskurs fast ausschließlich auf eine mögliche großmaßstäbliche russische Bodenoffensive gegen die NATO ab 2029 konzentriert, geraten andere, deutlich naheliegendere Szenarien aus dem Blick.

Die militärische Lage Russlands im Donbass bleibt trotz enormer materieller und menschlicher Verluste festgefahren. Gleichzeitig greift die Ukraine verstärkt Ziele tief im russischen Hinterland an. Die jüngsten größeren Drohnenangriffe auf Moskau, Russlands Sanktuarium, dürften im Kreml den Zorn auf Kiew noch weiter gesteigert haben. Die massiven Luftangriffe auf Kiew am Pfingstwochenende dürften dabei auch eine Reaktion auf die jüngsten Zerstörungen in Moskau gewesen sein. Putin betrachtet den Krieg seit Beginn als Konflikt gegen den „kollektiven Westen“, der in der Ukraine einen Stellvertreterkrieg führe. Aus Sicht des Kremls wäre die ukrainische Armee ohne die nachhaltige militärische und finanzielle Unterstützung Europas längst auf dem Rückzug.

Vor diesem Hintergrund dürfte Moskau auch die enger werdende deutsch-ukrainische Rüstungskooperation zunehmend als direkten Bestandteil der ukrainischen Kriegsführung wahrnehmen. Die nachhaltige Kooperation in der Entwicklung und Produktion von weit reichenden Drohnen und Raketen dürfte strategisch bedeutsamer sein als die Lieferung einer begrenzten Zahl von Taurus-Marschflugkörpern.

Welche Handlungsoptionen bleiben Putin in dieser für ihn prekären Kriegslage – über die jüngsten Bombardierungen Kiews hinaus? Entweder ist er tatsächlich an einer Verhandlungslösung interessiert und entsprechende Signale hinsichtlich möglicher europäischer Vermittler sind ernst gemeint. Das sollten die Europäer politisch und diplomatisch ausloten. Ebenso denkbar ist allerdings, dass der Kreml versucht, den Druck auf die europäischen Unterstützerstaaten der Ukraine zu erhöhen.

Bislang reagierte Russland vor allem mit hybriden Aktionen: Cyberangriffe, Sabotageakte, Luftraumverletzungen oder Anschläge auf Unterseekabel. Doch je stärker Russland militärisch unter Druck gerät und je geringer die Aussicht auf operative Durchbrüche im Donbass wird, desto größer könnte die Versuchung werden, diese bisherige Eskalationsschwelle zu überschreiten.

Aus russischer Sicht könnte es strategisch naheliegend erscheinen, das europäische Unterstützungsnetzwerk ins Visier zu nehmen. Deutschland, Polen und die baltischen Staaten stünden dabei vermutlich im Fokus. Denkbar wären Sabotageakte gegen militärische Transporte, Anschläge auf kritische Infrastruktur oder auf Produktions- und Ausbildungsstätten mit Ukraine-Bezug. Im Extremfall könnten sogar Luft- oder Drohnenangriffe gegen Infrastruktur auf NATO-Gebiet Teil einer kalkulierten russischen Eskalationsstrategie werden. Hanna Notte hat diese mögliche Dynamik als „Hinterland gegen Hinterland“ beschrieben. Der NATO-Bündnisfall mit der Folge eines unmittelbaren Krieges zwischen Russland und der NATO wäre dann unvermeidbar.

Klar, dies muss nicht eintreten. Dennoch gilt: Wenn die Bundesregierung eine führende Rolle bei der Unterstützung der Ukraine übernehmen will, muss sie zumindest intern konkrete Vorstellungen und Eventualfallpläne dafür haben, wie Deutschland und die europäischen Verbündeten in solchen Szenarien reagieren könnten. Alles andere käme einer sicherheitspolitischen Geisterfahrt gleich.

Denn Deutschland und die europäischen Partner verfügen bislang nur sehr eingeschränkt über die Kräfte und Fähigkeiten, um eine solche Eskalation glaubwürdig abschrecken oder im Konfliktfall kontrollieren zu können. Zentrale Bereiche der zivilen kritischen Infrastruktur – Energieversorgung, Gesundheitswesen, Verkehr und digitale Netze – sind hochgradig verwundbar.

Eine territoriale Luftverteidigung gegen Drohnen und ballistische Raketen fehlt weitgehend. Selbst das künftig vorgesehene Arrow-4-System gegen ballistische Mittelstreckenraketen wird frühestens in einigen Jahren voll einsatzfähig sein und könnte ohnehin nur einen Teil der Bedrohung durch Marschflugkörper, Drohnen und Raketen abfangen.

Hinzu kommt die strategische Unsicherheit über die Glaubwürdigkeit der Bündnisverpflichtungen der Vereinigten Staaten. Während die Biden-Administration die Ukrainepolitik Europas glaubwürdig militärisch absicherte, ist offen, wie weit die Rückendeckung der Trump-Regierung in einem solchen Eskalationsfall tatsächlich reichen würde. Gerade deshalb stellt sich die Frage, ob Europa – und insbesondere Deutschland – derzeit nicht sicherheitspolitische Ambitionen verfolgt, für die die realen militärischen Voraussetzungen noch fehlen.

Mitunter entsteht zumindest dieser Eindruck. Bundeskanzler und Verteidigungsminister treten in außenpolitischen Stellungnahmen zunehmend offensiv auf. Doch Abschreckung funktioniert nicht durch Rhetorik allein. Wer geopolitisch eine Führungsrolle beansprucht, muss auch glaubwürdig vermitteln können, dass er die Konsequenzen einer möglichen Eskalation im Verbund mit den Bündnispartnern tragen und kontrollieren kann.

Die Bundesregierung bewegt sich damit in einem strategischen Spannungsfeld: Einerseits will sie Führungsverantwortung übernehmen und Europas Unterstützung für die Ukraine dauerhaft organisieren. Andererseits bleiben Deutschland und die europäischen Bündnispartner militärisch und gesellschaftlich auf Jahre hinaus nur begrenzt auf eine mögliche Ausweitung des russischen Krieges vorbereitet. Das gilt auch und vor allem für den Zivil- und Bevölkerungsschutz.

Das eigentliche Risiko besteht womöglich nicht in einer russischen Großoffensive gegen NATO-Territorium, sondern in einer schrittweisen Eskalation gegen Europas verwundbares Hinterland. Wer sicherheitspolitisch wie ein Schwergewicht auftreten will, muss auch die Kräfte und Fähigkeiten besitzen, einen solchen Schwergewichtskampf durchstehen zu können – ohne zu Boden zu gehen. Ipg 26

 

 

 

 

Neues Asylsystem. Migrationsforscher sieht Menschenrechte in Gefahr

 

Migrationsforscher Jochen Oltmer warnt vor dem neuen Gemeinsamen Europäischen Asylsystem. Statt Schutz vor Krieg und Verfolgung rücke die Abschreckung von Geflüchteten in den Mittelpunkt. Das GEAS tritt am 12. Juni in Deutschland in Kraft. Von Martina Schwager

Der Osnabrücker Migrationsforscher Jochen Oltmer sieht im Mitte Juni in Kraft tretenden Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (GEAS) die Gefahr, dass das Asylrecht ausgehöhlt wird und die Menschenrechte missachtet werden. Die Idee der Genfer Flüchtlingskonvention, Menschen Schutz vor Krieg, Gewalt und Verfolgung zu bieten, stehe aus seiner Sicht nicht mehr im Vordergrund, sagte Oltmer in einem Gespräch mit dem „Evangelischen Pressedienst“. „Es geht stattdessen darum, die EU-Staaten und Gesellschaften vor den Schutzbedürftigen zu schützen.“

Das Wort „Abschreckung“ komme zwar in dem mehr als 500 Seiten starken Gesetzestext nicht vor, stehe aber dennoch unausgesprochen darüber, betonte der Historiker an der Universität Osnabrück. Das GEAS sei vor allem innenpolitisch motiviert. Die Asylmigration polarisiere die Gesellschaften. Das Anwachsen rechtspopulistischer Parteien sei ein Ausdruck dieser Entwicklung, erläuterte Oltmer.

Deshalb habe die EU-Politik beschlossen, das Thema Asyl auszulagern. „So können die Bürgerinnen und Bürger den Eindruck gewinnen, sie bräuchten sich darum nicht zu kümmern – frei nach dem Motto: aus den Augen, aus dem Sinn.“

Beschleunigte Asylverfahren an Außengrenzen

Das im Mai 2024 von der EU beschlossene Gesetzespaket muss bis zum 12. Juni in allen Mitgliedstaaten umgesetzt sein. In Deutschland tritt es an diesem Tag in Kraft. Kernpunkte sind beschleunigte Asylverfahren an den EU-Außengrenzen, die schnelle Rückführung abgelehnter Bewerber sowie eine gleichmäßige Lasten-Verteilung auf alle EU-Länder. Die sogenannte Sekundärmigration, also die Weiterreise in andere EU-Länder, soll eingedämmt werden.

Oltmer kritisierte die Verlagerung der Asylverfahren an die EU-Außengrenzen. Die Schutzsuchenden unterlägen dadurch der sogenannten „Fiktion der Nichteinreise“, die für sie auch heute schon in den Transitbereichen der Flughäfen gälte. Sie befänden sich somit offiziell nicht in der EU und würden in geschlossenen Zentren untergebracht, erläuterte der Professor am Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien. „Wir wissen aus der Geschichte, dass solche abgeschotteten Lager per se ein Einfallstor für Menschenrechtsverletzungen sind.“

Risiken für Fehleinschätzungen

Bei einer maximalen Dauer von nur zwölf Wochen für die Verfahren ist laut Oltmer zudem das Risiko für Fehleinschätzungen hoch. Abgelehnte Migranten könnten auch in Länder zurückgewiesen werden, in die sie keinerlei Verbindung hätten. Die Betroffenen hätten kaum Möglichkeiten, den Rechtsweg zu beschreiten. Daran würden auch die vorgesehenen unabhängigen Monitoring-Kommissionen nichts ändern.

Darüber hinaus bezweifelt der Migrationsforscher, dass die GEAS-Regeln tatsächlich vollständig umgesetzt werden. Asylzentren außerhalb der EU seien bisher nicht eingerichtet. Es zeichne sich auch nicht ab, welche Länder sich dazu bereitfinden könnten.

EU-Außenstaaten wie Griechenland oder Italien seien noch nicht ausreichend auf Asylverfahren an ihren Grenzen vorbereitet. Flüchtende würden versuchen, ihre Routen immer wieder zu ändern. Das spiele Menschenhändlern und Schleusern in die Hände. Zudem bleibe die Frage unbeantwortet, warum eine schon seit Jahrzehnten erfolglos angestrebte Verteilung der Schutzbedürftigen plötzlich funktionieren sollte. (epd/mig 26)

 

 

 

 

„Arbeit ist mehr als Broterwerb“

 

Kirchliche Flüchtlingsbeauftragte machen sich stark für bessere Arbeitsmarktintegration von Geflüchteten

Der Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), und der Beauftragte für Flüchtlingsfragen der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischof Dr. Christian Stäblein (Berlin), haben sich heute (22. Mai 2026) zur Arbeitsmarktintegration von Geflüchteten in Sachsen-Anhalt informiert. Sie kamen bei einem Besuch eines Handwerksbetriebs mit geflüchteten Auszubildenden sowie mit Vertretern zweier Wirtschaftsverbände ins Gespräch und haben kirchliche Projekte kennengelernt.  

Die beiden Flüchtlingsbischöfe besuchten das Autohaus „Car Service Magdeburg GmbH“, das seit Jahren Menschen mit Fluchthintergrund ausbildet. Der Betrieb gehört damit zu jenen Unternehmen, die – trotz vieler Herausforderungen – konsequent auf die Qualifizierung und Integration geflüchteter Menschen setzen. Im Fokus des Besuches stand der Austausch mit den Auszubildenden. Bischof Stäblein zeigte sich beeindruckt von der Offenheit, mit der die Geflüchteten ihre Erfahrungen teilten: „Was wir heute in den Gesprächen gehört haben, macht deutlich: Wer die Chance bekommt, gibt alles. Diese jungen Menschen haben Flucht, Unsicherheit und jahrelange Ungewissheit hinter sich – heute werden sie ausgebildet, arbeiten in Betrieben, bekommen die Möglichkeit zu weiterer Qualifizierung und bringen sich damit wirtschaftlich und gesellschaftlich ein. Durch ihre Ausbildung machen sie Erfahrungen von Selbstwirksamkeit. Das ist ihr persönlicher Erfolg. Und es ist zugleich der Erfolg hochengagierter Betriebe und Belegschaften, die solche jungen Menschen fördern und ihre Potenziale entwickeln.“

Erzbischof Heße betonte die besondere Bedeutung von Arbeit sowie des betrieblichen Umfelds für das Gelingen von Integration: „Arbeit kann Halt und Struktur bieten und das Gefühl, gebraucht zu werden. Ausbildungsbetriebe wie der, den wir heute besuchen durften, ermöglichen Austausch, Beziehung und Begegnung. Wir haben hier Menschen kennengelernt, die in Deutschland angekommen sind und ihre Zukunft hier aufbauen, und Unternehmer, die ihnen dabei helfen. Das ist ein Miteinander, das volle gesellschaftliche und politische Unterstützung verdient.“

Mehrere Auszubildende berichteten von anfänglichen Sprachschwierigkeiten, die durch Kolleginnen und Kollegen überwunden werden konnten. Ein Azubi schilderte, wie wichtig es für ihn gewesen sei, vom ersten Tag an als vollwertiges Mitglied des Teams behandelt zu werden. Bischof Stäblein kommentierte: „Das, was ich hier gehört habe, bestätigt, was wir als Kirchen immer wieder in die Debatte einbringen: Integration gelingt durch Teilhabe – nicht durch Warteschleifen und jahrelange Unsicherheit. Wer arbeiten und lernen darf, kommt in Deutschland schneller an.“

Im Anschluss tauschten sich die beiden Beauftragten mit Vertretern der Industrie- und Handelskammer sowie der Handwerkskammer Magdeburg aus. Themen waren die Ausbildungsquoten bei Geflüchteten, bürokratische Hindernisse bei der Anerkennung von Qualifikationen und der Erteilung von Ausbildungserlaubnissen sowie der regionale Fachkräftemangel. Beide Bischöfe forderten Erleichterungen beim Zugang zu Ausbildung und Arbeit und unterstrichen die Bedeutung berufsbegleitender Sprachkurse. Dabei bleibt es für die beiden Kirchen nicht bei Forderungen an andere: Mit verschiedenen Projekten und Angeboten unterstützen die Kirchen selbst Geflüchtete konkret bei der Arbeitsmarktintegration. Bei ihrem abschließenden Besuch im interkulturellen Beratungs- und Begegnungszentrum der Caritas im Bistum Magdeburg konnten die beiden Flüchtlingsbischöfe ein Projekt zur Förderung der Arbeitsmarktintegration von geflüchteten Frauen und Migrantinnen kennenlernen. Zudem haben sie sich über die Beratung der Caritas zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse informiert. Erzbischof Heße hob hervor: „Gerade geflüchtete Frauen sehen sich beim Zugang zum Arbeitsmarkt oft mit erheblichen Hürden konfrontiert. Hier setzen Projekte der kirchlichen Flüchtlingshilfe an: Durch Empowerment, gezieltes Coaching, Weiterbildung und persönliche Begleitung wird die Arbeitsmarktintegration von Frauen unterstützt. Ziel ist es, Geflüchteten den Weg in Arbeitsstellen zu eröffnen, die ihren Qualifikationen und Erfahrungen entsprechen. Integration ist dann erfolgreich, wenn Menschen Anerkennung und Wertschätzung erfahren, wenn sie mit anpacken dürfen, statt zur Untätigkeit gezwungen zu werden.“

Beide Bischöfe verwiesen abschließend auf die gemeinsame Verantwortung von Gesellschaft, Wirtschaft und Kirche: „Faire Arbeit ist mehr als Broterwerb: Sie ist auch ein Gebot der Menschenwürde. Denn gerechte Arbeitsverhältnisse ermöglichen es dem Menschen, sich als Person zu entfalten. Als Kirchen treten wir entschieden für eine bessere Arbeitsmarktintegration von Geflüchteten ein. Damit dies gelingt, sind wir alle gefragt: Jeder und jede kann zu einem integrationsfreundlichen Klima in unserer Gesellschaft beitragen.“ Dbk 23

 

 

 

 

Karlsruhe billigt Asylleistungen – und mahnt die Politik

 

1.096 Euro für eine Alleinerziehende aus Eritrea und ihr Kind. Während ein Gericht an der Vereinbarkeit mit dem Grundgesetz zweifelt, sehen Verfassungshüter das anders. Doch es gibt einen Kritikpunkt.

Frühere Regelungen zu Grundleistungen nach dem Asylbewerberleistungsgesetz seien im Wesentlichen mit dem Grundgesetz vereinbar, entschied der Erste Senat in Karlsruhe. Allerdings gab es Gegenstimmen. Zudem verknüpfte das höchste deutsche Gericht den Beschluss mit einer Mahnung an die Politik.

Um ein menschenwürdiges Existenzminimum zu sichern, müsse der Gesetzgeber die Bedarfe der Hilfebedürftigen zeit- und realitätsgerecht erfassen. Weil hier aus Sicht des Gerichts ohne plausible Gründe zu viel Zeit verstrichen war, erklärte es die Höhe der Grundleistungen im Zeitraum vom 1. September 2018 bis zum 20. August 2019 für unvereinbar mit dem Grundgesetz. Die Regelungen seien jedoch für diesen Zeitraum weiter anwendbar, die Leistungen müssen nicht rückwirkend neu festgesetzt werden.

Die Grundleistungen seien nicht offensichtlich zu niedrig bemessen worden, erklärte das Gericht. Zwar habe es deutliche Unterschiede zu vergleichbaren Leistungen gegeben. „Es ist jedoch nicht erkennbar, dass die gewährten Leistungen die physische Existenz des Menschen, die Möglichkeit zur Pflege zwischenmenschlicher Beziehungen und ein Mindestmaß an Teilhabe am gesellschaftlichen, kulturellen und politischen Leben keinesfalls mehr sicherstellen konnten.“ Zudem habe der Gesetzgeber den Berechnungsmodus zum September 2019 auf eine aktuellere Grundlage umgestellt. (Az. 1 BvL 5/21)

1.096 Euro für Mutter und Kind

Bei der Prüfung ging es um zwei sogenannte Bedarfsstufen für Menschen, die außerhalb einer Aufnahmeeinrichtung leben in den ersten 15 Monaten des Aufenthalts in Deutschland. Hintergrund ist ein Fall aus Niedersachsen.

Die Klägerinnen aus Eritrea waren im August 2017 nach Deutschland eingereist und beantragten Asyl, wie das Landessozialgericht Niedersachsen-Bremen in einem Beschluss schreibt. Die 1970 geborene alleinerziehende Mutter und ihre 2011 geborene Tochter hätten weder Einkommen noch Vermögen.

Die beiden bekamen den Angaben zufolge Leistungen in Höhe von 1.096 Euro pro Monat bewilligt, von denen 604 Euro auf die Mutter entfielen. Von den Bedarfssätzen seien jeweils 50 Euro wegen Stromkosten abgezogen worden.

Aus Sicht des Gerichts waren die Regelungen über die für das Jahr 2018 festgesetzten Geldleistungen nicht mit dem Grundrecht auf Gewährleistung eines menschenwürdigen Existenzminimums vereinbar, „weil sie nicht nachvollziehbar und sachlich differenziert, also nicht bedarfsgerecht berechnet worden sind“. Daher legte es den Fall dem Bundesverfassungsgericht vor.

Aktuell geltende Regelung im Wesentlichen identisch

Dessen Entscheidung löst Kritik aus. Die Flüchtlingsrechtsorganisation Pro Asyl hält das Asylbewerberleistungsgesetz weiterhin verfassungsrechtlich für höchst fragwürdig. Es habe fünf Jahre gedauert, bis das Verfassungsgericht über die Vorlage aus Niedersachsen entschieden habe, erklärte die rechtspolitische Sprecherin Wiebke Judith. In dieser Zeit habe der Gesetzgeber das Gesetz mehrfach verschärft und den Leistungszeitraum, der in dem aktuellen Fall als noch legitim gesehen wurde, mehr als verdoppelt.

„Es darf kein Katz-und-Maus-Spiel zwischen Politik und Verfassungsgericht geben“, betonte Judith. „Anstatt mit immer neuen Verschärfungen zu experimentieren und sich darauf auszuruhen, dass Karlsruhe erst Jahre später entscheiden wird, muss die Bundesregierung die einzige eindeutig mit der Menschenwürde zu vereinbarende Entscheidung treffen: Das diskriminierende Asylbewerberleistungsgesetz endlich abschaffen.“

Pro Asyl und der Deutsche Anwaltverein (DAV) hatten schon vorab erklärt, die aufgeworfenen Fragen seien auch heute noch relevant, wenngleich das Asylbewerberleistungsgesetz seit 2018 mehrfach überarbeitet wurde und die damals beanstandeten Passagen seit Jahren nicht mehr gelten.

Keine verschiedenen Ausprägungen der Menschenwürde

Die beiden Verbände hatten auch in Stellungnahmen an das Bundesverfassungsgericht die Grundlagen bemängelt, auf denen der Grundbedarf für Asylbewerber von Regelbedarfen etwa für Bürgergeld- oder Sozialhilfeempfänger abwich. Der Unterschied hätte aus Sicht von Pro Asyl in einem transparenten Verfahren nachvollziehbar ermittelt werden müssen.

Der Gesetzgeber habe einseitig Minderbedarfe unterstellt und konstruiert sowie nachvollziehbar begründete und durch empirische Erkenntnisse untermauerte Mehrbedarfe gänzlich ausgeblendet, monierte der DAV. Das Verfassungsgericht habe in seinen bisherigen Entscheidungen betont, „dass es nur eine Menschenwürde gibt und keine verschiedenen Stufen oder Ausprägungen der Menschenwürde je nach Herkunft oder Status“, so Pro Asyl.

Jedoch beanstandete das Gericht das Vorgehen des Gesetzgebers im Grunde nicht. Dieser habe Spielraum. „Gesetzgeberische Wertungen können dabei auch an eine mit dem Aufenthaltsstatus verbundene kurze Aufenthaltsdauer knüpfen, wenn sich dies hinreichend begründen lässt“, hieß es. So sah es der Senat auch im konkreten Fall. Er monierte nur, dass die Leistungen ab September 2018 nicht mehr auf einer hinreichend aktuellen Datengrundlage beruhten. Dies genüge nicht den verfassungsrechtlichen Anforderungen. (dpa/mig 22)

 

 

 

 

Diplomatie im Paralleluniversum

 

Verhandlungen mit Russland? Solange der Kreml an seinen Maximalforderungen festhält, braucht die Ukraine keine Vermittler – sondern starke Verbündete. Von  Denis Trubetskoy

Es gehört inzwischen zur Tradition der Debatten rund um den seit fast viereinhalb Jahre andauernden russisch-ukrainischen Krieg: Sie verlaufen auch heute noch gefühlt in einem Paralleluniversum. Es reichen einige Halbsätze des Kremlherrschers Wladimir Putin, der behauptet, der „Konflikt“ um die Ukraine neige sich dem Ende zu und er würde unter den möglichen europäischen Vertretern am liebsten mit Deutschland verhandeln – und schon ist bei manchem erneut die Illusion geweckt, eine baldige Lösung des Krieges sei möglich. Schon wird ausführlich darüber diskutiert, wer sich als europäischer Vermittler für Gespräche mit Moskau eignen könnte, während der Kreml zugleich keinen Hehl daraus macht: Ernsthafte Gespräche über einen Waffenstillstand könne es erst geben, wenn sich die Ukraine aus dem Rest der Region Donezk sowie faktisch auch aus den Großstädten Cherson und Saporischschja zurückzieht – aus Gebieten, die Russland im Herbst 2022 in die eigene Verfassung aufgenommen hat.

In der Theorie ist die Forderung nach einer stärkeren diplomatischen Rolle der Europäischen Union logisch und legitim. Schließlich geht es beim russisch-ukrainischen Krieg um die zukünftige Sicherheitsarchitektur des europäischen Kontinents. Genau deshalb erscheint es fahrlässig, die Vermittlungen alleine der außenpolitisch erratischen US-Regierung unter Donald Trump zu überlassen. Auf den ersten Blick ist das richtig – und tatsächlich ist davon auszugehen, dass die Ukraine eine diplomatische Initiative offiziell begrüßen würde. Schließlich befürwortet Kiew auch die seit Anfang 2025 andauernden US-Versuche, die in der Praxis bisher eher schaden als nützen. Der Ukraine bleibt gar nichts anderes übrig, als jederzeit Gesprächsbereitschaft zu bekunden, damit die USA weder Waffenlieferungen noch die Bereitstellung von Aufklärungsdaten einstellen. Doch auch Wladimir Putin spricht vom baldigen Kriegsende wohl nur für einen einzigen Zuhörer: Donald Trump.

Am Ende geht es daher vor allem um die Frage, worüber Europäer und Russen überhaupt miteinander verhandeln könnten. Zwar ist es auf dem Papier besser, miteinander zu sprechen, als gar nicht zu reden. Die Wirklichkeit ist jedoch eine andere. Es ist ausgeschlossen, dass am Ende dieser heißen Phase des Krieges, die 2022 auf den 2014 begonnenen Donbass-Krieg folgte, ein vollumfängliches Friedensabkommen stehen könnte. Seit September 2022 stehen sechs ukrainische Regionen sowohl in der ukrainischen als auch in der russischen Verfassung – in der ersteren zu Recht, in der letzteren nicht. Dennoch wird weder die Ukraine diese Gebiete als russisch anerkennen, noch wird Russland seinen verfassungstechnischen Anspruch auf sie aufgeben. Damit erübrigt sich jede Diskussion um einen großen Friedensvertrag, der den Konflikt grundsätzlich beenden würde.

Daher wird sich eine mögliche Einigung, wann auch immer es zu dieser kommen sollte, weitgehend auf ein Waffenstillstandsabkommen beschränken. Zu glauben, Russland würde im Rahmen solcher Gespräche irgendeiner Form der Absicherung der Frontlinie durch europäische Soldaten, also de facto durch NATO-Truppen, zustimmen, wäre eine gefährliche Illusion – und ist von Beginn an ein absolutes Nichtthema gewesen. Gleiches gilt auch für die nahezu nicht existente Wahrscheinlichkeit, Moskau würde ernsthaften Sicherheitsgarantien für Kiew zustimmen. Die entscheidende Frage lautet daher, was die EU an einem Verhandlungstisch überhaupt erreichen kann, an dem die Trump-Administration – trotz weitreichender Zugeständnisse an den Kreml, die Kiew übrigens weitgehend hingenommen hat – bisher katastrophal gescheitert ist.

Denn es war absehbar, dass die sogenannte territoriale Frage die bisherigen Verhandlungen in die Sackgasse führen würde. Genau das ist geschehen. Es bleibt beim aktuellen Tempo des russischen Vormarschs absolut unklar, warum die ukrainische Armee die gut aufgebauten Verteidigungsstellungen im Norden der Region Donezk freiwillig räumen sollte, während Russland zugleich keine realistische Chance hat, den gesamten Donbass in absehbarer Zeit militärisch zu besetzen. Vielleicht hätte Kiew dies – trotz aller innenpolitischer Brisanz – in einer anderen Realität sogar in Erwägung gezogen, wenn damit tatsächlich definitiv Schluss gewesen wäre. Das ist allerdings nicht der Fall. Man muss schon ausgesprochen blauäugig sein, um nicht zu erkennen, dass Russlands strategisches Ziel in der Zerstörung der ukrainischen Staatlichkeit und der unabhängigen ukrainischen politischen Nation besteht. Dieses Ziel muss allerdings nicht zwingend militärisch und innerhalb der aktuellen Kriegsphase erreicht werden, obwohl der Kreml dies am liebsten direkt in den ersten Kriegsmonaten von 2022 durchgesetzt hätte. Die militärische Realität sieht jedoch anders aus.

Deshalb scheitern die Gespräche über eine mögliche Waffenruhe weiterhin an den unrealistischen politischen Zwischenzielen Moskaus. Eines dieser Ziele ist zudem die Spaltung der ukrainischen Gesellschaft. Je länger der Krieg dauert, desto mehr Menschen gibt es, die eine Aufgabe des Donbass schweren Herzens hinnehmen würden, auch wenn sie weiterhin klar in der Minderheit sind. Wie diese Ausgangslage durch eine EU-Vermittlung verändert werden könnte, weiß realistischerweise niemand, auch wenn eine diplomatische Lösung im Hier und Jetzt sicherlich wünschenswert wäre. Tatsächlich kann die aktuelle Situation nur durch die ukrainischen Streitkräfte sowie durch verstärkten wirtschaftlichen Druck auf Russland verändert werden.

Die Wirklichkeit sieht letztlich wie folgt aus, auch wenn man das in den europäischen Hauptstädten nur ungern hören dürfte: Gäbe es auf russischer Seite den politischen Willen zu einem akzeptablen Waffenstillstand, bräuchte es eigentlich keine große Vermittlung, um sich darauf zu einigen – jenseits der Tatsache, dass die Gespräche darüber in einem für beide Seiten akzeptablen Staat stattfinden sollten. Das zeigten die Verhandlungen zwischen der Ukraine und Russland zu Jahresbeginn, als beide Seiten bei ihren Delegationen auf hochrangige Militärs und Geheimdienstler setzten. Dabei wurde konstruktiv darüber gesprochen, wie eine Waffenruhe künftig praktisch organisiert und überwacht werden könnte. Auch die bisherigen Gefangenen- und Leichenaustausche, die auf Ebene der Geheimdienste koordiniert wurden, belegen dies.

Was fehlt, ist der politische Wille Russlands, von seinen inakzeptablen Forderungen abzurücken. Daher wird es mit großer Wahrscheinlichkeit nicht zu einem Spitzengipfel zwischen Wolodymyr Selenskyj und Wladimir Putin kommen. Ein Waffenstillstandsabkommen wird vor allem auf der Ebene der Geheimdienste und der Militärs verhandelt. Und gerade in der aktuellen Phase wirkt klarer denn je: Die Ukraine braucht vor allem stärkere Verbündete, und keine Vermittler. Denn einerseits verteidigt sich das Land erfolgreich gegen die russische Aggression und setzt Moskau mit Langstreckenangriffen auf die russische Ölinfrastruktur zunehmend unter Druck. Andererseits hat sich die internationale Lage durch den US-Angriff auf den Iran und die steigenden Ölpreise auf dem Weltmarkt erneut zugunsten des Kremls gedreht. Daher wäre es fahrlässig zu glauben, Russland würde die Hoffnung aufgeben, im langen Zermürbungskrieg gegen die Ukraine letztlich doch über mehr Ressourcen zu verfügen und am Ende am längeren Hebel zu sitzen. Daran wird weder Angela Merkel noch irgendein anderer EU-Vermittler etwas ändern können. IPG 22

 

 

 

 

Integration in Deutschland. Warum Ankommen nicht allein gelingt

 

Integration wird in Deutschland oft als Bringschuld von Zugewanderten beschrieben. Dabei gelingt Ankommen erst, wenn Nachbarn, Kollegen und Gesellschaft nicht nur Erwartungen formulieren, sondern im Alltag Zugänge schaffen. Von Anissa Kirch

Wenn in Deutschland über Integration gesprochen wird, drehen sich viele Debatten schnell um Sprache, Anpassung und Werte – und um die Frage, wer sich bemüht und wer nicht. Worüber deutlich seltener gesprochen wird, ist etwas anderes: Wer hilft eigentlich beim Ankommen?

Mir ist diese Frage erst begegnet, als ich selbst im Ausland gelebt habe – im Oman. Ich war aus eigener Entscheidung dort, für einen Job und unter vergleichsweise komfortablen Bedingungen. Nicht, weil ich fliehen musste oder aus wirtschaftlicher Not. Und trotzdem war ich fremd.

Ich wusste nicht automatisch, wie Dinge funktionieren – weder im Alltag noch im sozialen Miteinander oder in den vielen kleinen Situationen, für die es keine Anleitung gibt. Wie man sich verhält, was angebracht ist und was nicht. Wann eine Einladung ernst gemeint ist, wie Behördengänge ablaufen, welche unausgesprochenen Regeln den Alltag strukturieren.

Dass ich mich dort trotzdem zurechtfinden konnte, lag nicht an besonderer Anpassungsfähigkeit. Es lag vor allem an den Menschen, die mir begegnet sind. An Einheimischen, die mir Dinge erklärt haben, ohne mich bloßzustellen. Die mich eingeladen, mitgenommen und korrigiert haben, wenn ich etwas nicht verstanden habe. Nicht von oben herab, sondern mit einer Selbstverständlichkeit, die vieles leichter gemacht hat.

Ohne diese Menschen hätte ich mich dort nicht integrieren können. Gleichzeitig wäre es zu einfach, Integration allein auf die Offenheit der anderen zurückzuführen. Auch ich selbst hatte Einfluss darauf, wie ich im Oman angekommen bin. Ich hatte mich vor meiner Reise mit grundlegenden kulturellen und religiösen Fragen beschäftigt und glaubte zu wissen, worauf ich achten muss. Im Alltag wurde trotzdem schnell deutlich, wie viel mir noch gefehlt hat.

„In Deutschland wird Integration oft eingefordert, aber im Alltag zu häufig dem Zufall überlassen.“

Genau deshalb irritieren mich viele Debatten über Integration in Deutschland. Sie kreisen um staatliche Maßnahmen und um die Erwartung, dass Menschen, die in ein neues Land kommen, sich anpassen müssen – und vieles idealerweise bereits mitbringen oder schon wissen, bevor sie überhaupt ankommen. Was dabei oft fehlt, ist der Blick auf den Alltag und auf die Rolle derjenigen, die bereits hier leben. Genau dort entscheidet sich aber, ob Ankommen gelingt.

Integration ist kein Automatismus und folgt keinem festen Schema, das man einfach lernen und anwenden kann. Wer in einem neuen Land lebt, muss nicht nur Formulare verstehen und eine Sprache lernen. Er oder sie muss auch soziale Codes entschlüsseln, Unsicherheiten aushalten, Fehler machen dürfen und Zugang zu dem finden, was für andere längst selbstverständlich ist. Genau hier liegt ein Problem: In Deutschland wird Integration oft eingefordert, aber im Alltag zu häufig dem Zufall überlassen.

Natürlich gibt es Integrationskurse, Beratungsstellen, Ehrenamtliche, kommunale Projekte und vielerorts auch Integrationslotsen. Sie bilden eine wichtige Grundlage. Aber es reicht oft nicht aus – gerade dort nicht, wo Strukturen überlastet sind oder persönlicher Kontakt fehlt. Vieles hängt davon ab, ob jemand neue Bekanntschaften macht, einen verständnisvollen Kollegen trifft, eine Nachbarin, die sich auf ein kurzes Gespräch einlässt, oder einen Lehrer, der mitdenkt. Menschen, die erklären, statt nur zu beobachten. Wer solche Menschen nicht trifft, bleibt oft auf sich gestellt.

Dieses Prinzip kennen wir aus anderen Bereichen. Wenn Kinder neu in eine bestehende Klasse kommen, wird ihnen oft gezeigt, wo sie sitzen, wie Abläufe funktionieren und an wen sie sich wenden können. Auch Mitschüler helfen, beantworten Fragen oder teilen Material. Niemand würde ernsthaft erwarten, dass ein Kind all das allein durch Beobachtung oder aus dem Bauch heraus sofort versteht. Warum tun wir dann oft so, als müssten Erwachsene, die in ein neues Land kommen, genau das leisten?

Dabei geht es nicht nur um organisatorische Hilfe. Es geht auch darum, ob Menschen überhaupt die Chance bekommen, das zu üben, was von ihnen erwartet wird – zum Beispiel Sprache. Ich habe das selbst erlebt. Ich hatte nur wenige Monate Zeit zur Vorbereitung und keine Möglichkeit für einen ausführlichen Arabischkurs. Deshalb habe ich mich auf mein Schulenglisch verlassen. Für einfache Situationen hat es gerade so gereicht, darüber hinaus nicht. Denn eine Sprache lernt man nicht nur im Kurs. Man lernt sie im Gebrauch, in der Wiederholung und in der Ermutigung durch andere.

„Ein Zeichen: Du gehörst dazu.“

Ich hatte jahrelang Englisch- und Französischunterricht: Grammatik, Vokabeln, Prüfungen. Als ich im Oman ankam, half mir das zunächst erstaunlich wenig. Ich konnte vieles theoretisch, aber kaum etwas wirklich sagen. Im Gespräch fehlte mir einfach die Übung. Trotz Unterricht war ich erst einmal sprachlos.

Noch deutlicher habe ich das beim Arabischen gemerkt. Meine omanischen Freunde haben mich immer wieder ermutigt, Dinge auf Arabisch zu sagen, auch wenn ich sie falsch ausgesprochen habe. Manche Wörter und Laute haben wir unzählige Male wiederholt, weil ich sie schlicht nicht hinbekommen habe. Aber sie haben nie signalisiert: Dann lass es eben. Im Gegenteil. Sie haben mir das Gefühl gegeben, dass Fehler kein Beweis des Scheiterns sind, sondern Teil des Lernens. Hauptsache, ich probiere es.

Genau diese Fehlertoleranz erlebe ich in Deutschland oft als schwächer ausgeprägt – besonders beim Sprechen. Viele haben schnell das Gefühl, lieber gar nichts zu sagen, als etwas Falsches. Aber wer Sprache nur unter der Bedingung der Fehlerfreiheit benutzen darf, wird sie im Alltag kaum lernen. Vielleicht beginnt Integration nicht in großen Gesten, sondern in einer selbstverständlichen Zugewandtheit, die niemanden überfordert und doch etwas verändert.

In einer ganz anderen Situation ist mir das ebenfalls deutlich geworden – bei einer omanischen Hochzeit, zu der ich eingeladen war. Ich war aufgeregt und empfand es als große Ehre, dabei sein zu dürfen. Gleichzeitig wusste ich überhaupt nicht, wie alles abläuft.

Ich kam in meiner normalen westlichen Kleidung an und wusste nicht, ob das passend ist. Irgendwann sagte eine Frau zu mir: Ich habe hier eine Abaya für dich. Möchtest du die blaue oder die rote? Es war eine Einladung, keine Pflicht. Später bekam ich sogar ein kleines Krönchen aufgesetzt – kleiner als das der Braut, aber doch ein Zeichen: Du gehörst dazu.

„In Deutschland wird Integration dagegen oft vor allem als Bringschuld beschrieben.“

Ich wusste nicht, wo ich sitzen sollte, ob ich Fotos machen darf, wann man was macht und woran man sich orientiert. Ich war den ganzen Abend angespannt und habe ständig geschaut: Was machen die anderen? Und genau da passierte etwas, das ich bis heute nicht vergessen habe.

Ich wurde nicht ignoriert, sondern ganz selbstverständlich einbezogen. Es war nicht eine einzelne Person, sondern viele, die mich immer wieder an die Hand genommen haben – Menschen, die ich vorher gar nicht kannte. Sie sagten mir: Jetzt musst du hierhin. Oder: Jetzt gehst du besser dahin. Oder: Das macht man jetzt so. Jeder hat ein kleines Stück dazu beigetragen. Und gerade dadurch lag die Last nicht auf einer einzigen Person.

Für mich war das viel. Es war schön und überfordernd zugleich. Ich war nervös, ich wollte nichts falsch machen – immerhin war es einer der wichtigsten Tage im Leben der Braut. Und gleichzeitig war ich unendlich dankbar, das überhaupt erleben zu dürfen. Vielleicht ist mir genau deshalb dieser Abend bis heute so klar in Erinnerung geblieben.

Vermutlich aber auch, weil sich dort etwas Grundsätzliches gezeigt hat: Man wird nicht zu einem anderen Menschen, nur weil man sich auf etwas Fremdes einlässt. Man verliert weder den eigenen Lebensstil noch die eigenen Gewohnheiten. Man lernt dazu, sammelt neue Erfahrungen und entwickelt sich weiter. Für mich war genau das eine wichtige Erkenntnis. Ich war immer noch ich selbst – aber ich fühlte mich sicherer, mich auf Neues einzulassen und mich in den richtigen Momenten anzupassen.

In Deutschland wird Integration dagegen oft vor allem als Bringschuld beschrieben. Wenn Menschen dann in vertrauten Kreisen bleiben, wird das schnell als mangelnder Wille gedeutet. Dabei ist das erst einmal menschlich. Wer sich unsicher fühlt, sucht Halt dort, wo Anschluss bereits vorhanden ist. Sich in einer neuen Umgebung und in einer fremden Kultur zurechtzufinden, ist anstrengend. Wenn es die Möglichkeit gibt, sich dort zu bewegen, wo vieles vertraut ist, wird sie häufig genutzt.

„Der Blick auf das Kleine lohnt sich. Auf die Momente, die kaum Zeit kosten und trotzdem darüber entscheiden, wie sich ein Land anfühlt.“

Die eigentliche Frage ist deshalb nicht nur, warum Menschen unter sich bleiben, sondern auch, warum eine Gesellschaft, die Integration erwartet, oft zu wenig eigene Zugänge schafft.

Das bedeutet nicht, dass nun jeder in Deutschland stundenlang Integrationsarbeit leisten oder sich gezielt einen Freund mit Migrationsgeschichte suchen müsste. Viele haben genug mit ihrem eigenen Leben zu tun, und das ist eine Realität, die man nicht wegmoralisieren sollte.

Aber genau deshalb lohnt sich der Blick auf das Kleine. Auf die Momente, die kaum Zeit kosten und trotzdem darüber entscheiden, wie sich ein Land anfühlt. Ob man jemanden grüßt. Ob man kurz hilft, wenn jemand sichtbar überfordert ist. Ob man im Treppenhaus nicht sofort genervt reagiert, wenn ein Satz holprig formuliert ist. Ob man jemanden spüren lässt: Du störst hier nicht.

Wo Menschen fast nur unter sich bleiben, gibt es Nähe zum Vertrauten, aber wenig Austausch mit dem, was um sie herum ist. Dadurch fehlt oft die Grundlage für Weiterentwicklung – und letztlich für Integration.

Gerade dieser Austausch ist entscheidend. Nicht, damit am Ende alle gleich werden, sondern damit man überhaupt voneinander mitbekommt, wie der andere lebt, spricht, denkt und reagiert.

Integration entsteht weder allein durch Programme noch allein durch guten Willen. Sie entsteht in den vielen kleinen Situationen dazwischen – dort, wo Menschen sich nicht vollständig aus dem Weg gehen und sich Schritt für Schritt aufeinander einlassen.

Die Verantwortung liegt dabei nicht nur auf einer Seite. Menschen kommen aus unterschiedlichen Gründen in ein anderes Land – manche freiwillig, andere aus Not oder aus Umständen, die sie sich nicht ausgesucht haben. Das macht einen Unterschied. Aber es ändert nichts daran, dass Zusammenleben schwerer wird, wenn beide Seiten dauerhaft auf Abstand bleiben.

„Integration entsteht weder allein durch Programme noch allein durch guten Willen. Sie entsteht in den vielen kleinen Situationen dazwischen.“

Sich auf ein neues Land einzulassen, heißt nicht, die eigene Herkunft aufzugeben. Es heißt, die Wirklichkeit anzuerkennen, in der man lebt – auch wenn man sie sich nicht ausgesucht hat. Und das gilt genauso für die Gesellschaft, in der man ankommt: Auch sie kann diese Realität nicht einfach ausblenden oder rückgängig machen. Entscheidend ist, wie man damit umgeht.

Ich habe das im Oman gelernt. Nicht, dass man sofort vollständig dazugehört oder dass Unterschiede verschwinden. Aber ich konnte mit der Zeit besser mitreden, besser einordnen und besser verstehen, was um mich herum passiert. Und das wiederum hat mir das Gefühl gegeben, weniger fremd zu sein.

Am Ende geht es genau darum: Nicht alle müssen gleich werden. Entscheidend ist, dass man sich in einer Gesellschaft bewegen kann, ohne ständig Angst zu haben, alles falsch zu machen. Migazin 21

 

 

 

 

Gutachten. Verdacht auf strukturelle Diskriminierung in Ausländerbehörden

 

Ein Konstanzer Gutachten stellt Bayerns Ausländerbehörden ein kritisches Zeugnis aus. Vergleichbare Arbeitsanträge würden offenbar nicht überall gleich behandelt – mit Folgen für Teilhabe, Integration und den Arbeitsmarkt im Fachkräftemangel.

Die Grünen im bayerischen Landtag bemängeln massive regionale Unterschiede innerhalb des Freistaats beim Zugang zu Arbeitsplätzen für Ausländer. Die Ablehnungsquoten der Ausländerbehörden der Kommunen seien höchst unterschiedlich – was nicht allein mit Unterschieden auf dem Arbeitsmarkt zu erklären sei, teilten die Grünen in München mit. Die Landtagsfraktion hatte ein entsprechendes Gutachten bei der Universität Konstanz in Auftrag gegeben.

Demnach entscheidet nicht nur, ob Bewerber eine Qualifikation oder ein konkretes Jobangebot haben. Auch der Ort, an dem ein Antrag bearbeitet wird, spielt offensichtlich eine erhebliche Rolle. Die Gutachter sehen darin ein strukturelles Problem: Obwohl die gesetzlichen Regeln grundsätzlich überall gleich gelten, unterscheidet sich ihre Anwendung von Kreis zu Kreis teils deutlich.

So weist Bayern im bundesweiten Vergleich mit 13,5 Prozent in den Jahren 2018 bis 2024 eine insgesamt vergleichsweise niedrige Ablehnungsquote auf. Im Jahr 2024 lag die Quote bei 14,0 Prozent. Allerdings geht die Schere innerhalb des Freistaats weit auseinander. So lag beispielsweise die durchschnittliche Ablehnungsquote im Landkreis Dingolfing-Landau bei 24,9 Prozent am höchsten, im Landkreis Ebersberg nahe München mit 7,9 Prozent am niedrigsten.

Große Unterschiede zwischen den Kreisen

Besonders auffällig ist Dingolfing-Landau auch im Zeitverlauf. Dort lag die Ablehnungsquote in einzelnen Jahren noch deutlich höher: 2020 bei rund 55 Prozent, 2021 bei mehr als 61 Prozent. Das war laut Gutachten der höchste Wert im gesamten untersuchten Datensatz. Im Jahr 2024 lag Dingolfing-Landau dagegen bei 16,0 Prozent.

Auch andere Kreise wichen 2024 deutlich von dem Wert ab, den die Gutachter aufgrund der Arbeitsmarktlage erwartet hätten. Im Landkreis Roth lag die tatsächliche Ablehnungsquote bei 23,1 Prozent; prognostiziert waren 11,0 Prozent. Im Landkreis Pfaffenhofen an der Ilm lag die Quote bei 20,7 Prozent statt erwarteter 10,3 Prozent. Deutlich niedriger als erwartet waren die Werte dagegen unter anderem in Tirschenreuth, Neustadt an der Waldnaab und im Landkreis Bayreuth.

Grüne: Es „läuft strukturell etwas schief.“

„Mitten im Fachkräftemangel können wir es uns nicht leisten, arbeitswillige Menschen in einer Behörden-Lotterie festzuhalten“, sagte die Grünen-Landesvorsitzende und Arbeitsexpertin im Landtag, Eva Lettenbauer. „Wenn in einem Landkreis deutlich häufiger abgelehnt wird als im Nachbarkreis, obwohl die Wirtschaft ähnlich dringend Personal sucht, dann läuft strukturell etwas schief.“

Auch zwischen Branchen zeigen sich dem Gutachten zufolge deutliche Unterschiede. Besonders hoch waren die durchschnittlichen Ablehnungsquoten in Bayern in der Gastronomie mit 19,3 Prozent und in der Landwirtschaft mit 18,9 Prozent. Niedriger lagen sie im Gesundheitsbereich mit 7,5 Prozent, im Tiefbau mit 7,9 Prozent und im Hochbau mit 8,0 Prozent. „Wenn etwa in der Gastronomie fast jede fünfte Arbeitsanfrage scheitert, obwohl überall Personal gesucht wird, dann haben wir kein Arbeitsmarktproblem, sondern ein Behördenproblem“, sagte Lettenbauer.

Herkunft spielt offenbar eine Rolle

Das Gutachten zeigt zudem Unterschiede zwischen Herkunfts- und Aufenthaltsgruppen. In Bayern lagen die durchschnittlichen Ablehnungsquoten bei ukrainischen Staatsangehörigen mit 22,9 Prozent, bei osteuropäischen Staatsangehörigen mit 20,7 Prozent und bei türkischen Staatsangehörigen mit 17,1 Prozent über dem bayerischen Durchschnitt. Bei Geflüchteten insgesamt lag die Quote dagegen bei 7,8 Prozent.

Nach Angaben von Constantin Wohlfarth, Mitautor der Studie, lassen sich die Unterschiede nur zu einem Drittel durch wirtschaftliche Ungleichheiten in den jeweiligen Regionen erklären. Man müsse davon ausgehen, dass auch ineffiziente Entscheidungsprozesse und teilweise diskriminierendes Verhalten eine Rolle spielten. Die Ergebnisse legten nahe, dass vergleichbare Anträge nicht überall gleich behandelt würden.

Die Wissenschaftler empfehlen unter anderem bessere Datengrundlagen, einheitlichere Entscheidungspraktiken, mehr Digitalisierung, Vier-Augen-Prinzipien bei schwierigen Fällen und verpflichtende Antibias-Trainings für zuständige Fachkräfte.

Arbeit bedeutet Teilhabe

Gülseren Demirel, Fraktionssprecherin für Integration, betonte: „Wer arbeiten kann und arbeiten will, sollte in Bayern die Chance dazu bekommen.“ Arbeit sei der schnellste Weg in echte Teilhabe. „Wenn diese Menschen aber an bürokratischen Hürden scheitern, dann blockiert das einen der wichtigsten Hebel zur Integration.“ Die Regeln müssten vereinheitlicht und ihre Anwendung vom Innenministerium kontrolliert werden, forderte sie.

Demirel sagte weiter: „Ein Rechtsstaat funktioniert nicht nach Postleitzahl. Wenn vergleichbare Fälle in Bayern unterschiedlich entschieden werden, braucht es keine Ausreden, sondern endlich klare Leitplanken und ein Innenministerium, das für einheitliche Standards sorgt.“ (dpa/mig 20)

 

 

 

 

Parolin: EU soll „kreative Kraft“ für den Frieden sein

 

Diesen Dienstag wurde in Straßburg erstmals der Europäische Verdienstorden verliehen. Unter den Persönlichkeiten, die für ihren vorbildlichen Einsatz für Europa geehrt wurden, war auch die „Nummer zwei“ im Vatikan: Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

In seiner Rede bei der Verleihungszeremonie am Europäischen Parlament in Straßburg hob der vatikanische Chefdiplomat die internationalen Bemühungen des Papstes und des Heiligen Stuhls für ein ziviles Zusammenleben hervor, das die unantastbare Würde des Menschen bekräftigt. Parolin erhielt die Ehrung für seinen „diplomatischen Einsatz zur Beilegung von Konflikten sowie sein Engagement für den interkonfessionellen Dialog, soziale Gerechtigkeit und die Wahrung der Grundrechte.

In einer Welt, in der Konflikte wieder aufflammen, der Frieden an mehreren Fronten bedroht ist und auch der alte Kontinent durch den Krieg in der Ukraine erschüttert wurde, müsse die Europäische Union als Sprachrohr jenes „kreativen Bemühens“ um Harmonie auftreten, das Robert Schuman beschrieben hat – einer der Gründerväter der EU, dessen Seligsprechungsprozess gerade läuft, so Parolin.

Für Harmonie unter den Völkern

Der Kardinal überbrachte die Grüße von Papst Leo und betonte, dass die Harmonie unter den Völkern ein „grundlegendes Versprechen“ der Europäischen Union und eine „klare internationale Verpflichtung“ des Heiligen Stuhls bleibe, wie der Papst selbst mehrfach bekräftigt habe. Grundlage dieses „zivilen Zusammenlebens“ seien Werte, die ihre Wurzeln in der christlichen Geschichte Europas haben, „vor allem die Bekräftigung der Menschenwürde, die unantastbar ist und in jeder Lebensphase geschützt werden muss.“ Der Kardinalstaatssekretär schloss seine Rede mit der Bekräftigung der Bereitschaft des Heiligen Stuhls, mit den europäischen Institutionen zusammenzuarbeiten, um „Baumeister des Friedens im Interesse Europas und der gesamten Welt zu sein.“

Hintergrund

Der 71jährige Italiener Pietro Parolin ist seit fast 13 Jahren oberster Diplomat des Papstes. Mit dem Europäischen Verdienstorden wurden neben ihm noch 20 weitere europäische Persönlichkeiten aus Politik, Kultur, Wissenschaft und Sport ausgezeichnet, etwa die ehemalige deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel, der polnische Friedensnobelpreisträger Lech Walesa und der portugiesische Politiker und Wirtschaftswissenschaftler Aníbal Cavaco Silva. Der Preis wurde anlässlich des 75. Jahrestages der Schuman-Erklärung ins Leben gerufen, die mit der Schaffung einer Europäischen Gemeinschaft für Kohle und Stahl den Grundstein für ein vereintes Europa legte. (vn 19)

 

 

 

 

Zivilgesellschaft unter Druck. Deutschland rutscht bei Freiheitsrechten weiter ab

 

Deutschland wird im neuen Atlas der Zivilbevölkerung von „beeinträchtigt“ auf „beschränkt“ herabgestuft. Grund: Einschränkungen bei Gaza-Protesten. Weltweit leben dem Bericht zufolge nur 3,4 Prozent der Menschen in Staaten mit umfassenden Freiheitsrechten. Von Silvia Vogt

Nur wenige Menschen leben dem neuen „Atlas der Zivilbevölkerung“ zufolge noch in Ländern mit umfassenden Freiheitsrechten. Gerade einmal 3,4 Prozent der Weltbevölkerung wohnten in Staaten, in denen Meinungs-, Versammlungs- und Vereinigungsfreiheit garantiert seien, erklärte das evangelische Hilfswerk „Brot für die Welt“ am Montag in Berlin zur Vorstellung des diesjährigen Berichts. Die Räume für die Zivilgesellschaft würden weltweit enger, auch in Deutschland.

Die große Mehrheit der Menschen könne ihre Stimme nicht frei erheben – oder tue es unter erheblichen Risiken, betonte „Brot für die Welt“-Präsidentin Dagmar Pruin. Etwa 73 Prozent der Weltbevölkerung lebten in Staaten, in denen der zivilgesellschaftliche Raum unterdrückt oder vollständig geschlossen sei. Die Entwicklung sei kein Randphänomen, sagte Pruin. „Sie ist global. Und sie verschärft sich.“ In manchen Ländern würden schleichend neue Gesetze erlassen und bürokratische Hürden aufgebaut, um zivilgesellschaftliches Engagement zu erschweren und Menschen einzuschüchtern. In anderen Ländern gebe es hingegen offene Repression, Gewalt und Verfolgung.

Desinformation als Machtinstrument

Zu beobachten seien nicht nur mehr Einschränkungen, sondern auch eine neue Qualität der Angriffe, sagte Pruin. „Zivilgesellschaft wird heute systematisch delegitimiert. Organisationen werden diffamiert, Aktivistinnen und Aktivisten kriminalisiert, finanzielle Förderungen gezielt ausgetrocknet.“ Zugleich gewönnen autoritäre Akteure an Einfluss: politisch, wirtschaftlich und medial.

Eines der wirksamsten Instrumente sei die Desinformation, heißt es in dem Bericht. Sie sei ein Machtinstrument und eine der größten Bedrohungen für gesellschaftlichen Zusammenhalt und Stabilität von Demokratien weltweit.

Deutschland herabgestuft

Auch in Deutschland hat sich die Lage dem Atlas zufolge verschlechtert: Es wurde von der Kategorie „beeinträchtigt“ in die Kategorie „beschränkt“ herabgestuft. Als ein Grund dafür gilt das Vorgehen deutscher Behörden im Zusammenhang mit Protesten gegen den Gaza-Krieg.

Der von „Brot für die Welt“ herausgegebene Bericht basiert auf Erhebungen des Netzwerks für bürgerschaftliches Engagement Civicus. Er bewertet jährlich den Stand der weltweiten Freiheitsrechte in einer fünfstufigen Skala mit den Kategorien offen, beeinträchtigt, beschränkt, unterdrückt, geschlossen. Insgesamt verschlechterte sich der Stand laut Bericht in 15 Ländern. Lediglich drei hätten sich im Ranking verbessert.

15 Absteiger

Mit 15 Absteigern gebe es einen traurigen und besorgniserregenden Rekord, sagte Pruin. Darunter seien neben Deutschland auch die Schweiz, Italien, Frankreich und die USA. Auch nicht-staatliche Akteure schränkten zivilgesellschaftliche Freiheit ein.

Zugleich widersetzten sich zivilgesellschaftliche Gruppen dieser Entwicklung – oft unter großen persönlichen Risiken. Sie dokumentierten Menschenrechtsverletzungen, deckten Desinformationskampagnen auf und schüfen Räume für Austausch und Solidarität. Es dürfe nicht zugelassen werden, dass die Handlungsspielräume der Zivilgesellschaft weiter schrumpfen, betonte Pruin. „Eine aktive Zivilgesellschaft ist kein Luxus. Sie ist das Fundament jeder funktionierenden Demokratie.“ (epd/mig 19)

 

 

 

 

Endlich am Tisch sitzen

 

Die Ukraine betrifft Europas Sicherheit unmittelbar. Putin signalisiert Gesprächsbereitschaft. Worauf wartet Europa noch? Adis Ahmetovic & Christos Katsioulis

Seit mehr als vier Jahren bringt der russische Angriffskrieg Tod, Zerstörung und Leid über die Ukraine. Millionen Menschen mussten fliehen, unzählige verloren ihr Leben. Umso bemerkenswerter waren jüngste Äußerungen Wladimir Putins im Umfeld der Feierlichkeiten zum Jahrestag des Sieges über Nazi-Deutschland: Der russische Präsident stellte ein baldiges Ende des Krieges in Aussicht und brachte den ehemaligen Bundeskanzler Gerhard Schröder als möglichen Verhandler ins Gespräch.

Lässt man die Frage, wer Europa in möglichen Verhandlungen vertreten könnte, zunächst beiseite, ist bereits von Bedeutung, dass Putin Gespräche mit Europa überhaupt wieder für möglich hält. Der Kreml signalisiert damit erstmals indirekt, dass ein Ende des Krieges und Verhandlungen über eine neue europäische Sicherheitsordnung wieder denkbar sind. Offenbar wächst auch in Moskau die Einsicht, dass dieser Krieg militärisch nicht zu gewinnen ist. Dafür spricht vor allem die bisherige Bilanz: Russland hat seine Kriegsziele bislang nicht erreicht – im Gegenteil. Die Ukraine hält stand. Die NATO ist mit Finnland und Schweden um zwei Mitglieder gewachsen. Und die Europäische Union hat nach 16 Jahren Orbán-Blockade nun die historische Chance, weitere Sanktionen gegen Russland, zusätzliche Hilfspakete für die Ukraine und wichtige institutionelle Reformen – etwa mehr Mehrheitsentscheidungen in der Außenpolitik – voranzubringen.

All das ändert jedoch nichts daran, dass die gegenwärtige Phase unbefriedigend bleibt. Der Krieg im Osten der Ukraine ist ein zermürbender Abnutzungskrieg mit hohen menschlichen und materiellen Kosten. Gleichzeitig ist Europa bislang nicht an den Gesprächen zwischen den USA und Russland beteiligt. Damit dürfen wir uns nicht abfinden.

Denn jedes potenzielle Abkommen zwischen Russland und der Ukraine berührt unmittelbar europäische Interessen. Die Vorstellung, dass die territoriale Zukunft der Ukraine und die europäische Sicherheitsarchitektur von Abgesandten Putins und zwei US-Immobilienmaklern aus Trumps Team verhandelt werden, ohne dass Europa mit am Tisch sitzt, ist widersinnig. Das gilt ebenso für die Rolle europäischer Truppen zur Absicherung eines möglichen Waffenstillstands, für den Wiederaufbau der Ukraine mit europäischen Mitteln und für die Frage, wer künftig eine Waffenstillstandslinie überwachen soll. Vor allem aber verliert Europa ohne eigene Beteiligung entscheidende Hebel gegenüber Russland. Eine mögliche Lockerung des Sanktionsregimes wäre nur dann ein wirksamer Bestandteil einer Einigung, wenn Europa daran mitwirkt. Auch die langfristige Finanzierung und Ausstattung der ukrainischen Streitkräfte kann nur glaubwürdig abschreckend wirken, wenn Europa dauerhaft Verantwortung übernimmt.

Europa darf seine Sicherheitsinteressen nicht an Dritte delegieren. Es muss selbst vertreten sein – um eigene Werte zu verteidigen und eigene Interessen durchzusetzen. Deshalb braucht es einen europäischen Unterhändler, der Europa in diesen Verhandlungen Stimme und Gesicht verleiht. Die Europäische Union sollte gemeinsam mit zentralen Partnern wie Großbritannien, der Türkei und Kanada einen Sondergesandten benennen. Das wäre der notwendige nächste Schritt, um europäische Sicherheitsinteressen auf dem Kontinent selbstbewusst zu vertreten. Zugleich wäre es die logische Fortsetzung der bisherigen europäischen Reaktionen auf den russischen Angriffskrieg und auf die zunehmende Infragestellung der europäischen Sicherheitsordnung durch Präsident Trump.

Für Europa markierte dieser Krieg eine Zeitenwende – und dieser Befund gilt heute mehr denn je. Möglicherweise sogar stärker als zu Beginn des Krieges, seit die amerikanische Regierung unter Donald Trump zugleich Unterstützer der Ukraine und Vermittler zwischen den Kriegsparteien sein will. Europa hingegen hat in den vergangenen Jahren eine unerwartete Geschlossenheit bewiesen. Drei zentrale Handlungsstränge prägten bislang das europäische Vorgehen.

Erstens hat sich Europa seit Beginn des Krieges als enger Partner der Ukraine erwiesen – politisch, finanziell sowie humanitär und militärisch. Die europäischen Staaten unterstützen die Verteidigungsanstrengungen Kiews mit Waffen und umfangreichen Hilfen. Zweitens hat die EU gemeinsam mit ihren Partnern ein beispielloses Sanktionsregime gegen Russland aufgebaut und damit erheblichen wirtschaftlichen Druck auf das Regime ausgeübt. Beides dient dazu, die Fortsetzung dieses Krieges für Russland so kostspielig und aussichtslos wie möglich zu machen. Drittens haben die europäischen Staaten die Stärkung der eigenen Verteidigungsfähigkeit zur Priorität erklärt. Das deutsche Sondervermögen war eines der deutlichsten Signale dafür, dass der Aufbau militärischer Fähigkeiten in Europa mit Nachdruck vorangetrieben wird.

Dabei blieb es nicht. Erst im vergangenen Jahr verständigten sich die NATO-Staaten darauf, künftig 3,5 Prozent ihres Bruttoinlandsprodukts für Verteidigung auszugeben – zuzüglich weiterer 1,5 Prozent für sicherheitsrelevante Infrastruktur. Europa investiert damit in seine Fähigkeit, Russland glaubwürdig abzuschrecken, die Ukraine dauerhaft zu unterstützen und sich mittelfristig unabhängiger von den USA selbst verteidigen zu können.

Jetzt muss Europa beweisen, dass es eigene politische Wirkungsmacht entfalten kann – vorausgesetzt, es handelt geschlossen. Ein europäischer Unterhändler für Frieden in der Ukraine wäre ein naheliegender Schritt, um Mut, Handlungsfähigkeit und diplomatische Stärke Europas sichtbar zu machen. Ein solcher Sondergesandter sollte nicht nur europäische Interessen in den von den USA initiierten Verhandlungen vertreten und die Ukraine stärken. Er sollte auch den direkten Dialog mit Moskau suchen, um Wege zu einem stabilen Frieden auszuloten.

Die Benennung eines gemeinsamen Vertreters hätte einen unmittelbaren Effekt nach innen. Die europäischen Verbündeten wären gezwungen, sich auf eine gemeinsame Verhandlungsposition zu verständigen. Bislang besteht vor allem Einigkeit darüber, welche Lösungen für Europa inakzeptabel wären. Ein Sondergesandter müsste jedoch ein Mandat erhalten, das auch akzeptable Lösungen zumindest umrisshaft definiert.

Außerdem könnte ein europäischer Vertreter sicherstellen, dass Europas Botschaften direkt und unverfälscht in Moskau ankommen. Die gegenwärtige Sprachlosigkeit birgt die Gefahr, dass russische Interpretationen europäischer Politik von Wunschdenken oder ideologischen Vorannahmen geprägt sind. Das könnte in Moskau als Schwäche missverstanden werden – verbunden mit der Hoffnung, Europa werde die Ukraine im Stich lassen, falls die USA ihre Unterstützung reduzieren. Gleichzeitig braucht es Mechanismen zum Management gegenseitigen Misstrauens, um Eskalationen zu verhindern und direkte militärische Konfrontationen zu vermeiden. Gerade an den Berührungspunkten zwischen Russland und Europa – im Baltikum oder im Schwarzen Meer – wächst die Gefahr unbeabsichtigter Zwischenfälle. Auch in Washington könnte ein europäischer Sondergesandter dafür sorgen, dass europäische Positionen kontinuierlich und ernsthaft in die Verhandlungen einfließen. Darauf zu vertrauen, dass amerikanische Unterhändler europäische Interessen automatisch mitvertreten, wäre naiv.

Die Erfolgsaussichten für eine stärkere europäische Rolle sind heute größer als noch vor einigen Monaten. Zumindest wäre eine solche Initiative einen Versuch wert. Europa würde damit auch die Anregung Präsident Selenskyjs aufnehmen, der erst kürzlich in Armenien eine Beteiligung Europas an den Verhandlungen einforderte. Für einen nachhaltigen Frieden in der Ukraine muss Europa auf Augenhöhe mit am Verhandlungstisch sitzen. Denn das ist der beste Weg, um Putin mit einer für ihn unangenehmen Wahrheit zu konfrontieren: Über Europas Sicherheit darf nicht ohne Europa entschieden werden. Ein stabiles Abkommen kann nur unter aktiver Mitwirkung Europas gelingen. Ipg 19

 

 

 

 

Hinrichtungen weltweit auf Höchststand

 

Im Iran sind im vergangenen Jahr über 2.150 Menschen hingerichtet worden. Darauf weist die Menschenrechtsorganisation „Amnesty International“ an diesem Montag hin.

Sie spricht von einem „erschreckenden“ Anstieg, der die weltweit registrierten Hinrichtungen auf den höchsten Stand seit 1981 getrieben habe. Insgesamt seien im vergangenen Jahr weltweit mindestens 2.707 Menschen hingerichtet worden. Davon entfielen 2.159 auf den Iran, mehr als doppelt so viele wie im Jahr 2024, so „Amnesty“. Die in China vollstreckten Hinrichtungen werden in der Statistik der in Großbritannien ansässigen Menschenrechtsorganisation nicht erfasst, weil Peking die Zahlen nicht bekanntgibt.

Die Zahl von mindestens 2.707 Hinrichtungen im Jahr 2025 – darunter in Saudi-Arabien, Kuwait, Ägypten, Jemen, Singapur und den USA – bedeutet laut „Amnesty“ einen Anstieg um mehr als zwei Drittel gegenüber dem Vorjahr. „Dieser Trend war am stärksten in Ländern ausgeprägt, in denen die Machthaber ihre Kontrolle durch die Einschränkung des zivilgesellschaftlichen Handlungsspielraums, die Unterdrückung abweichender Meinungen und die Missachtung internationaler Menschenrechtsnormen und -standards verschärft haben“, erläuterte die Organisation.

Deutlicher Anstieg von Hinrichtungen in Florida

Saudi-Arabien hat im vergangenen Jahr nach „Amnesty“-Angaben mindestens 356 Hinrichtungen vollzogen und damit die bereits für 2024 prognostizierte Rekordzahl von mindestens 345 übertroffen. In Kuwait hätten sich die Hinrichtungen fast verdreifacht (17), in Ägypten beinahe verdoppelt (23), im Jemen sei die jährliche Zahl um mehr als ein Drittel gestiegen (mindestens 51). In den Vereinigten Staaten – dem einzigen Land Amerikas, das im Jahr 2025 Hinrichtungen vollstreckt hat – führte der „beispiellose Anstieg“ der Hinrichtungen in Florida auf 19 dazu, dass die Gesamtzahl landesweit auf 47 stieg. Dies ist der höchste Wert seit 2009. Die Behörden in Singapur vollstreckten 17 Hinrichtungen, die höchste Zahl im Land seit 2003.

Derweil ist am Sonntagabend die Todesstrafe für Palästinenser im Westjordanland, die wegen tödlicher Terrorakte verurteilt werden, in Kraft getreten. Das meldet die Times of Israel. Das israelische Gesetz, das Ende März von der Knesset verabschiedet wurde, ist in vielen Teilen der Welt auf Proteste gestoßen.

Die katholische Kirche lehnt die Todesstrafe ab. Papst Franziskus (2013-25) ließ eigens den entsprechenden Absatz im Katechismus der Katholischen Kirche ändern. Dort heißt es nun, „dass die Todesstrafe unzulässig ist, weil sie gegen die Unantastbarkeit und würde der Person verstößt“. (ucanews/vn 18)

 

 

 

EU-Abgeordnete warnt vor Return Hubs und deutscher Härtepolitik

 

Die EU arbeitet an einer weiteren Verschärfung ihrer Abschiebepolitik. Im Zentrum stehen sogenannte „Return Hubs“ in Drittstaaten. Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD) sieht die EU auf einem gefährlichen Kurs. Im Gespräch erklärt sie, welche Rolle Deutschland dabei einnimmt. Von Marlene Brey

Die EU verhandelt derzeit über eine neue Rückführungsverordnung, die Abschiebungen erleichtern und beschleunigen soll. Besonders umstritten sind sogenannte „Return Hubs“ – Einrichtungen in Drittstaaten, in die ausreisepflichtige Migranten gebracht werden könnten. Die Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD) warnt im Gespräch vor den Risiken ausgelagerter Abschiebezentren und dem Rechtsruck in Europa.

Frau Sippel, die sogenannten „Return Hubs“ wären ein Novum. In englischsprachigen Medien ist teils von „Deportation Hubs“ die Rede. Was muss man sich darunter vorstellen?

Birgit Sippel: Der Begriff ist im Gesetzestext nicht klar definiert – und genau das macht ihn so problematisch. Die konkrete Ausgestaltung hängt dann von bilateralen Vereinbarungen zwischen EU-Staaten mit Drittstaaten ab. Denkbar ist vieles: von ausgelagerten Asylverfahren nach dem Vorbild des Italien-Albanien-Modells bis hin zu reinen Abschiebezentren. Was dort mit den Menschen geschieht, ob sie versorgt, integriert oder auf unbestimmte Zeit festgehalten werden, bleibt völlig offen.

Wann könnten solche Zentren entstehen – und wo?

Konkrete Vereinbarungen gibt es bisher nicht. Ich gehe aber davon aus, dass einige Mitgliedstaaten informell bereits verhandeln, um schnell handeln zu können, sobald die Verordnung beschlossen ist. Die Gefahr besteht, dass europäische Staaten erheblichen Druck auf Drittstaaten ausüben – etwa über Handels- oder Entwicklungspolitik.

Zudem verschärft es globale Ungleichgewichte, denn die meisten Geflüchteten bleiben ohnehin in den Nachbarregionen ihrer Herkunftsländer und kommen gar nicht nach Europa. Öffentlich genannt werden häufig Tunesien, Ägypten oder auch Ruanda und Uganda.

Sie sagen, Teile der Verordnung verstießen gegen europäische Grundrechte. Was kritisieren Sie konkret?

Menschen könnten allein wegen irregulärer Einreise bis zu zwei Jahre inhaftiert werden – ohne Straftat. Davon wären auch Kinder und Jugendliche betroffen. Gleichzeitig wird der Rechtsschutz eingeschränkt: Klagen hätten keine aufschiebende Wirkung mehr, Betroffene hätten kaum Zeit oder Möglichkeiten, sich juristisch zu wehren. Menschen, deren einziges „Vergehen“ darin besteht, aus ihrem Herkunftsland geflohen zu sein, würden damit schlechter behandelt als Strafgefangene. Hinzu kommen die Abschiebezentren in Drittstaaten, deren Funktion unklar bleibt und für die es keine wirksamen Kontrollmechanismen gibt. Das alles halte ich für brandgefährlich.

Wäre dieser Vorschlag ohne den Rechtsruck in Europa so denkbar gewesen?

Die EU-Kommission hat mit ihren Vorschlägen auf den politischen Druck aus den Mitgliedstaaten reagiert. In Europa erleben wir zunehmend rechte Regierungen, die eine deutlich härtere Migrationspolitik fordern. Das spiegelt sich inzwischen auch im Europäischen Parlament wider. Sozialdemokraten, Grüne und Liberale hatten gehofft, den Entwurf zumindest etwas humaner gestalten zu können. Stattdessen haben die Konservativen mit rechten Fraktionen gemeinsame Sache gemacht. Herausgekommen ist ein sehr rechter Text.

Die sogenannte Brandmauer gegenüber extrem rechten Parteien im EU-Parlament ist in dieser Legislaturperiode mehrfach gefallen. Warum ist dieser Fall aus Ihrer Sicht besonders gravierend?

Weil es hier nicht um Detailfragen geht, sondern um fundamentale rechtsstaatliche Prinzipien. Es geht um den Kern dessen, was die Europäische Union ausmacht: Rechtsstaatlichkeit, Grundrechte und den Schutz von Minderheiten. Wenn diese Standards systematisch ausgehöhlt werden, hat das Signalwirkung – weit über die Migrationspolitik hinaus.

Die finalen Verhandlungen laufen noch. Drohen weitere Verschärfungen?

Im Rat der Mitgliedsstaaten kursieren Vorschläge, die teilweise noch radikaler sind. Diskutiert wird etwa, dass Behörden aktiv nach irregulär aufhältigen Menschen suchen und dafür sogar private Wohnungen betreten dürfen – ohne klare richterliche Kontrolle. Das wäre ein massiver Eingriff in Grundrechte und erinnert an die Methoden der US-Einwanderungsbehörde ICE.

Welche Rolle spielt die Bundesregierung? Versucht sie zu bremsen?

Deutschland ist leider kein Bremser – im Gegenteil. Mit der Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems haben wir das Asylrecht gerade erst deutlich verschärft. Die Bundesregierung hätte sagen können: Jetzt setzen wir diese Reformen erst einmal um. Stattdessen gehört Deutschland zu den Staaten, die weitere Verschärfungen vorantreiben. Nach meinem Eindruck drängt die Bundesregierung auch auf schnelle Lösungen bei den Return Hubs und beteiligt sich an entsprechenden Arbeitsgruppen.

Trotz aller Verschärfungen wird bislang nur ein kleiner Teil der Ausreisepflichtigen tatsächlich abgeschoben. Kann die Verordnung daran etwas ändern?

Die niedrige Rückführungsquote hat viele Ursachen: politische Versäumnisse der Vergangenheit, fehlende Kooperation von Herkunftsstaaten oder humanitäre Gründe. Die Zahl der Asylanträge sinkt aber. Die neue Rückführungsverordnung könnte Rückführungen zwar erhöhen – aber vor allem deshalb, weil rechtsstaatliche Standards abgesenkt werden. Etwa dann, wenn Asylanträge nicht mehr individuell geprüft und Menschen pauschal in sogenannte sichere Drittstaaten oder Return Hubs abgeschoben werden. Damit droht das individuelle Recht auf Asyl in Europa ausgehöhlt zu werden. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Teils dramatisch höherer Meeresspiegel durch absinkendes Land

 

Landabsenkung verschärft Überflutungsrisiken in Küstenstädten

Grundwasserentnahme, Öl- und Gasförderung sowie schwere Bauten sorgen für Absinken. Grundwassermanagement als effektive Gegenmaßnahme

Stark bevölkerte Küstenregionen in vielen Regionen der Welt sind besonders stark durch Überflutungen gefährdet. Das Absinken von Landmassen verschärft dort die Probleme durch den Anstieg des Meeresspiegels. Das haben Forschende der Technischen Universität München (TUM) und der Tulane University gezeigt.

Der weltweite Anstieg des Meeresspiegels gehört zu den größten Herausforderungen, die der Klimawandel mit sich bringt: Über eine halbe Milliarde Menschen leben in niedriggelegenen Küstenzonen. Ein Forschungsteam des Deutschen Geodätischen Forschungsinstituts an der TUM (DGFI-TUM) und der Tulane University in New Orleans belegt in einer Studie im Fachmagazin Nature Communications, dass Menschen in dicht besiedelten Küstenregionen einen relativen Meeresspiegelanstieg von durchschnittlich rund 6 mm pro Jahr erleben. Das ist etwa dreimal so viel wie der sogenannte küstenlängengewichtete globale Mittelwert von 2,1 mm pro Jahr. Dieser Wert beschreibt den durchschnittlichen relativen Anstieg, der weltweit entlang der Küsten gemessen wird. Wenn man den klimabedingten absoluten Meeresspiegelanstieg von rund 3,15 mm pro Jahr als Grundlage nimmt, dann liegt der Wert immer noch fast doppelt so hoch. Bedingt wird der erhöhte Anstieg durch das Absinken von Land – Subsidenz genannt.

Wichtige Gründe fürs Absinken: Entnahme von Grundwasser und Rohstoffen, Eisschmelze und Tektonik

Nicht alle Gründe für die Absenkungen lassen sich nach Angaben der Forschenden immer eindeutig festlegen. Aber zu den wichtigsten und folgenschwersten Ursachen gehören die intensive Entnahme von Grundwasser, die Öl- und Gasförderung sowie die Verdichtung junger Sedimente in Deltas oder auch bauliche Belastungen in schnell wachsenden Städten.

„Wer den Meeresspiegelanstieg an Küsten verstehen und wirksam darauf reagieren will, muss nicht nur den Ozean beobachten, sondern auch das Land selbst. Gerade in dicht besiedelten Küstenregionen sorgen wir Menschen dafür, dass sich das Land besonders stark absenkt – eine Hauptursache dafür ist oft die übermäßige Entnahme von Wasser und Rohstoffen, die den Untergrund zuvor stabilisiert haben. Das hohe Gewicht von Städten sowie langfristige geologische Prozesse können die Absenkung zusätzlich begünstigen. So verstärken wir deutlich die Effekte des klimabedingten Meeresspiegelanstiegs”, sagt Dr. Julius Oelsmann, Hauptautor der Studie und Forscher am DGFI-TUM.

Absenkungen von bis zu 42 Millimetern im Jahr

Zu den Ländern mit den größten Anstiegswerten gehören: Thailand, Bangladesch, Nigeria, Ägypten, China und Indonesien. Dort errechneten die Forschenden, gewichtet nach der Küstenbevölkerung, durchschnittliche Anstiegswerte von etwa 7 bis 10 mm pro Jahr. Die USA, die Niederlande und Italien weisen mit etwa 4 bis 5 mm pro Jahr ebenfalls erhöhte Werte auf.

Markante Subsidenz-Hotspots sind unter anderem Jakarta (-13,7 mm/Jahr), Tianjin (-13,5 mm/Jahr), Bangkok (-8,5 mm/Jahr), Lagos (-6,7 mm/Jahr) und Alexandria (-4 mm/Jahr). Dabei zeigt sich, dass sich die Absenkung innerhalb einzelner Städte stark unterscheiden kann: In Jakarta erreichen manche Gebiete sogar Werte von bis zu -42 mm/Jahr, während andere Teile der Stadt gleichzeitig eine Hebung zeigen.

Umgekehrt lässt in manchen Ländern die geologische Hebung den Meeresspiegel entlang der Küste sogar absinken, etwa in Schweden oder Finnland. Dort hebt sich das Land infolge der Eisschmelze nach der letzten Eiszeit nach wie vor – und zwar schneller, als der Meeresspiegel steigt.

Grundwassermanagement als Gegenmaßnahme

„In vielen großen Küstenstädten ist die Entnahme von Grundwasser ein Haupttreiber der Landsenkung. Das bedeutet, dass lokale politische und wasserwirtschaftliche Entscheidungen einen großen Unterschied machen können. Durch ein besseres Grundwassermanagement, strengere Regulierung der Entnahme oder gezielte Wiederauffüllung von Aquiferen lassen sich Subsidenzraten zumindest verlangsamen und in manchen Fällen sogar weitgehend stoppen“, sagt Florian Seitz, Professor für Geodätische Geodynamik und Leiter des Deutschen Geodätischen Forschungsinstituts der TUM (DGFI-TUM).

Zu den erfolgreichen Beispielen zählen Japans Hauptstadt Tokio und die Metropolregion Houston in Texas. In Tokio lagen die Absenkungen zeitweise bei über 10 cm pro Jahr und erreichten in besonders betroffenen Gebieten Spitzenwerte von rund 24 cm pro Jahr. Durch staatliche Eingriffe und alternative Wasserversorgung gingen sie später stark zurück.

Wie in Tokio war auch in der texanischen Region Harris-Galveston die intensive Grundwasserförderung der zentrale Treiber der Bodensenkung. Als Reaktion wurde 1975 der Harris-Galveston Subsidence District gegründet, der die Grundwasserentnahme reguliert, den Umstieg auf alternative Wasserquellen fördert und Wassersparmaßnahmen unterstützt. TUM 18

 

 

 

Modena: Akt sinnloser Gewalt

 

Nach der mutmaßlichen Amokfahrt von Samstag in Modena mit mehreren Schwerverletzten trauert Italiens Kirche mit den Betroffenen.

 „Ich bete für die Verletzten und bin überzeugt, dass die Stärke, die so viele in dieser Situation gezeigt haben, uns helfen wird, diese Tragödie zu bewältigen“, schrieb der Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Matteo Zuppi, am Sonntag an Modenas Bürgermeister Massimo Mezzetti. Er sei den Menschen in dieser schweren Zeit nahe, so der Erzbischof von Bologna.

Ortsbischof Erio Castellucci sprach von einem Akt „sinnloser Gewalt" gegen unschuldige Menschen, über den alle Bürgerinnen und Bürger zutiefst betroffen und traurig seien. „Als Kirche stehen wir an der Seite der Opfer und ihrer Familien und unterstützen alle, die an den Frieden glauben, nicht nur auf geopolitischer, sondern auch auf ziviler Ebene", so der Erzbischof von Modena-Nonantola laut dem Pressedienst SIR.

Acht Verletzte, darunter eine Deutsche

Am Samstag gegen 17.00 Uhr raste ein Auto mit hoher Geschwindigkeit absichtlich in eine Gruppe Fußgänger im Zentrum der norditalienischen Stadt und krachte anschließend in ein Schaufenster. Dabei wurden acht Frauen und Männer zwischen 22 und 69 Jahren laut Behördenangaben teils schwer verletzt in Krankenhäuser in Bologna und Modena gebracht. Drei von ihnen wurden inzwischen wieder entlassen, mindestens eine Person schwebt weiter in Lebensgefahr. Demnach befinden sich eine Deutsche und eine Polin unter den Schwerverletzten.

Bei dem mutmaßlichen Täter handelt es sich laut den Angaben um einen 31-jährigen gebürtigen Italiener mit marokkanischen Wurzeln. Er wurde demnach von der Polizei festgenommen, nachdem er zu Fuß geflohen war und eine Person, die ihn aufhalten wollte, mit einem Messer angegriffen hatte. Angeblich befand sich der Mann, der einen Abschluss in Wirtschaftswissenschaften hat, 2022 in psychiatrischer Behandlung. Die Staatsanwaltschaft Bologna habe ein Verfahren eingeleitet, hieß es; die Ermittlungen dauern an. Bisher gebe es keine Anzeichen für eine Radikalisierung des Mannes.

Italiens Staatsspitze auf dem Weg nach Modena

Italiens Staatspräsident Sergio Mattarella und Ministerpräsidentin Giorgia Meloni befanden sich laut den Angaben auf dem Weg nach Norditalien, wo sie um die Mittagszeit die Verletzten in den Krankenhäusern in Bologna und Modena besuchen wollten. Meloni sagte daher ein für Sonntag geplantes Treffen mit Zyperns Präsident Nikos Christodoulides in Nikosia ab. (kna 17)

 

 

 

Nach Beschuss der „Sea-Watch“. EU kündigt Aufklärung an und verteidigt Kooperation mit Libyen

 

Nach Schüssen auf das Rettungsschiff „Sea-Watch 5“ im Mittelmeer hat die EU-Kommission Aufklärung angekündigt. Zugleich verteidigt sie ihre Zusammenarbeit mit Libyen. Hilfsorganisationen widersprechen und üben scharfe Kritik. Von Natalia Matter und Marlene Brey

Nach dem mutmaßlichen Angriff der libyschen Küstenwache auf das Rettungsschiff „Sea-Watch 5“ hat die EU-Kommission Aufklärung angekündigt. Die EU-Delegation in Tripolis werde sich an die libyschen Behörden wenden, „um Informationen über diesen Vorfall einzuholen und die Fakten zu ermitteln“, sagte ein Kommissionssprecher am Dienstag in Brüssel.

Am Montag war das Schiff nach Angaben der Hilfsorganisation Sea-Watch im Mittelmeer in internationalen Gewässern von einer libyschen Patrouille bedroht und beschossen worden, nachdem es 90 Menschen aus Seenot gerettet hatte. Demnach feuerte die Küstenwache zahlreiche Schüsse ab und drohte damit, das Schiff zu entern und nach Libyen zurückzubringen.

EU unterstützt Libyen

Man wisse von diesem sehr bedauerlichen Vorfall, hieß es aus der Kommission. Allerdings wisse man nicht, wie viele Vorfälle möglicherweise verhindert worden seien, gerade weil die EU kontinuierlich mit den libyschen Behörden zu diesem Thema im Austausch stehe. Alle Beteiligten müssten das internationale Recht und das internationale Seerecht „uneingeschränkt respektieren“, erklärte der Sprecher.

Die EU unterstützt Libyen unter anderem mit Schulungen und Ausrüstung. Ziel sei eine Verbesserung der Situation durch ein „rechtsbasiertes Migrationsmanagement“, erklärte der Sprecher.

Kritik von Hilfsorganisationen

Diese Zusammenarbeit ist umstritten. Jetzt kam auch Kritik von Andreas Grünewald von „Brot für die Welt“. „Bei der Kooperation mit Drittstaaten zum Zweck der Migrationsabwehr geraten Menschenrechte und Menschenleben fortwährend unter Beschuss“, sagte Grünewald dem „Evangelischen Pressedienst“. Das Hilfswerk fordert seit Jahren, Ausbildungs- und Ausrüstungsprogramme zu stoppen, wenn Hinweise auf schwere Menschenrechtsverletzungen vorliegen. „Ansonsten machen sich Deutschland und die EU mitschuldig.“

Zwar betonten die EU und ihre Mitgliedstaaten, ihre Zusammenarbeit diene auch der Durchsetzung von Menschenrechten. Unzählige Berichte über tote Migrantinnen und Migranten im Mittelmeer oder in der Wüste belegten jedoch das Gegenteil, sagte Grünewald.

Kommission weist Vorwürfe zurück

Die Kommission wies Vorwürfe zurück, durch ihre Unterstützung der libyschen Küstenwache mitverantwortlich für Gewalt gegen NGO-Schiffe zu sein. Die Staaten selbst seien „für die Handlungen vor Ort verantwortlich“, sagte der Sprecher.

Auf Nachfrage räumte die Kommission ein, dass es bereits in der Vergangenheit ähnliche Vorfälle gegeben habe. Jedes Mal, wenn sich solche Zwischenfälle ereigneten, habe sich die EU-Delegation direkt an die libyschen Behörden gewandt und Aufklärung verlangt, sagte der Sprecher. Die jüngsten Vorfälle zeigten allerdings, „dass diese Arbeit noch verstärkt werden muss“.

Sicherheitswarnung der Bundespolizei

Vergangene Woche hatte die deutsche Bundespolizei eine erhöhte Sicherheitswarnung für libysche Gewässer ausgeweitet. In der Mitteilung hieß es, in der Vergangenheit seien NGO- und Handelsschiffe vor Libyen mehrfach beschossen worden. Nach vorliegenden Erkenntnissen hätten die Angreifer in den meisten Fällen der libyschen Küstenwache angehört.

Bereits im September war die „Sea-Watch 5“ nach Angaben der Organisation von der libyschen Küstenwache bedroht und beschossen worden. Im August meldete auch die Hilfsorganisation SOS Méditerranée Schüsse auf ihr Rettungsschiff „Ocean Viking“. In beiden Fällen befanden sich Gerettete an Bord.

Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten weltweit. Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM) sind seit Jahresbeginn mehr als 1.200 Menschen auf der Route nach Europa gestorben oder sie werden vermisst. (dpa/mig 15)

 

 

 

Bildungsniveau der Migranten in Europa steigt auf Rekordniveau

 

Berlin – Das Bildungsniveau von Migranten in der Europäischen Union ist seit 2017 kontinuierlich gestiegen. EU-weite Durchschnittswerte verdecken jedoch erhebliche Unterschiede zwischen Herkunftsgruppen, Zielländern und Geschlechtern. Zu diesem Ergebnis kommt ein neuer Bericht des Centre for Research and Analysis on Migration (CReAM) an der ROCKWOOL Foundation Berlin (RFBerlin), der auf Eurostat-Daten von Erwachsenen im Alter von 25 bis 64 Jahren in der EU basiert.

Der Anteil von Personen mit tertiärem Bildungsabschluss ist in allen Bevölkerungsgruppen gestiegen. Bei Migranten, die in der EU geboren wurden, stieg er von 29,4 Prozent auf 36,0 Prozent, bei außerhalb der EU geborenen Zuwandern von 26,0 Prozent auf 32,6 Prozent. Bei den Einheimischen erhöhte sich der Anteil von 30,3 Prozent im Jahr 2017 auf 37,7 Prozent im Jahr 2025.

„Das Bildungsniveau steigt nicht nur unter Einheimischen, sondern auch unter Migrantinnen und Migranten aus EU- und Nicht-EU-Ländern“, sagt Tommaso Frattini, Direktor von CReAM@RFBerlin und Professor für Volkswirtschaftslehre an der Universität Mailand. „Das deutet darauf hin, dass sich das Qualifikationsprofil der europäischen Bevölkerung über alle Herkunftsgruppen hinweg verbessert – auch wenn weiterhin erhebliche Unterschiede bestehen.“

Der Bericht zeigt große Unterschiede zwischen den europäischen Ländern. In Irland, Luxemburg, Dänemark, Estland, Lettland, Malta, Portugal und Tschechien besitzen Migranten häufiger einen tertiären Bildungsabschluss als Einheimische. In den meisten anderen EU-Ländern ist der Anteil unter Migranten niedriger, wobei das Ausmaß der Unterschiede stark variiert.

„Es gibt nicht die eine Bildungslücke zwischen Migranten und Einheimischen in Europa“, sagt Christian Dustmann, Direktor von RFBerlin und Professor für Volkswirtschaftslehre am University College London. „Das Bildungsprofil von Migranten hängt stark davon ab, wer migriert, woher die Menschen kommen und in welchem Land sie sich niederlassen. Integrations- und Qualifizierungspolitik muss deshalb an nationale Gegebenheiten angepasst werden und kann sich nicht allein an EU-Durchschnittswerten orientieren.“

Irland ist ein besonders anschauliches Beispiel dafür, wie Migrationspolitik die Bildungszusammensetzung von Zuwanderung beeinflussen kann. Im Jahr 2025 lag der Anteil tertiärer Bildungsabschlüsse bei Einheimischen und in der EU geborenen Migrantinnen und Migranten jeweils bei 55,1 Prozent, während er unter außerhalb der EU geborenen Migrantinnen und Migranten 70,7 Prozent erreichte (im Vergleich zum EU-Durchschnitt von 32,6 Prozent). Der Bericht führt dieses zurück auf Irlands gezielte Politik zur Anwerbung hochqualifizierter Arbeitskräfte. Dazu gehören die „Critical Skills Employment Permits“, die qualifizierte Nicht-EWR-Arbeitskräfte anziehen sollen in Mangelberufen wie IT, Ingenieurwesen, Gesundheitswesen und spezialisierten Dienstleistungen.

„Irland zeigt, dass Bildungsprofile von Migranten nicht nur davon abhängen, wer migrieren möchte, sondern auch davon, welche Migrationswege Staaten schaffen“, ergänzt Dustmann. „Spezielle Visa-Programme für Hochqualifizierte können die Zusammensetzung der Nicht-EU-Zuwanderung erheblich beeinflussen. Deshalb spielt die Ausgestaltung der Politik eine entscheidende Rolle für das Qualifikationsprofil von Migration.“

Der Bericht zeigt außerdem deutliche Unterschiede zwischen den Geschlechtern. Frauen weisen in allen großen Herkunftsgruppen in der EU höhere tertiäre Bildungsabschlüsse auf als Männer. Vergleicht man jedoch Frauen und Männer jeweils getrennt, so sind die Bildungsunterschiede zwischen Migrantinnen und Einheimischen insbesondere bei außerhalb der EU geborenen Frauen am größten – mit besonders ausgeprägten Nachteilen in Ländern wie Slowenien, Finnland und Spanien.

Titel des Berichts: Immigrant Educational Attainment in the European Union: Origin, Gender and Cross-Country Differences, CReAM Report 04/2026.

Autoren: Christian Dustmann, Tommaso Frattini und Camilla Piovesan.

Hier veröffentlicht: https://www.rfberlin.com/cream-report/04-2026/

 

 

 

Vatikan fordert radikales Umdenken in der Agrarpolitik

 

Erzbischof Fernando Chica Arellano, Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Rom, hat sich in Duschanbe an die Teilnehmer der regionalen Konferenz der Welternährungsorganisation gewandt. In seinem Statement zu Tagesordnungspunkt 12, der Resilienz von Agrarsystemen, betonte er am Dienstag die dringende Notwendigkeit, konkrete Maßnahmen zu ergreifen, um die Ernährungssicherheit in einer von Krisen geprägten Welt zu garantieren. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die Kombination aus rücksichtslosen Kriegen, wirtschaftlichen Rezessionen, extremen Wetterereignissen und politischer Instabilität habe eine lebensbedrohliche Situation für die globalen Versorgungsketten geschaffen.

Zusammenarbeit als Grundprinzip

Um dieser negativen Tendenz entgegenzuwirken, sei eine koordinierte Umsetzung politischer Interventionen unerlässlich. Erzbischof Arellano zitierte Papst Leo XIV., wonach das gemeinsame Voranschreiten in geschwisterlicher Eintracht zum Leitprinzip aller Investitionen werden müsse. Nur durch eine aufrichtige Kooperation könne eine gerechte und für alle zugängliche Ernährungssicherheit aufgebaut werden. Dies bedeute, dass jeder Mensch regelmäßig und dauerhaft Zugang zu ausreichenden, nahrhaften und kulturell angemessenen Lebensmitteln haben müsse. In diesem Zusammenhang regte der Erzbischof an, das Recht auf Nahrung in jenen europäischen Rechtsordnungen ausdrücklich zu verankern, in denen dies bisher noch nicht geschehen ist. Ein solcher Schritt könne als Ansporn dienen, Modelle zu entwickeln, die soziale Gerechtigkeit, ökologische Nachhaltigkeit und den Respekt vor der Person als zentrale Pfeiler staatlichen Handelns integrieren.

Umgestaltung statt bloßer Ertragssteigerung

Ein wesentlicher Teil der Strategie liegt in der Stärkung der Resilienz der Ernährungssysteme. Der Erzbischof stellte klar, dass es dabei nicht darum gehe, mit den alten Methoden einfach mehr zu produzieren, um Verluste auszugleichen. Vielmehr müsse die Art und Weise der Lebensmittelproduktion grundlegend transformiert werden. Man müsse sich von einer Vision verabschieden, die allein von der gierigen Ausbeutung natürlicher Ressourcen geleitet wird. Stattdessen sollten Investitionen gezielt in benachteiligte ländliche Gebiete fließen. Ziel müsse es sein, den Agrarsektor durch kluge wirtschaftliche Entscheidungen so attraktiv zu gestalten, dass sich junge Menschen wieder mit Begeisterung der Landwirtschaft widmen und den ländlichen Raum nicht entmutigt in Richtung der Städte verlassen.

Mensch und Umwelt im Zentrum der Wertschöpfungskette

Innerhalb der gesamten agrarindustriellen Kette – vom Anbau und der Tierhaltung über die Verarbeitung bis hin zum Handel – müsse eine Logik Einzug halten, die den Schutz der Umwelt priorisiert. Ernährungssysteme müssen nach Ansicht der vatikanischen Delegation die Würde der Person wahren und menschenwürdie Arbeit auf lokaler Ebene fördern. Es gehe darum, die heutigen Bedürfnisse zu decken, ohne die Zukunft kommender Generationen zu gefährden. Dies entspreche dem göttlichen Auftrag aus Genesis 2,15, die Schöpfung zu bebauen und zu behüten.

Abschließend ermutigte die Delegation des Heiligen Stuhls die Konferenzteilnehmenden dazu, mutige Maßnahmen zur Bekämpfung bestehender Ungleichheiten im Primärsektor zu identifizieren. Die Lebensbedingungen derer, die täglich hart arbeiten, damit kein Mensch ohne sein tägliches Brot bleiben muss, müssten durch eine gerechte Entlohnung verbessert werden. Erzbischof Arellano schloss seine Intervention mit einem Appell an die internationale Gemeinschaft, die menschliche Person und das Gemeinwohl als oberste Richtschnur jeder agrarpolitischen Entscheidung zu betrachten. (vn 13)

 

 

 

 

UN-Migrationsforum. Tiefer Konflikt in der globalen Migrationspolitik

 

Beim „International Migration Review Forum“ in New York zeigte sich ein tiefer Konflikt in der globalen Migrationspolitik. Während Europa und die USA oft über Kontrolle sprechen, betonen Staaten des Südens Arbeitsrechte, Regularisierung und geteilte Verantwortung.

In New York haben Regierungen aus aller Welt über die Zukunft globaler Migrationspolitik beraten. Beim zweiten International Migration Review Forum (IMRF) ging es vom 5. bis 8. Mai 2026 um die Frage, wie der Globale Pakt für sichere, geordnete und reguläre Migration bis 2030 umgesetzt werden soll. Am Ende stand eine gemeinsame Fortschrittserklärung der UN-Mitgliedstaaten. Sie bekräftigt den Anspruch, Migration nicht allein national, sondern international zu gestalten: mit besseren Arbeitsrechten, sicheren Wegen, rechtlicher Identität, Schutz von Menschenleben und engerer Zusammenarbeit entlang wichtiger Migrationsrouten.

Das klingt nach Konsens. Doch er bekam schnell Risse. Das US-Außenministerium erklärte, die Vereinigten Staaten unterstützten die Fortschrittserklärung des IMRF nicht. Washington warf den Vereinten Nationen laut Reuters vor, „replacement immigration“ in den USA und im Westen zu fördern – ein Begriff, der an rechte Verschwörungserzählungen anschließt und Migration als Bedrohung nationaler Identität rahmt.

Damit wird sichtbar, was in der offiziellen UN-Erklärung verborgen bleibt: Globale Migrationspolitik ist längst nicht nur Verwaltung, Diplomatie und Koordination. Sie ist ein politischer Konflikt. Auf der einen Seite stehen Staaten, internationale Organisationen und zivilgesellschaftliche Gruppen, die Migration menschenrechtlich, arbeitsmarktpolitisch und entwicklungspolitisch gestalten wollen. Auf der anderen Seite stehen Regierungen und Parteien, die Migration grundsätzlich verdächtig machen, internationale Absprachen delegitimieren und Grenzpolitik als nationale Selbstverteidigung inszenieren.

Bangladesch fordert Win-Win-Migration

Auch aus Sicht vieler Länder des Globalen Südens stellt sich die Migrationsfrage ebenfalls anders: Sie beginnt nicht erst an europäischen Außengrenzen oder in US-Wahlkämpfen. Sie beginnt bei Arbeitsmärkten, Klimafolgen, fehlenden Perspektiven, Familienökonomien, Rücküberweisungen, Ausbeutung, unsicheren Routen und der Frage, wer eigentlich von globaler Mobilität profitiert.

Bangladesch etwa gehört zu den Ländern, für die Migration eine zentrale soziale und wirtschaftliche Realität ist. In der Vorbereitung auf das IMRF betonten Regierungsvertreter:innen in Dhaka nicht Abschottung, sondern Würde, Schutz und Rechte von Menschen in Bewegung. Migration solle so gestaltet werden, dass sie Menschen schützt und zugleich Herkunfts-, Transit- und Zielländern nützt. Bangladesch verwies dabei auf Arbeitsmigration, Schutz von Migrant:innen, Reintegration und die Ursachen von Migration.

Erfahrungen mit Migration im Süden

Ähnlich deutlich wurde die Perspektive der Philippinen. Das Land hat mit Millionen Arbeitsmigrant:innen im Ausland eine lange Erfahrung mit globaler Mobilität. Beim IMRF stellte die philippinische Delegation aus Manila ethische Anwerbung, soziale Sicherung, Arbeitsrechte, Zugang zu Gesundheit, Wohnraum, Renten und Schutzmechanismen für Arbeitsmigrant:innen in den Mittelpunkt. Es ging also nicht zuerst um die Frage, wie Migration verhindert werden kann, sondern wie Menschen, deren Arbeit weltweit gebraucht wird, vor Ausbeutung geschützt werden.

Kolumbien wiederum präsentierte in New York sein Modell der Integration von Migrant:innen als regionalen Ansatz. Das Land verwies auf Regularisierung, Zugang zu Diensten, sozioökonomische Teilhabe, sozialen Zusammenhalt und eine Politik, die Migration als strukturelle Realität begreift. Die kolumbianische Regierung betonte, dass aus humanitärer Erstversorgung dauerhafte Integrationspolitik werden müsse – mit Bildung, Arbeit, Gesundheit und legalem Status.

Globaler Süden hat anderen Blick auf Migration

Auch Côte d’Ivoire rahmte Migration nicht nur als Sicherheits- oder Kontrollfrage, sondern als Teil nachhaltiger Entwicklung. Die staatliche Nachrichtenagentur AIP berichtete, das Land wolle Mobilität als Hebel für Entwicklung und geteilten Wohlstand begreifen – eine Perspektive, die weit weg von europäischen Reflexen angesiedelt ist.

Dabei spricht auch der Globale Süden nicht mit einer Stimme. Herkunftsländer von Arbeitsmigrant:innen verfolgen andere Interessen als Transitländer. Staaten mit vielen Rücküberweisungen haben andere Prioritäten als Länder, die große Gruppen Vertriebener aufnehmen. Im Kern wird Migration aber häufiger als soziale, wirtschaftliche und menschenrechtliche Wirklichkeit beschrieben – und nicht genuin als Grenzproblem. Viele Staaten des Globalen Südens fragen, wie Arbeitskräfte geschützt werden, wie Familien von Rücküberweisungen leben, wie Menschen trotz Klimafolgen Perspektiven behalten, wie Regularisierung gelingt und wie Herkunfts-, Transit- und Zielländer Verantwortung teilen können.

Zivilgesellschaft erhebt schwere Vorwürfe

Hier liegt die politische Spannung des IMRF. Die offizielle Erklärung spricht von sicherer, geordneter und regulärer Migration. Aber sicher ist Migration für viele Menschen gerade nicht. Geordnet ist sie oft nur aus Sicht der Behörden. Und regulär bleibt sie für viele unerreichbar, weil Visa, Arbeitsmöglichkeiten und sichere Wege fehlen. Vielmehr werden Menschen weiter auf gefährliche Routen gedrängt.

Diese Kritik kam in New York auch von zivilgesellschaftlicher Seite. Besonders eindringlich war die Stimme von Blanca Areli Gómez de Melgar vom Komitee der Familien verschwundener Migrant:innen aus El Salvador. Sie berichtete, dass sie seit Jahren nach ihrem Sohn und ihrem Bruder sucht, die auf der Migrationsroute verschwunden sind. Im Namen von Familien aus El Salvador, Guatemala, Honduras, Zentralamerika, Südamerika und der Karibik kritisierte sie Straflosigkeit, staatliche Gleichgültigkeit und die Unsicherheit über das Schicksal verschwundener Angehöriger.

Menschenrechtler beklagen Lücke zwischen Anspruch und Wirklichkeit

Auch Menschenrechtsorganisationen warnen vor der Lücke zwischen Anspruch und Wirklichkeit. Refugees International kritisiert, viele Regierungen reagierten auf globale Flucht- und Migrationsbewegungen mit restriktiven Maßnahmen und Grenzkontrollen, während Investitionen in Asylsysteme und legale Wege zurückgingen. Besonders problematisch wird die Auslagerung von Grenz- und Migrationskontrolle in Drittstaaten gesehen.

Für Deutschland und Europa ist das unbequem. Dort stehen andere Fragen im Fokus: Wie viele kommen? Wie lassen sich Zahlen senken? Wie funktionieren Rückführungen? Welche Grenzen werden kontrolliert? Im Zentrum der Migrationspolitik stehen Begrenzung, Abschreckung und Auslagerung.

Länder des Globalen Südens erinnern dagegen daran, dass Migration nicht erst an der Grenze beginnt und nicht an der Grenze endet. Sie ist Folge und Teil globaler Ungleichheit, globaler Arbeitsmärkte, kolonialer Nachwirkungen, klimatischer Krisen und familiärer Überlebensstrategien. (mig 13)

 

 

 

 

SVR-Studie. Wohnungsmarkt: Migranten haben es besonders schwer

 

In vielen Gegenden ist die Suche nach einer bezahlbaren Wohnung ein Problem. Für Migranten sind die Herausforderungen besonders groß, wie das Jahresgutachten des Sachverständigenrats für Migration zeigt. Sie müssen mehr Miete zahlen und haben weniger Wohnfläche. Von Christina Neuhaus

Menschen mit Migrationsgeschichte haben es auf dem ohnehin angespannten Wohnungsmarkt einer Untersuchung zufolge besonders schwer. Die Lücke zwischen Angebot und Nachfrage wirke sich speziell auf diese Menschen stark aus, „weil sie über weniger finanzielle Mittel verfügen oder als Neuzugewanderte neu in den Markt eintreten“, sagte der Vorsitzende des Sachverständigenrats für Integration und Migration, Winfried Kluth, am Dienstag in Berlin. Das Jahresgutachten des Rats gibt auch Hinweise, wie sich die Situation verbessern ließe.

„Zugewanderte haben im Durchschnitt weniger Wohnfläche pro Person zur Verfügung und leben häufiger in überbelegten Wohnungen“, heißt es in dem fast 200 Seiten langen Bericht. Sie lebten auch seltener im Eigentum, müssten einen höheren Anteil ihres Einkommens für Wohnkosten ausgeben und seien überproportional von Wohnungslosigkeit betroffen.

„Arm und Reich leben tendenziell unter sich“

Das Gutachten verweist auf einen Zusammenhang zwischen Migrationshintergrund und finanzieller Situation. „Familien und einkommensschwache Personen haben es häufig besonders schwer, bezahlbaren Wohnraum zu finden – und dazu zählen überdurchschnittlich oft Menschen mit Zuwanderungsgeschichte“, erläutern die Forscherinnen und Forscher. Zudem lebten sie häufig in Städten, wo der Wohnungsmarkt häufig sehr angespannt sei.

Dort gebe es zwar im internationalen Vergleich nur in geringem Maße eine ethnische Segregation, bei der in einzelnen Vierteln jeweils viele Menschen mit der gleichen Migrationsgeschichte wohnen. Die soziale Segregation habe in deutschen Städten zuletzt aber zugenommen, sagte der Jurist Kluth von der Universität Halle-Wittenberg. „Arm und Reich leben tendenziell unter sich.“

Kitas und Schulen in schwierigen Stadtteilen stärken

Um die Situation zu verbessern, empfiehlt der Sachverständigenrat unter anderem mehr Aufmerksamkeit für Stadtteile, in denen „Zuwanderung und Armut sich verschränken“. Hier solle gezielt etwa in Kitas, Schulen, Gesundheitseinrichtungen und Begegnungsmöglichkeiten investiert werden. Außerdem sei ein besserer Schutz vor Diskriminierung auf dem Wohnungsmarkt nötig.

Bei der Verteilung von Geflüchteten auf Länder und Kommunen müssten „integrationsrelevante Aspekte“, etwa freie Stellen und Kinderbetreuungsplätze, einbezogen werden, heißt es in dem Gutachten weiter. Der Hildesheimer Politikwissenschaftler Hannes Schammann wies in Berlin darauf hin, dass sich für eine Reform der Verteilung aktuell ein „gutes Fenster“ biete: Durch niedrigere Geflüchtetenzahlen sei der „Druck auf dem System“ vergleichsweise gering. Außerdem erfordere die Umsetzung des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) ohnehin Änderungen.

Experte: Bessere Startchancen senken Folgekosten

Schammann betonte zudem, dass es sich für den Staat lohne, sich von Anfang an um eine möglichst gute Unterbringungssituation zu kümmern: Dadurch verbesserten sich die Startchancen der Neuankömmlinge, was die Folgekosten senke.

Dem unabhängigen Sachverständigenrat gehören neun Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler unterschiedlicher Fachrichtungen an. Das Gremium soll mit Daten und Fachexpertise die Politik beraten und die Öffentlichkeit informieren. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Todesstrafe. 70 Jahre nach Hinrichtung: Schwarzer Mann entlastet

 

Eine weiße Jury verurteilte Tommy Lee Walker zum Tod, obwohl Zeugen ihn entlasteten. Fast 70 Jahre später bestätigt Dallas: Der Schwarze Vater wurde zu Unrecht hingerichtet. Immer noch drohen mehreren Männern in den USA nach umstrittenen Urteilen die Hinrichtung. Von Konrad Ege

An einem Frühlingstag, dem 12. Mai 1956, fesseln Gefängniswärter im US-Bundesstaat Texas den Afroamerikaner Tommy Lee Walker auf einen elektrischen Stuhl. Der 21-jährige Vater eines Sohnes wird hingerichtet. Begründung des Richters: Er habe eine Frau vergewaltigt und ermordet. Fast 70 Jahre später, im Januar 2026, erklärt der „Commissioners Court“ von Dallas, das oberste lokale Entscheidungsgremium unter Vorsitz eines Richters: Walker ist damals zu Unrecht zum Tode verurteilt worden. Alle Juroren beim Gerichtsprozess waren weiß. Beim Verhör sei Walker zu einem falschen Geständnis gezwungen worden. Seine Hinrichtung ist eine der wenigen in den USA, bei denen der Staat ein Fehlurteil eingesteht.

Das Schicksal von Tommy Lee Walker ist keine „alte Geschichte“: Auch heute befänden sich in den USA mehrere Menschen trotz überzeugender Beweise für ihre Unschuld in Todestrakten, warnt die Exekutivdirektorin des gemeinnützigen Todesstrafen-Informationszentrums in Washington, Robin Maher. Die Qualität der Verteidigung habe sich in jüngster Zeit verbessert, doch manche Umstände aus den 1950er Jahren seien noch heute präsent, erklärt sie. Dazu zählten rassistische Voreingenommenheit, unglaubwürdige Zeugenaussagen und Zwang bei der Vernehmung.

5.000 Menschen bei Walkers Begräbnis

Zu Walkers Begräbnis in der St. John Baptistenkirche in Dallas seien rund 5.000 Menschen gekommen, berichtete damals der „Dallas Express“, eine schwarze Zeitung. Erst Jahrzehnte später wurde der Fall neu aufgerollt. Auslöser war ein investigativer Artikel, der 2016 im „D Magazine“ erschien, einer Zeitschrift für Dallas. Das Dallas der 1950er war weit entfernt von der modernen Metropole heute, so schrieb Autorin Mary Mapes, sondern in vieler Hinsicht eine „kleine Stadt im Süden“ der USA, in der Weiße ungestraft Bomben legten, um Schwarze aus ihren Wohnvierteln fernzuhalten.

Es war ein entsetzlicher Mord am 30. September 1953. Das Opfer war die 31-jährige Venice Parker, eine weiße Frau. Ein Autofahrer fand sie blutüberströmt in der Nähe einer Bushaltestelle. Venice Parker starb im Krankenhaus. „Ein Schwarzer“ habe sie unter eine Brücke gezerrt und ihr die Kehle durchgeschnitten, habe sie noch sagen können, behauptete ein Polizist. Das reichte den weißen Stadtbewohnern. Schusswaffenläden seien leer gekauft worden, und die Polizei habe junge schwarze Männer festgenommen, die ihr verdächtig erschienen, schrieb Mapes.

Geständnis widerrufen

Auch Walker wurde festgenommen. Er habe Angst gehabt auf der Polizeiwache, so Mapes, und er habe gesehen, wie Polizisten auf einen Schwarzen eingeschlagen hätten. Nach langer Vernehmung gestand Walker. Wenige Tage später widerrief er gegenüber dem Staatsanwalt Henry Wade. Wade war der starke Mann der Justiz in Dallas, der dafür sorgte, dass keine Schwarzen unter den Geschworenen waren.

Beim Prozess sagten Augenzeugen aus, Walker sei in der Tatnacht woanders gewesen. Journalistin Mapes schrieb, er habe unter anderem Zeit mit seiner hochschwangeren Freundin verbracht, die am frühen Morgen des folgenden Tages den gemeinsamen Sohn zur Welt gebracht habe.

Die Bedenkzeit der Geschworenen 1956 war kurz. Das Urteil: schuldig, Todesstrafe. Er würde gerne den Strom selbst einschalten, sagte Wade laut Medienberichten im Gericht.

Todesurteil wird aufgehoben

Nach Mapes‘ Artikel haben sich das „Innocence Project“, das Justizirrtümer aufklärt, und die Bürgerrechtsorganisation „Civil Rights and Restorative Justice Project“ mit dem Fall befasst. Sie recherchierten weiter, Augenzeugenberichte von Weißen über Walkers angebliche Präsenz in der Nähe des Tatorts erwiesen sich als unglaubwürdig. Der Chef der Mordkommission in Dallas sei früher Mitglied der weißen Terrororganisation Ku-Klux-Klan gewesen. Am Ende war auch der „Commissioners Court“ im Landkreis Dallas und der heutige Staatsanwalt von Walkers Unschuld überzeugt. Das Todesurteil gegen ihn wurde aufgehoben.

Walkers Sohn weint bei Aufhebung des Urteils

In einem Fernsehbericht über die Aufhebung des Urteils sieht man zwei Herren im Rentenalter: Joseph Parker, der vier Jahre alt war, als seine Mutter ermordet wurde, und Ted Smith. Er ist Walkers Sohn. Die beiden umarmen sich. Die Gesellschaft und die Justiz hätten einen riesigen Fehler gemacht, sagte Parker. Smith weinte. Er vermisse seinen Vater, sagte er. Der TV-Beitrag zeigt einen kurzen Ausschnitt aus dem Prozess 1956. Er sei ausgetrickst worden, auf Kosten seines Lebens, sagt Tommy Lee Walker dort.

Gewichtige Indizien für Unschuld – trotzdem im Todestrakt

Laut dem US-amerikanischen Todesstrafen-Informationszentrum sind seit den 1970er Jahren 202 Todesurteile aufgehoben worden. Man könne nicht mit Sicherheit sagen, wie viele Unschuldige hingerichtet worden seien, sagte Exekutivdirektorin Maher dem Evangelischen Pressedienst (epd). Sie wisse von drei Männern in Todestrakten, die gegenwärtig mit gewichtigen Indizien für ihre Unschuld um ihre Freiheit kämpften: Richard Glossip in Oklahoma, Robert Roberson in Texas und Toforest Johnson in Alabama. Bei der Berufung stünden verfahrenstechnische Fragen im Weg.

Henry Wade starb 2001. Er sei als Staatsanwalt für 20 Fehlurteile gegen schwarze Männer zuständig gewesen, schrieb das „Innocence Project“. In die Geschichtsbücher eingegangen ist Wade 1973 durch das als „Roe v. Wade“ bekannte Urteil des Obersten Gerichts gegen das Abtreibungsverbot in Texas. Wade verlor und der Schwangerschaftsabbruch wurde in den USA legalisiert. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Migration in den Sozialstaat. Fast jede fünfte Pflegekraft kommt aus dem Ausland

 

Der Pflegebereich wächst – aber fast ausschließlich durch ausländische Beschäftigte. In einem Engpassberuf, der Millionen Menschen versorgt, wird Migration zur Stütze des Sozialstaats.

Fast jede fünfte der zwei Millionen Pflegekräfte in Deutschland kommt inzwischen aus dem Ausland. Darauf hat die Bundesagentur für Arbeit anlässlich des „Tags der Pflege“ am 12. Mai hingewiesen. Die Pflege ist seit längerer Zeit einer der Bereiche, in denen es in Deutschland noch Beschäftigungswachstum gibt. Dieses kommt jedoch fast ausschließlich über ausländische Kräfte zustande.

„Um die Pflege zu stärken, müssen die inländischen Potenziale weiter erschlossen werden und gleichzeitig ausländische Fachkräfte für die Pflege gewonnen werden“, sagte Vanessa Ahuja, Mitglied im Vorstand der Bundesagentur.

In den vergangenen zehn Jahren sei die Zahl der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten in Pflegeberufen um 22 Prozent auf 1,76 Millionen gestiegen. Rund die Hälfte arbeitet in Teilzeit, der Frauenanteil ist mit 81 Prozent besonders hoch.

Pflegeberuf: Jeder fünfte hat keinen deutschen Pass

Der Anteil von Ausländern liege inzwischen bei rund 20 Prozent – vor zehn Jahren war er bei sieben Prozent. Allein 9.300 Männer und Frauen aus Syrien arbeiten in Deutschland in Pflegeberufen.

Sowohl Fachkräfte, sogenannte examinierte Pflegerinnen und Pfleger, als auch Assistenzkräfte gelten in Deutschland als Engpassberufe. Der Bedarf bleibt Prognosen zufolge hoch. (dpa/mig 11)

 

 

 

 

IOM-Weltmigrationsbericht. Migranten bewegen Milliarden – und werden zum Sündenbock

 

304 Millionen Menschen leben außerhalb ihres Geburtslandes – nur 3,7 Prozent der Weltbevölkerung. Doch ihre Rücküberweisungen bewegen 905 Milliarden Dollar. Die IOM zeigt, wie weit Fakten und Stimmungsmache auseinanderliegen.

Die Zahl der Migrantinnen und Migranten in fremden Ländern hat Mitte 2024 laut den Vereinten Nationen bei 304 Millionen gelegen. Das entspreche einem Anteil von 3,7 Prozent an der Weltbevölkerung, teilte die Internationale Organisation für Migration am Dienstag in New York mit.

Damit lebt weiterhin nur ein vergleichsweise kleiner Teil der Weltbevölkerung außerhalb des eigenen Geburtslandes. Die IOM verweist in ihrem neuen Weltmigrationsbericht darauf, dass die absolute Zahl zwar seit Jahrzehnten steigt, grenzüberschreitende Migration gemessen an der Weltbevölkerung aber weiterhin die Ausnahme bleibt. Die meisten Menschen leben demnach weiterhin in dem Land, in dem sie geboren wurden.

In dem Zeitraum von 2013 bis 2022 habe sich die Zahl der Migranten um 30 Millionen erhöht. Dabei seien Überweisungen von Geldern der Migranten in ihre Heimatländer eine wichtige Finanzquelle. Im Jahr 2024 seien schätzungsweise 905 Milliarden US-Dollar überwiesen worden. Davon seien 685 Milliarden US-Dollar für Länder mit niedrigem und mittlerem Einkommen bestimmt gewesen.

Überweisungen größer als Entwicklungshilfe und Direktinvestitionen

Diese Geldströme überstiegen mittlerweile die Summe aus öffentlicher Entwicklungshilfe und ausländischen Direktinvestitionen. Die IOM betonte, dass sichere und reguläre Migration zum Wirtschaftswachstum und der Schaffung von Wohlstand beiträgt.

Nach Einschätzung der Organisation leisten Migrantinnen und Migranten nicht nur über Geldüberweisungen einen Beitrag zur Entwicklung. Der Bericht nennt auch Wissenstransfer, Unternehmertum, Investitionen und gesellschaftliches Engagement als Faktoren. Migration werde damit nicht nur als Folge von Krisen beschrieben, sondern auch als Teil wirtschaftlicher und sozialer Entwicklung.

Mehr Vertreibung durch Kriege und Katastrophen

Zugleich zeichnet der Bericht ein von Krisen geprägtes Bild. Ende 2024 lebten demnach mehr als 120 Millionen Menschen weltweit in Vertreibung, darunter Geflüchtete, Asylsuchende, Binnenvertriebene und andere Menschen mit internationalem Schutzbedarf. Mehr als 83 Millionen Menschen waren innerhalb ihres eigenen Landes vertrieben.

Auch Umwelt- und Klimafolgen spielen dem Bericht zufolge eine wachsende Rolle. Für 2024 geht die IOM von 65,8 Millionen Binnenvertreibungen aus. Rund 45,8 Millionen davon standen im Zusammenhang mit Katastrophen, 20,1 Millionen mit Konflikten und Gewalt. Viele Bewegungen seien kurzfristige Evakuierungen gewesen. Zugleich zeige sich aber, dass Wetterextreme, Armut, schwache Infrastruktur und politische Krisen häufig zusammenwirkten.

Warnung vor Desinformation und Stimmungsmache

Die IOM warnt zudem vor einer zunehmenden Verzerrung der Migrationsdebatte. Migration werde in vielen Ländern politisch instrumentalisiert und häufig über Fragen von Sicherheit, Identität oder wirtschaftlicher Konkurrenz verhandelt. Zugleich nähmen Falschinformationen und Desinformation zu, auch über soziale Medien und durch neue Technologien wie Künstliche Intelligenz.

UN-Ausschüsse hätten zudem auf wachsende Fremdenfeindlichkeit hingewiesen. Migrantinnen und Migranten würden in öffentlichen Debatten immer wieder pauschal für soziale, wirtschaftliche oder politische Probleme verantwortlich gemacht. Solche Erzählungen könnten dazu beitragen, Einschränkungen von Rechten und restriktive Gesetze zu rechtfertigen.

Der Bericht zeigt laut IOM auf, dass die Einschränkung der Migrationswege die Menschen nicht abschreckt. Stattdessen würde die Migration auf irreguläre und gefährliche Routen verlagert.

Die IOM hat ihren Sitz in Genf und gehört zu den Vereinten Nationen. (mig 8)

 

 

 

 

 

Dschems Koalitionsvertrag. Ländle feiert Aufstieg und verschweigt Rassismus

 

Mit Cem Özdemir steht Baden-Württemberg vor einem historischen Moment: Er dürfte der erste Ministerpräsident mit Bilderbuch-Migrationsgeschichte werden. Doch der grün-schwarze Koalitionsvertrag ist kein Aufbruch in ein modernes Einwanderungsland. Er offenbart blinde Flecken: Diskriminierung wird kaum, Rassismus gar nicht benannt. Von Ekremenol

Stuttgart, 8 März 2026. Wahlnacht. Die Grünen gewinnen die Landtagswahlen in Baden-Württemberg – mit Cem Özdemir an der Spitze. Es gibt politische Bilder, die größer sind als der Moment, in dem sie entstehen. Ein Grünen-Politiker, Sohn türkischer Gastarbeiter, auf dem Weg an die Spitze eines Landes, das sich gern als fleißig, tüchtig, weltoffen und ein bisschen besser organisiert versteht als der Rest der Republik – das ist so ein Bild. Ein Mann mit Einwanderungsgeschichte soll Ministerpräsident von Baden-Württemberg werden. Ausgerechnet dort, wo der Wohlstand von Werkbänken, Weltmärkten, Familienbetrieben, Hochschulen und der Arbeitskraft Zugewanderter lebt. Correctiv nannte Özdemir nach seinem Wahlsieg den „ersten migrantischen Ministerpräsidenten“; auch die Landeszentrale für politische Bildung ordnet den Machtwechsel als Zäsur ein: Özdemir folgt auf Winfried Kretschmann, der 15 Jahre regierte, während Grüne und CDU nach der Wahl mit gleich vielen Mandaten in die neue Koalition gehen.

Doch historische Symbolik ist noch keine Politik. Sie kann Türen öffnen, aber sie ersetzt nicht den Blick in den Maschinenraum. Und dort, im Koalitionsvertrag von Grünen und CDU für 2026 bis 2031, zeigt sich ein Baden-Württemberg, das Vielfalt zwar anerkennt, sie aber vor allem verwalten will. Das Land will fördern, messen, sortieren, beschleunigen, begrenzen. Es will Bildungschancen verbessern, Integration organisieren, Fachkräfte gewinnen und Schutzsuchende schneller einordnen: Wer bleibt? Wer geht? Wer nützt dem Standort? Wer belastet das System?

Der Vertrag heißt „Aus Verantwortung fürs Land – Gemeinsam stark in stürmischen Zeiten“. Schon der Titel klingt nach wetterfester Allzweckjacke, nicht nach gesellschaftspolitischem Aufbruch. Über den Entwurf sollten Grüne und CDU am 9. Mai 2026 auf Parteitagen beraten und abstimmen; Özdemirs Wahl im Landtag ist für den 13. Mai vorgesehen.

Der Vertrag, mit dem Özdemir voraussichtlich regieren wird, enthält gute Punkte – viele sogar. Aber welches Menschenbild trägt ihn?

Ein Vertrag für die Werkbank

Baden-Württemberg war lange CDU-Land. Seit 2011 regierten die Grünen, erst mit der SPD, dann seit 2016 mit der CDU. Winfried Kretschmann hatte daraus ein eigenes politisches Kunststück gemacht: grün regieren, konservativ klingen. Özdemir erbt nun nicht nur die Villa Reitzenstein, sondern auch dieses Modell. Nur ist die Zeit rauer geworden.

Die neue Koalition nennt sich nicht zufällig Reformkoalition. Im Zentrum steht die Wirtschaft. Grüne und CDU rückten bei der Vorstellung des Vertrags die Stärkung der Wirtschaft ins Zentrum; CDU-Chef Manuel Hagel sagte, Wirtschaft und Arbeitsplätze hätten klaren Vorrang.

Das ist für Baden-Württemberg nicht überraschend. Ein Land, das sich über Automobilindustrie, Maschinenbau, Mittelstand, Export und Ingenieurskunst definiert, denkt Politik oft vom Betrieb her. Der Koalitionsvertrag tut genau das. Er will Verfahren beschleunigen, Förderprogramme verschlanken, Gründungen erleichtern, Fachkräftezuwanderung effizienter machen. Das kann sinnvoll sein. Aber es prägt auch den Blick auf Einwanderung: Menschen erscheinen im Vertrag besonders dann willkommen, wenn sie als Arbeits- und Fachkräfte gebraucht werden.

Zur Fachkräftesicherung soll die Landesagentur für Fachkräftezuwanderung gestärkt werden. Anerkennungsverfahren sollen schneller laufen, Zuständigkeiten gebündelt, Ausländerbehörden entlastet werden. Positiv ist ausdrücklich, dass verhindert werden soll, dass Menschen ihre Arbeit verlieren, nur weil eine Arbeitserlaubnis nicht schnell genug erneuert wird. Auch längere Aufenthaltstitel für Menschen in sozialversicherungspflichtiger Beschäftigung und Studium sollen geprüft beziehungsweise genutzt werden.

Das ist pragmatisch und notwendig. Wer seit Jahren erlebt, wie ausländische Pflegekräfte, Handwerkerinnen, Ingenieure oder Auszubildende an Formularen, Terminen und Zuständigkeiten scheitern, kann gegen weniger Bürokratie wenig einwenden. Nur bleibt der Vertrag hier im Geist des Standortmanagements: Einwanderung ist willkommen, wenn sie Wachstum sichert. Der Mensch kommt im Paket mit Qualifikation, Beschäftigung und Verwertbarkeit. Wer Schutz sucht, wer arm ist, wer traumatisiert ist, wer erst einmal Hilfe braucht, landet in einem anderen Kapitel – und in einem anderen Ton.

Gute Bildung, aber alte Sortiermaschinen

Am stärksten ist der Vertrag dort, wo er früh ansetzt: bei Kindern. Das letzte Kindergartenjahr soll verbindlich und kostenfrei werden. Sprachförderung soll beim Übergang in die Grundschule verbindlicher werden. Das Programm „SprachFit“ soll ausgebaut, Sprach-Kitas sollen gestärkt, Kinder- und Familienzentren in sozial herausfordernden Lagen gefördert werden. An Grundschulen im Startchancen-Programm können Familiengrundschulzentren entstehen. Multiprofessionelle Teams sollen nach Sozialindex ausgebaut werden.

Das ist mehr als Symbolpolitik. Gerade Kinder aus armen Familien, aus Einwanderungsfamilien oder aus Familien, die das deutsche Bildungssystem nicht aus dem Effeff kennen, profitieren von früher Förderung, guter Elternarbeit, Schulsozialarbeit und starken Kitas. Wer Bildungsgerechtigkeit ernst meint, muss vor der ersten Klassenarbeit anfangen, nicht erst beim Abitur.

Auch das kostenfreie und verpflichtende letzte Kindergartenjahr ist bildungspolitisch stark. Es kann jene Kinder erreichen, die sonst zu spät oder gar nicht in frühkindliche Bildungsangebote kommen. Es kann Sprachförderung verbindlicher machen und Eltern entlasten. In einem Land, das gern von Leistung spricht, ist das ein wichtiger Gedanke: Leistung setzt Startchancen voraus.

Doch genau hier beginnt die Ambivalenz. Der Vertrag betrachtet Bildungsgerechtigkeit vor allem als Förderproblem: Sprachstand messen, Förderbedarf feststellen, Daten weitergeben, Kompetenzen sichern. Das ist nicht falsch. Aber es ist unvollständig. Denn Bildungsungleichheit entsteht nicht nur, weil Kinder zu wenig Deutsch sprechen oder Eltern zu wenig über Schule wissen. Sie entsteht auch durch Erwartungen, Empfehlungen, Zuschreibungen, Klassismus, Rassismus und ein Schulsystem, das Kinder früh sortiert.

Der Vertrag stellt diese alte, defizitorientierte Sortiermaschine kaum infrage. Die Grundschulempfehlung wird eher gestärkt als problematisiert. Von rassismuskritischer Schulentwicklung, diskriminierungssensibler Leistungsbewertung oder unabhängigen Beschwerdestellen für Schülerinnen, Schüler und Eltern ist wenig zu sehen. Mehrsprachigkeit erscheint kaum als Ressource, sondern vor allem als Ausgangspunkt für Deutschförderung.

So entsteht ein merkwürdiges Bild: Das Land reicht Kindern die Hand, hält aber gleichzeitig die alte Schablone bereit. Es will fördern, aber nicht grundlegend fragen, warum manche Kinder immer wieder als förderbedürftig markiert werden.

Integration: helfen, aber auch erziehen

Im Integrationskapitel zeigt sich ein ähnliches Muster. Positiv ist: Der Pakt für Integration mit den Kommunen soll fortgeführt, das Integrationsmanagement gesichert, das Partizipations- und Integrationsgesetz novelliert werden. Das ist wichtig, denn Baden-Württemberg besitzt mit dem 2015 verabschiedeten Gesetz zur Verbesserung von Chancengerechtigkeit und Teilhabe zwar bereits ein integrationspolitisches Strukturgesetz. Es stärkt Integrationsarbeit, Beteiligung und interkulturelle Öffnung. Ein echtes Landesantidiskriminierungsgesetz, das Betroffene auch gegenüber staatlichen Stellen wie Schulen, Behörden oder Polizei rechtlich schützt, ist das aber nicht.

Der Vertrag will Deutschkurse und Integrationsangebote stärken, Frauen mit Einwanderungsgeschichte besser in Arbeit bringen, Kinderbetreuung, Teilzeitausbildung und Mentorinnenprogramme fortführen. Anerkennung ausländischer Abschlüsse, Welcome Center und Sprachförderung werden als Bausteine genannt.

Das hört sich nach solider Integrationspolitik an. Kommunen brauchen verlässliche Strukturen, nicht alle zwei Jahre neue Projektlogiken. Migrantinnen brauchen keine Sonntagsreden über Selbstbestimmung, sondern Kinderbetreuung, Beratung, Ausbildungsmöglichkeiten und Arbeitgeber, die Lebensrealitäten mitdenken und berücksichtigen. Aber auch hier steckt eine Schieflage. Integration wird im Vertrag stark als Erwartung formuliert: mitmachen, Sprache lernen, arbeiten, Werte leben.

Ein moderner Integrationsvertrag hätte auch danach gefragt: Wie öffnet sich der Staat? Wie divers sind Verwaltungen, Schulen, Hochschulen, Polizei, Gerichte? Wo erleben Menschen Diskriminierung? Welche Macht haben Betroffene, sich zu wehren? Der Koalitionsvertrag beantwortet diese Fragen kaum. Er spricht viel über Integration in Institutionen, aber wenig über die Integration der Institutionen in die Realität eines Einwanderungslandes.

Der große blinde Fleck: Rassismus

Der auffälligste Mangel des Vertrags ist nicht das, was er sagt. Es ist das, was er nicht sagt.

Baden-Württemberg bekennt sich zu einer offenen Gesellschaft. Der Vertrag verspricht gleiche Chancen unabhängig von Herkunft, Glaube, Behinderung, Alter, sexueller Orientierung und geschlechtlicher Identität. Er will ein Landesprogramm Demokratieförderung schaffen, Extremismus und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit bekämpfen, Hasskriminalität stärker in den Blick nehmen und die Task Force gegen Hass und Hetze beim LKA fortführen.

Das ist richtig. Aber Rassismus wird damit vor allem als Extremismusproblem behandelt – als etwas, das laut, aggressiv, strafbar oder verfassungsfeindlich auftritt. Der Alltag bleibt unterbelichtet: die abgelehnte Wohnungsbewerbung, die schlechtere Note bei gleichem Aufsatz, das misstrauische Amt, die Polizeikontrolle, der herabwürdigende Blick auf das Kopftuch, die ständige Frage, woher man „wirklich“ komme.

Besonders deutlich wird diese Leerstelle beim Landesantidiskriminierungsgesetz. Im Koalitionsvertrag findet sich kein Vorhaben für ein solches Gesetz. Zwar ist punktuell von Antidiskriminierung die Rede, doch ein umfassendes Gesetz, das Menschen vor Diskriminierung durch staatliche Stellen wie Schulen, Behörden oder Polizei schützt, ist nicht vorgesehen. Das wiegt umso schwerer, weil Baden-Württemberg bislang kein Landesantidiskriminierungsgesetz hat und ein entsprechendes Vorhaben der Vorgängerregierung gescheitert ist.

Überhaupt ist schon die Wortwahl aufschlussreich. In dem mehr als 160 Seiten starken Koalitionsvertrag taucht der Wortstamm „Diskriminierung“ nur drei Mal auf: einmal im Zusammenhang mit Hochschulen, einmal beim Schutz queeren Lebens, einmal bei der diskriminierungsfreien Anwendung von KI in der Steuerverwaltung. Kein einziges Mal wird damit ausdrücklich die Alltagserfahrung ethnischer oder religiöser Minderheiten beschrieben – nicht die Diskriminierung muslimischer Schülerinnen und Schüler, nicht die Benachteiligung von Menschen mit ausländisch klingendem Namen auf dem Wohnungs- oder Arbeitsmarkt, nicht die Diskriminierung in Ämtern und Behörden, im Fitnessstudio oder an der Diskotür. Und auch nicht die in der Politik, lieber Dschem.

Noch auffälliger: Das Wort „Rassismus“ kommt im gesamten Vertrag kein einziges Mal vor – in keiner einschlägigen Schreibvariante. Zufall? Vielleicht. Politisch aussagekräftig ist es trotzdem. Denn ein Koalitionsvertrag, der ein Einwanderungsland regieren will, Rassismus aber nicht einmal beim Namen nennt, beschreibt nicht nur eine Leerstelle. Er produziert sie durch Verschweigen.

Das ist politisch schwer zu übersehen. Ein Land, das Verwaltung digitalisieren, Genehmigungen beschleunigen und Förderprogramme um ein Drittel reduzieren will, findet keinen vergleichbaren Ehrgeiz beim Schutz vor Diskriminierung und Rassismus. Bürokratieabbau bekommt ein Gesetz, Antidiskriminierung nicht einmal warme Worte.

Antisemitismus klar benannt – andere Formen von Rassismus weniger

Deutlich stärker ist der Vertrag beim Schutz jüdischen Lebens. Antisemitismus, Judenhass und Israelfeindlichkeit werden klar benannt. Beratungsstellen sollen unterstützt, der Antisemitismusbeauftragte und die Polizeirabbiner fortgeführt, jüdische Einrichtungen geschützt und Schulen sensibilisiert werden. Das ist notwendig und angesichts der Bedrohung jüdischen Lebens unverzichtbar.

Problematisch ist nicht, dass Antisemitismus deutlich benannt wird. Problematisch ist, dass andere Formen von Rassismus nicht mit ähnlicher Klarheit vorkommen. Antimuslimischer Rassismus bleibt auffällig blass. Antiziganismus wird kaum konkret. Schwarze Menschen, asiatisch gelesene Menschen, Geflüchtete, Menschen mit sichtbarer Einwanderungsgeschichte – sie erscheinen nicht als Gruppen, deren Diskriminierung mit eigenen Strukturen, Beratungsangeboten und Maßnahmen beantwortet wird.

Bei Sinti und Roma bleibt es weitgehend bei Anerkennung und Erinnerung. Die Zusammenarbeit mit der nationalen Minderheit soll fortgeführt, Wissen über Minderheiten gestärkt werden. Das ist gut, aber dünn. Wer Antiziganismus ernst nimmt, muss über Schule, Polizei, Wohnungsmarkt, Behörden und mediale Bilder sprechen. Der Vertrag tut das nicht erkennbar.

Auch beim islamischen Religionsunterricht gibt es viel Schatten. Auf den ersten Blick klingt der Koalitionsvertrag nach Anerkennung: Die Zusammenarbeit mit der Stiftung Sunnitischer Schulrat soll fortgeführt und gestärkt werden – grundsätzlich ein wichtiges Signal. Doch der Preis ist hoch. Baden-Württemberg hält damit an einem Sonderweg fest, der seit seiner Einführung umstritten ist. Normalerweise wird Religionsunterricht in Deutschland in Kooperation mit Religionsgemeinschaften erteilt. Für den Islamunterricht hat das Land jedoch eine Stiftung öffentlichen Rechts geschaffen. Sie tritt faktisch an die Stelle einer Religionsgemeinschaft – obwohl sie keine ist. Genau darin liegt das Problem. Was als Übergangslösung und Provisorium begann, wird nun politisch verstetigt.

Der Staat darf Religionsunterricht organisieren und beaufsichtigen, aber er darf nicht selbst zum Imam werden. Bei christlichem oder jüdischem Religionsunterricht wird das beachtet, beim Stiftungsmodell wird das missachtet. Das ist mehr als ein verwaltungstechnisches Detail. Es berührt die Gleichbehandlung religiöser Minderheiten.

Migration: humanitäre Bekenntnisse im harten Rahmen

Am deutlichsten kippt die Sprache im Migrations- und Asylteil. Der Vertrag bekennt sich zum Grundrecht auf Asyl, zur Genfer Konvention und zur Europäischen Menschenrechtskonvention. Er will die Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems menschenrechtskonform umsetzen. Für Familienangehörige des Sonderkontingents für Jesidinnen und Jesiden sollen 20 bis 35 Menschen aufgenommen werden.

Das sind wichtige Sätze. Sie verhindern, dass der Vertrag vollständig in ordnungspolitischer Kälte aufgeht. Aber sie stehen in einem Rahmen, der klar auf Begrenzung, Kontrolle und Rückführung setzt. Migration soll geordnet, gesteuert und begrenzt werden. Irreguläre Migration ohne Bleibeperspektive soll konsequent beendet werden. „Migration in die Sozialsysteme“ soll verhindert oder abgebaut werden.

Diese Sprache ist kein Zufall. Sie passt zur bundespolitischen Lage. Die schwarz-rote Bundesregierung unter Friedrich Merz hat ihren Koalitionsvertrag 2025 unterzeichnet; in der Migrationspolitik setzt sie auf beschleunigte Asylverfahren, schnellere Rückführungen und einfachere Einstufung sicherer Herkunftsstaaten.

Baden-Württemberg schwimmt also nicht gegen den Strom. Es schwimmt mit – vielleicht etwas geordneter, vielleicht mit grünerer Grammatik, aber in dieselbe Richtung.

Besonders kritisch sind die Passagen zu Abschiebungshaft, Asylgrenzverfahren und Sicherheitsstrukturen. Asylbewerberinnen und Asylbewerber sollen möglichst nur dann in Kommunen verteilt werden, wenn eine Bleibeperspektive besteht. Der Sonderstab „Gefährliche Ausländer“ – ja, so heißt er wirklich – soll gestärkt werden. Eine zusätzliche Abschiebungshafteinrichtung am Flughafen Stuttgart ist geplant, Pforzheim soll ausgebaut werden.

Das kann man als Entlastung der Kommunen verkaufen. Man kann es auch als Konzentration von Schutzsuchenden in vorgelagerten Räumen lesen. Für Erwachsene mag das verwaltungstechnisch klingen. Für Kinder, Familien und traumatisierte Menschen kann es bedeuten: länger warten, länger unsicher sein, länger nicht ankommen, länger in beengten Aufnahmeeinrichtungen mit wenig Privatsphäre ausharren.

Hinzu kommt eine Sprache, die aufhorchen lässt. Der Vertrag spricht von „kriminellen Ausländern“. Gemeint sind Menschen ohne deutschen Pass, die Straftaten begangen haben. Aber die Formulierung verschiebt den Akzent. Sie koppelt Kriminalität an Ausländersein. In Zeiten, in denen rechte Akteure genau mit solchen Kopplungen arbeiten, ist das keine Nebensache. Sprache schafft politische Räume. Manche Türen sollte die demokratische Mitte nicht aus Versehen öffnen.

Der Haushaltsvorbehalt als Realitätstest

Am Ende entscheidet aber nicht nur die Sprache des Vertrags, sondern das Geld. Und hier wird es heikel. Sämtliche zusätzlichen finanzwirksamen Maßnahmen stehen unter Haushaltsvorbehalt. Ausgewählte Vorhaben sollen erst umgesetzt werden, wenn finanzielle Spielräume vorhanden sind. Ordnungspolitische und nicht finanzrelevante Maßnahmen sind davon nicht berührt.

Das hat dann entscheidende Sprengkraft. Denn viele Maßnahmen für Bildungsgerechtigkeit, Integration, Beratung, Antidiskriminierung und Demokratieförderung kosten Geld. Abschiebung, Kontrolle, gesetzliche Verschärfung und Zuständigkeitsumbau lassen sich politisch oft leichter priorisieren. Wenn es eng wird, droht eine Schieflage: Die Förderung wartet auf Geld, die Ordnungspolitik gibt es aus.

Noch dazu sollen Förderprogramme überprüft und um mindestens ein Drittel reduziert werden. Das kann Bürokratie abbauen. Es kann aber auch die Zivilgesellschaft treffen, die genau dort arbeiten, wo der Staat selbst selten hinkommt: in migrantischen Communities, in Beratungsstellen, in Jugendprojekten, in Initiativen gegen Rassismus und Diskriminierung.

Kein Rückschritt – aber auch kein Aufbruch

Die Bilanz ist deshalb gemischt. Der Koalitionsvertrag ist kein migrationspolitisches Schreckenspapier. Er enthält sinnvolle, teils wichtige Vorhaben: frühe Bildung, Sprachförderung, Familienzentren, Sozialindex, Integrationsmanagement, Fachkräftezuwanderung, schnellere Anerkennung, Schutz jüdischen Lebens, Demokratieförderung, Maßnahmen gegen Hasskriminalität.

Aber er ist auch kein mutiger Vertrag für ein modernes Einwanderungsland. Dafür fehlt zu viel: ein Landesantidiskriminierungsgesetz, eine klare Strategie gegen strukturellen Rassismus, eine starke Perspektive migrantischer Selbstorganisationen, konkrete Maßnahmen gegen antimuslimischen Rassismus und Antiziganismus, unabhängige Beschwerdestellen, rassismuskritische Schulentwicklung und eine Sprache, die Schutzsuchende nicht vor allem als Verwaltungs- und Sicherheitsproblem behandelt.

Grüne und CDU haben einen Vertrag geschrieben, der zum Land passt: fleißig, ordentlich, wirtschaftsnah, vorsichtig, manchmal hilfreich, manchmal hart. Er will niemanden verschrecken, schon gar nicht die politische Mitte. Doch gerade darin liegt sein Problem. Die Mitte ist kein Ort, an dem Rassismus verschwindet, nur weil man das Wort nicht benutzt – kein einziges Mal.

Özdemirs Paradox

Und damit zurück. Seine Biografie ist für viele Menschen mit Einwanderungsgeschichte ein starkes Zeichen. Sie erzählt davon, dass Aufstieg möglich ist, dass Zugehörigkeit wachsen kann, dass ein Kind von Gastarbeitern nicht nur mitreden oder mitregieren, sondern regieren kann. Diese Symbolik sollte man nicht kleinreden.

Aber gerade deshalb ist die politische Messlatte höher. Ein Ministerpräsident Özdemir wird nicht daran gemessen werden können, ob er Einwanderung verkörpert. Er wird daran gemessen werden müssen, ob und wie seine Regierung das Einwanderungsland gestaltet.

Der Vertrag zeigt einen Özdemir, der in die Kretschmann-Schule passt: pragmatisch, wirtschaftsnah, konsensfähig, CDU-kompatibel. Das mag für Baden-Württemberg mehrheitsfähig sein. Es ist aber auch eine Selbstbegrenzung. Wer historisch für Aufstieg steht, sollte politisch nicht nur Aufstieg für die Verwertbaren organisieren. Wer weiß, wie lange Zugehörigkeit in Deutschland erkämpft werden musste, sollte die im Alltag vieler Menschen inzwischen fest verankerte Diskriminierung nicht zur Nebensache machen.

Özdemir ist zugleich Symbol und Testfall. Er soll und muss zeigen, dass ein Ministerpräsident mit Einwanderungsgeschichte nicht automatisch Minderheitenpolitik macht, sondern Politik für alle. Dabei darf er aber die blinden Flecken der Mehrheitsgesellschaft nicht übernehmen. (mig 8)

 

 

 

 

 

 

Europas Strategielücke

 

Trump zieht US-Truppen ab und stoppt die Stationierung von Mittelstreckenraketen in Deutschland. Das eigentliche Problem liegt jedoch ganz woanders. Von Rolf Mützenich

Vor wenigen Tagen hat US-Präsident Donald Trump angekündigt, 5 000 Soldaten aus Deutschland abzuziehen und die zwischen Bundeskanzler Olaf Scholz und Präsident Joe Biden im Jahr 2024 vereinbarte Stationierung von US-Mittelstreckenraketen in Deutschland auszusetzen. Ob die Truppen innerhalb Europas verlegt oder in die USA zurückgeführt werden und ob insbesondere die geplante Stationierung von Tomahawk-Marschflugkörpern tatsächlich entfällt, steht derzeit noch nicht endgültig fest. Wie so oft bei Trumps erratischen Entscheidungen bleiben wesentliche Fragen der Umsetzung und der konkreten Ausgestaltung ungeklärt.

Fest steht jedoch: Trumps Ankündigungen führen zu erneuter Verunsicherung im transatlantischen Bündnis. Für Europa ist es ein weiterer Weckruf, sein Schicksal stärker in die eigenen Hände zu nehmen und seine wirtschaftliche und militärische Unabhängigkeit auszubauen. Wir haben dazu die Fähigkeiten und mittlerweile auch einen wachsenden politischen Willen. Wenn es gelingt, Souveränität, Verantwortung und Zusammenarbeit in Einklang zu bringen, dann kann daraus ein Beitrag für eine verlässliche internationale Ordnung erwachsen. 

Die sicherheitspolitischen Folgen der Ankündigung von Trump werden kurzfristig überschaubar bleiben, da die Luftüberlegenheit der NATO gegenüber Russland weiterhin fortbesteht. Zwar besitzt Russland eine der größten Luftwaffen Europas, doch allein die europäischen NATO-Alliierten verfügen gemeinsam über fast doppelt so viele militärische Flugzeuge. Hinzu kommt, dass die russischen Streitkräfte durch den Krieg in der Ukraine erheblich gebunden und auf einen umfassenden Krieg mit Europa derzeit nicht ausgerichtet sind.

Es bleibt ohnehin fraglich, ob die Mittelstreckenraketen die Sicherheit Europas tatsächlich erhöht hätten. Die mit ihrer Stationierung verbundenen Risiken dürfen jedenfalls nicht gänzlich ausgeblendet werden. Die Raketen besitzen eine sehr kurze Vorwarnzeit, beeinträchtigen das Primat der Politik durch zivile und demokratisch legitimierte Entscheidungsträger und eröffnen neue technologischen Fähigkeiten. Die Gefahr einer unbeabsichtigten militärischen Eskalation wäre dadurch beträchtlich gewesen, zumal sie allein der Kontrolle der Entscheidungsträger in den USA unterliegen.

Ein weiteres Versäumnis bestand darin, die Stationierung der Mittelstreckenraketen nicht von vornherein in eine bündnispolitisch abgestimmte Gesamtstrategie der NATO einzubinden und eine Lastenteilung zu verabreden. Stattdessen blieb das Vorhaben auf eine bilaterale Vereinbarung zwischen Deutschland und den USA begrenzt. Eine solche Einbettung in die Bündnisstrukturen hätte es Trump deutlich erschwert, die Stationierung lediglich aus einer beleidigten Laune heraus kurzfristig wieder zu kassieren. Ebenso fehlte von Beginn an die Verknüpfung mit einem ernsthaften Angebot zur Rüstungskontrolle, wie es etwa beim NATO-Doppelbeschluss der Fall war. So hätte man Russland anbieten können, auf die Stationierung der Mittelstreckenraketen zu verzichten, falls Russland dazu im Gegenzug seine Iskander-M-Raketensysteme aus Belarus und Kaliningrad zurückzieht.

Das bedeutet freilich nicht, dass wir die russische Bedrohung nicht ernst nehmen müssen. Ich bin jedoch überzeugt, dass eine kluge Außen- und Sicherheitspolitik weiterhin mehrere Aspekte braucht: Eine glaubwürdige Verteidigungsfähigkeit, eine auf Verteidigung ausgerichtete Beschaffungspolitik bei der militärischen Ausrüstung sowie eine Diplomatie, die auch eine aktive Abrüstung und Rüstungskontrollpolitik beinhaltet. Besonders wenn Trump und Putin im Hintergrund über die Stabilität ihrer strategischen Atomwaffenarsenale und Großmächtebeziehungen verhandeln, darf Europa nicht außen vor bleiben. Die Atomwaffen in Europa betreffen unmittelbar unsere Sicherheit, und deshalb dürfen und müssen wir uns um diese Fragen kümmern. Die Verengung der Debatte in Deutschland und in Europa allein auf Aufrüstung schränkt zunehmend unseren strategischen Handlungsspielraum ein – sowohl bei der Frage der Rüstungskontrolle als auch bei den Verhandlungen über ein Ende des Krieges in der Ukraine. Das Ergebnis dieser Politik zeigte sich bildlich im August vergangenen Jahres, als die europäischen Staats- und Regierungschefs im Oval Office aufgereiht wie Schuljungen vor dem Schreibtisch des US-Präsidenten saßen.

Europa sollte sich nicht in eine Rolle drängen lassen, in der es auf sicherheitspolitische Herausforderungen nur noch reagiert. Wir können uns nicht darauf verlassen, dass die USA europäische Sicherheitsinteressen mitdenken. Die EU muss in einer multipolaren Welt viel stärker als bisher ihre eigenen Interessen formulieren, selbstbewusst vertreten und gezielt nach neuen Partnerschaften suchen. Dazu gehört in erster Linie eine engere Kooperation mit anderen liberalen Demokratien wie Kanada, Japan oder Australien. Gleichzeitig sollte Europa aber auch stärker den Blick auf den globalen Süden richten. Viele Staaten dort haben ebenfalls kein Interesse an einer Welt der Einflusszonen und der militärischen Großmachtpolitik. Gerade hier eröffnen sich wichtige Anknüpfungspunkte für neue Formen der Zusammenarbeit – auch im Bereich der multilateralen Rüstungskontrolle und der Nichtverbreitung von Waffen.

Eine wichtige Gelegenheit hierfür bietet die noch bis zum 22. Mai stattfindende Überprüfungskonferenz des Atomwaffensperrvertrags (NVV). Die beiden vorangegangenen Konferenzen in den Jahren 2015 und 2022 endeten ohne substanzielle Abschlussdokumente. Gerade in Zeiten wachsender globaler Spannungen wäre ein gemeinsames Abschlussdokument sicherlich ein wichtiges politisches Signal. Gleichwohl muss man realistisch bleiben. Das letzte Abschlussdokument stammt aus dem Jahr 2010, kurz nach Obamas Rede in Prag zu einer atomwaffenfreien Welt.

Die Welt ist heute jedoch eine grundsätzlich andere. Seit dem Auslaufen des New START-Vertrags im Februar dieses Jahres gibt es zum ersten Mal seit 1972 keine rechtlich bindenden und überprüfbaren Begrenzungen der amerikanischen und russischen Nukleararsenale mehr. Gleichzeitig sehen wir uns heute zunehmend mit neuen nuklearen Akteuren und mit der Gefahr der Proliferation konfrontiert. Erschwerend kommen die technologische Modernisierung und eine Vermischung von konventionellen und nuklearen Abschreckungssystemen hinzu. Gerade unter den Großmächten kehrt zunehmend ein Denken zurück, das die Illusion nährt, atomare Kriege seien wieder führ- und gewinnbar. Die bei uns und anderen Ländern geführte Debatte über die Verfügung und Mitbestimmung etwa bei britischen und französischen Atomwaffen hat zudem unsere Glaubwürdigkeit im internationalen Dialog nicht erhöht.

Auch China baut derzeit sein nukleares Arsenal massiv aus. Die USA drängen deshalb darauf, China künftig in multilaterale Rüstungskontrollabkommen einzubeziehen. Peking wiederum verweist darauf, dass sein nukleares Arsenal nach wie vor deutlich kleiner ist als das der USA und Russlands. Erst jüngst haben die USA China vorgeworfen, im Jahr 2020 geheime Atomwaffentests durchgeführt zu haben. Im vergangenen Oktober verkündeten auch die USA, erstmals seit 1992 wieder Kernwaffenversuche durchführen zu wollen. Daraufhin erklärte ebenfalls Russland, Vorbereitungen für eigene Tests treffen zu wollen.

All dies zeigt: Die Gefahr eines nuklearen Krieges ist heute so groß wie nie zuvor. Die wachsende Konkurrenz zwischen den Großmächten, die Entwicklung neuartiger Waffensysteme und die anhaltende Modernisierung und Diversifizierung von Kernwaffenarsenalen führen zu neuen Rüstungswettläufen, die Milliarden verschlingen. Diese Mittel fehlen dann an anderer Stelle, etwa im Kampf gegen den Klimawandel, bei der Wiederbelebung der Wirtschaft sowie für soziale Gerechtigkeit.  

Als Europäer kann man all diese Entwicklungen bedauern. Wichtiger wäre es jedoch, sich aktiv dieser konfrontativen und risikoreichen Entwicklung entgegenzustellen und alles dafür zu tun, damit das Denken in nuklearen Kategorien und Einflusszonen nicht wiederkehrt. Europa muss der Gefahr eines neuen nuklearen Wettrüstens entschieden entgegentreten. Ebenso müssen Atomwaffentests – unabhängig davon, von welcher Seite sie ausgehen – klar und unmissverständlich verurteilt werden. In der Vergangenheit ist es den Europäern immer wieder gelungen, durch eine kluge Kombination von Verteidigungsfähigkeit und Diplomatie wichtige Impulse zum Abbau von Spannungen sowie zur multilateralen Rüstungskontrolle und Nichtverbreitung zu setzen. Eine solche Politik wäre auch heute wieder dringend geboten – wahrscheinlich mehr denn je. IPG 8

 

 

 

 

 

AGG-Novelle. Ein Reförmchen gegen ein großes Problem

 

Die Bundesregierung will den Diskriminierungsschutz verbessern – aber nur punktuell. Antidiskriminierungsbeauftragte Ataman fordert eine echte AGG-Reform. Auch eine der zuständigen Ministerinnen wünscht sich weitere Schritte. Von Christina Neuhaus

Der Schutz vor Diskriminierung in Deutschland soll verbessert werden – allerdings nur punktuell. Das Bundeskabinett billigte am Mittwoch einen Gesetzentwurf, der unter anderem eine etwas längere Frist für Ansprüche nach dem Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz (AGG) vorsieht. Zudem soll der Schutz vor sexueller Belästigung ausgeweitet werden. Die unabhängige Antidiskriminierungsbeauftragte Ferda Ataman findet den Gesetzentwurf „unzureichend“.

Laut den Plänen sollen Menschen für die Einforderung von Schadenersatz oder Entschädigung wegen Diskriminierung künftig vier statt zwei Monate Zeit haben. Dies betrifft die außergerichtliche Geltendmachung; bei Klagen gibt es je nach Bereich andere Fristen.

Hubig will „ambitionierten Diskriminierungsschutz“

Zudem soll das AGG mehr Fälle von sexueller Belästigung abdecken als bisher. Es greift derzeit nur bei Vorfällen am Arbeitsplatz – künftig sollen auch Bereiche wie Wohnungsmarkt, Zugang zu Gütern und Dienstleistungen sowie das Bildungswesen erfasst sein. Betroffene sollen dadurch leichter zivilrechtlich gegen die Belästigung vorgehen können.

Der Gesetzentwurf wurde von den Ministerien für Justiz und Familie gemeinsam erarbeitet. Das Justizministerium hat schon deutlich gemacht, dass es sich weitergehende Änderungen gewünscht hätte. Am Mittwoch erklärte Ressortchefin Stefanie Hubig (SPD), sie werde sich „weiter für einen ambitionierten Diskriminierungsschutz einsetzen“.

Die Beauftragte Ataman sagte in Berlin, Deutschland habe „eines der schwächsten Antidiskriminierungsgesetze in Europa“. Eine umfassende Reform des AGG, das seit 20 Jahren fast unverändert in Kraft ist, sei dringend notwendig. Ataman verwies darauf, dass Diskriminierung in der letzten Zeit „offener und härter“ geworden sei. „Es war noch nie wichtiger in Deutschland, Menschen vor Diskriminierung zu schützen, als heute.“

Ataman: Vertragsverletzungsverfahren möglich

Konkret forderte Ataman unter anderem eine Verlängerung der bisherigen Zwei-Monats-Frist auf mindestens ein Jahr und eine Ausweitung der AGG-Regeln auf staatliche Stellen. Es sei ein Verbandsklagerecht nötig, damit Betroffene nicht immer individuell gegen Diskriminierung vorgehen müssten. Auch brauche die von ihr geleitete Antidiskriminierungsstelle des Bundes deutlich mehr Kompetenzen, als es der Entwurf vorsieht. Ataman äußerte die Hoffnung, dass bei der nun anstehenden Beratung im Bundestag noch Verbesserungen durchgesetzt werden.

Die AGG-Reform dient auch der Umsetzung von EU-Vorgaben in deutsches Recht. Ataman warf der Regierung vor, sich nur darum zu kümmern und keinen darüber hinausgehenden Reformwillen zu zeigen. Der vorgelegte Entwurf reiche ihrer Meinung nach aber gar nicht aus, um die EU-Mindeststandards korrekt umzusetzen. Deutschland riskiere daher ein Vertragsverletzungsverfahren.

Auch die Grünen-Rechtspolitikerin Awet Tesfaiesus nannte den Entwurf „mutlos“. Er bleibe „weit hinter dem zurück, was angesichts der Realität von Diskriminierung in Deutschland nötig wäre“. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Feststellungen des Hessischen Integrationsmonitors ernst nehmen und politisch handeln!

 

Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen (agah) sieht sich durch die Ergebnisse des aktuellen Hessischen Integrationsmonitors in zentralen Positionen bestätigt. Der Bericht zeigt deutlich: Migrantinnen und Migranten sind eine tragende Säule unserer Gesellschaft und unseres wirtschaftlichen Wohlstands. Gleichzeitig macht der Monitor sichtbar, dass strukturelle Benachteiligungen, Diskriminierung und mangelnde politische Teilhabe weiterhin zum Alltag vieler Menschen gehören.

Die aktuellen Zahlen belegen, dass der Beschäftigungszuwachs in Hessen seit 2020 ausschließlich auf ausländische Beschäftigte zurückzuführen ist. Während die Zahl deutscher sozialversicherungspflichtig Beschäftigter stagnierte, stieg die Zahl ausländischer Beschäftigter um 28 Prozent auf rund 560.000 Menschen an. Gleichzeitig warnt der Monitor vor einem zunehmenden Fachkräftemangel und einem erstmals negativen EU-Zuwanderungssaldo in Hessen.

Für die agah ist klar: Ohne Zuwanderung, Integration und gesellschaftliche Teilhabe wird Hessen weder seinen wirtschaftlichen Wohlstand sichern noch den gesellschaftlichen Zusammenhalt stärken können.

„Der Integrationsmonitor bestätigt das, worauf Ausländerbeiräte, Migrantenorganisationen und viele gesellschaftliche Initiativen seit Jahrzehnten hinweisen: Menschen mit Migrationsgeschichte sind längst unverzichtbarer Teil unseres Landes. Sie tragen Verantwortung in Betrieben, Verwaltungen, Schulen, Krankenhäusern und im gesellschaftlichen Leben. Wer Migration weiterhin vor allem als Problem diskutiert, ignoriert die Realität unseres Landes“, erklärt der agah-Landesvorsitzende Enis Gülegen.

Die agah begrüßt ausdrücklich die Feststellung der Hessischen Integrationsministerin Heike Hofmann, dass Hessen ein Einwanderungsland ist und die Zukunft des Landes wesentlich davon abhängt, ob Integration gelingt. Ebenso wichtig sei der Hinweis, dass rassistische und fremdenfeindliche Stimmungsmache mittlerweile ein wirtschaftlicher Standortnachteil sei.

Gleichzeitig zeigt der Monitor erhebliche Probleme auf: Bildungsungleichheit, Benachteiligungen auf dem Arbeits- und Wohnungsmarkt sowie zunehmende Sorgen vor Diskriminierung und Rassismus. Laut Bericht machen sich inzwischen neun von zehn Menschen mit Migrationsgeschichte Sorgen über gesellschaftliche Ausgrenzung und rassistische Entwicklungen.

Für die agah offenbart sich darin ein grundlegender Widerspruch: Einerseits wird Integration eingefordert, andererseits werden politische Debatten zunehmend von Ausgrenzung, Abschottung und Forderungen nach „Remigration“ geprägt. Eine Integrationspolitik, die sich vor allem über Abschiebungszahlen definiert, werde weder der gesellschaftlichen Realität noch den wirtschaftlichen Herausforderungen Hessens gerecht.

Integration bedeutet Teilhabe. Integration bedeutet gleiche Chancen. Integration bedeutet politische Mitbestimmung. 

Deshalb fordert die agah:

* die Einführung des kommunalen Wahlrechts für Menschen ohne deutschen Pass,

* die Stärkung, Modernisierung und Weiterentwicklung der Ausländerbeiräte,

* eine konsequente Bekämpfung von Rassismus und Diskriminierung,

* bessere Bildungs- und Sprachförderangebote,

* schnellere Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse,

* den Schutz und die Stärkung des Rechts auf Asyl,

* eine Integrationspolitik, die gesellschaftliche Teilhabe statt Ausgrenzung in den Mittelpunkt stellt.

„Die Maxime ‚Wir schaffen das‘ hat sich bewahrheitet. Viele Menschen, die unter schwierigsten Bedingungen nach Deutschland gekommen sind, haben sich hier ein Leben aufgebaut und leisten heute einen unverzichtbaren Beitrag für unser Gemeinwesen. Jetzt ist die Politik in der Pflicht, endlich die richtigen Konsequenzen aus diesen Erkenntnissen zu ziehen“, so Gülegen weiter.

Die agah fordert die Hessische Landesregierung auf, den Feststellungen des Integrationsmonitors konsequent Rechnung zu tragen und eine Integrationspolitik zu gestalten, die diesen Namen verdient. Integration darf nicht als Bringschuld einzelner verstanden werden, sondern muss als gemeinsame gesellschaftliche und politische Aufgabe begriffen werden. agah 7

 

 

 

 

Jugendstudie. Rechte Inhalte erreichen inzwischen Mehrheit in Schulen

 

Eine Studie aus Schleswig-Holstein legt offen, wie stark rechte Inhalte in die Lebenswelt Jugendlicher dringen. Besonders brisant: Mehr Schüler:innen berichten von Diskriminierung. Demokratie, Vielfalt und Respekt geraten spürbar unter Druck.

Unter Jugendlichen in Schleswig-Holstein steigt die Zustimmung zu rechtsautoritären Diktaturvorstellungen. Gleichzeitig nimmt der Kontakt zu rechtsextremen Szenen und Inhalten spürbar zu. Das sind Kernaussagen einer Studie zum Rechtsextremismus, die das Landesdemokratiezentrum gemeinsam mit dem Kriminologischen Forschungsinstitut Niedersachsen in Kiel vorgestellt hat.

Grundlage der Untersuchung ist eine breit angelegte Befragung von mehr als 4.600 Schülerinnen und Schülern der Jahrgangsstufen 7 und 9 an Gemeinschaftsschulen und Gymnasien in Schleswig-Holstein von November 2024 bis zum Januar 2026. Die übergeordnete Fragestellung lautete: Wie blicken Jugendliche in Schleswig-Holstein auf Demokratie, Vielfalt und das gesellschaftliche Miteinander?

Abwertende Einstellungen haben stark zugenommen

Bei einer Befragung im Jahr 2018 habe der Kontakt von Jugendlichen zu rechtsextremen Szenen und Inhalten noch bei 36,1 Prozent gelegen. Im Jahr 2025 berichteten bereits 57,6 Prozent der Jugendlichen von entsprechenden Erfahrungen. Ein geschlossenes rechtsextremes Weltbild unter Jugendlichen hätten 3,5 Prozent der Befragten – dieser Wert habe sich seit 2018 nicht verändert.

Die Schülerinnen und Schüler sollten unter anderem einer ganzen Reihe von bestimmten Aussagen zustimmen oder diese ablehnen. Ein Beispiel: „Was Deutschland jetzt braucht, ist eine einzige starke Partei, die das deutsche Volk insgesamt verkörpert.“ Dieser Aussage hätten 35,5 Prozent der Befragten zugestimmt, so die Studie.

Abwertende Einstellungen gegenüber arbeitslosen, obdachlosen und homosexuellen Menschen sowie gegenüber Menschen mit Behinderung hätten zugenommen, so die Verfasser der Studie. Auffällig sei die Zunahme von diskriminierenden Verhaltensweisen. 23,1 Prozent der Jugendlichen geben demnach an, selbst bereits andere beleidigt, Sachen beschädigt oder körperlich angegriffen zu haben. 2018 lag dieser Wert bei 14,3 Prozent.

Mehr Diskriminierungserfahrungen

Gleichzeitig berichten mehr Jugendliche auch von eigenen Diskriminierungserfahrungen. Mehr als zehn Prozent der Befragten geben an, aufgrund von Nationalität, Herkunft, Sprache oder Hautfarbe benachteiligt worden zu sein.

Insgesamt erklären 25,4 Prozent, mindestens eine Form gruppenbezogener Diskriminierung erlebt zu haben. Das bedeutet eine Verdoppelung gegenüber 2018, damals waren es 12,6 Prozent. Dabei räumen die Verfasser der Studie ein, dass ein Teil der Anstiege durch eine höhere Sensibilität für die Thematik erklärt werden könne.

Innenministerin: Ergebnisse sind alarmierend

„Die aktuellen Ergebnisse sind alarmierend. Sie zeigen deutlich, dass sich etwas in unserer Gesellschaft verschiebt“, sagt Schleswig-Holsteins Innenministerin Magdalena Finke (CDU). „Wir müssen frühzeitig hinschauen, zuhören und gezielt gegensteuern, wo sich menschenfeindliche Haltungen verfestigen.“ Die Studie liefere dafür eine belastbare Grundlage und helfe, Maßnahmen gegen Rechtsextremismus gezielt weiterzuentwickeln.

Präventionsarbeit spiele dabei eine zentrale Rolle. Trotzdem sei es eine Aufgabe, die nur alle gemeinsam bewältigen können. „Mit politischer Bildung, Unterstützung von Schulen und Lehrkräften und der Förderung einer aktiven Zivilgesellschaft können und müssen wir den Entwicklungen entgegenwirken“, erklärt die Ministerin. Und je früher man ansetze, desto besser könne man demokratische Werte stärken und Ausgrenzung wirksam entgegenwirken. (dpa/mig 6)

 

 

 

 

Ein Jahr Merz-Bilanz. Wer rechts blinkt, macht die Überholspur frei

 

Wer rechtspopulistische Themen übernimmt, schwächt nicht automatisch die Rechtspopulisten. Genau diese Erfahrung macht Friedrich Merz: Der harte Migrationskurs senkt Zahlen, aber nicht die Zustimmung zur AfD.

Von Peter Wütherich  

Miese Stimmung zum Kanzler-Jahrestag: Am Mittwoch jährt sich zum ersten Mal der Tag, an dem CDU-Chef Friedrich Merz zum Bundeskanzler gewählt wurde. Merz und seine Koalition messen nach einem Jahr des Regierens in den Umfragen neue Tiefen aus, Spitzenkoalitionäre giften sich öffentlich an. Die in Teilen rechtsextremistische AfD ist wie nie zuvor im Aufwind. Merz’ Kalkül, durch gutes Regieren das Erstarken der politischen Ränder zu bremsen, ist nicht aufgegangen – im Gegenteil: In Umfragen ist die AfD stärkste Partei.

Ein Jahr nach dem Kanzlerwechsel stellt sich die Frage: Handelt es sich nur um ein momentanes Stimmungstief für Union und SPD – oder hat sich etwas ganz Grundsätzliches verschoben hier im Land?

Die AfD schlägt Wurzeln

Politikprofessor Benjamin Höhne von der Universität Chemnitz beobachtet generelle Veränderungen in der Wählerschaft, von denen die AfD profitiert. „Der Stammwähler, also der treue, loyale Wähler, der unabhängig von tagesaktuellen Ereignissen seiner Partei die Stange hält, ist bei den großen Parteien CDU, CSU und SPD am Verschwinden“, sagt Höhne der Nachrichtenagentur AFP. „Umgekehrt stellt es sich bei der AfD dar: Da sehen wir eine loyale Wählerklientel, die der AfD unabhängig von tagesaktuellen Ereignissen oder vom Spitzenpersonal treu bleibt.“

Die AfD lebt also nicht mehr nur von Protestwählern. Die Partei, in deren Reihen sich Rechtsextremisten, Russland-Treue und Verschwörungstheoretiker tummeln, sieht sich als große Profiteurin der Merz-Malaise. „Friedrich Merz kann – in der Koalition mit der SPD – praktisch nicht einen Wähler von der AfD zurückgewinnen“, sagt AfD-Parlamentsgeschäftsführer Bernd Baumann zu AFP – und wagt eine Prognose: „Merz wird weiter massiv Wähler an die AfD verlieren, denn unfähige Regierungen werden abgewählt.“

Merz hat sich verrechnet

In der Tat beobachten auch Politikwissenschaftler, dass sich die Parteien der Mitte zunehmend schwertun, Wähler von der AfD zurückzuholen – genau das war aber das Ziel von Merz. Der AfD-Kenner Benjamin Höhne von der Uni Chemnitz sagt: „Wenn jemand einmal rechtspopulistisch gewählt hat, dann ist es nicht einfach, ihn zu den Mainstreamparteien zurückzuholen, weil er eine rechtspopulistische Ideologisierung erfahren hat, die die Weltsicht eintrübt.“

Ein Jahr nach der Kanzlerwahl muss sich Merz eingestehen, dass sein Kalkül mit Blick auf die AfD nicht aufgegangen ist. Der CDU-Chef war mit zwei Prämissen ins Amt gestartet: Zum einen war er überzeugt, dass ein harter Migrationskurs der AfD den Wind aus den Segeln nimmt. Zum zweiten argumentierte Merz, dass ein beherzter Reformkurs die Handlungsfähigkeit der politischen Mitte unter Beweis stellt – und die AfD wieder kleiner macht.

Die Koalition spielt der AfD in die Hände

Die „Migrationswende“ hat die Zuzugszahlen tatsächlich deutlich sinken lassen. Merz reklamiert das als Erfolg. Es zahlt sich aber in den Umfragen nicht für ihn aus – ein Effekt, der absehbar war, wie Politikprofessor Marc Debus von der Universität Mannheim sagt: „Politikwissenschaftliche Studien zeigen: Wenn man das Thema Migration auf die Agenda hebt und sich den Positionen rechtspopulistischer Parteien annähert beziehungsweise ihre Rhetorik übernimmt, dann stärkt das in aller Regel die Rechtspopulisten.“

Das gelte auch, obwohl Merz’ Migrationswende messbare Ergebnisse erzielt, sagt Debus. Der Parteienforscher sieht aber einen Punkt, an dem die Koalition ihr Erscheinungsbild verbessern könnte: „Was wir aus der Forschung wissen ist, dass Streitigkeiten innerhalb von Regierungen dazu führen, dass man den Parteien und der Regierung als Ganzes weniger Kompetenz zuweist, wichtige Probleme zu lösen.“

Profilierungs-Dilemma

Der Rat der Wissenschaft an die Regierung ist also klar: Streitet Euch weniger in der Öffentlichkeit, dann wird die Stimmung wieder besser. Im Regierungsalltag ist das aber nicht einfach – zumal die Koalitionspartner CDU, CSU und SPD bemüht sind, ihr jeweils eigenes Profil zu schärfen. In den anstehenden Reformfragen – Wirtschaft, Sozialpolitik, Gesundheitspolitik, Arbeitsmarktpolitik, Rentenpolitik – vertreten sie sehr unterschiedliche Positionen. Profilierungsversuche lösen hier schnell Streit aus – ein Dilemma.

„Damit haben sie automatisch viele Streitflächen, wo zudem Konflikte offen ausgetragen werden“, resümiert Professor Debus. Und wer könnte davon profitieren? „Aus der Politikwissenschaft wissen wir: Unzufriedenheit unter der Bevölkerung, gerade auch allgemeiner Natur, beeinflusst signifikant die Wahlchancen rechtspopulistischer Parteien.“ (afp/mig 5)

 

 

 

 

Wer trägt die grüne Wende?

 

Klimapolitik ohne Arbeiter: Europas Transformation droht Jobs zu kosten – und den Rückhalt gleich mit. Von Wouter van de Klippe

Am 1. Mai gedenken wir jedes Jahr den Errungenschaften der internationalen Arbeiterbewegung. Vom Achtstundentag über bezahlten Urlaub bis hin zum Wochenende – oft halten wir die Ergebnisse jahrelanger Organisation und Anstrengungen für selbstverständlich. Diese Kämpfe waren langwierig und kostspielig, und viele Arbeiter und Gewerkschafter haben ihr Leben gegeben, damit unser Alltag besser, erfüllter und freier von Ausbeutung und Ungleichheit sein kann.

Und doch war die diesjährige Feier des Internationalen Tags der Arbeit spürbar anders. Es ist deutlich geworden, dass die europäische Arbeiterklasse zunehmend unter Druck steht und die Arbeiterbewegung selbst an Boden verliert.

Eine anhaltende Industriekrise, in der Stahlwerke Kapazitäten abbauen und große Arbeitgeber wie Volkswagen drastische Entlassungen ankündigen, macht deutlich, wie tiefgreifend, umfassend und langfristig die Krise ist. Der jüngste Energieschock infolge der Sperrung der Straße von Hormus hat dies erneut schmerzlich vor Augen geführt. Europas Abhängigkeit von den volatilen Öl- und Gasmärkten ist nicht nur ein Umweltproblem, sie ist eine wirtschaftliche und geopolitische Schwachstelle. Und wie so oft werden die Kosten ungleich verteilt. Steigende Energiepreise werden Arbeiterfamilien am härtesten treffen – sowohl direkt über steigende Energiekosten als auch indirekt durch den Verlust von Arbeitsplätzen in energieintensiven Branchen.

Gleichzeitig tut sich die organisierte Arbeiterschaft schwer, Antworten darauf zu finden. Die Organisation in Gewerkschaften war noch nie so niedrig, insbesondere unter jüngeren Arbeitnehmern, von denen viele Gewerkschaften für ihr Leben nicht mehr relevant finden. Dieser Verlust an kollektiver Macht tritt genau in dem Moment ein, in dem sie am dringendsten benötigt wird.

Zusammengenommen offenbaren diese Belastungen ein tieferes Problem: Europas grüner Wandel droht bestehende Ungleichheiten weiter zu verschärfen, da er ohne die Arbeitnehmer gestaltet wird. Krisen schaffen auch Chancen. Die Frage ist nicht, ob Europa seine Wirtschaft umgestalten wird, sondern wie – und für wen.

Kurzfristig müssen die europäischen Entscheidungsträger handeln, um die Bürger vor unmittelbaren Preissteigerungen zu schützen, die verheerende Folgen für ihren Lebensunterhalt haben könnten. Seit der durch die Invasion der Ukraine ausgelösten Energiekrise fordert der Europäische Gewerkschaftsbund (EGB) als Reaktion auf die Belastung der europäischen Industrie einen stärkeren Beschäftigungsschutz. Zudem plädieren Analysten für subventionierte Energiezuteilungen, um sicherzustellen, dass Haushalte Zugang zu einer Grundversorgung mit bezahlbarer Energie haben und die Krise überstehen können.

Gleichzeitig muss Europa grundlegende Veränderungen vorantreiben, die die Anfälligkeit des Kontinents für solche Schocks in Zukunft verringern – und dabei sicherstellen, dass diese Maßnahmen unter klarer Berücksichtigung ihrer unterschiedlichen Auswirkungen auf die verschiedenen sozialen Schichten konzipiert werden.

Es gibt immer mehr Belege dafür, dass die Dekarbonisierung sowohl die Bürger als auch die Volkswirtschaften vor starken Schwankungen der Energiepreise schützen kann. Länder wie Spanien, die stark in erneuerbare Energien investiert haben, waren solchen Schocks weitaus weniger ausgesetzt. Infolgedessen hat das Land derzeit einige der niedrigsten Energiepreise in der EU. Dennoch bleibt Europas derzeitiger Ansatz politisch instabil, da er sozial unausgewogen ist.

Viele wichtige Dekarbonisierungsprogramme in Europa kommen überproportional Haushalten mit höherem Einkommen zugute, während sie einkommensschwachen Familien wenig bieten. So kommen beispielsweise Programme, die Anreize für den Kauf neuer Elektrofahrzeuge bieten, überwiegend denjenigen zugute, die sich ohnehin schon Neuwagen leisten können. Unterdessen treiben Maßnahmen wie das Emissionshandelssystem – das Kronjuwel der EU-Dekarbonisierungspolitik – die Kosten so in die Höhe, dass einkommensschwache Gruppen und Regionen, die von energieintensiven Industrien abhängig sind, am härtesten getroffen werden.

Kurz gesagt: Europa verfolgt derzeit einen Wandel, der stark auf Marktmechanismen setzt, versäumt es jedoch, deren vorhersehbare soziale Folgen zu korrigieren. Experten haben dies als „Kohlenstoff-Schocktherapie“ bezeichnet und davor gewarnt, dass dieser Ansatz angesichts volatiler Energiemärkte und des intensiven internationalen Wettbewerbs zu einer Deindustrialisierung führt. Steigende Kosten für energieintensive Industrien ohne angemessene und koordinierte staatliche Unterstützung für neue Alternativen führen zu einem „ungeordneten“ Dekarbonisierungsprozess, der massive Arbeitsplatzverluste und schrumpfende Industriekapazitäten riskiert.

Das Ergebnis ist ein wachsendes Gefühl, dass der grüne Wandel etwas sei, das den Arbeitnehmern angetan werde, nicht für und mit ihnen. Es überrascht nicht, dass dies Ressentiments geschürt und rechtsextreme Kräfte gestärkt hat, die darauf aus sind, wirtschaftliche Unsicherheit als Waffe gegen grüne Politik einzusetzen.

Wir müssen uns klar von der Vorstellung verabschieden, dass Märkte allein einen fairen Wandel bewirken könnten. Stattdessen braucht Europa eine ehrgeizigere, staatlich gelenkte Industriestrategie – eine, die Dekarbonisierung als kollektives Projekt und nicht als Marktkorrektur betrachtet. Es gibt bereits erste Ansätze, wie das aussehen könnte. Frankreichs Social Leasing-Initiative, die Haushalten einen kostengünstigen Zugang zu Elektrofahrzeugen ermöglicht, erweitert den Zugang über wohlhabende Haushalte hinaus. Darüber hinaus bringen Investitionen in erschwinglichen öffentlichen Nahverkehr weitaus größere Vorteile für einkommensschwächere Gruppen als Subventionen für den privaten Konsum. Und Europas Industrial Accelerator Act stellt Mittel zur Unterstützung der Dekarbonisierung angeschlagener Industriezweige bereit. Doch diese Bemühungen bleiben fragmentiert und unzureichend.

Eine ernsthafte Strategie müsste groß angelegte öffentliche Investitionen mit Beschäftigungsgarantien, Umschulungsprogrammen und einem stärkeren Kündigungsschutz verbinden. Sie müsste auch neue Formen öffentlichen oder gemeinschaftlichen Eigentums in Schlüsselbranchen erfordern, um sicherzustellen, dass die Vorteile des Wandels breit geteilt werden.

Entscheidend ist dabei auch eine aktivere Rolle der Gewerkschaften selbst – nicht nur als Verteidiger bestehender Arbeitsplätze, sondern als Mitgestalter des industriellen Wandels. Dies erfordert die Ausarbeitung politischer Maßnahmen gemeinsam mit Arbeitnehmern und Gewerkschaften, wobei die zentrale Rolle der Arbeit beim Ausstieg aus fossilen Brennstoffen hervorgehoben werden muss. Kurzum: Die Dekarbonisierung muss als Arbeitspolitik konzipiert werden.

Ohne Druck wird nichts davon geschehen. Europa befindet sich derzeit in einer Phase konkurrierender Visionen darüber, wie man aus der Abhängigkeit von fossilen Brennstoffen ausbrechen kann. Verzögerungen, wie die Aufhebung des EU-Verbots für neue Verbrennungsmotoren, spiegeln die Angst vor mutigen Maßnahmen und Zugeständnisse an die etablierten Autohersteller wider, während die Wiederaufnahme der Diskussionen über Bohrungen in der Arktis nur von den notwendigen mutigen Maßnahmen ablenken wird. Gleichzeitig spiegelt das anhaltende Vertrauen in Deregulierung als Wachstumsstrategie eine politische Unwilligkeit wider, sich dem Ausmaß des erforderlichen Strukturwandels zu stellen, und stellt eher eine Wunschliste multinationaler Lobbyisten dar als ernsthafte industriepolitische Entscheidungsfindung.

Hier muss sich die Arbeiterbewegung wieder behaupten. Ehrgeizige politische Maßnahmen zur Umgestaltung der europäischen Wirtschaft unter der Führung der europäischen Arbeitnehmer erfordern Druck und koordiniertes Handeln. Dies bedeutet auch, sich einen Platz am Tisch zu sichern, an dem die Industriepolitik gestaltet wird. Denn es sind die Arbeitnehmer und ihre Gewerkschaften, die besser als jeder andere wissen, welche politischen Maßnahmen erforderlich sind, um die europäischen Volkswirtschaften so umzugestalten, dass sie Akzeptanz und Unterstützung in der Bevölkerung für eine ehrgeizige Dekarbonisierung fördern.

Letztendlich sind es die Arbeitnehmer, die die für Europas dekarbonisierte Zukunft notwendige Infrastruktur aufbauen werden. Und es sind die Arbeitnehmer, die die Hauptlast der Verwüstung tragen würden, die entstehen könnte, wenn man es falsch macht. Das verleiht ihnen sowohl ein materielles Interesse als auch eine einzigartige Autorität bei der Gestaltung der Zukunft. Die Geschichte der Arbeiterbewegung ist eine Geschichte des Kampfes, der Veränderungen erzwungen hat, die einst unmöglich schienen. Es gibt keinen Grund zur Annahme, dass es diesmal anders sein wird. Der Druck, diese politischen Maßnahmen durchzusetzen, muss von einer Arbeiterbewegung ausgehen, die geschlossen und selbstbewusst auftritt, statt nachgiebig und zurückhaltend.

Für die Gewerkschaften ist das auch eine Chance. Indem sie sich in den Mittelpunkt des ökologischen Wandels stellen – indem sie konkrete Errungenschaften, gerechte Verteilung und demokratische Kontrolle fordern und politische Maßnahmen mitgestalten –, können sie ihre Relevanz wiederherstellen und eine neue Verbindung zu jüngeren Generationen aufbauen. IPG 5

 

 

 

 

Gegen Ausbeutung. EU regelt Sozialsystem für Arbeit im Ausland neu

 

Eine neue EU-Einigung soll klären, welches Land für Sozialversicherung, Arbeitslosen-, Familien- und Pflegeleistungen zuständig ist. Was trocken klingt, betrifft in der Praxis vor allem Menschen, die im Ausland arbeiten – und oft kaum wissen, welche Rechte sie haben.

Wer in der EU in einem Land lebt, in einem anderen arbeitet und vielleicht von einer Firma aus einem dritten Land beschäftigt wird, kann schnell zwischen die Zuständigkeiten geraten: Welche Krankenkasse ist verantwortlich? Wo werden Rentenbeiträge gezahlt? Wer hilft, wenn der Lohn ausbleibt oder der Job verloren geht? Genau solche Fragen will die EU mit neuen Regeln zur Sozialversicherung bei grenzüberschreitender Arbeit klarer ordnen.

Die Einigung betrifft Millionen Menschen, die innerhalb Europas mobil arbeiten – Bauarbeiter, Handwerker, Pflegekräfte, Lkw-Fahrer oder Beschäftigte auf Montage. Im Zentrum steht die sogenannte A1-Bescheinigung. Sie weist nach, in welchem EU-Staat eine Person sozialversichert ist, wenn sie vorübergehend in einem anderen Land arbeitet. Für Behörden ist sie ein Kontrollinstrument: Sie können damit prüfen, ob Arbeitgeber Sozialbeiträge korrekt abführen – oder ob Beschäftigte über Grenzen hinweg ausgebeutet werden.

Künftig sollen die zuständigen Behörden grundsätzlich vorab informiert werden, wenn Beschäftigte in einem anderen EU-Staat arbeiten. Ausnahmen soll es bei Geschäftsreisen und sehr kurzen Tätigkeiten von höchstens drei aufeinanderfolgenden Arbeitstagen geben. Für die Baubranche gilt diese Ausnahme ausdrücklich nicht. Dort soll auch bei kurzen Einsätzen weiter gemeldet werden.

Ausbeutung an deutschen Baustellen keine Ausnahme

Das ist kein technisches Detail. Gerade auf deutschen Baustellen arbeiten viele Menschen aus dem Ausland in einem Dickicht von Subunternehmen, Werkverträgen und wechselnden Zuständigkeiten. Am Ende solcher Ketten stehen häufig Beschäftigte, die kaum Deutsch sprechen, ihre Rechte nicht kennen, in Sammelunterkünften leben und sich aus Angst vor Jobverlust nicht wehren. Formal haben sie Rechte. Praktisch aber können sie sich oft wie rechtlos fühlen – besonders dann, wenn Löhne nicht vollständig gezahlt, Arbeitszeiten nicht dokumentiert oder Sozialbeiträge unklar abgeführt werden.

Ein Beispiel: Ein Bauarbeiter aus Rumänien wird von einer Firma nach Deutschland geschickt. Auf dem Papier arbeitet er für ein Subunternehmen, das wiederum von einem weiteren Subunternehmen beauftragt wurde. Der eigentliche Auftraggeber sitzt mehrere Ebenen darüber. Der Mann arbeitet zehn Stunden am Tag auf einer Baustelle, bekommt aber nur einen Teil des versprochenen Lohns. Als er nachfragt, verweist der Vorarbeiter auf die Firma in Rumänien. Die deutsche Firma erklärt, sie sei nicht zuständig. Ohne klare Unterlagen, ohne Sprachkenntnisse und ohne Geld für anwaltliche Hilfe bleibt sein Recht schwer durchsetzbar.

Wenn die Pflegekraft aus Polen krank wird

Noch komplizierter wird es, wenn auch die Sozialversicherung unklar ist. Wird der Mann krank oder verletzt sich auf der Baustelle, stellt sich plötzlich die Frage: Ist er in Rumänien versichert? In Deutschland? Wurde für ihn überhaupt ordnungsgemäß gezahlt? Genau an solchen Stellen wird aus einer A1-Bescheinigung mehr als ein Formular. Sie kann darüber entscheiden, ob Behörden nachvollziehen können, wer für einen Menschen verantwortlich ist.

Ein zweites Beispiel: Eine Pflegekraft aus Polen betreut vorübergehend eine ältere Frau in Deutschland. Sie geht davon aus, weiter in Polen abgesichert zu sein. Dann wird sie krank und kann mehrere Wochen nicht arbeiten. Nun muss geklärt werden, welches Land zuständig ist, ob ihre Beschäftigung korrekt gemeldet wurde und welche Ansprüche sie hat. Für die Betroffene ist das keine Verwaltungsfrage, sondern eine existenzielle Frage: Wer zahlt, wenn sie ausfällt?

Regelung wird Ausbeutung nicht beseitigen

Die neue EU-Regelung dürfte Ausbeutung nicht restlos verhindern. Sie kann aber helfen, grenzüberschreitende Arbeit sichtbarer zu machen. Wer vorab gemeldet werden muss, kann leichter kontrolliert werden. Das ist besonders wichtig in Branchen, in denen mobile Arbeit, Subunternehmen und kurzfristige Einsätze ineinandergreifen – etwa im Bau, in der Logistik, in der Pflege oder im Handwerk.

Gleichzeitig soll die Reform Unternehmen bei echten Kurzreisen entlasten. Wer nur für ein Meeting oder eine sehr kurze Tätigkeit ins EU-Ausland fährt, soll nicht jedes Mal denselben bürokratischen Aufwand haben. Die politische Gratwanderung liegt deshalb darin, unnötige Bürokratie abzubauen, ohne neue Schlupflöcher für Lohndumping und Sozialbetrug zu öffnen.

Kritik an der Reform

Die Reform ist allerdings nicht unumstritten. Wirtschaftsverbände sehen in der A1-Pflicht seit Jahren vor allem unnötige Bürokratie und begrüßen die geplanten Ausnahmen für kurze Einsätze. Kleine Grenzbetriebe kritisieren zudem, dass der Bausektor pauschal von dieser Erleichterung ausgenommen bleiben soll – auch wenn es nur um eine kurze Reparatur oder einen Kundentermin im Nachbarland geht.

Gewerkschaften und europäische Bau-Sozialpartner argumentieren dagegen genau umgekehrt: Gerade im Bau seien Vorabmeldungen ab dem ersten Tag nötig, weil dort besonders viele entsandte Beschäftigte arbeiten und Missbrauch, Scheinselbstständigkeit, Subunternehmerketten und Sozialbetrug verbreitet sind. Die Reform ist deshalb ein Kompromiss zwischen Bürokratieabbau und Kontrolle. Sie kann Ausbeutung sichtbarer machen, löst aber das Grundproblem nicht: Solange Verantwortung über lange Subunternehmerketten weitergereicht wird, bleiben viele Beschäftigte trotz formaler Rechte praktisch schutzlos. (mig 5)

 

 

 

 

 

Abschiebepolitik. Härte-Rhetorik prallt auf Realität

 

In Deutschland reden Unionspolitiker gerne über mehr Abschiebungen. Doch im ersten Quartal sank die Zahl deutlich. Krieg, gestrichene Flüge und unsichere Zielstaaten zeigen, wie wenig die demonstrativ präsentierte politische Härte mit der Realität zu tun hat.

Aus Deutschland sind im ersten Quartal dieses Jahres deutlich weniger Ausreisepflichtige abgeschoben worden als im Vorjahreszeitraum. Das geht aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine schriftliche Frage der Linken-Abgeordneten Clara Bünger hervor. Danach wurden in den ersten drei Monaten dieses Jahres insgesamt 4.807 Menschen in ihr Herkunftsland zurückgeführt oder in ein EU-Land gebracht, das für ihr Asylverfahren verantwortlich ist.

Zwischen Anfang Januar 2025 und Ende März 2025 waren 6.515 Menschen aus Deutschland abgeschoben werden. Zuerst hatte die „Neue Osnabrücker Zeitung“ über die Statistik berichtet.

Türkei kooperiert bei Abschiebungen

Mit 601 Abgeschobenen war die Türkei demnach in den ersten drei Monaten dieses Jahres das Hauptzielland, gefolgt von Georgien mit 266 Abschiebungen und Nordmazedonien, wohin 230 Abschiebungen erfolgten.

Was auffällt, wenn man die Zielstaaten für Abschiebungen Anfang 2025 und Anfang dieses Jahres vergleicht: Nach Spanien und Frankreich wurden im ersten Quartal dieses Jahres weniger Menschen überstellt. Für Spanien waren es 192 Abgeschobene nach 325 Abschiebungen im Vorjahresquartal. Nach Frankreich gingen 174 Abschiebungen nach 333 Anfang 2025.

Dublin-Rücküberstellungen

Einen direkten Zusammenhang zwischen der seit rund eineinhalb Jahren sinkenden Zahl von unerlaubten Einreisen und Asylerstanträgen sieht man insgesamt bisher nicht. Denn das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) nutzt die durch den Rückgang der Antragszahlen freigewordenen Kapazitäten, um Altfälle zu bearbeiten, die im Falle einer Ablehnung des Schutzersuchens teils eine Abschiebung nach sich ziehen können.

Bei den sogenannten Dublin-Überstellungen in EU-Staaten wie Frankreich oder Spanien ist ein Zusammenhang zwischen der gesunkenen Zahl der Einreisen und den selteneren Abschiebungen jedoch zu vermuten. Denn nach den geltenden Dublin-Regeln ist eine Überstellung in einen anderen EU-Staat nur innerhalb einer bestimmten Frist möglich. Verstreicht diese, überträgt sich die Verantwortung für das Asylverfahren auf den Staat, in dem sich der Antragsteller aufhält. Das Bamf ist daher vor allem bei EU-Zielstaaten, die bei der Rücknahme kooperieren, bemüht, diese Fälle rasch zu bearbeiten.

Weniger Flüge durch den Iran-Krieg

Ein weiterer Faktor dürfte der Iran-Krieg sein, den Israel und die USA Ende Februar begonnen hatten. Dabei geht es weniger um die Zahl der Menschen, die in den Iran abgeschoben werden. Im ersten Quartal dieses Jahres waren es drei Menschen; im Vorjahreszeitraum fünf. Mehrere Bundesländer haben einen Abschiebestopp für den Iran beschlossen.

Jedoch wurden durch den Krieg, der sich in der Folge ausweitete, zahlreiche Flugverbindungen gestrichen, was die Möglichkeit von Abschiebungen per Linienflug einschränkt. Auch Abschiebungen per Sammelcharter zu organisieren, ist durch das Kriegsgeschehen für bestimmte Zielregionen schwieriger geworden. Beispielsweise waren im ersten Quartal des vergangenen Jahres 157 Menschen in den Irak abgeschoben worden. Im ersten Quartal dieses Jahres war der Irak nicht unter den Hauptzielstaaten von Abschiebungen aus Deutschland.

Die Linken-Abgeordnete Bünger sagte, selbst vor dem aktuellen Krieg sei es verantwortungslos gewesen, Menschen in den Iran abzuschieben. Sie erinnerte an die brutale Niederschlagung der Massenproteste im Iran Anfang des Jahres. (dpa/mig 5)

 

 

 

 

Save the Children: Massive Zunahme von digitalem Kindesmissbrauch

 

Im Jahr 2025 wurde weltweit ein Anstieg der Meldungen über den Austausch von mutmaßlichem sexuellem Missbrauchsmaterial von Kindern um 450 Prozent im Vergleich zum Vorjahr verzeichnet. Das geht aus einem neuen Bericht des Kinderhilfswerkes Save the Children hervor.

Die Organisation Save the Children weist zum Nationalen Tag gegen Pädophilie und Kinderpornografie, der in Italien am 5. Mai begangen wird, auf eine besorgniserregende Entwicklung im digitalen Raum hin. Besonders markant ist die Zunahme von Videos, die mittels künstlicher Intelligenz erstellt wurden. Hier liegt die Steigerungsrate bei 26.000 Prozent innerhalb eines Jahres. Während im Vorjahr lediglich 13 solcher Videos identifiziert wurden, stieg die Zahl im Jahr 2025 auf über 3.400 an.

98 Prozent der Opfer sind Mädchen

Die vorliegenden Daten verdeutlichen eine anhaltende Gefährdung von Mädchen, die 98 Prozent der Opfer ausmachen. Ein Großteil der Betroffenen, etwa 91 Prozent, befindet sich im Alter zwischen drei und dreizehn Jahren. Neben der Zunahme von Bildmaterial wurde ein Anstieg des sogenannten Grooming, der gezielten Kontaktaufnahme zu Minderjährigen in Missbrauchsabsicht, um 192 Prozent registriert. Von den über 4,7 Millionen Meldungen über verdächtiges Material im Jahr 2025 wurde in 67 Prozent der Fälle illegaler Inhalt bestätigt. Über 1,3 Millionen dieser Meldungen bezogen sich auf neue Inhalte, was auf fortlaufende aktuelle Missbrauchshandlungen schließen lässt.

In Italien zeigt die Statistik der Postpolizei für das Jahr 2025 einen Anstieg der Online-Anbahnungsversuche um 15,7 Prozent. Die am stärksten betroffene Altersgruppe liegt zwischen 14 und 16 Jahren. Besonders auffällig ist die Zunahme von Fällen sexueller Erpressung, der sogenannten Sextortion, die um 73 Prozent anstieg. Demgegenüber steht ein Rückgang der behandelten Fälle von Kinderpornografie und Online-Anbahnung um 8,4 Prozent im Vergleich zum Vorjahr. Gleichzeitig stieg die Zahl der Anzeigen um 5,2 Prozent und die der Festnahmen um über 54 Prozent an.

Umsetzung der EU-Verordnung gegen sexuellen Kindesmissbrauch

Angesichts dieser Entwicklungen betont Save the Children die Notwendigkeit einer vollständigen Umsetzung des Gesetzes über digitale Dienste sowie der Verabschiedung einer europäischen Verordnung gegen sexuellen Kindesmissbrauch. Die Organisation verweist auf eine bestehende Gesetzeslücke seit Anfang April 2025, da eine Ausnahmeregelung zum Datenschutz in der elektronischen Kommunikation nicht verlängert wurde. Diese Regelung ermöglichte es Technologieunternehmen bisher, freiwillig nach Missbrauchsmaterial zu suchen. Eine großflächige Erkennung gilt als wesentliche Voraussetzung, um illegale Inhalte schnell zu entfernen, Ermittlungen einzuleiten und die Identifizierung der Opfer zu ermöglichen.

Die Direktorin für institutionelle Beziehungen von Save the Children, Giorgia D’Errico, erklärt hierzu, dass eine Zusammenarbeit zwischen Institutionen, Familien und Unternehmen erforderlich sei, um digitale Umgebungen sicherer zu gestalten. Die technologische Entwicklung schreite schneller voran als politische Entscheidungsprozesse. Es sei entscheidend, klare Rechtsgrundlagen für die freiwillige Erkennung von Inhalten in der Europäischen Union zu schaffen und Präventionsmaßnahmen durch wirksame Verhaltenskodizes und zugängliche Meldekanäle zu verstärken.

Zur Unterstützung dieser Ziele betreibt die Organisation Programme zum Online-Schutz und stellt Plattformen zur Verfügung, die Fachkräfte und Institutionen im Umgang mit Risiken schulen. Seit dem Jahr 2002 ermöglicht ein spezieller Dienst die anonyme Meldung von kinderpornografischem Material in Zusammenarbeit mit den staatlichen Behörden. Da Missbrauch auch in vermeintlich sicheren Umgebungen wie Schulen oder Sportvereinen stattfindet, setzt sich die Organisation zudem für umfassende Kinderschutzrichtlinien in allen gesellschaftlichen Bereichen ein. (pm 4)

 

 

 

 

Beunruhigende Entwicklung. Rechts motivierte Gewalt erreicht höchsten Stand seit 2016

 

Rechte Gewalt erreicht den höchsten Stand seit 2016. Besonders im Osten liegen die Zahlen deutlich über dem Bundesdurchschnitt. Die Linke wirft der Bundesregierung vor, die Gefahr zu unterschätzen. Von Anne-Béatrice Clasmann

Die Polizei hat in Deutschland im vergangenen Jahr so viele rechts motivierte Gewalttaten festgestellt wie seit 2016 nicht mehr. Das geht aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage der Linksfraktion hervor, die der Deutschen Presse-Agentur vorliegt. Danach haben die Bundesländer dem Bundeskriminalamt (BKA) für 2025 bis zum Stichtag 31. Januar 2026 insgesamt 1.598 solcher Taten gemeldet. In den meisten Fällen wurde wegen Körperverletzung beziehungsweise gefährlicher Körperverletzung ermittelt.

Im Vorjahr zählten die Länder den Angaben zufolge 1.488 rechts motivierte Gewalttaten. 2023 waren der Polizei 1.270 Gewalttaten mit rechtem Hintergrund bekanntgeworden.

Manchmal wird das Motiv erst später erkannt

Die Zahl der Taten für das jeweils zurückliegende Jahr kann sich aufgrund von Nachmeldungen noch verändern. Das liegt nicht nur daran, dass die Meldungen erst aus den Ländern an das BKA übermittelt werden müssen, sondern hat auch damit zu tun, dass sich die politische Motivation manchmal erst nachträglich herausstellt.

Blickt man auf alle rechts motivierten Straftaten, die 2025 aktenkundig wurden, so zeigt sich ein leichter Rückgang – von 42.788 auf 42.544 rechts motivierte Straftaten.

Typische politisch motivierte Straftaten sind Verunglimpfung des Staates und seiner Symbole, Volksverhetzung oder Beleidigung. Zu den Gewaltdelikten zählen etwa Tötungsdelikte, Körperverletzung, Landfriedensbruch, gefährliche Eingriffe in den Straßenverkehr, Freiheitsberaubung und Widerstandsdelikte.

Relativ gesehen besonders viele rechte Gewalttaten im Osten

Im Verhältnis zur Einwohnerzahl wurden 2025 in keinem Bundesland so viele rechts motivierte Straftaten von der Polizei festgestellt wie in Mecklenburg-Vorpommern. Wie die Bundesregierung der Linksfraktion unter Berufung auf die von den Ländern gemeldeten Daten mitteilt, zählte sie in Mecklenburg-Vorpommern im vergangenen Jahr pro 100.000 Einwohner 145 solcher Taten.

Für Sachsen-Anhalt ermittelte die Polizei eine Häufigkeitszahl von 142 rechts motivierten Straftaten pro 100.000 Einwohner. In Brandenburg lag sie mit 139 fast genauso hoch und damit deutlich über dem Bundesdurchschnitt von 51 rechts motivierten Straftaten pro 100.000 Einwohner. Die niedrigste Häufigkeitszahl wiesen im vergangenen Jahr Bayern und Baden-Württemberg auf mit jeweils 28 Delikten.

Intensität der Ermittlungen spielt eine Rolle

Zu beachten ist allerdings, dass die Statistik auch abbildet, wie intensiv die Polizei in einem Bundesland jeweils zu mutmaßlich politisch motivierten Straftaten ermittelt.

Dass Brandenburg 2024 besonders viele solcher Delikte feststellte, führten die Sicherheitsbehörden damals auf „die zunehmende Verrohung und Brutalisierung der politischen Auseinandersetzung in unserem Land“ und die Zunahme politisch motivierter Straftaten im Umfeld der Landtagswahlen zurück.

Beispiel für rechte Gewalt: „Letzte Verteidigungswelle“

Zu den Gewalttaten, die das Bundesinnenministerium für das vergangene Jahr auflistet, gehört auch ein Fall von besonders schwerer Brandstiftung. Er soll auf das Konto einer Gruppe teils sehr junger Rechtsextremisten gehen, die sich „Letzte Verteidigungswelle“ nennt.

Bei einem Anschlag auf eine Asylbewerberunterkunft im thüringischen Schmölln sollen zwei Mitglieder der Gruppe im Januar 2025 vergeblich versucht haben, das Gebäude mittels Pyrotechnik in Brand zu setzen. An der Unterkunft sollen sie unter anderem Hakenkreuze und Slogans wie „Ausländer raus“ hinterlassen haben. Im Dezember hatte die Bundesanwaltschaft gegen die Beschuldigten am Hanseatischen Oberlandesgericht in Hamburg Anklage erhoben.

Linksfraktion kritisiert Umgang der Regierung mit rechter Gewalt

Ferat Koçak, Innenpolitiker der Linksfraktion, wirft der Bundesregierung vor, sie reagiere nicht angemessen auf die beunruhigende Entwicklung im Bereich der rechts motivierten Gewalt. „Mindestens vier Fälle hätten im letzten Jahr tödlich enden können“, sagt der Bundestagsabgeordnete aus Berlin.

Die Bundesregierung leugne die Bedrohung und baue gleichzeitig mit den geplanten Streichungen beim Programm „Demokratie leben!“ genau die Präventions- und Bildungsprojekte ab, die dieser Bedrohung entgegenwirken könnten.

Das Programm „Demokratie leben!“ fördert seit 2014 Projekte für Demokratie und zur Abwehr von Extremismus, Rassismus und Antisemitismus. Dieses Jahr stehen rund 190 Millionen Euro zur Verfügung.

Bundesfamilienministerin Karin Prien (CDU) hat angekündigt, dass die Förderung von rund 200 von insgesamt mehreren Hundert Projekten zum Jahresende auslaufen soll. Kritik äußerten nicht nur Grüne und Linke, sondern auch der Koalitionspartner SPD. Besonders Aktivisten und Mitarbeiter von Initiativen in ostdeutschen Ortschaften mit dominanter rechter Szene fühlen sich im Stich gelassen. (dpa/mig 4)

In den Ferien Uniluft schnuppern

22. MINT-Sommeruniversität mit naturwissenschaftlichen Vorträgen und Mitmach-Kursen für Schülerinnen und Schüler ab Klasse 10 vom 10. bis zum 21. August 2026 an der Freien Universität Berlin

Die SommerUNI beginnt am Montagmorgen mit einer Begrüßung und einer Campus-Rallye. Nach einem kleinen Mittagsimbiss folgt dann der Eröffnungsvortrag mit dem Titel „Die unsichtbare Welt der Wasseroberfläche – ein Blick in die Subnanometerwelt“. Anschließend gibt es eine Führung durch das Forschungsgebäude SupraFAB, in welchem Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler in chemischen, biologischen und physikalische Laboren sowie an modernen wissenschaftlichen Großgeräten zusammenarbeiten.

In den folgenden acht Tagen werden vormittags 21 verschiedene Kurse mit Themen aus der Biologie, Chemie, Physik, Informatik, Medizin und den Geowissenschaften angeboten, die jeweils einen bis vier Tage dauern. Zu diesen Kursen gehören z. B. „Nanotransporter und Neuronen: Kleine Strukturen ganz hoch aufgelöst“, „Vom Glibberschleim bis Lebensretter: Die Superkräfte der Hydrogele“, „Wenn Landschaften aus dem Takt geraten – Langzeitfolgen des Klimawandels“ sowie „Spannende Erlebniswelt Physik“.

Abgeschlossen wird jeder dieser acht Tage von einer Vorlesung von 15:00 bis 16:00 Uhr, welche auch gestreamt wird. Zu diesen gehören beispielsweise „Arzneimittel aus dem 3D-Drucker – Utopie oder reale Chance?“, „Die Neurobiologie der künstlichen Intelligenz“ und „Chemie auf die sicherste Art und Weise – am Computer“. Die Vorlesungen sind öffentlich – wir laden alle Interessierten herzlich dazu ein, diese zu besuchen!

Die MINT-Sommeruniversität findet von, 10. August, bis Freitag, 21. August 2026, statt - mit täglichen Experimentierkursen (im Zeitfenster zwischen 9.30 Uhr und 14.30 Uhr) und Vorlesungen (zwischen 15.00 und 16.00 Uhr). Die SommerUNI endet am Freitag, dem 21. August, mit einem Tag zur Studienorientierung.

Weitere Informationen

* Mehr zur MINT-Sommeruniversität an der Freien Universität Berlin: www.fu-berlin.de/sites/sommeruni

* Beschreibung der Kurse: www.fu-berlin.de/sites/sommeruni/programm/kurse/

* Anmeldungen bis zum 26. Juli unter: https://www.fu-berlin.de/sites/sommeruni/anmeldung/Anmeldung-digital/

* E-Mail: sommeruni@natlab.fu-berlin.de

Ub/dip 4

 

 

 

 

Europäische Hochschulallianzen als Impulsgeber in der EU

 

DAAD startet ‚Wochen der Europäischen Hochschulen‘

Rund um den Europatag am 9. Mai veranstaltet der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) erneut die „Wochen der Europäischen Hochschulen“. Ab heute (4.5.) geben rund 45 deutsche Hochschulen mit über 50 Angeboten in 40 Städten Einblicke in die Arbeit in ihren Europäischen Hochschulallianzen und zeigen, wie diese zur Weiterentwicklung des europäischen Hochschulraums beitragen.

Bonn. „Die Europäischen Hochschulallianzen zeigen, wie Europa im Alltag von Hochschulen grenzüberschreitend und konkret Gestalt annimmt: durch gemeinsame Studienangebote, neue Mobilitätsformate und eine engere Zusammenarbeit in Forschung, Innovation und Transfer. Die Allianzen sind dabei wichtige Impulsgeber für die Transformation des europäischen Hochschulraums. Zugleich fördern sie durch ihre enge Kooperation auch den gesellschaftlichen Zusammenhalt in Europa. Wir freuen uns daher, dieses Engagement im Mai anlässlich des Europatages erneut sichtbar zu machen“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.

Kampagne zu den Europäischen Hochschulallianzen

Die Themenwochen rund um den Europatag am 9. Mai verdeutlichen, wie die Hochschulallianzen die Vielfalt europäischer Forschung, Lehre, Innovation und Transfer in gemeinsamen Strukturen zusammenführen und weiterentwickeln. Geplant sind unter anderem Podiumsdiskussionen, Informationsstände, vielfältige Workshops sowie digitale Formate wie Video-Testimonials und Social-Media-Aktionen. Die Angebote richten sich an Studierende, Lehrende, Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler ebenso wie an die interessierte Öffentlichkeit.

Folgende Aktionen sind beispielsweise geplant:

• European Union Week (Hochschulallianz EuroTeQ)

• Go - Out Ländermesse - International Partner Day (Hochschulallianz Unite!)

• "Meet your MEP" mit Sabrina Repp, Abgeordnete des Europaparlaments aus Mecklenburg- Vorpommern (Hochschulallianz KreativEU)

Europäische Hochschulallianzen

Die Europäischen Hochschulallianzen sind grenzüberschreitende Hochschulverbünde, die gemeinsam innovative Lehr- und Lernformate sowie neue Kooperationsformen bei Bildung, Forschung, Third Mission und Technologietransfer entwickeln. Aktuell fördert die EU nach fünf Ausschreibungsrunden im Erasmus-Programm 73 Allianzen in 36 Ländern mit fast 650 beteiligten Hochschulen. 75 deutsche Hochschulen sind an 66 Europäischen Allianzen beteiligt – so viele wie aus keinem anderen EU-Land.

Im Herbst 2025 veröffentlichte die EU eine sechste Ausschreibung für eine zweijährige Anschluss-Förderung. Bis Anfang März 2026 hatten europäische Hochschulen die Möglichkeit, sich zu bewerben. Die Bekanntgabe der Ergebnisse soll im Juli erfolgen.

Nationales Begleitprogramm

In Deutschland unterstützt der DAAD die auf EU-Ebene erfolgreichen deutschen Hochschulen im vom Bundesministerium für Forschung, Technologie und Raumfahrt (BMFTR) finanzierten Begleitprogramm „Europäische Hochschulnetzwerke (EUN) – nationale Initiative“. Das Programm stärkt die Sichtbarkeit der Allianzen, fördert deren Vernetzung und schafft Austauschformate mit Politik und Verwaltung auf Bundes- und Landesebene. Eine erneute Ausschreibung ist für den Sommer 2026 geplant und schließt sich an die Auswahl auf EU-Ebene an. Daad 4

 

 

 

 

Aram Arami. Vom Asylheim in die ARD-Hauptrolle

 

Aram Arami kam als Kind aus dem Nordirak nach Deutschland, lebte im Asylheim und erlebte rechte Übergriffe in Berlin. Heute steht er als ARD-Ermittler vor der Kamera – mit Plänen für mehr. Von Birgit Reichert

Aram Arami ist durch einen Zufall Schauspieler geworden. „Das war gar nicht geplant. Das war eher Glück als gewollt: Ich war irgendwie zur richtigen Zeit am richtigen Ort“, sagt der 32-Jährige der Deutschen Presse-Agentur. „Es sollte einfach so sein.“

Er war 12 oder 13 Jahre alt, als er mit seiner Mutter beim Einkaufen war. Ein Jugendagent sprach sie an. Was er sagte, hat sich Arami bis heute gemerkt: „Der Junge sieht ganz gut aus, hier haben Sie meine Karte, kommen Sie doch mal vorbei“. Erst habe er Bedenken gehabt, dann sei er aber doch zum Coaching gegangen, erinnert sich der Schauspieler.

Das war der Auftakt zu seiner Karriere. „Es hat mega Spaß gemacht. Und dann hat sich die Leidenschaft so entwickelt.“ Heute ist Arami einem Millionenpublikum bekannt – vor allem wegen seiner Rollen in den „Fack ju Göhte“-Filmen und der ARD-Reihe „Die Drei von der Müllabfuhr“. Am 30. April startete der 32-Jährige nun als Ermittler in der neuen Donnerstagsreihe „Der Saarland-Krimi“ (ARD) – zu sehen auch in der ARD-Mediathek.

Vom Flüchtling zum bekannten Schauspieler

Aramis Lebensweg ist ein besonderer. Mit drei Jahren kam er aus dem Nordirak mit seiner Familie aus politischen Gründen nach Deutschland. Die ersten zwei Jahre lebte er im Asylheim in Berlin-Neukölln. „Da habe ich selbst nur schöne Erinnerungsschnipsel. Ich habe ganz viel gespielt mit verschiedenen Kindern.“

Dann habe seine Familie eine Wohnung in Berlin-Lichtenberg bekommen. „Die ersten Jahre waren ein bisschen hart“, erzählt Arami. Denn Ausländer mussten in diesem Stadtteil damals immer mit Übergriffen aus dem rechten Milieu rechnen. Als kleiner Junge habe er anfangs nicht begriffen, dass das nichts persönlich mit ihm zu tun hatte, sondern nur mit seinem Aussehen.

In dieser Zeit habe er auch verbale und körperliche Übergriffe erlebt. „Irgendwann konnte man sich auch wehren, aber darauf hätte ich auch gut und gerne verzichten können“, sagt er. Über die Jahre sei es aber besser geworden, auch weil viele andere Leute mit Migrationshintergrund dorthin gezogen seien. „Heutzutage ist das wirklich auch ein Stadtteil, der multikulti ist.“

Arami will auch mal selbst Filme machen

Nach seinem Abitur übernahm er mit 21 Jahren eine kleine Bäckerei. „Sie war gegenüber von der Turnhalle, wo wir immer Sport in der Schule hatten“, erzählt Arami. Sein Vater habe gewollt, dass er neben der Schauspielerei ein zweites Standbein habe. Doch nach ein paar Jahre habe er die Bäckerei aufgegeben, weil er immer mehr Filme machte und keine Zeit mehr hatte.

Für seinen Erfolg ist der 32-Jährige dankbar. „Das ist ein echtes Privileg, diesen Job so ausführen zu dürfen, wie ich es darf.“ Doch er stellt auch Ansprüche an sich selbst und will in seiner Karriere weiterkommen. Was sein Ziel sei? Er wolle in ein paar Jahren ein Charakterschauspieler sein, der viele Genres bedienen könne. Und: Eines Tages wolle er selbst Filme produzieren und Regie führen. (dpa/mig 4)

 

 

 

Tag für Pressefreiheit: Gegen den zunehmenden Druck

 

Anlässlich des Tages der Pressefreiheit weisen Kirchenvertreter, Hilfswerke und Medienschaffende auf den weltweit zunehmenden Druck, unter dem Journalistinnen und Journalisten stehen und erinnern an die Bedeutung der Meinungsfreiheit, der Religionsfreiheit und der Demokratie.

Das katholische Hilfswerk missio Aachen verwies zum Internationalen Tag für Pressefreiheit am 3. Mai auf den Zusammenhang von Religionsfreiheit und einer freien Presse. Christliche Journalistinnen, Journalisten und Medien gerieten in vielen Ländern unter Druck, wenn sie über den Glauben, die Situation religiöser Minderheiten oder Verletzungen der Religionsfreiheit und anderer Menschenrechte berichteten, so missio in einer Aussendung.

Religionsfreiheit und Pressefreiheit hängen zusammen

„Pressefreiheit und Religionsfreiheit gehören untrennbar zusammen. Wo Menschen nicht frei ihren Glauben leben und darüber sprechen können, steht es auch um die Pressefreiheit schlecht“, erinnerte Pfarrer Dirk Bingener, der Präsident von missio Aachen. „Christliche Journalistinnen und Journalisten zahlen heute in vielen Ländern für ihre Arbeit einen hohen Preis.“ Die Einschränkungen reichten von Zensur und Einschüchterung über gesellschaftliche Gewalt bis hin zu Haft, Berufsverboten und der Schließung kirchlicher Medien.

„Wer christliche Medien und Journalisten mundtot macht und Pressefreiheit aus religiösen Gründen einschränkt, trifft nicht nur eine bestimmte Religionsgemeinschaft. Er greift letztlich die gesamte Gesellschaft an“, so Bingener. Das Hilfswerk rief dazu auf, Verletzungen der Pressefreiheit christlicher Medien und Medienschaffender als solche öffentlich zu benennen und bedrohte Journalistinnen und Journalisten besser zu schützen. „Pressefreiheit darf nicht allein säkular verstanden werden. Sie gilt auch für kirchliche und religiöse Stimmen.“

Demokratie braucht eine freie Presse

Der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, verwies anlässlich des Motto-Tages auf den Zusammenhang zwischen freiem Journalismus und Demokratie. „Der Welttag der Pressefreiheit macht deutlich: Freie und unabhängige Berichterstattung ist unverzichtbar für unsere Demokratie. Journalistinnen und Journalisten decken Missstände auf, ordnen Entwicklungen ein und schaffen die Grundlage für öffentliche Meinungsbildung.“

Auch Marx verwies auf die Bedrohung von Medienschaffenden weltweit, viele riskierten ihr Leben und lebten in Ländern, wo freie und kritische Berichterstattung gezielt unterdrückt werde. Die Enzwicklungen der letzten Jahre zeigten eine Verschlechterung der Lage, so Marx, auch im Kontext von Kriegen und bewaffneten Konflikten. Doch auch in demokratischen Gesellschaften gerate die Pressefreiheit unter Druck – „oft weniger sichtbar, aber nicht weniger wirksam“ – etwa durch politische Einflussnahme, wirtschaftliche Abhängigkeiten und technologische Herausforderungen.

Digitale Transformation: neue Gefahren und Verantwortungen

Im Zusammenhang mit der digitalen Transformation wandte sich Marx an Unternehmen, die digitale Plattformen betreiben. Diese seien zu zentralen Vermittlerinnen von Informationen geworden und beeinflussten maßgeblich, welche Themen präsent seien. „Damit wächst auch die Verantwortung der dahinterstehenden Unternehmen, wirksam gegen Desinformation, manipulative Verkürzungen und Hassrede vorzugehen und zugleich Transparenz über ihre Entscheidungen herzustellen“, so Kardinal Marx, der die wachsende Konzentration von Macht im Digitalen als „drängendes Problem“ bezeichnete. „Ein Großteil der globalen Informationskanäle und Plattformen befindet sich im Besitz weniger globaler Akteure.“ Diese Entwicklung stellten eine ernsthafte Herausforderung für Meinungsvielfalt und freie Meinungsbildung dar.

KI braucht Kontrolle und Unterscheidungsvermögen

Mit Blick auf die rasanten Fortschritte im Bereich der Künstlichen Intelligenz (KI) verwies der Kardinal auf die Gefahr des Missbrauchs von KI etwa für politisch motivierte Desinformationskampagnen. Die Dynamik und die Masse von Informationen ließen einem gründlich arbeitenden Qualitätsjournalismus kaum Zeit, kursierende Inhalte zu prüfen und einzuordnen, und erschwerten das Unterscheiden von verlässlichen und manipulierten Inhalten. Technologische Entwicklungen bräuchten „Regeln und verantwortliche Gestaltung, und Menschen müssen zu einem souveränen Umgang mit ihnen befähigt werden“, so der Kardinal.

Pressefreiheit dient dem Weltgemeinwohl

Die Bedeutung einer freien und vielfältigen Presse- und Medienlandschaft müsse vor diesem Hintergrund immer wieder betont werden, so Marx. „Denn sie ist eine zentrale Voraussetzung für individuelle Meinungsfreiheit ebenso wie für das Funktionieren demokratischer Prozesse.“ Eine freie und unabhängige Presse diene dem Weltgemeinwohl und wurzele im christlichen Menschenbild – deshalb sei auch der Einsatz der katholischen Kirche für die Pressefreiheit „nicht nur geboten, sondern geradezu unerlässlich“. Marx dankte allen Journalistinnen und Journalisten weltweit.

„Ihr Einsatz für Wahrheit, Transparenz und öffentliche Verantwortung ist unverzichtbar! Eine freie Presse ist kein Gegenüber, das es zu fürchten gilt, sondern ein notwendiger Bestandteil einer demokratischen Gesellschaft.“ (pm 3)

 

 

 

Vatikan: Atom-Abrüstung einziger Weg zu sicherem Frieden

 

Der Heilige Stuhl hat in New York eindringlich ein Ende von Atomwaffen gefordert: „Ihre Beseitigung ist eine unverzichtbare Verantwortung, die konkrete und glaubwürdige Schritte erfordert“, heißt es in einem Statement des Ständigen Beobachters des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen vom 1. Mai anlässlich der 11. Überprüfungskonferenz zum Atomwaffensperrvertrag.

Ein gerechter, sicherer und dauerhafter Frieden ruht auf einer einzigen Säule: Der Abrüstung, betonte der Vatikanvertreter.  Der Weg zur vollständigen Beseitigung von Atomwaffen, werde durch den Atomwaffensperrvertrag aufgezeigt. Der Heilige Stuhl rief alle Staaten, die dies noch nicht getan haben, auf, dem Vertrag beizutreten und dabei stets „die katastrophalen humanitären und ökologischen Folgen des Einsatzes von Atomwaffen“ mit ihren „verheerenden Auswirkungen" auch auf folgende Generationen in Erinnerung zu halten.

„In einer Zeit wachsender Spannungen, die die Grundlagen der internationalen Sicherheit erschüttern“, betont der Vatikan, sei es notwendig, „die wesentlichen Voraussetzungen für einen dauerhaften Frieden zu prüfen“. Es gelte, nuklear abzurüsten und „ein Sicherheitsmodell zu überwinden, das auf Angst und der Androhung von Gewalt beruht“. Dies könne niemals „eine stabile und dauerhafte Grundlage für den Frieden“ sein. 

„Sicherheitsmodell überwinden, das auf Angst und Androhung von Gewalt beruht“

Besorgniserregende Tendenzen

Der Heilige Stuhl beobachte „besorgniserregende Tendenzen“, wie „das Wiederaufleben der nuklearen Rhetorik, den Ausbau und die Modernisierung der Atomwaffenarsenale sowie die Weiterentwicklung der Abschreckungsdoktrinen in einer Weise, die die Schwellen für einen Einsatz zu senken droht“. Hinzu komme eine Aushöhlung von Abkommen sowohl zur Rüstungskontrolle als auch zur Abrüstung, „die lange Zeit zu Stabilität, Transparenz und Vertrauen beigetragen haben“.

Auch UN-Generalsekretär Antonio Guterres warnte zum Auftakt vor einer Aushöhlung der Vereinbarung angesichts der aktuellen Situation. Die 11. Überprüfungskonferenz der Vertragsstaaten des Atomwaffensperrvertrags hat am Montag im Hauptquartier der Vereinten Nationen in New York begonnen und soll am 22. Mai enden. Thema sind so auch zahlreiche aktuellen Kriege und Konflikte auf der Welt - etwa der Ukraine-Krieg und der Iran-Krieg.

Hintergrund

Der Nukleare Nichtverbreitungsvertrag („Non-Proliferation Treaty“, NVV) trat im Jahr 1970 in Kraft. Er verpflichtet die fünf Atommächte USA, China, Frankreich, Großbritannien und die damalige Sowjetunion zu nuklearer Abrüstung. Das Abkommen verpflichtet zudem Unterzeichnerstaaten ohne Atomwaffen, auf diese zu verzichten. Mittlerweile sind 191 Staaten dabei. 

(vn/agenturen 2)