Webgiornale 16 marzo – 15 aprile 2024 Buone Feste Pasquali

 

Inhaltsverzeichnis

1.     UE. Von der Leyen ci riprova. 1

2.     Il papa, l’Ucraina, la “bandiera bianca”. 1

3.     “Europa, tempo di riforme, graduali e inclusive”. 1

4.     Accordo Ue sulle multe all’estero: si dovranno sempre pagare. 1

5.     Elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo spettanti all’Italia. 1

6.     Sbarchi e numeri. La realtà dell’immigrazione oltre la propaganda. 1

7.     Difesa europea. È arrivato il momento di agire. 1

8.     Parlamento Ue: Intelligenza artificiale, ok al regolamento europeo. 1

9.     Italia e Germania rinnovano la collaborazione nei settori dell’istruzione e del lavoro. 1

10.  La gaffe di Scholz sui missili Taurus che ha fatto arrabbiare i britannici 1

11.  Le recenti puntate di Cosmo, ex Radio Colonia. 1

12.  Ministero ed Enit alla Itb di Berlino per promuovere l’Italia nel mondo. 1

13.  Berlino. Evento in Ambasciata sul turismo e incontri di carattere economico. 1

14.  Appuntamenti della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM) 1

15.  Industria, cooperazione strategica tra Italia e Germania: al via i lavori per attuare il Piano d’Azione. 1

16.  La Puglia dei vini al ProWein 2024 di Düsseldorf 1

17.  Storie in valigia: letture animate all’IIC di Amburgo. 1

18.  8 marzo a Berlino: l’evento “Italiane in Germania”. 1

19.  Brevi di cronaca e politica tedesca. 1

20.  Missili Taurus all’Ucraina: il deciso no di Scholz. 1

21.  I politici tedeschi criticano le parole di Papa Francesco sull’Ucraina. 1

22.  L'AfD pronta a fare da copertura a Mosca. 1

23.  Luoghi in Germania: Francoforte sul Meno. 1

24.  Lo scandalo delle intercettazioni scuote la Germania. 1

25.  CDU/CSU temono nuove azioni russe. 1

26.  Gli ufficiali hanno ignorato gli standard di sicurezza. 1

27.  La Germania sostiene l’ingresso dei Balcani occidentali nell’UE. 1

28.  Lo sciopero dei trasporti paralizza la Germania. 1

29.  Scholz incontra Papa Francesco. 1

30.  Luoghi in Germania: Hofbräuhaus di Monaco. 1

31.  A casa della terrorista della Raf Daniela Klette anche armi pesanti: granate e kalashinikov. 1

32.  Il «foglietto che fece cadere il Muro di Berlino» è al centro di una lite tra il museo di Bonn e la «Bild». 1

33.  Trovata la falla usata da Mosca per intercettare Berlino. 1

34.  La minaccia degli Houthi alla sicurezza internazionale. 1

35.  Il Ppe svolta a destra ma il no dei tedeschi chiude le porte all’ingresso di Meloni 1

36.  Il problema. 1

37.  Elezioni regionali in Abruzzo. Riflessioni a caldo e a freddo. 1

38.  La fine di una relazione. Una soluzione pacifica è sempre possibile. 1

39.  Scuola-lavoro all’estero: 140 milioni per gli studenti degli Istituti tecnici e professionali 1

40.  Alla Camera il convegno “Lavorare insieme al futuro: le Camere di Commercio italiane all’estero vicine alle imprese nel mondo”. 1

41.  Le relazioni internazionali del Governo Meloni 1

42.  Ferdinando Nelli Feroci: “il nostro giudizio complessivo è abbastanza positivo”. 1

43.  La penisola dei controsensi 1

44.  Europee. Il voto degli italiani all’estero alla Commissione Esteri della Camera. Parere favorevole. 1

45.  Quale futuro per la Premier Meloni dopo la vittoria in Abruzzo?. 1

46.  Pena di morte: una sconfitta per gli Stati 1

47.  8 marzo: “Panchine rosse” alla Farnesina e nelle Ambasciate. 1

48.  Economia parlamentare. 1

49.  Le Camere di Commercio italiane all’estero fanno crescere le imprese nel mondo. 1

50.  Disarmo. Vignarca: “Non è vero che armarci di più garantisce sicurezza e pace”. 1

51.  Turismo delle radici. Tajani: Farnesina in prima linea per rivitalizzare i borghi d’Italia. 1

52.  Vuoto - Gli italiani sono confusi. 1

53.  Inchiesta Perugia, Cantone: "Numeri mostruosi, è uscito fuori un verminaio". 1

54.  G7. La giustizia alimentare al centro del dialogo politico. 1

55.  Diabete, nuova tecnologia 'user centered' per gestione intelligente malattia. 1

56.  Presentazione a Roma del nuovo Rapporto Immigrazione e Imprenditoria. 1

57.  L’evoluzione. 1

58.  I drammi terribili delle guerre. 1

59.  All’esame della Commissione Esteri/Difesa del Senato il voto europeo degli italiani residenti nei Paesi Ue. 1

60.  “Pensando all’Italia”, concorso artistico-letterario per giovani italiani residenti all’estero. Fino al 31 ottobre 2024. 1

61.  Numerose iniziative per il 50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo”. 1

62.  Nasce il Premio Italia Radici nel Mondo. Racconto le mie radici plurime. 1

63.  13esima mensilità AVS: una giornata storica per una Svizzera sociale. 1

64.  Contributi e premi per la traduzione: pubblicato il bando 2024. 1

65.  Le Camere di Commercio italiane all’estero incontrano i deputati a Montecitorio. 1

66.  1 milione di euro per la promozione in Italia e all’estero delle eccellenze dell’Emilia-Romagna. 1

67.  Presentato alla Camera dei Deputati il libro “Traiettorie. Guida psicologica all’Espatrio”. 1

68.  A Friburgo il XII Congresso Internazionale del Deutscher Italianistikverband. 1

 

 

1.     Grüne nach Tegel-Brand. Massenunterkünfte sind keine sichere Lösung. 1

2.     Mehr Schein als (selbstständig) Sein. 1

3.     Niederlande. Rechtspopulist Wilders wird nicht Regierungschef 1

4.     Brandmauer-Studie. Kooperationen mit rechtsextremen Parteien im Osten verbreitet. 1

5.     EU: Gesetz zur einheitlichen KI-Nutzung gebilligt 1

6.     Hessen. Rechtspopulismus hat in der Integrationspolitik keinen Platz! 1

7.     Mehr als 100 Rechtsextremisten arbeiten für AfD im Bundestag. 1

8.     Taurus. Eingeengte Debatte. 1

9.     Dortmund soll ein Gastarbeiterdenkmal bekommen. 1

10.  Nuntius in der Ukraine: Papst will Dialog, nicht Unterwerfung. 1

11.  documenta sorgt weiter für Antisemitismus-Debatten. 1

12.  Wochen gegen Rassismus - mehr als 4.000 Veranstaltungen geplant. 1

13.  Franziskus zu Ukraine-Krieg: „Schämt euch nicht, zu verhandeln“. 1

14.  David gegen Goliath: Mehr Freiheit statt Monopole! 1

15.  „Rettet das EU-Lieferkettengesetz!“. 1

16.  Vereinte Nationen. 2023 war tödlichstes Jahr für Geflüchtete seit 2014. 1

17.  Kardinal Tomasi: „Der moralische Kompass ist zerbrochen“. 1

18.  Hamburg-Monitor. Respektlosigkeit beim Amt für Migration kein Einzelfall 1

19.  Who Cares?. 1

20.  Weltfrauentag: Produkt-Großspende an ‚Evas Haltestelle‘ für obdachlose. 1

21.  EU sollte wirtschaftliche Auswirkungen des Klimaschutzes beachten. 1

22.  Verbrannte Hoffnung. 1

23.  Italien. Weiterer Schiff nach Seenotrettung im Mittelmeer festgesetzt 1

24.  „Bezahlkarte schließt Kinder und Jugendliche aus“. 1

25.  Steinmeier mahnt. Ringen um Schutz des Verfassungsgericht vor Rechtsextremisten. 1

26.  Kleine Fortschritte und neue Brüche: So steht es zum Weltfrauentag 2024 um die Gleichstellung der Geschlechter 1

27.  Studie. Willkommenskultur bleibt trotz Sorgen stabil 1

28.  Fachkräfte-Initiative. DAAD fördert Gewinnung und Qualifizierung internationaler Fachkräfte. 1

29.  Rolle rückwärts. 1

30.  „Die politische Mitte stärken“. 1

31.  „Optimierte Immunantworten durch personalisiertes Impfen“. 1

32.  Angst der Deutschen vor zunehmendem Extremismus steigt sprunghaft an. 1

33.  Debatte über Arbeitspflicht, Arbeitsverbot und Zwangsarbeit für Asylbewerber. 1

34.  Scholz beim Papst: Gespräche über globale Herausforderungen. 1

35.  Bella Ciao. 1

36.  Wenn zwei sich streiten ... 1

37.  Flüchtlingspolitik. Streit um Arbeitspflicht für Asylbewerber – „im Einzelfall“ sinnvoll?. 1

 

 

UE. Von der Leyen ci riprova

 

Il congresso straordinario del PPE, svoltosi a Bucarest il 7 Marzo, ha designato Ursula von der Leyen come candidata ufficiale (“spitzenkandidat”) del Partito Popolare europeo per la presidenza della Commissione europea. Una decisione secondo le previsioni anche perché erano note da tempo le aspirazioni dell’attuale Presidente per un secondo mandato. Ha sorpreso, invece, che la decisione sia stata più sofferta del previsto (con 400 voti a favore e ben 89 contrari).

I trattati prevedono che il/la Presidente della Commissione sia designato dal Consiglio europeo (con una decisione a maggioranza qualificata e “tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo”) e successivamente eletto dal Parlamento. Si tratta di una disposizione assai generica, ma che, nel corso degli anni, è stata intrepretata nel senso che alla presidenza della Commissione venga eletto un esponente del partito che alle elezioni del Parlamento europeo risulti il più votato e con il maggior numero di seggi.

Lo scenario post-elettorale

Se i dati dei sondaggi saranno confermati, e malgrado una avanzata generalizzata di partiti appartenenti alle famiglie politiche della destra, il PPE dovrebbe confermarsi come partito di maggioranza relativa nel prossimo Parlamento. Inoltre, almeno per l’elezione del Presidente della Commissione, salvo sorprese, dovrebbe potersi ricostituire (anche se con margini più risicati rispetto all’attuale composizione del PE) una maggioranza composta da PPE, Socialisti e Democratici e liberali di Renew Europe, magari insieme ai Verdi. A questa maggioranza potrebbero aggiungersi i conservatori di ECR, se ce ne saranno le condizioni politiche. Mentre appare da escludere un allargamento ai gruppi di Identità e Democrazia e della Sinistra europea.

Ad oggi quindi von der Leyen resta la candidata più gettonata per la Presidenza della Commissione, anche perché finora non sono emerse candidature alternative credibili. Il percorso potrebbe però rivelarsi più complicato del previsto, anche perché non sono mancate critiche all’operato della Presidente uscente, proprio in occasione della sua designazione come candidata. Per ottenere la rielezione, dovrà assicurarsi il sostegno di un numero di governi che rappresentino almeno la maggioranza nel Consiglio europeo. Successivamente, dovrà trovare il sostegno di una maggioranza che la voti in Parlamento, sulla base di un programma di lavoro che dovrà essere condiviso da forze politiche in alcuni casi caratterizzate da sensibilità e obiettivi programmatici diversi.

In Consiglio europeo von der Leyen in principio non dovrebbe avere problemi a trovare una maggioranza disposta a votarla, anche perché vari capi di governo si sono già pronunciati in questo senso. Ma altri hanno già manifestato riserve (Orban prevedibilmente, ma anche Macron non sembra pienamente convinto). La sua vera forza, al momento, resta comunque la mancanza di alternative spendibili.

Più complessa, ma pur sempre affrontabile, appare la situazione al Parlamento, dove von der Leyen, che dovrebbe poter contare sul sostegno del PPE, dovrà convincere i Socialisti e Democratici e i liberali. E poi decidere, e se quanto, allargare la maggioranza ai conservatori di ECR, e soprattutto a quali condizioni.

L’agenda europea di von der Leyen

Su alcuni temi del suo possibile programma von der Leyen ha già dichiarato di non essere disposta a trattare o a fare concessioni. Certamente sulla linea del sostegno all’Ucraina e dell’isolamento della Russia – su cui ha fortemente scommesso fin dall’inizio del conflitto – e sul rilancio del processo di allargamento dell’Ue, su cui ha ugualmente puntato anche per rafforzare la dimensione geopolitica dell’Unione. Verosimilmente anche sull’impegno ad accelerare lo sviluppo di una dimensione di difesa dell’Ue e, infine, sulla difesa dello stato di diritto e della rule of law, tema che la Presidente uscente ha più volte confermato di considerare una priorità anche in vista di future nuove adesioni.

Su altri temi, se vorrà garantirsi una maggioranza in Parlamento, dovrà probabilmente fare alcune concessioni o prestarsi a qualche esercizio di equilibrismo. È quindi probabile che qualche apertura debba essere annunciata sul tema di tempi, modalità e condizioni della transizione energetica rispetto alle ambizioni originarie del Green Deal. È questo, infatti, un aspetto su cui numerose forze politiche (compreso il PPE) stanno chiedendo alla Commissione un ripensamento e una maggiore presa in considerazione dei costi economici e sociali.

Dovrà poi muoversi con abilità sul tema di una politica industriale comune, che non si limiti a definire standard e regole ma che preveda anche investimenti; sul sostegno a interventi per il rafforzamento della competitività dell’economia europea; e sul finanziamento dei costi della transizione energetica e digitale, o di altri beni pubblici europei, con fondi comuni. Difficile però che possa esporsi troppo sull’ipotesi di replicare il modello del NextGenerationEU, con un nuovo ricorso a fondi da finanziare con debito comune garantito dal bilancio dell’Ue, senza mettere in allarme i governi e i partiti rigoristi.

Infine, dovrà muoversi con grande cautela sul tema della gestione dei flussi migratori, cercando di conciliare le richieste di maggiori controlli delle frontiere esterne e maggiore efficacia nella gestione dei rimpatri di migranti irregolari con le esigenze di un mercato del lavoro che ha bisogno di lavoratori stranieri e di flussi di migranti regolari.

Sono questi solo alcuni dei temi dell’agenda europea sui quali sensibilità di governi e gruppi politici fanno registrare le divergenze più evidenti. E sui quali la candidata Presidente dovrà fornire indicazioni programmatiche per quanto possibile inclusive e tali da garantirle un ampio sostegno in Parlamento, preferibilmente senza cadere in un eccesso di genericità. Nella gestione del mandato che sta per scadere, la Presidente uscente ha dato prova di visione strategica e insospettabili capacità tattiche. Sono doti che dovrebbero consentirle una più che probabile rielezione. Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 11

 

 

 

Il papa, l’Ucraina, la “bandiera bianca”

 

Papa Francesco ha rilasciato un’intervista alla Radio Televisione Svizzera che andrà in onda il 20 marzo. Ne sono però stati anticipati i brani relativi all’atteggiamento del pontefice verso le guerre attualmente in corso. Ha così suscitato ampio clamore mediatico – con relative polemiche – il brano a proposito del conflitto in Ucraina. Il sito vaticano ha quindi ritenuto opportuno riportare il testo integrale dell’intervista.

La trasmissione – dedicata al colore bianco – ha sollecitato Bergoglio a esprimere sotto diversi profili (il valore del bianco per la Chiesa, il significato delle macchie sul bianco, le ragioni dell’abito bianco del papa ecc.) le sue valutazioni sul tema. In questo quadro l’intervistatore ha posto la questione della «bandiera bianca»: alzarla in Ucraina significherebbe legittimare la prepotenza del più forte? Francesco ha osservato che si tratta di «una interpretazione». Chi la alza, per avviare un negoziato «con l’aiuto delle potenze internazionali», compie un atto non di resa, ma di coraggio, nel caso in cui la popolazione coinvolta nel conflitto si trovi in condizioni catastrofiche.

Interpretazioni

Di fronte alle domande dei giornalisti, la Sala stampa vaticana ha poi precisato che il papa intendeva invitare alla tregua e alla ricerca della pace attraverso le vie diplomatiche. Le parole del portavoce vaticano manifestano la posizione ufficiale della Santa sede. Ma è evidente che non corrispondono esattamente alle espressioni usate dal pontefice. Non a caso le interpretazioni dell’intervista si sono orientate in diverse direzioni.

Alcuni hanno fatto riferimento alla visione geopolitica del pontefice. Staccandosi da un Occidente in cui il cattolicesimo è in regresso e volgendosi in particolare verso l’evangelizzazione della Cina, Francesco si allinea alla posizione dei numerosi paesi, che, senza approvare l’attacco della Federazione russa, disapprovano la linea tenuta dalla NATO sul conflitto nell’Europa orientale.

Altri hanno ritenuto che si trattasse di un rilancio dell’istanza di protagonismo politico della Chiesa cattolica sulla scena internazionale. Il tentativo di mediazione – che aveva trovato espressione nella nomina di un inviato speciale del papa presso le capitali interessate al conflitto – aveva certo ragioni umanitarie, ma, al contempo, collocava Roma al vertice della politica mondiale. Dopo il fallimento di quell’iniziativa, l’odierna proposta di un negoziato appare un’autocandidatura a quel ruolo cui le Nazioni Unite si sono mostrate inadeguate.

Altri ancora hanno pensato a un infortunio diplomatico, che l’intervento della Sala stampa vaticana ha poi corretto. Non sarebbe del resto la prima volta. Il 25 agosto 2023, al momento di ricevere un gruppo di giovani cattolici russi, Francesco ha ricordato come carattere identitario del loro paese la costruzione dell’impero russo di Pietro il Grande e Caterina II.

Come si è subito fatto notare, da quel discorso discendeva la legittimazione delle conquiste russe in Europa orientale e in particolare giustificava il nazionalismo russo, che, a differenza di quello occidentale, non si basa sul popolo, ma sullo spazio.

In linea col pontificato

Ci si può tuttavia chiedere se non esista una diversa interpretazione che, collocando le parole di Francesco nell’itinerario delle sue prese di posizione su pace e guerra, non sia in grado di fornirne una lettura coerente con la linea complessiva del pontificato. A questo proposito conviene seguire, sia pure sinteticamente, lo svolgimento delle sue prese di posizione.

Dopo l’ascesa al governo della Chiesa universale, Bergoglio ha preso atto di quanto la teologia morale aveva ricavato dal Catechismo universale della Chiesa cattolica pubblicato nel 1997. Le condizioni poste per l’unica guerra qui presentata come moralmente lecita – quella per la legittima difesa – erano talmente rigide che ormai era impossibile ritenere eticamente giustificabile il ricorso alle armi in qualsiasi forma. Francesco ha quindi proclamato che, davanti a un conflitto, l’atteggiamento evangelicamente corretto per un credente è la «nonviolenza attiva».

Questo atteggiamento richiede ovviamente un’adeguata costruzione di strumenti di intervento popolare perché, davanti al profilarsi di un’aggressione armata, sia possibile mettere in campo un’azione efficace. Si tratta infatti di spezzare il circolo vizioso della violenza bellica senza per questo consentire alla forza di prevalere sul diritto. Il mondo cattolico non ha fatto granché in questo ambito. Si è così mostrato del tutto impreparato al momento in cui si è profilata nel febbraio 2022 la violazione del diritto internazionale con l’aggressione della Federazione russa all’Ucraina.

Francesco ha allora preso atto di questa situazione. Ha esplicitamente rinviato al successore la pubblicazione di un’enciclica sulla nonviolenza attiva, ha ribadito la necessità di rivedere una ormai inservibile teologia della guerra giusta e ha sottolineato che, intanto, non si poteva fare altro che ricordare la liceità morale della legittima difesa.

Un attacco militare che salta i canali negoziali per risolvere le vertenze è sempre eticamente inaccettabile. Ma il criterio fondamentale per giudicare la liceità morale della legittima difesa è la proporzionalità: il male cui si vuole porre rimedio con il ricorso alle armi deve essere inferiore al male che si provoca con la loro utilizzazione. Mi pare che le parole di Francesco trovino qui la loro ovvia spiegazione.

Interrompere il male, aprire un negoziato

Nell’intervista il papa ha ricordato che la guerra è sempre e comunque una «pazzia». Ha aggiunto che tutti gli attuali governanti, per quanto consapevoli di questa deriva irrazionale, non sono in grado di resistere alle pressioni della spasmodica ricerca del profitto attraverso la continua produzione di armi. In questo contesto, ha posto il problema dell’applicabilità del canone della legittima difesa alla guerra in corso nell’Europa orientale.

Le tragiche condizioni della popolazione ucraina – a più riprese caratterizzate dal papa attraverso l’impiego del vocabolario del martirio – lo hanno indotto a chiedersi se esista ancora proporzionalità tra il male della resistenza armata e il male dell’invasione russa. La risposta del papa è negativa. A questo punto si può richiamare una successiva risposta all’intervista della Radio Televisione Svizzera.

Alla domanda del rapporto del papa con l’errore, Bergoglio ha osservato che tutti facciamo errori in quanto siamo tutti peccatori. Del resto, in altre occasioni il papa ha ammesso di aver dovuto correggere asserzioni sbagliate. Sembra si possa dunque ricondurre anche il giudizio sulla proporzionalità dei mali nella guerra in Ucraina a una valutazione contingente che può essere rivista.

Per il momento, sulla base delle informazioni in possesso del papa, resta la sua considerazione che non sussistono più i presupposti circa la moralità della guerra di legittima difesa. Ciò non vuol dire una legittimazione dell’aggressione russa e tanto meno una resa all’invasore. Bergoglio ha chiaramente detto che occorre un’iniziativa internazionale per avviare un negoziato, che ponga termine alle sofferenze della popolazione.

Una volta raggiunta questa condizione essenziale, toccherà alle trattative stabilire le condizioni per una coesistenza in cui dirimere le varie questioni politiche sul tappeto. Il punto cruciale è l’interruzione di un male sproporzionato al ripristino con la forza delle armi del diritto violato. Il nuovo ordine internazionale, giuridicamente garantito dalle potenze promotrici del negoziato, sarà frutto del dialogo.

Se le cose stanno così, come sembra di poter arguire dal cammino compiuto da Bergoglio sul tema della guerra e della pace, si può replicare a quanti dubitano, già preparando il conclave, delle sue condizioni di salute con una sua frase: si governa la Chiesa con la testa e non con le gambe. NewsSett 11

 

 

 

“Europa, tempo di riforme, graduali e inclusive”

 

Dialogo con Marta Cartabia. Giurista, docente universitaria, già presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia nel Governo Draghi, Marta Cartabia parla dell'Unione europea come opportunità. In vista delle elezioni di giugno per il rinnovo dell'Europarlamento "è importante che i cittadini abbiano la possibilità di farsi un’idea sui programmi e sui candidati". Uno sguardo al prossimo allargamento verso est, all'abolizioni del voto all'unanimità, al programma Erasmus... Ne emerge una Ue che ha a che fare con la vita di tutti i giorni. Necessaria, ma richiede riforme – di Gianni Borsa

 

“Le elezioni europee rappresentano un’occasione per mettere a tema quale Europa vogliamo costruire per il futuro”. Marta Cartabia, giurista, già presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia nel Governo Draghi, riflette a voce alta sul processo d’integrazione comunitaria. L’occasione è data da un dibattito a Milano, svoltosi il 4 marzo alla Fondazione Ambrosianeum. “Normalmente il voto europeo è considerato anche un test per i rapporti di forza tra i partiti nazionali. Questo è comprensibile. Ma è importante – spiega Cartabia – che i cittadini abbiano la possibilità di farsi un’idea sui programmi e sui candidati” in lizza. “In questa fase è ancora più interessante date le sfide che abbiamo di fronte”.

La giurista sottolinea come il cammino verso l’unità europea sia fatto di “stasi e di successivi passi avanti”. Un esempio? “Attorno al 2030 ci potrebbe essere un nuovo allargamento dell’Ue, con 8 o 10 Paesi che raggiungerebbero i 27: si tratta dei Balcani, dell’Ucraina, della Moldavia… Questo sposterebbe l’asse dell’Unione verso est, così come era avvenuto dopo l’allargamento del 2004”. Si tratta, precisa, “di cambiamenti significativi, non indolori, ma rilevanti e rappresentano allo stesso tempo una opportunità per verificare se la struttura attuale dell’Ue, modellata negli anni ’50 dai sei Paesi fondatori, sia ancora attuale, e se sia in grado di reggere queste novità”.

Il dialogo con Marta Cartabia attraversa ruoli e competenze delle istituzioni europee, tocca nodi attualissimi, non trascura i rapporti Italia-Ue. Segnala che i tanti Paesi candidati all’adesione “sono un segno” che l’Europa comunitaria “è ancora attrattiva. Ma ‘allargare la geografia’ richiede di ripensare la governance”, e dunque immaginare possibili riforme. “Alcune proposte sono arrivate dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, altre le ha formulate lo stesso Parlamento europeo. Bisogna ad esempio affrontare la questione del voto all’unanimità in Consiglio, cui corrisponde un diritto di veto”. È sufficiente che in talune materie un solo Paese sia contrario a una decisione e questa si blocca: “a maggior ragione ciò diventa un ostacolo in un’Europa con – in prospettiva – più di 30 Paesi membri”. Segnala dunque “un tema di efficienza e di funzionamento” delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo.

La storia ha qualcosa da insegnare? “Certo, occorre imparare dal passato”. Non manca un richiamo ai padri fondatori, De Gasperi, Schuman, Adenauer. “Ci sono tornanti della storia” comunitaria “segnati da successi: in genere sono quelli incrementali, nei quali si è costruito con gradualità e inclusività”. E specifica: “stare fermi non è possibile, occorre procedere con le riforme, senza balzi in avanti”.

Ma quanto conta l’Ue nella vita dei cittadini? La professoressa Cartabia non ha dubbi: “l’Europa è dappertutto, c’entra con tantissimi aspetti della nostra esistenza”. Due gli esempi che mette sul tavolo. “L’Erasmus ha cambiato la ‘sociologia’ degli studenti universitari. Per loro è normale pensarsi dentro una comunità accademica e formativa europea. Lo stesso dicasi per la ricerca, i cui fondi provengono per ampia parte dal bilancio europeo”. Due esempi per confermare che l’Ue, con le sue normative, le politiche, i fondi comunitari sia ormai parte integrante della vicenda quotidiana per cittadini, imprese, università, enti locali, società civile europea.

Infine una testimonianza personale su quanto realizzato con la “Riforma Cartabia” riguardante i tempi dei processi civili e la digitalizzazione della macchina-Giustizia. “Passi necessari per il nostro sistema – sottolinea –, sollecitati dalla stessa Ue, trattandosi di riforme collegate” ai fondi Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Insomma, Europa vincolo o stimolo? La risposta di Cartabia lascia intendere che l’Ue sia per l’Italia, come per tutti i Paesi membri, una grande chance. “C’è la percezione che in sede Ue si affrontino temi e politiche per il bene del proprio Paese e dell’Europa nel suo insieme”. A conferma del motto europeo: “Unità nella diversità”. Sir 9

 

 

 

Accordo Ue sulle multe all’estero: si dovranno sempre pagare

 

Stop all’immunità dalle contravvenzioni per chi viene sanzionato all’estero o circola con un veicolo con targa straniera. Oggi il 40 per cento di chi commette infrazioni transfrontaliere resta impunito

Consiglio e Parlamento della Ue hanno raggiunto l’accordo, un primo, per la certezza della sanzione a chi commette infrazioni stradali all’estero. L’intesa aggiorna e integra la direttiva del 2015 sullo scambio di informazioni tra le autorità nazionali e dovrà ora essere formalmente approvata da ciascuna delle due istituzioni Ue. Fino ad oggi c’è stata una certa immunità per chi veniva multato all’estero o circolava con un veicolo munito di targa straniera. Ora non più.

Una nota dell’Europarlamento spiega infatti che a scopo preventivo per la guida spericolata le infrazioni al codice della strada scatterà anche l’assistenza transfrontaliera.

Saranno passibili di infrazione anche i veicoli in divieti di sosta. Multe anche all’eccesso di velocità, alla guida in stato di ebbrezza o al mancato arresto a un semaforo rosso, i sorpassi pericolosi, l’omissione di soccorso, l’ingresso in aree a traffico limitato. LR 13

 

 

 

Elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo spettanti all’Italia

 

Ai sensi del Decreto-legge 24 giugno 1994, n. 408, possono votare all’estero per l’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo spettanti all’Italia:

– i cittadini italiani residenti in uno Stato membro dell’Unione europea e iscritti all’AIRE;

– i cittadini italiani e i familiari con essi conviventi che si trovano temporaneamente in un Paese membro dell’UE per motivi di studio o di lavoro, presentando alla rappresentanza diplomatico-consolare competente per il luogo di temporaneo domicilio una domanda indirizzata al Sindaco del Comune italiano nelle cui liste elettorali sono iscritti. La richiesta deve essere presentata entro l’ottantesimo giorno antecedente l’ultimo giorno delle votazioni.

Il voto all’estero per i membri del PE spettanti all’Italia si esercita presso i seggi istituiti dagli uffici consolari. L’elettore riceve da parte del Ministero dell’Interno italiano all’indirizzo di residenza estero il certificato elettorale, con l’indicazione del seggio presso il quale potrà votare, nonché della data e dell’orario di apertura per le votazioni.

 

Qualora l’elettore non riceva il certificato elettorale entro il 5° giorno antecedente quello delle votazioni, potrà contattare l’ufficio consolare competente per verificare la propria posizione elettorale e richiedere il certificato sostitutivo per l’ammissione al voto.

 

L’elettore italiano residente all’estero in un Paese dell’UE, o temporaneamente ivi domiciliato per motivi di studio o lavoro (che abbia presentato domanda di voto all’estero nei termini previsti), se rientra in Italia, può votare presso il proprio Comune di iscrizione elettorale: in tal caso deve farne esplicita richiesta, entro il giorno precedente quello della votazione, al Sindaco del suddetto Comune.

 

L’elettore italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE può anche optare per il voto per i candidati ai seggi spettanti al Paese membro in cui risiede; in tal caso voterà presso i seggi istituiti dalle autorità del Paese membro di residenza estera.

 

Il doppio voto è vietato: se si vota a favore di un candidato per i seggi spettanti all’Italia non si potrà esprimere il voto anche per un candidato per i seggi spettanti al Paese membro UE di residenza e viceversa. Tale divieto si applica anche se l’elettore è in possesso di più cittadinanze di Paesi membri dell’Unione Europea: potrà esercitare il diritto di voto per i rappresentanti spettanti a uno solo degli Stati di cui è cittadino. Ovviamente, il doppio voto è penalmente sanzionato anche nel senso che chi vota per i rappresentanti spettanti all’Italia presso le sezioni elettorali istituite all’estero dagli uffici diplomatico-consolari NON potrà farlo anche presso le sezioni elettorali in Italia, e viceversa.

 

I cittadini italiani che sono permanentemente residenti in un Paese UE e iscritti all’AIRE e che non hanno optato per il voto a favore dei rappresentanti spettanti al Paese membro UE di residenza saranno ammessi al voto per i candidati per i seggi spettanti all’Italia senza necessità di presentare alcuna dichiarazione.

 

Cittadini italiani residente in un Paese non membro dell’Unione Europea

I cittadini italiani residenti nei Paesi NON membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti al Parlamento Europeo spettanti all’Italia presso il Comune di iscrizione elettorale in Italia. A tal fine, entro il ventesimo giorno successivo a quello della pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali, riceveranno dal predetto Comune una cartolina avviso. Esteri.it

 

 

 

Sbarchi e numeri. La realtà dell’immigrazione oltre la propaganda

 

Per parlare di sbarchi, richiedenti asilo e di ciò che si lasciano alle spalle, occorre partire da una premessa: gli sbarchi non sono l’immigrazione. Sono un fenomeno molto visibile, drammatico e drammatizzato, ma rappresentano solo una modesta percentuale del complesso della popolazione straniera residente in Italia. Di fatto, rifugiati e richiedenti asilo ospitati in Italia erano 350.000 alla fine del 2022, di cui circa il 40% ucraini, quindi beneficiari di un trattamento ben diverso dagli altri. Oggi saranno 400.000 o poco più – di Maurizio Ambrosini

Per parlare di sbarchi, richiedenti asilo e di ciò che si lasciano alle spalle, occorre partire da una premessa: gli sbarchi non sono l’immigrazione. Sono un fenomeno molto visibile, drammatico e drammatizzato, ma rappresentano solo una modesta percentuale del complesso della popolazione straniera residente in Italia. Tra l’altro, la maggior parte degli sbarcati se possono attraversano le Alpi e vanno a chiedere asilo in altri paesi. Le autorità tedesche non li rimandano neppure più in Italia, neanche quando riescono a capire che sono passati attraverso il nostro paese, perché ritengono inadeguato il nostro sistema di accoglienza.

Di fatto, rifugiati e richiedenti asilo ospitati in Italia erano 350.000 alla fine del 2022, di cui circa il 40% ucraini, quindi beneficiari di un trattamento ben diverso dagli altri. Oggi saranno 400.000 o poco più. Alla fine del 2023, nel sistema di accoglienza erano accolte 140.000 persone. Se si pensa che gli immigrati regolari sono circa 5,3 milioni, a cui si aggiunge un numero di soggiornati irregolari stimato tra i 400 e i 600.000, che sono in maggioranza donne, per quasi la metà europei, per circa tre quinti provenienti da paesi di tradizione culturale cristiana, la distanza tra la bolla comunicativa che identifica l’immigrazione con gli sbarchi e con le persone in cerca di asilo e la realtà del fenomeno migratorio dovrebbe risaltare chiaramente.

Ma veniamo alle persone che sbarcano dal mare. Numeri e provenienze variano parecchio da un anno all’altro.

Ora, nei primi due mesi del 2024 gli arrivi sono calati (4.506 al 29 febbraio) rispetto al corrispondente periodo del 2023, quando erano il triplo (14.428) e anche del 2022 (5.474). Non sappiamo però quali siano le ragioni: se il meteo avverso, se una maggiore attività di controllo da parte delle autorità tunisine e libiche foraggiate da Italia e Unione europea, oppure se abbiano inciso altri fattori che rimandano al funzionamento delle rotte migratorie interne all’Africa e al Medio Oriente.

Quanto alle provenienze, il dato più significativo del 2023 riguarda la crescita degli arrivi dall’Africa Occidentale e dalla regione del Sahel: troviamo infatti al primo posto la Guinea, con 18.204 persone sbarcate, al terzo posto la Costa d’Avorio, con 16.004, subito dopo la Tunisia (17.721). Instabilità e conflitti interni li hanno condotti dapprima in Tunisia, poi quando anche lì il clima è peggiorato hanno attraversato il Mediterraneo. Tra le prime dieci nazionalità compaiono poi Burkina Faso (8.412) e Mali (5.904), due paesi in cui lo Stato islamico ha seminato morte e distruzione, saldandosi con insorti locali e popolazioni emarginate. Colpi di stato militari e l’arrivo dei miliziani russi della Wagner hanno completato un quadro drammatico.

Non va poi dimenticato che continuano a sbarcare anche profughi siriani (9.516), mentre la guerra civile in corso ha incrementato gli arrivi dal Sudan (5.830). Ma anche i paesi poveri e inquieti dell’Asia Sud-Orientale alimentano il fenomeno: Bangladesh (12.169), al quarto posto, Pakistan (7.642) all’ottavo.

Difficile negare che gran parte delle persone che sbarcano dal mare e chiedono asilo abbiano alle spalle contesti molto fragili, profondamente sperequati, attraversati da conflitti di vario tipo e insanguinati da violenze e repressioni. Infatti, mentre la propaganda di parte insiste nel parlare di “immigrati illegali”, o peggio clandestini (ma come potrebbero arrivare altrimenti, se non affidandosi a chi è disposto a trasportarli?), i dati raccontano un’altra storia: nel 2022, il 48,4% delle domande di asilo presentate in Italia sono state accettate in prima istanza dalle commissioni governative, e oltre il 70% di coloro che, avendo ricevuto un diniego in prima istanza, hanno presentato un ricorso in tribunale, l’hanno visto accolto.

Quando vediamo quei volti, dovremmo pensare che più della metà hanno titolo per essere accolti su basi umanitarie, almeno fino a quando le restrizioni al diritto di asilo varate dal governo in carica non ne trasformeranno molti in sbandati, senza dimora, lavoratori in nero nel migliore dei casi. Sir 2

 

 

 

Difesa europea. È arrivato il momento di agire

 

Dopo le parole incendiarie di Donald Trump contro la Nato, l’assassinio del leader dell’opposizione Alexey Navalny da parte della Russia, il blocco del Congresso degli Stati Uniti agli aiuti militari a Kyiv per un valore di 60 miliardi di dollari e il ritiro dell’esercito ucraino da Avdiivka, a causa dell’insufficiente sostegno occidentale – consegnando così alla Russia la sua prima vittoria sul campo di battaglia dalla presa di Bakhmut lo scorso anno – si pensava che i leader europei si sarebbero fatti avanti. La loro partecipazione alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco avrebbe dovuto costituire un’occasione per trasformare l’ansia europea per un possibile ritorno di Trump e per il riconoscimento del deterioramento della sicurezza del continente in un’autentica svolta.

Il disimpegno americano in Europa

I messaggi degli americani presenti a Monaco avrebbero dovuto rafforzare ulteriormente la determinazione europea. Pur sostenendo l’impegno globale e dell’America verso l’Europa e l’Ucraina, la vicepresidente Kamala Harris – in un discorso che sembrava diretto più agli elettori del Michigan che ai presenti a Monaco – non ha nascosto che alcuni (o forse molti) negli Stati Uniti la pensano diversamente, e spingono per il disimpegno, l’isolazionismo e il transazionalismo. I membri repubblicani del Congresso presenti lo hanno confermato. Quando il deputato Pete Ricketts, subito dopo aver ascoltato l’appassionato discorso del presidente Volodymyr Zelensky, ha equiparato i problemi dell’Ucraina con la Russia a quelli degli Stati Uniti al confine con il Messico, l’isolazionismo (per essere gentili) è stato evidente. La traiettoria dell’isolazionismo statunitense è diventata ancora più chiara quando il senatore JD Vance ha avuto l’audacia di affermare che Vladimir Putin non rappresenta una minaccia esistenziale per l’Europa. Spero e credo ancora che il Congresso approverà il pacchetto di aiuti all’Ucraina di quest’anno, ma ogni giorno che passa senza questa approvazione si traduce in vite umane ucraine perse. E anche nell’eventualità che questo venga approvato, il sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina è una battaglia sempre più in salita. La vittoria dell’Ucraina e la sicurezza europea dipendono sempre più dagli europei.     

Si parla sempre più di difesa europea, ma non è ancora abbastanza

Sul versante europeo, sarebbe ingiusto affermare che non sta accadendo nulla. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è espressa con forza a favore della difesa europea. Nel preludio a quella che è diventata la sua candidatura ufficiale per un secondo mandato, ha dichiarato che, se rieletta, la sua Commissione nominerà un commissario per la difesa, che potrebbe essere assegnato a un Paese Est europeo. Anche l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell e il primo ministro olandese uscente (e forse prossimo segretario generale della Nato) Mark Rutte hanno lanciato forti appelli per una maggiore difesa europea. E non ci sono solo parole: Francia e Germania hanno recentemente seguito l’esempio del Regno Unito, firmando patti di sicurezza bilaterali con l’Ucraina, e l’Italia li ha seguiti nell’accordo firmato pochi giorni fa a Kyiv tra Zelensky e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che il suo Paese invierà tutta l’artiglieria di cui dispone all’Ucraina. Il presidente ceco Petr Pavel ha annunciato che Praga può inviare 800.000 munizioni a Kyiv. Oltre ai programmi esistenti per il rimborso degli approvvigionamenti militari e di munizioni, l’Ue dovrebbe avviare un programma da 3 miliardi di euro per potenziare la produzione nel settore della difesa. Aumentando notevolmente il livello di ambizione, il primo ministro estone Kaja Kallas ha proposto un piano di eurobond per la difesa da 100 miliardi di euro, raccogliendo il sostegno di diversi leader europei, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron.

Ma questo non è sufficiente. A Monaco, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è astenuto dall’approvare l’invio di missili da crociera Taurus all’Ucraina. Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk non si sono presentati e non sono riusciti, insieme a Germania, Regno Unito, Italia e altri, a trasformare la Conferenza nel loro momento “whatever it takes” per l’Ucraina. Sembra che non ci sia un piano B se gli Stati Uniti dovessero fallire con i 60 miliardi di dollari promessi a Kyiv.

La situazione in Ucraina è disastrosa, forse più di quanto si creda. Avdiivka non ha un’enorme rilevanza strategica, ma è certamente più importante di Bakhmut, persa quasi un anno fa. Si prevede che l’offensiva russa prosegua, minacciando di far retrocedere i modesti guadagni territoriali ottenuti dall’Ucraina nella sua controffensiva. Sebbene non sia necessariamente probabile, non si può escludere un crollo della linea di difesa ucraina.

Gli europei hanno compiuto notevoli progressi e la situazione nel 2025 potrebbe migliorare significativamente, poiché i germogli sulla difesa europea seminati nell’ultimo anno inizieranno a dare i loro frutti. Si tratta di un aspetto di importanza esistenziale, soprattutto se dovesse materializzarsi lo spettro del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Ma il 2025 è ancora molto lontano e occorre fare molto di più e con urgenza, attraverso politiche europee e non solo bilaterali, per garantire che l’Ucraina tenga la linea e sia in grado di riconquistare il vantaggio militare.

La guerra in Ucraina può essere persa o vinta, non ci sono vie di mezzo. E dato che la sicurezza dell’Europa passa per Kyiv, spetta agli europei, prima di tutto, garantire che l’Ucraina abbia successo. Nathalie Tocci, AffInt 11

 

 

 

Parlamento Ue: Intelligenza artificiale, ok al regolamento europeo

 

Strasburgo. Arriva dalla plenaria del Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, l’approvazione della legge Ue sull’intelligenza artificiale (Ia), che intende garantire sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali e promuovere l’innovazione. Il regolamento, frutto dell’accordo raggiunto con gli Stati membri nel dicembre 2023, compie un ulteriore passo in avanti: 523 i voti favorevoli, 46 contrari e 49 astensioni. L’obiettivo è “proteggere i diritti fondamentali, la democrazia, lo Stato di diritto e la sostenibilità ambientale dai sistemi di Ia ad alto rischio, promuovendo nel contempo l’innovazione e assicurando all’Europa un ruolo guida nel settore”.

Il regolamento dovrebbe essere adottato definitivamente prima della fine della legislatura, quindi ad aprile. Inoltre, la legge deve essere formalmente approvata dal Consiglio. Entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Ue e inizierà ad applicarsi 24 mesi dopo l’entrata in vigore.

Le nuove norme mettono fuori legge alcune applicazioni di Intelligenza artificiale che minacciano i diritti dei cittadini. Tra queste, “i sistemi di categorizzazione biometrica basati su caratteristiche sensibili e l’estrapolazione indiscriminata di immagini facciali da internet o dalle registrazioni dei sistemi di telecamere a circuito chiuso per creare banche dati di riconoscimento facciale”. Saranno vietati anche i sistemi di riconoscimento delle emozioni sul luogo di lavoro e nelle scuole, i sistemi di credito sociale, le pratiche di polizia predittiva (se basate esclusivamente sulla profilazione o sulla valutazione delle caratteristiche di una persona) e i sistemi che manipolano il comportamento umano o sfruttano le vulnerabilità delle persone.

“Oggi è una giornata storica: la prima legge al mondo sull’intelligenza artificiale è finalmente realtà”. Lo dichiara Brando Benifei, eurodeputato, relatore del provvedimento, giunto all’approvazione a larghissima maggioranza dopo due anni di negoziazione all’interno del Parlamento europeo e tra le istituzioni comunitarie. “Siamo molto soddisfatti del risultato e dell’ampia maggioranza raggiunta: segno che il Parlamento è stato unito nel negoziare con il Consiglio e il testo finale include moltissime delle nostre priorità, come maggiori e più stringenti divieti sugli usi più pericolosi, che si applicheranno già entro l’anno, all’obbligo di valutazione d’impatto sui diritti fondamentali, alla protezione dei lavoratori, della democrazia e dell’ambiente, fino alla regolamentazione dei grandi modelli e la riconoscibilità dei deepfakes, così come la trasparenza sui contenuti coperti da copyright a tutela di artisti e giornalisti”. Poi precisa: “Il voto di oggi non è che un inizio: ora bisogna concentrarsi sull’attuazione, sugli investimenti, sulla condivisione delle capacità dei supercomputer e sul lavoro con i partner internazionali, per affermare un nostro modello di sviluppo dell’Ia che metta l’essere umano davvero al centro”.

Il correlatore della commissione per le libertà civili Dragos Tudorache dichiara: “L’Ue ha mantenuto la promessa. Abbiamo collegato per sempre al concetto di intelligenza artificiale ai valori fondamentali che costituiscono la base delle nostre società. Ci aspetta molto lavoro che va oltre la legge sull’Intelligenza artificiale. Essa ci spingerà a ripensare il contratto sociale che sta alla base delle nostre democrazie. Insieme ai nostri modelli educativi, ai nostri mercati del lavoro, al modo in cui conduciamo le guerre”. La legge sull’Ia “non è la fine del viaggio, ma piuttosto il punto di partenza per un nuovo modello di governance basato sulla tecnologia. Ora dobbiamo concentrarci per trasformarla da legge sui libri a realtà sul campo”. Gianni Borsa, sir 13

 

 

 

 

 

Italia e Germania rinnovano la collaborazione nei settori dell’istruzione e del lavoro

 

ROMA – Finalizzato ieri , con le firme del Ministro federale dell’Istruzione e della Ricerca Bettina Stark-Watzinger e del Ministro federale del Lavoro e degli Affari sociali Hubertus Heil, per parte tedesca e del Ministro dell’Istruzione e Merito Giuseppe Valditara e del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone, per parte italiana, il rinnovo della Dichiarazione comune di intenti concernente la cooperazione tra i due Paesi nei campi dell’istruzione e formazione professionale, dei servizi pubblici per il lavoro e delle politiche attive del mercato del lavoro.

La sottoscrizione della Dichiarazione di intenti costituisce – spiega il Ministero del Lavoro – un primo fondamentale seguito operativo del Piano d’Azione Italo-tedesco sottoscritto lo scorso 22 novembre dai due Capi di Governo. Nell’attuale contesto segnato da sfide di carattere trasversale che caratterizzano e accomunano i rispettivi mercati del lavoro, quali la diminuzione della popolazione in età lavorativa e la crescente mancanza di manodopera qualificata per sostenere le transizioni digitale e verde, Italia e Germania si impegnano a continuare e rafforzare la collaborazione nell’ambito dell’istruzione e formazione professionale. In particolare, i due Paesi promuoveranno lo scambio di esperienze e buone pratiche in percorsi di formazione duale, inclusione giovanile, “empowerment” femminile, mobilità lavorativa e servizi per l’impiego, definendo specifici ambiti di collaborazione che qualificano il rapporto tra i rispettivi Ministeri dell’Istruzione e del Lavoro e delle Politiche Sociali in modo proattivo.

L’obiettivo di rafforzare gli scambi e la collaborazione sui centri pubblici per l’impiego e sui temi dell’inclusione sociale e del mercato del lavoro, sull’istruzione e formazione professionale, con un focus anche sul sistema duale costituisce inoltre un importante contributo dell’Italia e della Germania alle iniziative promosse nell’ambito della comune partecipazione all’Unione Europea, per dare concreta attuazione all’Anno Europeo delle Competenze. (Inform/dip 29)

 

 

 

La gaffe di Scholz sui missili Taurus che ha fatto arrabbiare i britannici

 

Nell’argomentare il suo rifiuto a mandare i missili a lunga gittata il cancelliere tedesco aveva sottointeso che Parigi e Londra li manovrano direttamente - dalla corrispondente Tonia Mastrobuoni

 

Difficile pensare a una dichiarazione più fallimentare, che faccia insorgere l’opposizione, ma anche mezza maggioranza e persino un alleato importante come il Regno Unito. Ma Olaf Scholz ci è riuscito. E dire che quella giustificazione l’aveva formulata anche con un pizzico di sufficienza: si era meravigliato di dover spiegare una cosa così "ovvia" ai tedeschi. Un paio giorni fa, dopo mesi di pressioni e di polemiche, il cancelliere tedesco ha illustrato finalmente le ragioni del suo “no” all’invio dei Taurus in Ucraina. Scatenando una bufera che non accenna a placarsi.

Scholz ha argomentato infatti che quei missili “hanno una gittata molto lunga” e che “ciò che i britannici e i francesi riescono a fare in termini di controllo dell’obiettivo, non può essere fatto in Germania”. Berlino “non deve diventare un partito in guerra e i soldati tedeschi non devono in alcun modo e in alcun momento essere associati agli obiettivi che possono essere raggiunti” dai Taurus, aveva aggiunto.

Accuse interne ed esterne

Quelle parole avevano già fatto insorgere l’opposizione e un pezzo della sua stessa maggioranza. Sia la Fdp sia i verdi lo avevano accusato apertamente di dire cose oggettivamente “false”. Dubbi sulla veridicità delle sue dichiarazioni erano trapelate persino dalla Bundeswehr. Ma adesso è scoppiata una vera e propria crisi diplomatica con il Regno Unito perché Scholz ha ammesso, in sostanza, che Londra e Parigi manovrano direttamente i missili che vengono lanciati in Ucraina. Durissimo il commento del presidente della Commissione affari esteri del parlamento, Alicia Kearns: le parole del cancelliere, ha replicato, “sono sbagliate, irresponsabili e uno schiaffo in faccia agli alleati”.

Dall’anno scorso il Regno Unito ha mandato missili Storm Shadows all’Ucraina, e lo scivolone del cancelliere tedesco nei giorni in cui Vladimir Putin è tornato a minacciare di usare l’atomica se soldati della Nato metteranno piede in Ucraina, irrita comprensibilmente gli inglesi, tra i più adamantini sostenitori di Kiev dall’inizio dell’invasione russa. Anche un portavoce del ministero della Difesa è corso ai ripari: “L’uso degli Storm Shadow e i suoi obiettivi sono responsabilità delle forze armate ucraine”, si è affrettato a puntualizzare. Insomma, non vengono manovrati da Londra o da soldati inglesi. Ma per l’ex ministro della Difesa Ben Wallace c’è una sola lezione da trarre da questa gaffe: Scholz é “l’uomo sbagliato al posto sbagliato al momento sbagliato”. LR 1

 

 

 

Le recenti puntate di Cosmo, ex Radio Colonia

 

01.03.2024. Come mai stanno nascendo così tanti nuovi partiti in Germania?

Nel giro di pochi mesi sono state fondate tre nuove formazioni politiche: il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht), frutto dell'uscita di Wagenknecht dalla Linke, la WerteUnion, risultato di una scissione a destra della CDU e il partito di ispirazione islamica, DAVA. Con i colleghi Giulio Galoppo e Tuncay Özdamar analizziamo questo fiorire di nuovi partiti, mentre con il giornalista ANSA Lorenzo Monfregola guardiamo ai cambiamenti che potrebbero derivare dai prossimi appuntamenti elettorali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nascono-tanti-nuovi-partiti-germania-100.html

 

29.02.2024. Come redistribuire il lavoro di cura fra uomini e donne?

L'Equal care day vuole rendere visibile il lavoro aggiuntivo a carico delle donne, non pagato, e punta a una distribuzione più equa tra i sessi. Una disuguaglianza legata alle norme sociali tradizionali, ma anche al ruolo delle donne nel mercato del lavoro, e che ha importanti implicazioni economiche per tutti. Ce ne parlano Giulio Galoppo, Mia Teschner dell'Istituto tedesco per la ricerca economica DIW e l'economista Azzurra Rinaldi, che oltre alle misure strutturali chiede una rivoluzione culturale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/equal-care-day-sorgearbeit-lavoro-di-cura-germania-100.html

 

28.02.2024. Perché Germania e Italia mandano navi da guerra nel Mar Rosso?

Diversi Paesi europei hanno mandato unità della propria Marina militare nel Mar Rosso in appoggio a quelle di USA e Gran Bretagna già presenti sul posto. L'obiettivo della missione è quello di proteggere il traffico commerciale nell'area dagli attacchi missilistici dei ribelli Houthi dello Yemen. Ne parliamo con il collega Giulio Galoppo e la giornalista Laura Silvia Battaglia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/yemen-marrosso-huthi-germania-100.html

 

27.02.2024. Il caso Assange e la libertà di stampa in Germania e Italia

Nei prossimi giorni potrebbe arrivare ad una svolta il caso di Julian Assange, fondatore della piattaforma Wikileaks, accusato di spionaggio dagli Sati Uniti per aver rivelato, tra l'altro, crimini di guerra commessi da truppe Usa in Iraq e Afghanistan. Ne parliamo con Stefania Maurizi, giornalista investigativa che sulla vicenda ha scritto un libro. Con il collega Giulio Galoppo facciamo, invece, il punto della situazione sulla libertà di stampa in Germania e in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/julian-assange-liberta-stampa-germania-100.html

 

26.02.2024. Brehme, Beckenbauer e le proteste negli stadi tedeschi

Bundesliga: è saltato l'accordo con gli investitori privati dopo le proteste dei tifosi, Agnese Franceschini ci spiega che cosa è successo. Sui finanziamenti della Lega Calcio italiana abbiamo sentito Alberto Cerruti, giornalista de La gazzetta dello Sport, che ci parla anche del legame con l'Italia dei due ex campioni tedeschi Brehme e Beckenbauer, scomparsi di recente.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fussball-brehme-beckenbauer-100.html

 

23.02.2024. Tutte le novità, film e non solo, della Berlinale 2024

Si sta concludendo la 74esima Berlinale, la rassegna cinematografica che annualmente attira nella capitale tedesca il meglio del cinema mondiale. Ne parliamo con il nostro inviato, Giulio Galoppo, mentre con il direttore artistico, Carlo Chatrian, facciamo un bilancio delle sorprese di questa rassegna e dei suoi cinque anni di lavoro a Berlino che si concludono proprio con questa edizione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tutte-le-novita-film-italiani-berlinale-germania-100.html  

 

22.02.2024. Muoversi in città: Italia e Germania a confronto

La città di Bologna ha iniziato un progetto chiamato “Città 30”. In quasi tutte le strade cittadine le auto potranno circolare solo con una velocità inferiore ai 30 km orari. Un piano che ha suscitato numerose polemiche e conflitti, anche perché Bologna in questo modo diventa la prima grande città italiana a introdurre questo limite di velocità. Ce ne parla Agnese Franceschini. E mentre a Milano l’inquinamento è ai massimi livelli, in Germania aumenta l’insoddisfazione per la mobilità nelle città. Katharina Lucà, portavoce di ADAC spiega perché.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mobilita-bologna-limite-velocita-germania-italia-100.html

 

21.02.2024. Crescere bilingue in Germania fra dubbi, ostacoli e vantaggi

La giornata internazionale della lingua madre è per noi l’occasione per parlare ancora di bilinguismo, un tema importante per chi vive all’estero. Lo abbiamo visto anche nelle vostre reazioni al nostro post su Facebook. Molto orgoglio per aver cresciuto i propri figli bilingui, ma anche qualche dubbio e molti ostacoli. Ce ne parla Agnese Franceschini. Alcuni consigli arrivano da Ilaria Bucchioni di "Bocconcini di cultura e.V.", che da anni offre corsi e assistenza su questo tema alle famiglie italo-tedesche, mentre con Pietro Trifone dell'Accademia della Crusca parliamo dell'italiano di oggi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bilinguismo-bambini-bilingui-italiani-germania-scuola-aiuto-100.html

 

20.02.2024. Perché si parla di rafforzare la Corte Costituzionale tedesca?

Di fronte alla possibilità che un partito “nemico della democrazia” possa un giorno riformare la giustizia tedesca e in particolare un organo di controllo fondamentale come la Corte costituzionale federale, il governo tedesco sta pensando di riformare la legge che ne regola il funzionamento. Le questioni relative alla sua organizzazione e all'elezione dei giudici non sono infatti disciplinate nella Costituzione e basta una maggioranza semplice per cambiarle. Enzo Savignano ci parla del suo ruolo e dei suoi compiti e Agnese Franceschini ne descrive il meccanismo e le proposte di riforma. Il costituzionalista Francesco Palermo ci dà poi un suo parere e ci illustra le principali differenze fra Italia e Germania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corte-costituzionale-germania-riforma-italia-102.html

 

19.02.2024. Due anni di guerra in Ucraina e nessuna soluzione in vista

La guerra in Ucraina è stata al centro della recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Il presidente ucraino Zelensky a Monaco ha chiesto alla Nato di inviare più armi al suo Paese. La Germania si è offerta come garante per la difesa dell’Ucraina, ma negli alleati occidentali, al di là delle dichiarazioni di facciata, si nota però sempre più stanchezza. Ce ne parla Agnese Franceschini. E sul campo, i successi russi dimostrano anche la debolezza militare europea, secondo l’analista Gianandrea Gaiani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ucraina-conferenza-monaco-nato-100.html

 

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Ministero ed Enit alla Itb di Berlino per promuovere l’Italia nel mondo

 

Santanchè: “Esempio di come il Sistema Italia sa fare squadra”. La Germania mantiene il primato di principale mercato per l’Italia con quasi 7 miliardi di spesa e 13 giorni minimi di soggiorno

 

ROMA – Ministero del Turismo ed Enit presentano le eccellenze e le professionalità dell’Italia imprenditoriale del turismo a Itb Berlin, una delle maggiori fiere del settore a livello internazionale, con un padiglione interattivo e immersivo che vede la partecipazione di quindici Regioni, Roma Capitale e una vasta rappresentanza delle più importanti imprese italiane dell’ecosistema turistico, tra cui i due partner privati Ita e Trenitalia, oltre alla Repubblica di San Marino. “Itb – ha commentato il Ministro Daniela Santanchè –è un’occasione straordinaria per ampliare ulteriormente la visibilità e diffondere la conoscenza delle bellezze e delle competenze italiane nel mondo, davanti a un pubblico internazionale e in una Nazione che si conferma il principale mercato di provenienza per l’Italia. Quasi la metà dei turisti tedeschi, per altro, torna in viaggio nel Belpaese, e, spesso, le immagini e la campagna promozionale della Venere di ‘Open to meraviglia’ influiscono positivamente riguardo la scelta o la conferma dell’Italia come meta di viaggio. Ed è anche grazie al prezioso apporto di Enit che portiamo in una cornice tanto illustre sia le Regioni, sia numerose imprese del comparto, che rappresentano il saper fare tutto italiano. “La partecipazione alle fiere internazionali di una squadra con un’immagine unitaria è l’esempio di come deve muoversi il ‘sistema Italia’ per ambire a successi sempre più grandi, costituendo, al contempo, una preziosa occasione per creare le migliori condizioni di business per le nostre impese”, ha sottolineato il Ministro. “I dati Enit confermano la Germania come primo mercato per l’Italia tra i Paesi di prossimità, ed è essenziale mantenere la posizione e migliorare la soddisfazione dei turisti” – ha affermato il presidente di Enit Alessandra Priante. “L’essenza del turismo – ha continuato –   non è solo arrivare in una destinazione, ma soprattutto tornarci e parlarne bene a tutti. Stiamo assistendo al gran ritorno anche dei viaggiatori big spender long haul e stiamo consolidando una posizione interessante in Medio Oriente e in Asia. Abbiamo grande fiducia nel futuro e stiamo dimostrando di andare nella direzione giusta. Con la nuova Enit S.p.A., voluta fortemente dal Ministro Santanchè, lavoreremo – ha detto Priante – in modo più agile e innovativo per dare il giusto sostegno agli stakeholder del turismo nazionale, agli operatori e all’industria turistica, promozionando al meglio le nostre eccellenze, puntando molto sulla formazione e aiutando le destinazioni a diversificare e destagionalizzare in maniera ancora più efficace”. “L’Italia è il primo Paese all’estero di cui i tedeschi hanno più conoscenza e informazioni su: influenza culturale in termini di moda, intrattenimento, brand, tendenza, patrimonio culturale, vocazione turistica” – ha dichiarato l’amministratore delegato di Enit Ivana Jelinic. “I tedeschi amano così tanto l’Italia che scelgono di tornarci più volte, il che ci spinge a lavorare per presentare offerte turistiche sempre più diversificate e orientate alla sostenibilità”. “Con oltre 12 milioni di turisti, la Germania si conferma primo Paese di provenienza dei turisti stranieri nel nostro Paese  – ha commentato l’Ambasciatore d’Italia Armando Varricchio. “Si tratta peraltro -ha aggiunto – di un mercato con un grande potenziale di crescita verso il quale l’Italia continua a nutrire un forte interesse, come dimostrato dalla presenza oggi del ministro del Turismo e degli oltre 200 espositori italiani alla Fiera ITB. Questi eventi – ha sottolineato l’Ambasciatore – forniscono un’occasione preziosa per presentare al pubblico tedesco e internazionale l’eccellenza italiana e la qualità della nostra proposta a 360 gradi: che si tratti di produzione agricola, di offerta turistica, di produzione cinematografica, o letteraria”  “Nel 2023 l’Emilia-Romagna si è confermata la regione leader in Italia per attrattività turistica, facendo segnare numeri record per presenze e arrivi-  ha detto il presidente della Regione Stefano Bonaccini – Merito di un proficuo lavoro di squadra tra istituzioni e operatori del settore, che ci ha permesso di fare fronte a un evento drammatico come l’alluvione in Romagna. Continueremo a investire in infrastrutture e riqualificazione delle coste e delle strutture ricettive, puntando allo stesso tempo sui grandi eventi sportivi e culturali come appuntamenti di richiamo internazionale nel nostro territorio”

Di seguito i principali dati turistici Italia-Germania elaborati dall’ufficio studi Enit “Germania primo mercato per provenienza e introiti. Considerando i primi 9 mesi del 2023, tra i principali mercati di provenienza, la Germania mantiene il primato con una quota parte del 15,0% sul totale viaggiatori internazionali del periodo, confermandosi altresì come principale mercato di provenienza anche in termini di introiti. Spesa turistica che sfiora i 7 miliardi. La spesa dei visitatori tedeschi in Italia nei primi 9 del 2023 si attesta a circa 6,8 miliardi di euro con un’incidenza del 16,4% sul totale entrate internazionali del periodo (Ufficio Studi Enit). Nel 2023 la durata media delle vacanze principali dei tedeschi è stata di 12 giorni (BAT Stiftung für Zukunftsfragen). La forza del marchio “Italia”: moda, intrattenimento, brand e tendenza. L’Italia è la prima Nazione all’estero di cui i tedeschi hanno più conoscenza e informazioni su: influenza culturale in termini di moda, intrattenimento, brand, tendenza (punteggio medio 6,56); patrimonio culturale (6,89); vocazione turistica (5,68). Tedeschi innamorati della Venere: le immagini e gli spot della campagna promozionale “Open to meraviglia” influiscono positivamente sul 27% dei cittadini tedeschi riguardo la scelta e/o conferma dell’Italia come meta di viaggio per le prossime vacanze”.

(Inform/dip 5)

 

 

 

Berlino. Evento in Ambasciata sul turismo e incontri di carattere economico

 

Berlino - In occasione della Fiera ITB, che si è aperta il 5 marzo, e si è conclusa il 7 marzo a Berlino, l’Ambasciata d’Italia in Germania ha ospitato un evento dedicato al turismo, organizzato in collaborazione con l’Agenzia Nazionale del Turismo ENIT e le Regioni Veneto ed Emilia-Romagna.

La serata si è svolta alla presenza del ministro del Turismo, la senatrice Daniela Garnero Santanché. Presenti anche il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, l’assessore al Turismo della Regione Veneto, Federico Caner, la presidente di ENIT, Alessandra Priante, e l’amministratrice delegata, Ivana Jelinic.

Moderato dal presentatore televisivo italo-tedesco Alexander Mazza, l’evento ha visto anche la partecipazione di numerosi consorzi di tutela DOP e IGP delle due regioni ospiti, di operatori del settore italiani e tedeschi e rappresentanti delle istituzioni locali. A conclusione, le Fondazioni Arena di Verona e Teatro Regio di Parma hanno offerto un concerto con l’esecuzione di arie liriche.

“Con oltre 12 milioni di turisti, la Germania si conferma primo Paese di provenienza dei turisti stranieri nel nostro Paese”, ha affermato l’ambasciatore Armando Varricchio. “Si tratta peraltro”, ha aggiunto, “di un mercato con un grande potenziale di crescita verso il quale l’Italia continua a nutrire un forte interesse, come dimostrato dalla presenza oggi del Ministro del Turismo e degli oltre 200 espositori italiani alla Fiera ITB. Questi eventi forniscono un’occasione preziosa per presentare al pubblico tedesco e internazionale l’eccellenza italiana e la qualità della nostra proposta a 360 gradi: che si tratti di produzione agricola, di offerta turistica, di produzione cinematografica o letteraria”.

 

Si è svolto il 13 marzo, sempre in Ambasciata, l’evento “Prospects for the EU Single Market and global trade: backbone for both German and Italian economies”, organizzato dall’Ambasciata stessa in collaborazione con il quotidiano Il Sole 24 Ore. Si è trattato del terzo e ultimo evento di avvicinamento al Festival dell’Economia di Trento, che si svolgerà dal 23 al 26 maggio. Partner dell’iniziativa è stato l’Istituto Economico Tedesco di Colonia (IW).

La giornata si è articolata in due momenti. Nel pomeriggio si sono svolte due tavole rotonde a porte chiuse, la prima sui temi della trasformazione industriale e della transizione energetica e la seconda sul loro finanziamento, i cui lavori sono stati moderati dal direttore dell’IW Michael Hüther, insignito lo stesso giorno del prestigioso riconoscimento “WIFORWARD”. Le tavole rotonde hanno visto la partecipazione di esponenti della Cassa Depositi e Prestiti, della Kreditanstalt für Wiederaufbau, delle Camere di Commercio, di rappresentanti del settore industriale e finanziario, tra cui la Banca Europea per gli Investimenti, e del mondo della ricerca.

Si è successivamente tenuta una sessione plenaria conclusiva aperta al pubblico, moderata dalla corrispondente del Sole 24 Ore in Germania, Isabella Bufacchi. La discussione è stata animata dal direttore generale per la Politica industriale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Paolo Casalino, e da Kirsten Scholl, direttrice generale per le Politiche Europee del Ministero federale per gli Affari economici e l’Azione climatica, nonché dal direttore generale di Confindustria, Raffaele Langella, dalla direttrice generale della BDI, Tanja Gönner, e dalla chief operating officer di EUSIDER Group, Maria Anghileri.

Il confronto ha consentito di approfondire prospettive e sfide della cooperazione industriale italo-tedesca, sottolineando l’importanza dell’innovazione e della sostenibilità nel contesto di una crescente digitalizzazione.

Nel suo saluto di apertura in plenaria, seguito da un videomessaggio della ceo del Gruppo 24 Ore, Mirja Cartia d’Asero, l’ambasciatore Armando Varricchio ha sottolineato come l’evento abbia offerto l’occasione per parlare di due aspetti fondamentali, presenti nel Piano d’Azione italo-tedesco firmato lo scorso novembre. “Da un lato, l’importanza di una politica industriale efficace, sia a livello nazionale sia europeo, per preservare la competitività di un’economia sostenibile per la prossima generazione”, ha detto. “Dall’altro, la necessità di una politica commerciale ambiziosa. Quest’ultimo aspetto è cruciale per due Paesi tradizionalmente orientati al mercato internazionale, con una quota importante di ricchezza – e di PIL – derivante dal commercio. La partecipazione di rappresentanti di istituzioni italiane, tedesche e europee”, ha aggiunto Varricchio, “testimonia l’importanza della sfida comune che Germania e Italia hanno dinanzi per rafforzare i loro settori industriali nell’era della doppia transizione”. (aise 13)

 

 

 

 

Appuntamenti della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM)

 

La realizzazione del SoutH2 Corridor, la rete di gasdotti che trasporterà idrogeno dal Nord Africa fino alla Germania attraversando tra i diversi Paesi anche l’Italia, è stata inserita tra i PCI (Projects of Common Interest) identificati dalla Commissione Europea. Ma cosa significa ciò, e soprattutto cosa comporta per l’Italia e la Germania? I PCI definiti dalla Commissione Europea sono progetti transfrontalieri rilevanti. In particolare, essi hanno il vantaggio di beneficiare di uno snellimento delle procedure burocratiche e di finanziamenti comunitari specifici e straordinari. La rilevanza del SoutH2 Corridor unisce diversi aspetti: non solo punta all’obiettivo dell’Unione Europea del raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, ma favorisce anche la collaborazione tra i diversi Paesi EU ed extra EU coinvolti. Un aspetto interessante che riguarda SoutH2 Corridor è la riconversione delle condutture per il gas naturale, che verranno utilizzate per l’idrogeno: si parla del 75% degli oltre 3000 km della rete. 

Con l’obiettivo di favorire lo scambio italo-tedesco sull’idrogeno verde, così come gli investimenti internazionali nel settore delle energie rinnovabili, quest’anno ITKAM riproporrà il German-Italian Energy Forum. Per rimarcare la centralità di Italia e Germania nel settore dell’energie rinnovabili e dopo il successo dello scorso anno, l’evento verrà proposto in due appuntamenti: il primo si terrà a Roma il 9 luglio e il secondo a Francoforte il 14 novembre. 

Scopri di più sul #GIEF2024 all’interno della newsletter della Camera di Commercio. (de.it.press)

 

 

 

 

Industria, cooperazione strategica tra Italia e Germania: al via i lavori per attuare il Piano d’Azione

 

Berlino. Si è tenuto, presso la sede del Ministero Federale dell’Economia e della Protezione climatica (BMWK) a Berlino, il primo incontro tecnico-amministrativo tra i referenti del Ministero delle Imprese del Made in Italy (MIMIT) e del BMWK.

L’occasione – informa il Ministero italiano – ha rappresentato un passo significativo nell’attuazione del Piano d’Azione italo-tedesco (settore industria) per la cooperazione strategica bilaterale e nell’Unione Europea, firmato il 22 novembre 2023 dal Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e dal Cancelliere tedesco Olaf Scholz. L’incontro si è focalizzato sulla definizione dell’agenda di lavoro e dei seguiti tecnico-operativi, segnando l’avvio della collaborazione negli ambiti di comune interesse delineati nell’Allegato al Piano d’Azione per quel che attiene alla politica industriale e alla competitività. Il dialogo strategico, infatti, mira a rafforzare le relazioni tra Italia e Germania, promuovendo la crescita economica, lo sviluppo delle nuove tecnologie, e sostenendo una transizione verso un’Europa più verde e digitale.

L’esercizio ha altresì permesso di delineare la struttura operativa del Piano, che nella collaborazione Mimit – Bmwk si articola in sei specifici gruppi di lavoro. Si è così provveduto ad individuare i referenti di ciascuna direzione generale competenti per settore, da ambo le parti, avviando un processo per la definizione di linee d’azione concrete che interessano ambiti strategici quali la legislazione europea, la cooperazione industriale, la digitalizzazione, la sicurezza economica, l’industria 4.0 e lo spazio, con l’obiettivo primario di sviluppare un contesto imprenditoriale resiliente e sostenibile. Inoltre, l’occasione d’incontro ha non solo consentito di definire gli argomenti chiave per i futuri lavori dei gruppi ma ha anche messo in evidenza importanti aspetti procedurali, in preparazione ai prossimi appuntamenti politici. Tra le priorità emerse: l’avanzamento dell’agenda europea per la riduzione degli oneri amministrativi, la promozione della transizione verde e digitale, il rafforzamento della cooperazione su progetti strategici e la promozione della cooperazione nel settore spaziale tra i due paesi. Le Direzioni Generali del Mimit coinvolte (DGIND e DGTECH) hanno evidenziato l’importanza dell’esercizio come base per un dialogo inclusivo ed aperto agli stakeholder pubblici e privati di entrambi i paesi, segnalando, inoltre, che la collaborazione dovrebbe rappresentare un canale preferenziale per il coordinamento su importanti dossier europei, grazie ad uno scambio di informazioni rapido ed efficace, specialmente in situazioni di mancato allineamento. A conclusione dei lavori è stato rinnovato l’impegno a promuovere la dimensione tecnico-operativa della collaborazione, essenziale per un’esecuzione efficace e tempestiva dell’intesa. (Inform/dip 14)

 

 

 

La Puglia dei vini al ProWein 2024 di Düsseldorf

 

Scoprire il gusto del domani per i vini di Puglia significa, da sempre, mettere in connessione le radici di vitigni con una storia anche millenaria con le nuove opportunità di mercato. È quanto accaduto al ProWein 2024, che da domenica a ieri, dal 10 al 12 marzo, con il claim “Discover the taste of tomorrow” (“Scoprire il gusto del domani”), ha visto la presenza a Düsseldorf di 50 aziende vitivinicole in uno spazio di oltre 400 metri quadri realizzato dal Dipartimento Agricoltura, Sviluppo rurale e ambientale in stretta sinergia con Unioncamere Puglia.

“Questa fiera è riconosciuta tra le più strategiche per tutto il comparto dei vini e dei distillati – ricorda l’assessore all’Agricoltura, Donato Pentassuglia – e consente alle nostre aziende di rinsaldare legami commerciali di antica data e di aprirsi nuove nicchie di mercato, posizionando i vini prodotti in Puglia in tutto il mondo, non solo nei ristoranti tedeschi e nei diversi ambiti di distribuzione europea. Anche al ProWein abbiamo messo in evidenza la capacità di proporre un prodotto di altissima qualità che trova forza e struttura nella storia e nel lavoro dei produttori e nella capacità di innovare e percepire le nuove richieste dei consumatori”.

Nell’enoteca dello stand istituzionale i sommelier della FIS Puglia hanno fatto degustare vini rossi, bianchi, rosati, spumanti e attivato tre masterclass di approfondimento con buyer e giornalisti provenienti da ogni angolo del mondo e dedicate ai vitigni pugliesi. Altre due masterclass sono state realizzate nell’area Vinum della Messe di Düsseldorf, dirette dal giornalista Christian Eder, con un focus sui rossi e rosati di Puglia.

La prossima edizione del ProWein è in programma dal 16 al 18 marzo 2025.

(aise/dip 13) 

 

 

 

Storie in valigia: letture animate all’IIC di Amburgo

 

Amburgo – Martedì 12 marzo l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha ospitato il terzo incontro di “Storie in valigia”, letture animate in italiano per bambini, a cura di Silvia Ferioli e Francesca Parenti.

Una volta al mese la valigia piena di storie di Silvia e Francesca aspetta i bambini dai 0 ai 7 anni all’Istituto di Cultura di Amburgo per un meraviglioso viaggio sulle ali della fantasia e fra le pagine di splendidi albi illustrati.

Con l’anno nuovo si è deciso di sperimentare un nuovo formato, “Filastrocche in Valigia”, rivolto ai bambini fino ai 3 anni, per favorire l’apprendimento immersivo dell’italiano fin dalla primissima infanzia. Per questa fascia di età si utilizzano fantasiose filastrocche, divertenti canzoncine e i primi cartonati; viene dedicato anche uno spazio speciale alla coccola della lettura con i genitori.

Al termine della prima mezz’ora c’é una pausa per i bimbi con uno spuntino portato da casa, durante la quale i genitori hanno la possibilità di consultare una bibliografia di libri per l’infanzia e guide pratiche di supporto al bilinguismo, nonché naturalmente di confrontarsi e di scambiare informazioni con le relatrici, gli altri genitori e lo staff dell’Istituto.

Dalle 16.30 tornano invece le “Storie in Valigia” con il formato consueto di lettura animata accompagnata da un laboratorio creativo.

Insieme a Silvia e a Francesca i bambini potranno ammirare le prodezze di Hogard, draghetto tutto cuore, aiutare il pericolosissimo coccodrillo Hugo a trovare nuovi amici, scoprire cosa possa mai farci un Rinofante sul tetto, andare alla ricerca del meraviglioso Cicciapelliccia e viaggiare fra gli splendidi paesaggi di Bimba Landmann alla scoperta degli amici immaginari. Sognare con le più belle storie di Gianni Rodari, Beatrice Alemagna e di tanti altri autori, sapientemente illustrate da Alessandro Sanna, Marianna Balducci e altri grandi illustratori per bambini e ragazzi del panorama italiano contemporaneo.

Silvia e Francesca propongono letture animate a due voci, con Kamishibai e altre tecniche: storie in italiano avventurose, tenere, divertenti, esilaranti. Ogni incontro si propone anche come un’occasione per incontrare nuovi amici fra le pagine dei libri e sul simpatico tappetone, e per trovare storie che accomunano i piccoli e i più grandicelli.

Dopo la lettura, ispirati dalla storia ed equipaggiati con carta, colori, colla e i materiali più disparati, i bambini possono creare paesaggi, personaggi e piccole opere d’arte che ricorderanno loro il pomeriggio passato insieme.

Silvia Ferioli è architetta viaggiatrice con la passione della fotografia di viaggio e della lettura. Divisa tra Milano e Amburgo, dalla nascita del suo bimbo ha viaggiato insieme a lui e a tanti piccoli italo-amburghesi sulle pagine degli albi illustrati più disparati, alla ricerca di storie sempre nuove. Ha frequentato corsi di lettura ad alta voce dedicati a gruppi di lettura per l’infanzia e dal 2012 è attiva nella promozione alla lettura, inserendosi nel circuito amburghese di “Gedichte für Wichte” come conduttrice di un gruppo di lettura per bambini in lingua italiana. È una delle organizzatrici delle letture de “Il Circolino dei Folletti”.

Francesca Parenti è traduttrice e insegnante d’italiano, appassionata di illustrazione e letteratura per l’infanzia. Grazie ai suoi figli ha scoperto la lettura ad alta voce e quel magico legame che si crea tra lettore e piccolo ascoltatore. Si è formata con corsi e workshop sui temi del libro per l’infanzia e della lettura ad alta voce, iniziando a dedicarsi ad attività legate alla promozione della lettura e del bilinguismo. È stata fondatrice e organizzatrice del gruppo “L’Arca dei Cuccioli”.

I prossimi appuntamenti di Storie in Valigia si terranno il 9 aprile, il 14 maggio e il 18 giugno 2024, sempre di martedì e agli stessi orari. (aise/dip 13) 

 

 

 

8 marzo a Berlino: l’evento “Italiane in Germania”

 

BERLINO - In occasione della Giornata internazionale della donna, l’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato il 6 marzo la terza edizione della serie “Italiane in Germania”, iniziativa ideata per valorizzare e promuovere il ruolo delle numerose professioniste italiane che operano nel paese e che nei rispettivi ambiti contribuiscono alle intense relazioni bilaterali. Dopo una prima serata dedicata alla scienza nel 2022 e la scorsa edizione dedicata all’arte, per la serata di ieri è stato individuato il tema della comunicazione.

Con la moderazione di Barbara Gruden, corrispondente RAI a Berlino, si sono confrontate sui temi della parità di genere Isabella Bufacchi, corrispondente de Il Sole 24 ore, Mara Gergolet, corrispondente del Corriere della Sera, Cristina Giordano, giornalista freelance per il programma COSMO dell’emittente WDR, Valentina Patrizia Maceri, cronista sportiva ed ex calciatrice italo-tedesca, e Giulia Saudelli, giornalista di Deutsche Welle.

“Sono numerose le corrispondenti delle testate nazionali presenti a Berlino, così come le giornaliste e reporter italiane attive in media di lingua tedesca o in quelli di lingua italiana presenti in Germania”, ha detto l’ambasciatore Armando Varricchio. “Proprio per rendere omaggio a tutte queste professioniste che ogni giorno, con il loro lavoro, rendono più vicini i nostri due paesi, con uno sguardo al femminile sulla società, dedichiamo a loro questa serata”.

Tra i partecipanti alla serata due ospiti d’eccezione: la capitano di Fregata Catia Pellegrino, comandante della Nave Luigi Rizzo e prima donna nella storia della Marina Militare Italiana ad assumere il comando di una nave militare; e la regista e attrice Paola Cortellesi, in tour in Germania per promuovere il suo film d’esordio “C’è ancora domani”.

A seguire, l’ambasciatore ha partecipato alla prima del film a Berlino, prima tappa del tour. Dopo la proiezione del film, che ha riscosso la standing ovation del pubblico, la regista ha dialogato con l’attrice tedesca Natalie Wörner, rispondendo anche alle domande dei tanti italiani e berlinesi accorsi a vedere il successo cinematografico. (aise/dip 8)

 

 

 

Brevi di cronaca e politica tedesca

 

Congresso del PPE: 'netto spartiacque dall’estrema destra'

La Presidente in carica della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, è stata ufficialmente eletta, a stragrande maggioranza, candidata di punta del Partito popolare europeo (PPE) e può ora iniziare la campagna elettorale. Con una netta presa di distanza dall’estrema destra, il PPE punta ora a ostacolare gli antieuropeisti, come ha fermamente ribadito il leader Manfred Weber (CSU) al congresso di partito a Bucarest: “Per noi vi è un netto spartiacque contro tutti gli estremisti di destra del continente. Europeismo, Stato di diritto e sostegno all’Ucraina: sono questi i pilastri su cui poggia questa chiara linea di demarcazione. Chiunque sia contrario a ciò non sarà nostro partner”, ha sottolineato Weber alludendo all’AfD, alla Lega e alle altre forze euroscettiche.

Il PPE è quindi pronto ad affrontare la campagna elettorale e conquistare voti con una politica migratoria e di sicurezza più severa. Nel manifesto elettorale sono confluiti i piani della CDU sulle procedure di asilo nei Paesi terzi. “Vogliamo implementare il piano dei Paesi terzi sicuri”, si legge nel programma elettorale dei Cristiano-democratici europei. “Chi presenta la domanda di asilo nell’UE può anche essere trasferito in un Paese terzo sicuro e sottoporsi lì alla procedura di asilo. In caso di esito positivo, il Paese terzo sicuro concede al richiedente asilo protezione in loco”. È esattamente il piano che il Primo ministro Giorgia Meloni sta perseguendo con l’Albania e rappresenta un significativo inasprimento rispetto al Patto sull’asilo, approvato lo scorso dicembre dall’UE. Oltre ai temi della politica migratoria, il programma elettorale di 23 pagine presenta anche un impegno deciso a sostenere gli interessi degli agricoltori e delle piccole e medie imprese. A tal fine, la coalizione di partiti cristiano-conservatori come la CDU e la CSU in Germania mira a rafforzare la competitività economica dell’Europa e a ridurre la burocrazia. Un altro punto programmatico è il sostegno all’Ucraina, vittima dell’attacco russo, per cui “Il PPE svolgerà un ruolo di primo piano nella mobilitazione degli aiuti fino alla vittoria del Paese”, hanno promesso Weber, von der Leyen e Tajani. Per quanto riguarda l’Italia, membri del PPE sono Forza Italia e Südtiroler Volkspartei.

 

Missili Taurus all’Ucraina: il deciso no di Scholz  

La questione dei missili tedeschi Taurus destinati a Kiev continua a dividere la politica tedesca e a preoccupare i partner della NATO. Ora il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha offerto sostegno alla Germania per consentire un’eventuale consegna di missili cruise Taurus all’Ucraina. Finora il Cancelliere Olaf Scholz (SPD) si è rifiutato di inviare il sistema d’arma a lunga gittata sostenendo che la Germania “non poteva fare ciò che viene compiuto da inglesi e francesi per quanto riguarda il puntamento degli obiettivi dei missili e il loro accompagnamento”.  Il ministro Cameron ha quindi proposto uno “scambio di posizione” che prevede la cessione da parte della Germania dei missili Taurus alla Gran Bretagna e la fornitura della Gran Bretagna, a sua volta, dei missili del tipo “Storm Shadow” all’Ucraina. “Siamo pronti a vagliare tutte le opzioni al fine di ottenere il massimo effetto per l’Ucraina”, ha dichiarato il ministro degli Esteri britannico in occasione di una sua visita a Berlino, affermando però di non volere “fornire dettagli e rivelare agli avversari quali sono le nostre intenzioni”. Nel frattempo, il Cancelliere ha respinto anche questa proposta, alimentando ancora di più l’incomprensione tra gli alleati e all’interno della sua coalizione.

In un articolo a due voci apparso sul quotidiano “Die Zeit”, l’esperto di politica estera della CDU Norbert Röttgen e il leader dei Verdi Anton Hofreiter hanno accusato il Cancelliere di “disfattismo catastrofico” e “comunicazione drammaticamente carente”. Per quanto riguarda le argomentazioni di Scholz contro la fornitura di missili Taurus all’Ucraina, i due politici affermano che “in questo modo il Cancelliere diffonde paura e terrore tra la popolazione”, e aggiungono come le dichiarazioni del Cancelliere secondo cui la fornitura di missili Taurus rende la Germania parte in causa nella guerra siano “di fatto e giuridicamente errate”. Inoltre, quest’atteggiamo finisce per sbeffeggiare anche la Francia e la Gran Bretagna, che hanno portato a termine le loro forniture. CDU/CSU vogliono presentare al Bundestag una nuova mozione per votare la fornitura all’Ucraina del sistema e questa volta la loro mozione potrebbe essere sostenuta anche da singoli deputati dell’FDP e dei Verdi.

 

I politici tedeschi criticano le parole di Papa Francesco sull’Ucraina

Con la sua controversa richiesta all’Ucraina di “issare la bandiera bianca”, Papa Francesco ha provocato forte indignazione tra tutti i partiti tedeschi. Il Presidente della CDU Friedrich Merz ha contestato l’appello del Papa riguardante i negoziati di pace: “Non li condivido, li considero fondamentalmente sbagliati”. Anche la leader dei Liberali Marie-Agnes Strack-Zimmermann (FDP) non ha risparmiato le critiche. “Prima che le vittime ucraine alzino la bandiera bianca, il Papa dovrebbe chiedere ad alta voce e senza alcuna ambiguità ai brutali criminali russi di ritirare la loro bandiera pirata, simbolo di morte e di Satana”. Inoltre, la Presidente della commissione Difesa ha chiesto: “Perché in nome di Dio non condanna l’incitamento all’odio verbale del patriarca Kirill, amico di Putin ed ex agente del KGB? Da cattolica mi vergogno del fatto che non lo faccia”.

Anche l’esperto di politica estera della CDU Roderich Kiesewetter ha espresso il suo biasimo: “Incredibile che il capo della Chiesa cattolica si schieri dalla parte dell’aggressore”, aggiungendo che “in questo modo il Papa concede al Presidente Putin un nulla osta per proseguire nelle sue azioni”. Anche la Vicepresidente del Bundestag, la politica dei Verdi Katrin Göring-Eckardt, ha manifestato la sua indignazione: “Chi chiede all’Ucraina di arrendersi, dà all’aggressore ciò che questo ha ottenuto in modo illegale, accettando così l’annientamento dell’Ucraina”. La presa di distanza è giunta anche dalla Conferenza episcopale tedesca: “La formulazione è stata infelice. Il Vaticano deve assolutamente chiarire la sua posizione”. 

 

L'AfD pronta a fare da copertura a Mosca      

Proprio come in Italia, anche in Germania ci sono “utili idioti a Mosca”, la citazione del già Presidente della CSU Franz Josef Strauß riferita alla Guerra Fredda, appare oggi di attualità, dato che in molti Paesi dell’UE ci sono partiti populisti o singoli protagonisti disposti a farsi manipolare dalla propaganda di Putin. I deputati dell’AfD del Landtag bavarese sono pronti a recarsi in Russia per assistere, in qualità di “esperti di democrazia”, alle elezioni presidenziali della prossima settimana. La presenza degli osservatori elettorali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) non è invece gradita a Mosca. Stando alle parole dei tre deputati, l’obiettivo del viaggio è assicurarsi “che i seggi elettorali siano accessibili senza barriere, che negli stessi siano disponibili modelli di lettura per non vedenti, o che i cittadini o gli osservatori elettorali locali possano presentarci i loro reclami”. A ogni modo, in una loro dichiarazione si riporta che l’obiettivo principale è “attuare la richiesta di dialogo diplomatico sostenuta dalla linea del partito”, probabile riferimento questo all’agenda politica dell’AfD, in cui si legge che il partito sostiene “la fine delle sanzioni e il miglioramento delle relazioni con la Russia”.

Negli ultimi anni, il posizionamento dell’AfD è sempre stato nettamente filorusso. Sono numerose le ricerche che attestano gli stretti legami tra il partito e la Russia. Inoltre, il “Süddeutsche Zeitung” ha recentemente riferito di una perizia interna dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, secondo la quale il partito potrebbe essere classificato come “certamente di estrema destra”.

 

Luoghi in Germania: Francoforte sul Meno          

La metropoli finanziaria di Francoforte sul Meno è la prima città tedesca ad avere esposto una decorazione per celebrare il mese di digiuno musulmano con la scritta “Happy Ramadan”, con tanto di mezzaluna e stelle, nella zona pedonale situata tra Hauptwache e Opernplatz. L’iniziativa ha scatenato un’ondata di indignazione sui social network. Le decorazioni sono state infatti interpretate come segno di “islamizzazione”, e l’appello è stato addirittura quello di boicottare i negozi presenti sulla famosa “Freßgass”. 

Ma non sono mancate le voci positive. Il decano cattolico della città Johannes zu Eltz ritiene che l’iniziativa sia giusta, pur sperando che la città secolarizzata di Francoforte possa augurare “Buon Natale” con altrettanta libertà, senza rinnegare quindi le sue radici cristiane scegliendo formulazioni neutre come “Season’s Greetings”. Anche il decano protestante della città Holger Kamlah parla di gesto gradito: “Un segnale del genere è positivo e appropriato per i molti musulmani che vivono nella città”. Anche la comunità ebraica si è espressa a favore. Il Consiglio di coordinamento delle moschee di Francoforte spera tuttavia che l’iniziativa possa servire da modello per altre città della Germania, con l’obiettivo di costruire ponti tra le diverse comunità e promuovere un clima di rispetto reciproco.

 

Lo scandalo delle intercettazioni scuote la Germania

“È l’uomo sbagliato al momento sbagliato nel lavoro sbagliato”. Le critiche al cancelliere Olaf Scholz (SPD) dal governo d Londra, sui media, non potrebbero essere più nette. Critiche giustificate da molteplici fattori: il rifiuto della Germania di fornire missili Taurus a Kiev che desta preoccupazioni tra i partner della Nato, le dichiarazioni incaute del Cancelliere ai media, secondo cui i soldati britannici e francesi in Ucraina stanno controllando il bersaglio dei missili, cosa di cui la Germania non vuole occuparsi, perché ciò implicherebbe lo scontro diretto con la Russia. Da Parigi, passando Bruxelles fino a Washington, a prevalere è un forte scetticismo verso il Cancelliere tedesco. Ora un nuovo caso di intercettazioni mette in crisi Scholz. La riunione riservata di alti ufficiali delle forze armate tedesche “soffiata” dalla Russia ha sollevato grandi dubbi riguardo la sicurezza dei segreti militari tedeschi. Molti dettagli sull’entità dell’accaduto restano ancora nell’ombra. 

Come sia stato possibile che la videoconferenza di Mosca fosse registrata è ancora da chiarire. Il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) dichiara che il motivo dell’incauta registrazione è dovuto a un “errore individuale”, in quanto non tutti i partecipanti si sono attenuti alla procedura di connessione sicura. Un partecipante alla conferenza si è collegato da Singapore tramite una connessione aperta, quindi non sicura. Il “Singapore Airshow” (fiera dell’aviazione), che ha visto anche la partecipazione di alti ufficiali militari degli Stati europei, ha rappresentato “una manna dal cielo” per i servizi segreti russi, ha dichiarato il ministro. La Russia aveva quindi effettuato numerose intercettazioni telefoniche intorno all’evento, e l’accesso alla videoconferenza tedesca è stato probabilmente un colpo di fortuna in un contesto fatto di tentativi e procedure ampiamente diversificati. Il ministro Pistorius ha accusato Mosca di voler alimentare la discordia tra i Paesi europei: “Non faremo in modo che quest’attacco russo ci allontani”.

 

CDU/CSU temono nuove azioni russe                     

CDU/CSU chiedono una commissione d’inchiesta al Bundestag per fare chiarezza sulla questione delle intercettazioni militari. I parlamentari hanno infatti esternato il loro sgomento, temendo che molte altre conversazioni siano state intercettate e possano essere divulgate al momento propizio per favorire la propaganda russa. Roderich Kiesewetter, esperto militare della CDU, osserva come dietro si celi una determinata intenzione: “Il Cremlino vuole impedire la consegna dei missili Taurus da parte della Germania”.

Marie-Agnes Strack-Zimmermann (FDP), Presidente della Commissione Difesa del Bundestag, esorta a prendere migliori precauzioni contro lo spionaggio: “Dobbiamo porre fine una volta per tutte alla nostra ingenuità”. Gli attacchi informatici, lo spionaggio e la disinformazione sono aumentati in numero esponenziale: “Dobbiamo urgentemente accrescere la nostra sicurezza e il nostro controspionaggio, perché in questo settore siamo chiaramente vulnerabili”.

 

Gli ufficiali hanno ignorato gli standard di sicurezza

L’occasione dell’incontro degli alti ufficiali dell’aeronautica, tra cui due generali, è stata probabilmente la discussione sulla fornitura di missili teleguidati Taurus all’Ucraina. Il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) sarebbe stato informato sul sistema d’arma con una presentazione di mezz’ora, e l’incontro intercettato sarebbe servito da preparazione alla stessa. Nel colloquio si è discusso, tra le altre cose, della possibilità tecnica dei missili cruise Taurus di distruggere il ponte costruito dalla Russia per l’accesso alla penisola di Crimea, e anche del fatto se l’Ucraina sia in grado di mettere in atto i bombardamenti senza l’aiuto tedesco nella programmazione degli obiettivi. Altro punto toccato è stato il tempo necessario che servirà per l’addestramento dei soldati ucraini sui missili tedeschi. Nel frattempo, sono state avviate indagini disciplinari sui partecipanti alla videoconferenza. Al centro della polemica vi è il capo dell’aviazione tedesca, Ingo Gerhartz. Proprio lui sarebbe l’ufficiale che si è collegato alla conferenza da Singapore tramite telefono cellulare. Il ministro della Difesa Pistorius si è comunque schierato al suo fianco, dichiarando che non sacrificherà uno dei suoi migliori generali per darla vinta ai russi.

In ogni caso, Mosca è riuscita a eseguire un colpo da maestro per la sua propaganda. Il Cremlino punta quindi a dimostrare che la Germania – contrariamente a quanto affermato dal governo – è da tempo parte in causa nella guerra ed è profondamente coinvolta nel conflitto. “Il colloquio dimostra la pianificazione di ostilità contro la Russia, compresa la distruzione delle infrastrutture civili”, ha dichiarato con fermezza la portavoce del ministero degli Esteri russo. Intanto, l’ambasciatore tedesco a Mosca è stato convocato presso il ministero degli Esteri, e il principale sostenitore della propaganda di Putin, l’ex Presidente russo Dimitri Medvedev, ha accusato pubblicamente la Germania di preparare la guerra contro la Russia.

 

La Germania sostiene l’ingresso dei Balcani occidentali nell’UE

Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock (Verdi), alla luce dei tentativi di influenza russa, ha chiesto di sostenere con tutte le forze gli Stati dei Balcani occidentali nel loro cammino verso l’ingresso nell’Unione Europea. “Non possiamo permetterci zone d’ombra in nessuna parte dell’Europa e insieme dobbiamo fare tutto il possibile per sbarrare le vie d’accesso laterali alla Russia che può utilizzarle per la sua politica di destabilizzazione, disinformazione e infiltrazione”, ha dichiarato il ministro durante una visita in Montenegro e Bosnia-Erzegovina.

Questi sforzi devono quindi concretizzarsi in aiuti per far sì che questi Paesi “rafforzino le loro istituzioni democratiche, migliorino la loro resistenza e offrano alle persone una prospettiva economica”. L’UE deve quindi svolgere i suoi compiti “a casa” con urgenza. Il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina fanno parte dei cosiddetti Paesi dei Balcani occidentali, che annoverano anche Albania, Serbia, Macedonia del Nord e Kosovo. L’UE considera il Montenegro come il Paese più lontano nel processo di adesione, mentre la Bosnia-Erzegovina possiede lo status di Paese candidato all’ingresso, ma non è ancora entrata nella fase di negoziazione. L’allargamento dell’UE è previsto non prima della fine del decennio.

 

Lo sciopero dei trasporti paralizza la Germania

In questi giorni i sindacati dei trasporti stanno paralizzando ancora una volta tutta la Germania, e molti cittadini vedono in questi eventi un abuso di potere. Il sindacato dei macchinisti GDL, noto per la sua volontà di sciopero a spese dei clienti delle ferrovie, ha annunciato un altro sciopero per le contrattazioni tariffarie con le ferrovie tedesche. Il trasporto passeggeri subirà quindi una sospensione di 35 ore. Per la divisione merci del gruppo ferroviario, lo sciopero è iniziato già mercoledì sera. Secondo i dati delle ferrovie tedesche, ciò avrà un impatto enorme sulle attività delle stesse, mandando in fumo milioni di euro. Da mesi i sindacati e le ferrovie lottano per un nuovo contratto collettivo. Il punto di scontro è la richiesta del sindacato di ridurre l’orario di lavoro settimanale da 38 a 35 ore per i turnisti, senza far subire loro perdite finanziarie.

Anche il prossimo sciopero nel traffico aereo, che coinvolgerà ancora una volta i passeggeri di Lufthansa, è stato programmato. Il sindacato VERDI ha esortato tutto il personale di terra a partecipare allo sciopero indetto per giovedì 7 e venerdì 8 marzo. L’inizio è previsto per le 4.00 di giovedì e il termine per le 7.00 di sabato nei settori del trasporto passeggeri. Nella disputa in corso sulle contrattazioni collettive che coinvolge circa 25.000 lavoratori di terra, ci sono già state due ondate di scioperi che hanno paralizzato il traffico passeggeri per un giorno ciascuno.

 

Scholz incontra Papa Francesco                               

A eccezione di un momento a margine dei funerali di Benedetto XVI, non si erano mai incontrati di persona. Per la prima volta Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata in Vaticano il Cancelliere Olaf Scholz, in carica dall’8 dicembre 2021. Il Cancelliere Scholz ha incontrato anche il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. “Nel corso dei cordiali colloqui intercorsi in Segreteria di Stato è stata espressa la soddisfazione riguardo le buone relazioni e la proficua collaborazione tra la Santa Sede e la Germania, sottolineando l’importanza della fede cristiana nella società tedesca”, questa la nota di stampa emanata dal Vaticano.

La discussione ha riguardato inoltre temi di interesse comune, come i fenomeni legati alle migrazioni di massa. “Una menzione speciale è stata data ai conflitti in Ucraina, Israele e Palestina e al conseguente impegno per la pace nell’instancabile ricerca di una soluzione diplomatica che possa condurre nel più breve tempo possibile alla cessazione delle ostilità”, si legge ancora nella dichiarazione. Dall’inizio della legislatura, tuttavia, la coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz si è impegnata a sostenere numerose modifiche legislative che si pongono in contrasto con le posizioni cattoliche, come quelle sul tema dell’aborto o sull’ideologia di genere.

 

Luoghi in Germania: Hofbräuhaus di Monaco

È probabilmente la birreria più famosa al mondo e un place to be per molti turisti: l’antica Hofbräuhaus di Monaco di Baviera. Stavolta però se ne è parlato per un fatto di cronaca: i tifosi della Lazio che al suo interno hanno intonato canti fascisti prima degli ottavi di finale di Champions League contro l’FC Bayern.

Un video che ha fatto il giro dei media mostra circa 100 di loro che intonano nel locale un coro al termine del quale si sente distintamente il grido “Duce, Duce, Duce”. Alcuni tifosi tendono il braccio destro verso l’alto alla maniera del “saluto romano”, che in Germania, noto come “saluto di Hitler”, è vietato. La polizia bavarese ha avviato un’indagine. Kas 14

 

 

 

A casa della terrorista della Raf Daniela Klette anche armi pesanti: granate e kalashinikov

 

La donna viveva a Berlino e aveva una falsa identità: un passaporto italiano intestato a Claudia Ivone. Presa dopo 30 anni - Jeanne Perego

 

La perquisizione è durata tutta la notte nell’appartamento berlinese di Daniela Klette, la terrorista della Rote Armee Fraktion (RAF) arrestata lunedì sera dopo 30 anni di latitanza, coperta anche dalla falsa identità garantitale da un passaporto italiano intestato a Claudia Ivone. Oggi, nel primo pomeriggio, un portavoce della Procura di Verden ha dichiarato che nell'appartamento della donna sono state trovate "armi da guerra pesanti”, tra cui un Kalashnikov e un mitragliatore, oltre a una pistola. Ieri sera erano state rinvenute una granata, caricatori e munizioni.

L’edificio in cui si trova l’appartamento, nel quartiere di Kreuzberg, e un edificio vicino, sono stati evacuati per precauzione durante la perquisizione e fino alla rimozione delle armi. La granata era già stata portata altrove in serata per essere disinnescata. Anche la strada su cui si trovano gli edifici evacuati è stata transennata dalla polizia per tutta la notte.

Intanto si conoscono sempre più dettagli sulla vita della 65enne Klette/Ivone che per almeno due decenni ha abitato indisturbata nel condominio grigio di 7 piani in Sebastianstrasse perché nessuno aveva idea di chi fosse. «Claudia è sempre stata una persona gentile» hanno detto i vicini in alcune interviste. Gentile, tranquilla, impegnata a dare lezioni di matematica a studenti, abituata a muoversi in bicicletta. Ai compagni della scuola di capoeira che ha frequentato fino al momento della pandemia raccontò che percepiva i sussidi sociali. La capoeira è uno degli argomenti ricorrenti sull’account facebook della terrorista in clandestinità che si sentiva così tranquilla da aver aperto, già nel 2011, l’account a nome di Claudia Ivone in cui ha rivelato, come fanno tutti, dettagli della propria vita accompagnati da diverse foto di se stessa.

Una vita tutt’altro che nell’oscurità: la capoeira, appunto, ma anche gite e, forse, anche viaggi in America Latina, oltre a tante condivisioni di annunci di festival afrobrasiliani e spettacoli di gruppi di ballo. L’ultimo post è dello scorso anno. La presenza sul social potrebbe essere un piccolo pezzo del puzzle che la polizia sta mettendo insieme per scoprire dove sia stata la Klette negli ultimi tre decenni.

È ancora tutto nebuloso, come lo è il cercare di capire se e eventualmente da chi è stata aiutata nella sua vita da fantasma. C’è chi ha idee precise, per esempio l'esperto di terrorismo Hans-Jakob Schindler del Counter Extremism Project che a Ippen.Media ha detto: «c’è una scena estremista di sinistra ampia e molto attiva a Berlino. I membri della RAF sono ancora degli eroi per molti in questo ambiente. Per la nuova generazione di estremisti di sinistra, questi sono nonne e nonni da venerare».

La scelta della Klette di vivere a Berlino Kreuzberg potrebbe non essere stata un caso. Lo conferma anche Klaus Pflieger, ex procuratore generale di Stoccarda ed esperto del famoso gruppo di terroristi di estrema sinistra: «l’abbiamo visto con tutte le generazioni della RAF che c'erano molti sostenitori che offrivano rifugio. Alcune cose come le visite mediche e altre situazioni della vita quotidiana sono difficili da affrontare senza aiuti. Sicuramente un aiuto c’è stato anche in questo caso». La terrorista appena arrestata appartiene a quella che è stata definita la terza generazione della RAF ( la prima fu quella conosciuta comunemente come Banda Baader-Meinhof). Secondo gli inquirenti la donna prese parte anche al fallito attentato alla Deutsche Bank di Eschborn nel 1990 e ed era nel commando che sparò almeno 250 colpi all'ambasciata statunitense a Bonn l’anno successivo. Ma avrebbe anche commesso una serie di violente rapine a mano armata contro trasportatori di denaro e supermercati in Bassa Sassonia e Nord Reno-Westfalia tra il 1999 e il 2016, insieme ai due terroristi, compagni di lotta, che continuano a essere ricercati: Ernst-Volker Staub e Burkhard Garweg. Il bottino di quelle rapine senza motivazioni ideologiche, più di 2 milioni di euro, è servito a finanziare la loro vita clandestina. LS 1

 

 

 

Il «foglietto che fece cadere il Muro di Berlino» è al centro di una lite tra il museo di Bonn e la «Bild»

 

Il tabloid ha fatto causa alla «casa della Storia» per sapere da chi fu acquistato. Sul biglietto le istruzioni del partito comunista che il dirigente Schabowski fraintese, facendo finire l’era delle due Germanie- di Mara Gergolet

 

BERLINO - C’è un foglietto che ha un ruolo memorabile, quasi magico, nella recente storia tedesca. Appunti scritti a penna su carta sottile, formato A4, rigata. Lo teneva in mano Günter Schabowski, dirigente del partito comunista Sed, la sera del 9 novembre 1989 quando in una disastrosa conferenza stampa, inavvertitamente, fece aprire i cancelli e cadere il Muro di Berlino. Su quel biglietto — ora custodito alla Haus der Geschichte (casa della Storia) di Bonn — si è scatenata una dura battaglia che può avere ripercussioni anche su altri lasciti ai musei.

La storia fa parte della mitologia berlinese e ha per protagonista un italiano. Fu quasi al termine della conferenza stampa trasmessa in diretta tv che il corrispondente dell’Ansa Riccardo Ehrman chiese a Schabowski se ci fossero delle novità riguardo ai viaggi all’Ovest di cittadini della Ddr. E Schabowski, che aveva ricevuto dei fogli con le ultime decisioni del partito senza averle né lette né digerite, sfogliò i documenti e disse che potevano uscire «senza restrizioni». Ehrman chiese da quando, e Schabowski scrutando i fogli che non parevano contenere una risposta disse «Nach meiner Kenntnis … ist das sofort, unverzüglich», a mia conoscenza, è subito, immediatamente. (Fece una tremenda confusione: le disposizioni non si applicavano a tutti, ma solo ai pochi detentori del passaporto con visto; e dovevano entrare in vigore dalle 4 del mattino).

Immediatamente ai valichi si formarono code finché quello di Bornholmer Strasse non si aprì. Per questa domanda, Ehrman diventò l’«uomo che fece cadere il Muro di Berlino».

Il foglietto sparì e ricomparve nel 2015 al museo di Bonn, che lo acquistò per 25 mila euro da un anonimo venditore. Sennonché la Bild vuole conoscerne il nome. H a fatto causa al museo vincendo per due volte, siamo al terzo appello a Münster. Ma il direttore, Harald Biermann, si rifiuta di obbedire alla sentenza. «Se rendiamo pubblico il nome — dice alla Süddeutsche Zeitung — sarà un disastro. Nessuno offrirà più i quadri ai musei se la sua identità dovrà per forza essere nota». Non basta. Anche la vedova russa di Schabowski, Irina, ora reclama il foglietto come parte della sua eredità.

C’è un’altra complicazione. Il giornalista tedesco Peter Brinkmann (che partecipò allo scambio tra Ehrman e Schabowski e pertanto si avvale del titolo del secondo uomo che fece cadere il Muro) ha una versione diversa. Era buon amico di Schabowski. Secondo lui, il dirigente del Sed scrisse sì quel foglio, ma più tardi la sera. Arrivato a casa, Schabowski — dice Brinkmann — si stappò una birra, e guardando la tv occidentale con la moglie vide quel che stava succedendo senza collegarlo alla conferenza stampa. Più tardi, spaventato, preparò quel biglietto, a giustificazione e prova che tutto ciò che aveva detto era stato concordato con i capi. Sarebbe quindi un falso d’autore. Ma non si rovinano così i miti e i reperti, nessuno crede alla versione di Brinkmann. CdS 5

 

 

 

Trovata la falla usata da Mosca per intercettare Berlino

 

Scholz insiste: «No ai missili Taurus, il cancelliere sono io». Medvedev: «Vogliono la guerra, rischio nucleare mai così alto»

Mentre in Germania il cancelliere tedesco ribadisce il suo no alla consegna all'Ucraina di missili da crociera Taurus (“Io sono il cancelliere e per questo vale" la motivazione della mia posizione, ha detto Scholz, "non si può consegnare un sistema d'arma che arriva molto lontano e poi non pensare a come possa avvenire il controllo del sistema d'arma. E se si vuole avere il controllo, e questo è possibile solo se sono coinvolti soldati tedeschi, questo è completamente fuori discussione"), a Londra Downing Street esorta chiaramente i tedeschi: "Il Regno Unito è stato il primo Paese a fornire missili d'attacco di precisione a lungo raggio all'Ucraina e incoraggiamo i nostri alleati a fare lo stesso", ha dichiarato un portavoce di Downing Street. "La presenza di un piccolo numero di truppe britanniche in Ucraina" era stata riconosciuta da No 10 una settimana prima, hanno aggiunto. Torna la polemica sul pacifismo “filorusso” di Scholz.

Il vice presidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitri Medvedev, fa il frontman dell’operazione di guerra ibrida russa coi leaks sui militari tedeschi che parlano dei Taurus sul ponte di Crimea. Medvedv accusa Berlino di volere la guerra ed evoca lo spettro di un conflitto nucleare «cento volte» più probabile rispetto alla crisi dei missili a Cuba del '62.

Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, l'episodio dimostra il coinvolgimento diretto dell'Occidente nel conflitto in Ucraina. «Qui dobbiamo scoprire - ha aggiunto Peskov - se la Bundeswehr lo sta facendo di propria iniziativa. Poi la questione è quanto sia controllabile la Bundeswehr e quanto il signor Scholz controlli questa situazione, o se questa sia parte della politica statale della Germania».

Mosca ha detto di aver convocato al ministero degli Esteri l'ambasciatore tedesco, Alexander Lambsdorff, per protestare e chiedere spiegazioni. Berlino ha smentito la convocazione, precisando che il diplomatico ha avuto «un incontro previsto da tempo» al dicastero. La portavoce Maria Zakharova afferma che la Germania «non è stata denazificata fino in fondo».

La fuga di notizie è stata causata da un "errore individuale" dovuto al partecipante che ha preso parte alla conversazione da Singapore usando una linea non sicura. Lo ha detto oggi a Berlino il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius. I sistemi di sicurezza tedeschi sono sicuri, ha aggiunto. LS 5

 

 

 

La minaccia degli Houthi alla sicurezza internazionale

 

Secondo i dati del Maritime Security Centre Horn of Africa (MSCHOA), dal 19 novembre 2023 al 31 gennaio 2024,12Gli attacchi sono stati condotti utilizzando motoscafi e imbarcazioni veloci per dirottare navi mercantili, e da salve di missili e droni per colpire navi da trasporto o unità militari.

Gli effetti sono stati fulminei: in un mese, il traffico marittimo nel Mar Rosso è diminuito del 30% rispetto al mese precedente, a causa dell’aumento dei costi del trasporto marittimo. Il triplicarsi dei premi assicurativi e l’aggiunta di alcune settimane di navigazione a causa dei dirottamenti attraverso il Capo di Buona Speranza hanno creato una crisi nel sistema di connettività internazionale e nel trasporto di merci e risorse primarie da e verso l’Europa. In termini comparativi, i costi di trasporto marittimo hanno registrato incrementi così significativi da raggiungere, in poche settimane, gli stessi livelli osservati nella seconda metà del 2021, dopo più di un anno di pandemia e riduzioni nella domanda di beni.

Houthi e il Mar Rosso: sfide per il commercio mondiale

Come è possibile che si sia creata una situazione del genere in così poco tempo? La prima osservazione riguarda la natura strategica della posizione geografica dello Yemen: con una costa che domina l’ingresso del Mar Rosso attraverso lo stretto di Bab al-Mandab, il paese esercita una capacità d’influenza considerevole sulle adiacenti rotte marittime internazionali che collegano l’Asia al Medio Oriente e queste due regioni all’Europa.

Fin dal 2015, gli Houthi si sono assicurati il controllo di punti chiave della costa e si attesta la loro presenza nella zona portuale di Al Hudaydah e nelle altrettanto strategiche isole Hanish. La possibilità di utilizzare queste aree come piattaforme di lancio per attacchi diretti con tempi di preavviso limitati, in combinazione con mezzi di portata a lungo raggio come droni e missili forniti dall’Iran, ha offerto agli Houthi numerose opportunità per esercitare pressione sulle economie internazionali.

La guerra in Yemen, che vede gli Houthi impegnati a combattere da quasi un decennio contro la coalizione guidata dal governo saudita, ha permesso loro di sviluppare stretti legami con il governo di Tehran e di acquisire armi e tattiche mirate ad ottimizzare la loro posizione strategica. Infatti, già nel luglio 2018, il governo saudita aveva confermato un attacco da parte degli Houthi a una petroliera in navigazione in prossimità di Al Hudaydah, causando danni minori ma dimostrando l’intenzione di voler sfruttare il vantaggio strategico nel Mar Rosso per avanzare la loro agenda. Tuttavia, il dirottamento della nave cargo Galaxy Leader nel novembre scorso – eseguito con un’operazione di inserzione da elicottero da parte di militanti armati e seguito da tre attacchi composti da salve di missili e droni a navi mercantili – ha rapidamente cambiato la percezione internazionale sulla natura del problema in questo corridoio marittimo, responsabile di circa il 15% del trasporto del commercio mondiale.

Fase 1: la comunità internazionale risponde con prudenza agli attacchi Houthi

Gli Houthi hanno deciso di partecipare attivamente al cosiddetto ‘asse di resistenza’ venutosi a creare nel contesto della guerra tra Israele e Hamas. In particolare, la guerra ha creato un’opportunità per mettere in evidenza l’ipocrisia dei governi arabi rispetto al conflitto e far guadagnare agli Houthi simpatie in regione, con l’obiettivo di forzare la comunità internazionale a esercitare pressione sul governo di Israele per sospendere le ostilità o, quanto meno, per ottenere un cessate il fuoco.

La risposta della comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, si è inizialmente concentrata su una strategia passiva di intercettazione dei tentativi di attacco o di risposta a chiamate di intervento da parte delle navi in transito. In questa prima fase, il principale contributo si è concentrato su interventi condotti dagli incrociatori americani della classe Arleigh Burke, con il ruolo centrale delle navi USS Carney e USS Mason, impegnate a prevenire che diversi tipi di minacce aeree – inclusi alcuni missili balistici antinave – potessero raggiungere i loro obiettivi. Successivamente, navi inglesi e francesi hanno condotto simili intercettazioni.

In questa fase, la comunità internazionale intendeva dimostrare la futilità degli attacchi, nella speranza che gli Houthi cambiassero corso d’azione. La preoccupazione per il rischio di un allargamento del conflitto a livello regionale ha probabilmente influito sulla scelta di un approccio improntato alla prudenza. A livello internazionale, questa strategia è stata accompagnata da una condanna della campagna degli Houthi, culminata in una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 19 dicembre.

Fase 2: le prime missioni contro postazioni militari Houthi

Tuttavia, i risultati poco soddisfacenti di questa prima fase hanno spinto a un cambio di strategia, annunciato agli inizi di gennaio dalla dichiarazione congiunta di 14 paesi, tra cui l’Italia. Nel documento, gli Stati partecipanti hanno evidenziato chiaramente l’inaccettabilità delle azioni degli Houthi a livello internazionale e avvertito che il continuo aumento nella frequenza e nell’intensità degli attacchi avrebbe portato a risposte più significative. In particolare, la dichiarazione lasciava margini di manovra ai membri partecipanti nello scegliere in che modo contribuire a tali misure.

Poco più di una settimana dopo e alla luce di chiari segnali che indicavano un imminente cambiamento di approccio, rafforzato dai primi attacchi diretti a navi militari americane e britanniche, i governi di Washington e Londra hanno condotto le prime missioni contro postazioni militari Houthi. Questi attacchi, che hanno avuto come obiettivi postazioni radar, depositi di munizioni e altre componenti della ‘kill chain’ missilistica e drone, sono stati concepiti per limitare la capacità di proiezione militare degli Houthi nel Mar Rosso.

Ad esempio, la scelta degli obiettivi non ha incluso una nave di intelligence iraniana, individuata mentre si allontanava dall’area di Bab al-Mandab nelle ore precedenti agli attacchi e sospettata di aver fornito dati alle unità Houthi. Sia il governo americano che quello britannico hanno evidenziato la dimensione chirurgica degli attacchi come una risposta proporzionata e volta a evitare un’espansione del conflitto. Nonostante le dichiarazioni degli Houthi nelle ore successive, al momento la situazione nel Mar Rosso non ha causato un incremento della crisi.

Fino a che punto questa nuova strategia ha avuto successo? Quali insegnamenti si possono trarre da questo nuovo approccio? Da un punto di vista puramente militare, le autorità americane hanno ammesso che gli attacchi alla fonte non sono stati efficaci a eliminare la minaccia come inizialmente preventivato. Tuttavia, un obiettivo primario è stato raggiunto, poiché sia l’intensità che la frequenza degli attacchi si sono ridotte. La minaccia si è ridimensionata al punto che marine con capacità di ingaggio antiaereo più limitate possono ora considerare l’opzione di fornire un contributo. D’altra parte è possibile che gli Houthi possano cercare altre modalità di disturbo della connettività internazionale, come ad esempio il sabotaggio di cavi sottomarini nel Mar Rosso.

La riflessione più significativa, quindi, riguarda la necessità di riconsiderare la gestione delle crisi in un’epoca geopolitica definita dal ritorno della competizione fra Stati. Le capacità militari degli Houthi hanno evidenziato come oggi anche gruppi di milizie possano essere in grado di accedere a risorse militari complesse, che richiedono una maggiore sofisticazione e preparazione. La possibilità per le navi nel Mar Rosso di scegliere tra diversi dispositivi d’arma – in particolare di tipo ‘wide area defence’ – ha offerto opzioni di carattere politico più ampio, specie in un contesto in cui la capacità di comunicare attraverso diversi tipi di effetti cinetici è fondamentale per controllare l’espansione di un conflitto. Sembrerebbe, dunque, che la sofisticazione del profilo militare e navale di un paese abbia acquisito un’importanza significativa non solo nel gestire potenziali crisi e guerre tra Stati, ma anche crisi di portata più ampia di fronte a minacce provenienti da gruppi militanti e terroristici. Alessio Patalano, AffInt 4

 

 

 

 

Il Ppe svolta a destra ma il no dei tedeschi chiude le porte all’ingresso di Meloni

 

Il congresso di Bucarest in vista delle Europee: Ursula von der Leyen sarà incoronata oggi “spitzenkandidatin” per un altro mandato. Il nuovo manifesto riposiziona i popolari su Green Deal e immigrazione. La minaccia di Mosca - dalla inviata Tonia Mastrobuoni

 

BUCAREST - Una sorridente Ursula von der Leyen vestita tutta di rosa si fa largo poco dopo le due di pomeriggio tra i delegati del Ppe e si va a sedere vicino alla presidente moldava Maia Sandu. Entrambe sembrano simboleggiare le sfide future dell’Europa. La prima sarà incoronata oggi spitzenkandidatin per un secondo mandato a Bruxelles e dovrà vincere la difficile scommessa contro l’avanzata dell’estrema destra. La seconda corre a novembre come unico argine alle forze filorusse che potrebbero destabilizzare non solo il suo Paese ma l’intera area a ovest dell’Ucraina. Una violenta campagna di destabilizzazione è già partita da Mosca all’indirizzo della Moldavia. Tanto che in questo primo giorno del congresso del Ppe, è la difesa dell’Ucraina a tenere banco.

L'appello di Yulia Navalnaya ai russi: "Il 17 marzo tutti alle urne alle 12 contro Putin"

La premier lituana Ingrida Simonyte, applauditissima, riassume per tutti: «Dobbiamo aiutare l’Ucraina e vincere: la sua guerra è la nostra». E il tema della difesa è diventato centrale anzitutto per i popolari europei: una delle promesse di von der Leyen è che il prossimo esecutivo brussellese sarà arricchito di un Commissario alla Difesa.

E quanto Vladimir Putin sia interessato ad avvelenare il quadro europeo lo si capisce dalla bomba caduta ieri a Odessa, a duecento metri da Kyriakos Mitsotakis. Proprio nel giorno in cui il premier greco era atteso poi a Bucarest. Dove il Ppe ha approvato in serata il “Manifesto”, il programma elettorale per le elezioni europee più importanti di sempre. Un documento che in particolare su due punti segnala un chiaro scivolamento a destra e una rincorsa dei sovranisti da parte del primo partito europeo: sul Green Deal e sull’immigrazione.

Che la trattativa sia stata complessa, però, lo dimostra un passaggio in cui Manfred Weber avrebbe voluto ribadire il “no” netto all’ingresso della Turchia nell’Ue. Ma tra Atene e Ankara è scoppiata da tempo una luna di miele che non si vedeva da anni, e Mitsotakis, racconta una fonte Ppe, ha voluto lasciare un’impronta di questo avvicinamento nel documento, ora meno severo con la Turchia: «al momento» le prospettive di adesione non ci sono, ma si può intanto lavorare all’accordo sui visti e sui dazi e «mandare un segnale per un rinnovato rapporto Ue-Turchia».

Europee, l'annuncio di von der Leyen: "Mi candido per un secondo mandato"

Anche su un altro passaggio c’è stato un lungo braccio di ferro: i tedeschi della Cdu puntavano, dopo averla annacquata già l’anno scorso a Bruxelles, a spostare in avanti la promessa della fine del motore a combustione entro il 2035. Non ci sono riusciti. Tuttavia il testo dedica molto spazio al Green Deal confermandone gli obiettivi ma sottolineando che andranno coniugati con gli interessi dell’industria: «Senza un’economia competitiva, non ci può essere una tutela efficace del clima». Un rovesciamento della prospettiva adottata finora dalla Commissione Ue, come si evince anche da un altro passaggio: «Il Green Deal non è un nuova ideologia, come sostengono i verdi e i socialisti». Peraltro il Pse è stato anche il bersaglio a più riprese del leader dei popolari Weber, che li ha accusati di avere «slogan ideologici e idee vaghe per il futuro». Sugli obiettivi ambientalisti il Ppe ha già cominciato, Ursula von der Leyen compresa, a picconare il Green Deal. E da ieri il “vizietto” di ritarare gli obiettivi verdi in base agli interessi dell’industria o degli agricoltori diventa programmatica per il Ppe.

Un altro tema su cui si registra una svolta a destra è l’immigrazione: l’argomento evitato accuratamente dai socialisti del Pse al recente congresso a Roma, è un punto centrale del “Manifesto”. E i moderati puntano a irrigidire ulteriormente la riforma dell’asilo in via di approvazione a Bruxelles: sognano il cosiddetto “modello Ruanda”, vogliono esternalizzare la richiesta di asilo a Paesi terzi e irrobustire i rimpatri attraverso accordi bilaterali (per il ministro degli Esteri Antonio Tajani «il modello è l’Albania»).

La rincorsa dei sovranisti serve non solo a rubare voti a destra, ma a convergere in futuro con loro. Ossia con pezzi dei Conservatori capitanati da Giorgia Meloni. È il segreto di Pulcinella che von der Leyen e Weber stiano flirtando con la premier italiana e ora anche con l’ex premier ceco Petr Fiala. Ma un conto è votare ogni tanto con il “nemico”. Un altro immaginare che Meloni possa essere accolta nel Ppe. Nella Cdu, azionista di maggioranza dei Popolari, c’è stato un recente, netto irrigidimento verso la leader di Fratelli d’Italia. Ieri due fonti autorevoli del partito di Friedrich Merz escludevano l’ ipotesi di un ingresso di Meloni nel Ppe. Almeno, fino alle elezioni politiche tedesche del 2025. Merz avrebbe spiegato ai suoi, a porte chiuse, che sarebbe complicato spiegare ai tedeschi - dopo che milioni sono scesi in piazza contro l’Afd - che la Cdu esclude qualsiasi alleanza con l’estrema destra, se nel frattempo Meloni viene accolta tra i moderati europei. LR 7

 

 

 

 

Il problema

 

Gli italiani all’estero sono 6.200.000. Di questa fitta umanità, oltre un terzo è nato oltre confine, il 60% ha meno di 50 anni e il 32% è costituito da minorenni. Il Paese con più italiani in assoluto è la Germania, seguito dalla Svizzera. Fuori del Vecchio Continente, la nostra Comunità più “antica” vive in Argentina.

 

 Giova, poi, rammentare che la Penisola è ancora terra d’emigrazione. Però, i Connazionali in altri Stati UE non sono più ritenuti “migranti”; pur con tutti i problemi correlati a una vita lontano dal Bel Paese. E’ appurato che si sono meglio integrati nelle Comunità dei Paesi europei ospiti. Ne prendo atto.

 

I Connazionali all’estero hanno le carte in regola per essere “protagonisti”; anche delle scelte politiche d’Italia. Gli italiani “altrove” sono una realtà che ha, da essere meglio seguita. Un impegno che intendo, per quanto mi riguarda, portare avanti anche in questo mio servizio. Per il quale ho già recepito segni d’approvazione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Elezioni regionali in Abruzzo. Riflessioni a caldo e a freddo                                                   

 

L’AQUILA - La riconferma di Marco Marsilio come Presidente alle elezioni regionali dell’Abruzzo, risultato per nulla scontato, sembrerebbe smentire una legge che pareva scritta negli astri della nostra regione, vale a dire l’alternanza, avvenuta nell’ultimo quarto di secolo, di schieramenti politici diversi alla guida della regione. In realtà, se esaminiamo con più attenzione l’orientamento elettorale volta per volta prevalente negli ultimi decenni, scopriamo che, se di legge si deve parlare, essa obbedisce piuttosto ad una tendenza al conformismo, vale a dire che, al netto di un astensionismo vieppiù crescente, in Abruzzo, sic et simpliciter, ha finito sempre per prevalere l’orientamento politico nazionale vigente o incipiente nel momento storico in cui le elezioni si sono celebrate. In questo senso può valere il pittoresco, e molto forzato, paragone che si fa tra l’Abruzzo e lo Ohio, lo stato americano il cui esito elettorale in passato prefigurava l’esito finale delle elezioni presidenziali.

 

Non sapremo mai in che misura, questa volta, gli elettori abruzzesi – ma il ragionamento vale anche per le altre regioni italiane – abbiano valutato, nella loro scelta, il merito amministrativo in rapporto a considerazioni politiche generali, queste ultime, con tutta probabilità, come si è dianzi argomentato, assolutamente prevalenti. In altri termini, alla domanda se Marsilio, in deroga a quella che pareva una consolidata tradizione, sia stato riconfermato alla guida della Regione Abruzzo per meriti di buon governo, la risposta, per parafrasare il celebre refrain di una vecchia canzone di Bob Dylan, è... nel vento. E il vento soffia ancora in una direzione. Che dire poi di chi le elezioni le ha perse? Volendo ricorrere ad una metafora sportiva, si potrebbe osservare che non ci vuole molto a capire che quando il campo è troppo largo si rischia di non vedere più la palla, indipendentemente dal valore della squadra e del capitano.

 

Fuor di metafora, in politica non conta la somma aritmetica ma la somma algebrica, vale a dire la capacità di apparire più omogenei, caratteristica, questa dell’omogeneità, che nel contesto politico italiano della cosiddetta “seconda repubblica”, caratterizzato da un sia pur bislacco bipolarismo, è più appannaggio del centro-destra, che è – piaccia o non piaccia – blocco sociale e culturale più vicino, pur con tutti i suoi limiti, alla pancia della nazione, che non del centro-sinistra, soggetto politico per certi aspetti più “professionale” ma più “divaricato”, se così si può dire, al suo interno.

 

Non si può altresì passare sotto silenzio il dato dell’astensionismo (ha votato un abruzzese su due, e nella provincia di Chieti meno della metà degli aventi diritto) che è un tema generale che i partiti sottovalutano e che invece denuncia una disaffezione sempre più diffusa per la politica e tutto ciò che le ruota attorno. Si potrebbe dire, per rimanere alla metafora sportiva, che gli stadi semivuoti stanno ad indicare che il gioco interessa sempre meno, e poco interessa chi vince e chi perde. Ancorché lo “scudetto” è sempre valido, il suo valore sostanziale appare dimezzato.

 

Per dirla in maniera più seria, il tema dell’indifferenza alla politica nelle nostre società deve preoccupare ed è, al fondo, un problema culturale. È vero che il sistema partitocratico sforna una classe dirigente sempre più autoreferenziale, un circolo chiuso di addetti ai lavori, allontanando i cittadini dalla partecipazione, ma è altresì vero che una società sempre più individualista, dove prevale il do ut des, concepisce sempre meno l’importanza della dimensione comunitaria. Viviamo in una “società liquida”, per dirla con la celebre espressione di Zygmunt Bauman: la frammentazione è la cifra del nostro tempo, in una società che potremmo definire “a coriandoli”, dove tutto, dalla politica all’economia, sembra obbedire alla logica del risultato a breve, senza un’idea unificante e nel nichilismo imperante. C’è davanti a noi un vasto programma, e a doversi impegnare, nei prossimi anni, dovrà essere la cultura prima ancora che la politica. Giuseppe Lalli, De.it.press 12

 

 

 

 

La fine di una relazione. Una soluzione pacifica è sempre possibile

 

Questo articolo vuole essere una riflessione su come sia possibile concludere una relazione senza dover sfociare in gesti estremi che sempre più spesso sentiamo dai notiziari e dalla cronaca. Credo che sia giusto sensibilizzare, in maniera positiva, come una soluzione pacifica sia sempre possibile, in ogni ambito, anche quando la relazione tra due persone che si sono amate arriva al termine, rispettando la libertà decisionale dell'altro.

La fine di una relazione è un vero e proprio lutto che necessita di un tempo diverso da persona a persona per essere elaborato.

Tristezza, paura, rabbia, colpa, senso di fallimento, sensazione di vuoto e rimorso sono alcune delle emozioni che potresti sperimentare se ti trovi in questo momento ad affrontare una separazione.

Questi vissuti sono legati a tutta una serie di cambiamenti nella quotidianità che riguardano vari aspetti da quelli pratici, come l’organizzazione della giornata, a quelli economici (cambio casa, mantenimento dei figli), fino ad arrivare agli aspetti emotivi e a quelli riguardanti il proprio ruolo e la propria identità. Con la fine della relazione dovrai imparare a riappropriarti della tua identità separandola da quella del tuo partner; sei di nuovo “io” e non più “noi”.

Di solito quello che risulta più difficile è distaccarsi emotivamente dal partner e da quello che rappresenta per noi la famiglia.

Per ritrovare l’equilibrio e riprendere in mano la tua vita puoi provare a mettere in pratica i 5 suggerimenti di seguito.

 

1. AFFRONTARE GLI ASPETTI PRATICI

Prima di tutto, per acquisire un buon senso di autoefficacia, è importante che ti occupi delle questioni pratiche della quotidianità. La consapevolezza di saper fare le piccole cose di routine (come pagare le bollette, gestire gli impegni di casa, le scadenze…) ti aiuterà a rinforzare la credenza “sono in grado di cavarmela!”. Puoi fare, per esempio, una lista delle cose di cui non ti occupavi e provare a farle prendendo nota dei pensieri e delle sensazioni che arrivano.

 

2. ACCETTA L’AIUTO DI FAMILIARI E AMICI

Chiedere e accettare l’aiuto delle persone vicine ti fa sentire meno solo e hai la possibilità di condividere le tue emozioni e parlare di quello che ti fa soffrire. Condividere non significa lamentarsi ed essere un peso per gli altri, ma semplicemente buttar fuori quello che hai dentro per evitare che si accumuli e che ti porti ulteriore sofferenza. Puoi, per esempio, riflettere insieme ad un tuo amico sui sentimenti e sensazioni che provi pensando al tuo ex.

 

3. PRENDI CONSAPEVOLEZZA DELLE TUE VULNERABILITA’ E DELLE TUE RISORSE

Cerca di riflettere sugli aspetti che ti restano più difficili da gestire di questa situazione e di contro invece sugli aspetti che sei capace di affrontare con meno difficoltà. In situazioni difficili come questa vengono alla luce le nostre criticità, ma al tempo stesso possiamo accorgerci di potenzialità delle quali non eravamo a conoscenza. Ecco che una sofferenza come quella che stai vivendo può diventare un’opportunità di crescita personale. Ogni cosa a suo tempo ovviamente e soprattutto con il tuo tempo.

 

4. RIPRENDITI I TUOI SPAZI

Rifletti su quello che ti è sempre piaciuto fare, ma che magari hai sempre rimandato per dare spazio alla coppia. E’ arrivato il momento di dedicarti più tempo come meglio preferisci (fare nuove conoscenze, andare in palestra, fare un corso di cucina…).

 

5. METTITI IN DISCUSSIONE

Cerca di comprendere cosa vi ha portato a interrompere la relazione. Prova a ricordare quando ha iniziato ad incrinarsi il vostro rapporto e a riflettere sulle tue responsabilità all’interno di questa rottura. C’è qualcosa che vorresti cambiare se potessi tornare indietro? Questa consapevolezza ti può aiutare a trovare un po' di pace e a non commettere gli stessi errori in futuro.

Questi sono solo alcuni suggerimenti che puoi provare a mettere in pratica. Se la sofferenza che stai vivendo interferisce notevolmente con la vita quotidiana può essere necessario l’aiuto di un professionista. Claudia Bassanelli, CdI marzo

 

 

 

 

Scuola-lavoro all’estero: 140 milioni per gli studenti degli Istituti tecnici e professionali

 

ROMA - È stato pubblicato l’Avviso per l’utilizzo delle risorse residue del Programma Operativo Nazionale “Per la Scuola – Competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020, pari a 140 milioni di euro da spendere entro il 30 settembre 2024. Ne dà notizia il Ministero dell’Istruzione del Merito spiegando che si tratta di risorse destinate all’organizzazione, nella prossima estate, di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) all’estero per le studentesse e gli studenti iscritti, nell’anno scolastico 2023/2024, all’ultimo triennio dei corsi di istruzione tecnica e professionale.

“Offriamo una importante opportunità ai nostri ragazzi che valorizza un canale formativo strategico", ha sottolineato il Ministro Giuseppe Valditara. “Gli studenti potranno beneficiare di esperienze in istituzioni, enti e imprese all’estero. L’Avviso contribuisce al potenziamento dei PCTO e dell’orientamento e costituisce già una prima anticipazione del nostro nuovo Piano estate, di prossima programmazione”.

I fondi saranno attribuiti agli Istituti tecnici e professionali in base ai dati INVALSI e al numero di studenti iscritti. Queste scuole riceveranno, ciascuna, 82 mila euro fino a 400 studenti iscritti e 164 mila euro con più di 400 studenti iscritti. Con queste risorse le scuole potranno favorire percorsi in un Paese dell’Unione europea per esperienze di orientamento e di scuola-lavoro, opzionalmente precedute da un corso di lingua. (aise/dip 1) 

 

 

 

 

Alla Camera il convegno “Lavorare insieme al futuro: le Camere di Commercio italiane all’estero vicine alle imprese nel mondo”

 

ROMA – “Lavorare insieme al futuro: le Camere di Commercio italiane all’estero vicine alle imprese nel mondo” è il titolo dell’incontro organizzato da Assocamerestero a Roma presso la Sala della Regina a Palazzo Montecitorio. Ha aperto i lavori Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei deputati) che ha parlato del ruolo strategico delle Camere di Commercio italiane all’estero sul fronte dell’internazionalizzazione. Ascani ha sottolineato il contesto internazionale dove è da considerare come superata l’idea di una globalizzazione senza rischi. Ascani ha ribadito che stiamo vivendo in un tempo in cui non possiamo fare a meno di un’apertura pur restando centrale il problema di proteggersi dai rischi di un’interdipendenza economica che può essere usata come un’arma da attori ostili. “La diplomazia economica è diventata centrale tenendo insieme tanto l’aspetto economico come quello geopolitico: il ruolo delle Camere di Commercio è quindi ancor più strategico”, ha spiegato Ascani parlando anche dell’impatto dell’intelligenza artificiale considerando che le moderne tecnologie possono migliorare la competitività delle imprese. Se l’intelligenza artificiale può essere uno strumento di internazionalizzazione delle nostre imprese, secondo Ascani questo potenziale si scontra però oggi con la realtà che vede meno del 10% delle imprese usare tale tecnologia: è quindi importante incoraggiare le imprese ad adottare le misure maggiormente all’avanguardia per rafforzarne la competitività internazionale.

Ha poi preso la parola Nicola Carè (deputato Pd – ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – già Rappresentante dei Segretari Generali nel Consiglio di Assocamerestero) che ha ricordato la sua passata esperienza ventennale all’interno del mondo camerale estero al servizio delle imprese italiane e della loro internazionalizzazione. “Io per primo posso testimoniare che le Camere di Commercio sono le vere ambasciatrici di quel Made in Italy di cui siamo particolarmente fieri”, ha rilevato Carè evidenziando come le Camere di Commercio all’estero siano una rete essenziale e debbano essere sostenute per incentivare le esportazioni italiane anche nell’ottica di un potenziamento del sistema Paese. “Siamo una grande squadra, espressione della business community nei luoghi dove viviamo e operiamo al servizio del nostro Paese”, ha aggiunto Carè invitando ad approfondire la conoscenza in Italia di questo sistema camerale estero. “Sarò sempre al vostro fianco”, ha infine precisato Carè ribadendo l’importanza di un maggiore impegno affinché questo patrimonio rappresentato dal sistema camerale venga sempre più riconosciuto da parte del mondo politico.

In un videomessaggio il Sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli ha a sua volta parlato del ruolo cruciale svolto dalle Camere di Commercio all’estero a supporto dei processi di internazionalizzazione e del rafforzamento degli scambi commerciali. Silli ha precisato che per la rete diplomatico-consolare le Camere di Commercio all’estero sono “un punto di riferimento, parte integrante del sistema Italia e un partner naturale”. Il Sottosegretario ha quindi definito le Camere di Commercio come un soggetto importante per la complementarietà delle sue azioni rispetto agli strumenti dei soggetti pubblici. “Sono attori protagonisti nell’offrire un sostegno capillare alla crescita delle nostre imprese presenti sui mercati esteri”, ha ribadito Silli sempre riferendosi al sistema camerale sottolineandone il ruolo di connettore tra le imprese italiane e le controparti di altri Paesi. Il Sottosegretario ha infine riflettuto sul fatto che sono in corso grandi sfide che stanno ridefinendo i mercati internazionali. “Il nostro Paese è chiamato ad affrontarle con consapevolezza e con il giusto ottimismo”, ha aggiunto Silli.

Mario Pozza (Presidente di Assocamerestero) ha ricordato che sono attualmente presenti e operative 86 Camere di Commercio in 63 Paesi per un totale di circa 20mila associati. “Siamo associazioni di imprenditori, manager, professionisti che vivono e lavorano all’estero e che conoscono perfettamente il funzionamento dei mercati e delle comunità d’affari del Paese in cui operano: ecco perché rappresentiamo una rete fiduciaria”, ha spiegato Pozza sottolineando come si tratti di un mondo variegato che va dalle piccole aziende fino alle medie e grandi imprese. Pozza si è inoltre detto impressionato dall’esperienza di questo primo anno di presidenza di Assocamerestero, dove ha avuto modo di incontrare molti presidenti delle diverse realtà locali del mondo camerale apprezzandone il lavoro. Pozza ha dunque evidenziato come alla base di tale convegno vi sia la volontà di far conoscere a tutti, decisori politici compresi, e in maniera approfondita l’attività svolta dal sistema camerale all’estero. “Ogni anno investiamo 45 milioni di euro in attività promozionali rivolte alle imprese, in particolare le piccole e medie”, ha sottolineato Pozza ricordando che nel 2023 sono state assistite circa 50mila imprese, attraverso 3mila eventi di business e quasi 35mila incontri d’affari con operatori esteri. Pozza ha però rilevato come oltre al Made in Italy ci siano in ballo anche questioni attinenti alle nuove tecnologie e alle risorse energetiche: dunque la necessità di operare al passo coi tempi e coi cambiamenti in atto nel mondo.

Dopo gli interventi istituzionali si è quindi svolta una tavola rotonda dal titolo “Le Camere di Commercio italiane all’estero per le imprese e la politica industriale” – moderata da Domenico Mauriello (Segretario generale di Assocamerestero) – che ha visto avvicendarsi veri presidenti delle diverse entità camerali estere. Fra i vari interventi segnaliamo quello di Ronni Benatoff (Presidente CCIE Tel Aviv) che ha ricordato come la parola innovazione, che a volte viene usata a sproposito, rappresenti a anche una delle più grandi sfide che l’Italia si trova ad affrontare in questo periodo storico. “Se non saremo capaci di vincerla avremo delle conseguenze molto pesanti per l’’economia e la società”, ha spiegato Benatoff definendo l’Italia come un Paese al vertice per capacità accademica e di ricerca. “Purtroppo non bastano l’accademia e la ricerca”, ha però precisato Benatoff evidenziando come debba essere considerato anche il resto dell’ecosistema che è quello che consente ai risultati della ricerca di tramutarsi ad esempio in azienda: in questa catena di valore l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi. Benatoff ha poi in breve riassunto cosa fanno le Camere di Commercio all’estero: accompagnano le aziende italiane in altri Paesi creando occasioni di incontro per cercare e reperire le tecnologie di cui le aziende hanno bisogno; accompagnano le cosiddette start-up nel mondo per aiutarle ad aprirsi e conoscere altre imprese.

Dal canto suo Vito Esposito (WMF) ha spiegato che il WMF è una piattaforma e quindi uno strumento finalizzato alla creazione di una community internazionale di imprenditori ma anche di esperti di innovazione digitale e tecnologica. Esposito ha ricordato che esiste già un ampio spettro di collaborazioni con il sistema camerale italiano all’estero. Giorgio Alliata (Presidente CCIE Buenos Aires) ha parlato di sfide enormi che portano però anche grandi opportunità in una fase di transizione e di riassetto delle catene produttive e di approvvigionamento: Alliata ha sottolineato soprattutto la questione relativa al settore energetico che è centrale per la crescita.  Mariangela Siciliano (SACE) ha ricordato che SACE – insieme ad Assocamerestero e Unioncamere – ha sottoscritto un accordo nel 2023 che si è tradotto in attività operative sia in Italia che all’estero. Siciliano ha inoltre aggiunto che, dal decreto semplificazioni del 2020, SACE è stato incaricato dal Governo di essere l’ente attuatore del Green New Deal italiano attraverso l’erogazione di garanzie green: è stata menzionata a tal proposito anche la Green Push Strategy il cui obiettivo è attrarre investitori verso il Made in Italy. Simone Santi (Presidente CCIE Maputo) ha ricordato come la peculiarità della sua Camera di Commercio sia l’essere in rete con Africa, Asia e Australia. Santi ha ricordato come, con la rete d’area, sia stato creato dall’aprile 2023 un percorso di eventi e di consultazioni utili a contribuire alle relazioni tra Italia e Africa anche in considerazione del Piano Mattei. “Africa non è solo cooperazione – ha precisato Santi senza nulla togliere naturalmente alla cooperazione e all’aiuto allo sviluppo – ma noi vogliamo che si parli anche di imprenditoria”.

Fabio Morvilli (Presidente CCIE Bruxelles e CCIE Lussemburgo) ha dato alcuni numeri e parametri citando ad esempio quanto riportato dal Financial Times relativamente al 2024 per quanto riguarda le regioni europee più importanti per il futuro: al primo posto c’è la regione parigina, seguita dalla britannica West Midlands e dalla tedesca Westfalia; quindi ci sono la Catalogna, l’Emilia-Romagna, il Piemonte e la Lombardia. Morvilli ha spiegato il significato di questa classifica: ossia che ci sono enormi capitali da investire e che l’Italia riesce a drenarne una parte, ma si può fare molto di più. Filippo Giabbani (Regione Toscana) ha parlato dell’attrattività come di un tema fondamentale ma renderla fattiva è un mestiere diverso rispetto alla semplice promozione economica. Giabbani ha evidenziato la necessità di una intelligence che sia in grado di indirizzare le regioni italiane sull’incrocio settori-mercati. Alberto Milani (Presidente CCIE New York) ha spiegato che il sistema camerale compia delle attività continuative da tanti anni, portando ad esempio il concetto psicologico di ‘ripetizione del gesto’ che comporta una capacità rapida di dare una risposta e che viene però adattato in questo caso con flessibilità alle esigenze dell’imprenditore. Graziano Messana (Presidente CCIE San Paolo) ha parlato di turismo che in Italia ha coinvolto di circa 400 milioni di persone – di cui la metà stranieri -secondo i più recenti dati Istat, per una spesa di circa 50 miliardi: l’Italia è per flussi turistici la seconda meta in Europa e la prima è la Spagna. Alessandro Marino (rappresentante dei Segretari generali delle CCIE) ha parlato del vastissimo patrimonio di contatti e della vastità del network che ruota attorno al sistema camerale estero. (Inform/dip 7)

 

 

 

Le relazioni internazionali del Governo Meloni

 

Nella redazione della rivista AffarInternazionali si è svolto un forum organizzato dal magazine dello IAI sulla politica estera del Governo Meloni, a partire dai temi del Rapporto IAI sulla Politica Estera italiana 2023. Erano presenti Virginia Kirst (Corrispondente da Roma per Welt), Giovanna Reanda (Direttrice di RadioRadicale), Danilo Taino (Editorialista del Corriere della Sera) e Jean-Léonard Touadi (Funzionario FAO e docente di Geografia dello Sviluppo in Africa all’Università degli Studi La Sapienza di Roma). Hanno partecipato l’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci (Presidente dell’Istituto Affari Internazionali), Leo Goretti (Responsabile del Programma Politica Estera dell’Italia dello IAI e Direttore di The International Spectator), curatori del Rapporto IAI sulla Politica Estera italiana 2023, e Stefano Silvestri (Direttore Editoriale di AffarInternazionali). Ha moderato Francesco De Leo (Responsabile Comunicazione dello IAI e Direttore responsabile della rivista AffarInternazionali). Riportiamo alcuni passaggi del dibattito che è possibile ascoltare integralmente sul sito della nostra rivista nella sezione Podcast di AI.

A cura di Marta Fornacini. 

 

Ferdinando Nelli Feroci: “il nostro giudizio complessivo è abbastanza positivo”

“Avevamo come compito quello di analizzare la politica estera del governo Meloni nell’arco dell’anno che si è concluso un mese e mezzo fa. Siamo partiti dalla constatazione che il governo si è confrontato con una situazione particolarmente complessa: un quadro internazionale caratterizzato da due conflitti e altre criticità, una situazione economica che non era delle più felici, e continua a non esserlo, con tassi di crescita molto bassi, e un’inflazione ancora molto alta. Una situazione di bilancio – che cito perché in qualche modo impatta sulla politica estera – che, tutto compreso, consentiva scarsissimi margini di azione al governo. Ultimo fattore, le tensioni all’interno della maggioranza tra tre partiti che, pur essendo solidamente a sostegno del governo, comunque nel corso dell’anno hanno avuto bisogno di rimarcare le rispettive identità, creando qualche tensione anche sul fronte della politica estera. Detto questo, il nostro giudizio complessivo è  abbastanza positivo, partendo dal presupposto che avevamo aspettative molto basse e circoscritte. Abbiamo constatato che in politica estera il governo Meloni ha fatto meglio che su altri temi, più strettamente di politica interna. Lo dico guardando a tre o quattro tematiche fondamentali. Sulla guerra in Ucraina abbiamo potuto osservare una notevole continuità di linea rispetto ai governi precedenti, in particolare al governo Draghi; registriamo un saldo rapporto con l’Amministrazione americana che ha un presidente democratico – e lo dico perché, in passato Meloni, aveva espresso non poche simpatie per Trump. Abbiamo potuto riscontrare un impegno solido nella Nato, per la Nato e con la Nato. Abbiamo verificato, anche sul tema dei rapporti con la Cina, una linea saggia e pragmatica, la rinuncia al Memorandum of Understanding, ampiamente prevedibile e prevista, in un contesto di iniziative e sforzi che avevano come obiettivo soprattutto quello di evitare ricadute sotto forma di rappresaglia, di retaliation da parte cinese, e mi sembra che, tutto compreso, almeno per ora, questo obiettivo sia stato raggiunto.

Sulla ripresa del conflitto israelo-palestinese e sulla crisi a Gaza e in Medio Oriente, il governo ha adottato una linea che si colloca evidentemente nel mainstream della posizione condivisa dai paesi occidentali, non di particolare protagonismo, ma un approccio  che si caratterizza per tre elementi: la condanna, ovviamente, degli attentati terroristici di Hamas, appelli non particolarmente pressanti a Israele perché rispetti un minimo di garanzie di diritto umanitario e internazionale nelle operazioni a Gaza e il rilancio dell’ipotesi di un dialogo politico sulla base del famoso slogan, non so quanto attuabile, dei due popoli, due Stati. 

Riguardo al tema dei rapporti con l’Europa, la vera abilità della Presidente del Consiglio – e con lei, in larga misura, anche del governo – è stata quella di accantonare l’atteggiamento pregiudizialmente ostile e antagonizzante, in nome di un approccio molto più pragmatico che qualcuno ha voluto qualificare come “provvidenziale incoerenza”: aver capito, cioè, che, tutto compreso, conviene stare in Europa e con l’Europa, perché si difendono meglio anche gli interessi nazionali. 

Linea molto più sbiadita e meno protagonista sull’altro grande negoziato che ha caratterizzato l’anno scorso: la revisione del Patto di stabilità. E poi quello che ho definito anche pubblicamente lo scivolone più clamoroso: la mancata ratifica del Meccanismo europeo di stabilità, vittima di una campagna elettorale e di un’incapacità e non volontà della Presidente del Consiglio di far valere un punto di vista ragionevole rispetto alle pulsioni e pressioni che le arrivavano in particolare da un partito della maggioranza, la Lega.

Sul tema dell’immigrazione, abbiamo osservato uno spostamento di accento rispetto alle linee tenute dai governi precedenti, dal tema della solidarietà – e quindi dalla richiesta di meccanismi di burden sharing, di redistribuzione dei migranti e dei richiedenti asilo – a quello  del controllo delle frontiere esterne e della collaborazione con i paesi di transito e di origine, come strumenti di gestione dei flussi migratori. Sono testimonianza di questo soprattutto i due accordi: uno, non solo italiano ma anche europeo, con la Tunisia e l’altro, solo italiano, con l’Albania. Su questi abbiamo sospeso il giudizio, perché li vedremo alla prova dei fatti. 

Sul contrasto al cambiamento climatico e alla transizione energetica, abbiamo constatato un atteggiamento particolarmente prudente, non di rimessa in discussione degli obiettivi concordati in sede europea, ma certamente molta più attenzione al tema della sostenibilità economica e sociale delle misure necessarie per garantire la transizione energetica e sicuramente non un ruolo di leadership sotto questo profilo, in un contesto in cui poi l’Italia non è isolata su questa linea di estrema prudenza rispetto al tema ”.

Leo Goretti: in Europa, un approccio intergovernativo rischia di essere perdente per l’Italia

“Se noi guardiamo la politica estera italiana in un’ottica di lunghissimo periodo possiamo dire che il tema di fondo, dall’unità d’Italia in poi, è sempre stato quello del posizionamento del Paese in uno status intermedio tra la media e la grande potenza, con delle oscillazioni continue e un’ambiguità, per certi versi, risolta su questo status.

Dal 1989 in poi, con la fine della guerra fredda, la tematica di fondo della politica estera italiana è stata fondamentalmente quella della gestione del declino della posizione dell’Italia a livello internazionale, ovviamente  in termini relativi. La perdita di centralità della posizione strategica del Paese, nel periodo post guerra fredda, e l’emergere di altri grandi attori a livello globale destinati sempre più a ritagliarsi il ruolo sul proscenio internazionale, hanno fatto sì che questo diventasse il tema di fondo della politica estera italiana. È un aspetto che è tanto più urgente oggi, bastano alcuni dati oggettivi a ricordarlo. Quello più noto è, forse, il rapporto debito pubblico – PIL: siamo il secondo Paese in Europa con la percentuale più alta, 142% e rotti. Ma ci sono anche altre dinamiche di lungo periodo che pesano sulle possibilità per il Paese di sviluppare politiche, per esempio, di innovazione, di sviluppo e una politica estera più assertiva. Tra queste richiamo il tema demografico: il tasso di dipendenza degli anziani in Italia è il più alto dell’Unione europea, già oggi al 37,5%; di qui al 2050 la popolazione del Paese è destinata a diminuire probabilmente intorno ai 54 milioni. Basta pensare che quella francese aumenterà crescendo oltre i 70 per renderci conto di come queste dinamiche a livello europeo stiano cambiando. Non solo, ma nel 2050 si stima che in Italia ci sarà una persona tra i 15 e i 64 anni (quella che, oggi, è considerata l’età da lavoro) per ogni altra persona over 65 o under 14; il grande blocco sarà quello degli over 65, che saranno circa un terzo degli italiani. 

Tutto questo pesa tantissimo sulle possibilità del governo – ma non solo di questo ovviamente – di sviluppare delle politiche, soprattutto in ambito economico, che incidano anche sugli equilibri complessivi a livello europeo. Qui, secondo me, sta il grande paradosso. Noi adesso abbiamo un governo che è guidato da una formazione che alcuni, secondo me in modo improprio, hanno definito populista: io credo che il termine più corretto per descrivere il retroterra ideologico di Fratelli d’Italia sia quello di un nazionalismo democratico. Il punto di fondo, però, è che questa visione nazionalista che si articola in Europa attorno all’idea di un’Europa delle patrie, quindi con una componente molto più intergovernativa che non comunitaria nel processo di integrazione europea, in realtà è una visione che per l’Italia rischia di essere perdente. Questo proprio per i fattori già accennati: per la traiettoria di lungo periodo, per il livello economico e demografico del paese. Di fatto, se ci si pone in una logica strettamente transazionale di negoziazione, secondo una logica da gioco a somma zero, con gli altri paesi si rischia di perdere”. 

Virginia Kirst: “in Germania siamo stati positivamente sorpresi dal governo Meloni”

“Concordo con la gran parte di quello che il Presidente Feroci ha detto nella sua introduzione: anche noi in Germania siamo stati positivamente sorpresi dal governo Meloni, nel primo anno e mezzo è andato effettivamente meglio di quel che si pensava. Nel mio lavoro ho soprattutto cercato di raccontare alla Germania e ai tedeschi come questo governo stia agendo diversamente rispetto a quello che si poteva pensare all’inizio, e ci abbiamo messo tanto tempo per farlo. Un anno fa, quando il governo era già insediato da vari mesi, in Germania si discuteva ancora sui termini di neofascismo e post-fascismo, ma devo dire che, in questo 2023, siamo finalmente riusciti ad andare oltre. I rapporti tra la Germania e l’Italia sono stati buoni, non tantissimo amichevoli, ma è anche stato firmato il contratto di governo tra Germania e Italia che dovrebbe vedere una più stretta collaborazione tra i due parlamenti nei prossimi anni; in Germania è stato accolto come una buona cosa. 

Se si parla dell’approccio del governo italiano all’Ucraina, anche questo è stato ovviamente visto positivamente in Germania. A volte, però, osservando l’aiuto effettivo che l’Italia sta fornendo all’Ucraina, i tedeschi sono un po’ sorpresi dal fatto che non sappiamo esattamente quali armi il paese stia inviando. Effettivamente, molte di queste cose sono ancora secretate: certo abbiamo letto qualcosa su alcuni giornali italiani, e un po’ se ne è parlato, tuttavia manca una cornice più precisa. In Germania e in Francia si è parlato tantissimo di questo tema, mentre l’Italia è sempre rimasta un po’ fuori da questa discussione, se non nell’ambito della retorica dell’appoggio all’Ucraina.

Se guardiamo poi all’Unione europea, anche in Germania ha sorpreso tantissimo la mancata ratifica del MES e, anche in questo caso, è stato difficile spiegare fuori dall’Italia perché questo non è avvenuto: abbiamo fatto del nostro meglio per mostrare le ragioni politiche interne, l’immagine che ha la troika in Italia e il motivo per il quale è stata una cosa politica non poterlo ratificare, ma anche, secondo me, una dimostrazione di debolezza del governo italiano. 

C’è una terza cosa che volevo dire: anche il modo in cui l’Italia, in generale, si è presentata nell’Unione europea è stato accolto sorprendentemente bene in Germania, perché la Presidente Meloni si è sempre dimostrata aperta al dialogo anche sul tema della migrazione”.

Giovanna Reanda: “Meloni, nel corso di questi 15 mesi, si è creata un’aria di affidabilità”

“Per rispondere alla domanda come vedo la politica estera italiana del governo Meloni: rispetto a quello che ci potevamo aspettare, decisamente bene. Io do un giudizio positivo. È chiaro che, in questo mio intervento – io mi occupo essenzialmente di politica interna, però ho la politica estera come primo amore –, non posso che mettermi gli occhiali della politica interna per guardare i fatti esteri. 

Meloni è una Meloni di lotta e di governo: ha condotto, cioè, una campagna elettorale con la quale poi oggettivamente ha preso tanti voti in Italia, vincendo proprio con la linea nazional-conservatrice. Poi però, più draghiana di Draghi, ha portato tutti i tre partiti della sua maggioranza sotto l’ombrello della Nato e dell’Atlantismo. Questo sicuramente è stato tranquillizzante per i partner europei e, nel corso di questi 15 mesi – certo a momenti alterni e. soprattutto. con relazioni bilaterali probabilmente non sempre tranquillissime –, si è creata un’aria di affidabilità. Anche rispetto, per esempio, al rapporto con Orban: aver fatto passare il concetto di averlo convinto a non mettersi di traverso rispetto agli aiuti all’Ucraina ha determinato nei partner europei un’idea che lei sia oggettivamente un personaggio e un politico affidabile. Non ci dimentichiamo che comunque veniva dopo Draghi ed è chiaro che il confronto rimane per lei non particolarmente facile da superare.  

La vicenda dell’Ucraina è stata centrale sia perché ha rappresentato decisamente un momento di grande sconvolgimento sia da un punto di vista geopolitico, ma anche per le questioni legate all’economia e ai rapporti fra i paesi. Per la sua compagine di maggioranza, Meloni ha dovuto tenere sopito il fatto che ci fosse un filo-putinismo – in alcuni casi strisciante, in altri molto più evidente – che sicuramente avrebbe rappresentato un grossissimo problema se fosse emerso in tutta la sua potenza. 

Tornando al discorso delle prossime elezioni europee, dato che siamo in pienissima campagna elettorale, è un po’ la politica dei due forni: Giorgia Meloni ha iniziato una relazione, stringendo un rapporto anche personale con Ursula von der Leyen. Non ci dimentichiamo che Ursula von der Leyen l’ha accompagnata a Lampedusa e quello è stato sicuramente un momento in cui l’Europa si è affacciata al problema immigrazione. Ricordiamoci, inoltre, quello che Meloni diceva in campagna elettorale e anche negli anni precedenti: penso al blocco navale e a tutte queste idee anche un po’ fantasiose e decisamente poco realizzabili. Ursula von der Leyen è venuta in Emilia Romagna quando c’è stato il problema dell’inondazione; quindi è stata presente. Questa è un po’ una coperta che Meloni si è costruita. Penso che, in realtà, stia giocando la sua partita nella Commissione europea perché lei questa partita è convinta di vincerla e, detto francamente, per come si sta muovendo, potrebbe addirittura riuscirci. Chiudo citando Weber che probabilmente era convinto, nel fare quella apertura, di riuscire a portarla al centro: e se invece Meloni portasse il centro a destra?

Danilo Taino: le elezioni europee e negli Stati Uniti rappresenteranno due momenti delicati per il governo Meloni

“Credo che possiamo sottolineare la continuità del governo Meloni con il governo Draghi.  Questa è una delle note più positive. Credo che il governo andrà incontro – e soprattutto la presidente – a due momenti particolarmente delicati e difficili nel corso di quest’anno. E sono naturalmente entrambi legati alle elezioni: quelle europee e quelle negli Stati Uniti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, credo che non sarà facile il rapporto con Trump. È vero che in passato Meloni l’ha apprezzato e probabilmente continuerebbe a farlo, se per caso (non ne sono troppo convinto) Trump dovesse vincere. Questo è un primo punto delicato che, secondo me, è abbastanza importante per il governo. Siamo, infatti, in una fase nella quale è richiesto ai paesi europei che fanno parte della Nato di investire di più. Credo che l’Italia dovrebbe spingere, assieme ad altri paesi, per un’integrazione maggiore dei sistemi di difesa europei: il procurement che deve essere rafforzato e reso comune, investimenti per quel che riguarda gli standard comuni che devono essere creati, una ristrutturazione sostanziale del settore della difesa per quel che riguarda l’Europa. Credo che qui l’Italia, che ha una forte presenza nell’industria bellica e della difesa, possa giocare un ruolo. Non sono, in generale, particolarmente favorevole ai piani industriali e agli interventi di stato nell’economia. Tuttavia, nel caso della difesa e in questo momento, con il disordine globale che abbiamo di fronte, credo che questo sia una necessità, per quel che riguarda l’Europa. Soprattutto dopo le dichiarazioni di questi giorni di Trump, credo che non ci possano essere dubbi da questo punto di vista. Mi piacerebbe addirittura un mercato comune della difesa in Europa, se fosse possibile una cosa del genere. 

Il secondo punto che vorrei sottolineare è quello delle elezioni europee che ci saranno fra poco. Credo che questo sarà un passaggio determinante per capire quale sarà il ruolo, la posizione e la capacità di influenza dell’Italia all’interno dell’Unione europea. Non ho grandi speranze per quel che riguarda l’influenza italiana in Europa, o in generale nel mondo, penso però rappresenti un momento decisivo non solo sulla base di come andranno le elezioni, ma anche sulla base di quali scelte farà il governo italiano, e in particolare la Presidente Meloni, per quel che riguarda i voti e la creazione della prossima Commissione europea. Credo sarà importante vedere come l’Italia si colloca e capire se il governo italiano resisterà alla pressione che si creerà in quel momento. 

C’è un ultimo punto che vorrei toccare, che mi sta molto cuore e che credo non sia solamente un problema italiano, seppure qui sia particolarmente forte: la pigrizia con la quale il governo, gli intellettuali e i media stanno affrontando la lettura di quello che sta succedendo nel mondo e di questo disordine internazionale. Credo ci sia una pigrizia che può diventare facilmente nichilismo, nel senso che non si riesce, o non si vuole, spiegare qual è la posta in gioco veramente nel mondo, quali sono gli equilibri e quanto forte possa essere l’impatto dell’aggressione all’Ucraina, dell’aggressione di Hamas e dell’Iran e – direi, complessivamente – dell’aggressione nei confronti delle democrazie, sul nostro paese e sulle democrazie europee. Su questo c’è un’assenza di riflessione e di senso dell’urgenza che, secondo me, anche il governo dovrebbe prendere in considerazione in maniera molto più decisa. C’è una responsabilità collettiva e anche questa va a creare, penso io, la politica estera di un paese”.

Jean-Léonard Touadi: “Il piano Mattei è un testo che andava scritto” 

“Il piano Mattei è un testo che andava scritto. Non sono d’accordo con quelli che dicono che sia un guscio vuoto: intanto qualcuno lo doveva mettere sul tavolo ed è bene che sia stato proposto. Però è un testo da inserire nel contesto dell’Africa attuale. Si pensava, dopo la caduta del muro di Berlino, a una specie di solitudine geopolitica del continente africano, perché non poteva più vivere della rendita politica della guerra fredda (ma molto calda nel continente) tra i due blocchi. L’Europa, in questo momento, si ritira, secondo me, dal continente africano perché attratta dall’eldorado dell’Europa dell’Est, più vicina, più facile, più simile anche agli europei occidentali, e poi perché impegnata nella sua propria convergenza in vista della moneta unica. Nel frattempo, però, questa solitudine geopolitica dell’Africa è durata poco. Due fatti bisogna notare. Anzitutto, proprio negli anni dopo la caduta del muro di Berlino, l’Africa passa dalla stagnazione alla crescita: anche dal punto di vista politico, l’inizio dei processi di democratizzazione e il pluralismo guidato dal carisma di Nelson Mandela, che a metà degli anni Novanta arriva in sud Africa, portano questa nuova renaissance africaine, rinascita africana, quindi un emerging Africa, come descritto da The Economist, rising Africa, un nuovo protagonismo del continente africano. Questo, però, insieme a un nuovo arrembaggio al continente africano, the new scramble for Africa, simile a quello della rivoluzione industriale: la nuova economia ha bisogno di materie prime, di risorse naturali di cui l’Africa abbonda, soprattutto nei segmenti più avanzati della New economy, la nuova economia digitale, il cobalto tra gli altri. In questa nuova competizione verso il continente africano due sono i maggiori protagonisti: la Cina, sicuramente, che in pochi anni diventa il primo partner commerciale del continente africano e anche il più grande investitore. Gli Stati africani non guardano più a Bretton Woods, alla Banca Mondiale, al fondo monetario internazionale a causa delle troppe condizionalità, delle procedure troppo lente, delle richieste di riforme economiche e di governance economica. La Cina non chiede, apparentemente, quasi nulla: soldi in abbondanza, a tassi di interesse molto, molto vantaggiosi e soprattutto il pagamento si può fare in natura. Ma, e quello interessava gli africani, promette non ingerenza negli affari interni, quindi nessuna condizionalità democratica, nessuna ricerca di riforme economiche e così via dicendo. Questo porta tutta l’Africa nelle braccia della Cina. Tuttavia, nell’attuale teatro di una gigantesca ricomposizione geopolitica e geostrategica, accanto a Cina e Stati Uniti ci sono anche le mezze potenze, se così si possono chiamare: la Turchia, la Russia, il Giappone, i paesi arabi, che non si raccontano abbastanza. La Turchia si racconta, ma non si fa abbastanza con il protagonismo degli Emirati Arabi Uniti nel continente africano. Il piano Mattei arriva in questo contesto e penso sia un tema davvero fondamentale della proiezione estera dell’Italia. È un piano che, per ora, abbiamo cominciato a veder nascere con il discorso della presidenza del Consiglio davanti ai Capi di Stato che ha riunito qui a Roma. Un successo, comunque, perché erano presenti 38 delegazioni su 54, e nessuno pensava che si potesse raggiungere quella partecipazione. Era presente anche l’Europa ed era molto importante che ci fossero i vertici europei e la presenza dell’Unione Africana”. 

Stefano Silvestri: “ci aspettavamo disastri e non sono avvenuti”

“Il governo Meloni approfitta del fatto che ci aspettavamo disastri e non sono avvenuti, per cui adesso noi ne decantiamo le lodi, ma non esageriamo. Se, come sappiamo, è la politica interna che guida le scelte di politica estera della Meloni, io non sarei molto ottimista. Perché, in politica interna, tutto sommato, questo governo non ha superato completamente i suoi ideologismi, i suoi problemi, per esempio la modifica della Costituzione nel senso del premierato. Non so come e se riuscirà mai a passare, ma è una chiara indicazione ideologica che non ha fondamenta veramente serie e, se passasse, sarebbe un grosso impoverimento del sistema democratico italiano, perché indebolirebbe il sistema di checks and balances. Ora, una visione positiva di quello che ha fatto: è andata sulla continuità, ma direi che è stata molto aiutata dal fatto che, come era ovvio, questo governo sarebbe stato un governo filo-americano, perché era l’aggancio più evidente che poteva avere. Ma è stata aiutata anche dal fatto che il governo americano era guidato da Biden e questo le ha permesso anche di coprire, rispetto ai suoi alleati di governo, una politica più filo-europea, perché Biden è filo-europeo. Se ci fosse un Trump alla Casa Bianca – ipotesi che mi auguro non si realizzi – creerebbe una situazione molto più conflittuale su tutto e, probabilmente, anche con una forte funzione americana di critica ai maggiori Paesi europei e all’Unione Europea. Forse, anche una maggiore spinta protezionista, ma quella già c’è oggi perché in realtà dipende dalle posizioni del Congresso. In quel caso, molto probabilmente, tutto sarebbe aperto: non abbiamo certezze su come si comporterebbe un governo italiano, non solo un governo Meloni per altro. Ci sarebbe da vedere quanto regge l’Unione. Per quanto concerne la Nato, l’Italia è allineata e coperta, ma non se passiamo a una situazione più di polemica con gli Stati Uniti. Perdere l’aggancio con gli Stati Uniti significherebbe, evidentemente, per il governo Meloni perdere un po’ la sua stella polare. Altro punto di possibile preoccupazione: adesso ci avviamo in un periodo molto difficile del conflitto ucraino, perché da un lato bisognerà continuare a sostenere la resistenza ucraina all’attacco russo, ma dall’altro bisognerà prepararsi a una soluzione, perché non c’è una chiara prospettiva di vittoria sulla Russia; nel mentre bisognerebbe cercare di evitare la possibilità di una vittoria russa sull’Ucraina. Da un lato significa mantenere la solidarietà e dall’altro aprire canali di trattativa. E questo non è mai facile, in particolare se dall’altra parte c’è un personaggio così ideologicamente motivato e che si sta giocando il tutto per tutto come Putin. L’altro problema che, secondo me, stiamo cercando di evitare in tutti i modi ma rischia di scoppiarci in faccia è quello del Medio Oriente. La totale assenza di iniziative – non che mi stupisca molto, l’Italia non può fare un granché – maschera, secondo me, un’assenza, un’incertezza di allineamento, non si sa bene che cosa fare”. AffInt 11

 

 

 

La penisola dei controsensi

 

E’ vano sperare nella stabilità politica italiana e, nella conseguente, governabilità del Paese. Se, per il passato, gli Esecutivi avessero operato in un ambito meno condizionato, parecchi problemi del Bel Paese non ci sarebbero stati. Per anni, è sempre venuto meno il “dialogo" con effetti dirompenti. Da una parte rimane, quindi, l’Italia degli impegni economici/sociali da realizzare e dall’altra una sorta di “incertezza” parlamentare.

 Come e con quali possibilità resta, per noi, un impenetrabile mistero. Se è vero, come già abbiamo scritto, che i nostri politici hanno più “anime”, dobbiamo anche riconoscere che, a livello alleanze certe incoerenze ci sono. Le intenzioni, in apparenza, sono tutte buone. I risultati assai meno. L’inconcludente atteggiamento dei singoli, non favorisce lo stabilirsi di propizie condizioni per intravedere cosa ci aspetterà per il futuro. I poli di “convergenza” non hanno fatto altro che accentuare le dispute politiche. Come primo passo, sarebbe stato opportuno favorire una “pax” politica. Soprattutto per ridare fiducia a tutti quelli che l’hanno perduta. Lo “zoccolo duro”, quello delle “Maggioranze” forti, è finito. C’è da ritrovare i fondamenti di una nuova equità che consenta di poter concorrere al futuro d’Italia. L’ipotesi di un Esecutivo a “contratto”, tanto cara alla formazione di Centro/Destra, potrebbe essere possibile. Si sono, però, perdute di vista certe priorità da esaminare e alcune realtà da rivalutare. Insomma, c’è tutto uno stato politico che ha da ritrovare un’identità. Sono aumentati solo i sacrifici dei più deboli, mai compensati dal benessere di chi non ha dovuto rinunciare. Solo una prova di maggiore serietà politica, che oggi ancora ci sfugge, potrebbe consentire d’andare oltre il “ginepraio”. L’incongruenza resta, in ogni caso, sempre la stessa: in Italia ci si dimentica con facilità del passato che vincola il nostro presente e, probabilmente, anche il nostro futuro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Europee. Il voto degli italiani all’estero alla Commissione Esteri della Camera. Parere favorevole

 

ROMA  - Nella seduta di mercoledì 28 febbraio la Commissione Affari Esteri della Camera ha iniziato l’esame dell’atto di Governo “Intese raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell'Unione europea per garantire le condizioni necessarie per l'esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell'Unione europea nelle elezioni per il Parlamento europeo”, un provvedimento che viene emanato vista di ogni elezione per il rinnovo del Parlamento europeo e dunque necessario in vista della prossima tornata elettorale di giugno.

Alla presenza del vice ministro degli esteri Cirielli, il relatore Simone Billi (Lega) ha spiegato che l’obiettivo è “garantire le condizioni necessarie” per l'esercizio del voto degli elettori italiani che risiedano presso uno dei Paesi dell'Unione europea, con anticipo rispetto al voto sul territorio nazionale”.

All’estero – come confermato all’Aise dall’Ufficio II della Direzione generale per gli italiani all’estero della Farnesina – si voterà il 7 e l’8 giugno (non il 24 ed il 25 maggio come pubblicato sullo stenografico della seduta della Commissione - ndr), con un giorno di anticipo rispetto al voto nazionale (8-9 giugno) per permettere il trasferimento delle schede votate in Italia per lo spoglio in contemporanea con quello dei voti espressi in Patria.

Gli orari di apertura dei seggi saranno stabiliti con decreto di prossima emanazione e dipenderanno dalla loro distribuzione sul territorio delle circoscrizioni consolari.

Nella sua relazione, Billi ha evidenziato che le intese, come previsto dall'articolo 25 della legge n. 18 del 1979, devono “garantire il rispetto della parità dei partiti politici italiani e dei princìpi della libertà di riunione e di propaganda politica, della segretezza e libertà del voto nonché l'assenza di pregiudizio per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori italiani in conseguenza della loro partecipazione alla propaganda o alle operazioni elettorali”.

Sempre l’articolo 25, ha proseguito Billi, “stabilisce che la procedura sia così articolata: il Governo italiano raggiunge intese con ciascun Paese dell'Unione e tali intese dovranno risultare da note verbali trasmesse dai singoli Governi a quello italiano; il Governo, sentito il parere espresso dalle competenti Commissioni parlamentari, accerta che si siano verificate le condizioni previste dalla legge e conseguentemente autorizza il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale ad emanare un comunicato attestante, per ciascun Paese dell'Unione, che sono state raggiunte le intese. La pubblicazione nella Gazzetta ufficiale di tale comunicato è condizione necessaria all'esercizio del diritto di voto nel territorio degli altri Stati; successivamente il Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro degli affari esteri, emana norme di attuazione delle intese citate”.

Ricordato, quindi, che i connazionali residenti in altro Paese membro dell'Unione possono votare per i candidati di quel Paese nel comune di residenza all’estero, presentando al sindaco di quel comune domanda di iscrizione in un’apposita lista, sia per i candidati italiani nei seggi allestiti dalla Farnesina – opzione questa valida anche per i temporaneamente all’estero che ne facciano richiesta entro il 21 marzo – Billi ha spiegato che il provvedimento “contiene i testi della richiesta, formalizzata con nota verbale dalle rappresentanze diplomatiche italiane ai Governi degli Stati membri dell'Unione europea; le risposte fornite anch'esse con nota verbale da parte dei rispettivi Governi nonché lo schema di comunicato del MAECI attestante il raggiungimento delle intese. Nelle note verbali inviate dalle rappresentanze diplomatiche italiane si richiede espressamente l'autorizzazione a svolgere le operazioni elettorali a favore dei cittadini italiani residenti negli Stati dell'UE, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla legislazione italiana e segnatamente dalla menzionata legge n. 18 del 1979”.

La maggior parte degli Stati “si è limitata ad accogliere le condizioni indicate nella nota verbale di parte italiana”, mentre dieci Paesi hanno posto alcune condizioni.

Si tratta di Austria, Belgio, Estonia, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia.

L’Austria “ha confermato che non sussistono obiezioni di principio, a condizione di reciprocità rispetto allo svolgimento di elezioni austriache sul territorio italiano”.

Il Belgio “ha rammentato che la campagna elettorale e le stesse elezioni devono essere organizzate internamente in seno alle comunità italiane in Belgio, senza ricorso ai mezzi di comunicazione di massa”.

L'Estonia “ammette che i seggi siano costituiti solo nella sede della rappresentanza diplomatica o di consolati onorari. La campagna elettorale e l'informazione ai connazionali dovranno rispettare la normativa locale”.

La Germania “indica che le operazioni elettorali devono essere circoscritte ai locali delle missioni diplomatiche, delle rappresentanze consolari di carriera e dei consolati onorari. L'istituzione di ulteriori seggi elettorali può essere comunque ammessa su espressa richiesta giustificata da motivazioni eccezionali”.

La Lettonia “garantisce lo svolgimento delle procedure elettorali a condizione che i seggi siano istituiti all'interno dei locali della rappresentanza diplomatica. In materia di propaganda e comunicazione elettorale dovrà essere osservata la legislazione lettone, con particolare riguardo all'uso anche della lingua locale”.

Il Lussemburgo “ha confermato tutte le garanzie richieste, effettuando alcune precisazioni. La possibilità di svolgere propaganda elettorale in lingua italiana attraverso i media non dovrà comportare alcun obbligo o onere finanziario a carico delle Autorità locali e dovrà essere evitato ogni rischio di confusione tra le elezioni europee organizzate dall'Ambasciata e quelle organizzate dalle Autorità lussemburghesi. Circa la possibilità di istituire sezioni elettorali all'esterno dei locali sede della rappresentanza diplomatica, l'Ambasciata è invitata a limitare, per quanto possibile, l'istituzione dei seggi all'interno della Sede stessa, pur sottolineando che le Ambasciate possono stringere accordi con i Comuni per predisporre seggi supplementari. In ogni caso, i seggi istituiti dalle autorità locali e quelli organizzati dall'Ambasciata dovranno essere installati in luoghi diversi, onde evitare, anche in questo caso, ogni possibile rischio di confusione tra gli elettori. È consentita l'esposizione di manifesti di propaganda elettorale almeno 48 ore prima del voto, a condizione che la normativa locale in materia venga rispettata e che non siano affissi in prossimità di quelli relativi alle elezioni dei membri spettanti al Lussemburgo”.

I Paesi Bassi “hanno confermato la possibilità di costituire i seggi sia nei locali dell'Ambasciata che al di fuori della sede diplomatico-consolare. In entrambi i casi l'Ambasciata dovrà comunicare alle autorità olandesi – a mezzo di Nota verbale – luogo, date, orari e numero presunto di elettori per ciascun seggio istituito”.

La Repubblica Ceca “ammette la costituzione di seggi elettorali esclusivamente all'interno dei locali dell'Ambasciata”.

La Slovacchia “conferma che le sezioni elettorali potranno essere costituite presso i locali dell'Ambasciata e dell'Istituto di Cultura”.

La Slovenia “conferma che lo svolgimento delle operazioni di voto dovrà avvenire nei locali dell'Ambasciata d'Italia a Lubiana o del Consolato Generale d'Italia a Capodistria. L'eventuale campagna elettorale da parte di soggetti politici italiani, nonché l'informazione degli elettori da parte delle strutture diplomatico-consolari, è consentita nei locali dell'Ambasciata e del Consolato Generale oppure nei locali delle associazioni della Comunità Nazionale Italiana, nonché attraverso i rispettivi siti web”.

Il deputato, concludendo, ha preannunciato la presentazione di un parere favorevole sul provvedimento.  

Nella seduta del 5 marzo la Commissione Affari Esteri della Camera, alla presenza del viceministro degli esteri Edmondo Cirielli, ha approvato il parere favorevole all’Atto di Governo “Intese, raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell'Unione europea, per garantire le condizioni necessarie per l'esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell'Unione europea nelle elezioni per il Parlamento europeo”.

Illustrato dal relatore, Simone Billi (Lega), la scorsa settimana, il provvedimento viene esaminato dal Parlamento ad ogni tornata elettorale all’estero. In questo caso si riferisce alle elezioni europee del prossimo giugno: gli italiani residenti in uno dei Paesi membri dell’Ue potranno votare per i candidati italiani nei seggi allestiti dalla Farnesina il 7 e 8 giugno, cioè con un giorno di anticipo rispetto al voto in Italia.

Nella seduta del 5 marzo, Billi ha proposto parere favorevole, approvato dalla Commissione.

Questo il testo. “La III Commissione, esaminato l'atto n. 127, recante le intese raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell'Unione europea per garantire le condizioni necessarie per l'esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell'Unione europea nelle elezioni per il Parlamento europeo; evidenziato che tali intese, stipulate con tutti e ventisei i Paesi dell'Unione europea, assicurano il rispetto della parità dei partiti politici italiani e dei princìpi della libertà di riunione e di propaganda politica, della segretezza e libertà del voto nonché l'assenza di pregiudizio per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori italiani in conseguenza della loro partecipazione alla propaganda o alle operazioni elettorali, esprime parere favorevole”. (aise/dip 6) 

 

 

 

 

Quale futuro per la Premier Meloni dopo la vittoria in Abruzzo?

 

La vittoria in Abruzzo della coalizione di governo guidata da Giorgia Meloni è stata una clamorosa prova di forza della destra in Italia, dopo il flop in Sardegna di qualche settimana prima. La Premier si è spesa in prima persona, ben sapendo che il rischio era alto, avendo l’intera opposizione contro, convinta dopo la vittoria in Sardegna, di poter cambiare il corso della politica, in un Paese come il nostro, abituato da tempo ai cambiamenti ad ogni “stormir di fronde “.

 

Se si votasse a breve, nessuna regione andrebbe alla sinistra, neanche la Campania dove De Luca è ai ferri corti con la segretaria del PD. Alle elezioni europee, si può esserne certi, l’opposizione dirà che la somma dei voti riportati è più o meno quella della maggioranza, ma la maggioranza, nonostante lo scalpitare di qualche suo esponente di forza, cioè Salvini, è saldamente al governo, mentre a sinistra non c’è nessuna coalizione e mai ci sarà.

 

Speriamo che la Premier si convinca che è il momento di governare e di non pensare ai complotti che non ci sono o ad una perdita di fiducia da parte dell’elettorato, nei suoi confronti e in quelli del suo partito. Basta con le polemiche con il Quirinale o con la presenza quasi ossessiva nei comizi; governare significa affrontare la questione più importante e più complessa, su cui si è andato, nel tempo, consumando il placet ai governi precedenti e cioè l’economia, con un deficit al 7,3% del Pil. Come abbiamo oggi, due punti sopra le previsioni.

 

Il nostro Paese che non ha fiducia nel futuro, la denatalità è in costante aumento, investe poco nell’economia produttiva, scuola e sanità perdono posizioni, nonostante la buona volontà di molti insegnanti, medici e infermieri. Rovesciare questa tendenza negativa non è facile, ma è l’unica strada da percorrere se si vuole governare cinque anni.

 

Se dovessimo tornare a votare, non andrebbero a Palazzo Chigi né Conte né la Schlein per una serie di ragioni che vanno dalla diversa natura dei due partiti, alla volubilità di un elettorato facile agli entusiasmi, ma altrettanto facile alla sfiducia in chi ha portato al governo del Paese.  I 5 Stelle funzionano solo se sono trasversali, se possono prendere voti anti-sistema, soffrono in un’alleanza, con il partito-sistema, come è invece il PD, contro cui il movimento grillino è nato, altro che “campo largo”.

 

Nel 2019 PD e 5 Stelle furono alleati ma solo per impedire a Salvini di stravincere le elezioni e assumere così “i pieni poteri” ma, oggi, è poco o quasi nulla per costruire una credibile alternativa alla maggioranza attuale. Quanto a Salvini, in caduta libera, dovrebbe capire che opporsi alla Meloni non paga e forse si aprirà la strada per la Lega di Zaia di conquistare il centro dello schieramento politico, dove Forza Italia, dopo la scomparsa di Berlusconi, sotto la guida di Tajani regge meglio del previsto.

 

Se vuole evitare di farsi male, la Meloni dovrà quindi muoversi nella direzione giusta che è quella di incentivare il lavoro, gli investimenti produttivi, la crescita economica e demografica, oltre ad accogliere nella classe dirigente nuove leve, perché la squadra che lavora con lei ha necessità di ricambi, come ha più volte dimostrato, se si vuole consolidare il governo. Angela Casilli, dip 14

 

 

 

Pena di morte: una sconfitta per gli Stati

 

La pena di morte esiste ancora e la cultura di morte che la promuove sta crescendo. Basterebbe ricordare un dato del rapporto Censis di un paio d’anni fa, quando il 44% degli italiani auspicava l’introduzione della pena di morte. Mentre nella Bibbia Dio chiede di non giustiziare Caino, gli uomini vogliono il contrario. Attualmente 54 dei 193 Stati delle Nazioni Unite prevedono la pena di morte nei loro ordinamenti penali. Si tratta di una percentuale drammaticamente alta, il 28% degli Stati continua a giustiziare circa 5.000 detenuti all’anno. In Europa la pena di morte rimane in vigore solo in Bielorussia, la maggior parte delle esecuzioni invece si concentra in tre Paesi sparsi nel globo: la Cina con circa 3.000 esecuzioni (il 74,5% del totale mondiale), l’Iran (almeno 687), l’Iraq (almeno 172).

Il recente caso di cronaca di Kenneth Smith, 58 anni, eseguito in Alabama (Usa), con un’inalazione forzata di gas azoto, ha riacceso la riflessione sull’indisponibilità della vita in mano allo Stato. Anzi, ha colpito l’inasprimento del mezzo – l’uso dell’azoto – che ha reso la pratica una vera tortura, contraria ai più alti e nobili princìpi del diritto. L’azoto, infatti, non viene utilizzato più nemmeno nel campo veterinario. Smith era in carcere dal 1996, nel 2022 era sopravvissuto a una esecuzione con iniezione letale. Per anni è stato costretto a vivere un’infinita attesa di morire per mano degli uomini: una prima condanna all’ergastolo, poi la sentenza era stata impugnata dal giudice ed era divenuta pena di morte. Adesso non potrebbe più succedere: dal 2017 in Alabama è in vigore una legge che vieta ai giudici di impugnare e cambiare i verdetti delle giurie popolari. Queste le sue ultime parole rivolte non solo ai suoi familiari che erano nella stanza accanto a quella dell’esecuzione: «Stasera l’Alabama fa compiere all’umanità un passo indietro. Me ne vado con amore, pace e luce, vi amo. Grazie per avermi sostenuto».

Nel 2023 negli Stati Uniti ci sono state 24 esecuzioni e 21 nuove condanne a morte. Le esecuzioni sono avvenute in cinque stati: Texas, Florida, Oklahoma, Missouri e Alabama. Purtroppo il dibattito politico, l’etica e la morale del diritto internazionale sono ambigui, o comunque hanno espresso “condanne deboli” anche in tempi recenti. Solo la Chiesa non si stanca di elevare la sua voce per esprimere la sua condanna verso la pena di morte. Lo ribadisce il Papa nell’enciclica, Fratelli tutti, quando sottolinea che il senso di giustizia rifiuta e condanna sia la pena di morte sia la pena perpetua, l’ergastolo, che Francesco considera una «pena di morte nascosta» (FT 268).

In realtà la pena di morte è la vera sconfitta per uno Stato che annienta invece di far espiare la pena e recuperare il colpevole. Un faro di cultura giuridica rimane l’art. 27 della Costituzione che introduce il principio della responsabilità penale personale, la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva, la funzione rieducativa della pena, il divieto della pena di morte e dei trattamenti disumani. Si legge al terzo comma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Alla Costituente Aldo Moro s’è distinto sui temi della responsabilità penale, la durata e le funzioni della pena, grazie alla sua cultura personalista, mettendo al centro dell’ordinamento il bene della vita e il principio di offensività oggettiva della norma penale, vincolanti sia per il legislatore sia per i giudici. L’abolizione della pena di morte non dipenderà dalla volontà politica, ma solo dalla volontà popolare che oltre all’indignazione deve impegnarsi per l’abolizione. Francesco Occhetta, Vita Pastorale marzo

 

 

 

 

8 marzo: “Panchine rosse” alla Farnesina e nelle Ambasciate

 

ROMA - In occasione della Giornata Internazionale della Donna che si celebra oggi, 8 marzo, in tutto il mondo, il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, ha chiesto alla Farnesina di prepararsi a installare in ogni Ambasciata d’Italia nel mondo una “panchina rossa”.

“L’Italia deve mobilitarsi in prima linea per promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile, in particolar modo per prevenire e contrastare ogni forma di violenza e anche discriminazione a danno delle donne”, ha dichiarato Tajani. “Per questo anche nel nostro Ministero e in ogni Ambasciata deve entrare il simbolo delle panchine rosse”. Secondo Tajani, “la panchina rossa è un simbolo, il posto vuoto lasciato nella società da una donna vittima di femminicidio: dobbiamo sederci su quelle panchine e dare il nostro sostegno alle donne, contro la violenza ma anche contro la semplice discriminazione”.

Il Ministero degli Affari Esteri nello scorso novembre ha dedicato un’iniziativa a Giulia Cecchettin: “ho ritenuto di dedicare a lei una serie di borse di studio per giovani che verranno a studiare nel nostro Paese e che sognano di fare quello che sognava di fare Giulia”, aveva detto il ministro il 25 novembre. Giulia era una giovane 22enne scomparsa in Veneto insieme all’ex fidanzato e trovata cadavere 7 giorni dopo.

In occasione dell’8 marzo, Tajani ha confermato anche la solidarietà sua personale e di tutti i diplomatici italiani “alle donne, ragazze e bambine che vivono in aree di crisi e di conflitto, nonché alle donne e ragazze che rivendicano, con coraggio, il loro diritto a partecipare alla vita politica, economica, sociale e culturale del loro Paese”.

Il ministro degli Affari Esteri ha evidenziato come “la Presidenza italiana del G7 intenda promuovere, nella filiera sviluppo, azioni concrete con particolare attenzione all’Africa, coerenti con il Piano Mattei”. Nello specifico, il Governo italiano mira a sostenere i partner africani nello sviluppo del potenziale delle donne africane e del loro contributo alla crescita economica del continente, per “assicurare la libertà da ogni forma di discriminazione e violenza di genere, promuovere l’empowerment femminile e rafforzare il ruolo delle donne e delle ragazze nella risposta ai cambiamenti climatici”. (aise/dip 8)

 

 

 

Economia parlamentare

 

In una Penisola di disoccupati, cassintegrati, licenziati, pensionati, al limite della sopravvivenza, anche ai Parlamentari dovrebbero essere ridimensionata, di molto, le competenze economiche e il correlato trattamento previdenziale. Vedremo se questa Maggioranza di Centro/Destra sarà in grado di ridimensionare le cospicue rendite ancora in essere. I nostri dubbi, però, restano ancora tali.

 

 Chi ha avuto l’onore d’essere eletto a rappresentare il Popolo italiano, dovrebbe esercitare il suo mandato in economia. Godendo, in linea di principio, delle stesse agevolazioni previste per i lavoratori in trasferta. Per tutti, insomma, un rimborso spese documentato. Più un gettone di presenza in aula da quantificare. Gli “Onorevoli” dovrebbero essere invitati a far loro questi principi. A Montecitorio e a Palazzo Madama, per loro manifesta volontà, i Parlamentari dovrebbero decretare di rientrare nella fitta schiera economica dei comuni mortali. La carriera politica è una delle tante. Neppure la più difficile o particolarmente specialistica. Così, tenuto conto dell’impegno e dell’effettiva presenza in Aula degli interessati, i “compensi” dovrebbero essere equiparati agli “onorari” di chi campa sulle “parole”.

 

Basta con le pensioni di legislatura. Perché un mandato parlamentare non può valere, a tempo debito, un sostanzioso vitalizio. In questo modo, i sacrifici sarebbero meno amari per tutti e far politica significherebbe interessarsi, in primo luogo, ai problemi degli altri. Una riforma in tal senso non richiederebbe modifiche costituzionali e sarebbe la strada più breve perché voluta dallo stesso Potere Legislativo della Repubblica. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Le Camere di Commercio italiane all’estero fanno crescere le imprese nel mondo

 

ROMA - Oltre 160mila imprese coinvolte, 50mila aziende assistite, 18mila società hanno incontrato nuovi partner. È questo il bilancio dell'attivismo della Camere di Commercio italiane all'estero nel 2023, presentato oggi alla Camera dei Deputati, alla presenza delle istituzioni.

Agroalimentare, moda, meccanica, edilizia, turismo, arredo e sistema casa ed energia sono stati i settori che hanno usufruito dei servizi offerti dalle 86 CCIE lo scorso anno.

Circa il 47% delle richieste di assistenza alle CCIE sono state dirette ai servizi di ricerca partner e incontri d’affari che hanno consentito – anche a distanza – la realizzazione di alleanze tra imprese; al secondo posto tra le richieste vi sono i servizi di ricerca di opportunità di business e consulenza specialistica (23,8%), seguiti da quelli di primo orientamento ai mercati esteri (22,2%).

In questi anni, l’azione delle Camere all’estero si è gradualmente spostata verso le nuove frontiere dell’internazionalizzazione, dalla Digital economy alla sostenibilità, per rispondere in maniera sempre più innovativa alle esigenze delle imprese.

Per il futuro il lavoro delle Camere sarà sempre più collegato ai temi di politica industriale, per dare il proprio contributo al rinnovamento del Paese e alla riqualificazione del tessuto economico, anche attraverso nuovi filoni di servizio quali l’innovazione e nuove tecnologie, la sostenibilità e transizione energetica, la valorizzazione del Made in Italy, l’attrattività turistica dei territori e altri.

Le imprese italiane che si rivolgono alle Camere di Commercio italiane all'estero si dividono sostanzialmente in due categorie: da un lato troviamo le imprese di medie e grandi dimensioni, già presenti in maniera stabile sui mercati esteri, costituite direttamente nel Paese di riferimento o come filiale di un’impresa italiana ben strutturata; dall’altro ci sono invece le piccole e medie imprese basate in Italia, che hanno un’esperienza limitata con l’estero o spesso nessuna. In questo caso si tratta di imprese che vogliono intraprendere un primo percorso di internazionalizzazione o che vogliono avviare un meccanismo di penetrazione dei mercati esteri più strutturato, per affermare e consolidare la propria presenza.

“La mia esperienza mi fa dire che per un piccolo imprenditore è molto difficile allacciare relazioni per accordi e collaborazioni, seguire l’esito delle fiere e delle missioni commerciali, trovare partner distributivi per raggiungere concreti risultati di business”, ha detto Mario Pozza, presidente di Assocamerestero. “Ecco perché occorre rafforzare il ruolo delle Camere all’estero nei vari Paesi in cui operano, in una logica di complementarità con l'ICE. Insieme, possiamo offrire opportunità personalizzate anche a tutte quelle imprese che ancora non esportano o che operano all’estero in modo episodico. Perché difendere i prodotti 'Made in Italy', promuovere lo stile italiano nel mondo è il nostro passaporto per il futuro”.

Associazioni binazionali, riconosciute dallo Stato italiano, le CCIE sono entrate a far parte del sistema della promozione del Made in Italy all’estero nel 1970, integrando la loro azione di servizio per le Pmi con quella svolta all’estero dalle Rappresentanze Diplomatiche e dall’ICE. Oggi le CCIE sono 86 e operano in 63 Paesi del mondo che coprono oltre l’80% del commercio internazionale dell’Italia e vantano una base associativa costituita da quasi 21mila imprenditori e professionisti, che si è rinnovata del 20% nel 2023 con l’ingresso di nuovi soci, confermando così la capacità delle CCIE di saper ampliare e diversificare la business community di riferimento.

Le aziende riconoscono le Camere all’estero come soggetti qualificati a supporto del business italiano nel mondo e nel 90% dei casi sono soddisfatte dei servizi offerti (da recente sondaggio Tagliacarne). Ancor più quando si tratta di effettuare operazioni più complesse, come attivare collaborazioni nel campo della ricerca e sviluppo o insediare all’estero parte del processo produttivo. (aise/dip 7) 

 

 

 

 

Disarmo. Vignarca: “Non è vero che armarci di più garantisce sicurezza e pace”

 

Associazioni e Movimenti cattolici italiani uniti per impedire la modifica della

Legge 185/90. A seguito dell’approvazione del Senato avvenuta a fine febbraio, sarà a breve in discussione alla Camera dei Deputati il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, “peggiorandola in maniera rilevante”, la normativa italiana sull’esportazione di armi. Vignarca (Rete Pace e Disarmo): “Non è vero che armarci di più garantisce più sicurezza e più pace. Questo paradigma viene utilizzato in maniera strumentale per favorire l'export di armi” -  M. Chiara Biagioni

 “Basta favori ai mercanti di armi! Fermiamo lo svuotamento della Legge 185/90”. Con questo slogan, movimenti, associazioni e ong a nome di una gran parte della società civile italiana lancia una mobilitazione nazionale per fermare l’iter parlamentare che mira a modificare la Legge 185 del 1990 con il chiaro obiettivo- scrivono – di “favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi”. A seguito dell’approvazione dell’aula del Senato avvenuta a fine febbraio, sarà a breve in discussione alla Camera dei Deputati il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, “peggiorandola in maniera rilevante”, la normativa italiana sull’esportazione di armi. La legge 185 era stata approvata dal Parlamento nel 1990 dopo una grande campagna di mobilitazione della società civile. La normativa inserisce per la prima volta dei criteri non economici nella valutazione di autorizzazione delle vendite estere di armi italiane. Sebbene nel corso degli anni, la Legge non sia stata in grado di fermare le esportazioni belliche, è indubbio il grande ruolo di trasparenza che essa ha avuto, permettendo soprattutto a Parlamento e società civile di conoscere almeno i dettagli di un mercato spesso altamente opaco. Ora – a detta dei promotori della mobilitazione – questa possibilità di trasparenza è messa in pericolo. L’appello è firmato da un cartello di movimenti e associazioni cattoliche italiane che aderiscono alla Rete Italiana Pace e Disarmo, come Acli, Azione Cattolica, Associazione Papa Giovanni XXIII, Movimento dei Focolari, Pax Christi, Agesci, Libera, e dalla Federazione Chiese evangeliche. Francesco Vignarca è il coordinatore delle campagne della Rete. “Su questa questione – ricorda – siamo intervenuti fin dall’inizio inserendoci anche nel dibattito al Senato con considerazioni e proposte di modifiche, tanto che la presidente Commissione Esteri e Difesa del Senato aveva presentato degli emendamenti che erano in linea con le nostre osservazioni che sono state però completamente ignorate e rigettate dal Governo”. Le associazioni chiedevano che ci potessero essere delle interlocuzioni con le ONG sui diritti umani; che fosse mantenuto presso la Presidenza del Consiglio l’Ufficio di coordinamento per la riconversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa. “Avevamo chiesto che venisse migliorata anche la trasparenza sull’export di armi rendendo più completi e leggibili i dati della Relazione al Parlamento e soprattutto che ci fosse un richiamo esplicito al Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty)”. “Tutte queste richieste non solo sono state spazzate via”, fa sapere Vignarca, “ma all’ultimo momento, il governo ha approvato un emendamento che peggiora la situazione rendendo ancora più difficile la trasparenza sulle banche, sui paesi destinatari e sul processo decisionale, cioè su chi decide cosa e chi si prende la responsabilità di mandare armi in contesti di violazione dei diritti umani o di conflitto”.

Cosa avete deciso di fare?

Cercheremo di fare pressione sui deputati che prima in commissione e poi in Aula dovranno votare. Abbiamo fatto partire una petizione online che sarà seguita da una serie di pressioni dirette sui deputati mobilitando sia le associazioni sia le persone singole. Sarà quindi diffusa una bozza di lettera da mandare ai propri deputati di riferimento. Diffonderemo anche una bozza di mozione che i comuni possono votare proprio per esprimere la loro preoccupazione riguardo questa modifica. Tutte le iniziative possono essere trovate sul nostro sito.

Cosa non vi convince?

La strategia di chi vuole minare la trasparenza. Fare tutto sotto silenzio, e in una maniera poco visibile, mentre la maggioranza degli italiani e delle italiane vorrebbe un maggiore controllo sulle armi. Perché capisce l’impatto negativo che hanno le guerre sulle migrazioni e le emergenze umanitarie. Noi riteniamo che l’opinione pubblica sia molto più avanti su queste problematiche rispetto ai politici.

Quanto la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente giustificano in qualche modo quelli che il Papa chiama i mercanti di armi?

Purtroppo si banalizza la situazione drammatica del popolo ucraino, per dire: abbiamo bisogno di ricorrere alle armi. Non è vero. Sappiamo che il ricorso alle armi e la militarizzazione peggiorano le cose. Le spese militari sono raddoppiate negli ultimi vent’anni e il mondo è sempre più in guerra. Quindi non è vero che armarci di più ci garantisce più sicurezza e più pace. Questo paradigma viene utilizzato in maniera strumentale per favorire l’export di armi che non ha alcun impatto sulla sicurezza in Italia. Veniamo accusati di essere quelli che non vogliono la sicurezza e la pace. Non è vero. Proprio perché le vogliamo, diciamo chiaramente che questa pace e questa sicurezza non si possono fondare sulle armi. Ha detto benissimo il Papa domenica scorsa all’Angelus: il disarmo è un dovere morale. Ecco se il disarmo è un dovere morale, noi sentiamo il dovere oggi di difendere il controllo dell’export bellico, affinché le armi non finiscano ad alimentare le guerre. sir 5

 

 

 

Turismo delle radici. Tajani: Farnesina in prima linea per rivitalizzare i borghi d’Italia

 

ROMA. Quello del turismo delle radici è un progetto, finanziato nell’ambito del Pnrr, che la Farnesina “ha fortemente voluto” anche per dare “un segnale importante di attenzione per i quasi 7 milioni di italiani all’estero e per le decine di milioni di persone di origine italiana nel mondo”. Uno “strumento pensato per valorizzare le aree interne e i piccoli borghi per favorire una presenza turistica in comuni che non sono al centro dell’attenzione”. Così il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, che oggi ha ospitato alla Farnesina una conferenza dedicata in particolare al bando per i comuni al centro del progetto del “turismo delle radici” gestito dalla Direzione generale per gli italiani all’estero, rappresentata oggi dal consigliere Giovanni Maria De Vita, responsabile del progetto.

La Farnesina, ha ricordato il Ministro, ha iniziato a lavorare al bando per i Comuni nel gennaio 2023: “abbiamo inviato una lettera ai sindaci invitandoli ad aderire alla rete di questo progetto”. Quindi, in autunno “sono iniziati gli incontri durante i quali abbiamo discusso le migliori strategie”. In quattro diversi incontri sono stati ascoltati “quasi 300 sindaci”. Il bando è stato presentato lo scorso dicembre ed ora sia ha la graduatoria dei progetti che saranno finanziati.

“Si tratta di attività culturali, di promozione del territorio”, ha detto Tajani, precisando che la Farnesina punta “soprattutto sui comuni più piccoli, quelli con meno di 6mila abitanti”. Il finanziamento è di 5 milioni di euro.

“I piccoli borghi sono 5.500, abbiamo ricevuto 845 proposte, 822 quelle ammissibili, dunque – ha calcolato il Ministro – il 15% dei piccoli comuni riceverà un finanziamento”. Le domande sono arrivate “da tutte le regioni” e propongono iniziative “di vario tipo: culturali, culinarie, folkloristiche”.

“È mia intenzione – ha annunciato – di allargare il progetto cercando di ottenere altri finanziamenti da destinare al miglioramento delle infrastrutture e alla riqualificazione dei piccoli borghi, ma per ora è solo un’idea che bolle in pentola”.

L’obiettivo è di “favorire la crescita turistica”, ecco perché “accanto al Pnrr, stiamo stringendo accordi per dare ulteriore facilitazioni ai turisti iscritti all’Aire e ai tanti cittadini di origine italiana, così da farli venire a riscoprire le loro origini”, ha detto ancora il Ministro. “Come ha fatto papa Francesco quando è andato a trovare i cugini in Piemonte”. Il primo accordo di questo tipo è quello con Ferrovie dello Stato, presentato lo scorso mercoledì, che garantisce sconti sui biglietti per l’alta velocità agli iscritti Aire. “Stiamo studiando un pacchetto per i viaggiatori delle radici”.

Inoltre, il progetto potrebbe anche rivelarsi come “strumento per favorire investimenti: non è detto che qualche italiano all’estero che ha fatto fortuna non decida di investire nel suo paese di origine”. L’obiettivo è “contribuire alla crescita economica e dell’occupazione nelle aree interne e valorizzare il patrimonio culturale lì presente”.

Nell’ambito del progetto, inoltre, “abbiamo selezionato e formato un gruppi di giovani professionisti dell’ospitalità - guide turistiche, agenti di viaggio, esperti di comunicazione, che, grazie al Pnrr, potranno migliorare l’offerta turistica del territorio”, ha detto ancora Tajani prima di ringraziare i sindaci Corsi e Tombolini che “hanno contribuito al progetto, aiutando la Dgit e me per fare in modo che il progetto raggiungesse più comuni possibile”. Una dimostrazione “della grande attenzione ai problemi dei territori di solito lontani dai riflettori”, ha evidenziato il Ministro, prima di ricordare che la Farnesina “è il secondo miglior Ministero per l’efficienza nell’uso dei fondi del Pnrr”.

Fondi che Tajani ha confermato di voler incrementare, anche per rispondere alle esigenze rappresentategli dai sindaci: infrastrutture, ma anche sanità. “Molti ci hanno detto che mancano i collegamenti con la rete ferroviaria o le autostrade o con il porto”. Quanto agli ospedali, la Farnesina è a lavoro con Fs “anche per assistere i turisti. Per questo stiamo sostenendo il progetto che prevede di trasformare alcune stazioni dismesse in presidi per la medicina di territorio”.

Con più fondi – da concordare col Ministro Fitto – si potrebbe intervenire anche sui centri storici da riqualificare o sulle strade da sistemare, senza dimenticare “il digitale”, perché, ha spiegato Tajani, “un piccolo comune non può essere oggetto di investimento se non ha collegamento digitale”.

Da qualsiasi lato lo si guardi, insomma, il turismo delle radici intende “favorire un rientro che non sia solo occasionale”, ma, al contrario , mettere in moto un “circuito virtuoso da incentivare”, che all’estero sarà amplificato dalla rete diplomatico-consolare: “mobiliteremo ambasciate e consolati per far conoscere tutte le opportunità”, che saranno “riassunte” nel “passaporto delle radici”, una sorta di “documento con tutte le agevolazioni a disposizione”.

Quanto al rapporto con gli altri Paesi e a ipotetiche intese bilaterali con quelli che ospitano le comunità di italodiscendenti più numerose, Tajani ha detto: “non escludiamo nulla”. Per far conoscere il progetto verranno utilizzati tutti i canali: oltre alla rete diplomatico consolare anche quella dei comuni perché “loro sanno chi sono e dove vivono i loro compaesani all’estero”.

Il passaporto delle radici, ha chiarito il consigliere De Vita, “consentirà una serie di benefici come ad esempio far scoprire i prodotti locali, presentare i servizi turistici, gli itinerari”. Si tratta di “una iniziativa rivolta anche ai grandi partner nazionali: oltre a Fs siamo in contatto con Ita e Poste, pensando alle spedizioni all’estero di prodotti locali acquistati dai turisti”.

Il programma è “aperto. Abbiamo già più di 150 sottoscrizioni e siamo sicuri che desterà l’interesse dei soggetti locali che potranno contare su una vetrina importante dedicata ad una comunità ampia come quella degli italodiscendenti”.

In questa prima fase del programma, ha concluso il consigliere De Vita, “abbiamo provveduto a costruire l’offerta. Ora partiremo con la campagna di comunicazione e di pubblicità” per raggiungere più turisti delle radici possibile. “È la sfida cui stiamo lavorando”. (M. Cipollone, aise/dip 1) 

 

 

 

Vuoto - Gli italiani sono confusi.

 

Gli italiani sono confusi. Troppe sono le questioni, non solo politiche, che ancora coinvolgono il Paese. Con le polemiche, non se ne esce. Lo verifichiamo tutti i giorni. Identificare delle scelte nuove, a nostro avviso, è possibile. Basta volerlo veramente. Del resto, le “incognite” politiche sono il riscontro delle nostre perplessità. E’ che fare “un passo indietro” potrebbe scombinare un patto tanto atipico da non consentire comparazioni col passato politico. Insomma, L’ arte del governo italiana sembra avere rivisto le sue potenziali risorse.

 

Tra l’altro, resta da trovare la posizione della rappresentatività socio/politica dei Connazionali all’estero; che sono milioni. Per questa fitta Umanità nessuno sembra assumere in Patria posizioni univoche. Magari anche non condivisibili ma discutibili. Per gli italiani d’oltre frontiera è sceso un “silenzio” che ci preoccupa. Soprattutto in questo periodo di recessione nazionale.

 

In un momento d’equilibri precari, di tensioni internazionali e di pace a rischio, preferiamo, di conseguenza, continuare le nostre considerazioni per verificare quando l’immagine del “vuoto” potrà trasformarsi in una politica più coerente. Ora non ci resta che dare “tempo al tempo”. Ma non troppo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Inchiesta Perugia, Cantone: "Numeri mostruosi, è uscito fuori un verminaio"

 

Il procuratore in Commissione Antimafia: "Tutelare le banche dati, non solo quella della Dna"

È terminata dopo circa tre ore l’audizione del procuratore di Perugia Raffaele Cantone sul caso dell’inchiesta di Perugia, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Il procuratore ha lasciato Palazzo San Macuto dove tornerà alle 14.30 per essere sentito davanti al Copasir.

"Bisogna tutelare le banche dati, non solo quella della Dna, ma tutte quelle che hanno atti giudiziari", ha detto Cantone, che ha affermato che quelli dell'inchiesta sono "numeri molto più preoccupanti di quelli emersi, inquietano, sono mostruosi". "In questi mesi, da quando è uscita la prima notizia - continua il procuratore -, come procura di Perugia abbiamo fatto atti delicatissimi, abbiamo sentito per due volte il ministro della Difesa che va ringraziato per la sua scelta di rivolgersi all'autorità giudiziaria", spiega aggiungendo che in questo modo ha consentito di "far uscire questo verminaio".

"Il mercato delle sos non si è affatto fermato", ha spiegato, sottolineando che le ricerche sono proseguite anche dopo che ci fu la fuga di notizie sull'inchiesta. "La vicenda è oggettivamente molto grave, il numero di accessi fatti è eccessivamente elevato e rende evidente che in 4 anni gli atti consultati sono tantissimi", ha aggiunto Cantone, che ha spiegato: "Laudati ha detto che intende rendere dichiarazioni e lo aspettiamo".

"Quella effettuata da Striano - continua il procuratore di Perugia - è una ricerca spasmodica di informazioni su una serie di soggetti che spesso si è limitata a quella richiesta di informazioni, non spetta a me dire se è dossieraggio". Cantone ha quindi ricordato che qualcuno ha detto che la procura di Perugia ha smentito la presenza di un dossieraggio e precisato che in questi giorni "la procura non ha parlato con nessuno".

Al momento non sono emersi "elementi che ci facessero pensare a finalità economiche", ha detto ancora sottolineando che sono stati ovviamente svolti controlli sui conti del finanziere indagato. Nel corso dell'audizione Cantone ha ricordato che "l'atto in sé ha una sua valenza anche in relazione a chi lo utilizza" e ha sottolineato che "l'attivita ha riguardato soprattutto atti non coperti da segreto e ciò ci ha tranquillizzato rispetto a un'attività che resta comunque massiva".

Riguardo ai rapporti tra il finanziere indagato e i giornalisti coinvolti nell'indagine, Cantone ha osservato: "Ci risulta che Striano con una serie di giornalisti aveva rapporti di amicizia", ha detto il procuratore precisando che non si sa come il rapporto era nato ma che "non ci sono elementi per ritenere che ci siano state segnalazioni" da parte di qualcuno rispetto alla figura del finanziere. "L'indagine è affidata al gruppo valutario della Gdf di cui mi fido", ha continuato il procuratore ricordando che la Gdf "è la prima che ha ricevuto un danno" ed è "motivata ad arrivare alla fine di quanto accaduto".

E ancora: "Qualcuno ha detto che stiamo attaccando la libertà di stampa, per me è un principio fondamentale e la stampa svolge un ruolo determinante. Conosco bene quali sono i limiti e i diritti della stampa". "I giornalisti sono solo quattro, altre quattro persone avevano rapporti con Striano ma non sono giornalisti", ha precisato Cantone riguardo ai cronisti coinvolti nell'inchiesta.

Come spiega Cantone, "l'imputazione è provvisoria" e "abbiamo limitato le imputazioni a questi casi in cui abbiamo ritenuto, in base a elementi forti, che non c'era una notizia data alla stampa ma che la stampa aveva commissionato attività di informazione all'ufficiale di polizia giudiziaria. Un'ipotesi investigativa che speriamo sia smentita".

"Questo numero enorme di dati, di informazioni, di atti scaricati alla banca dati della procura Antimafia, che fine ha fatto? Quanti di questi dati possono essere utili per cento ragioni? Ci preoccupiamo della criminalità organizzata, della stampa, ma quante di queste informazioni possono essere utili anche, per esempio, ai servizi stranieri e a soggetti che non operano nel nostro territorio nazionale? Tra l'altro tra i dati scaricati ci sono informative banali ma anche atti coperti dal segreto", ha domandato quindi Cantone.

Secondo il procuratore "sarebbe impossibile contestare l'associazione a delinquere, non c'erano gli elementi". Secondo l'accusa, l'indagato "fa una serie di favori a una serie di soggetti che fra loro non hanno rapporto".

"Il tema delle infrastrutture informatiche evidenzia che ovunque ci sono accessi abusivi. C'è bisogno di meccanismi contro gli attacchi esterni, ma anche rispetto agli attacchi interni le banche dati sono vulnerabili, ha aggiunto.

"Il commissariamento della procura Antimafia è una boutade perché un organo giudiziario non può essere commissariato", ha poi detto rispondendo a una domanda sulle polemiche sulla Procura nazionale Antimafia della quale qualcuno ha chiesto il commissariamento.

"Noi abbiamo sentito il senatore Lotito come persona informata dei fatti", ha quindi detto rispondendo alle domande dei commissari e precisando che "la nostra indagine riguardava il confezionamento della annotazione". "Non abbiamo ritenuto che fossero emersi elementi", ha proseguito Cantone quanto alla sua inchiesta aggiungendo che si è dunque deciso "di trasmettere a Roma che si sta occupando della vicenda specifica".

Riguardo alle tipologie di accessi al centro dell'indagine, spiega, "ci sono nomi anche rilevanti, c'è la compagna di un ex presidente del Consiglio che non era di centrodestra, ma certamente la maggior parte degli accessi ha riguardato esponenti di centrodestra. C'era anche un esponente del Pd: se qualcuno avesse spiegato e volesse spiegare il perché sarebbe molto più semplice capire ma le valutazioni politiche spettano a voi".

"Il Csm valuterà se e quando sentirci, noi ci siamo messi a disposizione. Le cose sono state dette in seduta pubblica, quindi si potrebbe anche ritenere sufficiente ciò che abbiamo detto”, ha aggiunto. Adnkronos 7

 

 

 

 

G7. La giustizia alimentare al centro del dialogo politico

 

Se il prossimo G7 a presidenza italiana vorrà avere realmente un focus sull’Africa e l’area Mediterranea – come pare evidente dalle molteplici dichiarazioni istituzionali e dalla Conferenza Italia-Africa –, il tema delle crisi alimentari dovrà avere necessariamente un posto di rilievo nel corso del summit.

Prima ancora di conoscere ufficialmente le priorità del vertice, la società civile italiana – raccolta nel Civil-7 e coordinata dalla GCAP Italia – ha proposto la questione della giustizia alimentare al centro del dialogo politico, che si è svolto lo scorso 18 gennaio a Roma, con diversi esponenti istituzionali di alto livello dei ministeri interessati. Alcune delle considerazioni e raccomandazioni qui espresse rappresentano il portato di un lavoro comune del gruppo del C7 italiano, denominato “Giustizia alimentare e trasformazione dei sistemi alimentari”.

I sistemi alimentari essenziali per il nostro futuro

I sistemi alimentari sono infatti centrali per il benessere sociale e il paradigma del nostro futuro: per la salute degli ecosistemi, la sicurezza alimentare e nutrizionale, la cultura e il paesaggio. Al contempo, pongono sfide cruciali in merito alla riduzione della biodiversità, il consumo idrico, le emissioni di gas serra e l’inquinamento delle falde, con gravi implicazioni per la salute umana. Subiscono il cambiamento climatico e vi contribuiscono.

Occorre quindi un approccio integrato per rispondere ad una questione tanto urgente: l’ultimo Rapporto FAO sullo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo dichiara che l’anno scorso 783 milioni di persone hanno sofferto la fame (122 milioni in più rispetto al 2019), mentre in 3,1 miliardi non hanno accesso a una dieta adeguata e salubre. Uno scenario che rende una chimera l’obiettivo “Fame Zero” entro il 2030, come previsto dell’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile.

Le cause strutturali alla base della fame

In tutto questo, le cause strutturali della fame sono sempre le stesse e non si sono attenuate. Nel post-pandemia, i conflitti e la questione climatica restano i fattori determinanti dello status quo. Causati in buona parte da fattori geopolitici: dal protrarsi del conflitto in Ucraina alla diffusa crisi politica nel Sahel, dai conflitti protratti in Yemen, Somalia e Siria al dramma umanitario che si sta consumando in Africa Orientale. Il caos climatico, che si manifesta con crescente e drammatica frequenza oramai su scala globale, ha infatti proprio nell’Africa e nell’area del cosiddetto Mediterraneo allargato uno dei suoi punti critici.

Assistiamo poi a una speculazione finanziaria sempre più intensa che condiziona l’inflazione, specie se guardiamo agli incrementi ingiustificati dei prezzi dei beni alimentari, aggravata da altri fenomeni, come l’accaparramento della terra in aree sempre più vaste. Un elemento che esacerba diseguaglianze ed è di ostacolo all’accesso al cibo per milioni di persone. A queste si sommano politiche di disincentivo alle riserve strategiche pubbliche di cibo da parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), accordi commerciali che aumentano il divario di opportunità e un quadro incoerente di politiche globali ed europee.

Le proposte della società civile per una transizione agro-ecologica

Da questa analisi sulle cause scaturiscono un ampio ventaglio di proposte politiche e di azioni da intraprendere. Ne proponiamo qui alcune che riguardano il processo G7 e pongono la possibilità di realizzare un’inversione di rotta nella direzione di una transizione agro-ecologica. Altre, altrettanto fondamentali, su clima, salute, ruolo delle donne e dei giovani contadini, le proporremo comunque all’attenzione dei governi del G7.

Diritti umani

La centralità del quadro internazionale dei diritti umani nel G7 si estende certamente al tema della giustizia alimentare e alla necessità che i diritti umani siano incorporati nella trasformazione dei sistemi alimentari. Questo approccio deve essere tradotto in priorità, ricordando la necessità di rispettare, proteggere e promuovere i diritti umani, e l’importanza della partecipazione, della trasparenza e della responsabilità dei detentori dei diritti e dei portatori dei doveri e delle terze parti, nella trasformazione dei nostri sistemi alimentari.

Investimenti e commercio

Allo stesso tempo tutti gli investimenti dovrebbero rispettare gli standard ambientali e sui diritti umani, siano essi pubblici o privati. Quando quest’ultimi sono sovvenzionati con fondi pubblici, riteniamo che ci debba essere un’attenzione più forte e marcata ad adottare modelli di business sostenibili e inclusivi, come le cooperative, le imprese sociali e le associazioni dei piccoli produttori, in particolare delle donne, che già integrano il costo della conformità ambientale e sociale.

Occorre anche prestare maggiore attenzione alla necessità di assicurare che gli accordi commerciali multilaterali e bilaterali e gli indirizzi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) di disincentivo alle riserve strategiche pubbliche del cibo non mettano a rischio o contraddicano gli sforzi volti ad abbandonare un sistema alimentare incompatibile con i limiti del pianeta e con il necessario sostegno agli approcci territoriali.

La governance dei sistemi alimentari

Nei percorsi di dialogo e negoziazione in essere sui sistemi alimentari sostenibili a livello nazionale, europeo e globale occorre infine ovviare a un approccio multi-stakeholder, carente di legittimità democratica, e definire chiare responsabilità, tramite regole utili a mitigare squilibri di potere e conflitti d’interesse, come dimostrato dalle forti limitazioni del summit dei sistemi alimentari dell’Onu nel sostenere percorsi di reale trasformazione dei sistemi alimentari e valorizzare il contributo della società civile. Pertanto, occorre riaffermare il Comitato per la Sicurezza Alimentare Onu (CFS) come la principale piattaforma politica internazionale, multi-attore e intergovernativa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione che promuove il coordinamento, la convergenza e la coerenza delle politiche per realizzare il diritto ad un’alimentazione adeguata. Francesco Petrelli, AffInt 4

 

 

 

Diabete, nuova tecnologia 'user centered' per gestione intelligente malattia

 

Obiettivo del dispositivo lanciato da MOVI SpA, consentire ai pazienti una migliore qualità di vita

Un nuovo strumento per gestire il diabete. In Italia, il 6,6% della popolazione generale e il 7,7% della popolazione adulta ha ricevuto una diagnosi di diabete. Tra questi, la diagnosi di diabete di tipo 1, tipologia autoimmune che determina la totale assenza di produzione dell'insulina, rappresenta circa il 10% dei casi. Non solo: 1 minore su 1.000 ha ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 1. Una condizione cronica che richiede ogni giorno un approccio attento e continuativo da parte di pazienti, caregiver e specialisti. Secondo le proiezioni dell'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, ci si aspetta che entro il 2028 il numero di italiani affetti da patologie croniche, raggiunga la cifra impressionante di 25 milioni, sottolineando l'urgenza di strategie preventive, di sensibilizzazione e management per affrontare questa crescente urgenza sanitaria, tra cui il diabete.

La buona notizia è che le persone di ogni età costrette a convivere con il diabete di tipo 1 potranno trovare un prezioso alleato nella tecnologia grazie a un innovativo sistema AHCL (Advanced hybrid closed loop), Tandem t:slim X2 con tecnologia Control-IQ, integrato a Dexcom G7, e a un algoritmo predittivo che automatizza e personalizza l'erogazione di insulina in base ai dati forniti dal sensore. Con questo nuovo dispositivo lanciato dall'azienda italiana MOVI SpA, leader nella distribuzione di soluzioni diagnostiche e terapeutiche pionieristiche – si legge in una nota - i malati potranno ottenere un notevole miglioramento della propria qualità di vita.

Come funziona il dispositivo

Il dispositivo medico di ultima generazione consiste di una pompa insulinica, di un sensore per il monitoraggio continuo della glicemia (Dexcom G7) e di un algoritmo predittivo di controllo che automatizza e personalizza l'erogazione di insulina in base ai dati forniti dal sensore, adattandosi alle esigenze individuali e offrendo una grande adattabilità, libertà ed una migliore qualità di vita in chi ne fa uso. Dal binomio di due partner come Tandem Diabetes Care, Inc. e DexCom, Inc. – riferisce la nota - l'innovativa tecnologia è stata progettata in ottica 'user centered', ovvero pensata per ottimizzarne e semplificare l'interazione con l'utilizzatore finale e per migliorare la gestione quotidiana da parte dei clinici.

Partendo dall'ascolto e da un'analisi dei bisogni, è stato sviluppato un sistema in grado di soddisfare le necessità di medico e paziente. Tra i vantaggi: miglioramento del controllo glicemico, gestione intelligente dell'insulina e praticità. Il sistema – dettaglia la nota - garantisce un aumento significativo del compenso metabolico e grazie alle nuove caratteristiche del sensore per il monitoraggio in continuo dei livelli di glucosio nel sangue, Dexcom G7 consente ai pazienti di poter trascorrere ancora più tempo in 'closed loop', ovvero di poter beneficiare più a lungo dell'erogazione automatizzata dell'insulina.

Il sistema AHCL di Tandem utilizza un algoritmo avanzato per modulare la somministrazione automatica dell'insulina basale e dei boli correttivi con una previsione dei livelli di glicemia a 30 minuti, ottimizzando così il controllo glicemico fin dai primi momenti di utilizzo. Un sistema che rappresenta una grande rivoluzione per i pazienti e per i medici che li hanno in cura. Il dispositivo è inoltre discreto, confortevole, dal facile utilizzo, dalle dimensioni ridotte, che integra un sensore più piccolo del 60%, che necessita di un tempo di avvio (warm-up) di soli 30 minuti, dalla grande flessibilità (periodo di tolleranza per la sua sostituzione di 12 ore) e dalla straordinaria accuratezza (MARD 8,2%).

Questo – fanno sapere dall'azienda - si traduce in una maggiore libertà nella routine degli utilizzatori e in un approccio al diabete più spensierato, così come in una maggior semplicità di gestione della terapia da parte del clinico. "Oggi siamo molto più sereni e anche mia figlia stessa gestisce la patologia in modo molto più adeguato rispetto all'inizio e noi ne beneficiamo. In questi 6 anni, abbiamo notato un miglioramento continuo nel supporto della tecnologia", racconta Samuele B., papà di Mia, ragazzina di 14 anni con diabete di tipo 1. "La terapia con il microinfusore ha migliorato sensibilmente la qualità della mia vita e semplificato la gestione della quotidianità" ribadisce Luca G., 47 anni, a cui hanno diagnosticato il diabete di tipo 1 nel 2019.

La tecnologia diventa quindi un alleato prezioso per migliorare la qualità della vita delle persone con diabete. Ne sono convinti il prof. Valentino Cherubini presidente Siedp (Società italiana di endocrinologie e diabetologia pediatrica), il prof. Angelo Avogaro presidente della Sid (Società italiana di diabetologia) e il prof. Riccardo Candido, presidente Amd (Associazione medici diabetologi) secondo il quale “è fondamentale la formazione dei clinici per poter conoscere e sfruttare al meglio questi sistemi, tanto che esiste un gruppo interassociativo per l'aggiornamento specifico degli Specialisti su queste tematiche”.

Per il lancio dell'innovativo sistema integrato, MOVI SpA organizza un ciclo di eventi di presentazione in giro per l'Italia. In quattro giorni, il tour dopo Milano (il 26 febbraio) e Bologna (27 febbraio), ha fatto tappa a Roma il 28-29 febbraio, dedicando questi appuntamenti all'informazione e formazione dei medici diabetologi, per scoprire le caratteristiche distintive del sistema e discutere il potenziale impatto positivo sulla vita quotidiana delle persone insulino-trattate, di tutte le età. L'organizzazione di eventi in diverse città non solo mira a rendere accessibile l'opportunità di partecipare ai professionisti sanitari provenienti da ogni parte d'Italia, ma ha anche l'obiettivo strategico di creare un forum di discussione e networking a livello territoriale, per favorire lo scambio di conoscenze, esperienze e tematiche specifiche allineate ai bisogni legati ai clinici che si occupano di diabete. Adnkronos 29

 

 

 

Presentazione a Roma del nuovo Rapporto Immigrazione e Imprenditoria

 

ROMA  – Viene presentato oggi, presso la Rappresentanza del Parlamento Europeo a Roma, il nuovo Rapporto Immigrazione e Imprenditoria curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con CNA: un’esaustiva analisi socio-statistica delle caratteristiche e dell’impatto dell’imprenditorialità immigrata in Italia, che si articola fino al livello regionale e locale, alla luce del più ampio contesto europeo. “L’Unione europea, con 37,5 milioni di residenti stranieri, si conferma – fotografa il Rapporto Idos Cna – come una destinazione privilegiata per i migranti internazionali, portatori di una vasta gamma di talenti e competenze sui quali spesso poggiano interessanti aspirazioni imprenditoriali. Le imprese gestite dagli stranieri non solo contribuiscono in modo significativo alla crescita economica dell’Ue, peraltro esercitando un impatto “per induzione” sulla generazione di ulteriori imprese e opportunità occupazionali, ma arricchiscono anche il tessuto sociale e culturale del continente, fungendo in molti casi da “ponti transnazionali” tra Paesi di arrivo e di origine, e consentendo così fruttuosi scambi e intrecci interculturali.

Tuttavia, nonostante il notevole potenziale imprenditoriale presente nella variegata popolazione immigrata dell’Ue, l’assenza di misure di sostegno mirate e la conseguente permanenza di ostacoli di natura giuridica, culturale e linguistica frenano il pieno sviluppo dell’imprenditorialità di origine straniera. In Italia, dove si concentra un sesto dei lavoratori autonomi stranieri rilevati nell’Ue, il Rapporto evidenzia una ininterrotta espansione dell’imprenditoria immigrata, anche in periodi di crisi e in controtendenza con l’andamento delle imprese autoctone, tendenti al ristagno o addirittura alla contrazione. Nel periodo 2011-2022, mentre le imprese gestite da italiani hanno conosciuto una flessione del 5,0%, quelle condotte da migranti hanno registrato un aumento di ben il 42,7%. Questo trend ha portato il numero totale di imprese gestite da migranti a 647.797 nel 2022, con una incidenza 10,8% del totale nazionale, a fronte del modesto 7,4% registrato nel 2011. L’imprenditorialità immigrata si conferma quindi non solo come un pilastro dell’economia italiana, ma anche come un esempio di dinamismo e resilienza, contribuendo in modo sostanziale al progresso sociale ed economico del Paese. La loro costante crescita, mai interrotta neppure in anni di crisi globale, si intreccia però con una persistente fragilità strutturale, che reclama una maggiore attenzione da parte dei decisori politici, tanto più considerando la più giovane età degli imprenditori immigrati (ha meno di 50 anni ben il 75,8% di loro, contro il 55,4% degli italiani). Sebbene le imprese a gestione immigrata siano presenti su tutto il territorio italiano, influenzando l’economia in modo trasversale, tuttavia la loro maggiore concentrazione si osserva nelle regioni centro-settentrionali (77,3%), con la Lombardia e il Lazio che emergono come principali epicentri di queste strutture imprenditoriali, contando rispettivamente 124mila e 81mila imprese.

Le ditte individuali dominano il panorama imprenditoriale tra gli immigrati, costituendo quasi i tre quarti (480mila, pari al 74,1%) di tutte le attività da loro gestite. Tuttavia, nel corso degli anni si è notato un continuo consolidamento della struttura imprenditoriale a guida alloctona, con un progressivo aumento delle società di capitale (119mila, il 18,4%). Guardando più da vicino, emerge chiaramente che i servizi sono il fulcro principale delle attività gestite dagli immigrati, costituendo il 59,0% del totale. A livello di comparti primeggia il commercio con il 31,8%, seguito da vicino dall’edilizia con il 23,9%. Il 79,1% dei titolari di imprese immigrate è di origine non comunitaria, con una marcata predominanza di marocchini (60mila), romeni (52mila) e cinesi (51mila).

Le donne immigrate, il cui protagonismo tra gli imprenditori stranieri appare in crescita, incidono tuttavia ancora per il 24,6% del totale e le attività da loro condotte si concentrano principalmente nei servizi, evidenziando una tendenza verso una diversificazione dei settori economici anche tra i gruppi nazionali di immigrati”. “Dal nostro lavoro – sottolinea Luca Di Sciullo, il presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS – emerge chiaramente la notevole convenienza, per l’Italia, nel promuovere e rendere quanto più solido il sistema delle imprese immigrate sul territorio, nella misura in cui costituiscono una potenziale e ‘fisiologica’ rete-ponte tra l’economia e il mercato italiani e i Paesi e le aree di origine degli imprenditori immigrati. Una rete di ponti già operante ‘in casa’, che ha dato buona prova di resilienza anche in periodi di crisi globale e che conferirebbe uno strategico respiro internazionale a un sistema interno ancora oltremodo chiuso, indebolito e bisognoso di innovazione e respiro internazionale”.

Concordando su questa prospettiva, il vicepresidente di CNA nazionale, Marco Vicentini, ha sottolineato il ruolo vitale dell’imprenditoria immigrata nel contesto europeo, dichiarando: “L’imprenditoria immigrata rappresenta un pilastro fondamentale per lo sviluppo sostenibile e inclusivo dell’Unione europea. La diversità e la ricchezza di prospettive che gli imprenditori immigrati portano con sé sono un catalizzatore per l’innovazione e la crescita economica. È pertanto cruciale accelerare il quadro normativo esistente per facilitare l’accesso degli immigrati ai visti lavorativi in Italia e nell’intera Europa, eliminando gli ostacoli burocratici e semplificando le procedure. Inoltre, si sottolinea la necessità di istituire un ente, sia pubblico che privato, dedicato specificamente a supportare gli investimenti imprenditoriali da parte degli immigrati. Questa entità avrà l’obiettivo di agevolare l’ingresso e l’espansione delle imprese immigrate nel mercato, garantendo loro un ambiente favorevole. Continueremo a impegnarci affinché sia garantito loro un ambiente favorevole, consentendo loro di sbloccare appieno il loro potenziale imprenditoriale e contribuire in modo tangibile al progresso sociale ed economico non solo del nostro Paese, ma di tutta l’Unione europea”. (Inform/dip 12)

 

 

 

 

L’evoluzione

 

Abbiamo preso atto che le nostre stime sul ruolo dei Connazionali all’estero hanno destato interesse. Forse, quella che abbiamo “imboccato”, da tanti anni, sembra la “strada” giusta per proseguire il nostro percorso informativo. Giacché le questioni sono d’interesse generale, ci sembra opportuno che lo scambio d’opinioni in merito avvenga in forma più approfondita. Ogni contributo d’idee sarà valutato e con gli eventuali adeguamenti.

 

Del resto, se fare, “politica” significa interessarsi anche ai problemi degli altri, allora ben venga la politica. L’intervento dei Lettori lo consideriamo di valore fondamentale per avviare un dibattito franco e generale. Così, anche i politici”sordi”, ne siamo convinti, potrebbero tornare a “sentire”. L’Italia è ben presente, anche politicamente, oltre confine; sarebbe meglio che ne fosse preso miglior atto anche da ci governa.

 

Questo quindicinale è per il dialogo. Per ritrovare, prima di tutto, una rappresentatività che ancora statica e da troppi anni sottovalutata, Le beghe” a scatola chiusa hanno da finire. L’evoluzione socio/politica non ha confini e di ciò abbiamo preso atto. Ancor prima dell’abbinata di Centro/Destra. La politica nazionale ha superato i confini della Penisola e le opinioni saranno motivo di valutazione. Da oltre vent’Anni, siamo per la “chiarezza”. Oggi più che per il passato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I drammi terribili delle guerre

 

Recensione al libro Le scomode verità nella II Guerra mondiale, di Vincenzo Di Michele

 

MILANO - La guerra non è un’avventura, come qualcuno ha sentenziato. Non è un’esperienza di vita. La guerra sconvolge uomini e paesi, li incenerisce, li annienta. La guerra lascia ferite e traumi che non si dimenticano più. Il tuono delle bombe, il sibilo delle sirene, le corse ai rifugi antiaerei, le maschere antigas per i capi fabbricato, i pali messi a sostenere i soffitti dei pianterreni per evitare che un ordigno li faccia sprofondare, la paura, il terrore, gli urli delle mamme, i pianti dei bambini, il coprifuoco, le tessere annonarie, le fucilate contro persone innocue, gli stupri. Sentii dire che la guerra ha una funzione economica, anche perché disincrementa le nascite e assottiglia le popolazioni. Cinismo, disumanità, ignoranza, e magari interesse in chi durante la guerra fa lievitare il conto in banca.

 

         Ho novant’anni e negli anni della guerra ero in grado di assimilare ciò che stava succedendo. Con i miei familiari ero sfollato a Martina Franca, dove arrivavano le voci dei disastri, tutte inquietanti, ansiogene. E dal piazzale del trullo la notte potevamo vedere l’orizzonte che s’infiammava. Lì c’era Taranto. Da bambini ci dicevano: arrivano gli americani, i liberatori, chissà se passeranno da qui; e se lo fanno che sarà di noi? Sarà un bene o un male? I tedeschi, passati da alleati a nemici, evacuavano, facendo altre distruzione, altri morti, altri feriti: per dispetto, per rabbia, per crudeltà.

 

         Gli americani ci “regalarono” prima le bombe, poi le chewing gum, la cioccolata, le sigarette Lucky strike, il woogie boogie. Alcuni sposarono le nostre donne, altri le lasciarono spegnendo in loro il sogno americano, altre vennero stuprate e lasciate sulla strada. Ricordo la borsa nera, il pane razionato, gli ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki … Terminato il conflitto, la gente sentì il bisogno di distrarsi, di dimenticare, di disperdere l’angoscia, affollando le balere. Dimenticò davvero?

 

         Poi abbiamo vissuto quasi 80 anni di pace, con l’illusione che mai più l’uomo avrebbe perduto i lumi della ragione. E invece ci ritroviamo nell’inferno con l’Ucraina quasi rasa al suolo e la striscia di Gaza infiammata, con la tregua che balugina tra un giorno e l’altro, insanguinati. La televisione manda immagini terrificanti: palazzi crollati, sventrati, scheletri di cemento, gigantesche macerie su migliaia di vittime, che i superstiti bagnano di lacrime. Ci domandiamo con paura: E se questa follia coinvolge altri Paesi? E se un potente fuori di testa, andando oltre le minacce, decide di sganciare la bomba atomica? Sarebbe l’apocalisse.

 

         L’uomo dissolve ciò che tocca. Chi odia la guerra e chi la teme sono impotenti, indignati, terrorizzati, disgustati nel vedere chi ordina la distruzione di massa sorridere davanti alle telecamere fra le mimose, simbolo di delicatezza, virtù delle donne, di riscatto da una condizione di ingiusta inferiorità. Che c’entra con la mimosa l’uomo che annulla un Paese con disumana freddezza? E gli altri? Hanno le loro colpe.

 

         L’abbiamo già vissuta la guerra in casa: non vorremmo che proseguisse, sconfinasse, accrescendo i lutti e il dolore. Immagino la sorpresa di Arrigo Benedetti quando entrò a Tombolo e incontrò i contadini che si tenevano lontano dai campi che erano stati minati; e nelle baracche degli Alleati erano ammonticchiati farina, birra in scatola, pizza preconfezionata, zucchero…

 

         Curzio Malaparte, futuro autore de “La pelle” (uscirà nel ‘49), descrisse i drammi di Napoli tra “segnorine” e sciuscià, fame, miseria, disastri, tormenti, una città meravigliosa, quasi unica, sconvolta. A Livorno i tedeschi disseminarono le strade di penne stilografiche e altri oggetti trasformati in ordigni che strapparono dita o mani o gambe, la vita a chi ebbe l’imprudenza di toccarli. La cattiveria, la brutalità fatte persona. Oltre a Napoli, Palermo, Roma, Pescara, Livorno... bombardate. A Milano la pioggia di fuoco mutilò la Scala, la Galleria Vittorio Emanuele, piazza San Fedele, demolì una scuola elementare a Greco, facendo un centinaio di morti. Ricordi non in ordine di data, ma lancinanti.

 

         A scatenare la memoria non sono stati soltanto i conflitti in Ucraina e nella striscia di Gaza, ma anche un libro di Vincenzo Di Michele intitolato “Le scomode verità nascoste nella seconda guerra mondiale” (Edizioni Vincenzo Di Michele, Roma, 2024), interessante, stile limpido, scorrevole. Di verità nascoste ce ne sono state davvero tante. Un esempio? Le foibe. Occultate per anni. Migliaia di corpi gettati negli anfratti, nelle grotte per sottrarli alla scoperta. Quante donne sono state violentate nella seconda guerra mondiale, in casa, in strada, ovunque. Quanti soprusi sono stati perpetrati contro le donne, ridotte allo stato di schiave anche nei posti di lavoro.

  

     “Sul fronte orientale i tedeschi violentarono le donne russe, mentre in Ucraina e Bielorussia rastrellarono e sterilizzarono le giovani donne e poi le assoldarono per soddisfare i desideri sessuali del loro esercito… La Germania era totalmente distrutta e in una situazione di grave indigenza”. Pagine crude, senza voli stilistici. Si inoltrano nei crimini nazisti, negli orrori dei campi di concentramento, dove la vita non aveva alcun valore, dove l’annientamento di massa era fatto sistematicamente: una vita si trasformava in fumo che usciva dai comignoli dei forni crematori. “Tu passerai per il camino”. E migliaia di esseri umani ci passarono.

    

     Di Michele dà spazio ai racconti delle donne ebree che sono riuscite a salvarsi dai campi recintati col fil di ferro spinato, con ferite sul corpo e nell’anima che non si cancelleranno mai. “Avrei voluto essere un cane, perché ai nazisti piacevano i cani”. I tedeschi non avevano una coscienza o un barlume di ragione… Consideravano subumani i prigionieri: “tutti esseri deboli, fisicamente tarati e sempre con le mani alzate in segno di resa, perennemente propensi alla sconfitta e al pianto”.

    

     Nel loro comportamento squilibrato i soldati di Hitler non facevano altro che infliggere violenze e umiliazioni. “Aizzavano i cani che mordevano i genitali agli uomini e il seno alle donne. A seguire premiavano queste bestie con carezze e coccole in maniera smisurata”. Uomini e donne per la fame e le scudisciate erano scheletri con gli occhi infossati. Uomini e donne, persone, certi di non sopravvivere fino al giorno dopo. I racconti di chi ce l’ha fatta sono tremendi. Umiliante è il numero che portano ancora sul braccio: numero che sta a testimoniare la condizione in cui erano ridotti: un numero e basta. Senza un nome. Senza più una storia. Fantasmi in cammino, chi aveva ancora la forza di muovere le gambe per fare un passo.

 

         Alla fine della guerra, davanti ai tribunali i responsabili di questi crimini si difesero dicendo che avevano obbedito agli ordini. Questo li assolve? Kappler fuggì dal Celio, un giorno di agosto. Forse raggomitolato in una valigia? L’ipotesi s’impose. Ma chi fu complice della fuga? Erich Priebke anche dinanzi al tribunale mantenne la sua boria senza allentarla un momento, sicuro di aver operato bene. Almeno così quando lo si vedeva comparire sul piccolo schermo. Chi è stato complice delle fughe dei nazisti che dovevano rendere conto delle loro azioni? Di Michele risponde senza esitazioni, senza dubbi.

 

     C’è un uomo – lo ricorda anche Di Michele – che tenacemente, instancabilmente, cercò ovunque i criminali nazisti, acciuffandone non pochi. Si chiamava Simon Wiesenthal, ed era stato liberato dagli alleati nel maggio del ‘45 dal campo di sterminio di Mauthausen. Di Michele incalza. Episodio dopo episodio, storia dopo storia. Compresa quella della scomparsa di Ettore Majorana, il fisico scomparso la sera del 25 marzo ‘38, a 31 anni. Era molto stimato da Enrico Fermi, che scrisse al duce per sollecitarne la ricerca.

    

         ll libro contiene anche una serie di immagini, tra cui quelle terribili delle bombe su Hiroshima (il 6 agosto) e su Nagasaki (il 9) del 1945. Scorrono anche quelle di Pierre e Marie Curie nel loro laboratorio all’Istituto di Fisica e Chimica di Parigi, e scene sulle brutalità della guerra. Ce n’è abbastanza. Speriamo di non vedere più affisso sui muri il manifesto con la scritta “Tacete, il nemico vi ascolta”. E speriamo di non vedere più nemmeno la foto della donna anziana vestita di nero che si aggira tra le macerie del suo paese. Franco Presicci, de.it.press 10

 

 

 

 

All’esame della Commissione Esteri/Difesa del Senato il voto europeo degli italiani residenti nei Paesi Ue

 

ROMA – La Commissione Esteri – Difesa del Senato ha avviato l’esame sulle intese, raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell’Unione europea, per garantire le condizioni necessarie per l’esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell’Ue per le elezioni del Parlamento europeo. Il relatore Roberto Menia (FDI) ha in primo luogo ricordato come Commissione sia tenuta a formulare un parere entro il prossimo 22 marzo al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in modo da consentire al Governo stesso di emanare un comunicato attestante il raggiungimento delle intese in questione. Menia ha poi spiegato come tali intese siano finalizzate a garantire, in particolare, la segretezza e la libertà del voto, la parità fra i partiti politici italiani, l’assenza di pregiudizio per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori italiani, la libertà di riunione e di propaganda politica, oltre alle condizioni necessarie per l’approntamento delle sezioni elettorali e per l’applicazione della legislazione italiana all’interno delle stesse. Il relatore ha inoltre sottolineato come l’atto del Governo in esame ponga peraltro in evidenza i casi in cui le autorità locali abbiano concesso il loro assenso, subordinandolo a specifiche condizioni, per permettere comunque lo svolgimento del voto presso le sezioni elettorali che saranno istituite dalle rappresentanze diplomatico-consolari nei 26 Paesi membri dell’Unione europea. Tra queste condizioni specifiche si ricordano per esempio l’opportunità che la campagna elettorale e le elezioni siano organizzate senza ricorrere a mezzi di comunicazione di massa (Belgio) e nel rispetto della normativa locale in materia (Estonia, Germania, Lettonia); così come la richiesta di istituire sezioni elettorali e di far svolgere le operazioni di voto unicamente o pressoché esclusivamente nell’ambito degli uffici dell’Ambasciata o dei locali diplomatico-consolari o degli Istituti Italiani di Cultura (Estonia, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia); oppure ancora l’impegno a comunicare luogo, date, orario e presunto numero di elettori per ciascun seggio esterno alle sedi diplomatico-consolari (Paesi Bassi) e il divieto di ingenerare confusione nello svolgimento della campagna informativa organizzata per la scelta dei rappresenti locali (nel caso del Lussemburgo). Nel testo viene inoltre precisato che le autorità di Austria, Bulgaria e Romania hanno fatto  riferimento alla condizione di reciprocità in relazione all’esercizio del voto da parte dei propri cittadini residenti sul territorio italiano. Menia ha poi riferito che, per quanto riguarda la data di svolgimento della tornata elettorale, gli altri Paesi dell’Unione europea non hanno posto obiezioni a che le operazioni di voto potranno svolgersi nelle giornate di venerdì 7 giugno (fra le 17 e le 22) e di sabato 8 giugno (fra le 7 e le 22): ciò al fine di permettere il successivo trasferimento in Italia delle schede votate, in ragione del fatto che lo scrutinio sarà effettuato presso le Corti di Appello dei capoluoghi delle cinque circoscrizioni elettorali in cui è suddiviso il territorio italiano. Nel sottolineare la necessità di concludere rapidamente l’esame del procedimento, il relatore ha formulato l’auspicio che la Commissione possa orientarsi ad esprimere un parere favorevole, tenendo conto dell’esigenza di consentire ai cittadini italiani lo svolgimento del voto nel territorio degli altri Paesi membri dell’Unione europea di loro residenza. A seguire è intervenuta la senatrice Francesca La Marca (Pd- America Settentrionale E Centrale) che ha evidenziato l’impossibilità per gli italiani residenti in Paesi extraeuropei di godere delle medesime condizioni per l’esercizio di voto dei cittadini europei. La deputata ha chiesto quindi di estendere a tutti gli italiani all’estero tali garanzie. Il seguito dell’esame del provvedimento è stato poi rinviato ad altra seduta. (Inform/dip 3)

 

 

 

 

“Pensando all’Italia”, concorso artistico-letterario per giovani italiani residenti all’estero. Fino al 31 ottobre 2024

 

ROMA – “Pensando all’Italia”: è il concorso artistico-letterario rivolto dall’Agenzia Italiana per la Gioventù a giovani italiani residenti all’estero (di età compresa tra i 18 e i 25 anni e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’Estero), “affinché possano approfondire la conoscenza della Nazione di origine delle loro famiglie e comprendere il significato di essere cittadini italiani ed europei”. L’iniziativa rientra nella nuova mission dell’Agenzia che prevede la realizzazione di attività di cooperazione nei settori delle politiche della gioventù e dello sport, anche a livello internazionale e con le comunità degli italiani all’estero d’intesa con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Con “Pensando all’Italia” l’Agenzia Italiana per la Gioventù intende:  “favorire la conoscenza della nostra Nazione attraverso la tradizione orale e/o lo studio delle fonti scritte; sostenere la partecipazione giovanile, l’inclusione sociale di giovani anche con minori opportunità o appartenenti a contesti svantaggiati; incoraggiare il talento e la creatività dei giovani italiani all’estero affinché tramite il concorso letterario culturale, possano sviluppare l’esercizio attivo della cittadinanza italiana ed europea, raccontando anche la propria idea di Italia di ieri e di oggi; promuovere reti e meccanismi di partecipazione sul territorio con realtà legate ai giovani, attivando collaborazioni significative volte a creare nuove sinergie e percorsi finalizzati ad accompagnare, nella gradualità e con completezza, la crescita umana e professionale delle nuove generazioni; incrementare la mobilità internazionale attraverso la realizzazione di una visita studio in Italia e/o in Europa. Il concorso ha come contenuto “la conoscenza di un personaggio storico italiano, che si è particolarmente distinto in diversi campi quali la letteratura, scienza, cinematografia, arte, musica ecc..; o di un avvenimento storico che ha segnato culturalmente la storia della nostra Nazione e per la capacità di incidere nella società; o di un monumento che in maniera significativa rappresenta il nostro Stato”. Il personaggio, l’avvenimento storico e il monumento devono essere riconducibili alla stessa regione italiana del candidato. Il concorso prevede le seguenti sezioni: Racconto breve e inedito a tema o intervista; Poesia; Narrativa epistolare; Rappresentazioni grafiche (disegno o fumetto).  Ogni concorrente può iscriversi a più sezioni del concorso. I giovani possono partecipare sia personalmente che come gruppo formato da tre giovani. I vincitori riceveranno una targa di riconoscimento e la possibilità di partecipare a una visita studio in Italia e presso le istituzioni Europee che si terrà entro il 14 giugno 2025. A tutti i partecipanti verrà consegnata una cartolina/ricordo dell’Italia. I giovani interessati potranno inviare la propria candidatura entro le ore 15 del 31 ottobre 2024. Per tutte le informazioni sui criteri di ammissibilità, la modalità di partecipazione, i documenti da allegare e la commissione valutatrice si rimanda a https://agenziagioventu.gov.it/wp-content/uploads/2024/02/Avviso_-_Concorso_letterario_def.pdf; https://agenziagioventu.gov.it/wp-content/uploads/2024/02/Allegato_n._1_-_Concorso_artistico_-_Letterario_-_Domanda_di_partecipazione.pdf  (Infor/dip)

 

 

 

 

Numerose iniziative per il 50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo”

 

FROSSASCO (Torino). Sabato 22 e domenica 23 giugno rievocheremo il 50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo” di S. Pietro Val Lemina. Stanno concretizzandosi numerose iniziative per solennizzare il 50° del Monumento inaugurato il 13 luglio 1974, dedicato alla fiumana immensa di corregionali che lasciarono nel corso di vari decenni il nostro Piemonte per emigrare, quasi sempre con dolore, sofferenza, rimpianto; moltissimi se ne andarono come esuli della miseria, ricchi però di un patrimonio di tradizione e valori che hanno caratterizzato la loro nuova realtà di pellegrini, costruttori di un mondo dai nuovi confini. Sono previsti, tra l’altro, incontri con figli e nipoti di emigrati provenienti da vari Paesi; incontri tra Comuni gemellati in varie parti del mondo, con scambio di esperienze (ricordiamo, tra gli altri, gli oltre 60 gemellaggi – i primi risalenti a 35 anni fa – tra Comuni piemontesi ed Argentini patrocinati dall’Associazione Piemontesi nel mondo); si terranno incontri istituzionali, approfondimenti culturali, dibattiti di attualità e proiezioni sul futuro; si scambieranno idee e proposte per interscambi, collaborazioni, progetti turistici identificati da una precisa connotazione “il turismo delle radici”, per la migliore accoglienza di coloro che vorranno assaporare il gusto e il profumo delle origini; non potranno mancare alcuni momenti musicali per riproporre sentimenti, sensazioni, nostalgie in musica, vecchi canti delle nostre tradizioni coronati dall’inno ufficiale dei Piemontesi nel mondo: “Noi soma piemontèis”.  Nell’incontro davanti al nostro Monumento confermeremo ancora una volta e trasmetteremo al futuro, alle nuove generazioni anche con gli strumenti e metodi di comunicazione attualizzati, il senso di appartenenza, l’unione e il senso di fraternità indipendente dalle distanze geografiche, la conferma di valori risalenti alle origini del fenomeno emigratorio, tuttora validi ed insiti nel nostro orgoglio “piemontese” aperto al mondo, all’umanità, messaggeri di concordia sull’esempio dei nostri emigrati, come descritto dal nostro grande poeta piemontese Nino Costa nella poesia “Rassa nostran-a – Ai Piemontèis ch’a travaja fòra d’Italia”: Tut ël Piemont ch’a va a cerchesse ‘l pan, tut ël Piemont con sua parlada fiera, che ‘nt le bataje dël travaj uman a ten auta la front… e la bandiera. Michele Colombino, Notiziario dell’Associazione gennaio-febbraio

 

 

 

Nasce il Premio Italia Radici nel Mondo. Racconto le mie radici plurime

 

Il Premio Italia Radici nel Mondo 2024 è organizzato dal Comune di Torricella Peligna, nell’ambito delle iniziative del MAECI "2024 - Anno delle radici italiane nel mondo", ed è un'attività culturale che si inserisce all'interno della XIX edizione del John Fante Festival “Il dio di mio padre”, in collaborazione con il Piccolo Festival delle Spartenze. Migrazioni e Cultura, con il contributo della Fondazione Pescarabruzzo, dell'Associazione Assud e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

 

Ideato da Giovanna Di Lello e Giuseppe Sommario, il Premio nasce dalla volontà dei due Festival di instaurare una collaborazione stabile e sistematica tesa ad ampliare, in Italia e all’Estero, la discussione sui temi e sui valori da sempre affrontati nelle due manifestazioni, che riguardano l’emigrazione italiana e le sue infinite declinazioni, l’italianità, il legame fra le comunità dei restati e quelle degli spartiti, i tratti identitari, le identità mobili, le radici che le due comunità condividono. Radici molteplici, multisituate, plurime, che non sono ferme in/ad un luogo o in/ad un tempo.

 

Il Premio non vuole essere celebrativo, o quantomeno non solo celebrativo, ma intende contribuire alla discussione sulla nostra storia migrante, arricchendola di nuovi contenuti, scrivendo nuove pagine, inaugurando una nuova narrazione, una nuova stagione nei rapporti fra l’Italia, gli italiani, e gli oriundi italiani sparsi in tutto il mondo.

 

Come afferma il linguista Raffaele Simoni, da un lato, le prime generazioni di emigranti italiani «pur avendo lasciato il paese da molto tempo hanno conservato molti meccanismi generativi dell’italiano»; dall’altro, le generazioni successive (II, III, IV) sono protagoniste «di una ripresa non accidentale di interesse e di “lealtà” verso la lingua [e la cultura] delle origini». Date tali premesse, si è pensato che un concorso letterario in lingua italiana fosse il modo migliore per omaggiare gli italiani nel mondo e i valori legati alle radici italiane di cui sono portatori sani.

 

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio al seguente indirizzo mail: premioitaliaradicinelmondo@gmail.com. Bando https://facebook.us12.list-manage.com/track/click?u=63c0d434ae41e1e56abb144a8&id=2b929c2f67&e=5859b561ca  De.it.press 6

 

 

 

 

13esima mensilità AVS: una giornata storica per una Svizzera sociale  

 

Molte persone hanno messo in evidenza la necessità di rafforzare il potere d'acquisto di una parte significativa della popolazione. Hanno sottolineato che è l'AVS che deve essere rafforzata nel sistema pensionistico e questo per tutte le generazioni. Con il loro voto, gli elettori e le elettrici hanno anche espresso la loro convinzione sulla solidità finanziaria dell'AVS oggi e in futuro.

 

L'ampio consenso che l'iniziativa ha ottenuto ovunque è un forte segno di solidarietà e l'approvazione sarebbe stata ancora maggiore se tutti gli abitanti di questo Paese, anche chi contribuisce al finanziamento dell’AVS ma non ha il diritto di voto, avesse potuto esprimere la propria opinione alle urne.

 

Le Colonie Libere Italiane in Svizzera hanno condotto un’intensa campagna a favore dell'approvazione dell'iniziativa e contribuito così al successo finale. In numerosi incontri e in molte azioni di piazza, i soci e le socie hanno informato in diverse lingue sull’oggetto in votazione, hanno risposto a domande, spiegato le ragioni del SÌ e confutato le obiezioni.

 

Le Colonie Libere Italiane in Svizzera sono consapevoli che la 13esima mensilità AVS è un passo significativo verso una Svizzera più sociale, ma un passo a cui ne devono seguire altri. Nei prossimi mesi altre importanti votazioni sono in programma, a partire da quelle sui premi delle casse malati a giugno. Le Colonie Libere Italiane continueranno il loro impegno a fianco dei sindacati, dei partiti politici e di tutti coloro che vogliono una Svizzera solidale e sociale. Fclis 6

 

 

 

Contributi e premi per la traduzione: pubblicato il bando 2024

 

ROMA - Diffondere la lingua e la cultura italiana all’estero: questo lo scopo dei Premi e Contributi per la divulgazione del libro italiano attraverso la traduzione di opere letterarie e scientifiche, nonché per la produzione, il doppiaggio e la sottotitolatura di cortometraggi e lungometraggi e di serie televisive destinati ai mezzi di comunicazione di massa promossi dalla Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale della Farnesina.

Il bando per l’edizione 2024 è stato lanciato il 1° marzo dal direttore generale Alessandro De Pedys, scadrà il prossimo 24 aprile ed è, come sempre, diviso tra Contributi e Premi.

Le richieste di Contributi possono essere presentate per: la divulgazione del libro italiano all’estero attraverso la traduzione e la pubblicazione di opere letterarie e scientifiche italiane, anche su supporto digitale (libro elettronico o e-book) la cui pubblicazione sia prevista in data non antecedente al 1° agosto 2024; e la produzione, il doppiaggio o la sottotitolatura di cortometraggi e lungometraggi e di serie televisive destinati ai mezzi di comunicazione di massa che saranno realizzati in data non antecedente al 1° agosto 2024.

Le richieste di Premi possono essere presentate per: opere letterarie e scientifiche italiane, anche in versione digitale (libro elettronico o e-book) che siano già state tradotte e pubblicate in data non antecedente al 1° gennaio 2023; e produzione, doppiaggio, sottotitolatura di cortometraggi e lungometraggi e di serie televisive destinati ai mezzi di comunicazione di massa già realizzati in data non antecedente al 1° gennaio 2023.

Le domande di Premi e Contributi possono essere presentate da editori, traduttori, imprese di produzione, distribuzione, doppiaggio e sottotitolatura, agenti/agenzie letterarie e istituzioni culturali con sede sia in Italia sia all'estero.

In ogni caso nella domanda dovrà essere indicato come beneficiario del contributo la casa editrice/l’impresa /l’istituzione culturale che ha acquisito/intende acquisire i diritti di pubblicazione dell’opera in lingua straniera.

Le domande devono essere presentate entro il 24 aprile 2024 all’Ambasciata d'Italia nel Paese cui l'iniziativa si riferisce, tramite gli Istituti Italiani di Cultura competenti per territorio, laddove esistenti.

In caso di opere diffuse o da diffondere in più Paesi, la domanda deve essere inviata - per il tramite dell'Istituto Italiano di Cultura competente per territorio, se esistente - all'Ambasciata operante nel Paese nel quale l'opera ha avuto o si prevede che avrà maggiore diffusione, con l'indicazione degli altri Paesi nei quali l'opera stessa è stata o si prevede sarà diffusa.

I moduli e la documentazione da allegare alla domanda sia per i Contributi sia per i Premi sono disponibili nel bando pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale su portale Italiana.

Per l’anno 2024 è prevista la concessione di sei Premi, per un ammontare di cinquemila euro ciascuno: per la lingua francese; per la lingua inglese; per la lingua spagnola; per la lingua tedesca; per la lingua cinese; per la lingua araba.

L’entità dei Contributi assegnati potrà essere uguale o inferiore a quanto richiesto nella domanda, in ragione del numero delle domande pervenute e delle disponibilità finanziarie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. (aise/dip 8)

 

 

 

 

Le Camere di Commercio italiane all’estero incontrano i deputati a Montecitorio

 

Il 7 marzo la rete delle Camere di Commercio italiane all’estero ha organizzato alla Camera dei Deputati a Roma un evento per presentare il valore aggiunto e le misure che vengono sviluppate dalla rete a supporto del Made in Italy 

 

ROMA – Per la prima volta le Camere di Commercio Italiane all’Estero hanno organizzato un evento a Montecitorio per presentare, ai deputati, l’importanza della rete delle CCIE e il valore aggiunto che queste esprimono sul territorio nel quale operano.

L’evento dal titolo “Lavorare insieme al futuro: le Camere di Commercio italiane all’estero vicine alle imprese nel mondo”, ha permesso di valorizzare anche le misure che le stesse CCIE mettono in campo a supporto del Made in Italy come, ad esempio, l’attrazione di investimenti esteri verso l’Italia e l’impegno profuso a favore della corretta interpretazione delle richieste del mercato che vengono puntualmente trasformate in opportunità di internazionalizzazione ed esportazione per le imprese italiane che vogliano espandersi oltre il confine nazionale (v. articolo Inform https://comunicazioneinform.it/alla-camera-dei-deputati-il-convegno-lavorare-insieme-al-futuro-le-camere-di-commercio-italiane-allestero-vicine-alle-imprese-nel-mondo/ ). In platea, con gli altri Segretari Generali delle CCIE, anche Fabrizio Macrì, della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Dopo il benvenuto di Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei deputati), di Nicola Carè (già Rappresentante dei Segretari Generali nel Consiglio di Assocamerestero e deputato), e al termine del videomessaggio del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, è stata la relazione del Presidente di Assocamerestero, Mauro Pozza, a dare avvio ai lavori e alla tavola rotonda. Numerosi gli argomenti trattati dai Presidenti di alcune Camere che hanno dato un’interpretazione puntuale sul modo in cui vengono affrontati temi, come: Innovazione e nuove tecnologie; Sostenibilità e transizione energetica; Attrazione investimenti esteri in Italia; Collaborazione Italia-Africa a sostegno dell’industria locale e delle eccellenze italiane; Valorizzazione del Made in Italy; Attrattività turistica dei territori; Organizzazione e offerta di servizi delle CCIE.

A moderare gli interventi, Domenico Mauriello, Segretario Generale di Assocamerestero. Il dibattito nella Sala della Regina della Camera dei Deputati è proseguito, poi, con l’intervento degli enti e delle istituzioni che collaborano quotidianamente con la rete delle Camere di Commercio Italiane all’estero, come Unioncamere, rappresentata dal Presidente Andrea Prete. Un evento indispensabile per migliorare, anche a livello politico centrale, la consapevolezza del ruolo cruciale volto dalla rete di Assocamerestero nella valorizzazione dell’imprenditoria Made in Italy nel mondo. (Inform/dip 12)

 

 

 

 

1 milione di euro per la promozione in Italia e all’estero delle eccellenze dell’Emilia-Romagna

 

Bologna - Ambasciatori di cibo e cucina dell’Emilia-Romagna in Italia e nel mondo. Il cuore agroalimentare del Paese, con i suoi tratti di qualità, economia per le imprese, cibo sicuro e sostenibile, identità culturale, Consorzi e filiere protagonisti, è al centro della campagna di promozione agroalimentare dei prodotti Dop e Igp per il 2024.

Un calendario lungo 12 mesi, tra appuntamenti nazionali e internazionali, che è partito già a febbraio con Slow Wine Fair, la fiera internazionale di vini organizzata da Slow Food, e che proseguirà con Ambasciatori del Gusto a Reggio Emilia, Cibus e Good a Parma, Macfrut a Rimini, Terra Madre a Torino, Vinitaly a Verona, Tramonto Divino in varie località dell’Emilia-Romagna, Motor Valley Fest a Modena.

Senza dimenticare la promozione delle 44 Dop e Igp regionali nel settore Ho.Re.Ca con il progetto “Nati qui, apprezzati in tutto il mondo” in collaborazione con Marr, la partecipazione al Summer Fancy Food di New York e la candidatura avanzata per ospitare la cerimonia nazionale dei premi della Guida Michelin 2024.

Eventi e appuntamenti che vedono la Regione Emilia Romagna in prima fila per la promozione delle proprie eccellenze agroalimentari nel Paese e all’estero con 900mila euro stanziati per il 2024, di cui 250mila dedicati all’estero.

Il programma è stato presentato a Bologna dall’assessore regionale all’Agricoltura, Alessio Mammi, insieme al segretario generale UnionCamere, Stefano Bellei, al direttore dell’Enoteca Regionale, Gian Luca Giovannini, e in collegamento Tommaso Ferazzoli di Universal Marketing, società organizzatrice in esclusiva per l’Italia del Summer Fancy Food di New York.

Presenti anche Andrea Barbi e Marco Ligabue e i rappresentanti dei Consorzi dei prodotti Dop e Igp dell’Emilia-Romagna, di Casa Artusi, Chef to Chef emiliaromagnacuochi, dell’Associazione italiana sommelier, di Slow Food e altri partner della Regione nelle attività di promozione.

“Siamo la regione con il più alto numero di indicazioni geografiche Dop e Igp - ha detto l’assessore Alessio Mammi - un comparto che porta tanti posti di lavoro (circa 135mila), economia di qualità, distribuzione di ricchezza sul territorio. Un quadro importante, dal punto di vista culturale e degli affari, di cui l’estero è un tassello fondamentale- aggiunge Mammi -. Vogliamo sostenere il nostro agroalimentare anche per rendere più forte il concetto del cibo come valore culturale che esprime una propria identità, e non può essere omologato né imitato perché strettamente legato al territorio, alle tradizioni delle famiglie e delle imprese. Le sue peculiarità vanno riconosciute, difese e tutelate come si fa con le opere d’arte”.

“È per questa ragione che si tratta di un’azione di strategia promozionale che investe i Consorzi, la ristorazione, le fiere internazionali, ma anche le piazze della nostra regione”, ha proseguito. “Mettiamo in campo una visione a trecentosessanta gradi, per tenere insieme tutti gli aspetti: quello più popolare, e quello dedicato ai professionisti. Il mercato nazionale e i paesi terzi. Per questo abbiamo puntato sulla promozione agroalimentare due anni fa negli Stati Uniti, siamo tornati per l’edizione 2023, e a numerosi Consorzi di Dop e Igp, e andremo a quella di quest’anno. Ritorniamo negli Usa perché il mercato nordamericano è sempre più da consolidare, è interessato ai nostri prodotti, li apprezza molto e c’è un importante potenziale nelle esportazioni”.

“Così come il Giappone, dove l’Emilia-Romagna è la prima regione esportatrice italiana. Un territorio che esprime soprattutto qualità, una garanzia per la sicurezza alimentare e per la salute, come abbiamo visto nella missione svolta lo scorso anno”, ha concluso Mammi. “L’Emilia-Romagna è il cuore agroalimentare del Paese, dobbiamo sostenere i nostri buoni prodotti e farli conoscere sempre di più anche per aumentare la produttività delle nostre imprese e il lavoro di tante famiglie e persone del nostro territorio”.

Dal 2020 al 2024 la Regione Emilia-Romagna ha investito circa 4,5 milioni di euro in promozione agroalimentare, di cui 2,5 milioni di euro per iniziative sul territorio nazionale e 2 milioni di euro in promozione estera e missioni internazionali con i Consorzi Dop e Igp verso i paesi terzi (in particolare Stati Uniti, Canada, Emirati Arabi Uniti, Giappone). La Regione in questi anni ha messo inoltre a disposizione delle imprese e dei Consorzi che hanno fatto attività di promozione 23,1 milioni di euro, attraverso i bandi dello Sviluppo Rurale, le risorse dell’Organizzazione comune di mercato e quelle dedicate all’Enoteca Regionale.

DOP E IGP IN EMILIA-ROMAGNA

I prodotti Dop e Igp ammontano a 3,6 miliardi di euro di produzione in Emilia-Romagna su 8,5 miliardi a livello nazionale e il comparto agro-alimentare nel suo complesso vale 34 miliardi di euro, di cui quasi 10 esportati e garantisce un alto tasso di occupazione.

La Dop economy vale oltre 80 miliardi di euro a livello europeo.

Le Indicazioni geografiche svolgono un ruolo importante nel mantenimento dell'attività economica e sociale nelle zone rurali e sono cruciali per preservare l'equilibrio territoriale a livello regionale. Un altro aspetto significativo di cui si è parlato è la ricerca: gli studi e le analisi per un livello qualitativo sempre migliore. (aise/dip) 

 

 

 

 

Presentato alla Camera dei Deputati il libro “Traiettorie. Guida psicologica all’Espatrio”

 

ROMA – E’ stato presentato alla Camera dei deputati il libro “Traiettorie. Guida psicologica all’Espatrio” sponsorizzato dalla Fondazione Migrantes, scritto dai curatori Anna Pisterzi (Psicoterapeuta), Giona Chiovetto e Gaia Figini (Tau Editore). Hanno partecipato all’incontro: il deputato Fabio Porta (Pd – Ripartizione America Meridionale), la Dottoressa Delfina Licata (Fondazione Migrantes), la Deputata Giulia Pastorella (Azione), la giornalista Elvira D’Ippolito, il Deputato Toni Ricciardi (PD – Ripartizione Europa), Paolo Masini (Presidente del MEI) e il moderatore Gianni Lattanzio (Direttore editoriale di “MeridianoItalia”). “Si tratta di riflessioni – ha esordito Lattanzio – di chi si muove, di chi cambia ambiente, di chi si trova a vivere in un ambiente diverso più volte nella sua vita. Devo dire che la psicologia degli spostamenti, come quella dell’emigrazione è connaturata nell’essere umano. La novità è che questo è il primo libro che affronta questo tema in maniera sistematica e scientifica” A seguire ha preso la parola Fabio Porta “L’idea di questa presentazione – ha spiegato il deputato – è nata parecchi mesi fa…ho letto la bellissima presentazione di Delfina Licata che ovviamente non è stata per me una sorpresa né nelle sue intuizioni, nemmeno nelle sue riflessioni, perché sono cose che abbiamo condiviso da tempo e ringrazio anche Delfina per la sua presenza. La presentazione di oggi da anche sostanza, con una seconda iniziativa nel giro di alcuni mesi, al lavoro dell’Intergruppo parlamentare Italiani per il Futuro Global, che ha proprio lo scopo di trasferire anche nelle istituzioni e nel parlamento una dimensione non solo storica ma anche molto presente. Tanto è che – ha proseguito Porta – come ci dice bene la Fondazione Migrantes con il suo ultimo rapporto italiani nel mondo, noi siamo tornati ad essere un paese che esporta più che importa in termini di risorse umane, cioè che ha più emigrati che immigrati. Il che vuol dire, come ci dice anche Delfina nella sua introduzione al libro che con le migrazioni siamo oggettivamente di fronte a un fattore strutturale e ineluttabile dell’umanità, e, aggiungiamo noi, anche un fattore di ricchezza. Un fenomeno che non va solamente studiato, ma seguito es accompagnato anche con apposite proposte di legge. Porta ha anche rilevato come l’emigrazione di una persona, con il suo impatto psicologico, non riguarda solo i singoli ma anche le famiglie che rimangono.  “Ho sfogliato la guida – ha affermato il deputato Ricciardi – e sono sicuro che ci sarà una seconda edizione. Ho notato che questa pubblicazione rappresenta uno strumento utilissimo per fornire le coordinate orientative ed è fatta con un approccio psicologico che condivido molto. D’altronde la migrazione è la percezione di sé. Tutto il dibattito sulla migrazione di ieri di e di oggi è influenzato da come viene raccontato, dalla percezione delle persone, e avere uno strumento come questo credo che sia fondamentale. Perché è come la cassetta degli attrezzi attraverso la quale tu riesci ad individuare le parole darle un significato, sottolineare attraverso la lettura dei vari capitoli, sezioni e voci. Nel libro –  ha aggiunto il deputato – non vi è un utilizzo delle parole a caso ma troviamo un’utilizzazione delle parole attraverso la loro interpretazione percettiva”, A seguire è intervenuto Paolo Masini:  “Mi fa piacere essere qui, – ha rilevato il Presidente del Mei – sono tornato da poche ore dal Brasile e più viaggi, più capisci quanto l’emigrazione italiana abbia segnato gli altri paesi, così si comprende che siamo una comunità in cammino. La parola migrazione – ha aggiunto Masini – cambia nome in base a quale parte della costa stai in quel momento. Il fenomeno può essere affrontato in maniera ideologica, ma può essere anche gestito affrontando la realtà, non mettendo la testa sotto la sabbia, facendo i conti con un pianeta in continua evoluzione”.  È poi intervenuta Loredana Cornero, già Segretaria Generale della Comunità Radiotelevisiva Italofona, che si è soffermata sulla comunicazione italiana all’estero, facendo riferimento a paesi in cui sono diffuse trasmissioni locali in lingua italiana. Cornero ha anche segnalato la realizzazione di un lavoro con Delfina Licata sulla lettura di genere nel contesto della comunità italiana all’estero. A seguire ha preso la parola Delfina Licata “Il tema della mobilità umana – ha esordito la ricercatrice – è fondamentale nella riflessione comune. Prima si parlava della strutturalità del fenomeno migratorio per il nostro paese, per il nostro popolo. Significa che ciascuno di noi nel proprio essere, nella propria individualità, nel contesto famigliare ha fatto, fa o farà un’esperienza migratoria, quindi, fa parte della nostra vita. La strutturalità del fenomeno – ha proseguito Licata – tende a ristrutturare la nostra individualità e la nostra comunità nazionale, ma anche il nostro essere all’interno di un contesto sociale di riferimento, che può essere la città dalla quale veniamo, la regione dalla quale veniamo o i paesi ai quali siamo legati professionalmente o personalmente.”  Licata ha inoltre rilevato sia come l’Italia si consideri più terra di immigrazione che di emigrazione, sia il forte incremento della presenza femminile nel flusso emigratorio.  La ricercatrice ha poi spiegato che la centralità nel fenomeno emigratorio non riguarda tanto il punto di partenza o di arrivo, ma l’esperienza individuale che è vissuta dall’individuo, che cambia la persona. Un’esperienza migratoria che va valorizzata. Licata, dopo aver sottolineato l’importanza del supporto delle istituzioni e delle associazioni all’emigrato nel corso del suo viaggio, ha infine parlato del ruolo dei “non assenti”, ovvero delle persone che rimangono nel paese di origine, i quali aiutano economicamente e psicologicamente l’emigrato all’inizio del suo viaggio o durante il suo percorso nel paese di accoglienza. E’ poi intervenuta la Deputata Pastorella che si è in primo luogo soffermata sulla propria esperienza all’estero e sulle problematiche da lei riscontrate. “Io penso – ha rilevato la deputata – che di queste tematiche non debbano parlarne solo i colleghi eletti all’estero, ma anche di chi si occupa delle politiche sul nostro territorio, perché le politiche per il nostro paese non riguardano solo chi resta, ma anche chi potenzialmente vuole andare all’estero e quindi va preparato”. Per la Deputata inoltre va cambiata la mentalità all’interno del nostro paese rispetto agli italiani all’estero che vanno inquadrati in un contesto positivo.

Ha poi preso la parola Elvira D’Ippolito “Devo dire – ha esordito la giornalista – che questo libro l’ho trovato sorprendente, innanzi tutto per la cura con cui affronta l’argomento che noi vediamo per scontato, ma in teoria non lo è. Mi è piaciuta tantissimo la grafica. La guida apre le porte ad un tema complesso che necessita di essere approfondito, soprattutto perché il benessere psicologico di persone che sono lontane dai loro parenti è importante”.  La giornalista si è inoltre soffermata del forte desiderio di tornare nel Paese d’origine che spesso si manifesta tra i nostri connazionali all’estero. Infine è intervenuta una delle curatrici del libro Anna Pisterzi: “Transiti psicologia di espatrio – ha spiegato – è un progetto che nasce nel 2017 dal lavoro di un gruppo di psicologi e psicoterapeuti che hanno avuto in cura persone all’estero che  hanno chiesto di fare terapia in lingua madre”. Pisterzi ha sottolineato come il progetto si sia nutrito e abbia continuato a crescere attraverso momenti fondamentali: il lavoro in clinica, la letteratura e la ricerca. “Sono molto contenta – ha aggiunto – che si sia colta nel dibattito l’attenzione alle parole, perché effettivamente nel mio mestiere le parole sono fondamentali.” Pisterzi ha poi definito la guida “uno strumento di prevenzione”, con la quale prepararsi per poter affrontare il fenomeno della migrazione. Inoltre la psicoterapeuta definisce la sua opera non come una vera e propria guida all’espatrio, ma come un lavoro che porta alla consapevolezza e a preparare la persona che sceglie di emigrare all’esperienza a cui andrà incontro”. (Lorenzo Morgia – Inform/dip 11)

 

 

 

 

A Friburgo il XII Congresso Internazionale del Deutscher Italianistikverband

 

Friburgo/Brsg - L’Università di Friburgo ha ospitato la scorsa settimana il XII Congresso Internazionale del Deutscher Italianistikverband che, organizzato dal Dipartimento di italianistica e sostenuto dal Consolato d’Italia a Friburgo, si è svolto nell’arco di tre giornate, dense di convegni con illustri professori ed appassionati studenti provenienti da tutto il mondo.

Il tema di questa edizione è stato il concetto di “categoria”, tra formazione, trasformazione e interazione connessa all’inesauribile complessità dei fenomeni letterari, linguistici e didattici.

Durante la cerimonia di apertura, la Console d’Italia a Friburgo, Francesca Toninato, portando ai presenti i saluti dell’Ambasciatore d’Italia in Germania, Armando Varricchio, ha ricordato la fruttuosa e necessaria collaborazione tra il mondo delle istituzioni e quello dell’università per la promozione della lingua italiana nel mondo. “L’insegnamento della lingua italiana è la base su cui poggia tutta la nostra politica culturale, un patrimonio materiale e immateriale cui attingere per affrontare le sfide della contemporaneità, un’eredità del passato, un ponte verso il futuro e una porta nel presente dell’italianità”, ha detto la Console richiamando la firma con cui lo scorso luglio è stata rinnovata la dichiarazione congiunta tra Consolato e Dipartimento quale esempio dell’impegno della sede consolare per la promozione linguistica e culturale, uno degli strumenti più diretti e immediati di proiezione esterna dell’Italia.

Il Consolato ha collaborato con il Dipartimento anche per l’organizzazione degli intermezzi musicali che sono stati eseguiti da alcuni studenti italiani della Musikhochschule Freiburg, già protagonisti del concerto di primavera del Consolato del maggio 2023.

Alla fine delle tre giornate del Congresso Internazionale del Deutscher Italianistikverband, i docenti e gli studenti presenti a Friburgo hanno avuto anche l’occasione di visitare la mostra “Fashion Panorama-The Italian New Wave”. Il personale del Consolato ha accolto gli ospiti nella sala dell’esposizione e li ha accompagnati in una visita guidata a loro dedicata sulla mostra a cura di Vogue Italia. (aise/dip 12) 

 

 

 

 

 

Grüne nach Tegel-Brand. Massenunterkünfte sind keine sichere Lösung

 

Am Dienstag brennt es in einer großen Zelthalle für Geflüchtete am ehemaligen Berliner Flughafen in Tegel. Wie sicher sind solche Großunterkünfte? Die Berliner Grünen sehen das nach dem Brand kritisch und fordern ein schnelles Umsteuern.

 

Nach dem Brand in der Geflüchtetenunterkunft auf dem Gelände des ehemaligen Flughafens Tegel fordern die Grünen im Abgeordnetenhaus Konsequenzen. „Der Großbrand in der Notunterkunft Tegel ist katastrophal“, sagte der migrationspolitische Sprecher der Grünen-Fraktion, Jian Omar, am Mittwoch.

„Es braucht mehr Anstrengungen, um Alternativen zur Massenunterkunft in Tegel zu schaffen. Sie ist ungeeignet und gefährlich für die dauerhafte Unterbringung von Geflüchteten.“ Omar forderte, die dezentrale Unterbringung von Geflüchteten müsse Priorität bekommen. Es gebe geeignete Flächen für Flüchtlingsunterkünfte in sogenannten Modularen Flüchtlingsunterkünften (MUF), in denen die Menschen in Wohnungen leben. Auch Sozialsenatorin Cansel K?z?ltepe (SPD) hat sich dafür ausgesprochen, Flüchtlinge zunehmend dezentral unterzubringen.

Derweil plant der schwarz-rote Senat auf dem Tempelhofer Feld mehr Kapazitäten für die Unterbringung von Geflüchteten. Bei einem Volksentscheid im Mai 2014 hatte allerdings eine Mehrheit der Wähler dafür gestimmt, das Tempelhofer Feld nicht zu bebauen. Im Februar 2016 wurde durch eine Änderung des entsprechenden Gesetzes die befristete Errichtung von mobilen Unterkünften für Geflüchtete ermöglicht. Diese Regelung ist inzwischen ausgelaufen. Schwarz-Rot hat aber Ende November einen Gesetzentwurf vorgelegt, der die Nutzung und Neuerrichtung von Flüchtlingsunterkünften bis Ende 2028 ermöglichen soll.

Flüchtlingslager auf Fläche eines NS-Zwangsarbeiterlagers

Grundsätzlich halten es auch die Grünen-Abgeordneten für richtig, die schon bestehenden Container zur Unterbringung von Geflüchteten weiterzunutzen und die Kapazitäten moderat zu erweitern. Der schwarz-rote Gesetzentwurf für die künftige Nutzung geht ihnen allerdings zu weit. Die Fraktion hat am Mittwoch einen Änderungsantrag eingebracht. Zum einen fordert sie, die Sportflächen auf dem Gelände des ehemaligen Flughafens nicht anzutasten.

Problematisch findet sie außerdem, dass es auf der möglichen Erweiterungsfläche in der Zeit des Nationalsozialismus ein Zwangsarbeiterlager gab. Sollten dort Flüchtlingsunterkünfte entstehen, sei das aus denkmalpflegerischer Sicht bedenklich – mögliche archäologische Grabungen und die Erforschung der Lagergeschichte könnten dadurch erschwert werden.

Brandursache weiter unklar

Am Dienstagmittag war eine der Zelthallen auf dem Gelände in Tegel in Brand geraten. Das Zelt mit einer Fläche von 1.000 Quadratmetern brannte den Angaben nach vollständig ab. Mehrere Hundert Menschen konnten rechtzeitig in Sicherheit gebracht werden. Neun Personen mussten nach Polizeiangaben vorsorglich medizinisch untersucht werden. Ins Krankenhaus kam niemand.

Das Landeskriminalamt ermittelt wegen des Verdachts der Brandstiftung. „Zurzeit ist noch Gegenstand der Ermittlungen, ob es sich um fahrlässige Brandstiftung oder eine vorsätzliche Brandstiftung handelt“, sagte eine Polizeisprecherin am Mittwoch. Die genaue Brandursache sei noch unklar. Es werde auch in andere Richtungen ermittelt. „Nach derzeitigen Erkenntnissen kann eine Einwirkung von außen auf die Halle ausgeschlossen werden“, teilte die Berliner Polizei mit.

Dem Betreiber zufolge konnten alle Bewohner die brennende Halle rechtzeitig verlassen. Die Feuerwehr verhinderte, dass das Feuer auf weitere Zelte übergriff. Die Notenunterkunft für Geflüchtete, in der seit Monaten mehrere Tausend Menschen untergebracht sind, gehört zu den größten in Deutschland. Ursprünglich war sie lediglich als Ankunftszentrum für ukrainische Kriegsflüchtlinge geplant. Weil in Berlin Alternativen fehlten, wurde es jedoch zur Großunterkunft ausgebaut und seit vergangenem Herbst noch einmal deutlich erweitert. (dpa/mig 15)

 

 

 

 

Mehr Schein als (selbstständig) Sein

 

Die EU stärkt die Rechte von Plattformbeschäftigten. Den Unternehmen bleiben allerdings Schlupflöcher, die nicht jedes Mitgliedsland schließen will. Tobias Mörschel & Oliver Philipp

 

Es war eine Überraschung für alle Beteiligten, als die EU-Mitgliedstaaten am Montag, 11. März, die Richtlinie über Plattformarbeit endgültig verabschiedeten – und dies ohne Zustimmung von Frankreich und Deutschland. Dies ist besonders bemerkenswert, da Entscheidungen im Rat normalerweise mit qualifizierter Mehrheit getroffen werden, was bedeutet, dass mindestens 15 Mitgliedstaaten zustimmen müssen, die zusammen mindestens 65 Prozent der EU-Bevölkerung ausmachen müssen. Dass sich dieses Mal kleinere Staaten nicht nach dem Abstimmungsverhalten der beiden größten Mitgliedstaaten richten und ihre gegenteiligen Interessen durchsetzen, ist neu und aus deutsch-französischer Perspektive bedenklich.

Verliert das „German-Vote“ damit seine Wirkung? Das Signal an die anderen Mitgliedstaaten ist jedenfalls deutlich: Es geht auch ohne Deutschland und Frankreich. In Deutschland hat abermals die FDP die Ampel-Koalition blockiert. Dadurch konnte die Bundesregierung, obwohl SPD und Grüne die Plattformrichtlinie begrüßen, sich nicht auf eine einheitliche Position einigen. Die deutsche Enthaltung wird in Europa als Ablehnung gewertet und schwächt das deutsche Ansehen. Ob sich dieser Trend fortsetzt, wird sich zeitnah bei weiteren EU-Beschlüssen, wie dem EU-Lieferkettengesetz, zeigen. Auch hier blockiert die FDP.

Dass die Richtlinie dennoch verabschiedet wurde, ist dem Stimmverhalten von Estland und Griechenland zu verdanken. Hatten beide Mitgliedstaaten die Richtlinie bis dato ebenfalls abgelehnt, änderten sie überraschend „im Geiste des Kompromisses“ ihre Haltung. Welche Zugeständnisse diesen Geist bewirkt haben, ist nicht bekannt. Insbesondere Estland, Heimat des globalen Plattformunternehmens Bolt, schien bis dahin wenig Interesse an einer stärkeren Regulierung von Online-Plattformen zu haben.

Wie ist die Verabschiedung der Direktive über Plattformarbeit zu bewerten? Vor mehr als einem Jahrzehnt begannen Plattformen wie Uber, sich in ersten europäischen Metropolen wie Paris oder London zu etablieren. Es dauerte jedoch bis 2021, bis die Europäische Kommission ihren Vorschlag zur Regulierung der Plattformarbeit und Verbesserung der Arbeitsbedingungen von Plattformbeschäftigten vorlegte. Ein zentraler Aspekt und Hauptstreitpunkt der Verhandlungen, die sich über zwei Jahre hinzogen, war der Beschäftigungsstatus der Plattformarbeiter. Viele der etwa 28 Millionen Menschen, die über Online-Plattform arbeiten, werden formal als Selbstständige eingestuft, obwohl sie ausschließlich für ein Plattformunternehmen tätig sind und eine klare Abhängigkeit besteht. Folglich haben sie keinen Anspruch auf Rente, Mindestlohn, Lohnfortzahlung im Krankheitsfall oder andere arbeitsrechtliche Schutzmaßnahmen wie Sozial- oder Krankenversicherung.

Bisher mussten Plattformbeschäftigte langwierige und kostspielige Gerichtsverfahren durchlaufen, um zu beweisen, dass sie Arbeitnehmer sind und somit Anspruch auf die damit verbundenen Rechte haben. Mit der neuen Richtlinie wurde die Einführung einer Beschäftigungsvermutung mit der Umkehrung der Beweislast beschlossen. Das bedeutet nun, dass es an den Plattformunternehmen liegt zu beweisen, dass die Beschäftigten keine Arbeitnehmer sind.

Dies ist ohne Zweifel ein wichtiger Schritt für Plattformbeschäftigte, darf allerdings nicht dahingehend missverstanden werden, dass Plattformen nun diejenigen sind, die ein Verfahren einleiten müssen. Es bedeutet lediglich, dass, wenn beispielsweise eine Arbeitsaufsichtsbehörde feststellt, dass ein Arbeitnehmer scheinselbständig ist und die Plattform aufgefordert wird, den Arbeitnehmer anzustellen, es in der Verantwortung der Plattform liegt, juristisch dagegen vorzugehen. Das Urteil der Arbeitsbehörde kann jedoch auch ausgesetzt werden, während die Plattform es gerichtlich anfechtet. Leider lässt hierüber die Richtlinie jedem Mitgliedsstaat freie Hand. Denn dies ist ein großes Problem: Oftmals bleiben Plattformarbeiter nur wenige Monate an einem Arbeitsplatz und arbeiten nicht mehr dort, wenn nach Jahren festgestellt wird, dass sie tatsächlich Scheinselbständige waren und Anspruch auf einen Arbeitsvertrag gehabt hätten.

Darüber hinaus ist in der Richtlinie festgehalten, dass die Modalitäten der Beschäftigungsvermutung von den Mitgliedstaaten festgelegt werden sollen. Dabei ist nicht weiter spezifiziert, wie diese gestaltet werden sollen, beispielweise, ob es sich um Kriterien handeln soll und wie eine Beschäftigung im Kontext von Plattformen definiert wird. Somit wird den Mitgliedstaaten eine beträchtliche Flexibilität bei der Ausgestaltung der Beschäftigungsvermutung überlassen. Dies birgt die Gefahr, dass in verschiedenen Mitgliedstaaten unterschiedliche Standards gelten, die davon abhängen, wie die Richtlinie von den Mitgliedstaaten interpretiert und in nationales Recht umgesetzt wird. Angesichts des starken Lobbyismus von Plattformunternehmen wie Lieferando oder Volt bedarf es keiner großen Fantasie, um anzunehmen, dass die Auslegung zugunsten dieser Unternehmen ausfallen wird. Folglich könnten Plattformbeschäftigte in engagierten Mitgliedstaaten, wie Spanien, die mit der Rider-Law bereits ein arbeitnehmerfreundliches Gesetz eingeführt haben, möglicherweise bessergestellt sein als Arbeitnehmer in Ländern wie Frankreich, die der Richtlinie von Anfang an skeptisch gegenüberstanden.

Die Richtlinie wird also kaum dafür sorgen, dass über Nacht jeder Plattformarbeiter den Beschäftigungsstatus erhält, der ihm zusteht. Vielmehr liegt es jetzt an den Mitgliedstaaten im Umsetzungsprozess soziale Schwachstellen der Richtlinie auszubessern, sofern kein Koalitionspartner dies blockiert. Eine besondere Rolle kommt hierbei auch den Gewerkschaften zu, die durch Tarifverhandlungen die Beschäftigungsvermutung durchsetzen können.

Wie wichtig effektive Umsetzungsmaßnahmen sind, zeigt ein Negativbeispiel aus Belgien. Ein belgisches Gesetz zur Plattformarbeit, das dem Richtlinienvorschlag der Kommission ähnelt, enthält keine Umsetzungsmaßnahmen, nicht einmal die Beweislast für die Plattformen. Infolgedessen hatten belgische Arbeitsbehörden keine Mechanismen zur Verfügung, um Maßnahmen gegen die Plattformen zu ergreifen, nachdem diese das Gesetz ignoriert hatten. Mehr als ein Jahr nach Verabschiedung des Gesetzes wurde kein Plattformarbeiter zum Angestellten gemacht.

Der Richtlinienentwurf der spanischen Ratspräsidentschaft sah solche Mechanismen vor – beispielsweise, dass die zuständigen Behörden Inspektionen bei Plattformunternehmen durchführen sollen, bei denen ein Arbeitnehmer als scheinselbstständig eingestuft wurde, oder dass Antragsteller auf Scheinselbstständigkeit Unterstützung erhalten. Beides wurde im endgültigen Text nicht übernommen, wodurch es der Richtlinie an klaren Umsetzungsinstrumenten fehlt.

Ein weiteres wichtiges Kapitel der Richtlinie ist dem algorithmischen Management am Arbeitsplatz gewidmet. Viele Plattformbeschäftigte, wie Essenslieferanten oder Uber-Fahrer, erhalten ihre Aufträge per App, werden per App lokalisiert, kontrolliert und ihre Leistung überwacht. Algorithmen haben die direkte Führung durch einen Vorgesetzten ersetzt. Daher ist es wichtig, für Transparenz zu sorgen und klare Grenzen abzustecken, auf welche Daten der Algorithmus zugreifen darf –  und viel wichtiger, auf welche nicht. Die neue Richtlinie sieht ein vollständiges Verbot der Verarbeitung bestimmter Datensätze vor, beispielweise zum psychischen Zustand oder der Religionszugehörigkeit. Zudem sind private Gespräche oder Informationen außerhalb der beruflichen Tätigkeit der Person nunmehr tabu.

Wichtige Entscheidungen, wie beispielsweise in Bezug auf Vergütung, Kündigung oder Sperrung von Konten, müssen fortan immer von einem Menschen getroffen werden. Zusätzlich haben Plattformbeschäftigte die Möglichkeit, die Hilfe eines Datenexperten in Anspruch zu nehmen, um Zugang zu ihren Daten zu erhalten, wobei die Kosten von der Plattform getragen werden müssen. Diese Neuerung ist äußerst wegweisend und geht über die Allgemeine Datenschutzgrundverordnung (DSGVO) hinaus. Allerdings wird die DSGVO bereits oft nicht eingehalten. Daher bleibt abzuwarten, wie einfach es in der Praxis für Plattformbeschäftigte sein wird, die gewünschten Informationen zu erhalten, und ob die Plattformen die neuen Vorschriften einhalten werden.

Es ist ausgesprochen wichtig, dass dieser Ansatz weiterverfolgt wird. Es sollte nicht nur Plattformbeschäftigten ermöglicht werden, von mehr Transparenz und Fairness in Bezug auf algorithmisches Management am Arbeitsplatz zu profitieren, sondern diese Rechte sollten für alle Arbeitnehmer gelten, unabhängig ihrer Branche. Die Plattformrichtlinie und AI-Act der EU, dem das Europäische Parlament am Mittwoch, 13. März, zugestimmt hat, sind ein Schritt in die richtige Richtung, jedoch noch nicht ausreichend. Gewerkschaften fordern daher von der neuen Kommission nach den Europawahlen einen Vorschlag für eine Richtlinie zu KI am Arbeitsplatz.

Die Europäische Kommission hat sich mit dieser Richtlinie nicht weniger als eine europaweite Harmonisierung der Plattformwirtschaft mit einheitlichen Standards auf die Fahne geschrieben. Dieses Ziel, so deutlich muss man sein, wird nicht erreicht. Nichtsdestotrotz ist die Plattformrichtlinie ein Schritt in die richtige Richtung hin zu fairer Plattformarbeit. Dennoch reicht dies nicht aus. Es bedarf nun einer umfassenden Umsetzung auf nationaler Ebene, die die Interessen der Arbeitnehmer in den Mittelpunkt stellt, sowie starke Gewerkschaften. Zudem braucht es Regelungen im Hinblick auf algorithmisches Management am Arbeitsplatz, die über die Plattformwirtschaft hinausgehen und für alle Beschäftigten gelten. IPG 15

 

 

 

Niederlande. Rechtspopulist Wilders wird nicht Regierungschef

 

Rechtsextremist und Islamhasser Wilders verzichtet auf das Amt des Regierungschefs - trotz seines Wahlsieges. Seine möglichen Partner unterstützen ihn nicht. Ist der Weg nun frei für eine radikal-rechte Regierung?

Der Rechtspopulist Geert Wilders wird trotz seines hohen Wahlsieges nicht Ministerpräsident der Niederlande. Er wolle mit seinem Verzicht auf das Amt den Weg frei machen für eine radikal-rechte Regierung, teilte er am Mittwochabend auf X mit. Als Premier habe er nicht die Unterstützung seiner möglichen Koalitionspartner.

Vier rechte Parteien, darunter die extrem-rechte „Partei für die Freiheit“ von Wilders wollen über die Bildung einer Koalition verhandeln. Darauf haben sie sich in Gesprächen in den vergangenen Tagen geeinigt. Einzelheiten dazu sollen an diesem Donnerstag bekannt gegeben werden. Dann legt der vom Parlament beauftragte Sondierer, der Sozialdemokrat Kim Putters, seinen Bericht vor. In der nächsten Woche soll das Parlament darüber beraten und die weiteren Schritte beschließen.

Wilders sagte, er mache den Weg frei für eine rechte Koalition und eine Politik, die auf weniger Immigration und Asyl ziele. Dafür verzichte er auf das Amt. „Ich kann nur Premier werden, wenn alle Parteien in der Koalition das unterstützen“, schreibt der Fraktionsvorsitzende der Anti-Islam-Partei auf X. „Das war nicht so.“

Regierungschef: Wilders hat Plan noch nicht aufgegeben

Bei der vorgezogenen Parlamentswahl im November war die Partei für die Freiheit von Wilders mit Abstand stärkste Fraktion geworden, braucht aber mindestens zwei weitere Parteien für eine Mehrheit. Doch zwei der möglichen Partner, die rechtsliberale VVD des scheidenden Ministerpräsidenten Mark Rutte sowie die Mitte-Rechts-Partei NSC, hatten es abgelehnt, unter Wilders eine Koalition zu bilden. Vierte Partei in dem möglichen Bündnis ist die rechtspopulistische Protestpartei Bauerbürgerbewegung BBB.

Wilders hat seinen Plan, Regierungschef zu werden, noch nicht ganz aufgegeben. „Vergesst nicht: Ich werde noch Premier der Niederlande werden“, schrieb er kurz nach der Ankündigung auf X. „Mit der Unterstützung von noch mehr Niederländern. Und ist es nicht morgen, dann übermorgen. Denn die Stimme von Millionen Niederländern wird gehört werden.“

Der Chef der extrem rechten Partei für die Freiheit (PVV) will unbedingt eine radikal-rechte Regierung zusammenstellen und hat dafür bereits einen Großteil seines Parteiprogramms auf Eis gelegt. So hat er Gesetzesvorschläge zu einem Verbot des Korans und von Moscheen sowie den Entzug von Bürgerrechten für Menschen mit doppelter Staatsangehörigkeit wieder zurückgezogen. Auch gab er seinen Widerstand gegen weitere Militärhilfe für Ukraine auf.

Verzicht für Wilders kein großes Opfer

Die Gespräche der vier Parteien waren aber im Januar geplatzt. Daraufhin hatte der vom Parlament beauftragte Vermittler in Gesprächen mit den Parteichefs eine Lösung gesucht. Nach Informationen von Medien wird nun eine Art „außerparlamentarische Regierung“ angestrebt. Wie genau die aussehen solle, ist aber unklar.

Die vier Parteien wollen den Berichten zufolge keinen umfassenden Koalitionsvertrag schließen, sondern sich nur auf Grundzüge einigen. Dazu gehört die deutliche Reduzierung von Migration und Asyl. Die Parteien wollten auch alle Minister in die Regierung entsenden. Das könnten auch Experten sein. Wer Regierungschef dieses radikal-rechten Kabinetts werden wird, ist unklar.

Beobachter weisen auch darauf hin, dass der Verzicht für Wilders kein großes Opfer sei. Er kann nämlich weiter als Fraktionsvorsitzender aus dem Parlament heraus seine kritische Rolle spielen und muss nicht nach außen Verantwortung tragen. Wilders ist auch einziges Mitglied seiner Partei und will die Kontrolle über seine Fraktion behalten. Die besteht nun aus 37 der 150 Abgeordneten, die meisten sind neu und politisch unerfahren. (dpa/mig 15)

 

 

 

 

Brandmauer-Studie. Kooperationen mit rechtsextremen Parteien im Osten verbreitet

 

Besonders in ländlichen Regionen fällt die Abgrenzung von rechtsextremen Parteien offenbar schwer. Eine Studie dokumentiert Kooperation demokratischer Kräfte mit der AfD in Ostdeutschland – negativ fällt vor allem die CDU auf. Die Autoren warnen vor einer Normalisierung der Partei.

In Ostdeutschland ist Zusammenarbeit demokratischer Parteien mit Rechtsextremen auf kommunaler Ebene offenbar verbreiteter als bislang angenommen. Die der Linkspartei nahestehende Rosa Luxemburg Stiftung stellte am Mittwoch in Berlin eine Studie vor, die 121 Kooperationen im Zeitraum zwischen Juni 2019 und Dezember 2023 dokumentiert. Der Mitautor der Studie und Bildungsreferent der Stiftung in Sachsen, Steven Hummel, sagte, er gehe von einer wesentlich höheren Dunkelziffer aus.

In der Untersuchung wurden demnach lediglich Fälle formaler Zusammenarbeit auf der Grundlage von Sitzungsprotokollen aufgeführt. Die hauptsächliche Form der Zusammenarbeit sei gemeinsames Abstimmungsverhalten. Informelle Kontakte, wie etwa gemeinsame Anfahrten oder Freizeitaktivitäten, wurden nicht berücksichtigt.

Vor dem Hintergrund der Ergebnisse warnte die Stiftung vor derartigen Kooperationen. So werde der Normalisierung extrem rechter Parteien und ihrer Positionen Vorschub geleistet, heißt es in der Studie „Hält die Brandmauer?“.

CDU kooperiert am häufigsten mit Rechtsextremen

Der Untersuchung zufolge kooperiert die CDU am häufigsten mit rechtsextremen Parteien. Danach folgten mit größerem Abstand FDP, SPD, die Linke und die Grünen, hieß es. Ferner seien zahlreiche Beispiele von Zusammenarbeit mit kommunalen Wählervereinigungen dokumentiert.

Spitzenreiter sei mit 46 dokumentierten Kooperationen Sachsen, gefolgt von Thüringen mit 28 und Brandenburg mit 18 Fällen, teilte die Stiftung mit. In Mecklenburg-Vorpommern zählten die Autoren neun und in Berlin vier Fälle.

Kooperationen auch in der Erinnerungs- und Migrationspolitik

Die meisten Kooperationen gab es demnach mit 19 Fällen beim Thema Bauen und Infrastruktur, gefolgt von Haushaltsfragen mit elf Fällen. Jeweils zehn in der Studie dokumentierte Kooperationen gab es bei den Themen Geschichte und Erinnerungspolitik, Ordnung und Sicherheit sowie Organisation und Verwaltung. In acht Fällen gab es Kooperationen in der Migrationspolitik.

Als Beispiel nannten die Autoren unter anderem den Kreistag Sonneberg in Thüringen, der im November 2022 eine AfD-Resolution gegen hohe Energiepreise einstimmig annahm. Dort wurde im Juni vergangenen Jahres der bundesweit erste AfD-Landrat gewählt. In Cottbus sei im Oktober 2023 ein Antrag von AfD und CDU zur Aufhebung eines Beschlusses der Stadt als sicherer Hafen für Flüchtlinge auch mit einer Stimme aus der SPD angenommen worden.

Expertin nennt Befunde „brandgefährlich“.

Die Mitautorin der Studie und Neonazismus-Referentin der Stiftung, Anika Taschke, bezeichnete das Phänomen als „brandgefährlich“. Nötig sei eine Brandmauer, „die diesen Namen verdient“. Die Studie mache deutlich, dass das verbreitete Bild einer undurchlässigen Barriere gegenüber rechtsextremen Parteien in ostdeutschen Kommunen nicht der Realität entspreche. Die kommunale Ebene sei „kein politikfreier Raum“, sagte sie unter Hinweis auf Forderungen, bei vermeintlich unpolitischen Themen wie der Einrichtung von Zebrastreifen oder Kindergärten mit der AfD zu stimmen.

Angesichts ihrer Ergebnisse fordern die Autoren der Studie eine klare Haltung gegen Rechtsextreme in Kommunen sowie eine Stärkung von bedrohten Initiativen und Projekten. Taschke sagte, der Umgang mit Vertretern rechtsextremer Parteien sei gerade in ländlichen Regionen eine Abwägungsfrage. (epd/mig 14)

 

 

 

 

EU: Gesetz zur einheitlichen KI-Nutzung gebilligt

 

In Straßburg hat das EU-Parlament an diesem Mittwoch für ein KI-Gesetz gestimmt, das darauf abzielt, die Nutzung von Künstlicher Intelligenz in der Europäischen Union einheitlicher und sicherer zu gestalten. Papst und Vatikan haben sich zum Thema KI mehrfach geäußert.

Die Regelung wird als weltweit erstes umfassendes KI-Gesetz eingeordnet. Auf den Text hatten sich Parlament und Rat im Dezember 2023 geeinigt.

Die Vorschrift soll sicherstellen, dass KI-Systeme transparent, nachvollziehbar, nicht diskriminierend und umweltfreundlich sind. Der Gesetzesvorschlag basiert auf einem Plan der EU-Kommission von 2021, der die Einteilung von KI-Systemen in verschiedene Risikogruppen vorsieht. Hierbei sollen höhere Anforderungen für Anwendungen gelten, die potenziell größere Gefahren bergen. Insbesondere ist die Manipulation des menschlichen Verhaltens durch KI in Europa verboten.

Risiken minimieren durch transparente Regelungen

Künstliche Intelligenz bezieht sich auf Anwendungen des maschinellen Lernens, bei denen Software große Datenmengen analysiert, um daraus Schlussfolgerungen zu ziehen. Die steigende Verbreitung von KI birgt potenzielle Gefahren, weshalb die Europäische Kommission betont, dass Regulierungen erforderlich sind, um mögliche Risiken zu minimieren. Besondere Bedenken bestehen dabei bei biometrischen Überwachungen und KI-gestützten Entscheidungen in Bereichen wie Strafverfolgung, Bildung und Erziehung.

Anpassungen innerhalb von sechs Monaten

Das Gesetz würde für alle gelten, die KI-Systeme innerhalb der EU entwickeln, anbieten oder nutzen, unabhängig von öffentlichen oder privaten Akteuren innerhalb oder außerhalb der EU. Nach der Annahme des Gesetzes müssten die Mitgliedsstaaten verbotene Systeme innerhalb von sechs Monaten schrittweise außer Betrieb nehmen. Innerhalb von zwei Jahren würden alle Punkte des Gesetzes vollständig umgesetzt sein.

Im Falle von Nichteinhaltung des Gesetzes müssen die Mitgliedstaaten Sanktionen, einschließlich Geldstrafen, gegen Unternehmen verhängen, die die Vorschriften nicht einhalten. Privatpersonen können Verstöße bei nationalen Behörden melden, die dann Überwachungsverfahren einleiten und gegebenenfalls Strafen verhängen können.

Vatikan-Standpunkt zu KI

Papst Franziskus betont immer wieder die Chancen und Risiken von Künstlicher Intelligenz, so zuletzt etwa in seiner Botschaft zum Weltfriedenstag am 1. Januar. Dabei warnt er vor möglichen Gefahren wie Fake News und Diskriminierung durch KI und fordert einen verantwortungsbewussten Umgang. Zum Beispiel lehnt er den Einsatz von KI in Auswahl- und Entscheidungsprozessen sowie in der Rüstungsindustrie ab. In der Vergangenheit forderte er bereits internationale Regelungen und betonte die Notwendigkeit von Bildung, Überwachung und Regulierung.

2020 hatte die Päpstliche Akademie für das Leben gemeinsam mit IT-Wirtschaftsunternehmen eine Ethikerklärung zur Künstlichen Intelligenz unterzeichnet. Unterstützer des Appells vom 28. Februar 2020 waren neben der Vatikaneinrichtung Microsoft, IBM, die Ernährungs- und Landwirtschaftsorganisation der Vereinten Nationen FAO sowie das italienische Ministerium für Innovation. Anliegen des so genannten „Rome Call for AI Ethics“ ist die Förderung eines ethischen Ansatzes für Künstliche Intelligenz, bei der die Menschenwürde und das Gemeinwohl im Zentrum stehen. Dazu wurden drei Wirkungsbereiche - „Ethik“, „Bildung“ und „Rechte“ – sowie sechs Grundsätze ausformuliert. (vn 13)

 

 

 

Gemeinsame Position gegen Rechts. Arbeitgeberverband HessenChemie und IGBCE Hessen-Thüringen setzen ein Zeichen für Vielfalt und

RespektWiesbaden. In einer Zeit, in der rechtspopulistische Strömungen und Ausgrenzung zunehmend Sorgen bereiten, nehmen der Arbeitgeberverband HessenChemie und die IGBCE Hessen-Thüringen eine klare Stellung ein. Unsere Position ist unmissverständlich: Null Toleranz gegenüber Rechtspopulismus und Ausgrenzung.

Der Arbeitgeberverband HessenChemie und die IGBCE Hessen-Thüringen verstehen sich als Verfechter einer vielfältigen, respektvollen und diskriminierungsfreien Arbeitswelt. Unser Anliegen ist es, für eine offene Gesellschaft einzutreten, in der die Gleichwertigkeit aller Menschen eine Selbstverständlichkeit ist. Deutschland muss ein attraktiver Standort bleiben – ein Ort, der ausländischen Fachkräften nicht nur Arbeit, sondern auch eine neue Heimat bietet.

Gemeinsame gegen Rechtspopulismus, für Demokratie und eine offene Gesellschaft

Die Chemie-Sozialpartner in Hessen tragen dazu bei, die Werte der Demokratie und den sozialen Frieden zu wahren. Unser gemeinsames Verständnis von Wohlstand und Freiheit basiert auf dem Grundgesetz der Bundesrepublik Deutschland und der Einheit Europas. Jeglichen Bestrebungen, diese Grundpfeiler zu schwächen oder rechtspopulistischen Remigrationsplänen zu folgen, erteilen wir eine klare Absage.

Unsere Betriebe spiegeln die Vielfalt der Gesellschaft wider. Die Menschen, die bei uns arbeiten, sind Kolleginnen, Kollegen, Nachbarn und Freunde. Wir treten dafür ein, dass sich jede Bürgerin und jeder Bürger in unserem Land sicherfühlen kann. Deutschland soll ein attraktiver Standort bleiben, auch um ausländischen Fachkräften eine Heimat zu bieten. 

Mit der Hashtag-Kampagne #VielfaltStärktUns #gegenrechts #niewiederistjetzt #HessenChemie #IGBCE möchten wir ein sichtbares Zeichen setzen und die Öffentlichkeit für die Bedeutung von Vielfalt und Zusammenhalt sensibilisieren.

Hintergrundinformation:

Die Chemie-Sozialpartner sind die IGBCE Hessen-Thüringen und der Arbeitgeberverband Chemie und verwandte Industrien für das Land Hessen e.V. (HessenChemie). Im Arbeitgeberverband HessenChemie sind 310 Mitgliedsunternehmen mit 105.000 Beschäftigten der chemisch-pharmazeutischen und kunststoffverarbeitenden Industrie sowie einiger industrienaher Serviceunternehmen zusammengeschlossen. Die IGBCE Hessen-Thüringen betreut derzeit rund 81.000 Mitglieder unter anderem aus den Bereichen Chemie, Kautschuk, Papier und Glas. IGBCE  13

 

 

 

Hessen. Rechtspopulismus hat in der Integrationspolitik keinen Platz!

 

Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen (agah) warnt

eindringlich vor der Übernahme rechtspopulistischer Forderungen in

hessischen Kommunen und fordert die Landesregierung nachdrücklich

dazu auf, sich klar gegen solche Tendenzen zu positionieren.

Mit großer Besorgnis verfolgen die Ausländerbeiräte in Hessen die zunehmende

Implementierung rechtspopulistischer Narrative gegenüber Geflüchteten in der

Kommunalpolitik.

Kürzlich hat die agah davon Kenntnis erlangt, dass in einem hessischen

Kommunalparlament ein Antrag zur Behandlung anstehen wird, der darauf abzielt, eine Arbeitspflicht für Asylbewerber*innen auf Basis eines Stundenlohns von 80 Cent einzuführen.

„Ein solcher Antrag bedient das Narrativ der Rechtspopulisten von

arbeitsunwilligen Geflüchteten und spielt somit genau in die Hände von

Rechtspopulisten und Rechtsradikalen, gegen die die Zivilgesellschaft seit Januar

dieses Jahres mit Hunderttausenden auf die Straße geht“, so der agah-

Vorsitzende Enis Gülegen.

Der Landesvorsitzende weiter: „Zur Wahrheit gehört, dass sehr viele Geflüchtete

zur Arbeit bereit sind, ihnen aber hierbei Restriktionen und Verbote in den Weg

gelegt werden. Sie zu einer ausbeuterischen Arbeit zu verpflichten, bei der sie

maximal 64 Euro im Monat verdienen können, ist schlichtweg unwürdig. Solche

Forderungen werden nicht dazu beitragen, AfD-Wähler*innen zurückzugewinnen,

sondern sie eher an diese Partei zu binden.“

Darüber hinaus bleibt Folgendes festzuhalten:

• Ein solcher Vorschlag würde zu einem enormen Verwaltungsaufwand

führen, jedoch zu keinem erkennbaren wirtschaftlichen oder integrativen

Nutzen.

• Der Zugang zum Arbeitsmarkt für Geflüchtete ist stark eingeschränkt.

Asylbewerber*innen dürfen grundsätzlich erst nach drei Monaten arbeiten,

manche sogar erst nach sechs oder neun Monaten. Asylbewerber*innen

aus als sichere Herkunftsstaaten eingestuften Ländern haben überhaupt

keinen Zugang zum Arbeitsmarkt, wenn sie nach August 2015 ihren

Asylantrag gestellt haben.

• Der Weg zur Integration besteht darin, den Geflüchteten umgehend die

Einschränkungen beim Zugang zum Arbeitsmarkt zu nehmen und ihnen

den Zugang zu sprachlicher und beruflicher Weiterbildung zu ermöglichen.

• Angesichts des Fachkräftemangels, unter dem unsere Wirtschaft leidet, ist

es weder für die Wirtschaft noch für die Betriebe hilfreich, Menschen auf

Grünflächen oder Straßen zu schicken, um sie als Billigstarbeitskräfte

auszubeuten.

Die Landesregierung ist in der Pflicht, auf ihre Parteivertreter*innen in den

Kommunen Einfluss zu nehmen, um solche populistischen Anträge zu verhindern.

Rechtspopulismus kann nicht bekämpft werden, indem er nachgeahmt wird.

Die agah appelliert daher dringend an die Verantwortlichen in Land und Kommune,

wachsam zu sein und sich klar gegen rechtspopulistische Tendenzen in der

Integrationspolitik zu positionieren. „Es liegt in unserer Verantwortung als

Gesellschaft, eine offene, inklusive und gerechte Integration zu fördern, die auf

Respekt und Solidarität basiert“, so Enis Gülegen abschließend.

Agah, de.it.press 13

 

 

 

 

Mehr als 100 Rechtsextremisten arbeiten für AfD im Bundestag

 

Die Bundestagsfraktionen und Abgeordneten beschäftigen zahlreiche Mitarbeiter. Allein bei der AfD sind es mehr als 500 Personen im Bundestag. Einem Bericht zufolge sind mehr als 100 Rechtsextremisten darunter. Bundesinnenministerin Faeser will Regelverschärfung im Bundestag.

Für die AfD-Bundestagsfraktion und AfD-Abgeordnete sollen einem Medienbericht zufolge mehr als 100 Personen aus Organisationen arbeiten, die von deutschen Verfassungsschutzämtern als rechtsextremistisch eingestuft werden. Der Bayerische Rundfunk (BR) stützt sich in einem am Dienstag veröffentlichten entsprechenden Bericht auf „interne Namenslisten“ aus dem Bundestag und Mitarbeiterverzeichnisse aus der AfD-Fraktion, die er einsehen konnte. Die Fraktion wies den Bericht zurück und sprach von einer Kampagne.

Unter den Mitarbeitern sollen laut BR Personen sein, die namentlich in Verfassungsschutzberichten erwähnt werden, die Führungspositionen in beobachteten Organisationen innehaben und die als Referenten beim als rechtsextremistisch eingestuften Institut für Staatspolitik (IfS) in Schnellroda aufgetreten sind. Auch ein Vertreter des Vereins „Ein Prozent“, der vom Inlandsgeheimdienst zur sogenannten neuen Rechten gezählt wird und ebenfalls als rechtsextremistisch eingestuft wurde, ist demnach darunter.

Einen großen Teil der mehr als 100 Mitarbeiter, von denen die Rede ist, machen den Recherchen zufolge Mitglieder der AfD-Jugendorganisation Junge Alternative (JA) aus, die der Verfassungsschutz als gesichert rechtsextremistisch einstuft, und Mitarbeiter aus den AfD-Landesverbänden Sachsen, Sachsen-Anhalt und Thüringen, die von den dortigen Verfassungsschutzämtern als gesichert rechtsextremistisch eingestuft werden. Allein rund 25 Beschäftigte sind demnach in der JA und „Dutzende“ kommen laut dem Bericht aus den drei genannten Landesverbänden.

500 Personen arbeiten für AfD-Bundestagsfraktion

Der Erste Parlamentarische Geschäftsführer der AfD-Fraktion, Bernd Baumann, bezeichnete die Veröffentlichung am Dienstag in Berlin als „Teil einer üblen Kampagne“. Er verwies auf die in Münster laufende Gerichtsverhandlung zwischen der AfD und dem Verfassungsschutz und sprach von nebulösen Verdächtigungen. Die Veröffentlichung am selben Tag sei kein Zufall. „Da ist nichts dran“, sagte Baumann. Er nannte den Verfassungsschutz einen „Büttel der Innenministerien“. Die AfD kritisiert die Verfassungsschutzbehörden immer wieder als nicht unabhängig und geht gerichtlich dagegen vor, dass der Inlandsgeheimdienst sie beobachtet.

Insgesamt arbeiten den BR-Recherchen zufolge mehr als 500 Personen für die AfD-Bundestagsfraktion oder ihre Abgeordneten. Die Fraktion hat 78 Abgeordnete.

Faeser für Regelverschärfung im Bundestag

Bundesinnenministerin Nancy Faeser brachte in Reaktion auf den Bericht eine Regelverschärfung im Bundestag ins Spiel. „In Regierung und Behörden dürfen nur Menschen arbeiten, die fest auf dem Boden des Grundgesetzes agieren“, sagte die SPD-Politikerin der „Rheinischen Post“. Der Bundestag könne seine eigenen Regeln überprüfen und Verschärfungen diskutieren. Die Regierung halte sich da wegen der Gewaltenteilung heraus. „Klar ist aber: Wir sind eine wehrhafte Demokratie und müssen alle Mechanismen nutzen, um diese vor ihren Feinden zu schützen“, sagte Faeser.

Im Kurznachrichtendienst X, vormals Twitter, forderten die Bundestagsvizepräsidentinnen Yvonne Magwas (CDU) und Katrin Göring-Eckardt (Grüne) Konsequenzen aus den Recherchen. „Wir müssen als Präsidium hier aktiv werden“, schrieb Magwas. Göring-Eckardt postete: „Es kann nicht sein, dass Verfassungsfeinde im Deutschen Bundestag arbeiten und von dort versuchen, unsere Demokratie auszuhöhlen – bezahlt mit Steuerzahlergeld. Das sollte dringend überprüft werden.“

Debatte um Sicherheitsüberprüfungen

Der stellvertretende Vorsitzende der SPD-Fraktion, Dirk Wiese, sagte dem „Tagesspiegel“ (online), er sei sicher, „dass die damit einhergehenden Fragen zur Sicherheit des Landes und von Abgeordneten und ihren Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern mit aller Dringlichkeit im Präsidium des Deutschen Bundestags intensiv erörtert werden“. Er sieht in den Recherchen einen weiteren Beleg dafür, „wie eng die AfD längst mit dem Rechtsextremismus verflochten ist“.

Auch der Parlamentarische Geschäftsführer der Unionsfraktion, Thorsten Frei (CDU), sagte, die Auswahlpraxis der AfD-Bundestagsabgeordneten zeige einmal mehr, „dass die AfD in Teilen rechtsextremistisch ist“. Rein rechtlich sei es aber schwierig, Bundestagsabgeordnete bei der Auswahl ihrer Mitarbeiter einschränken zu wollen. Gegenmaßnahmen dürften zudem nicht zur Belastung für alle anderen Abgeordneten werden.

Hausordnung des Bundestags

Wer in Gebäuden des Bundestages arbeitet, bekommt für den Zutritt einen Bundestagsausweis. Dieser wird auf Antrag erstellt. Laut Hausordnung des Bundestages wird eine sogenannte allgemeine Zuverlässigkeitsüberprüfung der betreffenden Person durchgeführt, wofür Polizeidatenbanken genutzt werden. Der Antrag kann abgelehnt werden, „wenn begründete Zweifel an der Zuverlässigkeit der antragstellenden Person bestehen“. Der Ausweis kann später aus diesen Gründen auch wieder eingezogen werden.

Der Bundestag hatte nach Störungen durch eine Aktion der Gruppe „Letzte Generation“ und den Ermittlungen des Generalbundesanwalts gegen die frühere AfD-Abgeordnete Birgit Malsack-Winkemann im Zusammenhang mit mutmaßlich terroristischen Plänen einer Reichsbürger-Bewegung vor rund einem Jahr die Zugangsregeln für den Bundestag verschärft. Sie sehen unter anderem mehr Sicherheitskontrollen beim Einlass und eine jährliche Wiederholung der sogenannten Zuverlässigkeitsüberprüfungen bei allen Hausausweis-Inhabern vor. (dpa/epd/mig 13)

 

 

 

Taurus. Eingeengte Debatte

 

Beim Streit um den Taurus kommt die Risikoanalyse zu kurz. Dabei braucht die Ukraine langfristige Unterstützung – und die liefert Deutschland. Helmut W. Ganser

 

Festgezurrte Standpunkte bestimmen leicht die Wahrnehmung der Wirklichkeit, vor allem wenn diese komplex und schwer überschaubar ist. Leider hat sich die deutsche Taurus-Debatte nach dem abgehörten und vom russischen Propagandasender RT veröffentlichten Gespräch des Inspekteurs der Luftwaffe mit drei Offizieren auf die politische Deutung des Gesprächsverlaufs verengt. Es geht fast nur noch um die Frage, ob die Ukraine Taurus-Marschflugkörper einsetzen kann, ohne dass deutsche Spezialisten in der Ukraine bei der Programmierung mitwirken. Grundsätzliche und weitergehende strategische Überlegungen und Folgenabschätzungen finden praktisch nicht statt.

Es ist unwahrscheinlich, dass die Ukraine weitreichende Waffensysteme gegen Ziele auf russischem Territorium einsetzt, wenn vertragliche Auflagen der Geberländer dem entgegenstehen. Wahrscheinlich ist jedoch, dass Kiew Taurus-Flugkörper einsetzen würde, um die Brücke bei Kertsch zu zerstören. Dies wurde auch im abgehörten Gespräch der Luftwaffenoffiziere so angenommen. Die Zerstörung dieser langen Brücke durch die Mephisto-Sprengköpfe des Taurus wäre kein Selbstläufer. Experten des US Army War College haben in Foreign Affairs im Dezember 2023 eine detaillierte Analyse der Brückenkonstruktion vorgenommen. Sie kommen zu dem Schluss, dass die nachhaltige Zerstörung dieser langen Brücke mit Marschflugkörpern wie dem Taurus eine sehr schwierige Aufgabe wäre. Dazu sei eine massive Salve von sehr präzisen Treffern an tragenden Hauptpfeilern der Brücke notwendig.

Die Krimbrücken sind für die ukrainische Verteidigung gegen die russische Aggression völkerrechtlich legale und militärisch-operativ wichtige Angriffsziele, da die russischen Truppen im südlichen Frontabschnitt hauptsächlich über diese Brücken verstärkt und versorgt werden. Bisher ist es der ukrainischen Armee trotz mehrerer Angriffe nicht gelungen, die Brücken nachhaltig zu zerstören. In der Bundesregierung muss bedacht werden, dass Salven mit deutschen Taurus-Flugkörpern auf die Kertsch-Brücke ein spektakuläres, singuläres Ereignis im Kriegsverlauf wären, das die Angriffe auf das Hauptquartier der russischen Schwarzmeerflotte mit britischen und/oder französischen Marschflugkörpern im September 2023 weit in den Schatten stellen würde. Nicht nur in Moskau, sondern mit anderem Vorzeichen auch international würde die Zerstörung der Brücke als spezifische deutsche Leistung aufgefasst werden, während andere westliche Staaten der Ukraine keine Waffensysteme mit vergleichbarer Wirkung zur Verfügung stellen wollen oder können. Besonders heikel wäre dies, da durch die Unterbrechung der Nachschublinie über die Brücke keine wesentliche Veränderung der seit Herbst 2022 stagnierenden militärischen Lage an der Front zu erwarten wäre. Der Schwerpunkt der russischen Angriffe liegt in diesem Jahr überwiegend im östlichen Frontabschnitt, an dem die Russen nicht vom Nachschub über die Krimbrücken abhängig sind.

Scholz spürt vermutlich, dass Deutschland mit der Weitergabe des Taurus an die Ukraine unkalkulierbare Risiken eingehen und sich politisch-strategisch überheben würde. Warum sollte sich Deutschland weiter in diesem Krieg exponieren als die drei westlichen Nuklearmächte und ständigen Mitglieder im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen? Es verwundert, dass in der aufgeheizten Debatte die Tatsache keine Rolle mehr spielt, dass US-Präsident Joe Biden, völlig unabhängig von Donald Trump und der Blockade der US-Republikaner im Repräsentantenhaus, keine Waffensysteme mit einer Reichweite über 165 km an die Ukraine liefert. Trotz wiederholter Anforderungen aus Kiew, die ATACMS-Variante mit einer Reichweite von etwa 300 km zu liefern. Der Taurus hat eine Reichweite von über 500 km. Warum sollte Deutschland weiter ins Risiko gehen als die atomare Supermacht USA und die europäischen Nuklearmächte? In der US-amerikanischen Regierung wird an dieser Stelle klüger, besonnener und strategischer über mögliche Aktions-Reaktionsketten hinweg gedacht und analysiert – in der Absicht, das Risiko eines Krieges zwischen Russland und der NATO einzuhegen. In solchen Szenarien kann nämlich auch den USA die Eskalationskontrolle aus den Händen gleiten.

Wenn Großbritannien und Frankreich Spezialisten bei der ukrainischen Luftwaffe einsetzen, um die Zielplanung und Flugprogrammierung vorzunehmen oder zu überwachen, überschreiten sie eine Linie, hinter der sie faktisch zur Kriegspartei werden. In solch heiklen Fragen gibt es immer unterschiedliche Deutungen des Völkerrechts, gerade zwischen der angelsächsischen und der deutschen Schule. London und Paris agieren mit ihren Marschflugkörpern in der Ukraine vermutlich auch im Vertrauen auf ihr nukleares Abschreckungspotential und aufgrund ihrer geografischen Randlage im NATO-Raum. Wenn der britische Außenminister David Cameron jetzt anbietet, mit einem Storm Shadow-Taurus-Ringtausch Berlin zu helfen, interveniert er in die innenpolitische Berliner Debatte.

Es handelt sich zudem um ein politisch unfaires Angebot, denn bei Annahme des Vorschlags durch die Bundesregierung würde diese sich in Widersprüche verwickeln und die innenpolitische Debatte noch anheizen. Sie kann nicht einerseits das britische Vorgehen mit Storm Shadow-Spezialisten in der Ukraine als Modell für Deutschland ablehnen und es andererseits durch einen Ringtausch befördern. Es geht in der ganzen Debatte nicht um deutsche Befindlichkeiten und wie diese umgangen werden könnten, sondern um unterschiedliche politisch-strategische Einschätzungen.

Die Ukraine braucht von den europäischen Partnern in erster Linie eine starke und nachhaltige Unterstützung mit überlegenen westlichen Waffensystemen, schnelle Instandsetzungskapazitäten, viel mehr Munition für die Frontkräfte und die Luftverteidigung, sowie Systeme für die elektronische Kampfführung. Nur so kann sie die Frontlinie halten und die russischen Angriffskräfte zermürben und abnutzen. Im Feld der unterstützenden europäischen Staaten liegt Deutschland weit vorn. Die bisherigen Unterstützungsleistungen Frankreichs sind trotz des Marschflugkörpers SCALP marginal. Großbritannien leistet mehr als Frankreich, hat aber im Sicherheitskooperationsabkommen mit der Ukraine für 2024 weniger als die Hälfte dessen zugesagt, was die Bundesregierung zur Verfügung stellen wird. London bleibt damit auch im Verhältnis zum Bruttoinlandsprodukt weit hinter Berlin zurück. Paris und London sollten bei Waffenlieferungen und finanziellen Hilfen an die Ukraine aufschließen, zumal künftige US-amerikanische Unterstützungsleistungen angesichts der fortwährenden Blockade im US-Repräsentantenhaus ungewiss sind.

Olaf Scholz hat recht, wenn er sich nach sorgfältiger Abwägung gegen die Lieferung deutscher Taurus-Systeme an die Ukraine wendet, weil dies Deutschland tief in die Grauzone der Kriegsbeteiligung ziehen würde. Seine Entscheidung ist nachvollziehbar und entspringt der sicherheitspolitischen Gesamtverantwortung des deutschen Bundeskanzlers. IPG 12

 

 

 

Dortmund soll ein Gastarbeiterdenkmal bekommen

 

Dortmund bekommt ein Denkmal zur Würdigung der Lebensleistung von Gastarbeitern. Beschlossen wurde das Vorhaben bereits vor drei Jahren, der öffentliche Startschuss wurde jetzt gegeben. 200.000 Euro stehen für das Denkmal bereit.

Die Stadt Dortmund soll über ein Mitbestimmungsverfahren ein Gastarbeiterdenkmal bekommen. „Wir haben es in Dortmund bisher versäumt, die Lebensleistung der Gastarbeiter zu würdigen, die viel zum sogenannten Wirtschaftswunder beigetragen haben“, sagte SPD-Ratsmitglied Dominic de Marco vergangene Woche in Dortmund. Auf der Auftaktveranstaltung im Dortmunder Keuninghaus sollte mit einer öffentlichen Feier der Startschuss für das Verfahren gegeben werden.

Der Dortmunder Rat hatte bereits 2021 beschlossen, dass die Stadt ein Denkmal bekommen soll und dafür 200.000 Euro bereitgestellt. Seitdem wurde ein Beirat mit 14 stimmberechtigten Mitgliedern aus Politik, Wissenschaft, Kunst, dem Kulturausschuss, Integrationsrat und Migranten verschiedener Generationen gegründet.

De Marco stammt aus einer italienischen Gastarbeiterfamilie und ist Mitglied im Beirat. Er hatte 2021 den Antrag für das Denkmal im Rat gestellt. Es sei ihm wichtig, die Stadtgesellschaft und die Gastarbeiterfamilien mit an die Hand zu nehmen und einzubinden. „Ein Denkmal wird nicht die Welt verändern, aber es hilft den Diskurs anzuregen“, sagte de Marco.

Erste Generation im Fokus

Im Zentrum des Vorhabens stehen vor allem Menschen aus der ersten Generation, wie die 70-jährige Hatice Sar?kaya. Sie folgte Anfang der 70er-Jahre ihrem Ehemann aus der Türkei nach Dortmund. Sie war neben der Erziehung der Kinder zunächst als Arbeiterin in einer Fabrik tätig. Dann holte sie ihren Abschluss nach und studierte Sozialarbeit. Das war nicht einfach, erinnert sie sich Hatice Sar?kaya, es gab keine Sprachkurse, für jede Unterstützung musste sie erst kämpfen. „Es darf nicht vergessen werden, was die erste Generation hier in der deutschen Wirtschaft geleistet hat“, sagt sie.

In den kommenden Monaten sollen auf Veranstaltungen und in Erzählcafés Ideen aus der Bevölkerung für das Gastarbeiterdenkmal gesammelt werden, die dann in die Ausschreibung Ende August einfließen sollen. Der Beirat wird dann als Jury tätig und will drei Entwürfe öffentlich ausstellen. Ostern 2025 soll der finale Entwurf dem Dortmunder Rat zur Abstimmung vorgelegt werden. Auch Berlin plant ein Gastarbeiterdenkmal. (epd/mig 12)

 

 

 

Nuntius in der Ukraine: Papst will Dialog, nicht Unterwerfung

 

Der Papstbotschafter in Kiew, Erzbischof Visvaldas Kulbokas, sieht im Hintergrund der Aufregung um die jüngsten Worte des Papstes zum Ukraine-Krieg ein Missverständnis. Franziskus habe in geistlicher Weise auf eine politische Frage geantwortet, so der aus Litauen stammende Vatikandiplomat im Interview mit der italienischen Zeitung „La Repubblica“.

Er kritisierte in diesem Zusammenhang auch die betreffende Frage des Journalisten, in der er das Bild von der Weißen Flagge gebraucht hatte, welches Franziskus auch in seiner Antwort aufgegriffen hatte.

„Es sollte dem Papst überlassen werden, sich deutlicher zu erklären. Der Papst hat in geistlicher Sprache auf eine politische Frage geantwortet. Aber es fällt mir schwer zu verstehen, wie man mit der Frage beginnen kann, ob die Ukraine die weiße Fahne hissen soll oder nicht. Warum beginnen wir mit dem Opfer, mit den Geschädigten? Was ist das für eine Frage?“, so der Vatikandiplomat zu dem am Samstag teilweise bekannt gewordenen Interview des Schweizer Senders RSI. Der Papst habe das Bild lediglich aufgegriffen, dann jedoch präzisiert, dass „Verhandeln niemals eine Kapitulation ist“, erklärt der aus Litauen stammende Diplomat weiter.

Weiße Fahne Aufforderung an alle Parteien, Wege zum Frieden zu suchen

„Ich frage mich, warum der Journalist das Bild der weißen Flagge verwendet hat. Wenn es eine Aufforderung an alle Parteien bedeutet, Wege zum Frieden zu suchen, dann ist es ein Bild, das mir sehr gerecht erscheint. Offensichtlich schmerzt das Herz des Papstes angesichts der vielen Opfer des Krieges in der Ukraine, angefangen bei den Kindern. Um den Krieg zu beenden, hisst der Papst als Erster die weiße Fahne, um alle zum Dialog einzuladen, denn er ist betrübt über das unaufhörlich fließende Blut.“

„Um den Krieg zu beenden, hisst der Papst als Erster die weiße Fahne, um alle zum Dialog einzuladen, denn er ist betrübt über das unaufhörlich fließende Blut“

Wenn der Interviewer einen ausgewogenen Beitrag hätte liefern wollen, hätte er den Papst vor allem danach fragen müssen, was Russland tun könne, um den Krieg zu beenden. Und in diesem Fall hätte die Antwort lauten können: „Du sollst nicht töten und keine Soldaten, Raketen und Drohnen in die Ukraine schicken, das ist der wichtigste Punkt!“ Dies seien „sehr ernste Themen, die nicht mit episodenhaften Fragen behandelt werden sollten, zeigt Kulbokas sich überzeugt.

„Der Papst und auch ich als sein Vertreter sind in erster Linie für den geistlichen, moralischen und humanitären Diskurs zuständig und nicht für den politischen“, so Kulbokas, der bekräftigt, dass sein Gebet den Angegriffenen wie auch den Angreifern gelte.

„Der Papst und auch ich als sein Vertreter sind in erster Linie für den geistlichen, moralischen und humanitären Diskurs zuständig und nicht für den politischen“

Kulbokas führt weiter aus, dass das von Papst Franziskus eingebrachte Thema möglicher Verhandlungen auch in der ukrainischen Politik und Gesellschaft diskutiert werde. In der Ukraine werde gefragt, welche Alternative zu mehr Opfern führt. Die Ukrainer wüssten aus ihrer Geschichte, was eine Unterwerfung kostet. Dazu zählten die persönlichen Leiden, aber auch die kollektive Katastrophe der von Josef Stalin geförderten Hungerkrise von 1932/33, dem Holodomor.

Deshalb frage man in der Ukraine: „Sterben mehr Menschen, wenn wir uns dem Unterdrücker entgegenstellen - oder sterben mehr, wenn wir zu einer Übereinkunft kommen? Und wenn ja, was für eine Übereinkunft wäre das? Eine Unterwerfung darf es nicht sein.“

Die Einladung zum Dialog gehöre zum Auftrag des Heiligen Stuhls. „Wir laden ein zu Öffnung und Dialog unter den Völkern; diesen Aspekt wollte der Papst unterstreichen“, so Kulbokas. Dialog sei ein Mittel, um selbst größte Hindernisse zu überwinden. (repubblica/kna 11)

 

 

 

documenta sorgt weiter für Antisemitismus-Debatten

 

Ein Verhaltenskodex soll bei der documenta 16 Antisemitismus verhindern. Eine Initiative sieht dadurch die Kunstfreiheit bedroht und stellt sich mit einer Petition gegen politische Einflussnahme.

Wie geht es weiter mit der documenta? Nach dem Rücktritt der Findungskommission der documenta 16 im November vergangenen Jahres, befindet sich die Ausstellung in Kassel „auf dem Weg zu einem vollkommenen Neustart des Findungsprozesses“, erklären die Stadt Kassel und die documenta gGmbH. Zum Jahresende wird demnach die Bekanntgabe der Künstlerischen Leitung der 16. Ausgabe der Weltkunstschau im Jahr 2027 erwartet.

Zugleich ist eine Debatte um die Verhaltenskodexe entbrannt, die eine Managementberatung in ihrem Abschlussbericht zur Aufarbeitung des Antisemitismus-Debakels der fünfzehnten Ausgabe der Ausstellung im Sommer 2022 vorgeschlagen hat. Diesen sogenannten Codes of Conduct, die den Schutz der Menschenwürde sowie der Kunstfreiheit gewährleisten sollen, sollen sich die Geschäftsleitung und die Künstlerische Leitung jeweils verpflichten.

Initiative stellt sich gegen politische Einflussnahme

Die Initiative „#standwithdocumenta“ sieht dadurch die Kunstfreiheit gefährdet. Mit einer Petition stellt sie sich gegen Versuche politischer Einflussnahme auf die documenta. Über 3000 Unterschriften sind bislang zusammengekommen. Der Sprecher der Initiative, Wendelin Göbel, will die Aktion als Weckruf verstanden sehen. „Wir haben die Sorge, dass mit den Codes of Conduct die Kunstfreiheit durch die Hintertür eingeschränkt werden soll und befürchten einen großen Flurschaden für die documenta.“

„Niemand will Antisemitismus auf der documenta, auch nicht nur ein bisschen“, betont Göbel. Es dürfe keine Diskriminierung auf der Ausstellung geben. Dafür gebe es einen klaren rechtlichen Rahmen. Zugleich dürfe aber auch die Kunstfreiheit nicht eingeschränkt werden. „Es darf keine Vorkontrolle geben. Die Kunstfreiheit muss uneingeschränkt gelten“, fordert Göbel. Unterstützer der Initiative sind unter anderem die ehemaligen Kasseler Oberbürgermeister Hans Eichel, Bertram Hilgen und Wolfram Bremeier. Mit Gunnar Richter, Horst Hoheisel und Gernot Minke machten kürzlich auch drei documenta-Künstler aus Kassel ihre Unterzeichnung der Petition bekannt.

documenta-Gremien nehmen Sorgen ernst

Die documenta gGmbH und deren Aufsichtsratsvorsitzender, Kassels Oberbürgermeister Sven Schoeller (Grüne), nehmen die Sorgen der Initiative nach eigenen Angaben sehr ernst. Das Bekenntnis zum im Grundgesetz verbrieften Grundrecht der Kunstfreiheit teile die documenta gGmbH vorbehaltlos in allen Gremien der Gesellschaft, erklären sie. Die Sorge, diese sei durch die Umsetzung von im Rahmen der Organisationsuntersuchung empfohlen Maßnahmen gefährdet, sei aber unberechtigt. „Im Gegenteil ist diese gerade von der Absicht getragen, den grundgesetzlich geschützten Werten der Achtung der Menschenwürde und der künstlerischen Freiheit besseren Schutz zu gewährleisten.“

Der Code of Conduct der documenta gGmbH solle Grundwerte beschreiben, an denen sich deren sämtliches Handeln orientiere. „Ein Fokus soll es dabei sein, klarzumachen, dass die gGmbH sich eindeutig gegen Antisemitismus, Rassismus und sonstige Formen der Diskriminierung positioniert und ihre Einwirkungsmöglichkeiten unter Wahrung der Kunstfreiheit auch nutzen wird, um dieses Ziel zu erreichen.“ Über die Beschreibung der Grundwerte hinaus, solle er keine expliziten zensierenden Beschränkungen des kuratorisch-künstlerischen Handelns enthalten.

Der zweite Kodex solle erst nach der Berufung der Künstlerischen Leitung in einem von dieser zu definierenden Prozess erarbeitet werden. „Dieser zweite Code of Conduct soll die Grundwerte der Künstlerischen Leitung und die Zusammenarbeit mit externen Künstler:innen beschreiben und er soll Passagen enthalten, die beschreiben, wie gewährleistet wird, dass die Ausstellung die Menschenwürde nicht verletzt. Er soll dann dem Aufsichtsrat zu Kenntnisnahme und bewusst nicht zur Freigabe vorgelegt werden.“

Die Künstlerische Leitung sei also frei, selbst zu formulieren, wie sie dieses Ziel genau versteht und wie sie es in ihrem freien kuratorischen Wirken umsetzen will. „Das nimmt in Kauf, dass die künstlerische Leitung dieses Ziel ganz anders versteht als die gGmbH.“ Wichtig sei zudem, dass dieser Kodex nicht Bestandteil des Vertrages mit der Künstlerischen Leitung und auch nicht bereits vor dem Vertragsabschluss fertig formuliert werden solle.

Gleichwohl sei es sehr nachvollziehbar, dass alleine der Begriff „Code of Conduct“ Assoziationen wecke, es handele sich hier um die Einschränkung von Kunstfreiheit. „Bei allen Argumenten, die für einen Code of Conduct für die Künstlerische Leitung sprechen, kann ich auch die Haltung derjenigen verstehen, die dieser Idee kritisch gegenüberstehen. Auch ein Korsett, das man sich selber schnürt, bleibt am Ende ein Korsett“, räumt Schoeller ein.

Der eigentliche Zweck des zweiten Codes of Conduct bestehe ja letztlich darin, dass die Künstlerische Leitung und die Geschäftsführung möglichst frühzeitig in einen kommunikativen Austausch kämen, auch über Wertefragen. Das könne man möglicherweise auch anders umsetzen. „Ich kann mir sehr gut vorstellen, dass man einen festen Programmpunkt schon weit im Vorfeld einer Ausstellung setzt, bei der der Künstlerischen Leitung frei Gelegenheit gegeben wird, zu wesentlichen Fragen und damit auch zu Wertepositionen Stellung zu beziehen“, so Schoeller.

Kunstminister verspricht keine politische Einflussnahme auf Kunstfreiheit

„Politische Einflussnahme auf die grundgesetzlich geschützte Kunstfreiheit wird es nicht geben“, verspricht Hessens neuer Kunstminister und stellvertretender Aufsichtsratsvorsitzender der documenta, Timon Gremmels (SPD). Einer neuen künstlerischen Leitung müsse aber klar sein, dass es unter dem Deckmantel der Kunstfreiheit keinen Antisemitismus geben dürfe.

„Die Sorge, dass die künstlerische Freiheit, die ein Wesenskern unseres Grundgesetzes ist, eingeschränkt werden könnte, nehme ich sehr ernst“, führt Gremmels aus. „Deswegen ist darauf zu achten, dass alles dafür getan wird, um auf der einen Seite Antisemitismus auf Ausstellungen zu vermeiden, und um auf der anderen Seite die möglichst große Kunstfreiheit zu belassen.“ Das sei die Herausforderung. „Zwischen der vermeintlichen Freiheit, alles sagen und künstlerisch ausdrücken zu dürfen, und strafbaren Handlungen gibt es allerdings auch einen Raum der Öffentlichkeit.“ Diese sei ebenfalls gefordert. „Urteilskräftige Bürgerinnen und Bürger können und müssen sich äußern, wenn wir die Demokratie erhalten wollen.“

„Völlig unstrittig“ ist für Gremmels der Verhaltenskodex der Geschäftsführung. Ob ein Code of Conduct einer Künstlerischen Leitung der richtige Weg sei, müsse genau abgewogen werden. „Man kann nicht jedes Spannungsverhältnis mit Formulierungen und Forderungen im Vorhinein verhindern. Es wird immer Diskussionen geben.“ Und Teil der documenta sei ja auch der Diskurs um genau solche Fragen, die gesellschaftlich diskutiert werden sollten. „Wir werden uns das jetzt sehr genau anschauen und innerhalb des Aufsichtsrates bewerten.“

(dpa/mig 11)

 

 

 

Wochen gegen Rassismus - mehr als 4.000 Veranstaltungen geplant

 

Vor dem offiziellen Start erwarten die Organisatoren der UN-Wochen gegen Rassismus eine breite Beteiligung. „Durch die bundesweiten Demonstrationen gegen den Rechtsrutsch sind in diesem Jahr besonders viele Veranstaltungen zu den Internationalen Wochen gegen Rassismus vom 11. bis 24. März 2024 zu erwarten. Noch nie gab es so viele Materialbestellungen“, sagte Jürgen Micksch, Vorstand der Stiftung gegen Rassismus, am Montag in Darmstadt. Die Stiftung koordiniert die Aktionen in Deutschland.

In Erfurt ist für Montag die Auftaktveranstaltung in Zusammenarbeit mit der Landesregierung geplant. Diesjährige Botschafterin der Internationalen Wochen ist Justizministerin Doreen Denstädt (Grüne). Insgesamt sind in ganz Deutschland mehr als 4.000 Veranstaltungen mit über 250.000 Menschen geplant. Mehr als 1.900 religiöse Feiern und Gebete rufen zur Überwindung von Rassismus, Antisemitismus und antimuslimischen Rassismus auf. Vertretungen von neun Religionsgemeinschaften wollten am 15. März eine Erklärung veröffentlichen, wonach rechtsextreme Parteien für religiös geprägte Menschen nicht wählbar seien, so die Stiftung gegen Rassismus.

Am 17. März soll in der Marktkirche von Hannover ein Gottesdienst mit christlichen, jüdischen und muslimischen Ansprachen stattfinden. Für den gleichen Tag sind in der Frankfurter Katharinenkirche eine Predigt von Kirchenpräsident Volker Jung und Ansprachen von Daniel Neumann, Präsidiumsmitglied des Zentralrates der Juden in Deutschland, und Abdassamad El Yazidi, Generalsekretär des Zentralrates der Muslime in Deutschland, vorgesehen. Da gleichzeitig Ramadan ist, laden auch Moschee-Gemeinden zu gemeinsamen Iftar-Feiern anlässlich der Wochen gegen Rassismus ein, so die Stiftung.

Zudem seien zum Aktionstag #BewegtGegenRassismus am 16. März Veranstaltungen geplant, zu denen der Deutsche Fußball-Bund, die DFL-Stiftung, die Deutsche Sportjugend im DOSB, Pink gegen Rassismus und die Stiftung gegen Rassismus gemeinsam aufrufen. In Zusammenarbeit mit der Sportjugend finde zum Start der UN-Wochen auch der Vereinswettbewerb „(M)ein Verein gegen Rassismus“ statt, hieß es. (kna 10)

 

 

 

Franziskus zu Ukraine-Krieg: „Schämt euch nicht, zu verhandeln“

 

In einem Interview für den Schweizer Sender RSI hat Papst Franziskus Anfang Februar mit dem Journalisten Lorenzo Buccella seine Sicht auf den Krieg zwischen Israelis und Palästinensern, den Ukraine-Krieg, aber auch die Verantwortlichkeiten als Papst geteilt. Das Gespräch, das RSI am kommenden 20. März in der Kultursendung „Cliché“ ausstrahlen wird, wurde an diesem Samstag bereits über Agenturen publiziert. Christine Seuss – Vatikanstadt

 

Die Folge des Magazins „Cliché“, in der der Papst zu Wort kommen wird, dreht sich um die Farbe Weiß, die Farbe des Guten und des Lichts, aber auch eine Farbe, auf der Schmutz und Makel besonders deutlich aufscheinen.

„Es ist ein Krieg, und einen Krieg führt man zu zweit und nicht allein“

Auf die einführende Frage des Journalisten, wie er denn den Krieg zwischen Israel und Palästina einordnen würde, erzählt Franziskus, dass er täglich um 19 Uhr die Pfarrei in Gaza anruft, in der 600 Menschen ausharren und ihm ihre Erlebnisse berichten: „Es ist ein Krieg“, so Franziskus, „und einen Krieg führt man zu zweit, nicht allein. Die Unverantwortlichen sind die beiden, die ihn führen. Und dann ist da nicht nur der militärische Krieg, es gibt auch den ,Guerilla-Krieg‘, nennen wir das mal so, von Hamas beispielsweise, einer Bewegung, die keine Armee ist. Das ist eine hässliche Sache“.

Mut zu Verhandlungen

Früher oder später, das lehre auch die Geschichte, müsse es letztlich zu einer Einigung kommen, zeigt der Papst sich überzeugt. Dies gelte auch für den Krieg in der Ukraine, wo Stimmen lauter werden, den Mut für ein Hissen der Weißen Fahne aufzubringen, während andere darin eine Legitimierung des Stärkeren sehen: „Das ist eine Interpretationsweise“, räumt Franziskus ein. „Aber ich denke, dass der stärker ist, der die Situation erkennt, der an das Volk denkt, der den Mut zur weißen Flagge hat, zu Verhandlungen. Und heute kann man mit der Hilfe der internationalen Mächte verhandeln. Das Wort ,verhandeln‘ ist ein mutiges Wort. Wenn man sieht, dass man besiegt wird, dass die Dinge nicht gut laufen, muss man den Mut haben, zu verhandeln. Du schämst dich, aber wie viele Tote wird es am Ende geben? Verhandele rechtzeitig, suche ein Land, das vermittelt. Heute, zum Beispiel im Krieg in der Ukraine, gibt es viele, die vermitteln wollen. Die Türkei hat sich dafür angeboten. Und andere. Schämt euch nicht, zu verhandeln, bevor es noch schlimmer wird“, so der Appell des Kirchenoberhauptes in dem Interview für RSI, den öffentlich-rechtlichen Sender, der die italienischsprachige Schweiz bedient. 

„Verhandlungen sind nie eine Kapitulation. Es ist der Mut, das Land nicht in den Selbstmord zu treiben.“

Franziskus wird seit Kriegsbeginn nicht müde, für Frieden sowohl in der Ukraine als auch im israelisch-palästinensischen Konflikt zu werben. Für Verhandlungen vor dem Hintergrund einer drohenden militärischen Niederlage der Ukraine hatte er sich bislang allerdings nicht ausdrücklich ausgesprochen. Auch er selbst stehe als Vermittler immer zur Verfügung, bekräftigte er erneut: „Ich bin hier, Punkt. Ich habe einen Brief an die Juden Israels geschrieben, um über diese Situation nachzudenken. Verhandlungen sind nie eine Kapitulation. Es ist der Mut, das Land nicht in den Selbstmord zu treiben.“

Warum trägt ein Papst weiß?

Doch noch weitere Themen wurden in dem Interview gestreift, so ging es unter anderem darum, warum ein Papst Weiß trägt („Er war ein dominikanischer Papst. Er trug den dominikanischen Habit, der weiß ist. Und von da an haben alle Päpste weiß getragen. Wenn ich mich nicht täusche, war es Papst Pius V., der in Santa Maria Maggiore begraben ist“), welche Bedeutung die Farbe Weiß generell für die Kirche hat („es ist die Farbe der Freude und des Friedens“), und was Franziskus bei seiner Wahl gedacht habe, als er das weiße Papstgewand anlegen sollte („Ich denke nur an die Flecken, denn das ist schrecklich: Weiß zieht Flecken an“). Das weiße Gewand, in übertragenem Sinn, stelle auch die Herausforderung dar, sich nicht zu beflecken, was insgesamt für Menschen gelte, die im Dienst „großer Dinge“ stünden, so der Papst weiter.

Ein weißer Fleck auf dem dunklen Petersplatz

Breiten Raum in dem Gespräch nahm auch die Statio Orbis ein, mit der Papst Franziskus am 27. März 2020 bei strömenden Regen auf dem Petersplatz für ein Ende der damals wütenden Covid-Pandemie gebetet hatte. „Ein weißer Fleck mitten unter den Schatten“, wie es der Journalist in Bezug auf das Leitthema der Sendung nannte: „In dem Moment konnte man den weißen Fleck sehen, denn es war Nacht, alles war dunkel“, erinnert sich Franziskus an den Abend. Es sei „eine spontane Sache“ gewesen, ohne das Bewusstsein dafür, welche Bedeutung sie erlangen würde, „sowohl Einsamkeit als auch Gebet“.

Er sei in diesem Moment auf das Gebet konzentriert gewesen, habe nicht daran gedacht, dass seine Gesten über Mondovision weltweit ausgestrahlt und mit Bedeutung aufgeladen sein würden: „In diesem Moment war mir das nicht bewusst. Ich betete vor der Salus Populi Romani und vor dem Holzkruzifix, das von der Via del Corso gebracht worden war.“ Beides war eigens für das Gebet auf den Petersplatz gebracht worden, als Franziskus allein auf dem Vorplatz des Petersdoms stand. Auch er selbst habe in diesem Moment an der Corona-Situation gelitten:

„Ich litt und ich hatte die Pflicht des Vermittlers, des Priesters, für die leidenden Menschen zu beten. Ich dachte an eine Bibelstelle (vgl. 2 Sam 24), in der David bei der Volkszählung von Israel und Juda sündigt und der Herr 70.000 Menschen durch eine Plage vernichtet. Am Ende, als der Engel der Plage im Begriff ist, Jerusalem zu treffen, ist der Herr gerührt und hält den Engel auf, weil er Erbarmen mit seinem Volk hat. Ja, ich habe bei dieser Plage gedacht und gebetet: ,Herr, sei gerührt und erbarme dich des Volkes, das diese Plage erleidet‘. Das ist meine Erfahrung an diesem Tag.“ Er habe die Einsamkeit gespürt, während er im Regen auf dem Platz stand, räumt Franziskus weiter ein.

Einsamkeit und Verantwortung

Für ihn wiege die Verantwortung des Zeugnisses, die er als Papst habe, jedoch schwerer als die der Entscheidungen: „Denn mit den Entscheidungen helfen mir viele hier drinnen, sie bereiten vor, prüfen, und legen mir Lösungen vor. Doch im täglichen Leben hast du nicht so viel Hilfe.“

Wenn es Entscheidungen zu treffen gelte, käme es oft zu Situationen der Einsamkeit, doch dies sei allen gemein, wenn es um wichtige Lebensentscheidungen gehe, so Franziskus weiter. Allerdings sei dies eine „weiße“ Einsamkeit, während die Einsamkeit des Egoismus schwarz und hässlich sei, unterschied das Kirchenoberhaupt mit Blick auf den „weißen“ Faden der Sendung.

Krieg ein kollektiver Fleck

Es gebe individuelle Flecken, wie auch kollektive Flecken wie die Kriege, die alle beschmutzen, so der Journalist weiter. Kaum ein Investment sei ertragreicher als die Investition in Waffenproduzenten, pflichtet Franziskus ihm bedauernd bei. Dabei mache ihm nicht nur das größtenteils junge Alter der Opfer zu schaffen, sondern auch die Lücken, die sie in den kommenden Generationen hinterließen: „Der Krieg ist ein Wahnsinn, ein Wahnsinn“, so der Papst. Ein Bild verfolge ihn besonders: „Bei einer Gedenkfeier musste ich über den Frieden sprechen und zwei Tauben freilassen. Als ich das das erste Mal tat, flog sofort eine Krähe auf dem Petersplatz auf, schnappte sich die Taube und trug sie weg. Das ist brutal. Und das ist ein bisschen wie das, was im Krieg passiert. So viele unschuldige Menschen können nicht erwachsen werden, so viele Kinder haben keine Zukunft.“

Oft kämen ukrainische Kinder in seine Audienzen, direkt aus dem Krieg, so Franziskus weiter: „Keines von ihnen lächelt, sie wissen nicht, wie man lächelt. Ein Kind, das nicht weiß, wie man lächelt, scheint keine Zukunft zu haben. Lasst uns über diese Dinge nachdenken, bitte. Krieg ist immer eine Niederlage, eine menschliche Niederlage, keine geografische.“

„Es mag ein Krieg sein, der aus praktischen Gründen gerecht erscheint. Aber hinter einem Krieg steht die Rüstungsindustrie, und das bedeutet Geld…“

Letztlich gebe es immer diejenigen, die am Krieg verdienten, so Franziskus auch mit Blick auf Staatsoberhäupter, die nur dem Schein nach Frieden wollten, von Verteidigung sprächen: „Es mag ein Krieg sein, der aus praktischen Gründen gerecht erscheint. Aber hinter einem Krieg steht die Rüstungsindustrie, und das bedeutet Geld…“

Macht birgt Gefahr der Allmachtsfantasie

Wir alle seien Sünder und ein wenig scheinheilig, ging Franziskus im weiteren Verlauf des Gesprächs auf Menschen ein, die ihre Fehler nicht zeigten und „mit weiß“ übertünchten. Auch ihm selbst gelinge es nicht immer, sich von Sünden fernzuhalten: „Ich versuche, kein Lügner zu sein, meine Hände nicht in Unschuld zu waschen, was die Probleme anderer betrifft. Ich versuche es, aber ich bin ein Sünder, und manchmal schaffe ich das nicht. Wenn ich dann versage, gehe ich zur Beichte.“

Je mehr Macht ein Mensch habe, desto größer sei jedoch die Gefahr, dass er seine eigenen Fehler nicht richtig einschätze, so Franziskus weiter: „Es ist wichtig, ein selbstkritisches Verhältnis zu den eigenen Fehlern, zu den eigenen Ausrutschern zu haben. Wenn ein Mensch sich sicher fühlt, weil er Macht hat, weil er sich in der Welt der Arbeit, der Finanzen auskennt, ist er in der Versuchung zu vergessen, dass er eines Tages betteln wird, betteln um die Jugend, betteln um die Gesundheit, betteln um das Leben... das ist ein bisschen wie die Versuchung der Allmacht. Und diese Allmacht ist nicht weiß. Wir alle müssen reif sein im Umgang mit den Fehlern, die wir machen, denn wir sind alle Sünder.“ (vn 9)

 

 

 

 

David gegen Goliath: Mehr Freiheit statt Monopole!

 

In der Nacht von Donnerstag zu Freitag ist der Digital Markets Act (DMA) in der Europäischen Union in Kraft getreten. Das Digitalmarktgesetz will die Marktmacht der großen Tech-Konzerne begrenzen sowie die Daten der User:innen schützen und deren Rechte ausbauen. von Christian Schnaubelt

 

Es wirkt wie der biblische Kampf von David gegen Goliath (1. Samuel 17, 1-51): Die kleine Europäische Union versucht mit dem heute in Kraft getretenen „Gesetz über digitale Märkte, die „marktbeherrschende Stellung“ von 22 so genannten „Gatekeeper“-Riesen zu beschränken. Deren Betreiber sind die Tech-Konzerne Apple, Amazon, Microsoft, Alphabet und Meta aus den USA sowie der ursprünglich aus China stammende Konzern Bytedance (TikTok).

Die EU möchte mit dem DMA gleich mehrere Probleme in den digitalen Märkten bekämpfen, die durch Umfragen und bei den Beteiligungsformen zu den Gesetzen ermittelt wurden:

-60 Prozent geben an, als Verbraucher keine ausreichenden Wahlmöglichkeiten und Alternativen in Bezug auf Online-Plattformen zu haben; -61 Prozent sind bereits auf illegale Inhalte im Netz gestoßen; -65 Prozent sind der Ansicht, dass das Internet nicht sicher ist; -70 Prozent halte es für wahrscheinlich, dass Desinformationen durch manipulierende Algorithmen auf Online-Plattformen verbreitet werden -92 Prozent sind der Ansicht, dass Transparenz der Diensteanbieter wichtig sind.

Infolgedessen will das Digitalmarktgesetz als Antwort nicht weniger als „den digitalen Raum gerechter und offener zu gestalten.“ Die Techkonzerne werden dazu verpflichtet sich zu öffnen, den Schutz der Daten der User:innen zu gewährleisten und die Portabilität der Daten zwischen den Diensten zu ermöglichen. Bei „unfairen“ oder „wettbewerbswidrigen“ Verhalten drohen hohe Strafen und (theoretisch) die Zerschlagung der „marktbestimmenden Situation“.

WhatsApp, Apple & Co. haben bereits angekündigt, das DMA umsetzen zu wollen. Allerdings sind die bisher in die Wege geleiteten Neuerungen (z.B. im Apple Store) „umstritten“ und es werden die nächsten Monate zeigen, ob das DMA auch spürbare Verbesserungen für die User:innen bringt oder ob das heute in Kraft getretene Gesetz ein zahnloser „Papiertiger“ ist?

Fazit: Das „Gesetz über digitale Märkte“ der Europäischen Kommission greift den globalen Trend hin zu einer strengeren Regulierung der digitalen Welt auf, wie es beispielsweise auch der Vatikan im Januar 2024 gefordert hat. Das DMA könnte dabei ein wichtiger „Meilenstein“ werden, um die Rechte der Nutzer:innen im Web zu schützen und die Macht der marktbeherrschenden Techkonzerne zu begrenzen. Neben der regulatorischen Macht des Digitalmarktgesetzes bietet dieses auch die vielleicht letzte Chance, das Vertrauen bei den User:innen (zurück-) zugewinnen, wenn Unternehmen „fair“ und vollkommen „transparent“ agieren.

User:innen sollten wieder die Wahl haben, welche Dienste sie nutzen wollen und vor allem sollten sie festlegen können, welche ihrer Daten von den Diensten erfasst oder weitergegeben werden dürfen. Ohne Kontrolle wird es dabei aber sicherlich nicht gehen, denn es gilt: Wir brauchen mehr Freiheit statt Monopole!

Christian Schnaubelt, kath-de 9

 

 

 

 

„Rettet das EU-Lieferkettengesetz!“

 

Das katholische deutsche Hilfswerk Misereor ärgert sich darüber, dass das EU-Lieferkettengesetz vorerst gescheitert ist – und zwar unter anderem wegen der Enthaltung Deutschlands in Brüssel.

Der Menschenrechtsexperte Armin Paasch von Misereor fordert Bundeskanzler Olaf Scholz in einem Interview mit dem Kölner Domradio dazu auf, innerhalb seiner Koalition ein Machtwort zu sprechen und das Gesetz doch noch möglich zu machen.

Interview

Warum ist das Gesetz so wichtig? Deutschland hat immerhin ein eigenes Lieferkettengesetz.

„Wir brauchen das EU-Lieferkettengesetz, weil das deutsche Gesetz erhebliche Schwächen hat. Nach dem deutschen Gesetz müssen sich die Unternehmen ausschließlich um Risiken bei direkten Zulieferern kümmern. Schwere Menschenrechtsverletzungen passieren in der Regel aber tiefer in der Lieferkette. Dazu gehören zum Beispiel Vertreibungen, Umweltschäden wie durch brasilianische Eisenerzminen oder Kinderarbeit wie bei der Kakaoernte in Westafrika. Solche Menschenrechtsverletzungen passieren in der tieferen Lieferkette, die nicht klar erfasst ist.

Außerdem fehlt im deutschen Gesetz eine zivilrechtliche Haftungsregelung für Fälle, in denen deutsche Unternehmen zu solchen Schäden beitragen beziehungsweise diese mitverursachen. Betroffene haben somit kaum eine Chance, vor deutschen Gerichten Schadensersatz einzuklagen.

Ein dritter Punkt ist, dass Umweltaspekte nur lückenhaft erfasst sind. Der Klimaschutz ist zum Beispiel gar nicht teil des deutschen Gesetzes. Daher muss ein EU-Lieferkettengesetz diese Lücken füllen. Das hätte auch den Vorteil einer einheitlichen Regelung für die Unternehmen in der ganz Europäischen Union anstatt den aktuellen Flickenteppich aus nationalen Gesetzen. Das kann niemand wollen.“

„Die Behauptung zusätzlicher Bürokratie ist sachlich falsch“

Wirtschaftsverbände argumentieren, dass das EU-Lieferkettengesetz Wettbewerbsnachteile und viel Bürokratie in den europäischen Markt bringe. Eine Nachverfolgung bis auf den letzten Druckknopf sei kaum möglich. Würde das Gesetz auf EU-Ebene somit die Nachteile des deutschen Lieferkettengesetzes aufheben?

„Einen lückenlosen Nachweis fordert das geplante EU-Lieferkettengesetz auch nicht. Es fordert eine Risikoanalyse mit Fokus auf schwere Menschenrechtsverletzungen und Umweltschäden. Außerdem fordert das Gesetz, dass wenn solche Risiken auftreten, die Unternehmen ihr Vermögen nutzen müssen, um Schäden vorzubeugen. Das sollte eine Selbstverständlichkeit sein.

Die Behauptung zusätzlicher Bürokratie ist sachlich falsch. Das EU-Lieferkettengesetz sieht keine zusätzlichen Berichtspflichten für die Unternehmen vor. Es verweist lediglich auf bestehende Berichtspflichten. Mit dem Gesetz würden sogar die bisherigen Berichtspflichten nach dem deutschen Lieferkettengesetz erheblich reduziert werden. Es würde also Bürokratie abgebaut.“

Falsch ist auch die Behauptung unkalkulierbarer Haftungsrisiken. Haften würden die Unternehmen nur für Schäden, die sie selbst kausal verursacht haben. Diese Haftungsregelung hat Justizminister Marco Buschmann (FDP) in den Verhandlungen durchgesetzt, der Mitautor des EU-Lieferkettengesetzes ist. Sogar der Chef des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung, Marcel Fratzscher, spricht von einem moralischen Versagen im Falle einer deutschen Enthaltung und dass die Enthaltung der deutschen Wirtschaft schaden würde. Es ist auch nicht so, dass die Wirtschaft gegen das Gesetz ist. Hunderte Unternehmen und Unternehmensverbände unterstützen das Gesetz auf EU-Ebene.“

„Hunderte Unternehmen und Unternehmensverbände unterstützen das Gesetz auf EU-Ebene“

Die FDP war es, die dem Gesetz auf EU-Ebene nicht zustimmen wollte. In der Konsequenz führte dies zu der deutschen Enthaltung. Können Sie diese Kehrtwende erklären?

„Das war ganz klar ein wahltaktisches Manöver mit Blick auf die EU-Wahlen in diesem Jahr. Deutschland wurde mit der Enthaltung vom Protagonisten zum Bremser. Das hat in anderen Mitgliedsstaaten Fliehkräfte ausgelöst. Italien, Bulgarien und Frankreich sind infolgedessen von dem Kompromiss abgerückt und haben alte Forderung wieder auf den Tisch gelegt, die Deutschland zuvor erfolgreich abgelehnt hatte. Schuld ist die FDP, die plötzlich gegen Positionen der Bundesregierung polemisiert, die Justizminister Buschmann selbst mitgetragen und mitgeprägt hat. Zum Beispiel kritisiert Christian Lindner gemeinsam mit Buschmann die zivilrechtliche Haftungsregelung, die aus der Feder von Buschmann stammt.

Die Hauptverantwortung trägt aber Bundeskanzler Olaf Scholz. Er weigert sich über den Einsatz seiner Richtlinienkompetenz dem EU-Lieferkettengesetz trotzdem zu einer Zustimmung zu verhelfen, obwohl eine Zusage im Koalitionsvertrag vereinbart ist. Damit schadet er der deutschen Glaubwürdigkeit in der EU. Bei der Laufzeitverlängerung der Atomkraftwerke hat Scholz ein Machtwort gesprochen. Wenn es um Menschenrechte geht, zum Beispiel zur Verschärfung des europäischen Asylrechts oder beim EU-Lieferkettengesetz, weigert er sich. Da gibt es eine klare Schieflage.“

„Das war ganz klar ein wahltaktisches Manöver mit Blick auf die EU-Wahlen“

Was wäre Ihre Forderung an den Kanzler?

„Scholz darf sich den Gesprächen nicht verweigern, die die belgische EU-Ratspräsidentschaft anbietet. Diese hat einen Kompromissvorschlag gemacht, der Deutschland weit entgegenkommt. Scholz muss Führung für Nachhaltigkeit zeigen und darf sich nicht weiter von Christian Lindner in Brüssel vorführen lassen.“ (domradio 8)

 

 

 

 

Vereinte Nationen. 2023 war tödlichstes Jahr für Geflüchtete seit 2014

 

Mindestens 8.565 Menschen sind im Jahr 2023 auf den internationalen Fluchtrouten laut den UN ums Leben gekommen. Damit war 2023 das Jahr mit den meisten Todesfällen seit Beginn der Aufzeichnungen.

Im vergangenen Jahr sind so viele Menschen auf Migrationsrouten weltweit ums Leben gekommen wie nie seit Beginn der Datenerhebung 2014. Insgesamt registrierte das „Missing Migrants Project“ der UN-Organisation für Migration (IOM) 8.565 Todesfälle im Jahr 2023, wie die IOM am Mittwoch berichtete. Das seien 20 Prozent mehr als ein Jahr zuvor. Insgesamt hat das Projekt seit seinem Start den Tod von mehr als 63 700 Menschen dokumentiert, fast die Hälfte davon im Mittelmeer.

Die gefährlichste Fluchtroute blieb 2023 zwar nach diesen Angaben das Mittelmeer, mit mindestens 3.129 Toten seit Beginn der Aufzeichnungen. Dort waren es in den Jahren 2014 bis 2017 aber mehr Todesfälle pro Jahr gewesen. 2024 hat die IOM bereits 254 Todesfälle im Mittelmeer registriert. Insgesamt seien gut die Hälfte der Todesfälle auf Ertrinken zurückzuführen, neun Prozent auf Autounfälle und sieben Prozent auf Gewalt.

Ferner war die Zahl der Todesopfer unter den Geflüchteten in Afrika (1.866) und Asien (2.138) so hoch wie nie zuvor. In Afrika ereigneten sich die meisten dieser Todesfälle in der Sahara-Wüste und auf dem Seeweg zu den Kanarischen Inseln. In Asien starben im vergangenen Jahr Hunderte von Afghanen und Rohingya auf der Flucht aus ihren Herkunftsländern.

Hohe Dunkelziffer

Die IOM betonte, dass die tatsächlichen Zahlen nach Schätzungen deutlicher höher liegen. Sie registriert nur überprüfte Fälle. Wenn etwa ein Menschenschmuggler-Boot in der Nacht von der Küste ablegt und nirgends auftaucht, bleiben die Todesfälle aber unentdeckt. Schwierig sei es auch, Todesfälle in dem gefährlichen Dschungelkorridor zwischen Kolumbien und Panama zu dokumentieren, die viele Migranten aus Südamerika durchqueren.

Jeder einzelne Fall sei eine Tragödie, die Familien jahrzehntelang belaste, sagte die stellvertretende IOM-Generaldirektorin Ugochi Daniels. „Wir müssen mehr tun, um sichere Migration zu ermöglichen, sodass in zehn Jahren keine Menschen mehr ihr Leben auf der Suche nach einem besseren Leben riskieren müssen“, sagte sie. (dpa/epd/mig 8)

 

 

 

Kardinal Tomasi: „Der moralische Kompass ist zerbrochen“

 

Der ehemalige langjährige Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, Kardinal Silvano Tomasi (83), hat die Gefahren der derzeitigen dramatischen Weltlage analysiert und über alternative Ansätze für den Frieden reflektiert. Im Interview mit Vatican News fordert er eine Neuausrichtung des moralischen Kompasses, „der nun zerbrochen ist“. Deborah Castellano Lubov und Valerie Nusser - Vatikanstadt

 

Kardinal Silvano Tomasi warnt davor, inmitten des derzeitigen globalen „Klimas“ mit vielen anhaltenden Konflikten die Frage nach dem Recht auf Selbstverteidigung ins Zentrum zu stellen: „Wenn bei dem Versuch, sich zu verteidigen, alles verloren geht, was bleibt dann noch zu verteidigen? Wir kennen nicht alle Folgen, nicht alle Schäden, die angerichtet werden, und wir kennen nicht die Zahl der zivilen Opfer, die damit verbunden sind“, so Tomasi.

Zu viel Gleichgültigkeit und Waffen 

Der Kardinal, der seit 2020 Spezialbeauftragter des Papstes für den Souveränen Malteserordens ist, kritisiert auch „zu viel Gleichgültigkeit gegenüber der Tatsache, dass Abrüstung notwendig ist“. Die Folgen einer Nicht-Abrüstung seien „so gefährlich, dass es zu einer Verantwortung wird, darüber informiert zu sein“. Tomasi appellierte, der angedrohte Einsatz von Atomwaffen würde „diesen Planeten zu einer Wüste machen, und wir wissen nicht, für wie lange“.

Deshalb begrüßt Tomasi die wiederholten Appelle von Papst Franziskus zur Abrüstung: „Der Papst spielt seine Rolle als Gewissen der Menschheit auf eine sehr deutliche und eindringliche Weise“. Kardinal Tomasi, der jahrzehntelang als Diplomat für den Heiligen Stuhl arbeitete, sagt uns im Interview, er habe das Gefühl, dass Franziskus „die einzige vernünftige Stimme ist, die wir in diesem Moment haben, wenn wir über das Problem diskutieren... Er erweist der Menschheitsfamilie einen großen Dienst“.

Keine Alternative zu Franziskus‘ Aufruf zu gemeinsamen Gesprächen

Tomasi sieht keine Alternative zu dem Aufruf des Papstes, Schwierigkeiten, Ungerechtigkeiten und Probleme durch Gespräche und vernünftige Vereinbarungen zu lösen. „Alle anderen Mittel, die bisher eingesetzt wurden, haben sich als nutzlos erwiesen. Sie haben sich sogar als gefährlicher erwiesen als erwartet“, so der Kardinal.

Viele Konflikte und Kriege in der Welt werden ignoriert

Mit Blick auf den Schutz der Menschenrechte und Menschenwürde, zeige die derzeitige globale Prioritätensetzung, dass sie in einigen Ländern zählten, in anderen nicht. „Aber der Mensch ist an sich wertvoll, unabhängig davon, woher er kommt oder wo er ist“, betont der Kardinal. Dies habe er in seiner Zeit als Nuntius in Äthiopien und Eritrea direkt erlebt. Die internationale Gemeinschaft war damals, so Tomasi, nicht sehr von dem aktiven Krieg zwischen den beiden Ländern betroffen, der zehntausende Opfer forderte. „Ich habe die Leichen gesehen. Die Grenze, an der gekämpft wurde..." Unterschiedliche öffentliche Aufmerksamkeit sieht er darin begründet, „dass bestimmte Personen oder bestimmte Länder die gesamte Aufmerksamkeit der Medien auf sich ziehen und anderen Anliegen nicht viel Raum lassen“. Auch hier sehe er, dass die Stimme des Papstes die Einzige sei, die auf die Probleme hinweise, wo auch immer sie sind, so der Kardinal. 

„Niemand ist auf lange Sicht ein Gewinner. Das Leid holt jeden ein.“

Die Regierungschefs und die politischen Führer im Allgemeinen wollten nicht wahrhaben, so Tomasi, dass niemand auf lange Sicht ein Gewinner ist. Das Leid hole jeden ein. Jeder müsse sich die Dringlichkeit der Forderungen des Papstes und vernünftiger Menschen eingestehen, „die Kämpfe zu beenden, den Eltern das Leid zu ersparen, ihre Kinder tot zu sehen, und die Ressourcen zu nutzen, die leider in den Krieg investiert werden“. Es gehe darum, diese Mittel zu nutzen, um in den armen Ländern eine Antwort zu finden, „die ihnen ein Minimum an Lebensbedingungen bietet, die das Leben erträglich macht und zu einer Freude statt zu einem Leid werden lässt“, so die Forderungen des Kardinals.

Von Mentalität der Angst zu Mentalität des Vertrauens

Die Notwendigkeit, neue Modelle für den Frieden zu finden, betont Kardinal Tomasi auch mit Blick auf den Nahen Osten. „Wir müssen über die Tatsache nachdenken, dass all die verschiedenen Ansätze, die in der Vergangenheit versucht wurden, nicht erfolgreich waren. Vielleicht sollten wir berücksichtigen, dass sowohl Muslime als auch Israelis Menschen sind, die an Gott glauben, und die wissen, dass der Bund zwischen Gott und den Menschen Treue zu diesem Bund und eine gute friedliche Beziehung erfordert“, so der Kardinal. Ein wichtiger erster Schritt für die Schaffung von Frieden sei dabei, von einer Mentalität der Angst zu einer Mentalität des Vertrauens überzugehen. (vn 8)

 

 

 

Hamburg-Monitor. Respektlosigkeit beim Amt für Migration kein Einzelfall

 

Wenn Geflüchtete auf Behörden treffen, wird es oft kompliziert. Von einer Willkommenskultur sind die Amtsstuben oft noch weit entfernt. Besonders oft beschweren sich Menschen in Hamburg über das Amt für Migration. Respektloses Verhalten ist dort kein Einzelfall.

„Welcome Point“ steht in großen weißen Buchstaben auf blauem Hintergrund am Eingang des Amts für Migration in Hamburg. Das Amt steht einer Untersuchung der Wohlfahrtsverbände zufolge jedoch ganz oben auf der Beschwerdeliste von Antragstellern. Für den bundesweit erstmals vorgelegten Monitor Verwaltungshandeln der Arbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege Hamburg (AGFW) wurden zwischen dem 11. Oktober 2023 und dem 31. Januar dieses Jahres 566 Meldungen mit 1948 Problemanzeigen gesammelt, wie Dirk Hauer vom Diakonischen Werk Hamburg sagte. Allein in Bezug auf das Amt für Migration habe es 958 Problemanzeigen gegeben, bei den Jobcentern seien es 761 gewesen. Hauer sagte, die Untersuchung sei zwar nicht repräsentativ, weise aber deutlich auf strukturelle Probleme hin.

Als größte Schwierigkeit – bei 41 Prozent aller Anzeigen – wurde der Umgang der Behörden mit Unterlagen genannt. Bereits eingereichte Unterlagen werden der Untersuchung zufolge teils mehrfach erneut angefordert, dafür werden persönlich abgegebene Unterlagen nicht angenommen oder Eingangstempel nicht erteilt. Auch klagten Antragsteller oft über fehlende Rückmeldungen. Auf Platz zwei der Beschwerdeliste liege mit 27 Prozent die Erreichbarkeit der Behörden – und zwar trotz vorher vereinbarter Termine. Das dritte große Problem wiederum sei die lange Bearbeitungszeit bei der Auszahlung von Geldleistungen mit fast 20 Prozent, sagte Hauer.

Respektloser Umgang mit Antragsstellern

Aber auch respektloser Umgang von Amtsmitarbeitern mit Antragsstellern ist dem Bericht zufolge kein Einzelfall. Besonders oft sind in diesem Bereich Beschwerden über das Amt für Migration eingegangen. Ausgewertet wurden für den Bericht ausschließlich Fälle, „die klar ein respektloses Verhalten“ zeigen. Dazu gehören den Angaben zufolge Beleidigungen, Stigmatisierungen und Diffamierungen. Ein unfreundlicher Umgangston sei im Monitor gar nicht erfasst.

So habe in einem Fall eine Sachbearbeiterin eine, Ratsuchenden unterstellt, das „Sozialsystem unterwandern zu wollen und sowieso nicht bereit wäre, zu arbeiten“. Dabei habe die Ratsuchende keine Arbeitserlaubnis. In einem anderen Fall habe die Auszahlungsstelle Altona den Klienten ihre Leistungen verwehrt, wenn sie nicht an einem ‚Zahltag‘ auftauchten, der angeblich in den Unterkünften aushängen soll. Dabei seien Zahltage längst abgeschafft worden. Wie aus dem Monitor außerdem hervorgeht, werden schwangere Frauen werden hin- und hergeschickt, sie sollten mit ihrem „Sozial“ sprechen.

„Ja, genau sie werden jetzt verschleppt!“

Ein weiterer Fall aus Oktober 2023 wird im Monitor wie folgt zusammengefasst: „Amt für Migration in der Schlange. Es wurden 10 Leute abgezählt, die vom Security-Dienst über das Gelände mitgenommen werden sollten zu den Sprechzimmern. Der Security-Mitarbeiter belächelte die Wartenden, die nicht ganz verstanden haben, was nun passiert und sagte ‚Ja, genau sie werden jetzt verschleppt!‘ Auf Ansprache, dass diese Aussage alles andere als angebracht sei, entgegnete der Security-Mitarbeitende, dass ‚die‘ das doch eh alle nicht verstehen.“

Die stellvertretende AGFW-Geschäftsführerin Sandra Berkling sagte, vor allem bei den existenzsichernden Leistungen müsse die Bearbeitungszeit deutlich besser werden. „Da zählt manchmal jeder Tag.“ Gerade dort wünsche sie sich ein unbürokratisches Vorgehen, „dass Bescheide vielleicht auch mal unter Vorbehalt erstellt werden“. Andernfalls stünden Antragstellende teils völlig mittellos da. Zudem sollte das Fehlen einzelner Dokumente nicht dazu führen, dass der gesamte Vorgang zum Erliegen komme.

Wartezeiten von mehr als vier Stunden

Ein weiteres Problem ist die Erreichbarkeit. Weit mehr als die Hälfte (58 Prozent) aller Beschwerden wurden an das Amt für Migration adressiert. In 42 Prozent der Fälle war das Amt während der telefonischen Sprechstunde nicht erreichbar, in 35 Prozent der Fälle war keine Vorsprache in der persönlichen Sprechstunde möglich. Die Wartezeit vor Ort betrug in 19 Prozent der Fälle über vier Stunden.

„Wir fordern, dass die Behörden erreichbar sind“, sagte Berkling. Es müsse persönliche Ansprechpartner geben, nicht nur Hotlines oder Funktionspostfächer. Mindestens müsse es zumindest für die Beratungsstellen direkte Zugänge zu den Behörden geben. Generell wünsche sie sich auch ein Umdenken in den Behörden. Es könne ja nicht sein, dass Antragstellende oft nur mithilfe von Beratungsstellen zu ihrem Recht kämen. Berkling schwebt dabei in allen Behörden eine zentrale Anlaufstelle vor, „wo es Menschen gibt, die Auskunft geben können, die erklären können, was zu tun ist, wie ein Antrag ausgefüllt werden soll, die diese Anträge auch entgegennehmen und Unterlagen ausgeben“. (dpa/mig 8)

 

 

 

Who Cares?

 

Sorgearbeit ist systemrelevant, verantwortlich sind oft unterbezahlte Frauen, die kaum Anerkennung erfahren. Ein europäischer Care Deal ist notwendig. Agnes Mach

 

Die Pandemie machte es allen deutlich: Care-Arbeit, verstanden sowohl als die bezahlte als auch die unbezahlte Sorgearbeit, ist systemrelevant. Wir alle sind zu verschiedenen Zeitpunkten in unserem Leben auf Care angewiesen – es ist deshalb höchste Zeit, diese Arbeit nicht als selbstverständlich hinzunehmen und ihre Rolle für unser eigenes und das gesellschaftliche Wohlergehen anzuerkennen.

Care-Arbeit wird hauptsächlich von Frauen getätigt. Sie setzt vor allem emotionale Intelligenz voraus, macht doch ein großer Teil von Care die Sorge und das Kümmern um Mitmenschen aus. Aber auch der Haushalt oder das Kochen gehören dazu – alles, was zur Erfüllung unserer Grundbedürfnisse notwendig ist. Gerade die unbezahlte Care-Arbeit im Privatbereich wird dennoch kaum als „richtige Arbeit“ gewürdigt oder wahrgenommen. Verschiedene Kampagnen aus den letzten Jahren, etwa zum Mental Load von Frauen, arbeiten gegen diese Vorstellung an und fordern ein Umdenken: Jede Form von Arbeit muss gewürdigt und entsprechend anerkannt werden. Eigentlich eine selbstverständliche Forderung, wenn man sich verschiedene Studien und Umfragen zur Zeiterfassung anschaut: Zwischen Erwerbstätigkeit und unbezahlten Care-Verpflichtungen leisten Frauen regelrechte Doppelschichten, während Männer deutlich mehr Zeit für Freizeit und Erholung finden. Für diese zusätzliche Arbeit werden Frauen jedoch in einer Gesellschaft, die nur Erwerbstätigkeit würdigt und entlohnt, systematisch bestraft.

Care-Arbeit trägt dadurch entscheidend zu bestehenden Geschlechterungleichheiten bei. Aufgrund von Care-Verpflichtungen gegenüber Kindern und pflegebedürftigen (Schwieger-) Eltern arbeiten Frauen deutlich häufiger in Teilzeit – in vielen Ländern auch noch mit tatkräftiger Unterstützung durch den Staat, der mit Steueranreizen wie dem Ehegattensplitting eine solche Praxis fördert. In der Folge verdienen Frauen EU-weitrund 36,2 Prozent weniger als Männer. Dadurch sind sie jedoch nicht nur während der Erwerbstätigkeit finanziell abhängiger: Auch im Rentensystem zeigt sich, dass Karrierepausen etwa für die Elternzeit in unserer Gesellschaft vor allem bestraft werden. Der Gender Pension Gap beträgt EU-weit29,4 Prozent, in Deutschland sogar 36,3 Prozent. Frauen sind dadurch deutlich häufiger von Altersarmut betroffen.

Verschärft wird diese Situation dadurch, dass bezahlte Sorgearbeit – auch wieder hauptsächlich von Frauen ausgeführt – nicht angemessen vergütet wird: Der Stundenlohn für Pflegekräfte liegt in der EU 21 Prozent unter dem Durchschnitt. Frauen werden also in jeglicher Hinsicht für Care-Arbeit finanziell benachteiligt, während gleichzeitig etwa durch den demografischen Wandel der Bedarf an Sorgearbeit steigt.

Eine Bekämpfung dieser strukturellen Benachteiligung ist deshalb längst überfällig. Eine Tatsache, die in den vergangenen Jahren auch auf der politischen Ebene langsam Gehör findet. Einen wichtigen Rahmen bieten dafür auf EU-Ebene die EU-Gleichstellungsstrategie – die diese Zusammenhänge bereits vor Corona erkannt und benannt hatte – sowie die Europäische Säule Sozialer Rechte, die einen Fahrplan aufzeigt für die Soziale Agenda der EU inklusive Fokus auf Geschlechtergerechtigkeit, gute Arbeitsbedingungen und Bezahlung sowie auf ein Recht auf gute Pflege und Kinderbetreuung.

In diesem Kontext gab es in den letzten Jahren tatsächlich einige erste Erfolge, um die Gleichstellung der Geschlechter und eine stärkere Würdigung von Sorgearbeit EU-weit zu verankern. Ein wichtiger Schritt zur stärkeren Anerkennung von unbezahlter Care-Arbeit war die Richtlinie zur Vereinbarkeit von Beruf und Privatleben. Um einen gesellschaftlichen Wandel hin zu einer gemeinsamen Aufteilung von Sorgearbeit zu befördern, gilt nun EU-weit das Recht auf mindestens zehn Tage vergütete Vaterschaftszeit. Auch für die Pflege Angehöriger haben alle EU-Bürgerinnen und -Bürger nun das Recht auf fünf Fehltage bei der Arbeit. Die langsame Umsetzung dieser Richtlinie durch die EU-Mitgliedstaaten – fast alle Länder hatten die Richtlinie erst nach Ablauf der gesetzlichen Frist umgesetzt – zeigt, dass dies nur ein erster Schritt gewesen sein kann.

Künftig soll daher auch die bezahlte Sorgearbeit durch zwei weitere EU-Richtlinien indirekt eine Aufwertung erfahren. Die neue EU-Richtlinie für angemessene Mindestlöhne legt etwa fest, dass der Mindestlohn ab Ende dieses Jahres 60 Prozent des Medianlohnes eines EU-Mitgliedslandes oder 50 Prozent des Durchschnittslohns entsprechen muss. In Deutschland entspricht das momentan einem Mindestlohn von 14 Euro. Auch über Care hinaus stellt dies einen entscheidenden Schritt dar, um den Gender Pay Gap zu schließen, da Frauen im Niedriglohnsektor überrepräsentiert sind. Den Berechnungen der Europäischen Kommission zufolge kann der Gender Pay Gap so von aktuell 12,7 Prozent um bis zu fünf Prozentpunkte gesenkt werden. Die zusätzliche Vorgabe von stärkerer Tarifbindung in den Mitgliedstaaten ebnet außerdem den Weg für eine stärkere kollektive Interessenvertretung, um über das Lohnniveau hinaus auch die schlechten Arbeitsbedingungen etwa im Pflegesektor zu bekämpfen.

Über die neue EU-Richtlinie für Lohntransparenz wird außerdem eine Aufwertung der bezahlten Care-Arbeit möglich. Die Richtlinie sieht nicht nur das Recht auf Auskunft zur Vergütung von Kolleginnen und Kollegen und eine Handlungspflicht für mittlere und größere Unternehmen zur Reduzierung des betrieblichen Gender Pay Gap vor – mit der „hypothetischen Vergleichsperson“ enthält sie außerdem ein Instrument, um zukünftig Lohnvergleiche auch sektorübergreifend möglich zu machen. So wurde eine rechtliche Basis geschaffen, um etwa die niedrige Bezahlung im Pflegesektor anfechten zu können. Ein wichtiges Instrument für mehr Geschlechtergerechtigkeit, denn Langzeitstudien zeigen, dass über alle Berufsfelder hinweg der Lohn und die Arbeitsbedingungen bei steigendem Frauenanteil schlechter werden und sich umgekehrt bei steigendem Männeranteil wieder verbessern. Dank der EU-Richtlinie müssen solche Entwicklungen nicht mehr hingenommen werden.

Damit bezahlte und unbezahlte Sorgearbeit jedoch tatsächlich mehr Anerkennung und Aufwertung erfährt, muss mehr als das passieren. Die Weichen dafür stellt die Europäische Care-Strategie, die insbesondere mit Blick auf die frühkindliche Betreuung und Erziehung sowie die Langzeitpflege der gesamten EU großen Handlungsbedarf attestiert. Die EU-Mitgliedstaaten haben in der Folge gemeinsame Mindeststandards beschlossen: Mindestens 45 Prozent der Kinder unter drei Jahren sollen einen Betreuungsplatz erhalten und mindestens 96 Prozent der Kinder zwischen drei Jahren und dem Schuleintritt. Für die Langzeitpflege wurde lediglich das Recht auf Zugang zu qualitativ hochwertiger und bezahlbarer Pflege attestiert – positiv muss man hier sehen, dass sich die Mitgliedstaaten damit erstmals auf der EU-Ebene zum Handlungsbedarf in der Langzeitpflege bekennen.

Völlig offen hingegen bleibt, wie die EU-Mitgliedstaaten diese gemeinsamen Ziele tatsächlich erreichen wollen. Die Care-Strategie sowie die neuen Selbstverpflichtungen der nationalen Regierungen können deshalb nur ein erster Schritt gewesen sein. Was jetzt folgen muss, sind verbindliche Regelungen, um einerseits die Arbeitsbedingungen und die Bezahlung in der bezahlten Sorgearbeit zu verbessern und um andererseits die Anerkennung und die gesellschaftliche Notwendigkeit von unbezahlter Sorgearbeit nicht nur rechtlich zu verankern, sondern auch die dafür notwendigen Maßnahmen zu ergreifen.

Ob bezahlt oder unbezahlt, Sorgearbeit als Grundvoraussetzung für unser eigenes und das gesellschaftliche Wohl muss mehr Anerkennung finden und mit bezahlter Erwerbstätigkeit gleichgesetzt werden. Es kann nicht sein, dass Frauen ihr gesamtes Leben lang für diesen Dienst finanziell und gesellschaftlich benachteiligt werden. Wir müssen realisieren, dass nicht nur Erwerbstätigkeit und wirtschaftliches Wachstum für unser Wohlergehen wichtig sind. Und dafür brauchen wir einen Fahrplan: einen EU Care Deal. IPG 8

 

 

 

Weltfrauentag: Produkt-Großspende an ‚Evas Haltestelle‘ für obdachlose

 

FrauenBerlin – Anlässlich des Weltfrauentags spendet die APOTHEKENTOUR zweihundert Taschen voller Hilfsprodukte aus der Apotheke an ‚Evas Haltestelle‘. Das Projekt unterstützt wohnungslose oder von Wohnungslosigkeit bedrohte Frauen. 35 Partnerunternehmen aus dem Apothekenmarkt beteiligten sich an der Aktion und steuerten hochwertige Produkte aus den Bereichen Pflege, Hygiene und Kosmetik bei.

Dass die Tagesstätte ‚Evas Haltestelle‘ früher selbst mal eine Apotheke war, davon kündet heute nur noch die Notdienstklappe. Gleich geblieben ist dennoch die Mission, Menschen in Not zu helfen – sei es mit einer warmen Dusche, einem Schlafplatz für die Nacht oder einem verständnisvollen Gegenüber zum Reden. Für die circa 2500 obdachlosen Frauen in Berlin stellen diese Dinge eine tägliche Herausforderung dar, bei der das Team von ‚Evas Haltestelle‘ sie unterstützt.

Die APOTHEKENTOUR powered by APOTHEKE ADHOC und PTA IN LOVE hat sich den Weltfrauentag als Anlass genommen, zusammen mit 35 Partnerunternehmen aus dem Pharma- und Apothekenmarkt, Hilfsprodukte für das Projekt zu spenden. 200 vollgepackte Taschen wurden den freudestrahlenden Sozialarbeiterinnen am Montag übergeben. Von hier aus werden die Taschen weiterverteilt und kommen Projekten wie dem Duschmobil für obdachlose Frauen, Housing First, Evas Obdach, Tamar Straffälligenhilfe oder der Intensivberatung wohnungsloser Frauen zugute. Auch der APOTHEKENTOUR-Logistikpartner Oppfinne beteiligte sich an der Aktion und sponsorte einen 7,5 Tonnen-LKW, mit dem die gesamte Spende bis zu Evas Haltestelle in Berlin-Wedding transportiert werden konnte.

„Menschen zu helfen – das ist die tägliche Arbeit von tausenden Apothekenteams. Wir sind froh, dass wir diese Mission mit unserer Spendenaktion noch weiter tragen können: hin zu Menschen, denen ein Apothekenbesuch oft nicht ohne Probleme möglich ist“, berichtet Nadine Tröbitscher, Chefredakteurin von APOTHEKE ADHOC und PTA IN LOVE, die bei der Spendenübergabe selbst mit vor Ort war.

 

Folgende Unternehmen haben sich mit ihren Produkten an der Spendenaktion beteiligt: acardo, ALIUD PHARMA, Apovid, Bayer, Bionorica, Dermapharm, Dr. Kade, Dr. Pfleger, Dr. Theiss, Dr. Willmar Schwabe, Dr. Wolff, EUBOS, Galderma, InfectoPharm, Klosterfrau, L’Oréal, Nimbus Health, No-Q, NUXE, OMNi-BiOTiC, OmniVision, Orthomol, Perrigo, PHOENIX, Pierre Fabre, Pohl-Boskamp, Sanofi, Schülke & Mayr, SIDROGA Pharma, Ursapharm, Viatris, Weleda, Wort&Bild Verlag, Wörwag Pharma und Zukunftspakt Apotheke. GA 8

 

 

 

 

EU sollte wirtschaftliche Auswirkungen des Klimaschutzes beachten

 

Brüssel – Das ifo Institut, EconPol Europe und der European Roundtable on Climate Change and Sustainable Transition (ERCST) haben die zukünftige EU-Kommission ermahnt, den Klimaschutz auch zu betrachten als wirtschafts-, industrie- und wettbewerbspolitische Angelegenheit. „Das gilt aufgrund der Kostenauswirkungen von CO2-Beschränkungen als auch aufgrund der wirtschaftlichen Möglichkeiten, die sich durch neu entstehende Branchen ergeben“, schrieben sie in einem Report, der am Freitag in Brüssel veröffentlicht wurde. „Bei der wirtschaftlichen Analyse müssen sowohl die negativen als auch die positiven Auswirkungen der Klimapolitik umfassend berücksichtigt werden, einschließlich der Auswirkungen auf die Konsummöglichkeiten der Bevölkerung, die industrielle Wettbewerbsfähigkeit und die Lieferketten“, sagt ifo-Präsident Clemens Fuest. Die nächste Kommission müsse die Wettbewerbsfähigkeit Europas und die Widerstandsfähigkeit seiner Wirtschaft sichern.

 

Bislang habe die Kommission primär auf marktwirtschaftliche Instrumente gesetzt, vor allem den CO2-Preis. „Angesichts des Umfangs und der Kosten der Dekarbonisierung zeigt die EU jedoch Anzeichen dafür, dass sie von diesem Engagement abrückt und sich stattdessen kostspieligeren technikspezifischen Subventionen und anderen dirigistischen Marktinterventionen zuwendet“, schreiben die Autoren weiter. Mehr denn je müssten die Effizienz der Märkte und die Technikneutralität vor politischer Einmischung geschützt werden. Staatliche Eingriffe in die Wirtschaft sollten auf Bereiche beschränkt werden, in denen sie absolut notwendig seien. Die Beteiligung des öffentlichen Sektors und die Regulierung sollten nicht die erste Reaktion sein, da es ein zunehmendes Gefühl der Überregulierung und Regulierungsmüdigkeit gebe.

 

Gleichzeitig verlangen die Autoren von der neuen EU-Kommission mehr internationale Zusammenarbeit und ähnliche Anstrengungen anderer Länder. Dies sei eine notwendige Voraussetzung dafür, dass die EU-Klimapolitik nachhaltig sei und die EU wirtschaftlich florieren könne. Ifo 8

 

 

 

 

Verbrannte Hoffnung

 

Frauen sind überproportional von globalen Krisen betroffen. Zur Finanzierung der Gleichstellungsziele müssen Superreiche zur Kasse gebeten werden. Magdalena Sepúlveda

 

Ana blickt zu ihrer Schwester Rosa, der die Verzweiflung ins Gesicht geschrieben steht, und sagt: „Wir haben alles verloren.“ Beide Frauen sind über 70 Jahre alt und leben in der chilenischen Region Valparaíso, die im Februar von den verheerendsten Waldbränden der Geschichte verwüstet wurde. Mindestens 133 Menschen starben, viele werden nach wie vor vermisst. Die beiden Schwestern, die als Hausangestellte arbeiten, haben das von ihren Eltern geerbte Haus verloren. Innerhalb weniger Minuten ging das Werk von zwei Generationen in Flammen auf. Da die Schwestern, wie so viele Frauen, keinen Zugang zum regulären Bankensystem haben, verloren sie außerdem ihre gesamten Ersparnisse, die sie in Bargeld aufbewahrt hatten.

Rosa und Anas Schicksal ist dabei jedoch kein Einzelfall: Weltweit werden Frauen von Rekordhitze, Dürreperioden, Überschwemmungen und verheerenden Waldbränden überproportional hart getroffen. Im vergangenen Jahr berichteten die Nachrichten über Brandkatastrophen in den USA, Griechenland, Nepal, Kolumbien und Spanien, um nur einige der betroffenen Länder zu nennen. Auch aus Venezuela, Ecuador und Kolumbien wurden schwere Brände gemeldet, während in Brasilien riesige Tropenwaldgebiete vernichtet wurden. In Afrika gibt es von Äquatorialguinea bis zu den Küstenstädten Südafrikas ebenfalls viele Regionen, die regelmäßig wegen Waldbränden evakuiert werden müssen. In Australien hingegen ließen Buschbrände im Februar das Vieh verenden, sie zerstörten Hab und Gut und zwangen 2 000 Menschen zur Flucht aus den Städten rund um Melbourne. Die Feuer weckten Erinnerungen an die Brände des „Schwarzen Sommers“ 2019/2020, die ein Gebiet von der Größe der Türkei verwüsteten und 33 Menschen und drei Milliarden Tiere in den Tod rissen.

Weltweit führen die sich verschärfende Klimakrise, Umweltzerstörung und Extremwetterereignisse in Kombination mit schlechter Planung und unzureichenden Anpassungsmaßnahmen dazu, dass die Zahl der Naturkatastrophen in alarmierendem Maß zunimmt und es immer mehr Leidtragende gibt. Wer dabei wie massiv unter den Folgen zu leiden hat, ist nicht nur sehr unterschiedlich, sondern hängt auch stark vom Geschlecht ab: Aufgrund struktureller Diskriminierung und traditioneller Rollenmuster haben Frauen unter Katastrophen, die durch den Klimawandel bedingt sind, unverhältnismäßig stark zu leiden; sie sind mit spezifischen Risiken konfrontiert, die sich zudem wechselseitig bedingen. Denn bei allen Aspekten eines Katastrophenfalls zeigen sich geschlechtsspezifische Unterschiede – angefangen mit der Tatsache, dass Evakuierungen durch Haus- und Care-Arbeit erschwert werden, bis hin zu eingeschränkten Regenerationsmöglichkeiten.

Frauen haben außerdem keinen gleichberechtigten Zugang zu wirtschaftlichen Ressourcen, weniger Entscheidungsgewalt in ihren Familien und Gemeinschaften und wenig Erfahrung mit politischer Partizipation. Das führt häufig dazu, dass sie kaum Hilfe und Unterstützung bekommen, wenn sie nach Katastrophen gezwungen sind, wieder von vorn anzufangen.

Um angesichts der Zunahme von durch den Klimawandel verursachten Katastrophen die Resilienz von Frauen zu stärken, muss daher unbedingt in die Überwindung der Geschlechterkluft investiert werden. Leider besteht, wie die Vereinten Nationen warnend feststellen, bei der Umsetzung der Gleichstellungsziele eine gravierende Finanzierungslücke. Der Fehlbetrag ist gewaltig: Um die von den Ländern im Rahmen der Agenda 2030 für Entwicklung zugesagten Verpflichtungen zu erfüllen, bräuchte es jedes Jahr 360 MilliardenUS-Dollar.

Da die Kassen vieler Länder des Globalen Südens jedoch leer sind, lassen die zur Beseitigung struktureller Ungleichheit benötigten Finanzmittel sich nur aufbringen, wenn international stärker zusammengearbeitet wird. Bisher sind allerdings nur vier Prozent der bilateralen Hilfen primär für den Zweck der Geschlechtergleichstellung bestimmt. Das Instrument der bilateralen Hilfen ist jedoch nicht die einzige Option. Als Mitglieder der Unabhängigen Kommission zur Reform der internationalen Vermögensbesteuerung (Independent Commission for the Reform of the International Corporate Taxation System, ICRICT) vertreten wir die Auffassung, dass alle Länder und besonders die Länder des Globalen Südens ihre finanzpolitischen Spielräume vergrößern können, indem sie diejenigen besteuern, die am reichsten sind: Konzerne und Multimillionäre.

Ein zentraler Ansatz ist dabei die Einführung einer weltweiten Mindeststeuer von zwei Prozent auf das Vermögen von Superreichen. Im Februar hat der renommierte Wirtschaftswissenschaftler Gabriel Zucman, der ebenfalls der ICRICT angehört, dieses Programm den Finanzministern der G20 auf ihrem Treffen im brasilianischen São Paulo vorgestellt. Die Maßnahme orientiert sich an der globalen Mindeststeuer für Unternehmen, würde weniger als 3 000 Einzelpersonen betreffen und jährlich etwa 250 MilliardenUS-Dollar einbringen. Die Besteuerung der Superreichen, die bislang fast keine Steuern zahlen, wäre folglich ein enormer Fortschritt. Zusammen mit der globalen Mindeststeuer für multinationale Unternehmen ließen sich die zusätzlichen 500 MilliardenUS-Dollar zusammenbringen, die benötigt werden, um den Klimawandel zu bekämpfen und in Programme zur Überwindung der Geschlechterkluft und zum Empowerment von Frauen zu investieren.

Denn stellvertretend für Tausende von Frauen, die in Katastrophengebieten leben, stehen Ana und Rosa nach den Bränden ohne materielle Besitztümer da. Für sie als ältere Frauen ohne ausreichende Rente oder Sozialleistungen war das eigene Haus die einzige Absicherung gegen die Armut. Trotzdem können sie sich noch glücklich schätzen, denn aufgrund schlecht gebauter Häuser oder enger Gassen überlebten viele andere die Tragödie nicht oder verloren in anderen Regionen gemeinsam mit ihrer Ernte die Existenzgrundlage.

Angesichts von zahllosen Krisen, Kriegen, hohen Inflationsraten und hoher Verschuldung ist für viele Regierungen die Förderung der Geschlechtergleichstellung mittlerweile jedoch kein vorrangiges Ziel mehr. Vor diesem Hintergrund sollten wir uns zum diesjährigen Internationalen Frauentag wieder bewusst machen, dass es ohne Geschlechtergleichheit keinen sozialen Fortschritt geben kann. Frauen müssen als Akteurinnen anerkannt werden, die im Rahmen von Entwicklungsstrategien eine entscheidende Rolle spielen – das ist eine Schlüsselvoraussetzung für eine gerechtere, integrativere und nachhaltigere Gesellschaft. Die Superreichen, die in vielen Fällen von Krisen profitieren, außerdem zur Kasse zu bitten, hält für unsere Regierungen ein Instrument parat, das für die soziale Gerechtigkeit enorm viel bewirken kann. IPG 8

 

 

 

 

Italien. Weiterer Schiff nach Seenotrettung im Mittelmeer festgesetzt

 

Italien hat das Seenotrettungsschiff „Humanity 1“ für 20 Tage festgesetzt. Begründung: Die Seenotretter hätten Menschen in Seenot in Gefahr gebracht. Die Besatzung des Rettungsschiffs weist die Vorwürfe zurück. Die Zahl der Toten auf Fluchtrouten erreicht Rekordhoch.

Nach der Rettung von fast 80 Menschen aus Seenot im Mittelmeer ist die „Humanity 1“ in Italien festgesetzt worden. Die Behörden hätten am späten Montagabend eine 20-tägige Festsetzung angeordnet, erklärte die Seenotrettungsorganisation SOS Humanity am Mittwoch in Berlin.

Die Entscheidung sei damit begründet worden, dass die „Humanity 1“ eine gefährliche Situation für die Menschen in Seenot verursacht habe. „Tatsächlich war es die von der EU finanzierte sogenannte libysche Küstenwache, die das Leben der Flüchtenden im Wasser sowie unserer Rettungscrew gefährdeten“, betonten die Retter. „Wäre die sogenannte libysche Küstenwache nicht aufgetaucht, um Überlebende widerrechtlich nach Libyen zurückzubringen, hätten wir die Rettung geordnet durchgeführt“, erklärte der Kapitän der „Humanity 1“. Weil die Küstenwache jedoch gewaltsam eingegriffen habe, seien die Menschen in Panik ins Wasser gesprungen und die Rettung habe zunächst abgebrochen werden müssen.

77 Menschen wurden schließlich von der Besatzung der „Humanity 1“ gerettet und nach Crotone im Süden Italiens gebracht. Rund 20 Menschen seien gewaltsam an Bord des libyschen Patrouillenboots geholt und nach Libyen zurückgezwungen worden, erklärten SOS Humanity. Überlebende hätten zudem berichtet, dass die Libyer eine Person im Wasser zurückgelassen hätten.

70 Gerettete im Lampedusa an Land

Weitere 70 von der „Sea-Watch 5“ aus dem Mittelmeer gerettete Menschen gingen unterdessen in Lampedusa an Land, wie die Betreiberorganisation Sea-Watch in der Nacht zum Mittwoch im sozialen Netzwerk X, vormals Twitter, mitteilte. Ursprünglich war dem Schiff der Hafen von Reggio Calabria an der Spitze des italienischen Stiefels zugewiesen worden, wegen hohen Wellengangs, der den Weg nach Norden blockierte, hatten die Seenotretter um eine andere Anlaufstelle gebeten. Nachdem die italienische Küstenwache diesen Wunsch rund 36 Stunden lang verweigert habe, habe sie nun alle 70 Geretteten nach Lampedusa gebracht, erklärte Sea-Watch.

Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten weltweit. 2023 kamen laut der Internationalen Organisation für Migration (IOM) mehr als 3.000 Menschen bei der Überfahrt ums Leben oder sie werden vermisst. Seit Beginn dieses Jahres sind es demnach bereits mehr als 250. Die Dunkelziffer liegt vermutlich weit höher.

Tote auf Fluchtrouten erreicht Rekordhoch

IOM-Angaben zufolge das vergangene Jahr auf den internationalen Fluchtrouten das tödlichste seit Beginn der Aufzeichnungen im Jahr 2014. Mindestens 8.565 Menschen starben dem „Missing Migrants Project“ der IOM zufolge. „Die Zahl der Todesopfer im Jahr 2023 stellt einen tragischen Anstieg von 20 Prozent im Vergleich zu 2022 dar und unterstreicht den dringenden Handlungsbedarf, damit weitere Todesopfer verhindert werden“, erklärte die Organisation am Mittwoch.

Die hohen Todeszahlen sind den Angaben zufolge dem Umstand verschuldet, dass sichere und reguläre Migrationswege nach wie vor begrenzt sind. Deshalb versuchten jedes Jahr Hunderttausende Menschen, über irreguläre Routen unter unsicheren Bedingungen zu migrieren. „Etwas mehr als die Hälfte der Todesfälle war die Folge von Ertrinken, 9 Prozent wurden durch Fahrzeugunfälle und 7 Prozent durch Gewalt verursacht“, so die Organisation. Das Projekt „Missing Migrants“ wurde 2014 nach zwei verheerenden Schiffsunglücken vor der Küste von Lampedusa (Italien) ins Leben gerufen. (epd/mig7)

 

 

 

 

„Bezahlkarte schließt Kinder und Jugendliche aus“

 

Die Einführung einer Bezahlkarte für Geflüchtete diskriminiert laut dem Kinderhilfswerk „terre des hommes“ zahlreiche Kinder und Jugendliche. Es spricht sich gegen die Einführung aus - und hat einen Gegenvorschlag.

Vor dem Flüchtlingsgipfel in Berlin appellieren Kinderrechtsexperten an Bund, Länder und Kommunen, die Pläne zur Einführung von Bezahlkarten für Asylbewerber zu verwerfen. „Statt neuer Regelungen, die schutzsuchende Kinder, Jugendliche und Familien diskriminieren und stigmatisieren, müssen endlich Bedingungen für gelingende Integration und Teilhabe gefördert werden“, forderte der Vorstandssprecher der Kinderrechtsorganisation terre des hommes, Joshua Hofert, am Mittwoch in Osnabrück.

Bund und Länder hatten sich auf die Einführung einer Bezahlkarte verständigt, die Asylbewerber statt Bargeld erhalten sollen. Bei der Ausgestaltung gibt es jedoch noch offene Fragen, die auf dem Gipfel am Mittwochnachmittag besprochen werden sollen.

Zahlreiche Kinder und Jugendliche betroffen

Die Einführung der Bezahlkarte betrifft laut „terre des hommes“ auch zahlreiche Kinder und Jugendliche, die in Deutschland Schutz suchen. Bei vielen Modellen sei die Bargeldabhebung eingeschränkt, zudem seien Überweisungen nicht möglich. „Für Kinder und Jugendliche heißt das: Künftig fehlt das Bargeld für die Klassenkasse oder das Pausenbrot am Schulkiosk“, so Hofert. „Und auch die Mitgliedsgebühren an den Sportverein oder die Musikschule können geflüchtete Familien nicht entrichten.“

In Kindern löse diese Erfahrung, nicht dazuzugehören, häufig Scham- und Schuldgefühle aus. „Sie werden mit der Bezahlkarte als ‚anders‘ markiert und auch gesellschaftlich so wahrgenommen. Ein solches Stigma verhindert soziale Teilhabe.“

Hofert plädierte stattdessen für die Einrichtung von kostenlosen Girokonten für Geflüchtete bei gängigen Banken. „Diese Lösung reduziert ebenfalls den Verwaltungsaufwand und kommt dabei ganz ohne Diskriminierung der Betroffenen aus.“ (kna 6)

 

 

 

Steinmeier mahnt. Ringen um Schutz des Verfassungsgericht vor Rechtsextremisten

 

Wenn Rechtsextremisten politisch die Oberhand gewinnen, könnten sie Verfassungsrichter entlassen und neue Richter ins Amt bringen. Die Ampel will das Bundesverfassungsgericht wetterfest machen. Der Bundespräsident springt ihr bei - ein Signal an die zaudernde Union.

Zum 75-jährigen Bestehen des Grundgesetzes hat Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier Politik und Gesellschaft zu einer gemeinsamen Kraftanstrengung für die Verteidigung der Demokratie und ihrer Institutionen aufgerufen. Dabei plädierte er am vergangenen Donnerstag in Berlin vor allem dafür, das Bundesverfassungsgericht vor möglichen Angriffen auf seine Unabhängigkeit zu schützen. „Wir müssen verhindern, dass eine extremistische Minderheit unsere Institutionen funktionsunfähig macht“, sagte Steinmeier in einem Debattenforum zur Demokratie in seinem Amtssitz Schloss Bellevue. Nötig sei insgesamt ein „Schulterschluss der Demokraten in diesem Land“.

Mit Blick auf Karlsruhe warnte der Bundespräsident, in Staaten wie Polen und Ungarn habe die Unabhängigkeit der höchsten Gerichte immer zuerst im Zentrum von Angriffen auf die liberale Demokratie gestanden. „Deshalb halte ich den Gedanken für richtig, Regelungen für die Struktur des Gerichts, das Wahlverfahren und die Amtszeiten der Richter ins Grundgesetz aufzunehmen. Regelungen, die dann auch nur mit einer Zwei-Drittel-Mehrheit geändert werden könnten.“

Er verkenne die Tragweite und Komplexität einer solchen Regelung nicht, sagte Steinmeier. „Dennoch: Meines Erachtens ist jetzt die Zeit, über Inhalt und Umfang einer solchen Verfassungsergänzung nachzudenken. Es wäre gut, wenn dazu eine ernsthafte Debatte in Gang käme.“

Union zaudert

Die Ampel-Parteien wollen mit der Union eine Änderung des Grundgesetzes herbeiführen, um dort die von Steinmeier angesprochenen Punkte zu verankern. Auf diese Weise soll verhindert werden, dass bei einem Erstarken extremer Parteien zum Beispiel vergleichsweise einfach Richter aus dem Amt entfernt werden könnten.

Die Union hat die ersten Gespräche aber mit der Erklärung beendet, sie sehe derzeit keinen zwingenden Bedarf für eine solche Verfassungsänderung. Inzwischen stellte der CDU-Vorsitzende Friedrich Merz klar, dass die Union selbstverständlich für eine Diskussion offen sei, wenn es Vorschläge geben sollte, das Bundesverfassungsgericht noch besser vor Demokratiefeinden zu schützen. Im Moment sehe die Union solche Vorschläge aber nicht.

Juristen fordern Lösung

Juristische Berufsorganisationen wie der Deutsche Anwaltverein und der Deutsche Richterbund forderten die Parteien auf, zu einer Lösung zu kommen. „Es ist an der Zeit, die Verfassungsgerichte in Bund und Ländern auch verfassungsrechtlich gegen Blockaden abzusichern und besser vor zielgerichteten Eingriffen zu schützen“, hieß es in einem gemeinsamen Aufruf.

Dagegen sprach Bundestags-Vizepräsident Wolfgang Kubicki (FDP) von „Hysterie“, die „schädlich für eine unaufgeregte Debatte über diese Frage“ sei. Er sagte dem „Handelsblatt“, man sollte sich nicht der Illusion hingeben, dass eine stärkere Verankerung im Grundgesetz „ein Allheilmittel zur Rettung des Verfassungsgerichtes“ sei. Es gebe andere Möglichkeiten, dieses mit einfachen Gesetzen faktisch außer Gefecht zu setzen, etwa über einen Entzug der finanziellen Mittel im Haushaltsgesetz. „Vielleicht wäre es sinnvoller, wir kämpfen dafür, dass die Wählerinnen und Wähler sich anders entscheiden, als ständig mit solchen Maßnahmen ängstlich die eigene Machtlosigkeit in den Raum zu stellen.“

Steinmeier beklagt Politik in sozialen Medien

Steinmeier betonte bei dem Debattenforum, man müsse die Demokratie besser vor Extremisten schützen. Grundgesetz und Strafrecht gäben die nötigen Instrumente. Volksverhetzung, Aufrufe zu Gewalt und gewaltsame Versuche, die freiheitliche Ordnung zu zerstören, dürften nicht hingenommen, verfassungsfeindliche Organisationen könnten verboten werden. „Vor allem aber müssen wir Mittel und Wege finden, um gegen Netzwerke vorzugehen, die verfassungsfeindliche Ideen füttern, finanzieren und verbreiten.“

Nötig sei es auch, die digitale Debatte demokratietauglich zu machen. Soziale Medien dominierten mehr und mehr auch die politische Debatte, zeichneten Schwarz-Weiß und befeuerten radikale Positionen. „Wir dürfen nicht zulassen, dass eine Minderheit von lautstarken Extremisten die Themen und das politische Klima im Land dominieren, bewusst Lügen verbreitet, zu Hass aufgestachelt, regelrecht Gehirnwäsche betrieben wird, und zwar von Demokratiefeinden aus der ganzen Welt.“

Senkung des Bundestagswahlalters

Das Forum diskutierte auch über die Senkung des Bundestagswahlalters von 18 auf 16 Jahre. Dazu wäre eine Grundgesetzänderung nötig, die CDU und CSU aber nicht mitmachen wollen. Alle Studien zeigten, dass 16- und 17-Jährige in der Lage seien, eine verantwortungsvolle Wahlentscheidung zu treffen, sagte Robert Vehrkamp von der Bertelsmann-Stiftung. „Und deshalb gibt es grundsätzlich auch kein wirkliches Argument mehr dagegen.“

Die Klima-Aktivistin Luisa Neubauer von Fridays for Future Deutschland begründete die Forderung nach einer früheren Wahlmöglichkeit für junge Menschen auch damit, dass politische Entscheidungen von heute zunehmend ihr künftiges Leben beeinflussten. „Immer mehr politische Entscheidungskonsequenz verschiebt sich in die Zukunft.“ Dagegen befand der CDU-Bundestagsabgeordnete Christoph Ploß, dass für das Bundestagswahlalter die Volljährigkeit „genau die richtige Grenze“ sei. (dpa/mig 6)

 

 

 

 

Kleine Fortschritte und neue Brüche: So steht es zum Weltfrauentag 2024 um die Gleichstellung der Geschlechter

 

* Keine Geschlechterpräferenz bei Führungskräften in Politik und Wirtschaft

* Geteilte Meinungen: 6 von 10 Männern finden, dass genug für die Gleichstellung getan wurde, Frauen mehrheitlich anderer Ansicht

* Rollenverständnis: Boomer denken fortschrittlicher als Gen Z

 

Hamburg – Am 8. März ist Weltfrauentag: Aus diesem Anlass haben das Markt- und Meinungsforschungsinstitut Ipsos und das Global Institute for Women’s Leadership am King’s College London weltweit die Geschlechterverhältnisse und Geschlechterinklusion hinterfragt.

In Deutschland zeigen sich positive Anzeichen für eine zunehmend wahrgenommene Gleichstellung der Geschlechter. Ein Indikator: Ob ein Mann oder eine Frau an der Spitze von Staat oder Unternehmen steht, ist für zwei von drei Bundesbürgern nicht relevant – 65 Prozent haben keine Geschlechterpräferenz bei politischen Führungskräften, bei den Vorgesetzten im Job sind es 67 Prozent. Nur eine Minderheit zieht in Sachen Politik explizit einen Mann (16 %) oder eine Frau (15 %) vor. Sehr ähnlich schaut es im Berufsleben aus: 17 Prozent wünschen sich ausdrücklich eine männliche Führungskraft, 14 Prozent eine weibliche.

Auch global bestätigt sich dieser Trend. Eine Mehrheit von 55 Prozent der Befragten aus 31 Ländern ist der Ansicht, dass männliche und weibliche Führungskräfte gleich gut (oder schlecht) darin sind, politische oder wirtschaftliche Ziele zu erreichen.

 

Jeder zweite Mann fühlt sich durch Gleichstellung diskriminiert

Die Anstrengungen von Politik und Gesellschaft, die Gleichstellung von Männern und Frauen voranzutreiben, werden offenbar wahrgenommen – polarisieren aber auch. Dass hinsichtlich der Gleichstellung schon genug getan wurde, findet heute in Deutschland bereits jeder Zweite (49 %); im Jahr 2019 stimmte nur jeder dritte Bundesbürger zu (35 %). Eklatant ist hier die Kluft zwischen den Geschlechtern: Während 60 Prozent der Männer der Ansicht sind, dass es nun reicht, sehen das nur 38 Prozent der Frauen so. Stolze 45 Prozent der deutschen Männer sind sogar davon überzeugt, dass die Förderung der Gleichstellung inzwischen so weit gegangen ist, dass nun Männer diskriminiert werden; das hingegen glauben nur 29 Prozent der Frauen.

Damit liegt die Entwicklung in Deutschland im globalen Trend. Knapp die Hälfte (52 %) der Menschen im Durchschnitt der befragten Länder findet, dass von Männern in Sachen Gleichstellung (zu) viel verlangt wird. Und fast jeder Zweite (46 %) meint als Folge der zunehmenden Gleichberechtigung eine Diskriminierung von Männern festzustellen. Beide Werte haben seit 2019 deutlich zugelegt (+9 Punkte | +13).

Immerhin glaubt jeder zweite Mann (52 %), dass Frauen in Deutschland keine Gleichstellung erreichen werden, wenn nicht auch Männer für die Rechte der Frauen kämpfen. Unter den Frauen stimmen 64 Prozent dieser Aussage zu.  Weltweit sind 65 Prozent der Meinung, dass Frauen in ihrem Land nur dann gleichberechtigt sein werden, wenn auch die Männer Maßnahmen zur Förderung der Frauenrechte ergreifen. 

 

Baby-Boomer denken fortschrittlicher als jüngere Generationen

Jüngere Generationen sind mit ihrer Haltung zum Rollenverständnis nicht zwangsläufig die progressiveren. Dass ein Mann, der zuhause bleibt und sich um die Kinder kümmert, nicht wirklich ein Mann ist – dem stimmt in Deutschland zwar nur jeder Fünfte (21 %) zu. Der Blick auf die Generationen offenbart allerdings deutliche Brüche: Während sich nur 8 Prozent der Baby-Boomer dieser Meinung anschließen, sehen mehr als ein Drittel der Millennials (35 %) und ein Viertel der Gen Z (26 %) die Männlichkeit durch Care-Arbeit bedroht; in der Generation X ist es jeder Fünfte (18 %).

Auch in der globalen Betrachtung sind es die jüngeren Befragten aus der Gen Z und Millennials, die am ehesten einen Verlust von Männlichkeit befürchten. Sie sind auch häufiger der Ansicht, dass die Emanzipation weit genug fortgeschritten ist: Eine klare Mehrheit der Generation Z (57 %) bzw. Millennials (59 %) vertritt diese Meinung; bei den Boomern sind es nur zwei von fünf Befragten (43 %). Ipsos 6

 

 

 

 

Studie. Willkommenskultur bleibt trotz Sorgen stabil

 

Laut einer Umfrage steigen die Sorgen der Deutschen im Blick auf die anhaltende Einwanderung. Demnach heißt aber immer noch eine Mehrheit die Menschen willkommen. Ostdeutsche sind skeptischer, Jüngere sehen häufiger die Chancen der Migration.

Trotz wachsender Sorgen wegen möglicher negativer Folgen von Migration bleibt laut einer Studie die Offenheit für Einwanderer in Deutschland stabil. Die Menschen befürchteten vor allem Kosten für den Sozialstaat, Wohnungsknappheit sowie Probleme in den Schulen, erklärte die Bertelsmann Stiftung bei der Vorstellung der Umfrageergebnisse am Dienstag in Gütersloh. Eine Mehrheit nehme weiterhin eine Willkommenskultur in den Kommunen und der Bevölkerung vor Ort wahr – in Ostdeutschland allerdings weniger als im Westen.

Für die Studie „Willkommenskultur in Krisenzeiten“ wurden 2.000 Menschen in Deutschland ab 14 Jahren im Oktober 2023 repräsentativ befragt, also noch vor der Veröffentlichung des Recherchezentrums „Correctiv“. Nach den Anfang Januar veröffentlichten Recherchen soll bei einem Treffen von hochrangigen AfD-Politikern, Neonazis und spendenwilligen Unternehmern ein Plan zur Vertreibung von Millionen Menschen aus Deutschland vorgestellt worden sein. Dies führte daraufhin bundesweit zu Massendemonstrationen gegen Fremdenfeindlichkeit.

Aus der Studie gehe hervor, dass 78 Prozent der Befragten durch Zuwanderung Mehrkosten für den Sozialstaat befürchten, hieß es. 74 Prozent nannten als Sorgen die Wohnungsnot in Ballungsräumen und 71 Prozent Probleme in den Schulen. Ost- und Westdeutsche liegen hier mit ihren Einschätzungen nahe beieinander. Die Werte sind laut der Stiftung gegenüber früheren Befragungen gestiegen und erreichen ein ähnliches Niveau wie 2017 nach der sogenannten Flüchtlingskrise.

Bereitschaft zur Flüchtlingsaufnahme sinkt

Die Bereitschaft, mehr Flüchtlinge aufzunehmen, ist laut der Umfrage in beiden Landesteilen zuletzt stark gesunken. Im Westen bejahten 58 Prozent die Aussage, Deutschland sei an seiner Belastungsgrenze angelangt – ein Anstieg um 23 Prozentpunkte gegenüber 2021. Im Osten kletterte der Wert von 42 auf 72 Prozent. Dass Deutschland aus humanitären Gründen mehr Flüchtlinge aufnehmen könne und solle, meinten nur noch 37 Prozent der westdeutschen und 27 Prozent der ostdeutschen Befragten.

Laut der Studie ist eine Mehrheit der Auffassung, dass Zuwanderer hierzulande willkommen seien. Im Blick auf Geflüchtete liegen demnach die Werte etwas niedriger.

Jüngere sehen Einwanderung positiver

Bei möglichen Vorteilen und Chancen von Migration meinten demnach 63 Prozent, diese sei wichtig für die Ansiedlung internationaler Firmen. Fast genau so viele Befragte waren jeweils der Ansicht, dass Deutschland dadurch weniger überaltert oder Zuwanderung das Leben in Deutschland interessanter mache. Über ein Viertel (27 Prozent) stimmte der Auffassung zu, Geflüchtete seien „Gäste auf Zeit“, um deren Integration Deutschland sich nicht bemühen solle (2021: 20 Prozent).

Junge Menschen bis 29 Jahren sehen laut der Studie häufiger positive und seltener negative Folgen von Zuwanderung. Zum Beispiel sagten in dieser Altersgruppe 64 Prozent, Zuwanderung gleiche den Fachkräftemangel aus – von allen Befragten stimmten dem nur 47 Prozent zu. Nur 48 Prozent der Jüngeren sahen Probleme in den Schulen durch Zuwanderung, insgesamt waren rund 70 Prozent der Befragten dieser Meinung.

Skepsis steigt in Zeiten starker Zuwanderung

In den seit 2012 durchgeführten Umfragen zur Willkommenskultur zeigt sich laut der Stiftung immer wieder eine „ambivalente“ Haltung der Bevölkerung gegenüber Migration: Es würden sowohl positive als auch negative Folgen für Wirtschaft und Gesellschaft erwartet. In Zeiten eines sprunghaften Anstieges von Zuwanderung durch Flucht wie 2015/2016 und zuletzt 2022/2023 komme es vermehrt zu skeptischen Einschätzungen – bei weiterhin größtenteils bestehender Offenheit gegenüber Migranten.

Die Ergebnisse erlaubten die Schlussfolgerung, die gestiegene Skepsis sei nicht auf eine ablehnende Haltung gegenüber zuwandernden Menschen zurückzuführen, sagte die Integrationsexpertin der Bertelsmann Stiftung, Ulrike Wieland. Ursache sei vielmehr die „Sorge um die wirtschaftlichen und gesellschaftlichen Kapazitäten für eine gelingende Aufnahme und Integration“. (epd/mig 6)

 

 

 

Fachkräfte-Initiative. DAAD fördert Gewinnung und Qualifizierung internationaler Fachkräfte

 

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) unterstützt ab April über 100 Hochschulen deutschlandweit bei der Qualifizierung internationaler Studierender als zukünftige Fachkräfte. 114 Projekte wurden dazu aktuell im Rahmen der „Campus Initiative internationale Fachkräfte“ ausgewählt. Für die Initiative stehen bis 2028 insgesamt rund 120 Millionen Euro aus Mitteln des Bundesbildungsministeriums (BMBF) bereit.

Bonn. „Deutschland ist eines der Top-3-Zielländer für internationale Studierende und Promovierende. Gleichzeitig nimmt der Fachkräftemangel bei uns im Land dramatische Ausmaße an. Es liegt daher nahe, internationale Talente nach ihrem erfolgreichen Studium für einen längerfristigen Aufenthalt in Deutschland zu gewinnen. Die deutschen Hochschulen wollen eine treibende Kraft bei der Gewinnung internationaler Fachkräfte sein. Dies zeigt sich auch in der hohen Beteiligung an den Ausschreibungen zur Fachkräfte-Initiative. Ab April fördern wir daher insgesamt 114 Projekte an 104 Hochschulen in allen Bundesländern, um internationalen Talenten den Weg von der Hochschule in den deutschen Arbeitsmarkt besser zu ebnen“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.

Programmlinie FIT: Förderung internationaler Talente zur Integration in Studium und Arbeitsmarkt

Die Fachkräfte-Initiative besteht aus zwei Programmlinien: „FIT“ und „Profi plus“. Im Rahmen des „FIT“-Programms können deutsche Hochschulen internationale Studierende, die einen Studienabschluss in Deutschland anstreben, mit zusätzlichen Angeboten zu Studienbeginn, während des Studiums und beim Übergang in den deutschen Arbeitsmarkt unterstützen. Ein Schwerpunkt liegt auf berufsbezogener Beratung und Unterstützung. Die Förderung der Vernetzung zwischen Hochschulen, Unternehmen und wirtschaftsnahen Institutionen soll zudem internationalen Absolventinnen und Absolventen den Übergang in den deutschen Arbeitsmarkt erleichtern.

Programmlinie Profi plus: Akademische Anpassungsfinanzierung für den deutschen Arbeitsmarkt

Im Programm „Profi plus“ können deutsche Hochschulen die fachliche Qualifizierung von internationalen Akademikerinnen und Akademikern mit ausländischem Hochschulabschluss fördern. Internationale Akademiker und Akademikerinnen erhalten im Programm zusätzliches Fachwissen für den deutschen Arbeitsmarkt und können ihre sprachlichen und sozialen Kompetenzen ausbauen. Kooperationen mit deutschen Unternehmen und Institutionen aus den jeweiligen Berufsfeldern ermöglichen es zudem, Praxiserfahrungen zu sammeln und berufliche Netzwerke aufzubauen.

Internationale Studierende als Fachkräfte von morgen

Laut einer DAAD-Schnellabfrage steuern deutsche Hochschulen im Wintersemester 2023/24 mit rund 380.000 internationalen Studierenden auf einen neuen Rekord zu. Deutschland steht damit weiterhin weltweit an dritter Stelle der beliebtesten Zielländer für internationale Studierende, nach den USA und dem Vereinigten Königreich. Laut einer weiteren DAAD-Umfrage sind gute berufliche Perspektiven ein wichtiger Grund für internationale Studierende, sich für ein Studium in Deutschland zu entscheiden.

FIT-Projekte

An der Universität Heidelberg soll das Integrationsprogramm „Make Your Way – Study to Stay“ internationalen Studierenden unter anderem die Möglichkeit bieten, deutsche Familien an Feiertagen zu begleiten. Dadurch erhalten sie authentische Einblicke in die deutsche Alltagskultur und knüpfen soziale Kontakte außerhalb des Campus. Zudem können Teilnehmenden Credit Points für die Absolvierung von berufspraktischen und interkulturellen Seminaren erhalten, um Anreize für die Teilnahme an berufsvorbereitenden Begleitmaßnahmen zu setzen.

Die Technische Hochschule Köln will im Projekt „Ready, Study, Go“ internationale Studierende aus MINT-Studiengängen unter anderem regelmäßig mit Recruitern aus Unternehmen und wirtschaftsnahen Einrichtungen in der Region in Kontakt bringen. So wird der Austausch zwischen potenziellen Arbeitgebern und zukünftigen Fachkräften gestärkt. Zudem sollen im Projekt internationale Studierende ihr theoretisches Wissen praktisch erweitern, um einfacher Zugang zum deutschen Arbeitsmarkt zu finden.

Profi plus-Projekte

Die Universität Bremen setzt im Projekt „Profi plus in Bremen“ auf die Ansprache internationaler Akademikerinnen mit Abschluss in einem MINT-Fach, die in deutschen Unternehmen unterrepräsentiert sind. Sie sollen insbesondere für die Möglichkeiten des deutschen Arbeitsmarkts im MINT-Bereich sensibilisiert werden. Durch individuelle Berufscoachings und die Vermittlung von sogenannten Future Skills sollen zusätzliche Chancen für einen erfolgreichen Berufseinstieg in Deutschland eröffnet werden.

Die Pädagogische Hochschule Freiburg will im Programm „HOLA: Hochschulzertifikat für Lehrkräfte mit ausländischem Hochschulabschluss“ die Gewinnung internationaler Lehrkräfte verbessern. Das Programm umfasst dazu berufssprachenorientierte Deutschkurse, eine kontinuierliche Sprachbegleitung während der Anpassungsqualifizierung und individuelle Sprachlernberatung. So sollen Teilnehmenden auf die hohen sprachlichen Anforderungen für den Schuldienst in Deutschland vorzubereitet werden, und sie dazu zu befähigen werden, professionell mit den Herausforderungen eines Schulalltags in einer Migrationsgesellschaft umzugehen. Daad 5Europawahl: Laien-Initiative empfiehlt Stimme für Frieden

Die Initiative „Christen für Europa" ruft vor den Europawahlen im Juni zum Wählen und zu einer „verantwortungsvollen Entscheidung im Sinne des Friedens und der Menschenwürde" auf. Am 9. Juni 2024 wählen die Bürgerinnen und Bürger der Europäischen Union zum zehnten Mal das Europäische Parlament.

Es gehe darum, Europa zu stärken und „das Gemeinwohl immer wieder in den Fokus politischen Handelns zu rücken", heißt es in einer am Montag veröffentlichten Erklärung mit dem Titel „Europa vor der Wahl: Für Demokratie und Menschenwürde stimmen".

 

Die Initiative ist ein Zusammenschluss von Laienorganisationen und Christen aus verschiedenen europäischen Ländern. Getragen wird sie vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und den Semaines Sociales de France (SSF).

 

„Das Wahlergebnis ist die Voraussetzung für den Fortbestand der europäischen Einigung in den nächsten fünf Jahren", heißt es weiter in der Erklärung. Nach der Wahl brauche es parlamentarische Mehrheiten, „die Menschlichkeit und Solidarität, Nachhaltigkeit und Subsidiarität als grundlegende Prinzipien anerkennen, Rechtsstaatlichkeit verteidigen und Nationalismen, Diskriminierung und Abschottung entgegentreten".

 

In der Erklärung betont die Initiative etwa, dass der Schutz von verfolgten Menschen nicht zur Disposition stehen dürfe. Es brauche „neue legale Zugangswege nach Europa". Klimapolitisch seien „starke Anreize für die sozial-ökologische Transformation" in allen Bereichen nötig. Dazu brauche es auch faire und widerstandsfähige Lieferketten. Daher sei auch ein neuer Anlauf beim EU-Lieferkettengesetz nötig. (kap 5)

 

 

 

 

Rolle rückwärts

 

Sowjet-Kult und „russische Werte“: Der Kreml sucht die ideologische Abgrenzung vom Westen. Dieser bleibt aber dennoch Fixpunkt. Daria Boll-Palievskaya

 

 „Wir müssen aufhören, Mädchen in Richtung höherer Bildung zu lenken.“ Diese Aussage stammt nicht, wie vielleicht zu vermuten wäre, von einem religiösen Fundamentalisten, sondern von einer russischen Senatorin. Junge Frauen sollten laut Margarita Pawlowa, die selbst Akademikerin ist und drei Kinder hat, keine Karriere machen, sondern stattdessen lieber Kinder bekommen. Dies würde zur Lösung des demografischen Problems in Russland beitragen. Die Staatsduma erwog daher, angeblich auf Bitte des russisch-orthodoxen Patriarchen Kirill, Abtreibungen in russischen Privatkliniken zu verbieten.

Obwohl das Gesetz schlussendlich nicht verabschiedet wurde, haben Privatkliniken in einigen Regionen Russlands in der Folge angekündigt, solche medizinischen Leistungen künftig nicht mehr anzubieten. Im Gesundheitsausschuss der Duma entbrannten zudem Diskussionen über die Schädlichkeit von Kondomen. Mädchen unter 18 Jahren sollten, so eine Teilnehmerin des Ausschusses, eine Schwangerschaft unter allen Umständen aufrechterhalten, da es großartig sei, jung Eltern zu werden. Doch das war bei weitem nicht alles: Seit neuestem steht im russischen Parlament ein Gesetzesentwurf zur Debatte, der „Propaganda“ verbieten soll, die angeblich Jugendliche dazu verleiten soll, kinderlos zu bleiben.

All diese erschreckend rückständigen Initiativen kommen nicht von ungefähr. In Russland läuft eine gezielte Kampagne für die „traditionellen Werte“. Eine Auflistung solcher kann in einem im November 2022 von Putin unterzeichneten Erlass nachgelesen werden: „Leben, Würde, Rechte und Freiheiten des Menschen, Patriotismus, Dienst dem Vaterland, hohe moralische Ideale, starke Familie, kreative Arbeit, Vorrang des Geistigen vor dem Materiellen“. Gemäß dem Dokument übernimmt der Staat die Pflicht, „traditionelle russische geistig-moralische Werte“ zu stärken und gegen „destruktive Ideologien“ vorzugehen, welche „Egoismus, Zügellosigkeit, Unmoral“ sowie „nicht-traditionelle sexuelle Beziehungen“ propagieren. Übel wie diese kämen dabei hauptsächlich aus den USA und anderen „unfreundlichen Ländern“.

Die hierbei hochgehaltene moralische Überlegenheit Russlands gegenüber dem dekadenten Westen hat sich seit dem Beginn des Krieges in der Ukraine vom bloßen Lippenbekenntnis hin zu konkreten Maßnahmen auf der Ebene der russischen Gesetzgebung gewandelt. Alles, was auch nur geringfügig von der „Parteilinie“ abweicht, wird verboten, vernichtet oder bestraft. Unliebsame Schriftsteller, die sich gegen den Krieg in der Ukraine ausgesprochen haben, werden zu sogenannten „ausländischen Agenten“ erklärt, einige von ihnen sogar als Terroristen gelistet. Bibliotheken entfernen ihre Bücher, sogar aus den Katalogen. Die internationale „LGBT-Bewegung“, welche es als Organisation ironischerweise gar nicht gibt, wurde wegen „Extremismus“ verboten. Museen sind hingegen verpflichtet, obligatorische Ausstellungen zum Ukraine-Krieg zu organisieren, und Schulen sollen Patriotismus-Stunden einführen.

Dennoch ergibt sich in diesem Strom von Verboten und Verschärfungen kein zusammenhängendes ideologisches Bild. Denn was genau ist unter „traditionellen Werten“ überhaupt zu verstehen? So erklärt Putin einerseits, dass Familien mit acht oder mehr Kindern zur Lebensnorm werden sollten, und zeigt öffentlich nur zu gern seine angebliche Verbundenheit mit dem orthodoxen Glauben. Andererseits bezeichnete er den Zerfall der UdSSR als die größte geopolitische Katastrophe des 20. Jahrhunderts. Eine Nostalgie nach Sowjetzeiten wird so regelrecht geschürt und der Name Stalins langsam, aber sicher rehabilitiert. Ein Paradox, denn die von Putin hochgelobte Orthodoxe Kirche war gerade in der UdSSR schrecklichen Verfolgungen ausgesetzt. Was familiäre Werte betrifft, so wurden in den 1980er Jahren jährlich 4,5 Millionen Abtreibungen durchgeführt, womit die Sowjetunion globaler Spitzenreiter war.

Doch diese offensichtlichen Widersprüche scheinen die Kreml-Ideologen nicht zu stören. Im Gegenteil: Die Aufgabe, an der Macht zu bleiben, erfordert eine klare Legitimation, wofür eine staatliche Ideologie gebraucht wird, die ihre Rechtfertigung in der Geschichte sucht. So wurden am 1. September 2023 erstmals nach dem Zerfall der UdSSR alle Schulen in Russland auf ein einheitliches Geschichtsbuch umgestellt, das den Bürgern die „richtige“ Sicht der Geschichte vermittelt. Einer der Autoren des Lehrbuchs ist der Präsidentenberater und ehemalige russische Kultusminister Wladimir Medinski. Das Hauptziel des Lehrbuchs sei, so heißt es in der Zusammenfassung, „die Bildung einer russischen staatsbürgerlichen Identität und des Patriotismus bei den Schülern“.

Der russische Historiker und Menschenrechtsaktivist Sergej Lukaschewski, der das 2022 geschlossene Moskauer Sacharow-Zentrum leitete, bezeichnet das hierdurch vom Kreml gezeichnete Weltbild der russischen Geschichte als „heroisch und schön“. Das Hauptaugenmerk der Ideologie fokussiere auf einen starken Staat. „Es ist verboten, die Macht der Menschen, die diesen Staat führen, infrage zu stellen oder irgendwelche Elemente russischer Geschichte negativ zu bewerten“, so der Historiker im Gespräch mit der Autorin. Gleichzeitig manipuliere der Kreml geschickt die Nostalgie vieler (vor allem älterer) Russinnen und Russen nach der Sowjetunion und damit auch ihre Angst vor der Wiederkehr der „wilden 1990er“, die nach dem Zusammenbruch des riesigen Landes folgten. Für diese Generation stelle die Angst, ihr Land erneut zu verlieren, den Eckpfeiler ihres Denkens dar. Lukaschewski zufolge sei für sie ein starker Staat essenziell, getragen von einem starken Präsidenten, von der Armee und von der Kirche als dessen Institutionen. Ein dazu passender, in russischen sozialen Netzwerken populärer Aphorismus lautet: „Wir hatten solche Angst vor der Wiederholung der 90er, dass wir im Jahr 1937 gelandet sind.“ Damit ist das Jahr der größten stalinistischen Repressionen gemeint.

Seine starke Fixierung auf die Geschichte demonstrierte Putin erst kürzlich in einem Interview mit dem amerikanischen Journalisten Tucker Carlson. Ganze 23 Minuten lang hielt er dem staunenden Carlson einen Vortrag zur Geschichte der Ukraine und Russlands, beginnend im Jahr 862. Dabei zeigte sich wieder einmal die ganze Bandbreite der Widersprüchlichkeit der Kreml-Ideologie: Alle Anstrengungen der Propaganda sind letztlich allein darauf ausgerichtet, die (nicht nur) moralische Überlegenheit Russlands gegenüber dem dekadenten Westen zu beweisen. Selbst der Krieg in der Ukraine wird von Propagandisten so als Krieg gegen die NATO dargestellt. Eine aggressive Anti-Westlichkeit ist wesentlicher Bestandteil dieser Ideologie. Wenn im Gegenzug jedoch ein amerikanischer Journalist nach Moskau kommt, wird sein Besuch regelrecht bejubelt und ist in sämtlichen staatlichen Medien das Thema Nummer 1. Jeder Schritt Carlsons wurde in Moskau beinahe minutiös verfolgt, egal ob er das Bolschoi-Theater besuchte oder ein Exponat der patriotischen Ausstellung „Russland“ bewunderte. Der Vorsitzende des russischen Journalistenverbandes, Wladimir Solowjow, wollte den amerikanischen Moderator sogar in seinen Verband aufnehmen. Die sorgsam gepflegte anti-westliche Haltung des Kremls entpuppt sich so als eine „Niederwerfung vor dem Westen“. Im Umkehrschluss also genau als das, wogegen die Propaganda so verzweifelt kämpft – ganz im Stil Stalins, der eine Kampagne gegen die „Anbetung des verrotteten Westens“ entfesselt hatte.

Ein wichtiges Argument der anti-westlichen Propaganda ist hierbei die angebliche „Cancel Culture“ gegen Russland im Westen. Dabei schadet das Regime der russischen Kultur hiermit vielmehr selbst. Denn in russischen sozialen Netzwerken geistert eine Liste von Namen russischer Schriftsteller herum, die in verschiedenen Perioden der russischen Geschichte staatlicher Unterdrückung ausgesetzt waren: „Puschkin wurde verbannt; Dostojewski wurde zum Tode verurteilt, dann begnadigt und verbannt; Tolstoi wurde aus der Kirche ausgeschlossen; Gumiljow wurde erschossen; Mandelstam wurde verbannt und getötet; Brodsky wurde aus dem Land gedrängt; Solschenizyn wurde verfolgt, verbannt und aus dem Land gedrängt.“ Dieses traurige Verzeichnis endet mit den Namen moderner Autoren, die erst kürzlich gezwungen waren, ins Exil zu gehen, darunter Boris Akunin, Dmitri Gluchowski oder Ljudmila Ulitzkaja. „Liebe Weltgemeinschaft, bitte ‚cancelt‘ die russische Kultur nicht“, schrieb ein Kommentator mit trauriger Ironie. „Wir schaffen es auch alleine.“ IPG 5

 

 

 

„Die politische Mitte stärken“

 

Der Passauer Bischof Stefan Oster stellt sich hinter die Empfehlung der Deutschen Bischofskonferenz, „die AfD eher nicht zu wählen“. Das schreibt er in einem langen Text auf seiner Internetseite.

Oster weist auf „eine ständig sich steigernde Radikalisierung“ in der AfD hin. „Nicht wenige Mitglieder, die die Partei früher anders geprägt haben, haben sie verlassen. Nach meiner Beobachtung wird die Kultur des politischen Diskurses auch durch die Afd und ihre Entwicklung fortwährend schlechter, die Polarisierungen nehmen massiv zu.“

Ein wirkliches Interesse an demokratischer Willens- und Meinungsbildung im Diskurs könne er „dort kaum erkennen“; stattdessen werde „fundamentale Systemkritik gegen alles, was nach ‚die da oben‘ aussieht, immer stärker“. Aus diesen Gründen trage er die Erklärung der Deutschen Bischofskonferenz gegen „völkischen Nationalismus“ mit.

Auch Linksextremisten tragen zur Polarisierung bei

Zur Polarisierung trage allerdings „auch der Einfluss linker, vor allem linksextremer politischer Strömungen“ bei, so der Passauer Bischof weiter. „Bisweilen ähneln sich der rechte und der linke Rand vor allem im Blick auf Identitätsfragen: Hier das völkisch-identitäre Denken, dort ein wokes Identitätsdenken.“ Es sei „paradox, dass sich dabei unter dem Stichwort ‚Vielfalt‘ eine ‚cancel culture‘ breitmacht, die ihrerseits hoch autoritär nur die eigene Auswahl dessen zulässt, was zu ‚Vielfalt‘ gehören darf und was nicht“. Da wie dort gehe es nach seinem Eindruck „um den Umbau der Gesellschaft von ihren Wurzeln her“, warnt Oster.

„Zeitenwende weg vom christlichen Menschenbild“

Er betont die christliche Überzeugung „von der Würde ausnahmslos jedes einzelnen Menschen“. Neben den politischen Extrempositionen „völkisch“ und „woke“ sehe er in der deutschen Gesellschaft noch weitere Anzeichen für eine „Zeitenwende weg vom christlichen Menschenbild“, vor allem in der Aufweichung des Lebensschutzes. Bischof Oster ruft nach einer Stärkung der „Mitte“ der Gesellschaft. „Wir wollen all jene politischen Kräften stärken und unterstützen, die ausdrücklich eine Stärkung und Erneuerung dessen anzielen, was unser Land die letzten Jahrzehnte so ausgezeichnet hat: eine demokratische, freiheitliche Kultur, die ohne unser christliches Menschenbild nicht denkbar war und ist.“ 

Teilnahme am „Marsch für das Leben“ noch unsicher

In dem Text zeigt sich der Passauer Bischof unentschlossen, ob er am nächsten „Marsch für das Leben“ teilnehmen werde oder nicht. Er sei sich „nicht mehr sicher, ob es tatsächlich genau diese Form der Präsenz ist, die den Anliegen in unserem deutschen Kontext am besten dient“. Oster wörtlich: „Womöglich lässt sich der Marsch zu leicht beschädigen, zu leicht inhaltlich kapern und dann das Interesse auf Nebenthemen lenken, die nicht die unseren sind.“ (vn 4)

 

 

 

„Optimierte Immunantworten durch personalisiertes Impfen“

 

„Personalisierte Impfungen“ sollen bestimmte Personengruppen vor schweren Erkrankungen bewahren. Dafür entwickeln pharmazeutische Unternehmen in der Impfforschung spezielle Impfstoffe, veränderte Impfdosen und spezifische Impfrouten. Ein Beispiel ist der Impfstoff gegen Gürtelrose (Herpes Zoster). Dieser wurde gezielt zum Schutz älterer Menschen entwickelt. Eine gute Nachricht!

Jeder Patient ist anders: So unterscheidet sich der eine vom anderen zum Beispiel durch sein Geschlecht, Alter, Gewicht oder Gesundheitszustand – um nur einige körperliche Merkmale zu nennen. „Deswegen reagieren Patientinnen und Patienten auch ganz unterschiedlich auf bestimmte Impfungen“, sagt Dr. Nicole Armbrüster, Expertin für Impfstoffe beim Bundesverband der Pharmazeutischen Industrie e.V. (BPI). Bei älteren und immunschwachen Menschen fällt die Immunantwort schwächer aus als bei jüngeren. Der Fachbegriff dafür heißt Immunoseneszenz. Übergewicht kann ebenfalls eine geringere Immunantwort zur Folge haben. Frauen bilden nach einer Impfung mehr Antikörper als Männer. Warum sollte man also alle Patientinnen und Patienten nach demselben Schema impfen? Um spezifischen Merkmalen von Patientengruppen bei Impfungen stärker zu berücksichtigen, liegen Lösungen in der „Personalisierten Impfung“.

Ältere Menschen besser schützen

„Personalisierte Impfung bedeutet nicht, dass jeder Mensch seinen individuell maßgeschneiderten Impfstoff erhält“, erläutert Armbrüster, „sondern dass Impfstoffe auf bestimmte Personengruppen zugeschnitten sind.“ Auch die Art des Impfstoffes kann sich entscheidend auf die Immunreaktion eines Menschen auswirken. Welcher Impfstoff zum Einsatz kommt, ist insbesondere im Alter relevant. Denn aufgrund der Immunoseneszenz sind ältere Menschen besonders gefährdet für Infektionskrankheiten. Meist treten Infektionskrankheiten im Alter häufiger auf und fallen schwerwiegender aus. „Für solche Patientengruppen wendet die pharmazeutische Forschung zum Beispiel das Konzept der sogenannten personalisierten und prädiktiven Vakzinologie (Wissenschaft der Impfstoffe) an“, erklärt die BPI-Expertin. Prädiktiv heißt, Bevölkerungsgruppen zu definieren, die durch eine personalisierte Impfung vorbeugend von einer Erkrankung besser geschützt werden können.

Gürtelrose: Gezielt entwickelte Impfstoffe für immunschwache Menschen

Ein Beispiel für einen gezielt für ältere Menschen entwickelten Impfstoff ist der Totimpfstoff gegen Herpes Zoster, umgangssprachlich Gürtelrose genannt. Die ansteckende Erkrankung wird wie Windpocken durch Varizella-Zoster-Viren hervorgerufen. Hat man in jüngeren Jahren Windpocken gehabt, nisten sich diese Viren in den Nervenzellen im Körper ein. Etwa 99,5 Prozent der über 50-Jährigen tragen das Virus im Nervensystem. Wird das Immunsystem schwächer – zum Beispiel bei älteren Menschen – können diese Viren wieder aktiv werden und einen schmerzhaften Ausschlag, die Gürtelrose, hervorrufen. Die stechenden und brennenden Nervenschmerzen können nach Abklingen des Hautausschlags noch längere Zeit andauern. Der Totimpfstoff gegen Herpes Zoster enthält ein spezielles Molekül, ein sogenanntes Oberflächen-Antigen, das normalerweise auf dem Virus „sitzt“ und das Immunsystem zur Bildung von Antikörpern anregt. Antikörper sind Eiweiße, die an das Oberflächen-Antigen binden und die Viren damit außer Kraft setzen. Um die Immunantwort zu verstärken, enthält der Impfstoff außerdem einen speziellen Hilfsstoff (Adjuvans). „Auf diese Weise kann die mit zunehmendem Alter schwächer werdende Immunantwort geboostert werden“, betont Armbrüster.

Zehn Jahre Schutz

Die Ständige Impfkommission (STIKO) empfiehlt die Impfung gegen Gürtelrose allen Menschen, die älter als 60 Jahre sind. Personen mit einer Grunderkrankung wie etwa Diabetes mellitus, einer chronischen Erkrankung der Lunge, Nieren, des Darms sowie einer angeborenen oder medikamentös bedingten Immunschwäche wird geraten, sich bereits ab 50 Jahren gegen Gürtelrose impfen zu lassen. Die Impfung besteht aus zwei Impfdosen, die laut STIKO im Abstand von mindestens zwei bis maximal sechs Wochen verabreicht werden sollten. Die Impfung schützt mindestens zehn Jahre lang. „Ist ein Patient bereits akut an einer Gürtelrose erkrankt, kommen zur medikamentösen Behandlung oftmals antivirale Arzneimittel – sogenannte Virostatika – zum Einsatz. Ihre Wirkstoffe hemmen die Vermehrung der Viren“, erklärt Armbrüster.

Personalisierte Impfstrategie für eine sich verändernde Gesellschaft

Eine immer älter werdende Bevölkerung, immer mehr Menschen mit chronischen Erkrankungen, mit Übergewicht und Fettleibigkeit erfordern eine personalisierte Impfstrategie, die sie besser vor Erkrankungen schützt. „Mithilfe neuer Technologien werden in der modernen Impfforschung neue Impfstoff-Antigene, verbesserte Wirkstoffverstärker, veränderte Impfdosen und andere Impfrouten – zum Beispiel mobile Impfteams oder Impfungen für zu Hause – entwickelt“, ergänzt Armbrüster. „Das soll insgesamt dazu führen, die Wirksamkeit einer Impfung zu erhöhen und Menschen mit einem schwächeren Immunsystem vor dem Ausbruch bestimmter Erkrankungen gezielt zu schützen.“ GA 4

 

 

 

 

Angst der Deutschen vor zunehmendem Extremismus steigt sprunghaft an

 

Hamburg – Die Enthüllungen über das Treffen von AfD-Vertretern und Rechtsradikalen zeigen offenbar Wirkung in der Bevölkerung: Die Sorge vor einer Zunahme von Extremismus in Deutschland ist im Februar deutlich angestiegen. 21 Prozent der Bundesbürger zählen sie aktuell zu den drei größten Sorgen im eigenen Land, 7 Prozentpunkte mehr als im Vormonat. Das ist das Ergebnis der monatlich in 29 Ländern durchgeführten Ipsos-Studie »What Worries the World«. Vor genau einem Jahr sorgten sich lediglich 9 Prozent der Deutschen darum. Allein in Israel (24 %) ist die Angst vor zunehmendem Extremismus derzeit größer als in Deutschland.

 

Die größten Sorgen im Land: Inflation, Migration, soziale Ungleichheit

Weiterhin größte Sorge bleibt die Inflation, 37 Prozent der Deutschen zählen sie momentan zu den drei wichtigsten Problemen im eigenen Land. Dahinter folgt mit leicht abnehmender Tendenz zum Vormonat die Einwanderung (35 % | -3). Auf Platz drei im Sorgenranking liegt mit einem Zuwachs von 3 Prozentpunkten der Themenbereich Armut und soziale Ungleichheit (34 %).

Jeden fünften Deutschen (20 %) besorgt eine Zunahme von Kriminalität und Gewalt – ein Plus von 3 Prozentpunkten im Vergleich zum Vormonat. Die jüngsten Entwicklungen im Ukrainekrieg dürften auch die Angst vor militärischen Konflikten schüren: 20 Prozent der Deutschen zeigen sich hier besorgt, eine Steigerung um 5 Prozentpunkte seit Januar.

 

Klimasorgen auf niedrigstem Wert seit 2020

Auch die Sorge um den Klimawandel treibt knapp jeden fünften Deutschen um (21 %) – nach einem Zuwachs im Januar fällt dieser Wert nun deutlich um 7 Punkte ab und damit auf den niedrigsten Wert seit April 2020. Dennoch gehört der Klimawandel nach wie vor zu den fünf größten Sorgen in Deutschland.

 

Was die Welt bewegt: Kriminalität, Korruption, Arbeitslosigkeit

Im weltweiten Durchschnitt der 29 Befragungsländer steht ebenfalls die Inflation an erster Stelle der Sorgen (34%) – gefolgt von Armut und sozialer Ungleichheit sowie Kriminalität und Gewalt (je 30 %). Auf dem dritten Platz gleichauf: Korruption und Arbeitslosigkeit (je 26 %). Ipsos 4

 

 

 

 

Debatte über Arbeitspflicht, Arbeitsverbot und Zwangsarbeit für Asylbewerber

 

Bei der Frage nach einer 80 Cent/Stunde-Arbeitspflicht für Asylbewerber zeigen sich die Kommunen zurückhaltend, manche Länder sind dafür. Pro Asyl äußert verfassungs- und arbeitsrechtliche Bedenken. Gewerkschaften warnen vor ausbeuterischen Geschäftsmodellen. Politiker warnen vor falschen Erzählungen über Geflüchtete.

Statt einer Arbeitspflicht für Asylbewerber regt der Städte- und Gemeindebund eine Anpassung der bereits geltenden Vorgaben an. „Um mehr Asylbewerber in Arbeit zu vermitteln, ist eine Arbeitspflicht weder nötig noch zielführend“, sagte Hauptgeschäftsführer André Berghegger den Zeitungen der Funke Mediengruppe. „Es bedarf nur einer Anpassung der aktuellen Regeln, über die wir zwingend diskutieren sollten.“ Der Saale-Orla-Kreis in Thüringen plant als erster Landkreis in Deutschland die Durchsetzung einer Arbeitspflicht für Asylbewerber.

Aktuell dürften Geflüchtete nicht arbeiten, solange sie sich im Asylverfahren befänden, erklärte Berghegger. „Wenn angemahnt wird, dass zu wenig Geflüchtete arbeiten, muss der erste logische Schritt sein, die Asylverfahren beschleunigt zu einem Abschluss zu bringen“, sagte er. Auch könne es eine Chance sein, die Beschäftigungsmöglichkeiten schon im laufenden Asylverfahren zu eröffnen, wenn die vorläufige Prüfung ein Recht auf Asyl erwarten lasse. „Es muss unsere Motivation sein, die voraussichtlich Asylberechtigten so schnell wie möglich in Arbeit zu vermitteln, allein schon weil Arbeit ein wichtiger Schlüssel zur Integration ist“, betonte Berghegger.

Pro Asyl: 80 Cent/Stunde erinnert an Zwangsarbeit

Auch der Sozialverband VdK wandte sich gegen eine Arbeitspflicht für Asylbewerber. „Wir lehnen den Vorschlag ab, Asylbewerber zu gemeinnütziger Arbeit zu verpflichten“, sagte VdK-Präsidentin Verena Bentele der „Rheinischen Post“. „Die eigentliche Herausforderung ist, dass wir mehr Arbeitskräfte in sozialversicherungspflichtigen Jobs brauchen“, sagte die VdK-Chefin. Es sei wichtig, dass Berufs- und Ausbildungsabschlüsse schneller und einfacher anerkannt werden.

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl äußerte Zweifel an der Rechtmäßigkeit: „Wir haben bei der Arbeitspflicht große verfassungsrechtliche und arbeitsrechtliche Bedenken, weil dies an Zwangsarbeit erinnert und sie für 80 Cent pro Stunde arbeiten müssen“, sagte der flüchtlingspolitische Sprecher Tareq Alaows dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“. Die Debatte suggeriere, dass die Menschen arbeitsunwillig seien. „Dabei unterliegen sie oft gesetzlichen Arbeitsverboten und verlieren durch langwierige Verfahren für die Erlangung von Arbeitserlaubnissen Jobangebote wieder“, sagte er. Arbeitsverbote für Geflüchtete sollten aufgehoben werden.

DGB: Diskussion schadet und spaltet

Strikt gegen eine Arbeitspflicht wandten sich auch Gewerkschaften. „Arbeitspflicht für Geflüchtete ist ein weiterer substanzloser Höhepunkt der Debatten auf dem Rücken von geflüchteten Menschen“, sagte DGB-Vorstandsmitglied Anja Piel der Deutschen Presse-Agentur in Berlin. Sie könnten zwar mit gemeinnützigen Tätigkeiten gegen Aufwandsentschädigung betraut werden. „Ansonsten ist ihnen der Zugang zum Arbeitsmarkt aber weitgehend verwehrt.“

Piel sagte, werde in Arbeit vermittelt, müsse dies gute und sozialversicherte Beschäftigung sein. „Schutzsuchende Menschen in den Niedriglohnsektor zu zwingen und sie ausbeuterischen Verhältnissen preiszugeben, darf keinesfalls Geschäftsmodell werden.“ Problemfälle zum Beispiel bei Paketdiensten, in der Saisonarbeit, in Lkws und auf dem Bau seien hinlänglich bekannt. Diskussionen über Arbeitspflichten heizten die aufgeladene Stimmung im Land weiter an. „Das schadet und spaltet“, sagte Piel.

Heil: Flüchtlinge sollen in sozialversicherungspflichtige Arbeit

Die FDP hält es grundsätzlich für angemessen, mehr Asylbewerber zu einer gemeinnützigen Arbeit in Kommunen zu verpflichten. „Dass Asylbewerber in den ersten drei Monaten keine sozialversicherungspflichtigen Jobs ausüben dürfen, ist richtig – denn viele von diesen müssen unser Land ja nach Prüfung auch wieder verlassen, was schneller gehen muss“, sagte FDP-Parlamentsgeschäftsführer Johannes Vogel der „Rheinischen Post“. „Dass Asylbewerber am Ort ihrer Unterkunft aber gemeinnützig tätig werden und so auch einen Beitrag für die Solidarität in der Gemeinde leisten, ist angemessen und richtig.“

Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) hält eine Arbeitspflicht für Asylbewerber „im Einzelfall“ für sinnvoll. Eine „nachhaltige Arbeitsmarktintegration“ werde so aber nicht gelingen, hatte er dem Boulevardblatt „Bild“ gesagt. Sein Ziel sei es deshalb, anerkannte Flüchtlinge dauerhaft in sozialversicherungspflichtige Arbeit zu bringen. Ähnlich sieht es die SPD-Vorsitzende Saskia Esken. „Ich halte davon nichts“, sagte sie der „Thüringer Allgemeinen“. Ähnliche Maßnahmen seien in der Vergangenheit erfolglos bei Langzeitarbeitslosen versucht worden. „Angesichts des Fachkräftemangels ist es heute viel besser, die Geflüchteten schneller und unkomplizierter in sozialversicherungspflichtige Beschäftigung zu bringen.“

Länderumfrage: Bayern und Sachsen-Anhalt für Arbeitspflicht

In einer Länder-Umfrage des „RedaktionsNetzwerk Deutschland“ (RND) haben sich mehrere Bundesländer dafür ausgesprochen, in ihren Kommunen eine Arbeitspflicht für Flüchtlinge einzuführen. Ein Sprecher des Arbeitsministeriums in Schleswig-Holstein sagte, dass die im Asylbewerberleistungsgesetz vorgesehenen Mitwirkungspflichten effektiver durchgesetzt werden müssten. Dabei sei eine flächendeckende Arbeitspflicht für Geflüchtete durchaus vorstellbar.

Auch das Innenministerium in Sachsen-Anhalt sieht die Regelung positiv. Arbeitsgelegenheiten seien ein Instrument, mit dem vor allem Menschen, die noch nicht arbeiten dürften, die Gelegenheit gegeben werde, nicht in Untätigkeit zu verfallen, erklärte eine Sprecherin. Saarlands Minister für Arbeit und Soziales, Magnus Jung, wünscht sich ebenfalls Beschäftigung für Geflüchtete, jedoch auf freiwilliger Basis. Unterstützung für die örtliche Umsetzung der Regelung im Asylbewerberleistungsgesetz kam zuvor auch von Bayerns Innenminister.

Nonnenmacher beklagt „falsche Erzählung vom arbeitsscheuen Geflüchteten“

Nordrhein-Westfalens Arbeitsminister Karl-Josef Laumann sagte dem RND: „Arbeitsmarkt- und sozialpolitisch ist es zu begrüßen, wenn die Menschen, die in dieses Land kommen, so schnell wie möglich in geregelte Tagesabläufe kommen und eine sinnvolle Aufgabe haben.“ Dennoch sieht Laumann keinen Anlass für neue zusätzliche Gesetze oder Vorschriften. Dafür sei der Paragraf 5 im Asylbewerberleistungsgesetz geschaffen worden. „Ich sehe hier keinen darüber hinaus gehenden Regelungsbedarf.“

Ablehnend reagierten Berlin, Brandenburg und Hamburg. „Mit dieser Scheindebatte zur Arbeitspflicht wird nur wieder die falsche Erzählung vom arbeitsscheuen Geflüchteten bedient“, sagte Brandenburgs Integrationsministerin Ursula Nonnenmacher (Grüne) dem RND. (epd/mig 4)

 

 

 

Scholz beim Papst: Gespräche über globale Herausforderungen

 

Erstmals hat Papst Franziskus den deutschen Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) in Privataudienz empfangen. Anschließend folgte ein Treffen mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin. Er sei sehr dankbar, „für das ausführliche Gespräch mit dem Papst“, sagte der Sozialdemokrat nach dem Besuch im Vatikan. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Sie hätten sich „wegen der Zeiten, in denen wir leben, natürlich auch über die großen Herausforderungen und Probleme verständigt und miteinander zu Themen diskutiert, die uns alle umtreiben“, so Scholz in einem Statement gegenüber Journalisten an diesem Samstagmittag im Vatikan. Und zählte dann die Themen auf:

„Da ist der Angriffskrieg Russlands gegen die Ukraine, die vielen Toten, die dieser Krieg bereits gekostet hat und die bedrohte Unabhängigkeit und Freiheit der Ukraine. Wir haben jetzt über den Krieg im Nahen Osten unterhalten und darüber diskutiert, wie wir Frieden und Sicherheit in unserer Welt sichern können.“

Andere „große Fragen und Antworten“, die für sie wichtig waren, seien die Themen „Migration“ sowie die Frage der Gerechtigkeit und Zusammenleben.

Bedeutung des christlichen Glaubens in Deutschland

In der offiziellen Mitteilung des vatikanischen Pressesaals heißt es: „Im Laufe der herzlichen Gespräche im Staatssekretariat wurde die Zufriedenheit über die guten Beziehungen und die fruchtbare Zusammenarbeit zwischen dem Heiligen Stuhl und Deutschland zum Ausdruck gebracht und die Bedeutung des christlichen Glaubens in der deutschen Gesellschaft hervorgehoben.“

Scholz schenkte dem katholischen Kirchenoberhaupt den offiziellen Ball der kommenden Europameisterschaft sowie einen weißen Porzellanbären mit dem Wappen der Bundesrepublik. Der Papst übergab dem konfessionslosen Politiker ein Bronzewerk mit dem Titel „Soziale Liebe“. Es zeigt ein Kind, das einem anderen beim Aufstehen hilft. Das Bronzewerk trägt die Inschrift „Amare Aiutare“. (vn 2)

 

 

 

Bella Ciao

 

Bei den sardischen Regionalwahlen erlangt das Mitte-links-Bündnis einen Überraschungssieg. Beginnt Melonis Machtbasis zu bröckeln? Michael Braun

 

Die Regionalwahl in Sardinien am vergangenen Sonntag endete mit einer kleinen Sensation. Gegen alle Erwartungen fiel die bisher von den Rechtsparteien regierte Insel an das Mitte-links-Bündnis. Die Sarden hatten einerseits in direkter Wahl den Regionspräsidenten und andererseits das Regionalparlament zu wählen. Als am späten Montagabend alle Stimmen ausgezählt waren, stand die Sensation fest. Mit 45,4 Prozent hatte Alessandra Todde, Kandidatin des Bündnisses aus dem Movimento5Stelle (M5S – „Fünf-Sterne-Bewegung“), der Partito Democratico (PD), der radikal linken Alleanza Verdi-Sinistra (AVS – „Grün-Linke-Allianz“) sowie weiteren kleinen linken Listen, die Nase vorn.

Der Gegenkandidat von rechts, Paolo Truzzu, kam dagegen nur auf 45 Prozent. Ihm nützte es nichts, dass bei den Listenstimmen für das Regionalparlament die postfaschistischen Fratelli d’Italia (FdI) der in Rom regierenden Ministerpräsidentin, die Lega unter Matteo Salvini, Forza Italia und diverse weitere Mitte-rechts-Kräfte gut 48 Prozent erreichten und damit beim Listenvotum die Allianz der siegreichen Alessandra Todde klar überholten (die mit ihr verbundenen Listen kamen nur auf 42 Prozent). Denn am Ende ist nach dem Wahlrecht die Stimme für den Regionspräsidenten ausschlaggebend: Die mit dem Sieger oder der Siegerin verbundenen Listen erhalten im Regionalparlament einen Mehrheitsbonus, der ihnen 36 der 60 Sitze zuspricht.

Für die Rechte schmerzt diese Niederlage besonders, denn alle Meinungsumfragen der letzten Monate hatten an ihrem Erfolg keinen Zweifel gelassen. Dies galt umso mehr, da sich das komplette Rechtslager zu einer Allianz zusammengeschlossen hatte, während die Mitte-links-Kräfte gespalten angetreten waren. Zwar hatten es diesmal PD und Fünf Sterne geschafft, ein Bündnis zu schließen – doch mit dem früheren Regionspräsidenten Renato Soru war ein wichtiger PD-Politiker ausgeschert und hatte seinerseits als Unabhängiger kandidiert. Deshalb galt ein Erfolg der am Ende erfolgreichen Todde eigentlich als ausgeschlossen. Obwohl Soru seinerseits 8,6 Prozent holte, reichte es unter dem Strich dennoch für den – wenn auch denkbar knappen – Vorsprung Toddes.

Am 25. September 2022 hatte der Rechtsblock unter der heutigen Ministerpräsidentin Giorgia Meloni die nationalen Wahlen klar für sich entschieden. Ihre postfaschistische Partei Fratelli d’Italia hatte 26 Prozent geholt, das gesamte Rechtslager war auf rund 45 Prozent gekommen, kann aber seitdem in beiden Häusern des Parlaments auf rund 60 Prozent der Sitze zählen. Meloni sitzt damit fest im Sattel. Die Meinungsumfragen weisen ihr Popularitätswerte zwischen 40 und 50 Prozent zu und sehen die Rechtsparteien damit etwa genauso stark wie bei den Wahlen 2022.

Auch diese Tatsache hatte den Rechtsblock und vorneweg Meloni selbst wohl dazu verleitet, in Sardinien das Fell des Bären zu verteilen, bevor er erlegt war. Der bisherige, 2019 gewählte, Regionspräsident ist ein der Lega von Matteo Salvini nahestehender Politiker. Diesmal allerdings reklamierte Meloni die Spitzenkandidatur der Rechten angesichts des starken elektoralen Zuwachses der Fratelli für ihre eigene Partei: mit Erfolg. Sie setzte mit Paolo Truzzu einen ihr seit Jahren in Nibelungentreue verbundenen Postfaschisten durch, der vor allem dadurch auffiel, dass er sich den Schriftzug Trux – eine Synthese aus seinem Namen und Dux, sprich dem Duce – auf den Unterarm hatte tätowieren lassen. Truzzu regierte seit fünf Jahren die Inselhauptstadt Cagliari, hatte es dort jedoch in seiner Amtszeit dazu gebracht, zu einem der unpopulärsten Bürgermeister Italiens zu werden. Dies trug zu seiner Niederlage bei: In Cagliari selbst scheiterte er mit 35 Prozent krachend, Wahlsiegerin Todde konnte dort 53 Prozent der Stimmen holen.

Die Rechte sucht jetzt die Pleite als „rein lokales Ereignis“ kleinzureden – doch es ist auch eine Niederlage Melonis. Sie persönlich hatte den Kandidaten ausgewählt und sich auch im Wahlkampf stark engagiert. Ihr wird es nun obliegen, die drohenden Konflikte im Rechtsbündnis einzuhegen, denn mit dem Lega-Chef Salvini steht ihr der unzufriedene Anführer der Lega gegenüber, der schon bei den im Juni anstehenden Europawahlen den elektoralen Niedergang seiner Partei – und den spiegelbildlichen Zuwachs von Melonis Fratelli – mit einem Überbietungswettbewerb in Rechtspopulismus aufzuhalten suchen wird.

„Der Wind hat sich gedreht“, kommentierte voller Enthusiasmus Elly Schlein, seit genau einem Jahr Vorsitzende der PD. Erstmals seit 2015 gelang es ihrem Lager, eine bisher rechts regierte Region zu erobern, während bisher sowohl national wie auch regional seit fast zehn Jahren die Rechte auf einem unaufhaltsamen Vormarsch schien. Es ist allerdings noch zu früh, mit der Wahl in Sardinien jetzt eine generelle Trendwende auszurufen und schon den Niedergang Melonis einzuläuten. Die Insel stellt gerade einmal 2,5 Prozent der italienischen Bevölkerung – zu wenig, um aus dem Votum unmittelbar nationale Schlüsse ziehen zu wollen.

Dennoch lehrt Sardinien einiges über die Bedingungen, unter denen das Mitte-links-Bündnis erfolgreich sein kann. Da wäre vorneweg die starke Kandidatin. Alessandra Todde, Informatikerin, die jahrelang als Managerin im Ausland tätig war, dann aber nach Sardinien zurückkehrte, beherrscht trotz ihres „kosmopolitischen“ Werdegangs die volksnahe Ansprache – sie spricht Sardisch – und konnte gerade bei sozialen Themen mit einer hohen Glaubwürdigkeit überzeugen. Vor allem aber konnte sie sich auf das Bündnis aus Fünf Sternen, Partito Democratico und radikaler Linke verlassen, welches sie ohne innere Reibereien trug.

Damit wurde der Wahlkampf in Sardinien zum Gegenentwurf gegenüber dem nationalen Wahlkampf von 2022. Damals war das Mitte-links-Lager doppelt gespalten angetreten. Die PD war nur mit der radikal linken AVS eine Wahlallianz eingegangen, während die Fünf Sterne allein antraten und daneben noch separat eine kleine Mitte-Liste ins Rennen gegangen war. Nur deshalb konnte die Rechte mit 45 Prozent der Stimmen 60 Prozent der Sitze erobern, während alle Mitte-links-Kräfte zusammen zwar auf 48 Prozent gekommen waren, ohne jedoch – angesichts des Wahlrechts – von diesem Resultat profitieren zu können.

In der PD hatte diese nationale Pleite zur Wahl Elly Schleins zur Parteichefin geführt. Große Teile des Apparats hatten gegen sie gestanden, und bei der ersten Abstimmungsrunde (die laut Statut allein unter den Mitgliedern läuft) hatte sie nur 35 Prozent der Stimmen erhalten. In der zweiten Runde allerdings, einer für alle Anhängerinnen und Anhänger der Partei offenen Urwahl, hatte Schlein sich schließlich mit 53 Prozent durchgesetzt. Nach oben getragen hatte sie die Forderung, das linke Profil der PD zu schärfen, aber auch die Forderung, für Allianzen mit den Fünf Sternen – die vielen in der PD verhasst sind – offen zu sein. Diese Position ist jetzt durch das Votum in Sardinien entscheidend gestärkt worden. Die PD dürfte sich in den nächsten Monaten deutlich geschlossener präsentieren.

Eine erste Chance bietet sich dem Mitte-links-Bündnis schon in wenigen Tagen. Am 10. März wählen die Abruzzen den neuen Präsidenten und das Parlament der Region. Auch dort wird die Rechte von einem Meloni-treuen Postfaschisten angeführt, von dem bisherigen Regionspräsidenten Marco Marsilio. Anders als in Sardinien allerdings ist es in den Abruzzen dem Mitte-links-Lager gelungen, völlig geschlossen anzutreten, ohne Konkurrenzkandidaturen aus dem eigenen Lager. Sollte auch hier Meloni eine Niederlage einstecken, könnte der bisher noch rein lokale Erfolg von Sardinien tatsächlich als weiterreichender Aufbruch der Opposition gegen die Meloni-Rechte in die Geschichte eingehen. IPG 1

 

 

 

Wenn zwei sich streiten ...

 

Das deutsch-französische Führungsversagen ist ein Risiko für unsere Sicherheit. Der Schaden betrifft nicht nur die Verteidigungsfähigkeit Europas. Gesine Weber

 

In den vergangenen Jahren ist mehr als deutlich geworden, dass das deutsch-französische Tandem – historisch gesehen ein zentraler Motor der europäischen Integration – auf der Ebene der politischen Führung einfach nicht zusammenfindet. Bei wirtschafts- und energiepolitischen Fragen – man denke an Atomenergie, Freihandelsabkommen oder Industriepolitik – sind die Positionen von Paris und Berlin oft gegensätzlich. Zwar hat eine deutsch-französische Expertengruppe Vorschläge zur institutionellen Weiterentwicklung der EU vorgelegt, doch eine gemeinsame politische Ambition für die Zukunft des europäischen Projekts haben Deutschland und Frankreich bisher nicht formuliert. Und krachend gescheitert sind Berlin und Paris daran, eine Führungsrolle beim Angehen der größten sicherheitspolitischen Herausforderung für die EU seit ihrer Gründung einzunehmen. Weder gelingt es Deutschland und Frankreich, bei der Unterstützung der Ukraine gemeinsam voranzugehen, noch haben sie einen gemeinsamen Fahrplan für die Stärkung der europäischen Verteidigung. Angesichts der Lage in der Ukraine, aber auch in Anbetracht der strukturellen geopolitischen Verschiebungen – wie beispielsweise des erwartbar abnehmenden Engagements der USA in der europäischen Verteidigung – sind Ambitionen und Visionen für die europäische Sicherheits- und Verteidigungspolitik jedoch kein Selbstzweck. Sie sind eine strategische Notwendigkeit.

Die Konferenz zur Unterstützung der Ukraine, zu der Frankreichs Präsident Emmanuel Macron Ende Februar eingeladen hatte, illustrierte die Differenzen zwischen Deutschland und Frankreich noch einmal deutlich. Es handelte sich um kein offizielles Treffen im Rahmen der EU, sondern um ein Treffen zur Koordinierung der Positionen europäischer Staaten, der USA und Kanadas zur weiteren Unterstützung der Ukraine. Das Ziel dabei war unter anderem, eine klare Botschaft der Geschlossenheit zu senden. Erreicht haben Macron und Scholz mit ihren jeweiligen Medienauftritten jedoch das Gegenteil. Als Macron in der Pressekonferenz zum Abschluss der Konferenz erklärte, dass die Entsendung europäischer Truppen auf ukrainischen Boden nicht ausgeschlossen werde, ließ die deutsche Reaktion kaum auf sich warten. Scholz wiederholte, dass die bisherige Position – keine Entsendung von deutschen oder NATO-Truppen in den Konflikt – unverändert bleibe, und Wirtschaftsminister Habeck forderte Frankreich zur Lieferung von mehr Waffen auf. Diese öffentlichen Widersprüche sind keine strategische Ambiguität, sondern ein massiver Schaden für die Glaubwürdigkeit der Unterstützung Europas für die Ukraine. Die notwendige Nachricht der Geschlossenheit, die Europa mit der Konferenz demonstrieren wollte, haben Scholz und Macron damit schlichtweg untergraben.

Die signifikanten Differenzen zwischen Deutschland und Frankreich in Fragen der Sicherheits- und Verteidigungspolitik sind nicht neu. Während Frankreich traditionell auf ein starkes Europa und vor allem eine starke EU setzt, hat Deutschland schon immer eine stärkere transatlantische Orientierung, mit einem klareren Fokus auf der NATO als auf der Gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik (GSVP) der EU. Besonders deutlich wurde dieser Gegensatz beim öffentlichen Schlagabtausch von Emmanuel Macron und der damaligen deutschen Verteidigungsministerin Annegret Kramp-Karrenbauer vor den US-Wahlen 2020. Während der französische Präsident klar für eine europäische strategische Autonomie plädierte und die Europäer aufforderte, auch unabhängig von den USA mehr zu tun, veröffentlichte Kramp-Karrenbauer wenige Tage darauf einen Artikel mit dem Titel Europe Still Needs America („Europa braucht Amerika weiterhin“) – woraufhin Macron in einem Interview ausführlich sein Argument darlegte. Und auch abgesehen von ihren Präferenzen für eine europäische Verteidigung unterscheiden sich Deutschland und Frankreich in ihrer strategischen Kultur. In Deutschland herrschen Parlamentsvorbehalt und eine gesellschaftlich verankerte Skepsis gegenüber allem Militärischen vor. Demgegenüber steht eine Interventionsarmee auf der französischen Seite samt dem Willen, diese auch zur Sicherung eigener Sicherheitsinteressen einzusetzen.

Diese Differenzen müssen jedoch nicht zwangsläufig eine Paralyse auf der europäischen Ebene bedeuten. Geopolitische Notwendigkeit und Pragmatismus haben auch in der Vergangenheit zu Kompromissen zwischen Deutschland und Frankreich geführt, beispielsweise bei den verschiedenen Initiativen zur Stärkung der europäischen Verteidigung nach dem Brexit und der Wahl von Donald Trump zum US-Präsidenten. Der zentrale Unterschied zur heutigen Situation scheint jedoch der politische Wille zu sein: Während Deutschland und Frankreich auf das Brexit-Referendum umgehend mit dem Willen antworteten, das europäische Projekt voranzutreiben, fehlt diese Ambition heute – in einer Situation, die für die EU zwar ebenfalls ein geopolitischer Stresstest ist, aber ungleich bedrohlicher.

Strukturell gesehen haben deutsch-französische Vorhaben den großen Vorteil, dass, metaphorisch gesprochen, der Maschinenraum für deutsch-französische Zusammenarbeit weiterhin existiert und jederzeit anlaufen könnte. Wer die deutsch-französischen Beziehungen pauschal als „gebrochen“ bezeichnet, wird der Realität auf der Arbeitsebene nicht gerecht, wo nach wie vor die deutsch-französische Koordinierung nahezu ein Reflex ist. Allerdings kann das Potenzial des besten Maschinenraums nicht genutzt werden, wenn das gemeinsame Ziel fehlt. Mit ihren individuellen und teils entgegengesetzten Ansätzen verhindern Deutschland und Frankreich aktuell daher nicht nur die Nutzung von viel Potenzial für die EU, sondern sie verursachen auch einen europäischen Kollateralschaden.

Aus dem Vakuum der deutsch-französischen Führung resultiert entsprechend, dass Führung in der europäischen Verteidigung neu gedacht werden muss. Bei der europäischen Unterstützung für die Ukraine haben andere Akteure in der EU bereits bewiesen, dass dies möglich ist: Die gemeinsame Beschaffung von Munition durch die EU geht auf eine Initiative Estlands zurück. Auch wenn die Lieferungen aktuell hinter den Ambitionen liegen, ist die Maßnahme wichtig zur konkreten Unterstützung der Ukraine und zur langfristigen Stärkung Europas als sicherheitspolitischer Akteur. Außerdem dürfte Polen auch in Zukunft eine wichtigere Rolle zukommen: Warschau ist nicht nur einer der resolutesten Unterstützer der Ukraine, sondern hat mit der neuen pro-europäischen Regierung großes Potenzial, auch in Brüssel eine Gestaltungsrolle einzunehmen. Möglicherweise könnte auch das Format des Weimarer Dreiecks, das die Außenministerinnen und Außenminister Deutschlands, Frankreichs und Polens zuletzt mit viel Enthusiasmus wiederbelebt haben, eine Option zum Überbrücken der deutsch-französischen Differenzen sein, und zugleich für eine geografisch ausgeglichenere Führung.

Beim Managen des europäischen Kollateralschadens durch die deutsch-französische Führungsschwäche hat vor allem die EU-Kommission eine zentrale Rolle gespielt. Durch die Nutzung von EU-Instrumenten – wie der Europäischen Friedensfazilität zur Finanzierung der militärischen Unterstützung für die Ukraine oder der Förderung der gemeinsamen Beschaffung in der europäischen Verteidigungsindustrie (EDIRPA) – hat die EU-Kommission gezeigt, dass zentrale Initiativen nicht immer aus Paris oder Berlin kommen müssen, sondern dass auch Brüssel eine stärkere Rolle spielen kann. Auch die Möglichkeit, das EU-Budget für gemeinsame Verteidigung zu nutzen (wie auch bei der Beschaffung von Impfstoffen oder Gas), wie zuletzt von EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen erwähnt, wäre ein zentraler Schritt für mehr europäische Verteidigung „Made in Brussels“.

Langfristig allerdings bleibt ein deutsch-französischer Kompromiss alternativlos für die Zukunft der EU als sicherheitspolitische Akteurin, nicht zuletzt weil Entscheidungen über die GSVP oder potenzielle Änderungen der EU-Verträge Einstimmigkeit erfordern. Wenn es Deutschland und Frankreich nicht gelingt, sich auf gemeinsame Positionen bei zentralen Fragen zu einigen – etwa bei der nach der Finanzierung der militärischen Unterstützung der Ukraine, nach einer Strategie für die europäische Rüstungsindustrie oder nach einer geopolitischen Selbstversorgung der EU –, dann riskieren sie, dass es nicht beim Kollateralschaden für europäische Verteidigung bleibt. IPG 1

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Streit um Arbeitspflicht für Asylbewerber – „im Einzelfall“ sinnvoll?

 

Die geplante Arbeitspflicht für Asylbewerber ist umstritten. Bundesarbeitsminister Heil sieht darin im Einzelfall einen sinnvollen Beitrag. Bayern ermutigt Städte und Landkreise sogar dazu. Grüne lehnen ab: Geflüchtete bekämen keine Arbeitserlaubnis, würden dafür in Hilfsjobs geparkt.

Eine Arbeitspflicht für Asylbewerber kann nach Ansicht von Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) „im Einzelfall“ sinnvoll sein. „Eine nachhaltige Arbeitsmarktintegration wird so allerdings nicht gelingen“, sagte Heil dem Boulevardblatt „Bild“. Sein Ziel sei es deshalb, anerkannte Flüchtlinge „dauerhaft in sozialversicherungspflichtige Arbeit zu bringen“. Der Saale-Orla-Kreis in Thüringen hatte die Durchsetzung einer Arbeitspflicht für Asylbewerber beschlossen.

Heil sagte dem „Bild“ weiter: „Dass die Kommunen Asylbewerber, die in Gemeinschaftsunterkünften leben, zu gemeinnütziger Arbeit verpflichten können, ist geltendes Recht. Im Einzelfall mag es auch sinnvoll sein, Menschen während der mitunter langen Wartezeit in Sammelunterkünften zu beschäftigen.“

Thüringer CDU-Chef verteidigt Arbeitspflicht

CDU-Generalsekretär Carsten Linnemann begrüßte dagegen eine Arbeitspflicht für Flüchtlinge ohne Einschränkungen: „Alles, was das Prinzip des Förderns und Forderns wieder stärkt, ist zu begrüßen. Das gilt nicht nur für Bürgergeldempfänger, sondern auch für Asylbewerber“, sagte Linnemann dem „Bild“.

Der Thüringer CDU-Chef Mario Voigt verteidigte die geplante Einführung einer Arbeitspflicht für Flüchtlinge im Saale-Orla-Kreis. „Wir müssen die Botschaft aussenden: Wer in Deutschland die Solidarität der Gemeinschaft erfährt, muss dafür auch etwas zurückgeben“, sagte der CDU-Politiker dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“. Er wertete die Pläne von Landrat Christian Herrgott (CDU) als „ein Zeichen für die notwendige Begrenzung von Zuwanderung“.

Bayern ermuntert Städte und Landkreise

Ähnlich sieht das auch Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU). Er ermuntert Städte und Landkreise in Bayern ausdrücklich dazu, Asylbewerber für gemeinnützige Arbeit zu gewinnen. „Ich bitte ausdrücklich alle Oberbürgermeister und Landräte, die bestehenden rechtlichen Möglichkeiten zu nutzen, um Asylbewerbern eine gemeinnützige Arbeit anzubieten“, sagte Herrmann am Mittwoch.

„Das kann eine Win-Win-Situation für alle sein: Die Menschen leisten einen Beitrag für die Gesellschaft, was wiederum die Akzeptanz in der Bevölkerung erhöht. Zugleich können sie bis zu ihrem Asylbescheid einer sinnstiftenden Tätigkeit nachgehen und erhalten Struktur in ihrem Alltag.“ Ein positiver Nebeneffekt sei, dass man in einem gemeinnützigen Job sein Deutsch verbessern und Kontakte knüpfen könne. „Und wer weiß: Vielleicht findet der ein oder andere so auch seinen künftigen Arbeitgeber“, fügte Herrmann hinzu.

Grüne kritisieren Vorhaben

Die Grünen im Bundestag kritisierten das Vorhaben des Landrates, der Asylbewerber zu vier Stunden Arbeit pro Tag verpflichten will. „Menschen den Zugang zu regulärer Arbeit zu erschweren und sie gleichzeitig planwirtschaftlich in Hilfsjobs zu parken schadet allen, Unternehmen, geflüchteten Menschen und der Gesellschaft insgesamt“, sagte Fraktionsvize Andreas Audretsch dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“.

Landrat Herrgott hatte auf Anfrage bestätigt, dass seine Behörde derzeit eine Arbeitspflicht für Bewohner von Gemeinschaftsunterkünften einführt. Die grundsätzliche Entscheidung dazu habe der Kreistag bereits im September 2023 und damit lange vor seiner Wahl zum Landrat getroffen.

Arbeitspflicht in Traunstein bereits Praxis

Im Landkreis Traunstein ist das Streitthema bereits Praxis. Der dortige Landrat Siegfried Walch kündigte nun sogar an, noch mehr Asylbewerber zu gemeinnütziger Arbeit zu verpflichten. „Wir machen das seit 2015 und haben aktuell 84 Asylbewerber verpflichtet, ein Teil davon hat sich hierzu freiwillig gemeldet“, berichtete er.

„Wir sind jetzt dabei, das wieder flächendeckend zu organisieren: Jeder, der in einer Unterkunft lebt und arbeitsfähig ist, soll sich zu gemeinnütziger Arbeit verpflichten.“ In einem ersten Schritt plane man das für alle Bewohner in den Gemeinschaftsunterkünften, in einem zweiten Schritt dann auch für alle in den dezentralen Unterkünften. (epd/dpa/mig 1)