WEBGIORNALE  20 maggio – 2 giugno  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Elezioni europee. Gli italiani in Germania votano o per le liste tedesche o per quelle italiane. Ridotti i seggi consolari 1

2.       L'anniversario della Fondazione. Consiglio d’Europa: 70 anni tra successi e sfide  1

3.       L’appello al voto dei capi di Stato di 21 Paesi Ue. “L’Europa è la migliore idea che abbiamo mai avuto”  2

4.       L’Europa e le sue radici cristiane  2

5.       Le intese fra Governo italiano e Paesi Ue per l’esercizio del voto degli italiani residenti nell’UE  2

6.       Sì della Commissione Esteri del Senato alle intese con i Paesi Ue per il voto degli italiani ivi residenti 3

7.       L’angolo della psicologa. Le persone vitamina  3

8.       L’on. Angela Schirò a Mannheim. Disfunzioni nella distribuzione dei seggi dei Consolati 4

9.       L’on. Garavini a Memmingen, a sostegno del candidato SPD Francesco Abate  4

10.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  4

11.   In 10 località europee il festival #frittomisto, evento culturale per celebrare integrazione e cultura  5

12.   Il 16 giugno torna a Berlino „Calcio in festa. Una Domenica Italiana”  6

13.   All’IIC di Amburgo fino al 7 giugno la mostra fotografica sulle ville venete  6

14.   Attivo a Berlino un nuovo sportello di consulenza gratuita in italiano  6

15.   Italia Street Food Festival in programma a Berlino nel mese di giugno  6

16.   “Crescere bilingui”  7

17.   Picconato il voto degli italiani nel mondo  7

18.   La festa della mamma a Kempten  7

19.   Verso il voto europeo. Migranti: Francia, un tema che non scalda la campagna  8

20.   Moavero Milanesi, “Sovranisti e popolari insieme in Europa? Difficile ma possibile”  8

21.   Elezioni europee: la sindrome di Calimero del nuovo ‘europeismo’ 9

22.   Nucleare: appello europeo a Usa per salvare accordo con Iran  9

23.   La politica del dopo  10

24.   I Cinque Stelle travestiti da sinistra  10

25.   Targhe estere. Annunciata norma per tutelare i frontalieri 11

26.   La prima analisi 11

27.   Nuovo taglio stime crescita  11

28.   Altro passo verso la riduzione del numero dei parlamentari, compresi gli eletti all’estero  11

29.   La terapia  12

30.   Presentato a Roma il “Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione Europea dell’OMS”  12

31.   Il taglio degli eletti all’estero nel dibattito alla Camera  12

32.   Italiani nel mondo  13

33.   Una spallata non riuscita. Venezuela: gioco di specchi Usa/Russia e Maduro/Guaidó  13

34.   Come a 31 anni sono diventata radiologa  alla Charité di Berlino  13

35.   Penisola alla deriva  14

36.   I deputati Pd eletti all’estero al Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone  14

37.   La Camera approva la riduzione dei parlamentari 14

38.   Il progetto  15

39.   L’intervento del Ministro degli Affari esteri sulla democrazia del XXI secolo in Europa  15

40.   Il segretario generale Michele Schiavone sulla riduzione dei parlamentari della Circoscrizione Estero  15

41.   Lucano: "Fermeremo l'onda nera che avanza"  16

42.   La recessione  16

43.   Presentato a Roma il romanzo di Chiara Ingrao “Migrante per sempre”  16

 

 

1.       Europawahl. Spitzenkandidaten-Debatte wird lebendiger 17

2.       Gespaltene Stimmung vor Europawahl: Jeder Zweite sieht Europa auf dem falschen Weg  17

3.       Klimawandel, Flucht und Migration. Wer Migration eindämmen will, muss Klimapolitik machen  18

4.       Für eine realistische und faire Einwanderungspolitik  18

5.       Der Geist Mussolinis geht in Italien um   19

6.       Konfrontation aus der Hölle  19

7.       Sieben Irrtümer über Sanktionen  20

8.       “Die zehn Gebote” von Sibiu  20

9.       Der Europarat – kleiner Bruder der EU?  21

10.   Zivile Seenotrettung. Wie Grundwerte der EU mit Füßen getreten werden  21

11.   Einwanderungspolitik. Opposition kritisiert Gesetzentwurf zur Fachkräftezuwanderung  22

12.   20 Jahre Euro, 10 Jahre Krise: Die OeNB-Chefökonomin zieht Bilanz  22

13.   Umfrage. Heimatbegriff im Umbruch – Nationalgefühl weniger wichtig  23

14.   Kriminalstatistik. Seehofer sieht „massives Problem“ von rechts  23

15.   SVR-Jahresbericht. Sachverständige fordern Fachkräfteeinwanderung und Flüchtlingsintegration  24

16.   „Extrem aufgeheizte Stimmung“  24

17.   Die Deutschen werden reicher – aber nicht alle  24

18.   Berliner Medienkongress. Politiker fordern mehr Regeln im Internet 25

19.   Neue Seidenstraße: China will „Europas Ängste zerstreuen“  25

20.   Studie. Junge Europäer halten Migration für die wichtigste Herausforderung  26

21.   Die Würde des Menschen zu schützen ist Sinn der Demokratie  26

22.   Neue Dynamiken. Verfassungsschutzchef warnt vor Normalisierung rechtsextremer Inhalte  27

23.   70 Jahre Grundgesetz. Demokratie braucht Rückhalt 27

24.   "Neustart im Team". Bund startet neues Aufnahmeprogramm für Flüchtlinge  28

25.   Merkel: Wir arbeiten dauerhaft daran, die Bedingungen in der Pflege zu verbessern  28

26.   Umfrage. Mehrheit fordert mehr Einsatz gegen gewaltbereiten Rechtsextremismus  28

27.   Job-Studie: Deutsche sind offen für "Flex-Arbeit"  28

 

 

 

 

Elezioni europee. Gli italiani in Germania votano o per le liste tedesche o per quelle italiane. Ridotti i seggi consolari

 

La Senatrice PD, Laura Garavini, intervenendo alla riunione annuale delle rappresentanze nel Regno Unito, tenutasi a Londra in Ambasciata, ha dato alcune utili informazioni circa l’imminente voto europeo.

"Nel caso in cui si voglia votare per i candidati locali, domenica 26 maggio bisogna recarsi al seggio istituito dalla propria città straniera di residenza, munito della cartolina ricevuta dalle autorità e di un documento di identitá. In Germania, ad esempio, si vota la lista del partito di appartenenza, senza preferenze. La SPD ha avuto la lungimiranza di candidare bravissimi connazionali come Franco Garippo e Francesco Abate, europeisti convinti, da sempre attivi per un'Europa più sociale e solidale. In altri paesi, ad esempio in Gran Bretagna, si esprimono invece le preferenze per i propri tre candidati preferiti".

"Chi invece vuole votare per i candidati italiani deve recarsi ai seggi istituiti dai nostri Consolati. La lista dei seggi è reperibile sui siti del proprio Consolato di appartenenza. Nel caso in cui non si sia ricevuta a casa la cartolina di avviso dall'Italia, nonostante si sia iscritti all'Aire, bisogna fare richiesta di duplicato al Consolato a partire dal 21 maggio. Recandosi di persona al Consolato o contattando il rispettivo ufficio elettorale".

"È importante tenere presente che se si vota per le liste italiane bisogna recarsi al seggio italiano di riferimento venerdì 24 maggio, indicativamente dalle ore 17 alle 22. Oppure sabato 25 maggio, dalle 7 alle 18. Cioè bisogna votare in via anticipata perchè le schede votate verranno poi portate in Italia per essere scrutinate là. Dunque servono dei tempi tecnici per il trasporto".

"Se si votano i candidati italiani si potranno esprimere fino a tre preferenze nominative, facendo attenzione a votare almeno un uomo ed una donna. Pena l'annullamento del voto. Ogni elettore voterà i candidati che preferisce, fino a tre, per il proprio collegio elettorale".

"Nel caso in cui il 26 maggio ci si trovi in Italia, pur essendo iscritti all'Aire, sarà possibile votare là ai seggi, dandone comunicazione al Sindaco della propria città italiana entro il giorno precedente le elezioni".

 

“A pochi giorni di distanza dalle elezioni europee – dichiara Angela Schiro, deputata PD - ho deciso di intervenire in Aula per farmi interprete della situazione di difficoltà in cui si trovano molti elettori italiani residenti in Germania, in particolare nella Circoscrizione consolare di Monaco di Baviera, che hanno deciso di esercitare il proprio diritto di voto recandosi – come la legge consente – presso i seggi e le sezioni organizzate dai Consolati.

 

La situazione di difficoltà – che come deputata PD avevo ampiamente previsto - è dovuta alla drastica riduzione dei fondi stabiliti dalla legge di bilancio 2019 per questo fondamentale esercizio di un diritto di cittadinanza.  

 

In Germania, i seggi sono stati ridotti del 45% (da 110 a 61) e a Monaco da 10 a 8, con conseguente taglio delle sezioni elettorali da 34 a 25. Conseguentemente, anche i criteri di organizzazione territoriale dei seggi sono stati condizionati da queste logiche di riduzione e di razionalizzazione.

 

Il criterio seguito nella circoscrizione consolare di Monaco è stato quello dell’accorpamento per codici di avviamento postale (PLZ) che, tuttavia, ha determinato l’iscrizione di un consistente numero di connazionali in seggi lontani dalla propria residenza, raggiungibili dunque solo a costo di notevoli sacrifici. Molti connazionali hanno espresso il proprio disagio per quello che si sta rivelando come un obiettivo ostacolo alla partecipazione al voto.

 

Considerando il pochissimo tempo che resta, con l’intervento di oggi, ho inteso fare un estremo appello al Governo affinché almeno le disfunzioni più macroscopiche siano superate e non si penalizzi in partenza la partecipazione ad una consultazione elettorale di estrema delicatezza, qual è quella delle prossime europee.

 

Per quanto riguarda Monaco, in particolare, – pur riconoscendo l’impegno profuso dal Console e da tutto il personale impegnato in compiti operativi – auspico che si faccia ogni sforzo affinché almeno località come Neubiberg, Ottobrunn e altre zone contigue siano riferite a seggi meno distanti.

 

L'Unione europea è la nostra casa comune e gli italiani residenti - che ne sono testimoni privilegiati  - devono poter esercitare pienamente il diritto di scelta sul suo futuro. Al di là dell'importante appuntamento elettorale – conclude Angela Schirò - resta comunque al centro della discussione la tendenza alla compressione e alla riduzione del diritto di voto degli italiani all'estero che nelle forze di questa maggioranza ha trovato i suoi interpreti più convinti”.  De.it.press

 

 

 

 

L'anniversario della Fondazione. Consiglio d’Europa: 70 anni tra successi e sfide

 

Era il 19 settembre 1946 quando Winston Churchill, vittorioso contro la tirannia nazista, senza perder tempo ad adagiarsi sugli allori, tracciò la via da seguire per mettere al sicuro quei valori di libertà e democrazia che avevano rischiato di soccombere. “Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Il primo passo è formare un Consiglio d’Europa”, disse a Zurigo, auspicando invano, pochi mesi dopo, che anche la Germania partecipasse da subito a quel progetto. L’idea era evitare di ripetere l’approccio eccessivamente punitivo nei confronti dei tedeschi, come avvenne nel post Prima guerra mondiale, propiziando l’affermazione della follia hitleriana.

70 anni fa, quel progetto vide la luce nella Londra che Sir Winston aveva difeso con memorabile tenacia e intelligenza nel corso della guerra. Era il 5 maggio 1949 quando i rappresentanti di Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia firmarono il Trattato di Londra che istituiva il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo e con l’obiettivo di favorire un’unione sempre più stretta tra i membri e “tutelare e promuovere gli ideali e i principi” fondanti lo stato di diritto e la democrazia. Il Consiglio generò rapidamente la Convenzione europea per i diritti dell’uomo, sottoscritta il 4 novembre 1950 a Roma, che generò a sua volta la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), organo giurisdizionale indipendente che giudica le violazioni al Trattato i cui primi giudici furono eletti per la prima volta il 21 gennaio 1959 dall’allora Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa.

Oggi i membri del Consiglio d’Europa sono 47 Stati, per una rappresentanza di circa 820 milioni di cittadini, ai quali si aggiungono, come membri osservatori, Canada, Giappone, Israele, Messico, Santa Sede e Stati Uniti.

Scetticismo britannico, sospensione russa

Mentre l’azione giuridica di questo organo sovranazionale ha costituito un vero e proprio argine ad abusi e derive nazionalistico-autoritarie, che la dimensione nazionale fatica a contenere, essa è stata anche all’origine di attacchi volti a depotenziarne la portata. Persino la patria della Magna Carta, il Regno Unito, sull’onda anti-europea ha minacciato più volte di uscire dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo per ridimensionare il Consiglio d’Europa a mero organo consultivo. Così come la Russia, frequentemente condannata dalla Corte di Strasburgo, per esempio per l’incompiuta giustizia rispetto all’omicidio di Anna Politkovskaja, la giornalista che stava indagando sui crimini russi commessi durante la guerra in Cecenia, nel 2006.

Proprio Mosca è stata al centro dell’ultima sessione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa dove si è tenuto un dibattito su una modifica regolamentare accolta con 108 voti favorevoli, 37 contrari e 12 astenuti. Il tentativo è quello di coordinare l’azione dell’Assemblea parlamentare con quella dei governi in materia di atti sanzionatori verso i membri. È una fase delicata per la tenuta del Consiglio. È in gioco la permanenza della Russia, la cui delegazione non siede in Assemblea da quando quest’ultima sanzionò l’invasione della Crimea con la privazione per i parlamentari russi del diritto di voto in Assemblea.

Il ritiro della Russia provocherebbe la perdita di un interlocutore e di un punto di riferimento rilevante al quale i cittadini russi possono appellarsi per denunciare gravi violazioni. Il Consiglio resta tuttavia determinato a proteggere i cittadini russi nonostante le sentenze di Strasburgo siano ormai superate dalle leggi di Mosca che hanno la precedenza sulle pronunce della Corte, così come stabilito recentemente dalla Duma.

Dalla stampa alle carceri: le sentenze di Strasburgo

La Turchia è un altro dei Paesi più interessati dalle sentenze della Corte causate in particolare dalla chiusura di molti organi di stampa e la radiazione o l’arresto di moltissimi professionisti a seguito del tentato colpo di Stato del 2016 e del giro di vite che il presidente Erdogan ha inferto al Paese.

La Corte ha inoltre accolto ricorsi sull’irragionevole durata dei processi in Italia e sui trattamenti inumani e degradanti subiti da persone detenute, in violazione degli articoli 3 e 6 della Convenzione. Storica è la sentenza Torreggiani presa all’unanimità l’8 gennaio 2013, a seguito di una battaglia condotta da Marco Pannella, con cui la Corte ha condannato l’Italia evidenziando che la carcerazione non comporta la rimozione dei diritti sanciti dalla Convenzione. La persona privata temporaneamente della libertà può necessitare di “una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato.”

Anche in campo ambientale, il 24 gennaio 2019, la stessa Corte ha emesso una decisione sulla situazione dell’impianto Ilva di Taranto, in cui i giudici, avendo accertato “la permanenza di una situazione di inquinamento ambientale atta a mettere in pericolo la salute dei ricorrenti”, hanno stabilito che “lo Stato italiano non ha messo in atto le misure atte a proteggere il diritto al rispetto della vita privata dei cittadini, né ha fornito agli stessi un rimedio interno efficace per la difesa di tale diritto, violando con la propria condotta gli artt. 8 e 13 della Convenzione.”

Infine, il 3 maggio scorso, Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa, il Consiglio ha pubblicato un Rapporto, con il contributo del relatore Lord Foulkes, sulla libertà di stampa che fa registrare passi indietro. Dai tagli alla stampa in Danimarca e Serbia, all’uccisione di giornalisti in Slovacchia e in Irlanda del Nord, dalle critiche alla Lituania per il conflitto di interessi nel principale canale televisivo statale, e quelle all’Italia – della quale il Consiglio d’Europa scrive che “il vicepremier e leader del M5S (Luigi Di Maio) ha chiesto alle aziende statali di bloccare la pubblicità sui giornali e ha annunciato piani per ‘una riduzione dei contributi pubblici indiretti’ ai media nel bilancio 2019. Nel novembre 2018, aveva pubblicato un post su un social media contenente linguaggio offensivo nei confronti dei giornalisti italiani e aveva auspicato nuove restrizioni legali sull’editoria” -.

Le battaglie per gli anni a venire

È indubbio che il contributo fornito da 70 anni dal Consiglio d’Europa alle istituzioni preposte al rispetto dei diritti fondamentali sia risultato in un’accresciuta consapevolezza popolare circa l’importanza di questo strumento sovranazionale di giustizia. Ma non basta.

I suoi successi attirano anche attacchi e minacce. Perciò è fondamentale onorarne la storia e proteggerlo soprattutto da chi, seguendo logiche nazionalistiche e protezionistiche, vuole sminuirlo o azzerarlo.

In un’epoca priva di Churchill, Adenauer o De Gasperi serve lottare per lo stato di diritto democratico, federalista, laico. Matteo Angioli, AffInt 5

 

 

 

 

L’appello al voto dei capi di Stato di 21 Paesi Ue. “L’Europa è la migliore idea che abbiamo mai avuto”

 

“La nostra Europa unita ha bisogno di un voto forte da parte dei popoli. È’ un voto sul nostro comune futuro europeo”

 

ROMA - “L’Europa è la migliore idea che abbiamo mai avuto”. E’ il titolo scelto per l’appello al voto lanciato in vista delle elezioni europee dal presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e dai capi di Stato di altri 20 Paesi dell’Ue (Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Croazia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia)

“L’integrazione europea – si legge nell’appello firmato dai capi di Stato -  ha aiutato a realizzare la secolare speranza di pace in Europa dopo che il nazionalismo sfrenato e altre ideologie estremiste avevano portato l’Europa alla barbarie di due guerre mondiali. Ancora oggi non possiamo e non dobbiamo dare per scontate la pace e la libertà, la prosperità e il benessere. È necessario che tutti noi ci impegniamo attivamente per la grande idea di un’Europa pacifica e integrata.

Le elezioni del 2019 – prosegue il testo dell’appello -  hanno un’importanza speciale: siete voi, cittadini europei, a scegliere quale direzione prenderà l’Unione Europea. Noi, capi di Stato di Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia, ci appelliamo quindi a tutti i cittadini europei che hanno diritto a farlo affinché partecipino alle elezioni per il Parlamento europeo a fine maggio prossimo.

I popoli europei si sono liberamente uniti nell’Unione Europea, un’Unione che si basa sui principi di libertà, uguaglianza, solidarietà, democrazia, giustizia e lealtà all’interno e tra i suoi membri. Un’Unione che non ha precedenti nella storia d’Europa. Nella nostra Unione i membri eletti del Parlamento Europeo condividono con il Consiglio dell’Unione Europea il potere di decidere quali regole si applicano in Europa e come spendere il bilancio europeo.

Siamo tutti europei. Ormai da tempo per molti in Europa, soprattutto tra le nuove generazioni, la cittadinanza europea è divenuta una seconda natura. Per loro non è una contraddizione amare il proprio villaggio, la propria città, regione o nazione ed essere al contempo convinti europeisti.

La nostra Europa, insieme, può affrontare le sfide. In questi mesi, più che in passato, l’Unione Europea si trova ad affrontare grandi sfide. Per la prima volta da quando il processo di integrazione europea è iniziato, alcuni parlano di ridimensionare certe tappe dell’integrazione, come la libertà di movimento o di abolire istituzioni comuni. Per la prima volta uno Stato membro intende lasciare l’Unione. Al contempo, altri invocano maggiore integrazione all’interno dell’Unione o dell’Eurozona oppure un’Europa a più velocità.

Su questi temi esistono differenze di opinioni sia tra i cittadini che tra i Governi degli Stati membri, così come tra noi Capi di Stato. Ciononostante, tutti noi siamo d’accordo che l’integrazione e l’unità europea sono essenziali e che vogliamo che l’Europa continui come Unione. Solo una comunità forte sarà in grado di affrontare le sfide globali dei nostri tempi. Gli effetti di cambiamenti climatici, terrorismo, globalizzazione economica e migrazioni non si fermano ai confini nazionali. Riusciremo a far fronte con successo a queste sfide e a proseguire il cammino dello sviluppo economico e della coesione sociale solamente lavorando insieme come partner uguali al livello istituzionale.

Vogliamo un’Europa forte e integrata. Dunque abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte, un’Unione dotata di istituzioni comuni, un’Unione che riesamina costantemente con occhio critico il proprio lavoro ed è in grado di riformarsi, un’Unione costruita sui propri cittadini e che ha nei suoi Stati membri la propria base vitale.

Quest’Europa ha necessità di un vivace dibattito politico su quale sia la direzione migliore per il futuro, a partire dalla base fornita dalla Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017. L’Europa è in grado di sostenere il peso di un dibattito che includa un’ampia gamma di opinioni e di idee. Ma non si deve ritornare a un’Europa nella quale i Paesi siano avversari piuttosto che partner alla pari.

La nostra Europa unita ha bisogno di un voto forte da parte dei popoli, ed è per questo che vi chiediamo di esercitare il vostro diritto a votare. È – concludono i capi di Stato - un voto sul nostro comune futuro europeo”. (Inform/Dip)

 

 

 

 

L’Europa e le sue radici cristiane

 

Il 9 maggio si fa memoria del giorno in cui il francese Robert Schuman (1886-1963), uno dei padri fondatori della Comunità Europea insieme all’italiano Alcide De Gasperi (1881-1954), al tedesco Konrad Adenauer (1876-1967) e al belga Paul-Henry Spaak (1899-1972), presentò il piano di cooperazione economica ideato da Jean Monnet (1888-1979) ed esposto nella “Dichiarazione Schuman’’.

        

Ricordando quella epocale data, c’è da chiedersi: dove sta andando quell’Occidente di cui il nostro continente è il nucleo storico e il fulcro culturale?  Possiamo credere che l’idea stessa di Europa potrà continuare ad esistere, in questa “modernità liquida”, caratterizzata dal rifiuto di ogni assoluto morale, avulsa dalle sue radici cristiane? Può affermarsi una patria comune, dall’Atlantico agli Urali, sulla base del solo interesse economico, ammesso che ci sia?

 

Sono queste, a parere di chi scrive, le domande che chi non ha rinunciato a pensare dovrebbe porsi in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo. Papa Francesco, recentemente, ha richiamato il concetto che alla base dell’idea di Europa non possa non esserci la figura e la responsabilità della persona umana «col suo fermento di fraternità evangelica».

        

Un primo elemento di riflessione attiene all’idea che dobbiamo avere dell’uomo e della sua dignità. Ci sono diritti umani che, come ha illustrato la migliore tradizione liberale, da John Locke (1632-1704) a Benjamin Constant (1767-1830), sono valori destinati per loro natura a precedere qualsiasi giurisdizione statale. Si tratta di diritti che attengono all’essenza stessa della persona umana, che non possono essere creati dal legislatore, ma che vengono prima di ogni decisione politica: la legge non può entrare in tutto.

 

Per il cristiano, poi, e per il credente in generale, ci sono valori che rinviano direttamente al Creatore. Sotto questo aspetto, ci sono pericoli vecchi e nuovi, e nessun interesse elettorale né cedimento alla cultura dominante potrà mai offuscare l’impegno a favore di diritti da considerare inviolabili.  Sono ancora vivi, nella coscienza comune, gli orrori del nazismo e della sua dottrina razzista. Ma nella realtà odierna, solo per fare un esempio, quante possibilità di manipolazioni genetiche si intravedono, spesso giustificate con finalità all’apparenza buone?

        

Un secondo impegno dei cristiani che saranno impegnati nello scenario europeo non può non essere quello a favore della tutela della famiglia, cellula fondamentale di una società sempre più alla deriva, quella famiglia che in tutti questi anni, almeno ancora in Italia, ha supplito spesso alle deficienze di un’assistenza sociale che non sempre è attenta ai veri bisogni.

        

Costruire l’Europa o, più realisticamente, riprendere il cammino dell’unità politica del nostro continente, vuol dire non rinunciare alla propria identità culturale che è, a ben riflettere, condizione dell’accoglienza del diverso su basi di vera umanità. Senza una chiara coscienza di sé e delle proprie radici, ogni solidarietà è destinata a diventare lettera morta.

        

La sola economia, oltretutto declinata nella esclusiva dimensione finanziaria, non è sufficiente ad accompagnare un credibile processo politico unitario del nostro continente. Abbiamo dimenticato, o fatto finta di non capire, le grandi lezioni del Novecento, ultima quella dell’epocale fallimento di un sistema politico, il comunismo, che, manifestatosi sul terreno dell’economia, ha avuto in una visione distorta dell’uomo la sua autentica profonda motivazione. L’Europa, questo gigante malato, reclama un supplemento d’anima, non una stanca campagna elettorale. Giuseppe Lalli, de.it.press

 

        

 

 

Le intese fra Governo italiano e Paesi Ue per l’esercizio del voto degli italiani residenti nell’UE

 

ROMA – La Commissione Esteri della Camera dei Deputati ha approvato la proposta di parere favorevole del relatore sul provvedimento “Intese, raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell’Ue, per garantire le condizioni necessarie per l’esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell’Unione europea nelle elezioni per il Parlamento europeo”.

Il relatore Simone Billi ha avviato il suo intervento ricordando che le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo all’estero si terranno nei giorni 24 e 25 maggio prossimi. Il relatore ha inoltre rilevato come in base alla normativa vigente per il cittadino italiano residente in altro Paese membro dell’Unione, che voglia esercitare il suo diritto di voto nel Paese europeo di residenza, si ponga la seguente alternativa: “a) ai sensi delle norme sulla cittadinanza dell’Unione, il cittadino residente in altro Stato membro ha la facoltà di esercitare il proprio diritto di voto nel comune di residenza. A tal fine deve presentare al sindaco di quel comune domanda di iscrizione ad apposita lista aggiunta presso lo stesso comune. In questo caso l’elettore voterà per i rappresentanti al Parlamento europeo del Paese in cui risiede; b) chi non intenda avvalersi della predetta facoltà può votare per l’elezione di rappresentanti italiani al Parlamento europeo in sezioni elettorali appositamente istituite nel Paese di residenza. Come nel passato, questa seconda facoltà riguarda anche i cittadini che si trovino in altro Stato membro per ragioni di lavoro o di studio, e che facciano pervenire nei termini stabiliti apposita domanda al consolato competente”.

Da Billi è stato inoltre ricordato come l’articolo 7 della  legge del 1979 sul procedimento elettorale preveda che: “La data e l’orario per la votazione degli elettori italiani residenti nei Paesi membri della Comunità europea, che devono possibilmente coincidere con quelli fissati per le elezioni che hanno luogo nel territorio nazionale, nonché la data e l’orario per le conseguenti operazioni di scrutinio sono determinati, per ciascun Paese, dal Ministro dell’interno, previe intese con i Governi dei Paesi stessi che saranno assunte dal Ministero degli affari esteri. Le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane presso i Paesi della Comunità europea, dell’avvenuta pubblicazione del decreto di cui al primo comma e della data della votazione nei rispettivi Paesi, stabilita a norma del precedente comma, danno avviso alle comunità italiane del luogo a mezzo di manifesti da affiggere nella sede della rappresentanza nonché a mezzo degli organi di stampa e di trasmissione audiovisiva e con ogni altro idoneo mezzo di comunicazione”.

Il relatore ha poi illustrato la procedura per l’attuazione delle intese necessarie allo svolgimento della consultazione elettorale: “il Governo italiano raggiunge intese con ciascun Paese dell’Unione e tali intese dovranno risultare da note verbali trasmesse dai singoli Governi a quello italiano; il Governo, sentito il parere espresso dalle competenti Commissioni parlamentari, accerta che si siano verificate le condizioni previste dalla legge e conseguentemente autorizza il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale a procedere alla fase successiva; il Maeci, a seguito dell’autorizzazione ricevuta, emanerà un comunicato attestante, per ciascun Paese dell’Unione, che sono state raggiunte le intese. La pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di tale comunicato è condizione necessaria all’esercizio del diritto di voto nel territorio degli altri Stati; successivamente il Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale, emanerà norme di attuazione delle intese citate”.

 

Per quanto riguarda i contenuti del provvedimento Billi ha spiegato come questo riguardi le intese stipulate con 26 Paesi dell’Unione europea. Per quanto riguarda il  Regno Unito il relatore ha ricordato come in una lettera del 17 aprile, il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo abbia trasmesso copia delle note verbali concernenti la formalizzazione dell’intesa anche con il Regno Unito che, come noto a seguito del rinvio dei termini per l’uscita dall’Ue prenderà a sua volta parte alle elezioni europee. 

Billi ha poi rilevato come queste intese siano volte a garantire il rispetto di specifici principi: “la parità dei partiti politici italiani; la libertà di riunione al fine di svolgere la campagna, quantomeno in luoghi chiusi; la libertà di propaganda elettorale in lingua italiana, attraverso radio, televisione e stampa, previ accordi con gli enti gestori; la segretezza e la libertà del voto; l’applicazione della legislazione italiana all’interno delle sezioni elettorali, la vigilanza esterna della polizia locale. Dovrà inoltre essere garantito che nessun pregiudizio dovrà derivare per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori italiani in conseguenza della loro partecipazione alla propaganda o alle operazioni elettorali”. Dal relatore viene inoltre evidenziata la presenza di condizioni poste da alcuni paesi : “Estonia, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Slovacchia, Slovenia, Ungheria hanno posto limiti di carattere logistico, chiedendo che le operazioni elettorali si tengano presso i locali dell’Ambasciata, dei consolati, dei consolati onorari o, in un caso, anche presso l’istituto italiano di cultura. Lussemburgo, Polonia e Portogallo si sono raccomandati che la campagna informativa sia organizzata in modo da non ingenerare nessuna confusione con quella svolta dalle autorità locali. La Danimarca ha stabilito che la campagna elettorale non è consentita prima di tre mesi dalla data delle elezioni”. Billi ha anche precisato che nessun Paese ha posto limiti espliciti allo svolgimento di manifestazioni pubbliche in luoghi prossimi alle sezioni o ha interdetto l’utilizzo dei media pubblici per la propaganda elettorale, come era avvenuto, invece, da parte del Belgio nelle precedenti elezioni europee. Segnalato infine dal relatore che la comunità italiana in Svizzera non potrà partecipare alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo votando in loco, pur trattandosi di Paese dichiarato partner speciale dell’Ue.  La III Commissione ha a quindi approvato la proposta di parere favorevole del relatore. (Inform/dip 8)

 

 

 

 

 

Sì della Commissione Esteri del Senato alle intese con i Paesi Ue per il voto degli italiani ivi residenti

 

ROMA – La Commissione Affari Esteri del Senato ha esaminato e approvato un parere favorevole sulle intese raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell’Unione Europea per garantire le condizioni necessarie per l'esercizio del voto degli italiani residenti nei Paesi membri dell'Unione europea, presso le sezioni elettorali istituite dalla rete diplomatico-consolare, alle elezioni del Parlamento europeo previste a fine mese.

Ad illustrare l’atto il relatore Manuel Vescovi, che ha rilevato come le intese siano finalizzate a garantire, in particolare, “la segretezza e la libertà del voto, la parità fra i partiti politici italiani, l'assenza di pregiudizio per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori italiani, la libertà di riunione e di propaganda politica, oltre alle condizioni necessarie per l'approntamento delle sezioni elettorali e per l'applicazione della legislazione italiana all'interno delle stesse”. Il relatore precisa anche come alle note verbali concernenti le intese sottoscritte con gli altri 26 Paesi membri dell'Unione europea, sia stata poi aggiunta anche quella relativa al Regno Unito, “a seguito delle recenti evoluzioni dello scenario relativo alla Brexit e come effetto delle decisioni assunte in relazione ai nuovi termini di recesso decisi dal Consiglio Europeo dello scorso 10 aprile”.

Il documento all’esame della Commissione contiene una sintesi dei termini delle intese raggiunte e pone in evidenzia i casi in cui le autorità locali abbiano subordinato il loro consenso a specifiche condizioni, come – precisa il relatore - il divieto di svolgimento della campagna elettorale prima di tre mesi dalla data delle elezioni (nel caso della Danimarca), la richiesta di istituire sezioni elettorali e di far svolgere le operazioni di voto nell'ambito dei locali degli Uffici diplomatico-consolari o dei locali Istituti italiani di cultura (nei casi di Estonia, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) e il divieto di ingenerare confusione nello svolgimento della campagna informativa organizzata per la scelta dei rappresenti locali (nel caso del Lussemburgo, della Polonia e del Portogallo).

Per quanto riguarda la data di svolgimento della tornata elettorale, gli altri Paesi dell'Unione non hanno posto obiezioni a che le operazioni di voto possano svolgersi nelle giornate di venerdì 24 maggio 2019, fra le 17 e le 22, in considerazione del dovere di osservare il riposo sabbatico delle persone di religione ebraica – segnala Vescovi - e di sabato 25 maggio 2019, fra le 7 e le 22, e ciò al fine di permettere il successivo trasferimento in Italia delle schede votate, in ragione del fatto che lo scrutinio sarà effettuato presso le Corti di appello dei capoluoghi delle cinque circoscrizioni elettorali in cui è suddiviso il territorio italiano.

L’auspicio di un parere favorevole è determinato dall’esigenza di “consentire ai cittadini italiani lo svolgimento del voto nel territorio degli altri Paesi membri dell'Unione europea di loro residenza”. A seguito del parere, il Governo emanerà un comunicato attestante il attestante il raggiungimento delle intese in questione.

 

Di seguito il testo del parare approvato:

La 3a Commissione,

esaminate le Intese raggiunte dal Governo italiano con i Paesi membri dell'Unione europea per garantire le condizioni necessarie per l'esercizio del voto dei cittadini italiani residenti nei Paesi membri dell'Unione europea nelle elezioni per il Parlamento europeo;

preso atto delle condizioni poste dai Governi di Danimarca, Estonia, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Ungheria al fine di garantire il corretto svolgimento delle operazioni elettorali;

evidenziata l'esigenza di consentire ai cittadini italiani lo svolgimento del voto sul territorio dei Paesi membri dell'Unione europea;

formulato l'invito al Governo a facilitare in ogni modo le condizioni di partecipazione al voto per il Parlamento europeo dei cittadini dell'Unione residenti in Italia;

segnalata la necessità di concludere il procedimento in tempi rapidissimi,

esprime parere favorevole. (Inform/dip 8)

 

 

 

L’angolo della psicologa. Le persone vitamina

 

Sai chi sono le persone vitamina? In questo articolo parleremo delle loro caratteristiche e di tutti i benefici che ha circondarti di queste persone opposte a quelle tossiche.

Molta gente parla delle persone tossiche, si tratta infatti di un'espressione che è diventata oramai estremamente "famosa" e diffusa. Nonostante ciò, non si parla molto delle persone vitamina, ossia l’opposto delle persone tossiche.

Chi sono le persone vitamina?

Sono quelle persone che trasmettono energia positiva, che tirano su il morale e che, dopo averle viste, torni a casa di buonumore, più positivo/a ed entusiasta, con la voglia di conquistare il mondo e con i dolori alla mandibola per il troppo ridere.

Non si tratta solamente di scherzare o di fare umorismo. Si può parlare anche di problemi e di situazioni stressanti, ma il risultato è quello di vedere la vita da un punto di vista più ottimista e deciso e non da quello della lamentela.

Sei una persona vitamina?

Le persone vitamina hanno un modo determinato di intendere la vita, seguendo dei valori e degli atteggiamenti concreti nei suoi confronti.

Ascolto attivo ed empatia: queste persone sono capaci di stare con te e di ascoltarti tutto il tempo, capendo ciò che stai dicendo, senza interromperti. Sono capaci di capire le necessità e le situazioni. Quel caffè non si trasforma mai in una discussione per vedere chi parla di più o nella tipica frase “a me invece…”.

Capacità di risolvere i problemi: di fronte ai problemi propongono soluzioni. Ascoltano la situazione però evitano di lamentarsi o che tu ti crogioli nelle lamentele. Ti aiutano a uscire da quel pozzo e si concentrano sulla ricerca di soluzioni.

Ottimismo: la tendenza è quella di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e cercano le energie per affrontare le situazioni. Hanno la capacità di vedere il lato positivo di tutto e, di fronte alle avversità, non ne fanno mai un dramma, né lasciano che succeda a te. Ti aiutano a vedere la parte buona o a imparare da ogni situazione vissuta, da ogni errore e da ogni esperienza.

Senso dell’umorismo: le risate sono assicurate con le persone vitamina. Stare con loro vuol dire divertirsi la maggior parte del tempo. Si scherza, si fanno battute (non pesanti), si parla del bello e del buono della vita. Hanno e ti danno un’energia positiva contagiosa, si ricaricano le pile e ci si gode i momenti, gustandoli al 100%.

Niente critiche agli altri: non pone l’accento sugli altri. Se le persone tossiche hanno bisogno di sentirsi superiori agli altri e criticano tutti per sentirsi meglio con loro stesse, le persone vitamine, invece, non ne sentono il bisogno. Non vuol dire che non critichino o non si lamentino mai, anche loro hanno il diritto di farlo, ma non criticano costantemente gli altri.

Vivere il presente: lamentarsi di quello che è successo e che non si può più cambiare, non serve a niente. Allo stesso modo, non si può far niente con il futuro che non è ancora arrivato e che non si può ancora vivere. Le persone vitamina lo sanno e vivono intensamente il presente.

Essere o circondarsi di persone vitamina: quali sono i benefici?

Migliora lo stato d’animo e la salute: è dimostrato scientificamente che ridere ogni giorno permette di avere una migliore qualità di vita, previene le patologie cardiovascolari e i disturbi psicologici. Se ti circondi di persone vitamina, i tuoi giorni saranno più divertenti e allegri e, di conseguenza, il tuo stato d’animo ne verrà contagiato.

Aiutano a essere più risolutivi: lamentarsi dei problemi non è la soluzione. Una cosa è sfogarsi, il che va bene. Tuttavia, dopo aver parlato di questo problema, bisogna cercare soluzioni e alternative per migliorare la situazione. Impari, inoltre, a concentrarti su te stesso e non sugli altri. Tendiamo a compararci con gli altri ed è facile rimetterci perché ci sarà sempre qualcuno più bravo o migliore di noi in qualcosa. Per questo, è preferibile concentrarsi su se stessi, facendo comparazione con altri momenti della vita, fissare degli obiettivi e dare valore ai passi compiuti.

Ti servono come punto di riferimento per “allenare” l’ottimismo: il pessimismo non serve a niente. C’è chi crede che previene o ti prepara alle cose negative, ma non è vero. Quando succedono, ti intristisci ugualmente. Per questo, è meglio pensare che le cose possano andare bene perché, per lo meno, vivrai meglio il periodo di incertezza, la tua mentalità e la tua predisposizione ti aiuteranno a essere più proattivo. Il risultato sarà generalmente migliore rispetto a quando hai un atteggiamento pessimista. Non si tratta di magia: semplicemente il tuo atteggiamento a volte può farti cambiare le cose e il risultato delle cose. Circondarti di gente ottimista ti serve da modello per agire e pensare come queste persone e iniziare a cambiare il tuo atteggiamento verso la vita.

Migliora la tua autostima: se sei più ottimista, il tuo stato d’animo migliora e sei più risolutivo/a. È probabile che sarai più benevolo con te stesso/a, che ti apprezzerai di più, che non ti lamenterai tanto né per i tuoi errori né per gli altri e, di conseguenza, la tua autostima migliorerà.

Puoi trasformarti in una persona vitamina: se riesci a ottenere tutti benefici precedenti, se questo modo di fare si converte nella tua filosofia di vita, è piuttosto probabile che possa trasformarti anche tu in una persona vitamina. Fantastico, no?

Caudia Bassanelli, CdI 5/19

 

 

 

 

L’on. Angela Schirò a Mannheim. Disfunzioni nella distribuzione dei seggi dei Consolati

 

Sabato 4 maggio, a poche settimane dalle elezioni europee, ho preso parte ad una bella iniziativa promossa dall’SPD e dal PD di Mannheim.

Per l’SPD erano presenti Lars Castellucci, deputato SPD del Bundestag, gli esponenti SPD di Mannheim Isabel Cademartori, vicesegretaria del partito, e Giuseppe Randisi, candidato alle elezioni comunali. Per il Partito democratico Giacomo Salmeri, segretario di Mannheim, e il deputato Massimo Ungaro. Insieme abbiamo discusso di Italia, di Germania e di Europa alla luce delle sfide che i progressisti devono affrontare per sconfiggere l’antipolitica, la xenofobia e l’incompetenza.

Come deputati italiani, nel corso dell'incontro, abbiamo parlato della situazione politica italiana e dei provvedimenti simbolo del primo governo espressione di due forze populiste. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: i populisti al governo hanno depresso l’economia, aggravato deficit e debito, bloccato investimenti ed opere, fiaccato aspettative di risparmiatori ed investitori, invertito i trend su Pil, rialzato la pressione fiscale, ridotto gli spazi dei diritti di cittadinanza.

Dal dibattito è emersa la necessità di unire le forze e di riconquistare la fiducia dei cittadini con obiettivi chiari. Per noi, della grande famiglia progressista europea, l’Europa è già la nostra casa comune. Le elezioni europee sono una grande occasione per ritrovarci e rilanciare i valori che ci appartengono, come europei e come giovani, contro chi vuole distruggerli e piegarli a logiche divisive e regressive.

Gli obiettivi del salario minimo, dell’indennità di disoccupazione, di un welfare solidale e di uno sviluppo sostenibile sono i principali obiettivi perseguiti dal PD e dall’SPD per un’Europa sociale dalla parte dei cittadini e dei lavoratori".

 

Mancano pochi giorni alle elezioni europee. Per il rinnovo del Parlamento europeo, in base alla legge italiana del 1979, i cittadini italiani residenti nei Paesi UE possano scegliere di votare per i rappresentanti del Paese dove risiedono oppure per i candidati italiani presso le sezioni elettorali istituite in quegli stessi Paesi dalla nostra rete diplomatico-consolare, non prevedendo la possibilità di votare per corrispondenza.

Con la legge di bilancio 2019 approvata dall’attuale governo, si è operato un taglio piuttosto consistente nel numero dei seggi rispetto alle elezioni europee del 2014. Il Ministero dell'Interno, infatti, sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero degli Affari esteri, assegna ad ogni sezione un numero di elettori non superiore a 5 mila e non inferiore a 200.

C’è da augurarsi che la rete consolare abbia tenuto conto della distribuzione delle nostre collettività, delle distanze effettive da percorrere per recarsi ai seggi e della presenza di reti di trasporto che consentano gli spostamenti, facendo in modo che il taglio non si traduca in un effettivo ostacolo all’esercizio del diritto di voto.

Devo segnalare che negli ultimi giorni sono arrivate decine di segnalazioni di cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare di Monaco di Baviera che esprimono disagio e talvolta indignazione per essere stati indirizzati - forse per un errore materiale - a seggi elettorali lontanissimi, anche 80-100 km dal proprio indirizzo di residenza. Gli elettori di Monaco di Baviera risultano ripartiti tra 9 seggi in base al PLZ del loro domicilio in Baviera.

Per questa ragione ho scritto al Console generale Enrico De Agostini per sapere se sia a conoscenza di queste problematiche. In particolare, ho chiesto al Console, nel caso le segnalazioni risultassero attendibili, di verificare le possibilità di porvi rimedio consentendo ai nostri cittadini di esercitare il proprio voto nelle modalità più idonee e senza dovervi rinunciare, tenendo conto peraltro che in alcuni seggi si potrà votare soltanto venerdì 24 maggio, giorno lavorativo.

Il diritto di voto è un diritto di cittadinanza fondamentale e sacrosanto, facciamo in modo che lo sia anche per le elezioni europee perché l’Europa è la nostra casa.

On. Angela Schirò, de.it.press

 

 

 

L’on. Garavini a Memmingen, a sostegno del candidato SPD Francesco Abate

 

Memmingen - "L'attuale conduzione politica in Italia deve servire da monito alle prossime europee per non votare forze politiche populiste ed antieuropeiste". Lo ha detto Laura Garavini, Senatrice Pd, intervenendo a Memmingen a sostegno della candidatura di Francesco Abate alle Europee nelle fila della SPD.

"Ad un anno dall'entrata in carica del Governo Conte - ha proseguito la senatrice Pd - il paese sta vivendo quotidiani episodi di neo fascismo, spesso giustificati - se non addirittura lodati - da esponenti del Governo. Inoltre sta diffondensosi un clima di frustrazione rancorosa e di paura. Sono gli stessi ministri a individuare sempre nuovi capri espiatori contro cui fomentare odio: i migranti, le istituzioni, l'Europa, gli avversari politici, le minoranze".

"Nel frattempo il Paese è sull'orlo di una recessione economica. Nel giro di appena un anno si è passati da una crescita attorno all'1,4 % - la più alta degli ultimi sette anni - allo 0,4% di questi giorni, ultimi in Europa. L'economia è praticamente ferma. Intanto, dopo anni in cui avevamo ridotto il debito pubblico di oltre 43 miliardi di euro, adesso é tornato a crescere paurosamente. Unico paese in Europa".

"Gli ordinativi dell'industria sono calati in soli dodici mesi del 7,3% e lasciano presagire ulteriori prossimi licenziamenti. Peggiorando ulteriormente il tasso di disoccupazione, che già adesso è tornato a salire oltre l'11%.

"Il costo del denaro in Italia è di nuovo molto più alto che altrove, a causa del crollo di credibilità del paese. Un imprenditore che chieda un credito in banca in Italia deve pagare oggi, a causa dell'impennata dello spread, oltre il 5% di interessi, mentre in Germania dovrebbe pagare appena l'1,5%. Il chè determina un crollo degli investimenti, della produzione, della crescita e quindi la conseguente perdita di posti di lavoro".

"Anche il mercato degli immobili, tradizionale colonna portante dell'economia italiana, è di nuovo fermo in Italia. A livello internazionale l'Italia è più isolata che mai. Gli alleati a livello europeo sono proprio quei sovranisti che di fatto ci avevano chiuso la porta in faccia quando si trattava di accogliere migranti, Ungheria in testa. Dunque non credo che possano evolversi chissà quali collaborazioni con loro. Mi auguro - ha concluso la parlamentare Pd - che gli elettori sapranno trarre lezione da questi fatti, in Italia ed in Europa. Chi fomenta le paure, facendo finta di essere il più forte, è solo capace di mandare a rotoli paesi nel giro di pochissimo tempo". 

 

A proposito del ristorante di Berlino che ha rifiutato una prenotazione ai rappresentanti del partito di estrema destra AfD, l’on. Garavini ha detto: "Gli italiani nel mondo conoscono bene il valore del pluralismo e della multiculturalità. Per questo non abbassano la testa davanti a chi pretende di discriminare sulla base del colore della pelle o dell'orientamento religioso e sessuale. Come fanno i sovranisti di AfD, ai quali il ristorante italiano a Berlino 'Bocca di Bacco' ha giustamente declinato una prenotazione.

Sono orgogliosa della famiglia Mannozzi, titolare dell‘esclusivo ristorante a Berlino. Così come sono orgogliosa di tutte le italiane e gli italiani che, come loro, in Italia o all’estero, si ribellano a chi diffonde messaggi razzisti e tracotanti.

Il loro operato quotidiano protegge la nostra immagine nel mondo dallo scempio che ne sta facendo l'attuale maggioranza con i toni apertamente xenofobi della Lega. L'Italia è migliore dei suoi attuali rappresentanti di Governo". De.it.press

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Italiani in Germania ed Europee. Attenzione! Se vivi in Germania e voti per le liste italiane le tue elezioni europee arrivano già venerdì 24 maggio e sabato 25 maggio. Qui trovi tutto quello che devi sapere, come e dove votare.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europee-come-votare-100.html

 

16.05.2019. Col crowdfunding alle Europee? Sempre più partiti e candidati singoli provano a finanziare la loro campagna elettorale con la raccolta fondi in internet. Cristina Giordano ha sentito un esperto per capire quanto funzioni in Italia. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crowdfunding-europee-100.html

 

Oro giallo. È il nome dell'operazione di polizia che ha colpito martedì un commercio di olio di oliva falso fra Italia e Germania. Dei danni per questo settore e di tutela dei consumatori parliamo con Lorenzo Bazzana, Coldiretti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/olio-contraffatto-100.html

 

15.05.2019. Contro la mafia, anche a Colonia

È appena nato un gruppo dell'associazione "Mafia? Nein, Danke!" per il Nordreno-Vestfalia. Ne abbiamo parlato con le fondatrici nei nostri studi di Colonia. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/mafia-nein-danke-nrw-100.html

 

 

14.05.2019. Enrico Nigiotti. E’ un livornese doc e ne va fiero, Enrico Nigiotti è passato per „X Factor“, ha scritto per Laura Pausini e Eros Ramazzotti per poi partecipare quest’anno a Sanremo con un brano tenerissimo: “Nonno Hollywood”.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/nigiotti-100.html  

 

Quando i Romani scoprirono l’America. Cosa ci fanno il pappagallo e l'ananas su alcune raffigurazioni romane? E perché in Sudamerica sono state ritrovate statue di provenienza mediterranea? La risposta è nella ricostruzione del giornalista Elio Cadelo: "I Romani andarono e tornarono dalle Americhe".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/romani-america-100.html  

 

Il partito dei sindaci guarda all'Europa. Italia in comune è il nuovo partito fondato dal sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, che si presenta alle elezioni europee sperando di riuscire a oltrepassare la soglia del 4%.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pizzarotti-europee-100.html  

 

13.05.2019. Una task force europea contro le fake news 

L'unità è stata creata ad inizio del 2018 dalla Commissione europea per fronteggiare il diffondersi delle notizie false prima del voto europeo. Enzo Savignano ha incontrato deputati europei e sentito esperti sul tema.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/facebook-manipolazione-elezioni-europee-100.html

 

Maria 2.0. Le donne cattoliche in Germania incrociano le braccia e scioperano per una settimana. Chiedono la parità dei diritti, l’accesso al sacerdozio e una chiara posizione sugli abusi sessuali. Ma l’eco della protesta non è arrivata in Italia. Cerchiamo di capire il perché.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maria-2-0-100.html

 

10.05.2019. Storia d'Europa (12): l'Europa oggi

Dodicesima e ultima puntata della nostra storia d'Europa, con uno sguardo al presente. L'organizzazione sovranazionale che ha garantito la pace in Europa dopo il secondo conflitto mondiale è in profonda crisi.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/storia-europa-dodici-102.html  

 

Federico Faggin. In tanti lo definiscono lo Steve Jobs italiano: Federico Faggin, il "papà" del microchip, presenta al Salone del Libro di Torino la sua autobiografia "Silicio". A Radio Colonia ripercorre con noi le tappe della sua carriera.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/federico-faggin-100.html  

 

Ma di che cannabis parliamo? Salvini dichiara guerra al consumo di cannabis in Italia, e apre un altro fronte di scontro coi Cinque Stelle. Riccardo Magi dei Radicali Italiani e deputato per +Europa è a favore della regolamentazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/che-cannabis-parliamo-100.html  

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-372.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

09.05.2019. Cittadina d'Europa. L'astronauta Samantha Cristoforetti ha vissuto e lavorato in diversi paesi europei e non solo, parla diverse lingue, e, ora che vive in Germania, ci racconta quando si è accorta di essere un'europea.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/samantha-cristoforetti-110.html

 

Servono più case per tutti. I militanti di Casapound contestano con violenza l'assegnazione di una casa popolare a una famiglia di etnia rom a Casal Bruciato, alla periferia Est di Roma. Il vero problema, però, è un'altro, come sottolinea Angelo Fascetti, dell'esecutivo nazionale dell’Associazione Inquilini e Abitanti (Asia USB). https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/casal-bruciato-100.html

 

08.05.2019. A rischio estinzione. Un nuovo rapporto dell’Onu rivela che circa un milione di specie animali e vegetali sono a rischio estinzione. Un processo accelerato dall’uomo, che altera la natura a un ritmo senza precedenti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/estinzione-100.html  

 

Vivere in Europa (2): titoli di studio. Dal 2005 è in vigore la direttiva 2005/36/CE, in base alla quale ogni Stato membro dell’UE dovrebbe riconoscere come equivalenti i titoli professionali degli altri Stati membri. Abbiamo provato a verificare cosa succede in Belgio, Francia e Spagna.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/studienabschluss-100.html  

 

DisarmiAmo Napoli. Napoli scende di nuovo in piazza per dire “No” alla camorra. La protesta è la reazione al ferimento di Noemi, bimba di 4 anni, e della nonna cinquantenne, rimaste coinvolte in una faida tra camorristi in Piazza Nazionale lo scorso venerdì 3 maggio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/disarmiamo-napoli-100.html  

 

07.05.2019. Erri De Luca in Germania

In Germania per l’uscita della traduzione tedesca del suo ultimo romanzo “La natura esposta”, Erri De Luca ce ne parla a Radio Colonia, intervistato da Paola Fabbri. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/erri-de-luca-102.html  

 

Case in vendita a 1€. Case vendute al costo di un caffè. Un’idea lanciata in diversi comuni italiani. Non sempre con successo. A Gangi invece il progetto sta contribuendo alla rinascita del borgo siciliano. Siamo andati a vedere perché qui funziona. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/gangi-100.html  

 

06.05.2019. Oltre il capitalism. La provocazione di Kevin Kühnert, leader dei giovani socialdemocratici tedeschi, di espropriare la BMW ha scatenato un acceso dibattito e ribadito la necessità di un cambiamento di rotta rispetto al capitalismo neoliberale. Ne abbiamo parlato con l’economista Giulio Sapelli

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/oltre-capitalismo-102.html

 

Calolziocorte fa marcia indietro. Il comune lombardo di Calolziocorte, in provincia di Lecco ci ripensa. Verrà infatti completamente riscritto il regolamento che ha scatenato molte polemiche non solo in Italia e che prevedeva zone rosse e blu per i migranti richiedenti asilo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calolziocorte-102.html

 

Radio Colonia smentisce. In internet e sui social è stato pubblicato un sondaggio sui partiti italiani in vista delle prossime elezioni europee che sarebbe stato realizzato da noi. Si tratta di una bufala e di un uso improprio del nostro logo, da cui prendiamo ufficialmente le distanze.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fake-news-140.html.

 

03.04.2019. La maligredi. La maledizione più grande per Africo è l'emigrazione. Fino all'arrivo di un giovane rivoluzionario che, dopo aver vissuto in Germania, torna e scuote le coscienze. E i ragazzi cominciano a sognare in grande. Il romanzo di Gioacchino Criaco, ora tradotto anche in tedesco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/gioacchino-criaco-la-maligredi-100.html

 

Una settimana per i giovani europei. In occasione della European Youth Week, organizzata dall'UE sono tante le iniziative per ascoltare i giovani europei e offrire loro delle opportunità. In regalo anche dei biglietti per viaggiare gratis in Europa. Ne parliamo con Domenico De Maio, direttore dell'Agenzia Nazionale Giovani.https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/settimana-per-giovani-europei-100.html 

 

Storia d'Europa (11): la crisi e il trattato di Lisbona. Undicesima puntata della nostra storia d'Europa. Mentre la crisi finanziaria mondiale del 2008 non risparmia l'Unione Europea, questa si rafforza politicamente con il Trattato di Lisbona. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-undici-102.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

In 10 località europee il festival #frittomisto, evento culturale per celebrare integrazione e cultura  

 

Monaco di Baviera, Vienna, Katzikas/Epiro, e poi Borgarello (PV), Caltanissetta, Ferla (SR), Ferrara, Palermo, Roma, Torino: in questi luoghi si sono tenuti concerti, reading e incontri artistici, accompagnati da coppi di fritto misto a simboleggiare la ricchezza che nasce dalla mescolanza di storie, tradizioni e culture proprie dell'Europa. Un'iniziativa non legata ad associazioni o partiti, nata da persone che ritengono necessaria una mobilitazione semplice, ampia e incisiva a favore di multiculturalità e accoglienza.

 

"In un momento storico come questo, in cui viene messa in discussione la natura aperta dell'Europa in favore di muri e barriere, sentiamo forte l'urgenza di far sentire la voce di chi non è d'accordo e lo dimostra quotidianamente", sostengono Serena D'Auria, Carmen Romano e Cecilia Mussini, organizzatrici dell'iniziativa insieme a Till Hofmann. "Per questo abbiamo pensato ad un evento dai molti centri, in Italia e in Europa, completamente dedicato ad arte e cultura come strumenti di integrazione e comunità. E per questo abbiamo voluto che in ogni luogo non mancasse un momento conviviale, appunto con il simbolico fritto misto". 

 

A Monaco di Baviera l'evento ha avuto luogo presso Bellevue di Monaco, centro culturale e abitativo nel cuore della capitale bavarese che ha da subito sostenuto attivamente il progetto. Ospite della serata la band berlinese Aquafaba, che con sonorità internazionali e abiti coloratissimi ha impersonificato perfettamente lo spirito dell'iniziativa.

 

A breve le realtà che hanno aderito all'iniziativa si incontreranno per stabilire un percorso di collaborazione che vada oltre il festival - pensato a cadenza annuale - e si traduca in uno scambio di esperienze e buone pratiche a livello europeo.

Per ulteriori contatti: frittomisto12maggio@gmail.com. (fm/dip)

 

 

 

 

Il 16 giugno torna a Berlino „Calcio in festa. Una Domenica Italiana”

 

Berlino - Una giornata di sport e di festa. È quella che si terrà il prossimo 16 giugno allo Sportanlage Westend di Berlino in occasione dell'edizione 2019 di "Calcio in Festa – Una domenica italiana".

La manifestazione, che avrà inizio alle ore 10.30, è organizzata come sempre dal Com.It.Es. di Berlino che invita tutta la comunità italiana e gli amici tedeschi a trascorrere una domenica all’insegna dello sport, del gusto e del divertimento.

Giunto ormai alla terza edizione, "Calcio in Festa" si propone come l’appuntamento estivo della comunità italiana a Berlino, un’occasione per ritrovarsi, una grande manifestazione popolare destinata a grandi e piccoli, a chi ama lo sport e a chi vuole gustare la migliore cucina italiana della città.

Presso lo Sportanlage Westend, verrà organizzato un torneo di calcio a 7 per gli adulti e un campus per bambini con allenatori professionisti. Come gli scorsi anni, alcuni dei più rinomati ristoratori italiani di Berlino presenteranno le loro proposte di street food presso gli stand gastronomici, mentre l’intrattenimento musicale dal vivo accompagnerà le attività dell’intera giornata. Per i bimbi più piccoli e per quelli che non desiderano giocare a calcio, ci saranno attività ludiche, animazione e laboratori creativi. L’edizione 2019 vedrà anche un mercatino delle pulci tutto italiano.

Per partecipare al torneo calcistico basterà inviare la propria adesione all’indirizzo e-mail calcioinfesta@comites-berlin.de, oppure visitare il sito comites-berlin.de per scaricare i moduli di iscrizione. È possibile iscriversi come singoli oppure con una squadra già formata.

I ristoratori o i commercianti che volessero proporre i propri prodotti ai partecipanti, potranno contattare il Com.It.Es. di Berlino all’indirizzo info@comites-berlin.de per la prenotazione di uno stand.

Le associazioni non a scopo di lucro che volessero presentare la propria attività al pubblico potranno ugualmente contattare il Com.It.Es. di Berlino all’indirizzo info@comites-berlin.de per usufruire di uno degli stand gratuiti, resi disponibili grazie al contributo degli sponsor dell’evento.

Il Comites accoglierà tutti per festeggiare insieme l’arrivo dell’estate a Berlino. (dip)

 

 

 

All’IIC di Amburgo fino al 7 giugno la mostra fotografica sulle ville venete

 

Aamburgo – Giovedì 9 maggio è stata inaugurata all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo una mostra di fotografie delle ville venete a cura di Vincenzo Ciccarello, iniziativa organizzata in collaborazione con l’associazione artistico-culturale di Treviso ArteficioLinea.

Il progetto fotografico di Vincenzo Ciccarello esplora la Villa Veneta come oggetto simbolico, che dalla destinazione d’uso originale nel tempo può aver confermato, adattato, rinnovato le sue funzioni, dando nuova linfa vitale all’edificio ed al contesto territoriale in cui esso è collocato. Le immagini raccontano l’uso attuale di 19 ville tra le più importanti del Veneto che coprono un arco temporale che si estende dal 1500 ai giorni nostri. Il percorso fotografico raccoglie immagini sulla vita quotidiana in villa, sull’uso attuale, sui fattori che hanno permesso di valorizzare un bene storico e consentirne l’utilizzo in accordo con le esigenze della vita contemporanea.

Nato nel 1958, Vincenzo Ciccarello ha iniziato ad occuparsi di fotografia nel 1975, prima come autodidatta e poi partecipando a workshop fotografici con Gianni Berengo Gardin e con il fotografo demoantropologo Franco Bandiera. In anni più recenti con Ivo Saglietti, Marco Zanta, Michele Gregolin. Dal 1977 al 1982 ha collaborato come giornalista freelance con i periodici mensili Il Dialogo e Consiglio di Fabrica. Ha esposto a Milano, Treviso, Ponzano Veneto, Spresiano ed Amburgo, in mostre personali e collettive.

La mostra è allestita all’IIC fino al 7 giugno. L’orario di apertura della galleria è dal lunedì al giovedì dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.00, il venerdì dalle ore 9.00 alle 13.00 e su appuntamento. L’ingresso è libero. (dip)

 

 

 

 

Attivo a Berlino un nuovo sportello di consulenza gratuita in italiano

 

Berlino - È attivo a Berlino il nuovo sportello di consulenza gratuita in italiano LaRA – La Red Anerkennungs- und Qualifizierungsberatung, per il riconoscimento dei titoli di studio o qualifiche italiane (e straniere) in Germania, parte di IQ Landesnetzwerk Berlin.

Nell'aprile 2012 è entrata in vigore la "Legge per il miglioramento dell'individuazione e del riconoscimento delle qualifiche professionali acquisite all'estero", chiamata anche, in tedesco, Anerkennungsgesetz. Da allora, chi abbia una qualifica professionale o un titolo di studio conseguito all'estero, può più facilmente richiedere il riconoscimento delle proprie capacità, conoscenze e abilità professionali in Germania. Grazie a questo riconoscimento aumenteranno le possibilità di trovare un impiego adeguato alla propria qualificazione.

Nel caso si abbia un titolo di studio o una qualificazione conseguita all'estero e si voglia lavorare in Germania, è consigliabile - o in molti casi obbligatorio - far riconoscere la propria qualifica professionale in Germania attraverso un processo di equiparazione con una qualifica professionale tedesca comparabile.

Il procedimento per richiedere il riconoscimento varia da professione a professione, così come l'individuazione delle autorità competenti per il rilascio, la lista di documenti da presentare e le modalità di presentazione della domanda.

Oggi la richiesta di riconoscimento per chiunque abbia un titolo di studio o una qualifica conseguita in Italia è diventata ancora più semplice, grazie a questo nuovo sportello di consulenza gratuita: basta compilare il modulo online segnalando il proprio percorso di formazione per essere contattati dai consulenti e fissare un appuntamento.

I consulenti madrelingua sapranno indicare con competenza quale sia la strada migliore per far riconoscere i propri titoli di studio o le qualifiche professionali. Aiuteranno ad individuare la qualifica tedesca corrispondente, spiegheranno nel dettaglio come funziona la procedura di riconoscimento, quali sono i documenti necessari e quali le possibilità di finanziamento degli eventuali costi. La consulenza è gratuita ed è possibile, oltre che in italiano, anche in francese, inglese, polacco, spagnolo e tedesco. Tutte le informazioni sul sito IQ. dip

 

 

 

Italia Street Food Festival in programma a Berlino nel mese di giugno

 

Berlino - "Un weekend per celebrare l’autentico street food italiano a Berlino". È l’Italia Street Food Festival in programma a Berlino nel mese di giugno, come riferisce Gabriella Quercia in un articolo pubblicato dalla rivista on line in lingua italiana Berlino Magazine.

"Pizza fritta, panino con la porchetta, arancini, panuozzi, cuoppi di pesce, panelle, zuppa di cozze, panzerotti, cannoli, piadine e tanto, ma tanto altro. Manca poco a uno dei weekend più gustosi a Berlino, ovvero la seconda edizione dell’Italian Street Food Festival che celebra la più buona e autentica tradizione dello street food italiano. Un’occasione imperdibile per chi vuole gustare i piatti preparati dalle mani esperte dei ristoratori e pensati per stupire e deliziare il pubblico.

La grande varietà dei cibi di strada è sicuramente uno degli aspetti più popolari e interessanti della tradizione gastronomica italiana. Viaggiando in lungo e in largo per il Belpaese, il palato si imbatte facilmente in sapori antichi e genuini. Sapori che coinvolgono, stupiscono e inebriano i sensi: perché si sa che, in fatto di cibo, si mangia prima con gli occhi e poi con la bocca. Una delle grandi ricchezze dell’Italia risiede proprio nella cucina: ricette che si ispirano alla "cucina povera" di un tempo, una fusione di usanze, tradizioni e consuetudini che generosamente saranno, in parte, riproposte durante l’Italian Street Food Festival. Un evento per far conoscere ai non italiani il meglio dell’Italia o per riportare gli italiani che vivono qui, per un po’, a casa loro.

L’evento

La seconda edizione dell’Italian Street Food Festival si terrà sabato 22 e domenica 23 giugno dalle 12 alle 22 presso l’Osthafen (Alt Stralau 1-2, 10245 Berlin) e prevederà la presenza di diversi stand e food truck. L’ingresso costerà solo 2 euro e il ticket sarà valido per entrambe le giornate. Un’iniziativa che coniuga il meglio della cucina italiana con il dj set di vari artisti e un calendario di eventi e spettacoli che arricchiranno ulteriormente l’evento. Servono solo le mani, tanto appetito, voglia di sporcarsi la bocca a ogni morso e di girare piacevolmente tra le decine di truck e stand presenti. L’Italian Street Food Festival raccoglie il grande successo della da poco conclusa Pizza Week e farà da apripista a una serie di altre iniziative a marchio True Italian. Quali? A settembre, dal 18 al 21, si terrà la 72 hrs True Italian Food, un altro tour enogastronomico alla scoperta dell’inesauribile bontà gastronomica d’Italia, mentre a novembre la True Italian Pasta Week.

Il contest fotografico

Durante i due giorni i partecipanti avranno l’occasione di prendere parte a un contest fotografico attraverso la pubblicazione sul proprio profilo Instagram di una foto scattata durante l’Italian Street Food Festival con l’hashtag scelto per l’evento (#italianstreetfoodfestival). All’autore della foto che avrà più like sarà dato in palio un soggiorno di tre notti per due persone presso una bellissima struttura situata nel cuore di Palermo. Mai meta fu più azzeccata per celebrare e conoscere più da vicino uno dei capisaldi dell’autentica tradizione street food italiana: quello della cucina palermitana. Seguite l’evento Facebook per non perdervi tutti i dettagli.

La sede

Ampi spazi, esclusività e ottimamente collegata alla stazione S-Bahn di Treptower Park. Sono queste alcune delle caratteristiche dell’Osthafen, la sede scelta per il secondo anno consecutivo per accogliere l’evento. Un posto all’aperto che offre anche un bellissimo panorama, quello della Sprea che si fonde con i colori del cielo estivo di giugno a Berlino. Ci saranno anche dj set, spettacoli e comode sedute per gustare le numerose bontà. L’ingresso ha un costo di soli 2 euro che ha validità per entrambe le giornate. Per i bambini al di sotto dei 12 anni l’entrata è gratuita. 

Il progetto True Italian

Il progetto True Italian è un network che ha l’obiettivo di preservare e promuovere tutti quei ristoranti, locali e food truck a Berlino che portano avanti l’autentica tradizione culinaria italiana. A costoro viene conferito il marchio (quest’ultimo è registrato presso il Deutsches Patent und Markenamt, l’ufficio marchi e brevetti tedesco) così da renderli "riconoscibili". Inoltre i locali True Italian aderiscono a una serie di iniziative pensate per incrementare sia l’immagine del locale, sia i prodotti offerti e, non da meno, il brand "Italia". L’idea è stata ideata ed è tuttora portata avanti dalla Berlin Italian Communication. I locali True Italian hanno il volto, l’ingegno e la maestria dei ristoratori che con amore e pazienza propongono i migliori piatti della gastronomia italiana, una delle più note e apprezzate al mondo. Chi sceglie di aderire al marchio True Italian, a prescindere dalla sua nazionalità, dimostra un approccio totalmente diverso alla cucina e al cibo. Un approccio che premia l’alta qualità degli ingredienti, come essi si sposano in un piatto e anche la loro storia. Un tipo di cucina "slow", che profuma di tovaglie inamidate e piatti di pasta fumanti e che si contrappone a quella "fast", dove il cibo è mero nutrimento. E voi, cosa preferite?". (Berlino Magazine)

 

 

 

 

“Crescere bilingui”

 

Berlino. Continua sulle pagine on line del quotidiano bilingue “Il deutschitalia” l'approfondimento “Crescere bilingui”. In questo articolo, Francesca Parenti ricorda di aver “già parlato di lettura, di canzoni e di filastrocche come strumenti per favorire l’apprendimento dell’italiano nei nostri bambini bilingui. Metodi preziosi e stimolanti, ma perlopiù passivi. Questa volta ci occupiamo di produzione attiva, orale o scritta.

La produzione linguistica è sicuramente più difficile della fruizione passiva. Nel caso dei bambini bilingui che non usano l’italiano a scuola, con l’andar del tempo diventa sempre più difficile stimolare la produzione orale, soprattutto quella “di un certo livello”, quella che non è legata alle attività quotidiane, ma che nasce dalla fantasia.

Come possiamo stimolare i nostri figli a inventare delle storie? A usare l’italiano come lingua creativa? Inventare le storie è più difficile di quanto si pensi, soprattutto se si vuole che siano fantasiose e avvincenti. Il nostro obiettivo, poi, è soprattutto divertirci (e far divertire i bambini) inventando le storie. Per uscire dall’imbarazzo iniziale ed evitare che diventi un esercizio di scuola, ci possono venire in aiuto degli strumenti creativi.

I DADI

Molte case editrici e aziende che producono giocattoli, hanno in catalogo dadi per inventare le storie. I più conosciuti sono forse gli Story Cubes. Si tratta di set di 9 dadi diversi con un’immagine su ogni faccia, per un totale di 54 immagini per set. Si gioca lanciando i dadi e iniziando a raccontare ispirati dalle immagini ottenute. Le varianti di gioco sono infinite: si possono usare solo due dadi o di più, lanciarli tutti insieme, o uno dopo l’altro, raccontare a turno e così via. Inoltre esistono set di dadi con tematiche diverse, quindi è anche possibile scegliere il tema preferito dal bambino: viaggi, animali, medicina, preistoria e così via. I più creativi possono autoprodurre il gioco acquistando i dadi neutri e attaccandoci sopra degli adesivi; in questo modo è ancora più facile scegliere vocaboli e temi particolarmente amati dal bambino, o magari si può scegliere di fare proprio l’opposto, per esercitare parole nuove o particolarmente difficili.

LE CARTE

Anche i mazzi di carte illustrate possono essere molto stimolanti per inventare le storie. In genere sono mazzi di una quarantina di carte; se le immagini sono molto dettagliate offrono più spunti per il racconto, d’altronde se sono più stilizzate lasciano aperte più strade per l’interpretazione. Particolarmente belle sono le carte dell’Inventafavole, edite da Barbagianni, bellissime quelle in formato grande, più economiche le piccole. Si può giocare pescando una carta e raccontando quello che ci ispira, poi il giocatore successivo pesca dal mazzo e continua il racconto. Oppure si inizia facendo pescare tre carte a ogni giocatore e poi di volta in volta si sceglie quale delle proprie carte inserire nel racconto. Si può decidere di inventare la storia con un numero limitato di carte – ne possono bastare anche due –, darsi un limite di tempo o fissare delle carte che debbano assolutamente essere presenti. Siamo noi che scegliamo le regole del gioco, magari tenendo conto dell’età e delle capacità linguistiche del bambino.

IL BINOMIO FANTASTICO

Se non abbiamo carte o dadi, possiamo ricorrere a uno strumento universale di cui sicuramente non ci troveremo sprovvisti: le parole. O meglio due parole, ben combinate: un binomio fantastico. Ne parla Gianni Rodari – sempre lui, magnifico maestro delle storie – nella Grammatica della fantasia, edito da Einaudi, che offre splendidi spunti sull’arte di inventare le storie. Per mettere in moto l’immaginazione servono due parole che abbiano una certa distanza fra loro, che richiamino due oggetti difficilmente associabili: i binomi cane-gatto, uovo-Pasqua o telefono-tasto non sono particolarmente stimolanti. Però gatto-uovo, tasto-Pasqua e cane-telefono vanno già meglio. Si può provare a collegarle con delle preposizioni e vedere quale risultato ci sembra più interessante. “Il gatto sull’uovo” potrebbe essere un numero da circo; “il gatto nell’uovo” al posto del pulcino… chissà come ci resterebbe la gallina; oppure “il gatto con l’uovo” – questa storia a dire il vero qualcuno l’ha già scritta, dall’uovo è uscita una gabbianella. A questo punto il processo creativo è avviato e la fantasia si è già messa in moto, basta assecondarla e ne nasceranno storie divertenti, avventurose e stravaganti.

DALLA PRODUZIONE ORALE A QUELLA SCRITTA

I racconti meglio riusciti si possono poi illustrare, per non dimenticarli e poterseli raccontare di nuovo osservando i disegni. Con l’inizio della scuola primaria si può provare a mettere le storie per iscritto, all’inizio con singole parole che accompagnano i disegni, poi con didascalie, fino ad arrivare a veri e propri racconti. Ne nasceranno dei piccoli capolavori che i giovanissimi autori potranno magari regalare a nonni e genitori per Natale o per il compleanno”. Il deutschitalia

 

 

 

 

Picconato il voto degli italiani nel mondo

 

Roma, 8 mag. - "Silenzio assordante dei colleghi di maggioranza eletti all'estero. E del Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo. Imbarazza quanto sta andando in scena alla Camera dei Deputati. Con una maggioranza che piccona il voto degli italiani nel mondo, ammettendo di ambire ad eliminarla del tutto. E un Sottosegretario responsabile per gli italiani nel mondo che, alla pari degli altri parlamentari di maggioranza eletti all'estero, è del tutto silente".

"Nessuno tra 5stelle, Lega e Maie ha aperto bocca su questo scellerato disegno. Che riduce i parlamentari della circoscrizione estero da 18 a 12. Creando un grave squilibrio democratico. In teoria il numero dei parlamentari del collegio estero dovrebbe aumentare, dal momento che l'emigrazione italiana sta conoscendo una crescita esponenziale: un aumento dell'elettorato del 20% nei soli ultimi cinque anni. Viceversa l'attuale Governo decide di ridurre fortemente i numeri rispetto al nazionale, in maniera più che proporzionale, del tutto noncurante del fatto che qui il corpo elettorale stia invece diminuendo".

"L'unico partito a opporsi a questa deriva è sempre e solo il Pd. Con emendamenti, interventi, e mobilitazioni in commissione ed in aula, a tutela della voce degli italiani nel mondo". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa. 

 

 

 

 

La festa della mamma a Kempten

 

Numerosi i connazionali intervenuti l'11 Maggio 2019  alla Festa della Mamma, che ha avuto luogo subito dopo la S. Messa nella Sala Parrocchiale di St. Anton di Kempten.  In questa gioiosa occasione – come negli anni passati –  i Soci del Circolo ACLI di Kempten hanno avuto modo di confermare la loro fedeltà all'Associazione e i nuovi aderenti hanno avuto la possibilità di richiedere di entrare a far parte della grande Famiglia ACLI.

Il piacevole incontro è iniziato alle 17:00 con la partecipazione di molti fedeli alla S. Messa celebrata nella bella chiesa di St. Anton  dal Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, Padre Bruno Zuchowski. La Celebrazione Eucaristica è stata – come di consueto – allietata dai bei canti eseguiti dal Coro delle Massione, accompagnati magistralmente alla chitarra da Giampiero Trovato, Presidente del Consiglio Pastorale della Missione e Segretario per le Risorse del locale Circolo ACLI. Belle le Letture, tra cui un suggestivo Brano (7, 9-14) tratto dall'Apocalisse; letture e Preghiere dei Fedeli eseguite da alcuni dei presenti. Coinvolgente la Predica di Padre Bruno a commento del Brano del Buon Pastore (10, 27-30), collegato al Passo dell'Apocalisse, e così pure il momento della Recita del Padre Nostro che ha visto i Chierichetti stretti intorno al Celebrante. Splendido l'angolo con l'effigie della Madre del Signore posto a destra dell'Altare. E magnifico il canto Madonna di Fatima, dedicatole dal Coro, al termine della Funzione, veramente appropriato in questo mese di Maggio in cui si venera particolarmente la Madonna.

Subito dopo, al termine del Rito Padre Bruno ha invitato i fedeli a recarsi nella Sala Parrocchiale. La festa, moderata dalla Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano, nonché Segretaria Organizzativa del Circolo ACLI, coadiuvata dal Presidente Trovato e dall'Insegnante Federica Franzin, si è aperta con i saluti di benvenuto di Padre Bruno, anche Assistente Spirituale, e Membro della Presidenza delle ACLI, che si è detto felice di incontrare i numerosi connazionali  provenienti anche da alcune cittadine vicine. E così pure hanno fatto, nel corso della serata, Trovato e Franzin.

Invitato dal Rettore, ha preso quindi la parola  il  Dr. Fernando A Grasso, nelle vesti di Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e del Circolo ACLI locale, di Consigliere Nazionale delle ACLI Germania, e di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, nonché Membro del Consiglio Pastorale della MCI di Kempten. Grasso, dopo aver salutato anche lui le Mamme e i presenti intervenuti, ha dato alcuni avvisi inerenti le pratiche consolari, soffermandosi sulle nuove modalità di rilascio dei documenti, le pratiche del Patronato e, soprattutto, sulle imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Ricordando che, da cittadini europei, è possibile votare anche per Rappresentanti Tedeschi, dietro richiesta preventiva alle autorità locali. Ma che – in ogni caso – si potrà votare una volta sola, essendo il doppio voto illegale, come specificato nell'apposita pagina del Consolato Generale Italiano di Monaco di Baviera.  

Il Corrispondente Grasso non ha mancato, parlando anche del Seggio Elettorale in programma a Kempten, e  provvisto di due sezioni e del quale  lui non potrà far parte per aver superato i limiti di età stabiliti dalla Legge, non ha mancato, appunto, a questo proposito, di porgere un saluto particolare al suo omologo, il Corrispondente Consolare di Memmingen e dintorni,  Comm. Antonino Tortorici e Signora. E ha riferito anche che – in analogia a quanto fatto dal Consolato di Monaco di Baviera – di aver postato sul suo sito principale un link per l'accesso a un formulario, atto alla presentazione di candidatura per essere chiamato a far parte di un seggio elettorale.

Grasso, come più volte in passato, non ha tralasciato di specificare che  i Servizi Consolari e quelli di Patronato nel Circondario di Kempten vengono offerti nell'Ufficio multifunzionale sito nella Freudental 5b – in forma assolutamente gratuita e a titolo volontaristico – almeno per sei volte al mese, in presenza, ma, in realtà, durante tutto l'arco della giornata, grazie ai collegamenti telematici e alla deviazione delle chiamate telefoniche in arrivo all'ufficio ad una delle sue linee private, anche di domenica e nei giorni festivi. Il Corrispondente ha ricordato anche ai presenti di provvedere per tempo alle richieste di appuntamento per il rilascio delle carte d'identità, dei passaporti e di documenti vari (certificato di capacità matrimoniale, iscrizione AIRE attraverso il Portale Fast It, ecc.). Comunicando anche che, nel periodo delle vacanze estive il suo ufficio rimarrà chiuso, ma che egli   –  per casi urgenti  –  potrà essere raggiunto telematicamente consultando il link apposito nel suo sito principale. Ha comunicato anche che è allo studio l'introduzione di una forma di contribuzione minima per alcuni servizi del Patronato, viste le notevoli  riduzioni di sostegno finanziario da parte delle Stato Italiano.

Subito dopo è stata la volta del Presidente del Circolo ACLI di Kempten, Rag. Paolo Franco, che, in modo sintetico e spiritoso, ha commentato gli ultimi avvenimenti inerenti alle ACLI, a cominciare dalla nuova modalità di tesseramento ACLI, annunciando che verso la fine dell'incontro avrebbe provveduto a ricevere, insieme al Tesoriere Trovato,  le conferme e le nuove adesioni alle ACLI, lanciando anche la proposta di una cena in occasione della distribuzione delle tessere 2019, dato che il nuovo sistema di stampa delle tessere è stato demandato alle varie realtà regionali, alle quali   –  sino a questo momento  –  non sono ancora arrivati i programmi e il materiale appositi.

Dopo questi interventi è arrivato il momento tanto atteso, specie da parte delle Mamme: le  esibizioni dei bambini della Missione, preparati e diretti  dall'Insegnate Franzin, dalla Segretaria della Missione e dalle Signore Trovato e Barbera del Consiglio Pastorale, sostenute fattivamente dal Presidente Trovato.

Durante questo spettacolo i piccoli hanno regalato ai presenti dei momenti veramente artistici ed esilaranti: tra cui un paio di balletti, la recita di un paio di poesie in vari dialetti, alcuni saggi ginnici e di karate e delle divertenti barzellette. Esibizioni che hanno suscitato gli entusiastici  applausi del pubblico.

La Signora Trovato ha proposto anche una raccolta in favore di bambini disagiati. Una raccolta che è stata sostenuta generosamente dai presenti.

La festa è proseguita quindi con altri momenti di gioia, con la conferma e le nuove adesioni alle ACLI, e con la degustazione di svariati, deliziosi manicaretti preparati dalle  Signore e dalle Mamme presenti, che, prima di andar via, hanno ricevuto un piccolo omaggio.

Tra gli intervenuti, non ancora nominati, ricordiamo: il nuovo socio ACLI Sabino Vitanza, del Consiglio Pastorale e Signora, il Cav. Corrado Mangano e Signora, I Coniugi Di Iorio, i Signori Antonietta e Emilio Mastrostefano, La Signora Emma Marando, per lunghi anni Presidente del Circolo ACLI, attuale Vicepresidente, i Signori: Emanuele,  Neri, Cecere e tanti, tanti altri cari amici e conoscenti.

La festa è terminata alle 21:00 circa.

Nelle foto, che seguono, alcuni momenti della festa. Saranno graditi eventuali altri contributi, soprattutto fotografici, allo scopo di documentare meglio i vari momenti del pomeriggio. Grazie,  intanto, al caro amico  Paolo Franco per le belle immagini inviate! Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

Verso il voto europeo. Migranti: Francia, un tema che non scalda la campagna

 

Il 26 maggio nelle elezioni europee La République En Marche (Lrem) di Macron (aderente ai liberali europei del gruppo Alde) e il Rassemblement National (Rn) della Le Pen (aderente al gruppo Enf) si contenderanno la maggior parte dei seggi della Francia al nuovo Parlamento europeo. Lrem ha recuperato lo svantaggio registrato lo scorso novembre e si attesta, assieme all’Rn, intorno al 22%. Più indietro i repubblicani (Ppe) al 13%, la France Insoumise (Sinistra) e i Verdi (Green/Efa) entrambi al 7,5%, i Socialisti (Pse) al 5,5% e i sovranisti di Debout la France (Adde) al 4,5%.

Le proposte sul fronte migrazione

A tentare di rendere le elezioni europee una specie di referendum anti-migranti, sono principalmente la Le Pen e Debout la France. La prima, nel discorso di apertura della campagna elettorale, ha dedicato ampio spazio al pericolo che un’immigrazione incontrollata creasse “zone di non Francia”, dove “ci si sente stranieri nel proprio Paese, in cui le leggi della Repubblica non sono più applicate [a favore di] quelle di gang criminali o islamisti”.

Sull’altro versante, mentre Macron ribadisce la posizione piuttosto ‘moderata’ del 2017, il suo ex sfidante Hamon (lista Générations pour les Européennes, al 3,5%) chiede invece l’abolizione tout court del “meccanismo di Dublino” poiché troppo penalizzante per Italia, Spagna e Grecia, vie legali e sicure per i richiedenti asilo, revisione del sistema d’accoglienza. I repubblicani si presentano come terza via tra Lrem e Rnj, proponendo la riforma del ‘Code frontière’: controlli alle frontiere interne, domande d’asilo esaminate al di fuori dell’Ue, nessun nuovo centro d’accoglienza europeo.

I dati e la relativa tolleranza francese

I sondaggi mostrano però una Francia in cui le migrazioni non sono tra le principali preoccupazioni, in linea con il resto d’Europa dove, ad eccezione dell’Ungheria, temi prioritari sono terrorismo, ritorno del nazionalismo, crisi economica, cambiamento climatico, Russia. In Francia, il podio spetta a disoccupazione, potere d’acquisto e terrorismo (tenuto separato dalle migrazioni). Va precisato che nei sondaggi il termine “migrazioni” include gli spostamenti intra-europei, quindi sono considerati migranti anche i cittadini di uno Stato membro che si trasferiscono in un altro Stato membro.

Lo studio dei flussi (dati del censimento Insee) ha mostrato che il 29% degli ingressi annui è costituito da nativi francesi o francesi nati all’estero che si trasferiscono in Francia; tra gli stranieri, gli africani (36%) eguagliano in numero i cittadini provenienti dagli altri Stati Ue.

Il fenomeno migratorio è, a ogni modo, sovrastimato giacché ancora legato nella percezione ai flussi record del 2015: per i francesi gli immigrati presenti in Francia sarebbero circa il 18,1%, mentre le cifre ufficiali parlano dell’8,9%. Pur considerando il fenomeno in termini negativi rispetto ad alcuni settori, quali la crescita economica (54%), la coesione nazionale (64%), la sicurezza (66%), l’identità del Paese (58%), il 61% della popolazione è tuttavia a favore dell’accoglienza di chi fugge da pericoli e persecuzioni. Irene Piccolo, AffInt 7

 

 

 

 

Moavero Milanesi, “Sovranisti e popolari insieme in Europa? Difficile ma possibile”

 

ROMA - Un'Europa più forte, anche senza modificare i trattati. Con cinque proposte, che il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha rilanciato in prima pagina, Enzo Moavero Milanesi indica all'Italia una «via europeista» in vista del 26 maggio. «Cinque proposte concrete per una Unione europea più efficace — elenca il ministro degli Esteri — per dare ai gruppi parlamentari un potere di iniziativa legislativa, varare una vera e completa politica unitaria per governare le migrazioni...».

Intanto il presidente Mattarella va da Macron per rinsaldare i valori comuni e Salvini vola a Budapest per ammirare il muro anti-migranti di Orban. Quale Europa le piace di più?

«Sui migranti, quello che fa più impressione è l'incapacità dei vari governi europei di trovare un accordo, piuttosto che arroccarsi su posizioni differenti riguardo alle vie da intraprendere. L'Europa si è troppo divisa e non riesce a sviluppare una vera politica comune per governare i flussi».

L'Ungheria può diventare un modello per l'Italia?

«La sua chiusura finisce per diventare uno dei modelli, per una serie di Paesi che hanno maggiore difficoltà ad assorbire i migranti. Nel non riuscire ad affrontare bene la questione, per le profonde divisioni fra i governi, l'Europa mostra un grave punto debole».

Con Salvini premier vedremmo anche noi muri e fili spinati per fermare i migranti «economici»?

«In assenza di una politica europea, ogni Stato, lasciato solo, affronta il problema nel modo reclamato dalla propria opinione pubblica. Che quello ungherese possa diventare un modello per l'Italia, dipenderà dal voto degli italiani e dalla capacità della Ue di trovare una sintesi».

È deluso dalla risposta della Commissione Ue alla sua lettera sul rischio di una nuova ondata di sbarchi?

«Ho inviato la lettera dopo le dichiarazioni del presidente libico al-Serraj, che ha parlato di 800 mila migranti pronti a partire. Un numero eccessivo, ma anche una cifra enormemente inferiore può configurare un'emergenza. Ho scritto alla Ue per dire di prepararsi a un'eventuale emergenza e mi hanno risposto indicando strumenti ordinari. Ne riparleremo, forse non ci siamo compresi».

L'Italia non è pronta?

«Non dico questo, dico che i trattati europei prevedono anche appositi strumenti temporanei straordinari per non lasciare soli gli Stati di primo impatto. Se l'Europa non si attiva, costringe ogni Paese a muoversi alla sua maniera e la materia diventa sempre più divisiva».

È realistica l'ipotesi di un'alleanza tra sovranisti e popolari europei?

«Difficile, ma è una dinamica in astratto possibile. Viene esclusa dai protagonisti, ma potrebbe accadere. Sono le prime elezioni europee veramente politiche. La geometria semplice dice che popolari e socialisti non ce la faranno più a governare da soli e, dopo il voto, dovranno allearsi con liberali e verdi».

E se l'alleanza fallisse?

«Allora, forse, i numeri parlamentari potrebbero portare a formare una coalizione di stampo più conservatore, che veda protagonisti i popolari con l'eventuale supporto di partiti che ora ascriviamo al campo avverso, perché li qualifichiamo come sovranisti, nozione peraltro vaga».

Orbán vuole portare Salvini nel Ppe, ma Merkel stoppa alleanze con le destre illiberali e antisemite.

«Nessuno dei partiti che avranno seggi nega l'esistenza dell'Unione, il punto vero è che declinano in modo diverso l'integrazione e le riforme necessarie. C'è chi vede una prospettiva federale e chi indica una prospettiva in cui molta della sovranità resta o ritorna agli Stati».

Il premier ungherese è accusato di guidare una «democrazia illiberale» e il polacco Kaczynsky, altro alleato della Lega, è sotto procedura di infrazione per aver violato lo stato di diritto. Molti ci vedono una distanza abissale sul piano culturale, etico e democratico. E lei?

«E’ una lettura semplicistica. Trovo manicheo qualificare brutalmente come illiberali governi che, proprio obbedendo alla Ue, hanno adottato misure che li riportano in linea con gli altri Paesi. Il punto vero è che un confronto serrato è inevitabile, con un numero così alto di Stati membri. Bisogna trovare la sintesi e io penso sia possibile».

In Libia è guerra. L'Italia ha riconosciuto Sarraj, ma lei esorta a parlare con Ilaftar. Come risponde alle accuse di ambiguità della sua politica estera?

«Il governo di al—Serraj è riconosciuto da noi e dall'intera comunità internazionale, ma ci sono altri attori importanti nello scenario libico. Il dialogo inclusivo non è ambiguità, è una strada obbligata per un Paese che vuole svolgere un ruolo conciliatore in un conflitto che vede di nuovo aspri scontri armati».

E in Venezuela, dove Salvini e Di Maio sono agli antipodi, non è tempo di schierarsi tra Maduro e Guaidó?

«Anche sul Venezuela non siamo equidistanti o neutrali. Non riconosciamo la legittimità delle ultime elezioni di Maduro, invece riconosciamo l'Assemblea nazionale e il suo presidente Guaidó. Ma il modo per favorire nuove elezioni non è schierarsi per presidenti alternativi. Non è eleggendo l'antipapa che risolvi i problemi di un potenziale scisma».

Si saprà mai la verità sull'uccisione di Giulio Regeni?

«Più passa il tempo senza che si arrivi alla verità, più siamo amareggiati e preoccupati. Ma il pressing per avere vera giustizia non diminuirà».

Il governo cadrà sul sottosegretario Siri?

«Di fronte a vicende politiche sensibili e delicate, tutto è sempre possibile. Molto dipende da come il presidente Conte presenterà la questione al Consiglio dei Ministri». Monica Guerzoni, CdS 4

 

 

 

 

Elezioni europee: la sindrome di Calimero del nuovo ‘europeismo’

 

Assistiamo a un nuovo dibattito sulle ragioni dell’europeismo italiano e possiamo rammaricarci che sia iniziato sotto la spinta dei partiti sovranisti attualmente al governo. È anche giusto essere preoccupati del pericolo che la politica del governo conduca il Paese ai margini dell’Unione o addirittura fuori di essa. Una seria riflessione sulle ragioni dell’appartenenza dell’Italia all’Ue era però necessaria e da un certo punto di vista manca da parecchi decenni. Essa sta però prendendo una piega fuorviante e potenzialmente pericolosa.

Sta infatti emergendo in Italia un nuovo tipo di europeismo che, pur rigettando le posizioni dei sovranisti, concentra i suoi strali contro la politica europea del Paese degli ultimi decenni e contro la classe dirigente (politica, burocratica e mediatica) che l’ha sostenuta. Essa avrebbe infatti cercato di sopprimere il sentimento nazionale, annegandolo in un indistinto insieme europeo, accettando acriticamente l’Europa “com’è” e creando così le premesse per la rinascita del sovranismo.

Una convergenza di frustrazioni e l’enorme equivoco della Federazione europea

C’è in questa posizione una convergenza di frustrazioni: per l’incapacità del Paese a “stare in Europa”, ma anche di fronte a un’Unione percepita come fondamentalmente ostile. Assisteremmo infatti a un tradimento dell’ideale unitario dei padri fondatori di fronte al quale solo noi avremmo rinunciato a difendere l’interesse nazionale nel duro confronto fra i diversi egoismi. Mi è capitato di definire questa posizione “complesso di Calimero”.  La sua perfetta illustrazione è nello slogan “l’Europa sì, ma non così”.

Alla radice di tutto ciò c’è un enorme equivoco di cui le classi dirigenti sotto accusa sono in parte responsabili. Agli italiani è stato fin dall’inizio venduto in primo luogo l’obiettivo federale, lo “spirito di Ventotene”. Non senza ragione, si pensò che questo era il modo per unificare un Paese profondamente diviso e traumatizzato dalla tragedia del fascismo e della guerra, dandogli una nuova missione nazionale.

Il problema è che l’Ue non è mai stata e non è una federazione. Del resto, le nazioni non verrebbero annullate nemmeno in una federazione, ma questo è un altro discorso. Questo non vuol dire che sia un sistema in cui Paesi sovrani collaborano liberamente secondo i loro interessi. È invece un processo che ha sicure finalità politiche, ma esse sono indefinite: federali per alcuni, ma non per altri. Esso si caratterizza soprattutto per una graduale condivisione di sovranità su problemi concreti che i Paesi membri decidono di consentire in generale all’unanimità, in un processo in cui l’interesse nazionale è sempre presente.

La conseguenza è che le cessioni di sovranità non avvengono in base a un disegno logico, ma in reazione agli avvenimenti e ai bisogni. Dove la sovranità è stata condivisa, ci sono regole comuni decise insieme alle quali non si può derogare. Dove non c’è stata condivisone, interviene il dialogo politico che può eventualmente sfociare in nuovi vincoli condivisi. La natura del processo fa sì che i vantaggi che ci si aspetta dal negoziato e le concessioni che si fanno non devono essere valutati caso per caso, ma in un’ottica complessiva di medio periodo.  Il sistema può non piacere, può essere giudicato troppo lento e confuso, ma questa e non altra è l’Unione. Se non lo si capisce, non si va da nessuna parte.

I problemi legati alla percezione e comprensione dell’ ‘interesse nazionale’

Il concetto di ‘interesse nazionale’ è per definizione ambiguo e soggettivo. L’unico criterio oggettivamente valido è ritenere come tale ciò che è deciso dai governi in carica. Basta fare un giro a Bruxelles e in altre capitali per sentirsi dire che l’Italia è sempre stata piuttosto brava nel perseguire quello che i governi al potere consideravano essere un interesse nazionale. Mi è capitato di dissentire, per esempio a proposito della pervicace difesa delle imprese pubbliche fino all’inizio degli Anni 90, ma la mia era solo un’opinione personale. Al governo di Mario Monti, in particolare, possono essere imputati diversi errori, ma non certo quello di essere stato supino di fronte all’Europa. Né la svolta operata da Mario Draghi alla testa della Bce, né gli strumenti di solidarietà introdotti nella gestione dell’euro sarebbero stati possibili senza le riforme interne di quel governo, ma soprattutto senza l’opera di convincimento pazientemente esercitata nei confronti della Germania.

Dove è il problema? A mio avviso risiede nel fatto che tutti i governi negoziano in un doppio spirito nazionale ed europeo. Tuttavia, mentre gli altri presentano in primo luogo alla loro opinione pubblica i vantaggi che hanno ottenuto per il proprio Paese, noi abbiamo lasciato che si percepissero soprattutto le concessioni. Da qui la percezione di un Paese eterodiretto che non controlla gli avvenimenti e subisce le decisioni altrui (il vincolo esterno). L’altro risvolto delle politiche europee dell’Italia è la costante incapacità delle classi dirigenti di trarre sul piano interno le conseguenze delle decisioni prese in Europa. Su questo tuttavia c’è largo consenso e quindi non mi dilungo oltre.

Il ‘nuovo europeismo’ che fa il gioco dei sovranisti

È facile vedere che un ‘nuovo europeismo’ che cancella le politiche del passato per promettere, finalmente, la difesa dell’interesse nazionale fa solo il gioco dei sovranisti. Un simile atteggiamento non può che veicolare l’immagine di un’Europa forse necessaria, ma fondamentalmente ostile e costruita contro i nostri interessi. Ciò è tanto più grave se l’azione è condotta senza le necessarie alleanze.

Il rifiuto ‘dell’Europa che c’è’ non può che tradursi in ostilità verso la coppia franco-tedesca giudicata responsabile dello stato attuale delle cose. Possiamo pensare ciò che vogliamo della politica di quei due Paesi, ma sarebbe utile rendersi conto che se l’Ue va maluccio non è a causa dei loro accordi. Essi hanno al contrario in generale posizioni molto distanti e attualmente stentano a convergere. L’esperienza ci dice che solo quando cominciano ad avvicinarsi si creano le condizioni per un accordo più vasto. Il nostro problema è di entrare nel gioco che c’è, non di vagheggiare di ‘archi mediterranei’ che, ma solo per ragioni climatiche, sono appena meno velleitari ‘dell’asse Roma-Londra’ di cui si favoleggiava negli Anni 70.

Uscire dalla mitologia ed essere concreti

Perché il benvenuto dibattito sull’europeismo italiano sia costruttivo, sono necessarie due condizioni. La prima è che si esca dalla mitologia per spiegare agli italiani l’Europa come è effettivamente. La seconda è un’esigenza di concretezza quando si parla di problemi specifici.

È perfettamente legittimo e a volte doveroso accusare gli altri di violare le regole oppure di comportamenti politicamente non conformi all’interesse generale. Si tratta però di scenari completamente diversi su cui si fa troppo facilmente confusione. Gli esempi possono essere numerosi, ma mi limiterò a pochi casi.

La violazione delle regole deve essere perseguita. Gli altri lo fanno sistematicamente nei nostri confronti; noi molto poco. Certo, la Corte di Giustizia è lenta, ma le sue decisioni fanno giurisprudenza e si può ottenere soddisfazione come abbiamo visto nel caso del contenzioso che ci ha opposto alla Commissione sul sostegno alle banche in difficoltà. Sostenere che c’è stata violazione e non agire è controproducente e disonesto perché chiaramente rivolto a ottenere consenso interno senza correre i rischi del contenzioso. In questo modo il rancore dell’opinione pubblica si accumula e diventa frustrazione. Non siamo i soli a commettere questo errore. Il governo olandese accusa la Commissione di troppo lassismo nei confronti dell’Italia, ma non ha il coraggio di chiedere che sia sanzionata, come potrebbe in seno all’Eurogruppo.

Nella maggior parte dei casi invece si confonde ad arte la violazione delle regole con l’opportunità politica. Ci sono molte ragioni valide per spingere la Germania a stimolare maggiormente la domanda interna, ma non c’è nessuna regola che la obbliga a farlo. Ci sono ottimi argomenti pro o contro l’armonizzazione fiscale. Tuttavia la fiscalità è ancora una prerogativa nazionale e la situazione potrà essere modificata solo all’unanimità. È facile sostenere che i Paesi che hanno una bassa fiscalità sulle imprese sottraggono gettito agli altri. Visto che in generale hanno i conti più in ordine di noi, ci si può domandare perché non facciamo lo stesso. Evidentemente il problema è più complesso di come è raccontato. Si può invece intervenire nei casi di trattamento discriminatorio, come del resto la Commissione ha cominciato a fare. Potrei continuare.

Scomode comunanze con la Gran Bretagna e margini di tolleranza

È in corso in Europa una discussione molto concreta su ciò che è possibile fare nel prossimo avvenire; discussione da cui siamo fondamentalmente assenti, forse aspettando improbabili mutamenti catartici dalle prossime elezioni europee.

Paradossalmente, abbiamo in comune con la Gran Bretagna due cose. Da un lato, una sistematica denigrazione dell’Ue che sta scavando come un tarlo nella coscienza collettiva con conseguenze imprevedibili. Dall’altro il faticoso risveglio da due visioni opposte, ma altrettanto fuorvianti della costruzione europea. Ben venga quindi un dibattito senza complessi, ma a condizione che non si abbandoni l’idea mitologica dell’Europa salvatrice per cadere in quella, altrettanto mitologica, dell’Europa ostile.

Nel frattempo, una brutta e una buona notizia. La brutta è che ci stiamo effettivamente allontanando dall’Europa e non solo sul piano dell’economia. La buona, se così la vogliamo chiamare, è che per il momento nessuno ha interesse a un conflitto con l’Italia. Le difficoltà di Brexit, il rallentamento dell’economia, le divergenze con Visegrad, i rischi di una guerra commerciale con gli Usa sono più urgenti e importanti. Potremo quindi contare su un po’ di tolleranza, ma a condizione di non superare certi limiti e non farci male da soli. Riccardo Perissich AffInt 14

 

 

 

 

Nucleare: appello europeo a Usa per salvare accordo con Iran

 

Un anno fa, l’8 maggio 2018, il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero cessato di rispettare il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo nucleare concluso nel luglio 2015 da Iran e Stati Uniti insieme a Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Unione europea.

Trump sostiene che il Jcpoa non contiene misure sufficienti ad arrestare i progressi dell’Iran verso una capacità nucleare militare, né fa nulla per limitare l’arsenale missilistico dell’Iran e contrastarne le attività in Medio Oriente. Il presidente americano ritiene che una strategia di ‘massima pressione’ sia l’unica strada e pertanto ha re-imposto tutte le sanzioni Usa che erano state sospese in base all’accordo, comprese quelle che colpiscono compagnie straniere che fanno affari con l’Iran.

Le critiche di Trump non sono senza fondamento. Tuttavia, è molto difficile che ritirarsi dall’accordo possa servire a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati. La realtà è che la sua decisione ha avuto gravi conseguenze.

Le gravi conseguenze del ritiro americano, in sei punti

In primo luogo, ha ostacolato la politica globale di non-proliferazione nucleare. Il Jcpoa limita significativamente la capacità dell’Iran di sviluppare armi nucleari. Come certificato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e riconosciuto pubblicamente dai vertici dell’intelligence americana, l’Iran ha continuato a rispettare l’accordo. Tuttavia, come dimostra l’annuncio del presidente Hassan Rouhani che l’Iran riprenderà alcune attività proibite dall’accordo, in seguito al ritiro degli Stati Uniti l’Iran ha visto i benefici di restare nell’accordo in costante diminuzione.

Se Teheran riattivasse l’intero programma e limitasse i poteri di ispezione dell’Aiea, verrebbero meno fondamentali strumenti per monitorare le attività iraniane e verificare le informazioni contenute nell’‘archivio nucleare’ che Israele ha sottratto all’Iran. L’incertezza sui progressi nucleari dell’Iran potrebbe spingere altri stati nella regione – specie l’Arabia Saudita – a costruirsi un proprio arsenale.

In secondo luogo, la decisione di Trump ha sminuito il valore della diplomazia. Il Jcpoa è un importante precedente di efficace cooperazione multilaterale, dal momento che coinvolge Paesi con orientamento di politica estera divergente come gli Stati Uniti e i loro alleati europei, la Russia e la Cina, l’Iran stesso. La preferenza degli Stati Uniti per la ‘massima pressione’ in luogo di soluzioni di compromesso svaluta la diplomazia come mezzo efficace per risolvere dispute tra Stati rivali.

In terzo luogo, Trump ha indebolito il diritto e le istituzioni internazionali. La legittimità del Jcpoa deriva dal Trattato di non-proliferazione nucleare, che proibisce all’Iran di dotarsi di armi atomiche, mentre la sua autorità discende dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha incorporato l’accordo nella risoluzione 2231. Rinnegando i suoi impegni senza giustificazione, Washington ha mandato il segnale che gli obblighi internazionali possono essere infranti ad arbitrio.

In quarto luogo, la decisione del presidente Usa ha indebolito la solidarietà transatlantica. Il Jcpoa è il risultato di più di 13 anni di continuo coordinamento tra europei e americani. Uscendone e, peggio ancora, minacciando di punire le banche e compagnie europee per i loro affari in Iran, l’Amministrazione Trump non ha mostrato alcun riguardo per gli interessi europei ed eroso la fiducia nell’Alleanza transatlantica.

In quinto luogo, ha contribuito a esacerbare le tensioni regionali. Il Jcpoa ha rimosso, almeno nel medio periodo, la prospettiva di un Iran armato di bombe atomiche da uno scenario regionale caratterizzato da forti tensioni geopolitiche. Sostituendovi la strategia di ‘massima pressione’, gli Stati Uniti hanno galvanizzato i rivali dell’Iran e ridotto l’appetito per soluzioni di compromesso a Teheran. Se l’Iran dovesse lasciare l’accordo, ci sarebbero poche opzioni diplomatiche per contenere il rischio di un’escalation militare.

In sesto luogo, la decisione di Trump ha inflitto gravi danni alla popolazione iraniana, che pure lui dice di sostenere. Riadottando sanzioni con effetto extraterritoriale, gli Stati Uniti hanno di fatto forzato un embargo sull’Iran. La combinazione di inflazione, importazioni più care, scarsità di beni (medicinali e cibo compresi), e l’impossibilità di completare transazioni iniziate prima della re-imposizione delle sanzioni ha prodotto un significativo calo del tenore di vita degli iraniani.

Garantire la sopravvivenza del Jcpoa

Il Jcpoa è troppo importante per lasciarlo morire. Eppure, nonostante le altre parti dell’accordo insistano che per loro resta valido, non hanno fatto a sufficienza per garantire la sopravvivenza dell’accordo con l’Iran sul nucleare.

Gli europei vanno lodati per la creazione di un meccanismo di facilitazione del commercio in beni umanitari, chiamato Instex. Tuttavia, è necessario che i termini di partecipazione ad Instex siano chiariti al più presto perché le compagnie private si decidano a usarlo. Gli europei devono anche creare un altro meccanismo simile che permetta le importazioni petrolifere dall’Iran e aprirne la partecipazione a Paesi terzi. Gli europei devono infine intensificare il dialogo con l’Iran su una serie di questioni regionali. Fondamentale è infine che i sostenitori del Jcpoa si coordino per evitare che le sanzioni Usa complichino la cooperazione tecnica necessaria all’Iran per continuare a rispettare l’accordo.

La cosa più importante tuttavia è promuovere negli Stati Uniti – dall’Amministrazione al Congresso fino alla comunità di esperti e i media – i meriti dell’accordo. Il ritorno degli Stati Uniti nel Jcpoa è non solo funzionale a contenere le conseguenze negative menzionate sopra. È anche necessario a ricreare una più coesa coalizione internazionale che prema sull’Iran perché limiti il programma balistico e il sostegno ai suoi alleati nella regione. A ciò si deve accompagnare un’iniziativa diplomatica che ponga le basi per la distensione regionale.

Gli europei sono stati decisivi nell’avviare il processo che ha portato al Jcpoa e possono pertanto aprire la via a un nuovo e più ampio confronto diplomatico con l’Iran. Ma perché il multilateralismo sia efficace, è necessario che gli Stati Uniti rispettino diritto e accordi internazionali.

L’appello è firmato da Nathalie Tocci, direttore IAI, Esfandyar Batmanghelidj, fondatore Bourse&Bazaar, Ian Bond, direttore di Politica estera Cer, Thanos Dokos, direttore generale Eliamep, Thomas Gomart, Direttore Ifri, Mark Leonard, co-fondatore Ecfr, Robin Niblett, direttore Chatham House, Laura Rockwood, direttore esecutivo Vcdnp, Andris Spruds, direttore Liia, Des Browne, presidente Eln, Adam Thomson, direttore Eln, Steven Blockmans, direttore di Politica estera Ue Ceps, Andrej Ditrych, direttore Iir, Michel Duclos, consigliere speciale Institut Montaigne, Charles Grant, direttore Cer, Pol Morillas, direttore Cidob, Charles Powell, direttore Real Instituto Elcano, Daniela Schwarzer, direttore Dgap, Teija Tiilikainen, direttore Fiia.  L’iniziativa è stata coordinata da Riccardo Alcaro e Shatabhisha Shetty. I firmatari hanno firmato l’Appello congiunto su base personale. Le opinioni espresse nel testo non riflettono la posizione delle loro istituzioni di affiliazione. AffInt 9

 

 

 

La politica del dopo

 

Non vediamo ancora segnali di collegamento nella “linea” politica Di Maio/Salvini. Lo scriviamo con oggettività. Anche se questo Esecutivo ritiene di poter raggiungere alcuni obiettivi efficaci. Tra polemiche antiche e rivendicazioni recenti, il Governo tenterà di fare il suo mestiere. L’Opposizione, però, tornerà astuta. Ne andava della sua sopravvivenza politica. Vedremo se alcune proposte parlamentari saranno più percorribili. Nonostante certi “attriti” di natura morale, più che politica, il Potere Legislativo sarà meno fecondo.

 

 L’Esecutivo continua per la sua strada con la speranza, non sempre condivisibile, d’arrivare, entro l’anno, all’attuazione di parte del suo “programma”. Intanto, i problemi del Paese si evolvono e si modificano. Ancora una volta, quando la politica s’imbatte con la realtà economica, gli effetti non sono positivi. Le riforme istituzionali si faranno. Però, quando? Certo non trascureremo alcuni segnali d’intolleranza che ci hanno messo sul chi vive. Questo Governo tenterà, comunque, di mantenere il suo posto. L’alleanza Lega/5S intende conservare ben salda la sua egemonia; anche se le “tensioni” non sono da sottovalutare.

 

 Dato che numeri ci sono, la Legislatura non corre imminenti pericoli. Intorno al quadro politico, c’è un Paese che tenta la ripresa. Ma la produttività stagna; l’occupazione registrerà ancora fasi in riduzione. Insomma, siamo ben lontani anche dal più cauto ottimismo.

 

Il secondo semestre dell’anno ci porterà qualche innovazione? Circa i contenuti del contratto Di Maio/Salvini, per ora, preferiamo non pronunciarci. In definitiva, il Governo ha da farsi ancora  conoscere. Ma, francamente, riteniamo che non ci saranno tutte quelle novità enunciate in campagna elettorale. Nel Bel Paese non sarebbe una novità. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I Cinque Stelle travestiti da sinistra

 

Se il M5S non sarà superato dal Pd potrà riprendere la sua strada con la Lega dopo essersi salvato apparendo un partito di opposizione - di Paolo Mieli

 

Apparentemente quelle tra Di Maio e Salvini sono nient’altro che insopportabili schermaglie, baruffe, litigi in vista delle elezioni europee. Oltretutto in un gioco delle parti. In realtà quel che accade giorno dopo giorno sul palco della politica italiana è invece l’effetto di una interessantissima campagna elettorale con la quale il Movimento Cinque Stelle – forse in ritardo sui tempi – sta provando a rimontare una débâcle annunciata (i sondaggi da qualche settimana avevano iniziato ad attribuirgli un risultato inferiore al 20%). Ricordiamo, prima di analizzarne la strategia, che le elezioni europee sono tra le più sfavorevoli al movimento fondato da Beppe Grillo il quale, sostanzialmente, non ha nulla da dire sull’Europa e dà mostra di confusione di idee sull’insieme della politica internazionale. Tant’è che già nel 2014 conseguì risultati assai modesti al confronto di quelli sfavillanti ottenuti nelle elezioni politiche dell’anno precedente. In più, l’M5S è giunto all’appuntamento di questa prova elettorale avendo alle spalle dieci mesi di sondaggi (e di risultati in elezioni amministrative) che lo presentavano in agonia, agonia resa ancor più evidente dalla vistosa crescita – sempre da sondaggi e amministrative - del partito leghista.

Per reagire a questo stato di cose, circa un mese fa Luigi Di Maio ha riaperto i giochi presentandosi, in evidente competizione con la sinistra, come il punto di riferimento del contrasto all’ascesa salviniana. Chi vuole impedire che il Carroccio «si prenda tutto» — è stato il suo messaggio ben decodificabile — non può che votare per noi; pronunciarsi invece per i partiti dell’opposizione – ha comunicato poi in maniera pressoché esplicita — sarebbe un atto di mera testimonianza. Ma non bastava enunciare questi principi, occorreva metterli in atto. E Di Maio lo ha fatto. Come?

Prendiamo l’ultimo episodio: il tweet della ministra della Difesa Elisabetta Trenta che lodava la Marina per il salvataggio di alcuni pescherecci italiani aggrediti dalle motovedette libiche. L’episodio a cui si riferiva la Trenta è ancora controverso; ma quel tweet sarebbe rimasto inosservato se, sentendosi stuzzicato, Salvini non fosse immediatamente partito all’attacco della ministra accusandola di fare propaganda (per poi ricevere dai Cinque Stelle rimbrotti dello stesso tenore). È evidente che per le vie subliminali si sta parlando della inaffidabilità di quelle imbarcazioni militari libiche alle quali in altre occasioni Salvini avrebbe voluto affidare parte della soluzione del problema dei migranti.

E, visto che siamo in tema di migranti, è opportuno ricordare che uno dei problemi più impegnativi per la campagna elettorale di Di Maio si annunciava essere quello di doversi giustificare per il sostegno parlamentare a Salvini che intendeva sottrarsi al processo per il «caso Diciotti». Un mese fa sembrava che nella campagna per le Europee si sarebbe parlato prevalentemente di questo episodio talché il Pd avrebbe potuto concentrare le proprie ostilità ad un tempo contro Salvini e Di Maio, additandoli, entrambi, come nemici di un regolare dibattimento giudiziario. Invece Di Maio è riuscito a sfilarsi e il «caso Siri» ha monopolizzato le attenzioni togliendo alla sinistra buona parte degli argomenti antigrillini in materia di giustizia. Armando Siri ha offerto a Di Maio un’opportunità strepitosa: sotto il profilo politico la storia che lo riguarda non concerne se non marginalmente la questione dei trentamila euro che dovrà essere chiarita per via giudiziaria; il «caso Siri» consiste nel fatto che un governo dell’Europa occidentale non può annoverare tra i propri membri una persona che sia sospettata di essere in «contatto» ( ancorché in maniera indiretta e, ci auguriamo, non consapevole) con Matteo Messina Denaro. Anche se si dimostrasse che quei trentamila euro Siri non li ha mai ricevuti, anzi che non gli sono stati mai neppure promessi — il che, a nostro avviso, è oltremodo probabile — i termini di quel «contatto» (ripetiamo: indiretto e forse inconsapevole) vanno chiariti nei tempi necessari per questo genere di approfondimento. Salvini non può non essersi reso conto di ciò ed è per questo che entro la settimana che inizia oggi si vedrà obbligato a lasciare l’incauto Siri al suo destino.

Questa sarà una vittoria per Di Maio che (assieme a Conte) ha messo immediatamente a fuoco il problema con modalità tali da ricevere — in un convegno di «MicroMega» a cui era presente il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede — il pubblico elogio del magistrato Nino Di Matteo, al giorno d’oggi l’ esponente più noto del cosiddetto partito delle toghe. Nelle stesse ore il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho accusava quasi esplicitamente Salvini di non aver fin qui adottato il «modello Caserta», cioè di non essersi presentato una volta al mese nella città campana al fine di «rimodulare» le attività di contrasto alla camorra, come fecero — ha sottolineato Cafiero De Raho —

i suoi predecessori. Così, a sorpresa, pur a ridosso del «caso Diciotti», è rispuntato il feeling tra i Cinque Stelle e la parte più battagliera della magistratura. Feeling che — insegna la storia degli ultimi venticinque anni — al momento opportuno torna sempre utile alla parte politica che ne beneficia

Ma il capolavoro di Di Maio è stato, nei giorni attorno al 25 aprile, quello di riuscire a presentarsi come leader di un partito di governo che si richiama ai valori della Resistenza. Non deve essere stato facile per lui, nato e cresciuto in ambianti missini, dare una così convinta prova di sensibilità nei confronti dei valori dell’antifascismo. Se non fossimo persuasi che tale sensibilità sia frutto di un’effettiva maturazione, potremmo pensare che essa sia stata solo l’ennesima occasione (colta al volo) per mettere all’angolo Salvini indaffarato con CasaPound. Un’occasione utile oltretutto a trovare qualche sintonia con i possibili interlocutori di domani o dopodomani, vale a dire il Pd. Ma poi è accaduto che quando un importante esponente del Pd, Graziano Del Rio, ha teso loro un po’ goffamente la mano, Di Maio ed i suoi hanno respinto l’offerta financo con parole scortesi. Segno che i pentastellati non avevano, quantomeno nell’immediato, un secondo fine.

Chi sembra aver capito il senso complessivo di questa complessa manovra politica è il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti che negli ultimi giorni ha aggiunto alla parte antisalviniana della propria campagna elettorale, robuste denunce antigrilline. Zingaretti sa che una delle principali partite delle prossime elezioni europee si gioca sul risultato dei Cinque Stelle in rapporto a quello del Pd. Se i democratici cresceranno fino a scavalcare i seguaci di Di Maio, per loro sarà una indispensabile boccata d’aria e — cosa più importante — il partito fondato da Grillo entrerà in crisi sicché in prospettiva tornerà ad essere un bacino in cui il Pd potrà andare a ripescare i propri voti. Se questo non accadrà, il M5S potrà, ancorché ammaccato, riprendere la propria strada in compagnia della Lega. Felice per essersi salvato poco prima del tracollo, travestito in extremis da partito d’opposizione. CdS 5

 

 

 

 

Targhe estere. Annunciata norma per tutelare i frontalieri

 

Accolgo con soddisfazione la notizia che il Ministero dell’Interno ha finalmente riconosciuto che le norme introdotte dal “Decreto Sicurezza” per sanzionare l’uso fraudolente delle targhe estere hanno prodotto gravi difficoltà per i nostri cittadini e lavoratori residenti all’estero.

 

I sottosegretari all’Interno Nicola Molteni e Stefano Candiani hanno annunciato interventi normativi per superare tali difficoltà e questo a pochi mesi dall’entrata in vigore del cosiddetto Decreto sicurezza.

 

Molteni riconosce che “ci sono da tutelare, giustamente, alcune situazioni” e Candiani annuncia che "è già pronta una norma attualmente in attesa del giusto veicolo normativo" finalizzata a rispondere alle richieste dei lavoratori delle zone di confine con la Svizzera e la Repubblica di San Marino.

 

Nel corso degli ultimi mesi, ho avuto modo di segnalare la questione in diverse occasioni, anche attraverso una specifica interrogazione in Commissione Trasporti, ancora in attesa di risposta da parte del Ministero dell’Interno.  

 

Mi auguro che non si tratti di una semplice rassicurazione preelettorale e che tale norma arrivi velocemente al vaglio del Parlamento.

 

In ogni caso non mancherò di seguire la questione e di verificare se – al di là delle giuste rivendicazioni dei lavoratori frontalieri – siano state risolte anche le altre criticità che riguardano i cittadini italiani residenti all’estero e le loro famiglie. Meglio tardi che mai! On. Angela Schirò, dip 10

 

 

 

 

 

La prima analisi

 

Le attuali difficoltà politiche sono l’effetto di questa Terza Repubblica nata con la fretta per finire la Seconda. Lo Stato, però, non può essere comparato a un’azienda. I motivi, non solo politici, sono tanto evidenti da produrre i presupposti per un disordine istituzionale. Così, tra il promettere e il fare, ci sono situazioni parlamentari ancora da chiarire.

 Questo Esecutivo potrebbe dare filo da torcere a un’Opposizione sempre meno coesa e avviata a ridimensionare il suo ruolo politico nel Paese. Le decisioni del Governo potrebbero condizionare il futuro della Penisola con effetti sul fronte di un’economia che non ha dato segnali di miglioramento.

 

Quando certi progetti cozzano con una diversa realtà, non ci sono alternative. Solo dopo l’applicazione integrale del Contratto di Governo Di Maio/Salvini, potremo sciogliere le nostre riserve senza favoritismi per nessuno. Per ridare “fiato” all’Italia ci vuole tempo. Tentare d’accelerare le occasioni non servirebbe.

 

 C’è solo da sperare che non s’inizi a proporre“mosse” sbagliate all’interno di questo Esecutivo tanto atipico. Potrebbero essere le prime di una lunga serie di questioni, certamente vitali, per il Paese. I “bisticci” parlamentari, da noi, fanno notizia e le “regole” per garantire la governabilità potrebbero essere modificate. Dopo l’analisi dei primi risultati concreti “made” Di Maio/Salvini, sul senno dei politici torneremo. E’ uno degli atti dovuti ai nostri Lettori. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

Nuovo taglio stime crescita

 

La Commissione europea taglia ancora la stima della crescita economica dell'Italia per quest'anno, che dallo 0,2% stimato nel febbraio scorso passa allo 0,1%. L'Italia si conferma la maglia nera dell'Eurozona e dell'intera Ue con un differenziale ampio sia rispetto all'area euro, che in media nel 2019 è attesa in crescita dell'1,2% (dall'1,9% del 2018), sia rispetto al penultimo Paese della moneta unica, la Germania - con la quale il Nord Italia ha stretti legami - che è attesa a +0,5%. Il Pil dell'Ue, sia a 27 che a 28, è stimato al +1,4% quest'anno.

 

Resta irraggiungibile anche la Grecia, che dopo essere cresciuta dell'1,9% nel 2018 (contro lo 0,9% italiano), quest'anno è attesa al +2,2% (Atene è reduce però da un crollo del Pil maggiore di quello italiano e le due economie non sono paragonabili). Tra i grandi Paesi dell'area euro, l'Italia resta lontanissima dalla Spagna, che nel 2019 dovrebbe crescere del 2,1%, e anche dalla Francia (+1,3). Fuori dall'unione monetaria il Regno Unito - ancora alle prese con la Brexit e le relative incertezze, che pesano sugli investimenti - è atteso in crescita dell'1,3%, dopo l'1,4% del 2018.

 

L'Italia, secondo le stime della Commissione, dovrebbe tornare a crescere dello 0,7% nel 2020, anno che avrà due giorni lavorativi in più, quando l'area euro è data al +1,5%, ossia più del doppio, come la stessa Germania. Per l'esecutivo Ue, nel nostro Paese "visti i segnali positivi che giungono dagli indicatori a breve termine, l'attività economica è destinata a riprendersi all'inizio del 2019, ma la fiducia dei consumatori e delle imprese, ancora debole, suggerisce che la crescita della produzione guadagnerà spinta solo più avanti nel corso dell'anno". Lo scenario previsionale è calcolato a politiche costanti: non tiene cioè conto degli "effetti dell'aumento delle imposte indirette previsto per il 2020".

 

La Commissione tornerà "senza dubbio" all'inizio di giugno sul rispetto del patto di stabilità da parte dell'Italia, "visti i numeri" contenuti nelle previsioni economiche di primavera, e inizierà "un dialogo" con le autorità italiane, in particolare con il ministro dell'Economia Giovanni Tria, spiega il commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici. "Non è oggi che trattiamo della questione del rispetto del patto di stabilità - dice - bisognerà tornarci, senza dubbio, viste le cifre, ma la Commissione inizierà a valutare la conformità degli Stati membri" alle regole del patto "nel pacchetto di primavera, che verrà pubblicato all'inizio di giugno".

 

Moscovici- "Terremo conto dei risultati del 2018, come del programma di riforme trasmesso dall'Italia, e cominceremo ad avere un dialogo con le autorità italiane e con il ministro delle Finanze. E' molto importante avere valutazioni comuni - conclude Moscovici - Ci lavoriamo". Adnkronos 7

 

 

 

 

Altro passo verso la riduzione del numero dei parlamentari, compresi gli eletti all’estero

 

Nel silenzio livido e imbarazzato dei suoi gruppi parlamentari, la maggioranza Lega-5Stelle-MAIE alla Camera ha fatto un altro passo verso la riduzione del numero dei parlamentari e, in particolare, verso la riduzione degli eletti della circoscrizione Estero da 12 a 8. L’atto, di per sé pesante e grave, è stato compiuto in un clima di inquietante limitazione del metodo democratico e delle prerogative delle minoranze, che si sono viste negare persino il diritto di vedere discutere e votare un gruppo di emendamenti tendenti a delineare un’impostazione più coerente e organica della riforma costituzionale in discussione.

 

Prima in commissione e poi in aula, gli unici emendamenti presentati e le uniche voci dirette a tutelare la rappresentanza dei cittadini italiani all’estero sono state quelli del gruppo del PD e degli eletti all’estero del PD, con un’unica eccezione di un’altra rappresentante di minoranza. Non troviamo parole per definire l’atteggiamento di chi è stato eletto dagli stessi cittadini che ora concorrono a colpire in un loro diritto fondamentale e per un Sottosegretario titolare della delega che in un anno non ha sentito il dovere morale e civile di dire una sola parola a difesa di un mondo che dovrebbe istituzionalmente tutelare.

 

In un’aula gremita, mediante gli interventi fatti in successione da noi (Carè, Ungaro, Schirò, La Marca) e da altri colleghi di gruppo (Borghi, Fiano), non abbiamo tralasciato nessun argomento per chiedere un atto di responsabilità, al di là dei partiti e delle posizioni politiche cristallizzate, volto a impedire la riduzione dei parlamentari esteri: la necessità di raddrizzare almeno in parte lo squilibrato rapporto di rappresentanza tra cittadini in Italia e cittadini all’estero; il dovere di riconoscere finalmente i residenti all’estero come cittadini di pieno diritto contrastando diversificazioni, basate sulla residenza, che tradiscono lo spirito e la lettera della Costituzione; l’impossibilità di far vivere i rapporti con l’elettorato e la partecipazione democratica con una rappresentanza ridotta a poche unità in ripartizioni grandi come continenti; l’esigenza di non inviare un segnale negativo e frustante a milioni di persone che oggi sono nel mondo i punti di riferimento più concreti per gli interessi e per l’immagine dell’Italia; l’urgenza di aprire gli occhi sui massicci flussi di emigrazione che si stanno sviluppando da alcuni anni e di dare gli strumenti più idonei a coloro che ne sono i protagonisti.

 

Ha prevalso il richiamo all’ordine e l’allineamento al becero propagandismo populista e antiparlamentare delle forze di governo. Anche negli eletti all’estero della maggioranza. Ed è quello che più ci amareggia perché unendo le forze avremmo potuto forse aprire un primo varco.

 

Anche se la situazione è ormai abbastanza compromessa, ci sono ancora due passaggi parlamentari. Noi non desistiamo, come non desistono il CGIE, i COMITES e i tanti spiriti liberi che hanno parlato e continuano a farlo attraverso le petizioni e i social. I giochi non sono fatti e, nonostante il peso dei numeri, non sarà facile per la maggioranza chiudere la partita soffocando sacrosanti diritti di cittadinanza.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro dip 9

 

 

 

La terapia

 

L’attuale “terapia” politica rivelerà la sua potenziale validità non prima del prossimo anno. Ma il “malato” potrebbe “spirare” prima. Questa è la situazione che si percepisce in Italia. La crisi economica, antica e reiterata, ci ha messo a terra. Ma non solo. Mentre il sistema bancario nazionale è tutelato, accedere al credito resta un problema. Per parecchi piccoli imprenditori si è fatto impossibile. La macchina economica nazionale s’è inceppata. Intanto, tirare avanti, è un’impresa che metta a dura prova anche il più diligente degli imprenditori. La burocrazia nazionale non concorre, certamente, a migliorare il quadro sociale del Bel Paese. Tantomeno, quello finanziario.

 

Il tutto, tra l’altro, ipotecando il futuro di un’intera Generazione di lavoratori e senza garantire una serena vecchiaia a quella che è destinata a uscire della realtà produttiva. Ma non è tutto. Tra accise, addizionali locali e nazionali, il rischio di recessione resta. Purtroppo, non esiste una “cura” sicura per frenare il depauperamento delle risorse nazionali. Neppure il “Contratto di Governo” Di Maio/Salvini e la quota previdenziale”100”.

 

 L’Italia è uno dei Paesi UE con una macchina dello Stato a ingente costo e a basso rendimento. Una terapia, poi mai sperimentata, poteva essere quella del federalismo fiscale. Da noi, invece, si è fatto un passo indietro. Ci sono, così, degli obblighi che restano in primo piano ed è molto più facile concentrarsi sul “mucchio” che mettere a “fuoco” le speculazioni di pochi. Insomma, chi rischia sono sempre i più “deboli”. Ma non è ancora finita.

 

La nuova dirigenza politica dovrà dimostrare un impegno che potrebbe essere anche frenato da chi, almeno sulla carta, è alleato dell’accoppiata Lega/5S. La “terapia” per salvare l’Italia resta, di conseguenza, ancora da sperimentare nel concreto. Intanto, l’anno procede con segnali inquietanti sia a livello interno, sia internazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presentato a Roma il “Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione Europea dell’OMS”

 

Un’iniziativa promossa dal Ministero della salute italiano  e dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (Inmp), insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità

 

ROMA – È stato presentato il 7 maggio a Roma il “Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione Europea dell’OMS”, iniziativa promossa dal Ministero della salute italiano – presente il ministro Giulia Grillo -  e l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (Inmp), insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il documento, primo dei suo genere, fornisce un’istantanea della salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione Europea sulla base dell’evidenza scientifica, e un quadro chiaro delle risposte al fenomeno da parte dei relativi sistemi sanitari. I 53 Paesi della regione accolgono complessivamente circa 90 milioni di migranti internazionali (circa il 10% della popolazione generale e il 35% della popolazione migrante globale), fra i quali meno del 7,4% sono rifugiati.

Il rapporto è prodotto dal “Migration and Health Program” dell’OMS con il contributo scientifico e il supporto finanziario dell’INMP, che è stato nominato nel corso dell’evento – si legge nella nota diffusa dall’Istituto in proposito - centro collaboratore in seguito alla lunga e proficua collaborazione con l’Ufficio regionale di Copenaghen.

Dall’analisi effettuata su documenti prodotti dal 2014 ad oggi emerge la maggiore vulnerabilità dei rifugiati e dei migranti alle malattie infettive, nei luoghi di origine, di transito e di destinazione, a causa, ad esempio, dell’alta prevalenza delle stesse in alcuni Paesi di partenza, dei problemi nell’accesso ai servizi sanitari o di condizioni di vita deprivate nei Paesi di transito e destinazione. Ma risulta anche che vi è un rischio molto basso di trasmissione di queste malattie alla popolazione dei Paesi ospitanti.

Infatti, la maggior parte di coloro che giungono nei Paesi europei è sostanzialmente in buona salute, confermando l’ipotesi del “migrante sano”, legata alle buone condizioni di tali individui alla partenza. L’Italia, grazie al servizio sanitario universalistico di cui dispone – precisa l’Inmp, - è in grado di fornire risposte efficaci in termini di individuazione precoce e trattamento, prendendosi cura della salute dei singoli e garantendo la salute delle comunità.

Dal rapporto emerge inoltre un rilevante numero di altre condizioni di salute che possono rappresentare un carico di malattia per il migrante, sulle quali, però, vi è necessità di un ulteriore approfondimento: le malattie non trasmissibili, le problematiche legate alla salute mentale, alla salute materno-infantile e a quella occupazionale. Tali problemi tendono spesso ad acuirsi con il passare del tempo di permanenza nel Paese ospitante, a causa dell’esposizione continua a determinanti sociali negativi, specie laddove il sistema di integrazione risulti carente.

Molte malattie non trasmissibili, ad esempio, tra i rifugiati e i migranti appena giunti, sembrano avere tassi di prevalenza più bassi rispetto alla popolazione che li ospita, ma i due tassi iniziano a convergere man mano che aumenta la durata del soggiorno del migrante nel Paese; questo è particolarmente evidente per l’obesità. Inoltre, sebbene i rifugiati e i migranti abbiano un rischio più basso per quasi tutte le neoplasie, è più probabile che queste possano essere diagnosticate in una fase più tardiva rispetto alla popolazione ospite.

La salute mentale del migrante, che di suo può già risentire di esperienze traumatiche legate al percorso migratorio, può addirittura peggiorare, come nel caso della depressione, una volta raggiunto il Paese di destinazione, per via delle cattive condizioni socioeconomiche e dell’isolamento sociale.

Ancora, il rapporto sottolinea come i migranti nei luoghi di lavoro mostrino, tra gli uomini, incidenti più frequenti rispetto ai cittadini residenti, con condizioni di impiego e di accesso alla protezione sociale e sanitaria molto difformi.

Anche i risultati sulla salute materno-infantile mostrano esiti peggiori correlati alla gravidanza tra le donne migranti, mentre i fattori protettivi possono essere legati sia alla persona, quali il livello di istruzione o la conoscenza della lingua, sia all’efficacia delle politiche di integrazione.

Infine, le evidenze disponibili in tema di accesso ai servizi sanitari descrivono un quadro variegato nella Regione Europea, che dipende da molti fattori: tra questi, lo status giuridico - in particolare la condizione di regolarità nel Paese, l’organizzazione stessa dei servizi e la loro gratuità.

In conclusione, il rapporto mostra come le malattie infettive abbiano ricevuto maggiore attenzione nella letteratura scientifica, ma cresce la consapevolezza che esiste una vasta gamma di problematiche sanitarie, come le malattie non infettive, la salute materno-infantile e la salute dei lavoratori, che richiedono politiche mirate e culturalmente orientate. Occorre, pertanto, rafforzare la raccolta delle evidenze, la collaborazione intersettoriale e multidisciplinare, nonché i sistemi informativi nazionali; è necessario, infine, abbattere le barriere d’accesso ai servizi sanitari, con l’obiettivo di una sempre maggiore equità nella salute ed efficacia delle politiche di sanità pubblica. (Inform/dip)

 

 

 

 

Il taglio degli eletti all’estero nel dibattito alla Camera

 

ROMA - Prosegue alla Camera la discussione sul taglio del numero dei parlamentari, tra cui quelli eletti all’estero che da 18 passerebbero a 12, 8 alla camera e 4 al Senato.

Bocciati tutti gli emendamenti che chiedevano al Governo di ripensare al taglio dei rappresentanti degli italiani nel mondo. Decisione, secondo Francesca La Marca, eletta col Pd in Centro e Nord America, che “è veramente la prova della vostra assenza totale di rispetto nei confronti degli italiani all'estero e assenza di rispetto per uno dei problemi più delicati e acuti che l'Italia dovrà affrontare nei prossimi anni”. Con soli 12 parlamentari, ha detto in Aula la deputata Pd, “la rappresentanza della circoscrizione estero diventerebbe sostanzialmente simbolica e ininfluente. È il primo passo di una dichiarazione della sua inessenzialità in vista della sua completa cancellazione”.

Dello stesso avviso Nicola Carè (Pd), eletto in Australia: “la rappresentanza estera - l'ho detto anche ieri -, è striminzita, se poi si riduce ancora di più, diventa una cosa ridicola. Lo dico di nuovo di cuore, perché chiedo ai miei colleghi di Lega e ai miei colleghi 5 Stelle se non hanno dei cugini, dei parenti che si trovano all'estero e che sono cittadini italiani per i quali, in quest'Aula, stanno votando una riduzione della loro rappresentanza. Mi chiedo questo perché, effettivamente, non credo che sia costituzionale o, se è costituzionale, sarà sicuramente non etico”.

Enrico Borghi (Pd) si è quindi detto “stupito” dal “totale silenzio non tanto del MoVimento 5 Stelle e della Lega, quanto degli eredi della destra storica del nostro Paese, che assistono in maniera silente alla demolizione di una riforma che, peraltro, venne voluta in maniera rilevante, insieme con altri, da uno dei padri storici della destra italiana, e loro sanno perfettamente a chi mi riferisco. Il fatto che i rappresentanti degli italiani all'estero, che per decenni, in questo contesto, sono stati voluti dalla destra, che oggi appoggia questa demolizione, sta a dimostrare il tasso di strumentalità di tutta questa vicenda e anche il fatto che, evidentemente, su questa riforma si stanno facendo le prove tecniche del dopo, cari amici grillini”.

È quindi intervenuto Emanuele Fiano (Pd): “oltre a condividere le parole che ha appena detto il collega Borghi sul partito erede di colui che fu l'inventore della rappresentanza estera nel Parlamento italiano dei nostri fratelli italiani all'estero”, riferendosi alla sproporzione tra eletti ed elettori all’estero ha chiesto alla maggioranza: “ma perché non avete avuto il coraggio - dico alla maggioranza - di dire che volete abolirla la rappresentanza estera? Perché lasciare un continente e mezzo, come ha detto la collega La Marca, con due rappresentanze, che cosa significa da un punto di vista politico? Meglio che qualcuno venga qui e dica: noi vogliamo abolire la rappresentanza degli italiani all'estero, non vogliamo lasciare una rappresentanza per decine di milioni di persone rappresentate da un parlamentare. Voi – l’accusa di Fiano – non avete il coraggio delle vostre idee e, allora, vendete delle scorciatoie: volete sventolare la bandiera del taglio, senza avere il coraggio di fare quelle riforme che, magari, per voi sono coerenti, sulle quali la destra sta zitta, nonostante stiano cancellando la loro riforma della rappresentanza italiana all'estero. Voi avrete qui delle persone che non saranno in grado di rappresentare decine di milioni di persone all'estero, visto il taglio della rappresentanza che voi gli date. Ma a voi questo non interessa, voi fate campagna elettorale con l'aritmetica, non con la democrazia istituzionale”.

Per Ungaro (Pd) “le problematiche del voto all'estero vanno risolte riformando le operazioni di voto senza indebolire la rappresentanza degli italiani all'estero, invece questa riforma costituisce una vera umiliazione del loro diritto di rappresentanza. Ma mi lasci aggiungere un argomento: oltre al tema del legame tra eletti ed elettori, in questo momento storico, in cui in Italia si torna a livelli di emigrazione come gli anni Sessanta e gli anni Settanta, in cui migliaia di giovani decidono di completare o, comunque, di realizzare le proprie ambizioni fuori dai confini nazionali, è un tema strategico-nazionale avere una rappresentanza parlamentare che sia collegata a quella esigenza di questo Paese; un Paese in cui, troppo spesso, i ragazzi si vedono costretti ad andare via afflitti dalla disoccupazione giovanile, dalla mancanza di tutele adeguate, nepotismo, salari greci e tasse svedesi. Avere una rappresentanza parlamentare che rappresenti questo fenomeno in maniera adeguata è nell'interesse della nazione intera”.

Anche Fucsia Nissoli (Fi), eletta in Centro e Nord America, è intervenuta “per ribadire quanto ho affermato ieri: se volete tagliare la rappresentanza all'estero, dovete andare fino in fondo, dovete avere il coraggio delle vostre idee e quindi eliminate i parlamentari eletti all'estero e lasciate che gli italiani all'estero possano votare per i loro rappresentanti a seconda della regione di provenienza! Andate davvero fino in fondo! Abbiate il coraggio, altrimenti lasciateci come siamo”.

A tutti ha replicato Valentina Corneli (M5S) che sul “problema degli eletti all'estero”, ha sostenuto che “sì, come diceva il collega Ungaro, è vero, ci saranno dei collegi molto ampi e, infatti, la maggior parte degli auditi ci diceva proprio questo, ci diceva: ma, toglieteli, a cosa servono? Per lo stesso problema di visione che vi dicevo, non abbiamo intenzione di affrontare oggi questo problema, magari riparleremo della “legge Tremaglia”, riparleremo della cittadinanza, questo lo dico a titolo personale. Io sono assolutamente convinta che la legge sulla cittadinanza del 1992 fosse già vecchia ai tempi e, quindi, magari, sia da rivedere; non facciamolo, però, in questa sede. In questa sede, vogliamo portare a termine una riforma molto puntuale ed è quello che stiamo facendo”. (aise 8)

 

 

 

Italiani nel mondo

 

Gli italiani all’estero sono milioni e se il Bel Paese è meta per uomini di terre lontane, la nostra emigrazione resta un fenomeno sociale ancora meritevole d’essere monitorata. 

Col tempo, l’integrazione è riuscita a fornire una nuova dimensione di vita per i Connazionali nei Paesi ospiti. Tant'è che molti hanno cambiato cittadinanza e per chi ha mantenuto quell’italiana, al voto nazionale non manifesta particolare interesse.  Eppure, limitandoci al Vecchio Continente, gli italiani sono quasi tre milioni. Molti sono figli, se non nipoti, di chi, negli anni 50/60, si erano recati al lavoro nelle miniere con contratti di “scambio” (braccia per carbone).

 

 Rammentiamo, con profonda amarezza, le scritte che apparivano in certi locali pubblici dell’Europa: “Divieto d’ingresso agli italiani”. Tutto, ora, sembra lontano. Eppure è storia di ieri. Oggi impensabile, ma che ha segnato almeno una Generazione. Ora, in UE, i problemi si sono modificati; pur essendo, in parte, presenti ancora alcuni. E’ di scena il Parlamento Europeo, la moneta unica, La Banca Centrale, ma i nazionalismi, anche in questo 2019, hanno preponderanza sul concetto di tutela dei problemi socio/economici del Vecchio Continente. L’apprezzamento per chi ha conservato la cittadinanza d’origine, è indiscutibile, ma non basta. Insomma, l’Europa “stellata” non brilla sempre di luce propria.

 

Anche la posizione d’italiani all’estero non dovrebbe essere equiparata ai residenti nella penisola unicamente al momento del voto. Ai Connazionali nel mondo spetta un trattamento più consono al loro stato. Ma quando? E come? Sono interrogativi che non sono stati ancora risolti; perché mai affrontati. Quelli che scarseggiano restano i “fatti” irrisolti. Lo scriviamo perché l’Italianità non è un termine vago e indistinto; ma una realtà che può essere di supporto anche per il Paese d’origine. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Una spallata non riuscita. Venezuela: gioco di specchi Usa/Russia e Maduro/Guaidó

 

Alla fine di aprile, il Venezuela sembrava potere finalmente uscire dall’impasse istituzionale che lo sta lacerando. Il leader dell’opposizione Juan Guaidó,  pareva in grado di rivitalizzare la protesta grazie al supporto di una parte dell’esercito e dare così la spallata definitiva al potere del presidente eletto Nicolas Maduro. Ma il tentativo, improvvisato e mal gestito dell’autoproclamato presidente, oltre a polarizzare ancora maggiormente lo scontro tra le parti, potrebbe, paradossalmente, avere momentaneamente rafforzato Maduro.

Il tentativo fallito (sui social media)

Il 30 aprile Guaidó, ha pubblicato sui social media un video dal forte impatto simbolico. Il presidente autoproclamato appariva circondato da alcuni soldati in divisa e da Leopoldo Lopez, suo ‘padre’ politico, nonché storico leader dell’opposizione venezuelana. Lopez, arrestato dopo gli scontri del 2014 e agli arresti domiciliari dall’agosto del 2017, sarebbe stato liberato grazie all’aiuto di alcuni soldati in rivolta contro il governo Maduro.

Queste due immagini simboliche volevano testimoniare un graduale scollamento tra una parte dell’esercito e Maduro così da intensificare la pressione sul governo e richiamare più persone nelle proteste di piazza. Se fosse riuscito a dare l’idea che una parte dell’esercito aveva disertato, Guaidó, avrebbe potuto simultaneamente rafforzarsi e indebolire Maduro. In caso di golpe, una chiave per il successo delle proteste di piazza è l’aspettativa che la tua parte possa vincere: se le persone iniziano a ritenere la vittoria possibile, saranno più incentivate a manifestare in piazza o, nel caso dell’esercito, i soldati a cambiare fazione. E’ una sorta di effetto domino.

Il social sbagliato e l’anticipo dei tempi

Il tentativo però è naufragato molto rapidamente. I militari nel video-messaggio erano ufficiali minori, non figure carismatiche o di potere all’interno dell’esercito venezuelano, e non erano in grado di mobilitare masse di popolo o soldati. La quarantina di militari presenti nel video hanno già chiesto asilo all’ambasciata brasiliana mentre Lopez s’è dovuto rifugiare nell’ambasciata spagnola per evitare un nuovo arresto. Inoltre, Twitter rimane un social medium non altamente diffuso nel Paese – si stima che copra il 2% della popolazione venezuelana –, che lascia una forte asimmetria informativa tra le iniziative di Guaidó, e il popolo e non aiuta la comunicazione e la sincronizzazione delle proteste dall’alto al basso.

Secondo alcune fonti, tra cui il giornale spagnolo El Confindencial, Maduro e l’opposizione venezuelana erano riusciti a trovare un compromesso politico sintetizzato in un documento di circa 15 punti che avrebbe garantito un’uscita dignitosa all’erede di Chavez, garanzie ai militari e la presidenza ad interim a Guaidó,. Il piano era di rendere pubblico il documento il 2 maggio, dopo le mobilitazioni per il 1° Maggio, ma l’autoproclamato presidente avrebbe anticipato i tempi per paura di essere arrestato, facendo così fallire l’operazione.

Guaidó, era forse persuaso di avere già a disposizione uno scacco matto contro Maduro. Questa indiscrezione è stata anche confermata dall’inviato speciale degli Stati Uniti per il Venezuela, Elliott Abrams, che ha rilasciato una dichiarazione in cui avvalora la tesi che ci sarebbero stati accordi tra alti ranghi dell’esercito e l’opposizione.

Usa e Russia (e Cuba?)

All’indomani della pubblicazione del video di Guaidó, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa John Bolton ha dichiarato che c’era un accordo con alcuni uomini chiave dell’Amministrazione Maduro – tra cui Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, Maikel Moreno, capo della Corte suprema, e Ivàn Rafael Hernàndez, capo della guardia presidenziale e dei servizi di intelligence militare – per farli disertare e di conseguenza fare cadere il governo.

Ma rendendo pubblici i nomi dei membri che avrebbero cospirato con gli oppositori per rovesciare Maduro, Bolton non avrebbe fatto altro che ‘bruciare’ la possibilità di far leva sulle loro figure per rovesciare l’attuale governo, sollevando dubbi sulla veridicità del loro appoggio a Guaidó. In una sorta di azione di controspionaggio, Bolton potrebbe anche avere voluto mettere all’angolo tre personaggi chiave dell’amministrazione Maduro per cercare di fratturare la cerchia che continua ad appoggiare il presidente eletto.

Nonostante Vladimir Padrino Lopez continui a sedere al fianco di Maduro nelle occasioniu pubbliche e la rivolta di massa dell’esercito non ci sia stata, il fatto che il presidente eletto abbia aspettato quasi 12 ore prima di apparire in televisione e che abbia confermato sui social media l’esistenza di una sparuta ribellione getta qualche ombra sul suo reale controllo del territorio e degli apparati istituzionali del Paese. A oggi, l’unica persona di rilievo ad aver pagato per il caos degli ultimi giorni è stato Manuel Figuera, ex capo del Sebin (i servizi segreti venezuelani), che è stato sostituito per non aver impedito la fuga di Leopoldo Lopez.

È difficile dire se effettivamente alti membri del governo fossero pronti a sostenere Guaidó o se invece fosse stato architettato un gioco di specchi dai servizi segreti governativi venezuelani e russi per forzare la mano all’autoproclamato presidente, prospettandogli un supporto che in realtà non c’era.

Quello che appare chiaro è che gli Usa stanno cercando di incrementare la pressione su Maduro in una strategia che inizia ad assumere i contorni di propaganda elettorale. Nelle dichiarazioni degli ultimi giorni Donald Trump non ha solo confermato, come è tradizione americana, di lasciare l’intervento militare tra le opzioni, ma i suoi consiglieri hanno iniziato ad ampliare la pressione statunitense su Cuba e Nicaragua, definiti, insieme al Venezuela, la ‘troika della tirannia’. Trump ha infatti minacciato di attuare un embargo totale su Cuba e di implementare nuove sanzioni se il governo di Caracas non dovesse smettere di aiutare militarmente Maduro. Questa accusa però non sembra essere fondata. Secondo alcuni ex ufficiali della CIA, in realtà il supporto di Cuba non è importante ma sono altri attori globali, come la Russia, a essere strategici per la sopravvivenza del governo di Maduro.

Dopo giorni di caos, più online che istituzionale, il Venezuela continua vivere in una tempestosa quiete, dove il futuro del Paese sembra essere legato sempre di più a fattori e volontà esterne. Nicola Bilotta, AffInt 7

 

 

 

 

Come a 31 anni sono diventata radiologa  alla Charité di Berlino

 

Berlino - La rivista on line Berlino Magazine pubblica oggi in primo piano un articolo in cui si racconta il percorso di Marta Della Seta, romana, oggi radiologa in uno degli ospedali più prestigiosi al mondo. Ad incontrarla e a dialogare con lei il direttore del giornale in lingua italiana, Andrea D'Addio.

"Fare la radiologa alla Charité? Fino ai 25 anni pensavo che avrei vissuto tutta la mia vita a Roma. Ed ora invece eccomi nell’ospedale che un recente studio di Newsweek reputa il quinto al mondo e il primo in Europa". Marta Della Seta, classe 1988, nata e cresciuta a Roma, zona Vigna Stelluti, fino ai 25 anni non aveva mai immaginato un futuro in una città diversa. "Poi, come forse si sentirebbe in un video dei The Pills, l’Erasmus in Spagna e più precisamente a Barcellona mi ha cambiata". Tornata in Italia, fatto il tirocinio e superato l’esame di stato, la decisione di trasferirsi a Berlino. "In Italia quando finisce la specializzazione rischi di rimanere in mezzo ad una strada. Io avevo studiato al Sant’Andrea, distaccamento dell’Università La Sapienza. Volevo investire il mio tempo in una struttura in cui, se fossi stata in gamba, avrei avuto la possibilità di essere confermata. E questo poteva accadere solo all’estero. Peraltro sentivo l’esigenza di partire. Cominciai a ragionare sul dove. In Francia e Spagna il concorso per medici è nazionale, se non risulti tra i primi in classifica puoi essere mandata in qualsiasi posto e a fare qualsiasi cosa. Io volevo invece specializzarmi in radiologia e farlo in una grande città. In Germania era possibile. A Berlino avevo un paio di amici di cui uno anche lui medico, solo un anno più grande di me. Volevo seguire il suo percorso. E così è stato".

Da Roma a Berlino: come Marta è diventata radiologa della Charité

"Mi sono trasferita ad aprile 2015. All’epoca per ricevere l’abilitazione ad esercitare in Germania "bastava" l’esame di stato in Italia e un certificato di lingua B2, mentre ora per i cittadini europei, non tedeschi, c’è da fare anche un Fachprüfung, un esame in cui ti vedono anche all’opera. Ricevetti la promessa dei miei genitori di aiutarmi a sostenermi economicamente mentre avrei studiato tedesco. Ce la misi tutta. Quattro ore di lezione ogni mattina e a volte anche due il pomeriggio. A settembre superai l’esame e subito mi segnai ad un corso di tedesco medico. Nel frattempo, grazie ad amicizie comuni, avevo conosciuto Federico Collettini, anche lui romano e radiologo alla Charité, l’unico ospedale universitario berlinese e il più prestigioso in tutta la Germania. Aveva diversi progetti di ricerca e me ne diede da seguire uno. Mi chiese se avessi voluto dargli una mano e nel frattempo iniziare un’ospitalità gratuita da loro di tre mesi, non di più visto che da laureati non si può avere tirocini non pagati più lunghi. Accettai. Quel progetto che mi passò divenne poco dopo oggetto di un dottorato che a breve terminerò, uno studio sulle metastasi cerebrali da tumore al polmone e melanoma, ovvero riuscire – attraverso risonanze magnetiche e un particolare software – a identificare fattori predittivi che possano predire la sopravvivenza di questi pazienti. Ad ogni modo, finito il periodo di "ospitanza", il primario cominciò a chiedere al resto del team se sapessi lavorare bene in gruppo. Da una parte era più concentrato a capire che tipo di persona fossi che le mie capacità mediche, dall’altra era impressionato dalla velocità con cui avevo imparato il tedesco e, in passato, il catalano, con cui avevo dato anche alcuni esami nel periodo dell’Erasmus. Mi offrì un contratto part-time venti ore a settimana per sei mesi. Cominciai ad avere i primi turni in tac e in ecografia. Ad ottobre 2016, senza alcun concorso, dopo un colloquio, mi fu fatto un contratto di due anni a tempo pieno con possibilità di rinnovo per i quattro anni consecutivi, come del resto è stato".

Sistema tedesco vs sistema italiano: formazione e carriera

"In Italia facciamo tanta teoria, ma fino all’ultimo anno di medicina non interagiamo con i pazienti. Se dopo cinque anni di studi una persona ci si accascia davanti non sappiamo da dove partire, fino a quel momento, nei tirocini, come si dice in gergo "abbiamo solo retto il muro". Qui si impara quasi subito il contatto con i pazienti. Noi siamo più teorici. Certo, io mi posso basare solo sulla mia esperienza, finora limitata nel tempo, e forse nel lungo periodo queste differenze si limano o si ribaltano completamente, ma una cosa è certa: qui ti fanno sentire subito medico. È diversa la mentalità. Nonostante anche negli ospedali pubblici si venga normalmente assunti a colloquio e non con concorso, non ho mai sentito persone parlare di nepotismo. Si dà per scontata e imprescindibile la trasparenza, basti pensare che nessun medico formatosi in un ospedale può diventare primario dello stesso. Sei costretto a cambiare come successo ad un mio collega che ora si è trasferito a Lipsia per salire di carriera. In Italia non solo si rimane spesso nello stesso ospedale, ma la carica passa di padre in figlio".

Orari e stipendi di un medico alla Charité di Berlino

"Si lavora di base 42 ore a settimana, se si lavora più del proprio orario si viene pagati extra o si accumulano giorni di ferie. Non si timbra il cartellino, ma c’è un sistema online in cui bisogna scrivere, autonomamente, quante ore regolari e quante di straordinario si siano fatte. Il turno più lungo, con la reperibilità notturna di mezzo, dura 20 ore. La base per un neoassunto a tempo pieno è di circa 4.200 euro lordi, 2.800 netti a cui poi, dopo un anno, si possono sommare extra per turni nel weekend o di notte. Nulla è dato per scontato. I vari scatti di carriera sono legati sia agli anni di attività, normalmente ogni cinque, che a precisi obiettivi numerici, nel mio caso il numero di tac, ecografie, risonanze magnetiche e radiografie refertate complessivamente".

Lasciare Roma per sempre

"Non penso mai di tornare a vivere in Italia. A parte la famiglia o il piacere di un weekend fuori porta al mare, in Italia rischi di non sentirti appagato dal tuo lavoro. Qui a Berlino la qualità della vita è molto più alta, così come le soddisfazioni da medico che penso di potermi togliere. Certo, è dura da accettare per mia madre, sono figlia unica, ma al momento penso che il mio futuro sia qui". (Berlino Magazine 8)

 

 

 

Penisola alla deriva

 

A dispetto del contenimento della spesa nazionale, il deficit pubblico continua a essere sensibile e gi eventi sociali, piccoli o grandi, ci hanno richiamato a una realtà che credevamo dissolta con la Seconda Repubblica. Anche sul reddito di cittadinanza preferiamo mantenere un certo riserbo.

 

 L’unica certezza è rappresentata da questo Esecutivo ancora in “rodaggio”. Intanto, i Partiti d’opposizione si muovono in modo scoordinato e le critiche non hanno buon gioco sui fatti del quotidiano. Insomma, i segnali d’insofferenza continueranno a non mancare. Analizzarli tutti sarebbe impraticabile; anche perché continuerebbero a mostrare uno scollamento di rapporto tra eletti ed elettori.

 

Col Governo Lega/5S, ci piaccia o no, questo 2019 non sarà l’anno della “ripresa”; proprio perché preceduto da un quinquennio d’intrighi e di contrasti che hanno evidenziato come una certa politica possa portare alla rovina. Ora sarebbe il caso di bandire le illusioni e lasciare tutte quelle promesse che non si potranno mantenere. Il Paese ha esigenza, disperata esigenza, di certezze.

 

 In caso contrario, gli effetti sarebbero dannosi e non solo nella Penisola. Questo nuovo Potere Legislativo ed Esecutivo può rappresentare solo l’inizio di un diverso percorso. L’Unione Europea non concilia l’esistenza di posizioni ”ibride”. L’imprevedibile nell’affermare una strategia, per applicarne un’altra, potrebbe non avere pregio. La prospettiva dell’”improponibilità”potrebbe ripresentarsi. Questa Maggioranza sarà in grado di guidare il Paese? L’interrogativo non può avere, per ora, un’assennata risposta. Intanto, la deriva socio/economica rimane.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

I deputati Pd eletti all’estero al Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone

 

I deputati del PD Estero: Nicola Carè, Francesca La Marca, Angela Schirò, Massimo Ungaro hanno fatto pervenire al Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone la lettera di cui pubblichiamo il testo.

 

Caro Michele, abbiamo letto il tuo allarmato richiamo sulle scarse presenze di deputati esteri nella seduta del 29 aprile scorso, in occasione dell’avvio alla Camera dell’iter del provvedimento della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari e, per quel che ci riguarda, gli eletti nella circoscrizione Estero.

Consentici di dire, per quello che ci riguarda, che tale allarme non è giustificato, dal momento che nella prassi parlamentare è largamente consolidata l’abitudine di dedicare la discussione generale agli interventi dei deputati che hanno lavorato nelle commissioni di merito e che riferiscono dell’esito, per altro noto a tutti noi, del confronto avvenuto in commissione. Oltre tutto, il collega Massimo Ungaro, presente e partecipe al dibattito, lo ha fatto a nome di tutti noi del PD eletti all’estero.

In più, i termini per la presentazione degli emendamenti sono stati riaperti e scadranno alle 13 di lunedì 6 maggio, sicché si trattava di posizione ancora in divenire. Il confronto vero sull’esame del testo e sugli emendamenti presentati inizierà martedì e da quel momento tu stesso e chiunque altro potrete valutare le presenze reali, gli emendamenti presentati e le posizioni effettive.

Il momento, come ben sai, è molto difficile per la rappresentanza degli italiani all’estero e quindi riteniamo che si debba fare il massimo sforzo di unità e di coordinamento, cercando di evitare ansie e polemiche tra noi. Diranno i fatti, poi, chi si è assunto esplicitamente le proprie responsabilità e chi ha pensato di doverle declinare in nome di altre motivazioni.

Tanto dovevamo a chiarimento di un equivoco, ingigantito da un solo organo di stampa, non nuovo a questo tipo di performance.

Con la speranza che le nostre comuni attese possano avere un qualche riscontro nei lavori parlamentari, ti salutiamo con amicizia e immutata stima.

I deputati del PD eletti all’estero: Nicola Carè, Francesca La Marca, Angela Schirò, Massimo Ungaro

 

 

 

 

La Camera approva la riduzione dei parlamentari

 

ROMA  - “La Camera ha approvato la proposta di legge costituzionale che taglia il numero di senatori e deputati. Hanno votato a favore della riduzione della rappresentanza parlamentare 310 deputati (M5s, Lega, FI e FdI); i contrari sono stati 107 (Pd, Leu, +Europa, Civica Popolare), gli astenuti 5 (NcI). Visto che l'Aula di Montecitorio ha confermato il testo licenziato dal Senato, si tratta della prima delle due letture conformi previste dalla costituzione per le modifiche della Carta. La seconda può solo approvare o bocciare il testo senza possibilità di modifiche”. Così Francesca La Marca, deputata Pd eletta in Centro e Nord America, commenta il via libera di Montecitorio alla riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari e, tra essi, quelli degli eletti all’estero.

La Marca era intervenuta ieri in Aula, insieme ad altri suo colleghi, “per contrastare questa sciagurata soluzione e richiedere un atto di responsabilità a tutti i deputati, al di là degli schieramenti politici. Nel mio intervento – ricorda – ho sottolineato la cecità di una classe dirigente che si ostina a non considerare il peso della presenza di milioni di cittadini italiani all’estero e le dimensioni della ripresa dell’esodo che è tornato ai livelli del passato. Non ho fatto una difesa corporativa di un limitato gruppo di eletti, ma ho posto una questione delicatissima di democrazia e di equilibri democratici, dal momento che ridurre a un numero sostanzialmente simbolico la rappresentanza dei cittadini all’estero significa aggravare irreversibilmente lo squilibrio nel rapporto eletto/elettori tra l’Italia e l’estero”.

Nel frattempo, ricorda La Marca, “la base elettorale all’estero è passata da 3,3 milioni di elettori iscritti all’AIRE a circa 5,5 milioni, mentre la platea degli elettori in Italia è rimasta la stessa. Una tendenza alla divaricazione destinata ad accentuarsi, dal momento che i flussi in uscita sono ripresi e non si attenueranno in breve tempo. La rappresentanza della circoscrizione Estero in questo modo diventerebbe sostanzialmente simbolica e ininfluente: il primo passo di una dichiarazione della sua inessenzialità in vista probabilmente della sua completa cancellazione”.

A questo proposito, spiega ancora la parlamentare, “ho fatto l’esempio concreto della mia ripartizione, il nord e centro America, in cui per realtà come Stati Uniti, Canada, Messico e numerosi altri Paesi la rappresentanza si ridurrebbe a un deputato e a un senatore. Chi può dire, onestamente, che questa possa essere una soluzione seria ed efficace non solo per i connazionali lì residenti, ma per gli stessi interessi dell’Italia?”.

“Di fronte a queste obiettive considerazioni, - accusa La Marca – letteralmente agghiaccianti sono stati l’atteggiamento degli eletti all’estero di maggioranza, che non hanno presentato un solo emendamento e non hanno aperto bocca, e il silenzio assordante del Sottosegretario Merlo, che pure ha la delega per gli italiani nel mondo. Ripeto, è un problema di democrazia e di rispetto dello spirito e della lettera della Costituzione. È anche un’esigenza di tutela degli interessi nazionali, soprattutto in un momento difficile come quello che il nostro Paese attraversa, che ci induce a considerare i sei milioni di cittadini all’estero e i 58 milioni di italodiscendenti come una leva essenziale per la proiezione internazionale dell’Italia”.

“Per questo, il segnale che si dà è controproducente per tutti, ma – conclude – visto che occorrono altri due passaggi parlamentari continueremo a lottare perché non si crei un danno per l’Italia”. (aise/dip 9) 

 

 

 

 

Il progetto

 

Con effetti discutibili, la partita politica Salvini/Di Maio continua. Comunque, da quanto è emerso, il quadro istituzionale potrebbe ancora cambiare.  Il Potere Legislativo è stato varato senza palesi difficoltà. Quello esecutivo è ancora da assimilare; ma già è motivo d’attrito tra i partiti d’”opposizione”. Di più non è possibile evidenziare proprio perché non sono ancora operativi tutti i contenuti del contratto di governo.

 

 Nella foga della disamina, resta da chiarire come andrà a essere gestita la politica della formazione di “centro/destra” con possibili aperture esterne di sostegno. Non è neppure da escludere, però, la cobelligeranza dei partitini che, all’occorrenza, potrebbero fare “numero” nel mucchio.

Il contratto di governo, sarà il banco di prova per la “tenuta” di un Esecutivo il cui Primo Ministro dovrà, fare i conti con un Parlamento diverso da quelli passati.

 

Date le ammissibili “novità”, potrebbe avere buon gioco anche una sorta di “fiducia” con voto segreto. Lega e Cinque Stelle faranno di tutto per non “mollare”. Se il contratto non dovesse essere condiviso da una certa ala parlamentare, non ci sarebbero altre occasioni. Il Potere Legislativo continuerà a far suo il progetto Salvini/Di Maio. La “maggioranza” non gli manca; ma con risultati che, ora, non possiamo immaginare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’intervento del Ministro degli Affari esteri sulla democrazia del XXI secolo in Europa

 

All’Istituto Universitario Europeo di Fiesole Enzo Moavero Milanesi si sofferma sull’attuale situazione dell’Europa e formula cinque proposte per “accentuare la rappresentatività democratica dell’Unione”

 

FIRENZE  – Il ministro degli Affari esteri, Enzo Moavero Milanesi è intervenuto all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole all’apertura della sessione inaugurale della nona edizione di “State of the Union 2019”, dedicata in particolare alla democrazia del XXI secolo in Europa.

Nel suo intervento, Moavero Milanesi si è soffermato in particolare sull’attuale situazione dell’Unione Europea e sulle sfide da affrontare, riflessione “ancora più opportuna e quanto mai necessaria – ha rilevato – in vista delle elezioni del Parlamento europeo di fine mese”. Cinque le proposte formulate dal Ministro “per rispondere alle esigenze manifestate dai cittadini europei e accentuare la rappresentatività democratica dell’Unione”

“Grazie al processo d’integrazione, noi europei siamo gli artefici di un innegabile successo: un inedito, lungo periodo di stabile pace fra gli Stati. Un risultato storico, prezioso che tendiamo - troppo spesso - a dare per scontato – ha affermato Moavero Milanesi in premessa, ricordando come la creazione del mercato comune e della comunità economica, associata alla “comunità europea del diritto”, abbia fornito un contributo decisivo “al raggiungimento e alla grande diffusione del benessere per i cittadini europei”. Ad esso, nel corso degli anni, si è affiancato “un nuovo sentimento di affiliazione europea”, maturato attraverso una “nuova e spontanea identità europea di tante persone che vivono e crescono nello spazio europeo” e che oggi è “un semplice dato fattuale, normale e consolidato”.

Il Ministro ha ripercorso le diverse fasi dell’integrazione, richiamando l’adozione della moneta unica, l’allargamento dell’Unione dopo la caduta del muro di Berlino, la stipula dei Trattati, l’avvio del processo di integrazione a “geometrie variabili” e di azioni sempre più decentrate, con più ruolo degli Stati membri che non della Commissione, e che fanno procedere l’Europa “a rilento, mentre il mondo cambia”. “Negli ultimi vent’anni, la globalizzazione commerciale, economica e finanziaria, amplificata dalle nuove tecnologie di comunicazione, vede l’economia europea marginalizzarsi rispetto all’espansione in atto. Svariati paesi non europei presentano delle economie in impetuosa crescita e/o enormi disponibilità finanziarie: producono, vendono, acquistano, investono, riescono a sviluppare tecnologie chiave, dove l’Europa non è affatto all’avanguardia e anzi, dipende sempre più dall’esterno. Per il 2040, le proiezioni dicono che nessuno Stato europeo sarà fra le prime sette economie del pianeta – rileva Moavero.

In merito ai “problemi più recenti: la crisi economica e finanziaria globale e gli epocali flussi migratori”, “l’azione carente dell’Unione è sotto gli occhi di tutti – aggiunge il Ministro, che ritiene “che l’Europa possa avere successo solo: se individua obiettivi in sintonia con le aspettative dei cittadini e ben spiegabili ai medesimi, per amalgamare le ineludibili differenze di opinione; e se li garantisce con un calendario di azioni precise e concrete, nel quadro di linee definite di ripartizione delle competenze tra Unione e Stati”. “Senza concretezza e comprensione arriva la disaffezione dei cittadini che non comprendono le alchimie europee, né la peculiare, incompleta architettura istituzionale dell’Unione – avverte Moavero, segnalando come “i cittadini lamentano di sentirsi inascoltati da questa Unione Europea” e “ne reclamano l’azione: nelle politiche dell’immigrazione (50%); nella crescita e nello sviluppo economico, come per contrastare la disoccupazione giovanile (50%); nella lotta al terrorismo (44%); nella lotta ai cambiamenti climatici (40%)”. “Almeno 7 cittadini europei su 10 sono favorevoli: alla libera circolazione per vivere, lavorare e studiare in qualunque Stato membro (83%); a una politica di sicurezza e di difesa comune (76%); a una politica energetica comune (74%); a una politica commerciale comune (71%); a una politica dell’immigrazione comune (69%) – aggiunge, citando gli ultimi dati dell’Eurobarometro.

“Secondo me, quanto più lungo sarà il tempo perso prima di avviare una stagione di vere riforme istituzionali europee, tanto più grave sarà la perdita di sostegno dei cittadini all’Unione, e dunque la profondità del vulnus democratico. Anche perché è fuorviante raccontare la ‘favola’ dell’Europa che potrebbe diventare federale, senza porre con chiarezza la questione di un nuovo Trattato esplicitamente – rileva il Ministro, ricordando che tuttavia “parecchio si potrebbe muovere, anche con i Trattati vigenti, dove ci sono numerose basi giuridiche mai utilizzate e tante potenzialità inesplorate per non-volontà politica degli Stati e della Commissione”.

La prima delle cinque proposte che Moavero Milanesi ritiene si “impongano in via prioritaria, per rispondere alle esigenze manifestate dai cittadini europei e accentuare la rappresentatività democratica dell’Unione”, fa capo all’attribuzione di un’ “iniziativa legislativa del Parlamento europeo”, “prerogativa fondamentale di ogni assemblea democraticamente eletta dal popolo”.

La seconda riguarda una “Commissione europea davvero politica”, ossia che rifletta “effettivamente la coalizione politica di maggioranza, quale uscirà dalle urne”. Poi “un’iniziativa del Parlamento europeo per creare nuove risorse proprie per il bilancio Ue”: il Ministro ritiene che esso “dovrebbe far sentire, subito, la sua voce democraticamente eletta e legittimata” nel negoziato per l’adozione del Quadro finanziario pluriennale dell’Unione 2021-2027. 

Nuove risorse europee potrebbero esser raccolte “senza gravare sugli usuali versamenti degli Stati membri” e “tramite l’emissione di titoli di debito comune europeo ed essere destinate a finanziare e/o incentivare appropriati progetti di investimento d’interesse europeo”. “Inoltre – aggiunge il Ministro, - il Parlamento europeo potrebbe dibattere l’istituzione di nuove forme di tassazione europea, integralmente a beneficio del bilancio Ue” e che “dovrebbero gravare su quei soggetti che oggi pagano molto meno di quanto dovrebbero, perché sono in grado di avvantaggiarsi delle peculiarità e delle differenze fra i vari regimi tributari degli Stati membri”. Tra gli esempi citati,  “una tassa europea sui redditi delle società capogruppo (holding company tax); una tassa europea sulle società (company tax); una tassa sulle transazioni finanziarie transfrontaliere; una tassa sui redditi degli operatori della rete internet (web tax); una tassa sui grandi inquinamenti transfrontalieri, così combattendo il cambiamento climatico (carbon tax)”.

Altra priorità d’azione è “una vera politica europea delle migrazioni”, un tema complesso che richiede “una maggiore iniziativa legislativa da parte della Commissione, per proporre un quadro legislativo compiuto, non limitato alle sole norme in materia di asilo, e articolato – spiega Moavero - su 3 misure base: punti di informazione e assistenza nei paesi di partenza dei migranti e nei paesi di transito, in grado di individuare già lì chi ha diritto all’asilo (o chi può trovare un lavoro nell’Ue);  fondi significativi per investimenti, che migliorino seriamente le condizioni socio-economiche e formino dirigenti democratici nei paesi da cui partono i migranti (un grande ‘Piano per l’Africa’), scongiurando le partenze; un sistema strutturato di rapida distribuzione fra gli Stati membri dei migranti che arrivano in Europa, in maniera da ripartire gli oneri complessivi relativi fra più Stati (per esempio, verifica dell’identità; eventuale riconoscimento dell’asilo; rimpatri, ecc.)”. Infine, Moavero richiama la necessità di “una reale politica estera europea”, che deve passare da un accordo tra i governi nazionali affinché “in seno al Consiglio, le decisioni si possano prendere a maggioranza qualificata”.

(Inform 5)

 

 

 

Il segretario generale Michele Schiavone sulla riduzione dei parlamentari della Circoscrizione Estero

 

Noi non ci arrendiamo, Il voto di ieri alla Camera dei Deputati penalizza duramente la rappresentanza degli italiani all’estero. La nostra battaglia deve continuare

 

ROMA – “Ieri la Camera ha approvato la proposta di legge costituzionale che taglia di un terzo il numero di senatori e deputati. I sì sono stati 310 (M5s, Lega, Fi e Fdi), i no 107 (Pd, Leu, +Europa, Civica Popolare), gli astenuti 5 (NcI).

Con 310 sì, 107 no e 5 astenuti arriva il primo ok dell'aula Camera alla riduzione del numero di deputati e senatori a partire dalla prossima legislatura. Il testo torna al Senato (dove è stato licenziato lo scorso 7 febbraio) per la seconda lettura. Trattandosi di una proposta di legge di modifica della Costituzione l'esame prevede quattro letture parlamentari (una doppia lettura conforme delle due Camere). Il ddl modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione stabilendo una riduzione pari al 36,5 per cento del numero dei parlamentari: dagli attuali 945 a 600. In pratica 345 eletti in meno: i deputati diventano 400; i senatori 200”. Cosi il segretario generale del Cgie Michele Schiavone che prosegue “Il numero dei deputati passa da 630 a 400, compresi i deputati della circoscrizione Estero, che sono ridotti da dodici a otto. Il numero dei senatori, invece, è ridotto da 315 a 200, compresi gli eletti nella circoscrizione Estero, che passano da sei a quattro. La proposta modifica anche il numero minimo di senatori per Regione o Provincia autonoma che da sette passa a tre (restano 2 per il Molise e 1 per la Valle d’Aosta). Il numero complessivo dei senatori a vita in carica nominati dal presidente della Repubblica non potrà essere superiore a cinque. Permane la figura dei “senatori di diritto a vita”: salvo rinuncia, sono gli ex Presidenti della Repubblica”.

Schiavone ricorda inoltre che “La riduzione del numero dei parlamentari troverà applicazione - previa doppia lettura -  a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Tali disposizioni non troveranno comunque applicazione prima che siano trascorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore: questo al fine di consentire l'adozione del decreto legislativo in materia di determinazione dei collegi elettorali.  Per quanto riguarda l’abbassamento del numero dei parlamentari eletti all’estero: i deputati non saranno più 12 ma 8, mentre i senatori non saranno più sei ma quattro (già si legge in giro di un accorpamento del Collegio del Nord America con quello Oceania-Africa). Visto che l’Aula di Montecitorio ha confermato senza modifiche il testo licenziato dal Senato, si tratta della prima delle due letture conformi previste dalla costituzione per le modifiche della Carta, il primo passaggio è concluso e archiviato. Per la seconda lettura, sia alla Camera che al Senato, si potrà solo approvare o bocciare il testo senza possibilità di modifiche. La votazione finale alla Camera dei deputati del disegno di legge costituzionale 1585 che modifica gli articoli 56, e 57 comma 2   della costituzione, purtroppo, sarà ricordata come l’inizio della fine dell’esperienza della rappresentanza degli italiani all’estero nelle Istituzioni nazionali del nostro paese, relegandola de facto a mera testimonianza e marginalità”. Il segretario generale rileva poi come “questa decisione riporta indietro nel tempo il processo di integrazione degli oramai sei milioni di cittadini italiani, nella vita sociale e politica del nostro paese. Le distanze tra il paese reale e le comunità italiane all’estero si allontanano sempre di più. Ci sarebbero ancora i margini teorici per rimediare alla decisione assunta dai deputati della maggioranza di governo, se solo tutti gli eletti all’estero, compreso chi per la prima volta ci rappresenta nell’esecutivo, assumessero una comune e forte iniziativa politica facendo sentire le vere rivendicazioni delle Comunità sparse nel mondo.  Il cammino – continua Schiavone - è tortuoso ma non impossibile. Vorremmo sperare che nel breve tempo che ci separa dalla nuova discussione e votazione in Senato, si capisse il futuro disegno dell’architettura della rappresentanza degli italiani all’estero. La modifica degli articoli 56 e 57 della costituzione è avvenuta sopra le nostre teste e la discussione sulla nostra rappresentanza è stata sterile”. “La nostra Battaglia – conclude il segretario generale ribadendo la penalizzazione sopportata in questo contesto dagli italiani all’estero - deve continuare a rivendicare il rispetto delle minoranze e del bene comune di tutti gli italiani.  (Inform 10)

 

 

 

 

Lucano: "Fermeremo l'onda nera che avanza"

 

"Sono qui tra voi e uno di voi. Siamo l'onda rossa che contrasta quella nera che ci sta oscurando". Così Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace ai ragazzi in presidio davanti alla Sapienza per accoglierlo. "Sono commosso, non ho fatto nulla di speciale - ha detto mentre gli altri intonavano 'siamo tutti Mimmo Lucano' - sono solo rimasto uno che ha inseguito un sogno di umanità, di democrazia, il sogno di tutti noi. Che continuerà, in questo clima di divisione, di odio che il ministro dell'Interno ha contribuito a creare - ha aggiunto -. Bisogna costruire una società più umana, diffondere messaggi di maggiore uguaglianza sociale, di libertà, di democrazia dove conta il popolo" ha concluso entrando alla Facoltà di Lettere alla Sapienza, scortato da polizia e sostenitori, e accompagnato dal sottofondo di 'Bella ciao'.

 

"Non mi immaginavo mai un'accoglienza simile, mi sono emozionato" ha commentato all'Adnkronos al termine del suo intervento durato più di un'ora. "C'erano così tanti giovani... si è creata empatia. Oggi è stata davvero una giornata di luce e umanità". "Ieri, oggi, domani il mio vuole essere solo un messaggio di umanità", dice Lucano commosso per la solidarietà diffusa, "anche rispetto alla mia vicenda giudiziaria". E' incredulo quando sottolinea come un piccolo comune della Calabria, Riace, "sia diventato un simbolo di resistenza", di accoglienza e condivisione "contro degrado, atteggiamenti che alimentano odio, divisioni e denigrazione solo per propaganda elettorale", aggiunge Lucano. "La storia ci insegna che il viaggio e lo scambio fanno parte dell'esperienza umana e la Calabria è una terra che può offrirne un esempio", conclude Lucano annunciando che mercoledì prossimo sarà ospite all'università di Cosenza.

IL SIT-IN ANTIFASCISTA E DI FORZA NUOVA -"Mimmo Lucano è un campione di umanità e noi siamo qui per lui" urlano al megafono i manifestanti davanti alla Sapienza. "Forza Nuova è appena scesa dalla metro Castro Pretorio, a questi 20 c...ni vogliamo dire 'venite qui, vi aspettiamo. Non abbiamo paura". I militanti di Forza Nuova si sono riuniti davanti alla biblioteca per poi muoversi verso la Sapienza (VIDEO). "Siamo tutti antifascisti" è il coro che si leva."I fascisti qui la parola non la prenderanno mai" prende la parola uno studente aggiungendo che "al Rettore non frega niente se non dell'ordine pubblico. Siamo qui in tanti e siamo determinati". "Non me sta bene che no", si legge nei cartelli e si sente dai megafoni, riprendendo le parole del 15enne Simone che a Torre Maura affrontò il responsabile di Casapound per il Lazio Mauro Antonini in strada per protestare contro i rom nel centro di accoglienza del quartiere.

"Sono qui per portavi un saluto da Senada (la mamma rom di Casal Bruciato) chiusa in casa per colpa di quei s.. di Casapound. Siamo qui per Mimmo Lucano che dovrebbe avere il Nobel per la pace". "10,100,1000 Acca Larenzia", urla un attempato manifestante dalla piazza. E poi "Fascista se te pio te sfascio", "Fascisti carogne tornate nelle vostre fogne, noi siamo qui. Con loro ci torni anche Salvini".

RAGAZZO SCHIAFFEGGIATO DA MILITANTE DI DESTRA - 'Siamo stati noi'. Forza Nuova risponde all'Adnkronos ammettendo la propria responsabilità in relazione al ragazzo schiaffeggiato nei pressi dell'ingresso della biblioteca nazionale a Castro Pretorio, dove i militanti di estrema destra sono stati costretti a fermarsi dagli agenti in ordine pubblico per scongiurare lo scontro davanti alla Sapienza, dove si manifestava in solidarietà di Mimmo Lucano. "Un compagno si è infiltrato nel nostro corteo e, una volta in testa, - spiega il militante di Forza Nuova - ci ha insultati chiamandoci 'merde' davanti alle guardie".

ZINGARETTI - "Oggi alla Sapienza profumo di riscatto e libertà" twitta il segretario del Pd Nicola Zingaretti. L'odio non può governare l'Italia e verrà sconfitto #MimmoLucano".

LEU - "Siamo qui per ribadire i principi della Costituzione, i valori della solidarietà e della libertà, quell'Italia che dobbiamo difendere e promuovere" ha detto all'Adnkronos l'onorevole Stefano Fassina, di Leu, alla Sapienza come a Casal Bruciato. "Inammissibile la riorganizzazione di gruppi fascisti e, per esplicita ammissione del suo capo, Forza Nuova lo è - aggiunge - il fatto che voglia venire qui per impedire l'intervento di una persona come Mimmo Lucano, che sta pagando con la propria vita la capacità di aiutare chi è in difficoltà, é inaccettabile". Adnkronos 13

 

 

 

 

 

La recessione

 

A dispetto del delicato momento internazionale, il tormentone politico italiano non si smorza. In queste settimane, ha trovato nuovi focolai di rafforzamento. L’unica convergenza, anche se con strategie differenti, è la necessità di ridare stabilità economica al Paese. Il 2019, forse, potrebbe essere l’anno di un tentativo di “svolta”. Se l’ipotesi troverà conferma, sarà una novità in un sistema com’è il nostro dove i politici non sempre hanno idee coerenti. Altra certezza sembra quella di un patto di Legislatura “blindata”. In pratica, i segretari politici del patto vincente dovranno sostenere il Capo dell’Esecutivo ufficialmente “indipendente”. Per ora, rileviamo solo incertezze.

 Questo è il quadro politico presente nella Penisola prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento UE. Ma i sintomi in negativo sono ben altri. E’ la recessione economica, nonostante qualche “lieta” novella, a preoccuparci. E’ confermato: per il corrente anno il Prodotto Interno Lordo (PIL) resterà di poco sopra lo zero. Per tentare un’inversione di tendenza, dovremo attendere il Patto di Stabilità per il 2020. Insomma, sino a quando il rapporto tra Deficit e PIL non torna in equilibrio, d’illusioni, non se ne fa nessuno.

 Persiste, infatti, carenza sul fronte occupazionale e la deflazione non giova al risparmio reale.  Insomma, vivere in Italia resta un problema per molte famiglie; soprattutto quando esiste solo una fonte di reddito. A nostro avviso, sarebbe necessaria una maggiore attenzione sulle problematiche quotidiane del cittadino. Magari parificando i prezzi dei generi di largo consumo.

 La politica sociale, che è sempre quella carente, dovrebbe offrire un maggior margine di qualità. Invece, la realtà è diversa. Resta che i nostri politici, nessuno escluso, dovrebbero non dimenticare il loro passato e non pretendere, come sembra stia accadendo, d’ipotecare il nostro futuro. Cioè quello d’Italia.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presentato a Roma il romanzo di Chiara Ingrao “Migrante per sempre”

 

ROMA – E’ stato presentato a Roma, presso il Circolo del Ministero degli Esteri, il romanzo “Migrante per sempre” di Chiara Ingrao, edito da Baldini e Castoldi nel 2019. Scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, Ingrao ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani: è impegnata da anni nel femminismo, nel pacifismo e nel movimento anti-razzista. Ispirato da una storia vera, il libro narra cinquant’anni di vita di Lina: una giovane emigrata dalla Sicilia, cresciuta in Germania e poi rientrata in Italia, più precisamente a Roma, dove la sua vita di migrante s’intreccia con quella degli immigrati giunti nel nostro Paese.

La presentazione è stata introdotta e moderata dal Presidente del Circolo degli Esteri, Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie del Maeci. “Questo romanzo intreccia in parallelo diverse dimensioni legate ai fenomeni migratori: quella di chi è nato in Italia e si è recato all’estero, anche in altre epoche, ma con le stesse motivazioni di chi parte oggi; quindi vi ritroviamo la dimensione del ritorno ma anche quella di chi arriva in Italia come immigrato”, ha affermato Vignali contestualizzando il tutto rispetto alle problematiche attuali dell’emigrazione italiana.“Nel libro troviamo un intreccio che unisce le due anime della migrazione: di solito si parla molto di migranti in arrivo in Italia mentre si tende a toccare solo marginalmente le questioni degli emigrati italiani. Negli ultimi sei anni si è registrato un incremento di un milione di persone nelle iscrizioni degli  italiani nelle anagrafi consolari. Le cifre ufficiali parlano di circa centoventimila partenze annue ma sappiamo che non sempre chi arriva all’estero s’iscrive subito all’Aire. Con la Brexit, per esempio, abbiamo recentemente scoperto che i nostri residenti nel Regno Unito sono il doppio di quelli che immaginavamo”, ha aggiunto Vignali. “Quindi gli italiani che sono all’estero – ha proseguito Vignali - sono molti di più di quanto le cifre non dicano e non è soltanto una fuga di cervelli, perché c’è sicuramente un 30% di laureati e tanti dottorandi, giovani italiani che abbiamo formato e sono costati a questo paese, ma ci sono anche tante altre persone di livello di istruzione medio basso. Vi sono anche interi nuclei familiari che si muovo e che se non sono adeguatamente preparati, ad esempio non conoscono la lingua, rischiano poi incappare nei circuiti di sfruttamento. Una situazione di cui dobbiamo acquisire consapevolezza e questo libro lo fa in maniera particolarmente interessate”.       

“Non è una vicenda romanzata in chiaroscuro: quella narrata nel libro di Chiara Ingrao – spiega Vignali - è una storia vera e racconta le vicende reali legate alla migrazione. La storia inizia negli anni Sessanta, quando ancora è viva nella mente delle persone la triste vicenda delle miniere in Belgio. Nel libro si parla poi di emigrazione italiana in Germania con annesso tutto un senso di nostalgia della casa e della terra, una nostalgia che si esprime attraverso i ricordi, il cibo e la tradizione. Si parla anche di risentimento per quella Patria che ha tradito e dalla quale si è costretti a partire, un risentimento che ancora oggi anima i nostri giovani che partono; per fortuna questo sentimento si trasforma poi nella terza dimensione, la voglia di riscatto degli italiani, che riescono a farsi accettare e rispettare nella terra che li ospita, che hanno successo e in molti casi tornando in Italia”.

 “E’ un libro  – ha concluso Vignali – in cui si ritrova la nostra storia e che spiega le ragioni che spingono a partire da un Paese come l’Italia che nei secoli ha sperimentato la migrazione e continua tuttora a sperimentarla. Per attualizzare il tema ricordo che recentemente è stato raggiunto, dalle rimesse degli italiani all’estero, una quota equivalente al mezzo punto percentuale del Pil: non accadeva da 1980 ”. 

 

Rodolfo Ricci, membro del Comitato di Presidenza del Cgie, ha visto in questo romanzo uno strumento in grado di riportarlo alla sua esperienza di migrante che ha vissuto per quindici anni in Germania. “Si tratta di storie spesso molto intricate proprio per la questione legata alle diverse identità del migrante. Alla fine chi emigra rimane appunto un migrante per sempre, perché crea al suo interno delle mediazioni con l’ambiente che lo circonda e con le persone con le quali entra in contatto. Cerchiamo troppo spesso d’interpretare gli immigrati in base alla nostra cultura, focalizzandoci solo sull’immigrazione, mentre l’emigrazione italiana va a finire nell’oblio benché oltre trenta milioni di persone siano partite dall’Italia nell’arco di un secolo. Si tende in un certo senso quasi a cancellare il dolore dell’emigrazione”, ha spiegato Ricci narrando alcune storie legate alla sua conoscenza diretta del fenomeno migratorio italiano in Germania. “Nelle vicinanze di Duisburg mi è capitato per esempio d’incontrare intere comunità provenienti dalla Sicilia. A Colonia, Francoforte, Monaco e Stoccarda c’erano molti lavoratori provenienti dalla Sicilia: operai apprezzati e spesso premiati proprio per i miglioramenti nei processi produttivi, soprattutto nel settore automobilistico, realizzati grazie alle loro capacità”, ha aggiunto Ricci ricordando altresì le insidie insite nel sistema burocratico e nella stessa mentalità della Germania che, fino a poco tempo fa, ha quasi finto di non essere stato un Paese cresciuto grazie al contributo di decine di migliaia d’immigrati. La vita, ha rilevato Ricci, era tutt’altro che semplice per i cosiddetti “Gastarbeiter”, come venivano appunto chiamati i lavoratori giunti in Germania da altri Paesi: le difficoltà nell’inserimento nella società tedesca cominciava già dalle scuole per chi era figlio di una famiglia di emigrati e soprattutto per quanto riguarda i nostri connazionali che per molto tempo hanno vissuto, anche a causa della politica migratoria tedesca, l’esperienza migratoria come un disegno di vita provvisorio volto al rientro in Italia.     

L’autrice del libro, Chiara Ingrao, ha spiegato come la voglia di scrivere un libro come questo nasca da un profondo interesse verso l’esperienza migratoria e verso la questione delle identità multiple e dei conflitti identitari. “Il mio primo romanzo raccontava la storia della guerra in Bosnia, dove un’italiana ospitava una sua amica di Sarajevo; poi ho scritto un libro per ragazzi, avente come protagonista una bambina d’origine africana che viveva a Roma. Sono arrivata a quest’ultimo romanzo grazie a un incontro speciale con una persona che mi ha raccontato la sua esperienza di vita in Germania, ossia la protagonista del libro alla quale ho dato il nome di Lina”, ha spiegato l’autrice. “Il padre di Lina ha attraversato da clandestino la frontiera di Ventimiglia. E’ la testimonianza che, certamente, noi emigravamo legalmente ma c’erano anche persone che tentavano la sorte da clandestini, proprio come il padre di questa persona: dapprima in Francia e poi in Germania. L’impatto di Lina con l’emigrazione è legato al senso dell’abbandono: dopo il padre anche la madre, infatti, decide di partire; quindi, alla fine, diventa migrante lei stessa seguendo i genitori. Nel libro troviamo un concentrato d’identità diverse ma anche la questione della migrazione femminile, spesso accompagnata da una sorta di lacerazione iniziale nel rapporto tra madre e figli; infine emerge la volontà di autoaffermazione femminile, tipica delle donne operaie e non necessariamente di quelle degli ambienti intellettuali. Credo che il messaggio fondamentale sia quello di riuscire a vedere le persone dal lato umano ed empatico, evitando la disumanizzazione verso i migranti in generale visti come invasori”, ha aggiunto Ingrao che ha spiegato la scelta di usare il dialetto siciliano in diverse parti del libro. “Ho antiche origini siciliane da parte dei bisnonni; tuttavia non ho mai parlato siciliano e non avevo alcuna conoscenza della lingua. Lina, nel raccontarmi gli eventi emotivamente più pregnanti per lei, utilizzava il dialetto siciliano. Per me è stato difficile l’approccio con questa lingua tanto che ho richiesto l’aiuto della protagonista, anche perché esistono diverse sfumature di dialetti siciliani. Per Lina la conquista dell’italiano è stata parte della lotta per affermarsi, così come farà con il tedesco”, ha evidenziato Ingrao. Da segnalare fra i vari interventi del dibattito anche quello del giornalista Lorenzo Colantoni, autore insieme al fotoreporter Riccardo Venturi, del volume “Italiani di Germania”. Colantoni, affrontando il cosiddetto “mito del ritorno” in Italia, ha voluto sottolineare come questo concetto fosse molto più forte e sentito nella vecchia emigrazione, ossia quella postbellica, rispetto all’attuale emigrazione definita anche come “nuova mobilità”. (Simone Sperduto/Inform 7)

 

 

 

 

Europawahl. Spitzenkandidaten-Debatte wird lebendiger

 

Die sechs Spitzenkandidatinnen und -kandidaten der wichtigsten politischen Parteien haben am Mittwochabend ihre Vorstellungen von Europa präsentiert und sind in ihrer letzten im Fernsehen übertragenen Debatte vor den Europawahlen vor allem bei den Themen Arbeitsplätze und Klimawandel aneinandergeraten.

Auf der Bühne am Sitz des Europäischen Parlaments in Brüssel standen Manfred Weber (Europäische Volkspartei), Frans Timmermans (Sozialdemokratische Partei Europas), Jan Zahradil (Allianz der Konservativen und Reformer für Europa), Margrethe Vestager (Allianz der Liberalen und Demokraten für Europa), Nico Cué (Europäische Linke) und Ska Keller (Grüne).

Die sechs Kandidatinnen und Kandidaten tauschten sich eineinhalb Stunden lang auf Englisch aus, mit Ausnahme von Cué, der auf Französisch sprach.

Die ohnehin flaue Debatte wurde durch die Abwesenheit des EVP-Spitzenkandidaten Manfred Weber nur noch unterstrichen.

Hauptthemen waren dabei die Vorschläge zur Einführung eines europaweiten Mindestlohns und einer gemeinsamen Körperschaftssteuer, verstärkte Anstrengungen zur Senkung der CO2-Emissionen, die Frage, wie strengere Grenzkontrollen mit Solidarität in der Migration kombiniert werden können und wie Handel als Hebel zur Verbesserung der Arbeitsbedingungen in Europa eingesetzt werden kann.

Eine progressive Koalition zur Bekämpfung des Klimawandels

Im Gegensatz zum bisher eher trockenen europäischen Wahlkampf waren die gestrigen Gespräche von teils leidenschaftlichen Debatten um Klimawandel und Beschäftigungspolitik geprägt.

Als Reaktion auf die großen Proteste der vergangenen Monate steht der Klimawandel erstmals ganz oben auf der Prioritätenliste im Europawahlkampf. Die Hauptfrage, die die Kandidatinnen und Kandidaten gestern Abend diskutierten, war dementsprechend auch nicht mehr, ob – sondern wie – man der globalen Erwärmung entgegentreten kann.

Mit Ausnahme von Zahradil schlossen sich dabei alle Parteien dem von der Europäischen Kommission vorgeschlagenen Ziel an, die CO2-Emissionen bis 2050 auf „Netto Null“ zu senken. Allerdings gab es deutliche Meinungsverschiedenheiten darüber, wie dieses Ziel am besten erreicht werden könne.

Der Sozialdemokrat Timmermans zeigte sich in dieser Angelegenheit am angriffslustigsten und forderte eine Kerosinsteuer sowie eine CO2-Steuer für die gesamte europäische Wirtschaft. Der Spitzenkandidat rief außerdem erneut zu einer „progressive Koalition von Tsipras bis Macron“ auf. Damit könne sichergestellt werden, dass der Klimawandel ganz oben auf der Agenda der nächsten Kommission steht.

Reiche Menschen produzieren mehr CO2 als ärmere. Die wären auch besonders von einer CO2-Steuer betroffen. Trennt sich unsere Gesellschaft in Klimaklassen?

Nach monatelangem Zögern bestätigte auch der konservative Kandidat Weber seine Unterstützung für ein klimaneutrales Europa bis 2050. Er betonte, dies sei „unser gemeinsames Ziel“ und forderte einen gerechten Übergang für Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, die von den notwendigen Veränderungen in der Wirtschaft und von der Energiewende betroffen sein werden.

Dies führte zu einer prompten Reaktion von Keller, die die bisherige „Ablehnung einer ehrgeizigeren Klimapolitik“ von Seiten der EVP während der laufenden Legislaturperiode verurteilte.

„Wissen Sie, was wirklich wehtun wird? Wenn wir weiterhin nichts tun,“ sagte auch Timmermans in Richtung Weber. Dieser versuchte vergeblich, dem Kreuzfeuer zu entgehen, indem betonte, die nächste EU-Kommission müsse den „globalen Kampf“ um Umweltfragen anführen. Dafür gab es weitere Kritik, dieses Mal von Cué: „Beginnen Sie doch mal in Europa, um Himmels willen!“

Wirtschaft und Mindestlohn

Der Klimawandel war nicht das einzige Thema, das zu einer hitzigen Debatte führte: Die europäische Wirtschaft hat sich nach der Finanzkrise nahezu vollständig erholt, aber die Arbeitslosenquote ist immer noch hoch. Um diesem Problem entgegenzutreten, forderte Timmermanns, das Bildungsprogramm Erasmus auszuweiten, die sogenannte Jugendgarantie zu stärken und einen europäischen Mindestlohn einzuführen.

Dieser letzte Vorschlag fand bei den Grünen, der Linken und sogar bei den Liberalen Anklang. Der linke Kandidat Cué stimmte zu: „Wir brauchen einen Mindestlohn, für den es sich lohnt, morgens aufzustehen.“

Für Weber ist die Antwort hingegen kein Mindestlohn, sondern „eine gute Wirtschaftspolitik, Infrastruktur, Forschung und Handel sowie die Schaffung eines noch stärkeren Binnenmarkts“.

Der EVP-Kandidat lobte den derzeitigen Kommissionspräsidenten Jean-Claude Juncker für seine Arbeit zur Stabilisierung der europäischen Wirtschaft und konfrontierte Timmermanns mit der Tatsache, dass einige derjenigen an der Spitze der Institutionen, die die Austeritätspolitik durchgesetzt haben, Sozialdemokraten seien.

Es ist unwahrscheinlich, dass Manfred Weber Kommissionspräsident wird. Das kommt auch daher, dass Deutschland oft als Blockierer auftritt. Ein Kommentar von EURACTIVs Medienpartner Der Tagesspiegel. 

Timmermans, Keller und Vestager waren sich derweil auch bei der Forderung nach einer einheitlichen europäischen Körperschaftssteuer und der Vorantreibung einer vorgeschlagenen Digitalsteuer einig.

Gerade der Widerstand der Nationalstaaten könnte sich dabei jedoch als großes Hindernis erweisen. Der rechtskonservative Tscheche Jan Zahradil trat als deren Hauptanwalt auf: „Ich denke, dass Staaten das Recht haben, Unternehmen zu besteuern. Und die Europäische Union ist kein Staat.“

In einer ansonsten eher proeuropäisch geprägten Debatte war Zahradil der einzige Kandidat, der einen entschieden nationalistischen Ton anschlug und ein „verkleinertes, flexibles, dezentrales“ Europa forderte, das nationale Politiken unterstützt und keine neuen, europaweiten Gesetze „auferlegt“.

Sieger Timmermans, Vestager und Keller

Gemessen am Applaus im Saal können sich Frans Timmermans, Margrethe Vestager und Ska Keller als „Gewinner“ der Debatte sehen.

Aber: Sollten sich die aktuellen Meinungsumfragen über die Absichten der Wähler bestätigten und das Spitzenkandidaten-System von den EU-Staatschefs respektiert werden – was allerdings unwahrscheinlich ist – dann würde wohl Manfred Weber zum nächsten Kommissionspräsidenten ernannt.

Trotz sichtbarer Bemühungen, enstpannt zu wirken, zeigte sich der deutsche Konservative in der Debatte nervös und schien im Vergleich zu seinem Hauptgegner Frans Timmermans wenig Energie zu haben.

Auch der linke Kandidat Cué wirkte die meiste Zeit fehl am Platz. Als nationaler Gewerkschafter hatte er in der Runde auch die wenigsteErfahrung mit dem politischen System der EU. Indem er jedoch seine eigene Sprache – Französisch – sprach und eine persönliche Geschichte erzählte, gab er der Debatte auch ein menschliches Gesicht.

Cué ist ein belgischer Gewerkschafter. Seine spanischen Eltern waren vor dem Faschismus im Land geflohen. Sein Hauptziel für Europa sei „grenzüberschreitende Solidarität“, so Cué.

Die EU-Bürger wählen das Europaparlament, aber nicht den Kommissionschef. Das zeigt, wie zweifelhaft der demokratische Gehalt der Abstimmung ist. Ein Kommentar von Harald Schumann, Der Tagesspiegel.

Vestager, der zum ersten Mal auch an einer Debatte mit den anderen Spitzenkandidatinnen und -kandidaten teilnahm, schien sich mit dem Format hingegen wohl zu fühlen: Während sie anfangs noch etwas zögerlich wirkte, fand sie schnell zu ihren Stärken. Eines der „Zitate der Nacht“ kann ihr zugeschrieben werden. So wich sie der Frage, ob die Niederlande, Irland, Belgien, Luxemburg oder Malta Steueroasen seien, geschickt aus und vermengt die englischen Begriffe Tax haven (Steueroase) und heaven (Himmel): „Für mich ist der Steuerhimmel ein Ort, an dem alle ihre Steuern bezahlen.“

Wahlaufruf und Unklarheit über rechtsextreme Parteien

Zum Abschluss forderten die Kandidaten die potenziellen 427 Millionen europäischen Wählerinnen und Wähler auf, zur Wahl zu gehen, „damit niemand außer Sie selbst für Sie entscheidet“. Weber rief dabei zu einem „Neustart in Europa“ auf; Keller wünschte sich „neue Hoffnung“ und Vestager warb vor allem mit einem ausgewogenen Geschlechterverhältnis in den wichtigsten EU-Gremien.

In der gestrigen Debatte fehlten vor allem rechtsextreme und populistische Bewegungen, von denen erwartet wird, dass sie bei den Wahlen ausgesprochen gut abschneiden könnten.

Timmermans räumte in dieser Hinsicht ein, die aktuelle Führungsriege trage eine Mitschuld am Aufstieg der Populisten. Inzwischen habe sie aber ihre Lehren gezogen.

Darüber hinaus habe der Brexit negative Effekte für populistische Parteien gehabt, glaubt er: „Schauen Sie sich doch das Vereinigte Königreich heute. Das ist wie Game of Thrones auf Steroiden.“ Beatriz Rios [Bearbeitet von Frédéric Simon, Sam Morgan und Tim Steins] EA 16

 

 

 

 

Gespaltene Stimmung vor Europawahl: Jeder Zweite sieht Europa auf dem falschen Weg

 

Hamburg. Jeder zweite Europäer (48%) glaubt, dass sich die Dinge in der EU in die falsche Richtung bewegen. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Online-Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos, die anlässlich der bevorstehenden Europawahl in 28 Ländern weltweit durchgeführt wurde – darunter die neun EU-Staaten Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Italien, Spanien, Belgien, Schweden, Polen und Ungarn. Am pessimistischsten sind derzeit die italienischen Befragten (57%) eingestellt, gefolgt von den Franzosen (54%) und Briten (52%). Im Gegenzug ist nicht einmal jeder dritte EU-Bürger dieser neun Länder (28%) der Überzeugung, dass sich die Europäische Union grundsätzlich auf dem richtigen Weg befindet.

EU gewinnt an Zustimmung – außer in Deutschland

Obwohl also viele Bürger ihren Unmut über die Entwicklungen in Brüssel äußern, stellt dieses Ergebnis doch eine leichte Verbesserung im Vergleich zu früheren Erhebungen dar: Vor zwei Jahren glaubten noch sechs von zehn europäischen Befragten (57%), dass sich die Dinge in der EU verschlechtern; nur jeder Fünfte (21%) vertrat damals die gegenteilige Meinung. Die einzige Ausnahme von diesem Trend bildet dabei Deutschland: Hierzulande betrachtet beinahe jeder Zweite (48%) die Entwicklungen in Europa kritisch, 2017 lag dieser Wert noch bei 45 Prozent.

Viele Bürger fühlen sich durch die EU nicht vertreten

Die Ursache für die weit verbreitete EU-Skepsis wurzelt laut der Ipsos Studie nicht zuletzt in einem tiefen Misstrauen zwischen den Regierenden und den Regierten. Fast jeder zweite befragte Europäer (45%) ist der Ansicht, dass die Regeln und Bestimmungen der Europäischen Union manipuliert sind, um die Reichen und Mächtigen zu begünstigen. Eine knappe Mehrheit (52%) glaubt außerdem, dass sich Europas führende Politiker nicht um die alltäglichen Belange der Menschen kümmern. Innerhalb der EU stimmen Belgier (57%) und Franzosen (56%) dieser Aussage am ehesten zu, deutsche (48%) und polnische Staatsbürger (47%) zeigen sich diesbezüglich etwas weniger skeptisch.

Weit verbreitete Unkenntnis über die Vorteile der EU

Die Studienergebnisse legen außerdem nahe, dass eine Vielzahl der Europäer in den neun Befragungsländern gar keine Kenntnis darüber hat, welche (potentiellen) Vorteile eine EU-Mitgliedschaft mit sich bringt. Nur vier von zehn Befragten (42%) geben an, dass sie ziemlich oder sogar sehr viel über die positiven Aspekte der EU wissen – obgleich die Sachkenntnis über die (potentiellen) Nachteile noch geringer ist (36%). Die Briten fühlen sich insgesamt am ehesten über die Vor- und Nachteile der EU-Mitgliedschaft informiert, am wenigsten die Franzosen und Spanier.  

Europäisches Projekt wird trotzdem als Erfolgsgeschichte wahrgenommen 

Trotz aller Kritik am gegenwärtigen Zustand der EU wird das Projekt Europa insgesamt gesehen doch als Erfolgsgeschichte wahrgenommen. In allen befragten Ländern glauben die Menschen, dass das europäische Projekt in den letzten 60 Jahren mehr Erfolge als Misserfolge verzeichnet  hat. In Polen (43%) und Ungarn (40%) stimmen dem besonders viele Bürger zu, in Deutschland immerhin noch drei von zehn Personen (30%). Belgier (19%), Italiener (18%) und Franzosen (17%) sehen Europa hingegen weitaus seltener als Erfolgsgeschichte.

Briten entdecken ihre Liebe zu Europa 

Auch in Bezug auf die Auswirkungen des europäischen Projekts auf ihre eigenen Länder sind die meisten Europäer eher positiv als negativ gestimmt – allerdings zeigen sich hier massive Diskrepanzen zwischen den verschiedenen befragten EU-Staaten. Europaweit sind vier von zehn Personen (41%) der Überzeugung, dass das eigene Land heute stärker ist, als es ohne die Union wäre. In Polen stimmen dem besonders viele Befragte (62%) zu, in Italien (28%) und Frankreich (25%) besonders wenige. Für eine Überraschung sorgen die Zustimmungswerte in Großbritannien: Fast jeder zweite Brite (42%) vertritt die Ansicht, dass das Vereinigte Königreich dank der EU heute besser dasteht; nicht einmal jeder Dritte (27%) ist gegenteiliger Auffassung. Im Vergleich zu 2017 bedeutet dies ein Plus von immerhin 15 Prozentpunkten.

Ja zu Reise- und Handelsfreiheit, Nein zur Migrationspolitik

Besonders positiv wird der Beitrag der Europäischen Union im Bereich der Reisefreiheit und des freien Warenverkehrs zwischen den EU-Mitgliedsstaaten bewertet. Fast drei Viertel (73%) aller Europäer sagen, dass die EU die Reisemöglichkeiten innerhalb Europas erleichtert hat. Zwei von drei Befragten (66%) vertreten die Meinung, dass sich das europäische Projekt positiv auf den Handel ausgewirkt hat. Eine deutliche Mehrheit (59%) stimmt außerdem der Aussage zu, dass dank der EU friedlichere Beziehungen zwischen den europäischen Nationen erreicht werden konnten. Vor allem in Polen (71%) und Deutschland (63%) wird der Beitrag der EU zur Friedensförderung besonders häufig genannt.

Deutlich negativer bewerten die Menschen die europäische Migrationspolitik. Nicht einmal jeder vierte EU-Bürger (23%) vertritt die Ansicht, dass die Union in diesem Bereich einen positiven Beitrag geleistet hat. In Frankreich (12% Zustimmung, 43% Ablehnung) und Italien (16% Zustimmung, 44% Ablehnung) ist die Kritik an der Einwanderungspolitik der EU besonders stark ausgeprägt. Auch in Deutschland stehen die Bürger den Auswirkungen des europäischen Projekts auf das Ausmaß der Einwanderung mehrheitlich skeptisch gegenüber. Drei von zehn Bundesbürgern (28%) bewerten diesen Aspekt positiv, mehr als jeder Dritte (35%) eher negativ.

Dr. Robert Grimm, Leiter der Ipsos Sozial- und Politikforschung, zu den Studienergebnissen: »Die Europäische Union hat weiterhin ein großes Legitimationsproblem: Eine Vielzahl von Bürgern fühlt sich von der EU nicht vertreten und ist der Ansicht, dass Europas führende Politiker schlichtweg kein Interesse an den alltäglichen Belangen der Menschen haben. Es ist deshalb wenig überraschend, dass viele Bürger Europa gegenwärtig auf dem falschen Weg

sehen. Aber, und darin liegt für mich die eigentliche Erkenntnis der Studie, ein Großteil der Menschen ist auch der Meinung, dass die positiven Errungenschaften der EU die negativen aufwiegen. Laut der Ipsos Daten soll die Europäische Union auch in Zukunft ein wichtiger Akteur im Kampf gegen Armut, Terrorismus und organisierter Kriminalität und für ökologische Nachhaltigkeit sein. Kurz, die Europäer sehnen sich nach Reformen und Bürgernähe ohne die EU dabei abschaffen zu wollen.« Ipsos 14

 

 

 

 

Klimawandel, Flucht und Migration. Wer Migration eindämmen will, muss Klimapolitik machen

 

Die Zahl der Binnenflüchltinge ist im vergangenen Jahr um 17 Millionen angestiegen – ein Großteil der Menschen floh vor Naturkatastrophen. Dennoch spielt Klimaschutz politisch kaum eine Rolle – stattdessen üben sich Staaten in Abschottung. Von Catherine Friedly

 

Die Aktivistin Greta Thunberg hat mit ihrem ins Leben gerufenen Schulstreik, genannt „Fridays for future“, Klimaschutz einen frischen Anstrich gegeben. Mit ihren Forderungen und Auftritten übt sie Druck vor allem auf die internationale Politik aus und somit auch auf die zwischen dem 23. und 26. Mai 2019 stattfindende Europawahl (Anmerkung: in Deutschland wird am 26. Mai 2019 gewählt).

Im Internet lassen sich auch einige Kritik und Anfeindungen gegen die 16-jährige Schülerin finden; so wurde beispielsweise behauptet, dass der Teenager für ihren Aktivismus bezahlt werde oder sie Aspekte zu einfach sehen würde. Wie man ihre Rolle auch sehen mag, der Schwedin ist es gelungen vor allem jüngere Menschen weltweit zu mobilisieren, die Nachrichtenlage mitzugestalten und von der Notwendigkeit des Klimaschutzes (weiter) zu überzeugen.

Von Letzterem braucht man sogenannten Klimaflüchtlingen beziehungswiese Binnenvertriebenen, also Personen, die im eigenen Land vertrieben wurden, keine Beweise vorzulegen. Denn sie haben am eigenen Leib die Naturgewalten in Form von Dürren, Flutkatastrophen, Orkanen, Nahrungsmittel- und Wasserknappheit erlebt, oftmals ihr Hab und Gut oder sogar Familienmitglieder verloren.

Laut des Internal Displacement Monitoring Centres (iDMC) vom 10. Mai 2019, sind 41.3 Millionen Menschen Binnenvertriebene innerhalb ihrer eigenen Landesgrenzen (Stand: Ende 2018). In einer Mitteilung des iDMC heißt es, dass „extreme Wetterereignisse für den Großteil der im Jahr 2018 durch Katstrophen verursachten 17.2 Millionen neuen Vertriebenen verantwortlich sind. Tropische Wirbelstürme und Monsunfluten führten zu Massenvertreibungen […] auf den Philippinen, in China und in Indien. […] Die Dürre in Afghanistan löste mehr Vertreibungen aus als der bewaffnete Konflikt des Landes und die Krise im Nordosten Nigerias wurde durch Überschwemmungen verschärft, die 80 Prozent des Landes betrafen.“

Insgesamt sorgen aktuell Nahrungsmittel- und Wasserknappheit in Kombination mit einer wachsenden Weltpopulation für eine gleichzeitig weiter steigende Instabilität, die Migrationsbewegungen auslösen und in Zukunft weiter steigern werden. Dies wiederrum zieht Konflikte mit sich und kann unter anderem Extremismus fördern. Doch selbst den Migrationsgegnern und erst recht den Institutionen, Organisationen, Verbänden oder gar Staaten, die Migration eindämmen wollen, müsste klar sein, dass Klimaschutz unabdingbar ist. MiG 17

 

 

 

 

Für eine realistische und faire Einwanderungspolitik

 

Die Vorsitzende der dänischen Sozialdemokraten Mette Frederiksen über eine Migrationspolitik, die Dänemark vereinen soll. Von Mette Frederiksen

 

Viele Jahre lang hat die Einwanderungspolitik die dänische Bevölkerung gespalten. In kaum einem anderen Politikfeld sind die Fronten derart verhärtet. Argumente werden zu Angriffen. Ist das nicht verständlich? Schließlich spielt Einwanderungspolitik eine zentrale Rolle, wenn es darum geht zu bestimmen, was für ein Land wir sein wollen. Tiefsitzende Emotionen sind im Spiel. Und immer mehr Menschen erleben gerade selbst, was passiert, wenn Integration scheitert. Aber letzten Endes glauben wir Sozialdemokraten nicht, dass die Menschen in Dänemark bei dem Thema so stark gespalten sind, wie man meinen könnte. Wir wollen Flüchtlingen helfen. Das ist unsere Pflicht als ein mitfühlendes Land. Zugleich sind wir aber der Auffassung, dass es hinsichtlich der Zahl der Einwanderer, die in unser Land integriert werden können, Grenzen gibt. Außerdem ist es wichtig, Einwanderer besser zu integrieren. Doch warum tun wir uns mit dem Thema dann so schwer?

Vielleicht waren wir Dänen zu schnell dabei, uns wechselseitig zu beurteilen. Dabei ist man noch kein schlechter Mensch, nur weil man nicht will, dass sich das eigene Land grundlegend wandelt. Auf der anderen Seite ist man noch nicht naiv, nur weil man anderen Menschen helfen will, ein besseres Leben zu haben. Die große Mehrheit bei uns will beides tun – wir wollen mehr Menschen helfen, und wir wollen uns um unser eigenes Land kümmern. Dies ist keine leichte Aufgabe, denn Dänemark und die Welt stehen vor einer wirklich schwierigen Situation. Weltweit sind so viele Flüchtlinge unterwegs wie noch nie. Zugleich beobachten wir eine wachsende Zahl von Menschen, die nicht vor Krieg oder Unruhen fliehen, aber - verständlicherweise - in unserem Teil der Welt ein besseres Leben suchen. Der Klimawandel wird noch mehr Menschen dazu zwingen, ihre Heimat zu verlassen. Hinzu kommt, dass sich die Bevölkerung Afrikas bis 2050 voraussichtlich verdoppeln wird.

In Dänemark hat sich die Bevölkerung in kurzer Zeit rapide verändert. Im Jahr 1980 war ein Prozent der dänischen Bevölkerung nicht-westlicher Herkunft. Heute liegt der Wert bei acht Prozent. Diese Entwicklung fand in nur einer Generation statt. Die dänische Gesellschaft profitiert in hohem Maße von den Leistungen und Beiträgen, die viele Einwanderer im Laufe der Jahre erbracht haben. Das sind Menschen, die Dänisch gelernt haben, die eine Arbeit haben, die unsere Werte teilen und jetzt ganz einfach dänisch sind. Leider sind aber auch zu viele Menschen nach Dänemark gekommen, ohne ein Teil Dänemarks zu werden. Die Herausforderung, der wir uns gegenüber sehen, ist keine vorrübergehende. Sie wird bestehen bleiben. Unser Wohlfahrtsmodell gerät unter Druck, ebenso wie unser hohes Niveau an Gleichheit und unsere Lebensweise. Wir stehen vor einer großen Herausforderung. Aber wir haben schon früher große Herausforderungen bewältigt.

Wir haben in den vergangenen Jahren immer wieder über wichtige Themen gestritten. Aber Dänemark läuft dann zu Höchstform auf, wenn wir Kompromisse eingehen und gemeinsam vorangehen. Die Schulpflicht. Die staatliche Rente. Freier Zugang für alle zu Gesundheitsdienstleistungen. Keine dieser Entscheidungen wurden von einer knappen Mehrheit und angesichts einer gespaltenen Bevölkerung durchgesetzt. Deshalb sind sie auch heute noch gültig. Genau solche Entscheidungen benötigen wir nun mit Blick auf die Einwanderung. Wir müssen über die täglichen Diskussionen hinausgehen und den Blick darauf richten, was wir gemeinsam erreichen wollen. Wir müssen genauer darüber nachdenken, was realistisch und zugleich fair ist, anstatt darüber, was im kurzfristigen Interesse der jeweiligen Parteien liegt. Kurz gesagt, wir brauchen eine Einwanderungspolitik, die Dänemark vereint.

Dann werden wir in dreißig Jahren auf die heutige Generation von Bürgern und Entscheidungsträgern zurückblicken und sagen können, dass wir die Herausforderung unserer Zeit bewältigt haben. Dass wir vor großen Dilemmata standen und die richtige Balance zwischen der Übernahme von Verantwortung in der Welt und der Übernahme von Verantwortung für Dänemark gefunden haben. Zweifellos können wir nicht allen hier in Europa und in Dänemark helfen. Aber richtig ist auch, dass den Flüchtlingen geholfen werden muss. Die Lebensbedingungen in den ärmsten Teilen der Welt müssen grundlegend verbessert werden, damit die Menschen ihr Glück nicht anderswo suchen. Wir können der Welt nicht den Rücken kehren und wollen dies auch nicht.

Deshalb brauchen wir einen umfassenden, langfristigen Plan. Das ist die Botschaft, die wir mit dem folgenden Vorschlag senden wollen. Wir stellen hier vor, was wir für die ideale Lösung halten. Einige Elemente können nicht sofort implementiert werden, aber alles beginnt mit Entschlossenheit und dem Willen, etwas zu tun. Und beides haben wir. Unser Konzept besteht aus drei Elementen: Zahlen sind wichtig. Dänemark muss die Kontrolle zurückgewinnen. Wir wollen eine Grenze festlegen, wie viele nicht-westliche Einwanderer jedes Jahr nach Dänemark kommen dürfen. Damit unsere Nachbarschaften, Schulen und Arbeitsstätten Schritt halten können. Damit wir eine echte Chance haben, die Menschen, die hierher kommen, zu integrieren. Damit sie die Sprache lernen, Arbeit finden und unsere Grundwerte annehmen. Und wir haben auch einen Vorschlag, wie wir eine solche Grenze in die Praxis umsetzen und gleichzeitig die internationalen Konventionen einhalten können. Wir wollen unser Asylsystem ändern und ein Aufnahmezentrum außerhalb Europas einrichten. Künftig werden in Dänemark nur noch UN-Flüchtlinge Asyl erhalten können.

Wir müssen mehr Menschen helfen. Momentan sind die schwächsten Menschen auf sich alleine gestellt - diejenigen, die nicht fliehen können oder die es sich nicht leisten können. Die Menschen, die am dringendsten Hilfe brauchen. Das ist nicht fair. Wir dürfen niemals akzeptieren, dass Menschen im Mittelmeer ertrinken oder auf der Flucht Gewalt und Misshandlungen ausgesetzt werden. Unser Ziel muss es sein sicherzustellen, dass weniger Menschen flüchten müssen und dass sich mehr von ihnen in ihren eigenen Ländern eine Zukunft aufbauen können, anstatt ein neues Leben in Europa zu suchen. Dänemark kann dieses Problem nicht alleine lösen, aber wir können dabei eine Führungsrolle übernehmen. Indem wir unserer Unterstützung in den Gebieten verdoppeln, die an Konfliktregionen angrenzen. Und – als Teil der EU – insbesondere, indem wir in Afrika einen nie dagewesenen Aufschwung ermöglichen.

Neuer Kampf für Freiheit: die Sozialdemokratie ist – und war immer – ein Freiheitsprojekt. Sie hat immer mehr Menschen in die Lage versetzt, ihr eigenes Leben zu gestalten. Gelungen ist dies vor allem dadurch, dass Bildung, ein hohes Beschäftigungsniveau und freier Zugang zur Gesundheitsversorgung für alle geschaffen wurden. In diesem Kampf für die Freiheit stehen wir jetzt vor einem neuen Kapitel: den neuen Dänen. Die Gleichstellung der Geschlechter muss auch für sie gelten. Rechte und Pflichten gehen Hand in Hand. Religion ist der Demokratie immer untergeordnet.

Dies erfordert, dass wir uns mit den Normen beschäftigen, die in gewissen Teilen Dänemarks gelten. Zuallererst ist es notwendig, dass mehr Menschen Teil der dänischen Gemeinschaft werden, in der wir alle die gleichen Grundwerte teilen und uns auf dieser Basis in den Wohnbezirken und Schulen begegnen. Vonnöten ist ein Zehnjahresplan, um sicherzustellen, dass der Anteil von nicht-westlichen Einwanderern und von deren Nachkommen künftig in keinem Wohnbezirk, in keiner Schule und in keiner anderen Bildungseinrichtung höher als 30 Prozent liegt. Zudem sollten mehr von ihnen etwas zur dänischen Gesellschaft beitragen. Deshalb wollen wir alle Migranten, die Integrations- und Geldleistungen erhalten, dazu verpflichten, einen Arbeitsbeitrag von 37 Stunden pro Woche zu leisten.

Dies sind die zentralen Bestandteile unseres Vorschlags. Sind Elemente dabei, die die dänischen Sozialdemokraten bisher nicht vertreten haben? Ja. Die Welt und die Gesellschaft haben sich verändert. Und zum Glück ist Politik nicht in Stein gemeißelt. Wir haben uns von Anfang an gesagt, dass wir bei null anfangen müssen, neue Denkweisen benötigen und einen ganzheitlichen Ansatz verfolgen sollten. Wir glauben, dies mit dem vorliegenden Konzept zu tun.

Wir sind der Meinung, dass Dänemark eine zusammenhängende, langfristige Einwanderungspolitik braucht, bei der die Grundrichtung festgelegt ist und die einzelnen Elemente keinen ständigen Veränderungen unterliegen. Unser Vorschlag ist als Grundlage für eine Diskussion gedacht. Sehr gern hören wir uns die guten Ideen anderer an. Jedoch werden wir dabei auf eines bestehen: Es bedarf einer breiten und verbindlichen Kooperation im Hinblick auf langfristige Lösungen. Was Dänemark nicht braucht, ist eine Politik der Blöcke und der Spaltungen, die die Einwanderungspolitik früher charakterisiert haben. Im Gegenteil: Die Sozialdemokraten stehen für eine Einwanderungspolitik, die sowohl realistisch als auch fair ist. Für eine Einwanderungspolitik, die Dänemark vereint. IPG 14

 

 

 

Der Geist Mussolinis geht in Italien um

 

Ist ein Land normal, in dem Pilgerreisen zu Mussolinis Grab toleriert werden? Ist ein Land normal, in dem die Nachfahren eines faschistischen Diktators im Parlament sitzen? Scheinbar ja. Von Francesca Polistina

 

Es gibt einen Spruch, der in Italien immer wieder zu hören ist, wenn die Korruption, die Ineffizienz des Staatsapparats oder auch die Dreistigkeit bestimmter Politiker an die Oberfläche kommt. Und zwar, dass Italien kein normales Land sei, sondern eines, wofür man zurecht von „Sonderweg“ sprechen könnte. Dieser Sonderweg zeigt sich vor allem im Umgang mit der eigenen Vergangenheit, insbesondere des 20. Jahrhunderts.

Ist ein Land normal, in dem Pilgerreisen zu Mussolinis Grab toleriert werden? Ist ein Land normal, in dem die Nachfahren eines faschistischen Diktators im Parlament sitzen? Offenbar ja, zumindest scheint ein großer Teil der Bevölkerung so zu denken. Denn Normalität ist ein Begriff, der sich ständig ändert und entwickelt: Verhalten und Aussagen, die vor wenigen Jahrzehnten oder sogar Jahren als öffentlich inakzeptabel galten, weil zu rechtsextremistisch und nationalistisch, gehören heute zur Alltagsberichterstattung.

Man kann sich die eigene Geschichte, als Staat oder als Familie, nicht aussuchen. Man kann aber wählen, wie man mit ihr umgeht und wen man ehrt oder tadelt. Caio Giulio Cesare Mussolini, der Urenkel des Duce, kandidiert jetzt für das europäische Parlament mit einem klaren Statement: „Ich werde mich nie für meine Familie schämen“, sagte er neulich der Tageszeitung Corriere della Sera. Seine Cousine Alessandra ist ebenfalls Politikerin und saß schon mehrmals im italienischen sowie im europäischen Parlament. In den neunziger Jahren, als sie zum ersten Mal in die Abgeordnetenkammer einzog, betrachtete man ihre Wahl als ein folkloristisches Ereignis und nicht, wie der Historiker Sergio Luzzatto einmal schrieb, als ein beunruhigendes Signal der Vitalität der extremen Rechte – schließlich seien die Italiener „brava gente“, nette Menschen also, die nichts Böses vorhaben und für die der Faschismus nur ein kleiner historischer Zwischenfall (andere würden von „Vogelschiss“ sprechen) war.

Dass nun der letzte Sprössling der Mussolini-Dynastie für die anstehende Europa-Wahl kandidiert, überrascht deshalb nicht – auch nicht die Tatsache, dass sein Nachname dabei eine große Rolle spielte. Denn Caio Giulio Cesare hat keinerlei politische Erfahrung, ist im Ausland geboren und aufgewachsen und wohnt seit mehreren Jahren in Abu Dhabi: seine Kandidatur für die nationalkonservative Partei Fratelli d’Italia scheint mehr mit seinem berühmten Vorfahren als mit seiner Qualifizierung zu tun.

Wie erklärt sich das? Wie in anderen europäischen Ländern auch, bemühen sich italienische Politiker aus dem Rechten und Mitte-Rechten Spektrum seit langem – insbesondere seit dem Anfang der Berlusconi-Ära im Jahr 1994 – rechtsextremistische Positionen herunterzuspielen und zu enttabuisieren. Der Rechtsextremismus, nun mit Anzug und Krawatte anstatt mit Schwarzhemd und Schlagstock, wurde somit rehabilitiert. Er wurde legitimiert und begann schließlich, sich wieder als Protagonist des politischen Lebens zu profilieren (man denke an die Partei Alleanza Nazionale, Erbin der neofaschistischen Partei MSI). Der Comeback geschah natürlich nicht von heute auf morgen, sondern langsam Schritt für Schritt, denn der Gewöhnungsprozess funktioniert besser in kleinen, verträglichen Dosen – und am Ende merkt man gar nicht mehr, wie weit schon die Grenze verschoben worden ist.

 

Die aktuelle Regierungskoalition, die mit der Lega eine nationalistische Partei an der Macht sieht, hat den Rechtsruck also nicht initiiert, wohl aber beschleunigt. Innenminister Matteo Salvini, der aktuell starke Mann der italienischen Politik, nutzt jede Gelegenheit, um seine Sympathie gegenüber den neofaschistischen Bewegungen anzudeuten. Da die Faschismus-Verherrlichung in Italien strafbar ist und eine offene Parteinahme (noch) zu gewagt wäre, betreibt er eine typische Symbolpolitik – etwa, wenn er während einer Wahlkundgebung in einer für Mussolini sehr wichtigen Stadt seine Rede ausgerechnet auf dem Balkon hält, auf dem damals eben der Duce sprach. Oder er versucht den Antifaschismus zu diskreditieren, indem er den Tag der Befreiung, einen in Italien gesetzlichen Feiertag, als „Derby zwischen Faschisten und Kommunisten“ bezeichnet.

Gleichzeitig verbreitet er das Credo, welches schon lange wie ein Gespenst in Italien umgeht, dass Mussolini „auch gute Dinge getan hat“, wie zum Beispiel die „Einführung des Rentensystems“ und die „Trockenlegung großer Sumpfgebiete“. Dabei ist er nicht allein: auch Antonio Tajani, Präsident des europäischen Parlaments und Parteikollege von Silvio Berlusconi, behauptete neulich in einem Radiointerview, Mussolini habe auch was Positives getan (um sich kurz danach bei den Journalisten zu beschweren, dass sie seine Wörter instrumentalisiert hätten).

Wie weit wird man noch mit der Rehabilitierung Mussolinis und allgemein des faschistischen Denkens gehen? Schwierig zu sagen, vor allem wenn man bedenkt, dass beinahe alle europäischen Länder vom Phänomen betroffen sind. In den letzten Tagen haben viele Schriftsteller und Intellektuelle, und anschließend auch einige Politiker, gegen die Teilnahme eines faschistischen Verlages an den Salone del libro, Italiens wichtigster Buchmesse, protestiert und zum Teil boykottiert – was dazu geführt hat, dass der Verlag letztendlich aus der Veranstaltung ausgeschlossen wurde. Ob das eine einzelne Episode im kulturellen Leben des Landes bleiben wird, ist offen. Aber immerhin hat man die Stimme erhöht. Man hat gesehen, dass nicht nur die Rechten laut sein können. Und man hat letztendlich sogar einen kleinen Kampf gewonnen. MiG 13

 

 

 

 

Konfrontation aus der Hölle

 

Die Eskalation zwischen Iran und den USA droht in einem unkontrollierbaren regionalen Inferno zu enden. Von Amin Saikal

 

Die frühere US-Botschafterin bei den Vereinten Nationen Samantha Power hat zu Völkermord führende Kriege einmal als „Problem aus der Hölle“ bezeichnet. Nun, da die Regierung von US-Präsident Donald Trump die Spannungen mit dem Iran verschärft, muss sich die Welt auf eine „Konfrontation aus der Hölle“ zwischen beiden Ländern gefasst machen.

Sowohl die USA als auch der Iran sagen, dass sie keinen Krieg wollen. Doch bewegen sich beide Schritt für Schritt unaufhaltsam auf einen Kollisionskurs zu. Die USA haben ihre Truppenpräsenz in den Nachbarländern des Iran deutlich ausgeweitet und den Kampfverband um den Flugzeugträger USS Abraham Lincoln sowie eine Bomberschwadron in den Nahen Osten entsandt, um das iranische Regime vor Drohmaßnahmen abzuschrecken. Die iranische Führung hat den Schritt derweil als psychologische Kriegsführung angeprangert; sie betrachtet ihn als Provokation, die darauf abzielt, ihr Land in einen Militärkonflikt hineinzuziehen.

Seit seiner Amtsübernahme hat Trump den Iran unaufhörlich als Quelle allen Übels – einschließlich des internationalen Terrorismus – in der Region und darüber hinaus dargestellt. Er hat die Politik des Dialogs seines Vorgängers Barack Obama rückgängig gemacht und setzt das iranische Regime unter maximalen Druck. Dabei hat er drei Ziele im Hinterkopf. Zu allererst will die Trump-Regierung einen Regimewechsel oder zumindest eine Verhaltensänderung des Regimes herbeiführen. Sie ist zudem bestrebt, die Wirtschaft des Iran zu schädigen, damit das Land nicht mehr als einflussreicher regionaler Akteur auftreten kann. Und sie will Israels Position als Amerikas treuester und mächtigster Verbündeter im Nahen Osten stärken und enge strategische Beziehungen zwischen dem jüdischen Staat und den gegen den Iran ausgerichteten arabischen Ländern – den von Saudi-Arabien angeführten Golfstaaten und Ägypten – schmieden.

Um diese Ziele zu erreichen, hat Trump den Rückzug der USA aus dem offiziell als „Gemeinsamer umfassender Aktionsplan“ (JCPOA) bezeichneten Atomabkommen des Jahres 2015 mit dem Iran vollzogen. Seine Regierung hat harte Sanktionen gegen den Iran verhängt, die jeden Sektor der iranischen Wirtschaft in Mitleidenschaft ziehen und dazu geführt haben, dass einige ausländische Unternehmen keine Geschäfte mit dem Land mehr machen. Und in einem beispiellosen Schritt hat Trump im vergangenen Monat die zentrale Einheit der iranischen Streitkräfte, die Revolutionsgarden, zur Terrororganisation erklärt. Trumps falkenhafter Nationaler Sicherheitsberater John Bolton hat, unterstützt von Außenminister Mike Pompeo, kürzlich geäußert: „Die Vereinigten Staaten suchen keinen Krieg mit dem iranischen Regime, aber wir sind völlig darauf vorbereitet, auf jeden Angriff – sei es durch Stellvertreterkräfte, die Revolutionsgarden oder die regulären iranischen Streitkräfte – zu reagieren.“ Dies führt die USA und den Iran einen Schritt näher in Richtung einer militärischen Konfrontation, die entweder vorsätzlich oder durch eine Fehlkalkulation ausgelöst werden könnte.

Der Iran verfügt im Falle eines Krieges nicht über die militärischen Fähigkeiten, um Amerikas Feuerkraft zu widerstehen. Die USA können die iranischen Militäranlagen, Nuklearstandorte und wichtigen Infrastrukturanlagen sehr rasch vernichten. Auch könnten sie den Iran an einer Blockade der Straße von Hormus hindern, durch die etwa 30 Prozent des weltweiten Öls verschifft werden.

Doch ist der Iran in der Lage, einen – egal ob mit oder ohne Unterstützung Israels und Saudi-Arabiens geführten – US-Militärschlag für Amerika und die Region sehr teuer zu gestalten. Das iranische Regime ist möglicherweise in der Lage, einige Schiffe am engsten Punkt der Straße von Hormus – dort, wo die Schifffahrtslinien in beide Richtungen nur 3,2 km breit sind – zu versenken, um diese zu blockieren. Wichtiger ist, dass der Iran eine Strategie zur asymmetrischen Kriegsführung entwickelt hat, die sowohl auf Hard Power als auf Soft Power beruht. Obwohl der Iran zum Beispiel keine moderne Luftwaffe für den Kampf an vorderster Front hat, hat er beträchtliche Fortschritte bei der Entwicklung und Produktion von Kurz-, Mittel- und Langstreckenraketen gemacht, die Ziele bis hin nach Israel treffen können. Darüber hinaus könnte das Regime Wahrzeichen wie die Burj Khalifa in Dubai – das höchste Gebäude der Welt ? ins Visier nehmen, um eine regionsweite Finanzkrise auszulösen.

Selbst wenn die Präzision der iranischen Raketen nicht garantiert werden kann, könnten viele von ihnen doch den bestehenden Verteidigungssystemen ausweichen. Israels hochmodernes Raketenabwehrsystem Iron Dome etwa war nicht einmal in der Lage, alle der primitiven von Gaza aus abgeschossenen Raketen zu neutralisieren. Zudem hat das iranische Regime ein regionsübergreifendes Netz von Stellvertreterkräften geschmiedet. Syrien und der Irak haben sich zu entscheidenden Gliedern in einem vom Iran geführten strategischen schiitischen Bogen entwickelt, der von Afghanistan bis in den Libanon reicht. Zu den Stellvertreterkräften des Regimes gehören Teile der schiitischen Bevölkerung Afghanistans, irakische Schiitenmilizen und die Hisbollah, die den Südlibanon kontrolliert und tausende von Raketen in Bereitschaft hält, um damit Israel ins Ziel zu nehmen. Tatsächlich ist die Hisbollah aus ihrem Krieg mit Israel im Jahr 2006 stärker denn je hervorgegangen.

Darüber hinaus kann der Iran tausende von extrem entschlossenen Selbstmordattentätern dazu mobilisieren, sich für die Sache des schiitischen Islams und des Nationalismus, die das Regime erfolgreich gefördert hat, zu opfern. Diese Bombenattentäter sind in die iranischen Sicherheitskräfte und regionsübergreifend eingebettet. Das iranische Regime hat hart daran gearbeitet, seine nationale Sicherheit innerhalb eines stützenden regionalen Rahmens zu stärken. In einem Konflikt mit den USA wäre der Iran daher kein leichtes Opfer. Im Gegenteil: Ein größerer militärischer Angriff könnte zu einem unkontrollierbaren regionalen Inferno führen. Beide Seiten haben gute Gründe, keinen Krieg zu beginnen.

Aus dem Englischen von Jan Doolan. PS/IPG 14

 

 

 

 

Sieben Irrtümer über Sanktionen

 

Selten sind sie erfolgreich. Auch im Iran werden die US-Sanktionen weder Reformen noch einen Regimewechsel bewirken. Von Hassan Hakimian

 

Die von US-Präsident Donald Trump gegen den Iran verhängten Sanktionen haben begonnen, die Wirtschaft des Landes hart zu treffen. Die Inflation, die Präsident Hassan Rouhani anscheinend in den Griff bekommen hatte, ist mit voller Wucht zurückgekehrt und lag 2018 bei 31 Prozent. Nach Angaben des Internationalen Währungsfonds wird die Wirtschaft in diesem Jahr um 6 Prozent schrumpfen, und die Inflation könnte 37 Prozent erreichen. Viele Branchen befinden sich in großen Schwierigkeiten, und die Arbeitslosigkeit steigt. Mit dem Ziel, die iranischen Ölexporte auf null zu reduzieren, droht Trump mit Sanktionen gegen Länder wie China, Indien und Japan, die weiterhin iranisches Öl kaufen. 

Sind Trumps unilaterale Sanktionen in Anbetracht der Härte, mit denen sie Iran treffen, wirklich die „Wunderwaffe“, die sich seine Regierung erhofft? Seit dem Ersten Weltkrieg haben Regierungen zunehmend Wirtschaftssanktionen eingesetzt, um ihre internationalen politischen Ziele durchzusetzen. Einem Jahrhundert Erfahrung zum Trotz ist die Begründung für solche Maßnahmen jedoch alles andere als überzeugend. In den letzten Jahrzehnten hat die Zahl der Wirtschaftssanktionen sogar noch zugenommen. So wurden etwa in den 90er Jahren durchschnittlich sieben Sanktionsregelungen pro Jahr eingeführt. Von den 67 Fällen in diesem Jahrzehnt waren zwei Drittel einseitige Sanktionen, die von den Vereinigten Staaten verhängt wurden. Während der Präsidentschaft von Bill Clinton waren Schätzungen zufolge etwa 40 Prozent der Weltbevölkerung oder 2,3 Milliarden Menschen in irgendeiner Form von US-Sanktionen betroffen.

Tatsächlich wird die große Mehrheit der Sanktionen von großen Ländern gegen kleine Länder verhängt. Derzeit haben die USA weltweit fast 8.000 Sanktionen in Kraft, wobei der Iran das bei weitem größte staatliche Ziel ist. Darüber hinaus hat der Sicherheitsrat der Vereinten Nationen seit den 1960er Jahren 30 multilaterale Sanktionsregelungen auf Grundlage von Artikel 41 der UN-Charta verhängt. Die erfolgreichste von ihnen dürfte eine Schlüsselrolle bei der Beendigung der Apartheid-Regime in Südafrika und Südrhodesien (dem heutigen Simbabwe) gespielt haben. Neben bestimmten Ländern hat die UNO auch Sanktionen gegen nichtstaatliche Akteure wie Al Kaida, die Taliban und in jüngerer Zeit den sogenannten Islamischen Staat verhängt.

Höchst zweifelhaft bleibt jedoch, dass der Iran seine Politik, geschweige denn sein Regime, angesichts der Sanktionen von Trump ändern wird. Die einfache Wahrheit über Wirtschaftssanktionen ist, dass sie zwar weit verbreitet, aber oft vergeblich sind. Eine umfassende Studie über 170 Fälle aus dem 20. Jahrhundert, in denen Sanktionen verhängt wurden, kam zu dem Schluss, dass lediglich ein Drittel die erklärten Ziele erreicht hat. Eine andere Studie schätzt die Erfolgsquote von Sanktionssystemen auf weniger als 5 Prozent. 

Eine so hohe Misserfolgsquote deutet darauf hin, dass die Argumentationen, mit denen Regierungen Sanktionen rechtfertigen, oft Schwachstellen aufweisen, was es uns erschwert, ihre Grundlage und Wirksamkeit zu verstehen. Sieben Irrtümer oder Trugschlüsse fallen auf. Mit allen muss aufgeräumt werden. Erstens werden Sanktionen als eine sanftere und humanere Alternative zum Krieg gerechtfertigt. Dabei wird jedoch das Potenzial der internationalen Diplomatie zur Beilegung von Konflikten unterschätzt. Und in Wirklichkeit ebnen Sanktionen Kriegen oft den Weg, anstatt sie abzuwenden: So folgte etwa auf 13 Jahre internationale Sanktionen gegen den Irak die 2003 von den USA geführte Invasion.

Zweitens wird oft argumentiert, dass „Sanktionen, die weh tun, auch funktionieren“. Doch bei diesem Kriterium der Effektivität fehlt die Definition, was Erfolg bedeuten würde. Schlimmer noch, es steht im völligen Widerspruch zu Beweisen, die darauf hindeuten, dass Sanktionen große Teile der Zivilbevölkerung treffen – selbst wenn lebenswichtige Güter wie Lebensmittel und Medikamente ausgenommen sind. Sie hemmen Wirtschaftswachstum, untergraben die Produktion und lassen Unternehmen bankrottgehen, was zu höherer Arbeitslosigkeit führt. Sanktionen können zudem Inflation Vorschub leisten, indem sie Importe einschränken und Währungskrisen verschärfen.

Drittens gelten Sanktionen oft als „intelligent“ und „gezielt“. In der Praxis sind umfassende Wirtschaftssanktionen jedoch eine kollektive Bestrafung. Sie bringen die Mittelschicht in Bedrängnis und bedeuten eine unverhältnismäßige Belastung für die Ärmsten und Schutzbedürftigsten, die wohl die größten Opfer eben der Regime sind, die mit Sanktionen bestraft werden sollen. Viertens rechtfertigen einige Regierungen Sanktionen als Möglichkeit zur Wahrung und Förderung der Menschenrechte. Doch Beweise lassen darauf schließen, dass zivilgesellschaftliche Organisationen und NGOs im Allgemeinen zu den größten Verlierern von Sanktionen gehören. Autoritäre Regime stellen Sanktionen als ausländische Aggression und wirtschaftliche Kriegsführung gegen ihr Land dar und werfen Menschenrechtsaktivisten oftmals vor, gemeinsame Sache mit dem Feind zu machen. Von da an ist es nur noch ein kleiner Schritt bis im Namen der nationalen Sicherheit hart gegen solche Organisationen durchgegriffen wird.

Iran folgt diesem Muster. Trumps Ausstieg aus dem Atomabkommen mit Iran von 2015 im vergangenen Mai, verbunden mit der Verhängung einer neuen Runde von Sanktionen, hat die Hardliner in Iran ermutigt, die nun behaupten, ihr Misstrauen gegenüber den USA sei gerechtfertigt gewesen und Rouhanis gemäßigte Regierung unter Druck setzen. Ebenso führten Sanktionen gegen den Irak von Saddam Hussein in den 90er Jahren zur völligen Zerstörung der dortigen Zivilgesellschaft und trugen dazu bei, die Identitätspolitik und das Sektierertum anzuheizen, die dieses Land und die gesamte Region nach wie vor heimsuchen.

Eine fünfte Behauptung ist, dass Sanktionen notwendig und wirksam seien, um einen Regimewechsel herbeizuführen. Südafrika und Simbabwe zum Trotz ist dies wahrscheinlich das schwächste der sieben Argumente – wie die Langlebigkeit der sanktionierten Systeme in Ländern wie Nordkorea, Kuba und Myanmar zeigt. Sogar die Blockade, die seit Juni 2017 von Saudi-Arabien, den Vereinigten Arabischen Emiraten, Bahrain und Ägypten gegen Katar errichtet wurde, hat die Popularität des Emirs gesteigert und einen bedeutenden Teil der Bevölkerung dazu gebracht, sich hinter ihm zu stellen.

Sechstens heißt es, Sanktionen würden die betroffenen Regierungen schwächen. Doch durch die Verschlechterung des Geschäfts- und Investitionsklimas strapazieren Wirtschaftssanktionen vor allem den privaten Sektor. Wenn überhaupt, wird die Macht stärker zentralisiert und konzentriert, da die Regierungen angesichts der von ihnen verursachten Engpässe zunehmend die Versorgung mit strategischen Rohstoffen kontrollieren. Abschließend tragen Sanktionen angeblich wirksam zur Eindämmung der Verbreitung von Atomwaffen bei. Auch hier ist ihre Bilanz nachweislich schlecht. Seit dem Inkrafttreten des Nichtverbreitungsvertrags im Jahr 1970 sind vier Länder in den Besitz von Kernwaffen gelangt: Israel, Indien, Pakistan und Nordkorea. Drei von ihnen während sie von Sanktionen betroffen waren.

Letztendlich wird der Erfolg oder Misserfolg von Wirtschaftssanktionen daran gemessen, ob sie einen Regimewechsel bewirken oder das Verhalten einer Regierung verändern. Angesichts der vorherrschenden falschen Vorstellungen über ihre Grundlage ist es nicht verwunderlich – wie wir es im Iran wahrscheinlich wieder sehen werden –, dass sie so oft keines der beiden Ziele erreichen. Sicher ist, dass die Destabilisierung des Iran die Region gefährlicher denn je machen wird.

Aus dem Englischen von Sandra Pontow. PS/IPG 10

 

 

 

“Die zehn Gebote” von Sibiu

 

Die Erklärung, die weniger substantiell und spezifisch ist als die traditionellen Abschlüsse des Gipfels, skizziert grobe Ansätze für das, worauf sich die EU in den kommenden Jahren konzentrieren sollte, und schlägt keine konkreten Handlungsoptionen vor.

Die Staats- und Regierungschefs der EU-27 haben am Donnerstag, 9. Mai, zehn „Verpflichtungen“ für die nächsten fünf Jahre in Europa unterzeichnet, indem sie während der Eröffnungsphase eines informellen Gipfels, der der Zukunft des Blocks gewidmet ist, eine vage “Erklärung von Sibiu” verabschiedet haben.

Die Staats- und Regierungschefs brauchten nur wenige Minuten, um sich auf den Entwurf zu einigen, der letzte Woche weit verbreitet wurde und alles von der Verteidigung und Solidarität über die Rechtsstaatlichkeit bis hin zur Rolle der EU auf der Weltbühne umfasst.

„Wir werden weiterhin unsere Lebensweise, Demokratie und Rechtsstaatlichkeit schützen“, heißt es in der Erklärung. Sie kommt zu dem Schluss, dass die EU „globale Fragen wie die Erhaltung unserer Umwelt und die Bekämpfung des Klimawandels gemeinsam angehen wird“.

Die Erklärung, die weniger substantiell und spezifisch ist als die traditionellen Abschlüsse des Gipfels, skizziert grobe Ansätze für das, worauf sich die EU in den kommenden Jahren konzentrieren sollte, und schlägt keine konkreten Handlungsoptionen vor.

EU-Beamte haben den Text scherzhaft als „die zehn Gebote“ bezeichnet.

Brüssel war im vergangenen Jahr in einen langwierigen Rechtsstreit mit Ungarn und Polen verwickelt, während auch Rumänien den Zorn der EU-Chefs hervorgerufen hatte. Alle drei Länder haben sich jedoch trotzdem der Erklärung angeschlossen, was deutlich macht, wie vage die Verpflichtungen tatsächlich sind.

Die Erklärung verpflichtet sich, „die regelbasierte internationale Ordnung aufrechtzuerhalten und weiterzuentwickeln.“ Die Erklärung kommt nur einen Tag, nachdem der Iran angekündigt hat, dass er die Umsetzung von Teilen des richtungsweisenden Atomabkommens einstellen wird, einem Juwel in den außenpolitischen Bemühungen der EU, das nach der Aufkündigung durch US-Präsident Trump im vergangenen Jahr zusammenzubrechen begann.

Bei der Ankunft auf dem Gipfel im rumänischen Sibiu bestand der französische Präsident Emmanuel Macron darauf, dass das Abkommen „gerettet werden muss“ und forderte Teheran auf, „eine Eskalation“ der Situation zu vermeiden.“

Die Entscheidung des Iran war eine Reaktion auf Trumps Aufgabe des Atomabkommens, die die Bemühungen der EU um den Schutz der regelbasierten internationalen Ordnung weiter behinderte, nachdem Trump auch die Beteiligung der USA am Pariser Abkommen zum Klimawandel ablehnte.

Umweltaktivisten kamen nach Sibiu, um die Regierungschefs aufzufordern, den Klimawandel ganz oben auf ihre Agenda zu setzen. Die Grünen enthüllten jedoch, dass der Bürgermeister der Stadt keine Genehmigung für den Demonstrationszug erteilt hatte.

Die Demonstranten schafften es dennoch, ihren Stimmen Gehör zu verschaffen, und das inmitten der hohen Sicherheitsmaßnahmen, von denen die Einheimischen sagten, dass sie ein Überbleibsel der kommunistischen Zeit seien.

Greenpeace kritisierte ebenfalls die Erklärung von Sibiu, die den Klimawandel als „Fußnote zu einem nachträglichen Gedanken in ihrer Erklärung über die Zukunft Europas“ bezeichnet. Das Vorstandsmitglied Jennifer Morgan sagte, sie sei „entsetzt“ über den Inhalt des Textes.

Bei dem ersten Treffen der europäischen Staats- und Regierungschefs, das auf hoher Ebene stattfinden sollte, nachdem das Vereinigte Königreich den Block hätte verlassen sollen, wurde die Erwähnung des Wortes „Brexit“ auf ein absolutes Minimum beschränkt.

Der Präsident der Europäischen Kommission, Jean-Claude Juncker, sagte den Reportern bei der Ankunft in Sibiu: „Wenn sie bleiben, bleiben sie. Wenn sie gehen, gehen sie“, während ein EU-Diplomat vor dem Gipfel sagte, dass „dies ein Brexit-freier Gipfel ist und alle erleichtert sind“.

In Siebenbürgen werden derzeit Gespräche über die strategische Agenda für die nächsten fünf Jahre geführt, die wesentlich konkreter sein dürfte als die Erklärung. Außerdem wird diskutiert, wie der Block seine Spitzenposten nach den EU-Wahlen Ende Mai verteilen könnte.

Führungskräfte wie der Luxemburger Xavier Bettel und die Litauerin Dalia Grybauskaite machten deutlich, dass das derzeitige System, der Spitzenkandidat-Prozess, diesmal wahrscheinlich abgeschafft wird.

[Bearbeitet von Zoran Radosavljevic] Sam Morgan, EA 10

 

 

 

Der Europarat – kleiner Bruder der EU?

 

Europa besteht nicht nur aus der EU mit ihren 28 Mitgliedsstaaten – daneben gibt es noch den älteren Europarat mit 47 Mitgliedern. Am Europatag spricht Euractiv mit dem früheren Leiter des Rates über dessen Rolle neben der EU. Von Herbert Vytiska

 

Walter Schwimmer gehörte ab 1991 der österreichischen Delegation bei der Parlamentarischen Versammlung des Europarats an. Von 1999 bis 2004 war er Generalsekretär des Europarats.

Im Europarat sind alle Staaten vertreten, auch jene, die nur zu einem Teilbereich auf dem Boden des europäischen Kontinents liegen. Er ist primäre eine Gesprächsplattform und weniger ein Entscheidungsgremium. Heute vor 70 Jahren, am 9. Mai 1949, wurde der Europarat gegründet, gerade einmal 10 Staaten waren damals mit dabei. Heute umfasst der Europarat 47 Mitglieder. Bei seiner Gründung war der Europarat der erste Anlauf für eine Friedensgemeinschaft. 1957 wurde schließlich die EWG gegründet, die später zur EU werden sollte. Der Europarat steht daneben im Schatten. Doch er hat auch eine etwas andere  Aufgabenstellung: Er dient als Forum für Debatten über allgemeine europäische Fragen zur Sicherung demokratischer Grundsätze, rechtsstaatlicher Grundprinzipien und er soll die kulturelle Zusammenarbeit zwischen den Staaten fördern. Das hat auch mit dem Zeitpunkt seiner Gründung zu tun – denn nach zwei Weltkriegen waren die europäischen Staaten auf der Suche nach einem Miteinander.

Der Österreicher Walter Schwimmer war von 1999 bis 2004 Generalsekretär dieser Organisation. Im Gespräch mit Euractiv schildert er, welche Leistungen der Europarat in der Vergangenheit erbracht hat und welche Aufgaben er vor allem für die Zukunft haben sollte.

Euractiv: Nach dem Fall des Eisernen Vorhangs wurde erstmals eine EU-Mitgliedschaft erstmals für jene ehemaligen kommunistischen Volksrepubliken möglich, die über 30 Jahre in einer anderen Welt gelebt hatten. Stimmt es, das der Europarat jene Organisation war, die ihnen beim Übergang zum westlich parlamentarischen System und der Anpassung der Rechtssysteme half?

Schwimmer: Es war in der Tat der Europarat, der nach dem Fall der Berliner Mauer und des Eisernen Vorhangs den neuen Demokratien die Tür zum gemeinsamen Haus Europa eröffnete. Der Wiener Gipfel des Europarates fand im Oktober 1993 auf Initiative des damaligen österreichischen Außenministers Alois Mock in Wien statt. Anlass des Gipfels waren die tiefgreifenden Veränderungen in der politischen Landschaft Europas in den Jahren 1989 und 1990. Der Gipfel hatte sich zum Ziel gesetzt, die Weichen für die Rolle, die der Europarat im Rahmen der neuen politischen Architektur Europas übernehmen sollte, zu setzen.

In der „Wiener Erklärung“, die von den damals 32 Staats- und Regierungschefs angenommen wurde, wird der Europarat als jene Institution genannt, die in der Lage sei, die neuen Demokratien auf gleichberechtigter Basis zu integrieren und damit zum einem zentralen Faktor im Prozess der europäischen Konstruktion zu machen.

Hat der Europarat also auch Vorarbeit für die Verhandlungen dieser Staaten mit der EU geleistet?

Auf jeden Fall. Die EU-Erweiterungen 2004, 2007 und 2013 wären ohne die Arbeit des Europarates in den Reformprozessen der Erweiterungsländer kaum denkbar gewesen. Als ich als Gast der griechischen Präsidentschaft am 16. April 2003 in Athen der Unterzeichnung  des Erweiterungsvertrages mit den zehn Neuen beiwohnen konnte, bedankten sich vor der Zeremonie die Delegationen aller zehn, einschließlich Maltas und Zypern, was der Europarat für ihre Länder und deren Europareife geleistet hätte.

Die Erfahrungen des Europarates und die Ergebnisse seiner Monitoring-Verfahren über die Einhaltung der Mitgliedspflichten und speziell eingegangener Verpflichtungen sind später in die Überprüfungen der Beitrittsreife der EU eingegangen.

Was waren damals zentrale Erfahrungen, die man im Umgang mit diesen Staaten sammelte? Gab es da sicher unterschiedliche Zugänge und Vorstellungen.

Besondere Schwierigkeiten hatten einige der neuen Demokratien mit Fragen nationaler Minderheiten, weil oftmals Separationsbestrebungen befürchtet wurden. Da die EU in einigen der alten Mitgliedsstaaten, speziell Spanien – Baskenland und Katalonien – und dem Vereinigten Königreich – Nordirland und Schottland – keine eigene Minderheitenpolitik entwickelte, stützte man sich auf den Europarat und seine Instrumente, um Rahmenkonvention zum Schutz nationaler Minderheiten und eine Charter der Regional- und Minderheitensprachen zu entwickeln.

Macht die Parallelität von EU und Europarat noch Sinn? Welche Existenzberechtigung hat der Europarat heute und in Zukunft?

Diese Diskussion war nie eine ernsthafte. Die Frage, ob sich der Europarat auf seine Kernfunktion – Demokratie, Rechtsstaat, Menschenrechte – zurückziehen sollte, taucht allerdings immer wieder auf. Das hat allerdings mehr mit Einsparungswünschen bei den Mitgliedsbeiträgen insbesondere der „big payers“ als mit Doppelgleisigkeiten mit der EU zu tun. Die gibt es auch in den sogenannten Kernbereichen, siehe z.B. Grundrechtecharta der EU oder Beobachtungsstelle für die Menschenrechte der Union in Wien.

Ich bin überzeugt davon, dass der Europarat seine Aktivitäten in den Bereichen Kultur, Erziehung, Jugend, Soziales, aber auch der rechtlichen Zusammenarbeit in vielen Bereichen der Wirtschaft nicht aufgeben darf, weil sie für das größere Europa, eben das der 47 und hoffentlich eines Tages 48, nach wie vor wichtig sind.

Die Grundwerte Demokratie, Rechtsstaat und Menschenrechte können nicht losgelöst von der kulturellen Identität Europas und auch seines auf christlich-jüdischen und humanistischen Werten beruhenden Solidaritätsbegriffes gesehen werden. Auch dafür steht der Europarat.

 

Was könnte der Europarat tun, wo die EU sich passiv oder sogar nachlässig zeigt?

Was zu wenig genützt wird, ist die Rolle des Europarates als Plattform für den politischen Dialog innerhalb des größeren Europas und nach außen als die politische Vertretung Gesamteuropas. Er könnte z.B. eine stärkere Rolle zur Lösung des Ukraine-Konflikts spielen. Das gilt auch in der Türkeifrage, wo alle Grundwerte des Europarates auf dem Spiel stehen. Die EU hat relativ wenig Hebel, nachdem Erdogan sich von der Beitrittsperspektive de facto verabschiedet hat und in der Flüchtlingsfrage auf dem längeren Ast sitzt. Steht allerdings die Europaratsmitgliedschaft auf dem Spiel, hat die Türkei schon in der Vergangenheit immer wieder eingelenkt.

Wie sollen sich die Beziehungen zwischen EU und Europarat zukünftig entwickeln?

Der Vertrage über die Europäische Union sieht die Herbeiführung „jeder zweckdienlichen Zusammenarbeit mit dem Europarat“ vor. Abgesehen davon gibt es bereits vielfältige Beziehungen der beiden Institutionen, die auch mit Missionen, einer Art von Botschaften, am jeweiligen Sitz des anderen vertreten sind.

Aber es stellt sich tatsächlich die grundsätzliche Frage, wie die Beziehungen weiter gestaltet werden sollen. Die EU handelt immer mehr und immer öfter, auch im internationalen Bereich, wie ein Staat, ohne ein solcher zu sein. Souveränitätsrechte der EU-Mitgliedsstaaten wurden an die Europäischen Institutionen abgegeben, in vielen Bereichen werden Kompetenzen zwischen der Union und ihren Mitgliedern geteilt. Jene bereits 27 (ohne UK) von 47 Mitgliedern des Europarates, die auch zugleich der EU angehören, können sich somit gar nicht mehr voll in die zwischenstaatliche Zusammenarbeit einbringen.

Auch im Europarat gibt es Sand im Getriebe. So wurde Russland nach der Krim-Invasion das Stimmrecht entzogen. Moskau hat daraufhin seine Zahlungen eingestellt. Welchen Reformbedarf hätte der Europarat?

Es muss vor allem die politische Verantwortung des Europarates stärker herausgestrichen werden. Nur so kann inneren und äußeren Krisen langfristig und nachhaltige vorgebeugt werden.

Was wären konkrete Schritte?

Um seine Wahrnehmbarkeit, nicht bloß in der Öffentlichkeit, sondern im Besonderen auch bei den politischen Entscheidungsträgern zu verstärken, sollten die Fachministerkonferenzen des Europarates aufgewertet ähnlich dem Ministerrat der EU tätig werden. Neben den nationalen Ministern sollte auch der zuständige EU-Kommissar der Fachministerkonferenz angehören.

Auch auf parlamentarischer Ebene wäre eine stärkere Verflechtung der Parlamentarischen Versammlung und der nationalen Parlamente denkbar. Zum Beispiel könnten die entsprechenden Mitglieder über ihre Tätigkeit im Europaausschuss des nationalen Parlaments berichten. Auf informeller Ebene könnte ich mir auch Treffen zum Gedankenaustausch und zur Abstimmung zwischen der Delegation unserer Parlamentarischen Versammlung sowie der Mitglieder des EU-Parlaments vorstellen. EA 9

 

 

 

Zivile Seenotrettung. Wie Grundwerte der EU mit Füßen getreten werden

 

Nach dem Aus für die EU-Mission „Sophia“ ist die zivile Seenotrettung im Moment die einzig erträgliche Antwort gegen das Sterben im Mittelmeer. Statt sie zu honorieren, wird sie kriminalisiert. Das ist nichts anderes als die Grundwerte der EU mit Füßen zu treten. Von Elmedin Sopa

 

Die Europäische Union verkündete das Aus für ihre Mission „Sophia“, die tausende Menschen vor der Küste Libyens rettete. Die Einstellung der Mission ist dem Streit zwischen den Mitgliedstaaten geschuldet, die sich nach wie vor auf Verteilmechanismen der Geretteten nicht einigen können. Dass dadurch auch die Solidarität unter den Mitgliedstaaten als Ausdruck der Grundwerte der EU missachtet wird, das hat höchstens den Charakter einer Randnotiz.

Denn dort, wo staatliche Strukturen sich zurückziehen, ist das Handeln privater Rettungsmaßnahmen unabdingbar. Die Pflicht der Seenotrettung ergibt sich aus Völkergewohnheitsrecht, an das sich jeder Staat halten muss. Diese resultiert aus jahrhundertealter Tradition in der Schifffahrt. Die Pflicht zur Rettung von in Seenot geratenen Personen trifft somit jedes Schiff auf See, unabhängig von Flagge, Ziel oder Zweck. Schon in der ersten Kodifizierung über Seenotrettung wird deren Bedeutung hervorgehoben, sodass auch feindlichen, in Seenot geratenen Schiffe Hilfe zu leisten ist. Seit jeher unterliegt diesem Prinzip der Gedanke der Völkergewohnheitsrechts, dass kein Seegebiet unüberwacht bleibt und ein Schiff in der Not jederzeit Hilfe anfordern kann und diese, ohne dass das herbeieilende Schiff sich selbst gefährdet, auch erhalten muss.

Auf der anderen Seite des Mittelmeers wird der Einsatz der libyschen Küstenwache erwartet und die Verantwortung von der Europäischen Union auf diese abgewälzt. Libyen, ein Land, das seit dem Tod von Muammar al-Gaddafi von inneren Machtkämpfen und bürgerkriegsähnlichen Zuständen geplagt wird und nicht zur Ruhe kommt. Ausgerechnet dieses Land soll eine sichere Bleibe für Geflüchtete sein.

Laut dem letzten Bericht des Hohen Kommissars der Vereinten Nationen für Menschenrechte sind Geflüchtete in Libyen schwersten Menschenrechtsverletzungen ausgesetzt. Sie werden Ziel rechtswidriger Tötungen, Folter, Vergewaltigung und Misshandlungen verschiedenster Art. Auch das Auswärtige Amt konstatierte „KZ-ähnliche Zustände“ und systematische Menschenrechtsverletzungen in den Unterbringungen von Geflüchteten, die vielmehr ein Gefängnis für sie sind.

Die neusten Entwicklungen um die Machtübernahme durch den selbsternannten Feldmarschall Khalifa Haftar verschlimmern die Situation vor Ort. Dass Libyen und seine Küstenwache nicht in der Lage sind Seenotrettung im Mittelmeer zu gewährleisten, viel schlimmer noch, Menschen bewusst ertrinken lassen und zivile Seenotrettung behindern, hat die New York Times ausführlich dokumentiert. Darauf zu setzen, dass Libyen sich dieser Verantwortung gerecht wird, setzt einen politischen Willen der EU voraus, untätig zu bleiben.

Zurückweisungen nach Libyen

Oft hört man den Vorschlag, dass Menschen im Mittelmeer gerettet werden, aber bitte doch wieder nach Libyen zurückschicken. Menschen nach Libyen zurückzubringen verstößt gegen das Gebot der Nichtzurückweisung (auch bekannt als Non-refoulement-Gebot), das sowohl in Art. 33 des Abkommens über die Rechtsstellung der Flüchtlinge (auch bekannt als Genfer Flüchtlingskonvention) als auch in Art. 19 Absatz 2 der Charta der Grundrechte der Europäischen Union verankert ist, solange in dem jeweiligen Land Menschen die Todesstrafe, Folter oder ernsthafter Schaden drohen.

Die Wichtigkeit der Einzelfallprüfung hat der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte (EGMR) in dem Grundsatzurteil Hirsi Jamaa and others v. Italy (Application no. 27765/09) entschieden. Die Europäische Menschenrechtskonvention (EMRK), der alle EU-Staaten beigetreten sind, entfaltet ihre Geltung auch auf Hoher See, weil Staaten ihre Hoheitsgewalt auch auf ihren Schiffen faktisch ausüben. Solange sich nicht die Situation in Libyen nachweislich verbessert und die Menschenrechte der Geflüchteten gewährleistet sind, ist eine Aus- oder Zurückweisung nach Libyen mit den Prinzipen des Non-refoulement nicht vereinbar.

Die Mär vom „Pull-Effekt“ durch zivile Seenotrettung

Die zivile Seenotrettung ist vermehrt dem Vorwurf ausgesetzt, dass sie durch ihre Einsätze im Mittelmeer den Anreiz verstärken und Menschen nahezu animieren, den Weg nach Europa durch das Mittelmeer auf sich zu nehmen, weil sie ohnehin von einem Rettungseinsatz ausgingen. Ihnen wird dadurch eine proaktive Rolle zugeschrieben, dass die Versuche, das Mittelmeer zu überqueren, zunehmen würden.

Zahlen hierfür gibt es keine. Im Gegensatz, eine Studie der University of Oxford sieht darin keine signifikanten Veränderungen. Die gemessenen Zahlen der Ankünfte verhalten sich in Zeiten der Missionen von Mare Nostrum (November 2013 – Mai 2014), Triton I (November 2014 – Mai 2015) und Triton II (November 2015 – Mai 2016) in der Relation zueinander ohne bemerkenswerte Unterschiede. Mit einer Ausnahme: Die Sterblichkeitsrate steigt, wenn im Mittelmeer die Seenotrettung heruntergefahren wird. Die Studie kommt zum Ergebnis, dass die EU, eine humane Politik im Zusammenhang mit dem Sterben im Mittelmeer zu finden, gescheitert ist. In den letzten 16 Jahren sind über 30.000 Menschen gestorben und eine Lösung sei nicht in Sicht.

Die zivile Seenotrettung ist nichts anderes als ein Symptom der gescheiterten EU-Politik zum Thema Flucht und Migration. Zivile Akteur*innen setzen dort an, wo der Staat oder eine Staatengemeinschaft ihrer eigenen Verpflichtungen und Grundwerten nicht nachkommt. Sie zu kriminalisieren, gar bei ihren Einsätzen zu behindern, wird das Sterben im Mittelmeer nicht aufhalten. Die Verantwortung nach Libyen zu verlagern, in dem Glauben, dass sich dort das Problem erübrigen wird, ist töricht und verkennt die globalen Zusammenhänge von Flucht und Migration, für die auch die EU unmittelbar und mittelbar verantwortlich ist. Wer das Meer vor der Küste Westafrikas leerfischt und dort Fleisch ganz billig und ohne Rücksicht auf den heimischen Markt importiert, nimmt auch die Zerstörung der Existenzgrundlage der Menschen vor Ort in Kauf.

Auf die zivile Seenotrettung einzudreschen heißt nichts anderes als die Grundwerte der EU mit Füßen zu treten. Denn diese Menschen, die übrigens Europäer*innen sind, machen nichts anderes als die Verantwortung der Gemeinschaft zu übernehmen, die aufgrund ihrer Untätigkeit das Sterben im Mittelmeer nicht verhindert. Das Sterben von Menschen im Mittelmeer ist schlichtweg durch nichts zu rechtfertigen. MiG 9

 

 

 

Einwanderungspolitik. Opposition kritisiert Gesetzentwurf zur Fachkräftezuwanderung

 

Mehr als eine Million Fachkräfte fehlen der Wirtschaft in Deutschland. Nun hat die Regierung ein Einwanderungsgesetz auf den Weg gebracht. Innenminister Seehofer spricht von einer historischen Weichenstellung. Die Opposition ist nicht überzeugt.

Ein neues Zuwanderungsgesetz soll dem zunehmenden Fachkräftemangel entgegenwirken – stößt in der Opposition aber auf Kritik. Bei der ersten Beratung des Entwurfs eines Fachkräfteeinwanderungsgesetzes am Donnerstag im Bundestag kritisierten FDP, Linke und Grüne, dass die Pläne nicht weit genug gingen. Die AfD forderte mehr Initiativen „für die eigene Jugend“. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sprach indes von einer „historischen Weichenstellung“ hin zu einer modernen Migrationspolitik.

In Deutschland werden derzeit laut Gesetzentwurf rund 1,2 Millionen Fachkräfte gesucht, etwa in der Pflege oder auf dem Bau. Die Bundesregierung wertet diesen Mangel an Personal als Risiko für die Wirtschaft. Verschärft wird die Lage der Einschätzung nach noch durch die älter werdende Gesellschaft. Mit dem Fachkräfteeinwanderungsgesetz wollen Union und SPD Ausländern, die eine berufliche Ausbildung haben, daher die Möglichkeit geben, zum Arbeiten nach Deutschland zu kommen. Bislang ist das bis auf wenige Ausnahmen für ausgewählte Branchen nur Akademikern möglich.

Geordnete Zuwanderung

Gekoppelt ist das Gesetz mit einer Strategie, mit der man dem zunehmenden Fachkräftemangel begegnen will. Zudem soll eine darüber geordnete Zuwanderung dazu beitragen, die irreguläre Migration nach Deutschland einzuschränken. Zum Gesetzespaket gehört außerdem die sogenannte Beschäftigungsduldung, über die der Bundestag ebenfalls beriet. Ausländer ohne Aufenthaltsrecht in Deutschland, die nur geduldet sind etwa weil sie nicht abgeschoben werden können, sollen damit die Chance auf einen legalen Status erhalten. Voraussetzung dafür ist vor allem ein Ausbildungs- oder Arbeitsplatz in einem bestimmten Umfang, der den Lebensunterhalt sichert.

Seehofer sagte, der von der großen Koalition vorgelegte Entwurf sei geeignet, legale Migration zu stärken und illegale zurückzudrängen. Das Gesetz sei zugleich ein klares Bekenntnis zur Einwanderung aus Drittstaaten außerhalb der Europäischen Union, aber keine Spielart des Asylverfahrens. Auch wenn zuallererst das Potenzial im Inland und in Europa ausgeschöpft werden solle, reiche dies langfristig nicht aus. Mit dem neuen Gesetz werde es klare Kriterien geben, wer unter welchen Voraussetzungen kommen dürfe. Deutschland werde dabei jederzeit die Kontrolle darüber behalten, wer ins Land komme, versicherte der Innenminister.

FDP: Entwurf mutlos und uninspiriert

Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) warb für die geplante Beschäftigungsduldung. Es mache keinen Sinn, Fachkräfte mühsam aus dem Ausland anzuwerben und gleichzeitig die Fachkräfte, die schon im Land seien, abzuschieben.

Nach Meinung von FDP-Abgeordneten ist der Entwurf hingegen mutlos und uninspiriert. Generalsekretärin Linda Teuteberg geht davon aus, dass mit den Neuregelungen höchstens 25.000 Menschen zusätzlich nach Deutschland kommen. Sie forderte ein Punktesystem, über das jene Menschen, die Qualifikationen, Berufserfahrung und Deutschkenntnisse mitbrächten, leichter ein Visum für die Jobsuche in Deutschland bekämen.

Linke kritisiert hohe Hürden

Die Linksfraktion kritisierte weiterhin „viel zu hohe Hürden“ für Zuwanderer. Parlamentarierin Susanne Ferschl sagte zugleich, dass es in Deutschland aber auch bei der Qualität der Arbeit hake. Miese Löhne und Arbeitsbedingungen seien eben auf Dauer nicht attraktiv. Grünen-Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt betonte, der Entwurf von Union und SPD wirke so, als wolle man die Fachkräfteeinwanderung eigentlich nicht, sei aber getrieben. AfD-Politiker Gottfried Curio sagte hingegen, das Gesetz werde die Armutsmigration von „Niedriglohnsklaven“ anheizen.

Die Kommunen warnten derweil davor, Ausländer bereits zur Suche nach einem Job oder Ausbildungsplatz ins Land zu lassen. „Die Gefahr, dass die Betroffenen bei ergebnisloser Suche nicht freiwillig ausreisen werden, ist zu groß“, sagte der Hauptgeschäftsführer des Deutschen Städte- und Gemeindebunds, Gerd Landsberg, der „Neuen Osnabrücker Zeitung“. Die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl kritisierte wiederum, dass wegen der vorgesehenen sechs- bis zwölfmonatigen Wartezeit nur wenige Geduldete von dem Gesetz profitieren werden. (epd/mig 10)

 

 

 

20 Jahre Euro, 10 Jahre Krise: Die OeNB-Chefökonomin zieht Bilanz

 

Doris Ritzberger-Grünwald ist die Direktorin der Hauptabteilung Volkswirtschaft der Oesterreichischen Nationalbank. Von Alicia Prager

 

Die Oesterreichische Nationalbank (OeNB) lud am 2. und 3. Mai zur ihrer Jahreskonferenz zum Thema 20 Jahre Euro. Ein Anlass, über die Rolle der Zentralbanken in Europa nachzudenken. Die OeNB-Chefökonomin Doris Ritzberger-Grünwald erzählt im Interview, wie sich der volkswirtschaftliche Instrumentenkasten durch die Krise verändert hat, was noch zu tun bleibt und welche internationalen Herausforderungen auf Europas Finanzwesen zukommen.

EURACTIV: Vor 20 Jahren haben elf EU-Staaten den Euro als gemeinsame Währung eingeführt. Was hat gut funktioniert, wo muss nachgebessert werden?

Ritzberger-Grünwald: Vereinfacht kann man diese 20 Jahre in zwei Etappen einteilen. Die ersten zehn Jahre werden oft als „goldene Jahre“ bezeichnet. Die Wirtschaft ist gewachsen, die Arbeitslosigkeit war relativ niedrig. Alles lief nach Plan. 2008 kam die große Finanzmarktkrise – diese hat die zweite Hälfte bestimmt. Die große Frage, die wir uns jetzt von der Seite der Geldpolitik stellen, ist: Wie hat sich die EZB geschlagen? Wurden die richtigen Instrumente eingesetzt? War man rechtzeitig dran? Sehr viele stellen einen recht positiven Befund aus.

Und jetzt ist die Frage, wie wir zu einem „New Normal“ kommen [Anm. d. Red.: Als „New Normal“ wird die Neugestaltung der Finanzwirtschaft nach der Krise bezeichnet] und wie es in Zukunft weitergehen soll. Allen ist jedenfalls klar, dass wir nicht so schnell zur Normalität zurückkehren, wie gedacht. Die Wirtschaftsdaten sind im Moment leider nicht so gut, wie erhofft. Insofern muss man mit diesem „New Normal“ noch etwas warten. Aber im Großen und Ganzen sind wir ganz gut aufgestellt. Man hat im Euro-Raum viele neue Instrumente geschaffen. Neue Instrumente, die auch bei anderen Notenbanken in Kraft sind und teils von anderen übernommen wurden. Das reicht von TLTRO’s – langfristigen Liquiditätsbereitstellungen zur Kreditbelebung – bis zu den teilweise umstrittenen Negativzinsen.

Diese neuen Instrumente werden wahrscheinlich bleiben. Man wird vielleicht nicht immer alle benutzen, aber wir haben sie auf Vorrat, um sie im Fall des Falles aktivieren zu können.

Das klassische Instrument ist der Leitzins. Der ist aber derzeit so niedrig, dass die EZB kaum mehr Spielraum nach unten hat. Wie wäre sie heute aufgestellt, um auf eine Krise zu antworten?

Die EZB könnte noch viel mehr Papiere kaufen, wenn sie müsste. Andere Länder haben mehr gekauft und das ist gut gegangen. Eine große Veränderung, die man nicht übersehen sollte, ist, was derzeit im Bereich von Tenderoperation gemacht wird [Anm. d. Red.: Das wichtigste Instrument der EZB, über das die Zinsen und die Liquiditätslage gesteuert werden und der geldpolitische Kurs verdeutlicht wird]. Früher war das sehr restriktiv. Da gab es Auktionen, in denen Banken um das verfügbare Geld geboten haben. Also nach dem Motto: Wer bietet mehr. Wer mehr geboten hat, hat das Geld dann bekommen. Heute ist es so: Wenn die Banken die Sicherheiten haben, die wir vorschreiben, dann bekommen sie so viel Geld wie sie wollen.

Alle diese Instrumente haben kleine Schrauben, an denen man drehen könnte, um noch mehr zu tun. Aber eigentlich hoffen alle, dass das nicht notwendig ist, weil der Instrumentenkasten schon sehr breit aufgestellt ist. Er wirkt auch, beziehungsweise haben wir mehr Erfahrung bei der Anwendung. Also zum Beispiel, wie Forward Guidance wirkt [Anm. d. Red.: Die Kommunikation einer Zentralbank über ihre zukünftige Geldpolitik. Etwa Mario Draghis berühmtes „Whatever it takes“] – wie schnell das wirkt, welche Marktsegmente es erreicht. Darauf lässt sich gut aufbauen, falls es wirklich notwendig sein sollte.

Frankreich und Deutschland haben vergangene Woche einen gemeinsamen Vorschlag zur Schaffung eines neuen „Haushaltsinstruments der Eurozone“ vorgelegt. Was steht drin?

Wie muss es in der Eurozone jetzt weitergehen? Welche Reformschritte sollen als nächstes kommen?

Es fehlt noch einiges, um die Eurozone zu vervollständigen. Stichwort Bankenunion, Stichwort Kapitalmarktunion, Stichwort Euroraum-weite Einlagenversicherungen. Vielleicht schaffen wir es sogar irgendwann, uns auf eine zentralisierte Fiskalpolitik zu einigen. Das muss nicht unbedingt bedeuten, dass es einen gemeinsamen Finanzminister gibt und alle Budgets von Brüssel aus gesteuert werden. Aber die eine oder andere Aufgabe könnte zentralisiert werden – etwa bei Infrastrukturinvestitionen. Die sind ja zu einer sehr internationalen Angelegenheit geworden. Wenn sie etwa eine Eisenbahntrasse von Norden nach Süden bauen wollen, brauchen sie dazu wahrscheinlich fünf, sechs Länder, die mitziehen. Da macht es schon Sinn, auch auf der fiskalpolitischen Ebene mehr zu zentralisieren, um leichter zu Entscheidungen zu kommen.

Während der Krise haben wir gesehen, wie sehr sich viele auf den Euro beziehungsweise auf die EZB verlassen haben. Nach dem Motto: Die EZB wird es schon richten. Aber das geht nicht ewig und es würde viel besser funktionieren, wenn andere wirtschaftspolitische Bereiche mit an einem Strang ziehen.

Derzeit schwächelt die Wirtschaft in Europa. Was lesen Sie daraus?

Da wird das zweite Halbjahr 2019 sehr spannend, weil man da sehen wird, ob wir im ersten Quartal nur eine Konjunkturdelle gehabt haben oder ob die Wirtschaft wirklich weiter runterrutscht und die nächste Rezession kommt. Ich hoffe natürlich nicht, aber es wird spannend, wenn klar wird, ob das der Fall ist. Sowohl für die Geldpolitik als auch für die Banken.

Nehmen wir an, es ist nicht bloß eine Delle. Was würde das für Europa bedeuten?

Das würde bedeuten, dass wir einen Konjunkturabschwung sehen. Das ist allerdings auch normal nach einer Phase der Hochkonjunktur. Wichtig ist, dass die Wirtschaft nicht zu drastisch abstürzt und da ist für mich persönlich das Thema Vertrauen sehr wichtig. Wir haben schon bei der letzten großen Krise gesehen, dass es wirklich schwierig wird, sobald sich die Finanzmarktteilnehmer gegenseitig nicht mehr vertrauen. Oder wenn die Unternehmen das Vertrauen verlieren und aufhören zu investieren. Derzeit schwirren einige Faktoren herum, die das begünstigen könnten. Also zum Beispiel der Brexit: Ich höre immer mehr Unternehmen sagen, sie könnten mit einem Brexit ganz gut umgehen, sie sind vorbereitet. Vielleicht könnten sie mit einem Brexit sogar besser umgehen, als mit der jetzigen Situation, die nur Unsicherheit bedeutet. Dieses dauernde Verschieben, ohne klare Spielregeln zu haben – das ist es, was die Unternehmen offensichtlich als größtes Bedrohungsszenario empfinden.

In diesem Jahr werden einige Top-Positionen bei der EZB neu vergeben. Die Euroländer bringen nun langsam ihre Wunschkandidaten in Position.

Spüren Sie eine allgemeine Tendenz in der Welt, dass es weniger Klarheit gibt? Ein weniger sicheres Investitionsklima?

Ich habe das Gefühl, dass die Leute durch die neuen Medien sehr viel mehr Informationen haben als früher. Das bringt auf der einen Seite mehr Transparenz aber auf der anderen Seite kann diese Menge an Informationen auch zu mehr Verunsicherung führen. Dazu kommt die Globalisierung. Unsere Absatzmärkte sind jetzt mitunter sehr viel weiter von uns entfernt und die Märkte sind stärker miteinander verflochten. Man sieht viel mehr davon, was auf der anderen Seite der Welt passiert. Zum Beispiel das Stichwort Seidenstraße, die soll schließlich um die halbe Welt wachsen. Da sind extrem viele Investitionen unterwegs. Aber ob das gut geht und wessen Interessen da bedient werden…

Was ist Ihre Perspektive zur Seidenstraße? Eher positiv, eher skeptisch?

Heute hat bei der Konferenz jemand gesagt: Hier werden Investitionen vorangetrieben, die vor allem auch die Nachfrage in China ankurbeln sollen und die Finanzierung kommt aus China. Es ist ein chinesisches Projekt. Und im Wesentlichen geht es hier um chinesische Interessen. Aber natürlich sind viele dabei und wollen dabei sein und sollen auch dabei sein. Es könnte hier ein wirklicher Zusammenschluss passieren und eine bessere Infrastrukturschiene in diese Richtung der Welt entstehen. Aber ich glaube, es ist zu früh, das zu beurteilen und zu sagen, ob die Entwicklung gut oder schlecht ist. Sie überrascht mich jedenfalls nicht, China wird irgendwann in der Zukunft die dominierende Wirtschaftsmacht sein. Das ist eine simple Rechnung. Dass sie sich gut vernetzen wollen, ist klar. Die Chinesen zu ignorieren wäre jedenfalls der völlig falsche Weg. Kooperieren ist gut, aber es muss auf gleicher Augenhöhe passieren, also auf Gegenseitigkeit basieren. Das ist glaube ich der richtige Ansatz, den muss man auch transportieren. Wenn sie bei uns investieren, dann müssen wir auch bei ihnen investieren dürfen.

Beim Weltwirtschaftsforum in Davos kommende Woche sollen neue Lösungsansätze für globale Herausforderungen debattiert werden.

Wie ist der europäische Bankensektor in diesem internationalen Kontext aufgestellt?

Der Bankensektor in Europa wurde bisher kaum konsolidiert, das war auch ein großes Thema bei der Konferenz heute. Wir haben Tausende von Banken und das ist natürlich nicht so wahnsinnig produktiv. Die Wettbewerbsfähigkeit im internationalen Umfeld könnte sicher noch verbessert werden, um den Bankensektor schlagkräftiger zu machen. Es gibt über 6000 Banken in Europa, wir sind „overbanked“, wie wir sagen. Amerika dürfte da viel schlagkräftiger und effizienter aufgestellt sein.

Wie könnte man das lösen?

Man könnte den Zusammenschluss von Banken fördern. Gerade erst wurde in Deutschland versucht, zwei große Banken zusammenzuführen. Das ist nicht gelungen. Aber wenn riesige Einheiten aus Amerika oder aus Asien agieren, sind wir mit unseren vielen kleinen Einheiten unter Umständen nicht vorne dabei.

Das heißt Sie befürworten größere Banken?

Naja, natürlich sind kleinere Einheiten flexibler. Die Frage ist, wie der Bankenmarkt in Zukunft überhaupt aussehen wird. Wenn ich etwa an N26 denke, eine Bank die ausschließlich digital arbeitet, dann gibt’s da ja noch ganz andere Zukunftsszenarien. Aber es gibt sehr viele verschiedene Segmente im Bankenmarkt, die bearbeitet werden können, von Retail, Großkunden, Privatkunden, Start-Ups, Studenten, Senioren und so weiter. Da wird sich noch einiges tun, bis Europa die richtige Struktur findet. Vieles geht in Zukunft digital, aber sicher nicht alles. Ich kann mir nicht vorstellen, dass die ältere Generation da rasch und umfassend mitzieht. Das sind aber genau die, die das Geld haben. Die Studenten sind schon massiv auf den digitalen Plattformen unterwegs und die werden natürlich auch älter, treten in einen Job ein, verdienen Geld und können dann anlegen. Aber es gibt auch andere Altersgruppen, bei denen die Banken natürlich auch aktiv sein wollen. Da wird sich in den nächsten Jahren viel tun.

EA 7

 

 

 

Umfrage. Heimatbegriff im Umbruch – Nationalgefühl weniger wichtig

 

Heimt ist den Deutschen sehr wichtig, allerdings verstehen sie nicht unbedingt Deutschland darunter, sondern Familie, Freunde und Bekannte. Religion spielt einer aktuellen Studie zufolge hierbei kaum eine Rolle.

Der Heimatbegriff ist offenbar im Wandel: Unter Heimat verstehen die Deutschen einer Umfrage zufolge vor allem Familie und Freunde. Kultur, Religion und Grenzen seien für ihren Heimatbegriff nicht so bedeutend, heißt es in der „Vermächtnis-Studie“ der Hamburger Wochenzeitung „Die Zeit“. Danach nennen nur 59 Prozent Deutschland als Land als Heimat, für 49 Prozent ist es eine Kultur, die sie mit anderen Menschen teilen. Ganz am Ende der Liste steht eine gemeinsame Religion. Nur bei 18 Prozent der Menschen löst sie Heimatgefühle aus.

89 Prozent der Deutschen sagten in der Studie, dass ihnen Heimat sehr wichtig sei, wie es weiter hieß. Dabei würden 88 Prozent an einen Ort denken, an dem sie sich geborgen fühlen. 80 Prozent empfinden der Umfrage zufolge ihre Familie oder den Lebenspartner als Heimat, 68 Prozent Freunde und Bekannte. „Für 64 Prozent ist Heimat mit Erinnerung aus Kindheit und Jugend verbunden“, hieß es.

Die „Vermächtnis-Studie“ zeige in beeindruckender Weise, „wie Heimat in unserer Gesellschaft gesehen wird“, wird der Sozialforscher Jacob Steinwede vom Infas-Institut zitiert, das gemeinsam mit der „Zeit“ und dem Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung (WZB) die „Vermächtnis-Studie“ ausgeführt und finanziert hat. „Heimat ist für die Menschen in Deutschland vornehmlich durch die unmittelbare soziale Umgebung, durch menschliche Beziehungen geprägt.“ Es gehe um soziale Aspekte und die emotionale Ebene.

Differenz bei der Muttersprache

Ganz klar zeige die Studie auch, was Heimat für die Deutschen nicht bedeute, fügte der Infas-Wissenschaftler Steinwede hinzu: „Es ist keine Leitidee nationaler Identität damit verbunden.“ So unterschieden sich die Ansichten von Menschen mit und ohne Migrationshintergrund nicht wesentlich. So gibt es etwa für die Aussage „Deutschland, mein Land“ lediglich acht Prozentpunkte Unterschied.

Bemerkenswert sei zudem, dass Religion auch bei Personen mit Migrationshintergrund mit 22 Prozent den geringsten Stellenwert beim Heimatverständnis hat. Die größte Differenz bestehe bei der Frage, wie wichtig die Muttersprache ist. Sie ist für Personen mit Migrationshintergrund für das eigene Heimatverständnis weniger relevant. Für die „Vermächtnis-Studie“ wurden den Angaben zufolge von Mai bis September 2018 insgesamt 2.070 Menschen in Deutschland in Einzelinterviews befragt. MiG 17

 

 

 

 

Kriminalstatistik. Seehofer sieht „massives Problem“ von rechts

 

Die Kriminalstatistik zeigt einen Rückgang politisch motivierter Straftaten. Entwarnung gibt Innenminister Seehofer aber nicht. Dass die Taten Rechtsextremer nicht sinken, ihre Gewalttaten sogar zunehmen, sieht er als massives Problem.

Die Polizei hat 2018 deutlich mehr rassistische und antisemitische Straftaten registriert als im Jahr zuvor. Laut der am Dienstag in Berlin vorgelegten Statistik der politisch motivierten Kriminalität gab es 2018 1.799 judenfeindliche Straftaten – ein Plus von fast 20 Prozent gegenüber dem Vorjahr (1.504). Die Zahl rassistischer Straftaten ist um fast 400 auf 1.664 gestiegen. Überwiegend sind diese Taten dem rechtsextremen Spektrum zuzuordnen, wie das allgemein für den Großteil der politisch motivierten Statistik gilt.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sagte, diese Entwicklung müsse man „verdammt ernst“ nehmen. Auf dieser Seite habe man ein Problem „ganz, ganz massiv“.

Mehr Gewalttaten von Rechtsextremen

Die Statistik politisch motivierter Kriminalität weist für 2018 einen Rückgang von knapp neun Prozent beim Gesamtaufkommen der Straftaten aus. Gut 36.000 Straftaten gab es demnach (2017: rund 39.500). Mehr als die Hälfte der Straftaten (rund 20.400) sind dabei dem rechten Spektrum zuzuordnen. Linke Straftaten wurden knapp 8.000 gezählt. Der Rest entfällt auf den Bereich ausländischer oder religiöser Ideologie oder ist nicht eindeutig zuzuordnen.

Während linksextrem motivierte Straftaten – nach einem Anstieg im G-20-Gipfel-Jahr 2017 – dabei der Statistik zufolge deutlich zurückgingen, blieb die Zahl rechtsextrem motivierter Taten auf gleichem Niveau. Gewalttaten Rechtsextremer sind sogar um gut zwei Prozent gestiegen auf 1.156 Fälle (2017: 1.130). Für Seehofer ist die Statistik daher kein Grund zur Entwarnung. Trotz Rückgangs bleibe die Zahl der Taten auf hohem Niveau, sagte er.

Anstieg antisemitischer Taten

Besonders beunruhigt den Minister nach eigenen Worten der Anstieg antisemitischer Taten. Gerade in Deutschland müsse man sich dem mit allen Mitteln entgegenstellen, sagte Seehofer. Auch der Präsident des Bundeskriminalamts, Holger Münch, sagte, diese Entwicklung nehme er sehr ernst.

Fast 90 Prozent der antisemitischen Straftaten sind der Statistik zufolge rechtsextrem motiviert, für Seehofer eine „wichtige Feststellung“. Vor dem Hintergrund der Diskussion um die Genauigkeit der Statistik bei der Erfassung der Täter betonten Münch und Seehofer, beim Feststellen von Tätern habe sich in der Vergangenheit die Statistik bestätigt. Kritiker der derzeitigen Registrierweise befürchten, dass antisemitische Straftaten zu häufig als rechtsextrem eingestuft werden, wenn kein Verdächtiger bekannt ist, tatsächlich aber von anderer Seite begangen werden.

Über 900 islamfeindliche Straftaten

Wie aus der Statistik außerdem hervorgeht, wurden im Jahr 2018 insgesamt 910 Straftaten mit islamfeindlichem Hintergrund erfasst. Im Vergleich zum Vorjahr (1.075) ist das ein leichter Rückgang. 840 Straftaten davon waren politisch rechts motiviert, was einen Anteil von 92,3 % an den Straftaten ausmacht.

 

Im Unterthema „antiziganistisch“ wurden für das Jahr 2018 insgesamt 63 Straftaten gemeldet (2017: 41), davon entfielen 58 Straftaten auf den rechtsextremen Spektrum (2017: 39). 56 Straftaten richteten sich im Jahr 2018 gegen sonstige ethnische Zugehörigkeiten (2017: 31)

„Die Zahl der Übergriffe auf Flüchtlinge ist gesunken. Besonders deutlich wird dies bei den Angriffen auf Asylunterkünfte: Hatten wir im Jahr 2016 noch 995 Angriffe, waren es im Jahr 2018 nur noch 173, also ein Rückgang um über 80 Prozent in zwei Jahren.“, erklärte Seehofer.

Hasskriminalität zugenommen

Zugenommen haben der Statistik zufolge 2018 Taten im Bereich der sogenannten Hasskriminalität. So werden Taten gewertet, die gegen eine bestimmte Gruppe etwa wegen der Herkunft, Religion oder sexuellen Orientierung begangen werden. 2018 gab es in dem Bereich mehr als 8.000 Taten, ein Anstieg um rund 200 Fälle. Maßgeblich verbergen sich den Angaben zufolge dahinter fremdenfeindliche Straftaten (rund 7.700).

Neben dem Anstieg bei antisemitischen Taten weist die Statistik einen Rückgang islamfeindlicher Straftaten auf 910 (2017: 1.075) und christenfeindlicher Taten auf 121 (2017: 129) aus. Beide werden seit 2017 gesondert erfasst. Die Straftaten gegen Asylbewerber und ihre Unterkünfte haben den Angaben zufolge 2018 auf 173 abgenommen (2017: 312). Davon waren 14 Gewaltdelikte (2017: 46). (epd/mig 15)

 

 

 

SVR-Jahresbericht. Sachverständige fordern Fachkräfteeinwanderung und Flüchtlingsintegration

 

Das Jahr 2018 war ein Balanceakt zwischen Kontrolle und Steuerung von Migration und Integration von Flüchtlingen. Das geht aus dem SVR-Jahresgutachten hervor. Die Grünen werfen der Bundesregierung Stillstand vor.

Vor der ersten Debatte im Bundestag über das Fachkräfteeinwanderungsgesetz haben Experten bereits weitere Verbesserungen gefordert. Der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration mahnte am Dienstag in Berlin, parallel zum Gesetzgebungsverfahren auch für die Umsetzung des Regelwerks zu sorgen, das mehr Arbeitskräften den Zuzug nach Deutschland ermöglichen soll. Die Infrastruktur von Auslandsvertretungen und Ausländerbehörden müsse ausgebaut werden. „Sonst laufen rechtliche Neuerungen ins Leere“, heißt es im Jahresbericht des Gremiums.

Berichten zufolge würden sich die Wartezeiten für Termine in manchen Auslandsvertretungen eher in Monaten als in Tagen oder Wochen messen. Antragsteller campierten sogar vor Ausländerbehörden, um sicherzustellen, dass sie am nächsten Morgen eine Wartemarke erhalten, heißt es darin weiter.

Schwerpunkt: Flüchtlingspolitik seit 2015

Mit dem Fachkräfteeinwanderungsgesetz will die Bundesregierung beruflich qualifizierten Ausländern ermöglichen, zum Arbeiten nach Deutschland zu kommen. Bislang ist das bis auf Ausnahmen für einige Branchen im Grundsatz nur Akademikern möglich. Am Donnerstag steht die erste Lesung des Gesetzes auf der Tagesordnung des Bundestags. Prinzipiell begrüßt der Sachverständigenrat den Gesetzentwurf zur Fachkräfteeinwanderung. In dieser Art von Einwanderung zu sprechen, sei ein Paradigmenwechsel, sagte der Berner Soziologe Christian Joppke.

Der mehr als 200-seitige Bericht der Sachverständigen legt den Schwerpunkt auf die Flüchtlingspolitik seit 2015. Die Experten heben eine Kontinuität in der Ausrichtung hervor. Die Politik bewege sich zwischen Begrenzung und Kontrolle auf der einen sowie Öffnung vor allem in der Integrationspolitik auf der anderen Seite, resümieren die Experten. Dies gelte auch für die neue Bundesregierung mit Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU), der öffentlich vor allem für eine Begrenzung der Zuwanderung und eine Steigerung der Rückführungszahlen eintritt.

Kriminalität gegen und von Migranten

Der Vorsitzende des Sachverständigenrats, Thomas Baur, verwies dabei auf das Fachkräfteeinwanderungsgesetz und die geplante Beschäftigungsduldung für Asylsuchende ohne legalen Status, die beide auch weiter für eine Öffnung der Bundesrepublik stünden. In der Sachpolitik gebe es kaum eine Akzentverschiebung gegenüber der vorhergehenden großen Koalition, Unterschiede aber in der politischen Kommunikation, sagte der Jurist Daniel Thym. Neben lobenden Tönen für die deutsche Asylpolitik kritisieren die Sachverständigen im Jahresbericht die stockenden Verhandlungen auf EU-Ebene über das angestrebte Gemeinsame Europäische Asylsystem. Dort müsse man Reformen angehen, sagte Thym.

Erstmals beschäftigt sich der Bericht der Experten auch mit der Kriminalität gegen und von Migranten. Wenn man ein umfassendes Bild der Migration abbilden wolle, gehöre dies dazu, sagte die Soziologin Claudia Diehl. Ausländer seien in Deutschland sowohl häufiger Opfer als Täter, heißt es mit Blick auf die Kriminalitätsstatistik. Eine grundsätzliche Erklärung für häufigere Kriminalität von Migranten haben die Experten nach eigener Aussage nicht. Nur der Verweis darauf, dass unter Migranten mehr junge Männer sind, die überall häufiger straffällig werden, reiche nicht. Es müsse dazu noch mehr geforscht werden, sagte die Politikwissenschaftlerin Petra Brendel.

 

Grüne werfen Regierung Stillstand vor

Filiz Polat, Sprecherin für Migrations- und Integrationspolitik der Grünen im Bundestag, wirft der Bundesregierung Stillstand vor. „Wir brauchen eine Integrationsoffensive durch die gesellschaftliche und politische Teilhabe ermöglicht wird. Solange dies nicht geschieht, werden die sozialen Unterschiede bleiben und damit Bildungserfolge ausbleiben“, so Polat.

Die Grünen-Politikerin fordert ein „Einwanderungsgesetz, das diesen Namen auch verdient hat“. Es brauche nicht nur einen verbesserten Zugang zu Erwerbsarbeit, sondern gerechte und gleichberechtigte Teilhabemöglichkeiten und Zugang zu allen gesellschaftlichen Ressourcen. „Die Bundesregierung muss sich entscheiden: Will sie die Chance nutzen, eine moderne Einwanderungsgesellschaft zu gestalten und Hürden bei der Integration abzubauen oder will sie durch ihre Migrationspolitik abschrecken, abschotten und spalten“, so Polat.

Der Sachverständigenrat wird von sieben Stiftungen getragen, darunter die Stiftung Mercator, die Bertelsmann Stiftung und die Freudenberg Stiftung. Neun Professoren unterschiedlicher Fachrichtungen gehören dem Expertengremium an, das regelmäßig in Stellungnahmen die Migrations- und Integrationspolitik bewertet und Studien zu den Themen in Auftrag gibt. (epd/mig 10)

 

 

 

 

„Extrem aufgeheizte Stimmung“

 

Felix Schmidt in Istanbul über die Wiederholung der Wahlen und das Aufleben der Protestbewegung.

 

In Istanbul wurden  Neuwahlen angeordnet. Die AKP von Präsident Erdogan war dort in den Kommunalwahlen der sozialdemokratischen CHP unterlegen. Liegen handfeste Gründe für Neuwahlen vor, oder handelt es sich um machttaktisches Kalkül?

Es war die Wahlkommission, die jetzt Neuwahlen angeordnet hat, nicht Erdogan. Sie stand aber unter großem Druck durch den Präsidenten und hat mit sieben zu vier Stimmen dafür entschieden, dass es zu Neuwahlen kommen soll. Begründet wird dieser Schritt damit, dass es sehr viele Unregelmäßigkeiten bei der letzten Wahl gegeben habe und man diese Unregelmäßigkeiten nur durch Neuwahlen ausräumen könne. Man kann nicht mehr von einer freien, unabhängigen Kommission sprechen. Auch diese Institution ist – wie das Justizwesen insgesamt – mehr oder weniger geschliffen worden. Im Allgemeinen können wir kaum noch von unabhängigen Institutionen in der Türkei sprechen, wie sie für eine Gewaltenteilung bedeutsam sind.

Ist damit die Demokratie am Ende?

Ob sie am Ende ist, können wir jetzt noch nicht abschätzen. Das hängt auch davon ab, wie die Opposition reagieren wird. Im Moment findet gerade eine Vorstandssitzung der CHP statt. Es gab dort Überlegungen, die Neuwahlen zu boykottieren. Dann wäre die Demokratie tatsächlich begraben. Wenn die CHP doch in den Wahlkampf geht, ist diese Frage noch offen. In jedem Fall hat die Demokratie schweren Schaden erlitten.

Es kam bereits zu Straßenprotesten in Istanbul. Ist nun mit einem Aufleben der Protestbewegung zu rechnen?

Im Moment ist die Stimmung in Istanbul extrem aufgeheizt. Die Menschen sind zum großen Teil empört über dieses Urteil und demonstrieren vor dem Büro der Wahlkommission. In vielen Stadtteilen wird dem Protest lautstark Ausdruck verliehen, indem auf Töpfe und Pfannen geschlagen wird, wie es schon bei früheren Demonstrationen der Fall war. Man spürt, dass es einen regelrechten Aufruhr in der Bevölkerung gibt. Natürlich gibt es auch die Seite, die sagt, die Wahlkommission habe richtig entschieden und man solle die Neuwahlen abwarten.

Wie wird der kommende Wahlkampf aussehen?

Ich vermute, dass es einen schmutzigen Wahlkampf geben wird. Es könnten Eskalationen schon bestehender Konflikte herbeigeführt werden wie bei der vergangenen Parlamentswahl, als die Opposition in der ersten Runde überraschend die Mehrheit hatte und dann der Kurden-Konflikt wieder auf das Schild gehoben wurde. Höchstwahrscheinlich wird eine nationalistische Rhetorik zum Einsatz kommen und es wird vor der Gefahr durch zahlreiche äußere Feinde gewarnt werden, die das Ergebnis beeinflussen wollten. Schon jetzt gibt es erste Kritiken an den internationalen Reaktionen. Die internationale Gemeinschaft zeigt sich besorgt über diese jüngsten Entwicklungen. Da dürfte also das Ausland im Wahlkampf häufige Erwähnung finden. Felix Schmidt

Die Fragen stellte die IPG-Redaktion IPG 7

 

 

 

Die Deutschen werden reicher – aber nicht alle

 

Der langjährige Aufschwung hat den Deutschen mehr Geld ins Portemonnaie gespült. Das zeigt eine neue Studie. Doch nicht alle haben profitiert. Das birgt Sprengstoff für die Zukunft. EURACTIVs Medienpartner WirtschaftsWoche berichtet.  Von Kristina Antonia Schäfer

 

Das Wirtschaftswachstum der vergangenen Jahre hat den deutschen Haushalten spürbar höhere Einkommen beschert. Im Schnitt 29 Prozent mehr Geld hatten sie 2017 zur Verfügung als noch 1991 – netto und inflationsbereinigt, wohl bemerkt. Das zeigt eine neue Studie zur Einkommensverteilung des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) Berlin.

 

Und der Geldsegen kommt offenbar nicht nur in den Portemonnaies der Menschen an, sondern auch in ihren Köpfen: Die Befragten waren 2017 deutlich zufriedener als in den zwei Jahrzehnten zuvor, und das über alle Einkommensgruppen hinweg.

 

Das Urteil des Forscherteams um Markus Grabka fällt dennoch gespalten aus. Der Grund: Die Einkommen wuchsen in den unterschiedlichen Einkommensgruppen unterschiedlich stark, vor allem getrieben von den Top-Verdienern. Die viel beschworene Schere zwischen Arm und Reich geht also weiter auf.

 

So nahmen die Einkommen der obersten zehn Prozent um 35 Prozent zu. Bei den untersten zehn Prozent hingegen sanken sie sogar. Auch das sogenannte Dezentil darüber, also die Gruppe zwischen den unteren elf und 20 Prozent der Einkommen, legte gerade einmal um zwei Prozent zu. Niedrigverdiener profitierten also kaum vom langjährigen Aufschwung.

Das liegt den DIW-Experten zufolge aber auch an einer Verschiebung in der Gesellschaft, genauer: an der Zuwanderung. Viele der Zuwanderer waren demnach kaum qualifiziert oder konnten wegen Sprachproblemen nur schleppend in den Arbeitsmarkt eingegliedert werden. Dadurch wuchs die Gruppe am unteren Rand der Statistik um eingewanderte Erwerbslose und Aushilfsjobber. Gerade in den zwei großen Zuwanderungsphasen Anfang der 1990er-Jahre und ab 2015 fielen die Realeinkommen der untersten Gruppe besonders stark.

 

Und noch eine weitere Verschiebung beobachten die Forscher: Es gibt immer mehr armutsgefährdete Menschen in Deutschland. Deren Anteil stieg von elf Prozent in den 1990er-Jahren auf zuletzt 16,6 Prozent. Dabei droht nicht allen Altersgruppen gleichermaßen Armut. Während unter älteren Menschen die Armutsgefahr weitestgehend konstant geblieben und bei Senioren sogar gesunken ist, stieg sie bei jungen Menschen stark an. Menschen unter 34 Jahren haben damit deutlich weniger vom Jobboom und den steigenden Löhnen profitiert als die etablierteren Generationen vor ihnen.

 

Neben den Jungen sind auch Städter deutlich stärker armutsgefährdet als zuvor. In Großstädten über 500.000 Einwohnern ist es mehr als jeder Fünfte. Besonders bemerkenswert: Die DIW-Forscher haben die Wohnkosten in ihrer Analyse nicht berücksichtigt. Da diese in den Städten besonders hoch sind, dürfte die tatsächliche Zahl der Armutsgefährdeten also noch deutlich höher liegen.

Diese Zahlen müssen jedoch mit Vorsicht genossen werden. Die Forscher sprechen von relativer Armut, definiert als Einkommen, dass bei 60 Prozent des Durchschnittseinkommens liegt oder noch darunter.

Da jedoch gerade die oberen Einkommen so stark gestiegen sind, haben sie auch den Durchschnitt stark angehoben. Dadurch landen automatisch Menschen in der Grenzzone, deren Einkommen weniger stark angestiegen sind, unterhalb der symbolischen 60-Prozent-Marke.

 

Die Menschen, die neuerdings als armutsgefährdet gelten, haben also nicht unbedingt weniger Geld zur Verfügung als vorher. Absolut gesehen.

 

Relativ hingegen schon. Das kann für sozialen Sprengstoff sorgen, umso mehr, wenn die Konjunktur sich wirklich deutlich abkühlen sollte. Das dürften die als erstes spüren, die schon jetzt am unteren Rand der Skala sind: Niedriglöhner und darunter vor allem junge Menschen.

 

Die Studie des DIW zeigt, dass sie zwar heute schon weniger profitieren, das aber nicht so empfinden, sondern sogar zufriedener sind als zuvor. Wenn jedoch der Abschwung kommt und die ersten ihre Jobs verlieren, könnte das ganz anders aussehen. WW/EA 8

 

 

 

 

Berliner Medienkongress. Politiker fordern mehr Regeln im Internet

 

Über kaum ein anderes Thema kursieren vermutlich mehr Fake-Nachrichten im Internet als über Flucht, Migration und Asyl: Auf den Berliner Medienkongressen werben Politiker und Veranstalter für klare internationale Regeln für Facebook, Google und Co. – Lüge und Nachricht dürften nicht ohne Unterschied im Netz nebeneinanderstehen.

Mit politischen Appellen für mehr Regeln im Internet sind die Digitalkongresse re:publica und Media Convention Berlin gestartet. Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier forderte bei seiner Eröffnungsrede am Montag von den großen Onlineplattformen mehr Einsatz für die Demokratie. „Nach vielen Worten und Ankündigungen, nach Gesprächsrunden und fotogenen Politikerterminen ist es an der Zeit, dass Facebook, Twitter, Youtube & Co. ihre Verantwortung für die Demokratie endlich wahrnehmen und endlich in die Tat umsetzen“, sagte er. Wer in Deutschland und Europa das große Geschäft mache, müsse geltendes Recht achten und nicht immer wieder Grenzen austesten, Schlupflöcher suchen und Umsetzung verschleppen. Wer dies dennoch tue, der müsse mit Konsequenzen und Strafen rechnen, betonte der Bundespräsident. Das gelte vom Datenschutz bis zum Wettbewerbsrecht.

Das Geschäftsmodell an sich, die Maximierung von Werbeeinnahmen, bringe keine Maximierung von Debattenqualität, warnte er. Deshalb brauche es demokratische Regulierung. Das gelte zum Beispiel für die Transparenz. „Solange die schnelle Lüge und die seriöse Nachricht, der überprüfte Fakt und die bloße Meinung, solange Vernunft und Hetze unterschiedslos nacheinander in Newsfeeds auftauchen, solange haben es Demagogen viel zu einfach.“ Er forderte „glasklare Herkunftssiegel für Informationen“, vor allem, wenn es um politische Werbung gehe.

Dreyer fordert Digitalsteuer

Die Ministerpräsidentin von Rheinland-Pfalz, Malu Dreyer (SPD), kritisierte, inzwischen habe man sich fast schon daran gewöhnt, dass Facebook, Twitter oder Youtube große Teile der Gesellschaft organisierten. Algorithmen könnten Wahlen beeinflussen und der ungehemmte Hass im Netz sei in der Realität angelangt, wie etwa der Angriff auf Muslime im neuseeländischen Christchurch gezeigt habe. Wenn die Regeln nicht geändert würden, hänge die Zukunft der Gesellschaft mehr von der Vorstandsetage von Facebook ab als von den Regierungen, betonte die Politikerin, die auch Vorsitzende der Rundfunkkommission der Länder ist.

Konkret sprach sie sich für die Besteuerung von Technologiegiganten aus. Eine c sei europaweit, am besten international notwendig. Monopole müssten zerschlagen werden: So wäre ihren Worten nach vieles einfacher, wenn Facebook, Instagram und Whatsapp miteinander konkurrieren müssten. In Europa gebe es bereits ein sehr gutes Kartell- und Wettbewerbsrecht, betonte sie. „Wir müssen es nur anwenden.“ Ferner sei eine Kennzeichnungspflicht für Social Bots vonnöten, ein besserer Schutz persönlicher Daten und eine demokratische digitale Ordnung. Eine Kontrolle durch zivilgesellschaftliche Instanzen – vergleichbar mit den Fernseh- und Rundfunkräten – gebe es im Internet bislang nicht.

Öffentlich-rechtliche schwerfällig

Die Intendantin des Rundfunks Berlin-Brandenburg (RBB), Patricia Schlesinger, sagte bei einer Debatte zu dem Thema: „Ende einer Ära? Wenn aus Rundfunk Medien werden“, die Menschen hätten auf eine saubere Berichterstattung den gleichen Anspruch wie auf sauberes Trinkwasser. Die öffentlich-rechtlichen Medien arbeiteten daher daran, mit den eigenen Inhalten stark und gut auffindbar im Netz zu sein – aber ohne die große und komplizierte Struktur der Anstalten online widerzuspiegeln. Sie räumte ein, dass die Öffentlich-Rechtlichen aber auch schwerfällig seien. So gehe es nicht immer mit einer einzigen Mediathek. Hier müsse man besser werden.

In mehr als 400 Vorträgen und Diskussionen widmen sich die Medienkongresse Media Convention Berlin und re:publica den radikalen Umbrüchen im Zuge der Digitalisierung. Bis Mittwoch diskutieren in der Hauptstadt mehr als 1.000 Experten über die Zukunft der Medien, neue Plattformen und den Umgang mit populistischen Parolen und Verkürzungen in der politischen Debatte. Im vergangenen Jahr nahmen an der laut Veranstalterangaben größten Konferenz zu den Themen Digitalisierung und Gesellschaft in Europa fast 20.000 Menschen aus 82 Ländern teil. (epd/mig 7)

 

 

 

Neue Seidenstraße: China will „Europas Ängste zerstreuen“

 

Die Zusammenarbeit zwischen Europa und China müsse trotz der Bedenken einiger EU-Mitgliedstaaten verstärkt werden, forderte Chinas EU-Botschafter. Von Beatriz Rios

 

„Die Zusammenarbeit im Rahmen der Neuen Seidenstraße tritt in eine neue Phase ein,“ zeigte sich der chinesische Botschafter bei der EU, Zhang Ming, am Montag zufrieden. Er bedauere aber die Zurückhaltung der EU gegenüber des massiven Infrastrukturprogramms Chinas.

„Die Idee ist, eine globale, vernetzte Partnerschaft aufzubauen,“ sagte Ming auf dem European Business Summit in Brüssel. Dabei wolle man „Synergien“ zwischen der „Belt and Road Initiative“ und anderen Infrastrukturprojekten nutzen.

Mit weiteren Kommentaren versuchte der Botschafter vor allem, die Ängste der Europäer vor Chinas gigantischem Infrastrukturprojekt zu zerstreuen. Er versprach Anpassungen, die die Neue Seidenstraße offener und umweltfreundlicher machen sowie höhere Standards bieten sollen.

Die EU will der chinesischen Führung eine umfassende Liste von Forderungen vorlegen, mit denen die bilaterale Zusammenarbeit verbessert werden soll.

China wünscht sich, dass die EU dem Club beitritt: „Wir würden es begrüßen, wenn sich mehr EU-Länder an der Seidenstraßen-Kooperation beteiligen würden – egal ob einzeln oder als Block,“ so der chinesische Botschafter.

Einige EU-Länder wie Ungarn, Polen, Bulgarien, Griechenland, Portugal und Italien haben sich der Initiative bereits angeschlossen. Während die Mitgliedstaaten diesbezüglich frei handeln können, hat sich die EU als Gesamtblock geweigert, sich dem vor fünf Jahren gestarteten Vorzeigeprojekt Chinas anzuschließen.

„Obwohl wir uns in einigen Fragen nicht einig sind, haben die EU und China gemeinsame Herausforderungen zu bewältigen und ein breiteres Spektrum an Möglichkeiten zu erkunden,“ zitierte Ming den für die Energieunion zuständigen Vizepräsidenten der Europäischen Kommission Maroš Šef?ovi?.

Die Zusammenarbeit zwischen Europa und China müsse trotz der Bedenken einiger EU-Mitgliedstaaten verstärkt werden: „Die Frage ist nicht ja oder nein, sondern wie“, betonte der Botschafter und fügte hinzu: „Es ist an der Zeit, etwas zu tun.“

Seidenstraße gegen Protektionismus

Ohne die Vereinigten Staaten unter Präsident Donald Trump namentlich zu nennen, stellten chinesische Vertreter die Neue Seidenstraße auch als Mittel zur Unterstützung des Multilateralismus und zur Bekämpfung des Protektionismus dar. „Da wir uns mit den Herausforderungen von Unilateralismus und Protektionismus auseinandersetzen [müssen], bietet die Initiative „Belt and Road“ einen guten Raum für weiteren Austausch“, erklärte beispielsweise Zhai Dongsheng, Leiter des Belt and Road Construction Promotion Center.

Botschafter Ming fügte hinzu: „Angesichts ihres gemeinsamen Engagements für den Multilateralismus müssen die EU und China die Zusammenarbeit bei der globalen Governance verstärken. China und die EU müssen gemeinsam Unilateralismus und Protektionismus ablehnen und für den Erhalt der WTO einstehen.“

Amerika sei unter der Trump-Administration zu einem „Schwarzfahrer“ beim Klimawandel geworden und verstoße gegen die globalen Freihandelsregeln, so der Nobelpreisträger.

Ming plädierte außerdem für mehr Zusammenarbeit in Wissenschaft und Innovation, bei der Kreislaufwirtschaft, im E-Commerce und auch bei globalen Regeln und Standards.

„Die EU ist ein Vorreiter bei der Regulierung, und es gibt viele nützliche Dinge, die China von seinen europäischen Freunden lernen könnte,“ so Ming. Er zeigte sich optimistisch: „Gemeinsam werden wir beide besser gestellt sein und die Welt zu einem besseren Ort machen.“

Europäische Wirtschaft zurückhaltend

BusinessEurope, der wichtigste Arbeitgeberverband der EU, steht Chinas Versprechen auf eine transparentere, offenere und besser regulierte Seidenstraße jedoch weiterhin skeptisch gegenüber.

„Wir glauben das erste, wenn wir es sehen,“ sagte beispielsweise Luisa Santos, Direktorin für internationale Beziehungen bei BusinessEurope. Sie betonte einmal mehr, China sei kein Schwellenland mehr, sondern eine Wirtschaftsmacht – „und mit Führung kommt Verantwortung“.

Santos fügte hinzu, aus europäischer Sicht sei nach wie vor nicht klar, welche Ziele China mit dem Riesenprojekt verfolge: „Den Handel stärken? Regionen entwickeln? Aus Sicht der EU ist das alles nicht klar…“

Sie betonte abschließend, obwohl einige europäische Unternehmen beschlossen hätten, sich an Projekten im Rahmen der Seidenstraße zu beteiligen, gebe es keinen gemeinsamen Ansatz der europäischen Wirtschaft.

Die Außenminister der EU haben am Montag ihre „volle Unterstützung“ für die neue Haltung der EU gegenüber China ausgedrückt. Demnach wird das Reich der Mitte als „Systemrivale“ angesehen.

Santos forderte mehr Transparenz und Offenheit von Seiten der chinesischen Behörden, bevor die europäischen Unternehmen voranschreiten könnten. Sie machte aber auch deutlich: „Wir wollen nicht, dass dies ein Vorteil der wenigen, sondern der vielen ist.“ Es gehe nicht nur um die Interessen der Europäer.

Dennoch äußerte sie Bedenken über den Zugang zu den chinesischen Märkten: „Es ist wichtig, dass wir die Bedingungen für öffentliche Aufträge verstehen können, und dass die Regeln für alle gleich gelten.“ Es gebe in inzwischen zwar „eine ausgewogenere Beziehung“ zwischen der EU und China, „aber wir brauchen noch einige weitere Korrekturen.“

„Wir zählen darauf, dass China liefert,“ schloss Santos.

[Bearbeitet von Frédéric Simon und Tim Steins] EA 7

 

 

 

 

Studie. Junge Europäer halten Migration für die wichtigste Herausforderung

 

Einer Studie zufolge ist Migration und für junge Europäer das wichtigste Thema. Sie sehen darin Bedrohung und Chance zugleich. Offene Grenzen werden kaum nicht in Frage gestellt. Der Europawahl wird jedoch kaum Bedeutung beigemessen.

Jeder zweite junge Europäer sieht einer Studie zufolge die Migration und Asyl als gegenwärtig wichtigstes Problem. Wie aus einer am Freitag in Berlin vorgestellte Jugendstudie 2019 der TUI Stiftung hervorgeht, halten dabei 29 Prozent der befragten 16- bis 26-Jährigen diese für eine Bedrohung, 28 Prozent sehen sie hingegen als Chance.

Die meisten stellen jedoch nicht die offenen Grenzen infrage: 43 Prozent jener, die die Einwanderung als wichtigstes EU-Problem nannten, betrachten offene Grenzen innerhalb der Europäischen Union als Chance. Nur 27 Prozent von ihnen sahen diese als Bedrohung an. Als größte Bedrohung werten die jungen Europäer mit 36 Prozent aber „politische Parteien, die die EU ablehnen“. Nur 14 Prozent sehen diese Parteien als Chance. In Polen, Griechenland und Frankreich sei der Anteil der jungen Menschen am höchsten, die eine Tendenz zu populistischen Einstellungen zeigten.

Umweltschutz hat hohe Bedeutung

Eine große Wichtigkeit räumen die Befragten aus elf europäischen Ländern außerdem dem Umweltschutz ein. Dabei sehen 55 Prozent in Klimaschutz und Umweltpolitik eine Chance. Nur 16 Prozent betrachten diese als Bedrohung.

Dieses Thema animiert junge Europäer besonders zum politischen Engagement: 43 Prozent gaben an, in den letzten zwölf Monaten, online oder offline, für den Umweltschutz politisch aktiv gewesen zu sein – in Deutschland waren es 41 Prozent. Das wichtigste Medium für politische Beiträge sei Facebook. Mehr als die Hälfte der jungen Europäer nutzt laut Erhebung soziale Netzwerke für politische Zwecke.

Europawahl nachrangig

Die Europawahl gilt unter den jungen Befragten als nachrangig. Während jeder Zweite die Wahl des europäischen Parlaments als persönlich wichtig bewertete, waren das bei der Wahl des nationalen Parlaments drei von vier Befragten.

Die Studie „Junges Europa 2019“ wurde von dem Meinungsforschungsinstitut YouGov erstellt. Es befragte 8.220 junge Menschen aus Deutschland, Dänemark, Finnland, Frankreich, Griechenland, Großbritannien, Italien, Norwegen, Polen, Schweden und Spanien online. (epd/mig 6)

 

 

 

Die Würde des Menschen zu schützen ist Sinn der Demokratie

 

Vorstellung des Hessischen Plädoyers für ein solidarisches Zusammenleben

 

Mit einem eindringlichen Hessischen Plädoyer für ein solidarisches Zusammenleben haben sich heute in Wiesbaden Vertreter*innen eines sehr breiten und bunten Spektrums der hessischen Zivilgesellschaft an die hessische Öffentlichkeit gewandt. 48 Erstunterzeichner*innen, darunter führende Persönlichkeiten aus Verbänden und Institutionen, kommunalen Spitzenverbänden, Religionsgemeinschaften und Kirchen, Wirtschaft, Gewerkschaften, Wohlfahrt, Sport, Kunst und Kultur, wollen damit im Vorfeld der Europawahl ein deutlich vernehmbares Zeichen setzen: Für eine offene, demokratische und solidarische Gesellschaft, die Unterschiede und Vielfalt als Reichtum begreift. Gegen Diskriminierung und Hetze.

 

Mit der Landtagswahl in Hessen ist der Rechtspopulismus auch in den Hessischen Landtag eingezogen. Die Wahl zum Europäischen Parlament lässt eine steigende Zustimmung für rechte Positionen befürchten. „Dazu können und wollen wir nicht schweigen“, so Enis Gülegen, Vorsitzender des Landesausländerbeirates und einer der Initiatoren der Initiative. „Derzeit findet auch in Hessen eine dramatische politische Verschiebung statt. Rassismus und Menschenfeindlichkeit sind in erschreckendem Maße gesellschaftsfähig geworden. Ausgrenzung und Entsolidarisierung greifen um sich. Das ist ein Angriff, der uns allen gilt!“

 

Dies unterstrich auch Prof. Dr. Benno Hafeneger, Erziehungswissenschaftler, Philipps-Universität Marburg: „Die Rückkehr des Nationalismus, des rechten und völkischen Denkens und seine rassistischen Gewaltformen erschüttern seit einigen Jahren die Bundesrepublik. Wir haben es mit einer Zäsur und neuen Konjunktur rechter Mobilisierung zu tun. Es gilt jetzt, die Aufmerksamkeit zu schärfen und sich mit der Gestaltung und der Zukunft unserer Demokratie auseinanderzusetzen. Der neue Nationalismus verlangt entschlossenen Widerspruch und eine aktive Haltung derer, denen die Demokratie und eine menschenfreundliche Gesellschaft am Herzen liegen.“

 

Daniel Neumann, Direktor des Landesverbandes der Jüdischen Gemeinden in Hessen, betonte: „Als Religionsgemeinschaften treten wir dem europaweit zunehmenden Rassismus, dem Antisemitismus und anderen Formen von Menschenfeindlichkeit entschieden entgegen. Denn gemeinsam stehen wir für das Prinzip ein, wonach ein jeder Mensch – unabhängig von Herkunft, Hautfarbe, Religion oder Geschlecht – im Bilde Gottes geschaffen wurde und damit eine unveräußerliche Würde besitzt.“

 

Aus Sicht der Wohlfahrt erklärte der Vorstandsvorsitzende der Liga der Freien Wohlfahrtspflege in Hessen, Nils Möller, dass es unerlässlich für das gesellschaftliche Miteinander sei, sozialer Ungleichheit entgegen zu arbeiten und das Recht auf Schutz und Asyl zu verteidigen. „Ein starkes Auseinandergehen der Schere zwischen Reichtum und Armut und eine Störung des Gerechtigkeitsempfindens führen zum Auseinanderfallen des gesellschaftlichen Zusammenhalts. Das ist ein Nährboden für extremistische Positionen und gefährdet langfristig unsere demokratischen Strukturen.“ Dabei sind wir alle gefordert. Jede und jeder kann und sollte dazu einen Beitrag leisten.

 

Karl-Christian Schelzke, geschäftsführender Direktor des Hessischen Städte- und Gemeindebundes hob in seinem Statement für die Kommunen die fatalen Folgen eines immer breiter werdenden öffentlichen Diskurses in den sozialen Medien hervor: „Wenn dort zunehmend mit Lügen, Halbwahrheiten und schlimmen, persönlichen Angriffen gearbeitet wird, dann hat das direkte Auswirkungen – bis in die kleinste Kommune Hessens. Es entsteht oft ein öffentliches Meinungsbild, das von einer Minderheit dominiert wird. Den politischen Akteuren vor Ort ist es kaum mehr möglich, die Notwendigkeiten einer an der Allgemeinheit orientierten Politik darzulegen. Daher brauchen wir ein Aufbrechen des Schweigens und die Stimme aller Demokraten, wenn die Grenzen eines guten, fairen und demokratischen Miteinanders verletzt werden.“

 

Dies beobachtet auch Sandro Witt, stellvertretender Vorsitzender des DGB Hessen-Thüringen: „Der Austausch von sachlichen Argumenten, das gemeinsame Suchen nach einem Konsens gehören zu einer funktionierenden Demokratie dazu und beleben sie. Seit einigen Jahren dominieren aber oftmals nur noch drastische und überzogene Darstellungen – oder plumpe Beleidigungen des politischen Gegenübers durch Rechte. Das Klima wird angespannter – Hass und Hetze werden immer weiter in die Mitte der Gesellschaft getragen. Und die große Masse? Schweigt. Dieses Schweigen wollen wir brechen. Wir laden alle Demokraten ein, sich uns anzuschließen, sich zu engagieren gegen diese Versuche, unsere Demokratie nach rechts zu verschieben oder sie gar ad absurdum zu stellen.“

 

Gemeinsam wollen die Unterzeichner*innen daher einen Diskussionsprozess zur Weiterentwicklung unserer Demokratie anstoßen und laden jede*n Demokrat*in in Hessen ein, daran mitzuwirken.

 

Die Initiator*innen haben als ersten Schritt eine Online-Unterzeichnung des Hessischen Plädoyers für ein solidarisches Zusammenleben auf www.change.org: http://chng.it/tngdp5rqpB eingerichtet, die ab sofort freigeschaltet ist. Unterzeichnungen sind auch per E-Mail möglich: unterzeichnen@hessisches-plaedoyer.de.

 

„Wir sammeln Unterschriften. Unser Ziel: Eine Million Menschen und 1000 Organisationen!“ erklärte Ulrike Foraci, die das Hessische Plädoyer koordiniert.  

 

Foraci weiter: „Es geht aber um mehr. Wir sind auf dem Weg zu einer Allianz, einem Netzwerk. Wir wollen uns gegenseitig unterstützen und vergewissern. Wir wollen uns dort, wo Grenzen eines guten und fairen Miteinanders verletzt werden, zu Wort melden. Wir wollen das Vertrauen der Menschen in eine liberale und offene Demokratie fördern.

 

Gemeinsam – aber auch jeder für sich – werden die Unterzeichnerinnen und Unterzeichner mit unterschiedlichsten Ansätzen und Formaten unsere Demokratie stärken und lebendig vielfältig gestalten. Das Hessische Plädoyer ist der Auftakt. Wir laden die Menschen in Hessen ein, daran teilzuhaben.“

 

Das Hessische Plädoyer für ein solidarisches Zusammenleben:

Die Würde des Menschen zu schützen ist Sinn der Demokratie

Hessisches Plädoyer für ein solidarisches Zusammenleben

 

„Wer aber vor der Vergangenheit die Augen verschließt, wird blind für die Gegenwart. Wer sich der Unmenschlichkeit nicht erinnern will, der wird wieder anfällig für neue Ansteckungsgefahren.“ Richard von Weizsäcker

 

1. Die Würde des Menschen zu schützen ist Sinn der Demokratie. „Die Menschenwürde ist unantastbar“ -  dieser Grundsatz ist die erste und oberste Norm unseres demokratischen Staates. Er unterliegt einem absoluten Schutzgebot. Er ist Leitgedanke allen staatlichen Handelns und des gesellschaftlichen Zusammenlebens und ist nach allem, was durch Deutsche an Unmenschlichkeit und Hass geschehen ist, nicht verhandelbar. Es geht um das Recht auf Leben, auf körperliche Unversehrtheit und um Freiheit als Kern der Menschenwürde, aber auch um Gleichheit, Respekt und Teilhabe in unserer Gesellschaft. Unsere Unterschiede und unsere kulturelle Vielfalt begreifen wir als Chance und Reichtum.

 

2. Gegenwärtig findet eine dramatische politische Verschiebung statt. Rassismus und Menschenfeindlichkeit sind in erschreckendem Maße gesellschaftsfähig geworden. Was gestern noch undenkbar war und als unsagbar galt, wird derzeit Realität. Viele Teile Europas sind von einer nationalistischen Stimmung, von Ausgrenzung und Entsolidarisierung erfasst. Widerspruch wird gezielt als realitätsfremd diffamiert, solidarisches Handeln  von einzelnen Regierungen kriminalisiert. Humanität und Menschenrechte, Religionsfreiheit und demokratischer Rechtsstaat werden offen angegriffen. Es ist ein Angriff, der uns allen gilt.

 

3. Wir treten für eine offene, demokratische und solidarische Gesellschaft ein und wollen den gesellschaftlichen Zusammenhalt auf der Grundlage von Menschenwürde, Menschenrechten und sozialer Gerechtigkeit fördern. Wir treten jeder Form von Demokratiefeindlichkeit, Hass, Hetze, Diskriminierung, Rassismus, Antisemitismus und Erniedrigung entgegen. Wir wollen noch stärker als bisher die Anerkennung von Verschiedenheit mit dem Engagement gegen Ungleichheit verbinden, in Deutschland, in Europa und weltweit.

 

4. Wir setzen uns ein für ein offenes, demokratisches und solidarisches Europa, das der zunehmenden sozialen Ungleichheit stärker als bisher entgegenarbeitet. Wir verteidigen das Recht auf Leben und das Recht auf Schutz und Asyl. Wir engagieren uns für ein Europa, das sich auch seinem kolonialen Erbe stellt und seiner Verantwortung für eine solidarische Weltgesellschaft gerecht wird. Gerade in der Zeit der Krise gibt es keinen anderen Weg als die Solidarität zwischen den Menschen.

 

5. Wir wollen beitragen zu einem zukunftsfähigen Verständnis unserer Demokratie, das sich für bisher ausgeschlossene Menschen öffnet. Wir wollen neu verhandeln, was ein gutes demokratisches Miteinander ausmacht – ohne zum Beispiel Menschen mit Flucht- oder Migrationsgeschichte auszuschließen. Wir setzen uns für eine demokratische und gewaltfreie Streitkultur ein. Und wir schreiten ein, wenn die Grenzen eines guten, fairen und demokratischen Miteinanders verletzt werden.

 

Wir verpflichten uns, einen Diskussionsprozess zur Weiterentwicklung unserer Demokratie anzustoßen und mitzutragen. Dabei stehen wir ein für Ehrlichkeit – auch gegenüber Fehlern, die im Miteinander einer sich schnell verändernden Gesellschaft gemacht werden.

Wir sehen dieses Hessische Plädoyer als Auftakt eines Prozesses. Wir wünschen uns, dass sich eine breite demokratische Mehrheit unseres Landes daran beteiligt. Agah/De.it.press 10

 

 

 

Neue Dynamiken. Verfassungsschutzchef warnt vor Normalisierung rechtsextremer Inhalte

 

Was seit „Pegida“ zu beobachten ist, bereitet nun auch dem Verfassungsschutz Sorgen: der Schulterschluss der bürgerlichen Mitte mit der extremen Rechten. Verfassungsschutzchef Haldenwang warnt davor, dem mit Schulterzucken zu begegnen.

Sie suchen anschlussfähige Themen, die Nähe zum normalen Bürger und vergiften das Klima dann mit Propaganda und Desinformation: Die Mobilisierungsstrategien von Rechtsextremen machen dem Verfassungsschutz zunehmend Sorgen. Es gebe neue Dynamiken, sagte der Präsident des Bundesamts für Verfassungsschutz, Thomas Haldenwang, am Montag in Berlin. Dem politischen Extremismus müsse mehr Aufmerksamkeit geschenkt werden, forderte er auf dem alljährlichen Symposium seiner Behörde, das die Mobilisierung der Extremen zum Thema machte.

Das Thema erkannte Haldenwang nach eigenen Worten nach den Protesten in Chemnitz, als rechtsextreme Kräfte, AfD und Bürger der Stadt Seite an Seite demonstrierten. „Das ist für mich die neue Qualität“, sagte er. Er spricht von „Entgrenzung“. Früher habe es für die bürgerliche Mitte als Tabu gegolten, sich mit Extremisten in ein Boot zu setzen.

Den Erfolg der Extremisten macht Haldenwang an vier Punkten aus: Extremisten verstünden es, Themen aufzugreifen, über die sie ihre extremen Positionen verbreiten können. Als Beispiel nannte er die Kriminalität von Ausländern. Zudem setzten sie auf Emotion, die Delegitimierung des Staates, indem er als ohnmächtig dargestellt wird, und vor allem auf Desinformation, sagte Haldenwang. Durch Kommunikationsformen im Netz – Webseiten, Social Media und Messenger – erreichten die bewussten Falschinformationen mehr Menschen als es früher möglich gewesen wäre.

Haldenwang warnt vor Mobilisierung durch Normalisierung

Haldenwang warnte in dem Zusammenhang von einer „Mobilisierung durch Normalisierung“. Wenn einem eine Botschaft immer wieder begegne, löse das irgendwann Schulterzucken oder Abnicken aus, sagte er. „Viele Aktionen von Extremisten sind eine ernste Bedrohung für die freiheitlich-demokratische Grundordnung, aber strafrechtlich noch nicht relevant“, sagte Haldenwang. Deswegen sei es wichtig, genau hinzuschauen. Das sei nicht nur Aufgabe der Sicherheitsbehörden, sondern jedes Einzelnen in der demokratischen Gesellschaft.

Die Normalisierung funktioniere auch auf der anderen Seite, sagte er. Von der Kita bis zum Abitur werde Kindern und Jugendlichen in Deutschland vermittelt, dass alle Menschen gleich an Wert sind und Gewalt keine Lösung ist, sagte Haldenwang. Das Problem sei aber, dass die extremistischen Stimmen, die diese Grundsätze ablehnten, zurzeit lauter seien als die freiheitlichen, demokratischen, sagte der Verfassungsschutzchef.

Kann Demokratie im Internet überleben?

Auch der Parlamentarische Staatssekretär im Bundesinnenministerium, Günter Krings (CDU), sieht nach eigenen Worten die Gefahr, dass extremistische Deutungsmuster eine wachsende Akzeptanz erfahren. Mittlerweile stelle sich die Frage „Kann eine Demokratie im Internet überleben“, sagte Krings. Er appellierte ebenfalls an die Verantwortung der Gesellschaft und hob die Bedeutung politischer Bildung hervor.

Haldenwang und Krings warben beim Symposium zudem für die Gesetzespläne, die dem Verfassungsschutz mehr Überwachungsmöglichkeiten im Netz geben sollen. Ein Gesetzentwurf befindet sich derzeit in der Ressortabstimmung in der Bundesregierung, stößt aber noch auf Widerstand im Bundesjustizministerium. (epd/mig 14)

 

 

 

 

70 Jahre Grundgesetz. Demokratie braucht Rückhalt

  

Heute vor 70 Jahren wurde das Grundgesetz der Bundesrepublik Deutschland vom Parlamentarischen Rat in Bonn verabschiedet. "Aus gutem Grund" habe er in Artikel 5 die Freiheit der Kunst und der Presse in den Verfassungsrang erhoben, erklärte Kulturstaatsministerin Grütters beim Festakt der Stiftung

Bundespräsident-Theodor-Heuss-Haus in Stuttgart, "denn künstlerische Vielfalt belebt den demokratischen Diskurs."

 

In ihrer Festrede zum 70. Jubiläum des Grundgesetzes hat Kulturstaatsministerin Monika Grütters den hohen Wert der Kunst- und Pressefreiheit für die Demokratie hervorgehoben. Jede autoritäre Herrschaft beginne damit, "dass Intellektuelle, Kreative und Künstler buchstäblich mundtot gemacht werden", so die Staatsministerin.

 

Gastgeber für den Festakt war die Stiftung Bundespräsident-Theodor-Heuss-Hausin Stuttgart. 1994 wurde sie als eine von sechs sogenannten Politikergedenkstiftungen des Bundes als Stiftung des öffentlichen Rechts

errichtet. Finanziert wird sie aus dem Haushalt der Kulturstaatsministerin mit rund 1 Million Euro jährlich finanziert.

 

Demokratische Zukunft verteidigen

Hierbei stelle sich die Frage, so Grütters, inwieweit Kunst, Kultur und Medien zur Stabilisierung der Demokratie beitragen können. "Wo Künstlerinnen und Künstler nicht gefällig sein müssen, wo sie Widerspruch und Zweifel kultivieren dürfen, beleben sie den demokratischen Diskurs und sind so imstande, unsere Gesellschaft vor gefährlicher Lethargie und unsere Demokratie vor neuerlichen totalitären Anwandlungen zu bewahren."

 

Deshalb müsse die Freiheit der Kunst und die Unabhängigkeit der Presse für eine gute demokratische Zukunft verteidigt werden. Umgekehrt brauche die Demokratie aber auch den Rückhalt aus Kunst und Kultur, sagte Grütters mit Blick auf das Scheitern der Weimarer Republik. Während ihres Niedergangs seien viele Künstler und Intellektuelle stumm geblieben, auch weil sie sich in der Rolle der Politikverächter gefielen. Damit hätten sie aber gerade an jenem Ast gesägt, auf dem sie sitzen. "Die Kunst ist frei - aber nicht frei von Verantwortung", betonte Grütters.

 

Medienvielfalt erhalten

Dasselbe gelte auch für die Presse, die ebenso wie die Kunstfreiheit konstitutiv für die Demokratie sei. Journalistinnen und Journalisten würden als "Wächter" der Demokratie Missstände und Fehlentwicklungen nicht nur aufdecken, sondern gleichzeitig auch dafür sorgen, dass darüber diskutiert und gestritten wird. Auf diese Weise mobilisierten "die Selbstheilungskräfte der Demokratie."

 

Zur Wahrheit gehöre aber auch, dass es eine wachsende Zahl von Menschen gebe, die ihre Lebenswirklichkeit in den politischen Debatten und der medialen Berichterstattung nicht angemessen repräsentiert sehen. Soziale Medien und digitale Verbreitungswege ermöglichten eine Entwicklung hin zu einer ungefilterten Echtzeit-Berichterstattung für Jedermann. Daraus erwachse für die Medienhäuser ein zunehmender Druck zur Beschleunigung, der den traditionellen Medien die "wünschenswerte Spiegelung der Wirklichkeit in all ihren

Schattierungen" erschwere.

 

Die Würde des Menschen ist unantastbar

Die Kulturstaatsministerin hob in ihrer Rede die Rolle des ersten Bundespräsidenten bei der Entstehung des Grundgesetzes hervor. "Die Formulierungen der tragenden Prinzipien unseres Gemeinwesens atmen jenes 'Pathos der Nüchternheit', das Theodor Heuss der jungen Bundesrepublik mit in die Wiege legen wollte.

 

So sei es auch Theodor Heuss zu verdanken, dass das Grundgesetz den antitotalitären Konsens seiner Verfasserinnen und Verfasser auf den Punkt gebracht habe: "Was könnte die zivilisatorische Wende nach den

barbarischen Verbrechen in deutschem Namen auf so eindringliche Weise zum Ausdruck bringen wie jener erste Artikel, der bis heute in aller Munde ist: Die Würde des Menschen ist unantastbar."

 

Stiftung vermittelt demokratische Bildung

Weil der Blick in die Vergangenheit die Wahrnehmung für die Herausforderungen der Gegenwart und der Zukunft schärfe, schätze die Bundesregierung die Arbeit der Stiftung Bundespräsident-Theodor-Heuss-Haus sehr, erklärte Grütters. Die historisch-politische Vermittlungsarbeit der Stiftung trage so maßgeblich zur demokratischen Selbstverständigung bei.

 

Über die jährliche Förderung hinaus unterstützt der Bund die Stiftung aus dem Kulturetatmit insgesamt 2,5 Millionen Euro bei der Sanierung und beim Umbau des Gebäudes und der Entwicklung einer neuen Dauerausstellung. Zudem wird im Rahmen des neuen Programms "Kultur in ländlichen Räumen" das Projekt

"Grundrechtekoffer" gefördert, das zur Beschäftigung mit dem Grundgesetz einlädt. Pib 8

 

 

 

 

"Neustart im Team". Bund startet neues Aufnahmeprogramm für Flüchtlinge

 

Als 2015 viele Flüchtlinge nach Deutschland kamen, wollten viele Bürger privat mit Unterkunft helfen. Rechtlich stieß das an Grenzen. Jetzt startet der Bund ein neues Aufnahmeprogramm, das privates Engagement voraussetzt.

Der Bund startet in Kooperation mit Wohlfahrtsverbänden und Kirchen ein neues Programm zur Aufnahme besonders schutzbedürftiger Flüchtlinge. Das am Montag in Berlin vorgestellte Pilotprogramm „Neustart im Team (NesT)“ sieht vor, dass Mentorengruppen einem Flüchtling den Weg nach Deutschland ebnen, indem sie sich zu finanzieller und ideeller Unterstützung verpflichten. Ziel sei es, privates Engagement mit den staatlichen Komponenten zu koppeln, erklärte das Bundesinnenministerium, das gemeinsam mit der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung und dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge das Projekt begleitet.

Es sei eine Ergänzung humanitärer Aufnahmeprogramme, sagte der parlamentarische Staatssekretär im Innenministerium, Stephan Mayer (CSU). Ohne ehrenamtliche Akteure wäre Integration nicht zu schaffen, sagte die Integrationsbeauftragte Annette Widmann-Mauz (CDU). Sie äußerte sich erfreut darüber, dass die Hilfsbereitschaft bei Aufnahme und Integration Schutzsuchender immer noch enorm hoch sei. Nach ihren Angaben gibt es schon mehrere Interessensbekundungen für das Programm.

Pflichten der Mentoren

Zu den Pflichten der Mentoren innerhalb des Programms wird es gehören, angemessenen Wohnraum zu finden und über zwei Jahre die Nettokaltmiete zu finanzieren. Die Mentoren sollen auch bei Behördengängen, Stellensuche oder Zugang zu Sprachkursen unterstützen. Das Pilotprojekt umfasst zunächst 500 Plätze. Die ersten Einreisen sollen den Angaben zufolge ab dem Sommer stattfinden. Koordiniert werden soll das Programm über eine zentrale Stelle, die von der Bertelsmann und der Mercator Stiftung sowie der Evangelischen Kirche von Westfalen finanziert wird.

Bereits 2015, als viele Flüchtlinge nach Deutschland kamen, gab es zahlreiche Forderungen, Schutzsuchende nach Deutschland zu lassen, wenn Bürgen für sie aufkommen. Damals wurde dies über Aufnahmeprogramme vor allem der Bundesländer möglich gemacht. Die Bürgschaften hatten teilweise aber erhebliche finanzielle Konsequenzen. Das neue Programm ist in diesem Punkt zeitlich für die Beteiligten befristet.

Aufnahme von 10.200 Menschen zugesagt

Unterstützt wird das Projekt unter anderem vom Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR), den beiden großen Kirchen und ihren Wohlfahrtsverbänden Diakonie und Caritas, der AWO und dem Paritätischen Wohlfahrtverband. Es ist Teil der deutschen Zusagen für das sogenannte, vom UNHCR organisierte Resettlement, bei dem besonders schutzbedürftige Flüchtlinge wie Frauen, Kinder oder Kranke in ein sicheres Land umgesiedelt werden. Mayer sagte mit Verweis auf Zahlen des UNHCR, etwa 1,4 Millionen der weltweit mehr als 68 Millionen Flüchtlinge würden als besonders schutzbedürftig gelten.

Die Bundesregierung hatte im vergangenen Jahr zugesagt, bis Ende 2019 insgesamt 10.200 Menschen im Rahmen von Resettlement-Programmen aufzunehmen. Nach Angaben des Bundesinnenministeriums wurden bislang rund 3.200 Flüchtlinge aus der Türkei und 276 Menschen, die in Libyen gestrandet waren und nach Niger zurückgingen, in die Bundesrepublik geholt. Auf ihrer Afrika-Reise hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) kürzlich zugesagt, für dieses Programm noch einmal 300 Plätze zur Verfügung zu stellen. In Vorbereitung ist nach Angaben des Ministeriums zudem ein Resettlement-Programm für Ägypten, Äthiopien, Jordanien und Libanon mit 2.900 Plätzen. (epd/mig 7)

 

 

 

Merkel: Wir arbeiten dauerhaft daran, die Bedingungen in der Pflege zu verbessern

       

Zum "Internationalen Tag der Pflegenden" am 12. Mai dankt Kanzlerin Merkel im aktuellen Podcast allen, die im Pflegeberuf arbeiten und allen, die ihre Angehörigen pflegen: "Danke für die geleistete Arbeit und Danke für das, was daraus an Humanität und Menschlichkeit für unsere Gesellschaft entsteht". Auch wenn vieles erreicht worden sei, arbeite die Bundesregierung weiter daran, die Situation zu verbessern.

 

Aus vielen Gesprächen wisse sie, wie wichtig des Thema Pflege für viele Menschen in Deutschland ist. Die Einführung der Pflegeversicherung vor 25 Jahren sei "der wichtigste Schritt" zur Verbesserung der Situation für die Betroffenen gewesen. Seitdem seien Fortschritte gemacht und das Angebot vervielfacht worden.

 

Immer noch seien es die Angehörigen, auf denen der größte Teil der Arbeit laste: "In den Familien wird Unglaubliches geleistet", betont die Kanzlerin. Der Staat könne hier zwar nur unterstützend tätig sein. Aber man habe eine bessere soziale Absicherung, Möglichkeiten zur beruflichen Freistellung und eine professionelle

Beratung geschaffen. Am Ziel sei man aber noch lange nicht: "Wir arbeiten dauerhaft daran, die Bedingungen zu verbessern."

 

Auch für professionelle Pflegekräfte bleibe noch viel zu tun, aber man sei mit dem "Sofortprogramm Pflege" auf gutem Weg. Damit sei zum Beispiel die Ausbildung für Pflegekräfte vollkommen neu geordnet worden.

Für Pflegekräfte in der Ausbildung "wird es in Zukunft kein Schulgeld mehr geben, sondern eine anständige Vergütung". Zudem würden 13.000 neue Vollzeitstellen aus der Versicherung vollfinanziert und Pflegeinrichtungen bei der Digitalisierung unterstützt mit dem Ziel, mehr Zeit für die Arbeit mit Menschen zu ermöglichen.

 

Und schließlich führe die "Konzertierte Aktion Pflege" der Bundesregierung zu besseren Arbeitsbedingungen und einer vernünftigen und bundeseinheitlichen Bezahlung. All dies sei "ein wichtiger Schritt nach vorne - auch in der professionellen Pflege", so Kanzlerin Merkel. Pib 11

 

 

 

 

Umfrage. Mehrheit fordert mehr Einsatz gegen gewaltbereiten Rechtsextremismus

 

Die Bundesregierung tut zu wenig im Kampf gegen gewaltbereiten Rechtsextremismus. Das werfen Deutsche einer Umfrage zufolge mehrheitlich der Bundesregierung vor. Zwei von drei sehen im Rechtsextremismus eine Gefahr für die Demokratie.

Eine Mehrheit der Deutschen wirft der Bundesregierung einer Umfrage zufolge vor, zu wenig im Kampf gegen gewaltbereiten Rechtsextremismus zu tun. Rund zwei Drittel (knapp 70 Prozent) der Bundesbürger sehen zudem im Rechtsextremismus eine zunehmende Gefahr für die Demokratie in Deutschland, wie aus zwei repräsentativen Umfragen des Meinungsforschungsinstituts Civey im Auftrag des Berliner „Tagesspiegels“ hervorgeht. Rund ein Viertel der Befragten sieht diese Gefahr eher nicht.

Laut Umfrage beantworteten rund 60 Prozent der Teilnehmer die Frage, ob die Bundesregierung genug gegen gewaltbereite Rechtsextreme in Deutschland tue, mit „eher nein“ oder „nein, auf keinen Fall“. Knapp 27 Prozent finden das Engagement „auf jeden Fall ausreichend“ oder „eher ausreichend“.

AfD-Wähler zufrieden mit „Kampf gegen Rechts“

Die Einschätzungen unterschieden sich dabei stark nach Parteipräferenz, heißt es. So sagten mehr als 70 Prozent der AfD-Wähler, dass im Kampf gegen Rechtsextreme genug getan werde. Bei Anhängern der Grünen, SPD und Linken lägen die Werte bei unter zehn Prozent.

Die Frage, ob Rechtsextremisten zunehmend zur Gefahr für die Demokratie werden, bejahten jeweils mehr als 84 Prozent der Anhänger von Grünen, SPD und Linken. Bei den AfD-Anhängern waren es nur rund sieben Prozent. Konservative und liberale Wähler lägen mit ihrer Einschätzung zwischen den Werten der beiden Lager. So bejahten rund 67 Prozent der Unions- und knapp 52 Prozent der FDP-Wähler diese Frage.

Angst in der Stadt größer

Außerdem zeige sich bei den Ergebnissen ein Stadt-Land-Gefälle, heißt es. Auf dem Land erklärten 27 Prozent der Befragten, dass genug gegen Rechtsextremismus getan werde. In der Stadt bejahten diese Frage rund 20 Prozent. Auch sorgten sich Städter häufiger vor der Gefahr, die Rechtsextreme für die Demokratie darstellen.

Die Online-Befragung fand zwischen dem 3. und 7. Mai statt. Befragt wurden den Angaben zufolge mehr als 5.000 repräsentativ ausgewählte Menschen.

(epd/mig 9)

 

 

 

Job-Studie: Deutsche sind offen für "Flex-Arbeit"

 

Bundesbürger schätzen flexible Arbeitsmodelle - Mehrheit der Befragten weltweit bevorzugt feste Vollzeitanstellung

 

Frankfurt am Main, 16. Mai 2019 - Die Deutschen interessieren sich

für flexible Arbeitsmodelle. Acht von zehn Bundesbürgern geben an,

dass für sie zum Beispiel Leih-, Teilzeit- oder Projektarbeit

"vielleicht" oder "auf jeden Fall" eine Option ist. In Europa

begeistern sich nur Spanier, Italiener und Polen mehr dafür. Zu

diesem Ergebnis kommt die Studie "Global Candidate Preferences", für

die im Auftrag der ManpowerGroup rund 18.000 Arbeitnehmer in 24

Ländern weltweit befragt wurden.

 

Was bewegt die Europäer, auf flexible Modelle zu setzen? Es sind

hauptsächlich zwei Gründe: Zum einen geben sie an, dass sie so

Arbeitserfahrung sammeln können. Zum anderen helfen diese Jobs ihnen,

das Grundeinkommen zu sichern. Letzteres ist das Motiv Nummer eins

für die Arbeitssuchenden in Deutschland, sich für ein flexibles

Arbeitsmodell zu entscheiden. Mit 48 Prozent der Befragten ist es

auch der höchste Wert verglichen mit den anderen neun untersuchten

europäischen Nationen. Nur Norweger und Schweden weisen mit 42

beziehungsweise 43 Prozent ähnliche Zahlen auf.

 

Deutsche verbinden "Flex-Arbeit" mit Unabhängigkeit

Die Bundesbürger sehen in den flexiblen Arbeitsmodellen noch weitere

Vorteile. Für 35 Prozent der Befragten bieten sie die Möglichkeit,

sich um die eigenen Kinder oder Angehörige kümmern zu können, die

Hilfe brauchen. 30 Prozent geben an, dass sie so auch eine große

Auswahl zwischen verschiedenen Projekten und Tätigkeiten haben. Ein

weiteres Drittel der Deutschen findet die damit verbundene

Unabhängigkeit und Selbstbestimmtheit gut: Man müsse zum Beispiel bei

einigen Modellen nicht in einem festen Zeitrahmen die Aufgaben

erledigen oder sei letzten Endes nicht für die Ergebnisse

verantwortlich. "Der Trend ist, dass sowohl in Deutschland als auch

weltweit die Menschen mehr und mehr Wert darauf legen, nach ihren

eigenen Maßstäben Arbeit und Privates besser zu vereinen", sagt Silke

Meyer, Geschäftsführerin der ManpowerGroup Solutions. "Deshalb

schätzen viele Unabhängigkeit im Job."    

 

Portugiesen sehen in den Alternativen zur Festanstellung in Vollzeit

vor allen Dingen die Chance, sich weiterzubilden oder in der Freizeit

neue Dinge zu erlernen und zu erleben.  Für Polen, Tschechen und

Franzosen ist es wichtig, auf diese Art eine Tätigkeit testen zu

können, und so herauszufinden, ob die Arbeit für sie geeignet ist.  

 

Große Mehrheit der Franzosen spricht sich für Vollzeitstelle aus

Obwohl das Interesse an den alternativen Jobmodellen steigt,

bevorzugt die Mehrheit immer noch eine Festanstellung in Vollzeit.

Weltweit sind es 55 Prozent der Beschäftigten. Deutschland liegt mit

61 Prozent über dem globalen Durchschnitt. In Europa gibt es fünf

Nationen, in denen mehr Menschen als in Deutschland eine klassische

Arbeitsstelle bevorzugen. An der Spitze steht Frankreich. Hier wollen

72 Prozent fest angestellt sein und in Vollzeit arbeiten. Auf den

Plätzen folgen die Polen, Schweden, Norweger und Briten. Außerhalb

Europas liegen die US-Amerikaner (70 Prozent), die Kanadier (63

Prozent), die Singapurer (62 Prozent) und die Japaner (61 Prozent)

deutlich über dem weltweiten Mittelwert.

 

Was die meisten Arbeitssuchenden in Europa von flexiblen Modellen

abschreckt und sie damit Vollzeitstellen bevorzugen lässt, sind die

geringe Arbeitsplatzsicherheit und eine niedrigere Vergütung.

Letzteres stellt für die Deutschen das größte Problem dar (59

Prozent). Ähnlich sehen es die Franzosen (60 Prozent) und Polen (61

Prozent). Lediglich für die Briten spielt dieser Punkt eine

untergeordnete Rolle (28 Prozent). Die Bewohner Großbritanniens

stören sich zu zwei Dritteln vor allem an der Möglichkeit, eher den

Job zu verlieren (64 Prozent). Den Bundesbürgern bereitet das zu 58

Prozent Sorgen. Deutsche und Briten empfinden Leih-, Teilzeit- oder

Projektarbeit in einem weiteren Punkt ähnlich: Gleichheit. Sie sind

zu 39 beziehungsweise 37 Prozent der Ansicht, dass Arbeitnehmer, die

ein flexibles Arbeitsmodell nutzen, nicht so gut wie Vollzeitkräfte

behandelt werden. Diese Werte liegen deutlich über dem Durchschnitt

der anderen acht untersuchten europäischen Nationen und über dem

globalen in Höhe von 27 Prozent.

"Für die Deutschen sind Gleichheit und soziale Gerechtigkeit immer

noch hohe Güter", sagt Silke Meyer. "Unternehmen sollten daher darauf

achten, Projektmitarbeitern sowie Teil- und Vollzeitkräften dieselbe

Wertschätzung entgegenzubringen. Spricht sich das unter

Arbeitssuchenden herum, ist das ein Pfund, mit dem eine Firma im

Kampf um die Talente' wuchern kann." 

Mehr Informationen unter http://www.manpowergroup.de. Dip 16