Webgiornale marzo 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Immigrazione europea, la stagione della deterrenza e l’illusione di chiudere i confini 1

2.     Sondaggio. Italiani ottimisti, preoccupati, europeisti. Sorprese da Eurobarometro. 1

3.     Opinioni divergenti sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. 1

4.     Referendum: riforma ambigua della magistratura. 1

5.     Ucraina: quattro anni di morti e distruzioni 1

6.     Scade il trattato New Start, allarme Onu: cresce il rischio nucleare globale. 1

7.     Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina. 1

8.     Il rapporto 2025 dello IAI sulla politica estera italiana. 1

9.     Le ragioni del NO al referendum. Intervista a Maria Teresa Capozza. 1

10.  Povertà e salute mentale: Caritas, un “circolo vizioso” che colpisce giovani, donne e migranti 1

11.  Frana a Niscemi. Quando l’emergenza crea comunità. 1

12.  L’Ucraina, l’Europa, e la resa dei conti globale. 1

13.  Riflessioni 1

14.  Mediterraneo. La tempesta perfetta: il ciclone Henry e il muro dell’Europa. 1

15.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

16.  Immigrazione. Ecco cosa prevede il ddl del governo: stretta su protezione e ricongiungimenti 1

17.  Diritti umani, come cambiano le tutele in Europa (l’analisi di Human Rights Watch) 1

18.  Pagare tutto per vivere. 1

19.  Referendum 22 e 23 marzo 2026, le agevolazioni di viaggio per i cittadini italiani residenti in Italia e all’estero. 1

20.  “Remigrazione”: una proposta di legge contro gli Italiani 1

21.  L’Europa al bivio della competitività, tra soluzioni e limiti: cosa hanno deciso i leader?. 1

22.  Cosmo Italiano, i temi recenti 1

23.  Diritto d’asilo: approvate dal Parlamento Ue le nuove norme. 1

24.  Economia italiana. 1

25.  Decreto-legge sicurezza: fermo preventivo. 1

26.  Premio internazionale “Michele Schiavone”: scadenza prorogata al 16 marzo. 1

27.  Giustizia e politica, la madre di tutte le battaglie. 1

28.  I saggi 1

29.  l cantautore italiano Peppe Voltarelli in tour in Germania. 1

30.  Eurobarometro: il 51% degli italiani ha un’immagine positiva dell’UE. 1

31.  I rifugiati aumentano, l’Europa stringe le maglie: cosa cambia. 1

32.  Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina. 1

33.  La Germania prepara la sua Starlink. Obiettivo maxi commessa per mandare 100 satelliti in orbita. 1

34.  Il dopo. 1

35.  Fare figli è più facile all’estero? Un nuovo volume della Migrantes. 1

36.  Il trilemma delle tecnologie critiche. 1

37.  Quale sicurezza cerchiamo?. 1

38.  Pensioni 1

39.  Carta d'identità 'a vita' per gli over 70, la norma è ufficiale. 1

40.  Gli aspetti geopolitici e geoeconomici della strategia italiana nell’Artico. 1

41.  L’Eccesso di Pensiero: un istinto del pensare, non un’abitudine. 1

42.  A Stoccarda il concorso internazionale sul gelato al bergamotto. 1

43.  Servizi consolari a pagamento: l’interpellanza di Ricciardi (Pd) su semplita.com.. 1

44.  Bel Paese, ma non per tutti 1

45.  Per il 66% dei ragazzi web luogo di violenza. 1

46.  Primo Congresso di Forza Italia – Italiani all’estero a Bruxelles. 1

47.  La terra in prestito e il conto che presentiamo ai nostri figli 1

 

 

1.     Richtiger Ton. 1

2.     Bundestagsausschuss beschließt Asylreform.. 1

3.     Immer mehr Ärzte kommen aus dem Ausland. 1

4.     Viel Empathie, zu wenig Solidarität mit der Ukraine. 1

5.     Gefährliche Illusionen. 1

6.     CDU stimmt für Mindestlohn-Ausnahmen für ausländische Saisonkräfte. 1

7.     Friedrich Merz und seine CDU: Öffentliche Disziplin und emotionale Distanz. 1

8.     Italien: Flüchtlingsleichen ins Süditalien geborgen. 1

9.     Italien muss Seenotretter entschädigen – 76.000 Euro. 1

10.  Jetzt erst recht 1

11.  Massengrab Mittelmeer 1

12.  Sprachkurs gestrichen. Dobrindt macht Integration unbezahlbar 1

13.  Studie. Rassismus in Ämtern und Behörden stark verbreitet 1

14.  Wahre Stärke. 1

15.  Dobrindt verlängert Grenzkontrollen bis mindestens September. 1

16.  Geldstrafe. Italien setzt deutsches Schiff nach Rettungsaktion fest. 1

17.  Täglich vier Angriffe. Rechts motivierte Gewalttaten nehmen zu. 1

18.  500.000 Aufenthaltstitel. Spaniens Migrationskurs – ein Modell für Deutschland?. 1

19.  Italien. Meloni-Regierung will Flüchtlingspolitik weiter verschärfen. 1

20.  Volkshochschule befürchtet Demontage aller Integrationskurse. 1

21.  Nach dem Vertrag ist vor dem Wettrüsten: Die Welt ohne atomare Fesseln. 1

22.  Gefährliche Nostalgie. 1

23.  Rheinland-Pfalz vereinfacht Anerkennung ausländischer Abschlüsse. 1

24.  Sozialminister schreiben EU-Bürger aus dem Sozialstaat 1

25.  Das andere Amerika. 1

26.  MAGA-Dilemma. AfD zwischen Trump und „Deutschland first“. 1

27.  Viertes Quartal 2025. Täglich mehr als zwei Übergriffe gegen Geflüchtete. 1

28.  Spanien plant Regularisierung von einer halben Million Migranten. 1

29.  Integration auf dem Papier. „Glückwunsch – jetzt bist du Deutsche“. 1

30.  Rückkehr der Machtpolitik. 1

31.  UN-Generalsekretär Guterres: Weltordnung steht vor dem Zerfall 1

32.  Migrationsbericht 2024. Einwanderung nach Deutschland im Jahr 2024 gesunken. 1

33.  Grenzgänger*innen und Zugezogene: Neue Erkenntnisse zur Akzeptanz von Arbeitsmigration. 1

34.  Menschenrechte am Abgrund, Deutschland soll mehr tun. 1

35.  Vielfalt oder Niedergang. 1

36.  Rita Süssmuth: Vordenkerin deutscher Migrationspolitik ist tot 1

37.  DAAD trauert um Rita Süssmuth. 1

38.  EU-Asylpolitik. Schwarz-Rot einigt sich auf maximale Strenge. 1

 

 

 

 

 

Immigrazione europea, la stagione della deterrenza e l’illusione di chiudere i confini

 

Il Nuovo Patto su immigrazione e asilo dell’Unione europea rafforza la logica della deterrenza, ampliando espulsioni, Paesi sicuri e return hubs. A fronte di un alto tasso di riconoscimento delle domande, si restringono le tutele per i richiedenti asilo, mentre gli Stati riaprono ai flussi di lavoro, rivelando profonde contraddizioni nelle politiche migratorie europee – di Maurizio Ambrosini

Due dati possono servire per inquadrare gli sviluppi delle politiche dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo. Il primo riguarda il tasso di accettazione delle domande di asilo: secondo Eurostat, nel 2024 oltre la metà delle 754.290 richieste d’asilo (51,4%) sono state accettate. I richiedenti sono riconosciuti come meritevoli di tutela a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti essenziali. Il secondo dato è il tasso di espulsione degli immigrati colpiti da un ordine di allontanamento: appena il 27%.

Il Nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, approvato nel 2024, ha come principale filo conduttore l’aumento delle espulsioni (i ritorni sono citati più di 90 volte), ma in realtà intende incidere anche sul primo dato: abbassare il numero delle persone accolte. Spira un vento ostile all’accoglienza e ai valori umanitari. Lo conferma il voto al Parlamento europeo sulle norme relative ai Paesi sicuri (un pacchetto attuativo del Patto del 2024), in cui si è registrata una convergenza tra popolari e destra radicale che ormai, su questa materia, sta diventando un asse consolidato.

Nelle nuove disposizioni il concetto di Paese terzo sicuro viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei Paesi di origine definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo, vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che riescano a conseguire una qualche forma di integrazione sul territorio, trovando lavoro o stabilendo relazioni sociali. L’Ue propone ora un elenco unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. L’elenco comprende solo sette Paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma fa comunque impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Kosovo, Tunisia, Marocco, Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e ai cristiani perseguitati in diversi di questi Paesi. Il secondo livello è quello dei Paesi che l’Ue vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo Paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande sul posto.

Ma la disposizione più controversa è un’altra: la possibilità di espellere i malcapitati verso Paesi terzi, aggirando così la resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi. Entra nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome della deterrenza, si punta a spedire in qualche Paese africano immigrati che arrivano dall’Asia meridionale e viceversa.

Quanto alla legittimazione del “modello Albania”, occorre distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’Ue e la visione del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per trattenere chi voleva entrare; quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a “scaricare” chi dovrebbe uscire.

Ma la contraddizione maggiore è un’altra. Il governo italiano ha di fatto riaperto le porte all’immigrazione per lavoro, mediante un decreto flussi 2026-2028 da 500.000 nuovi ingressi, e altri governi dell’Ue stanno facendo lo stesso. Alcuni, come Svezia e Germania, stanno regolarizzando i richiedenti asilo diniegati che vengono assunti. Si pensa di calmare le ansie dell’opinione pubblica e di contrastare le spinte nazional-populiste chiudendo le porte ai più fragili, le persone in cerca di asilo, e comunicando un’illusoria chiusura dei confini. Ma i confini continueranno a essere attraversati e, se non si cambia linguaggio e visione, si costruirà una società europea in cui gli immigrati continueranno ad arrivare, ma saranno trattati come un’umanità indesiderata ed esclusa. Dovremmo invece ricordare sempre che insieme alle braccia arrivano le persone. Sir 20

 

 

 

 

 

 

Sondaggio. Italiani ottimisti, preoccupati, europeisti. Sorprese da Eurobarometro

 

L'ultima indagine prodotta da Eurobarometro, per conto del Parlamento europeo, consegna risultati a tratti sorprendenti. Gli italiani si dicono ottimisti rispetto al futuro generale, europeo e personale. Non mancano però tante preoccupazioni, ad esempio su sicurezza e informazione. E chiedono più azione e certezze riguardo a lavoro, costo della vita e sanità pubblica – di Gianni Borsa

Ottimisti sul futuro, o quantomeno un poco più ottimisti degli altri europei. Preoccupati sul versante della sicurezza e della libertà d’informazione. Più “europeisti” di altre nazionalità. Concentrati su costo della vita, lavoro, sanità pubblica prima che su altri problemi. La scorsa settimana Eurobarometro ha reso noti i risultati di un’ampia indagine, commissionata dal Parlamento europeo, basata su interviste a 27mila cittadini dell’Ue, italiani compresi. Ebbene i risultati italiani mostrano significativi scostamenti rispetto a quelli di altri Paesi.

Su scala Ue emerge che conflitti, terrorismo, incertezze economiche, calamità naturali aggravate dai cambiamenti climatici, attacchi informatici, pressioni migratorie sono fenomeni che generano nella popolazione dell’Unione europea ansie, timori, vere e proprie inquietudini. Allo stesso tempo lasciano trasparire attese e risposte da parte della politica. Eurobarometro segnala che “in un momento di crescenti tensioni geopolitiche, i cittadini sono sempre più preoccupati per il loro futuro e chiedono un’azione comune e ambiziosa da parte dell’Ue”.Il sondaggio ha posto numerose domande agli intervistati. Estrapolando le risposte dei nostri connazionali rispetto a quelle medie dell’Ue, non mancano le sorprese (e qualche elemento contraddittorio).

Ad esempio, circa le “prospettive future” del mondo (domanda piuttosto generica, ma non priva di senso), gli europei si ritengono ottimisti per il 44% e pessimisti al 52% (il resto sono gli indecisi); gli italiani invece sono ottimisti al 50% e pessimisti al 46%. Sul futuro dell’Ue gli europei sono ottimisti al 57%, gli italiani al 67%. Sul futuro del proprio Paese gli europei si dicono ottimisti al 57%, gli italiani lo sono al 64%. Interessante la domanda rivolta sul futuro personale o del proprio nucleo familiare: europei in questo caso ottimisti al 76%, italiani all’81%.

Capitolo sicurezza. In questo caso gli italiani sono mediamente più preoccupati dei cittadini degli altri Paesi (il confronto avviene con la media Ue). Dunque, le guerre in Europa o nel vicinato europeo preoccupano l’83% degli intervistati italiani, contro il 72% degli altri Paesi. Terrorismo: italiani preoccupati nell’83% delle risposte, europei al 67%. Gli italiani sono più preoccupati degli altri europei per quanto riguarda gli attacchi informatici, i disastri naturali (le cronache danno loro ragione!), le migrazioni incontrollate, le ingerenze straniere mediante internet riguardo le competizioni elettorali.

L’informazione fa sollevare il sopracciglio degli italiani, che si dicono inquieti circa il proliferare delle fake news, l’incitamento all’odio sui social, l’ingerenza dell’intelligenza artificiale, la protezione dei dati personali, fino alle minacce alla libertà di parola e d’informazione.

In genere, poi, gli italiani chiedono “più Europa” rispetto agli intervistati di altre nazionalità in relazione alla protezione dei cittadini dalle “sfide globali”; domandano maggiore unità d’intenti e d’azione fra i Paesi membri dell’Ue; più risorse all’Unione europea per rispondere alle sfide in atto; una voce unitaria sulla scena internazionale.

Fra le tante domande poste agli intervistati, una è formulata così: “Secondo lei, a quali dei seguenti argomenti il Parlamento europeo dovrebbe dare la priorità?”. Qui ci si rende conto di quali siano le prime e più urgenti richieste degli italiani: al primo posto economia e lavoro, al secondo inflazione e costo della vita, al terzo la situazione della sanità pubblica. Alle preoccupazioni “quotidiane” seguono le altre nel seguente ordine: difesa e sicurezza; ambiente e cambiamento climatico; povertà ed esclusione sociale; democrazia e stato di diritto; migrazioni. Sir 12

 

 

 

 

 

 

 

Opinioni divergenti sulla riforma dell’ordinamento giudiziario

 

Per consentire agli elettori, chiamati ad esprimere la propria opinione sulla riforma della giustizia nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo prossimo, di fare una scelta consapevole dell’importanza dei quesiti da votare, è meglio chiarire gli equivoci che da più parti stanno crescendo.

La legge di riforma della magistrature è una legge costituzionale, pubblicata nella G.U. Serie Generale N. 253 del 30 ottobre 2025, recante” Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Gli articoli in questione sono l’87, 102, 104, 105, 106, 107, 110. L’opinione corrente, avallata dalla maggioranza al governo, ritiene necessaria tale riforma per separare le attuali carriere dei magistrati requirenti e giudicanti, separazione che in futuro sarà meglio precisata con una legge ordinaria.

La riforma sarebbe, in sostanza, il completamento della riforma Vassalli del 1989, perché prevederebbe attraverso la parità tra accusa e difesa, la trasformazione definitiva del nostro processo penale da inquisitorio ad accusatorio.

Vassalli era convinto di rafforzare, con la sua riforma, l’imparzialità del giudice, proprio con la parità tra accusa e difesa e il distacco del pubblico ministero dall’organo giudicante.

Egli era altresì convinto della necessità di assoluta indipendenza del potere giurisdizionale, attraverso un organo di governo come il Consiglio Superiore della Magistratura, e non avrebbe certamente accettato la divisione di tale organo, perché sarebbe risultato indebolito nella sua funzione, che è quella di difendere l’indipendenza della Magistratura.

Le riserve che da più parti si esprimono, soprattutto dall’opposizione di sinistra, riguardano la legge di riforma, destinata solo in apparenza a integrare la lettera e lo spirito del nostro impianto costituzionale.

In particolare:

- la separazione delle carriere, tra giudici e pubblici ministeri, era stata già avviata dalla riforma Cartabia con una legge ordinaria: sarebbero state  sufficienti poche norme ordinarie per completare questa riforma invece di mettere in discussione norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale  del potere giudiziario;

- toccando la Costituzione si avvia un processo di indebolimento del potere giudiziario, perché la riforma prevede la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, l’elezione dei componenti sostituita dal sorteggio e “l’istituzione di una Alta Corte disciplinare“, autoreferenziale in barba al divieto costituzionale di giurisdizioni speciali, riscrivendo l’art. 105 della Costituzione;

- Per ultimo, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) teme, proprio per quanto espresso nella legge di riforma, che la stessa altro non sia che il primo passo per attuare un progetto più grande, a danno non solo della magistratura requirente, ma di tutta la magistratura, uno degli assi portanti della nostra democrazia.

Angela Casilli, de.it.press 16   

 

 

 

 

 

 

Referendum: riforma ambigua della magistratura

 

La riforma costituzionale approvata dal parlamento, recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», cela dietro a soluzioni tecniche piuttosto ostiche scelte di grande impatto politico-costituzionale e sociale. È dunque necessario rifuggire alla comoda tentazione di accantonare l’esame di questo testo, trincerandosi dietro un eccesso di tecnicità.

L’approvazione a maggioranza assoluta, ma non qualificata, da parte del parlamento ha reso possibile la richiesta di un referendum costituzionale, che potrà assumere un significato confermativo (se prevalessero i sì) od oppositivo (se i No fossero superiori). Si tratta di un referendum senza quorum, proprio perché è uno strumento pensato dai costituenti per dare alle minoranze, politiche o sociali, uno strumento di difesa delle superiori ragioni della Costituzione rispetto a possibili forzature o addirittura ad abusi della maggioranza.

E, in effetti, sono molte le ambiguità di questa riforma costituzionale, sul piano del metodo della sua approvazione, dei contenuti e delle prospettive future della democrazia.

Nel metodo: le forzature procedurali e la posta in gioco

Sul piano del metodo, non solo si persevera nella cattiva e ormai risalente prassi di riforme costituzionali approvate a stretta maggioranza parlamentare (la stessa che sostiene il governo), salve limitatissime aggiunte, ma, in questo caso, si è arrivati a blindare rigidamente il testo, perfino a fronte di richieste di correttivi migliorativi provenienti da ambienti (professionali-giuridici e politici) vicini alla stessa maggioranza. Non vi sono stati emendamenti rispetto al testo di diretta iniziativa del governo.

In questo modo di procedere alligna un’intrinseca ambiguità, individuabile nella pretesa del governo, pervicacemente da solo, di ridefinire i contorni di un fondamentale organo di garanzia dell’indipendenza della magistratura e, per questa via, di rimettere in discussione il delicato equilibrio tra poteri dello Stato. Non deve ingannare che si tratti di modifiche alla seconda parte della Costituzione, quella cosiddetta organizzativa.

In gioco è infatti un principio cardine del costituzionalismo, oltre che della Costituzione italiana, quello della separazione dei poteri, che vuole che la magistratura sia indipendente soprattutto dal governo. L’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti del cittadino del 1789 ha suggellato il principio per cui “ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione”.

Da questo principio di separazione dei poteri e di indipendenza dell’ordine giudiziario dipendono la garanzia dei diritti e l’uguaglianza effettiva davanti alla legge. Non possiamo accontentarci della conferma, testualmente contenuta nella riforma, per cui “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

I principi, quand’anche declamati, sono infatti del tutto sterilizzati e retorici se non sono “messi a terra” da regole e da precisi istituti attuativi. E l’organo che, in Costituzione, dà credibilità e sostanza effettiva al principio dell’indipendenza della magistratura è proprio il Consiglio superiore della magistratura (Csm), che la riforma modifica in modo sostanziale.

Il Csm è l’organo che la Costituzione istituisce a tutela dell’indipendenza della magistratura, attraverso, soprattutto, l’amministrazione delle carriere dei magistrati stessi che vengono così sottratte all’influenza politica. L’attenzione è quindi d’obbligo perché la posta in gioco costituzionale è molto alta.

Nel merito: il triplice indebolimento dell’indipendenza della magistratura

Nonostante le etichette che le si vogliono appiccicare, la riforma approvata dal parlamento non tocca i dibattuti nodi scoperti e critici del funzionamento della giustizia, a partire dalla lunghezza dei processi, o la discussa responsabilità civile dei magistrati, che qualcuno vorrebbe inasprire a seguito soprattutto di alcuni noti casi (e talvolta errori) giudiziari.

Il nodo della riforma costituzionale riguarda la cosiddetta “separazione delle carriere”, espressione indicata, a mo’ di passepartout, come rimedio potenziale a ogni stortura della magistratura. Tale separazione è perseguita mediante la riforma del Consiglio superiore della magistratura, che viene però obiettivamente depotenziato all’esito di tre mosse convergenti: lo sdoppiamento; la sottrazione del potere disciplinare; e lo svilimento di autorevolezza mediante il sorteggio.

La riforma sdoppia il Csm, istituendone due: uno per i giudici e un altro per i magistrati non giudicanti (i pubblici ministeri o p.m.). I magistrati, infatti, si distinguono in giudicanti (i giudici) e inquirenti (i p.m.). Con questa duplicazione, in linea con una vecchia battaglia di Berlusconi (e, ancora prima, con un disegno della P2), la maggioranza sostiene appunto di voler separare carriere che, in verità, da tempo, sono già molto separate, poiché i passaggi dall’una all’altra sono rigidamente regolamentati e ormai così limitati da non giustificare una revisione costituzionale.

Ci sarebbe peraltro da discutere su questa ossessione separativa, posto che il p.m. esercita un’azione che non può essere considerata di parte e identificata tout court con l’accusa, poiché è finalizzata – proprio come quella del giudice – all’interesse generale del rispetto della legge e dell’accertamento della verità processuale. Il p.m. è il rappresentante della collettività offesa da un reato e, in quanto tale, persegue la condanna dell’imputato solo se e quando lo ritenga colpevole.

Se l’avvocato difende per sua funzione l’imputato in quanto tale, il p.m. lo accusa solo se e in quanto lo ritenga, sulla base di elementi obiettivi, colpevole. Coerentemente, se il difensore si imbatte in prove di colpevolezza non deve produrle; il p.m. è invece tenuto (art. 291 c.p.p.) a esibire anche «tutti gli elementi a favore dell’imputato».

Lo sdoppiamento in quanto tale è contestato da chi ritiene che sia utile, anche a scopo di garanzia, che il magistrato maturi una cultura e una sensibilità della giurisdizione, facendo esperienza di entrambe le funzioni. Diversamente, il rischio è, per curiosa eterogenesi dei fini, che proprio la funzione inquirente assurga ad autonomo potere dello Stato, come paventato, in alcuni scritti, perfino da alcuni autorevoli esponenti favorevoli alla separazione.

Il Csm non è solo sdoppiato, ma anche depotenziato. Depotenziato perché gli viene sottratta una competenza fondamentale alla sua missione costituzionale e cioè il potere disciplinare rispetto ai magistrati. Tale funzione assai delicata è attribuita a una neo-istituita “Alta Corte disciplinare”, nei riguardi della quale, contraddittoriamente e significativamente, si ricompongono le due carriere, che si pretendevano separate e che invece sono sottoposte a un unico guardiano della responsabilità disciplinare. Perché in questo caso le carriere dovrebbero tornare unificate?

Oltre a questa decisiva sottrazione, l’autorevolezza dei due futuri Csm istituiti è minata dall’utilizzo inedito del sorteggio come metodo di formazione degli organi. Secondo la riforma, infatti, la componente di magistrati dei due nuovi Csm non sarebbe più eletta dai magistrati stessi, come avviene ora, ma selezionata con un puro sorteggio. Anche la componente cosiddetta “laica” dei due Csm, fatta da avvocati e professori universitari, sarebbe estratta, ma in modo temperato, perché all’interno di un elenco (di estensione potenzialmente limitata) formato dal parlamento in seduta comune.

Ciò fa sorgere un sospetto: si afferma infatti di voler eliminare dalla magistratura l’influenza delle correnti, ma nulla si fa per ridurre quella politica e partitica. Si potrebbe, anche, non senza malizia, annotare come, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, la classe politica sembri reagire moltiplicando le sedi (due nuovi Csm, più un’Alta Corte Disciplinare) in cui sarà possibile collocare figure legate ai partiti (magari di non eletti alle elezioni).

La propaganda governativa esalta il sorteggio come un rimedio al correntismo deleterio dei magistrati. Anziché un’elezione di rappresentanti, mediante la presentazione di liste, si avrebbe cioè un sorteggio casuale. Qualche episodio di malcostume è innegabilmente emerso in seno alle organizzazioni dei magistrati, a riguardo di nomine e percorsi di carriera.

E tuttavia, a tacere il fatto che l’epicentro di questo correntismo deleterio, l’ex presidente Anm Palamara, è ora un testimonial a favore di questa riforma (un convertito?), si deve dire che il pericolo più grave legato alle correnti è la possibile collateralità dei membri del Csm (o, all’esito della riforma, dei due Csm) rispetto alle parti politiche. Se passasse la riforma, è però prevedibile che proprio i membri togati (quelli cioè estratti a sorte tra tutti i magistrati) dei due nuovi Csm sarebbero catapultati nella carica in maniera casuale e isolati, e, per questo, sarebbero maggiormente esposti a divenire vittime facili di abbracci mortali tentati dai rappresentanti laici (e indicati dai partiti) dei due stessi Csm.

Le prospettive in termini di democrazia costituzionale

La domanda, legittima, che molti si pongono è se la separazione delle carriere sia funzionale e propedeutica a un prossimo, ulteriore, intervento di revisione costituzionale, volto a sottoporre espressamente i pubblici ministeri al controllo del governo.

Tale gradino non è però scavato da questa riforma, che semmai lo prepara, e dunque si potrebbe liquidare questa domanda come un mero sospetto o un processo alle intenzioni. La riforma, come si è ricordato, ribadisce formalmente che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. E tuttavia si è ricordata l’ambiguità della conferma retorica di questo principio, posto che questo è stato, per così dire, “denudato” dei suoi necessari corredi e garanzie attuative (e, in particolare, di un Csm autorevole).

Anche a voler credere alla promessa che non si compirà un ulteriore passaggio, volto ad assoggettare esplicitamente i pubblici ministeri al potere politico, resta vero che i giudici e i pubblici ministeri saranno, già all’esito di questa riforma, più deboli e prevedibilmente intimoriti dinanzi alla prospettiva di un’unica Alta corte disciplinare, contro i cui provvedimenti è ammesso ricorso solo dinanzi alla stessa Alta corte disciplinare. Sullo spauracchio della responsabilità disciplinare insiste molto, non a caso, il ministro Nordio e questo lascia intravedere un’intenzione inibitoria rispetto all’indipendenza dei magistrati.

La componente togata di questa Alta corte disciplinare è infatti sorteggiata, benché – questa volta – tra i magistrati con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. Ne scaturisce un indebolimento dell’autorevolezza di questo organo di garanzia, con prevedibili riflessi sulla serenità dei magistrati.

Non bisogna caricare il Csm della esclusiva funzione di efficienza del funzionamento della giustizia, per la quale vi è piuttosto una responsabilità specifica del ministro, dimenticando quella di protezione dell’indipendenza dei magistrati. Di questa conseguenza non devono preoccuparsi solo e principalmente il giudice o il p.m., ma i cittadini comuni. Un magistrato potenzialmente intimorito di un’azione disciplinare è inevitabilmente più sensibile alle lusinghe e ai condizionamenti del potere (sia esso pubblico o privato).

Va poi sottolineato, sempre tra i rischi prospettici, che, per molti passaggi delicati, questa riforma è piuttosto vaga e dovrà essere specificata da leggi di attuazione, che, come tutte le leggi, potranno essere approvate a stretta maggioranza. Ad esempio: con che maggioranze il parlamento eleggerà l’elenco tra cui dovranno essere pescati i membri laici dei due nuovi Csm?

E, infine, si deve sottolineare la connessione di senso tra questa riforma del Csm e la revisione costituzionale del premierato, che è la prossima – annunciata – riforma costituzionale in itinere. Tale riforma presenta specifiche criticità, su cui qui non ci si sofferma. Per chi sia preoccupato per questo secondo possibile passaggio, il referendum sulla riforma del Csm è un’occasione opportuna per stoppare le successive velleità riformatrici dell’attuale governo che, invece, qualora dovesse ottenere successo sulla magistratura, potrebbe essere incoraggiato a proseguire.

Ma ciò che merita una riflessione più profonda è l’unitarietà della logica sottostante le due riforme, quella della magistratura e quella – a venire – del premierato. Entrambe rivelano una visione omogenea della democrazia, assai poco costituzionale, in cui la democrazia tende a risolversi nell’investitura una tantum – con elezioni di tipo plebiscitario – del potere (del capo) di governo, a cui non sono opponibili efficaci controlimiti.

La logica del costituzionalismo, che è quella della limitazione dei – e tra i – poteri, è frontalmente attaccata. A chi si riconosce nella Meloni bisognerebbe spiegare che questo leader troppo potente potrebbe domani essere la Schlein. E viceversa. Il problema resterebbe intatto. Ma, in ogni caso, il senso della democrazia costituzionale è profondamente alterato.

Nella Costituzione, il popolo sovrano, riconosciuto nelle sue articolazioni plurali, si esprime in una pluralità di forme, ciascuna delle quali limitata. Il combinato disposto delle riforme costituzionali rischia invece di consegnarci un popolo arbitrariamente semplificato dentro la volontà singolare del vertice del governo, priva di adeguati contrappesi e di effettivi elementi di bilanciamento.

Una visione della democrazia che non contempla l’idea del limite e della pluralità è destinata a rivelarsi una grande illusione e un pericolo per un’involuzione autocratica della Repubblica. Filippo Pizzolato, Appunti di cultura e politica/Sett.news 2.2.

 

 

 

 

 

Ucraina: quattro anni di morti e distruzioni

 

A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto ha cambiato volto: dai carri armati agli sciami di droni, la tecnologia bellica si è evoluta mentre cresce il bilancio di morti, feriti e distruzione. In un conflitto che continua a straziare un popolo, l’industria delle armi corre veloce, mentre la domanda sul senso di tanto sacrificio resta drammaticamente aperta – di Simonetta Venturin

Se primi furono i carrarmati, in lunghe file, a calcare i suoli ucraini, oggi sono i droni a fare parte del lavoro sporco. Anche nello scorso fine settimana, con una prassi consolidata, la Russia ha attaccato con sciami interi lanciati su Kiev ma anche sulle regioni di Zhytomyr, Chernihiv, Odessa, Sumy, Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia. Avvicinandosi al quarto anniversario – se dagli incontri previsti in Svizzera non nasce una tregua -, la guerra della Russia contro l’Ucraina si è evoluta anche rispetto alle armi in uso. La prima immagine della cosiddetta “operazione speciale”, lanciata dal presidente russo Putin il 24 febbraio 2022, resterà fissata sui libri di storia nei chilometri di mezzi lenti, concausa del fallimento di un’azione che si era prevista rapida e che invece continua da oltre 1.460 giorni, impantanatasi anche per l’imprevista e decisa risposta del popolo ucraino che continua nella lotta di resistenza all’invasore, sostenuto da molte potenze, Europa in primis.

Ma non c’è lotta che non produca vittime, dall’una come dall’altra parte. I numeri restano imprecisati, orgogliosamente celati da entrambe le parti, ma secondo il Csis (Center for Strategic and international studies) la stima complessiva tra morti e feriti di entrambi i contendenti sfiora i due milioni di persone. La Russia arriverebbe a un milione e 250 mila tra morti, feriti e dispersi; l’Ucraina supererebbe i seicentomila. Secondo la l’intelligence la Russia starebbe perdendo oltre mille soldati al giorno (tra morti e feriti) a fronte di un guadagno di suolo compreso tra i 20 e i 70 metri al giorno. Da parte sua l’Ucraina ha riconosciuto ufficialmente 55mila soldati caduti e un numero elevato di dispersi. Cifre di fronte alle quali viene naturale chiedersi cosa possa giustificare un tale scempio di vite.

La Russia, dopo quattro anni di guerra, controlla circa il 20% del territorio ucraino, inclusa Crimea e Donbass. Nel 2025, l’anno più sanguinoso del conflitto, la stessa ha guadagnato tra i 4 ei 5mila kmq, pari all’1% del territorio ucraino; resta invece trascurabile l’avanzata ucraina sul suolo russo, del resto questa è guerra di difesa per la nazione attaccata.

Chi ci perde, e tutto dato che la posta in gioco è la vita stessa, è la gente comune, le famiglie, i civili. Da che è cominciata la guerra l’Ucraina ha registrato quasi sette milioni di rifugiati, di cui oltre tre milioni e mezzo interni. Ad oggi oltre dodici milioni e mezzo di persone dipendono dall’assistenza esterna degli aiuti umanitari. Quattro milioni di bambini ucraini hanno interrotto il loro percorso scolastico. Il sistema sanitario è gravemente compresso e anche quello energetico è costantemente sotto attacco russo, che conta sull’alleato di sempre: il generale inverno. Oltre ai lutti, al sangue versato, ci sono una nazione e un popolo che sono stati e continuano ad essere straziati e c’è un rancore che chi sa come potrà placarsi.

In tutto ciò l’industria bellica galoppa, anzi vola, dato l’uso massiccio di droni, i cui effetti riempiono le cronache per gli effetti nefasti: colpiscono e sventrano condomini, dove i civili vivono, per lo più donne, bambini e anziani dato che gli uomini sono al fronte. Ve ne sono di vario tipo e varia potenza distruttiva: dai più grandi ai più piccoli, dai ricognitori, a quelli che portano bombe e missili, fino ai kamikaze; da ultimo si è letto di bio-droni, uccelli da ricognizione adeguatamente accessoriati. Così, mentre i lutti aumentano, la tecnologia fa passi da gigante sposandosi a quell’industria del male che sforna e armamenti. Sir 19

 

 

 

 

 

Scade il trattato New Start, allarme Onu: cresce il rischio nucleare globale

 

La fine dell’ultimo trattato tra Stati Uniti e Russia sul controllo delle armi nucleari apre una fase inedita di instabilità strategica. Dalla storia della bomba atomica alla crescita degli arsenali, dal ruolo di Trump e Putin all’allarme dell’Onu e del Sipri: perché oggi la deterrenza è più fragile – di Marco Calvarese

Alla mezzanotte del 5 febbraio il mondo è diventato un luogo meno sicuro. È ufficialmente scaduto il New Start, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari che imponeva limiti giuridicamente vincolanti agli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, i due Paesi che, secondo i dati dello Sipri-Stockholm international peace research Institute, possiedono insieme circa l’85% delle testate nucleari mondiali. Per la prima volta da oltre cinquant’anni non esiste alcun accordo in vigore che regoli quantità, dispiegamento e verifiche delle armi atomiche delle due principali potenze nucleari. Un passaggio che ha suscitato forte preoccupazione alle Nazioni Unite. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha avvertito che “per la prima volta in più di mezzo secolo ci troviamo di fronte a un mondo senza limiti vincolanti per gli arsenali nucleari strategici”, aggiungendo che la scadenza arriva “nel momento peggiore possibile”, con un rischio di utilizzo di un’arma nucleare “ai livelli più alti degli ultimi decenni”.

La bomba atomica, esito estremo della ricerca scientifica del Novecento, nasce durante la Seconda guerra mondiale con il Progetto Manhattan e viene impiegata nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki. Da allora, come ricostruiscono numerosi studi storici e scientifici, l’arma nucleare ha rappresentato il fulcro della cosiddetta deterrenza: la capacità di distruzione totale ha spinto le potenze a evitare lo scontro diretto, dando origine a un sistema di equilibri fondato sulla paura reciproca. Proprio per contenere questo rischio, durante la Guerra fredda e dopo di essa sono stati siglati numerosi accordi di controllo degli armamenti. Il New Start, firmato nel 2010 a Praga dai presidenti Barack Obama e Dmitrij Medvedev, era l’ultimo di questi strumenti. L’accordo fissava a 1.550 il numero massimo di testate nucleari strategiche schierate per ciascun Paese e prevedeva ispezioni reciproche e scambi di dati, considerati essenziali per la trasparenza e la fiducia. Nel 2021, alla sua prima scadenza, l’amministrazione Biden ne aveva concordato l’estensione per 5 anni.

Ma, come ricordano le analisi dell’Ispi, l’invasione russa dell’Ucraina ha segnato una frattura profonda: nel 2022 Mosca ha sospeso le ispezioni e nel febbraio 2023 ha congelato la propria partecipazione al trattato. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, ogni prospettiva di rinnovo strutturato si è ulteriormente allontanata. Il presidente statunitense ha più volte criticato i limiti imposti agli arsenali americani, ritenuti inadeguati a fronte della rapida espansione della capacità nucleare cinese. Vladimir Putin aveva avanzato la proposta di una proroga tecnica di un anno dei limiti del trattato, ma Washington non ha mai formalmente aderito. La fine del New Start apre così una nuova fase di instabilità strategica. Uno dei nodi principali riguarda la Cina, che non è parte di alcun accordo di controllo nucleare. Secondo il Sipri, Pechino sta aumentando rapidamente il numero dei propri missili balistici intercontinentali e potrebbe avvicinarsi, entro la fine del decennio, alle capacità di Stati Uniti e Russia. Uno scenario che rischia di innescare un effetto domino: l’India potrebbe rafforzare il proprio deterrente per bilanciare la Cina, il Pakistan per rispondere all’India, mentre altri Paesi potrebbero rimettere in discussione le scelte di non proliferazione.

In questo contesto appare più fragile anche il Tnp-Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, la cui revisione è prevista quest’anno. Il Tnp si fonda su un equilibrio delicato: gli Stati non nucleari rinunciano all’arma atomica in cambio dell’impegno, da parte delle potenze nucleari, a ridurre progressivamente i propri arsenali. Senza segnali concreti in questa direzione, avvertono diversi analisti, il patto rischia di perdere credibilità. A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le nuove tecnologie. Il Sipri segnala come l’uso crescente dell’intelligenza artificiale nei sistemi di allerta e di comando possa aumentare il rischio di errori di calcolo, incidenti o escalation involontarie. “Le armi nucleari non garantiscono la sicurezza”, ha osservato Matt Korda, ricercatore dell’istituto di Stoccolma, sottolineando che esse comportano “immensi rischi di escalation e di errori catastrofici”. La scadenza del New Start non è dunque solo la fine di un trattato, ma il segnale di un ordine internazionale sempre più frammentato, in cui la deterrenza torna centrale proprio mentre diventano più deboli le regole che avrebbero dovuto renderla meno pericolosa. Sir 7

 

 

 

 

 

Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina

 

Un fenomeno bellico così tragico, ampio e duraturo come l’invasione russa dell’Ucraina comporta innumerevoli implicazioni dal punto di vista strategico-militare, alcune delle quali identificate in uno studio IAI già dopo i primi due anni di guerra e tutt’ora valide. Ciò non vuol dire tuttavia che un eventuale conflitto tra Russia e Paesi NATO si svolgerebbe come quello in corso in territorio ucraino, perché le capacità militari, la dottrina e l’approccio politico degli alleati sono diversi da quelli di Kyiv. Detto questo, a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, quattro lezioni identificate sono estremamente rilevanti per l’Europa e l’Italia.

La Russia è preparata a una guerra di lungo periodo contro l’Europa

In primo luogo, la Federazione Russa mantiene la solidità politica, le risorse militari e la produzione industriale per continuare un conflitto nonostante un totale complessivo stimato di circa 1,2 milioni di militari russi tra morti (circa 350.000), feriti o dispersi, e nonostante risultati ben inferiori agli obiettivi di Mosca: a gennaio 2022 la Russia occupava circa l’8% del territorio ucraino, a fine 2022 circa il 20%, e negli ultimi tre anni di sanguinosi combattimenti questa percentuale è rimasta sostanzialmente la stessa mentre Kharkiv, Odessa o Kyiv restano fuori portata russa e parte di uno stato sovrano ucraino che controlla quasi l’80% del proprio territorio.

Purtroppo questa matematica, che fa impressione in Europa occidentale, non è la stessa che conta a Mosca, dove i numeri importanti sono altri: grazie al reclutamento continuo, i militari russi sono oggi più numerosi che a gennaio 2022; con la riconversione in economia di guerra, la capacità produttiva è tale non solo da sostenere le enormi, quotidiane perdite in Ucraina, ma da equipaggiare forze armate più ampie di prima; 48 mesi di conflitto su larga scala e ad alta intensità, nella loro drammaticità, hanno portato ad una serie di miglioramenti quanto a dottrine, tattiche ed addestramento per cui l’esercito russo oggi è più preparato dell’inizio del conflitto. Il tutto mentre l’aggressività verso l’Ucraina e l’Europa – vedasi innumerevoli esempi di guerra ibrida e violazioni dello spazio aereo – è diventata una costante della leadership russa.

La prima lezione dunque è che la Russia è in grado di continuare il conflitto ancora per anni, e che al momento di un eventuale cessate il fuoco disporrebbe di uno strumento militare in grado sia di riprendere l’offensiva in Ucraina sia, si stima entro il 2030, di attaccare efficacemente un Paese NATO sul fianco est. Per questo motivo sono così importanti e delicate le garanzie di sicurezza all’Ucraina, compresa un’eventuale forza europea da dispiegare sul territorio ucraino.

L’innovazione tecnologica è necessaria per non perdere, ma non garantisce la vittoria

La seconda lezione identificata in Ucraina riguarda l’importanza relativa di ciascun sistema d’arma convenzionale, tolta quindi l’arma nucleare, nell’arco di quattro anni di guerra su larga scala. Che si tratti di carri armati, caccia, sistemi missilistici o droni, ciascuno gioca un ruolo importante nel conflitto russo-ucraino ma nessuno di per sé è decisivo. Ciascuna delle due parti ha adattato più o meno rapidamente le proprie dottrine e tattiche, e per quanto riguarda i droni, le relative capacità produttive, in modo da rispondere alle mosse della controparte anche per quanto riguarda l’impiego di nuove capacità.

I droni costituiscono una parziale eccezione, perché l’uso massiccio e innovativo di droni aerei e/o navali, in attacchi sofisticati e in combinazione con altri sistemi d’arma, ha permesso a Mosca di condurre bombardamenti strategici sulle infrastrutture energetiche ucraine, e a Kyiv di affondare buona parte della flotta russa nel Mar Nero e di contenere la pressione russa su una linea del fronte che non potrebbe essere mantenuta senza decine di migliaia di droni. Tuttavia, poiché entrambe le parti in conflitto fanno uso di droni, e di misure per neutralizzarli, anche in questo caso la singola tecnologia non si rivela determinante per vincere una guerra su larga scala.

Ciò non vuol dire che non occorra investire in innovazione tecnologica e delle modalità di impiego, anzi: nel campo dei droni proprio questa innovazione ha permesso all’Ucraina di non soccombere di fronte alla superiorità numerica russa al fronte, e di proteggere le proprie coste da uno sbarco russo pur non avendo più una marina. Innovare è necessario per non perdere un conflitto del genere, ma non garantisce di per sé la vittoria. Per questo motivo è così importante che l’Europa continui ad investire per colmare i gap tecnologici in diversi settori della difesa, e per adeguare formazione del personale militare, addestramento ed esercitazioni di conseguenza.

L’Europa ha bisogno di forze armate più numerose

Il caso di decine di migliaia di droni è esemplificativo di una terza lezione identificata in Ucraina, riguardo all’importanza odierna della massa. Non si tratta ovviamente di una novità nella storia militare o negli studi strategici, ma il trentennio post-Guerra Fredda aveva portato la quasi totalità dei Paesi occidentali a ritenere che forze armate di dimensioni ridotte potessero svolgere adeguatamente non solo missioni di peacekeeping, contrasto al terrorismo o contro-guerriglia, ma anche assicurare la deterrenza e difesa nei confronti di una Russia allora percepita come meno minacciosa.

Quattro anni di conflitto combattuti da milioni di militari su migliaia di chilometri di fronte, con un consumo di mezzi e munizionamento di diversi ordini di grandezza superiore a quello sperimentato dagli europei in Afghanistan, Iraq, Libia o ex Jugoslavia, dimostrano come occorra adeguare la struttura delle forze NATO. Ciò non vuol dire che l’Occidente cambierà, né che debba cambiare, il valore dato alla vita umana del singolo cittadino, molto maggiore di quello da parte russa che non si fa scrupolo di sacrificare decine di migliaia di soldati da poco arruolati per conquistare un villaggio ucraino. La strategia condivisa in ambito NATO, l’innovazione tecnologica compresi i droni, la dottrina di impiego, le tattiche e procedure, continuano a basarsi sui valori occidentali che si vuole difendere.

Tuttavia, è un dato di fatto che occorrono molti più mezzi, munizionamento, e capacità produttiva di equipaggiamenti militari per assicurare un livello di deterrenza adeguata rispetto ad una Russia che combatte da anni su questa scala in Ucraina, e per respingere in tempi brevi e con poche perdite un eventuale attacco russo se la deterrenza fallisse. E’ per questo motivo dopo il 2022 alcuni Paesi europei hanno reintrodotto la leva obbligatoria oppure forme di riserva volontaria, per ampliare le risorse umane a complemento delle forze armate professionali già in servizio in chiave di deterrenza e difesa – e non al fine di affiancare le forze di polizia in attività di sicurezza interna.

Resilienza e prontezza politica, non solo militare

L’ultima lezione riguarda il livello politico-strategico, ovvero quello dei vertici politici e militari e della loro interazione con le istituzioni, l’opinione pubblica e l’elettorato. La società civile e politica ucraina ha continuato a funzionare seppur in stato di guerra, facendo fronte comune per difendersi dall’invasore ma mantenendo un pluralismo al suo interno, a livello istituzionale, politico e di opinione pubblica, tra mille difficoltà, limiti e problemi, non da ultimo quanto a corruzione. Anche grazie a questo, l’intera nazione ucraina si è difesa dall’invasione russa sul fronte e nelle retrovie, con un’enorme capacità di sacrificarsi per il proprio Paese e per il tipo di democrazia nel quale si vuole vivere.

Per questo motivo, di fronte all’aggressività russa verso l’Europa riconosciuta da UE, NATO e singoli Paesi europei inclusa l’Italia – come sancito del  documento del Ministro della Difesa sul contrasto alla guerra ibrida – rafforzare la resilienza e prontezza non solo militare ma politica e sociale è altrettanto importante che investire in innovazione e ampliare le forze armate europee. Si tratta forse della lezione più difficile da cogliere dal conflitto russo-ucraino, perché è quella che tocca più profondamento il patto sociale di un’Europa occidentale che ha vissuto in pace per otto decenni sotto l’ombrello di sicurezza americano, e ora deve attrezzarsi anche politicamente per difendere con le armi questa pace non più scontata. Alessandro Marrone, AffInt 21

 

 

 

 

 

 

 

Il rapporto 2025 dello IAI sulla politica estera italiana

 

Anche quest’anno l’Istituto Affari Internazionali (IAI) ha curato un rapporto sulla politica estera italiana attraverso le analisi dei suoi ricercatori, nel solco di una tradizione ormai consolidata.

Nel 2025 la politica estera ha dominato l’agenda politica. L’aggressione russa all’Ucraina, giunta al suo quarto anno; la guerra di Israele a Gaza e la fragile tregua raggiunta a ottobre; l’attacco degli Stati Uniti all’Iran nell’ambito dell’intervento militare avviato da Israele contro Teheran, con la “guerra dei dodici giorni” e le nuove minacce di azioni militari degli Usa; le tensioni tra Stati Uniti e Unione europea caratterizzano il quadro in cui si è articolata la politica estera italiana ed europea.

All’inizio del 2025, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha rappresentato una cesura rispetto all’assetto precedente. Le azioni del presidente hanno alimentato un’impressione di improvvisazione, scarsa credibilità e superficialità nei processi decisionali, affiancate a una sostanziale emarginazione degli apparati istituzionali dalle iniziative più rilevanti.

Tuttavia, nelle azioni di Trump si può cogliere il segno di un orientamento preciso: un misto di insofferenza e diffidenza nei confronti dell’Europa e una rischiosa accondiscendenza alle rivendicazioni revisioniste della Russia, come emerso dalla Conferenza di Monaco dell’anno scorso, dagli incontri di Trump con Zelensky e Putin e dalla nuova Strategia di sicurezza nazionale. È l’impianto multilaterale a essere contestato da Washington, a favore di una competizione tra singoli Stati nazionali. L’obiettivo di una cooperazione internazionale cede il passo a una sistematica transazione tra forti e deboli.

In questo scenario, da un lato la Russia non ha modificato le sue rivendicazioni iniziali sull’Ucraina: annessione dell’intero Donbass e rifiuto del riconoscimento della sovranità nazionale ucraina. Mosca è ancora lontana dal voler soddisfare la domanda di pace e sicurezza. Dall’altro lato, la politica di Pechino combina penetrazione economica e tecnologica con crescente influenza globale. Per l’Italia, Pechino è da considerare partner per alcuni temi essenziali della cooperazione globale (salute, cambiamenti climatici etc.), concorrente nella competizione tecnologica e industriale e avversario sul modello di governance incompatibile con i valori democratici dell’Europa.

A questo mondo instabile guardano con preoccupazione diversi Paesi del Sud Globale, che da tempo rivendicano un maggiore ruolo nella definizione dell’agenda internazionale, forti del peso crescente di economie, demografie e strategie di sviluppo.

In questo quadro, l’Italia ha cercato di coniugare le responsabilità europee con il mantenimento di un buon dialogo con Washington. Il disallineamento rispetto alla coalizione dei “volenterosi”, sulla disponibilità a contribuire a un’eventuale presenza militare occidentale a garanzia della sicurezza dell’Ucraina, non ha impedito di mantenere piena solidarietà con Kyiv, in accordo con i vertici europei.

L’agenda del governo italiano è così apparsa ispirata al perseguimento di tre obiettivi: evitare strappi con Washington; contenere rischi di ritorsioni e di una spirale fuori controllo in materia di dazi; prevenire possibili rotture sulla difesa dell’Ucraina e sulla sicurezza europea. D’altra parte, permane una difficoltà oggettiva nel conciliare la vicinanza a Washington con il quadro di riferimento dei princìpi dell’Ue.

Sul versante mediorientale, se si riuscisse a consolidare la tregua a Gaza, il governo italiano mirerebbe ad aprirsi uno spazio di triangolazione con gli Usa e i Paesi del Golfo, utile però solo a condizione di affrontare con decisione il nodo dell’autodeterminazione palestinese. L’Italia ha subordinato il riconoscimento dello Stato di Palestina alla definitiva uscita di scena di Hamas. Non sono mancate critiche di immobilismo, alle quali il governo italiano ha risposto con una più stretta interazione con Arabia saudita, Egitto, Giordania e Autorità palestinese.

Nel campo della difesa, il 2025 è stato caratterizzato significativamente da un aumento al 2% del Pil delle risorse destinare alla difesa; dalla sottoscrizione, in sede Nato, dell’impegno a riservare entro il 2035 il 3,5% del Pil agli oneri per la difesa e il 1,5% del Pil al finanziamento di infrastrutture critiche; dalla richiesta di prestito di 14,9 miliardi di euro al programma Safe dell’Ue, per equipaggiamenti necessari a rafforzare le capacità italiane di difesa.

Sulle politiche energetiche, al centro dell’agenda figura la priorità alla sicurezza e alla diversificazione delle fonti, con una revisione dei tempi e dei costi del Green Deal per tutelare la competitività industriale italiana ed europea.

Di fronte alla paralisi decisionale delle Nazioni Unite, dovuta in particolare al potere di veto dei cinque membri permanenti in Consiglio di Sicurezza, l’Italia ha sostenuto un progetto di riforma, basato sul suo ampliamento, senza la creazione di nuovi seggi permanenti, per promuovere una sua maggiore e più equa rappresentatività. Ma la congiuntura internazionale non è certo favorevole, anche data la posizione critica degli Usa su funzionamento e ruolo degli organismi dell’Onu e dei fori multilaterali.

In un quadro di sfide globali e del loro impatto, non sorprende la diffusa domanda, da ampi settori non solo di addetti ai lavori, di valutazioni documentate alle quali l’IAI cerca di dare risposte attraverso il rapporto appena pubblicato. E anche per questo, l’idea di una possibile convergenza di fondo di maggioranza e opposizione sulle principali linee direttrici della politica estera nazionale merita di essere richiamata: ove realizzata, superando l’attuale polarizzazione, si potrebbe tradurre in una maggiore autorevolezza sul piano internazionale dell’intero Paese. Michele Valensise, AffInt 17

 

 

 

 

 

 

Le ragioni del NO al referendum. Intervista a Maria Teresa Capozza

 

Il tema: Referendum sulla separazione delle carriere in magistratura (22-23 marzo 2026). Per chi vota all’estero: il plico elettorale va rispedito al Consolato competente non oltre 10 giorni prima della data del voto referendario, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. di Paola Colombo

Maria Teresa Capozza è impegnata nel Comitato tedesco per il NO al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura e in quello cittadino del suo paese d’origine. Docente di Italiano e Latino nei licei italiani, ha concluso la sua carriera insegnando presso il Königin Katharina Stift di Stoccarda e attualmente vive tra Puglia e Baviera. Non ha tessere di partito e indirizza la sua inclinazione per la cittadinanza attiva in associazioni come ANPI e nel Comitato contro qualunque autonomia differenziata, per l’unità della repubblica e l’uguaglianza dei diritti.

Qual è argomento più forte e più convincente per votare NO al referendum?

Che questo non è per niente un referendum che renderà più giusta e veloce la giustizia, ma un referendum fatto per stracciare l’art. 3 della Costituzione, quello che ci dichiara tutti uguali, politici compresi, davanti alla legge. Dicendo SÌ alla riforma Meloni-Nordio, che modifica 7 dei 13 articoli sulla magistratura, i giudici perderanno la loro autonomia e indipendenza e la giustizia passerà nelle mani della politica e dei comitati d’affari collegati. Il risultato? Una giustizia forte con i “senza potere”, ossia noi cittadini comuni, e debole di fronte a chi è politicamente, economicamente o socialmente forte. E magari la mia fosse solo una lontana ipotesi! Lo stesso ministro della Giustizia Nordio ha detto in più occasioni che la riforma vuole far tornare (riferendosi evidentemente alle norme mussoliniane, quando i giudici dipendevano dal governo?) “sotto controllo” la magistratura. Sotto controllo di chi? Del governo di turno, ovviamente, che oggi è targato Meloni e domani avrà un altro nome. Ma chi vota NO vuole proteggere l’art. 104, secondo cui “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, come vuole la nostra Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza al fascismo.

E attenzione: questa indipendenza non è un privilegio che tutela i giudici, come il SÌ sostiene, ma è una polizza assicurativa per noi cittadini: noi possiamo avere giustizia solo se i giudici rimangono sottoposti esclusivamente alla legge!

Perché per il NO è così importante che non ci sia la separazione delle carriere in magistratura e che rimanga un solo CSM, ossia un unico organo di autogoverno dei magistrati, siano essi requirenti o giudicanti?

Perché la separazione di carriere (non di funzioni, che sono già divise e quindi non sono in discussione), lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura, e la creazione dell’Alta corte disciplinare costituiscono la strada per rendere la magistratura debole di fronte al potere politico e di conseguenza noi cittadini meno tutelati dalla legge.

Partiamo da un dato di fatto paradossale: la riforma Meloni-Nordio, che ha come obiettivo dichiarato quello di separare le carriere dei magistrati giudicanti (giudici) dai requirenti (pubblici ministeri), non dice nulla di questa separazione, ma semplicemente la dichiara (art. 104 riformato).  Ma attraverso quali vie si arriverà alla separazione? Non si sa!

Oggi funziona così: chi si laurea in giurisprudenza, se vuole diventare magistrato dovrà superare un concorso, poi frequentare la Scuola di formazione e infine imparare attraverso un lungo tirocinio sia a giudicare, sia a svolgere le indagini. Se il CSM in base ai risultati stabilirà che è idonea, quella persona verrà chiamata a scegliere finalmente quale carriera vuole intraprendere: giudice o pubblico ministero?

Ma se la riforma passerà, come saranno separate le carriere? Con concorso doppio? Doppia scuola di formazione? Doppio percorso tirocinante? Dunque quando si deciderà la biforcazione? E come lieviteranno i costi a carico dei cittadini, tenuto conto che oggi il CSM unico costa all’incirca 50 milioni annuali? Tutto questo ce lo dirà una legge ordinaria successiva alla riforma, quindi ora si vota al buio. Preoccupa però, che giudici e PM debbano avere una formazione diversa e si punti ad isolarli l’uno rispetto all’altro, smembrando in 3 il CSM e quindi indebolendolo. Ridotta in condizione di debolezza, la magistratura diventerà facilmente condizionabile dalla parte politica, parte che, con varie misure, la riforma Meloni-Nordio rende invece più forte.  Esempi concreti? Un cittadino denuncia un reato commesso da un politico, una donna denuncia uno stupro da parte del grande elettore di un amministratore pubblico, una piccola rete di cittadini porta in tribunale la potente azienda che continua ad avvelenare terre e acque. Che succede oggi? Il magistrato – giudice o pubblico ministero che sia – sa di dover rispondere solo alla legge e di avere alle spalle un CSM unico, forte dei suoi poteri costituzionali e in grado di tutelarlo da pressioni che vogliano condizionarne l’imparzialità. Quel magistrato oggi può procedere nel suo lavoro libero e sereno e quei cittadini hanno fiducia che il giudizio – qualunque esso sia – non sarà inquinato da favoritismi. Ma se i pubblici ministeri saranno condizionati nella loro libertà di indagine e i giudici verranno ridotti nella loro libertà di giudizio, noi cittadini potremo sentirci tutelati? Quale magistrato ci conviene di più, allora: quello che risponde solo alla legge o quello al guinzaglio del potente che vuole l’impunità, per sé e per i suoi amici?

Lei sta dicendo che se vincesse il SÌ, la politica arriverebbe a controllare la magistratura e i magistrati potrebbero non essere più imparziali con noi cittadini. Come si arriverebbe a questo?

Con tre mosse che moltiplicano il peso politico all’interno dei due CSM e dell’Alta Corte.

Oggi nel CSM siedono sia magistrati eletti da tutti i 9.400 in servizio, sia liberi professionisti esperti di diritto, eletti dal Parlamento. I membri togati sono 2/3, mentre quelli laico/politici 1/3. Il CSM ha un doppio compito: da un lato amministra la carriera di tutti i magistrati (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, incarichi, promozioni ecc.), dall’altro dispone provvedimenti disciplinari (censura, ammonimento, sospensione, rimozione ecc.) nel caso in cui qualcuno di loro commetta infrazioni disciplinari o reati (ovviamente in quest’ultimo caso i magistrati sono anche sottoposti ad un procedimento penale, come ogni altro cittadino).

I CSM pertanto – come gli Uffici superiori o gli Ordini di altre professioni – con le loro decisioni incidono sia sulla vita professionale che su quella privata dei magistrati e delle loro famiglie: un trasferimento concesso o negato, una promozione che produca un miglioramento economico, ben si sa, possono cambiare la qualità della vita di ogni lavoratore.

La riforma Meloni-Nordio trasferisce le leve decisionali nelle mani del potere politico. Come?

Prima mossa: come si è detto, sdoppia il CSM unitario, indebolendolo, e isola il PM perché costituisce la parte più “appetitosa”: se ha notizia di un reato, è lui che avvia le indagini, anzi è obbligato a farlo (art.112), coadiuvato in questo da forze dell’ordine ai suoi ordini (polizia giudiziaria). Isolare il PM significa, dunque, aver già fatto un terzo del “lavoro” verso l’impunità…

Con la seconda mossa si lasciano ai due CSM le competenze sulla carriera dei magistrati, ma si trasferiscono quelle più delicate, relative ai procedimenti disciplinari, che passano ad un organismo nuovo, l’Alta Corte disciplinare, in cui c’è un membro laico/politico in più e uno togato in meno rispetto alla proporzione del CSM unico. E siamo a due terzi della strada…

L’ultima mossa dà scacco matto: il sorteggio con cui si decidono i nomi dei magistrati e i politici che fanno parte dei due CSM e dell’Alta corte disciplinare. Dea bendata uguale per tutti? No: sorteggio secco per i magistrati, “taroccato” per i laico/politici. Infatti mentre i membri togati saranno estratti a sorte tra gli oltre 9.000 magistrati in servizio (con buona pace di meriti, competenze, esperienze, capacità), quelli laico/politici saranno sorteggiati entro una lista prima preparata dal Parlamento tra i professionisti del diritto, ovviamente amici della maggioranza di turno. Anche questa sarà una lista di migliaia di nomi? Non se ne conosce il numero e proprio per questo potrà anche essere cortissima, se non addirittura giusta per farci rientrare il numero richiesto.

Il “gioco” è completato: i magistrati, non più eletti in rappresentanza di raggruppamenti (le “correnti”), avranno come riferimento solo se stessi: individui che non si conoscono, che provengono dalle esperienze più diverse, con competenze molto differenti e forse anche non adatte al nuovo incarico, ma soprattutto tra loro isolati e dunque più deboli, meno autorevoli, più orientabili. Invece i membri laico/politici, anche se di numero inferiore rispetto ai togati, per via della comune matrice politica “faranno squadra” e diventeranno il potente ago della bilancia dei tre organismi.

Più tardi, a riforma approvata e a riflettori spenti, sarà completata l’opera di devastazione, già ampiamente annunciata: insieme al PM, anche la polizia giudiziaria passerà agli ordini del ministro, parola del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Tajani, e si applicherà la norma Cartàbia che toglie al PM l’obbligo di avviare le indagini e consegna al governo la decisione se avviare oppure no le indagini sul signor Tizio. Con buona pace della giustizia uguale per tutti!

E allora pensiamoci: ma vale davvero la pena rischiare di scardinare la Costituzione, sapendo che a farne le spese saremo solo noi comuni cittadini?

Lei ha accennato alle correnti interne alla magistratura: cosa ne pensa il NO?

Che non potendo essere iscritti a partiti, le correnti rappresentano il modo che i magistrati hanno per esprimere la propria formazione e il proprio pensiero sulle molteplici tematiche connesse alla giustizia. L’Associazione Nazionale Magistrati, a cui oggi è iscritto il 96% dei magistrati, ha al suo interno diverse correnti che vanno da quelle più conservatrici (a cui aderiva Borsellino, per fare un esempio) a quelle più progressiste (a cui invece aderiva Falcone). Secondo i sostenitori del NO, le correnti sono legittime e costituiscono anche una linfa di pensiero che alimenta il dibattito all’interno della magistratura tutta. Non credo che la ragione degli illeciti disciplinari come quello di Palamara siano frutto delle correnti più di quanto non siano parte del velenoso e nocivo spirito di corruttela diffuso in molteplici settori della società. Ma è proprio la sanzione con cui il CSM ha punito Palamara, la rimozione dalla magistratura, a farci capire l’importanza di un CSM libero.

Spesso viene richiamata la figura del giurista Vassalli per sostenere il SÌ al referendum. Vassalli ha modificato il codice di diritto penale. I sostenitori del SÌ ritengono che con la separazione delle carriere si avrebbe un processo più equo perché giudice e pubblico ministero non farebbero più parte dello stesso organismo di autogoverno, il CSM. Come vedete questo aspetto?

Secondo i sostenitori del SÌ, le carriere vanno separate perché la vicinanza tra giudici e pubblici ministeri comprometterebbe l’imparzialità del processo. E come prova delle “pericolose vicinanze” si portano momenti di vita quotidiana – il caffè preso insieme al bar, la partita di calcetto, i comuni studi giovanili, il taxi condiviso – a (buffa) dimostrazione che di fronte all’amicizia non c’è dignità e onestà che tenga. A me sembra un’ipotesi francamente inconsistente e soprattutto offensiva. Per chi vuole tuttavia delle prove, bastano i dati del ministero della Giustizia da cui si scopre che nella maggioranza dei casi la sentenza del giudice differisce del tutto da quanto richiesto dal PM

Passando a Vassalli e al codice da lui introdotto circa 40 anni fa, dalle fila del SÌ si sente dire che la riforma sulla magistratura mira a realizzare finalmente il processo così come lui lo intendeva: ciò vuol forse dire che per quasi 40 anni si sono celebrati processi viziati, non equi, addirittura fuori legge? Ma c’è di più: il fronte del SÌ crede forse che per portare a compimento una legge ordinaria come è il codice Vassalli si debba scardinare la Costituzione?

In Germania per esempio, le carriere sono separate e lo Staatsanwalt (il PM) è, come dice la parola, un avvocato dello Stato, ossia fa parte del ministero della Giustizia del Land. La separazione delle carriere in magistratura allineerebbe l’Italia alle altre democrazie occidentali.

Secondo me, pretendere di omologare tra loro sistemi che nel tempo hanno attentamente tradotto in forme istituzionali le storie, le culture, le sensibilità diverse dei popoli è frutto di un’allarmante pochezza culturale. Ma veniamo a quello che la domanda sottintende: se la separazione delle carriere consegna al governo il controllo della magistratura, come mai la Germania ha scelto questa strada, mentre il NO italiano vi si oppone per paura di sfracelli? La mia risposta? perché la Germania è la Germania e l’Italia è l’Italia: sono diverse. In Germania un ministro accusato di plagio del dottorato si dimette, come insegna la vicenda del ministro della Difesa zu Guttenberg, mentre in Italia una ministra rinviata a giudizio per falso in bilancio, Santanchè, ministra del Turismo, rimane al suo posto. Chiaro, no? E allora, secondo me, se noi Italiani vogliamo utilmente allinearci alle altre democrazie occidentali, non lo dobbiamo fare sacrificando l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero, ma imitando i punti di forza altrui e mettendo a fuoco le nostre debolezze: la riforma Meloni-Nordio accelera i processi? rende più efficiente la giustizia? aumenta gli organici? moltiplica le dotazioni strumentali degli uffici? potenzia la digitalizzazione? affronta i problemi dell’affollamento carcerario? combatte l’evasione fiscale? La risposta è sconsolata su tutti i fronti: negli 8 articoli della riforma non c’è una sola parola a riguardo, come ha ammesso finalmente lo stesso ministro della Giustizia Nordio. Eppure la Costituzione a chiare lettere (art. 110) affida a lui e non ad altri la soluzione di questi problemi.

Perché non si è cercato un consenso più ampio su un tema così delicato, invece di ricorrere a un quesito referendario costituzionale confermativo che è complesso e senza quorum?

Lei ha pienamente ragione a porre la domanda, perché una riforma della Carta fondativa ha assoluto bisogno di confronto, mediazione, condivisione, ha bisogno di un Parlamento che dialoghi e trovi punti di intesa, ha bisogno “che i banchi riservati al governo siano vuoti”, per lasciare la discussione ai rappresentanti del popolo, come raccomandava Pietro Calamandrei.

E invece, come si può leggere nel Dossier studi del Senato e della Camera n. 431/3 (http://www.senato.it/show-doc?id=1474731&leg=19&tipodoc=DOSSIER&rif=0),

il disegno di revisione costituzionale ha marciato con modalità del tutto diverse. È stato presentato non dal Parlamento ma dal governo, è stato portato avanti in tempi brevissimi nonostante determinerà anche l’avvenire di molteplici generazioni future, è stato approvato senza che in Parlamento né l’opposizione né la maggioranza abbiano potuto modificare una sillaba in nessuna delle quattro sedute (due della Camera, due del Senato) previste per legge. Questo è un fatto scandaloso per una democrazia. Il governo – che secondo la nostra Costituzione ha un potere circoscritto al solo ambito esecutivo – ancora una volta ha “scippato” al Parlamento il suo potere legislativo e lo ha fatto addirittura per una modifica costituzionale che sancisce lo squilibrio dei poteri, mettendo il bavaglio a tutti i rappresentanti eletti dal popolo sovrano, cioè a noi elettori.

Per nostra fortuna il testo non ha raggiunto la maggioranza qualificata che avrebbe portato all’approvazione, e di conseguenza si chiede a noi se questa riforma la vogliamo o no. Perché non si è cercato un consenso più ampio? Lei mi chiede. La domanda va girata alla presidente Meloni, al ministro Nordio, a tutto il governo in carica. Per arroganza? Paura del confronto? Desiderio di agitare il bastone del comando? Incapacità di governare il pluralismo? Forse perché nessuna delle tre forze al governo ha scritto la Costituzione del ’48? O perché si vogliono fare le prove generali in vista delle prossime due disgrazie a cui sta lavorando il governo, l’autonomia differenziata e il premierato? Non saprei. Tuttavia il 22 e 23 marzo non si vota per promuovere o bocciare il governo Meloni: chi vota NO, vuole impedire che qualsiasi governo, di qualunque colore, rubi ai cittadini l’uguaglianza sostanziale di fronte alla legge. Per questo motivo dobbiamo andare tutti a votare con consapevolezza, sapendo che questo referendum si può vincere o perdere anche per un solo voto. CdI

 

 

 

 

 

 

Povertà e salute mentale: Caritas, un “circolo vizioso” che colpisce giovani, donne e migranti

 

Caritas italiana presenta oggi a Roma il Rapporto “Povertà e salute mentale” che evidenzia un aumento della sofferenza psichiatrica soprattutto tra i giovani, le donne, le persone migranti, e uno stretto legame con la povertà. I servizi psichiatrici registrano un aumento delle richieste del 3% e i disturbi depressivi tra gli utenti Caritas sono cresciuti del 154% in dieci anni. Peggiora il benessere mentale dei giovani, soprattutto tra le ragazze, mentre aumentano i suicidi giovanili. Solo il 2,9% della spesa sanitaria è destinato alla salute mentale, con forti divari regionali.

Peggiora pericolosamente il disagio mentale tra i giovani, le donne, le persone migranti in Italia. Ma anche tra persone senza dimora, donne vittime di violenza e tratta, over 55 che precipitano in povertà dopo la morte dei genitori, padri separati working poor, famiglie con figli in carico alla neuropsichiatria infantile. Sono questi i profili più ricorrenti che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane, secondo quanto evidenziato dal Rapporto nazionale di Caritas italiana “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” (Tau editrice), presentato l’11 febbraio 2026 a Roma, in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia e in occasione della Giornata mondiale del malato. Il Rapporto evidenzia un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone accompagnate dalla rete Caritas nell’ultimo decennio. Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale. E forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali. Il nesso tra precarietà economica e sofferenza psichica è una realtà sempre più evidente, che Caritas italiana definisce come un “circolo vizioso” in cui povertà e disagio mentale si alimentano a vicenda, anche a causa della precarietà lavorativa, del disagio abitativo e della solitudine. Una fotografia allarmante di un Paese dove il benessere psicologico sta diventando un lusso per pochi.

I dati del disagio: La salute mentale in Italia non è più una questione marginale. I servizi psichiatrici registrano un aumento delle richieste del 3%, passando da 826.000 nel 2019 a 854.000 nel 2023. Secondo le evidenze epidemiologiche, tra il 18,6% e il 28,5% della popolazione ha sofferto di un disturbo mentale nel corso della vita. La depressione maggiore colpisce tra il 10% e il 17% degli italiani, mentre i disturbi d’ansia interessano fino al 17% della popolazione.

L’emergenza giovani.  Il dato più preoccupante riguarda le nuove generazioni. L’Indice di salute mentale Istat (2024), pur restando stabile su una media di 68,4 su 100, evidenzia un netto peggioramento tra i giovani di 14-19 anni, con un calo di 1,6 punti rispetto al 2016. Il divario di genere è marcato: tra le ragazze il calo è di 2,3 punti, e solo il 35% delle giovani tra i 15 e i 19 anni dichiara un buon livello di benessere mentale. Tragicamente, questa sofferenza si riflette nell’aumento dei suicidi giovanili, che nel 2021 hanno registrato un’impennata di circa 80 decessi in più rispetto all’anno precedente, un livello che si è mantenuto nel 2022.

Caritas: la “povertà cumulata”.  Nel 2024, la rete Caritas ha incontrato 277.775 persone, di cui il 4,4% con sofferenza mentale. Oltre 7.700 sono state seguite per una sofferenza psicologica conclamata, un dato probabilmente sottostimato per via dello stigma sociale. Un segnale di allarme rosso è l’aumento dei disturbi depressivi, cresciuti del 154% nell’ultimo decennio tra gli utenti Caritas.

Il Rapporto evidenzia il fenomeno della “povertà cumulata”: l’80% di chi soffre di disagio psichico presenta tre o più ambiti di bisogno (lavoro, casa, salute, relazioni). Particolarmente fragili risultano i cittadini stranieri, le cui richieste di aiuto ai servizi psichiatrici sono aumentate del 20% tra il 2019 e il 2023, spesso a causa di stress transculturale e precarietà abitativa.

Un sistema poco finanziato e disuguale. A fronte di questo bisogno crescente, il sistema pubblico appare in ritirata. L’investimento per la salute mentale in Italia è fermo a circa il 2,9% della spesa sanitaria complessiva (2023), con enormi divari regionali. La Legge di Bilancio 2026 prevede 80 milioni di euro per il settore, di cui solo 30 milioni per il personale: una cifra irrisoria rispetto al fabbisogno stimato dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, pari a 785 milioni di euro.

Questa carenza di risorse sta portando a uno spostamento dell’assistenza verso il settore privato, rendendo la cura un “privilegio economico”. I Centri di Salute Mentale territoriali sono sempre più depotenziati, trasformandosi in ambulatori con orari ridotti e scarse visite domiciliari.

La narrazione del disagio mentale sui social. Il Rapporto analizza anche il modo in cui la piattaforma social Instagram stia cambiando la percezione del disagio mentale. Da un’analisi condotta tra giugno 2024 e maggio 2025 su 1.715 post pubblici rivela che si sta spostando l’asse dell’autorevolezza dalle istituzioni sanitarie ai professionisti della salute presenti sui social e agli influencer. La gerarchia tematica è dettata dagli algoritmi: al primo posto per visibilità troviamo i disturbi del comportamento alimentare (707 occorrenze), seguiti dai riferimenti generici ai disturbi psichiatrici (513) e dal disturbo ossessivo-compulsivo (508).

Anche l’ansia (449) e la depressione (438) godono di ampia risonanza, poiché facilmente associabili a esperienze comuni e narrativamente semplificabili. Al contrario, patologie più gravi e complesse come la schizofrenia (154) o i disturbi dissociativi (58) restano ai margini. Si delinea così una “gerarchia della sofferenza” basata sulla condivisibilità dei post. Se da un lato il social network ha un forte potenziale destigmatizzante, ribaltando i pregiudizi sulla terapia, dall’altro fa emergere una nuova barriera: lo stigma economico. Dai commenti emerge la denuncia di un sistema in cui l’accesso alla cura è percepito come un privilegio per pochi, visti i costi proibitivi della terapia privata e le carenze del servizio pubblico.

La salute mentale come “bene comune”. Nel suo intervento, il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha richiamato la necessità di uno sguardo che tenga insieme cura, diritti e comunità: “La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma” e ricordato come l’incontro tra povertà e sofferenza mentale rischi di trasformare una crisi temporanea in esclusione cronica. A partire dall’esperienza quotidiana della rete Caritas don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, ha messo in evidenza “l’aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in condizione di fragilità socioeconomica”, un fenomeno sistemico “che non può essere affrontato con risposte frammentate”. Don Pagniello ha ribadito che la salute mentale deve essere davvero riconosciuta come diritto fondamentale e bene comune: “Continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese. La salute mentale è una responsabilità trasversale e un investimento strategico, non una questione per pochi addetti ai lavori”. Durante la presentazione, Giovanna Del Giudice, presidente della Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia ha invitato a “rinnovare l’impegno contro ogni pratica custodialistica e lesiva dei diritti, qualificare e rafforzare i servizi di comunità, prendersi cura della persona nella sua globalità e del suo contesto socio-familiare, con il coinvolgimento delle risorse vive del territorio”. Durante la tavola rotonda sono state presentate anche le esperienze delle Caritas diocesane di Perugia e Bergamo. Sir 11

 

 

 

 

 

 

Frana a Niscemi. Quando l’emergenza crea comunità

 

Dopo la frana che ha colpito il quartiere Sante Croci, circa duemila persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. In molti hanno trovato ospitalità non nella palestra adibita a centro di accoglienza ma nelle case di amici e conoscenti. La testimonianza di Giuseppe, dipendente pubblico, che con il suo nucleo familiare ha accolto una famiglia rimasta senza casa: “Non hanno chiesto nulla. Ci è sembrato semplicemente giusto”.

Nella palestra girano poche persone. Per lo più volontari e qualche troupe televisiva. Era stata pensata, a Niscemi, come sede per l’accoglienza delle persone costrette a lasciare la casa, dopo la frana. Che ha causato il crollo di uno dei costoni di quella collina dove si trova il quartiere delle Sante Croci. Una zona già segnata da un evento simile nel 1997, quando andarono distrutte diverse abitazioni e anche la chiesa settecentesca del quartiere. Sono circa duemila le persone rimaste senza casa. Ma non hanno avuto bisogno delle brandine allestite in quella palestra. Perché, alcune hanno una seconda casa in campagna, tante altre sono state accolte da altre famiglie di parenti, amici, conoscenti, o semplici cittadini. Come hanno fatto Giuseppe, suo padre e le sue sorelle che vivono a due passi dalla chiesa madre di Niscemi. Non hanno esitato ad aprire le porte di casa loro, dando speranza ed anche tanti sorrisi ai nuovi ospiti grazie a Gioia Marie, la piccola di casa. “A Niscemi ci si riconosce, nei quartieri e nelle chiese – racconta Giuseppe, 54 anni, dipendente pubblico –. Dire ‘sono delle Sante Croci’ non è solo un’indicazione geografica, è un’appartenenza”.

Giuseppe ha accolto la famiglia di Francesca, Pino e della madre Rosaria, colpita per la seconda volta da una frana.

“Non ci lega una parentela, ma una grande amicizia – racconta Giuseppe –. Non hanno chiesto nulla. Siamo stati noi a proporci”. In casa Giuseppe e la sua famiglia aveva un appartamento libero, autonomo, che hanno deciso di mettere subito a disposizione. “Ci è sembrato giusto. Nel momento del bisogno sentiamo il desiderio di essere pronti ad aiutare”.

All’inizio Giuseppe era restio a raccontare la sua esperienza. “Siamo convinti che il bene vada fatto senza clamore, come dice il Vangelo”. Poi la scelta di parlare, per contrastare una narrazione che ferisce. “Sui media stiamo passando per abusivi, mafiosi, come se il fatto che la palestra sia vuota fosse uno snobbare l’accoglienza”.

“In realtà è successo il contrario: la frana ha creato legami”. La palestra, infatti, è diventata soprattutto un luogo di incontro. “È usata come mensa. Ci si ritrova, si mangia insieme, ci si conforta. È un segno bello. Ma è altrettanto bello che poi le persone rientrino in una casa, anche se non è la loro”.

In questi giorni, Niscemi appare diversa agli occhi di chi la vive. “C’è molta emotività, ma anche una grande sensibilità. Ho conosciuto persone che prima nemmeno salutavo, semplicemente perché non ci conoscevamo. Ora ci sentiamo più popolo”. Una solidarietà che nasce dalla consapevolezza reciproca: “Quando abbiamo detto a Francesca che l’avremmo ospitata, le abbiamo detto anche questo: siamo certi che, a parti invertite, avreste fatto lo stesso per noi”.

“Troppe volte questa mia comunità è stata violentata a torto nella sua immagine per i gravi fatti di mafia e di violenza che si sono verificati – gli fa eco Giovanni Di Martino, ex sindaco di Niscemi, che da sempre ascolta il sentiment popolare -. Il destino ha voluto che proprio in questo drammatico momento sia venuto fuori il meglio della mia gente che ha mostrato il proprio spirito di solidarietà umanità e accoglienza”.

Sul futuro si discute, anche di nuove aree abitative. Ma il legame con la collina resta forte. “Un paese è fatto di radici – dice Giuseppe -. Niscemi è stata fondata nel 1626, quest’anno compie 400 anni. È nata attorno alla devozione alla Madonna del Bosco, la nostra patrona. In questo momento la immaginiamo abbracciare quella collina ferita”. Per Giuseppe andare via non è la risposta: “Qui c’è un’identità storica e culturale che va custodita. Anche dentro una frana possono nascere legami che tengono insieme una comunità”. Filippo Passantino, Sir 5

 

 

 

 

 

 

L’Ucraina, l’Europa, e la resa dei conti globale

 

Sono trascorsi quasi quattro anni da quando la Russia ha lanciato la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Il contrasto storico rimane stridente: in meno di quattro anni, le truppe sovietiche hanno marciato su Berlino, hanno issato la loro bandiera sul Reichstag e, insieme agli Alleati, hanno sconfitto la Germania nazista. La Russia di oggi, malgrado abbia ereditato gli arsenali sovietici, nonostante abbia impegnato quasi il quaranta per cento del bilancio sulla difesa, e pur avendo convertito la sua economia in una macchina da guerra che ha ampliato la produzione militare-industriale, non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo primario: soggiogare l’Ucraina. Ha fallito nel piegare un Paese che è entrato in guerra con armamenti minimi (in parte a causa del veto di otto anni sulle vendite di armi a Kyjiv da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama) e che ha dovuto implorare l’Occidente per ogni singolo proiettile d’artiglieria. Dalle missioni diplomatiche di Volodymyr Zelensky all’instancabile impegno della società civile, l’Ucraina ha cercato di persuadere l’Europa che questa guerra non riguarda solo la sua sopravvivenza, ma l’architettura di sicurezza dell’intero continente. Tuttavia, il messaggio fatica ancora a risuonare in molte capitali europee, dove persiste il discorso sulla stanchezza della guerra (war fatigue).

Il sostegno occidentale si è concretizzato, ma negli stretti confini della strategia della gestione dell’escalation, introdotta dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e ampiamente mantenuta da Donald Trump. Quest’ultimo non solo ha ridotto gli aiuti militari statunitensi, ma ha anche introdotto una nuova regola: qualsiasi arma americana destinata all’Ucraina deve essere acquistata o da Kyjiv o dai governi europei.

Nel corso degli anni, la Russia ha conquistato e devastato quasi il venti per cento del territorio ucraino. Ma per Putin, la guerra non è mai stata veramente una questione di terra. L’obiettivo strategico – ancora lontano – è quello di privare l’Ucraina della sovranità, e di trasformarla in una seconda Belarus o Georgia, territori dove l’influenza russa può essere mantenuta senza l’uso di carri armati, semplicemente insediando un governo compiacente. Essere filorussi nello spazio ex-sovietico non è solo una postura geopolitica; è un modello politico: corruzione radicata, repressione o eliminazione della società civile, sistematiche violazioni dei diritti umani, chiusura dei media indipendenti e una macchina propagandistica che erode il dissenso e persino la capacità di pensiero critico.

In questo contesto, l’Ucraina non solo ha resistito militarmente, ma ha difeso libertà universali che i cittadini della Belarus hanno già perso e che i georgiani, per ora, faticano a preservare. Sono stati anni straordinariamente difficili: eroica resistenza militare; immenso sacrificio civile; soldati uccisi al fronte; famiglie che vivono sotto la costante minaccia di droni e missili balistici; notti trascorse nei rifugi antiaerei; altri che, esausti, restano a casa nonostante i rischi. Eppure la società civile ha continuato a salvaguardare la vita democratica, mobilitandosi ogni volta che le decisioni governative minacciavano le riforme richieste per l’integrazione nell’Unione europea. Anche in tempo di guerra, le agenzie anticorruzione ucraine rimangono attive ed efficaci, smascherando casi che coinvolgono alti funzionari.

La Russia, incapace di raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina, nel frattempo ha segnalato una crescente disponibilità a un’escalation oltre il campo di battaglia. Per tutto il 2025, le incursioni di droni russi nello spazio aereo europeo sono diventate sempre più frequenti e sfacciate, e si sono viste nei cieli di Polonia, Danimarca, Belgio, Romania, Slovacchia e Moldavia. Alcuni droni russi si sono schiantati sul territorio Nato; altri sono stati intercettati poco prima dell’impatto. Non si tratta di incidenti, ma di test precisi per vagliare la prontezza della difesa aerea e la risolutezza politica dell’Europa. Test progettati per sondare anche la reazione della Nato e per far venir ansia tra i cittadini europei. Lungi dal contenere il conflitto, Mosca ha chiarito di essere pronta ad allargarlo, usando i droni come strumenti politici per minare l’unità europea e per segnalare che i confini della guerra non sono fissi.

Così, la guerra si avvicina a una nuova fase pericolosa. Dopo quasi quattro anni, nessuna delle due parti ha trovato una strada per la vittoria, eppure entrambe si preparano a continuare la guerra anche nel 2026. L’Ucraina entra nel nuovo anno affaticata, ma non spezzata. Ha respinto tre importanti offensive russe, inclusa la costosa e inefficace battaglia dell’estate 2025, in cui gli assalti russi di piccole unità sono stati distrutti da droni, artiglieria e linee difensive preparate ucraine. Le forze ucraine, sebbene provate dalla carenza di soldati addestrati e dai turni di rotazione al fronte, rimangono capaci di prevenire sfondamenti russi su larga scala. La campagna di attacchi a lungo raggio dell’Ucraina ha già disattivato una parte significativa della capacità di raffinazione russa e ha interrotto ripetutamente aeroporti e hub logistici ben dentro il territorio russo. Questi attacchi costringono Mosca a deviare risorse sulla difesa nazionale e indeboliscono gradualmente la base finanziaria del suo sforzo bellico. Tuttavia, le vulnerabilità dell’Ucraina rimangono sostanziali: la mobilitazione è politicamente difficile, le fasi di addestramento sono in ritardo e a molte brigate mancano l’equipaggiamento e il tempo necessari per integrare le nuove reclute. Una questione decisiva nel 2026 sarà se l’Europa si impegnerà finalmente ad addestrare le truppe ucraine all’interno dell’Ucraina stessa, un passo che Kyjiv cerca da tempo, ma che i governi dell’Unione europea evitano ancora per paura di provocare un’escalation. Se l’Europa procederà, l’Ucraina potrà ricostruire rotazioni coerenti e schierare brigate meglio preparate; in caso contrario, la qualità delle sue unità in prima linea continuerà a erodersi.

La Russia, da parte sua, entra nel 2026 con un esercito che è simultaneamente vasto e svuotato. Perdite immense (oltre un milione di vittime) non hanno prodotto guadagni territoriali commisurati al costo. La tattica del Cremlino di lanciare piccoli gruppi d’assalto nelle zone di fuoco ucraine ha portato solo ad avanzamenti marginali, e in tutti questi anni la Russia non ha catturato una città importante. Le entrate petrolifere stanno diminuendo, le sanzioni mordono e gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina creano interruzioni sempre maggiori nella produzione di carburante. Ma senza un’applicazione più rigorosa delle sanzioni da parte di Europa e Stati Uniti, grazie alle flotte navali ombra e ai partner non occidentali, probabilmente la Russia manterrà un flusso finanziario di cassa sufficiente a continuare la guerra ad alta intensità.

Putin rimane riluttante a dichiarare la mobilitazione generale, consapevole del rischio sociale. Sembra invece accontentarsi della postura di “guerra infinita” (forever war): operazioni al fronte a intensità inferiore inquadrate come una lotta esistenziale per il futuro della Russia, volte a prevenire qualsiasi resa dei conti politica interna.

L’incapacità della Russia di vincere in Ucraina non la rende meno pericolosa. Al contrario, il 2026 vedrà probabilmente un’intensificazione dell’escalation della grey-zone, la guerra ibrida, di Mosca contro l’Europa. Le incursioni di droni di fine 2025 sono state degli avvertimenti precoci. Ciò che ci aspetta potrebbe includere ulteriori violazioni dello spazio aereo, attacchi informatici alle infrastrutture critiche, sabotaggi negli Stati baltici e del Nord Europa, falsificazioni delle identità Gps e rinnovate campagne di disinformazione e strumentalizzazione dei flussi migratori. L’obiettivo è chiaro: aumentare la percezione della minaccia sul territorio europeo, costringere i governi a ridurre l’assistenza all’Ucraina e rendere più profonde le divisioni interne all’Unione europea.

In questo scenario, il 2026 potrebbe diventare l’anno dello stallo pesantemente militarizzato. L’Ucraina potrebbe tenere la posizione con il sostegno europeo, la Russia potrebbe continuare a combattere sotto stress economico e umano, e l’Europa potrebbe affrontare una pressione sempre maggiore. Il confine tra la prima linea dell’Ucraina e la sicurezza europea continuerebbe a sfumare, preparando il terreno per un anno teso e incerto.

E anche se per un miracolo il 2026 dovesse portare a un cessate il fuoco, questo sarebbe probabilmente fragile e temporaneo. Qualsiasi pausa permetterebbe semplicemente alla Russia di riorganizzarsi, ricostruire le capacità militari e rafforzare l’economia in preparazione di una nuova offensiva. L’Ucraina e in realtà anche l’Europa si trovano di fronte alla prospettiva di diventare negli anni a venire una zona di conflitto pesantemente militarizzata, con una Russia aggressiva ai loro confini.

Questo è lo scenario che l’Europa teme di affrontare apertamente. Farlo significherebbe accettare una scomoda verità: l’unica vera soluzione sia per la guerra in Ucraina sia per il più ampio conflitto tra la Russia e l’Europa è il collasso del regime di Putin, che a sua volta dipende dal collasso dell’economia russa. L’Occidente ha sempre avuto gli strumenti per raggiungere quest’obiettivo, ma ha costantemente esitato a usarli. Diciannove cicli di sanzioni – incrementali, caute – significano che il modello è la paura di innescare il caos in Russia e di scatenare conseguenze imprevedibili.

Così, il 2026 potrebbe diventare l’ anno della resa dei conti, un anno in cui questa realtà non potrà più essere ignorata. Oppure potrebbe essere un altro anno in cui l’Europa nasconde la testa sotto la sabbia mentre affronta l’enorme costo di sostenere l’Ucraina in una brutale guerra di logoramento. In tal caso, il prezzo non sarà in definitiva misurato in dollari o euro, ma vite umane che gli ucraini continuano a sacrificare in difesa del loro Paese, della loro libertà e della stabilità dell’Europa stessa. Nona Mikhelidze, AffInt 17

 

 

 

 

 

 

Riflessioni

 

Il 2026 resterà, ancora, un anno “critico”. Il panorama, e non solo quello istituzionale, continua a presentarsi complesso e mancano le intese per superare le difficoltà correlate a un’economia ancora tutta da valutare ed va una realtà socio/politica che ci coinvolge.

Per la verità, lo avevamo già intuito all’inizio dell’anno. Del resto, non intravediamo opportunità, se non una prova di buona volontà, che consenta ai politici di recuperare, almeno, un piano di confronto decoroso. Quello che ci manca da troppo tempo.

Ora non si può fare “filosofia” dei problemi del Paese. O si torna su una via percorribile o d’altre scelte non ne intravediamo. Non riteniamo, però, più concepibile restare spettatori di una situazione che non favorirebbe, indubbiamente, la ripresa del Paese. Anche tenuto conto che la “maggioranza”, di questa politica dovrà dimostrare le sue capacità operative anche a un’EU che già ci ha mostrato tante sue perplessità.

Le nostre valutazioni, però, non intendono essere solo un segnale preoccupante d’apatia politica. Intendiamo, anche, palesare che questo Potere Esecutivo ha da tenere in maggior conto le previsioni socio/economiche già ben note. Insomma, certe responsabilità politiche non si annullano. Nell’incertezza, si continua a polemizzare e l’Italia è sempre in “crisi”. Le sensazioni che abbiamo riportato non sono sole le nostre. Noi ci siamo proposti solo di divulgarle.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

 

Mediterraneo. La tempesta perfetta: il ciclone Henry e il muro dell’Europa

 

Il mare restituisce i corpi delle vittime delle traversate partite dalla Libia mentre il ciclone Henry si abbatte sul Mediterraneo. Non una fatalità, ma l’esito di scelte politiche che chiudono le vie legali, esternalizzano le frontiere e consegnano i migranti ai trafficanti – di Oliviero Forti

La tempesta perfetta è quella che semina distruzione oltre ogni immaginazione, quella che nessuno avrebbe mai voluto vedere. Quella che abbiamo vissuto, poche settimane fa, è stata l’incarnazione più crudele di questo incubo: una convergenza spietata di eventi che ha dipinto lo scenario peggiore, come se il destino avesse deciso di chiudere ogni porta alla speranza.

Il ciclone Henry si è abbattuto sul cuore del Mediterraneo con una furia cieca, flagellando le nostre coste meridionali. Abbiamo visto allagamenti, strade divorate dall’acqua, paesi feriti. Ma ciò che accadeva lontano dagli occhi, nel ventre gonfio del mare, è rimasto sospeso nel silenzio. Fino a ieri.

Poi il mare ha cominciato a restituire ciò che aveva inghiottito. E quello che tanti avevano denunciato, gridando nel vuoto, nell’indifferenza generale, oggi si mostra davanti a noi con tutta la sua devastante verità. Corpi senza vita, trascinati dalle correnti come foglie, stanno arrivando sulle nostre spiagge. A San Vito Lo Capo, a Tropea, a Scalea, a Paola. Luoghi di sole, di vacanza, di bellezza, trasformati all’improvviso in teatri di un dolore antico e sempre nuovo.

Sono i resti di una tragedia immane. Centinaia di vite spezzate, persone che i trafficanti di morte hanno caricato su nove imbarcazioni, poche ore prima che l’inferno si scatenasse. Li hanno spinti in mare, nella notte, con la promessa bugiarda di una salvezza. Loro avevano già attraversato l’inferno libico, avevano negli occhi la paura, nei corpi la fatica, nei cuori un unico, disperato desiderio: arrivare.

Ad aspettarli, però, non c’era l’Europa. Non c’era un porto sicuro, un futuro, un abbraccio. C’era Henry, con la sua furia, con le sue onde immense, con il suo vento capace di cancellare ogni cosa, anche il sogno più tenace di una vita migliore.

Il dolore davanti a quei corpi restituiti dal mare non può, non deve, trasformarsi però in una rassegnazione impotente. Sarebbe il secondo tradimento.

Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi, liquidando tutto come l’ennesima, terribile fatalità, perché non è stata la fatalità! È stata una scelta. Certo, la furia di Henry ha infierito, ma la tempesta perfetta non è stata solo quella meteorologica. La tempesta perfetta è fatta di indifferenza, di accordi presi nell’ombra, di porte sbarrate prima ancora che qualcuno bussi.

Ma perché queste persone si trovavano in Libia, in quell’inferno in terra? Perché fuggivano da guerre, violenze e disperazione che noi, in gran parte, abbiamo contribuito a creare o alimentato con i nostri commerci e le nostre politiche di destabilizzazione. Perché sono state costrette a mettersi nelle mani dei trafficanti? Perché abbiamo reso impossibile ogni via legale e sicura per chiedere asilo. Abbiamo trasformato il Mediterraneo nell’immenso cimitero che è oggi, l’unica strada percorribile per chi cerca solo di sopravvivere.

E, infine, la domanda che brucia: perché l’Italia e l’Europa continuano a stringere accordi con quei paesi, con quelle stesse milizie, con quegli stessi aguzzini che gestiscono il traffico di esseri umani? Lo facciamo per arginare il fenomeno, ci dicono, per fermare le partenze. Ma la verità è che in questo modo abbiamo esternalizzato le nostre frontiere, abbiamo delegato la violenza, abbiamo pagato perché altri facessero il lavoro sporco al nostro posto. Abbiamo chiuso un occhio (o tutti e due) su quello che succede in quei centri di detenzione, su quelle torture, su quelle violenze inaudite. E il risultato è lì, inerme sulla sabbia. Non possiamo più voltarci dall’altra parte. La responsabilità è nostra, è delle nostre coscienze, è delle scelte politiche che tolleriamo in nostro nome. Ne sono testimonianza gli ultimi provvedimenti adottati dal Governo italiano sul controllo dei confini marittimi e terrestri che spingeranno le rotte dei migranti su percorsi sempre più pericolosi, sempre più nelle mani dei trafficanti, moltiplicando i rischi e, sciaguratamente, i morti.

E poi c’è il Patto europeo su migrazione e asilo. Un nome che suona quasi come una beffa, perché quel Patto, nella sua anima più vera, promuove la cosiddetta “dimensione esterna” delle migrazioni. 

Una formula asettica, burocratica, per dire una cosa molto semplice: spostiamo il problema fuori dai nostri confini, paghiamo paesi terzi, spesso regimi autoritari e violenti, affinché fermino le partenze, delegando loro il controllo e la gestione della disperazione. E il risultato è sempre lo stesso: l’inferno diventa più lontano dai nostri occhi, e quindi più facile da ignorare.

È questa la vera tempesta perfetta. Quella in cui la furia della natura si è tragicamente intrecciata con la freddezza calcolata della politica. Quella in cui un ciclone chiamato Henry ha incontrato un muro di burocrazia e indifferenza chiamato Europa. Sir 19

 

 

 

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

Congresso della CDU: Merz consolida il partito e alza il muro contro l’AfD

 

A Stoccarda, venerdì scorso, la CDU ha tenuto il proprio congresso federale in un clima meno celebrativo e più strategico: l’obiettivo non era soltanto confermare la leadership, ma consolidare il posizionamento del partito in una fase politica segnata dall’ascesa dell’Alternative für Deutschland e da un elettorato sempre più volatile. 

Nel suo intervento, il Cancelliere Friedrich Merz, ha adottato un tono insieme identitario e pragmatico. Ha parlato della CDU come “forza ordinatrice” della Repubblica federale, rivendicando il ruolo dei cristiano-democratici nella stabilità istituzionale e nella tenuta economica del Paese. Il passaggio politicamente più atteso dai presenti è stato il rinnovato rifiuto di qualsiasi cooperazione con AfD a livello federale e regionale: una linea rossa ribadita con nettezza, nel tentativo di chiudere definitivamente ogni ambiguità. 

Il voto dei delegati ha rafforzato Merz con un consenso superiore al 90%. Un risultato che consolida la sua posizione dopo mesi di tensioni interne e di pressioni legate ai sondaggi. Il messaggio che esce da Stoccarda è chiaro: unità organizzativa e disciplina strategica in vista delle prossime tornate elettorali nei Länder. Di forte valore simbolico la presenza di Angela Merkel, tornata a un congresso federale dopo il ritiro dalla politica attiva. L’accoglienza calorosa dei delegati ha offerto un’immagine di continuità storica tra l’era merkeliana e l’attuale leadership, pur nella differenza di stile e di priorità politiche. 

Sul piano programmatico, il congresso ha insistito su sicurezza interna, competitività industriale e controllo dell’immigrazione. Temi su cui la CDU intende recuperare terreno rispetto all’AfD senza assumere toni radicali. In filigrana, la vera sfida resta questa: riconquistare elettori conservatori scontenti senza compromettere la credibilità europea e restando saldi al governo. Il Congresso di Stoccarda non è stato dunque un semplice passaggio congressuale, ma un momento di chiarificazione strategica. Per la CDU, il 2026 si preannuncia come un banco di prova decisivo: non solo per la leadership di Merz, ma per la capacità del centrodestra tedesco di arginare la frammentazione e riaffermare una cultura politica di governo. 

Merz a Pechino: alla ricerca di nuovo equilibrio tra cooperazione e competizione

 

In un mondo sempre più segnato dalla competizione tra grandi potenze, la diplomazia economica torna al centro della politica estera tedesca. La prima visita in Cina del Cancelliere Merz apre una fase delicata nella ridefinizione della postura internazionale di Berlino. A Pechino è stato accolto dal premier Li Qiang nella Grande sala del popolo e ha incontrato il presidente Xi Jinping al Diaoyutai State Guesthouse, dando il via a una missione pensata per combinare pragmatismo economico e ambizione strategica.

In Cina è stato osservato come Merz abbia lasciato trascorrere oltre otto mesi prima di effettuare una visita ufficiale, un intervallo decisamente più lungo rispetto alla rapidità dimostrata in passato da Merkel e Scholz. Questo ritardo segnala che, se da un lato la Cina continua a rappresentare un interlocutore fondamentale per l’export e gli investimenti tedeschi all’estero, dall’altro negli ultimi dieci anni è progressivamente emersa anche come un rivale sempre più competitivo.

Al centro del viaggio c’è l’economia. La Germania resta profondamente intrecciata alle catene del valore cinesi, ma la sovracapacità di alcuni settori strategici cinesi desta crescente preoccupazione per la competitività europea. La delegazione tedesca, composta da rappresentanti dell’industria automobilistica, tecnologica e manifatturiera, accompagna Merz non per annunciare svolte clamorose, ma per consolidare canali di comunicazione e preservare spazi di cooperazione su innovazione tecnologica, transizione energetica e standard industriali. Il messaggio è chiaro: mercato equo, trasparenza e reciprocità restano condizioni imprescindibili, segnando la fine della stagione dell’interdipendenza acritica. 

La visita si è sviluppata lungo cinque linee guida strategiche: rafforzare la competitività di Germania ed Europa, condurre una politica di “de-risking” senza scivolare nel disaccoppiamento, promuovere una concorrenza equa e trasparente, riconoscere la Cina come grande potenza e integrare la politica bilaterale in una cornice europea più ampia. La tappa a Hangzhou ha offerto uno sguardo diretto sull’innovazione cinese in robotica e tecnologie energetiche, visitando Unitree e Siemens Energy e valutando le opportunità per le imprese tedesche nei settori più avanzati.

Sul fronte delle relazioni internazionali, Merz ha discusso a Pechino della guerra in Ucraina e del ruolo della Cina nel favorire una de-escalation. Berlino punta a responsabilizzare la leadership cinese all’interno di un nuovo ordine globale in cui la competizione tra grandi potenze non sfoci in frammentazione irreversibile. Il cancelliere ha sottolineato la necessità di un dialogo tra pari, fondato sul rispetto reciproco e sulla gestione costruttiva delle differenze, affrontando temi sensibili come Taiwan e diritti umani senza assumere un tono moralistico.

La Cina resta il principale partner commerciale della Germania, ma anche uno dei dossier più delicati nel dibattito politico interno. La linea di Berlino sembra chiara: ridurre i rischi sistemici senza isolare Pechino, proteggere la competitività industriale senza compromettere la proiezione globale dell’economia tedesca. Il messaggio è netto: la Germania vuole rimanere un interlocutore centrale della Cina in Europa, tutelando la propria autonomia strategica e inserendo il rapporto bilaterale in una più ampia cornice europea e transatlantica.

L’obiettivo non è solo salvaguardare interessi economici, ma trasformare le sfide in opportunità di cooperazione regolata e sostenibile, confermando che un dialogo intelligente e realistico con Pechino è oggi una leva cruciale per la politica estera europea. Al termine della sua visita in Cina, il Cancelliere ha prospettato la ripresa delle consultazioni governative tedesco-cinesi per la fine del 2026.

 

62esima MSC: Merz lancia l’allarme e invita l’Europa a guidare il nuovo ordine mondiale

Alla 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la Germania si è detta pronta a farsi carico della sfida globale, richiamando l’Occidente a visione, pragmatismo e azione concreta. Merz ha tracciato un quadro chiaro e diretto del contesto globale. In apertura ha affermato che l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più e che le regole internazionali non garantiscono più stabilità. Viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze, dove le risposte collettive sono indispensabili.

Il Cancelliere ha sottolineato che la fiducia tra Europa e Stati Uniti, fondamento della NATO, è oggi divenuta fragile e va riparata insieme. Nessuno dei due attori può affrontare da solo le sfide globali. La NATO resta un vantaggio strategico, ma richiede cooperazione basata su rispetto e responsabilità condivise. Merz ha evidenziato le differenze culturali con gli Stati Uniti, in particolare con il movimento MAGA, sottolineando che l’Europa difende dignità umana, libero scambio e tutela del clima. Sul piano economico e militare ha osservato che, pur avendo un PIL dieci volte superiore a quello della Russia, l’UE non può oggi dirsi altrettanto potente sul piano politico e militare. Ha confermato colloqui con Emmanuel Macron per esplorare una deterrenza nucleare europea più integrata, sempre conforme agli impegni NATO. Sulla guerra in Ucraina ha ribadito il sostegno a Kiev: la pace arriverà solo quando Mosca non vedrà vantaggi nel conflitto.

Merz ha invitato l’Europa a guidare con responsabilità e leadership condivisa, senza imitare la politica delle grandi potenze. Il Cancelliere ha lanciato un messaggio chiaro: superare divisioni interne, rafforzare l’alleanza transatlantica e mobilitare le risorse europee per difendere libertà e stabilità in un mondo incerto.

 

Olaf Scholz si prepara a raccontarsi con un’autobiografia

È un’immagine sorprendentemente umana, quella che Olaf Scholz (SPD) ha offerto a Berlino. In una recente serata pubblica l'ex Cancelliere ha annunciato di aver già iniziato a scrivere un libro sulla propria esperienza. “Ich habe schon angefangen” – “Ho già cominciato” – ha detto, lasciando intendere che il progetto, pur non ancora definito nei dettagli, sta prendendo forma. La notizia è un segno dei tempi: Scholz, 67 anni, vuole trasformare la sua carriera in narrativa personale mentre la scena politica tedesca continua a ridefinirsi dopo la sconfitta elettorale della SPD nel 2025. La sua dichiarazione è arrivata in un evento culturale, davanti a un pubblico attento, e di fatto conferma che le proposte editoriali dei grandi editori l’hanno già sollecitato a riflettere sulle proprie memorie.

Scholz ha giocato fino a oggi la carta della prudenza: non ha voluto etichettare il progetto come “memoir” definitivo, lasciando aperta la porta a vari modi di raccontare i suoi anni ai vertici del potere, dall’esperienza come ministro delle Finanze alla guida della cancelliera socialdemocratica. Ha ricordato, con un sorriso, il volume di Angela Merkel, che gli fu inviato con “molto cordiali saluti”, e ha ammesso di non aver ancora letto tutto ma di volerlo certamente fare. 

Il prossimo libro di Scholz potrebbe dunque inserirsi in quel filone di autobiografie politiche che cerca di spiegare scelte e contesti storici dall’interno. Non è ancora chiaro se la pubblicazione sarà un memoir intimo o un’analisi più politica; resta però evidente che l’ex cancelliere stia pensando con serietà al suo ruolo nella memoria collettiva, mentre il dibattito sul passato recente della Germania – dalla pandemia al ruolo nel conflitto ucraino – continua dividere accademici e opinione pubblica.

 

Dalla KAS...                                                                      

Con il motto “Freedom Must Win”, il 23 febbraio 2026 si è tenuto al Colosseum di Berlino il quarto “Cafe Kyiv”. L'evento - con l'ormai tradizionale pop-up bar- è stato inaugurato da Annegret Kramp-Karrenbauer, presidente della Fondazione Konrad Adenauer, e dal cancelliere Merz. Dall'inizio della guerra di aggressione russa, la Fondazione Adenauer è fermamente al fianco dell'Ucraina. Il “Cafe Kyiv” è diventato l'evento più importante in Europa dedicato all'Ucraina, un luogo di scambio politico e un segno visibile della solidarietà europea.

 

Difesa europea: Berlino verso l’addio a Parigi per aderire al GCAP

Il progetto europeo per il caccia di sesta generazione è entrato in una fase cruciale che potrebbe ridisegnare i confini della difesa europea. La Germania starebbe infatti valutando di uscire dal programma franco-spagnolo FCAS per avvicinarsi al GCAP, l’iniziativa che riunisce Italia, Regno Unito e Giappone. Una scelta che avrebbe un forte peso politico e industriale.

Secondo l’esperto Dr. Alessandro Marrone, responsabile del Programma Difesa, Sicurezza e Spazio dell’Istituto Affari Internazionali, che abbiamo intervistato per l’occasione: “Il GCAP, lanciato a dicembre 2022, in tre anni ha compiuto buoni progressi quanto a governance politico-militare e joint ventures industriali su base paritetica tra partner italiani, britannici e giapponesi. Se Berlino decidesse di parteciparvi, si ricostituirebbe un formato di cooperazione ristretta. Un modello simile a quello sperimentato per oltre 50 anni da Germania, Italia e Regno Unito che ha portato a Tornado ed Eurofighter ma, stavolta, con l’aggiunta del Giappone. L’Italia è aperta a questa opportunità, che rafforzerebbe il GCAP a beneficio di tutti i partner e dell’Europa, creando economie di scala e aumentando le possibilità di successivo export”.

Sono soprattutto le difficoltà interne all’FCAS a portare la Germania a voler abbandonare il programma che, secondo accreditate fonti europee, sarebbe fermo da quasi un anno a causa di profonde tensioni industriali. Al centro dello scontro, in particolare, ci sono Dassault e Airbus, divise su questioni cruciali come la guida del progetto, la suddivisione delle attività e il controllo delle tecnologie strategiche. Uno stallo che rischia di indebolire l’intera architettura della cooperazione industriale europea nel settore della difesa. Lanciato nel 2017 su impulso di Emmanuel Macron e dell’ allora Cancelliera Angela Merkel, l’FCAS era stato concepito come simbolo della rinnovata intesa franco-tedesca e come pilastro di una difesa europea più integrata.

L’obiettivo era ambizioso: sostituire dal 2040 i Rafale francesi e gli Eurofighter in servizio in Germania e Spagna con un sistema aereo di nuova generazione. Oggi, però, quel progetto appare più fragile e più lontano all’orizzonte.

 

Merz-Meloni: “Vogliamo un’Unione Europea più veloce e più efficace”

In vista dell’incontro informale dell’11 febbraio ad Alden Biesen, vicino a Liegi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato l’urgenza di rafforzare la competitività e completare il mercato interno europeo. “Vogliamo rendere questa Unione Europea più veloce, vogliamo renderla migliore”, ha dichiarato, evidenziando la necessità di un’industria europea competitiva e pronta alle sfide globali.

Alla vigilia del vertice, Merz ha incontrato la premier italiana Giorgia Meloni per un bilaterale strategico che ha confermato il solido partenariato tra Italia e Germania. Il confronto si è concentrato sulle tre priorità del documento orientativo preparato da Italia, Germania e Belgio: completamento del mercato unico, semplificazione regolatoria e riduzione dei prezzi dell’energia, oltre a una politica commerciale ambiziosa ma pragmatica.

Particolare attenzione è stata riservata alle iniziative per il rilancio industriale dell’Europa, con una rapida revisione dei meccanismi di tassazione delle emissioni (ETS e CBAM) e l’impegno a dare seguito alle priorità indicate dal Consiglio Europeo. I due leader hanno deciso di rivedersi già a margine del prossimo Consiglio Europeo di marzo, per mantenere alta l’attenzione sui temi della competitività e contribuire alla definizione di obiettivi concreti e scadenze precise.

L’incontro di Alden Biesen non prevede decisioni formali, ma sarà l’occasione per un confronto aperto sui principali temi economici. “Ci incontriamo oggi qui. Non ci saranno decisioni, ma un confronto sulla competitività e sul completamento del mercato interno europeo”, ha precisato Merz.

Al centro i dossier stilati da due ex Premier italiani, entrambi datati 2024, il Rapporto Letta con misure per approfondire il mercato interno e rafforzare la competitività europea, e il Rapporto Draghi che analizza le opportunità e le sfide dell’industria dell’Unione.

Per Merz l’obiettivo dell’incontro è preparare il terreno per decisioni future: “Tra quattro settimane discuteremo anche del finanziamento dell’Unione Europea, ma oggi si tratta soprattutto di questi temi. Prepariamo decisioni che saranno poi prese quando ci riuniremo per il prossimo Consiglio Europeo regolare a Bruxelles”.

SPD al bivio: riforme o solo retorica sociale?

La SPD è a un bivio, con divisioni diverse all’interno della leadership. Se per Bärbel Bas la priorità resta la difesa del vecchio modello di Stato sociale, per Lars Klingbeil è tempo di spostarsi verso il centro come forza riformista anche accettando il rischio di perdere consenso.

Nel tentativo di coniugare consenso e riforme, Bas e Klingbeil faticano a guidare il partito senza fratture, rischiando l'immobilismo. Inoltre lo spazio a sinistra è ridotto: Verdi, Linke e persino AfD superano la SPD sui temi chiave come pensioni e politiche sociali. Per non provocare strappi e divisioni la strategia attuale adottata dal partito sembra essere quella del passo avanti e due indietro.

Merz all’Europa: "meno regole, più coraggio per tornare competitivi"

Ad Anversa, all’ European Industry Summit 2026, il Cancelliere Merz ha lanciato un messaggio chiaro al mondo industriale e ai partner europei: l’Europa deve cambiare passo, subito. «Il tempo di agire è adesso», ha detto dal palco, indicando nella competitività la chiave per difendere sovranità e peso geopolitico. Il cancelliere ha ricordato come il divario di crescita con Stati Uniti e Cina continui ad ampliarsi. È una questione strategica: senza crescita, l’Unione rischia di perdere influenza e capacità di decisione in uno scenario globale sempre più competitivo. La ricetta di Berlino parte da un drastico taglio alla burocrazia.

Troppe norme e procedure lente frenano investimenti e innovazione. Per questo Merz propone di estendere il principio del silenzio-assenso: se l’autorità non decide entro un termine stabilito, il progetto si considera approvato. Un segnale forte per rendere l’Europa più rapida e attrattiva.

Altro pilastro è il rafforzamento del mercato unico, a partire dal cosiddetto “28° regime”, un quadro giuridico europeo unico e opzionale che permetta alle imprese di operare senza dover navigare tra 27 sistemi normativi diversi. Sul tavolo anche un vero mercato energetico comune, regole più snelle sull’intelligenza artificiale e norme sulle fusioni per favorire la nascita di campioni europei. Il messaggio è politico prima ancora che economico: la competitività non è un dossier tecnico, ma la condizione per garantire alla Europa autonomia e forza nel nuovo equilibrio globale.

La Cancelleria federale apre le porte al Carnevale

Il Cancelliere Merz ha recentemente ricevuto al Bundeskanzleramt i Carnevali da tutta Germania, celebrando allegria e tradizione. Tra ricordi personali Merz ha sottolineato l’importanza di questo momento di incontro: «È un pezzo della nostra cultura che voi curate», ha dichiarato, ringraziando tutti per il loro impegno. Tra musica festosa e sorrisi, il Cancelliere ha promesso di portare un po’ di questa energia anche nelle riunioni del governo. Presenti anche il ministro della Cultura, Wolfram Weimer, e numerosi membri dei club tradizionali. Merz ha chiuso augurando a tutti una stagione di Carnevale piena di festa e divertimento, invitando a continuare a valorizzare questa tradizione unica e vivace.

Dalla KAS...

L' ufficio di Roma della Konrad-Adenauer-Stiftung porge il benvenuto a Paruvana Fiona Volkmann, nuova direttrice dell’ufficio in Italia. Con un solido percorso internazionale e un’esperienza consolidata all’interno della Fondazione, porta competenze maturate nell’analisi politica, nella gestione di progetti sulla Sicurezza e Difesa e nel rafforzamento del dialogo europeo.

Nel corso della sua carriera ha collaborato con istituzioni, mondo accademico e società civile, promuovendo iniziative dedicate alla governance democratica e alla cooperazione tra Paesi. La sua nomina rappresenta un nuovo slancio per le attività in Italia, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente i legami tra Germania e Italia e di promuovere i valori europei condivisi. Kas 14

 

 

 

 

 

 

Immigrazione. Ecco cosa prevede il ddl del governo: stretta su protezione e ricongiungimenti

 

Non un decreto ma un disegno di legge: le nuove misure sull’immigrazione dovranno passare dal Parlamento, anche se l’esecutivo chiederà procedure accelerate – di Stefano De Martis

L’ennesima “stretta” del governo sull’immigrazione assume la forma di un disegno di legge e non di un decreto. Quindi le norme non entrano immediatamente in vigore ma dovranno prima essere approvate dal Parlamento. L’esecutivo, comunque, fa sapere che chiederà le procedure più rapide consentite dai regolamenti delle Camere. Il testo varato dal Consiglio dei ministri è ancora più restrittivo di quanto si prevedesse alla vigilia e comprende un’“ampia delega” al governo per l’attuazione dei recenti provvedimenti europei in materia (più restrittivi anch’essi).

Vediamo in sintesi i punti principali del ddl così come li sintetizza il comunicato di Palazzo Chigi che, sia pure tra virgolette, parla esplicitamente di “blocco navale”. In primo piano una “strategia di difesa dei confini” e requisiti “più stringenti” per la concessione della “protezione complementare” e per i ricongiungimenti familiari.

· Gestione delle crisi e interdizione delle acque territoriali: il ddl definisce “procedure specifiche per affrontare situazioni di afflusso massiccio e strumentalizzato di migranti, con la possibilità di interdire l’attraversamento delle acque territoriali a navi in presenza di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”.

· Disciplina del trattenimento: il ddl regola “in modo compiuto le modalità di trattenimento dello straniero nelle more delle procedure di esame della domanda di protezione”.

· Espulsione giudiziale: il ddl amplia “le ipotesi in cui il giudice, con sentenza di condanna, può disporre l’espulsione o l’allontanamento dello straniero” e prevede “una procedura accelerata per l’esecuzione delle espulsioni di stranieri detenuti”.

· Monitoraggio delle frontiere esterne: il ddl istituisce “un sistema di sorveglianza integrata che permette di agire preventivamente sulle rotte migratorie, rafforzando la cooperazione con le agenzie europee per il controllo dei confini marittimi e terrestri”.

· Procedura di rimpatrio alla frontiera: il ddl “introduce una procedura accelerata che si svolge direttamente presso i valichi o nelle zone di transito, permettendo l’allontanamento immediato dei soggetti provenienti da Paesi sicuri o con domande manifestamente infondate”.

· Protezione complementare: il ddl si propone di “evitare l’uso strumentale delle norme sui legami familiari”. A questo scopo specifica che “l’accertamento deve basarsi sulla natura effettiva dei legami, sulla durata del soggiorno nel territorio nazionale e sull’esistenza di legami familiari, sociali o culturali con il Paese d’origine, impedendo il rilascio del titolo in presenza di condanne per reati che comportano la pericolosità sociale del richiedente”.

· Ricongiungimenti familiari: qui il ddl delega al governo la definizione dei criteri per l’identificazione dei familiari che hanno titolo al ricongiungimento, “al fine di limitare l’abuso dello strumento e di garantire che l’accesso ai benefici sia riservato a chi versi in condizioni di oggettiva vulnerabilità e privo di adeguato sostegno nel Paese d’origine”.

· Accoglienza e revoca delle misure: il ddl stabilisce che le prestazioni di accoglienza vengano condizionate “all’effettiva permanenza del richiedente nel centro assegnato”. Allo stesso tempo “la violazione delle regole di convivenza o la disponibilità di mezzi economici sufficienti comporteranno la revoca immediata o l’obbligo di rifusione dei costi sostenuti dallo Stato”.

· Sanzioni e controlli: il ddl inasprisce “le sanzioni per l’inosservanza degli ordini di allontanamento” e rafforza “i poteri di accertamento della polizia giudiziaria per l’identificazione di chi occulta la propria identità o nazionalità”. Sir 12

 

 

 

 

 

 

Diritti umani, come cambiano le tutele in Europa (l’analisi di Human Rights Watch)

 

I diritti umani restano uno degli indicatori più sensibili dello stato di salute delle società contemporanee. Libertà civili, accesso alla protezione, tutela delle minoranze e condizioni materiali di vita riflettono scelte politiche che incidono direttamente su popolazioni, flussi e assetti sociali, spesso prima ancora che sugli equilibri istituzionali.

Il World Report 2026 di Human Rights Watch, giunto alla trentaseiesima edizione, osserva queste dinamiche su scala globale, analizzando oltre cento Paesi sulla base di indagini sul campo, dati ufficiali, decisioni giudiziarie e atti normativi. Il 2025 viene ricostruito come un anno di consolidamento di tendenze già in atto, più che di svolte improvvise: restringimento dello spazio civico, uso estensivo di strumenti di controllo, applicazione selettiva delle garanzie.

All’interno di questo quadro, l’Unione europea occupa una posizione particolare. Il rapporto la considera come spazio politico unitario e ne esamina politiche e prassi in materia di migrazione, stato di diritto, diritti sociali, tutela di donne e persone Lgbt, relazioni esterne. Ne emerge una sequenza di decisioni che incidono sulla composizione demografica, sull’accesso alle tutele e sulla protezione dei gruppi più esposti, con effetti differenziati nei singoli Stati membri.

Migrazione e protezione internazionale

La gestione della migrazione rappresenta uno dei campi in cui il rapporto concentra il maggior numero di evidenze. Human Rights Watch analizza il nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione europea, individuando tre elementi centrali: l’estensione della detenzione amministrativa per richiedenti asilo e migranti irregolari, la riduzione delle salvaguardie contro i rimpatri verso Paesi non considerati sicuri e la possibilità di istituire centri di rimpatrio in Stati esterni all’Unione. Il quadro normativo viene letto come un rafforzamento strutturale degli strumenti di contenimento.

A questo livello si affiancano le scelte nazionali. Nel corso del 2025 diversi Stati membri hanno limitato o sospeso l’accesso alle procedure di asilo, introducendo deroghe, eccezioni o canali accelerati. Il rapporto rileva che tali misure sono state adottate senza interventi correttivi sostanziali da parte delle istituzioni europee, con un orientamento complessivo volto a ridurre i tempi di esame e ad aumentare il numero di decisioni rapide.

Gli effetti si misurano sulla valutazione individuale delle domande. Human Rights Watch segnala che la compressione delle procedure incide in modo particolare sui richiedenti provenienti da contesti complessi, sui minori non accompagnati e sulle persone con bisogni specifici di protezione, per i quali la rapidità amministrativa può tradursi in una perdita di garanzie.

Il rapporto richiama inoltre l’espansione degli accordi di cooperazione con Paesi terzi incaricati di contenere le partenze. In più casi si tratta di governi caratterizzati da violazioni documentate dei diritti umani. La gestione della migrazione viene così descritta come un ambito in cui l’Unione ha progressivamente abbassato le soglie di tutela, privilegiando la deterrenza e il controllo dei flussi.

Stato di diritto e spazio civico

Accanto alla migrazione, il Rapporto mondiale 2026 dedica ampio spazio alla tenuta dello stato di diritto. Human Rights Watch utilizza indicatori istituzionali e casi documentati per valutare l’efficacia degli strumenti europei a fronte di violazioni ricorrenti su indipendenza giudiziaria, libertà dei media e separazione dei poteri. Il 2025 viene descritto come un anno di applicazione diseguale delle regole comuni.

Il caso ungherese occupa una posizione centrale. Nel marzo 2025 il Parlamento di Budapest ha approvato una legge che vieta le marce del Pride e introduce sanzioni per organizzatori e partecipanti. Il provvedimento viene inserito in una sequenza normativa che limita la visibilità delle persone Lgbt nello spazio pubblico e amplia i poteri discrezionali delle autorità. Nello stesso anno, l’Ungheria si è ritirata dalla Corte penale internazionale e ha ospitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto della Cpi, senza procedere all’arresto. Secondo il rapporto, a questi atti non sono seguite misure incisive da parte del Consiglio europeo.

Human Rights Watch collega il caso ungherese a una dinamica più ampia: l’avanzata di forze politiche che promuovono restrizioni ai diritti e l’emulazione di tali politiche da parte di partiti tradizionali. Gli effetti vengono descritti in termini di riduzione dello spazio civico e di maggiore esposizione per le comunità emarginate.

Il rapporto richiama anche contesti non appartenenti all’Ue ma rilevanti per i rapporti europei. In Turchia, Paese candidato, l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem ?mamo?lu nel 2025 e la repressione delle proteste successive vengono utilizzati per illustrare la contrazione del dissenso politico e l’uso estensivo delle forze di sicurezza. L’episodio viene inserito nel quadro della cooperazione tra Ue e Ankara su migrazione e sicurezza, evidenziando la distanza tra partenariati strategici e tutela delle libertà fondamentali.

Alle frontiere esterne dell’Unione, Human Rights Watch segnala difficoltà persistenti di accesso all’asilo nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Prassi amministrative e requisiti burocratici continuano a limitare la possibilità di presentare domanda di protezione internazionale, incidendo in modo particolare sulle persone provenienti dall’Africa subsahariana. Il caso viene utilizzato per mostrare come l’esercizio di un diritto riconosciuto possa essere compresso senza modifiche formali alla legislazione.

Il rapporto menziona inoltre restrizioni alle manifestazioni pubbliche e l’uso estensivo di poteri di ordine pubblico in Paesi come Francia e Regno Unito. Sanzioni, divieti preventivi e interventi di polizia vengono analizzati per il loro impatto sulla libertà di espressione e di associazione, anche in contesti democratici consolidati.

Diritti sociali, genere e minoranze

Human Rights Watch dedica una sezione ai diritti economici e sociali, utilizzando dati ufficiali dell’Unione europea. Nel 2024, 93,3 milioni di persone, pari al 21% della popolazione Ue, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Il rapporto utilizza questo dato come indicatore della distanza tra impegni normativi e condizioni materiali di vita.

La disoccupazione e il lavoro discontinuo vengono indicati come fattori centrali di vulnerabilità, in particolare per giovani, migranti e lavoratori temporanei. A questi si affiancano precarietà abitativa e accesso diseguale ai servizi, che incidono sulla possibilità di esercitare diritti in modo effettivo. Le differenze territoriali tra Stati membri e all’interno degli stessi Paesi producono livelli di protezione molto variabili.

In questo contesto si inserisce la tutela dei diritti di genere. Il rapporto tratta la violenza contro le donne come indicatore trasversale delle fragilità sociali. Nel 2025, in diversi Paesi europei, il numero di casi denunciati e di femminicidi resta elevato, con forti differenze nella capacità di prevenzione, intervento e supporto alle vittime. Human Rights Watch segnala una distribuzione disomogenea dei centri antiviolenza e dei servizi di protezione, con particolare criticità nelle aree periferiche e rurali.

Per quanto riguarda le persone Lgbt, il rapporto documenta un aumento di discriminazioni, aggressioni e discorsi ostili in più Stati membri. Il blocco della Direttiva orizzontale sulla parità di trattamento viene indicato come uno degli elementi che mantengono ampie lacune nella protezione contro la discriminazione basata su orientamento sessuale, identità di genere, religione, età e disabilità, soprattutto nell’accesso a servizi, alloggio e assistenza sanitaria.

L’Italia nel quadro europeo dei diritti umani

Nel capitolo dedicato all’Italia, Human Rights Watch colloca il Paese all’interno delle stesse traiettorie osservate a livello europeo, ricostruendo il 2025 attraverso atti normativi, decisioni giudiziarie e dati amministrativi.

Sul fronte migratorio, il rapporto analizza l’attuazione degli accordi con l’Albania per la detenzione di persone migranti intercettate in mare o trasferite dal territorio italiano in attesa di rimpatrio. Nel corso del 2025, i tribunali italiani hanno bloccato tentativi successivi di processare in Albania le domande d’asilo di uomini provenienti da Paesi considerati “sicuri”. In risposta, a marzo il governo ha riconvertito la struttura in un centro di detenzione per persone già destinatarie di ordini di espulsione. Il rapporto richiama inoltre l’avvertimento del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sui rischi di esportare un modello che presenta criticità nei centri italiani e la sentenza della Corte di giustizia Ue che, in agosto, ha rilevato il mancato rispetto degli standard sul diritto d’asilo in un caso relativo a cittadini del Bangladesh.

Human Rights Watch inserisce nello stesso quadro la cooperazione con la Libia. L’Italia ha lasciato rinnovare automaticamente il Memorandum del 2017 sulla migrazione, nonostante abusi documentati. Il rapporto cita l’apertura di un’indagine dopo che, in agosto, una motovedetta libica donata dall’Italia ha sparato contro una nave di soccorso con 87 persone a bordo, e il rinvio a giudizio di militari e ufficiali per ipotesi di omicidio colposo legate al naufragio del febbraio 2023 al largo della Calabria.

Per quanto riguarda il soccorso in mare, il rapporto segnala un uso ripetuto di misure amministrative nei confronti delle navi delle Ong. Al settembre 2025, secondo i dati riportati, il governo aveva fermato navi di soccorso 34 volte dal febbraio 2023, per un totale di 700 giorni di inattività operativa, e aveva bloccato per 20 giorni l’aereo Seabird utilizzato per individuare imbarcazioni in difficoltà. Sul piano giurisprudenziale, viene richiamata la pronuncia della Corte costituzionale che ha chiarito come l’obbligo di salvare vite possa giustificare la disapplicazione di ordini statali.

Il capitolo italiano affronta anche il tema della discriminazione. Human Rights Watch riporta le raccomandazioni della Commissione europea contro razzismo e intolleranza sulla necessità di uno studio indipendente sulla profilazione razziale e cita dati amministrativi relativi alle “red zones” urbane: nei primi sette mesi del 2025, il 42% delle persone fermate e il 76% di quelle sottoposte a misure conseguenti risultavano straniere, a fronte di una presenza di stranieri pari al 9% della popolazione.

Sul piano sociale, il rapporto segnala la legge approvata a giugno 2025 che introduce sanzioni penali più severe contro gli occupanti di immobili e contro chi li assiste, riducendo le garanzie procedurali contro gli sfratti forzati, nonostante le preoccupazioni espresse da relatori speciali delle Nazioni Unite su casa e povertà.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, Human Rights Watch cita i dati del ministero dell’Interno: nei primi sette mesi del 2025 le donne uccise sono state 60, quasi quanto nello stesso periodo del 2024, con un aumento della quota di omicidi commessi da partner o ex partner e della percentuale di vittime di origine straniera. Il rapporto segnala l’approvazione del reato di femminicidio e lo stallo della proposta di legge che definisce il rapporto sessuale senza consenso come stupro. Sul diritto all’aborto viene citata la legge regionale siciliana volta a superare le difficoltà legate all’obiezione di coscienza e l’impugnazione del governo davanti alla Corte costituzionale.

Infine, il capitolo affronta la tutela delle persone Lgbt e lo stato di diritto. Vengono richiamate le decisioni della Corte costituzionale sulla registrazione dei figli nati da coppie lesbiche e sull’adozione per genitori omosessuali, insieme alla proposta governativa di limitare l’accesso alle cure di affermazione di genere per i minori. Sul fronte della sicurezza, Human Rights Watch segnala l’adozione del “security decree” e le critiche di organismi internazionali per l’impatto sulle libertà di espressione e associazione, e richiama l’episodio del rilascio e rimpatrio di un funzionario libico destinatario di mandato della Corte penale internazionale.

Nel suo insieme, il Rapporto mondiale 2026 restituisce un quadro in cui l’Europa, pur restando formalmente ancorata ai diritti fondamentali, mostra una gestione selettiva delle garanzie, con effetti misurabili sulle popolazioni più esposte e sulle dinamiche demografiche che attraversano il continente. Adnkronos 11

 

 

 

 

 

 

Pagare tutto per vivere

 

Pure se i conti economici d’Italia continuano a non quadrare, gli italiani restano un Popolo rassegnato. Se il precedente governo non è riuscito a far fronte alla necessità fiscale, questo Esecutivo varerà una serie di provvedimenti che andranno a ricadere, principalmente, sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni. Con alchimie che, presto, ci saranno note.

 Le aliquote IRPEF non saranno ridotte; mentre l’Imposta sul Valore Aggiunto potrebbe salire. I trattamenti previdenziali minimi non saranno “adeguati” e vivere sarà più difficile che per il passato. Lo Stato sociale è più un limite che un fatto reale. Insomma, quel poco che c’è concesso è ripreso per altra via. Ma questa, a ben osservare, non sarebbe la realtà peggiore. Ciò che potrebbe far traboccare il ”vaso” è la manovra fiscale. La vita è regolata da imposizioni con valore di legge “pro tempore”. I più accurati controlli, tanto pubblicizzati dai media, rappresentano la scoperta dell’ago nel pagliaio. Questo potrebbe essere l’anno del “cambiamento”. Vedremo se in “meglio”.

Certo è che la barca economica nazionale potrebbe naufragare. Per recuperare credibilità economica, ogni mezzo è stato sperimentato. I risultati appaiono, per ora, deludenti. La morale è sempre la stessa: c’è chi paga tutto quello che deve e c’è chi sfugge al suo obbligo contributivo. Ora, gli italiani hanno iniziato a essere stanchi delle “stangate” che si ripetono, con periodicità, sui loro risparmi e sul loro lavoro. Senza intese con le Forze Sociali, da noi si respira, prepotente, la voglia di dire ”no”. No alle ingiustizie, No ai compromessi che favoriscono chi non ne avrebbe bisogno.

 Dato che il piatto piange, il Potere Legislativo non dovrebbe temporeggiare su alcuni passi importanti a favore d’altri, che lo sono molto meno. Quando si tireranno le somme, ci si accorgerà con gli introiti saranno ancora insufficienti alla bisogna. Insomma, “politica” ed “economia” continueranno a percorrere strade differenti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Referendum 22 e 23 marzo 2026, le agevolazioni di viaggio per i cittadini italiani residenti in Italia e all’estero

 

ROMA- In vista della consultazione referendaria del 22 e 23 marzo 2026 sono previste tariffe agevolate per gli elettori che si recheranno a votare nel proprio comune di iscrizione elettorale. Tutte le informazioni di dettaglio sono contenute nella circolare n. 19 della Direzione centrale per i Servizi elettorali del Dipartimento per gli Affari interni e territoriali del Ministero dell’Interno. Gli elettori potranno usufruire delle agevolazioni applicate dagli enti e dalle società che gestiscono i servizi di trasporto ferroviario, marittimo, autostradale e aereo, secondo quanto di seguito riepilogato.

Agevolazioni per i viaggi ferroviari

Le società Trenitalia S.p.A., Italo – Nuovo Trasporto Viaggiatori S.p.A. e Trenord s.r.l. applicheranno agevolazioni tariffarie per i viaggi ferroviari in favore dei cittadini italiani residenti in Italia o all’estero che si recheranno nella località di iscrizione elettorale, o in località limitrofe, per esercitare il diritto di voto.

I biglietti agevolati possono essere acquistati per viaggi da effettuare nell’arco temporale di venti giorni a ridosso delle votazioni. Per le consultazioni del 22 e 23 marzo 2026, il viaggio di andata potrà essere effettuato dal 13 marzo 2026, mentre quello di ritorno dovrà avvenire non oltre il 2 aprile 2026. Il viaggio di andata deve concludersi entro l’orario di chiusura delle operazioni di voto e quello di ritorno non può iniziare prima dell’apertura dei seggi.

Per usufruire delle agevolazioni l’elettore dovrà esibire, nel viaggio di andata, la tessera elettorale oppure una dichiarazione sostitutiva attestante che il biglietto è stato acquistato per recarsi a votare; nel viaggio di ritorno dovrà invece mostrare la tessera elettorale recante l’attestazione dell’avvenuta votazione, oltre a un documento di riconoscimento. Per gli elettori residenti all’estero la tariffa ridotta è valida esclusivamente per la tratta italiana e richiede anche la cartolina-avviso o una dichiarazione dell’autorità consolare.

Nel dettaglio, Trenitalia rilascerà biglietti nominativi di andata e ritorno con riduzione del 60% sulle tariffe regionali e del 70% sul prezzo base dei treni del servizio nazionale. Italo applicherà una riduzione del 70% sul prezzo al pubblico per i viaggi in ambiente Smart e Prima con le offerte Flex, Extratempo e Bordo. Trenord, per i servizi operanti in Lombardia, applicherà una riduzione del 60% sui biglietti nominativi regionali di andata e ritorno, inclusa la tariffa Malpensa. Le agevolazioni non sono cumulabili con altre promozioni, salvo le specifiche tutele previste per le persone a ridotta mobilità.

Agevolazioni per i viaggi via mare

Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha disposto che le società Compagnia Italiana di Navigazione, GNV, Grimaldi Euromed, Navigazione Siciliana e NLG – Navigazione Libera del Golfo applichino agli elettori che si recheranno a votare nel proprio comune di iscrizione elettorale la tariffa agevolata con riduzione del 60 per cento della tariffa ordinaria passeggeri.

Nel caso in cui l’elettore abbia diritto alla tariffa in qualità di residente, sarà applicata la tariffa residenti, salvo che la tariffa elettori risulti più favorevole.

Agevolazioni autostradali

L’AISCAT ha comunicato che le concessionarie autostradali aderiranno alla richiesta di esenzione dal pagamento del pedaggio su tutta la rete nazionale, con esclusione delle autostrade a sistema di esazione aperto, in favore degli elettori italiani residenti all’estero, sia per il viaggio di raggiungimento del seggio sia per quello di ritorno.

La validità dell’agevolazione avrà inizio, per il viaggio di andata, dalle ore 22 del quinto giorno precedente la consultazione e, per quello di ritorno, dal giorno delle operazioni di voto fino alle ore 22 del quinto giorno successivo alla conclusione delle operazioni stesse.

Agevolazioni per l’acquisto di biglietti aerei

La compagnia ITA Airways applicherà uno sconto sul biglietto aereo per voli nazionali di andata e ritorno utilizzati per raggiungere la sede del seggio elettorale di appartenenza.

Lo sconto è pari a 40 euro per tariffe di importo pari o superiore a 41 euro, è valido su tutti i brand tariffari, non si cumula con altre promozioni e non si applica a tasse e supplementi. I biglietti agevolati possono essere acquistati tramite il sito della compagnia e le agenzie di viaggio.

Al momento del check-in e dell’imbarco il passeggero dovrà esibire la tessera elettorale oppure, per il solo viaggio di andata, una dichiarazione sostitutiva; al ritorno sarà necessaria la tessera elettorale regolarmente vidimata. L’offerta è valida fino al 23 marzo 2026 per voli effettuati tra il 15 e il 30 marzo 2026.

Altre agevolazioni per alcune categorie di elettori residenti all’estero

In occasione della consultazione referendaria del 22 e 23 marzo 2026, gli elettori residenti in Stati con cui l’Italia non intrattiene relazioni diplomatiche o nei quali la situazione politica o sociale non consente l’esercizio del voto per corrispondenza hanno diritto, presentando apposita istanza alla competente autorità consolare, al rimborso del 75 per cento del costo del biglietto di viaggio nei limiti previsti dalla normativa vigente. (Inform/dip 26)

 

 

 

 

 

“Remigrazione”: una proposta di legge contro gli Italiani

 

ROMA - In pochi giorni 100 mila sottoscrittori hanno firmato la proposta di legge per rimpatriare, volontariamente o meno, i migranti, irregolari e non. Le motivazioni sono varie e, soprattutto, facilmente accettabili.

Si va dal bisogno di maggiore sicurezza contro chi commette atti delinquenziali, alla salvaguardia dell’identità nazionale, alla buona intenzione di evitare l’emigrazione di giovani italiani o al desiderio di favorire il ritorno in Italia di tanti italo-discendenti, dal contrasto ai trafficanti e agli sfruttatori di lavoro migrante, all’aiuto dei paesi di origine incentivando economicamente i migranti che vogliono farvi ritorno.

Tutto questo sembrerebbe avere le parvenze di un approccio ragionevole e di buon senso se, come un oggetto decorativo qualsiasi, potessimo disporre dei migranti, spostandoli a piacimento da un luogo ad un altro oppure semplicemente decidere di farne a meno per sempre.

La leva che scardina quel presunto approccio di buon senso che starebbe alla base della richiesta di remigrazione sta nel fatto ineludibile che le migrazioni sono parte strutturale e non rimovibile di processi più ampi di trasformazione sociale, culturale, economica delle società, sia in partenza che in arrivo.

In effetti, quelli che sostengono di controllare o bloccare i flussi migratori con incentivi economici o con misure securitarie spesso sottovalutano il fatto che l’immigrazione cresce o cala più in funzione di cambiamenti socioeconomici (come il bisogno di manodopera o l’aumento della disoccupazione nei paesi di destinazione oppure la fine di conflitti nelle aree di origine) che in seguito a misure di polizie o decreti-legge governativi.

Nel caso specifico dell’Italia non sarebbe molto saggio ignorare l’apporto del lavoro immigrato per l’economia del Paese. Lo stesso ministero del lavoro, nel suo XV rapporto (Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia), rileva che nel 2024 gli stranieri sono il 10,5% degli occupati totali e circa 4 milioni di lavoratori attivi, soprattutto nei servizi alla persona, dove sono circa il 30% dei lavoratori, nell’agricoltura (il 20%), nel settore del turismo e dell’accoglienza (il 18%) e nelle costruzioni (il 17%).

Gli immigrati in Italia dichiarano redditi per 80 miliardi, versano circa 12 miliardi di Irpef, generano un saldo fiscale positivo superiore al miliardo di euro. Si stima così che gli occupati stranieri danno all’Italia un valore aggiunto di circa 180 miliardi, pari al 9% del PIL nazionale.

La stessa Ragioneria dello Stato ritiene che un saldo migratorio positivo (per circa 165mila persone all’anno) abbia effetti rilevanti per la sostenibilità della spesa pensionistica, la crescita del PIL, l’incremento occupazionale e la ripresa della natalità.

Al contrario, creare e alimentare divisioni tra autoctoni e migranti indicando questi ultimi come la causa di tutti i mali sociali vuol dire non riconoscere che sono le politiche dei governi, non i migranti, la causa di disuguaglianze, precarietà del lavoro e stagnazione dei salari soprattutto per tutti quei lavoratori a basso e medio livello di reddito.

In altri termini, proclamare e perseguire politiche di remigrazione non significa contrastare le migrazioni per favorire gli italiani, ma proprio il contrario, e cioè accelerare il declino di un paese, ripiegato su se stesso per non voler riconoscere e dare legittimità ad apporti nuovi provenienti da quei migranti che hanno scelto l’Italia come loro luogo di vita. Ecco perché qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere.

P. Lorenzo Prencipe, CSER (dip 4)

 

 

 

 

 

 

L’Europa al bivio della competitività, tra soluzioni e limiti: cosa hanno deciso i leader?

 

Sotto la pioggia incessante del Limburgo, i leader dell’Unione europea si sono riuniti nel castello di Alden-Biesen per quello che molti definiscono l’ultimo appello per l’economia del Continente. Tra le proteste degli agricoltori che assediavano l’area e i richiami di Mario Draghi, emerge un nuovo equilibrio politico: un asse Roma-Berlino che punta a scuotere le fondamenta di una burocrazia giudicata ormai soffocante.

Il Summit sulla competitività

Non è solo un vertice informale, ma una presa di coscienza collettiva sulla necessità di invertire un declino che dura da quasi vent’anni. Il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, ha aperto i lavori con una dichiarazione d’intenti che segna il cambio di passo dell’agenda comunitaria: “Come l’anno scorso è stato l’anno della difesa, questo sarà l’anno della competitività dell’Ue”. La posta in gioco è la rilevanza stessa dell’Europa in un ordine mondiale che l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito senza mezzi termini “morto”, avvertendo che il Continente rischia una “lenta agonia” o una “subordinazione” se non passerà da una confederazione a una vera federazione.

La scommessa del “motore” italo-tedesco

Protagonista della giornata è la nascita di un coordinamento strategico tra Italia e Germania. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno co-presieduto un pre-summit che ha riunito alcuni degli Stati membri, un’iniziativa volta a dare alla Commissione “chiare cose da fare” e a monitorare passo dopo passo l’attuazione dei dossier più critici.

Meloni ha rivendicato con forza questo nuovo ruolo guida: “C’è sicuramente un motore tedesco-italiano in questo momento”, ha dichiarato, precisando tuttavia che l’alleanza non è rivolta contro la Francia, ma punta a un “autocontrollo legislativo” per frenare una burocrazia che ha superato il proprio perimetro. Merz ha fatto eco a questa posizione, sollecitando l’adozione di misure “coraggiose” per sbloccare la crescita e chiedendo di “deregolamentare ogni settore”.

Il monito Draghi-Letta

Le ragioni di tale urgenza sono scolpite nei dati della Banca Mondiale: nel 2008 il Pil dell’Unione superava quello statunitense; oggi gli Stati Uniti corrono verso i 28,75 bilioni di dollari, mentre l’Europa è rimasta ferma a 19,5. Per colmare questo baratro, i leader hanno ascoltato le analisi di Mario Draghi e in pomeriggio sono previste quelle dell’ex premier italiano Enrico Letta.

Le posizioni sono ormai note: da un lato, Draghi spinge per un “federalismo pragmatico” che consenta a coalizioni di Paesi volenterosi di procedere anche senza l’unanimità. Letta, dal canto suo, insiste sulla creazione di un “28esimo regime”: un quadro normativo unico europeo che permetterebbe alle imprese di crescere senza doversi scontrare con 27 diverse legislazioni nazionali.

Lo scontro sui tabù: “Buy European” e il debito comune

Nonostante la diagnosi condivisa, con il premier belga Bart De Wever che ha descritto la crisi industriale come “drammatica” e “esistenziale”, le soluzioni continuano a dividere profondamente il blocco.

Protezionismo vs libero mercato

Il presidente francese Emmanuel Macron ha rotto gli indugi proponendo una clausola di “Buy European”, ovvero l’obbligo di favorire prodotti locali negli appalti pubblici per settori strategici come difesa e tecnologie pulite. Macron l’ha definita “una misura difensiva” essenziale di fronte a “concorrenti sleali che non rispettano più le regole”. Tuttavia, la proposta ha trovato il muro dei Paesi nordici e baltici. Il premier svedese Ulf Kristersson, in un’intervista al Financial Times, si è detto “molto scettico”: “Proteggere imprese che fondamentalmente non sono competitive” non è la ricetta per il successo.

Il nodo dei finanziamenti

Il presidente francese insiste anche che l’emissione di debito comune sia “l’unico modo” per competere con i massicci sussidi di Usa e Cina. Una posizione sostenuta anche dalla Spagna, che vede negli Eurobond, e cioè i titoli di debito emessi congiuntamente dai Paesi dell’Unione europea, garantiti da tutti gli Stati membri, per finanziare progetti comuni, uno strumento chiave. La Germania, tuttavia, resta ferma sul suo “no”, preoccupata dalle ripercussioni politiche interne e preferendo puntare sulla mobilitazione dei capitali privati; l’Italia mantiene un’apertura timida, con la premier che ha ammesso: “Personalmente sono favorevole, ma voi sapete che questo dibattito è uno dei più divisivi in Europa”, rivolgendosi ai giornalisti presenti in Belgio.

Energia e burocrazia: le barriere invisibili

Un altro fronte critico riguarda i costi energetici, che in Europa sono più del doppio rispetto a quelli americani e cinesi. Giorgia Meloni ha annunciato interventi nazionali imminenti, ma ha chiesto una “profonda revisione” del sistema Ets (il mercato delle quote di emissione di Co2), puntando il dito contro la “speculazione finanziaria” che grava sulle bollette delle imprese.

Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, pur lamentando la lentezza dei co-legislatori, ha ammesso l’assurdità di alcune norme frammentate, citando il caso dei camion che devono cambiare carico alla frontiera tra Belgio e Francia a causa di limiti di peso discordanti.

Verso il Consiglio di marzo

Il vertice di Alden-Biesen non produrrà conclusioni formali, ma traccia la rotta per il Consiglio europeo che si terrà a marzo, fissato come termine ultimo da Macron per prendere decisioni concrete. La sfida è trasformare il senso di urgenza in azioni coordinate: senza una vera integrazione del mercato dei capitali e una semplificazione radicale, l’avvertimento di Bart De Wever rischia di avverarsi: “La decarbonizzazione dell’Europa diventerà sinonimo della sua deindustrializzazione” e, in definitiva, della sua povertà. Adnkronos 12

 

 

 

 

 

 

 

Cosmo Italiano, i temi recenti

 

Infortuni sul lavoro in Germania: cosa devi sapere

(19.02) Cosa devi sapere se ti fai male al lavoro in Germania? Qual è il ruolo delle casse infortuni tedesche, le Berufsgenossenschaften? Francesco Marzano ne parla oggi con Luciana Mella, che spiega come comportarsi e a cosa fare attenzione in caso di incidenti sul lavoro o anche mentre si va al lavoro o a scuola in Germania. Altri consigli arrivano da Graziella Italiano del patronato Epasa di Mannheim, mentre Agnese Franceschini ci parla poi di malattie professionali.

Allarme sicurezza sui mezzi pubblici in Germania

(18.02) Aumentano le aggressioni ai danni dei controllori nei mezzi pubblici sia tedeschi che italiani. Dopo la morte di un addetto nella Renania-Palatinato Deutsche Bahn prende provvedimenti. Ne parliamo con Enzo Savignano, l'autista di Wuppertal Antonio Marangi, Andreas Schackert del settore trasporti del sindacato Ver.di e con Salvatore Pellecchia, segretario nazionale della Federazione Italiana Trasporti CISL.

Dentista, quanto mi costi! Anche in Germania

(17.02) Gli appuntamenti dal dentista sono segnati da due timori: quello per il probabile dolore cui si va incontro e quello legato ai costi, spesso insostenibili. In Germania come in Italia. In questo podcast, con l'aiuto della collega Agnese Franceschini e della dentista Chiara Martinolli di Monaco, cerchiamo di fare il punto su come funziona il sistema delle cure dentistiche in Germania, sulle differenze con l'Italia e di capire se ha senso sottoscrivere un'assicurazione extra per i denti.

Quest'inverno tedesco: gelo a Berlino e Mar Baltico ghiacciato

(11.02) Il Mar Baltico ghiacciato è un po' il simbolo di questo rigido inverno in Germania, insieme ai marciapiedi scivolosi di Berlino e agli altri gravi disagi nella capitale, di cui ci parla Cristina Giordano. Ma in altre regioni sperimentiamo sbalzi di oltre 10 gradi da un giorno all'altro. Come si concilia questo gelo con il riscaldamento globale? Francesco Marzano ne parla con la climatologa Marina Baldi, mentre a Michele Governatori chiede se dobbiamo preoccuparci per le basse scorte di gas.

Tutte le collaborazioni tra Germania e Italia, anche quelle che non ti aspetti

(10.02) Nel recente vertice intergovernativo di Roma tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, in cui è emerso un feeling inaspettato tra i due premier, sono stati firmati nuovi accordi nei settori più diversi. Cristina Giordano ci riassume aspetti strategici e curiosità. Con Gregory Alegi analizziamo la cooperazione italotedesca nel settore della difesa e della sicurezza. Mentre con Marco Pallavicini parliamo di una nuova cooperazione nel settore dell'astrofisica tra Sardegna e Sassonia.

Culle vuote e anziani al lavoro, Germania e Italia a confronto

(09.02) Germania e Italia in testa alle classifiche europee per anzianità della popolazione attiva, a cui si aggiunge un calo delle nascite dovuto anche a una diffusa "paura del futuro". Ne parliamo con Cristina Giordano, con Laura Galli, direttrice del patronato INCA CGIL di Monaco e madre di tre figli, e con Massimo Livi Bacci, professore emerito di demografia all'Università di Firenze.

Guerra, pace, Europa e democrazia nella musica di Pippo Pollina

(06.02) Pippo Pollina sta portando il suo nuovo album "Fra guerra e pace" in tour per mezza Europa. In Germania, dove il cantautore siciliano è conosciuto e stimato da più di 30 anni, l'accoglienza è particolarmente calorosa. Luciana Caglioti lo ha intervistato per parlare del suo nuovo lavoro, dei suoi libri, della collaborazione musicale coi figli Faber e Madlaina, ma anche di politica e di un futuro pieno di incognite.

Olimpiadi invernali tra speranza di medaglie e timore di sprechi

(05.02) Iniziano venerdì 6 febbraio i Giochi olimpici di Milano-Cortina. È la seconda volta in 20 anni che l'Italia ospita un'Olimpiade invernale e i timori sono che, come per Torino 2006, finite le gare, i Giochi lascino dietro di sé strutture costosissime inutilizzate, buchi nel bilancio pubblico e danni all'ambiente. Ne parliamo con Enzo Savignano e con Giuseppe Pietrobelli, autore di "Una montagna di soldi". Con Elisa Chiari parliamo, invece, delle speranze di medaglie italiane e tedesche.

L'incubo della burocrazia: Italia e Germania a confronto

(04.02) Dal timbro mancante allo sportello che non risponde mai, la burocrazia spesso crea disagi inutili alle persone e frena l'economia. Per capire perché due paesi così diversi come Italia e Germania finiscono negli stessi ingorghi di carte abbiamo sentito Enzo Savignano e Serena Sileoni, docente di Diritto costituzionale.

Per Merz e la CDU dobbiamo lavorare tutti di più

(03.02) Meno part-time in Germania: è una delle ricette anticrisi di cui la CDU discuterà al prossimo congresso. Ma il termine Lifestyle-Teilzeit ha portato ad accese discussioni perché sottintende, come altri messaggi di Merz, una popolazione pigra e fannullona. Ma cosa dicono i dati? Si lavora meno in Germania e si prendono più giorni di malattia? Ce ne parla Enzo Savignano. Del ruolo del part-time in ospedale e in una pasticceria italiana in Germania parliamo con Gianmarco Rizzuti e Giorgio Mecca.

 

La remigrazione che piace all’estrema destra tedesca e italiana

(02.02) C'è una linea comune che unisce l'estrema destra in Italia a quella in Germania: il tema della "remigrazione" fa da collante tra le frange più sovraniste e ultranazionaliste dei partiti e dei movimenti della destra estrema dei due Paesi. Ne parliamo con Enzo Savignano e con il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, noto per il suo lavoro di indagine sulla galassia neofascista.

La storia di confine di Maddalena Fingerle

(30.01) Bolzanina classe 1993, attualmente residente in Baviera, Maddalena Fingerle è autrice di romanzi di successo. L'ultimo, "Pudore", è uscito di recente anche in Germania col titolo di "Mit deinen Augen" e racconta una storia ambientata nella comunità italiana di Monaco. Con Fingerle parliamo dei suoi libri, di com'è crescere sul confine - linguistico e non solo -, di rapporti familiari, di vergogna e di ribellione.Mangiare sempre più piatti pronti fa male?

(29.01) Dai temutissimi ravioli in scatola alle pizze surgelate, il consumo di piatti pronti aumenta sia in Germania che in Italia. Ma a cosa bisogna fare attenzione? E come si conciliano con la cultura gastronomica che ci portiamo dall'Italia? Ne parliamo con Giulio Galoppo e Daniele Paci, agronomo e divulgatore sul tema della nutrizione.

Vivere per strada in Germania

(28.01) In quest'inverno particolarmente freddo sono già almeno quattro le persone morte per ipotermia in Germania: eppure si pensa che qui nessuno debba vivere per strada. Invece sono sempre più le persone senzatetto, spesso per problemi legati agli affitti alti e alla mancanza di case. Cristina Giordano ne parla con Giulio Galoppo e con Francesca Russo, psichiatra a Lipsia che lavora con persone senza fissa dimora. E cosa rende particolari i progetti di "housing first", sempre più diffusi?

Ragazzi sui social: vietare, controllare o educare?

(27.01) Sempre più Paesi stanno valutando se porre limiti d'età all'uso dei social media, dopo l'Australia: troppe fake news, odio e manipolazione, oltre che un eccessivo confronto fra coetanei e non solo. Giulio Galoppo ci parla del dibattito in Germania e Cristina Giordano ascolta esperienza e opinione di due famiglie italiane in Germania. Serve un'alternativa che pensi al bene pubblico e non al profitto privato, sostiene il giornalista e autore Federico Mello.

Inchiesta sulla guardia carceraria nazista di cento anni

(26.01) La procura di Ludwigsburg ha aperto un fascicolo su una ex guardia carceraria, che oggi ha cento anni, in servizio nel campo di lavori forzati di Hamer nel Nordreno-Vestfalia, dove erano stati imprigionati circa 15mila soldati italiani dopo l’armistizio. I dettagli storici da Giulio Galoppo. Abbiamo parlato con Michael Otte, il procuratore che ha aperto il fascicolo, e con lo storico Lutz Klinkhammer che da anni segue le schermaglie tra Italia e Germania sui risarcimenti alle vittime del nazismo.Speciale: 70 anni di italiani in GermaniaHai già scoperto il nostro speciale? Italiani e italiane di varie generazioni, estrazioni e professioni raccontano della loro vita in Germania. Per ricordare come gli accordi fra Germania e Italia del dicembre 1955 hanno cambiato la loro storia - la nostra storia.

 

 

 

 

 

 

Diritto d’asilo: approvate dal Parlamento Ue le nuove norme

 

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’Ue per consentire un esame più rapido delle domande di asilo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la creazione di un elenco UE dei paesi di origine sicuri. Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni.

Paesi di origine sicuri

Il nuovo elenco UE dei paesi di origine sicuri consentirà di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate da cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. In base alle nuove norme, spetterà al singolo richiedente dimostrare che tale disposizione non dovrebbe applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio.

Applicazione del concetto di Paese terzo sicuro

Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione a livello UE inammissibile. Per poterlo fare, una delle tre seguenti condizioni deve essere soddisfatta:

* l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili;

* il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’UE dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva;

* l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.

Tali accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate.

Inoltre, il ricorso contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà automaticamente una decisione di rimpatrio.

Applicazione anticipata di alcune disposizioni

La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello UE che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera per i richiedenti la cui nazionalità presenta un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20%, potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione UE sull’asilo, prevista per giugno 2026. (Parlamento europeo 10)

 

 

 

 

 

 

Economia italiana

 

Il risanamento economico nazionale non dovrebbe gravare unicamente da una ”parte". E la politica potrebbe essere somministrata a “piccole” dosi. Stiamo vivendo, in questo periodo del Millennio, in un acuirsi dell’insoddisfazione della classe lavoratrice che non ci sta a un altro calo della redditività; ora aggravata da una crisi bellica potenzialmente “internazionale”.

 Il nostro Paese è entrato in una complessa spirale socio/politica. Come già abbiamo scritto il problema dell’occupazione non sarà risolto a breve. Non apparirà agevole recuperare le posizioni perdute. Economia e Lavoro sono due aspetti inscindibili di uno stesso problema. La politica, per noi, si trova al “piano” inferiore. Se non si scoprirà un mezzo per potenziare l’occupazione, anche sul piano della competitività, non ci sarà l’opportunità di nuovi sviluppi sociali. Semmai, avverrà il contrario.  Questo 2026 resta un anno molto difficile sotto tutti i profili. Anche quelli internazionali.

 C’è solo da verificare come progredirà la strategia dell’Esecutivo Meloni; sempre che la politica riprenda a funzionare con proprietà. Certo è che una soluzione economica, pur se temporanea, è essenziale. Il bilancio dello Stivale non può reggersi sui sacrifici a senso unico. L’Italia dovrà fare delle scelte e dimostrarne l’utilità anche a livello comunitario. La politica potrebbe fare la sua parte. Al punto in cui siamo, l’attendibilità politica appare, certamente, il male minore. Non tanto per gli uomini, ma per i progetti che potrebbero non essere realizzati. Insomma, è il “sistema” nazionale che dovrebbe essere meglio monitorato.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Decreto-legge sicurezza: fermo preventivo

 

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge sulla sicurezza con norme di immediata applicazione. Il testo introduce fermo preventivo, arresto in flagranza differita, Daspo urbano esteso e nuove sanzioni su armi, manifestazioni e reati predatori. Il confronto con il Quirinale ha portato a correzioni sui profili costituzionali più delicati del provvedimento – di  Stefano De Martis

Il Consiglio dei ministri ha licenziato una serie di provvedimenti tra cui un decreto-legge in materia di sicurezza che per la rilevanza penale degli argomenti trattati e per l’immediata entrata in vigore delle norme (fatta salva la necessità di conversione parlamentare) ha concentrato su di sé l’attenzione politica e istituzionale. Sul testo – e in particolare sui passaggi costituzionalmente più delicati – si è sviluppata un’intensa interlocuzione con il Quirinale che ha consentito di correggere a monte i punti più controversi, senza che questo confronto informale in vista della promulgazione possa pregiudicare la valutazione approfondita di legittimità che spetterà alla Corte costituzionale, qualora venga attivata a posteriori secondo le procedure di rito.

Vediamo in sintesi le principali novità del provvedimento così come presentate dallo stesso Consiglio dei ministri nel comunicato finale.

Armi e coltelli

Viene ampliato il catalogo degli strumenti atti a offendere per i quali è vietato il porto senza giustificato motivo, includendo quelli con lama affilata o appuntita superiore a otto centimetri e inasprendo le sanzioni. Si estende inoltre il divieto di porto alle armi per cui non è ammessa licenza, come coltelli a scatto, a farfalla, ecc.

Viene introdotto il divieto di vendita ai minori, anche tramite piattaforme elettroniche, di strumenti da punta e taglio che possono occasionalmente servire all’offesa della persona. Inoltre, si prevede una sanzione amministrativa pecuniaria, da 200 a 1.000 euro, a carico di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Fermo preventivo

In presenza di un pericolo attuale per l’ordine pubblico, gli ufficiali ? gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto ? dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza sulle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che possano rappresentare un concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia ? comunque non oltre le 12 ore. Dell’ora in cui è stato compiuto l’accompagnamento e delle condizioni per le quali è avvenuto è data immediata notizia al pubblico ministero il quale, se riconosce che queste non ricorrono, ordina il rilascio della persona accompagnata. Al pubblico ministero è data altresì immediata notizia del rilascio della persona accompagnata e dell’ora in cui è avvenuto. Il coinvolgimento del magistrato e una più puntuale definizione delle motivazioni sono stati il frutto di quella interlocuzione di cui si diceva in apertura.

Arresto in flagranza differita

L’arresto in flagranza differita, che consente di procedere entro le 48 ore dal fatto sulla base di documentazione video-fotografica certa, viene esteso dal decreto-legge a nuove fattispecie per garantire una risposta penale efficace anche senza intervento immediato sul posto. La misura si applica al danneggiamento aggravato in occasione di manifestazioni pubbliche, alla fuga pericolosa di chi non si ferma all’alt delle forze di polizia e ai reati di lesioni, violenza o resistenza commessi ai danni di docenti, dirigenti scolastici e addetti alla rete ferroviaria nell’esercizio delle loro funzioni oltre che, come già avviene, ai danni delle forze dell’ordine o del personale sanitario.

Zone a vigilanza rafforzata

Il Prefetto può individuare zone urbane colpite da gravi e ripetuti episodi di criminalità. In queste aree è disposto l’allontanamento (il cosiddetto Daspo urbano) di soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per specifici delitti, se tengono condotte che minacciano la sicurezza o la fruizione degli spazi pubblici. Tali aree hanno una durata massima di 6 mesi, rinnovabili fino a 18. Il Daspo urbano viene esteso alle aree interne e pertinenze di stazioni ferroviarie, aeroporti, porti e mezzi di trasporto pubblico locale per chi assume comportamenti violenti, minacciosi o molesti. Il divieto di accesso alle aree sopra citate si applica anche ai minori (sopra i 14 anni) che siano stati denunciati o condannati negli ultimi cinque anni per reati commessi durante manifestazioni pubbliche o per reati inerenti all’ordine pubblico e alle armi.

Manifestazioni pubbliche

Si inaspriscono le sanzioni per l’omesso preavviso delle manifestazioni al Questore e si introduce una specifica sanzione penale per l’utilizzo di caschi protettivi o altri mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento dei partecipanti durante le pubbliche riunioni. Per tali condotte è previsto l’arresto in flagranza.

Divieto giudiziario di partecipazione

In caso di condanna per reati gravi (terrorismo, strage, omicidio, devastazione e saccheggio commessi durante assembramenti), il giudice può disporre il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per un periodo da 1 a 3 anni (o pari alla pena se superiore a 3 anni).

Registro degli indagati e cause di giustificazione

Il decreto-legge introduce una rilevante novità nelle indagini che coinvolgono l’uso legittimo delle armi o altre cause di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, stato di necessità). Qualora appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una di queste cause, il pubblico ministero non iscrive il soggetto nel registro delle notizie di reato, ma effettua un’annotazione preliminare in un modello separato. Il soggetto gode comunque dei diritti e delle garanzie dell’indagato. Il pm ha 120 giorni per svolgere gli accertamenti necessari (più 30 giorni per l’eventuale richiesta di archiviazione) e l’iscrizione nel registro degli indagati scatta obbligatoriamente solo se si deve procedere a un incidente probatorio.

Procedibilità d’ufficio per il furto con destrezza

È introdotta una nuova fattispecie di furto con destrezza che prevede la procedibilità d’ufficio e un inasprimento delle pene quando il reato ha per oggetto mezzi di pagamento (anche elettronici); documenti di identità; strumenti informatici, telematici o telefoni cellulari; denaro o beni di valore tale da determinare un danno patrimoniale di rilevante gravità. Sir 6

 

 

 

 

 

 

Premio internazionale “Michele Schiavone”: scadenza prorogata al 16 marzo

 

Roma - È stato prorogato al 16 marzo il termine per presentare le candidature al Premio Michele Schiavone “eroe del quotidiano e protettore della diaspora”. Lo ha deciso il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero di cui Schiavone, dal 2016 al 2024, è stato prima consigliere e poi segretario generale.

Figura simbolo dell’impegno civile a favore delle comunità italiane oltreconfine, scomparso prematuramente dopo una vita dedicata agli italiani nel mondo con altruismo, generosità e spirito di servizio, a Michele Schiavone è dedicato il Premio nato per valorizzare persone, associazioni ed enti che si sono distinti nella tutela dei diritti degli italiani nel mondo e nella promozione del patrimonio umano, sociale e culturale della nostra emigrazione.

L’iniziativa – sottolinea il Cgie – “nasce dalla consapevolezza che la storia della nostra diaspora – lunga quasi due secoli e segnata da sacrifici, ostacoli, battaglie civili e conquiste sociali – è costellata di “eroi silenziosi” che hanno trasformato il destino di intere comunità, influenzando politiche pubbliche, prassi istituzionali e atteggiamenti sociali nei Paesi di arrivo e in Italia”.

Il Premio, a cadenza annuale, è rivolto a una persona, un’associazione e un ente che abbiano operato in favore degli emigrati italiani o di origine italiana in qualsiasi Paese del mondo, contribuendo all’avanzamento dei loro diritti e alla valorizzazione del ruolo della nostra diaspora nelle società contemporanee.

Le candidature devono essere inviate alla segreteria del CGIE entro il 16 marzo e saranno valutate da una giuria presieduta dalla Segretaria Generale del CGIE Maria Chiara Prodi e formata dal Comitato di Presidenza e da alte personalità, tra cui il Segretario generale della Farnesina, ambasciatore Riccardo Guariglia, il Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Massimiliano Fedriga e il Presidente della Società Dante Alighieri, Andrea Riccardi. Presidente onorario del Premio è il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.

Le premiazioni avverranno nell’ambito dell’Assemblea plenaria del CGIE, alla quale i tre vincitori saranno invitati come ospiti. Le motivazioni e i nomi dei premiati saranno pubblicati e diffusi a cura del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Sul sito del Cgie sono pubblicati sia il bando di gara che il regolamento.

Per informazioni e invio delle candidature:

Segreteria del Premio – CGIE

Piazzale della Farnesina 1, 00135 Roma

Email: cgie.segreteria@esteri.it

Tel.: +39 06 3691 2831. (aise/dip 13) 

 

 

 

 

 

 

Giustizia e politica, la madre di tutte le battaglie

 

La consultazione referendaria del 22 e 23 marzo è l’ultimo scontro nella lunga stagione di aspra contrapposizione fra magistratura e politica inaugurata da Berlusconi dopo Mani Pulite, ora perseguita dal governo Meloni. La riforma sulla «separazione delle carriere», già nei piani della P2, è lo sfondo ideologico su cui si riflette la prevaricazione del potere. Di Guido Gozzano

Se la «separazione delle carriere» fra magistratura inquirente e giudicante è «la madre di tutte le riforme», come la definisce la premier Giorgia Meloni, cos’è allora lo scontro fra giudici e politica, oggi arrivato «a livelli inaccettabili» come ha dichiarato il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta all’apertura dell’anno giudiziario?

Dai uno sguardo alla storia della Seconda Repubblica, e trovi la risposta: è la madre di tutte le battaglie. Il dopo Tangentopoli è stato uno tsunami antimagistrati. Nulla ha impegnato la destra al potere più del tarpare le ali agli inquirenti. Con Mani Pulite si è creduto, sperato di poter spezzare una volta per tutte il clima di impunità della Prima Repubblica. Ma l’aureola di «eroi popolari» dei magistrati di Milano, Francesco Saverio Borrelli, Antonio Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini, è svanita nel volgere di un decennio. Oggi l’epitaffio di quegli anni è nella fucilazione a mezzo stampa del pool milanese, nella stagione di aspra contrapposizione tra magistratura e potere inaugurata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, e sostenuta dall’opinione.

A dare fuoco alle polveri è stato quell’invito a comparire per corruzione, consegnato nel novembre 1994 al premier mentre presiedeva il vertice dell’Onu sulla criminalità organizzata a Napoli. Fino a quel momento Berlusconi aveva puntato tutto sull’arma politica per restaurare l’impunità, la sua innanzitutto. Il 13 luglio di quell’anno, mentre l’attenzione del Paese era tutta per la partita Italia-Bulgaria, semifinale dei mondiali di calcio per un posto in finale contro il Brasile, il ministro della Giustizia Alfredo Biondi firmava un decreto noto come «salva ladri», un micidiale colpo di spugna sui risultati ottenuti dal pool milanese. Il giorno dopo i tangentisti coinvolti nell’inchiesta Mani Pulite sono scarcerati e i processi vanno in prescrizione, a cominciare da quelli del Cavaliere.

Il decreto fu ritirato per le proteste in piazza, le barricate della sinistra, e quel pronunciamento televisivo dei magistrati di Milano. Il pm Di Pietro, con la barba di due giorni e la cravatta allentata, ottiene un prudente defilarsi degli alleati di Berlusconi e la mancata conversione in legge da parte del parlamento.

Fra gli alleati in ritirata, il ministro degli interni Roberto Maroni si dissocia: ai giornali afferma che non gli avevano spiegato le conseguenze. Il Cavaliere rinforza allora l’offensiva mediatica, un diluvio di fuoco si abbatte sul pool di Mani Pulite. In parallelo prosegue la manovra per devitalizzare la giustizia, con le norme «pro domo sua» che azzerano i reati e tagliano i tempi di prescrizione.

Con i successivi governi di sinistra, Prodi, D’Alema e Amato, la magistratura permane in bilico fra calma e tempesta: quest’ultima scoppierà a seguito dell’intercettazione di una telefonata tra Piero Fassino, segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, un gruppo assicurativo amico della sinistra che tenta la scalata alla Bnl. «Abbiamo una banca!», esulta Fassino al telefono. La conversazione evidenzia l’intreccio, poco ortodosso, fra politica di sinistra e finanza.

La divulgazione fu una trappola tesa dalla destra berlusconiana, e il caso sollevò un feroce dibattito sull’uso delle intercettazioni, con una ventata di dubbi da parte della stessa sinistra. Tornata al potere nel 2005, la destra ha avuto gioco facile nel riposizionare la magistratura nel mirino: dapprima con la riforma Castelli, introducendo per la prima volta un sistema disciplinare «punitivo» nei confronti dei pubblici ministeri, corretto in parte l’anno successivo dalla rifoma Mastella; e in seguito con la legge ex Cirielli per salvare Cesare Previti, avvocato di Berlusconi e ministro della Difesa, accusato in un paio di processi di corruzione in atti giudiziari.

Da allora scorre quel filo del garantismo che lega i governi della destra e oggi conduce alla riforma sulla «separazione delle carriere». Un garantismo a senso unico, a sostegno di una classe politica, mentre nei confronti degli altri permane un forte tono giustizialista e un accento a volte forcaiolo.

La consultazione del 22 e 23 marzo è l’ultimo atto della madre di tutte le battaglie. Fin dagli albori questo giornale pone fra virgolette la «separazione delle carriere», poiché l’impedimento nel passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente, e viceversa, è già stato in larga parte realizzato nel 2007, e poi quasi interamente completato dalla riforma Cartabia del 2022. Si dovrebbe invece parlare di «sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura», l’autentica finalità della riforma, con un Csm per i giudici e uno per i pubblici ministeri.

È stato fatto notare che la separazione delle carriere era un punto centrale nel piano eversivo della loggia massonica P2 di Licio Gelli, il «venerabile» che perseguiva il sovvertimento delle istituzioni democratiche. All’interrogazione parlamentare del Pd Andrea De Maria, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto di «non conoscere» il piano di Gelli, un documento sequestrato nel 1982. Eppure in quegli anni Nordio era un magistrato in prima linea, conduceva le indagini sulle Brigate Rosse venete. È meglio fingere ora l’amnesia, e fare una figuraccia da fesso, che riallacciare l’origine della riforma al mandante della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

La separazione delle carriere, nel disegno della P2 di Gelli, rappresentava una leva per rendere la magistratura dipendente dalla politica. Ma se all’epoca la separazione non è mai stata compiuta, è perché nella Prima Repubblica la giustizia era già, nei fatti, subalterna alla partitocrazia. Nessun bisogno di operare una riforma. Chi non si ricorda della Procura di Roma, definita «il porto delle nebbie» dal giurista Stefano Rodotà, per via dell’inerzia e dell’insabbiamento delle indagini sulla politica? Così anche nel resto del Paese. Dal 1946 al 1992, una magistratura in Italia votata in massa al culto di Ponzio Pilato non ha mai frugato nelle stanze del potere.

Con Mani Pulite si è aperta un’inattesa parentesi nel mezzo secolo di impunità politica. Il riscatto compiuto dal pool milanese, un unicum nella storia giudiziaria, è stato perseguito da una generazione di magistrati battaglieri sulla scia delle leggi più moderne e efficaci in Europa, adottate da quei parlamenti che aspiravano ad un autentico cambio di stagione.

Quel ciclo virtuoso si spegne con la restaurazione dell’impunità, tramite quei provvedimenti che fanno luce sulle intenzioni di Nordio e del governo Meloni: la depenalizzazione di alcuni reati tributari (2024), l’abolizione totale del reato di abuso di ufficio (2024) e la limitazione delle intercettazioni telefoniche (2025), indebolendo il contrasto alla criminalità dei colletti bianchi. Ma è la riforma della giustizia penale (2025) l’autentico capolavoro di Nordio, quella revisione della procedure che fra le altre cose rende più difficile l’arresto per i reati contro la pubblica amministrazione. La riforma è stata dedicata a Silvio Berlusconi. Il cerchio si chiude. Cd’Italianità, CH 24

 

 

 

 

 

 

I saggi

 

Mentre sul fronte della Rappresentatività politica della nostra numerosa Comunità all’estero si sono venute a individuarsi delle contraddizioni, il progetto per dare concretezza al DIE (Dipartimento per gli Italiani all’Estero) resta uno degli obiettivi ’primari” che dovrebbe essere considerato da questa Maggioranza di Centro/Destra.

Il DIE intende essere la risultante di un progetto internazionale. Per dare voce a chi non ne ha mai avuta a sufficienza. Insomma, siamo per una Rappresentatività “attiva”, indipendente da ogni legame politico interno e consentirà d’essere un ponte informativo tra chi vive lontano dal Bel Paese e l’Italia.

Il tutto anche tramite un modo meno tradizionale di fare informazione; senza avvantaggiare nessuno a discapito di altri. Il DIE resterebbe la finalità per mettere a fuoco i problemi, piccoli o grandi, che coinvolgono gli italiani nel mondo. Senza, però, ignorare anche quelli dell’”Emigrazione” di ritorno.

Il convincimento della nostra tesi c’è dato dall’esperienza maturata proprio sul fronte della Stampa d’Emigrazione e per i diretti contatti con le nostre Comunità d’oltre frontiera. Un patrimonio di requisiti che ci hanno fatto assumere migliore coscienza ai problemi dei milioni d’italiani nel mondo. Diritti che hanno d’avere, anche in Patria, una loro valenza garantita da un gruppo di “saggi” che si riveleranno strada facendo. Insomma, intendiamo dare “voce” operativa a chi ne ha avuta sempre poca.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

 

l cantautore italiano Peppe Voltarelli in tour in Germania

 

Con oltre 170 date già alle spalle tra l’Italia e l’estero (Belgio, Cuba, Emirati Arabi Uniti, Francia, Repubblica Ceca, Spagna, Stati Uniti d’America, Sudafrica, Svizzera), il cantautore italiano Peppe Voltarelli ritorna in concerto in Germania per presentare il suo ultimo disco “La grande corsa verso Lupionòpolis”. L’appuntamento è per sabato 14 marzo 2026 al Consolato Generale d’Italia di Hannover, domenica 15 marzo 2026 all’Haus der Sinne di Berlino e martedì 17 marzo 2026 al Mühlkeller di Lipsia.

Il legame con la Germania

Un ritorno in Germania che da anni è ormai diventata una consuetudine per l’artista calabrese (che proprio a Berlino ha vissuto un periodo della sua vita e ha girato il videoclip di una delle sue canzoni più note, “'Sta città”). Già nel 2003, dall'incontro e l'inizio del sodalizio con il regista Giuseppe Gagliardi, nacque “Doichlanda” (espressione con cui gli emigrati calabresi usavano chiamare la Germania), documentario che racconta il viaggio musicale di una band etno-rock nei ristoranti calabresi e nei luoghi dell'emigrazione italiana. Il film viene scelto dal Goethe Institut come testimonial durante le manifestazioni celebrative dei 50 anni dell'emigrazione italiana in Germania e viene proiettato in città come Colonia, Francoforte e Monaco di Baviera.

A testimonianza del rapporti duraturi e significativi con il pubblico tedesco, numerosi i concerti tenuti nel corso degli anni in città come Berlino (Volksbühne nel 2008, b-flat e Karneval der Kulturen nel 2009, Vagabond Festival nel 2013, 2016 e 2017, Prachtwerk Club nel 2017, 800A nel 2022, Haus der Sinne nel 2024), Colonia (Festival Italiana nel 2014 e 2022, Offene Welt nel 2024), Dortmund (AdriaHochZwei nel 2010), Duisburg (Avanti Pop 2 Festival nel 2008) e Lipsia (Mühlstraße nel 2024).

Sul suo canale YouTube è disponibile una speciale playlist, “Live in Germany”, con tutti i bootleg, le esibizioni dal vivo e le interviste registrate dal cantautore italiano in terra tedesca.

L’album registrato a New York

Pubblicato dall’etichetta discografica Visage Music, si tratta del primo album di inediti ad otto anni dalla pubblicazione del fortunato “Voltarelli canta Profazio” e due anni dopo “Planetario”, entrambi lavori premiati con la Targa Tenco come miglior album interprete rispettivamente nel 2016 e nel 2021.

Il cantautore calabrese presenta la sua nuova raccolta di canzoni registrata a New York da Marc Urselli (tre Grammy Award e collaborazioni con Lou Reed e Nick Cave) nello storico EastSide Sound di Manhattan e prodotta artisticamente e arrangiata dal pianista italiano di base a Los Angeles Simone Giuliani (al suo attivo produzioni con Andrea Bocelli e la London Symphony Orchestra). Il disco, che contiene dieci nuove tracce di cui otto canzoni in dialetto calabrese, una in italiano e un valzer strumentale, vede la presenza di musicisti di calibro internazionale quali Davin Hoff (contrabasso), Jake Owen (chitarre), Stéphane San Juan (batteria), Mauro Refosco (percussioni) e la partecipazione di Eleanor Norton (violoncello), Dough Wieselman (sassofono e clarinetto) e Amy Denio (voce).

L’album è accompagnato dai videoclip dei brani “Nun signu sulu mai”, girato nel quartiere Red Hook di Brooklyn e diretto da Giacomo Triglia (Brunori Sas, Jovanotti, Lucio Dalla, Måneskin), “Au cinéma”, diretto da Lele Nucera e realizzato con gli attori e le maestranze della Scuola Cinematografica della Calabria, e “Spremuta di limone”, diretto dal regista messicano Tony Gutierres (già al fianco del cantautore per i videoclip di “Canto mo” e “Scarpe rosse impolverate”) e girato all’Avana a Cuba. 

L’artista

Peppe Voltarelli (Cosenza, 1969) è un cantante, autore di canzoni, attore e scrittore. Attivo dal 1990 come fondatore, voce e leader de Il parto delle nuvole pesanti, band di culto del nuovo folk italiano. Da solista ha pubblicato sette album in studio, quattro colonne sonore e due concerti. Si è aggiudicato tre volte la Targa Tenco, con “Ultima notte a Malá Strana” nel 2010 come miglior album in dialetto, con “Voltarelli canta Profazio” nel 2016 e con “Planetario” nel 2021, entrambi come miglior album interprete. È stato attore protagonista e coautore del film “La vera leggenda di Tony Vilar” di Giuseppe Gagliardi, primo mokumentary italiano, e di “Che verso fa il pesce spada?” di Giacomo Triglia. Vanta collaborazioni con Claudio Lolli, Teresa De Sio, Silvio Rodríguez, Adriana Varela, Kevin Johansen, Sergio Cammariere, Otello Profazio, Roy Paci, Carmen Consoli, Bandabardò e Amy Denio. Un’attività concertistica da sempre intensa lo ha portato a suonare in 27 paesi in tutto il mondo e suoi dischi sono stati pubblicati in Europa, Argentina, Canada e Stati Uniti. L’ultimo lavoro, il disco “La grande corsa verso Lupionòpolis”, registrato a New York e pubblicato da Visage Music nel 2023, si è posizionato secondo nella classifica finale del Premio Tenco nella categoria miglior album in dialetto. Si è inoltre aggiudicato il Premio Nilla Pizzi nel 2023 e il Premio Loano nel 2024 come miglior album. Dip 24

 

 

 

 

 

 

 

Eurobarometro: il 51% degli italiani ha un’immagine positiva dell’UE

 

(Bruxelles) Eurobarometro ha poi sondato i cittadini sui valori dell’Ue e che il Parlamento europeo dovrebbe promuovere e tutelare. Secondo l’indagine, dunque, “la pace è il primo valore che il Parlamento europeo dovrebbe difendere (52%) – un dato che rispecchia le tensioni geopolitiche attuali”. Seguono democrazia (35%), libertà di parola (23%), diritti umani (22%) e Stato di diritto (21%), “che restano aspettative centrali”. In questo campo, “i risultati italiani sono più o meno allineati con quelli europei, anche se con varie eccezioni” (ad esempio solidarietà fra Paesi e regioni Ue e libertà di movimenti, più importanti per gli italiani rispetto alla media Ue).

Domande ai cittadini sono state rivolte anche riguardo la posizione nei confronti dell’Ue e delle sue istituzioni: essa, secondo Eurobarometro, “rimane positiva nonostante il lieve calo registrato da maggio 2025”. L’opinione favorevole verso l’Ue è però, a ben guardare, inferiore alla metà dei cittadini (49%), mentre solo il 17% ne ha una negativa. Solo il 38% “conserva un’immagine positiva del Parlamento europeo” (mentre il 20% ne ha una negativa). Del resto “sempre più cittadini ritengono che l’adesione del proprio Paese all’Ue sia la scelta giusta (62%)”.

Va peraltro rimarcato come il 51% deli italiani abbia “un’immagine positiva dell’Ue, risultato simile alla media europea, con il 12% che ne ha una negativa”. Il 43% degli italiani ha un’immagine positiva del Parlamento europeo, e il 16% ne ha invece una negativa. L’adesione dell’Italia all’Ue è “un bene” per il 52% degli italiani, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto a maggio.

Non ultimo, “da un punto di vista sociodemografico, i giovani si riconfermano tra i più convinti sostenitori dell’Ue e nutrono grandi aspettative sul suo ruolo”. Le persone di età compresa tra i 15 e i 30 anni tendono ad avere un’opinione più favorevole dell’Unione e del Parlamento europeo: il 58% dei giovani vede l’Ue in maniera positiva (rispetto al 49%-43% tra le fasce d’età più avanzata) e il 68% vorrebbe un ruolo più incisivo per il Parlamento (rispetto al 58%-54%). Inoltre, “i giovani europei sono fortemente convinti che, nel contesto attuale, serva più unità tra gli Stati membri (90%), più risorse per l’Ue (78%) e un peso più decisivo dell’Europa a livello internazionale (87%)”. In Italia la tendenza è simile. Gianni Borsa Sir 4

 

 

 

 

 

 

I rifugiati aumentano, l’Europa stringe le maglie: cosa cambia

 

I dati su rifugiati, permessi di soggiorno e conflitti mostrano una pressione che si sposta fuori dall’Europa, mentre l’Unione rafforza controllo, partenariati e selezione degli ingressi

I numeri arretrano dove il confronto politico è più esposto. Avanzano, invece, lungo le linee di frattura del sistema internazionale, lontano dai confini dell’Unione europea. L’Atlante delle Migrazioni 2025 restituisce una fotografia che costringe a separare due piani spesso sovrapposti nel dibattito pubblico: la dinamica degli arrivi formali nell’Ue e l’espansione continua dello sfollamento forzato a livello globale. Le curve non si muovono più insieme.

Nel 2024 e nei primi mesi del 2025 l’Unione registra una contrazione delle domande di asilo per la prima volta, mentre il numero di persone costrette a lasciare la propria casa per guerre, violenze e collassi istituzionali raggiunge nuovi massimi storici. Non si tratta di una tregua migratoria, ma di uno spostamento della pressione. La riduzione degli ingressi formali coincide con una redistribuzione geografica dello sfollamento, che si concentra sempre più fuori dall’Europa, in aree dove le capacità di accoglienza sono fragili e i margini di intervento politico limitati.

Migrazione globale in aumento, accessi europei in calo

L’Atlante delle Migrazioni 2025, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, aggrega dati provenienti da Eurostat, agenzie delle Nazioni Unite, Banca mondiale e Organizzazione internazionale del lavoro. Il quadro che emerge è quello di una mobilità internazionale in espansione strutturale: a metà 2024 i migranti internazionali sono stimati in 304 milioni, più del doppio rispetto all’inizio del secolo. La crescita supera quella della popolazione mondiale, segnalando un’accelerazione legata a fattori sistemici e non a crisi episodiche.

Il dato più critico riguarda lo sfollamento forzato. In poco più di un decennio il numero globale di rifugiati è quasi triplicato, passando da 15,3 milioni nel 2012 a oltre 42,5 milioni a metà 2025. A questi si aggiungono decine di milioni di sfollati interni che restano fuori dai radar mediatici europei. Circa il 18% dei rifugiati si trova oggi nell’Unione, pari a 7,7 milioni di persone, includendo i beneficiari della protezione temporanea concessa ai cittadini ucraini. Africa e Asia ospitano la quota maggiore in termini assoluti, con rispettivamente 9,2 e circa 15 milioni di rifugiati, spesso concentrati in paesi confinanti con le aree di conflitto.

Negli ultimi cinque anni, tuttavia, l’Ue registra l’aumento relativo più elevato del numero di rifugiati presenti sul proprio territorio. L’incremento del 200% non è il risultato di un afflusso generalizzato, ma l’effetto di crisi specifiche e di decisioni politiche mirate. L’Atlante evidenzia come la geografia dello sfollamento resti sbilanciata: la maggior parte delle persone in fuga non raggiunge l’Europa, ma rimane intrappolata in regioni già segnate da instabilità cronica. Questo scarto tra percezione e realtà globale costituisce uno dei nodi centrali per la definizione delle politiche europee.

Asilo e permessi di soggiorno: come cambiano i numeri nell’Ue

Nel 2024 gli Stati membri dell’Unione hanno rilasciato 3,5 milioni di nuovi permessi di soggiorno, in calo rispetto ai 3,8 milioni del 2023. È la prima flessione dopo oltre dieci anni di crescita quasi ininterrotta, interrotta solo dalla pandemia. Il dato segnala una fase di assestamento più che un’inversione strutturale. Circa il 60% dei nuovi permessi è stato rilasciato per motivi di lavoro e familiari, confermando l’orientamento verso canali regolati e funzionali alle esigenze dei mercati nazionali.

La distribuzione geografica resta concentrata. Spagna, Germania e Polonia hanno rilasciato quasi la metà dei nuovi titoli, mentre in termini relativi Malta e Cipro presentano i valori più elevati per abitante. Questi numeri riflettono modelli economici differenti e politiche di ingresso calibrate su specifici fabbisogni settoriali. Il quadro dell’asilo segue una traiettoria distinta. Nel 2024 le domande presentate per la prima volta nell’Ue sono diminuite del 13%, scendendo a circa 913.000. Nei primi otto mesi del 2025 la tendenza al ribasso prosegue, con un volume nettamente inferiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La riduzione delle richieste non coincide con una diminuzione dei fattori di spinta nei paesi di origine. Nel 2024 il numero dei conflitti armati supera quota 180 a livello globale. Il calo delle domande nell’Ue riflette piuttosto l’effetto combinato di controlli più stringenti alle frontiere esterne, accordi con paesi terzi e procedure accelerate. L’accesso al territorio europeo diventa più selettivo, mentre cresce la distanza tra chi riesce a entrare in un sistema di protezione formale e chi resta bloccato lungo rotte alternative o all’interno dei confini nazionali.

Dove crescono gli sfollamenti e perché l’Europa li vede meno

Secondo le Nazioni Unite, oltre 51 milioni di persone necessitavano di protezione internazionale alla fine del 2024. Le situazioni di spostamento su larga scala analizzate dall’Atlante (dal Myanmar alla Siria, dal Sudan all’Ucraina, fino al Venezuela e ai Territori palestinesi) presentano caratteristiche differenti per durata, intensità e composizione dei flussi. In molti casi la maggioranza degli sfollati rimane all’interno del proprio paese o si sposta in Stati limitrofi con capacità di accoglienza limitate.

Questa concentrazione regionale dello sfollamento riduce la visibilità della crisi nei paesi europei, ma non ne attenua le implicazioni strategiche. I sistemi di protezione dei paesi ospitanti sono spesso sottofinanziati e sottoposti a pressioni crescenti, con effetti a catena sulla stabilità politica e sulla sicurezza regionale. L’Atlante sottolinea come la comprensione delle dinamiche che innescano questi spostamenti sia essenziale per l’allarme precoce e la preparazione delle risposte. La distanza geografica e politica tra l’Ue e le principali aree di crisi contribuisce a una lettura frammentata del fenomeno, alimentando l’idea di una riduzione complessiva della pressione migratoria.

In realtà, la contrazione delle domande di asilo nell’Ue convive con un’espansione della domanda di protezione a livello globale. Questo disallineamento incide sulla capacità dell’Unione di intervenire in modo coerente. La gestione dei flussi diventa sempre più una questione di esternalizzazione, con il rischio di trasferire oneri e responsabilità verso contesti meno attrezzati. Il risultato è un sistema internazionale di protezione sottoposto a stress crescente, mentre le risposte restano frammentate.

La strategia europea quinquennale sulla migrazione

In questo contesto si inserisce la strategia quinquennale presentata dalla Commissione europea nasce con l’obiettivo esplicito di dare continuità e coerenza all’insieme di riforme avviate con il Patto su migrazione e asilo. Non si tratta di un documento programmatico generico, ma di una griglia di priorità pensata per rendere operativa, nel medio periodo, una politica che negli ultimi anni è stata dominata da interventi frammentati e reattivi.

La strategia assume come dato strutturale la persistenza di flussi migratori e di sfollamento forzato a livello globale. Da qui la scelta di lavorare su un orizzonte quinquennale, allineato al ciclo istituzionale europeo, per stabilizzare strumenti, risorse e meccanismi decisionali. Il Patto diventa il fondamento giuridico, mentre la strategia ne definisce l’attuazione progressiva, indicando ambiti di intervento, priorità politiche e sequenze operative. L’intento è ridurre le asimmetrie tra Stati membri e rafforzare la capacità dell’Unione di agire come attore unitario, sia sul piano interno sia su quello esterno.

Diplomazia migratoria e partenariati condizionati

Il primo asse della strategia riguarda il rafforzamento della diplomazia migratoria. La Commissione esplicita la volontà di utilizzare in modo più sistematico leve già disponibili – politica dei visti, commercio, cooperazione allo sviluppo, assistenza finanziaria – per orientare le politiche migratorie dei paesi di origine e transito. I partenariati vengono presentati come strumenti di cooperazione basati sui diritti, ma la logica sottostante è chiaramente condizionata: maggiore collaborazione in cambio di un controllo più efficace delle partenze, di riammissioni più rapide e di un rafforzamento dei sistemi locali di asilo.

In questo quadro si collocano i cosiddetti centri multiuso lungo le rotte migratorie. La strategia li descrive come spazi in cui concentrare funzioni diverse: informazione sui percorsi legali, protezione più vicina ai paesi di origine, gestione dei rimpatri e, in alcuni casi, selezione preliminare. L’obiettivo è anticipare le decisioni lungo il percorso migratorio, riducendo la pressione sulle frontiere esterne dell’Unione. La gestione dei flussi viene così parzialmente esternalizzata, spostando il baricentro dell’intervento europeo oltre i propri confini, in un equilibrio delicato tra cooperazione e delega di responsabilità.

Frontiere esterne, controllo e infrastruttura digitale

Il secondo pilastro è dedicato al controllo delle frontiere esterne e alla tutela dello spazio Schengen. La strategia lega in modo esplicito sicurezza interna e gestione della migrazione, indicando come prioritario il completamento di un’infrastruttura digitale integrata. Il sistema di ingresso/uscita (EES) e il sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS) sono presentati come strumenti chiave per tracciare in modo sistematico ingressi e uscite, riducendo le zone grigie che hanno caratterizzato la gestione dei flussi negli ultimi anni.

A questo si affianca l’applicazione generalizzata delle procedure di frontiera previste dal Patto, con lo screening di tutti gli arrivi irregolari e una distinzione più rapida tra richiedenti con alte probabilità di ottenere protezione e casi destinati a procedure accelerate. In questo contesto, il ruolo di Frontex viene ulteriormente rafforzato, anche attraverso una revisione del regolamento di fondazione, con l’obiettivo di ampliare capacità operative e coordinamento con le autorità nazionali. La frontiera diventa così il primo snodo decisionale del sistema, non solo un luogo di controllo fisico ma un punto di selezione amministrativa.

Asilo, solidarietà e adattabilità del Patto

Il cuore politico della strategia riguarda il funzionamento del sistema di asilo. La Commissione insiste sulla necessità di rendere il Patto pienamente operativo, superando le distorsioni che hanno alimentato movimenti secondari e carichi sproporzionati su alcuni Stati membri. L’assistenza tecnica alle amministrazioni nazionali, l’impiego di squadre dedicate della Commissione e lo stanziamento di almeno 3 miliardi di euro aggiuntivi sono indicati come strumenti per standardizzare le procedure, ridurre i tempi decisionali e rafforzare la capacità amministrativa.

La solidarietà tra Stati membri viene incardinata su meccanismi obbligatori ma flessibili, già sperimentati con il primo pool di solidarietà, che consente diverse modalità di contributo. Allo stesso tempo, la strategia apre alla possibilità di adattamenti futuri del Patto, inclusa una revisione del concetto di paese terzo sicuro e la definizione di una lista europea dei paesi di origine sicuri. L’obiettivo dichiarato è aumentare prevedibilità e coerenza delle decisioni, riducendo le differenze di trattamento che hanno minato la fiducia nel sistema comune.

Rimpatri e credibilità del sistema

Un capitolo centrale è dedicato ai rimpatri, indicati come uno dei punti più deboli della politica europea. Con solo circa un quarto delle decisioni di allontanamento effettivamente eseguite, la Commissione collega l’efficacia dei ritorni alla credibilità complessiva del sistema di asilo e migrazione. La proposta di un sistema europeo comune per il ritorno, basata sul regolamento attualmente in negoziazione, mira a superare la frammentazione attraverso regole uniformi, processi digitalizzati e strumenti innovativi come gli hub di ritorno.

Il rafforzamento della cooperazione con i paesi di origine viene nuovamente integrato nella diplomazia migratoria, utilizzando incentivi e condizionalità per migliorare la riammissione. Il ritorno viene presentato come “rapido, efficace e dignitoso”, ma assume una funzione strutturale: delimitare in modo più netto chi ha titolo a restare e chi no, rafforzando la capacità dell’Unione di controllare gli esiti delle procedure.

Mobilità legale, talenti e dimensione tecnologica

Accanto al controllo, la strategia dedica uno spazio rilevante alla mobilità legale e all’attrazione dei talenti. La Commissione riconosce che le carenze di manodopera e competenze si accentueranno nei prossimi anni, spinte dall’invecchiamento demografico e dalle transizioni economiche in corso. I partenariati per i talenti vengono indicati come lo strumento principale per collegare i fabbisogni del mercato del lavoro europeo ai sistemi formativi dei paesi partner, integrando la migrazione legale nella cooperazione esterna.

Un elemento trasversale è l’uso della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale nella gestione dell’asilo e della migrazione. La creazione di un forum europeo sull’Ai segnala la volontà di dotare gli Stati membri di strumenti per migliorare rapidità e coerenza delle decisioni, rafforzando i controlli di sicurezza. La strategia insiste sul rispetto dei diritti fondamentali, ma delinea un modello di governance sempre più tecnologico, sostenuto da un impegno finanziario significativo: almeno 81 miliardi di euro nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 destinati alle politiche per gli affari interni e ai partenariati internazionali. Adnkronos 4

 

 

 

 

 

 

Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina

 

Un fenomeno bellico così tragico, ampio e duraturo come l’invasione russa dell’Ucraina comporta innumerevoli implicazioni dal punto di vista strategico-militare, alcune delle quali identificate in uno studio IAI già dopo i primi due anni di guerra e tutt’ora valide. Ciò non vuol dire tuttavia che un eventuale conflitto tra Russia e Paesi NATO si svolgerebbe come quello in corso in territorio ucraino, perché le capacità militari, la dottrina e l’approccio politico degli alleati sono diversi da quelli di Kyiv. Detto questo, a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, quattro lezioni identificate sono estremamente rilevanti per l’Europa e l’Italia.

La Russia è preparata a una guerra di lungo periodo contro l’Europa

In primo luogo, la Federazione Russa mantiene la solidità politica, le risorse militari e la produzione industriale per continuare un conflitto nonostante un totale complessivo stimato di circa 1,2 milioni di militari russi tra morti (circa 350.000), feriti o dispersi, e nonostante risultati ben inferiori agli obiettivi di Mosca: a gennaio 2022 la Russia occupava circa l’8% del territorio ucraino, a fine 2022 circa il 20%, e negli ultimi tre anni di sanguinosi combattimenti questa percentuale è rimasta sostanzialmente la stessa mentre Kharkiv, Odessa o Kyiv restano fuori portata russa e parte di uno stato sovrano ucraino che controlla quasi l’80% del proprio territorio.

Purtroppo questa matematica, che fa impressione in Europa occidentale, non è la stessa che conta a Mosca, dove i numeri importanti sono altri: grazie al reclutamento continuo, i militari russi sono oggi più numerosi che a gennaio 2022; con la riconversione in economia di guerra, la capacità produttiva è tale non solo da sostenere le enormi, quotidiane perdite in Ucraina, ma da equipaggiare forze armate più ampie di prima; 48 mesi di conflitto su larga scala e ad alta intensità, nella loro drammaticità, hanno portato ad una serie di miglioramenti quanto a dottrine, tattiche ed addestramento per cui l’esercito russo oggi è più preparato dell’inizio del conflitto. Il tutto mentre l’aggressività verso l’Ucraina e l’Europa – vedasi innumerevoli esempi di guerra ibrida e violazioni dello spazio aereo – è diventata una costante della leadership russa.

La prima lezione dunque è che la Russia è in grado di continuare il conflitto ancora per anni, e che al momento di un eventuale cessate il fuoco disporrebbe di uno strumento militare in grado sia di riprendere l’offensiva in Ucraina sia, si stima entro il 2030, di attaccare efficacemente un Paese NATO sul fianco est. Per questo motivo sono così importanti e delicate le garanzie di sicurezza all’Ucraina, compresa un’eventuale forza europea da dispiegare sul territorio ucraino.

L’innovazione tecnologica è necessaria per non perdere, ma non garantisce la vittoria

La seconda lezione identificata in Ucraina riguarda l’importanza relativa di ciascun sistema d’arma convenzionale, tolta quindi l’arma nucleare, nell’arco di quattro anni di guerra su larga scala. Che si tratti di carri armati, caccia, sistemi missilistici o droni, ciascuno gioca un ruolo importante nel conflitto russo-ucraino ma nessuno di per sé è decisivo. Ciascuna delle due parti ha adattato più o meno rapidamente le proprie dottrine e tattiche, e per quanto riguarda i droni, le relative capacità produttive, in modo da rispondere alle mosse della controparte anche per quanto riguarda l’impiego di nuove capacità.

I droni costituiscono una parziale eccezione, perché l’uso massiccio e innovativo di droni aerei e/o navali, in attacchi sofisticati e in combinazione con altri sistemi d’arma, ha permesso a Mosca di condurre bombardamenti strategici sulle infrastrutture energetiche ucraine, e a Kyiv di affondare buona parte della flotta russa nel Mar Nero e di contenere la pressione russa su una linea del fronte che non potrebbe essere mantenuta senza decine di migliaia di droni. Tuttavia, poiché entrambe le parti in conflitto fanno uso di droni, e di misure per neutralizzarli, anche in questo caso la singola tecnologia non si rivela determinante per vincere una guerra su larga scala.

Ciò non vuol dire che non occorra investire in innovazione tecnologica e delle modalità di impiego, anzi: nel campo dei droni proprio questa innovazione ha permesso all’Ucraina di non soccombere di fronte alla superiorità numerica russa al fronte, e di proteggere le proprie coste da uno sbarco russo pur non avendo più una marina. Innovare è necessario per non perdere un conflitto del genere, ma non garantisce di per sé la vittoria. Per questo motivo è così importante che l’Europa continui ad investire per colmare i gap tecnologici in diversi settori della difesa, e per adeguare formazione del personale militare, addestramento ed esercitazioni di conseguenza.

L’Europa ha bisogno di forze armate più numerose

Il caso di decine di migliaia di droni è esemplificativo di una terza lezione identificata in Ucraina, riguardo all’importanza odierna della massa. Non si tratta ovviamente di una novità nella storia militare o negli studi strategici, ma il trentennio post-Guerra Fredda aveva portato la quasi totalità dei Paesi occidentali a ritenere che forze armate di dimensioni ridotte potessero svolgere adeguatamente non solo missioni di peacekeeping, contrasto al terrorismo o contro-guerriglia, ma anche assicurare la deterrenza e difesa nei confronti di una Russia allora percepita come meno minacciosa.

Quattro anni di conflitto combattuti da milioni di militari su migliaia di chilometri di fronte, con un consumo di mezzi e munizionamento di diversi ordini di grandezza superiore a quello sperimentato dagli europei in Afghanistan, Iraq, Libia o ex Jugoslavia, dimostrano come occorra adeguare la struttura delle forze NATO. Ciò non vuol dire che l’Occidente cambierà, né che debba cambiare, il valore dato alla vita umana del singolo cittadino, molto maggiore di quello da parte russa che non si fa scrupolo di sacrificare decine di migliaia di soldati da poco arruolati per conquistare un villaggio ucraino. La strategia condivisa in ambito NATO, l’innovazione tecnologica compresi i droni, la dottrina di impiego, le tattiche e procedure, continuano a basarsi sui valori occidentali che si vuole difendere.

Tuttavia, è un dato di fatto che occorrono molti più mezzi, munizionamento, e capacità produttiva di equipaggiamenti militari per assicurare un livello di deterrenza adeguata rispetto ad una Russia che combatte da anni su questa scala in Ucraina, e per respingere in tempi brevi e con poche perdite un eventuale attacco russo se la deterrenza fallisse. E’ per questo motivo dopo il 2022 alcuni Paesi europei hanno reintrodotto la leva obbligatoria oppure forme di riserva volontaria, per ampliare le risorse umane a complemento delle forze armate professionali già in servizio in chiave di deterrenza e difesa – e non al fine di affiancare le forze di polizia in attività di sicurezza interna.

Resilienza e prontezza politica, non solo militare

L’ultima lezione riguarda il livello politico-strategico, ovvero quello dei vertici politici e militari e della loro interazione con le istituzioni, l’opinione pubblica e l’elettorato. La società civile e politica ucraina ha continuato a funzionare seppur in stato di guerra, facendo fronte comune per difendersi dall’invasore ma mantenendo un pluralismo al suo interno, a livello istituzionale, politico e di opinione pubblica, tra mille difficoltà, limiti e problemi, non da ultimo quanto a corruzione. Anche grazie a questo, l’intera nazione ucraina si è difesa dall’invasione russa sul fronte e nelle retrovie, con un’enorme capacità di sacrificarsi per il proprio Paese e per il tipo di democrazia nel quale si vuole vivere.

Per questo motivo, di fronte all’aggressività russa verso l’Europa riconosciuta da UE, NATO e singoli Paesi europei inclusa l’Italia – come sancito del  documento del Ministro della Difesa sul contrasto alla guerra ibrida – rafforzare la resilienza e prontezza non solo militare ma politica e sociale è altrettanto importante che investire in innovazione e ampliare le forze armate europee. Si tratta forse della lezione più difficile da cogliere dal conflitto russo-ucraino, perché è quella che tocca più profondamento il patto sociale di un’Europa occidentale che ha vissuto in pace per otto decenni sotto l’ombrello di sicurezza americano, e ora deve attrezzarsi anche politicamente per difendere con le armi questa pace non più scontata. Alessandro Marrone, AffInt 19

 

 

 

 

 

 

La Germania prepara la sua Starlink. Obiettivo maxi commessa per mandare 100 satelliti in orbita

 

L’intervista dell’ad di Airbus Defence Michael Schoellhorn: intesa con Rheinmetall e OHB per aggiudicarsi un ordine da 10 miliardi dalle Forze Armate. Confermata la maxi alleanza nello spazio con Thales e Leonardo. E il manager mette in guardia sulla minaccia russa dalla corrispondente Tonia Mastrobuoni

Arriva una risposta tedesca a Starlink: Airbus Defense vuole aggiudicarsi insieme a Rheinmetall e OHB una commessa della Bundeswehr da 10 miliardi di euro per mandare “almeno” 100 satelliti nello spazio. Questo “Starlink per le truppe” si chiamerà SatcomBW 4. Inoltre l’amministratore delegato di Airbus Defense, Michael Schoellhorn, spiega in un’intervista all’Handelsblatt, che l’annunciata intesa della sua azienda con l’italiana Leonardo e la francese Thales per un colosso europeo dei satelliti e della difesa vuol essere una risposta alla concorrenza globale, in particolare con gli americani e i cinesi, che per ora è schiacciante: “come europei non possiamo continuare a far finta che il mondo sia il nostro cortile di casa”. La società italo-franco-tedesca da 6,5 miliardi con sede a Tolosa sarà al 35% controllata da Airbus, il restante 65% sarà di Thales e Leonardo.

"Siamo stati naïf sulla sfida nello spazio”

Per troppo tempo, sottolinea Schoellhorn, “siamo stati naïf sulla sfida nello spazio”. Lo scorso autunno SpaceX, la creatura di Elon Musk, ha lanciato nello spazio il suo decimillesimo satellite Starlink. Ed entro il 2026 vuole mandarne in orbita altri 12mila. Il 2 febbraio Musk ha inoltre annunciato che SpaceX assorbirà xAI, la sua startup di intelligenza artificiale, creando un titano della conquista dello spazio da 1.250 miliardi di euro. Per gli europei c’è ancora molta strada da fare.

La minaccia russa nello spazio

Il capo della divisione spazio del gigante Airbus mette anche in guardia dalla pericolo russo. “Ogni satellite della Bundeswehr ha ormai un ‘accompagnatore’ russo che gli vola intorno, lo ispeziona e lo osserva. L’Ispettore della Luftwaffe (l’aeronautica militare tedesca, ndr) parla di ‘Dogfights in space’ (‘lotte tra cani nello spazio), dunque di manovre che finora esistono solo tra jet militari”. I cinesi e i russi possono arrivare persino ad abbattere satelliti concorrenti, ricorda il top manager tedesco.

“I satelliti possono essere anche neutralizzati in altri modi, non è necessario abbatterli. Si possono accecare, si possono sporcare le lenti, si può disturbare la comunicazione. O si possono trascinare fuori dalla loro orbita. Esistono già dei precedenti”. Schoellhorn sottolinea che è importante che anche i satelliti tedeschi possano essere in grado di respingere attacchi e tentativi di spionaggio russo o cinese. Lr 16.2.

 

 

 

 

 

 

 

Il dopo

 

E’ nella natura umana: tutto passa e si modifica. Anche le strategie politiche, di cui abbiamo smarrito l’utilità concreta, potrebbero subire la stessa sorte. Dato che il processo evolutivo è sempre stato fisiologico ed è correlato al nostro concetto di democrazia rappresentativa, non ci stupiremmo più di nulla.

La Fiducia parlamentare non può essere solo un mezzo per proporre progetti che gli Elettori, in generale, non condividerebbero. Il futuro Potere Esecutivo, forse mutato nei partiti e nelle migrazioni di certi suoi membri, dovrà dimostrare le sue capacità. Con la scusa delle emergenze, sono anni che ci troviamo a convivere con situazioni che non fanno parte della nostra cultura socio/politica. Con un’economia basata su decreti che non tengono conto dei bisogni del Paese. Da noi, più che per il passato, c’è chi sta molto bene e chi non riesce più a tirare avanti. Se i “ricchi” ufficiali non sono aumentati, sono saliti i “poveri”. Lo scriviamo con la coerenza della realtà.

Oltre le statistiche, che non ci hanno mai convinto, c’è un’Italia che si arrangia. Essere fatalisti, in questo 2026, non è il guaio peggiore. Lo diventa, però, quando resta l’unica possibilità ancora in essere nel Bel Paese. Questo 2026 ci ha trovato meno abbienti e con prospettive di sviluppo che esistono solo sulla carta. La politica resta di facciata e, spesso, d’opportunità.

Manca, ancora, quella coerenza che c’è stata compagna in certi anni del secolo scorso e che s’è dispersa tra i rivoli delle polemiche e delle alleanze politiche di scarso prestigio. Per garantirci un “dopo” migliore, sarebbe essenziale non dimenticare il “prima”. Il fatto è che in politica si preferisce la “critica”, alla “proposta” e dimenticare resta, ancora, una strada politicamente percorribile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Fare figli è più facile all’estero? Un nuovo volume della Migrantes

 

Negli ultimi vent’anni oltre 1 milione 700mila italiani si sono iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero; nello stesso periodo i rimpatri sono stati la metà. 123mila persone sono partite nel corso del solo 2024, di cui15mila minorenni – bambini e ragazzi a seguito delle loro famiglie. Inoltre, almeno 25 mila nuovi piccoli italiani (il numero è purtroppo incerto) nascono ogni anno in giro per il mondo: sono soprattutto figli di persone recentemente espatriate.

Bastano questi numeri per far capire l’enorme raggio d’azione di Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo, in uscita il 20 febbraio nella collana “Quaderni Migrantes” della Tau editrice, realizzata con la Fondazione Migrantes.

In questo libro la giornalista Eleonora Voltolina raccoglie le storie di tanti genitori italiani all’estero: Erika, che si è lasciata alle spalle Torino per l’Australia, e racconta che il marito va a fare surf sull’oceano ogni mattina prima di andare in ufficio; ma anche che soffre perché suo padre, non potendo prendere l’aereo, in dodici anni non è mai potuto andare a trovarla. Francesco, che dopo aver vissuto in mezzo mondo si è innamorato di una donna greca, e adesso vive a Londra con lei e un figlio che a quattro anni parla già fluentemente tre lingue. Giulia, che è partita con il suo compagno dall’Emilia Romagna, ha avuto il primo figlio in Danimarca e la seconda in Portogallo, e racconta le due esperienze molto diverse anche per il diverso approccio culturale alla maternità.

Oltre trenta istantanee per offrire uno spazio di rappresentanza alla sterminata varietà di queste situazioni: «Famiglie che vivono dall’altra parte del mondo, e che per tornare in Italia si devono fare trenta ore di volo, e famiglie che vivono giusto al di là del confine. Famiglie tradizionali, famiglie allargate e ricomposte, famiglie monogenitoriali, famiglie arcobaleno». Le storie sono intrecciate ai risultati di una ricerca cui hanno partecipato oltre 1.200 genitori italiani residenti all’estero, realizzata grazie al sostegno della Fondazione Migrantes che ogni anno pubblica il Rapporto Italiani nel Mondo: nell’edizione 2025, uscita lo scorso novembre, un saggio dava un piccolo assaggio dei risultati.

Nella prefazione di Crescere expat, Maria Chiara Prodi – segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, e a sua volta mamma italiana di stanza a Parigi – sottolinea come sia importante «tenere insieme dati aggregati e intimità delle esperienze», andando a ricercare anche «alcuni “universali”, necessari per costruire finalmente delle autostrade di senso in cui ritrovarci e riconoscerci».

«Le comunità delle cittadine e dei cittadini italiani che risiedono all’estero sono e devono essere considerate come parte dinamica, attiva e imprescindibile dell’Italia» scrive nella postfazione mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes: «Per questo le famiglie vanno tutelate, ascoltate, rese partecipi. Come fa questo libro», disegnando un affresco di come si crescono “figli italiani lontano dall’Italia” e toccando molti temi. Alcuni già spesso discussi, come l’integrazione e la costruzione di identità “multinazionali”, il costo dei figli e il sostegno statale, l’importanza e complessità di non dimenticare l’italiano, o la diversità nei sistemi e nei calendari scolastici.

Altri ancora poco esplorati, come il rapporto con i nonni. Perché la decisione di vivere all’estero ha anche un impatto sulle famiglie d’origine, e rende più complessa la costruzione dei legami intergenerazionali. La stessa Voltolina, che dal 2020 è residente in Svizzera con la sua famiglia, confida che il trasferimento ha comportato la «necessità di pianificare meglio e con più cura le occasioni di contatto tra nonni italiani e nipote transfuga, e contrastare la malinconia dell’accresciuta distanza».

Per la ricerca Voltolina ha trovato una «formidabile alleata» nella ricercatrice Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani del Mondo della Fondazione Migrantes. «Da tempo studiamo le famiglie italiane in mobilità, e desideravamo uno studio sistematico, una ricerca che le mettesse al centro della riflessione: sia quelle nate a seguito di una esperienza migratoria, sia quelle che avviano progetti di mobilità» afferma Licata: «Analizzare l’Italia fuori dell’Italia dalla prospettiva della famiglia significa, oggi, per il nostro Paese, capire quanto il processo di mobilità nell’epoca della migrazione sia parte integrante della nostra storia e del nostro presente, delle nostre storie e dei nostri territori».

Il libro, disponibile sia nel tradizionale formato cartaceo sia in versione ebook per permetterne la lettura anche a quei tantissimi expat che vivono in posti dove i libri in italiano non arrivano, racchiude «storie singole che diventano universali» scrive Voltolina: «Quasi tutti gli italiani all’estero hanno voglia di interagire con l’Italia, creare vasi comunicanti – anche perché le loro vite sono letteralmente costruite sul confine. Molte volte è difficile. Ma qualche volta qualche idea, qualche storia, qualche esperienza riesce a forare il muro di gomma. La speranza è che questo libro rappresenti una di quelle volte».

In un momento di inverno demografico, con le nascite in caduta libera, è più che mai interessante chiedersi se all’estero sia più facile fare famiglia rispetto all’Italia, e tracciare un confronto tra le politiche di sostegno alle famiglie. Nell’ultimo capitolo del libro sono racchiusi anche spunti e proposte dei genitori expat che, se implementati, potrebbero aiutare l’Italia a ridiventare un Paese in cui i giovani non abbiano paura di mettere su famiglia. Migr. 16

 

 

 

 

 

 

 

Il trilemma delle tecnologie critiche

 

Per anni abbiamo trattato la tecnologia come una normale arena economica: più concorrenza, più innovazione, più crescita. Oggi quella lettura non basta più. Semiconduttori, 5G, cloud, intelligenza artificiale e mobilità elettrica non sono soltanto mercati bensì infrastrutture critiche, leve di potere e potenziali vulnerabilità. Per questo Stati Uniti, Cina e Unione europea hanno riaperto tre dossier insieme: concorrenza, sicurezza nazionale e politica industriale. Il punto, però, è che nei settori strategici questi obiettivi non si sommano automaticamente. Spesso si ostacolano.

Prendendo spunto dal famoso ma differente trilemma dell’economista Dani Rodrik, propongo un nuovo trilemma, quello delle tecnologie critiche. In un settore tecnologico strategico un governo può spingere forte sulla politica industriale e su uno tra concorrenza e sicurezza, ma difficilmente può massimizzare tutti e tre contemporaneamente.

Sarebbe facile fermarsi qui e concludere che la politica industriale è il problema, perché distorce i mercati. È una lettura comoda, ma incompleta. In un mondo securitizzato, la politica industriale è sempre più spesso la soluzione: non una bacchetta magica che elimina i trade-off, ma il principale strumento con cui gestirli e, soprattutto, con cui evitare gli esiti peggiori.

Ma cosa si intende con concorrenza, sicurezza nazionale e politica industriale? In modo semplificato, concorrenza significa mercati contendibili, ingresso aperto e regole tendenzialmente neutrali. Sicurezza nazionale significa controllo su tecnologie, supply chain e infrastrutture critiche, riducendo dipendenze e vulnerabilità sfruttabili da avversari. Politica industriale è la cassetta degli attrezzi con cui lo Stato orienta investimenti e struttura produttiva: ricerca e sviluppo, incentivi, appalti, standard, infrastrutture, competenze. Il conflitto è strutturale: la sicurezza chiede selettività, la concorrenza chiede neutralità, la politica industriale implica priorità e direzione. Per questo avere tutto è difficile. Ma proprio perché è difficile serve un meccanismo che renda il compromesso governabile. Quel meccanismo, oggi, è la politica industriale.

Perché la politica industriale è il collante (non il nemico)

In un mondo in cui la sicurezza torna centrale, la domanda non è se ci sarà intervento pubblico. La domanda è se quell’intervento produrrà mercati blindati e oligopoli protetti, con poca innovazione, oppure mercati resilienti e dinamici, in cui la sicurezza è perseguita senza soffocare la competizione. La tesi è che la politica industriale, se progettata bene, è l’unico strumento capace di spostare il sistema verso il secondo esito. Senza politica industriale, la securitizzazione tende a tradursi in una chiusura grezza con esclusioni, barriere, reshoring simbolico, duplicazioni inefficaci. Con una politica industriale pro-competitiva, invece, la sicurezza può essere perseguita attraverso diversificazione, interoperabilità, capacità domestica mirata e incentivi contestabili, mantenendo spazio per innovazione e ingresso.

Quando industria e concorrenza si rafforzano: l’auto elettrica

La corsa all’auto elettrica mostra come questo possa funzionare. L’intervento pubblico può convivere con un’arena competitiva quando lo Stato indica la direzione tecnologica senza congelare i vincitori. Nel caso cinese, una fase iniziale di sussidi è stata affiancata da investimenti in infrastrutture e da standard tecnici progressivamente più stringenti; poi, con l’evoluzione degli strumenti, la selezione di mercato è diventata più dura e la competizione sui prezzi più spietata. Il risultato non è stato un settore protetto e statico, ma un ecosistema in cui molte imprese competono e innovano. Qui la politica industriale ha svolto due funzioni insieme: ha accelerato la trasformazione e ha evitato che l’intervento pubblico diventasse rendita permanente.

Quando la sicurezza domina: la guerra dei semiconduttori

Nei semiconduttori la sicurezza prevale e la neutralità perfetta è poco realistica. Dipendenze, colli di bottiglia e controlli sulle tecnologie avanzate trasformano l’efficienza in una variabile subordinata alla resilienza. Ma proprio per questo, come visto con Made in China 2025, lo US Chips Act e lo European Chips Act, la politica industriale diventa decisiva. L’alternativa non è mercato puro; è una corsa disordinata a sussidi e chiusure, in cui ogni Paese prova a duplicare capacità senza coordinamento, pagando costi altissimi e spesso ottenendo poco in termini di autonomia reale. Una politica industriale ben disegnata, anche in un contesto securitario, può concentrare risorse sui nodi davvero critici, investire in competenze e R&S, coordinare la supply chain con alleati e mantenere competizione dentro il perimetro considerato sicuro. Se la sicurezza obbliga a restringere il campo, la politica industriale decide se quel campo diventa un oligopolio pigro o un ecosistema che continua a innovare.

Il caso 5G: securitizzazione senza strategia industriale

Il 5G è forse il caso più istruttivo perché mostra cosa succede quando si prova a tenere insieme concorrenza e sicurezza senza un disegno industriale coerente. Per anni un mercato relativamente aperto ha spinto prezzi verso il basso e ha moltiplicato le opzioni tecnologiche. Poi la geopolitica ha bussato alla porta: timori di dipendenza, rischi di interferenze, nuova percezione di vulnerabilità. A quel punto la logica concorrenziale si è rapidamente subordinata a quella securitaria: fornitori considerati rischiosi come Huawei sono stati esclusi o fortemente limitati, e il mercato si è ristretto. Questa scelta può essere legittima sul piano della sicurezza nazionale, ma ha un effetto prevedibile: meno fornitori, più concentrazione, costi di transizione e rischio di dipendere da pochissimi fornitori “ammissibili”. È qui che la politica industriale può fare la differenza, non per negare la sicurezza, ma per evitare che la sicurezza si traduca automaticamente in un mercato più chiuso e meno innovativo.

Una politica industriale pro-competitiva per un mondo securitizzato

Se questa è la tesi, la conseguenza è pratica: la politica industriale deve essere progettata come architettura di mercato, non come distribuzione di rendite. Deve essere contendibile, temporanea, legata a risultati misurabili e disegnata per diversificare, non per creare nuove dipendenze domestiche. Deve anche essere selettiva nel modo giusto: securitizzare tutto distrugge la concorrenza mentre distinguere ciò che è davvero critico da ciò che può restare contendibile è parte della strategia.

La conclusione è che sia necessario gestire il triangolo, non negarlo. Il trilemma tecnologico non è un esercizio accademico: è la condizione politica del nostro tempo. Non possiamo avere tutti e tre i vertici sempre al massimo. Possiamo però decidere se l’inevitabile compromesso produce chiusura sterile o capacità competitiva. E quella decisione, oggi, passa dalla politica industriale: il vero collante che rende governabile un triangolo altrimenti impossibile. AffInt 3

 

 

 

 

 

 

 

Quale sicurezza cerchiamo?

 

Dopo la morte di Abanoub Youssef, 18 anni, ucciso da una coltellata del compagno Zouhair Atif tra le mura di una scuola a La Spezia, la reazione del Governo è stata immediata. Subito l’annuncio di un “pacchetto sicurezza” – non il primo, peraltro – composto da un decreto, per le materie considerate di più urgente applicazione, e da un disegno di legge che, quindi, sarà sottoposto al vaglio preventivo del Parlamento.

Una prima bozza, con provvedimenti molto restrittivi, è entrata presto in circolazione ed è stata abbondantemente commentata, non senza legittime preoccupazioni. In particolare, per la Fondazione Migrantes, quella per la speciale “attenzione” dedicata ai giovani con background migratorio e ai minori stranieri non accompagnati, considerando anche l’aria pesante che arriva da Oltreoceano. Per quanto riguarda il decreto, esso dovrebbe essere già stato emanato dal Consiglio dei ministri nel momento in cui leggerete questo articolo, anche in seguito ai gravi fatti di Torino.

Una riflessione si impone. Perché il bisogno di sicurezza, ieri come oggi, richiede risposte razionali, non emotive né tarate esclusivamente sulla ricerca del consenso facile: che cosa vuol dire “sentirsi sicuri” e come lo si ottiene?

Bisognerebbe intanto partire da dati oggettivi. Le statistiche rispetto ai reati verso cose e persone in Europa ci dicono che in Italia i crimini più gravi sono in costante diminuzione da anni e che siamo tra i Paesi più sicuri in Europa.

Le statistiche, però, non sono l’unico riferimento. È indubbio che molte persone, soprattutto nelle grandi città, non si sentano tranquille a uscire di casa o ad attraversare gli spazi pubblici in zone di periferia o nei pressi delle stazioni. D’altra parte, abbiamo sempre più giovani che ci dicono che le città non sono più pensate per loro, che gli spazi di aggregazione pubblica sono sempre di meno e che l’unica possibilità spesso è quella di ritrovarsi nei centri commerciali o all’aperto vicino a locali dove si vendono alcolici.

Tra i giovani, inoltre, è vero, sta aumentando la pratica di avere e usare armi da fuoco o coltelli. Sanzionare duramente chi le porti e ne faccia uso, non solo tra i giovani, è persino ovvio; ma l’ipotesi di abbassare l’età punibile dai 14 ai 12 anni, di aumentare le pene detentive per loro e pecuniarie per i genitori o chi ne fa le veci non può essere l’unica risposta.

Non sarà, in particolare, aumentando le pene pecuniarie per i tutori dei minori non accompagnati – che, ricordiamolo, sono un tassello prezioso in una comunità civile che dovrebbe educare prima di controllare e punire – che ci sentiremo più sicuri. Perché proprio quando abbiamo bisogno di più adulti attenti che facciano un pezzo di strada con questi minori è illogico spaventarli con la minaccia di multe salate per i comportamenti illeciti dei giovani che potrebbero essere loro affidati.

Insomma, per evitare di continuare a spendere solo nelle “punizioni” serve investire nel costruire “relazioni”: offrire spazi – ad esempio, oratori e scuole aperte e presidiate da figure educative anche fuori dall’orario di lezione –, aprire dibattiti e non processi o gogne buone per i dati di ascolto in Tv o per qualche click sui social. Serve un potenziamento dei servizi sociali e dei percorsi di formazioni, anche per il personale scolastico. Servono ovviamente delle possibilità effettive di realizzazione per tutti i giovani. E gli studi che facciamo sulla mobilità umana, da e verso l’Italia, ce lo rammentano da tanti anni.

È importante che si affrontino le questioni di ordine pubblico come pure il disagio dei minori, ma la repressione e la punizione non daranno né ai giovani né agli adulti la vera sicurezza che cerchiamo tutti: quella di “un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

(mons. Pierpaolo Felicolo – “Migranti Press” 1 2026)

 

 

 

 

 

 

 

Pensioni

 

Questa volta, scriviamo di pensionati. Ci limiteremo, per opportunità, ai trattamenti previdenziali non inferiori a Euro 1.300 correlati a famiglie di due persone (marito e moglie). Importo di tutto rispetto in questo Paese dove il trattamento dei”minimi” è una miseria.

Tra canone di locazione e spese d’ordinaria amministrazione, 600 Euro mensili, sono stornate dalla rendita vitalizia. Resta Euro 700 per “vivere” e, accantonare somme, ora più consistenti, per le utenze (energia elettrica e gas), resta, così, poco da amministrare, molto saggiamente, per le spese “correnti” giornaliere. La moglie del lettore gira, nella mattinata, tutti i supermercati in zona per trovare i generi di prima necessità ai prezzi più competitivi. Non più di 10 euro giornalieri.

Il nostro ipotetico pensionato ha 68 anni, la moglie 61. Se l’anno non presenta “imprevisti”, è la “tredicesima” mensilità che porta un poco di tranquillità in famiglia. Le scorte alimentari più congrue (scatolame e surgelati) si fanno tra gennaio e febbraio d’ogni anno. Qualche capo d’abbigliamento si acquista durante le liquidazioni stagionali.

Il nostro Pensionato è, comunque, ”fortunato”, perché può contare sul certo e non ha debiti con nessuno. Fatto del tutto consolante in un Paese ove anche il denaro resta più nelle banche che nelle tasche di chi ne avrebbe bisogno. Eppure, in area euro i prezzi dei generi di più ampio consumo (non solo alimentari e d’utenza) sono simili ai nostri.

 La differenza, che chiarisce la nostra amarezza, è che gli importi delle pensioni sono, negli altri Stati UE, almeno, del 30% superiori a quelli italiani. Ci riferiamo, ovviamente, ai trattamenti dei comuni mortali. Le pensioni d’”Oro” sono una vergogna. Il diritto a vivere decorosamente, dopo una vita di lavoro, dovrebbe essere garantito a tutti. Come primo passo, basterebbe detassare gli importi della “tredicesima” mensilità che, comunque, resta una trovata tutta italiana. Meglio, ancora, sarebbe abolirla e distribuire l’importo nei dodici mesi canonici (con minor prelievo fiscale).

Così, mentre si discute d’economia ad alti livelli, si continua a tirare la cinghia. Intanto, le difficoltà economiche di chi non ha ancora raggiunto il diritto alla pensione si sono fatte più evidenti in questo scorcio di 2026. I “vitalizi” per gli anni a venire potrebbero essere “ridimensionati” per mancanza di fondi a causa della limitata attività lavorativa e dei correlati versamenti previdenziali.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Carta d'identità 'a vita' per gli over 70, la norma è ufficiale

 

Il provvedimento, inserito nel Decreto-legge PNRR e semplificazioni pubblicato in Gazzetta Ufficiale, elimina l’obbligo di rinnovo periodico e fissa una durata di validità pari a cinquanta anni per le CIE rilasciate a partire dal 30 luglio 2026

Diventa realtà la Carta d’Identità Elettronica 'a vita' per gli over 70. La misura, inserita nel decreto di semplificazione legato al PNRR, è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale, ma dovrà ancora passare in Parlamento per la conversione in legge.

Il provvedimento elimina l’obbligo di rinnovo periodico per i cittadini con più di 70 anni e fissa una durata di validità pari a cinquanta anni per le CIE rilasciate a partire dal 30 luglio 2026. La decisione – motivata da esigenze di snellimento burocratico e di maggiore accessibilità ai servizi – rappresenta un cambio epocale nel rapporto tra anziani e pubblica amministrazione. Ma da quando si applica? Vale anche per chi ha già la carta? E cosa succede per l’espatrio?

Come funziona la nuova CIE per gli over 70

Secondo il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per chi ha compiuto 70 anni al momento della richiesta, la Carta d’Identità Elettronica non avrà più la classica scadenza decennale, ma resterà valida per 50 anni, un periodo che di fatto elimina quasi del tutto la necessità di rinnovo per la maggior parte degli interessati.

Il documento sarà pienamente utilizzabile anche per l’espatrio, come gli attuali modelli elettronici, e rimane valida per l’accesso a servizi pubblici e privati che richiedono un documento d’identità in corso di validità.

La norma prevede, oltre all’estensione temporale, la facoltà per il titolare di richiedere comunque un rinnovo dopo dieci anni dal rilascio, non per esigenze di validità amministrativa, ma per aggiornare il certificato di autenticazione digitale della CIE, utile per i servizi online della pubblica amministrazione.

Chi è escluso e cosa cambia

La misura riguarda solo le CIE rilasciate a decorrere dal 30 luglio 2026 ai cittadini che al momento della domanda di rilascio hanno già compiuto 70 anni. Le carte ottenute prima di quella data continueranno ad avere la durata ordinaria di dieci anni e dovranno essere sostituite al termine del loro ciclo se si desidera mantenere il documento valido ai fini dell’espatrio o dell’uso digitale, in linea con i regolamenti europei sui documenti di identificazione.

Una semplificazione attesa da anni

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale segna la fase operativa di una riforma attesa da mesi. Era infatti lo scorso novembre 2025 quando il ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, aveva annunciato l’intenzione del Governo di "abolire il rinnovo della carta d’identità per gli over 70" come parte di un ampio pacchetto di semplificazioni burocratiche.

Con questa modifica normativa, milioni di italiani potranno dire addio alle file agli sportelli e agli appuntamenti sui portali comunali per il rinnovo del documento: un passo significativo verso una burocrazia più snella e inclusiva. Adnkronos 24

 

 

 

 

 

 

Gli aspetti geopolitici e geoeconomici della strategia italiana nell’Artico

 

Negli ultimi anni, il contesto internazionale ha rimodellato il panorama politico artico su più dimensioni: geopolitica, militare, di governance, economica ed energetica. Il quadro di cooperazione che a lungo ha sostenuto la governance artica ora appare insufficiente, spingendo gli stakeholder a esplorare nuove vie per la cooperazione e a sviluppare strumenti diplomatici e politici alternativi.

L’Artico rimane principalmente una questione degli Stati artici e delle popolazioni locali. Gli effetti del cambiamento climatico sui mezzi di sussistenza e sulla navigazione, insieme alle questioni dello sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, colpiscono direttamente le comunità artiche. Tuttavia, le nuove opportunità economiche derivanti dal cambiamento climatico hanno attirato attori esterni i cui interessi strategici nella regione continuano ad ampliarsi. Sviluppi recenti riguardanti la Groenlandia illustrano come le grandi potenze abbiano dimostrato un interesse crescente nello sfruttare le risorse artiche, a volte ignorando l’integrità territoriale, i diritti e le preferenze delle popolazioni locali, nonché le alleanze e i quadri di governance consolidati.

Una sfida chiave per la regione è quindi bilanciare i diritti sovrani e le priorità degli attori artici con gli interessi legittimi dei paesi esterni, garantendo che la partecipazione non artica alla governance, all’energia e alla sicurezza rispetti le prerogative regionali. Tra i paesi non artici, l’Italia vanta un impegno di lungo corso e una proficua collaborazione con gli stakeholder locali. La Strategia Artica italiana aggiornata, pubblicata a gennaio 2026, cerca di rispettare questo equilibrio mantenendo gli obiettivi strategici principali con la consapevolezza dei profondi cambiamenti del contesto..

Il documento afferma esplicitamente che l’Italia promuoverà i suoi obiettivi artici, dando priorità alla preservazione ambientale, all’uso sostenibile delle risorse naturali e alla ricerca scientifica. La strategia riconosce anche che la dimensione di sicurezza artica richiede ora una maggiore attenzione a causa degli sviluppi recenti, dall’invasione russa dell’Ucraina fino alle minacce emergenti. Sebbene non menzionate esplicitamente, le recenti dichiarazioni dell’amministrazione statunitense riguardo la sovranità danese sulla Groenlandia pongono una sfida fondamentale alla partnership transatlantica.

Il documento evidenzia anche il sostegno italiano al ruolo dell’Unione Europea nell’Artico e agli Stati membri Ue artici: le politiche artiche italiane devono mantenere il focus sugli attori regionali, ma anche allinearsi a un approccio europeo più ampio alla regione. Infatti, il documento esprime un sostegno incondizionato al diritto internazionale e ai forum multilaterali nell’affrontare le questioni artiche, sottolineando il ruolo strategico del Consiglio Artico nel disinnescare i conflitti, moderare le differenze politiche e strategiche e perseguire obiettivi condivisi. Un’enfasi significativa dato che la centralità del Consiglio nella governance artica è stata messa in discussione dopo la guerra della Russia contro l’Ucraina e la successiva sospensione della cooperazione con Mosca. L’accento posto sul diritto internazionale, combinato con il rispetto per le tradizioni, le abitudini e le pratiche delle popolazioni locali, suggerisce un approccio alternativo alla governance artica, che contrasta con le posture assertive (e a volte aggressive) recentemente adottate dagli Stati Uniti e storicamente perseguite dalla Russia.

Un secondo elemento chiave è il sostegno dichiarato dall’Italia all’aggiornamento e al rafforzamento della Politica Artica europea del 2021, risalente a un periodo in cui i rapporti con Mosca, pur problematici, rimanevano funzionali, e la cooperazione con Washington continuava nonostante le tensioni durante la prima amministrazione Trump. Quel documento si concentrava principalmente su questioni ambientali, ricerca scientifica e transizione energetica, con solo un vago riferimento alle dimensioni di sicurezza regionale.

Le istituzioni Ue hanno recentemente annunciato l’avvio di un processo di rinnovamento della politica, che dovrebbe continuare a riconoscere la Nato come partner fondamentale per la sicurezza regionale rafforzando simultaneamente i legami con partner affini come Norvegia, Canada e Islanda. Sebbene l’Italia non sia uno Stato artico, i suoi interessi economici, la presenza storica nella regione e l’impegno tradizionale per la cooperazione multilaterale e la diplomazia le consentono di svolgere un ruolo prezioso nel sostegno al nuovo approccio di Bruxelles verso il Grande Nord.

La Strategia Artica italiana affronta anche le dimensioni economiche ed energetiche dell’impegno locale, dove l’expertise e la capacità industriale italiana possono offrire contributi concreti allo sviluppo regionale per affrontare il cambiamento climatico.

La Strategia delinea le aree economiche in cui l’Italia può svolgere un ruolo chiave, in particolare la cantieristica navale, l’energia – sia combustibili fossili che minerali – e lo spazio. Riguardo alla cantieristica navale, l’Italia può lavorare con partner per sviluppare trasporti marittimi avanzati e sostenibili. Allo stesso tempo, l’Italia potrebbe essere preoccupata per uno sviluppo più rapido delle rotte artiche, la cui ascesa potrebbe ridurre la rilevanza di altre rotte tradizionali, come quelle che attraversano i porti del Mediterraneo. La navigazione nell’Artico richiederà comunque investimenti massicci in infrastrutture correlate e drastici miglioramenti nei rapporti politici tra UE e Russia, nel caso della Rotta a Nord-Est russa.

Un’altra area di interesse è rappresentata dalle risorse energetiche presenti . Nel 2008, l’US Geological Survey ha valutato il grande potenziale delle risorse idrocarburiche nella regione, il cui sviluppo dipende però da fattori politici e dagli sviluppi di mercato. Ogni paese artico ha perseguito approcci diversi che possono attrarre (o no) investimenti in progetti idrocarburici ad alto capitale: la Norvegia rimane impegnata nell’esplorazione di petrolio e gas, mentre il Canada ha imposto una moratoria sull’esplorazione nel 2016. In questo contesto, i profondi rapporti energetici tra Italia e Norvegia si sono rafforzati nel corso degli anni.

Inoltre, l’Italia può anche collaborare con le comunità artiche per lo sviluppo di energia sostenibile. La Strategia cita la geotermia come area principale per una cooperazione più profonda con i paesi artici. Un esempio positivo è il memorandum d’intesa firmato con l’Islanda nel 2024, basato sulle rispettive conoscenze ed expertise tecnologiche. Questo approccio può essere replicato con altri paesi artici a favore dell’innovazione e di soluzioni sostenibili per le comunità locali.

Infine, la Strategia menziona l’importanza del potenziale artico nell’ambito dei materiali critici (CRM) e delle catene di approvvigionamento: senza CRM, industrie strategiche come il digitale, il cleantech e il settore militare non possono prosperare. Mentre il ghiaccio artico si scioglie, il potenziale minerale della regione attira inevitabilmente un interesse crescente da parte di paesi e aziende, come evidenziato dagli sviluppi intorno alla Groenlandia. Si stima che l’Artico contenga diverse risorse minerali; tuttavia, le attività effettive di mappatura ed esplorazione definiranno quanto l’Artico possa effettivamente contribuire ai mercati minerali globali. Attualmente, l’Artico rappresenta più del 10% della produzione globale per solo tre minerali critici: platino, palladio e nichel.

Il governo italiano ha lavorato con diversi paesi artici per rafforzare le catene di approvvigionamento minerale. L’Italia ha intensificato la sua cooperazione con il Canada mediante la Dichiarazione Congiunta sui CRM (2024), con la quale i due Paesi si sono impegnati ad approfondire la cooperazione politica a livello bilaterale. Nel 2025, hanno lanciato formalmente il Dialogo Energetico bilaterale Canada-Italia, un meccanismo di coordinamento per promuovere priorità condivise su energia e risorse naturali. Allo stesso tempo, l’Italia è impegnata a espandere i rapporti esistenti con altri partner artici tradizionali, come la Norvegia, attraverso una Dichiarazione Congiunta sui CRM.

Queste iniziative sono certamente radicate in uno sforzo diplomatico europeo più ampio con Canada e Norvegia per contrastare frammentazione e insicurezza. L’Ue ha infatti rivitalizzato il suo rapporto con il Canada tramite l’Accordo di Partenariato Strategico e l’Alleanza Verde UE-Canada, e ha ampliato i legami energetici e politici con la Norvegia.

Oltre alle relazioni bilaterali, l’Italia cerca di affrontare le preoccupazioni di sicurezza attraverso il multilateralismo e in forum internazionali, come il Piano d’Azione G7 sui Minerali Critici, lanciato nel 2025. Nell’ottobre 2025, il Canada ha annunciato il primo round di 26 nuove misure e progetti strategici con nove paesi alleati, inclusa l’Italia, nell’ambito dell’Alleanza per la Produzione di Minerali Critici per sbloccare 6,4 miliardi di dollari destinati ad accelerare lo sviluppo delle catene di approvvigionamento CRM. Costruire catene del valore CRM nell’Artico richiederà un approccio completo e un dialogo politico permanente con i partner, tenendo conto dei bisogni locali e della sostenibilità ambientale.

La nuova strategia nazionale italiana illustra la rilevanza degli affari artici anche per i paesi non artici. L’Italia ha costruito estese relazioni con i paesi della regione, sfruttando ricerca scientifica, know-how industriale e valori condivisi. Il nuovo scenario globale induce l’Italia a favorire e rafforzare una collaborazione più profonda su temi strategici con i paesi artici e a impegnarsi proattivamente con la regione – nonostante la distanza geografica. La posizione italiana deve allinearsi e può arricchire l’approccio europeo più ampio . Inoltre, sarà cruciale garantire un coordinamento politico costante e coerente con tutti gli stakeholder per tradurre la strategia nazionale in realtà. Questo è particolarmente vero alla luce delle sfide senza precedenti generate dalla competizione globale e dalle tensioni transatlantiche.  Luca Cinciripini | Pier Paolo Raimondi, AffInt 17

 

 

 

 

 

 

L’Eccesso di Pensiero: un istinto del pensare, non un’abitudine

 

L’eccesso di pensiero è stato un malinteso e un’idea percepita in modo errato. Nel senso comune, viene considerato una cattiva abitudine, un’imperfezione psicologica o una complicazione indesiderata nella vita. Le persone vengono istruite con leggerezza a smettere di pensare troppo, come se il pensiero fosse una leva che può essere accesa o spenta. La Filosofia Sethiana, così come è compresa dal Dr. Sethi K.C., vede questo fenomeno da una prospettiva completamente diversa. Non cerca di addestrare la mente al silenzio, ma di scoprire perché il pensiero diventa superfluo e quale verità si nasconde dietro questa superfluità. Nella visione sethiana, l’eccesso di pensiero non è una pratica appresa attraverso la ripetizione. È un istinto inerente alla coscienza stessa. L’eccesso di pensiero, come istinto, è l’attività di una mente vigile, sensibile e coinvolta nell’esistenza, così come la fame è un istinto del corpo e l’empatia un istinto del cuore. L’errore non sta nel pensare eccessivamente, ma nel non comprendere lo scopo del pensiero.

Considerato come un movimento di difesa

La Filosofia Sethiana afferma che il pensiero non rappresenta semplicemente un processo logico o intellettuale. È un’azione difensiva dell’essere interiore. La prevenzione del danno, il pericolo anticipato e la stabilità emotiva costituiscono le ragioni per cui la mente pensa. L’eccesso di pensiero è il risultato del sentimento di vulnerabilità, sia a livello emotivo, morale, sociale o persino esistenziale. La mente inizia a tornare indietro nel tempo, rivivendo scene, speculando su ciò che avrebbe potuto accadere in futuro. Questo non avviene per deliberazione, ma in modo istintivo. Il Dr. Sethi K.C. afferma spesso che coloro che pensano troppo difficilmente sono irresponsabili o negligenti. Al contrario, il loro senso di responsabilità è invisibile. Non solo verso la società, ma anche rispetto ai propri standard interiori, si sentono responsabili. La loro mente non può essere superficiale, poiché è consapevole delle conseguenze. Naturalmente, con questa gravità di percezione, il pensiero si intensifica.

La differenza tra abitudine e istinto: una distinzione Sethiana

Tra le principali differenze individuate dalla Filosofia Sethiana vi è quella tra abitudine e istinto. Un’abitudine è qualcosa che si apprende attraverso la ripetizione e che può essere cambiata o persino abbandonata. Un istinto è naturale, innato e inseparabile dalla natura di una persona. È sbagliato considerare l’eccesso di pensiero come un’abitudine. Questa differenza è ben dimostrata nel percorso intellettuale intrapreso dallo stesso Dr. Sethi K.C. Il suo processo creativo non è mai stato affrettato come filosofo, autore e inventore di forme poetiche, tra cui la Poesia Pittorica e la Poesia a Punto unico. Un’idea può richiedere giorni, forse settimane, prima di essere espressa. Questo lungo pensiero non è indecisione, ma profondità istintiva. È lo stesso istinto che perfeziona il pensiero e l’espressione. Tale originalità non sarebbe possibile senza questo cosiddetto “pensare troppo”.

Profondità e sensibilità

La Filosofia Sethiana attribuisce grande importanza alla sensibilità come forma di intelligenza. La sensibilità non è delicatezza emotiva, ma una percezione estrema. Tale consapevolezza è solitamente accompagnata dall’eccesso di pensiero. Gli spiriti delicati osservano ciò che gli altri ignorano: il tono, il silenzio, l’esitazione, il cambiamento delle emozioni. Questi piccoli segnali vengono raccolti dalla mente, che cerca di decifrarli. Il Dr. Sethi K.C. ha osservato che le persone che pensano troppo sono profondamente umane. Non considerano solo le proprie azioni, ma anche l’impatto che esse possono avere sugli altri. Riflettono sulle parole prima di pronunciarle e meditano sul silenzio dopo aver parlato. In questo senso, l’eccesso di pensiero è una coscienza etica al massimo livello.

Pensiero, memoria e tempo

Nella Filosofia Sethiana, l’eccesso di pensiero è associato alla memoria e al tempo. La mente tende a viaggiare attraverso il tempo, sia verso il passato che verso il futuro. Torna ai ricordi non per soffrire, ma per imparare. Immagina il futuro non per dominarlo, ma per prepararsi. Questo conflitto temporale è esplorato in numerose occasioni negli scritti filosofici del Dr. Sethi K.C. Secondo lui, l’eccesso di pensiero nasce quando la mente non riesce ad accettare l’incompletezza del tempo. Il filosofo desidera una conclusione che il mondo non offre. Questo bisogno di completezza intensifica il pensiero, soprattutto nei momenti di transizione, perdita o incertezza.

Eccesso di pensiero e sofferenza

La Filosofia Sethiana non idealizza l’eccesso di pensiero. Riconosce che può portare all’esaurimento mentale, al disturbo del sonno e persino all’esaurimento emotivo. Tuttavia, non considera il pensiero come la vera origine della sofferenza, bensì la resistenza al pensiero. Quando le persone etichettano la propria mente come difettosa, debole o spezzata, iniziano una battaglia contro la natura. Questa è una forma di violenza interiore, un processo di auto-negazione, secondo il Dr. Sethi K.C. L’istinto primario, creato per difendere, diventa un peso perché non viene più compreso. Il lutto è un esempio significativo. Quando si perde qualcuno o qualcosa, la mente continua a pensare ossessivamente a ciò che si sarebbe dovuto fare, dire o evitare. È un errore chiamare questo un’abitudine. Si tratta di una naturale ricerca di significato. Non c’è nulla di sbagliato nella mente; essa cerca spiegazioni nell’assenza.

L’indagine esistenziale come Eccesso di Pensiero

Fondamentalmente, la Filosofia Sethiana considera l’indagine esistenziale come una forma di eccesso di pensiero. La mente che pensa troppo è quella che percepisce l’impermanenza. Queste persone sanno, consciamente o inconsciamente, che la vita è fragile, le relazioni sono temporanee e nulla è certo. Questa consapevolezza appare nei pensieri filosofici del Dr. Sethi K.C. Secondo lui, la pace non è mai il risultato dello scoprire tutto, ma del sapere non farsi prendere dal panico di fronte all’incertezza. L’eccesso di pensiero è una lotta prematura della mente con questa verità. Non è una condizione permanente, ma una fase di transizione.

Quando l’Eccesso di Pensiero ti sta distruggendo

La Filosofia Sethiana chiarisce un punto importante: in realtà, pensare troppo non è negativo, se non sostituisce il vivere. L’istinto diventa schiavitù quando la mente ricrea la vita invece di viverla. La cura non sta nella coercizione o nella repressione. La Filosofia Sethiana crede nel radicamento: connettersi con la realtà attraverso il lavoro, la creazione, l’osservazione e l’interazione umana. Questo equilibrio si manifesta nella pratica disciplinata di scrittura, riflessione e silenzio seguita dal Dr. Sethi K.C. Il pensiero ha il suo posto, ma non può sostituire la vita.

Riformulare l’Eccesso di Pensiero

Il processo di guarigione inizia con una riformulazione. Invece di chiedersi: “Cosa c’è di sbagliato in me?”, la Filosofia Sethiana propone una domanda più gentile: “Che cosa sta difendendo la mia mente?” Questo cambia il rapporto con il pensiero. L’eccesso di pensiero perde il suo carattere intimidatorio e diventa un indicatore, non una condanna. In un mondo dominato dalla velocità e dall’efficienza, la profondità diventa scomoda. La capacità di pensare in profondità è incompatibile con una cultura ad alta velocità e per questo viene definita disfunzione. La Filosofia Sethiana rifiuta questa impazienza e restituisce valore alla riflessione.

Conclusione

In conclusione, la mente deve essere orientata, non negata. Secondo la Filosofia Sethiana, l’eccesso di pensiero non è il nemico della pace. È un impulso frainteso di un’anima intelligente. Deve scorrere come un fiume, non essere bloccato da una barriera. Quando è guidato dalla consapevolezza, dalla creatività e dalla presenza, nutre invece di soffocare. La visione filosofica del Dr. Sethi K.C. non mira a silenziare la mente, ma a renderla più umana. Questa profondità richiede saggezza e persino eccesso di pensiero. Non deve essere curata, ma compresa, ammirata e moderatamente regolata. Pensare meno non porta la pace, ma pensare meno per paura sì.  Krishan Chand Sethi, dip 6

 

 

 

 

 

 

A Stoccarda il concorso internazionale sul gelato al bergamotto

 

Il profumo intenso e inconfondibile del bergamotto ha attraversato l’Europa per approdare a Stoccarda, dove nei giorni scorsi si è svolto il primo concorso internazionale interamente dedicato al gelato al bergamotto di Reggio Calabria. Un debutto che ha registrato un entusiasmo straordinario, definito dagli organizzatori come “un successo che supera ogni aspettativa”.

L’evento si è tenuto nell’ambito di Gelatissimo, una delle più prestigiose fiere europee dedicate al mondo della gelateria artigianale. In questo contesto di eccellenza, il frutto simbolo dello Stretto ha conquistato pubblico, giuria e professionisti del settore, affermandosi come autentico ambasciatore del territorio reggino e della sua identità produttiva.

La competizione ha visto sfidarsi maestri gelatieri provenienti da diversi Paesi, chiamati a reinterpretare il bergamotto in chiave creativa e contemporanea. Ne è scaturito un trionfo di profumi agrumati, consistenze vellutate e raffinati equilibri aromatici: interpretazioni diverse per cultura e tecnica, ma unite dall’obiettivo comune di esaltare quello che in Calabria è conosciuto come l’“oro verde”.

A salire sul gradino più alto del podio è stata Isabelle Voigt, premiata per aver saputo coniugare equilibrio aromatico, struttura impeccabile e valorizzazione autentica della materia prima. Secondo posto per Gino De Angelis, che ha convinto la giuria con una proposta intensa e raffinata. Terza posizione per Giovanni Finamore, autore di un gelato elegante e tecnicamente ineccepibile.

Protagonista indiscussa della manifestazione è stata anche la Confederazione Pasticceri Italiani, presente a Stoccarda con il suo presidente Angelo Musolino e numerosi associati giunti in Germania per l’occasione. L’impegno dell’associazione non si è limitato al concorso: per tutta la durata di Gelatissimo ha animato la fiera con dimostrazioni, incontri e momenti di approfondimento, contribuendo a diffondere la cultura del gelato artigianale italiano e a raccontare al pubblico internazionale la storia, le proprietà e il valore identitario del bergamotto reggino.

«Il verdetto finale conferma ciò che i calabresi sanno da sempre – ha commentato il presidente Musolino –: il bergamotto di Reggio Calabria sa conquistare tutti, ovunque vada. E a Stoccarda, ancora una volta, ha brillato come simbolo di identità, qualità e creatività».

Questo primo concorso internazionale non rappresenta soltanto una competizione gastronomica, ma un ponte culturale tra territori, tradizioni e professionalità. A Stoccarda, il bergamotto non è stato solo un ingrediente: è diventato racconto, memoria, innovazione. E soprattutto, orgoglio calabrese capace di parlare al mondo. Giuseppe Tizza, de.it.press 14

 

 

 

 

 

Servizi consolari a pagamento: l’interpellanza di Ricciardi (Pd) su semplita.com

 

ROMA - Servizi consolari a pagamento: di questo si occupa il portale semplita.com, oggetto di una interpellanza urgente a prima firma di Toni Ricciardi (Pd) in cui, insieme ai colleghi del Pd, eletti all’estero e non solo, chiede al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, di chiarire “se risulti essere a conoscenza di eventuali legami interni alle varie sedi consolari nei Paesi nei quali opera il sito che consentono di accorciare i tempi di attesa saltando impropriamente le liste presenti”.

Nella premessa, Ricciardi spiega che “da un po' di tempo si assiste alla crescita di accessi al sito internet https://semplita.com, sito di assistenza completa per le pratiche che riguardano gli italiani all'estero; suddetto sito opera in cinque Paesi europei e principalmente Regno Unito, Svizzera e Germania”.

Ricciardi riporta, quindi, di aver “ricevuto diverse segnalazioni da parte di connazionali i quali avrebbero usufruito dei servizi, a pagamento, con il beneficio di saltare le note liste d'attesa; per fare un esempio, siamo a conoscenza tramite testimonianze dirette che per un rinnovo di passaporto o di Cie dove generalmente i tempi di attesa sono ricompresi tra 3 e 5 mesi, sarebbero state risolte nel giro di appena 15 giorni”.

“L'elemento particolare che suscita curiosità nella navigazione del sito è che non vi è riferimento ad alcuna persona fisica, tranne nel blog un soggetto firma gli articoli”, continua il deputato, aggiungendo che “alla voce “contattaci” vi è un solo numero di telefono cellulare senza che sia riferito ad una funzione né apicale né di segreteria; alla voce “chi siamo” invece di rinvenire un organigramma si legge testualmente “Gestiamo le pratiche per te, verificando la documentazione e occupandoci dei rapporti con gli uffici competenti”.

“Tra i servizi offerti – elenca Ricciardi – vi sono: iscrizione all'Aire, aggiornamento account Aire, richiesta passaporto italiano, richiesta passaporto urgente, attivazione SPID, carta di identità elettronica, richiesta codice fiscale, trascrizione matrimoni, trascrizioni nascite, cittadinanza per matrimonio; tutti questi servizi sono a pagamento; l'unica preoccupazione evidente e richiamata in ogni pagina del sito è quella di sollevare l'utente da qualsiasi preoccupazione assicurando il fatto che ad occuparsi della burocrazia saranno loro; anche sulla pagina Facebook non vi sono riferimenti a persone fisiche o ad uffici e sedi legali”.

Il deputato, quindi, chiede a Tajani “se il Governo risulti essere a conoscenza di quanto riportato in premessa; se sappia chi sono gli erogatori di tali servizi a pagamento e se comunque, per quanto di competenza, si tratti di attività regolari; se risulti essere a conoscenza di eventuali legami interni alle varie sedi consolari nei Paesi nei quali opera il sito che consentono di accorciare i tempi di attesa saltando impropriamente le liste presenti” e, infine, “quali iniziative intenda intraprendere con urgenza, al fine di garantire la massima trasparenza e legalità nella gestione delle suddette pratiche trattandosi di un portale che si occupa di dati sensibili di nostri connazionali”. (aise/dip 11) 

 

 

 

 

 

Bel Paese, ma non per tutti

 

Si tratta di dati certificati, con quell’ufficialità che solo l’Istat sa dare: in Italia ci sono troppi poveri. E sono ancora in aumento, anche se leggero: oltre 5 milioni e 700mila cittadini sotto la soglia della povertà assoluta. Una cifra impressionante, di cui poco si parla, anche se rappresenta quasi il 10% della popolazione. Occorre invece ricordarla, non solo per capirne le cause, ma soprattutto per predisporne i rimedi. Non si può, nella narrazione del “Bel Paese”, dimenticare gli ultimi. Con i dati occupazionali in crescita s’era pensato a un riflesso positivo sulle famiglie più in difficoltà. Ciò non è avvenuto. A fine 2025 sono tre le emergenze a cui dare una risposta: l’aumento del costo della vita, il problema casa e la difficoltà a curarsi. Basta pensare che, secondo i dati Eurostat, «l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese dell’Unione europea che ha visto diminuire il reddito reale delle famiglie rispetto a 20 anni fa» (-4% l’Italia e -5% la Grecia, contro un aumento medio del 22% da parte degli altri 25 Stati europei).

In merito al costo della vita occorre registrare che i prezzi dei generi alimentari hanno conosciuto, dal 2021 a oggi, un incremento del 25%. Anche la recente crescita delle retribuzioni contrattuali non è riuscita a recuperare la perdita del potere d’acquisto determinata dall’aumento dell’inflazione, tanto che a fine settembre 2025 gli stipendi lordi, in termini reali, erano inferiori di oltre l’8% rispetto a quelli del gennaio 2021. 

L’emergenza abitativa è un altro tema di disagio sociale. Ci si trova di fronte a un costante aumento dei canoni di affitto, che ormai superano il 40% del reddito medio familiare, con i canoni di locazione cresciuti del 7,4% su base annua. Ma una realtà da affrontare è anche la carenza di alloggi popolari. Secondo il più recente rapporto Svimez, sarebbero 100 mila gli alloggi popolari non utilizzabili, mentre la lista d’attesa per questo tipo di abitazioni è di circa 650 mila nuclei familiari su tutto il territorio nazionale.

Un’altra grave emergenza è la difficoltà a curarsi di un numero crescente di persone. Secondo il presidente Istat, Francesco Maria Cheli, «il 9,9% delle persone ha rivelato d’aver rinunciato a curarsi per problemi legati alle liste d’attesa, alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie: si tratta di 5,8 milioni di individui a fronte dei 4,5 milioni dell’anno precedente». Un dato che fa riflettere. C’è, inoltre, da rilevare che mentre la percentuale del Fondo sanitario nazionale sul Pil è scesa dal 6,3% del 2022 al 6,1% del 2024, si è assistito a un’espansione della sanità privata. Basta pensare che tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso queste strutture è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi.

Di fronte a questo quadro emergenziale, da un osservatorio come quello della Comunità di Sant’Egidio, a contatto quotidiano con le diverse forme di povertà, sono maturate alcune proposte concrete. Per quanto riguarda il costo della vita sarebbe importante allargare la platea dei beneficiari dell’assegno di inclusione – che attualmente considera solo le famiglie con minori, disabili o anziani – anche ai tanti fragili che vivono da soli, primi fra tutti i senza fissa dimora, esclusi in gran parte da questa misura dopo l’abbandono del reddito di cittadinanza.

Per l’emergenza abitativa risulta, invece, necessario finanziare nuovamente il fondo affitti con un capitale appropriato, e allargare il fondo per la morosità incolpevole (che aiuta chi si trova provvisoriamente in difficoltà), oltre a trovare al più presto le risorse per la ristrutturazione delle case popolari inutilizzabili in modo da rispondere alla vasta platea di richieste.

In merito alla difficoltà a curarsi, alcuni provvedimenti potrebbero rendere più facile il diritto alla salute, come un allargamento dei rimborsi per le cure odontoiatriche e oculistiche per chi è in povertà assoluta, dato che sono queste le prime rinunce alla cura di chi ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese. La riduzione delle liste d’attesa resta, comunque, una priorità perché diminuirebbe il ricorso alla sanità privata per accelerare i tempi anche solo di una diagnosi.

Non dimentichiamo, poi, che fra gli “ultimi” ci sono anche molti anziani soli che intendono continuare a vivere nelle loro case, ma con la dovuta assistenza e il necessario accompagnamento. Una legge che prevede tutto ciò già c’è: è la 33/2023, votata da tutti i partiti, ma non ancora finanziata se non in piccola parte. Su questo tema sono necessari un’accelerazione e un impegno urgente per venire incontro alle esigenze delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie.

Ci sono, infine, gli ultimi fra gli ultimi, cioè i senza fissa dimora. Per aiutarli esiste ormai da anni, non solo a Roma ma anche in altre città italiane ed europee, la Guida della solidarietà, che ha il significativo sottotitolo “Dove mangiare, dormire, lavarsi”. Giunta ormai alla sua 36ª edizione raccoglie tutte le indicazioni di servizi pubblici e privati indispensabili per chi si trova in stato di necessità. È solo l’esempio di un piccolo aiuto fra i tanti, ma prezioso perché dietro c’è l’impegno di tanti amici dei poveri e una cultura di solidarietà che si deve allargare a tutti i cittadini e alle istituzioni, soprattutto nel periodo invernale. Marco Impagliazzo, VP febbraio

 

 

 

 

 

Per il 66% dei ragazzi web luogo di violenza

 

1 giovane su 2 ha chiesto aiuto all’intelligenza artificiale per un problema sentimentale, di salute, psicologico, secondo il rapporto che ha raccolto le opinioni di oltre 2.000 ragazzi italiani under 26 – di Gigliola Alfaro

 “Un giovane su 2 dichiara di aver subito nel corso della propria vita almeno un atto di violenza e il web viene considerato come il ‘luogo’ più a rischio in assoluto”.

È quanto emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio indifesa realizzato da Terre des Hommes, insieme alla community di Scomodo, per ascoltare la voce dei ragazzi sui temi di violenza, bullismo e sicurezza sul web. Diffuso in occasione della Giornata contro bullismo e cyberbullismo (7 febbraio) e del Safer Internet Day (10 febbraio), il rapporto ha raccolto le opinioni di oltre 2.000 ragazzi italiani under 26. In particolare, “le ragazze dichiarano di aver subito violenza più dei maschi (57% vs 42%), ma la percentuale più alta è quella delle persone non binarie (67%)”. Tra gli altri contesti a rischio le ragazze segnalano “i luoghi pubblici non controllati – la strada, i mezzi pubblici – e le relazioni intime e familiari, mentre tra i ragazzi assumono un peso maggiore la scuola e il contesto amicale”.

Secondo il 59% il rischio principale nel web è “il revenge porn, la condivisione non consensuale di immagini intime”. A temerlo sono in particolare le ragazze e le fasce d’età più alte.

I giovani sanno, quindi, che condividere del materiale intimo comporta dei rischi – “il 79% di loro definisce pericolosa questa pratica” – e sembrano anche informati sui propri diritti: la quasi totalità sa di poter denunciare e chiedere la rimozione del contenuto se venisse condiviso senza il loro consenso. Minor consapevolezza emerge, invece, se si parla di condivisione di immagini modificate da altri. Anche se la maggior parte dei ragazzi dichiara di non essere mai stato vittima di questo fenomeno, quote non marginali di persone che dichiarano di non sapere se gli sia mai successo o che si astengono dalla risposta portano a riflettere sulla difficoltà di riconoscere questa pratica. Un’esperienza, invece, che accomuna la vita online dei ragazzi è l’essere contattato da sconosciuti: è successo “all’80% circa di loro”. In particolare, sono le ragazze a manifestare maggiormente fastidio, incertezza e paura, mentre tra i ragazzi emerge una quota più alta di curiosità.

Per i maschi, soprattutto i più giovani, il maggiore rischio che si corre in rete è quello di essere vittima di cyberbullismo: lo dichiara “il 45% dei maschi e il 42% del campione totale. Quando si trovano protagonisti di un episodio di cyberbullismo o di bullismo, i ragazzi ne parlano principalmente con gli amici, soprattutto nelle fasce d’età più alte, e a seguire con i genitori, in particolare i più piccoli”.

Da sempre impegnata nella prevenzione e nel contrasto al bullismo e al cyberbullismo, Terre des Hommes porta avanti in Italia iniziative concrete che mettono al centro lo sport come strumento educativo e di prevenzione della violenza tra pari. Con il progetto “Coach contro il bullismo”, la Fondazione coinvolge giovani volontari in attività di peer education. “Sport4Rights”, invece, punta sulla formazione degli operatori delle società sportive per garantire l’applicazione delle policy di tutela dei minori e la diffusione di una cultura del rispetto, della parità e dell’inclusione in ambito sportivo. Nei prossimi mesi la Fondazione sarà inoltre impegnata in un tour nelle scuole per informare su bullismo, cyberbullismo e prevenzione della violenza nello sport.

L’intelligenza artificiale è sempre più pervasiva della nostra società e per i ragazzi rischia di diventare uno strumento di soluzione dei problemi. La metà di chi ha risposto all’Osservatorio si è, infatti, rivolta almeno una volta a un bot per un consiglio o suggerimento, “in particolare per un problema sentimentale (24%) o di salute (22%) o per avere supporto psicologico (21%)”.

Altro tema al centro del dibattito pubblico sono le chat usate per commentare l’aspetto fisico di altre persone e circa un terzo dei ragazzi dichiara di avervi assistito. “Il 40% ne ha parlato con qualcuno di cui si fida, altri hanno silenziato (36%) o abbandonato (31%) la chat. Un significativo 30% dichiara di segnalare i contenuti o chiederne la rimozione”. Le reazioni variano a seconda del genere: tra le donne prevale la condivisione e l’intervento (parlarne con qualcuno, segnalare e chiedere la rimozione), tra gli uomini, invece, sono più comuni disimpegno e normalizzazione (silenziare la chat, riderne o non prenderle sul serio).

Infine, la maggioranza dei ragazzi considera inaccettabile il controllo del telefono, mentre a circa un quarto non crea problemi. “Solo il 2% interpreta questo comportamento come una forma di rispetto o apprezzamento. Sono in particolare le donne e le fasce d’età più alte a ritenere inaccettabile il controllo del telefono. Ciò nonostante, il 69% dei ragazzi condivide con altri – genitori, amici, partner – la password del telefono o dei social, prevalentemente per ragioni di sicurezza, soprattutto tra le ragazze”.

Per sensibilizzare e informare gli adolescenti sul tema della violenza online, Fondazione Terre des Hommes ha siglato un protocollo triennale di collaborazione con la Polizia di Stato. L’obiettivo è prevenire alcuni reati digitali che possono coinvolgere i minori come vittime, ma anche come autori inconsapevoli. L’intesa ha dato vita a una campagna di sensibilizzazione con protagonisti l’attore Daniele Santoro e Marisa Marraffino, avvocata esperta di media digitali. A partire dal 6 febbraio saranno diffuse tre pillole video per informare su alcune fattispecie di reato online che mostreranno dei casi concreti, raccontanti da un ragazzo o una ragazza, e la spiegazione da parte di Santoro e Marraffino di cosa fare se ci si dovesse trovare nella stessa situazione.

Continua, inoltre, il viaggio della mostra fotografica “Supereroi”, realizzata dalla Polizia di Stato e di cui Terre des Hommes è partner. L’esposizione, che racconta il lavoro della Polizia Postale nel contrasto all’adescamento online dei minori, sarà a Firenze il 9 febbraio, presso lo Spedale degli Innocenti, in occasione della Giornata contro il bullismo e cyberbullismo e tornerà a Milano presso Palazzo Reale dal 18 febbraio.

“Dall’Osservatorio indifesa di quest’anno emerge con chiarezza che i giovani sono pienamente consapevoli dei pericoli che possono correre sul web, serve però che gli siano forniti strumenti per proteggersi e affrontare questi rischi. Rischi che mutano e si intensificano con l’evoluzione continua e sempre più rapida delle tecnologie. È compito delle istituzioni e della società tutta dotarli delle giuste informazioni e mezzi. Proprio questi sono gli obiettivi del protocollo che abbiamo stretto con la Polizia di Stato e che darà vita a una campagna di sensibilizzazione per spiegare alcuni dei reati che possono essere commessi in rete. L’Osservatorio indifesa è da anni un punto di riferimento nel monitoraggio di fenomeni quali bullismo, cyberbullismo e violenza online, uno strumento per supportare la comunità educante nel tutelare i più giovani”, afferma Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia.

“Quando si affronta il tema dell’esposizione alla violenza, emerge con chiarezza come la questione di genere rimanga centrale e urgente a ogni età. La predominanza femminile tra chi ha partecipato al questionario rappresenta già di per sé un dato significativo: evidenzia come questo sia un tema che interpella particolarmente chi si identifica nel genere femminile. I risultati ci raccontano qualcosa di come queste persone vivono: il 45% di chi ha subito violenza riporta di aver vissuto molestie sessuali. Oltre il 78% del totale dei rispondenti percepisce come pericolosa la condivisione online di materiale intimo (foto o video) con partner e amici, e dall’attualità sappiamo con chiarezza che le vittime di condivisione non consensuale sul web sono proprio le donne. La ricerca conferma che le soggettività femminili in età adolescenziale e pre adolescenziale rappresentano ancora oggi i soggetti più esposti a queste forme di violenza – dichiara Cecilia Pellizzari, direttrice editoriale di Scomodo -. Questo dato non deve limi tarsi a generare una preoccupazione passiva, ma richiede necessariamente un intervento attivo e contestualizzato, capace di rispondere alle specificità di genere che le persone vivono e reclamano all’interno della società”. Sir 2

 

 

 

 

 

Primo Congresso di Forza Italia – Italiani all’estero a Bruxelles

 

BRUXELLES - Ieri, 23 febbraio, si è svolto a Bruxelles il primo Congresso costitutivo dell’organizzazione di Forza Italia – Italiani all’estero, un appuntamento che segna un passaggio storico per la presenza strutturata del partito tra i connazionali residenti fuori dai confini nazionali.

A meno di un mese dal lancio ufficiale della nuova organizzazione, la capitale europea ha già raggiunto il numero di tesserati necessario per costituire formalmente il coordinamento locale, in conformità con quanto previsto dal Regolamento interno dell’organizzazione. Un risultato significativo che consente agli iscritti della circoscrizione di partecipare pienamente alla vita politica del Movimento, eleggendo i propri organi rappresentativi secondo le modalità stabilite.

A testimonianza dell’importanza dell’evento, è intervenuto anche il vicepremier e segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, che ha fortemente sostenuto il progetto politico dedicato agli italiani nel mondo: “gli italiani all’estero sono i nostri Ambasciatori nel Mondo e il loro contributo alla vita politica del Paese va valorizzato il più possibile. La prima assemblea di Forza Italia all’estero dimostra che ci sono tanti italiani che si riconoscono nei nostri valori e nella nostra visione della società, incentrata sulla persona e sulla libertà”.

Il Capo Dipartimento per gli Italiani all’estero, Salvatore De Meo, che presiede l’organizzazione, ha sottolineato il valore fondativo dell’iniziativa: “gli Azzurri in Belgio hanno dimostrato da subito un grande entusiasmo. Siamo partiti dal tesseramento e dal dare agli iscritti la responsabilità di scegliere i propri rappresentanti. Così costruiamo il futuro del partito”.

L’assemblea è stata aperta dal coordinatore per la circoscrizione Europa, Antonio Cenini, che ha evidenziato come la costituzione del primo coordinamento estero rappresenti “un gigantesco salto di qualità” per l’organizzazione e un punto di riferimento per gli elettori di centrodestra residenti oltreconfine.

Mattia de’ Grassi alla guida del coordinamento di Bruxelles

Momento centrale del Congresso è stata l’elezione per acclamazione di Mattia de’ Grassi a Segretario del coordinamento di Bruxelles.

Nel suo intervento, de’ Grassi ha ringraziato per la fiducia ricevuta, sottolineando il senso di responsabilità che accompagnerà il suo mandato: “sono onorato per la fiducia. Sarò da subito al servizio di tutti gli azzurri a Bruxelles”.

Il neo-segretario ha immediatamente indicato alcune priorità politiche e programmatiche, a partire dall’impegno sul referendum per la giustizia e dall’organizzazione di iniziative culturali e politiche sul territorio. Il coordinamento ha già annunciato la collaborazione con il Comitato per il Sì alla riforma della giustizia per portare a Bruxelles, il 25 febbraio, lo spettacolo “Oltre il sistema” di Sylos Labini e Luca Palamara, come primo segnale concreto di attivazione politica.

Ma l’orizzonte indicato da de’ Grassi va oltre l’immediato: “intendiamo lavorare anche a una proposta di modifica della legge elettorale per i residenti all’estero”.

Una dichiarazione che evidenzia l’ambizione di incidere non solo sull’organizzazione interna, ma anche sulle regole di rappresentanza degli italiani nel mondo, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, dal referendum sulla giustizia al rinnovo dei Com.It.Es.

Una comunità politica che si struttura

Il Congresso di Bruxelles rappresenta dunque molto più di un adempimento statutario: è il segnale di una comunità politica che sceglie di organizzarsi, assumersi responsabilità e contribuire in maniera strutturata al dibattito pubblico italiano.

Con l’elezione di Mattia de’ Grassi, Forza Italia – Italiani all’estero compie un primo passo concreto verso la costruzione di una rete stabile e partecipata nel cuore dell’Europa, rafforzando il legame tra i connazionali residenti all’estero e la vita democratica del Paese (alessandro butticé\aise 24) 

 

 

 

 

 

 

La terra in prestito e il conto che presentiamo ai nostri figli

 

C’è un detto antico, attribuito alle culture dei nativi americani, che oggi suona come un atto d’accusa: non abbiamo ereditato la Terra dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.

Eppure, guardando alla frana di Niscemi, viene da chiedersi se questo prestito non sia stato gestito con leggerezza, incuria e una pericolosa rimozione del senso di responsabilità.

Niscemi non ci riesce più.

Non riesce più a trattenere la sua terra, che scivola via sotto il peso di scelte sbagliate, ritardi cronici, consumo di suolo, interventi emergenziali mai accompagnati da una vera visione di tutela. La frana non è solo un evento naturale: è il risultato di anni in cui il territorio è stato trattato come una risorsa da sfruttare, non come un equilibrio fragile da custodire.

Ogni smottamento racconta una storia che va oltre il dissesto idrogeologico. Racconta strade costruite senza una pianificazione adeguata, colline ferite da scavi e cemento, campagne impoverite, boschi sacrificati. Racconta anche istituzioni che troppo spesso intervengono solo dopo il disastro, quando le case sono a rischio, le famiglie costrette a lasciare tutto, la paura diventa quotidianità.

La frana di Niscemi è uno specchio puntato sulla Sicilia intera. Un’isola che conosce bene il prezzo dell’abbandono del territorio e dell’assenza di manutenzione. Ma è anche un campanello d’allarme: ciò che cede oggi non è solo la terra, è il patto morale con le generazioni future.

Che Sicilia stiamo consegnando ai nostri figli?

Una terra instabile, insicura, rattoppata con interventi tampone e promesse a scadenza? O una terra finalmente rispettata, dove la prevenzione conta più dell’emergenza e la tutela ambientale non è uno slogan ma una priorità concreta?

Niscemi oggi non riesce più a “restituire” la terra come l’ha ricevuta. Ma proprio da qui dovrebbe partire una presa di coscienza collettiva. Perché il prestito che abbiamo ricevuto non è infinito. E ogni frana che ignoriamo è un debito che cresce, silenzioso, sulle spalle di chi verrà dopo di noi.

Giuseppe Tizza, Düsseldorf (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Richtiger Ton

 

Partnerschaft statt Systemkonflikt: Friedrich Merz führt den Kurs der deutschen China-Politik fort. Niels Hegewisch & Mirco Günther

Ob kooperativ oder im Konflikt – an China führt bei den großen Themen kein Weg vorbei. Das hat die China-Reise von Bundeskanzler Friedrich Merz erneut gezeigt. China ist längst eine globale Gestaltungsmacht, dort und im Indo-Pazifik befindet sich das Kraftzentrum der Weltwirtschaft, bei entscheidenden Zukunftsindustrien hat China die Technologieführerschaft inne und Peking spielt mit seinen Partnern im Globalen Süden eine gewichtige Rolle in multilateralen Institutionen und der Weltordnung von heute und morgen. Diese geopolitische Realität hat Merz bei seinen Gesprächen anerkannt und sich um eine gute Gesprächsatmosphäre bemüht – zumal bei einem Antrittsbesuch, in dessen Mittelpunkt der Aufbau von persönlichen Beziehungen steht.

Der zugewandte Gast dürfte die chinesische Seite erfreut haben, auch wenn kritische Themen wie Überkapazitäten, Exportbeschränkungen für kritische Rohstoffe, Chinas „pro-russische Neutralität“ im Ukraine-Krieg und die Eskalationsgefahren in der Taiwan-Straße in den Gesprächen nicht ausgespart wurden. Freundlich im Ton, hart in der Sache, so lässt sich der neue Kurs der China-Politik der Bundesregierung beschreiben. Vor Merz haben ihn auch Vizekanzler Klingbeil und Außenminister Wadephul eingeschlagen.

Das ist alles andere als selbstverständlich. Der chinapolitische Diskurs in Berlin und Brüssel wird teils hitzig geführt. In einer polarisierten Debatte erkennen Kritiker in Pekings erfolgreicher Industriepolitik und seinem selbstbewussten Auftreten auf der globalen Bühne eine Herausforderung für den Westen. Das andere Lager verbittet sich moralisch überhöhte Maßregelungen Pekings, spricht von Doppelmoral, wenn eine Exportnation der anderen Überkapazitäten vorwirft, und setzt auf Ausgleich und Partnerschaft. Beide Seiten bescheinigen einander mit großer Leidenschaft Naivität. Was dabei zu oft unter die Räder gerät, sind differenzierte, pragmatische und interessengeleitete Ansätze. Das gilt auch für die China-Strategie der Ampelregierung von 2023 und den Dreiklang von China als Partner, Wettbewerber und Systemrivale. Die einen sehen China als Partner bei globalen Fragen, suchen den wirtschaftlichen Wettbewerb und beschränken die Systemrivalität auf abstrakte Debatten über die Zukunft der internationalen Ordnung. Den anderen geht der Dreiklang nicht weit genug und sie sehen China als Bedrohung von Sicherheit und Wohlstand.

Umso bemerkenswerter ist Merz’ Auftritt in Peking. Noch vor einem Jahr sprach der Bundeskanzler in einer außenpolitischen Grundsatzrede von einem „Systemkonflikt“ des Westens mit einer von China und Russland angeführten „Achse antidemokratischer Autokratien“ und kündigte in seiner ersten Regierungserklärung eine härtere Gangart gegenüber Peking an. In den Koalitionsverhandlungen wurde eine Verschärfung der China-Strategie zur Verringerung einseitiger Abhängigkeiten in kritischen Bereichen vereinbart. Doch statt De-Risking betonte der Kanzler bei seiner China-Reise die Vertiefung der „strategischen Partnerschaft“. Ein Begriff, den Berlin – im Unterschied zu Peking – in den letzten Jahren vermieden hat, um die bilateralen Beziehungen zu beschreiben. Merz reiht sich damit in den Reigen westlicher Regierungschefs von Kanada über Großbritannien bis nach Finnland ein, deren Peking-Besuche in den letzten Wochen einer ähnlichen Dramaturgie folgten und die eindrucksvoll zeigen, wie dramatisch sich die transatlantischen Beziehungen nach Donald Trumps Rückkehr ins Weiße Haus verschlechtert haben.

Das ist kluge Diplomatie, denn ein konstruktiv-kritischer Dialog mit den entscheidenden Figuren der chinesischen Führung ist die Voraussetzung, um sich prinzipientreu und zugleich pragmatisch für deutsche und europäische Interessen einzusetzen. Dass sich die Auftritte von Merz und zuvor von Klingbeil und Wadephul in Peking so ähneln und sich mit abgeklärtem Realismus von den polarisierten innenpolitischen Debatten über China abheben, ist eine Chance. Mittelmächte wie Deutschland brauchen eine kohärente China-Politik, um in den geopolitischen Stürmen unserer Zeit zu bestehen. Diese Ansicht scheint sich auch in der Bundesregierung durchzusetzen.

Nimmt man das als Ausgangspunkt in den Beziehungen zu China, liegt es in unserem ureigensten Interesse, möglichst viele direkte Kommunikationskanäle zu Entscheidungsträgern in Partei und Regierung offenzuhalten. Die von Merz und Xi vereinbarte Fortsetzung der deutsch-chinesischen Regierungskonsultationen ist ein ebenso wichtiges Zeichen wie die Wiederbelebung des deutsch-chinesischen Dialogforums unter Beteiligung des Leiters von MERICS, eines von Peking lange sanktionierten China-Thinktanks. Eine wichtige Rolle spielen im Kontext des chinesischen Parteistaates auch die etablierten Parteiendialoge zwischen SPD und CDU mit der KPCh. Denn Gespräche mit China führt man am effektivsten auf mehreren Ebenen bei einheitlicher Linie.

Mit der Merz-Reise ist ein zu begrüßender Realismus in die deutsche Debatte eingezogen. Wurde bei China-Reisen von Olaf Scholz noch deren grundsätzliche Sinnhaftigkeit bezweifelt und die Mitnahme einer Wirtschaftsdelegation kritisiert, war dies bei Friedrich Merz nicht der Fall. Es scheint sich auch die Erkenntnis durchzusetzen, dass der Wert von Gesprächen weniger in Instant-Lösungen für komplexe Probleme liegt – für deren Ausbleiben China-Reisende in der Vergangenheit oft kritisiert wurden –, sondern dass sie Teil langwieriger Aushandlungsprozesse sind, bei denen sich Geduld und Beharrlichkeit auszahlen. Diplomatie kann und muss auch heißen, schwierige Botschaften direkt zu platzieren ohne unmittelbare Ergebnisse.

Die Wahl der richtigen Tonlage ist dabei entscheidend.  Kritische Themen können mit chinesischen Gesprächspartnern gerade dann besprochen werden, wenn dies in einem respektvollen Rahmen erfolgt. Weniger zielführend ist das öffentlichkeitswirksame und innenpolitisch motivierte Beharren auf Maximalpositionen. Es ist daher nachvollziehbar, dass Merz bei der Reise auf den von chinesischer Seite abgelehnten Begriff der Systemrivalität verzichtet hat. Zwar beschreibt dieser grundsätzliche Differenzen über politische Systeme und internationale Ordnungsvorstellungen durchaus zutreffend, aber er besitzt im chinesischen Kontext die aggressive Konnotation einer fast schon offenen Feindschaft. Darüber hinaus wird das in der Systemrivalität angelegte Narrativ der Auseinandersetzung zwischen Autokratien und Demokratien nicht nur von China, sondern auch von den meisten Ländern des Globalen Südens nicht geteilt. Auf deren Zusammenarbeit ist aber auch Deutschland angewiesen. Verzettelt man sich im Streit um Begriffe, fehlen Zeit und Energie für das wichtigere Ringen in der Sache.

Das oberste Ziel sollte daher immer sein, mit klarem Blick auf bestehende Differenzen in einer Vielzahl von Formaten eine belastbare Grundlage für die Diskussion auch schwieriger Themen zu schaffen. Und natürlich bleibt es geboten, auch öffentlich auf die Herausforderungen und Probleme im Umgang mit China hinzuweisen. Der Kanzler hat dies unmittelbar vor seinem Abflug in Deutschland ebenso deutlich getan wie Vizekanzler Klingbeil und Außenminister Wadephul vor und nach ihren China-Reisen.

Trotz aller Bedeutung Chinas müssen De-Risking und Diversifizierung auch weiterhin ganz oben auf der europäischen Prioritätenliste stehen. Merz hat mit Indien als Ziel seiner ersten Reise nach Asien ebenso wie Scholz, der zunächst nach Japan gefahren ist, ein wichtiges Zeichen gesetzt. Für die Partnersuche gibt es nicht zuletzt in Chinas Nachbarschaft neben Indien und Japan mit Südkorea, Australien, Indonesien und anderen ASEAN-Staaten reichlich Kandidaten. Doch zur Ehrlichkeit gehört auch, dass absehbar kein anderer Markt in seiner Bedeutung für die deutsche Wirtschaft sowohl als Absatzmarkt als auch als Innovationsmotor und Rohstoffquelle an den chinesischen Markt heranreichen wird.

Die Bundesregierung ist daher gut beraten, die teils gegenläufigen Interessen deutscher Unternehmen – vom in China investierenden Großkonzern bis zum nach China exportierenden Mittelständler oder von chinesischer Konkurrenz bedrohten Unternehmen – zu berücksichtigen. Mit Blick auf China gibt es nicht „die“ deutsche Wirtschaft. Und auch chinesische Investitionen, wenn sie zu Arbeitsplätzen, Wertschöpfung und Technologietransfer in Europa führen, haben beim Kanzlerbesuch zu Recht eine große Rolle gespielt.  Neben der Verbesserung der Wettbewerbsfähigkeit können und müssen auf europäischer Ebene daher auch defensive Instrumente zum Schutz der industriellen Basis und gegen unfairen Wettbewerb eine Rolle spielen. Bei Untätigkeit droht Europa der früher China vorbehaltene Titel als „verlängerte Werkbank der Welt“.

Es ist diese Mischung aus Abhängigkeiten, Potenzialen, Risiken und dem zumindest vorläufigen Mangel an Alternativen, die belastbare Beziehungen zu Peking unverzichtbar macht. Gerade in schwierigen Zeiten müssen wir das robuste, aber eben auch konstruktive Gespräch suchen, um unsere Interessen wirksam zu vertreten. Die China-Reisen von Kanzler, Vizekanzler und Außenminister waren Schritte in die richtige Richtung. Weitere müssen folgen. IPG 26

 

 

 

 

Bundestagsausschuss beschließt Asylreform

 

Asylbewerber in Erstaufnahmeeinrichtungen sollen früher arbeiten dürfen. Die meisten Regeln zur europäischen Asylreform, die der Innenausschuss jetzt gebilligt hat, gehen aber in eine andere Richtung. Die Linke kritisiert „massivste Asylrechtsverschärfung in Deutschland seit dem sogenannten Asylkompromiss von 1993“. Von Anne-Béatrice Clasmann

Mit den Stimmen der Koalition hat der Innenausschuss des Bundestages zwei Regierungsentwürfe zur Umsetzung der EU-Asylrechtsreform beschlossen. Zu den Änderungen an den vom Kabinett 2025 beschlossenen Entwürfen, auf die sich Union und SPD noch verständigt haben, gehört unter anderem, dass Schutzsuchende, die in Erstaufnahmeeinrichtungen wohnen, künftig schneller als bisher arbeiten dürfen.

Wie Teilnehmer der Ausschusssitzung übereinstimmend berichteten, gab es zudem eine Mehrheit für einen Entschließungsantrag von Union und SPD, in dem die Bundesregierung aufgefordert wird, im Austausch mit den Ländern darauf hinzuwirken, dass Kinder und Jugendliche unabhängig von Wohnverpflichtung und Stand des Asylverfahrens spätestens zwei Monate nach Antragstellung eine Schule besuchen können. Das war besonders der SPD wichtig gewesen.

Clara Bünger, Innenpolitikerin der Linksfraktion, sagte, es handele sich um die massivste Asylrechtsverschärfung in Deutschland seit dem sogenannten Asylkompromiss von 1993. Damals war unter anderem festgestellt worden, dass Asylbewerber, die aus sicheren Drittstaaten einreisen, keinen Anspruch auf Asylprüfung in Deutschland haben, da dort bereits Schutz möglich gewesen wäre.

Weniger Asylbewerber

Die Zahl der Menschen, die in Deutschland erstmalig Asyl beantragen, sinkt seit Herbst 2023. Wurden 2024 noch knapp 230.000 Asylerstanträge gestellt, so sank diese Zahl im vergangenen Jahr auf rund 113.000 Erstanträge. Fachleute gehen davon aus, dass neben den Binnengrenzkontrollen auch der Machtwechsel in Syrien im Dezember 2024 hier eine Rolle spielt.

Umsetzungsfrist der EU endet im Juni

Die Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) wurde im Mai 2024 auf EU-Ebene beschlossen. Die EU-Mitgliedstaaten haben für die nationale Umsetzung eine Frist bis Juni 2026. Die abschließende Beratung und Abstimmung dazu im Bundestag ist für diesen Freitag geplant.

Außengrenzverfahren und Identitätskontrolle

Kernpunkte der Reform sind die Verpflichtung zur Identitätskontrolle bei Ankommenden sowie Asylverfahren an den EU-Außengrenzen für Asylbewerber aus Herkunftsstaaten mit niedriger Anerkennungsquote. Deutschland als Staat mitten in Europa ist davon lediglich mit Blick auf internationale Flughäfen und Seehäfen betroffen. Bei Ablehnung sollen die Asylbewerber gegebenenfalls direkt von dort abgeschoben werden.

Schnellere Dublin-Verfahren

Verfahren sollen beschleunigt werden, in denen Schutzsuchende bereits in einem anderen Mitgliedstaat einen Asylantrag gestellt haben. Überstellungen in den für das jeweilige Verfahren zuständigen Staat sollen länger möglich sein, beispielsweise wenn jemand zwischenzeitlich untertaucht.

Wer sein Asylverfahren nach den sogenannten Dublin-Regeln in einem anderen EU-Staat durchlaufen muss oder dort bereits einen Schutzstatus erhalten hat, kann in einer speziellen Aufnahmeeinrichtung untergebracht werden. Allerdings können die Bundesländer selbst entscheiden, ob sie solche Sekundärmigrationszentren einrichten. Wer gegen die Pflicht verstößt, dort zu bleiben, muss mit Leistungskürzungen rechnen.

Solidarität durch Umverteilung

Stark belasteten Staaten an den EU-Außengrenzen soll künftig ein Teil der Asylsuchenden abgenommen werden. Dass Deutschland dieses Jahr über diesen Solidaritätsmechanismus niemanden aufnehmen muss, hängt unter anderem damit zusammen, dass die Bundesrepublik in den vergangenen Jahren viele Kriegsflüchtlinge aus der Ukraine aufgenommen hat.

Weitergehende Entscheidungen der Europäischen Union

Vergangene Woche gaben die EU-Staaten zudem final grünes Licht für eine Liste sicherer Herkunftsstaaten. Sie soll künftig für alle Mitgliedstaaten gelten. Dabei geht es um die nordafrikanischen Länder Marokko, Tunesien und Ägypten sowie das Kosovo, Kolumbien, Indien und Bangladesch. In diese Länder soll künftig durch ein beschleunigtes Asylverfahren schneller aus Deutschland und anderen EU-Staaten abgeschoben werden können – allerdings nicht automatisch, da die Asylgründe geprüft werden sollen.

Grundsätzlich sollen auch Länder, die Kandidaten für einen EU-Beitritt sind, als sicher für ihre Staatsangehörigen gelten. Dazu würden dann etwa Albanien, Montenegro oder die Türkei gehören können. Allerdings können diese Staaten ausgenommen werden, etwa weil die EU Sanktionen gegen sie verhängt hat oder weil in dem Land ein bewaffneter Konflikt ausgebrochen ist. Die Türkei gehört zu den Hauptherkunftsstaaten von Asylsuchenden in Deutschland. (dpa/mig 26)

 

 

 

 

 

 

Immer mehr Ärzte kommen aus dem Ausland

 

Jeder achte Mediziner hat keinen deutschen Pass, jeder vierte ist ein Einwanderer. Dabei Ihr Anteil an der Ärzteschaft wächst zwar stark – aber immer noch nicht stark genug. Ohne sie würde das deutsche Gesundheitssystem längst kollabieren. Doch entscheidet oft Bürokratie darüber, wer hier helfen darf. Von Sandra Trauner

In Deutschland arbeiten immer mehr ausländische Ärztinnen und Ärzte. Laut Statistischem Bundesamt hatten 64.000 oder 13 Prozent aller Mediziner im Jahr 2024 keine deutsche Staatsangehörigkeit. Zehn Jahre zuvor waren es erst 30.000 beziehungsweise 7 Prozent gewesen.

121.000 aus dem Ausland zugewanderte Ärztinnen und Ärzte arbeiteten 2024 in der Human- und Zahnmedizin. „Das war knapp ein Viertel der gesamten Ärzteschaft“, wie das Statistische Bundesamt berichtet. Einige besitzen inzwischen die deutsche Staatsbürgerschaft. 42 Prozent waren weniger als zehn Jahre in Deutschland.

Von Aleppo nach Langen

Einer von ihnen ist Faisal Shehadeh. Der 42-Jährige arbeitet als Unfallchirurg in der Asklepios Klinik im hessischen Langen. Sein Medizinstudium schloss er 2006 in Aleppo (Syrien) ab, wo er auch Deutsch lernte. 2015 schloss er seine Facharztausbildung in NRW ab, danach war er Oberarzt im Saarland. Heute ist er als Spezialist für Schulter- und Ellenbogenchirurgie gefragt.

Dass seine Wahl auf Deutschland fiel, lag daran, „dass in Deutschland sehr hohe Standards in der Medizin gelten und die Facharztausbildung eine der besten weltweit ist“, wie er im Interview berichtet. Der bürokratische Aufwand, bis sein Abschluss als gleichwertig anerkannt gewesen sei, sei „überschaubar“ gewesen. Der Facharztmangel in Deutschland habe seinen Einstieg erleichtert.

Deutsche wählen Umweg über das Ausland

7.000 ausländische Medizin-Abschlüsse wurden 2024 als gleichwertig anerkannt, wie das Statistische Bundesamt berichtet. Darunter waren 21 Prozent Deutsche, die im Ausland Medizin studiert haben – oft um die Zulassungsbeschränkungen zu umgehen. Die meisten entschieden sich für Österreich oder Ungarn.

Zweitgrößte Gruppe bei den anerkannten ausländischen Abschlüssen waren Syrerinnen und Syrer wie Shehadeh. 2024 wurden 800 syrische Abschlüsse in der Humanmedizin und 100 in der Zahnmedizin anerkannt.

Zu bürokratisch, zu willkürlich

Nicht immer geht es so schnell und unbürokratisch bei Shehadeh. Atilla Vurgun leitet in Frankfurt die gemeinnützige Akademie für Heilberufe, die ausländische Ärztinnen und Ärzte auf dem Weg in das deutsche Gesundheitssystem begleitet. Er schildert Fälle, in denen es Jahre dauert, bis die Behörden über die Gleichwertigkeit des Abschlusses entscheiden.

Wer sich alternativ dafür entscheide, eine sogenannte Kenntnisprüfung abzulegen, warte teils Jahre auf einen Termin. Ob die Papiere am Ende anerkannt würden oder man die Prüfung bestehe, sei „wie eine Lotterie“, sagt Vurgun. Denn es gebe keine Standards – jedes Bundesland und jede Kammer entscheide in eigenem Ermessen.

Zuwanderer überdurchschnittlich jung

Vurgun würde sich wünschen, dass die Anerkennung ausländischer Medizinabschlüsse in Deutschland einheitlich geregelt wäre: zentrale Sprachprüfungen an einer Sprachschule, Fachprüfungen an den Medizinhochschulen, ein Ansprechpartner für den gesamten Prozess und eine Entscheidung binnen eines Jahres.

Der Zuzug aus dem Ausland ist wichtig – denn ein großer Teil der Ärztinnen und Ärzte in Deutschland scheidet in den nächsten Jahren altersbedingt aus, wie das Statistische Bundesamt berichtet. 2024 war knapp ein Drittel bereits über 55 Jahre alt. Gerade die jungen Kollegen sind überdurchschnittlich häufig zugewandert: Fast die Hälfte der ausländischen Ärztinnen und Ärzte war 2024 jünger als 35 Jahre. (dpa/mig 25)

 

 

 

 

 

 

Viel Empathie, zu wenig Solidarität mit der Ukraine

 

Am 24. Februar jährt sich die Vollinvasion russischer Truppen in der Ukraine zum vierten Mal. Der ukrainisch-deutsche Verein Vitsche ruft für diesen Tag in Berlin zu einer Solidaritätsdemonstration für das kriegsgeplagte Land und seine Menschen auf. Von Markus Geiler

Der ukrainisch-deutsche Verein Vitsche hat sich im Januar 2022 – wenige Wochen vor dem Überfall Russlands auf die Ukraine – in Berlin gegründet. Die Aktivistinnen und Aktivisten wollten die deutsche Öffentlichkeit und Politik wachrütteln. Heute ist der Verein eine Anlaufstelle für die ukrainische Community in Berlin. Vorstandsmitglied Vladyslava Vorobiova erklärt im Gespräch den Kampf gegen Desinformation und Rassismus sowie die Stimmung ihrer Landsleute und welche Wünsche sie an die Deutschen hat. Die 22-Jährige stammt aus Charkiw.

Frau Vorobiova, Sie sind Vorstandsmitglied von Vitsche e.V., einem deutsch-ukrainischen Verein in Berlin. Was ist die Aufgabe des Vereins?

Vladyslava Vorobiova: Es gibt uns seit dem 30. Januar 2022, also schon einen Monat vor der russischen Vollinvasion in die Ukraine am 24. Februar 2022. Wir haben auf die Straßen mobilisiert, um den Menschen in Deutschland und in Europa zu zeigen, es ist wichtig, dass wir Druck auf Russland machen, damit die Russen keinen Krieg anfangen. Und dann kam der 24. Februar. Seitdem hat unsere Arbeit drei Richtungen: Das ist die Bekämpfung von Desinformation und Propaganda, Aufklärung über die Geschichte und koloniale Hintergründe der Ukraine und konkrete Spendenaktionen für die Menschen dort. Wir haben etwa jetzt 300 Wärmeboxen für alte Menschen dorthin geschickt.

Wie groß ist die ukrainische Community in Berlin?

Das ist sehr schwer zu sagen. Schätzungen gehen von etwa 40.000 Ukrainerinnen und Ukrainern in Berlin aus, in ganz Deutschland sind es rund 1,5 Millionen. In Berlin gibt es sehr verschiedene Arten von Communitys. Wir als Verein Vitsche schaffen einen Ort, an dem diese große ukrainische Community zusammenkommt, beispielsweise wenn wir Demonstrationen organisieren, an denen bis zu 20.000 Menschen teilnehmen.

Wie ausgeprägt empfinden Sie die Solidarität der Deutschen mit der Ukraine?

Es gibt immer Momente, in denen die Solidarität steigt. Beispielsweise nach dem ersten Gespräch zwischen Selenskyj und Trump im Oval Office vor einem Jahr. Oder wenn die Menschen verstehen, dass der Krieg am 24. Februar bereits vier Jahre lang ist. Oder als es in Berlin den Stromausfall gab und eine Frau in einem Interview sagte, jetzt verstehe sie, was die Menschen in der Ukraine durchmachen. Aber eigentlich müsste die Solidarität noch viel, viel, viel größer sein.

Warum?

Ich glaube, dass Menschen in Deutschland bis jetzt nicht verstehen, was ein hybrider Krieg ist. Das ist nichts Entferntes. Nein, ein hybrider Krieg heißt, dass der Feind schon hier ist, durch Desinformation, durch unbekannte Drohnenflüge und durch Sabotagen.Ein hybrider Krieg ist ein erster Schritt und eine große Gefahr und muss deshalb schon jetzt bekämpft werden. Das ist genau der Grund, warum es so wichtig ist, den Menschen immer wieder klarzumachen, dass die Ukraine jetzt gerade gegen Russland kämpft, ist nicht nur für die Ukraine wichtig. Es ist für ganz Europa wichtig.

Wie viel Empathie erleben Sie als Ukrainerin noch bei den Deutschen?

Ich will jetzt nicht über die Menschen sprechen, die genervt sind, weil das nicht so viele sind. Das sind oft diese, bei denen die Desinformation verfängt. Viele wollen aber auch gar nicht mehr sehen, dass es immer schlimmer wird in der Ukraine. Es gibt viel Empathie hier, aber das Problem ist, es geht nicht weiter. Die Empathie wird nicht zur Handlung. Wir brauchen Menschen, die klar sagen, wir wollen Russland zeigen, dass wir als Europäer stark sind und wir werden für unsere Demokratie kämpfen. Und da meine ich nicht unbedingt mit Waffen, was aber auch wichtig ist.

Viele Menschen aus Osteuropa beklagen Rassismus und Arroganz des Westens gegenüber den Osteuropäerinnen und Osteuropäern. Teilen Sie diese Erfahrung?

Ich kann jetzt nicht sagen, dass die Mehrheit hier rassistisch ist, das ist bestimmt nicht der Fall, aber diesen Rassismus gibt es leider. Ich lebe seit neun Jahren hier und das war immer so. Die osteuropäischen Länder wurden quasi als Ostblock gesehen und nicht als subjektive Länder mit eigener Kultur und Sprache. Und dieser Ostblock wurde in der hiesigen Wahrnehmung weiterhin irgendwie von Russland angeführt. So, als sei die Sowjetunion immer noch da. Aber mittlerweile hat sich da etwas geändert. Auch die Arroganz in der Politik gibt es noch, aber nur in bestimmten Parteien wie der AfD und dem BSW. Vieles ist aber besser geworden. Für unsere am 24. Februar geplante Demonstration in Berlin haben wir schon Redner und Rednerinnen aus SPD, CDU und Grünen, die zugesagt haben, um mit der Ukraine solidarisch zu sein.

Was wünschen Sie sich für den 24. Februar von Berlinerinnen und Berlinern?

Dass viele auf unsere Versammlung kommen, weitere mobilisieren und Solidarität zeigen. Die Politiker sollen sehen, dass die Menschen in Deutschland an der Seite der Ukraine stehen. Wir müssen unsere Stärke zeigen und wir müssen mit unseren Stimmen kämpfen. Deswegen steht unsere Demonstration auch unter dem Motto „Für Europas Zukunft“. Ich wünsche mir, dass ich auf der Kundgebung, wenn ich auf Deutsch spreche, nicht irgendwie gegen eine schweigende Wand rede, sondern mit Menschen. Deshalb bringt eure Stimme und heißen Tee mit und lasst uns zusammen mit der Ukraine stehen. (epd/mig 24)

 

 

 

 

 

 

Gefährliche Illusionen

 

Vier Jahre Krieg gegen die Ukraine: Europa hat deutlich mehr zu verlieren, als es glaubt. Von Iryna Krasnoshtan

Am 24. Februar 2026 sind vier Jahre seit Beginn der russischen Großinvasion der Ukraine vergangen – das sind 1 462 Tage. Um dies zu verdeutlichen: Russlands angeblich kurze „Sonderoperation“ dauert nun schon länger als der Kampf der sowjetischen Armee gegen Nazi-Deutschland im Zweiten Weltkrieg. Die menschlichen Kosten der russischen Gräueltaten in der Ukraine steigen täglich, doch die globale Wahrnehmung des Krieges wird zunehmend von Illusionen geprägt. Und diese Illusionen behindern politisches Handeln. Lassen Sie uns einige davon näher betrachten.

Was einst schockierend war, nämlich das tägliche Leben der Ukrainer unter Bombardements und Drohnenangriffen mitten in Europa, ist mittlerweile zur Routine geworden, zur Normalität. Manche sind vielleicht sogar überrascht davon, dass der Krieg noch immer andauert, weil sie inzwischen aufgehört haben, ihn in den Nachrichten zu verfolgen. Selbst rekordverdächtige Angriffe auf die Ukraine schockieren niemanden mehr. 20 russische Drohnen im polnischen Luftraum oder unbekannte Drohnen, die irgendwo in Europa über Anlagen kritischer Infrastruktur schweben – das sorgt für Schlagzeilen!

Aber die Rekordzahl von 91 ballistischen Raketen, die im Januar 2026 auf die Ukraine abgefeuert wurden, oder 24 ballistische Raketen und 200 Drohnen am 12. Februar; das blieb in den europäischen Medien weitgehend unbeachtet. Die Ukrainer gehen oft zu Bett, ohne zu wissen, ob sie oder ihre Angehörigen am nächsten Morgen wieder aufwachen werden. Für Außenstehende ist es schwer nachzuvollziehen, was 6 000 Kampfdrohnen, 5 500 gelenkte Luftbomben und 158 Raketen verschiedener Typen pro Monat bedeuten. Deshalb sind diese Zahlen zu nichts weiter als Statistiken geworden.

Der aktuelle Winter war der härteste seit Kriegsbeginn: Wiederholte Angriffe auf die Energieinfrastruktur der Ukraine haben dazu geführt, dass Haushalte bei Temperaturen von minus 20 bis 25 Grad Celsius ohne Heizung und Strom auskommen müssen. Die Innentemperaturen in vielen Häusern fielen auf sieben bis zehn Grad. Und doch sind diese ungeheuerlichen russischen Angriffe, die Millionen Ukrainer in Dunkelheit und Kälte zurücklassen, außerhalb der Ukraine fast schon zu einem Hintergrundrauschen geworden. Es ist jedoch eine Illusion, zu glauben, die Ukrainer könnten sich einfach an dieses Leid gewöhnen – als ob die Normalisierung des Terrors tolerierbar wäre. Russland verfolgt eine bewusste Strategie, nicht nur mit Raketen und Drohnen zu töten, sondern auch mit der Kälte.

Einige Beobachter im Ausland scheinen kriegsmüder zu sein als die Ukrainer, die täglich Angriffe ausgesetzt sind. Während das menschliche Leid kontinuierlich zugenommen hat, ist die öffentliche Unterstützung für die Ukraine in einigen Ländern besorgniserregend zurückgegangen – beispielsweise in Polen, zu Beginn einer der wichtigsten Unterstützer der Ukraine. Glücklicherweise gibt es immer noch Momente der Solidarität. Nach schweren Angriffen auf die Energieinfrastruktur der Ukraine wurden in Polen, der Tschechischen Republik und vielen anderen Ländern Millionen Euro an Soforthilfe für die Ukraine gesammelt. Doch während die emotionale Solidarität mal zu- und mal abnimmt, bleibt das Ausmaß der strategischen Bedrohung unverändert. Russland weiß, wie es mit seinen hybriden Maßnahmen Reibungen und Schwachstellen schnell ausnutzen und verstärken kann.

Viele Regierungen stellen weiterhin humanitäre und militärische Hilfspakete bereit. Die Europäer engagieren sich stärker, seitdem die amerikanische Unterstützung nachlässt. Doch die Unterstützung wird nicht von den Erfordernissen vor Ort bestimmt, sondern von politischen Kompromissen und Beschränkungen. Trotz vieler Diskussionen hat die Ukraine weder Tomahawk- noch Taurus-Raketen erhalten. Darüber hinaus bestehen die Unterstützer der Ukraine auf Einschränkungen hinsichtlich des Einsatzes der von ihnen bereitgestellten Langstreckenwaffen. In Bezug auf die eingefrorenen russischen Vermögenswerte wurden kompromissbasierte Entscheidungen getroffen, die nur einen Teil von ihnen betreffen. Nach wie vor fehlt die politische Entschlossenheit, ein SkyShield über der Ukraine zu errichten; und die Schiffe der russischen „Schattenflotte“ werden weiterhin kaum an ihren Fahrten gehindert.

Kurz gesagt, es ist eine Illusion, zu glauben, dass Solidarität allein einen strukturellen, bedarfsorientierten Ansatz und echte politische Entschlossenheit ersetzen könnte. Fakt ist: Die Unterstützung der Ukraine ist nicht einfach großzügig, sondern eine Investition in die gemeinsame europäische Sicherheit. Das ganze letzte Jahr über rechnete die internationale Gemeinschaft damit, dass der Krieg bald beendet sein würde. Doch nun befinden wir uns im Jahr 2026, und ein Waffenstillstand ist nicht in Sicht. Die Verhandlungen sind zu einem Ritual geworden. Es wird zwar regelmäßig über Fortschritte berichtet, doch vor Ort in der Ukraine hat niemand das Gefühl, dass man dem Frieden auch nur einen Schritt nähergekommen ist. Die kaum greifbaren „Friedensgespräche“ dominierten die Diskussionen, doch es gibt immer noch keine klare Strategie, wie man die strategischen Überlegungen Russlands beeinflussen könnte.

Gleichzeitig ist der Begriff „Sieg“ aus dem Diskurs über die Ukraine weitgehend verschwunden, ebenso wie das Wort „Verantwortlichkeit“, wenn es um den Aggressor geht. Da sich der Fokus der Gespräche auf den Donbass verengt hat, wird die Krim fast vollständig ausgeklammert. Solange die Krim jedoch unter russischer Besatzung steht, kann es keine nachhaltige langfristige Sicherheit für die Schwarzmeerregion geben – unabhängig von einer vorläufigen Vereinbarung.

Der Druck auf die Ukraine wächst, Teile der Region Donezk an Russland abzutreten, als würde dies den Krieg beenden. Dabei wird gerne vergessen, dass Russland diese Gebiete nicht seit vier, sondern seit zwölf Jahren nicht militärisch einnehmen konnte. Mit jeder Drohne und jeder Rakete, mit denen der russische Terror die Ukrainer trifft, wird immer deutlicher, dass Russland keinen Frieden anstrebt. Stattdessen nutzt es die Illusion von Verhandlungen als Deckmantel für die Eskalation des Krieges. Es ist nichts weiter als der Versuch, diplomatisch zu erreichen, was es militärisch nicht sichern kann.

In einem Land, das sich im Krieg befindet, vergeht die Zeit anders. Einige europäische Staats- und Regierungschefs sprechen hoffnungsvoll davon, dass Russlands Wirtschaft schwächle und dass das Land im Inneren erschöpft sei. Aber auch das ist eine Illusion. Es ist Wunschdenken, dass Russland irgendwann von selbst an seine Grenzen stoßen werde. Druck baut sich nicht automatisch auf – er muss kontinuierlich ausgeübt werden. Wie Präsident Wolodymyr Selenskyj auf der Münchner Sicherheitskonferenz anmerkte, entwickeln sich neue technologische Möglichkeiten für den Aggressor schnell, während die politischen Entscheidungen, ihnen entgegenzuwirken, zu viel Zeit in Anspruch nehmen. Schlimmer noch, US-Präsident Donald Trump nutzt sogar die Zeit als Druckmittel gegen die Ukraine, indem er Selenskyj zu schnellem Handeln drängt, da sich sonst „das Zeitfenster“ für Verhandlungen schließen könnte.

Illusionen von Normalität, Solidarität, Diplomatie oder Zeit werden die Ukrainer nicht schützen; nur entschlossenes Handeln, das dem Ausmaß der Bedrohung entspricht, kann dies. Sicherlich braucht die Ukraine die Unterstützung Europas. Aber Europa braucht auch die Ukraine. Weil es tragischerweise notwendig ist, gegen die Aggression Russlands zu kämpfen, ist die ukrainische Armee zur einzigen Streitkraft in Europa – und vielleicht sogar weltweit – geworden, die über umfassende Kampferfahrung in hochintensiven modernen Kriegen verfügt. Jüngste Manöver wie die NATO-Übung Hedgehog in Estland haben gezeigt, wie viel die europäischen Armeen von der ukrainischen Expertise lernen können. Taktiken zur Abwehr von Drohnen, mehrschichtige Luftabwehr und schnelle Innovationen auf dem Schlachtfeld sind für die Ukraine keine theoretischen Konzepte, sondern blutig erkämpfte Praxis.

Europa braucht eine intensivere Zusammenarbeit mit der Ukraine bei Innovationen im Bereich der Verteidigung. Es muss bereit sein, von den Ukrainern am Boden und in der Luft zu lernen, und sogar dazu, gemeinsam zu handeln. Das ist keine Wohltätigkeit, sondern die Herstellung gegenseitiger Sicherheit. Wir müssen zusammenarbeiten, um heute die Ukraine und morgen Europa zu schützen. IPG 24

 

 

 

 

 

CDU stimmt für Mindestlohn-Ausnahmen für ausländische Saisonkräfte

 

Dürfen Erntehelfer unter dem Mindestlohn bezahlt werden? Nein, lautet das Ergebnis einer rechtlichen Überprüfung des Agrarministeriums. Trotzdem setzt sich die CDU nun für solche Ausnahmen ein. Das sei eine politische Frage – das Juristische könne man klären.

Die CDU hat sich mit großer Geschlossenheit für Abweichungen vom Mindestlohn für ausländische Saisonkräfte in der Landwirtschaft ausgesprochen – obwohl solche Ausnahmen nach einer Prüfung des Bundesagrarministeriums rechtlich gar nicht möglich sind. Die Delegierten auf dem Bundesparteitag in Stuttgart stimmten trotzdem für einen entsprechenden Antrag des Kreisverbands Südbaden.

„Der Mindestlohn schwächt die Wettbewerbsfähigkeit heimischer Betriebe und damit unsere Versorgungssicherheit in Deutschland“, heißt es in dem Antrag. Die Landwirtschaft sei auf ausländische Saisonkräfte zur Produktion angewiesen. Die Saisonkräfte würden nur in Spitzenzeiten bei der Ernte helfen, sie kämen zudem aus dem Ausland, wo ein Stundenlohn unter dem Mindestlohn noch deutlich über den dortigen Standards liege.

Baden-Württembergs Agrarminister: Ist eine politische Frage

CSU-Bundesagrarminister Alois Rainer hatte sich in der Vergangenheit aufgeschlossen für Branchenforderungen nach Ausnahmen gezeigt und eine Bewertung in Auftrag gegeben. Die hatte vergangenes Jahr allerdings ergeben, dass Mindestlohn-Ausnahmen rechtlich nicht möglich sind. Dies ergebe sich etwa aus dem Gleichbehandlungsgrundsatz im Grundgesetz. Der Mindestlohn sei als absolute Untergrenze gesetzlich verankert – dies gelte auch für kurzfristig Beschäftigte und Saisonkräfte. „Wir sehen das anders“, sagte der baden-württembergische Agrarminister Peter Hauk (CDU). Das sei eine politische Frage, die juristische Frage könne man danach klären.

Eine Umgehung des im Grundgesetz verankerten Gleichbehandlungsgrundsatzes dürfte nach Einschätzung von Experten allerdings nicht allein mit politischem Willen möglich sein. Kritiker weisen zudem darauf hin, dass der Verdienst von ausländischen Saisonkräften faktisch ohnehin unter dem deutschen Mindestlohn liegt. Ein nicht unwesentlicher Teil des Lohnes werde als Miete für die Unterkunft in Gemeinschaftsunterkünften einbehalten – oft zu Wucherpreisen. Diesen Menschen nun noch weniger zahlen zu wollen, sei insofern auch eine Frage des Anstands.

Der gesetzliche Mindestlohn liegt derzeit bei 13,90 Euro pro Stunde und steigt bis 2027 auf 14,60 Euro pro Stunde. (dpa/mig 23)

 

 

 

 

 

Friedrich Merz und seine CDU: Öffentliche Disziplin und emotionale Distanz

 

Zehn Minuten Schlussapplaus, ein gutes Wahlergebnis und ein friedlicher Besuch von Angela Merkel - nach außen ist der Parteitag für Friedrich Merz sehr akzeptabel gelaufen. 91.17 Prozent (2024: 89,81) sind deutlich mehr als er lange zu hoffen wagte. So gesehen kann er öffentlich das mitnehmen, was er in Stuttgart haben wollte: die Unterstützung seiner Christdemokraten für alles, was kommt. Insbesondere wenn es bald darum gehen wird, große Reformen in der Sozial-, Gesundheits- und Rentenpolitik auszuhandeln. Dass vom Frieden in Stuttgart auch die Wahlkämpfer in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz profitieren, hat für die Delegierten freilich auch eine Rolle gespielt.

Und doch gibt es in Stuttgart neben der zelebrierten Disziplin auch eine emotionale Distanz zwischen dem Kanzler und seiner Partei. In den Reihen der Delegierten gibt es manchen, der es gar als Entfremdung erlebt. Vor allem unter jenen, die ihn in der Vergangenheit besonders unterstützten, wünschen sich viele mehr CDU-Handschrift in der Regierung. Sehnsüchte, die Merz mit seiner Rede nur bedingt bedient hat. Ihr Urteil, hörbar in vielen Landesverbänden: Zu viel Verständnis für die SPD, zu wenig Wille, auch selbst für konkrete Reformelemente einzutreten. Zu wenig Bemühen, die SPD auch mal in die Schranken zu weisen.

Merz bemüht sich, auf diese Gefühle einzugehen – wenn auch nur begrenzt. Nach langen Ausführungen über die außenpolitische Lage räumt der CDU-Chef ein, zu früh zu viel versprochen zu haben. Er habe „nicht schnell genug deutlich gemacht, dass wir diese gewaltige Reformanstrengung nicht von heute auf morgen schaffen werden“. Außerdem zeigt er Verständnis, dass viele Delegierte Bauchschmerzen bei der Aufweichung der Schuldenbremse haben. Er wisse sehr wohl, dass diese Öffnung für viele, auch im Saal, ein schwerer Brocken gewesen sei. „Ich möchte, dass Sie alle wissen: Das war es auch für mich“. Ja, die Entscheidung sei „die vielleicht schwerste, die ich in den letzten zwölf Monaten zu treffen hatte“.

Zugleich rückt Merz nicht davon ab, das Bündnis mit der SPD zu verteidigen. Mehr noch: Er kritisiert Reflexe und Rituale auch bei den eigenen Leuten. „Wir müssen raus aus dem Zustand, dass ein Koalitionspartner Vorschläge macht, die der andere ritualhaft zurückweist. Beide müssen da heraus.“ Wissend, dass nicht wenige Christdemokraten die Ursache dafür auch in einem zu laxen Umgang mit dem Koalitionspartner sieht, bittet Merz um Geduld. Union und SPD seien nun mal voneinander abhängig. „Beide Parteien leiden nach innen an diesem Zustand.“ Trotzdem werde es Reformen geben. „Die Debatten werden anstrengend, aber sie sind notwendig und wir müssen sie für den Erfolg unseres Landes führen.“

Im Saal macht das viele nicht wirklich glücklich. Hinter vorgehaltener Hand schimpft anschließend mancher. Man wolle zwar keinen Ärger provozieren, habe aber immer stärker das Gefühl, kaum noch verstanden zu werden. Ein ehemaliger Staatssekretär bezeichnet die Rede gar als „ego-fixiert“ und eine „Ansammlung von Plattitüden“. Andere vermissen mehr Klarheit bei den Zielen, von denen sie mit Merz als Kanzler geträumt haben. Gemessen daran sei sein Auftritt „langweilig, aber sicher“ gewesen. Trotzdem bleibt öffentlich vor allem das stehen, was der hessische Generalsekretär Leopold Born so zusammenfasst: „Das war eine starke Deutschland-Rede von Friedrich Merz.“ Er wünsche sich von der CDU das Zeichen, dass sie geschlossen hinter dem Parteivorsitzenden steht.

Am Ende reist Merz mit Rückendeckung ab – und weiß doch, dass die Erwartungen an ihn nicht kleiner werden. „Man merkt das in der Stimmung, auch hier auf dem Parteitag, dass viele in der Partei erwarten, dass wir jetzt die Reformen liefern“, sagt der Vorsitzende der Jungen Gruppe, Pascal Reddig, Table.Briefings. Zwar sei in einer Koalition klar, dass es Kompromisse geben müsse. „Aber das darf nicht der kleinste mögliche Nenner sein. Das war in der Vergangenheit meistens so und das muss sich diesmal ändern“, so Reddig. Es brauche große Reformen, dafür müsse sich auch die SPD bewegen. Reddig dürfte damit vielen Delegierten aus der Seele sprechen.

Reaktionen auf Merz' Rede: Delegierte, Gäste und Journalisten. „Ich habe einen sehr aufgeräumten Kanzler erlebt, der ein klares Bild davon hat, was er dieses Jahr und in den nächsten Jahren sowohl international als auch in Deutschland umsetzen will. Der klar weiß, dass seine Worte sehr gewogen werden. Und ich finde, dass der Kanzler ein verstecktes Signal an die Sozialdemokraten gesendet hat – wie ich finde zurecht – dass wir jetzt erwarten, dass es in diesem Jahr vorwärts geht.“ Sebastian Lechner, Landesvorsitzender CDU Niedersachsen

„Friedrich Merz hat eine solide Rede geliefert, keine glanzvolle. Er hat die Partei damit vorerst hinter sich versammelt, aber inspiriert hat er nicht. Zum Start ins Wahljahr siegt die Disziplin. Als „Macher-Partei“ muss sich CDU aber erst noch beweisen. Dafür reichen Worte des Vorsitzenden nicht.“ Christiane Jacke, Korrespondentin RND

„Mich hat die Rede überrascht, weil ich gedacht hätte, er würde den Delegierten ein bisschen mehr Blut geben. Das ist ja ein CDU-Parteitag und Friedrich Merz trat fast schon präsidial auf. So ostentativ weich im Ton, dass man fast den Eindruck hatte, er wollte seine Auftritte zuletzt korrigieren und dafür sorgen, dass die CDU bloß nicht als zu kaltherzig und hart im Reformkurs wahrgenommen wird. Ob er damit die Stimmung der Delegierten wirklich getroffen hat, würde ich ein Stück weit bezweifeln.“ Veit Medick, Ressortleiter Politik Stern

„Herr Merz hat erkennbar seine Rede auch in seiner Rolle als Kanzler gehalten. Das verbietet scharfe Angriffe auf den Koalitionspartner SPD. Auch die Wahlkämpfer in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz haben derzeit kein Interesse daran, dass die letzten Wahlkampfwochen von Streit in der Bundesregierung überschattet wird, zumal die CDU in beiden Ländern ebenfalls einen Mitte-Wahlkampf führt.“ Andreas Rinke, Chefkorrespondent Reuters

„Viele in der Wirtschaft und an der Basis haben eine Ruck-Rede erwartet, das dringend nötige Aufbruchsignal, um die Wende für mehr Wachstum einzuleiten, die klare Ansage an die SPD, dass man angesichts der neuen Weltlage und der zunehmenden Deindustrialisierung den Koalitionsvertrag hinter sich lassen muss und eine neue große Agenda-Reform braucht. Diese Hoffnung wurde mit der Rede nicht erfüllt.“ Thorsten Alsleben, Hauptgeschäftsführer der INSM

„Er ist seiner Linie treu geblieben. Starker Fokus auf die Außenpolitik, er wollte mehr Menschen als nur die Parteitagsdelegierten erreichen. Das hat er geschafft. Aber er muss konkreter werden statt nur auf die neue Weltordnung zu verweisen.“ Baha Jamous, Director Solaris, CDU-Influencer

„Die Reaktionen während der Rede und der Applaus danach haben nicht richtig zusammengepasst. Denn eigentlich hat Friedrich Merz es nicht geschafft mit der Rede den Saal zu überzeugen, obwohl er elf Minuten Applaus bekommen hat. Viele haben hier erwartet, dass er eine Reformrede hält. Das hat er nicht getan. Die Rede lief unter dem Motto: Auf Nummer Sicher gehen und keine Fehler machen.“ Alisha Mendgen, Korrespondentin Focus

„Es war eine wohl temperierte Rede, eine sehr inhaltliche Rede. Seine persönlichen Einlassungen zur Schuldenbremse waren für die Partei wichtig. Aber es war eben auch eine Kanzlerrede, niemand konnte hier einen brüllenden Parteitag erwarten. Den Satz zur Koalition, dass beide Parteien an ihre Grenzen gehen müssen, werden wir noch oft hören.“ Roland Koch, ehemaliger CDU-Ministerpräsident in Hessen und Merz-Berater

„Er hat keinen Fehler gemacht.“ Ralph Brinkhaus, ehemaliger Fraktionsvorsitzender der Union

„Die Rede war ordentlich, aber wir müssen ins Handeln kommen. Wirtschaftspolitisch brauchen wir harte Maßnahmen. Je länger man wartet, desto tiefer werden die Einschnitte. Diese Notwendigkeit muss Friedrich Merz noch deutlicher gegenüber den Sozialdemokraten adressieren.“ Gregor Golland, NRW-Landtagsabgeordneter.

„Für mich die wichtigste Aussage: Die Koalitionspartner müssen aufhören, reflexartig jeden Vorschlag des jeweils anderen abzulehnen. Nicht das, was die Seele der Partei hören wollte, aber das, was unser Land jetzt braucht.“ Peter Liese, Europaabgeordneter

Von Stefan Braun und Sara Sievert, (BT/Dip 21)

 

 

 

 

 

 

Italien: Flüchtlingsleichen ins Süditalien geborgen

 

Die Route über das zentrale Mittelmeer ist weiterhin die tödlichste für diejenigen, die aus Nordafrika nach Europa fliehen. Mindestens 15 tote Migranten wurden in diesen Stunden an den Küsten Kalabriens und Siziliens geborgen. Stefano Leszczynski und Anne Preckel

Sie kamen beim Versuch der Überfahrt des Mittelmeeres durch Folgen des Sturms Harry ums Leben, wie italienische Medien am Donnerstag unter Verweis auf die Staatsanwaltschaften von Paola und Vibo Valentia berichteten. Allein im vergangenen Januar sind nach Schätzungen der Internationalen Organisation für Migration (IOM) mehr als 450 Menschen ums Leben gekommen, dreimal so viele wie im Januar 2025.

Zahl der Toten steigt

„Es scheint, als wolle das Mittelmeer nicht länger Komplize unserer Gleichgültigkeit sein, um einen Ausdruck von Papst Franziskus zu verwenden, eine Gleichgültigkeit, die global geworden ist. Aber ich würde sagen, dass sie mittlerweile tiefgreifend geworden ist und wir fast schon unempfindlich erscheinen.“ So kommentiert Pater Camillo Ripamonti, Präsident des Flüchtlingszentrums der Jesuiten in Rom, Centro Astalli, den traurigen Fund an den Stränden Süditaliens gegenüber Radio Vatikan.

Erst vor wenigen Wochen hatte die NGO Mediterranea das Verschwinden von mindestens tausend Menschen im Meer während des Wirbelsturms Harry gemeldet; die Sturmfluten entlang der Küsten Kalabriens und Siziliens spülten danach Dutzende von Leichen in fortgeschrittenem Verwesungszustand an. Ihr Fundort liegt entlang der Route, die Schlepper normalerweise nehmen, um das weiter nördlich gelegenen Sardinien zu erreichen.

Schmerz und Trauma 

Im Jesuiten-Flüchtlingszentrum Centro Astalli werden viele Flüchtlinge aufgenommen, denen eine Überfahrt gelang – oft nur knapp. Pater Ripamonti kennt ihre Gesichter und Geschichten allzu gut. „Ihre Blicke sind die Blicke von Überlebenden, glücklicherweise haben sie es geschafft. Aber oft sind die Wunden, die sie in sich tragen, auch die Wunden ihrer Lieben, von Menschen, die mit ihnen gereist sind und die es nicht geschafft haben.“ Mit den Jahren werde es zunehmend schwerer, diesem Schmerz standzuhalten, so der langjährige Helfer im Flüchtlingsdienst, den seine Arbeit selbst an Grenzen bringt.

Italiens Regierung unter Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hatte ihr Abschottungspolitik in punkto Migration in der vergangenen Woche noch verschärft. Um „Instrumente zur Bekämpfung illegaler Einwanderung zu stärken und ein strengeres Management der Migrationsströme zu gewährleisten“, sollen Seeblockaden und Abschiebemechanismen eingerichtet werden.

„Management von Migrationsströmen"

Italiens katholische Bischöfe kritisierten den Gesetzentwurf als Widerspruch zum Geist der italienischen Verfassung: der Schutz von Grenzen werde über den Schutz von Menschenleben gestellt, und positive Alternativen zur illegalen Flucht wie humanitäre Korridore würden nicht in Erwägung gezogen.

„Es ist eine Politik der Ablehnung“, kommentiert Pater Ripamonti, „eine Politik, die nicht sehen will, eine Politik, die fernhalten will. Wir sollten einen Anflug von Würde zeigen und wieder unsere Verantwortung als Bürger einer Europäischen Union übernehmen, die sich stattdessen für die Rechte einsetzen und dieses gleichgültige Schweigen nicht aufrechterhalten sollte“. (vn 20)

 

 

 

 

 

 

 

Italien muss Seenotretter entschädigen – 76.000 Euro

 

Carola Rackete war das Gesicht der deutschen Hilfsorganisation Sea-Watch. Ihr Schiff setzte 2019 Dutzende Geflüchtete in Lampedusa ab und wurde festgesetzt. Dafür muss Italien nun Strafe zahlen. Ministerpräsidentin Meloni wirft dem Gericht Sabotage vor.

Als Strafe für das illegale Festsetzen eines Rettungsschiffes muss Italien 76.000 Euro Entschädigung an die deutsche Hilfsorganisation Sea-Watch zahlen. Das entschied ein Gericht in Palermo auf der Mittelmeerinsel Sizilien – sehr zum Ärger von Ministerpräsidentin Giorgia Meloni. Die rechte Regierungschefin sprach von einer „weiteren Entscheidung, die mich buchstäblich sprachlos macht“. Meloni wirft der Justiz ihres Landes immer wieder vor, parteipolitisch zu entscheiden.

Hintergrund ist ein Streitfall aus dem Juni 2019. Damals kommandierte die deutsche Kapitänin Carola Rackete das Schiff „Sea-Watch 3“, das Bootsflüchtlingen aus Afrika half, die auf dem Mittelmeer auf dem Weg nach Europa in Seenot geraten waren. Das Schiff fuhr trotz eines Verbots der damaligen italienischen Regierung, die eine harte Einwanderungspolitik verfolgte, in den Hafen der Insel Lampedusa ein.

Gericht gab Rackete nachträglich Recht

Die etwa 40 Migranten an Bord hatten zuvor in Erwartung eines sicheren Ankunftsorts auf See ausgeharrt. Bei der Einfahrt in den Hafen kam es zu einer Kollission der „Sea-Watch 3“ mit einem Polizeiboot. Das Schiff wurde monatelang beschlagnahmt, Rackete unter Hausarrest gestellt und wegen Beihilfe zu illegaler Einwanderung angeklagt.

Auf Anordnung eines Gerichts wurde das Verfahren gegen die spätere Linke-Europaabgeordnete schließlich eingestellt. Für die damalige Regierung war dies ein Affront – genau wie jetzt für Meloni das Urteil aus Palermo. Es besagt, dass der italienische Staat der Hilfsorganisation die Kosten für Hafengebühren, Schiffsdiesel und Anwaltskosten erstatten muss.

Meloni schimpft auf Justiz

Meloni warf den Richtern vor, die „Bekämpfung illegaler Massenmigration“ zu sabotieren und den Rechtsstaat zu untergraben. Das Urteil reihe sich ein in eine lange Liste „objektiv betrachtet absurder Entscheidungen“, die dem Willen des Volkes zuwiderliefen. Der Präsident des Gerichts in Palermo, Piergiorgio Morosini, wies die Vorwürfe zurück. Das Urteil sei nach eingehender Prüfung der Beweise ergangen. „Richter wegen einer Entscheidung zu verunglimpfen, die man nicht teilt, hat nichts mit legitimer Kritik zu tun.“

Wenige Stunden später wurde bekannt, dass ein anderes Gericht auf Sizilien die Festsetzung eines weiteren Schiffs aufgehoben hat, mit dem Sea Watch inzwischen auf dem Mittelmeer unterwegs ist. Italien gehört zu den Ländern, die von der Fluchtbewegung übers zentrale Mittelmeer besonders betroffen sind. Jedes Jahr landen Zehntausende mit Booten an Italiens Küsten.

Melonis Rechts-Regierung hatte ihren Kurs in der Migrationspolitik vergangene Woche nochmals verschärft. Dazu gehören auch Pläne, Flüchtlingsboote gegebenenfalls durch „Seeblockaden“ aufzuhalten. Im nächsten Monat findet eine Volksabstimmung über eine Justizreform statt, die die Koalition aus drei rechten und konservativen Parteien durchsetzen will. Staatspräsident Sergio Mattarella mahnte die Institutionen zu „gegenseitigem Respekt“. (dpa/mig 20)

 

 

 

 

 

 

Jetzt erst recht

 

In der imperialen Welt braucht Berlin einen pragmatischen China-Kurs. Merz’ Reise wird zum Autonomie-Test für Europa. Matthew Stephen & Steven Langendonk

Auf der Münchner Sicherheitskonferenz im Februar 2026 stellte Bundeskanzler Merz fest: „Die internationale Ordnung, die auf Rechten und auf Regeln ruhte, sie gibt es so nicht mehr.“ Bereits 2022 veranlasste Russlands Krieg gegen die Ukraine den damaligen Bundeskanzler Olaf Scholz, die Zeitenwende – einen historischen Wendepunkt – zu verkünden und die Wiederaufrüstung des Landes einzuleiten. Doch erst die jüngste Ablehnung der regelbasierten internationalen Ordnung durch die Trump-Regierung erfordert eine grundlegendere Neubewertung der deutschen Außenpolitik. Kurz gesagt: Nur wenn Deutschland aus den Gegensätzen der Großmächte strategischen Nutzen zieht, kann es den drohenden imperialistischen Wettbewerb überstehen.

Unter der Präsidentschaft Donald Trumps haben die USA beispiellose Handelskriege gegen ihre wichtigsten Partner geführt, internationale Institutionen torpediert, mit der Annexion Kanadas und Grönlands gedroht, nationalistisch-populistischen Kräften in ganz Europa Unterstützung zugesagt und den Präsidenten Venezuelas entführt, während sie die gesamte westliche Hemisphäre zu ihrem imperialen Spielfeld erklärten. Die militärische und technologische Abhängigkeit Europas von den USA ist zu einer zutiefst beunruhigenden Schwachstelle geworden, die Europa potenziell kontinuierlicher Erpressung aussetzt.

Wo bleibt da Deutschland? Eine Strategie ist jedenfalls gescheitert, nämlich diejenige, die auf der Vorstellung basiert, die Bundeskanzler Friedrich Merz im Januar 2025 verkündet hatte: Eine Welt, die klar geteilt ist zwischen liberalen, regelbasierten Demokratien und revisionistischen Autokratien, die darauf aus sind, die internationale Ordnung zu untergraben. Diese Sichtweise verwechselt unsere aktuelle Situation mit einem zweiten bipolaren Kalten Krieg. Stattdessen sehen wir einen zunehmend multizentrischen Wettbewerb zwischen imperialen Mächten. Um in einer Welt imperialistischer Konkurrenz zu überleben, muss Deutschland einen neuen Pragmatismus in seinen Beziehungen zu den imperialen Mächten an den Tag legen.

In dieser neuen Ära wird das System formal souveräner Staaten durch ein System konkurrierender imperialer Zentren überlagert, die asymmetrische Interdependenzen ausnutzen, um Tribut von anderen zu fordern. Während Russland militärische und verdeckte Maßnahmen einsetzt, um seine Nachbarn zu dominieren, liefern sich die USA und China einen globalen Wettstreit um militärische Vorherrschaft, transnationale Wertschöpfungsketten und den Zugang zu natürlichen Ressourcen. Zur Bewahrung ihrer Autonomie müssen Mittelmächte wie Deutschland Wege finden, die imperialen Mächte gegeneinander auszuspielen.

Im Spiel des imperialen Wettbewerbs muss Deutschland eine autonome Position entwickeln, die durch eine vertiefte europäische Zusammenarbeit und eine regionale Führungsrolle Deutschlands gestützt wird. Um kritische Abhängigkeiten zu reduzieren und Skaleneffekte zu erzielen, sollte Deutschland außerdem auf seinen zentralen Vorteilen aufbauen, die europäische Autonomie stärken und seine Außenbeziehungen diversifizieren. Die Alternative wäre, „mitzumachen, um nicht anzuecken“ und zu einer der Peripherien zu werden, um die die imperialen Zentren zur Erweiterung ihrer Einflusssphären konkurrieren.

Wie Deutschland seine Beziehungen zu China gestaltet, wird für diesen Balanceakt von entscheidender Bedeutung sein. Die jüngsten Besuche des Kanadiers Mark Carney und des Briten Keir Starmer in Peking spiegeln ein instinktives Verständnis dafür wider, dass Mittelmächte in einer Welt konkurrierender Imperien nicht von einem einzigen Machtzentrum abhängig sein dürfen. Merz selbst bereitet derzeit seinen Antrittsbesuch in China Ende dieses Monats vor. Eine gleichberechtigte Beziehung zu China – ganz zu schweigen von den USA oder Russland – wird jedoch nur möglich sein, wenn Deutschland seine eigenen Angelegenheiten in Ordnung bringt. Da eine Politik der Ausgrenzung nicht mehr tragbar ist, müssen deutsche und europäische Politiker sorgfältig zwischen langjährigen wirtschaftlichen und moralischen Belangen wie industrieller Wettbewerbsfähigkeit und Menschenrechten einerseits und strategischen Belangen andererseits abwägen.

In militärischer und diplomatischer Hinsicht ist die Politik der aktuellen Regierung sehr zu loben, aber sie muss noch weiter gehen. Deutschland hat seine jährlichen Militärausgaben seit 2022 mehr als verdreifacht, und diese erheblichen Investitionen in die Streitkräfte sind auch notwendig, um die Abhängigkeit von den USA in Bezug auf Sicherheit und Abschreckung zu verringern. Die Initiative zur Harmonisierung der Politikgestaltung in einem neuen Nationalen Sicherheitsrat könnte der traditionell trägen Außenpolitik-Bürokratie auf die Sprünge helfen. Jedoch werden die Vorteile dieser Veränderungen begrenzt sein, wenn es keine entsprechenden Schritte auf europäischer Ebene gibt. Die Koordinierung der Beschaffung, konkrete Schritte zur Stärkung der Einheit in den Außenbeziehungen und ähnliche Maßnahmen müssen Vorrang vor den europäischen Einstimmigkeitsregeln haben. In Bezug auf die Zusammenarbeit mit China muss sich das daraus resultierende „Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten“ auf Risikomanagement und klare diplomatische Signale konzentrieren.

Ein weiteres dringendes Anliegen ist es, die Abhängigkeit von US-amerikanischer Informationstechnologie zu verringern und europäische Alternativen zu fördern. Deutschland hat mit seiner Sovereign Tech Agency nur begrenzte Schritte unternommen und hinkt Frankreich bei der Verringerung der Abhängigkeit hinterher. Wenn keine entschlossenen Maßnahmen ergriffen werden, sind die Europäer den weltweit am höchsten entwickelten Instrumenten der Informationskriegsführung schutzlos ausgeliefert. In diesem Bereich sollte Deutschland nur dann eine Zusammenarbeit mit China anstreben, wenn es wasserdichte Sicherheitsvorkehrungen gibt.

Die Wirtschaft wird für die langfristige Lebensfähigkeit Europas entscheidend sein. Deutschland und Europa müssen dringend ihre digitale und physische Infrastruktur modernisieren und gleichzeitig in Bildung und sozialen Zusammenhalt investieren. In dieser Situation gibt es keinen Spielraum für fiskal-konservative Sparzwänge oder dafür, Verteidigung und Sozialwesen gegeneinander auszuspielen, wie es einige in Deutschland versucht haben. Internationale Steuerkooperation ist entscheidend, um den Steuerwettbewerb zu verringern, und es sind innenpolitische Reformen erforderlich, um sicherzustellen, dass die Reichen ihren gerechten Anteil zahlen. Wenn die obersten 10 Prozent der Haushalte (die 60 Prozent des nationalen Vermögens besitzen) dieser Verantwortung nicht nachkommen, könnte das Ergebnis eine rechtsextreme Regierung an der Spitze des Landes mit der „stärksten konventionellen Armee Europas“ sein. Dies würde die Glaubwürdigkeit Deutschlands in Europa untergraben, so wie die Trump-MAGA-Regierung die Legitimität Amerikas in der Welt untergraben hat.

Ein pragmatisches und interessenbasiertes Engagement mit China könnte dazu beitragen, den wirtschaftlichen Einfluss der USA zu verringern. Gleichzeitig muss es sorgfältig gesteuert werden, um neue Abhängigkeiten zu reduzieren, die sich aus Chinas raschem Aufstieg in den globalen Wertschöpfungsketten ergeben. Der Zugang zu den europäischen Märkten sollte zu diesem Zweck genutzt werden. Die Europäische Union ist nach wie vor Chinas größter Handelspartner, und Europa liefert wichtige Technologien und Investitionsgüter, die China nicht ohne Weiteres ersetzen kann. Die Offenheit gegenüber China sollte sowohl ein Instrument sein, um europäische Hersteller zu Innovationen zu zwingen, als auch, um den chinesischen Wettbewerb zu disziplinieren.

Was internationale Institutionen und Multilateralismus angeht, könnte sich China eher als Partner denn als Gegner erweisen. Während die USA das Völkerrecht untergraben und das multilaterale System zerstören, hat China sein Interesse an globaler Governance neu entdeckt. China hat gemeinsam mit europäischen Ländern daran gearbeitet, die WTO angesichts der Sabotage durch die USA am Leben zu erhalten, und das Land ist zu einem wichtigen Geldgeber der UNO geworden, während die USA die Vereinten Nationen finanziell aushungern. Nur wenn Deutschland und Europa sich auf chinesische Vorschläge wie die „Global Governance, Security and Development Initiatives“ einlassen, haben sie eine Chance, die Entwicklung des Multilateralismus mitzugestalten.

Eine weitere Dimension ist die ideelle. China ist zwar eindeutig kein ideologischer Verbündeter Deutschlands und Europas, aber eine vereinfachende Gegenüberstellung von „Autokratie vs. Demokratie“ ist in einer Welt hybrider Regime, demokratischer Rückschritte und imperialer Einflusssphären überholt und kontraproduktiv. Es wäre ein schwerwiegender Fehler, sich auf einen „Systemwettbewerb“ mit China einzulassen und gleichzeitig die zunehmend nationalistischen USA zu beschwichtigen. Deutschland sollte keinesfalls seine prinzipienorientierte Außenpolitik aufgeben, aber es könnte von Vorteil sein, die tatsächlichen ideologischen Unterschiede zwischen Europa und den Vereinigten Staaten anzuerkennen. Europa bietet ein viel attraktiveres Modell als die USA, weil es sowohl auf Freiheit als auch auf Solidarität, Individualismus und sozialer Verantwortung basiert. Daher sollte Deutschland seinen Einfluss in Europa nutzen, um dieses Modell zu fördern und trojanische Pferde wie Orbáns Ungarn herauszufordern, die es ablehnen. Insgesamt würde eine ideelle Unabhängigkeit von den USA dabei helfen, den imperialen Wettbewerbs auch ideologisch zu bewältigen. Die europäischen Vorteile in diesem Bereich sollten nicht unterschätzt werden.

China unter Xi Jinping ist sowohl eine Herausforderung für Deutschland als auch ein wichtiges Gegengewicht zu anderen imperialen Zentren. Deutscher Außenpolitiker sollten daher mit China zusammenarbeiten, um sich im imperialen Weltsystem einen Weg zu bahnen und die Autonomie Deutschlands zu stärken. Das größte Risiko besteht darin, dass China seinen Einfluss nutzt, um europäische Länder gegeneinander auszuspielen. Wenn es Deutschland jedoch gelingt, die Einheit, Stärke und Autonomie Europas zu fördern, werden China, Russland und die USA es als gleichberechtigten Partner behandeln müssen. IPG 20

 

 

 

 

 

 

Massengrab Mittelmeer

 

Mehr als ein Dutzend Leichen an Italiens Küsten angeschwemmt

Aller Gefahr zum Trotz machen sich Menschen auf den Weg übers Mittelmeer nach Europa. Im Winter ist das Risiko besonders groß. Befürchtet wird, dass in den vergangenen Wochen Hunderte starben. Mehr als ein Dutzend wurde nun an Italiens Küsten angeschwemmt.

An Italiens Küsten sind mehr als ein Dutzend Leichen angeschwemmt worden – vermutlich Geflüchtete, die beim Versuch ums Leben kamen, das Mittelmeer zu überqueren. An Stränden auf Sizilien sowie in der süditalienischen Region Kalabrien wurden nach Angaben von Behörden in den vergangenen Tagen mindestens 15 Tote gefunden. Vermutet wird, dass die Menschen in den vergangenen Wochen auf hoher See Winterstürmen zum Opfer fielen.

Die Fahrt übers Mittelmeer nach Europa gilt auch bei normalen Wetterbedingungen als gefährlich. Oft werden Menschen von Schleppern aus Ländern wie Libyen und Tunesien in Schiffen auf den Weg geschickt, die kaum seetauglich sind. Hilfsorganisationen befürchten, dass in diesem Winter mehrere Hundert Menschen ertrunken sind. Auch auf hoher See wurden bereits Leichen gefunden, sowohl von der Küstenwache als auch von zivilen Schiffen wie Fischerbooten.

Staatsanwaltschaft leitet Ermittlungen ein

In der Nähe von Tropea, einem Badeort am Festland, wurde nach Angaben von Dienstag eine Leiche von Schülern entdeckt. Der unbekannte Mann trug eine orangefarbene Rettungsweste. Auch eine Frau, die keine Papiere bei sich hatte, wurde tot geborgen. Die Staatsanwaltschaft leitete Ermittlungen ein. Auch auf der kleinen italienischen Insel Pantelleria wurden Leichen gefunden.

Italien gehört zu den Ländern, die von der Fluchtbewegung übers zentrale Mittelmeer besonders betroffen sind. Jedes Jahr landen Zehntausende mit Booten an Italiens Küsten. Die Rechts-Regierung von Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hatte ihren Kurs in der Migrationspolitik in der vergangenen Woche nochmals verschärft.

Italien setzt Seenotrettungsschiff fest

Zuletzt haben italienische Behörden das private Seenotrettungsschiff „Humanity 1“ festgesetzt und der Betreiberorganisation eine Geldstrafe verhängt. Sie werfen der Besatzung vor, nicht mit der libyschen Küstenwache kooperiert zu haben. Italien fordert von private Seenotrettern, gerettete Geflüchtete an die Küstenwache zu übergeben, damit sie die Menschen zurück nach Libyen bringen.

Ein aktueller UN-Bericht dokumentiert in Libyen zahlreiche schwere Menschenrechtsverletzungen. Danach werden Geflüchtete und Migranten in dem Land gefoltert, unrechtmäßig inhaftiert und sexuell missbraucht. Die UN fordert die Europäische Union auf, die sogenannte Migrationspartnerschaft mit Libyen zu beenden. (dpa/mig 19)

 

 

 

 

 

 

Sprachkurs gestrichen. Dobrindt macht Integration unbezahlbar

 

Erst heißt es jahrelang „Integration geht nur mit Sprache“ – und dann macht ausgerechnet der Staat den Sprachkurs unbezahlbar. Dobrindts „Sparkurs“ spart kein Geld – und bestätigt am Ende rechte Parolen. Von Eva-Maria Frank

„Nun fällt auch noch eine weitere Grenze des Anstands in der sogenannten Migrationspolitik Alexander Dobrindts“ – das waren meine Gedanken nach den Schlagzeilen seit dem 9. Februar zur Streichung der Kostenübernahme für Sprach- und Integrationskurse nach § 44 Abs. 4 AufenthG durch das von ihm geführte Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf). Wobei mein erster Impuls wohl deutlich schlichter war: „Was soll das denn jetzt?“

Jahrelang wurde betont: Integration gelingt über Sprache. Nun findet dieses Mantra ein irritierendes Ende im neusten „Sparkurs“ der Politik, deren ökonomischer Nutzen mindestens fraglich ist, von den gesellschaftlichen Folgen ganz zu schweigen.

Während sich in manchen politischen Kreisen hartnäckig der Ärger über diejenigen hält, die „nach so vielen Jahren noch immer nicht richtig Deutsch können“, wird nun ausgerechnet denjenigen die Möglichkeit genommen, die genau das ändern wollen. Denn durch das Aussetzen der Förderung für eine freiwillige Teilnahme werden Sprach- und Integrationskurse für viele faktisch unbezahlbar. Die Kosten liegen nach Angaben von Kursträgern zwischen 1.500 oder 2.000 Euro. Kosten, die etwa für eine Person mit Duldungsstatus ohne Arbeitserlaubnis oder für Asylsuchende im laufenden Verfahren schlicht untragbar sind. Laut dem Bundesverband für Integrations- und Berufssprachkurse sind dadurch rund 40 Prozent der potenziellen Teilnehmenden faktisch ausgeschlossen.

„Die Gelder waren bereits bewilligt. Die Entscheidung ist also kein notwendiger Sparzwang.“

Aus persönlichen Gesprächen weiß ich, dass das Interesse an einem Sprach- und Integrationskurs viele Gründe hat. Für manche bedeutet er Selbstwirksamkeit durch die Möglichkeit, die Sprache und Gewohnheiten des Landes zu kennenzulernen, in dem sie leben. Für andere ist er eine Voraussetzung für Ausbildung, Schulabschluss oder Arbeit. Jeder einzelne dieser Gründe zeigt mir, wie zentral die Kostenübernahme solcher Kurse für ein Einwanderungsland ist, das eine ernst gemeinte Willkommenskultur leben möchte.

Das erstaunliche ist: Die Gelder waren im Bundeshaushalt bereits bewilligt. Die Entscheidung ist also kein notwendiger Sparzwang, sondern sendet ein deutliches Signal darüber, wie sich Deutschland verstehen möchte.

„Die Botschaft der Entscheidungsträger ist klar: Ihr seid nicht willkommen.“

Die Folgen dieser Entscheidung sind gravierend, denn das Leid vieler Geflüchtete setzt sich so in veränderter Form in Deutschland fort: Statt durch Integrationskurse ein Gefühl des Ankommens zu entwickeln, eine Aufgabe zu haben, lernen zu können und sich mit Zukunftsperspektiven statt mit vergangenen Traumata zu beschäftigen, erleben sie institutionell erzeugte Handlungsunfähigkeit. Die Botschaft der Entscheidungsträger ist klar: Ihr seid nicht willkommen.

Aus Unsicherheit wird so eine politisch herbeigeführte Aussichtslosigkeit. Am Ende bleiben Menschen zurück, die ausharren müssen ohne die Möglichkeit, ihre Situation durch institutionelle Weiterbildung zu verbessern. Dadurch wird es umso leichter, hartnäckige Parolen zu bestätigen: dass diese Menschen in Deutschland nicht integriert seien, nicht arbeiteten, die Sprache nicht sprächen und deshalb auch nicht bleiben könnten. Und all das, ohne ihnen jemals wirklich die Chance dazu gegeben zu haben. (mig 19)

 

 

 

 

 

 

 

Studie. Rassismus in Ämtern und Behörden stark verbreitet

 

Eine neue Großstudie zeigt, wie verbreitet Vorurteile und rassistische Vorstellungen in Ämtern und Behörden verbreitet ist. Routinen, Ermessensspielräumen und Behördenkultur entscheiden oft über Chancen. Wer weniger glaubwürdig erscheint, bekommt weniger Hilfe – und viele Betroffene schweigen, weil sie keine Konsequenzen erwarten.

Rassismus ist einer Studie zufolge in Behörden mindestens so verbreitet wie in der Gesamtbevölkerung. Er zeige sich seltener in offenen Anfeindungen, sondern stecke in Routinen, Entscheidungsspielräumen und der Organisationskultur, wie das Forschungsinstitut Gesellschaftlicher Zusammenhalt am Dienstag in Leipzig mitteilte. Das Institut koordinierte die vom Bundesinnenministerium mit sechs Millionen Euro geförderte Großstudie.

Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler befragten dafür den Angaben zufolge rund 13.000 Mitarbeitende der vier Bundesbehörden Bundespolizei, Zoll, Bundesagentur für Arbeit und Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, redeten mit Klienten der Behörden, beobachteten den Behördenalltag und verglichen Dokumente. „Eine Studie dieses Zuschnitts hat es in Deutschland bislang nicht gegeben“, erklärte der Studienleiter, der Leipziger Religionssoziologe Gert Pickel.

Behörden schenken Rumänen weniger Glauben

Ein Ergebnis der Studie ist, dass Rassismus „in allen Institutionentypen nachweisbar“, im Vergleich mit der Bevölkerung aber kein „einheitlich erhöhtes Maß“ diskriminierender Einstellungen zu erkennen sei, heißt es in der Mitteilung des Instituts. In einigen Dimensionen seien die Werte niedriger ausgefallen, bei anderen, etwa der Ablehnung Geflüchteter, bei Bundespolizei und Zoll aber auch höher.

In der Studie wird zur Veranschaulichung rassistischer Handlungsmuster etwa darauf verwiesen, dass ein Experiment zeigte, dass Anträge rumänischer Antragsteller als weniger glaubwürdig angesehen werden – und in der Folge weniger Unterstützung zuerkannt wird. Eine Schlechterbehandlung konstatiert die Studie auch für die Gruppe der Sinti und Roma, Muslime und nicht-weißen Geflüchteten etwa gegenüber weißen Kriegsflüchtlingen aus der Ukraine.

Nur die wenigsten beschwere sich

Diesen Befund bestätigt eine ergänzenden Onlinebefragung unter Muslimen. Danach gaben rund 80 Prozent der Befragten an, in Behörden rassistisch diskriminiert worden zu sein; 40 bis 50 Prozent berichteten von konkreten Erfahrungen in Jobcentern, Sozial- und Ausländerbehörden. „Die Folgen sind gravierend: Ein großer Teil der Betroffenen berichtet von Versagensängsten, Selbstzweifeln und langfristigen psychischen Belastungen, bis hin zu anhaltenden Angstzuständen“, so die Experten.

Erschwerend kommt hinzu, dass nur ein kleiner Teil der Benachteiligten sich an Antidiskriminierungsstellen wenden. Als Grund geben die meisten die Erwartung an, eine Beschwerde werde ohnehin folgenlos bleiben.

Wie Strukturen und Routinen Diskriminierung begünstigen

Als strukturelles Diskriminierungsrisiko erweisen sich der Erhebung zufolge auch Sprachbarrieren: „Während einigen Antragstellenden proaktiv geholfen wird, werden Personen mit eingeschränkten Deutschkenntnissen teils abgewiesen oder auf fehlende Sprachkenntnisse verwiesen. Hängt die Überwindung von Sprachbarrieren vom guten Willen einzelner Mitarbeitender ab, kann Sprache zur rassistischen Barriere werden“, heißt es in der Mitteilung zur Studie. Dabei lasse sich Rassismus in Behörden nicht vom gesellschaftlichen Meinungsklima trennen.

Die Studie empfiehlt der Politik, Schutzlücken für Betroffene zu schließen, die sich im Verhältnis zu staatlichen Institutionen bislang nicht auf das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz berufen können. Zudem rät sie zur Einrichtung unabhängiger Beschwerdestellen und rassismuskritischen Fortbildungen für Behördenpersonal. (epd/mig 18)

 

 

 

 

 

 

Wahre Stärke

 

Jenseits der Waffen entscheidet Resilienz, ob die Ukraine durchhält. Ein Modell moderner Sicherheitspolitik – auch für Europa. Von Julia Engels

Die Debatte über den Ukrainekrieg hat meist einen militärischen Fokus; es geht um Waffen und Waffenlieferungen, Truppenstärken, Frontverläufe und Verluste. Doch jenseits dieser Fragen und der Diskussion diplomatischer Bemühungen gibt es eine Dimension, die für das Durchhalten der Ukraine im Krieg entscheidend ist: gesellschaftliche Resilienz. Diese Fähigkeit, grundlegende Versorgungssysteme trotz anhaltender Angriffe und extremer Bedingungen aufrechtzuerhalten, bestimmt zunehmend, ob der Staat handlungsfähig bleibt oder in sich zusammenfällt.

Im Winter 2025/26 erreicht diese Frage eine neue Dringlichkeit. Bei Temperaturen von bis zu minus 25 Grad Celsius haben die unaufhörlichen russischen Angriffe mit Drohnen und Raketen die Strom- und Wärmeversorgung in weiten Teilen der Ukraine massiv gestört. Zerstörte Kraftwerke, beschädigte Fernwärmenetze und immer wieder unterbrochene Stromleitungen betreffen nicht nur einzelne Infrastrukturkomponenten. Sie treffen unmittelbar die Zivilgesellschaft. Die ständigen Stromausfälle bedeuten für die Menschen in der Ukraine nicht, dass ihnen Komfort fehlt, sondern sie sind eine existenzielle Belastung: Krankenhäuser arbeiten mit Notstrom, Wasserleitungen frieren ein, Heizsysteme versagen, Lieferketten geraten ins Stocken, Lebensmittel und Medikamente fehlen. Diese Realität ist kein bloßer Kollateralschaden der russischen Angriffe, sondern Ausdruck einer Kriegslogik, die gezielt die Grundlagen zivilen Lebens angreift.

Gleichzeitig offenbart sich in dieser dramatischen Situation eine paradoxe Stärke der Ukraine: Denn trotz dieser enormen Belastungen bricht die Gesellschaft nicht auseinander. Vielmehr entstehen sogar adaptive Praktiken, die die Verwundbarkeit reduzieren und Solidarität mobilisieren. Bei gesellschaftlicher Resilienz geht es dabei nicht einfach um technische Optimierung. Resilienz bezeichnet vielmehr die infrastrukturelle, organisatorische und gesellschaftliche Fähigkeit eines Systems, Störungen zu absorbieren und zugleich funktionsfähig zu bleiben. In der gegenwärtigen Phase des russischen Angriffskrieges wird deutlich, dass die Ukraine diesbezüglich bemerkenswerte Kapazitäten entwickelt hat.

Kommunale Verwaltungen richten sogenannte „Punkte der Unbeugsamkeit“ ein, beheizte Anlaufstellen mit Strom, Wasser und Internet. Lokale Initiativen beschaffen Generatoren, Solarbatterien und mobile Heizsysteme. Bürgerinnen und Bürger organisieren Brennstoffverteilungen, Nachbarschaftshilfe und Wärmestuben. Energieversorger reparieren beschädigte Netze oft innerhalb weniger Stunden, selbst unter Beschuss. Krankenhäuser und Schulen entwickeln Notfallpläne, verlegen Unterricht in digitale oder dezentrale Formate. Logistikunternehmen bauen alternative Routen auf, um Versorgungslücken zu schließen. All diese Praktiken sind kein symbolisches Beiwerk der militärischen Verteidigung; sie stellen die alltägliche Funktionsfähigkeit des Landes sicher.

Resilienz ist daher keine „weiche“, sondern eine strategische Ressource. Sie erweitert den Kriegsschauplatz: weg von einer rein militärischen Logik hin zu Fragen der Infrastruktur, der Versorgungssicherheit und der gesellschaftlichen Kohäsion. Bei Heizsystemen, Stromnetzen und Wasserleitungen – also dort, wo der Krieg im Alltag auf die Lebenswelt trifft – entscheidet sich, ob eine Gesellschaft weiter funktionieren kann.

Dieser Befund hat unmittelbare sicherheitspolitische Konsequenzen über die Ukraine hinaus. Denn hybride Kriegsführung, wie sie Russland längst schon gegen EU-Staaten betreibt, zielt nicht mehr nur auf militärische Ziele, sondern auf Energieversorgung, digitale Netze und kritische Infrastruktur sowie – mittels Desinformationskampagnen – auf den gesellschaftlichen Zusammenhalt. Sabotageakte, Cyberangriffe oder Angriffe auf Unterseekabel zeigen, wie verwundbar hochgradig zentralisierte Systeme sind.

Entsprechend hat der russische Angriffskrieg die europäische Diskussion über die Zivilverteidigung neu belebt. Länder wie Finnland oder die baltischen Staaten setzen seit Jahren auf Schutzräume, Vorratshaltung, dezentrale Energieversorgung und regelmäßige Katastrophenübungen der Bevölkerung. Sicherheit wird dort nicht nur militärisch, sondern als gesamtgesellschaftliche Aufgabe verstanden. Resilienz bedeutet Vorbereitung im Alltag: robuste Netze, Redundanzen und lokale Selbsthilfestrukturen. Es gilt, Vertrauen zwischen Staat und Gesellschaft zu schaffen. Auch Deutschland und die EU insgesamt werden sich dieser Perspektive stellen müssen, wenn sie in Krisenlagen handlungsfähig bleiben wollen.

Gleichzeitig wäre es verkürzt, die beeindruckende ukrainische Resilienz ausschließlich als Erfolgsgeschichte zu erzählen. Die ukrainische Gesellschaft steht unter enormem Druck. Kriegsmüdigkeit, ökonomische Erschöpfung, Migration und Berichte über Desertionen zeigen, dass Belastbarkeit Grenzen hat. Resilienz ist kein unerschöpflicher Vorrat, sondern ein Prozess, der gepflegt werden muss. Es gibt potenzielle Kipppunkte: anhaltende Energieausfälle, soziale Ungleichheiten oder der Verlust politischer Legitimität könnten Solidarität unterminieren.

Putins Strategie der Abnutzung zielt genau darauf. Die ständigen Angriffe schwächen nicht nur militärische Kapazitäten, sondern sollen den gesellschaftlichen Zusammenhalt zersetzen. Die entscheidende Frage lautet daher: Wie lange kann Alltagsresilienz diesem Druck standhalten? Bislang spricht vieles dafür, dass die ukrainische Gesellschaft über erhebliche Reserven verfügt. Gemeinsame Bedrohungserfahrungen stärken Solidarität, lokale Netzwerke wachsen, und die internationale Unterstützung stabilisiert die Versorgung. Gerade diese Kombination aus sozialer Kohäsion, institutioneller Anpassungsfähigkeit und externer Hilfe verhindert bislang ein systemisches Kippen.

Damit wird Resilienz zu einer normativen Frage politischer Ordnung: Woran bemisst sich die Stärke einer Gesellschaft im Krieg? Die Ukraine zeigt, dass beides zusammengehört: Es kommt nicht allein auf die Effizienz militärischer Systeme an, sondern auch auf die Fähigkeit, trotz massiver Störungen funktional zu bleiben, in Krankenhäusern, Schulen und kommunalen Versorgungssystemen. Militärische Verteidigungsfähigkeit muss flankiert werden von infrastruktureller Flexibilität und sozialer Anpassungsfähigkeit. Sicherheitspolitik darf daher nicht nur auf die Front schauen. Sie beginnt beim Aufbau von Redundanzen im Stromnetz, bei Katastrophenschutz, bei kommunalen Strukturen und bei der Schaffung von Vertrauen zwischen Staat und Bürgerinnen und Bürgern.

Gerade darin besteht eine zentrale Lehre des russischen Angriffskrieges für Deutschland und Europa: Sicherheit entscheidet sich nicht nur auf dem Schlachtfeld, sondern im Alltag – in funktionierenden Krankenhäusern, beheizten Wohnungen und stabilen Stromnetzen. Dort, wo Gesellschaft trotz Gewalt weiterlebt.

Resilienz ist also keine Ergänzung zur Verteidigungspolitik, sondern ihr Fundament. Sie bestimmt, ob militärische Erfolge politisch tragfähig bleiben und ob staatliche Handlungsfähigkeit über Monate und Jahre hinweg erhalten werden kann. Eine Armee kann Territorium verteidigen – doch nur eine funktionierende Gesellschaft kann einen langen Krieg durchstehen.

Für europäische Staaten bedeutet das eine Verschiebung des strategischen Fokus: Investitionen in Zivilschutz, Redundanzen in Energie- und Kommunikationsnetzen, robuste Kommunalstrukturen und soziale Kohäsion sind keine nachgelagerten Sozialausgaben, sondern sicherheitspolitische Kernaufgaben. Wer Resilienz stärkt, stärkt die Abschreckung, weil potenzielle Gegner wissen, dass selbst gezielte Störungen des Alltags nicht zum Zusammenbruch führen.

Die Ukraine zeigt damit über den konkreten Kriegsalltag hinaus ein Modell moderner Sicherheitspolitik: Widerstandsfähigkeit entsteht nicht allein durch Waffen, sondern durch funktionierende Institutionen und Nachbarschaften sowie durch gegenseitiges Vertrauen. Sicherheit ergibt sich nicht einfach aus militärischer Überlegenheit, sondern bedarf der Fähigkeit einer Gesellschaft, Krisen zu absorbieren, ohne ihre demokratische Ordnung und ihre Lebensweise preiszugeben.

Resilienz beschreibt letztlich genau diese Fähigkeit einer Gesellschaft, trotz Gewalt weiter zu funktionieren. Und vielleicht ist das die nachhaltigste Form von Stärke: nicht die spektakuläre Verteidigung an der Front, sondern die stille, alltägliche Stabilität einer Gesellschaft, die sich nicht zermürben lässt. IPG 17

 

 

 

 

 

 

Dobrindt verlängert Grenzkontrollen bis mindestens September

 

Seit eineinhalb Jahren gibt es Kontrollen an allen deutschen Landgrenzen. Das soll laut der Bundesregierung auch noch eine Weile so bleiben – trotz sinkender Migrationszahlen. Eine Begründung liefert sie nicht, verweist dafür auf europäische Defizite.

Trotz sinkender Migrationszahlen hält Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) weiterhin Kontrollen an den deutschen Grenzen für nötig. Diese sollten über Mitte März hinaus für weitere sechs Monate verlängert werden, sagte ein Sprecher des Bundesinnenministeriums am Montag in Berlin. Zur Begründung sagte er, es sei zwar eine Wende in der Migrationspolitik eingeleitet worden, diese sei aber „noch nicht am Ende angekommen“.

Seit September 2024 gibt es an allen deutschen Landgrenzen Kontrollen. Die Maßnahme ist umstritten und steht seit dem ersten Tag an in der Kritik. Eine solche Maßnahme ist im Schengen-Raum eigentlich nur temporär und unter bestimmten Voraussetzungen vorgesehen. Die Verlängerung muss jeweils bei der EU-Kommission angemeldet und begründet werden.

Ministerium sieht Überforderung in den Kommunen

Welche konkrete Begründung in Brüssel für die nun geplante Verlängerung bis September genannt wird, sagte der Ministeriumssprecher nicht. Grundsätzlich sollten die Grenzkontrollen fortgesetzt werden, bis es eine „funktionierende europäische Migrationspolitik“ gebe. An dieser werde gearbeitet. Der Sprecher führte zudem an, dass es in den Kommunen weiterhin „Überforderungen“ durch Migrantinnen und Migranten gebe. Angesprochen auf die Zahl der Menschen, die im Rahmen der Grenzkontrollen registriert werden, sagte der Ministeriumssprecher, diese sei „signifikant“ zurückgegangen. Eine Schwelle, ab der die Grenzkontrollen nicht mehr nötig seien, könne er aber nicht nennen.

Derweil stieß die Ankündigung der Bundesregierung zur Verlängerung von Grenzkontrollen bei Experten auf Kritik. „Beim Thema Zurückweisungen wird das Eis ab diesem Sommer rechtlich sehr dünn“, erklärte der Migrationsforscher Daniel Thym der „Welt“.

Belastung der Wirtschaft

Ebenso kritisierte der Sozialrechtsprofessor Constantin Hruschka von der Evangelischen Hochschule Freiburg das Vorgehen. Deutschland gefährde durch das „unilaterale Verhalten“ den „umstrittenen und fragilen gemeinsamen Weg in der europäischen Migrationspolitik“ und belaste durch die Grenzkontrollen auch die Wirtschaft, sagte er der „Welt“.

Ab Mitte 2026 gilt das neue Gemeinsame Europäische Asylsystem (GEAS). Die Reform soll die Einreise von Flüchtlingen besser ordnen und deren Verteilung zwischen den EU-Staaten fairer gestalten. Auch die GEAS-Reform selbst stand wiederholt in der Kritik.  (epd/mig 17)

 

 

 

 

 

 

 

Geldstrafe. Italien setzt deutsches Schiff nach Rettungsaktion fest

 

Die rechte Regierung in Rom will noch härter gegen Migranten vorgehen, die übers Mittelmeer kommen. Jetzt muss das deutsche Rettungsschiff „Humanity 1“ Geldstrafe zahlen. Italien setzt es zudem für 60 Tage auf Sizilien fest.

Italienische Behörden haben zum zweiten Mal innerhalb eines Vierteljahres das Seenotrettungsschiff „Humanity 1“ der deutschen Hilfsorganisation SOS Humanity festgesetzt. Wie die Organisation am Samstag in Berlin mitteilte, verhängten die Behörden außerdem eine Geldstrafe von 10.000 Euro gegen sie. Die zuständigen staatlichen Stellen in Italien hätten die Sanktionen angeordnet, weil die „Humanity 1“ die Kommunikation mit der libyschen Rettungsleitstelle verweigert habe.

Hintergrund sind andauernde Menschenrechtsverletzungen der libyschen Küstenwache. Die „Justice Fleet“, ein noch junges Bündnis mehrerer Seenotrettungsorganisationen, dem auch SOS Humanity angehört, hatte deshalb Anfang November angekündigt, die Einsatzkommunikation mit den Libyern zu beenden. Im August vergangenen Jahres war das Rettungsschiff „Ocean Viking“ nach Angaben seiner Betreiberorganisation SOS Méditerranée von der libyschen Küstenwache gezielt beschossen und beschädigt worden.

Dauer der Festsetzung verdreifacht

Im Dezember vergangenen Jahres wurde die „Humanity 1“ erstmals von den italienischen Behörden festgesetzt. Ein anderes Schiff der „Justice Fleet“, die „Sea-Watch 5“, sei aus denselben Gründen im Januar ebenfalls festgesetzt worden. Beim zweiten Sanktionieren der „Humanity 1“ verschärften die italienischen Behörden den Angaben zufolge die Strafe: Im Dezember durfte das Seenotrettungsschiff den Hafen für 20 Tage nicht verlassen. Nun müsse die „Humanity 1“ für 60 Tage im Hafen Trapani auf Sizilien bleiben, hieß es.

Unter der rechtsgerichteten Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hat Italien das Vorgehen gegen private Seenotrettungsorganisationen im Mittelmeer deutlich verschärft. SOS Humanity verwies auf Pläne der Regierung Meloni, Such- und Rettungseinsätze im Mittelmeer weiter zu erschweren: Sie wolle die Schiffe gesetzlich bis zu sechs Monate daran hindern, in italienische Hoheitsgewässer einzufahren, sofern ein „Sicherheitsrisiko“ bestehe.

Kritik: Retter werden bestraft

Marie Michel, politische Expertin bei SOS Humanity, kritisierte eine Täter-Opfer-Umkehr: „Während wir Menschen retten und dafür bestraft werden, wird eine sogenannte libysche Küstenwache unterstützt, die flüchtende Menschen misshandelt und tötet.“

Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten weltweit. Seit Beginn des Jahres sind nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM) bereits mehr als 530 Menschen bei der Überfahrt ums Leben gekommen oder werden vermisst. Die Dunkelziffer könnte weiter höher liegen. (epd/mig 16)

 

 

 

 

 

 

Täglich vier Angriffe. Rechts motivierte Gewalttaten nehmen zu

 

Der Trend hin zu mehr politisch motivierten Gewalttaten mit rechtem Hintergrund hat sich 2025 fortgesetzt: mehr als 1.500 wurden gezählt. Die Linke wirft der Bundesregierung vor, sie verharmlose rechte Gewalt.

Die Polizei hat in Deutschland 2025 erneut mehr rechts motivierte Gewalttaten festgestellt als im Jahr zuvor. Wie aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage der Linksfraktion hervorgeht, wurden nach vorläufigen Zahlen im Gesamtjahr bundesweit 1.521 Fälle von politisch motivierter Gewalt aus dem rechten Spektrum aktenkundig – das entspricht im Schnitt mehr als vier Vorfälle pro Tag. In der entsprechenden Statistik des Bundeskriminalamts (BKA) für 2024 sind 1.488 rechts motivierte Gewalttaten aufgeführt. Im Vorjahr waren der Polizei 1.270 Gewalttaten mit rechtem Hintergrund bekanntgeworden.

Die Bundesregierung weist in ihrer Antwort, die der Deutschen Presse-Agentur vorliegt, darauf hin, dass sich die Zahl der Taten aufgrund von Nachmeldungen noch verändern kann. Das liegt nicht nur daran, dass die Meldungen erst aus den Ländern an das BKA übermittelt werden müssen, sondern hat auch damit zu tun, dass sich die politische Motivation manchmal erst nachträglich herausstellt.

Insgesamt mehr als 41.000 rechts motivierte Straftaten

Daher ist nicht auszuschließen, dass der leichte Rückgang der Gesamtzahl aller rechts motivierten Straftaten um rund vier Prozent auf 41.072 Straftaten im Jahr 2025 – womöglich am Ende geringer ausfällt.

Typische politisch motivierte Straftaten sind Verunglimpfung des Staates und seiner Symbole, Volksverhetzung oder Beleidigung. Zu den Gewaltdelikten zählen etwa Tötungsdelikte, Körperverletzung, Landfriedensbruch, gefährliche Eingriffe in den Straßenverkehr, Freiheitsberaubung und Widerstandsdelikte.

Linke: Bundesregierung verharmlost rechte Gewalt

Die Linksfraktion hat für die letzten drei Monate des vergangenen Jahres zudem Details zu den verübten Gewalttaten erfragt. Aus der Antwort der Bundesregierung geht hervor, dass der Polizei im Oktober und im Dezember jeweils ein rechts motiviertes versuchtes Tötungsdelikt bekannt wurde.

Ferat Koçak, Innenpolitiker der Linksfraktion, wirft der Bundesregierung vor, sie verharmlose den Rechtsextremismus. „Rechte Gewalt eskaliert weiter und die Bundesregierung schaut weg“, sagt der Bundestagsabgeordnete. Um der zunehmenden Gewalt entgegenzuwirken, seien unter anderem eine dauerhafte Finanzierung von Opferberatungsstellen und anderen Projekten gegen Rechtsextremismus notwendig.

Terrorismus-Verdacht: Junge Rechte demnächst vor Gericht

Die Bundesanwaltschaft war im Mai mit Festnahmen und Durchsuchungen in mehreren Bundesländern gegen eine mutmaßlich rechtsterroristische Gruppe vorgegangen, die sich „Letzte Verteidigungswelle“ nennt.

Ihr Ziel soll es laut Bundesanwaltschaft gewesen sein, durch Gewalttaten vor allem gegen Migranten und politische Gegner einen Zusammenbruch des demokratischen Systems der Bundesrepublik herbeizuführen. Dazu zählten insbesondere Brand- und Sprengstoffanschläge auf Asylbewerberheime und linke Einrichtungen. Zum Zeitpunkt der Razzia waren die Beschuldigten zwischen 14 und 21 Jahre alt. (dpa/mig 16)

 

 

 

 

 

 

 

500.000 Aufenthaltstitel. Spaniens Migrationskurs – ein Modell für Deutschland?

 

Spanien setzt auf Pragmatismus statt Abschreckung: Wer seit Monaten im Land ist, straffrei blieb und arbeitet, soll einen Aufenthaltstitel bekommen. In Deutschland läuft die Debatte in die andere Richtung. Welche Lehren lassen sich trotzdem ziehen? Von Anne-Béatrice Clasmann

Deutschland, die USA und viele andere westliche Staaten verfolgen im Umgang mit irregulärer Migration aktuell einen restriktiven Kurs. Die linksgerichtete Regierung von Spaniens Ministerpräsident Pedro Sánchez geht einen anderen Weg (wir berichteten): Sie hat angekündigt, den Status von rund 500.000 Zuwanderern zu legalisieren. Wäre das auch ein Modell für Deutschland?

Was genau hat die spanische Regierung vor?

Ein Regierungsbeschluss sieht vor: Alle Einwanderer, die nachweisen, dass sie sich am 31. Dezember 2025 seit fünf Monaten in Spanien aufgehalten und keine Straftaten begangen haben, können auf Antrag eine vorläufige Aufenthaltserlaubnis mit Arbeitserlaubnis erhalten. Nach einem Jahr kann diese in eine reguläre Aufenthaltserlaubnis umgewandelt werden. Migrationspolitisch ist der Vorschlag liberal, mit Blick auf die Verwaltung ist es ein pragmatischer Ansatz.

Wäre so etwas auch in Deutschland möglich?

Ja, insofern als dass es EU-Recht nicht widerspricht. Allerdings ginge es hierzulande nach Einschätzung des Bundesinnenministeriums nicht ohne eine Änderung des geltenden Aufenthaltsrechts.

Wie blickt die Bundesregierung auf das spanische Modell?

Als Vorbild sieht sie es auf jeden Fall nicht. Eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums sagt, im deutschen Recht sei eine klare Trennung von Arbeitsmigration und Asylzuwanderung vorgesehen, um illegale Einreisen und aussichtslose Asylanträge mit dem Ziel der Arbeitsaufnahme in Deutschland zu verhindern und Fehlanreize zu vermeiden.

Ein nicht unwesentlicher Teil der Migranten, die sich in Spanien jetzt um einen legalen Aufenthaltstitel bemühen, ist allerdings nicht mit dem Schlepperboot oder auf anderen irregulären Wegen ins Land gekommen, sondern mit einem Touristenvisum aus Lateinamerika eingereist und nach Ablauf des Visums einfach geblieben.

Was sagen die Kritiker?

Sie wenden ein, solche Legalisierungskampagnen, die es vor etlichen Jahren auch in Italien und einigen anderen europäischen Staaten gab, böten Anreize für irreguläre Migration. Ihre Argumentation: Zuwanderer könnten darauf setzen, eine gewisse Zeit ohne Aufenthaltserlaubnis im Land zu bleiben, um dann bei einer etwaigen nächsten Regulierungswelle eine Erlaubnis für einen längerfristigen Aufenthalt zu erhalten.

Der Vorsitzende des Sachverständigenrats für Integration und Migration (SVR), Winfried Kluth, erklärt, dass vor allem Menschen mit geringer Qualifikation solche Kampagnen nutzten, um einen rechtmäßigen Aufenthaltstitel zu erhalten. Er gibt zu bedenken: „Allerdings ist auch zu beobachten, dass nicht wenige dieser Personen dann wieder in den illegalen Aufenthalt abtauchen, weil sie als legale Arbeitskräfte, die Steuern und Sozialabgaben zahlen müssen, nicht mehr attraktiv genug für die Arbeitgeber sind.“

Gibt es in Deutschland Angebote für irreguläre Migranten?

Der SVR-Vorsitzende verweist auf das deutsche Chancen-Aufenthaltsrecht, das von der Ampel-Koalition für die Dauer von drei Jahren eingeführt worden war. Auch hier galt eine Stichtagsregelung. Einen entsprechenden Antrag konnten nur Geduldete stellen, die am 31. Oktober 2022 mindestens seit fünf Jahren ununterbrochen in Deutschland lebten.

Wie der Mediendienst Integration recherchierte, besaßen zum 30. April des vergangenen Jahres 31.372 Menschen den sogenannten Chancen-Aufenthalt. Zu diesem Stichtag verfügten 16.646 Menschen, die von der Sonderregelung Gebrauch gemacht hatten, über eine weitere Aufenthaltserlaubnis. Die restlichen Menschen aus dem Ausland, die ebenfalls versucht haben, sich auf diesem Wege eine dauerhafte Perspektive in Deutschland zu schaffen, rutschten entweder in den Status der Duldung zurück, sind ausgereist oder haben auf anderem Wege einen Aufenthaltstitel erhalten – etwa durch Heirat.

Geduldete sind Menschen, die ausreisepflichtig sind, aber aus bestimmten Gründen nicht abgeschoben werden können – etwa weil sie keine Ausweisdokumente haben oder krank sind. Eine Duldung ist immer befristet.

Kluth sagt, das deutsche Modell sei „differenzierter und flexibler“. Der Jurist sieht deshalb im deutschen Rechtssystem keinen Bedarf für eine Kampagne wie in Spanien. „Aktuell wird aber auf der Basis des Koalitionsvertrags über eine Nachfolgeregelung für das Chancen-Aufenthaltsrecht nachgedacht“, fügt er hinzu.

Welche Bleiberechtsregelung plant die Bundesregierung?

Im Koalitionsvertrag ist das relativ genau ausbuchstabiert. Dort heißt es, für gut integrierte Geduldete ohne Vorstrafen mit geklärter Identität, die über ausreichende Deutschkenntnisse verfügten und seit einem Jahr durch ein sozialversicherungspflichtiges Beschäftigungsverhältnis ihren Lebensunterhalt überwiegend sichern, die sich Ende 2024 seit mindestens vier Jahren in Deutschland aufgehalten haben, solle es einen befristeten Aufenthaltstitel geben. Laut dem Koalitionsvertrag von CDU, CSU und SPD soll die geplante Regelung schon zum 31.12.2027 wieder außer Kraft treten. (dpa/mig 13)

 

 

 

 

 

 

Italien. Meloni-Regierung will Flüchtlingspolitik weiter verschärfen

 

Italiens Regierung treibt die nächste Stufe ihrer Abschreckungspolitik voran. Ein neues Gesetz soll Seeblockaden, schnellere Abschiebungen und Auslagerung von Asylverfahren ermöglichen.

Italiens rechte Regierung von Ministerpräsidentin Giorgia Meloni treibt eine weitere Verschärfung ihrer Migrationspolitik voran. Das Kabinett in Rom verabschiedete einen entsprechenden Gesetzentwurf, der die „Instrumente zur Bekämpfung illegaler Einwanderung stärken und ein strengeres Management der Migrationsströme gewährleisten“ soll. Vorgesehen sind etwa Seeblockaden, um Boote von Geflüchteten auf dem Mittelmeer aufzuhalten.

Diese zeitlich begrenzte Maßnahme soll allerdings nur in klar definierten Fällen möglich sein. Booten von Geflüchteten soll dem Gesetzentwurf zufolge in Zeiten „außergewöhnlichen Drucks“ die Durchfahrt durch italienische territoriale Gewässer untersagt werden können. In dem Kontext ist von „schwerwiegenden Gefahren für die öffentliche Ordnung oder die nationale Sicherheit“ die Rede.

Mit „illegaler“ Migration wird im politischen Sprachgebrauch irreführend auch Fluchtbewegungen von Menschen bezeichnet, die Schutz suchen. Weil sichere und legale Fluchtwege oft fehlen, bleibt den Menschen keine andere Möglichkeit, als Grenzen zunächst ohne gültige Dokumente zu passieren, um ihr Recht auf Asyl geltend zu machen. Juristisch ist das keine „illegale“ Handlung, sondern die Wahrnehmung eines international verbrieften Rechts.

Rechte Regierung will irreguläre Migration eindämmen

Seit ihrem Amtsantritt vor mehr als drei Jahren setzt die Regierung von Meloni auf eine strikte Flüchtlingspolitik. Italien gehört zu den Ländern, die von der Fluchtbewegung über das zentrale Mittelmeer überdurchschnittlich betroffen sind. Jedes Jahr landen Zehntausende Menschen mit Booten an Italiens Küsten. Das erklärte Ziel der Regierung in Rom ist es, die Überfahrten massiv einzudämmen.

Beide Parlamentskammern müssen den Gesetzentwurf noch billigen. Sollten sie dies tun, könnte das Gesetz auch neuen Schwung in die von der Meloni-Regierung forcierten Abschiebelager in Albanien bringen. In ihnen sollte im Schnellverfahren über die Asylanträge von Mittelmeer-Migranten entschieden werden, noch bevor diese einen Fuß auf italienischen Boden setzen können.

Kommt nun auch „Albanien-Modell“ voran?

Das Vorhaben, Auslagerung von Entscheidungen über Asylanträge nach Albanien, kam bislang aber überhaupt nicht voran. Die Maßnahme wurde durch mehrere Gerichtsurteile untersagt.

Der neue Gesetzentwurf sieht nun auch vor, dass Geflüchtete an Bord von Schiffen, denen die Einfahrt in italienische Territorialgewässer untersagt wurde, in Länder gebracht werden, mit denen Rom ein Abkommen über Inhaftierung oder Rückführung geschlossen hat. (dpa/mig 13)

 

 

 

 

 

Volkshochschule befürchtet Demontage aller Integrationskurse

 

Der Aufschrei wegen der angekündigten Kürzungen bei Integrationskursen hält an. Die Volkshochschulen werfen dem Innenministerium vor, die etablierten Strukturen zu demontieren. Für die SPD im Bundestag ist die Sache noch nicht entschieden. Berlin prüft eine Insellösung. Denn die Kürzungen treffen nicht nur Kursteilnehmer. Von Corinna Buschow

Die vom Bundesinnenministerium angeordnete Zugangsbeschränkung zu Integrationskursen sorgt weiter für Diskussionen. Am Mittwoch warnte der Deutsche Volkshochschul-Verband vor aus seiner Sicht „fatalen“ Folgen der Entscheidung für Betroffene, Betriebe und Träger der Kurse. Das Ministerium demontiere „die Strukturen, auf die es baut“. Während das Haus von Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) die Entscheidung verteidigte, will die SPD sie offenbar noch nicht hinnehmen. Das letzte Wort sei noch nicht gesprochen, sagte der Parlamentarische Geschäftsführer der SPD, Dirk Wiese, am Mittwoch in Berlin.

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) hatte den Trägern von Integrationskursen am Montag mitgeteilt, dass „bis auf Weiteres“ keine Teilnehmer mehr zugelassen werden, für die der Kurs nicht verpflichtend ist. Das betrifft Asylbewerber im Verfahren, Geduldete, Migranten aus der EU sowie Flüchtlinge aus der Ukraine. Begründet wird die Beschränkung in dem Schreiben mit den Kosten für die Kurse. Die Entscheidung sorgte für heftige Kritik.

Volkshochschulen: Auch Pflichtkurse in Gefahr

Nach Schätzung der Volkshochschulen, die der größte Träger der Kurse sind, kommen mehr als die Hälfte der Teilnehmer der Integrationskurse freiwillig und nicht, weil sie etwa vom Jobcenter dazu verpflichtet wurden. Ohne diese Teilnehmenden wackeln nach der Prognose des Verbands die Kurse insgesamt, weil die vom Bundesamt vorgegebene Mindestteilnehmerzahl nicht mehr erreicht werden könne. „Dadurch haben künftig auch viele zur Teilnahme Verpflichtete keine Chance mehr auf einen Platz im Kurs“, heißt es in der Erklärung.

Die „kurzsichtige Sparaktion“ werde sich langfristig auswirken, warnt der Verband. Die Volkshochschulen könnten Lehrkräften keine Perspektive mehr bieten und würden finanziell geschädigt. Kommunen wiederum bezahlten den Lebensunterhalt für Menschen, „die mit ausreichenden Deutschkenntnissen längst unabhängig von Sozialleistungen wären“. Der Volkshochschul-Verband schätzt, dass mit den aktuellen Kürzungen 130.000 Menschen vom Integrationskurs ausgeschlossen werden.

Kritik kam auch vom Berlin-brandenburgischen Landesbezirk von ver.di. Betroffen seien nicht nur Asylbewerber und Geflüchtete, sondern allein in Berlin gerieten rund 800 Deutsch-Dozenten, Kursträger und Deutschlehrkräfte in existenzielle Nöte, warnte die Gewerkschaft.

SPD „sehr irritiert“ über Entscheidung

Auch bei der SPD stößt die Entscheidung des Innenministeriums auf Kritik. „Viele, die die Integrationskurse in den letzten Jahren erfolgreich durchlaufen haben, sind ja auch in Deutschland angekommen, haben hier Fuß gefasst auf dem Arbeitsmarkt“, sagte Wiese. Er äußerte sich „sehr irritiert“ über das Aus für freiwillige Teilnehmer. Die SPD werde das Gespräch suchen, kündigte er an.

Das Bundesinnenministerium und das zuständige Bundesamt für Migration und Flüchtlinge verteidigten indes die Entscheidung. Man führe die Kurse damit „wieder auf ihren eigentlichen Auftrag zurück“, erklärten Sprecher beider Häuser am Mittwoch. Gefördert würden vor allem Menschen, die eine dauerhafte Bleibeperspektive hätten. Zudem reagiere man damit auf die reduzierten Migrationszahlen, senke Ausgaben und gleichzeitig „Fehlanreize“ und setze Prioritäten.

Wie viel Geld mit der Beschränkung voraussichtlich eingespart wird, konnte das Innenministerium nicht sagen. Für dieses Jahr sind im Haushalt für die Kurse rund eine Milliarde Euro vorgesehen.

Berlin: Senatorin denkt über Insellösung für Integrationskurse nach

In der Hauptstadt sorgt die Entscheidung des Bundesinnenministeriums für Sorgenfalten. Berlins Integrationssenatorin Cansel Kiziltepe (SPD) übte am Donnerstag deutliche Kritik an den Plänen. Sie will jetzt „landesrechtliche Maßnahmen“ prüfen, um einem „möglichst weiten Kreis von Menschen“ die Teilnahme dennoch zu ermöglichen.

„Die finanzielle Absicherung und Fortführung dieser Kurse ist von großer integrationspolitischer Bedeutung“, betonte die SPD-Politikerin. Kiziltepe sprach von „katastrophalen kurzfristigen und nachhaltigen Folgen“ der Entscheidung. „Integrationskurse sind Grundpfeiler unserer Integrationspolitik“, betonte sie. (epd/mig 13)

 

 

 

 

 

 

Nach dem Vertrag ist vor dem Wettrüsten: Die Welt ohne atomare Fesseln

 

Am 5. Februar ist mit „New Start“ das letzte Abkommen ausgelaufen, das die Nukleararsenale der beiden größten Atommächte begrenzt hat. Damit existiert erstmals seit Jahrzehnten kein Vertrag mehr zwischen den USA und Russland – jenen Staaten, die gemeinsam 90 Prozent der weltweiten Atomwaffen halten. Papst Leo XIV. hatte eindringlich vor einer „unmenschlichen“ neuen Ära des Wettrüstens gewarnt.

Das Ende des Vertrags kommt nicht überraschend, doch die Substanz des Bruchs ist gravierend. Benoît Pélopidas, Gründer des Forschungsprogramms für Nuklearstudien an der Sciences Po und Gast bei Radio Vatikan, betont, dass die Kontrollmechanismen schon lange zuvor erodierten. „Die Inspektionen waren bereits während der Pandemie ausgesetzt worden, und Russland hatte seine Teilnahme im Februar 2023 offiziell gestoppt“, so der Experte. Da auch die USA seit 2023 keine aktuellen Zahlen mehr veröffentlichten, war die bindende Kraft des Vertrages schon vor seinem offiziellen Ablauf nur noch ein Schatten ihrer selbst.

Ein Arsenal weit über den Bedarf der Abschreckung hinaus

Die Zahlen sind nach wie vor schwindelerregend. Während oft von einer Begrenzung auf rund 1.550 einsatzbereite Sprengköpfe die Rede war, lagern in den Depots der USA insgesamt etwa 3.700 Waffen – bei Russland sieht es ähnlich aus. Pélopidas stellt klar: „Wir befinden uns, insbesondere in den USA und Russland, weit über den Kapazitäten, die selbst von den Generalstäben dieser Länder als notwendig für eine nukleare Abschreckung angesehen werden.“

Das Auslaufen von „New Start“ bedeutet nun, dass jene Kräfte auf beiden Seiten, die eine Aufstockung der Arsenale fordern, ein Hindernis weniger haben. Pélopidas spricht jedoch nicht von einem Neustart des Wettrüstens, sondern von einer „Beschleunigung eines bereits laufenden Prozesses“. Dieser habe in den USA bereits 2010 unter Präsident Obama mit einem massiven Modernisierungsprogramm der nuklearen Triade (Luft, Boden, See) begonnen und wurde unter der Trump-Administration fortgesetzt. Heute investieren alle neun Atommächte weltweit massiv in die technische Erneuerung ihrer Zerstörungskraft.

Die Illusion des „nuklearen Friedens“

Papst Leo XIV. griff das Thema jüngst nach einer Generalaudienz auf und erinnerte an die Worte seiner Vorgänger: Die Vorstellung, Atomwaffen könnten dauerhaften Frieden garantieren, sei eine gefährliche Utopie. Pélopidas stützt diese Sichtweise aus wissenschaftlicher Perspektive. Der Glaube an eine „gewaltfreie Abschreckung“ blende die humanitären und ökologischen Folgen aus, die bereits durch atmosphärische Atomtests der Vergangenheit die Biosphäre geschädigt haben.

Zudem zeige die aktuelle Weltlage, dass der nukleare Schutzschirm konventionelle Aggressionen oft erst ermöglicht, statt sie zu verhindern. „Die russische Aggression in der Ukraine ist das jüngste Beispiel“, erklärt Pélopidas. „Der Kreml kalkulierte damit, dass der Westen aus Angst vor einer nuklearen Eskalation vor einem übermäßigen Engagement zurückschreckt.“

Das Ende von „New Start“ lässt die Welt somit in ein Unbekanntes taumeln, in dem die einzige Konstante die technologische Perfektionierung der Vernichtung zu sein scheint. (vn 12)

 

 

 

 

 

 

Gefährliche Nostalgie

 

Das eigentliche Risiko ist nicht das Chaos, sondern die Sehnsucht nach der alten Ordnung. Wer an ihr festhält, blockiert die Zukunft. Di Margrethe Vestager

Wenn mich jemand fragt, wie es mir geht, antworte ich in der Regel: „Mir geht es gut, aber die Welt ist ein Chaos.“ Dennoch waren die letzten Wochen für mich als Dänin besonders schwierig, und unvergleichlich schlimmer für die Menschen in Grönland. Mit seiner Behauptung, dass Macht Recht schaffe, seinen Drohungen gegen die dänische Souveränität, mit seiner Untergrabung der Vereinten Nationen durch einen sogenannten Friedensrat und mit seiner Kommerzialisierung humanitärer Hilfe hat US-Präsident Donald Trump seine Weltanschauung klar gezeigt, und sie ist zutiefst beunruhigend.

Die unbequeme Wahrheit ist allerdings, dass die Weltordnung schon vor Trumps erster Präsidentschaft kaputt war. Er hat diese Dysfunktionalität nicht geschaffen, sondern lediglich Öl ins Feuer gegossen und den Niedergang beschleunigt. Die Vereinten Nationen hatten schon lange nicht mehr wirksam funktioniert, und die Welthandelsorganisation (WTO) war weitgehend zum Stillstand gekommen. Große Regionalmächte wie Indien, Brasilien und Südafrika stellten die Legitimität eines internationalen Systems, das an einer westlichen Perspektive festhielt und allzu oft weder ihre Standpunkte widerspiegelte noch ihren Interessen Rechnung trug, offen in Frage.

Die eigentliche Gefahr besteht nun darin, dass das von Trump ausgelöste Chaos als Ausrede für Stillstand genutzt werden könnte – dass wir so damit beschäftigt sein werden, die alte Ordnung zu verteidigen, dass wir es versäumen, eine bessere aufzubauen. Es ist allzu verlockend, eine Wagenburgmentalität zu entwickeln und bestehende Institutionen aus Prinzip oder Pflichtgefühl zu verteidigen. Aber dieser defensive Ansatz verfehlt den wesentlichen Punkt: Die Alternative zu einer dysfunktionalen Ordnung ist nicht dieselbe Ordnung, nur eben besser funktionierend. Es ist eine bessere Ordnung – oder gar keine.

Wenn internationale Institutionen keine Legitimität haben, verfolgen Länder ihre Interessen einseitig. Wenn die WTO Streitigkeiten nicht lösen kann, verfallen Regierungen irgendwann auf Zollkriege. Wenn der UN-Sicherheitsrat gelähmt ist, breiten sich Konflikte aus, und das geht dann vor allem zu Lasten kleinerer Länder und der globalen Gemeingüter. Wir haben dies im Hinblick auf die Bekämpfung des Klimawandels, auf Pandemien, Cybersicherheit und andere kollektive Herausforderungen immer wieder erlebt.

Trumps auf dem Recht des Stärkeren fußender Ansatz funktioniert nur, weil unsere institutionellen Mechanismen bereits versagt haben. Jetzt, da er fröhlich die Überreste der alten Ordnung zerstört, ist eine Reform- und Erneuerungsstrategie kein Luxus, den aufzuschieben wir uns leisten können. Die Erosion institutioneller Legitimität schafft genau die Bedingungen, unter denen Politiker wie Trump Erfolg haben können.

Ein augenfälliger Beweis dafür, dass eine bloße Reform der bestehenden globalen Institutionen keine Option mehr ist, sind die von der künstlichen Intelligenz ausgehenden Herausforderungen. Diese Technologien – mit ihrem außerordentlichen potenziellen Nutzen und ebenso außerordentlichen Risiken – kann kein einzelnes Land, egal, wie mächtig es sein mag, allein regulieren. Eine wirksame Regulierung erfordert genau das, was uns fehlt: legitime effektive globale Zusammenarbeit.

Damit eröffnet sich uns eine Chance. Im Gegensatz zur Reform von Institutionen, die von jahrzehntelanger Dysfunktionalität und Ressentiments belastet sind, können wir den Ordnungsrahmen für die KI von Grund auf neu aufbauen, und was wir aufbauen, kann statt der westlichen Dominanz von gestern die multipolare Realität von heute angemessen widerspiegeln.

Der 2023 im Rahmen der japanischen G7-Präsidentschaft ins Leben gerufene Hiroshima AI Process bietet ein Modell, auf dem wir aufbauen können. Er brachte wichtige Volkswirtschaften zusammen, um freiwillige Richtlinien für die Entwicklung und den Einsatz von KI zu erstellen. Aber natürlich reichen freiwillige Richtlinien einer begrenzten Gruppe von Ländern nicht aus. Was wir wirklich brauchen, ist ein globaler Rahmen, der den Globalen Süden einbezieht, ein optimales Gleichgewicht zwischen Innovation und Sicherheit herstellt und über funktionierende Durchsetzungsmechanismen verfügt.

Dabei geht es nicht darum, eine neue Bürokratie zu schaffen. Es geht darum, klare Grundsätze in Bezug auf Sicherheit, Transparenz, rechtliche Haftung und die Rechte der betroffenen Bevölkerungsgruppen festzulegen. Auf diese Weise können alle Länder darauf vertrauen, dass sich die KI auf eine Weise entwickelt, die der Menschheit dient und nicht nur engen nationalen oder privaten Interessen.

Der Vergleich mit Atomwaffen ist aufschlussreich, auch wenn er etwas hinkt. Die KI lässt sich nicht durch Nichtverbreitungsverträge eindämmen; dafür ist die Technologie einfach zu weit verbreitet. Stattdessen brauchen wir etwas, das eher den Regelwerken für die Flugsicherheit oder die Pandemieüberwachung ähnelt. Diese funktionieren durch – auf gemeinsame Eigeninteressen gestützte – technische Zusammenarbeit, mit Mechanismen für den schnellen Informationsaustausch und für koordinierte Reaktionen auf neu auftretende Risiken.

Wir brauchen Rahmenregeln, die inklusiv und alltagstauglich sind und echte Handlungsspielräume eröffnen. Der Aufbau wirksamer Strukturen zur Regulierung der KI könnte zeigen, wie ein reformierter Multilateralismus praktisch aussehen könnte – und er könnte wieder Vertrauen aufbauen, dass internationale Zusammenarbeit echten Nutzen bringt. Er könnte zudem ein Modell für die Bewältigung anderer Herausforderungen schaffen, die nicht an nationalen Grenzen Halt machen.

Die Welt ist in der Tat in einem chaotischen Zustand. Aber die Verteidigung von Institutionen, die ihre Wirksamkeit und Legitimität verloren haben, ist keine Lösung. Wir können und müssen etwas Besseres aufbauen, beginnend mit der KI. Die Alternative ist nicht die Bewahrung des Status quo, sondern dessen vollständiger Zusammenbruch. PS/IPG 12

 

 

 

 

 

Rheinland-Pfalz vereinfacht Anerkennung ausländischer Abschlüsse

 

Ausländische Fachkräfte sollen in Rheinland-Pfalz künftig schneller einen qualifizierten Job finden. Dafür hat der Landtag Grundlagen geschaffen: schnellere Anerkennung ausländischer Abschlüsse – auch englischsprachige Unterlagen sollen künftig ausreichen.

Berufsabschlüsse aus dem Ausland sollen in Rheinland-Pfalz künftig schneller anerkannt werden. Der Landtag hat in seiner letzten planmäßigen Sitzung vor der Wahl am 22. März eine Novelle des Berufsqualifikationsfeststellungsgesetzes mit den Stimmen aller Fraktionen außer der AfD beschlossen.

Englischsprachige Unterlagen sollen danach künftig in der Regel für eine Anerkennung ausreichen und die Verwaltungen möglichst schnell, spätestens innerhalb von drei Monaten entscheiden. Zudem soll auch eine Beschäftigung in Berufen ermöglicht werden, die mit der anerkannten Qualifikation verwandt sind.

Rund 3.500 Anträge auf Anerkennung eines Abschlusses seien 2024 gestellt worden, 25 Prozent mehr als im Vorjahr, sagte Wirtschaftsministerin Daniela Schmitt (FDP). Der AfD hielt sie vor, ihre Ablehnung der Gesetzesänderung zeige, dass die Partei auch von qualifizierter Zuwanderung nichts halte.

(dpa/mig 12)

 

 

 

 

 

Sozialminister schreiben EU-Bürger aus dem Sozialstaat

 

Die Sozialminister der Länder drängen darauf, „wirtschaftlich inaktive“ EU-Bürger zur Rückkehr zu bewegen – notfalls durch Abschiebung. Problematisch ist nicht nur die Härte des Kurses, sondern auch die Art. Von Joachim Krauß

Im November 2025 hat die Arbeits- und Sozialministerkonferenz (ASMK) einen Beschluss gefasst, der kaum Schlagzeilen machte – aber für viele EU-Bürger in Notlagen erhebliche Folgen haben kann. Darin fordert die Konferenz eine „geordnete freiwillige Rückkehr“ von „wirtschaftlich inaktiven“ EU-Bürgern. Und falls das Freizügigkeitsrecht verloren geht, solle „ggf. auch“ eine „unfreiwillige Rückführung“ möglich sein.

Gleichzeitig heißt es, diese Menschen sollten „weiterhin“ den Krankenversicherungsvorschriften ihres Herkunftslandes unterliegen – auch wenn sie längst in Deutschland leben. Genau dieses Wort, „weiterhin“, ist der Dreh- und Angelpunkt: Es klingt so, als sei die Zuständigkeit des Herkunftslands selbstverständlich. Doch so einfach ist es nach EU-Recht nicht.

Gemeint sind Menschen, die gerade nicht arbeiten – zum Beispiel, weil sie krank sind, einen Unfall hatten, keine Stelle finden oder nur sehr unregelmäßig Beschäftigung haben. Gerade sie geraten schnell in Versorgungslücken: Wer nicht stabil arbeitet, hat es schwerer, Ansprüche aufzubauen und sich in einem komplexen System zu orientieren.

„Ganz normal“ – und doch ein Systemloch

Ein Beispiel, wie es Beratungsstellen kennen: Ein 42-jähriger Mann aus Rumänien lebt seit drei Jahren in Deutschland. Er hat sporadisch auf dem Bau gearbeitet. Nach einem Arbeitsunfall ist er erwerbsunfähig. Weil Versicherungszeiten fehlen, scheitert der Zugang zur gesetzlichen Krankenversicherung. Eine freiwillige Weiterversicherung ist ebenfalls nicht möglich – es fehlen Nachweise und Vorzeiten.

Dass das kein Randproblem ist, zeigen Zahlen der Bundesarbeitsgemeinschaft Wohnungslosenhilfe (BAG W). In der Wohnungsnotfallhilfe hatten 17,3 Prozent der nicht-deutschen Klientinnen und Klienten keinen Krankenversicherungsschutz. Bei EU-Bürgern lag der Anteil sogar bei 27,5 Prozent. Unter den nicht-deutschen Menschen ohne Krankenversicherung leben zudem auch Haushalte mit Kindern.

Die Frage lautet also nicht: „Wer hat sich falsch verhalten?“ Die Frage lautet: Wer sorgt dafür, dass Menschen, die hier leben, im Krankheitsfall nicht ohne Versorgung dastehen?

Der Beschluss: Rückkehr statt Versorgung

Die ASMK beantwortet diese Lage politisch bemerkenswert klar: Wer „wirtschaftlich inaktiv“ ist, soll nach Möglichkeit „geordnet“ in das Herkunftsland zurückkehren. Und damit das funktioniert, sollen nach dem Willen der Länder auch migrationspolitische Instrumente genutzt werden – etwa „Rücknahmeabkommen“ mit „hauptsächlich betroffenen“ Herkunftsländern, „insbesondere osteuropäischen“.

Auffällig ist dabei nicht nur die Schärfe des Kurswechsels, sondern ein einzelnes Wort: „weiterhin“. Es suggeriert, dass die Zuständigkeit des Herkunftslandes für Krankenversicherung schon heute gilt und lediglich fortgeführt werden müsse. Genau hier beginnt das Problem.

Was das EU-Recht tatsächlich regelt – in einfachen Worten

Die EU-Verordnung 883/2004 koordiniert die sozialen Sicherungssysteme in Europa. Das Grundprinzip lautet: Es soll immer nur ein Staat zuständig sein, damit Menschen nicht doppelt zahlen – oder in die Leere fallen.

Für Personen, die nicht unter bestimmte Kategorien fallen (etwa Beschäftigte), greift eine Auffangregel: Zuständig ist grundsätzlich der Staat, in dem die Person wohnt. In der Logik der Verordnung bedeutet das: Wer in Deutschland lebt, fällt sozialrechtlich grundsätzlich in den Verantwortungsbereich Deutschlands – auch wenn die Person gerade nicht arbeitet.

Der ASMK-Beschluss stellt das politisch auf den Kopf, wenn er eine fortdauernde Herkunftslandzuständigkeit nahelegt. Das ist mehr als eine sprachliche Ungenauigkeit: Es verschiebt Verantwortung.

„Ändern“ – oder so tun, als sei es schon geändert?

Besonders brisant wird der Widerspruch, wenn man die jüngere Linie der ASMK danebenlegt. Noch im Dezember 2024 hatte die ASMK – nach Darstellung im Text – eine Änderung der EU-Regeln gefordert, um wirtschaftlich inaktive EU-Bürger sozialrechtlich dem Herkunftsland zuzuordnen. Eine solche Forderung ergibt nur Sinn, wenn die Rechtslage eben nicht bereits so ist.

Im Ergebnis wirkt der Beschluss von November 2025 wie ein rhetorischer Trick: Was zuvor als politischer Änderungswunsch formuliert wurde, wird nun als bestehender Zustand („weiterhin“) beschrieben.

Der Zirkelschluss: Freizügigkeit mit Krankenversicherung – aber ohne Zugang

Der Konflikt endet nicht bei Paragrafen. Er zeigt sich in einem praktischen Widerspruch, den Fachstellen seit Jahren beschreiben:

1. In der Praxis wird von EU-Bürgern häufig verlangt, einen Krankenversicherungsschutz nachzuweisen, um Aufenthaltsrechte abzusichern oder Behördenverfahren zu bestehen.

2. Gleichzeitig gibt es Konstellationen, in denen genau dieser Krankenversicherungsschutz nicht erreichbar ist – etwa wegen fehlender Versicherungszeiten, unsteter Jobs, Formalhürden oder ungeklärter Zuständigkeiten.

3. Wer dann „zurückkehren“ soll, hat im Herkunftsland oft ebenfalls keinen einfachen Anspruch mehr, weil der Wohnsitz verlagert wurde – und weil nach EU-Logik gerade der Aufenthaltsstaat zuständig ist.

Ein Urteil des Europäischen Gerichtshofs (EuGH) von 2021 (C-535/19) ist in diesem Kontext wichtig: Das Gericht hat einen pauschalen Ausschluss wirtschaftlich nicht aktiver Unionsbürger vom Zugang zu einem öffentlichen Krankenversicherungssystem als unionsrechtswidrig bewertet – ein Hinweis darauf, dass „Wohnstaatsprinzip“ nicht nur Theorie ist, sondern praktische Schutzwirkung entfalten soll.

Für Deutschland bedeutet das nicht automatisch, dass jede Einzelfrage geklärt wäre. Aber es schärft den Blick: Wenn Politik „Rückkehr“ fordert, ohne die Versorgungslücken im Aufenthaltsstaat zu schließen, droht genau das, was Sozialrecht eigentlich verhindern soll – der Absturz ins Nichts.

„Sozialtourismus“ – und was die Daten dazu sagen

In der politischen Debatte werden solche Lagen oft mit Begriffen wie „Leistungsmissbrauch“ oder „Sozialtourismus“ gerahmt. Das ist ein Deutungsangebot: Nicht das System produziert Lücken, sondern Menschen nutzen es aus.

Die Daten aus der Wohnungsnotfallhilfe zeichnen ein anderes Bild. Dort zeigt sich, dass viele Betroffene gearbeitet haben – und dennoch in prekäre Lagen geraten. Die Erklärung liegt weniger in „fehlendem Willen“ als in unsicheren Jobs, niedrigen Löhnen, harter Wohnungssuche und bürokratischen Hürden – also in Strukturen, die sich nicht durch Moralappelle beheben lassen.

Von Krankenversorgung zu Migrationskontrolle

Der Beschluss von November 2025 markiert damit einen Wandel: Was als Frage von Zuständigkeit und Kosten beginnt, wird zu einem Instrument der Steuerung von Migration innerhalb der EU.

Besonders deutlich wird das in zwei Punkten:

* Rücknahmeabkommen: Das ist ein Begriff, der sonst vor allem im Umgang mit Drittstaatsangehörigen verwendet wird. Ihn auf EU-Bürger zu übertragen, wirkt wie eine Verschiebung des Blicks: EU-Freizügigkeit wird nicht als Grundrecht behandelt, sondern als „Problem“, das man verwalten und begrenzen möchte.

* „insbesondere osteuropäische“ Herkunftsländer: Die Formulierung bündelt sehr unterschiedliche Staaten und Lebenslagen zu einer vermeintlichen Problemgruppe. Das kann stigmatisieren – und es passt auffällig gut zu bekannten politischen Erzählungen, die Armut als „importiertes“ Risiko markieren.

Hinzu kommt ein weiterer Satz aus dem Beschluss: Herkunftsländer sollen durch „Aufklärungskampagnen“ Abwanderung von Menschen verhindern, die „nicht ausreichend für die Beschäftigungsaufnahme in Deutschland geeignet“ seien. Das geht über den Umgang mit bereits in Deutschland lebenden Menschen hinaus. Es zielt auf präventive Migrationsverhinderung – begründet über Sozialstaat und Krankenversicherung.

Sozialstaatskommission: Restriktion im Gewand der Modernisierung

In dieselbe Richtung deuten aktuelle Vorschläge zur „Modernisierung“ des Sozialstaats. In Empfehlungen einer vom Bundesministerium für Arbeit und Soziales eingesetzten Sozialstaatskommission wird unter anderem diskutiert, den Zugang zu Leistungen stärker an „vollzeitnahe“ Beschäftigung und Mindestbeschäftigungszeiten zu koppeln – begründet mit angeblichen „Fehlanreizen“.

Daran ist vor allem eines problematisch: Viele EU-Bürger arbeiten in Branchen, in denen Teilzeit, Saisonarbeit, wechselnde Verträge und mehrere Jobs parallel normal sind – Bau, Reinigung, Pflege, Gastronomie. Wer solche Arbeit leistet, ist längst Teil des Arbeitsmarkts. Ein System, das Absicherung an „vollzeitnah“ knüpft, würde gerade diejenigen treffen, die die Realität prekärer Arbeit tragen – und deren Lebensrisiken das Sozialrecht eigentlich auffangen soll.

Externalisierung statt Lösung

Der ASMK-Beschluss passt in ein Muster: Verantwortung wird nach außen verlagert. Herkunftsländer sollen übernehmen. Kommunen sollen „Clearingstellen“ schaffen. Die EU soll Regeln ändern. Nur die zentrale Frage bleibt offen: Wie wird Versorgung in Deutschland sichergestellt, wenn Menschen hier leben und durchs System fallen?

„Freiwillige Rückkehr“ klingt dabei weich. In der Realität ist sie oft ein Wort für Druck: Wer keine Wohnung hat, kein Geld und keinen Zugang zu Behandlung, hat kaum echte Wahl.

Fazit: Freizügigkeit nach Verwertbarkeit?

Der Beschluss offenbart ein selektives Solidaritätsverständnis: EU-Bürger sind willkommen, solange sie arbeiten und einzahlen. Wird jemand krank, verliert Arbeit oder fällt aus anderen Gründen aus dem Erwerbsleben, lautet die Antwort: Rückkehr – und das mit der Behauptung, das Herkunftsland sei „weiterhin“ zuständig.

Damit droht Freizügigkeit zu einem Grundrecht nach Kassenlage zu werden. Doch soziale Sicherungssysteme sind nicht für die guten Tage da. Sie sollen schützen, wenn es schlecht läuft.

Am Ende steht deshalb eine einfache, unbequeme Frage: Ist Freizügigkeit ein europäisches Grundrecht – oder ein Angebot auf Widerruf, sobald jemand arm oder krank wird? (mig 11)

 

 

 

 

 

 

 

Das andere Amerika

 

Kommerziell, sexy und politisch: Bad Bunnys Show beim Super Bowl ist die perfekte Antwort auf den Hass, den die MAGA-Bewegung sät.  Stefan Peters

Die Weltpolitik ist im Mainstream der Popkultur angekommen. Etwa 200 Millionen Menschen weltweit haben am vergangenen Sonntag den Super Bowl LX geschaut. In den USA ist das Finale der US-amerikanischen American-Football-Profiliga National Football League (NFL) ein nationales Ereignis, auf das sich in einem ansonsten tief gespaltenen Land (fast) alle einigen können. Der Super Bowl war schon immer mehr als nur Sport. Doch diesmal war klar: Es ging um Politik. Für die glamouröse Halbzeitshow hatte die NFL mit Bad Bunny nicht nur den erfolgreichsten männlichen Künstler der Gegenwart eingeladen. Sie brachte mit ihm auch eine neue Version lateinamerikanischer Protestmusik in die Wohnzimmer der USA und der Welt. 

Lateinamerika ist bekannt für Protestsongs – gegen Militärdiktaturen, Imperialismus und für eine emanzipatorische Politik. Dieser Musik wird heute oft attestiert, angesichts des Generationenwandels und neuer Formen des Kulturkonsums in Social Media sowie der Eventisierung von Konzerten und Festivals aus der Zeit gefallen zu sein. In der Tat: Trotz eines weltweiten politischen Rechtsrucks, der offen die Grundlagen einer regelbasierten internationalen Ordnung, von Menschenrechten und demokratischen Rechten herausfordert, erleben wir kein Revival der klassischen Protestmusik. Where Have All the Protest Songs Gone?

Eine Ikone der lateinamerikanischen Protestmusik, Silvio Rodríguez, hat eine ihrer zentralen Facetten benannt: „Kunst soll unterhalten und erziehen, Kunst die nicht unterhält, scheitert.“ Die heutige Generation der lateinamerikanischen Protestmusik hat sich diese Losung zu Herzen genommen und eine geradezu revolutionäre Wendung vorgenommen. Heute ist sie Teil der Kulturindustrie und vor allem kommerziell erfolgreich. Hierfür setzt sie auf die Regeln des Mainstreams und erreicht ein heterogenes Massenpublikum. Dies führt zwangsläufig zu Ambivalenzen, etwa zur Kommerzialisierung des Protestes. Und doch bleibt es nicht bei einer rein hedonistischen Akklamation des Bestehenden à la Love Parade – die gegenwärtige lateinamerikanische Mainstream-Protestmusik macht Politik tanzbar. 

Benito Antonio Martínez Ocasio, besser bekannt als Bad Bunny, symbolisiert wie kein anderer Gegenwartskünstler die Melange aus Mainstream und politischem Protest. Der puerto-ricanische Künstler kommt aus dem Reggaeton – einem populären Genre, das trotz seines subkulturellen und kritischen Ursprungs heute nicht gerade für emanzipatorische politische Inhalte bekannt ist: Tatsächlich ist kaum zu bestreiten, dass ein Großteil der Reggaeton-Musik vulgär, sexistisch und inhaltlich platt ist. Dass es auch anders geht, zeigen etwa feministische Reggaeton-Künstlerinnen wie Chocolate Remix, Cazzu oder Torta Golosa. Auch Bad Bunny kombiniert den Reggaeton mit politischen Inhalten, aber er verbindet dies mit einem kommerziellen Erfolg, der ihn zu einem popkulturellen Weltstar macht. Dies und die Hoffnung auf Erschließung neuer Märkte für den American Football motivierte die NFL dazu, dem lateinamerikanischen Künstler die größte Live-Musik-Bühne der Welt mit globaler Strahlkraft zu geben: die Halbzeitshow beim Super Bowl.

Politische Positionierungen finden sich auf verschiedenen Ebenen im Werk von Bad Bunny. Die Tatsache, dass er ausschließlich auf Spanisch singt, ist eine Botschaft für die Millionen Latinos nicht nur in den USA: Latin is beautiful. Dies hat er auf seinem letzten Album – „DeBÍ TiRAR MáS FOToS“ („Ich hätte mehr Fotos machen sollen“) – durch den Rückgriff auf traditionelle lateinamerikanische Musikstile und politisches Storytelling weiter akzentuiert. Sprache und Kultur Lateinamerikas sind kein Stigma, sondern Teil der Identität und Quelle der Emanzipation.

Diese Botschaft verbindet der Künstler mit einer klaren Positionierung gegen die menschenverachtende Migrationspolitik der Regierung von Präsident Trump. Weil er Deportationen im Umfeld seiner Konzerte befürchtete, verzichtete er auf Auftritte in den USA. Bei der Grammy-Verleihung Anfang Februar verurteilte er öffentlichkeitswirksam die Migrationspolitik und das Vorgehen von ICE. In seinen Texten mischt Bad Bunny Liebe, Party und Verweise auf den genretypischen Perreo-Tanz mit klaren Botschaften gegen Gentrifizierung, Korruption, die Stigmatisierung von lateinamerikanischen Migranten und den Status der Menschen Puerto Ricos als US-Amerikaner zweiter Klasse sowie folgerichtig für die Unabhängigkeit der Karibikinsel. Schließlich symbolisiert die Figur Bad Bunny auch eine kritische Auseinandersetzung mit hegemonialen Maskulinitätsvorstellungen. Er positioniert sich deutlich für Diversität und die Rechte von Transpersonen.

Entsprechend waren die Reaktionen der politischen Rechten in den USA auf die Ankündigung des Acts in der Halbzeitshow des Super Bowls ebenso schrill wie vorhersehbar. Bad Bunny repräsentiert das Andere im aggressiven rechten Kulturkampf: migrantisch, woke und liberal. Der Kulturkampf wird von der Rechten offensiv und aggressiv geführt. Der Präsident höchstpersönlich empörte sich auf Social Media. Aus seinem Lager heraus wurde mit einer All-American Halftime Show eine rechte Gegenveranstaltung organisiert. Doch diese radikale Ablehnung verfängt nur bei eingefleischten Rechtsauslegern. Auch Trump selbst schaute am Abend des Super Bowls das Original und twitterte seine Ablehnung danach in die Welt. Doch die Kritik des US-Präsidenten am musikalischen Weltstar trifft diesen auch deshalb nicht, weil sich seine Musik – im Gegensatz zur klassischen Protestmusik – nicht primär über die politischen Inhalte definiert.

Gerade hierin liegt die Stärke des Mainstreams. Es geht um tanzbare Vibes. Die politischen Positionierungen begleiten das erwünschte Entertainment, aber sie dominieren es nicht. Den schäumenden rechten Hatern antwortet Bad Bunny mit klaren Positionierungen, mit Ironie und einer Botschaft über die Kraft der Liebe. Dies ermöglicht die Demaskierung der platten Aussagen der extremen Rechten an der Macht. Zudem bietet Bad Bunny einen Horizont für eine bessere Zukunft. Dies entfaltet nicht nur politische Wirksamkeit, sondern ist auch sexy und kommerziell erfolgreich und kann gerade deshalb eine wichtige Ressource progressiver Politik sein. Die Unbestimmtheit der besungenen Zukunft und die Mischung der Botschaften mit allgemeiner Partystimmung unterstreichen dabei ihre Inklusivität. Denn hier bleibt sich Bad Bunny treu. Die politischen Botschaften überstrahlen nie das Kerngeschäft: Entertainment. 

Nachdem die US-Rockband Green Day vor dem Start mit dem Song American Idiot den Ton gesetzt hatte, verdeutlichte Bad Bunnys Auftritt in der Halbzeitshow die spielerische Nutzung von Ambivalenzen: Die Show wurde von Apple gesponsert, einem Techkonzern mit einem CEO aus dem Trump-Umfeld. Ambivalenzen sind Teil des Geschäfts.

Die Show brachte San Francisco, den Ort des Super Bowls, zurück nach Lateinamerika. Bad Bunny und weitere lateinamerikanische Künstler hielten der US-amerikanischen Gesellschaft auf Spanisch den Spiegel vor. Zuckerrohrplantagen als Chiffre der kolonialen Ausbeutung, informelle Arbeit und die Bedeutung der Migranten für die US-amerikanische Wirtschaft. Zur Prime flimmerten Gesellschaft und Kultur zusammen mit einer Kritik an der Korruption und an fehlenden Infrastrukturinvestitionen in Puerto Rico über die Fernsehbildschirme des polarisierten Landes. Der Auftritt beklagte nicht nur neokoloniale Strukturen auf Hawaii und Puerto Rico, sondern hatte auch Platz für eine Hommage an Puerto Rico, die lateinamerikanische Musik und Kultur sowie für die ebenso banale wie politisch wirkmächtige Botschaft: „The Only Thing More Powerful than Hate is Love!“ Es war eine klare Kritik an Trump und der – von ICE symbolisierten – brutalen Politik, aber auch eine Einladung zum Brückenbauen.

Die spektakuläre Halbzeitshow lieferte weitere Denkanstöße: Die Phrase „God Bless America“ wurde bei Bad Bunny zu einer Kritik an der engstirnigen Gleichsetzung von Amerika mit den USA. Der denkwürdigste Touchdown des Super Bowls 2026 bestand darin, dass Bad Bunny auf unterhaltsame und tanzbare Weise auf der Bühne des US-amerikanischsten aller Großevents die Bedeutung Lateinamerikas und der lateinamerikanischen Migration für die USA zelebriert und damit einen wirkmächtigen Akzent gegen die Politik der Regierung Trump setzte. 

Bei allen Unterschieden lassen sich durchaus Erkenntnisse für die europäische Debatte ziehen. Die extreme Rechte wird nicht mit Konzessionen entzaubert, sondern mit attraktiven politischen und kulturellen Gegenentwürfen. Das Starpotenzial des Mainstreams und die Kraft des Entertainments sind dabei nicht zu unterschätzen: Die Stars können mobilisieren und unterhalten und gleichzeitig niedrigschwellig praktische Beispiele gegen Ausgrenzung und Hass sowie für eine bessere Zukunft liefern. Ipg 10

 

 

 

 

 

 

 

MAGA-Dilemma. AfD zwischen Trump und „Deutschland first“

 

Die AfD hat lange die Nähe zu Donald Trump gesucht – und bekommt nun die Kehrseite zu spüren: Je rücksichtsloser die US-Regierung „America First“ durchsetzt, desto öfter gerät die Partei in Erklärungsnot. Von Jörg Ratzsch, Christoph Meyer, Michael Evers, Robert Messer und Doris Heimann

Die Szene ist noch gut in Erinnerung: Am 14. Februar 2025 tritt US-Vizepräsident JD Vance bei der Münchner Sicherheitskonferenz ans Rednerpult und belehrt die mit teils versteinerter Miene zuhörenden Europäer über Demokratie und Meinungsfreiheit. Er kritisiert indirekt den Ausschluss der AfD von der Konferenz und später trifft sich der Vize von US-Präsident Donald Trump in seinem Hotel auch noch mit AfD-Chefin Alice Weidel. Ein deutliches Signal.

Seit dem Vance-Auftritt hat die Partei weiter gezielt am Ausbau der Beziehungen nach Washington gearbeitet. Nach 13 Monaten der zweiten Trump-Amtszeit zeigen sich aber auch Risse. Wie andere europäische Rechtsparteien steckt die AfD in einer Art Trump-Dilemma.

Schmusekurs im Bundestagswahlkampf

Rückblick: Die Vance-Rede auf der letzten Sicherheitskonferenz fällt mitten in den Bundestagswahlkampf, Trump ist erst seit wenigen Wochen wieder US-Präsident. Seit Wochen sind die AfD und Trumps Republikaner auf Schmusekurs. Weidel bezeichnet Trump nach seiner Wiederwahl als Vorbild, AfD-Vertreter reisen zur Amtseinführung nach Washington und Trumps damals enger Berater, Elon Musk, macht intensiv Werbung für die AfD über seine Plattform X. Ende Februar zieht die AfD in doppelter Stärke wieder in den Bundestag ein.

AfD in München wieder dabei

In diesem Jahr ist die AfD wieder zur Münchner Konferenz eingeladen. Man wolle sie als größte Oppositionsfraktion nicht ausschließen, argumentiert Konferenzchef Wolfgang Ischinger und beteuert: „Es gab zu keinem Zeitpunkt irgendeine Äußerung von irgendeiner amerikanischen Quelle: ‚Ihr müsst irgendwie die AfD einladen’“. Das dürfte nach dem Vance-Auftritt aber auch nicht mehr nötig gewesen sein.

Intensive Kontaktpflege

Im vergangenen Jahr haben sich AfD-Spitzenpolitiker um Kontaktpflege mit Washington bemüht. Es gab mehrere USA-Trips und Treffen mit Republikanern, ein Social-Media-Berater Trumps kam zum Vortrag in die AfD-Bundestagsfraktion nach Berlin. US-Außenminister Marco Rubio wiederum stellte sich offen an die Seite der AfD und kritisierte den Umgang des Verfassungsschutzes mit ihr, nachdem der sie öffentlich als rechtsextremistisch eingestuft hatte. Das nahm die Behörde später wegen eines laufenden Rechtsstreits mit der AfD vorerst wieder zurück.

In ihrer im November veröffentlichten neuen Sicherheitsstrategie hielt die US-Regierung indirekt auch schriftlich fest, welchen Kräften in Europa ihre Unterstützung gilt. Priorität soll es demnach unter anderem sein, innerhalb europäischer Länder den Widerstand gegen Europas derzeitigen Kurs zu fördern.

Rechte Parteien und MAGA bei vielem auf einer Linie

Inhaltlich stehen sich die rechten Parteien in Europa und Trumps MAGA-Bewegung („Make America Great Again“) in vielen Punkten nahe: Gegen eine vermeintlich linke Meinungshoheit in westlichen Demokratien, gegen etablierte Medien, gegen Migration und Klimapolitik, gegen die EU und andere überstaatliche Institutionen ihn ihrer bestehenden Form, gegen eine angebliche „woke“ Kultur- und Gesellschaftspolitik und vor allem für ein offensives Eintreten für nationale Interessen.

Trump-Dilemma

Der letzte Punkt bringt die AfD und andere europäische MAGA-Enthusiasten jetzt in die Klemme. Je brachialer der US-Präsident nationale Interessen vertritt, desto mehr kann das auch nationalen Interessen oder Vorstellungen von Außenpolitik zuwiderlaufen, von denen rechte Parteien behaupten, dass sie sie am besten vertreten.

„Wir sind keine Trump-Verehrer durch und durch, indem wir alles toll finden, was er macht“, sagte der Erste Parlamentarische Geschäftsführer der AfD-Fraktion Bernd Baumann zuletzt im ARD-“Bericht aus Berlin“.

Auch die AfD konnte Trumps Zollpolitik mit Blick auf die deutsche Wirtschaft nicht loben, viel zu aggressiv sei diese, kritisierte Parteichefin Weidel. Nach der Militäraktion gegen Venezuela und den Grönland-Drohungen war in der AfD von Wildwestmethoden die Rede. Trump habe zudem gegen das Wahlversprechen verstoßen, sich nicht in andere Staaten einzumischen, das müsse er seinen Wählern erklären.

In Washington wurde das registriert: George Weinberg, Vertreter der Auslandsrepublikaner sagte Welt TV, sich jetzt so gegen die US-Administration zu stellen, sei dumm. „Die haben sehr viel Porzellan zerschlagen und wie die das reparieren wollen, das weiß ich nicht.“

Blick in die europäische Nachbarschaft

In Frankreich geht das rechtsnationale Rassemblement National (RN) von Marine Le Pen auf Distanz zu Trump, allerdings vorsichtig, denn die Partei weiß, dass viele ihrer Anhänger vom US-Präsidenten fasziniert sind. Mit seiner Forderung nach einer Rückkehr der Nationen habe Trump eine ähnliche Vision wie das RN vertreten, heißt es aus der Partei. Aber indem er sich heute über das Völkerrecht hinwegsetze, gehe er zu weit.

Jordan Bardella, Le Pens Ziehsohn und möglicher Präsidentschaftskandidat 2027, hatte Trumps Wahl zunächst bejubelt, nannte seine Drohungen mit Blick auf Zölle und Grönland aber „nicht akzeptabel“ und seine Wiederwahl nun „eine schlechte Nachricht für die Interessen Frankreichs“.

Italiens rechte Ministerpräsidentin Giorgia Meloni gilt als eine der europäischen Regierungschefinnen mit dem besten Draht zu Trump. Ihr gutes Verhältnis beruht auf ideologischer Nähe. Immer wieder versucht sie, sich als Trump-Versteherin zu profilieren, zuletzt mit Blick auf dessen Besitzansprüche auf Grönland. Einerseits deutete sie Verständnis für US-Sicherheitsinteressen an, andererseits bezeichnete sie Trumps Zollandrohung als Fehler. „Natürlich teile ich diese Position nicht“, sagte Meloni ungewöhnlich deutlich.

Angesichts der auch in Italien scharfen Kritik an Trumps Gebaren sah sie sich zuletzt genötigt, sich etwas zu distanzieren: „Es gibt viele Dinge, bei denen ich nicht mit Trump übereinstimme.“ Über Meinungsverschiedenheiten sprechen sie laut Meloni offen: „Wenn ich nicht einverstanden bin, sage ich es ihm.“

In Großbritannien strebt Rechtspopulist Nigel Farage, dessen Reform-Partei seit etwa einem Jahr die Umfragen anführt, ein enges Verhältnis zu Trump an. Brexit-Vorkämpfer Farage rühmt sich, immer wieder von Trump empfangen worden zu sein, der den EU-Austritt des Vereinigten Königreichs ausdrücklich lobte. Allerdings wird auch in Großbritannien die Frage gestellt, ob eine allzu große Trump-Nähe der Partei schaden könnte. Nach den Drohungen des US-Präsidenten bezüglich Grönlands, versuchte Farage sich zu distanzieren. Auch den von US-Tech-Milliardär Musk geförderten britischen Rechtsextremen Tommy Robinson hält Farage auf Abstand.

Ein Bewunderer in Polen

Polens rechtskonservativer Präsident Karol Nawrocki macht aus seiner Bewunderung für Trump keinen Hehl. Auch die Oppositionspartei PiS, die Nawrocki unterstützt, zeigt sich gerne auf Linie mit der MAGA-Bewegung. Das Politikmagazin „Polityka“ schrieb, die PiS habe alle Aktien auf die Republikaner gesetzt und sei damit „fast zur Geisel der US-Regierung geworden“.

Umfragen zeigen, dass viele Polen mit Trumps Politik nicht einverstanden sind. Besonders seine russlandfreundliche Haltung stößt auf Befremden in dem Land, das zu den engsten Verbündeten der Ukraine gehört. Trumps verächtliche Worte über Nato-Soldaten in Afghanistan schließlich lösten in Polen Empörung aus – 44 polnische Soldaten sind dort gefallen. Erstmals übte PiS-Chef Jaroslaw Kaczynski öffentlich Kritik: „Donald Trump hat ein loses Mundwerk“, rügte er. (dpa/mig 10)

 

 

 

 

 

 

Viertes Quartal 2025. Täglich mehr als zwei Übergriffe gegen Geflüchtete

 

204 Straftaten in nur drei Monaten – und das ist wohl nicht einmal alles. Attacken auf Geflüchtete, darunter auch Kinder, gehören vielerorts zur bitteren Normalität. Die Linke fordert Schutz.

Attacken gegen Geflüchtete reißen in Deutschland nicht ab. Allein im vierten Quartal 2025 wurden 204 Straftaten gegen diese Personengruppe außerhalb von Flüchtlingsunterkünften registriert. Das geht aus der Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Linken-Innenpolitikerin Clara Bünger hervor, über die zuerst die „Frankfurter Rundschau“ berichtete. Die Antwort liegt auch dem MiGAZIN vor.

Demnach waren unter den 204 Straftaten 32 Gewaltdelikte. Weitere 33 politisch motivierte Straftaten richteten sich gegen Unterkünfte von Geflüchteten, darunter auch Brandstiftungen. Verletzt wurden laut dem Bericht 25 Menschen, darunter auch ein Kind. Die Zahlen zeigen noch nicht das komplette Bild, da viele Taten erst mit Verspätung in die Statistik aufgenommen werden, wie es hieß.

 „Seit Jahren gehören Übergriffe auf Geflüchtete zum Alltag in Deutschland“, sagte Bünger der „Frankfurter Rundschau“. Menschen, die auf der Suche nach einem Leben in Sicherheit und Würde hergekommen seien, würden angefeindet, eingeschüchtert, bedroht und auch körperlich angegriffen. „An diese Zustände dürfen wir uns niemals gewöhnen“, warnte die Linke-Politikerin. Sie betonte, neben der strafrechtlichen Verfolgung brauche es endlich Konzepte für wirksamen Schutz. (dpa/mig 9)

 

 

 

 

 

Spanien plant Regularisierung von einer halben Million Migranten

 

Während weite Teile Europas ihre Migrationspolitik verschärfen, setzt die spanische Regierung unter dem Sozialisten Pedro Sánchez auf einen radikalen Gegenentwurf. Rund 500.000 Menschen, die bisher ohne Papiere im Land leben, sollen legalisiert werden. Ein Schritt, der sowohl wirtschaftlichem Pragmatismus als auch politischem Überlebenskampf entspringt. Xavier Sartre und Mario Galgano

In einem Gespräch mit Radio Vatikan analysiert Antoine de Laporte, Spanien-Experte der Pariser Fondation Jean-Jaurès, die Hintergründe dieser Entscheidung. Betroffen sind Personen, die sich seit mindestens fünf Monaten im Land aufhalten und vor dem 31. Dezember 2025 eingereist sind. Ihnen soll der Zugang zum offiziellen Arbeitsmarkt in allen Sektoren ermöglicht werden.

Wirtschaftlicher Pragmatismus und demografische Not

Der erste Grund für diesen Schritt ist laut de Laporte rein pragmatisch: Spanien braucht Arbeitskräfte. „Spanien hat eine zu niedrige Geburtenrate für eine natürliche Generationenerneuerung“, so der Experte. Um die Nachhaltigkeit des Sozialsystems zu garantieren und den Bedarf in boomenden Sektoren wie dem Baugewerbe und der Landwirtschaft zu decken, sei das Land auf Zuwanderung angewiesen. Mit einer Arbeitslosenquote von unter zehn Prozent und einem der dynamischsten Wachstumswerte in der Eurozone ist der Druck auf den Arbeitsmarkt groß.

Politisches Kalkül und ideologische Abgrenzung

Hinter der Maßnahme steht jedoch auch eine komplexe innenpolitische Arithmetik. Die Minderheitsregierung von Pedro Sánchez ist auf die Stimmen der linkspopulistischen Partei Podemos angewiesen. Deren vier Abgeordnete machten die Regularisierung zur Bedingung für ihre Unterstützung. „Ein Abkommen mit Podemos zu validieren, bedeutet auch, das Überleben der parlamentarischen Mehrheit zu sichern“, erklärt de Laporte.

Auf internationaler Ebene stilisiert sich Sánchez zudem als „letztes Bollwerk“ der Sozialdemokratie gegen den wachsenden Rechtspopulismus à la Donald Trump oder die europäische extreme Rechte. Mit der pro-aktiven Migrationspolitik sucht er bewusst den Kontrast zu jenen Staatschefs, von denen er sich politisch abgrenzen will.

Ein breiter gesellschaftlicher Konsens bröckelt

Interessanterweise stößt die Maßnahme in der spanischen Zivilgesellschaft auf viel Zustimmung und zwar sowohl bei Arbeitgebern als auch bei Gewerkschaften: Beide Seiten befürworten die Regularisierung, da sie den Zugang zu legalen Arbeitsverhältnissen erleichtert. Die Kirche - also die spanische Bischofskonferenz - unterstützt deutlich auch das Vorhaben.

Dennoch ist der gesellschaftliche Frieden in dieser Frage nicht mehr unumstritten. Die rechtspopulistische Partei Vox gewinnt zunehmend an Boden – und das nicht mehr nur in Gebieten mit geringem Migrationsanteil, sondern nun auch dort, wo viele Einwanderer leben. „Die extreme Rechte nutzt mittlerweile Begriffe wie den ‚Großen Austausch‘, ein Diskurs, der beginnt, in Teilen der Gesellschaft zu verfangen“, warnt de Laporte. Dies zwingt auch die konservative Volkspartei (Partido Popular), eine härtere Linie einzunehmen.

Für Pedro Sánchez ist das Risiko groß, doch die Strategie scheint klar: Er positioniert sich als klarer Gegenpol zur Rechten und setzt darauf, dass die wirtschaftliche Vernunft die fremdenfeindlichen Ressentiments überwiegt. (vn 6)

 

 

 

 

 

 

Integration auf dem Papier. „Glückwunsch – jetzt bist du Deutsche“

 

Ein Pass macht noch kein Zuhause: Wer eingebürgert ist, gilt offiziell als „integriert“ – und wird trotzdem weiter geprüft, befragt, auf Abstand gehalten. Wo Zugehörigkeit beginnt – und wo nicht. Von Shaymaa Farhan

„Herzlichen Glückwunsch – jetzt bist du Deutsche. Aber eben nur auf dem Papier.“

Diesen Satz sagte eine Kollegin zu mir, als ich nach meiner Einbürgerung Süßigkeiten ins Büro mitbrachte. Ich lächelte damals – und verstand erst später, warum er mich nicht losließ. Denn obwohl ich die Sprache gelernt, gearbeitet und schließlich die deutsche Staatsangehörigkeit erhalten hatte, blieb ein leises Gefühl von Distanz. Formal war alles erreicht. Innerlich jedoch stellte sich eine andere Frage: Gehört man wirklich dazu – oder beginnt Zugehörigkeit erst dort, wo sie nicht mehr erklärt werden muss?

Viele von uns mit Migrationserfahrung kennen dieses Spannungsfeld. Wir erfüllen Anforderungen, übernehmen Verantwortung und orientieren uns an klaren Regeln. Und trotzdem gibt es Momente, in denen Zugehörigkeit fragil wirkt.

„Über mehrere Monate hinweg wurde ich gebeten zu warten, erneut Auskunft zu geben und Geduld aufzubringen.“

Eine solche Erfahrung machte ich vor Kurzem erneut. Nach einer erfolgreichen Bewerbung folgte im weiteren Verlauf des Verfahrens eine sicherheitsrechtliche Überprüfung – ein notwendiger und legitimer Bestandteil staatlicher Abläufe. Da ich familiäre Kontakte in meinem Herkunftsland habe, kam es zu zusätzlichen Gesprächen und längeren Wartezeiten. Über mehrere Monate hinweg wurde ich gebeten zu warten, erneut Auskunft zu geben und Geduld aufzubringen.

Dabei stellte sich für mich nicht die Frage nach der rechtlichen Grundlage dieser Prüfungen. Vielmehr stellte sich eine persönliche: Reicht Integration nur bis zu einem bestimmten Punkt? Oder bleibt Herkunft – trotz Qualifikation, Berufserfahrung und Staatsangehörigkeit – ein Faktor, der nie ganz verschwindet?

„Zugehörigkeit lässt sich nicht nachweisen.“

Viele Menschen mit Migrationserfahrung bewegen sich dauerhaft zwischen zwei Ebenen: der formalen Anerkennung und dem subjektiven Gefühl von Nähe oder Distanz. Integration wird messbar gemacht – durch Zertifikate, Verträge oder Dokumente. Doch Zugehörigkeit lässt sich nicht nachweisen.

Mit der Zeit verändert Migration auch den Blick auf sich selbst. Das Herkunftsland wird mit den Jahren fremder, das neue Land vertrauter – aber nicht immer selbstverständlich. Man lebt zwischen Erinnerung und Gegenwart, zwischen Dankbarkeit und Unsicherheit.

„Integration kann offiziell gelingen – und sich dennoch unvollständig anfühlen.“

Wenn von „gelungener Integration“ gesprochen wird, geschieht dies häufig aus einer äußeren Perspektive. Behörden, Institutionen oder gesellschaftliche Debatten definieren, wann Integration als erreicht gilt. Die Betroffenen selbst bleiben bei dieser Bewertung oft außen vor.

Vielleicht liegt genau darin der Widerspruch: Integration kann offiziell gelingen – und sich dennoch unvollständig anfühlen. Denn Integration ist mehr als Anpassung. Mehr als Leistung. Mehr als ein Pass. Sie beginnt dort, wo Zugehörigkeit nicht mehr hinterfragt wird. Wo Vertrauen entsteht. Und wo Herkunft nicht ständig mitschwingt.

Solange Integration vor allem von außen bewertet wird, kann sie auf dem Papier abgeschlossen sein – im Leben vieler Menschen jedoch offenbleiben. MiG 6

 

 

 

 

 

 

Rückkehr der Machtpolitik

 

Sozialdemokratische Außenpolitik darf sich nicht auf militärische Stärke verengen – Macht entsteht auch durch Regeln, Institutionen und Kooperation. Von Rolf Mützenich

Bundeskanzler Friedrich Merz hat kürzlich in einer Regierungserklärung im Deutschen Bundestag die Grundzüge der deutschen Außenpolitik umrissen. Hintergrund waren der weiterhin andauernde russische Krieg gegen die Ukraine sowie die zugleich verstörenden und zerstörenden Aktionen der Trump-Regierung. Besonders aufhorchen ließ dabei der Satz, Deutschland und Europa müssten wieder selbst „die Sprache der Machtpolitik“ lernen und sich zu einer „europäischen Macht“ entwickeln. Ob der Begriff der „Machtpolitik“ vor dem Hintergrund der deutschen Geschichte und des erklärten Willens, zur stärksten konventionellen Streitmacht in Mitteleuropa zu werden, wirklich angemessen ist, darf bezweifelt werden.

Was Friedrich Merz in seiner Regierungserklärung genau unter dem Begriff „Machtpolitik“ versteht, ließ er jedoch offen. Ob es damit zu tun hat, dass die Koalitionspartner darunter nicht dasselbe verstehen, bleibt schleierhaft. Auch die anschließenden Rednerinnen und Redner vermieden eine Klarstellung. Umso entscheidender wird in Zukunft daher sein, ob beide Partner unter „Machtpolitik“ tatsächlich dasselbe verstehen und welches Verständnis von „Macht“ die deutsche und die europäische Außenpolitik künftig leiten soll.

„Macht“ ist ein zugleich schillernder und vielschichtiger Begriff, der sich nur schwer eindeutig fassen lässt. Eine der einflussreichsten Definitionen stammt von Max Weber, der Macht beschrieb als „jede Chance, innerhalb einer sozialen Beziehung den eigenen Willen auch gegen Widerstreben durchzusetzen, gleichviel worauf diese Chance beruht“. Der im vergangenen Jahr verstorbene US-Politikwissenschaftler Joseph Nye beschrieb „Macht“ als die Fähigkeit, „andere dazu zu bringen, das zu wollen, was man will“. Nye nennt diese Fähigkeit soft power. Sanfte Macht beruht demnach nicht auf militärischem oder wirtschaftlichem Zwang, sondern auf der Anziehungskraft von Werten, Kultur, Institutionen, Offenheit und Innovationsfähigkeit. Zu Beginn des Jahrtausends entwickelte Nye darüber hinaus das Konzept von smart power, das harte und weiche Machtressourcen miteinander verbindet. Gerade langfristig erweist sich diese kluge Kombination aus sanfter und harter Macht als entscheidend für den Erhalt und den Ausbau von Machtpositionen.

Ich befürchte allerdings, dass die heutigen Akteure unter „Macht“ vor allem militärische Fähigkeiten verstehen und dass wirtschaftliche, diplomatische, kulturelle, normative oder institutionelle Instrumente allenfalls an zweiter oder dritter Stelle kommen. Vor diesem Hintergrund wirft die Aussage von Friedrich Merz, Europa müsse wieder die „Sprache der Machtpolitik“ erlernen, die Frage auf, ob Europa die Machtpolitik à la Putin und Trump nachahmen sollte oder ob wir ein alternatives und modernes Verständnis von Machtpolitik entwickeln können.

Bislang galt die EU mit ihrem gemeinsamen Binnenmarkt sowie ihrem demokratischen und rechtsstaatlichen Ordnungsmodell als Paradebeispiel erfolgreicher soft power. Gleichwohl haben der russische Überfall auf die Ukraine und die konfrontative Politik Trumps verdeutlicht, dass soft power allein in einer machtbasierten Welt nicht mehr ausreicht. Die alte regelbasierte Ordnung existiert nicht mehr und wird wahrscheinlich in der Form, wie wir sie kannten, auch nicht zurückkehren. Die strukturellen Machtverschiebungen im internationalen System hin zu einem Wettbewerb der Großmächte bleiben auf absehbare Zeit weiter bestehen. Dies markiert einen tiefen Einschnitt, weil Europa nicht mehr nur als „Zivil-“ oder „Friedensmacht“, sondern auch als machtpolitischer Akteur gefragt ist, ob uns das behagt oder nicht. Konkret bedeutet dies, dass die EU künftig in der Lage sein muss, sich eigenständig zu verteidigen, einschließlich des Aufbaus einer echten europäischen Verteidigungsunion.

Gleichwohl sollte es die EU tunlichst vermeiden, sich von den Großmächten die Logik des Nullsummenspiels und einer ausschließlich militärischen Macht aufzwingen zu lassen. Im 21. Jahrhundert kommt Macht nicht mehr allein aus Kanonenrohren, sondern auch aus wirtschaftlicher und technologischer Leistungsfähigkeit, aus normativer und kultureller Anziehungskraft sowie aus stabilen Institutionen und belastbaren Bündnissen. Weder Donald Trump noch Wladimir Putin scheinen das zu verstehen. Gerade Russland bleibt eine Macht mit nur geringer soft power und wenigen Verbündeten. Mehr noch: Die jüngsten Ereignisse in Syrien, Venezuela und im Iran haben gezeigt, dass Russland selbst mit dem größten Nuklearwaffenarsenal der Welt nicht willens oder in der Lage ist, seine Partner wirksam zu schützen.

Die EU sollte daher eine kluge außenpolitische Strategie entwickeln, die nicht auf der Drohung mit militärischer oder wirtschaftlicher Gewalt zur Durchsetzung von Interessen beruht, sondern auf einem fairen Interessensausgleich zwischen kleinen und großen Staaten. Ein solches Machtverständnis dürfte insbesondere auch bei vielen kleinen und mittleren Staaten des Globalen Südens auf große Resonanz stoßen. In einer Welt, in der die Großmächte die internationale Ordnung entlang von Einflusszonen neu ordnen wollen, muss sich Europa mit den anderen liberalen Demokratien und gleichgesinnten Partnern zusammentun und eine gemeinsame Strategie gegenüber diesen Mächten entwickeln. Das Ziel muss sein, die verbliebenen internationalen Institutionen und Regime der vergangenen Jahrzehnte zu schützen und zu bewahren. Dazu gehören eine ständige Verrechtlichung der internationalen Beziehungen, eine internationale Schieds- und Strafgerichtsbarkeit, vertragsbasierte Abrüstung und Rüstungskontrolle wie auch eine gemeinsame Antwort auf globale Herausforderungen wie den Klimawandel, Hunger, Ressourcenknappheit oder der Umgang mit neuen Technologien. Das ist auch kein naives Festhalten an einer regelbasierten Ordnung, die in ihrer bisherigen Form offenkundig nicht mehr funktioniert. Wir müssen nüchtern anerkennen, dass die Großmächte derzeit zunehmend auf rohe Machtpolitik und das Denken in Einflusszonen setzen. Gleichwohl bleiben gemeinsame Regeln, offener Handel und kooperativer Multilateralismus für viele Staaten dieser Welt keine überholten Konzepte vergangener Zeiten, sondern zentrale Voraussetzungen für Stabilität, Sicherheit und Wohlstand. Für diese Staaten bleibt auch zukünftig soft power attraktiver als hard power. Der kanadische Premierminister Mark Carney brachte dies in seiner viel beachteten Rede auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos treffend auf den Punkt: „Wir sollten nicht zulassen, dass der Aufstieg der hard power uns blind macht für die Tatsache, dass die Macht der Legitimität, Integrität und Regeln stark bleibt, wenn wir uns entscheiden, sie gemeinsam zu nutzen“.

Als rechtsstaatlicher und demokratischer Staatenverbund kann die EU dabei ein Maß an Stabilität, Verlässlichkeit und institutioneller Berechenbarkeit bieten, das gegenwärtig keine der konkurrierenden Großmächte – weder die USA noch Russland oder China – glaubhaft gewährleisten kann. Genau darin könnte ein Ansatzpunkt für eine europäische Machtpolitik liegen, die den Herausforderungen des 21. Jahrhunderts gerecht wird. Voraussetzung dafür ist freilich, dass die EU nach außen mit einer Stimme spricht und sich in einem immer raueren internationalen Umfeld nicht von den Großmächten auseinanderdividieren lässt. Gleichzeitig gilt es weiterhin, bestehende Abhängigkeiten in strategischen Bereichen zu verringern und die Institutionen und Entscheidungsprozesse innerhalb der EU effektiver und handlungsfähiger zu gestalten. Gerade bei der Frage, wie EU-Institutionen reformiert und wie Kompetenzen erweitert werden könnten, bleibt Bundeskanzler Merz bislang erstaunlich zurückhaltend.

Hätte ein deutscher sozialdemokratischer Regierungschef in der heutigen Zeit eine Rede zur außenpolitischen Lage gehalten, hätte er diese Punkte aufgreifen und zugleich betonen können, wie wir mit den uns zur Verfügung stehenden Mitteln den Frieden mehren, das Klima schützen und den Hunger und die Ungleichheit bekämpfen können. Kriegstüchtigkeit sowie Macht- oder Geopolitik können und dürfen kein Selbstzweck sein. Was Friedrich Merz unter „Machtpolitik“ versteht, bleibt also vorerst offen. Ein erster Maßstab wird der Haushaltsentwurf für 2027 sein. Darin wird sich zeigen, ob neben militärischen Instrumenten auch die dringend notwendigen Mittel für demokratische und regelbasierte Resilienz, humanitäre Hilfe und starke Außenpolitik bereitgestellt werden. Für eine kluge und nachhaltige europäische Politik bleiben diese Mittel jedenfalls unverzichtbar. IPG 6

 

 

 

 

 

 

 

UN-Generalsekretär Guterres: Weltordnung steht vor dem Zerfall

 

UN-Generalsekretär António Guterres hat im Interview mit der italienischen Tageszeitung La Repubblica eine eindringliche Warnung ausgesprochen: Wenn das „Gesetz der Macht“ das „Recht des Gesetzes“ ablöst, drohe der Welt eine tiefe Destabilisierung. Angesichts geopolitischer Spaltungen und drohender Finanzkrisen innerhalb der Weltorganisation fordert Guterres eine Rückbesinnung auf die Grundwerte der UN-Charta. Paolo Mastrolilli und Mario Galgano

Bei seinem Besuch in Italien zur Eröffnung der Olympischen Winterspiele 2026 nutzte der Portugiese Guterres ein Interview mit der römischen Tageszeitung La Repubblica, um das Paradoxon unserer Zeit zu beschreiben: „In einem Moment, in dem wir die internationale Zusammenarbeit am dringendsten benötigen, scheinen wir am wenigsten geneigt zu sein, in sie zu investieren“.

Die Erosion des Multilateralismus

Guterres sieht das Fundament der globalen Kooperation durch Straflosigkeit, Ungleichheit und rücksichtslose geopolitische Manöver erschüttert. Besonders kritisch äußert er sich zur Tendenz mächtiger Staaten, das Völkerrecht zugunsten nationaler Machtinteressen zu ignorieren. „Wenn mächtige Akteure glauben, ohne Konsequenzen handeln zu können, untergräbt dies die Glaubwürdigkeit des gesamten regelbasierten internationalen Systems“, so der Generalsekretär. Dies führe zu einem gefährlichen Signal der Vorhersehbarkeit und erhöhe das Risiko für Konfrontationen und menschliches Leid.

Fokus auf Krisenherde: Gaza und Ukraine

In Bezug auf den Nahostkonflikt betont Guterres die Bedeutung der Resolution 2803 des Sicherheitsrates für den Gazastreifen. Er mahnt einen vollständigen Rückzug der israelischen Streitkräfte und die Schaffung eines glaubwürdigen politischen Horizonts an, der in eine Zwei-Staaten-Lösung münden müsse. Zur Rolle neuer Initiativen wie dem sogenannten „Board of Peace“ stellt er klar: „Die Verantwortung für den Weltfrieden und die internationale Sicherheit liegt bei den Vereinten Nationen. Kein anderes Organ kann diese Rolle ersetzen“.

Auch zum Ukraine-Krieg findet Guterres deutliche Worte. Angesichts des bevorstehenden vierten Jahrestags der russischen Invasion betont er, jede Friedenslösung müsse auf der Souveränität und territorialen Integrität der Ukraine basieren. „Es war Russland, das die Ukraine überfallen hat, nicht umgekehrt“, erinnert er. Angriffe auf zivile Infrastrukturen, die Millionen Menschen in der Kälte ohne Wasser und Licht lassen, seien „unentschuldbar und müssen sofort aufhören“.

UN vor dem finanziellen Kollaps?

Ein besonders alarmierender Teil des Interviews betrifft die finanzielle Situation der UNO. Guterres warnt vor einem „drohenden finanziellen Zusammenbruch“ der multilateralen Organisation par excellence. Er stellt klar, dass es sich nicht um ein gewöhnliches Liquiditätsproblem handelt, sondern um eine strukturelle Krise, da mehrere Mitgliedsstaaten angekündigt haben, ihre Pflichtbeiträge nicht mehr zu leisten. „Die Mitgliedsstaaten müssen sich entweder auf eine Reform der Finanzregeln einigen oder die reale Aussicht auf den finanziellen Zusammenbruch der UN akzeptieren“, warnt er.

Olympia als Symbol der Hoffnung

Trotz der düsteren Weltlage sieht Guterres in den Olympischen Spielen 2026 in Italien ein wichtiges Symbol. Er dankt Italien für die Wiederbelebung des „Olympischen Friedens“. Sport habe die einzigartige Fähigkeit, Gräben zu überbrücken. Zudem böten die Spiele eine Plattform, um auf die Klimakrise aufmerksam zu machen, die den Wintersport direkt bedrohe: Ohne drastisches Handeln könnte die Zahl der geeigneten Austragungsorte bis 2080 von heute 90 auf nur noch 30 sinken.

Guterres schloss mit dem Plädoyer, dass echter Friede nur durch eine multipolare Welt erreicht werden könne, die in Kooperation statt in Konfrontation verwurzelt ist. (lr 5)

 

 

 

 

 

 

Migrationsbericht 2024. Einwanderung nach Deutschland im Jahr 2024 gesunken

 

Zwar gewinnt Deutschland weiter mehr Einwanderer als es gleichzeitig verliert, der Zuwachs wird aber kleiner – sogar deutlich. Nicht eindeutig ist das Bild bei der Erwerbsmigration.

Die Einwanderung nach Deutschland ist 2024 weiter zurückgegangen. Wie aus dem am Mittwoch vom Bundeskabinett behandelten Migrationsbericht hervorgeht, kamen im vorvergangenen Jahr rund 1,69 Millionen Menschen nach Deutschland. Dies war dem Bericht zufolge ein Rückgang von 12,3 Prozent gegenüber 2023. Fortgezogen sind 2024 demnach rund 1,26 Millionen Menschen. Der Einwanderungssaldo lag damit bei rund 430.000 Personen, mehr als ein Drittel weniger als im Jahr 2023.

Geprägt ist die Einwanderung nach Deutschland weiterhin vor allem von Zuzug aus anderen europäischen Staaten. Auch die nimmt aber ab. Rumänien, Polen und Bulgarien hätten erstmals seit ihrem jeweiligen EU-Beitritt einen negativen Wanderungssaldo aufgewiesen, heißt es im Bericht. Mehr Menschen sind also 2024 dorthin zurückgekehrt als aus einem der Länder nach Deutschland gekommen. Auch die Zahl der Asylanträge und der Familiennachzüge sind dem Bericht zufolge im vorvergangenen Jahr zurückgegangen.

Kein klares Bild bei Erwerbsmigration

Nicht eindeutig ist in dem Bericht das Bild bei der Erwerbsmigration aus Drittstaaten, die 2023 mit dem Fachkräfteeinwanderungsgesetz erleichtert wurde. Die Zahl der im Ausländerzentralregister erfassten neu eingewanderten Fach- und Arbeitskräfte ist demnach 2024 um ein Viertel auf rund 54.600 zurückgegangen (2023: 72.400).

Der Bericht verweist allerdings auf eine mögliche Untererfassung, weil die Visa zur Erwerbsmigration inzwischen oft ein Jahr gültig sind und die Erfassung erst stark verzögert stattfindet. Die Zahl der erteilten Visa zum Zweck der Erwerbstätigkeit ist dem Bericht zufolge 2024 um neun Prozent auf rund 172.400 gestiegen. Enthalten darin sind nicht nur Visa für Fach- und Arbeitskräfte, sondern auch Einreiseerlaubnisse etwa für Aus- und Weiterbildung. (dpa/mig5)

 

 

 

 

 

 

 

Grenzgänger*innen und Zugezogene: Neue Erkenntnisse zur Akzeptanz von Arbeitsmigration

 

Eine neue Studie des Exzellenzclusters „The Politics of Inequality“ (Universität Konstanz) und der Universität Luzern zeigt: Ansässige ausländische Arbeitskräfte genießen eine höhere Akzeptanz unter der einheimischen Bevölkerung als Grenzgänger*innen – obwohl beide Gruppen in vergleichbarer Weise auf dem Arbeitsmarkt mit Einheimischen konkurrieren. Ausschlaggebend für diese Unterschiede sind weniger ökonomische Faktoren als vielmehr die Wahrnehmung von Teilhabe und Fairness, die auch durch Fehlinformation beeinflusst wird.Die Schweiz ist ein beliebtes Ziel für Arbeitsmigration. Ende 2024 arbeiteten laut dem Schweizer Bundesamt für Statistik rund 400.000 Grenzgänger*innen in der Schweiz – also Personen, die im Ausland wohnen und täglich zur Arbeit pendeln. Demgegenüber stehen etwa 1,9 Millionen ausländische Arbeitskräfte, die dauerhaft in der Schweiz leben und arbeiten. Eine Studie, die kürzlich im American Journal of Political Science (AJPS) erschienen ist, zeigt: Ansässige ausländische Arbeitskräfte werden als Mitglieder der Gesellschaft deutlich positiver bewertet als Grenzgänger*innen, obwohl beide Gruppen gleichermaßen mit der einheimischen Bevölkerung um Arbeitsplätze konkurrieren.

In einer repräsentativen Befragung der Schweizer Stimmbevölkerung verglichen die Autorinnen gezielt Grenzgänger*innen und ansässige ausländische Arbeitskräfte, um zu untersuchen, ob Ablehnung eher aus Angst vor Jobverlust oder aus Fairnessüberlegungen entsteht. „Unsere Ergebnisse zeigen, dass Einstellungen zur Arbeitsmigration weniger von ökonomischer Konkurrenz als von der Frage geprägt sind, wer als Teil der Gesellschaft wahrgenommen wird“, erklärt Gabriele Spilker, Professorin für Globale Ungleichheit und Co-Sprecherin des Exzellenzclusters „The Politics of Inequality“ an der Universität Konstanz. Entscheidender sei vielmehr, ob Menschen als Mitgestalter*innen des gesellschaftlichen Lebens gelten.

Ein zusätzliches Experiment bestätigt diese Befunde. Der Wohnort – also Leben in der Schweiz versus Pendeln aus dem benachbarten Ausland – ist der stärkste Faktor für die Akzeptanz ausländischer Arbeitskräfte. Dieser Effekt zeigt sich unabhängig von beruflicher Qualifikation, Alter oder Herkunft. Dabei spielt Fehlinformation eine zentrale Rolle, wie Lena Maria Schaffer, Professorin für Politikwissenschaft an der Universität Luzern, ergänzt: „Viele Befragte empfinden es als unfair, dass Grenzgänger*innen hohe Schweizer Löhne beziehen, aber in Ländern mit niedrigeren Lebenshaltungskosten wohnen. Wird jedoch klargestellt, dass sie ihren Lohn versteuern müssen und keinen Anspruch auf Schweizer Arbeitslosenleistungen haben, verbessert sich ihr Ansehen deutlich.“

Die Studienergebnisse stellen damit zentrale Annahmen migrationspolitischer Debatten infrage – nicht nur in der Schweiz, sondern auch darüber hinaus. Nicht Arbeitsmarktkonkurrenz allein, sondern normative Vorstellungen von Fairness und gesellschaftlicher Teilhabe prägen die Einstellungen gegenüber Arbeitsmigration. Transparente Information und Kommunikation über Rechte, Pflichten und tatsächliche Beiträge von Grenzgänger*innen könnten dazu beitragen, Spannungen in Grenzregionen abzubauen und die Akzeptanz dieser Form von Arbeitsmobilität zu erhöhen.

Faktenübersicht

* Originalpublikation: Schaffer, L. M.; Spilker, G. (2026): Migrating to stay or commuting to work? How fairness perceptions and exposure shape attitudes toward labor migration. American Journal of Political Science.

DOI: https://doi.org/10.1111/ajps.70034

* Methodik: Die Studie basiert auf einer repräsentativen Online-Befragung von rund 4.000 Schweizer Stimmberechtigten. Mithilfe zweier Survey-Experimente wird untersucht, wie Informationen, die tatsächliche Präsenz ausländischer Arbeitskräfte vor Ort und ihr Wohnort die Einstellungen gegenüber Grenzgänger*innen und ansässigen Ausländer*innen beeinflussen.

* Über die Autorinnen:

1. Lena Maria Schaffer ist Professorin für Internationale und Transnationale Politik an der Universität Luzern.

2. Gabriele Spilker ist Professorin für Internationale Politik und Globale Ungleichheit an der Universität Konstanz und Co-Sprecherin des Exzellenzclusters „The Politics of Inequality“.

* Der Exzellenzcluster „The Politics of Inequality” an der Universität Konstanz erforscht aus interdisziplinärer Perspektive die politischen Ursachen und Folgen von Ungleichheit. Die Forschung widmet sich einigen der drängendsten Themen unserer Zeit: Zugang zu und Verteilung von (ökonomischen) Ressourcen, der weltweite Aufstieg von Populisten*innen, Klimawandel und ungerecht verteilte Bildungschancen. UK 4

 

 

 

 

 

Menschenrechte am Abgrund, Deutschland soll mehr tun

 

Menschenrechte befinden sich weltweit unter Bedrängnis, sagt Human Rights Watch. Deutschland müsse im eigenen Interesse Vorreiter sein – auch im eigenen Land. Die Stimmung gegen Migranten verschärfe sich. Beim Thema Israel habe Deutschland international Kredit verspielt.

Eine autoritäre Welle von der Trump-Regierung bis nach China: Die Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch sieht die regelbasierte Weltordnung in Gefahr. Sie befinde sich in einer „existenziellen Krise“, die es so vergleichbar noch nicht gegeben habe, sagte der Deutschland-Direktor der Organisation, Philipp Frisch, bei der Vorstellung des am Mittwoch erscheinenden Jahresberichts 2026 in Berlin. Menschenrechtsorientierte Demokratien sollten daher eine strategische Allianz bilden, um die regelbasierte Ordnung zu bewahren. Der 36. Jahresbericht beleuchtet die Menschenrechtssituation in rund 100 Ländern.

Besonders schwer wiege die Finanzierungskrise der Vereinten Nationen: „Das Menschenrechtssystem der UN steht am finanziellen Abgrund“, konstatierte Frisch. Grund dafür seien unter anderem ausbleibende Zahlungen des einst größten Geldgebers USA. Untersuchungsmechanismen der UN könnten daher nur eingeschränkt oder gar nicht arbeiten.

Deutschland wäre „großer Verlierer“

Deutschland wäre ein großer Verlierer des Untergangs der regelbasierten Weltordnung, erklärte Frisch. Die Bundesrepublik müsse jetzt vorangehen, mit Menschenrechten als Form der „Soft Power“ könne Außenpolitik gemacht werden: „An Menschenrechten zu sparen, ist viel zu teuer.“

Dafür müssten jedoch Menschenrechte im eigenen Land gelebt werden, sagte Frisch. Er warnte daher vor einem „Diskurs, der Werte wie Menschenrechte verächtlich macht“. Als Beispiel dafür nannte er den Umgang mit dem Thema Migration. Die Lebenssituation von Zuwandern und ihren Nachkommen in Deutschland habe sich verschlechtert. Grund dafür sei, dass „politische Rhetorik der AfD von demokratischen Parteien verstärkt übernommen wurde“, sagt HRW-Rassismusforscherin Almaz Teffera.

Zweierlei Maß bei Menschenrechten

Wohl in Anspielung auf die von Bundeskanzler Friedrich Merz (CDU) im Oktober ausgelöste Stadtbild-Debatte, mahnt sie, es sei schädlich, Menschen mit Migrationshintergrund erst pauschal als Problem zu bezeichnen, und dann zu beteuern, die „guten Migranten, die hier fleißig arbeiten“, seien natürlich nicht gemeint.

Außenpolitisch habe sowohl die Ampel-Koalition als auch die neue schwarz-rote Bundesregierung international moralischen „Kredit verspielt“ und dadurch auch an Einfluss eingebüßt, sagte Frisch. Hauptgrund dafür sei die „fast bedingungslose Unterstützung der Bundesregierung gegenüber der Regierung in Israel“ angesichts der systematischen Angriffe auf die palästinensische Zivilbevölkerung im Gazastreifen. In vielen Staaten bekomme man nun zu hören, bei Menschenrechten messe Deutschland mit zweierlei Maß.

Unterdrückungen in China, Iran, Afghanistan

Die Haltung Deutschlands rufe in weiten Teilen der Welt Unverständnis hervor. Frisch forderte, dass Deutschland stärker Verfahren am Internationalen Strafgerichtshof (IStGH) unterstützt, „gerade, auch wenn es gegen Partner geht“. Der IStGH hatte im November 2024 einen Haftbefehl gegen Israels Ministerpräsidenten Benjamin Netanjahu erlassen. Bundeskanzler Friedrich Merz (CDU) hatte Netanjahu zugesagt, dass der Haftbefehl im Fall eines Deutschlandbesuchs nicht vollstreckt würde.

Auch Menschenrechtsverletzungen wie die chinesische Unterdrückung der Uiguren und Tibetaner, die Massentötungen im Iran und die systematische Entrechtung von Frauen und Mädchen in Afghanistan stehen im Fokus des aktuellen Berichts.

„Kanarienvogel in der Kohlemine“

Die LGBT-Direktorin von Human Rights Watch, Alex Müller, wies zudem auf eine „weltweite Zunahme von politischer Homophobie“ hin. Bei den Rechten queerer Menschen habe es Rückschritte in vielen Ländern gegeben. Deren Situation werde oft als Frühwarnzeichen der Menschenrechtslage gesehen, als „Kanarienvogel in der Kohlemine“.

Müller kritisierte auch die Anweisung von Bundestagspräsidentin Julia Klöckner (CDU), die Regenbogenflagge zum Christopher Street Day nicht mehr auf dem Reichstagsgebäude zu hissen. Mit dem Argument der politischen Neutralität würde sie das Narrativ der Rechten bedienen, Menschenrechte zu politisieren. (epd/dpa/mig 4)

 

 

 

 

 

 

Vielfalt oder Niedergang

 

Gegen den europäischen Trend will Spanien eine halbe Million Migranten legalisieren. Der Schritt ist wirtschaftlich motiviert – und zukunftsweisend. Von Antón Gómez-Reino Varela

Die spanische Regierung plant die Legalisierung von rund einer halben Million Migrantinnen und Migranten, die bislang ohne gesicherten Aufenthaltsstatus im Land leben und arbeiten. Kaum ein politisches Vorhaben bündelt so deutlich die zentralen demografischen, wirtschaftlichen und gesellschaftlichen Spannungen Spaniens – und zugleich viele der Fragen, vor denen Europa insgesamt steht. Befürworter sehen darin eine notwendige Antwort auf den Arbeitskräftemangel, die Überalterung und den Erhalt des Sozialstaats, Kritiker warnen vor Überforderung, Kontrollverlust und sozialen Konflikten. Die Debatte verweist damit über den konkreten Anlass hinaus auf eine grundlegende Entscheidung: Wie will Spanien auf den demografischen Wandel reagieren – durch Integration und Öffnung oder durch Abschottung und Rückzug?

Die Demografie erklärt Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft von Gesellschaften. Sie zeigt, wie Bevölkerungen gewachsen sind, warum sie heute vor bestimmten Herausforderungen stehen – und vor allem, wie sie künftig leben werden und welchen Platz sie in der Welt einnehmen. Derzeit erleben wir eine globale demografische Neuordnung: Afrika und Teile Asiens tragen das künftige Bevölkerungswachstum, während Europa, Japan und Südkorea altern und schrumpfen. Lateinamerika befindet sich in einer Reifephase, und Migration entwickelt sich zu einem der zentralen strukturellen Faktoren des 21. Jahrhunderts. Für Europa ergibt sich daraus ein strategisches Dilemma: Entweder es integriert Zuwanderer und sichert sein Sozialmodell – oder es schottet sich ab und beschleunigt damit seinen demografischen, wirtschaftlichen und politischen Bedeutungsverlust.

Spanien steht dabei an einem neuralgischen Punkt. Seine geografische Lage, seine Migrationsgeschichte, die Einbindung in die Europäische Union sowie seine Rolle als Brücke nach Lateinamerika und Nordafrika machen das Land zu einem besonders aufschlussreichen Labor für die Chancen und Konflikte des globalen demografischen Wandels. Trotz dauerhaft niedriger Geburtenraten – laut spanischem Statistikamt rund 1,3 Kinder pro Frau – gehört Spanien zu der kleinen Gruppe von Industrieländern, die dank einer positiven Wanderungsbilanz einen Bevölkerungsrückgang bislang vermeiden konnten. In einem internationalen Umfeld, das zunehmend von Konkurrenz um junge Menschen im erwerbsfähigen Alter geprägt ist, hat sich Spanien zu einem der wichtigsten Zielländer für Migration in Europa entwickelt.

Diese Position ist kein Zufall. Sie beruht auf strukturellen Faktoren: der gemeinsamen Sprache mit Lateinamerika, gewachsenen Migrationsnetzwerken, einer Wirtschaft, die Arbeitskräfte in unterschiedlichen Sektoren aufnehmen kann, sowie auf einer öffentlichen Debatte, die – trotz Spannungen – nicht vollständig in identitätspolitische Abwehrmuster abgerutscht ist, wie sie andernorts zu beobachten sind. In einer Welt, in der menschliche Mobilität zur Konstante wird – verstärkt durch Klimawandel, politische Instabilität und globale Ungleichheit –, verfügt Spanien damit über einen klaren Wettbewerbsvorteil.

Im europäischen Vergleich stellt das Land eine positive Anomalie dar, weil es im Unterschied zu vielen anderen EU-Staaten Migration bislang nicht primär als sicherheitspolitisches Problem, sondern als arbeitsmarkt- und sozialpolitische Ressource behandelt hat. Während große Teile des Kontinents stagnieren oder schrumpfen, ist die Bevölkerung Spaniens von etwa 40 Millionen im Jahr 1999 auf heute rund 50 Millionen angewachsen – ein Zuwachs, der in Europa inzwischen zur Ausnahme geworden ist. Dieses Wachstum ist nahezu ausschließlich auf Zuwanderung zurückzuführen und ging mit einer vergleichsweise dynamischen wirtschaftlichen Entwicklung einher. Die Banco de España und die Unabhängige Behörde für Haushaltsverantwortung haben wiederholt darauf hingewiesen, dass Migration wesentlich zum Beschäftigungswachstum, zur Stabilisierung des Rentensystems und zur Ausweitung der Beitragsbasis beigetragen hat. Es geht dabei nicht nur um das Besetzen offener Stellen, sondern um das grundlegende demografische Gleichgewicht zwischen Erwerbstätigen und Nichterwerbstätigen – in einem Land mit einer der höchsten Lebenserwartungen weltweit.

Vor diesem Hintergrund erweisen sich sowohl rein pro-natalistische Symbolpolitiken als auch reaktive Diskurse, die Migration primär als Bedrohung darstellen, als wenig tragfähig. Die spanische Erfahrung legt eine nüchterne empirische Wahrheit nahe: Ohne Zuwanderung wäre der aktuelle Wachstumspfad nicht möglich, und die Anpassung des Sozialstaats fiele deutlich konfliktreicher aus. Gleichzeitig bleibt das demografische Bild ambivalent. Die positive Wanderungsbilanz stärkt Bevölkerung und Wirtschaft, verschärft jedoch bestehende territoriale Ungleichgewichte. Während große Metropolräume Bevölkerung, Arbeitsplätze und Chancen bündeln, verlieren viele ländliche und innerstaatliche Regionen weiterhin Einwohner, Infrastruktur und wirtschaftliche Substanz.

Diese territoriale Spaltung ist mehr als ein demografisches Problem. Bleibt sie ungelöst, wird sie zu einem erheblichen wirtschaftlichen, sozialen, politischen und ökologischen Risiko. Entvölkerung begünstigt Landflucht, unzureichende Waldbewirtschaftung, den Verlust von Ernährungssouveränität und eine höhere Verwundbarkeit gegenüber dem Klimawandel. Umgekehrt überfordert die extreme Konzentration in den Städten den Wohnungsmarkt, öffentliche Dienstleistungen und den sozialen Zusammenhalt. Die zentrale demografische Herausforderung Spaniens besteht daher nicht allein darin, Bevölkerung anzuziehen, sondern auch darin, sie territorial klug zu verteilen und Demografie, Produktionsmodell und ökologische Transformation miteinander zu verzahnen.

Eine ausgewogenere Bevölkerungsverteilung ist auch für die Bewältigung der Klimakrise entscheidend. Lebendige ländliche Räume ermöglichen aktive Landschaftspflege, senken das Brandrisiko, fördern nachhaltige Produktionsweisen und können zu Schlüsselregionen der Energiewende und der Bioökonomie werden. Demografie ist damit eine strukturelle Querschnittspolitik, die Bevölkerung, Raumordnung, Energie, Ernährung und ökologische Resilienz verbindet. Über Spaniens demografische Zukunft nachzudenken heißt letztlich, sich zwischen zwei Modellen zu entscheiden: einem konzentrierten, fragilen und ungleichen Land – oder einem territorial kohärenten und ökologisch nachhaltigen.

Die aktuellen politischen Debatten über Migration und Regularisierung sind vor diesem Hintergrund weniger kurzfristige Reaktionen als vielmehr Ausdruck eines strukturellen Anpassungsdrucks. Um diese Herausforderung zu bewältigen, braucht Spanien eine echte staatliche Demografiepolitik entlang mehrerer strategischer Achsen. Insgesamt muss Migration als struktureller Entwicklungsfaktor anerkannt werden – jenseits sicherheitspolitischer Logiken und unter voller Wahrung der Menschenrechte, eingebettet in Arbeitsmarkt-, Sozial- und Wirtschaftspolitik.

Außerdem müssen Aufnahme- und Integrationssysteme verbessert werden, etwa durch schnellere Arbeitserlaubnisse, bessere Anerkennung von Qualifikationen und einen effektiveren Zugang zum Arbeitsmarkt, um Unterbeschäftigung zu vermeiden und gesellschaftliche Beiträge zu maximieren. Darüber hinaus gilt es die territoriale Entwicklung auszugleichen, durch hochwertige öffentliche Dienstleistungen und die gezielte Förderung menschenwürdiger Arbeitsplätze außerhalb der Metropolen. Ländliche Räume sollten vorrangig produktiv und nicht-extraktiv genutzt werden, sodass Investitionen in Energie, Industrie oder Digitalisierung lokalen Mehrwert, stabile Beschäftigung und soziale Renditen schaffen. Und schließlich müssen Bevölkerungspolitik und ökologische Transformation systematisch zusammengedacht werden – denn ein bewohntes, produktives und gut bewirtschaftetes Territorium ist ein zentraler Trumpf im Kampf gegen den Klimawandel.

Am Ende steht für Spanien eine weitreichende Entscheidung. Das Land kann auf die Kraft einer vielfältigen, pluralistischen und dynamischen Gesellschaft setzen, die Wirtschaft, Sozialstaat und territorialen Zusammenhalt stärkt. Oder es lässt sich von Rückzugsdebatten treiben, die geschlossene Identitäten versprechen, aber Überalterung, Verarmung und sozialen wie wirtschaftlichen Niedergang in Kauf nehmen. Die aktuelle Debatte um die Legalisierung hunderttausender Migrantinnen und Migranten ist daher kein Ausnahmefall, sondern Ausdruck eines tieferliegenden Strukturkonflikts. Sie zwingt Spanien zu einer Entscheidung, die viele europäische Gesellschaften in den kommenden Jahren ebenfalls treffen müssen. In der Geopolitik der Demografie ist Abschottung keine kluge Strategie. Alles deutet darauf hin, dass für Spanien ein offener, intelligenter und territorial ausgewogener Umgang mit dem demografischen Wandel die Voraussetzung für eine nachhaltige und prosperierende Zukunft ist. IPG 3

 

 

 

 

 

Rita Süssmuth: Vordenkerin deutscher Migrationspolitik ist tot

 

Als Deutschland zur Jahrtausendwende noch über Verschärfungen in der Ausländerpolitik diskutierte, überraschte Rita Süssmuth die Republik mit einer banalen Feststellung: „Deutschland ist ein Einwanderungsland“ – und Integration die Zukunft. Jetzt ist sie gestorben, eine der größten Vordenkerinnen deutscher Migrationspolitik.

Die frühere Bundestagspräsidentin Rita Süssmuth ist tot. Sie wurde 88 Jahre alt, wie Deutscher Bundestag mitteilte. Politisch bleibt sie vor allem als die Frau in Erinnerung, die einen Satz in die Mitte der deutschen Debatte stellte, als viele noch nicht bereit waren, ihn zu hören: Deutschland ist ein Einwanderungsland.

Wer verstehen will, warum dieser Satz heute wie eine Selbstverständlichkeit klingt, muss zurück ins Jahr 2000. Nach dem Regierungswechsel 1998 war Süssmuth nicht mehr Bundestagspräsidentin, blieb aber eine gefragte Stimme – auch über Parteigrenzen hinweg. Gerhard Schröder holte sie in einer Phase zurück auf die große Bühne, in der Deutschland gleichzeitig über Arbeitsmigration, Integration und Zuständigkeiten stritt.

Am 12. September 2000 setzte Otto Schily die Unabhängige Kommission „Zuwanderung“ ein – später meist „Süssmuth-Kommission“ genannt. 21 Mitglieder sollten Vorschläge erarbeiten, wie Deutschland Zuwanderung künftig ordnen kann und wie Integration verlässlich organisiert wird.

Der Bericht: Zuwanderung als Aufgabe, nicht als Ausnahme

Ein Jahr später, im Juli 2001, legte die Kommission ihren Bericht „Zuwanderung gestalten – Integration fördern“ vor. Darin wurde festgestellt: „Deutschland braucht Zuwanderinnen und Zuwanderer.“ Süssmuth selbst sagte: „Deutschland ist seit langem ein Einwanderungsland.“ Damals empfanden das viele in der Union als Affront. Die Union erklärte den Bericht – und damit auch Süssmuths Position – umgehend für „nicht zustimmungsfähig“. Ein Trugschluss wie man heute weiß.

Damit war die Diskussion nicht beendet – sie bekam überhaupt erst Struktur. Ein Forschungsbericht des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (Bamf) beschreibt die Einsetzung der Kommission als entscheidenden Impuls für die weitere Entwicklung der Debatte – sehr zum Ärger konservativer Kreise in der Politik.

Der Begriff „Einwanderungsland“ wurde zur Reizmarke. Befürworter sahen darin einen nüchternen Realitätscheck. Kritiker hielten dagegen, Ordnung und Begrenzung müssten stärker im Vordergrund stehen. Dass es dabei nicht nur um einzelne Paragrafen ging, zeigte sich schnell: Es ging um das Selbstbild eines Landes.

Politische Fronten – und eine lange Gesetzesstrecke

In der Union stieß die neue, unerwartete Stoßrichtung der Kommission auf deutlichen Widerstand. Süssmuth blieb trotzdem dabei: Wer Zuwanderung politisch steuern will, muss sie zuerst als Realität anerkennen. Genau dieser Perspektivwechsel war ihr Beitrag.

Der Weg in die Gesetzgebung verlief nicht geradlinig. Am Ende stand das Zuwanderungsgesetz – an Stelle des alten „Ausländergesetzes“: Die maßgebliche Fassung wurde am 5. August 2004 verkündet und trat weitgehend am 1. Januar 2005 in Kraft. Damit wurden Zuständigkeiten neu geordnet und Integration stärker als dauerhafte Aufgabe beschrieben – nicht nur als Erwartung an Zugewanderte, sondern als staatlicher Rahmen, der funktionieren muss.

Was von der Kommission blieb

Kurzfristig brachte die Kommission neue Impulse und Ordnung in eine Debatte, die lange zwischen Tabus und Reflexen pendelte. „Einwanderungsland“ war plötzlich kein Randbegriff mehr, sondern der Prüfstein politischer Positionen.

Mittelfristig wirkte sie als Vorlage für Gesetzgebung und Verwaltungspraxis. Zuwanderung wurde stärker als regelbares Feld behandelt – nicht als Ausnahmezustand.

Langfristig verschob sich das Verständnis von Integration: weg vom Appell, hin zur Struktur. Das Bamf beschreibt seit 2005 Integrationsförderung als festen Bestandteil staatlichen Handelns; der Anspruch auf Teilnahme an Integrationskursen ist im Aufenthaltsgesetz verankert. Damit wurde aus einem politischen Schlagwort ein Auftrag – mit allen Erfolgen, Reibungen und offenen Baustellen, die bis heute dazugehören.

Konservativ und modern – für die eigene Partei oft zu viel

Süssmuths Rolle lässt sich aber kaum auf ein Amt oder ein Thema reduzieren. Für sie waren Konservativ und modern kein Gegensatz. Manche in ihrer Partei überforderte die CDU-Politikerin lange vor Einsetzung der Zuwanderungskommission. Als Süssmuth im September 1985 Heiner Geißler beerbte, lautete der Name ihres Ressorts noch „Bundesministerium für Jugend, Familie und Gesundheit“. Es dauerte ein Jahr, dann wurde daraus das „Bundesministerium für Jugend, Familie, Frauen und Gesundheit“.

Die Förderung von Frauen, der Kampf um ihre Gleichberechtigung in Politik, Beruf und Gesellschaft war ein Herzensanliegen Süssmuths. Ein Ziel, das sie weit über ihre aktive politische Karriere hinaus verfolgte.

Bei ihrer Berufung ins Kabinett Kohl weitgehend unbekannt

Als Bundeskanzler Helmut Kohl 1985 Süssmuth in sein Kabinett aufnahm, war das eine handfeste Überraschung. Die 48-Jährige gehörte der CDU erst seit vier Jahren an. Als Vorsitzende des Bundesfachausschusses Familienpolitik war sie Fachpolitikern bekannt, sonst aber kaum jemandem.

Am 17. Februar 1937 wurde sie in Wuppertal geboren, ihr Vater war Lehrer. Rita Kickuth, so ihr Geburtsname, studierte Romanistik und Geschichte, später noch Erziehungswissenschaften, Soziologie und Psychologie. Sie wirkte als Professorin für Erziehungswissenschaften an den Universitäten Bochum und Dortmund sowie an der Pädagogischen Hochschule Ruhr. Dass sie 1977 in der Sachverständigenkommission für den dritten Familienbericht der Bundesregierung mitarbeitete, wirkt im Nachhinein wie eine Vorbereitung auf ihr späteres Ministeramt.

Aus Rita Süssmuth wird bald „lovely Rita“

In diesem nahmen Süssmuths Bekanntheit und Beliebtheit schnell zu, wie jahrelange Spitzenplätze in Umfragen zeigten. Dass sie den Ministerposten als absolute Quereinsteigerin übernahm, eine Fachfrau und keine Parteikarrieristin war, gefiel vielen Menschen. Aus Rita Süssmuth wird bald „lovely Rita“. Schnell musste sie sich im Amt beweisen – bei der Reaktorkatastrophe von Tschernobyl 1986 mit ihren Auswirkungen bis nach Deutschland ebenso wie bei der Ausbreitung der Immunschwächekrankheit Aids.

Unter Süssmuth wurde der Anspruch aller Mütter und Väter auf Erziehungsgeld eingeführt, wurden erstmals Kindererziehungszeiten in der Rente anerkannt und der steuerliche Kinderfreibetrag spürbar angehoben. Süssmuth machte sich für die Wahlfreiheit der Frauen zwischen Familie und Beruf stark, trat für ein liberaleres Abtreibungsrecht ein, kämpfte gegen die Ausgrenzung von Aids-Kranken und für die Legalisierung gleichgeschlechtlicher Beziehungen.

Gesellschaftspolitisch der CDU oft Jahre voraus

In der damals noch konservativeren Union vertrat sie damit oft Minderheitspositionen. Sie war der Partei gesellschaftspolitisch manchmal um Jahre voraus. Das galt auch für innerparteiliche Fragen wie die Einführung einer Frauenquote in der „Altherrenriege“ CDU (O-Ton Süssmuth), für die sie schon 1995 beim Parteitag in Karlsruhe stritt. Erst 2022 beschloss die CDU die Quote.

Mit ihrer selbstbewusst vertretenen Politik sorgte Süssmuth in den eigenen Reihen immer wieder für Unruhe. Auch mit Kohl, dessen Ära als Kanzler sie mitprägte, trug sie manche Kontroverse aus. Dass sie als Vorsitzende der Frauen-Union ab 1986 eine Hausmacht in der CDU hatte, stärkte ihre Position. Mit ihrem Eintreten für eine Reform des Abtreibungsparagrafen 218 legte sich die Katholikin auch mit der Kirche an, in der sie sich aber engagierte.

Weggelobt ins Amt der Bundestagspräsidentin

Als Kohl sie 1988 als Bundestagspräsidentin vorschlug, wurde das allgemein als ein Wegloben der unbequem Gewordenen interpretiert. 1989 gehörte Süssmuth beim legendären CDU-Parteitag in Bremen zur Gruppe derer, die Kohl als Parteichef absägen wollten. Was misslang, ihr aber nicht schadete. Süssmuth blieb bis zum SPD-Wahlsieg 1998 Bundestagspräsidentin. 1987, 1990 und 1994 gewann sie das Direktmandat im Wahlkreis Göttingen, 1998 zog sie über die CDU-Landesliste Niedersachsen in den Bundestag ein.

Als dessen Präsidentin von 1988 bis 1998 organisierte sie den Umzug von Bonn nach Berlin, gegen den sie selbst gestimmt hatte, und leitete die mit der deutschen Einheit notwendig gewordene Parlamentsreform ein. Mit ihrer strikten Frauenförderung in der Bundestagsverwaltung löste sie aber bisweilen selbst bei Frauen Kopfschütteln aus.

Eine Dienstwagen-Affäre 1991 überstand Süssmuth ebenso wie 1996 den Vorwurf, die Flugbereitschaft der Bundeswehr für private Zwecke genutzt zu haben. Beides kratzte aber an ihrer Popularität. Geholfen haben dürfte ihr in beiden Krisen ihr Motto „Einmal mehr aufstehen als hinfallen“.

Ihr Amt als Bundestagspräsidentin verlor sie 1998 mit dem Regierungswechsel, auch aus den Führungsgremien der CDU schied sie aus, behielt nur ihr Abgeordnetenmandat.

Keine Ruhe

Mit dem Ausscheiden aus dem Bundestag 2002 setzte sich Süssmuth nicht zur Ruhe. So war sie viele Jahre lang Mitglied des Kuratoriums des Dokumentations- und Kulturzentrums Deutscher Sinti und Roma und hat die Entwicklung der Dauerausstellung zum Holocaust an 500.000 Sinti und Roma im NS-besetzten Europa nachhaltig geprägt. Oder sie kämpfte für die gleichberechtigte Vertretung von Frauen im Bundestag, rief dafür die Initiative „Parität jetzt!“ ins Leben. „Jetzt geht es nicht mehr um Quoten, sondern um gleiche Anteile von Frauen und Männern in der Politik, um die Parität“, sagte sie 2020.

Doch als ein Jahr später ein neuer Bundestag gewählt wurde, lag der Frauenanteil gerade einmal bei 35 Prozent. Und bei der Bundestagswahl 2025 sank er sogar noch auf 32,4 Prozent. Beim Thema Migration hingegen hatte sie ihr Ziel längst erreicht: Aus dem Satz, den viele einst als Zumutung empfanden, wurde breiter Konsens: Deutschland ist ein Einwanderungsland. (dpa/mig 3)

 

 

 

 

 

 

DAAD trauert um Rita Süssmuth

 

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) trauert um Prof. Dr. Rita Süssmuth, die am 1. Februar im Alter von 88 Jahren verstorben ist. Süssmuth war 15 Jahre lang Präsidentin des Konsortiums Türkisch-Deutsche Universität (K-TDU) und prägte die Gründung und den Aufbau der vom DAAD geförderten binationalen Hochschule maßgeblich.

Bonn. „Rita Süssmuth war nicht nur eine leidenschaftliche Kämpferin für die Gleichberechtigung der Frauen in unserem Land, sie war auch dem internationalen Wissenschaftsaustausch mit Herzblut verbunden. Ihrem beständigen Einsatz ist die Gründung der Türkisch-Deutschen Universität in Istanbul zu verdanken, die heute das Leuchtturmprojekt der türkisch-deutschen Wissenschaftskooperation ist. Deutschland und seine Hochschulen verlieren mit ihr eine großartige und engagierte Streiterin für die Internationalisierung und die internationale Verständigung. Wir werden Rita Süssmuth, ihr Können und ihr Engagement schmerzlich vermissen und ihr ein ehrendes Andenken bewahren“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.

„Rita Süssmuth war dem wissenschaftlichen Austausch und den Beziehungen zur Türkei mit großer Leidenschaft verbunden. Sie hat entscheidend zum Auf- und Ausbau der Türkisch-Deutschen Universität beigetragen. Das Konsortium hat sie 15 Jahre lang gelenkt, zusammengehalten und durch herausfordernde Zeiten gesteuert. Sie wird uns sehr fehlen“, ergänzte Prof. Dr. Sabine Kunst, Präsidentin des Konsortiums Türkisch-Deutsche Universität (K-TDU) und Nachfolgerin von Süssmuth in diesem Amt.

Einsatz für die Internationalisierung deutscher Hochschulen

Die ehemalige Bundestagspräsidentin setzte sich nach ihrem Ausscheiden aus dem Bundestag für den akademischen Austausch und die Internationalisierung der deutschen Hochschulen ein. Außenwissenschaftspolitisch war es Süssmuth ein besonderes Anliegen, die vielfältigen türkisch-deutschen Beziehungen auch in der Wissenschaft zu intensivieren. Eine der wichtigsten Errungenschaften ihres Einsatzes ist die 2008 beschlossene Gründung einer binationalen Universität in Istanbul. 2010 wurde der Grundstein für die Türkisch-Deutsche Universität (TDU) am Bosporus gelegt, 2014 fand die Eröffnung mit Staatspräsident Abdullah Gül und Bundespräsident Joachim Gauck als Ehrengästen statt.

Darüber hinaus initiierte Süssmuth die Gründung eines Konsortiums von 38 deutschen Hochschulen, die sich gemeinsam für den Auf- und Ausbau der TDU einsetzen. Diesem Konsortium stand sie über viele Jahre als Präsidentin vor. In dem oftmals politisch geprägten und herausfordernden Wirkungsfeld zeigten sich ihre herausragenden Stärken: Sie einte und warb für einen gemeinsamen Geist der Kooperation auf deutscher wie auf türkischer Seite. Dabei scheute sie den Konflikt nicht, suchte aber stets nach verbindenden Elementen in der Zusammenarbeit. Aufgrund ihrer langjährigen Verdienste um den deutsch-türkischen Austausch erhielt Süssmuth 2022 die Ehrendoktorwürde der TDU.

Türkisch-Deutsche Universität

Die Türkisch-Deutsche Universität hat sich seit ihrer Gründung im Bildungssystem der Türkei fest etabliert und gilt als eine der besten Hochschulen des Landes. Sie ist eine Universität nach türkischem Recht, basierend auf einer Regierungsvereinbarung zwischen beiden Ländern. Derzeit bietet sie 39 Studiengänge an fünf Fakultäten an; Deutsch, Türkisch und Englisch sind die Unterrichtssprachen. Über 4.600 Studierende sind aktuell eingeschrieben. Daad 2

 

 

 

 

 

 

EU-Asylpolitik. Schwarz-Rot einigt sich auf maximale Strenge

 

Die Mitgliedstaaten müssen die EU-Asylreform Mitte des Jahres anwenden. Lange hat die schwarz-rote Koalition um die Umsetzung in deutsches Recht gerungen. Nun gibt es einen Kompromiss: Sekundärmigrationszentren, Sozialleistungen auf Minimum und Haft.

Union und SPD haben sich auf einen Kompromiss zur Asylpolitik geeinigt. Nach Angaben aus Koalitionskreisen sieht dieser einerseits mehr Beschränkungen für Schutzsuchende, andererseits aber auch einen schnelleren Zugang zum Arbeitsmarkt für Asylbewerber vor. Zuerst hatte der „Spiegel“ darüber berichtet.

Der innenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Alexander Throm, sagte der Deutschen Presse-Agentur: „Im letzten Jahr hätte die Hälfte der Asylbewerber, die nach Deutschland gekommen sind, nach EU-Recht in einem anderen Mitgliedstaat bleiben müssen.“ Für die Union sei es daher unverhandelbar, die Weiterreise von Asylbewerbern in Europa zu stoppen. Um hier voranzukommen, „führen wir jetzt sogenannte Sekundärmigrationszentren ein, in denen die Betroffenen bis zu ihrer Rücküberstellung bleiben“. Die Sozialleistungen für diese Gruppe würden gleichzeitig auf ein Minimum reduziert.

„Generell führen wir für alle Asylbewerber jetzt auch die neue Möglichkeit einer Asylverfahrenshaft ein, etwa wenn die Gefahr besteht, dass die Personen untertauchen“, fügte der CDU-Politiker hinzu.

Widerstand in der SPD

Weitere Details gaben die Koalitionspartner zunächst nicht bekannt. Der „Spiegel“ schrieb, dass der Kompromiss neben der Einführung der Zentren auch vorsehe, dass Menschen in Asylverfahren deutlich schnelleren Zugang zum Arbeitsmarkt bekommen sollen. Demnach sollen künftig drei statt sechs Monate Wartezeit reichen. Auch die Gesundheitsversorgung für geflüchtete Kinder solle verbessert werden, schreibt das Magazin.

Gegen die Umsetzung der EU-Asylreform in deutsches Recht gemäß Kabinettsbeschluss hatte sich in der SPD in den vergangenen Monaten Widerstand geregt. So hatte etwa Aziz Bozkurt, Bundesvorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt in der SPD, kritisiert, dass die von der EU geplante Reform Spielraum bei der Auslegung lasse und sich die Bundesregierung für eine maximal restriktive Umsetzung entschieden habe.

Amnesty International warf der Bundesregierung vor, sie wolle – obwohl europarechtlich nicht verpflichtend – „zukünftig eine Inhaftierung von Familien und Kindern ermöglichen“.

Reform des Europäischen Asylsystems ab Mitte des Jahres

Die Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) war am 14. Mai 2024 beschlossen worden und wird Mitte des Jahres anwendbar. Die EU-Mitgliedstaaten müssen entsprechend ihr nationales Recht anpassen.

Danach sollen etwa Verfahren beschleunigt werden, in denen Schutzsuchende bereits in einem anderen Mitgliedstaat einen Asylantrag gestellt haben. Auch sollen Überstellungen in den für das jeweilige Verfahren zuständigen Staat länger möglich sein, beispielsweise wenn jemand zwischenzeitlich untertaucht.

Für Menschen aus Herkunftsstaaten, deren Bürger in Europa nur selten als schutzbedürftig anerkannt werden, soll es Asylverfahren an den EU-Außengrenzen geben. (dpa/mig 2)