WEBGIORNALE   10-23  febbraio  2020

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Referendum costituzionale il 29 marzo. Chiamati al voto anche i cittadini italiani residenti all’estero  1

2.       Referendum costituzionale. Il Cgie chiama ad una grande mobilitazione ed invita a votare ed a far votare NO  1

3.       Brexit: Il Parlamento Europeo approva l’accordo  2

4.       Il futuro delle relazioni tra UE e Regno Unito: i prossimi passi 2

5.       Brexit: addio o arrivederci?  2

6.       UE. Erasmus+, in 30 anni oltre 10 milioni di studenti hanno partecipato  3

7.       Sono circa 80 milioni gli oriundi italiani nel mondo  3

8.       Una lezione per tutti dal caso della Turingia  3

9.       Caso Turingia, la cancelliera Merkel fa saltare il responsabile governativo per l'Est 4

10.   Francoforte: il Console Generale Samà in visita ai detenuti italiani 4

11.   Presentata la Berlinale 2020 (20 febbraio – 1 marzo) 4

12.   I temi recenti di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  5

13.   Concerto di beneficenza alla MCI di Francoforte il 29 febbraio  6

14.   A Monaco di Baviera incontro con i candidati per il voto comunale del 15 marzo  6

15.   Progetto del Consolato di Francoforte. I liceali tedeschi alla scoperta della lingua italiana e non solo  6

16.   A Berlino il 27 febbraio l’incontro “Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti”  7

17.   “Cosa unisce l’Europa”. Nuovi fondi dalla Germania per la ricerca e la formazione in Italia  7

18.   In corso a Francoforte la Fiera Ambiente. Significativa la presenza italiana  7

19.   Riunito il direttivo della Famiglia Bellunese del Nord Reno Westfalia  7

20.   La Ministra Bellanova a Fruit Logistica di Berlino. Sinergia con Ice per la promozione del made in Italy agroalimentare  7

21.   La Costituzione tedesca spiegata agli alunni 8

22.   Guida sull’Emilia-Romagna pubblicata dall’Automobil Club tedesco ADAC  8

23.   Costruire un nuovo rapporto con l'Ue. Johnson alla prova della Brexit (e del Regno dis-Unito) 8

24.   Economia, clima, tecnologia e geopolitica. I 50 anni del World Economic Forum   9

25.   Il vecchio e il nuovo nella politica italiana  9

26.   Come da programma  9

27.   Il Pniec e i primi passi del Green Deal. Ecco la politica energetica e climatica dell’Italia  10

28.   Scrive la presidente di Silk Council. Coronavirus: a repentaglio l’amicizia tra Italia e Cina  10

29.   Oltre il progetto  10

30.   Brexit: parla Bill Emmott. “Un momento molto triste, ma dobbiamo conviverci”  10

31.   Bando “Movin’Up 2020” per la mobilità internazionale dei giovani creativi italiani. Scadenza l’11 marzo  11

32.   Italia Povera  11

33.   “Giornata mondiale del cinema italiano”  11

34.   Celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale. Messaggio del Santo Padre Francesco  12

35.   Le carte in tavola  12

36.   Vince Bonaccini, Pd primo partito in Emilia  12

37.   Virus, "il contagio solo da chi ha sintomi"  13

38.   I mutamenti 13

39.   Interrogazione al governo per ripristinare l’esenzione IMU per i pensionati all’estero  13

40.   Dino Nardi e la strumentalizzazione politica dell’Imu: il bue e l’asino  13

41.   Politica scontata  14

42.   Riunito a Roma il Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo) 14

43.   Sicurezza sociale e Brexit, i timori rimangono  14

44.   I passi falsi 14

45.   I servizi per i connazionali all’estero richiedono trasparenza, concretezza e condivisione  15

46.   In Commissione Esteri l’audizione di Matteo Sanfilippo del Centro Studi Emigrazione  15

47.   Anticipazioni superflue  15

48.   Presentata la nuova Consulta dell’emigrazione sarda  15

49.   Parere favorevole della Commissione Affari costituzionali all’istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo  15

50.   “Contesto migratorio precario, si rischia di tornare ad antica idea di Gastarbeiter”  16

51.   Gli italiani all’estero sono 5.486.081  16

52.   “Vivo d’arte” 2020, concorso per artisti italiani all’estero  16

53.   Recensione. "L'accoglienza delle persone migranti. Modelli di incontro e socializzazione"  16

 

 

1.       Der nukleare Bumerang  17

2.       EU-Vorzeigeprojekt: Mehr als 10 Millionen Europäer haben am Erasmus-Programm teilgenommen  17

3.       Der andere Machtmissbrauch  18

4.       Bundesverfassungsgericht. Hartz-IV-Ausschluss für Ausländer gilt weiter 18

5.       Ein Erfurter „Pyrrhussieg“?  18

6.       Mut zum Wechsel 19

7.       Politisches Erdbeben nach Wahl des thüringischen Ministerpräsidenten  19

8.       Papst gratuliert Rom zum Jubiläum als Hauptstadt 20

9.       Statistik. EU-Bürger machen ein Drittel aller Einbürgerungen in Deutschland aus  20

10.   Wer kann Trump schlagen?  20

11.   Kampf gegen Hunger. In Mosambik setzen Experten auf den Moringa-Baum   21

12.   Italien. Niederlage trotz Remis  21

13.   Stichwort: Karneval 22

14.   „Suffering in Silence“: 9 von 10 vergessenen Krisen in Afrika  22

15.   Studie. Krisen in Afrika erhielten 2019 die wenigste Aufmerksamkeit 22

16.   Soros beschuldigt Facebook der Verschwörung zur Wiederwahl von Trump  23

17.   Zur Deeskalation zwingen  23

18.   "Kollektiver Wahn". Studie warnt vor Radikalisierung Rechtsextremer im Internet 24

19.   Europa-Union Generalsekretär Christian Moos: „Brexit ist ein historischer Rückschritt“  24

20.   Ab Februar. Polizei MV nennt jetzt immer Nationalität von Tatverdächtigen  25

21.   UNO/Vatikan: Wie die Kirche während der Shoah den Juden half 25

22.   Gedenkstunde im Bundestag. Kein Schweigen über Auschwitz  25

23.   Die Europa-Union Deutschland zur Konferenz zur Zukunft Europas  25

24.   Bevölkerungswachstum. Wanderungssaldo nimmt im vierten Jahr in Folge ab  26

25.   Umfrage. Ausländischer Name erschwert die Wohnungssuche  26

26.   Fan-Forscher. Wachsamkeit gegen rechtsextreme Fans in den Stadien  26

 

 

 

Referendum costituzionale il 29 marzo. Chiamati al voto anche i cittadini italiani residenti all’estero

 

ROMA – Il Consiglio dei Ministri si è riunito ieri pomeriggio 27 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente Giuseppe Conte.

Su proposta dello stesso Presidente Conte, il Consiglio dei Ministri ha convenuto sulla data del 29 marzo 2020 per l’indizione – con decreto del Presidente della Repubblica – del referendum popolare previsto dall’articolo 138 della Costituzione sul testo di legge costituzionale recante: «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dalle due Camere e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 240, del 12 ottobre 2019.

Potranno esercitare il diritto di voto nel luogo di residenza anche i cittadini italiani residenti all’estero. Se la riforma costituzionale sarà confermata dal voto popolare, saranno ridotti i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Trattandosi di referendum confermativo e non abrogativo, per la sua validità non è previsto alcun quorum minimo di votanti. Pertanto, nel caso in cui i voti validi favorevoli superino quelli contrari, il Capo dello Stato promulgherà la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.

 

I residenti all’estero votano per posta

L’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione, con ordinanza depositata in data 23 gennaio 2020, ha dichiarato che la richiesta di referendum sul testo di legge costituzionale recante “modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, è conforme all’art. 138 Cost. ed ha accertato la legittimità del quesito referendario dalla stessa proposto.

Con Decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 23 del 29 gennaio 2020, è stata fissata al 29 marzo 2020 la data del referendum confermativo popolare, che vedrà coinvolti anche i cittadini italiani residenti all’estero.

Si ricorda che il voto è un diritto tutelato dalla Costituzione Italiana e che, in base alla Legge 27 dicembre 2001, n.459, i cittadini italiani residenti all’estero, iscritti nelle liste elettorali, possono votare per posta. A tal fine, si raccomanda quindi di controllare e regolarizzare la propria situazione anagrafica e di indirizzo presso il proprio consolato.

È possibile in alternativa, per gli elettori residenti all’estero ed iscritti all’Aire, scegliere di votare in Italia presso il proprio comune di iscrizione elettorale, comunicando per iscritto la propria scelta (opzione) al Consolato entro il 10° giorno successivo alla indizione delle votazioni. Gli elettori che scelgono di votare in Italia in occasione della prossima consultazione referendaria, riceveranno dai rispettivi Comuni italiani la cartolina-avviso per votare presso i seggi elettorali in Italia.

La scelta (opzione) di votare in Italia vale solo per una consultazione referendaria.

Si ribadisce che in ogni caso l’opzione deve pervenire all’Ufficio consolare non oltre i 10 giorni successivi a quello dell’indizione delle votazioni, ovvero entro il giorno 8 febbraio 2020. Tale comunicazione può essere scritta su carta semplice e - per essere valida - deve contenere nome, cognome, data, luogo di nascita, luogo di residenza e firma dell’elettore, accompagnata da copia di un documento di identità del dichiarante.

Per tale comunicazione si può anche utilizzare l’apposito modulo scaricabile dal sito web del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (www.esteri.it). Come prescritto dalla normativa vigente, sarà cura degli elettori verificare che la comunicazione di opzione spedita per posta sia stata ricevuta in tempo utile dal proprio Ufficio consolare.

La scelta di votare in Italia può essere successivamente revocata con una comunicazione scritta da inviare o consegnare all’Ufficio consolare con le stesse modalità ed entro gli stessi termini previsti per l’esercizio dell’opzione.

Se si sceglie di rientrare in Italia per votare, la Legge non prevede alcun tipo di rimborso per le spese di viaggio sostenute, ma solo agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano. Solo gli elettori residenti in Paesi dove non vi sono le condizioni per votare per corrispondenza (Legge 459/2001, art. 20, comma 1-bis) hanno diritto al rimborso del 75 per cento del costo del biglietto di viaggio, in classe economica.

Elettori temporaneamente all’estero

Gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovino temporaneamente all’estero, per un periodo di almeno tre mesi, nel quale ricade la data di svolgimento del referendum popolare confermativo (29 marzo 2020) della legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari, nonché i familiari con loro conviventi, potranno esercitare il diritto di voto per corrispondenza (art. 4-bis, comma 1, legge 459 del 27 dicembre 2001), ricevendo il plico elettorale contenente la scheda per il voto all’indirizzo di temporanea dimora all’estero.

Per esercitare il proprio diritto di voto per corrispondenza, tali elettori dovranno far pervenire al comune d’iscrizione nelle liste elettorali un’apposita opzione entro il 26 febbraio 2020.

L’opzione (esercitabile tramite il modulo qui allegato o in carta libera) può essere inviata per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al Comune anche da persona diversa dall’interessato.

L’opzione, obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero completo cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’Ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (ovvero che ci si trova - per motivi di lavoro, studio o cure mediche - per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle consultazioni in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti, oppure che si è familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni).

L’opzione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000).

È possibile la revoca della medesima opzione entro lo stesso termine (26 febbraio 2020). Si ricorda infine che l’opzione è valida solo per il voto cui si riferisce (ovvero, in questo caso, per le consultazioni referendarie del 29 marzo 2020).

Gli uffici consolari sono a disposizione per ogni ulteriore chiarimento. De.it.press

 

 

 

 

Referendum costituzionale. Il Cgie chiama ad una grande mobilitazione ed invita a votare ed a far votare NO  

 

Domenica 29 marzo 2020 si voterà per il referendum popolare sulla modifica costituzionale che riduce il numero dei parlamentari in Italia e nella circoscrizione Estero. Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie) chiama i Comites, le Associazioni e i connazionali all’estero “ad una grande mobilitazione per la democrazia e per i diritti civili e politici”, e chiede alle comunità italiane all’estero “un impegno straordinario per votare e far votare NO”. Ecco il documento del Cgie

 

Il tempo per informare e far conoscere ai nostri connazionali all’estero la portata del referendum sulla riduzione dei parlamentari è stretto e bisogna agire in fretta. Tra poco meno di due mesi si voterà. Occorre da subito avviare un’azione di sensibilizzazione in tutti i paesi del mondo, che ci veda protagonisti di una grande battaglia per la democrazia e per l’affermazione dei diritti civili e politici degli italiani all’estero.

Il Consiglio dei Ministri nei giorni scorsi ha deciso la data del 29 marzo 2020 per l’indizione del referendum popolare previsto dall’articolo 138 della Costituzione sul testo di legge costituzionale recante: «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvato dalle due Camere e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 240, del 12 ottobre 2019.

REFERENDUM CONFERMATIVO DISCIPLINATO DALL’ART. 138

Il referendum confermativo per le leggi costituzionali è disciplinato dall’articolo 138 della Carta. Serve a sottoporre ai cittadini la riforma votata dal Parlamento, ma può essere richiesto solo se i sì della Camera e del Senato non superano i due terzi dei componenti dell’assemblea.

Tre sono i modi previsti dalla Costituzione: a chiedere il referendum possono essere 500 mila elettori, 5 Consigli regionali o un quinto dei membri di una delle Camere (126 deputati o 64 senatori). A differenza dei referendum abrogativi, per la validità del referendum costituzionale come quello al quale siamo chiamati a votare il 29 marzo, non è obbligatorio alcun quorum. Il sì o il no vince con un solo voto in più.

I PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO DA 18 a 12

La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. L’istituto dei senatori a vita è conservato fissandone a 5 il numero massimo (finora 5 era il numero massimo che ciascun presidente poteva nominare). Ridotti anche gli eletti all’estero: i deputati scendono da 12 a 8, i senatori da 6 a 4.

Il Cgie non è contrario a una riduzione del numero complessivo dei parlamentari italiani, ma esprime un parere nettamente negativo alla riduzione degli eletti nella Circoscrizione estero. Ci sono voluti 60 anni per riconoscere il diritto di voto agli italiani all’estero e a cuor leggero si sta cercando di restringerne la rappresentanza nelle istituzioni.

PARERE MOLTO NEGATIVO DEL CGIE

A differenza della nuova legge, la riforma della rappresentanza nel Parlamento avrebbe dovuto avere per gli italiani all’estero un segno del tutto diverso: ristabilire quell’equilibrio e quella parità nei criteri di rappresentanza tra i cittadini, qualunque sia la loro residenza territoriale, che finora c’è negata.

Lo squilibrio nella rappresentanza dei cittadini residenti all’estero rispetto a quelli residenti in Italia diventerebbe insostenibile: un deputato eletto in Italia rappresenterebbe 150.000 abitanti, uno eletto all’estero 700.000 iscritti AIRE; un senatore eletto in Italia poco oltre 300.000 abitanti, uno all’estero oltre 1 milione e 400 mila iscritti AIRE.  Oggi, invece, le proporzioni riferite alle elezioni del 2018 sono le seguenti: il deputato eletto in Italia rappresenta in media 96.000 cittadini, l’eletto all’estero 400.000 iscritti AIRE; il senatore eletto in Italia rappresenta in media 192.000 cittadini, l’eletto all’estero 800.000 cittadini iscritti AIRE: i dati sono tratti dal Dossier del 16 ottobre 2018 sulla riduzione del numero dei parlamentari, A.S. n. 214; n. 515; n. 805).

GRAVE LESIONE DELLA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA

Un rapporto destinato ad aggravarsi ulteriormente: dal 2006 a oggi, la base elettorale in Italia è andata calando, mentre quella degli iscritti all’AIRE è aumentata del 60% circa e continua a crescere a causa di flussi di emigrazione stabile, cui si aggiungono gli italiani temporaneamente all’estero, anch’essi in costante aumento.

Il Cgie ha sempre chiesto e ribadito negli incontri istituzionali e nelle audizioni alla Camera e al Senato che la revisione costituzionale in esame valutasse di espungere del tutto il riferimento agli eletti nella circoscrizione estero dal taglio lineare, in modo da prevedere in aggiunta al numero rideterminato dei deputati e senatori eletti nel territorio nazionale, il novero immutato dei deputati e dei senatori eletti all’estero.

Pertanto ai previsti 200 senatori da eleggere in Italia aggiungere i 6 senatori eletti all’estero per formare un Senato di 206 persone e al numero di 400 deputati eletti in Italia alla Camera aggiungere i 12 deputati eletti all’estero.

IL CGIE CHIAMA ALLA MOBILITAZIONE PER VOTARE NO

La misura adottata nella revisione costituzionale rappresenta una gravissima lesione del principio di uguaglianza tra i cittadini sancito dall’articolo 3 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono uguali davanti alla legge”), e si creerebbe una profonda discrepanza nel rapporto numerico tra elettori ed eletti, relegando tutti i cittadini residenti fuori dai confini nazionali ad una condizione di inferiorità e marginalità.

Respingere la riforma costituzionale è il solo modo per mantenere vivo e saldo quel legame con la madre patria che contribuisce al rafforzamento degli interessi di natura economica e geopolitica e alla promozione del Sistema Italia.

Il CGIE chiama i Comites, le Associazioni e i connazionali ad una grande mobilitazione per la democrazia e per i diritti civili e politici, contro il taglio del numero dei parlamentari che riduce di un terzo i già pochi deputati e i senatori eletti nella Circoscrizione estero. Il Cgie, forte della sua autorevole rappresentatività delle comunità italiane sparse nei cinque continenti, chiede alle comunità italiane all’estero un impegno straordinario per votare e far votare NO”.

Cgie/De.it.press 4

 

 

 

 

Brexit: Il Parlamento Europeo approva l’accordo 

 

L’Accordo di recesso del Regno Unito dalla UE ha superato il penultimo ostacolo prima dell’entrata in vigore. Il 31 gennaio 2020 la conclusione dell’iter 

 

Mercoledì sera, il Parlamento ha approvato l’Accordo di recesso con 629 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni. In un dibattito con la Segretaria di Stato croata per gli Affari europei, Nikolina Brnjac, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio, la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e il Capo negoziatore dell'UE, Michel Barnier, il Parlamento ha fatto il punto sul processo di ritiro e sulle future relazioni.

Commentando l'importanza storica del voto, la maggior parte degli oratori che sono intervenuti in nome dei gruppi politici ha sottolineato che il recesso del Regno Unito non sancirà la fine delle relazioni UE-Regno Unito e che i legami tra i popoli d'Europa sono forti e rimarranno intatti.

Hanno inoltre affermato che ci sono lezioni da trarre dalla Brexit per plasmare il futuro dell'UE. Hanno infine ringraziato il Regno Unito e i suoi eurodeputati per il loro contributo in tutto il periodo di appartenenza del Regno Unito alla UE.

Molti oratori hanno dichiarato che i negoziati sulle relazioni future tra l'UE e il Regno Unito saranno difficili, soprattutto tenendo conto dei tempi previsti dall'Accordo di recesso.

Ruolo del PE sulle relazioni future con il Regno Unito

Il gruppo di coordinamento del Regno Unito, guidato dal Presidente della commissione affari esteri David McAllister (PPE, DE), si relazionerà con la task force dell'UE per le relazioni con il Regno Unito e si coordinerà con le commissioni parlamentari per gli affari esteri e per il commercio internazionale e con tutte le altre commissioni competenti. Il PE seguirà da vicino il lavoro del negoziatore dell'UE Michel Barnier e continuerà a influenzare i negoziati con delle risoluzioni. L'accordo finale dovrà essere approvato dal Parlamento.

Citazioni

A conclusione del voto, il Presidente Sassoli ha dichiarato: “Mi rattrista profondamente pensare di essere arrivati a questo punto. Cinquant'anni di integrazione non possono dissolversi facilmente. Dovremo impegnarci, tutti, per costruire nuove relazioni mettendo sempre al centro gli interessi e la protezione dei diritti dei cittadini. Niente sarà semplice. Ci saranno situazioni difficili che metteranno anche alla prova i nostri rapporti futuri. Ma questo lo sapevamo sin dall´inizio della Brexit. Sono sicuro, però, che sapremo superare qualsiasi divergenza e trovare sempre un punto di incontro".

Prossime tappe

Per entrare in vigore, l'Accordo di recesso sarà ora sottoposto al voto finale del Consiglio, a maggioranza qualificata.

Il periodo di transizione inizia il 1° febbraio e scadrà alla fine di dicembre 2020. Qualsiasi accordo sulle relazioni future UE-Regno Unito dovrà essere concluso prima di tale data affinché possa entrare in vigore il 1° gennaio 2021.

Il periodo di transizione può essere prorogato una volta, per uno o due anni, ma tale decisione deve essere presa dalla commissione congiunta UE-Regno Unito entro il 1° luglio.

Il Parlamento dovrà approvare qualsiasi accordo sulle relazioni future e, se tale accordo fa riferimento a competenze che l'UE condivide con gli Stati membri, anche i parlamenti nazionali dovranno ratificarlo.

Contesto

La votazione in Plenaria si è svolta dopo il completamento del processo di ratifica nel Regno Unito e la raccomandazione positiva della commissione per gli affari costituzionali. La seconda parte dell'Accordo di recesso protegge i cittadini dell'UE nel Regno Unito e i cittadini britannici in altri paesi UE, nonché le loro famiglie.

Secondo le disposizioni, tutti i diritti di sicurezza sociale previsti dal diritto UE saranno mantenuti, i diritti dei cittadini saranno garantiti per tutta la vita e le relative procedure amministrative dovranno essere trasparenti, fluide e snelle. L'attuazione e l'applicazione di queste disposizioni sarà controllata da un'autorità indipendente, che disporrà di poteri equivalenti a quelli della Commissione europea. Pe 29

 

 

 

Il futuro delle relazioni tra UE e Regno Unito: i prossimi passi  

 

L’uscita del Regno Unito dall’UE non segna la fine della cooperazione. Presto i negoziati per decidere come collaborare su tutti i fronti, dal commercio alla lotta al terrorismo.

L’UE e il Regno Unito devono affrontare molte sfide comuni, come il cambiamento climatico e la minaccia del terrorismo - è quindi nell’interesse di tutti lavorare insieme su tali questioni.

Anche se è stato negoziato un accordo di uscita, questo riguarda soprattutto la protezione dei diritti dei cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito e di quelli britannici nell’Unione europea, gli impegni finanziari presi dal Regno Unito come stato membro e le questioni di confine (in particolare quello tra Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda).

Le relazioni future saranno oggetto di un accordo separato. I negoziati a tale proposito potranno iniziare soltanto in seguito all’uscita del Regno Unito dall’UE.

 

Che cosa comprenderà l’accordo sulle relazioni future

Le tematiche coperte nell’accordo sulle relazioni future spazieranno dalla difesa e la lotta al terrorismo fino all’ambiente, la ricerca, e l’istruzione.

Uno dei negoziati principali riguarderà le condizioni e i principi per i commerci futuri, compresa la questione relativa a possibili tariffe, standard di prodotto, condizioni di parità e risoluzione di controversie.

 

I diritti dei cittadini

L’accordo di uscita dall’UE protegge i diritti dei cittadini. I cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito e quelli britannici nell’UE hanno il diritto di continuare a vivere e lavorare nell’attuale luogo di residenza.

La tutela dei diritti dei cittadini UE nel Regno Unito rimarrà una delle principali preoccupazioni per il Parlamento europeo, come ad esempio la libertà di circolazione e la copertura sanitaria.

 

Il periodo di transizione

Nel quadro dell’accordo, ci sarà un periodo di transizione fino alla fine di dicembre 2020, durante il quale il Regno Unito avrà ancora accesso al mercato unico e sarà soggetto alla legislazione dell’UE, anche se non potrà più prendere parte alle riforme legislative dell’UE.

Il Regno Unito continuerà a contribuire al bilancio dell’Unione europea durante il periodo di transizione, ma non avrà più voce in capitolo sul bilancio annuale o a lungo termine dell'UE, che sarà negoziato quest'anno.

L'obiettivo è quello di concludere i negoziati prima della fine del periodo di transizione. Il periodo transitorio può essere prorogato una sola volta su richiesta, ma la decisione in tal senso dovrà essere presa prima del 1 luglio.

In mancanza di un accordo entro la fine del periodo di transizione, il Regno Unito effettuerà scambi commerciali con l'UE in base alle norme dell'Organizzazione mondiale del commercio.

 

Come funzionano i negoziati

L'ex commissario Michel Barnier guiderà i negoziati a nome dell'UE, sulla base di linee guida definite dal Consiglio europeo. Barnier ha anche condotto i negoziati sull'accordo di ritiro. I deputati possono influenzare i negoziati adottando risoluzioni che definiscono la posizione del Parlamento.

 

Il Parlamento ha inoltre istituito un gruppo di contatto nel Regno Unito, guidato dal presidente della Commissione per gli affari esteri David McAllister, per mantenere i contatti con il negoziatore Barnier e coordinarsi con le commissioni parlamentari interessate.

 

Qualsiasi accordo può entrare in vigore solo se approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio. A differenza dell'accordo di ritiro, è anche possibile che l'accordo sulle relazioni future debba essere approvato anche dai parlamenti nazionali se fa riferimento a competenze che l'UE condivide con gli stati membri. Dovrà inoltre essere approvato dal Regno Unito.

 

La posizione del Parlamento europeo

In una risoluzione adottata nel settembre 2019, il Parlamento ha già affermato che i negoziati sulle future relazioni UE-Regno Unito richiederebbero forti tutele e regole di parità sul campo al fine di salvaguardare il mercato interno dell'UE ed evitare che le imprese dell'UE subiscano un potenziale svantaggio competitivo - qualsiasi accordo di libero scambio che non rispetti tali standard di tutela non sarà ratificato dal Parlamento. Pe 2

 

 

 

 

Brexit: addio o arrivederci?

 

Londra ha cambiato strada, lasciando l'Unione europea. Il premier Johnson dovrà riappacificare l'opinione pubblica interna, salvaguardare l'economia nazionale, vigilare sul futuro dell'Irlanda del Nord, evitare la secessione della Scozia. L'Ue dovrà invece ripensare le modalità per rispondere agli interessi dei propri cittadini. Ma Europa e Regno Unito saranno chiamati a camminare ancora insieme – di Gianni Borsa

 

Volendo sprecare paroloni, si dovrebbe parlare di eterogenesi dei fini. Ma, per farla breve, si può riassumere così: Brexit nasce soprattutto dal timore dell’invasione degli immigrati stranieri. Ora che Brexit è divenuto realtà, in Europa gli extracomunitari sono proprio loro: gli inglesi.

Dal 1° febbraio il Regno Unito ha preso la sua strada: fuori dall’Unione europea, indicata come grande nemico della libertà di scelta e di azione britannica. Dopo 47 anni con un piede dentro e l’altro fuori dalla “casa comune”, gli elettori isolani hanno deciso, liberamente e democraticamente (anche se ci si potrebbe domandare quanto consapevolmente), di lasciare l’Ue. Fino al prossimo 31 dicembre non cambierà praticamente nulla, trattandosi di 11 mesi di “periodo di transizione”, concordato fra Londra e i Ventisette per definire i dossier aperti e per avviare i negoziati sulla futura partnership. Dal gennaio 2021, infine, il Regno di Elisabetta sarà a tutti gli effetti un “Paese terzo” per l’Europa, al pari di Uruguay, Mozambico o Vietnam.

Nel frattempo, però, come si conviene al buon senso e agli affari, Londra e Bruxelles tratteranno per restare amici e compagni di strada perché – questo è chiaro a (quasi) tutti – le sfide da affrontare sono le stesse: economia, commercio, clima, sicurezza, demografia, energia, migrazioni; ma anche diritti di pesca, standard sociali, sanitari, fiscali. Ci sono soprattutto di mezzo i diritti dei rispettivi cittadini, europei e britannici, da assicurare: non è infatti neppure possibile immaginare che siano ricreate barriere antistoriche ad esempio per la circolazione dei turisti o dei giovani che vorrebbero studiare di qua o di là della Manica.

Eppure il premier Boris Johnson, che ha traghettato il suo Paese fuori dall’Unione, già minaccia sfracelli. Probabilmente dovrà rendersi conto del fatto che lui stesso ha sottoscritto un “accordo di recesso” che lo obbliga a rispettare, per tutto il periodo transitorio, le norme Ue, a rendere onore agli impegni assunti con gli altri 27 Stati dell’Unione, e persino a pagare per gli impegni di bilancio già sottoscritti: ovvero 36 miliardi alle casse dell’Ue.

Soprattutto a Johnson, terminati i festeggiamenti per il divorzio e messo da parte qualche ulteriore rigurgito nazionalista (il 3 febbraio ha parlato di accordo di libero scambio con l’Ue, senza altre regole), spetteranno compiti ineludibili: riappacificare un’opinione pubblica divisa in due proprio dal Brexit; impedire il riaccendersi di divisioni e terrorismo nella fragile situazione dell’Irlanda del Nord; evitare la secessione della Scozia, che era e rimane europeista; ridare fiducia nelle istituzioni politiche del Paese, che in questi ultimi 4 anni hanno dato prova di incertezza, sbandamenti, respiro corto e parole rimangiate; assicurare che l’economia nazionale non abbia ripercussioni negative (la metà di import ed export inglesi avviene con l’Ue).

In sede comunitaria non dovrà invece mancare un esame di coscienza sugli errori compiuti non tanto in relazione al rapporto con Londra ma rispetto alla efficacia della propria azione e alla capacità di rispondere agli interessi dei cittadini europei. La Conferenza sul futuro dell’Europa, che dovrebbe iniziare il 9 maggio, è stata pensata esattamente con questi sacrosanti obiettivi. Sarà un’occasione da non far naufragare.

Agli inglesi, e alla stessa Europa, toccherà poi dimostrare che talune sagge parole pronunciate in varie occasioni negli ultimi giorni – e rilanciate dai vescovi europei e britannici – non sono chiacchiere: ovvero, il Regno Unito è fuori dall’Unione europea ma resta, solidamente, in Europa. Storia, cultura, lingua, tradizioni, amicizie non si abrogano con un referendum.

In fin dei conti il “Canto dell’addio” di tradizione scozzese (“Auld Lang Syne”; per noi italiani “Il valzer delle candele”), intonato il 30 gennaio nell’emiciclo dell’Europarlamento, è ben più efficace con il titolo francofono: “Ce n’est qu’un au revoir”, “Non è che un arrivederci”. Sir 7

 

 

 

 

UE. Erasmus+, in 30 anni oltre 10 milioni di studenti hanno partecipato

 

Roma. Oltre dieci milioni di studenti hanno partecipato al programma Erasmus negli ultimi trent’anni: è quanto risulta dal rapporto annuale dell’Erasmus+, pubblicato oggi e relativo al 2018.

“Persone di ogni parte d’Europa si impegnano, scambiano e apprendono partecipando alle attività di istruzione, giovanili e sportive. Erasmus+ è un successo comune fantastico e dovremmo puntare ancora più in alto: più partecipanti, più mobilità, più opportunità” ha commentato il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

“L’Erasmus+ è divenuta per le nostre giovani generazioni una porta verso l’Europa e il mondo. E’ uno dei successi più tangibili dell’Ue: unire le persone di tutto il continente, creare un senso di appartenenza e solidarietà, migliorare le qualifiche professionali e migliorare le prospettive di chi partecipa”, ha sottolineato da parte sua il Commissario per l’Innovazione, la Ricerca e la Cultura, Mariya Gabriel.

Con un budget di 2,8 miliardi, e un aumento dei finanziamenti del 10% rispetto all’anno precedente il 2018 ha rappresentato un nuovo record per Erasmus+, con oltre 23mila progetti finanziati e 850mila perone coinvolte fra studenti, apprendisti, insegnanti e altro personale. Oltre agli studenti e al personale universitario Erasmus+ ha sostenuto anche 40mila insegnanti, 148mila insegnanti volontari e 155mila giovani.

Il programma ha inoltre finanziato 199 progetti sportivi, nonché l’annuale Settimana Europea dello Sport, mentre molti altri progetti sono stati avviati in sinergia con l’Anno Europeo del Patrimonio culturale del 2018.

Erasmus+ e i suoi predecessori sono fra i programmi europei di maggior successo. Dal 1987 hanno offerto ai giovani delle opportunità di viaggiare e studiare all’estero; l’attuale Erasmus+, in vigore dal 2014 al 2020, ha un budget totale di 14,7 miliardi di euro e fornirà opportunità di studio e lavoro al 3,7% della gioventù europea.

L’area geografica del programma si è allargata dagli undici Paesi del 1987 ai 34 del 2020 (ovvero tutti gli Stati membri dell’Ue oltre all’Islanda, il Lichtenstein, la Norvegia, la Macedonia del Nord, la Serbia e la Turchia); il programma è inoltre aperto a diversi Paesi partner di tutto il mondo.

Nel maggio del 2018 la Commissione ha presentato la propria proposta per un nuovo e più ambizioso programma Erasmus con un budget di 30 miliardi per il periodo 2021-27: l’obbiettivo è di renderlo ancora più inclusivo, internazionale ed accessibile a persone di ogni strato sociale. Askanews 28

 

 

 

 

Sono circa 80 milioni gli oriundi italiani nel mondo

 

Roma – E’ quasi impossibile sapere quanti oriundi italiani abitano nel Pianeta Terra, ma alcuni studi realizzati da ONG, istituzioni religiose o enti pubblici e privati, ci danno, scrive “Gente d’Italia”, un’idea abbastanza verace.

Secondo questi studi, gli oriundi nostrani sparsi per il mondo sarebbero quasi 80 milioni. Tuttavia la situazione della popolazione italiana in generale è molto preoccupante. In Italia siamo sempre di meno e senza immigrati il numero sarebbe ridicolo. Lo dice l’ultimo studio dell’Istat secondo cui il declino demografico in Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. Dal 2015 la popolazione residente è in continua diminuzione e per la prima volta nella storia nazionale, stiamo vivendo una fase di vero e proprio declino demografico, interamente attribuibile alla popolazione italiana, che è scesa, al 31 dicembre 2018, a 55.104.235 mila, uno 0,4% in meno rispetto all’anno precedente.

Se poi andiamo al 2014, la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). L’Istat ci dice che negli ultimi 5 anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 740.000. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quinquennio, il contemporaneo aumento di oltre 300.000 unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 erano 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

FORTE DIMINUZIONE DELLE NASCITE

Secondo l’ISTAT, nel 2018 la diminuzione delle nascite è stata di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 pari al -4%. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, ulteriore minimo storico dall’Unità d’Italia. La popolazione residente in Italia è diminuita di 124.427 unità nel 2018 pari al -0,2%. Al primo gennaio 2019 risiedono in Italia 60.359.546 persone. Di queste l’8,7% sono straniere. La forte diminuzione di migranti europei (-3,2) ha inciso nel calo degli iscritti dall’estero.

Già a partire dal 2015 – ricorda l’Istat – il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo. Il calo si registra in tutte le ripartizioni ma è più accentuato al Centro (-5,1% rispetto all’anno precedente). La diminuzione si deve soprattutto a fattori strutturali come una progressiva riduzione delle potenziali madri dovuta, da una parte, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom, dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta. L’incremento delle nascite registrato fino al 2008 è dovuto alle donne straniere.

Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). Tra le cause del calo, la diminuzione dei flussi femminili in entrata nel nostro Paese, l’invecchiamento della popolazione straniera, nonché l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di molte donne straniere. Molte nascite di bambini stranieri nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,0%) e nel Nord-est (20,7%). L’Emilia-Romagna ha la percentuale più alta di nati stranieri (24,3%), la Sardegna la più bassa (4,5%).

UN PAESE MULTI ETNICO

Sempre secondo l’ISTAT il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%). Ció che conferma il quadro multi etnico italiano è la presenza di quasi 50 nazionalità differenti con almeno 10 mila residenti. Al 31 dicembre 2018 le differenti cittadinanze presenti in Italia sono 196. Romania 1.207.000, Albania 441.000, Marocco 423.000, Cina 300.000, Ucraina 239.000

Queste comunità, da sole, rappresentano quasi la metà di tutti gli stranieri in Italia. Altro dato interessante è che continuano a diminuire gli stranieri che acquistano la cittadinanza italiana. Al 2018 sono meno di 113 mila gli stranieri diventati cittadini italiani, il 23% in meno rispetto al 2017. Al 1 gennaio 2018 gli italiani per acquisizione di cittadinanza sono in totale oltre 1 milione e 340 mila nella popolazione residente; nel 56,3% dei casi si tratta di donne. Sommando questa popolazione a quella dei cittadini stranieri si ottiene un contingente di quasi 6,5 milioni di cittadini stranieri o di origine straniera.

GLI 80 MILIONI DI ORIUNDI ITALIANI

Secondo studi combinati gli oriundi sparsi per il mondo sarebbero: Brasile 27.2 milioni, Argentina 19.7 milioni, Stati Uniti 17,3 milioni, Francia 4 milioni,

Canada 1.5 milioni, Peru 1.4 milioni, Uruguay 1,2 milioni, Venezuela 1 milioni,

Australia 916.000, Messico 850.000, Germania 700.000, Svizzera 527.000,

Regno Unito 500.000, Belgio 290.000, Cile 150.000, Paraguay 100.000.

Questi i dati di alcuni dei 170 paesi nel mondo con presenza di oriundi italiani.

Stefano Casini, Askanews 4

 

 

 

Una lezione per tutti dal caso della Turingia

 

L’incontro tra centristi e destra, anche la più radicale, può essere uno degli imprevedibili effetti provocati da sistemi elettorali per cui chi va al potere non lo decidono gli elettori - Paolo Mieli

 

Stavolta tutto si è risolto in tempi rapidi. In Turingia, il liberale Thomas Kemmerich, eletto alla carica di governatore con i voti determinanti della Cdu e del partito di ultradestra Alternative für Deutschland, si è prontamente dimesso. Gli è stato sufficiente ascoltare le parole sdegnate di Angela Merkel e ha capito che era meglio gettare la spugna. La cancelliera aveva condannato all’istante l’«esperimento di Kemmerich» definendolo «imperdonabile», e il 5 febbraio del 2020 da ricordare come «un giorno nero per la democrazia». L’ira della Merkel era poi aumentata non appena le erano giunte alle orecchie le voci dell’imbarazzo manifestato dallo stesso capo di Kemmerich, il leader dei liberali tedeschi, Christian Linder. E soprattutto quando aveva dovuto prendere atto delle minacce di rottura della coalizione di governo da parte del socialdemocratico Norbert Walter-Borjans e del vicecancelliere (sempre Spd) Olaf Scholz sdegnati per il «tradimento dei valori democratici» consumato a Erfurt, capitale della Turingia. I quali Walter-Borjans e Scholz, a loro volta, si erano visti costretti a un pronunciamento così duro dopo che il governatore uscente della Turingia, Bodo Ramelow (esponente di Die Linke nonché «vincitore» — con il 31 per cento — delle elezioni di tre mesi fa) aveva minacciato di mandare a monte ogni intesa, anche locale, con la Spd. Spd rea ai suoi occhi di essere alleata nel governo di Berlino con coloro che adesso avevano «rotto il cordone sanitario» antinazista.

Un bel pasticcio. Fortuna che Kemmerich, resosi conto del guaio combinato dai suoi «grandi elettori», nemmeno per un attimo ha provato a resistere alla guida dell’importante Stato dell’ex Germania dell’Est. Ma va comunque registrato che per la prima volta — sia pure solo per qualche ora — si è aperta una falla nel muro dell’antisovranismo europeo.

A questo punto si pongono alcune domande: è possibile che la Cdu della Turingia non avesse messo nel conto l’allarme che avrebbe creato un’improvvisa alleanza con Alternative für Deutschland? O piuttosto quell’impresentabile intesa voleva essere un modo di portare allo scoperto manovre consumate alle spalle della declinante Merkel la quale, come i capi di quasi tutti gli altri partiti centristi europei, si è sempre dichiarata indisponibile ad accordi con l’estrema destra? È improbabile che il leader democristiano al Parlamento di Erfurt, Mike Mohring, non si sia reso conto di quali sarebbero state le conseguenze di un patto del genere (stipulato, per giunta, con Björn Höcke, esponente dell’ala più radicale e fascisteggiante di Afd). È ipotizzabile, anzi, che nei propositi di Mohring ci sia stata l’intenzione di saggiare il terreno in vista proprio di una più generale rottura dello storico tabù. I partiti europei di centro, che pure in questo dopoguerra avevano dato un fondamentale contributo alla costruzione della barriera antinazista, da quando hanno iniziato a perdere terreno sono stati esposti alla tentazione di sperimentare nuove alleanze proprio con le formazioni che sono dall’altra parte della suddetta barriera. In quasi tutti i casi hanno resistito. Ma la sperimentazione in Turingia, con il coinvolgimento per di più dei liberali diretti beneficiari dell’iniziativa, probabilmente voleva essere appunto un segnale in vista di questa preoccupante «novità». Intendevano, democristiani e liberali di Erfurt, far sapere al mondo che, al riparo delle professioni di intransigenza, i vertici locali della Cdu, del partito di Linder e di quello neonazista discutono con disinvoltura di possibili nuove combinazioni. Adesso a Erfurt la cosa si è velocemente smontata da sé. Può darsi che vada a finire così anche la prossima volta. Ma prima o poi… C’è però un’ulteriore lezione che viene dalla cittadina sull’Elba. L’incontro tra centristi e destra, anche la più radicale, può essere uno degli imprevedibili effetti provocati da sistemi elettorali per cui chi va al potere non lo decidono gli elettori (come ad esempio accade ancora nelle regioni e nei comuni italiani), bensì gli eletti, per di più — come è consueto — sulla base di trattative non trasparenti. Sulla carta con i sistemi proporzionali tutto sembrerebbe funzionare alla meraviglia: in nessun Paese europeo è probabile che l’estrema destra conquisti da sola il 50 per cento dei voti, talché sarà sufficiente far affidamento sui giochi parlamentari e un’alleanza contro la destra la si troverà. Magari anche contando sull’istinto di conservazione di parlamentari appena eletti che non vogliono tornare al voto e mettere così a rischio un seggio faticosamente conquistato.

Ma in questo modo i partiti che si vedranno obbligati a ricorrere ad alleanze anche le più strambe, avranno l’handicap di apparire ai loro seguaci insinceri nei propositi annunciati alla vigilia delle elezioni e sembrerà che siano guidati da cinici trasformisti. Sicché tali partiti si troveranno poi in difficoltà nell’impresa di conquistare masse di nuovi elettori. In più saranno costretti a coltivare all’interno delle loro alleanze personalità o gruppi disponibili, quando riterranno sia giunto il momento opportuno, a trasferirsi nel campo opposto.

È vero: l’esperienza italiana degli anni successivi al 1994 insegna che nessun sistema elettorale mette al riparo da questi effetti, garantisce stabilità e, tanto meno, assicura la sconfitta delle coalizioni più radicali ed estremiste. Ma il segnale che viene dalla Germania dovrebbe indurci a riflettere sul fatto che sottrarre agli elettori la scelta di chi dovrà governare può minare nel profondo una democrazia. Quella tedesca, ad esempio. Ma anche quella italiana. CdS 7

 

 

 

 

Caso Turingia, la cancelliera Merkel fa saltare il responsabile governativo per l'Est

 

Si dimette Christian Hirte, dei cristiano-democratici. Aveva dato sostegno all'elezione di Thomas Kemmerich a governatore della regione, anche con i voti del partito vicino ai neo-nazisti – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Angela Merkel torna oggi dal Sudafrica in una Berlino sconquassata dal “caso Kemmerich”, il governatore della Turingia eletto mercoledì scorso con i voti dell’Afd, il partito di estrema destra in odore di neo-nazismo. La cancelliera parteciperà a una riunione della “Grande coalizione” che si preannuncia turbolenta. E dunque, dopo aver ribadito già da Pretoria il suo editto di sempre - con l’Afd non si governa - la cancelliera ha fatto un altro passo per far rientrare la crisi nella maggioranza. Ha spinto il Responsabile Cdu per le regioni orientali, Christian Hirte, a dimettersi. Lo ha rivelato lo stesso Hirte in un tweet: “La cancelliera Merkel mi ha fatto sapere in un colloquio che non posso più essere Responsabile per i land dell’Est. Dando seguito al suo suggerimento, ho chiesto di potermi dimettere”. 

 

Il 5 febbraio, giorno del clamoroso colpo di scena nel parlamentino di Erfurt, quando era chiaro che Thomas Kemmerich era stato eletto con i voti della Cdu, della Fdp ma anche dell’Afd, Hirte aveva twittato le sue congratulazioni al neo governatore liberale, definendolo “candidato del centro” ed elogiandolo per aver “mandato a casa la coalizione rosso-rosso-verde”. Altri suoi colleghi della Cdu e della Csu avevano fatto lo stesso - Dorothea Baer ad esempio. Ma quando era scoppiato il putiferio, quando i vertici dei conservatori avevano condannato la scelta della Cdu regionale di appoggiare un candidato votato anche dall’ultradestra, quei tweet erano stati rapidamente cancellati. Solo quello di Hirte è ancora ben visibile su twitter, giorni dopo le dimissioni di Kemmerich. Motivo sufficiente, per la cancelliera, per chiedere anche a lui di fare un passo indietro. 

 

Intanto la Cdu è precipitata in un caos mostruoso; Annegret Kramp-Karrenbauer è finita nel baratro. Lei e la dirigenza federale avevano chiesto nuove elezioni, ma il capo in Turingia dei conservatori, Mike Mohring, si ribella contro quest’ipotesi e contropropone che si cerchi ancora una maggioranza nell’attuale parlamentino, con un candidato credibile. E la Cdu rimprovera alla sua presidente di aver ignorato troppo a lungo il problema Turingia - dove i partiti di centro hanno perso la maggioranza, a ottobre scorso - e di essersi infilata nella trappola dell’Afd. Anche il partner di governo nella Grande coalizione, la Spd, vuole chiarimenti sulle dinamiche che hanno portato al clamoroso voto a Erfurt. 

 

Il punto è che l’ultradestra resta l’elefante nella stanza, con il suoi 22 seggi conquistati lo scorso ottobre su 90. La Cdu non vuole neanche una coalizione con la Linke, che è il primo partito e ha 29 seggi. Ma tagliando le ali estreme, i partiti che restano non hanno la maggioranza: Cdu, Spd, Fdp, Gruene arrivano a 39 seggi, per la maggioranza ne occorrono 46. Un bel dilemma, anche per la Cdu. Il grande centro è ormai schiacciato dai partiti radicali e governare ignorandoli sta diventando sempre più un’impresa titanica. LR 8

 

 

 

 

Francoforte: il Console Generale Samà in visita ai detenuti italiani

 

Si è svolta lo scorso 15 gennaio nel carcere di Würzburg, che negli anni passati ha ospitato fino a venti detenuti italiani, la prima delle visite che il Consolato Generale d’Italia a Francoforte ha organizzato per incontrare i connazionali detenuti presso le carceri della circoscrizione consolare.

Nel corso della visita all’istituto di pena che comprende anche un reparto femminile e che accoglie detenuti condannati a pene fino ai sei anni di reclusione, il Console Generale, Andrea Esteban Samà, è stato accompagnato dal Presidente del Comites di Francoforte, Calogero Ferro, nonché dal Signor Antonino Pecoraro, nominato dal Ministero per la Giustizia bavarese a “Ehrenamtlicher Vollzugshelfer” (assistente onorario carcerario). Con questa nomina al carcere di Würzburg, la rete degli assistenti carcerari onorari promossa dall’Ufficio LAS del Consolato a Francoforte estende il gruppo italiano già attivo nelle carceri di Butzbach, Francoforte, Frankenthal e Saarbrücken. L’attività degli assistenti carcerari onorari serve anche a colmare le grandi distanze tra il Consolato Generale e gli istituti di pena, permettendo al Consolato di intervenire con tempestività su segnalazione dei nostri connazionali socialmente impegnati e attivi all’interno delle strutture carcerarie.

In occasione della visita, sono stati consegnati alla Direzione del carcere di Würzburg una serie di libri italiani, al fine di arricchire la sezione in lingua italiana della biblioteca carceraria.

Dopo Würzburg, il 24 gennaio il Consolato ha organizzato una visita al carcere di Butzbach, istituto di pena di massima sicurezza. Nei prossimi mesi sono previste altre visite consolari nelle carceri di Frankfurt I e Frankfurt III, rispettivamente carceri di transito e carcere femminile della città di Francoforte.

La circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno si estende su quattro Länder tedeschi: Assia, Renania-Palatinato, Saarland e sul distretto dell’Unterfranken a nord della Baviera. Di conseguenza, la popolazione carceraria italiana è dislocata su un vasto territorio e quindi spesso lontana dalla sede consolare. Dalla statistica ultimata dal reparto LAS –Lavoro e Assistenza Sociale – del Consolato Generale a Francoforte, si evince che a dicembre 2019 il numero complessivo dei detenuti italiani in quella circoscrizione ammontava a 159 unità, suddivisi in ben 27 carceri di vario tipo: da quelle di massima sicurezza a quelle per minorenni e femminili.

La statistica consolare evidenzia anche la ripartizione dei detenuti italiani per Bundesland di appartenenza. Si apprende quindi che nel Land Assia si registra la maggiore concentrazione di detenuti con 94 unità, seguito dalla Renana-Palatinato con 38 unità, dal Saarland con 19 unità e dal distretto dell’Unterfranken con 8 unità.

La popolazione carceraria italiana rappresenta pertanto appena lo 0,096 % dell’intera comunità italiana iscritta allo schedario consolare di Francoforte.

Si tratta di un dato significativo a dimostrazione che la percentuale di cittadini italiani in seri conflitti con la legge tedesca è, in questa circoscrizione consolare, sotto la soglia dell’1,00 %. CdI febbr.

 

 

 

 

Presentata la Berlinale 2020 (20 febbraio – 1 marzo)

 

Berlino – “Presentata martedì 28 gennaio la 70esima edizione del Festival del Cinema di Berlino (20 febbraio-1 marzo). La Berlinale quest’anno vede alcune novità, prima fra tutte il cambio al timone, che fino allo scorso anno aveva visto per ben 18 edizioni (2002-2019) la conduzione del tedesco Dieter Kosslick, con la figura dell’italiano Carlo Chatrian (direttore artistico) e della olandese Mariette Rissenbeck (direttrice esecutiva)”. A scriverne è Alessandro Brogani che a Berlino dirige il magazine online “il Deutsch-Italia”.

“Già direttore artistico del Festival di Locarno, il quarantottenne Chatrian, torinese, ha collaborato con prestigiose riviste di cinema, con istituzioni come il Museo nazionale del Cinema di Torino, la Cineteca svizzera di Losanna, la Fondazione Film Commission della Val d’Aosta e con diversi festival cinematografici come il Filmaker Doc di Milano, l’Alba International Film Festival e il Festival del Cinema noir e giallo di Courmayeur (diretto da Girogio Gosetti).

La Rissenbeck pur essendo olandese vive in Germania dal lontano 1980, e qui si occupa di Cinema dal 2002, quindi si può senz’altro considerare una veterana nel mondo tedesco della Settima arte.

Altra novità è rappresentata dalla tipologia dei film in concorso, quest’anno 18, che secondo quanto annunciato in conferenza stampa avranno un taglio “noir” e che dovrebbero di sicuro essere ben lontani dalla tipologia delle grandi produzioni cinematografiche hollywoodiane. La presenza italiana vede ben 3 pellicole di produzione intera o in co-produzione: Favolacce (Italia-Svizzera) seconda opera dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, con protagonista, fra gli altri, Elio Germano e al cinema dal 16 aprile; Siberia (Italia-Germania-Messico) di Abel Ferrara, regista veterano della manifestazione berlinese, con protagonista Willem Defoe; e per finire Volevo nascondermi (Italia) di Giorgio Diritti, prima mondiale, con protagonista di nuovo Elio Germano che interpreta la figura del pittore naif Antonio Ligabue. Quest’ultimo film sarà in sala il 27 febbraio.

A completare la squadra italiana al Festival ci saranno Semina il vento di Danilo Caputo nella sezione “Panorama”, La casa dell’amore di Luca Ferri e Zeus Machine; L’invincibile di Nadia Rocchi e David Zamagni nella sezione “Forum”, Palazzo di giustizia di Chiara Bellosi nella sezione “Generation” e Pinocchio di Matteo Garrone con protagonista Roberto Benigni nei “Berlinale Special Gala”.

Infine Paolo Taviani riproporrà, proprio per l’occasione dei 70 anni del Festival, Cesare deve morire, girato con il fratello Vittorio (deceduto nel 2018) e che vinse l’Orso d’oro nel 2012.

Sei sono le registe donne fra i film in concorso, cosa sottolineata da Chatrian durante la conferenza stampa: “Non è ancora il 50 per cento” ha detto, “ma è un buon inizio in quella direzione”.

Fra i 6.800 film visionati per questa edizione 4 sono i tedeschi in concorso. In totale, fra tutte le sezioni le pellicole presentate saranno 340, ben 60 produzioni in meno rispetto allo scorso anno proprio per andare incontro ad uno “snellimento” delle sezioni, è stato sottolineato. Ad aprire le danze sarà il giorno 20 febbraio il film fuori concorso di produzione canadese-americana My Salinger Year, con Sigourney Weaver e Margaret Qualley. “Iniziare con Berlin Alexanderplatz”, adattamento contemporaneo del romanzo di Alfred Döblin del regista tedesco-afgano Burhan Qurbani, ha detto il nuovo direttore, “avrebbe significato iniziare con troppa pressione rispetto alle aspettative”, e una storia più allegra non guasta. Per i film “noir” c’è tutto un Festival a disposizione”. Deutsch-Italia/dip

 

 

 

 

I temi recenti di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

06.02.2020. Terremoto politico in Turingia. A 24 ore dalla sua elezione, resa possibile dai voti di Fdp, Cdu e soprattutto dell'ultradestra dell'Afd, si dimette Thomas Kemmerich, neopresidente della Turingia. Un passo "inevitabile", ha detto l'esponente liberale a Erfurt. L'annuncio è stato preceduto dalla richiesta dell'Fdp di sciogliere il parlamento del Land tedesco-orientale per poter indire nuove elezioni.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turingia-fdp-afd-100.html

 

Perché Sanremo è Sanremo! Quest’anno Sanremo festeggia i suoi 70 anni. Ed è innegabile: la più grande kermesse della musica italiana riesce ancora a tenere davanti alla tv milioni di italiani ed è l’evento che celebra la canzone italiana e che fa parte della cultura del nostro Paese - nel bene e nel male.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/sanremo-storia-curiosita-100.html

 

05.02.2020. Manager tedeschi in carcere. A oltre 12 anni dall'incidente e un lungo processo, arriva la conferma del tribunale di Hamm: non ci sono motivi che ostacolano l'applicazione della pena. I due manager tedeschi di ThyssenKrupp Espenhahn e Priegnitz andranno in carcere.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/thyssen-krupp-154.html  

 

Psicosi anticinese

Si moltiplicano gli episodi di discriminazione nei confronti di cinesi residenti in Italia e di turisti asiatici in visita nel Bel Paese. E mentre le attività commerciali ne risentono, nascono le prime iniziative di solidarietà verso la comunità cinese.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coronavirus-cinesi-italia-100.html  

 

04.02.2020. Cancro: discrepanze fra nord e sud

Nei prossimi vent'anni si prevede il 60% di casi di tumori in più. Ma con la giusta prevenzione si possono salvare milioni di vite. Purtroppo ci sono grandi differenze fra le regioni italiane. Ce ne parla Giordano Beretta, presidente di AIOM, Associazione italiana di oncologia medica.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giornata-mondiale-cancro-100.html  

 

Nuove speranze per le vittime di amianto. Stephan Schmidheiny torna a processo per la morte di 392 cittadini di Casale Monferrato, di cui 62 ex lavoratori Eternit, vittime dell'amianto. Il processo si sposta in Corte d'Assise a Novara. Ma l'amianto uccide ancora.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/amianto-100.html  

 

Sanremo: Gabriella Martinelli e il gigante d'acciaio. Gabriella Martinelli è una polistrumentista che porta a Sanremo 2020 un brano dal forte messaggio sociale: "Il gigante d’acciaio" parla delle drammatiche vicende legate all'Ilva.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/gabriella-martinelli-100.html  

  

03.02.2020. Sul cammino delle riforme. Uomini, donne, religiosi e laici insieme nella prima assemblea del "Synodaler Weg" per riformare la Chiesa cattolica tedesca. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sinodaler-weg-100.html  

 

Il pericoloso successo dell'Italian sounding. Allarmanti dati da uno studio dell’associazione Filiera Italia: il business del falso Made in Italy agroalimentare vale, oggi, molto più del doppio della filiera autentica. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, commenta i risultati a Radio Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italian-sounding-102.html  

 

 

 

31.01.2020. Coronavirus: primi casi in Italia. Oltre 10 mila i contagiati nel mondo, 213 vittime, tutte in Cina. È emergenza mondiale, lo ha decretato ieri l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Accertati due casi anche in Italia. A Radio Colonia ne abbiamo parlato con Marina Lalovic, inviata Rai a Hong Kong, e con Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università Statale di Milano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coronavirus-primi-casi-in-italia-100.html  

 

Faccio la mia cosa. Uno dei capiscuola del rap italiano arriva per la prima volta a Berlino. Il 6 febbraio il live act presso il club Urban Spree ed il 7 febbraio presso l'Istituto Italiano di Cultura per la presentazione del suo libro "Faccio la mia cosa". Ai nostri microfoni Frankie hi-nrg.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/frankie-hi-nrg-100.html  

 

Vivere in Germania. È partito il nostro nuovo formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda il primo video con Luciana Mella sull’AIRE.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-aire-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-446.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

30.01.2020. Linea d’ombra: solidarietà a Trieste

Un'associazione triestina si prende cura dei piedi dei migranti arrivati in città attraverso la rotta balcanica. È “Linea d’ombra”, nata su iniziativa di Gian Andrea Franchi che, ai microfoni di Radio Colonia, racconta una storia di solidarietà spontanea e concreta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trieste-assistenza-100.html

 

La chirurgia adotta la realtà aumentata. Passi da gigante per la scienza, che con un progetto europeo, mette a punto un visore speciale con realtà aumentata. In prima linea a coordinare Vostars l'Italia, ma collaborazione anche della Germania. Ce ne parla Federico Pedrocchi, coordinatore della comunicazione del progetto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/vostars-100.html

 

29.01.2020. Adidas riduce la sua presenza in Italia

L’annuncio è arrivato lo scorso 13 dicembre: la multinazionale tedesca chiuderà alcuni stabilimenti europei. In Italia, sono 41 i dipendenti che rischiano il licenziamento. Filcams (CGIL) e la Regione Lombardia vogliono impedirlo. Ce ne parla Matteo Moretti, segretario generale della Filcams di Monza e Brianza.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/adidas-monza-100.html

 

Monetine addio? Le monete da 1 e 2 centesimi di euro potrebbero essere presto un ricordo. La Commissione europea ha, infatti, rilanciato una proposta già vagliata in passato che mira a ridurre i costi di fabbricazione e trasporto delle monete.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/euro-cents-100.html

 

Ritorno alle origini. Cambiare radicalmente lavoro per sentirsi più vicini all‘Italia. È quello che hanno fatto due italiani da diversi anni ad Amburgo, cercando di coniugare tradizione e innovazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/ludovici-dametto-100.html  

 

28.01.2020. Un altro centrodestra. Dopo il voto in Emilia Romagna, per Matteo Salvini arrivano le prime critiche anche dal centrodestra. Gli alleati di Forza Italia e Fratelli d’Italia gli chiedono più gioco di squadra. È un nuovo inizio? Ne abbiamo parlato con Flavia Perina, editorialista de La Stampa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/centrodestra-100.html  

 

Primo caso di Coronavirus in Germania. A Starnberg, vicino Monaco di Baviera, il primo caso accertato. È il quarto paziente in Europa, dopo i tre contagiati in Francia. In Italia, a Pistoia, si attendono invece gli esiti delle analisi per un caso sospetto. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coronavirus-104.html  

 

Riace, la speranza non è svanita. Siamo tornati a Riace a un anno di distanza per vedere come è cambiato il borgo calabrese a lungo modello di solidarietà e integrazione. Tra un sindaco (dichiarato ineleggibile) vicino alla Lega e il ritorno in paese di Mimmo Lucano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riace-102.html  

 

27.01.2020. L’Emilia Romagna frena Salvini. Elezioni regionali: in Emilia Romagna vince Bonaccini con il PD, mentre la Calabria premia il centrodestra con Jole Santelli, candidata di Forza Italia, alleata della Lega.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-regionali-100.html  

 

24.01.2020. La 'Ndrangheta guarda alle elezioni. Nuove minacce di morte al procuratore Nicola Gratteri. Quale ruolo hanno le cosche calabresi nella campagna elettorale? E chi sono i candidati che si giocano la partita per la poltrona a futuro governatore? Ne parliamo con Giuseppe Baldessarro, giornalista di Repubblica. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-guarda-alle-elezioni-100.html

 

Arte o sessismo? Continua la polemica che ha scatenato la presenza del rapper romano Junior Cally a Sanremo. Autore di testi, in passato dai toni estremamente violenti. Con il musicologo Jacopo Tomatis parliamo del limite tra libertà di espressione e giudizio morale. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/arte-o-sessismo-musica-100.html  

 

A tu per tu con i pianeti. Giulia Alemanno, astrofisica 30enne originaria di Lecce, lavora al Centro di Ricerche Spaziali di Berlino, dedicandosi in particolare allo studio della superficie di Marte.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/giulia-alemanno-centro-ricerche-spaziali-berlino-100.html

 

Vivere in Germania. È partito il nostro nuovo formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda il primo video con Luciana Mella sull’AIRE.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-aire-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-444.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Concerto di beneficenza alla MCI di Francoforte il 29 febbraio

 

Francoforte. Dopo i concerti a Los Angeles e Las Vegas, Francesco Galletta e Salvo La Ferrera si esibiranno a Francoforte, ospiti della Comunità Cattolica Italiana nella Bettinastrasse 26, con un concerto nell’ambito del progetto musicale “Apiedinuditour”, che ha già alle sue spalle varie tappe musicali oltre quelle ultimamente assolte negli Stati Uniti.

Con Apiedinuditour, i musicisti Francesco Galletta (voce e chitarra) e Salvo La Ferrera (pianoforte e fisarmonica) vogliono sottolineare l’essenzialità e il purismo della loro musica.

Gli spettatori saranno pertanto coinvolti il 29 febbraio a Francoforte in un’atmosfera particolare, intima e quasi magica che li accompagnerà in un viaggio inconsueto le cui tappe toccheranno i brani più belli della musica italiana e internazionale.

Ogni brano è stato arrangiato in chiave particolare e, per molti versi, insolita, a porre l’accento su come l’espressione artistica abbia il compito di mettersi al servizio dell’intenzione del brano pur uscendo dagli schemi conosciuti e aprendo alla percezione dell’uditore orizzonti nuovi. Il tutto sarà supportato da raffinati effetti audio e video.

Allo spettacolo del 29 febbraio è prevista la partecipazione straordinaria di Valentina Perin che curerà i contenuti e i dialoghi.

E la beneficenza?

Ebbene, dopo il successo dello scorso 25 maggio, data in cui con la Comunità Cattolica Italiana di Francoforte Francesco Galletta aveva già organizzato una giornata di beneficenza a favore della ricerca scientifica contro i sarcomi, che ha permesso di devolvere 2.040 Euro al CRO (Centro di Riferimento Oncologico) di Aviano (PN), la produzione di Apiedinuditour ha deciso di appoggiare quest’anno il progetto di scambio culturale tra bambini italiani residenti in Germania e in Italia seguito e coordinato dall’insegnate Silvia Mazzo che opera all’interno di un progetto più ampio che include anche i corsi di lingua e cultura italiana, sostenuti dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte.

A seguito del concerto l’organizzazione offrirà un rinfresco e cena.

Quando: 29 febbraio 2019;dove: Bettinastraße 26, 60325 Frankfurt; a che ora: 19.00. CdI febbr.

 

 

 

 

A Monaco di Baviera incontro con i candidati per il voto comunale del 15 marzo

 

Monaco di Baviera- “Cari connazionali, è con grande piacere che vi invio l'invito ad un dibattito pubblico in cui potrete incontrare i candidati italiani alle prossime elezioni comunali del 15 Marzo 2020”. È quanto scritto in un post da Fabio Sogni, amministratore del gruppo Facebook “Italiani a Monaco”, dando notizia del dibattito tra la comunità italotedesca e i candidati italiani che si presenteranno alle prossime elezioni comunali della città tedesca che si terrà il prossimo 13 febbraio a partire dalle ore 19.00 presso la sede della Caritas in Lämmerstr, a Monaco di Baviera.

“Da parecchio tempo e a differenza di altre comunità – spiega ancora Sogni -, la nostra comunità italiana viene vista come poco partecipe alla vita pubblica e quindi poco visibile nella vita politica. A questa tornata elettorale abbiamo invece ben 9 candidati fra consiglio comunale e consiglio di zona, cosa che non succedeva da qualche decennio”.

“Se tutti noi – continua l’amministratore del gruppo Facebook - ci impegniamo un poco per spiegare a parenti e amici come funziona il voto e a convincerli ad andare al seggio (o alla buca delle lettere) forse riusciremo ad inviare il messaggio che noi italiani non siamo solo simpatici personaggi, ma anche importanti contribuenti che vogliono mettere becco su come vengono utilizzate le nostre tasse. Almeno in città”.

I candidati (in rigoroso ordine alfabetico) che parteciperanno all’incontro del 13 febbraio sono, per il consiglio comunale (Stadtrat) Enrico Bianco, FDP, Isabella Fiorentino Lara Galli e Daniela Hümmer, SPD, e per la lista Zu.Ba. Julia Mimbang e Elfi Padovan. Per i candidati consiglio di zona, invece, i candidati sono: Enrico Bianco, a Milbertshofen per l’FDP, Daniela Di Benedetto, a Laim per SPD, Isabella Fiorentino, a Großhadern per SPD, Daniela Hümmer a Pasing per SPD, Giuseppe Sinatra, Berg am Laim per l’FDP e Carlo Taglietti a Bogenhausen per SPD. (dip) 

 

 

Progetto del Consolato di Francoforte. I liceali tedeschi alla scoperta della lingua italiana e non solo

 

L’Italia è…così si chiama il nuovo progetto di incontro e diffusione della lingua italiana che il Consolato Generale d’Italia a Francoforte ha ideato in collaborazione con Enit Francoforte, Camera di Commercio per la Germania e la cattedra di italianistica dell’università J.W. Goethe di Francoforte.

Un’iniziativa pensata per gli studenti dei licei tedeschi che offrono l’italiano dalla seconda classe delle superiori fino alla maturità proprio per far scegliere la lingua italiana come seconda lingua straniera dopo l’inglese.

 

La prima tappa è stata la mattina del 7 febbraio, dalle ore 9.00 alle ore 13:00, al liceo Geschwister-Scholl-Schule di Bensheim, scuola superiore che ha un bacino di utenza di circa 1300 alunni nella zona collinare della Bergstrasse (regione dell’Assia) conosciuta dai romani come Strata montana.

L’ufficio scuola e cultura, insieme agli altri partner istituzionali, ha creato 4 laboratori ai quali i 130 ragazzi in procinto di scegliere la seconda lingua straniera potranno partecipare.

Un laboratorio su “Viaggiare e vivere in Italia”, curato da ENIT Francoforte, uno su “Lavorare in Italia e nelle aziende italiane”, organizzato da camera di Commercio per la Germania, un laboratorio di italiano dal titolo “L’italiano in 15 minuti e… le certificazioni linguistiche”, promosso dalla Cattedra di linguistica italiana dell’università J.W. Goethe e l’ultimo su “Studiare in Italia: per un semestre o per sempre”, ideato dall’ufficio scuola e cultura.

La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda alla quale ha partecipato il Console Generale Andrea Samà, il dirigente scolastico Alessandro Bonesini  su “L’Italia in Europa, l’Europa in Italia” che ha permesso agli studenti di soddisfare curiosità e porre domande ai due interlocutori.

Ha moderato l’incontro-discussione Michele Santoriello dell’ufficio culturale.

Insomma il progetto “L’Italia è…” vuole offrire alle scuole tedesche, che vogliono promuovere l’italiano come lingua di incontro e di studio, un modello per avvicinare le giovani generazioni a conoscere e scoprire, attraverso l’apprendimento della lingua italiana e non solo, i vari aspetti e le offerte del Paese Italia.  Dip 8

 

 

 

A Berlino il 27 febbraio l’incontro “Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti”

 

Berlino – L’Ambasciata d’Italia a Berlino ospiterà giovedì 27 febbraio alle ore 18 il primo incontro del 2020 di “Benvenuti a Berlino”, il ciclo di appuntamenti destinati agli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca, e che sarà dedicato al tema “Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti”. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con Il Mitte – Quotidiano di Berlino per italofoni e il Comites Berlino per fornire ai connazionali una serie di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco. Il ciclo è rivolto anche agli italiani che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse.

La serata, moderata da Lucia Conti, direttore de Il Mitte, fornirà nella prima parte una serie di informazioni generali con il supporto di Katia Squillaci, responsabile dell’Ital-Uil Berlino, mentre nella seconda metà lascerà ampio spazio alle domande del pubblico. Paola Rosa, capo della Cancelleria consolare, illustrerà inoltre in breve le procedure per la partecipazione al referendum costituzionale indetto per il prossimo 29 marzo 2020. L’ingresso è libero, con iscrizione obbligatoria.  Il ciclo di incontri proseguirà: il 23 aprile 2020 sul tema “Il sistema sanitario tedesco”; il 18 giugno 2020 su “Riconoscimento dei titoli di studio e professionali”; il 27 agosto su “Scuola e istruzione”; il 29 ottobre su “I servizi consolari: Aire, Stato Civile e non solo”; il 10 dicembre su “Vivere la terza età a Berlino”. Tutti gli incontri saranno all’Ambasciata d’Italia, con inizio alle ore 18. (Inform/dip)

 

 

 

“Cosa unisce l’Europa”. Nuovi fondi dalla Germania per la ricerca e la formazione in Italia

 

Villa Vigoni invita per martedì 11 febbraio 2020 alle ore 12.00 presso la Stampa Estera di Roma per la presentazione del programma annuale di Villa Vigoni con l’Ambasciatore Viktor Elbling.

 

Grazie a un finanziamento eccezionale del Ministero federale tedesco per l’Istruzione e la ricerca (BMBF), Villa Vigoni ha in programma per il biennio 2020-2021 una serie di nuovi progetti. Le risorse favoriranno ulteriori piattaforme di cooperazione tra centri di ricerca e formazione italiani e tedeschi, contribuendo così al rafforzamento del partenariato italo-tedesco e alla costruzione di una UE più coesa e in grado di operare a livello globale.

 

Villa Vigoni è il Centro italo-tedesco sul lago di Como co- gestito e co-finanziato dalla Repubblica Italiana e dalla Repubblica Federale tedesca su base paritaria, con l’obbiettivo di favorire uno stretto scambio tra i due Paesi con numerose iniziative, tra cui più di ottanta convegni e tavole rotonde ogni anno. vv

 

 

 

 

In corso a Francoforte la Fiera Ambiente. Significativa la presenza italiana

 

Francoforte. Alla presenza del Console Generale Andrea Esteban Samà, si e’ aperta il 7 febbraio presso il centro fieristico Gmbh di Francoforte la fiera Ambiente, uno dei principali appuntamenti al mondo dedicato al complemento d’arredo e all’oggettistica dove è possibile trovare le ultime tendenze e le innovazioni del settore. L’ICE-Agenzia, nell’ambito dell’attività promozionale 2020 a favore dell’Artigianato ed in collaborazione con Confartigianato e CNA, ha organizzato la partecipazione collettiva italiana alla manifestazione che riunisce 14 aziende espositrici dal 7 all’11 febbraio 2020.

 

La fiera è suddivisa in 3 sezioni: “Dining” dedicata all’arredo da tavola, “Living” al complemento d’arredo e piccolo arredo e “Giving” all’oggettistica da regalo.

L’area del padiglione ICE è stata allestita presentando l’offerta italiana in una vetrina ad alto valore aggiunto che rappresenta le eccellenze e la qualità della produzione Made in Italy, nelle due sezioni “dining” e “living”.

La presente edizione registra complessivamente la partecipazione di oltre 4.400 espositori da circa 90 Paesi, di cui 385 italiani.

 

A supporto della collettiva sono state realizzate le seguenti azioni di comunicazione: Catalogo ICE della collettiva delle aziende italiane; Presenza sul catalogo ufficiale della fiera; Pagina pubblicitaria sulla rivista “Top Fair”, unica rivista ufficiale con tiratura di 60.000 copie distribuita dall’ente fiera; Media package che comprende la presenza sul catalogo on line e la ricerca interattiva delle aziende e dei loro articoli tramite apposita app navigator

 

All’Ambiente The show, la fiera leder mondiale dedicata ai prodotti per la tavola apparecchiata, la cucina, gli articoli casalinghi, i piaceri della tavola, le idee regalo, l’interior design e l’oggettistica per la casa, prende parte anche la CNA - Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media impresa.

La manifestazione, fulcro del settore mondiale dei beni di consumo, vanta ogni anno un incremento di presenze sempre più considerevole. Nella precedente edizione i buyer sono stati oltre 136mila provenienti da ben 166 Paesi – in primis da Germania, Italia, Cina, Francia – per un numero di espositori superiore ai 4.450. L’85% di questi proveniva dall’estero, rendendo così la fiera sempre più internazionale.

Una cinque giorni che offre un ricco programma collaterale di eventi, iniziative promozionali per giovani designer, trend show e premiazioni.

CNA attraverso la partecipazione collettiva organizzata da ICE Agenzia è presente anche quest’anno con le proprie imprese, che hanno la possibilità di raggiungere i mercati locali, nazionali, ma soprattutto a livello globale.

La filiera del mobile, ad esempio, rappresenta per il nostro Paese una fetta di mercato rimarchevole: il 2,2% delle esportazioni manifatturiere italiane. Nel 2018 il settore ha giovato della ripresa degli scambi commerciali registrando una crescita del 3,5% rispetto all’anno precedente. Una variazione non trascurabile.

Il valore delle esportazioni di mobili realizzate nel 2018 è risultato pari a 9,9 miliardi di euro. Nonostante la forte concorrenza delle produzioni straniere a basso costo, per l’Italia l’arredo rappresenta un settore esportatore netto in grado di contribuire in maniera significativa alla formazione del surplus commerciale. Dip 9

 

 

 

 

Riunito il direttivo della Famiglia Bellunese del Nord Reno Westfalia

 

Tempo di riunioni per la Famiglia Bellunese del Nord Reno Westfalia. Venerdì 24 gennaio il Direttivo si è riunito in Alpago, a Spert, al ristorante “Al Cogo”. Presenti i consiglieri Mario Secchi, Bepi Fontana, Fortunato Calvi, Oscar Bortoluzzi, i vice presidenti Riccardo Simonetti e Romeo Saviane e gli altri componenti del sodalizio Abm in Germania Sandro Pol e Fausto Bortolot. Per l’Uniteis hanno partecipato il vicepresidente Stefano Bortolot e il Presidente Dario Olivier.

Un incontro coordinato dal vice presidente Simonetti, che ha voluto comunicare ai propri associati le prossime attività della Famiglia. Gli eventi principali che si susseguiranno nel corso del 2020 sono la Santa Messa nella chiesa di San Liberale l’ultimo sabato del mese di ottobre e la tradizionale cena fissata per il 1° dicembre al ristorante “La Nogherazza”.

«Grazie a tutti per la vostra presenza e partecipazione», le parole di saluto da parte di Simonetti, «Siamo il punto di riferimento dei bellunesi in Germania ed è un onore essere da supporto alla casa Madre». Parole di plauso sono giunte anche dal presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo Oscar De Bona. (Inform)

 

 

 

 

La Ministra Bellanova a Fruit Logistica di Berlino. Sinergia con Ice per la promozione del made in Italy agroalimentare

 

Berlino – “Sull’export abbiamo avviato un lavoro comune con il Presidente dell’Ice per studiare insieme azioni di sistema per la promozione del made in Italy agroalimentare, così come stiamo lavorando a testa bassa per aprire nuovi mercati, rimuovendo le barriere che ci sono”. Lo ha dichiarato la Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova nel corso del suo intervento all’inaugurazione della collettiva “Italy – the Beauty of Quality” presso lo spazio ICE-CSO del Fruit Logistica, in corso a Berlino. “Non è un lavoro facile, soprattutto non è un lavoro rapido come vorremmo. Spingeremo su tutti i dossier al massimo: dal kiwi alle mele, alle pere e a tutti i prodotti a cui possiamo garantire nuovi spazi. In mercati di grande potenziale come Messico, Colombia, Vietnam e la stessa Cina, nonostante questa fase difficile”.

“Dobbiamo affrontare il cambiamento climatico anche per far fronte ai nuovi flagelli che porta nelle nostre campagne come la cimice asiatica e la xylella”, ha proseguito la Bellanova. “Siamo intervenuti sulla cimice asiatica con uno stanziamento iniziale di 80 milioni di euro per il ristoro dei danni. Sulla xylella, nei giorni scorsi dopo la Conferenza Stato Regioni, finalmente abbiamo fatto partire il Piano di rigenerazione olivicola in Puglia: 300 milioni di euro di risorse a disposizione del settore. E stiamo chiedendo all’Europa di farsene carico. Perché sono emergenze europee”, ha ribadito la Ministra. “Questo mese partirà al ministero la Consulta contro la crisi climatica e per le priorità agricole. Non ho dubbi che anche voi saprete dare un contributo di merito in quella sede dove chiameremo organizzazioni, università, imprese a confrontarsi per scrivere il piano strategico nazionale. Il futuro dell’agricoltura è il futuro dell’Italia”.

“Noi crediamo nell’Europa. È la nostra casa. È anche il nostro mercato. Dobbiamo renderla più forte, più semplice, più efficiente”, cosi la Ministra Teresa Bellanova. “Siamo il Paese che riceve più fondi europei OCM e con quelle risorse abbiamo fatto molto per innovare e ammodernare il settore. Ora dobbiamo proseguire e dò la massima disponibilità per ragionare insieme anche in ottica di riforma della PAC. Diciamo quello che ho già detto a Bruxelles: l’agricoltura non deve subire tagli”.

“La sicurezza alimentare non si tocca e non è merce di scambio per nessun accordo commerciale. È un diritto inalienabile dei cittadini”, ha concluso la Ministra. “L’Italia vuole mercati aperti con regole certe. I dazi non sono lo strumento del futuro delle relazioni mondiali e quando gli Stati Uniti alzano i dazi sui prodotti della Dieta mediterranea non fanno un danno solo ai nostri produttori ma danneggiano i loro consumatori privandoli di un’alimentazione sana e garantita”.

L’ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane - è stata presente anche quest’anno all’interno dello spazio "ITALY - The Beauty of Quality", un'area comune con i partner ufficiali dell’ICE, il CSO, Centro Servizi Ortofrutticoli e l’associazione degli esportatori ed importatori di prodotti ortofrutticoli italiani Fruitimprese. 

Alla Fruit Logistica 2020 era dunque possibile incontrare i protagonisti del settore ortofrutticolo in Italia, i cui delegati in Fiera erano a disposizione dei visitatori tedeschi e stranieri per offrire loro informazioni generali sull’offerta italiana del settore.

Una gran parte della produzione ortofrutticola italiana è destinata all’esportazione. La Germania si conferma nuovamente il mercato più importante per le esportazioni italiane. La Germania ha assorbito circa il 30 % di queste esportazioni. Nel 2019, La Germania ha importato dall’Italia nel periodo gennaio-novembre frutta fresca per un valore complessivo di 907 milioni di euro con un notevole calo di -12,4% rispetto al periodo in questione 2018 e verdura per un valore complessivo di 417 milioni di Euro (gennaio -novembre 2019) che significa una riduzione di -4,4% rispetto a 2018. 

I prodotti ortofrutticoli italiani sono comunque richiesti – come del resto anche i prodotti alimentari italiani in generale – per le loro caratteristiche speciali, la loro tipicità regionale, il loro sapore unico e come componenti di una dieta sana.

Numerosi eventi e presentazioni si sono svolti nell'area istituzionale dello stand comune (A-07). Tra questi, giovedì 6 febbraio alle 14.30, l'evento "Veganismo, vegetarismo e sostenibilità, le nuove tendenze nell'alimentazione tedesca", organizzato dall'ICE. Con David Johannes Suchy (ristorante FREA, Berlino) e Federico Passarelli, esperto e food-blogger.  L'evento è stato moderato dal giornalista Andrea D'Addio. dip

 

 

 

La Costituzione tedesca spiegata agli alunni

 

In occasione del 70mo compleanno della Costituzione tedesca, grazie al patrocinio dello IAL-CISL, che tra l’altro l’anno scorso ha festeggiato il suo 50mo anniversario, io – insieme a Tony Màzzaro, presidente dello IAL-CISL Germania – ho presentato in più scuole del Baden-Württemberg agli alunni dei corsi di formazione di italiano la cosiddetta “legge fondamentale”, vale a dire il Grundgesetz.

In tutto Tony Màzzaro ha organizzato, insieme agli insegnanti sul posto, undici incontri, tra cui ad Heidelberg (sia per gli alunni che per i genitori), Mannheim, Calw, Sindelfingen, Mössingen e Stoccarda.

Raccontare la Costituzione tedesca agli alunni – Costituzione nata nel lontano 23 maggio 1949, dopo la caduta del regime nazifascista di Adolf Hitler – è stata un’esperienza entusiasmante da tutti i punti di vista. In primo luogo è stata una sfida: come spiegare la dignità umana agli adolescenti? Cosa vuol dire libertà? E da cosa deriva il principio di uguaglianza, anche tra uomo e donna? Proprio con questi concetti le ragazze e i ragazzi, in procinto di fare la maturità nei prossimi anni, si sono dovuti confrontare. E ne è nata una discussione prolifera: possiamo definire la libertà oppure della libertà ne abbiamo soltanto una vaga idea? Quando immaginiamo la libertà, infatti, non la vogliamo definire, ma magari sogniamo una cena con gli amici, una vacanza al mare, una serata con i nostri cari oppure un lunghissimo viaggio in Sud-America. Una vera e propria definizione, come sostiene anche la Corte Costituzionale tedesca (il Bundesverfassungsgericht con sede a Karlsruhe), non esiste: definire la libertà vorrebbe dire limitarla. E non è proprio il limite il contrario della libertà? Invece, se proviamo a fare degli esempi riguardo la restrizione della libertà, ce ne vengono in mente una decina in pochi minuti: una multa, la dichiarazione redditi, una sanzione da parte di un giudice penale oppure il poliziotto che ci dice di parcheggiare altrove. E così funziona anche con la vita: definire a vita è impossibile, ma immaginarne il contrario – vale a dire la morte – è fin troppo scontato. Ed ecco allora un principio fondamentale della Costituzione tedesca: la libertà e la vita sono uguali! Senza la vita non si può essere liberi – questo è evidente. Ma decisiva è l’affermazione contraria: senza la libertà, la vita non ha senso. Ecco perché nell’articolo 2 del Grundgesetz vita e libertà sono valori dichiaratamente sotto tutela dello stato.

Ma ancor più semplice è il principio di dignità, in fondo: la dignità si esprime nella libertà e rappresenta il valore di ogni uomo in quanto persona. In quanto questo valore è uguale per tutti, siamo uguali di fronte alla legge. In secondo luogo, tuttavia, l’esperienza con gli alunni è stata interessante per le domande che mi hanno posto: un ragazzo di Heidelberg, ad esempio, figlio di immigrati (tra l’altro con un genitore cileno) mi ha chiesto come mai lo stato tedesco vende le armi alla Turchia oppure all’Arabia Saudita. Cosa rispondere? Lo stato prende delle decisioni che ci lasciano perplessi. Ecco perché è importante conoscere i diritti e rendersi partecipi alla democrazia, tentando di migliorare lo status quo.

Lo IAL, l’ente di formazione fondato a Roma dalla CISL nel 1955, è uno degli Istituti più grandi d’Europa. Ha una ramificazione capillare in Italia e in Germania opera dal 1969 con una propria delegazione con sede in Stoccarda. Sul territorio federale lo IAL-CISL si occupa di recupero scolastico, culturale e linguistico di bambini, giovani ed adulti attraverso attività didattiche mirate. L’obiettivo primario è di facilitare l’integrazione scolastica e sociale degli utenti valorizzando la persona e lo sviluppo delle sue potenzialità. Alessandro Bellardita, CdI febbr.

 

 

 

 

 

Guida sull’Emilia-Romagna pubblicata dall’Automobil Club tedesco ADAC

 

Suggestive città d’arte (con sublimi cattedrali, millenari mosaici, Patrimoni Unesco), cibo eccezionale, spiagge accoglienti, possenti castelli, e luoghi memoria di illustri personalità internazionali (Dante Alighieri, Giuseppe Verdi, Federico Fellini).

Tutto questo, e molto altro, è raccontato nella rinnovata Guida Blu “Emilia-Romagna” pubblicata dall’Automobil Club tedesco “ADAC”, che conta oggi oltre 21milioni 200mila associati.

La guida è stata scritta dalla giornalista tedesca Stefanie Claus che, dal 14 al 21 maggio 2019, ha soggiornato in Regione. Dopo la pubblicazione di questa Guida Blu (5000 copie di tiratura, costo 9,90 euro) il prossimo 4 aprile uscirà anche una Guida Gialla, pubblicazione più dettagliata, corredata di una cartina particolareggiata della Regione e arricchita da approfondimenti sull’offerta turistica emiliano romagnola (5000 copie di tiratura, costo 14,99 euro). La Guida Blu è già distribuita in oltre mille librerie tra Germania, Austria e Svizzera e nei 180 centri ADAC di tutta la Germania.

Questo prezioso manuale di viaggio - principalmente rivolto a chi viaggia per vacanza in auto, camper, roulotte, moto - presenta, al turista tedesco, la ricchezza storico culturale dell’Emilia Romagna e offre preziose indicazioni su strutture ricettive, ristoranti, luoghi dello shopping assieme a utili informazioni di servizio per programmare il soggiorno.

L’Emilia Romagna - si legge nella Guida - conosciuta soprattutto per le sue spiagge, è una terra ricca di opportunità dove “da soli, in coppia o con bambini, tutti troveranno il luogo ideale per il loro soggiorno”.

Assieme alla presentazione, da Piacenza a Rimini, dei diversi territori la Guida (corredata da cartine e fotografie di luoghi caratteristici della Regione) suggerisce al lettore anche itinerari tematici tra capolavori artistici, parchi divertimento, delizie culinarie, shopping “made in Emilia Romagna”, luoghi per soggiorni green e wellness, tour nella Motor Valley e nella movida romagnola.

“Con questa Guida ADAC dedicata alla nostra Regione - afferma l’Assessore Regionale al Turismo Andrea Corsini - entriamo, con la ricchezza delle nostre proposte, nelle case dei turisti di lingua tedesca. Sarà, ne sono convinto, uno strumento prezioso e utile per far conoscere sempre di più l’Emilia Romagna e un buon testimonial promozionale in questi strategici mercati europei della vacanza”.

“La Guida - dichiara il Presidente di Visit Romagna Andrea Gnassi - conferma il rinnovato interesse del mercato tedesco verso le nostre destinazioni. Merito delle iniziative e delle politiche promozionali avviate negli ultimi anni. E merito del rinnovamento e dell’arricchimento di servizi delle nostre città. La Romagna, terra della Dolce Vita, le sue spiagge, le sue eccellenze storiche, artistiche, paesaggistiche, enogastronomiche, consolida il suo appeal anche sull’estero. Un’esperienza unica che, come in questo caso, trova i più efficaci e puntuali canali di comunicazione”.

Le “mille” proposte di vacanza, presenti nella guida ADAC, sono raggiungibili anche in aereo e treno. Durante tutto l’anno, sono attivi voli da Monaco di Baviera, Francoforte, Colonia, Düsseldorf, Stoccarda e Berlino con l’Aeroporto di Bologna e, in estate, si aggiunge il volo Monaco di Baviera-Rimini. Nel 2020 sarà poi giornaliero (dal 29 maggio al 6 settembre) il collegamento ferroviario Monaco di Baviera-Rimini (con soste a Bologna e Cesena) garantito dalle ferrovie tedesche e austriache Deutsche Deutsche Bahn e ÖBB. (aise/dip 2) 

 

 

 

 

Costruire un nuovo rapporto con l'Ue. Johnson alla prova della Brexit (e del Regno dis-Unito)

 

Le celebrazioni per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non sono il “fantastic moment” richiamato da Boris Johnson. Quello inizia dopo, nel momento in cui il premier britannico, messa al bando la parola Brexit, volta decisamente pagina e affronta di petto le questioni aperte. La priorità, per lui, non è più quella di vedere l’Ue come un’antagonista, ma di costruire un nuovo rapporto.

È realista: ha davanti a sé un Paese disunito in quattro nazioni e fortemente squilibrato per il marcato divario fra regioni ricche e regioni meno sviluppate. Sa che sarà impossibile affrontare queste situazioni senza l’Europa. Basti pensare ai nodi dell’Irlanda del Nord e della Scozia.

Nel giorno X, il 31 gennaio 2020, Johnson si reca nelle regioni del nord, dove i voti laburisti in libera uscita gli hanno assicurato la vittoria. Li considera “in prestito” e intende tangibilmente mantenere le promesse elettorali. Proprio lì, nelle aree più deboli del Paese, ha simbolicamente convocato un Consiglio dei ministri straordinario, senza preventivamente rivelare la sede.

Sono quelli i territori più a rischio, perché l’export del loro tessuto industriale – fatto di aziende meccaniche, dell’agroindustria e della grande distribuzione organizzata – è proiettato più verso l’Europa che su Londra. Per di più la capitale sottrae a queste aree professionalità e manodopera qualificata. Di qui l’importanza di concludere l’accordo di libero scambio con l’Ue entro l’anno, per evitare l’introduzione di nuovi dazi e la conseguente recessione.

La necessità di un accordo con l’Ue e gli Usa

Per stipularlo, BoJo dovrà convincere i 27 Paesi dell’Ue che il Regno Unito, anche se non si allineerà automaticamente alla regolamentazione europea, ne condividerà gli obiettivi in tema di diritti sociali, sicurezza alimentare, ambiente e aiuti di Stato, per rispettare il principio di equa concorrenza. Farà poi valere il contributo che la Gran Bretagna può apportare all’Ue in termini di sicurezza e difesa, specie alla luce delle crisi in atto (Iran, Libia, Siria). David Frost, con uno staff di 40 esperti, condurrà il negoziato – prima sull’accordo di libero scambio e poi sulle intese settoriali (pesca, trasporti, energia, scambio dati) – e riferirà direttamente al premier.

Da conservatore, Johnson dovrebbe, come Margaret Thatcher, aborrire gli aiuti statali alle imprese; ma dai suoi primi atti, come il salvataggio della compagnia aerea Flybe, che assicura i collegamenti tra città periferiche del centro e del nord dell’isola, dimostra una sensibilità sociale sconosciuta alla Lady di Ferro. L’importante per lui è mantenere unito il Paese. Una volontà che rivelò già da sindaco di Londra quando dichiarò: “Sia chiaro che essere nazione vuol dire governare l’intero Paese, ricchi e poveri, giovani e vecchi, neri e bianchi, nord e sud in una maniera che unisca e non divida.” In questa direzione va il suo impegno, oggi, a investire per rafforzare il sistema sanitario nazionale, tema molto caro agli inglesi.

A parte l’Ue, sul tavolo c’è poi l’accordo con gli Stati Uniti, fortemente auspicato dal presidente Donald Trump, in bilico per gli inglesi fra grandi opportunità e insidiosi ostacoli. L’opposizione Usa all’adozione in Europa della rete 5G dei cinesi di Huawei è uno dei più spinosi. Una soluzione che si sta vagliando potrebbe consistere in una scissione tra i componenti tecnologici. La sua abilità a trattare con Donald Trump Johnson l’ha già dimostrata in occasione della crisi iraniana: ha appoggiato il presidente Usa, senza, però, allontanarsi dalle posizioni di Francia e Germania.

Le trattative gli riusciranno facilitate da un ampliamento dell’orizzonte negoziale, introducendo ulteriori accordi bilaterali con Paesi del Commonwealth, come l’Australia. Ciò completerà il quadro dei 20 accordi di continuità già sottoscritti e riferiti a 50 Paesi.

La trasformazione di BoJo

A giudicare dai comportamenti più recenti, il Johnson del secondo governo, quello post-elettorale, rivela una compostezza e un’attenzione ai problemi del Paese non riscontrabili nel suo esordio a Downing Street. Si trattava, allora, di vincere “fast and furious” le elezioni.

Conseguito l’obiettivo, il primo ministro di Sua Maestà appare assorbito da un piano articolato e ambizioso che rivela concentrazione e leadership. Ricorre ad argomentazioni trascinanti, fatte apposta per risvegliare quella parte del Paese che teme le prospettive negative dell’uscita dall’Ue, amplificate dai fautori del ‘Remain’. A costoro vuole trasmettere entusiasmo e fiducia nel futuro. Le parole d’ordine “ripresa della sovranità e dell’identità”; la visione di una “Global Britain”, quasi un’eco della magia dell’ “America First”, insieme all’offerta di un “fast track” per gli scienziati e all’incentivazione di un baby boom sono punti focali di questo piano di rilancio della Gran Bretagna nel mondo.

Non sorprenda che sia stato ricordato, di fronte a questa sua mutazione, l’Enrico IV di Shakespeare e le parole che pronuncia il re, nel ripudiare il suo compagno di bagordi Falstaff (traduzione di Mario Praz): “Non presumere che io sia quello che ero, perché sa Iddio e se ne accorgerà il mondo, che mi sono tolto di dosso quello che ero prima.” Umberto Vattani, AffInt 31

 

 

 

 

Economia, clima, tecnologia e geopolitica. I 50 anni del World Economic Forum

 

Giunto alla sua cinquantesima edizione, il World Economic Forum (Wef) – che dal 21 al 24 gennaio si è svolto, come ogni anno, a Davos, in Svizzera – è divenuto un immancabile evento per l’élite globale, riunendo ministri, banchieri centrali, leader delle grandi aziende private, accademici e star di ogni genere, dagli attori agli sportivi.

In una massima ormai celebre, Jamie Dimon, ceo di JP Morgan Chase, sintetizzò il forum di Davos come il luogo “dove i miliardari dicono ai milionari come si sente la gente comune”. Nonostante questo commento lapidario, il Wef rimane, forse, un forum privilegiato dove i potenti del mondo possono interagire per discutere come affrontare le maggiori sfide globali. Il grande punto di domanda continua ad essere se dalle ambiziose parole pronunciate in questi eventi seguano, effettivamente, delle azioni private, nazionali o collettive.

Per un capitalismo più inclusivo?

Quest’anno il tema dell’appuntamento di Davos è stato “Comunità d’impresa in azione per un mondo coeso e sostenibile (Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World)”. Secondo l’annuale indagine condotta dal Wef prima dell’evento di Davos sui maggiori rischi percepiti a livello globale, sono emerse delle problematiche relative al cambiamento climatico, alle tensioni geopolitiche ed economiche e all’impatto della tecnologia sulle società. In linea con queste priorità, il Forum di quest’anno si è concentrato sul discutere quale sia la strada per coniugare il capitalismo globale con una rinnovata responsabilità verso il clima e i perdenti della globalizzazione. Con quest’ottica di cambiamento di più ampio respiro per un capitalismo responsabile e sociale, i macro-argomenti degli incontri di quest’anno hanno assunto dei titoli suggestivi come “la tecnologia per il bene”, “come salvare il pianeta” o “oltre la geopolitica”.

Non bisogna però dimenticare che lo spirito con cui è nato il Wef è la nozione che il globalismo – animato da tre cardini: democrazia liberale, libero mercato e società aperte – avrebbe beneficiato tutti.

Ma è proprio questo approccio che è oggi sotto estrema pressione con un ritorno dei nazionalismi, un malcontento generalizzato verso l’attuale sistema economico e un consolidamento dei partiti populisti a livello internazionali. È innegabile che una crescente porzione della popolazione, soprattutto nelle democrazie sviluppate, abbia iniziato a sentirsi abbandonata dalla globalizzazione. Secondo un’indagine, il 56% della popolazione mondiale considera che l’attuale capitalismo faccia più male che bene.

Come hanno giustamente sottolineato i premi Nobel per l’economia Abhijit Banerjee e Ester Duflo in un recente articolo su Foreign Affairs, nonostante sia vero che la popolazione che vive con meno di $1.90 al giorno si sia dimezzata dal 1990, passando da 2 miliardi a 700 milioni, bisogna anche considerare gli effetti della globalizzazione nei Paesi industrializzati. L’economista Branko Milanovic ha stimato che, mentre i tassi di disuguaglianza tra Paesi sono diminuiti, quelli all’interno delle democrazie sviluppate sono aumentati, facendo crescere i sentimenti di insoddisfazione e malcontento verso l’attuale sistema economico. Per esempio, negli Usa il coefficiente di Gini, usato per la misura delle diseguaglianze, è passato dallo 0.35 nel 1979 allo 0.45 oggi.

Sono proprio questi cambiamenti nel modello produttivo capitalista che hanno spinto il Wef di quest’anno a cercare di sensibilizzare la comunità internazionale sui rischi di un mondo sempre più diseguale ed esposto agli effetti del cambiamento climatico. Il messaggio chiave è che solo il coordinamento multilaterale che coinvolga tutti gli stakeholder della società potrà incoraggiare delle azioni collettive necessarie per mitigare le sfide che il mondo sta affrontano.

Le imprese nella Quarta Rivoluzione industriale

Il Forum di quest’anno è stato anche l’occasione per promuovere il “Manifesto di Davos del 2020: la funzione universale di un’azienda nella Quarta Rivoluzione industriale” (Davos Manifesto 2020: The Universal Purpose of a Company in the Fourth Industrial Revolution). Nel documento viene rimarcata la funzione di responsabilità di un’azienda che deve rispondere non solo alle esigenze dei propri azionisti o alla massimizzazione del profitto ad ogni costo ma deve anche tenere conto degli interessi generali della società. Le aziende private, in particolare le multinazionali, hanno la responsabilità di cooperare con la società civile e i governi per affrontare le sfide globali.

L’idea di un ‘capitalismo degli stakeholder’ era già emerso nel dibattito pubblico con il documento a firma del Business Roundtable – un’associazione no-profit che raccoglie i 181 ceo delle più grandi aziende private americane – in cui si esplica che le imprese devono investire nei dipendenti, proteggere l’ambiente e creare valore di lungo termine non solo per gli azionisti ma per tutti gli stakeholder della società.

Chiaramente la discussione sui cambiamenti climatici e come combatterli è stata al cuore dei lavori di Davos, dato che le implicazioni di questo fenomeno colpiscono la società nel suo insieme. Eppure, l’immagine che ne è venuta fuori è stata discrepante. Se da un lato è emersa la preoccupazione condivisa e la promessa di azioni concrete per contrastare l’emergenza climatica, dall’altro lato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è scatenato contro gli attivisti ambientalisti, etichettati come “i profeti di sventure” che parlano di “predizioni di apocalisse”.

Inoltre, alcuni leader industriali hanno promesso una svolta ‘verde’, facendo numerosi annunci – come per esempio il ceo di BlackRock che ha previsto l’investimento di mille dei  7 mila miliardi che la società americana gestisce in progetti di sviluppo durevole -. Ma è anche emerso da un’indagine condotta da Pwc che 1.600 manager delle grandi multinazionali globali non considerano il rischio climatico tra i dieci rischi principali per l’economia mondiale nell’anno che verrà.

Il secondo tema più discusso – e controverso – dell’ultimo Wef è stato il settore tecnologico e le varie sfide globali che comporta. Dalle controversie sull’antitrust, agli effetti positivi del Fintech fino all’impatto sul mercato del lavoro.

Il nodo di una tassa digitale

Ma, senza ombra di dubbio, la questione, altamente divisiva e politicamente sensibile, dell’introduzione di una digital tax sui giganti del web è stata al centro del dibattito. Facendo anche riferimento al manifesto di Davos in cui si sottolinea che le aziende private debbano pagare “un’equa tassazione”, il Forum di Davos ne ha rivitalizzato la discussione. Numerosi ministri dell’Economia europei – tra cui il francese Bruno Le Maire e l’inglese Sajid Javid – hanno ribadito la necessità di una digital tax che mitighi lo squilibrio che si è creato nell’economia mondiale a causa della facilità con cui alcuni giganti tecnologici riescono ad applicare la pratica del transfer pricing. Anche in questo caso, il Wef ha potuto riunire i diversi stakeholder per cercare di cooperare per capire quali siano le azioni di policy più efficaci e giuste per affrontare questa problematica.

Come raggiungere realmente questi ambiziosi obiettivi è però tutto da vedere. Dalle parole bisognerà passare ai fatti. Questo è, come sempre, il reale problema. Nicola Bilotta, AffInt 27

 

 

 

 

Il vecchio e il nuovo nella politica italiana

 

I sogni infranti di Salvini, la riscossa del PD, la caduta dei 5 Stellle, il ruolo delle Sardine. E le possibili ricadute sul governo

 

Si era detto sicuro di vincere, invece si è dovuto accontentare di tentare, per la prima volta nella storia dell’Emilia rossa, un cambio di guida in regione. A sua consolazione Matteo Salvini ha salutato la netta vittoria del centrodestra nell’altra regione chiamata al voto, la Calabria. Dove però la vittoria è da condividere con gli alleati di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi infatti, altrove in fase calante, è stato scelto da un quarto degli elettori calabresi.

I risultati delle due elezioni, in Emilia-Romagna e in Calabria, come affermato da Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, avevano una “importanza più ampia dell’orizzonte regionale”. In effetti, hanno prodotto la permanenza dell’attuale Governo, ed allontanato la crisi, tanto desiderata da leghisti, berlusconiani ed altri partiti di destra. Una “spallata” respinta, secondo l’editorialista del Corriere, Massimo Franco, che fa tirare un sospiro di sollievo, anche se “il presidente del Consiglio dovrà fare i conti con la crisi dei 5Stelle, crollati in entrambe le Regioni”.

Affermazioni confermate pure dalla notevole partecipazione al voto, specialmente in Emilia-Romagna, dove l’affluenza alle urne è stata del 67,1%, quasi il doppio rispetto alle votazioni europee. Aumento dovuto, secondo le valutazioni dell’Istituto Cattaneo, che fa attività di ricerca ed informa gli Italiani sull’Italia contemporanea, soprattutto al voto effettuato dai seguaci delle Sardine, che hanno impedito a Bonaccini di affogare.

In effetti il movimento delle Sardine, nato proprio in Emilia per contrastare le intemperanze di Salvini, ha avuto un effetto importante. Non a caso Nicola Zingaretti, segretario del PD, ha ringraziato il nuovo protagonista nel dibattito italiano. Quelle piazze piene di giovani che chiedevano ai cittadini più partecipazione e ai contendenti serietà e responsabilità, hanno portato una ventata di aria fresca e una notevole partecipazione al voto, specialmente in Emilia-Romagna.

Il voto alle regionali, dunque, penalizza Salvini e le sue ambizioni, ma la vera vittima è il Movimento 5Stelle, ormai in vistoso declino. Il partito grillino, che il 4 marzo 2018 era stato consacrato dagli elettori come prima forza politica nazionale, è letteralmente crollato. L’esito del voto lo collaca al di sotto del cinque per cento.

Ovvie, inevitabilmente, le domande formulate e pensate, da giornalisti, parlamentari e cittadini, dopo le elezioni: “Quali saranno le conseguenze sul Governo e sui partiti che lo sostengono? Che effetto avrà sul centrodestra e, soprattutto, sulle ambizioni della Lega?”. Interrogazioni, fatte ad altri o a se stessi, dai protagonisti dell’attuale vita politica nazionale, compreso l’attuale premier Conte, il quale, qualche giorno prima delle votazioni, aveva detto: “Non è un voto sul Governo, noi andiamo avanti”, forse convinto che l’eventuale vittoria della leghista Lucia Borgonzoni, sostenuta anche da FI, avrebbe potuto comportare conseguenze negative. Senza contare che l’eventuale ritorno alle urne potrebbe comportare il rischio di mettere le sinistre all’opposizione per almeno cinque anni.

Questa situazione provoca due effetti. Il primo è l’opportunità, rivendicata dai dirigenti del PD, di rinegoziare i patti del governo, che tenga conto dei mutati rapporti di forza. Zingaretti parla di “fase due” per l’esecutivo Conte. Il secondo effetto è la richiesta della Lega e dei suoi alleati al presidente della Repubblica a prendere atto che l’attuale maggioranza parlamentare non corrisponde più a quella uscita dalle elezioni: dunque sciolga le Camere e rimandi i cittadini al voto, anticipando di tre anni la scadenza del 2023.

Così si presenta di nuovo il vecchio bipolarismo: da una parte il centrosinistra guidato dal Partito democratico, dall’altra il centrodestra a trazione leghista. E questo a conferma della perdurante instabilità della politica e del nostro governo in Italia. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

    

Come da programma

 

Vivere nel Bel Paese è sempre difficile. Questo Esecutivo ci riserverà altri passi imprevisti. Questa situazione è tanto anomala da non poter neppure supporre se l’attuale Governo sarà in grado di ridare stimolo a un’economia che è in declino per i vincoli di un progetto di non semplice attuazione. Ora una classe sociale è, in sostanza, sublimata. Tra “povertà” e “ricchezza” non esistono più vie interposte. Come a scrivere che la classe “borghese” è stata rimossa da una serie d’eventi che hanno anche impoverito il Paese.

 

 I redditi da lavoro dipendente o da vitalizio (pensioni) saranno ancora i più colpiti. La mancanza di liquidità è una delle peggiori piaghe che possono colpire un Paese. Quale garanzia ci potrà assicurare questo Governo? Ci sarebbero anche altri interrogativi da esporre. Preferiamo, però, evitarli perché non consentirebbero, al momento, nessuna risposta efficace. Anche perché non prevista della Coalizione PD/M5S.

 

Se, tuttavia, l’abbinata di Centro/Sinistra consentirà una sorta di “compromesso” politico responsabile, potremmo anche essere più disponibili a un riscontro meno contraddittorio. Però questa scelta non appare proprio praticabile perché questo Esecutivo, pur se a “muso duro”, non sembra in grado di programmare strategie veramente innovative avvalorate da un Potere Legislativo coerente. Insomma, imbastire un programma di governo, svincolato da legacci economici, resta d’improbabile attuazione.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il Pniec e i primi passi del Green Deal. Ecco la politica energetica e climatica dell’Italia

 

L’Italia ha finalmente consegnato la versione definitiva del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec), il documento nel quale si stabiliscono gli obiettivi 2021-2030 sui diversi pilastri della politica energetica e climatica.  Il piano era stato presentato nella sua versione abbozzata un anno fa, e dopo un’attenta revisione da parte della Commissione europea se ne richiedeva entro la fine del 2019 la versione definitiva. L’Italia non è però l’unica ritardataria, in buona compagnia con un’altra decina di altri stati membri.

Bruxelles dovrà ora stabilire se il documento presentato da ciascun Paese è coerente con gli obiettivi comunitari al 2030, anche nella prospettiva di ‘neutralità climatica’ condivisa dai governi nazionali (tranne, per ora, la Polonia) per il 2050. Col Green Deal, l’Europa punta a zero emissioni accrescendo al contempo la propria competitività: una sfida esaltante ma certo non una passeggiata, in primis per i costi e gli ostacoli sul piano interno.

Pniec italiano, conferme e novità

Il piano integra le novità della legge di bilancio e del ‘decreto clima’. Rispetto alla bozza, restano invariati i target sull’efficienza energetica e le emissioni. Se da una parte resta uguale anche l’obiettivo al 55% per le rinnovabili nel settore elettrico, se ne prevede una quota più ampia nei settori riscaldamento e raffreddamento (+0.9%) e trasporti (+0.4%).  Il governo vede poi al rialzo le previsioni per la mobilità elettrica con l’impegno di introdurre quote obbligatorie anche nel trasporto pubblico.

L’obiettivo del cosiddetto phase-out del carbone – tema caldo a livello europeo – resta al 2025, ma rimane subordinato alla realizzazione degli impianti sostitutivi e delle necessarie infrastrutture, nonché al raggiungimento di risultati migliori sul lato efficienza energetica e rinnovabili. Questa rimane questione delicata nel nostro Paese soprattutto per la Sardegna, per cui il Mise ha avviato un tavolo di lavoro tecnico specifico.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa si è detto pronto ad accrescere l’ambizione di fronte a target comunitari presumibilmente più alti in futuro – e la normativa europea prevede infatti una revisione dei piani al 2023, ragionevolmente riorganizzati in chiave Green Deal -.

28 pezzi del puzzle, un difficile incastro europeo

Le specificità energetiche, territoriali e sociali di ogni Stato e le conseguenti difficoltà che hanno (ancora) i Ventotto a procedere coerentemente verso un unico obiettivo non sono poche. Numerosi sono gli scontri sul tema, come quello tra Parigi e Varsavia: la Polonia ha negato il proprio supporto all’obiettivo di neutralità climatica, affermando di voler tornare sull’argomento a giugno di quest’anno; il presidente francese Emmanuel Macron ha per questo risposto che la Polonia potrebbe non avere accesso agli aiuti finanziari previsti dal Green Deal.

Altro terreno di scontro è il nucleare, che molti vorrebbero all’interno di piani europei per sostenere l’energia pulita; o le priorità di sicurezza energetica – si pensi alla saga Nord Stream 2, che sembra non finire mai. Gli eterogenei interessi europei rallentano quindi il processo e continuano a trasparire nei piani nazionali, ma le raccomandazioni mandate durante l’anno a ciascuno stato fanno ben sperare che questi siano perlomeno più coerenti rispetto alle bozze – aspetteremo gli ultimi ritardatari per tirare le somme.

Undici giorni dopo il suo insediamento, la Commissione a guida Ursula von der Leyen ha presentato la Comunicazione sul Green Deal e, un mese dopo, le prime proposte, in primis quella per un piano di investimenti che intende mobilitare mille miliardi. Per aiutare gli altamente dipendenti da fonti fossili (e quindi più vulnerabili dinanzi alla transizione energetica), la Commissione ha proposto un “meccanismo per la transizione giusta”, che ha già fatto discutere: dei 7,5 miliardi a disposizione, Polonia e Germania potrebbero prendersi una bella fetta della torta (rispettivamente 2 miliardi e 887 milioni), cosa che non piace, tra gli altri, alla Francia. All’Italia andrebbero 364 milioni, ma la distribuzione del denaro dipenderà per tutti dai progetti di riconversione ambientale ed economica che verranno proposti. Il negoziato sulla relativa proposta normativa non si prospetta per questo facile.

Nonostante gli incoraggianti numeri, la Commissione stessa riconosce un gap di investimenti di 260 miliardi all’anno entro il 2030 rispetto agli attuali obiettivi Ue (tra cui una riduzione del 40% di emissioni entro il 2030 rispetto al 1990). Nel Green Deal questi obiettivi saranno verosimilmente rivisti al rialzo – per le emissioni si discute del 50/55% al 2030 – e il divario sempre così destinato ad aumentare.

Europa e Italia nel 2020

Le prevedibili liti europee non devono distrarci: decarbonizzare il continente è condizione necessaria ed è bene che la Commissione lo abbia capito. Fare i compiti a casa nostra – ammesso che ci si riesca – non è però sufficiente: in quanto bene pubblico globale il clima non può essere tutelato senza azione globale. È positivo quindi che l’esecutivo si sia fatto promotore di una vera e propria climate diplomacy, un passo importante a integrazione della già più consolidata energy diplomacy.

Tradurre la priorità di neutralità climatica nelle relazioni esterne non sarà facile, ma abbiamo l’opportunità di contare molto in questo anno appena iniziato. Opere di convincimento verso gli Statin Uniti  saranno probabilmente poco efficaci dato il monopolio delle elezioni presidenziali nel dibattito. A Davos le divergenze tra le due sponde dell’Atlantico appaiono poi sempre più marcate, anche se l’Ue potrà puntare al livello sub-federale americano per rafforzare l’impegno sul clima.

Nel breve periodo si punta dunque al Summit tra Ue e Cina e alla cooperazione con l’Africa. Il tandem italo-inglese della pre-Cop e della Cop26 nel 2020 ha poi le carte in regola per fare la differenza – specialmente verso Cina e India che procedono a passi incerti – e potrà rafforzarsi nel 2021, quando i due Paesi presidieranno rispettivamente G20 e G7. Margherita Bianchi, Riccardo Antonucci AffInt 27

 

 

 

 

 

Scrive la presidente di Silk Council. Coronavirus: a repentaglio l’amicizia tra Italia e Cina

 

Care lettrici e cari lettori di AffarInternazionali,

desidero esprimere personalmente e a nome dell’Associazione Silk Council la massima solidarietà e vicinanza a tutte le persone colpite dal coronavirus 2019-ncov e ai loro familiari.

Tutta la comunità internazionale si è attivata tempestivamente e con spirito di leale collaborazione per far fronte

a questa crisi sanitaria. Il governo cinese sta mettendo in campo le sue migliori risorse per risolvere tale

difficile momento. E allo stesso modo anche il governo italiano sta mettendo a disposizione le risorse più efficaci.

Le mie sentite congratulazioni, inoltre, al team delle ricercatrici italiane dell’ospedale Spallanzani di Roma, che hanno isolato il coronavirus. Sono fiduciosa che la ricerca italiana contribuirà con la Cina e la comunità internazionale per sviluppare presto un vaccino. Restiamo uniti per combattere il virus. La situazione è sotto controllo e siamo fiduciosi. È un momento delicato che va affrontato insieme, con umanità, solidarietà e buon senso.

Ho tuttavia appreso con rammarico degli episodi di razzismo e discriminazione che si sono verificati verso membri della comunità cinese residente in Italia e in particolar modo di quelli avvenuti nelle scuole. Sono inoltre molto dispiaciuta per il modo in cui una parte dei mezzi di comunicazione sta influenzando l’opinione pubblica, diffondendo notizie inesatte ed etichettando il coronavirus come ‘virus cinese’. Questi appellativi feriscono i sentimenti di tanti cittadini cinesi residenti in Italia, così come di altrettanti cittadini italiani, come me, di origine cinese, che contribuiscono da sempre al ruolo di ‘ponte’ tra l’Italia e la Cina. Purtroppo questi episodi non si sono verificati solo in Italia, ma anche in altri Paesi europei. I virus non hanno nazionalità, né colore della pelle, né fede religiosa o credo politico. Tali atteggiamenti discriminatori andrebbero evitati, poiché producono il solo risultato di creare barriere alla lunga amicizia tra l’Italia e la Cina, nonché causare gravi ripercussioni socio-economiche a danno di tutti.

In Italia vivono oltre 300 mila cinesi che studiano e lavorano nel nostro Paese. Anche in Cina si sono stabiliti migliaia di italiani per motivi di studio, lavoro e incluso familiari. I ‘nuovi italiani’ di origine cinese di seconda, terza e quarta generazione sono nati qui e sono ben integrati nel nuovo tessuto multietnico italiano. Il 2020 è l’anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina, il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche e il decimo anniversario degli scambi culturali tra i nostri due Paesi. L’amicizia tra Italia e Cina oggi è messa a

repentaglio da questa terribile emergenza del coronavirus, ma proprio nei momenti di difficoltà bisogna restare uniti e affrontare insieme tale situazione con costruttività e propositività, senza diffondere allarmismi o alimentare la paura di ciò che non si conosce.

In questo momento difficile, anche Silk Council desidera dare il proprio contributo, così come sta facendo tutta la comunità cinese nel mondo. Visitando il sito è possibile fare una donazione, un vostro piccolo gesto di amore verso chi soffre in Cina. Il ricavato sarà devoluto per l’acquisto di mascherine e altri materiali sanitari da inviare in Cina a sostegno delle città colpite da questa emergenza, tra cui il mio paese natale, Wenzhou da cui provengono la maggior parte dei cinesi che vivono in Europa.

Vi ringrazio di cuore per il prezioso sostegno.

Con l’augurio di superare presto questo momento difficile. Lifang Dong, AffInt 1

 

 

 

 

Oltre il progetto

 

Di solito, le nostre previsioni, dettate da una lunga esperienza anche sul fronte sociale dei Connazionali all’estero, sono sempre state coerenti. Da sessant’anni, pur se in realtà politiche differenti, non ci siamo scostati di molto dagli eventi che ci hanno accompagnato in Patria e all’estero. Nel bene, come nel male.

 

Tra poco, la politica avrà superato il “rodaggio” formale. Entro la prossima primavera, l’Italia potrebbe avere una nuova legge elettorale e un Potere Legislativo ridimensionato nel numero degli elementi. Forse, ci sarà un nuovo progetto politico che potrebbe destare l’interesse di molti Elettori. A questo punto, non ci resta che prenderne atto; pur se con qualche distinguo che riteniamo necessario; ma superabile in questa fase di cambiamento.

 

Torneremo, però, a trattare di politica come mezzo necessario per evidenziare le esigenze, le necessità e le proposte anche dei Connazionali che vivono all’estero. Chiariamo, tuttavia, che non saremo, come non lo siamo mai stati, un “trampolino” di lancio per politici rampanti. Illustreremo la pratica del governo solo per focalizzare le esigenze anche degli italiani che vivono all’estero, ma non in “un altro mondo”.  Aperti, come da sempre, alle proposte di chi vorrà evidenziale.

 

Siamo pronti a dare un’opinione concernente la politica nazionale. Anche in questo 2020 ci impegneremo per offrire chiarezza. Sarà nostro impegno non deludere le attese di chi, già per il passato, ha manifestato interesse ai nostri interventi su questo quindicinale “on-line”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Brexit: parla Bill Emmott. “Un momento molto triste, ma dobbiamo conviverci”

 

Scrittore e opinionista britannico, Bill Emmott è stato direttore del The Economist dal 1993 al 2006. Conversa al telefono da Londra con AffarInternazionali.

Caro Bill, tra ventiquattr’ore il Regno unito sarà fuori dall’Unione europea, qual è il tuo sentimento in questo momento?

“Sento che questo è un momento molto triste e assolutamente non necessario, dovuto a decenni di mala gestione politica da parte dei governi britannici. Ma ora è successo e dobbiamo conviverci. Non può, e non deve, essere un disastro, è un fardello che noi britannici dovremo portare sulle nostre spalle. Ad ogni modo, i corridori possono vincere una corsa anche caricando pesi sulle loro spalle, pertanto non mi sento disperato al riguardo, ma ugualmente triste”. 

Imputi errori all’Unione europea in questi anni di lunghe trattative con il Regno Unito?

“Allora, credo che il problema principale sia stato da parte britannica. Tuttavia, l’Unione europea, sin dalla crisi finanziaria globale del 2008, non ha funzionato bene. Non ha protetto le vite, gli standard di vita dei suoi cittadini, ha dimostrato processi di decisione politica lenti e problematici, soprattutto riguardo all’euro, ma anche sull’immigrazione. Ritengo che la ragione per cui Matteo Salvini è diventato così popolare in Italia e per cui la Lega è ora il partito più grande e popolare nel Paese sia proprio legata a quegli stessi problemi dell’Unione europea e dell’Europa in generale a cui è connessa anche la Brexit. Credo che la ragione per cui si è arrivati a decidere questa Brexit riguardi ovviamente in modo particolare la Gran Bretagna, ma l’Unione europea non ha funzionato bene negli ultimi dieci anni”. 

Qual è stata, secondo te, la ragione principale della scelta del popolo britannico?

“Credo che il problema più rilevante tra il popolo britannico sia che solo ad un piccola parte di esso importa abbastanza dell’Europa. L’Europa non è un tema importante per la maggior parte degli elettori britannici, perciò quando è stata offerta loro la scelta e hanno dovuto prendere una decisione, il fatto che l’Unione europea non funzionasse bene, insieme allo scontento per scelte del loro stesso governo, li ha portati a votare, con uno scarto ridotto, in tale direzione. Alla fine dei conti, però, sono troppo pochi i cittadini britannici a cui importa dell’Ue. Credo che in Italia, in Francia, in Germania, grazie all’esperienza della Seconda guerra mondiale, ci sia un più profondo sentimento di legame con l’Unione europea; in Gran Bretagna il problema è che troppe persone sono indifferenti o disinteressate all’Ue”.

Si è sostenuto da parte di alcuni opinionisti che il popolo britannico possa aver  votato per il famoso referendum senza un’adeguata conoscenza delle conseguenze di una scelta così importante per il futuro del Paese. Che ne pensi? È vero tutto questo o è poco generoso nei confronti di un popolo che si è espresso in una determinata maniera?

“Credo che quella dell’Unione europea, nelle sue varie sfaccettature, sia una storia molto complessa. Perciò ritengo sia vero che i voti siano stati basati sull’ignoranza di una vasta quantità di informazioni, il che ha esposto gli elettori a menzogne e false informazioni – anche da parte dell’attuale primo ministro Boris Johnson durante la sua campagna, in cui ha raccontato bugie ben documentate sull’Unione europea -. Tuttavia, il punto focale è che i cittadini britannici non si sono preoccupati a sufficienza di verificare queste informazioni, di attribuire all’Unione europea la stessa importanza che danno ad altri aspetti della loro vita, come il lavoro, la sanità, l’istruzione, e quindi di pensare seriamente alla scelta da fare. Poi, quando abbiamo deciso di uscire e tutto si è fatto caotico, tre anni fa, la reazione è stata ugualmente di indifferenza verso la situazione in cui ci eravamo messi”.

Chiudendo gli occhi… che Regno Unito riesci a immaginare per i prossimi anni?

“Immagino un Paese che sarà vicino all’Europa, che avrà un’identità che dipenderà dall’essere fuori dall’Europa, ma che in realtà sarà molto vicino all’Europa, perché non abbiamo alcuna scelta e non desideriamo essere da nessun’altra parte. Perciò credo che saremo un paese psicologicamente confuso, fingendo di essere separati, mentre rimaniamo molto vicini ai nostri amici e dirimpettai europei”.

Secondo te il Regno Unito fuori dalla Ue cosa perderà e cosa guadagnerà?

“Credo che il Regno Unito perderà la sua voce, la sua influenza nelle decisioni, nei comportamenti e nelle azioni che verranno intraprese da Germania, Francia, Italia e dai principali Stati membri dell’Unione europea riguardo alla collettività. Sarà un Paese con un ruolo marginale, a cui si telefona per secondo, o per terzo, non per primo, per essere consultato e con cui allinearsi. Perciò saremo messi ai margini, perderemo influenza, perderemo voce, tutto questo. Quello che guadagneremo, credo sia forse una sorta di chiarezza nella nostra politica, per troppo tempo occupata da litigi sull’Unione europea. Ma comunque credo che ne guadagneremo ben poco”.

In questi lunghi anni di trattative non sono mancate previsioni catastrofiche sul futuro economico del Regno unito fuori dall’Ue? Che idea ti sei fatto?

“Credo che ora che abbiamo più chiarezza la situazione economica possa migliorare leggermente rispetto agli ultimi due anni, ma come prossimo passo dovremo portare a termine i negoziati sulle relazioni commerciali con l’Unione europea che inizieranno quest’anno. Fino a che tale processo non sarà concluso non potremo avere completa chiarezza sul futuro dell’economia britannica. Ma in conclusione vorrei dire che il costo della Brexit, che è reale, deve essere considerato insieme all’influenza di altre politiche ed eventi nel resto del mondo. Credo che verranno portate avanti nuove politiche, in particolare con significativi investimenti pubblici nelle infrastrutture, verosimilmente con tagli alle tasse: a dieci anni di distanza dalla crisi finanziaria globale siamo in un momento finanziario favorevole, perciò credo che il nuovo governo di Boris Johnson sarà in grado di contrastare gli effetti negativi della Brexit attraverso un forte stimolo fiscale e tramite la spesa pubblica. Perciò in uno, due, tre anni di tempo non credo sarà possibile misurare gli effetti della Brexit perché sopravverranno altri fattori di carattere economico e finanziario, e altre circostanze a livello mondiale”. Francesco De Leo, AffInt 31

 

 

 

 

Bando “Movin’Up 2020” per la mobilità internazionale dei giovani creativi italiani. Scadenza l’11 marzo

 

Parma – Un programma a sostegno alla mobilità internazionale dei giovani creativi italiani, con un focus specifico sugli artisti emiliano romagnoli, è offerto dal bando “Movin’Up 2020” dedicato all’Area Spettacolo e Arti Performative (musica, teatro, danza, circo contemporaneo). Il concorso, giunto alla XXI edizione, è frutto della partnership fra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo-Direzione Generale Spettacolo e il Gai-Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, insieme alla Regione Puglia, per il tramite del Teatro Pubblico Pugliese Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura, e il Ga/Er-Associazione Giovani Artisti dell’Emilia-Romagna . Il bando è rivolto a giovani creativi e creative tra i 18 e i 35 anni di età compiuti che operano con obiettivi professionali e che sono stati ammessi/e o invitati/e ufficialmente all’estero da enti pubblici e/o privati, istituzioni culturali, festival, organizzazioni internazionali, istituti di formazione e perfezionamento per esperienze di: residenza e/o produzione, co-produzione, circuitazione/tournée, formazione, promozione e visibilità (es. concorsi, residenze, corsi e seminari, workshop, stage, spettacoli etc.).

Movin’Up ha come obiettivi fondamentali: favorire la partecipazione di giovani creativi e creative a qualificati programmi di formazione, workshop, produzione, residenza artistica organizzati da istituzioni estere che offrano reali opportunità di crescita professionale; supportare i processi creativi e/o produttivi più interessanti dal punto di vista dell’innovazione, della multidisciplinarietà e del confronto internazionale; promuovere il lavoro degli artisti e delle artiste italiani/e in ambito internazionale attraverso reali occasioni di visibilità e di rappresentazione della loro attività. Le domande potranno essere presentate a partire dal 29 gennaio e dovranno pervenire entro le ore 12(ora italiana)  dell’11 marzo. Verranno prese in considerazione le domande per le attività all’estero con inizio compreso tra il 1 luglio 2019 e il 30 giugno 2020. Le candidature potranno essere presentate esclusivamente online  (Per informazioni , bando e  iscrizioni: .giovaniartisti.it/iniziative/movinup-2020 ). (Inform)

 

 

 

 

Italia Povera

 

Il termine ”povero” si addice, perfettamente allo status di questa nostra Repubblica con politica di “facciata” e di poca “sostanza”.  Il significato di quest’aggettivo qualificativo, se applicato alla Penisola, è lapidario: Paese che manca, spesso, dell’essenziale.

 

 L’attuale politica, purtroppo, non è in grado di modificare questa realtà che stride con lo “status” di Paese UE. Dal 2000, la Penisola ha evidenziato il declino di un sistema che s’è fatto più d’interessi personali, che nazionali. Non si tratta, a questo punto, di cercare delle responsabilità politiche su quanto è accaduto, e ancora accadrà, nel Bel Paese. Non servirebbe.

 

 Il meccanismo di recessione potrebbe aver superato in punto di “non” ritorno. Negli ultimi dieci anni, avremmo potuto, forse, ritrovare la rotta giusta. Evidentemente, non siamo stati in grado di farlo. Sono gli atti dei politici d’ultima generazione che l’hanno fatto notare. Ora, riconoscerlo non garantirebbe possibili riprese in “autonomia”.

 

 La stessa posizione dell’attuale Esecutivo resta da capire. Si stanno, infatti, abbandonando le mete che l’Alleanza di Centro/Sinistra avrebbe dovuto garantire al Paese. Entro l’anno, forse, si dovrebbe ritrovare quell’equilibrio, non solo politico, che ci manca.

 

 I dubbi che nutriamo, però, rimangono. Tanto da terminare queste nostre riflessioni col termine “Povera Italia” che suona ben diverso da quello d’Italia Povera. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Giornata mondiale del cinema italiano”

 

ROMA- Nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, nel giorno del centenario della nascita di Federico Fellini, il deputato Nicola Acunzo (M5S) ha illustrato la risoluzione approvata nei giorni scorsi, riguardante la “Giornata mondiale del cinema italiano”. Si tratta di una risoluzione passata in modo trasversale alle Commissioni Esteri e Cultura della  Camera dei Deputati e presentata dallo stesso Acunzo, con la firma di vari deputati come i parlamentari M5S Cristian Romaniello ed Elisa Siragusa e la deputata di Forza Italia, Fucsia Fitzgerald Nissoli: il testo è incentrato sulla promozione del cinema italiano all’estero con la premessa che il cinema italiano, nonostante i successi internazionali degli ultimi anni, continua tuttavia a scontare la scarsa circuitazione delle opere audiovisive. Nel corso dell’esame della risoluzione si era partiti dalla constatazione del lavoro portato avanti nella precedente legislatura: il riferimento era andato all’approvazione della legge n. 220 del 2016, sulla disciplina del settore del cinema e della produzione audiovisiva, che ha riconosciuto il ruolo strategico dell’industria cinematografica quale veicolo di formazione culturale e di promozione del Paese all’estero.

Il Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, ha inviato all’incontro un indirizzo di saluto in cui ha fatto riferimento “all’impegno del Governo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo: un settore strategico e prioritario per la nostra politica estera perché quella che chiamiamo ‘diplomazia culturale’ consolida il ruolo dell’Italia”, ha evidenziato Di Stefano. Ha quindi preso parola il promotore dell’incontro presso la sala stampa di Montecitorio, Nicola Acunzo (M5S). “Spero che grazie al centenario di Fellini riusciremo a evidenziare una tematica importante, ossia quella contenuta nella risoluzione approvata all’unanimità nelle due Commissioni”, ha esordito Acunzo ricordando anche il contributo dell’intergruppo parlamentare dedicato al cinema e alle arti dello spettacolo. “Il focus è dare possibilità ai giovani impegnati nel settore dell’audiovisivo, con opportunità di visibilità in ambito internazionale: i giovani devono avere lo Stato vicino perché l’arte, la cultura, la passione in questo settore continui ad essere tale nonostante le difficoltà. L’approvazione dell’atto legislativo sulla prima ‘Giornata mondiale del cinema italiano’ ha saputo mettere da parte le divisioni di partito”, ha aggiunto Acunzo auspicando infine, per le future celebrazioni di questa data simbolica dedicata al cinema, una omogenea selezione da parte di Mibac e Maeci di prodotti audiovisivi da distribuire in tutti gli Istituti di Cultura e nelle sedi diplomatico-consolari. “L’idea è dare spazio e visibilità, nel mondo, ai giovani artisti italiani proprio nel giorno in cui si celebrerà, volta per volta, un maestro del nostro cinema”, ha concluso Acunzo.

Marta Grande, presidente della Commissione Affari Esteri, ha parlato di un atto legislativo già annunciato durante l’ultimo Festival del Cinema di Roma e di un iter portato a compimento in pochi mesi. “Si tratta di un’iniziativa che si integra perfettamente con il programma ‘Fare Cinema’ già varato dal Maeci nel 2018 e che prevede a sua volta, all’interno del programma integrato ‘Vivere all’Italiana’, la promozione del nostro cinema, comprendendo tutte le maestranze coinvolte nel settore oltre alla produzione vera e propria. La contemporaneità del cinema italiano era stata finora messa un po’ da parte; quando ci relazioniamo con la nostra rete diplomatico-consolare ci rendiamo conto che l’immagine che diamo del Paese è quella delle grandi figure che hanno segnato la storia del cinema. Tuttavia c’è anche un mondo nuovo che deve essere rappresentato all’estero ed è la nostra stessa comunità che vive fuori dal Paese a chiederci un riscontro con questa ‘nuova Italia’ e con la contemporaneità che essa esprime”, ha spiegato Grande. Luigi Gallo, presidente della Commissione Cultura, ha parlato invece di punto di forza nell’unione tra passione e professionalità di tutti coloro che hanno lavorato al progetto. “Questo atto permetterà di unire storia e futuro dando una possibilità concreta ai giovani di tornare a raccontare uno spaccato dell’Italia, come faceva il maestro Fellini o ancora come faceva Pasolini che narrava i cosiddetti ‘ragazzi di vita’ ed i figli delle periferie. Ad oggi abbiamo fasce di popolazione che non sono raccontate; al contempo abbiamo una povertà che, a sua volta, non accede alla cultura. La storia del Paese attuale necessita di trovare una sua nuova narrazione”, ha commentato Gallo evidenziando l’esistenza di un filo conduttore a 360° ben più ampio del singolo atto legislativo e che ingloba per esempio le iniziative dedicate alla letteratura, sotto l’insegna di Dante Alighieri, o quelle per permettere la creazione di radio o circuiti informativi universitari, ricordando la figura del giovane reporter Antonio Megalizzi, innamorato dell’Europa ed ucciso nel 2018 a Strasburgo”. Per Gallo la vera sfida sarà impegnare sempre di più il Parlamento nella promozione della cultura”.

Simone Sperduto/Inform

 

 

 

 

Celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale. Messaggio del Santo Padre Francesco

 

Ecco il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale, il cui testo è stato letto il 3 febbraio dal Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, al Teatro dell’Opera di Roma.

 

Gentili Signori e Signore, sono lieto di unirmi, come Vescovo di Roma, all’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale che, per iniziativa della Sindaco di Roma, on. Virginia Raggi, oggi iniziano alla presenza del Presidente della Repubblica. Ricordando l’evento di Roma Capitale, alla vigilia del Concilio Vaticano II, il Card. Montini ebbe a dire: «Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu […]. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti».[1] La proclamazione di Roma Capitale fu un evento provvidenziale, che allora suscitò polemiche e problemi. Ma cambiò Roma, l’Italia e la stessa Chiesa: iniziava una nuova storia.

In 150 anni, Roma è tanto cresciuta e cambiata: «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica, nella quale convivono, accanto a quella cattolica visioni della vita ispirate a altri credo religiosi ed anche a concezioni non religiose dell’esistenza» (S. Giovanni Paolo II, Discorso in Campidoglio, 15 gennaio 1998: Insegnamenti XXI,1 [1998], 115). La Chiesa, in questa vicenda, ha condiviso le gioie e i dolori dei romani. Vorrei, quasi in modo esemplificativo, ricordare almeno tre momenti di questa ricca storia comune.

Il pensiero va ai nove mesi dell’occupazione nazista della città, segnati da tanti dolori, tra il 1943 e il 1944. Dal 16 ottobre 1943, si sviluppò la terribile caccia per deportare gli ebrei. Fu la Shoah vissuta a Roma. Allora, la Chiesa, fu uno spazio di asilo per i perseguitati: caddero antiche barriere e dolorose distanze. Da quei tempi difficili, traiamo prima di tutto la lezione dell’imperitura fraternità tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica, da me ribadita nella visita al Tempio Maggiore di Roma. Inoltre siamo anche convinti, con umiltà, che la Chiesa rappresenti una risorsa di umanità nella città. E i cattolici sono chiamati a vivere con passione e responsabilità la vita di Roma, specie i suoi aspetti più dolorosi.

Vorrei ricordare, in secondo luogo, gli anni del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città accolse Padri conciliari, Osservatori ecumenici e tanti altri. Roma brillò come spazio universale, cattolico, ecumenico. Divenne città universale di dialogo ecumenico e interreligioso, di pace. Si vide quanto la città significhi per la Chiesa e per l’intero mondo. Perché, come ricordava lo studioso tedesco Theodor Mommsen a fine Ottocento: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti».[2]

Il terzo momento che vorrei ricordare è tipicamente diocesano, ma toccò la città: il cosiddetto convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974, voluto dall’allora Cardinale Vicario Ugo Poletti. In partecipate assemblee di popolo, ci si pose in ascolto dell’attesa dei poveri e delle periferie. Lì, si trattò di universalità, ma nel senso dell’inclusione dei periferici. La città deve essere la casa di tutti. È una responsabilità anche oggi: le odierne periferie sono segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali.

C’è una domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza. No, Roma è una grande risorsa dell’umanità! «Roma è una città di una bellezza unica» (Celebrazione dei Primi Vespri di Maria Ss.ma Madre di Dio, 31 dicembre 2013: Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Roma può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti. A questo la stimolano anche i Giubilei, e quello del 2025 ormai non è più lontano.

Non possiamo vivere a Roma “a testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni. In questo anniversario di Roma Capitale, abbiamo bisogno di una visione comune. Roma vivrà la sua vocazione universale, solo se diverrà sempre più una città fraterna. Sì, una città fraterna! Giovanni Paolo II, che amò tanto Roma, citava spesso un poeta polacco: «Se tu dici Roma, ti risponde Amor». È quell’amore che non fa vivere per sé, ma per gli altri e con gli altri.

Abbiamo bisogno di riunirci attorno a una visione di città fraterna e universale, che sia un sogno proposto alle giovani generazioni. Tale visione è scritta nei cromosomi di Roma. Alla fine del pontificato, san Paolo VI disse: «Roma è l’unità, e non solo della gente italiana, ma erede dell’ideale tipico della civiltà in quanto tale e come centro tuttora della Chiesa Cattolica, cioè universale» (Angelus, 9 luglio 1978: Insegnamenti XVI [1978], 541). Roma sarà promotrice di unità e pace nel mondo, quanto sarà capace di costruirsi come una città fraterna.

Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa. Spesso la dimenticanza della storia si accompagna alla poca speranza di un domani migliore e alla rassegnazione nel costruirlo. Assumere il ricordo del passato spinge a vivere un futuro comune. Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo. Nel panorama internazionale, carico di conflittualità, Roma potrà essere una città d’incontro: «Roma parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace» – diceva Paolo VI (ibid.). Con tali sentimenti e speranze, formulo fervidi auguri per il futuro della città e dei suoi abitanti.

[1] “Studi Romani”, Anno X, settembre-ottobre 1962, n. 5, 502-505.

[2] Q. Sella, Discorsi parlamentari raccolti e pubblicati per deliberazione della Camera dei deputati, vol. I, Roma 1887, 292.

febbraio 04, 2020 16:48Papa Francesco – Roma.  Francesco

 

 

 

 

Le carte in tavola

 

Non vediamo presupposti per una reale ripresa nazionale. Quella che, appunto, dovrebbe modificare anche il nostro incero futuro. E’ meglio scriverlo da subito. Resta, infatti, da approfondire se le strategie del centro/sinistra resteranno valide; almeno per evitare possibili declassamenti. Sul fronte politico interno, c’è ancora tanta “nebbia” che non ci consente di vedere oltre i ristretti limiti del presente.

Quello che è venuto a mancare, a nostro avviso, è un polo d’effettivo riferimento sul quale, con buona approssimazione, potessero incontrarsi anche gli incerti che nella Penisola non sono pochi.

 

Con l’illusione dei “polarismi”, ci siamo perduti nei meandri di un sistema che poco potrà offrire al nostro futuro. Tuttavia, politica ed economia dovrebbero trovarsi in ambiti differenti. Ci sembra inutile proporre scelte per puntellare un sistema che è, obiettivamente, instabile. Le proposte, almeno quelle essenziali, dovrebbero essere rilevate entro l’autunno. Con una pertinente linea esecutiva.

 

 I prossimi mesi potrebbero servire per predisporre un dibattito parlamentare con chiari riferimenti per il rilancio del nostro Paese. Per il bene d’Italia, le alleanze non sono statiche. I preliminari per cambiare in meglio, forse, potrebbero esserci. Dipenderà anche dalle “carte” che l’attuale maggioranza politica nazionale potrà ancora giocarsi a livello parlamentare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Vince Bonaccini, Pd primo partito in Emilia

 

Stefano Bonaccini riconquista l'Emilia-Romagna. Con 4.520 sezioni scrutinate su 4.520, il presidente uscente ottiene il 51,42 contro il 43,63% della candidata del centrodestra, Lucia Borgonzoni. A seguire Simone Benini (M5S) con il 3,48.

In Calabria, invece, Jole Santelli è stata eletta presidente della Regione Calabria con il 55,20% dei voti. Pippo Callipo, candidato civico per il centrosinistra, si è fermato al 30,14%. Francesco Aiello, del Movimento 5 Stelle, ha raggiunto il 7,35% e il civico Carlo Tansi il 7,22%.

E comincia a delinearsi la composizione della nuova Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna. Il Partito democratico, con il 34,69%, è il primo partito, seguito dalla Lega al 31,95%. Al terzo posto Fratelli d'Italia con l'8,59%. Seguono la lista 'Bonaccini presidente' al 5,76%, il Movimento 5 Stelle al 4,74%, la lista 'Emilia Romagna coraggiosa, ecologista progressista' al 3,77%, Forza Italia al 2,56%.

Per quanto riguarda le coalizioni, le liste del centrosinistra hanno ottenuto nel complesso il 48,12%, dato inferiore rispetto a Stefano Bonaccini, che ha vinto con il 51,42%; quelle di centrodestra il 45,41%, dato che supera i voti della candidata Lucia Borgonzoni, al 43,63%.

A Bologna, il presidente dem dell’Emilia-Romagna è arrivato in piena notte in viale Aldo Moro, con i seggi ancora impegnati nello scrutinio, sottolineando la sua "soddisfazione per un risultato straordinario: partivamo con 7-8 punti sotto alle Europee, vuol dire che abbiamo fatto una cavalcata in pochi mesi che ha fatto recuperare tantissimo".

E nel riprendere possesso della sede della Regione, che negli ultimi 5 anni l’ha visto governatore, non risparmia una stoccata al Carroccio: "Spero sia di insegnamento alla Lega, che ha cercato di trasformarla in una battaglia Salvini contro Bonaccini che aveva anche poco senso. Sarebbe stata Bonaccini contro Borgonzoni, ma hanno voluto trasformarla in Salvini contro Bonaccini e ha vinto Bonaccini". Anzi, precisa, "spero sia di insegnamento alla Lega, c'è qualche segretario della Lega in Emilia-Romagna che spero mi chieda anche scusa delle cose che ha detto in questi mesi".

Per Bonaccini, qualche voto è arrivato anche da destra: "Da qualcuno a cui questa propaganda leghista non è piaciuta per niente". Il voto disgiunto, poi, ha avuto un peso: "Sicuramente ha portato un beneficio, più che in passato. In particolare tanti esponenti dei 5 Stelle hanno invitato a usarlo. Sapendo che con la legge elettorale non avrebbero vinto, gran parte di loro ha pensato che non era indifferente se vincevo io o la mia avversaria".

Questa vittoria del centrosinistra, sottolinea ancora il presidente rieletto, insegna come "si possa fare una coalizione senza necessariamente, nel centrosinistra, litigare; che la si possa allargare a tanto civismo che per la prima volta prende responsabilità per provare a governare; che bisogna avere l’ambizione di immaginare che c’è molta più gente di quella che pensiamo, e ce l’hanno detto anche le sardine, che non vuole una politica solo di rabbia, odio, incitamento, urla".

"La Lega - spiega Bonaccini - mi pare abbia interpretato un cambiamento per pensare ad altro, più che all’Emilia-Romagna". Un grande contributo, riconosce, va appunto alle sardine. E non solo per l’alta affluenza che si è registrata, pari al 67,68%: "Le sardine sono arrivate da poche settimane e sono state un fatto nettamente positivo, perché hanno dimostrato che non solo Salvini riempiva le piazze - spiega -. Hanno dimostrato di riempire le piazze e che c’era tanta più gente di quella che pensavamo che aveva voglia di partecipare. Il centrosinistra non li chiamava più, quindi era difficile ritrovarli da qualche parte". Il passo successivo, quindi, per il governatore confermato, sarà formare una Giunta. E, assicura Bonaccini, "non sarà questione di mesi". I primi punti in programma? "Un nuovo Patto per il Lavoro, accompagnato da un Patto per il Clima". Adnkronos 27

 

 

 

Virus, "il contagio solo da chi ha sintomi"

 

Sono in condizioni "discrete" i due cittadini cinesi risultati positivi al coronavirus e ricoverati all'Istituto malattie infettive Spallanzani di Roma, dove sono in tutto 32 le persone sotto osservazione. La moglie di 65 anni si trova, appunto - hanno reso noto i medici - in condizioni di salute discrete con iniziale interessamento intersiziale. Il marito, 66 anni, è anche lui in discrete condizioni "pur con un interessamento polmonare più pronunciato".

"La Asl competente di Roma centro ha informato l'albergo concludendo che non si ravvede la necessità di ulteriore iniziative di sanità pubblica", ha fatto sapere l'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. La cura per loro "prevede reidratazione per via endovenosa, la terapia antibiotica per il paziente maschio e una terapia locale per la congiuntivite della moglie".

"Da quanto emerso, durante il soggiorno la coppia di pazienti ha limitato gli spostamenti dentro l'hotel e indossato delle mascherine", ha detto ancora D'Amato aggiungendo che i 20 cinesi in osservazione allo Spallanzani, la comitiva che viaggiava con la coppia, "sono asintomatici e sono in osservazione" in istituto.

"Sono stati individuati tre possibili contatti con la coppia di turisti cinesi posti in sorveglianza domiciliare, per massima cautela, a cura delle Asl competenti", ha precisato poi D'Amato per il quale "dire che non ci saranno altri casi è non guardare in faccia la realtà. Dobbiamo stare attenti e seguire quello che ci raccomandano le agenzie internazionali, ovvero identificare precocemente altri casi".

"L'Ecdc ha affermato che se le persone con infezione da coronavirus vengono rapidamente identificate il rischio di contagio è da basso a molto bassa", ha detto dal canto suo il direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, sottolineando che "l'Ecdc oggi ha reso pubbliche le nuove stime di trasmissione dicendo che è verosimile che le persone siano fonte di trasmissione solo quando presentano i sintomi". "I pazienti asintomatici, secondo il centro europeo per il controllo delle malattie - ha ribadito - non hanno un ruolo vero e rilevante nella trasmissione del virus e se i casi importati sono identificati in stadio precoce e vengono messe in pratica tutte le misure, il rischio di avere ulteriori casi di trasmissione uomo-uomo in Ue è da basso a molto basso".

"Il 29 gennaio alle 18 a seguito di una chiamata al numero unico 112 da parte del personale dell'hotel Palatino per episodi di febbre in due ospiti provenienti dalla provincia di Hubei, è scattato il protocollo regionale" per il coronavirus, ha ricostruito l'assessore alla Sanità del Lazio. Immediatamente è partita la macchina d'intervento sanitario. I pazienti sono poi stati "trasportati allo Spallanzani dove è iniziata la valutazione clinica e contemporaneamente l'Asl ha avviato le indagini epidemiologiche".

Altri 12 cinesi "sono arrivati in queste ore e hanno sintomi respiratori modesti e sono sottoposti al test, si aspettano i risultati", ha affermato poi Emanuele Nicastri, virologo dell'Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma. "Altri 9 pazienti sono stati isolati e dimessi dopo l'esito degli esami", ha aggiunto Nicastri.

"Il focolaio italiano sarà chiuso prima dell'arrivo del vaccino. Il sistema funziona e siamo tranquilli. No alle discriminazioni dei cittadini cinesi in Italia", ha poi affermato Ippolito per il quale "contro questo coronavirus non c'è cura. I farmaci sono utilizzabili quando ci sono prove e quando le agenzie regolatorie danno il via libera". Gli antivirali già in commercio "sono farmaci messi a punto per altre patologie, ma al momento sono indicati solo per Paesi ad alta circolazione epidemica". Ma secondo alcuni virologi, potrebbero essere efficaci contro il coronavirus antivirali che già sono disponibili. "Non esistono cure per questa malattia - ribadisce Ippolito - i contagiati vengono solo sottoposti al trattamento sintomatico, se necessario, e vengono gestite le comorbidità". Adnkronos 31

 

 

 

 

I mutamenti

 

La percezione del cambiamento politica è nell’aria. La situazione nazionale, pur con l’accoppiata PD/M5S, non consente altrimenti. Questo Esecutivo resterà in carica almeno sino al Referendum per la “riforma” del Parlamento? Ma la politica continuerà a vivere con le strategie che conosciamo.  Il Governo si muoverà su un fronte da progettare volta per volta. In politica le “novità” non fanno più spettacolo.

 

 Dati i tempi, è meglio non sgarrate. Finalmente, si dovrebbero picconare i tanti, privilegi di casta. Il “vecchio”potrebbe andare in pensione e il “nuovo” sarà in grado farsi spazio.  La politica, che è anche strategia di comportamento, ci ha dimostrato che chi non si adegua è tagliato fuori. Tutti buoni, per la carità ma indispensabile nessuno. Insomma, questo Esecutivo di Centro/Sinistra potrebbe serbarci delle “sorprese”. Che siano tutte in “positivo”, ne dubitiamo.

 

Ora non è possibile fare dei paragoni col passato. Essendo cambiati i rapporti tra gli uomini e i partiti, il nostro futuro resterà da scoprire giorno per giorno. Insomma, la “fiducia” si dovrà meritare sul campo. Sembra, ma non è solo una nostra impressione, che i Ministri di questo Governo si diano da fare poco. Neppure il Presidente del Consiglio si “sbilancia” più di tanto. Il tutto fa parte di una necessità scaturita da una situazione che, se non adeguata, potrebbe provocare altri problemi al Paese. Se governare, è un’”arte”, sapremo se “Partito Democratico” e "Movimento Cinque Stelle”, sapranno stupirci. Questo sarà l’anno dei cambiamenti. I “mutamenti”, nei quali speriamo, dovrebbero “maturare” entro la prossima primavera. Almeno, lo auspichiamo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Interrogazione al governo per ripristinare l’esenzione IMU per i pensionati all’estero

 

La legge di Bilancio per il 2020 ha riformulato tutta la normativa relativa alle imposte immobiliari ed ha eliminato la norma che prevedeva l’esenzione dall’IMU e la riduzione di due terzi della Tari per i pensionati italiani residenti all’estero e proprietari di abitazione in Italia.  

 

A partire quindi dal 2020 i nostri connazionali, anche se pensionati, dovranno pagare IMU (la Tasi è stata abolita) e Tari.

Tale gravosa decisione è stata presa dal Governo italiano al fine di evitare il deferimento alla Corte di Giustizia europea da parte della Commissione europea che aveva inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora.

 

L’Italia infatti era stata accusata dalla Commissione di aver violato il diritto europeo in materia di non discriminazione per aver introdotto e mantenuto condizioni più favorevoli per gli iscritti all’Aire in materia di imposte immobiliari. Ciò perché la legge che aveva istituito le agevolazioni fiscali si applicava solo ed esclusivamente ai cittadini italiani iscritti all’Aire ed escludeva esplicitamente i cittadini europei di altra nazionalità europea proprietari di casa in Italia (i quali secondo il diritto europeo avrebbero invece dovuto ricevere lo stesso trattamento).

 

L’eliminazione della norma agevolativa ha ovviamente colpito di riflesso anche i pensionati italiani residenti in Paesi extracomunitari. Siccome ritengo ingiusto che i nostri connazionali pensionati residenti all’estero i quali per 5 anni non hanno pagato le imposte immobiliari (grazie ad una legge introdotta nel 2014 dal Partito Democratico) sulla loro casa in Italia debbano ora improvvisamente pagare IMU e Tari, ho presentato una interrogazione al Governo (Ministero dell’Economia e delle Finanze).

 

Nell’interrogazione, sottoscritta anche dalla deputata PD Francesca La Marca, dopo aver rilevato che l’eliminazione delle esenzioni, oltre che ad essere ingiusta, rischia di spezzare un legame importante con i nostri connazionali che proprio attraverso la casa hanno sempre mantenuto e consolidato i loro rapporti affettivi ed economici con la terra di origine, ho chiesto al Governo di reintrodurre le agevolazioni fiscali immobiliari a favore degli italiani residenti all’estero introducendo una nuova legge che sia strutturata e definita in modo tale che non debba comportare una violazione delle norme del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea che vietano discriminazioni basate sulla cittadinanza. Auspico che il Governo percepisca l’importanza umana e politica della mia iniziativa e trovi quindi una soluzione adeguata al più presto per venire incontro alle pressanti e giuste richieste delle nostre collettività che ritengono che lo Stato italiano sia ora venuto meno ad un impegno di riconoscenza e solidarietà nei loro confronti. Angela Schirò, dip 29

 

 

 

 

Dino Nardi e la strumentalizzazione politica dell’Imu: il bue e l’asino

 

Dino Nardi lo aveva anticipato nella rubrica "Sociale & Dintorni" di Radio LORA (97,5 MHz) e de L’Eco Tele7 Settimanale di informazioni, alla fine dello scorso mese di novembre: "i benefici sull’IMU dei pensionati iscritti all’AIRE stavano correndo un grosso rischio a causa di una denuncia alla Corte di Giustizia europea contro l’Italia, presentata dalla Commissione Europea. Una denuncia", ricorda, "motivata dal fatto che quei benefici erano limitati ai solo pensionati italiani per cui quella legge, introdotta nel 2015, era una norma in contrasto con le regole comunitarie poiché discriminatoria verso gli altri pensionati dell’UE pure proprietari di una abitazione in Italia".

"Come temevo", continua Nardi nel suo intervento, "è poi accaduto che il governo italiano, per non rischiare una condanna della Corte di Giustizia europea, con la legge di bilancio 2020 ha deciso salomonicamente di cancellare quella legge nonostante che in Parlamento Italia Viva – come hanno ricordato sia la senatrice Garavini che l’onorevole Ungaro – si sia adoperata a superare l’impasse proponendo di estendere l‘esenzione anche a tutti i pensionati cittadini dell’UE per evitare questo aggravio fiscale ai danni degli italiani pensionati all'estero (un impegno che, peraltro, il Governo Conte ha detto voler onorare accogliendo un ordine del giorno che va proprio in tale direzione)".

"La cancellazione di questo beneficio sull’IMU ai pensionati iscritti all’AIRE", continua Dino Nardi, "è stata colta al balzo per attaccare i partiti dell’attuale maggioranza, prima, dal deputato della Lega Simone Billi, eletto nella Circoscrizione Estero in Europa, con un suo duro comunicato diffuso tramite le agenzie di stampa e, poi, anche dallo stesso Matteo Salvini addirittura con uno dei suoi ricorrenti soliloqui in video trasmessi tramite i social".

"Peccato, però", sottolinea, "che ad attaccare i partiti che sostengono il governo Conte 2 per la questione dell’IMU siano stati proprio l’on. Billi e il leader della Lega Matteo Salvini, entrambi con una antica militanza nel centrodestra. Ovvero una militanza in quel centrodestra (all’epoca a guida Berlusconi) che in Italia vinse le elezioni politiche nel 2008, anche grazie alla promessa che avrebbe abolito l’allora ICI (in seguito diventata IMU) sulla prima casa. Promessa poi mantenuta, solo che il governo Berlusconi si dimenticò (ahi ahi ahi!) di abolirla anche sull’abitazione degli italiani residenti all’estero. Così che dal 2009 gli emigrati italiani, che, fino ad allora, avevano goduto per l’IMU degli stessi benefici dei loro connazionali in Italia, si ritrovarono a dover pagare quell’imposta sulla loro abitazione".

"Solo il governo di Matteo Renzi, nel 2014, si ricordò di loro (anche su pressione degli eletti del PD nella Circoscrizione Estero) e reintrodusse dal 2015 i benefici su IMU-TASI-TARI, sia pure limitatamente agli iscritti all’AIRE titolari di una pensione erogata dal Paese di loro residenza. Quindi", conclude Dino Nardi, quello della Lega è "un attacco all’attuale governo che ci ricorda un caro vecchio proverbio, quello del bue che dà del cornuto all’asino!". (aise/dip 5)

 

 

 

Politica scontata

 

In Italia manca ancora una classe politica capace d’ottenere affidabilità per una situazione tra le meno “equilibrate” dello Stivale. Cosa ci riserverà, di conseguenza, il futuro?  Un interrogativo che merita, almeno, schiette opinioni.

L’economia, a largo respiro, degli anni ’90 è tramontata all’alba del nuovo Millennio. Dopo il 2010, i tempi si sono fatti più “duri” per tutti. Ora, cosa ci aspetta? E’ un interrogativo che, in definitiva, richiede un’analisi di quanto non si è fatto nel recente passato e si sarebbe potuto fare. Le “prospettive” socio/politiche ci danno ragione. Anche se non lo vorremmo.

 

Questo Potere Esecutivo manca di coerenza. Ora la scienza del governo dovrebbe cambiare. C’è da stabilire se in “meglio” e come.

Attingere alle stesse fonti ora sarebbe, però, inquietante. I “pozzi” si sono prosciugati. Questa Legislatura, al tramonto, dovrà accollarsi delle responsabilità senza intaccare le magre risorse nazionali che ancora ci sono. Non sarà facile.

 

 Che cosa cambierà, in effetti, prima d’elezioni anticipate con una nuova legge elettorale? Una domanda che contraddistingue questa Terza Repubblica nata con un futuro congetturato. Quale sarà l’evoluzione dell’attuale Governo? Non neghiamo, e come lo potremmo, che non sarà sufficiente riconoscere le negatività di casa nostra per tentare d’eliminarle. Almeno, auspichiamo che le future posizioni politiche superino i”trasformismi” di cordata.  In primo piano rimangono i tanti, troppi, timori per questo 2020 che potrebbe celare parecchie incongruenze. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Riunito a Roma il Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo)

 

Roma. Venerdì 24 e sabato 25 gennaio si è svolto a Roma la riunione del Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo), la maggiore organizzazione unitaria dell’emigrazione italiana, che raccoglie decine di federazioni nazionali e regionali, per oltre 1.500 associazioni e circoli nel mondo. Il Consiglio Direttivo ha deciso la convocazione del secondo congresso del FAIM entro il mese di Giugno 2020.

La prima giornata di lavori è stata dedicata ad una riflessione in forma seminariale aperta in cui sono stati evidenziati i punti di forza e di debolezza dell’esperienza dei primi 4 anni di vita del FAIM, dei fattori di contesto e dei cambiamenti delineatisi negli ultimi anni, dello stato complessivo del mondo associativo, delle condizioni, delle prospettive e degli adeguamenti programmatici ed organizzativi necessari alla ricostruzione di una forte rappresentanza sociale dell’emigrazione italiana vecchia e nuova, in grado di costituire un riferimento sostenibile e credibile per i prossimi anni.

Tema del seminario: “Emigrazioni e rappresentanza: contraddizioni sistemiche e contesti ostili. Funzioni, prospettive e modello organizzativo per il FAIM”; ad esso hanno partecipato anche due dei componenti del Comitato scientifico del Faim, il Prof. Enrico Pugliese e il Prof. Matteo Sanfilippo.

La seconda giornata ha definito il percorso di avvicinamento al congresso, dando mandato all’ufficio di Coordinamento del Faim di insediare la Commissione congressuale composta degli attuali componenti del coordinamento oltre a 10 membri prevalentemente residenti all’estero, donne e rappresentanti della nuova emigrazione. E’ stato inoltre approvato il regolamento congressuale, analogo a quello già utilizzato nel primo congresso del 2016.

La discussione si è incentrata sulla necessità di ristabilire una proporzione nella rappresentanza tra vecchia e nuova emigrazione, auspicando l’integrazione di giovani emigrati nelle associazioni e l’ingresso nella compagine del Faim di nuove organizzazioni nata nell’ultimo flusso emigratorio degli ultimi 15 anni. Ciò è indispensabile alla luce del raddoppio della presenza italiana all’estero (dai 3 milioni del 2006 ai 6 milioni del 2019).

Allo stesso tempo è emersa l’indicazione di strutturare relazioni con i movimenti associativi di migranti di altre nazionalità, sia in Italia che all’estero, poiché l’attuale dimensione migratoria accomuna tutti i suoi soggetti in una condizione di generalizzata precarietà in tutti i paesi, a causa dei grandi cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e le crescenti restrizioni di tutele e diritti che emergono in molte realtà. Ciò vale in particolare per l’Europa, dove si registrano da oltre un decennio movimenti migratori interni di grande intensità dai paesi della costa mediterranea e dall’est, verso il centro Europa e di cui l’esito della Brexit è un esempio preoccupante.

Mentre un altro punto decisivo è stato il richiamo alla concretezza dell’azione del Faim, allo sviluppo di iniziative di ascolto e di servizio e di valorizzazione dell’emigrazione che impegna sia le organizzazioni di riferimento in Italia che le organizzazioni all’estero. Ambiti privilegiati di questa progettualità dovrebbero essere lo sviluppo di iniziative che mettano in rete le realtà di esodo con i giovani emigrati, sia per tentare di recuperarne competenze, sia per coinvolgere l’emigrazione in azioni di sviluppo e riequilibrio della coesione sociale delle aree di partenza.

Ai lavori del Direttivo hanno partecipato, parte in collegamento in teleconferenza:

Geronimo Parra Murgia (Argentina), Manlio Palocci (Svezia), Claudio Marcello (Australia), Laura Albanese (Francia), Maurella Carbone (Germania), Giuseppe Rauseo (Svizzera), Salvatore Augello (Sicilia), Marcela Murgia (Argentina), Pierpaolo Cicalò (Sardegna), Luis Provenzani (Argentina), Lucio Ricci (Abruzzo), Liana Novelli (Germania), Massimo Angrisano (Campania), Rodolfo Ricci (Lazio), Luigi Papais (Friuli), Carlo Ciofi (Lazio), Franco Dotolo (Lazio), Giuseppe Abbati (Puglia), Roberto Volpini (Lazio), Matteo Bracciali (Lazio), Ilaria Del Bianco (Toscana), Oscar De Bona (Veneto), Gianni Lattanzio (Abruzzo), Giuliana Stradaioli, Guglielmo Zanetta (Piemonte), Giuseppe Mingolini (Abruzzo).

Il Segretario Generale del CGIE, Michele Schiavone ha inviato un messaggio scritto ai partecipanti all’incontro.

All’inizio della seconda giornata è stato accolto il documento trasmesso da Marcela Murgia (Associacion Italiana de Resistencia), da parte del Governatore della Provincia argentina del Chaco, Jorge Capitanich, che ha dichiarato ufficialmente il Faim organizzazione di interesse pubblico per lo sviluppo di iniziative congiunte tra la provincia del Chaco e l’Italia.

Al termine dei lavori è stata approvata la relazione introduttiva del presidente del Consiglio Direttivo. De.it.press 26

 

 

 

 

Sicurezza sociale e Brexit, i timori rimangono

 

L’accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea pone una serie di importanti interrogativi in materia di diritti previdenziali dei lavoratori i quali hanno contribuito e che contribuiranno ai sistemi di sicurezza sociale dei Paesi coinvolti.

 

L’obiettivo dovrebbe essere infatti quello di salvaguardare i diritti acquisiti e quelli futuri in materia di prestazioni pensionistiche, familiari, di disoccupazione, di malattia, maternità e paternità, di infortunistica, etc.  

 

Se da una parte tuttavia proprio al fine di assicurare un recesso ordinato e garantire la certezza del diritto, è stato stabilito un periodo di transizione, dal 1° febbraio 2020 al 31 dicembre 2020, durante il quale il diritto dell'Unione in materia di sicurezza sociale continua ad applicarsi al Regno Unito, dall’altra parte, come ci informa anche l’Inps in una sua recente circolare su questa problematica, ad oggi non è possibile prevedere cosa succederà nel periodo successivo al 31 dicembre 2020, in assenza di un quadro giuridico certo di riferimento.

 

Il Regno Unito e l’Unione Europea non hanno ancora raggiunto un accordo (si spera che ci stiano lavorando) sui diritti previdenziali del dopo-Brexit. E questo è un motivo di grande preoccupazione per i lavoratori che si sposteranno dal 2021 dall’Unione europea nel Regno Unito, e viceversa, perché, per ora, abbiamo solo la certezza che il diritto dell’Unione europea, ed in particolare i Regolamenti comunitari di sicurezza sociale n. 883/2004 e n. 987/2009, continuerà ad applicarsi, grazie all’accordo di recesso, al Regno Unito e nel Regno Unito durante il periodo di transizione.

 

Giova ricordare che le disposizioni dell’accordo si applicheranno altresì ai cittadini dei Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e della Svizzera, purché tali Paesi concludano accordi specifici rispettivamente con il Regno Unito, applicabili ai cittadini dell’Unione, e con l’Unione europea, applicabili ai cittadini del Regno Unito.

 

Cosa succederà allora in pratica fino al 31 dicembre 2020?

In pratica ai cittadini comunitari e del Regno Unito continueranno ad applicarsi fino a tale data le disposizioni in materia di totalizzazione dei periodi assicurativi-contributivi  (meccanismo fondamentale ai fini del perfezionamento del diritto e del calcolo delle prestazioni di sicurezza sociale italiane e britanniche) anche qualora la domanda di pensione sia stata presentata successivamente (quello che conta è aver maturato il diritto prima di tale data).

 

Purtroppo dal 2021 i diritti dei regolamenti comunitari non saranno più garantiti nel rapporto tra Regno Unito e UE, a meno che, come auspicato da tutti noi, non vengano stipulati accordi multilaterali o bilaterali tra Regno Unito da una parte e UE e/o Italia dall’altra, come vaticinato dallo stesso Presidente dell’Inps Pasquale Tridico nell’audizione che si è svolta giovedì u.s. presso la Commissione Esteri del Senato, in modo tale che siano mantenuti anche per il futuro gli attuali assetti e meccanismi di tutela sociale dei cittadini che si spostano dall’Unione europea nel Regno Unito, e viceversa.

 

Non mancherà il mio impegno politico e legislativo per responsabilizzare il Governo italiano su questa importante questione. Angela Schirò, dip 7

 

 

 

 

 

I passi falsi

 

Non possiamo valutare quale sarà la linea operativa di questo Governo perché non è nella nostra natura fare delle previsioni solo su implicazioni politiche basate su “impegni” neppure formali.

 

I fini da raggiungere restano, comunque, lontani. Se perdurassero le condizioni rappresentate anche per il corrente anno, tutto non sarebbe nella norma. Di fatto, mancano le certezze per una Penisola migliore. Come già abbiamo scritto, quando la politica si scontra con i problemi economici gli effetti possono, nella migliore delle ipotesi, mostrarsi ambigui.

 

 Recuperare il tempo perduto non sarà semplice e, sotto molti aspetti, anche impossibile. Così, le prossime decisioni governative potrebbero non essere in armonia con le necessità del Paese e con i programmi EU. Il polo di “centro” s’è frantumato proprio per le esitazioni dei suoi vertici e per polemiche evitabili.

 

 Ciò che importa è che l’onere di cui l’On. Conte s’è fatto carico conduca, realmente, a una situazione evolutiva. Ci sono, infatti, delle realtà nazionali che sembrano immutabili e altre meno abituali. Il modo di gestire la scienza del governo, almeno in questi ultimi anni, ha favorito l’arretramento economico; che non è esatto definire solo “crisi”. Insomma, l’accoppiata PD/M5S potrebbe essere meno scontata nelle “prese d’atto” parlamentari. Con quali obiettivi?  Questa volta, i “passi falsi” non potrebbero essere risolvibili; anche perché non è possibile, ora, immaginare una differente formula governativa.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I servizi per i connazionali all’estero richiedono trasparenza, concretezza e condivisione

 

“Ho appreso dai canali di comunicazione dell’interessante iniziativa di presentazione presso la nostra Ambasciata di Madrid del “Viaggio tra gli italiani all’estero”, pubblicato da Il Mulino, e dell’inaugurazione dell’agenzia consolare a Tenerife, svoltesi alla presenza del Sottosegretario Merlo e del Direttore generale Vignali.

 

Per compito istituzionale e per la conoscenza che ho della realtà spagnola, dove ho compiuto il mio periodo Erasmus e mi sono specializzata sul piano didattico, confesso che mi sarebbe piaciuto essere presente, per ascoltare ed eventualmente dialogare. Al di là dei riferimenti personali, la stessa cosa naturalmente potrebbero dire gli altri eletti all’estero, in particolare quelli della ripartizione europea.

 

Non è stato possibile perché – e lo dico con una certa sorpresa - nessun invito ci è pervenuto. Una linea di comportamento che tuttavia ha subito una sola eccezione, la presenza dell’esponente MAIE onorevole Borghese.

 

Senza polemiche pregiudiziali ma con la solita franchezza, vorrei dire che un paio di cose forse sono sbagliate e da non ripetere. La prima è quella di strumentalizzare politicamente eventi istituzionali, tanto più se si tratta dell’assetto della rete dei servizi ai connazionali, che andrebbero presentati con maggiore senso dello Stato, sia quando si tratti di passaggi positivi che quando si tratti di affrontare situazioni critiche.

 

La seconda è che continuo ad attendermi, con il nuovo governo e la nuova maggioranza, un cambiamento di impostazione e di tono da parte del Sottosegretario Merlo affinché, quando si presenta in veste istituzionale, si senta un po’ più esponente di governo e un po’ meno capo politico. All’indomani della chiusura di 27 agenzie consolari, della quale ho chiesto ragione con un’interrogazione al Ministro degli esteri, non si può passare come se nulla fosse e presentarsi come una specie di Re Mida dei servizi consolari. Le cose, come tutti sanno, sono più complesse ed è bene che se ne parli con concretezza e con spirito di verità. 

Ripeto, nessuna polemica pregiudiziale, ma solo un invito a stringere le forze e a lavorare in modo diverso”.    Angela Schirò, de.it.press

 

 

 

 

In Commissione Esteri l’audizione di Matteo Sanfilippo del Centro Studi Emigrazione

 

ROMA – In Commissione Affari Esteri al Senato si è svolta l’audizione nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze degli italiani nel mondo, del Direttore scientifico della Fondazione Centro Studi Emigrazione, Matteo Sanfilippo. “La nuova emigrazione conferma che l’Italia ha attualmente cifre simili a quelle degli anni ’60 dal punto di vista lavorativo, sebbene con un’anzianità più alta e con una maggior parità di genere rispetto al passato. C’è poi un 10% di pensionati che non sono necessariamente ‘pensionati di lusso’ come spesso sono dipinti dai giornali; si tratta in realtà di una fetta variegata e composita. La stampa insiste molto anche sull’idea dei ‘cervelli in fuga’ ma è bene tener presente il precariato; si tratta comunque di un precariato con più diritti rispetto a quello che potrebbe offrire l’Italia”, ha spiegato Sanfilippo rammentando poi un problema molto attuale come quello della Brexit. “Non è ben chiaro quale sia il futuro dei nostri connazionali, per esempio in campo universitario, e ci chiediamo cosa accadrà inoltre a chi lavora nel Regno Unito a tempo determinato. Che accadrebbe se anche la Catalogna riuscisse a separarsi dal resto della Spagna? Considerate che Londra e Barcellona sono tra le mete più ambite dai connazionali. La migrazione dei precari è necessariamente rivolta maggiormente all’Europa perché, per facilità di trasporto, è più semplice raggiungere la meta prescelta e ciò consente eventualmente di tornare nel proprio Paese”, ha aggiunto Sanfilippo illustrando infine alcuni dati. “Abbiamo 120 mila partenze annue sebbene si tratti di cifre al ribasso; c’è, per quanto tuttavia residuale, il fenomeno delle espulsioni che avvengono quando il reddito della persona è troppo basso: per lo più si sono avuti casi di questo genere in Belgio e Germania, per ragioni di ordine pubblico”, ha evidenziato il Direttore scientifico della Fondazione Centro Studi Emigrazione. Il senatore Alberto Airola (M5S) ha sollecitato un approfondimento sullo spostamento dei giovani italiani in Europa, che, a suo modo di vedere, rientra, tuttavia, nel fenomeno più generale, da considerarsi fisiologico e normale, della mobilità intraeuropea.  Emanuele Pellegrini (Lega) si è invece soffermato sulla fascia degli ‘over 50’ chiedendo se si tratti di un’emigrazione anche di lungo raggio. “Alcuni ‘over 50’ hanno provato ad andare lontano, magari per un ricongiungimento familiare; tuttavia, mentre l’emigrazione in Europa non ha troppi problemi né linguistici né nell’assistenza sanitaria, fuori dai confini comunitari diventa tutto più difficile”, ha concluso Matteo Sanfilippo. Simone Sperduto, Inform 30

 

 

 

 

 

Anticipazioni superflue

 

Pur comprendendo certe perplessità dei Lettori che seguono le nostre riflessioni, non siamo nelle obiettive condizioni d’azzardare delle previsioni più attendibili sull’Esecutivo Zingaretti/Di Maio. Certo è che questo Potere Esecutivo ha un “comportamento” politico che non ci sentiamo d’analizzare. Non servirebbe.

 

 Le novità, comunque, non mancheranno. E’anche una questione caratteriale di chi, per una legge elettorale “caotica” ha ottenuto, almeno sulla carta, l’opportunità di essere il braccio esecutivo di un Potere Legislativo che sarà, presto, ridimensionato. Tuttavia, tutti i “tasselli” politici torneranno al loro posto. L’importante è che siano in grado di “dirigere” la politica senza stonature. Eventualità che non ci sentiamo d’escludere a priori.

 

 I politici, più che gli altri, possono anche errare. L’esperienza di governo non nasce col voto, ma con i programmi realizzabili.

 Coerenti al ruolo che abbiamo fatto, da subito, nostro, prima di commentare l’evoluzione della “linea di governo”, sarà nostra cura attendere le reazioni del Parlamento. Meglio, quindi, non tener conto delle congetture e aspettare, invece, la verifica parlamentare del programma operativo di governo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presentata la nuova Consulta dell’emigrazione sarda

 

Cagliari - “Vogliamo coinvolgere sempre più gli emigrati sardi e le loro organizzazioni nelle azioni di promozione della Sardegna nel mondo”. Con queste parole, l’assessore al Lavoro, Cooperazione e Sicurezza Sociale della Regione Sardegna, Alessandra Zedda, ha presentato il 4 febbraio la nuova Consulta dell’Emigrazione, rimarcando l’importanza degli ambasciatori per eccellenza della sardità all'estero e illustrando le linee da tracciare "in una prospettiva che possa prevedere perfino il loro ritorno a casa".

“Siamo consapevoli – ha continuato Zedda - che la nostra identità rappresenta un valore imprescindibile da custodire e tramandare alle nuove generazioni, anche lontano dall’Isola".

La Giunta regionale, su proposta dell’assessore, ha approvato lo scorso settembre la delibera con cui sono stati nominati i nuovi componenti dell’organismo consultivo, costituito dai rappresentanti delle federazioni dei circoli, delle associazioni di tutela, delle organizzazioni sindacali e da tre esperti in materia di emigrazione dell’assessorato del Lavoro.

"Gli emigrati sono i veri testimoni della nostra Terra – ha evidenziato ancora Zedda -. Ecco perché riteniamo fondamentale il loro ruolo di diffusione della nostra cultura, dell'identità e dei nostri prodotti. Una presenza estremamente importante che la Regione sostiene e continuerà a sostenere. Il nostro impegno è quello di incrementare la somma a disposizione delle politiche per l’emigrazione, coinvolgendo nelle iniziative anche altri assessorati e in particolare quello del Turismo e della Cultura", ha concluso l’esponente della Giunta Solinas.

Dopo l’elezione del Comitato di Presidenza si è deciso di rinviare l’esame del Programma Annuale di interventi per il 2020 e il Piano Triennale 2020-2022 a una prossima seduta della Consulta da convocare subito dopo l’approvazione del bilancio della Regione e comunque entro il prossimo aprile. (aise 5) 

 

 

 

Parere favorevole della Commissione Affari costituzionali all’istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo

 

ROMA – La Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati ha approvato un parere favorevole al provvedimento che istituisce la Giornata nazionale degli italiani nel mondo, dopo averne esaminato i contenuti. Il provvedimento è quello presentato da Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), che reca alcune modifiche seguite agli emendamenti approvati dalla Commissione Esteri e a cui sono state abbinate le proposte di legge in materia presentate da Elisa Siragusa (M5S, ripartizione Europa) e Paolo Formentini (Lega).

Ad illustrare il testo la relatrice Roberta Alaimo (M5S) che segnala come la data individuata per la Giornata è il 27 ottobre e ne ricorda la finalità: “far conoscere – spiega – l’apporto dato degli italiani emigrati all’estero alla modernizzazione e allo sviluppo della società nazionale e valorizzare le esperienze, le attività e il contributo sociale dato dai nostri connazionali nel campo della cultura e della lingua italiane, della ricerca scientifica, delle attività imprenditoriali e professionali e della rete di solidarietà tra connazionali”.

La data del 27 ottobre – ricorda – è stata individuata in omaggio alla legge n. 470 del 27 ottobre 1988, istitutiva dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), che “ha posto le basi per il concreto esercizio di alcuni importanti diritti di cittadinanza, quale il voto nelle elezioni politiche e per il rinnovo degli organismi di rappresentanza, e di forme più evolute e certe nel rapporto tra il cittadino residente all’estero e lo Stato”.

Il provvedimento stabilisce che la Giornata non costituisce giorno festivo e prevede che siano promosse in questa occasione, in Italia e all’estero, iniziative culturali e celebrazioni. Presente anche la clausola di invarianza finanziaria. L’istituzione della Giornata viene ricondotta nell’ambito della materia di “ordinamento civile”. La relatrice formula quindi una proposta di parere favorevole. Segnala l’astensione al voto del gruppo della Lega, Igor Giancarlo Iezzi. (Inform 3)

 

 

 

 

“Contesto migratorio precario, si rischia di tornare ad antica idea di Gastarbeiter”

 

ROMA – Si è svolto a Roma il 24 e 25 gennaio il Consiglio direttivo del Faim (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo), la organizzazione unitaria dell’emigrazione italiana, che raccoglie decine di federazioni nazionali e regionali, per oltre 1.500 associazioni e circoli nel mondo. Il Consiglio ha deliberato la convocazione del secondo congresso del Faim entro il mese di giugno 2020. Lungo e ricco di temi è stato l’intervento del Presidente del direttivo, Rodolfo Ricci, altresì esponente del Cgie. E’ stata dunque l’occasione per un bilancio di quattro anni di attività. Come ricordato da Ricci, è stato proprio il Cgie, nel lontano 2007, ad approvare un documento teso ad aprire la riflessione sull’originalità storica della presenza associativa italiana all’estero, quale base e condizione di un agire democratico. Nel 2015 si arrivò agli Stati generali dell’associazionismo: un segnale importante di vitalità per una nuova costruzione della rappresentanza sociale all’interno del mondo dell’emigrazione italiana. Ricci ha così ricordato il “Manifesto” di adesione agli Stati generali e il “Piano d’azione programmatica” del Faim. “Rileggere questi documenti può ancora aiutarci a capire in che misura gli obiettivi a suo tempo prefigurati siano stati conseguiti. Anche per questo abbiamo voluto che fossero inseriti nella cartella dei nostri lavori. A fronte dell’importante risultato di riaggregazione conseguito, di un’analisi e di una proposta progettuale complessivamente condivisa, tuttavia nella quotidianità della gestione del Faim di questi primi quattro anni sono riemersi eccessivi distinguo e individualità che non avevano particolare coerenza con quanto scritto nei documenti iniziali”, ha ammonito Ricci evidenziando le difficoltà emerse anche sul piano della comunicazione interna tra le associazioni, quindi non soltanto verso l’esterno.

“Le nostre collettività – ha aggiunto Ricci – sono cresciute dai 3 milioni circa del 2006 agli attuali 6 milioni; ma al raddoppio della presenza emigratoria, non ha certo corrisposto il raddoppio o la corrispondenza della capacità di rappresentanza sul piano sociale, associativo, politico. Questo è un dato generale, che non riguarda solo noi. Le cause di questa mancata corrispondenza di nuova rappresentanza sono tante e in gran parte indipendenti dalla nostra capacità o organizzativa”, ha precisato Ricci ricordando come il percorso di aggregazione collettiva emigratoria sia uno dei più complessi e difficili in assoluto. Rispetto a tutto ciò, la stagione della crescita dell’associazionismo italiano all’estero registratasi nel secondo dopoguerra un po’ ovunque – in particolare in Europa, in Canada e in Australia – appare come “una sorta di miracolo congiunturale, parallelo ad altri più importanti miracoli e conquiste conseguite in ambito di diritti civili e sociali in quell’epoca”, ha sottolineato Ricci arrivando anche a considerazioni riguardanti l’attualità migratoria nel suo insieme. “Mentre tutti i Paesi, in particolare quelli a maggiore tasso di sviluppo, manifestano interesse e fabbisogno di immigrati, parallelamente a ciò, il contesto ad essi riservato diventa sempre più ostile. Da qui discende la condizione di precarietà in generale e dei migranti in particolare; riprende vigore, di fatto, l’antico concetto tedesco di ‘Gastarbeiter’, cioè di lavoratore ospite, a tempo determinato. Un approccio che rimette oggettivamente in discussione l’orizzonte di apertura che aveva caratterizzato la fase precedente, nella quale pensavamo che i diritti potessero dispiegarsi in parallelo alla costruzione europea”, ha spiegato Ricci esprimendo preoccupazione per fenomeni odierni come la Brexit o come quella “pseudo-sovranità che pretende una legittimazione dalla capacità di controllo o dal respingimento” di coloro che arrivano da altri Paesi.

“La socialità e l’associazionismo – ha aggiunto Ricci – nascono e crescono nella condivisione di una condizione, che innanzitutto va percepita dai suoi attori, nel mettere insieme risorse per una mutua crescita che superi l’occasionale e fragile emancipazione individuale. Condivisione di una condizione e costruzione comune di una prospettiva. Più o meno siamo di nuovo a quel passaggio che Carlo Levi descrisse con un noto slogan ‘non più cose, ma protagonisti’. E’ compito di tutti noi stimolarne l’adesione e offrire spazi di rappresentanza interna: circoli informali e associazioni di fatto costituiscono, storicamente, i primi passaggi aggregativi che si producono nei contesti emigratori. Coinvolgere questi momenti nel Faim può aiutare il loro consolidamento e la loro crescita. Un altro ambito di possibilità consiste nel raccordo associativo con altre nazionalità di nuovi migranti”, ha precisato Ricci ricordando che, secondo i dati Maeci, le circa 1.700 associazioni italiane nel mondo accreditate per l’elezione dei componenti del Cgie sono già costituite, in prevalenza, da cittadini non italiani per oltre il 50% dei loro aderenti e soci. Un’apertura che implica anche una revisione del perimetro di interlocutori e di alleanze necessarie a far procedere il percorso del Faim. “La nostra mission non può essere concepita come impermeabile ad altre forme di aggregazione sociale, perché sappiamo che la scommessa si gioca proprio sulla riattivazione e sul rafforzamento dei momenti di intermediazione sociale come funzione strategica che consenta di ridurre la deriva di generale subalternità delle forme di rappresentanza e di partecipazione, ivi incluse ad altri livelli, quelle politiche e partitiche”, ha puntualizzato Ricci riferendosi a problematiche come la riforma degli organi di rappresentanza (Comites e Cgie), l’insostenibile riduzione dei parlamentari in rapporto al raddoppio della presenza emigratoria; ma anche le criticità dell’informazione, il coinvolgimento delle comunità nelle politiche di promozione del Sistema Paese e dei Sistemi Regionali. “Dobbiamo avere la capacità di contribuire ad un positivo svolgimento della prossima Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie; ma tutto ciò costituisce, a mio parere, solo uno degli ambiti di azione del Faim e non risolve di per sé la questione del rilancio dell’associazionismo e il rapporto con la nuova emigrazione”, ha sottolineato Ricci. Dal punto di vista del coordinamento dei lavori futuri del Faim, Ricci ha lanciato alcune proposte operative: riunioni in teleconferenza, salvo occasioni annuali di riunione fisica; unità di coordinamento per Paese e per area continentale, ove possibile con la creazione di Forum Paesi; presenza paritaria di giovani e donne negli organi dirigenti e rappresentanti della nuova emigrazione; ampliare il mandato del portavoce portandolo a due anni; istituire un comitato dei saggi che abbia capacità di orientamento e di indirizzo. (Inform/dip 28)

 

 

 

 

 

Gli italiani all’estero sono 5.486.081

 

ROMA- È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio il decreto del Ministero dell’Interno che, di concerto con la Farnesina, ogni anno pubblica il numero dei cittadini italiani residenti all’estero, sulla base dei dati dell'elenco aggiornato, riferiti al 31 dicembre dell'anno precedente, come stabilito dall’articolo 7, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, cioè dal regolamento di attuazione della Legge Tremaglia (549/2001) sul voto all’estero.

Al 31 dicembre 2019 gli italiani residenti all’estero erano 5.486.081, 197.800 in più rispetto al 2018.

La maggior parte risiede in Europa: 2.986.906 quelli nell’elenco aggiornato (erano 2.874.225 l’anno scorso); segue l’America meridionale con 1.711.245 (erano 1.651.278); quindi l’America settentrionale e centrale, dove risiedono 486.847 connazionali (erano 470.697) e, infine, la ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide con 301.083 (erano 292.081).

Confrontando i dati con quelli del decreto dello scorso anno, come evidente, l’incremento maggiore rimane quello in Europa, con 112.681 italiani in più; 59. 967 i connazionali che nel 2019 hanno scelto il Sud America. In controtendenza il Nord America, dove sono arrivati 16.150 connazionali (erano 19.511 i nuovi arrivati nel 2018), e l’Africa Asia e Oceania con 9.002 nuovi arrivi: l’anno scorso sono stati 13.990. (aise 3)

 

 

 

 

“Vivo d’arte” 2020, concorso per artisti italiani all’estero

 

ROMA – Al via la seconda edizione di “Vivo d’Arte”, il concorso-premio dedicato ai giovani artisti italiani (al di sotto dei 36 anni di età) residenti stabilmente all’estero. Il successo della prima edizione ha confermato l’iniziativa come eccellente strumento per valorizzare la creatività e il talento dei nostri giovani connazionali residenti all’estero e per favorire collaborazioni e contaminazioni con altre culture.

Anche quest’anno il concorso-premio si articolerà in due distinte sezioni, una dedicata alle Arti Performative, l’altra alle Arti Visive, in collaborazione rispettivamente con la Fondazione Romaeuropa e con il Museo d’Arte Moderna di Bologna e con la partecipazione del MiBACT.

Come per la prima edizione, il progetto vincitore della sezione Arti Visive sarà rappresentato a Roma, il 21 ottobre 2020, nell’ambito della prossima edizione del Romaeuropa Festival.

Al bando della sezione Arti performative, seguirà nei prossimi mesi il lancio di “Vivo d’Arte – Arti visive”, che offrirà al vincitore l’opportunità di svolgere una residenza artistica presso il prestigioso Museo d’Arte Moderna di Bologna (MAMBO). (dip 3)

 

 

 

Recensione. "L'accoglienza delle persone migranti. Modelli di incontro e socializzazione"

 

Volume a cura di Tiziana Grassi, One Group Edizioni, L’Aquila, 2019

 

TORINO - Il corposo volume che si presenta ci appare come una grande, importante scommessa. In un duplice senso. Innanzi tutto in senso editoriale. Pubblicare un testo così complesso e sfaccettato è una fatica e un impegno senz'altro notevole per la casa editrice che l'ha curato (One Group Edizioni, una piccola casa editrice dell’Aquila ma con ottimi libri pubblicati). Ma la scommessa è ancor più importante dal punto di vista culturale e metaculturale. Il volume vede la luce in un periodo caratterizzato da contrapposizioni e lacerazioni importanti all'interno della società italiana sulla questione dell'immigrazione.

 

In questo contesto il bel libro prende posizione in modo netto e con dovizia di argomentazioni fin dal titolo. Non ci appare assolutamente casuale che in esso non si parli solo di migranti ma si utilizzi l'espressione "persone migranti"; quel "persone" apre immediatamente prospettive che i luoghi comuni e le aberrazioni xenofobe vogliono negare: i migranti sono persone esattamente come chi in questo momento sta scrivendo questa recensione (o chi la sta leggendo), sono persone come tutte le persone che quotidianamente s'incontrano, con i loro sogni, speranze, sconfitte e vittorie.

 

Sono persone da trattare come soggetti, non come oggetti, e trattare un uomo come soggetto significa "riconoscere che non lo si può definire, classificare, che è inesauribile, colmo di speranze e che, egli solo, può disporre delle sue speranze" (Mounier "Il personalismo"). Altrettanto importante il sottotitolo: la questione delle migrazioni è affrontata nella prospettiva dell'incontro (non dello scontro) e della socializzazione, della integrazione. Questi sono i due fili rossi, cioè i migranti come persone inserite in un processo di integrazione, che scandiscono tutti i numerosi interventi del volume. Il testo, con la prefazione del Presidente del Parlamento Europeo On. David Sassoli, è diviso in tre sezioni che affrontano la situazione attuale, le buone pratiche dell'integrazione e la questione del rapporto tra le migrazioni e le descrizioni nei mezzi di comunicazione.

 

Sono quasi cento interventi che restituiscono un'immagine incredibilmente ricca, densa, sfaccettata di questo fenomeno e che aiutano a comprendere sia le difficoltà sia le enormi potenzialità che l'arrivo dei migranti porta con sé nella nostra società. Giustamente il libro sviluppa una tesi espressa a chiare lettere dalla curatrice Tiziana Grassi: "non ha senso...interpretare e gestire le migrazioni in corso come evento straordinario o eccezionale congiuntura del momento" (pag.19). E se questa impostazione è corretta, come siamo profondamente convinti, diventa ancor più meschino e inconcludente, se non per chi mesta nel torbido, derubricare le migrazioni sotto il titolo della cosiddetta "sicurezza".

 

Questa semplificazione non può comprendere né i drammi personali degli attori coinvolti né tantomeno la dimensione planetaria del fenomeno; si pensi all'esplosione demografica dell'Africa o ai nessi tra migrazioni e guerre o al rapporto tra crisi economiche (talvolta indotte proprio dall'Occidente) e migrazioni, per tacere della relazione con i cambiamenti climatici o dello sfruttamento che le nostre mafie (anche in combutta con malavitosi anch’essi migranti) fanno del lavoro di persone ridotte in schiavitù. Il quadro si complica immediatamente. Ridurre l'immigrazione a problema di sicurezza appare così non solo fuorviante ma, in ultima analisi, profondamente errato.

 

Il libro ha il pregio di raccogliere tante voci senza mai tacere le difficoltà che l'integrazione incontra nella nostra realtà; difficoltà concrete e difficoltà di comprensione quando ci s'imbatte in culture e visioni del mondo talvolta molto diverse dalla nostra. L'incontro con uno straniero, soprattutto in questi casi, non è mai facile ma, al contempo, può essere qualcosa di estremamente arricchente per l'intera società. Diventano così di notevole interesse le annotazioni su chi "ce l'ha fatta" scoprendo in tal modo altri aspetti dei fenomeni migratori in cui l'immigrato è liberato dal luogo comune del barcone alla deriva (troppo spesso nella narrazione giornalistica questa è l'unica rappresentazione data dell'immigrazione) e non solo si integra ma contribuisce attivamente, in prima persona al progresso materiale e spirituale della società.

 

Una società, quella italiana, sempre più anziana, con sempre meno figli e sempre più dipendente proprio dai fenomeni migratori che qualcuno invece vuole presentare come la fonte di ogni male, disconoscendo il lavoro prezioso che questi uomini e donne fanno quotidianamente contribuendo alla creazione della ricchezza nazionale. Diventa così importante il tema di come il fenomeno della migrazione venga narrato nei media.

 

La terza parte del libro è tutta dedicata a questo aspetto e la sua lettura risulta molto proficua per la quantità di nessi che vengono evidenziati. Non solo c'è stata in Italia una rapidissima evoluzione dell'atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti dei migranti (iniziata all'inizio degli anni '90 con l'immigrazione albanese) ma lo spazio dedicato dai media al fenomeno, in termini talvolta ripetitivamente ossequiosi verso le posizioni più intolleranti, è, stando alle statistiche riportate, assolutamente sproporzionato.

 

Queste annotazioni dovrebbero far riflettere gli operatori dell'informazione e dovrebbero portare a chiederci fino a che punto conosciamo veramente il problema e fino a che punto pensiamo la questione in modo corretto utilizzando le informazioni fornite dai mass-media. In conclusione non si può non restare colpiti e ammirare un lavoro così notevole e così importante come questo. Una lettura mai noiosa bensì arricchente, stimolante e che aiuta a comprendere i tempi in cui viviamo. Nicola F. Pomponio, de.it.press

 

 

 

 

Der nukleare Bumerang

 

Die Forderung einer gemeinsamen europäischen Abschreckung ist kontraproduktiv. In Zukunft könnte es noch mehr Atomwaffenstaaten geben.

        

Das Ziel einer nuklearwaffenfreien Welt ist eine Leitlinie deutscher Außenpolitik. Anfang der Woche forderte CDU-Politiker Johann Wadephul jedoch in einem Tagesspiegel-Interview: „Wer ein guter Europäer sein will, darf nicht nur in der Umweltpolitik zusammenarbeiten, sondern muss das auch in der Rüstungspolitik tun.“ Und weiter: „Deutschland sollte bereit sein, sich mit eigenen Fähigkeiten und Mitteln an dieser nuklearen Abschreckung zu beteiligen. Im Gegenzug sollte Frankreich sie unter ein gemeinsames Kommando der EU oder der Nato stellen.“

Die Forderung nuklearer Bewaffnung als Antwort auf internationale Krisen setzt uns in der Debatte um Jahrzehnte zurück. Auch wenn die Leitlinien der deutschen Außenpolitik oft diffus und hinter den Erwartungen verschiedener Akteure zurückbleiben, ist jedenfalls eins klar. Deutschland versucht sich immerhin an einem neuen Politikansatz: Multilateralismus statt Alleingängen, Diplomatie statt Force de Frappe. Ein deutsch-französisches oder ein europäisches Nuklearwaffenprogramm würde hinter dem Politikansatz der Bundesregierung der letzten Jahre zurückfallen.

Deutschland und Frankreich kooperieren bereits eng im Rüstungsbereich, unter anderem beim neuartigen Luftwaffenprojekt Future Combat Air System. Eine noch stärkere deutsch-französische oder auch europäische Kooperation mit nuklearer Komponente würde jegliche Allianz des Multilateralismus konterkarieren. Im Übrigen hatte Frankreich zuletzt 2007, unter Präsident Sarkozy, Deutschland eine begrenzte Teilhabe am französischen Nukleararsenal angeboten. Deutschland sollte sich an den Kosten für die französische Atomstreitmacht beteiligen und dafür Mitspracherecht erhalten. Die Bundesregierung lehnte ab. Deutschland sei Mitglied des Nichtverbreitungsvertrages und strebe den Besitz von Atomwaffen nicht an, so Außenminister Frank-Walter Steinmeier damals. Diese Einstellung sollte auch heute noch Bestand haben. Eine Teilhabe am französischen Nuklearprogramm wäre keine kurze Affäre sondern ein langfristiger Ehevertrag. Mit Folgen für das gesamte Rüstungskontroll- und Abrüstungsregime. Eine „Scheidung“ wäre zukünftig nur schmerzhaft möglich.

Atomwaffen sind Massenvernichtungswaffen. Die nukleare Abschreckung beruht auf dem Willen und der Fähigkeit zum Einsatz dieser. Diese Strategie ist weder eine Basis für ein geeintes Europa, dessen sicherheitspolitische Perspektive vom Baltikum bis Portugal stark variiert, noch kann es die Grundlage einer kooperativen Politik gegenüber anderen Staaten sein. Wie kann Deutschland überzeugend gegen die nukleare Aufrüstung anderer argumentieren und gegen das nukleare Streben Nordkoreas oder des Irans eintreten, wenn es Teil einer neuen europäischen nuklearen Abschreckungsinitiative wird? Es wäre in der Tat noch inkonsequenter als die bereits bestehende nukleare Teilhabe der NATO mit US-Atomwaffen.

Ja, Deutschland muss eine eigenständige Außen- und Sicherheitspolitik entwickeln, dazu gehört in einigen Bereichen auch mehr Verantwortung. Die Beteiligung an Nuklearwaffenprogrammen kann langfristig jedoch kein Teil davon sein. Dabei ist unerheblich, ob der aktuelle Politikstil des US-Präsidenten Trump die Debatte befeuert oder es vielleicht in Frankreich irgendwann Marine LePen ist, die über Atomwaffen verfügt. Entscheidungsträger wechseln, das Konzept der nuklearen Abschreckung prägt die internationale Zusammenarbeit jedoch schon seit 75 Jahren. Es hat ein System geschaffen, in dem bestimmte Staaten ein Instrument zur Vernichtung der Menschheit besitzen dürfen, das anderen niemals zustehen wird.

Es wäre naiv anzunehmen, dass diese Ausgangssituation langfristig zu Stabilität führen könnte. Die Erosion dieses Ansatzes beobachten wir bereits in den letzten Jahren. Nordkorea testet trotz internationaler Sanktionen weiterhin Atomwaffen und Langstreckenraketen. Das Verhältnis zwischen Russland und dem Westen ist angespannter denn je. Der Konflikt mit dem Iran spitzt sich nach der Atempause durch das 2015 geschaffene JCPOA wieder deutlich zu. Sogar der türkische Präsident Recep Erdogan forderte im Herbst 2019 das Recht auf Atomwaffen. Die nukleare Abschreckung führt nicht zu Stabilität. Im Gegenteil: Es ermuntert weitere Akteure nach dem Besitz von Atomwaffen zu streben. Denn diese sehen die „nukleare Karte“ als Trumpf im Kampf um Einfluss und Anerkennung in der internationalen Gemeinschaft.

Die Idee einer neuen europäischen nuklearen Abschreckung kann nur in dem Glauben an eine überschaubare Anzahl rationaler Akteure und dem fehlerfreien Funktionieren von Kommunikation und Technologie begründet sein. Die beschleunigten Prozesse der Kommunikations- und Entscheidungsfindung verändern den politischen Spielraum, besonders in Krisensituationen. In diesem Kontext werden die Risiken der nuklearen Abschreckung in der öffentlichen Debatte meist unterschätzt, wenn nicht sogar negiert. Wir müssen gar nicht auf all die Fehlalarme der Geschichte schauen, die insbesondere Russland und die USA mehrmals an den Rand eines Atomkrieges brachten. Erst im Januar 2018, als sich der Konflikt zwischen Nordkorea und den USA zuspitzte, war auf Hawaii 48 Minuten lang nicht klar, ob eine Rakete im Anflug ist. Von der Katastrophenschutzbehörde EMA war fälschlicherweise eine Informationskette ausgelöst worden, die eine SMS-Warnung an die Bürgerinnen und Bürger versendete.

Ein aktueller Pentagonbericht verweist auf Sicherheitslücken in der Software der neuen B61-12-Atombomben, die offen für Cyberangriffen sind. Studien zum Nexus zwischen neuen Technologien und Atomwaffen zeigen, dass die Entwicklung autonomer Waffen, künstlicher Intelligenz und offensiver Cyberkapazitäten, das Risiko eines Atomwaffeneinsatzes erhöht.

Technische Systeme und menschliche Entscheidungen sind fehlbar. Es liegt daher in der Verantwortung politischer Entscheidungsträger das Sicherheitsrisiko für die Bevölkerung zu minimieren. Das bedeutet die Abkehr von der nuklearen Abschreckung. Als „guter Europäer“, um mit Johann Wadephuls Worten zu sprechen, wäre das tatsächlich eine präventive, sicherheitspolitische Handlung. Nicht nur im nationalstaatlichen Sinn, sondern eben auch im Interesse der Gemeinschaft. Der Einsatz, versehentlich oder absichtlich, nur einer Atomwaffe über einer einzigen Stadt, hätte verheerende Folgen für die laut Internationalem Roten Kreuz keine geeigneten Hilfsmaßnahmen zur Verfügung stünden. Ein potenzieller Fallout würde weder an der EU-Grenze noch in der Kaschmirregion stoppen, sollte der Konflikt zwischen den Atommächten Pakistan und Indien eskalieren.

Verwunderlich ist nicht nur die Verhaftung der Diskussion zu nuklearer Abschreckung in den Paradigmen des Kalten Krieges. Auch die Entkopplung der CDU von den Einstellungen ihrer Wähler überrascht. Eine Greenpeace-Umfrage aus dem Sommer 2019 zeigt, dass 89 Prozent der befragten CDU-Anhänger den Beitritt Deutschlands zum Vertrag zum Verbot von Atomwaffen befürworten. Sie sprechen sich damit für eine Ächtung dieser Massenvernichtungswaffen aus. Knapp drei Viertel der befragten CDU-Anhänger stimmen auch explizit für den Abzug der Atomwaffen aus Deutschland. Unter den Anhängern anderer Parteien ist die Zustimmung größtenteils noch höher.

Die Debatte zu Nuklearwaffen und um Abschreckung muss endlich im 21. Jahrhundert ankommen. Das Festhalten an alten Paradigmen begegnet uns sonst immer wieder: als Bumerang neuer Nuklearwaffenstaaten. Anne Balzer, IPG 7

 

 

 

 

EU-Vorzeigeprojekt: Mehr als 10 Millionen Europäer haben am Erasmus-Programm teilgenommen

 

Mehr als zehn Millionen Europäer haben in den letzten drei Jahrzehnten am Erasmus-Studentenaustauschprogramm teilgenommen. Dies geht aus den Daten hervor, die die Europäische Kommission am Dienstag im Jahresbericht 2018 über dieses Vorzeigeprojekt der Europäischen Union veröffentlicht hat. Von Efe Bruselas

 

Dieses System von Stipendien, das auf Studenten in der Berufsausbildung und auf Lehrkräfte ausgedehnt wurde und jetzt unter dem Namen Erasmus+ bekannt ist, erhielt 2018 Fördermittel in Höhe von 2,8 Milliarden Euro – zehn Prozent mehr als im Vorjahr. Insgesamt konnten so 850 000 Personen unterstützt werden.

Die Europäische Kommission hat vorgeschlagen, den im EU-Haushalt für den Zeitraum 2021-2027 vorgesehenen Betrag zu verdoppeln, über den derzeit zwischen den Mitgliedsstaaten und dem Europäischen Parlament verhandelt wird. Die Staats- und RegierungschefInnen der EU-Mitgliedsstaaten werden am 20. und 21. Februar auf einem Sondergipfel darüber entscheiden.

Im Jahr 2018 erreichte das Programm Erasmus+ eine Rekordzahl an Teilnehmern und Begünstigten, teilte die Europäische Kommission mit: 95.000 Organisationen erhielten Mittel zur Durchführung von 23.500 Projekten. Im Bereich der Hochschulbildung verbrachten im akademischen Jahr 2017/2018 mehr als 470.000 Studenten, Auszubildende und Mitarbeiter eine Zeit im Ausland.

Heute u.a. mit dabei: Portugal genehmigt den ersten Haushaltsüberschuss seit Demokratisierung, die illegalen Wahlkampfspenden der AfD, London will Erasmus-Austauschprogramm den Riegel vorschieben.

Mehr als 155.000 TeilnehmerInnen waren an Mobilitätsprojekten für Jugendliche beteiligt. Die Europäische Sportwoche 2018 war mit mehr als 50.000 Veranstaltungen in ganz Europa ein beispielloser Erfolg.

Darüber hinaus wurde die mobile Erasmus+-App laut der Europäischen Kommission seit ihrer Einführung Mitte 2017 mehr als 73.000 Mal heruntergeladen. Seit 2014 haben zudem mehr als 530.000 Menschen von den Online-Sprachkursen profitiert.

Das Europäische Jugendportal hatte bis 2018 5,4 Millionen Besuche, während eTwinning, eine Gemeinschaft, die LehrerInnen und Schulen verbindet, die historische Zahl von mehr als 640.000 registrierten NutzerInnen seit 2005 erreicht hat.

2018 war ein erfolgreiches Jahr für die internationale Reichweite von Erasmus+. Rund 28.000 HochschulteilnehmerInnnen aus den Erasmus+-Partnerländern kamen, um in den Ländern des Programms zu studieren oder zu lehren, und fast 18.000 Studierende aus den Programmländern studierten oder lehrten in einem Partnerland.

Mit 44 neu ausgewählten gemeinsamen Erasmus-Mundus-Masterstudiengängen im Jahr 2018 finanziert Erasmus+ mehr als 3.180 Stipendien für Studierende über sechs Jahre.

Die EU-Kommission will der zunehmenden Europa-Skepsis mit einer Verdoppelung der Mittel für das Studenten-Austauschprogramm Erasmus begegnen.

Spanien: Ein Erasmus-Stipendium für 84.046 Studenten

Im Falle Spaniens erhielten im Jahr 2018 84.046 Studierende ein Erasmus-Stipendium, das von der EU mit insgesamt 167,6 Millionen Euro gefördert wurde.

Der Großteil der spanischen Teilnehmer (58.352) waren Studenten im Hochschulbereich. Die Universitäten, die die meisten Studenten in andere EU-Länder schickten, waren die Universität Granada, die Universität Complutense Madrid und die Universität Valencia, während die bevorzugten Zielländer der spanischen Studenten Italien, das Vereinigte Königreich und Deutschland waren.

„In ganz Europa bringen sich Menschen ein, tauschen sich aus und lernen Neues, wenn sie über Grenzen hinweg an Bildungs-, Jugend- und Sportaktivitäten teilnehmen. Erasmus+ ist ein fantastischer gemeinsamer Erfolg, den wir noch ausweiten sollten durch mehr Teilnehmende, mehr Vielfalt und mehr Möglichkeiten,“ erklärte der Vizepräsident der Europäischen Kommission für die Förderung der europäischen Lebensweise, Margaritis Schinas, dazu. EA 31

 

 

 

 

Der andere Machtmissbrauch

 

Donald Trump nutzt die US-Handelspolitik als Werkzeug für seine eigenen Interessen, ohne die Zustimmung des Kongresses. Legal ist das nicht. Von Paul Krugman

        

Die Geschichte ist folgende: Donald Trump hat die Macht seines Amtes dazu missbraucht, einen Verbündeten der USA unter Druck zu setzen. Seine Drohungen waren wahrscheinlich illegal. Seine Weigerung, Dokumente über seinen Entscheidungsprozess offenzulegen, ist mit Sicherheit illegal. Und seine Behauptungen darüber, was ihn zu seinen Handlungen motiviert habe, können nur als lächerlich bezeichnet werden.

Wahrscheinlich denken Sie jetzt, dass ich über Trumps Versuch spreche, die Ukraine durch die Zurückhaltung von Hilfszahlungen dazu zu zwingen, politischen Schmutz über Joe Biden zu verbreiten – also das Zeug, für das ihm ein Impeachment-Verfahren aufgebrummt wurde (und das nach Ansicht der Hälfte des Landes dazu führen sollte, dass er sein Amt verliert). Aber es gibt eine weitere, ziemlich ähnliche Story: Donald Trumps wiederholte Drohungen, Automobilimporte aus Europa mit Strafzöllen zu belegen.

Sicherlich ist die Autozollgeschichte nicht so übel wie die Sache mit der Ukraine, und sie stellt keine so starke Bedrohung für faire Wahlen dar. Aber offensichtlich ist sie Teil desselben Syndroms: des Missbrauchs präsidentieller Macht, der Ablehnung rechtsstaatlicher Prinzipien und der Unehrlichkeit über die eigenen Motive.

Dazu ein paar Hintergrundinformationen: US-Zölle – also Steuern auf Importe – werden normalerweise auf die gleiche Weise erhoben wie andere Steuern, also durch Gesetze, die vom Kongress verabschiedet und dann vom Präsidenten unterschrieben werden müssen. Allerdings ist es dem Präsidenten gesetzlich erlaubt, unter bestimmten Umständen vorübergehend Zölle zu erheben, um beispielsweise der US-Industrie bei plötzlichen Importsteigerungen eine Atempause zu verschaffen, auf Exportsubventionen anderer Länder zu reagieren oder die nationale Sicherheit zu schützen (Sektion 232 des „Trade Expansion Act“ von 1962).

Vor Trump waren Sektion-232-Fälle ziemlich selten. Er hingegen benutzt die Begründung mit der nationalen Sicherheit übermäßig und ohne Rücksicht auf Plausibilität. Stellt kanadisches Aluminium wirklich eine Bedrohung der nationalen Sicherheit dar? Ernsthaft?

Und so geschah es, dass die Trump-Regierung im Jahr 2018 eine Sektion-232-Untersuchung von Automobilimporten ankündigte – insbesondere solcher aus Europa und Japan. Alle Handelsexperten, die ich kenne, halten die Annahme, deutsche oder japanische Autos könnten eine Bedrohung der nationalen Sicherheit darstellen, für absurd. Trotzdem kam 2019 ein Bericht des Handelsministeriums zu dem Ergebnis, Automobilimporte gefährdeten in der Tat die nationale Sicherheit. Auf welcher Grundlage fand diese Schlussfolgerung statt? Nun, wir wissen es nicht – weil die Trump-Regierung sich weigerte, den Bericht zu veröffentlichen.

Diese Blockadetaktik ist eindeutig illegal. Gesetzlich ist vorgeschrieben, dass alle Teile des Handelsberichts, die keine geheimen oder geschützten Informationen enthalten, im Amtsregister veröffentlicht werden müssen, und es ist kaum glaubhaft, dass der Bericht überhaupt solche Informationen enthält – ganz zu schweigen davon, dass er ausschließlich daraus besteht. Darüber hinaus hat der Kongress im letzten Monat ein Ausgabengesetz mit einer Vorschrift versehen, die explizit die Herausgabe des Berichts durch die Trump-Regierung erfordert.

Warum hält sich Trump nicht an das Gesetz und veröffentlicht das Dokument? Ich vermute, dass seine Leute den Handelsbericht deshalb vor allen anderen verstecken, weil er auf peinliche Weise substanzlos und inkompetent ist. Um ehrlich zu sein, habe ich meine Zweifel, ob der Bericht überhaupt existiert. Immerhin untersteht das Handelsministerium Wilbur Ross, den die Leser meiner New York Times-Kollegin Gail Collins zum schlechtesten Kabinettsmitglied der Trump-Regierung gewählt haben, was angesichts der Konkurrenz eine bemerkenswerte Leistung ist.

Und warum will Trump überhaupt europäische Autos mit Zöllen belegen? Ganz offensichtlich hat das nichts mit der nationalen Sicherheit zu tun. Aber worum geht es wirklich? Ein Teil der Antwort könnte sein, dass der selbsterklärte Mann der Zölle immer noch daran glaubt, Protektionismus könne den US-Produktionssektor wiederbeleben – obwohl alles darauf hindeutet, dass sein Handelskrieg genau den umgekehrten Effekt hat.

Darüber hinaus scheint Trump versucht zu haben, die europäischen Staaten durch die Drohung mit Autozöllen dazu zu bewegen, ihn bei seiner Konfrontation mit dem Iran zu unterstützen. Dies ist nicht nur eine klare Verletzung des US-Rechts, das dem Präsidenten keine Möglichkeit gibt, aus Gründen, die nichts mit der Wirtschaft zu tun haben, Zölle zu verhängen. Es widerspricht auch unseren internationalen Abkommen, die solche Schikanen verbieten.

Und wohlgemerkt, die Staaten, die Trump zu schikanieren versuchte, sind oder waren einige unserer wichtigsten Verbündeten – ein Teil der Koalition von Demokratien, die wir einst die „freie Welt“ nannten. Heute können unsere ehemaligen Alliierten Amerika nicht mehr als verlässlichen Partner betrachten, sei es im Handelsbereich oder auf anderem Gebiet. Natürlich ist dies Trump, der Autokraten wie Wladimir Putin und Mohammed bin Salman bevorzugt, wohl ziemlich egal.

Was also sollen wir von der Autozollgeschichte halten? Auf der einen Seite ist sie ein Teil des umfassenderen Trumpschen Handelskriegs, der höhere Preise für die amerikanischen Konsumenten zur Folge hatte, US-Unternehmen sowie Landwirten geschadet hat und wegen der höheren Unsicherheit auch ein Hindernis für Investitionen war.

Aber diese wirtschaftlichen Gesichtspunkte sind viel unwichtiger als die politischen Aspekte: Trumps gesetzloses Verhalten bezüglich der Autozölle ist Teil eines größeren Musters aus Machtmissbrauch und Verachtung des Rechtsstaats. An allen Fronten nutzt Trump die US-Politik als Werkzeug, das er nach Gutdünken einsetzen kann – für seine eigenen Interessen, ohne die Zustimmung des Kongresses, und sogar ohne den Kongress darüber zu informieren, was er tut und warum er es tut.

Im Prinzip handelt der Mann im Weißen Haus also nach dem Motto „L’état, c’est Trump“. Und dies ist ein Grundsatz, den niemand, der an die amerikanischen Ideale glaubt, akzeptieren sollte. TNYT/IPG 5

 

 

 

 

Bundesverfassungsgericht. Hartz-IV-Ausschluss für Ausländer gilt weiter

 

Ein menschenwürdiges Existenzminimum? Nicht für arbeitsuchende oder studierende Ausländer. Sie dürfen in Deutschland weiterhin von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen werden. Das hat das Bundesverfassungsgericht in zwei Fällen entschieden.

 

Arbeitsuchende oder studierende Ausländer dürfen in Deutschland weiterhin von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen werden. Das Bundesverfassungsgericht hat in zwei am Donnerstag veröffentlichten Beschlüssen die Vorlagen des Sozialgerichts Mainz, das den gesetzlichen Ausschluss existenzsichernder Hilfen für verfassungswidrig hält, als unzulässig abgewiesen. (AZ: 1 BvL 4/16 und 1 BvL 6/16) Die Karlsruher Richter rügten, dass das Sozialgericht seine Vorlagen nicht ausreichend begründet hat.

Laut Sozialgesetzbuch sind Ausländer, die zur Arbeitssuche nach Deutschland kommen, von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen. Gleiches gilt für ausländische Staatsbürger, die hier eine nach dem Bundesausbildungsfördergesetz förderfähige Ausbildung machen.

Usbekische Familie und iranische Studentin

Im ersten Verfahren ging es um eine usbekische Familie, die von beiden Ausschlussregelungen betroffen war: Der Mann hatte in Deutschland zunächst Medizin studiert und anschließend in einem Schlaflabor nur geringfügige Jobs mit Monatseinkünften um 200 Euro bekommen. Ihren Antrag auf existenzsichernde Hartz-IV-Leistungen lehnte das Jobcenter mit Verweis auf die gesetzlichen Vorgaben ab.

Im zweiten Fall hatte eine Iranerin mit Niederlassungserlaubnis zunächst Hartz IV erhalten. Als sie jedoch eine nicht vergütete Ausbildung zur Medizinisch-Technischen Radiologieassistentin begann, erhielt sie weder eine Berufsausbildungsbeihilfe oder Hartz-IV-Leistungen. Weil ihre Ausbildung dem Grunde nach förderungsfähig sei, habe sie auf diese Leistungen keinen Anspruch. Bafög erhielt die über 30-jährige Frau wegen ihres Alters jedoch auch nicht.

Existenzminimum?

Das Sozialgericht hielt das für verfassungswidrig. Jedem müsse ein menschenwürdiges Existenzminimum gewährt werden, der sich in Deutschland aufhält, befand das Gericht in seinem 227-seitigen Vorlagenbeschluss zum Fall der usbekischen Familie.

 

Das Bundesverfassungsgericht wies die Vorlagen als nicht ausreichend begründet und damit als unzulässig zurück. So hätten die usbekischen Eltern kurz vor ihrem Antrag auf Hartz IV eine Aufenthaltsverlängerung erhalten. Diese werde grundsätzlich aber nur gewährt, wenn ausreichende finanzielle Mittel für den Lebensunterhalt vorhanden seien. Dem sei das Sozialgericht nicht genügend nachgegangen, so die Karlsruher Richter.

Amtshaftung?

Auch habe das Mainzer Gericht geklärt, warum die Rechtsprechung des Bundessozialgerichts hier nicht anzuwenden sei. Das hatte den gesetzlichen Hartz-IV-Ausschluss für arbeitsuchende Ausländer zwar gebilligt, aber einen Sozialhilfeanspruch für möglich gehalten, wenn Ausländer über einen „verfestigten“ Aufenthalt verfügen.

Im zweiten Verfahren habe sich das Gericht nicht ausreichend mit dem Ausbildungsförderungsrecht befasst. Zudem sei nicht geprüft worden, ob die Behörden, die von den Ausbildungsplänen der Iranerin wussten, die Frau über den drohenden Hartz-IV-Ausschluss informiert hatten. Falls nicht, komme womöglich eine Amtshaftung in Betracht. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Ein Erfurter „Pyrrhussieg“?

 

Von mahnenden Worten bis zu großem Entsetzen reichten die Reaktionen auf die Wahl des FDP-Politikers Thomas Leonhard Kemmerich zum neuer Thüringer Ministerpräsidenten. Nun wurde bekannt, dass der neugewählte Kemmerich sein Amt aufgeben will. Die FDP-Fraktion will dafür einen Antrag auf Auflösung des Landtags stellen, um eine Neuwahl herbeizuführen, wie sie am Donnerstag mitteilte.

 „Thomas L. Kemmerich will damit den Makel der Unterstützung durch die AfD vom Amt des Ministerpräsidenten nehmen", hieß es in der Mitteilung der Thüringer FDP-Fraktion. FDP-Chef Christian Lindner war zu Krisengesprächen in Erfurt.

Überraschende Wahl

Der Landtag hatte den Katholiken am Mittwoch überraschend zum Nachfolger von Bodo Ramelow (Die Linke) gewählt. Von den 90 abgegebenen Stimmen entfielen bei einer Enthaltung im dritten Wahlgang 45 auf Kemmerich und 44 auf Ramelow. Er wäre der zweite FDP-Ministerpräsident in der Geschichte der Bundesrepublik. Anhand der massiven Kritik hat die FDP nun am Donnerstag den Weg für Neuwahlen in Thüringen freigemacht.

Zuvor hatten auch Kirchenleute entsetzt auf die Vorgänge in Erfurt reagiert. Der katholische Erfurter Bischof Ulrich Neymeyr klang dabei noch eher gemessen: „Die Aufgabe eines Ministerpräsidenten besteht auch darin, das Land zusammenzuhalten. Das ist umso wichtiger, da die Gesellschaft in Thüringen nicht nur pluralisiert, sondern polarisiert ist.“ Ein Ministerpräsident müsse „für alle da sein“, mahnte der Bischof.

Rote Linie überschritten

Neymeyr äußerte die Hoffnung, dass Kemmerich trotz der schwierigen Mehrheitsverhältnisse zusammenführend wirken könne. Er habe dem FDP-Politiker zur Wahl seine Segenswünsche übermittelt. Der Bischof der Evangelischen Kirche in Mitteldeutschland (EKM), Friedrich Kramer, erklärte hingegen, er werde sich „ausdrücklich nicht“ zur Wahl von Kemmerich einlassen.

Im Verlauf des Donnerstag äußerten sich dann aber die evangelischen Bischöfe Ostdeutschlands in einem gemeinsamen Statement. „Die FDP- und CDU-Fraktion im Thüringer Landtag haben eine rote Linie überschritten: Aus christlicher Sicht darf es keine Regierung unter Mitwirkung von Rechtspopulisten und Rechtsextremisten geben“, heißt es in einer am Donnerstag gemeinsam veröffentlichten Erklärung.

„So werden Antidemokraten salonfähig“

Die „demokratisch gesinnten Fraktionen im Thüringer Landtag“ sollten deshalb den Weg für Neuwahlen frei machen. Unterschrieben ist der Appell vom mitteldeutschen Bischof Friedrich Kramer, dem Berliner Bischof Christian Stäblein, Bischöfin Beate Hofmann von Kurhessen-Waldeck, Anhalts Kirchenpräsident Joachim Liebig sowie Nordkirchenbischöfin Kristina Kühnbaum-Schmidt.

Der Wahlhergang „leistet antidemokratischen, fremdenfeindlichen und antisemitischen Positionen Vorschub und macht sie salonfähig“, erklären die Geistlichen. „Für Christinnen und Christen aber hat jeder Mensch seine Würde. Aufgabe der Politik ist es nach Artikel 1 Grundgesetz, diese Würde zu wahren und zu verteidigen. Dies kann nicht gelingen, wenn mit Rechtsextremisten gemeinsame Sache gemacht wird.“

Zentralrat der Juden ist entsetzt

Der Präsidenten des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, äußerte sich „entsetzt, dass sich der Landes- und Fraktionschef der FDP in Thüringen mit den Stimmen der AfD zum Ministerpräsidenten hat wählen lassen“. Damit verlasse die FDP den „Konsens der demokratischen Parteien“, nicht mit der AfD zusammenzuarbeiten oder auf die Unterstützung der Rechtspopulisten zu zählen. „Der Vorgang in Thüringen ist besonders schockierend, da die freidemokratische Partei die politische Heimat des früheren Zentralratspräsidenten Ignatz Bubis war“, so Schuster.

„Kein Zählkatholik“

Der frühere, langjährige Leiter des Katholischen Büros Erfurt, Winfried Weinrich, reagierte skeptisch auf die Wahl: „Das ist ein Pyrrhussieg und wird wohl von kurzer Dauer sein." Mit Blick auf eine mögliche, von der AfD unterstützte schwarz-gelbe Minderheitsregierung sagte er: „In Thüringen haben sich in den 1920er Jahren bürgerliche Parteien in Abhängigkeit von nationalistischen Parteien gegeben - das war nicht gut." Weinrich leitete von 1991 bis 2017 das Katholische Büro in Erfurt, die Verbindungsstelle der Bistümer Erfurt, Dresden-Meißen und Fulda zur Landespolitik.

Er kenne Kemmerich persönlich, so Weinrich: „Er ist kein Zählkatholik, sondern durchaus in der Kirche verwurzelt und ein praktizierender Katholik.“ Kemmerich leistete den Amtseid nach der Wahl zum Ministerpräsidenten mit der freiwilligen Zusatzformel „So wahr mir Gott helfe“. Im Januar hielt er als Präsident der Gemeinschaft Erfurter Carneval (GEC) die Lesung im Karnevalsgottesdienst in der Erfurter katholischen Schottenkirche.

Kritiker des Kirchenasyls

Vor der Landtagswahl im vergangenen Oktober hatte sich der FDP-Spitzenkandidat Kemmerich kritisch zum Kirchenasyl geäußert, „weil es gerade im Zusammenhang mit der Migrationspolitik in das Justizmonopol des Staates eingreift“. (kna 6)

 

 

 

Mut zum Wechsel

 

Ohne US-Atomwaffen im Land ist Deutschland nicht zu verteidigen, heißt es. Doch es gibt Alternativen – und diese haben Vorteile. Von René Schlee

 

In der sicherheitspolitischen Debatte in Deutschland geht es derzeit heiß her. Dabei gewinnt man den Eindruck, dass ein Festhalten an der transatlantischen Sicherheitsarchitektur und die dafür notwendigen Mehrkosten für militärische Mittel alternativlos sind. Stichwort: Zwei-Prozent-Ziel. Demnach ist Deutschland ohne die USA schlichtweg nicht zu verteidigen. Jegliche Autonomiebestrebungen gegenüber den Amerikanern in sicherheitspolitischen Fragen seien mit unvorstellbaren Kosten verbunden.

Im Angesicht des Zusammenbruchs internationaler Abrüstungs- und Rüstungskontrollverträge, fortgesetzter russischer Realpolitik sowie dem derzeit transaktionalen Verständnis der USA von Sicherheitspolitik trifft die allgemeine Orientierungslosigkeit auf eine mit neuem Eifer geführte Diskussion um die Rolle von Nuklearwaffen, die europäische Sicherheitsarchitektur und Deutschlands Verhältnis zu beiden. Es ist schade, dass die Debatte weitgehend ideenlos und oft mit gefühlten Wahrheiten geführt wird, anstatt die aktuelle Lage zum Anlass zu nehmen, ohne Sachzwänge, sondern anhand von konkreten Optionen zu debattieren.

Ein sehr gutes, weil konkretes Beispiel ist die jüngste Aufregung um nuklearstrategische Fragen. Kurz nach Macrons jüngsten Äußerungen zum aktuellen Stand der NATO („hirntot“) veröffentlichte die Körber Stiftung eine Studie mit einem aufsehenerregenden Umfrageergebnis: 40 Prozent der Deutschen wünschen sich, lieber unter dem Schutz einer europäischen nuklearen Abschreckung zu stehen. Nur 22 Prozent wollen sich auch zukünftig auf den US-Nuklearschirm verlassen.

Und wer kann es ihnen verübeln? Das Prinzip nuklearer Abschreckung beruht auf der Glaubwürdigkeit eines nuklearen Zweitschlags, sollte ein militärischer Angriff erfolgen. Da hilft es wenig, wenn US-Präsident Trump sich nur zögerlich zu der Beistandsklausel (Art. 5 des NATO-Statuts) bekennt und auch „harte“ Sicherheitsthemen nicht vor seinem transaktionalen Verständnis von Politik gefeit sind. Mit seinem erratischen Politikstil rüttelt der amerikanische Präsident an der Glaubwürdigkeit der US-geführten nuklearen Abschreckung. „America First“ und der Schutz verbündeter Länder lassen sich leider nur schwer vereinbaren. Würde ein US-Präsident Trump Chicago für Hamburg opfern? Wohl kaum.

Daher stellt sich die Frage, ob man nicht über eine rein europäisch organisierte nukleare Abschreckung nachdenken sollte. Transatlantisch-orientierte Politikberatungsinstitute und Experten bemühen sich schnell, eine neue nuklearstrategische Debatte im Keim zu ersticken. Ihrer Ansicht nach würde eine europäisch organisierte nukleare Abschreckung, bereitgestellt durch Großbritannien und Frankreich, hohe Rüstungsausgaben für konventionelle Rüstung bedeuten. Des weiteren wären hohe Investitionen in die nukleare Zweitschlagskapazität fällig. Angesichts der allgemeinen Skepsis gegenüber höheren Militärausgaben könne dies doch unmöglich irgendjemand wollen, heißt es. Darüber hinaus diene Uneinigkeit innerhalb der NATO lediglich den Interessen Russlands.

Das Problem mit dieser Darstellung ist vielseitig. Auch wenn zu Recht um die Einsatzfähigkeit und den Ausrüstungsstand der Bundeswehr und anderer europäischer Streitkräfte gestritten wird, so sind diese durchaus in der Lage, eine glaubwürdige Abschreckung gegen jedwede konventionelle Aggression zu bilden. Wer sich dessen nicht sicher ist, möge die jährlich aktualisierte Streitkräfteübersicht von SIPRI und IISS konsultieren.

Die Behauptung der Notwendigkeit einer konventionellen Aufrüstung im Falle eines „Schirmwechsels“ ist nicht einleuchtend. Denn es ist vollkommen unerheblich, unter welchem nuklearen Abwehrschirm ein Staat steht. Um eine erweiterte französische Abschreckung für Deutschland und andere europäische Staaten glaubwürdig aufrechtzuerhalten, braucht es keine massive nukleare Aufrüstung. Derzeit verfügt allein Frankreich über circa 300 nukleare Sprengköpfe, welche sowohl see- als auch luftgestützt zum Einsatz gebracht werden könnten. Wenn 300 Nuklearsprengköpfe nicht reichen, wie viele wären denn genug?

Schaut man sich diese Reflexe also einmal genauer an, muss man schnell feststellen, dass häufig die strategische Debattenkultur der sechziger Jahre wieder aufgekocht wird. Dies ist nicht nur wissenschaftlich gesehen unangemessen. Mit der Beschwörung von strategischen Maximen aus den tiefsten Zeiten des Kalten Kriegs wird bewusst ein bestimmtes Bild der aktuellen sicherheitspolitischen Lage heraufbeschworen, um Handlungsoptionen auszuschließen.

Schaut man sich die Debatte an, gewinnt man allzu oft den Eindruck, dass die Bundesrepublik in der Sicherheitspolitik mit Sachzwängen konfrontiert ist und dadurch unweigerlich in den Großmachtwettbewerb eingesogen wird. Im Falle der Nuklearstrategie hätte man folgerichtig die Wahl zwischen Pest und Cholera. Entweder, man bliebe unter dem Schutz einer US-geführten nuklearen Abschreckung, müsste aber dann deutlich mehr für Verteidigung ausgeben, um sich den US-Schutz gewissermaßen zu verdienen. Oder man organisiere die nukleare Abschreckung selbst im europäischen Rahmen, aber das würde noch viel mehr kosten. So wird blitzschnell eine Debatte verdichtet, die nur noch zwei Optionen zulässt: aufrüsten oder noch viel mehr aufrüsten.

Gerade der sicherheitspolitische Diskurs ist oft in einer „emergency logic“ gefangen und entwirft Szenarien, die selbst die NATO in ihrem Deterrence and Defence Posture Review als „äußerst unwahrscheinlich“ beschreibt. Daher gilt es hier besonders, bestimmte Annahmen und vermeintliche Bedrohungsszenarien zu hinterfragen. Pauschalisierende Forderungen vor dem Hintergrund diffuser Bedrohungskulissen sind nicht nur wenig förderlich, sondern auch politisch unverantwortlich. Im Gegenteil, in Zeiten des internationalen Umbruchs sollten wir die Gelegenheit ergreifen, statt uns in nuklear-strategischen Fragen über Anzahl und Wirkmächtigkeit von Nuklearsprengköpfen zu verlieren, den Wert von Nuklearwaffen für deutsche und europäische Sicherheit neu zu definieren. Für viele der aktuellen Sicherheitsbedrohungen, welchen sich Deutschland und Europa ausgesetzt sehen, sind Nuklearwaffen nur teurer Ballast.

Ein Rückzug Deutschlands aus der Nuklearwaffenkooperation mit den Amerikanern hätte hingegen weitere Vorteile. Koordiniert mit anderen Ländern der nuklearen Teilhabe, wie zum Beispiel Belgien oder den Niederlanden, könnte man so das wichtige politische Signal an die osteuropäischen NATO-Länder senden, dass auch eine minimale nukleare Abschreckung unter französischer Führung deutschen sowie europäischen Sicherheitsinteressen Genüge tut. Darüber hinaus würde es Deutschland ermöglichen, mit neuer Glaubwürdigkeit in Fragen nuklearer Abrüstung aufzutreten. Derzeit steckt man in der Zwickmühle, sich nur mit halber Kraft international für nukleare Abrüstung einsetzen zu können, da sich Nuklearwaffen auf dem eigenen Territorium befinden. Der Ausstieg aus der nuklearen Teilhabe könnte der Debatte um den Atomwaffensperrvertrag jedoch neuen Schwung geben.

Sicherlich müssen wir über (imaginäre und konkrete) Bedrohungen, sicherheitspolitische Reaktionen, aber vor allem Gestaltungsräume diskutieren. Auf gar keinen Fall sollten wir jedoch dabei in eine „Cold War Retromania“ mit gefühlten Wahrheiten und der Postulierung strategischer Notwendigkeiten zurückfallen. Innenpolitisch beginnt gerade die Dominanz des „there-is-no-alternative“-Ansatzes zu bröckeln. Höchste Zeit, dass dies auch in der Sicherheitspolitik geschieht.  IPG 31

 

 

 

 

Politisches Erdbeben nach Wahl des thüringischen Ministerpräsidenten

 

Nach der Wahl des FDP-Landeschefs Thomas Kemmerich zum neuen thüringischen Ministerpräsidenten mit Unterstützung von CDU und AfD zeigt sich die Öffentlichkeit entsetzt. Das Präsidium der Bundes-CDU empfiehlt Neuwahlen.

SPD, Linkspartei und Grüne kritisierten es als historischen Tabubruch, dass erstmals ein Ministerpräsident mithilfe der Stimmen einer Rechtsaußenpartei ins Amt gekommen sei.

Kramp-Karrenbauer warf ihren Parteikollegen in Thüringen vor, bei der Wahl gegen die Beschlüsse der Partei verstoßen zu haben. Sie sehe „keine stabile Grundlage für den jetzt gewählten Ministerpräsidenten“. Es sei nun an Kemmerich zu entscheiden, ob er „Ministerpräsident von Höckes Gnaden bleiben will oder nicht“, sagte die CDU-Chefin mit Blick auf den rechtsaußen stehenden Thüringer Landes- und Fraktionschef der AfD, Björn Höcke.

Trotz zahlreicher entsprechender Forderungen lehnte Kemmerich Neuwahlen ab. „Demokraten sollten wissen, Neuwahlen sind keine Option“, sagte er im ARD-„Brennpunkt“. Die Arbeit beginne nun erst, im Parlament müssten die Parteien die Zusammenarbeit suchen. Er verwies darauf, dass bei vorgezogenen Neuwahlen Umfragen zufolge kaum ein anderes Ergebnis herauskommen würde als bei der Wahl vom Oktober vergangenen Jahres.

Im Erfurter Landtag hatte sich der FDP-Politiker überraschend im dritten Wahlgang gegen den bisherigen Amtsinhaber Bodo Ramelow von der Linken durchgesetzt. Unterstützt wurde er von CDU und AfD und erhielt bei der Abstimmung eine Stimme mehr als Ramelow. Der Liberale, der die kleinste Fraktion im Erfurter Landtag vertritt, wurde sofort vereidigt. Damit ist die von Ramelow angestrebte rot-rot-grüne Minderheitsregierung gescheitert.

Die Zustimmung von CDU und FDP zu einem auch von der AfD unterstützten Kandidaten rüttelt an einem Tabu. Thüringens CDU habe damit gegen den Unvereinbarkeitsbeschluss verstoßen, der eine Zusammenarbeit mit der AfD ausschließt, sagte Kramp-Karrenbauer.

Die CSU-Führung forderte Neuwahlen. Die Wahl sei „ein schwerer Fehler, ein Sündenfall, der schnellstmöglich korrigiert werden muss“, erklärte CSU-Landesgruppenchef Alexander Dobrindt. Neuwahlen seien eine „logische Konsequenz“.

Die Vorgänge in Erfurt belasten die große Koalition in Berlin. „Wir haben dringende Fragen an die CDU und werden diese zügig in einem Koalitionsausschuss klären“, kündigte SPD-Kovorsitzende Saskia Esken an. In den Zeitungen der Funke-Mediengruppe sprach sie von einem „abgekarteten Spiel“ von FDP und CDU mit Hilfe der AfD und äußerte die Sorge, dies könne „zum Vorbild für andere Bundesländer“ werden.

Vizekanzler Olaf Scholz (SPD) erklärte, die Wahl in Erfurt habe „Auswirkungen weit über Thüringen hinaus. Es stellen sich für uns sehr ernste Fragen an die Spitze der Bundes-CDU“.

FDP-Chef Christian Lindner brachte nach der Wahl seines Parteikollegen Kemmerich Neuwahlen ins Spiel, falls im Erfurter Landtag eine politische Blockade eintritt. „Sollten sich Union, SPD und Grüne einer Kooperation mit der neuen Regierung fundamental verweigern, dann wären baldige Neuwahlen zu erwarten und aus meiner Sicht auch nötig.“ Lindner appellierte an die drei Parteien, Kemmerichs Gesprächsangebot anzunehmen.

Diese lehnten das Angebot aber ab. „Thomas Kemmerich ist mit Hilfe der AfD ins Amt gekommen – das ist ein Pakt mit Faschisten und ein Fehler historischen Ausmaßes“, erklärten etwa die thüringischen Grünen.

Ramelow bezeichnete Kemmerichs Wahl als „widerliche Scharade“. Grünen-Bundeschef Robert Habeck warf CDU und FDP vor, der AfD erstmals in Deutschland einen „Machtzugang“ verschafft zu haben.

Kemmerich appellierte derweil an die „staatspolitische Verantwortung“ der Parteien, um gemeinsame Lösungen zu finden. „Die Brandmauern gegenüber der AfD bleiben bestehen“, beteuerte er.

Die AfD-Fraktionschefin im Bundestag, Alice Weidel, wertete die Umstände von Kemmerichs Wahl als Stärkung ihrer Partei. „An der AfD führt kein Weg mehr vorbei“, twitterte sie.

Vor der Berliner FDP-Bundeszentrale sowie in den Städten Erfurt, Jena, Weimar, Gera, Gotha und Ilmenau gab es am Abend Demonstrationen.

Insgesamt haben die bisherigen Oppositionsparteien CDU, FDP und AfD im thüringischen Landtag zusammen 48 Sitze und damit sechs mehr als Rot-Rot-Grün. Kemmerich erhielt 45 Stimmen. Der AfD-Bewerber Christoph Kindervater erhielt im dritten Wahlgang keine einzige Stimme mehr, weil die AfD-Fraktion offenbar mit großer Mehrheit für Kemmerich votierte. EA 6

 

 

 

Papst gratuliert Rom zum Jubiläum als Hauptstadt

 

Franziskus hat der Stadt Rom zum 150. Jahrestag als Hauptstadt Italiens Glückwünsche überbracht. Das ist gar nicht so selbstverständlich: Als es zur Einigung Italiens kam, freute es die Bischöfe von Rom nicht, dass „ihre“ Stadt zur Hauptstadt des Italienischen Königreiches werden sollte. Mario Galgano

 

Vatikanstadt. Franziskus erinnerte in seinem Grußwort an das gute Verhältnis zwischen Papsttum und den Bürgern der Ewigen Stadt. Er freue sich, als Bischof von Rom an der Eröffnung der Feierlichkeiten zum 150. Jahrestag der Hauptstadt Rom mit einer Botschaft teilzunehmen, heißt es in dem Text, den Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin am Montagabend verlas. Die Feiern hatte die Bürgermeisterin von Rom, Virginia Raggi, initiiert; auch der italienische Staatspräsident Sergio Mattarella wurde erwartet. Franziskus erinnerte in seiner Grußbotschaft an seine Vorgänger wie Paul VI., der sich über die „alten Streitigkeiten“ zwischen Papsttum und jenen, die sich für die italienische Einigung einsetzten, äußerte. Die Verkündung Roms als Hauptstadt Italiens habe Paul VI. als „Ereignis der Vorsehung“ bezeichnet, so sein Nachfolger Franziskus. Und in der Tat begann damit eine neue Geschichte.

Gewachsen und verändert

Der Papst führte in seiner Botschaft aus, dass Rom in den vergangenen 150 Jahren gewachsen sei und sich „von einer homogenen menschlichen Umgebung zu einer multiethnischen Gemeinschaft“ entwickelt habe. In Rom gebe es heute viele Kulturen und Religionsgemeinschaften, die alle gemeinsam gelebt würden, „neben der katholischen Vision des Lebens, die von anderen religiösen Überzeugungen und auch von nicht religiösen Vorstellungen der Existenz inspiriert ist“, paraphrasierte Franziskus seinen Vorgänger Johannes Paul II.

Die Kirche habe immer die Freuden und Sorgen der Römer geteilt, fuhr Franziskus fort und nannte drei Beispiele:

„Ich denke an die neun Monate der von so viel Schmerz geprägten Besetzung der Stadt durch die Nazis zwischen 1943 und 1944. Ab dem 16. Oktober 1943 kam es zur schrecklichen Jagd und Deportation der Juden Roms. Die Ewige Stadt hatte die Shoah hautnah erlebt. Damals war die Kirche ein Asyl für die Verfolgten: alte Barrieren und schmerzhafte Entfernungen fielen“, erinnerte der Papst. Aus diesen schwierigen Zeiten sollten die Römer „zunächst die Lehre aus der immerwährenden Geschwisterlichkeit zwischen der katholischen Kirche und der jüdischen Gemeinde“ ziehen, die er bei seinem Besuch der Großen Synagoge in Rom bekräftigt habe. „Wir sind auch mit Bescheidenheit davon überzeugt, dass die Kirche eine Ressource der Menschlichkeit in der Stadt darstellt“, so Franziskus.

Mit Leidenschaft und Verantwortung

Die Katholiken seien aufgerufen, das Leben in Rom mit Leidenschaft und Verantwortung zu leben, „insbesondere seine schmerzlichsten Aspekte“.

Das zweite Beispiel, das Franziskus nannte, betraf die Jahre des Zweiten Vatikanischen Konzils, von 1962 bis 1965, als die Stadt die Konzilsväter, die ökumenischen Beobachter und viele andere willkommen hieß. „Rom glänzte als universeller, katholischer, ökumenischer Raum“, hob Franziskus in seiner Botschaft hervor. Sie wurde zu einer universellen Stadt des ökumenischen und interreligiösen Dialogs, des Friedens. Er nannte dabei den deutschen Gelehrten Theodor Mommsen, der am Ende des 19. Jahrhunderts in Erinnerung rief, „dass man in Rom ohne kosmopolitische Vorhaben“ nicht bleiben könne.

Das dritte Beispiel des Papstes betraf die Diözese Rom. Franziskus erinnerte an die so genannte Konferenz über die „Übel von Rom“ im Februar 1974, die vom damaligen Kardinalvikar Ugo Poletti organisiert wurde. In Volksversammlungen wurden die Erwartungen der Armen und der Bürger der Vororte gesammelt. „Die Stadt muss für alle ein Zuhause sein“, nannte Franziskus das Ziel jener Versammlung. Dies sei immer noch aktuell, so Franziskus: „Die heutigen Vorstädte sind von zu viel Elend geprägt, sie sind Orte großer Einsamkeit mit wenig sozialen Kontakten.“

Stadt als Hoffnungsschimmer

Auch heute noch sehen viele Benachteiligte und Flüchtlinge die Stadt als Hoffnungsschimmer, schreibt Franziskus. „Ihre Augen sehen die Stadt oft erwartungsvoller und hoffnungsvoller als wir Römer, die wir wegen der vielen täglichen Probleme pessimistisch und wie zum Niedergang verurteilt sind. Nein, Rom ist eine große Ressource der Menschheit!“, so Papst Franziskus.

Rom sei eine Stadt von einzigartiger Schönheit, wiederholte er Worte, die er bei der Feier der Ersten Vesper der Gottesmutter Maria, am 31. Dezember 2013 gesagt hatte. Rom könne und müsse sich im doppelten Sinne der Weltoffenheit und der Einbeziehung aller erneuern. „Auch die Heiligen Jahre regen sie dazu an, und das Jahr 2025 ist nicht mehr weit entfernt“, hob Franziskus hervor. Vn 3

 

 

 

Statistik. EU-Bürger machen ein Drittel aller Einbürgerungen in Deutschland aus

 

Die Zahl der EU-Bürger, die sich für einen deutschen Pass beworben haben, ist in den letzten Jahren deutlich gestiegen. Ein wichtiger Faktor ist der Brexit.

Immer mehr EU-Bürger erwerben einen deutschen Pass. Wie das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung Mitte vergangener Woche in Wiesbaden mitteilte, nahmen 2018 rund 36.000 Menschen aus dem EU-Ausland die deutsche Staatsangehörigkeit an. Damit gehe jeder dritte neu ausgestellte Pass an einen EU-Bürger. Die Mehrheit der Eingebürgerten komme nach wie vor aus Ländern außerhalb der EU, aus sogenannten Drittstaaten. Diese Zahlen nennt das Forschungsinstitut anlässlich der Reform des Staatsangehörigkeitsrechts vor genau 20 Jahren.

Die Erweiterung der Europäischen Union 2004 und 2007 sowie das absehbare Ausscheiden Großbritanniens ließen den Angaben zufolge die Einbürgerungszahlen von EU-Angehörigen zuletzt deutlich ansteigen. Mit 6.300 Einbürgerungen stellten die Briten 2018 die größte Gruppe, gefolgt von Menschen aus Polen (6.200) und Rumänien (4.300).

Die Zahl der jährlich eingebürgerten Menschen aus Drittstaaten ist insgesamt rückläufig: Sie sank von 181.000 im Jahr 2000 auf nunmehr rund 75.000 ab. Hier bilden Menschen aus der Türkei (16.700), dem Irak (4.000) und dem Kosovo (3.800) die größten Gruppen.

EU-Bürger dürfen Pass behalten

Mit der Anfang 2000 in Kraft getretenen Reform wurde das deutsche Staatsangehörigkeitsrecht modernisiert. Dabei wurden das für den Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit bis dahin allein maßgebliche Abstammungsprinzip um das neu eingeführte Geburtsortsprinzip (Geburt in Deutschland) ergänzt. Außerdem wurde die Aufenthaltsdauer für eine Einbürgerung verkürzt: Seitdem haben Einwanderer einen Anspruch auf Einbürgerung, wenn sie seit mindestens acht Jahren legal in Deutschland leben und bestimmte Integrationsvoraussetzungen erfüllen.

EU-Bürger haben seit Ende August 2007 die Möglichkeit einer doppelten Staatsangehörigkeit. Sie müssen also für die Einbürgerung nicht die Staatsangehörigkeit ihres EU-Herkunftsstaates aufgeben, wie das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung erklärte. MiG

 

 

 

 

Wer kann Trump schlagen?

 

Sanders, Biden, Warren? Der Ausgang in Iowa ist schwer vorherzusagen, doch einen Sieger gibt es bereits: die amerikanische Sozialdemokratie. Von Harold Meyerson

 

Erdbeben politischer Art sind in Iowa nichts ungewöhnliches. Als erster Staat, der im amerikanischen Auswahlverfahren der Präsidentschaftskandidaten abstimmt, hat es oft zuvor Unbekannte zu Spitzenreitern gemacht und die vermeintlichen Spitzenreiter in den Mülleimer der Geschichte geworfen. Im Jahr 2008 gaben die Demokraten in diesem überproportional weißen Bundesstaat Barack Obama die Mehrheit ihrer Stimmen und machten die USA mit der Idee vertraut, der nächste Präsident könne ein Afroamerikaner sein. 1976 gaben sie ihre Stimmen einem obskuren Gouverneur aus dem Süden namens Jimmy Carter. Umgekehrt investierte der Demokrat mit den zuvor höchsten Umfragewerten gegen den amtierenden Präsidenten Ronald Reagan – der Astronaut, Senator und amerikanische Held John Glenn - 1984 ein Vermögen für den Wahlkampf in Iowa, nur um auf Platz fünf zu landen.  Die Ergebnisse von Iowa sind also keine Vorentscheidung, aber sie sind verdammt wichtig.

Am Montagabend findet der diesjährige Caucus in Iowa statt. Bernie Sanders, Senator aus Vermont, dürfte daraus aller Wahrscheinlichkeit nach mindestens als Mit-Favorit für die Präsidentschaftskandidatur hervorgehen - eine Position, die er sich mit dem ehemaligen Vizepräsidenten Joe Biden teilen würde. Zu einem Caucus raffen sich erfahrungsgemäß nur die motiviertesten Wählerinnen und Wähler auf, denn er erfordert mehrere Abstimmungsrunden. Bekanntermaßen sind gerade diese Wähler nur schwer zu beeinflussen; die Ergebnisse der Umfragen der letzten zwei Wochen liegen jedenfalls weit auseinander.

Sanders jedoch findet sich in diesen Umfragen meist an der Spitze. Er hat zudem - was vielleicht noch entscheidender ist - einen klaren Vorsprung in der Umfrage des lokalen Des Moines-Registers. Der Erfolg dieser Umfrage beruht vor allem darauf, recht präzise den Anteil derer beim Caucus vorherzusagen, die zum ersten Mal abstimmen werden. In diesem Jahr sieht sie diesen Anteil bei rund 30 Prozent. Davon würde eindeutig Sanders profitieren, erfährt er doch breite Unterstützung vor allem bei jungen Menschen. Bidens Unterstützung hingegen kommt eher von älteren Menschen, die schon seit Jahrzehnten an diesen Caucuses teilnehmen.

Sanders scheint auch zugute zu kommen, dass sich die Unterstützung der linksliberalen Wählerinnen und Wähler zunehmend auf ihn konzentriert. Dies geht auf Kosten seiner Mitbewerberin Elizabeth Warren, der Senatorin von Massachusetts, die wie er den amerikanischen Kapitalismus kritisiert. Nicht nur in den Umfragen in Iowa, sondern auch in den landesweiten Umfragen sind Sanders' Werte gestiegen, während die von Warren zurückgegangen sind.

Eine ähnliche Konsolidierung hat dagegen im eher zentristischen linken Lager noch nicht stattgefunden. Diese Wählerschaft verteilt ihre Unterstützung den Umfragen zufolge auf Biden, den ehemaligen Bürgermeister von South Bend in Indiana, Pete Buttigieg, und die Senatorin von Minnesota, Amy Klobuchar. Auf nationaler Ebene ist das Mitte-Links-Feld sogar noch überlaufener als in Iowa, denn es umfasst auch den ehemaligen Bürgermeister von New York, Michael Bloomberg. Er ging zu spät ins Rennen, um an der ersten Runde der Vorwahlen in Iowa, New Hampshire, Nevada und South Carolina teilzunehmen. Er hat aber bereits Hunderte von Millionen US-Dollar in den 15 Bundesstaaten ausgegeben, in denen am „Super Tuesday“, dem 3. März, Vorwahlen stattfinden werden.

Iowa dürfte eigentlich kein richtungsweisender Staat sein. Ähnlich wie New Hampshire, das am 11. Februar die erste Vorwahl abhalten wird, ist es überproportional weiß: Nur 3,5 Prozent der Bevölkerung sind afro-amerikanischer, 2,4 Prozent asiatisch-amerikanischer und 5,6 Prozent hispanisch-amerikanischer Herkunft. In den Vereinigten Staaten sind jedoch insgesamt 12,3 Prozent der Bevölkerung afro-amerikanischer, 5,4 Prozent asiatisch-amerikanischer und 17,6 Prozent hispano-amerikanischer Herkunft. Die jahrzehntelange rassistische Bigotterie der Republikaner und ihre Bemühungen, die Stimmabgabe von Minderheiten zu behindern, hat diese fast vollständig zur Demokratischen Partei getrieben. Daher macht die fast ausschließlich weiße Zusammensetzung der Wählerschaft in Iowa und New Hampshire diese Staaten besonders wenig repräsentativ für die demokratische Wählerschaft insgesamt. Dennoch sieben sie das Feld der demokratischen Bewerber aus, da sie am Beginn des Vorwahlprozesses stehen.

Biden wird nicht aussortiert werden. Der dritte Wettbewerb findet in South Carolina statt, wo es eine starke afro-amerikanische Wählerschaft gibt. Die Umfragen zeigen, dass Joe Biden dort mit einem souveränen Vorsprung rechnen kann (obwohl Sanders bei den Afro-Amerikanern unter 30 Jahren an der Spitze steht). Sanders hat dagegen einen beträchtlichen Vorsprung unter den hispano-amerikanischen Wählerinnen und Wählern aller Altersgruppen in dem mit Abstand größten Bundesstaat Kalifornien. Dort wird am Super Tuesday abgestimmt.

Der zu erwartende Erfolg von Bernie Sanders in New Hampshire hat in weiten Teilen des demokratischen Establishments Alarm ausgelöst. Dort glauben viele, seine Chancen, Trump zu schlagen, seien nicht besonders hoch - wegen seines Sozialismus, seiner früheren Begeisterung für verschiedene durchaus autoritäre linke Regime in Entwicklungsländern und seiner Unterstützung für eine universelle Krankenversicherung. Eine solche Krankenversicherung würde die private Krankenversicherung effektiv abschaffen, an die sich viele Amerikaner trotz ihrer stratosphärischen Kosten und klaffenden Deckungslücken gewöhnt haben. In Umfragen, die Sanders Chancen gegen Trump ausleuchten, schneidet er jedoch ebenso gut wie Biden ab: Beide haben einen Vorsprung von mehreren Prozentpunkten gegenüber Trump. Alle anderen aussichtsreichen demokratischen Kandidaten liegen in diesen Vergleichen entweder mit leichten Vorsprung vor oder gleichauf mit Trump.

Tatsächlich hat jeder der führenden Demokraten besondere Stärken und Schwächen, so dass keiner von ihnen über einen klaren Vorteil für die Wahlen im November verfügt. Biden ist bei den Afro-Amerikanern und den Älteren stark, aber unter den Jungen findet er nur wenig Unterstützung. Sanders genießt die Unterstützung der Jungen wie kein anderer Kandidat in der jüngeren amerikanischen Geschichte, ist aber bei den Senioren schwächer und möglicherweise auch bei der relativ geringen Zahl gemäßigter Republikaner, die Trump ablehnen und bei den Kongresswahlen 2018 für die Demokraten gestimmt haben. Seine glaubwürdige Anti-Establishment-Haltung – vielleicht die stärkste, die ein aussichtsreicher Kandidat jemals in einen Präsidentschaftswahlkampf eingebracht hat - scheint ihm auch Aufmerksamkeit unter weißen Männern der Arbeiterklasse zu verschaffen, die den Demokraten eigentlich seit Jahren von der Fahne gehen und sich zuletzt für Donald Trump entschieden haben.

Warren wiederum könnte die Unterstützung der Jungen und sogar einiger „Swing-Republikaner“ gewinnen, ist aber unter den Männern der Arbeiterklasse unabhängig von deren ethnischer Zugehörigkeit besonders unbeliebt. Bei ihnen verfängt ihr oberlehrerhaftes Auftreten praktisch gar nicht. Buttigieg schlägt sich wie Warren gut im Lager der Besserqualifizierten, hat aber in anderen Wählergruppen noch keinen großen Einfluss. Bloomberg wiederum appelliert sicherlich an die kleine Zahl republikanischer Niemals-Trump-Wähler. Aber lange Zeit hat er Handelsabkommen unterstützt, die im Ergebnis zur De-Industrialisierung des Mittleren Westens geführt haben. Daher würde er genau die Swing-Staaten verlieren, die die Demokraten unbedingt gewinnen müssen, um den nächsten Präsidenten zu stellen.

Viele Demokraten geben zwar vor, für den Kandidaten stimmen zu wollen, der die besten Chancen hat, Trump im November zu schlagen – de facto aber ist es derzeit so gut wie unmöglich vorherzusagen, auf wen das am ehesten zutrifft.

Bedeutet das, dass nun eine amerikanische  Ausnahmestellung ihr Ende findet? Anders als andere fortgeschrittene Volkswirtschaften haben die Vereinigten Staaten bisher keine sozialistische Bewegung von relevanter Größe hervorgebracht. Der Aufstieg von Bernie Sanders und auch von Elizabeth Warren macht deutlich, dass die sozialdemokratische Politik, für die sie stehen - eine Politik der Mitbestimmung und der massiven Ausweitung der sozialen Absicherung – breite Zustimmung findet. Warren bezeichnet sich zwar als Kapitalistin und Sanders nennt Franklin Roosevelt sein Vorbild. Beide aber stimmen mit einer jüngeren Generation von Wählerinnen und Wählern überein, deren Erfahrungen mit dem Finanzkapitalismus Amerikas fast ausschließlich negativ waren.

Darüber hinaus hat der Unmut über eine Wirtschaft, von der vor allem wohlhabende Aktionäre auf Kosten der Allgemeinheit profitieren, großen Druck an der demokratischen Basis erzeugt. In der Folge nehmen selbst gemäßigte Demokraten Positionen ein, die weit links von denen der Obama-Regierung liegen. Unabhängig vom Ausgang in Iowa, des gesamten Vorwahlprozesses und sogar der Wahlen im November wird die Demokratische Partei Amerikas unter dem Einfluss der jungen Generation und vieler Minderheitengruppen so sozialdemokratisch sein wie seit dem New Deal nicht mehr. Das ist die einzige politische Prognose, die ich derzeit wage. IPG 31

 

 

 

 

Kampf gegen Hunger. In Mosambik setzen Experten auf den Moringa-Baum

 

Es hat tatsächlich was von einem Wunder: Den tropischen Wirbelstürmen im vergangenen Jahr hielt in Mosambik vielerorts nur ein Baum stand: der Moringa. Also begannen die Menschen, seine Blätter zu essen. Und entdeckten, wie nährstoffreich sie sind. Von Bettina Gabbe

 

„Als der Zyklon kam, haben wir alles verloren. Das Einzige, was übrigblieb, war der Moringa“, sagt Rosa José. Bevor der Wirbelsturm „Kenneth“ im vergangenen April ihr Dorf im Norden von Mosambik tagelang unter Wasser setzte, benutzte die Kleinbäuerin mit der ausgeblichenen Bluse über dem gepunkteten Rock die Äste der Moringa-Bäume fast ausschließlich als Baumaterial. Heute sind die Blätter des Baums neben Maniokbrei das Hauptnahrungsmittel der Dorfbewohner in Kwékwè – und vieler Bauern in Mosambik.

Moringa olifeira stammt ursprünglich aus Nordindien und gilt auch in Europa als „Wunderbaum“. Er hält widrigen klimatischen Bedingungen stand und wächst sehr schnell: bis zu acht Meter innerhalb eines Jahres. Die Bäume liefern auch während der Trockenzeit Blätter, die reich an Eiweiß, Mineralien und den Vitaminen A, B und C sind, wie die UN-Landwirtschaftsorganisation FAO erklärt. Sie bilanziert: eine hervorragende Nahrungsquelle, besonders für Schwangere und Kinder. Hinzu komme traditioneller medizinischer Nutzen. Moringaprodukte wirkten unter anderem antibiotisch und anti-entzündlich.

Waffe gegen den Hunger

Rosa José hat ihre Hütte aus Bambus und ungebranntem Lehm nach den verheerenden Zyklonen wieder aufgebaut. Seit der Naturkatastrophe teilt sie sich mit acht Kindern und Enkeln. Von ihrem kleinen Lagerhaus, in dem sie vorher Mais und Sesam aufbewahrt hatte, sind nur noch Umrisse auf dem Boden zu erkennen. Ihr Blick ist voll Resignation. Um sich zu ernähren, müssten sie und ihre Familie nun zusätzlich tageweise auf fremden Farmen arbeiten, erzählt sie. „Vor dem Zyklon haben wir fast nie Moringa gegessen, heute essen wir die Blätter jeden Tag.“

Der Moringa-Baum könnte zu einer Waffe im Kampf gegen den Hunger werden, sagt Mário Quissico. Er organisiert Bildungskurse für Dorfbewohner wie Rosa José, finanziert werden sie vom Internationalen Fonds für landwirtschaftliche Entwicklung (IFAD). Alle Teile des Moringa-Baums – auch Blüten, Samen, Wurzeln, Borke – sind nach FAO-Angaben essbar. Das Pulver aus Samen des Moringa hat eine entkeimende Wirkung auf Wasser, wie die Universität Stuttgart feststellte.

Superfood in Europa

Auch in Europa ist das Pulver aus Moringa-Blättern beliebt, wird teils als „Superfood“ angepriesen und für bis zu 50 Euro pro Kilo vertrieben. In Pemba, der Hauptstadt der nordmosambikanischen Provinz Cabo Delgado, stellen einige Firmen bereits Pulver aus Moringa-Blättern her.

Mário Quissico arbeitet mit dem IFAD-Programm daran, den Kleinbauern bessere Anbautechniken zu vermitteln und ihnen über Händler in der nächstgelegenen Kleinstadt Balama Zugang zu Märkten zu verschaffen. „Früher haben die Bauern die Äste der Moringa-Bäume nur benutzt, um Zäune zu bauen“, erzählt der Agrarwissenschaftler, dessen Gesicht Zuversicht ausstrahlt. Wenn man zur Regenzeit Äste des Baums in den Boden stecke, keimten sie sofort.

Hoffnung auf Moringa

Der Internationale Fonds für landwirtschaftliche Entwicklung fördere den Anbau von Moringa nicht nur, weil die Pflanze nahrhaft sei, sondern auch, weil sie sowohl bei Dürren als auch bei Überflutungen widerstandsfähiger als andere sei, erzählt Antonella Cardone. Sie ist bei der UN-Organisation für Ernährung, Umwelt, Klima und Genderfragen zuständig. Die Verarbeitung der Blätter sei eine Chance vor allem für Frauen und junge Leute, sagt sie: Ihnen würden neue Einkommensmöglichkeiten erschlossen. Die Bäume gedeihen mit wenig Bewässerung und sind gegen Pflanzenkrankheiten resistent.

Wie Rosa José setzt auch die Bäuerin Jacinta Fernando aus Ntele im Norden von Mosambik Hoffnung auf Moringa. Die Mais- und Reismühle der 53-Jährigen wurde durch den Zyklon „Kenneth“ halb zerstört. In ihrem Haus stehen zwei Bettgestelle ohne Matratzen – es sind die einzigen Möbel für sie, ihre Kinder und Enkel. Wenn die Kapazitäten zur Verarbeitung der Moringa-Blätter ausgebaut würden, wäre das eine Chance. „Meine Kinder sollen nicht das gleiche Leben haben“, sagt Jacinta Fernando. Auch in ihrem Dorf schießen die Moringa-Bäume hoch auf. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Italien. Niederlage trotz Remis

 

Die Wahlschlappe in der Emilia-Romagna stoppt den Höhenflug der Lega trotz ihres Erdrutschsiegs in Kalabrien. Neuwahlen sind damit vorerst vom Tisch.

Von Michael Braun

 

Matteo Salvini, der Chef der rechtspopulistischen Lega, hat einen Dämpfer erhalten und die Linke ist wieder zurück im Spiel. Auf diese kurze Formel lässt sich das Ergebnis der Regionalwahlen am letzten Sonntag im süditalienischen Kalabrien und in der norditalienischen Emilia-Romagna bringen.

Eigentlich ging die doppelte Partie unentschieden aus. In Kalabrien setzte sich die Rechtsallianz, in der die Lega mittlerweile dominiert, klar durch. Ihre Kandidatin Jole Santelli kam auf 55 Prozent und deklassierte ihren Gegner vom Mitte-Links-Lager (30 Prozent) eindeutig. Doch in der Emilia-Romagna lief es andersherum. Dort, in der traditionellen linken Hochburg und Vorzeigeregion, siegte Stefano Bonaccini von der Partito Democratico (PD) an der Spitze einer Mitte-Links-Allianz mit 51,4 Prozent, während seine Gegenkandidatin, Lucia Borgonzoni, entgegen allen Prognosen eines Kopf-an-Kopf-Rennens bei 43,6 Prozent hängen blieb.

Für Salvini war dieses Unentschieden allerdings substantiell eine bittere Niederlage. Er hatte das Votum in der nördlichen Region gleichsam zur Schicksalswahl erklärt. Im Wahlkampf, den er zur Chefsache gemacht hatte, verkündete er ein ums andere Mal, die Emilia Romagna von den „Roten“ zu befreien. Die eigentliche Spitzenkandidatin seines Lagers spielte kaum eine Rolle, während Salvini Tag für Tag durch die Region tourte und an die 200 Auftritte absolvierte. Immer mit den gleichen Botschaften des Nationalismus („Italiener zuerst!“), der Ausländerfeindlichkeit sowie der Gegnerschaft gegen Brüssel, Paris und Berlin. Salvini tönte, dass er im Falle eines Sieges die nationale Regierungskoalition unter Giuseppe Conte aus Fünf Sternen und PD als endgültig delegitimiert betrachte und sofortige Neuwahlen verlange.

Dass eine Schicksalswahl anstehe, da waren sich Linke und Rechte durchaus einig. Doch während Salvini allein die nationale Karte ausreizte, setzte Bonaccini als Spitzenkandidat auf die regionale Karte. Schließlich lebt es sich gut in der prosperierenden Region, die mit Ducati und Lamborghini, mit Parmesan und Parma-Schinken zu den Exportchampions Italiens gehört, deren Arbeitslosigkeit bei lediglich fünf Prozent liegt und die ihren Bürgern hervorragende öffentliche Dienstleistungen bietet.

Doch die Wende nach rechts lag durchaus in der Luft. Bei den Europawahlen im Mai 2019 war die Lega noch mit 34 Prozent zur regional stärksten Partei aufgestiegen und das rechte Lager hatte deutlich vor dem Mitte-Links-Bündnis gelegen. Es waren die „Sardinen“, die am Ende der Linken den entscheidenden Schub verliehen, um die drohende Niederlage abzuwenden. Jene von vier 30-Jährigen in Bologna auf die Beine gestellte Spontan-Bewegung, die zum ersten Mal am 14. November 2019 in Bologna auf die Piazza ging, gegen Salvinis Brachialpopulismus, gegen seine „Sprache des Hasses“, gegen seinen Rassismus. Und gleich beim ersten Flashmob fanden sich völlig überraschend 12 000 Menschen ein, zeigten sich selbst und vor allem der Welt, dass die Linke noch lebt und der Kampf noch nicht verloren ist.

Am Ende fand die Mobilisierung ihren Niederschlag im rasanten Hochschnellen der Wahlbeteiligung von 38 Prozent bei den letzten Regionalwahlen auf jetzt 68 Prozent – und in den linken Bastionen war sie am stärksten gestiegen. Darüber wurde die PD mit knapp 35 Prozent wieder zur stärksten Partei der Region, nachdem sie bei den Europawahlen 2019 hinter der Lega auf Platz zwei gelandet war.

Das Ergebnis stärkt vorneweg den PD-Chef Nicola Zingaretti, der jetzt daran gehen kann, die Partei neu zu positionieren, mit klaren linken Ansagen, wie er es anstrebt. Und es stärkt auch die Regierung Conte: Aus Salvinis Neuwahlbegehren ist vorerst die Luft raus. Dennoch bleibt die Koalition weiter instabil, denn während die PD sich behaupten konnte, musste ihr Partner von den Fünf Sternen eine verheerende Niederlage hinnehmen. Das Movimento 5 Stelle (M5S), das bei den nationalen Wahlen im März 2018 mit 32,7 Prozent triumphiert hatte und seitdem in Rom regiert, erst mit Salvinis Lega, seit September letzten Jahres mit der PD, stürzte jetzt auf 7 Prozent in Kalabrien und auf nur noch 3,5 Prozent in der Emilia Romagna ab.

Im März will das M5S auf einem Kongress die Schlüsse hieraus ziehen. Zwei Lager stehen einander gegenüber: die Befürworter einer engeren Allianz mit der PD und diejenigen, die zwischen den beiden politischen Blöcken von rechts und links als „dritter Pol“ neutral bleiben wollen. Daneben müssen die Fünf Sterne die Führungsfrage klären: Italiens Außenminister Luigi Di Maio, Verfechter des neutralistischen „Weder-rechts-noch-links“-Kurses, hatte in der letzten Woche seinen Rücktritt als „Capo politico“, als „politischer Chef“ der Bewegung erklärt. Der Ausgang der bevorstehenden Auseinandersetzungen bei den Fünf Sternen wird auch darüber entscheiden, ob die Regierungskoalition zum wirklichen Gegenpol gegen die italienische Rechte werden kann. IPG 27

 

 

 

Stichwort: Karneval

 

Fulda. Als Karneval werden die „närrischen Tage“ vor der am Aschermittwoch beginnenden Fastenzeit bezeichnet. Die Namen für das meist in ursprünglich katholischen Gebieten veranstaltete Brauchtum sind regional unterschiedlich. Im Rheinland heißt es Karneval, in Mainz und Umgebung Fastnacht, in Fulda und der Rhön Foaset, im schwäbisch-alemannischen Gebiet Fasnet. Fosnat nennen es die Franken, im bayrisch-österreichischen Raum wird Fasching gefeiert. Seit dem zwölften Jahrhundert ist das Wort „Fastnacht“ im Mittelhochdeutschen bekannt. Das Wort Karneval stammt wahrscheinlich vom Italienischen „carne vale“, was „Fleisch, lebe wohl“ bedeutet. Vermutet wird, dass die Feiern neben christlichen Bezügen auch Wurzeln in germanischen und römischen Frühlingsfesten und Fruchtbarkeitskulten haben.

 

Seit dem 13. und 14. Jahrhundert gehören Gastmähler, Trinkgelage, Reiter- und Tanzspiele zu den Bräuchen der sogenannten „fünften Jahreszeit“. Kaum verändert hat sich die Art der Festlichkeiten: Mit Tanz, Spiel, Umzügen und Verkleidungen wird in den Tagen vor der Fastenzeit die bestehende Ordnung außer Kraft gesetzt und im Narrengewand verspottet. Hierauf deuten auch die „Gegenregierung“ des Elferrats und die Übergabe der Rathausschlüssel hin. Zeitkritische und anarchistische Elemente gehören besonders seit der Französischen Revolution zu Sitzungen und Umzügen. Höhepunkte der närrischen Zeit sind der Donnerstag vor Aschermittwoch, die Weiberfastnacht, der Rosenmontag und der Fastnachtsdienstag (Veilchendienstag), an dem der Karneval oft feierlich und tränenreich zu Grabe getragen wird. (kna/bpf 5)

 

 

 

 

„Suffering in Silence“: 9 von 10 vergessenen Krisen in Afrika

 

In Madagaskar leiden 2,6 Millionen Menschen an Hunger. Und doch erhielt das Krisenland, das Papst Franziskus im vergangenen September besuchte, im vergangenen Jahr international am wenigsten öffentliche Aufmerksamkeit. Das hat die Hilfsorganisation Care herausgefunden, die in dem globalen Bericht „Suffering in Silence“ diejenigen zehn Krisen auflistet, über die weltweit am wenigsten berichtet wurde. Davon befinden sich allein neun auf dem afrikanischen Kontinent.

 

2,4 Millionen Online-Meldungen ausgewertet

CARE ließ für seinen Bericht mehr als 2,4 Millionen Online-Meldungen in englischer, deutscher, französischer, spanischer und arabischer Sprache im Zeitraum von Januar bis November 2019 auswerten. Veröffentlicht wurde der Bericht „Suffering in Silence“ an diesem Dienstag in Berlin. Über die Ergebnisse hat Radio Vatikan mit Karl-Otto Zentel, dem Generalsekretär von CARE Deutschland, gesprochen.

Chronische Krisen verschwinden vom Radar

Zentel: Am allerwenigsten wurde berichtet über Madagaskar, das waren nur 612 Treffer, die wir für Madagaskar finden konnten, wo gleichzeitig Millionen von Menschen auf humanitäre Hilfe, auf Nahrungsmittelhilfe für das Überleben angewiesen sind. Wir haben andere Länder auf der Liste wie die Zentralafrikanische Republik, die Tschadsee-Region oder Burundi – und ich erwähne diese Länder, weil eben die Vereinten Nationen berichtet haben, dass in ihren Hilfsappellen seit dem Jahr 2000 etwa die Zentralafrikanische Republik 16 Mal vertreten ist, die Tschadsee-Region 15 Mal und Burundi elf Mal. Das heißt eine Verstetigung der Situationen in diesen Ländern. Gleichzeitig berichten die Vereinten Nationen auch, dass auf ihre Hilfsappelle im vergangenen Jahr die Ländern Tschad, Zentralafrikanische Republik und Äthiopien die wenigsten finanziellen Mittel zur Verfügung gestellt bekommen haben vergleichen mit dem Appeal in Prozent von der Internationalen Gemeinschaft. Was für uns auch ein Indiz dafür ist, dass zum einen chronische Krisen sehr schnell aus dem Radar verschwinden und zum anderen, dass fehlende Öffentlichkeit auch verknüpft ist mit finanzieller Unterstützung für Katastrophen in Ländern.

Zentel: Soweit ich sehe, haben wir die höchsten Hilfsappelle für den Jemen und im Syrien-Kontext. Und diese Aufrufe der Vereinten Nationen wurden bislang auch relativ umfangreich bedient. Wir haben hier ein politisches Interesse und jetzt auch mediale Aufmerksamkeit – etwa inzwischen beim Jemen-Konflikt, der lange Zeit nicht im politischen Fokus stand. Es ist auch die Zahl der beteiligten Akteure, die da eine Rolle spielen. Beim Syrien-Konflikt ist ein starkes politisches Interesse vorhanden, hinzu kommt die ganze Flüchtlingsdiskussion, die wir haben.

Fast alle vergessenen Krisen in Afrika

Auffällig ist, dass sich der Großteil dieser vergessenen Krisen – neun von zehn – auf dem afrikanischen Kontinent befindet. Warum ist das so?

Zentel: Im Moment können wir vermuten, dass es sich hier um eine Kombination handelt. Wir haben zum einen eine Verstetigung von Krisen, von sehr schweren Lebenssituation der Menschen in einem Land, wo sich eine schwierige Situation zu einer dramatischen entwickelt, was wenig Aufmerksamkeit erzeugt. Dann spielt weiter die Frage des Zugangs auf Sicherheitsgründen eine Rolle. Zum Beispiel kam es in der Zentralafrikanischen Republik im Jahr 2019 weltweit zu den meisten Übergriffen auf internationale Hilfsorganisationen. Auch die Tschadsee-Region ist nur sehr schwer zugänglich; auch andere Länder sind relativ geschlossen, das mag ein Grund sein. Dann: Ist das politische Interesse an diesen Ländern vorhanden? Spielen sie international eine Rolle? Ich glaube, das ist eine Kombination von mehreren Faktoren, die dazu führt, dass diese Länder nicht im Mittelpunkt des Interesses stehen und wenig bis gar keine Aufmerksamkeit bekommen.

Klimatische Ereignisse mit verheerenden Folgen nehemen zu

Humanitäre Krisen sind großenteils menschengemacht – denken wir etwa an den Klimawandel. Wie viel Klimawandel steckt in den vergessenen Krisen des Jahres 2019?

Zentel: Der Zusammenhang zwischen einem einzelnen klimabedingten Ereignis und dem menschengemachten Klimawandel können wir noch nicht herstellen. Aber was wir sagen können: Dass in Ländern, die ohnehin immer wieder von klimatischen Ereignisse wie zum Beispiel Dürren, Überschwemmungen oder Wirbelstürmen getroffen wurden, dass diese Ereignisse zugenommen haben. Wir haben also mehr und häufiger Dürren, wir haben länger anhaltende Dürren und wir haben kürzere Pausen zwischen diesen Ereignissen, die es auch den Menschen zunehmend schwieriger machen, sich wieder von dem Ereignis zu erholen und wieder Ressourcen aufzubauen, um gerüstet zu sein.

Die Öffentlichkeit ist bei Afrika schon länger völlig abgestumpft; mit Blick auf das Leid der Flüchtlinge aus Afrika hat der Papst bereits 2013 von einer „Globalisierung der Gleichgültigkeit“ gesprochen. Werden Krisen – Ihrer Beobachtung nach – stärker beachtet, wenn sie plötzlich hereinbrechen als wenn einfach irgendwann das Maß voll ist?

Zentel: Dem würde ich auf jeden Fall so zustimmen. Beim plötzlich Ereignis ist es ein Erschrecken, das Aufmerksamkeit erzeugt. Schleichende Veränderungen werden wesentlich weniger wahrgenommen...

Berichten, berichten, berichten

Der Klimawandel wird für viele Menschen erst dann greifbar, wenn er sich vor der eigenen Haustür abspielt. Wie kann man seine Auswirkungen gerade in den Ländern, wo er für Mensch und Umwelt am verheerendsten ist, vor Augen führen?

Zentel: Ich denke, der Weg führt da wirklich über Berichterstattung, darüber, Medien zu interessieren, um so etwas in die Öffentlichkeit zu bringen. Ansonsten gehen diese Krisen, wie wir an unserer Liste der zehn Länder sehen, im Alltag unter, können sich nicht durchsetzen gegen die plötzlichen Ereignisse, die politischen Veränderungen, den Brexit, andere Dinge, die – weil sie direkter betreffen – mehr Aufmerksamkeit auf sich ziehen. Wir sind hier alle gefordert. Es braucht hier Offenheit und ein Umdenken! Bei der Politik braucht es ein Umdenken, aber auch die Erkenntnis, dass Geld allein nicht die Lösung ist, sondern dass oftmals hier auch Rahmenbedingungen herrschen, die politisch angegangen werden müssen. Humanitäre Hilfe ist dann keine Lösung, sondern hat die Aufgabe, Menschenleben zu retten. Aber damit ist die Ursache nicht behoben.

Welche Konsequenzen zieht CARE daraus?

Zentel: Wir von CARE haben uns zum Beispiel jetzt vorgenommen, über diese Länder in der Liste, in denen wir als Hilfsorganisation tätig sind, verstärkt zu berichten – durch Pressemitteilungen, Öffentlichkeitsarbeit, um damit die Menschen in Deutschland und anderen Ländern aufmerksamer zu machen und so die Voraussetzungen für Unterstützung der betroffenen Menschen in Not zu schaffen. Die Fragen stellte Anne Preckel.

Hintergrund. Für die quantitative Untersuchung hat CARE das internationale Medienbeobachtungsunternehmen Meltwater mehr als 2,4 Millionen Online-Meldungen in englischer, deutscher, französischer, spanischer und arabischer Sprache im Zeitraum von 1. Januar bis 15. November 2019 auswerten lassen. Dafür wurden 40 Krisen und Katastrophen analysiert, die mehr als eine Million Menschen betreffen. Nach Anzahl ihrer Erwähnung in Online-Medien wurden daraus die zehn Krisen mit der geringsten medialen Präsenz ermittelt.

Der Report erscheint in diesem Jahr zum vierten Mal. Angeführt wird die „Top 10“-Liste der vergessenen Krisen von Madagskar, gefolgt von Zentralafrika, Sambia, Burundi, Eritrea, Nordkorea, Kenia, Burkina Faso, Äthiopien und der Tschadsee-Region. Laut den Vereinten Nationen werden im Jahr 2020 insgesamt rund 26 Milliarden Euro benötigt, um humanitäre Hilfe für knapp 109 Millionen Menschen, die in Krisenregionen weltweit leben, zu leisten.

(care/vn 28)

 

 

 

 

Studie. Krisen in Afrika erhielten 2019 die wenigste Aufmerksamkeit

 

Das öffentliche Interesse für den Klimawandel und seinen Folgen scheint gewachsen zu sein - wenn sie nicht in Afrika stattfinden. Das zeigt eine aktuelle Studie. Neun von zehn Krisen, über die Medien am wenigsten berichtet haben, liegen in Afrika - mit schwerwiegenden finanziellen Folgen.

 

Die Hilfsorganisation Care beklagt mangelnde Aufmerksamkeit der Medien für humanitäre Krisen in Afrika. Neun der zehn vergessenen Krisen im vergangenen Jahr seien auf dem afrikanischen Kontinent geschehen, heißt es in dem Bericht „Suffering in Silence“ (Leiden in Stille), der am Dienstag in Berlin veröffentlicht wurde. Ganz oben auf Platz 1 der Liste steht Madagaskar, wo 2,6 Millionen Menschen durch klimatische Veränderungen hungern.

Es folgt die Zentralafrikanische Republik, wo wegen eines brutalen Bürgerkriegs 2,6 Millionen Menschen auf Hilfe angewiesen sind. Sambia landete auf dem dritten Platz, weil dort wegen wiederholter Ernteausfälle etwa 2,3 Millionen Menschen dringend Nahrungsmittelhilfe brauchen.

„Wir beobachten seit langem einen Zusammenhang zwischen der vom Menschen verursachten globalen Erwärmung und der Länge und Komplexität von humanitären Krisen“, erklärt Karl-Otto Zentel, Generalsekretär von Care Deutschland. „Obwohl das gesteigerte öffentliche Bewusstsein für die Klimakrise Mut macht, ist es gleichzeitig schockierend, wie wenig über ihre Auswirkungen im globalen Süden berichtet wird.“

Keine Berichte, kein Geld

Für Krisen, über die am wenigsten berichtet werde, gebe es auch oft die geringste Finanzierung. „Das müssen wir ändern“, sagte Peter Felten, Leiter des Referats für Multilaterale Gestaltung der Humanitären Hilfe im Auswärtigen Amt. „Es ist unsere Aufgabe, auch dorthin zu schauen, wo es keine Medienschlagzeilen und keine einfachen Antworten gibt.“

Laut den Vereinten Nationen werden im Jahr 2020 insgesamt rund 26 Milliarden Euro benötigt, um humanitäre Hilfe für knapp 109 Millionen Menschen in Krisenregionen weltweit zu leisten.

Die zehn humanitären Krisen weltweit, über die 2019 international am wenigsten berichtet wurde:

1. Madagaskar: 2,6 Millionen Menschen leiden durch klimatische Veränderungen Hunger.

2. Zentralafrikanische Republik: Wegen eines brutalen Konflikt brauchen etwa 2,6 Millionen Menschen humanitäre Hilfe.

3. Sambia: Wiederholt sind Ernten ausgefallen. Etwa 2,3 Millionen Menschen benötigen Nahrungsmittelhilfe.

4. Burundi: 1,7 Millionen Menschen haben nicht genug Mittel, um ihre Familien zu ernähren.

5. Eritrea: Infolge einer schweren Dürre leidet die Hälfte aller Kinder unter fünf Jahren an Unterernährung.

6. Nordkorea: 10,9 Millionen Menschen in dem isolierten Land benötigen humanitäre Hilfe.

7. Kenia: Nach Überschwemmungen und Dürren hungern mehr als 1,1 Millionen Menschen.

8. Burkina Faso: Bewaffnete Konflikte betreffen 5,2 Millionen Menschen.

9. Äthiopien: Naturkatastrophen, Mangelernährung und Vertreibung bedrohen die Ernährung von 7,9 Millionen Menschen.

10. Tschadsee-Region: Zehn Millionen Menschen leiden unter Konflikten, Vertreibung und Hunger.

2,4 Millionen Meldungen ausgewertet

Auf der Liste der zu wenig beachteten Krisen stehen auch Hunger in Burundi, Eritrea, Nordkorea, Kenia sowie die Gewalt in Burkina Faso. Es folgen Naturkatastrophen, Mangelernährung und Vertreibung in Äthiopien und in der Tschadseeregion. Care hat für die Liste das internationale Medienbeobachtungsunternehmen Meltwater beauftragt.

Dafür wurden den Angaben mehr als 2,4 Millionen Online-Meldungen in englischer, deutscher, französischer, spanischer und arabischer Sprache im Zeitraum vom 1. Januar bis 15. November 2019 ausgewertet. Im Blick waren 40 Krisen und Katastrophen, die mehr als eine Million Menschen betreffen. Davon wurden die zehn Krisen ermittelt, über die am wenigsten berichtet wurde. (epd/mig 29)

 

 

 

Soros beschuldigt Facebook der Verschwörung zur Wiederwahl von Trump

 

In einer Rede in Davos beschuldigte der Milliardär und Philanthrop George Soros Facebook, für die Wiederwahl von US-Präsident Donald Trump zu arbeiten. Zudem bezeichnete er Matteo Salvini als „Möchtegern-Diktator“, der eine der größten Bedrohungen für die europäischen Demokratien sei.

In seiner traditionellen Rede auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos am späten Donnerstag, dem 23. Januar, sagte Soros: „Das Überleben freier Gesellschaften ist gefährdet, und wir stehen vor einer noch größeren Krise: dem Klimawandel“.

Währenddessen seien die USA, China und Russland in den Händen von „Möchtegern-Diktatoren oder tatsächlichen Diktatoren“, so der milliardenschwere Philanthrop.

Er beschrieb Trump als den „ultimativen Narzissten“, dessen Selbstverliebtheit eine „pathologische Dimension“ entwickelte, als er ins Weiße Haus einzog.

Während eine große Anzahl von „Followern“ der sozialen Medien seine „alternative Realität“ abkaufen, verwandelte sich sein Narzissmus während seiner Präsidentschaft in eine „bösartige Krankheit“, fuhr Soros fort.

Nach Facebook befragt, einem seiner Lieblingsziele, sagte Soros, dass das Unternehmen Trump dabei helfe, die US-Präsidentschaftswahlen im November zu gewinnen.

Mark Zuckerbergs Unternehmen leistet derzeit „überhaupt keine“ bessere Arbeit [als bei den Präsidentschaftswahlen 2016], so Soros.

Die britische Datenschutzbeauftragte fordert einen neuen Verhaltenskodex für die Nutzung digitaler Informationen im Wahlkampf.

Soros warf Facebook vor, „eine wichtige Rolle“ bei der Wahl des republikanischen Kandidaten im Jahr 2016 gespielt zu haben, und versicherte, dass es in diesem Jahr die gleiche Rolle spielen werde. Er sprach auch von einer „Art informeller Amtshilfeoperation oder einem sich entwickelnden Abkommen“ zwischen dem US-Präsidenten und dem Unternehmen.

„Facebook wird daran arbeiten, dass Trump wiedergewählt wird, und Trump wird daran arbeiten, Facebook zu schützen, so dass diese Situation nicht geändert werden kann, und das macht mir große Sorgen hinsichtlich des Ergebnisses für 2020“, betonte er.

Soros, der keine Beweise zur Untermauerung seiner Behauptungen lieferte, hat sich bereits in den vergangenen Jahren gegen die Social-Media-Plattform ausgesprochen. Im vergangenen Jahr verglich er die Firma mit einem Glücksspielunternehmen, das die Sucht unter den Nutzern anheizt und sich nur um die Gewinne kümmert. Er lobte anschließend die EU-Kartellkommissarin Margrethe Vestager dafür, dass sie sich den IT-Giganten vorgenommen hat. 

Nach den Anschuldigungen von Soros gegen Facebook in Davos im Jahr 2018 bat die Nummer zwei des Unternehmens, Sheryl Sandberg, ihr Team, Informationen über die finanziellen Interessen des Milliardärs zu sammeln, und beauftragte eine PR-Firma damit, eine Kampagne gegen Soros zu orchestrieren.

Facebook hat Maßnahmen vorgestellt, mit denen verhindert werden soll, dass sich ausländische Kräfte in nationale Wahlen einmischen. Doch die Kritik-Liste ist lang.

Xi’s ‘totale Kontrolle’

In seiner Rede ging Soros auch gegen einen anderen allmächtigen Mann des Planeten vor: Xi Jinping.

Nach seinen Worten wurde Xi „zu einem Diktator, sobald er genügend Stärke dazu erlangte“, setzte künstliche Intelligenz ein, „um die totale Kontrolle“ über seine 1,3 Milliarden Bürger zu erlangen, und „nutzte die Schwächen von Trump aus“.

Da Trump aber um seine Wiederwahl kämpfen muss, ist der Erfolg von XI „bei weitem nicht garantiert“, betonte Soros. Dabei verwies er auf Chinas Abhängigkeit von der US-Technologie – einschließlich der Mikroprozessoren, die für die 5G-Entwicklung benötigt werden -, Chinas sich verschlechternde wirtschaftliche Situation, seine alternde Bevölkerung und den parteiübergreifenden Konsens in den USA, den Aufstieg Chinas zur wirtschaftlichen Supermacht zurückzudrängen.

China will die Begrenzung der Amtszeiten des Präsidenten aufheben.

Im vergangenen Jahr konzentrierte Soros seine Rede auf Xi, „den gefährlichsten Feind“ freier Gesellschaften, und forderte Trump auf, gegen die chinesischen Telekommunikationsgiganten ZTE und Huawei „hart durchzugreifen“.

In diesem Jahr kritisierte Soros auch den ungarischen Ministerpräsidenten Viktor Orbán und den Führer der italienischen Rechtsextremen Matteo Salvini.

Der italienische Rechtsextremist sei, laut Soros, der „Möchtegern-Diktator Italiens“. Lob sprach er besonders für die „Sardinen-Bewegung“ aus, die sich traut gegen Salvini zu protestieren.

In Bezug auf Orbán vertrat Soros die Ansicht, dass er „das perfekte Beispiel für einen Diktator darstellt, der nicht weiß, wann er aufhören muss, repressiv zu sein“. Die Folge seines übertriebenen Vorgehens sei, dass er die lokale Macht verloren habe, auch in Budapest.

Eine Milliarde für Universitäten

Mit Blick auf die Zukunft setzte Soros seine Hoffnung auf Jugendbewegungen und Bildung. Aus diesem Grund kündigte er an, dass er eine Milliarde Euro in die Finanzierung eines neuen Universitätsnetzes, das Open Society University Network (OSUN), investieren werde.

Er beschrieb dieses Projekt zur Unterstützung von Studenten, Professoren und Forschern als das „wichtigste und nachhaltigste“ Projekt seines Lebens. Soros erklärte, dass dieses Netzwerk auf seinem Campus in Budapest, der Central European University und dem Bard College in New York aufbauen wird.

Ziel sei es, „ein neues und innovatives Bildungsnetzwerk aufzubauen, das die Welt wirklich braucht“, und „weitsichtige Partner“ einzuladen.

Die Central European University stand im Mittelpunkt von Soros‘ Streit mit Orbán, der die Universität aus seinem Land verwies.

An der Central European University (CEU) in Budapest beginnt bald das neue Semester. Aber in diesem Jahr bereiten sich viele der Studierenden auf den Umzug nach Wien vor, wo die Vorlesungen ab Oktober stattfinden. Der Grund dafür ist, dass die … Von Jorge Valero,  EA 27

 

 

 

Zur Deeskalation zwingen

 

Europa bleibt nach dem Libyen-Gipfel wenig Zeit, um die intervenierenden Staaten zur Zurückhaltung zu bewegen. Sonst droht eine beispiellose Zuspitzung.

Von Emadeddin Badi

        

Man hatte gehofft – vielleicht mehr aus Verzweiflung – dass die Libyen-Konferenz in Berlin ein Wendepunkt auf dem politischen Weg des Landes sein würde. Die Konferenz machte jedoch deutlich, warum ein echtes kollektives Engagement zur Stabilisierung des kriegszerrütteten nordafrikanischen Landes so schwer zu erreichen ist.

Auf dem seit langem geplanten Gipfel in Berlin gaben die Staats- und Regierungschefs der Welt triumphierend bekannt, dass sie sich alle auf die Unterzeichnung eines 55-Punkte-Kommuniqués geeinigt hatten. Darin verpflichteten sie sich, ausländische Interventionen zu beenden, das Waffenembargo zu respektieren und auf einen dauerhaften Waffenstillstand in Libyen hinzuarbeiten. Auf der Konferenz war Libyen nur in begrenztem Umfang vertreten, da der Premierminister der Übergangsregierung Regierung der Nationalen Einheit (GNA), Fayiz as-Sarradsch, und der Chef der Libysch-nationalen Armee, Chalifa Haftar, zwar formell als Teilnehmer eingeladen wurden, aber nicht an den Gesprächen teilnahmen.

Die Konferenz war bewusst als ein Forum geplant, das ausschließlich ausländische Staaten, die in den libyschen Konflikt verwickelt sind, zusammenbringen sollte. Sie machte deutlich, wie sehr dieser Krieg von ausländischen Mächten getrieben wurde: In den letzten zehn Monaten war immer offenkundiger geworden, dass externe Akteure  mit schweren Waffen, Drohnen und Söldnern das Waffenembargo der UN gegen Libyen unterliefen. Vor diesem Hintergrund zielte die deutsche Initiative zunächst darauf ab, die ausländischen Interventionen einzugrenzen und das Waffenembargo der UN zu stärken, mit dem Ziel, die lokalen Akteure schlussendlich zu einem Frieden zu bewegen.

Diese beiden Ziele verwandelten sich im Laufe des Prozesses in ein unverbindliches, 55 Punkte umfassendes Kommuniqué. Das Dokument war im Laufe eines halben Dutzends von Vorbereitungstreffen, an denen seit September 2019 Vertreter ausländischer Staaten teilnahmen, Gegenstand zahlreicher Beratungen und Änderungen gewesen. Die Manöver der Staaten, die Haftar unterstützen, waren der Hauptgrund für die erhebliche Verzögerung der Berliner Konferenz und erklären die Länge des Abschlussdokuments.

Anfang September glaubten Haftars Unterstützer, die Eroberung von Tripolis durch die Libysch-nationale Armee – mit Hilfe russischer Söldner und unverminderter Luftunterstützung durch die VAE – stünde kurz bevor. Dies veranlasste sie dazu, den Berliner Prozess aufzuhalten. Nachdem Haftars Offensive jedoch durch die der GNA angebotene türkische Unterstützung militärisch blockiert worden war, entschieden sich Haftars Unterstützer – in einer von Frankreich und Ägypten angeführten politischen Initiative –, das Kommuniqué Berlins für ihre Zwecke zu nutzen, indem sie seine Terminologie und Struktur beeinflussten.

Diese Dynamik war einer der ersten konzeptionellen Fehler des Berliner Prozesses, da ausländische Staaten auf diese Weise direkten militärischen Interventionismus gegen politischen Einfluss auf die Konturen der zukünftigen militärischen, politischen und wirtschaftlichen Landschaft Libyens eintauschten.

Dieser Ansatz ging nach hinten los. Er spielte genau den Mächten in die Hände, die bereit waren, sich auf einer Seite des libyschen Konflikts zu engagieren, um geopolitische Gewinne zu erzielen. Es ist unbestreitbar, dass Staaten wie die VAE, die Türkei und Russland lange Zeit heimlich in Libyen interveniert haben. Der Interventionismus der beiden letztgenannten Staaten kann jedoch zumindest teilweise darauf zurückgeführt werden, dass es Europa nicht gelungen ist, eine gemeinsame Politik zu entwickeln, um sie in den Vorbereitungsprozess von Berlin einzubinden. Die Unterzeichnung von zwei Memoranda über militärische Zusammenarbeit und maritime Abgrenzung zwischen der libyschen Regierung von Tripolis und Ankara machen diese europäischen Versäumnisse umso ärgerlicher.

Die Panik über die Auswirkungen des Memorandums auf das östliche Mittelmeer führte zu einer reaktiven Diplomatie, die der GNA die Schuld dafür gab, dass sie Ankara um militärische Unterstützung bat. Dabei vernachlässigten die Europäer die transnationale Koalition, die sich zunehmend auf Haftars Seite einmischte. Das schmälerte die Glaubwürdigkeit Europas als Vermittler. Die Nachteile dieses reaktiven Ansatzes der Diplomatie zeigen sich am ehesten an Sarradschs Weigerung, zu einem Treffen mit dem italienischen Ministerpräsidenten zu reisen, der sich stattdessen nur mit Haftar traf.

Vor diesem Hintergrund versuchten die Türkei und Russland, aus dem europäischen Versagen Kapital zu schlagen, indem sie ihre eigene bilaterale Initiative zur Aushandlung eines Waffenstillstands in Moskau ankündigten. Obwohl es ihnen gelang, die verschiedenen Akteure zusammenzubringen, weigerte sich Haftar, das Waffenstillstandsabkommen zu unterzeichnen. Dennoch hatten die Kämpfe um Tripolis anscheinend nachgelassen, und die Symptome der Internationalisierung des Konflikts schwächten sich ab.

Der Impuls, darauf zu reagieren, überkam die Europäer erneut – sie kündigten hastig an, bald den Berliner Gipfel zu veranstalten. Anstatt das Ergebnis der Moskauer Initiative zu nutzen und Haftar und seine ausländischen Unterstützer – vor allem die VAE – zu zwingen, tatsächlich einen Waffenstillstand auszuhandeln, wurde effektive Politik gegen reine Zweckmäßigkeit eingetauscht. Zu diesem Zeitpunkt waren die ursprünglichen Ziele der Konferenz bereits verwässert worden. Darüber hinaus entschied sich Bundeskanzlerin Merkel, sowohl Haftar als auch Sarradsch einzuladen, was so aussah, als besänftige sie ersteren, obwohl er eine friedliche Lösung ablehnte.

Es überrascht daher nicht, dass der Berliner Gipfel am gleichen Punkt wie Moskau scheiterte. Der mangelnde politische Wille, auf Haftar Druck auszuüben, wurde erneut deutlich, als er einen weiteren Vorschlag für einen Waffenstillstand ablehnte. Dieser doppelte Fehlschlag ist symptomatisch für eine weitaus problematischere Dynamik: Multilaterale Initiativen zur Bewältigung des Libyen-Konflikts können nicht funktionieren, wenn bilaterale Wirtschaftsbeziehungen und ideologische Affinitäten eine dringend notwendige Lösung verhindern. Die Europäer üben deswegen keinen Druck auf Haftar aus, weil sie die Beziehungen zu seinen wichtigsten Geldgebern – nämlich Ägypten und die VAE – nicht belasten wollen. Putin hatte das zumindest versucht. Haftars Trotz rührt jedoch aus seinem Vertrauen darauf, dass ihm aufgrund des bisherigen Aufwands und des ideologischen Einklangs seiner Verbündeten mit ihm die Unterstützung in jedem Fall sicher sei.

Sein Schachzug war wohl keine Fehlkalkulation, da in den Tagen nach Berlin offenbar zusätzliche militärische Ausrüstung in seine Hochburg im Osten Libyens verlegt wurde. Auf der gegnerischen Seite hat die Türkei mehr syrische Söldner nach Libyen verlegt, Luftverteidigungssysteme in Westlibyen stationiert und in der westlichen Stadt Misrata ein Kommando- und Kontrollzentrum für militärische Operationen eingerichtet. Der fragile Waffenstillstand wurde wiederholt gebrochen, als Haftars Streitkräfte nur wenige Tage nach der Konferenz den einzigen internationalen Flughafen von Tripolis mehrfach beschossen.

Die gefährlichste – wenn auch vielleicht unbeabsichtigte – Folge der Berliner Konferenz wird folgende sein: Da die einheimischen Akteure – nämlich Haftar – nicht dazu gezwungen wurden, einen Waffenstillstand zu akzeptieren, wird der libysche Konflikt weiter eskalieren, da die lokalen Akteure die Politik mit anderen Mitteln voll und ganz anwenden. Berlins Versäumnis, Druck auf die in Libyen intervenierenden Staaten auszuüben, und die fehlenden Erfolge werden die Internationalisierung des Konflikts nur beschleunigen.

Wenn die europäischen Staaten nicht den politischen Willen aufbringen, den Berliner Prozess weiterzuverfolgen, ihre Positionen anzugleichen und Haftar und die ausländischen Akteure kollektiv zur Deeskalation zu zwingen, würde der Gipfel lediglich eine beispiellose militärische Eskalation in Libyen ermöglichen, die vor allem von ausländischen Akteuren vorangetrieben würde. In dieser Hinsicht wäre ein Scheitern Berlins nicht zu vergleichen mit dem Scheitern früherer Libyen-Gipfel wie denen in Paris, Palermo oder Abu Dhabi. Die Folgen für die Diplomatie sowie die militärische und politische Landschaft Libyens werden wahrscheinlich unumkehrbar sein.

Wenn Europa in dem kurzen Zeitfenster, das die Berlin-Konferenz für ein konstruktives Engagement zur Verfügung gestellt hat, inkohärent oder uneinig agiert, gefährdet es nicht nur seine eigene Glaubwürdigkeit. Es verlöre seinen verbleibenden Einfluss an die intervenierenden Staaten. Diese Länder, die im Großen und Ganzen von den libyschen Unruhen nicht betroffen sind, werden wenig Grund zur Zurückhaltung haben, wenn selbst die von der Instabilität in Libyen Betroffenen es vermeiden, sich ihnen zu stellen.

Aus dem Englischen von Daniel Kopp und Sabine Dörfler. IPG 27

 

 

 

 

"Kollektiver Wahn". Studie warnt vor Radikalisierung Rechtsextremer im Internet

 

Das Internet hat sich als fruchtbarer Nährboden für Antisemitismus, Rassismus und weiteren rechtsextremen Ideologien erwiesen. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor. Die Amadeu-Antonio-Stiftung fordert eine aufmerksame digitale Zivilgesellschaft.

Die Radikalisierung im Internet und in den sozialen Medien ist einer neuen Studie zufolge der stärkste Antrieb für den internationalen Rechtsterrorismus. Die Ergebnisse eines zweijährigen Monitorings von mehr als 600 Online-Kanälen zeigten, dass sich in digitalen Hass-Communities im Internet rechtsextreme Parallelgesellschaften bilden, teilte die Amadeu-Antonio-Stiftung am Donnerstag in Berlin mit. Sie würden sich zunehmend abschotten und in einen „kollektiven Wahn“ hineinsteigern.

Die Täter beriefen sich bei Anschlägen wie in Christchurch und Halle auf eine ähnliche Ideologie, wählten ähnliche Anschlagsformen, bezögen sich in Manifesten aufeinander, motivierten sich damit gegenseitig und würden um Nachahmungstäter werben, betonte die Stiftung. Dem müsse mit flächendeckender Förderung von Medienkompetenz innerhalb und außerhalb der Schule begegnet werden, um Jugendliche gegen Strategien zur Meinungsmanipulation zu immunisieren.

Rechte Strategien zur Meinungsmanipulation

Um ihre Ideologie auch in den populären Netzwerken zu verbreiten, setzten Rechtsextreme auf bewusste Strategien zur Meinungsmanipulation. Rechts-alternative Medien, Blogs und Influencer erfüllten eine Scharnierfunktion: „Mit Desinformationen wie zur Herkunft eines mutmaßlichen Täters, Verschwörungserzählungen wie der Umbenennung deutscher Weihnachtsmärkte aus Rücksicht auf eine angebliche Islamisierung oder der permanenten Delegitimierung etablierter Medien als ‚Lügenpresse‘ ebnen diese Akteure den Weg für radikalere Inhalte“, heißt es in einer Mitteilung der Stiftung.

„Die Rechtsextremen führen bewusst und strategisch einen Kampf der Meinungen. Wer sich Videos zum Rundfunkbeitrag anschaut, landet schnell bei angeblich gleichgeschalteten Medien und letzten Endes bei einer angeblichen Meinungsdiktatur. Unter den Videos wird offensiv für die passenden Chatgruppen geworben. In diesen Gruppen fügen sich die ideologischen Puzzleteile zu einem großen Ganzen, scheinbare Widersprüche lösen sich in einfachen Antworten auf“, erklärt Miro Dittrich, Experte für Online-Monitoring bei der Amadeu Antonio Stiftung.

Radikalisierung in geschlossenen Räumen

Populäre Netzwerke wie Facebook, Youtube und Instagram gingen zunehmend gegen rechtsextreme Inhalte vor und verbannten sie von den Plattformen. Dies koste Rechtsextremen spürbare Reichweite und führe dazu, dass sie ihre Aktivitäten in weniger restriktive Online-Räume und alternative Plattformen verlagern.

„Rechtsextreme nutzen heute mehrere Plattformen gleichzeitig, um in ihren Zielgruppen Menschenhass und Verschwörungserzählungen zu verbreiten. Über ein eng verästeltes Netz von Angeboten werden unterschiedlichste Zielgruppen angesprochen und in eine alternative Online-Welt gezogen. Das wachsende generelle Misstrauen gegenüber etablierten Medien begünstigt die Entstehung von rechts-alternativen Echokammern“, erklärt Dittrich.

Stiftung fordert aufmerksame digitale Zivilgesellschaft

Die Auseinandersetzung mit rechtsextremer Online-Radikalisierung müsse beginnen, bevor Menschen in geschlossenen Hass-Communities landen, forderte die Stiftung. Dies könne nur durch eine aufmerksame digitale Zivilgesellschaft gelingen, „die Gegenrede und Widerspruch gegen Hassnarrative leistet“. Konspirative Online-Gruppen könnten zudem nur mit höherem Verfolgungsdruck durch Netzwerkbetreiber und besser geschulte Sicherheitsbehörden aufgelöst werden.

Die Stiftung hat nach eigenen Angaben für die Analyse mehr als 300 verschiedene Youtube-Kanäle, mehr als 200 Telegram-Kanäle und -Gruppen und über 150 Facebook-Gruppen ausgewertet. (epd/mig 31)

 

 

 

 

Europa-Union Generalsekretär Christian Moos: „Brexit ist ein historischer Rückschritt“

 

„Der 31. Januar ist ein schwarzer Tag für die EU und Großbritannien. Denn die Erkenntnis, dass gemeinsames europäisches Handeln weitaus mehr bewirkt als nationale Alleingänge, ist eine zivilisatorische Errungenschaft, von der die Bürgerinnen und Bürger der EU seit den Anfängen der europäischen Einigung profitiert haben“, sagt Christian Moos, Generalsekretär der überparteilichen Europa-Union Deutschland. Doch bei aller Trauer und Wehmut ließen sich die Europäischen Föderalisten nicht entmutigen. „Wir halten fest an unserer Vision eines europäischen Bundestaates, der alle Europäerinnen und Europäer in Frieden und Freiheit vereint“, so Moos.

 

„Der Brexit ist und bleibt ein historischer Rückschritt. Er wurde begünstigt durch Unwissen und Unwahrheiten, europaskeptischen und fremdenfeindlichen Populismus, der auch unser Land bedroht. Diesen Tendenzen müssen wir uns als Gesellschaft entschlossen entgegenstellen“, betont Moos.

 

Besonders gelte es jetzt aber, die Verbindung zu den Menschen im Vereinigten Königreich von Großbritannien und Nordirland zu halten und wo immer möglich auszubauen. „Europa ist auch und gerade auf der Basis von Städtepartnerschaften, des grenzübergreifenden Miteinanders von bürgerschaftlichen Vereinen, Sportbegegnungen und Jugendaustausch gewachsen. Daran wollen wir festhalten und bestehende Freundschaften zu Britinnen und Briten pflegen und neue anstreben“, erklärt Moos.

 

Das gemeinsame Haus Europa zu errichten, sei ein Generationenauftrag, der weder mit den Römischen Verträgen noch mit Maastricht oder Lissabon abgeschlossen gewesen sei. „Das Brexit-Referendum von 2016 und der am 31. Januar erfolgende Austritt Großbritanniens geben keine endgültigen Antworten auf die Frage nach Großbritanniens künftigem Platz in Europa“, ist Christian Moos überzeugt.

 

Die überparteiliche Europa-Union Deutschland erwarte von der Politik auf allen Ebenen zweierlei. Erstens müsse nun alles darangesetzt werden, eine gute Lösung für die künftigen Beziehungen zwischen der EU und Großbritannien zu finden. „Wir dürfen nicht vergessen, dass in der EU wie im Vereinten Königreich die Lebensentwürfe von Millionen Bürgerinnen und Bürgern vom Ausgang der nun anstehenden Verhandlungen abhängen. Für diese schwierigen Verhandlungen muss allerdings auch klar sein, dass die EU keine Zugeständnisse machen darf, die sie selbst in Frage stellen würden“. Zweitens erwarte die Europa-Union zeitnah konkrete, mutige Schritte hin zu einem neuen Konvent, der die EU auf der Grundlage ihrer Werte und Ziele zukunftsfest macht. „Die Konferenz über die Zukunft Europas kann nur der erste Schritt dazu sein und die angekündigte Bürgerbeteiligung darf kein Feigenblatt sein“, sagt Generalsekretär Moos.

EUD 30

 

 

 

 

Ab Februar. Polizei MV nennt jetzt immer Nationalität von Tatverdächtigen

 

Die Landespolizei Mecklenburg-Vorpommern wird ab Februar in ihren Pressemitteilungen grundsätzlich die Nationalität von Tatverdächtigen nennen. Dem Gleichheitsgrundsatz entsprechend schließe das auch die deutsche Nationalität mit ein.

Die Landespolizei Mecklenburg-Vorpommern wird ab Februar in ihren Pressemitteilungen grundsätzlich die Nationalität von Tatverdächtigen nennen. Dem Gleichheitsgrundsatz entsprechend schließe das auch die deutsche Nationalität mit ein.

Innenminister Lorenz Caffier erklärte: „Ich habe mich gemeinsam mit der Landespolizei für diese Verfahrensweise entschlossen, da die unterschiedlichen Sichtweisen in den einzelnen Bundesländern leider nicht zu einer einheitlichen Regelung führten.“

Wertungsfreie Nennung

Die Staatsangehörigkeit werde wertungsfrei und neutral benannt. Mit der neuen Regelung werde nicht nur die Staatsangehörigkeit der Tatverdächtigen, sondern grundsätzlich von allen Beteiligten aufgeführt, sofern sie der Polizei bekannt ist.

Hintergrund des Vorhabens ist Caffier zufolge die Erhöhung der Transparenz in der polizeilichen Berichterstattung. „Gerade bei Straftaten, an denen Migranten beteiligt sind, wird oft der haltlose Vorwurf erhoben, Behörden verheimlichten bewusst die Herkunft der Tatverdächtigen“, so der Innenminister.

Nennung umstritten

Mit dieser Regelung wolle das Land Mutmaßungen und Gerüchten entgegenwirken. Diese sind Caffier zufolge „nicht selten rechtspopulistisch geprägt“. Die Nennung der Herkunft solle das Sicherheitsgefühl der Menschen stärken und Fake News und Hass vorbeugen.

Die Nennung der Nationalität von Tatverdächtigen in polizeilichen Pressemitteilungen ist umstritten. Experten bemängeln unter anderem, dass es Rechtspopulisten nicht um die Staatsbürgerschaft von Tatverdächtigen geht, sondern um deren möglichen Migrationshintergrund. Insofern beuge die Nennung der Nationalität Fake News und Hass nicht vor, sondern befördere Spekulationen vielmehr.

Herkunftsnennung hat zugenommen

Die Frage, wann in Medien die Herkunft von Tatverdächtigen genannt wird, regelt der Deutsche Presserat im Pressekodex. Der Presserat hatte die entsprechende Richtlinie 12.1 vor zwei Jahren geändert. Sie fordert seitdem statt eines „begründbaren Sachbezugs“ ein „begründetes öffentliches Interesse“ als Voraussetzung für die Erwähnung der Herkunft. Die alte Praxis war vor allem im Zuge der Berichterstattung über die sexuellen Übergriffe in der Kölner Silvesternacht 2015 in die Kritik geraten.

Journalismus-Forscher Thomas Hestermann zufolge hat in der Berichterstattung über Gewaltdelikte die Nennung der Herkunft eines Verdächtigen drastisch zugenommen. Die Nationalität mutmaßlicher Täter habe im Jahr 2014 kaum eine Rolle gespielt. Laut Hestermann hat die Silvesternacht in Köln alles geändert: 2017 sei in jedem sechsten Fernsehbeitrag über Gewaltdelikte die Herkunft von Verdächtigen genannt worden, 2019 sogar in jedem dritten. (epd/mig 31)

 

 

 

UNO/Vatikan: Wie die Kirche während der Shoah den Juden half

 

Viele Juden verdanken der direkten oder indirekten Aktion der Kirche während der Shoah ihr Leben. Eine Konferenz zu diesem Thema wird an diesem 27. Januar am Sitz der Vereinten Nationen in New York durch den Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls organisiert.

Exakt 75 Jahre nach der Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz-Birkenau wird an diesem Montagnachmittag ein internationales Symposium stattfinden, das den Titel trägt: „Remembering the Holocaust: The Documented Efforts of the Catholic Church to Save Lives“ – zu Deutsch „An den Holocaust erinnern: die dokumentierten Anstrengungen der katholischen Kirche, Leben zu retten.“

Dank der Tagung soll ein größeres Publikum mit den jüngsten Ergebnissen der Forschung in Berührung kommen, die sich damit auseinandersetzt, wie die katholische Kirche und Eugenio Pacelli, erst als Kardinal, dann als Papst Pius XII., Hitler bekämpft und vielen durch die Nazis verfolgten Menschen (darunter zahlreiche Juden) geholfen hatten, zu überleben.

Die Tagung wurde durch den Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Zusammenarbeit mit der Stiftung „Pave the Way“ organisiert. Unter dem Link http://webtv.un.org/ kann die Tagung von 21.00 Uhr bis 24.00 Uhr MEZ live verfolgt werden. Experten aus aller Welt nehmen teil, darunter auch der deutsche Historiker Michael Hesemann sowie Johan Ickx, Archivar am vatikanischen Staatssekretariat.

Einsicht in Primärquellen

Ickx ist verantwortlich für das Archiv der mit Auslandsbeziehungen beauftragten Sektion des Staatssekretariats, die durch Erzbischof Paul Gallagher geleitet wird. In seiner Einlassung wird er auch die Ergebnisse der Studie zitieren, die der Belgier Dominiek Oversteyns vorgelegt hat. Auf etwa 2000 Seiten hat er dank der Einsicht in Primärquellen, Dokumente und Zeugnisse von Überlebenden das Schicksal der römischen Juden rekonstruiert. Viele der Überlebenden fanden in 49 Konventen der Ewigen Stadt Unterschlupf (mehr Informationen auf Italienisch unter http://www.papapioxii.it/approfondimenti/lopera-a-favore-degli-ebrei-di-roma/). (vn 27)

 

 

 

 

Gedenkstunde im Bundestag. Kein Schweigen über Auschwitz

 

Mit der traditionellen Gedenkstunde hat der Bundestag am Mittwoch der Millionen Opfer der Nazis gedacht. Die Redner appellierten, Fremdenhass und Antisemitismus entgegenzutreten. Bundespräsident Steinmeier bezeichnete das als Prüfung für Deutschland. Von Corinna Buschow

 

In der Gedenkstunde des Bundestags für die Opfer des Holocaust haben Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier und der israelische Präsident Reuven Rivlin Widerstand gegen völkisches Denken und Fremdenhass gefordert. Wer das Andenken der Opfer des Holocaust ehren wolle, müsse Demokratie und Rechtsstaat schützen, sagte Steinmeier am Mittwoch in seiner Rede in Berlin. Rivlin äußerte sich besorgt darüber, dass Europa von den „Geistern der Vergangenheit heimgesucht“ werde. Er appellierte an die besondere Verantwortung Deutschlands gegen Nationalismus, Fremdenhass und Antisemitismus – und dafür, die Erinnerung an den Holocaust wachzuhalten.

„Die bösen Geister der Vergangenheit zeigen sich heute in neuem Gewand“, sagte Steinmeier. „Ich fürchte, auf all das waren wir nicht genügend vorbereitet.“ Diese Prüfung müsse Deutschland bestehen. „Das sind wir der Verantwortung vor der Geschichte, den Opfern und auch den Überlebenden schuldig“, sagte er.

„Wir vergessen nicht, was geschehen ist! Wir vergessen auch nicht, was geschehen kann.“

Für Steinmeier und Rivlin war die Gedenkstunde im Bundestag der Schlusspunkt mehrerer gemeinsamer und symbolträchtiger Erinnerungsveranstaltungen innerhalb der vergangenen Woche. Steinmeier redete vergangenen Donnerstag als erstes deutsches Staatsoberhaupt in der Jerusalemer Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem. Rivlin und Steinmeier besuchten zudem am Montag gemeinsam das frühere Konzentrations- und Vernichtungslager Auschwitz und gingen dort gemeinsam durch das berühmte Tor mit der Inschrift „Arbeit macht frei“. Gemeinsam flogen sie danach nach Berlin.

„Leuchtturm“

Mit ihrem freundschaftlichen Verhältnis demonstrierten beide auch immer wieder die Verbindung zwischen Israel und Deutschland. „Die Versöhnung ist eine Gnade, die wir Deutsche nicht erhoffen konnten oder gar erwarten durften“, sagte Steinmeier im Bundestag. Rivlin lobte Deutschland als „Leuchtturm“ für die Verteidigung liberaler Werte in Europa. Wenn Juden dort heute nicht frei leben könnten, könnten sie es auch nicht woanders auf der Welt, sagte er.

„Wir vergessen nicht, was geschehen ist! Wir vergessen auch nicht, was geschehen kann“, versprach Steinmeier Rivlin. Zugleich forderte er, neue Formen des Gedenkens für junge Menschen zu finden und wandte sich gegen jede Instrumentalisierung der Vergangenheit. Geschichte dürfe nicht zur Waffe werden, sagte Steinmeier. Rund 30 Minuten redete Rivlin nach Steinmeier, betonte die Verantwortung Deutschlands, übte aber auch scharfe Kritik am Iran und begrüßte die Überlegungen von US-Präsident Donald Trump für Frieden im Nahen Osten.

„Todesfabrik“

Mehr als eine Million Menschen hatten die Nationalsozialisten in der „Todesfabrik“ Auschwitz – so formulierte es Steinmeier – ermordet. Am 27. Januar 1945 befreiten sowjetische Truppen das Lager. 1996 wurde der Tag vom damaligen Bundespräsidenten Roman Herzog zum Gedenktag für die Opfer des Nationalsozialismus proklamiert. Die Gedenkstunde des Bundestags hat seitdem Tradition.

Bundestagspräsident Wolfgang Schäuble wandte sich in seiner Ansprache gegen jedes Kleinreden oder Umdeuten der Nazi-Verbrechen heute. „Es gibt kein heilsames Schweigen über Auschwitz“, sagte Schäuble mehrfach: „Es gehört zum gesellschaftlichen Grundkonsens, diese historische Verantwortung anzunehmen.“ (epd/mig 30)

 

 

 

 

Die Europa-Union Deutschland zur Konferenz zur Zukunft Europas

 

Die überparteiliche Europa-Union Deutschland begrüßt die angekündigte Konferenz zur Zukunft Europas, die am 9. Mai dieses Jahres ihre Arbeit aufnehmen soll. Sie unterstützt die am 24. November in Rom verabschiedete Resolution der Union Europäischer Föderalisten (UEF) und bekräftigt wie diese ihren Wunsch nach einer tiefgreifenden Reform der Europäischen Union. Denn ein Weiter so darf es nicht geben!

Angesichts der vielfältigen Herausforderungen und ungelösten Probleme, vor denen Europa steht, erwartet die Europa-Union Deutschland konkrete Ergebnisse und Vorschläge für eine Vertragsreform beziehungsweise die Überführung der Konferenz in einen neuen Verfassungskonvent mit entsprechendem Auftrag. Mehr Zusammenhalt zwischen den EU-Staaten, bessere Handlungsfähigkeit der Unionsorgane und die Stärkung von Demokratie und Rechtsstaatlichkeit auf allen Ebenen müssen das Ziel eines neuen Europäischen Verfassungsvertrags sein. Besser zusammen, muss die Maxime verantwortlichen europäischen Handelns sein!

Die Europa-Union Deutschland fordert, dass das Europäische Parlament als einziges demokratisch direkt gewähltes Organ der Europäischen Union in der Konferenz die Schlüsselrolle einnimmt, die ihm in der repräsentativen Demokratie zukommt. Sie unterstützt die Entschließung des Parlaments vom 15. Januar 2020. Die nationalen Parlamente sind in geeigneter Weise zu beteiligen. Das Heft des Handelns darf nicht weiter bei den Regierungen und dem Europäischen Rat liegen, denn sie haben in der jüngeren Vergangenheit zu wenig dazu beigetragen, den europäischen Stillstand und die sich auftuenden Gräben zu überwinden!

Die Einbeziehung zufällig ausgewählter Bürgerinnen und Bürger in die bis 2022 tagende Konferenz stellt ein Novum dar, das aus Sicht der Europa-Union die Chance bietet, europäische Öffentlichkeit herzustellen und zur Weiterentwicklung einer europäischen Bürgergesellschaft beizutragen. Es wird darauf ankommen, dass die repräsentativ in die Agoren gelosten Bürgerinnen und Bürger echte Teilhabe erfahren und auf ihre Aufgabe gut vorbereitet werden. Im Anschluss an ihre Beteiligung muss deutlich werden, welche konkreten Beiträge sie haben leisten können. Die Bürgerbeteiligung muss ernsthaft erfolgen, transparent und unter Nutzung digitaler Technologien inklusiv sein.

Die Europa-Union fordert darüber hinaus die Beteiligung der organisierten Zivilgesellschaft auf allen Ebenen. Die Europa-Union begrüßt, dass der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss und der Ausschuss der Regionen beteiligt sind. Denn die Vielfalt seiner Regionen und das Vorhandensein einer lebendigen Zivilgesellschaft, die mit ihrer Expertise sowie ihrer Multiplikatoren- und Vermittlerrolle viel zum Zukunftsdialog beizutragen hat, zeichnen Europa aus! eud

 

 

 

 

Bevölkerungswachstum. Wanderungssaldo nimmt im vierten Jahr in Folge ab

 

Die Bevölkerung ist 2019 deutlich schwächer gewachsen als in den Jahren zuvor. Dem Statistischen Bundesamt zufolge ist der Rückgang auf die schrumpfende Nettoeinwanderung zurückzuführen.

 

Der Bevölkerungszuwachs in Deutschland hat sich abgeschwächt. Ende 2019 lebten nach einer ersten Schätzung des Statistischen Bundesamtes 83,2 Millionen Menschen in Deutschland, rund 200.000 mehr als ein Jahr zuvor. „Allerdings wuchs die Bevölkerung deutlich schwächer als in den Jahren 2013 bis 2018“, teilte die Behörde am Freitag mit.

Seit der deutschen Wiedervereinigung vor drei Jahrzehnten gab es den Angaben zufolge steigende Einwohnerzahlen, mit Ausnahme der Jahre 1998 sowie 2003 bis 2010. „Dieses Bevölkerungswachstum ist ausschließlich auf die Nettoeinwanderung zurückzuführen“, erklärten die Statistiker: „Ohne Wanderungsgewinne würde die Bevölkerung bereits seit 1972 schrumpfen, da seither jedes Jahr mehr Menschen starben als geboren wurden.“

Die Nettoeinwanderung nach Deutschland lag der Behörde zufolge voraussichtlich deutlich unter Vorjahresniveau. Die Statistiker schätzen den Saldo aus Zu- und Fortzügen auf 300.000 bis 350.000. „Der Wanderungssaldo würde damit nach der extrem starken Nettoeinwanderung des Jahres 2015 im vierten Jahr in Folge abnehmen“, teilte das Bundesamt mit. 2018 waren 399.700 Personen mehr nach Deutschland zu- als fortgezogen. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Umfrage. Ausländischer Name erschwert die Wohnungssuche

 

Keine Moslems, keine Ausländer, keine fremd klingenden Namen: Es gibt offenbar viele fragwürdige Gründe für Absagen von Vermietern. Experten fordern eine Gesetzesänderung, um Benachteiligungen auf dem Wohnungsmarkt künftig besser zu begegnen.

In Deutschland wird jeder dritte Wohnungssuchende mit Migrationshintergrund auf dem Wohnungsmarkt diskriminiert. Das ist das Ergebnis einer repräsentativen Umfrage der Antidiskriminierungsstelle des Bundes, die am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. Der kommissarische Leiter der Behörde, Bernhard Franke, sprach sich für eine Gesetzesänderung aus. Ausnahmeregelungen im Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz (AGG) seien offen für Missbrauch und könnten Rechtfertigungen für rassistische Diskriminierungen bieten.

Die Diakonie nannte das Ergebnis der Umfrage erschreckend: „Rassismus hat viele Gründe, aber nie eine Rechtfertigung“, sagte Präsident Ulrich Lilie in Berlin. Bezahlbarer Wohnraum sei „eine der zentralen Fragen unserer Zeit“, der Wohnungsbau gehöre deshalb „ganz oben auf die politische Agenda“.

Der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbandes, Ulrich Schneider, äußerte sich wenig überrascht und forderte eine Aufklärungskampagne über das Diskriminierungsverbot sowie den Ausbau örtlicher Beratungsstellen. Die integrationspolitische Sprecherin der Linksfraktion im Bundestag, Gökay Akbulut, sprach sich für eine Novellierung des AGG aus. Die Umsetzung des Rechtsschutzes scheitere oft am mangelnden Bekanntheitsgrad des Gesetzes. Zudem klagten Betroffene über eine zu hohe Beweislast.

Ausnahmen Europarechtswidrig

Laut einem Rechtsgutachten des Bonner Juraprofessors Gregor Thüsing im Auftrag der Antidiskriminierungsstelle verstoßen die Ausnahmen vom Diskriminierungsverbot gegen Europarecht. Zuletzt war Mitte Januar in Berlin ein großes Wohnungsunternehmen wegen Diskriminierung eines türkeistämmigen Bewerbers bei der Wohnungsvergabe von einem Gericht zu einer Entschädigung in Höhe von 3.000 Euro verurteilt worden.

Oft reiche schon ein fremd klingender Name aus, um nicht zur Wohnungsbesichtigung eingeladen zu werden, sagte Franke. Demnach machten rund 15 Prozent aller Befragten, die in den vergangenen zehn Jahren auf Wohnungssuche waren, Diskriminierungserfahrungen aus rassistischen Gründen, wegen der Zugehörigkeit zu einer ethnischen Gruppe oder der Herkunft aus einem anderen Land. Besonders betroffen waren Menschen mit Migrationshintergrund (35 Prozent). Zugleich äußerten 29 Prozent der Befragten große oder sehr große Bedenken gegenüber Einwanderern als Nachbarn, bei potenziellen Vermietern sogar 41 Prozent. Die Studie beruht auf einer telefonischen Befragung von 1.041 zufällig ausgewählten deutschsprachigen Personen ab 16 Jahren in Privathaushalten in der zweiten Oktoberhälfte 2019.

Rechtliche Schlupflöcher schließen

Franke empfahl, „rechtliche Schlupflöcher“ zu schließen. So gilt das Diskriminierungsverbot im AGG bislang nicht, wenn ein besonderes „Nähe- oder Vertrauensverhältnis“ eingegangen wird, etwa bei Nutzung von Wohnraum auf demselben Grundstück. Diese Regelung besonders für kleine Vermieter lasse den Diskriminierungsschutz bislang hinter den Schutz der Privatsphäre zurücktreten.

Außerdem dürfen laut AGG Wohnungsgesellschaften zur Vermeidung sogenannter Ghettobildung Wohnungssuchende unterschiedlich behandeln. Das sei zwar ein legitimes Interesse, sollte aber künftig nur noch gelten, um bislang diskriminierte Gruppen besserzustellen, sagte Thüsing. (epd/mig 30 )

 

 

 

Fan-Forscher. Wachsamkeit gegen rechtsextreme Fans in den Stadien

 

Affengeräusche aus dem Schalke-Block gegen einen Schwarzen Fußballspieler in einem DFB-Pokalspiel hat Diskussionen um Rassismus in Fankurven ausgelöst. Soziologe Pilz mahnt zu Wachsamkeit auf und fragt, ob dort Geister gekommen sind, die Schalke-Aufsichtsratschef Tönnies einst gerufen hat.

 

Die rassistischen Ausfälle beim Fußball-Pokalspiel Schalke 04 gegen Hertha BSC sollten nach Ansicht des hannoverschen Fanforschers Gunter Pilz nicht überbewertet werden. „Wenn in der Fankurve 10.000 Menschen mitfiebern, sind immer ein paar Idioten darunter“, sagte der emeritierte Sportsoziologe am Mittwoch dem „Evangelischen Pressedienst“. Gleichzeitig mahnte er jedoch Wachsamkeit gegen rechtsextreme Fans in den Stadien an, Rassismus dürfe nie verharmlost werden.

Der Vorsitzende der Ethikkommission des Deutschen Fußball-Bundes (DFB), Thomas Oppermann, sagte, es sei absoluter Konsens beim DFB, dass Respekt, Fairness, Vielfalt und Toleranz als die Werte des Fußballs überall durchgesetzt werden müssen, wo Fußball gespielt wird. Der jüngste Vorfall in Gelsenkirchen zeige, wie dringlich es sei, dieses Thema zu bearbeiten, sagte der SPD-Bundestagsabgeordnete.

Affengeräusche aus dem Schalke-Block

Bei dem DFB-Pokalspiel am Dienstagabend in Gelsenkirchen waren aus dem Schalke-Block mehrfach Affengeräusche imitiert worden, um den in Chemnitz geborenen schwarzen Berliner Spieler Jordan Torunarigha zu verunglimpfen. Schalke hatte sich nach dem Spiel für das Verhalten von „Vollidioten“ entschuldigt.

Fanforscher Pilz sagte, beim Fußball gebe es genauso viel Rassismus wie in der übrigen Gesellschaft auch. Es sei bedauerlich, dass sich ausgerechnet Schalke-Fans zu den rassistischen Beleidigungen hätten hinreißen lassen. Der Verein sei einer der ersten gewesen, der sich aktiv gegen Rechtsradikale unter den Fans gewehrt habe. Die Fan-Szene engagiere sich stark gegen Fremdenfeindlichkeit und rechte Hooligans.

Geister, die Tönnies rief?

Allerdings müsse sich Schalke-Aufsichtsratschef Clemens Tönnies fragen, „ob dies die Geister sind, die er gerufen hat“, sagte Pilz. Tönnies hatte im August vergangenen Jahres bundesweit für Kritik und Schlagzeilen gesorgt, als er in einer Rede höhere Steuern im Kampf gegen den Klimawandel kritisiert hatte. Vor knapp 1.600 Gästen fügte er in seiner Rede hinzu, stattdessen sollten lieber jährlich 20 Kraftwerke in Afrika finanziert werden: „Dann würden die Afrikaner aufhören, Bäume zu fällen, und sie hören auf, wenn’s dunkel ist, Kinder zu produzieren.“

Tönnies hatte sich später vor der DFB-Ethikkommission von seinen Aussagen distanziert. Die Kommission hat daraufhin den Satz missbilligt, sich aber gegen eine Anklage entschieden. Begründung: Tönnies habe glaubhaft gemacht, dass er kein Rassist sei. Pilz sagte, der Vorfall vom Dienstabend zeige deutlich, dass sich „Leute in verantwortlichen Positionen gut überlegen sollten, was sie öffentlich herausposaunen“. (epd/mig 6)