Webgiornale 1-15 febbraio 2023

Inhaltsverzeichnis

1.     Presente e futuro dei rapporti Italia-Ue. 1

2.     Migranti: l’Europa ha rialzato i muri. Oltre 2mila chilometri di “barriere”. 1

3.     La lunga marcia verso un’“Europa verde e globale”. 1

4.     La relazione complicata ma necessaria tra Italia e Germania. 1

5.     Cosa prevedono gli aiuti militari all’Ucraina decisi a Ramstein. 1

6.     Il passo lento di Berlino. 1

7.     Visita dell’ambasciatore Varricchio a Stoccarda. 1

8.     Acli Germania, Tabbì: „Le ’nuove mobilità‘ possono fare molto”. 1

9.     Le recenti trasmissioni di Cosmo italiano, ex Radio Colonia. 1

10.  “I colori del Novecento”: l’Accademia nazionale di Santa Cecilia alla Alte Oper di Francoforte. 1

11.  Eletta la Presidenza delle Acli-Germania. 1

12.  L’ Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha presentato “Apnea”, di Lorenzo Amurri 1

13.  In Ambasciata a Berlino la tavola rotonda “Rare Earth elements…”. 1

14.  Il 27 gennaio a Berlino l’evento “C’era una volta il ghetto”. 1

15.  Il diario di Anne Frank: il 1° febbraio incontro con Matteo Corradini all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo. 1

16.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

17.  Pistorius è il nuovo ministro tedesco della Difesa: Lambrecht travolta dalle gaffe. 1

18.  La socialdemocrazia tedesca e il nodo della Difesa. 1

19.  La Corte suprema tedesca interviene sui fondi ai partiti 1

20.  Gli orizzonti della cooperazione Nato-Ue. 1

21.  Una nuova sicurezza per una nuova Europa. 1

22.  I saggi 1

23.  UE, passaggio all’euro riuscito in Croazia. 1

24.  L’invasione russa e la fine dell’“ambiguità occidentale” in Ucraina. 1

25.  Prorogato al 31.12.2023 il termine per l’accesso ai servizi in rete con credenziali diverse da SPID, CIE e CNS. 1

26.  Ricapitolando. 1

27.  L’ambasciatore Riccardo Guariglia sarà il nuovo segretario generale della Farnesina. 1

28.  Ministero degli Esteri e Google insieme per la sicurezza dei viaggi all’estero. 1

29.  Nasce il CIMIM: istituito il Comitato per il Made in Italy nel mondo. 1

30.  Vivere altrove. 1

31.  L’Italia dal governo Draghi al governo Meloni 1

32.  Arrestato il boss mafioso Messina Denaro, era latitante da 30 anni 1

33.  Personale scolastico all’estero: confronto Farnesina – Sindacati sul piano triennale di formazione del personale. 1

34.  La situazione. 1

35.  ITA Airways. Lufthansa presenta al Mef offerta per ingresso nel capitale. Inzialmente con una quota di minoranza. 1

36.  La sfida delle intelligenze artificiali 1

37.  La politica estera dell’Italia tra 2022 e 2023. 1

38.  Le promesse. 1

39.  L'Araldo: online il 1° numero del mensile dell’Associazione Identità Italiana - Italiani All'estero. 1

40.  Pillole di psicologia. Malessere giovani 1

41.  Tavolo Asilo e Immigrazione: abrogare il DL 1/2023 e impedire modifiche legislative discriminatorie. 1

42.  “Festival delle Spartenze 2023 – Migrazioni e Cultura verso l’anno del Turismo delle Radici”. 1

43.  Lo spirito degli alberi: aperto anche alle scuole all’estero la prima edizione del Concorso di poesia. 1

 

 

1.     Ukraine. Wenn sich der Nebel des Krieges lichtet ….. 1

2.     Ukraine-Krieg: Unterstützungsbereitschaft der Deutschen bröckelt. 1

3.     „Wir müssen in die Produktion von Kriegsmaterial gehen“. 1

4.     Holocaust-Gedenktag. Gunter Demnig verlegt auch mit 75 noch Steine. 1

5.     Ehemaliger italienischer Premier: Wir müssen mit Putin verhandeln. 1

6.     Game Changer am Arbeitsplatz. 1

7.     Deborah Schnabel im Gespräch. Wissen über den Holocaust auch über Social Media vermitteln. 1

8.     Papst: „Können uns nicht leisten, im Kampf für Frieden nachzulassen“. 1

9.     Antisemitismus. Klage soll Twitter zur Löschung volksverhetzender Tweets zwingen. 1

10.  Sterbehilfe: Mehrheit der Deutschen für Suizidassistenz durch Ärzte. 1

11.  Bundesregierung kündigt Lieferung von Leopard-2-Panzern an die Ukraine an. 1

12.  Meloni fordert neue Vision der EU für den Westbalkan. 1

13.  Frontex aufgerüstet. EU will Zahl von Abschiebungen erhöhen. 1

14.  Schweden startet internationale Kampagne gegen Einwanderung. 1

15.  Frankreich und Deutschland befürworten EU-Vertragsrevision. 1

16.  Prodi zum Ukraine-Krieg: Moralischer Aufbau wird schwieriger als materieller 1

17.  Schweiz. Bye bye Neutralität. 1

18.  Historikerin. Kinder aus Migrantenfamilien in NS-Gedenken einbeziehen. 1

19.  Österreich will Brüssel zu härterem Kurs bei Migration drängen. 1

20.  „Mehr Wählen wagen?“: Neue Studie zum Wählen ab 16 Jahren erschienen. 1

21.  Frankreich und Deutschland üben den Schulterschluss. 1

22.  Ämter überlastet. Mehr als 100.000 Antragsteller warten auf Einbürgerung. 1

23.  Ukraine – danach?. 1

24.  Explodierende Schuldenlast. 1

25.  Italien. Asylsuchende auf Fähren eingesperrt und angekettet. 1

26.  Immer weniger Deutsche fürchten Krieg und Corona, Sorge wegen Einwanderung steigt 1

27.  Einwanderung auf Rekordniveau. 1

28.  Vatikan/Italien: „Mafia bedeutet Sklaverei“. 1

29.  Schulbarometer. Lehrkräftemangel ist dominierendes Problem.. 1

30.  EU-Abgeordnete warnen vor Lockerung der Subventionsregeln. 1

31.  Chaos ist die neue Normalität 1

32.  WEF in Davos: „Menschen warten auf Lösungen“. 1

33.  Prof. Amir-Moazami im Gespräch. Assimilation und Integration sind Fallen. 1

34.  Katargate: Kronzeuge Panzeri bereitet Brüssel schlaflose Nächte. 1

35.  Boris Pistorius wird neuer Verteidigungsminister. 1

36.  Zufriedenheit mit Regierung: Lambrecht mit starken Verlusten, Baerbock als einzige Ministerin mit leichtem Plus. 1

37.  Oxfam. Schere zwischen Arm und Reich hat sich weiter geöffnet. 1

38.  EU-Klimachef: 45 Prozent Erneuerbare sind ehrgeizig, aber machbar. 1

39.  Studie. Deutsche Staatsangehörigkeit ab der Geburt erhöht Bildungschancen. 1

40.  Umfrage im Pflegemarkt: Schlechte Stimmung und düstere Aussichten. 1

41.  Sachverständigenrat. Kein Zusammenhang zwischen Einwanderung und Gewalt. 1

42.  Deutschland wegen Subventionsplänen in der Kritik. 1

 

 

 

Presente e futuro dei rapporti Italia-Ue

 

L’agenda europea e quella dell’Italia sono state profondamente segnate dall’aggressione russa all’Ucraina del 24 febbraio 2022 e dal cambio dell’esecutivo alla guida del Paese.

 

Mario Draghi ha perseguito le due tradizionali linee portanti della politica estera italiana: il sostegno alle relazioni transatlantiche e una forte spinta all’integrazione europea. A sostegno dell’Ucraina e al fianco degli alleati europei e americani, il governo Draghi ha promosso un’azione politica incentrata sull’aiuto militare a Kyiv e sull’imposizione di sanzioni alla Russia. Draghi è stato eccezionalmente attivo sui temi europei e a favore di riforme strutturali: spingendo per una revisione del Patto di stabilità e crescita, promuovendo una maggioranza qualificata in materia di politica fiscale ed estera, proponendo un tetto al prezzo del gas in risposta alla crisi energetica e consolidando un fronte congiunto con Francia e Germania per la concessione dello status di paese candidato a Ucraina e Moldavia.

Draghi ha anche attuato le prime riforme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che hanno consentito l’erogazione, da parte della Commissione, delle prime tranche di fondi Ue (oltre ai 24,9 miliardi di euro in anticipo del 2021, due rate da 21 miliardi di euro a febbraio e settembre 2022).

L’approccio intergovernativo del governo Meloni

L’esperienza della pandemia e l’approvazione di Next Generation EU, di cui l’Italia è primo beneficiario, hanno progressivamente svuotato la narrativa populista di un’Europa poco solidale e azzerato qualsiasi velleità di uscita dall’Ue. Di fronte a questo nuovo scenario, la nuova premier Giorgia Meloni ha rimarcato di essere intenzionata a rispettare gli impegni e le regole condivise attualmente in vigore, oltre a sostenere la causa ucraina.

L’approccio complessivo di Meloni è ispirato a una visione intergovernativa del processo di integrazione, da cui deriva una grande cautela rispetto a riforme di impronta sovranazionale. La premier ha criticato il processo di integrazione dell’Unione che ha “allargato a dismisura le sue sfere di competenza”, individuando nel rafforzamento del principio di sussidiarietà la ricetta migliore per politiche efficaci. In questo senso, Meloni ha dichiarato di voler ribaltare l’approccio che vuole più Europa in Italia per portare più Italia in Europa, per tutelare meglio l’interesse nazionale.

Primi provvedimenti tra pragmatismo e toni identitari

L’analisi dei primi provvedimenti adottati dalla premier suggerisce una logica “transazionale” nei confronti di Bruxelles. Da una parte, si nota il tentativo di conservare i toni sovranisti e la tutela dei temi identitari (ad esempio, negli attacchi alla migrazione incontrollata e al ruolo delle Ong nel Mediterraneo) a beneficio dell’elettorato nazionale. Dall’altro, il governo ha cercato un dialogo proficuo con i referenti istituzionali europei. La nomina di due figure di considerevole esperienza politica europea come Antonio Tajani e Raffaele Fitto a guidare i ministeri chiave degli Esteri e degli Affari Europei (con delega al Pnrr e ai fondi di coesione), rispettivamente, e la scelta di Bruxelles come sede della prima missione all’estero di Meloni da presidente del Consiglio sono emblematici.

In parallelo, è cambiata la posizione della premier sul Pnrr: inizialmente il suo partito, Fratelli d’Italia, aveva promesso di rinegoziarlo, mentre successivamente nel programma elettorale era stato proposto di rivederne alcuni aspetti nei limiti consentiti; dopo l’insediamento del nuovo governo, le prime interlocuzioni con Bruxelles fanno prefigurare una parziale rimodulazione volta al raggiungimento degli obiettivi di REPowerEU alla luce della crisi energetica. Tutti gli obiettivi previsti per il 2022 sono in ogni caso stati raggiunti, grazie anche all’ottimo lavoro del governo Draghi. Inoltre, lo stesso commissario Gentiloni ha espressamente escluso un possibile rinvio della scadenza finale del Piano.

Sul tema energetico, il governo Meloni si è posta in continuità con il governo precedente nella richiesta di una soluzione europea sul tema dell’aumento del costo dell’energia e del tetto al prezzo del gas. Sul fronte del Patto di stabilità e crescita, ha accolto con generale favore le proposte della Commissione europea che puntano a una revisione delle regole verso una maggiore flessibilità e differenziazione su base nazionale.

In generale, una sfida cruciale per Giorgia Meloni sarà quella di riuscire a mantenere un solido ancoraggio a Parigi e Berlino. A differenza dell’esecutivo guidato da Draghi, FdI non ha mai avuto interlocuzioni particolarmente distese con Francia e Germania, il cui appoggio è tuttavia indispensabile per portare avanti riforme all’interno della zona euro. Ci sono stati segnali incoraggianti, come la volontà di proseguire la cooperazione avviata con il governo Draghi nella cornice del Trattato del Quirinale con la Francia e del Piano di azione bilaterale italo-tedesco. Tuttavia, i rapporti con Parigi si sono subito incrinati per la controversia legata alla Ocean Viking, la nave dell’Ong Sos Mediterranée che è stata respinta dall’Italia e costretta a dirigersi verso le coste francesi a novembre, portando a una crisi diplomatica con la Francia.

Guardando avanti: Mes e migrazione

Rispetto al completamento dell’Unione economica e monetaria, l’Italia è al momento l’unico Paese a non aver ancora ratificato il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che in passato aveva visto l’opposizione di FdI e Lega. La presidente del Consiglio si è impegnata a non attivare lo strumento, ma ha aperto alla ratifica attraverso l’approvazione parlamentare. Più in generale, il governo vuole puntare a introdurre meccanismi che permettano di rafforzare la resilienza e reattività agli shock dell’area euro ed evitare un’eccessiva deregolamentazione in tema di aiuti di stato, che potrebbero avere ricadute pericolose per l’Italia.

In tema di migrazione, il governo Meloni insiste sulla necessità di trovare soluzioni europee attraverso meccanismi che permettano una redistribuzione equa tra gli Stati membri, enfatizzando la difesa dei confini dell’Unione, la creazione di una missione europea per bloccare le partenze dalla sponda Sud del Mediterraneo, l’apertura di hotspot nei paesi del Nord Africa e l’aumento degli sforzi di cooperazione allo sviluppo nei paesi di origine. Il governo punta infatti in maniera decisa a un rilancio del partenariato con i paesi del Vicinato meridionale, inclusa la proposta di un “Piano Mattei per l’Africa“, più volte rilanciata da Meloni.

A fronte della sostanziale continuità tra le politiche europee di Draghi e i primi provvedimenti di Meloni, resta da verificare la capacità del nuovo governo di continuare nel solco di un’interlocuzione costruttiva con Bruxelles di qui alla cruciale scadenza delle prossime elezioni europee. Nel 2023, l’Unione sarà chiamata a elaborare strategie di riforma di lungo termine che le permettano di affrontare debolezze strutturali e nuove possibili crisi future, con l’obiettivo di riguadagnare credibilità tra i cittadini. Se l’Italia non sarà protagonista e non saprà collaborare con gli altri grandi paesi fondatori a un consolidamento della governance europea, questo compito sarà ancora più difficile. 

Nicoletta Pirozzi. AffInt. 30

 

 

 

 

Migranti: l’Europa ha rialzato i muri. Oltre 2mila chilometri di “barriere”

 

Bruxelles – Tornano a crescere i flussi migratori e riappare la parola «magica»: muri alle frontiere esterne. Il tema è tornato alla ribalta, sulla scorta dei dati diffusi da Frontex (l’agenzia delle frontiere esterne Ue): il 2022 ha registrato 330.000 ingressi irregolari, il «più elevato numero dal 2016». Il tema è stato evocato ieri al Consiglio informale dei ministri dell’Interni Ue a Stoccolma e lo sarà al Consiglio europeo informale del 9 e 10 febbraio. Partiamo subito da un punto: i «muri» sono già ampiamente realtà. Secondo un documento pubblicato dal Parlamento Europeo lo scorso ottobre, a fine 2022 si contavano 2.048 chilometri di barriere ai confini Ue in 12 Stati membri, nel 2014 erano appena 315, nel 1990 zero. A dare l’esempio fu la Spagna, che tra il 1993 e il 1996 realizzò 20,8 chilometri di recinzione intorno alle sue exclave in Marocco di Ceuta e Melilla.

Pochi anni dopo è stato il turno della Lituania, che ha costruito barriere (71,5 chilometri) con la Bielorussia già tra il 1999 e il 2000, dunque prima di entrare nell’Ue (muri poi «ereditati» dall’Ue). In seguito alla crisi dei profughi “inviati” da Minsk in Europa, la repubblica baltica ha ampliato la recinzione a 502 chilometri. Possiamo citare i 37,5 chilometri di barriera (con pali d’acciaio alti cinque metri) al confine tra Grecia e Turchia lungo il fiume Evros, Atene ha già annunciato che costruirà altri 35 chilometri. Anche la Bulgaria ha eretto al confine turco una recinzione a partire dal 2014, che oggi conta 235 chilometri. Come dimenticare l’Ungheria, che tra il 2015 e il 2017 ha costruito 158 chilometri di recinzione al confine serbo e 131 al confine con la Croazia (oggi membro Ue e di Schengen). Muri li troviamo anche ai confini esterni in Polonia, Estonia, Lettonia, in Francia all’imbocco del tunnel della Manica, per non parlare dell’Austria che nel 2015 ha «innovato», costruendo la prima recinzione (3,7 km) al confine con uno Stato Schengen, la Slovenia.

I muri insomma “crescono” e molti Stati membri vogliono che a finanziarli sia l’Ue (il primo a chiederlo fu il premier ungherese Viktor Orbán). Ed è di questi giorni la richiesta del cancelliere austriaco Karl Nehammer che Bruxelles eroghi due miliardi di euro per rafforzare la barriera eretta dalla Bulgaria al confine con la Turchia. Richiesta ribadita ieri a Stoccolma dal suo ministro dell’Interno Gerhard Karner. «So che è oggetto di dibattiti accesi – ha detto ottimista – ma penso anche che recentemente ci sia stato un movimento sul tema, perché molti Paesi sono coinvolti e le frontiere esterne hanno bisogno di aiuto». L’Austria è sotto forte pressione migratoria, come lo è l’Olanda (soprattutto per i flussi secondari da altri Stati Ue), che ha dato man forte a Vienna. A suo sostegno anche il presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber. «A nessuno piace costruire recinzioni – ha dichiarato – ma dov’è necessario, deve essere fatto». Già nell’ottobre 2021, dodici Stati membri (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia) hanno inviato alla Commissione una lettera chiedendo finanziamenti Ue per i “muri”. « Barriere fisiche – scrivevano – appaiono un’efficace misura di protezione dei confini che servono gli interessi di tutte l’Ue» e dunque «devono essere oggetto di fondi aggiuntivi adeguati dal bilancio Ue con la massima urgenza ». La Commissione per ora ha resistito. « Non ci saranno fondi per fili spinati e muri» replicò allora la presidente Ursula von der Leyen. Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, è stato però più morbido, parlando di «finanziamento giuridicamente possibili». E ieri a Stoccolma la commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson è apparsa più sfumata. «Gli Stati membri – ha detto – sono quelli che meglio sanno quali sono le misure più efficaci per proteggere le frontiere esterne». Quanto ai soldi, «gli Stati membri hanno tagliato i fondi proposti dalla Commissione per il bilancio 2021-27 per la gestione delle frontiere e la migrazione, se si vogliono finanziare nuove misure bisogna tagliare altrove». E l’Italia? La premier Giorgia Meloni, che all’opposizione chiedeva il “blocco navale” davanti alla Libia, oggi parla di resuscitare la missione navale Ue nel Mediterraneo antiscafisti Sofia (chiusa nel 2020, per volontà dell’allora governo italiano), in particolare la “fase tre” mai attuata, che prevede il pattugliamento nelle acque libiche. Ci vorrebbe il via libera della autorità di Tripoli.

Giovanni Maria del Re, Avvenire 27

 

 

 

La lunga marcia verso un’“Europa verde e globale”

 

“La più grande trasformazione industriale dei nostri tempi – forse di tutti i tempi”: con queste parole la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha descritto nel suo recente intervento al World Economic Forum il percorso necessario a raggiungere lo scenario di zero emissioni di qui al 2050. Le opportunità economiche che ne derivano sono potenzialmente enormi: entro il 2030, il mercato globale delle tecnologie energetiche pulite triplicherà, arrivando a un valore complessivo di 650 miliardi di dollari.

Di fronte a questa sfida, l’Europa dovrà continuare nella direzione inaugurata con il Green Deal, il Next Generation EU e il Just Transition Fund, investendo nel rafforzamento della propria base industriale e aprendosi maggiormente all’innovazione e agli investimenti. Nel percorso verso le emissioni zero, sarà importante preservare le partnership in essere – in primis quella con gli Stati Uniti –, ma evitando di creare “nuove dipendenze”. Di qui l’idea della Commissione di sviluppare un vero e proprio Piano industriale del Green Deal, strutturato intorno a quattro pilastri: il quadro regolamentare, gli investimenti, le competenze e il commercio.

Dilemmi e trade-off

L’idea del Piano Industriale del Green Deal va letta nel quadro di quella ricerca di una maggiore autonomia strategica europea sul piano economico ed energetico di cui parla Nathalie Tocci nel suo recente A Green and Global Europe. Lungo questo percorso, non mancheranno dilemmi e trade-off da valutare attentamente. Il caso forse più eclatante è quello dei rapporti con la Cina, attuale leader nella produzione di tecnologie per l’energia solare, ma con un record assai discutibile sul piano del rispetto dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani più in generale.

Nel suo intervento al Wef, von der Leyen ha sottolineato che l’approccio Ue al momento non è orientato a un “disaccoppiamento” dell’economia europea da quella cinese, ma piuttosto a una “riduzione del rischio”: la richiesta principale a Pechino è che venga garantito un “level playing field” – il principio che era alla base anche del Comprehensive Agreement on Investment sottoscritto da Pechino e Bruxelles a fine 2020 e attualmente congelato. Come evidenzia Tocci, tuttavia, se da parte cinese la richiesta di abbandonare pratiche commerciali sleali verrà disattesa, l’Ue potrebbe trovarsi spinta verso un maggior protezionismo a tutela del proprio comparto industriale.

L’importanza della politica

Più in generale, come ci ricorda Tocci nel suo libro, la strada verso la decarbonizzazione dell’Europa è – e sarà sempre più – costellata da decisioni che hanno una natura non meramente tecnica, ma anche politica; decisioni che vanno prese valutandone attentamente le ripercussioni non solo sul piano interno, ma anche sui paesi del “vicinato” europeo e a livello globale.

All’interno dell’Unione, sottolinea Tocci, è fondamentale mitigare gli effetti redistributivi delle politiche di decarbonizzazione, che potrebbero esacerbare le disuguaglianze sociali e territoriali: solo introducendo adeguate misure a supporto dei gruppi e delle regioni più vulnerabili – come il citato Just Transition Fund o il Social Climate Fund – sarà possibile evitare un colpo di coda dei populismi.

Anche nel Mediterraneo allargato e in Medio Oriente, al di là delle contingenze legate alla diminuzione delle importazioni europee dalla Russia, gli effetti delle politiche di decarbonizzazione sono destinati a essere asimmetrici: i paesi le cui economie sono maggiormente dipendenti dall’esportazione di combustibili fossili verso l’Europa potrebbero trovarsi particolarmente esposti a instabilità politiche dovute alla diminuita disponibilità di risorse derivanti dagli idrocarburi. Per questo, è indispensabile che l’Unione incoraggi e si faccia partner di iniziative che mettano a frutto il potenziale di produzione di energia pulita nel proprio vicinato.

Infine, a livello globale, l’Ue non dovrà soltanto fare i conti con le possibili implicazioni che un’accresciuta rivalità tra Usa e Cina potrebbe avere per il futuro della cooperazione climatica e sul piano delle interdipendenze produttive; cruciale sarà anche evitare che paesi come Russia e Cina strumentalizzino a proprio vantaggio le rivendicazioni dei paesi del Sud del mondo più esposti alle conseguenze catastrofiche dell’emergenza climatica.

Un’Europa verde e globale

Una cosa è certa: la posta in gioco è altissima. Proprio perché l’Ue si è affermata da ormai tre decenni come leader globale nel contrasto dell’emergenza climatica e – più di recente – nell’impegno per la transizione energetica, un eventuale fallimento del progetto di decarbonizzazione europeo sarebbe esiziale. Come evidenzia Tocci, per scongiurare questo rischio è indispensabile non solo che la visione di un’ “Europa verde e globale” si affermi a tutti i livelli come il principio guida del progetto europeo, ma anche che sia accompagnata da un’ambiziosa e attenta gestione politica, che renda l’epocale processo di “trasformazione” in atto sostenibile all’interno dell’Unione e catalizzatore per il resto del mondo. Leo Goretti, AffInt 26

 

 

 

La relazione complicata ma necessaria tra Italia e Germania

 

Forse non è un caso che quella dichiarazione solenne destinata a rafforzare e sistematizzare i rapporti bilaterali fra Italia e Germania, che era stata messa in cantiere in concomitanza con la firma del Trattato del Quirinale non si sia ancora concretizzata. E a tutt’oggi quello strumento, che doveva in qualche modo bilanciare un emergente asse italo-francese, sembra scomparso dalle agende dei due governi.

Due nuovi governi, due economie interdipendenti

Si potrà osservare che sia a Berlino che a Roma si sono insediati due nuovi governi, e che i nuovi esecutivi hanno avuto bisogno di approfondire l’argomento. O che l’attuazione del Trattato del Quirinale sembra risentire del diverso contesto politico emerso in Italia dopo le elezioni del 25 settembre dello scorso anno. Ma resta comunque la sensazione che i rapporti politici e diplomatici fra Roma e Berlino non siano all’altezza del livello di interdipendenza delle due economie o del ruolo che i due Paesi dovrebbero giocare in Europa.

Antiche e consolidate reciproche diffidenze, stereotipi ugualmente consolidati nel corso degli anni sulle rispettive percezioni dei due Paesi e dei due popoli, e più di recente le scarse affinità politiche fra i partiti che compongono le maggioranze che sostengono i due governi in questa congiuntura, non hanno facilitato finora un più intenso rapporto collaborativo, che pure sarebbe pienamente giustificato dai fondamentali delle relazioni economiche e dai dati relativi all’integrazione delle catene del valore e ai volumi dell’interscambio commerciale.

Tra convergenze e sospetti

Se si guarda all’economia numerose sono le convergenze fra i due Paesi: struttura produttiva caratterizzata da una importante componente del manifatturiero, economie orientate all’export, ma anche rilevante dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti energetici. E analogamente sul piano degli assetti politico-istituzionali, Italia e Germania condividono un modello di democrazia parlamentare, la prassi consolidata di Governi di coalizione (anche se definitivamente più stabili in Germania che in Italia) e un sistema di decentramento amministrativo che si caratterizza in forme variamente articolate di autonomie locali/regionali.

Cionostante nel corso degli anni più recenti (salvo qualche parentesi) i rapporti bilaterali italo tedeschi sembrano essere stati caratterizzati più da sospetti e diffidenza che da reale volontà di collaborazione. Eppure una solida intesa fra Roma e Berlino resta la condizione necessaria (anche se non sufficiente) soprattutto per affrontare alcune sfide essenziali che sono oggi al centro della agenda europea.

Almeno tre esempi dovrebbero chiarire l’importanza di una maggiore convergenza fra i due governi.

Sostegno all’industria europea

In concomitanza con l’adozione da parte degli Usa di un vasto programma di aiuti all’economia all’industria americana è tornato di attualità il tema di una politica industriale europea che consenta alle economie del Vecchio Continente di recuperare competitività, di sviluppare innovazione e nuove tecnologie e di fronteggiare ad armi pari la concorrenza degli Usa ma anche della Cina.

Due strumenti sono sulla carta utilizzabili per garantire un sostegno all’industria europea: un ulteriore allentamento del regole europee sugli aiuti Stato o un fondo comune europeo (magari alimentato da nuovo debito comune) o una combinazione di entrambi. Il primo è di più rapida attuazione (la Commissione europea ci sta già lavorando), ma è destinato a privilegiare quegli Stati che dispongono di maggiori margini di bilancio (come la Germania) e a penalizzare quegli Stati (come l’Italia) che non si possono permettere politiche di bilancio espansive. Il secondo costituirebbe una soluzione autenticamente europea, ma richiede tempi più lunghi, notevoli complessità tecniche e il superamento di resistenze politiche. Una sintesi efficace fra queste due soluzioni presuppone necessariamente da una intesa fra Roma e Berlino.

La sintesi sul Patto di stabilità

La Commissione europea ha poi presentato qualche settimana fa una proposta per una revisione delle regole vigenti in materia di disciplina di bilancio (il Patto di stabilità). La proposta si pone l’obiettivo di semplificare e rendere più trasparenti le nuove regole, definendo un sistema di sorveglianza sui bilanci nazionali in grado di conciliare la disciplina di bilancio con politiche di sostegno agli investimenti necessari per garantire una crescita sostenibile e le transizioni energetica e digitale.

In estrema sintesi, il nuovo sistema proposto dalla Commissione prevede il passaggio da un quadro unico di regole valide per tutti, all’idea di percorsi di aggiustamento definiti per ciascuno Stato membro sulla base di una interlocuzione fra Commissione e singoli Governi. Inoltre la Commissione propone di utilizzare, come criterio per valutare la sostenibilità dei piani nazionali di riduzione del debito, non più il saldo netto strutturale, ma quello della evoluzione della spesa pubblica primaria (al netto cioè della spesa per interessi e per interventi straordinari e congiunturali), che dovrà essere tale da consentire una “riduzione plausibile” del debito.

I due governi per ora non si sono espressi pubblicamente su questa proposta. Ma sembra che Berlino la valuti come un rischioso allentamento delle regole in materia di disciplina di bilancio con poteri eccessivamente discrezionali per la Commissione. Mentre a Roma si guarda con preoccupazione alla possibilità che la Commissione possa condurre analisi sulla sostenibilità dei debiti pubblici dei Paesi maggiormente a rischio. Anche in questa caso una soluzione condivisa dovrebbe fondarsi verosimilmente su un qualche compromesso fra le posizioni di Italia e Germania.

Transizione energetica e tetto al prezzo del gas

Sul fronte delle politiche energetiche, eccezionalmente sollecitate in Europa come conseguenza del conflitto in Ucraina, Italia e Germania sono apparsi fin dall’inizio della crisi come i due Paesi europei più esposti e più vulnerabili. Entrambi sostanzialmente privi di fonti proprie di energia, ancora molto dipendenti da fonti fossili (dopo la rinuncia al nucleare), e soprattutto eccessivamente dipendenti dalle forniture di gas dalla Russia, entrambi impegnati in un complesso processo di transizione e decarbonizzazione.

Malgrado però questi oggettivi elementi di convergenza, Italia e Germania hanno sperimentato non poche difficoltà a trovare una posizione comune in sede europea nella ricerca di una risposta comune alla crisi energetica. Con l’Italia più determinata a contenere gli aumenti del prezzo del gas e la Germania più preoccupata di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, di fatto Roma e Berlino per mesi si sono confrontate da posizioni opposte ad esempio sull’idea di una riforma dei meccanismi di fissazione dei prezzi dell’elettricità o sulla proposta di un tetto al prezzo del gas (fino all’accordo su un ragionevole compromesso). Anche in questo caso un minimo denominatore comune fra Italia e Germania si è rivelata condizione necessaria per la definizione di una posizione comune europea.

Gli esempi ricordati sono solo una minima parte dei casi in cui una solida convergenza fra le posizioni dei due governi di Italia e Germania sarebbe non solo nell’interesse dei due Paesi ma anche determinante per far avanzare l’agenda europea. Se ne potrebbero citare molti altri: dalla gestione dei flussi migratori alla politica estera, alla difesa, alle riforme istituzionali destinate a migliorare il funzionamento della Ue. Forse è arrivato il momento di invertire la tendenza e pensare operativamente a come superare diffidenze e completare il rapporto fra le due economie con un’intesa politica fra i due governi. Ferdinando Nelli Feroci,

AffInt 19

 

 

 

 

Cosa prevedono gli aiuti militari all’Ucraina decisi a Ramstein

 

Negli ultimi undici mesi di guerra di aggressione russa, l’Italia e l’Europa hanno fatto molto per sostenere la difesa dell’Ucraina. Negli scorsi giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reso noto che Roma fornirà il sistema di difesa aerea avanzato Samp/T e ha rivelato che gli aiuti italiani complessivi ammontano a oltre un miliardo di euro. Questo sforzo è inquadrato in una vasta coalizione internazionale che va oltre i Paesi Nato e Ue.

Lo scorso 20 gennaio i 40 Paesi del gruppo di contatto di Ramstein hanno deciso, nel vertice tenutosi nell’omonima base militare americana in Germania, quali sistemi d’arma includere nel prossimo pacchetto di aiuti all’Ucraina. Gli Stati Uniti doneranno 2.5 miliardi di dollari in sistemi d’arma, munizioni e veicoli, l’equivalente di circa due brigate di manovra ex novo. La Danimarca donerà tutti e 19 sistemi di artiglieria Caesar in suo possesso; il Regno Unito cederà 14 carri Challenger 2 (il 6 per cento dello stock posseduto); le discussioni sul trasferimento di carri armati Leopard 2 da parte di Polonia e altri Paesi continuerà invece nei prossimi giorni dipendendo dall’autorizzazione del governo tedesco alla riesportazione dei mezzi prodotti dalla Germania.

Aiuti di tale entità faranno molto per supportare la difesa dell’Ucraina e dimostrano il continuo sostegno occidentale a Kyiv a quasi un anno dall’inizio del conflitto. I Paesi dell’Unione Europea e della Nato non sono direttamente coinvolti nel conflitto; tuttavia, il loro fondamentale supporto a Kyiv li ha costretti a confrontare i propri arsenali militari con il paradigma di una guerra ad alta intensità, combattuta con forti perdite di soldati e materiale contro un avversario tecnologicamente avanzato.

Ciò è riflesso anche dagli equipaggiamenti ricevuti dall’Ucraina, funzionali a una guerra di manovra. La novità di questo pacchetto di aiuti è infatti la preponderanza di mezzi per rendere più mobili le forze ucraine e permettergli di organizzare controffensive che rompano lo stallo attuale: blindati da trasporto per la fanteria Bradley e Stryker, sistemi antiaerei mobili Gepard e cacciacarri su ruote AMX10RC. Allo stesso tempo, gli aiuti ricevuti continuano a comprendere anche il tipo di sistemi necessari per l’attuale fase di logoramento, come sistemi antiaerei Patriot e Samp-T, e pezzi d’artiglieria M777 di grosso calibro.

Stock europei in esaurimento

Questo cambio di marcia è tutt’altro che banale. Il fatto che gran parte del materiale donato all’Ucraina derivi da stock di mezzi corazzati accumulati come riserve è rivelatorio. Esistono solo due modi per poter trasferire una tale mole di armi e veicoli: o si effettua un aumento del numero di sistemi prodotti annualmente dall’industria, o si ricorre alle scorte compresi sia equipaggiamenti non allo stato dell’arte e sia riserve strategiche.

La cessione di questi mezzi non è però priva di costi. Pur non essendo attivamente impiegati, i sistemi “accantonati” sono spesso utilizzati in altri modi. Per esempio, a partire dagli anni 2000, circa 200 dei carri armati Leclerc presenti negli stock francesi sono stati “cannibalizzati” per derivarne pezzi di ricambio. I margini di manovra sono ancora più stretti se si considera che non tutti i mezzi in servizio attivo sono necessariamente operativi e potrebbero non essere disponibili a causa di riparazioni, manutenzione e aggiornamenti di routine.

L’aumento della capacità industriale sembra ormai ineluttabile anche considerando la qualità dei sistemi d’arma attualmente ceduta. Se in un primo momento il grosso degli aiuti consisteva soprattutto in sistemi di produzione sovietica, l’aumento di donazioni di prodotti di progettazione occidentale richiederà una fornitura costante di munizioni, pezzi di ricambio e aggiornamenti. Ciò obbligherà i Paesi Nato a riservare parte del proprio output industriale alle esigenze delle forze armate ucraine.

Aumentare la produzione: più facile a dirsi che a farsi

Il potenziamento delle capacità produttive non è una sfida impossibile. L’amministratore delegato di Hensoldt, azienda tedesca produttrice di radar e sensori controllata da Leonardo, ha annunciato che a partire da aprile inizierà a produrre un radar TRML-4D (per la difesa aerea) al mese, a prescindere dagli ordini effettivi, in modo da averne a disposizione in caso di richieste accorciando i tempi di consegna, I produttori del Leopard 2, Krauss-Maffei Wegmann e Rheinmetall, hanno invece fatto sapere di poter consegnare all’Ucraina un panzer alla settimana a partire dal terzo quadrimestre del 2023.

Detto questo, un tale impegno da parte dell’industria europea sarà possibile soltanto se l’aumento degli investimenti nella difesa da parte dei governi sarà strutturale e ancorato ad una volontà politica di lungo periodo. Verosimilmente, questo è il motivo per il quale non abbiamo ancora assistito a grossi investimenti di capitale e all’apertura di nuove catene di montaggio (con l’eccezione di Rheinmetall, che nel quadro di un accordo con il governo ungherese ha recentemente annunciato l’avviamento di una fabbrica di munizioni per cannoni da 30, 120 e 155 mm).

La cautela industriale è comprensibile, ma va considerata anche alla luce degli aggiornamenti alle guidance per il 2022 dei principali produttori qua citati, cioè le informazioni aziendali e finanziare aggiornate per l’anno passato. Molte aziende hanno visto un aumento degli ordini: Leonardo ha registrato un più 26 per cento; Rheinmetall indica un aumento degli ordini ancora da evadere del 32 per cento, mentre Airbus ha visto un incremento fra il 6 e il 21 per cento a seconda del segmento di prodotti. Tuttavia i dati sugli ordini effettivamente evasi nel 2022 sono più variegati: ciò può indicare una lentezza fisiologica nella chiusura di nuovi contratti, ma anche limiti a quanti nuovi progetti possono essere avviati dall’industria.

Non è (solo) un problema politico

La certezza politica non è però l’unico ostacolo a un repentino aumento di produzione. Le catene di valore dei sistemi d’arma si appoggiano su reti di fornitori complesse e difficili da coordinare in caso di un picco improvviso della domanda. Alcune aziende stanno pensando a sistemi di supply chain management integrali digitalizzati, che diano una panoramica complessiva sull’intera catena di valore, ma problemi di cybersicurezza e preoccupazioni riguardanti la protezione di segreti industriali ne ostacolano l’adozione.

Inoltre, l’inflazione e l’impossibilità di rifornirsi di materie prime dalla Russia ha un impatto importante sui costi di produzione: il prezzo dell’acciaio è quintuplicato, mentre l’alluminio (la cui maggior produttrice è la Cina, con il 46 per cento, seguita dalla Russia al 6) è triplicato. Infine, c’è il tema del personale qualificato: un problema condiviso anche con l’industria civile che renderà difficile un improvviso incremento delle capacità industriali.

È evidente quindi che ci vorrà tempo e impegno sia politico sia industriale affinché la produzione militare raggiunga livelli sufficienti per sostenere l’Ucraina, così come per tornare a riempire i magazzini di armi e munizioni. Negare per questo gli aiuti a Kyiv sarebbe però un grave errore. Sia per la loro utilità nella legittima difesa del Paese aggredito, sia perché, a0ù prescindere da quanto durerà questo conflitto, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sarà impossibile non riflettere su come rendere più flessibili le capacità produttive europee anche nel medio-lungo periodo. Michelangelo Freyrie, Iai 23

 

 

 

 

Il passo lento di Berlino

 

Si celebrano i sessant’anni del Trattato dell’Eliseo, che Charles De Gaulle e Konrad Adenauer firmarono il 22 gennaio 1963. Ma negli ultimi tempi a ogni occasione, Scholz ha preso Macron in contropiede e la vicenda dei Leopard è solo l’ultima in ordine di tempo

Parigi non vale i Leopard. E questa mattina, pur accolto in gran pompa da Emmanuel Macron, Olaf Scholz arriva nella capitale francese senza aver ancora deciso se dare il segnale verde alla fornitura dei formidabili carri armati tedeschi all’Ucraina. L’ennesimo amletismo del cancelliere, specularmente opposto al decisionismo del presidente francese che è stato il primo ad annunciare la cessione di carri da combattimento (i sia pur leggeri Amx) a Kiev, esemplifica plasticamente lo stato dei rapporti tra Francia e Germania.

Nella solennità della Sorbona e del Pantheon, tra i fregi dorati dell’Assemblée Nationale e infine sotto i lampadari di cristallo del palazzo presidenziale, Macron e Scholz, accompagnati da uno stuolo di ministri, celebrano i sessant’anni del Trattato dell’Eliseo, che Charles De Gaulle e Konrad Adenauer firmarono il 22 gennaio 1963. Non fu solo «il sigillo alla riconciliazione tra i due Paesi», come aveva detto il generale al cardinal Marty qualche mese prima a Reims, ma anche l’atto di nascita di quell’intesa franco-tedesca, che sarebbe stata il vero motore dell’integrazione europea nei successivi decenni.

Dietro le luci e l’ostentazione di unità del giubileo, il vertice parigino, inizialmente previsto in ottobre e poi cancellato, si vuole come il tentativo di ricomporre le troppe fratture di un rapporto, che l’annus horribilis appena concluso ha svelato logoro e a tratti inconciliabile.

Non è la prima volta che la coppia franco-tedesca attraversa una crisi. Senza andare troppo indietro, già nello scorcio finale dell’età di Angela Merkel, Macron non aveva nascosto delusione e fastidio per il rifiuto dell’eterna cancelliera di seguirlo nei suoi ambiziosi piani di rilancio del progetto europeo. L’intesa sul Next Generation Eu li aveva però riavvicinati. Uscita di scena Merkel, l’esuberante presidente francese non ha potuto o saputo trovare alcun varco nell’indole anseatica, fredda e spesso silente di Olaf Scholz.

Ma senza la guerra in Ucraina, la frattura tra Francia e Germania non sarebbe venuta così allo scoperto. L’aggressione russa è stata uno smacco per entrambi i Paesi, ognuno a modo suo illusosi sulla buona fede di Vladimir Putin. Berlino rendendosi quasi totalmente dipendente dal gas di Mosca, Parigi facendo continue aperture diplomatiche al leader del Cremlino. Di fronte alla sfida aperta alla loro leadership europea da parte dei Paesi del Centro e del Nord, Polonia in testa, che rivendicano superiorità morale per aver visto giusto sulle vere intenzioni di Putin, i due leader hanno reagito in ordine sparso. Macron ne ha approfittato per rilanciare l’autonomia strategica e la difesa europee, naturalmente sotto l’egida dell’industria militare francese. Scholz per annunciare una Zeitwende, una svolta epocale, dietro cui si cela il panico e la fretta della Germania di rivedere da cima a fondo il modello di sviluppo che l’ha fatta volare alto per tre decenni ma ora non più sostenibile, basato com’era su tre esternalizzazioni: il gas alla Russia, il mercato alla Cina, la difesa agli americani.

Nulla è stato più lo stesso dopo il 24 febbraio 2022 tra Parigi e Berlino. A ogni occasione, Scholz ha preso Macron in contropiede, mettendo davanti a tutto gli interessi della Germania: l’acquisto degli F-35 dagli Usa, il progetto di scudo antimissile senza la Francia, i 200 miliardi di euro per proteggere i tedeschi dal caro energia decisi senza alcuna consultazione, la visita in solitario a Pechino, il lungo rifiuto al tetto sul prezzo del gas. «Non è un bene per l’Europa quando la Germania si isola», chiosava in ottobre il presidente francese, che tuttavia non ha avuto nessuna remora a seppellire il Midcat, caro a Berlino, la pipeline che avrebbe portato il gas dalla Penisola iberica in Germania.

La vicenda dei Leopard è l’ultima in ordine di tempo. Scholz è sotto accusa, non solo degli ucraini che ieri hanno ricordato il prezzo che pagano in vite umane ma anche all’interno della sua maggioranza, per l’esitazione a fornire quelli della Bundeswehr e autorizzare a farlo gli altri 12 Paesi che li hanno. Ma il cancelliere è chiaramente infastidito dal fatto che nonostante Berlino abbia fornito più aiuti finanziari e militari a Kiev di tutti gli altri europei, Macron si è visto spesso riconoscere i maggiori crediti.

Oggi sulla Senna tutto questo rimarrà dietro le quinte e nel segreto dei colloqui riservati. Perché una rottura tra Germania e Francia, che insieme rappresentano il 42% del Pil dell’Unione a 27, non è pensabile né auspicabile per nessuno in Europa. Condannate a intendersi a dispetto delle loro divergenze, Parigi e Berlino devono però ripensare un rapporto, che solo includendo altri Paesi come Italia, Spagna e Polonia, potrà restituire spinta propulsiva al progetto comune. di Paolo Valentino, CdS 22

 

 

 

 

Visita dell’ambasciatore Varricchio a Stoccarda

 

BERLINO – La collaborazione politica, economico-commerciale e culturale con il Baden-Württemberg è stata al centro della visita a Stoccarda dell’ambasciatore d’Italia in Germania Armando Varricchio a Stoccarda, il 19 e il 20 gennaio.

Il Land è un partner commerciale di prima importanza per l’Italia, con 26 miliardi di euro di interscambio nel 2021.

In agenda colloqui con il ministro presidente del Land Winfried Kretschmann e il sindaco Frank Nopper, il segretario di Stato per Economia, lavoro e turismo, dr. Patrick Rapp, e gli Amministratori delegati della IHK Region Stuttgart, Susanne Herre, e della Messe Stuttgart, Roland Bleinroth.

Momento centrale del programma anche l’incontro con la comunità italiana nel Baden-Würrtemberg (197.000 gli iscritti all’AIRE presso il Consolato Generale di Stoccarda) e i suoi rappresentanti, il personale del Consolato Generale d’Italia in Stoccarda e dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda.

È seguita la visita al Ginnasio Königin-Katharina-Stift, dove opera una sezione bilingue italo-tedesca, e alla Staatsgalerie Stuttgart, che nel 2023 e 2024 ospiterà due importanti mostre dedicate all’arte italiana (Modigliani e primo Rinascimento a Venezia). (Inform/dip 24)

 

 

 

Acli Germania, Tabbì: „Le ’nuove mobilità‘ possono fare molto”

 

Conversazione con il neo eletto presidente delle ACLI Germania Pino Tabbì, a cura di Paola Colombo

 

“Noi rappresentiamo gran parte della vecchia emigrazione, le ‘nuove mobilità’ sono presenti nel movimento Acli ma non come desidereremmo. Con il Congresso abbiamo definito linee di programmazione per ritrovare la nostra presenza in Germania a fronte di una realtà di emigrazione cambiata” così, Pino Tabbì neopresidente delle Acli Germania eletto nel Congresso di novembre ad Augsburg, nel quale è stato rinnovato anche il Consiglio. Pino Tabbì, volto non nuovo, già presidente delle Acli Baden-Württemberg, succede a Duilio Zanibellato. Acli Germania è presente in Baviera, nel Nord-Reno Vestfalia, Baden-Württemberg e anche a Francoforte (vedi box a pag. 15). Il Congresso è arrivato con un po’ di ritardo rispetto alle scadenze naturali, a causa sia della pandemia sia della situazione interna. I due anni di pandemia hanno infatti lasciato il segno: le AcliGermania hanno perso soci e alcuni circoli sono stati chiusi perché non ci si poteva incontrare in presenza. Con il recente Congresso le Acli Germania hanno presentato la loro linea programmatica per il prossimo quadriennio. Ne parliamo con il neo presidente Pino (Giuseppe) Tabbì.

Come pensate di rilanciare il movimento?

Molto spesso chi diventa socio di un’associazione lo fa perché riceve un servizio. E questa è spesso l’immagine che si ha delle Acli. Ma noi non siamo e non vogliamo dare più l’impressione di essere solo un’associazione che offre servizi. Siamo un Movimento che porta avanti un modo di essere, un pensiero, un’azione sociale ancorata alle nostre tre fedeltà: al mondo del lavoro, alla democrazia e al Vangelo. E sull’affermazione di questi valori auspichiamo che la gente aderisca alle Acli.

Pino Tabbì, presidente ACLI Germania dal novembre scorso.

Come pensate di farlo?

Abbiamo prestato attenzione alla nuova immigrazione con dei progetti a Stoccarda, rivolti specificatamente alla nuova migrazione: con “Famiglia Amore”, riservato a giovani mamme, e con il progetto di consulenza “Vivere e lavorare in Germania” per rispondere alle esigenze della nuova immigrazione; infatti quelli che arrivano non sono tutti ingegneri, professionisti qualificati che non hanno difficoltà a trovare lavoro, ma c’è una immigrazione che ha ancora bisogno di aiuti concreti, di sostegni e noi siamo intervenuti in questi anni su queste necessità lavorando in rete con le istituzioni tedesche, ma anche italiane. Forse non abbiamo comunicato con chiarezza che il nostro agire nasce dal nostro essere un’associazione che ha a cuore la dignità del lavoro e dei lavoratori. Si tratta di un’azione delle Acli e non di un servizio generico. Per questo dico che dovremmo un lavorare di più sulla nostra visibilità per far capire chi realmente siamo e quali valori animano la nostra associazione.

Come intendete entrare in contatto con la realtà della recente immigrazione non solo per far conoscere le vostre iniziative ma anche per trovare persone che si impegnino con voi e che portino nuova linfa al movimento?

Vorremmo far rivivere i circoli come luogo di aggregazione portandovi il dibattito politico-sociale sui temi che toccano la nostra gente di emigrazione, per esempio, sul salario minimo, sul Bürgergeld (reddito dei cittadini), sui temi che interessano la realtà dove viviamo. Oggi tutto lo cammina su Facebook, su Instagram, sui social, però manca l’aggregazione concreta delle persone per discutere e progettare l’aiuto concreto, ossia aiutare a trovare lavoro. In questo la nuova emigrazione con le sue competenze, potrebbe mettersi a disposizione e intervenire per darci una mano. Ci definiamo l’associazione per la giustizia sociale e questo per noi si collega al nostro impegno per dare dignità al lavoro, un lavoro che permetta alle persone di vivere e lavorare dignitosamente. Per questo vorremmo organizzare prossimamente dei dibattiti nell’opinione pubblica, aperti a tutti in Germania, perché abbiamo perso un po’ questa abitudine di discutere sui grandi temi che interessano la nostra comunità; vorremmo farci promotori di interventi del genere perché c’è un gran bisogno di discutere con le persone.

La “nuova mobilità” è fatta anche in parte di persone che arrivano in Germania allo sbaraglio. Se ne parlava, ed era intervenuto anche Lei su questo, durante la presentazione del RIM, Rapporto Italiani nel Mondo (2021) lo scorso anno. Arrivano persone pensando di arrangiarsi in qualche modo, ma che poi finiscono spesso nelle maglie dello sfruttamento; c’è addirittura chi finisce sotto i ponti, chi chiede l’elemosina per racimolare i soldi per il biglietto di ritorno in Italia. Che cosa si può fare per aiutare la gente a partire con un progetto di emigrazione più consapevole e non “a rischio sconfitta”?

Su quasi tutte le varie pagine Facebook degli italiani in Germania si leggono annunci di giovani che cercano lavoro come: “Lavapiatti, con vitto e alloggio”. Questi giovani sanno che cosa significa accettare queste condizioni di lavoro? Sanno che spesso vanno incontro a condizioni di sfruttamento e di posizioni lavorative irregolari? Il nostro compito è tematizzare queste situazioni d’illegalità per dare un’idea alle persone di ciò a cui vanno incontro, perché il problema spesso non è trovare un lavoro, ma trovare un lavoro dignitoso. Problematizzare le situazioni critiche che ci sono per creare giustizia sociale è nel nostro spirito. Si potrebbe pensare anche a un servizio negli uffici di patronato in Italia che dia informazioni a chi è intenzionato a partire. Questo tipo di servizio richiede un grande sforzo di collaborazione, di lavoro in rete tra diversi attori anche perché è quasi assodato che chi vuole partire, nel momento di bisogno, non si reca al patronato ma usa più facilmente Facebook o altro per avere informazioni che però non sempre sono corrette o complete.

… quindi uno sportello informativo per chi voglia emigrare in Germania?

Sì, un lavoro di collaborazione tra associazioni / istituzioni che operano all’estero e le istituzioni locali in Italia – patronati, comuni, sindacati – con l’apertura di sportelli informativi per ricevere informazioni concrete sul vivere e lavorare all’estero. Bisogna creare le condizioni affinché chi vuole partire abbia gli strumenti concreti – “la cassetta degli attrezzi” direbbe la mia amica Delfina Licata (curatrice del RIM, n.d.r) – per affrontare la vita in emigrazione e non un “vieni tanto il lavoro lo trovi, poi ti arrangi”. Si potrebbe stilare un decalogo, come avevo fatto una volta, che presenta le condizioni base a cui si va incontro quando si emigra. Chi riesce a rispondere positivamente a più della metà delle domande, allora è pronto per partire, altrimenti ci deve riflettere due volte. In ogni caso chi emigra deve avere chiaro il suo progetto di vita.

Può fare un esempio dove è meglio rinviare la partenza?

Quando ci sono figli in età scolare la situazione è molto delicata. Bisogna chiedersi a quali problemi si va incontro con l’inserimento scolastico dei figli. In questo caso – nella nostra realtà tedesca – non si può dare un’informazione generale, perché il sistema scolastico è di competenza del Land e quindi diverso da regione a regione. È meglio comunicare direttamente con la persona interessata e cercare la risposta caso per caso. Proprio ultimamente mi ha scritto un padre che voleva venire a Stoccarda per lavoro con tutta la famiglia comprendente un figlio al quarto anno di liceo. Gli ho consigliato di rinviare la partenza, per non distruggere il percorso scolastico del figlio, perché qui difficilmente riuscirebbe a chiudere il percorso scolastico con la maturità precludendosi quindi un eventuale percorso universitario. Queste sono le situazioni che un servizio di informazione deve tenere presente, caso per caso.

Prima diceva che avete collaborato con le istituzioni tedesche per realizzare alcuni progetti. Pensate anche a collaborazioni con i Comites?

La partecipazione alla vita democratica è sempre stata un principio cardine delle Acli. Da sempre abbiamo svolto un ruolo attivo per l’affermazione dei diritti di rappresentanza degli italiani all’estero tramite le sue istituzioni Comites e Cgie. In queste istituzioni, da quando sono nate, siamo stati sempre presenti e attivi anche se in alcuni Comites il rapporto non è sempre stato idilliaco. Il Congresso ha riaffermato, in linea di principio, la collaborazione con i Comites specialmente su temi e progetti attinenti ai bisogni della nostra emigrazione. E un esempio concreto della disponibilità a collaborare è avvenuto direttamente durante il congresso dove la presidente del Comites di Monaco di Baviera – Daniela Di Benedetto, gradita ospite al nostro congresso – contattata da alcuni presidenti di circoli Acli bavaresi ha programmato incontri con loro per azioni comuni su temi che riguardano la comunità. Aperti quindi a collaborare. Da associazione di credenti è importante per noi – oltre alla partecipazione alla vita cristiana – anche rafforzare le collaborazioni con le comunità cattoliche italiane. È già una realtà consolidata che dirigenti di circoli Acli sono componenti anche dei Consigli Pastorali e viceversa; in passato con la comunità cattolica di Esslingen dove c’era don Gregorio, ora delegato delle Mci, abbiamo organizzato una collaborazione tra la diocesi di Pozzuoli, la Comunità Cattolica di Esslingen e le Acli, per un progetto di accompagnamento e assistenza a 24 giovani provenienti dalla diocesi campana. La Cci di Esslingen ha provveduto all’accoglienza, la diocesi di Pozzuoli al sostegno finanziario, noi abbiamo messo gratuitamente a disposizione tutte le nostre competenze tecniche per dar loro – nel corso di due settimane formative (12 persone a settimana) – tutte le informazioni e istruzioni necessarie per potersi trasferire in Germania: dal riconoscimento dei titoli di studio, alla traduzione del curriculum, al corso di tedesco, al sistema sanitario e così via. Da quell’esperienza è nato il progetto Ciane, Centro Informazione Acli Nuove Emigrazioni, che rispondeva a una situazione di arrivo continuo di connazionali nella zona di Stoccarda negli anni 2015 ’16 ’17 e ‘18. Sono state centinaia le persone che vi si sono rivolte, tutte con un bisogno d’informazioni, di consulenza per capire come funziona il sistema. Non solo informazione e consulenza, ma anche accompagnamento all’inserimento nel lavoro, assistenza nel riconoscimento dei diritti. Oltre alle nostre competenze, avevamo creato – ed esiste ancora – una rete di collaboratori tecnici per rispondere a quelle esigenze che superavano le nostre competenze: traduttrici giurate che lavoravano gratuitamente per tradurre CV e lettere di presentazione; l’esperta di diritto del lavoro per la verifica dei contratti di lavoro. Questa idea di solidarietà, di voler essere al servizio della gente è stata fondamentale per portare avanti questo progetto a titolo gratuito. Il Covid ha rovinato tutto, le regole anti covid non permettevano l’assistenza in presenza e il progetto è stato sospeso. Oggi, finita la pandemia, sono subentrati ulteriori problemi per cui lo si continua sotto forma di contatti via email, telefonate e così via.

Per una presenza più incisiva sul territorio pensate di aumentare il numero dei circoli, oppure volete rafforzare la vostra presenza laddove è già ben radicata e attiva?

Sì, la nuova dirigenza si è assunta l’impegno di sostenere e rafforzare l’azione dei circoli esistenti per riavvicinare vecchia e nuova emigrazione alle Acli. Vogliamo avviare azioni che permettano la riapertura di quei circoli che a causa del Covid hanno chiuso. Cercheremo di avviare dei cambiamenti, laddove ci sono circoli vogliamo intensificare la presenza locale con i patronati, per sostenere nei loro bisogni il maggior numero di persone possibili e rafforzare le sedi esistenti. Il nostro obiettivo è quello di un doppio rafforzamento, quello dei circoli e quello del patronato. CdI gennaio

 

 

 

 

Le recenti trasmissioni di Cosmo italiano, ex Radio Colonia

 

27.01.2023. La memoria dell'Olocausto tra Germania e Italia

Come è avvenuta la rielaborazione del passato nazista? Lo storico Tommaso Speccher ricostruisce in un libro le diverse fasi attraversate dalla Germania, dal dopoguerra a oggi, perché «fare i conti con il passato è un processo complesso che si muove lungo tutta la storia tedesca». Nel frattempo si chiudono gli ultimi processi ai nazisti con le condanne all'ex segretaria e alla guardia nazista del campo di Stutthof, o alla guardia SS ultracentenaria di Sachsenhausen. L'approfondimento è di Cristina Giordano. Il processo per la memoria dell'Olocausto riguarda anche l'Italia, dove a lungo venne rimossa, ad esempio, la storia della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in territorio italiano. Ce ne parla la storica Chiara Becattini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/memoria-dell-olocausto-tra-germania-italia-100.html

 

26.01.2023. In Germania mancano troppe case. Trovare casa è sempre più difficile. Più studi segnalano questa tendenza, mai così pochi alloggi negli ultimi vent’anni. Tra i motivi, anche la crisi del settore edilizio. Cristina Giordano ha raccolto dati e studi. I costi della casa sono un fattore determinante per il rischio povertà. Il sussidio del «Wohngeld» promette un aiuto. Ma come? Ne parliamo con Luigi Brillante, consigliere comunale a Francoforte. Diamo uno sguardo anche a Berlino, eterno cantiere: ce ne parla l’architetto Federico Beulcke.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/germania-mancano-case-100.html

 

25.01.2023. Un Bundestag con troppi deputati

La Germania vuole ridurre il numero dei parlamentari, arrivato oggi a 736, il più alto numero di sempre. La riforma di Spd, Verdi e Fdp punta a correggere il meccanismo che sta alla base del doppio voto e responsabile di questo allargamento. Cristina Giordano ne spiega i dettagli. In Italia invece, dove i parlamentari sono stati già ridotti, è la volta di una nuova proposta

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riforma-elettorale-bundestag-100.html

 

24.01.2023. I Leopard, Pistorius e l'esercito tedesco. Carri armati del tipo Leopard per l'Ucraina, sì o no? La Germania è sotto pressione internazionale e ancora fatica a decidere. Un inizio spinoso per il nuovo ministro della Difesa Pistorius, che deve comunque risolvere altri gravi problemi dell’esercito tedesco. Prima di lui ci hanno già provato in molti. Ce ne parla Cristina Giordano, mentre con Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, diamo uno sguardo anche alle condizioni degli altri eserciti europei, compreso quello italiano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pistorius-nuovo-ministro-difesa-tedesco-100.html

 

23.01.2023. Le reazioni in Germania all'arresto di Messina Denaro

Come è stato raccontato dai media tedeschi l’arresto del boss Matteo Messina Denaro? E cosa significa questo colpo inferto a Cosa nostra per le ramificazioni della mafia in Germania? L’approfondimento di Cristina Giordano. Nell’intervista alla giornalista siciliana di Adnkronos Elvira Terranova, i dettagli e gli aggiornamenti sull’arresto dell’ultimo capo mafia, responsabile delle stragi mafiose del '92 e latitante da 30 anni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/reazioni-germania-arresto-matteo-messina-denaro-100.html 

 

20.01.2023. Forte aumento delle richieste di asilo in Germania

In Germania, il numero di domande di asilo è salito in modo significativo nel 2022, soprattutto nel mese di dicembre. È quanto emerge da un rapporto del Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, cioè l'Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati. Ce ne parla Giulio Galoppo. Sulle conseguenze di un tale aumento per il sistema di accoglienza tedesco abbiamo sentito il parere di Wiebke Judith, portavoce di Pro Asyl. L'avvocato Salvatore Fachile fa, invece, il punto della situazione sul sistema di accoglienza in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aumento-richieste-di-asilo-germania-100.html

 

19.01.2023. Come ripensare il traffico su strada in Germania e in Italia?

La Germania deve ridurre rapidamente e drasticamente le emissioni di gas serra nel settore dei trasporti, se vuole raggiungere i suoi obiettivi climatici. Ce ne parla Giulio Galoppo. Mentre Giulio Mattioli, ricercatore alla TU di Dortmund, spiega cosa porterebbe l’introduzione del limite di velocità sulle autostrade tedesche. Dal Comune di Milano, l’assessora alla mobilità Arianna Censi, ci racconta come si è deciso di imporre un limite di 30 km/h in città a partire dal 2024.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trasporti-cambiamento-climatico-germania-100.html

 

18.01.2023. Corruzione in Germania: servono norme più severe

Che fine ha fatto lo scandalo delle mascherine in Germania? Gli esponenti della Unione che hanno incassato altissime provvigioni non risultano punibili per la legge tedesca. Ora vanno chiariti i rapporti tra il ministro delle Finanze Lindner ed una banca tedesca, che fanno discutere. Ma in molti sono d'accordo: la norma contro la corruzione dei politici va riformata. Ce ne parla Lisa Böhm dell'osservatorio Abgeordnetenwatch, mentre Giulio Galoppo ricostruisce per noi lo scandalo delle mascherine.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corruzione-mascherine-germania-100.html 

 

17.01.2023. Tutti i disagi e i problemi di Deutsche Bahn, e le loro cause

Il 2022 è un anno che le ferrovie tedesche preferirebbero dimenticare. Ritardi, cancellazioni, treni troppo affollati. La Deutsche Bahn sembra soccombere a problemi strutturali accumulatisi nel corso di molti anni. COSMO italiano ha raccolto le esperienze, e i disagi, di alcune ascoltatrici e ascoltatori, oltre a quelle dei colleghi Fillipo Proietti e Giulio Galoppo, che, poi, spiegano quali siano le cause di un così cattivo funzionamento delle ferrovie tedesche. Bernhard Knierim, dell’associazione Allianz Pro Schiene, ci porta alla radice del problema, mettendo in evidenza gli investimenti sbagliati o completamente assenti delle ferrovie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/deutsche-bahn-ferrovie-germania-100.html

 

16.01.2023. Carenza di medicinali in Germania e in Italia

Da settimane in Germania mancano medicinali: antipiretici, antidolorifici, antibiotici, antitumorali, ma anche farmaci per la riduzione del colesterolo o contro il diabete. Ne risentono i pazienti le farmacie e gli studi medici che si trovano ad affrontare una forte ondata influenzale. Come si è arrivati a questa situazione? E come ha intenzione di agire il governo per risolvere la crisi? Ce ne ha parlato Giulio Galoppo. Fiorenza Grieco, farmacista italiana a Colonia, ci dà un’idea di cosa ciò significhi per chi i medicinali li vende. Dove vanno ricercate le cause di questa carenza ce lo spiega Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/carenza-medicinali-germania-100.html 

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Musica italiana non stop. Il nostro web channel COSMO Italia inoltre ti offre due ore di musica non stop, che puoi ascoltare 24 ore su 24 sulla nostra pagina internet, sulla app di COSMO e su Spotify.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

13.01.2023. Soccorritore, mestiere ad alto rischio. In Germania non passa giorno senza che poliziotti, vigili del fuoco e soccorritori vengano insultati, minacciati, spinti, fatti oggetto di sputi o malmenati. Gli ultimi casi di aggressioni a vigili del fuoco e altri soccorritori si sono registrati a Berlino a Capodanno. Ma simili attacchi sono in aumento sia in Germania che in Italia, ce ne parla Agnese Franceschini. Sulle cause di queste aggressioni abbiamo parlato con Christian Miller, capo dei pompieri di Colonia, e con la criminologa italiana Roberta Bruzzone. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/soccoritore-mestiere-alto-rischio-100.html

 

12.01.2023. Cosa succede a Lützerath e perché?

Prosegue lo sgombero di Lützerath e degli attivisti che si sono barricati nel paese, intanto cresce la spaccatura nei Verdi tedeschi. Il passaggio da partito ambientalista a partito di governo sembra andare a discapito del clima, secondo i critici. Ma qual è il significato di Lützerath e perché gli attivisti non vogliono abbandonare questo piccolo paese del Nordreno-Vestfalia? Ascolta la puntata di COSMO italiano con Agnese Franceschini, che spiega gli argomenti delle varie parti coinvolte, e Rio Goldmann dell'associazione "Lützerath lebt".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lutzerath-luetzerath-germania-sgombero-proteste-lignite-carbone-100.html

 

11.01.2023. La pandemia è finita o sta per ricominciare?

Nelle ultime settimane, dopo che la Cina ha allentato la sua politica "zero Covid" a favore di una strategia di coesistenza con il virus, il paese ha subito un'ondata di contagi senza precedenti. Agnese Franceschini fa il punto della situazione e descrive la reazione da parte europea. Con il virologo Fabrizio Pregliasco facciamo il punto sulla pandemia e sulla pericolosità delle nuove varianti. Ilaria Massa, Consigliere della Camera di Commercio Italiana in Cina, ci racconta la sua esperienza durante il lockdown imposto dal governo cinese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/corona-update-cina-100.html

 

10.01.2023. La controversa eredità di Papa Ratzinger. Le reazioni alla morte del Papa emerito sono state molto diverse in Italia e in Germania. In Italia decine di migliaia di fedeli hanno chiesto di farlo "santo subito" e i media hanno sottolineato le sue grandi qualità di teologo. In Germania si sono ricordati, invece, i lati più reazionari di Benedetto XVI e il suo coinvolgimento nello scandalo pedofilia. Ne parliamo con Agnese Franceschini, mentre il teologo italiano dell’Università di Aachen, Simone Paganini, descrive il rapporto di Ratzinger con la sua Chiesa. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ratzinger-morte-reazioni-italia-germania-100.html

 

09.01.2023. Le polemiche dopo gli scontri di Capodanno. Nella notte di Capodanno in diverse città tedesche, agenti di polizia e vigili del fuoco sono stati attaccati con petardi e fuochi d’artificio. Soprattutto a Berlino abbiamo assistito a scene di guerriglia urbana, con ambulanze, mezzi di pompieri e polizia attirati in agguati. Il punto di Agnese Franceschini sui fatti e sulle polemiche. L’opinione di Luigi Pantisano, consigliere comunale a Stoccarda per la Linke, sulla strumentalizzazione politica di questa vicenda. Il criminologo Christian Pfeiffer ci fa un quadro della violenza giovanile negli ultimi anni in Germania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/capodanno-violenze-berlino-100.html

 

06.01.2023. Artisti fra Italia, Germania e il Mediterraneo. Gianna Nannini, Nu Genea e Peppe Voltarelli hanno tutti un rapporto speciale con la Germania, in particolare con Colonia e Berlino. E amano la contaminazione musicale e culturale, le altre lingue e i dialetti del Mediterraneo: così anche Eugenio Bennato. Li riascoltiamo in questo omaggio ai nostri ospiti musicali dell'anno appena concluso. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gianna-nannini-italia-germania-mediterraneo-100.html

 

05.01.2023. Rientrare in Italia o restare in Germania? Nel 2020 sono stati oltre 7.000 gli italiani rientrati dalla Germania in Italia. Ma quali passi burocratici bisogna fare prima di rientrare? Ne parliamo con Elisa Pugliese che svolge la professione di consulente per expat, aiuta chi arriva in Germania e chi fa ritorno in Italia. Poi Elisa Martellosio ci racconta la sua storia e i motivi che l’hanno spinta a ritornare nel Belpaese. Particolare invece la vicenda della professoressa Daniela Santus che continua a vivere da pendolare tra Brema e Torino.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/expat-rientrare-in-italia-lasciare-la-germania-100.html

 

04.01.2023. La guerra in Ucraina vista dalla Germania

Non si ferma l’ondata di profughi ucraini verso la Germania. Il tema infiamma il confronto nel mondo politico tedesco come anche la fornitura di armi: il punto con Enzo Savignano. Poi con il direttore della rivista di geopolitica Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, cerchiamo di comprendere i possibili sviluppi del conflitto russo-ucraino e la strategia italiana ed europea sugli aiuti militari a Kiev.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rifugiati-armi-germania-ucraina100.html

 

03.01.2023. Tutte le novità del 2023 in Germania. Dal 1 gennaio sono scattati gli aiuti per le famiglie, gli aumenti del Kindergeld e del Wohngeld e il tetto alle bollette di gas e luce. Al via anche il Bürgergeld che sostituisce il sussidio di disoccupazione Hartz IV. Per il biglietto  ferroviario da 49 euro bisognerà aspettare, invece, il 1 aprile. Enzo Savignano fa il punto sui nuovi provvedimenti. Poi con l’esperto di energia Marco Bulfon cerchiamo di capire quale potrà essere l’andamento dei prezzi di gas, petrolio ed energia nel corso del 2023.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuove-misure-2023-100.html 

 

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“I colori del Novecento”: l’Accademia nazionale di Santa Cecilia alla Alte Oper di Francoforte

 

Francoforte sul Meno - È stato un gioco di elementi classici, rococò e jazzistici contrapposti alle profondità e sonorità nordiche, ma soprattutto un incontro di mondi musicali e sinfonici diversi quello ascoltato venerdì 27 gennaio nella prestigiosa sala di concerti dell’Alte Oper di Francoforte, quando l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, in tournée in Germania dal 25 gennaio fino all’1 febbraio, con il suo direttore musicale Sir Antonio Pappano ha presentato al pubblico della città sul Meno il concerto “I colori del Novecento”, suddiviso in tre parti, con musiche di Prokofiev, Ravel e Sibelius.

Se da una parte il concerto si è chiuso con "La Quinta Sinfonia" del compositore finlandese Sibelius, sinfonia di rara esecuzione, epico-sinfonica, con squarci naturalistici e screziature malinconiche, tuttavia fortemente coinvolgente, al contrario l’inizio della serata si è aperto con un tono gioioso, leggero e umoristico, ovverosia con la prima sinfonia di Prokofiev, la "Sinfonia classica", composta quasi contemporaneamente a quella di Sibelius nella seconda decade del ‘900.

In effetti, in questo breve, intenso e brillante brano di Prokofjev, il compositore russo ha saputo mirabilmente conciliare la tradizione con l'innovazione del suo tempo, unendo un'armonia e un'orchestrazione semplificata nella quale la struttura della base tonale è evidentissima. La sinfonia riflette perfettamente l'elegante stile settecentesco, ma il tessuto tonale di Prokofiev è molto più ricco, spazia e si declina in maniera più ariosa. Il suo classicismo è sì stilizzato, ma anche estremamente raffinato, sempre intriso di leggera ironia e sostenuto costantemente da una varietà ritmica che è una delle principali connotazioni della musica di Prokofiev.

Anche la seconda parte concertistica della serata, ovvero il concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore di Maurice Ravel, ha mostrato elementi classici abilmente costruiti con elementi sonori coloristici tipici della musica francese nonché citazioni di armonie jazz della fine degli anni Venti del Novecento, questi ultimi soprattutto nel primo e terzo movimento.

Invece, il secondo movimento è stato un dolcissimo e onirico adagio, condotto quasi esclusivamente dal pianoforte, dove i pochi interventi orchestrali successivi sono stati affidati alle brillantezze degli archi e ai giochi di flauto, oboe, corno inglese, clarinetto e fagotto in un'alternanza musicale post-impressionista e pienamente novecentesca.

Ravel dichiarò già a suo tempo di aver realizzato un "concerto nel senso più esatto e letterale di quelli di Mozart e Saint-Saëns", affermando: "Sono infatti dell'opinione che la musica di un concerto possa essere allegra e brillante, e che non sia necessario sforzarsi per ottenere profondità ed effetti drammatici".

Il pianista coreano Seong-Jin Cho, solista al piano della serata francofortese, conosce da molti anni la quanto mai tecnicamente difficile ed intensa esecuzione del brano di Ravel ed ha eseguito il Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore con diverse orchestre rinomate. Tra queste l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle principali orchestre internazionali con cui il pianista coreano ha già lavorato, esibendosi anche nel suo paese d'origine, dove è celebrato come una vera e propria pop star.

Insomma è stato un programma affascinante, una serata all’insegna di una tavolozza di colori musicali molto variegata e ricca di sonorità novecentesche quella che l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia ha superbamente eseguito nonché regalare al quanto mai esigente e preparato pubblico della Alte Oper di Francoforte. (M.S. dip 29)

 

 

 

 

Eletta la Presidenza delle Acli-Germania 

 

Stoccarda. Il 21 Gennaio scorso, nei locali del Bischof-Leiprecht-Zentrum di Stoccarda, ha avuto luogo la prima Riunione del Consiglio Nazionale  delle ACLI Germania, eletto in occasione del XIII Congresso, celebrato ad Augsburg il 26 Novembre 2022.

Ad accogliere i Consiglieri al loro arrivo il "vecchio" Presidente Duilio Zanibellato e il Neopresidente Giuseppe Tabbì.

Particolarmente importanti i punti all'ordine del giorno, trattati nel corso della conferenza; primo fra tutti l'elezione dei Membri di Presidenza.

Come da lettera di convocazione inviata da Tabbì, i lavori — a causa delle avverse condizioni atmosferiche — sono cominciati, con un leggero ritardo. Presenti i Consiglieri del Baden-Württemberg: Giuseppe Tabbì, Duilio Zanibellato, Norbert Kreuzkamp e la Coordinatrice dei Patronati in Germania, Daniela Bertoldi; i Consiglieri della Baviera: Carmine Macaluso, Fernando A. Grasso, Gisella Brasseler, Lucio Giamattei e Pasquale Bibbò; e i Consiglieri del Nord-Reno Westfalia: Calogero Mazzarisi, Giuseppe Sortino, Giorgio Aleci e Giovanni Cossu. 

Consiglieri che — a turno — si sono presentati, fornendo qualche breve notizia sulla propria famiglia, sul proprio lavoro e, soprattutto, sulle circostanze in cui hanno conosciuto le ACLI. Grasso tra le altre cose ha parlato addirittura di un suo soggiorno in una colonia estiva, organizzata dalle ACLI siciliane nei lontani anni Cinquanta. Altri, come: Sortino, Zanibellato, Tabbì, Mazzarisi, Bertoldi, Giamattei e Macaluso — oltre a dare qualche notizia personale — ne hanno fornita qualcuna legata alla loro decennale appartenenza alle ACLI, nelle quali hanno svolto importanti funzioni e attività in tutti questi anni; come Zanibellato nell'Enaip, o altri in sedi di Patronato; o altri ancora,  integrando nel proprio Circolo — come Macaluso — Gruppi sportivi o artistici (Folk-ACLI di Kaufbeuren); o collaborando come Tabbì a progetti (FamigliAmore di Stoccarda).

Subito dopo queste presentazioni si è passati alla nomina per acclamazione dei due Vicepresidenti: Carmine Macaluso, Presidente delle ACLI della Baviera e Calogero Mazzarisi, Presidente delle ACLI del Nord-Reno Westfalia.  Giuseppe Tabbì, continuerà a ricoprire la carica di Presidente delle ACLI del Baden-Wurttemberg.

Gli altri componenti della Presidenza, anch'essi eletti per acclamazione: Duilio Zanibellato con la carica di Segretario Organizzativo e Amministrativo; Giuseppe Tabbì e Carmine Macaluso Responsabili per i rapporti con la FAI; Giuseppe Sortino e Norbert Kreuzkamp, Incaricati per i rapporti con il KAB; la Coordinatrice dei Patronati in Germania Daniela Bertoldi,  Incaricata per i Rapporti tra il Movimento e i Patronati; e Fernando Grasso, Incaricato per la presenza in Internet delle ACLI Germania.

Inoltre sono stati eletti come Probi Viri: il Presidente Emerito delle ACLI Baviera, Giuseppe Rende, Pasquale Peduto e Giuseppe Pisano; e come: Revisori dei Conti: Giovanni Cossu e Gisella Brasseler.

È stata poi la volta della presentazione della mozione congressuale, redatta in occasione del XIII Congresso di cui sopra, da Norbert Kreuzkamp, Patrizia Mariotti e Elio Pulerà. Esaminati i 12 punti — dopo uno scambio di opinioni sulla formulazione di alcuni passaggi — si è convenuto di apportarvi alcuni emendamenti prima della sua approvazione definitiva.

Per una buona parte della giornata è stato collegato con i Consiglieri il Vicepresidente della FAI Matteo Bracciali, che ha partecipato attivamente ai lavori dell'assemblea, integrando quanto esposto da Zaibellato, Tabbì e  Macaluso sulla situazione attuale del Movimento e Bertoldi sul futuro delle sedi del Patronato e delle presenze nelle periferie, in seguito anche all'ultima Conferenza del Patronato. Si è parlato anche di un seminario in novembre. Tabbì, dopo aver presentato la rendicontazione — anch'essa approvata —  ha anche comunicato di aver già prenotato le tessere per il 2023.

Dopo la corroborante pausa pranzo con delle lasagne veramente gustose — spolverate completamente —   e accompagnate da qualche fettína di formaggio, e da un ottimo vino e caffè, si è continuato con il completamente del programma. 

Tra gli altri punti toccati, sia da Tabbì, che da Zanibellato e da Macaluso: la necessità di  un maggiore coinvolgimento delle giovani generazioni con diverse strategie: Macaluso ha parlato nuovamente del suo Folk-ACLI (vedi sopra) e Tabbì di progetti come: FamigliAmore (vedi sopra)... Ma si è insistito soprattutto sulla necessità di promuovere maggiori contatti con: il KAB,  le Missioni,  i Comites, altre associazioni, non solo italiane, e, — non da ultimo — anche con l'Amministrazione; promuovendo una maggiore presenza sui social.

Sono stati programmati inoltre i prossimi incontri per i quali Tabbì proporrà alcune date. E a proposito di indirizzo e-mail ha annunciato anche la creazione di un indirizzo proprio delle ACLI Germania.

Esauriti i temi in programma e qualche altro dettaglio il Presidente ha concluso i lavori dell'Assemblea alle 16:30, dando appuntamento al prossimo Consiglio, magari un po' più allargato, indicativamente dopo Pasqua.

Fernando A. Grasso, de.it.press 23

 

 

 

 

L’ Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha presentato “Apnea”, di Lorenzo Amurri 

 

Amburgo – Sono riprese venerdì 20 gennaio, dopo la pausa per le festività natalizie e di fine anno, le manifestazioni culturali dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo. Come già reso noto da fine agosto 2022 l’Istituto è diretto da una giovane direttrice, Francesca Fazion, che è subentrata a Nicoletta Di Blasi, rientrata al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale per fine mandato. L’Istituto Italiano di Cultura ha realizzato nel corso dell’anno passato 157 eventi, molti digitali, come ad esempio le rassegne online #andarpergiardini, #andarpercaffè e Spazi Italiani, e molti in presenza, riaprendo le porte dopo il periodo di pandemia al proprio pubblico, al quale si è presentato un Istituto rinnovato. Si è infatti approfittato del Covid per ristrutturare la sede dell’Istituto: una illuminazione moderna delle sale eventi ed espositive, pavimenti levigati e lucidati forniti di nuove stuoie sulla scala di ingresso e altri abbellimenti.

Per il 2023 sono stati messi in cantiere molti progetti interessanti e idee nuove. Il nuovo programma delle manifestazioni culturali relative al primo trimestre è già pubblicato sulla pagina web e anche i canali social sono sempre aggiornati. Con un augurio per un anno nuovo che porti a tutti tanta salute e soddisfazioni, l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo venerdì 20 gennaio ha presentato il romanzo autobiografico di Lorenzo Amurri intitolato “Apnea”, pubblicato nel 2013 da Fandango Libri. La presentazione, in tedesco, è stata curata dalla traduttrice del romanzo, dr. Ruth Mader-Koltay, e dalla editor di Amurri, Irene Pacini.

Il romanzo è uscito sul mercato tedesco nel 2022, edito dalla casa editrice nonsolo Verlag di Friburgo in Brisgovia con il titolo “Bis ich wieder atmen konnte”. Durante la serata sono stati letti brani tratti dal libro italiano e dall’edizione tedesca e proiettate interviste (sottotitolate in tedesco) ai familiari di Lorenzo Amurri. L’evento, organizzato in collaborazione con la casa editrice Nonsolo Verlag di Friburgo, si è tenuto presso la Rudolf Steiner Haus di Amburgo (Mittelweg 11-13) per poter accogliere anche persone con limitazioni di movimento.

Il romanzo, finalista al Premio Strega 2013, racconta la storia personale dell’autore e di come la sua vita sia cambiata a causa di un incidente sulle piste da sci all’età di 26 anni. Una vita fino a quel momento vissuta intensamente, da ragazzo spensierato: sesso, droga & Rock’n Roll questo era il motto di Lorenzo, appassionato musicista che aveva collaborato con importanti musicisti e gruppi musicali italiani. All’improvviso quel terribile incidente sugli sci gli stravolse la vita, compromettendo la spina dorsale e rendendolo da quel momento paraplegico. Solo dopo dolorosi mesi trascorsi in una clinica di riabilitazione, numerosi insuccessi e molte battute d’arresto, Amurri iniziò a lottare per tornare a vivere. Come dopo una lunga immersione sentì finalmente di poter respirare di nuovo. Il romanzo inizia con la descrizione dell’incidente: la faccia immersa nella neve, come ovatta soffice che gli toglie il fiato. È la vertigine dell’apnea. Pochi attimi prima Lorenzo stava sciando insieme a Johanna, la sua fidanzata. Poi la corsa in ospedale in elicottero, il coma farmacologico e un’operazione di nove ore alla colonna vertebrale. Dai capezzoli in giù la perdita completa di sensibilità e movimenti. D’ora in avanti Lorenzo e il suo corpo vivranno da separati in casa. L’unica cosa che conta, adesso, sono le mani. Poter riprendere a muoverle, poter ricominciare a suonare la chitarra, perché la musica è tutta la sua vita. Dalla terapia intensiva ai lunghi mesi di riabilitazione in una clinica di Zurigo, fino al difficile reinserimento in un mondo dove all’improvviso tutto è irraggiungibile e tutti sono diventati più alti, giganti minacciosi dalle ombre imponenti. Con coraggio e determinazione Lorenzo Amurri racconta il suo ritorno alla vita: la voglia di vedere, di toccare, di sentire; di riprendere a far tardi la notte insieme agli amici, di abbandonarsi all’amore della sua donna e riconquistare la libertà che gli è stata rubata. Ogni tappa è una lenta risalita verso la superficie, un’apnea profonda che precede un perfetto e interminabile respiro. Il romanzo autobiografico di Amurri è di un’intensità mozzafiato. Cristallino e senza fronzoli, fluido nello stile e profondamente toccante dal punto di vista emotivo, ci fa soffrire con il protagonista, sperare, ridere. Come un vortice che difficilmente ci permette di mettere da parte questo libro. Lorenzo Amurri nasce a Roma nel 1971. Musicista e produttore musicale, ha suonato e collaborato con diversi artisti (Tiromancino, Lola Ponce, Lory D, Asia Argento, Franco Califano). All’età di 26 anni, durante una discesa sugli sci al Terminillo, si scontra contro il pilone di una seggiovia e rimane quasi completamente paralizzato dal collo in giù. Alla sua lunga esperienza di riabilitazione fisica ed emotiva sono legati due romanzi autobiografici pubblicati da Fandango Libri. Il primo è Apnea del 2013, un esordio considerato un successo editoriale, finalista al Premio Strega 2013, vincitore del Premio Strega Giovani e del Premio dell’Unione Europea per la letteratura 2015. Il secondo è Perché non lo portate a Lourdes?, pubblicato nel 2014, cronaca del suo viaggio da non credente a Lourdes. E infine Tracce di ruote, una raccolta dei suoi primi scritti tratti dall’omonimo blog, esce a cinque anni dalla sua scomparsa, sopraggiunta il 12 luglio 2016. Irene Pacini, toscana, germanista, vive da oltre 30 anni in Germania dove lavora come traduttrice ed editor freelance. Da oltre 10 anni si dedica al volontariato per la promozione della lingua e della cultura italiana. La sua perfetta padronanza di entrambe le lingue – che la rende anche un’apprezzata interprete in ambito culturale – e la sua decennale esperienza nella trascrizione di testi creativi e giornalistici le permettono non solo di dare una verifica finale al lavoro del traduttore, ma anche di fornire un supporto passo dopo passo nella sua realizzazione e di aiutare a risolvere problemi di traduzione particolarmente difficili. Nella sua funzione di editor o redattore, Irene Pacini lavora ininterrottamente con l’autore e la casa editrice per rendere i testi adatti alla pubblicazione, perseguendo in questo modo il suo obiettivo principale e cioè quello di individuare ed eliminare qualsiasi ostacolo tra il testo e la mente del lettore. Per questo motivo, presso nonsolo Verlag – a differenza della maggior parte delle case editrici – il controllo di qualità della traduzione inizia con il primo capitolo e prosegue ininterrottamente fino al completamento. Inoltre, Irene Pacini consiglia l’editore nella selezione dei titoli e nell’organizzazione degli eventi, in cui spesso volge anche la funzione di interprete. Ruth Mader-Koltay, nata nel 1968 a Weingarten/Württ.; ha trascorso diversi anni della sua infanzia in Sicilia e in Ticino e ha studiato letteratura italiana e francese e letteratura tedesca moderna a Saarbrücken, Friburgo e Bologna. Durante la stesura del suo dottorato in letteratura italiana, ha tradotto un romanzo autobiografico e diversi racconti dall’italiano per la casa editrice S.Fischer. Dopo il dottorato ha lavorato come docente di letteratura italiana presso l’Università di Friburgo, dove vive attualmente e dove continua a lavorare come libera docente di italiano presso la Società Dante Alighieri e come traduttrice letteraria. Dal 2018 lavora anche come adattatore di testi per l’emittente franco-tedesca ARTE. Per la casa editrice nonsolo Verlag la Mader Koltay ha tradotto sei racconti, un articolo di giornale e i romanzi di Anna Pavignano (“In bilico sul mare”), Nicola H. Cosentino (“Vita e morte delle aragoste”), Igiaba Scego (“Dismatria”) Paolo di Paolo (“Vite allo specchio”), Giulia Corsalini (“La lettrice di Cechov”). (Inform/dip)

 

 

 

 

In Ambasciata a Berlino la tavola rotonda “Rare Earth elements…”

 

BERLINO - Come possono Italia e Germania collaborare per definire le giuste priorità nell’agenda europea per l’approvvigionamento di materie prime e terre rare? Se ne è parlato nel corso dell’evento “Rare Earth elements and the materials for the twin transition: a challenge for the European strategic autonomy”, ospitato ieri, 24 gennaio, in Ambasciata a Berlino.

La tavola rotonda ha alimentato uno scambio di idee tra molti dei soggetti più direttamente coinvolti in questo tema di crescente rilievo strategico. Tra questi il segretario di Stato al Ministero dell’Economia e per la Protezione del Clima, Franziska Brantner, i direttori di ERMA - Alleanza europea per le materie prime, Massimo Gasparon, e di DERA - Agenzia tedesca per le risorse minerarie, Peter Buchholz, e il coordinatore del Tavolo sulle materie prime al Ministero per le imprese e il made in Italy, Giacomo Vigna. Hanno partecipato all’evento anche rappresentanti qualificati dell’associazione industriale tedesca BDI e di altre associazioni di settore, di Confindustria, del Bundestag ed esponenti della comunità scientifica e di think-tank.

Punto di partenza della conferenza di ieri è stata la consapevolezza che la domanda di materie prime critiche necessarie per sostenere le transizioni gemelle (digitale e sostenibile) è destinata a breve ad aumentare sensibilmente, in conseguenza del graduale abbandono delle tecnologie fossili a favore di nuovi processi di trasformazione. Nell’estrazione e nella lavorazione di tali minerali l’Europa e la Germania con essa sono fortemente dipendenti da alcuni Paesi: oltre l’80% delle terre rare viene estratto o lavorato in Cina, mentre il Sudafrica e la Russia detengono una posizione dominante nell’estrazione di platino e palladio. Con l'esponenziale aumento della domanda prevista per tali commodities, queste dipendenze potrebbero diventare ancora più radicate, generando effetti negativi sulle economie nazionali.

Germania e Italia, prima e seconda potenza manifatturiera di Europa, condividono l’interesse ad assicurare anche a livello europeo la definizione di una strategia sostenibile e di resilienza dell’industria europea. In questo senso, con la tavola rotonda in Ambasciata si è voluta facilitare una convergenza di posizioni anche in merito al lavoro che si sta conducendo in Europa verso la definizione dello “European Critical Raw Materials Act”, la cui finalizzazione è attesa per marzo.

“Il biennio 2021-2022 passerà probabilmente alla storia come un momento decisivo di cambiamento, che ha aperto a una ridefinizione del ruolo della geopolitica e delle relazioni internazionali”, ha detto l’ambasciatore Armando Varricchio in apertura dell’incontro. L’offerta globale delle cosiddette materie prime critiche non si sottrae a questa dinamica e ne è anzi già parte integrante, ha proseguito l’ambasciatore, che ha quindi sottolineato la necessità di trovare un nuovo, complesso equilibrio tra la ricerca dell’autonomia strategica europea e la tutela del libero mercato internazionale.

Per il segretario di Stato Franziska Brantner, eventi come la pandemia e la guerra in Ucraina hanno fatto emergere con chiarezza la dipendenza dalle catene di approvvigionamento globali e i rischi per le forniture di materie prime. “Questo vale per tutti i Paesi UE, ma in particolare per Germania e Italia come economie manifatturiere. Da qui la necessità urgente di una diversificazione delle linee di approvvigionamento, soprattutto per via della dipendenza asimmetrica dalla Cina”. (aise/dip)

 

 

 

Il 27 gennaio a Berlino l’evento “C’era una volta il ghetto”

 

BERLINO - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato, in occasione della Giornata della Memoria, l’evento “C’era una volta il ghetto…itinerari musicali ebraici nell’isola della rugiada divina” in occasione del Giorno della Memoria. Il titolo rimanda all’ebraico “I-tal-yah” o “isola della rugiada divina”, nome dato nell’antichità dagli Ebrei alla penisola italica.

Nel corso della serata si è esibita la cantante, compositrice, psicanalista ed etnomusicologa Miriam Meghnagi, nata a Tripoli da una famiglia di origine sefardita e affermatasi a livello internazionale tra massimi interpreti della tradizione musicale ebraica. Attraverso un viaggio nei canti della tradizione ebraica Meghnagi – accompagnata dal pianista e compositore Alessandro Gwis – ha ripercorso la secolare storia della comunità ebraica in Italia, offrendo un ritratto musicale di città come Venezia e Roma, dove per secoli le comunità ebraiche hanno vissuto tra integrazione e confinamento: il “ghetto”, luogo nato per isolare e per dividere, nasce nel Cinquecento proprio a Venezia. L’esibizione è stata accompagnata anche dall’intervento divulgativo del Prof. Giulio Busi, docente ordinario di giudaistica e direttore dell’Istituto di studi ebraici presso la Freie Universität di Berlino.

Il percorso tra musica e parole ha quindi trasformato, in un ideale cambio di prospettiva, ruolo e percezione dei ghetti che, da luoghi di isolamento, sono diventati al giorno d’oggi cuore pulsante di molte città. Ricorrendo all’uso di diverse lingue e tradizioni musicali, si è restituita un’immagine della vitalità, passata e presente, della cultura ebraica in Italia.

“Celebrare la cultura ebraica italiana in occasione della Giornata che ricorda lo sterminio perpetrato nel secolo scorso è anche un modo per celebrare il fallimento di quel progetto, messo su carta a pochi chilometri da questo palazzo”, così l’Ambasciatore Armando Varricchio nel discorso di apertura. L’Ambasciatore ha sottolineato quindi l’imprescindibile contributo dato alla cultura italiana e tedesca dalla civiltà ebraica: “È impossibile pensare alla cultura italiana senza l’apporto che numerosissimi intellettuali, scienziati, artisti ed economisti di religione ebraica le hanno dato nel corso dei secoli. Lo stesso vale anche per la Germania”. (aise/dip 27) 

 

 

 

 

Il diario di Anne Frank: il 1° febbraio incontro con Matteo Corradini all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo – Il diario di Anne Frank: nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della Memoria all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il 1° febbraio si terrà un incontro con Matteo Corradini che ha curato per Rizzoli l’edizione filologica del diario. L’incontro – che inizierà alle ore 19 – è organizzato insieme agli Istituti Italiani di Cultura di Stoccarda e Monaco di Baviera. Moderazione e traduzione di Francesca Bravi. Simbolo della Shoah, il diario di Anne Frank è una luce nel buio della storia e ancora oggi illumina la vita di milioni di persone. Questa nuova edizione, che riporta il testo alla sua primaria lucentezza, è frutto di una scrupolosa ricerca filologica, lessicale e letteraria condotta dal curatore Matteo Corradini direttamente sulla stesura originaria di Anne, liberata da interventi e tagli operati dopo la scomparsa della giovane autrice. I numerosi approfondimenti finora inediti, la preziosa traduzione dall’olandese di Dafna Fiano, la straordinaria testimonianza di Sami Modiano – che nella prefazione ripercorre per noi la dolorosa esperienza del campo – offrono a questa edizione autorevolezza, forza e una ritrovata freschezza. Da queste pagine la voce di Anne parla ai contemporanei schietta e cristallina come non mai, riaccende la memoria e la prolunga nel presente.

Matteo Corradini, nato nel 1975 è ebraista e scrittore, si occupa di didattica della Memoria e di progetti di espressione. Prepara reading musicali e regie teatrali. Fa ricerca sulla Shoah in Olanda e sul ghetto di Terezín, in Repubblica Ceca, recuperando storie, oggetti e soprattutto strumenti musicali. È curatore della nuova edizione italiana del Diario di Anna Frank, per Bur Rizzoli. Nel 2018 ha curato anche l’edizione italiana del diario di Inge Auerbacher (“I am a star” / Io sono una stella ). Matteo Corradini ha ricevuto il Premio Andersen 2018 come protagonista della cultura per l’infanzia. Lo stesso anno, la giuria di letteratura per ragazzi in Germania, ha selezionato l’edizione tedesca del suo romanzo “La repubblica delle farfalle”, dal titolo “Im Ghetto gibt es keine Schmetterlinge” (Random House, 2017) tra i migliori romanzi pubblicati nel 2017. Scrive libri per ragazzi. I suoi libri sono tradotti da RandomHouse in Germania e da Gallimard in Francia. Ingresso libero, ma è richiesta la registrazione tramite il portale Eventbrite. Durante la permanenza in Istituto è raccomandato l‘uso di mascherine (chirurgica/FFP2). (Inform/dip 31)

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Berlino fa arrabbiare Washington: azionato il freno di emergenza Giunge al termine una discussione che nei giorni scorsi aveva portato la Germania a isolarsi diplomaticamente dai suoi alleati: anche Berlino ora dà il via libera alla fornitura di 14 carri armati "Leopard 2” all'Ucraina. Il rifiuto degli ultimi giorni aveva causato forti difficoltà diplomatiche alla Germania. I temporeggiamenti di Scholz (SPD) sono stati fortemente criticati tanto dalla stampa estera, quanto in Germania. È stata soprattutto la stampa statunitense ad attaccare il governo tedesco. "È come se un acido distruggesse poco a poco ogni strato di fiducia. L'esitazione della Germania potrebbe avere conseguenze durature per il resto dell'Europa”, ha denunciato un alto diplomatico della NATO alla CNN: "80 anni fa i carri armati tedeschi non uccisero anche gli ucraini? Ora potrebbero difenderli dai barbari attacchi russi”. Così sono state spiegate agli spettatori americani le possibili motivazioni dell'atteggiamento esitante della Germania: il successo della Germania nel 21° secolo si basa principalmente sull'approvvigionamento di gas a basso costo proveniente dalla Russia e sulle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. Il Paese più ricco d'Europa ha beneficiato enormemente di questi due elementi: "La Germania è protetta dalla NATO e allo stesso tempo ha relazioni economiche con partner discutibili”, queste le parole riferite alla CNN. Anche molti media europei la pensano allo stesso modo.

 

La domanda ora è se il cambio di rotta del Cancelliere arriverà in tempo per mettere da parte la sfiducia. Nel frattempo, il governo polacco aveva chiesto in via ufficiale a Berlino il permesso di consegnare carri armati Leopard all'Ucraina dalle sue scorte. Per Varsavia il via libera è arrivato a tempo di record, complici anche le forti pressioni del ministro degli Esteri Annalena Baerbock (Verdi) e del leader dei Liberali dell'FDP per giungere a una decisione favorevole in tempi brevi. Entrambi i partner della coalizione hanno recentemente espresso la loro insoddisfazione per la linea titubante del Cancelliere Scholz, scontrandosi anche con l'irritazione dei Socialdemocratici dell'SPD: un insieme di divergenze che minacciava di trasformarsi in una vera e propria crisi di coalizione. 

   

 La CDU/CSU chiede un cambio di governo

 Alla luce alle tensioni nella coalizione semaforo, la CDU ha esortato FDP e Verdi a forzare la rottura della coalizione e a chiedersi se siano disposti ad "assumersi la responsabilità, contro le loro stesse convinzioni, di questo fallimento”, afferma l'esperto di politica estera, Norbert Röttgen, secondo il quale la politica ucraina del Cancelliere e dei Socialdemocratici "in questo banco di prova storico per la guerra in Europa conduce la Germania al fallimento proprio in un momento cruciale”. Anche Thorsten Frei, capogruppo parlamentare dell'Unione (CDU/CSU) nel Bundestag, ha esortato l'FDP e i Verdi ad agire "finalmente in modo coerente”, considerate le differenze, e a cercare un "nuovo inizio sotto mutate circostanze”.

Frei ha proposto una "coalizione giamaicana” (basata sui colori dei partiti, quindi nero, verde e giallo) guidata da CDU/CSU: "Siamo comunque pronti ad assumerci le nostre responsabilità”. Il dibattito della coalizione semaforo sulle forniture di carri armati all'Ucraina, secondo il politico della CDU, gli ricorda "una procedura di divorzio”. Dopo la riunione dei sostenitori dell'Ucraina a Ramstein, i politici dei Verdi e dell'FDP hanno criticato aspramente il rinvio della decisione in merito alla consegna dei Leopard 2. Negli ultimi sondaggi l'Unione, costituita da CDU e da CSU, è in testa con quasi il 30% di preferenze.

   

 Parigi e Berlino celebrano il Trattato dell'Eliseo

 Il Trattato dell'Eliseo sottoscritto il 22 gennaio 1963 dal Cancelliere Konrad Adenauer (CDU) e dal Presidente francese Charles de Gaulle per suggellare l'amicizia e la cooperazione tra Francia e Germania compie 60 anni . Dopo le forti tensioni degli ultimi mesi, in occasione del 60° anniversario del Trattato, Germania e Francia hanno ricordato l'importanza della loro amicizia per il futuro dell'Europa. Il Presidente francese Emmanuel Macron, durante una cerimonia tenutasi a Parigi, ha scelto parole precise per affermare che Germania e Francia sono come "un corpo e un'anima”. "Per un francese parlare della Germania significa parlare di una parte di sé stesso”, ha dichiarato davanti a più di 30 ministri di entrambi i governi e 200 parlamentari.

 

A queste dichiarazioni hanno fatto seguito i ringraziamenti del Cancelliere Scholz, nel sottolineare il lavoro congiunto "per rafforzare la sovranità dell'Europa”. Il Cancelliere Scholz ha anche affrontato le divergenze di opinione tra i due Paesi: "Il motore franco-tedesco è una macchina di compromessi – ben oliata, ma a volte anche rumorosa e segnata dal duro lavoro. Non trae il suo impulso da chiacchiere flautate e da un vuoto simbolismo, ma dalla nostra ferma volontà di trasformare costantemente le controversie e le differenze di interessi in azioni capaci di orientarsi nella stessa direzione”. Nelle loro consultazioni congiunte, i membri del governo tedesco e francese hanno parlato, tra l'altro, della guerra in Ucraina, della crisi energetica e del cambiamento climatico.

   

 Esportazioni tedesche verso la Russia ai minimi storici

 Nel 2022 le esportazioni tedesche verso la Russia hanno toccato il loro record storico negativo dal 2003. Rispetto al 2021, il calo è stato di circa il 45%. È quanto emerge dai dati della Commissione Est dell'economia tedesca presentati a Berlino. Si tratta del risultato più basso da quasi 20 anni. Il motivo principale della forte diminuzione sono le sanzioni inflitte alla Russia come conseguenza della guerra in Ucraina. "La guerra e le sue conseguenze – sanzioni, recessione e perdita di potere d'acquisto in Russia, nonché il continuo ritiro delle imprese tedesche dal mercato russo – ci riportano indietro di decenni nelle relazioni commerciali bilaterali”, denunciano i membri.

Con l'aumento dei prezzi del petrolio e del gas, le importazioni tedesche sono cresciute dell'11%. Di conseguenza, nel 2022 il deficit commerciale tedesco con la Russia ha raggiunto un valore record: le importazioni hanno superato le esportazioni di circa 22 miliardi di euro. Per l'anno in corso, gli economisti prevedono per la Germania una crescita minima di appena 0,2%.

   

 Vaticano: cartellino rosso alla "via speciale” tedesca

 Roma dice no all'istituzione di un "Consiglio sinodale” in Germania. È quanto emerge da una lettera del Vaticano indirizzata alla Conferenza Episcopale tedesca. Nella lettera inviata da Roma in data 16 gennaio si afferma chiaramente che né il "Cammino sinodale” tedesco (da non confondere con l'Incontro episcopale mondiale sulla sinodalità, che avrà luogo in Vaticano il prossimo autunno), né una conferenza episcopale nazionale hanno la discrezionalità di istituire un tale organismo. La lettera reca la firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e dai cardinali della Curia Luis Ladaria e Marc Ouellet ed è stata approvata da Papa Francesco. Nella stessa nota si precisa inoltre che i vescovi tedeschi non sono obbligati a partecipare alla "Commissione sinodale”, risposta data ai vescovi di Colonia, Eichstätt, Augusta, Passau e Ratisbona che si erano rivolti a Roma perché dirimesse la questione.

In una prima reazione, il Presidente della Conferenza episcopale tedesca, Georg Bätzing, e un'importante associazione di laici cattolici hanno dichiarato di voler rispettare i piani del Cammino sinodale. Un conflitto con Roma sembra ormai inevitabile. Ciò potrebbe avere a che fare con la discussione in corso sui vertici della Curia romana, dato che lì spirano venti contrari alla possibile nomina del vescovo tedesco Heiner Wilmer per il dicastero per la dottrina della fede. Secondo quanto riferito in Vaticano, il cardinale decano Giovanni Battista Re, Presidente del Collegio cardinalizio, avrebbe espresso dubbi in merito al possibile insediamento in Vaticano del vescovo diocesano di Hildesheim, considerato da molti troppo progressista per la carica.

   

 Luoghi da visitare in Germania: Ravensbrück

 Ci sono luoghi in Germania i cui nomi saranno per sempre adombrati dalla vergogna della dittatura nazista e dei crimini della Shoah. Nella lista vi è anche il villaggio di Ravensbrück (oggi parte della città di Fürstenberg an der Havel) nel Land del Brandeburgo, situato a circa 90 chilometri a nord di Berlino, dove, dal 1939 al 1945, si trovava il più grande campo di concentramento femminile del regime. Chi era troppo debole per svolgere i lavori forzati veniva trasferito al campo di sterminio di Auschwitz e assassinato, oppure selezionato per i crudeli esperimenti del medico del campo di concentramento Mengele.

A partire dal 1945, mentre gli Alleati proseguivano la loro avanzata verso Berlino, decine di migliaia di prigionieri, per lo più ebrei, furono deportate da Auschwitz in una spietata marcia della morte invernale verso Ravensbrück, dove la maggior parte dei sopravvissuti alla marcia della morte veniva ucciso in "camere a gas mobili” da un commando speciale delle SS. La senatrice Liliana Segre, che prese parte come prigioniera alla marcia della morte e apprese della morte dei suoi genitori dopo la liberazione da parte dell'Armata Rossa, è una delle poche sopravvissute agli orrori di Ravensbrück. L'ex area del campo di concentramento, dove trovarono la morte circa 40 mila persone, è ora un memoriale e centro di documentazione degli orribili crimini. Sotto la successiva dittatura comunista della DDR, Ravensbrück servì come città di guarnigione sovietica. 

 

Ministro della Difesa: un uomo di seconda scelta? Dopo le dimissioni del ministro della Difesa Christine Lambrecht (SPD) in seguito alle molteplici pressioni subite, il Cancelliere Olaf Scholz chiama a guidare l'esercito tedesco un outsider proveniente dalla provincia tedesca: Boris Pistorius, l'ex ministro dell'Interno della Bassa Sassonia. Il Cancelliere Scholz definisce il suo sodale di partito Pistorius "politico di grande esperienza, perito nell'amministrazione e attivo da anni nel campo della politica di sicurezza. Grazie alla sua competenza, alla assertività e al suo grande cuore, è la persona giusta per guidare la svolta epocale della Bundeswehr”. Nella politica tedesca la nomina ha destato una forte sorpresa, dato che si era scommesso su altri candidati con più esperienza con la Bundeswehr. Inoltre, con questa scelta il Cancelliere rinuncia al principio della parità di genere del gabinetto di governo, e gli addetti ai lavori riferiscono che Pistorius è solo una "seconda scelta” dettata dai no dei candidati desiderati da Scholz. Mentre Socialdemocratici, Verdi e Liberali, hanno accolto con favore la decisione della nomina, la CDU/CSU ha criticato la decisione: "In questo modo il Cancelliere dimostra di non prendere sul serio la sua svolta epocale”, ha affermato l'esperto militare del gruppo parlamentare della CDU/CSU, Johann Wadephul. "Ancora una volta, la competenza e l'esperienza con la Bundeswehr sembrano non avere alcuna importanza”, per cui la designazione del ministro è "quella di qualcuno proveniente da una squadra di serie B”. Il Cancelliere Olaf Scholz è riuscito a fare una vera sorpresa ma purtroppo non positiva. Secondo le dichiarazioni del politico della CDU, per far avanzare la Bundeswehr non servono solo soldi, ma anche competenze.

La dimissionaria Lambrecht lascia al suo successore diversi dossier aperti: l'annunciato ammodernamento delle forze armate tedesche, cui sono destinati gli aiuti del fondo speciale pari a 100 miliardi di euro, è solo all'inizio dell'opera. Resta ancora in sospeso il nodo su come proseguiranno le forniture di armi all'Ucraina, mentre in questo momento le forze armate tedesche devono far fronte a carenze in numerosi sistemi d'arma come il mezzo corazzato Puma e riscontrano difficoltà nel procurarsi munizioni. Altra questione importante è l'organizzazione del ritiro ordinato dal Mali, nazione africana in crisi, che secondo la volontà del governo federale dovrebbe avvenire entro maggio 2024. 

   

 Ministero della Difesa: chi è il neo ministro Boris Pistorius?

 Anche a Berlino sono in molti a chiedersi chi sia il nuovo Ministro della Difesa. Pistorius fece il suo ingresso nell'SPD all'età di 16 anni e dal 2017 è membro della presidenza del partito, stesso anno in cui ha preso parte come figura della politica interna dei Socialdemocratici al team della campagna elettorale dell'allora candidato alla Cancelleria Martin Schulz; in quel contesto approntò un documento programmatico in 10 punti in cui chiedeva, tra le altre cose, un'azione decisa contro le minacce terroristiche, un rafforzamento del personale della polizia federale e una maggiore lotta contro la criminalità informatica, esprimendosi inoltre a favore di una polizia di frontiera europea perché consapevole del fatto che la sicurezza delle frontiere esterne è "uno dei difetti congeniti dello spazio di Schengen”.

Nel 2019 l'ex sindaco di Osnabrück si è candidato senza successo alla presidenza dell'SPD. È considerato un rappresentante dell'ala destra dei Socialdemocratici ed è noto per la sua linea dura contro i terroristi islamici, tanto da essersi meritato nei media il titolo di "sceriffo rosso”. Finora il ministro, a parte il tempo in cui svolse il servizio militare, non ha avuto esperienze dirette con la Bundeswehr. Pistorius terrà la sua prima grande apparizione pubblica come ministro federale nella giornata di domani, durante la quale il gruppo di contatto degli alleati di Kiev si riunirà presso la base aerea americana di Ramstein, in Renania-Palatinato, per discutere le nuove modalità di sostegno al paese in guerra.

  

 Guerra in Ucraina: Baerbock vuole il Cremlino in tribunale

 Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock vuole istituire un tribunale internazionale speciale per la guerra di aggressione russa contro l'Ucraina al fine di consegnare il Cremlino alla Giustizia, indagando sui crimini dei vertici politici russi per poi processarli, oltre a esaminare i sospetti di genocidio legati agli attacchi russi a danno della popolazione civile e delle infrastrutture critiche. Parallelamente a ciò il ministro Baerbock propone una riforma del diritto penale internazionale, idea che è stata anche oggetto di discussione con il suo collega ucraino Dmytro Kuleba la scorsa settimana in occasione della sua visita in Ucraina orientale.

Per il ministro l'importanza verte sul carattere internazionale della proposta, sottolineando ad esempio la necessità di una sede al di fuori dell'Ucraina che, contando sul sostegno finanziario dei partner e sulla partecipazione di procuratori e giudici internazionali, permetterebbe di rafforzare l'imparzialità e la legittimità di questo tribunale. La sua conclusione è che bisogna lanciare "un messaggio molto chiaro alla leadership russa e quindi a tutti gli altri a livello globale per affermare che una guerra di aggressione in questo mondo non rimane impunita”.

  

 La riforma per ridimensionare il Bundestag

 Con un totale di 736 deputati, il Bundestag tedesco è uno dei più grandi parlamenti al mondo, e il suo ridimensionamento è da tempo al centro dell'interesse dei politici. Ora le polemiche ruotano tutte attorno al "come”. I gruppi parlamentari della coalizione di governo hanno appena presentato un disegno di legge per una riforma elettorale che mira a far tornare il parlamento alla "dimensione standard” di 598 deputati. Le ultime elezioni federali hanno fatto accrescere ancora di più il numero di deputati in Parlamento: la ragione risiede nel sistema elettorale che accorpa liste proporzionali e collegi elettorali uninominali. Poiché i risultati percentuali dei due voti che l'elettore deve esprimere non sempre coincidono nella loro totalità, per compensare questa discrepanza vengono assegnati ulteriori mandati, con il risultato di far aumentare il numero dei seggi in Parlamento.

Secondo il disegno di legge, in futuro solo i secondi voti determineranno l'assegnamento dei seggi dei rispettivi partiti nel Bundestag – definiti "voti principali” (Hauptstimmen) – ma la complessità dei risultati aritmetici potrebbe comunque portare a situazioni assurde che negherebbero l'ingresso in parlamento ai candidati vittoriosi nella loro circoscrizione. La CSU ritiene incostituzionali i piani della coalizione semaforo: "Negare il mandato ai candidati eletti a livello di circoscrizione è un palese atto di disprezzo nei confronti della volontà degli elettori, dello stato di diritto e del principio alla base della democrazia”, questo il coro che si leva dal partito. Anche la CDU mette in guardia da un "modello con un tetto massimo incostituzionale” e ha già minacciato di presentare una denuncia alla Corte costituzionale tedesca.

   

 Energia: come la Germania uscirà indenne dall'inverno

 Il Presidente dell'Agenzia tedesca per l'energia, Klaus Müller, conta sul fatto che la Germania può affidarsi a sufficienti riserve di gas per passare bene l'inverno: "Siamo molto ottimisti nell'affermare che per quest'inverno non dovremo più temere una carenza di gas”. L'anno scorso in Germania è stato infatti risparmiato il 14% di gas e gli impianti di stoccaggio sono ancora pieni per oltre il 90%. Nel frattempo sono entrati in funzione due terminali GNL, cui presto se ne aggiungerà un altro. Anche il ministro dell'Economia Robert Habeck si è mostrato fiducioso e ha dichiarato con toni ottimistici che anche per la prossima stagione invernale ci saranno "legittime speranze di avere i serbatoi pieni”, così l'approvvigionamento sarà assicurato anche a prezzi vantaggiosi.

In caso di carenze non si dovrà assistere a "lotte di distribuzione” europee per le forniture di elettricità e gas; le norme vigenti regolamentano il risparmio e le catena di aiuti in caso di emergenze, motivo per cui "non ci saranno battaglie per difendersi, ma una logica votata alla solidarietà”, ha annunciato Habeck a margine del World Economic Forum di Davos.

   

Luoghi da visitare in Germania: Lützerath

In questi giorni questo piccolo villaggio situato tra i giacimenti di lignite della Renania è salito ai tristi onori della cronaca. Durante le violente proteste degli attivisti per il clima ci sono stati feriti sia nelle file della polizia sia in quelle dei manifestanti. Il casus belli è la demolizione del borgo in questione per far posto all'estrazione del carbone: seppur la fine dell'era della produzione di carbone sia stata già decisa, i tempi della crisi energetica impongono un passo indietro. Il governo tedesco, parte attiva nella vicenda, lo sa bene.

In questi giorni gli attivisti per il clima hanno quindi inscenato sit-in, blocchi stradali e occupazione di alberi per impedire l'arrivo delle ruspe. A dare man forte ai manifestanti è arrivata anche Greta Thunberg, portata poi via dalle forze di sicurezza. L'enorme miniera di carbone si trova tra il capoluogo della Renania Settentrionale-Vestfalia, Düsseldorf, e la storica città imperiale di Aquisgrana. Kas 29

 

 

 

Pistorius è il nuovo ministro tedesco della Difesa: Lambrecht travolta dalle gaffe

 

La scelta del cancelliere Olaf Scholz dopo le dimissioni di Christine Lambrecht, tra volta da una gestione costellata di gaffe. Responsabile degli Interni in Bassa Sassonia, il prescelto è poco conosciuto a livello nazionale. Il nodo dei carrarmati Leopard - di Paolo Valentino

 

BERLINO — Coglie tutti di sorpresa Olaf Scholz, nominando nuovo ministro della Difesa Boris Pistorius, fin qui responsabile degli Interni nel Land della Bassa Sassonia e poco conosciuto sulla scena politica nazionale.

 

Il cancelliere tedesco chiude così in fretta la mini-crisi aperta dalle dimissioni di Christine Lambrecht, travolta da una gestione costellata di gaffe e chiaramente non adeguata ad affrontare le gravi sfide del momento.

 

Scholz ha definito Pistorius, che giurerà domani davanti al Bundestag, «un uomo politico di grande esperienza, che ha lavorato a lungo nell’amministrazione e si è occupato da anni dei temi della sicurezza». Con la sua competenza, la sua assertività e il suo grande cuore, ha aggiunto, «è la persona giusta per guidare la Bundeswehr in questa svolta epocale».

Sessantadue anni, vedovo, due figlie, una vita nella socialdemocrazia, già borgomastro di Osnabrück, città natale di Scholz e luogo dove venne firmata la Pace di Vestfalia che mise fine alla Guerra dei Trent’anni, Pistorius è stimato a livello regionale come politico pragmatico ed efficiente. Nei dieci anni in cui è stato ministro degli Interni ad Hannover, si è distinto soprattutto nel campo della sicurezza cibernetica e della protezione civile.

Ma quello verso la ribalta nazionale è per lui un salto molto rischioso e pieno di incognite. E non solo perché tradizionalmente il ministero della Difesa in Germania è stato la tomba di molte ambizioni politiche, al punto da essere definito «il sedile eiettabile». Basti pensare che, a fronte di appena nove cancellieri in 70 anni, il governo federale ha visto avvicendarsi ben venti ministri della Difesa. Di più, per anni cenerentola del bilancio federale, l’esercito tedesco è ora al centro delle attenzioni del cancelliere, che dopo l’inizio della guerra in Ucraina ha annunciato uno stanziamento straordinario di 100 miliardi di euro per la sua modernizzazione. Il rinnovamento però segna il passo, a parte alcune decisioni di lungo periodo come l’acquisto dei caccia F-35 e degli elicotteri da trasporto Chinook. Tocca quindi al nuovo ministro, dopo il fallimento di Lambrecht, raccogliere la sfida e fare della Bundeswehr un’armata moderna, funzionale e pronta al combattimento. Gli analisti citano a suo credito il fatto che ha assolto il servizio militare, quindi conosce l’esercito dall’interno.

In realtà, Pistorius avrà un battesimo del fuoco quasi immediato. Berlino è infatti sotto pressione per fornire a Kiev i carri armati pesanti Leopard, considerati essenziali per consentire alle forze ucraine di riprendere l’offensiva dopo i successi dei mesi scorsi. Finora Scholz si è rifiutato di farlo, temendo un ampliamento del conflitto e invocando l’argomento che non può essere la Germania, in ragione del suo passato, il primo Paese occidentale a cedere armi così offensive e sofisticate. Ma ora che anche il Regno Unito e la Francia hanno annunciato la fornitura dei loro carri armati, la posizione tedesca sta cambiando, anche perché all’interno stesso del governo tedesco Verdi e liberali premono per la fornitura dei Leopard o quanto meno per l’autorizzazione a farlo (necessaria trattandosi di sistemi made in Germany) a chi li vuole dare, come Polonia e Finlandia. Negli arsenali dei Paesi europei, ci sono al momento complessivamente circa 2 mila esemplari di Leopard 1 e 2.

La decisione spetta al cancelliere. Ma è Pistorius adesso il volto della politica di Difesa tedesca e sarà lui a incontrare giovedì a Berlino il capo del Pentagono, Lloyd Austin, alla vigilia di un appuntamento cruciale: il vertice dei ministri della Difesa del gruppo di contatto per la Difesa dell’Ucraina, cui aderiscono una cinquantina di Paesi donatori, in programma il giorno dopo nella base aerea di Ramstein. La fornitura dei carri armati pesanti all’Ucraina sarà in cima all’agenda dei lavori e tutti aspettano di sapere quale sarà la risposta tedesca.

La nomina di Pistorius altera per il momento la parità di genere all’interno del governo federale, dove finora il numero di ministri donne e uomini era uguale, che era stata un impegno elettorale di Olaf Scholz. CdS 18

 

 

 

 

La socialdemocrazia tedesca e il nodo della Difesa

 

In Germania la nomina di Boris Pistorius a ministro della Difesa, sembra avere appianato la crisi scatenata dalle dimissioni di Christine Lambrecht. La posizione dell’ex ministra socialdemocratica aveva visto un rapido deterioramento a causa di piccoli scandali, superficialità e mancanza di leadership. All’interno dello stesso governo, Lambrecht aveva invano cercato di far avere più peso alle istanze della Difesa, incontrando disinteresse se non ostilità. La nomina di Pistorius è per certi versi inattesa, perché lo stesso Scholz aveva manifestato l’intenzione di mantenere la parità di genere nell’esecutivo.

In questa prospettiva la candidata più accreditata era Eva Högl, socialdemocratica e compagna di partito di Pistorius che già ricopriva la carica – importante nel sistema istituzionale tedesco – di Commissario parlamentare per le Forze armate. Ha inoltre suscitato stupore per il fatto che Pistorius non proviene da una delle correnti più forti del partito: nella corsa per la leadership del partito aveva avanzato la sua candidatura in supporto a quella di Petra Köpping. Il tandem della bassa Sassonia non era però riuscito a ottenere neanche il 15% dei consensi.

“Una poltrona scomoda”

Si può indugiare quanto si vuole sul crollo di Lambrecht e sulle vere ragioni del suo fallimento come anche sulle ragioni che hanno portato alla scelta di Pistorius. Questo può però risultare di interesse relativo per i non addetti alla politica tedesca. Al contrario, si può prendere questa vicenda per svolgere alcune riflessioni sia sul “senso” del ministero della Difesa nella politica tedesca sia sulla svolta che si sta compiendo nell’approccio tedesco alla forza militare.

Proprio a causa della particolarità dell’approccio tedesco all’uso della forza, che scaturisce dal rigetto dell’esperienza bellicista nel periodo nazista, il ministero della Difesa della Repubblica Federale ha da sempre rappresentato una posizione peculiare. Negli anni della guerra esso rappresentava da una posizione di garanzia, nella misura in cui rappresentava il dicastero che, d’intesa con il cancelliere, garantiva l’integrazione della Bundesrepublik nel sistema difensivo occidentale. Al contempo, esso rappresentava il convitato di pietra di un sistema politico e sociale che pur avendo il bisogno di essere difeso e di essere armato rifiutava di concepire le forze armate come una componente della propria politica interna ed estera.

Per questo motivo il ministero della Difesa ha rappresentato per anni una poltrona scomoda, il cui titolare doveva saper garantire gli impegni in ambito soprattutto internazionale senza sollecitare troppo l’opinione pubblica. Se si aveva questa capacità la Difesa poteva rappresentare un trampolino di lancio: questo è stato vero per alcune importanti figure del passato, come Helmut Schmidt o Manfred Wörner (che sarebbe poi diventato segretario generale della Nato) ma anche per politici di oggi, non ultima Ursula von der Leyen. Il caso di Franz Josef Strauss, che 1962 fu costretto alle dimissioni per aver illegalmente ordinato la chiusura del settimanale Spiegel reo di aver pubblicato alcuni dossier della difesa, è però altrettanto paradigmatico della rischiosità di quella poltrona.

Ucraina punto di svolta

A oltre trent’anni dalla riunificazione tedesca molti dei presupposti e dei condizionamenti dell’età bipolare sono venuti meno. Una delle convinzioni più diffuse è che i tedeschi abbiano superato le loro tradizionali riserve circa le forze armate e l’intervento militare. Questo è vero ma solo in parte: analizzando le crisi e i conflitti dell’ultimo ventennio, dall’intervento in Afghanistan del 2001 a quelli più recenti, si vede però come la Germania abbia sempre cercato di integrare “civilmente” il contributo delle altre potenze maggiormente esposte sul fronte militare. Il vero giro di boa è l’aggressione russa all’Ucraina, che per le modalità in cui si è verificata, ha portato a un forte schieramento dei tedeschi e ha spinto il governo a un ripensamento della propria politica in termini di impegno militare.

Il problema è che la crisi ucraina ha accelerato questo processo di ripensamento e ha parzialmente spiazzato il sistema dei partiti, dove si è venuta a creare una situazione per certi versi contraddittoria. Di fronte alla questione ucraina, infatti, i Verdi, pur muovendo da posizioni di tradizionale chiusura rispetto ai temi militari, hanno compiuto una svolta che li ha portati a sostenere, in modo della tutela dei diritti umani e di sostegno all’aggredito, l’invio di armi all’Ucraina. Al contrario, il mondo socialdemocratico si è trovato diviso tra una nuova idea di impegno e i vecchi sentimenti di opposizione all’uso della forza e all’impegno militare. Si può certamente guardare al caso Lambrecht come al risultato di una serie di scandali anche personali, ma sarebbe sbagliato non vedere come dietro ad esso si celi un nodo ancora irrisolto per la socialdemocrazia tedesca. Federico Niglia, AffInt. 23

 

 

 

 

La Corte suprema tedesca interviene sui fondi ai partiti

 

Dichiarato incostituzionale l’aumento di 25 milioni di euro del finanziamento pubblico, che il Parlamento federale si era concesso nel 2018 - di Paolo Valentino

Venti di populismo, ma costituzionale, in Germania. Si tratta della fiducia delle persone nella politica e dell’impressione che i partiti si servano troppo disinvoltamente del denaro dei contribuenti. Con questa motivazione, la Corte suprema tedesca ha dichiarato ieri incostituzionale l’aumento di 25 milioni di euro del finanziamento pubblico, che il Parlamento federale si era concesso nel 2018. I giudici di Karlsruhe hanno accolto il ricorso di Verdi, Fdp e Afd, allora tutti all’opposizione, contro la decisione votata a maggioranza dalla Große Koalition formata da Cdu-Csu e Spd.

I tre partiti di governo avevano allora fondato la proposta di alzare da 165 a 195 milioni di euro il tetto annuale al contributo statale alle forze politiche, con gli investimenti imposti dalla digitalizzazione per fronteggiare nuove sfide e minacce come hacker, fake news, protezione dei dati. Una motivazione che il Bundesverfassungsgericht ha riconosciuto valida in linea di principio, contestando tuttavia il fatto che i proponenti non abbiano spiegato in modo convincente e circostanziato l’aumento di 25 milioni. «I partiti devono pensare al sostegno e all’approvazione dei cittadini non solo sul piano politico, ma anche su quello organizzativo ed economico», ha detto la vice-presidente, Doris König.

I 216 deputati dell’opposizione liberale, verde e di estrema destra, per una volta uniti, avevano votato contro l’aumento, che avevano definito sproporzionato e dannoso per l’immagine della politica. Questo non ha impedito ovviamente che in questi anni anche loro hanno approfittato dei maggiori fondi del finanziamento.

La questione più interessante si apre adesso, visto che mancando la base giuridica, l’aumento decade all’origine. Dunque, in teoria si pone un problema di restituzione dei soldi in eccesso ricevuti negli ultimi cinque anni. Ma le toghe rosse di Karlsruhe su questo non hanno detto nulla.

Una scappatoia, tutto il mondo è Paese, comunque esiste: i partiti tedeschi potrebbero approvare in corsa una nuova legge, nella quale i bisogni di finanziamento siano più dettagliati, come richiesto dai giudici costituzionali. «Esiste un margine di manovra», ha ammesso König, aggiungendo però che dovranno essere calcolati anche i risparmi resi nel frattempo possibili da nuovi sviluppi tecnologici. CdS 24

 

 

 

 

Gli orizzonti della cooperazione Nato-Ue

 

Il 10 gennaio è stata pubblicata la nuova dichiarazione congiunta tra Nato e Unione europea. Il documento condanna in maniera inequivocabile quella che viene definita come una guerra “brutale” della Russia all’Ucraina e presenta la crescente assertività della Cina come una sfida. Sulla scia delle precedenti dichiarazioni del 2016 e 2018, la dichiarazione individua le aree in cui le due organizzazioni intendono rafforzare e approfondire la cooperazione. In passato, sono stati introdotti in agenda temi come le minacce ibride e cyber, o la mobilità militare (military mobility), arrivando ad identificare addirittura 42 aree di cooperazione su 7 temi diversi.

Tre nuove aree di cooperazione

La terza dichiarazione fa un passo in più e individua nuove aree sulle quali concentrare gli sforzi di cooperazione. In particolare, il documento elenca i seguenti settori: la competizione geostrategica, la resilienza, la protezione delle infrastrutture critiche, le tecnologie emergenti, lo spazio e le implicazioni di sicurezza del cambiamento climatico, le interferenze e la manipolazione delle informazioni esterne.

Temi come la competizione geostrategica e la resilienza rimangono intenzionalmente piuttosto generici per lasciare un ampio margine di manovra e di implementazione alle due parti. Alcuni di questi – in particolare resilienza, tecnologie emergenti e dirompenti, cambiamento climatico – sono stati anticipati già dalla Bussola strategica dell’Ue pubblicata a marzo 2022, che li individuava come aree in cui esplorare maggiore cooperazione tra Nato e Ue. La Bussola specificava inoltre che tale collaborazione dovrebbe tener conto dei punti di forza di entrambe le organizzazioni.

Per quel che riguarda le tecnologie emergenti e la protezione delle infrastrutture critiche, la Nato e l’Ue stanno lavorando su varie iniziative in parallelo. Vale la pena menzionarne due. L’Alleanza atlantica ha lanciato dopo il summit di Bruxelles nel 2021 il programma DIANA – l’acceleratore dell’innovazione in difesa della Nato (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) che vedrà la città di Torino ospitare uno dei poli dedicato all’aerospazio e a progetti con TRL (Technology Readiness Level) 3-7. Il Consiglio dell’UE l’8 dicembre 2022 ha adottato l’attesa direttiva sulla resilienza e la protezione delle entità critiche (Directive on the resilience of critical entities) che espande notevolmente la definizione di infrastrutture critiche, e che rappresenta un sostanziale, quanto necessario, salto di qualità rispetto alla precedente direttiva del Consiglio 2008/114/EC.

Esa-Nato-Ue: un sodalizio possibile

Di particolare rilevanza l’inserimento dello spazio tra i temi sui cui approfondire la collaborazione. La Nato ha riconosciuto lo spazio come nuovo dominio operativo nel 2019 e ha formulato una propria politica spaziale, tuttavia l’Alleanza non possiede capacità spaziali proprie e utilizza gli asset di quegli alleati che ne sono dotati. Di contro, l’Unione europea, tramite i programmi Copernicus e Galileo e nuovi investimenti in connettività, comunicazioni governative satellitari sicure e resilienza delle infrastrutture spaziali, si sta posizionando tra gli attori internazionali con capacità spaziali proprie e cercherà di avere un ruolo nella governance internazionale dello spazio.

Proprio su quest’ultimo punto, l’Europa, tramite le attività in ambito Ue e ESA, è attualmente in fase di definizione e assestamento della governance spaziale del Vecchio continente. L’Ue presenterà inoltre nel corso del 2023 una Strategia spaziale per la sicurezza e la difesa. Un tema su cui il margine di cooperazione è molto ampio per le due organizzazioni è lo Space traffic management (Stm) e, in particolare, la formulazione di norme condivise per operare in uno spazio sempre più congestionato, competitivo e contestato.

L’Ue ha giù pubblicato a febbraio 2022 una comunicazione congiunta (Joint Communication on an EU approach to Stm) in cui definisce quello che è il suo approccio, seppur iniziale e abbastanza generico, allo space traffic management. La comunicazione prevede la creazione di partnership internazionali e un coinvolgimento multilaterale sullo Stm. L’esplorazione di una partnership tra Nato e Ue su questo tema (con coinvolgimento potenziale anche dell’Esa) che risulti in un allineamento degli approcci allo Stm, o persino nella formulazione di una visione comune, porterebbe il peso politico delle tre organizzazioni nella dimensione spaziale, lanciando un segnale a quei paesi che hanno adottato comportamenti irresponsabili in orbita, come Russia e Cina.

Una difesa europea integrata 

La dichiarazione riconosce inoltre il valore di una difesa europea più forte e capace, complementare alla Nato e interoperabile con essa. Questo è un punto particolarmente importante considerate le difficoltà e le tensioni emerse tra gli europei su come interpretare il rafforzamento della difesa e dell’industria della difesa europee.

Alla luce dello scenario internazionale in rapido mutamento e della doccia fredda che per molti paesi europei è stata l’aggressione russa all’Ucraina, una stretta, continuativa e strutturata cooperazione tra le due organizzazioni appare più importante che mai. In primis in chiave di garanzia alla sicurezza euro-atlantica. In secondo luogo, in chiave di contenimento di potenze autoritarie che interferiscono con le liberal-democrazie per indebolirle.

In questo senso, è incoraggiante leggere nel 7° Rapporto sul progresso della cooperazione NATO-UE pubblicato a giugno 2022 che il dialogo e le consultazioni politiche tra le due organizzazioni sono state approfondite. Non si tratta di un dialogo facile, ma quanto mai necessario, per garantire la sicurezza dell’area euro-atlantica e delle sue democrazie. Karolina Muti, IAI 16

 

 

 

 

Una nuova sicurezza per una nuova Europa

 

La partnership strategica tra Unione europea e Nato rappresenta la chiave di volta per la sicurezza euro-atlantica e la terza dichiarazione congiunta giunge in un momento complesso e al contempo cruciale per la nostra comunità di sicurezza. La guerra in Ucraina, la minaccia russa alla stabilità e alla sicurezza europea, la recessione internazionale e l’antagonismo cinese stanno comportando la caduta di molti equilibri su cui per anni avevamo fondato la nostra azione. Una cooperazione Ue-Nato rafforzata è dunque un passo decisivo per l’unità euro-atlantica, per promuovere i valori democratici, la pace e la sicurezza internazionale.

Un documento politico

Le dichiarazioni congiunte del 2016 e 2018 avevano siglato l’inizio di una nuova fase di cooperazione grazie al lancio di progetti cardine e dialoghi strutturati. La dichiarazione del 2023, però, propone delle novità e, al contempo, delle complessità non secondarie che sono destinate a cambiare per sempre la percezione stessa del concetto di sicurezza internazionale.

In primo luogo, il documento contiene una forte dimensione politica, indice della forte coesione della comunità euro-atlantica. Se all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, la reazione di Ue e Nato è stata immediata ed univoca, tale spinta e convinzioni si consolidano. La dichiarazione ribadisce le priorità strategiche di Unione e Alleanza e mette nero su bianco alcuni degli attori contro cui concentrare la nostra azione – Russia e Cina.

La drammatica deriva autoritaria che imperversa in molti Paesi nel mondo è un campanello d’allarme che ci porta a riaffermare i nostri valori democratici e i nostri obiettivi: pace e prosperità. Se da un lato è positivo che questa sia la prima dichiarazione congiunta in cui vengono nominati in maniera netta regimi autoritari e aggressivi come Russia e Cina, dall’altro, si rende necessaria una riflessione sullo scopo geografico della cooperazione tra le due organizzazioni e soprattutto sulla marginalità con cui sono trattate aree geografiche per noi cruciali, quali il Mediterraneo. Va infatti ricordato che una delle aree di cooperazioni tra UE e NATO insiste proprio nel bacino Mediterraneo – la cooperazione marittima. Unione e Alleanza non possono permettersi di distogliere la loro azione dal Mediterraneo, disinteressarsi dei partner nell’area e delle cruciali questioni di sicurezza del vicinato sud.

In secondo luogo, la dichiarazione cerca di risolvere quella ambiguità strategica che troppo a lungo ha contraddistinto i rapporti Ue-Nato. Grazie ai progressi fatti con i dialoghi politici tra le due organizzazioni e la stesura in contemporanea della Bussola Strategica dell’Unione e il Concetto Strategico dell’Alleanza, la dichiarazione ha il vantaggio di essere sorretta da una forte intesa strategica e sinergia tra le due organizzazioni. Nella dichiarazione si abbozza una sorta di divisione dei compiti e se la Nato rimane la struttura fondante per la sicurezza collettiva, si riconosce il “valore di una difesa europea più forte e capace” che sia complementare e interoperabile con quella dell’Alleanza.

Diffidenza atlantica

La risposta Ue-Nato all’invasione russa non lascia alcun dubbio in merito alla complementarietà tra le due organizzazioni. L’Unione e l’Alleanza hanno agito insieme, coordinandosi e lanciando iniziative là dove era necessario in base alle proprie capacità e peculiarità, e gli strumenti dell’Unione si sono dimostrati cruciali.

Ciò nondimeno, il linguaggio della dichiarazione sottende due elementi: il primato della Nato sull’Ue; una generale diffidenza nei confronti dell’Unione della Difesa, che ricorda, ahimè, una retorica che appartiene al passato. Per una piena intesa strategica, dobbiamo tracciare una divisione dei ruoli, realizzare un’autonomia strategica europea in grado di sostenere i costi dell’architettura della sicurezza euro-atlantica. Uniti siamo più forti e non è possibile non intendere l’europeismo se non anche come il compimento dell’atlantismo. Questo vale sia in questo segmento del dibattito che nel posizionamento globale della politica estera di qualsiasi Stato.

Infine, al valore politico e strategico, si accompagna la dimensione propriamente operativa. La dichiarazione puntualmente illustra le aree in cui approfondire o espandere la cooperazione. La sempre più complessa rete di minacce che gravano sui nostri cittadini rendono evidenti le responsabilità e le urgenze a cui Ue e Nato sono chiamati a far fronte. Emerge sempre di più l’esigenza di una expertise civile e di strumenti regolatori che sembrano, in effetti, dare un forte impulso all’azione Ue più che alla Nato.

I limiti della cooperazione euro-atlantica

Questo rinnovato protagonismo dell’Unione si accompagna, tuttavia, a due serie di problematiche: definizioni vaghe e l’assenza di piani dettagliati; le resistenze tra Stati membri che non permettono un’armonizzazione di tali obiettivi, una sorta di barriera invisibile che infine ostacola l’espansione e l’approfondimento della cooperazione. Dalla dichiarazione emerge infatti l’assenza di una piena collaborazione di taluni Stati, una condizione che ha ritardato la firma della dichiarazione, che riduce l’incisività di un approccio pragmatico e ci ricorda che, nonostante il lancio di task force, gli stati membri e gli alleati devono cooperare in un vero spirito di solidarietà.

Per una comunità euro-atlantica più forte e coesa sarà necessario lavorare insieme sull’attuazione di un approccio equilibrato che prenda in considerazione tutte le esigenze strategiche, sull’abbattimento delle diffidenze per realizzare una cooperazione trasparente e mutualmente benefica ed infine sulla piena solidarietà tra stati membri e alleati.  Pina Picierno, AffInt 19

 

 

 

I saggi

 

Mentre sul fronte della Rappresentatività politica della nostra numerosa Comunità all’estero si sono venute a individuarsi delle contraddizioni, il progetto per dare concretezza al DIE (Dipartimento per gli Italiani all’Estero) resta uno degli obiettivi ’primari” che dovrebbe essere varato da questa Maggioranza di Centro/Destra.

Il DIE intende essere la risultante di un progetto internazionale. Ora dovremmo essere in grado di dare voce a chi non ne ha mai avuta a sufficienza. La nostra sarà una Rappresentatività “attiva”, indipendente da ogni legame politico interno e consentirà d’essere un ponte informativo tra chi vive lontano dal Bel Paese e l’Italia.

Il tutto anche tramite un modo meno tradizionale di fare informazione; senza avvantaggiare nessuno a discapito di altri. Il DIE rimarrà, un’istituzione autonoma, con referenza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con la finalità di mettere a fuoco i problemi, piccoli o grandi, che coinvolgono gli italiani nel mondo. Senza, però, ignorare anche quelli dell’”Emigrazione” di ritorno.

Il convincimento di riuscire c’è dato dall’esperienza maturata proprio sul fronte della Stampa d’Emigrazione e per i diretti contatti con le nostre Comunità d’oltre frontiera. Un patrimonio di requisiti che ci hanno fatto assumere migliore coscienza ai problemi dei milioni d’italiani nel mondo. Diritti che hanno d’avere, anche in Patria, una loro valenza garantita da un gruppo di “saggi” che si riveleranno strada facendo. Insomma, intendiamo dare “voce” operativa a chi ne ha avuta sempre poca. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

UE, passaggio all’euro riuscito in Croazia

 

ROMA – La Croazia ha completato con successo il passaggio all’euro. Il periodo di doppia circolazione di 14 giorni (durante il quale è stato possibile utilizzare sia la kuna sia l’euro) si è concluso il 14 gennaio. I pagamenti non possono più essere effettuati in kune. Secondo un sondaggio condotto dalla Commissione il 13 e 14 gennaio, quasi tutti (89%) i pagamenti in contanti nei negozi sono stati effettuati in euro e praticamente tutti i consumatori (99%) hanno ricevuto il resto in euro. Il 67% dei croati ha dichiarato di avere già con sé solamente banconote in euro, mentre il 68% dichiara di usare solo monete in euro. Il settore del commercio al dettaglio croato ha affrontato bene il passaggio all’euro e la gestione parallela delle due valute. Non sono stati segnalati problemi di rilievo per quanto riguarda le code o alle casse. Anche la conversione agli sportelli automatici (distributori automatici di banconote) è avvenuta senza intoppi. Per tutelare i consumatori e rispondere alle preoccupazioni relative agli aumenti abusivi dei prezzi nel periodo di transizione, le autorità croate stanno adottando misure attive in linea con le norme sull’introduzione dell’euro. La doppia indicazione dei prezzi in kune e in euro è diventata obbligatoria il 5 settembre 2022 e si applicherà fino al 31 dicembre 2023. È stato introdotto un codice deontologico per le imprese volto a garantire la stabilità dei prezzi dei beni e dei servizi aiutando le imprese a ricalcolare e visualizzare correttamente i prezzi, senza aumenti ingiustificati. Un organismo di controllo nazionale ha il compito di monitorare e controllare i prezzi e può adottare misure adeguate in caso di infrazioni. Le banconote e le monete in kune possono essere cambiate gratuitamente con banconote e monete in euro presso l’Agenzia finanziaria e gli uffici postali fino al 30 giugno 2023. Il cambio presso le banche commerciali è possibile fino al 31 dicembre 2023. La banca centrale croata sostituirà le banconote in kune a tempo indeterminato e le monete fino al 31 dicembre 2025. Il servizio è gratuito. (Inform/dip 18)

 

 

 

 

L’invasione russa e la fine dell’“ambiguità occidentale” in Ucraina

 

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in Ucraina la società e l’establishment politico hanno scelto un percorso di trasformazione diverso rispetto alla Russia. L’Ucraina ha ottenuto la sua indipendenza pacificamente e senza conflitti interni grazie a un accordo tra l’opposizione nazional-democratica ei cosiddetti “nazional-comunisti”.

Ucraina: pluralismo ‘by default’

L’Occidente ha capito che 1) l’Ucraina è stato il primo stato della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) a tornare a eleggere sia il presidente che il parlamento nelle elezioni democratiche del 1994; 2) in contrasto con la costituzione russa del 1993, che ha stabilito un modello di autoritarismo strisciante in quanto ha conferito una massiccia autorità al presidente, la costituzione ucraina del 1996 era un compromesso tra il presidente e il parlamento; 3) sempre in contrasto con la Russia, l’opposizione politica in Ucraina era molto più forte. Infatti è stato rieletto un solo presidente, Leonid Kuchma (1994-2004).

Gli altri, ad eccezione del fuggitivo Viktor Yanukovich (2010-2014), hanno perso le elezioni a favore dei rivali dell’opposizione. Nelle elezioni parlamentari i partiti di opposizione hanno sconfitto i rivali al potere nel 2006, 2007 e 2019. Tutti i governi ucraini hanno dovuto tenere conto anche degli interessi delle diverse regioni del paese. Pertanto, questo sistema era molto più equilibrato del modello russo. Dal punto di vista della scienza politica occidentale, in Ucraina è emerso il “pluralismo per default, intrinseco”, ovvero il pluralismo non pianificato e non intenzionale.

La visione distorta dell’Ucraina 

Prima di EuroMaidan, la maggior parte dei politici e degli studiosi americani ed europei guardava all’Ucraina attraverso le lenti delle sue somiglianze superficiali con la Russia piuttosto che delle sue importanti differenze da essa. L’eredità sovietica, la storia comune e le pratiche post-sovietiche, in particolare le istituzioni deboli, la corruzione endemica e la politica informale hanno messo in ombra il ruolo crescente della società civile e il rafforzamento dell’identità nazionale degli ucraini. Di conseguenza, l’Ucraina è stata descritta come “zona grigia” o stato vassallo russo.

Ma anche dopo EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Russia, le intrusioni nel Donbass e l’aggressione ibrida contro l’Ucraina, le istituzioni dell’Ue e la maggior parte degli Stati membri hanno continuato a trattare l’Ucraina solo come uno stato confinante con la Russia, che avrebbe dovuto trovare una soluzione ai suoi problemi economici e di sicurezza, causati dalla Russia, attraverso i negoziati e nel rispetto degli interessi dell’invasore. Tale trattamento ha reso i leader ucraini cauti nei confronti delle politiche e delle intenzioni occidentali, sebbene il percorso verso la piena adesione all’Ue e alla Nato fosse ancora considerato lo strumento principale per rafforzare la sicurezza e la sovranità della nazione.

L’Ue ha mancato il cuore della questione quando sperava che l’Ucraina e la Russia (sia gli Stati che le società) potessero trovare modi per riconciliarsi. Nel 2016, solo il 10% degli ucraini credeva nella possibilità di normalizzare le relazioni bilaterali tra Ucraina e Russia nel prossimo futuro. Nel frattempo, quasi la metà della popolazione ucraina (49%) ritiene che la normalizzazione delle relazioni possa avvenire solo in un lontano futuro e quasi un quarto dei cittadini ucraini (24%) non crede affatto a tale prospettiva.

Inoltre, mentre la Russia continuava i suoi passi aggressivi nei confronti dell’Ucraina, come la chiusura completa del Mar d’Azov (2018), la distribuzione dei passaporti russi alle persone che vivevano nelle aree occupate delle regioni di Donetsk e Luhansk e le aperte minacce di invasione (2019), gli ucraini stavano diventando sempre più determinati a resistere con forza alla pressione russa.

2022: fine dell’ambiguità europea

L’aggressione russa nel Donbass e le aperte minacce di invasione, infatti, hanno portato a un rafforzamento dell’unità del sistema politico ucraino, che si stava coalizzando e sviluppandosi dal 1991 e ha acquisito una nuova risolutezza durante Euromaidan. Gli ucraini hanno determinato da soli chi sono in senso geopolitico e vogliono che il loro paese sia un membro dell’Ue e della Nato.

Nel febbraio 2022, nonostante la crescente minaccia di invasione, il 43% degli ucraini era contrario a qualsiasi concessione alla Russia, anche se il Cremlino aveva promesso di fermare la sua aggressione. Tuttavia, la maggior parte dei governi dell’Ue credeva che in caso di invasione su vasta scala da parte della Russia, che l’Ucraina sarebbe crollata in una settimana o giù di lì e sono rimasti piuttosto sorpresi dalla riuscita resistenza degli ucraini.

I cambiamenti nell’opinione pubblica ucraina dalla prima invasione russa nel 2014, hanno aiutato gli europei a comprendere meglio l’Ucraina e il suo desiderio di integrarsi in Europa. Il sostegno, anche se tardivo, dato all’Ucraina da paesi che in precedenza erano riluttanti a fornire assistenza militare (tra i quali i più importanti sono Germania, Francia e Italia), ha migliorato la sua posizione in Ucraina.

Il presente: gli aiuti occidentali e la resistenza

Gli ucraini sono consapevoli che la sopravvivenza e la vittoria nazionale dipendono dal sostegno occidentale. Nell’agosto 2022, il 63% degli intervistati concordava con l’affermazione secondo cui l’Ucraina potrebbe sopravvivere solo se l’Occidente fornisse aiuti economici e il 74% concordasse sul fatto che l’Ucraina potesse sopravvivere solo se l’Occidente fornisse aiuti militari.

Allo stesso tempo, i governi europei devono tenere presente che è improbabile che la riduzione o la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina influenzi la sua posizione. Nel dicembre 2022, il 50% degli ucraini riteneva che la leadership militare e politica del Paese dovesse continuare la guerra anche se gli aiuti dai Paesi occidentali diminuissero o si interrompessero del tutto. Il 15% ha affermato che in tali condizioni sarebbe meglio cercare di congelare il conflitto, ma non accettare le condizioni della Federazione Russa. Solo l’11% degli intervistati ha convenuto che la leadership del paese dovrebbe avviare negoziati con la Federazione Russa ed essere pronta a fare concessioni per raggiungere la pace. Il restante 24% era indeciso. Olexiy Haran - Petro Burkovskyi, AffInt 26

 

 

 

 

Prorogato al 31.12.2023 il termine per l’accesso ai servizi in rete con credenziali diverse da SPID, CIE e CNS

 

BRUXELLES – L’Ambasciata d’Italia in Belgio segnala agli utenti che è tato prorogato al 31 dicembre 2023 il termine relativo all’accesso dei cittadini ai servizi in rete della Pubblica Amministrazione con credenziali diverse da SPID, CIE e CNS. “L’art. 13, comma 1, del c.d. “Decreto Milleproroghe” (D.L. n. 198 del 29 dicembre 2022) ha disposto la proroga fino al 31 dicembre 2023 del termine relativo all’accesso dei cittadini ai servizi in rete della PA con credenziali diverse da SPID, CIE e CNS.

Inoltre, coloro che sono in possesso di credenziali rilasciate prima del 31 dicembre 2023 potranno continuare a utilizzarle fino al 31 marzo 2024 per accedere ai servizi consolari in rete, senza impiegare lo SPID o la Carta d’identità elettronica. Il portale per i servizi consolari FAST-IT potrà quindi continuare a essere utilizzato entro il termine suddetto per trasmettere le richieste di iscrizione in AIRE e per usufruire delle altre funzionalità anche con credenziali tradizionali. Tuttavia gli utenti che accedono con SPID hanno già oggi il vantaggio di non dover presentare un ulteriore documento d’identità all’operatore consolare”.

L’Ambasciata ricorda infine che “l’acquisizione dell’identità digitale è un passo fondamentale verso la progressiva digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, perché consente al cittadino di accedere ai servizi online in maniera semplice, sicura e rapida, e all’Amministrazione di essere certi dell’identità dell’utente e di garantire il rispetto di alti standard di sicurezza sia in fase di autenticazione che di accesso ai servizi”. (Inform/dip 17)

 

 

 

 

Ricapitolando

 

Dato che dovrebbero esserci “novità” sul fronte socio/politico nazionale, ci sembra opportuno rilevare ciò che può essere utile mostrare agli italiani, in Patria e all’estero, alcune considerazioni fondamentali che abbiamo, da sempre, sostenuto. Su quattro principi, tutti importanti, non sono state ancora evidenziate posizioni politiche attinenti. Li riportiamo per mantenerne “viva” l’urgenza.

 

1- Il vincolo di mandato: nessun eletto può cambiare schieramento politico senza, prima, dare le dimissioni da parlamentare.

2 –ammissione di un numero di cittadini per la nomina del Capo dello Stato.

3- Cancellazione dei Senatori a vita.                     

4- Aggiornamento della “rappresentatività” politica dei Connazionali all’estero; prendendo in esame il varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE), con attinenza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’ambasciatore Riccardo Guariglia sarà il nuovo segretario generale della Farnesina

 

Roma – L’ambasciatore Riccardo Guariglia sarà il nuovo segretario generale della Farnesina. La nomina è stata deliberata nella tarda serata del 19 gennaio, dal Consiglio dei Ministri riunito a Palazzo Chigi sotto la presidenza di Giorgia Meloni.

Guariglia succederà da marzo all’ambasciatore Ettore Francesco Sequi, cui sono giunti i ringraziamenti del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, “per il servizio reso con grande senso dello Stato in questi anni”.

Diplomatico di grande esperienza, l’ambasciatore Guariglia è attualmente Capo della Missione diplomatica a Madrid.

Entrato in carriera diplomatica nel 1985, ha prestato servizio al Cairo, a Bruxelles in qualità di console, alla Rappresentanza Permanente presso la NATO come consigliere politico e a Brasilia come vice capo Missione. Direttore centrale per i Paesi europei dal 2008 al 2011, è stato nel 2011 nominato ambasciatore a Varsavia, per poi assumere nel 2014 le funzioni di capo del Cerimoniale Diplomatico della Repubblica. Dal 2018 al 2019 ha svolto le funzioni di capo di Gabinetto.

Nato a Chicago nel 1961, di famiglia napoletana, è laureato in economia e commercio presso l’Università di Roma.

L’evento “Roma Expo 2030: la candidatura e il ruolo del mondo accademico italiano”, tenutosi alla Farnesina alla presenza del Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, del Presidente del Comitato Promotore, Giampiero Massolo, e dei Rettori e Prorettori delle Università italiane, ha permesso di suggellare il sostegno del mondo accademico alla candidatura di Roma a ospitare Expo 2030.

Auspicando che tale proficua collaborazione continui con rinnovato vigore, il Ministro Antonio Tajani ha sottolineato che anche se “la competizione per EXPO 2030 è molto serrata, come Italia abbiamo tutte le carte in regola per vincere la partita” grazie anche all’eccellenza del nostro sistema di formazione che il Governo è determinato a valorizzare al meglio quale effettivo ed efficace strumento di politica estera.

“Su Roma Expo 2030 il Ministero dell’Università e della Ricerca (il MUR) – ha spiegato il Ministro Bernini – è impegnato in prima linea, così come tutto il sistema delle università che da subito ha messo a disposizione la rete di relazioni internazionali a sostegno della candidatura di Roma. Il MUR vuole essere un collettore di opportunità e per questo vogliamo offrire al Comitato Roma Expo 2030 la nostra struttura di relazioni per rendere ancor più conoscibile l’offerta”.

All’incontro hanno preso parte anche il Presidente SNA e Presidente Comitato Scientifico Expo 2030 Roma Paola Severino, il Consulente creativo della visione strategica di Expo Roma 2030 Carlo Ratti, il Presidente CRUI e Rettore Università degli Studi di Messina e Salvatore Cuzzocrea, che hanno valorizzato l’impegno finora profuso dal mondo accademico italiano a favore della candidatura, anche attraverso la disponibilità a dedicare alla campagna circa 800 borse di studio.

Come ricordato anche dal Comitato Promotore, il lavoro sinergico con il mondo accademico è uno dei pilastri della candidatura italiana, che vede nella formazione un fattore fondamentale per la costruzione a livello globale di una nuova generazione della sostenibilità.

Al termine dell’evento è stata firmata una dichiarazione programmatica, sottoscritta dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) in rappresentanza degli atenei e dal Comitato Promotore, che delinea le linee dell’impegno dell’accademia a sostegno della candidatura e richiama il mondo accademico a uno sforzo ulteriore sui temi della sostenibilità, centrali nel dossier di candidatura. (focus\ aise 22) 

 

 

 

Ministero degli Esteri e Google insieme per la sicurezza dei viaggi all’estero

 

ROMA – “Sono fiero che, anche grazie a Google, il Ministero degli Esteri possa offrire servizi d’avanguardia ai viaggiatori italiani”, dichiara il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani.

Grazie a un accordo tra il Ministero e Google per l’utilizzo gratuito di inserzioni con “Google Ad Grants”, gli utenti italiani che faranno ricerche per i loro viaggi vedranno tra i risultati il sito www.viaggiaresicuri.it gestito dall’Unità di Crisi. Gli utenti vedranno comparire ad ogni loro ricerca le informazioni di sicurezza su ogni Paese del mondo che sia monitorato dalla Farnesina. Accanto a questo comparirà l’invito a scaricare l’App “Unità di Crisi”, che permette di registrare i viaggi dal cellulare sul sito www.dovesiamonelmondo.it, facilitando gli interventi in caso d’emergenza.

Diego Ciulli, head of Government Affairs and Public Policy di Google Italia, ha dichiarato da parte sua: “Vogliamo che Google sia uno strumento di costante aiuto per gli italiani, e con questa collaborazione aiutiamo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a far emergere contenuti autorevoli – a beneficio innanzitutto delle persone che usano Google per trovare informazioni di qualità”.

Grazie alla collaborazione con A2A avviata lo scorso dicembre, è stato dato inoltre un nuovo slancio alla diffusione della cultura della sicurezza per chi si sposta all’estero per viaggi professionali e nell’ambito dell’attività di impresa.

Tutti i servizi dell’Unità di Crisi sono liberamente accessibili a imprese e cittadini, e comprendono il portale di avvisi di viaggio ViaggiareSicuri, con profili sempre aggiornati su oltre 220 Paesi e territori, il sito di registrazione Dovesiamonelmondo e soprattutto la nuova APP “Unità di Crisi”. L’applicazione, del tutto gratuita, offre l’accesso a entrambi i portali e consente di geolocalizzarsi per ricevere messaggi d’emergenza, nel rispetto dei dati personali.

(Inform/dip 17) 

 

 

 

 

Nasce il CIMIM: istituito il Comitato per il Made in Italy nel mondo

 

ROMA - Si è svolta il 26 gennaio alla Farnesina la prima riunione del Comitato per il Made in Italy nel mondo (CIMIM), organismo istituito dal Governo lo scorso novembre e co-presieduto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Alla riunione hanno partecipato anche i ministri dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti (in video collegamento), dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e del Turismo, Daniela Santanchè.

A co-presiedere il Comitato saranno, dunque, i Ministri Antonio Tajani e Adolfo Urso, che hanno aperto l’incontro di oggi, cui ha preso parte anche Valentino Valentini, Vice Ministro al Mimit con le deleghe alla promozione e valorizzazione del Made in Italy nel mondo.

Obiettivo del CIMIM sarà quello di dare indirizzi strategici per accompagnare le imprese nella loro crescita nei mercati all’estero, definendo le politiche per l’internazionalizzazione dell’Italia.

Durante l’incontro  si è parlato anche dei prossimi appuntamenti internazionali, a cominciare dalle tappe che attendono la candidatura di Roma a Expo2030 e dal Giubileo 2025 in programma a Roma.

Le linee guida e di indirizzo strategico in materia di promozione e internazionalizzazione delle imprese elaborate dal CIMIM verranno adottate dalla prossima Cabina di Regia per l’internazionalizzazione che la Farnesina ha ospitato il 31 gennaio. Dip 31

 

 

 

 

Vivere altrove

 

Dai risultati dell’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), i Connazionali “altrove” erano 5.124.470. In definitiva, un numero che rappresenta l’8,5% della popolazione residente nel Bel Paese. Più della metà di questa fitta umanità oltre confine vive in Paesi UE (5,8 %).

 

 La restante percentuale è sparsa in Stati geograficamente maggiormente lontani. La comunità italiana più numerosa, fuori d’Europa, resta in Argentina (820.000), poi si torna nel Vecchio Continente. 745.000 italiani vivono in Germania, 615.000 in Svizzera, 451.000 si trova in Francia. Questi sono i numeri più espressivi. Anche se le Comunità italiane all’estero, piccole o grandi, hanno tutte sviluppato un loro ruolo. Entrando in merito all’età, se si escludono gli italiani nati all’estero, il 18% ha un’età compresa tra i 45 e i 65 anni. Da qualche tempo, stanno aumentando anche le richieste di visto migratorio per l’Australia e Nuova Zelanda, dove già vivono 25.000 Connazionali impegnati nei diversi settori produttivi di questi lontani Paesi.

 

 Di tutta questa fitta umanità, circa il 65% ha regolari contatti, economici e sociali, con la Patria. Il 26% intenderebbe rientrare, definitivamente, nella Penisola terminato il ciclo lavorativo. Tra l’altro, sono aumentate le proprietà immobiliari, soprattutto nell’Italia meridionale, da parte di Connazionali residenti all’estero. Proprio a fronte di quest’altra Italia nel mondo, la nostra attenzione nei loro confronti continua ed è motivo di riflessione e confronto. Vivere “altrove” era, e rimane, un aspetto della nostra cultura che seguiteremo a monitorare. Sia sotto gli aspetti economici, che culturali. Riteniamo, infatti, che ne valga la pena.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’Italia dal governo Draghi al governo Meloni

 

Per la politica italiana, il 2022 è stato l’anno del passaggio dal governo guidato da Mario Draghi, dimessosi a luglio, a quello di Giorgia Meloni, uscita chiara vincitrice dalle elezioni di settembre. Se il primo era un esecutivo tecnico guidato da una personalità di riconosciuto prestigio, sostenuto da una maggioranza trasversale, il secondo si caratterizza come governo politico, dichiaratamente di parte ed espressione della coalizione di centrodestra. Fino a che punto questa diversità nei profili dei due governi abbia portato a una discontinuità nella politica estera dell’Italia è il filo conduttore del Rapporto sulla politica estera italiana 2022, redatto da un gruppo di ricercatori dello IAI nel quadro della partnership strategica con la Fondazione Compagnia di San Paolo.

Il governo Draghi

Nella prima metà del 2022, il governo Draghi si era concentrato sul contrasto al Covid e sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza – presentato come programma di modernizzazione del paese dal cui successo dipenderà anche la possibilità di riproporre iniziative simili a livello europeo – riportando risultati complessivamente positivi su entrambi i versanti.

In seguito all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio, il governo ha assunto da subito una posizione di ferma condanna dei confronti di Mosca, manifestando solidarietà a Kyiv non solo da un punto di vista politico, ma anche con assistenza economica, finanziaria e umanitaria e con forniture militari. In parallelo, l’esecutivo si è impegnato per ridurre la dipendenza italiana dal gas russo, attraverso un’ampia gamma di accordi volti a garantire forniture alternative, in primis nel Mediterraneo allargato.

Su un piano più generale, il governo Draghi ha confermato la tradizionale collocazione dell’Italia a sostegno dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica. In Europa, il governo si è mosso in maniera particolarmente autorevole, contribuendo a definire la strategia Ue su alcuni dei dossier più significativi, come il cambiamento climatico e la transizione energetica. Sul fronte migratorio, il governo ha partecipato allo sforzo collettivo di solidarietà nei confronti dell’Ucraina, accogliendo circa 168 mila ucraini tramite l’istituto della protezione temporanea (di fatto un riconoscimento “pro tempore” dello status di rifugiato politico). Minori risultati sono stati ottenuti nella definizione di politiche migratorie comuni in sede europea: la solidarietà nei confronti dei profughi ucraini non si è tradotta in una parallela disponibilità a una politica di apertura nei confronti di altri migranti diretti in Europa.

Il governo Meloni

Il governo Meloni si è insediato a ottobre in un contesto segnato da inflazione a due cifre, crisi energetica e rischi di recessione. Di fronte a queste sfide, il nuovo esecutivo ha dovuto fare i conti con la difficile eredità di credibilità ed autorevolezza del governo Draghi, e con le perplessità rispetto al suo futuro posizionamento internazionale manifestate da paesi partner, media internazionali e mercati finanziari.

Già in campagna elettorale, tuttavia, Giorgia Meloni si era espressa chiaramente a sostegno di una linea “atlantista” e di ferma condanna dell’aggressione russa e di solidarietà con l’Ucraina aggredita, in piena continuità con il precedente esecutivo. Questa posizione, che comprende anche un impegno a proseguire le forniture militari a Kyiv, è stata confermata in maniera netta nei giorni immediatamente precedenti e successivi l’insediamento del nuovo governo.

Più incerta appariva invece la possibile evoluzione dei rapporti con l’Unione europea e con i tradizionali alleati dell’Italia in Europa. Proprio per fugare questi dubbi, Meloni ha scelto Bruxelles come destinazione della sua prima visita all’estero e le istituzioni Ue come primi interlocutori. Nelle settimane successive, non sono mancati tuttavia segnali contrastanti nella linea dell’esecutivo. Se da un lato è parsa evidente la volontà del governo di evitare lo scontro sul fronte della finanza pubblica e del rispetto delle regole comuni in materia di disciplina di bilancio, dall’altro la presidente del Consiglio ha colto varie occasioni per ribadire una linea più assertiva, volta a far valere l’interesse nazionale dell’Italia in Europa, in sintonia con una visione da “Europa delle patrie” caratteristica anche di altri partiti di destra in Europa.

La legge di bilancio per il 2023 ha scontato un ricorso al deficit superiore (anche se limitatamente) rispetto alle previsioni del precedente governo. Ma nei suoi “fondamentali” (volume complessivo di spesa prevista e livello del deficit), in ogni caso, ha confermato la consapevolezza dell’esecutivo della necessità di evitare aumenti di deficit e debito che potrebbero mettere in allarme i mercati finanziari e creare tensioni con la Ue.

La politica estera italiana nel 2023

Uno dei temi cruciali per il 2023 sarà ancora quello del Pnrr: il Piano italiano rappresenta una sorta di banco di prova del successo di Next generation Eu nel suo complesso, ragion per cui la sua attuazione verrà monitorata con la massima attenzione a Bruxelles e nelle maggiori capitali europee. In un primo momento, il governo Meloni ha cercato di rinegoziarne i tempi di attuazione, riaprendo una fase complicata di interlocuzione con la Commissione europea, condotta in ogni caso in uno spirito di leale collaborazione.

Nell’ultimo scorcio del 2022, si è poi riproposto il tema del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), dopo che a seguito del via libera alla ratifica da parte della Germania, l’Italia è rimasta l’ultimo paese a non aver ancora ratificato le modifiche allo statuto originario del Mes. Con l’eccezione di Forza Italia, gli altri partiti della maggioranza si erano in passato battuti contro il Mes e le sue modifiche, rendendo la questione particolarmente delicata per il governo. Sul finire dell’anno Giorgia Meloni ha implicitamente riconosciuto, con inevitabile pragmatismo, che l’Italia difficilmente potrebbe opporsi all’entrata in vigore del nuovo Mes, anticipando così una futura ratifica italiana, sia pur accompagnata dal solenne impegno a non ricorrere all’assistenza del Meccanismo. Verosimilmente, la questione tornerà al centro del dibattito in questi primi mesi del 2023.

Sul fronte della gestione dei flussi migratori, infine, alcune iniziative di carattere identitario assunte un po’ frettolosamente dal governo, unite a qualche errore di comunicazione, hanno creato tensioni e polemiche con la Francia e, in parte, con la Commissione europea. La successiva comunicazione della Commissione sulle sfide poste dai flussi migratori ha parzialmente contribuito a ricostruire un clima di maggiore collaborazione. è verosimile, tuttavia, che proprio su questo tema possano riemergere in futuro difficoltà nei rapporti fra il governo Meloni e alcuni partner europei, magari in concomitanza con un aumento degli arrivi di migranti via mare. Ferdinando Nelli Feroci, IAI 30

 

 

 

Arrestato il boss mafioso Messina Denaro, era latitante da 30 anni

 

Matteo Messina Denaro è stato arrestato dopo una latitanza di 30 anni. E la cattura del boss mafioso è arrivata a 30 anni esatti dall'arresto di Toto Riina, preso il 15 gennaio 1993.

Una latitanza record quella di Messina Denaro. Trent'anni trascorsi sotto traccia prima dell'arresto di oggi da parte dei carabinieri del Ros in una clinica privata di Palermo dove si era recato per effettuare alcune terapie. L'ex Primula rossa, indicato dall'Europol nel 2016 tra i latitanti più pericolosi d'Europa, dopo l'arresto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, era ritenuto capo di Cosa nostra, ultimo grande latitante di mafia.

Figlio del capomafia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro e alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni '80, nel 1992 fece parte del gruppo di fuoco scelto per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, usando kalashnikov, fucili e revolver, che lui stesso aveva procurato. Lo stop all'attentato a Roma fu dato da Riina, che decise che il magistrato dovesse essere ammazzato a Palermo.

L'ex super latitante è stato condannato all'ergastolo per gli omicidi, tra l'altro, del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci, strangolato e poi sciolto nell'acido; e per le stragi del 1992 costate la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un ruolo importante 'U siccu' e 'Diabolik' come venne soprannominato lo ebbe anche nelle stragi del 1993 in Continente per le quali è stato condannato all'ergastolo. Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia stragista. La sua lunga latitanza inizia nell'estate del 1993, quando nei suoi confronti viene emesso un mandato di arresto. Fu, però, solo nel gennaio del 1996 con l'operazione 'Omega' dei carabinieri che emerse il suo ruolo di primo piano all'interno di Cosa nostra trapanese grazie anche alle dichiarazioni dei pentiti che ricostruirono 20 anni di omicidi.

Nel 2000, al termine del maxi processo 'Omega' nato proprio da quel maxi blitz e che si celebrò nell'aula bunker del carcere di Trapani, che Messina Denaro venne condannato in contumacia alla pena dell'ergastolo. Negli anni gli investigatori hanno stretto il cerchio attorno all'ormai ex superlatitante, arrestando fiancheggiatori, prestanomi e uomini a lui vicini. Oggi, dopo 30 anni, e all'indomani dell'anniversario dell'arresto di Totò Riina, la fine della sua latitanza. Adnkronos 17

 

 

 

Personale scolastico all’estero: confronto Farnesina – Sindacati sul piano triennale di formazione del personale

 

ROMA - La Farnesina ha convocato il 19 gennaio le organizzazioni sindacali per aprire il confronto sul Piano Triennale della Formazione per il personale scolastico inviato in missione all’estero nelle scuole, corsi e lettorati. A rappresentare il Ministero è stato il Consigliere Marco Cerbo, che dal 24 novembre scorso ha preso il posto della Consigliera Valentina Setta a capo dell’Ufficio V della Direzione generale per la diplomazia pubblica e culturale.

Obiettivo del piano, oltre che favorire la crescita professionale del personale coinvolto, anche quello di sviluppare le competenze utili alla promozione e alla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. La legge di bilancio n.178 del 2020 ha apportato modiche al D.Lgs 64 del 2017 (recante la disciplina del sistema delle scuole italiane all'estero) attribuendo alla Farnesina le competenze inerenti la gestione, il coordinamento e la vigilanza sul sistema della formazione italiana mondo.

Il piano di formazione, come specificato dal consigliere Cerbo, è stato predisposto tenendo conto gli esiti del questionario di rilevazione dei bisogni formativi somministrato al personale destinato all'estero, nonché degli esiti dei tavoli di lavoro organizzati nell'ambito delle giornate della formazione italiana nel mondo. Le azioni formative saranno articolate in attività pre-posting, a supporto del personale in procinto di assumere servizio all'estero, e formazione in servizio, che terrà conto dello specifico contesto culturale di riferimento. Le priorità formative verteranno sulle tematiche relative a Innovazione e sostenibilità, inclusione, progettazione e valutazione, dialogo interculturale e sicurezza.

Presente ai lavori, la delegazione della Flc Cgil ha posto l’accento sulla esigibilità della formazione e sulla modifica dei coefficienti di sede previsti dalla legge di bilancio. Sul primo punto, il sindacato ha spiegato che “avvenendo fuori dall’orario di lezione, abbiamo richiesto al MAECI di prevedere forme di compensazione, o economica o oraria. Pur riconoscendo il lavoro svolto e la qualità dei contenuti della proposta presentata, abbiamo colto l’occasione per ricordare al MAECI l’intesa del maggio 2019 con l’Aran, con la quale si conviene che la materia della formazione e della mobilità da e per l’estero rientri nell’alveo della contrattazione nazionale”.

La Uil scuola Rua, invece, ha segnalato la necessità che, sul piano del metodo, il Confronto richiesto dal Maeci, tenga conto della trattativa in corso per il rinnovo della parte normativa del Ccnl scuola, anche alla luce degli impegni in materia di formazione ribaditi nell’atto di indirizzo del Ministro per la P.A. , evidenziando che “la formazione continua è un diritto e un dovere del personale scolastico che si esplica all’interno dell’orario di servizio”. La UIL scuola ha sottolineato ancora una volta, come in ogni precedente occasione di confronto con il Maeci e il MIM, l’urgenza di restituire al più presto possibile la materia della mobilità professionale alla contrattazione nazionale, al fine di superare con norme pattizie condivise le ormai innegabili difficoltà di applicazione delle disposizioni del dlgs 64 (Buona Scuola).

La Cisl Scuola, presente con il Segretario Nazionale Salvo Inglima, sottolineando come la formazione sia la leva strategica dei processi di miglioramento degli apprendimenti, ha espresso apprezzamento per la qualità dei contenuti formativi e sul metodo di lavoro adottato, improntato al dialogo costruttivo. Nel merito delle questioni, il sindacato ha richiamato l'esigenza di “porre particolare attenzione, considerata l'elevata missione svolta dal personale scolastico in servizio all'estero, nella scelta degli enti a cui sarà affidata la formazione. Va inoltre assicurata una forte sinergia con il Ministero dell'Istruzione e del Merito nelle azioni finalizzate alla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo”. (aise/dip 20) 

 

 

 

 

La situazione

 

Il disagio è palese. L’attuale momento politico internazionale ha solo accelerato i tempi per una situazione della quale non siamo ancora in grado di stimare gli effetti. Chi si azzarderebbe a negarlo?

 

L’arcano resta fitto. Dopo gli abbagli per un’Italia meno povera, si è tornati a fare i conti con un’economia assai variegata. I servizi sociali, quelli di pubblica utilità, sono stati i primi a soffrirne. Tutto il resto, che non è poco, non è stato risparmiato. L’idea di uno Stato protezionista si è tramutata nell’immagine di un Paese delle supposte riforme e dell’incoerenza.

 

Intanto, molti politici continuano a essere comparse su una scena la cui potenzialità non può essere trascurata. Ciò che à stato impossibile alle loro alleanze di cordata, sembra raggiunto, almeno nella sua fase iniziale, da un’emergenza politica da tamponare. La situazione resta in evoluzione. I problemi del Paese ci sono ancora tutti e, forse, se ne aggiungeranno degli altri. Non è il caso d’ipotizzare miglioramenti che potrebbero non esserci.

 

Potrà sembrare strano, ma anche da noi si stanno schematizzando, pur senza una tattica combinata, due “fronti”. Come a scrivere che chi è da una “parte” non dovrebbe, poi, transitare a un’’”altra”. Nel Paese è già successo. Da noi, la politica del “passaggio” non è una novità e neppure i suoi nefasti risultati.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

ITA Airways. Lufthansa presenta al Mef offerta per ingresso nel capitale. Inzialmente con una quota di minoranza

 

Roma – Lufthansa rompe gli indugi e annuncia di aver inviato al Ministero dell’economia una lettera d’intenti per l’acquisizione di una partecipazione in Ita Airways che, inizialmente, sarà di minoranza.

 

“Deutsche Lufthansa – si legge in una nota – sta cercando di acquisire una partecipazione nel vettore nazionale italiano ITA Airways. Inizialmente, verrà definito l’acquisto di una quota di minoranza e saranno concordate opzioni per il successivo acquisto delle azioni rimanenti. In data odierna, il Gruppo Lufthansa ha presentato una lettera di intenti al Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano. Qualora entrambe le parti decidano di firmare il memorandum d’intesa, ulteriori negoziati e discussioni saranno condotti su base esclusiva”.

 

“Gli ulteriori colloqui di approfondimento – prosegue la compagnia tedesca – andranno quindi a concentrarsi principalmente sulle forme e modalità del possibile investimento azionario, sull’integrazione commerciale e operativa di ITA nel Gruppo Lufthansa e sulle sinergie che ne deriveranno. Nell’eventualità di un raggiungimento di un accordo contrattuale, l’effettiva attuazione sarà soggetta all’approvazione delle autorità competenti”.

 

“Per il Gruppo Lufthansa – conclude la nota -, l’Italia rappresenta il mercato più importante al di fuori dei mercati domestici e degli Stati Uniti. La volontà di integrare ITA Airways all’interno delle compagnie del Gruppo risiede nel forte interscambio del Paese a livello globale, tramite viaggi d’affari e privati, nella sua forte economia orientata all’esportazione e nel suo essere uno dei luoghi turisticamente più attrattivi in Europa”. (askanews 18)

 

 

 

 

La sfida delle intelligenze artificiali

 

La promessa di un potenziamento, e quindi d’una trasformazione, sia dell’uomo sia della società, che le tecnologie convergenti del gruppo NBIC (Nanotecnologie; Biotecnologie; Information technologies; Cognitive sciences) oggi fanno, dà conto della straordinaria attenzione che la tecnoscienza va ricevendo in una pluralità di ambiti: da quello culturale a quello scientifico, da quello economico a quello politico. Il fine non è solamente il potenziamento della mente, e neppure solamente l’aumento della capacità diagnostica e terapeutica nei confronti di tutta una gamma di patologie, e neppure ancora il miglioramento dei modi di controllo e manipolazione delle informazioni. Ciò verso cui si vuole tendere è l’artificializzazione dell’uomo e, al tempo stesso, l’antropomorfizzazione della macchina. È a Julian Huxley che si deve l’invenzione della parola transumanesimo, per descrivere un mondo futuro in cui avremo una continua ibridazione dell’umano. Come movimento globale, il transumanesimo si è sviluppato nella Silicon valley, in seguito alla fondazione, vent’anni fa, in California dell’Università della singolarità a opera di Ray Kurzweil. Ritengo sia giunto il momento di sollevare su tale questione il velo del silenzio, aprendo un confronto di alto profilo filosofico e teologico.

Il dibattito etico sull’Intelligenza artificiale (IA) risale agli anni Sessanta, ma è solo in tempi recenti che si sono andati definendo i problemi della delega e quelli della responsabilità da attribuire alla IA. Sono le smart machines agenti morali, responsabili oppure no? Saranno gli algoritmi a governarci in tutti quei casi in cui le persone non sono in grado di prendere decisioni? Dai robot di terza generazione applicati al reclutamento del personale nelle aziende, alla diagnostica medica, dai social network ai voli aerei, dai big data ai motori di ricerca: ci affidiamo sempre più a complesse procedure cui deleghiamo, di fatto, l’esecuzione di operazioni che noi esseri umani, da soli, non sapremmo eseguire. Eppure, se un programma algoritmo commette un errore non ne paga le conseguenze. E allora?

Per comprendere la portata dell’algoritmico, si consideri che se si disattiva, mediante stimolazione magnetica transcranica, una particolare zona della corteccia cerebrale, i soggetti aumentano notevolmente il loro comportamento prosociale, e questo li porta a fidarsi degli altri in misura accresciuta. In particolare, somministrando per via nasale una certa quantità di ossitocina (un ormone prodotto dall’organismo di molti mammiferi), si è scoperto che ciò deattiva l’attività cerebrale di una specifica regione del cervello (l’amigdala) deputata a controllare il comportamento degli individui nelle relazioni intersoggettive. Si pensi, inoltre, a interventi volti al potenziamento cognitivo che agiscono su attributi come l’attenzione, la memoria, la riduzione dell’affaticamento intellettuale. Già vengono praticate tecniche come la stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation), che prevede l’impianto di un microchip nel cervello; oppure come la stimolazione transcranica a corrente diretta (transcranical direct current stimulation), che prevede la stimolazione dell’encefalo con dosi di corrente elettrica. E così via.

Si osservi che il tentativo di attribuire l’origine del senso morale alla biologia – tentativo che riduce il senso morale a mera chimica cerebrale – se da un lato può sortire effetti desiderati rispetto a ciò che è funzionale al buon andamento degli affari, dall’altro annulla lo spazio della libertà e quindi lo spazio della responsabilità individuale. Vedere il pensiero morale come intrinseco al cervello umano, piuttosto che come prodotto di volontà e di cultura, comporterebbe un arretramento serio e pericoloso rispetto al modello di civilizzazione costruito negli ultimi due millenni.

Cosa succede se ci fidiamo delle previsioni degli algoritmi predittivi, cui affidiamo sempre maggiori responsabilità? È vero che le nuove macchine sono in grado di apprendere continuamente dalla realtà, modificando i propri comportamenti (machine learning). Ma l’algoritmo è “allenato” su dati storici che quasi mai riflettono la situazione corrente, col rischio di generare distorsioni e/o discriminazioni. È così che si diventa ostaggi di profezie che si autoavverano, limitando la nostra libertà di azione. Ma v’è di più. Si tende oggi a dimenticare che la più parte dei sistemi di IA sono proprietà di aziende private che vogliono farci credere e, quindi, farci fare cose nel loro esclusivo interesse.

Quello del transumanesimo, che si propone il superamento di ciò che è umano, è una sfida di estrema radicalità. Esso è all’opera in gran parte delle agende di ricerca nei campi più avanzati del sapere. Il transumanesimo si propone l’alterazione della condizione umana attraverso la ragione e la tecnologia, per aiutare l’umanità a entrare in una fase caratterizzata non più dalla selezione naturale, ma dalla selezione intenzionale. Come si esprimono Nick Bostrom e Max More, si tratta di passare dall’homo sapiens all’homo technologicus: la machina loquens si va umanizzando, e l’uomo si va macchinizzando sempre più.

Si può comprendere, allora, quant’è urgente lanciare un progetto neo-umanista che ponga al centro la persona. Una delle ultime conquiste dell’IA sono i modelli linguistici di notevoli dimensioni (large language models), che possono scrivere testi o dipingere quadri sulla base dei dati sollecitati da una persona. I risultati sono sbalorditivi. Ma possiamo fidarci di una IA super efficiente nell’imitazione, ma che non sa chiedersi il perché di ciò che fa? Di fronte a questo scenario la teologia cattolica che cos’ha da dire? In tutta onestà, non possiamo non riconoscere un preoccupante ritardo nell’elaborazione di un progetto neo-umanista capace di porsi come alternativa credibile all’avanzamento del transumanesimo (e del post-umano). È allora giunto il tempo di mettersi a pensare seriamente, come sempre la Chiesa ha saputo e voluto fare. Stefano Zamagni, Vita Past. genn.

 

 

 

La politica estera dell’Italia tra 2022 e 2023

 

Com’è cambiata la politica estera italiana nel passaggio dal governo Draghi a quello Meloni? Quali sono stati gli elementi di continuità o invece di rottura nella gestione dei principali dossier, come l’aggressione russa all’Ucraina e la crisi energetica? E quali sono le prospettive per la politica estera italiana nel 2023? Sono queste le domande al centro del Rapporto sulla Politica estera italiana 2022 redatto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Affari Internazionali nel quadro della partnership strategica con la Fondazione Compagnia di San Paolo.

Le emergenze del 2022

Rispetto alla guerra contro l’Ucraina, l’approccio italiano non è cambiato nel passaggio tra i due governi: ferma condanna dell’aggressione russa, sostegno politico, umanitario e finanziario a Kyiv, forniture di armamenti all’esercito ucraino, sanzioni nei confronti dell’establishment russo definite di concerto con le istituzioni europee. La solidità della posizione di condanna italiana ha colto di sorpresa Mosca, come ha ammesso più volte lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov.

Se il governo Draghi aveva da subito preso posizione a difesa della sovranità ucraina e aveva svolto un ruolo proattivo nel rilanciare la candidatura di Kyiv all’ammissione nell’Unione europea, i dubbi emersi in campagna elettorale riguardo alla presenza di formazioni filorusse nella coalizione di centrodestra sono stati prontamente fugati dalle parole e dalle decisioni prese da Giorgia Meloni dopo l’insediamento del nuovo governo. Ulteriore riprova della fermezza della posizione italiana è la recente proroga dell’autorizzazione al governo a fornire aiuti militari all’Ucraina per tutto il 2023.

Anche l’altro dossier caratterizzante il 2022 della politica estera italiana, quello energetico, ha visto i due governi muoversi in sostanziale continuità. Nella prima metà dell’anno, Draghi e i suoi ministri sono stati particolarmente attivi nel cercare forniture di gas alternative che consentissero di ridurre sostanzialmente la dipendenza da Mosca: gli accordi sottoscritti tra gli altri con Algeria, Congo e Angola hanno definito una roadmap verso l’indipendenza dalla Russia incentrata in particolar modo sul rafforzamento dei rapporti con i partner africani, recentemente rilanciata da Giorgia Meloni nel corso della sua visita ufficiale ad Algeri. Meno centrali nell’agenda dei due governi sono state le iniziative volte a incrementare la produzione di energia rinnovabile in Italia e a contenere la domanda, e il governo italiano non ha svolto un ruolo particolarmente attivo in occasione della Cop27 di Sharm-el-Sheik a novembre.

Le alleanze tradizionali

Sul piano dei rapporti con l’Europa, il governo Draghi poteva contare sul capitale di autorevolezza del presidente del Consiglio, che ha consentito all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista sui principali dossier. Particolarmente centrale nell’azione dell’esecutivo è stata l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e le riforme a esso connesse. All’indomani delle elezioni, per rispondere alle perplessità legate alla presenza di posizioni populiste ed euroscettiche nella nuova coalizione di governo, la presidente Meloni ha da subito cercato di stabilire un dialogo con le istituzioni europee, scegliendo Bruxelles come destinazione della sua prima missione all’estero. Nel complesso, la premier sembra aver fatto propria una narrativa centrata sull’affermazione dell’interesse nazionale all’interno della cornice europea, alla ricerca di un difficile equilibrio tra pragmatismo e toni identitari. Se nelle scelte di politica economica – a partire dalla legge di bilancio – è sembrato prevalere il primo aspetto, andrà verificata la capacità di mantenere uno spirito di collaborazione con Bruxelles a fronte di probabili malumori interni alla maggioranza su temi quali la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità e la gestione dei flussi migratori.

Per quel che riguarda i rapporti transatlantici, le relazioni con Washington si sono rivelate solide sotto entrambi i governi. Significative sono state le prese di posizione dell’esecutivo Meloni contro il rinnovo del Memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova via della seta e il voto contrario in sede Onu dell’Italia al coinvolgimento della Corte internazionale di giustizia sulla gestione da parte di Israele delle terre occupate in Palestina – oltre naturalmente al costante sostegno italiano a Kyiv.

Negli ambiti della difesa e della sicurezza, l’Italia ha partecipato al potenziamento della presenza Nato sul fianco est dell’Alleanza, confermando inoltre il proprio impegno al comando di missioni di peacekeeping e capacity building di alto profilo, come Kfor in Kosovo, Nato Training Mission in Iraq o Unifil in Libano. Di fronte alla rinnovata centralità per la Nato del fianco est e – in un’ottica di medio-lungo termine – dell’Indo-Pacifico, sarà però fondamentale per Roma mantenere viva l’attenzione anche sul fianco sud, di primaria importanza strategica per il paese.

Il Mediterraneo e le migrazioni

Il tratto caratterizzante dell’approccio dei due governi verso il Mediterraneo allargato – da sempre uno degli assi primari della politica estera italiana – è stato un focus marcato sulla questione degli approvvigionamenti energetici e, più in generale, sui rapporti commerciali. Sono rimaste invece in secondo piano le tematiche relative alla stabilità e agli assetti politici regionali.

La presenza italiana nell’Africa sub-sahariana ha trovato un nuovo slancio, che si è concretizzato negli accordi per le forniture di gas sottoscritti dal governo Draghi e, più di recente, nel progetto di un “Piano Mattei per l’Africa” rilanciato a più riprese da Giorgia Meloni: negli intenti del governo, il piano dovrebbe rafforzare i legami di cooperazione con i paesi del continente su un piano paritario, consentendo all’Italia di proporsi come porta d’accesso per le forniture energetiche africane verso l’Europa e rafforzando al contempo la cooperazione nella lotta al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori.

Quest’ultimo aspetto ha ripreso centralità nella narrazione del governo dopo l’insediamento di Giorgia Meloni. Da un lato, è stato confermato l’impegno italiano a favore dei profughi ucraini attraverso il dispositivo della protezione temporanea; dall’altro, non si è registrata un’analoga apertura verso i migranti provenienti da altri paesi. Al contrario, a novembre, il divieto di sbarco nei confronti di navi di ong battenti bandiera straniera impegnate in operazione di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo ha creato tensioni con alcuni partner europei, poi mitigate dall’introduzione da parte della Commissione europea di un Piano per la rotta del Mediterraneo centrale. Per il 2023, il governo sarà chiamato a cercare di conciliare la richiesta di una maggiore solidarietà europea sul tema con le preoccupazioni di paesi come la Francia e la Germania relativamente ai movimenti secondari, evitando al contempo possibili derive identitarie sul tema da parte di forze interne alla maggioranza.

Cina e multilateralismo

Nei confronti della Cina, il governo Draghi aveva adottato una linea dura ma pragmatica, nel cui solco sembra inserirsi anche l’operato del governo Meloni. Oltre alla questione di Taiwan, resta centrale il tema delle possibili operazioni di fusione e acquisizione di aziende italiane da parte di investitori cinesi: a riguardo, il governo ha manifestato l’intenzione di rafforzare i meccanismi di scrutinio sugli investimenti diretti esteri, in continuità con quanto fatto dai propri predecessori. In generale, l’orientamento fortemente atlantista del nuovo governo potrebbe portare in futuro a una maggiore assertività italiana verso Pechino, come sembrano indicare anche le recenti misure volte a monitorare l’epidemia di Covid-19 tra i viaggiatori in arrivo dalla Cina.

Infine, sul piano del contributo italiano alle organizzazioni multilaterali, oltre alla significativa partecipazione a missioni di peacekeeping e alle iniziative a tutela della sicurezza alimentare globale, va segnalato l’impegno italiano per una riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu nella direzione di un ampliamento del numero di membri non permanenti e di una limitazione del diritto di veto. In un contesto di “policrisi” come quello attuale, l’approccio alla cooperazione allo sviluppo del nuovo governo sembra andare verso un’accentuazione della logica dell’utile, ponendo l’accento sui benefici della cooperazione soprattutto in termini di prevenzione dell’immigrazione e sviluppo delle imprese italiane.  Leo Goretti, AffInt 30

 

 

 

Le promesse

 

In una Penisola, dove la percentuale dei disoccupati è sempre elevata, c’è poco da essere fiducioso. Solo nel realismo, che ho, da sempre, cercato di seguire, è possibile trarre delle ipotesi attendibili sul futuro prossimo nazionale. Indipendentemente dalla maggioranza che tiene in vita questo Esecutivo.

 

La teoria del “fare" poco, ma farlo “bene” era valida nel secolo scorso. Nel Nuovo Millennio non è più possibile far conto su valori che, nel concreto, non hanno soluzione di continuità. L’equità sociale non può dipendere solo dalla politica “emergente” e dalle promesse a lungo termine. Ed ecco che ritorna in campo il concetto di “promessa”. Nei termini che ho evidenziato in apertura di questa mia riflessione. E’ proprio nell’incertezza politica che potrebbero arenarsi anche le “promesse” più adeguate.

 

Ne consegue che non è più possibile far conto solo sulle “promesse”, quando le stesse esulano, sempre di più, dalla condotta di quelli che le hanno formulate. Le operazioni d’altrui utilità, tanto per essere chiaro, potrebbero essere più di facciata che di sostanza. Non sarebbe purtroppo una novità.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

L'Araldo: online il 1° numero del mensile dell’Associazione Identità Italiana - Italiani All'estero

 

ROMA - È online il primo numero del mensile "L'Araldo della lingua e della cultura italiana all'estero", diretto da Aldo Rovito e pubblicato a cura dell’Associazione Identità Italiana – Italiani all’estero.

Nel primo numero diversi argomenti trattati: "L'italiano in Costituzione", un commento alla proposta di legge del Senatore Roberto Menia per dichiarare in Costituzione che l'Italiano è la lingua ufficiale della Repubblica; "Le lingue dalmatiche" di Mario Vigna, sull'evoluzione della lingua e vicende storiche delle popolazioni dalmate; "Emigrazione in bianco e nero" di Simone Sperduto su come veniva presentata la nostra emigrazione nei cinegiornali del dopoguerra; "Dante e l'Istria" di Valentina Petaros, in cui si parla di Dante Alighieri e della sua fortuna letteraria in Istria.

Il mensile viene inviato gratuitamente a chiunque sia interessato e ne faccia richiesta inviando il proprio indirizzo di posta elettronica a: identit.itestero@libero.it, oppure scrivendo su Whatsapp al numero 0034605067676.

Di seguito, l’editoriale che dà il via a questa nuova avventura, dal titolo “Anno nuovo, nuovo mensile”:

“Comincia con questo numero l’avventura de L’Araldo, al servizio della Lingua e della Cultura Italiane nel Mondo. Lavoreremo per far conoscere in ogni angolo del mondo la grandezza della nostra Cultura, non solo di quella passata, ma anche di quella contemporanea; sarà un mensile culturale, costruito non per le èlites pseudo intellettuali del nostro radicalismo straccione, ma per il popolo italiano tutto, dentro e fuori dei confini d’Italia, fatto da milioni e milioni di persone che la cultura del bello, del ben fatto, del ben costruito, del ben detto la posseggono perchè scorre nel loro sangue, l’hanno respirata nell’aria del paesello in cui sono nati o l’hanno vista nei palazzi e nei monumenti delle città, delle rocche, dei castelli accanto ai quali sono cresciuti, l’hanno apprezzata e imparata e fatta propria nei racconti delle loro nonne o delle loro madri. Sopratutto daremo battaglia per la tutela della nostra Lingua Madre da tutti i forestierismi e anglicismi con i quali la pseudo cultura delle èlites cerca di impedire che il “dolce sì suoni” distruggendone l’unicità e la bellezza”. (aise 20) 

 

 

 

Pillole di psicologia. Malessere giovani

 

E’ ormai allarme sofferenza. Un disagio non solo generazionale ma ancor più evidente tra i giovani. La frustrazione caratterizza sempre più il nostro tempo. Contemporaneamente si assiste ad una profonda fragilità dell’Io accompagnata frequentemente da un disimpegno e disorientamento degli adulti.

Esistenze caratterizzate spesso da assenza di entusiasmo e slanci emozionali, in cui appare una totale contrapposizione tra la vita reale e quella virtuale rappresentata immaginariamente sui social. Quest’ultima, sempre felice, dove vengono riprodotte situazioni artefatte e perfette, immagini di sé completamente artificiali e alterate. Vite talmente manipolate e contrapposte da far emergere una totale scissione. Ed è così che vengono postate foto solo filtrate, in cui occorre necessariamente e in modo ossessivo mostrare di essersi conformati ad un modello di bellezza ispirato dai tanti influencer, dove ciò che conta è soltanto la rappresentazione visiva, tutto il resto non necessita di essere mostrato. Tutto è

di apparente perfezione, un corpo da mostrare senza alcuna presenza di un minimo difetto o caratteristiche proprie. Tutto è omologazione, tutto è bisogno estremo di andare a compensare una carenza in realtà ben più profonda ed un grande senso di inadeguatezza. Ed è così che di contro vediamo emergere una chiusura nei confronti della vita in totale contrasto con quello che invece dovrebbe avvenire proprio durante la fase adolescenziale, con il propagarsi di agiti autolesionistici e sintomi sempre più diffusi: senso di solitudine, ansia, attacchi di panico, isolamento, fobie sociali, depressione, difficoltà relazionale, ma anche disturbi alimentari e uso di alcool, sostanze stupefacenti e psicofarmaci.

Giovani irrisolti, spaventati e smarriti, intrappolati dal senso di inadeguatezza percepito, dove spesso gli adulti faticano ad essere presenti e a fornire modelli rassicuranti e stabili. La pandemia ha dato una forte accelerazione ad un disagio però già in essere. Elisa Caponetti, Dip 30

 

 

 

Tavolo Asilo e Immigrazione: abrogare il DL 1/2023 e impedire modifiche legislative discriminatorie

 

Roma – Il Tavolo Asilo e Immigrazione esprime “sconcerto” per gli emendamenti presentati da alcuni rappresentanti della coalizione di maggioranza nelle Commissioni congiunte Affari Costituzionali e Trasporti della Camera, relativi al Disegno di Legge C 750 di conversione del Decreto Legge 1/2023. “Esprimiamo altresì soddisfazione per la dichiarazione di inammissibilità da parte dei presidenti delle due Commissioni coinvolte”, si legge in una nota nella quale si sottolinea che il provvedimento, di cui le associazioni e movimenti del Tavolo Asilo hanno chiesto l’abrogazione in sede di audizione alla Camera, ha “infatti registrato la presentazione di un gruppo di emendamenti, dichiarati correttamente inammissibili, che avrebbero peggiorato pesantemente la disciplina sull’immigrazione e il diritto d’asilo, restringendo gli spazi di ingresso legale e alimentando l’area di irregolarità. Fra le misure proposte e respinte – spiega il Tai – figurano la cancellazione della Protezione Speciale, l’aumento degli ostacoli per i ricongiungimenti familiari – canale principale di accesso regolare al territorio nazionale secondo i dati ISTAT -, l’azzeramento delle garanzie per gli stranieri in attesa di espulsione dai centri di detenzione (CPR), l’introduzione di una procedura accelerata alle frontiere che punta a impedire di fatto

l’accesso al diritto d’asilo. Si tratta quindi del tentativo, per adesso fallito, di ripristinare un approccio che distingue fra i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale, nonostante le direttive europee e le Convenzioni internazionali, considerando i primi come non aventi diritto e quindi da accogliere separatamente e senza che sia prevista alcuna attività di integrazione. Pensiamo che il nostro Paese non abbia alcuna necessità di alimentare irregolarità ed emarginazione, ma che al contrario si debba concentrare sull’assicurare canali legali di accesso e sul garantire una maggiore tutela e inclusione a coloro che cercano protezione sul territorio nazionale ed europeo. Facciamo appello al governo e al Parlamento affinché si fermi immediatamente qualsiasi tentativo di portare indietro l’orologio della storia e dei diritti, e chiediamo l’abrogazione del Decreto Legge 1/23. Continueremo a mobilitarci attraverso tutti i canali disponibili in tutta Italia per dar voce a quella parte della società che non vuole arrendersi alla discriminazione e alla propaganda contro le persone migranti e contro quelle organizzazioni che si adoperano per la loro tutela. Una propaganda che rappresenta un veleno per la nostra democrazia”. Migr.on. 26

 

 

 

“Festival delle Spartenze 2023 – Migrazioni e Cultura verso l’anno del Turismo delle Radici”

 

Potenza – Si è tenuta in Basilicata, a Potenza, la presentazione del “Festival delle Spartenze 2023 – Migrazioni e Cultura verso l’anno del Turismo delle Radici” curata dal Centro studi internazionali Lucani nel mondo e dalla Filef. Dopo un incontro con gli studenti e l’apertura del Campus AsSud con un seminario sulla Storia dell’Emigrazione Italiana e Lucana, si è quindi tenuto presso la Sala Consiliare della Provincia un incontro-dibattito dal titolo “Restanze, ritorni e Mezzogiorno d’Italia”. “Il numero dei lucani nel mondo è consistente e tale che c’è un’esigenza di guardare a questa opportunità che il Ministero sta mettendo a disposizione attraverso i fondi del PNRR. Le comunità dei lucani nel mondo devono poter conoscere il loro territorio d’origine”, ha rilevato Luigi Scaglione (Presidente Centro studi internazionali Lucani nel mondo) sottolineando come il tema centrale sia quello dello spopolamento che è “da ribaltare immaginando che ci possa essere un ripopolamento”. Giuseppe Ticchio (Presidente Associazione Regionale Famiglia Lucana di Winterthur) ha portato in video-collegamento i suoi saluti essendo tra gli organizzatori della conferenza. Antonio Sanfrancesco (Filef Basilicata) ha raccontato come sia stato già testimone di un’esperienza di turismo di ritorno. Sanfrancesco ha evocato l’aneddoto di un ragazzo che aveva saputo di questa fontana del suo paese d’origine dai racconti dei nonni e ha voluto vederla. “Il settore del turismo di ritorno è molto particolare perché non è un turismo di massa”, ha spiegato il rappresentante della Filef Basilicata. Christian Giordano (Presidente Provincia di Potenza) ha ricordato come il tema dell’emigrazione, del turismo delle radici e dello spopolamento in questo periodo storico rappresenti uno degli elementi che caratterizzeranno il futuro dei territori soprattutto montani. “Il turismo delle radici è sicuramente una delle strategie da poter mettere in campo per favorire turisticamente la nostra Regione”, ha spiegato Giordano. Carmine Cicala (Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata e della Commissione dei Lucani nel Mondo) ha invitato a fare rete e condividere le iniziative messe in campo vedendo questi incontri come un faro per determinare un punto di partenza. Oltre 140 sono al momento le associazioni dei Lucani nel mondo, con una grande presenza nelle Americhe, in Europa e anche in Australia. “Per me è sempre un’occasione importante per cogliere le loro esigenze e dare un indirizzo su questi temi”, ha spiegato Cicala sottolineando come anche i giovani sono chiamati ad essere attori. “Sono sempre molto ricettivi e curiosi e mi piace stimolarli affinché si attivino”, ha aggiunto Cicala. Antonio Ionio (Viceconsole di Zurigo) ha ricordato come, accanto alle attività ordinarie, il Consolato sia anche partecipe delle attività promosse dai Comites o dal mondo associativo degli italiani all’estero. “Penso che questa iniziativa del turismo collegato alle radici sia veramente interessante”, ha rilevato Ionio nella certezza che operando in sinergia si possano raggiungere dei positivi risultati. L’invito del Viceconsole è inoltre quello di coinvolgere maggiormente i giovani nel mondo dell’associazionismo. Giuseppe Sommario (Direttore Piccolo Festival delle Spartenze) ha ricordato le ragioni che hanno visto la nascita del Festival. Sommario, che per ragioni di ricerca, ha trascorso del tempo in Argentina ha evidenziato come proprio lì in America Latina ci sia la comunità italiana più consistente per incidenza nel tessuto sociale locale. Sommario ha spiegato che, tornato dall’Argentina, ha riflettuto su come in Italia non si parli di emigrazione, ma affrontare la questione degli stessi viaggi delle radici significa parlare anche di storie di emigrazione. “Quanto spazio è dedicato nei manuali di storia alla nostra storia emigrante? Poco”, ha precisato Sommario sottolineando come ad oggi manchi una cattedra specifica di storia dell’emigrazione italiana in ambito accademico, benché solo il fenomeno emigratorio che abbia segnato così a lungo la storia d’Italia. Delfina Licata (Fondazione Migrantes e autrice del libro “L’Italia e i figli del vento”) ha parlato della complessità del fenomeno emigratorio , dove parlare a livello nazionale è diverso dall’affrontare il tema dal punto di vista territoriale. “Una rete di più partner che entrano in collaborazione diventa fondamentale con la conoscenza di quello che è stato e di quello che sarà. Se non si conoscono i fenomeni migratori e se non si ha attenzione particolare al fenomeno della mobilità, non si avrà neanche la consapevolezza delle azioni fondamentali da porre in essere tanto a livello nazionale che territoriale”, ha commentato Licata sottolineando poi l’importanza dell’approccio storico-sociologico al fenomeno. “Quello che ho cercato di fare con il volume è dire che da un piano nazionale si deve passare per un piano territoriale: dal macrocosmo arrivare ai microcosmi. Nelle nostre famiglie c’è un passato e presente di partenze e ritorni”, ha infine evidenziato Licata. Nel corso dell’incontro sono poi intervenuti in video collegamento quattro parlamentari del Pd eletti nella circoscrizione Estero: Christian Di Sanzo, Tony Ricciardi, Fabio Porta e Nicola Caré. “La Basilicata è una terra cui sono molto legato e questa idea del turismo delle radici è particolarmente importante per noi che ci occupiamo di italiani all’estero”, ha sottolineato il deputato Di Sanzo sottolineando come nella sua circoscrizione in particolare, ossia il Nord America, le associazioni lucane siano molto presenti. Sempre sul turismo delle radici, Di Sanzo ha parlato di un’opportunità da dover cogliere con l’intero tessuto sociale dal mondo politico a quello associativo. Ricciardi ha consigliato la lettura del libro di Delfina Licata per poter interpretare correttamente cosa sia il turismo delle radici. “Il turismo delle radici – ha rilevato il Deputato – nasce per dare un’opportunità a quei luoghi dell’entroterra da sempre marginalizzati”. Sempre per il turismo delle radici secondo il deputato, considerate le risorse messe a disposizione dal PNNR, sarebbe importante selezionare dei Comuni nei quali fare delle sperimentazioni al fine di individuare modelli a scala ridotta da diffondere poi a livello nazionale. Porta si è detto particolarmente legato al Festival delle Spartenze che ha saputo valorizzare i piccoli borghi e l’unione che esiste tra le varie migrazioni. Porta ha invitato quindi al recupero del rapporto tra Italia ed emigrazione e a ripartire dalle scuole per far conoscere questo argomento in maniera multidisciplinare. Dal canto suo Caré ha sottolineato l’importanza delle seconde e terze generazioni che sono portatori della conoscenza trasmessa dai genitori o dai nonni ma che non hanno ancora visitato direttamente i territori d’origine. “E’ quindi importante invogliare queste generazioni per far sì che il cordone ombelicale che hanno dal punto di vista emotivo diventi anche un cordone ombelicale per la promozione dell’Italia”, ha spiegato Caré. Tra i numerosi interventi segnaliamo infine quello di Michele Schiavone (Segretario Generale del Cgie) che ha ricordato con orgoglio come la sua formazione studentesca sia stata legata al territorio lucano. Sul convegno invece Schiavone ha parlato di un momento di confronto per dare una prospettiva alle questioni trattate sulla base del lavoro di Sommario e Licata. “Come detto anche da Fabio Porta deve esserci l’impegno a divulgare la storia dell’emigrazione italiana in tutte le scuole pubbliche di primo e secondo grado ed anche nelle superiori”, ha aggiunto Schiavone parlando di un impegno partito sotto i buoni auspici di quanto dibattuto anche in seno alla Conferenza Stato-Regioni-PA-Cgie del dicembre 2021. “Il Cgie è un organismo di rappresentanza sito nel Ministro degli Esteri ed è impegnato a sostenere e promuovere le politiche per le nostre comunità in giro per il mondo”, ha poi spiegato Schiavone ricordato il dato attuale dei circa 6,5 milioni di iscritti AIRE. Schiavone ha a sua volta parlato di una grande opportunità da cogliere con le iniziative sugli italiani all’estero che godono del sostegno messo in campo dal PNRR. (Inform/dip 29)

 

 

 

 

Lo spirito degli alberi: aperto anche alle scuole all’estero la prima edizione del Concorso di poesia

 

ROMA. Anche gli alunni delle scuole italiane all’estero potranno partecipare al Concorso di poesia “Lo spirito degli alberi” organizzato per la prima volta quest’anno dall’Accademia Mondiale della Poesia in collaborazione con la Comunità Radiotelevisiva Italofona e il Ministero dell’Istruzione e del Merito – Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica.

Obiettivo del concorso quello di “diffondere la conoscenza della poesia fra i giovani rendendoli protagonisti, valorizzare e stimolare la produzione artistica giovanile promuovendo, inoltre, il tema della salvaguardia della natura e della sostenibilità ambientale”.

Possono partecipare al concorso, in forma individuale o in gruppo, gli studenti e le studentesse delle scuole - statali e paritarie - secondarie di primo e secondo grado in Italia e all’estero e delle sezioni di italiano presso le scuole straniere internazionali ed europee.

Dopo aver approfondito in classe, attraverso la collaborazione dei docenti, il tema del concorso e i principali fenomeni di trasformazione del linguaggio poetico, gli studenti e le studentesse sono invitati a creare un’opera su “Lo spirito degli alberi”: saranno ammesse una poesia; poesia e immagine; polaroid (sulla fotografia scrivere un verso); videopoesia (sperimentazione artistica che integra testo poetico e arte dei nuovi media) e Spoken music (Spoken Music o Rap).

Le opere saranno valutate da una Giuria composta da poeti, artisti e critici letterari di fama internazionale e da rappresentanti dei soggetti promotori.

L’invio delle opere dovrà avvenire entro il 15 marzo 2023.

I vincitori saranno comunicati entro il 15 aprile. Il bando integrale è disponibile qui: https://accademiamondialepoesia.com/files/2018/08/bando-concorso-scuole.pdf. (aise/dip 31)

 

 

 

 

 

Ukraine. Wenn sich der Nebel des Krieges lichtet …

 

Die Lieferung der Leopard-2-Panzer führt zu unkalkulierbaren Eskalationsrisiken – doch für welches Ziel? Szenarien für den weiteren Kriegsverlauf. Helmut W. Ganser

 

Die Entscheidung der Bundesregierung und anderer NATO-Staaten, der Ukraine moderne Kampfpanzer und Schützenpanzer zur Verfügung zu stellen, hebt das westliche Engagement in der Ukraine auf eine neue Stufe. Vermutlich wird es im weiteren Kriegsgeschehen nicht bei den bisher genannten Stückzahlen bleiben. Unmittelbar nach den Panzerentscheidungen begann bereits eine internationale Debatte über die Lieferung von Kampfflugzeugen. Am Horizont tauchen zudem erste Stimmen auf, die aus „Abschreckungsgründen“ Truppen aus NATO-Staaten in der Ukraine andenken, was zu einer Kriegsbeteiligung der NATO führen würde. Die Diskussion um die ukrainischen Kriegsziele darf jedoch nicht weiter abstrakt geführt werden, auch wenn ein Klärungsprozess innenpolitisch und unter den NATO-Staaten zu heftigen Kontroversen führen kann. Es steht zu viel auf dem Spiel.

Äußerungen der amerikanischen Regierung sowie der Bundesregierung deuten darauf hin, dass sie die Ukraine befähigen wollen, die bisher erkämpfte Frontlinie zu halten und, wo immer möglich, weitere Gebiete zu befreien. Die Rückgabe aller besetzten Territorien, einschließlich der Krim, wäre bei diesem Strategieansatz vermutlich in langwierigen Verhandlungen unter dem Druck überwältigender westlicher Sanktionspakete zu erreichen. Dieser Zielvorstellung steht die weitergehende Forderung gegenüber, dass die Ukraine befähigt werden muss, ihr gesamtes Territorium in militärischen Gegenangriffen zurückzuerobern. Diese wird auch von der ukrainischen Führung hervorgebracht. Die damit verbundenen gravierenden Eskalationsrisiken bedürfen der tiefgreifenden Analyse, um die in der bisherigen Debatte weitgehend herumnavigiert wird.

Der Nebel des Krieges verhindert Vorhersagen über den weiteren Kriegsverlauf. Allen professionellen militärpolitischen Expertinnen und Experten ist bewusst, dass sie mit ihren Analysen, Wertungen und Prognosen im Nebel des Krieges herumstochern, in dem Friktionen und Überraschungen immer auftreten werden. Dennoch können unterschiedliche Szenarien die Einschätzungen schärfen, was womöglich auf uns zukommen könnte.

Mit Blick auf den Frühsommer 2023 wird im Folgenden versucht, mögliche Auswirkungen der neuen Panzerlieferungen an die Ukraine in zwei Szenarien zu erfassen. In beiden Szenarien wird davon ausgegangen, dass die ukrainische Armee bis zum Frühsommer 2023 nach und nach circa 100 westliche Kampfpanzer, überwiegend Leopard-Varianten, sowie circa 100 zumeist deutsche und amerikanische Schützenpanzer erhält. Zu diesem Zeitpunkt dürfte die angekündigte Lieferung von 31 M1-Abrams-Panzern noch nicht erfolgt sein. Mit den neuen schweren Waffensystemen werden in beiden Szenarien zum Frühsommer hin zwei Panzerbataillone und zwei Panzergrenadierbataillone ausgerüstet. Das entspricht in etwa einem Brigadeäquivalent.

Eine weitere Annahme ist, dass die allseits erwartete russische Frühjahrsoffensive mit Schwerpunkt im Raum Luhansk oder Donetsk etwa Ende Februar oder im März beginnen wird. In den zu erwartenden hoch intensiven und verlustreichen Gefechten dürften noch keine oder nur sehr wenige westliche Kampf- und Schützenpanzer zum Einsatz kommen. Es wird, mit einiger Unsicherheit, angenommen, dass die professionellere und bewegliche ukrainische Verteidigung größere operative Raumgewinne der russischen Großverbände abwehren kann. Die nachfolgenden Szenarien richten den Blick darüber hinaus zum Frühsommer hin, wenn die westlichen Panzer in die ukrainische Armee eingegliedert sind.

Szenario 1: Panzerschlacht an der Südfront mit begrenzten ukrainischen Geländegewinnen

Im ausgehenden Frühjahr wird erkennbar, dass die ukrainische Militärführung beabsichtigt, einen tiefen Stoß aus dem Raum östlich und südöstlich von Saporischschja nach Süden zu führen. Operatives Ziel ist, über circa 100 km bis zum Asowschen Meer vorzustoßen, um so die russischen Truppen südlich des Dnepr abzuschneiden und vor allem die Versorgung der Krim über die Landbrücke zu unterbinden. Das Gelände in diesem Raum ist panzergünstig, denn überwiegend offen und flach und bis auf die Stadt Melitopol nur mit kleineren Ortschaften durchzogen. Die Ukraine wagt im Frühsommer 2023 unter vorteilhaften Wetterbedingungen den Vorstoß nach Süden mit dem Angriffsziel Küste Asowsches Meer. Es kommt zur ersten großen Panzerschlacht in diesem Krieg, in der die vorn eingesetzten deutschen Leopards und Marder sowie die amerikanischen Bradleys und Striker in Duellsituationen mit ihrer besseren Panzerung, Beweglichkeit und Waffenwirkung klar im Vorteil sind.

Die ukrainischen Kommandeure und Kompaniechefs beherrschen allerdings nur ansatzweise das komplexe Gefecht der verbundenen Waffen, in dem Kampfpanzer, Schützenpanzer mit Panzergrenadieren, Artillerie, mit Pionieren und Luftunterstützung synergetisch zusammenwirken müssen, um die volle Stoßkraft zu erreichen. Schwere russische Panzer- und Infanteriekräfte stellen sich den heranrückenden Verbänden entgegen. Der ukrainische Gegenangriff kommt circa 30 km voran, bleibt dann aber im massiven Abwehrfeuer liegen, nachdem es russischen mechanisierten Verbänden gelungen ist, in die Flanke der ukrainischen Panzerverbände zu stoßen und deren Versorgung zu gefährden. Die Verluste an Soldaten und Material sind auf beiden Seiten erneut fürchterlich hoch. Bilder von zerschossenen Leopard-Panzern werden im Netz verbreitet. Deutsche TV-Sender und Online-Medien bringen vermehrt historische Filmaufnahmen mit deutschen Panzern während des Zweiten Weltkriegs im selben Raum.

Aus politisch-strategischer Perspektive hat sich in diesem Szenario der verlustreiche Abnutzungskrieg, trotz taktischer Geländegewinne auf beiden Seiten, verfestigt. Russland hat jetzt noch circa zehn bis zwölf Prozent des ukrainischen Territoriums unter seiner Kontrolle. Die umfangreichen Entnahmen von Waffensystemen, Ersatzteilen und von Munition aus den Beständen der Bundeswehr wie auch der US-Armee schwächt immer mehr die Einsatzfähigkeit und Durchhaltefähigkeit der NATO-Streitkräfte auf beiden Seiten des Atlantiks. Da die Produktionskapazitäten begrenzt bleiben, mehren sich die Stimmen für eine Kriegsbeendigungsvereinbarung zwischen den USA, der Ukraine und Russland. In der Ukraine führen die extrem hohen Verluste, von denen immer mehr Familien betroffen sind, zu politischen Forderungen, eine Waffenstillstandsregelung anzustreben. Oppositionspolitiker fordern von ihrem Präsidenten eine Veröffentlichung der tatsächlichen Verluste seit Kriegsbeginn.

Szenario 2: Panzerschlacht an der Südfront mit Vorstoß der ukrainischen Armee zum Asowschen Meer

Szenario 2 ist bis zum Beginn des Gegenangriffs der ukrainischen Armee aus dem Raum östlich von Saporischschja heraus mit Szenario 1 identisch. In diesem Szenario verlaufen die Operationen wie vom ukrainischen Generalstab geplant. Kiew hat die mit westlichen Panzern und Schützenpanzern ausgerüsteten Verbände im Schwerpunkt des Angriffs eingesetzt. Aufgrund der überlegenen Feuerkraft, Panzerung und Beweglichkeit insbesondere der Leopard-2-Panzer stoßen sie nach wenigen Tagen auf Zwischenziele nordöstlich Melitopol vor. Führung, Kampfkraft und Motivation in den russischen Verbänden erweisen sich erneut als schwach, während die ukrainischen Truppen das Gefecht der verbundenen Waffen besser beherrschen, als von westlichen Militärexperten erwartet. Leopard-Panzerspitzen erreichen Ortschaften kurz vor der Küste und stehen gegenüber der Krim. Im Zuge des ukrainischen Vorstoßes zerstören HIMARS-Raketen aus amerikanischer Produktion an einigen Stellen die neue russische Brücke bei Kertsch und machen sie damit für die Versorgung der Krim unbrauchbar. Russland antwortet darauf mit dem bisher massivsten Luftangriff auf Kiew, wo zahlreiche Opfer zu beklagen sind und die Stromversorgung zusammenbricht.

Der russische Präsident gibt nach einer medial inszenierten Konferenz im Generalstab eine kurze Erklärung ab. Zunächst äußert Putin, dass die Russische Föderation diejenigen NATO-Staaten, die schwere Waffen an die Ukraine geliefert haben, unabhängig von völkerrechtlichen Spitzfindigkeiten, jetzt als direkte Kriegsgegner betrachte. Der laufende Angriff auf das russische Krim-Territorium sei nur durch die massive Beteiligung westlicher Staaten möglich gewesen. Der Krieg habe jetzt eine existentielle Dimension für die Russische Föderation erreicht. Damit weite sich für Russland das Gesamtkriegsgebiet auf das Territorium der westlichen Unterstützerstaaten aus. Er verzichte auf verbale Warnungen vor einem Atomkrieg, denn seine früheren Mahnungen seien auf die leichte Schulter genommen worden. Er habe, so Putin, seinen Verteidigungsminister und den Generalstab angewiesen, einem Teil der nuklearfähigen Raketentruppen die in Depots gelagerten atomaren Gefechtsköpfe zuzuführen.

Wenn die Unterbindung der Versorgung der Krim über die Landbrücke nicht zurückgenommen werde, müsse Russland dies mit seinen taktischen Atomwaffen erzwingen. Russische Blogger berichten, dass der Kriegsverlauf die Führung im Kreml eher zusammengeschweißt und zur Entschlossenheit im weiteren Vorgehen beigetragen habe, was nicht überprüft werden kann. Nach wenigen Stunden klären amerikanische Satelliten russische Konvois auf, die ihren Marsch aus den Atomwaffendepots in die Bereitstellungsräume der atomaren Raketenbatallione angetreten haben. Diese eigentlich geheimen Aufklärungsdaten geraten an die internationale Öffentlichkeit.

Für viele überraschend kündigt China zeitgleich die bisher größten Manöver seiner Seestreitkräfte in der Straße von Taiwan an. Die ersten Kriegsschiffe seien schon ausgelaufen. Die USA und ihre NATO-Partner stehen jetzt schneller als von vielen geglaubt, am Rande einer atomaren Eskalation, deren Konsequenzen für den ganzen europäischen Kontinent nicht kalkulierbar sind. Die westlichen Regierungen, der NATO-Rat und der NATO-Militärausschuss sowie der Sicherheitsrat der Vereinten Nationen tagen täglich. Kommentatoren erinnern an den Höhepunkt der Kubakrise. In der NATO prallen unvereinbare Risikoeinschätzungen und Positionierungen aufeinander. In Berlin beginnen große Demonstrationen für eine unverzügliche Kriegsbeendigung mit dem Slogan „Stoppt den Wahnsinn“.

Natürlich lassen sich auch optimistischere Szenarien konstruieren, in denen der Kreml eine Rückeroberung der Krim ohne nukleare Eskalation hinnimmt. Die Verantwortlichen, unter anderem in Berlin, Washington und Paris, halten bisher an der Zielsetzung fest, die Grauzone des Übergangs in eine direkte Kriegsbeteiligung nicht zu betreten. Doch die Gefahr des langsamen, eigentlich unbeabsichtigten Gleitens in die größte Katastrophe für ganz Europa wächst. Unerwartete Ereignisse und Wendungen (manchmal als „Black Swans“ oder „Wild Cards“ bezeichnet) können zudem dynamische Entwicklungen erzeugen, deren Kontrolle und Eindämmung äußerst schwierig sein dürfte. Mit den aufwachsenden deutschen Panzerlieferungen steigt die Mitverantwortung Deutschlands für den weiteren Kriegsverlauf – und dessen Folgen – und damit in letzter Konsequenz das Recht und die Notwendigkeit, auf die Führung in Kiew Einfluss zu nehmen. IPG 31

 

 

 

 

Ukraine-Krieg: Unterstützungsbereitschaft der Deutschen bröckelt

 

Hamburg – Die deutsche Bevölkerung zeigt sich im Hinblick auf den Krieg in der Ukraine weiterhin bereit, die Ukraine zu unterstützen. So stimmt etwas mehr als eine Zweidrittelmehrheit (68%) der Aussage zu, dass Deutschland ukrainische Flüchtlinge aus dem aktuellen Konflikt aufnehmen solle. Das zeigt eine in 28 Ländern durchgeführte Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos. Verglichen mit den Ergebnissen der Umfrage, die kurz nach Beginn des Krieges durchgeführt wurde, nimmt die Unterstützungsbereitschaft allerdings ab. Im April des Jahres 2022 waren noch 82 Prozent der Deutschen dafür, ukrainische Flüchtlinge aufzunehmen – ein Rückgang um 14 Prozentpunkte

 

Sinkende Zustimmung für militärische Unterstützung und Waffenlieferungen

Die deutschen Befragten sind mehrheitlich (75%) der Meinung, dass Deutschland es vermeiden solle, sich militärisch in den Konflikt einzumischen. Nur knapp die Hälfte der Bundesbürger (48%) befürworten die Bereitstellung von Waffen und Luftabwehrsystemen für das ukrainische Militär, im April 2022 waren es noch 55 Prozent.

Dr. Robert Grimm, Leiter der Politik- und Sozialforschung bei Ipsos, stellt dazu fest: „Dass weitere Waffenlieferungen, einschließlich Leopard-2-Panzer, keine schnelle Lösung herbeibringen, sondern den Krieg in der Ukraine immer mehr eskalieren lassen, ist eine berechtige Sorge der deutschen Bevölkerung. Leider gibt es momentan keine bessere Alternative, um Putins Imperialismus zu stoppen, als die Ukraine weiterhin zu unterstützen. Deutschland und die Deutschen spielen dabei eine wichtige Rolle.“

 

Sanktionen: Viel Solidarität, Sorge vor steigenden Kosten

Weiterhin unterstützen viele Bundesbürger die verhängten Wirtschaftssanktionen gegen Russland. Vier von zehn Deutschen (43%) sind der Meinung, dass Sanktionen gegen Russland notwendig sind, um die Ukraine zu unterstützen und Russland dazu zu drängen, den Krieg zu beenden – auch wenn dies bedeutet, dass die Energie- und Nahrungsmittelpreise für einen längeren Zeitraum ansteigen. Demgegenüber stehen diejenigen, die sich um die wirtschaftlichen Folgen für Deutschland sorgen. So finden 30 Prozent der Befragten, dass die Sanktionen gegen Russland die wirtschaftlichen Auswirkungen auf die Energie- und Lebensmittelpreise nicht wert seien.

 

Wirtschaftliche Situation hemmt Unterstützungsbereitschaft

Darüber hinaus scheint die aktuell angespannte Wirtschaftslage negative Auswirkungen auf die Unterstützungsbereitschaft der Deutschen zu haben. Aktuell sind mehr als die Hälfte (56%) der Bundesbürger der Meinung, dass Deutschland es sich angesichts der aktuellen Wirtschaftskrise nicht leisten könne, die Ukraine finanziell zu unterstützen. Im vergangenen April stimmten nur 47 Prozent der Befragten dieser Aussage zu.

 

Von einer Krise zur nächsten: Kriegsmüdigkeit in Deutschland

Inzwischen sagen sogar 43 Prozent der Bundesbürger, dass die Probleme der Ukraine Deutschland nichts anginge und sich nicht einmischen solle. Verglichen mit der April-Umfrage ein Zuwachs um 11 Prozentpunkte.

Dr. Robert Grimm dazu: „Nach Jahren der Krisen – Flüchtlingskrise, Corona, Krieg, Energiekrise, Inflation und Klimawandel, in denen der Bevölkerung immer wieder Unterstützung abverlangt wurde, wollen viele Bürgerinnen und Bürger nicht mehr aktiv hinschauen, sondern sich passiv von Krisen und Konflikten abwenden“. Ipsos 30

 

 

 

 

„Wir müssen in die Produktion von Kriegsmaterial gehen“

 

Verteidigungsexperte Fritz Felgentreu über die Lieferung von Leopard-2-Panzern, das Risiko einer militärischen Eskalation und ein etwaiges Kriegsende. Die Fragen stellte Nikolaos Gavalakis.

 

Deutschland will nun nach wochenlanger Debatte der Ukraine doch Leopard-2-Kampfpanzer liefern sowie anderen europäischen Ländern die Genehmigung für die Lieferung erteilen. Eine richtige Entscheidung?

Aus meiner Sicht ist es die einzig logische Entscheidung. Ich glaube, es war auch der Bundesregierung schon länger klar, dass es weniger um die Frage der militärischen Sinnhaftigkeit und der Folgerichtigkeit aufgrund der bisherigen Entwicklung des Krieges ging, als um die Frage, wie man das politisch einbettet.

Ist die transatlantische Panzerallianz ein Erfolg für die deutsche Bundesregierung und Kanzler Scholz?

Das Taktieren der Bundesregierung hat Vertrauen gekostet. Aber es hat am Ende zu einem guten Ergebnis geführt. Ob Preis und Ertrag in einem angemessenen Verhältnis zueinander stehen, wird man abschließend erst mit etwas Abstand beurteilen können.

Wie entscheidend ist der Einsatz der Leopard-Panzer auf ukrainischer Seite für den Kriegsverlauf der nächsten Monate?

Die Entscheidung gegen die Bereitstellung der Panzer hätte den Kriegsverlauf wahrscheinlich sehr negativ beeinflusst. Es gibt ein Problem mit der Entwicklung der letzten zehn Monate: Man hat zwar kontinuierlich aus den eigenen Beständen die Ukraine unterstützt, wir haben aber nicht gleichzeitig angefangen, nachzuproduzieren. Das heißt, die Menge an Material, die geliefert werden kann, wird kontinuierlich aufgebraucht. Daher war es notwendig, von altem sowjetischem Material überzugehen zur Lieferung auch westlicher Waffen. Das ist die eine logische Schlussfolgerung. Und die andere, die noch aussteht, ist: Wir müssen auch in die Produktion von Kriegsmaterial gehen, weil wir alle nicht wissen, wie lange dieser Krieg dauert. Und wenn es dabei bleibt, dass wir die Ukraine so lange unterstützen, wie es notwendig ist, dann wird das nicht gehen, ohne dass man auch anfängt, zu produzieren, so dass man auch in Zukunft noch liefern kann.

Der Gordische Knoten wurde erst durch die Zusage der USA gelöst, ihrerseits Abrams-Panzer an die Ukraine zu liefern. Statt dass Berlin, Paris und London gemeinsam voranschreiten, hat es die Rückversicherung aus Washington gebraucht. Wie eigenständig ist Europa in militärischen Angelegenheiten?

Europa ist in militärischen Angelegenheiten nach wie vor kaum eigenständig, weil die europäischen Armeen durch die Entwicklung der letzten 30 Jahre so schwach geworden sind, dass sie nicht mehr selbstständig in der Lage sind, die europäische Sicherheit zu gewährleisten. Das wirkt sich natürlich in so einer Situation aus. Es bedeutet, dass es offensichtlich ein starkes strategisches Interesse gibt, kein sicherheitspolitisches De-Coupling von den USA zu riskieren. Und es scheint ja auch der eigentliche Sinn des politischen Handelns von Olaf Scholz gewesen zu sein, dass man genau das ausschließen wollte.

Wie stark erhöht die Leopard-Lieferung das Risiko einer militärischen Eskalation im Krieg mit Russland?

Ich sehe da keine sehr große Gefahr. Die Russen haben bereits militärisch eskaliert. Sie sind bereit, Kriegsverbrechen zu begehen, um ihre militärischen Ziele zu erreichen. Durch die Lieferung der Leopard-Panzer ist keine qualitative Veränderung eingetreten. Warum ein Staat in einem höheren Maße Kriegspartei sein soll, wenn er Kampfpanzer liefert, als wenn er Flakpanzer liefert, hat sich mir nie erschlossen.

Wie geht es nun weiter? Von einigen Stimmen wird bereits die Lieferung von Kampfflugzeugen und Militärschiffen gefordert.

Welche Debatten und welche Fragen sich noch stellen, ist natürlich abhängig von der militärischen Entwicklung im Kriegsgebiet. Klar ist, man muss potentielle Waffenlieferungen immer abhängig machen von den militärischen Zielen, die erreicht werden sollen. Wenn der Grundsatz ist: Wir wollen der Ukraine helfen, sich zu verteidigen, in dem Sinne, dass sie auch in die Lage versetzt wird, ihre territoriale Integrität wiederherzustellen, dann braucht sie Waffen, mit denen sie auch in der Lage ist, besetztes Territorium wieder zu befreien. Das ist ein Akt der Verteidigung, kein Akt der Aggression. Das bedeutet aber wiederum, dass sie Waffen haben muss, die geeignet sind, um die feindlichen Streitkräfte aus ihren Stellungen zu werfen. Dazu gehören selbstverständlich die Kampfpanzer, von denen wir jetzt gesprochen haben. Dazu gehört im Rahmen einer Gegenoffensive aber auch die Fähigkeit, die Luftüberlegenheit zu erringen. Ob das eine Debatte über Kampfflugzeuge erforderlich macht, kann ich schwer beurteilen. Aber dass es taktisch notwendig ist, dass, wenn man eine Gegenoffensive durchführen will, man es nicht mit einem Feind zu tun haben darf, der die Luftüberlegenheit hat, scheint mir nur logisch zu sein. All das muss man bedenken, wenn man eine Entscheidung trifft.

Welches Ziel sollte die westliche Allianz verfolgen?

Meines Erachtens sollte die westliche Allianz die Ukraine darin unterstützen, ihre territoriale Integrität in vollem Umfang wiederherzustellen. Das bedeutet, dass Russland diesen Krieg verloren hat, dass alle seine Opfer und Anstrengungen und seine Verbrechen umsonst gewesen sind. Und das scheint mir auch der Begriff Verteidigung auszusagen.

Also Rückeroberung aller Gebiete inklusive Krim?

Grundsätzlich ja, völkerrechtlich gehören die Krim und die besetzten Gebiete im Donbass dazu. Ich halte es aber für unwahrscheinlich, dass der Krieg bis an den Punkt ausgefochten wird, an dem die ukrainischen Streitkräfte an die Staatsgrenzen vorgerückt sind.

Müssen wir uns auf einen langjährigen Krieg in der Ukraine einstellen?

Wir müssen uns zumindest auf die Möglichkeit eines langjährigen Krieges einstellen. Die Entscheidung, wie lange dieser Krieg noch geht, fällt am Ende in Moskau. Dort wird irgendwann die Güterabwägung stattfinden, ob es sich noch lohnt, diesen Krieg fortzusetzen, oder ob es nicht sinnvoll wäre, die verlustreichen Kämpfe zu beenden. Solange wir durchhalten, wird diese Entscheidung am Ende in Moskau fallen. Es ist jedoch schwer vorherzusagen, wann der Punkt erreicht ist, an dem es in der russischen Führung ein Umdenken gibt. IPG 27

 

 

 

 

Holocaust-Gedenktag. Gunter Demnig verlegt auch mit 75 noch Steine

 

Dieses Frühjahr sollen es 100.000 Stolpersteine sein, die Gunter Demnig seit dem offiziellen Start des Projekts in den 90er Jahren verlegt hat. Eigentlich wollte er mit 75 Jahren etwas kürzertreten, aber die Knie machen noch mit. Von Carina Dobra 

 

Gunter Demnig mag Katzen. 19 Stück hat der Künstler mit dem braunen Cowboyhut inzwischen mit Ehefrau Katja bei sich zu Hause im mittelhessischen Alsfeld-Elbenrod aufgenommen. Viele von ihnen seien Pflegefälle, erzählt der 75-Jährige bei einer Tasse Kaffee. Doch Gunter Demnigs Lebenswerk sind die Stolpersteine, wie er selbst sagt. Seit Mitte der 90er Jahre widmet sich der gebürtige Berliner dem Projekt. Etwa 95.000 Stolpersteine zum Gedenken an Opfer des Nationalsozialismus hat er mittlerweile verlegt, dieses Frühjahr will er die 100.000 erreichen.

Die knapp zehn mal zehn Zentimeter großen Würfel verlegt der Bildhauer deutschland- und europaweit auf den Gehwegen vor den letzten Wohnstätten von Menschen, die von den Nationalsozialisten deportiert, ermordet oder in den Suizid getrieben wurden. In Messingplaketten auf den Steinen sind Name und Schicksal der Opfer eingraviert.

Kampf mit den Tränen

An viele Geschichten erinnert sich der Bildhauer bis heute. „Einmal, bei einer Verlegung, kamen zwei Schwestern. Die eine aus Kolumbien, die andere aus Schottland, beide waren damals durch einen Kindertransport gerettet worden, die Eltern wurden ermordet. Die hatten sich seit 60 Jahren nicht gesehen und meinten: Jetzt sind wir mit unseren Eltern wieder vereint.“ Demnig schlägt sich mit der flachen Hand vor die Augen, kämpft mit den Tränen: „Dann weißt du, warum du das machst.“

Die Initiative zu den Steinverlegungen geht inzwischen von Geschichtsvereinen, Bürgerinitiativen, Angehörigen oder auch Schulprojekten aus, die Demnig anfragen. 132 Euro kostet ein Stein inklusive Verlegung.

Einen Moment innehalten

Info: 27. Januar – Tag des Gedenkens an die Opfer des Nationalsozialismus: Während der NS-Zeit ermordeten die Nationalsozialisten in Auschwitz mehr als anderthalb Millionen Männer, Frauen und Kinder. Am 27. Januar 1945 befreite die Rote Armee die Gefangenen des Konzentrationslagers. Der Jahrestag der Befreiung wurde 1996 auf Initiative des damaligen Bundespräsidenten Roman Herzog offizieller deutscher Gedenktag für die Opfer des Nationalsozialismus. Die Vereinten Nationen erklärten den 27. Januar im Jahr 2005 zum Internationalen Tag des Gedenkens an die Opfer des Holocausts.

Zwölf solcher Steine liegen seit Dezember vergangenen Jahres auch in Frankfurt-Nieder-Eschbach. Einer der Steine ist Karl Bruder gewidmet. Der Frankfurter wurde 1940 aufgrund seiner Epilepsie in die Uniklinik Gießen zwangseingewiesen und dort im Alter von 23 Jahren gegen seinen Willen nach dem „Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses“ zwangssterilisiert.

„Ich habe Asthma. Mich hätte es heute vielleicht auch treffen können“, sagt der 19-jährige Joshua von der Otto-Hahn-Schule in Nieder-Eschbach, der sich im Geschichtsunterricht mit dem Schicksal von Karl Bruder beschäftigt hat. Auch seine Mitschülerin Leonie (18) ist bestürzt: „Ich kann das einfach nicht nachvollziehen. Das nimmt einen schon mit. Vor allem, weil ich hier um die Ecke wohne.“ Sie werde von nun an noch aufmerksamer auf die Messing-Steine im Boden achten und einen Moment innehalten.

Es ist ein Unterschied

Gunter Demnig freut sich über das Engagement der Schülerinnen und Schüler: „Es ist ein Unterschied, ob die Jugendlichen ein Buch aufschlagen und von sechs Millionen ermordeten Juden lesen oder von einem Familienschicksal vor Ort erfahren“, ist der Künstler überzeugt.

Doch die Stolpersteine haben auch Kritiker, wie zum Beispiel einzelne Vertreter jüdischer Organisationen. Die Schicksale der Opfer würden im wahrsten Sinne des Wortes mit Füßen getreten, wirft etwa Charlotte Knobloch, Präsidentin der Israelitischen Kultusgemeinde München und Oberbayern, Demnig vor.

Der nächste Tripp in Planung

Der Künstler weist ein solch „unsägliches Gegenargument“ von sich: Die Kritiker würden die Gräueltaten der Nazis mit solchen Aussagen verharmlosen und die Opfer verhöhnen: „Die Nazis haben sich nicht mit Rumtrampeln auf den Opfern begnügt. Die hatten ein gezieltes Vernichtungsprogramm.“

Auch Morddrohungen hat der Stolperstein-Erfinder schon erhalten. All das hält ihn nicht davon ab, weiter Steine in mittlerweile 1.265 Kommunen Deutschlands und in 21 Ländern Europas zu verlegen. Gerade plant der Künstler schon den nächsten Trip – diesmal nach Italien.

Solange die Knie noch mitmachen

Eigentlich wollte Demnig mit 75 Jahren etwas kürzertreten, längst arbeitet der Berliner mit einem Team zusammen. „Aber solange die Knie noch mitmachen“, scherzt der Künstler, solange werde er auch noch Steine verlegen.

Und dann wäre da noch seine Stiftung, die nach eigenen Angaben seine Ideen und sein Lebenswerk bewahren soll. Auf seinem Grundstück, einem ehemaligen Gehöft, läuft außerdem die Dauerausstellung „Gunter Demnig: Spuren und Wege“. Dort zeigt der Stolperstein-Künstler bislang unbekanntere Werke, die zur Idee der Gedenksteine geführt haben. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Ehemaliger italienischer Premier: Wir müssen mit Putin verhandeln

 

Die Fünf-Sterne-Bewegung steht Waffenlieferungen an die Ukraine kritisch gegenüber und will am liebsten mit Putin über den Frieden verhandeln. Für die EU-Wahl im kommenden Jahr will man sich trotzdem den europäischen Grünen anschließen, so der Vorsitzende der Fünf-Sterne-Bewegung, Giuseppe Conte, im Interview mit EURACTIV. Von: Eleonora Vasques

 

Conte betonte gegenüber EURACTIV, dass die EU derzeit „nicht genug“ mache, um den Konflikt in der Ukraine zu lösen. Stattdessen befinde man sich auf einem Pfad der „militärischen Eskalation“.

„In Ramstein [dem internationalen Verteidigungstreffen für die Ukraine vergangene Woche] waren die Worte ‚Frieden‘ und ‚Verhandlungen‘ nicht zu hören. Es wird jetzt diskutiert und als selbstverständlich angesehen, dass wir uns nur treffen, um militärische Strategien zu besprechen“, sagte Conte.

Der ehemalige Premierminister betonte die Unterstützung seiner Partei für die Ukraine und verurteilte die Aggression des russischen Präsidenten Wladimir Putin. Waffen will man allerdings trotzdem nicht an das kriegsgebeutelte Land senden.

Zu Beginn des Krieges „unterstützten wir jede Hilfe, auch militärische Hilfe. Es gab eine offensichtliche militärische Asymmetrie, und wir konnten die Ukraine nicht allein lassen. Aber jetzt ist ein Jahr vergangen. Wohin führt uns diese militärische Strategie? Es herrscht ein politisches Defizit“, meint Conte.

Die Position der Fünf-Sterne-Bewegung zum Krieg wurde in Italien sowohl von den linken als auch von den rechten Parteien, die eine militärisch stärkere Position vertreten, stark kritisiert. Denn sowohl die amtierende Premierministerin Giorgia Meloni von den oft als postfaschistisch eingestuften Brüder Italiens, als auch die Demokratische Partei stehen Waffenlieferungen wohlwollend gegenüber.

Eine Allianz mit dem Grünen?

Bezüglich der EU-Wahlen 2024 erklärte Conte, dass die Fünf-Sterne-Bewegung mit den europäischen Grünen über einen möglichen Beitritt verhandelt.

„Programme spielen für uns eine zentrale Rolle bei der Möglichkeit, unser politisches Handeln zu stärken und Gesprächspartner zu finden, die unser Projekt teilen. Es ist ein Projekt, das absolut auf einem effektiven ökologischen Übergang aufbaut“, sagte Conte.

„Wir wollen unbedingt gemeinsam ein massives Investitionsprojekt für erneuerbare Energien. Wir wollen die restriktive Austeritätspolitik als Selbstzweck überwinden. Das sind unsere Ideen, unsere Perspektiven. Und sicherlich erscheint uns diese Fraktion (die Grünen) als ein privilegierter Gesprächspartner, um diese Politik zu verfolgen“, fügte er hinzu.

Die Co-Vorsitzenden der Grünen/EFA-Fraktion, Terry Reintke und Philippe Lamberts, erklärten gegenüber EURACTIV, dass die Fünf Sterne Bewegung an sie herangetreten sei, es aber „zum jetzigen Zeitpunkt keine Verpflichtung“ für eine Zusammenarbeit gebe.

„Die Diskussion bleibt offen. Eine mögliche Entscheidung über einen Beitritt wird von der Fraktion zu gegebener Zeit getroffen werden“, sagten sie.

Corona-Wiederaufbaufond wird in Frage gestellt

Conte stand an der Spitze der italienischen Regierung, als Italiens Corona-Wiederaufbauplan im Mai 2020 nach langen Verhandlungen mit der Europäischen Kommission genehmigt wurde.

Ein Streit über die Expertengruppe, die Conte mit der Verwaltung und Umsetzung des Plans beauftragt hatte, führte jedoch zum Zusammenbruch seiner Regierung im Januar 2021, als er von Mario Draghi als Premierminister abgelöst wurde.

Italien ist der größte Empfänger des EU-Programms für Zuschüsse und Darlehen in Höhe von 750 Milliarden Euro.

Die „Glaubwürdigkeit Italiens“ hänge laut Conte davon ab, wie gut diese Mittel eingesetzt würden.

Die steigenden Rohstoffpreise haben einige Länder dazu veranlasst, darunter auch Italien, eine Änderung ihres Konjunkturprogramms zu fordern.

Gemäß der Konjunkturprogramm-Verordnung sollten die Reformen und Investitionen bis August 2026 umgesetzt werden.

„2026 ist eine sehr knappe Frist“, sagte Conte. Er rechne mit Schwierigkeiten bei der Umsetzung aufgrund der hohen Energiepreise und des US-Inflation Reduction Acts, was „die Gefahr birgt, dass EU-Unternehmen in Zukunft weniger wettbewerbsfähig sind“. EA 27

 

 

 

 

Game Changer am Arbeitsplatz

 

Die neue Software ChatGPT mit Künstlicher Intelligenz wirbelt die Arbeitswelt durcheinander. Auch Hochqualifizierte müssen zittern. Annie Lowrey

 

In den nächsten fünf Jahren wird die Entwicklung der Künstlichen Intelligenz wahrscheinlich dazu führen, dass immer weniger Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer mit Hochschulausbildung beschäftigt werden. Mit dem weiteren Fortschritt der Technologie wird sie in der Lage sein, Aufgaben zu übernehmen, für die bisher ein hohes Maß an Fähigkeiten und Ausbildung erforderlich war. Dies könnte zu einer Verdrängung von Arbeitnehmern in bestimmten Branchen führen, da Unternehmen durch die Automatisierung von Prozessen versuchen werden, Kosten zu sparen. Auch wenn es schwierig ist, das genaue Ausmaß dieser Entwicklung vorherzusagen, steht fest, dass KI erhebliche Auswirkungen auf den Arbeitsmarkt für Arbeitnehmer mit Hochschulbildung haben wird. Für den Einzelnen wird es wichtig sein, sich über die neuesten Entwicklungen im Bereich der KI auf dem Laufenden zu halten und zu überlegen, wie er seine Fähigkeiten und sein Fachwissen in einer Welt einsetzen kann, in der Maschinen zunehmend in der Lage sind, viele Aufgaben zu übernehmen.

Da haben Sie es: ChatGPT ist gekommen, um meinen und Ihren Job zu übernehmen – zumindest laut ChatGPT selbst. Der künstlich intelligente Content Creator, dessen Name für „Chat Generative Pre-trained Transformer“ steht, wurde vor zwei Monaten von OpenAI vorgestellt, einem der einflussreichsten Forschungslabore für Künstliche Intelligenz (KI) in den USA. Die Technologie ist, einfach ausgedrückt, überwältigend. Sie hat den ersten Absatz dieses Textes auf Anhieb erstellt, nach der Aufforderung: „Schreibe einen Fünf-Satz-Absatz im Stil von The Atlantic darüber, ob KI in den nächsten fünf Jahren zu einem Rückgang der Beschäftigung von Arbeitnehmern mit Hochschulbildung führen wird.“

ChatGPT ist nur eines von vielen atemberaubenden generativen KI-Tools, die in letzter Zeit auf den Markt gekommen sind, darunter die Bildgeneratoren Midjourney und DALL-E sowie der Videogenerator Synthesia. Die Vorteile dieser KI-Tools liegen klar auf der Hand: Sie werden eine enorme Menge an digitalen Inhalten produzieren – und das schnell und günstig. Studenten nutzen ChatGPT bereits, um Essays zu schreiben, Unternehmen erstellen Texte für ihre Websites und Werbematerialien und beantworten mit ihrer Hilfe Kundenanfragen. Anwälte verwenden es für die Erstellung von Schriftsätzen (ChatGPT besteht übrigens Teile der US-amerikanischen Anwaltsprüfung) und Wissenschaftler für die Generierung von Fußnoten.

Doch auch die Kehrseite der Programme ist offensichtlich: Was passiert, wenn Dienste wie ChatGPT anfangen, Texter, Journalistinnen, Kundenbetreuer, Anwaltsgehilfen, Programmiererinnen und digitale Vermarkter arbeitslos zu machen? Seit Jahren warnen Vorreiter der Tech-Szene, dass flexible, kreative KI eine Bedrohung für die Beschäftigung darstellt, da Roboter qualifizierte Büroangestellte ersetzen könnten, deren Jobs bisher als immun gegen jegliche Automatisierung galten. In der extremsten Variante sagen Analysten voraus, dass KI die Beschäftigungslandschaft dauerhaft verändern wird. Eine Oxford-Studie schätzt, dass 47 Prozent der Arbeitsplätze in den USA gefährdet sein könnten.

Seit Menschengedenken hat keine einzelne Technologie zu einem massiven Verlust von Arbeitsplätzen bei hochqualifizierten Arbeitnehmern geführt. Wird die generative KI wirklich eine Ausnahme sein? Niemand kann diese Frage beantworten, da die Technologie noch sehr neu ist und sich die Beschäftigung nur langsam an den technologischen Wandel anpasst. Aber KI sei wirklich eine andere Sache, sagen Technologieexperten. Eine Reihe von Aufgaben werden automatisierbar, die bisher unmöglich zu automatisieren waren. „Früher war der Fortschritt linear und vorhersehbar. Man hat sich die Schritte ausgedacht und der Computer hat sie befolgt. Er folgte der Prozedur. Er lernte nicht und improvisierte nicht“, formuliert es MIT-Professor David Autor, einer der weltweit führenden Experten für Beschäftigung und technologischen Wandel. ChatGPT und Co. improvisieren und versprechen, einen Großteil der Arbeit von Angestellten bis ins Mark zu erschüttern, unabhängig davon, ob dadurch Arbeitsplätze wegfallen oder nicht.

Menschen wie Unternehmen finden gerade erst heraus, wie sie aufkommende KI-Technologien nutzen können, ganz zu schweigen davon, wie sie diese zur Entwicklung neuer Produkte, zur Rationalisierung ihrer Geschäftsabläufe und zur Steigerung der Effizienz ihrer Mitarbeiter einsetzen können. Wenn die Geschichte ein Anhaltspunkt ist, könnte dieser Prozess länger dauern, als Sie vielleicht denken. Nehmen wir die Elektrizität. Der Stromkreis, elektrisches Licht und rudimentäre Elektromotoren wurden in den frühen 1800er Jahren entwickelt. Es dauerte jedoch noch ein weiteres Jahrhundert, bis die weit verbreitete Einführung von Elektrizität in den Vereinigten Staaten das BIP zu steigern begann. Oder nehmen Sie Computer. Sie kamen Anfang der 1950er Jahre auf den Markt, steigerten aber erst in den späten 1990er Jahren die Produktivität in der Arbeitswelt spürbar.

Einige Technologien verbessern eindeutig die Produktivität und verringern den Bedarf an Arbeitskräften. Automatisierte Werkzeugmaschinen beispielsweise senken die Beschäftigung im verarbeitenden Gewerbe, während sie gleichzeitig die Produktion und die Produktivität steigern, ebenso wie viele andere der seit der industriellen Revolution entwickelten und eingesetzten Maschinen. Aber andere Technologien – selbst die verblüffendsten – zeigen überraschend geringe Auswirkungen. Wie wäre es mit dem Internet, das in den letzten vier Jahrzehnten fast jeden Aspekt der Kommunikation revolutioniert hat? Obwohl es die Art und Weise verändert hat, wie wir daten, miteinander reden, lesen, fernsehen, wählen, unsere eigenen Lebensgeschichten aufzeichnen, obwohl es die Gründung von einer Zillion Unternehmen ermöglicht und unzählige Vermögen geschaffen hat, besteht das Internet „den Test als große Erfindung nicht“, bilanzierte der Wirtschaftswissenschaftler Robert Gordon im Jahr 2000. Denn das Internet „stellt zwar Informationen und Unterhaltung günstiger und bequemer als zuvor bereit, aber ein Großteil seiner Nutzung substituiert bestehende Aktivitäten von einem Medium durch ein anderes“. Fast ein Vierteljahrhundert später hat das Internet noch immer keine Produktivitätsrevolution  ausgelöst. Genauso wenig wie Smartphones.

Ist KI also eher wie das Smartphone oder wie eine automatisierte Werkzeugmaschine? Wird sie die Art und Weise verändern, wie Arbeit erledigt wird, ohne dass insgesamt viele Arbeitsplätze wegfallen? Oder wird sie San Francisco in den Rust Belt verwandeln? Es ist schwer vorherzusagen, inwiefern die Technologie zu Arbeitsplatzverlusten führen wird. Erinnern Sie sich noch an die Aufregung vor einigen Jahren über die Möglichkeit, dass selbstfahrende Autos die Arbeit von Lkw-Fahrern überflüssig machen könnten? Dennoch ist KI viel flexibler als ein System wie Excel, viel kreativer als ein Google Doc. Hinzu kommt, dass KI-Systeme immer besser werden, je mehr sie genutzt werden und je mehr Daten sie aufnehmen, während Ingenieure andere Arten von Software oft mühsam und akribisch aktualisieren müssen.

Wenn Unternehmen Menschen durch Maschinen ersetzen können, tun sie das in der Regel auch. KI kann Arbeiten übernehmen, die derzeit von Rechtsanwaltsgehilfen, Werbetexterinnen, Content-Producerinnen, Assistenten der Geschäftsführung, Programmierern auf Anfängerlevel und, ja, auch von einigen Journalisten erledigt werden. Das bedeutet, dass sich diese Berufe verändern könnten, und zwar bald. Doch selbst wenn ChatGPT einen guten Absatz über KI ausspucken kann, kann es weder KI- und Arbeitsexpertinnen interviewen, noch historische Dokumente finden oder die Qualität von Studien über technologischen Wandel und Beschäftigung bewerten. Sie erstellt Inhalte aus dem, was es bereits gibt, ohne eigene fachliche Qualität, ohne Verständnis, ohne die Fähigkeit, sich selbst zu korrigieren, sowie ohne die Möglichkeit, wirklich neue oder interessante Ideen zu erkennen. Das bedeutet, dass KI den heutigen Journalismus wertvoller und investigative Journalisten produktiver machen könnte, während sie eine enorme Fülle einfacher Inhalte schafft. KI könnte Listen und Zusammenfassungen von öffentlichen Sitzungen ausspucken, während Menschen tiefer gehende Geschichten schreiben. „In vielerlei Hinsicht wird die KI den Menschen helfen, ihr Fachwissen besser zu nutzen“, prognostiziert David Autor. „Das bedeutet, dass wir uns stärker spezialisieren werden.“

KI könnte auch eine Vielzahl von Branchen effizienter machen, mit geringen Auswirkungen auf die Gesamtbeschäftigung. Matt Wampler ist Mitbegründer eines KI-gestützten Kleinunternehmens namens ClearCOGS. Er war sein ganzes Berufsleben lang in der Gastronomie. Restaurants und Lebensmittelläden haben laut Wampler in der Regel nur geringe Gewinnmargen, verschwenden aber dennoch eine beträchtliche Menge an Lebensmitteln. Die Leute bestellen mehr Spaghetti als Burger: Brötchen werden weggeworfen. „Restaurants hinken bei der Technologie einfach hinterher“, erklärt Wampler. „Bei ihnen dreht sich alles um Menschen. Es sind Menschen, die Menschen bedienen; es sind Menschen, die Menschen managen. Und in dieser sehr menschenzentrierten Welt ist die Standardmethode, um Probleme zu lösen, sie einem Menschen zu übergeben.“

ClearCOGS verwendet die Bestellhistorie der Kunden, Lieferdaten und Daten zur Beschäftigung von Restaurants und nutzt KI-gestützte Modellierung, um ihr Geschäft schlanker und profitabler zu machen. Wenn die Kunden anfangen, mehr Spaghetti als Burger zu bestellen, fordert das System den Koch oder die Managerin auf, mehr Pasta und weniger Brötchen zu kaufen. „Wir haben die Technologie in einigen Sandwich-Läden meines Cousins eingeführt“, erzählt Wampler. „Einfache Antworten auf einfache Fragen. Die Frage, auf die sie eine Antwort brauchten, lautete: Es gibt einen stellvertretenden Manager in der Nachtschicht, der ein paar Stunden vor Ladenschluss entscheiden muss, ob er noch ein weiteres Blech Brot backen soll oder nicht. Wir geben ihm diese Antwort.“ Durch diesen Einsatz von ChatGPT werden keine menschlichen Arbeitsplätze beseitigt, die Sandwichbuden in der Nachbarschaft werden keine McKinsey-Berater einstellen. Aber es könnte die Gastronomie als Ganze effizienter machen.

Selbst wenn sie die Wirtschaft nicht ankurbelt, könnte die KI unser Leben und die Art und Weise verändern, wie wir unsere Zeit verbringen – so, wie es die sozialen Medien vor ihr getan haben. Videospiele könnten noch fesselnder werden. In Geschäften könnten die Werbetexte und die Verkaufsanzeigen passender sein. Filme könnten cooler aussehen. Die Videos in den Tiefen von YouTube könnten viel seltsamer und viel schöner werden. Vielleicht sehen wir auch noch mehr schablonenhafte Inhalte, als wir es jetzt schon tun. (Was noch viel bedrohlicher ist: Es könnte eine riesige Menge an plausibel erscheinenden Falschinformationen im Internet geben.)

Für die Arbeitnehmer besteht laut David Autor das große Risiko darin, dass die KI-Technologien zu plötzlich eine Verschiebung der Art der Arbeit auslösen, die Arbeitgeber fordern. Bestimmte Spezialisierungen könnten ausgelöscht werden, so dass Tausende von Call-Center-Betreibern oder Marketing-Mitarbeitern arbeitslos würden. Autor betont jedoch die Vorteile, die sich aus dem Einsatz dieser Technologie ergeben: Die Produktivität stagniert seit Jahrzehnten. Wenn Maschinen ein wenig mehr Arbeit übernähmen, könnte das am Ende einen großen Nutzen bringen. IPG 27

 

 

 

Deborah Schnabel im Gespräch. Wissen über den Holocaust auch über Social Media vermitteln

 

Der Holocaust hat nach Ansicht der Direktorin der Frankfurter Bildungsstätte Anne Frank, Deborah Schnabel, im Schulunterricht nicht das Gewicht, das er haben müsste. Wissen über die Verfolgung und Ermordung der Juden müsse heute auch über Social-Media-Kanäle vermittelt werden, sagte die Expertin im Gespräch. Von Jürgen Prause

Der Holocaust liegt rund acht Jahrzehnte zurück. Wie kann Jugendlichen heute die Dimension des Holocaust vermittelt werden?

Deborah Schnabel: Acht Jahrzehnte mögen lang erscheinen – sie sind es aber nicht, wenn wir etwa bedenken, dass erst jüngst noch eine KZ-Sekretärin vor Gericht stand. Der Zivilisationsbruch des Holocaust wirkt auf vielen Ebenen in unserer heutigen Gesellschaft nach – auch in den Familien über Verbindungen zu Tätern und Opfern der NS-Verbrechen. In unserer Bildungsarbeit mit jungen Menschen ist für uns immer zentral, dass wir die Geschichte anknüpfen an die Gegenwart, an die Erfahrungen und die Lebenswelt der Jugendlichen. Antisemitismus, Rassismus und andere Formen der Menschenfeindlichkeit sind noch immer fester Teil der Gesellschaft. Die Erfahrungen, die Jugendliche damit machen, ernst zu nehmen, ermöglicht ihnen einen anderen Zugang zur Geschichte, als der bloße Blick in Schulbücher.

Es gibt nur noch wenige Zeitzeugen, die die Judenverfolgung in der NS-Zeit erlebt haben. Was bedeutet das für Ihre Arbeit?

„Es wird immer schwerer, die Erinnerung an die Shoah und das NS-Unrecht aus erster Hand zu vermitteln.“

Schnabel: Es ist wahr: Die letzten Zeitzeuginnen und Zeitzeugen gehen. Es wird immer schwerer, die Erinnerung an die Shoah und das NS-Unrecht aus erster Hand zu vermitteln. Entgegen landläufiger Meinung hat das Thema in den Schulen durchaus nicht das Gewicht, das es erhalten müsste – gerade auch im Hinblick auf wachsenden Antisemitismus. Die Erinnerung für die junge Generation lebendig halten, bedeutet, das Wissen an die Orte dieser Generation zu tragen, in digitale Formate, Spiele, Videos. Wir sehen auf unseren Social-Media-Kanälen immer wieder, dass geschichtsbezogener Content auf hohes Interesse stößt.

Welche Rolle spielt dabei das Schicksal des jüdischen Mädchens Anne Frank in der NS-Zeit?

Schnabel: Anne Frank ist und bleibt eine Identifikationsfigur für junge Menschen. Das erleben wir regelmäßig, wenn Schulklassen und andere Jugendgruppen zu uns ins Lernlabor „Anne Frank. Morgen mehr.“ kommen und sich mit ihren individuellen Erfahrungen in Beziehung setzen zu den Gedanken und Gefühlen Anne Franks, die sie in ihrem Tagebuch festgehalten hat. Die Deutungszugänge ändern sich, was aber bleibt ist, dass junge Menschen sich von Annes Schicksal und ihren Worten inspiriert und bestärkt fühlen, sich für eine gerechtere Gesellschaft einzusetzen und aktiv gegen Diskriminierung und Ausgrenzung einzutreten. Für viele sind Anne Franks Geschichte und ihr Tagebuch ein Einstieg, um sich mit den NS-Verbrechen auseinanderzusetzen. (epd/mig 27)

 

 

 

Papst: „Können uns nicht leisten, im Kampf für Frieden nachzulassen“

 

„Die Einstellung der Waffenproduktion für ein einziges Jahr könnte das Problem des Hungers in der ganzen Welt lösen“: Das betonte Papst Franziskus mit Blick auf den weltweiten Wehr-Etat gegenüber einer Delegation des Europäischen Instituts für Internationale Studien in Salamanca, die er an diesem Donnerstag im Vatikan empfing.

 „Der Krieg ist schrecklich“, wiederholte Franziskus vor seinen Besuchern. In den letzten hundert Jahren habe die Menschheit gleich drei Weltkriege erlebt, nämlich „den von 1915-18, den von '45 und den von heute“, unterstrich er in seiner spanischen Ansprache, die von zahlreichen spontanen Einschüben durchsetzt war: „Die Waffentechnologie hat einen Punkt erreicht, an dem es möglich ist, mit einer einzigen Bombe eine Stadt wie diese hier zu vernichten. Deshalb muss der Kampf für Völkerverständigung und Frieden unermüdlich sein, wir können es uns nicht leisten, dabei nachzulassen“, fügte er besorgt hinzu.

Leider sei die Kriegstreiberei nur allzu tief in der menschlichen Art eingeschrieben, so Franziskus: „Weil die erste Reaktion, die wir haben, ist, den Stein zu nehmen und ihn auf den anderen zu werfen, den Krieg zu erklären. Und dann verhandeln." Es gebe hingegen einen direkteren und besseren Weg, entgegnete er: „Befrieden ist einfacher, das spart zwei Schritte!“

Das Grauen der jungen Opfer

In seiner Rede erwähnte Franziskus auch die Kriegsgedächtnisstätte von Redipuglia, die er 2014 besucht hatte – „ich weinte wie ein Kind“ - und den amerikanischen Friedhof von Anzio. Das junge Alter der Gefallenen habe ihn besonders betroffen gemacht, so der Papst, der auch an den 60. Jahrestag der Landung in der Normandie erinnert, „die der Anfang vom Ende des Nazismus war“ und bei der „30.000 Jungen am Strand starben“. Doch es scheine, dass die Menschheit die Lektion nicht lernen wolle: „Ich glaube, dass wir reagieren müssen, der Krieg ist schrecklich. Und wir müssen etwas Neues gegen dieses Scheitern unternehmen, daraus eine Lektion für das Leben ziehen“, so der Appell des Kirchenoberhauptes.

Denn das, was ein Scheitern und eine Schande scheine, könne sich in einen Sieg verwandeln, zeigte sich Franziskus überzeugt: „Wie? Wenn wir mit unserem Gebet und unserer Arbeit in der Lage sind, Lösungen zu finden, Willen zu vereinen und Zeugnis davon abzulegen, dass Liebe, Geschwisterlichkeit und wahrer Humanismus, der aus dem Glauben wächst, den Hass, die Ablehnung und die Brutalität überwinden“, so Franziskus, der seine Gäste abschließend nochmals darauf einschwor, in ihren Anstrengungen für eine friedliche Welt nicht nachzulassen. (vatican news 26)

 

 

 

Antisemitismus. Klage soll Twitter zur Löschung volksverhetzender Tweets zwingen

 

Eine Klage soll Twitter zur Löschung volksverhetzender Tweets verpflichten. Die Plattform agiere bislang intransparent und willkürlich, kritisieren HateAid und die Europäische Jüdische Studierendenunion. Von einem Urteil erhoffen sie sich eine Signalwirkung für zahlreiche Betroffene.

Die gemeinnützige Organisation HateAid hat gemeinsam mit der Europäischen Jüdischen Studierendenunion (EUJS) den Kurznachrichtendienst Twitter verklagt. In der beim Landgericht Berlin eingereichten Zivilklage kritisieren sie die mangelhafte Moderation von volksverhetzenden Inhalten auf der Plattform. Gegenstand der Klage seien sechs antisemitische und rechtswidrige Kommentare, die trotz Meldung nicht gelöscht wurden, teilten die Organisationen am Mittwoch in Berlin mit.

In einem konkreten Fall von Schoah-Leugnung sei die Löschung sogar explizit abgelehnt worden, hieß es. Diese Praxis stehe im Widerspruch zu den Allgemeinen Geschäftsbedingungen (AGB) von Twitter. Dort gebe das Unternehmen an, Hass schürendes Verhalten und Gewaltandrohungen nicht dulden zu wollen.

Ziel des Grundsatzprozesses ist es nach Angaben von Rechtsanwalt Torben Düsing von der Düsseldorfer Kanzlei Preu Bohlig, erstmals gerichtlich zu klären, ob soziale Netzwerke trotz des unverbindlichen Wortlauts ihrer AGB dazu verpflichtet sind, die eigenen Regeln umzusetzen. „Geklärt werden soll auch, ob Nutzende einen Rechtsanspruch auf Durchsetzung der AGB von Twitter haben, auch wenn sie nicht persönlich betroffen sind“, sagte Düsing.

Urteil könnte Spielregeln ändern

Bislang gebe es bei Twitter keine Möglichkeit, gegen die Nichtlöschung von Volksverhetzung vorzugehen. Das Urteil könnte laut Düsing ein sogenannter „Gamechanger“ (deutsch: Spielwechsel) sein. „Wenn das Landgericht Berlin der Argumentation von HateAid und EUJS folgt, würde das den Schutz von Userinnen und Usern deutlich verbessern“, sagte Düsing: „Wir erwarten uns davon eine Signalwirkung für zahlreiche Betroffene.“

Eingereicht hat die Klage Avital Grinberg als Präsidentin der EUJS gemeinsam mit HateAid. „Twitter hat unser Vertrauen gebrochen und kultiviert Hass und Gewalt“, sagte Grinberg. In der Folge zögen sich viele Jüdinnen und Juden aus Angst und Frust von der Plattform zurück.

„Bislang nicht einmal ein Bußgeld verhängt“

„Social Media ist aber der wichtigste Debatten-Raum für die junge Generation“, sagte Grinberg: „Wenn Jüdinnen und Juden durch Antisemitismus und digitale Gewalt aus dem Netz verdrängt werden, wird jüdisches Leben an einem gesellschaftlich relevanten Ort unsichtbar. Das wollen wir nicht länger hinnehmen.“

Josephine Ballon, Chefjuristin von HateAid, sagte, es gehe grundsätzlich um den Schutz marginalisierter Gruppen. „Sie verstummen, weil sie niemand schützt“, kritisierte sie. Twitter sichere zwar zu, Gewalt auf seiner Plattform nicht zu dulden. „Leider sehen wir in der Praxis das Gegenteil.“ Und auch die Behörden versagten. „Nach unserer Kenntnis ist in solchen Fällen bislang nicht einmal ein Bußgeld verhängt worden“, kritisierte Ballon. Dabei wären laut Rechtsanwalt Düsing Strafgelder von mehreren hunderttausend Euro möglich.

Zentralrat: Klage notwendiger Schritt

Der Präsident des Zentralrats der Juden, Josef Schuster, nannte die Klage einen notwendigen Schritt im Kampf gegen „Hate Speech“. Die Plattformbetreiber müssten ihren vertraglichen Verpflichtungen nachkommen.

HateAid wurde 2018 gegen Hass im Netz gegründet. Die Organisation unterstützt Betroffene digitaler Gewalt bei der Durchsetzung ihrer Rechte. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Sterbehilfe: Mehrheit der Deutschen für Suizidassistenz durch Ärzte

 

Hamburg – Immer wieder wird in Deutschland über die Gesetzeslage zur Sterbehilfe diskutiert. Eine Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos zeigt nun, dass eine Mehrheit der Deutschen (55%) es begrüßen würde, wenn Ärzte und Sterbehilfeorganisationen dazu berechtigt wären, beim Suizid zu assistieren. Unter den Befürwortern sprechen sich allerdings die meisten (33%) dafür aus, dass ärztliche Suizidassistenz nur dann erlaubt sein sollte, wenn keine finanzielle Aufwandsentschädigung bezahlt wird. Knapp jeder Fünfte (22%) würde einer solchen Erlaubnis auch mit finanzieller Aufwandsentschädigung positiv gegenüberstehen. Nur 15 Prozent der Befragten geben an, für ein vollständiges Verbot von Suizidassistenz zu sein. Weitere 13 Prozent würden es bevorzugen, wenn nur nahe Angehörige des Betroffenen dazu berechtigt wären.

Mit Suizidassistenz sind Handlungen Dritter gemeint, die einer Person mit Suizidwunsch dabei helfen, Selbstmord zu begehen. Dazu zählt z. B. die Zurverfügungstellung tödlicher Medikamente. Aktuell ist politisch umstritten, ob dies nur für nahestehende Personen oder auch für Ärzte und Sterbehilfegruppen erlaubt sein sollte.

 

Jüngere sehen Suizidassistenz skeptischer als Ältere

Besonders mit Blick auf das Alter der Befragten zeigen sich große Unterschiede im Antwortverhalten. Vor allem die Jüngeren (18 bis 39 Jahre) stehen einer Legalisierung von Suizidassistenz skeptischer gegenüber als die älteren Befragten. Ein grundsätzliches Verbot wird jedoch über alle Altersgruppen hinweg nur von einer Minderheit befürwortet. Unter den Befragten mittleren (40 bis 59 Jahre) und höheren (60 bis 75 Jahre) Alters sind dies lediglich 9 bzw. 12 Prozent, unter den Jüngeren immerhin fast jeder Vierte (24%).

SPD-Anhängerschaft am skeptischsten

Während die Meinungen zur Suizidassistenz je nach Alter der Befragten deutlich variieren, unterscheiden sich die Antworten zwischen den Anhängern der unterschiedlichen Bundestagsparteien weniger stark. Die Deutschen sind sich parteiübergreifend einig darüber, dass neben engen Angehörigen auch Ärzte und Sterbehilfeorganisationen dazu berechtigt sein sollten, Personen mit Sterbewunsch dabei zu assistieren, Suizid zu begehen. Lediglich die Wählerschaft der SPD steht einer solchen Regelung etwas skeptischer gegenüber. Unter ihnen spricht sich knapp jeder Fünfte (21%) für ein vollständiges Verbot jeglicher Form der Suizidassistenz aus, weitere 16 Prozent sind dafür, dass Sterbehilfe nur durch nahestehende Personen erfolgen sollte. Bei den übrigen Parteien begrüßen jeweils weniger als 20 Prozent der Befragten ein vollständiges Verbot, unter den Sympathisanten der Grünen sogar nur jeder Zehnte (10%). Ipsos 26

 

 

 

 

Bundesregierung kündigt Lieferung von Leopard-2-Panzern an die Ukraine an

 

       

Der Sprecher der Bundesregierung, Steffen Hebestreit, teilt mit:

 

Bundeskanzler Olaf Scholz hat am Mittwoch im Kabinett angekündigt, dass Deutschland die militärische Unterstützung für die Ukraine weiter verstärken wird. Die Bundesregierung habe entschieden, den ukrainischen Streitkräften Kampfpanzer vom Typ „Leopard 2“ zur Verfügung zu stellen. Das ist das Ergebnis intensiver Beratungen, die mit Deutschlands engsten europäischen und internationalen Partnern stattgefunden haben.

 

„Diese Entscheidung folgt unserer bekannten Linie, die Ukraine nach Kräften zu unterstützen. Wir handeln international eng abgestimmt und koordiniert“, sagte der Bundeskanzler in Berlin.

 

Das Ziel ist es, rasch zwei Panzer-Bataillone mit Leopard-2-Panzern für die Ukraine zusammenzustellen. Dazu wird Deutschland in einem ersten Schritt eine Kompanie mit 14 Leopard-2-A6-Panzern zur Verfügung stellen, die aus Beständen der Bundeswehr stammen. Weitere europäische Partner werden ihrerseits Panzer vom Typ Leopard-2 übergeben. Die Ausbildung der ukrainischen Besatzungen soll in Deutschland zügig beginnen. Zu dem Paket werden neben der Ausbildung auch Logistik, Munition und Wartung der Systeme gehören.

 

Deutschland werde den Partnerländern, die zügig Leopard-2-Panzer aus ihren Beständen an die Ukraine liefern wollen, die entsprechenden Genehmigungen zur Weitergabe erteilen.

Link zur Meldung im Webangebot: https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/bundesregierung-kuendigt-lieferung-von-leopard-2-panzern-an-die-ukraine-an-2160236  Pib 25

 

 

 

 

Meloni fordert neue Vision der EU für den Westbalkan

 

Die Europäische Union sollte dringend eine neue Vision für den Westbalkan entwickeln und die EU-Erweiterung zu einer ihrer Prioritäten machen, sagte die italienische Ministerpräsidentin Giorgia Meloni am Dienstag. Von: Federica Pascale

 

Meloni sprach in einer Videobotschaft während einer Konferenz in Triest mit dem Titel „Italien und der westliche Balkan: Wachstum und Integration“, die vom Außenministerium auf Initiative des Außenministers und stellvertretenden Ministerpräsidenten Antonio Tajani organisiert wurde.

Die Konferenz ist Teil des Regierungsprogramms, das darauf abzielt, den Beitrittsprozess der westlichen Balkanländer zu beschleunigen und „mehr Italien“ in die Region zu bringen, indem in „strategische Sektoren“ investiert wird.

„Die [italienische] Regierung ist vor Ort und bereit, ihren Teil zur Stärkung der Präsenz italienischer Unternehmen auf dem Balkan beizutragen“, betonte Meloni.

An der Veranstaltung nahmen verschiedene Akteure teil, darunter Enac, die italienische Zivilluftfahrtbehörde, Fincantieri, das italienische Schiffbauunternehmen, und die Bank Intesa SanPaolo.

Während der Konferenz erklärte Tajani, dass die Regierung Investitionen italienischer Unternehmen in den westlichen Balkanländern fördern wolle, um anderen Ländern, die die Gelegenheit zum Wirtschaftswachstum nutzen könnten, keinen Raum zu lassen.

„Wenn wir politisch präsent sind, mit unseren Unternehmen und auch mit unseren Friedenstruppen, besteht keine Gefahr, dass andere den Raum besetzen. Es gibt nicht nur Russland, viele sind an den Balkanstaaten interessiert. Deshalb müssen Italien und Europa stärker präsent sein“, sagte Tajani.

Der Präsident von Fincantieri, Generaldirektor Claudio Graziano, schloss sich dem an.

„Entweder werden die Balkanländer stark europäisch oder sie laufen Gefahr, irgendwie in das Spiel anderer Mächte zu geraten. Wenn man sich jetzt auf den Balkan begibt, findet man starke türkische Gemeinschaften, starke chinesische Interessen und eine russische Penetration“.

Die Stabilität auf dem westlichen Balkan ist auch entscheidend für die Lösung des Problems der irregulären Migration, da die Fluchtrouten über den Balkan verlaufen.

Tajani betonte auch, dass die Regierung die Region „in die europäische Umlaufbahn“ und den europäischen Markt einbeziehen wolle. Ein Thema, das „in den letzten Jahren leider ins Stocken geraten ist, weil es von einigen europäischen Ländern nicht als vorrangig angesehen wurde“, aber dank der Ukraine wieder an Bedeutung gewonnen hat, so Italiens Botschafter in Serbien, Luca Gori.

Der EU-Erweiterungskommissar Olivier Varhelyi sprach ebenfalls auf der Veranstaltung und forderte Italien auf, sich auf dem westlichen Balkan und in der EU „stärker zu profilieren“.

Das Ziel, die lokale Wirtschaft zu entwickeln und neue Arbeitsplätze auf dem Balkan und in Italien zu schaffen, sei „durch die Liberalisierung des Handels, die Beseitigung von Handelshemmnissen und die Förderung von Investitionen in den westlichen Balkanländern möglich“, sagte die italienische Wirtschaftsstaatssekretärin Sandra Savino.

Der Handel zwischen Italien und den Ländern des westlichen Balkans beläuft sich auf 14 Milliarden Euro, darunter mit den EU-Mitgliedern Kroatien und Slowenien, den Beitrittskandidaten Montenegro, Nordmazedonien und Albanien sowie den potenziellen Kandidaten Kosovo und Bosnien-Herzegowina. EU 25

 

 

 

 

Frontex aufgerüstet. EU will Zahl von Abschiebungen erhöhen

 

Mit einer neuen sog. Rückführungsoffensive möchte die Europäische Union mehr Menschen abschieben. Das geht aus einem neuen Strategiepapier hervor. Danach sollen EU-Staaten bei Rückführungen besser zusammenarbeiten. Koordiniert wird die Offensive von der EU-Grenzschutzagentur Frontex.

Die Europäische Union (EU) will ein gemeinsames europäisches Rückführungssystem für sogenannte „illegale“ Migranten schaffen. Zu diesem Zweck hat die EU-Kommission am Dienstag in Brüssel ein Strategiepapier vorgestellt. „Bislang kommen wir mit den Rückführungen nicht gut voran“, sagte die EU-Rückführungskoordinatorin Mari Juritsch, die seit Mai 2022 im Amt ist. Die Zahl der Rückführungen habe sich während der Pandemie halbiert. Genaue Zahlen lägen jedoch nur den Mitgliedsstaaten vor.

Um die Zahl der Rückführungen zu erhöhen, will die EU erreichen, dass die Mitgliedsstaaten koordiniert zusammenarbeiten. Dafür hat die Kommission innerhalb der Grenzschutzagentur Frontex eine eigene Abteilung geschaffen, die von Juritsch geleitet wird.

Hintergrund sei, dass die Zahl der „irregulären“ Einreisen in die EU 2022 stark gestiegen sei, erklärte EU-Innenkommissarin Ylva Johansson. Der Großteil dieser Menschen habe keinen Anspruch auf Asyl, dennoch stellten viele einen Antrag. 920.000 Asylanträge sind laut EU-Kommission im Jahr 2022 eingegangen. Das sei eine Erhöhung um fast 50 Prozent gegenüber dem Vorjahr. „Das setzt unser Asylsystem und die Aufnahmekapazitäten unter enormen Druck“, sagte Johansson.

Jährlich 300.000 Rückkehrentscheidungen

Jedes Jahr gebe es rund 300.000 Rückkehrentscheidungen in den EU-Mitgliedsstaaten, aber nur rund 70.000 Menschen würden auch tatsächlich in ihr Herkunftsland zurückkehren. „Wer Anspruch auf Asyl hat, wird willkommen geheißen. Wer diesen Anspruch nicht hat, muss in sein Herkunftsland zurückkehren. So schützen wir das Asylsystem“, sagte Johansson.

Das Strategiepapier enthält vier Vorschläge. Neben der verstärkten Kooperation, die den Ablauf beschleunigen soll, ist geplant, dass Migranten bei der Reintegration im Herkunftsland professionell unterstützt werden. Außerdem soll der gesamte Prozess digitalisiert werden. Das Papier soll am Donnerstag den EU-Innenministern bei ihrer informellen Tagung in Stockholm vorgelegt werden. (epd/mig 25)

 

 

 

 

Schweden startet internationale Kampagne gegen Einwanderung

 

Schweden wird eine Kampagne starten, die Migranten davon abhalten soll, ins Land zu kommen, erklärten Migrationsministerin Maria Malmer Stenergard und der Vorsitzende der rechtsextremen Schwedendemokraten im Parlament, Henrik Vinge, auf einer Pressekonferenz. Von: Charles Szumski und EURACTIV Network

 

Die Regierung, die von den rechtsextremen Schwedendemokraten (SD) unterstützt wird, erklärte, dass das Land mehr in die Informationsarbeit im Ausland investieren müsse, um die Einwanderung nach Schweden zu verringern.

Die Kampagne wird gezielte Mitteilungen an ausländische Redaktionen und Nachrichtenagenturen sowie Informationen an ausländische Botschaften in Schweden umfassen.

„Diese Regierung wurde unter anderem mit dem Auftrag gewählt, einen Paradigmenwechsel in der Migrationspolitik herbeizuführen. Das erfordert viele große Veränderungen“, erinnerte Malmer Stenergard auf der Pressekonferenz.

Nach den Wahlen im September bildeten die Mitte-Rechts-Partei der Moderaten, die Christdemokraten und die Liberale Partei eine Koalitionsregierung, die von der rechtsextremen SD unterstützt wurde, die historische 20 Prozent erreichte. Die rechtsextreme Partei wurde aus der Regierung ausgeschlossen, um im Gegenzug große Teile ihrer harten Migrationspolitik durchzusetzen.

Laut dem gemäßigten Migrationsminister Malmer Stenergard könnten bessere Informationen verhindern, dass Menschen ohne Schutz nach Schweden kommen, und das Leid der Migranten verringern.

„Heute haben zwei Drittel der Menschen, die nach Europa kommen, keine Gründe für einen Schutz. Sie geben ihr Leben in die Hände von Flüchtlingsschmugglern und dürfen trotzdem zurückkehren. Wenn sie über die Regeln informiert sind, verringern wir das Risiko, dass diese Menschen leiden“, fügte Malmer Stenergard hinzu.

Mehr Informationen würden dazu beitragen, das Bild von Schweden als einem Land mit großzügigen Leistungen in der Welt zu zerstreuen.

„Die Menschen sind oft gut informiert, und es gibt einen Grund, warum im Jahr 2015 163.000 Menschen quer durch Europa in das kleine kalte Schweden im Norden reisten. Das lag daran, dass sie wussten, dass es dort großzügigere Regelungen gibt“, sagte sie.

In das 10-Millionen-Einwohner-Land kamen seit 2016 durchschnittlich 121.000 Einwanderer pro Jahr. 2021 werden 20 Prozent der Bevölkerung im Ausland geboren sein, so das Amt für Statistik. EA 25

 

 

 

Frankreich und Deutschland befürworten EU-Vertragsrevision

 

In einem am Wochenende veröffentlichten Dokument haben sich beide Länder darauf geeinigt, die Sackgasse, in der sich die Europäische Union befindet, zu überwinden. Die Europäischen Föderalisten begrüßen die gemeinsame Erklärung Frankreichs und Deutschlands vom 22. Januar und unterstreichen das Engagement der beiden Länder für eine Reform der europäischen Institutionen, einschließlich der Möglichkeit einer Vertragsrevision, um die Europäische Union als geopolitischen Akteur zu stärken und sie auf künftige Erweiterungen vorzubereiten.

„Nach den Irritationen, die es im letzten Herbst zwischen Deutschland und Frankreich gab, haben hinter den Kulissen viele Begegnungen stattgefunden. Der deutsch-französische Motor läuft wieder“, konstatiert Rainer Wieland MdEP, Präsident der überparteilichen Europa-Union Deutschland. „Das ist eine gute Nachricht für Europa. Jetzt kommt es darauf an, dass den Absichtserklärungen auch Taten folgen“, so Wieland.

Kurzfristig kommen Frankreich und Deutschland überein, die Bereiche, in denen im Rat mit qualifizierter Mehrheit abgestimmt wird, auszuweiten, beispielsweise in bestimmten Bereichen der Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik und im Steuerwesen, um die festgefahrene Situation zu überwinden. Um die Beteiligung der Öffentlichkeit und die Unterstützung für das europäische demokratische Modell zu stärken, befürworten sie darüber hinaus die Erneuerung des europäischen Wahlrechts, einschließlich der Schaffung eines einzigen europaweiten Wahlkreises mit transnationalen Listen, sowie die Entwicklung neuer Formen der Beteiligung der Bürger an den Diskussionen über die europäische Politik, die auf den Erfahrungen der Konferenz über die Zukunft Europas (CoFoE) aufbauen.

„Die europäischen Föderalisten begrüßen diese Erklärung mit Genugtuung“, erklärt der Präsident der Union Europäischer Föderalisten (UEF) Sandro Gozi MdEP. „Der Übergang zu Mehrheitsentscheidungen im Rat, insbesondere in den in der Erklärung genannten Bereichen, das neue Wahlrecht mit den transnationalen Listen sowie die Befürwortung einer EU-Vertragsrevision sind Schritte in die Richtung, die wir Föderalisten befürworten und die auch den Forderungen in den Schlussfolgerungen der Konferenz über die Zukunft Europas entsprechen.“

„Wir fordern nun die anderen Mitgliedstaaten und insbesondere Schweden, das derzeit die rotierende Präsidentschaft der Europäischen Union innehat, auf, die notwendigen Schritte vorzubereiten, um die Forderung des Europäischen Parlaments und der Bürgerinnen und Bürger der CoFoE an den Europäischen Rat heranzutragen, einen Konvent zur Reform der Verträge einzuberufen“, so Sando Gozi abschließend.

Die Konferenz über die Zukunft Europas hat deutlich gezeigt, dass die europäischen Bürger eine stärkere, effizientere und demokratischere Union wollen. Nur durch eine Änderung der Verträge wird die Europäische Union in der Lage sein, diesen legitimen Wunsch zu erfüllen. Die deutsch-französische Erklärung ist ein weiterer Schritt in Richtung des Willens der europäischen Bürgerinnen und Bürger für ein föderales, souveränes und demokratisches Europa. EUD 24

 

 

 

 

Prodi zum Ukraine-Krieg: Moralischer Aufbau wird schwieriger als materieller

 

Schwieriger als der materielle Aufbau der Ukraine nach dem Krieg wird der moralische und ethische Wiederaufbau der gesamten Region. Davon ist Romano Prodi überzeugt, der ehemalige Präsident der EU-Kommission; er war vergangene Woche zu einem Gedankenaustausch bei Papst Franziskus. Salvatore Cernuzio, Francesca Sabatinelli und Gudrun Sailer – Vatikanstadt

 

Die Rolle des Papstes und des Heiligen Stuhls im Friedensprozess in der Ukraine hält Prodi für „kompliziert, weil es wirklich einen Bruch in der Welt gibt", sagt der frühere italienische Ministerpräsident und EU-Kommissionschef Romano Prodi im Gespräch mit uns. „Vor allem wurde ein Klima des Hasses und der Spannung geschaffen, das den materiellen Wiederaufbau leichter macht als den moralischen und ethischen Wiederaufbau der gesamten Region."

Prodi zeigte sich enttäuscht darüber, dass „die beiden Giganten“ – gemeint sind die USA und China – sich bisher zurückhalten mit Bemühungen, beide Konfliktparteien an den Verhandlungstisch zu bringen. „Nur die Chinesen und die Amerikaner können den Krieg beenden", erklärte der Politiker. Elf Monate nach dem Überfall Russlands auf die Ukraine verschiebe sich die Front nicht mehr groß. „Jede Seite glaubt, sie könne gewinnen und die andere Seite vernichten. Es ist wie ein Grabenkampf. An diesem Punkt muss klar sein, dass der Rückgriff auf die Großmächte absolut notwendig ist".

Die Wiederherstellung der Einheit in Europa

Mit Sorge sieht der 83-jährige Prodi den „Machtverlust" der internationalen Gremien im Lauf der Jahre. Diese Entwicklung trage zu den Schwierigkeiten bei, über Verhandlungen auch nur ernsthaft zu sprechen. „Haben Sie bemerkt, dass die UNO in diesen Streitigkeiten nur eine marginale oder gar keine Rolle gespielt hat? Auch die Europäische Union hat ihre internationale Rolle in diesem Sinne verloren, oder besser gesagt, nie gehabt. Sie war ein wichtiges Beispiel für den Zusammenhalt, für den Frieden, für den Aufbau eines gemeinsamen Marktes - aber aus außenpolitischer oder gar militärischer Sicht gibt es Europa nicht".

„Ein Kriegsschiff kostet mehr als sechs Universitäten“

Ein großes Bildungsprojekt Europa-Afrika

Hoffnung macht dem erfahrenen italienischen EU-Politiker ein großes universitäres Bildungsprojekt für junge Leute aus Europa und Afrika, das ihm am Herzen liegt. „Ich bin auf das Mittelmeer fixiert, das wir wieder zu einem Meer des Friedens machen müssen – das ist möglich!“, unterstrich Prodi. Es gehe darum, mit diesen jungen Menschen die verlorene Einheit zurückzugewinnen. „Wir brauchen 30 gemischte Universitäten, gleichberechtigt, mit einem Sitz im Norden und einem im Süden: Bari, Tunis, Barcelona, Rabat, Athen, Kairo. Mit der gleichen Zahl von Studierenden und Lehrenden im Norden wie im Süden, zwei Studienjahre im Norden und zwei im Süden... Wenn wir 500.000 junge Leute aus Europa und Afrika haben, die gemeinsam studiert haben, wird der Frieden im Mittelmeerraum hergestellt sein!“

„Ein Kriegsschiff kostet mehr als sechs Universitäten“

Damit die Idee an Fahrt gewinnt, regte Prodi neue Institutionen an, wie etwa ein Erasmus-Austauschmodell zwischen Europa und Afrika. Über die Kosten des akademischen Mittelmeer-Bildungsprojekts hat der ausgebildete Ökonom Prodi klare Vorstellungen. Er habe selbst nachgerechnet: „Ein Kriegsschiff kostet mehr als sechs Universitäten“, sagte er in unserem Interview.

Neue Führung für Afrika

Prodi kennt Afrika gut, da er den Vorsitz der Arbeitsgruppe zwischen den Vereinten Nationen und der Afrikanischen Union für friedenserhaltende Missionen innehatte und eine Stiftung für die Zusammenarbeit der Völker ins Leben gerufen hat. Mit Sorge beobachte er den „kontinuierlichen Verfall" des zivilisierten Zusammenlebens in Afrika. „Meine Generation damals jubelte über die Demokratie in den afrikanischen Ländern, und dann trocknete diese Demokratie allmählich aus, demokratisch gewählte Führer verwandelten sich in autoritäre Führer, die nicht mehr gehen wollen. Daher ist die politische Lage in Afrika sehr ernst".

Die globalen wirtschaftlichen Interessen an der Ausbeutung des Kontinents seien da nicht unbedingt hilfreich, sagte Prodi. „Mit seinen 55 zersplitterten Ländern, mit einem immensen potenziellen Reichtum, einer katastrophalen politischen Situation, ist es klar, dass auf der einen Seite die Chinesen stehen, auf der anderen die Franzosen und die Amerikaner". Wenn Papst Franziskus in Kürze die Demokratische Republik Kongo und den Südsudan besucht, dann möge davon „eine Botschaft des Zusammenlebens in zwei der vier oder fünf am meisten verwüsteten Gebiete Afrikas" ausgehen, wünscht sich der Politiker.

(vatican news 24)

 

 

 

 

Schweiz. Bye bye Neutralität

 

Der Krieg gegen die Ukraine setzt die Schweiz unter Druck, ihren außenpolitischen Kurs zu überdenken. Höchste Zeit, die Scheuklappen abzusetzen. Peter Blunschi

 

Die Zeitenwende ist in der Schweiz angekommen. Und sie tut sich schwer damit. Denn die Neuordnung Europas durch den Ukraine-Krieg wird zur Herausforderung für ihre „heilige Kuh“: die Neutralität. Sie wurde der Eidgenossenschaft auf dem Wiener Kongress 1815 von den europäischen Mächten mehr oder weniger aufgezwungen, ist ihr nun aber lieb und teuer.

In Umfragen kommt sie bei den Schweizerinnen und Schweizern regelmäßig auf eine Zustimmung von 90 Prozent und mehr. Das sind fast nordkoreanische Dimensionen. Man kann es verstehen. Die Neutralität hat dem Land – vermeintlich – gute Dienste erwiesen. Seit mehr als 200 Jahren wurde die Schweiz nicht mehr von fremden Truppen angegriffen. Sie wurde von den Kriegen und Katastrophen verschont, die Europa in der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts verwüsteten, obwohl sie mittendrin liegt. Die Überzeugung, man habe dies einzig der Neutralität zu verdanken, hält sich in Teilen der Bevölkerung hartnäckig. Die Realität war weniger erbaulich, denn die Schweiz hatte mit Nazi-Deutschland fleißig Geschäfte gemacht, um einen möglichen Einmarsch abzuwenden. In den Augen der Alliierten aber war sie damit eine schäbige Kriegsprofiteurin. Und im Kalten Krieg war die Schweiz offiziell neutral, während sie in Wirklichkeit im westlichen Lager verankert war.

Solche Widersprüche störten das Selbstverständnis der Schweiz. Sie wurden mit Vorliebe verdrängt und schöngeredet. Die Schweiz hatte eine eigentliche Scheuklappen-Neutralität entwickelt. Lange konnte sie sich damit durchmogeln, doch in der komplexen Welt des 21. Jahrhunderts funktioniert diese Art von außenpolitischem Tunnelblick immer weniger. So glaubte die offizielle Schweiz viel zu lange, sie könne ausländischen Steuerflüchtlingen helfen, unter dem Deckmantel des Bankgeheimnisses Geld zu verstecken. Sie glaubte es noch, als der Druck vor allem aus Deutschland und den USA immer größer wurde. Am Ende musste sie kapitulieren und den Informationsaustausch in Steuerfragen übernehmen.

Und nun der russische Krieg gegen die Ukraine. Die Warnsignale waren nicht zu übersehen, dennoch wirkte der Bundesrat, die siebenköpfige Schweizer Vierparteien-Regierung, vollkommen überrumpelt, als Wladimir Putin am 24. Februar 2022 den Angriffsbefehl gab. Erst recht unerwartet kam für ihn die Entschlossenheit des Westens, Russland wirtschaftlich zu sanktionieren. Unmittelbar nach Kriegsbeginn versuchte der Bundesrat, sich in einem hochnotpeinlichen Zickzack-Kurs den von der Europäischen Union verhängten Sanktionen zu entziehen. Als ihm die Dynamik und der Druck bewusst wurden, kippte er um und übernahm sämtliche Sanktionspakete, zum Ärger der rechtsnationalen Schweizerischen Volkspartei (SVP).

Die Probleme waren damit nicht aus der Welt. Im Gegenteil. Nun ging es um Rüstungsgüter. Deutschland wollte in der Schweiz gekaufte Munition für den Gepard-Panzer an die Ukraine weitergeben. Die Schweiz untersagte es. Dänemark erging es genauso bei der geplanten Lieferung von Radschützenpanzern und Spanien bei der Lieferung von Flugabwehrgeschützen. Zwei Gründe wurden für die verweigerte Exporterlaubnis angeführt: Das Völkerrecht, das neutralen Staaten die Lieferung von Waffen in Kriegsgebiete untersagt. Und das Schweizer Kriegsmaterialgesetz, das vom Parlament in Bern erst kürzlich verschärft wurde und Waffenlieferungen in Konfliktzonen praktisch vollständig verbietet.

Zuvor hatte der Bundesrat unter dem Einfluss der Rüstungslobby versucht, die bisherigen Regeln zu lockern, und einen Shitstorm geerntet. Nun aber droht die Verschärfung zum Eigentor zu werden und die Rüstungsindustrie dauerhaft zu schädigen. Denn Deutschland und andere haben realisiert, dass im Kriegsfall kein Verlass auf die Schweiz wäre.

Die Verweigerung von Waffen für die Ukraine wird für die Schweiz ebenfalls zur Hypothek. Auf dem World Econonic Forum in Davos hielt sich das Verständnis in engen Grenzen. Ausländische Gäste wie der deutsche Vizekanzler Robert Habeck, NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg oder der Kiewer Bürgermeister Vitali Klitschko äußerten ihr Missfallen. Jetzt gibt es Bestrebungen von Parlamentariern, das Kriegsmaterialgesetz wieder zu lockern, sodass demokratisch regierte Länder in der Schweiz beschaffte Waffen weitergeben könnten, ohne erst einen Bittbrief nach Bern schicken zu müssen. Das Problem des Neutralitätsrechts lässt sich damit umgehen, aber aus der Welt geschafft ist es nicht.

Die Schweiz stößt an die Grenzen ihrer Realitätsverweigerung. In gewisser Weise betrifft dies auch eine weitere Großbaustelle, das Verhältnis zur Europäischen Union. Die Schweiz möchte nicht beitreten, wegen der Neutralität und mehr noch wegen der direkten Demokratie. Aber von den Vorzügen des gemeinsamen Marktes will sie dennoch profitieren. Sie hat deshalb verschiedene bilaterale Verträge abgeschlossen – Kritiker sprechen von Rosinenpickerei. Weil die Verträge statisch sind und das EU-Recht sich ständig weiterentwickelt, will Brüssel sie in einem institutionellen Rahmen „dynamisieren“. Einen entsprechenden Vertragsentwurf hatte der Bundesrat jedoch vor eineinhalb Jahren zurückgewiesen. Ein Neustart erweist sich als schwierig. Dabei wäre das Schweizer Wohlstandsmodell mehr denn je auf gute wirtschaftliche Beziehungen zur EU angewiesen, durch den Ukraine-Krieg wie auch den Trend zur Deglobalisierung. Mit dieser Erkenntnis tut sich die Schweiz jedoch genauso schwer wie mit dem Abschied von ihrer Scheuklappen-Neutralität.

Der Druck aber dürfte bald wieder zunehmen. Es geht um 7,5 Milliarden Franken von russischen Oligarchen, die von der Schweiz „eingefroren“ wurden. Im Raum stehen Forderungen, diese Gelder für den Wiederaufbau der Ukraine zu konfiszieren. Die Schweiz wehrt sich mit Verweis auf den Rechtsstaat, doch es ist fraglich, ob sie damit durchkommt. Anscheinend versteht die Schweiz nur auf die harte Tour, dass sie nicht länger eine isolierte „Insel der Glückseligen“ sein kann.

Einen ersten Schritt hat die Regierung immerhin unternommen. Seit Anfang des Jahres ist die Schweiz erstmals im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen vertreten, obwohl die SVP dies als flagranten Neutralitätsbruch gegeißelt hatte.

Und auch in der Bevölkerung scheint die Zeitenwende anzukommen. Gemäß einer nach Beginn des Ukraine-Kriegs von der Militärakademie der Eidgenössisch-Technischen Hochschule in Zürich durchgeführten Erhebung sind nur noch 58 Prozent der Befragten überzeugt, dass die Neutralität die Schweiz vor internationalen Konflikten schützt. Zunehmend als Hindernis für die Neutralität wird auch die internationale Verflechtung der Schweiz eingestuft. Sie gehört zu den Profiteuren der wirtschaftlichen Globalisierung. Auch deshalb fällt es der Politik schwer, sich von der Scheuklappen-Neutralität zu verabschieden. Aber ein Umdenken ist unvermeidlich. Es ist Zeit, dass die Schweiz dies anerkennt. IPG 24

 

 

 

 

Historikerin. Kinder aus Migrantenfamilien in NS-Gedenken einbeziehen

 

Die Vermittlung historischen Wissens ist nach Überzeugung der Historikerin Christina Morina hervorragendes geeignet, um Integration zu fördern. Zugleich warnt sie davor, historische Gedenken für aktuelle politische Ziele zu vereinnahmen. Von Andreas Duderstedt

 

Die Bielefelder Historikerin Christina Morina hält es für wichtig, Kindern und Jugendlichen aus zugewanderten Familien gleichberechtigt historisches Wissen über die NS-Zeit zu vermitteln. Historisches Wissen, Heranwachsenden nahegebracht, sei „ein hervorragendes Feld, um Integration zu fördern“, sagte die Professorin der Universität Bielefeld dem „Evangelischen Pressedienst“. „Auch und gerade wenn Kinder und Jugendliche durch ihre Herkunft nicht persönlich betroffen sind, ist dies eine wichtige pädagogische Aufgabe.“

Die Neugier und Offenheit von Kindern gelte es zu fördern, um historische, aber auch über die Geschichte hinausführende Erkenntnisse zu vermitteln, sagte Morina. „Gerade auch in einer sich rasant verändernden Gesellschaft sind grundsätzliche Fragen wichtig wie: Wann schlägt Diskriminierung in Gewalt um?“

Die Historikerin unterstrich die Bedeutung von Gedenktagen wie dem Holocaust-Gedenktag am 27. Januar oder auch dem Tag der Reichspogromnacht am 9. November 1938: „Jedes Gedenken braucht Rituale, den Moment des Innehaltens, das auch eine gewisse Würde hat.“ Inhaltliche Fragen könnten sein: „Welche gesellschaftlichen Voraussetzungen haben die nationalsozialistischen Verbrechen ermöglicht? Was hat das für Folgen – bis heute?“ Lokalgeschichtliche Erinnerungen am jeweiligen Ort könnten dabei hilfreich sein.

Vorsicht vor historischen Analogien

Morina warnte jedoch davor, das historische Gedenken für aktuelle politische Ziele zu vereinnahmen, wenn es etwa darum gehe, vorrangig für heute „als marginalisiert wahrgenommene Gruppen oder bestimmte politische Programme“ Partei zu ergreifen. Auch historische Analogien verwischten und vernebelten sowohl die geschichtlichen als auch die aktuellen Sachverhalte meist, erklärte sie. Die historische Forschung könne dennoch zur „gesellschaftlichen Selbstverständigung“ beitragen.

Die Wissenschaftlerin betonte zugleich: „Das öffentliche Gedenken wandelt sich immer, es ist nicht statisch und nie abgeschlossen. Das ist aus historischer Sicht völlig natürlich.“ (epd/mig 24)

 

 

 

 

Österreich will Brüssel zu härterem Kurs bei Migration drängen

 

Der österreichische Bundeskanzler Karl Nehammer hat die Europäische Kommission aufgefordert, den bulgarischen Grenzschutz mit zwei Milliarden Euro zu unterstützen. Er arbeitet an einer Allianz innerhalb der EU, um Brüssel zu einer strengeren Linie in Sachen Zuwanderung zu drängen. Von: Krassen Nikolov und Oliver Noyan

 

Bulgariens Schengen-Beitritt war, ebenso wie der Rumäniens, im Dezember von Österreich und den Niederlanden blockiert worden, während Kroatien der visafreien Zone beitrat. Österreich befürchtet, dass Bulgarien nicht in der Lage wäre, seine Grenzen zur Türkei erfolgreich zu kontrollieren.

Gemeinsam mit der von ihm angestoßenen Allianz will Nehammer die Kommission drängen, auf dem EU-Sondergipfel im Februar, der sich mit dem Thema Migration befassen wird, den rechtlichen Rahmen für die Bereitstellung zusätzlicher Mittel für den Grenzschutz zu schaffen.

Bislang hat sich die EU geweigert, Geld für den Bau von Grenzzäunen zu geben, was von Österreich heftig kritisiert wird.

„Wir wollen Bulgarien dabei unterstützen, die Grenze noch effizienter zu schützen. Noch mehr Kontrollen kann Bulgarien nicht alleine bewältigen“, sagte Nehammer am Montag (23. Januar) bei einem Staatsbesuch in dem Land. „Österreich wird hier gebraucht, aber auch die anderen EU-Mitgliedstaaten und die ihnen übergeordnete Kommission“, betonte er.

Vor seiner Reise an die bulgarisch-türkische Grenze hatte Nehammer erklärt, dass er das österreichische Veto aufrechterhalten werde, bis sich „die Situation grundlegend ändert.“

Neben den zwei Milliarden Euro für Bulgarien forderte Nehammer auch Änderungen im EU-Recht und eine neue „Zurückweisungsrichtlinie“, die die Rückführung von Migrant:innen erleichtern würde.

Der bulgarische Präsident Rumen Radev äußerte zwar Verständnis für Nehammers Position, betonte aber, dass der Ausschluss seines Landes aus dem Schengen-Raum „nicht fair“ sei, und sagte gegenüber österreichischen Journalist:innen auf Deutsch: „Bulgarien tut sein Bestes.“

Die EU kämpfe gegen ein „mächtiges, gut genährtes Netzwerk des Menschenhandels mit Zentren und Zweigstellen in verschiedenen EU-Ländern“, fügte er hinzu und verwies darauf, dass die bulgarische Polizei andere EU-Bürger:innen verhaftet habe, die in Menschenhandel verwickelt seien.

„Ich denke, es ist nicht fair, dass wir und Rumänien außerhalb des Schengen-Raums stehen, denn unsere Volkswirtschaften verlieren dadurch ebenfalls, und auch Österreich verliert, weil es der größte Investor in Bulgarien ist“, sagte Radev. Schengen verkörpere „einen der wichtigsten Werte der Union – die Freizügigkeit.“

Radev wies auch darauf hin, dass Bulgarien den Zaun entlang der Grenze zur Türkei aus eigener Kraft gebaut habe und besser für die Sicherheit sorge als einige Schengen-Länder. Er betonte auch, der türkische Präsident Erdogan habe sich verpflichtet, die Grenze auf türkischer Seite zu bewachen.

Wenige Tage, nachdem Österreich und die Niederlande den bulgarischen Schengen-Antrag blockiert hatten, hatte Radev erklärt, das Land habe von seinen EU-Partnern Garantien dafür verlangt, dass es auf jeden Fall 2023 Mitglied des Schengen-Raums werde, wobei als Termin der Oktober genannt wurde.

„Wir sind auf dem Weg zu einem genauen Termin für den Beitritt Bulgariens zum Schengen-Raum, der unumkehrbar sein muss“, sagte er damals in Brüssel. EA 24

 

 

 

„Mehr Wählen wagen?“: Neue Studie zum Wählen ab 16 Jahren erschienen

 

Politikwissenschaftler der Freien Universität Berlin Prof. Dr. Thorsten Faas: „Flickenteppich aus Wahlaltersgrenzen führt zu erheblichen Fehlwahrnehmungen bei jungen Menschen“

In vielen Kommunal- und Landtagswahlen wurde das Wahlalter auf 16 Jahre herabgesetzt. An der Befähigung 16- und 17-Jähriger zu politischer Teilhabe gibt es nach Ansicht des Politikwissenschaftlers der Freien Universität Berlin, Prof. Dr. Thorsten Faas keine Zweifel. Allerdings stiften die unterschiedlichen Wahlaltersgrenzen auf Bundes-, Landes- und Kommunalebene Verwirrung. Das belegt eine neue Studie, für die Jugendliche unter anderem zum „Superwahltag“ in Berlin im September 2021 befragt haben.

Elf Bundesländer haben das Wahlalter für Kommunal- oder Landtagswahlen auf 16 Jahre gesenkt. Die Ampelkoalition möchte dies auch für Bundestagswahlen tun – hat dafür aber keine eigene verfassungsändernde Mehrheit. Dabei sorgen unterschiedliche Wahlaltersgrenzen in einem Bundesland für Verwirrung unter jungen Menschen, zeigt eine neue Studie der Otto Brenner Stiftung. Die Politikwissenschaftler Thorsten Faas, Professor an der Freien Universität Berlin, und Arndt Leininger, Inhaber der Juniorprofessur Politische Forschungsmethoden an der Technischen Universität Chemnitz, befragten dafür mehr als 5.000 junge Berliner*innen zwischen 15 und 20 Jahren im Rahmen der Wahlen vom 26. September 2021. Neben den Berliner Abgeordnetenhaus- und Kommunalwahlen, die nun am 12. Februar wiederholt werden, fanden dort zeitgleich die Bundestagswahl sowie ein Volksentscheid statt. Nur für die Kommunalwahl galt das Wahlalter 16.

„Wir sehen, dass der Flickenteppich aus Wahlaltersgrenzen zu erheblichen Fehlwahrnehmungen unter jungen Menschen geführt hat“, betont Politikwissenschaftler Thorsten Faas. So zeigen die Befunde etwa, dass rund zehn Prozent der 16- und 17-Jährigen nicht von ihrer Wahlberechtigung für die Kommunalwahl wussten. Diese Problematik verschärfe sich noch unter dem Blickwinkel demokratischer Gleichheit, ergänzt Jupp Legrand, Geschäftsführer der Otto Brenner Stiftung: „Insbesondere Jugendliche, die sich selbst der ‚Unterschicht‘ zuordnen, verzeichnen die höchsten Fehlwahrnehmungen, blieben also im schlimmsten Fall den Wahlen aus Unwissenheit fern.“ Die Uneinheitlichkeit der Wahlaltersgrenzen verstärke einen allgemeinen Trend zur sozial ungleichen Wahlbeteiligung, der „besorgniserregend“ sei, so Legrand weiter. Eine stärkere egalisierende Mobilisierung über die Schulen sei bei abgesenktem Wahlalter dringend notwendig.

Zugleich bestätigt die Studie Befunde, dass die Jugendlichen hinsichtlich ihrer politischen Reife jungen Erwachsenen ebenbürtig sind. „Unsere Befragungen zeigen, dass es weiterhin wenig Anlass gibt, an der Befähigung 16- und 17-Jähriger zu politischer Teilhabe auch auf Bundesebene zu zweifeln“, führt Autor Arndt Leininger aus. Im Gegenteil, sprächen die Befunde der Studie eher dafür, das Wahlalter nicht nur und auch nicht zuerst auf kommunaler Ebene zu senken. „Emotional abgeholt“ würden junge Menschen vor allem mit einem abgesenkten Wahlalter auf Bundesebene, heißt es dazu in der Studie. Hier sei die Freude über die Wahlberechtigung bei 18-Jährigen, aber auch der Ärger über eine verweigerte Wahlmöglichkeit bei den 15- bis 17-Jährigen mit Abstand am größten. Folgerichtig spricht sich eine Mehrheit der Befragten für ein Wahlalter von 16 Jahren auf Bundesebene aus.

Ergänzt wurde die Untersuchung um eine erneute Befragung von rund 2.000 17- bis 27-Jährigen Menschen in Brandenburg und Sachsen, die bereits 2019 an der durch die Otto Brenner Stiftung geförderten ‚Jugendwahlstudie 2019‘ teilgenommen hatten. Diese hatte Gemeinsamkeiten und Unterschiede zwischen jungen Menschen in Brandenburg, mit einem Wahlalter von 16 Jahren, und Sachsen (Wahlalter 18 Jahre) erhoben. „Die wiederholte Befragung bekräftigt die Ergebnisse der Berliner Befragung“, so Thorsten Faas, und zeigt, „dass die Unterstützung für das ‚Wählen mit 16‘ auf Bundesebene dort, wo junge Menschen bereits Erfahrungen mit dem abgesenkten Wahlalter machen konnten, deutlich größer ist.“

Sollten die Parteien der Ampelkoalition und die Union zu keiner Einigung über die Absenkung des Wahlalters im Bund kommen, wird sich die Vielfalt unterschiedlicher Wahlaltersregelungen weiter vergrößern. Damit bliebe es für junge Menschen auf absehbare Zeit unnötig schwer, beim wichtigen Thema „Wahlalter“ den Überblick zu behalten, gibt die Stiftung zu bedenken. Fub 23

 

 

 

 

Frankreich und Deutschland üben den Schulterschluss

 

Frankreich und Deutschland haben am Sonntag bei gemeinsamen Regierungskonsultationen versucht, Einigkeit zu demonstrieren, nachdem der deutsch-französische Motor in den letzten Monaten deutlich an Fahrt verloren hat. Von: Oliver Noyan und Paul Messad

 

Die Konsultationen fanden zu Ehren des 60. Jahrestags des Élysée-Vertrags statt, der den Beginn der deutsch-französischen Freundschaft markierte und den Grundstein für die europäische Integration legte. Sie wurde durch den am 22. Januar 2019 unterzeichneten Aachener Vertrag über Integration und Zusammenarbeit erweitert.

„Der deutsch-französische Motor ist eine Kompromissmaschine, gut geölt, aber zuweilen eben auch laut und gezeichnet von harter Arbeit“, sagte Bundeskanzler Olaf Scholz in seiner Rede anlässlich der Feierlichkeiten zum Élysée-Vertrag.

„Sein Antrieb bezieht er nicht aus süßem Schmus und leerer Symbolik, sondern aus unserem festen Willen, Kontroversen und Interessenunterschiede immer wieder in gleichgerichtetes Handeln umzuwandeln“, sagte er.

Auch der französische Präsident Emmanuel Macron betonte die Wichtigkeit der engen Zusammenarbeit.

„Unser Ziel ist dasselbe – ein souveräneres, solidarischeres Europa, das sein Schicksal selbst in der Hand hat“, so Macron.

Ursprünglich waren bereits für letzten Oktober Regierungskonsultationen zwischen den beiden Seiten angesetzt. Aufgrund von Meinungsverschiedenheiten würden diese allerdings kurzfristig verschoben.

Damals hatte Deutschlands 200-Milliarden-Energie-Entlastungspaket in Frankreich heftige Reaktionen ausgelöst, da man befürchtete, es könnte den Binnenmarkt untergraben und deutsche Firmen gegenüber französischen besser stellen.

Derzeit ist es allerdings nicht Deutschland, sondern die USA, die durch ihre Subventionspolitik Probleme bereiten.

So sieht der „Inflation Reduction Act“ (IRA) der USA, Ausgaben und Steuererleichterungen in Höhe von rund 500 Milliarden Dollar vor, von denen US-Unternehmen in den nächsten zehn Jahren profitieren sollen. Sowohl Frankreich als auch Deutschland betonten daher die Notwendigkeit eines stärkeren gemeinsamen Vorgehens der EU.

„Wir wollen gemeinsam drei Ziele verfolgen: technologische Souveränität, Industrialisierung unseres Kontinents und Dekarbonisierung“, sagte Macron.

EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen, hatte vorgeschlagen, dem IRA entgegenzuwirken, indem den Regierungen erlaubt wird, ihre grünen Industrien stärker zu subventionieren, und indem ein gemeinsamer europäischer Fonds eingerichtet wird.

„Wir sind voll und ganz einverstanden mit den Äußerungen von Ursula von der Leyen, die sie vor einigen Tagen gemacht hat“, sagte Macron und fügte hinzu, dass die vorgeschlagene „europäische Regelung für die grüne Industrie“ dringend notwendig sei.

Scholz stimmte dem zu: „Es ist notwendig, dass wir uns mit dem Inflation Reduction Act befassen und eine europäische Antwort darauf formulieren“, sagte er. Das Thema soll beim Europäischen Rat im Februar weiter diskutiert werden.

Gleichzeitig einigten sich die beiden Staats- und Regierungschefs auf ein „gemeinsames Konzept“ für die Herstellung von dekarbonisiertem Wasserstoff.

„Sowohl erneuerbarer als auch kohlenstoffarmer Wasserstoff können bei den europäischen Dekarbonisierungszielen berücksichtigt werden, wobei ihre Unterschiede anerkannt werden und das Gesamtziel für erneuerbare Energien gewahrt bleibt“, heißt es in der Vereinbarung.

„Kohlenstoffarm“ beinhaltet dabei die Produktion von Wasserstoff mittels Atomstrom, auf die Frankreich gepocht hatte.

Diese neue Wasserstoffkooperation umfasst den Ausbau der H2Med-Pipeline, die Deutschland und Spanien über Frankreich verbindet und das MidCat-Pipeline-Projekt ersetzt, das nach Macrons anhaltendem Widerstand zum Stillstand kam.

Mit dem H2Med-Pipeline-Projekt ist es nun „viel einfacher, durch das Mittelmeer zu fahren und von Hafen zu Hafen zu gelangen“, sagte Macron.

„Es ist ein hervorragendes Projekt für die Zukunft“, fügte Scholz hinzu. EA 23

 

 

 

 

Ämter überlastet. Mehr als 100.000 Antragsteller warten auf Einbürgerung

 

Von der Antragsstellung bis zur Einbürgerung vergehen in Deutschland bis zu drei Jahre. Das geht aus einer Umfrage hervor. Danach warten mehr als 100.000 Ausländer auf den deutschen Pass. Die Verfahren sind komplex, die Ämter sind überlastet.

In Deutschland warten mehr als Hunderttausend Ausländer nach einem Bericht der „Welt am Sonntag“ zum Teil seit Jahren auf eine Einbürgerung. Die Behörden kämen der Bearbeitung der Anträge vielerorts nicht hinterher, wie eine Umfrage der Zeitung bei den 25 einwohnerstärksten Städten ergeben habe.

In Berlin seien rund 26.000 Anträge anhängig, davon 10.000 aus dem Jahr 2021. In Hamburg seien 18.000 Gesuche zur Einbürgerung in Bearbeitung, in München etwa 10.000. In allen anderen angefragten Großstädten stapelten sich jeweils Anträge in vierstelliger Höhe, heißt es in dem Bericht. Selbst wenn das Verfahren in die Wege geleitet ist, dauere es in vielen großen Kommunen zwölf bis 18 Monate, zum Teil aber auch bis zu drei Jahren, bis der deutsche Pass ausgestellt sei.

Verfahren komplexer geworden

Gründe für die Wartezeit gebe es mehrere: Zum einen sei in den vergangenen Jahren die Zahl derer, die eine Einbürgerung wünschen, angestiegen. Zum anderen fehle Personal, um dem gerecht zu werden. Gleichzeitig hätten die gesetzlichen Regelungen zugenommen, die Verfahren seien komplexer geworden.

Für die Wartenden seien die Verfahren „sehr ermüdend und unüberschaubar“ geworden, kritisierte der Vorsitzende des Bundeszuwanderungs- und Integrationsrat, Memet Kilic, in der Zeitung. Jeder Tag des Wartens senke die Motivation zur Einbürgerung und verwehre Migranten ihnen zustehende Teilhaberechte.

Experten rechnen mit weiterem Andrang

Aufgrund der jüngsten Einbürgerungserleichterungen rechnen Experten mit einem weiteren Andrang auf die Behörden. Danach ist die Einbürgerung unter Hinnahme der Mehrstaatigkeit generell erlaubt und schon nach fünf statt wie bisher nach sieben Jahren Aufenthalt in Deutschland möglich. Wer besondere Integrationsleistungen – herausragende Leistungen in der Schule, ehrenamtliches Engagement oder besonders gute Sprachkenntnisse – mitbringt, soll schon nach drei Jahren Aufenthalt eingebürgert werden.

Außerdem soll für Ausländer, die mindestens 67 Jahre alt sind, der Einbürgerungstest wegfallen. Damit will die Bundesregierung die Lebensleistung der sogenannten Gastarbeiter-Generation würdigen. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Ukraine – danach?

 

Deutschland hat einen neuen Verteidigungsminister. Er soll die Bundeswehr so stark machen, dass Russland nicht auf die Idee kommt, Deutschland als zahmen Tiger zu sehen. Reicht das und was lehren die Kriege der Vergangenheit? von Eckhard Bieger

 

Es reicht nicht, auf Waffen zu setzen. Solange Atombomben im Spiel sind, kann kein Militärbündnis die Sicherheit bieten, die Regierungen versprechen müssen, aber wie viele andere Versprechen nicht halten können. Ohne Atombomben ist man in dem jetzigen Zustand der Menschheit noch mehr gefährdet. Die Ukraine hat wie Weißrussland und Kasachstan ihre Atombomben an Russland abgegeben. Russland hat sich 1994 mit den USA und England verpflichtet, die Grenzen des Landes zu garantieren. Es gibt offenbar keine Instanz, die Russland zur Einhaltung dieses Vertrages bewegen kann, so wie innerhalb der Staaten die Gerichte das können, wenn nicht ein autoritäres Regime oder Korruption die Gerichtsbarkeit lahmlegt. Ist der Frieden dann vom Besitz von Atombomben abhängig? Die Ukraine wäre von Russland nicht so leicht angegriffen worden, wenn sie ihre Atomwaffen nicht in die Arsenale ihres jetzigen Gegners abgeliefert hätte.

Krieg ist kein lohnendes Unternehmen

Man könnte auf die Vernunft setzen. Die meisten Kriege, selbst wenn sie gewonnen werden, bringen dem Angreifer nicht den gewünschten Erfolg. Dafür gibt es ein Beispiel aus der Geschichte, das ähnliche Konstellationen wie der Ukrainekrieg aufwies. Ein Staat hat sich die meisten anderen Staaten zu Feinden gemacht. Der damalige Putin hieß Friedrich. Er hatte Schlesien zu Preußen schlagen können, als die junge Maria Theresia ihrem Vater nachfolgte und auch von Bayern bedrängt wurde. Das war 1740. 1742 kam es zum Friedensschluss zwischen Österreich und Preußen. Die europäischen Mächte ließen das durchgehen, jedoch nicht mehr, als Friedrich 16 Jahre später Sachsen zu annektieren suchte. Er hatte nur England an seiner Seite, damals von dem Gewicht, das China heute hat. Sieben Jahre dauerte dieser Krieg, allein für Preußen starben um die 400.000 Menschen, die Mehrzahl von ihnen waren Zivilisten. Am Ende hatte sich auf der Landkarte nichts verändert. Obwohl er keinen Quadratmeter hinzugewonnen hatte, wurde Friedrich zum Großen erklärt und Deutschland traute sich noch viele Kriege zu. Der Zweite Weltkrieg, der das Germanenturm bis zum Ural ausdehnen sollte, endete mit erheblichen Gebietsverlusten für Deutschland. Wie die Russen heute hielten sich die Deutschen für überlegen, die Russen moralisch, die Deutschen damals biologisch. Die Olympischen Spiele 1936 schien das erwiesen zu haben. Wegen der Dekadenz des Westens, so die Überzeugung der Mehrheit der Russen, werden sie den Krieg gewinnen. Wie die Deutschen nach Stalingrad scheinen sie ihr Überlegenheitsgefühl nicht aufzugeben.

Es geht letztlich um die Russen

Nicht die militärische Stärke, sondern die geistige Einstellung der Russen entscheidet am Ende. Die Aufrüstung der Bundeswehr bringt die Russen kaum dazu umzudenken. Sie können sich, wie immer wieder erwartet wird, nicht von Putin distanzieren. Das Ganze hat auch einen kirchlichen Hintergrund. Die moralische Überlegenheit, wird vom Moskauer Patriarchen vertreten. Auch grenzt sich die Orthodoxie vom lateinischen Christentum entschieden ab. Dialog genügt nicht. Ob Kirchen, Politik, Bildung, es braucht eine gemeinsame Strategie. Dazu einige Punkte:

Wenn Putin wie Friedrich zum Großen erklärt wird, obwohl er die halbe Welt gegen sich in Stellung gebracht hat, dann wird Russland weiter Krieg führen. Wenn Russland sich selbst überlassen bleibt, wird es den Westen weiter ablehnen. Der Westen sollte es wie die Alliierten nach dem Zweiten Weltkrieg machen, zeigen, wie man in den USA und England lebt, Filme und Musik nach Russland schicken, so wie Hollywood und der US-Armeesender in den Nachkriegsjahren. Wir haben als Schüler AFN und nicht die deutschen Wellen eingeschaltet. Man gewinnt die Russen nicht für eine andere Sicht des Westens, wenn man auf die Menschen herabblickt. Sie sollten sich in Europa willkommen fühlen. Viele sind ja schon als Flüchtlinge hier. Über sie können Kontakte geknüpft werden. Dafür muss allerdings zuerst die Ukraine gewonnen werden.

Die Kirchen des Westens sind als erste gefragt, nicht nur in theologischen Kommissionen mit der Russischen Orthodoxie ins Gespräch zu kommen, sondern auch die Gemeinden in Kontakt und Austausch zu bringen. Die Universitäten in der EU und in den USA sollten sich für russische Studenten öffnen. Ktah.de 20

 

 

 

 

Explodierende Schuldenlast

 

Pandemie und Inflation sind für Länder mit niedrigen Einkommen verheerend, vielen droht die Zahlungsunfähigkeit. Nun werden alte Fehler wiederholt. Jayati Ghosh

 

In den 1920er und frühen 1930er Jahren lieferte sich John Maynard Keynes Auseinandersetzungen mit den „Austeritätsbefürwortern“ seiner Zeit. Letztere waren der Ansicht, es brauche einen ausgeglichenen Staatshaushalt – selbst in Zeiten der wirtschaftlichen Unsicherheit, Schwäche und Fragilität –, um das „Vertrauen der Anleger“ wiederherzustellen und so für Stabilität zu sorgen. Für Keynes war dies eine geradezu furchtbare Vorstellung.

In Zachary Carters herausragender Keynes-Biografie heißt es, dessen Meinung nach wären Maßnahmenpakete mit Kürzungen der staatlichen Ausgaben sowie Steuererhöhungen „sowohl fruchtlos als auch katastrophal“. Im Sinne der sozialen Gerechtigkeit sei es ein Affront, wenn Lehrpersonal oder Arbeitslose die ganze Last der Abwertung einer den Bach heruntergehenden Währung zu tragen hätten – nur damit der Staatshaushalt ausgeglichen bleibt. Noch schlimmer sei es, den Schuldnerländern Sparmaßnahmen aufzuerlegen, wie es amerikanische Banken damals von mehreren europäischen Staaten verlangten.

Keynes sorgte sich nicht nur um die mangelnde Wirksamkeit und die negativen Verteilungseffekte der Austeritätspolitik. Er befürchtete, dass solche Maßnahmen vor allem die arbeitende Bevölkerung entfremden könnte, dass die Menschen das Vertrauen in ihre politischen Führungspersönlichkeiten verlieren und damit empfänglich werden könnten für rechte Demagogie sowie für Aufrufe zur Gewalt. Seinen Argumenten wurde kein Gehör geschenkt – der Faschismus breitete sich in Europa aus. Die Deflation in Deutschland unter Kanzler Heinrich Brüning führte zu einem Heer von sechs Millionen Arbeitslosen, als Adolf Hitler Anfang 1933 die Macht übernahm.

Fast ein Jahrhundert später – und nach mehr als 100 weiteren Staatsschuldenkrisen – scheinen die für die globale Wirtschaftspolitik Verantwortlichen jedoch nichts gelernt zu haben. Man sagt, wer aus Fehlern nicht lernt und auf die Geschichte nicht hört, der muss fühlen. Leider werden die schlimmsten Auswirkungen der Entscheidungen der Mächtigen nicht von ihnen selbst gespürt und getragen, sondern von anderen.

Sehen wir uns nur an, wie aktuell auf Staatsschuldenkrisen in vielen Ländern mit niedrigem und mittlerem Volkseinkommen reagiert wird. Ein wirksamer Umgang mit ihnen würde rechtzeitiges, faires und überlegtes Handeln erfordern. Maßnahmen müssten so gestaltet sein, dass sie den Volkswirtschaften helfen, aus den Schulden herauszuwachsen, anstatt mit brutalen wirtschafts- und finanzpolitischen Mitteln Rückzahlungen zu erzwingen. Verzögerungen und Warten vergrößern das Problem nur noch weiter und verschlimmern damit das menschliche Leid in diesen Ländern.

Wenn man Staaten, die bereits unter einem Wirtschaftsabschwung und sinkender Beschäftigung leiden, Sparmaßnahmen und einen „ausgeglichenen Haushalt“ aufzwingt, verschlimmert man ihren wirtschaftlichen Niedergang nur noch und setzt die ohnehin schon darbenden Menschen noch stärker unter Druck. Wie Keynes für das Europa der 1930er Jahre vorhergesehen hatte, können die daraus resultierende Ungerechtigkeit und die Unzufriedenheit der Massen äußerst unangenehme, ja sogar tödliche politische Folgen haben. 

Nach dem Zweiten Weltkrieg wurden solche potenziellen Auswirkungen von der internationalen Gemeinschaft mit Blick auf den massiven Staatsschuldenüberhang Westdeutschlands erkannt (der Sieg über den Faschismus hatte auch in finanzieller Sicht viel gekostet). Die wichtigsten Gläubiger Deutschlands schlossen sich 1951 zusammen, um ein Schuldenerlass-Paket zu schnüren. Dieses Paket hätte als Vorlage für spätere Schuldenerlassprogramme dienen können und sollen. Es beinhaltete den vollständigen Erlass von etwa der Hälfte der Schulden, während die Rückzahlungen für den verbleibenden Teil auf drei Prozent der jährlichen deutschen Exporteinnahmen begrenzt wurden.

Vergleichen wir dies mit der Vorgehensweise bei Ländern, die heute mit einer explodierenden Schuldenlast zu kämpfen haben. Für viele von ihnen ist die Rückzahlung schwierig (wenn nicht gar unmöglich), da sich viele Einflüsse ihrer Kontrolle entziehen: Sei es die Pandemie und ihre Auswirkungen auf die Im- und Exporte, die Preissteigerungen auf den globalen Lebensmittel- und Kraftstoffmärkten seit dem Ausbruch des Krieges in der Ukraine oder die höheren Zinssätze in den Vereinigten Staaten und der Europäischen Union, die dazu geführt haben, dass Finanzmittel zurück in diese Länder fließen.

Im vergangenen Jahrzehnt wurden die meisten Länder mit niedrigem und mittlerem Volkseinkommen dazu angehalten, mehr Kredite aufzunehmen. Dies geschah vor allem über Anleihemärkte, die angesichts der anhaltend niedrigen Zinssätze und einer globalen Liquiditätsschwemme plötzlich an riskanteren Schulden interessiert waren. Dies wurde vom Internationalen Währungsfonds (IWF) wohlwollend zur Kenntnis genommen und vom Weltwirtschaftsforum bejubelt (das auf seiner gerade stattfindenden Jahresversammlung die aktuelle Situation recht nüchtern als einen „kritischen Scheidepunkt diverser Krisen“ bezeichnet). Für viele Staaten war die Entwicklung hingegen von Anfang an unhaltbar, und die jüngsten Ereignisse haben dazu geführt, dass selbst Staaten, die als „verantwortungsbewusster“ gelten, mit Rückzahlungsproblemen zu kämpfen haben.

Tatsächlich ist seit mindestens drei Jahren offensichtlich, dass mehrere Länder angesichts der bestehenden Verschuldung vor der Zahlungsunfähigkeit stehen. Dennoch hat die internationale Gemeinschaft, insbesondere die G20, bisher inakzeptabel langsam reagiert.

Die Debt Service Suspension Initiative (Initiative zur Aussetzung des Schuldendienstes) vom Mai 2020 war ein Tropfen auf den heißen Stein und verschob die unvermeidliche Abrechnung nur nach hinten. Im darauffolgenden November wurde das Folge-Dokument Common Framework for Debt Treatments auf den Weg gebracht. In diesem Rahmen sollten sowohl die öffentlichen als auch die privaten Gläubiger in die Umstrukturierung der Schulden einbezogen werden, wobei die Zahlungsfähigkeit der Schuldner stets berücksichtigt und ihnen die Möglichkeit gegeben werden sollte, wichtige Ausgaben weiterhin zu tätigen. Bisher hat jedoch kein einziges Land davon profitiert, obwohl mehrere Staaten bereits zahlungsunfähig sind, beziehungsweise kurz davor stehen, es zu werden.

Der gemeinsame Rahmen ist auf die besonders einkommensschwachen Länder limitiert, was eine wesentliche Einschränkung darstellt. Schlimmer noch, der IWF verlangt von zu vielen Schuldnerländern weiterhin, dass sie so schnell wie möglich ihre Haushalte ausgleichen oder sogar Überschüsse erzielen. Im Gegenzug bietet der Währungsfonds winzige Dosen sofortiger Zahlungsbilanzhilfe, wie beispielsweise die Verhandlungen mit Sri Lanka zeigen. Dieser Ansatz muss endlich geändert werden, heißt es unter anderem in einer gemeinsamen Erklärung, die ich zusammen mit über 180 Wirtschaftsexperten unterzeichnet habe.

Außerdem ist es nicht damit getan, lediglich alle offiziellen/staatlichen Gläubiger an einen Tisch zu bringen – wie es bereits in Sambia und im Tschad geschehen ist. Vielmehr geht es auch um die privaten Gläubiger. Diese haben sich bisher grundsätzlich geweigert, sich an einer Lösung zu beteiligen, und verlangen weiterhin die volle Rückzahlung der Schulden, obwohl sie von den höheren Renditen aufgrund der höheren Risikoprämien, die solche Schulden mit sich bringen, erheblich profitieren. Selbst bei den staatlichen Gläubigern ist die hartnäckige Weigerung der internationalen Finanzinstitutionen, die eigenen Schulden zu reduzieren, immer schwerer zu rechtfertigen.

Eine sinnvolle Schuldenregulierung erfordert die aktive Beteiligung der privaten Gläubiger. Wenn dabei jedoch auf Freiwilligkeit gesetzt wird, wird dies schlichtweg nicht geschehen. Ein Teil der Maßnahmen muss in die Rechts- und Regulierungssysteme für New York und London verlagert werden, wo der größte Teil der internationalen Schuldverträge abgeschlossen wird. Gesetzliche Änderungen in den Rechtssystemen der USA und des Vereinigten Königreichs könnten staatliche Schuldner zu einer ähnlichen Vorgehensweise wie private Schuldner berechtigen, einschließlich der Möglichkeit eines Schuldenerlasses.

Ohne eine rasche Lösung, die alle Parteien einbezieht, werden immer mehr Schuldnerländer nicht nur mit mangelnder Liquidität, sondern auch mit drohender Zahlungsunfähigkeit zu kämpfen haben. Das wird Ungleichheit, Instabilität und Konflikte innerhalb sowie zwischen den Staaten verschärfen. Wir sollten endlich aus der Geschichte lernen. PS/IPG 20

 

 

 

 

Italien. Asylsuchende auf Fähren eingesperrt und angekettet

 

Erstmals ist es Journalisten gelungen, die Existenz von Gefängnissen auf Passagierschiffen nachzuweisen. Geflüchtete würden darin festgesetzt und abgeschoben. Italien schweigt zu den Vorwürfen. Menschenrechtler: Festung Europa zeigt hier wieder ihr hässliches Gesicht.

Asylsuchende werden einem Medienbericht zufolge offenbar auf Fähren im Mittelmeer gefangen gehalten, um sie von Italien aus nach Griechenland zurückzubringen. Laut einer gemeinsamen Recherche des ARD-Politikmagazins Monitor mit internationalen Medien hatten sie zuvor keine Möglichkeit, einen Asylantrag zu stellen. Unter den Betroffenen waren demnach auch Kinder.

Im Rahmen der Recherche-Kooperation sei es erstmals gelungen, die Existenz provisorischer Gefängnisse auf den Passagierschiffen nachzuweisen, hieß es. Darunter sei auch ein Ort, an dem mindestens ein Flüchtling mit Handschellen festgekettet worden sei. Auch ein enger Metallschaft, ausgelegt mit Kartons, sei gefunden worden. Auch ein nicht mehr funktionsfähiger Toilettenraum, in den Menschen laut eigenen Angaben eingesperrt wurden, konnte von Journalisten der Recherchegruppe auf einer Fähre identifiziert werden.

Laut Geflüchteten und Hilfsorganisationen würden Schutzsuchende teilweise ohne ausreichende Verpflegung oder Zugang zur Toilette auf dem Weg zurück nach Griechenland festgehalten. Eine Überfahrt könne mehr als 30 Stunden dauern. Die Recherchen zeigten eine „ganz klar menschenunwürdige Unterbringung“ der Flüchtlinge, erklärt Dana Schmalz vom Max-Planck-Institut für ausländisches öffentliches Recht und Völkerrecht. Dies verstoße sowohl gegen EU-Recht als auch gegen Vorgaben der Europäischen Menschenrechtskonvention.

Fährmitarbeiter bestätigen Existenz der Räume

Das namentlich nicht genannte Fährunternehmen bestreite auf Anfrage jegliche Vorwürfe, hieß es. Fährmitarbeiter hätten jedoch die Existenz solcher Räume bestätigt. Das italienische Innenministerium habe auf Anfrage keine Stellung bezogen.

Der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte (EGMR) hatte Italien bereits 2014 verurteilt, weil Italien rechtswidrig Asylsuchende, die als blinde Passagiere auf Schiffen ins Land gekommen waren, zurück nach Griechenland geschickt hatte, ohne dass sie diese die Möglichkeit hatten, in Italien einen Asylantrag zu stellen.

HRW: Festung Europa zeigt hier wieder ihr hässliches Gesicht

Dass diese illegalen Praktiken andauern, zeige, dass die EU hier billigend den Verstoß gegen europäische Flüchtlingskonventionen in Kauf nehme, meint Wenzel Michalski von Human Rights Watch. „Man möchte möglichst viele Migrantinnen und Migranten fernhalten. Die Festung Europa, von der so oft gesprochen wird, zeigt hier wieder ihr hässliches Gesicht“, so Michalski.

Die EU-Kommission betont auf Anfrage, ein effizienter Grenzschutz müsse fest mit der Achtung der Menschenwürde und dem Grundsatz der Nichtzurückweisung verbunden sein. Man erwarte von betroffenen Ländern, alle Vorwürfe zu untersuchen und etwaiges Fehlverhalten zu verfolgen. (epd/mig 20)

 

 

 

 

 

Immer weniger Deutsche fürchten Krieg und Corona, Sorge wegen Einwanderung steigt

 

Hamburg – Die Sorge wegen Einwanderung steigt in Deutschland den dritten Monat in Folge an. Laut der aktuellen „What Worries the World“-Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos gibt inzwischen mehr als ein Viertel der Bundesbürger (27%) an, dass Einwanderung für sie zu den drei größten persönlichen Sorgen zählt. Ein höherer Wert wurde zuletzt im Oktober 2020 gemessen. Gleichzeitig fallen die Angst vor einem militärischen Konflikt und dem Coronavirus im Sorgenranking auf den jeweils niedrigsten Stand seit Beginn des Ukraine-Krieges bzw. dem Ausbruch der COVID-19-Pandemie. Die mit Abstand größte Sorge der Deutschen bleibt trotz eines leichten Rückgangs in den letzten Monaten weiterhin die Inflation.

 

Jeder Zweite sorgt sich wegen steigenden Preisen

Fast die Hälfte aller Deutschen (46%) empfindet nach wie vor die Inflation als besonders besorgniserregend im eigenen Land, auch wenn die Sorgen wegen Preissteigerungen zuletzt um einen Prozentpunkt gesunken sind. Die Angst vor Armut und sozialer Ungleichheit (35% ) und dem Klimawandel (29%) komplettieren die Top3 der größten Sorgen der Menschen. Im internationalen Vergleich steht Deutschland in Sachen Klimasorgen damit gleichauf mit Australien an der Spitze und deutlich über dem globalen Durchschnitt von 16 Prozent. Auf Platz vier im deutschen Sorgenranking folgt das Thema Einwanderung mit einem Anstieg zum Vormonat um drei Prozentpunkte auf 27 Prozent. Seit September 2022 hat diese Besorgnis sogar um 11 Punkte zugenommen.

 

Kriegs- und Coronasorgen auf neuem Tiefststand

Die Corona-Ängste der Deutschen fallen auf den tiefsten Stand seit dem Ausbruch der Pandemie im Frühjahr 2020. Nur jeder Zehnte (10%) zählt das Coronavirus momentan noch zu den größten persönlichen Sorgen, elf Prozentpunkte weniger als im Vormonat. Vor genau einem Jahr gaben sogar noch 51 Prozent der Bundesbürger an, sich stark wegen COVID-19 zu sorgen. Doch nicht nur Corona besorgt die Deutschen immer weniger. Fast ein Jahr nach der russischen Invasion in der Ukraine zeichnet sich allmählich auch eine gewisse Kriegsmüdigkeit in der Bevölkerung ab. Nur noch jeder Fünfte (21%) zählt die Angst vor militärischen Konflikten aktuell noch zu den wichtigsten Sorgenthemen in Deutschland – ganze acht Prozentpunkte weniger als im Vormonat und der niedrigste Stand seit Kriegsbeginn.

Nur wenige Deutsche fürchten Arbeitsplatzverlust

Die andauernden Inflationssorgen scheinen zumindest in Deutschland keine Auswirkungen auf die wahrgenommene Jobsicherheit zu haben. Mit einem Anteil von nur 6 Prozent, die die Arbeitslosigkeit zu den aktuell größten persönlichen Sorgen zählen, steht die Bundesrepublik am unteren Ende im weltweiten Vergleich. Die Menschen in Südafrika (64%) und Indonesien (44%), aber auch in Spanien (41%) fürchten deutlich häufiger einen Jobverlust. Ipsos 20

 

 

 

 

Einwanderung auf Rekordniveau

 

Bevölkerung in Deutschland 2022 auf 84,3 Millionen gewachsen

Deutschland verzeichnete im vergangenen Jahr eine Nettoeinwanderung auf Rekordniveau. Die Bevölkerungszahl stieg auf 84,3 Millionen. Dominiert wurde die Einwanderung von Flucht vor Krieg und Gewalt – aus der Ukraine, aus Syrien oder Afghanistan.

Deutschland hatte Ende 2022 nach einer ersten Schätzung des Statistischen Bundesamtes (Destatis) mindestens 84,3 Millionen Einwohner und damit so viele wie noch nie am Ende eines Jahres. Gegenüber dem Jahresende 2021 nahm die Bevölkerungszahl um 1,1 Millionen zu, wie die Behörde am Donnerstag in Wiesbaden mitteilte.

Ursache des starken Wachstums sei eine Nettoeinwanderung auf Rekordniveau, unter anderem durch Kriegsflüchtlinge aus der Ukraine. Wie die Behörde bereits im November 2022 mitteilte, dominierte Flucht vor Krieg und Gewalt das Wanderungsgeschehen mit dem Ausland. So etwa aus Syrien oder Afghanistan. Aber auch aus den EU-Staaten Rumänien, Bulgarien und Polen sind den Angaben zufolge Zuzüge zu verzeichnen.

Ohne Einwanderung wäre Deutschland geschrumpft

Nach der aktuellen Schätzung seien im vergangenen Jahr 1,42 bis 1,45 Millionen Menschen mehr nach Deutschland gekommen als ins Ausland fortgezogen sind. Damit habe die Nettoeinwanderung 2022 diejenige des Vorjahres um das Vierfache übertroffen (2021: 329.163) und sei so hoch wie noch nie seit Beginn der Zeitreihe im Jahr 1950. Neben der starken Einwanderung der Kriegsflüchtlinge aus der Ukraine habe auch die Einwanderung von Menschen anderer Nationalitäten deutlich zugenommen, erklärte Destatis.

In den drei Jahrzehnten seit der deutschen Vereinigung war die Bevölkerung Deutschlands nach Angaben des Statistischen Bundesamtes überwiegend gewachsen. Ausnahmen hätten lediglich die Jahre 1998 sowie 2003 bis 2010 gebildet. Das Bevölkerungswachstum habe sich stets ausschließlich dadurch ergeben, dass mehr Menschen eingewandert als ausgewandert waren. „Ohne Nettoeinwanderung wäre die Bevölkerung bereits seit 1972 geschrumpft, da seither jedes Jahr mehr Menschen starben als geboren wurden“, teilte Destatis mit.

Niedrige Geburtenzahlen dämpfen Bevölkerungswachstum

Ein Rückgang der Geburtenzahl und mehr Sterbefälle wirkten sich den Angaben nach auch im vergangenen Jahr dämpfend auf das Bevölkerungswachstum aus. Die Zahl der Geburten sei 2022 ausgehend von den bereits vorliegenden Meldungen der Standesämter um etwa sieben Prozent im Vergleich zum Vorjahr gesunken und liege schätzungsweise zwischen 735.000 und 745.000 (2021: 795.492). Die Zahl der Gestorbenen sei dagegen um rund vier Prozent auf etwa 1,06 Millionen gestiegen (2021: 1,02 Millionen).

Die Angaben bilden einen vorläufigen Stand der Bevölkerungsentwicklung im Jahr 2022 ab. Die endgültigen Ergebnisse werden nach Destatis-Angaben im Sommer 2023 veröffentlicht. (epd/mig 20)

 

 

 

 

Vatikan/Italien: „Mafia bedeutet Sklaverei“

 

„Mafiosi verbreiten Hass“: Das sagte der vatikanische Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin vor Journalisten in Rom. Der Kardinal nahm an einer Konferenz im italienischen Senat über den seligen Rosario Livatino teil; der junge Richter ist 1990 von der Mafia ermordet worden. Zur jüngsten Festnahme des Mafiabosses Matteo Messina Denaro nach dreißig Jahren im Untergrund sagte der Kardinal: „Das ist ein Erfolg des Staates“. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Generell gelte, dass im Justizbereich immer die menschliche Person in den Mittelpunkt gestellt werden müsse; so habe es auch der selige Rosario Livatino gehalten. Livatino sei der erste Richter gewesen, den die Kirche zur Ehre der Altäre erhoben habe. Er stehe für eine Gerechtigkeit, die „erlösend ist und es schafft, all jene wieder zur Legalität zu führen, die sich in den Bereich der Kriminalität begeben haben“, urteilte Parolin.

Der Kardinalstaatssekretär äußerte sich auf Nachfrage von Journalisten zur Verhaftung des Mafiabosses, der am Montag nach dreißigjähriger Flucht in der sizilianischen Hauptstadt Palermo gefasst worden ist. Die Konferenz im Palazzo Madama, an der Parolin teilnahm, war vom „Centro Studi Rosario Livatino“ organisiert worden. An ihrem Beginn stand eine symbolische Geste: Die Reliquie des Richters - das blutige Hemd, das er während seiner Ermordung am 21. September 1990 trug - wurde in die Bibliothek des Senatsgebäudes gebracht. 

Sklaverei - für diejenigen, die sie leben, und für die Opfer

Weiter sagte Parolin wörtlich: „Die Kräfte von Recht und Ordnung haben große Anstrengungen unternommen. Wir können mit dieser Entwicklung nur zufrieden sein.“ Nach Ansicht des Kardinalstaatssekretärs ist die Verhaftung des Bosses vor allem ein „Ankunftspunkt, der das Ende einer Zeitgeschichte markiert, die bereits vorbei war, aber dieser Moment fehlte“. „Wir hoffen, dass das wirklich so ist“, so seine Hoffnung, „dass wir alle wieder in der Legalität leben werden“.

Was am Montag in Palermo geschehen sei, gebe vor allem dem sizilianischen Volk „das Gefühl zurück, dass wir auf der Grundlage von Werten zusammenleben müssen“, so der Kardinal weiter: „Letztendlich ist auch die Entscheidung für die Kriminalität, die Entscheidung für die Mafia, eine Entscheidung für die Sklaverei - sowohl für diejenigen, die sie leben, als auch für die anderen Menschen, die Opfer sind. Wir mussten und müssen da raus.“

Rosario Livatino, ein aufrechter Christ

Über den seligen Rosario Livatino, „eine wunderbare Persönlichkeit“, sagte der Kardinal: „Er war ein aufrechter Christ, der es verstand, seinen Glauben in der Ausübung eines besonders heiklen Berufs wie dem des Richters voll auszuleben, indem er seine Auslegung und Anwendung der Gerechtigkeit mit den christlichen Prinzipien in Einklang brachte. Sein Opfer war, auch angesichts der Verhaftung des letzten Mafiabosses vom Montag in Palermo, nicht umsonst“, so Parolin. (vatican news 19)

 

 

 

 

Schulbarometer. Lehrkräftemangel ist dominierendes Problem

 

Den Schulen fehlen Lehrkräfte, gleichzeitig nehmen sie viele neu eingewanderte Schüler auf. Außerdem kämpfen sie mit der Bürokratie, und die Digitalisierung kommt nur schleppend voran. Das ergab eine Befragung im Auftrag der Robert Bosch Stiftung.

Der Fachkräftemangel stellt für deutsche Schulen dem Schulbarometer der Robert Bosch Stiftung zufolge die größte Herausforderung dar. Fehlendes pädagogisches Personal nennen rund zwei Drittel (67 Prozent) der Schulleitungen darin als ihr größtes Problem. In sozial benachteiligten Gegenden seien dies sogar 80 Prozent, teilte die Stiftung am Mittwoch in Stuttgart mit. Die Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft forderte mehr Ressourcen für das Bildungssystem.

Beeinträchtigungen durch die Corona-Pandemie nannten der repräsentativen Umfrage des forsa-Meinungsforschungsinstituts für die Robert Bosch Stiftung zufolge nur noch neun Prozent der Schulleitungen. Die nur langsam vorankommende Digitalisierung und unzureichende technische Ausstattung (22 Prozent), die Bürokratie (21 Prozent) und hohe Arbeitsbelastung (20 Prozent) spielten im Vergleich zum Fachkräftemangel ebenfalls nur eine untergeordnete Rolle.

Etwa 2,7 Prozent der Schüler sind den Angaben zufolge Geflüchtete aus der Ukraine. Etwa genauso viele Schüler seien aus anderen Ländern zugewandert. Rund die Hälfte der Schulen sehe keinen Spielraum mehr für weitere Aufnahmen. Wie aus dem Schulbarometer außerdem hervorgeht, werden Ukrainische und insbesondere neu zugewanderte Schülerinnen und Schüler aus anderen Ländern häufiger in Schulen in sozial schwieriger Lage beschult.

Fachkräftemangel geht zu Lasten von Eingewanderten

Der Lehrkräftemangel an Schulen geht oft zu Lasten von Schülern mit Migrationsgeschichte. „Dass alle Schüler:innen am Ende der Grundschulzeit die Mindeststandards im Lesen, Schreiben und Rechnen erreichen, muss nun absolute Priorität haben. Dafür muss die Förderung in der Unterrichtssprache Deutsch für Neuzugewanderte und Schüler:innen mit Migrationshintergrund unbedingt gewährleistet werden“, heißt es in der Studie.

 Weniger Bürokratie könne die Personalnot kurzfristig lindern, sagte Dagmar Wolf, Leiterin des Bereichs Bildung der Robert Bosch Stiftung. Dies würde es erleichtern, Assistenzkräfte in Verwaltung und Pädagogik sowie ausländische Lehrkräfte einzustellen. Als langfristige Lösung reiche es nicht aus, nur die Kapazitäten von Lehramtsstudiengängen zu erhöhen. „Der Lehrerberuf muss attraktiver werden“, sagte Wolf.

Teufelskreis aus Überlastung und Lehrkräftemangel

Anja Bensinger-Stolze, Vorstandsmitglied der Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft, sprach von einem „Teufelskreis aus Überlastung durch Lehrkräftemangel und Lehrkräftemangel durch Überlastung“. Diesem Teufelskreis zu entkommen, werde nur gelingen, wenn die Politik bereit sei, insgesamt mehr Ressourcen ins System zu stecken. Ein kürzlich vorgelegter 15-Punkte-Plan der Gewerkschaft schlägt unter anderem bessere Bezahlung, mehr Möglichkeiten zum Quereinstieg in den Lehrerberuf und bessere Ausstattung der Schulen vor.

Auch der Berufsschullehrerverband Baden-Württemberg forderte mehr Investitionen. Zunächst müsse die Politik die Grundprobleme aller Schularten wie Verwaltung, Informationstechnik und Nachwuchsgewinnung lösen, sagte der Verbandsvorsitzende Thomas Speck. Dann erst könne es um Sonderwünsche gehen wie etwa die Rückkehr zu einer neunjährigen Gymnasialzeit. (epd/mig 19)

 

 

 

EU-Abgeordnete warnen vor Lockerung der Subventionsregeln

 

Die Mitglieder des Europaparlaments befürchten einen Wettbewerbsvorteil für große Staaten, wenn Europa seinen Regeln für nationale Subventionen lockert. Stattdessen pochen sie auf den von Ursula von der Leyen vorgeschlagenen Europäischen Souveränitätsfonds als Antwort auf die Politik Chinas und der USA. Von: Jonathan Packroff

 

Angesichts der Sorge einer Abwanderung von Industrieunternehmen aus Europa diskutierten die Abgeordneten des Europaparlaments am Mittwoch (18. Januar) über die Wettbewerbsfähigkeit der europäischen Industrie und Pläne der Kommission, Produktion in Europa stärker zu fördern.

Viele Abgeordnete warnten in der Debatte vor einer Marktverzerrung durch gelockerte Regeln für nationale Subventionen, die nach Ansicht der Abgeordneten vor allem größeren Mitgliedsstaaten wie Deutschland und Frankreich zugutekommen würden.

Die europäische Antwort müsse „eine Lösung für alle“ sein, „nicht für einige glückliche wenige“, sagte etwa die niederländische Abgeordnete Esther de Lange, die für die Europäische Volkspartei (EVP) sprach.

Noch deutlicher wurde der polnische PiS-Abgeordnete Bogdan Rzo?ca von der Fraktion der Konservativen und Reformer (EKR).

„Wie kann es sein, dass wir in einer Situation sind, in der Deutschland 200 Milliarden an die deutschen Unternehmen gibt?“, fragte er während der Plenardebatte. „100 Milliarden gehen von Frankreich an französische Unternehmen, wohingegen andere Mitgliedsstaaten entsprechende Unterstützung nicht erhalten“.

Deutschlands angekündigter „Doppelwumms“ hatte in Europa viel Kritik hervorgerufen, allerdings sind die €200 Milliarden nicht allein für Unternehmenshilfen vorgesehen, sondern enthalten auch Mittel für die Strom- und Gaspreisbremse für private Haushalte.

Beim Weltwirtschaftsforum in Davos hatte Ursula von der Leyen am Dienstag (17. Februar) eine vorübergehende Lockerung der Beihilferegeln vorgeschlagen, um EU-Staaten zu erlauben, auf ausländische Subventionen, etwa aus den USA und China, mit eigenen Programmen zu reagieren und Unternehmen damit in Europa zu halten.

Zudem kündigte von der Leyen als „strukturelle Lösung“ ein neues Gesetz und einen Fonds auf europäischer Ebene an, mit denen die europäische Produktion von grünen Technologien wie Solaranlagen, Wärmepumpen und weitere Branchen gefördert werden sollen.

Von vielen Abgeordneten wurde dieser Ansatz grundsätzlich begrüßt.

„Wenn der Green Deal nicht genügend und qualitativ hochwertige Arbeitsplätze in Europa schafft, wird er nicht erfolgreich sein“, so De Lange.

Breton: Brauchen grüne Industriebasis in Europa

Die Pläne der Kommission wurden im Europaparlament von EU-Binnenmarktkommissar Thierry Breton konkretisiert.  

Bei der Digitalisierung haben man bereits das Ziel gesetzt, „den Marktanteil der Europäischen Union bei der Herstellung der Halbleitern bis 2030 auf 20 Prozent zu erhöhen“, führte Breton aus.

Das Ziel ist Teil des sogenannten European Chips Act, der derzeit noch im Parlament und zwischen den Mitgliedsstaaten diskutiert wird.

„Nun lassen Sie uns dasselbe für die grüne Transformation tun“, sagte Breton den Abgeordneten.

Das Ziel des „Green Deals“ sei es, bis 2050 der erste klimaneutrale Kontinent zu werden. Er wolle, dass dieses Ziel umgesetzt werde „mit einer europäische Industriebasis, die stark ist“, so Breton. Dazu diene der gestern angekündigte „Net-Zero Industry Act“, der dem Beispiel des Chips Act folgen soll.

„In dieser neuen strukturellen Realität sollten unsere Lösungen nicht nur den großen Ländern Europas nutzen, wir brauchen Lösungen, die tatsächlich die Integrität des Binnenmarktes garantieren“, so Breton.

Sozialdemokrat:innen fordern neue EU-Schulden

Aus Sicht der Abgeordneten der sozialdemokratischen S&D-Fraktion sind dabei neue Schulden auf EU-Ebene unerlässlich.

Nur die Beihilferegeln für Mitgliedsstaaten zu lockern, sei „nicht genug“, sagte etwa die italienische Abgeordnete Patrizia Toia (S&D). Sonst gäbe es Mitgliedsstaaten, die nicht in der Lage seien, ihren Unternehmen und Bürger:innen zu helfen.

„Wir brauchen ein neues ‘Next Generation EU’. Alles andere ist im Grunde nutzlos“, sagte sie.

Ähnliche Töne kamen auch vom deutschen SPD-Abgeordneten René Repasi.

„Wir brauchen staatliches Geld, um unsere Wirtschaft in die richtige Richtung zu steuern“, sagte er. Dies solle aber nicht national, sondern von der EU aufgebracht werden, so Repasi.

„Setzen Sie bitte nicht den Binnenmarkt aufs Spiel“, warnte er den EU-Kommissar.

„Nur weil einige Mitgliedsstaaten es sich leisten können, dürfen wir die Beihilferegeln nicht so lockern, dass wir den Wettbewerb und den Binnenmarkt in die Tonne kloppen“, so Repasi weiter. Stattdessen brauche es „permanente, schuldenfinanzierte Investitionsfonds“ auf EU-Ebene.

Aus Sicht der liberalen Renew-Fraktion greift es zu kurz, allein über Subventionen zu sprechen. 

„Wir können uns einen nationalen Subventionswettbewerb nicht leisten – weder außerhalb noch innerhalb Europas“, sagte die tschechische Abgeordnete Dita Charanzová (Renew), die auch Vizepräsidentin des EU-Parlaments ist. 

„Wir wollen Produkte ‘Made in Europe’, aber wir wollen, dass sie hier hergestellt werden, weil das wirtschaftliche Umfeld, unsere gut ausgebildeten Arbeitskräfte und unsere Regulierungen dafür sorgen, dass die Unternehmen hier wachsen wollen“, so Charanzová.

Man wolle verhindern, dass Unternehmen Subventionen abgreifen und dann Europa wieder verlassen, so Charanzová weiter. EA 19

 

 

 

 

 

Chaos ist die neue Normalität

 

Der Aufstand bei den Republikanern geht weiter und blockiert das Parlament. Nun droht den USA eine Schädigung ihrer Kreditwürdigkeit. Thomas Greven

 

Droht den USA die Schädigung der Kreditwürdigkeit? US-Finanzministerin Janet Yellen hat angekündigt, dass die gesetzliche Schuldenobergrenze des Bundes schon an diesem Donnerstag erreicht wird, und dass die Bundesregierung danach Sondermaßnahmen ergreifen muss, um ihren Zahlungsverpflichtungen nachzukommen, beispielsweise für die staatlichen Renten und Krankenversicherungsleistungen. Mittelfristig drohe nicht nur ein government shutdown, also die Zwangsschließung der Bundesbehörden, sondern vor allem eine nachhaltige und kostspielige Schädigung der Kreditwürdigkeit der USA. Yellen forderte den neugewählten Speaker des US-Repräsentantenhauses, Kevin McCarthy, unmissverständlich dazu auf, die Schuldenobergrenze unverzüglich auszusetzen oder zu erweitern. Doch McCarthy hat ein Problem: Er musste für seinen späten Erfolg im fünfzehnten Wahlgang einen hohen Preis an besonders kompromisslose Abgeordnete seiner eigenen Fraktion bezahlen, unter anderem in Geschäftsordnungsfragen, und befindet sich nun faktisch in deren Geiselhaft. Ein einzelner Abgeordneter oder eine einzelne Abgeordnete kann nämlich die Absetzung des Speakers beantragen. Damit wird angesichts der knappen Mehrheit der Republikaner jede kontroverse Abstimmung zum potentiellen Misstrauensvotum gegen McCarthy.

Die Erhöhung der Schuldenobergrenze ist eigentlich eine Selbstverständlichkeit, weil der Kongress den Haushalt für 2023 ja schon beschlossen hat, der nun dazu führt, dass neue Schulden aufgenommen werden müssen. Doch insbesondere für die radikalen Mitglieder des Freedom Caucus in der Fraktion der Republikaner im Repräsentantenhaus ist er ein wesentliches Symbol für die „faulen Kompromisse“ des Washingtoner Establishments, die sie bekämpfen wollen. Sie haben ihre Zustimmung für McCarthy auch an die Bedingung geknüpft, dass die Obergrenze zukünftig nur im Austausch mit erheblichen Haushaltskürzungen erhöht werden soll. Grundsätzlich trifft diese Forderung wohl auf breite Zustimmung in der Fraktion, aber nur die entschlossensten MAGA-Republikaner – benannt nach Trumps Slogan Make America Great Again – haben dafür den Aufstand geprobt und sich zwischenzeitlich sogar ihrem Idol widersetzt. Es geht dabei nicht in erster Linie um Ideologie, aber durchaus um Grundsätzliches.

Und deshalb hat McCarthy keineswegs den Speaker-Posten für die nächsten zwei Jahre sicher, wie Marco Bitschnau schreibt. Denn er ist zwar einerseits ein ziemlich schamloser Opportunist, der bekanntlich kurz nach dem Aufstand am 6. Januar 2021 nach Mar-a-Lago pilgerte, um Trumps Ring zu küssen – was sich angesichts dessen Intervention bei der Speaker-Wahl wohl ausgezahlt hat, jedenfalls für den Moment. Aber McCarthy ist andererseits auch am Funktionieren der Institution interessiert, an der Regierungsarbeit. Und das heißt, dass er zu überparteilichen Kompromissen bereit ist – qua Amt bereit sein muss – beispielsweise eben in der Frage der Erhöhung der Schuldenobergrenze. Auch Biden und die Demokraten haben Kompromissbereitschaft angekündigt – es bleibt ihnen auch nichts anderes übrig, denn sie sind mittelbar eben auch in Geiselhaft des Freedom Caucus.

Doch der Aufstand der MAGA-Republikaner ist nicht vorbei, und es gibt auch keinen Burgfrieden. Denn ein Teil der Fraktion der Republikaner scheint bereit zu sein, auch die Schließung der Regierungsbehörden und die Gefährdung der Kreditwürdigkeit der USA in Kauf zu nehmen – und sie werden kaum zögern, McCarthy über die Klinge springen zu lassen, so wie schon McCarthys Republikanische Vorgänger im Amt des Speakers – John Boehner und Paul Ryan – die ebenfalls zu den notwendigen, aber verhassten überparteilichen Kompromissen bereit waren.

Doch worum geht es den Abgeordneten des Freedom Caucus jetzt noch? Matt Gaetz, einer der Rädelsführer der „Rebellen“, begründete seine Enthaltung im letzten Wahlgang bei der Speaker-Wahl, die McCarthys Sieg ermöglichte, damit, dass ihm nichts mehr eingefallen sei, was er noch hätte fordern können. McCarthy gab ihnen Posten in wichtigen Ausschüssen und die Möglichkeit, die weaponization der Bundesregierung zu untersuchen, also die angebliche Hexenjagd auf Konservative durch FBI, Steuerbehörde und andere. Er hatte sogar versprechen müssen, dass er bei Vorwahlen der Republikaner nicht länger gegen die Kandidaten des Freedom Caucus und andere MAGA-Republikaner arbeiten wird, sprich: keine Spenden gegen sie mobilisiert. Das hat zwar mit dem Amt des Speakers überhaupt nichts zu tun, zeigt aber, dass es den „Rebellen“ in erster Linie um Macht geht. Das erklärt auch ihren Hang zum medienwirksamen Spektakel, das Spielen für die Galerie, das Desinteresse an tatsächlicher Parlamentsarbeit. Denn die meisten Abgeordneten kommen aus sicheren Wahlkreisen und müssen sich auf die Vorwahlen konzentrieren, wo vielfach Trumps Basis den Ton angibt. Man geht fehl, wenn man vorrangig nach inhaltlichen Interessen sucht, und versucht, Raum für Kompromisse auszuloten: Die Basis belohnt Überzeugungstäter und verachtet Kompromisse. Und deshalb geht man auch fehl, wenn man sich allein auf die Abgeordneten konzentriert, die den Widerstand gegen McCarthy angeführt haben.

Denn auch wenn der Personenkult um Donald Trump zuletzt Risse bekommen hat, so ist die neue Fraktion der Republikaner nämlich schlicht ein Spiegelbild der durch seinen Einfluss veränderten Partei. Moderate Konservative gibt es kaum noch. Die Mehrheit der Abgeordneten glaubt Trumps Lüge vom Wahlbetrug und scheint bereit, die demokratischen Institutionen zu untergraben, auch jenseits der skandalösen, aber legalen, administrativen Beeinträchtigung der Wahlbeteiligung von Minderheiten. Zwar hat der aus der Tea Party-Bewegung hervorgegangene Freedom Caucus nur etwa 40 Mitglieder, aber er wächst und hat auch jenseits der Speaker-Wahl überproportionalen Einfluss. Diesen Abgeordneten reicht es nicht, die Politik der Biden-Regierung zu blockieren und sie mit Untersuchungsausschüssen zu schikanieren. Bei einigen scheint es, als glaubten sie inzwischen ihre eigenen Verschwörungserzählungen eines bösartigen „deep state“, der im Hintergrund alles kontrolliert. Deshalb steigt die Bereitschaft, die Bundesregierung vor die Wand fahren zu lassen, wenn sie nicht – wie bei der Speaker-Wahl – alles bekommen, was sie wollen. In diesem Sinne können manche der extremistischen Rebellen als Revolutionäre bezeichnet werden. Sie sind Verhandlungen nicht mehr zugänglich.

Das stellt nicht nur McCarthy, sondern auch die Demokraten vor ein Dilemma. Verweigern sich die Extremisten einem Kompromiss bei der Erhöhung der Schuldenobergrenze – der aufgrund des divided government notwendigerweise ein überparteilicher sein muss, da Regierung und Mehrheit im Parlament von unterschiedlichen Parteien gestellt werden – steht McCarthy möglicherweise vor dem Sturz, wenn er sich über sie hinwegsetzt. Dann müssten die Demokraten ihn entweder stützen oder sich zumindest bei der Speaker-Wahl enthalten, wenn sie nicht wollen, dass das Repräsentantenhaus völlig dysfunktional wird. Oder die Demokraten lassen es darauf ankommen und nehmen eine vorübergehende Schließung der Regierungsbehörden in Kauf, in der Hoffnung, dass die Republikaner für die Folgen zur Verantwortung gezogen werden, spätestens bei der Wahl 2024. Doch die Gefahr einer Rezession und einer dauerhaften Schädigung der Kreditwürdigkeit der USA ist groß.

Noch ist etwas Zeit. Durch die Notmaßnahmen, die Yellen nun ergreift, können die Regierungsbehörden einstweilen weiterarbeiten. Biden will sogar erst nach dem Steuertermin im April die Verhandlungen mit den Republikanern aufnehmen, weil dann die Finanzsituation des Bundes klarer sein wird. Nur mit wem wird er dann eigentlich wirklich verhandeln? Mit McCarthy und den verbliebenen „normalen“ Konservativen, die am Funktionieren der Institutionen interessiert sind? Oder doch mittelbar mit den Extremisten, die bereit sind, die Bundesregierung komplett handlungsunfähig zu machen, auch wenn das bedeutet, dass ihre eigenen Wählerinnen und Wähler Schaden nehmen?

Es ist gut möglich, dass die kompromisslosen Extremisten sich bei diesem innenpolitischen Spiel mit dem Feuer am Ende durchsetzen, eben weil ihnen nicht nur die Republikanische Mehrheit egal ist, sondern auch das Wohl des Landes. Geht es doch irgendwie gut, dann steht bald danach schon der Haushalt für 2024 an, inklusive der Unterstützung für die Ukraine, die von den isolationistischen und autokratischen Teilen der Republikanischen Fraktion abgelehnt wird. Auch da hat McCarthy Zugeständnisse gemacht, die Kompromisse erschweren: Es wird keine Paketlösungen mehr geben, sondern es müssen Einzelhaushalte beschlossen werden. Stillstand und Chaos sind die neue Normalität in der amerikanischen Politik. IPG 18

 

 

 

 

WEF in Davos: „Menschen warten auf Lösungen“

 

Erstmals wieder nach zwei Jahren findet im Schweizer Skiort Davos das World Economic Forum (WEF) im Winter und in Präsenz statt. Diesmal ist zwar keine offizielle vatikanische Delegation dabei, doch eine katholische Stimme gibt es bei dem Treffen allemal: Der Pfarrer von Davos Kurt Susak freut sich über die Zusammenkunft der Politiker, Wirtschaftsleute und Kunstschaffenden. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Nach der Pandemie wieder in Präsenz - dieser Umstand und vor allem eine komplett veränderte globale Situation prägten das diesjährige WEF in Davos, sagt Pfarrer Susak in unserem Interview. „Überall hört man von Krisen. Die Welt befindet sich auch irgendwie im Krisenmodus.“ Angesichts von Herausforderungen wie Klimakrise, Finanzkrisen, Energiekrisen oder Lieferengpässen habe er den Eindruck, dass die Teilnehmer „ganz bewusst“ auf die Konferenz dieses Jahres setzten, „um Lösungen zu präsentieren“. Susak wörtlich: „Die Menschen warten hoffnungsvoll auf Lösungen in den weltweiten Konflikten und Krisen“.

 „Dieses Weltwirtschaftsforum würde irgendwie auch seine Glaubwürdigkeit und seine Legitimation verlieren, wenn aus dieser Versammlung jetzt nicht spürbar auch Lösungen präsentiert werden, die für die Menschen erkennbar zu einer Verbesserung der vielen Konflikte und Herausforderungen führen“, meint der Pfarrer von Davos. Und dafür bete die katholische Gemeinde in dem Bündner Dorf auch während dieser Woche.

„Zusammenarbeit in einer zersplitterten Welt“

Das Motto des Weltwirtschaftsforums lautet „Zusammenarbeit in einer zersplitterten Welt“. Diese Zersplitterung erlebten wir alle „global und persönlich“, erläutert der Pfarrer. „Wir erleben auch Ängste, Zukunftsängste.“ In Bezug auf den Krieg Russlands gegen die Ukraine stehe die „reale Gefahr eines Dritten Weltkriegs“ im Raum. „Und von daher hat die Kirche hier eine ganz wichtige, zentrale und hoffnungsvolle Botschaft“, fügt Susak an. Es sei nämlich die Kirche, die sage: „Wir sollen die Einheit in Vielfalt leben, aber auch die Vielfalt dann in einer Einheit“. „Und dieses Ideal, dies begleiten wir von der Kirche in Davos auch mit unserem Gebet, das dringender notwendig ist denn je“, so Susak.

Vor 25 Jahren hatte eine damalige Davoser Pastoralassistentin ein „wunderbares Format“ ins Leben gerufen: das sogenannte Schweigen und Beten. „Es haben sich Menschen zusammengefunden, die genau in den Anliegen um gute Entscheidungen für eine gerechtere Welt im Frieden gebetet haben“, erläutert Susak. Und heute findet dieses Format „Schweigen und Beten“ unter dem Dach der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Davos statt. „Katholiken, Reformierte und Freikirchen laden gemeinsam ein, an den Abenden zu beten, gemeinsam, um aus dem Evangelium heraus Lösungen zu suchen.“ Die Kirche in ihrer Vielfalt, in ihrer Moraltheologie, in ihrer Sozialethik habe in der Vergangenheit immer wieder „wunderbare Antworten“ auf die Herausforderungen der Zeit gefunden. „Die gilt es nur immer wieder auch ins Bewusstsein zu rufen“, sagt Susak.

Jedes Jahr hatte der Vatikan bisher zum Weltwirtschaftsforum auch Vertreter der Kirche entsandt. So waren die letzten Jahre während des WEF in Davos Kardinal Peter Turkson oder Kardinal Michael Czerny, einmal auch Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin dabei. In diesem Jahr ist es das erste Mal, dass der Vatikan keine offiziellen Vertreter oder Kardinäle nach Davos entsandt hat. „Das, finde ich, ist irgendwo auch ein Statement, das Rom hier dem Weltwirtschaftsforum entgegen bringt“, sagt Susak. „Vielleicht hängt es damit zusammen, dass Papst Franziskus in einer seiner letzten Botschaften an das WEF gesagt hat: Es ist alles gesagt, jetzt handelt, und darum geht es.“

Auch kritische Stimmen

Pfarrer Susak ist klar, dass das Treffen von Davos auch von kritischen Stimmen begleitet wird. Es sei alles überteuert; es gebe ein enormes Verkehrsaufkommen mit Staus, mit Wartezeiten; das übliche Leben, wie man das eigentlich hier gewohnt sei, finde während der WEF-Zeit wirklich „sehr, sehr eingeschränkt statt“.

„Zum anderen werden auch diese enormen Kosten in Frage gestellt, die ja mit dem Weltwirtschaftsforum verbunden sind - für den Bund, den Kanton, für die Gemeinde. Das große Sicherheitskonzept, das mit dem Weltwirtschaftsforum verbunden ist... ob sich das alles überhaupt lohnt, ob das notwendig ist und was denn letztlich das Ergebnis dieses jährlichen großen Treffens in Davos sein soll“, so Susak weiter.

Es werde kritisiert, dass vieles nicht transparent geschehe, dass vieles hinter verschlossenen Türen behandelt, diskutiert, besprochen werde und sehr wenig letztlich nach außen dringe. „Befeuert hat das Ganze sicher auch die Bucherscheinung The Great Reset. Dort gibt es Thesen, Meinungen, Theorien, die den Widerstand gegen die Elite, die sich beim WEF versammelt, befeuern“, erläutert der Pfarrer von Davos.

Die guten Seiten des WEF

Für einen Teil der örtlichen Bevölkerung habe das Ganze aber auch etwas Gutes. Das seien nämlich die Schulen, die während der Woche mehrere Tage Skifahren auf dem Stundenplan hätten. „Das macht den Schülerinnen und Schülern immer recht große Freude. Ich bin immer wieder begeistert, was die Davoser während des Festes auf die Beine stellen“, sagt Susak. Zuvor sei ja Weihnachten mit dem Weihnachts- und Skitourismus verbunden gewesen. „Vorher wird gearbeitet, wird vorbereitet, werden die ganzen Sicherheitsmaßnahmen organisiert, durchgeführt. Die Hotellerie, die Gastronomie, die Handwerksfirmen, alles arbeitet auf Hochtouren. Und das zeugt vom großen Zusammenhalt, den Davos hier präsentiert.“

Vom WEF zur „Economy of Francesco“: Pfarrer Susak erinnert daran, dass es bei dem Franziskus-Projekt unter anderem darum gehe, dass „eine Wirtschaft“ gefördert werde, die „dem Frieden dienen soll und nicht dem Krieg“. „Die Schöpfung bewahren und sie nicht ausplündern, also eine Wirtschaft, in der die Sorgfalt an die Stelle des Wegwerfens und der Gleichgültigkeit tritt“, erläutert Susak. In der das Finanzwesen ein Freund und Verbündeter der Realwirtschaft und der Arbeit und nicht ihr Feind sei, fügt er an. Dies sei keine Utopie. „Wenn jeder Einzelne das Seine dazu beiträgt, dann kann die Wirtschaft von heute und morgen eine Wirtschaft des Evangeliums werden“, so Pfarrer Susak. „Ich wünsche mir, dass dies in diesem WEF, in diesem herausfordernden Jahr, in dieser Zeitenwende bei all den Krisen möglich wird.“ (vn 18)

 

 

 

 

Prof. Amir-Moazami im Gespräch. Assimilation und Integration sind Fallen

 

Worum geht es in Integrations- und Assimilationsdebatten eigentlich? In ihrem neuen Buch „Interrogating Muslims“ geht Islamwissenschaftlerin Schirin Amir-Moazami dem Integrationsparadigma nach. Im MiGAZIN-Gespräch erklärt sie, was in der Debatte falsch läuft, warum Integration ausgrenzt und kritisch hinterfragt werden muss. Von Atahan Demirel

Atahan Demirel: Frau Amir-Moazami, worum geht es in ihrem neuen Buch „Interrogating Muslims“?

Schirin Amir-Moazami: Grob gesagt, geht es um die Diskursanreizungen zum Islam und zu Muslim:innen in Europa. Es geht also darum, dass Muslim:innen als zur Minderheit gemachte Gruppe immer und immer wieder nach ihren Praktiken und ihrer Kompatibilität mit liberalen Normen befragt werden. In meinem Buch zeige ich, dass diese einseitige Fragerichtung Muslim:innen immer wieder aufs Neue als problematische Minderheit markiert, der Fragerahmen selbst aber unberührt bleibt.

„… weil mich besonders die subtileren Machtmechanismen interessieren und weil Integration gemeinhin als lobenswert gilt und selten kritisch hinterfragt wird.“

Dabei bin ich notwendigerweise auf das Integrationsparadigma gestoßen. Damit habe ich mich beschäftigt, weil mich besonders die subtileren Machtmechanismen interessieren und weil Integration gemeinhin als lobenswert gilt und selten kritisch hinterfragt wird. Es geht mir also um die Ausschlüsse, die vermeintlicher Einschluss hervorbringt, weil sich Integrationsappelle immer einseitig an Minderheiten richten, die als (noch) nicht dazugehörig gelten.

In der akademischen Forschung ist Integration gemeinhin entweder positiv konnotiert oder wird schlicht verworfen und mit Assimilation gleichgesetzt. Warum Integration als politisches Instrument der Regulierung von Pluralität als unabdingbar erachtet wird, wo der Integrationsdiskurs herkommt und vor allem wie er funktioniert, um Minderheiten hierarchisch zu sortieren, ist hingegen nur selten auf dem Prüfstand.

Sie sprechen vom Integrationsparadigma. Was ist das?

„In Deutschland ist auffällig, dass die Einwanderungspolitik lange Zeit ziemlich konzeptlos war.“

Schirin Amir-Moazami: Beim Integrationsparadigma geht es prinzipiell immer um Einwanderung und auch um die Regulierung und Regierung von kultureller, religiöser und ethnischer Pluralität. In meiner Forschung untersuche ich die damit verbundenen Logiken und die Funktionen des Integrationsparadigmas. Mir war dabei wichtig zu zeigen, dass die verbundenen Politiken eine längere Geschichte haben, die eng mit der Formierung, aber auch mit der Krise des Nationalstaates zusammenhängen. Zugleich ist zum Beispiel in Deutschland auffällig, dass die Einwanderungspolitik hier lange Zeit ziemlich konzeptlos war. Der Ruf nach Integration vor allem gegenüber Muslim:innen wurde nach dem 11. September 2001 laut. Interessanterweise wurden Integrationsprogramme zu einem Zeitpunkt verstärkt, zu dem Muslim:innen längst integraler Bestandteil Deutschlands waren.

Warum bedarf es überhaupt einer Integrationspolitik? Können oder wollen beispielsweise Muslim:innen nicht an der Gesellschaft teilhaben?

Schirin Amir-Moazami: Integration kann sehr vieles meinen. Dazu gehört sicher auch Teilhabe. „Integratio“, „integrare“ kommt aus dem Lateinischen und meint wiederherstellen, reparieren, erneuern. Integration scheint also für eine Gesellschaft als Maßnahme zwingend zu werden, die als fragmentiert und im Zerfall begriffen erachtet wird – und zwar aufgrund ihrer kulturellen und religiösen Vielfalt.

„Tatsächlich gelten „Muslim:innen“ gegenwärtig als besonderes Problem für ein intaktes soziales Gewebe, vor allem wenn sie als solche sichtbar sind und Teilhabe als Religionsgemeinschaft einfordern.“

Tatsächlich gelten „Muslim:innen“ gegenwärtig als besonderes Problem für ein intaktes soziales Gewebe, vor allem wenn sie als solche sichtbar sind und Teilhabe als Religionsgemeinschaft einfordern. Bei genauem Hinsehen hat das aber sehr viel weniger mit Muslim:innen oder dem Islam hierzulande zu tun, als mit einem Mechanismus, der für Nationalstaaten konstituierend ist. In meiner Forschung habe ich die Anfänge dieses Mechanismus analysiert und bin recht schnell auf die sogenannte „Judenfrage“ im 19. Jahrhundert gestoßen. Selbst wenn das keineswegs gleichzusetzen ist, war auch Assimilation einerseits attraktiv, weil es mit einladenden Gesten der gesellschaftlichen Teilhabe verknüpft war. Andererseits war es eine Art Falle, weil Jüd:innen trotz aller Bemühungen, sich anzupassen, stets weiterhin als Jüd:innen adressiert wurden.

Sowohl Assimilation als auch Integration geht von der defizitären Minderheit aus, die in der Mehrheit aufgehen soll, zugleich aber weiterhin als Minderheit markiert bleibt. Bei diesen Ähnlichkeiten bekommt man schon Gänsehaut.

Welche konkreten Probleme sehen Sie denn bei der Politik dabei?

„In der Integrationsdebatte besteht also die Annahme, dass bestimmte Bevölkerungsgruppen sich anpassen sollen, an was genau bleibt aber vage und immerzu wandelbar.“

Shirin Amir-Moazami: Die größte Schwierigkeit liegt eigentlich darin, dass Muslim:innen und der Islam partout zum Problem gemacht werden. Grundsätzlich werden Pluralität und Differenz nicht als Möglichkeit der eigenen Horizonterweiterung betrachtet, sondern eher als störende Herausforderung. Das hat dann nichts mit Muslim:innen und dem Islam zu tun, sondern mit dem Wunschkonzert einer homogenen Gesellschaft.

Es gibt Anstöße, Diversität beispielsweise im Rahmen von Dialogveranstaltungen zu fördern, doch häufig wird dabei vorgegeben, wie der Dialog zu funktionieren hat. In der Integrationsdebatte besteht also die Annahme, dass bestimmte Bevölkerungsgruppen sich anpassen sollen, an was genau bleibt aber vage und immerzu wandelbar. Da läuft also in der Anlage etwas grundsätzlich falsch. MiG18

 

 

 

 

Katargate: Kronzeuge Panzeri bereitet Brüssel schlaflose Nächte

 

Der ehemalige italienische Europaabgeordnete Pier-Antonio Panzeri, der mutmaßliche Drahtzieher des Katargate-Skandals, hat beschlossen, mit der belgischen Justiz zusammenzuarbeiten. Von: Anne-Sophie Gayet und Sarantis Michalopoulos

 

Angesichts der Tatsache, dass Panzeri die Wahrheit sagen muss, um eine geringere Strafe zu erhalten, herrscht in Brüssel bereits Panik, ob weitere Namen auftauchen könnten.

Am Dienstag gab Panzeri zu, dass er an Korruptionsaktivitäten im Zusammenhang mit Katar und Marokko beteiligt war und diese überwacht hat. Er unterzeichnete „ein Memorandum mit der Bundesanwaltschaft gemäß Artikel 216/1 bis 216/8 der Strafprozessordnung“, so die Bundesanwaltschaft.

Die Behörde teilte mit, dass Panzeri eine „Reuevereinbarung“ unterzeichnet hat und mit den Behörden zusammenarbeiten wird.

Im Gegenzug erhält er eine „begrenzte Strafe“: angeblich fünf Jahre Gefängnis (von denen vier zur Bewährung ausgesetzt werden), eine Geldstrafe von 80.000 Euro sowie die Beschlagnahmung seines sichergestellten Vermögens, das nach Angaben der Behörde auf 1 Million Euro geschätzt wird.

Panzeri wird den belgischen Behörden detailliert erklären müssen, wie die Organisation funktionierte, welche Strukturen und Zahlungen sie leistete und ob andere Personen oder Länder beteiligt waren.

Die Fraktion der Sozialisten und Demokraten (S&D) im Europäischen Parlament hat durch den Skandal bereits einen schweren Schlag erlitten.

Neben dem ehemaligen Europaabgeordneten Panzeri wurden auch die EU-Abgeordnete Eva Kaili und ihr Partner Francesco Giorgi inhaftiert und müssen sich nun vor Gericht verantworten.

Als Panzeri am 10. Dezember verhaftet wurde, beschuldigte er den belgischen Abgeordneten Marc Tarabella (S&D) – stellvertretender Vorsitzender der EP-Delegation für die Beziehungen zur Arabischen Halbinsel (DARP) -, „Geschenke“ aus Katar erhalten zu haben.

Tarabellas Wohnung wurde am nächsten Tag durchsucht, und das Büro seiner Assistent:innen wurde versiegelt. Es wurde kein Geld gefunden, er wurde nicht verhaftet, und der Belgier beteuert seither seine Unschuld. Er wurde jedoch von seiner nationalen Partei, der Sozialistischen Partei (PS, Wallonien), ausgeschlossen und hat sich selbst aus der S&D-Fraktion im EP zurückgezogen.

Am Dienstag enthüllte L’Echo, dass Panzeri den belgischen Ermittler:innen am 10. Dezember sagte, er habe Tarabella 120.000 Euro in bar für seine Hilfe bei den Akten über Katar gezahlt. Tarabellas Anwalt Maxim Toller sagte, sein Mandant habe nichts erhalten.

Am Montag sagte Panzeris Anwalt Laurent Kennes im RTBF-Fernsehen, dass „einer der Gründe“ für Panzeris Aussage darin liege, dass „er weiß, dass er das Vertrauen bestimmter Personen missbraucht hat“, darunter die belgische Europaabgeordnete Marie Arena (S&D), die auch in der Presseberichterstattung über Katargate zitiert wird.

„Er wird ihren Namen erwähnen, um zu sagen, dass sie absolut nichts mit [dem Korruptionssystem] zu tun hatte und dass er es nie gewagt hätte, ihr etwas anzubieten.“

Quellen in Brüssel sagten EURACTIV, dass die Entscheidung, seine Tochter von Italien nach Belgien auszuliefern, ihn in die Enge getrieben habe, sodass er beschlossen habe, sich zu äußern.

In Bezug auf die Informationen über Tarabella betont Kennes, dass „die Informationen aus einer undichten Stelle stammen“ und dass er „nicht über den untersuchten Fall kommunizieren kann“.

„Es ist bedauerlich, dass in undichten Stellen die Namen von Personen genannt werden, die noch nicht einmal angehört wurden“, fügte er hinzu.

Letzte Woche sagte die französische Europaabgeordnete Manon Aubry auf LN24, dass Tarabella sie gebeten habe, ihre „Besessenheit“ von Katar zu beenden, da das Land „Fortschritte“ gemacht habe. „Jetzt verstehe ich besser, warum Marc mir das gesagt hat“, erklärte sie.

Eine Quelle, die mit der Angelegenheit vertraut ist, sagte, dass auch EU-Abgeordnete aus der vorherigen Amtszeit des EU-Parlaments im Rampenlicht stehen. Gerüchte besagen jedoch, dass auch Personen aus anderen EU-Institutionen, die sich mit der Visaliberalisierung befassen, im Visier der Behörden stehen könnten.

Ausschluss aus der S&D

Am Dienstag, vor den jüngsten Enthüllungen, forderte die S&D-Vorsitzende Iratxe Garcia Perez, dass Tarabella aus der Fraktion ausgeschlossen und ein fraktionsloses Mitglied des Parlaments werden solle, was Tarabella ablehnte.

Toller sagte, dass sein Mandant diesen Vorschlag nicht akzeptieren könne.

„Wenn er verurteilt würde, wäre es verständlich, dass er ausgeschlossen wird, aber da er weder angeklagt noch beschuldigt wird und noch nicht einmal angehört wurde, wäre dies verfrüht und unfair“, sagte er, wie L’Echo berichtete.

Tarabella und der italienische Europaabgeordnete Andrea Cozzolino – ehemaliger Vorsitzender der Maghreb-Delegation, gegen den ebenfalls ein Verfahren zur Aufhebung der Immunität läuft – werden jedoch aus der Gruppe ausgeschlossen, wenn sie sich weiterhin weigern, sich selbst auszuschließen.

„Wenn sie sich nicht von sich aus ausschließen, wird die Gruppe noch diese Woche eine Entscheidung treffen“, sagte Garcia Perez Berichten zufolge.

Die belgische Justiz hat die Aufhebung der Immunität von Cozzolino und Tarabella beantragt, obwohl der Belgier noch nicht angeklagt ist. Ein Verfahren zur Aufhebung der Immunität wurde am Montag während der Plenarsitzung des EP eingeleitet, und eine Entscheidung sollte vor dem 13. Februar getroffen werden. Sobald die Immunität aufgehoben ist, werden die belgischen Behörden die beiden Europaabgeordneten anhören.

Tarabella „unterstützt“ die Aufhebung seiner Immunität, da er sich nicht hinter ihr „verstecken“ werde.

Der Rechtsausschuss (JURI) ist für die Stellungnahme zur Aufhebung der Immunität zuständig und wird Gelegenheit haben, die beiden Abgeordneten hinter verschlossenen Türen zu hören. Manon Aubry wird Berichterstatterin sein, wie L’Echo am Montag berichtete.

Der Fall Kaili

Die griechische Europaabgeordnete Eva Kaili wird am 19. Januar erneut von den belgischen Behörden zu ihrem Antrag auf Freilassung angehört werden. Es ist jedoch nicht klar, wie sich Panzeris Schritt auf ihren Antrag auswirken wird.

Rechtsexpert:innen in Athen gehen davon aus, dass Panzeri Kaili entweder weiter schaden oder ihre Lage erleichtern könnte.

Kaili ihrerseits hat angedeutet, dass Panzeri ihre Immunität als Europaabgeordnete ausgenutzt hat, um sein Geld in ihrer Wohnung zu verstecken.

Eine Quelle, die der Angelegenheit nahe steht, erklärte gegenüber EURACTIV, dass es bei allen Anschuldigungen, denen Kaili ausgesetzt ist, schwer sein würde, zu beweisen, dass sie nicht in Geldwäsche verwickelt war.

Der vorsichtige Ansatz der EVP

EURACTIV wurde darüber informiert, dass am Rande der Plenarsitzung im Dezember 2022 in Straßburg eine geschlossene Sitzung der EVP stattfand, um zu sehen, wie man mit Katargate in Bezug auf die Kommunikation umgehen sollte.

Obwohl Rufe nach einem „Angriff“ auf die sozialistische Fraktion laut wurden, schlug der EVP-Vorsitzende Manfred Weber angeblich eine vorsichtige „abwartende“ Haltung vor.

Laut einer bei der Diskussion anwesenden Quelle bezog sich Weber auf „individuelle Verantwortlichkeiten“ und nicht auf die der politischen Partei.

„Es war eine inoffizielle Linie, von Angriffen gegen die Sozialisten in dieser Angelegenheit abzusehen“, hieß es aus EVP-Kreisen gegenüber EURACTIV.

EURACTIV geht davon aus, dass die Mitte-Rechts-Parteien angesichts der Tatsache, dass der gesamte Skandal noch nicht aufgedeckt wurde, Stillschweigen bewahren wollen, für den Fall, dass ein mit ihnen verbundener Name während der Ermittlungen auftaucht.

Der Freundschaftsgruppe EU-Katar, die sofort nach dem Ausbruch des Skandals ausgesetzt wurde, gehörten auch sieben Abgeordnete der EVP an.

Die Seite der Freundschaftsgruppe auf der Website der Botschaft von Katar wurde entfernt, und die Botschaft antwortete nicht auf eine Anfrage von EURACTIV, die Liste der Teilnehmer:innen dieser Gruppe zu veröffentlichen. EA 18

 

 

 

 

Boris Pistorius wird neuer Verteidigungsminister

 

Der Sprecher der Bundesregierung, Steffen Hebestreit, teilt mit:   

Bundeskanzler Olaf Scholz wird Boris Pistorius (62 Jahre) als neuen Verteidigungsminister ins Bundeskabinett berufen. Am Donnerstag wird der langjährige niedersächsische Innenminister seine Ernennungsurkunde vom

Bundespräsidenten erhalten und im Deutschen Bundestag seinen Amtseid leisten.

 

„Ich freue mich sehr, mit Boris Pistorius einen herausragenden Politiker unseres Landes für das Amt des Verteidigungsministers gewonnen zu haben. Pistorius ist ein äußerst erfahrener Politiker, der verwaltungserprobt ist, sich seit Jahren mit Sicherheitspolitik beschäftigt und mit seiner Kompetenz, seiner

Durchsetzungsfähigkeit und seinem großen Herz genau die richtige Person ist, um die Bundeswehr durch diese Zeitenwende zu führen“, sagte Bundeskanzler Olaf Scholz am Dienstag in Berlin.

 

Nach dem Rücktritt von Christine Lambrecht hatte sich der Bundeskanzler mit der Partei- und Fraktionsführung der SPD eng beraten und sich für Pistorius als neuen Verteidigungsminister entschieden. Pistorius war vor seiner Berufung zum Landesinnenminister 2013 fast sieben Jahre lang Oberbürgermeister von Osnabrück. pib 17

 

 

 

 

Zufriedenheit mit Regierung: Lambrecht mit starken Verlusten, Baerbock als einzige Ministerin mit leichtem Plus 

 

Hamburg. Kurz vor dem angekündigten Rücktritt von Verteidigungsministerin Christine Lambrecht äußert sich eine überwiegende Mehrheit der Deutschen klar unzufrieden mit der Arbeit der SPD-Politikerin. Das zeigt eine repräsentative Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos, die in der letzten Woche durchgeführt wurde. Nur noch 8 Prozent der Deutschen geben Lambrecht auf einer Zufriedenheitsskala von 1-10 die höchsten Werte 8-10, während sechs von zehn Befragten (60%) angeben, mit ihrer Arbeit vollständig unzufrieden zu sein (Werte 1-3 auf der Skala). Ihre Netto-Zufriedenheit, also die Differenz zwischen denjenigen, die sehr zufrieden und sehr unzufrieden sind, ist mit -52 die schlechteste unter allen Ressortchefs und im Vergleich zu Januar 2022 um ganze 37 Prozentpunkte gesunken.

 

Verluste für Kanzler und Regierung im Jahresverlauf

Neben Lambrecht verlieren im Jahresverlauf auch die meisten anderen Minister deutlich an Zustimmung in der Bevölkerung. Obwohl sowohl Bundeskanzler Olaf Scholz als auch die Bundesregierung als Ganzes den starken Abwärtstrend der vergangenen Monate stoppen können, bleibt die Zufriedenheit mit ihrer Arbeit auch zu Beginn des neuen Jahres auf eher niedrigem Niveau. Nur noch knapp jeder siebte Befragte (15%) bewertet Scholz mit den höchsten Werten 8-10, während ganze 40 Prozent angeben, mit seiner Arbeit gänzlich unzufrieden zu sein (1-3). Seine Netto-Zufriedenheit sinkt somit auf -25, womit der Kanzler im Jahresverlauf ganze 32 Punkte verliert.

Auch die Bundesregierung als Ganzes kann nur noch 13 Prozent der Deutschen von sich überzeugen, 42 Prozent bewerten ihre Arbeit indessen negativ. Mit einer Netto-Zufriedenheit von -29 verliert auch sie seit Januar 2022 26 Punkte auf der Zufriedenheitsskala.

 

Baerbock als einzige mit Plus gegenüber Januar 2022

Unter den Ministern des Bundeskabinetts führt weiterhin Außenministerin Annalena Baerbock das Zufriedenheits-Ranking an. Die Grünen-Ministerin kann 23 Prozent der Deutschen von sich überzeugen, 40 Prozent geben allerdings auch bei ihr an, mit ihrer Arbeit unzufrieden zu sein. Mit einer Netto-Zufriedenheit von -17 verzeichnet sie trotzdem als einzige Ministerin der Ampel-Regierung ein Plus von 6 Punkten im Vergleich zum Januar 2022. Damals waren nur 16 Prozent der Deutschen mit ihrer Arbeit zufrieden und ihre Netto-Zufriedenheit lag bei -23. Wirtschaftsminister Robert Habeck ist hinter Baerbock der zweitbeliebteste Minister im Kabinett. Während 18 Prozent seine Arbeit sehr positiv bewerten, sind jedoch auch 42 Prozent sehr unzufrieden mit ihm. Gemessen an der Netto-Zufriedenheit verliert er im Jahresverlauf 9 Punkte und liegt nun bei einem Wert von -24.

 

Massive Verluste im Jahresverlauf bei Lauterbach und Lindner

Gesundheitsminister Karl Lauterbach, der im Januar 2022 noch 34 Prozent der Deutschen von seiner Arbeit überzeugen konnte und zu diesem Zeitpunkt der beliebteste Minister des Bundeskabinetts war, verzeichnete neben Lambrecht im Verlauf des letzten Jahres die größten Ansehensverluste und verliert auch zu Beginn dieses Jahres weiter an Zustimmung. Nur noch 15 Prozent aller Bundesbürger geben an, vollständig zufrieden mit Lauterbachs Arbeit zu sein, 44 Prozent sind derweil sehr unzufrieden. Seine Nettozufriedenheit sank in den letzten zwölf Monaten um 38 Prozentpunkte und liegt nun nur noch bei -29.

Drittgrößter Verlierer unter allen Ministern ist Finanzminister Christian Lindner, wenn auch mit weitem Abstand hinter Lambrecht und Lauterbach. Lindners Netto-Zufriedenheit fällt im Jahresverlauf um 24 Prozentpunkte und liegt nun bei einem Wert von -30.

Nancy Faeser mit größtem Bekanntheitszugewinn

Während alle Minister des Bundeskabinetts ihre Bekanntheit im Jahresverlauf steigern konnten, sticht Innenministerin Nancy Faeser mit einem Bekanntheitszuwachs von 13 Prozentpunkten deutlich hervor. Gaben im Januar 2022 noch 19 Prozent der Deutschen an, sie nicht zu kennen, tun dies nun ein Jahr später nur noch 6 Prozent. Abgehängt bleiben trotz leichter Gewinne weiterhin Bildungsministerin Bettina Stark-Watzinger und Bauministerin Klara Geywitz, die auch zu Beginn des neuen Jahres jeweils 18 bzw. 20 Prozent der Deutschen nicht kennen. Ipsos 17

 

 

 

 

Oxfam. Schere zwischen Arm und Reich hat sich weiter geöffnet

 

Entwicklungsorganisation Oxfam schlägt Alarm: Erstmals seit 25 Jahren hätten extremer Reichtum und extreme Armut gleichzeitig zugenommen. Auch in Deutschland flossen über 80 Prozent des Vermögenszuwachses an die Superreichen. Ministerin Schulze spricht von einem „gefährlichen Befund“.

Die Corona-Pandemie hat die Unterschiede zwischen Arm und Reich nach Erkenntnissen der Nothilfe- und Entwicklungsorganisation Oxfam verstärkt. Seit Pandemie-Beginn 2020 seien rund zwei Drittel des weltweiten Vermögenszuwachses auf das reichste Prozent der Weltbevölkerung entfallen. Gleichzeitig lebten dem am Montag in Berlin veröffentlichten Bericht zufolge 1,7 Milliarden Arbeitnehmer in Ländern, in denen die Lohnentwicklung die Inflation nicht ausgleicht.

Erstmals seit 25 Jahren hätten extremer Reichtum und extreme Armut gleichzeitig zugenommen. Das geht aus dem Bericht „Survival of the Richest (Überleben der Reichsten) hervor, die Oxfam anlässlich des Weltwirtschaftsforums in Davos vorlegte.

Schulze: „Gefährlicher Befund“

Bundesentwicklungsministerin Svenja Schulze (SPD) sprach von einem „gefährlichen Befund“. „Pandemie, Konflikte und nicht zuletzt der russische Angriffskrieg haben uns um Jahre zurückgeworfen bei Armut, Hunger, Gesundheit oder Bildung – während die Reichen noch reicher geworden sind“, sagte Schulze in Berlin. Der Aufbau sozialer Sicherungsnetze müsse vorangetrieben werden, sagte die SPD-Politikerin, ohne Details zu nennen.

Oxfam forderte die Regierungen auf, dem Trend mit Steuern auf Übergewinne und hohe Vermögen entgegenzutreten. Daraus entstehende Einnahmen müssten in den Ausbau von sozialer Sicherung, Bildung und Gesundheit investiert werden.

81 Prozent Vermögenswachstum ging an Superreiche

Laut Oxfam-Bericht flossen 81 Prozent des gesamten Vermögenszuwachses, der zwischen 2020 und 2021 in Deutschland erwirtschaftet wurde, an das reichste Prozent der Bevölkerung. Auf die übrigen 99 Prozent der Bürgerinnen und Bürger entfielen demnach lediglich 19 Prozent des Vermögenszuwachses.

Der Bericht zeige, dass 95 Lebensmittel- und Energiekonzerne ihre Gewinne im vergangenen Jahr mehr als verdoppelt hätten, erklärte die Nothilfe- und Entwicklungsorganisation. Diese hätten 306 Milliarden US-Dollar an Übergewinnen erzielt und davon 257 Milliarden US-Dollar (84 Prozent) an Aktionäre ausgeschüttet. (epd/mig 17)

 

 

 

EU-Klimachef: 45 Prozent Erneuerbare sind ehrgeizig, aber machbar

 

Die Europäische Kommission will daran festhalten, dass bis 2030 45 Prozent der Energie in der EU aus erneuerbaren Quellen zu gewinnen, so EU-Klimachef Frans Timmermans im Interview mit EURACTIV. Von: Kira Taylor

 

Die EU-Länder und das Europäische Parlament verhandeln derzeit über ein neues Gesetz zur Ankurbelung der grünen Energieproduktion. Dies beinhaltet auch ein Ziel, das festlegt, wie viel des europäischen Energiemixes bis 2030 aus erneuerbaren Energien stammen soll.

Im Dezember sprachen sich die EU-Länder im Rahmen der laufenden Gespräche zur Überarbeitung der EU-Richtlinie über erneuerbare Energien für ein Ziel von 40 Prozent für erneuerbare Energien aus – dies liegt unter den 45 Prozent, die von der EU-Kommission vorgeschlagen und vom Parlament unterstützt wurden.

„Ich denke, wir müssen bei 45 Prozent bleiben“, sagte Timmermans gegenüber EURACTIV in einem Exklusivinterview am Rande einer Versammlung der Internationalen Agentur für Erneuerbare Energien (IRENA) in Abu Dhabi.

„Wenn man das Tempo sieht, mit dem unsere erneuerbaren Energien gebaut werden – Offshore-Windkraft, aber vor allem auch Solarenergie auf Dächern – halte ich das Ziel für ehrgeizig, aber machbar“, fügte er hinzu.

Als die Europäische Kommission im Juli 2021 erstmals eine Aktualisierung der Erneuerbare-Energien-Richtlinie vorschlug, schlug sie für 2030 ein Ziel von 40 Prozent vor, das sie jedoch im vergangenen Jahr als Reaktion auf den Einmarsch Russlands in der Ukraine auf 45 Prozent erhöhte.

Im Jahr 2020 stammten 22 Prozent der EU-Energie aus erneuerbaren Energien, zwei Prozentpunkte mehr als das für dieses Jahr vereinbarte Ziel der Union.

Höheres Ziel

Laut Timmermans setzt sich in den EU-Hauptstädten zunehmend die Einsicht durch, dass ein höheres Ziel für erneuerbare Energien erforderlich ist, um die Energiesicherheit der EU angesichts der sinkenden russischen Gasexporte nach Europa zu stärken.

„Viele sehen die Notwendigkeit, sich wegen der Klimakrise von fossilen Brennstoffen zu verabschieden, aber jeder sieht, dass wir nicht länger von fossilen Brennstoffen abhängig sein können und die einzige Möglichkeit, unsere Souveränität im Energiebereich zu stärken, in der Förderung erneuerbarer Energien liegt“, betonte er.

Und schnellere EU-Genehmigungsregeln könnten den EU-Ländern das Ziel schmackhafter machen, glaubt er.

„Wenn wir den Mitgliedsstaaten dabei helfen können, dann wird das Ziel auch leichter zu erreichen sein“, erklärte Timmermans.

Der polnische Staatssekretär Adam Guibourgé-Czetwerty wies jedoch im Gespräch mit EURACTIV auf der IRENA-Konferenz auf die Herausforderungen hin, denen sich die EU-Länder stellen müssen, um einen höheren Anteil an erneuerbaren Energien zu erreichen.

„Wenn wir uns das Ziel auf EU-Ebene ansehen, sprechen wir nicht nur über die Stromerzeugung, sondern auch über Wärme und Verkehr“, sagte Guibourgé-Czetwerty.

„Heute fehlen uns Technologien – insbesondere, denke ich, bei der Wärmeerzeugung in großem Maßstab. Es gibt zwar einige Technologien, aber keine, die wirklich skalierbar ist“, fügte er hinzu.

Am Beispiel des Warschauer Fernwärmesystems erklärte der polnische Minister, dass Polen jedes Jahr einen Wald von der Größe Brüssels abholzen müsste, um das System mit Biomasse zu betreiben.

Polen hat zwar einen eigenen Plan zum Ausbau der erneuerbaren Energien und der Kernenergie, mit dem Ziel, die Energieunabhängigkeit zu stärken, aber es gibt Grenzen, was vor 2030 getan werden kann, fügte er hinzu und sagte, dass es mehr Potenzial für den Ausbau sauberer Energien bis 2040 gibt.

Beschleunigung der erneuerbaren Energien

Im Interview betonte Timmermans auch die Entschlossenheit Europas, den Ausbau der erneuerbaren Energien zu beschleunigen, auch wenn kurzfristig mehr auf Kohle gesetzt wird, um russisches Gas in der Stromerzeugung zu ersetzen.

„Wir lassen uns nicht ablenken. Wenn überhaupt, dann hat Russlands Einsatz von Energie als Waffe unsere Umstellung auf erneuerbare Energien verstärkt. Das möchte ich mit der ganzen Welt teilen, denn wir werden nur erfolgreich sein, wenn alle mitmachen“, sagte er.

„Ja, wir werden fossile Brennstoffe brauchen. Ja, wir graben mehr Kohle aus, als wir eigentlich wollten, aber nichtsdestotrotz verbessern wir unsere Ziele“, fügte er hinzu und verwies auf das europäische Klimagesetzespaket, das ursprünglich im Juli 2021 vorgelegt wurde und sich nun in der Endphase der Verabschiedung befindet.

Andere teilen diese Ansicht. Mit ihrem Klimapaket 2021 und ihrer Reaktion auf die COVID-Krise habe die EU „ein sehr starkes Signal“ für die Dringlichkeit einer Beschleunigung der Energiewende gesetzt, sagte Achim Steiner, der Leiter des Entwicklungsprogramms der Vereinten Nationen (UNDP).

„Dies sind beispiellose Investitionen zur Beschleunigung des Übergangs“, sagte Steiner vor Journalist:innen auf der IRENA-Konferenz. „Ich denke, dass Europa nach der Pandemie ein wichtiges Signal gesendet hat, um zu sagen: ‚Seht her, wenn wir einen Anreiz schaffen, werden wir diesen nutzen, um den Übergang zu beschleunigen'“, sagte er.

Auch für Polen ist die Beschleunigung des Übergangs eine Notwendigkeit. Das Land überarbeitet derzeit seine Energiepolitik als Reaktion auf die Krise und versucht, die Rolle von Gas so weit wie möglich zu reduzieren, was wahrscheinlich bedeutet, dass es länger auf Kohle angewiesen sein wird.

„Wir wollen schneller zu einem dekarbonisierten System übergehen und dabei auf Kernkraft, erneuerbare Energien und Energiespeicherung setzen. Aber wir wollen auch die Rolle von Gas in der Übergangszeit reduzieren“, sagte Guibourgé-Czetwerty. EA  17

 

 

 

 

Studie. Deutsche Staatsangehörigkeit ab der Geburt erhöht Bildungschancen

 

Frühzeitiger Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit erhöht Bildungserwartungen und Bildungschancen von Kindern mit Migrationserfahrung. Das geht aus einer aktuellen Studie des Bundesinstituts für Bevölkerungsforschung hervor. Experten empfehlen: Positive Effekte in der aktuellen Debatte nicht außer Acht lassen.

Mit dem Erlangen der deutschen Staatsangehörigkeit bei Geburt können sich einer Studie zufolge schulische Leistungen und Bildungserwartungen von Kindern ausländischer Eltern erhöhen. 30 Prozent der in Deutschland lebenden Kinder haben mindestens einen Elternteil mit Migrationserfahrung. Ein Teil von ihnen würde von der derzeit diskutierten Reform des Staatsangehörigkeitsgesetzes profitieren, zeigen neue Berechnungen des Bundesinstituts für Bevölkerungsforschung (BiB), wie das Institut in Wiesbaden mitteilte.

Analysen des BiB haben die Reform des Staatsangehörigkeitsgesetzes von 1999 evaluiert, mit der das sogenannte „Geburtsortsprinzip“ eingeführt wurde. Dies bedeutet: Kinder ausländischer Eltern, die ab dem 1. Januar 2000 in Deutschland geboren wurden und von denen mindestens ein Elternteil bereits mindestens acht Jahre lang rechtmäßig in Deutschland gelebt hat und ein unbefristetes Aufenthaltsrecht besitzt, erlangen automatisch bei Geburt die deutsche Staatsangehörigkeit.

Gymnasium und Abitur mit deutschem Pass wahrscheinlicher

Die BiB-Analysen belegen demnach, dass der Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit von Kindern bei Geburt die Wahrscheinlichkeit erhöhe, dass das Abitur der gewünschte und als realistisch angesehene Schulabschluss des Kindes und der Eltern ist. „Sowohl Eltern als auch Kinder selbst erwarten sehr viel häufiger als diejenigen, die nicht von der Reform betroffen waren, dass das Kind die Schule mit dem Abitur abschließt“, erklärte die BiB-Bildungsforscherin Elena Ziege. Den Angaben zufolge sind 14 beziehungsweise 16 Prozent mehr, die dies erwarten.

Mit der deutschen Staatsangehörigkeit steige aber nicht nur die Erwartung, das Abitur erfolgreich abzuschließen – es nehme auch die Wahrscheinlichkeit zu, dass das Kind nach der vierten Klasse tatsächlich ein Gymnasium besucht. Im Vergleich zu den Kindern, die früher als im Jahr 2000 geboren wurden und daher nicht von der Reform betroffen waren, erhöhe sich die Wahrscheinlichkeit von 46 auf 62 Prozent. Der Effekt, dass eher ein Gymnasium besucht wird, lasse sich über die gesamte Schulzeit beobachten.

Auch andere Studien belegen positive Effekte

Auch andere wissenschaftliche Untersuchungen belegen BIB zufolge die positive Wirkung des frühzeitigen Staatsangehörigkeitserwerbs auf Kinder mit Migrationserfahrung: „Die deutsche Staatsangehörigkeit vergrößert demnach auch die Wahrscheinlichkeit eines Kitabesuchs. Zusätzlich verbessern sich ihre Deutschkenntnisse, das sozioemotionale Verhalten und die Schulleistungen. Darüber hinaus wiederholen Kinder, die nach der Staatsangehörigkeitsreform die deutsche Staatsangehörigkeit durch Geburt erwerben konnten, seltener eine Klasse“, so das BIB.

Weitere Studienergebnisse zeigten zudem, dass sich durch den frühen Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit der Kinder die soziale Interaktion der Eltern mit Deutschen erhöht. Darüber hinaus verbessern die Eltern ihre Deutschfähigkeiten und lesen häufiger deutsche Zeitungen, was sich wiederum positiv auf die Kinder auswirken kann.

Experten: Einbürgerungseffekte nicht außer Acht lassen

„In der empirischen Forschung gibt es zahlreiche Hinweise darauf, welche positiven Auswirkungen ein früherer Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit auf die Bildungschancen von Kindern und Jugendlichen in Deutschland haben könnte – auch das sollte bei der gegenwärtigen Diskussion nicht außer Acht gelassen werden“, so BiB-Direktorin C. Katharina Spieß.

Zur Messung eines möglichen kausalen Effektes des frühen Erwerbs der deutschen Staatsangehörigkeit auf den Bildungserfolg von Kindern verblich das BiB Kinder auf zwei verschiedenen Ebenen: Zum einen Kinder, die im Jahr vor der Reform geboren sind mit Kindern, die im Jahr nach der Reform geboren wurden. Zum anderen Kinder, deren Eltern die vorgeschriebene achtjährige Aufenthaltsbedingung erfüllen mit Kindern, deren Eltern diese Bedingung nicht erfüllen. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Umfrage im Pflegemarkt: Schlechte Stimmung und düstere Aussichten

 

Hamburg – Die Ergebnisse des aktuellen CARE Klima-Index zeichnen ein düsteres Bild von der aktuellen Situation auf dem deutschen Pflegemarkt. Denn auch dieses Jahr bleibt das Pflege-Klima unterhalb der 100er-Grenze, die vergleichbar mit der Nulltemperatur eines Thermometers ist. Der Wert fällt von 94.7 Punkten aus dem Vorjahr auf 93.2 Punkte.

Im CARE Klima-Index des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos werden seit 2017 jährlich 1.000 Personen aus bis zu 13 Ziel- oder Berufsgruppen befragt, die selbst Pflege benötigen oder einen pflegerelevanten Beitrag leisten.

 

Pflegepersonal nimmt Politik in die Pflicht

Der Blick des Pflegemarkts richtet sich insbesondere in Richtung der Politik. Vielen kommen die Bedürfnisse der Pflege auf der Prioritätenliste der Politik anscheinend zu kurz. So stufen 80 Prozent der Befragten den politischen Stellenwert der Pflege im Vergleich zu anderen Themen als niedriger ein – ein Negativrekord seit 2017. Dieser Anteil wird von der Berufsgruppe Pflege mit einer Zustimmungsquote von 90 Prozent sogar noch getoppt, dicht gefolgt von Pflege- und Sozialberatern mit 89 Prozent. Auffallend negativ äußern sich auch die Kostenträger, die mit dem höchstem Negativwert seit fünf Jahren aufwarten. Während 2021 nur 39 Prozent einen negativen Stellenwert der Pflege angaben, tun dies in der aktuellen Befragung 72 Prozent – 33 Prozentpunkte mehr als im Vorjahr.

 

Abwärtstrend bei Arbeitsbedingungen der Pflegefachpersonen

Im Vergleich zum Vorjahr steigt die negative Wahrnehmung der Pflegenden zu den eigenen Arbeitsbedingungen wieder. Sowohl 55 Prozent der Berufsgruppe Pflege selbst als auch 59 Prozent der außenstehenden Personen erteilen den Arbeitsbedingungen das Urteil „schlecht“.

 

Qualität der Pflegeversorgung nur mittelmäßig

Die Qualitätsbewertung der Pflegeversorgung bleibt für alle Sektoren der Pflege (ambulant, stationär, Krankenhaus) unverändert im Mittelfeld. Auffällig ist die harsche Selbstkritik der Berufsgruppe Pflege mit ihrer eigenen Pflegequalität. Nur jeder Zehnte (10%) attestiert seiner Profession „hochwertige Pflege“. Anders bei den zu Hause Pflegenden: Hier lobt jeder zweite Angehörige (56%) die eigene/die häusliche Pflege.

 

Pflegende fordern Kompetenzerweiterung

Drei Viertel der Befragten (72%) sprechen sich außerdem für eine Kompetenzerweiterung der Berufsgruppe Pflege aus – deutlich häufiger im Vergleich zu anderen Gesundheitsberufen. Die Zustimmungswerte für Hebammen, Therapeuten und Notfallsanitätern liegen nur bei etwa 58 Prozent.

 

Alarmierender Ausblick auf die zukünftige Pflegeversorgung

Jeder zweite Studienteilnehmer (51%) glaubt nicht, dass die Pflegeversorgung in den kommenden zehn Jahren sichergestellt werden kann – der negativste Wert seit fünf Jahren aus Sicht aller Befragten des CARE Klima-Index.

Die Berufsgruppe Pflege ist diesbezüglich besonders pessimistisch mit sieben von zehn Befragten (70%), die nicht daran glauben, dass die Pflegeversorgung im nächsten Jahrzehnt gewährleistet werden kann – ebenfalls der schlechteste Wert im Fünf-Jahres-Zeitverlauf.

Für Stephanie Hollaus, Pflegeforschungsexpertin bei Ipsos, zeigen diese Ergebnisse einmal mehr, wie wichtig es ist, Stimmungen gerade in einem so bedeutenden Markt wie der Pflege zu messen: „Der CARE Klima-Index kann als jährlicher Indikator oder eine Art Frühwarnsystem gesehen werden, um pflegerelevante Strategien ggf. nachzujustieren und auf aktuelle Bedürfnisse anzupassen. Denn was bringen die besten Gesetzesänderungen und Maßnahmen, wenn sie auf Seiten der Betroffenen keine spürbaren Veränderungen nach sich ziehen? Die Ergebnisse zeigen die Dringlichkeit auf, mit der das Fundament für eine gesicherte Pflege in Deutschland zeitnah gegossen werden muss.“ Ipsos 16

 

 

 

 

 

Sachverständigenrat. Kein Zusammenhang zwischen Einwanderung und Gewalt

 

Immer mehr Experten warnen davor, Migration als Ursache für Silvesterkrawallen verantwortlich zu machen. Der Vorsitzende des Sachverständigenrats sieht eher soziale und strukturelle Probleme. Gewalt unter jugendlichen Männern gäbe es auch in ganz anderen Kontexten.

Der Vorsitzende des Sachverständigenrats für Integration und Migration, Hans Vorländer, warnt davor, Migration als Ursache für die Silvesterkrawalle in Berlin verantwortlich zu machen. „Zuwanderung ist keine Determinante von Gewalttätigkeit. Das muss man sehr deutlich verneinen“, sagte er im Mitteldeutschen Rundfunk (MDR). Es gebe soziale und strukturelle Probleme, die behoben werden müssten.

Nach den Worten des Dresdener Politikwissenschaftlers ist noch offen, ob die Angriffe in der Silvesternacht auf Einsatzkräfte von Feuerwehr und Polizei tatsächlich aufgrund von Integrations- oder Sozialisationsproblemen erfolgten. Aus der Forschung sei bekannt, dass das soziale Umfeld eine entscheidende Rolle spiele, sagte er unter Hinweis auf die Wohn-, Arbeits- und Ausbildungssituation sowie Beschulung. Gewalt unter Jugendlichen, vor allem unter Männern, sei unabhängig von der Herkunft der Betroffenen kein unbekanntes Phänomen.

Gewalt auch in anderen Kontexten ohne Eingewanderte

Vorländer erinnerte in diesem Zusammenhang an Ausschreitungen seitens vor allem jüngerer Männer gegenüber der Polizei im Anschluss an das Aufstiegsspiel von Dynamo Dresden vom Mai 2021. „Wir haben solche Gewaltexzesse und gewalttätigen Auseinandersetzungen auf den Straßen auch in anderen Kontexten, nicht nur dort, wo man glaubt, dass ein sehr hoher Anteil an Zugewanderten lebt.“

In der Silvesternacht war es in mehreren deutschen Städten zu schweren Ausschreitungen gekommen, so in Berlin und Nordrhein-Westfalen. Im Zuge der Debatte um angemessene Reaktionen des Staates wurden Forderungen nach mehr Sozialarbeit und schnellerer Bestrafung erhoben. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Deutschland wegen Subventionsplänen in der Kritik

 

Deutschland pocht darauf, die Beihilferegeln der EU zu lockern und den Mitgliedsstaaten mehr Spielraum bei der Subventionierung ihrer Industrie zu geben. Einen Dämpfer erhält der Vorstoß jedoch von Expert:innen und mehreren Mitgliedsstaaten, die befürchten, Deutschland könne dadurch Wettbewerbsvorteile erlangen. Von: Jonathan Packroff und Oliver Noyan

 

Die EU ringt derzeit um eine Antwort auf den 500 Milliarden Euro schweren US-Inflation Reduction Act. Denn die großzügigen Subventionen – so die Sorge – könnte die europäische Industrie zu einer Abwanderung in die USA bewegen.

Insbesondere Deutschland will die Regeln für staatliche Beihilfen in der EU lockern, die derzeit einen fairen Wettbewerb zwischen den Mitgliedstaaten innerhalb der Union gewährleisten, um mit den USA mithalten zu können. Das Regelwerk „muss dringend reformiert und auf die Höhe der Zeit gebracht werden“, heißt es in einem Strategiepapier der SPD-Fraktion von letzter Woche.

Ein solcher Schritt könnte jedoch die Büchse der Pandora offenen und zu einem Subventionswettlauf zwischen den Mitgliedsstaaten führen. Mehrere Mitgliedsstaaten zeigen sich daher alarmiert.

„Eine Lockerung unserer Wettbewerbs- und Beihilferegeln ist in den meisten Fällen nicht der beste oder vorteilhafteste Weg, um neue Herausforderungen zu bewältigen“, sagte ein Sprecher des niederländischen Wirtschaftsministeriums gegenüber EURACTIV.

Stattdessen könne eine Lockerung der Subventionsregeln leicht zu Wettbewerbs- und Wachstumsverzerrungen oder zu einem „schädlichen Subventionswettlauf führen, der wenigen nützt und vielen schadet“, fügte der Sprecher hinzu.

Ähnliche Bedenken wurden auch in Tschechien geäußert, wo einige Politiker befürchten, dass ein solcher Subventionswettlauf vor allem größeren Mitgliedstaaten zugutekäme.

„Wenn es zu einer Spirale des ‚Wer gibt mehr‘ kommt, wird die Tschechische Republik nicht gewinnen“, warnte der tschechische Europaabgeordnete Lud?k Niedermayer (EVP).

„Unser Interesse ist es, die Regeln für staatliche Beihilfen zu verschärfen und nicht zu lockern“, fügte der Europaabgeordnete der tschechischen Regierungspartei TOP 09 hinzu.

Trotz wachsender Bedenken von Experten und kleineren Mitgliedsstaaten scheint die Bundesregierung diese Bedenken allerdings bislang nur bedingt erst zu nehmen.

Auf Nachfrage von EURACTIV, wie Deutschland auf diese Bedenken reagiere, zeigte sich das Bundeswirtschaftsministerium zurückhaltend. Konfrontiert mit der Kritik, sagte ein Sprecher des Bundeswirtschaftsministeriums, dass man sich nur für „Anpassungen“ und „ausdrücklich nicht für eine Aufgabe der EU-internen Wettbewerbskontrolle“ einsetze. Zudem würde die Lockerung der Regeln der „EU in ihrer Gesamtheit“ zugutekommen, sagte der Sprecher weiter.

Doch auch eine Lockerung könnte bereits große Auswirkungen auf den Europäischen Wirtschaftsraum haben. Denn Deutschland macht bereits jetzt vergleichsweise oft von den Subventionsmöglichkeiten Gebrauch – ein Trend, der sich durch eine Lockerung in Zukunft noch verschärfen könnte.

Deutschlands Wettbewerbsvorsprung bei Subventionen

Bereits in der Reaktion auf die Corona-Pandemie und den durch den Krieg in der Ukraine ausgelösten Energieschock gab Deutschland weit mehr aus als andere EU-Staaten.

„Wir haben schon in der Corona-Krise und jetzt in der Ukraine-Krise gesehen, dass die Länder mit tiefen Taschen, die fiskalpolitisch größeren Spielraum haben, viel mehr in der Lage gewesen sind, gegenzusteuern, ihre Unternehmen zu retten und den Druck abzufedern, der entstanden ist“, so Armin Steinbach, Professor für EU-Recht und Wirtschaft an der École des Hautes Études Commerciales de Paris, gegenüber EURACTIV.

„Wenn wir jetzt die Beihilferegeln weiter lockern, vergrößern wir im Grunde diese Schieflage innerhalb Europas“, warnt er.

Nach Angaben der Europäischen Kommission sind deutsche Unternehmen bereits jetzt bei Weitem die größten Nutznießer von staatlichen Beihilfen.

Im Zuge des Ukrainekrieges hat die EU-Kommission in einem sogenannten Befristeten Krisenrahmen den Mitgliedsstaaten mehr Möglichkeiten eingeräumt, ihren Unternehmen gegen die steigenden Energiepreise zu helfen.

Deutschland hat innerhalb dieses Rahmens mehr als die Hälfte aller genehmigten staatlichen Beihilfen (53 Prozent) angemeldet, gefolgt von Frankreich (24 Prozent) und Italien (7 Prozent). Auf die übrigen EU-Länder entfallen nur 16 Prozent der angemeldeten Beihilfen, obwohl sie 45 Prozent der Wirtschaftsleistung der EU ausmachen.

„Nicht alle Mitgliedstaaten verfügen über den gleichen fiskalpolitischen Spielraum für staatliche Beihilfen. Das ist eine Tatsache. Und ein Risiko für die Integrität Europas“, heißt es in einem Schreiben, das die Vizepräsidentin der Kommission, Margrethe Vestager, am Freitag an die nationalen Minister gerichtet hat und das EURACTIV einsehen konnte.

In dem Schreiben schlägt Vestager eine temporäre Erweiterung der Beihilferegeln vor, die den Mitgliedsstaaten mehr Möglichkeiten einräumen würde, auf ausländische Subventionen zu reagieren. Dies solle jedoch von einem „kollektiven europäischen Fonds“ flankiert werden, der wohl durch gemeinsamen EU-Schulden finanziert werden müsste. Dadurch sollen die Ungleichheiten zwischen den Mitgliedsstaaten ausgeglichen werden.

Ein solcher Fonds wird insbesondere von Italien und Frankreich lautstark unterstützt.

Zwar hat sich Frankreich gemeinsam mit Deutschland in einem gemeinsamen Positionspapier für eine Lockerung der Beihilferegeln starkgemacht, allerdings stellt man nun auch in Paris Bedingungen. Ein solcher Schritt würde nur in Verbindung mit einem Fonds auf EU-Ebene Sinn machen, stellte die französische Europaministerin Laurence Boone klar.

Ihr Ziel sei es, „sicherzustellen, dass diese Mittel nicht von einem einzigen Land vereinnahmt werden, was der Fall sein könnte, wenn wir die staatlichen Beihilfen einfach flexibler gestalten“, erklärte sie am vergangenen Mittwoch (11. Januar) im EU-Ausschuss der französischen Nationalversammlung.

„Um dies zu gewährleisten, werden wir uns für ein europäisches Instrument einsetzen, um die Fragmentierung zu verringern und allen europäischen Ländern die gleichen Bedingungen für Vereinfachung und Finanzierung zu bieten“, fügte sie hinzu.

Ähnlich äußerte sich die italienische Ministerpräsidentin Giorgia Meloni bei einem Treffen mit Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen letzte Woche in Rom.

Sie betonte, dass Italien einer Lockerung der Beihilferegeln nur dann zustimmen würde, wenn dieser von einem „Europäischer Souveränitätsfonds“ begleitet wird, da Deutschland ansonsten unverhältnismäßig stark von einer Lockerung der Beihilferegeln profitieren würde.

Die Bundesregierung hat sich jedoch bisher grundsätzlich gegen eine solche Option ausgesprochen. Nach Plänen des Bundeswirtschaftsministeriums, die dem Handelsblatt zugespielt wurden, ist Berlin gegenüber einer europäischen Antwort äußerst skeptisch. Stattdessen sollten die zusätzlichen Mittel „in erster Linie national aufgebracht werden“, heißt es in dem Dokument.

Bundesfinanzminister Christian Lindner steht einer europäischen Antwort, die eine gemeinsame europäische Verschuldung beinhaltet, besonders kritisch gegenüber.

„Mit einem Souveränitätsfonds darf […] nicht ein neuer Anlauf unternommen werden für gemeinsame europäische Schuldenaufnahme“, sagte Lindner Anfang Dezember. „Das wäre nur die immer gleiche Lösung auf der Suche nach immer neuen Anlässen.“ EA 16