Webgiornale 12-25 aprile 2021

 

1.     Migranti e non solo. Prove di negoziato tra Unione europea e Turchia. 1

2.     Conferenza sul futuro dell'Europa: dal 19 aprile la piattaforma dei cittadini 1

3.     Rapporto di Amnesty International. Ecco come la pandemia è stata usata per attaccare i diritti umani. 1

4.     Rapporto 2021. Diritti umani: Amnesty, “pandemia ha colpito gruppi più oppressi e discriminati, tra cui donne e rifugiati”. 1

5.     Comites: si vota il 3 dicembre. 1

6.     I settant'anni del Corriere d'Italia. 1

7.     UE. Frontex e i dubbi sul rispetto die diritti umani che hanno mobilitato Bruxelles. 1

8.     Battuta d’arresto per il Recovery. Karlsruhe torna a bussare alla porta dell’UE. Guai in vista?. 1

9.     Primavera per il movimento antimafia tedesco. 1

10.  "Germania ha bisogno del lockdown". 1

11.  In Germania somministrazione del vaccino Astra-Zeneca solo agli over 60. 1

12.  Turismo. La proposta dell’Emilia-Romagna alla Germania. 1

13.  Riapertura dello sportello consolare a Saarbrücken. 1

14.  È operativo lo Sportello Consolare a Saarbrücken. Un primo passo verso la decentralizzazione dei servizi consolari. 1

15.  Riunione in videoconferenza del Consiglio delle ACLI Germania. 1

16.  I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo. 1

17.  Il console Franco Giordani lascia Dortmund: il saluto ai connazionali. 1

18.  Battaglia politica in Germania. La lotta al virus mutante e l’autoflagellazione di Angela Merkel. 1

19.  Dottrina militare e strategia politica. Nato e difesa cibernetica: una risposta militare ad attacchi cyber?. 1

20.  Successione ad Angela Merkel. In Germania il quadro politico è in rapido divenire. 1

21.  Il nostro futuro. 1

22.  Commissioni Estero Camera e Senato, Di Maio in audizione sulle linee programmatiche del Maeci. 1

23.  Vita parlamentare. Il Maie cambia ancora, passa al gruppo Misto. 1

24.  Dante, i tedeschi non lo infangano: storia (e bugie) di un blitz inventato. 1

25.  Dante, Shakespeare e Marco Polo: dividere il mondo in buoni e cattivi 1

26.  La crisi. 1

27.  Viminale e Istat firmano un’intesa per l’analisi statistica dei fenomeni migratori. 1

28.  Fino al 20 aprile la selezione degli assistenti di lingua italiana all’estero. 1

29.  Assegno unico e universale per i figli: approvato dal Senato. 1

30.  I tempi della burocrazia. 1

31.  Assegno unico: le criticità per i residenti all’estero. 1

32.  Imprese: una su dieci è guidata da immigrati 1

33.  Come combattere la povertà e vivere tutti meglio. 1

34.  Iss: "Migranti non sono rischio per malattie infettive". 1

35.  Le prospettive. 1

36.  Il reddito di emergenza. La vaccinazione per i rientrati temporaneamente. 1

37.  Autismo. Il progetto riabilitativo Tartaruga. 1

38.  Il tunnel. 1

39.  Lavoro, in un anno perso quasi 1 milione di posti 1

40.  Covid. "Grazie a Germania per ponte aereo pazienti bergamaschi. Amicizia tra i popoli strumento concreto contro pandemia" 1

41.  Il primo Dantedì degli Italiani all’estero. 1

42.  Nuovi orizzonti 1

43.  Su RadioCom.Tv lo spazio #CiaoDa sulle storie degli italiani nel mondo. “Italiani all’estero volano di sviluppo”. 1

44.  Premi e contributi per le traduzioni. Bando 2021. Domande entro il 7 maggio. 1

45.  Le attività e i programmi culturali nelle scuole pubbliche e paritarie all’estero. 1

46.  L’Associazionismo per il pieno coinvolgimento dell’emigrazione italiana nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. 1

47. 

1.     Flüchtlingspolitik. Deutschland muss Vorreiterrolle einnehmen. 1

2.     Ermittlungen gegen Seenotretter. Abhörung von Journalisten empört Italien. 1

3.     Umgang mit von der Leyen führt zu Spannungen zwischen Rom und Ankara. 1

4.     Papst: Nach Pandemie globaler Entwicklungsplan notwendig. 1

5.     Integration-Studie. Strukturelle Probleme und Reformbedarf bei der Polizei 1

6.     EU lockt Erdogan mit Angebot und kritisiert innenpolitische Lage. 1

7.     Fachkräfte-Studie. Wirtschaftsforscher für gesteuerte Einwanderung und spätere Rente. 1

8.     Die Radikalität eines größeren Wir. 1

9.     Hessen. "Es geht doch – aber der politische Wille fehlt!". 1

10.  Globaler Rüstungsboom.. 1

11.  Kampf gegen Rechtsextremismus: Seehofer kritisiert Unionsfraktion. 1

12.  Europa. Wege aus der Sackgasse. 1

13.  Gespräch mit Dagmar Pruin. „Brot für die Welt“- Chefin: Corona zerstört Entwicklungserfolge. 1

14.  Zukunft der Sozialdemokratie. Begrenzte Solidarität. 1

15.  „Der Krieg in Syrien braucht mehr internationale Aufmerksamkeit“. 1

16.  Papst würdigt Dante als „Prophet der Hoffnung“ 1

17.  Corona-Krise: Spende leichter absetzen. 1

18.  Frontex-Chef. Pandemie hat Fluchtursachen verschärft. 1

19.  Grünes Wahlprogramm: Bitte an die Mitte. 1

20.  Rassismus. Menschenrechtler fordern Mentalitätswandel bei Behörden. 1

 

 

 

 

 

 

Migranti e non solo. Prove di negoziato tra Unione europea e Turchia

 

Rule of law e rispetto dei diritti fondamentali: Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, apre così il suo video messaggio su Twitter per dettagliare quanto insieme a Ursula con der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno discusso durante la visita diplomatica di mercoledì 6 aprile con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un incontro configuratosi come una prova di negoziato tra Bruxelles e Ankara e che arriva dopo un anno difficile dei loro rapporti, in particolare per la situazione nel Mediterraneo orientale e a seguito dell’intensificarsi del giro di vite sulle libertà e i diritti civili da parte del governo turco.

Sul tavolo dell’incontro, anche altri dossier fondamentali: l’unione doganale e il commercio, la questione migranti, la de-escalation delle tensioni con la Grecia e Cipro, i “dialoghi di alto livello”, tra cui il contrasto ai cambiamenti climatici, la questione sanitaria e di salute pubblica dettata dalla pandemia da Covid-19, la mobilità delle persone.

L’appuntamento in Turchia era stato annunciato da Barend Leyts, portavoce di Charles Michel, lo scorso 29 marzo, e segue temporalmente il summit virtuale del 25 e 26 marzo tra i 27 leader dell’Ue, durante il quale questi ultimi hanno discusso l’agenda di politica estera dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, sottolineando la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con l’alleato turco. Il ministro degli Affari esteri turco, Mevlüt Çavusoglu, aveva inoltre partecipato al meeting della Nato dello scorso 23-24 marzo sulla strategia Nato 2030.

Unione doganale e commercio

“Siamo venuti in Turchia per dare nuovo slancio alle nostre relazioni”, ha detto von der Leyen, al termine dell’incontro con il capo di Stato turco, concentrandosi sulla cooperazione rafforzata con Ankara. La prima area al centro del dialogo resta quella dei legami economici. Nonostante la profonda crisi finanziaria che sta attraversando la società turca dal 2018 (e che al momento soffre ulteriormente a causa del combinato disposto con la pandemia da Covid-19 e con la lira turca che in soli 6 mesi ha perso il 20% del suo valore), Ankara resta economicamente un partner importante per Bruxelles. Nelle parole di Borrell, l’export turco è pari a 69,8 miliardi del totale europeo e 58,5 miliardi di investimenti sono diretti dai Paesi europei in Turchia.

Ue e Turchia sono inoltre tra loro legate da un’unione doganale dal 1° gennaio 1996, che permette la libera circolazione dei prodotti (beni industriali e prodotti agricoli trasformati) da Paesi terzi a condizione che siano in libera pratica (pagamento di dazi doganali e tasse eventualmente dovuti all’importazione). Nel corso degli ultimi anni, però, si è assistito ad un inasprimento delle politiche di tutela del mercato interno turco, attraverso l’introduzione di dazi aggiuntivi su vari prodotti (dal tessile alla meccanica) originari di Paesi extra Ue. Per l’Unione, dopo la Brexit, l’aggiornamento delle misure dell’unione doganale con la Turchia rappresenta una nuova importante sfida.

Migranti e diritti umani

L’Ue da tempo considera la Turchia come un “gatekeeper” dei rifugiati nella regione. D’altro canto, Ankara non vuole rinunciare ai sostanziosi fondi Ue di contributo per alleviare le condizioni dei quattro milioni di rifugiati siriani. Per l’Ue, quanto definito con Ankara nel 2016 resta valido anche per ciò che riguarda la lotta alla tratta di esseri umani e al contrabbando: dai vertici di Bruxelles, ci si aspetta che Ankara mantenga fede ai suoi impegni, in particolare rispetto alla prevenzione delle partenze irregolari.

Sul fronte dei diritti umani, tuttavia, la recente decisione del governo dell’Akp di abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha destato molte critiche a livello internazionale. Una preoccupazione che Michel ha voluto sottolineare durante la conferenza stampa a conclusione dell’incontro.

Il Mediterraneo e la questione degli Stretti

Accanto agli altri punti discussi, restano comunque aperti ulteriori aspetti del dialogo: la complessa situazione nello scacchiere del Mediterraneo orientale, con il ruolo strategico dell’energia (va ricordato che la Turchia è l’unico Paese del G20 a non aver ancora ratificato gli accordi di Parigi sul clima e che il Paese potrebbe essere importante nella dimensione esterna della strategia europea sull’idrogeno), non si esaurisce nella sola, seppur intricata e conflittuale, questione legata ai rapporti con Cipro e Grecia.

Lo scorso 27 marzo, infatti, Ankara, in base a quanto riferito dal ministro dell’Ambiente Murat Kurum, ha approvato i piani di sviluppo per il Kanal Istanbul, un enorme canale a nord della città, lungo 45km, per cui sono previsti investimenti di 75 miliardi di lire, e che, nelle parole dell’Akp, faciliterà il traffico marittimo sullo stretto del Bosforo, prevenendo incidenti simili a quello sul Canale di Suez. A preoccupare, è il rispetto della Convenzione di Montreux, che dal 1936 regola il traffico attraverso lo Stretto in tempo di pace e di guerra, fondamentale anche per la Russia, per la quale il Bosforo è la porta del Mediterraneo.

In 10, tra ex ammiragli della Marina turca, sono stati arrestati negli ultimi giorni dal governo per aver dichiarato di essere contrari al progetto del nuovo canale. Alessia Chiriatti, AffInt. 7

 

 

 

   

 

 

Conferenza sul futuro dell'Europa: dal 19 aprile la piattaforma dei cittadini

 

Invito ai cittadini europei: "Il futuro è nelle tue mani" - Proseguono i lavori per il lancio della piattaforma digitale della Conferenza, fissato per il 19 aprile. Preparazione di una cerimonia inaugurale il 9 maggio (Festa dell'Europa)

 

Nella riunione di mercoledì, il Comitato esecutivo della Conferenza sul futuro dell'Europa ha continuato i preparativi per il lancio dell’evento.

Il Comitato esecutivo ha approvato la creazione di una piattaforma digitale multilingue che permetterà ai cittadini di tutta l'UE di contribuire alla Conferenza. Ha anche concordato il proprio metodo di lavoro e avanzato i preparativi per l'evento inaugurale durante la Giornata dell'Europa (9 maggio).

 

Dibattito aperto e inclusivo sulla democrazia partecipativa

A partire dal 19 aprile, grazie alla nuova piattaforma digitale multilingue, i cittadini di tutta Europa avranno la possibilità di esprimere le loro opinioni su qualsiasi argomento che considerano importante per il futuro dell'UE. Ciò permetterà ai cittadini - per la prima volta a livello europeo - di proporre le loro idee e commentare le proposte di altre persone, oltre a creare e partecipare ad eventi. La piattaforma sarà l'hub centrale della Conferenza, uno spazio dove raggruppare e condividere tutti i contributi, compresi gli eventi locali, gli incontri dei cittadini e le sedute plenarie.

 

Un sistema sviluppato per la gestione dei feedback raccoglierà e analizzerà i punti principali sollevati, in modo che possano essere presi in considerazione anche durante gli incontri dei cittadini e le plenarie della conferenza. La piattaforma fornirà anche informazioni sulla struttura e il lavoro della Conferenza, così come delle risorse per gli organizzatori di eventi quali un catalogo degli eventi principali dove promuovere le loro iniziative a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. I cittadini potranno facilmente cercare gli eventi a cui desiderano partecipare grazie a una mappa.

 

Dopo la riunione, i co-presidenti del Comitato esecutivo hanno rilasciato delle dichiarazioni.

Guy Verhofstadt (Renew, BE), a nome del Parlamento europeo, ha dichiarato: "Abbiamo bisogno di rendere questa discussione il più vivace possibile, e in tempi di COVID ciò significa sperimentare il più possibile nelle piattaforme digitali. Con questa piattaforma offriamo gli strumenti per dare a tutti la possibilità di impegnarsi attivamente in questo dibattito e faremo in modo che queste idee alimentino l'analisi e le conclusioni della Conferenza. È il loro futuro, quindi è la loro Conferenza".

 

Ana Paula Zacarias, Segretaria di Stato portoghese per gli Affari UE, a nome della Presidenza dell'UE, ha dichiarato: "La piattaforma digitale porterà gli europei nello spazio pubblico. Permetterà loro di esprimere le loro preoccupazioni, di condividere i loro sogni e le loro aspettative e di impegnarsi con i loro rappresentanti. L'Unione ha bisogno del potere dei suoi cittadini perché sia più forte. Questo è un momento decisivo, che ci permetterà di discutere opinioni diverse con franchezza e senza tabù".

Dubravka Šuica, vicepresidente della Commissione per la democrazia e la demografia ha dichiarato: "Il lancio della piattaforma digitale tra dieci giorni fornirà uno spazio unico ai nostri cittadini per partecipare a conversazioni e dibattiti in tutta Europa. Permetterà alle persone di condividere le loro idee, preoccupazioni, speranze e sogni - in tutte le lingue ufficiali dell'UE. Lo slancio sta crescendo e non vedo l'ora di vedere il risultato".

L'hashtag ufficiale della conferenza è #IlFuturoèTuo, un invito per i cittadini europei a contribuire a definire il futuro dell'UE: "Il futuro è nelle tue mani".

 

Evento formale durante la Giornata dell'Europa

Inoltre, il Comitato esecutivo ha compiuto dei progressi significativi riguardo la preparazione di una cerimonia inaugurale della Conferenza, da tenersi il 9 maggio nel corso della Giornata dell'Europa (condizioni sanitarie permettendo). Il Comitato ha poi adottato il proprio metodo di lavoro e ha tenuto una prima discussione sulle regole per la composizione e il lavoro delle sessioni plenarie della Conferenza.

Prossime tappe

Il Comitato esecutivo si riunirà di nuovo il 21 aprile, per finalizzare la discussione sulle regole e per affrontare gli altri aspetti necessari per l'organizzazione della conferenza. Pe 9

 

 

 

 

Rapporto di Amnesty International. Ecco come la pandemia è stata usata per attaccare i diritti umani

 

Nel 2020 la pandemia da Covid-19 si è insinuata in società afflitte da disuguaglianza e discriminazione, allargando solchi e divisioni già esistenti. Ha approfittato di politiche di sanità pubblica colpevolmente inadeguate. La risposta di molti governi non è stata all’altezza della sfida posta dall’emergenza globale e non pochi di loro hanno ne hanno approfittato per introdurre nuove leggi repressive.

Violazioni dei diritti umani hanno continuato a colpire popolazioni civili nei conflitti, minoranze etniche, donne, dissidenti: come in un qualunque anno pre-pandemia. Questi gruppi già vulnerabili hanno subito maggiormente l’impatto devastante della pandemia, a seguito di decenni di politiche discriminatorie decise dai leader mondiali.

Il rapporto 2020-21 di Amnesty International ha evidenziato la già precaria situazione dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti in molti Stati, che in alcuni casi sono stati esclusi da servizi essenziali o abbandonati a loro stessi a causa del rafforzamento dei controlli di frontiera. È inoltre emerso un profondo aumento della violenza di genere e della violenza domestica: a causa delle limitazioni di movimento, molte donne e persone Lgbti hanno incontrato maggiori ostacoli nella ricerca di protezione e sostegno.

Tra i protagonisti di questo ultimo anno ci sono sicuramente gli operatori sanitari e i lavoratori del settore informale, in prima linea nei servizi per salvare vite umane. Mentre gran parte del mondo si fermava, sono state queste persone che hanno lottato e hanno fatto la differenza, insieme a coloro che si i sono presi cura delle persone anziane, ai tecnici e scienziati alla ricerca frenetica dei vaccini e a chi ha lavorato per fornire cibo a tutti.

Anch’essi purtroppo sono stati vittime di anni di leadership dannose e di sistemi sanitari deliberatamente smantellati e di ridicole misure di protezione sociale. Basti pensare che in Bangladesh, a causa del lockdown e del coprifuoco, molti lavoratori del settore informale sono rimasti senza reddito né protezione sociale e che in Nicaragua, nel giro di due settimane del mese di giugno, almeno 16 operatori sanitari sono stati licenziati dopo che avevano denunciato la mancanza dei dispositivi di protezione personale e la risposta inadeguata dello stato alla pandemia.

In molti casi la pandemia è stata usata come arma per attaccare ulteriormente i diritti umani. In Ungheria il governo del primo ministro Viktor Orbán ha modificato il codice penale introducendo pene fino a cinque anni di carcere per “diffusione di informazioni false” sulla pandemia. Nella zona del Golfo Persico, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman hanno usato la pandemia come pretesto per continuare a sopprimere il diritto alla libertà d’espressione, avviando procedimenti penali per “diffusione di notizie false” ai danni di persone che avevano pubblicato sui social media commenti critici nei confronti della risposta sanitaria dei rispettivi governi.

Nelle Filippine, il presidente Rodrigo Duterte ha detto di aver ordinato alla polizia di uccidere chi protestava o chi causava “problemi” durante le misure di quarantena. In Nigeria la brutalità delle forze di sicurezza ha causato morti nel corso delle proteste. Nel Brasile del presidente Jair Bolsonaro, tra gennaio e giugno le forze di polizia hanno ucciso almeno 3181 persone, una media di 17 al giorno.

Alcuni leader hanno strumentalizzato la pandemia per stroncare critiche estranee al virus e commettere ulteriori violazioni dei diritti umani. In India il primo ministro Narendra Modi ha inasprito la repressione contro gli attivisti della società civile, anche attraverso raid nelle abitazioni, con la scusa della lotta al terrorismo. In Cina il governo di Xi Jinping ha proseguito a perseguitare gli uiguri e le altre minoranze musulmane dello Xinjiang e a Hong Kong ha fatto entrare in vigore una legge sulla sicurezza nazionale dai contenuti vaghi e generici per legittimare la repressione politica.

Se si parla di vaccini inoltre, alcuni leader, come ad esempio l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, hanno ostacolato i tentativi di organizzare una ripartenza collettiva, bloccando o pregiudicando la cooperazione internazionale. Hanno fatto scempio della cooperazione globale acquistando buona parte delle forniture mondiali di vaccini, lasciando poco o nulla agli altri. Il governo cinese di Xi Jinping ha censurato e perseguitato gli operatori sanitari e i giornalisti che avevano cercato di lanciare un allarme tempestivo sul virus, sopprimendo così informazioni cruciali.

Il 2020 è stato anche un anno di importanti iniziative di protesta. Le politiche regressive hanno spinto molte persone ad aderire a lotte in corso da lungo tempo: è il caso del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, delle proteste #EndSARS in Nigeria e delle nuove creative forme di protesta come gli scioperi virtuali. E ancora le proteste pubbliche contro la repressione e la disuguaglianza hanno invaso le strade, dalla Bielorussia alla Polonia, dall’Iraq al Cile, da Hong Kong alla Nigeria. Spesso questi difensori dei diritti umani e gli attivisti sono stati d’ispirazione.

Non sono mancate importanti vittorie, soprattutto per quanto riguarda la violenza di genere, come l’adozione di nuove leggi per contrastare la violenza contro le ragazze e le donne in Corea del Sud, Kuwait e Sudan e la decriminalizzazione dell’aborto in Argentina, Corea del Sud e Irlanda del Nord.

Per costruire un futuro in cui le istituzioni incaricate di proteggere il diritto internazionale siano concretamente in grado di prevenire, rispondere e ottenere giustizia per la repressione del dissenso e altri esempi di gravi violazioni dei diritti umani, tutti gli stati dovrebbero rafforzare e offrire il loro pieno sostegno economico ai meccanismi e alle istituzioni sui diritti umani delle Nazioni Unite. Dovrebbero anche stabilire una completa cooperazione con la Corte penale internazionale sui casi aperti ed escludere ogni interferenza politica. Riccardo Noury, AffInt 7

 

 

 

 

Rapporto 2021. Diritti umani: Amnesty, “pandemia ha colpito gruppi più oppressi e discriminati, tra cui donne e rifugiati”

 

“La pandemia da Covid-19 ha messo in evidenza la tremenda eredità costituita da politiche volutamente divisive e distruttive che hanno perpetuato disuguaglianze, discriminazione e oppressione e hanno aperto la strada alla devastazione prodotta dal virus”. È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della presentazione del suo Rapporto 2020-2021, che contiene un’approfondita analisi sulle tendenze globali nel campo dei diritti umani e schede su 149 Stati. Sono stati i gruppi già maggiormente vulnerabili, tra cui le donne e i rifugiati, a subire l’impatto devastante della pandemia, a seguito di decenni di politiche discriminatorie decise dai leader mondiali. Gli operatori sanitari, i lavoratori migranti e quelli attivi nel settore informale sono stati a loro volta trascurati dai sistemi sanitari e da forme di sostegno economico e sociale lacunose. La risposta alla pandemia è stata ulteriormente compromessa da leader che hanno spietatamente sfruttato la crisi e hanno usato il Covid-19 per attaccare i diritti umani. “La pandemia ha brutalmente mostrato e acuito le disuguaglianze all’interno degli Stati e tra gli Stati – ha dichiarato Agnès Callamard, nuova segretaria generale di Amnesty International – e ha evidenziato l’incredibile disprezzo che i nostri leader manifestano per la nostra comune umanità. Decenni di politiche divisive, di misure di austerità errate e di scelte di non investire nelle traballanti strutture pubbliche hanno fatto sì che in tanti finissero per essere facili prede del virus”. Secondo Amnesty “abbiamo di fronte un mondo in preda al caos. Arrivati a questo punto della pandemia, anche i più reticenti tra i leader al potere si troverebbero in difficoltà a negare che i nostri sistemi sociali, politici ed economici sono a pezzi”.

La pandemia è stata utilizzata come un’arma per attaccare ulteriormente i diritti umani. Più del 56% dei 149 Paesi presi in esame ha attuato politiche discriminatorie. È quanto emerge dal rapporto 2020-2021 sui diritti umani, che descrive “un mondo in preda al caos, con i sistemi sociali, politici ed economici a pezzi”. Lo ha ricordato oggi durante la presentazione Emanuele Russo, presidente di Amnesty International Italia. “La situazione in cui il mondo si trova – ha detto – è causata certo dal virus ma anche da decenni di politiche governative divisive e ostili che hanno vilipeso il valore della dignità umana e i diritti umani. La pandemia è solo la cartina di tornasole. Non andrà tutto bene se non saranno prese decisioni drastiche politiche nel gestire la cosa pubblica. Fino ad adesso non c’è un governo che abbia dimostrato di essere eccezionale come la situazione avrebbe richiesto”. “Tutte le ricerche – ha sottolineato Russo – dimostrano che la pandemia è stata utilizzata deliberatamente per limitare la fruizione diritti umani da parte delle popolazioni”. A subirne di più le conseguenze sono stati i i gruppi già marginalizzati, come “donne, rifugiati, migranti, i detenuti” ma anche “gli anziani abbandonati nelle Rsa in Italia”. Il rapporto di Amnesty rivela inoltre “vessazioni da parte del 28% degli Stati nei confronti degli operatori sanitari, che hanno lavorato in condizioni ancora peggiori”. In Nicaragua, ad esempio, almeno 16 operatori sanitari sono stati licenziati dopo che avevano denunciato la mancanza dei dispositivi di protezione personale. Oltre la metà dei Paesi del mondo ha attuato politiche discriminatorie: nelle Filippine, ad esempio il presidente Rodrigo Duterte ha ordinato alla polizia di uccidere chi protestava o chi causava “problemi” durante le misure di quarantena. Nel Brasile del presidente Bolsonaro, tra gennaio e giugno le forze di polizia hanno ucciso almeno 3181 persone, una media di 17 al giorno. In India è stata inasprita la repressione contro gli attivisti della società civile, anche attraverso raid nelle abitazioni, con la scusa della lotta al terrorismo. In Cina il governo ha proseguito a perseguitare gli uiguri e le altre minoranze musulmane del Xinjiang e a Hong Kong ha fatto entrare in vigore una legge sulla sicurezza nazionale per legittimare la repressione politica.

Il conflitto nel Tigray in Etiopia e a Cabo Delgado in Mozambico, le persecuzioni degli uiguri in Cina, le carceri piene di detenuti politici in Egitto, la repressione in Bielorussia, le condanne contro i difensori dei diritti umani in Turchia, il giro di vite contro la società civile in India. E quest’anno il colpo di Stato in Myanmar con oltre 500 vittime tra i manifestanti. Sono solo alcune delle gravi situazioni di violazione dei diritti umani durante il 2020 – “un anno terribile per i diritti umani” – e il 2021 citate nel rapporto di Amnesty International

 

Il volume ha preso in esame 149 Stati. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha citato Patrick Zaki e i suoi 15 mesi e mezzo di detenzione in Egitto, sollecitando di nuovo il governo italiano a convocare l’ambasciatore egiziano per chiederne il “rilascio incondizionato”. “In Egitto ci sono tanti Patrick Zaki – ha detto –, con 1.600 prigionieri di coscienza, condizioni di prigionia terribili e tortura all’ordine del giorno. La situazione dei diritti umani peggiora”. In Israele sono stati uccisi 31 civili, tra cui 9 minori. Nel corso del 2020 nelle Americhe, invece, “330.000 migranti sono stati espulsi dagli Usa verso il Messico, tra cui 13.000 minori non accompagnati – ha ricordato Noury –. Negli Usa la polizia ha ucciso 1.000 persone. In Brasile sono state uccise 3.181 persone tra gennaio e giugno, il 75% erano neri che vivevano nelle favelas”. Sempre nelle Americhe i difensori dei diritti umani uccisi sono stati 264, “l’80% del mondo, di cui 177 solo in Colombia”. Patrizia Caiffa, sir 7

 

 

 

 

Comites: si vota il 3 dicembre

 

ROMA - Si terranno il 3 dicembre 2021 le elezioni per il rinnovo e l’istituzione dei Comitati per gli Italiani all’Estero (Comites). Lo comunica in una nota la Direzione Generale per gli Italiani all’Estero della Farnesina.

Eletti l’ultima volta nel 2015 i Comites restano in carica 5 anni: la straordinaria situazione creata dalla pandemia ha prorogato di un anno il rinnovo previsto nel 2020.

L’indizione delle elezioni verrà formalizzata tre mesi prima (il 3 settembre) con decreto di ciascun Ufficio Consolare.

La data, sottolinea la Dgit, consente di articolare nel più ampio margine di tempo possibile la campagna informativa su ruolo e funzioni dei Comites, nonché sulle modalità e sui tempi per l’esercizio dell’opzione di voto.

Per partecipare alle elezioni dei Comites, infatti, i connazionali devono esercitare il diritto d’opzione, cioè esprimere la volontà di votare.

La data di dicembre, prosegue la Direzione generale, permette inoltre di evitare che adempimenti cruciali, quali la raccolta delle firme per la presentazione delle liste, avvengano nel pieno della stagione estiva.

Obiettivo della Farnesina è quindi facilitare una più ampia partecipazione elettorale, anche delle giovani generazioni: sia esponenti della nuova mobilità che figli, nipoti e pro-nipoti della nostra emigrazione storica. 

 

A “L’Italia con Voi” è intervenuto il Direttore Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci, Luigi Maria Vignali, per parlare del ruolo dei Comites in vista del rinnovo elettorale di questi organismi rappresentativi dei connazionali nel mondo, fissato al 3 dicembre prossimo. I Comites fungono da rappresentanza di base ossia da punto di raccordo tra i cittadini residenti all’estero e la rete diplomatico-consolare. I Comites offrono servizi, promuovono l’integrazione e difendono diritti e interessi dei cittadini; sono inoltre attivi nella promozione della lingua e della cultura italiana, nell’assistenza sociale e scolastica e nella formazione professionale. “I Comites sono la voce delle nostre collettività all’estero ossia il ponte tra i connazionali e le istituzioni, anche quelle locali: attraverso i Comites si possono risolvere problemi e si può tenere viva la memoria delle nostre comunità con un ruolo a tutto tondo anche sulla lingua e la cultura nonché sull’integrazione. I Comites sono un approdo sicuro, in questo senso, come luogo di incontro e scambio di idee oltre che di promozione del nostro Paese all’estero”, ha spiegato Vignali tirando un bilancio positivo sull’attività svolta dai Comites, alla luce soprattutto dell’ultimo anno assai difficile. “I Comites hanno realizzato centinaia di progetti anche di carattere informativo e culturale – ha commentato Vignali ricordando per esempio la recente pubblicazione a fumetti sulla storia degli italiani in Belgio – e in quest’anno di pandemia, in particolare, sono stati realizzati 86 progetti in diversi Paesi del mondo, tra i quali web-radio, attività di sostegno ai connazionali e corsi di riqualificazione professionale: sono stati molto utili e siamo contenti di averli sostenuti anche finanziariamente”. Vignali ha invitato a seguire le informazioni della Farnesina per conoscere meglio i Comites, proprio in vista del rinnovo elettorale; in una seconda fase sarà spiegato nel dettaglio come votare. “Si vota per corrispondenza però bisogna iscriversi preventivamente ossia non si riceve automaticamente la busta per votare: per iscriversi si può andare direttamente in Consolato, si può inviare una mail oppure si potrà procedere tramite il portale Fast-It che è il portale dedicato ai servizi consolari”, ha spiegato Vignali invitando soprattutto i giovani esponenti della nuova mobilità a presentarsi anche come candidati, per affiancare in questo percorso la migrazione più radicata nel tempo ossia quella storica. Si è parlato infine di turismo delle radici. “E’ un progetto veramente importante per il turismo italiano: stiamo per presentare il secondo volume della Guida al turismo delle radici, così come stiamo mettendo in campo dei corsi di formazione per professionisti in questa tipologia di turismo; stiamo inoltre mettendo in rete i Musei dedicati alla storia dell’emigrazione italiana”, ha concluso Vignali. Dip 9

 

 

 

I settant'anni del Corriere d'Italia

 

Una lunga storia che vede la testata nascere e crescere insieme alla comunità italiana in Germania dal dopoguerra ad oggi - di Luciana Mella

 

Sono circa trentamila italiani gli italiani che, al termine del secondo conflitto mondiale, decidono di restare in Germania. Sono soprattutto uomini che non troverebbero più nessuno ad aspettarli a casa, o che magari si sono rifatti una famiglia o che, per essersi compromessi con il regime nazista o della Repubblica di Salò, preferiscono non rientrare in Italia.

Ed è così che nel 1951, su iniziativa di quattro missionari italiani che operano tra Berlino, Colonia, Francoforte e Monaco, nasce il mensile “La Squilla”, che cambierà il nome in “Corriere d’Italia” nel 1963. Una pubblicazione pensata, come spiega Don Aldo Casadei nel suo primo editoriale, datato gennaio 1951, per portare “la voce di Dio della Chiesa” tra i connazionali, che vivono piuttosto isolati e senza contattati: “Li ho visti un po’ dovunque e quante volte ho intuito o letto nei loro occhi la nostalgia di un cielo lontano e di una parola amica (…). La Squilla vorrà essere un mezzo di comunicazione per tutto ciò che può interessare i nostri lavoratori, i nostri commercianti e in genere le famiglie italiane che, spesso distanti dalle sedi consolari, solo di rado o inesattamente vengono a cognizione di ciò che potrebbe essere loro utile”.

Da una tiratura iniziale di 1200 copie mensili, il periodico diventa nel corso degli anni un importante punto di riferimento soprattutto a partire dal 1955. La firma dell’Accordo bilaterale italo-tedesco per il reclutamento e il collocamento della manodopera italiana nella Repubblica federale tedesca porta in Germania sempre più italiani, che diventano una delle comunità straniere più numerose sul suolo tedesco.

Oggi, con una tiratura mensile di 25.000 copie e un sito internet costantemente aggiornato, il Corriere d’Italia continua a mantenere fede alla sua missione informativa e di collegamento tra gli oltre 800.000 italiani residenti. Privilegiando un’informazione di servizio e di approfondimento delle tematiche che più toccano da vicino la comunità italiana, dai servizi consolari a nuove leggi in vigore in Germania, dalla scuola al pagamento delle tasse in Italia, la testata si rivolge sia alla vecchia generazione di migranti, sia alla nuova mobilità, accomunate ancora da un grande bisogno di informarsi in lingua italiana. Radio Colonia 7.4.21

Ascolto al link: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/corriere-italia-100.html

 

 

UE. Frontex e i dubbi sul rispetto die diritti umani che hanno mobilitato Bruxelles

 

A fine gennaio, la Commissione per le libertà civili (Libe) del Parlamento europeo ha deciso di procedere alla costituzione del Frontex Scrutiny Working Group (Fswg). Il gruppo di lavoro, composto da 14 membri (due per gruppo politico), ha lo scopo di esaminare le attività di Frontex (l’agenzia Ue della guardia di frontiera e costiera), soprattutto allo scopo di vagliare il rispetto dei diritti fondamentali durante le sue operazioni, nonché il rispetto dei principi di trasparenza e responsabilità nella gestione dell’agenzia.

La volontà del Parlamento europeo di scrutinare le attività di Frontex risale all’ottobre scorso, quando un report stilato da un consorzio di giornali investigativi, tra cui Bellingcat e Der Spiegel, evidenziò un potenziale coinvolgimento di Frontex in operazioni di pushback (ossia respingimenti di persone) nell’Egeo, al confine marittimo tra Grecia e Turchia.

Questo tipo di azioni non solo rappresentano una violazione di norme internazionali ed europee (come la Convenzione europea per i diritti fondamentali e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951), ma anche un grande rischio per le persone che ne sono soggette. L’inchiesta, mettendo insieme una vasta mole di prove, testimonia come in molti dei respingimenti avvenuti Frontex fosse presente, ed almeno in uno attivamente coinvolto.

L’agenzia che cambia pelle

Queste accuse diventano particolarmente importanti se pensiamo allo sviluppo e al ruolo che Frontex ha assunto a partire dal 2015 per far fronte ai crescenti flussi migratori diretti verso l’Ue. Il suo budget è cresciuto da 100 milioni di euro nel 2014 a 400 milioni l’anno scorso. Inoltre, nel quadro del budget 2021-2027 Frontex riceverà un totale di 5,6 miliardi.

Oltre ad un importante incremento del budget, anche la capacità operativa di Frontex è aumentata. Se inizialmente l’agenzia non disponeva di personale e mezzi propri ma dipendeva dagli asset che le venivano forniti degli stati membri che partecipavano alle sue missioni, oggi Frontex può contare su un personale di quasi 6500 unità, destinato a crescere fino a 10mila unità entro il 2027.

Tuttavia, a questo sviluppo delle capacità di Frontex non ha fatto seguito un parallelo sviluppo delle capacità amministrative dell’agenzia. Frontex dovrebbe infatti avere tre vicedirettori esecutivi, ma al momento non ne ha nessuno; dovrebbe avere 40 ufficiali impegnati a monitorare il rispetto dei diritti fondamentali, ma al momento non ne ha nessuno; dovrebbe avere un alto ufficiale responsabile per la salvaguardia dei diritti fondamentali nelle operazioni dell’agenzia, ma al momento questa figura non è ancora stata implementata.

Per tutte queste ragioni, Frontex non è solamente sotto la lente d’ingrandimento del Parlamento europeo, ma anche dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) e del Mediatore Europeo. A dicembre 2020 l’Olaf si è recato presso l’ufficio del direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e del suo capo gabinetto al fine di indagare sulle accuse inerenti i respingimenti, nonché sugli inadempimenti riguardanti l’aggiornamento dell’amministrazione; inoltre, a novembre 2020, anche l’ufficio del Mediatore europeo ha aperto un’inchiesta per indagare l’efficacia del meccanismo di segnalazione di potenziali violazione di diritti interno a Frontex.

Le reazioni delle istituzioni

Il 10 novembre, la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson ha avuto un meeting con il board di Frontex, atto proprio a discutere delle accuse emerse nel report. A seguito di ciò, una commissione interna è stata aperta dalla stessa Frontex, allo scopo di fare chiarezza sulle accuse. Ciononostante, i membri del Parlamento europeo hanno deciso di procedere comunque con la creazione del FSWG, da una parte sottolineando come sia compito dell’istituxione vagliare le responsabilità delle agenzie europee, dall’altro evidenziando una scarsa fiducia nell’esito dell’inchiesta interna, soprattutto per via dell’assenza di esperti indipendenti.

La questione ha anche messo in luce una differenza di posizioni in seno alla Commissione europea. Il vicepresidente Margaritis Schinas ha infatti preso le difese di Frontex, mentre Johansson ha criticato l’agenzia. Schinas ha sostenuto come Frontex sia uno strumento fondamentale per il successo del Nuovo Patto sulla migrazione e l’Asilo presentato dalla Commissione lo scorso 20 settembre 2020. Pur ammettendo che ci sono delle problematicità nella gestione dell’agenzia, Schinas ha affermato che bisogna evitare di creare una narrativa mirata ad indebolire Frontex in un momento in cui l’agenzia riveste una grande importanza. La commissaria Johansson ha invece enfatizzato la necessità di verificare le accuse il prima possibile, in quanto il lungo periodo di tempo che il processo di verifica sta richiedendo non può che compromettere la reputazione e la fiducia riposta nell’agenzia.

In questo senso, la commissaria ha anche criticato l’operato di Leggeri, sostenendo come non si stia dimostrando in grado di gestire la crescita di Frontex. Questa differenza di approccio è rintracciabile anche nelle due principali famiglie del Parlamento, i popolari del Ppe e i socialisti e democratici dell’S&D. Mentre quest’ultimi sono stati fin da dicembre forti sostenitori della necessità che Leggeri lasciasse il suo posto, rintracciando nella sua gestione la responsabilità della situazione attuale, il Ppe ha adottato una posizione più favorevole a Frontex, riconoscendo la necessità di indagare le accuse ma sostenendo che non è il momento di mettere in dubbio la leadership del direttore esecutivo.

Il calendario dell’Fswg

Quella che emerge è una situazione particolarmente critica, in cui una delle principali agenzie dell’Unione europea, con poteri e budget in pieno sviluppo, a distanza di mesi non è ancora riuscita a chiarire il suo potenziale coinvolgimento (ed il suo eventuale ruolo) in diversi casi di violazione di diritti fondamentali, conducendo dunque ad una crisi di reputazione e credibilità.

L’apertura di un’inchiesta da parte del Parlamento europeo tramite un processo aperto e democratico è un passaggio fondamentale per poter ristabilire la fiducia nell’agenzia, e per garantire il pieno rispetto dei diritti ai confini dell’Unione. Il gruppo di lavoro avrà a disposizione quattro mesi per indagare le accuse, raccogliere tutte le informazioni necessarie e presentare un report con i risultati ottenuti. Il Fswg si riunirà due volte al mese e farà regolarmente rapporto alla Commissione Libe del Parlamento Europeo sugli sviluppi. Alberto Tagliapietra AffInt. 31

 

 

 

     

 

Battuta d’arresto per il Recovery. Karlsruhe torna a bussare alla porta dell’UE. Guai in vista?

 

Non è una novità quella che ora si prospetta. Gli interventi della Corte costituzionale tedesca hanno segnato un serie di snodi del processo di integrazione europea: il Trattato di Maastricht (1993), gli aiuti alla Grecia (2011), la creazione del Meccanismo europeo di stabilità (2012), il programma Omt (2016), il Quantitative Easing (2020).

Ogni volta le pronunce di Karlsruhe hanno suscitato apprensione. Si è temuto che esse potessero assestare un duro colpo ai progressi dell’Europa. Per la verità, questo non si è verificato: sia pure con una serie di distinguo e di riserve – qualche volta anche spiacevoli, come la recente censura alla Corte di giustizia – la Corte tedesca ha finito per dare il via libera alle misure europee contestate.

Ora è di scena la Decisione sulle risorse proprie (Ord) adottata dal Consiglio il 14 dicembre 2020. Inutile richiamare l’importanza di questo provvedimento, che contiene fra l’altro l’autorizzazione alla Commissione di emettere 750 miliardi di debito pubblico europeo. È su questo strumento che si fonda il Next Generation EU (Ngeu), e la sua componente essenziale, la Recovery and Resilience Facility (Rrf), il dispositivo su cui si basano le aspettative di ripresa degli Stati membri, specie dei più deboli (leggi anche l’Italia), per far fronte agli effetti devastanti della pandemia.

La Decisione sulle risorse proprie trova la sua base giuridica nell’art. 311 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue). Questa norma stabilisce, al 1° comma, che l’Unione si dota dei mezzi necessari ai suoi fini; al 2° comma, prevede che il bilancio dell’Unione, fatte salve altre entrate, si finanzia integralmente con risorse proprie; infine, al 3° comma, regola la procedura per l’adozione e l’entrata in vigore della Decisione. In particolare è previsto che non basta l’approvazione unanime del Consiglio, previa consultazione del Parlamento europeo; è necessaria altresì la ratifica di tutti gli Stati membri secondo le rispettive regole interne.

E qui entra in scena la Corte tedesca. La Decisione, completato regolarmente il suo iter europeo (consultazione del Parlamento, approvazione del Consiglio all’unanimità), è passata alla ratifica degli Stati membri. In 16 la hanno già effettuata (compresa l’Italia), e anche in Germania i due rami parlamentari del Bundestag e del Bundesrat si sono pronunciati a favore a larga maggioranza. Mancava solo l’approvazione definitiva del presidente della Repubblica federale, ma questa è stata momentaneamente bloccata dalla decisione dei giudici di Karlsruhe del 26 marzo scorso.

La decisione in discorso trae origine da un ricorso presentato da un folto gruppo di cittadini tedeschi, guidati da Bernd Lucke, un politico ed economista tedesco, già esponente dell’estrema destra di Alternative für Deutschland al Parlamento europeo. Come è noto, il sistema tedesco, diversamente da quello italiano, ammette un accesso diretto dei singoli alla Corte costituzionale. I ricorrenti chiedono che la Corte riconosca l’illegittimità della Ord e ne blocchi in via cautelare la ratifica in Germania.

Su quali argomenti si basi l’impugnativa, non è dato sapere con precisione. Non lo si può desumere dall’ordinanza della Corte, che – in ragione della sua natura – è priva di motivazione. Indicazioni abbastanza fondate si possono tuttavia trarre dalle posizioni assunte da Bernd Lucke in sede parlamentare europea e da quanto riferito da chi probabilmente ha avuto accesso ai testi del ricorso.

A quanto sembra, la Ord è contestata sotto il profilo del mancato rispetto del principio di attribuzione (Ultra-vires Kontrol) e di quello della lesione di fondamentali principi della costituzione tedesca (Verfassungsidentitat Kontrol). Sono due critiche ricorrenti nelle impugnative di atti europei davanti alla Corte.

Nel nostro caso, sotto il primo profilo si lamenta che la Ord sarebbe andata al di là delle attribuzioni conferite dall’art. 311 Tfue.  La ragione viene individuata nel fatto che questa norma autorizzerebbe il Consiglio a decidere unicamente in ordine a risorse proprie. Tali non sarebbero viceversa quelle che derivano dal ricavato di prestiti obbligazionari dell’Unione, da considerarsi risorse altrui. In altre parole, non si dovrebbe fare confusione fra Eigenmittel (consentite) e Fremdenmittel (vietate).

Quanto al secondo profilo, sarebbe compromesso il diritto sovrano del Parlamento tedesco sul bilancio nazionale; questo si troverebbe esposto a passività decise autonomamente dalla Commissione e da cui potrebbero derivare aggravi per i contribuenti tedeschi fino a 750 miliardi di euro. Di qui la lamentata lesione dell’identità costituzionale del Paese.

È bene subito precisare che la decisione della Corte del 26 marzo non prende minimamente in considerazione questi argomenti. Infatti, essa non si pronuncia né sul ricorso principale di costituzionalità (che richiede altri tempi), ma nemmeno sulla richiesta di misura cautelare (einstweiligen Anordnung). Essa adotta un provvedimento da essa stessa qualificato come Hängebescluss. È uno strumento previsto nel sistema tedesco (non mi risulta in quello italiano) in funzione anticipatrice di quello cautelare e finalizzato a non vanificarne gli effetti: una sorta di di pre-pre decisione nel merito.

Non è questa la sede per valutare nel merito le questioni sollevate dai ricorrenti. A prima vista sembrano superabili e, in gran parte, già esaminate e superate (sia pure – lo si è già detto – con qualche riserva) dagli stessi giudici di Karlsruhe. La Commissione europea si è subito dichiarata convinta che la Decisione sulle risorse proprie si avvale di solide basi giuridiche. Bene così: resta il problema dei tempi. La ratifica tedesca è per ora bloccata. Speriamo che anche sotto la pressione dell’opinione pubblica europea la Corte tedesca si pronunci quanto prima e nel senso auspicato. Ne va del tempestivo e tanto atteso avvio degli esborsi di Next Generation EU. Gian Luigi Tosato, AffInt 31

     

 

 

Primavera per il movimento antimafia tedesco

 

Berlino, 21 marzo 2021. Dal 1996, le commemorazioni delle vittime innocenti delle mafie si tengono in Italia ogni anno il 21 marzo, primo giorno di primavera. L’associazione antimafia tedesca mafianeindanke chiede una maggiore attenzione alla questione anche in Germania

Quest’anno in Italia non si terranno sfilate chilometriche con migliaia di manifestanti come negli altri anni, ma il clou della manifestazione avrà comunque luogo: La lettura di più di mille nomi. Ognuno di essi commemora il destino di una vittima innocente delle mafie. Oltre al procuratore antimafia Giovanni Falcone e alla giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, ci sono anche molti nomi sconosciuti – gente comune che si è trovata per caso nel fuoco incrociato della mafia mentre andava a trovare la famiglia o al lavoro. Per far conoscere meglio questa commemorazione in Germania, mafianeindanke pubblica la prima voce di Wikipedia sulla “Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie” in tedesco e italiano il 21 marzo. Contiene la storia della commemorazione e le edizioni passate del giorno della memoria.

La Germania è conosciuta da tempo tra gli esperti come un punto focale della mafia italiana. Da ottobre è in corso a Düsseldorf un maxi processo contro membri tedeschi della ‘Ndrangheta calabrese; secondo uno studio, qui vengono riciclati ogni anno circa 100 miliardi di euro.

Tuttavia, la questione è poco conosciuta dal grande pubblico. Solo a dicembre, un tribunale di Francoforte sul Meno ha stabilito che Giovanni Falcone era tenuto si in grande considerazione in Germania, ma che questo non era un motivo sufficiente per vietare l’uso del suo nome per una pizzeria che pubblicizza allo stesso tempo con foto di film di mafia e un menu con fori di proiettile.  Questo non dovrebbe succedere più in futuro – ecco perché mafianeindanke sta facendo una campagna in Germania per far conoscere meglio il suo nome e quello di tutte le altre vittime innocenti delle mafie.

mafianeindanke e.V. è l’unica associazione tedesca che si concentra esplicitamente sui problemi della criminalità organizzata e si impegna per una società libera senza mafia e crimine organizzato (OC). Dal 2007, l’associazione informa la politica, la società civile e l’economia sulla crescente presenza della mafia e della criminalità organizzata in Germania, e dal 2009 è stata registrata come organizzazione non-profit. CdI aprile

 

 

 

"Germania ha bisogno del lockdown"

 

L'allarme del ministro Spahn, responsabile della Sanità: "Bisogna mettere fine all'ondata in corso". Nel Paese 25.464 nuovi casi e quasi 300 morti in 24 ore

 

In Germania è necessario un nuovo lockdown nazionale per cercare di contenere la diffusione del coronavirus. Lo ha dichiarato il ministro della Sanità Spahn nel corso di una conferenza stampa a Berlino, dicendo che ''abbiamo bisogno di un lockdown per mettere fine all'ondata in corso'' e sottolineando che un coprifuoco notturno è utile a ridurre i contatti.

Nel Paese dove ci sono circa 4.500 pazienti in terapia intensiva, 700 solo la scorsa settimana. ''Se continua così potrebbe essere insostenibile per il nostro sistema sanitario nazionale'', ha detto Spahn.

"Consiglio a tutti di mettere da parte le discussioni di partito, non importa che sia un anno elettorale o meno, e di concentrarci sull'essenziale, la lotta contro la pandemia - ha detto Spahn - Serve un lockdown per interrompere l'attuale ondata" di contagi.

La sede adatta per decidere nuove misure è un tavolo con il governo e i premier dei Laender tedeschi. "Però se qualcuno già non condivide la valutazione della situazione, ovviamente sarà difficile", ha aggiunto, sottolineando come siano molto alti i dati sui contagi, che potrebbero tra l'altro non fotografare la realtà perché durante i giorni di Pasqua sono stati effettuati meno test ed è stato trasmesso un numero inferiore di dati.

"La situazione è molto drammatica" negli ospedali, ha detto Gernot Marx, presidente di Divi, associazione interdisciplinare per le terapie intensive e la medicina d'emergenza da cui chiedono un periodo di chiusura da due a tre settimane. "Ogni giorno conta", ha detto, insistendo sul fatto che si nota un costante aumento di pazienti Covid-19, per la maggior parte di età compresa tra i 40 e i 70 anni.

Nelle ultime 24 ore nel Paese sono stati registrati 25.464 contagi da coronavirus, mentre sono 296 le persone che hanno perso la vita per complicanze Lo ha reso noto il Robert Koch Institute (Rki), l'agenzia incaricata dal governo di Berlino di monitorare l'andamento della pandemia in Germania. Viene così aggiornato a 2.956.316 il numero totale delle persone contagiate, mentre sono 78.003 coloro che hanno perso la vita per complicanze. Adnkronos 9

     

 

 

 

 

In Germania somministrazione del vaccino Astra-Zeneca solo agli over 60

 

Le nuove regole riguardo al vaccino Astra_Zeneca

All’inizio delle vaccinazioni con Astra-Zeneca, che ora ha cambiato nome in Vaxzevria, si era detto che il vaccino, visto la mancanza di dati sull’efficacia, non sarebbe dovuto essere somministrato agli anziani. Ora con i nuovi risultati e con gli effetti collaterali che si sono avuti, cambiano di nuovo le raccomandazioni e cioè solo le persone a partire dai 60 anni possono ricever il vaccino Astra-Zeneca. Non c’è dubbio ora che il tutto freni la campagna di vaccinazione in Germania.

La decisione arriva dopo che l’autorità sanitaria tedesca ha registrato 31 segnalazioni di trombosi su circa 2 milioni e 700.000 dosi già inoculate in tutto il Paese. In nove di questi casi, il paziente è deceduto (sette donne tra i 20 e i 63 anni e due uomini).

Ma cosa succede con le persone che hanno avuto già la prima dose del vaccino Astra-Zeneca?

Coloro che hanno ricevuto la prima dose del vaccino, per ottenere la seconda dose, hanno la possibilità o di farsi consultare dal loro medico curante, ottenendo così informazioni e spiegazioni ben precise e farsi vaccinare a proprio rischio, oppure possono attendere le indicazioni da parte della Commissione permanente per le vaccinazioni, Stiko, che secondo quanto detto, verranno presentate entro la fine di aprile.

Per il ministro della salute tedesco Spahn il tutto è una “battuta di arresto” per la vaccinazione in Germania, ma è fiducioso perché “ora gli over 60 potrebbero essere vaccinati più rapidamente” e che “proteggere gli anziani durante questa terza ondata è molto importante”, in quanto dai risultati si nota che tra gli anziani il vaccino Astra-Zeneca “è molto efficace”. La cancelliera Merkel, dal canto suo ha dichiarato “Tutto questo crea incertezza. Ma l’apertura e la trasparenza sono gli strumenti migliori per affrontare una situazione simile”. ”La fiducia nasce dalla consapevolezza che ogni sospetto, ogni singolo caso, sarà indagato a fondo. I governi federali e statali sono già stati informati. Le nuove regole per l’uso del vaccino di AstraZeneca, naturalmente, avranno conseguenze anche per l’organizzazione della campagna di vaccinazione nel prossimo futuro”.

Intanto Pfizer annuncia che il suo vaccino è sicuro e fortemente protettivo nei bambini a partire dai 12 anni

Un passo verso la possibilità di offrire a questa fascia di età un ritorno a scuola in sicurezza, in autunno: i test sugli oltre duemila giovani volontari statunitensi hanno escluso casi di Covid dopo la doppia dose di vaccino.

Inoltre è stato annunciato anche un aumento della produzione del 25%, per giungere ad una previsione di 2,5 miliardi di dosi nel 2021. “L’obiettivo è rendere disponibili i vaccini per bambini e adolescenti il più rapidamente possibile, se sarà possibile – dice Hanno Kautz, portavoce del ministero della Salute tedesco – ma tutto va revisionato, questo è un primo studio, che deve essere approvato per altre fasce professionali”.

Intanto in Germania è arrivata la terza ondata del coronavirus e molti politici consigliano alla popolazione di restare a casa per Pasqua.

Ma cosa è consentito?

Dopo la confusione sui “giorni di riposo” e l’allontanamento di alcuni Länder dalla risoluzione dello stato federale, molti cittadini sono confusi. Cosa è valido in quale Stato federale a Pasqua? Che dire delle chiusure notturne, dei falò pasquali e posso visitare la famiglia?

Molti Länder hanno pubblicato sui loro siti le regole da seguire in questo lockdown pasquale. In linea generale i politici consigliano di restare a casa, in alcuni Stati è prevista una restrizione per l’uscita notturna dalle 21:00 alle 5:00. Le visite ai famigliari sono ridotte a due nuclei famigliari con un massimo di cinque persone, i bambini sotto i 14 anni non sono inclusi.

Per quanto riguarda i servizi religiosi durante la Pasqua, sono possibili le funzioni con credenti nelle chiese, ma verranno messe a disposizione dei fedeli anche trasmissioni in diretta su Internet e servizi televisivi (preghiamo i lettori di informarsi sui siti del comune di residenza o direttamente presso la chiesa locale o Missione). I concetti di igiene si applicano anche alle funzioni in chiesa. Giovedì santo e sabato rimarranno aperti i negozi di prima necessità e la shopping su appuntamento verrà sostituito di nuovo da “click&collect”. CdI

 

 

 

Turismo. La proposta dell’Emilia-Romagna alla Germania

 

Sole, mare, natura e cibo buono. Sono gli ingredienti base dell’estate 2021 che l’Emilia-Romagna propone ai turisti tedeschi per una vacanza a misura di famiglia da trascorrere in sicurezza sulla Riviera Romagnola, di cui la Regione ha parlato oggi durante la presentazione della campagna di Apt Servizi “Romagna, la Dolce Vita italiana. Niente di più vicino!”.

Con un investimento complessivo pari a 300mila euro, che svilupperà azioni di comunicazione per un valore di oltre 1 milione di euro, la Regione, attraverso Apt Servizi Emilia-Romagna, sta per lanciare una massiccia campagna di comunicazione rivolta al mercato tedesco, uno dei segmenti più interessanti per l’industria turistica della nostra Costa.

Punta quindi sul turismo di prossimità e in particolare sulla Germania, appunto, l’investimento della Regione per rilanciare uno dei settori più duramente colpiti dalla pandemia. Un Paese dove la voglia di vacanza si trova al secondo posto dopo l’acquisto dei prodotti alimentari nella lista delle priorità di consumo, come indica la ricerca “Reiseanalyse 2021” che viene pubblicata ogni anno durante la fiera internazionale turistica ITB di Berlino a inizio marzo.

“Romagna, la Dolce Vita italiana. Niente di più vicino!” è quindi l’invito che sarà rivolto alle famiglie tedesche a partire dal 19 aprile e fino al 16 maggio e, poi dal 28 giugno fino all’11 luglio sui canali della tv nazionale tedesca Pro 7 / Sat 1, in collaborazione con Wetter.com, il più famoso sito di previsioni meteo in Germania che vanta 640 milioni di visitatori l’anno.

La campagna è stata presentata a Bologna, in video conferenza, dall’assessore regionale a Turismo e Commercio, Andrea Corsini, insieme al presidente di Visit Romagna e sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, al direttore di Apt Servizi Emilia-Romagna, Emanuele Burioni e, collegata da remoto, dalla direttrice marketing e promozione Enit, l’Agenzia nazionale del turismo, Maria Elena Rossi.

“I turisti stranieri - ha commentato Andrea Gnassi - hanno voglia di libertà, di mare e di spazi aperti, di sorrisi e di bellezza. Valori che vogliono riconquistare appena la situazione sanitaria lo consentirà. La Romagna è pronta ad accoglierli, i privati sono pronti. Stiamo facendo uno sforzo enorme, anche in questi mesi, per allestire un'offerta turistica unica, straordinaria, del tutto sicura. Torniamo a investire con forza su questi mercati di prossimità, che possono raggiungere le nostre destinazioni facilmente, in auto e in modo sicuro”.

“Vogliamo affermare la Romagna come la prima grande destinazione turistica, vicina, ospitale - ha sottolineato invece Gnassi - e con la massima attenzione a ogni aspetto della cura personale. Noi tutti siamo pronti a dare risposta a questa forte richiesta, per questo riteniamo così importante una campagna di comunicazione potente ed efficace, che ci porti nelle case dei turisti di lingua tedesca. L’attenzione dei media esteri è già molto forte, in queste settimane si moltiplicano i reportage e le trasmissioni televisive che raccontano la Romagna sui media tedeschi: vogliamo rilanciare questa attenzione con una campagna che mira a promuovere quanto di unico offre la Riviera Adriatica”.

Lo spot tv è stato girato in Romagna ad agosto 2020 da Norbert Kneißl, regista berlinese che ha lavorato a produzioni come Bourne Supremacy e Mission Impossible III e ha realizzato spot per clienti quali Siemens, Coca Cola e Sony Music. Protagonista una vera famiglia tedesca - padre, madre e tre figli - proveniente da Monaco di Baviera. Lo spot, in 20 secondi, attraverso una carrellata di vivaci immagini piene di sole, mare, suggestivi panorami e l’immancabile cibo romagnolo, riesce a comunicare l’atmosfera “Dolce Vita style” tipica di una vacanza in Romagna.

La campagna prevede 600 passaggi televisivi su canali tv nazionali (PRO 7, SAT 1, KABEL EINS) e su canali specializzati (SIXX, Sat 1 GOLD, PRO 7 MAXX, Kabel 1 Doku), con una programmazione concentrata sulle fasce orarie più strategiche, dalle 17 alle 20 e dalle 20 alle 23, che garantirà 98 milioni di contatti complessivi, e oltre 1.500 passaggi sulla Web TV di “Wetter.com”.

Pianificata anche una campagna online sul sito di Wetter.com con “traffic driver”, ovvero banner che rimandano ad un’apposita landing page “Adria-Romagna” dedicata all’offerta di vacanza per famiglie, ma non solo.

Oltre 600 pubblicazioni, circa 6 milioni il controvalore complessivo delle uscite sui media tradizionali, web e radiotelevisivi tedeschi a seguito delle attività di Apt Servizi per promuovere nel 2020 l’Emilia-Romagna

Apt Servizi da anni lavora in stretto contatto con le redazioni dei principali media tedeschi, contribuendo alla realizzazione di servizi sull’Emilia-Romagna, in tutte le sue sfaccettature e temi rilevanti, da parte di media print e online, radio e TV.

Nel 2020, il valore complessivo delle uscite in termini di controvalore pubblicitario è stato pari a 4,4 milioni di euro per la carta stampata e di 1,5 milioni di euro sull’online, per un totale di oltre 600 pubblicazioni.

Tra i vari media di lingua tedesca che hanno raccontato la nostra regione nel corso del 2020 a seguito delle attività di pubbliche relazioni dell’ufficio stampa estero, i principali quotidiani Frankfurter Allgemeine Zeitung, Die Welt e Welt am Sonntag, Bild Zeitung e Süddeutsche Zeitung, i settimanali Stern e Der Spiegel, la rivista di viaggi Geo Saison, Essen und Trinken e Der Feinschmecker (enogastronomia), Motorrad Magazin (motori), Schöner Wohnen (architettura e lifestyle).

“Non appena possibile i tedeschi saliranno in auto per raggiungere l’Italia e le nostre spiagge come indicano le ricerche più recenti pubblicate da ITB di Berlino - ha evidenziato ancora Andrea Corsini, assessore al Turismo regionale -. Oggi più che mai puntiamo su servizi a misura di famiglia, per tutti i gusti e tutte le tasche, e per ogni fascia d'età e di popolazione, nella massima sicurezza e nel totale rispetto delle misure igienico-sanitarie. Che restano la priorità assoluta: come emerge anche dalla ricerca Reise Analyse 2021- FUR, il 52% dei tedeschi intervistati si aspetta “misure igienico sanitarie adeguate sul luogo della vacanza” e “nella struttura ricettiva” che li dovrà accogliere”.

“Il dato positivo - ha aggiunto infine - è che la vacanza balneare è in cima alla classifica della tipologia di vacanza per l’estate 2021 e il nostro paese si trova, per la prima volta dopo anni, al secondo posto dopo la Spagna tra le mete preferite. Il 45% degli intervistati vuole viaggiare con la propria auto per raggiungere la meta della vacanza e ‘poter rientrare velocemente dalla vacanza’ in caso di necessità (61%), entrambi elementi che giocano a nostro favore. Sarà inoltre molto importante garantire la massima flessibilità per richieste last minute e disdette in caso di problemi legati al Covid”. (aise/dip 30) 

     

     

 

 

Riapertura dello sportello consolare a Saarbrücken

 

Saarbrücken – Comites/Saar, Intercomites, C.G.I.E e Confsal-Unsa, tutti felici e contenti. Riaperto lo Sportello Consolare - Breve riassunto di un percorso durato sei anni

Era il 2014 quando Iris Lauriola, Segretario nazionale del coordinamento estero del Sindacato Confsal-Unsa, insieme con il Presidente del Comites di Saarbrücken Giovanni Di Rosa e una cinquantina di connazionali, occupava lo sportello Consolare a Saarbrücken per protestare contro la chiusura appena annunciata.

Tra i dimostranti, anche Claudio Micheloni, Senatore del PD eletto nella circoscrizione Europa. Si sfiorò per poco l’intervento della Polizia già parcheggiata sotto all’edificio e pronta a sgomberare i locali senza troppi complimenti, incluso un Senatore della Repubblica Italiana.

La delegazione Lauriola, Micheloni, Di Rosa e Pasquale Marino (Responsabile Confsal per il Saarland), fu subito dopo ricevuta dal sindaco di Saarbrücken Charlotte Britz, la quale aggiunse la sua offerta di ospitare l’Ufficio Consolare in locali gratuiti del municipio a quella già avanzata dalla Governatrice del Saarland, Signora Kramp-Karrenbauer.

All’epoca erano, infatti, tutti convinti che la chiusura dello Sportello consolare a Saarbrücken fosse dettata da motivi di risparmio e che sollevando il Governo italiano dall’onere delle spese di affitto, l’utile ufficio consolare sarebbe potuto restare aperto per i venticinquemila italiani del Saarland.

Questo imponeva la logica comune che però non era la logica del Ministero degli Affari Esteri, esclusivamente preoccupato di allungare la lista delle chiusure per soddisfare le esigenze di risparmio del Governo di allora. Lista lunga, lista buona, anche se senza risparmio alcuno, tra cui fu incluso un ufficio consolare che non provocava alcuna spesa straordinaria per l’Erario.

Il console onorario

Un maldestro tentativo ministeriale di riparare al torto fu realizzato appena un anno dopo con l’impianto a Saarbrücken di un Consolato onorario. Onorario significa non retribuito e coerentemente si comportò il console onorario, un avvocato tedesco, aprendo l’Ufficio appena due volte al mese poiché altro tempo gratuito a favore dei nostri connazionali non ne voleva mettere a disposizione.

In questi sei anni il fegato degli italiani nel Saarland è pressoché scoppiato, soprattutto dopo che il loro console onorario aveva rifiutato il macchinario per il prelievo delle impronte digitali, costringendoli ad attendere una volta al mese la venuta degli impiegati di Francoforte.

I calci alle porte del Consolato Generale a Francoforte (non solo in senso metaforico) contro il Consolato Onorario di Saarbrücken, così avaro di giornate di apertura, non erano più cosa rara.

Le forze attorno alle proteste dei connazionali si consolidavano. Utile alleato, il Coordinamento estero del Sindacato Confsal/Unsa che si batteva per la stessa causa anche se da un’angolatura diversa e cioè la lotta contro la riduzione dei posti di lavoro sulla rete consolare, quale conseguenza della soppressione di oltre trenta uffici, tra cui consolati generali, consolati, agenzie consolari, sportelli consolari e Istituti Italiani di Cultura.

L’Intercomites/ Germania e i consiglieri C.G.I.E. del posto fungevano da megafono, unendosi al concerto con la voce tenorile dei due presidenti Comites di Saarbrücken e di Francoforte.

Il cavallo di battaglia dell’Intercomites Germania, coordinato da Tommaso Conte da Stoccarda, si sintetizzava nello slogan “Meno Consoli e più uffici consolari, per una decentralizzazione definitiva dei servizi”.

La richiesta non è cambiata

In un recente comunicato stampa si legge, infatti: “Il Comites di Saarbrücken, l’Intercomites Germania e il Cgie sono perfettamente coscienti che la creazione di una micro unità consolare a Saarbrücken, forte di appena due impiegati, che al momento erogano tutti quei servizi che implicano la presenza fisica dell’utente, rappresenta un primo passo verso una più vasta e auspicata decentralizzazione dei servizi consolari in presenza e a distanza”.

Comunicati, lettere, incontri e seminari non erano certo mancati nel corso dei sei lunghi anni dalla chiusura. La risposta alla richiesta di riapertura, che poi equivale a “non c’è niente da fare”, è stata in questi anni una sola valida per tutti: È una decisione politica!

Il Senatore Ricardo Merlo

Ed ecco spuntare all’orizzonte del Parlamento Italiano Ricardo Merlo. Grande Ricardo Merlo dalla simpatia travolgente del caballero che ballava il tango nella pubblicità del caffè Paulista, “Carmencita chiudi il gas e vieni via”, ve lo ricordate? Scherzi a parte, Ricardo Merlo ha unito alla simpatia una capacità di concentrazione sui bisogni degli italiani all’estero mai vista dai tempi di Mirko Tremaglia. Il suo obiettivo: riparare gli errori del passato delle chiusure scriteriate dei consolati. Saarbrücken, pertanto, non poteva lasciarlo indifferente. Dal primo colloquio del Senatore Merlo con il Governatore del Saarland, Tobias Hans, alla riapertura dello Sportello Consolare a Saarbrücken sono trascorsi appena otto mesi che, per i ritmi del MAECI, significano la velocità della luce.

Il Senatore Merlo a tutt’oggi non molla e il suo motto è “Avanti Tutta!”, anche se Mario Draghi ha preferito non averlo nella sua squadra di governo (dimenticando peraltro sino ad oggi di conferire a qualcuno la delega per gli italiani all’estero) e pensa alle altre collettività rimaste a bocca asciutta.

Ricardo Merlo: “Dopo la riapertura della sede consolare a Saarbrücken, è necessario, oltre che urgente, riaprire prima possibile lo sportello consolare a Norimberga”.

Questa la storia della riapertura, veniamo ai giorni nostri

Nell’ultima puntata del programma radiofonico sulla rete nazionale tedesca SR, realizzato in collaborazione con il Consolato a Francoforte, “Mezz’Ora Italiana”, abbiamo sentito la filosofia del resuscitato Sportello consolare: “Lo Sportello consolare è stato concepito innanzitutto per evitare ai connazionali la trasferta a Francoforte per alcuni servizi che implicano la presenza fisica dell’utente. Parliamo quindi, in prima linea, del prelievo dei dati biometrici per passaporti e carte d’identità che, ovviamente, non si può effettuare a distanza. Per tutti gli altri servizi consolari, vale la direttiva di sbrigare per posta o per posta elettronica tutto ciò che è possibile richiedere a distanza”.

In sintesi

Per la carta d’identità, registrazione online su www.consfrancoforte.esteri.it, programma “Prenota Online”, e poi si sceglie Saarbrücken come luogo dove rendere i dati biometrici.

Per i passaporti, domanda scritta di rilascio del passaporto che s‘invia allo Sportello Consolare per posta all’indirizzo 66117 Saarbrücken, Am Ludwigsplatz 7, in attesa di essere convocati.

Per gli altri servizi, richiesta di appuntamento per posta elettronica all’indirizzo mail Sportello.saar@esteri.it, o per telefono 0681/ 925 66 66 6 dalle ore 10.00 alle ore 13.00.

Lo sportello consolare riceve quindi solo su appuntamento. CdI/aprile

 

 

 

 

È operativo lo Sportello Consolare a Saarbrücken. Un primo passo verso la decentralizzazione dei servizi consolari

 

Il Consiglio Generale per gli Italiani all’Estero, l’Intercomites/Germania e il Comites/Saar, rendono noto con soddisfazione, che è finalmente operativo il nuovo Sportello Consolare a Saarbrücken, collegato direttamente al Consolato Generale d’Italia a Francoforte sul Meno.

La soddisfazione deriva anche dalla circostanza, che ormai da anni, gli organismi elettivi degli italiani all’estero chiedevano, in ogni occasione e a tutti gli interlocutori dell’Amministrazione consolare italiana, la riapertura di una sede consolare di prossimità a Saarbrücken, ingiustamente soppressa nel 2014.

Ad accogliere le ripetute istanze e gli appelli è stato il Senatore Ricardo Merlo, già Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale nei due governi guidati da Giuseppe Conte.

La sua visita nel Saarland nel mese di luglio dello scorso anno al Governatore del Land, Tobias Hans, ha tracciato l’inizio di un percorso che ha portato all’apertura di un’unità consolare nell’ultima settimana di marzo.

Un raro esempio questo, di “democrazia partecipata dal basso” e di reale filosofia di “sussidiarietà”, che ha visto le entità rappresentative più vicine ai connazionali, come il Comites, l’Intercomites e il CGIE, capaci di far prendere coscienza ai responsabili di Governo, dei problemi reali e oggettivi dell’intera collettività italiana.

Gli organismi elettivi hanno effettivamente saputo raccontare i bisogni della collettività italiana, situata in un ampio territorio e composta da diverse migliaia di cittadini, che qualcuno ha saputo ascoltare.  

La riapertura dell’Ufficio consolare a Saarbrücken, rappresenta altresì un modello che andrebbe auspicabilmente emulato e proposto anche in altri paesi dell’Unione europea, per rimediare alla carenza di organico e di risorse umane, di cui da anni soffre l’amministrazione centrale a Roma.

La collaborazione con le Autorità governative tedesche ha spianato la strada a un progetto innovativo e sostenibile che continuerà nel tempo.

La validità di questo progetto è da ricercare soprattutto nell’abbattimento dei costi e nell’aumento del rendimento dei servizi.

Lo Sportello Consolare occupa, infatti, i locali gratuiti che il Governo regionale del Saarland ha messo a disposizione del Consolato Generale a Francoforte sul Meno.

Un esempio di collaborazione che in Germania e in Europa, non ha precedenti.

Il CGIE e l’Intercomites Germania hanno dialogato e seguito con particolare attenzione gli annunci del Sottosegretario Merlo, propedeutici alla riapertura di sedi consolari in America Latina, a Tenerife, a Manchester, sollecitandolo a inserire nel suo programma anche il recupero della sede di Saarbrücken.

Il Comites di Saarbrücken, l’Intercomites Germania e il CGIE sono perfettamente coscienti che la creazione di una micro unità consolare a Saarbrücken, forte di appena due impiegati, che al momento erogano tutti quei servizi che implicano la presenza fisica dell’utente, rappresenta un primo passo verso una più vasta e auspicata decentralizzazione dei servizi consolari in presenza e a distanza.

Nella nuova sede di Saarbrücken, nel frattempo, si procede al prelievo dei dati biometrici per passaporti e carte d’identità elettroniche, alle autentiche di firme e all’una o altra certificazione.

Questi servizi di prossimità, ritenuti indifferibili sono necessari per evitare agli italiani della Saar lunghi viaggi, a volte di quattrocento chilometri, per raggiungere il Consolato italiano a Francoforte che spesso consistono nella perdita di una giornata di lavoro.  

Nell’ultimo anno, dagli inizi della pandemia da Covid-19, negli uffici consolari italiani in Germania si sono accumulati ritardi nell’erogazione dei servizi, perché con le turnazioni dei funzionari e con le chiusure di diverse sedi, per la sanificazione degli uffici, la rete consolare tedesca è in affanno e molte sedi da anni sono sotto organico.

La riapertura dello sportello consolare a Saarbrücken offre all’Ambasciatore a Berlino di fresca nomina, Armando Varricchio, e ai suoi interlocutori del MAECI, la possibilità per ristrutturare la rete consolare, mirando alla decentralizzazione dei servizi nelle grandi ed estese circoscrizioni consolari, con la creazione di piccole unità di prossimità, vicine ai connazionali e maggiormente sensibili ai loro reali bisogni.  

La semplificazione amministrativa e la digitalizzazione dei servizi introdotti ovunque nella pubblica amministrazione e nel settore privato, con la diffusione del lavoro agile praticato anche in diverse sedi consolari nel mondo, è diventata realtà e rappresenta l’obiettivo al quale punta il ministero della semplificazione e della pubblica amministrazione italiana.

Bisogna sottolineare che questa operazione, concorre anche ad abbattere i costi per l’affitto di immobili e al contenimento della spesa pubblica.

Michele Schiavone (Cgie), Tommaso Conte (Intercomites Germania), Giovanni di Rosa (Comites/Saar) de.it.press

 

 

 

Riunione in videoconferenza del Consiglio delle ACLI Germania

 

Anche la Riunione del Consiglio delle ACLI Germania dello scorso 26 marzo si è svolta in forma di Videoconferenza a causa dell'imperante e perniciosa pandemia, che, con tutte le sue attuali varianti, infesta dall'anno scorso la nostra società, costringendoci a gravi e fastidiose limitazioni, non solo nella vita familiare, ma anche in quella professionale e associativa. Delle situazioni sino a questo momento inimmaginabili, talvolta ad alcuni incomprensibili, come ribadito più volte, nel corso della Conferenza dal Presidente delle ACLI Germania Duilio Zanibellato (B-W), e dagli altri partecipanti, e – non da ultimo – dal Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg, nonché Segretario per l'Organizzazione e le Risorse delle ACLI Germania, Giuseppe Tabbì, che, oltre a organizzare il convegno, lo ha anche moderato.

 

Particolarmente importanti – dovuti soprattutto alle circostanze contingenti – i punti all'ordine del giorno, presentati e discussi nel corso del meeting dai partecipanti, anche se non esaustivamente data l'assenza di vari Consiglieri, non collegati a causa di impegni inderogabili, o di difficoltà tecniche.

 

Aprendo la conferenza, dopo aver salutato i Consiglieri collegati via zoom, il Presidente Zanibellato, al primo punto, ha riferito degli esiti delle varie sessioni del Congresso Nazionale ACLI, a cui ha recentemente partecipato, e in occasione del quale è stata eletta la Presidenza delle ACLI nazionali. E ha continuato con la presentazione del nuovo Presidente Emiliano Mafredonia, dei suoi Vicepresidenti e degli altri Consiglieri, alcuni dei quali già noti come lo stesso Manfredonia, che tra l'altro, dopo la sua elezione, tra ha affermato: "Potere non è un sostantivo, ma un verbo (modale, n.d.a.): poter servire, poter fare..." A questo proposito sia Zanibellato che Tabbì faranno avere a tutti i Consiglieri del materiale relativo ai programmi della nuova Presidenza, magari con qualche notizia sul recente seminario EZA.

 

Sulla situazione del Patronato ACLI in Germania è intervenuta poi Maria Galitelli (NRW), che ha illustrato i problemi legati alle modalità di accoglienza dei connazionali e del disbrigo delle pratiche, talvolta molto dispendioso anche in fatto di tempo, dato l'alto numero di allegati da compilare, che si è dovuta inventare a causa dell'attuale situazione.

 

Anche la relazione del Vicepresidente delle ACLI Germania, Giuseppe Sortino (NRW), che ha ripreso in parte lo stesso tema, è stata interessante.  Sortino, ha ribadito nuovamente il tema delle difficoltà insite nelle comunicazioni a distanza, dovute anche al fatto che certi Enti ospitanti, al momento attuale, non sono più disposti a concedere i locali per l'accoglienza, a causa dei pericoli dovuti a eventuali assembramenti. Interessanti anche diverse notizie da parte di  Norbert Kreuzkamp, che ha illustrato diversi eventi ai quali ha preso parte e interventi da lui effettuati in seno alla Selbsthilfewerk delle ACLI.

 

Per ciò che riguarda il tesseramento 2021 ha preso la parola Giuseppe Tabbì, che oltre a comunicare i cambiamenti che avranno luogo a Stoccarda in seguito al suo pensionamento, ha chiesto a presenti se avessero già ricevuto i tesserini per la stampa delle tessere per il 2021.

 

A questo proposito è intervenuto Fernando Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, anche a nome del Presidente Carmine Macaluso e della Vicepresidente Patrizia Mariotti, impossibilitati a partecipare alla conferenza, insieme ad altri consiglieri. Grasso ha ribadito quanto espresso già in precedenti occasioni: è assolutamente necessario che chi ha elaborato il programma per la stampa delle tessere 2021 produca una videoguida atta a facilitare il lavoro di stampa. Sia Tabbì che altri presenti hanno approvato quanto espresso da Grasso, e hanno promesso il loro interessamento al riguardo.

 

Grasso, riferendo della situazione del suo ufficio a Kempten, ha illustrato brevemente, dato che lo aveva fatto nella precedente videoconferenza,  la situazione più che soddisfacente degli ambienti del KAB in cui egli opera e, riprendendo il tema della stampa, ha comunicato che il  Circolo ACLI di Kempten, ha affrontato una notevole spesa per fornire  l'Ufficio Multifunzionale – da lui utilizzato in qualità di Corrispondente Consolare di zona, di Presidente del Circolo locale e di sostegno al Patronato ACLI di Monaco – di un modernissimo computer da tavolo collegato in entrata e uscita con la rete interna degli uffici, che, una volta ricevuto un tutorial per la stampa delle nuove tessere, sarà in grado di stamparle agevolmente, e - soprattutto - lo metterà in grado di aggiornare i dati dei soci e di  inviarli all'archivio centrale. Al termine del suo intervento Grasso ha pure ricordato agli amici collegati di visitare il Sito delle ACLI Baviera e il suo Sito principale per leggervi questo articolo e le ultime novità destinate ai visitatori dei siti e gli auguri di Pasqua, che, comunque, egli invia sempre in occasione delle festività ai tutti i contatti in suo possesso.

 

Dal canto suo anche Tabbì, a proposito delle comunicazioni destinate ai Connazionali, non ha mancato di ricordare – come fatto in altre occasioni – un giornalino periodico che viene distribuito ai Connazionali della zona. Il tutto anche alla luce dei nuovi, continui, arrivi dall'Italia: connazionali forniti, spesso, di lauree e diplomi, diversi dai Gastarbeiter di alcuni decenni fa, in cui le Missioni, i Circoli ACLI, e altre Associazioni erano le spiagge a cui approdavano gli italiani di allora, la maggior parte dei quali senza arte né parte, e, spesso, privi d'istruzione. Tutti luoghi che – a causa delle restrizioni attuali – rimangono, di questi tempi, spesso, inaccessibili ai richiedenti, come confermato più volte durante la riunione dai Consiglieri collegati.

 

Esauriti questi punti, anche se sarà necessaria una successiva riunione, come ha ricordato più volte il Presidente – che auspica una più nutrita "presenza" in occasione di un prossimo collegamento, la videoconferenza, iniziata alle 18:30, è terminata infine poco prima delle 21:00, dopo un reciproco scambio di auguri per le imminenti celebrazioni pasquali. Fernando Grasso, de.it.press

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

08.04.2021. Una legge a tutela dei più deboli

Rimandato ancora il dibattito in Senato del disegno di legge Zan, contro i reati di omo-, bi-, lesbo- e transfobia, misoginia e abilismo. Aumentano intanto le voci a favore nella società italiana. Ne parliamo con la scrittrice Michela Murgia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ddl-zan-100.html

 

Intercettazioni senza fondamento. 30mila pagine di intercettazioni sull’immigrazione e sul lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Coinvolti anche giornalisti senza alcuna ipotesi di reato a carico. È bufera sulla procura di Trapani. Ne parliamo con Nello Scavo, uno dei giornalisti intercettati.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/intercettazioni-giornalisti-100.html

 

07.04.2021. Vaccinarsi dal medico di base

Dal 6 aprile 2021 anche i medici di base possono vaccinare contro il Coronavirus nei loro ambulatori. L’obiettivo è quello di accelerare in maniera consistente la campagna vaccinale che, anche in Germania, procede a tentoni. Ai microfoni di Radio Colonia ne parla Giulio Galoppo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/medici-base-vaccino-100.html

 

Via le grandi navi da Venezia. Dopo anni di proteste il governo ha approvato il piano che prevede l’allontanamento delle grandi navi dal centro storico di Venezia. Ne parliamo con Tommaso Cacciari del comitato No grandi navi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/venezia-100.html 

 

I settant'anni del Corriere d'Italia. Una lunga storia che vede la testata nascere e crescere insieme alla comunità italiana in Germania dal dopoguerra ad oggi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/corriere-italia-100.html

 

06.04.2021. Lockdown-ponte

È la proposta del ministro-presidente del Nordreno-Vestfalia Armin Laschet per riportare l’incidenza del Coronavirus sotto quota 100. Da oggi in Germania partono le vaccinazioni negli ambulatori medici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lockdown-ponte-100.html 

 

Turismo vaccinale. Le vacanze quest’anno si fanno nei centri vaccinali all’estero. Pacchetti “all inclusive” e tour operators specializzati, tutto è pronto per i viaggi a caccia dell’appuntamento per la vaccinazione più valoce. Da Dubai al Texas, dalla Russia alla Serbia. Il servizio è di Giulio Galoppo

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/impf-tourismus-100.html 

 

01.04.2021. Spionaggio russo in Italia: perché?

Alta tensione diplomatica tra Italia e Russia per un sospetto caso di spionaggio. Ma cosa lega Italia e Russia? Ai nostri microfoni l'analisi del consigliere scientifico della rivista di geopolitica Limes, Germano Dottori.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spionaggio-russia-italia-100.html 

 

Dopo Pasqua ripartono le vaccinazioni. In Germania i medici anestesisti e d’urgenza lanciano l'allarme: si teme un aumento dei ricoverati Covid e molti reparti sono quasi al limite. Dopo il caos sul vaccino anglosvedese, il Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier si vaccina con Astrazeneca.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pasqua-ger-covid-100.html 

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania 

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì- Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-576.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

Seguici. Ascoltaci in streaming alle 18 e alle 21

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html

Ascoltaci alla radio alle 21 su COSMO e sul satellite ASTRA

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/frequenze-radio-colonia-100.html

Scarica il podcast o ascolta le ultime trasmissioni integrali

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/livestream-radio-colonia-100.html

 

31.03.2021. AstraZeneca per gli over 60. Lo ha stabilito il ministero della Sanità ed il governo federale In Germania il preparato anglo-svedese avrebbe provocato 9 morti per trombosi cerebrale su 2, 2 milioni di somministrazioni. Vincenzo Savignano ci spiega le motivazioni della decisione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/astra-zeneca-kg-100.html

 

Sulla via di Bruxelles. Intervista a Matteo Salvini sulla sua posizione nei confronti dell’Europa e sul ruolo della Lega nel governo Draghi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/salvini-collaci-100.html

 

30.03.2021. Obbligo test per chi viaggia in aereo. Viaggiare all’estero non è vietato, ma aumentano le misure per scoraggiare i viaggiatori. Per chi arriva in Germania, da oggi, prima di salire in aereo è d’obbligo un test negativo. Ma come funziona? E quali regole valgono? Il punto di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/obbligo-test-viaggi-aereo-100.html

 

Nuove regole per le lobby. Dopo lo scandalo mascherine che ha travolto l'Unione Cdu/Csu, il Bundestag ha accelerato l'iter di approvazione per regolare meglio le attività di lobby nei parlamenti federale e regionali in Germania. Vincenzo Savignano spiega quali sono le novità della legge.                                           

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lobby-germania-100.html

 

29.03.2021. Il monito di Merkel 

La cancelliera critica l’operato di alcuni governatori e le troppe consultazioni governo-Länder a cui non fanno seguito misure comuni contro la pandemia. Nel Nordreno-Vestfalia e a Berlino da oggi entrano in vigore nuove misure.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/monito-merkel-corona-100.html

 

Come funziona la «Luca-App»? La app sponsorizzata dalla band hip-hop «Fanta-Vier» piace sempre di più ai Länder, che la vogliono adottare per riaprire in sicurezza musei, teatri, ristoranti e recuperare così la vita sociale persa durante la pandemia. Cristina Giordano spiega vantaggi e svantaggi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/luca-app-106.html

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-572.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html RC/de.it.press 

 

 

 

 

Il console Franco Giordani lascia Dortmund: il saluto ai connazionali

 

Dortmund. “Care/i connazionali, il prossimo 6 aprile lascerò il Consolato di Dortmund per assumere presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e poi, subito dopo, partire per una nuova Sede. Sono passati oltre 4 anni dalla mia nomina a Console d’Italia in Dortmund (Ottobre 2016), un periodo intenso e difficile, percorso insieme a tutti Voi, risultato essere una splendida ed indimenticabile esperienza umana ancorché professionale”. Inizia così il breve messaggio con cui il console Franco Giordani si congeda dalla collettività italiana a Dortmund.

“Alla comunità della nostra Circoscrizione Consolare – sottolinea – è unanimemente riconosciuto il sacrificio e l’impegno quotidiano grazie al quale è stato possibile contribuire, in maniera determinante, allo sviluppo del Paese ospitante e, nel contempo, rafforzando ulteriormente le già ottime relazioni tra Italia e Germania. Nel lasciare Dortmund invio a tutte/i Voi un caloroso saluto ed un virtuale abbraccio, ringraziandoVi di cuore per averci garantito il Vostro continuo sostegno”.

“Con la speranza di averVi fatto sentire non ospiti ma parte integrante e determinante del nostro Consolato, - conclude il Console – invio a Voi ed alle Vostre famiglie i mie più sinceri auguri di ogni bene”. (dip 27) 

 

 

 

 

Battaglia politica in Germania. La lotta al virus mutante e l’autoflagellazione di Angela Merkel

 

L’autocritica pronunciata il 24 marzo dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel revocare la decisione, presa appena due giorni prima, di imporre al Paese cinque giorni di draconiana chiusura intorno a Pasqua è stato un gesto clamoroso, inaspettato. Ma l’errore di cui si è accusata, assumendosene la responsabilità esclusiva e chiedendo addirittura perdono a tutti i cittadini, è stato davvero tale?

Da tempo, di fronte alla crescita dei contagi e dei ricoveri, la cancelliera aveva avvertito che si sarebbe dovuto tirare il “freno di emergenza”. Le vacanze di Pasqua, mettendo in moto viaggi, visite e feste familiari, rischiavano di provocare una fiammata. Medici e scienziati raccomandavano una brusca frenata, chiedendo alla popolazione di restare a casa per cinque giorni: un sacrificio ritenuto sopportabile, nella prospettiva di una distensione in estate grazie alla prevista accelerazione delle vaccinazioni.

Non era stato facile convincere alcuni dei Ministerpräsidenten (i governatori) delle Regioni, soprattutto di quelle in cui il tasso di incidenza è ancora fra 50 e 100, circa un terzo o un quarto di quello italiano. Ma alle loro perplessità si è aggiunto un moto di insofferenza di molti cittadini e di esasperazione di commercianti e ristoratori. I mezzi di informazione hanno criticato assai severamente l’adozione di una misura eccezionale con breve preavviso (in realtà 10 giorni), causando danni economici a ristoranti, alberghi e negozi che si erano già riforniti di merce deperibile. E hanno sollevato dubbi sulla legittimità, pur in situazioni di emergenza, di provvedimenti limitativi delle libertà fondamentali, in assenza di apposite leggi.

Molti parlamentari della Cdu, il partito di Merkel, hanno fatto proprie quelle critiche per arrestare la perdita di consensi evidenziata dai sondaggi. Lo stesso Armin Laschet, delfino della cancelliera divenuto presidente della Cdu a gennaio, si è dissociato.

L’autocritica

Come durante la cosiddetta crisi migratoria del 2015, Angela Merkel ha fatto una scelta eticamente giusta (salvare vite) ma politicamente dannosa. Con una differenza: allora fu una spettacolare apertura, sei anni dopo ha tentato una drastica chiusura. Questa volta, non essendo più all’apice della popolarità, non ha avuto la forza di tenere la barra dritta in mezzo alla tempesta. Ha fatto marcia indietro, anche per non portare acqua al mulino dell’estrema destra dell’AfD. E per risparmiare al suo partito, e ai suoi ministri, l’accusa di una gestione caotica, si è presa tutta la (presunta) colpa.

L’andamento del contagio nelle prossime settimane – o meglio, il grado di occupazione delle unità di terapia intensiva -, ci dirà se è veramente stato un grave errore adottare quella rigorosa misura cautelare, ora revocata. Il principale argomento di chi vi si è opposto è che i numeri in Germania sono ancora contenuti se paragonati con i Paesi vicini. Il tasso di incidenza a 14 giorni (195) è circa il 35% di quello francese o italiano, il 15% di quello ceco.

In Austria tale tasso è oltre il doppio di quello tedesco, a Vienna è quasi il triplo. In vari ospedali i reparti di rianimazione hanno raggiunto il livello di saturazione, e si è affacciato lo spettro del “triage” (selezione dei salvabili). Nelle regioni nord-orientali, compresa Vienna, verrà imposto un lockdown duro dal 1° al 6 aprile, analogo a quello inizialmente disposto in Germania; dopodiché si tornerà al lockdown parziale per almeno altre 2-3 settimane, senza escludere nuovi giri di vite.

Il nodo delle varianti

Resta da chiarire come mai a Berlino si sia più allarmisti che in Paesi con indici di contagio più alti e/o disponibilità di reparti di rianimazione molto più ridotte. Evidentemente questi ultimi ritengono di poter contrastare la terza ondata come le precedenti, estendendo l’uso dei metodi classici (mascherine, distanziamento, smart working), mentre in Germania si teme che venga sottovalutato il salto qualitativo compiuto dal virus con la diffusione della variante “inglese”. Fra l’altro questa aumenterebbe sensibilmente la percentuale dei ricoverati che finiscono in terapia intensiva. Secondo la cancelliera, con l’avvento delle mutazioni del virus siamo in una “nuova pandemia”.

Se, come appare plausibile, per effetto della variante inglese (e forse delle ancor più temibili sudafricana e brasiliana) la situazione negli ospedali andrà peggiorando fino a quando una parte importante della popolazione sarà vaccinata, nei prossimi 2-3 mesi sarà inevitabile adottare misure più drastiche e si dovrà riconoscere che Angela Merkel aveva ragione, anzi che ha sbagliato ad accusarsi con tanta enfasi di aver sbagliato.

Il senso del compromesso

Il 28 marzo, intervistata in tv da Anne Will, la cancelliera ha chiarito che il passo indietro non significa una rinuncia a tirare il “freno di emergenza”: è dunque stata una ritirata tattica decisa perché “la politica esige a volte dei compromessi”. Ora attende un soprassalto di senso di responsabilità da parte di quei presidenti di Länder che ancora credono di poter combattere il virus mutato con i metodi che andavano bene per il Covid originario (mascherine e test). In caso contrario bisognerà rafforzare i poteri del governo centrale emendando la legge anti-pandemia (ma anche qui occorrerebbe convincere i Länder per avere l’assenso del Bundesrat, la Camera delle Regioni).

Merkel non ha nascosto la sua disapprovazione verso quei Ministerpräsidenten (anche Cdu) che sono restii a imporre nuove restrizioni, o addirittura inclini a prospettare allentamenti mentre gli indici dei contagi e ricoveri salgono. Compreso Laschet, a capo del Land più popoloso (18 milioni), il Nord-Reno-Vestfalia. Sempre domenica sera, il presidente della Baviera e leader del partito-fratello della Cdu, la Csu, Markus Söder, da sempre paladino della politica del rigore nella lotta al virus, ha espresso pieno sostegno alla linea di Angela Merkel e auspicato il rafforzamento delle competenze federali in questa materia. Si delinea sempre più l’ipotesi di una sua candidatura alla successione della Merkel, in concorrenza con il meno incisivo Laschet. Francesco Bascone, AffInt 29.3.

 

 

 

 

Dottrina militare e strategia politica. Nato e difesa cibernetica: una risposta militare ad attacchi cyber? 

 

“La cyber defence è parte della difesa collettiva Nato. La Nato ha chiarito che un grave attacco cyber può portare all’invocazione dell’articolo 5 del Trattato di Washington”. Questo uno dei passaggi più significativi dell’ultimo rapporto sullo stato e le attività dell’Alleanza presentato dal Segretario generale Jens Stoltemberg il 16 marzo. 

L’approccio dell’Alleanza Atlantica verso la cyber defence si è evoluto in modo significativo negli ultimi 15 anni, elevandone l’importanza. Gli alleati hanno infatti stabilito che un attacco cibernetico può arrivare a causare danni paragonabili a quelli di un attacco armato, e quindi diventare un caso di difesa collettiva. Nel Vertice di Varsavia del 2016 la Nato ha inoltre elevato lo spazio cibernetico a dominio operativo, equiparandolo agli altri domini militari convenzionali. Il summit ha visto anche la firma del Cyber DefencePledge per migliorare le capacità nazionali di difesa e resilienza rispetto ad un attacco cyber. 

Ne uccide più il mouse che la spada?

Come sottolineato da un recente studio IAI per il Parlamento italiano, uno dei problemi principali della difesa cibernetica è la difficoltà nel distinguere una situazione di pace da una di crisi o di conflitto, data la capacità dell’attaccante di nascondere la paternità degli attacchi condotti – o addirittura l’evento stesso. Una caratteristica purtroppo sempre più diffusa in un quadro strategico internazionale che vede una sorta di permanente “guerra in tempo di pace”.

Di fronte a questa situazione, che ha visto anche il moltiplicarsi di attacchi cibernetici durante la prima ondata di Covid-19, nel 2020 il Consiglio Nord Atlantico ha riaffermato che i Paesi membri sono determinati a usare non solo capacità cyber ma anche aeree, marittime o terrestri per dissuadere un attacco cibernetico, difendersi da esso e contrastarlo, considerando quindi tutti i domini operativi in modo integrato ai fini della deterrenza e difesa.

Una dichiarazione forte e ambiziosa, volta a scoraggiare attacchi cibernetici di gravità tale da innescare una risposta militare convenzionale, ma che se testata da avversari con una forte propensione al rischio rappresenta un escalation notevole dal campo virtuale a quello reale, con tutte le conseguenze del caso quanto a potenziali vittime.  

Operazioni strettamente difensive…

A livello operativo, nel 2019 all’interno del comando militare integrato alleato è stato creato un Cyberspace Operations Centre (CyOC) responsabile delle operazioni cyber Nato, a supporto dei comandi operativi soprattutto nel monitorare il cyberspace e coordinare le operazioni in questo dominio con quelle nel mondo reale. Il CyOC potrebbe aprire la strada alla futura costituzione di un comando Nato per le operazioni cibernetiche al pari dei comandi operanti nel domino aereo, marittimo e terrestre. Ma è un percorso che richiederà tempo e la volontà di superare ostacoli di diversa natura, non ultima la difficoltà di reclutare e mantenere in servizio personale altamente qualificato che troverebbe probabilmente un impiego più remunerativo nel settore privato. 

La Nato Communications and Information Agency (Ncia), istituita nel 2012, fornisce molte delle capacità necessarie alle strutture dell’Alleanza in termini di cyber defence. Proprio la Ncia ha rinnovato nel 2019 il contratto in vigore dal 2012 con Leonardo per i servizi di protezione informatica per l’Alleanza. In aggiunta, i Nato Cyber Rapid Reaction Teams sono a disposizione per essere prontamente impiegati a sostegno di Paesi membri vittime di attacchi cyber. 

Nel complesso, il focus operativo dell’alleanza è sulla protezione dei propri network, in una prospettiva fortemente difensiva e reattiva. Un perimetro ben definito e limitato, nella piena osservanza del diritto internazionale anche nel campo cibernetico, che è complementare rispetto al più ampio approccio Nato su Emerging Disruptive Technologies come intelligenza artificiale e big data.  

…e uno scambio di informazioni difficile

Le strutture Nato permettono agli alleati di scambiare informazioni tecniche sulle minacce cyber, inclusi degli indicatori che possono fornire indizi sulla natura degli attacchi. Tale scambio resta tuttavia delicato, complicato e politicamente sensibile, in modo simile a quanto accade con l’intelligence, con conseguenze negative sulla capacità di contenimento e contrasto della minaccia.

Cruciale è la costruzione nel tempo di un rapporto di fiducia tra la comunità di addetti ai lavori, anche sull’uso che si farà dell’informazione condivisa. 

Le differenze tra i Paesi membri

Si registrano comunque progressi nella cooperazione tra gli Stati membri più attivi nel campo cibernetico. Dal 2019 Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Danimarca ed Estonia hanno concordato una cornice Nato nella quale integrare contributi volontari in termini di operazioni difensive e offensive – contributi che restano in ogni caso sotto il pieno controllo e responsabilità del singolo Paese membro.

Paesi che, nel caso americano, britannico e francese, considerano senza soluzione di continuità le operazioni difensive e offensive nel campo cibernetico, attuando concetti come “difesa attiva” più aggressivi dell’approccio seguito finora dalla Nato. Quest’ultimo si è consolidato negli ultimi anni e probabilmente evolverà in linea con le caratteristiche intrinseche di un’alleanza politico-militare di natura difensiva.

Ovvero, non certo nella direzione “combat” degli agenti incaricati di combattere il terrorismo cibernetico nel manga Ghost in the Shell, capostipite già a fine anni ’80 del cyberpunk nipponico.  Alessandro Marrone, AffInt 22.3.

 

 

 

 

Successione ad Angela Merkel. In Germania il quadro politico è in rapido divenire

 

I recenti risultati elettorali in due Länder importanti – Baden Württemberg e Renania-Palatinato – accendono i riflettori su un quadro politico tedesco in profondo cambiamento. Fino a questo momento, infatti, l’attenzione, soprattutto degli osservatori internazionali, si era appuntata sulla conclusione del cancellierato di Angela Merkel e sulla successione alla guida del partito, la Cdu. Il fatto che Armin Laschet, la figura maggiormente in linea di continuità con Merkel, abbia avuto la meglio alla testa dei cristiano-democratici ha portato a pensare che il processo di transizione sarebbe stato relativamente tranquillo.

In questi ultimi tempi, invece, la Cdu è stata scossa da una serie di vicende, a partire dallo scandalo mascherine che ha portato alle dimissioni di alcuni parlamentari e ha scatenato una rincorsa alla dichiarazione di estraneità ai fatti da parte di molti altri che certamente non ha giovato al partito, costringendo a un inatteso “onere della prova” che si è riverberato sul gradimento politico. La situazione è stata certamente aggravata dall’andamento della pandemia che vede anche la Germania, un tempo modello per gli altri Paesi, alle prese con ulteriori misure di contenimento e di limitazione delle attività prorogate fino al 18 aprile.

Laschet o Söder

Su questa situazione si è innestato il voto regionale che ha certificato una difficoltà del partito cristiano-democratico. In realtà, nei due Länder Verdi e socialdemocratici dell’Spd avevano già un ruolo di leadership o comunque di primo piano; la congiuntura politica ha di fatto precluso alla Cdu quell’affermazione che molti vedevano come possibile.

È però innegabile che questa cattiva performance complichi l’avanzata di Laschet verso la candidatura alla cancelleria federale alle elezioni del 26 settembre e rilanci, d’altra parte, la figura del governatore bavarese, Markus Söder, leader della gemellata Csu. Quest’ultimo sconta certamente il fatto di essere espressione di una realtà provinciale come quella bavarese, ma ha dalla sua l’essere stato meno toccato dalle ultime vicende.

Le carte dei Verdi

Al di là degli equilibri interni alla Cdu/Csu, quello che i recenti eventi ci indicano è che vi sono sviluppi che riguardano anche gli altri partiti tedeschi e che possono prefigurare nuovi scenari alternativi. La sorpresa sono, senza dubbio, dai Verdi. I Grünen sono ampiamente rappresentati e governano in una serie di Länder molto importanti: forti anche di una tradizione politica quarantennale, hanno in questi anni ulteriormente accentuato la loro capacità di intervenire puntualmente sui dossier più rilevanti della loro agenda, mostrandosi capaci di incidere sui processi legislativi delle regioni in cui governano.

Il consenso crescente apre loro – e non è la prima volta – prospettive di governo. Di partecipazione dei Verdi al governo si è parlato sia nel 2005 sia nel 2017. A precludere, in entrambi i casi, la costituzione di una Jamaika-Koalition (dai colori della bandiera caraibica: nero della Cdu/Csu, giallo dei liberali dell’Fdp e verde) è stata la decisione degli stessi Grünen non di accettare compromessi che avrebbero posto in discussione alcuni assunti fondamentali del loro programma.

Le debolezze di Spd e Fdp

Questa volta, però, la situazione potrebbe essere diversa a causa degli sviluppi in corso negli altri due partiti principali: socialdemocratici e liberali. L’Spd stenta ancora ad uscire da quella crisi che la affligge oramai da anni e che non è del tutto attribuibile alla capacità della cancelliera uscente di occupare lo spazio politico tradizionalmente appannaggio della socialdemocrazia. Ma proprio da un’Spd debole potrebbe partire un’alleanza che includerebbe non solo i Verdi ma anche un altro partito in transizione, quello dei liberali.

L’Fdp rappresenta, nella storia del sistema politico tedesco, un partito che ha partecipato a coalizioni sia con i cristiano-democratici sia con i socialdemocratici. Secondo diversi analisti, la possibilità di un allineamento tra Spd, Verdi e liberali sarebbe improbabile, vista la difficoltà di conciliare le posizioni posizione degli ultimi due partiti (ideologicamente impegnati nella transizione ecologica i primi, ancorati ancora a una visione industrialista liberale i secondi).

Chi governerà a Berlino?

Secondo questa interpretazione le soluzioni, in caso di una contrazione dell’Spd e di una crescita dei Verdi, potrebbero essere due: una più ecumenica Kenia-Koalition che confermi l’asse Cdu/Csu-Spd, con l’aggiunta dei Verdi, o, nel caso di una crescita rilevante dei Verdi, o una coalizione kiwi (Grünen e cristiano-democratici). Questa soluzione non tiene però presente che i liberali potrebbero tentare di ripensare la loro identità all’interno di una coalizione diversa rispetto a quella con la Cdu (che in passato si è spesso rivelata molto erosiva per il partito più piccolo).

Vi è poi un’incognita relativa all’evoluzione della Cdu/Csu: se la leadership di Laschet venisse intaccata, il partito potrebbe spostarsi su posizioni più conservatrici (incarnate non tanto dalla corrente sconfitta capeggiata da Friedrich Merz, quanto dall’emergente componente bavarese guidata da Söder). In questo caso, l’incentivo a una convergenza tra socialisti, verdi e liberali potrebbe crescere. Federico Niglia, AffInt 24

 

 

 

Il nostro futuro

 

Questa Pandemia ha rivelato i sistemi produttivi nazionali più deboli. Le scelte di contenimento sociale, almeno da noi, rimangono sempre le stesse. Le incertezze nazionali restano parecchie e vanno ben oltre l’evoluzione della patologia virale e la vaccinazione è gestita all’”italiana”.

 

  Per i progetti a medio termine, ci vorrà tempo e interventi internazionali. Pur tenendo conto che non esiste Paese non colpito dalla Pandemia. Quando, in definitiva, mancano valori sostenibili, gli effetti negativi sull’economia si sono evidenziati. Il 2021 potrebbe chiudersi con un PIL nazionale del -9% e con la perdita di migliaia di posti di lavoro.

 

La “frenata” recessiva avrà bisogno di tempo e d’interventi anche internazionali per essere meno drammatica. Lo avevamo scritto prima della devastazione del Covid-19. Senza pessimismo. Ma con calcolato realismo. Gli eventi, purtroppo, l’hanno confermato. Il nuovo Governo non avrà, di certo, la “cura” miracolosa e la vaccinazione ha i suoi tempi di gestione.

 

 Saranno, ora, gli interventi sul fronte socio/economico nazionale a evidenziare di quanto siamo ancora fuori dai parametri per garantire un freno alla recessione. A questo livello, la politica nostrana conta poco. Ancora meno di quanto è contata per il passato. Anche per l’Esecutivo Draghi il percorso sarà in salita.

 

Proprio perché tutti possiamo sbagliare, preferiamo evitare previsioni. Il nostro futuro è compromesso e la ripresa, quando ci sarà, non consentirà di recuperare quanto abbiamo perduto. Lo scriviamo con amarezza, ma con la coscienza di manifestare una realtà che questo virus ha solo accelerato, ma che già era nel DNA del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Commissioni Estero Camera e Senato, Di Maio in audizione sulle linee programmatiche del Maeci

 

La Farnesina, con la sua rete diplomatica- consolare rimane al fianco dei connazionali all’estero in situazioni di difficoltà

 

ROMA – Si è tenuta, davanti alle Commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, presiedute rispettivamente da Piero Fassino e Vito Petrocelli, l’audizione del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, riguardante le linee programmatiche della Farnesina. Di Maio si è soffermato sulla crisi pandemica che necessita di risposte resilienti e globali, all’insegna del multilateralismo e della transizione tanto digitale quanto ecologica. “Continueremo a rafforzare la posizione italiana nel mondo tenendo saldi i nostri valori e principi. Europeismo ed atlantismo sono i due punti di riferimento della politica estera italiana”, ha spiegato Di Maio evidenziando focus di riferimento come internazionalizzazione e promozione del sistema Italia e la valorizzazione degli italiani all’estero. Il Ministro ha evidenziato come ci sia il bisogno di proseguire sulla linea intrapresa dall’Europa e senza asimmetrie “perché il mondo dopo il Covid non sarà più quello di prima”, ha precisato Di Maio che ha ricordato la necessità di onorare fino in fondo l’impegno preso per usufruire dello strumento del Next Generation Eu. “L’obiettivo è mettere in sicurezza il sistema attraverso una transizione verde e digitale. Dopo aver ben gestito la risposta economica, l’Europa sta però affrontando anche un’altra sfida, legata alla capacità di produzione e distribuzione dei vaccini anti-Covid. L’Italia è per la fermezza nel rispetto dei contratti da parte delle case farmaceutiche”, ha sottolineato Di Maio che per l’esportazione ha ribadito la centralità del concetto di proporzionalità rispetto alla diffusione della pandemia. “Nessuno è al sicuro se non lo saremo tutti”, ha commentato il Ministro parlando di diplomazia vaccinale. Un appuntamento importante per il futuro dell’Europa a 360° sarà poi quello del 9 maggio prossimo che sarà un trampolino di lancio per dare nuovo impulso alle politiche europee, a partire dai giovani. Di Maio ha parlato quindi di “beni comuni mediterranei” per un rilancio del partenariato di questa regione strategica, soprattutto in fatto di flussi migratori dove occorre una discontinuità con il sistema di Dublino per una più equa ripartizione delle responsabilità tra Paesi membri. Di Maio ha sottolineato anche l’urgenza di una stabilizzazione dei Balcani. “Multilateralismo commerciale e chiari obiettivi da raggiungere”, ha precisato il Ministro in attesa della XII Conferenza Ministeriale che inizierà il 29 novembre a Ginevra. Altri appuntamenti saranno i lavori preparatori per la Cop26 in autunno a Milano, in vista della conferenza vera e propria a Glasgow; sempre a Milano, a fine settembre, ci sarà l’incontro Youth For Climate. Il 2021 è anche l’anno della presidenza italiana del G20. Sempre in autunno, poi, ci saranno due grandi incontri alla Farnesina: ‘Incontri con l’Africa’ e ‘Conferenza Italia-America Latina’. In ultimo da novembre 2021 a maggio 2022 l’Italia avrà la presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Di Maio si è poi focalizzato su Mediterraneo e Nord Africa a dieci anni dalle cosiddette ‘primavere arabe’. In particolare l’attenzione è andata alla Libia che si trova in una fase delicata e decisiva per un percorso di riunificazione nazionale: “l’Italia continuerà ad affiancare il percorso delle Nazioni Unite insieme a iniziative bilaterali”, ha precisato il Ministro ricordando la visita del Premier Draghi in Libia fissata al prossimo 6 aprile; nel frattempo sono state predisposte le procedure per riattivare il Consolato Generale a Bengasi e per avere un console onorario nel sud del Paese. Sull’Egitto “con il quale è importante mantenere aperto un canale di dialogo sulle questioni centrali per la stabilità del Mediterraneo”, Di Maio ha invece ricordato la vicenda di Giulio Regeni e quindi la necessaria ricerca della verità sul sequestro e infine sull’omicidio del ricercatore italiano avvenuti al Cairo nel 2016. Il pensiero di Di Maio è andato anche a Patrick Zaki, studente universitario rinchiuso nelle carceri egiziane da oltre un anno. Di Maio ha poi sottolineato la necessità di una stabilizzazione nell’area mediorientale e sul confine israelo-palestinese dove l’unica soluzione sostenibile è quella di due Stati: questo non significa mettere in discussione il partenariato strategico con Israele, come ha precisato lo stesso Di Maio. Per quanto riguarda invece il terrorismo dell’Islam radicale nel cosiddetto Mediterraneo allargato, Di Maio ha evidenziato l’idea di una coalizione anti-Daesh da proporre in occasione del G20, affrontando anche la questione della sicurezza in Iran e nello Yemen ma anche nel Sahel e nel Corno d’Africa, in Etiopia e Sudan. Il Ministro ha ricordato il tragico attentato in Congo che è costato la vita all’Ambasciatore Luca Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo. Su questa vicenda nei giorni scorsi la Farnesina ha trasmesso alla Procura di Roma il rapporto delle Nazioni Unite sollecitato a seguito dell’agguato mortale.

Sull’Africa il Ministro ha ricordato il potenziamento della rete diplomatica con l’apertura di Ambasciate in Niger e Burkina Faso cui seguiranno quelle in Mali e Ciad. “Non si può parlare di Africa senza menzionare la cooperazione allo sviluppo che è dovere morale e strumento di politica estera per la stabilizzazione e la prevenzione dei conflitti”, ha evidenziato Di Maio. Anche Russia e Cina sono stati oggetto di riflessione per la ricerca di regole chiare e condivise sul fronte anche economico con Paesi che hanno indubbiamente sistemi politici diversi dai nostri. “Nell’ambito dei diritti fondamentali e delle libertà l’Italia non arretra di un passo”, ha precisato Di Maio riferendosi alla questione di Hong Kong e delle minoranze etniche e religiose presenti in territorio cinese. Il Ministro ha parlato quindi del ruolo strategico dei Paesi dell’America Latina e in questo senso sarà importante la X Conferenza Italia-America Latina in programma il 25-26 ottobre a Roma. Il Ministro ha quindi parlato della priorità del sostegno all’export per la promozione del sistema Italia nel mondo. “La Farnesina ha acquisito questa competenza in un momento cruciale: il primo effetto della riforma è stato un coordinamento per l’internazionalizzazione con una regia unica. Il bilancio è positivo, evitando la duplicazione delle iniziative. Attraverso il Patto per l’Export sono stati stanziati in un anno 4,2 miliardi di euro”, ha spiegato Di Maio ricordato che il piano si fonda su pilatri come comunicazione, formazione, digitalizzazione ed e-commerce, sistema fieristico, finanza agevolata: dunque un nuovo brand per il Made in Italy. “Un bando da 50 milioni di euro è stato destinato alla figura del temporary export manager mentre Smart Export è l’accademia digitale per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese in collaborazione con la Conferenza dei Rettori Italiani e l’ICE”, ha evidenziato Di Maio ricordando anche il lancio del portale export.gov.it. Sulla finanza agevolata Di Maio ha ricordato il rilancio del Fondo 394 di Simest con 2,1 miliardi di euro; sul settore fieristico invece sempre Simest ha attivato una serie di interventi per enti e imprese. Per il 2021 è stata pensata la misura del bonus export digitale, incoraggiando le piccole e medie imprese ad investire attraverso delle agevolazioni. Con i fondi del DL Cura Italia è stata infine ripensata la strategia promozionale integrata della rete diplomatica e consolare con l’ausilio degli Istituti di Cultura e delle sedi ICE. In quest’ottica l’esposizione universale di Dubai sarà un evento centrale, che si terrà da ottobre 2021 a marzo 2022. Sul fronte della formazione studentesca Di Maio ha ricordato le numerose borse di studio erogate nel 2020 dalla Farnesina ed il programma ‘Invest Your Talent in Italy’. Infine Di Maio si è soffermato sull’assistenza e la valorizzazione delle collettività italiane all’estero tra 6 milioni di residenti Aire e 80 milioni di italo-discendenti: il Ministro ha ricordato le elezioni di Comites – e quindi a seguire quelle del CGIE – dove si sperimenterà il voto elettronico. “La neo mobilità è una sfida costante che può contare su circa 1700 associazioni di connazionali quale importante rete di accoglienza. La Farnesina rimane al fianco dei connazionali all’estero in situazioni di difficoltà”, ha commentato Di Maio sottolineando l’impegno profuso durante il 2020 dall’Unità di Crisi e dall’intera rete diplomatico-consolare anche con il sostegno dei parlamentari eletti all’estero, con oltre 1100 operazioni e 112 mila connazionali riportati in Italia. Il Ministro ha ricordato le oltre 300 sedi della rete diplomatico-consolare italiana e gli 84 Istituti Italiani di Cultura: se per struttura questa è paragonabile a quella dei maggiori partner europei, a livello di personale tuttavia i numeri indicano delle carenze. “Le assunzioni recentemente approvate compensano solo in parte il blocco del turn-over considerata anche l’elevata età media del personale”, ha precisato Di Maio ha ricordato il rafforzamento della struttura con il nuovo Consolato di Manchester e l’agenzia consolare ad Arona (Canarie), mentre è in programma l’istituzione di un Consolato nel cuore della ‘Silicon Valley’ indiana a Bangalore. La crescita dei bilanci della Farnesina per il 2021 sarà in parte da ricondurre ai finanziamenti straordinari previsti per rispondere alla crisi pandemica. (Inform/dip 1)

 

 

 

Vita parlamentare. Il Maie cambia ancora, passa al gruppo Misto

 

ROMA – Europeisti addio, il Maie lascia il gruppo al Senato. La decisione è stata presa durante l’ultima assemblea del Comitato direttivo del Movimento Associativo Italiani all’Estero, tenutasi in videoconferenza nelle scorse ore. Hanno partecipato all’incontro virtuale il presidente Maie, Sen. Ricardo Merlo, i vicepresidenti On. Mario Borghese e Angelo Viro, i coordinatori continentali Ricky Filosa (Europa), Flavio Bellinato (Nord e Centro America), Mariano Gazzola (America Latina), il Sen. Adriano Cario, oltre a Mirella Giai e Claudio Zin, già senatori Maie

“Dopo aver preso atto dell’annuncio della senatrice Tatjana Rojc, che ha comunicato il suo ritorno nel Pd entro Pasqua, e del prossimo passaggio della senatrice Mariarosaria Rossi alla componente di Cambiamo!, anche noi abbiamo deciso di tornare a iscriverci nel Gruppo Misto, dove nascerà una componente Maie”. Lo dichiara il Sen. Ricardo Merlo, presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero. “Evidentemente – aggiunge il Vicepresidente Borghese – il gruppo degli Europeisti, nato con l’obiettivo di sostenere Conte, ha esaurito la sua funzione”.  “Cario ed io  – prosegue Merlo  – ringraziamo tutti i colleghi con cui abbiamo condiviso battaglie e lavoro durante tutta questa fase. Ora si cambia – evidenzia il senatore -, perché sono cambiati i tempi, è cambiata la situazione politica”. “Secondo noi del Maie – aggiunge il Senatore, Sottosegretario agli Esteri nei Conte 1 e 2 – ormai non ha più senso neppure attendere le decisioni di altri senatori disposti a entrare negli Europeisti per sostituire chi se n’è andato o se ne andrà. Siamo convinti che bisogna voltare pagina”. “La natura del Maie è quella di un Movimento nato all’estero, i cui parlamentari sono eletti con le preferenze, come tutti gli altri eletti all’estero, per giunta sottorappresentati in Parlamento, rispetto ai sei milioni di italiani nel mondo. La nostra vocazione, così come la nostra necessità politica, è quella di stringere alleanze e accordi in Parlamento per continuare a crescere e avere l’opportunità di portare la voce e le istanze degli italiani nel mondo sul tavolo del governo italiano. Proseguiremo dunque a dialogare con l’ex premier Giuseppe Conte e con altri attori della politica italiana – conclude Merlo, il parlamentare più votato all’estero -, convinti come siamo che gli italiani all’estero continueranno a premiarci per la nostra coerenza e per l’impegno con cui portiamo avanti le loro battaglie, che sono anche le nostre”. (Inform/dip 26)

 

 

 

 

Dante, i tedeschi non lo infangano: storia (e bugie) di un blitz inventato

 

L’articolo di un intellettuale germanico Arno Widmann per i 700 anni dalla morte del poeta ha scatenato in Italia reazioni infuriate. Peccato che l’attacco non ci sia mai stato - di Roberto Saviano

Un articolo intelligente ha scatenato l’ira di chi è abituato a fare della cultura l’occasione per un derby, allo scopo di farsi animatore della curva, perché più la tifoseria si arrabbia, più ti si stringe attorno. A nulla vale spiegare che la cultura non è né gara né derby né competizione né status symbol, perché è evidente che, in questa storia, la cultura non c’entra nulla. L’articolo in questione è dell’intellettuale tedesco Arno Widmann ed è uscito sul quotidiano Frankfurter Rundschau nel giorno più simbolico di questo settimo centenario della morte di Dante, il 25 marzo. Commenti indignati, sbigottiti, reazioni isteriche da ogni parte, su siti web, nei telegiornali, e poi prese di posizione scomposte di ministri ed ex ministri, e persino di giallisti, che si sono mobilitati contro il «tizio tedesco».

L’attacco truffa

Il motivo? Dante Alighieri sarebbe stato attaccato. E, all’apparenza si tratta quindi di un nobile motivo e potrebbe anche sembrare ottimo segno l’attività culturale che diventa dibattito, la politica che si nutre di letteratura, i telegiornali che danno finalmente spazio non residuale e notturno alla cultura. Ma è una truffa. Non c’è stato nessun attacco in quest’articolo tradotto qui, in modo che chiunque possa leggerlo e capire facilmente che non aggredisce Dante, non lo definisce plagiatore, non afferma che è anni luce dietro a Shakespeare, non dice che era un arrivista, non dichiara, infine, che gli italiani non hanno proprio niente da festeggiare. Nulla di tutto questo. L’autore dell’articolo vuole dire una cosa diversa sulla quale concorda ogni persona che abbia un minimo di reminiscenze di quello che ha studiato sui manuali di scuola: un testo letterario non nasce mai dal nulla, è come il buon vino, mantiene traccia degli umori della terra da cui è nato. L’idea del genio romantico che si sveglia una mattina e di colpo crea il capolavoro, senza aver prima letto, visto, studiato, approfondito, rimescolato, contaminato, è romantica, appunto!

Dante e l’Islam

La colpa di Widmann è di aver detto questo, che Dante non nasce dal nulla, ma nasce nel solco di diverse tradizioni, come quella della poesia provenzale, che inventa per prima la poesia in volgare. Un’operazione quella della poesia in volgare che, Widmann precisa, Dante fa lievitare. Il fatto che esistano dei precedenti, dice Widmann, non sminuisce Dante, così come non lo sminuisce il fatto che esista persino un testo arabo tra le possibili fonti d’ispirazione dantesca. A torto — ricorda Widmann — gli italiani credettero che Miguel Asìn Palacios volesse sminuire Dante, quando sostenne questo nel suo saggio, «Dante e l’Islam», pubblicato nel 1919. Palacios ipotizzava che tra i materiali che avevano ispirato Dante ci fosse il «Libro della Scala» o della ascesa di Maometto in cielo, un testo escatologico arabo, tradotto in castigliano da un medico ebreo, nel 1264. Proprio questo era del resto la cultura medievale: un ebreo che traduce dall’arabo, e un cristiano che trova la sua traduzione interessante! Nessuno però grida al tradimento della patria o di Dante, quando i nostri italianisti dicono che probabilmente tra le fonti d’ispirazione di Dante si deve considerare lo scrittore lombardo Bonvesin de la Riva, morto nel 1315, e autore di un poema in tre parti: la «scriptura negra», dove si descrivono le pene dell’Inferno, quella «rossa» dove si descrive la passione di Cristo e quella «dorata» dove si parla dei beati del cielo.

L’esempio di Bonvesin della Riva

Anche Bonvesin parla del fuoco che per lui tormenta gli avari, della puzza che ammorba i disonesti, del ghiaccio che punisce gli improbi, dei vermi che mangiano i profittatori, e anche descrive terribili demoni che tormentano i dannati e dannati che urlano, piangono, mordono, percuotono! In genere, è noto a tutti, si cita Bonvesin della Riva proprio per dire che se il tema è lo stesso, ben altra è la resa dantesca. Legioni di artisti del resto hanno rappresentato la Pietà prima di Michelangelo… L’idea di cultura, di sapere, di conoscenza che dobbiamo portare avanti non è la gara tra chi ha il poeta più grande di tutti. Non è una gara! E certe grandezze non sono neppure misurabili.

Non è una gara

Immaginare una gara tra Dante, Shakespeare, Goethe e Cervantes, coinciderebbe con la morte della letteratura. L’altra colpa di Arno è stata di ammettere che leggere Dante è maledettamente difficile, a dispetto di quanto ne dica Eliot! Difficile a scuola, per un bambino, dice Arno, studiare Dante con quei lunghi apparati di note che lo rendono ostico. Nulla con cui non concorderebbero molti studenti italiani. Leggere Shakespeare, dice Arno, è facile e piacevole, ma Dante necessita di una chiave speciale. Questo è il problema della cultura medievale, è una cultura complessa, ricca di costruzioni simboliche, decisa a viaggiare sempre e solo sul polisenso. E, sia chiaro, non sto accusando Dante di essere uno scrittore pesante e complesso, è lui stesso che nel Convivio avverte il lettore di non prenderlo mai alla lettera, di interpretare sempre la sua pagina secondo i quattro sensi della Scrittura, storico, allegorico, morale, ed escatologico.

Il paragone con Shakespeare

Arno dice (inseguendo i sentieri di Eliot) che la Commedia di Dante, così fitta di costruzioni teologiche e di tensioni morali, è permeata dal giudizio, così diversa, invece, è l’opera del laico Shakespeare, che si tiene a distanza dalle colpe dei suoi personaggi. Arno Widman è stato allievo di Theodor Adorno, ha cofondato la TAZ, lo storico giornale della sinistra di Berlino ed è stato responsabile della sezione culturale di uno dei settimanali più colti d’Europa, lo Die Zeit nonché responsabile della pagina delle opinioni della Berliner Zeitung. Non solo, Widmann ha anche tradotto Umberto Eco, Curzio Malaparte — di cui è forse il maggior conoscitore in Germania — e Victor Serge. Si poteva mai pensare che un intellettuale con il suo profilo potesse dire quelle fesserie su Dante, e in quel modo? No, che non si poteva, ma la questione qui non è Dante, la questione è che di Dante si voleva fare un uso strumentale.

Il polverone

Attaccare Widmann, o difendere Dante da Widmann, è servito come al solito a distrarre, a gettare l’osso per aizzare la zuffa, e lasciare poi che il polverone offrisse un vantaggio alla politica. In queste ore avrebbero dovuto riaprire i teatri, i cinema, i circoli di lettura. Il ministro Franceschini lo aveva promesso, a qualunque costo. Invece non è andata così. L’agonia in cui librerie, teatri, editori, vivono dovrebbe essere l’elemento centrale del dibattito politico come dovrebbe esserlo il fatto che l’Italia è terz’ultima in Europa per investimenti statali in attività culturali. Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono subito mobilitati contro l’attacco lanzichenecco di Arno! Ma è stato solo un modo per fare ammuina, per suonare il ritornello trito della patria più bella e dello scrittore più grande, per coprire il fatto che non hanno né progetti né visione per ritirare su la cultura italiana rimasta senza fondi, senza investimenti, senza piani.

Il poeta in esilio

Dante è stato un esule, infangato e diffamato per tutta la vita. Il 27 gennaio del 1302, un tribunale uscito da un governo golpista lo ha accusato di concussione e peculato, di essersi arricchito illecitamente durante i mesi della sua attività politica, come priore e come consigliere dei Cento. Mesi quelli, che invece Dante spese per combattere la corruzione e nel bloccare sistematicamente tutti i finanziamenti al corrottissimo e rapace Bonifacio VIII. Per i primi tredici anni del suo esilio, a Firenze, si è fatto di tutto per impedirgli di rientrare, escludendolo sistematicamente da ogni amnistia concesse ai fuoriusciti, perché lui — diceva il governo di Firenze — non meritava neppure la «grazia», perché peggio di chiunque altro aveva «tradito la patria fiorentina». Quando, nel 1315, fu compreso, infine, nella lista dei graziandi, non si vollero però cancellare le accuse mossegli. Dante allora non rientrò, scrisse ad un amico che: se questo era il prezzo, se il prezzo era la menzogna, allora preferiva morire nella verità dell’esilio. Difendere la verità è un buon modo per rendere omaggio a Dante. Trasformarlo, invece, in un’icona da mettere sul cappellino, così dagli spalti possiamo fare «Buuu» sugli altri giocatori è proprio il modo per riportarlo dentro a quel tipo di politica che fino all’ultimo cercò di non far vincere a Firenze.

CdS 29

 

 

 

 

Dante, Shakespeare e Marco Polo: dividere il mondo in buoni e cattivi

 

Ecco lo scritto di Arno Widmann per i 700 anni dalla morte del poeta della Divina Commedia che ha suscitato in Italia reazioni patriottiche contro «l’attacco tedesco»

 

Il 14 settembre 1321 il fiorentino Dante Alighieri morì in esilio a Ravenna. Perché quindi un articolo su Dante proprio oggi? Perché lo scorso anno in Italia è stato istituito il Dantedì, il 25 marzo. Ogni anno in questa data si ricorderà il sommo poeta italiano. Perché il 25 marzo? Perché si ritiene che quel giorno, un Venerdì santo del 1300, iniziò un viaggio attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Dante ama giocare con i numeri. Il suo poema, la Divina Commedia, inizia con i versi «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritroverai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Poiché non è stata tramandata una data di nascita, se ne dedusse che Dante fosse nato nel 1265. È stata invece tramandata la data del battesimo, un Sabato santo, il 26 marzo. Tra l’altro fu battezzato con il nome di Durante, presto abbreviato in Dante. E con questo passiamo all’opera della vita di Dante.

La lingua

L’Italia lo annovera tra coloro che hanno fatto assurgere la lingua nazionale alle vette della grande letteratura. In una certa misura si è creato la lingua per la sua opera, una lingua diventata quella dei suoi lettori e poi dell’Italia tutta. Questa è la versione abbreviata, che nessuno sostiene più oggi, ma sessant’anni fa veniva raccontata a ogni giovane studente italiano. Questi sapeva di non comprendere Dante e di doverne decifrare i testi. La Divina Commedia – e non solo il testo scolastico – era infarcita di note che non si limitavano a spiegare singole parole, ma aiutavano anche il lettore moderno a farsi strada attraverso la sintassi di Dante. Ma era italiano, non latino. Si parlava ai massimi livelli teologico-filosofici di Dio e del mondo. In volgare, la lingua del volgo dunque. La lingua che parlavano i nostri genitori quando ci hanno generati, la lingua con cui siamo cresciuti, in cui abbiamo espresso i nostri primi sentimenti. A questa si affianca la lingua in cui impariamo a comprendere, la lingua della scienza che ci spiega com’è il mondo e come dev’essere. Leggendo queste frasi, pensiamo – a ragione – alla frattura tra lingua madre e latino. Ma questo non basta per comprendere l’Italia e l’italiano del XIII secolo.

Dai provenzali a Brunetto Latini

Gran parte della Provenza era rimasta distrutta nella crociata contro i catari (1209-1229) nelle terre occitane del sud della Francia e i trovatori furono costretti a cercare rifugio alle corti straniere. Fu così che in molte zone d’Europa questi autori in esilio favorirono gli esordi dei poeti che scrivevano in volgare. L’Italia era in ritardo, al punto che si può affermare che la prima lirica artistica in volgare fu scritta in provenzale. Brunetto Latini, un insegnante amico di Dante, scrisse la sua enciclopedia dal titolo «Livre du Trésor» in francese. Non solo perché la pubblicò durante l’esilio in Francia, ma anche perché sapeva che in francese avrebbe avuto più lettori. In Italia i primi testi in volgare ispirati ai modelli provenzali erano poemetti amorosi. Come i trovatori, anche i poeti italiani cantavano donne reali o immaginate, ricoprendole di lodi e metafore. È ciò che accade anche nella Divina Commedia di Dante.

Beatrice

Non abbiamo idea se la Beatrice cantata dall’autore sia o meno realmente esistita. Tuttavia sappiamo che Dante – come i suoi modelli – aveva molto a cuore, oltre all’esibizione di tutte le arti dell’eloquenza, anche la trasmissione del calore del sentimento che doveva lasciare a bocca aperta la destinataria immaginata, ma soprattutto le lettrici e i lettori. Si tende però a trascurare una sostanziale differenza: i trovatori erano cantori popolari, delle cui opere a noi resta solo il testo, mentre Dante mirava ad ottenere lo stesso effetto, ma senza musica. Si sentiva costantemente in competizione. Voleva eccellere. L’impossibile era il suo elemento. Nella tradizione musulmana c’è il racconto del viaggio di Maometto in Paradiso. Per la verità esistono resoconti, commenti e, dagli anni sessanta del XIII secolo, traduzioni in latino e italiano. Lo spagnolo Miguel Asin Palacios, studioso della lingua e della cultura araba, in un saggio pubblicato nel 1919 sosteneva la tesi secondo cui Dante avrebbe conosciuto e usato il vecchio testo arabo. Quasi tutti i dantisti lo consideravano un incolto parto della fantasia. Vedevano infatti messa in dubbio l’unicità del loro eroe. Tuttavia si farebbe un torto a Dante, sottovalutandone lo spirito competitivo.

Oltre 14 mila versi

Così come ha fatto apparire vecchia la poesia provenzale, allo stesso modo potrebbe aver sognato di surclassare l’ascensione musulmana con la sua versione cristiana. Gli oltre 14.000 versi del poema intendono riallacciarsi all’Eneide di Virgilio dopo 1300 anni. Un’impresa di questa portata richiede un ego enorme. E una fabbrica di versi in grado di gettare sulla graticola oltre 600 persone, affinché sia chiaro ogni volta se uno fa parte dei buoni o dei cattivi. Per un’opera così non basta semplicemente essere disposto a mettere conoscenti e parenti nei gironi dell’Inferno e nelle cornici del Purgatorio, a fare la paternale a grandi menti e sovrani di cui non si sa quasi nulla. Qui ci vuole la passione, la passione di giudicare e di condannare.

Paolo e Francesca

La benevola interpretazione del Maestro prende di mira Francesca da Rimini e il suo amante Paolo, dipingendo la scena in cui i due, mentre leggono dei sentimenti amorosi descritti in un libro, cadono nelle braccia l’una dell’altro. Questo piace a qualsiasi lettore. Allora per quale accidenti di motivo quei due vanno a finire all’inferno? È Dante, colmo di compassione per loro, a chiederlo. Questo è un punto importante. In un testo apocrifo del Nuovo Testamento, un apostolo afferma di compatire i dannati. Di questa frase non v’è traccia nel Nuovo Testamento. È un tabù. È Dante che la pronuncia: è stata una decisione di Dio quella di mandare i due amanti all’Inferno. Dante non è d’accordo. La critica diventa ancor più severa se si pensa che non è stato Dio a mandare Paolo e Francesca all’inferno, bensì il Poeta Dante Alighieri, che evidentemente lo fa solo per muovere un rimprovero a Dio.

Angeli e umani

L’oltretomba è un mondo singolare. A parte un paio di figure mitologiche e di angeli caduti o assurti in cielo, ci sono solo umani. Il grande repulisti è compiuto. Non ci sono alberi in fiore, né esseri viventi. Diciamolo pure: è come un ufficio, dove tutto è organizzato con razionalità. Molto è stato scritto ad esempio sul monte del Purgatorio. E gli spazi interni? «Una stanza tutta per sé» appartiene al design d’interni dell’inferno o del paradiso? Un altro elemento colpisce. Di Beatrice si parla molto. Durante il viaggio diventa filosofa e Madonna. Proprio la sublimazione della venerata «padrona», di moda nella poesia dei trovatori.

La moglie di Dante e Marco Polo

Ma la moglie di Dante, i suoi figli, non appaiono. Non interessano. Bisognava attendere Lutero e la sua Riforma per scoprire che la vita coniugale è una via verso la beatitudine. La curiosità di Dante era immensa. Ma non vagava, era indirizzata alla sua opera o alle opere su cui stava lavorando. Lo si nota chiaramente nel modo in cui rappresenta Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. L’Umanesimo italiano, un paio di secoli dopo Dante, coniò il termine «ulissismo» per descrivere quel tipo di zelante curiosità in cui da allora in poi l’Occidente ama riconoscersi. In Dante Ulisse fa un’apparizione tutt’altro che breve, quando narra del suo tentativo di oltrepassare lo Stretto di Gibilterra. La sua nave fu colpita da un turbine, racconta, «finché il mare si richiuse sopra di noi». Una chiosa repentina, drammatica, che va dritta nel segno ancora oggi. Il viaggio di Dante nell’aldilà, presumibilmente scritto tra il 1307 e il 1320, andrebbe messo a fianco di un altro resoconto di viaggio: quello di Marco Polo. Il commerciante veneziano (1254-1324) aveva approfittato di un periodo di prigionia (1298-1299) e dell’aiuto di un autore di romanzi cavallereschi per scrivere in francese (ci risiamo!) il suo best seller mondiale Livre des Merveilles du Monde, il Milione. È alternativo al viaggio visionario di Dante nell’oltretomba. In entrambi i testi si mescolano poesia e realtà, fede e dubbio. Tuttavia, per quanto sia corretto parlare di Dante come del «poeta del mondo terreno», sarebbe invece insensato ignorare la sua pretesa profetica, il convincimento della propria missione religiosa. Le meraviglie del mondo non lo riguardano. Ad ogni modo, non nella sua opera principale. La «Quaestio de aqua et terra» è un trattato di cosmologia e filosofia della natura. La natura è una delle meraviglie di Dio, ma l’entusiasmo per la paccottiglia con cui il commerciante veneziano guarda ai Mongoli e ai Cinesi, ai popoli e ai loro usi e costumi, non fa alcuna presa su Dante. È importante tuttavia, quando si parla di uno, ricordare anche l’altro; altrimenti si può pensare che l’ossessione religiosa di Dante fosse una caratteristica dell’epoca e non un suo tratto distintivo. E non ho ancora speso una parola sui Guelfi e i Ghibellini, né sul perché Dante subì il processo, perché dovette lasciare Firenze e perché, quando ne ebbe l’opportunità, si rifiutò di tornare, a determinate condizioni, nella sua città natale. Ma nell’odierno Dantedì mi sia concesso un altro confronto. Il poeta cattolico T. S. Eliot nel 1929 pubblicò un breve trattato su Dante. La traduzione tedesca si trova nel volumetto dell’editore Suhrkamp «Was ist ein Klassiker?». Eliot dichiara innanzitutto che Dante è facile a leggersi. Per quanto questa affermazione possa apparire stupefacente, ha ragione. In ogni caso, per come lo legge Eliot. Gli mette a fianco Shakespeare e confronta con la massima precisione singole metafore. Lo fa perché ciò che è sotto gli occhi di tutti gli appare così ovvio che non vuole dargli risalto. Tuttavia, lo sguardo su Shakespeare mette in evidenza le nostre difficoltà con l’interpretazione di Dante. L’amoralità in senso filosofico di Shakespeare, la sua raffigurazione di ciò che è – anche queste tutte fantasie del poeta! –, ci sembrano anni luce più moderne dello sforzo di Dante di avere un’opinione su tutto, di sottoporre tutto al giudizio della sua morale. La sua opera monumentale serve solo a consentire al poeta di anticipare il Giudizio Universale, di fare il lavoro di Dio e di dividere i buoni dai cattivi. CdS 29

 

 

 

 

 

La crisi

 

Questo 2021 sarà ricordato come un anno importante per il futuro della Repubblica. Però, certe diatribe ci sembrano, al momento, sconvenienti. Le novità, tuttavia, sono giornaliere, pur se proiettate in un ipotetico futuro. Dopo il Referendum correlato al ridimensionamento del nostro Potere Legislativo, l’attuale Esecutivo Draghi dovrà dimostrare il suo valore. Non ci sono altre scelte. Almeno politiche.

 

 I partiti chiedono un “cambiamento”. Le attuali alleanze non ne chiariscono, però, la condizione. Nonostante tutto, solo alcuni accordi potrebbero avere qualche carta politica da mettere in gioco; senza “barare” su i colori.

 

Però, anche nell’alleanza di “largo respiro”ci sono, almeno, più anime da non trascurare. Gli altri Partiti, che non sono pochi, li possiamo considerarli “cobelligeranti”. Se non altro all’apparenza. Proprio perché non tutte le loro posizioni sono univoche. Intanto, i programmi di questo Esecutivo si stanno sviluppando. Questo potrebbe essere il primo segnale di una nuova sorta di problemi politici gestionali. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Viminale e Istat firmano un’intesa per l’analisi statistica dei fenomeni migratori

 

ROMA – Il Ministero dell’Interno e l’Istat hanno firmato un’intesa per l’analisi statistica dei fenomeni migratori.

Il protocollo, sottoscritto dal capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione Michele di Bari e dal presidente Gian Carlo Blangiardo, ha come obiettivo quello di poter disporre di un quadro conoscitivo esaustivo e costantemente aggiornato del fenomeno migratorio, superando la dispersione e la sovrapposizione delle fonti informative già esistenti in materia.

Con il documento, infatti, si intende assicurare l’elaborazione di statistiche ufficiali – di rilevanza locale e nazionale – frutto dell’integrazione e armonizzazione delle fonti disponibili e delle acquisizioni di dati mediante nuove rilevazioni campionarie e/o censuarie. Ciò per una migliore conoscenza del fenomeno dei flussi migratori, funzionale all’attuazione di interventi rispondenti a reali fabbisogni emergenti.

L’intesa sviluppa e amplia il percorso già avviato nell’ambito del Tavolo Inter-istituzionale, istituito presso l’Ufficio centrale di statistica del Ministero dell’Interno, per la razionalizzazione, semplificazione e qualificazione della raccolta dati finalizzati al monitoraggio annuale sull’andamento del fenomeno migratorio a livello provinciale, di competenza dei Consigli Territoriali.

L’esperienza maturata nell’ambito di tale Tavolo ha evidenziato l’efficacia di un modello di lavoro basato sullo snellimento delle procedure di rilevazione e raccolta dati e sulla condivisione di analisi valutative integrate. Nel rispetto delle relative funzioni istituzionali, dunque, il protocollo prevede, oltre a dispositivi di miglioramento del sistema di rilevazione già esistente, l’ampliamento del campo di indagine a tutti gli ambiti di competenza e le articolazioni del Dipartimento, al fine di acquisire una visione puntuale e organica delle dinamiche migratorie e di integrazione nei differenti territori. (Inform/dip 25)

 

 

 

 

 

Fino al 20 aprile la selezione degli assistenti di lingua italiana all’estero

 

Roma - Il Ministero dell’Istruzione ha riaperto i termini per la selezione degli assistenti di lingua italiana all’estero ma solo per i candidati che non hanno la cittadinanza italiana. Il Direttore generale per gli ordinamenti scolastici, la valutazione e l’internazionalizzazione del sistema nazionale di istruzione, Maria Assunta Palermo, ha infatti firmato il provvedimento che integra l’avviso del 18 gennaio scorso che escludeva dal bando i cittadini stranieri.

Nel nuovo atto ufficiale si specifica dunque che “possono partecipare alla selezione degli assistenti di lingua italiana all’estero non solo coloro che siano in possesso della cittadinanza italiana ma anche i candidati muniti della cittadinanza di uno degli Stati membri dell’Unione Europea o di Paesi terzi che si trovano nelle condizioni di cui all’articolo 38, commi 1 e 3-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 ovvero che siano titolari di Carta Blu UE, ai sensi degli articoli 7 e 12 della Direttiva 2009/50/CE del Consiglio Europeo ovvero familiari di cittadini italiani, ai sensi dell’articolo 23 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30”.

Per candidarsi “occorre essere in possesso, a pena di esclusione, dei requisiti di partecipazione previsti dall’avviso di selezione e di adeguata conoscenza della lingua italiana secondo quanto previsto dalla nota del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca 7 ottobre 2013, n. 5274”.

Alla luce di questa integrazione, il termine per la presentazione delle domande on-line di partecipazione alla selezione è stato riaperto fino alla data del 20 aprile 2021 incluso ore 23.59.

“La riapertura dei termini – si specifica – ha come destinatari esclusivamente potenziali aspiranti in possesso dei requisiti di cui alla presente nota e non riguarda i candidati muniti di cittadinanza italiana. Saranno esclusi, pertanto, eventuali candidati non in possesso dei suddetti requisiti”.

Gli assistenti di lingua svolgono la loro attività sotto la guida del docente di lingua italiana al quale sono affiancati nelle istituzioni scolastiche del Paese di destinazione.

Devono operare “con disponibilità e spirito di iniziativa”, nella consapevolezza che “la qualità del lavoro svolto può fornire un piccolo ma significativo contributo alla promozione e alla conoscenza della lingua e della cultura italiana nel Paese ospite”.

In particolare, si richiede all’assistente “un supporto didattico specifico per lo sviluppo delle competenze linguistico-comunicative riferite al parlato. Infatti, l’assistente deve dare priorità alle attività di comprensione/produzione/interazione orali non trascurando di trattare argomenti di cultura e civiltà secondo un approccio interculturale, utilizzando il più possibile documenti autentici, risorse digitali e strumenti tecnologici”. (aise/dip 30)

 

 

 

 

Assegno unico e universale per i figli: approvato dal Senato

 

Un traguardo che premia l'impegno costante e tenace dell'associazionismo familiare e che potrebbe rappresentare davvero un punto di svolta per le famiglie italiane. Un punto di svolta e allo stesso tempo un punto di partenza per rendere a misura di famiglia il sistema Italia nel suo complesso. Non solo è necessario, ma anche urgente. Le conseguenze della pandemia hanno amplificato la portata di questioni che già prima del Covid si potevano definire epocali, a cominciare dal declino demografico – di Stefano De Martis

 

Il disegno di legge-delega che istituisce l’assegno unico e universale per i figli è stato definitivamente approvato dal Senato. Con voto praticamente unanime, com’era già avvenuto alla Camera nel luglio scorso. Un traguardo che premia l’impegno costante e tenace dell’associazionismo familiare e che potrebbe rappresentare davvero un punto di svolta per le famiglie italiane. Un punto di svolta e allo stesso tempo un punto di partenza per rendere a misura di famiglia il sistema Italia nel suo complesso. Non solo è necessario, ma anche urgente. Le conseguenze della pandemia hanno amplificato la portata di questioni che già prima del Covid si potevano definire epocali, a cominciare dal declino demografico.

È una storia lunga, quella della legge per l’assegno unico. Bisogna risalire almeno alla passata legislatura. Dall’originario ddl Lepri-Del Rio si è poi passati attraverso il Family Act della ministra Bonetti che ha recepito la misura come uno dei suoi pilastri. Ma tutte le forze politiche hanno dato il loro contributo – anche quando non sussisteva la cornice trasversale del governo Draghi – e quindi la nuova legge nasce senza bandierine di partito.

Il nuovo contesto politico è comunque importante perché adesso bisogna riempire di contenuti la delega che il Parlamento ha affidato al governo per “riordinare, semplificare e potenziare” – attraverso l’assegno unico – le misure a sostegno dei figli a carico. L’esecutivo avrebbe in teoria un anno di tempo, ma già nell’ultima legge di bilancio del secondo governo Conte era stata prevista la data del 1° luglio per l’avvio del nuovo sistema e proprio nei giorni scorsi Draghi ha confermato questa scadenza. Il Consiglio dei ministri ora dovrà mettere a punto i decreti legislativi di attuazione, secondo i principi e i criteri direttivi della delega parlamentare; i decreti saranno inviati alle commissioni competenti di Camera e Senato perché possano esprimere il loro parere e quindi saranno definitivamente licenziati dal governo. Il tutto in tre mesi, se si vuole rispettare l’impegno preso.

Il nodo cruciale è quello delle risorse. Nella legge-delega non sono indicati numeri. La legge di bilancio varata a dicembre ha stanziato 6 miliardi. A questi vanno aggiunti i 15 miliardi circa che derivano dall’assorbimento delle forme di sostegno finora esistenti (assegni, detrazioni, bonus, ecc.). Ma l’assegno unico mensile verrà corrisposto per tutti i figli dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età e ad alcune condizioni anche oltre: fino a 21 anni per studenti o disoccupati e anche in seguito nel caso di disabilità. Tenendo conto che i soli figli minorenni sono attualmente intorno ai 10 milioni, si capisce subito che la coperta è corta e, se la platea si allarga a comprendere categorie finora escluse (l’assegno è, appunto, universale), ci sono alcune fasce di famiglie che finirebbero addirittura per rimetterci. E paradossalmente sarebbero quelle che avevano finora più beneficiato delle detrazioni. Questo rischio sarà certamente evitato (si stima che a questo fine occorreranno altri 800 milioni), ma allo stato la cifra di 250 euro di cui ha recentemente parlato il premier è da intendersi come importo massimo. A meno di non prevedere uno stanziamento ulteriore di svariati miliardi. Già entro il mese di aprile, con la presentazione del Def – il documento che fissa le coordinate macroeconomiche della prossima legge di bilancio – si dovrebbe avere qualche elemento in più.

Vediamo ora nel dettaglio la legge delega approvata, che consta di cinque articoli.

Tra i “principi e criteri direttivi generali” si stabilisce che l’assegno sarà assicurato per ogni figlio a carico con criteri di universalità e progressività e che l’ammontare di tale assegno sarà modulato sulla base della condizione economica del nucleo familiare (quindi secondo l’Isee), tenendo conto dell’età dei figli a carico e dei possibili effetti di disincentivo al lavoro per il secondo percettore di reddito nel nucleo familiare. L’assegno sarà ripartito in pari misura tra i genitori. In caso di separazione legale ed effettiva o di annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’assegno spetterà, in mancanza di accordo, al genitore affidatario. Nel caso di affidamento congiunto o condiviso l’assegno sarà ripartito, sempre in mancanza di accordo, nella misura del cinquanta per cento tra i genitori.

L’assegno sarà corrisposto in forma di credito d’imposta o di erogazione mensile di una somma di denaro. Al momento della registrazione della nascita l’ufficiale dello stato civile dovrà informare le famiglie sui benefici a cui hanno diritto. Per il monitoraggio sull’attuazione della riforma e sul suo impatto, sarà istituito un organismo ad hoc a cui parteciperanno le associazioni a tutela delle famiglie maggiormente rappresentative.

Per quanto riguarda i “principi e criteri direttivi specifici”, questi sono i punti salienti messi in evidenza dagli uffici parlamentari:

1) Riconoscimento di un assegno mensile per ciascun figlio minorenne a carico. Il beneficio decorre a partire dal settimo mese di gravidanza. Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato.

2) Riconoscimento di un assegno per ciascun figlio maggiorenne a carico, di importo inferiore a quello riconosciuto per i minorenni, fino al compimento del ventunesimo anno di età e con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo in presenza di determinate condizioni, vale a dire nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale; frequenti un corso di laurea; svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con redditi complessivi inferiori a un certo importo annuale; sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro; svolga il servizio civile universale.

3) Per ciascun figlio con disabilità, riconoscimento di un assegno maggiorato rispetto agli importi per i figli minorenni e maggiorenni in misura non inferiore al 30 per cento e non superiore al 50 per cento, con maggiorazione graduata secondo le classificazioni di condizione di disabilità. Riconoscimento dell’assegno per maggiorenni, senza maggiorazione, anche dopo il compimento del ventunesimo anno di età,

qualora il figlio con disabilità risulti ancora a carico.

4) Mantenimento delle misure e degli importi in vigore per il coniuge a carico e per gli altri familiari a carico diversi dai figli minorenni e maggiorenni.

5) Per quanto riguarda le condizioni di accesso, il richiedente deve soddisfare cumulativamente i seguenti requisiti: essere in possesso della cittadinanza italiana, ovvero essere un cittadino di Paesi facenti parte dell’Unione europea, o suo familiare, in quanto titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, oppure ancora essere un cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo o di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di ricerca di durata almeno annuale; essere soggetto al pagamento dell’imposta sul reddito in Italia; vivere con i figli a carico in Italia; essere stato o essere residente in Italia per almeno due anni, anche non continuativi, ovvero essere in possesso di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o a tempo determinato di durata almeno biennale. Si prevede comunque la possibilità di derogare a questi vincoli per casi particolari. sir

 

 

 

 

I tempi della burocrazia

 

Mentre l’”accordo” politico procede, l’economia del Paese continua a perdere terreno e fiducia. Nel particolare, nonostante la diminuzione dei posti di lavoro, il carico impositivo sulle imprese è superiore a quello della media UE. Fatto che non è, certamente, sfuggito ai politici di qualsiasi tendenza. Intanto, la stabilità politica di questo Esecutivo resta un enigma. Forse, è anche una questione di metodo che da noi trova difficoltà ad adeguarsi ai tempi e alle necessità di un Paese che di burocrazia è stressato da sempre. Se è vero che le gabelle sono una necessità, pur se proporzionate alle entrate, non si agevola il contribuente a versarle. Insomma, la burocrazia ostacola anche il pagamento ma favorisce, proprio per la lentezza degli accertamenti, chi le imposte non le ha mai pagate per quanto concretamente dovuto.

 

 Per ridare linfa all’Italia, sarebbe utile un nuovo parametro da seguire. Al punto in cui ci troviamo, le scelte restano poche; giacché non basta cambiare il nome dell’ente esattore per risolvere la questione. Potrà sembrare un controsenso: ma a noi pare che si faccia di tutto per penalizzare le premesse necessarie per garantire, pur col tempo, l’auspicata equità. Insomma, da noi “complicare” resta un attributo difficilmente sradicabile.

 

Dovremmo avere un programma per fare raffronti con quelli di altri Stati UE. Verificare come questi Paesi vicini siano stati in grado di gestire diversamente un’economia in una crisi che non è solo italiana. E’ scontato che la politica, in ogni caso, abbia un suo costo. Ma è anche palese che chi l’amministra dovrebbe offrire al Paese soluzioni accessibili. D’espressioni se ne sono scritte, e dette, troppe. Gli appelli alla semplificazione sono serviti a poco. Neppure la sofferta vita dell’attuale Esecutivo appare d’avallo. Ma, forse, questa è tutta un’altra storia. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Assegno unico: le criticità per i residenti all’estero

 

È comprensibile l’entusiasmo dei residenti in Italia per l’introduzione dell’Assegno unico (legge approvata definitivamente ieri dal Parlamento) che razionalizza il welfare e tutto il sistema di sostegni economici alle famiglie (anche se saranno i decreti attuativi a chiarire i dubbi che sono emersi in merito alle risorse disponibili e a chi effettivamente ci guadagnerà o perderà rispetto alla situazione in essere).

 

Contestualmente però, soprattutto da parte degli eletti all’estero, va fatta una riflessione puntuale e approfondita sui possibili effetti potenzialmente negativi che la nuova normativa potrà avere sui diritti degli italiani residenti all’estero.

 

Ed è esattamente quello che io e i miei colleghi di partito La Marca, Giacobbe e Carè abbiamo fatto prima di decidere di scrivere ai Ministri del Lavoro e dell’Economia per segnalare le incognite che la legge sull’Assegno unico introduce per i diritti fiscali e previdenziali delle nostre collettività all’estero (vedere il comunicato del 30 marzo).

 

Ma quale è il problema?  

La nuova norma, giova ricordare e ripetere, prevede il graduale superamento o soppressione di importanti misure attualmente in vigore il cui annullamento potrebbe mettere a rischio alcuni importanti diritti fiscali e previdenziali acquisiti nel corso degli anni – in virtù della normativa nazionale e internazionale - dai nostri connazionali residenti all’estero.

 

Precisamente le legge delega subordina la fruizione dell’Assegno unico alla residenza o al domicilio in Italia e stabilisce il graduale superamento o soppressione delle detrazioni fiscali per i figli a carico  e dell’Assegno per il nucleo familiare (ANF). Sia le detrazioni fiscali per i figli a carico sia l’ANF sono attualmente erogati anche ai nostri connazionali aventi diritto residenti all’estero (le detrazioni sono concesse ai cosiddetti “non residenti Schumacker”, cioè coloro che producono più del 75% del reddito in Italia  – tra questi i contrattisti della nostra rete diplomatica - mentre le prestazioni familiari sono concesse, a determinate condizioni, ai pensionati residenti all’estero tra i quali coloro che hanno ottenuto la pensione in virtù di una convenzione internazionale di sicurezza sociale che contempli le prestazioni familiari  nel proprio campo di applicazione “ratione materiae”).

 

L’abolizione di tali benefici, mentre da una parte non avrà significative conseguenze per i residenti in Italia (i vecchi benefici saranno sostituiti dall’Assegno unico), potrebbe invece avere gravi ripercussioni per chi risiede all’estero a meno che non si intervenga per tempo con misure correttive.

 

È nostro dovere quindi seguire con attenzione l’iter legislativo dei decreti attuativi della legge sull’Assegno Unico, segnalare la lesione dei diritti dei nostri lavoratori e pensionati all’estero e verificare la possibilità di sensibilizzare Governo e Parlamento ad adottare disposizioni correttive e/o integrative della legge delega che salvaguardino i diritti dei nostri connazionali emigrati.

Angela Schirò, de.it.press

 

 

 

Imprese: una su dieci è guidata da immigrati

 

ROMA - In Italia una impresa su dieci è straniera. L’imprenditoria immigrata è una realtà che guida oltre 630mila aziende, di queste 3 su 4 sono individuali. In aumento sono in particolare gli imprenditori provenienti da Nigeria, Pakistan e Albania, mentre sono in calo più marcato quelli originari della Cina e del Marocco che, comunque, insieme alla Romania restano in termini assoluti la business community straniera più numerosa nel nostro Paese. È quanto risulta dalla fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sulle imprese di stranieri iscritte al Registro delle Imprese delle Camere di Commercio a dicembre 2020 che evidenzia una crescita del 2,9% rispetto ai dodici mesi precedenti.

Il commercio al dettaglio è l’attività in cui si cimenta un’impresa straniera su 4. Ma è nei settori della telecomunicazione e della confezione di articoli di abbigliamento che l’imprenditoria immigrata raggiunge il peso più elevato sul totale delle imprese dei vari comparti (rispettivamente 32,8 e 32,5%). Quanto alla forma giuridica, quella individuale resta la più gettonata dagli stranieri: con più di 480mila imprese rappresenta il 15,4% del totale delle ditte individuali operanti in Italia. Mentre le società di capitali costituiscono una parte residuale e superano di poco quota 100mila unità, seguite dalle società di persone (39mila).

Limitando il campo di osservazione alle sole imprese individuali - l'unica forma giuridica per la quale è possibile associare univocamente la nazionalità del titolare a quella dell'impresa -, i dati relativi ai dodici mesi tra dicembre di quest’anno e dicembre 2019 segnalano una visibile mobilità tra le comunità imprenditoriali dei principali paesi di origine dei titolari. In termini relativi, a muoversi più velocemente nella top-10 dei paesi è la Nigeria, i cui titolari sono cresciuti in un anno dell’8,6%.

A seguire troviamo quelli nativi del Pakistan (+4,6%), dell’Albania (+4,3%). Sul fronte opposto appaiono in calo i rappresentanti delle due comunità più numerose: quella marocchina e quella cinese. Nei dodici mesi considerati la consistenza dell’imprenditoria proveniente dalla Cina è scesa dell’1,4% e quella proveniente dal Marocco si è ridotta dello 0,6%.

Toscana (14,4%), Liguria (14), Lazio e Lombardia (12,8) sono le regioni che hanno visto una maggiore penetrazione di imprese straniere nel proprio tessuto imprenditoriale. Ma in termini assoluti sono la Lombardia e il Lazio che svettano ai primi due posti in classifica per numero di imprese guidate da immigrati.

(aise/dip 24) 

 

 

 

Come combattere la povertà e vivere tutti meglio

 

Nell’ultimo messaggio abbiamo visto che in Italia nel 2019 la povertà è significativamente diminuita: un milione in meno le persone a rischio di povertà e mezzo milione quelle in povertà assoluta [1]. Purtroppo nel 2020, a causa dell’epidemia di Covid, la povertà è aumentata (oltre un milione di poveri assoluti in più) e non solo in Italia, colpendo soprattutto le persone occupate e quasi in uguale misura i lavoratori dipendenti e indipendenti: nel 2019 il 6,0% delle famiglie con persona di riferimento lavoratore dipendente era in povertà assoluta, nel 2020 il 7,8% (tra gli operai dipendenti si è passati dal 10,2% al 13,3%); nel 2019 il 4,0% delle famiglie con lavoratore autonomo era in povertà assoluta, nel 2020 il 6,1% [1].

Questi dati smentiscono il luogo comune che sono i lavoratori autonomi a pagare la crisi e a impoverirsi. In realtà la povertà colpisce di più i lavoratori dipendenti che quelli autonomi. Il principale motivo sono i bassi salari degli operai e di chi occupa gli scalini inferiori del mercato del lavoro.

Il 6% di tutti i lavoratori (e il 7,1% degli operai) guadagna meno di 1.340 euro lordi (cioè circa 1.000 euro netti) [2]. Con uno stipendio così misero come può una famiglia arrivare alla fine del mese?

Purtroppo la situazione reale è anche più grave di quanto queste cifre indicano, perché una parte dei datori di lavoro non versa al dipendente l’intero salario spettante. Si stima che il 10% dei lavoratori in settori regolati da contratti collettivi di lavoro percepisce in media il 20% in meno di quanto previsto dai minimi contrattuali [3]. Questa odiosa pratica avviene soprattutto al Sud, impoverendolo ancor più. D’altronde il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico perché sa che il dipendente non lo denuncerà per paura di restare senza lavoro e stipendio finché non viene accertato che è stato vittima di tale reato.

Quanti giornali, tv, social trattano questo argomento? Quante volte hanno titolato “Imprenditore ruba parte del salario ai propri operai”? Mai. I nostri mezzi di informazione, tranne qualche piccola eccezione, come Il Manifesto e pochi altri (per esempio Avvenire, forse memore che frodare la mercede all’operaio è un peccato che “grida vendetta al cospetto di Dio”, come il catechismo insegnava) preferiscono parlare del lavoratore a nero che prende anche il reddito di cittadinanza o di qualsiasi notizia che possa mettere in cattiva luce gli immigrati, i rom, i poveri, così che il malcontento e la rabbia si scatenino contro costoro e non contro i ricchi.

Un altro argomento continuamente riproposto da giornali, tv e opinion leader è la necessità di ridurre le tasse.

Questa delle troppe tasse è forse la più grande e più creduta fake news di tutti i tempi. Non è vero che l’Italia è il Paese dove si pagano più tasse: in Europa, come pressione fiscale complessiva, siamo al 7° posto[4], come tassa sulle persone fisiche (IRPEF) al 13° posto [5], come tassa sulle persone giuridiche (imprese ecc.) al 7° posto [5], come tassa su eredità e donazioni all’ultimo posto [6]. Da quasi quarant’anni si diminuiscono le tasse ai ricchi e le si aumentano a poveri e meno abbienti.

Nel 1974 le aliquote IRPEF andavano dal 12% all’86% in proporzione al reddito, poi si sono ridotte sempre più per chi guadagna molto (oggi l’aliquota massima si ferma al 43%) e aumentate per chi ha bassi redditi (l’aliquota minima è passata dal 12% al 23%). Sono state poi aumentate le tasse indirette, per esempio l’IVA che paghiamo quando compriamo una merce o un servizio che è passata dal 18% al 22%, ma non per i beni di lusso, la cui IVA è stata diminuita dal 38% al 22% (quindi un ulteriore regalo ai ricchi e un’ulteriore batosta per tutti gli altri) [7].

Questo enorme taglio delle tasse ai ricchi ha comportato sempre minori incassi da parte dello Stato ed è la causa principale, insieme agli interessi sul debito (negli anni ‘80 sono oscillati tra il 14% e il 20%), dell’enorme debito pubblico accumulato.

Nel 1974 il debito pubblico era pari solo al 54% del PIL, nel 1991 al 95% (750 miliardi di euro). Le minori entrate IRPEF e l’enorme debito hanno portato a tagliare le spese e, infatti, dal 1992 a oggi, lo Stato ha sempre speso meno di quanto incassato ma, malgrado questo, il debito pubblico di anno in anno è aumentato per gli interessi da dare ai creditori (sui 60-70 miliardi all’anno). Oggi il debito pubblico ammonta a 2.500 miliardi (il 158% del PIL) [8], grazie a un meccanismo per cui si pagano gli interessi con ulteriori debiti nei confronti dei creditori. Questo meccanismo (detto anatocismo) è vietato dalla legge perché impedisce a chi ne è vittima di uscirne fuori e permette ai creditori di lucrare indefinitivamente e sempre di più sulle somme prestate. Purtroppo quello che è vietato nei confronti dei singoli cittadini non è vietato nei confronti di un’intera nazione.

Questa cronica crisi economica ha determinato tagli alla spesa pubblica, aumento della disoccupazione, minori servizi ai cittadini (sanità, politiche sociali, cultura, ambiente, trasporti ecc.) con enormi danni alla popolazione, ma ha beneficiato ulteriormente i grandi ricchi che si sono presi a poco prezzo aziende e beni che lo Stato ha svenduto per fare cassa.

Dagli anni ‘80 le disuguaglianze sono andate aumentando, ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più numerosi e sempre più poveri. Oggi in Italia le persone con una ricchezza tra i 200mila e il milione di euro (esclusi gli immobili) sono 1,5 milioni. I 36 più ricchi possiedono oltre il miliardo di euro e in questo nero anno del covid la loro ricchezza è aumentata del 31% e il loro numero di 4 unità [9, 10]. I 21 uomini più ricchi di Italia possiedono, cumulativamente, lo stesso patrimonio posseduto dal 20,3% della popolazione italiana (i 12 milioni di cittadini più poveri) [11]. Eppure questi 1,5 milioni di ricchi pagano la stessa aliquota di tasse di chi guadagna 75.000 euro lordi all’anno (circa 3.670 euro netti al mese).

Come affermano grandi economisti se si vuole combattere la povertà bisogna combattere l’eccessiva ricchezza: aumentare le tasse a ricchi e benestanti (aumento delle aliquote IRPEF, patrimoniale, aumento dell’IVA sui beni di lusso, tassa sulle transazioni finanziarie ecc.), combattere l’elusione e la grande evasione fiscale, costringerli a dare salari non da fame ai loro lavoratori ecc. In questa maniera Stato, Regioni, Comuni potranno avere le risorse necessarie per svolgere al meglio e con il dovuto personale le loro funzioni (sanità, trasporti, opere pubbliche, ambiente, scuola, cultura, politiche sociali ecc.) e di ciò beneficeranno tutti i cittadini [12].

D’altra parte la Storia ci insegna che il maggiore sviluppo economico si è avuto quando si sono fatte pagare molte tasse a ricchi e benestanti: negli anni ‘50-’60 l’aliquota massima negli Stati Uniti era del 70%, in Germania e Giappone dell’80%, in Italia del 90% ed è stato il periodo del boom.

 

Note: 1) ISTAT 2021; 2) ISTAT 2020; 3) Forbes https://forbes.it/2019/06/26/salario-minimo-rischi-esplosione-lavoro-nero; 4) Eurostat 2018; 5) www.infodata.ilsole24ore.com/2018/11/20/pil-reddito-tasse-calcola-la-pressione-fiscale-europ/?refresh_ce=1; 6) https://taxfoundation.org/estate-and-inheritance-taxes-around-world/#_ftn1; 7) www.ssef.it/sites/ssef/files/Documenti/Rivista%20Tributi/Supplemento%201-%20Libro%20Bianco/Capitoli%201%20-%20I.pdf; 8) Centro nuovo modello di sviluppo http://www.cnms.it/images/documenti/Gesualdi_contronarrazione-debito.pdf; 9) Boston Consulting Group: Rapporto sulla ricchezza globale, 2019; 10) www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_07.10.2020_14.04_39210392; https://focsiv.it/wp-content/uploads/2019/06/8.3.b-report-IT_ita.pdf; 12) Sono ormai numerosi gli economisti che sostengono ciò, per esempio Picketty, Stiglitz, Krugman, Tobin, Schmitt, Zipperer, Saez, Zucman, Diamond, Atkinson ecc. Amm 5

 

 

 

 

Iss: "Migranti non sono rischio per malattie infettive"

 

Gli esperti: "Ciò che va più tenuto sotto controllo è l’aumentato rischio di esposizione alle infezioni tra i migranti stessi, ovvero all’interno delle loro comunità"

"I migranti non costituiscono un rischio infettivo rilevante per la salute pubblica della popolazione ospitante". Sono le conclusioni del compendio basato sulla letteratura scientifica disponibile sull’argomento, guidato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con esperti internazionali, e pubblicato sulla 'Oxford Research Encyclopedia of Global Public Health'. "Ciò che va più tenuto sotto controllo - avvertono gli esperti - è l’aumentato rischio di esposizione alle infezioni tra i migranti stessi, ovvero all’interno delle loro comunità".

"La crescente mobilità umana, di cui la migrazione è una componente tuttavia minima, con la maggior parte dei movimenti dovuti al turismo internazionale, ai viaggi per lavoro, affari o studio e alle operazioni militari all'estero - afferma Silvia Declich, ricercatrice del Centro nazionale per la salute globale dell’Iss e responsabile del trattato - è comunque un fattore chiave della circolazione dei microrganismi. E' tuttavia all’interno delle comunità di migranti che si concretizza il rischio maggiore di malattie infettive per i migranti stessi, per un maggior rischio di esposizione e per le infezioni non rilevate e non trattate a causa dell’emarginazione e delle cattive condizioni di vita".

"Queste evidenze, ovviamente, non annullano la necessità di un'attenta sorveglianza epidemiologica - avverte - specialmente quando nell'area di destinazione sono presenti vettori specifici di alcune infezioni, che potrebbero introdurre o reintrodurre alcune malattie, ma non evidenzia prove sufficienti a stabilire un legame tra persone che migrano in Paesi ad alto reddito e aumento, in quest’ultimi, di determinate infezioni".

Il compendio ha esaminato le condizioni sanitarie di ciascuna fase dell’accoglienza, raccomandando di adattare di conseguenza, di volta in volta, gli interventi sanitari.

"Ad esempio, nella fase iniziale dell'arrivo, le principali preoccupazioni per la salute sono condizioni psicologiche, traumatiche e croniche. Successivamente - spiega il documento - le condizioni di vita affollate e poco igieniche, spesso sperimentate dai migranti nei campi e centri di accoglienza, insieme alle basse coperture vaccinali, possono facilitare la trasmissione di infezioni respiratorie o gastrointestinali o di malattie prevenibili da vaccino. Dopo l’inserimento nella società, sebbene i migranti sono in genere più sani delle popolazioni ospiti, le infezioni non rilevate e la mancanza di accesso all'assistenza sanitaria a causa dell'emarginazione sociale possono portare alla riattivazione o alla progressione di infezioni come la tubercolosi, l'epatite virale, l'Hiv e l'elmintiasi cronica".

“Questi esiti potrebbero essere prevenuti – conclude l’esperta - attraverso l’identificazione precoce e l’accesso al trattamento. Inoltre, interventi preventivi prima di viaggi per visite a parenti e amici nei paesi di origine che aumentino la consapevolezza dei possibili rischi infettivi, quali la malaria o l’epatite A, sono fondamentali per diminuire le infezioni legate al viaggio, specialmente nel caso di viaggi con bambini. I sistemi sanitari 'migrant-friendly' che assicurano un rapido accesso alla diagnosi e al trattamento, così come ai servizi di prevenzione, indipendentemente dallo status legale, sono i migliori interventi per limitare il peso e la trasmissione delle infezioni in questa popolazione e nelle popolazioni locali". Adnkronos 8

 

 

 

Le prospettive

 

Per chi vive lontano dall’Italia, non è facile comprendere, e ancor meno giustificare, la situazione nazionale. Infatti, mancando le premesse per concedere qualche realistica previsione e la nostra situazione socio/politica resta delicata. Qual è, allora, il profilo della politica nazionale? La risposta resta unica: stare nella penisola è un sacrificio, forse, a fondo perduto. Non servono gli economisti per comprendere che siamo lontani da un’ipotetica ripresa economica.  I problemi nazionali, che sono assai concreti, sono stati trasferiti su un piano politico che ha confuso, se non limitato, ogni intervento risanatore. La “negligenza” s’è tramutata in “crisi” e questo non sarà l’anno della risalita. E’inutile riconoscere gli errori; quando sono irreparabili.

 

Manca, ancora, il concetto di “stabilità” e la “fiducia” resta solo convenzionale. Ce ne siamo accorti tutti, ma facciamo buon viso a cattiva sorte. La prima mossa sarebbe il controllo generalizzato dei prezzi al consumo. Proponendo, anche, agevolazioni fiscali, a lungo termine, per stimolare la competitività a livello Comunitario. Le normative europee per farlo ci sono. Difficile è applicarle.

 

 Fare i conti in tasca ai futuri pensionati non agevola lo scambio generazione sul fronte del lavoro; anche se i diritti acquisiti non esistono più. Se si riuscisse, almeno, a monitorare i prezzi e i costi in area comunitaria, il peggio potrebbe essere evitato. Invece, le preposte di miglioramento, anche strutturali, non trovano un organico accordo della maggioranza di governo e l’opposizione lascia le cose come stanno. In UE, ogni progetto, poi, ha tempi di verifica lunghi.

 

 Per essere obiettivi, qualcuno sembra averlo, finalmente, inteso. Forse, si riconosceranno anche gli errori? La ripresa, in ogni caso, avrà bisogno d’anni per essere apprezzata in concreto. Tuttavia, non è il senno del poi che si deve usare per dare una sferzata alla nostra economia nazionale. Ci vuole una prospettiva politica più coerente. Preferiamo, però, non ipotizzare da parte di chi.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il reddito di emergenza. La vaccinazione per i rientrati temporaneamente

 

Con il “Decreto Sostegni” il Governo ha rinnovato e riconosciuto per altre tre quote relative alle mensilità di marzo, aprile e maggio 2021 il Reddito di emergenza ai nuclei familiari in condizioni di necessità economica in conseguenza dell’emergenza epidemiologica (si ricorderà si tratta di una rete di sostegno universalistico, ancorché temporanea, fortemente voluta dal PD).

 

Tale beneficio varia ai 400 agli 800 euro mensili a seconda del valore assegnato ad ogni composizione familiare. Il Rem è subordinato alla residenza in Italia ma a differenza del Reddito di cittadinanza i richiedenti non devono far valere periodi di residenza pregressi (come si ricorderà infatti per il Rdc bisogna far valere 10 anni di residenza in Italia di cui due immediatamente prima della presentazione della domanda: requisito questo che ha escluso praticamente tutti gli iscritti all’Aire che rientrano in Italia).

 

Quindi gli italiani all’estero iscritti all’Aire i quali stanno in questo periodo rientrando in Italia potrebbero usufruire del Rem nel momento in cui riacquisiscono la residenza in Italia.

 

Il Rem viene concesso a coloro che non possono fruire di altri ammortizzatori sociali e bonus previsti dai vari provvedimenti Covid, rimanendo fuori dalle diverse indennità e ristori.

 

Il Rem spetterà ai nuclei familiari che soddisfino contestualmente i seguenti requisiti: a) il richiedente deve risultare residente in Italia; b) deve avere un reddito familiare complessivo inferiore all’importo riconosciuto come Rem (importo che varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare); c) l’Isee del nucleo familiare deve essere inferiore a 15.000 euro; d) un valore del patrimonio mobiliare familiare con riferimento all'anno 2020 inferiore a una soglia di euro 10.000, accresciuta di euro 5.000 per ogni componente successivo al primo e fino ad un massimo di euro 20.000. Tale massimale è incrementato di 5.000 euro in caso di presenza nel nucleo familiare di un componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza; e) non essere titolari di un rapporto di lavoro dipendente la cui retribuzione lorda sia superiore a determinati importi né di rapporto di collaborazione coordinata e continuativa; f) non essere titolari di pensione diretta o indiretta ad eccezione dell'assegno ordinario di invalidità; g) non essere percettori di reddito di cittadinanza.

 

Il “Decreto Sostegni” ha anche previsto un potenziamento del Rem e cioè l’innalzamento della soglia massima dell’ammontare del beneficio per coloro che vivono in affitto e una garanzia dell’accesso al beneficio anche ai disoccupati che hanno terminato, tra il 1° luglio 2020 e il 28 febbraio 2021, la NASpI o la Dis-Coll e non godono di altri strumenti.

 

La nuova norma prevede che la domanda per le quote di Rem sia presentata all'Inps entro il 30 aprile 2021 tramite modello di domanda predisposto dal medesimo Istituto e presentato secondo le modalità stabilite dallo stesso. Come al solito consigliamo di rivolgersi ad un Istituto di Patronato di fiducia o a un Caf, visto anche che si deve utilizzare la procedura telematica disponibile sul sito web dell’Istituto.

 

“Dopo avere interrogato il Presidente del Consiglio e il Ministro della Salute sulla necessità di includere gli iscritti AIRE temporaneamente in Italia nel piano di vaccinazioni rafforzato e rilanciato dall’attuale governo, poiché nella maggior parte delle regioni si è passati alla fase operativa, abbiamo scritto al nuovo Commissario straordinario per l’emergenza, Generale Francesco Paolo Figliuolo, per rappresentargli l’urgenza di una soluzione.

 

Gli iscritti AIRE, com’è noto, non posseggono la tessera sanitaria essendo esclusi dalle cure ordinarie e conservando il diritto ai soli interventi ospedalieri di urgenza, entro un massimo di 90 giorni, in base al Decreto del ministro della Sanità del 1° febbraio 1996. Diversi di loro si trovano in Italia perché costretti dalla pandemia a lasciare le loro abituali residenze, per l’impossibilità di tornarvi a causa delle restrizioni imposte dalle misure anticontagio e per essere costretti ad assistere in questa fase parenti anziani o non autonomi.

 

Al Generale Figliuolo abbiamo sottolineato che si tratta di rispettare un diritto di cittadinanza, essendo gli iscritti AIRE cittadini a tutti gli effetti, e di rendere più efficace la stessa campagna di immunizzazione, perché lasciare dei varchi aperti potrebbe essere controproducente.

 

Nella sua cortese e sollecita risposta il Generale Figliuolo ha affermato che per garantire un rapido ed univoco approccio alla questione sono state condivise con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale specifiche linee d’azione coerenti con la cornice regolamentare esistente.

 

Il problema da superare, comunque, è quello di adeguare la regolamentazione in materia, facendo in modo che questi connazionali, oggi “invisibili” per le ASL, possano essere recuperati e trattati come gli altri. Il sistema di prenotazione comunemente adottato prevede, infatti, l’indicazione del numero della tessera sanitaria e questi cittadini, come si è detto, non ne sono in possesso.

 

Attendiamo che al più presto sia fatta chiarezza e, soprattutto, si provveda concretamente a consentire la somministrazione dei vaccini su una base di parità e di tutela della salute di tutti i cittadini”.

 

Martedì 30 Marzo, nell'ambito dell’audizione del generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l'emergenza epidemiologica Covid 19, sullo stato di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, sono intervenuta per porre di nuovo la questione della vaccinazione dei cittadini iscritti all'AIRE, temporaneamente in Italia.

 

Ricordo che io e la mia collega Francesca La Marca abbiamo già da tempo interrogato il Ministro della salute (link all'Interrogazione) e scritto al Commissario Figliuolo per ammettere alle vaccinazioni anche questi nostri connazionali (link al cs).

 

Nel corso del mio intervento, ho richiamato l'urgenza di arrivare ad una soluzione, sottolineando che l'ostacolo da superare risiede principalmente nel fatto che nei sistemi di prenotazione adottati dalle diverse Regioni si richiede, oltre al codice fiscale, il numero della tessera sanitaria che gli iscritti AIRE non hanno. Al commissario ho chiesto se sia possibile attivare nei sistemi regionali una linea di prenotazione dedicata ai cittadini AIRE temporaneamente presenti in Italia, secondo le priorità stabilite dal piano nazionale di vaccinazione, inserendo solo i dati del Codice fiscale e quelli dell’iscrizione AIRE presso un comune italiano.

 

Nella sua risposta il commissario Figliuolo, ribadendo che è in corso una interlocuzione con il ministro Speranza, ha chiesto al Generale Domenico Ciotti, direttore operativo della struttura commissariale, di rispondere in maniera più dettagliata. Il generale Ciotti ha ricordato che il 29 marzo scorso si è tenuta una riunione con il ministero della Salute, alla quale hanno partecipato anche rappresentanti del Mef, per affrontare le problematiche della campagna vaccinale di alcune specifiche categorie di cittadini, inclusi gli iscritti AIRE. Per queste categorie di cittadini si stanno cercando le procedure più corrette. C’è un problema di identificazione – ha confermato il generale - in quanto c'è la necessità di associare un codice univoco alle persone che vengono sottoposte alla somministrazione, da registrare poi nell’Anagrafe vaccinale nazionale, AVN. Come è stato fatto per altre categorie, saranno preparate delle liste da distribuire alle Regioni, in modo tale che queste persone possano essere vaccinate.

 

Si apre dunque uno spiraglio positivo e mi auguro che la procedura indicata in audizione possa essere definita ed attuata velocemente. Continueremo a seguire la questione dandone pronta informazione.

 

Desidero segnalare infine che con l'ordinanza n° 3/2021, il commissario straordinario ha disposto che, in sede di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini, ciascuna Regione o Provincia Autonoma proceda alla vaccinazione non solo della popolazione ivi residente ma anche di quella domiciliata nel territorio regionale per motivi di lavoro, di assistenza familiare o per qualunque altro giustificato e comprovato motivo che imponga una presenza continuativa nella Regione o Provincia Autonoma.  Angela Schirò

 

 

 

 

Autismo. Il progetto riabilitativo Tartaruga

 

Il progetto riabilitativo Tartaruga per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) si basa sul modello teorico evolutivo a mediazione corporea DERBBI - Developmental, Emotional Regulation and Body-Based Intervention, che considera il bambino nella sua complessità e individualità. "Questo modello ha la peculiarità di seguire le fasi evolutive- spiega l’equipe multidisciplinare IdO- e significa che man mano che il bambino cresce, e man mano che aumenta il tempo di terapia, dal momento della presa in carico in poi, il modello si trasforma ‘insieme al bambino’ e alla sua famiglia, che è parte integrante del progetto abilitativo-riabilitativo ed educativo. In ogni anno di terapia vengono attivate nuove proposte al bambino". L’IdO sposta quindi il focus sulla dimensione corporea, intesa come la sede principale di ogni vissuto emotivo del bambino e come veicolo per la strutturazione di forme comunicativo-relazionali che partono dalle prime esperienze di sintonizzazioni con il caregiver primario. Questo perché i bambini con autismo “rischiano di essere sopraffatti dalle emozioni- chiarisce Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapie IdO- e bisogna partire da questa specifica difficoltà che mostrano, fin dall'inizio e con gradualità diverse, nel 'volgersi verso' l'altro”.

Durante i quattro anni di terapia, previsti dal progetto Tartaruga, le variabili presenti in termini di criticità e potenzialità evolutive impongono una personalizzazione dell'intervento in base alle specificità del bambino, in un'ottica di flessibilità clinica. Fondamentale, quindi, la presenza di un’equipe multidisciplinare, sia in fase valutativa che terapeutica, la collaborazione con l’ambiente scolastico e il coinvolgimento dei genitori all’interno del progetto stesso. Psicomotricità, psicoterapia, logopedia e servizio scuola sono i quattro cardini di questo modello riabilitativo che, questa mattina, è stato presentato in occasione della terza lezione del corso 'Autismo, progetto riabilitativo Tartaruga-DERBBI', realizzato dall'IdO in collaborazione con la Fondazione Mite e il patrocinio della Società italiana di pediatria.

 

EPIDEMIOLOGIA E SCUOLA - Nei fatti ormai i disturbi dello spettro autistico rappresentano una condizione sempre più diffusa, che in Italia riguarda circa 600mila famiglia, e sempre meglio identificata. Numeri alla mano la capacità di individuare la sindrome negli ultimi 40 anni è salita in modo esponenziale: se negli Stati Uniti si andava da 1 su 10.000 negli anni '70, oggi siamo a 1 su 59 secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta. In Italia le statistiche variano da regione a regione, ma in generale si parla di un bambino ogni 100/150. “Possiamo affermare che in ogni scuola ci sono studenti con autismo- conferma Federico Bianchi di Castelbianco, direttore IdO- ed è totalmente diverso intervenire nella scuola dell'infanzia piuttosto che alle elementari o alle medie. Sono tutte modalità diverse- spiega lo psicoterapeuta dell'età evolutiva- e ne dobbiamo tenere conto, perché non può esserci una modalità unica di trattamento".

 

Le sei relatrici dell’IdO (Sara Rocco, logopedista e psicomotricità; Silvia Santurro, logopedista e psicomotricità; Pamela Piccari, psicologa; Simona d’Errico, coordinatrice del progetto Tartaruga; Federica Milana, psicologa; e Mariapaola Sforza, psicologa e psicoterapeuta) hanno approfondito oggi tre aree: la sensorialità, la logopedia e la psicomotricità.

AREA SENSORIALITA’ – “Le anomalie della processazione sensoriale rappresentano un aspetto oramai considerato caratteristico all’interno dei disturbi dello spettro autistico. Una valutazione sia qualitativa che quantitativa- spiegano le esperte- attraverso strumenti specifici, che permette di orientare l'intervento terapeutico, valutando la componente neurobiologica relativa alla disfunzionalità sensoriale e le risposte emotive correlate manifestate dal bambino attraverso il corpo”.

AREA PSICOMOTORIA - L'intervento psicomotorio all’interno del Progetto Tartaruga permette di intercettare i blocchi emotivi e le potenzialità latenti del bambino inscritte nel corpo: dal dialogo tonico all'organizzazione di uno schema corporeo e motorio che consente al bambino di sperimentare e sperimentarsi, di organizzarsi in base agli stimoli presenti stando in relazione e attraverso attività senso-motorie che veicolino l'accesso alla successiva area simbolica.

AREA LOGOPEDICA - L'intervento logopedico rappresenta un continuum evolutivo all’interno del Progetto Tartaruga, che accompagna il bambino sin dal suo ingresso, declinandosi in un approccio terapeutico globale che prevede: disponibilità e intenzionalità nella relazione, organizzazione ortofonica, supporto sviluppo ed utilizzo funzionale del canale verbale, pre-requisiti degli apprendimenti e metacognizione linguistica.

Il corso prevede ancora tre incontri e si concluderà il 24 aprile. È rivolto a psicologi, pediatri, neuropsichiatri infantili, logopedisti, psicomotricisti, educatori professionali, insegnanti di sostegno, insegnanti curriculari, pedagogisti, operatori del settore e genitori. L'obiettivo è diffondere un'informazione approfondita e fornire strumenti osservativi e operativi per predisporre opportuni interventi riabilitativi rivolti ai minori che rientrano nei disturbi dello spettro autistico alla luce dei risultati raggiunti attraverso l'approccio evolutivo DERBBI. Per rivedere le lezioni e avere ulteriori informazioni è possibile consultare questo link: https://www.ortofonologia.it/corso-autismo-progetto-riabilitativo-tartaruga-derbbi/  de.it.press. 28

  

 

 

 

Il tunnel

 

 L’Italia è in un “Tunnel”; cioè in un cammino nel quale è entrata e dovrà uscirne. E’solo questione di tempo e d’impegno nel rispetto di semplici regole la cui efficacia è da evidenziare. Così, dopo il buio, tornerà a “luce”. Ogni “tunnel” ha un ingresso, un percorso e un’uscita. Lasciando alla scienza ufficiale i profili sanitari della questione, noi intendiamo, invece, apprendere le sensazioni di chi, entrato nel tunnel, ne è uscito. Da malato a guarito.

 

Restiamo a disposizione per coloro che, pur nell’anonimato, intendono far conoscere la loro esperienza di colpiti dal virus e, poi, ristabiliti. Siamo intenzionati a mettere, nero su bianco, le impressioni e le sensazioni di chi era malato ed è guarito.

 

 Stati d’animo e percezioni che saranno utili a tutti e di riconoscimento a chi s’impegnato, come ancora s’impegna, nella difesa della salute degli italiani. Politici compresi. Perché, di fronte a questo virus molto patogeno, abbiamo apprezzato anche la coerenza del nostro potere esecutivo che s’è comportato, una volta tanto, senza “se” e senza”ma”.

 

 Uscire dal “tunnel” e rivedere la “luce” resterà una testimonianza che merita, a nostro avviso, accoglienza in queste nostre riflessioni. Con la speranza che le stesse si mutino in realtà operative. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Lavoro, in un anno perso quasi 1 milione di posti

 

A febbraio 2021, secondo l'Istat, 945.000 in meno rispetto ad un anno fa

Un milione di posti di lavoro persi in un anno. E' il quadro che si delinea dai dati Istat. A febbraio 2021 gli occupati erano 22.197.000, ovvero 945.000 in meno rispetto a febbraio dello scorso anno. "Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione - registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 - hanno determinato un crollo dell’occupazione rispetto a febbraio 2020 (-4,1% pari a -945mila unità) - rileva l'Istat - La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-590mila) e autonomi (-355mila) e tutte le classi d’età". Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali, toccando il 56,5%.

Nell’arco dei dodici mesi, crescono le persone in cerca di lavoro (+0,9%, pari a +21mila unità), ma soprattutto gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,4%, pari a +717mila).

Il tasso di disoccupazione a febbraio diminuisce di 0,1 punti rispetto a gennaio e aumenta di 0,5 punti su febbraio 2020. Lo rileva l'Istat spiegando che nel mese è al 10,2%.

Diminuisce lievemente anche il numero di inattivi (-0,1% rispetto a gennaio, pari a -10mila unità) per effetto, da un lato, della diminuzione tra le donne e chi ha almeno 25 anni e dall’altro della crescita tra gli uomini e i 15-24enni. Il tasso di inattività è stabile al 37,0%.

Il livello dell’occupazione nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021 è inferiore dell’1,2% rispetto a quello del trimestre precedente (settembre-novembre 2020), con un calo di 277mila unità -prosegue l'Istat. Nel trimestre aumentano sia le persone in cerca di occupazione (+1,0%, pari a +25mila), sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,3%, pari a +183mila unità). Adnkronos 7

 

 

 

 

Covid. "Grazie a Germania per ponte aereo pazienti bergamaschi. Amicizia tra i popoli strumento concreto contro pandemia"

 

Roma - "La pandemia ha rafforzato l'amicizia e il dialogo tra Italia e Germania. Grazie anche ai gesti di solidarietà del popolo tedesco verso quello italiano. A partire dal ponte aereo promosso dall'Ambasciata di Germania. Che ha permesso, nel marzo 2020, di trasportare 44 pazienti bergamaschi negli ospedali dei Lander tedeschi. E di salvare così la vita a trenta di essi, altrimenti destinati a morte certa. Nei giorni di peggiore contagiosità, l’Ambasciata di Germania a Roma collaborò costantemente con il Dipartimento della Protezione Civile, l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo e le varie autorità e cliniche tedesche, trasportando i pazienti dall’aeroporto di Bergamo alle strutture ospedaliere di varie città tedesche - tra cui Lipsia, Dresda, Colonia, Bonn, Bochum, Essen, Norimberga, Erlangen e Wuerzburg".

"Un vero e proprio ponte aereo. Che è stato realizzato attraverso il supporto dell’esercito federale - Bundeswehr, dell’aeronautica militare e del trasporto privato. I costi dei trasporti in Germania e dei ricoveri ospedalieri di tutti i pazienti italiani sono stati interamente coperti dalla Repubblica Federale. I pazienti italiani furono accolti nei reparti di cura intensiva di diversi ospedali in Sassonia, Baviera e Nordreno-Vestfalia, nelle cliniche della Croce Rossa tedesca della Renania Palatinato e negli ospedali militari di Amburgo e Renania Palatinato".

"Era la notte del 23 marzo, esattamente un anno fa, quando partì il primo volo diretto a Lipsia con a bordo due pazienti italiani. Sono passati dodici mesi. Stiamo ancora lottando contro il virus e le sue conseguenze. Sia sanitarie che economiche. Questo grande gesto di solidarietà compiuto dalla Germania testimonia come l'amicizia tra i popoli sia tutt'altro che un valore astratto. Ma, al contrario, rappresenti uno strumento molto concreto di aiuto, anche durante i periodi più bui della storia". Lo dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Esteri. Dip 22

 

 

 

 

Il primo Dantedì degli Italiani all’estero

 

Relazione introduttiva alla videoconferenza sul 700° anniversario dalla morte di Dante, organizzata dal Consiglio Generale degli italiani all’estero.

 

L’odierna celebrazione del Dantedì, che ci apprestiamo a realizzare, è nata da una felice proposta dell’Associazione Culturale campana “Lectura Dantis Metelliana” presieduta dal professore e costituzionalista Marco Galdi, docente dell’università di Salerno, assieme alla casa editrice ETPbooks, che in preparazione di questo evento ha pubblicato un volume dedicato a Dante Alighieri dal titolo “Cantar Dante”, composto da 100 terzine discusse e analizzate da 100 dantisti impegnati in altrettante università nel mondo. Tre di loro, i Professori Chirico, Serianni e Lombardi, interverranno in questo webinar. Questo progetto è stato sostenuto con convinzione dalla Direzione Generale degli Italiani all’Estero e dal direttore generale Luigi Vignali. A tutti loro, ai professori e ai consiglieri del Cgie, che interverranno in questa bella iniziativa, va il nostro sincero ringraziamento, inteso come un regalo alle nostre comunità all’estero che ci stanno seguendo attraverso la diretta streaming in youtube e in facebook da ogni parte del mondo.

Oggi celebriamo il settimo centenario della morte di Dante Alighieri e la seconda edizione del Dantedì, consapevoli del valore che riveste la sua opera ancora nella nostra vita quotidiana. Tutti siamo debitori di quello che il suo genio ci ha trasmesso e lo provano le iniziative in corso oggi ovunque nel mondo. Noi italiani in particolare, dato che Dante è stato l’artefice della nostra lingua e ci ha trasmesso un’idea di nazione, quando questa ancora non era e il concetto dell’Italia unita, così come il senso di Patria, era concepito in maniera utopica, più sotto l’aspetto emotivo e sentimentale, che sotto l’aspetto statuale. Quello che noi siamo e quel che siamo diventati in questi sette secoli, che ci separano dalla sua morte, è sotto gli occhi di tutti i cittadini del mondo.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero a maggior ragione riconosce nell’opera del Sommo Poeta tutti i motivi che, attraverso la sua eredità culturale, concorrono a tenere assieme il comun sentire delle nostre comunità con la madre Patria e a rinverdire i legami culturali, economici e sociali che esprimono valori dai quali attingere orientamenti e ispirazioni. L’odierna celebrazione rafforza il senso di appartenenza e la lingua italiana diventa un ponte, il mezzo attraverso cui i popoli dialogano fra loro, mentre la cultura esprime una visione umanistica che pone l’uomo al centro dell’universo. Noi italiani con le nostre innate abitudini, le tradizioni, gli usi e i costumi siamo portatori di uno stile di vita, un modo di concepire e di star nel mondo forgiati da valori che trovano riferimenti ancestrali anche nelle opere di Dante Alighieri.

La sua poesia sublima ed esprime il bello, il gusto, l’architettura, lo stile curato e differenziato che trovano nella nostra lingua d’arte i veicoli che oggi ispirano e vengono riprodotti nella moda, nell’arte, nel design; la sua prosa viene recepita e espressa nelle buone maniere con le quali vengono presentati i tesori del nostro paese attraverso l’enogastronomia, la cura dei musei e delle grandi opere presenti sotto il cielo azzurro dell’Italia, nelle città d’arte e nei siti turistici presenti lungo lo stivale, impregnati di ospitalità e del costume nostrano; i suoi manuali sulla politica sono fonte di confronto con le pratiche diffuse del governo della vita civile e sociale delle nostre società,  mentre gli aspetti scientifici, religiosi e del diletto che trascendono la fede e l’amore sono ricchi di suggestioni e di ispirazioni, che fanno degli uomini e delle donne i protagonisti della commedia umana dei nostri giorni. Abbeverarsi alla fonte delle opere di Dante, possiamo dire, aiuta a ritrovare il senso della vita.

In questo merita una breve riflessione il legame tra l’opera e la vita di Dante Alighieri in parallelo a quella degli italiani all’estero.

Dante ha vissuto, come noi, il duro distacco dalla terra d’origine e il dolore dell’esilio, cui è stato costretto dalle fazioni politiche e dalle guerre che hanno travagliato la storia di Firenze nel corso della sua vita. Il Poeta ha predicato la necessità della separazione fra il potere spirituale della Chiesa e il potere temporale dell’Imperatore che, nella sua visione avrebbe dovuto unificare il mondo. Noi abbiamo mantenuto forti i valori della nostra fede e il rispetto per la Nazione da cui proveniamo, l’Italia che Dante ha contribuito a unificare dandole una lingua sola, una lingua che potesse fiorire sulle labbra di tutto il popolo dalle Alpi al mare, una lingua che ha cominciato ad affinare nell’esilio quando dibatteva se basarla sul lombardo, troppo duro, o sul romagnolo, troppo dolce, per poi fermarsi per un tratto sul bolognese e infine dimenticare le sue esitazioni facendo proprio il fiorentino e dedicandogli il suo capolavoro, la Divina Commedia, summa del pensiero politico, dell’etica, della scienza, della storia, delle virtù che fanno parte dell’animo italiano e anche delle brutture che le mettono in pericolo. Dante ci ha parlato dell’amore che in tutte le sue forme modella e dà contenuto alle nostre esistenze; ha fatto tutto questo donando a noi, italiani all’estero, la forza unificante dell’espressione del pensiero nella lingua più bella del mondo, la nostra, che insegniamo dappertutto e cantiamo oggi con le sue parole.

Straordinario è l’entusiasmo con cui i nostri connazionali hanno preparato queste celebrazioni assieme ai Comites, alle associazioni culturali italiane e tra loro la Società Alighieri con i suoi 401 comitati sparsi nel mondo, come anche numerose istituzioni straniere quali: il Forum per l’italiano in Svizzera, le università francesi, la collaborazione tra la Dante di Genk e le associazioni culturali italo-belghe in Belgio, la stessa video maratona letteraria che da giorni lega le nostre comunità in Argentina, Brasile, Australia, Stati Uniti e Canada, Sud Africa e alcuni paesi medio orientali e asiatici. Sotto l’aspetto culturale c’è un’identificazione globale tra i nostri connazionali in Italia e il mondo. La portata umanistica del pensiero dantesco, come politico, giurista, dotto, carismatico e per terminare esule, grazie al quale sono evoluti e si sono affermati i caratteri e i valori che contraddistinguono la civiltà europea, grazie ai suoi insegnamenti ci sollecita a pensare il nostro ruolo in un mondo libero, aperto, democratico e plurale. Il Cgie è consapevole dell’impegno civile e sociale, politico e religioso che in giro per il mondo ci è dato assumere, per esserne degni discendenti affinché, anche di fronte alle più difficili realtà della vita, possiamo sempre auspicare che arriverà in fretta il momento in cui, dopo aver provato sì come sa di sale è lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale, potremo ritornare a rivedere le stelle.

A conclusione del convegno potremo ascoltare, tutti insieme, come saranno lette le terzine della Divina commedia con accenti diversi da chi vive nei diversi continenti del mondo, e però si riconosce nel genio del grande Padre comune, Dante.

Care e cari connazionali, a nome del Consiglio Generale degli Italiani all’estero, vi giungano i migliori auguri ovunque vi troviate nel mondo.

Michele Schiavone  Cgie/dip 6

 

 

 

Nuovi orizzonti

 

Una premessa ci sembra importante per evitare di confondere i “desiderata” a tutti i livelli politici. Facciamo riferimento a chi vive all’estero e non ha un’informazione analitica su quanto succede in Patria. Se è vero che la legge non ammette ignoranza, è anche lapalissiano che la nostra Comunità nel mondo debba avere informazioni sicure e di facile intendimento. Insomma, la “notizia” ha essere meglio gestita. Ci sono, infatti, delle comunicazioni più pertinenti alla nostra umanità migrata, che nei confronti di chi è residente nel Bel Paese. Noi ci proviamo da parecchi anni.

 

Questo quindicinale è riuscito a dare migliore tangibilità a quelle posizioni politiche che potrebbero avere un seguito differente per chi non vive nella Penisola. Indubbiamente, non è facile dare a ciascuno il suo. L’Emigrazione italiana si è sviluppata a diversi livelli. Ne consegue che le esigenze degli italiani “altrove”restano differenti. Ma quelle a livello nazionale sono comuni. Proprio su questi motivi, desideriamo, di conseguenza, dare spazio d’opinione a chi non ne ha mai avuto molto. La nostra vuole essere più di una semplice promessa e aprire nuovi orizzonti socio/economici. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Su RadioCom.Tv lo spazio #CiaoDa sulle storie degli italiani nel mondo. “Italiani all’estero volano di sviluppo”

  

Roma - "Turismo. Export. Rappresentanze diplomatiche. Gli italiani nel mondo possono essere protagonisti del rilancio del sistema Paese, dopo i devastanti effetti della pandemia sul turismo e sull’economia. Ecco perché come Italia Viva in Commissione Esteri al Senato abbiamo insistito affinché anche gli italiani all’estero siano parte integrante del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che il Governo si accinge a redigere e a presentare all’Unione Europea. Proposte che sono confluite nella risoluzione finale del Senato, come atto di indirizzo al governo".

Nella risoluzione, ad integrazione del PNRR, ho voluto che siano ricomprese espressamente diverse voci a favore delle nostre comunità italiane nel mondo: innanzitutto il sostegno alla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Poi misure di supporto al turismo di ritorno. Inoltre la promozione dell’internazionalizzazione, attraverso la valorizzazione delle comunità italiane nel mondo e della rete delle camere di commercio italiane all’estero, nella loro funzione di promotori dell’Italia e dell’export di beni e servizi". Lo ha dichiarato la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri, intervenendo in diretta su RadioCom.Tv, per inaugurare il nuovo spazio #CiaoDa dedicato alle storie degli italiani nel mondo.

 "La risoluzione del Senato, ad integrazione del PNRR prevede inoltre misure di potenziamento della rete diplomatica e consolare, con l'aumento del personale e delle risorse. Con l'obiettivo di rendere più fruibili i servizi per i cittadini residenti all'estero. Prevedendo altresì il rafforzamento dei meccanismi di sicurezza per il personale e per le sedi della rete diplomatica italiana. Aprendo infine alla possibilità di promuovere percorsi culturali e eno-gastronomici e una campagna di comunicazione sui media nazionali e internazionali, in sinergia con le ambasciate italiane all'estero e gli istituti ICE in coordinamento con il Ministero degli Esteri”.

“E’ importante che anche gli italiani all’estero rientrino tra i possibili fruitori delle misure del PNRR. Si tratta di uno straordinario piano di investimenti di cui il nostro paese potrà beneficiare per i prossimi decenni. E’ utile e strategico che anche i nostri connazionali nel mondo possano esserne parte integrante, così da fungere da volano di sviluppo per il Paese " ha concluso la senatrice. Dip 31

 

 

 

 

Premi e contributi per le traduzioni. Bando 2021. Domande entro il 7 maggio

 

ROMA - Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha pubblicato il Bando annuale per i Premi e Contributi in favore delle traduzioni in lingua straniera di opere letterarie e scientifiche (anche su supporto digitale), produzione, doppiaggio o sottotitolatura in lingua straniera di cortometraggi, lungometraggi e serie televisive destinati ai mezzi di comunicazione di massa.

Editori, traduttori, imprese di produzione, doppiaggio e sottotitolatura, imprese di distribuzione e istituzioni culturali ed internazionali, con sede sia in Italia sia all'estero, possono presentare domanda per due tipologie di incentivo: contributi e premi.

I contributi si possono richiedere per: la traduzione in lingua straniera e divulgazione a mezzo pubblicazione (anche in formato digitale) di opere letterarie e scientifiche italiane, la cui pubblicazione sia prevista in data non antecedente all’1 agosto 2021; e per la produzione, il doppiaggio o la sottotitolatura in lingua straniera di cortometraggi, lungometraggi e di serie televisive che saranno realizzati in data non antecedente all’1 agosto 2021.

I premi possono essere richiesti come incentivo a opere italiane (anche in formato digitale), ivi compresi cortometraggi e lungometraggi e serie televisive destinate ai mezzi di comunicazione di massa, che siano state divulgate, tradotte, prodotte, doppiate, sottotitolate, in data non antecedente al 1 gennaio 2020.

Le domande di partecipazione al Bando dovranno essere presentate entro il 7 maggio 2021 all’Ambasciata d’Italia del Paese cui l’iniziativa si riferisce, tramite gli Istituti Italiani di Cultura competenti per territorio.

I criteri in base ai quali saranno scelti i vincitori sono diversi: dalla qualità letteraria o scientifica dell’opera alla coerenza rispetto al quadro generale dell’azione di promozione e divulgazione della cultura e della lingua italiana all’estero. Influirà anche il parere espresso dalle competenti sedi diplomatiche e culturali.

Per l’anno 2021 i premi previsti sono cinque, ognuno dell’ammontare di cinquemila euro, per le lingue francese, inglese, spagnolo, tedesco e cinese.

Ulteriori informazioni sul bando e sui moduli da compilare per partecipare si possono trovare a questo link: https://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/cultura/promozionelinguaitaliana/promozionelibroitaliano.html  (aise/dip 22)

 

 

 

 

Le attività e i programmi culturali nelle scuole pubbliche e paritarie all’estero

 

ROMA – I consiglieri del Comitato di Presidenza e della Commissione “Lingua e cultura” del Consiglio Generale degli Italiani all’estero hanno dialogato in videoconferenza con il nuovo direttore centrale per la promozione della lingua e della cultura italiane, Cecilia Piccioni, e i dirigenti degli Uffici V, VII e VIII della Direzione Generale Sistema Paese (DGSP) del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) per discutere – informa il Cgie con una nota  –  lo stato di avanzamento e l’applicazione della nuova circolare 3/2020, le attività e i programmi culturali nelle scuole pubbliche e paritarie all’estero e la promozione culturale programmata dalla Direzione per l’anno corrente.

L’incontro – prosegue la nota – è servito per chiarire i diversi aspetti legati alle criticità emerse in questa prima fase da quando è applicata la nuova circolare e si è convenuto di istituire un tavolo tecnico per individuare e apportare le necessarie modifiche alla normativa vigente. Intanto – si legge nella nota – gli uffici del MAECI si sono impegnati a assumere come metro di misura: maggiore flessibilità in merito alla tempistica per la presentazione dei progetti, di rispettare i tempi e di essere puntuali nell’erogazione dei finanziamenti agli enti gestori/promotori, nonché di seguire con accurata attenzione la comunicazione delle notifiche e delle informazioni al mondo della scuola e della formazione all’estero.

In secondo luogo, l’interlocuzione – continua la nota – è servita a chiarire che la diffusione della lingua e cultura italiane all’estero rappresenta un elevato strumento di promozione del nostro Paese sia per gli aspetti formativi, della conoscenza e del sapere, ma anche attraverso il rafforzamento della diplomazia diplomatica, che utilizza gli strumenti riconosciuti e consolidati quali gli istituti di cultura, le università, ma si esprime anche nella quotidianità degli italiani all’estero, degli italici e degli italodiscendenti attraverso la ricerca, l’arte e l’italianità interpretata con linguaggi e con forme derivate. Il Cgie – conclude la nota – è impegnato da tempo a promuovere l’integrazione di queste potenzialità nei programmi del sistema paese e sollecita con convinzione le istituzioni italiane ad adoperarsi in questo senso. (Inform/dip 1)

 

 

 

 

L’Associazionismo per il pieno coinvolgimento dell’emigrazione italiana nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

 

ROMA – Il FAIM (Forum delle associazioni italiane nel mondo ha inviato ieri una nota al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, al Sottosegretario per gli Affari Comunitari Vincenzo Amendola, al Ministro della Salute Roberto Speranza, al Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando, al Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, al Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, al Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, al Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Luigi di Maio, al Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, al Ministro dell’Università e della ricerca Maria Cristina Messa, al Ministro per il Sud e la coesione territoriale Maria Rosaria Carfagna, al Presidente della III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati Piero Fassino, al Presidente della III Commissione Affari Esteri del Senato Vito Petrocelli e per conoscenza, al Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone.

Attraverso questa nota il FAIM ha trasmesso al Governo italiano le proprie proposte di inclusione della specifica dimensione rappresentata dalla grande comunità degli italiani nel mondo, all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che sarà definito entro la fine di questo mese per essere inviato alla Commissione europea.

Nello specifico, il FAIM, facendo anche riferimento al lavoro di preparazione della Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE svolto in seno al CGIE, indica alcuni punti prioritari che dovrebbero essere inclusi nelle azioni previste dalle diverse Missioni in cui è articolato il PNRR, sia per quanto attiene la dimensione dei diritti di cui sono portatori i cittadini italiani all’estero, sia per l’opportunità che essi rappresentano e possono far valere in diversi ambiti, nel rafforzamento della ripresa del paese. In particolare, il documento del FAIM indica come prioritari in riferimento alle diverse Missioni stabilite nel PNRR:

MISSIONE 1: l’inserimento a pieno titolo dei servizi della Rete Consolare all’interno delle misure di ammodernamento e digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; la necessità di inserire i settori svantaggiati delle nostre collettività in azioni alfabetizzazione digitale; l’inserimento della Stampa italiana all’estero tra i soggetti fruitori delle misure a sostegno della digitalizzazione delle imprese; il coinvolgimento degli italiani all’estero nei percorsi che saranno approntati per rendere più attrattivo il nostro Paese nel settore turistico.

MISSIONE 2: una vasta campagna informativa rivolta agli italiani all’estero sulle opportunità di riqualificazione energetica degli edifici e case di proprietà dei connazionali emigrati che può contribuire a convogliare risorse verso il Paese e a contenere le emissioni nocive.

MISSIONE 4: l’inclusione dei giovani delle ultime generazioni e della nuova emigrazione nei programmi di potenziamento delle competenze e del diritto allo studio (educazione, lingua e cultura e formazione professionale) e in quelli volti a al rafforzamento della Ricerca e Sviluppo.

MISSIONE 5: il coinvolgimento degli italiani all’estero nelle politiche di coesione sociale e territoriale, sia come fruitori di misure di accompagnamento e assistenza nei progetti emigratori alla partenza e all’arrivo, sia come attori di sviluppo locale in caso di rientro nelle regioni di esodo o nella costruzione di partenariati internazionali; inoltre, rispetto agli obiettivi di questa Missione, il FAIM sollecita l’attenzione al mondo associativo all’estero, come parte integrante del Terzo Settore, da riconoscere e sostenere per il suo importante e permanente contributo alla coesione sociale delle collettività all’estero.

MISSIONE 6: Infine, riguardo agli obiettivi della quest’ultima Missione (Salute), il FAIM sollecita l’attenzione istituzionale alle fasce di popolazione più fragile in alcuni paesi svantaggiati dell’America Latina e dell’Africa, quali soggetti “da prendere in carico” dal punto di vista dei servizi sanitari, con misure ed azioni ad hoc, analogamente a quanto avverrà in Italia. Ciò vale anche per i nuovi migranti che hanno difficoltà ad ottenere una copertura assicurativa sanitaria stabile sia per le norme in vigore in alcuni paesi, sia per la frequente precarietà di condizioni lavorative che sono costretti a subire anche in Europa.

Nella premessa alle proposte indicate, Il FAIM chiarisce che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non può ignorare o sottovalutare i diritti, i bisogni e le opportunità presenti in quella che, a seguito dei nuovi flussi emigratori dei primi due decenni di questo secolo, costituisce oramai la seconda regione del paese, la cui popolazione si aggira intorno ai 7 milioni di persone. (Inform/dip 8)

 

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Deutschland muss Vorreiterrolle einnehmen

 

Während in Deutschland 250 Kommunen Hilfe zusagen, warten in Griechenland 15.500 Menschen auf genau diese Hilfe. Bei der Suche nach Lösungen können wir eins nicht: warten. Von Lars Castellucci und Daniela Kolbe

 

Nach dem letzten Flug vom 31. März 2021 aus Lesbos nach Deutschland befinden sich immer noch etwa 15.500 Geflüchtete auf den ostägäischen Inseln. 4.000 davon sind Kinder, knapp 3.000 von ihnen sind jünger als 12 Jahre, 250 sind unbegleitet oder von ihren Familien getrennt. Die Zustände vor Ort sind weiterhin prekär, der Bau des neuen Aufnahmezentrums auf Lesbos verzögert sich. Stand März ist zwar die Aufnahme von weiteren 1.500 Personen in die fünfzehn anderen Länder der europäischen Koalition der Menschlichkeit zugesagt. Damit verbleiben allerdings weiterhin 14.000 Geflüchtete auf den Inseln. Derweil haben sich in Deutschland fast 250 Kommunen zum Netzwerk Sichere Häfen zusammengefunden, Tendenz steigend. Wie kann man die so signalisierte Hilfsbereitschaft zu tatsächlicher Hilfe werden lassen?

Das Lager Moria auf Lesbos war jahrelang Europas Schandfleck. Es war die Kehrseite der europäischen Flüchtlingspolitik und des Dublin-Systems, welches die Mittelmeeranrainerstaaten allein lässt und insgeheim auf die abschreckende Wirkung der dort entstehenden Bilder hofft. Gleichzeitig gelang es in den letzten Jahren nicht, durch echte Solidarität ein funktionierendes Aufnahme- und Verteilungssystem zu installieren. Ein System, welches das Elend der Menschen an den europäischen Außengrenzen beenden und zugleich die südlichen Mitgliedstaaten entlasten kann. Auch wenn Moria nun Geschichte ist, ist die Situation für viele Geflüchtete in Griechenland weiterhin dramatisch.

„Gleichzeitig wissen wir, dass aufgrund der Unstimmigkeiten unter den Mitgliedstaaten bis zum Inkrafttreten des Regelwerks noch Jahre vergehen können. Jahre, die wir angesichts der verstörenden Bilder aus dem neuen Lager Kara Tepe auf Lesbos und der tragischen Situation im bosnischen Lager Lipa nicht wieder verstreichen lassen dürfen.“

Die Europäische Kommission hat mittlerweile ein neues Migrations- und Asyl-Paket vorgestellt, welches das gemeinsame europäische Asylsystem grundlegend reformieren soll. Als SPD-Bundestagsfraktion begrüßen wir die Vorschläge der Kommission ausdrücklich als wichtigen Schritt. Gleichzeitig wissen wir, dass aufgrund der Unstimmigkeiten unter den Mitgliedstaaten bis zum Inkrafttreten des Regelwerks noch Jahre vergehen können. Jahre, die wir angesichts der verstörenden Bilder aus dem neuen Lager Kara Tepe auf Lesbos und der tragischen Situation im bosnischen Lager Lipa nicht wieder verstreichen lassen dürfen. Der Verweis auf eine Europäische Lösung verkommt deshalb zur Floskel, wenn wir akutes Leid ignorieren. Ad-hoc-Maßnahmen stehen für uns nicht im Widerspruch zu einer Einigung auf EU-Ebene. Solange es aber kein funktionierendes Europäisches Asylsystem gibt, wollen wir weiterhin flankierende Maßnahmen durchführen, um vor Ort direkte Hilfe zu leisten, schutzsuchende Menschen aus den Lagern an den Grenzen Europas zu holen sowie ihnen die Einreise in andere Mitgliedstaaten und eine menschenwürdige Unterbringung zu ermöglichen. Zugleich darf die EU über eine menschenwürdige, progressive Reform des EU-Asylsystems und der Rolle von Frontex nicht die Fluchtursachenminderung aus dem Blick verlieren. Maßnahmen der Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik und Handelspolitik müssen vorab darauf überprüft werden, ob sie Fluchtursachen verstärken. In einem solchen Falle sind die Maßnahmen fluchtursachenmindernd anzupassen.

Die Appelle zahlreicher Kommunen und Bundesländer für die Ausweitung legaler Zugangswege für Menschen auf der Flucht zeigen: Kapazitäten und Aufnahmebereitschaft sind vorhanden. Und der Blick auf unsere Nachbarländer offenbart ein ähnliches Bild: Selbst in Ländern mit einer ablehnenden Haltung finden sich aufnahme- und hilfsbereite Städte, Kommunen und Regionen. Umso unverständlicher ist es, dass verfügbare und von den Geflüchteten dringend benötigte Plätze nicht vergeben werden können. Hier sollte Deutschland mit einem guten Beispiel vorangehen und somit auch Vorbild für andere sein.

„Es darf nicht sein, dass politischer Aufnahmewille durch bürokratische Argumente und verwaltungstaktisches Handeln nicht zum Tragen kommt.“

Die Zuständigkeit für die Koordination der humanitären Aufnahme liegt aus guten Gründen beim Bundesinnenministerium. Denn für die Aufnahme müssen alle staatlichen Ebenen zusammenarbeiten, vom Bund etwa in Fragen der Sicherheitsüberprüfung bis zu den Kommunen bei der erfolgreichen Integration. Außerdem haben anerkannte Geflüchtete grundsätzlich nach drei Jahren das Recht auf Freizügigkeit, die Aufnahme lässt sich also faktisch nicht auf aufnahmebereite Kommunen beschränken. Nicht zuletzt ist die Aufnahmebereitschaft durch Kommunen in der Regel nicht mit ihrer Bereitschaft zur Kostenübernahme verbunden, der Bund und damit alle Steuerzahlenden bleiben also im Spiel. Für eine Aufnahme bedarf es entsprechend des Einvernehmens des Bundesinnenministers. Es darf aber nicht sein, dass politischer Aufnahmewille durch bürokratische Argumente und verwaltungstaktisches Handeln nicht zum Tragen kommt. Hier bieten die bestehenden gesetzlichen Regelungen bisher nicht die notwendige Rechtssicherheit.

Wir stehen deshalb hinter dem Beschluss des Landes Berlin, gegen die versagte Zustimmung zum landeseigenen Aufnahmeprogramm Rechtsmittel einzulegen. Denn die rechtliche Prüfung kann für die notwendige Klarheit sorgen, welchen Umfang das Einvernehmenserfordernis hat. Zugleich setzen wir uns für eine praktische Lösung ein, um die Interessen aller drei Ebenen – Bund, Länder und Kommunen – besser zu vereinbaren. Daher fordern wir eine gesetzliche Neuregelung des § 23 Abs. 1 Aufenthaltsgesetz. Nach Satz 3 soll neu eingefügt werden: „Das Einvernehmen gilt als erteilt, wenn das Bundesministerium des Innern, für Bau und Heimat nicht innerhalb von vier Wochen begründete, die innere Sicherheit oder die Aufnahmebereitschaft anderer Staaten betreffende Bedenken geltend macht.“

Ganz grundsätzlich sind Städte und Kommunen in der Flüchtlingspolitik entscheidend und müssen in ihre Weiterentwicklung entsprechend einbezogen werden. Kommunen, die sich freiwillig zur Aufnahme und Integration von Asylsuchenden bereit erklären, sollte Geld aus EU-Finanzierungsinstrumenten zur Verfügung gestellt und in gleicher Höhe die Finanzierung für Entwicklungsprojekte ermöglicht werden, die von Bürger:innen mitentwickelt werden und allen zugutekommen. Dafür sollte Geld in einem Europäischen Fonds für gemeinsame kommunale Entwicklung zur Verfügung gestellt werden, der diese Aufnahme klar auch symbolisch als europäisches Projekt kennzeichnen würde

„Zugleich wissen wir, dass dies nur ein Tropfen auf den heißen Stein ist. Wir fordern daher weiterhin die Ausweitung der Aufnahme von Geflüchteten im Rahmen einer europäischen Initiative.“

Deutschland hat sich seit März 2020 bereiterklärt, insgesamt 2.750 Geflüchtete aus Griechenland aufzunehmen. Diese Zahl hat die SPD-Bundestagsfraktion hart erkämpft. Auch vor Ort hat Deutschland umfangreiche humanitäre und technische Hilfe geleistet. Das Vorhaben der Europäischen Kommission und der griechischen Regierung, ein gemeinsames Aufnahmezentrum auf Lesbos zu errichten, unterstützen wir. Zugleich wissen wir, dass dies nur ein Tropfen auf den heißen Stein ist. Wir fordern daher weiterhin die Ausweitung der Aufnahme von Geflüchteten im Rahmen einer europäischen Initiative. Zudem verweisen wir darauf, dass bereits jetzt die Bundesländer in einzelnen Fällen von ihren Möglichkeiten zur Erleichterung und Beschleunigung der Aufnahme von Schutzsuchenden – insbesondere im Rahmen der Familienzusammenführung – Gebrauch machen können.

Als Demokrat:innen und Europäer:innen stehen wir hinter der Idee eines menschenwürdigen Gemeinsamen Europäischen Asylsystems. Zur Wahrheit gehört aber auch, dass eine Minderheit der europäischen Staaten dieser Idee den Rücken gekehrt hat. Deutschland muss vor diesem Hintergrund eine Vorreiterrolle einnehmen und zeigen: Wir stehen als offene Gesellschaft für die Aufnahme von Geflüchteten und helfen unseren europäischen Partnern an den Außengrenzen. Diese Signalwirkung brauchen wir momentan mehr denn je. Denn gerade in Zeiten der Krise ist gelebte Solidarität das Gebot der Stunde. MiG 9

 

 

 

Ermittlungen gegen Seenotretter. Abhörung von Journalisten empört Italien

 

Im Rahmen von Ermittlungen gegen Seenotretter soll die italienische Staatsanwaltschaft Journalisten und Anwälten abgehört haben. Menschenrechtsexperten sprechen von einem Desaster für die Pressefreiheit.

Die Staatsanwaltschaft im sizilianischen Trapani hat mit dem Abhören von Journalisten und Anwälten im Rahmen von Ermittlungen gegen Seenotretter Empörung ausgelöst. Der ehemalige italienische Richter am Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte, Vladimiro Zagrebelsky, nannte die Offenlegung der Quellen am Dienstag in der Turiner Tageszeitung „La Stampa“ ein „Desaster für die Pressefreiheit“. Insbesondere eine Libyen-Expertin war bei ihrer Recherche über die Finanzierung von Gefängnissen für Flüchtlinge in Libyen durch die italienische Regierung abgehört worden.

Der italienische Journalistenverband verurteilte die Verletzung des Quellenschutzes durch Justizbehörden als äußerst gravierend. „Wo soll das hinführen, zu Wanzen in Beichtstühlen?“, fragte der Präsident des italienischen Journalistenverbands ODG, Carlo Verna. Die Journalistengewerkschaft FNSI forderte Klarheit über die Urheber und Ziele der Abhöraktionen.

Die Staatsanwaltschaft Trapani hatte kürzlich ihre 2017 begonnenen Ermittlungen gegen 21 Personen wegen des Verdachts auf Beihilfe zu illegaler Immigration abgeschlossen. Ausgehend vom Fall der „Iuventa“ des deutschen Vereins „Jugend rettet“ suchte sie nach Hinweisen auf eine Zusammenarbeit zwischen diesem und den Hilfsorganisationen „Save the Children“ sowie „Ärzte ohne Grenzen“ mit libyschen Schleusern. Im Fall einer Verurteilung drohen Höchststrafen von bis zu 20 Jahren Gefängnis. (epd/mig 7)

 

 

 

Umgang mit von der Leyen führt zu Spannungen zwischen Rom und Ankara

 

Italiens Regierungschef Mario Draghi hat den türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan als „Diktator“ bezeichnet. Draghi übte am Donnerstag scharfe Kritik am Umgang mit EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen bei ihrem kürzlichen Besuch in Ankara.

„Ich war sehr betrübt über die Demütigung, welche die Kommissionspräsidentin wegen dieser – nennen wir sie beim Namen – Diktatoren erleiden musste“, sagte der Ministerpräsident bei einer Pressekonferenz in Rom. Die EU müsse aber mit Staatschefs wie Erdogan zusammenarbeiten.

Die Äußerungen Draghis lösten in Ankara eine scharfe Reaktion aus. Das

türkische Außenministerium bestellte unverzüglich Italiens Botschafter ein.

Außenminister Mevlüt Cavusoglu nannte die Kommentare Draghis „hässlich und unvernünftig“.

Der Minister schrieb im Kurzbotschaftendienst Twitter: „Wir verurteilen diese inakzeptablen, populistischen Bemerkungen energisch (…).“

Die „Sofa-Gate“-Affäre erhitzt seit Tagen die Gemüter. Der Vorfall löste unter anderem Vorwürfe der Frauenfeindlichkeit an die Adresse der türkischen Regierung aus.

In einem Video war zu sehen, wie die Kommissionschefin am Dienstag zum

Auftakt eines Treffens mit Erdogan im Präsidialamt in Ankara zunächst stehen bleibt und mit einem „Ähm“ reagiert, als sich Erdogan und EU-Ratspräsident Charles Michel auf zwei nebeneinander stehende Sessel setzen.

Von der Leyen musste dann in beträchtlichem Abstand auf einem Sofa Platz nehmen.

Beide Seiten machten sich gegenseitig für den Eklat verantwortlich.

Cavusoglu sagte am Donnerstag, die Sitzordnung sei „in Übereinstimmung mit dem Vorschlag der EU“ festgelegt worden. Die Kritik an der Türkei bezeichnete er als „unfair“.

Konservative und Sozialdemokraten als größte Fraktionen im Europaparlament verlangten Aufklärung über den Vorfall und forderten eine Plenarsitzung mit von der Leyen und Michel. EA 9

 

 

 

 

Papst: Nach Pandemie globaler Entwicklungsplan notwendig

 

Franziskus hat zu einem solidarischeren Entwicklungsmodell aufgerufen. Die Welt könne nach der Covid-Krise nicht so weitermachen wie bisher, schreibt er in einem Brief an die Weltbankgruppe und den Internationalen Währungsfonds. Darin fordert er erneut globale Impfgerechtigkeit und einen Schuldennachlass.

Der Brief des Papstes ist auf Ostersonntag, 4. April, datiert. Der Vatikan veröffentlichte das Schreiben aber an diesem Donnerstag anlässlich der Frühjahrstagung der beiden Einrichtungen.

Es gibt kein Zurück

Die Covid-19-Pandemie habe zu einer „Reihe schwerwiegender und miteinander verbundener sozioökonomischer, ökologischer und politischer Krisen“ geführt, hält Papst Franziskus in dem Schreiben fest. Beim Umgang mit den Pandemie-Folgen brauche es „neue, inklusivere und nachhaltigere Lösungen“, um Wirtschaft, Gemeinschaften und Individuen zu unterstützen. Dafür müsse man zu einem neuen Entwicklungsmodell übergehen, macht der Papst deutlich: „Der Begriff der Erholung kann sich nicht mit einer Rückkehr zu einem ungleichen und nicht nachhaltigen Modell des wirtschaftlichen und sozialen Lebens begnügen, in dem eine winzige Minderheit der Weltbevölkerung die Hälfte des Reichtums besitzt.“

Menschen am Rande der Gesellschaft seien von der Finanzwelt „faktisch ausgeschlossen“, kritisiert der Papst, der zum Aufbau einer besseren, menschlicheren und solidarischeren Welt aufruft. Es brauche „neue und kreative Formen der sozialen, politischen und wirtschaftlichen Teilhabe“, greift Franziskus Gedanken seiner jüngsten Enzyklika „Fratelli tutti" auf. Die „Stimme der Armen“ müsse gehört werden und sie beim Aufbau einer gemeinsamen Zukunft mit einbezogen werden.

Globaler Entwicklungsplan notwendig

Vertrauen sei auch Grundstein finanzieller Beziehungen, wendet Franziskus sich an die Finanz- und Wirtschaftsexperten, es brauche dafür eine „Kultur der Begegnung“, in der Brücken gebaut und „langfristig inklusive Projekte ins Auge gefasst“ würden. Statt individueller Wiederaufbaupläne brauche es jetzt einen „globalen Plan“, der alle Völker voranbringen kann, so der Papst. Und er ermuntert dazu, in dieser Vision ein Netzwerk internationaler Beziehungen aufzubauen, bestehende Institutionen in diesem Sinne zu „regenerieren“ und wenn nötig dafür auch „neue Institutionen“ zu schaffen.

Ärmere und weniger entwickelte Nationen müssten mehr Entscheidungsmacht erhalten und Zugang zum internationalen Markt, wird Franziskus konkret. Auch müsse die Schuldenlast der ärmsten Nationen, die durch die Pandemie noch verschärft wurde, „deutlich reduziert“ werden. Dies könne einen „Zugang zu Impfstoffen, Gesundheit, Bildung und Arbeitsplätzen“ ermöglichen.

Klimagerechtigkeit

Der Papst kommt dann auf das Thema Umwelt- und Klimagerechtigkeit zu sprechen. Hinsichtlich „ökologischer Schulden“ sei der globale Norden dem Süden etwas schuldig, gibt er zu bedenken: „Wir stehen nämlich in der Schuld der Natur selbst sowie der Menschen und Länder, die von der durch den Menschen verursachten ökologischen Degradation und dem Verlust der biologischen Vielfalt betroffen sind.“ Die Finanzindustrie müsse hier „agile Mechanismen zur Berechnung dieser ökologischen Schuld entwickeln“, appelliert der Papst, die die entwickelten Länder dann begleichen könnten – etwa, indem sie ärmere Länder auf ihrem Weg zu einer nachhaltigen Entwicklung durch Kostenübernahmen konkret unterstützten.

„In der Schuld der Natur selbst sowie der Menschen und Länder, die von der durch den Menschen verursachten ökologischen Degradation und dem Verlust der biologischen Vielfalt betroffen sind“

Das universelle Gemeinwohl müsse „Ziel und Zweck“ allen wirtschaftlichen Lebens sein, erinnert Franziskus in seinem Brief grundsätzlich. Es brauche ein Denken und Handeln „in Begriffen der Gemeinschaft“ und Engagement gegen die „strukturellen Ursachen der Armut und Ungleichheit“.

Ziel aller Wirtschaft muss Gemeinwohl sein

Daraus folge, „dass öffentliches Geld niemals vom Gemeinwohl abgekoppelt werden darf“. Auch sollten die Finanzmärkte „durch Gesetze und Vorschriften“ im Zeichen des Gemeinwohls reguliert werden. Die Geldwirtschaft müsse – „anstatt nur spekulativ zu sein oder sich selbst zu finanzieren“ - für gesellschaftliche Ziele arbeiten, schärft der Papst ein. Dies sei im Zusammenhang mit dem aktuellen globalen Gesundheitsnotstand umso dringlicher, knüpft er an. Seine jüngste Weihnachtsbotschaft aufgreifend erneuert Franziskus hier seinen Appell an die Verantwortlichen in den Regierungen, Unternehmen und internationalen Organisationen, sich gemeinsam für die Bereitstellung von Impfstoffen für alle einzusetzen, insbesondere für die Schwächsten und Bedürftigsten (vgl. Urbi et Orbi-Botschaft 2020), und diese gerecht zu finanzieren.

Er wünsche der Frühjahrstagung der Weltbank und des Internationalen Währungsfonds, dass die Beratungen „viele Früchte für die Unterscheidung weiser Lösungen für eine inklusivere und nachhaltigere Zukunft tragen werden: eine Zukunft, in der die Finanzen im Dienst des Gemeinwohls stehen, in der die Schwachen und die Ausgegrenzten in den Mittelpunkt gestellt werden und in der die Erde, unser gemeinsames Haus, gut gepflegt wird.“

Hintergrund

Die Weltbankgruppe ist eine multinationale Entwicklungsbank. Der Internationale Währungsfonds (IWF) ist eine Sonderorganisation der Vereinten Nationen. Ihre Aufgaben sind etwa die Vergabe von Krediten an Länder ohne ausreichende Währungsreserven, die Förderung der internationalen Zusammenarbeit und die Überwachung der Geldpolitik. (vn 8)

 

 

 

 

Integration-Studie. Strukturelle Probleme und Reformbedarf bei der Polizei

 

Die Polizeibehörden bemühen sich um die Rekrutierung von Bewerbern mit Migrationshintergrund, lassen sie mit strukturellen Problemen innerhalb der Polizei aber alleine. Ihre Zusatzqualifikationen werden zudem nicht honoriert. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie.

Die Polizei in Deutschland sollte laut einem Forschungsbericht mehr für die Integration und Unterstützung von Beamten aus Familien mit Migrationshintergrund tun. Bislang werde die Herkunft dieser Beschäftigten im Arbeitsalltag vor allem genutzt, wenn Sprach- und Kulturkenntnisse benötigt werden, honoriert werde diese Qualifikation jedoch nicht, erklärte das Institut Arbeit und Qualifikation der Universität Duisburg-Essen in einem am Mittwoch veröffentlichten Report zum Thema „Polizei und Migration“.

Die interne Bearbeitung von migrationsspezifischen Belangen und Diskriminierungserfahrungen gestaltete sich dagegen häufig schwierig, hieß es. So bleibe es den Kollegen aus Einwandererfamilien selbst überlassen, intern gegen Vorbehalte und rassistische Ansichten zu argumentieren. Beamte mit Migrationshintergrund gerieten dabei gerade als neue Mitarbeiter häufig unter Druck und seien nicht in der Lage, die Polizei „von innen heraus“ zu verändern.

Blöde Sprüche werden weggesteckt

„Vielmehr lernen sie schnell und spätestens im Berufspraktikum, beispielsweise einen ‚blöden Spruch‘ bezogen auf ihre Herkunft wegzustecken, um nicht als zu ‚sensibel‘ angesehen zu werden. Selbst ein diskriminierender Spitzname wurde von einem Interviewpartner hingenommen, obwohl er ihn als sehr belastend empfindet“, heißt es in dem Papier. Einige hätten sogar angegeben, sich möglichst nicht zu eng mit mehreren Kollegen mit gleichem oder ähnlichem Migrationshintergrund zu zeigen, da das von anderen Kollegen als Abschottung gesehen werde.

Ein Betroffener, der im Rahmen der Studie interviewt wurde, wird wie folgt zitiert: „Ich war erst voll froh, als ich in die Dienstgruppe kam und da war noch ein Türke (…), dachte halt, da hat man schon irgendwie gleich Anschluss oder so (…), aber gleich am ersten Tag nimmt der mich zur Seite und sagt: Pass auf, ich helf‘ dir gern alles kein Thema, aber wir hängen hier nicht die ganze Zeit aufeinander, da kriegen die ‘ne Krise und wir sprechen hier deutsch, kein ‚merhaba‘, kein ‚nas?ls?n‘. Ja, man muss da aufpassen, dass die Kollegen halt kein falsches Bild kriegen.“

Strukturelle Probleme und Reformbedarf

Der Report ist Bestandteil eines vom Bundesforschungsministerium geförderten Projekts. Die Wissenschaftler konstatieren dabei auf Basis der ersten Ergebnisse strukturelle Problemlagen und Reformbedarf. Aktuell würden Veränderungsprozesse in der Polizei vor allem durch Fortbildungsmaßnahmen etwa im Bereich „Interkulturelle Kompetenz“ vorangetrieben. Die Fortbildungen richteten sich aber vor allem an Vorgesetzte – in der Annahme, dass diese besonders deutlich zu einem institutionellen Wandel beitragen könnten. Das Projekt belege jedoch, dass es den Vorgesetzten meist an Handlungsspielraum und Einfluss auf die Mitarbeiter mangele.

Nach Ansicht der Wissenschaftler wäre es in vielen Fällen eher angebracht, Verfahrensregeln direkt in den Blick zu nehmen, um die alltägliche Arbeit für die Beamten besser zu strukturieren. So sollte klar geregelt werden, wann Dolmetscher hinzugezogen werden und welche Polizisten wann aus dienstlichen Gründen übersetzen dürfen und müssen. Solche Regeln könnten Handlungssicherheit geben und gerade Polizisten mit Migrationshintergrund von „strittigen Situationen“ mit den Kollegen entlasten, hieß es. (epd/mig 8)

 

 

 

 

EU lockt Erdogan mit Angebot und kritisiert innenpolitische Lage

 

Die EU hat dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan einen Neustart der Beziehungen angeboten, aber gleichzeitig deutliche Kritik an der innenpolitischen Situation des Landes geäußert.

EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen und Ratspräsident Charles Michel zeigten sich bei einem Besuch in Ankara besorgt über die jüngsten Entwicklungen in der Türkei. Sie stellten aber gleichzeitig eine verstärkte Wirtschaftszusammenarbeit und finanzielle Unterstützung in Aussicht.

Von der Leyen sprach von einem „guten ersten Treffen“ mit Erdogan. Die Türkei habe Interesse gezeigt, „in konstruktiver Weise“ mit der EU ins Gespräch zu kommen, Die EU sei bereit, vor dem Gipfel ihrer Staats- und Regierungschefs im Juni an einer „neuen Dynamik unserer Beziehungen“ zu arbeiten.

Das Parlament des Kosovo hat die Juraprofessorin und Kandidatin der Regierungspartei Vetëvendosje, Vjosa Osmani, zur neuen Präsidentin des Landes ernannt.

Nach Gesprächsbereitschaft Ankaras im Konflikt um Gas-Vorkommen im östlichen Mittelmeer hatte der EU-Gipfel Ende März eine verstärkte Zusammenarbeit in Aussicht gestellt, falls die Türkei sich weiter kooperationsbereit zeigt. Sollte der Konflikt mit den EU-Mitgliedern Griechenland und Zypern wieder aufflammen, stehen aber weiter auch Sanktionen gegen Ankara im Raum.

Von der Leyen zufolge wurde in dem fast dreistündigen Gespräch mit Erdogan nun vertieft über vier Bereiche einer ausgeweiteten Zusammenarbeit gesprochen: die Modernisierung der gemeinsamen Zollunion, Gespräche auf hochrangiger Ebene, Reiseerleichterungen für türkische Bürger und weitere Finanzhilfe für rund vier Millionen Syrien-Flüchtlinge in der Türkei.

Bei dem letzten Punkt sagte von der Leyen, die EU-Kommission werde hier „bald“ einen Vorschlag vorlegen, der auch die Aufnahmeländer Jordanien und Libanon umfassen soll. Die EU hatte Ankara schon in einem Flüchtlingsabkommen von 2016 sechs Milliarden Euro für die syrischen Flüchtlinge in der Türkei zugesagt, die nun aber weitgehend ausgegeben und verplant sind.

 

Bei den bulgarischen Wahlen am Sonntag (4. April) sind drei neue Parteien ins Parlament eingezogen, die größtenteils die Anti-Korruptions-Proteste des vergangenen Sommers repräsentieren. Die Regierungsbildung dürfte schwierig werden.

Voraussetzung für weitere Hilfe ist laut von der Leyen, dass die Türkei die 2016 von ihr zugesagte Rücknahme von Flüchtlingen von den griechischen Inseln wieder aufnehme. Diese hatte Ankara im vergangenen Sommer ausgesetzt.

Der Besuch war im Vorfeld von zahlreichen Vertretern des EU-Parlaments und des Bundestags als falsches Signal kritisiert worden. Michel sagte nach dem Gespräch mit Erdogan, er habe mit von der Leyen „tiefe Sorge über die jüngsten Entwicklungen“ in der Türkei geäußert. Der EU-Ratspräsident nannte dabei die Einschränkung der Meinungsfreiheit und das Vorgehen gegen politische Parteien wie die pro-kurdische HDP, die sich mit einem Verbotsantrag konfrontiert sieht.

Von der Leyen betonte, Menschenrechte seien „nicht verhandelbar“ und hätten für die EU „absolute Priorität“. Sie kritisierte den Austritt der Türkei aus der Istanbul-Konvention zum Schutz von Frauen vor Gewalt. Dieser sei „nicht das richtige Signal“ und behindere den Prozess der Wiederannäherung.

Lokale Akteure gelten als ein wichtiger Faktor bei der europäischen Integration der Länder auf dem Westbalkan und in Osteuropa. Ihre Arbeit und ihre Bemühungen werden jedoch oft übersehen, kritisieren Verbände und Fachleute.

Erdogan selbst äußerte sich nach dem Treffen nicht in der Öffentlichkeit. In einer Erklärung des Präsidialamtes hieß es, die Türkei wolle, dass die EU „konkrete Schritte“ unternehme, um die positive Entwicklung der Beziehungen zu unterstützen. Ziel des Landes sei weiter „volle Mitgliedschaft“ in der EU. Die Gespräche dazu liegen allerdings seit Jahren auf Eis und ihre Wiederaufnahme war auch nicht Teil des nun unterbreiteten EU-Angebots.

Beide Seiten stünden erst „am Beginn einer Straße“, sagte von der Leyen. Erst die kommenden Monate würden zeigen, „wie weit wir auf dieser Straße gemeinsam gehen können“. Michel betonte, dass jedes Entgegenkommen gegenüber Ankara „schrittweise“ erfolgen werde und „umkehrbar“ sein müsse. EA 7

 

 

 

 

Fachkräfte-Studie. Wirtschaftsforscher für gesteuerte Einwanderung und spätere Rente

 

Der demografische Wandel wird sich massiv auf den Arbeitsmarkt auswirken. Experten plädieren für ein späteres Renteneintrittsalter und gesteuerte Einwanderung, um dem drohenden Fachkräftemangel entgegenzuwirken.

 

Um Fachkräftemangel vorzubeugen, plädiert das Institut der Deutschen Wirtschaft (IW) für ein späteres Renteneintrittsalter und gesteuerte Einwanderung. Dann sei es möglich, dass im Jahr 2040 die Zahl der am Arbeitsmarkt aktiven Fachkräfte zwischen 20 und 69 Jahren nahezu konstant bleibe und dann rund 35,2 Millionen betrage, teilte das arbeitgebernahe Institut am Mittwoch in Köln mit.

Bei einer geringen Einwanderung und einem geringen Anstieg der Erwerbsbeteiligung würde die Zahl der Fachkräfte um 4,2 Millionen zurückgehen. Ein mittleres Szenario gehe von 3,1 Millionen Fachkräften weniger aus, heißt es in dem IW-Report zu Entwicklungen des Fachkräfteangebots.

Experte: Fachkräfte-Zusammensetzung wird sich ändern

In allen Szenarien steigt den Angaben zufolge der Teil der akademisch qualifizierten Erwerbstätigen an, während der der beruflich qualifizierten sinke. „Die deutsche Wirtschaft muss sich also nicht nur darauf einstellen, dass das Fachkräfteangebot insgesamt zurückgeht, sondern auch, dass sich seine Zusammensetzung stark verändern dürfte“, schreibt IW-Mitarbeiter Wido Geis-Thöne.

In den nächsten Jahren müsse nicht nur geklärt werden, „ob die Regelaltersgrenze nach Abschluss des Übergangs zur Rente mit 67 Jahren im Jahr 2031 weiter erhöht wird, sondern dass auch die anderen Rahmenbedingungen für die Erwerbsbeteiligung Älterer auf den Prüfstand gestellt und gegebenenfalls überarbeitet werden sollten“, heißt es in dem Report des arbeitgebernahen Instituts.

Ausbildung nach deutschen Standards

Aufgrund der unterschiedlichen Bildungssysteme im Ausland plädiert er beim Thema Einwanderung für die Ausbildung junger Menschen nach deutschen Standards. Dafür fehle aber noch der passende einwanderungsrechtliche Rahmen.

Geis-Thöne spricht sich zudem für Verbesserungen im Bildungssystem aus, die darauf abzielen sollen, dass weniger junge Menschen im Inland ohne berufsqualifizierenden Abschluss bleiben. Das könnte langfristig ebenfalls einen wichtigen Beitrag zur Stärkung der Fachkräftebasis leisten, kurzfristig seien die Effekte sehr gering. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Die Radikalität eines größeren Wir

 

Mehr Verbrechen und weniger Wohlstand: Warum Ausgrenzung nicht nur den Ausgeschlossenen, sondern allen schadet. Judith Kohlenberger

 

Vor mehr als einem Jahr, im Februar 2020, trug ein wesentlicher Umstand zur raschen Verbreitung des neuartigen Coronavirus in Norditalien bei, der mittlerweile fast wieder in Vergessenheit geraten ist: Zehntausende chinesische Näherinnen und Näher ohne gültigen Aufenthaltsstatus, die in den großen Modemetropolen des Landes unter teils menschenunwürdigen Bedingungen tätig waren, hatten weder Krankenversicherung noch Zugang zur Gesundheitsversorgung. Im Falle einer Infektion konnten sie sich weder kostenfrei testen lassen noch ausreichend isolieren.

Aus Angst vor Abschiebung und hohen Kosten blieb ihre Erkrankung unbehandelt, in den engen Behausungen und Arbeitsstätten wurde das Virus rasch weitergegeben. Das hatte, wie sich bald zeigte, dramatische Konsequenzen für die gesamte italienische Bevölkerung, nicht nur für die betroffene Gruppe von marginalisierten, undokumentierten Migrantinnen und Migranten.

Diese Anekdote vom Beginn der Coronakrise verdeutlicht, wie wichtig ein niederschwelliger Zugang zum Gesundheitssystem für alle im Land lebenden Menschen ist, unabhängig vom Aufenthaltsstatus. „Gesundheitsschutz beruht nicht nur auf einem gut funktionierenden Gesundheitssystem mit universeller Abdeckung, sondern auch auf sozialer Inklusion, Gerechtigkeit und Solidarität. [...] Spaltung und Angst vor Fremden führen zu schlechteren Ergebnissen für alle“, so der Tenor eines Artikels in der renommierten medizinischen Fachzeitschrift The Lancet zum Höhepunkt der ersten Covid-19-Welle.

Doch auch, wenn nicht gerade eine globale Pandemie herrscht, tun wir gut daran, im eigenen Interesse Ungleichheiten zu reduzieren und diejenigen ins „Wir“ aufzunehmen, die bisher davon ausgeschlossen waren. Dafür gibt es vielfache empirische Evidenz: Beenden wir Ausgrenzung und stärken die schwächsten Mitglieder unserer Gesellschaft, so stärken wir alle.

Auf den ersten Blick mag das wie die abwegige Fantasie einer Sozialromantikerin wirken. Denn rein pragmatisch könnte man meinen, dass es einem als Mitglied der obersten Einkommensklasse reichlich egal sein könne, wie viel (oder wenig) die Mitbürgerinnen und Mitbürger verdienen, ob sie den gleichen Zugang zu Grundrechten genießen wie man selbst und ob sie mit denselben Chancen geboren werden – Hauptsache, man selbst hat seinen Pool, seine Villa, seine SUVs.

Wenn sich dieser Umstand aber darin äußert, dass man all diesen Luxus nur in seiner engen gated community genießen kann, wie es beispielsweise in Südafrika oder Teilen der USA der Fall ist, so stellt sich die Frage, was man denn davon hat, zum privilegierten Wir zu gehören, wenn so viele andere Menschen ganz offenkundig ausgeschlossen sind.

Denn tatsächlich belegen zahlreiche empirische Befunde, dass Länder mit einer größeren sozialen Ungleichheit eine höhere Kriminalitätsrate haben. Je höher der sogenannte Gini-Koeffizient, ein Index zur Messung der (Un-)Gleichheit in der Verteilung von Vermögen bzw. Einkommen innerhalb sowie zwischen einzelnen Ländern, desto höher sind auch die Mordraten. Diese einfache statistische Korrelation ist vielfach belegt, unter anderem im Rahmen umfassender Studien der Weltbank. Sie hängt damit zusammen, dass durch zunehmende Ungleichheit vor allem niedrig qualifizierte Männer bestimmte gesellschaftliche Statusmarker verlieren, darunter ein guter Job, ein gesichertes Einkommen und die Möglichkeit, ihre Familie zu ernähren.

Arbeitslosigkeit und damit verbundener Statusverlust sind der ideale Nährboden für Delikte, die aus dem Gefühl entstehen, nicht „dazuzugehören“. Dazu zählen allen voran Mord und Totschlag, die häufig auf emotionaler Zurückweisung oder gekränktem Ehrgefühl basieren. Während Zahlen für Deutschland fehlen, zeigt eine Analyse des FBI für die Vereinigten Staaten, dass etwa die Hälfte aller Morde nicht einer vorhergehenden Tat (Drogenhandel, Raub, häusliche Gewalt oder finanzielle Auseinandersetzungen) zuzuschreiben ist, sondern dem sogenannten „other argument“ – der simplen Tatsache, dass sich der Mörder in seiner Ehre gekränkt gefühlt hat.

Waffenbesitz und die soziale Bedeutung von „Ehre“ steigen mit zunehmender sozialer Ungleichheit und sind damit mehr durch Ausgrenzung denn durch kulturelle oder religiöse Gründe bedingt. Nimmt man Menschen durch Ausgrenzung die Möglichkeit, sozialen Status und gesellschaftliche Anerkennung zu erlangen und persönlich wie beruflich voranzukommen, so greifen vor allem Männer aufgrund tiefsitzender patriarchaler Strukturen auf andere Möglichkeiten zurück, um sich Respekt zu verschaffen.

In den USA widmet sich mittlerweile ein eigener Forschungsbereich den systemischen Kosten von struktureller Diskriminierung und Ungleichheit, die alle Bürgerinnen und Bürger (nicht nur Schwarze) zahlen müssen. In der 250-jährigen Geschichte der Vereinigten Staaten gibt es zahllose drastische Beispiele. So wurden zum Beispiel im Rahmen der verfassungsrechtlich angeordneten desegregation in den späten 1950ern zahlreiche öffentlich finanzierte Anlagen, von Schwimmbädern bis Parks, geschlossen, anstatt sie, wie es eigentlich im Sinne der Gesetzgebung zur Beendigung der Rassentrennung gewesen wäre, für Schwarze zu öffnen.

Lieber nahmen es Stadtverantwortliche in Kauf, dass auch Weiße keine Erholungsflächen mehr hatten, als dass sie einer gemeinsamen Nutzung und damit dem vermehrten Kontakt von Menschen unterschiedlicher Hautfarbe zugestimmt hätten. Bis heute sind zahlreiche der damals geschlossenen Anlagen, darunter auch ganze Zoos und Freizeitparks, nicht wieder eröffnet oder neu errichtet worden. Dieses Vorgehen lässt sich weder wirtschaftlich noch rational erklären, sondern es zeigt, wie allgegenwärtig, durchdringend und nachhaltig struktureller Rassismus ist und welche tatsächlichen Kosten er für alle Menschen hat, selbst wenn manche auf der individuellen Ebene davon profitieren, weil sie weiß sind.

Die Liste an negativen Auswirkungen von Ausgrenzung und Ungleichheit für alle Einwohner eines Landes, unabhängig von ihrer tatsächlichen Hautfarbe oder ihren konkreten Vermögens- und Besitzverhältnissen, ließe sich fast endlos fortsetzen. Ausgrenzung und Marginalisierung einzelner gesellschaftlicher Gruppen lassen Vertrauen in Gesetze und Institutionen erodieren, schädigen die psychische und körperliche Gesundheit, steigern exzessiven Konsum, Drogenhandel und Übergewicht, wirken sich negativ auf Arbeitszeiten aus und führen zu mehr Gefängnisinsassen. Sie haben eine schlechtere Politikgestaltung und eine schlechtere Wirtschaftslage zur Folge.

Von einem größeren, inklusiveren Wir profitieren also nicht nur die, die vormals davon ausgeschlossen waren. Auch jene, die dank ihrer Herkunft, ihres Geschlechts, ihrer Hautfarbe, ihrer Religion oder anderer Merkmale immer schon Teil des Wir waren und damit einhergehende Privilegien genießen durften, ziehen unmittelbare Vorteile daraus, wenn die vormals „Anderen“ ins Wir aufgenommen werden.

Zugespitzt formuliert gilt es, nicht nur aus hehren Motiven der Zivilcourage und der Solidarität, sondern schon allein aus banalem Eigennutz für die radikale Öffnung und Erweiterung des Wirs einzutreten. Denn wie die oben genannten Beispiele verdeutlichen, lässt sich empirisch zweifelsfrei nachweisen, dass alle davon profitieren, wenn nicht nur privilegierte Gruppen, sondern jede und jeder Einzelne Zugang zu Bildung, Gesundheit und Arbeit hat. Eine gleichberechtigtere Welt ist nämlich auch eine sicherere, gesündere und lebenswertere Welt – für alle. IPG 6

 

 

 

 

Hessen. "Es geht doch – aber der politische Wille fehlt!"

 

Ergebnis ist eine Ohrfeige für die Kritiker der Ausländerbeiräte/Strukturelle Verbesserungen und Aufwertung verlangt/Ausländerbeiräte künftig bunter und weiblicher

 

Die Beteiligung an den Wahlen zu den Ausländerbeiräten, die am 14. März in 87 Kommunen und 2 Landkreisen stattfanden, ist im Vergleich zur Vorwahl signifikant gestiegen.  Gingen 2015 noch 6 Prozent an die Urne, so beteiligten sich diesmal 10,5 Prozent der Wahlberechtigten. Das teilte heute der Landesausländerbeirat nach dem Vorliegen der vorläufigen Ergebnisse in Wiesbaden mit.

Vorsitzender Enis Gülegen bewertete das Ergebnis als eine Ohrfeige für diejenigen, die sich Verbesserungsvorschlägen für die Ausländerbeiräte seit Jahrzehnten widersetzen: „Allein die Zusammenlegung der Wahl mit der Kommunalwahl hat im Landesdurchschnitt fast eine Verdoppelung der Wählerstimmen zur Folge. In manchen Orten gar eine Verdrei- oder Vervierfachung der Wahlbeteiligung. Trotz widriger Ausgangsbedingungen wegen der Coronavirus-Pandemie und um fast 20 Prozent gestiegenen Wahlberechtigten! Das ist ein deutlicher Beweis, dass die Höhe des Wählerzuspruchs nicht an den Ausländerbeiräten, sondern an den politisch vorgegebenen Strukturen liegt.“

Gülegen weiter: „Eine vergleichsweise niedrige Wahlbeteiligung wurde und wird noch immer den Ausländerbeiräten angelastet. Aber diese Wahl zeigt erneut: Es liegt an den Strukturen und den Arbeitsbedingungen. Die Ausländerbeiräte führen in vielen Kommunen noch immer ein Schattendasein. Ihre Arbeit wird oft nur in Sonntagsreden gewürdigt, integrationspolitische Entscheidungen gerne an ihnen vorbeigetroffen. Ausstattung und personelle Unterstützung sind oft auf unterstem Niveau oder gar nicht vorhanden. Unsere Vorschläge, dies durch bessere gesetzliche Rahmenbedingungen zu verbessern, fanden und finden kaum Gehör.  Die wenigen positiven Änderungen in der letzten Gesetzesänderung zeigen, dass sie offenbar politisch nicht gewollt sind.“ 

Gülegen mahnte jetzt eine ernsthafte politische Auseinandersetzung mit den Ergebnissen der Wahl und eine rechtliche Aufwertung der Ausländerbeiräte an: „Wir brauchen mehr als nur eine Zusammenlegung von Wahlen. Wir brauchen moderne Strukturen, eine verbindliche Einbindung der Beiräte in den kommunalen Willensbildungsprozess, eine ausreichende Ausstattung und einen zeitgemäßen Namen. Die Beiräte sind schon lange keine ‚Ausländer’beiräte mehr, unsere Wähler*innen sind hier zuhause. Nur so können wir noch mehr Menschen motivieren, sich zu beteiligen. Und: Die, die kandidieren dürfen, sollten auch wählen dürfen!“

Hinweis an die Redaktionen:

Die besten Ergebnisse erzielten Pohlheim mit 21,8 und Witzenhausen mit 21,3 Prozent Wahlbeteiligung. Die künftigen Beiräte werden zudem bunter und weiblicher sein. Eine detailliertere Analyse folgt. Die Einzelergebnisse sind im Internet eingestellt unter www.AB-Wahl21.de. Agah 6

 

 

 

 

 

Globaler Rüstungsboom

 

Trotz Pandemie steigen die Militärhaushalte. Geopolitische Rivalitäten und gegenseitige Schuldzuweisungen verhindern die notwendige Abrüstung. Herbert Wulf

 

Vor einem Jahr, zu Beginn der Pandemie, rief UN-Generalsekretär Antonio Guterres zu einem weltweiten Waffenstillstand auf. Es ist jetzt an der Zeit, einen gemeinsamen neuen Vorstoß für Frieden und Versöhnung zu unternehmen. Guterres plädierte für verstärkte internationale Anstrengungen, vor allem im Sicherheitsrat, um bis Ende des Jahres 2020 einen globalen Waffenstillstand zu erreichen.

Die Welt braucht einen globalen Waffenstillstand, um die „heißen Konflikte“ zu beenden, und wir müssen alles tun, um einen neuen Kalten Krieg zu vermeiden. Doch sein dringender Appell blieb und bleibt weiterhin ungehört. Die heutige Situation ist von anhaltenden Konflikten gekennzeichnet: im Jemen, Syrien, Mali, Äthiopien, der Ukraine und vielen anderen Ländern.

Die Rüstungsexporte sind weiterhin auf einem hohen Niveau, die Militärhaushalte steigen weiter, die Rüstungsindustrie boomt und die Rüstungskontrollverhandlungen stecken in einer Sackgasse. Angesichts der verstärkten geopolitischen Rivalitäten erleben wir das Gegenteil von einem „Vorstoß für Frieden und Versöhnung“. Wir stehen am Anfang eines neuen Wettrüstens und möglicherweise auch am Beginn eines neuen Kalten Kriegs.

Der Ausbruch der Pandemie sollte eigentlich ein Weckruf für verstärkte globale Zusammenarbeit sein. Denn diese Krise kann nicht auf nationaler Ebene gelöst werden. Angesichts der wirtschaftlichen Folgen der Pandemie, des wirtschaftlichen Niedergangs in vielen Ländern und der steigenden Schulden der öffentlichen Haushalte hätte man eigentlich die Kürzung der Militärausgaben erwarten können. Das Gegenteil ist der Fall.

Während des Nationalen Volkskongresses im März 2021 rief Chinas Präsident Xi Jinping das Militär auf, sich auf eine „zunehmend unsichere Situation“ vorzubereiten. Chinas Militärhaushalt dürfte weiter steigen, nachdem er sich in den letzten zehn Jahren mehr als verdoppelte. Eine Woche später verkündete NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg stolz, „2020 markierte das sechste Jahr in Folge mit wachsenden Militärausgaben... mit einem realen Anstieg von 3,9 Prozent von 2019 bis 2020“.

Die USA, die mit großem Abstand Platz eins einnehmen, gaben 2020 fast dreimal so viel Geld für ihr Militär aus wie ihre vermeintlichen Rivalen China und Russland zusammen. Eine Studie des International Institute for Strategic Studies in London vom März 2021 bestätigt, dass trotz der Corona-Pandemie die Militärbudgets weltweit neue Rekordwerte erreichten.

Und Großbritannien, um Premierminister Boris Johnson zu zitieren, ist auf der Suche nach dem verlorenen Empire und verkündet mit Nostalgie die Strategie „Global Britain, ... mit dem höchsten Verteidigungshaushalt aller Zeiten.“ Wie viele andere Länder vertraut Großbritannien auf eine vom Militär gestützte geostrategische Außenpolitik. Die britische Regierung plant, die Obergrenze für die Zahl der Trident-Atomsprengköpfe aufzuheben und ihre Zahl von 180 auf 260 zu erhöhen. Damit würde ein 30-jähriger Prozess der schrittweisen nuklearen Abrüstung beendet.

Auch die EU will militärisch autonom werden, und Deutschland formulierte 2020 Leitlinien für den indo-pazifischen Raum und positioniert sich gemeinsam mit dem Westen in Rivalität zu China. Soll etwa die Bundeswehr dort deutsche Interessen absichern? Russland mischt sich in der Ukraine, in Syrien und in Libyen ein, und China erhebt territoriale Ansprüche in Asien.

Noch nie seit den frühen 1990er Jahren war die militärische Belastung des globalen Einkommens so hoch wie heute. Angesichts des gegenwärtigen Trends sind noch höhere wirtschaftliche Belastungen zu erwarten. Der Waffentransfer bleibt laut einer neuen SIPRI-Studie auf hohem Niveau. Die USA bleiben der größte Exporteur und erhöhten ihren weltweiten Anteil auf 37 Prozent; sie exportieren in 96 Staaten. Rund die Hälfte der US-Waffenexporte ging dabei in den Nahen Osten, wobei Saudi-Arabien, einer der Hauptakteure des Krieges im Jemen, ein Viertel der US-Exporte erhielt.

Der Anstieg der US-Waffenexporte gegenüber der vorangegangenen Berichtsperiode vergrößerte die Kluft zwischen den USA und dem zweitgrößten Waffenexporteur Russland. Fast ein wenig beleidigt kritisierte das staatseigene russische Rüstungsunternehmen Rostec die Methodik der SIPRI-Statistiken. Der weltweite Exportanteil Russlands bei Waffen sei laut Rostec höher als von SIPRI gemeldet. Sowohl Frankreich als auch Deutschland haben im Berichtszeitraum ihre Waffenausfuhren erheblich gesteigert. China rangiert auf dem fünften Rang.

Es ist nicht verwunderlich, dass der Großteil der Waffen in Kriegs- und Krisenregionen, insbesondere in den Nahen Osten, verkauft wird. Krisen befeuern den weltweiten Waffenhandel. Der größte Waffenimporteur der Welt ist Saudi-Arabien, aber auch andere Länder dieser Region gehören zu den großen Importeuren: Ägypten, Katar, die Vereinigten Arabischen Emirate und auch Israel und das NATO-Mitglied Türkei.

Darin spiegeln sich die Spannungen dieser Region und die regionalen und geopolitischen Konflikte und strategischen Interessen wider. Selbst Deutschland mit formal restriktiven Rüstungsexportregeln hat Rüstungsgüter in großen Mengen nach Saudi-Arabien, Ägypten, die Vereinigten Arabischen Emirate, Katar sowie Algerien geliefert. Keines dieser Länder ist für die Einhaltung demokratischer Regeln und humanitärer Werte bekannt, die ein Kriterium für deutsche Rüstungsexporte sein sollen.

Die großen Rüstungsunternehmen haben ihren Sitz vor allem in den USA, Westeuropa, Russland und China, aber die Rüstungsindustrie ist zunehmend auch im globalen Süden präsent. Das enorme Wachstum dieser Unternehmen ist das Ergebnis hoher Investitionen in die Modernisierung der Streitkräfte. Die Regierungen in den entwickelten Ländern investieren vor allem in neue Technologien: künstliche Intelligenz, das automatisierte Schlachtfeld, unbemannte Drohnen, militärisch relevante Raumfahrttechnik, aber auch in die Modernisierung von Atomwaffen und ihren Trägersystemen. Dieser Trend ist besonders beunruhigend, da es keine ernsthaften Initiativen zur Rüstungskontrolle gibt.

Können wir von der neuen Biden-Administration eine Initiative erwarten? Es gibt ein paar Hoffnungsschimmer: der Versuch zur Wiederbelebung des Atomabkommens mit dem Iran und eine vorsichtige Annäherung gegenüber Nordkorea, die beide bisher nicht auf fruchtbaren Boden fielen. Die Beziehungen zu China sind – angesichts der Handelskonflikte und politischer Differenzen – dagegen nicht allzu vielversprechend. Der Ton ist konfrontativ.

Die Biden-Administration lässt „America first“ hinter sich und will ihre vernachlässigten Bündnisse in Europa und Asien wiederbeleben. Man macht sich Sorgen wegen Chinas selbstbewusster, manchmal aggressiver Außenpolitik und seiner Entwicklung zu einer starken und modernen Militärmacht, die auch zur Beilegung territorialer Streitigkeiten eingesetzt werden könnte.

Trotz entmutigender Tendenzen sollte UN-Generalsekretär Guterres seinen Aufruf vom März 2020 lautstark wiederholen. Die Vereinten Nationen sind der Ort, an dem verhandelt werden sollte. Gleichzeitig ist klar, dass das Problem im Sicherheitsrat selbst liegt. Die fünf Ständigen Mitglieder des Rates verfügen über fast alle der weltweit 13 400 atomaren Sprengköpfe; sie sind für mehr als drei Viertel des Waffenhandels und für mehr als 60 Prozent der weltweiten Militärausgaben verantwortlich.

Eine Umkehr in Gang zu bringen ist angesichts der Interessengegensätze keine leichte Aufgabe. Doch während des Kalten Krieges zwischen Ost und West war die drohende Gefahr einer gegenseitigen Zerstörung noch entmutigender und gefährlicher. Die Biden-Administration möchte die Rolle der Atomwaffen in der Sicherheitspolitik reduzieren. Das könnte ein Ansatzpunkt für eine UN-Initiative und für die von Guterres geforderte verstärkte internationale Anstrengung sein. Eine Umkehrung der gegenwärtigen Trends würde Ressourcen freisetzen, um die wirklichen globalen Probleme wie die Pandemie, den Klimawandel und die globale Armut anzugehen. IPG 6

 

 

 

 

Kampf gegen Rechtsextremismus: Seehofer kritisiert Unionsfraktion

 

Die Unionsfraktion will dem Demokratiefördergesetz nicht zustimmen. Kritik kommt jetzt von ungewohnter Stelle. Bundesinnenminister Seehofer wirft der Unionsfraktion Blockade vor im Kampf gegen Rechtsextremismus.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat den Widerstand der Unionsfraktion gegen das geplante Demokratiefördergesetz scharf kritisiert. „Der Kampf gegen Rechtsextremismus ist ein zentrales Anliegen der großen Koalition“, sagte Seehofer laut „Spiegel“. Noch nie zuvor habe sich eine Bundesregierung so umfassend mit Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus beschäftigt und so viele konkrete Maßnahmen beschlossen. Die Blockade gefährde dieses wichtige Projekt. Er sei „maßlos enttäuscht“ von denjenigen, die „mit ihrem destruktiven Handeln die gute Arbeit der Bundesregierung in dieser Legislaturperiode beschädigen“.

Die Unionsfraktion im Bundestag bekräftigte derweil, dem Gesetz nicht zuzustimmen, falls bei der Präventionsarbeit den Zuwendungsempfängern kein schriftliches Bekenntnis gegen Extremismus abverlangt werde. Der innenpolitische Sprecher der Fraktion, Mathias Middelberg (CDU), sagte der „Welt“: „Die derzeitige Fassung des Eckpunktepapiers ist jedenfalls nicht zustimmungsfähig. Insbesondere ist das von uns geforderte schriftliche Bekenntnis der Zuwendungsempfänger zu den Grundsätzen der freiheitlichen demokratischen Grundordnung der Bundesrepublik Deutschland nicht enthalten. Ein solches Bekenntnis sollte eigentlich eine Selbstverständlichkeit sein.“ Die stellvertretenden Unions-Fraktionsvorsitzenden Thorsten Frei und Nadine Schön meldeten laut „Spiegel“ in einem Brief an Bundesfamilienministerin Franziska Giffey (SPD) „grundsätzliche Vorbehalte“ gegen die Eckpunkte an.

Giffey will mit ihrem Gesetz sicherstellen, dass Initiativen und Organisationen nicht nur für einzelne, befristete Projekte staatliche Unterstützung erhalten. Die Abhängigkeit von befristeten Projektmitteln erschwert den Organisationen eine verlässliche Planung. Im Zuge des Maßnahmenpakets gegen Rechtsextremismus der Bundesregierung hatte sich Giffey grundsätzlich mit Innenminister Seehofer auf die Schaffung einer verlässlicheren Finanzierung geeinigt. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Europa. Wege aus der Sackgasse

 

Das Flüchtlingsabkommen der EU mit der Türkei ist gescheitert. Europa braucht einen Kurswechsel hin zu einer humanitären Migrationspolitik. Marcus Engler & Olaf Kleist

 

Auf ihrem jüngsten Ratstreffen haben sich die EU-Staats- und Regierungschefs dafür ausgesprochen, die Zusammenarbeit mit der Türkei in der Flüchtlingspolitik fortzusetzen. Bis zum nächsten Treffen im Juni soll die EU-Kommission hierfür genauere Vorschläge erarbeiten. Der Wortlaut der Beschlüsse deutet allerdings darauf hin, dass ein neues Abkommen dem alten „Deal“ in vielen Punkten ähneln könnte.

Dabei zeigt die Bilanz nach fünf Jahren eindeutig, dass die bisherige Politik gescheitert ist. Die EU hat sich mit dem Abkommen in eine Sackgasse manövriert und von einem Autokraten abhängig gemacht. Zugleich haben die europäischen Regierungen wichtige Errungenschaften des Flüchtlingsschutzes über Bord geworfen. Es ist überfällig, neue Wege zu gehen und zu einer menschenrechtsbasierten und nachhaltigen EU-Flüchtlingspolitik zu finden.

Seit Ende 2015 hat die EU auf den Inseln in der Ägäis sogenannte Hotspots eingerichtet. Neuankommende Flüchtlinge werden dort festgehalten und sollten entweder in Europa verteilt oder schnell wieder abgeschoben werden. Geplant war, dass die EU-Staaten für jeden syrischen Flüchtling, der in die Türkei zurückgeführt würde, einen anderen syrischen Flüchtling aus der Türkei aufnehmen sollten. Dieser Plan scheiterte jedoch schnell. Nicht nur an europäischen Grundrechten, die Asylsuchende vor Abschiebungen ohne Prüfung ihres Asylantrags schützen. Auch die Türkei weigerte sich, Personen zurückzunehmen.

Das Abkommen war letztlich ein Kuhhandel: Die türkische Regierung verhindert, dass Flüchtlinge in die EU weiterreisen. Dafür sagte die EU der Türkei sechs Milliarden Euro zu, um die Flüchtlinge im eigenen Land zu versorgen. Zudem versprachen die Europäer, die EU-Beitrittsverhandlungen mit der Türkei wiederaufzunehmen sowie Visa und Handel zu erleichtern. Diese Versprechen wurden allerdings nie eingelöst. Auch ein humanitäres Aufnahmeprogramm, dass es einer größeren Zahl von Flüchtlingen ermöglicht hätte, auf sichere und geordnete Weise in europäischen Staaten Schutz zu finden, wie es im Abkommen vorgesehen war, wurde nie realisiert.

Nachdem der „Deal“ im März 2016 geschlossen wurde, ging die Zahl der Flüchtlinge, die in Europa ankamen, stark zurück. Vielen – nicht zuletzt dem Europäischen Rat und der EU-Kommission – gilt er deshalb als großer Erfolg. Die meisten Regierungen wollen ihn fortsetzen. Die Elendslager auf den griechischen Inseln, in denen Asylsuchende einschließlich kleiner Kinder zum Teil jahrelang darauf warten, abgeschoben oder verteilt zu werden, nehmen sie in Kauf. Die Humanität bleibt auf der Strecke.

Aber auch die Türkei hat ihre Ziele nicht erreicht. Explizit fordert die türkische Regierung deshalb für eine Fortsetzung des Abkommens erneut die visafreie Einreise nach Europa für ihre Bürger und einen Weg zur Zollunion mit der EU – neben weiteren Milliardenzahlungen für die Versorgung von Flüchtlingen. Mit europäischen Geldern will die Türkei syrische Flüchtlinge nun in von ihr kontrollierten militärischen „Schutzzonen“ in Nordsyrien unterbringen: Völkerrechtlich ist das illegal. Doch schon als türkische Truppen 2018 in die kurdischen Gebiete im Norden Syriens einmarschierten und diese besetzten, protestierten die Europäer nur zaghaft.

Die Furcht, die Türkei könnte das Flüchtlingsabkommen auflösen, wog schwerer als sicherheitspolitische Interessen und menschenrechtliche Bedenken. Auch auf die immer autoritärere Ausschaltung der demokratischen Opposition in der Türkei konnte die EU deshalb nicht angemessen reagieren. Und während die EU mit der Türkei über eine Fortsetzung des Flüchtlings-Abkommens verhandelt, diskutiert sie zeitgleich über den türkisch-griechischen Konflikt um Gasvorkommen im östlichen Mittelmeer. Wie kann sie hier eine konsequente Haltung einnehmen?

Die EU hat sich der Türkei ausgeliefert. Diese nutzt ihre Kontrolle über Fluchtbewegungen, um Europa unter Druck zu setzen. Präsident Erdogan drohte wiederholt, Flüchtlinge nach Europa zu „schicken“. Die Politikwissenschaftlerin Kelly Greenhill spricht in solchen Situationen von den „Waffen der Massenmigration“.

Führt die EU das Abkommen nach dem bisherigen Muster fort, begibt sie sich in eine dauerhafte Abhängigkeit von der Türkei. Eine Strategie, sich daraus wieder zu befreien, hat sie nicht. Dabei beruhte schon das Abkommen vom März 2016 auf falschen Annahmen. Die Zahl der Menschen, die in Griechenland ankamen, war schließlich schon davor, seit November 2015, drastisch zurück gegangen. Die Schließung der Balkanroute hatte es faktisch unmöglich gemacht, nach Nordwesteuropa zu gelangen. Umfragen zeigten zudem, dass der größte Teil jener, die nach Europa weiterwandern wollten, sich zu diesem Zeitpunkt schon längst auf den Weg gemacht hatte.

Heute ist die Situation erst recht völlig anders als vor fünf Jahren: Die meisten Flüchtlinge, die jetzt in der Türkei leben, haben weder eine konkrete Absicht, nach Europa zu ziehen, noch verfügen sie über die Mittel, die es dafür braucht. Mit dem Bau einer Mauer hat sich die Türkei zudem für neuankommende Flüchtlinge weitgehend abgeschottet.

Daher braucht es einen Kurswechsel. Die EU sollte die Flüchtlinge in der Türkei weiterhin finanziell unterstützen. Hierzu scheinen die europäischen Regierungen auch bereit. Sie sollte aber endlich auch ein geregeltes Aufnahmeprogramm aufsetzen, um Schutzsuchende aus der Region aufzunehmen. Zwar gibt es auch jetzt schon ein Resettlement-Programm, über das Flüchtlinge aus der Türkei in europäische Staaten umgesiedelt werden können.

Seit 2016 konnten jedoch nur rund 28 000 Menschen davon profitieren. Demgegenüber steht laut UNHCR ein Resettlementbedarf von fast 400 000 besonders schutzbedürftigen Flüchtlingen. Daher sollten in den nächsten fünf Jahren mindestens 100 000 Flüchtlinge aus der Türkei jährlich aufgenommen werden. Zudem sollten auch die Resettlementquoten für andere Staaten in der Region und darüber hinaus aufgestockt werden. Auch sollten Familienzusammenführungen wieder großzügiger gestaltet und Visa für Studium und Arbeit speziell für Flüchtlinge erleichtert erteilt werden.

Dies wäre ein deutliches Signal an Geflüchtete dort, dass es einen sicheren und realistischen Weg gibt, nach Europa zu gelangen. Sie müssten sich nicht in die Hände von Schleppern begeben. Für europäische Staaten wäre die Ankunft und Aufnahme dieser Flüchtlinge planbar, inklusive Sicherheitsüberprüfung und Gesundheitstests vor der Einreise. Viele Kommunen in Deutschland haben bereits signalisiert, dass sie bereit wären, diese Menschen aufzunehmen.

Eine solche Politik würde die irreguläre Migration nach Europa deutlich eindämmen. Manche werden trotzdem versuchen, auf eigene Faust und auf riskanten Routen in die EU zu gelangen. Hiervor sollten die Europäer keine Angst haben. Die Zahlen irregulärer Einreise nach Griechenland sind nicht hoch und wären angesichts der Aussicht auf einen sicheren Zugang zur EU noch sehr viel geringer. Ankommende müssen Zugang zu einem regulären Asylverfahren erhalten.

Dieses sollte modellhaft gestaltet sein, mit Blick auf eine menschenrechtsbasierte und nachhaltige Reform des Asylsystems: Ohne Schnellverfahren oder Vorprüfungen an den Außengrenzen, welche griechische Lager verstetigen würden und rechtlich problematisch sind. Ein umfangreiches Aufnahmeprogramm würde eben nicht nur zur Überwindung der regionalen Flüchtlingskrise beitragen. Es würde der EU auch die Chance für einen Neuanfang in der Flüchtlingspolitik bieten, die nicht mehr im Bann der Ausnahmesituation von 2015 steht.

Nicht alle EU-Staaten würden bei einem Kurswechsel mitmachen. Viele europäische Parteien und Regierungen schüren die Angst vor Flüchtlingen, weil sie davon profitieren. Doch einige Staaten mit Weitblick könnten vorangehen und das Ziel einer menschenrechtsbasierten Flüchtlingspolitik verfolgen. Das würde auch die außenpolitische Position der EU deutlich stärken. Europa darf sich nicht länger erpressbar machen.

Als die türkische Regierung im Februar 2020 einige tausend Flüchtlinge an die Landesgrenze zu Griechenland brachte, reagierte Europa mit Härte. Der Schutz von Flüchtlingen rückt seitdem immer stärker in den Hintergrund. Doch die Europäer müssen ihr Ideal von Menschen- und Flüchtlingsrechten verteidigen – nicht zuletzt, um demokratische und rechtsstaatliche Prinzipien glaubwürdig nach außen wie im Inneren vertreten zu können. Ein stabiles internationales Flüchtlingsregime auf menschenrechtlicher Grundlage liegt auch im Eigeninteresse Europas. IPG 30

 

 

 

Gespräch mit Dagmar Pruin. „Brot für die Welt“- Chefin: Corona zerstört Entwicklungserfolge

 

Dagmar Pruin ist die neue Präsidentin der Hilfswerke „Brot für die Welt“ und Diakonie Katastrophenhilfe. Im Gespräch berichtet sie über die Herausforderungen und die dramatischen Auswirkungen der Corona-Pandemie - insbesondere in armen Ländern. Von Mey Dudin und Natalia Matter

 

Frau Pruin, Sie starten in einer Zeit, in der Corona viele Erfolge der Entwicklungszusammenarbeit wieder zunichtegemacht hat. Wo wollen Sie Schwerpunkte setzen?

Dagmar Pruin: Corona wirkt wie ein Katalysator: Schätzungen zufolge werden 150 Millionen Menschen durch die Pandemie in die extreme Armut rutschen. Wir gehen davon aus, dass bis zu 130 Millionen Menschen zusätzlich durch die Folgen der Pandemie in akute Hungergefahr geraten. Schon jetzt leiden 690 Millionen Menschen an chronischem Hunger – jeder elfte Mensch, in den Ländern Afrikas südlich der Sahara sogar jeder fünfte. Das sind unglaublich erschreckende Entwicklungen, nachdem es in den letzten Dekaden ja schon gelungen war, die Zahl der Hungernden trotz wachsender Weltbevölkerung zu reduzieren. Durch die Pandemie werden Erfolge zunichtegemacht. Deshalb: Die Hungerbekämpfung bleibt nach wie vor Kern der Arbeit von „Brot für die Welt“. Darauf liegt unser Augenmerk.

Und welche anderen Bereiche sind Ihnen besonders wichtig?

„Wir müssen auch viel deutlicher die Gesundheitssysteme stärken, damit die Länder des Südens die Möglichkeit haben, besser mit Pandemien umzugehen. Dabei geht es nicht nur um die Corona-Bekämpfung. Derzeit sterben viele Menschen zusätzlich an anderen Krankheiten.“

Wir müssen auch viel deutlicher die Gesundheitssysteme stärken, damit die Länder des Südens die Möglichkeit haben, besser mit Pandemien umzugehen. Dabei geht es nicht nur um die Corona-Bekämpfung. Derzeit sterben viele Menschen zusätzlich an anderen Krankheiten. Wir sehen, dass die Sterberaten an Tuberkulose, Malaria und HIV weiter steigen. Dazu kommt die immense Auswirkung der Pandemie auf die Wirtschaft. Auch die UN-Nachhaltigkeitsziele für 2030 sind dadurch sehr viel schwerer zu erreichen – auf unserem Weg liegen jetzt noch mehr Steine.

Gleichzeitig sehen wir, dass sich der Handlungsraum der Zivilgesellschaft immer weiter verkleinert. Auch diese Entwicklung wird durch Corona beschleunigt und verstärkt. Wir arbeiten mit vielen Partnerorganisationen weltweit zusammen, die von solchen Einschränkungen betroffen sind. Die Zusammenarbeit mit zivilgesellschaftlichen Gruppen und Kirchen weltweit ist ja genau unser Ansatz.

Ein wichtiger Faktor in der Zivilgesellschaft sind die Frauen, die gleichzeitig die Auswirkungen der Corona-Pandemie besonders hart treffen.

„Auch hier sehen wir durch Corona die Probleme noch deutlicher. Seit Ausbruch der Pandemie haben wir weltweit einen massiven Anstieg häuslicher Gewalt erleben müssen. Frauen sind auch wirtschaftlich und sozial besonders stark von den Folgen betroffen.“

Auch hier sehen wir durch Corona die Probleme noch deutlicher. Seit Ausbruch der Pandemie haben wir weltweit einen massiven Anstieg häuslicher Gewalt erleben müssen. Frauen sind auch wirtschaftlich und sozial besonders stark von den Folgen betroffen: 92 Prozent der Frauen im globalen Süden arbeiten im informellen Sektor, das heißt ohne irgendeine Form öffentlicher sozialer Absicherung. In Uganda und Kenia gehen nur noch halb so viel Mädchen wie Jungen in die 5. Klasse. Gleichzeitig machen Frauen 70 Prozent der Beschäftigen im Gesundheits- und Sozialsektor aus, gerade auf den unteren Ebenen. Deshalb wird der Einsatz für Frauenrechte, für ihre soziale Absicherung und ihren Schutz vor Gewalt ein ganz deutlicher Schwerpunkt von „Brot für die Welt“ bleiben.

Wie sieht diese Arbeit vor Ort konkret aus?

Wir unterstützen ganz unterschiedliche Projekte, wie eines gegen weibliche Genitalverstümmelung in Ägypten, einem Land, in dem sowohl in christlichen als auch in muslimischen Kreisen beschnitten wird. Das Thema wird oft auf muslimische Kreise beschränkt, aber das greift viel zu kurz. Wir arbeiten mit einer Partnerorganisation der koptischen orthodoxen Kirche zusammen, um aufzuklären, vor allem auch Großmütter, die Teil der Beschneidungstradition sind. In Albanien vertreten unsere Partner Opfer häuslicher Gewalt vor Gericht. In Indien unterstützen sie Frauen, an eigenes Land zu kommen.

Ihre Organisation macht sich auch für Impfgerechtigkeit stark. Warum fruchtet das nicht?

„Menschen werden empfänglicher für Fragen der weltweiten Gerechtigkeit und auf der anderen Seite erleben wir einen Impf-Nationalismus: Jedes Land will sich möglichst viele Impfdosen sichern.“

Das ist ein ganz schön dickes Brett. Im Moment sehen wir zwei Dinge: Menschen werden empfänglicher für Fragen der weltweiten Gerechtigkeit und auf der anderen Seite erleben wir einen Impf-Nationalismus: Jedes Land will sich möglichst viele Impfdosen sichern. Es sind unglaubliche Mengen an öffentlichen Fördergeldern in die Entwicklung von Impfstoffen geflossen. Deutschland hat allein 750 Millionen Euro bereitgestellt. Es ist an der Zeit, Impfpatente freizugeben. Bei HIV-Medikamenten hat das zehn mühselige Jahre gedauert, bei Corona muss das schneller gehen. Südafrika und Indien können den Impfstoff schon produzieren. Deutschland und die EU dürfen sich dieser Diskussion nicht verschließen.

Sind Sie froh darüber, dass bald ein Lieferkettengesetz im Bundestag beraten wird?

Erst mal ist es gut, dass es da ist. Wir wünschen uns aber, dass es nachgeschärft wird. Noch sind wir im Gesetzgebungsprozess und noch sind Änderungen möglich. Wenn es dabei bliebe, dass es nur für Unternehmen ab 3.000 Beschäftigten ab 2023 gilt und für Unternehmen ab 1.000 Beschäftigten ab 2024, dann würde es zu kurz greifen. Auch kleinere Unternehmen, vor allem in Risikobranchen, können zu Menschenrechtsverletzungen beitragen. Anders als im Entwurf vorgesehen, müssen auch die mittelbaren Zulieferer in den Blick genommen werden. Gerade am Anfang der Lieferkette kommt es zu Kinderarbeit und Menschenrechtsverstößen. Außerdem wurde dem Gesetz die Ebene der Proaktivität genommen: Unternehmen müssen im Hinblick auf Risiken in ihren Lieferketten erst aktiv werden, wenn es Anlässe dafür gibt. Das ist eine seltsame Regelung, wenn es um Menschenrechte geht.

Ist das Lieferkettengesetz auch Thema der Zusammenarbeit mit den internationalen Partnerorganisationen?

Ja, wir wollen die Partnerinnen und Partner vor Ort stärken, Menschenrechtsverletzungen am Anfang der Lieferketten aufzudecken. Wir werden dafür gegenseitig Informationen austauschen, die für beide Seiten wichtig und nützlich sind.

In der Pandemie und davor hat der Einfluss finanzstarker Organisationen von Privatpersonen deutlich zugenommen. Was setzt ein Hilfswerk wie „Brot für die Welt“ dem entgegen?

„Brot für die Welt“ ist über sechs Jahrzehnte gewachsen und was uns auszeichnet, ist die Zusammenarbeit mit Partnerinnen und Partnern in vielen Ländern des Südens von Anfang an. So können wir die Situation vor Ort wahrnehmen. Und wir haben den Ansatz, ineinandergreifende Themen miteinander zu verknüpfen und voneinander zu lernen. Es ist eine andere Art zu arbeiten, als bei Organisationen, die neu auf den Markt treten, und sich womöglich nur ein bestimmtes Feld vornehmen. Private Initiativen verfolgen ein ganz anderes Handlungskonzept.

Sie müssen härter für Ihr Budget kämpfen als solche Organisationen. Wie hat sich die Pandemie auf die Spenden im Jahr 2020 ausgewirkt?

Der Einbruch der Weihnachtskollekte war schwer. An Weihnachten sind die Menschen immer in die Kirche gegangen und da steht die Spendenbüchse. Wir gehen davon aus, dass im vergangenen Jahr nur 30 Prozent der Menschen bei den Weihnachtsgottesdiensten waren. Zwar war ansonsten die Spendenbereitschaft enorm hoch, aber das wird die Verluste bei der Kollekte nicht ausgleichen. Wir rechnen daher mit hohen Einbußen. Sicherheit werden wir erst im Mai oder Juni haben, wenn wir die genauen Zahlen bekommen. (epd/mig 1)

 

 

 

Zukunft der Sozialdemokratie. Begrenzte Solidarität

 

Viele Corona-Maßnahmen vertiefen Ungleichheiten rasend schnell. Paradoxerweise machen Linke dies selten zum Thema. Warum eigentlich? Nils Meyer-Ohlendorf

 

Was macht Politik links von der Mitte aus? Auf diese Frage gibt es tausend Antworten, aber auch einen gemeinsamen Nenner: Einstehen für sozial Benachteiligte ist Kern linker Politik. Bildung für Kinder aus sozial benachteiligten Familien, Entwicklungspolitik und Unterstützung armer Menschen sind deshalb zentrale Handlungsfelder. Dies gilt erst recht in der Krise, wenn sozial benachteiligte Gruppen besonders leiden. Wenn es also eine Zeit gab, in der Links gefordert war, dann jetzt. Aber hat linke Politik in der Corona-Krise diese Versprechen eingelöst? Hat sie Benachteiligten eine Stimme gegeben?

Da ist zum einen die Situation von Kindern aus sozial benachteiligten Familien, ein wichtiges Thema in der deutschen Corona-Debatte. Medien berichten über die dramatische Situation von armen Eltern, die über Monate in engen Wohnungen ohne Computer und ohne genügend eigene Bildung versuchen, die Schule zu ersetzen. Schon in normalen Zeiten ohne Schulschließungen ist ihre Lage schwierig, bei geschlossenen Schulen wird sie katastrophal. Fehlender Kontakt zu anderen Kindern und endlose Tage online belasten Kinder enorm. Ohne die Frühwarnsysteme Kita und Schule wird Kindesmissbrauch nicht oder zu spät bemerkt.

Für jede politische Gruppierung ist die Situation von Kindern in der Pandemie wichtig. Es gibt Lernangebote, die auf sozial benachteiligte Kinder zugeschnitten sind. Aber selbst teilweise Schulöffnungen, die einzige Maßnahme, die Kindern wirklich helfen würde, sind für viele Linke bislang kaum eine Option gewesen. In der Pandemie sind Öffnungen keine einfache Entscheidung, aber es ist überraschend, mit welcher Vehemenz gerade Linke die Öffnung von Schulen bekämpfen. Oft vehementer als etwa die relativ schwachen Beschränkungen der Wirtschaft.

Ein etwas anderes, aber vergleichbares Bild gibt es in der Entwicklungspolitik, einem anderen zentralen Handlungsfeld linker Politik. Die Wirkung von Corona-Maßnahmen auf Lieferketten, Nahrungsmittelversorgung und Gesundheitssysteme in Entwicklungsländern sind ein Aspekt der Debatte. Aber anders als Schulschließungen in Deutschland sind diese Themen eine Randnotiz. In dieser Hinsicht ist die deutsche Corona-Debatte allgemein provinziell, aber die Stille im linken Meinungsspektrum zu den dramatischen Auswirkungen von Corona-Maßnahmen auf das Leben armer Menschen in Entwicklungsländern ist unüberhörbar.

Nach jüngsten UNICEF-Zahlen waren 168 Millionen Kinder – 98 Millionen davon in Lateinamerika – seit einem Jahr nicht mehr in der Schule. Gewalt gegen Frauen und Mädchen ist in vielen Entwicklungsländern ein riesiges Problem, das im Lockdown noch dramatischer geworden ist. Größere Themen sind dies in der deutschen Debatte aber kaum. Abgesehen von Beiträgen zu COVAX, dem Impffonds der Weltgesundheitsorganisation, fährt die EU bei der Beschaffung und Verteilung von Impfstoff einen harten EU-First-Kurs, aber ein größerer Aufreger ist das für Links auch nicht. Vorschläge, beispielsweise Gesundheitspersonal in Entwicklungsländern beim Impfen jungen Menschen in der EU vorzuziehen, ist kein ernsthaftes Thema. Globale Solidarität hat auch für sie Grenzen.

Sicher, in der Pandemie ist es schwierig, diese Kernanliegen linker Politik umzusetzen. Sozial benachteiligten Gruppen zu unterstützen geht oft nur mit persönlichen Kontakten. Aber dies allein erklärt nicht, warum Teile des linken Lagers in der Pandemie so wenig zur eigenen Agenda gestanden haben.

Ein anderer Grund ist politisch. Seit Beginn der Pandemie ist es vor allem die extreme Rechte, die lautstark gegen jede Corona-Maßnahme protestiert. Auf der extrem rechten Seite halten viele das Virus für praktisch ungefährlich oder gar für eine Erfindung und Verschwörung dunkler Mächte. Covid-19 heißt bei ihnen Covid-1984. Dies hat Folgen für den politischen Diskurs. Als Corona-Leugner und Rechtsradikale zusammen auf die Straße gingen und die Medien darüber breit berichteten, wurde der Raum für differenzierte Corona-Politik ziemlich klein.

Rechtsextreme haben den Sauerstoff für differenzierte Maßnahmen – auch solche, die sich primär an sozial schwache Gruppen richten – genommen. Forderungen nach Lockerungen wurden toxisch – besonders nachdem Corona-Leugner und Rechtsradikale die Treppe des Bundestags erstürmt hatten. Diese politische Gemengelage erklärt zum Teil, warum manche im linken Lager auf Kritik am Lockdown mit harter Ablehnung reagieren. Für sie ist die Haltung zum Lockdown zu einer Frage ihrer politischen Identität geworden. No-Covid wurde für einige zum Schlachtruf.

Es ist richtig, dass kein politisches Lager die Anliegen sozial benachteiligter Gruppen wirklich zum Kern seiner Corona-Politik gemacht hat. Auch Konservative oder Liberale haben den Ausgleich regressiver Wirkungen der Corona-Maßnahmen auf sozial schwache Gruppen nicht zur Handlungsmaxime gemacht. Gefangen in der Fixierung auf die Sieben-Tage-Inzidenz hat es die öffentliche Debatte insgesamt nicht vermocht, eine ausgewogenere Abwägungen der unterschiedlichen Interessen hinzubekommen. Das Ergebnis ist, dass die Pandemie Ungleichheiten rasend schnell vertieft hat.

Unabhängig von diesen allgemeinen Defiziten muss sich das linke Lager jedoch die Frage gefallen lassen, wie es seine Corona-Bilanz sieht. Warum haben Linke mit Heftigkeit ausgerechnet Vorschläge ablehnt, die die Lebenssituation sozial benachteiligter Gruppen verbessern würden? Hat sich die Linke zu lange an Querdenkern, Corona-Leugnern, Verschwörungstheoretikern und anderen Spinnern abgearbeitet, anstatt sich pragmatisch und abwägend konkreten Maßnahmen zu widmen? Hätte Corona-Politik mit erkennbar linker Handschrift nicht mutiger für die Belange sozial Benachteiligter und Entwicklungsländer und deren Zukunftschancen eintreten müssen? Antworten auf diese Fragen sind für Deutschland und den Umgang mit der Pandemie von großer Bedeutung, aber auch für die Linke im Wahljahr 2021. IPG 31

 

 

 

 

„Der Krieg in Syrien braucht mehr internationale Aufmerksamkeit“

 

Erzbischof Schick zum zehnten Jahrestag des syrischen Bürgerkriegs

 

Angesichts des inzwischen seit zehn Jahren andauernden Krieges in Syrien mahnt der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), einen größeren Einsatz der Weltgemeinschaft für diplomatische Lösungen an: „In Syrien wütet ein Krieg, der auf der politischen Tagesordnung inzwischen nur noch hin und wieder auftaucht. Es ist aber unerlässlich, kontinuierlich und mit Nachdruck internationale Verhandlungen zu fördern, um wenigstens das Leid der Zivilbevölkerung zu mildern. Während wir in Deutschland nach wie vor die Herausforderungen der Pandemie zu meistern versuchen, gehen Flucht, Vertreibung, Hunger und Sterben in den Kriegsgebieten des Nahen Ostens unvermindert weiter. Das Leid der Menschen erlaubt es nicht, uns erst mit uns selbst und irgendwann einmal wieder mit ihnen zu beschäftigen. Jetzt ist dringendes Handeln auf allen Ebenen internationaler Politik erforderlich“, so Erzbischof Schick.

 

Es sei notwendig, in allen Teilen des Landes Wege zu schaffen und Wege offen zu halten, damit humanitäre Hilfe möglich wird: „Damaskus und seine Verbündeten Russland und Iran, aber auch die Türkei, müssen Sorge dafür tragen, dass die humanitäre Hilfe unterschiedslos alle Bedürftigen erreichen kann.“ Europa versuche derzeit vor allem mit der Verhängung von Sanktionen politischen Druck auszuüben. Die Lage in Syrien zeige jedoch, dass die Sanktionen kaum zur Lösung des Konflikts beigetragen hätten, so Erzbischof Schick, der zuletzt 2019 das Land besucht hatte. Vielmehr verschlimmerten sie die humanitäre Lage weiter. „Es ist unabdingbar, die Folgen der Sanktionen für die Bevölkerung genau zu analysieren – und die Sanktionen gegebenenfalls anzupassen. Angesichts der Not muss es das oberste Gebot sein, gemeinsam danach zu suchen, wie den Menschen am besten geholfen werden kann.“

 

Erzbischof Schick macht auch darauf aufmerksam, dass der Exodus der Christen aus Syrien erst zum Erliegen kommen werde, wenn sich den Menschen vor Ort neue Lebensperspektiven eröffnen. „Die Christen wollen ihre syrische Heimat nicht verlassen. Aber ein Leben in Sicherheit und Frieden, das sie für sich und ihre Kinder wünschen, ist derzeit nicht in Sicht. Erst wenn politische Stabilität und der Schutz vor Willkür und Gewalt auch wirtschaftliche Chancen eröffnen, wird der Wegzug der Christen verebben.“ Die Christen vor Ort bedürften weiterhin jeder möglichen Unterstützung.

 

„Alle Initiativen, die eine Deeskalation in Syrien bewirken können, müssen die Unterstützung der Europäischen Union und der Vereinten Nationen finden“, so der Erzbischof. „Kreativität und Mut sind erforderlich, um mit allen Konfliktparteien ins Gespräch zu kommen.“ Insgesamt brauche es einen Mix aus diplomatischen Aktivitäten, dem Einsatz aller politischen Mittel und Offenheit zur Beteiligung all derer, die zu einer Lösung beitragen könnten. „Die Konflikte in der Region sind miteinander verwoben. Man darf aber weder der Versuchung erliegen, mit einem großen Plan alle Probleme auf einmal lösen zu wollen, noch vor der Größe der Aufgabe kapitulieren. Es kommt darauf an, mit kleinen Schritten und einer Haltung der Solidarität auf einen besseren Schutz der Bevölkerung, auf Rechtssicherheit und auf Stabilität hinzuarbeiten. Das Schweigen der Waffen hat Priorität, Versöhnungsarbeit wird dadurch überhaupt erst möglich.“ Dbk 25

 

 

 

 

Papst würdigt Dante als „Prophet der Hoffnung“

 

Der große italienische Dichter Dante Alighieri, quasi der Goethe der Italiener, starb vor genau 700 Jahren. Sein Hauptwerk, die „Göttliche Komödie“ ist weltbekannt. Viele Päpste haben Dante gewürdigt - Papst Franziskus hat dem großen Poeten zu Ehren nun ein Apostolisches Schreiben verfasst. Stefanie Stahlhofen und Isabella Piro – Vatikanstadt

 

Das Apostolische Schreiben von Papst Franziskus trägt den Titel „Candor lucis aeternae“ (zu Deutsch etwa Glanz des ewigen Lichtes), gliedert sich in neun Punkte und ist rund 20 DIN-A4 Seiten lang. Der Vatikan veröffentlichte es an diesem Donnerstag. Anlässlich des 700. Todestags des großen toskanischen Dichters Dante Alighieri (1265-1321) betont der Papst darin den Tiefgang der „Göttlichen Komödie“, die Kraft des Glaubens, die darin zum Ausdruck kommt und die Aktualität des Textes. Er ruft dazu auf, das Werk wiederzuentdecken – auch jenseits von Schulen und Unis.

Dantes „Divina Commedia“ – so der italienische Originaltitel des Werks, das Dante kurz vor seinem Tod vollendete, könne Kraft, Trost und Hoffnung schenken, so Franziskus. Hier schlägt er auch einen Bogen zur aktuellen (Pandemie-)Lage:

Der Prophet der Hoffnung

„In diesem außergewöhnlichen historischen Moment, der von vielen Schatten gezeichnet ist, von Situationen, die die Menschheit erniedrigen, von einem Mangel an Vertrauen und Zukunftsperspektiven, kann uns Dante, der Prophet der Hoffnung und Zeuge des menschlichen Strebens nach dem Glück, auch heute noch Worte und Beispiele schenken, die uns auf unserem Weg neuen Schwung geben können“, heißt es so etwa in „Candor lucis aeternae“.

„Dante, der Prophet der Hoffnung und Zeuge des menschlichen Strebens nach dem Glück“

Dementsprechend ruft Papst Franziskus dazu auf, das Hauptwerk Dantes wieder bekannter zu machen. Er dankt allen, die dies bereits tun und appelliert zudem konkret auch an christliche Gemeinden, akademische und kulturelle Einrichtungen und Vereine, hier aktiv zu werden:

„Ganz besonders ermutige ich alle Künstler, der Poesie Dantes eine Stimme, ein Herz, eine Form, Farben und Klänge zu verleihen, und so mittels der Schönheit, wie der Meister Dante, die tiefsten Wahrheiten zu kommunizieren und zu verbreiten. Mit der Stimme, die der jeweiligen Kunstform eigen ist, verbreitet Botschaften des Friedens, der Freiheit, der Geschwisterlichkeit“, lautet der Appell des Papstes.

Die Päpste und Dante (Italienisch)

Die „Göttliche Kommödie“

Die weite Verbreitung des Textes war übrigens schon Dante selbst offensichtlich ein Anliegen, denn die „Divina Commedia“ ist das erste italienische literarische Werk, das nicht auf Latein verfasst wurde. Dante wählte stattdessen die Volkssprache, das so genannte „volgare“, so wie es in seiner Heimatstadt Florenz gesprochen wurde. Hier sieht der Papst auch eine Parallele zum heiligen Franziskus, dem es ebenfalls ein Anliegen war, sich direkt an das Volk zu wenden. Beide seien zudem von der Schönheit der Schöpfung inspiriert gewesen.

Dantes „Göttliche Kommödie“ (um 1304/7 - 1321) ist ein Epos, also eine längere Erzählung in Versform, die sich mit dem Weg der Seelen nach dem Tod der Menschen befasst. Der Text besteht aus drei Teilen, den so genannten „Gesängen“ (Cantiche): Zunächst die Hölle (Inferno), dann das Fegefeuer (Purgatorio) und schließlich das Paradies (Paradiso). 

Papst Franziskus zur „göttlichen Kommödie”

Papst Franziskus hebt in seinem Apostolischen Schreiben „Candor lucis aeternae“ die Bedeutung von Dantes „Divina Commedia“ für die Kultur und den christlichen Glauben hervor. Das Hauptwerk des toskanischen Dichters führe die Leserinnen und Leser zurück zu den christlichen Wurzeln Europas und des Westens und erinnere an Ideale und Werte, die die Kirche auch heute noch empfehle, als „Basis des menschlichen Zusammenlebens“ und um „uns alle als Geschwister“ zu erkennen, so der Papst.

Wegweiser für die Menschheit

In seinem Apostolischen Schreiben geht Papst Franziskus auch auf die drei Frauen ein, die in Dantes „Göttlicher Komödie” eine wichtige Rolle spielen: Maria, die Muttergottes als Sinnbild der Nächstenliebe, Beatrice als Symbol für die Hoffnung und die heilige Lucia als Metapher für den Glauben.

„Gottes Barmherzigkeit bietet immer Gelegenheit zum Wandel und der Bekehrung“

Franziskus sieht Dantes Werk als Wegweiser für die Menschheit, wie sie statt auf „dunklen Pfaden“ zu wandeln zurück auf den „rechten Weg“ finden kann, um schließlich „die ewige Glückseligkeit in Gott“ zu finden. Der Weg, den Dante in der „Divina Commedia“ beschreibt, ist für den Papst daher auch eine „Pilgerreise“, und zwar eine, die auch jeder von uns unternehmen kann, da „Gottes Barmherzigkeit immer Gelegenheit zum Wandel und der Bekehrung bietet“.

Dante - Dichter, Denker und: Theologe

Kardinal Gianfranco Ravasi, Präsident des Päpstlichen Kulturrats und der vatikanischen Dante-Kommission, erklärte im Gespräch mit Radio Vatikan anlässlich des Apostolischen Schreibens „Candor lucis aeternae“ von Papst Franziskus, Dante sei sowohl Poet als auch Theologe gewesen:

„Er war vor allem ein großer Dichter, aber auch ein großer Gläubiger. Er hat eine Gratwanderung zwischen Kunst und Glaube unternommen, zwischen Geschichte und Transzendenz, dem Mysterium, der Ewigkeit. Das hat sozusagen seine Größe ausgemacht und deshalb kann er auch heute noch Auswirkungen auf aktuelle Geschehen haben: Durch ein Zeugnis, das uns vor allem die Hoffnung gibt, dass es jenseits des Schlamms der Hölle noch weiter geht.“

„Dante ist ein großer Dichter, aber er ist auch ein großer Theologe und ein großer Philosoph“

Wie Papst Franziskus ermutigt auch Kardinal Ravasi daher alle dazu, die „Göttliche Komödie“ von Dante zu lesen und das Kunstwerk zu entdecken, das Dante hier schuf:

„Er spricht nicht nur durch Worte oder liefert nur anspruchsvolle theoretische Gedankengänge. Nein, Dante spricht ununterbrochen, indem er Dir Szenen vor Augen führt, und zwar so, dass der aufmerksame Leser vor seinem inneren Auge diese Bilder sieht, so als sähe er sie auf einer Leinwand oder einem Bildschirm. Jenseits dieser großartigen dichterischen Fähigkeit, die auch zum einfachen Volk sprach, ist da noch diese geistige Größe. Dante ist ein großer Dichter, aber er ist auch ein großer Wissenschaftler, ein großer Theologe und ein großer Philosoph“,

betont der Präsident des Päpstlichen Kulturrats und der vatikanischen Dante-Kommission im Interview mit Radio Vatikan.  (vatican news  25) 

 

 

 

 

Corona-Krise: Spende leichter absetzen

 

Neustadt a.d. Weinstraße - Geldspenden, Spendenaktionen, Arbeitszeitspende: Wer letztes Jahr in der Corona-Krise gespendet hat, kann das viel leichter absetzen. Der Lohnsteuerhilfeverein Vereinigte Lohnsteuerhilfe e. V. (VLH) zeigt, wie was abgesetzt wird.

Grundsätzlich gilt: Spenden an eine steuerbegünstigte Organisation sind als Sonderausgaben von der Steuer absetzbar.

Speziell für den Zeitraum vom 1. März 2020 bis zum 31. Dezember 2020, also für die Steuererklärung 2020, hat das Bundesfinanzministerium (BMF) das Spenden aufgrund der Corona-Krise um einiges erleichtert.

1. Die Geldspende: Vereinfachter Zuwendungsnachweis genügt

Wer aufgrund der Corona-Pandemie Geld an gemeinnützige Organisationen wie Kirchen, Universitäten, staatliche Museen, gemeinnützige Vereine oder Stiftungen gespendet hat, kann das für die Steuererklärung 2020 mit einem vereinfachten Zuwendungsnachweis belegen - egal, wie viel gespendet wurde.

Das heißt: Es reicht für die Steuererklärung ein Kontoauszug, ein Lastschriftbeleg oder ein Ausdruck vom Onlinebanking als Zuwendungsbestätigung. Normalerweise ist das nur bis zu einem Spendenbetrag von 200 Euro möglich, aber in diesem besonderen Fall wurde die Grenze aufgehoben. Die Spende muss allerdings auf Sonderkonten eingezahlt werden, die extra für diesen Zweck eingerichtet wurden.

Gut zu wissen: Seit 2018 gilt die sogenannte Belegvorhaltepflicht. Ein Zuwendungsnachweis oder eine Spendenbescheinigung muss demzufolge nicht mehr der Steuererklärung beigefügt werden. Der Spender trägt lediglich die Spendensumme unter den Sonderausgaben ein. Aber: Das Finanzamt kann jederzeit dazu auffordern, die Spendenbescheinigung nachzureichen. Deshalb sollten sämtliche Zuwendungsbestätigungen sorgsam aufbewahrt werden, nämlich mindestens bis zu einem Jahr nach Bekanntgabe des Steuerbescheids. Wer also den Steuerbescheid beispielsweise am 21.06.2021 bekommt, muss die Spendenbescheinigung bis zum 21.06.2022 aufbewahren.

2. Spendenaktionen: Corona-Betroffene leichter unterstützen

Vereine wie beispielsweise Sport- oder Musikvereine sind steuerbegünstigte Körperschaften. Deshalb dürfen sie, wie auch andere steuerbegünstigte Körperschaften, Spendengelder erhalten und nutzen. Bisher galt, dass ein solcher Verein seine Spendengelder ausschließlich für Zwecke nutzen darf, die der eigenen Satzung entsprechen. Für das Corona-Jahr 2020 wurde diese Regelung bedingt aufgehoben: Will beispielsweise ein Sportverein von der Corona-Krise Betroffene finanziell unterstützen, darf er zu einer Spende aufrufen und diese dann auch einsetzen, ohne seine Satzung entsprechend ändern zu müssen.

Der Verein ist dann allerdings verpflichtet, die Bedürftigkeit der zu unterstützenden Personen oder Einrichtungen selbst zu prüfen und das Ganze zu dokumentieren. Außerdem gilt: Nur, wenn für die Spendenaktion ein eigenes Sonderkonto eingerichtet wurde, kann der Spender die Zuwendung mit einem vereinfachten Nachweis von der Steuer absetzen.

Gut zu wissen: Steuerbegünstigte Körperschaften dürfen ausnahmsweise auch vorhandene Mittel, die nicht anderweitig gebunden sind, ohne Satzungsänderung für die Unterstützung von Corona-Betroffenen einsetzen. Das gilt auch für die Überlassung von Personal und Räumlichkeiten.

3. Arbeitslohnspende: Spenden und Steuern sparen

Verzichten Arbeitnehmer auf Teile ihres Lohns zugunsten einer Zahlung des Arbeitsgebers auf ein Spendenkonto oder an eine entsprechende Einrichtung, werden diese Lohnanteile bei der Berechnung des steuerpflichtigen Arbeitslohns nicht berücksichtigt. Der Arbeitnehmer kann also etwas Gutes tun und gleichzeitig Steuern sparen.

4. Sachspende: Wert in die Steuererklärung eintragen

Ob getragene Kleider, gebrauchte Schuhe oder benutztes Spielzeug: Wer gebrauchte Gegenstände an gemeinnützige Organisationen spendet und die Spende steuerlich geltend machen will, muss den Wert der Gegenstände schätzen. Möglich ist das, indem man sich über Kleinanzeigen in der Zeitung oder im Internet informiert und die Verkaufspreise ähnlicher Gegenstände vergleicht. Berücksichtigt werden sollte dabei der frühere Kaufpreis, die Qualität, der Zustand und das Alter des Gegenstandes.

Um die Sachspende von der Steuer absetzen zu können, ist eine Zuwendungsbestätigung der gemeinnützigen Organisation nötig, für die man gespendet hat. Dieser Nachweis muss die genaue Bezeichnung des gespendeten Gegenstandes enthalten, das Alter, den Zustand, den ursprünglichen Kaufpreis sowie den Wert und den Tag, an dem der Gegenstand gespendet wurde.

Gut zu wissen: Privatpersonen, die ganz neue Gegenstände spenden, haben es mit der Bewertung ihrer Spende leicht – der Wert des Gegenstands steht auf der Rechnung.

Die VLH: Größter Lohnsteuerhilfeverein Deutschlands

Der Lohnsteuerhilfeverein Vereinigte Lohnsteuerhilfe e. V. (VLH) ist mit mehr als einer Million Mitglieder und rund 3.000 Beratungsstellen bundesweit Deutschlands größter Lohnsteuerhilfeverein. Gegründet im Jahr 1972, stellt die VLH außerdem die meisten nach DIN 77700 zertifizierten Berater.

Die VLH erstellt für ihre Mitglieder die Einkommensteuererklärung, beantragt Freibeträge, ermittelt und beantragt Förderungen und Zulagen, prüft den Steuerbescheid und einiges mehr im Rahmen der gesetzlichen Beratungsbefugnis nach § 4 Nr. 11 StBerG. GA 7

 

 

 

 

Frontex-Chef. Pandemie hat Fluchtursachen verschärft

 

Frontex-Chef Leggeri rechnet mit steigenden Flüchtlingszahlen nach Corona-Ende. Die Pandemie habe die Fluchtursachen in afrikanischen Ländern weiter verschärft. Er fordert eine Neuauflage des EU-Türkei-Pakts.

Die EU-Grenzschutzbehörde Frontex rechnet nach der Corona-Pandemie mit einer deutlichen Zunahme der Flüchtlingsströme nach Europa. „Ich bin mir sicher, dass nach Corona wieder mehr Flüchtlinge versuchen werden, nach Europa zu kommen“, sagte Frontex-Chef Fabrice Leggeri dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“.

Der Rückgang der Migrantenzahlen an den EU-Außengrenzen liege vor allem an den Corona-Auflagen. „Schon im Sommer 2020, als die Corona-Reisebeschränkungen wieder gelockert wurden, kamen mehr Migranten nach Europa.“

Die Pandemie habe die Fluchtursachen in den vergangenen Monaten sogar verschärft, sagte der Frontex-Chef: „Auch aus wirtschaftlichen Gründen wird die Zahl der Migranten wieder zunehmen. In afrikanischen Ländern ist die Wirtschaft wegen der Pandemie mindestens genauso, wenn nicht stärker unter Druck als in der EU.“

Frontex unter Druck

Die EU-Kommission und die Mitgliedsstaaten müssten sich deshalb bald auf eine Reform der europäischen Migrationspolitik einigen, forderte Leggeri. „Frontex kann den EU-Gesetzgeber nicht ersetzen. Wir machen keine Gesetze, sondern setzen sie um. Wir brauchen klare Vorgaben.“ Wichtig sei dabei auch eine Wiederaufnahme der EU-Migrationsvereinbarung mit der Türkei.

Frontex steht seit Bekanntwerden von Videos im Herbst 2020 massiv in Erklärungsnot. Der EU-Grenzschutzbehörde wird vorgeworfen, an illegalen Pushbacks beteiligt gewesen zu sein. Auf den Videos ist zu sehen, wie Grenzschützer in der Ägäis mit gefährlichen Manövern Flüchtlingsbote auf das offene Meer treiben bzw. in türkische Hoheitsgewässer zurückdrängen. Das Europäische Parlament hat einen Untersuchungsausschuss zur Ermittlung eingerichtet. Der Frontex-Chef wies die Vorwürfe zurück, entkräftet konnte er sie bisher aber nicht. (epd/mig 24)

 

 

 

Grünes Wahlprogramm: Bitte an die Mitte

 

Mit ihrem Wahlprogramm wollen sich die Grünen endgültig vom Image einer Oppositionspartei verabschieden. Zentral sind Klimaschutz und teure Investitionen, doch die Steuer- und Finanzpolitik könnte strittig werden. Von: Philipp Grüll

 

Unter dem Titel „Deutschland. Alles ist drin.“ machen die Grünen auf 137 Seiten ihre Vorschläge für die kommenden vier Jahre.

„Nach einer Ära der politischen Kurzfristigkeit bringen wir den langen Atem, den klaren Kompass und die Durchsetzungsfähigkeit mit, um unser Land – im Herzen Europas, der Welt zugewandt – in eine bessere Zukunft zu führen“, heißt es im Vorwort.

Dabei setzt die Partei an erster Stelle auf ihr Kernthema Klima- und Umweltschutz, Ökologie wird in sämtliche Ministerien eingewoben, um die Erderwärmung doch noch auf 1,5 Grad zu begrenzen.

Bis 2030 soll der CO?-Ausstoß in Deutschland im Vergleich zu 1990 um 70 Prozent sinken, statt wie derzeit geplant um 55 Prozent, Förderung fossiler Energieträger soll beendet werden, Photovoltaikanlagen gefördert und der Kohleausstieg von 2038 auf 2030 vorgezogen werden.

In Branchen und Regionen, die bislang besonders klimaschädlich sind, soll mit gezielten Transformationsfonds hin zu einer „sozial-ökologische Marktwirtschaft“ hingearbeitet werden. Über die Höhe der Ausgaben werden jedoch keine Angaben gemacht.

Strittig dürfte die grüne Wirtschafts- und Finanzpolitik werden: Forschung, Entwicklung, Verkehrsinfrastruktur, karbonfreie Wirtschaft, Gebäudesanierung und Breitbandausbau sollen mit einem 50 Milliarden Investitionsprogramm pro Jahr gefördert werden. Das Geld könnte aus einer Vermögensteuer ab zwei Millionen Euro und einer Digitalkonzernsteuer für Google, Facebook und Co kommen.

Richtung statt Verbote

Was man im Programm vergebens sucht, sind Extrempositionen.

„Ich würde es als Machbarkeitsprogramm beschreiben“, sagt der Politologe Wolfgang Schroeder von der Universität Kassel im Gespräch mit EURACTIV Deutschland.

Beispielsweise werden bei den Themen Kohleausstieg oder Verbrennungsmotor zwar Richtungen vorgegeben, aber „das Ganze kommt nicht als Verbots- oder ultimative Position daher, sondern bleibt im Duktus der Verhandlung“, so Schroeder.

Mit ihrem Bundestagswahlprogramm setzt die SPD ihren aktuellen Linkskurs fort. Eines der drei Hauptschlagwörter, neben „Zukunft“ und „Respekt“: „Europa“. Die deutsche Sozialdemokratie positioniert sich internationaler.

So schreiben die Grünen etwa beim Kohleausstieg, man „setze sich dafür ein“, ihn bis 2030 zu vollenden. Ähnlich formulieren sie ihre Forderung zum Ende des Verbrennungsmotors: Ab 2030 „wolle“ man nur noch emissionsfreie Autos zulassen. Letzteres hält Schroeder ohnedies für unrealistisch, die Forderung sei als Richtungsangabe zu verstehen.

Tatsächlich folgte der Präsentation des Programms am Freitag prompt Kritik von UmweltschützerInnen, auch aus den eigenen Reihen. Jakob Blasel, ehemaliger Sprecher der Fridays-For-Future-Bewegung und inzwischen designierter grüner Bundestagskandidat, sagte zum Klimaschutz im Wahlprogramm: „Der Entwurf scheitert daran, die nötigen Maßnahmen voll auszusprechen“. Konkret sei der Vorschlag für den CO2-Preis „viel zu unambitioniert“ und die Maßnahmen, die den Preis ersetzen sollen, „zahnlos“.

Doch diese kritischen Stimmen könnten den Grünen bei der Wahl helfen, denkt Schroeder. Denn sie senden ein wichtiges Signal an die Mitte der Gesellschaft: Wenn die AktivistInnen die Grünen ablehnen, lässt sie das im Umkehrschluss moderater wirken, und damit wählbar.

 „Die Grünen werden an den Rändern verlieren“, und zwar an Kleinstparteien wie die Klimalisten, so Schroeder. Aber der Bonus bei der breiten Mehrheit würde das zigfach überschatten. „Das ist der Clou bei dieser Programmtechnik“, so der Politologe. Er sieht das Programm als Koalitionsangebot an alle Seiten, obgleich etwa die Aufweichung der Schuldenbremse für Teile der Union schwer zu schlucken wäre.

Zwei Finanzskandale beschäftigen derzeit die deutsche Politik: Die Affären Wirecard und Cum-Ex. Olaf Scholz, Finanzminister und SPD-Kanzlerkandidat für die Wahl 2021, steht in beiden Fällen im Fokus. Schon bevor die Verantwortung geklärt ist, kratzt das am Bild des besonnenen Vollprofis.

„Wir sind die Europapartei“

Neben der Ökologie zieht sich ein weiteres Thema durch das ganze Programm: Europa. Wiederholt betont die Partei, große Probleme nur gesamteuropäisch lösen zu können, „die supranationale Ebene zieht sich als roter Faden durch“, so Schroeder. „Sie fokussieren sich stark europapolitisch“. Besonders wird der Green Deal als effektivstes Mittel gegen den Klimawandel hervorgehoben.

„Unser Wahlprogramm zeigt, wir sind die Europapartei“, betont auch Franziska Brantner, grüne Sprecherin für Europapolitik, gegenüber EURACTIV.

„Unser Leitbild ist eine Europäische Föderale Republik. Wir wollen, dass die nächste Bundesregierung nicht nur von Europa redet, sondern europäisch denkt und handelt, dafür stehen wir Grüne“. Sie fordert etwa mehr Mehrheitsentscheidungen, transnationale Listen bei EU-Wahlen oder die Einklagbarkeit europäischer Grundrechte auf nationaler Ebene.

Das deutsche Super-Wahljahr beginnt mit einer Schlappe für die Kanzlerinnenpartei. Die CDU fuhr in gleich zwei Landtagswahlen ihr historisch schlechtestes Ergebnis ein. Parteichef Armin Laschet steht unter Druck.

Digitalisierung: „Grüne Klassiker“

Auch in der Digitalisierung geht das Programm ins Detail. Ein Transparenzgesetz soll Open Data zum Standard in der Verwaltung machen, Diskriminierung bei Algorithmen soll stärker überwacht und verhindert werden. Breitband soll Grundrecht werden, junge Frauen sollen bei der Vermittlung digitaler Skills besonders gefördert werden.

„Grüne Klassiker werden jetzt in den digitalen Horizont einbezogen“, sagt Laura Dornheim, grüne Netzpolitikerin und Kandidatin für den Bundestag, im Gespräch mit EURACTIV Deutschland. Die frühere „leichte Tech-Skepsis“ der Grünen sei verschwunden, Digitalisierung werde nun als Chance wahrgenommen, so Dornheim.

Allerdings hätte sie sich ein noch stärkeres Versprechen an die digitale Zivilgesellschaft gewünscht. Beispielsweise spielten netzpolitische NGOs eine wesentliche Rolle bei der Fertigstellung der Corona-Warn-App, sie achteten etwa auf Einhaltung des Datenschutzes und verliehen dem Projekt die notwendige Glaubwürdigkeit. Das müsse stärker unterstützt werden, so Dornheim.

Das Papier ist nur ein erster Entwurf der Parteiführung zu dem Mitglieder, die mindestens 20 Unterschriften von weiteren Mitgliedern sammeln, bis zum 30. April Änderungsanträge stellen.

Beschlossen werden soll das Wahlprogramm dann beim Parteitag der Grünen Mitte Juni. EA 22

 

 

 

 

Rassismus. Menschenrechtler fordern Mentalitätswandel bei Behörden

 

Zum Welttag gegen Rassismus lenkt das Deutsche Institut für Menschenrechte den Blick auf die Verwaltung in Bund, Ländern und Kommunen. Struktureller und institutioneller Rassismus sei tägliche Realität. Der Bundeszuwanderungs- und Integrationsrats sieht die Politik in der Pflicht. Die Diakonie legt einen Drei-Punkte-Plan vor.

Das Deutsche Institut für Menschenrechte fordert, in den deutschen Behörden ein stärkeres Bewusstsein für Rassismus zu schaffen. Notwendig sei ein tatsächlicher Struktur- und Mentalitätswandel, insbesondere auch in den Sicherheits- und Strafverfolgungsbehörden, erklärte das Institut am Sonntag in Berlin anlässlich des Welttages gegen Rassismus.

Bundesjustizministerin Christine Lambrecht (SPD) sagte: „Rassismus und Rechtsextremismus sind die größten Bedrohungen für unsere offene und vielfältige Gesellschaft. Wir dürfen in der Bekämpfung des Rassismus nicht lockerlassen.“

Das Deutsche Institut für Menschenrechte erklärte, Behörden in Bund, Ländern und Kommunen müssten sich der Tatsache stellen, dass struktureller und institutioneller Rassismus zur täglichen Realität in Deutschland gehöre. Rassistische und andere menschenverachtende Einstellungen seien ein tiefwurzelndes Problem, dass sich gerade auch in Verfahren und Handlungsroutinen von Behörden niederschlage.

Institut fordert regelmäßige Aus- und Fortbildung

Deshalb müsse Wissensvermittlung über Rassismus und Antisemitismus ein regelmäßiger Bestandteil von Aus- und Fortbildung in der gesamten öffentlichen Verwaltung sein, forderten die Wissenschaftler. Nur so könnten eine konsequente Strafverfolgung rassistischer, antisemitischer und rechtsextremer Delikte gewährleistet sowie ein diskriminierungsfreier Zugang zum Recht ermöglicht werden.

Diskriminierende Praktiken wie Racial Profiling und die Aufdeckung rechtsextremer Chatgruppen und Netzwerke bei Sicherheitsorganen hätten das Vertrauen in staatliche Institutionen insbesondere bei von Rassismus Betroffenen untergraben, warnten die Menschenrechtsexperten. Dieses Vertrauen gelte es wiederherzustellen.

„Hanau ist überall!“

Der Vorsitzende des Bundeszuwanderungs- und Integrationsrats (BZI), Memet Kiliç, kritisiert, dass seit dem Ausbruch der Corona-Pandemie wichtige Themen in politischen Debatten in den Hintergrund gerückt sind. „Doch Rassismus und Rechtsextremismus sind die widerspenstigen und gefährlichsten Viren aller Zeiten.“ mahnt Kiliç. Rassismus werde immer unberechenbarer und das Netz sei voll von rechtsextremen Angeboten.

„Hanau ist überall und gegenwärtig, das heißt Rassismus verstärkt und vernetzt sich dort, wo er geduldet, relativiert oder gar ganz vom Staat ausgeblendet wird“, erklärt Kiliç. Er fordert konsequente Strategien gegen und Verschärfungen im Strafrecht für rassistische Täter. „Es ist die Bringschuld des Staates, für ein sicheres Leben zu sorgen – seine Versäumnisse offenzulegen, gehört ebenfalls dazu“, so Kiliç weiter.

Diakonie fordert mehr Teilhabe für Einwanderer

Diakonie Deutschland legte einen Drei-Punkte-Plan mit Forderungen nach mehr Teilhabe von Migranten vor. Darin verlangt sie von einem neuen Bundestag nach der Wahl im September einen gleichberechtigten Zugang zu Bildung, Arbeit und öffentlicher Beschäftigung, gesetzliche Kriterien für diskriminierungsfreie Polizeikontrollen und eine diskriminierungsfreie Gesundheitsprävention insbesondere für Erntehelfer, Beschäftigte in der Fleischindustrie und in Reinigungsberufen.

Diskriminierung sei tief in der Gesellschaft verankert, erklärte Diakonie-Vorständin Maria Loheide. Vom neuen Bundestag erwarte sie konkrete und nachhaltige Schritte gegen Rassismus, „und zwar unter Beteiligung von Menschen, die von rassistischer Diskriminierung betroffen sind“.

Die Vereinten Nationen hatten den 21. März im Jahr 1966 zum Internationalen Tag zur Überwindung von rassistischer Diskriminierung erklärt. Der Aktionstag geht auf den 21. März 1960 zurück, als das Apartheid-Regime im südafrikanischen Sharpeville Proteste der schwarzen Bevölkerung brutal niederschlug und 69 Menschen starben. (epd/mig 22)