Webgiornale 4 luglio - 31 agosto 2022

 

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Inhaltsverzeichnis

1.     Guerra in Ucraina. Nato. Politi: “La visione è globale poiché tutte le minacce contano”. 1

2.     La prima conferenza sulla proibizione totale delle armi nucleari 1

3.     “Informazione senza confini. Centralità degli organi di stampa per gli italiani nel mondo”. 1

4.     Italia e Germania non spingano l'Africa in un vicolo cieco. Le intese sui combustibili fossili e i rischi per la crisi ambientale. 1

5.     Povertà e fame, il costo insostenibile della crisi climatica. 1

6.     Amburgo: il 4 luglio concerto di Lorenzo Drago (Fagotto) e Matteo Pomposelli (pianoforte). 1

7.     50 anni di gemellaggio fra Lorch (Stoccarda) e Oria (Brindisi) 1

8.     Le ultime puntate di radio Cosmo (ex radio Colonia) 1

9.     Berlino, seminario in Ambasciata “Stronger together – towards a common European Defence”. 1

10.  Le celebrazioni dei 40 anni del circolo ACLI di Kaufberen. 1

11.  Lo Stadtmuseum di Fellbach/Stoccarda vetrina di vita cariatese. 1

12.  L’IIC di Amburgo segnala le proiezioni dei film “A Chiara” e “Il paradiso del pavone”. 1

13.  A Darmstadt il Galileo Galilei Science&Space Festival 1

14.  Scholz: servirà un “piano Marshall” per ricostruire l’Ucraina. 1

15.  Il gruppo siciliano “Le Matrioske” al Kehrwieder Folk & World Music Festival di Kappeln nello Schleswig-Holstein. 1

16.  Seduta redazionale del “Corriere d’Italia” in videoconferenza. 1

17.  Da Monaco a Barletta a piedi sulle orme del padre in fuga dal lager: l'impresa di Pasquale a 73 anni 1

18.  IIC Monaco presenta “Strega da leggere e Strega da ascoltare”. La rassegna fino a ottobre. 1

19.  Gas Russia, Germania in fase 'allarme' in piano emergenza. 1

20.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

21.  Lo ‘schiaffo’ a Macron che destabilizza la Francia. 1

22.  Usa, Corte Suprema cancella sentenza diritto aborto. 1

23.  A Elmau in scena la solitudine del G7. 1

24.  La politica del dopo. 1

25.  Conferenza sul futuro dell’Europa, la Commissione Europea delinea come dar seguito alle proposte dei cittadini 1

26.  Nati per leggere o nativi digitali?. 1

27.  Parere favorevole della Commissione Esteri sul provvedimento recante modifiche alla legge sulla cittadinanza italiana. 1

28.  L’emergenza. 1

29.  Cosa aspettarsi dal nuovo Concetto strategico Nato. 1

30.  «I vecchi? Chance, non scarti»: con Famiglia Cristiana la Carta dei diritti degli anziani e dei doveri della comunità. 1

31.  La dignità. 1

32.  Corte di Giustizia EU: le prestazioni familiari devono essere erogate anche per i figli residenti all’estero. 1

33.  “Le politiche della speranza” per l’Italia. 1

34.  La verifica. 1

35.  Tre strade per attuare la difesa comune europea. 1

36.  “Patronati punto di riferimento per le comunità e antidoto contro paure”. Tutelare i media all’estero. 1

37.  La situazione. 1

38.  Avviato l’esame dei disegni di legge per l’istituzione della Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo. 1

39.  Assegno unico e italiani all’estero: urgono chiarimenti 1

40.  Svolta la cinquantottesima assemblea della Bellunesi nel Mondo. 1

41.  Anomalie su assegno unico per i residenti all’estero. 1

42.  Valutare l’opportunità di intervenire sul voto all’estero. 1

43.  Iniziative della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo. Scadenza per partecipare il 31 agosto. 1

 

 

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          http://www.adnkronos.com/ProntoItalia

          http://www.grtv.it

          http://www.aise.it

44.      http:// Armutsbericht. Steigende Preise treffen die Schwächsten. 1

45.  Frankreich hat EU-Integration in Verteidigungsbereich erfolgreich vorangetrieben. 1

46.  Papstinterview: Im Krieg wird getötet, nicht Menuett getanzt 1

47.  Türkei beendet Widerstand gegen NATO-Beitritt Schwedens und Finnlands. 1

48.  Gesetzentwurf Chancen-Aufenthaltsrecht. Kirchen kritisieren unzureichende Regelungen zur Familienzusammenführung. 1

49.  Neues NATO-Strategiedokument: Russland im Visier, China als ‚Gefahr‘ 1

50.  G7-Beschlüsse. Klimawandel, Hunger, Energie und Ukraine-Krieg. 1

51.  Können 4,5 Milliarden US-Dollar Hunger stillen?. 1

52.  Europa wird erwachsen. 1

53.  Meloni fordert geeinte Front der Rechten bei italienischen Parlamentswahlen. 1

54.  G7-Gipfel. Außer Spesen, nichts gewesen?. 1

55.  Bahnbrechendes Energiespargesetz: EU-Länder haben sich vorläufig geeinigt 1

56.  Kultusminister. Schulen überfordert wegen Corona, Ukraine und Lehrermangel 1

57.  Globale Disruption. 1

58.  EU-Beitrittskandidaten. Lust und Frust 1

59.  Wiederbelebung von Gasbohrprojekten in ganz Europa. 1

60.  Asylgrenzverfahren. EU-Staaten einigen sich nach langem Streit auf Teil der Asylreform.. 1

61.  „Der Westen hat sich lange zu sicher gefühlt“. 1

62.  EU-Gericht beschränkt Überwachung von Flugpassagieren. 1

63.  EU. Runter vom Abstellgleis. 1

64.  Einbürgerung. Bundeskanzler Scholz will Doppelpass für alle ermöglichen. 1

65.  Militärische Konflikte erstmals größte Sorge der Deutschen, Corona-Angst nimmt weiter ab. 1

66.  Antisemitismus. Umstrittenes documenta-Werk wird entfernt 1

67.  Dänemark unterstützt EU-Erweiterung. 1

68.  Weltflüchtlingstag. Amnesty fordert Gleichbehandlung von Flüchtlingen in Deutschland. 1

69.  Macron verliert Mehrheit in Parlamentswahlen. 1

70.  Weltkunstausstellung. Die documenta präsentiert sich bunt, politisch und überraschend. 1

71.  Konsequenzen gefordert. Kritik an antisemitischen Darstellungen auf documenta. 1

72.  Vor Linken-Parteitag: deutlicher Beliebtheitsverlust bei Janine Wissler. 1

73.  Rechtsextreme Gewaltwelle. 1

74.  Mehr Einwanderung. Leichter Bevölkerungsanstieg in Deutschland. 1

75.  Empfangen, begleiten, integrieren – Kostenloser Kurs zur Flüchtlings- und Integrationshilfe. 1

76.  „Drecksarbeit“. Seit 50 Jahren ist in Deutschland Leiharbeit erlaubt 1

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Guerra in Ucraina. Nato. Politi: “La visione è globale poiché tutte le minacce contano”

 

Almeno sulla carta, le priorità, insieme alle intenzioni, evolvono. Il nuovo Strategic Concept, il documento presentato al vertice della Nato di Madrid, segnala in cima ai paragrafi anche tematiche quali la sicurezza umana e le violenze sessuali. Introduce l’impegno di contrasto al cambiamento climatico globale e la posizione nei confronti della guerra ibrida. Con il Sir, Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, analizza il documento e sottolinea come una novità, poco evidenziata dai media, sia che la visione dell’Alleanza è globale “poiché tutte le minacce contano”. Elisabetta Gramolini

 

Almeno sulla carta, le priorità, insieme alle intenzioni, evolvono. Il nuovo Strategic Concept, il documento presentato al vertice della Nato di Madrid, segnala in cima ai paragrafi anche tematiche quali la sicurezza umana e le violenze sessuali. Introduce l’impegno di contrasto al cambiamento climatico globale e la posizione nei confronti della guerra ibrida. Con il Sir, Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, analizza il documento e sottolinea come una novità, poco evidenziata dai media, sia che la visione dell’Alleanza è globale “poiché tutte le minacce contano”.

Direttore, la Nato a Madrid ha lanciato un nuovo Strategic Concept. Che tipo di strumento è?

Il nuovo Strategic Concept è un documento compatto di 49 paragrafi. Afferma qual è la grande strategia politica dell’Alleanza da tradurre poi a livello militare. É innovativo rispetto a quello di 12 anni fa. L’attenzione, come è comprensibile, si è concentrata su Russia e Cina, anche se questa ultima non è menzionata come minaccia mentre, nella dichiarazione finale, viene richiamata quale ‘sfida sistemica’.

Quali sono i punti salienti?

La Nato ha messo in primo piano nel documento il cambiamento climatico e la tematica della sicurezza umana, insieme a donne, pace e sicurezza. Ciò viene citato subito dopo i tre compiti fondamentali, vale a dire, dissuasione e difesa, prevenzione, gestione di crisi e sicurezza cooperativa. L’ordine dato ai temi è importante. É infatti un fatto nuovo che sia la sicurezza umana al paragrafo numero 5, sia le violenze sessuali nei conflitti al 12° paragrafo, siano ai primi posti. Si parla poi di tecnologie emergenti, dell’erosione dell’architettura del controllo degli armamenti (paragrafo 18) e del cambiamento climatico. Nella narrativa mediatica è emerso in maniera meno evidente, ma nel documento viene ricordato che la visione è globale poiché tutte le minacce contano. A proposito di dissuasione e di operazioni ibride, si sottolinea che potrebbero arrivare a un livello corrispondente ad un attacco armato. Ciò significa che, se avviene un attacco ibrido, i membri dell’Alleanza possono invocare l’articolo 5 del Patto che, come noto, corrisponde a una risposta da parte di tutti gli alleati.

Riguardo al nucleare cosa viene fissato?

La capacità nucleare è considerata poco probabile come impiego. Ci sono stati già dei precedenti vertici in cui si diceva questo, così come si diceva della guerra ibrida e degli attacchi cyber. Si fa di tutto per prevenire le azioni coercitive, scoraggiare le aggressioni e mantenere la pace. Le armi nucleari sono essenzialmente dissuasive. In relazione al Trattato di Non Proliferazione, si dice che gli alleati lavoreranno perché esso sia pienamente attuato anche rispetto all’obbiettivo di liberare il mondo dalla presenza di armi nucleari. Nella gestione delle crisi, il testo include la sicurezza umana e la limitazione dei danni nel corso delle operazioni: comunque vedremo come verrà applicato il concetto alla prossima gestione di crisi. Per la sicurezza cooperativa, si parla dell’allargamento e del concetto di ‘porta aperta’, ma sui partenariati già esistenti nel Mediterraneo e nel Golfo si rimane sul vago.

Il vertice di Madrid ha rinsaldato l’alleanza fra Stati Uniti e Unione europea?

L’Unione europea è un partner inevitabile ma come tale viene citata al paragrafo numero 43 su 49. Le posizioni dei paragrafi non sono casuali. In fondo a questo paragrafo si può legge: “sarà primordiale che gli alleati non membri dell’Unione europea siano pienamente associati alle iniziative dell’Unione in materia di difesa”. È una frase anodina, ma che da decenni è di difficile gestione, specie quando si prendono decisioni che riguardano interessi industriali o economici.

La Cina considera ‘futile’ l’avvertimento della Nato nei suoi confronti dopo essere stata definita per la prima volta ‘una sfida’.

La Cina, che è una grande potenza, ritiene questa qualifica inutile e controproducente. Lo ha detto in modo chiaro e duro, come spesso fa, perché ritiene che questa qualifica sia figlia di una mentalità da guerra fredda e da giochi a somma zero. In politica però poi c’è molta differenza tra le dichiarazioni e la sostanza delle azioni compiute. Le dichiarazioni politiche della Cina, spesso in congiunzione con la Russia, ad inizio di febbraio propongono un mondo multipolare dove la globalizzazione economica va avanti. A queste, la Nato risponde dicendo che la Russia ha violato in modo evidente l’ordine internazionale come paese aggressore e che la Cina è una sfida sistemica. Tuttavia dietro le quinte, c’è stata una mediazione pesante per evitare che la Cina fosse qualificata come un nemico. Alcuni settori del governo degli Stati Uniti infatti la pensano così, mentre altri vorrebbero tirare fuori la Nato da tutto questo in quanto inutile nel Pacifico.

La Russia ha annunciato il ritiro dall’Isola dei Serpenti, ufficialmente “per non ostacolare gli sforzi dell’Onu per liberare le esportazioni alimentari ucraine”.

É un evento minore e conferma che l’interesse russo per Odessa sia minimo. Il ritiro dall’isola fa vedere che i russi stanno pensando ad altro. L’avamposto era inutile e non sposta la seria situazione della guerra in Donbass, dove i russi per ora purtroppo stanno avanzando e penetrando le difese ucraine. Nel grande quadro della guerra, gli ucraini hanno perso altro territorio e non credo sia una situazione che si possa protrarre all’infinito.

Secondo fonti della Casa Bianca, gli alleati della Nato ritengono che il conflitto in Ucraina si protrarrà per i prossimi mesi e potrebbe durare fino al 2023.

Questa è una speranza di specifiche fonti della Casa Bianca, tuttavia non sono citate le basi su cui poggia questa valutazione, il che lascia perplessi. Sir 2.7.

 

 

 

 

La prima conferenza sulla proibizione totale delle armi nucleari

 

Si è conclusa a fine giugno, a Vienna sotto presidenza austriaca, la prima conferenza degli stati parte al nuovo Trattato che proibisce totalmente le armi nucleari (TPNW). Questo trattato, entrato in vigore nel 2021, costituisce l’unico recente passo in avanti nel campo del disarmo nucleare in un quadro generale desolante aggravato dall’invasione russa dell’Ucraina. Buona parte delle intese sul controllo degli armamenti vigenti sono state infatti smantellate negli ultimi anni per iniziativa dell’amministrazione Trump, assecondata dalla Russia e con la sostanziale acquiescenza – occorre ammetterlo – dell’Unione Europea.

Un evento storico

Sulla carta il trattato TPNW dovrebbe essere un evento storico poiché per la prima volta si proibiscono totalmente e senza eccezioni il possesso, l’uso e lo stazionamento delle armi nucleari. E’ noto però che esso non è stato né firmato né ratificato proprio dai paesi cui esso dovrebbe essere rivolto e cioè i paesi militarmente nucleari che invece lo rigettano totalmente. Anche gli alleati di questi paesi, inclusi tutti i paesi membri della Nato, lo hanno sinora respinto. Vi hanno aderito solo stati che già avevano rinunciato alle armi nucleari nel quadro del Trattato di Non proliferazione Nucleare (TNP).

Di questa originaria debolezza ha risentito inevitabilmente la prima conferenza attuativa appena conclusasi e dedicata principalmente a questioni procedurali da concordare tra gli 86 stati che hanno firmato il Trattato di cui 61 lo hanno ratificato permettendone l’entrata in vigore. Si sono aggiunti in occasione della Conferenza di Vienna altri 3 paesi (Capo Verde, Grenada e Timor-Leste).

Gli altri sviluppi dell Conferenza

La presidenza austriaca ha sapientemente fatto precedere, sempre a Vienna, la conferenza sul TPNW da un’altra conferenza dedicata alle catastrofiche conseguenze umanitarie dell’impiego dell’arma nucleare. E’ questo un concetto già rodato che riscuote maggiori consensi a livello globale. Esso costituì l’originario punto di partenza dell’iniziativa poi sfociata nel più ambizioso Trattato TPNW. A questo incontro hanno partecipato anche paesi Nato, come l’Italia.

La crisi ucraina ed i ripetuti cenni da parte di Putin e da suoi subordinati ad un possibile impiego dell’arma nucleare dimostrano quanto prioritario ed immediato sia oggi il rischio dell’uso e la minaccia dell’uso di tale arma. La focalizzazione su questo argomento potrebbe essere il segno di un possibile cambio di rotta da parte dei promotori del TPNW. Fermo restando l’obiettivo dell’eliminazione totale delle armi nucleari, si cercherebbe ora di attirare nel processo negoziale le potenze nucleari anche attraverso la filiera umanitaria e cioè proibendo l’uso o almeno il primo uso dell’arma nucleare. L’India e la Cina hanno da tempo aderito a questo ultimo concetto. Anche l’amministrazione Biden aveva l’intenzione di avvicinarvisi prima dell’aggressione russa contro l’Ucraina.

Gli sviluppi per il TNPW

E’ stata superiore alle aspettative la presenza di paesi che pur non avendo aderito al Trattato hanno accolto l’invito a partecipare alla conferenza di Vienna come osservatori. Tra questi risultano aver partecipato anche alcuni paesi Nato: la Norvegia, la Germania, il Belgio, l’Olanda come anche i candidati, la Svezia e la Finlandia. Essi si sono così discostati dalla ferrea opposizione al Trattato TPNW da parte della Nato. E’ da notare che la Germania, il Belgio ed i Paesi Bassi, assieme all’Italia, sono considerati come paesi dell’Ue sottoposti a maggiori rischi perché consentono lo stazionamento di armi nucleari Usa sul proprio territorio. Benché con un’apposita Risoluzione la Commissione Affari Esteri della Camera avesse il mese scorso incoraggiato il Governo a partecipare alla Conferenza come paese osservatore, l’Italia ha ritenuto di attenersi alla linea prevalente in seno alla Nato astenendosi dal partecipare. Non mancheranno altre occasioni per rivedere tale posizione.

Gli sviluppi registratisi a Vienna possono essere letti come il segno di un’attenuazione delle forti divergenze sinora in atto tra promotori e oppositori del Trattato TPNW. E’ da augurarsi che questo confronto non riaffiori a New York nel corso della grande conferenza di riesame del TNP nell’agosto prossimo e che il processo di disarmo nucleare possa essere rimesso sui binari. La proibizione totale e universale dell’arma nucleare promossa dal Trattato deve rimanere l’obiettivo principale da perseguire, ma la comunità internazionale non può rimanere con le mani in mano in attesa che ciò avvenga. Di questo si stanno forse accorgendo anche i maggiori promotori del nuovo trattato. A conclusione della Conferenza è stata rilasciata una dichiarazione finale in cui si condanna inequivocabilmente “qualsiasi minaccia nucleare, sia essa esplicita o implicita ed indipendentemente dalle circostanze “. Non vengono fatti nomi ma sanno tutti quale paese dal 24 febbraio fa balenare la possibilità di usare l’arma atomica. E la minaccia dell’uso è una forma di uso dell’arma medesima. Carlo Trezza, AffInt 30.6.

 

 

 

 

“Informazione senza confini. Centralità degli organi di stampa per gli italiani nel mondo”

 

ROMA – Si è tenuto al Senato un incontro dedicato all’editoria per gli italiani all’estero: “Informazione senza confini. Centralità degli organi di stampa per gli italiani nel mondo”, questo il titolo dell’evento promosso dalla senatrice di Italia Viva, eletta nella ripartizione Europa, Laura Garavini. Dopo aver letto un breve messaggio di saluto del Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, Garavini ha introdotto l’argomento del convegno. “Un convegno che vuole dare atto dello straordinario valore che gli organi di informazioni continuano ad avere mentre le stesse comunità estere si sono evolute e sono cambiate. Abbiamo avuto un’impennata dell’85% nella nuova emigrazione italiana, come ci dicono i dati della Migrantes riferiti agli ultimi quindici anni. Abbiamo un’emigrazione più acculturata e più legata alle nuove tecnologie. Abbiamo un’informazione sul minuto arrivando in diretta su un cellulare rispetto a quanto accade nel mondo: da un lato quindi abbiamo una comunità più grande e in grado di ricevere informazioni, dall’altro organi di informazione che negli anni si sono specializzati nell’informare i connazionali all’estero”, ha spiegato Garavini auspicando un potenziamento degli investimenti per l’editoria dedicata agli italiani all’estero. “C’è stata una trasformazione radicane negli strumenti di informazione rispetto a un utente capace di informarsi”, ha precisato Garavini interrogandosi se “questi mezzi di nicchia – l’editoria per italiani all’estero – siano destinati ad avere ancora un futuro: secondo me sì”, ha sottolineato Garavini apprezzando tra le qualità proprio il fattore linguistico per la voglia degli emigrati di parlare e trasmettere l’italiano. Garavini ha evidenziato come questo mondo rappresenti quell’Italia emigrata che si è integrata divenendo “la migliore italianità all’estero”. Il Sottosegretario all’Editoria Giuseppe Moles ha parlato di informazione come bene pubblico che, in quanto tale, ha bisogno del sostegno pubblico. “Dovere di un governo di una democrazia liberale è quello di considerare l’informazione un bene primario: la tutela pubblica è un principio del pluralismo per dare voce alle realtà più piccole. Tra queste un’importanza particolare ce l’hanno quelle imprese che editano materiale in italiano all’estero. Cultura e lingua italiane sono da intendere come promozione del sistema Paese: è un settore con una platea di attori eterogenea sparsa in cinque continenti”, ha spiegato Moles ricordando che con il decreto legislativo del 2017 si è giunti a una nuova disciplina dei contributi per la stampa uniformando il calcolo del contributo con l’introduzione di meccanismi legati a costi produzione e copie vendute. “Il contributo statale è servito da stimolo per migliorare il prodotto rendendolo più adeguato alle nuove realtà e alle esigenze delle comunità italiane. L’informazione all’estero fa parte a pieno titolo del sistema Paese”, ha aggiunto Moles evidenziando come sia stato concordato con la Rai l’introduzione di nuove produzioni finalizzate alla cultura e al Made in Italy. “La nostra editoria all’estero è uno dei cardini di un sistema da sostenere e tutelare. L’editoria all’estero non è di secondo piano e deve essere uno degli strumenti per combattere le fake news che sono il problema di oggi. Tramite iniziative come quella odierna  anche noi istituzioni possiamo ricevere suggerimenti e scoprire realtà nuove”, ha sottolineato Moles. Il direttore di Rai Italia, Fabrizio Ferragni, ha ribadito la necessità che i connazionali all’estero siano adeguatamente informati. Altrettanto importante è avere canali bilingue ed è per questo che a breve nascerà Rai Italy che avrà trasmissioni in italiano e in inglese e anche un notiziario specifico. “Abbiamo dato vita a uno ‘sportello Italia’ con professionisti che danno risposte a quesiti di vita vissuta. Da settembre-ottobre il canale Rai Italia sarà presente anche in Europa avendo superato il problema dei diritti legati al calcio. Abbiamo perso la Serie A ma da settembre avremo i momenti salienti della Serie B. Abbiamo poi una rete di filmaker che raccontano le storie degli italiani nel mondo: da settembre su Rai2 avremo una trasmissione dedicata. Ci stiamo facendo promotori di iniziative di racconto. Abbiamo ragionato su prodotti originali per gli italiani all’estero”, ha sottolineato Ferragni che per tale ragione ha ribadito l’importanza di essere visibili in Europa dove ci sono molti connazionali.

Dopo gli interventi istituzionali il dibattito è proseguito con gli interventi degli operatori del settore. Tommaso Pedicini di Radio Cosmo (ex Radio Colonia) ha ricordato come la radio sia partita negli anni ’60 con programmi per i ‘gastarbeiter’ italiani in Germania e per aiutarli a orientarsi nel Paese. “Già negli anni ’80 avevamo però trasmissioni che parlavano all’intera famiglia. Ci sono state varie trasformazioni storiche. Oggi oltre 800mila italiani vivono in Germania”, ha spiegato Pedicini evidenziando come con i mezzi più moderni la radio continui a fungere da strumento per aiutare gli italiani in Germania. Phil Baglini di London One Radio ha ribadito di aver sempre visto l’informazione come il luogo in cui le persone vanno a cercare notizie. “In Inghilterra, nonostante 600mila italiani in tutta la Gran Bretagna, non c’era una radio interamente italiana. Nonostante la BBC l’abbia creata Marconi e gli inglesi amino molto il genio italiano mancava l’idea di un’amica radio in grado di accompagnare gli ascoltatori per tutto il giorno. Durante la pandemia è stato importante essere presenti 24 ore al giorno: ce l’hanno fatto capire seguendoci anche dall’Italia. Fare intrattenimento non è stato facile perché avevamo anche collegamenti con gli ospedali. Noi andiamo sulla strada a raccontare le storie belle ma anche gli insuccessi”, ha spiegato Baglini sottolineando come per la prima volta una radio italiana in Inghilterra è in digital radio. Lorenzo Ponzo di Radio Hitalia ha evidenziato l’unicità di radio in costante contatto con le realtà territoriali: in Belgio si è arrivati a quasi 300mila iscritti Aire. Ponzo ha spiegato l’evoluzione dell’emigrazione. “In Belgio si parte con l’afflusso dei minatori nel dopoguerra e basti ricordare quello che è successo a Marcinelle”, ha precisato Ponzo per sottolineare il sacrificio dell’emigrazione italiana. “Auspichiamo una sorta di ‘Aire’ delle radio italiane nel mondo per ritrovarci e avere un futuro”, ha lanciato l’idea Ponzo. Pietro Lunetto di Radio Mir ha ricordato come la struttura redazionale sia costituita da varie anime dell’emigrazione. “Nasciamo con pochi obiettivi ma chiari per far circolare quelle buone pratiche che altrimenti, per un difetto di comunicazione, vengono conosciute solo in ambito locale. Ci interessa anche intervenire sulla politica italiana relativamente alle questioni migratorie. E’ un mondo in crescita e complesso, quello dell’emigrazione italiana, con caratteristiche diverse da un Paese all’altro”, ha spiegato Lunetto sottolineando come siano necessari un minimo di supporto pubblico così come il saper fare rete. Filippo Giuffrida di RadioCom ha rilevato come la radio abbia un taglio ampio e sia rivolta a tutti gli italiani nel mondo, potendo contare su diversi patrocini e finanziamenti. “Lavoriamo sulle varie realtà degli italiani all’estero, dalla vecchia emigrazione alla cosiddetta ‘generazione Charleroi’, in mobilità grazie a una nota compagnia low cost. Lavoriamo anche per aiutare i connazionali a orientarsi nel cercare lavoro, facendo capire quali scelte fare ancora prima di partire dall’Italia”, ha spiegato Giuffrida. Maurizio Pittau di Radio Dublino ha spiegato che l’intento della radio è stato fin da subito creare un ponte tra Italia e Irlanda, anche per aiutare gli italiani a integrarsi al meglio. “Oggi l’Irlanda è uno dei Paesi più ricchi d’Europa ma un tempo era uno dei Paesi più poveri”, ha evidenziato Pittau per far capire le ragioni anche economiche che hanno spinto negli anni sempre più stranieri, in primis italiani, a trasferirsi in Irlanda. Stefano Polli (Vicedirettore Ansa) ha ricordato come si parli sempre troppo poco di italiani nel mondo. Polli ha anche evidenziato come nel suo girare il mondo come corrispondente abbia incontrato connazionali un po’ ovunque. “In un quartiere di Sydney si parla addirittura il dialetto triestino”, ha commentato Polli sottolineando come il corrispondente dell’Ansa sia ormai una sorta di punto di riferimento per i connazionali che vivono in un determinato territorio nel mondo. Polli ha lamentato come nell’era della disintermediazione e dei social occorra sempre più il ruolo del giornalista come mediatore che sappia anche mettere in difficoltà l’interlocutore con le giuste domande. Si è poi passati al dibattito sulle agenzie di stampa.  Isabella Liberatori (9colonne) ha ricordato che “spetta ai giornalisti e non ai programmatori di Google selezionare i fatti che devono diventare notizie, da cui emerge la responsabilità che è richiesta al professionista mentre questo requisito non compete al frequentatore dei social”, ha spiegato Liberatori attaccando il fenomeno della disintermediazione intesa come convinzione che non serva la mediazione di un professionista di settore. “I media tradizionali stanno combattendo una battaglia impari e necessitano dell’aiuto delle istituzioni”, ha aggiunto Liberatori sottolineando come la parte d’Italia che continua a crescere è solo quella che vive all’estero: una comunità che rappresenta quasi il 10% dell’intera popolazione italiana. Giuseppe Della Noce (Direttore Aise) ha ricordato i numeri prodotti dalla propria agenzia stampa: oltre 16mila articoli negli ultimi dodici mesi. Della Noce ha lamentato come ci sia un enorme potenziale di notizie che non viene sfruttato al massimo: per esempio quello relativo a informazioni di servizi consolari o di opportunità di studio o lavorative per i cittadini. Della Noce ha poi auspicato il ripristino delle funzioni della ‘commissione editoria’ presso la Presidenza del Consiglio. Daniela Mogavero (Askanews) ha parlato dell’idea di fare ponte verso le comunità all’estero per esempio su temi come il turismo delle radici che dimostrano quanto sia forte questo legame. “È importante far conoscere quanto la politica o le comunità all’estero facciano su queste tematiche”, ha spiegato Mogavero. Goffredo Morgia (Direttore Inform) ha ricordato come “Da sempre i media all’estero svolgano una funzione importante di memoria e mantenimento di lingua e cultura. Tramite la stampa specializzata si possono ripercorrere inoltre le tappe fondamentali del percorso migratorio degli italiani”, ha spiegato Morgia riflettendo anche sull’iter che ha portato a importanti conquiste in passato per gli italiani all’estero. Una sfida che continua anche oggi con la necessità di nuove riforme ad esempio nel mondo della rappresentanza degli italiani all’estero: dai Comites al Cgie fino alla recente riforma della rappresentanza parlamentare. “E’ una sfida complessa per la stampa specializzata, basata sul dare voce a piccole comunità all’insegna della pluralità. Il mondo dell’informazione per gli italiani all’estero andrebbe potenziato e sostenuto dalle istituzioni, mantenendo così attivo il legame tra Paese e comunità, tra migrazioni di ieri, oggi e domani”, ha sottolineato Morgia. Maria Ferrante (Direttrice di Italian Network) ha rilevato come grazie alla stampa specializzata gli iscritti Aire possano partecipare alla vita del Paese con conoscenza sia di quanto avviene in Italia che di quanto avviene nella propria circoscrizione estera. Ferrante ha ricordato i pronunciamenti della Corte europea sulla libertà d’informazione e la questione delle querele temerarie o pretestuose. Maria Grazia Galati (Direttrice Passaparola) ha parlato di questa rivista cartacea che, nonostante le difficoltà, continua ad andare avanti e racconta il Lussemburgo agli italiani ma allo stesso tempo racconta l’Italia agli stranieri. Maria Bernasconi (L’Eco) ha lamentato come sul web spesso vengano letti soltanto i titoli “mentre la carta stampata continua ad essere uno strumento utile per formare uno spirito critico”, ha spiegato Bernasconi lamentando il problema della sostenibilità economica di questo settore dell’informazione. Viviana Facchinetti (Direttore de L’Arena di Pola) ha ricordato la storia di un giornale militante che ha accompagnato le vicende degli esuli del fronte nordorientale. Maurizio Tomasi (Trentini nel Mondo) ha ribadito come si debba scolpire nella pietra l’idea per cui questa forma di editoria specializzata non sia seconda a nessuno. Oltre 700 sono ormai i numeri della rivista dedicata ai Trentini. “Qualche anno fa c’era chi voleva fare tabula rasa dell’editoria all’estero. Bisogna vegliare e sollecitare attenzione affinché non ci siano più tentativi come questi”, ha ammonito Tomasi. Francesco Ragni (Londra Italia) è tornato sul concetto della sostenibilità economica. “La carta stampata non sta passando un tempo difficile, purtroppo sta sparendo per l’affermazione di business model differenti”, ha spiegato Ragni invitando lo Stato a fare del suo meglio per supportare l’editoria elettronica. (Inform/de.it.press 27)

 

 

 

 

Italia e Germania non spingano l'Africa in un vicolo cieco. Le intese sui combustibili fossili e i rischi per la crisi ambientale

      

Caro direttore, per anni gli africani, che vivono in prima linea la crisi climatica, hanno esortato i Paesi più ricchi del nord del mondo a disintossicarsi dai combustibili fossili e a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Per anni, queste richieste sono cadute nel vuoto, con i Paesi europei – in particolare Germania e Italia – che al contrario hanno aumentato le loro dipendenze, orientandosi verso il gas russo. La guerra di Mosca contro l’Ucraina è stata un campanello d’allarme per entrambi i Paesi e nella disperata ricerca di gas si stanno ora rivolgendo – ironia della sorte – all’Africa.

 

Negli ultimi mesi, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi si è impegnato in uno sforzo senza precedenti per ottenere nuovi accordi sul gas con Algeria, Egitto, Angola, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico. L’Italia, attraverso l’Eni, è oggi la più attiva nel mercato africano dei combustibili fossili. Durante la sua visita in Senegal, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che i governi dei due Paesi hanno avviato colloqui 'intensivi' sulla cooperazione per l’estrazione del gas e la produzione di Gnl (gas naturale liquefatto). Scholz ha detto che questo includerà gli investimenti tecnici nelle infrastrutture necessarie per le centrali elettriche. Invece di utilizzare queste visite per sollecitare la Germania e l’Italia ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, molti leader africani hanno fatto il contrario. Il presidente algerino Tebboune e il presidente egiziano al-Sisi hanno accolto con favore la promessa di nuova produzione ed esportazione in Europa. Il presidente senegalese Macky Sall sembra entusiasta di diventare un esportatore di combustibili fossili, fornendo alla Germania fonti le cui emissioni faranno aumentare ulteriormente le temperature africane e causeranno ulteriori sofferenze al nostro continente. Da questo essenziale punto di vista gli accordi sul gas che Germania e Italia stanno cercando di concludere con i Paesi africani sono pura follia. È grave, ingiusto e inaccettabile che Germania e Italia spingano i Paesi africani a riversare le loro limitate riserve finanziarie nello sviluppo di un’industria di estrazione ed esportazione di combustibili fossili per clienti europei. Un utilizzo di breve periodo, fino a quando non saranno attivati i loro investimenti nelle energie rinnovabili.

 

Dopo la guerra in Ucraina, l’Europa ha aumentato la spinta verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Si prevede che entro il 2030 la Ue ridurrà la domanda di gas del 40% rispetto al 2021, mentre la Germania e l’Italia prevedono entrambe di raggiungere l’azzeramento delle emissioni entro i prossimi 30 anni. Inoltre, il nuovo meccanismo di aggiustamento delle frontiere

per il carbonio della Ue accelererà ulteriormente la transizione, tassando le importazioni ad alto contenuto di carbonio in Europa, penalizzando i Paesi che dipendono dai combustibili fossili.

 

Anche le compagnie petrolifere e del gas del Nord del mondo stanno puntando sull’Africa, poiché i combustibili fossili hanno perso il loro appeal politico in seguito alle politiche di riduzione delle emissioni avviate dai Paesi più ricchi. Le industrie del settore stanno spostando l’attenzione verso i combustibili fossili africani, nel tentativo di sopravvivere alla perdita di sostegno all’interno dei confini nazionali. L’Africa dovrebbe riconoscere questi sforzi per quello che sono: il tentativo di spremere ancora profitti da un’industria inquinante e in declino; lasciare all’Africa i beni e le tecnologie resi inutili dalla transizione e, ignorare le sofferenze climatiche del continente africano.

 

I combustibili fossili non si sono dimostrati una fonte di successo per le economie africane. In un recente articolo per al-Jazeera, l’attivista ugandese per il clima Vanessa Nakate sottolinea che i Paesi africani, le cui economie si basano sulla produzione e sull’esportazione di combustibili fossili, subiscono tassi di crescita economica più lenti (qui: tinyurl.com/nakfue ) – anche fino a tre volte – rispetto a quelli con economie più diversificate. In Mozambico, che ha subito le conseguenze del ciclone Idai, le compagnie straniere, guidate dalle europee, hanno costruito un giacimento di gas naturale offshore da 20 miliardi di dollari e un impianto di gas naturale liquefatto onshore. Tuttavia, il 70% del Paese vive ancora senza accesso all’elettricità: il gas non è per la popolazione locale e nemmeno i profitti.

 

Invece di arrancare sulle vie dei combustibili fossili, anche in Africa bisogna investire intelligentemente nell’energia pulita del futuro e superare con decisione i combustibili inquinanti. Paesi come la Germania e l’Italia devono sostenere l’Africa nello sviluppo delle energie rinnovabili, che non sono solo la risposta alla crisi climatica, ma anche la chiave per combattere la povertà energetica.

 

Per anni, sotto il dominio coloniale, quando i leader europei dicevano all’Africa di 'saltare', la nostra risposta era 'quanto in alto'? Ora la Germania e l’Italia lavorano per riempirci di infrastrutture per i combustibili fossili, nonostante le sofferenze che causeranno. Non può e non deve essere così. L’Africa acceleri, invece, la transizione verso un sistema energetico pulito che porti vera prosperità e sicurezza al nostro continente.

Mohamed Adow, Direttore di Power Shift Africa (think tank con sede a Nairobi), Avvenire 10.6.22

 

 

 

 

 

Povertà e fame, il costo insostenibile della crisi climatica

     

La quantità di fondi necessari a rispondere alla crisi climatica globale – tra siccità e inondazioni sempre più estreme e imprevedibili - è oggi superiore di 8 volte rispetto a 20 anni fa, tenendo conto dei soli appelli delle Nazioni Unite per la risposta umanitaria nelle diverse aree del mondo. I Paesi donatori in media stanziano appena la metà di quanto necessario, mentre aumentano in modo esponenziale fame e profughi climatici. È l’allarme lanciato da OXFAM con un nuovo rapporto, in occasione dell’apertura della Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), in programma a Bonn fino al 16 giugno, che precede la Cop27 di novembre in Egitto.

  

L'aumento del costo è dell'819%.

I dati evidenziano come sia cresciuto negli anni il bisogno di risorse che tardano ad arrivare: basti pensare che se nel biennio 2000-2002 servivano in media 1,6 miliardi per far fronte alla crisi climatica nei Paesi più colpiti, tra 2019 e il 2021 la cifra è aumentata dell’819%, arrivando a 15,5 miliardi. Allo stesso tempo i Paesi più ricchi, responsabili della maggior parte delle emissioni di CO2, hanno stanziato dal 2017 appena il 54% dei fondi richiesti dalle Nazioni Unite, ossia 33 miliardi di dollari in meno di quanto necessario a salvare migliaia di vite.

  

Solo la punta dell'iceberg. 

Numeri paradossali e fuori controllo, ancor di più, se si considera che i fondi stimati negli appelli dell’Onu si concentrano solo sui bisogni umanitari più urgenti e rappresentano appena una piccola parte dei costi reali della crisi climatica. Il costo dell’impatto di eventi meteorologici estremi nel solo 2021, ad esempio, è stato stimato in 329 miliardi di dollari a livello globale, il terzo dato più alto mai registrato e quasi il doppio di quanto stanziato per i paesi in via di sviluppo per lo stesso anno. Dal 2000, circa 3,9 miliardi di persone nei Paesi a basso e medio reddito sono state colpite da disastri climatici, ma gli appelli delle Nazioni Unite hanno previsto aiuti solo per circa 474 milioni di persone, ossia 1 persona su 8.

  

Quello che l'intera umanità dovrà pagare. 

“L'attività umana è responsabile già oggi dell’aumento di 1,1°C delle temperature globali rispetto ai livelli pre-industriali. – ha detto Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Un’emergenza che non farà che peggiorare se, stando alle attuali proiezioni, supereremo la soglia di sicurezza di 1,5°C di aumento delle temperature. I costi per l’intera umanità saranno enormi se non avremo la capacità di intervenire subito per ridurre i livelli di emissioni. Allo stesso tempo non possiamo ignorare le enormi perdite e i danni economici o non economici che significheranno perdita di vite umane, di terra e biodiversità, di case, scuole, posti di lavoro, culture locali e indigene.”

  

La mappa dei Paesi più colpiti e l'aumento della fame globale. 

Sono 11 i paesi colpiti da almeno 10 eventi climatici estremi negli ultimi anni:

- Afghanistan

- Burkina Faso

- Burundi

- Ciad

- Repubblica Democratica del Congo

- Haiti

- Kenya

- Niger

- Somalia

- Sud Sudan

- Zimbabwe

 

Una mappa che descrive un’emergenza umanitaria globale a cui è sempre più difficile rispondere, sia per la costante crescita della frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi dovuti ai cambiamenti climatici, sia per la mancanza dei finanziamenti necessari a mitigarli, sostenendo l’adattamento delle comunità più vulnerabili. Le conseguenze più dirette e immediate sono l’aumento vertiginoso dell’insicurezza alimentare e degli sfollamenti forzati di milioni di persone.

 

Un'emergenza senza precedenti. 

“Siamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti che denunciamo da tempo – spiega Francesco Petrelli, l'esperto di sicurezza alimentare di Oxfam Italia – molti dei Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici, peraltro già scossi e traumatizzati da guerre, subiscono le conseguenze dell’attuale aumento dei prezzi dei beni alimentari e della crisi economica dovuta alla pandemia da Covid 19, con un forte aumento di fame, povertà e flussi migratori. Le prime vittime sono le donne che rappresentano l’80% dei migranti climatici del mondo, secondo le stime delle Nazioni Unite”. Quest’anno, ad esempio, la siccità devastate in Etiopia, Kenya e Somalia potrebbe causare la morte per fame di una persona ogni 48 secondi, secondo le stime di Oxfam.

 

L'1% più ricco del mondo inquina il doppio della metà più povera. 

A livello globale, l’1% più ricco è stato responsabile tra il 1990 e il 2015 del doppio di emissioni di CO2 in atmosfera, rispetto alla metà più povera dell’umanità. I paesi ricchi e industrializzati hanno contribuito per circa il 92% alle emissioni storiche in eccesso e impattano per il 37% sui livelli attuali; l’Africa ad oggi è responsabile solo per il 4% del totale; Kenya, Somalia, Sud Sudan ed Etiopia - dove oltre 24,4 milioni di persone stanno affrontando gravi livelli di fame e insicurezza alimentare - sono insieme responsabili solo dello 0,1% delle attuali emissioni globali.

 

L'appello in vista della COP27 in Egitto. 

Aspettarsi che i Paesi poveri paghino da soli il conto di quest’emergenza è profondamente ingiusto – conclude Bucher - e l’aumento degli aiuti per quanto utile non è sufficiente. Il risarcimento del costo dei danni causati dalla crisi climatica dovrebbe essere proporzionale alle effettive responsabilità dei diversi paesi. I Paesi ricchi e le grandi multinazionali devono pagare per ciò che stanno causando”. All’ultima Cop 26 di Glasgow, le nazioni ricche hanno respinto le proposte dei Paesi in via di sviluppo che chiedevano una nuova modalità per affrontare perdite e costi causati dalla crisi climatica, rinviando il problema ad una negoziazione triennale in vista di accordi futuri.

 

In occasione del summit in corso in Germania, OXFAM lancia un appello urgente, affinché:  

- i governi dei Paesi ricchi si impegnino allo stanziamento di finanziamenti bilaterali che facciano fronte ai danni causati dalla crisi climatica, in aggiunta agli impegni già assunti per gli aiuti su clima e sviluppo;

- tutti i governi si impegnino in occasione della prossima Cop27 a istituire un nuovo soggetto per il risarcimento di perdite e danni causati dai disastri climatici, e a finanziarlo annualmente sulla base delle proprie responsabilità e capacità economiche;

- tutti i Governi si impegnino a fare di questo strumento, un elemento centrale del Gender Action Plan dell’UNFCCC. LR 8.622

 

 

 

 

 

Amburgo: il 4 luglio concerto di Lorenzo Drago (Fagotto) e Matteo Pomposelli (pianoforte)

 

Amburgo –  All’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo concerto dei giovani musicisti Lorenzo Drago (Fagotto) e Matteo Pomposelli (piano) lunedì 4 luglio,  ore 19.

Il concerto è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con il Campus delle Arti di Roma, associazione musicale e artistica nata nel 2007 a San Gemini in Umbria, e cresciuta sotto la direzione artistica della pianista Angela Chiofalo di Bassano del Grappa, opera per promuovere l’eccellenza offrendo a decine di giovani, già avviati alla carriera professionale, la possibilità di esibirsi in pubblico per Associazioni concertistiche in Italia e all’estero. Lo scopo è anche fare della cultura un motore per lo sviluppo del territorio.  Lo scopo musicale e artistico in senso stretto dell’associazione Campus delle arti ha una ricaduta educativa, sociale e emotiva che va ben oltre.

Caratteristica principale del Campus delle Arti è di essere un luogo dove ciascuno, indipendentemente dall’età e dalle competenze di ingresso, può trovare un’opportunità per far fruttare i propri talenti attraverso i linguaggi della musica e dell’arte. Ci sono i corsi per i principianti e per i bambini, per ragazzi e per adulti, laboratori di improvvisazione, lezioni di recitazione, corsi di pittura. Sono previsti corsi per i principianti e per i bambini, per ragazzi e per adulti, formazione in orchestra, corsi di strumento, prove di coro, alto perfezionamento e  corsi per appassionati di musica e per i dilettanti.

Sotto la direzione artistica di Angela Chiofalo, partecipano ogni anno, per la didattica, più di 20 maestri di fama nazionale e internazionale e 200 iscritti provenienti da tutta Europa e dalla Cina. Si sono formati, grazie al Campus delle Arti, 1818 giovani talenti, provenienti da Italia, Austria, Cina, Colombia, Egitto, Finlandia, Germania, Giappone, Portogallo, Paesi Bassi, Russia, Slovenia, Spagna.

Il Campus è organizzato in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa e Operaestate Festival. Dal 2009 è attiva l’associazione Amici e soci del Campus delle Arti, che promuove le attività del progetto e contribuisce alla sua realizzazione.

Il premio per un concerto ad Amburgo è andato quest’anno al giovane fagottista Lorenzo Drago. Sarà accompagnato al pianoforte da Matteo Pomposelli. Il duo eseguirà musiche di Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini e Nino Rota.

Lorenzo Drago, nato a Roma nel 2005, ha frequentato il Conservatorio Santa Cecilia di Roma e il corso di perfezionamento con il Maestro Francesco Bossone all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Suona nella JuneOrchestra Young dell’Accademia di Santa Cecilia e nell’orchestra giovanile del Teatro Massimo di Palermo. Ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali ed è anche coinvolto in progetti di musica da camera. In agosto parteciperà all’Orchestra Giovanile Europea del Concertgebourkest di Amsterdam e terrà concerti ad Amsterdam e alla Elbphilharmonie di Amburgo.

Nato a Roma nel 2005, Matteo Pomposelli ha iniziato giovanissimo lo studio del pianoforte. Attualmente studia con Angela Chiofalo al Conservatorio di Roma. Ha vinto il primo premio in oltre 20 concorsi pianistici, tra cui il Concorso Pianistico Giulio Rospigliosi, il J.S. Bach di Sestri Levante, il Concorso Internazionale di Musica Dinu Lipatti, il Gran Premio Virtuoso International Music Competition (Parigi). Ha ricevuto il premio speciale di Radio Classica come “miglior giovane talento”. Si è già esibito in importanti teatri di Roma, tra cui il Teatro Argentina, dove ha debuttato con l’orchestra con il Concerto n. 2 di Saint-Saëns. Ha debuttato anche al Teatro San Babila di Milano e alla Carnegie Hall di New York.

La partecipazione al concerto è gratuita, ma è necessaria la registrazione via e-mail a events@iic-hamburg.de. Per tutta la durata del soggiorno nelle sale dell’Istituto è necessario indossare una maschera FFP2. (Inform/dip 20)

 

 

 

 

50 anni di gemellaggio fra Lorch (Stoccarda) e Oria (Brindisi)

 

STOCCARDA – La fine di giugno 2022 è passato alla storia attuale di due cittadine che, pur distanti geograficamente e diverse per lingua, cultura, costume ed economia, sono accumunate da valori ed ideali di forte sentimento di amicizia vera, salda e profonda.

Sabato 25 e domenica 26 giugno tutta la cittadinanza di Lorch ha celebrato le “nozze d’oro” con una nutrita rappresentanza di Oritani che, con i suoi giovani sbandieratori, tamburi e fanfare hanno vivacizzato e rallegrato lo straordinario evento.

Si sono incontrati: le due sindache, i consiglieri comunali e i giovani sbandieratori oritani, accompagnati da genitori e insegnanti, accolti da famiglie lorchesi.

Ed è forse questa l’espressione più veritiera e genuina dell’amicizia fra le due cittadinanze.

Come noto, vi sono molti gemellaggi che col tempo sono rimasti sulla carta. Ma non è certamente il caso di Lorch ed Oria. Cinghia di trasmissione di questo vivace connubio è Mario Capezzuto, già deputato al Landtag di Stoccarda (Parlamento del Land Baden-Württemberg) e tuttora Consigliere sia comunale che del Distretto Ost-Alb-Kreis.

Grazie al suo instancabile impegno e al possesso della lingua tedesca ed italiana è riuscito anche questa volta a mettere a punto il motore di una macchina organizzativa che non ha mai accennato a rallentare la corsa contro il tempo. Oltre che tradurre tutti gli interventi ufficiali ed ufficiosi ha curato nei dettagli tutto il programma, compresa la celebrazione della Messa ecumenica in Piazza Oria (la piazza maggiore di Lorch) e la mostra fotografica nella sala consiliare del municipio che racconta con immagini la storia di questo mezzo secolo di rapporti intensi, continui e condivisi anche dalla base.

Solo la pandemia ha interrotto i festeggiamenti e lo scambio delle visite, riprese fortunatamente nei giorni scorsi.

A favorire il felice evento del 50esimo ha contribuito anche il bel tempo che ha consentito a tutta la popolazione di prendere parte attiva attraverso un vero e proprio grande mercato cittadino: dai prodotti agro-alimentari a macchinari agricoli, alle bancarelle, e ai gazebo con la partecipazione attiva anche di altre etnie residenti a Lorch.

La giovane borgomastra Marita Funk, poco più che 30enne, visibilmente commossa, si è detta molto orgogliosa di poter vivere da “prima cittadina” questa solenne celebrazione e di poter indossare a Oria un costume di seta del tempo che le sará cucito su misura in modo da poter sfilare con suo marito al corteo storico del 13/14 agosto prossimo.

“Il gemellaggio tra le nostre cittá – ha ricordato la prima cittadina oritana, Maria Carone, nacque per idea di concittadini lungimiranti, che videro nell’Europa unita, all’epoca costituita da pochi Stati e con scopi prettamente economici, la nuova Europa, l’Europa di popoli che potevano condividere storia, cultura, costumi e regole”.

In tutti questi anni da fucina hanno fatto le scuole e le associazioni sportive e culturali delle due realtà. In quest’occasione, una rappresentanza di 8 alunni di scuola media dei due Istituti comprensivi “Edmondo De Amicis” ed “Enrico Fermi”, accompagnati da insegnanti, hanno voluto conoscere la cittadina tedesca per mettere meglio a fuoco la preparazione della rappresentazione storica della leggenda di “Oria fumosa”, ovvero di una ragazza rinchiusa nella torre del Castello dell’omonima cittadina pugliese.

Ed è su questa onda di storia europea che anche il presidente/amministratore del Distretto dell’Ost-Alb-Kreis, Joachim Bläse, ha invitato le due cittadinanze a rafforzare l’interesse per l’Europa, di riconoscersi nell’Europa, di vivere l’Europa reale dal basso, di essere molto forti e solidali soprattutto quando vi sono tentativi di destabilizzazione come in questo sconcertante momento dell’aggressione russa contro il popolo ucraino, nonché di rafforzare questi vincoli di amicizia fra i Comuni, pilastri portanti della Casa europea.

“È proprio nel concetto di amicizia tra le due comunità – ha aggiunto il Console Generale Massimiliano Lagi – che vedo il motivo più fondato per festeggiare il 50esimo del Patto di amicizia fra i due Comuni e le due entità territoriali. Questi scambi sono alla base della costruzione nei millenni di una comune identità europea. Perciò iniziative come questa arricchiscono e rafforzano la comune appartenenza alla grande famiglia europea.”

Da eco ha fatto il presidente della Pro loco di Oria, Gianluca Schifone: “La ricorrenza del 50esimo è anche un’importante occasione per rilanciare la partnership tra le due città e, con coraggio e dedizione, farla evolvere verso una collaborazione economica, culturale e sociale più intensa, costante e duratura nel tempo”.

Con le celebrazioni del passato accresce dunque la necessità di consolidare il presente e di definire insieme un futuro di pace, amicizia, collaborazione e di scambi culturali, politici ed economici.

La basi per Lorch e Oria ci sono e sono solide. Tony Màzzaro, dip

 

 

 

 

 

Le ultime puntate di radio Cosmo (ex radio Colonia)

 

17.06.2022. Extraprofitti: giusto tassare i colossi energetici?

In Germania si discute se introdurre una tassa sugli extraprofitti dei colossi energetici, che dalla crisi scatenata dalla guerra in Ucraina, si stanno arricchendo. Agnese Franceschini ci guida all'interno del dibattito politico tedesco. Ma cosa dicono gli esperti? E come funziona il modello italiano, dove questa tassa è già stata introdotta? L'analisi dell'economista Carlo Stagnaro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/extraprofitti-tassare-colossi-energetici-100.html

 

15.06.2022. Giovani senzatetto

I dati sui minori e giovani minacciati ogni anno di rimanere senzatetto in Germania sono allarmanti. Secondo gli ultimi studi circa 40 mila giovani fino ai 28 anni vivono in strada e comunque senza fissa dimora. Molti hanno problemi psichici o fisici, ma anche storie di disagio familiare e di abbandono. La fondazione Off Road Kids offre loro sostegno come racconta  Markus Seidel. Mario Furlan dei City Angels ci racconta invece la situazione in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giovani-senzatetto-100.html

 

14.06.2022. Speciale: Gianna Nannini e la Germania. È un legame speciale quello che lega Gianna Nannini alla Germania: qui, come ci ha spiegato, ha lavorato con grandi musicisti e produttori e trovato la sua identità musicale. Luciana Caglioti ha incontrato la rockstar italiana più amata dai tedeschi in occasione del primo tour dopo la pandemia e ha parlato con lei di questo e molto altro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gianna-nannini-colonia-100.html

 

13.06.2022. Le critiche al "9-Euro-Ticket"

Doveva essere un modo per risarcire dagli alti costi della benzina e comunque per invogliare i cittadini e prendere i mezzi pubblici e rendere gli spostamenti e i viaggi a breve percorrenza più economici e invece per molti si è trasformato in un incubo. Già il primo fine settimana dall’entrata in vigore del cosiddetto 9-Euro-Ticket, i trasporti pubblici e soprattutto i treni regionali, sono stati messi a dura prova con stazioni sovraffollate all’inverosimile e vagoni stracolmi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/9-euro-ticket-bilancio-100.html  

 

10.06.2022. Finanziamenti per gli studi universitari in Germania

Il numero di beneficiari del BAföG, il prestito statale agevolato per affrontare i costi degli studi, è in calo da anni. La Ampel-Koalition aveva annunciato di voler cambiare questa situazione e mantiene la promessa. La 27a legge di modifica del BAföG sarà approvata dal Bundestag il prossimo 24 giugno 2022. A partire dal semestre invernale 22/23, che va da inizio ottobre a fine marzo, studenti e studentesse universitarie, ma anche liceali e chi affronta una formazione professionale, avranno più fondi a disposizione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/finanziamenti-studi-universitari-germania-100.html

 

09.06.2022. Il lento declino degli ospedali tedeschi. Da circa due mesi il personale sanitario del Nordreno-Vestfalia è in sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro. Il problema della mancanza di infermieri è noto e annoso. La causa, secondo molti, è insita nel sistema sanitario tedesco. Basato sul profitto prima che sul bene del paziente: questa l'accusa di chi chiede di riformarlo. La mancanza di personale negli ospedali dipenderebbe cioè dal sistema stesso con cui si finanziano le cliniche. Uno studio ad esempio della Hans Böckler Stiftung, fondazione vicina ai sindacati, punta il dito contro le cosiddette “Fallpauschalen”. Ne parliamo con la collega Elisabetta Gaddoni. Con Luisa Mantovani-Löffler, primaria della clinica oncologica St. Georg di Lipsia, analizziamo poi gli effetti della progressiva privatizzazione degli ospedali sul lavoro dei medici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/declino-ospedali-tedeschi-100.html  

 

08.06.2022. Cresce l'estremismo di destra in Germania

Di destra, di sinistra, islamista, antisemita, sono sempre di più i volti dell'estremismo in Germania. È quanto emerge dal Rapporto sulla tutela della Costituzione per l'anno 2021, presentato il 7 giugno a Berlino dalla ministra federale dell'Interno, la socialdemocratica Nancy Faeser, insieme al presidente dell'Ufficio federale per la tutela della Costituzione, Thomas Haldenwang. La diversificazione delle tipologie di estremismo non è, tuttavia, l’unico dato che emerge dal rapporto. Preoccupante è l’aumento evidente del ricorso alla violenza da parte di esponenti dell’estremismo nelle sue diverse declinazioni e, in particolar modo, di quello di destra.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/estremismo-germania-100.html

 

07.06.2022. La cultura italo-tedesca si incontra a Düsseldorf

Dopo una pausa forzata imposta dalla pandemia, torna la Borsa Culturale Italo-Tedesca della VDIG. Alla sua sedicesima edizione, la manifestazione ha luogo quest’anno, per la prima volta, a Düsseldorf. Un'ottima occasione per fare il punto sui rapporti italo-tedeschi, al di là dei cliché, con due giornalisti culturali tedeschi, conoscitori del mondo italiano: Henning Klüver e Andreas Rossmann.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/borsa-culturale-italo-tedesca-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Musica italiana non stop. Il nostro web channel COSMO Italia inoltre ti offre due ore di musica non stop, che puoi ascoltare 24 ore su 24 sulla nostra pagina internet, sulla app di COSMO e su Spotify.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html 

 

Ascolta COSMO italiano. Podcast:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html

App: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/nuova-app-cosmo-100.html

Streaming e radio: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/frequenze-radio-colonia-100.html

Facebook https://www.facebook.com/cosmoitalienisch  RC/de.it.press

 

 

 

 

Berlino, seminario in Ambasciata “Stronger together – towards a common European Defence”

 

BERLINO – L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato nei giorni scorsi il seminario “Stronger together – towards a common European Defence”, promosso da Leonardo e Hensoldt. Hanno partecipato: il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini; il Presidente della Commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti; il Segretario di Stato al Ministero federale della Difesa tedesco Benedikt Zimmer e il portavoce di politica di Difesa della SPD, Wolfgang Hellmich; l’Ammiraglio Matteo Bisceglia, Direttore di OCCAR; l’AD di Leonardo, Alessandro Profumo; il CEO di Hensoldt, Thomas Mueller e la Direttrice strategica di Hensoldt Celia Pelaz, con la moderazione di Christian Moelling della DGAP. “Il fortissimo impegno profuso da Germania e Italia, bilateralmente e in tutti i contesti internazionali in cui i due Paesi lavorano fianco a fianco per sostenere l’Ucraina nella lotta che sta conducendo a difesa dei valori e principi condivisi di libertà, democrazia e rispetto del diritto internazionale, sono particolarmente significativi in questa fase, alla vigilia degli importanti appuntamenti dei prossimi giorni: Consiglio europeo, vertice G7 di Elmau e vertice NATO di Madrid” ha affermato l’Ambasciatore Varricchio nel suo intervento introduttivo, sottolineando come “Germania e Italia, accomunati da valori e visioni politiche spesso coincidenti e caratterizzati da una struttura economica basata sul settore manifatturiero, sono chiamate a svolgere insieme agli altri Paesi partner, un ruolo decisivo per la definizione e implementazione dell’agenda europea in materia di industria della difesa”. “La partnership tra Leonardo ed Hensoldt rappresenta pertanto un esempio tangibile di come declinare a livello operativo la visione politica condivisa a livello europeo di un percorso di integrazione e specializzazione tra imprese del settore che collaborano insieme per essere competitive a livello globale”, ha aggiunto l’Ambasciatore. “L’Europa della difesa deve procedere puntando sulla capacità che hanno Paesi come Italia e Germania di cooperare per migliorarsi, insieme. Lo Strategic Compass è un primo fondamentale passo in questa direzione. Ora è il momento di implementare la roadmap di attuazione indicata, perché ne va della credibilità dell’Unione Europea”: così il Ministro della Difesa Guerini nel suo intervento. “Piu? forti insieme ha un duplice significato – ha affermato il Ministro – insieme in termini di cooperazione diretta tra le industrie e tra gli Stati partner, come avviene, storicamente, tra Italia e Germania, per via della comune visione strategica in fatto di difesa, e nell’ambito dell’Unione Europea, in un’ottica complementare e non alternativa alla NATO”. “La cooperazione industriale può e deve adattarsi a un progetto politico condiviso, in grado di allineare priorità urgenti e capacità strategiche a medio- lungo termine, catalizzando gli sforzi congiunti di governi, forze armate e della stessa industria – ha proseguito il Ministro Guerini – l’Italia preferisce parlare di ‘procurement cooperativo’, che consiste nel comprare tutti insieme le stesse cose, dopo aver deciso insieme le effettive necessità cosa sia meglio acquisire e produrre. Ciò presuppone – ha precisato – un lavoro preventivo per l’individuazione delle minacce condivise, delle lacune comuni da colmare, degli aspetti operativi da uniformare. In una parola, di cooperazione”. “L’Europa della Difesa non sarà possibile senza una componente industriale tecnologicamente avanzata e competitiva. In questo quadro si inserisce la collaborazione tra i sistemi industriali di Italia e Germania e la decisione di Leonardo di investire in una partnership strutturale di lungo periodo con la società tedesca Hensoldt, con benefici per tutti gli attori interessati e gli stakeholder coinvolti”, ha commentato Alessandro Profumo, aggiungendo che “con Hensoldt abbiamo l’opportunità di sviluppare un polo di competenza europea nell’Elettronica per la Difesa. Una più forte integrazione in questo settore sarà un passo fondamentale per una Difesa europea veramente integrata, costruita intorno a grandi programmi cooperativi in tutti i domini e sulla base di collaborazioni che valorizzino le rispettive capacità industriali, con ricadute positive anche sulla crescita delle supply chain nonché sul know-how e sulle competenze del sistema paese di Germania e Italia e di tutto l’ecosistema dell’industria europea”. (Inform/dip)

  

 

 

Le celebrazioni dei 40 anni del circolo ACLI di Kaufberen

 

Kaufbeuren. Il 23 Giugno scorso, dopo una lunga attesa dovuta alla pandemia, che, peraltro, non accenna a diminuire, finalmente, è stato possibile celebrare – in una cornice veramente magnifica  –  i quarant'anni di costituzione del Circolo ACLI di Kaufberen-Marktoberdorf.

L'Amministrazione Comunale, in primis l'Oberbürgermeister Stefan Bosse – dal 2004 Sindaco di Kaufbeuren – ha voluto ospitare i festeggiamenti in uno dei più bei saloni del Palazzo Comunale. Cordialissima l'accoglienza degli ospiti da parte di Bosse, da diversi Componenti del Consiglio Comunale e dai suoi Collaboratori. E ancora più cordiali le parole dei primo cittadino rivolte a Carmine Macaluso, per decenni Insegnante d'Italiano, da sempre Presidente del Circolo della città, già Presidente delle ACLI Germania e attuale Presidente delle ACLI Baviera. Macaluso, nel corso degli anni è stato insignito dell'Onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana e ha ricevuto anche – oltre alla Medaglia –  la Croce al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Cordialissime parole anche nei riguardi delle attività ACLI, nel campo associativo, in quello assistenziale e ricreativo. E qui Bosse non ha mancato di ricordare il Gruppo Folk-ACLI che – da decenni – propone appassionanti spettacoli pieni di vera vita meridionale.

Il Sindaco ha fatto inoltre un breve excursus sui suoi contatti con il KAB, con cui le ACLI hanno un rapporto privilegiato, sia a livello nazionale, sia a livello regionale e locale.

Per ciò che riguarda i rapporti con l'Amministrazione Italiana Bosse ha comunicato con un certo disappunto l'impossibilità del Console del Console Generale di Monaco di Baviera e del suo vice di partecipare alla cerimonia a motivo di altri impegni precedentemente presi. E si è ricordato anche con piacere della partecipazione del Console Generale in servizio nel 2015 ai festeggiamenti per il 60° Anniversario della Firma dei Contratti Bilaterali per l'invio della prima manodopera italiana in Germania celebrati a Kaufbeuren. Celebrazioni molto complesse con un'esposizione di foto con tema emigrazione del Comm. A. Tortorici e con brevi spettacoli del Gruppo Folk-ACLI. Occasione nella quale, ha ricordato con piacere, ha ricevuto anche un'onorificenza italiana. Concludendo questo suo intervento, il Sindaco ha invitato quindi il Presidente Macaluso a prendere la parola.

Piene di compiacimento le parole di Macaluso, che, specie per coloro che non conoscono il Movimento ha voluto fare una breve cronistoria delle ACLI: dai suoi inizi nel 1945 e continuando con l'apertura presso la sede delle ACLI di Roma di un dipartimento per il sostegno degli italiani residenti all'estero. Punto di rifermento per le centinaia di realtà ACLI – nel frattempo –  presenti in tante parti del mondo. Un importante pilastro dell'impegno delle ACLI è stato ed è quello di attuare gli insegnamenti sociali della Chiesa e anche di realizzare i valori sociali di democrazia, libertà, tolleranza e giustizia sociale. Nel 2005 le ACLI Germania hanno celebrato a Berlino il suo 50° anniversario con Macaluso come Presidente Nazionale. A Kaufbeuren e dintorni – ha continuato Macaluso – il sistema delle ACLI è articolato in tre parti: adesione al Movimento, assistenza sociale, lavoro di formazione professionale; e – in questi anni – sono state realizzate numerose  iniziative. Una di queste è il Gruppo Folk-ACLI, fondato nel 1988, che ha regalato,  in questi decenni –  agli italiani e agli amanti dell'Italia e delle sue tradizioni più genuine – momenti di gioia, sia in Germania che all'estero. Senza dimenticare celebrazioni del 2015, in occasione del 60° Anniversario della Firma dei Contratti Bilaterali per l'invio della prima manodopera italiana in Germania celebrati, appunto, a Kaufbeuren, già citate dal Sindaco, ha concluso Macaluso.

A questo punto  Bosse, riprendendo la parola ha consegnato una targa ricordo a Macaluso, affiancato dal suo Vice, Dr. Fernando A. Grasso, nonché Webmaster del Sito delle ACLI Baviera e Corrispondente Consolare per Kempten e dintorni; poi prima,  del buffet  c'è stato un breve intervento del Dr. Dr. Heinrich Dietz, già capo dipartimento dell'Amministrazione Comunale di Kaufbeuren, che – ai suoi tempi – contribuì validamente allo sviluppo dei rapporti di gemellaggio, in particolare con Ferrara. Dietz, dal canto suo, ha sottolineato quanto appena esposto nei discorsi da Bosse e Macaluso, aggiungendovi alcune riflessioni personali concernenti, appunto, alcune attività da lui svolte durante il suo servizio.

Magnifico il rinfresco a disposizione degli intervenuti, durante il quale chi scrive si è  potuto intrattenere con il Sindaco, con il Dr. Dr. Dietz e con il Responsabile dello Sviluppo Economico, e del Marketing, Peter Igel, che qui si ringrazia per i contributi. Inoltre Grasso si è potuto intrattenere con il Parroco Thomas Hagen,  con diversi  altri ospiti e anche con la gentilissima Signora Marlies Hohenadl, alla quale si è sentito in dovere di esprimere i ringraziamenti e il compiacimento  da parte sua e delle ACLI per l'accoglienza riservata loro dal Sindaco e dall'Amministrazione Comunale.

Tra i presenti al ricevimento si ricordano, oltre alle gentili Signore; Ursula Macaluso e Gisella Laim-Brasseler – che qui si ringraziano per i contributi fotografici – gli altri Aclisti presenti, tra cui: il caro Amico Nicola Gueccia – Anima del Gruppo Folk-ACLI – Mario Daidone, Mario Metrangolo e Luigi Veneruso. E non per ultimo il Parroco Thomas Hagen, che celebra la S. Messa in lingua italiana ogni 1° Domenica del Mese nella chiesa Herz-Jesu a Neu-Gablonz, a sostegno della Missione Cattolica Italiana di Kempten.

Il piacevole incontro è terminato poco prima delle 17:3O.

Fernando A. Grasso, dip 28

 

 

 

Lo Stadtmuseum di Fellbach/Stoccarda vetrina di vita cariatese

 

Stoccarda. Davanti alla stazione ferroviaria di Cariati (Cosenza) è stato apposto un cartello stradale che indica la distanza di 1.599 km per raggiungere Fellbach, cittadina agricolo-industriale di 43.000 abitanti, situata alle porte di Stoccarda.

È questo il percorso fatto da un migliaio di cariatesi, partiti alla volta di Fellbach già negli anni ’50 e ’60 in cerca di un futuro migliore.

Grazie alla loro operosità e all’attaccamento alla propria terra d’origine le due realtà, così lontane e diverse, hanno trovato quella giusta linfa che, attraverso l’intesa e lo scambio culturale, ha alimentato quell’integrazione sociale, base essenziale per un reciproco arricchimento che è racchiuso in quell’alveo di cultura europea.

“Quel segnale stradale – afferma la Prima cittadina cariatese, Filomena Greco – è anche simbolo di un’attenzione e di un ponte ideale che le varie amministrazioni comunali ed i diversi sindaci prima di me, hanno voluto rafforzare mantenendo saldo il legame che unisce noi cariatesi con i fellbachiani.

E lo sanno bene i circa 900 cariatesi (su 2.500 italiani residenti a Fellbach) che, essendo parte attiva della nostra cittadina, contribuiscono al progresso economico e all’arricchimento culturale e civile sia della terra d’origine che della città ospitante diventata per la stragrande maggioranza dei nostri connazionali la loro seconda patria. “

Cinghia di trasmissione di forti valori biculturali e binazionali sono il Centro italiano al suo 40esimo anno di vita associativa e l’amministrazione comunale locale che col suo storico Oberbürgermeister  Friedhelm Kiel (deceduto appena qualche mese fa) primo sindaco in Germania volle, già nel 1977,  le elezioni dirette dell’Ausländerbeirat ovvero la Consulta comunale degli stranieri, oggi Internationaler Ausschuß, Beirat e simili, non più eletti dalla base ma selezionati e nominati dal Consiglio comunale a causa sia della bassissima affluenza alle urne che del diritto di voto amministrativo per gli eurocittadini.

È in virtù di questa grande apertura che tutte le comunità straniere si sentono non solo ben accettate dalla popolazione autoctona, ma anche coinvolte in manifestazioni culturali e sportive.

Per favorire il mantenimento delle tradizioni anche religiose e sportive il Comune e la Chiesa mettono a disposizione gratuitamente strutture per incontri e attività ludiche, sportive e sociali. Limitandoci alla nostra collettività, fino al 2015 vi erano in vita il Centro Italiano, il Club International (chiuso con il decesso del presidente-fondatore Gaetano Poggioli), il Centro Sud Italia, l’Inter, Juventus e Milan Club.

I cariatesi, che sono molto attaccati al proprio santo Patrono, sono riusciti a celebrare a Fellbach addirittura le festa di San Cataldo, trasportando la statua del santo per le vie di Fellbach. Purtroppo la pandemia ha decretato la chiusura di moltissime associazioni tedesche e straniere.

Il Centro italiano è sopravvissuto grazie alla perspicacia e all’impegno del suo presidente Franco Santoro, cariatese doc. La caparbietà di un calabrese e la necessità di coinvolgere i tedeschi stanno dando  nuovo ossigeno anche finanziario.  Degli oltre 100 iscritti, un buon 50% è costituito da tedeschi. Questa formula di coesione consente agli italiani di partecipare anche da protagonisti a feste e manifestazioni tedesche e, viceversa, di avere molti adepti tedeschi ad iniziative italiane.

Negli ultimi 15 anni l’impegno del Centro italiano si è distinto anche per iniziative di solidarietà.

Ha raccolto fondi per connazionali malati di cancro, ha portato con furgoni beni di prima necessità a bambini di zone terremotate in Abruzzo e Umbria.

Nel 2017 ha organizzato la mostra “A casa in terra straniera” ed attualmente fino al 4 settembre “Cariati – lontani ma vicini”.

Si tratta di una ottantina di fotografie scattate da Peter Hartung nella cittadina jonica. Sono immagini di vita, armonicamente posizionate dalla curatrice Sonja Wertenbach, che riproducono con grande maestria la vita di una Cariati viva e attiva, sia nel borgo che in campagna e al mare. 

La Oberbürgermeisterin di Fellbach, Gabriele Zull, all’inaugurazione della mostra fotografica nella gremitissima Sala Consiliare, oltre che congratularsi e ringraziare il Centro Italiano per l’esemplare attivismo a favore della comunità italiana e tedesca, ha accettato di buon grado l’invito dell’omologa cariatese di recarsi, come i suoi predecessori, a visitare la cittadina jonica.

Già da qualche anno il presidente Franco Santoro organizza e accompagna gruppi di tedeschi di Fellbach a visitare la sua terra natia, lasciata all’età di 15 anni per raggiungere la sua famiglia in Germania.

L’ultimo viaggio di una settimana, organizzato per una ventina di persone tedesche ed italiane, risale a qualche settimana fa. 

“Sono questi scambi – ha ribadito l’Oberbürgermeisterin – che riempiono di significato i concetti di Heimat, Herkunft e Ankommen.

Ed il Console Generale, Massimiliano Lagi, ricordando l’importanza del ruolo dei Comuni nei processi dell’accoglienza e dell’integrazione sociale, scolastica, linguistica e culturale ha evidenziato quanto riuscito sia il quotidiano impegno del dialogo fra la popolazione autoctona e la collettività italiana qui residente. Ed il presidente del Centro Italiano, Franco Santoro, ideatore della mostra fotografica, ha ringraziato la prima cittadina Gabriele Zull ed il Console Generale, Massimiliano Lagi, per l’apprezzamento e il sostegno all’iniziativa e al processo d’integrazione sviluppato negli ultimi 50 anni.

Ma il suo particolare grazie lo ha rivolto a tutta “la squadra” italo-tedesca che ha creduto nel progetto, realizzato con tanti sacrifici ed impiego di centinaia di ore di lavoro pratico, svolto negli ultimi mesi sia a Cariati e sia a Fellbach, due realtà lontane 1599 chilometri ma ravvicinate dalla vicinanza degli amici tedeschi e dalla comunità cariatese, emigrata ed integrata nella cittadina sveva.

Tony Màzzaro, ex consigliere del Consiglio generale degli italiani all’estero (dip)

 

 

 

 

L’IIC di Amburgo segnala le proiezioni dei film “A Chiara” e “Il paradiso del pavone”

 

Amburgo – L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo segnala che presso il Cinema Alabama, Kampnagel di Amburgo verrà proiettato – in italiano con i sottotitoli in tedesco –  il film di Jonas Carpignano “A Chiara” presentato nel 2021 nelle sale cinematografiche italiane.

“A Chiara” è un film scritto e diretto da Jonas Carpignano, che racconta la storia di una ragazza di Gioia Tauro, Chiara Guerrasio, secondogenita di quindici anni di Claudio e Carmela, che scopre la doppia vita del padre, affiliato alla criminalità organizzata, e inizia a interrogarsi sui rapporti che ha vissuto e sul proprio futuro.

Il film di Carpignano è vincitore dell’Europa Cinema Label alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2021 e del David di Donatello edizione 2022. Ha ottenuto inoltre il Premio migliore attrice protagonista andato a Swamy Rotolo, che ha esordito per la prima volta sugli schermi proprio con questo film. “A Chiara” chiude una trilogia aperta da Jonas Carpignano nel 2015 con il film “Mediterranea” e proseguita due anni dopo con “A Ciambra”, dedicata a Gioia Tauro. Dopo i migranti e i rom, questa volta racconta la criminalità organizzata, all’interno della vita quotidiana di Gioia Tauro e la sua zona.

A partire da giovedì 7 luglio e fino al 13 luglio, inoltre, presso il Cinema 3001 di Amburgo inizieranno le proiezioni – in italiano con i sottotitoli in tedesco – del film di Laura Bispuri “Il paradiso del pavone” (2021), organizzate in collaborazione con Real Fiction Film.

Il film di Laura Bispuri, con un cast di attori come Dominique Sanda, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Carlo Cerciello, Fabrizio Ferracane, racconta di Nena, che in un giorno d’inverno riunisce la famiglia per festeggiare il suo compleanno. Ci sono proprio tutti: il marito Umberto, i figli Vito e Caterina con la cugina Isabella, la nuora Adelina e l’ex genero Manfredi con la sua nuova fidanzata Joana, la nipote Alma, la domestica Lucia con sua figlia Grazia. E poi c’è Paco, il pavone di Alma. Nell’attesa di un pranzo che non arriverà mai, Paco si innamora di una colombetta dipinta in un quadro. Un amore impossibile che mette in discussione tutta la famiglia, chiamata a riflettere sulla verità dei propri sentimenti e sul senso profondo di ciò che resta e di ciò che invece scompare per sempre.

L’IIC di Amburgo, in collaborazione con il Cinema 3001 Kino, aveva mostrato il film “Il paradiso del pavone” ad Amburgo nell’ambito delle “Giornate del cinema europeo 2021” organizzate dal cluster EUNIC di Amburgo. La regista Laura Bispuri era presente alla proiezione. (Inform/dip)

 

 

 

 

A Darmstadt il Galileo Galilei Science&Space Festival

 

Darmstadt – Si è svolta a Darmstadt, nella sede di Esa-Esoc la seconda edizione del “Galileo Galilei Science&Space Festival”, dedicato alla divulgazione di temi scientifici e alla valorizzazione della straordinaria rete di ricercatori italiani presenti in Italia e all’estero. Nelle tre giornate del Festival protagonisti sono stati scienziati e ricercatori italiani impegnati in università e centri di ricerca sul territorio.

Il programma di eventi si collega idealmente all’anniversario e ai festeggiamenti per gli 800 anni dell’Università di Padova, ateneo nel quale Galileo Galilei, padre del metodo scientifico, ottenne la prima cattedra di matematica e fisica ed insegnò per 18 anni. Tra i relatori che hanno preso parte al Festival Guido Tonelli, fisico al Cern di Ginevra; Francesca Cipollini, Earth Observation Programm – ESA; Telmo Pievani dell’Università di Padova; Livio Mastroddi, Direttore di Dipartimento a EUMETSAT; Alberica Toia, docente all’Università J. W. Goethe di Francoforte.

Tra le iniziative una visita guidata al centro europeo di operazioni spaziali ESOC dedicata alle alunne e agli alunni delle scuole bilingue di Francoforte, finalizzata a coinvolgere le giovani generazioni e avvicinarle ai temi della fisica della materia primordiale e al mondo delle missioni nello spazio, nonché allo studio delle materie scientifiche. (Inform/dip 22)

 

 

 

 

Scholz: servirà un “piano Marshall” per ricostruire l’Ucraina

 

Roma. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha chiesto un “piano Marshall” per la ricostruzione dell’Ucraina, che costerà “miliardi” e che riguarderà “diverse generazioni”. Lo segnala l’agenzia di stampa France Presse.

 

“Come l’Europa devastata dalla seconda guerra mondiale, l’Ucraina ha oggi bisogno di un piano Marshall per la sua ricostruzione”, ha dichiarato il cancelleire in un discorso davanti ai deputati del Bundestag in vista dei summit Ue, G7 e Nato. “Avremo bisogno di molti miliardi di euro e di dollari supplementari – ha continuato – e ci vorranno anni”.

 

Per quanto riguarda le prospettive di pace, Scholz si è mostrato piuttosto pessimista. “La verità è che siamo ancora lontani da negoziati tra l’Ucraina e la Russia perché (Vladimir) Putin crede ancora nella possibilità di poter dettare la pace”, ha affermato il capo del governo di Berlino. “L’ampiezza delle distruzioni – ha proseguito – è enorme”.

 

Per questo, Scholz ritiene che gli occidentali dovranno ancora “mantenere fermamente” il sostegno a Kiev, anche attraverso sanzioni contro Mosca, l’assistenza finanziaria a Kiev e le forniture di armi alle forze ucraine.

 

Scholz ha chiarito che l’Ue, dall’inizio della guerra, ha già mobilitato molti miliardi di dollari per l’Ucraina. La sola Germania ha contribuito con un miliardo per l’aiuto civile. Quindi un “piano Marshall” sarà possibile solo “unendo le nostre forze, in collaborazione con le organizzazioni finanziarie internazionali, con altri paesi donatori, con altre organizzazioni internazionali”. dip

 

 

 

 

Il gruppo siciliano “Le Matrioske” al Kehrwieder Folk & World Music Festival di Kappeln nello Schleswig-Holstein

 

Amburgo – Da venerdì 24 a sabato 25 giugno si svolge a Kappel sullo Schlein nello Schleswig-Holstein il Festival Kehrwieder-Folk & Weltmusik (Festival folkloristico di Kehrwieder), organizzato da Folkbühne Angeln e.V., con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

Uno speciale fine settimana di incontri musicali, un’esperienza unica con un concerto in un fienile, un evento all’aperto nel centro storico, un concerto notturno in una chiesa e tanta musica di strada. A Kappel per il festival e per incontrarsi con i musicisti dello Schleswig-Holstein dei gruppi “Hepta Polka” e “Morgens-Mittags-Abends” e con il gruppo di samba “Policia do Samba” in un evento culturale eccezionale, arrivano due gruppi folcloristici speciali provenienti da due estremità europee: il gruppo “Mads Hansens Kapel” dalla Danimarca e dall’estremo sud, dalla Sicilia il gruppo “Le Matrioske”.

Per la Regione Angeln, in cui si svolge il festival si presenta il gruppo dei ben noti ed apprezzati “Schrägen Vögel” (“Uccelli strani”).

Tutti i gruppi che si esibiranno hanno nel loro bagaglio tradizioni musicali, melodie tipiche, canti, balli e strumenti. Insieme si esibiranno sul palco della pittoresca piazza Kehrwieder nel centro storico di Kappeln. La musica è autentica, pura, artigianale e assolutamente ballabile.

Tutti i gruppi musicali delizieranno il pubblico con musica folk varia e virtuosa.

Il quartetto Le Matrioske è stato fondato nel 2011 a Palermo. Il suo repertorio di danze e melodie spazia dalla musica suonata nelle antiche ed esuberanti sale da ballo siciliane al folklore europeo con sonorità mediterranee. Il nome stesso del gruppo è infatti una metafora del gioco di combinazione tra popoli e culture che si intersecano come nella danza popolare.

La musica di Le Matrioske è profondamente radicata nella tradizione siciliana, ma il quartetto guarda al resto d’Europa e al mix di stili che amplificano e attualizzano la vitalità presente in ogni danza. Le Matrioske compongono, ricercano o semplicemente fanno musica che prende dal cuore e ai piedi. Questi quattro musicisti sono ben consapevoli che la base della loro arte è il patrimonio immateriale della musica e della danza tradizionale siciliana, che vogliono far conoscere al mondo a modo loro.

Il programma completo del festival e le informazioni sui biglietti sono disponibili sulla pagina web del Kehrwieder Folkfestival (https://kehrwieder-folkfestival.de/).  (Inform 17)

 

 

 

 

Seduta redazionale del “Corriere d’Italia” in videoconferenza

 

Francoforte – Molto interessanti e, soprattutto, attuali i punti all’ordine del giorno proposti ai Collaboratori e Lettori dalla Direzione e dalla Redazione del Corriere d’Italia, la nota e diffusa testata, che, da ben settant’anni – puntualmente e nel modo più obiettivo possibile – informa sugli avvenimenti principali la Comunità Italiana in Germania, e non solo.

L’incontro redazionale, tenuto in forma di teleconferenza su piattaforma zoom, e aperto, appunto, anche ad alcuni lettori e distributori del mensile (come il sottoscritto), è iniziato alle 18:30 ed è terminato alle 20:00; per dar modo di partecipare alla discussione ad alcuni collaboratori, non presenti all’inizio e alla fine dell’incontro, a causa di improrogabili impegni precedenti. Come nel caso di chi scrive, che ha lasciato la conferenza alle 19:15 a motivo di un altro incontro telematico precedentemente concordato.

Ecco alcuni dei principali punti presentati e discussi:

Valutazioni sui contenti del numero di giugno del Corriere;

Proposte per i temi più importanti da trattare nel numero di luglio;

Saluti e auguri da parte dei partecipanti a Padre Tobia Bassanelli che lascia il suo incarico da Delegato e Editore del Corriere (leggere al riguardo l’intervista fattagli da Angela Saieva: Vita della Chiesa, Corriere di giugno, pag. 19).

Sul primo punto sono stati fatti diversi commenti sui contenuti. Il collaboratore esterno Dr. Fernando A. Grasso ha ringraziato per lo spazio, sempre generosamente concesso alla Comunità di Kempten, sia nell’edizione cartacea del giornale, che in quella online. Riprendendo anche quanto detto da altri partecipanti, tra cui Tony Mazzaro, Grasso ha riferito sull’ultimo contatto personale avuto con il Console Generale di Monaco di Baviera, che  – durante il ricevimento da lui dato in occasione della Festa della Repubblica – ha affermato con soddisfazione che, malgrado gli impedimenti dovuti alla pandemia, i servizi offerti ai Connazionali sono aumentati notevolmente negli ultimi tre anni.

Grasso, facendo eco, infine, anche a quanto espresso in modo circostanziato da Mazzaro sulle molteplici attività di padre Bassanelli e sulla insostituibile necessità di curare i contatti con gli amici tedeschi, allo scopo di vivere Chiesa insieme, non ha mancato di esprimere i suoi più vivi ringraziamenti al Pastore, che per tanti anni, ha curato la Comunità in Germania da un posto così prestigioso. Auspicando anche che Padre Bassanelli rimanga in contatto con tutta la Comunità negli anni a venire.

Durante la conferenza si è parlato anche delle difficoltà che incontrano i connazionali sprovvisti di carta d’identità digitale, e per i contatti con le autorità tedesche, e per l’ottenimento del Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID).

Tra le altre cose non son mancati i più fervidi auguri a uno dei partecipanti, che qualche giorno prima aveva compiuto il suo ottantesimo anno e gli auguri al giovane Salvatore Bufanio, che, da qualche tempo, sostiene tecnicamente il giornale nelle vesti di Social Media Manager.

Questi alcuni dei temi affrontati e discussi dalla maggior parte dei/delle partecipanti alla teleconferenza – almeno – durante la mia presenza.

Tra i partecipanti, oltre ai già nominati, la Caporedattrice Licia Linardi, don Pierlugi Vignola, il Dr. Mancuso, Paola Colombo… e mi scuso con tutti gli altri che non nomino a motivo della mia partecipazione alla conferenza interrotta prima del previsto – come già detto – a causa di altri impegni precedentemente presi. Fernando Grasso, dip 23

 

 

 

 

Da Monaco a Barletta a piedi sulle orme del padre in fuga dal lager: l'impresa di Pasquale a 73 anni

 

È partito dalla Germania l’8 maggio, arriverà a Barletta il 27 luglio: così Pasquale Caputo, 73 anni, sta rifacendo il viaggio che il padre Francesco fece nel ‘45 per tornare a casa dopo la prigionia in Germania. A piedi, come lui. Per «dare voce ai tanti. Nel suo itinerario di viaggio ci sono 1.700 chilometri, per 68 tappe che lo riporteranno a casa a luglio

"Un'idea nata nella notte della grande nevicata del 1956: mio padre mi parlò per la prima e ultima volta di questo lungo viaggio. Quelle notizie me le sono portate addosso per 66 anni e ora che lui non c'è più da 34, voglio ripetere quel percorso". Pasquale Caputo ha 73 anni, è di Barletta e il 6 maggio partirà dalla Puglia per ripercorrere le orme paterne: rifare a piedi la strada da Monaco a Barletta che diede a suo padre, un deportato di guerra in Germania, la libertà. Nel suo itinerario di viaggio ci sono 1.700 chilometri, per 68 tappe che lo riporteranno a casa a luglio.

A sostenere l'impresa di Pasquale ci sarà la UISP (Unione italiana Sport per tutti) mentre l'Avis Puglia ha messo a disposizione strumenti all'avanguardia che permetteranno di tenere sotto controllo glicemia, pressione e saturazione, oltre a sottoporre Caputo a un elettrocardiogramma al giorno. Il tutto attraverso dei sistemi bluetooth. "Un esperimento oltre che una meravigliosa storia di amore, vita e sport" lo definisce Enzo Cascella, presidente della Barletta Sportiva che ha messo insieme tutti i componenti di questo ambizioso e romantico progetto. "Adesso che sono riuscito a combinare salute, tempo e un pochino di denaro - ammette invece Caputo - ho pensato che fosse arrivato il momento per ripercorrere letteralmente quello che ha fatto mio padre".

Internato militare italiano nella Seconda Guerra Mondiale, percorse quel lungo e tortuoso percorso proprio tra il maggio e il luglio del 1945. "Questo mio cammino - ammette Pasquale - è anche un modo per essere vicino a chi adesso sta rivivendo, nell'Europa, le stesse cose. Mio padre è stato internato per due anni, è stato sicuramente provato dal lungo viaggio e dalla prigionia nel campo di concentramento, ma non ha mai perso la dignità.  Partirò con uno zaino di 11 chili, c'è chi non ha potuto farlo e non può farlo".

Nel suo cammino, sarà supportato anche dall'Asl Bt: "Sarà il testimonial dell'iniziativa Gatekepper - ricorda la dg Tiziana Dimatteo - progetto di educazione sanitaria che coinvolge tutti gli over 55 della Bat per diffondere corretti stili di vita attraverso l'uso di un'app". Pasquale dall'età della pensione ad oggi ha già corso 25 maratone. In questa impresa avrà suo padre nel cuore e un messaggio sulla schiena, firmato da Luigi Pintor: "Non c'è - recita - in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". Parole di rinascita, che Caputo vuole inseguire. Sulle orme di suo padre. di Luca Guerra   LR

 

 

 

 

IIC Monaco presenta “Strega da leggere e Strega da ascoltare”. La rassegna fino a ottobre

 

Roma. L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo, Berlino, Colonia, Stoccarda e Zurigo presenta il progetto “Strega da leggere. Strega da ascoltare. Incontri con il romanzo italiano di oggi”, edizione 2022.

 

Nato da un’idea degli Istituti Italiani di Cultura di Vienna ed Amburgo, che nel 2020 ne proposero una prima edizione, il progetto intende proporre, in collaborazione con La Fondazione Bellonci e con le case editrici italiane che hanno pubblicato i titoli in concorso, una breve rassegna di brani tratti dai 12 romanzi in corsa per il Premio Strega 2022, in versione originale con traduzione a fronte.

 

Di seguito autori e titoli in concorso per l’edizione 2022:

Marco Amerighi, Randagi (Bollati Boringhieri); Fabio Bacà, Nova (Adelphi); Alessandro Bertante, Mordi e fuggi (Baldini+Castoldi); Alessandra Carati, E poi saremo salvi (Mondadori); Mario Desiati, Spatriati (Einaudi); Veronica Galletta, Nina sull’argine, (minimum fax); Jana Karšaiová, Divorzio di velluto (Feltrinelli); Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont (L’Orma); Davide Orecchio, Storia aperta (Bompiani); Claudio Piersanti, Quel maledetto Vronskij (Rizzoli); Veronica Raimo, Niente di vero (Einaudi); Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle Grazie).

 

Le traduzioni degli estratti hanno coinvolto professioniste quali: Christiane Burkhardt, Sara Fischer, Michaela Heissenberger, Barbara Kleiner, Annette Kopetzki, Janine Malz e Stefanie Römer.

 

Come per le precedenti edizioni, gli estratti dei titoli in concorso sono anche disponibili per l’ascolto, in 12 podcast realizzati dalla stessa voce degli autori.

Il Premio Strega è il più importante premio letterario italiano, assegnato annualmente a un libro di narrativa scritto in lingua italiana e pubblicato in prima edizione tra il 1° marzo dell’anno precedente e il 28 febbraio dell’anno in corso.

Dal 1986, il Premio è organizzato e gestito dalla Fondazione Bellonci. Sin dalla nascita il Premio Strega è stato indice degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani.

I libri premiati hanno raccontato il Paese Italia, documentandone la lingua, i cambiamenti, le tradizioni. IIC/dip

 

 

 

 

 

Gas Russia, Germania in fase 'allarme' in piano emergenza

 

La Germania entra nella fase 'allarme' del piano d'emergenza sul gas. "Noi ci troviamo in una crisi del gas, il gas è ormai una risorsa rara", ha detto il ministro dell'Economia tedesco Robert Habeck, annunciando l'attivazione della fase che avvicina il Paese ad una situazione di razionamento, a causa del taglio delle forniture dalla Russia.

La prima fase, quella dell'early warning, era scattata alla fine di marzo, quando il Cremlino aveva chiesto il pagamento in rubli del gas, e indica un peggioramento considerevole nelle forniture. La seconda fase, di 'allarme', prevede una domanda accresciuta o problemi alle forniture, che restano comunque assicurate. La terza, quella dell''emergenza', implica che le forniture non siano sufficienti a rispondere alla domanda.

"Anche se le forniture di gas possono ancora attualmente essere procurate sul mercato e abbiamo scorte, la situazione è seria e arriverà l'inverno", ha sottolineato il responsabile dell'Economia di Berlino, secondo cui sono stati "i fallimenti dell'ultimo decennio" nel ridurre la dipendenza dalle forniture russe "ad averci causato queste difficoltà".

"La riduzione delle forniture di gas è un attacco economico contro di noi", ha detto ancora Habeck, il quale ha sottolineato come la strategia del presidente russo Vladimir Putin consista nel creare incertezza, far salire i prezzi e dividere. "I prezzi sono già alti e dobbiamo prepararci ad ulteriori aumenti". Gli aumenti dei prezzi sono "un peso estremo per molte persone, per molti imprenditrici ed imprenditori".

Habeck ha indicato come priorità assoluta quella di riempire ora gli impianti di stoccaggio del gas. Si cercano fornitori alternativi e si ampliano le energie rinnovabili. Inoltre, è necessario risparmiare più gas, ha sottolineato.

Il ministro ha quindi fatto presente che le aziende fornitrici non devono ancora avere l'opportunità di aumentare i prezzi del gas, ai sensi della legge sulla sicurezza dell'approvvigionamento energetico.

"Il motivo è che vogliamo continuare a monitorare il mercato", ha detto Habeck. Per la corrispondente clausola di adeguamento dei prezzi devono essere soddisfatte due condizioni: da un lato, deve essere stato dichiarato un livello di allerta o un livello di emergenza. D'altra parte, l'Agenzia federale delle reti deve aver determinato su questa base una "significativa riduzione dei volumi totali di importazione di gas in Germania". Solo allora le aziende sono autorizzate ad aumentare i prezzi a un "livello appropriato". Adnkronos 24

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Vertice G7: ampia soddisfazione dei leader Il vertice G7 nel castello bavarese di Elmau, vicino allo “Zugspitze”, la montagna più alta della Germania, si è svolto senza scontri tra forze di sicurezza e manifestanti con l’unanime soddisfazione dei presenti per i risultati raggiunti. L'incontro è stato interpretato dai media tedeschi come “un segno dell’unità e della determinazione dell'Occidente”. Il padrone di casa Scholz ha dichiarato che il vertice ha dimostrato la compattezza e la determinazione nell'affrontare l'aggressione russa dell’Ucraina. Il dossier sulla guerra in Ucraina ha infatti occupato ampio spazio nelle consultazioni tra i leader. “Conveniamo tutti sul fatto che il Presidente Putin non deve vincere questa guerra”, ha detto Scholz. Al centro dei colloqui è stata anche la futura ricostruzione dell'Ucraina. Secondo Scholz “serve un piano Marshall per l'Ucraina”, confermando già la disponibilità dei Paesi del G7 a mobilitare fondi per tale scopo. Da remoto è intervenuto anche il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskji.

 

I Paesi del G7 sostengono inoltre la proposta di Scholz di creare un “club internazionale per il clima”. In una dichiarazione a margine del G7 sono stati illustrati i tre obiettivi di questo club: la promozione delle energie rinnovabili e delle misure volte al contrasto del cambiamento climatico, la decarbonizzazione congiunta dell’industria e il rafforzamento degli accordi internazionali. Mettendo a disposizione 600 miliardi di dollari, i Paesi del G7 vogliono inoltre aiutare i Paesi del Terzo Mondo a non finire nella morsa della Cina. 

   

Coalizione CDU/CSU-Verdi al governo a Düsseldorf e Kiel

Qualche settimana dopo il successo della CDU in Renania Settentrionale-Vestfalia e Schleswig-Holstein, le coalizioni CDU/CSU-Verdi si apprestano a formare la squadra di governo dopo essere giunte a un patto. Questa settimana a Düsseldorf e a Kiel i governatori Hendrik Wüst e Daniel Günther, usciti vittoriosi dalle elezioni, sono stati rieletti dai rispettivi parlamenti regionali. Per i Cristianodemocratici che al Bundestag di Berlino siedono all'opposizione ciò rappresenta un grande successo, dato che la costellazione politica influisce anche sulla composizione della seconda camera del Parlamento tedesco, il 'Bundesrat', organo da cui devono passare molte leggi del Bundestag, le cosiddette ‘Zustimmungsgesetze’, prima di essere approvate.

 

A conti fatti, più della metà dei circa 83 milioni di cittadini tedeschi, si troverà a vivere in regioni governate da alleanze tra CDU e Verdi. I media osservano già in questo modello l’anticipo di una futura coalizione di governo su scala nazionale. Nei sondaggi, al momento CDU/ CSU si trovano davanti ai Verdi e ai Socialdemocratici del Cancelliere Scholz. La coalizione semaforo, tuttavia, è riuscita a scongiurare una crisi che rischiava di aggravarsi a causa di uno scontro tra i Liberali dell'FDP e i Verdi sullo stop alla vendita delle auto a benzina e diesel in tutta l'UE a partire dal 2035. L’FDP è riuscita a spuntarla e ora nella bozza del Consiglio europeo sono state inserite ulteriori deroghe per i motori “e-fuel”, ossia i combustibili sintetici a impatto climatico zero.

  

 Germania alle prese con il caos aereo

 Voli cancellati, ritardi fino a 10 ore, code interminabili agli sportelli, aeroporti completamente sovraffollati, bagagli smarriti, clienti esasperati, dipendenti frustrati, gate stipati come bivacchi. Il caos dei molti aeroporti tedeschi fa dubitare gli osservatori stranieri del solito cliché che vorrebbe i tedeschi sempre perfettamente organizzati, mentre fa disperare i viaggiatori della compagnia di bandiera tedesca Lufthansa. L'inizio delle vacanze ha messo in evidenza in modo drammatico i deficit accumulati dalle performance limitate dovute alla pandemia. Sofferenti sono soprattutto i passeggeri, ma anche il personale oberato della Lufthansa, costretto a scontare le colpe delle decisioni dei manager a terra.

Il consiglio di amministrazione del gigante dell'aviazione è sottoposto a forti pressioni, il CEO di Lufthansa, Carsten Spohr, ha voluto informare i passeggeri in via cautelativa delle difficoltà che ancora subirà il trasporto aereo. La situazione, caratterizzata da carenza di personale, scarsità di pezzi di ricambio e spazio aereo limitato, non migliorerà a breve termine, ha spiegato in una lettera ai clienti il capo del più grande gruppo di compagnie aeree d'Europa. Ma il settore prevede solo in Europa diverse migliaia di nuove assunzioni, anche se il previsto aumento della forza lavoro “potrà avere un effetto stabilizzante solo a partire dal prossimo inverno”. Quindi, chi quest'estate si troverà a volare da o per la Germania, dovrà sicuramente portare con sé anche tanta pazienza.

   

 All'Ucraina va il Premio per la pace 2022 

 Un'onorificenza che vuole essere un segnale. Lo scrittore, traduttore e musicista ucraino Serhij Žadan riceverà il Premio per la pace 2022 conferito dagli editori tedeschi. L'autore verrà premiato “per la sua eccezionale opera artistica nonché per il suo atteggiamento umanitario, con il quale si rivolge alle persone in guerra, aiutandole e mettendo a rischio la sua stessa vita”, si legge nella motivazione del 'Börsenverein des Deutschen Buchhandels', l'associazione che conferisce il premio. Lo scrittore 47enne è una delle voci più importanti della letteratura ucraina contemporanea, e ancora oggi vive a Kharkiv. In Germania Žadan era noto come scrittore già prima della guerra in Ucraina. La sua opera, che comprende romanzi, poesie e saggi, è stata tradotta in numerose lingue, e nelle sue pubblicazioni più recenti l’autore si è confrontato soprattutto con l’invasione russa del Donbass.

 

Al Premio per la pace è legato un compenso economico pari a 25.000 euro. Il premio viene assegnato a personalità che si sono contraddistinte nella realizzazione dell'idea di pace nei campi della letteratura, della scienza e dell'arte. L'associazione dei librai tedeschi assegna il premio dal 1950, e come da tradizione il riconoscimento viene assegnato in occasione della cerimonia di chiusura della Fiera del Libro di Francoforte, all’interno della storica Paulskirche. Quest'anno il conferimento avrà luogo il 23 ottobre prossimo.

   

 Germania: sempre più cattolici abbandonano la Chiesa

 Un nuovo, triste record negativo di abbandoni per la Chiesa cattolica in Germania: nel 2021 un totale di 359.338 cattolici ha voltato le spalle alla propria Chiesa. Il dato è stato annunciato dalla Conferenza episcopale tedesca. Se il numero è così preciso è perché in Germania l'appartenenza alla Chiesa non è legata solo al battesimo, ma anche all'iscrizione all'anagrafe e alle autorità fiscali, dato che ogni anno i credenti sono obbligati a pagare una tassa alla loro chiesa d’appartenenza (di solito evangelica o cattolica). Se si decide quindi di abbandonare in via ufficiale la Chiesa, si può venire meno al pagamento di questa tassa, ritenuta da molti anacronistica. Anche il Vaticano ha mosso continue critiche al sistema tedesco, ritenendo infatti che basti il battesimo a rendere cristiani, e non “l'adesione a un'associazione”.

 

A ogni modo, a oggi la Chiesa cattolica in Germania può contare ancora su un totale di 21,5 milioni di membri, il 26% della popolazione totale. Il Presidente dei vescovi tedeschi, Georg Bätzing, si è detto profondamente scioccato dal numero estremamente elevato di abbandoni: “Questa cifra è la testimonianza di una profonda crisi che la Chiesa cattolica attraversa in Germania. Non c'è niente da nascondere.” Secondo uno studio sociologico, la maggior parte dei battezzati abbandona la Chiesa a causa della crisi seguita allo scandalo sugli abusi sessuali, ma c'è anche il 30% dei cattolici che sostiene che la Chiesa sia troppo ammiccante nei confronti dello spirito del tempo.

 

Baviera: tutto pronto ad accogliere il vertice G7 Anche se quest’anno l'attacco della Russia all'Ucraina e le mire imperialistiche di Putin getteranno un'ombra sul più importante vertice politico dell'anno, quasi nessun altro incontro sull’economia mondiale aveva assunto così tanta importanza dalla nascita del G7 negli anni Settanta del secolo scorso come la riunione del G7 al via domenica 26 giugno presso lo Schloss Elmau, nelle vicinanze della località alpina di Garmisch-Partenkirchen, in Alta Baviera. Tra i rappresentanti dei singoli Paesi presenti al vertice di quest'anno, il Cancelliere Olaf Scholz (SPD) per la Germania, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il Presidente Emmanuel Macron per la Francia, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, il Premier Boris Johnson per il Regno Unito, il Capo del governo Fumio Kishida per il Giappone e Justin Trudeau per il Canada. Sarà invece virtuale la presenza del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, mentre il leader russo Vladimir Putin era già stato espulso nel 2014 come conseguenza dell'annessione della Crimea. Il ruolo centrale nell’agenda politica del vertice G7 sarà l’aggressione russa dell’Ucraina e i diversi dossier tra i quali: come attenuare gli effetti di vasta portata della guerra e come sostenere l'Ucraina? Come indebolire ancora di più la Russia? Come migliorare la cooperazione tra i Paesi del G7?

Nel frattempo, il padrone di casa Scholz ha già indicato la linea da seguire, definendo inimmaginabile un nuovo partenariato con la Russia nel prossimo futuro e mettendo in guardia il Cremlino di un attacco alla Lituania: “Putin ha chiaramente paura che la scintilla della democrazia possa estendersi alla Russia”, ha dichiarato il Cancelliere, proseguendo nell’affermare che “per questo da anni Putin persegue una politica che ha come obiettivo lo scioglimento della NATO e dell'UE, oltre all’idea di un ritorno a una politica mondiale caratterizzata dalle sfere d'influenza. Ma non ci riuscirà”. L'area del vertice è stata chiusa al traffico e verrà presidiata da 18.000 poliziotti. 

   

Politica estera: nuovi toni dal vertice dell’SPD 

Nuovi toni emergono dal vertice dell’SPD. Secondo il leader del partito Lars Klingbeil, la Germania è tenuta ad assumere un ruolo molto più importante nella politica internazionale, e quindi a perseguire l’ambizione di essere una “potenza guida” sulla scena internazionale: “Dopo quasi 80 anni di moderazione, oggi la Germania riveste un nuovo ruolo nel sistema delle coordinate internazionale”. Negli ultimi decenni infatti il Paese è stato in grado di guadagnarsi ampi consensi in termini di fiducia, elemento che va di pari passo con un'aspettativa altrettanto elevata.

 

La Germania è sempre più al centro dell'attenzione, afferma Klingbeil: “Dovremmo soddisfare questa aspettativa riposta in noi. La Germania deve avere l'ambizione di essere una potenza guida”. Il Presidente dell’SPD si è espresso anche a favore dell'impiego della forza militare quando se ne presenti la necessità: “la politica basata sulla pace significa considerare anche la forza militare come mezzo legittimo della politica”. Tale affermazione sembra coincidere anche con i desideri dei cittadini. Un recente sondaggio dimostra che la grande maggioranza dei tedeschi è pronta a sostenere un'Europa forte con una Germania cosciente del suo valore come risposta dell'aggressione russa.

  

 Giustizia tedesca: confiscati immobili agli oligarchi russi

 Nel contesto delle sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina, la procura di Monaco ha colpito i fedeli di Putin, sequestrando tre appartamenti nella capitale bavarese e un conto bancario di un deputato della Duma. Questo è il primo caso a livello nazionale in cui non sono stati soltanto “congelati” i beni a causa delle sanzioni, ma si è anche proceduto alla confisca di beni immobili.

Anche se finora non vi sono stati casi comparabili e non vi sia una giurisprudenza in merito, le autorità bavaresi ritengono il sequestro ammissibile dal punto di vista giuridico. A differenza dell'Italia, la Germania finora si era mostrata piuttosto riluttante a confiscare i beni degli oligarchi russi.

   

 CSU: proposta di sgravi fiscali per i cittadini

 In seguito all'esplosione dei prezzi dell’energia, il Primo ministro bavarese Markus Söder (CSU) ha proposto di sospendere l'IVA sui prodotti alimentari di base, sostenendo anche la via di una “dinamizzazione” del bonus fiscale per i pendolari per offrire un aiuto rapido ed efficace, destinato in particolar modo alla classe media. Le sue critiche non hanno risparmiato la coalizione di governo, che “finora non ha presentato un approccio sostenibile in merito all'approvvigionamento energetico e alla lotta contro l'aumento inarrestabile dei prezzi”.

A fronte dei recenti tagli nelle forniture di gas provenienti dalla Russia, Söder ha quindi esortato l'alleanza di governo a garantire l'approvvigionamento di gas in Germania, chiedendo l’istituzione di un vertice nazionale sul gas, “che definisca chiaramente la provenienza e le quantità di gas ai fini dell'approvvigionamento”, perché “sul tema altri Stati membri dell'UE sono da tempo decisamente più avanti di noi”.

 

AfD: congresso nel caos 

Tensione alle stelle al Congresso del partito di estrema destra AfD: prima la punizione per il leader del partito Tino Chrupalla, riconfermato nel ruolo ma con un risultato elettorale non certo entusiasmante, poi le sconfitte riportate insieme alla nuova Co-presidente Alice Weidel in merito ad alcuni temi, su cui, stando anche all'opinione unanime dei media, sembra aver prevalso l’ala estremista del partito.

Il congresso a Riesa, in Sassonia, è stato interrotto in anticipo a causa di una dura diatriba interna scoppiata su una risoluzione anti-europea dell’ala più oltranzista del partito che ruota attorno a Björn Höcke, capogruppo di partito al parlamento regionale in Turingia, nonché leader dell’ala più estremista e nazionalista del partito e aspirante a rivestire la carica di presidente dell'AfD, partito alleato alla Lega di Salvini nel Parlamento europeo.

   

Economia tedesca in "modalità crisi"

Il Ministro delle Finanze Christian Lindner (FDP) ha messo in guardia il popolo tedesco da una grave crisi economica, ponendo l'accento su possibili privazioni e limitazioni. Secondo i dati del report mensile emesso dalla Bundesbank, nonostante le conseguenze della guerra in Ucraina l'economia tedesca continuerà comunque a crescere anche nel secondo trimestre del 2022. Nel primo trimestre, grazie all'aumento degli investimenti il prodotto interno lordo ha riscontrato un leggero aumento dello 0,2%, con settori del terziario come alberghi e ristorazione che hanno potuto beneficiare dell'abolizione delle restrizioni per il contenimento del coronavirus. Stando alle stime della Bundesbank, nei prossimi mesi l'inflazione continuerà ad aumentare in modo significativo, e questo nonostante le misure di sostegno ai cittadini come lo sconto sul carburante e il biglietto ferroviario da 9 euro (9-Euro-Ticket).

 

A maggio il tasso di inflazione è schizzato in tutta Europa al livello massimo dell'8,7%. Sempre secondo il rapporto della Bundesbank, nel corso del 2022 le conseguenze dovute alla guerra freneranno la crescita economica in Germania e causeranno un aumento vertiginoso dell'inflazione. Per il 2023, gli economisti della Bundesbank prevedono una crescita economica ferma al 2,4%, anziché al 3,2%.

   

 Suicidio assistito: monito dei Vescovi tedeschi

 Nel quadro del riassetto normativo che disciplinerà l’eutanasia, la Conferenza Episcopale Tedesca ha esortato le istituzioni cattoliche a garantire l’esclusione categorica del suicidio assistito all’interno delle loro sedi. L'antefatto è una sentenza controversa della Corte costituzionale del febbraio 2020, che affermava la sussistenza di un diritto alla “morte autodeterminata” che includa il ricorso all'assistenza da parte di terzi: di fatto, un’assistenza al suicidio secondo le affermazioni dei vescovi. La visione cristiana dell'essere umano e il concetto dell'autodeterminazione “non sono pienamente compatibili con l'interpretazione giuridica che sta alla base della sentenza dei giudici della Corte costituzionale”, sottolineano i vescovi tedeschi, che invece puntano al consolidamento delle cure palliative.

 

Sullo sfondo delle mozioni in merito a una nuova regolamentazione dell'eutanasia al Bundestag, oggetto di discussione nella giornata di domani, “è molto importante concedere esplicitamente alle istituzioni e ai servizi sanitari e di assistenza sociale la possibilità di escludere il suicidio assistito all'interno delle loro strutture. Gli ospiti di una casa di cura devono essere sicuri di non doversi confrontare con l’eventualità della pratica del suicidio assistito o di essere a conoscenza di interventi di suicidio assistito nell’ambiente che li ospita”. Kas 23

   

 

 

 

Lo ‘schiaffo’ a Macron che destabilizza la Francia

 

Le parole “schiaffo” (sulla prima pagina di Libération) e “terremoto” (Les Echos) rimbalzano da un giornale all’altro per definire la giornata del 19 giugno, che ha indebolito Emmanuel Macron e ha destabilizzato l’insieme del quadro politico francese.

Domenica 19 giugno il corpo elettorale francese (48 milioni di persone) è stato chiamato alle urne per il secondo turno delle législatives, da cui scaturiscono i 577 membri dell’Assemblea nazionale.

Problemi e certezze delle elezioni

Dal punto di vista dell’Eliseo, ci sono tre certezze in mezzo a un mare di problemi:

1) la coalizione macronista Ensemble ha ottenuto (con 245 seggi su 577) la maggioranza relativa dei seggi alla nuova Assemblea nazionale

2) Macron è fresco di rielezione alla presidenza della Repubblica (solo due mesi fa) e può dunque vantare la propria legittimità politica

3) le istituzioni della Quinta Repubblica esaltano il ruolo del capo dello Stato. Detto questo, è chiaro che i francesi hanno dato “uno schiaffo” al presidente, provocando così “un terremoto” di cui è difficile prevedere tutte le conseguenze.

Astensione e provocazioni

Com’era accaduto in occasione del primo turno, la partecipazione al voto è stata bassissima: meno della metà degli aventi diritto si è recata ai seggi. La campagna elettorale si è focalizzata sui contraccolpi delle presidenziali più che sui reali problemi del Paese. Gli sconfitti di aprile (in particolare Jean-Luc Mélenchon a sinistra e Marine Le Pen a destra) hanno chiesto ai francesi di ridimensionare i poteri del presidente appena rieletto all’Eliseo. Mélenchon ha dominato questa campagna con una provocazione efficacissima sul piano mediatico : la richiesta di essere “eletto primo ministro” (anche se i primi ministri non vengono affatto eletti dal popolo). L’esito dei ballottaggi in parecchie circoscrizioni è stato condizionato proprio da questo desiderio, condiviso dall’opinione pubblica, di “mettere in guardia” e appunto di ridimensionare Macron. Così è stato.

I nuovi equilibri al Palais Bourbon

Mai, nella storia della Quinta Repubblica, la Francia ha avuto un Parlamento tanto frazionato e “complicato”. La coalizione macronista Ensemble ha 245 seggi, 44 in meno della maggioranza assoluta. I fedeli dell’Eliseo dominavano largamente la scorsa Assemblea e il loro crollo è una delle grandi conseguenze di queste elezioni. La seconda grande conseguenza del voto (novità da non sottovalutare) è il successo ottenuto da Marine Le Pen e dal suo Rassemblement national (RN), che con una crescita impressionante passa dagli otto deputati del 2017 agli 89 di oggi.

Le Pen ha condotto una campagna elettorale prudente (rispetto alle abitudini del suo partito) e ha vinto la sua scommessa. Non solo è arrivata al secondo turno delle presidenziali di aprile, ma (a differenza del 2017) è riuscita a non farsi massacrare alle législatives, dimostrando così che il RN è ormai radicato sul territorio e non è più un partito “diabolizzato” da gran parte dell’opinione pubblica.

La terza grande conseguenza del 19 giugno è il successo della coalizione di sinistra NUPES (Nuova unione popolare, ecologica e sociale) dominata da Jean-Luc Mélenchon, che ottiene 131 seggi, aumentando il peso della Gauche rispetto alla scorsa legislatura e spostandone il baricentro verso le posizioni più radicali. Questo successo era probabile e in realtà è stato inferiore a quanto molti prevedessero. Resta da vedere se questo schieramento resterà unito o tenderà a frazionarsi tra la sua componente più forte e più estrema (La France insoumise di Mélenchon) e quelle più tradizionali: Partito socialista, Partito comunista e Verdi.

Verso la coalizione a destra e il rimpasto?

E adesso? Il futuro dipende dall’atteggiamento dei grandi sconfitti di questa lunghissima stagione elettorale: i neogollisti del partito dei Républicains, che vedono la loro rappresentanza all’Assemblea nazionale scendere da 100 a 64 seggi. Gli sconfitti potrebbero insomma trasformarsi in vincitori. Solo grazie ai neogollisti (a quel che ne resta), Macron potrebbe trovare una maggioranza assoluta in Parlamento.

In Francia non è facile arrivare ad accordi di coalizione all’italiana o alla tedesca e dunque quest’ipotesi va presa con molta cautela. Per di più il vertice dei Républicains non vuole affatto l’accordo con Macron. Tra le varie ipotesi c’è quella di una spaccatura (l’ennesima) dei Républicains, che però potrebbe non bastare sul piano dell’aritmetica parlamentare. Sullo sfondo c’è la possibilità di elezioni anticipate in autunno, che comporterebbe tuttavia un grosso rischio per Macron. Se, una volta sciolta l’Assemblea, il presidente fosse sconfessato dagli elettori, i partiti d’opposizione potrebbero chiedergli di essere lui ad andarsene.

La situazione è insomma molto incerta e confusa. Lo stesso governo di Elisabeth Borne sta per essere rimpastato o forse rimpiazzato. L’instabilità francese è senza dubbio una cattiva notizia anche per l’Europa, in un momento in cui Macron ha un ruolo di primissimo piano nelle iniziative per il rilancio dell’Ue. Alberto Toscano, AffInt 20

 

 

 

 

Usa, Corte Suprema cancella sentenza diritto aborto

 

Storica sentenza in Usa della Corte Suprema sull'aborto. Cancellata la sentenza 'Roe vs Wade' che da 50 anni garantisce il diritto delle donne di interrompere la gravidanza. "La Costituzione non garantisce un diritto all'aborto", si legge nella sentenza appoggiata dalla maggioranza conservatrice della Corte che ribadisce che "l'autorità di regolare l'aborto torna al popolo ed ai rappresentanti eletti", vale a dire autorizza gli Stati la possibilità di vietarlo. "La Roe è stata sbagliata in modo eclatante sin dall'inizio" ha scritto nell'opinione della maggioranza il giudice Samuel Alito riferendosi alla sentenza del 1973. "La sua argomentazione era eccezionalmente debole, e ha avuto dannose conseguenze - ha scritto ancora - e, piuttosto, che portare a un accordo nazionale sulla questione dell'aborto, ha infiammato il dibattito ed aumentato le divisioni".

Con questa decisione, destinata a provocare un enorme terremoto politico e sociale negli Stati Uniti, i sei giudici conservatori hanno quindi confermato la legge, approvata dal Mississippi che vieta l'aborto dopo le prime 15 settimane, che è in contrasto con quanto stabilito dalla Roe, che lo rende possibile fino a 24 settimane. Sono oltre una ventina gli Stati, in maggioranza in stati del Sud e Mid West a guida repubblicana, che hanno approvato leggi restrittive sull'aborto o veri e propri divieti. Leggi che sono state di fatto legittimate dalla decisione di oggi della Corte Suprema. Una sentenza che rappresenta una vittoria storica per il movimento conservatore e pro life americano che per anni ha lavorato in questa direzione.

IL MOVIMENTO PRO-LIFE - Esulta il movimento per la vita insieme alla storica vittoria incassata oggi con la decisione della Corte Suprema di annullare la sentenza che riconosce il diritto costituzionale all'aborto. "Per quasi 50 anni la Corte Suprema ha imposto una politica di aborto estrema e non popolare, oggi la possibilità di determinare se e quando limitare l'aborto è tornato al popolo americano" ha detto Jeanne Mancini, presidente di March for Life.

"Deve essere notato che questo giorno storico per la democrazia non sarebbe stato possibile senza la leadership e l'impegno per la vita del presidente Donald Trump, grazie Mr President", ha dichiarato Brooke Rollins presidente dell'America First Policy Institute, ricordando che questo risultato non sarebbe stato possibile se Trump non avesse nominato ben tre giudici conservatori della Corte Suprema durante il suo mandato.

LE PROTESTE - Centinaia di persone, in maggioranza donne, si sono riunite già prima della diffusione della decisione per protestare di fronte all'edificio che ospita il massimo organismo giuridico americano. E le principali organizzazioni per la libertà di scelta hanno diffuso un comunicato in cui denunciano "ogni tattica e minaccia di gruppi che usano la distruzione e le violenza come mezzo, non parlano per noi, i nostri sostenitori, le nostre comunità e il nostro movimento", si legge nella dichiarazione di Planned Parenthood, Naral Pro-Choice America e Liberate Abortion Campaign. "Siamo impegnati a proteggere ed espandere l'accesso all'aborto e alla libertà riproduttiva attraverso un attivismo pacifico e non violento" sottolineano.

LA DECISIONE DEL MISSOURI - "Questo è un giorno monumentale per la sacralità della vita" twitta l'attorney generale del Missouri, Eric Schmitt, annunciando che "a seguito della decisione della Corte Suprema di annullare Roe vs Wade, il Missouri è il primo a mettere fine all'aborto". "Oggi è un giorno storico, ma noi ricordiamo i 60 milioni di vite innocenti perse - ha aggiunto Schmitt che ha postato la foto mentre firma la misura - c'è stato molto lavoro dietro le quinte per raggiungere questa incredibile vittoria". Adnkronos 24

 

 

 

 

A Elmau in scena la solitudine del G7

 

Il vertice del G7, che si è svolto sull’arco di tre giorni nella cornice delle alpi bavaresi, ha rispettato alla lettera le previsioni della vigilia e il copione che caratterizza questi eventi secondo un rituale ormai  ben sperimentato. Atmosfera informale, leaders in maniche di camicia, grande intesa e massima cordialità fra i protagonisti. Conclusioni solenni e condivise, ma molto generiche.

Le conclusioni (attese) del vertice

A Elmau, il  G7 ha confermato la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, il sostegno all’Ucraina con aiuti economici, finanziari, umanitari e con la prosecuzione della fornitura di armi, e l’intenzione di rafforzare l’impianto sanzionatorio nei confronti della Russia con l’obiettivo di far pagare costi crescenti alla Russia anche per indurre il Cremlino a cessare le operazioni sul terreno. Ha anticipato il proprio impegno per la ricostruzione dell’Ucraina dopo la conclusione del conflitto.

Più in generale ha preso atto delle conseguenze della guerra in Ucraina sull’economia mondiale ed in particolare sulla sicurezza energetica e sull’accesso ad alcune materie prime alimentari. Ha ribadito l’impegno a ridurre la dipendenza dalle forniture russe di energia fino alla completa eliminazione di questa dipendenza. E ha concordato sulla necessità di misure addizionali necessarie per garantire la sicurezza energetica e per ridurre il prezzo dell’energia, con una cauta apertura sulla opportunità di approfondire l’idea di un tetto sui prezzi di greggio e gas russi.

Il G7 ha poi confermato la disponibilità a mettere a disposizione dei paesi più poveri fino a 100 miliardi di dollari, utilizzando in parte nuove emissioni di Diritti Speciali di Prelievo. Ha confermato gli impegni già assunti in materia di transizione energetica e di contrasto del cambiamento climatico. Ha rilanciato la proposta per un partenariato globale per promuovere infrastrutture e relativi investimenti (con l’impegno a mobilitare fino a 600 miliardi di dollari).

A Elmau nessuna sorpresa quindi, anche perché, da quando Donald Trump non è più membro di questo esclusivo club, l’atmosfera che caratterizza i lavori del G7 è quella di una ritrovata intesa e convergenza. Ma piuttosto la conferma che la guerra in Ucraina e la condanna dell’aggressione russa hanno di fatto rafforzato questa ritrovata unità di intenti, e che in queste circostanze la reazione condivisa all’invasione della Russia ha cementato compattezza dell’Occidente.

Da Elmau nessun embargo

Fin qui le note positive. Ma dal Vertice del G7 sono emerse anche altre verità. Gli impegni assunti per quanto importanti e solenni non hanno costituito novità. E per di più sono stati formulati in termini assai generici. Ad esempio sull’ipotesi di nuove sanzioni alla Russia al di là di una disponibilità a coordinarsi nessun accenno a quali misure in concreto avrebbero in mente i Paesi del G7. Nessuna menzione di un embargo sull’oro russo che pure era stata evocato alla vigilia.

Analogamente sulla sicurezza energetica e sul problema dei prezzi dell’energia solo indicazioni molto generali e poco impegnative sulla necessità di misure addizionali. La stessa idea di un tetto sul prezzo di greggio e gas solo ha fatto oggetto solo di un vago accenno alla necessità di approfondirne gli aspetti tecnici. E questo malgrado la disponibilità di Biden ad adottare misure che consentano di imporre una qualche forma di limitazione almeno del prezzo del greggio.

L’annuncio solenne della Partnership for Global Infrastructure and Investments è sembrato più un assemblaggio di due proposte già annunciate da qualche tempo da Usa e Ue che una novità, anche perché niente é stato detto su come reperire le risorse finanziarie necessarie per la sua realizzazione. Nessuna indicazione infine sembra poi  essersi concretizzata a Elmau su come affrontare il tema delle prospettive del conflitto in corso, su come creare le condizioni per una cessazione delle ostilità e per un avvio di una qualche forma di dialogo fra le parti in causa.

La solitudine dell’Occidente

Ma a Elmau è poi soprattutto emersa in tutta la sua evidenza la solitudine del G7 e dell’Occidente. Sicuramente compatto al suo interno e solidale con l’Ucraina aggredita. Ma di fatto sostanzialmente isolato dal resto del mondo.  E non è stata sufficiente la presenza al Vertice dei leaders di Argentina, India, Indonesia, Sud Africa e Senegal a contrastare la sensazione che il G7 sia ormai diventato un club troppo esclusivo per potere ambire a svolgere un ruolo determinante nel rilancio di una governance globale.

A Elmau quindi è apparso ulteriormente evidente che l’Occidente (plasticamente rappresentato dal G7) è riuscito a reagire in maniera compatta e unitaria alla guerra in Ucraina. Ma anche che questo stesso Occidente ha invece fallito clamorosamente nel tentativo di coinvolgere sulla sua linea (di condanna della Russia, di assistenza all’Ucraina e delle sanzioni) una platea più ampia di protagonisti sulla scena internazionale. Troppi e troppo importanti i Paesi (a partire dalla Cina) che si sono sottratti sulla condanna della aggressione russa, sulle sanzioni, sugli aiuti all’Ucraina.

E questa realtà é ancor più grave se si pensa che in questa circostanza erano in gioco violazioni flagranti e gravissime di principi e regole fondamentali delle relazioni fra Stati e alla base fra l’altro della Carta delle Nazioni unite (principio di non aggressione, rispetto dell’integrità territoriale degli Stati ecc.). Principi e regole che dovrebbero essere considerati come sacrosanti da tutti gli Stati indipendentemente dalla loro collocazione geografica e politica.

La necessità nuovo corso strategico e inclusivo

Se il G7 vorrà continuare a svolgere un ruolo dovrà evitare la tentazione della autoreferenzialità e lo scenario di un “Occidente contro il resto del mondo”. Uno scenario che forse nel breve medio periodo potrebbe non avere conseguenze immediate, ma che rischia di scavare un solco che alla lunga potrebbe indebolire anche l’Occidente stesso e le sue legittime aspirazioni a ricreare le condizioni di una governance globale condivisa.

Il rischio per il G7, ormai un gruppo minoritario di Paesi che di fatto hanno perso di peso rispetto alle grandi economie emergenti, è quello di rimanere un club esclusivo ma sempre meno rappresentativo. La sfida per il futuro per il G7 è quella di diventare più inclusivo senza rinnegare il proprio dna, e di coinvolgere altri grandi stakeholders sulla scena internazionale. E non sarà sufficiente invitare come convitati dell’ultima ora altri commensali al pranzo di gala dei Paesi più ricchi. Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 30.6.

 

 

 

La politica del dopo

 

Prima di prendere in considerazione la situazione socio/economica nazionale, c’è da limitare i danni di questa pandemia che continua a infettare e uccidere. Lo scriviamo con oggettività. Anche se questo Esecutivo, superato l’attacco del Covit-19, non sarà in grado di raggiungere alcuni obiettivi efficaci. Tra polemiche antiche e rivendicazioni recenti, il Governo tenterà di tornare a fare il suo mestiere. Da ciò dipenderà la sua sopravvivenza politica. Vedremo se alcune proposte saranno percorribili. Nonostante certi “attriti” di natura morale, più che politica, il Potere Legislativo sarà meno fecondo.

 

 L’Esecutivo continua per la sua strada con la speranza, non sempre condivisibile, d’arrivare, entro l’anno, all’attuazione di parte del suo “programma”. Intanto, i problemi del Paese si evolvono e si modificano. Ancora una volta, quando la politica s’imbatte con la realtà economica, gli effetti non sono positivi. Le riforme istituzionali si faranno. Però, quando? Certo non trascureremo alcuni segnali d’intolleranza che ci hanno messo sul chi vive. Questo Governo tenterà, comunque, di mantenere il suo posto.

 Dato che numeri ci sono, la Legislatura non corre imminenti pericoli. Intorno al quadro politico, c’è un Paese che tenta la ripresa. Ma la produttività stagna; l’occupazione registrerà ancora fasi in riduzione. Insomma, siamo ben lontani anche dal più cauto ottimismo.

 

Questo secondo semestre dell’anno ci porterà qualche innovazione? Per ora, preferiamo non pronunciarci. In definitiva, il Governo ha da fare conoscere le sue intenzioni. Ma, francamente, riteniamo che non ci saranno tutte quelle novità enunciate. Nel Bel Paese non sarebbe una novità. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Conferenza sul futuro dell’Europa, la Commissione Europea delinea come dar seguito alle proposte dei cittadini

 

ROMA – La Commissione europea ha adottato nei giorni scorsi la comunicazione “Conference on the future of Europe – Putting vision into concrete action” nella quale illustra in che modo può dare seguito ai risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa. Come noto, la Conferenza si è conclusa il 9 maggio 2022 con una cerimonia di chiusura, tenutasi a Strasburgo, nel corso della quale la Presidente del Parlamento europeo, il Presidente del Consiglio e la Presidente della Commissione hanno ricevuto una relazione finale contenente 49 proposte e 326 singole misure. Un risultato certamente positivo, sia per la quantità e qualità delle proposte, sia per il coinvolgimento di centinaia di migliaia di cittadini europei che hanno contribuito al dibattito sul futuro dell’Europa. Ma il successo della Conferenza dipenderà proprio dai cambiamenti che riuscirà ad avviare. La comunicazione della Commissione rappresenta il primo passo in questa direzione. Contiene una valutazione delle azioni necessarie per concretizzare le proposte della Conferenza, presenta una panoramica delle prossime tappe e illustra come trarre i massimi insegnamenti dalla Conferenza e integrare la democrazia partecipativa nelle politiche e nel processo legislativo dell’UE. Per esempio, partendo dal successo che hanno avuto durante la Conferenza, la Commissione darà ai panel europei di cittadini la facoltà di deliberare e formulare raccomandazioni prima di alcune proposte chiave, nell’ambito della sua generale definizione delle politiche e in linea con i principi per legiferare meglio. La Comunicazione definisce quattro categorie di risposte: iniziative già in atto che rispondono alle proposte (per esempio la normativa europea sul clima); iniziative proposte dalla Commissione europea per le quali viene richiesta l’adozione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio (per esempio il nuovo patto sulla migrazione); azioni previste che daranno seguito alle idee sulla base di nuove riflessioni scaturite dalla Conferenza (per esempio la normativa per la libertà dei media); nuove iniziative o settori di intervento ispirati alle proposte e che rientrano nelle competenze della Commissione (per esempio questioni relative alla salute mentale). La Presidente von der Leyen annuncerà la prima serie di proposte nel discorso sullo Stato dell’Unione a settembre 2022 e nella relativa lettera di intenti. Tali proposte saranno incluse nel programma di lavoro della Commissione per il 2023 e in quelli successivi. Inoltre, nell’autunno 2022 sarà organizzato un evento di feedback per tener vivo lo slancio della Conferenza e aggiornare i cittadini che vi hanno partecipato. Sarà un’occasione per comunicare e spiegare in che modo le istituzioni europee stanno realizzando le proposte e per fare il punto sui progressi compiuti fino a quel momento. (Inform/dip 21)

 

 

 

Nati per leggere o nativi digitali?

 

Il mondo di oggi offre al bambino una quantità di stimoli infiniti, è immerso in un mondo fluido, virtuale e iperconnesso.

Sin da piccolissimo il bambino ha il bisogno di essere connesso all’altro, prima con la madre e il padre, poi con i pari e il mondo esterno. Il cervello è stato programmato per connettersi e infatti da molti è considerato l’organo sociale del corpo, cioè quell’organo che ci consente di entrare in contatto con i sentimenti e le emozioni dell’altro e ci permette di relazionarci con lui. 

Su questo bisogno di interconnessione si poggia il successo del mondo virtuale e dei social media, soprattutto nella pre-adolescenza e nell’adolescenza periodo in cui si ha la necessità strutturale di allargare il proprio mondo sociale.

Ma per il bambino piccolo, sotto i 6 anni, l’utilizzo della tecnologia ha un rischio opposto e cioè quello di isolarlo, creando un vuoto di relazione in un momento in cui ha così bisogno del contatto psico-fisico con l’altro per creare le sinapsi che gli permetteranno di regolare le emozioni e le sensazioni.

Ma facciamo un passo indietro e andiamo a vedere quali sono le caratteristiche essenziali di una comunicazione profonda. Come dice il neuroscienziato Daniel Siegel nella comunicazione, oltre alle parole, ci sono 7 segnali importanti da considerare e che rendono la comunicazione ricca di senso.

I 7 segnali sono: 

1. il contatto oculare fra le persone che stanno comunicando

2. la condivisione delle espressioni facciali

3. la modulazione del tono della voce

4. la postura

5. la gestualità

6. il tempismo in ciò che si dice e si fa

7. l’intensità della risposta

 

Questi 7 segnali sono tutti non verbali e danno un colore a quello che si sta dicendo (o non dicendo) e permettono al bambino di sintonizzarsi profondamente con quello che l’altro prova, permettendogli così di sviluppare anche l’empatia.

Inoltre tutta la comunicazione non verbale, che avviene solo quando due persone sono faccia a faccia, permette al bambino di rinforzare le connessioni dell’emisfero destro del suo cervello. Questo emisfero, oltre che ad essere quello più creativo, è deputato a ricevere e inviare i messaggi non verbali e lavora molto di concerto con il corpo nella creazione delle sensazioni e degli stati emotivi ad esse collegate.

Quindi meno tempo un bambino passa in una relazione “profonda” caratterizzata da questi 7 segnali e meno riuscirà a connettersi con le sensazioni del suo corpo e a mediare le emozioni. Avrà quindi più difficoltà a riflettere sui suoi stati interni e sugli stati dell’altro perché non avrà allenato a sufficienza il suo emisfero destro. 

Un modo per ottenere questo tipo di comunicazione più profonda si riesce ad avere nel momento in cui il genitore con il suo bambino si prendono un tempo per leggere una storia insieme. Cosa accade quando un adulto legge una storia ad un bambino? I due hanno un contatto oculare, condividono le espressioni facciali, c’è una modulazione della voce, il corpo si muove, vengono fatti molti gesti, ogni frase ha un suo tempismo e c’è un’intensità emotiva.

Quindi leggere una storia ad un bambino, oltre che a promuovere la crescita dell’emisfero sinistro del cervello che è impegnato a processare le parole e i significati, sostiene profondamente anche le connessioni dell’emisfero destro perché crea una relazione profonda e ricca di stimoli non verbali. 

Quindi il problema sono le nuove tecnologie? 

No o meglio è l’utilizzo che ne viene fatto. Se i bambini trascorrono più tempo davanti Tv, Tablet e Smartphone che a impegnarsi in un’interazione con altri esseri umani, se le nuove generazioni di preadolescenti e adolescenti sono più impegnate a ricercare relazioni superficiali e virtuali piuttosto che relazioni profonde e faccia a faccia, abbiamo ed avremo un problema sociale importante.

Inoltre sempre più spesso i genitori utilizzano i tablet proprio come una “Tata”, facendo diventare questi strumenti il metodo predominante per calmare e distrarre il bambino davanti ad una frustrazione. 

A lungo andare questi bambini, cresciuti a “pane e tablet”, saranno capaci di sviluppare meccanismi interni di autoregolazione e di gestione della frustrazione? Avranno acquisito le competenze relazionali e sociali per interagire in maniera sana con i propri coetanei? Avranno abbastanza empatia per mettersi nei panni dell’altro e comportarsi quindi con più compassione?

Infine molti studi dimostrano che, sotto i 2 anni, gli aspetti educativi “buoni” dei tablet non risultano significativamente differenti da chi inizia a utilizzarli più tardi e che comunque gli effetti positivi, nei bambini piccoli, si hanno soprattutto se i dispositivi elettronici vengono utilizzati insieme ai genitori.

Concludo dicendo che i bambini ormai sono culturalmente nativi digitali ma la Vita in realtà li ha programmati al livello psico-fisico per essere Nati Per Leggere. Claudia Bassanelli, CdI luglio/agosto

 

 

 

 

Parere favorevole della Commissione Esteri sul provvedimento recante modifiche alla legge sulla cittadinanza italiana

 

ROMA – La Commissione Esteri della Camera dei deputati ha approvato un parere favorevole sul provvedimento recante modifiche alla legge sulla cittadinanza italiana (legge n.91 del 5 febbraio 1992).

Il provvedimento è un testo unificato delle proposte presentate in materia anche da Fucsia FitzGerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale), Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), Elisa Siragusa (Misto, ripartizione Europa), Eugenio Sangregorio (Usei, ripartizione America meridionale) e Massimo Ungaro (Italia Viva, ripartizione Europa).

Nel parere si evidenziano “le profonde trasformazioni intervenute nella società italiana” nei 30 anni trascorsi dell’approvazione della legge e l’opportunità quindi di “aggiornare le norme in materia di cittadinanza secondo una prospettiva onnicomprensiva che ponga al centro la finalità dell’integrazione dei minori stranieri cresciuti in Italia e che abbiano studiano o studino in Italia”. Si ribadisce infatti come tale percorso sia indispensabile per prevenire “marginalità ed esclusione sociale” che alimentano fenomeni di grave insicurezza, “come l’esperienza maturata da altri Paesi europei ha tragicamente dimostrato in anni recenti”. Si evidenzia inoltre che “nel raffronto con i maggiori Paesi europei, l’Italia figura tra i Paesi più restrittivi quanto alla concessione della cittadinanza ai minori stranieri nati o cresciuti in Italia” e che il ruolo della scuola deve acquisire maggiore centralità quale “potente fattore di integrazione” e costituente un legame con “il nostro Paese fondato sulla condivisione del patrimonio culturale e linguistico italiano”.

La Commissione condivide dunque l’introduzione di “una nuova fattispecie di concessione della cittadinanza orientata al cosiddetto principio dello ius scholae, cioè al principio per cui acquisisce il diritto alla cittadinanza il minore straniero nato in Italia, o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”. In questo modo si offre “ai minori stranieri la prospettiva di far parte di una comunità di cittadini, favorendo la loro partecipazione alla vita della comunità stessa e rimuovendo le disparità di trattamento attualmente esistenti rispetto ai minori cittadini italiani”.

Il parere favorevole include inoltre un’osservazione che sottopone alla Commissione di merito il compito di valutare l’opportunità di integrare il provvedimento in esame con disposizioni volte a riformare la legge n. 91 del 1992 nell’obiettivo di riconsiderare le fattispecie di acquisto della cittadinanza iure sanguinis per gli oriundi ponendo dei “limiti temporali ragionevoli alla ricostruzione della linea di trasmissione della cittadinanza e con l’introduzione dei requisiti che possano attestare un legame genuino con il Paese e con il patrimonio culturale e linguistico italiano, congiunto ad una reciprocità di diritti e doveri”.

La Commissione ritiene infatti che l’incremento “esponenziale delle richieste di cittadinanza registrate negli ultimi vent’anni” ponga “un serio problema di sostenibilità” rispetto al “grave sottodimensionamento della rete estera, “impegnata in gravose procedure per la ricostruzione delle diverse casistiche, soprattutto in America Latina, e in particolare in Argentina e Brasile, in cui la platea degli italo discendenti aventi diritto ammonta a milioni di concittadini potenziali”. La revisione della normativa appare inoltre necessaria per “scoraggiare pratiche di richiesta della cittadinanza finalizzate all’acquisto di un passaporto spendibile per un ingresso più agevole negli Stati Uniti o nell’area Schengen, oltre che per potere accedere a benefici di carattere sanitario, fiscale o economico che la legge riserva ai cittadini italiani”.

Nel corso dell’esame del provvedimento, è intervenuta anche Fucsia FitzGerald Nissoli per lamentare l’esclusione dal testo unificato di alcune norme che avrebbero consentito agli italiani all’estero di riacquistare la cittadinanza, considerando che “molti di loro hanno completato in Italia lo stesso ciclo di studi – in taluni casi, anche quelli superiori – che consentirebbe agli stranieri, in base alla nuova disciplina, di ottenere la cittadinanza”.

Interviene per annunciare il voto contrario della Lega al parere della Commissione Guglielmo Picchi, che ritiene la disciplina attualmente in vigore “più che generosa nella concessione della cittadinanza”, che a suo avviso pone “l’Italia ai primi posti in Europa per numero di nuove acquisizioni, al netto delle cittadinanze concesse agli italo-discendenti”. Per Picchi, inoltre, “la normativa in vigore prevede un accurato e condivisibile percorso di naturalizzazione, che può intervenire solo al momento del compimento della maggiore età”. Il deputato ricorda poi che il procedimento per l’attribuzione di cittadinanza agli oriundi è in diversi Paesi “giuridicamente differenziato”, “a conferma che si tratta di una fattispecie a sé, da tenere ben distinta dalle altre ipotesi di acquisto della cittadinanza”. Picchi non condivide pertanto l’osservazione sulla necessità di porre dei limiti temporali alla ricostruzione della linea di trasmissione della cittadinanza, così come l’introduzione di un “non meglio precisato ‘legame genuino’ con il patrimonio culturale e linguistico italiano” per la concessione della cittadinanza, perché non comprende la richiesta di “prevedere dei requisiti rispetto ad uno status civitatis cui si ha diritto a prescindere in quanto italo-discendenti”. Rimarca infine la necessità di procedere con la digitalizzazione dei procedimenti, per renderli più rapidi, mentre suggerisce di “fissare, sul modello inglese, tariffe congrue e cospicue per attivare il procedimento e scoraggiare richieste pretestuose”.

Laura Boldrini (Pd) ribadisce che il provvedimento “si limita ad introdurre la fattispecie ius scholae, assai circoscritta quanto alla platea dei beneficiari e ben lungi dal configurare una pur necessaria revisione organica della disciplina, che necessiterebbe di ben altri interventi”. Condivide infine l’osservazione approvata sulla limitazione dell’applicazione dello ius sanguinis anche per il sovraccarico di lavoro che questo ha generato per la rete consolare.

Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ricorda infine che le problematiche citate nel parere sono riconducibili non ai figli dei connazionali all’estero, “che sono evidentemente cittadini italiani”, ma “all’enorme casistica di ricostruzione della linea di trasmissione della cittadinanza, che crea i maggiori oneri alla rete consolare. (Inform/dip 26)

 

 

 

L’emergenza

 

Accanto all’emergenza sanitaria per Pandemia, s’è ampliata, com’era prevedibile, una crisi economica di vasta portata che, già da qualche tempo, si era sviluppata in Italia. Il sovranismo nazionale è stato accantonato. Più per oggettiva necessità, che per convinzione. Il motto: “Prima gli italiani” sembra non avere più oggettivo pregio. I problemi della gente sono aumentati in modo esponenziale e i provvedimenti concreti per “tamponare” la recessione restano più sulla carta che nei fatti.

 

 Il motto”prima gli italiani” ha lasciato il posto a un realismo tragico che, per la verità, mi preoccupa. Spicca, di conseguenza, il binomio ripresa economica e lavoro. Mete di non facile raggiungimento se verrà ancora a mancare una politica dinamica a favore della gente.

 

 Il mio riferimento, evitando le polemiche, che non risolvono, resta l’Europa Comunitaria. Senza ostruzionismo da parte di nessuno dei Paesi membri. Solo con un percorso unitario potremo, forse, venirne fuori. Oggi il concetto di “partita di giro” ha assunto una veste più coerente che per il passato. Un segno, realistico, che dovrebbe farci gestire differentemente un’economia europea globale. Ogni riflessione potrà trovare sistemazione nella mia “storia”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Cosa aspettarsi dal nuovo Concetto strategico Nato

 

Il prossimo 29 giugno il vertice dei capi di stato e di governo alleati a Madrid approverà il nuovo Concetto Strategico Nato. Sebbene la sua elaborazione sia iniziata già nel 2021, giocoforza il documento di indirizzo per il prossimo decennio – e l’intera postura dell’Alleanza atlantica – è fortemente influenzato in almeno cinque modi dall’invasione russa dell’Ucraina, iniziata esattamente quattro mesi fa.

Difesa collettiva uber alles

In primo luogo, la difesa collettiva degli Stati europei sarà la priorità numero uno del Concetto Strategico, riflettendo il cambiamento strutturale portato da Mosca al quadro euro-atlantico, il radicale mutamento di percezioni nelle opinioni pubbliche di gran parte degli Stati membri, ed il cambio di rotta già in corso al livello nazionale in primis in Germania.

Di fatto, già dopo la prima invasione russa dell’Ucraina nel 2014, la difesa collettiva era diventata prominente in ambito Nato, ancor più alla luce della volontà americana di porre fine costi quel che costi a missioni di stabilizzazione come quella in Afghanistan. Tuttavia, in qualche modo, – anche su azione italiana – si era cercato di mantenere un equilibrio tra i tre core tasks sanciti dal Concetto Strategico del 2010. Questi ultimi comprendevano infatti da un lato deterrenza e difesa, ma dall’altro anche la gestione delle crisi, e la sicurezza cooperativa sotto la cui egida si portano avanti allargamento dell’Alleanza, partenariati con stati terzi, iniziative di controllo degli armamenti e non proliferazione.

Anche se i tre core tasks attuali verranno mantenuti nel nuovo Concetto Strategico, il primo sulla deterrenza e difesa risulterà pieno di sostanza, in termini di capitale politico e linee guida per la pianificazione militare, mentre gli altri due saranno a confronto dei pesi piuma. E saranno verosimilmente trattati come tali dalle strutture Nato e dagli stati membri nel processo di attuazione del Concetto Strategico, che si svolgerà nei prossimi anni tramite la Political Guidance e il Defence Planning Process.

La Nato continuerà certamente a condurre la missione in corso da oltre due decenni in Kosovo, che peraltro potrebbe ben essere rilevata dall’Ue per dare finalmente prova di assunzione di responsabilità, e sana autonomia strategica, quanto a sicurezza e stabilità del proprio continente.

L’Alleanza potrebbe e dovrebbe sostenere proprio una leadership dell’Unione negli sforzi militari per stabilizzare Nord Africa e Medio Oriente, fornendo supporto in termini politico-militare, di intelligence, e di capacità specifiche che solo la Nato possiede. Ma l’ipotesi di nuove operazioni alleate paragonabili a quelle in Afghanistan o Libia appartiene a un’altra era, di cui il Concetto Strategico del 2010 era figlio: un’era che per l’Alleanza si è tragicamente chiusa tra l’abbandono di Kabul il 31 agosto 2021 e le prime bombe russe su Kiev il 24 febbraio 2022.

Est! Est! Est!

Il secondo effetto della guerra in Ucraina, strettamente collegato al primo, riguarda il focus geografico della Nato che sarà giocoforza quello orientale. Le decisioni già prese nel 2022 quanto a difesa avanzata di Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia tramite battaglioni multinazionali alleati impegnerà forze significative, in particolare da parte dei Paesi guida – tra cui la Francia a Bucarest e l’Italia a Sofia. Ulteriori indicazioni dal summit di Madrid per la postura Nato potranno riguardare strutture di comando regionale, attività rafforzata di controllo dello spazio marittimo e aereo, pre-posizionamento e/o scorte di equipaggiamenti militari, focus delle prossime esercitazioni su scenari di attacco dal fianco orientale.

Poiché la minaccia principale e quasi universalmente riconosciuta alla difesa collettiva viene da est, è comprensibile che l’Alleanza guardi principalmente in quella direzione. Ma ciò comporta giocoforza minore attenzione al fianco sud, abbandonando di fatto l’impegno per un approccio a 360 gradi faticosamente ottenuto dall’Italia nel 2016.  Anche in questo caso si tratta di un trend in corso da alcuni anni, anche perché due dei principali alleati affacciati sul Mediterraneo – Francia e Turchia – hanno sistematicamente preferito trattare Nord Africa e Medio Oriente non in ambito Nato ma su base bilaterale, o nel caso francese nel quadro Ue e di coalizioni ad hoc.

Si può giustamente affermare che la Russia è presente in Africa e Medio Oriente, ed è vero quindi che un maggiore impegno Nato in queste regioni serve a contrastarne l’influenza e a mettere in sicurezza il vicinato meridionale dell’Europa. Ma la forza di questo argomento è evidentemente minore mentre la Russia bombarda e occupa un Paese europeo confinante con quattro membri della Nato, l’Ue ospita oltre 5,3 milioni di profughi ucraini, e gli alleati pagano il caro prezzo delle sanzioni economiche dovute alla guerra in corso.

Anche se il nuovo Concetto Strategico guarderà principalmente ad est dell’Europa, nell’orizzonte Nato è entrata e resterà la Cina. Gli Stati Uniti hanno stabilmente identificato Pechino come il rivale in grado di mettere in discussione la loro egemonia su più dossier e più regioni mondiali, e chiamano sistematicamente gli alleati a fare fronte comune rispetto all’ascesa dell’autoritarismo cinese.

Ciò non può non tradursi in un’attenzione del Concetto Strategico alla competizione con la Cina, in primo luogo nei domini cibernetico e spaziale e più in generale sul piano tecnologico. Non si tratta di impegnare la Nato in operazioni nel Indo-Pacifico, ma di mantenere quel vantaggio militare di cui l’Occidente gode da cinque secoli e che oggi viene sfidato in modo epocale da Pechino, tramite uno sforzo collettivo da parte di Nord America ed Europa di cui la Nato è una componente importante.

Allargamento alla Scandinavia e non all’Ucraina

Quanto all’allargamento, la guerra ha reso strutturalmente impossibile un allargamento della Nato all’Ucraina che era già fuori discussione dopo l’invasione del 2014. Risulta quindi tanto più paradossale e azzardato che l’Ue corra il rischio di aprire all’adesione di Kyiv quando l’Alleanza atlantica si guarda bene dal farlo, pur avendo le spalle ben più grosse per reggerne le conseguenze grazie alla presenza al suo interno di Stati Uniti e Regno Unito.

Viceversa, il conflitto ha spinto Finlandia e Svezia ad un passo storico che cambia una collocazione geopolitica stabile da più di 80 anni nel caso di Helsinki e di oltre due secoli in quello di Stoccolma. Il processo di adesione dei due Paesi andrà verosimilmente avanti nonostante l’opposizione della Turchia, intenzionata più ad ottenere concessioni dagli Stati Uniti che a bloccare stabilmente il loro ingresso.

Si tratta di un allargamento che rafforza la stabilità e la sicurezza della Scandinavia, del Baltico, ed in generale del nord ed est Europa, perché sancisce un limes che la Russia non ha interesse né capacità di mettere in discussione. La Nato ne esce rafforzata politicamente e militarmente, poiché entrano nell’alleanza due democrazie mature, con società resilienti e forze armate all’avanguardia.

L’ingresso di Svezia e Finlandia a sua volta porrà ulteriormente l’accento sulla difesa collettiva, in quanto motivo principale della loro adesione, e sul quadrante orientale e settentrionale di loro diretto interesse. Essendo entrambi membri dell’Ue, Stoccolma ed Helsinki condividono il confine meridionale dell’area di libera circolazione e del mercato unico dell’Unione, e quindi non sono insensibili a ciò che avviene nel Mediterraneo quanto a flussi migratori e sicurezza energetica, ma il fianco sud non è certo la loro priorità.

Partenariati selettivi e difficili

Il quarto effetto del conflitto riguarda i partenariati della Nato, in modi diversi. Quello con l’Ucraina verrà ovviamente rafforzato il più possibile per aiutarla nella guerra e in generale nel lungo confronto con la Russia. È anche probabile una maggiore attenzione verso Moldavia e Georgia, in quanto direttamente in contatto con le forze armate russe. Tuttavia, nell’economia generale della Nato l’investimento in termini politico-diplomatici, militari e di risorse verso partenariati non funzionali al confronto con Mosca, come sono (malamente) intesi il Dialogo Mediterraneo e l’Istanbul Cooperation Initiative, sarà molto limitato.

Ciò costituisce uno svantaggio e un limite, in quanto è proprio tramite i partenariati che gli alleati potrebbero influenzare collettivamente gli sviluppi in Africa e Medio Oriente, contrastando sia alcuni fattori di instabilità sia l’influenza russa e cinese senza dover ricorrere a operazioni militari per le quali c’è poco consenso sul fronte interno.

Tra i partenariati Nato, quello con l’UE è sicuramente il più importante. Diversi passi in avanti sono stati compiuti dalla dichiarazione congiunta del 2016, ed un altro atto Nato-Ue è in cantiere da mesi. La guerra in Ucraina rende ancora più rilevante questa partnership per il ruolo che l’Ue ha assunto nel sostenere Kyiv, mentre la competizione tecnologica con la Cina chiama direttamente in gioco le politiche e competenze dell’Unione sinergiche con quelle dell’Alleanza. Ma bisognerà vedere quanto il Concetto Strategico riuscirà a superare gli ostacoli – in primis quello turco-cipriota-greco – per un balzo in avanti dei rapporti reciproci tanto necessario quanto difficile.

Il gioco a tre con Russia e Cina

La guerra russo-ucraina ha posto Mosca in una situazione di conflitto strutturale con l’Occidente. È una situazione che durerà a lungo e che va gestita per evitare pericolose escalation. Ciò dà nuova importanza al controllo degli armamenti e alla non proliferazione, in ambito convenzionale, missilistico e nucleare. L’unico trattato internazionale vigente al riguardo tra Washington e Mosca è il nuovo accordo START sulle armi nucleari tattiche, rinnovato di comune accordo da Biden e Putin nel 2021 per altri 5 anni.

Il quinto effetto della guerra è uno stimolo verso uno sforzo di pensiero, diplomatico e militare, da parte dei Paesi Nato per riaprire un dialogo con Mosca sul controllo degli armamenti, anche riprendendo buone prassi della Guerra fredda quando i due blocchi dialogavano su questo tema nonostante la situazione tesa in Europa e le guerre per procura in corso nel resto del mondo.

Ma a differenza di allora, oggi la Cina è una potenza nucleare, militare, industriale e tecnologica comparabile a Russia e Stati Uniti, una situazione che crea una dinamica a tre strutturalmente più instabile di quella a due. Ciò richiede quindi un approccio parzialmente diverso, a partire dalla piena inclusione di Pechino nel dialogo sul controllo degli armamenti. La palla è nel campo di Washington, ma come in passato gli alleati europei possono e debbono dire la loro perché questo tema è intrinsecamente legato alla deterrenza e difesa collettiva, anche tramite gli accordi di nuclear sharing in ambito Nato.

In ultima analisi, il vertice di Madrid sancirà la rinnovata realtà dell’Alleanza atlantica nel quadro internazionale segnato dalla guerra russo-ucraina. La realtà di una Nato concentrata sulla deterrenza e sulla difesa, che guarda soprattutto al confronto con la Russia con un occhio alla competizione tecnologica con la Cina, si allarga a nord e non a Kyiv, si approccia ai partner in modo più selettivo, e deve fare i conti con il controllo degli armamenti a livello globale e non solo regionale. Alessandro Marrone, AffInt 23

 

 

 

 

«I vecchi? Chance, non scarti»: con Famiglia Cristiana la Carta dei diritti degli anziani e dei doveri della comunità

 

«Mi piace pensare alle famiglie, oggi, in Italia come a una casa a più piani dove nonni e bisnonni rappresentano il piano alto, dando senso allo stare insieme». Così monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita presenta la Carta dei diritti degli anziani e dei doveri della comunità, che Famiglia Cristiana ha allegato al numero di giovedì 23 giugno. «Spaventato dalla strage compiuta dal Covid, anche lo Stato si è accorto che chi ha i capelli bianchi è una ricchezza e va tutelato. La Carta, che Famiglia Cristiana allega, testimonia il cammino culturale, politico e giuridico fatto dal nostro Paese in questi mesi», puntualizza monsignor Paglia. «Tutto ciò assume un significato particolare perché viviamo un periodo di calo demografico e di invecchiamento della popolazione (ci sono 14 milioni di ultrasessantacinquenni, siamo il secondo Paese al mondo per anziani, dopo il Giappone). Dati che parlano di una carenza di speranza in questa nazione, di sfiducia verso il futuro. È urgente riportare il tema della famiglia all’attenzione della società tutta e, in particolare, della politica», conclude monsignor Paglia.

Il documento, frutto del lavoro della Commissione ministeriale per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, presieduta proprio da monsignor Paglia, s’apre con l’introduzione del ministro della Salute, Roberto Speranza. «Mi ha molto colpito», scrive il ministro, «quanto la stesura della Carta vada ad illuminare (e spero correggere) una condizione umana spesso emarginata, calpestata nella vita di tutti i giorni e ancor più mi colpisce il fatto che tutti noi potremmo un giorno essere dentro tale condizione e divenirne vittime. All’incontestabile sorte di “scarto” assegnata a molti nostri concittadini over 65, la Carta contrappone una condizione degli anziani molto diversa: li presenta come un possibile motore di sviluppo inclusivo del Paese. Da problema a chance, insomma, in un rovesciamento di paradigma che aiuterà ognuno di noi a vivere una vecchiaia più rispettata, più accudita, più felice». Dip 24

 

 

 

 

 

La dignità

 

La crisi economica ha accentuato le differenze sociali, che ci sono sempre state, e il progressivo isolamento collettivo è realtà che non possiamo più sottovalutare. Anche l’Italia è a una svolta storica che ha già evidenziato complessi problemi per il rinnovamento del Paese. La stagione della ristrutturazione avrebbe dovuto iniziare, però, assai prima del Covid-19.

 Ora, tuttavia, dovrebbe farsi strada la solidarietà che, almeno nella norma, non è mai stata la prima donna della nostra società. Il periodo che dovremo affrontare sarà difficile e a tempo indeterminato. Per riuscire a varare una nuova fase nazionale che stimoli il lavoro per tutti. Un’impresa difficile ma fondamentale.

 

Il nostro Paese è parte di un sistema internazionale che ne condivide le sorti. Anche non volendolo espressamente. Oltre le promesse, non ancora concretate, c’è l’emarginazione e la disperazione per quanto abbiamo perduto. Tornare a una vita dignitosa non è solo l’aspetto politico della nostra situazione. Superata, speriamo presto, l’emergenza sanitaria, è indispensabile muoverci per dare una mano a tutti per favorire una ripresa dignitosa e comunitaria.

 

 La burocrazia, male tipicamente nazionale, dovrà essere sostituita dall’impegno civile che ci coinvolga tutti. Nessuno escluso. Quindi, meno politica e più fatti. Oggi c’è una Società da riedificare e un’economia da riscoprire. In altri termini, si dovrà favorire quel diritto alla dignità che un virus assassino sembra aver relegato tra le cose irrecuperabili. Per auspicare la ripresa bisogna fornire prove concrete di volerlo realmente. Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

Corte di Giustizia EU: le prestazioni familiari devono essere erogate anche per i figli residenti all’estero

 

È una pietra miliare del diritto sociale comunitario la recente sentenza della Corte di Giustizia europea che ha praticamente affermato che le prestazioni sociali – come ad esempio le detrazioni per carichi familiari e l’assegno al nucleo familiare (ANF) – non possono essere ridotti se i figli del soggetto avente diritto sono all’estero.

 

La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 16 giugno 2022 potrà avere importanti conseguenze sui diritti alle prestazioni familiari di persone che vivono in Italia ma che hanno i figli residenti all’estero per i quali la nuova normativa sull’Assegno unico universale ha negato dal 1° marzo u.s. il diritto alle detrazioni e all’Anf per i figli a carico di età inferiore ai 21 anni.

 

La sentenza, riferita alla Causa n. C-328/2020, ha affrontato ciò che è stato considerato un inadempimento da parte della Repubblica d’Austria in materia di libera circolazione dei lavoratori e di parità di trattamento in merito alle prestazioni familiari.

 

In sintesi, la Corte ha ritenuto illegittimo il comportamento della Repubblica d’Austria che aveva introdotto, per i lavoratori i cui figli risiedono in modo permanente in un altro Stato membro, un meccanismo di riduzione degli assegni familiari e del credito d’imposta per figli a carico (proprio le prestazioni che l’Italia sta negando ai soggetti residenti in Italia ma con figli residenti all’estero) venendo meno così agli obblighi ad essa incombenti in forza del Regolamento CE n. 883 relativo al Coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale e del Regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione.

 

La Corte di Giustizia ha stabilito pertanto, in sintesi,  che gli assegni familiari e il credito d’imposta per figli a carico devono essere conformi, in particolare, all’articolo 7 del regolamento n. 883/2004, il quale prevede che, a meno che detto regolamento non disponga diversamente, siffatte prestazioni «non sono soggette ad alcuna riduzione, modifica, sospensione, soppressione o confisca per il fatto che il beneficiario o i familiari risiedono in uno Stato membro diverso da quello in cui si trova l’istituzione debitrice».  

 

A tal riguardo, occorre ricordare che l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 sancisce il principio in virtù del quale una persona ha diritto alle prestazioni familiari per i familiari che risiedano in uno Stato membro diverso da quello competente a erogare tali prestazioni, come se essi risiedessero in quest’ultimo Stato membro (sentenza del 22 ottobre 2015, Trapkowski, C 378/14, EU:C:2015:720, punto 35).

 

Inoltre, la Corte ha dichiarato in più occasioni che gli articoli 7 e 67 del regolamento n. 883/2004 mirano a impedire che uno Stato membro possa subordinare la concessione o l’importo delle prestazioni familiari alla residenza dei familiari del lavoratore nello Stato membro che eroga le prestazioni (v., segnatamente, sentenza del 25 novembre 2021, Finanzamt Österreich (Assegni familiari per cooperanti), C 372/20, EU:C:2021:962, punto 76).

 

Ora alla luce di questa importante sentenza cosa farà il Governo italiano che ha sospeso dal 1° marzo u.s. l’erogazione delle prestazioni familiari ai soggetti residenti in Italia ma con figli iscritti all’Aire o comunque residenti all’estero?  

 

Si ricorderà che noi avevamo già denunciato il comportamento del Governo italiano e segnalato la possibilità che la nuova legge sull’Assegno unico fosse in contrasto (con riferimento all’esportabilità delle prestazioni familiari) con il diritto comunitario.

 

La Corte di Giustizia europea ci ha dato ragione anche se limitatamente ai diritti dei lavoratori i quali svolgono la loro attività lavorativa in Italia e hanno i familiari residenti nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea (purtroppo non ci sono invece ancora novità in merito ai diritti negati ai cittadini italiani residenti all’estero ai quali sono state sospese le prestazioni familiari, anche se questa Sentenza apre nuove possibilità).

 

Resta ora da valutare se alla luce di questa importante sentenza possa essere ancora avvalorata la tesi sostenuta dall’Inps nella circolare n. 23/2022 in base alla quale il diritto all’Assegno unico debba essere vincolato al fatto che i figli aventi potenziale diritto debbano far parte dello stesso nucleo ISEE del genitore, cioè debbano essere conviventi. Tesi che ha escluso dalla concessione delle prestazioni familiari i cittadini residenti in Italia ma con figli in un altro Stato europeo.

 

Si ricorderà tuttavia che lo stesso Inps aveva sollevato dei dubbi sulle misure restrittive adottate ed aveva rimandato l’orientamento definitivo ad ulteriori valutazioni. Ora questa sentenza si spera avrà degli effetti concreti a tutela dei diritti di tanti lavoratori. Angela Schirò dip. 20.6.

 

 

 

 

“Le politiche della speranza” per l’Italia

 

Una riforma della cittadinanza per i figli di immigrati potrebbe alleviare la crisi dello Stato sociale - di Francesco Occhetta

 

L’infanzia in Italia è a rischio di estinzione e i dati pubblicati dall’Istat non lasciano spazio a interpretazioni. In quindici anni la popolazione composta da bambine, bambini e adolescenti è diminuita di circa 600 mila minori e meno di un cittadino su sei non ha compiuto i 18 anni.

“Le politiche della speranza” di cui l’Italia ha bisogno richiedono che la classe politica promuova sia politiche e investimenti orientati ai giovani e alla genitorialità sia lo ius soli (almeno) a favore dei bambini che sono nati in Italia, parlano i nostri dialetti, riempiono le aule scolastiche e sono il futuro del Paese. Siccome, però, questo tema non paga a livello elettorale si preferisce posticipare un problema urgente.

Qualche anno fa il dibattito sulla cittadinanza ruotava sui criteri giuridici per attribuirla: lo ius sanguinis (diritto del sangue) e lo ius soli (diritto del suolo). Ma oggi tutto tace perché il tema rimetterebbe in gioco la nozione di Stato e di Nazione, il modello di integrazione degli immigrati, il significato antropologico ed etico di straniero che l’attuale classe dirigente non sembra capace di affrontare. Si tratta di un dibattito antico: per Atene erano la terra e il sangue a definire la cittadinanza, per Roma, come scrive Cicerone nelle Leggi, è la zolla della propria terra d’origine ad assegnare la cittadinanza.

In Italia, com’è noto, il principio che regola l’acquisto della cittadinanza è lo ius sanguinis: si diventa cittadini italiani perché si è nati da un genitore in possesso della cittadinanza. L’ordinamento riconosce anche il criterio alternativo dello ius soli, limitandolo però ai figli di genitori ignoti o apolidi, ai figli di genitori il cui Stato nega la cittadinanza per i figli nati all’estero, ai nascituri abbandonati nel territorio italiano.

Certo, da una parte è antistorico mantenere l’antica idea di nazionalità che delimitava «il dentro e il fuori» del godimento dei diritti politici, dall’altra è ingenuo ritenere un allarme sociale permettere che le seconde generazioni acquistino la cittadinanza. Quello che sembra poco coerente è che un bambino che nasce nel nostro Paese da genitori stranieri debba attendere di avere 18 anni per richiedere la cittadinanza, mentre i suoi genitori devono attendere 10 anni. Sembra un paradosso, ma attualmente acquisiscono la cittadinanza italiana bambini nati all’estero da genitori italiani, che magari verranno in Italia solo come turisti, e la si nega a chi vive e costruisce il Paese.

Se diritto allo ius soli puro non si riesce ad approvare, è comunque possibile prevedere uno ius soli temperato. Questo si può regolare in due modi: o prevedendo l’elemento della stabilità della famiglia di origine che risieda da almeno 5 anni. Di pari ragionevolezza ci sembra la proposta di introdurre lo ius culturae: la cittadinanza ottenuta, alla fine di un percorso scolastico, dai figli di genitori da tempo residenti che potrebbe valere anche per i non nati in Italia. Questa scelta avrebbe il vantaggio di riconoscere e valorizzare i percorsi d’integrazione compiuti, e aiuterebbe a superare le resistenze di chi si oppone allo ius soli puro. Poco realistico sarebbe ridurre a un anno il tempo per richiedere la cittadinanza dei nati in Italia, come è stato chiesto da molte associazioni del Terzo settore.

Non ci stanchiamo di esortare il dibattito politico a elevare la discussione sull’accoglienza, il bene comune, l’educazione e l’identità, non limitandoli al solum o al sanguis, bensì alla cultura. Una riforma della cittadinanza potrebbe anche alleviare la crisi dello Stato sociale – precarietà, omologazione del diverso... –, per trasformare il rancore in incontro, la frustrazione in accoglienza, l’esclusione in partecipazione. Vita pastorale, giugno

 

 

 

La verifica

 

Entro l’autunno, l’Esecutivo Draghi dovrà sostenere la sua prima verifica politica. Evitare tale passaggio sembra difficile. Dal punto di vista numerico, con la maggioranza parlamentare che consente la vita a questo Governo, i conti tornerebbero. Però, si sono moltiplicate preoccupazioni d’ordine di programma che il Capo dell’Esecutivo non potrà evitare.

 

Se non ci saranno indicazioni utili per una ripresa socio/produttiva del Paese, il Governo dovrà rendere conto all’eterogenea Maggioranza parlamentare che lo sostiene Resta, questa, una circostanza necessaria che presenta non pochi interrogativi logistici. Il problema rimane la stabilità dell’attuale formula di Governo. Non a caso, il nostro Primo Ministro non ha ancora assunto una posizione definita nei confronti degli alleati. Il rischio politico non è tanto inverosimile e, di conseguenza, un chiarimento di programma dovrà essere spiegato.

 

Proprio per l’incertezza della situazione, non esprimiamo un parere univoco. Però, si potrebbero presentare problemi di “convivenza” tra i partiti. Insomma, l’incertezza di sistema potrebbe perdurare. Con la primavera, ci sarà la verifica sul “campo” su numerosi provvedimenti che l’Esecutivo dovrà presentare al Potere Legislativo per la loro concreta attuazione. Solo allora, ma non prima, avremo l’opportunità di “saggiare” la validità dell’impegno che il Dott. Draghi ha assunto nei confronti del Popolo italiano. Un riscontro che potrebbe celare differenti situazioni d’alleanza. Mentre si prepara la “verifica”, sollecitiamo il varo di una nuova legge elettorale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Tre strade per attuare la difesa comune europea

 

Di difesa europea si parla dal 1954 ma il momento è davvero arrivato. Il consenso da solo però non basta: è necessario identificare prima di tutto un equilibrio accettabile tra duplicazioni da evitare, spese da ridurre e autonomia nazionale cui rinunciare. Di “esercito europeo” invece sarebbe meglio non parlare: oggi creerebbe più problemi che altro, soprattutto sul piano di comando e logistica.

Partire da problemi concreti e progetti specifici per far fronte alle difficoltà economiche e tecnologiche e favorire economie di scala e l’integrazione tra quei Paesi che la desiderino, abbandonando un’unanimità impossibile a favore di decisioni prese da un gruppo limitato ma trainante di Paesi chiave. Nella difesa, non siamo tutti uguali.

Problemi di coordinamento e ottimizzazione

I 27 spendono per la difesa 220 miliardi di euro all’anno, contro i circa 700 degli USA. Questo dovrebbe rendere la Ue un colosso militare. Invece, pur spendendo il 32% della spesa Washington, i Paesi dell’Unione non arrivano al 10% delle capacità militari americane.

Il Parlamento europeo ha quantificato in 45 miliardi l’anno i risparmi possibili con più coordinamento su armamenti e procurement: risorse che potrebbero potenziare forze armate integrate e che invece si perdono in assetti spesso obsoleti ancor prima di essere dispiegati, una conseguenza inevitabile di spese nazionali ingenti e spalmate su molti anni.

Con 150 tipi di equipaggiamenti diversi contro i 30 degli USA, le forze armate europee hanno in comune poco più di carburante e munizioni, e la loro interoperabilità è garantita solo dalla Nato. La strada è, citando il Presidente Draghi, “costruire un coordinamento efficace” e “ottimizzare i nostri investimenti in spesa militare”: sono concetti espressi da tempo ma, salvo poche eccezioni, rimasti quasi sempre sulla carta, in parte per reticenze degli Stati a perdere sovranità e in parte per una storica quanto obsoleta riluttanza americana ad una vera integrazione europea nella difesa.

Tre strade percorribili

Tre sono le strade possibili da subito, per migliorare integrazione e specializzazione e cancellare duplicazioni, incompatibilità e lacune che rendono impossibili operazioni militari europee autonome.

La prima è aumentare il pooling & sharing, ovvero la condivisione di capacità militari esistenti e in esubero e l’acquisto congiunto di assetti disponibili sul mercato. Grazie all’Agenzia Europea della Difesa (Eda), qualche passo in avanti è stato compiuto su comunicazioni satellitari, rifornimento in volo e altro ma molto resta da fare in campi quali logistica, munizioni, comunicazioni e addestramento.

Grandi risparmi potrebbero arrivare anche dall’applicazione delle direttive europee 43 e 81 del 2009 sull’approvvigionamento, su cui non a caso la Commissione è tornata di recente, ribadendo gli incentivi al procurement congiunto, con esenzioni IVA, nuovi strumenti finanziari e il Fondo europeo per la difesa.

Una terza strada è quella che porta ad una base tecnologica e industriale di difesa comune, che superi le tecnologie nazionali e porti all’autosufficienza. Un’ottima idea, rimasta incagliata su rendite nazionali, interessi commerciali divergenti e sospetti incrociati all’interno della Ue e tra Ue e Usa. Anche in questo caso, oltre alle possibilità già garantite dai trattati, sarebbe bene partire identificando progetti di interesse comune, troppo impegnativi sul piano tecnologico e finanziario per essere affrontati dai singoli Stati. La “Bussola strategica” Ue dà priorità al trasporto strategico, alle comunicazioni satellitarie alla cybersecurity. Le iniziative europee devono però essere inserite nelle pianificazioni nazionali per spingere gli Stati a cooperare sul serio. Alessandro Azzoni, Aff.Int 20.6.

 

 

 

 

“Patronati punto di riferimento per le comunità e antidoto contro paure”. Tutelare i media all’estero

 

Roma – “Siamo grati al lavoro che le Acli svolgono, in Italia e all’estero. Veniamo da due anni in cui la pandemia prima e la guerra ora hanno creato incertezze sul futuro. Sulle quali ha soffiato una parte politica. Proprio le Acli sono il migliore antidoto contro tali paure. Perché rappresentano un punto di riferimento per le comunità”. Lo ha dichiarato la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri, intervenendo ad Utrecht al congresso delle Acli dei Paesi Bassi.

“Le Acli rendono concretamente più facile la vita dei nostri connazionali grazie alla disponibilità umana e al supporto garantito, specialmente nell’attuale fase storica in cui si sono purtroppo accavallate grosse difficoltà nei consolati e nella pubblica amministrazione. Riuscendo inoltre a offrire occasioni anche dal punto di vista formativo, grazie ai posti di praticantato riservati ai giovani del servizio civile. In questo modo le Acli assumono una doppia valenza, offrendo sia servizi ai ai connazionali all’estero che qualificazione per le nuove generazioni”.

“Come forza di maggioranza ci siamo impegnati per rendere più accessibile la pubblica amministrazione. Attraverso la digitalizzazione, il potenziamento del personale nei consolati così come delle risorse da destinare ai patronati e per una convenzione tra questi ultimi e il Maeci, che riconosca i tanti servizi offerti. Il mio personale impegno politico è convintamente a sostegno dei patronati. Ed è importante che prosegua la collaborazione tra istituzioni e Acli. Il Paese ha bisogno del loro lavoro”.

“Media per italiani all’estero garantiscono esercizio diritti democratici. Importante tutelarli” 

“L’informazione preserva la democrazia, garantendone l’esercizio dei diritti. Un ruolo svolto in prima linea dai media rivolti agli italiani nel mondo. Pur vivendo distanti, i connazionali residenti all’estero riescono a mantenere il legame con il Paese di origine proprio grazie all’informazione a loro dedicata da giornali, agenzia, radio e tv. Che li tiene costantemente aggiornati sia sulle questioni interne all’Italia che su quelle che riguardano la loro circoscrizione. In questo modo, gli iscritti Aire possono partecipare attivamente alla sua vita politica, prendendo parte alle votazioni per le elezioni e per i referendum, così come per il rinnovo degli organi di rappresentanza, dai Comites al Cgie”.

Lo dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri, promotrice del convegno ‘Informazione senza confini - Centralità degli organi di stampa per gli italiani nel mondo’ lunedì 27 giugno, dalle ore 15.30 alle 19.30, presso la sala Zuccari del Senato e in diretta streaming su webtv.senato.it.

“Viviamo una fase di trasformazioni, che hanno investito anche le istituzioni e la rappresentanza degli italiani nel mondo. La comunità dei residenti all’estero continua a crescere, con un incremento dell’82 per cento negli ultimi sedici anni. A fronte di questa nuova ondata di emigrazioni, gli iscritti Aire si troveranno invece ad essere rappresentati da un numero ridotto di eletti a causa del taglio dei parlamentari. In questo scenario, il ruolo svolto dagli organi di informazione diventa ancora più centrale. Poiché il loro lavoro rende possibile un elettorato consapevole. I media per i connazionali nel mondo garantiscono quindi l’esercizio dei diritti democratici. È importante sostenerli. Tutelando l’editoria italiana all’estero – conclude Garavini -, preserviamo le nostre stesse comunità”.

Il convegno si aprirà con i saluti della senatrice Garavini e del Sottosegretario all’Editoria Giuseppe Moles. Il dibattito, moderato dalla giornalista parlamentare Maria Vittoria Ceccato, vedrà il contributo di agenzie di stampa, radio e tv di settore.

Nello specifico, per il primo panel ‘Italiani in onda – radio e tv: la voce dei connazionali’ interverranno il direttore di Rai Italia Fabrizio Ferragni; Leo Caruso di Radio Lora, Svizzera; Lorenzo Ponzo di Radio Hitalia, Belgio; Tommaso Pedicini di Radio Cosmo, Germania; Phil Baglini di London One Radio, Regno Unito; Pietro Lunetto di Radio Mir, Belgio; Maurizio Pittau di Radio Dublino, Irlanda.

È dedicato invece alle agenzie il secondo panel ‘Battere il secondo – l’immediatezza delle agenzie di stampa’, che vedrà gli interventi di Isabella Liberatori direttrice di 9colonne; Giuseppe Della Noce, direttore Aise; Daniela Mogavero per Askanews; Goffredo Morgia direttore di Inform e Maria Ferrante, direttrice di Italian Network.

Spazio poi ai giornali italiani all’estero con il terzo panel ‘Notizie tra le righe – l’importanza della carta’, dove si susseguiranno Maria Grazia Galati direttrice di Passaparola, Lussemburgo; Maria Bernasconi de L'Eco, Svizzera; Giangi Cretti direttore de La Rivista, Svizzera; Viviana Facchinetti per l’Arena di Pola; Maurizio Tomasi per Trentini nel mondo; Oscar De Bona direttore della rivista Bellunesi nel mondo. Infine il quarto panel ‘Il futuro è digitale? - giornali on line’, con Francesco Ragni per londraitalia.com, Regno Unito. Dip 20.6.

 

 

 

La situazione

 

Questo Esecutivo non ci ha convinto.  Ci sono, infatti, delle pregiudiziali che il Parlamento dovrebbe considerare prima di legiferare. Solo resta la certezza di un’economia che stenta a risollevarsi proprio per l’effetto di un Esecutivo che vive per un’instabile fiducia parlamentare.

Come si può sperare nel plauso del Popolo italiano quando la disoccupazione resta la prima donna della Penisola? La mancanza di lavoro è anche l’evidente segnale di sfiducia in una politica che resta poco comprensibile anche per gli esperti. Le “promesse”, quelle che fanno in molti, non bastano e, neppure, servono per “sollevare” un morale che è a terra da troppo tempo.

 Le strategie economiche si sono rivelate già perdenti. Senza la fiducia imprenditoriale, sarà difficile risalire la china. Il 2022 non sarà l’anno della“svolta”. A parole, tutto sembra possibile. In pratica è tutta un’altra musica. Le stonature non sono mancate. Adesso non è difficile fare “promesse”; il complicato sarà, poi, mantenerle.

 Insomma, ci sono troppi interrogativi che esigono, giustamente, risposte. L’attuale alleanza politica non consente una focalizzazione reale dei problemi. Dato che le incertezze minano ogni possibile ripresa, ci sono pochi aspetti da coltivare. Ci saranno mesi da gestire, con intelligenza, per evitare di rimanere dove stiamo andando. Cioè al tracollo. Tra l’altro, sembra che il Patto di Centro/Sinistra abbia già dato segnali di provvisorietà che è tornata alla ribalta operativa. Frattanto, la situazione nazionale resta difficile e sempre meno affidabile. Con l’inverno, non prevediamo novità. Il cambio di stagione politico resta, purtroppo, lontano. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Avviato l’esame dei disegni di legge per l’istituzione della Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo

 

ROMA – La Commissione Esteri del Senato ha esaminato i disegni di legge sull’istituzione di una Commissione parlamentare per gli italiani nel mondo, e deciso di adottare come testo base quello già approvato della Camera dei deputati e già risultante dell’unificazione delle proposte a prima firma Fausto Longo (Psi, ripartizione America meridionale), Nicola Carè (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), Fucsia FitzGerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale), Massimo Ungaro (Italia Viva, ripartizione Europa), Angela Schirò (Pd, ripartizione Europa); Elisa Siragusa (Misto, ripartizione Europa), Paolo Formentini (Lega).

Ad illustrare i disegni di legge la relatrice Laura Garavini (Italia Viva, ripartizione Europa) che, presentando il testo approvato dalla Camera, ricorda che l’istituzione della Commissione parlamentare bicamerale per gli italiani nel mondo ivi proposta è preposta a “svolgere compiti di indirizzo e controllo sulle politiche e sugli interventi riguardanti i cittadini italiani residenti all’estero, tenendo conto dell’evoluzione sociale, culturale, civile e generazionale avvenuta nei diversi contesti geopolitici, sia per rilevarne e risolverne i problemi, sia per individuare le modalità più idonee a promuoverne la partecipazione al perseguimento del progresso economico, scientifico e culturale e degli interessi nazionali della Repubblica”. La Commissione è inoltre chiamata a “promuovere politiche di sostegno agli italiani all’estero, a studiarne e approfondirne le questioni, oltre che a realizzare attività di ricognizione e proposta nelle materie attinenti ai fenomeni di mobilità degli emigranti italiani, con particolare riferimento ai giovani diplomati e laureati che lasciano il territorio nazionale per ragioni di lavoro, di studio e di ricerca”.

Un secondo disegno di legge, a prima firma della stessa Garavini, è finalizzato “all’istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale sull’emigrazione e la mobilità degli italiani nel mondo, avente il compito di conoscere, approfondire e avanzare proposte sui diversi aspetti della condizione degli italiani all’estero, sui fenomeni di nuova mobilità, riguardanti in particolare i giovani diplomati e laureati, e sui flussi di nuova emigrazione che si sono riaccesi sotto la spinta delle difficoltà occupazionali dell’ultimo decennio e con lo sviluppo della mobilità a livello internazionale”.

Infine, un terzo disegno di legge, a prima firma Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), è volto all’istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale sull’emigrazione italiana nel mondo, avente il compito di conoscere e meglio approfondire il fenomeno dell’immigrazione italiana all’estero, e di avanzare proposte sui diversi aspetti della condizione degli italiani all’estero e dei flussi di emigrazione.

La relatrice tiene a precisare come le proposte in esame discendano dalla consapevolezza circa il rilievo sempre più marcato, sul piano economico, sociale e culturale, assunto dalla comunità degli italiani residenti all’estero, che in base ai dati dell’ultimo Rapporto della Fondazione Migrantes, sono quasi 5,5 milioni nel 2020 – limitatamente agli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire). Nel 2006 essi erano invece circa 3,1 milioni. Garavini richiama il loro contributo prezioso all’Italia,” non solo dal punto di vista economico, stante anche la diretta correlazione esistente tra la loro presenza e l’aumento dell’export di prodotti italiani verso le rispettive aree di residenza, ma anche perché essi stessi rappresentano i primi ambasciatori della lingua e della cultura italiane oltre i confini nazionali”.

Visto dunque il loro numero e l’aspettativa di una loro ulteriore crescita, i provvedimenti in esame sono finalizzati ad istituire un apposito organo parlamentare bicamerale di confronto e approfondimento, dove i rappresentanti eletti nella circoscrizione Estero e gli altri parlamentari indicati quali membri effettivi possano confrontarsi sui temi inerenti agli italiani all’estero.

Garavini approfondisce poi il testo già approvato dalla Camera dei deputati, ricordando come in esso viene anche previsto che la Commissione stabilisca un programma di attività avvalendosi del contributo delle comunità italiane all’estero, delle Regioni, delle Amministrazioni pubbliche, del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie), dei Comitati degli italiani all’estero (Comites) e delle principali associazioni degli italiani all’estero.

Il testo definisce quindi i principali ambiti di attività della Commissione, riguardanti, fra gli altri, “la valutazione della coerenza della legislazione vigente con il rispetto e con il sostegno dei fondamentali diritti sociali, civili e politici dei migranti italiani, la verifica del percorso d’integrazione compiuto dagli italiani presenti nei rispettivi Paesi di residenza e l’eventuale esistenza di situazioni di emarginazione e discriminazione nei loro confronti, indicando gli interventi per la tutela dei loro diritti e proponendo misure di orientamento e di accompagnamento, in Italia e all’estero”. Tra le ulteriori attività della Commissione, si richiamano lo studio delle questioni riguardanti le nuove generazioni di discendenti di cittadini italiani, la promozione integrata del sistema Italia, la ricognizione dell’imprenditoria italiana all’estero e la promozione della diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo in un quadro interculturale e multilinguistico, valorizzando in particolare le espressioni storico-culturali delle comunità italiane. Viene anche previsto – aggiunge la relatrice – che la Commissione, sulla base dell’analisi dell’emigrazione italiana e di tutte le forme di mobilità degli italiani nel mondo, adotti atti di indirizzo per contrastare fenomeni migratori malsani e nocivi per il pieno sviluppo del Paese, e per promuovere un processo migratorio circolare delle persone e delle competenze, al fine di rendere l’Italia una comunità di attrazione e non di appartenenza.

La Commissione è chiamata anche a promuovere l’adeguamento degli istituti della rappresentanza degli italiani all’estero all’evoluzione delle comunità italiane nel mondo, il monitoraggio sulla legge elettorale per la circoscrizione Estero al fine di rendere efficaci e sicure le modalità di voto e sostenerne la partecipazione dei connazionali alle consultazioni locali nei Paesi di insediamento, e l’adeguamento della rete e dei servizi consolari e diplomatici italiani nel mondo. Inoltre, è chiamata a promuovere l’adozione d’iniziative per il rafforzamento dei media di lingua italiana all’estero, la predisposizione di indirizzi per l’assistenza dei connazionali, l’aggiornamento della regolamentazione dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), una riforma dei patronati italiani all’estero e la sottoscrizione di accordi internazionali in materia di tutela del lavoro, sociale, previdenziale e tributaria e per facilitare scambi tra università o altri istituti di alta formazione italiani e stranieri. Di rilievo anche l’attività di promozione del dialogo con i parlamentari di origine italiana eletti negli Stati esteri allo scopo di comparare le rispettive legislazioni in materia di diritti dei migranti e di misure di integrazione, e le iniziative volte a favorire la partecipazione degli italiani residenti all’estero alle politiche italiane di cooperazione allo sviluppo, a realizzare una rete di rapporti permanenti con i nuovi migranti ed efficaci misure atte a favorire i rientri, oltre che l’approfondimento delle tematiche attinenti la situazione degli italiani residenti all’estero, di quelli rimpatriati e di coloro che intendano trasferire all’estero la propria residenza.

Per quanto riguarda la composizione, il disegno di legge prevede che la Commissione sia formata da diciotto senatori e diciotto deputati, nominati pariteticamente dai Presidenti delle Camere su designazione dei gruppi, in modo da assicurare la presenza di almeno un rappresentante per ciascun gruppo costituito in almeno uno dei due rami del Parlamento, e in modo proporzionale alla consistenza dei gruppi, garantendo l’equilibrata rappresentanza dei sessi e la partecipazione come membri della Commissione a tutti gli eletti all’estero.

Viene previsto che i Presidenti delle Camere convochino la Commissione entro novanta giorni dall’inizio della legislatura per la propria costituzione e vengono indicate le modalità per l’elezione dei componenti e il suo funzionamento.

La Commissione, che approva un proprio regolamento interno, può ascoltare rappresentanti del Governo, delle regioni e degli altri enti pubblici, e esponenti della comunità degli italiani all’estero, acquisire dati e informazioni e documenti dalle Amministrazioni pubbliche – e del Maeci in particolare – e da organismi europei e internazionali. Può, inoltre, compiere missioni, anche all’estero, qualora ravvisi l’esigenza di approfondire l’esame di aspetti relativi alla condizione degli italiani ivi residenti, anche al fine di verificare l’esistenza di eventuali criticità così come presso le istituzioni dell’Unione europea o presso organizzazioni internazionali. Il disegno di legge dispone poi che la Commissione elabori annualmente una relazione da presentare alle Camere sull’attività svolta, e possa trasmettere relazioni e segnalazioni alle Camere e al Governo quando lo ritenga. È anche previsto per il Cgie l’obbligo di trasmettere annualmente alla Commissione una relazione sullo stato delle comunità italiane all’estero.

La Commissione conviene sulla proposta formulata dalla presidente Stefania Craxi di adottare il testo di quest’ultimo disegno di legge come testo base per il seguito della discussione congiunta. (Inform/dip 19)

 

 

 

Assegno unico e italiani all’estero: urgono chiarimenti

 

Non è accettabile che migliaia di italiani residenti all’estero siano stati improvvisamente “espropriati” delle agevolazioni fiscali e previdenziali di cui godevano da anni e che rappresentavano un legittimo contributo da parte dello Stato italiano al sostegno della loro famiglia.

 

È proprio ciò che è avvenuto dal 1° marzo di quest’anno quando l’assegno al nucleo familiare (Anf) e le detrazioni per figli a carico di età inferiore ai 21 anni sono stati abrogati e sostituiti dall’Assegno unico che però è stato vincolato alla residenza in Italia.

 

Mi batto da un anno per il ripristino delle agevolazioni soppresse per i nostri connazionali i quali pur risiedendo all’estero hanno pagato e pagano le tasse in Italia potendo così essere considerati, a tutti gli effetti, contribuenti italiani.

 

Con la mia interrogazione al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali ho evidenziato che l’improvvisa perdita, quindi, di detrazioni e Anf non compensata dall’Assegno unico ha prodotto un grave vulnus umano ed economico per migliaia di contribuenti italiani residenti all’estero i quali hanno subito una considerevole riduzione del loro reddito con conseguenze spesso drammatiche sul loro tenore di vita.

 

Ma non ho solo sollevato principi umanitari (oggigiorno di difficile comprensione) ma ho bensì sottolineato anche e soprattutto il pasticcio giuridico causato da un legislatore che non ha previsto o ignorato gli evidenti conflitti e le possibili violazioni del diritto comunitario e internazionale.

 

Nell’interrogazione, depositata in Commissione Affari Sociali, ho rilevato che in più occasioni la Corte di Giustizia europea ha sentenziato che (sulla scorta dell’articolo 7 del regolamento n. 883/2004, intitolato «Abolizione delle clausole di residenza») le prestazioni in denaro dovute a titolo della legislazione di uno o più Stati membri non sono soggette ad alcuna riduzione, modifica, sospensione, soppressione o confisca per il fatto che il beneficiario o i familiari risiedono in uno Stato membro diverso da quello in cui si trova l’istituzione debitrice.

 

E anche che, per quanto riguarda i contribuenti residenti in Italia che si sono visti sospendere le prestazioni familiari che percepivano per il loro nuucleo familiare residente all’estero,  la Corte di Giustizia ha sentenziato che (l’ultima sentenza in materia è quella riferita alla Causa n. 328/2020 del 16 giugno 2022 di cui ho dato ampio resoconto in un mio recente comunicato) una persona ha diritto alle prestazioni familiari ai sensi della legislazione dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro.

 

Ebbene alla luce di queste considerazioni, ho chiesto al Ministro se, in conformità con quanto disposto da regolamenti e direttive comunitari e da numerose sentenze della Corte di Giustizia europea, non ritenga che l’Assegno unico universale debba essere concesso anche ai cittadini italiani residenti all’estero i quali pagano le imposte sul reddito in Italia e non sono percettori di analoghe prestazioni all’estero, o che comunque non sia opportuno ripristinare per loro il diritto, revocato dal 1° marzo 2022, alla concessione dell’assegno al nucleo familiare (ANF),  e delle detrazioni per figli a carico di età inferiore ai 21 anni, e inoltre non sia legittimo e opportuno, anche a seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia europea summenzionata, concedere le prestazioni familiari (ora negate) ai lavoratori residenti in Italia ma con nucleo familiare residente all’estero.

Il mio impegno sulla questione continua, sostenuto anche dall'iniziativa dei colleghi PD al Senato, nella speranza che si possa arrivare ad una risposta risolutiva in tempi accettabili. Angela Schirò, dip 23

 

 

 

 

Svolta la cinquantottesima assemblea della Bellunesi nel Mondo

 

BELLUNO – Si è svolta ieri la cinquantottesima assemblea dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, che nella nota diffusa in proposito segnala la presenza all’incontro del neo sindaco di Belluno, Oscar De Pellegrin, e del ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, con cui si è discusso in particolare della proposta di allestire in loco il MET – Museo dell’Emigrazione Triveneta.

Un’iniziativa da tempo avanzata dal sodalizio, anche con una raccolta firme sottoposta al Ministero della Cultura nel 2016, e a cui hanno assicurato il proprio impegno De Pellegrin e D’Inca, in sinergia anche con il presidente della Provincia Roberto Padrin.

La sede – si legge nella nota dell’Abm – sarebbe già stata individuata: sorgerebbe in via Feltre, nell’area del parcheggio Ex M.O.I. (di proprietà comunale). Necessarie le risorse, capitolo su cui il numero uno dell’associazione emigranti, Oscar De Bona, ha chiamato in causa il ministro D’Incà, chiedendo una sua collaborazione affinché possa bussare alle porte dei Ministeri degli Esteri e della Cultura per un sostegno. “Non posso fare promesse – la risposta dello stesso D’Incà – ma garantisco che lavoreremo affinché il polo museale del Triveneto possa nascere all’interno della città di Belluno”. L’assemblea annuale, oltre a fare il punto su attività passate, presenti e future su cui l’Abm è impegnata, e a dare spazio alle voci di vecchi e giovani emigranti (testimonianze sono arrivate dal Belgio, dalla Cina, dalla Spagna, dall’Argentina, dal Brasile, dal Messico, dalla Croazia e dalla Svizzera), è stata anche l’occasione per richiamare l’attenzione sulla nuova legge del Terzo Settore. “Una novità che, con oneri aggiuntivi e burocrazia sempre più complessa, sta mettendo in crisi diverse associazioni, molte delle quali si vedranno costrette a chiudere – ha affermato De Bona. Da qui l’appello alle istituzioni: “Sarebbe importante che la normativa venisse rivista e snellita. Ne va del futuro del nostro territorio e non solo”.

Territorio per il quale l’Abm è da sempre attiva nel fare da ponte con il resto del mondo, anche in collaborazione con le altre realtà che animano la provincia dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Ecco perché nella riunione di ieri sono stati presentati tre progetti che vedono l’Associazione al fianco di Ulss 1 Dolomiti, Confindustria e Confartigianato. Nel primo caso, la cooperazione ha permesso di individuare oltre duecento tra medici e professionisti della sanità che dall’Argentina sarebbero interessati a trasferirsi nel Bellunese, in modo da far fronte alla carenza di personale da tempo lamentata dall’azienda sanitaria. “Un percorso proficuo – ha sottolineato la direttrice generale dell’Ulss, Maria Grazia Carraro -. Abbiamo già tenuto diversi colloqui e con alcune figure siamo già all’opera per il riconoscimento dei titoli di studio”. Con gli industriali l’Abm si è invece attivata per far nascere – «primo caso a livello nazionale», ha messo in luce Andrea Ferrazzi, direttore di Confindustria – una sezione di aziende dei “bellunesi nel mondo”, formata da imprenditori bellunesi o con origini bellunesi all’estero. L’obiettivo, in questo caso, è rafforzare gli scambi commerciali ed economici. Stesso spirito che ha guidato anche l’attività messa a punto con Confartigianato. “L’idea – le parole della presidente, Silvia Scarzanella – è di creare una rete tra artigiani bellunesi e artigiani nel mondo, riuscendo, se possibile, a sopperire al bisogno di manodopera, ma anche a sviluppare nuove idee che facciano leva sull’appartenenza”. (Inform/dip 20)

 

 

 

 

Anomalie su assegno unico per i residenti all’estero

 

“Il Dl 73/22 noto come dl semplificazioni fiscali è all’esame delle commissioni finanze e bilancio della Camera e rappresenta lo strumento per eccellenza per incidere sulla disciplina vigente in materia di assegno unico e universale che ha completamente rivoluzionato la normativa in materia, abrogando le spettanze e le prestazioni familiari precedentemente previste per migliaia di residenti all’estero, senza una giustificazione o una compensazione. Per questa ragione la CONFSAL UNSA ESTERI ha chiesto di essere audita nell’ambito dell’iter di conversione e nelle prossime ore depositerà una memoria contenente le argomentazioni a supporto delle argomentazioni circa l’illegittimità delle disposizioni attuative della citata disciplina per i residenti all’estero”. Lo dichiara in una nota Iris Lauriola, segretario nazionale CONFSAL-UNSA ESTERI.

“A rafforzare la posizione da sempre assunta dalla nostra sigla è arrivata nei giorni scorsi la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea che  - con riferimento ad un procedimento relativo alla repubblica d’Austria -  ha stabilito che la fruizione di assegni familiari e di spettanze fiscali per figli a carico deve rispettare il portato dell’articolo 7 del regolamento n. 883/2004, il quale prevede che, fatte salve eventuali disposizioni contrarie del medesimo regolamento, le citate prestazioni «non sono soggette ad alcuna riduzione, modifica, sospensione, soppressione o confisca per il fatto che il beneficiario o i familiari risiedono in uno Stato membro diverso da quello in cui si trova l’istituzione debitrice»”. 

“Non dimentichiamo – sottolinea Lauriola - che anche la Corte Costituzionale con sentenza 67/2022 - attraverso la quale ha sancito che il giudice italiano deve disapplicare la norma che limita per i cittadini di paesi terzi la fruizione dell’assegno per il nucleo familiare ai soli familiari presenti in Italia-, offre uno spunto di riflessione pur non trattando direttamente la novella disciplina in materia di assegno unico,  evidenziando il primato delle norme di diritto europeo alla luce del quale “deve riconoscersi effetto diretto nella parte in cui prescrivono l’obbligo di parità di trattamento tra le categorie di cittadini di paesi terzi individuate dalle medesime direttive e i cittadini dello Stato membro in cui costoro soggiornano. Si tratta di un obbligo cui corrisponde il diritto del cittadino di paese terzo a ricevere le prestazioni sociali alle stesse condizioni previste per i cittadini dello Stato membro.”

“Alla luce di quanto testé evidenziato, - spiega Lauriola - appare evidente mutatis mutandis che i medesimi principi afferenti alla normativa europea richiamati dalla sentenza e la preminenza del principio della parità di trattamento tra cittadini, solleva molteplici dubbi circa la legittimità di quanto attuatosi con il dlgs 230/21 in materia di accesso all’assegno unico per i cittadini residenti all’estero, segnatamente per i dipendenti a contratto della rete estera del Maeci. Se a tali presupposti si abbina anche la palese ed incontrovertibile violazione del legittimo affidamento dei suddetti lavoratori e la sussistenza di taluni requisiti soggettivi, in primis la cittadinanza, lo scenario che ne emerge appare condizionato da tratti di evidente opacità che creano un precedente legislativo deprecabile”.

“Lauriola conclude: “Quanto evidenziato rappresenta la breccia attraverso cui è possibile scalfire la coltre di sciatteria legislativa entro la quale ha operato il legislatore dal momento esatto in cui è stata riformata la disciplina in materia – spiega Lauriola-  poiché è stata ribadita a chiare lettere la cornice di illegittimità che sta condizionando l’applicazione di queste norme per i non residenti, in particolare per gli impiegati a contratto della rete estera del MAECI. In queste ore è nostra priorità sollevare l’affair nelle commissioni referenti e renderne edotti i ministeri competenti”. Confsal Unsa, coordinamento esteri 24

 

 

 

 

Valutare l’opportunità di intervenire sul voto all’estero

 

ROMA – Nell’ambito dell’esame nell’Aula della Camera dei Deputati del disegno di legge recante disposizioni urgenti per lo svolgimento delle elezioni amministrative e dei referendum da tenersi nell’anno 2022, e per l’applicazione di modalità operative, precauzionali e di sicurezza ai fini della raccolta del voto, è stato accolto un ordine del giorno presentato da Roberto Giachetti (Italia viva) ed Elisa Siragusa (Misto, ripartizione Europa) che impegna il Governo a valutare l’opportunità di intervenire sul voto all’estero.

L’Odg, accolto dal Governo con modifiche, richiama il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulle modalità applicative del voto all’estero approvato all’unanimità dalla Giunta per le elezioni, in cui è emersa “in particolare l’esigenza di dare agli elettori residenti all’estero la possibilità di generare tramite SPID il proprio certificato elettorale contenente un codice a barre bidimensionale (QR code) in modo da permettere al seggio – in fase di apertura del plico elettorale – di accertare celermente la titolarità del diritto di voto”. In subordine, di “prevedere che tale QR code sia inviato all’elettore in forma cartacea dalle competenti sedi consolari”. “In tale sede – ricorda l’Odg – è emersa altresì l’opportunità di prevedere che sulla busta esterna contenente il materiale elettorale sia apposto un codice (a barre o QR code), che consenta di tracciare in ogni momento il plico stesso, salvaguardando al contempo la segretezza del voto”.

Tenuto conto che il decreto legge in esame “dispone un finanziamento di un milione di euro per l’anno 2023 del Fondo per il voto elettronico istituito allo scopo di introdurre in via sperimentale modalità di espressione del voto in via digitale per le elezioni politiche, regionali, amministrative ed europee e per i referendum”; e che “la sperimentazione è finalizzata in primo luogo a garantire il concreto esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero e degli elettori che, per motivi di lavoro, studio o cure mediche, si trovino in un comune di una regione diversa da quella del comune nelle cui liste elettorali risultano iscritti”, l’Odg impegna il Governo a “a valutare l’opportunità di intervenire tempestivamente, sia nel quadro della sperimentazione delle modalità di voto in via digitale per i cittadini residenti all’estero in vista delle elezioni politiche del 2023 sia nell’ambito della disciplina prevista dall’articolo 12 della legge n. 459 del 2001 in materia di identificazione dell’elettore con modalità digitale, con particolare riguardo ai suddetti profili procedurali volti a valorizzare l’impiego di un codice a barre bidimensionale (QR code), anche al fine di consentire al seggio elettorale – in fase di apertura del plico elettorale – di accertare celermente la titolarità del diritto di voto”. (Inform/dip 26.6.)

 

 

 

Iniziative della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo. Scadenza per partecipare il 31 agosto

 

BOLOGNA – Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo: online il Bando “Boomerang 2022-2023” con cui l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna (*) vuole finanziare progetti per la realizzazione di attività che promuovano percorsi per l’acquisizione di competenze professionali e artistiche in vari settori tra cui anche il settore turistico ed enogastronomico da realizzare in Emilia-Romagna. I beneficiari finali delle attività possono essere esclusivamente giovani (18-35 anni) di origine o discendenza emiliano-romagnola residenti all’estero e il 50% dei posti è riservato a giovani iscritti alle associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo. Saranno ammessi a finanziamento progetti da realizzare a partire dalla data di chiusura del bando e fino al 31 dicembre 2023.

Possono presentare domanda di partecipazione le Associazioni di Promozione Sociale che abbiano una sede permanente nel territorio regionale e che operino da almeno tre anni nel settore dell’emigrazione, iscritte al RUNTS e gli Enti Locali della Regione (Comuni, Unioni di comuni e Province).

La percentuale massima del contributo regionale che può essere concesso con il presente Bando è fissata nell’80% delle spese ammissibili per la realizzazione del progetto. Il 20% rimanente è a carico del proponente ed eventualmente del partenariato. L’importo minimo del contributo regionale non potrà essere inferiore a euro 3.000,00 (tremila euro) e l’importo massimo non potrà superare euro 30.000,00 (trentamila euro).

La domanda di partecipazione deve essere inviata entro e non oltre le ore 15.00 di mercoledì 31 agosto 2022 esclusivamente all’indirizzo di posta elettronica certificata: consulta@postacert.regione.emilia-romagna.it

Martedì 5 luglio, ore 10.00 si terrà un Info day (online) per far conoscere le novità di questa edizione e dare informazioni utili per la progettazione e la presentazione delle candidature.

Per partecipare, iscriversi al seguente LINK: https://regioneer.it/infoDayBoomerang

Le richieste di informazioni vanno inviate esclusivamente via mail al seguente indirizzo: consulta@regione.emilia-romagna.it

Sul sito www.assemblea.emr.it Bando e modulistica per presentare domanda.

(*) In attuazione della Legge Regionale n. 5 del 27 maggio 2015, il Piano triennale regionale degli interventi a favore degli emiliano-romagnoli all’estero per il triennio 2022 – 2024, approvato dall’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna con deliberazione del 19 gennaio 2022, n. 62, prevede che la Consulta possa attivare opportunità formative e di mobilità rivolte agli emiliano-romagnoli, per nascita o per residenza, emigrati all’estero ed ai loro discendenti. (Inform/dip 26.6.)

 

 

 

 

Armutsbericht. Steigende Preise treffen die Schwächsten

 

Die Armut in Deutschland nimmt zu. Die Corona-Folgen und die stark steigenden Preise für Energie und Lebensmittel treffen die Schwächsten am stärksten. Migranten sind fast dreimal so oft von Armut betroffen. Paritätische fordert gerechtere Verteilung von Hilfen.

 

Die Corona-Pandemie hat die Armut auf einen neuen Höchststand getrieben. Dem Paritätischen Gesamtverband zufolge ist die Armutsquote von 2020 auf 2021 von 16,1 auf 16,6 Prozent geklettert, wie aus seinem aktuellen Armutsbericht hervorgeht, der am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. Damit hatten 2021 knapp 14 Millionen Menschen in Deutschland kein sicheres Auskommen.

Wie aus dem Bericht weiter hervorgeht, sind Personen mit Migrationserfahrung (27,9 Prozent) und Menschen ohne deutsche Staatsbürgerschaft (35,3 Prozent) überdurchschnittlich oft von Armut betroffen. Rechnet man diese Bevölkerungsgruppen aus der Statistik raus, ergibt sich ein noch deutlicheres Bild: Während die Armutsquote der Bevölkerung mit deutscher Staatsbürgerschaft bei 13,9 Prozent liegt, beträgt diese Quote bei Menschen ohne deutschen Pass 35,9 Prozent. Ähnlich ist das Bild bei der Unterscheidung nach dem Migrationshintergrund: 12,3 Prozent ohne und 28,1 Prozent mit Migrationshintergrund.

Keine voreiligen Schlüsse

Die Verfasser des Armutsberichts warnen jedoch vor voreiligen Schlüssen. „Armut ist nicht hauptsächlich ein Problem von Migrant:innen“, heißt es darin. In absoluten Zahlen gesehen besitzt fast drei Viertel aller Armen die deutsche Staatsangehörigkeit, 54 Prozent hat keinen Migrationshintergrund.

Der Hauptgeschäftsführer des Verbandes, Ulrich Schneider, sagte, die Armut sei noch nie so rasant gestiegen wie in den beiden Pandemie-Jahren. Die Einkommensarmut nahm dem Bericht des Paritätischen zufolge ungewöhnlich stark unter Erwerbstätigen zu. Bei Selbstständigen stieg die Armutsquote von 9 auf 13,1 Prozent. Höchststände wurden bei Rentnerinnen und Rentnern mit einer Armutsquote von knapp 18 Prozent und bei Kindern und Jugendlichen mit rund 21 Prozent registriert. Damit sei die Kinderarmut so hoch wie nie, sagte Schneider.

Steigende Preise treffen die Schwächsten

Aktuell schlügen die wirtschaftlichen Auswirkungen der Pandemie und die stark steigenden Lebenshaltungskosten voll durch und träfen die Schwächsten, erklärte Schneider. Er forderte gezielte Hilfen für diese Menschen und kritisierte die Entlastungspakete der Ampel-Regierung. Er habe kein Verständnis dafür, dass Unterstützung dort geleistet werde, wo sie überhaupt nicht gebraucht werde, sagte Schneider und nannte als Beispiele den Tankrabatt und die Abschaffung der EEG-Umlage, die vor allem jenen zugutekämen, die einen hohen Stromverbrauch im Eigenheim und einen SUV vor der Tür hätten.

Der Paritätische forderte eine Erhöhung des Regelsatzes um 200 Euro monatlich. Bei einer Inflationsrate von knapp acht Prozent entspreche der aktuelle Hartz IV-Satz von 449 Euro derzeit noch einer Kaufkraft von 414 Euro. 1,6 Millionen Menschen müssten sich inzwischen an den Tafeln versorgen. Außerdem forderte Schneider die Koalition auf, das Wohngeld und das Bafög zu erhöhen.

Sozialverband fordert Entlastungspaket

Die Präsidentin des Sozialverbandes VdK, Verena Bentele, sagte, es brauche „unverzüglich ein drittes Entlastungspaket für alle, die bisher von der Politik vergessen wurden: Rentnerinnen und Rentner, Bezieher von Kranken-, Übergangs- und Elterngeld sowie pflegende Angehörige“. Für die bevorstehende Heizperiode und die nächste Corona-Welle müssten die Regelsätze der Grundsicherung angehoben und die Heizkosten im Wohngeld übernommen werden.

Auch die Vorsitzende der Linkspartei, Janine Wissler, kritisierte, die aktuellen Hilfen reichten nicht aus. Die Bundesregierung habe es zudem versäumt, der Belastung durch Corona ausreichende Maßnahmen entgegenzusetzen. Derweil forderte der FDP-Bundestagsabgeordnete Pascal Kober, Zuverdienste zu Hartz IV weniger stark anzurechnen. Der stellvertretende Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag, Andreas Audretsch, sagte, für Menschen mit kleinen Einkommen „wird es weitere gezielte Entlastungen brauchen“.

Inflation bei 7,6 Prozent

Die Berechnungen des Paritätischen beruhen auf Daten des Statistischen Bundesamts. Die Armutsquote gibt Auskunft darüber, wie viele Personen mit ihrem gesamten Nettoeinkommen weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens in Deutschland zur Verfügung haben. In der Regel verfügen sie über keine Rücklagen, kommen durch unvorhergesehene Ausgaben in Not und können sich Extras wie Kino, Urlaub oder Hobbys nicht leisten, wodurch sie und ihre Kinder vom normalen Leben abgehängt werden.

Auch laut einer am Mittwoch veröffentlichen Studie der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung nimmt die Armut in Deutschland zu. Demnach sieht sich aufgrund der hohen Inflation jede zweite Erwerbsperson in Deutschland mit einem Nettoeinkommen bis 2.000 Euro gezwungen, weniger Lebensmittel zu kaufen. Laut Statistischem Bundesamt ist die Inflationsrate leicht gesunken. Vorläufigen Ergebnissen zufolge lag sie im Juni bei 7,6 Prozent. Im Mai hatte die Inflationsrate im Vergleich zum Vorjahresmonat noch bei 7,9 Prozent gelegen. (epd/mig 1)

 

 

 

Frankreich hat EU-Integration in Verteidigungsbereich erfolgreich vorangetrieben

 

Das seit langem verfolgte Ziel Frankreichs, die europäische Zusammenarbeit im Verteidigungsbereich zu stärken, hat in den vergangenen sechs Monaten durch den Ukrainekrieg und die französische Ratspräsidentschaft neuen Auftrieb erhalten, sagen Experten. Von: Charles Szumski und Davide Basso

 

„Unser Ziel muss es sein, dass Europa in Ergänzung zur NATO in der Lage ist, autonom zu handeln“, erklärte der französische Präsident Emmanuel Macron in seiner Rede an der Universität Sorbonne im September 2017, die einen Meilenstein in Paris‘ Vorstoß zur Stärkung der Verteidigungskapazitäten der EU darstellte.

Macron forderte damals eine „ständige strukturierte Zusammenarbeit, die es uns ermöglicht, größere Verpflichtungen einzugehen, gemeinsam voranzukommen und uns besser zu koordinieren.“

Die sechsmonatige Amtszeit von Paris bei der rotierenden EU-Ratspräsidentschaft nutzte Macron, um die europäische Verteidigungspolitik voranzutreiben, obwohl sich einige EU-Regierungen – wie etwa Berlin – dagegen sträubten, so Analyst:innen.

„Es war ein Tabu“, meint Cécilia Vidotto-Labastie, Expertin für Verteidigungsfragen und Forscherin am Institut Montaigne, zur europäischen Verteidigungsdebatte.

Während Frankreich stets auf Vorschläge zur Verteidigung gedrängt habe, „für die es eine langfristige Vision hat“, ermöglichte die französische EU-Ratspräsidentschaft der Union, „die europäische Verteidigung selbst zu definieren“, obwohl Diskussionen über dieses Thema noch vor wenigen Monaten undenkbar gewesen seien, so Vidotto-Labastie weiter.

Ihrer Meinung nach war die französische Ratspräsidentschaft im Bereich der Verteidigung ein „Beschleuniger.“

Der Ukraine Faktor

Aber die Dinge hätten sich nicht so schnell geändert, wenn es nicht den Krieg Russlands in der Ukraine gegeben hätte.

Der Krieg habe es der EU unter der französischen Präsidentschaft ermöglicht, Fortschritte im Bereich der Verteidigung zu machen, so ein EU-Diplomat gegenüber EURACTIV.

Er fügte hinzu, die Waffenlieferungen an die Ukraine seien ein „starkes symbolisches Element“, das das europäische „Bewusstsein“ zeige.

Die Staats- und Regierungschefs der EU hatten am 11. März in Versailles beschlossen, die Investitionen in die Verteidigungskapazitäten gemeinsam „entschlossen zu verstärken“ und die Rüstungsausgaben in der gesamten Union „deutlich zu erhöhen“, um aus dem Einmarsch Russlands in die Ukraine eine schnelle Lehre zu ziehen.

Die Staats- und Regierungschefs der EU verpflichteten sich, zudem die Zusammenarbeit zwischen den Mitgliedstaaten bei Verteidigungsprojekten zu verstärken und die militärische Mobilität innerhalb der Union zu erhöhen.

Dem Diplomaten zufolge markierte der Gipfel „eine noch nie dagewesene geopolitische Situation, die die EU veranlasst hat, eine echte Verteidigungspolitik zu entwickeln.“ Die EU werde nun „besser ausgeben“, anstatt „mehr auszugeben“, argumentierte er.

Die Einzelheiten dieser Ausgaben müssen jedoch noch ausgehandelt werden. Seit Frankreich am 1. Januar den Vorsitz im EU-Rat übernommen hat, haben einige EU-Länder – wie Belgien, Schweden und Deutschland – angekündigt, ihre Militärausgaben zu erhöhen, damit der Verteidigungshaushalt die 2 Prozent-Marke des Bruttoinlandsprodukts erreicht.

Gemeinsame Aufstockung der Bestände?

Nach Ansicht des EU-Diplomaten würde die Lieferung von Waffen durch die EU-Mitgliedstaaten an die Ukraine es ermöglichen, die europäische industrielle Zusammenarbeit in die Tat umzusetzen und den Grundstein für eine konzertierte europäische Industrie zu legen.

Die europäischen Waffenvorräte müssten „durch Käufe auf europäischer Ebene“ aufgefüllt werden.

Der Elysée-Palast, der von EURACTIV kontaktiert wurde, teilte ebenfalls diese Ansicht.

„Die Herausforderung besteht darin, die europäische Verteidigungsindustrie zu stärken, um die Bestände wieder aufzufüllen und die Ausrüstung zu modernisieren“, hieß es.

NATO „europäischer denn je“

Jüngste Umfragen deuten darauf hin, dass die Idee einer integrierten EU-Armee in vielen EU-Mitgliedstaaten große öffentliche Unterstützung genießt.

Forscher und europäische Diplomaten sind sich jedoch einig, dass der Aufbau der europäischen Sicherheit nicht ohne die NATO erfolgen kann und dass es nicht das Ziel sein kann, das atlantische Bündnis durch eine unabhängige „europäische Armee“ zu ersetzen.

„Es besteht nicht der Wunsch, eine europäische Armee zu schaffen, die die NATO in den Schatten stellt“, so ein anderer EU-Diplomat.

Dieses Bekenntnis zur NATO ist auch im neuen Strategischen Kompass 2022 der EU enthalten, der die Verteidigungs- und Sicherheitsziele der Union bis 2030 darlegt.

„Eine stärkere und fähigere Union im Bereich der Sicherheit und Verteidigung (…) ergänzt die NATO, die die Grundlage der kollektiven Verteidigung für ihre Mitglieder bleibt“, heißt es in dem Dokument.

Dennoch ist die EU „heute mehr denn je ein wichtiger Akteur in Verteidigungsfragen“, so Vidotto-Labastie.

Mit dem baldigen Beitritt Schwedens und Finnlands zur NATO ist das transatlantische Bündnis laut Vidotto-Labastie „europäischer denn je“ und keineswegs „hirntot“, wie Macron im Dezember 2021 sagte.

Die europäische Verteidigung wird, auch von der französischen EU-Ratspräsidentschaft, als „Ergänzung zur NATO“ gesehen. EA 1

 

 

 

 

Papstinterview: Im Krieg wird getötet, nicht Menuett getanzt

 

Papst Franziskus hat sich in einem Interview mit der Nachrichtenagentur Télam enttäuscht darüber gezeigt, dass es der UNO nicht glückt, den Krieg in der Ukraine zu beenden. Im Rückblick auf sein Pontifikat und sein Leben bekennt der Papst, er habe viele Fehler gemacht und sei gereift, das Leben lehre, „universell zu sein, barmherzig zu sein, weniger böse zu sein".

„Wir können nicht zu der falschen Sicherheit der politischen und wirtschaftlichen Strukturen zurückkehren, die wir früher hatten“: Dies ist ein Kernsatz aus dem langen Interview, das Papst Franziskus der Journalistin Bernarda Llorente, Leiterin der argentinischen Agentur Télam, gegeben hat und das an diesem Freitag erschienen ist. Die Themen sind die Pandemie, der Krieg, die Pflege des gemeinsamen Hauses, Jugend, Politik, Kirche in Lateinamerika und die Krise der Institutionen, bis hin zu einer Art Bilanz des Pontifikats nach bald zehn Jahren und ein persönlicher Rückblick auf 85 Jahre Jorge Mario Bergoglio.

Die Frage, wie man mit Krisen umgeht, steht am Anfang des Interviews. Franziskus erinnert daran, dass Krisen zu Konflikten werden, wenn man sie nicht angeht. „Und der Konflikt ist etwas Geschlossenes, er sucht die Lösung in sich selbst und zerstört sich selbst".

Afrika ohne Impfstoffe: ein Beispiel für Pandemie-Missmanagement

Beispiel Afrika und Pandemie: Der Kontinent steht ohne ausreichende Impfstoffe da, und das zeigt laut Franziskus, dass „etwas nicht funktioniert hat". Der Vorwurf geht an die wohlhabende Welt. „Die Krise zum eigenen Vorteil zu nutzen, bedeutet, schlecht und vor allem allein dazustehen", bekräftigt der Papst. Es sei eine Illusion zu meinen, dass einzelne Gruppen allein aus der Krise herauskommen können. Das Kirchenoberhaupt spricht von einer „partiellen Rettung, wirtschaftlich, politisch oder von bestimmten Sektoren der Macht".

Krieg ist ein Mangel an Dialog

Zu den dramatischsten Krisen gehört der Krieg, so Franziskus weiter. Neben der Ukraine verweist er auf die Tragödien von Ruanda, Syrien, Libanon, Myanmar „Im Krieg wird nicht Menuett getanzt, sondern getötet“, verdeutlich der Papst und klagt erneut Waffenhandel an, der den Krieg begünstige. Auch zum heute schwierigen Begriff des sogenannten „gerechten Krieges" äußert er sich. Natürlich gebe es das Recht zur Verteidigung, stellt der Papst klar, „aber die Art und Weise, wie der Begriff {„gerechter Krieg“} heute verwendet wird, muss überdacht werden". Einen Konflikt zu bereinigen, gehe nur mit gegenseitigem Zuhören, auch einfach im Alltag, und im Dialog. Franziskus erinnert an seinen Besuch auf dem Friedhof von Redipuglia anlässlich des hundertsten Jahrestages des Krieges von 1914 auf dem Friedhof von Anzio und lud dazu ein, Soldatenfriedhöfe in Europa zu besuchen, weil dort die Grausamkeit des Krieges greifbar wird.

Gute UNO, machtlose UNO

Mit der ihm eigenen Offenheit bekennt Franziskus seine Enttäuschung über bestimmte Punkte in der Arbeit der Vereinten Nationen. Die UNO helfe zwar, manche Kriege zu vermeiden – der Papst benennt Zypern -, könne sie aber nicht immer verhindern, und zwar deshalb, weil die Vereinten Nationen „keine Macht haben". Auf Nachfrage der Journalistin unterscheidet der Papst zwischen einigen „verdienten Institutionen", die sich in einer Krise befinden, für die er aber eine gewisse Hoffnung hegt, und andere, die stattdessen ausschließlich an inneren Problemen lavieren. Franziskus appelliert an die multilateralen Organisationen, ihren Mut und ihre Kreativität einzusetzen, um die „tödlichen" Situationen zu überwinden.

Umweltkrise und Laudato Si

Nicht zu übersehen ist auch die andere große Krise unserer Zeit, die Umweltkrise. Franziskus spricht von der verzerrten Nutzung der Natur durch den Menschen, der dafür freilich einen hohen Preis bezahlt. Die Natur wir ausgebeutet, aber sie schlägt zurück. „Wir missbrauchen unsere Kräfte", sagt der Papst. Die Sorge um die globale Erwärmung veranlasst ihn, die Entstehung der Enzyklika Laudato Si' zu schildern und darauf hinzuweisen, dass die Natur „nicht verzeiht", wenn der Mensch degenerative Prozesse in Gang setzt.

Jugend und Tradition

Die Welt der jungen Menschen nimmt einen großen Teil des Interviews ein. Der Papst spricht eine politische Entfremdung an: „Sie sind entmutigt", sagt Franziskus unter Verweis auf Mafia- und Korruptionspraktiken. Er ruft dazu auf, stattdessen „die Wissenschaft der Politik, des Zusammenlebens, aber auch des politischen Kampfes zu erlernen, der uns vom Egoismus reinigt und uns voranbringt". Franziskus bekennt aber auch, dass er sogar dann an die Jugendlichen glaubt, wenn sie nicht zur Messe gehen. Es sei wichtig, ihnen zu helfen, zu wachsen und sie zu begleiten. Und Franziskus bringt ein Zitat, das er dem deutschen Komponisten Gustav Mahler zuschreibt: „Tradition ist die Garantie für die Zukunft“. Also kein Museumsstück, sondern im Gegenteil „das, was dir Leben gibt, solange es dich wachsen lässt. Etwas Anderes ist es, einfach zurückzugehen – das ist ein ungesunder Konservatismus".

Bald zehn Jahre Pontifikat: „Umgesetzt, was von uns allen gewünscht war“

Am 13. März 2023 wird Papst Franziskus auf zehn Jahre Pontifikat zurückblicken. „Was ich getan habe, habe ich nicht erfunden oder mir in einer Nacht mit Verdauungsstörungen ausgedacht“, so das Kirchenoberhaupt mit einer launigen Wendung über sein Wirken als Papst. Entscheidend für seinen Kurs seien die Treffen der Kardinäle vor dem Konklave von 2013 gewesen. „Was ich in Gang gesetzt habe, war das, worum man mich gebeten hat. Ich glaube nicht, dass etwas Eigenständiges von mir darunter ist“, so der Papst unter Verweis auf die Apostolische Konstitution Praedicate Evangelium. Diese neue Grundordnung der Kurie habe „nach achteinhalb Jahren Arbeit und Konsultation die von den Kardinälen geforderten und bereits in die Praxis umgesetzten Änderungen“ festgeschrieben, zentral sei der Auftrag der Verkündigung. „Das sind nicht meine Ideen. Damit das klar ist“, so Franziskus. „Es sind die Ideen des gesamten Kardinalskollegiums, das dies gefordert hat.“

„Es ist nicht so tragisch, Papst zu sein. Man kann ein guter Hirte sein“

Im letzten Teil des Interviews erinnert sich Bergoglio an sein Leben, bevor er Papst wurde: „Es ist die Geschichte eines Lebens, das mit vielen Gaben von Gott verlaufen ist, mit vielen Fehlern meinerseits und vielen nicht so universellen Positionen", blickt er zurück. Das Leben lehre aber, „universell zu sein, barmherzig zu sein, weniger böse zu sein". Er spricht von Höhen und Tiefen auf seinem Weg und ist dankbar für viele Freunde, die ihm geholfen und ihn begleitet haben; allein habe er sich nie gefühlt.

Die Interviewerin will wissen, wie denn Jorge Mario Bergoglio auf Papst Franziskus schauen würde. „Ich glaube, letztlich würde er sagen: Du Armer! Was ist dir nur zugestoßen! Aber“, witzelt der Papst, „es ist nicht so tragisch, Papst zu sein. Man kann ein guter Hirte sein.“ Franziskus räumt zum wiederholten Mal ein, er habe in seinem Leben nicht immer so viel Barmherzigkeit an den Tag gelegt wie jetzt, als Jesuit sei er „sehr streng“ gewesen. Da habe er zu viel verlangt. „Dann wurde mir klar, dass man diesem Weg nicht folgen kann, dass man wissen muss, wie man führt. Das ist die Art der Vaterschaft, die Gott hat". Das Leben sei schön mit diesem „Stil Gottes“, der es verstehe zu warten. „Wissen, aber so tun, als ob man es nicht wüsste und es reifen lassen. Das ist eine der schönsten Weisheiten, die uns das Leben schenkt“, so der Papst. (vn 1)

 

 

 

 

Türkei beendet Widerstand gegen NATO-Beitritt Schwedens und Finnlands

 

In letzter Minute hat die Türkei am Dienstag (28. Juni) angekündigt, dass sie ihr Veto aufheben und den Antrag Finnlands und Schwedens auf einen NATO-Beitritt während des Gipfeltreffens des Bündnisses in Madrid unterstützen wird. Von: Alexandra Brzozowski

 

„Ich freue mich, Ihnen mitteilen zu können, dass wir eine Vereinbarung getroffen haben, die den Weg für einen NATO-Beitritt Schwedens und Finnlands ebnet“, sagte NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg am Dienstagabend in Madrid vor Reportern.

Die Außenminister der drei Länder unterzeichneten am Dienstagabend in Madrid im Vorfeld eines zweitägigen Treffens der NATO-Staats- und Regierungschefs eine Absichtserklärung.

„Unsere Außenminister haben ein trilaterales Memorandum unterzeichnet, wonach die Türkei auf dem Madrider Gipfel in dieser Woche die Bewerbung Finnlands und Schwedens um eine NATO-Mitgliedschaft unterstützen wird“, erklärte der finnische Präsident Sauli Niinistö in einer Erklärung.

„Unser gemeinsames Memorandum unterstreicht die Verpflichtung Finnlands, Schwedens und der Türkei, ihre volle Unterstützung gegen Bedrohungen der gegenseitigen Sicherheit zu gewähren“, fügte der finnische Präsident hinzu.

„Dass wir NATO-Bündnispartner werden, wird diese Verpflichtung noch verstärken“, fügte er hinzu.

Im Mai begannen beide Länder, die bereits viele der Anforderungen für eine NATO-Mitgliedschaft erfüllen, mit dem formalen Prozess der Bewerbung um die Mitgliedschaft im Bündnis.

„Morgen werden die Staats- und Regierungschefs der NATO-Staaten den Beschluss fassen, Finnland und Schweden einzuladen, der NATO beizutreten“, sagte Stoltenberg im Anschluss an den Gipfel.

Gemäß den NATO-Verfahren werden die beiden nordischen Länder nun zu eingeladenen Mitgliedern und müssen den Ratifizierungsprozess des Bündnisses durchlaufen.

Alle 30 NATO-Mitglieder müssen dann der Bewerbung eines Landes zustimmen, damit es in das Bündnis aufgenommen werden kann. In vielen dieser Länder müssen die nationalen Parlamente grünes Licht geben.

In der Zwischenzeit können beide Länder an allen Sitzungen teilnehmen, haben aber kein Stimmrecht.

Im Memorandum vom Dienstag, dessen Verpflichtungen in den nächsten zwei Gipfeltagen konkretisiert werden sollen, verpflichten sich die beiden Länder, auf die Sicherheitsbedenken der Türkei einzugehen.

Das türkische Außenministerium teilte mit, dass der stellvertretende schwedische Außenminister Robert Rydberg am Mittwoch zu „umfassenden“ Gesprächen nach Ankara reisen werde, um die noch ausstehenden Details zu klären.

„Als NATO-Bündnispartner verpflichten sich Finnland und Schweden, die Türkei in vollem Umfang gegen Bedrohungen ihrer nationalen Sicherheit zu unterstützen. Dazu gehört, dass sie ihre Gesetze weiter ändern, gegen PKK-Aktivitäten vorgehen und ein Auslieferungsabkommen mit der Türkei abschließen“, sagte Stoltenberg vor Reportern.

In dem von allen drei Staats- und Regierungschefs unterzeichneten Text heißt es, dass Finnland und Schweden der Türkei in Fragen der nationalen Sicherheit „ihre volle Unterstützung“ gewähren werden.

In einem wichtigen Zugeständnis versprachen sie, die syrisch-kurdischen PYD/YPG-Gruppen, die im Kampf gegen den Islamischen Staat (IS) in Syrien aktiv sind, „nicht zu unterstützen“.

Beide nordischen Länder bekräftigten in der Vereinbarung auch, dass es keine nationalen Waffenembargos in Bezug auf Verkäufe an die Türkei gibt.

Darüber hinaus bekräftigten Finnland und Schweden ihre Unterstützung für die „weitestmögliche Einbeziehung“ der Türkei und anderer Nicht-EU-Verbündeter „in laufende und künftige Initiativen“ des EU-Verteidigungsrahmens, insbesondere „die Beteiligung der Türkei am PESCO-Projekt zur militärischen Mobilität“.

Nach seiner Landung in Madrid führte der türkische Präsident Recep Tayyip Erdo?an stundenlange Gespräche mit dem finnischen Präsidenten Sauli Niinistö, der schwedischen Premierministerin Magdalena Andersson und NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg.

„Die Türkei hat im Kampf gegen terroristische Organisationen bedeutende Fortschritte gemacht“, hieß es in der türkischen Erklärung, und Ankara habe „bekommen, was es wollte“, so Erdo?ans Büro am Dienstagabend.

Der Beitritt beider hochentwickelter Streitkräfte, die bereits seit Jahren als Partner des Militärbündnisses eng mit der NATO zusammenarbeiten, galt ursprünglich als erledigt, als die traditionell neutralen Staaten nach dem russischen Einmarsch in der Ukraine die NATO-Mitgliedschaft beantragt hatten.

Die unerwarteten Einwände der Türkei gegen das Beitrittsgesuch der beiden Länder würden im Falle eines Erfolgs die größte Veränderung in der europäischen Sicherheitslage seit Jahrzehnten bedeuten und drohten, einen um Einigkeit bemühten Gipfel zu überschatten, während Russland in der Ukraine Krieg führt.

Die wichtigsten Forderungen Ankaras sind, dass die nordischen Länder die Unterstützung militanter kurdischer Gruppen auf ihrem Staatsgebiet einstellen und ihr Verbot einiger Waffenverkäufe an die Türkei aufheben.

Vor seiner Abreise nach Madrid blieb Erdo?an bei seiner Haltung und sagte, die Türkei wolle, dass ihren Bedenken mit Taten und nicht mit Worten begegnet wird. Er fügte hinzu, er werde Biden auch zum Verkauf eines F-16-Kampfjets drängen.

Auf die Frage von Reportern, ob die Beschaffung von Waffen Teil der Diskussion gewesen sei, sagte Stoltenberg, dass über das Memorandum hinaus nichts weiter vereinbart worden sei.

„Ich glaube nicht, dass Verbündete Waffenembargos gegeneinander haben sollten – und das sage ich schon seit vielen Jahren“, fügte Stoltenberg hinzu.

Neue Sicherheitslage in Europa

Dieser Schritt „sendet eine sehr klare Botschaft an Präsident Putin, dass die Tür der NATO offen ist“, sagte Stoltenberg vor Reportern in Madrid.

„Er wollte weniger NATO, jetzt bekommt Präsident Putin mehr NATO, an seinen Grenzen. Was er bekommt, ist also das Gegenteil von dem, was er eigentlich gefordert hat“, fügte er hinzu.

NATO-Vertreter sind der Ansicht, dass der bevorstehende Beitritt Finnlands und Schwedens zur NATO die Gelegenheit bietet, strategische Lücken in der Ostseeregion zu schließen.

Das Bündnis hofft, dass die Aufnahme der beiden Länder in den Schoß des Bündnisses ihm einen besseren Spielraum für den Schutz der Ostflanke mit zusätzlichen See- und Luftstreitkräften verschafft, die die beiden nordischen Staaten zu bieten haben.

Die baltischen Staaten sind seit langem besorgt darüber, dass finnische und schwedische Inseln in der Ostsee möglicherweise als Stützpunkte für Angriffe auf sie genutzt werden könnten. Die strategisch günstig gelegene schwedische Insel Gotland beispielsweise ist für die Verteidigung von Litauen, Lettland und Estland von entscheidender Bedeutung. EA 29

 

 

 

 

Gesetzentwurf Chancen-Aufenthaltsrecht. Kirchen kritisieren unzureichende Regelungen zur Familienzusammenführung

 

Die Vorschläge zum Familiennachzug im Rahmen des geplanten Chancen-Aufenthaltsrechts bleiben hinter den Erwartungen der beiden großen Kirchen zurück. Zwar sei der Entwurf ein „wichtiges Signal, um langjährig Geduldeten eine Perspektive zu geben“, sagt der Leiter des Kommissariats der Deutschen Bischöfe – Katholisches Büro in Berlin, Prälat Dr. Karl Jüsten, anlässlich der anstehenden Beratungen des Gesetzes im Bundeskabinett. „Das ist eine gute Nachricht für viele, die sich bislang von Duldung zu Duldung hangeln müssen.“ Im Blick auf die Familienzusammenführung sei die Enttäuschung der Kirchen allerdings groß.

 

Der Entwurf sieht vor, dass bei nachziehenden Kindern und Ehegatten von Fachkräften und IT-Spezialisten auf den Nachweis einfacher Deutschkenntnisse zunächst verzichtet werden soll. „Kinder und Ehegatten von Personen mit humanitärem Aufenthaltsrecht müssen diese hohe Hürde jedoch weiterhin nehmen“, kritisiert der Stellvertreter des Bevollmächtigten des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Oberkirchenrat Dr. Stephan Iro. „Es ist zwar sehr zu begrüßen, dass im Gesetzesentwurf beim Nachzug zu Fachkräften und IT-Spezialisten Erleichterungen zu finden sind. Die Differenzierung zwischen Familienangehörigen von Fachkräften und anderen Zuwanderern – wie zum Beispiel Flüchtlingen – ist aber nicht nachvollziehbar.“

 

Gerade für Angehörige von Schutzberechtigten in Krisenländern, wie beispielsweise Afghanistan oder Syrien, sei es kaum möglich, auch nur einfache Deutschkenntnisse zu erlernen, betont Prälat Jüsten. Es mangele in diesen Ländern schlicht an Möglichkeiten zum Spracherwerb. „Es verzögert den Familiennachzug erheblich, wenn in jedem einzelnen Fall umständlich nachgewiesen werden muss, dass es unmöglich und unzumutbar ist, Deutsch zu lernen.“ Die Kirchen halten es für grundsätzlich ausreichend, wenn die Bereitschaft, die deutsche Sprache zu erlernen, bei der Einreise erklärt wird. „Wir setzen uns seit Jahrzehnten dafür ein, die Familie auch von Schutzsuchenden als lebenswichtige Einheit zu bewahren oder wiederherzustellen. Daher ist es uns ein Kernanliegen, dass der Familiennachzug beschleunigt wird“, so Oberkirchenrat Stephan Iro.

 

Hintergrund. In dem Gesetzesentwurf, der der Bundesregierung derzeit zur Beratung vorliegt, wird ein befristetes, einjähriges „Chancen-Aufenthaltsrecht“ (§ 104 c AufenthG) für lange in Deutschland Geduldete vorgeschlagen. Dadurch sollen Geduldete die Möglichkeit erhalten, die Voraussetzungen für einen längerfristigen Aufenthaltstitel zu schaffen. Hinzu kommen Vereinfachungen bei den Bleiberechten für gute Integrierte und gut integrierte junge Erwachsene (§§ 25 a+b AufenthG). Darüber hinaus werden Regeln im Bereich der Abschiebehaft verschärft.

Die beiden Kirchen haben zu dem Referentenentwurf, der voraussichtlich am 6. Juli 2022 im Bundeskabinett beraten werden soll, Stellung bezogen: https://www.ekd.de/gemeinsame-stellungnahme-ChAR-Gesetz-73866.htm. Dip 1

 

 

 

 

Neues NATO-Strategiedokument: Russland im Visier, China als ‚Gefahr‘

 

Die NATO hat sich am Mittwoch (29. Juni) auf ein neues Strategisches Konzept geeinigt, in dem Russland als „die bedeutendste und unmittelbarste Bedrohung für die Sicherheit und Stabilität der Verbündeten“ bezeichnet wird. Von: Alexandra Brzozowski

 

In dem Dokument spiegelt sich eine gravierende Verschlechterung der Beziehungen des Bündnisses zu Moskau in den letzten zehn Jahren wider.

Die Überarbeitung des neuen Strategischen Konzepts der NATO ist seit dem umstrittenen Londoner Gipfel 2019 geplant. Schon lange vor dem Einmarsch Russlands in die Ukraine Anfang dieses Jahres suchten die Staats- und Regierungschefs nach Wegen, das Bündnis mit Blick auf globale Bedrohungen umzugestalten.

EURACTIV hat sich die wichtigsten Punkte des neuen 11-seitigen Strategiedokuments angeschaut.

Russland ist „Bedrohung Nr. 1“

Als die Staats- und Regierungschef:innen der NATO im Jahr 2010 das vorherige, bis zu dieser Woche gültige Grundsatzdokument unterzeichneten, strebten sie eine langfristige Partnerschaft mit ihrem alten Gegner aus dem Kalten Krieg an und bezeichneten Russland als potenziellen Partner.

Der damalige russische Präsident Dmitri Medwedew war sogar auf dem Gipfel in Lissabon anwesend, auf dem das Dokument beschlossen wurde.

In dem neuen Strategiedokument wird Russland als „die bedeutendste und unmittelbarste Bedrohung für die Sicherheit der Bündnispartner und für Frieden und Stabilität im euro-atlantischen Raum“ bezeichnet.

Das Dokument weist die frühere Einschätzung von Moskau als potenziellem Partner mit der Begründung zurück, man könne „die Russische Föderation angesichts ihrer feindseligen Politik und Handlungen nicht als unseren Partner betrachten.“

Stattdessen heißt es in dem Dokument, Moskau habe „den Frieden gestört und unser Sicherheitsumfeld gravierend verändert“: „Wir können die Möglichkeit eines Angriffs auf die Souveränität und territoriale Integrität der Bündnispartner nicht ausschließen.“

Als Gründe nennt das Dokument Russlands Bemühungen um die Modernisierung seiner Atomstreitkräfte, seine Weigerung, die internationalen Rüstungskontrollverpflichtungen einzuhalten, und seine Versuche, die Nachbarländer an der Ost- und Südflanke der NATO zu destabilisieren.

Neues Streitkräftemodell

Infolge der neu definierten russischen Bedrohung verpflichtet sich die NATO in dem Dokument, ihre Verteidigungshaltung zu verändern.

„Wir werden die Abschreckung und die Verteidigung aller Bündnispartner erheblich verstärken, unsere Widerstandskraft gegen russische Zwangsmaßnahmen erhöhen und unsere Partner bei der Abwehr feindlicher Einmischung und Aggression unterstützen“, heißt es darin.

Zu den Plänen, die Präsenz des Bündnisses im Osten zu verstärken, gehört die Erweiterung und Umbenennung der 40.000 Mann starken NATO-Eingreiftruppe (NRF), die möglicherweise um das Sechsfache oder mehr aufgestockt werden könnte.

Dies würde sich in einem neuen Streitkräftemodell für die Ost- und Südostflanke der NATO widerspiegeln. Hierbei handelt es sich um die sogenannte Alliierte Eingreiftruppe (Allied Reaction Force, ARF), mit Tausenden von Soldat:innen, die in ihren Heimatländern stationiert, aber bei Bedarf einsatzbereit sind.

Alle NATO-Mitglieder mit Ausnahme von Island erwägen, im Rahmen sogenannter „regionaler Pläne“ mehr eigene Streitkräfte in einen höheren Bereitschaftszustand zu versetzen, um bestimmte Gebiete innerhalb des NATO-Bündnisses zu verteidigen.

„Wir werden die NATO-Reaktionskräfte umgestalten und die Zahl unserer hoch einsatzbereiten Streitkräfte auf weit über 300.000 erhöhen“, kündigte NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg Anfang dieser Woche an. Es ist jedoch noch unklar, wie die Mitgliedsstaaten des Bündnisses diese Zahl erreichen wollen.

Chinas Debüt als Bedrohung

Zum ersten Mal wird in dem langfristigen Planungsdokument der NATO auch China erwähnt. Darin heißt es, dass Pekings „erklärte Ambitionen und Zwangsmaßnahmen unsere Interessen, unsere Sicherheit und unsere Werte herausfordern.“

In dem Dokument wird China für Handlungen in allen politischen, wirtschaftlichen und militärischen Bereichen kritisiert und darauf hingewiesen, dass das Land „versucht, Schlüsseltechnologien und -industrien zu kontrollieren“ und dabei auch internationale Regeln und Vorschriften ignoriert.

Chinas „bösartige hybride und Cyber-Operationen sowie seine konfrontative Rhetorik und Desinformation richten sich gegen Verbündete und schaden der Sicherheit des Bündnisses“, heißt es weiter.

Außerdem wird auf die enger werdenden Beziehungen zwischen Russland und China hingewiesen, die von vielen Sicherheitsexperten als „Drachenbär“-Beziehungen bezeichnet werden.

„Ihre sich gegenseitig verstärkenden Versuche, die auf Regeln basierende internationale Ordnung zu untergraben, laufen unseren Werten und Interessen zuwider“, heißt es.

Türen bleiben offen

Der Einmarsch Russlands in der Ukraine hat Finnland und Schweden bereits dazu veranlasst, ihre jahrzehntelange Politik der militärischen Bündnisfreiheit aufzugeben und sich um einen Beitritt zur NATO zu bemühen, was nun bis Ende des Jahres geschehen könnte.

Abgesehen von den beiden nordischen Ländern ließ die NATO-Führung den Weg für weitere Länder frei, indem sie erklärte, dass „ihre Türen für alle europäischen Demokratien, die die Werte unseres Bündnisses teilen, offen stehen“, und in einer Rüge an Russland hinzufügte, dass die Entscheidungen über die Mitgliedschaft von den NATO-Verbündeten getroffen würden und keine dritte Partei in diesem Prozess ein Mitspracherecht habe.

„Wir werden unsere Partnerschaften mit Bosnien und Herzegowina, Georgien und der Ukraine weiter ausbauen, um unser gemeinsames Interesse an euro-atlantischem Frieden, Stabilität und Sicherheit zu fördern“, heißt es in dem Dokument.

„Wir bekräftigen die Entscheidung, die wir auf dem Bukarester Gipfel 2008 getroffen haben, sowie alle nachfolgenden Entscheidungen in Bezug auf Georgien und die Ukraine“, so das Dokument weiter.

In Bukarest 2008 hatten es die Staats- und Regierungschefs der NATO versäumt, Georgien und der Ukraine den Beitritt zum Aktionsplan für die NATO-Mitgliedschaft anzubieten, eine Unentschlossenheit, die der russische Präsident Wladimir Putin damals ausnutzte, um die Schwächen des Bündnisses sowie dieser Länder zu testen.

EU als „wesentlicher Partner“

Die EU wird in dem Dokument als „einzigartiger und wesentlicher Partner“ der NATO hervorgehoben, das auch hinzufügt, dass beide Organisationen bei der Unterstützung des internationalen Friedens und der Sicherheit „komplementäre, kohärente und sich gegenseitig verstärkende Rollen“ spielen würden.

Seit 2020 hat die EU intensiv über die Zukunft ihrer Sicherheits- und Verteidigungspolitik nachgedacht und Anfang des Jahres mit der Vorlage des ersten militärischen Strategiedokuments der EU, dem Strategischen Kompass, eine neue Stufe erreicht.

Mit diesem Dokument haben die Mitgliedstaaten zum ersten Mal eine Arbeitsteilung zwischen den beiden Organisationen festgelegt, die, wie sie betonen, die NATO ergänzen soll.

Die Staats- und Regierungschef:innen der NATO erkannten den Wert einer „stärkeren und leistungsfähigeren europäischen Verteidigung“ an, die einen „positiven“ Beitrag zur transatlantischen und globalen Sicherheit leisten würde und die „komplementär und interoperabel“ zur NATO sei.

Initiativen zur Erhöhung der Verteidigungsausgaben und zur Entwicklung „kohärenter und sich gegenseitig verstärkender Fähigkeiten“ bei gleichzeitiger Vermeidung unnötiger Doppelarbeit werden als „wesentlich“ angesehen, um den euro-atlantischen Raum sicherer zu machen.

Die erwartete EU-NATO-Erklärung ist jedoch noch nicht vereinbart worden, obwohl ihre Veröffentlichung bereits für Dezember letzten Jahres vorgesehen war. EA 30

 

 

 

 

G7-Beschlüsse. Klimawandel, Hunger, Energie und Ukraine-Krieg

 

Mit einer gemeinsamen Erklärung der Staats- und Regierungschefs ist am Dienstag der G7-Gipfel auf Schloss Elmau in Oberbayern zu Ende gegangen. Drei Tage lang berieten die führenden demokratischen Industrienationen über die Herausforderungen der Gegenwart. Die Beschlüsse im Überblick. Von Mey Dudin und Stefan Fuhr

 

Ernährung

Die Staats- und Regierungschefs stellen für den Kampf gegen den globalen Hunger zusätzlich 4,5 Milliarden US-Dollar (rund 4,3 Milliarden Euro) bereit. Damit kommen die sieben großen demokratischen Industriestaaten in diesem Jahr nach eigenen Angaben insgesamt auf mehr als 13 Milliarden Euro. Laut UN sind umgerechnet 44 Milliarden Euro nötig, um die aktuelle Nahrungsmittelkrise wirksam einzudämmen. Bislang hatten Geberländer nur etwa die Hälfte zugesagt. Russland wird zudem erneut aufgerufen, bedingungslos die Blockade der ukrainischen Schwarzmeerhäfen zu beenden, durch die die Ausfuhr von 20 Millionen Tonnen Weizen behindert wird.

Ukraine-Krieg

Dem ukrainischen Präsidenten Wolodymyr Selenskyj, der per Video zugeschaltet wurde, sagten die G7-Staaten finanzielle, humanitäre, militärische und diplomatische Hilfen „so lange wie nötig“ zu. Sanktionen gegen Russland sollen intensiviert und russische Einnahmequellen verringert werden. Explizit genannt wurde Gold. Dem ukrainischen Staatshaushalt sollen für dieses Jahr bis zu 28 Milliarden Euro zur Versorgung der Bevölkerung bereitgestellt werden. In diesem Jahr haben die G7-Länder nach eigenen Angaben umgerechnet mehr als 2,6 Milliarden Euro an humanitärer Hilfe zugesagt. Die G7-Staaten äußerten ihre Unterstützung für eine internationale Wiederaufbaukonferenz für die Ukraine.

Klimaziele und Klimaclub

Laut Abschlusserklärung reichen die bisherigen Maßnahmen zur Treibhausgasreduzierung nicht aus, um die Erderwärmung auf möglichst 1,5 Grad zu begrenzen, wie es das Pariser Klimaabkommen vorsieht. Bis 2030 müssten die globalen Treibhausgase um 43 Prozent im Vergleich zu 2019 zu sinken, um Klimaneutralität bis Mitte des Jahrhunderts zu erreichen. Angestrebt wird bis Ende 2022 die Gründung eines Klimaclubs von Ländern, die den Kampf gegen die Erderwärmung vorantreiben sollen. Er soll dafür sorgen, dass keine wirtschaftlichen Nachteile durch Klimaschutz entstehen und CO2-Emissionen nicht in andere Länder mit weniger strengen Regeln verlagert werden.

Energie

Bis 2035 wollen die G7-Staaten bei der Stromerzeugung weitgehend oder vollständig aus fossilen Energieträgern aussteigen. Dazu sollen erneuerbare Energien massiv ausgebaut werden. Diejenigen Staaten, die auf Atomkraft setzen, unterstreichen deren Bedeutung für ihren Energie-Mix. Das Ziel, aus der internationalen Finanzierung fossiler Energieträger möglichst rasch auszusteigen, wird angesichts des Ukraine-Krieges in der Abschlusserklärung allerdings relativiert. Es sei nötig, vorübergehend neue Gas-Projekte zu fördern, um von russischem Gas unabhängig zu werden. Dies müsse aber im Einklang mit den Zielen des Pariser Klimaabkommens stehen.

Klimahilfen für arme Länder

Die G7-Staaten bekräftigen die Finanzierungs-Beschlüsse vergangener Klimakonferenzen. Dazu zählt das bislang unerfüllte Versprechen, 100 Milliarden US-Dollar jährlich für Klimaschutz und Anpassung in armen Länder bereitzustellen. Es sollte ursprünglich 2020 eingelöst sein, nun wird 2023 angepeilt. Der Beschluss von Elmau geht nicht über bisherige internationale Vereinbarungen hinaus. Zur Bewältigung klimabedingter Schäden und Verluste in armen Staaten soll ein Programm für Klimarisikoversicherungen ausgebaut werden. Konkrete Mittel dafür werden aber nicht genannt.

Investitionen

Gemeinsam mit Entwicklungs- und Finanzinstitutionen sowie dem Privatsektor wollen die G7-Staaten knapp 600 Milliarden US-Dollar (etwa 570 Milliarden Euro) bis zum Jahr 2027 in Projekte rund um den Globus zu investieren. Dabei geht es um Bereiche, die kritisch sind für Entwicklung, globale Sicherheit und Energiesicherheit, Gesundheit, Digitalisierung, Gleichberechtigung und Klima.

Demokratie

Gemeinsam mit den Gastländern Argentinien, Indien, Indonesien, Senegal und Südafrika bekennen sich die G7 dazu, die Wehrhaftigkeit von Demokratien zu stärken und gemeinsam auf gerechte Lösungen für globale Krisen hinzuarbeiten. Weltweit wollen sie freie Wahlen unterstützen, die Meinungsfreiheit online und offline verteidigen ebenso wie die Unabhängigkeit der Presse. (epd/mig 29)

 

 

 

Können 4,5 Milliarden US-Dollar Hunger stillen?

 

Zum Abschluss ihres Treffens auf Schloss Elmau einigten sich die Staats- und Regierungschefs der sieben wichtigsten, demokratischen Industrienationen darauf, zusätzlich 4,5 Milliarden US-Dollar (rund 4,3 Milliarden Euro) zur Verfügung zu stellen, „um den am meisten von Hunger betroffenen Menschen zu helfen", hieß es in einer am Dienstag veröffentlichten Erklärung.

Die gemeinsamen Zusagen für die weltweite Ernährungssicherheit würden sich damit in diesem Jahr auf insgesamt über 14 Milliarden US-Dollar belaufen. Nach Angaben der Vereinten Nationen sind 44 Milliarden Euro im Kampf gegen die drohende Nahrungsmittelkrise nötig. Früheren Angaben zufolge hatten alle Geberländer bislang etwa die Hälfte des Geldes zugesagt. Laut UN ist die Ernährungslage besonders in Äthiopien, Nigeria, dem Südsudan, dem Jemen, Afghanistan und Somalia sehr kritisch. Weltweit sind demnach aktuell weltweit 345 Millionen Menschen akut von einer Hungerkrise bedroht. Gründe dafür sind beispielsweise regionale Konflikte, die Folgen von Klimakrise und Corona-Pandemie sowie der russische Angriffskrieg in der Ukraine.

Krieg reduziert Getreideexport

Die Ukraine gehört weltweit zu den größten Getreideexporteuren. In Friedenszeiten hatte die Ukraine monatlich rund fünf Millionen Tonnen Getreide exportiert. Zum Kriegsbeginn waren die Ausfuhren auf 350.000 Tonnen eingebrochen. Nach Angaben der Bundesregierung war es zuletzt durch einen internationalen Kraftakt gelungen, im Mai 1,7 Millionen Tonnen Getreide aus der Ukraine über Alternativwege an den Weltmarkt zu bringen.

Appell an Russland

Die G7-Staaten appellieren an Russland, die Blockade der ukrainischen Schwarzmeerhäfen, die Zerstörung von zentraler Hafen- und Verkehrsinfrastruktur, Getreidesilos und -terminals, die unrechtmäßige Inbesitznahme landwirtschaftlicher Produkte und landwirtschaftlicher Ausrüstung in der Ukraine und alle anderen Aktivitäten, die die Produktion und den Export von Nahrungsmitteln durch die Ukraine weiter behindern, ohne Vorbedingungen zu beenden. „All dies kann nur als geopolitisch motivierter Angriff auf die globale Ernährungssicherheit gewertet werden“, erklärten die G7-Staaten.

(kna 28.6.)

 

 

 

Europa wird erwachsen

 

Eine gemeinsame EU-Verteidigungspolitik ist wichtig für eine starke NATO, meint der ehemalige Generalsekretär Javier Solana.

25 Jahre, nachdem Madrid zuletzt Ausrichtungsort eines NATO-Gipfels war – ist die spanische Hauptstadt erneut Kulisse für ein neues Kapitel der europäischen Sicherheit. Und dabei wird überwiegend Europa der Protagonist sein müssen. Letztlich muss das derzeitige Treffen des Bündnisses uns Europäern helfen, uns unserer Verantwortung für die Sicherheit unseres Kontinents zu stellen. Das ist der beste und notwendigste Beitrag, den Europa zur Zukunft der NATO leisten kann.

Der heutige geopolitische Kontext unterscheidet sich stark von dem vor einem Vierteljahrhundert. Auf dem Madrider Gipfel 1997 lud die NATO drei ehemalige Warschauer-Pakt-Staaten – die Tschechische Republik, Ungarn und Polen – zum Beitritt ein. Zudem sah Europa in jenem Jahr nach der Unterzeichnung der NATO-Russland-Grundakte und der anschließenden Gründung des NATO-Russland-Rates einer Zukunft beispielloser Aussöhnung mit dem Kreml entgegen. Inzwischen ist von diesem Optimismus natürlich nicht viel übriggeblieben.

Die NATO hat sich als unverzichtbar für Europas Sicherheit und als beste Garantie für die nationale Sicherheit einer wachsenden Anzahl von Ländern erwiesen. Eine der wichtigsten Folgen des Kriegs in der Ukraine sind Finnlands und Schwedens Anträge auf Beitritt zur NATO. Beides sind Länder, die alle Eigenschaften mitbringen, einen positiven Beitrag zum Bündnis zu leisten. Im Gefolge der jüngsten Entscheidung der Bürger Dänemarks für den Beitritt zur EU-Verteidigungspolitik nähern sich die Institutionen, die die Basis der europäischen Sicherheit bilden, einander zunehmend an.

Jahrzehntelang hat eine falsche Dichotomie zwischen Befürwortern des europäischen Einheitsgedanken und Atlantikern eine sterile und unproduktive Sicherheitsdebatte in Europa angeheizt. Heute bezweifelt kaum jemand, dass die Europäer mehr zum Bündnis und zur europäischen Sicherheit betragen müssen und, dass sie die Fähigkeit entwickeln sollten, bei künftigen Sicherheitskrisen eine Führungsrolle zu übernehmen. Die Frage ist daher, wie Europa am besten zur Mission der NATO beitragen kann.

Ein starkes Europa ist unverzichtbar zur Wiederbelebung des transatlantischen Sicherheitsbündnisses. Bei einer meiner ersten Sitzungen als Hoher Vertreter der EU für Außen- und Sicherheitspolitik beschrieb ein ehemaliger britischer Verteidigungsstabschef die Richtung, die diese Beziehung nehmen sollte, ganz sachlich so: „Ein Europa, dass mit den Vereinigten Staaten lediglich aufgrund eigener Schwäche verbündet bleibt“, sagte er, „ist von begrenztem Wert.“

Die transatlantische Beziehung zu stärken, bedeutet anzuerkennen, dass sich ihre europäische Komponente geändert hat. Die Ereignisse der jüngsten Monate haben gezeigt, dass die EU auf Sicherheitsbedrohungen auf koordinierte und robuste Weise reagieren kann. Umfassende Sanktionen gegen Russland, eine gemeinsame Finanzierung von Waffenlieferungen an die Ukraine und die bloße Idee, Europas Abhängigkeit von russischer Energie drastisch zu verringern, wären noch vor ein paar Jahren undenkbar gewesen.

Nach den Maßnahmen, die der Kontinent zur Abmilderung der wirtschaftlichen Folgen von COVID-19 ergriffen hat, hat nun die europäische Reaktion auf Russlands Invasion der Ukraine bestätigt, dass Europa in schlechten Zeiten an Stärke gewinnt. Zwar stimmt es, dass Präsident Wladimir Putins Angriffskrieg es Europa erleichtert hat, sich zusammenzuschließen. Doch ist der Ehrgeiz seiner Regierungen angesichts der wirtschaftlichen Kosten einiger der Maßnahmen für Europa bemerkenswert.

Die Grundlage für die Stärkung der europäischen Integration in Verteidigungsfragen existiert bereits. Die Fortschritte der vergangenen 20 Jahre bei der gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik, die Erfahrungen aus zivilen und militärischen EU-Missionen, die Arbeit der Europäischen Verteidigungsagentur sowie die Verabschiedung des strategischen Kompasses haben Europa eine günstige Position verschafft, die Herausforderung in Angriff zu nehmen.

Die Bereitschaft der nationalen Bevölkerungen und der EU-Institutionen, gemeinsame Projekte zur Stärkung des europäischen Verteidigungssektors zu finanzieren, ist ein wichtiger erster Schritt. Der politische Schwenk der deutschen Bundesregierung – die 2022 ihre Verteidigungsausgaben auf 100 Milliarden Euro nahezu verdoppelt hat – stellt eine historische Gelegenheit dar, Projekte mit anderen europäischen Partnern zu finanzieren.

Und Deutschland ist kein Einzelfall. Der Krieg in der Ukraine hat die EU-Mitgliedstaaten veranlasst, nie dagewesene Erhöhungen ihrer Verteidigungsausgaben in der Gesamtsumme von 200 Milliarden Euro über die nächsten vier Jahre hinweg anzukündigen. Diese Zusagen stehen im Gegensatz zu Europas bisheriger Schwerfälligkeit in diesem Bereich. Während der letzten 20 Jahre betrug der prozentuelle Anstieg der gemeinsamen Verteidigungsausgaben in den EU-Mitgliedstaaten ein Drittel von dem der USA, ein Fünfzehntel von dem Russlands und ein Dreißigstel von dem Chinas.

Zum Glück ist die Höhe der Militärausgaben weniger wichtig als die Art und Weise, wie das Geld ausgegeben wird. Wir müssen es besser ausgeben, gemeinsam, und als Europäer. Gemeinsame Verteidigungsausgaben sind effizienter als nationale Bemühungen und tragen dazu bei, Europas industrielle und technologische Basis zu stärken. Die jüngste Zusage der Europäischen Kommission, 500 Millionen Euro für die gemeinsame Rüstungsbeschaffung bereitzustellen, legt nahe, dass sich Europa in die richtige Richtung bewegt.

Europa stützt sich derzeit für 60 Prozent seiner militärischen Kapazitäten auf militärische Ausgaben außerhalb seiner Grenzen. Mehr und bessere Verteidigungsausgaben müssen es vermeiden, die Abhängigkeit Europas von der Rüstungsindustrie anderer Länder zu vergrößern, da dies die Bemühungen untergraben würde, eine stärkere europäische strategische Autonomie zu erreichen. Doch während wir zu Investitionen in eine komplett europäische Rüstungsindustrie ermutigen sollten, darf die von Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen vorgeschlagene Europäische Verteidigungsunion keine neuen internen Abhängigkeiten hervorbringen, von denen einige wenige nationale Industrien innerhalb Europas profitieren.

Die Entwicklung der gemeinsamen Verteidigungspolitik der EU sieht weder eine Aufteilung der Verantwortlichkeiten in Bezug auf die europäische Sicherheit vor noch gibt sie vor, die lebenswichtige von der NATO erfüllte Funktion zu ersetzen. Die Verantwortlichkeiten der Organisationen, die die Basis für das transatlantische Sicherheitsbündnis bilden, werden dieselben bleiben. Was wichtig ist, ist, diese Verantwortlichkeiten mit all unseren bestehenden Kapazitäten in Angriff zu nehmen.

Der amerikanische Kommentator Walter Lippmann hat einmal gesagt, Bündnisse seien wie Ketten: nur so stark wie ihr schwächstes Glied. Im Vorfeld des Madrider NATO-Gipfels 2022 ist dies der beste Weg, die politische Herausforderungen zu beschreiben, vor denen die transatlantische Beziehung steht. Nur der politische Wille der Europäer und ihrer Regierungen kann die Sicherheit unseres Kontinents stärken. Javier Solana, PS/IPG 28.6.

 

 

 

 

Meloni fordert geeinte Front der Rechten bei italienischen Parlamentswahlen

 

Die Vorsitzende der Brüder Italiens (Fratelli d’Italia), Giorgia Meloni, forderte die Rechtsparteien nach der Niederlage der Mitte-Rechts-Koalition bei den letzten Kommunalwahlen auf, die konservative Front vor den Parlamentswahlen 2023 wieder zu vereinen. Von: Margherita Montanari

 

Bei den Bürgermeisterwahlen am Sonntag, die von einer niedrigen Wahlbeteiligung geprägt waren, wurden die Wähler:innen von der Mitte-Links-Koalition überholt.

„Hört auf zu streiten. Die Mitte-Rechts-Koalition kann nicht riskieren, das Ergebnis der kommenden politischen Wahlen zu gefährden. Ich werde Matteo Salvini und Silvio Berlusconi bitten, sich so bald wie möglich zu treffen, um weitere Spaltungen zu vermeiden“, sagte Meloni am Montag (27. Juni) in einer Videobotschaft auf Facebook.

Meloni verwies auf die Führungsrolle ihrer Partei, die in den Städten, in denen die Konservativen gewonnen haben, „die Koalition an sich gerissen hat“.

Dies könnte den Weg für einen Showdown in der Mitte-Rechts-Allianz ebnen. Insbesondere dürften Salvini und Meloni um den Vorsitz in der Koalition ringen.

Die Gräben zwischen Liga, BoI und Forza Italia sind auch in Europa sichtbar. Während Lega-Chef Matteo Salvini eher zu einer erneuerten europäischen Rechten mit dem ungarischen Regierungschef Viktor Orbán tendiert, blickt Meloni auf Polens Regierungspartei PiS und die spanische Vox.

Da 2023 Parlamentswahlen anstehen, wollen die Konservativen keine Zeit verlieren.

Der ehemalige Vizepremier Salvini begrüßte Melonis Anfrage. „Meiner Meinung nach kann das Treffen sogar schon morgen stattfinden“, sagte er. EA 28

 

 

 

 

G7-Gipfel. Außer Spesen, nichts gewesen?

 

Wegen Kriegen, Krisen und Hungersnöten sind die Erwartungen an die G7-Staaten groß. Werden schönen Worten beim Gipfel auf Schloss Elmau auch Taten folgen? Bisher wurden die Erwartungen enttäuscht. Stattdessen schielt Deutschland auf Gas aus Senegal. Von Mey Dudin

 

Die Bilder sollen für sich sprechen: Die wohl mächtigsten Männer der Welt spazieren über die Wiese vor einer prächtigen Bergkulisse. Sie wirken entspannt, lachen und feixen. Die Regierungs- und Staatenlenker aus den USA, Kanada, Großbritannien, Frankreich, Italien und Japan sind auf Einladung von Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) zum G7-Gipfel nach Oberbayern gekommen. Als einzige Frau ist die – weniger mächtige – EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen dabei. Aus Schloss Elmau in gut 1.000 Metern Höhe senden sie Signale der Harmonie und Geschlossenheit. Und wer im Medienzelt – am Fuße der Berge in Garmisch-Partenkirchen – die Kopfhörer für die Tonübertragung vom Schloss auch zwischen den Pressestatements aufbehält, hört die Vögel zwitschern.

Diese Außendarstellung steht im krassen Kontrast zu den Themen, die von den G7 diskutiert werden. Es geht um den Ukraine-Krieg, um drohende Hungerkatastrophen und um den Klimawandel, der jetzt schon arme Länder mit Dürren, Überschwemmungen und steigenden Meeresspiegeln in existenzielle Nöte bringt und immer mehr Menschen in die Flucht treibt. Der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskyj wurde dem Gipfel per Video zugeschaltet.

Konkrete Antworten auf die drängenden Fragen gab der G7-Gipfel aber bis zum Montagnachmittag nicht. Beim Klimaschutz drohen sogar Rückschritte: Nach Medien-Informationen wollen die G7 in ihrem Beschlusspapier die wichtige Rolle von verflüssigtem Erdgas hervorheben, um mögliche Engpässe insbesondere in Europa zu überbrücken. Dabei wird trotz heftiger Kritik von Hilfsorganisationen eingeräumt, dass öffentliche Investitionen in den Gassektor als vorübergehende Antwort auf die aktuelle Energiekrise wichtig sind.

Keine Zusagen für Hilfe

Auch konkrete Zusagen für humanitäre Hilfen für die Hungernden gab es zunächst nicht. Laut UN sind umgerechnet 44 Milliarden Euro nötig, um die Nahrungsmittelkrise wirksam einzudämmen. Bislang haben Geberländer aber nur etwa die Hälfte zugesagt, erst 20 Prozent sind bereitgestellt worden. Dem Welternährungsprogramm zufolge sind aktuell 345 Millionen Männer, Frauen und Kinder weltweit akut von Nahrungsmittelknappheit bedroht.

Deutschland arbeitet derzeit gemeinsam mit anderen EU-Staaten und den Vereinten Nationen daran, Getreide aus der Ukraine hinauszubringen. Die G7-Staaten äußerten sich entschlossen, die Ukraine dabei zu unterstützen, Getreide, Pflanzenöl und andere Agrarprodukte zu produzieren und zu exportieren. Russland wurde aufgefordert, die Angriffe auf ukrainische Agrarinfrastruktur und Transportsysteme zu beenden und Schiffen mit Agrargütern die Ausfahrt aus den ukrainischen Schwarzmeerhäfen nicht zu behindern. All jene, die ukrainisches Getreide stehlen oder in anderer Weise von dem Krieg profitieren, müssen gezielte Sanktionen befürchten.

Deutschland will Gas aus Senegal

Weil die Ukraine zu den wichtigsten Getreideexporteuren weltweit gehört, steigen seit der militärischen Großoffensive Russlands auf das Land vor vier Monaten die Lebensmittelpreise noch rasanter als zuvor schon wegen der Corona-Pandemie und anderen Krisen. Rund 20 Millionen Tonnen Getreide sind nach wie vor in Silos gelagert und können wegen russischer Blockaden der Häfen nicht im großen Stil exportiert werden.

An den Beratungen zu Ernährungssicherheit und Klimaschutz nahmen auch die Gastländer Argentinien, Indien, Indonesien, Südafrika und Senegal teil. Der Senegal hat derzeit den Vorsitz der Afrikanischen Union inne. Vor einigen Jahren wurden vor der Küste des Landes große Gas- und Öl-Vorkommen entdeckt. Hier plant die Bundesregierung, die sich derzeit darum bemüht, von russischem Gas wegzukommen, eine engere Zusammenarbeit.

Enttäuschung im Bereich Klima und Hunger

Wer sich vom G7-Gipfel konkrete Zusagen für mehr Klimaschutz und weitere Milliarden gegen den Hunger erhofft hatte, wurde bisher enttäuscht. Eigentlich hätten gerade diese sieben großen Industriestaaten die Macht dazu, deutlich mehr zu tun. Zusammen erbringen sie 31 Prozent der globalen Wirtschaftsleistung. Sie repräsentieren zehn Prozent der Weltbevölkerung und waren 2020 für 21 Prozent der globalen Treibhausgas-Emissionen verantwortlich.

Der Gipfel wird noch bis Dienstagmittag andauern. Die G7 können also noch nachlegen und zeigen, ob sie die Weichen für eine Zukunft mit mehr Klimaschutz und weniger Hunger stellen. Erfüllen sie die hohen Erwartungen nicht, dürften auch schöne Bilder darüber nicht hinwegtäuschen. (epd/mig 28.6)

 

 

 

 

Bahnbrechendes Energiespargesetz: EU-Länder haben sich vorläufig geeinigt

 

Die 27 EU-Energieminister:innen wollen bei ihrem Treffen am Montag (27. Juni) eine vorläufige Einigung über die Energieeffizienzrichtlinie der EU erzielen und damit den Weg für das erste rechtsverbindliche Ziel zur Steigerung der Energieeinsparungen ebnen. Von: Kira Taylor

 

Die Minister:innen treffen sich am Montag und Dienstag (27./28. Juni) in Luxemburg, um das Klimapaket der EU so weit wie möglich abzuschließen, einschließlich der Gesetze zu erneuerbaren Energien, Energieeffizienz, Kohlenstoffpreisen sowie Landnutzung und Forstwirtschaft.

Gerade die Überarbeitung der EU-Energieeffizienzrichtlinie steht dabei im Mittelpunkt.

„Die Energieeffizienz ist ein wesentlicher Bestandteil der Unabhängigkeit von russischen Energieimporten“, so der Bundesminister Robert Habeck beim Betreten des Energierates in Luxemburg.

Deutschland und Österreich machten im Vorfeld des Ministerrats eigentlich noch einmal ordentlich Druck. Andererseits haben Berlin und Wien in der Woche zuvor einen Vorstoß Spaniens zur Verwässerung der EU-Energieeffizienzrichtlinie mitgetragen.

Bei einem Treffen am Mittwoch (22. Juni) erzielten die nationalen Vertreter bedeutende Fortschritte in Richtung einer Einigung über die Energieeffizienzrichtlinie, von der man hofft, dass sie am Montag von den EU-Energieministern formell angenommen wird, obwohl dies nicht sicher ist.

„Die Diskussion über die Hauptziele für die EU-Energieeffizienz ist noch nicht abgeschlossen. Und leider ist es etwas schwierig vorherzusagen, wie die Diskussion morgen verlaufen wird und was am Ende auf dem Tisch liegen wird“, sagte ein EU-Diplomat.

Vorläufige Einigung

Laut Brook Riley, Leiter für EU-Angelegenheiten beim Dämmstoffhersteller Rockwool, wurde die Energieeffizienz-Richtlinie gegenüber der vorherigen Fassung verbessert.

Diesmal soll sie ein verbindliches Ziel für die Steigerung der Energieeffizienz und einen von der Europäischen Kommission und der französischen Ratspräsidentschaft ausgearbeiteten Mechanismus enthalten, der sicherstellen soll, dass die EU bei der Erreichung dieses Ziels auf Kurs bleibt.

„Wenn man darüber nachdenkt, ist dies ein großer Schritt nach vorn im Vergleich zur letzten Energieeffizienz-Richtlinie, bei der es nur ein indikatives Ziel und überhaupt keinen Umsetzungsmechanismus gab“, so Riley gegenüber EURACTIV.

Auch wenn es ein verbindliches Ziel geben soll, werde die genaue Zahl erst in den Verhandlungen mit dem Europäischen Parlament festgelegt. Sicher ist nur, dass sie nicht hinter den ursprünglich von der Europäischen Kommission für das Jahr 2030 vorgeschlagenen 9 Prozent zurückbleiben wird.

Die am Mittwoch erzielte provisorische Übereinkunft enthält jedoch auch einige Abschwächungen.

Dazu gehört zunächst, dass das Ziel für den Primärenergieverbrauch – wie viel Energie in den Prozess der Energieerzeugung, -umwandlung und -übertragung fließt, bevor sie die Endverbraucher:innen erreicht – rein indikativ und daher für die EU-Mitgliedstaaten nicht rechtsverbindlich sein wird.

Dies bedeutet, dass nur das Ziel für den Endenergieverbrauch – wie viel Energie von den Endverbraucher:innen oder -anwendungen verbraucht wird – als rechtsverbindliches Ziel für 2030 beibehalten wird.

„Der Verzicht auf ein verbindliches Primärenergieziel bedeutet, dass die Energieumwandlungsverluste nicht mehr in die Bilanz einfließen – sie zählen nicht“, erklärte Riley.

„Wie Sie sich vorstellen können, kommt dies Ländern mit Atomkraft zugute, versichert diejenigen, die große Pläne für Wasserstoff haben, und bedeutet, dass andere die Kohle als Zwischenlösung für die Energiesicherheit ausbauen können“, fügte er hinzu.

Der Vorschlag, das verbindliche Ziel für den Primärenergieverbrauch zu streichen, kam laut EURACTIV in letzter Minute aus Spanien. Später wurde er von den anderen EU-Ländern angenommen, obwohl viele von ihnen dem Primärziel bereits zugestimmt hatten – etwa Österreich, Kroatien, Zypern, Tschechien, Dänemark, Estland, Deutschland, Italien, Luxemburg, die Niederlande, Portugal, Schweden und Slowenien.

Am Ende stimmten die meisten nationalen Vertreter:innen dem spanischen Vorschlag zu, mit Ausnahme von Luxemburg und den Niederlanden.

Ohne ein verbindliches Ziel für den Primärenergieverbrauch würden ineffiziente Energieerzeugungsmethoden wie Wasserstoff begünstigt, die mit erheblichen Energieumwandlungsverlusten verbunden sind. Außerdem würden dadurch andere Energiequellen wie Atom- und Kohlekraft effizienter erscheinen, als sie tatsächlich sind.

„Die Mitgliedstaaten haben sich darauf geeinigt, den effizienten Endverbrauch von Energie zu fördern – das ist eine gute Sache, das bedeutet einen starken Fokus auf Haushalte, Industrie und Verkehr“, erklärt Riley.

„Aber es gibt keine Verpflichtung, den Produktionsprozess effizienter zu gestalten“, fügte er hinzu. „Die Gefahr ist, dass bei diesem ganzen Vorstoß in die Elektrifizierung die effiziente Ressourcennutzung und die effiziente Energieerzeugung einfach keine große Rolle spielen“, warnte er.

Zudem wird befürchtet, dass das gesonderte Ziel, jedes Jahr 3 Prozent der von öffentlichen Einrichtungen genutzten Gebäude zu renovieren, abgeschwächt worden ist. Nach der am Mittwoch erzielten vorläufigen Einigung würde diese Vorgabe den sozialen Wohnungsbau ausschließen und einen laxeren alternativen Ansatz zur Erfüllung dieser Verpflichtung wieder einführen.

„Während das zögerliche Vorgehen beim Energiesparen in der Vergangenheit eine der Hauptursachen für die heutige Energiesicherheitskrise ist, werden die Energieminister wahrscheinlich denselben alten Fehler wiederholen, nämlich der Energieeffizienz nicht genügend Priorität einzuräumen“, sagte Arianna Vitali, Generalsekretärin der Koalition für Energieeinsparungen.

„Das Europäische Parlament setzt sich im Gegenteil dafür ein, den Vorschlag der Kommission zur Energieeffizienzrichtlinie zu stärken, um die Importe fossiler Brennstoffe, die Energiekosten und die Emissionen zu senken“, fügte sie hinzu.

Die Koalition skizzierte auch positive Elemente, die der Richtlinie mehr Gewicht verleihen, darunter ein Mechanismus, der sicherstellt, dass die EU-Länder gemeinsam ihr Endenergieverbrauchsziel erreichen.

Während die nationalen Beiträge zum EU-weiten Ziel nicht verbindlich sind, wird die Europäische Kommission eine Formel verwenden, um zu ermitteln, welche Länder ihren Beitrag geleistet haben.

Wenn die kollektiven Beiträge das EU-weite Ziel nicht erreicht haben sollten, müssten die Länder, die keinen angemessenen Anteil vorgeschlagen haben, die Differenz ausgleichen. EA 27

 

 

 

 

Kultusminister. Schulen überfordert wegen Corona, Ukraine und Lehrermangel

 

Die Corona-Pandemie und die Fluchtbewegung aus der Ukraine verschärfen bestehende Probleme des deutschen Bildungssystems. Die Bundesländer dringen auf mehr Geld und eine Verlängerung des Programms gegen Lernrückstände.

Die Kultusministerien der Bundesländer haben mit Blick auf verschärften Personalmangel in Schulen und Kindertagesstätten mehr Hilfe vom Bund gefordert. Um während pandemiebedingter Schulschließungen verursachte Lernrückstände aufzuholen, reichten die zunächst veranschlagten zwei Jahre nicht aus, hieß es am Freitag in Berlin nach Beratungen der Kultusministerkonferenz. Zusätzlich zu der für das Förderprogramm „Aufholen nach Corona für Kinder und Jugendliche“ bewilligten Milliarde Euro seien weitere 500 Millionen Euro und eine längere Laufzeit erforderlich. Das bisherige Programm läuft Ende des nächsten Schuljahres aus.

Die Schulschließungen der vergangenen Jahre hätten zu gravierenden Auswirkungen auf die psychische wie physische Gesundheit und den Lernerfolg von Kindern und Jugendlichen geführt, beklagte die Kultusministerkonferenz. Untersuchungen zufolge sind Schüler aus einkommensschwachen Familien und Kinder mit ausländischen Wurzeln besonders stark betroffen. Bund und Länder müssten gemeinsam zügig an Maßnahmen zur Überwindung von Lernrückständen arbeiten.

Erneute flächendeckende Schulschließungen müssen nach dem Willen der Kultusminister ausgeschlossen bleiben. Sollte sich das Pandemiegeschehen erneut verstärken, werde „mit Augenmaß“ über mögliche Schutzmaßnahmen entschieden, sagte die Präsidentin der Kultusministerkonferenz, Karin Prien (CDU).

Integration in Regelunterricht „unerlässlich“

Seit Kriegsbeginn wurden den Angaben zufolge knapp 140.000 Kinder und Jugendliche aus der Ukraine in deutschen Schulen angemeldet. Weitere 100.000 Kinder aus Flüchtlingsfamilien seien noch nicht im Schulsystem angekommen, erklärte der hessische Bildungsminister Alexander Lorz (CDU).

Die baldige Integration in den Regelunterricht sei eine „unerlässliche Grundvoraussetzung für schutzsuchende Kinder und Jugendliche“, mahnte die schleswig-holsteinische Bildungsministerin Prien. Dabei gelte es vor allem, die Kapazitäten für Unterricht in Deutsch als Zweitsprache auszubauen. Allein in ihrem Bundesland würden 250 zusätzliche Lehrkräfte für dieses Fach benötigt. Kinder und Jugendliche aus der Ukraine seien in Deutschland schulpflichtig. Sie könnten zusätzlich jedoch Online-Angebote ihres Heimatlandes nutzen, um so gegebenenfalls nationale Abschlüsse zu erlangen.

Mangel an Lehrkräften

Wegen der infolge des Ukraine-Kriegs weiter verschärften Mangels an Lehrkräften an Schulen und pädagogischem Personal in Kindertagesstätten dringt die Kultusministerkonferenz auf innovative Lösungen. „Wir dürfen in der Debatte keine Tabus mehr haben“, sagte Prien. Dabei müsse die Entwicklung der Bildung in den kommenden 20 Jahren in den Blick genommen werden.

„Angesichts der demografischen Entwicklung ist es absehbar, dass es auch mit großen Anstrengungen nicht gelingen kann, mittel- und langfristig genügend Lehrkräfte zu finden“, sagte der Hamburger Bildungssenator Ties Rabe (SPD). Allein in Hamburg müsste jeder zehnte Abiturient Lehrer werden, um den Bedarf zu decken. Laut Kultusministerkonferenz sind unter anderem Erleichterungen für Quer- und Seiteneinsteiger sowie die Anstellung von Lehrkräften aus dem Ausland im Gespräch. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Globale Disruption

 

Corona und der Ukraine-Krieg haben unsere ökonomische Verwundbarkeit gnadenlos aufgezeigt. Nun droht auch noch eine Blockkonfrontation im Welthandel. Thorben Albrecht & Andreas Bodemer & Ralf Rukwid

 

Der Ukraine-Krieg und seine Folgen verändern in Deutschland und Europa deutlich das Bewusstsein für wirtschaftliche Abhängigkeiten und die Verwundbarkeit, die damit einhergeht. Schon vor dem Krieg war die europäische Industrie mit Rohstoffmangel, globalen Überkapazitäten, Dumping und einem neuen, wachsenden Protektionismus konfrontiert. Seit Beginn der Corona-Pandemie kam es zudem immer wieder zu Unterbrechungen der globalen Lieferketten – bis hin zu den gravierenden jüngsten Lieferproblemen infolge der chinesischen Lockdown-Strategie.

Die Corona-Krise hat also bereits die Schwachstellen einer zwar hocheffizienten, aber störungsanfälligen Just in Time-Produktion unterstrichen. Im neuen geopolitischen Umfeld werden Zielkonflikte zwischen Kosteneffizienz und Widerstandsfähigkeit weiter verstärkt. Die Unternehmen stehen vor der Herausforderung, ihre Lieferketten resilienter zu gestalten sowie teils auch ihre Exportstrategien neu zu denken. Zugleich steht die deutsche und europäische Politik vor der Herausforderung, ein angemessenes Gleichgewicht zwischen den weiter bestehenden Vorteilen offener Handelsbeziehungen sowie dem Bedürfnis nach Abbau strategischer Abhängigkeiten und einer Stärkung der Versorgungssicherheit zu finden.

Fairer Handel verspricht weiter Wohlstandsgewinne für die große Mehrzahl der Beteiligten, aber klar scheint, dass die effizienzfixierte, globale Ausrichtung der Lieferketten ihren Höhepunkt überschritten hat. Für eine Neugestaltung der Lieferbeziehungen gibt es dabei unterschiedliche unternehmerische Strategien. Einige Unternehmen suchen sich zusätzliche Zulieferer an verschiedenen Standorten im Zuge einer Diversifizierung. Mit den Schlagworten Re-Shoring, der Verlagerung der Produktion ins Inland, oder Near-Shoring, der Produktion in der jeweiligen Kontinentalregion, verbindet sich dagegen die Strategie, mit einer größeren geografischen Nähe eine größere Versorgungssicherheit zu erreichen.

Angesicht einer drohenden Blockkonfrontation im Welthandelssystem sprechen sich Politiker wie die US-Finanzministerin Janet Yellen auch für ein verstärktes Friend-Shoring aus, welches den Handel insbesondere mit strategisch bedeutenden Vorleistungsgütern auf verlässliche Handelspartner beschränkt. Insgesamt dürften die Produktionsstrukturen deutlich regionaler werden. Die politischen Rahmenbedingungen sind hierfür so zu gestalten, dass die Reorganisation der industriellen Wertschöpfungs- und Lieferketten sich auch an sozialen und ökologischen Kriterien orientiert. Versorgungssicherheit muss ebenso garantiert sein wie gute Arbeit und ökologische Nachhaltigkeit – und zwar entlang der gesamten Lieferkette und in möglichst allen Weltregionen.

Bereits in den letzten Jahren hatte die Europäische Union ihr Bemühen um eine Gewährleistung gleicher und fairer Wettbewerbsbedingungen intensiviert und eine Erweiterung ihres Handelsschutzinstrumentariums angestrebt, beispielsweise durch ein stärkeres Investitionsscreening, CBAM – den Carbon Border Adjustment Mechanism als CO?-Grenzausgleichssystem – oder ein Instrument zu drittstaatlichen Subventionen und zum internationalen Beschaffungswesen. Angesichts der aktuellen Lage könnte der Nutzung des Handelsschutzinstrumentariums und den Regeln zur Investitionstätigkeit aus Drittstaaten nun eine noch größere Bedeutung zukommen. Daraus resultiert die Herausforderung, diese Instrumente nach Bedarf weiter zu schärfen, ohne eine Protektionismus-Spirale anzuheizen.

Zudem ist die EU herausgefordert, ihre Wirtschaftspolitik – über den bloßen Abbau von Wettbewerbsverzerrungen hinaus – künftig deutlich aktiver zu gestalten. Im neuen geostrategischen Wettbewerb muss Europa nicht alles innerhalb der eigenen Grenzen produzieren, aber es darf bei der Sicherung bzw. Neuansiedlung von Schlüsselindustrien nicht den Anschluss verlieren. Diese Schlüsselindustrien gilt es in einer Welt des grünen, digitalen und geopolitischen Wandels transparent zu identifizieren und im Sinne der strategischen Souveränität zu fördern.

Dabei muss die Industriepolitik die Handelspolitik aktiv flankieren und eine wesentlich größere Rolle spielen als bisher. Hier hat die EU zwar zuletzt einige Anstrengungen unternommen, wie bei strategischen Förderprojekten zu Gesundheit, Wasserstoff, Cloud und Batterieentwicklung oder durch das Projekt REPowerEU, welches die Abhängigkeit von russischen fossilen Brennstoffen vor 2030 als Reaktion auf die russische Invasion in der Ukraine zu beenden versucht. Bisher aber bleibt die Industriepolitik in Europa weiterhin vor allem unter dem Einfluss der Mitgliedsstaaten und weitgehend unkoordiniert.

Die Stärkung der europäischen Souveränität wird nicht ausschließlich, aber natürlich auch in Zusammenhang mit den Wirtschaftsbeziehungen zu China zu diskutieren sein. Während der Ukraine-Krieg die transatlantische Kooperation wieder verstärkt, wird gleichzeitig auch die Konkurrenz und Konfrontation mit China wieder sichtbarer. Die Abhängigkeit von China ist in den EU-Mitgliedsstaaten teils sehr unterschiedlich ausgeprägt bzw. wird politisch auch zum Teil sehr abweichend bewertet.

Für die deutsche Industrie sind die Handels-, Investitions- und Innovationsbeziehungen mit China von enormer Bedeutung (was auch umgekehrt gilt) – für einige namhafte Unternehmen ist der chinesische Markt der weltweit wichtigste Absatzmarkt. Damit besteht für diese Unternehmen aber zunehmend das Risiko, in politische Konflikte, wie beispielweise um Taiwan, hineingezogen zu werden. Auch die Frage von Menschen- und Arbeitnehmerrechten in China gewinnt weiter an Bedeutung.

Die Chinapolitik in Deutschland und Europa muss hier ein neues Gleichgewicht finden, um die Vorteile des wirtschaftlichen Austauschs soweit möglich zu erhalten, ohne sich dem Risiko einer allzu großen Verwundbarkeit auszusetzen. Dabei ist klar: Eine schnelle, weitreichende Entflechtung mit der chinesischen Wirtschaft ist derzeit – anders etwa als im Falle Russlands – nicht vorstellbar. Jedoch müssen Abhängigkeiten realistisch bewertet und gegebenenfalls auch zurückgefahren werden.

Mit dem Raw Materials Act nimmt die EU nun etwa eine stärkere Rohstoffunabhängigkeit von China u.a. bei den für die Zukunftsfähigkeit der europäischen Industrie essentiellen seltenen Erden ins Visier. Allgemein sollte die künftige Chinapolitik Deutschlands und anderer EU-Mitgliedsstaaten in enger Kooperation mit den europäischen Partnern erfolgen. Auch eine stärkere transatlantische Koordinierung – ohne eigene und gegebenenfalls abweichende Interessen von vornherein aufzugeben – erscheint hier ratsam.

Angesichts einer auf absehbare Zeit dysfunktionalen Welthandelsorganisation stellt sich über den Umgang mit China hinaus die Frage nach künftig sinnvollen internationalen Kooperationen. Braucht es nun etwa mehr Partnerschaften auf nationaler Ebene, z.B. bei Energie- oder Rohstofflieferungen, oder wieder eine intensivierte Bemühung um den Abschluss von EU-Handelsabkommen, wie etwa beim angestrebten Neustart der Verhandlungen mit Indien oder den schon weiter fortgeschrittenen Verhandlungen mit Mexiko, Indonesien, Australien, Neuseeland und dem Mercosur?

Aus gewerkschaftlicher Perspektive sind transparent verhandelte multilaterale Verträge zur Ausgestaltung der globalen Handelsbeziehungen eigentlich klar zu präferieren. Bilaterale Handelsabkommen, wie zuletzt zwischen der EU und Japan, sind nur die zweitbeste Option, denn sie schließen Dritte aus und schaffen ein immer komplexeres internationales Regelungsgeflecht. Insoweit multilaterale Initiativen und Lösungen aber längerfristig blockiert sind, sollte auch eine Unterstützung bilateraler Abkommen wieder stärker diskutiert werden.

Wenn sie demokratisch transparent verhandelt werden sowie Mindeststandards bei sozialen und ökologischen Regeln beinhalten und diese Regeln gegenüber dem Status quo verbessern, können auch bilaterale Handelsabkommen eine positive Rolle in einem Welthandelssystem spielen, in dem umfassende funktionierende multilaterale Abkommen leider auf absehbare Zeit wohl unrealistisch sind. IPG 25.6.

 

 

 

 

EU-Beitrittskandidaten. Lust und Frust

 

Ukraine und Moldau sind jetzt EU-Beitrittskandidaten. Damit drohen Stillstand und Frustration, wie der Blick auf den Balkan zeigt. Max Brändle

 

Die Ukraine sowie die Republik Moldau sind nun offiziell Beitrittskandidaten der Europäischen Union. Mit der Beitrittsperspektive soll insbesondere gegenüber Kiew ein Zeichen der Solidarität und Unterstützung gesetzt werden. Doch was für eine Art Versprechen wird dem Land, das sich gegenwärtig mutig gegen den Überfall Russlands verteidigt, damit gegeben? Welcher steinige Weg steht der Ukraine (und Moldau) nun bevor? Dazu lohnt ein Blick auf die Staaten des westlichen Balkans, die sich seit zwei Jahrzehnten mit Lust und Frust der Beitrittsperspektive abmühen.

 

Montenegro und Serbien verhandeln bereits seit rund einem Jahrzehnt, der Durchbruch in Kernthemen des Beitrittsprozesses wie der Rechtsstaatlichkeit und Korruptionsbekämpfung ist dabei noch nicht gelungen. Nordmazedonien und Albanien haben alle Voraussetzungen für den Beginn der Beitrittsverhandlungen geschaffen, doch bedingt durch das Veto des EU-Mitgliedstaats Bulgarien aufgrund von identitätspolitischen Argumenten gibt es hier keinen Fortschritt. Auch der Gipfel vom 23. Juni konnte die Blockade nicht lösen. Bosnien-Herzegowina hat weitere Auflagen für einen Kandidatenstatus zu erfüllen, Kosovo hat mit der Schwierigkeit zu kämpfen, dass weiterhin fünf EU-Mitgliedstaaten die Unabhängigkeit des Landes nicht anerkennen. Zudem ist es das einzige Land des Balkans, das noch Visa für die Einreise in die EU benötigt, obwohl auch dazu alle Voraussetzungen geschaffen sind.

 

Keine Frage, alle Länder des westlichen Balkans gehören zu Europa und sollen einst vollwertige Mitglieder der Europäischen Union werden. Und fraglos gibt es in allen diesen Staaten Reformbedarf, nicht zuletzt bei der Korruptionsbekämpfung, dem Kampf gegen die organisierte Kriminalität, der Rechtsstaatlichkeit, Medienfreiheit und in vielen anderen Feldern. Diese Probleme anzugehen, liegt im Interesse der Bevölkerung und der Zukunftsfähigkeit der Gemeinschaften in diesen Ländern. Der EU-Beitrittsprozess bietet dafür einen klaren Fahrplan, Druck von außen – ohne den es nicht gehen wird – sowie Ressourcen und Unterstützung im Reformprozess. Gleichzeitig stehen die Ziele dieser Reform-Anstrengungen häufig im Gegensatz zu den persönlichen Interessen der politischen Elite der Länder, die diese Veränderungen ins Werk setzen sollen. Sie würden ihre Quellen von Macht und Einkommen austrocknen.

 

Unter den politischen Beraterinnen und Verantwortlichen gibt es eine rege Debatte, wie der EU-Beitrittsprozess effektiver gemacht werden kann, um tatsächlich die gewünschten Ergebnisse auch zu liefern und nicht nur Stillstand und Frustration zu produzieren. Manche wählen in dieser Debatte einen pragmatischen Ansatz: Man solle sich auf das konzentrieren, was wirklich funktioniert, und das ist die wirtschaftliche Zusammenarbeit. Durch Abbau von Handelshemmnissen, eine engere Integration in die Wertschöpfungsketten der EU, Auslandsinvestitionen auf dem Balkan, Arbeitsplätze und Wohlstand, kann eine schrittweise Integration in die Europäische Union gelingen. Erfolgreich kann das jedoch nur sein, wenn Rechtssicherheit und eine funktionierende Verwaltung bestehen. Das Fernziel bleibt dabei weiter die volle Mitgliedschaft.

 

Doch schwierige Felder wie beispielsweise die Beilegung regionaler Konflikte, die demokratische Teilhabe und Medienfreiheit sowie die politische Mitbestimmung in der Europäischen Union müssen zunächst zurückgestellt werden. Fortschritte können jedoch erzielt werden, indem Zwischenschritte eingezogen werden, die auf dem Weg zum Ziel bereits größere Vorzüge bereitstellen. So wird beispielsweise vorgeschlagen, den Kandidaten schon früh Zugang zu den mächtigen EU-Strukturfonds zu geben, um schneller zu den Mitgliedsstaaten aufschließen zu können.

 

Die politische Dimension der Erweiterung, so schlagen andere in dieser Debatte vor, können durch einen neuen geopolitischen Rahmen geschaffen werden. So haben Ratspräsident Charles Michel und der französische Präsident Emmanuel Macron unterschiedliche Spielarten einer geopolitischen Gemeinschaft ins Spiel gebracht, die unabhängig von der Mitgliedschaft in der Europäischen Union ein deutliches Zeichen der Zusammengehörigkeit in Zeiten eskalierender geopolitischer Konflikte setzen soll, und die auch für die Staaten des westlichen Balkans sowie die Ukraine, Moldau und Georgien offen stehen soll. Ohne dabei, wie beschwichtigend ergänzt wird, eine Alternative zur vollen Mitgliedschaft in der Europäischen Union darzustellen.

Und schließlich fordert ein Teil der Debatte, die EU möge sich auf ihre Grundsätze besinnen: „back to the fundamentals“. In den Kopenhagener Kriterien sind als Voraussetzung für den EU-Beitrittsprozess Standards der Demokratie, Menschenrechte und Marktwirtschaft festgelegt. Nur eine Rückbesinnung insbesondere auf diese fundamentalen Voraussetzungen könne den EU-Beitrittsprozess wieder die transformative Kraft verleihen, die notwendig ist, um einschneidende Reformen in den Kandidatenländern zu verlangen. Gleichzeitig muss eine solche Rückbesinnung auf die Grundlagen der Europäischen Union auch den inneren Reformprozess leiten, um die Strahlkraft der europäischen Union wieder zum Leuchten zu bringen.

 

Sicherlich wird es ohne einen gesunden Pragmatismus keine Fortschritte geben können. Doch die tiefgreifenden Konflikte zwischen einer in Teilen kleptokratischen Elite und dem Reformanspruch des EU-Beitrittsprozesses lassen sich nicht allein mit gesundem Menschenverstand auflösen. Die wolkigen Formulierungen einer geopolitischen Gemeinschaft, die im Vorfeld des Gipfels vom 23. Juni zirkulierten, haben die Beratungen der Staats- und Regierungschefs nicht beflügeln können. Offenbar sind substanziellere und belastbarere Bündnisse und Regeln notwendig. Die Rückbesinnung auf die Grundlagen der EU darf – unausweichlich wie sie ist – jedoch nicht dazu führen, dass die Staaten in unserer Nachbarschaft im ewigen Warteraum versauern, weil sie den hehren Ansprüchen, die – wenn man ehrlich ist – auch längst nicht alle Mitgliedstaaten erfüllen können, nicht genügen.

 

Ein Schlüssel zur Auflösung dieser schwierigen Gemengelage im EU-Beitrittsprozess liegt in der Demokratisierung der Gesellschaften. Nur wenn es gelingt, Unterstützung für die EU-Mitgliedschaft und die dafür notwendigen Reformen in der Bevölkerung der betreffenden Länder zu gewinnen, kann auch der innere Druck aufgebaut werden, um die Blockaden zu überwinden. Dazu sind politische Partner wichtig, die für diesen Beitrittsprozess werben, die Vorzüge der Mitgliedschaft erklären und die notwendigen Mühen verteidigen.

 

Die Demokratisierung der Gesellschaft geht dabei weit über die im EU-Beitrittsprozess vorgesehenen Schritte hinaus und bezieht beispielsweise auch die Mitbestimmung am Arbeitsplatz und die Gewerkschaften mit ein. Zu oft hat die Europäische Union dabei auf Kräfte gesetzt, die uns versprochen haben, vorrangig die Korruption in ihren Ländern zu bekämpfen und die alten Eliten abzulösen, nur um dann selbst an die Fleischtöpfe der Macht vorzudringen.

 

Damit die Beitrittsperspektive für die Ukraine nicht – wie im Westbalkan – zur Chiffre für Frustration und Enttäuschung wird, brauchen wir Partner in den Ländern, die nicht nur Stabilität und Kontrolle versprechen, sondern die unsere Werte teilen und auch ihr Handeln daran messen lassen. Das gilt freilich nicht nur für den Kreis der nun auf neun angewachsenen Länder im EU-Integrationsprozess, sondern auch für die Blockierer innerhalb der EU. IPG 25

 

 

 

Wiederbelebung von Gasbohrprojekten in ganz Europa

 

Neben der Diversifizierung, dem Energiesparen oder der Förderung erneuerbarer Energien haben sich einige Länder dafür entschieden, bestehende Gasbohrstellen auszubauen oder bisher nicht genutzte Reserven zu erschließen. Dies geschieht im Zuge der Vorbereitungen der EU, ihre Abhängigkeit von russischem Gas zu beenden. Von: Michal Hudec

 

Während die EU-Kommission drei Hauptwege zur Verringerung der russischen Energieabhängigkeit aufgezeigt hat – Energieeinsparungen, erneuerbare Energien und Diversifizierung -, haben sich viele Länder für ihre eigenen Methoden entschieden, zu denen auch die Wiederbelebung von Projekten für fossile Brennstoffe gehört.

Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen hat die EU-Mitgliedstaaten kürzlich davor gewarnt, bei ihren langfristigen Bemühungen um eine Verringerung des Verbrauchs fossiler Brennstoffe zurückzustecken, als sich eine Handvoll Länder nach der Entscheidung Russlands, ihre Gaslieferungen einzuschränken, der Kohle zuwandten.

Andere Länder beschlossen, ihre Gasbohrungen zu beschleunigen oder auszuweiten, und machten eine Kehrtwende von früheren Entscheidungen gegen solche Bohrungen.

Ein Beispiel ist das gemeinsame niederländisch-deutsche Bohrprojekt in der Nordsee. Das Projekt ist bereits seit einiger Zeit geplant, aber die niedersächsische Landesregierung hatte sich zuvor gegen die Erteilung von Genehmigungen entschieden.

Das niederländische Ministerium teilte jedoch kürzlich mit, dass in Niedersachsen „aufgrund des Krieges in der Ukraine nun eine andere Entscheidung getroffen wird“. Die Bohrungen sollen im Jahr 2024 beginnen.

Gesperrte Reserven?

Auch in Italien wird die Ausweitung der Gasbohrungen vorangetrieben. Italien fördert jährlich etwa 3,3 Milliarden Kubikmeter Gas.

Die Regierung schätzt, dass im italienischen Untergrund Reserven von 70-90 Milliarden Kubikmetern vorhanden sind. Allerdings sind die Reserven derzeit gesetzlich verschlossen, und das Gas kann nicht gefördert werden.

Als Reaktion auf die Energiekrise und die steigenden Energierechnungen hat die Regierung des italienischen Ministerpräsidenten Mario Draghi im Februar Überlegungen zu einer Verdoppelung der Förderung angestellt.

Der Krieg in der Ukraine hat die Diskussion über die Energiestrategie des Landes zur Ausbeutung seiner Ressourcen beschleunigt. Nachdem Gazprom die Lieferungen an Italien eingestellt hatte, öffnete sich der Umweltminister Roberto Cingolani für eine Überprüfung der Bohraktivitäten und nannte es einen „Fehler, dass wir von 20 Prozent inländischem Gas im Jahr 2000 auf 3-4 Prozent im Jahr 2020 gegangen sind“.

Rumänien ist der größte Ölproduzent unter den EU-Mitgliedstaaten und verfügt auch über nachgewiesene Offshore-Gasreserven. Bis April waren diese Reserven verschlossen.

Die Regierungskoalition stimmte jedoch einer Änderung des Offshore-Gesetzes zu und erlaubte Investoren die Ausbeutung der Reserven.

Norwegen ist traditionell der zweitwichtigste Gaslieferant für die EU. Nach dem Einmarsch in der Ukraine versprach Norwegen, die EU dabei zu unterstützen, ihre Abhängigkeit von russischem Gas zu verringern.

Um das russische Gas zu ersetzen, genehmigte die norwegische Regierung eine Erhöhung der Produktion, was bei der linken Opposition auf starke Ablehnung stieß, da sie vor der Bindung von Investitionen in fossile Brennstoffprojekte warnten.

Kleine Länder, große Träume

Pläne für Gasbohrprojekte gibt es nicht nur in großen Ländern mit einer Bohrtradition, sondern auch in kleineren Ländern.

In der Slowakei wurde vor einigen Jahren ein Gasvorkommen entdeckt, das Schätzungen zufolge etwa zehn Prozent des Inlandsverbrauchs abdecken könnte.

In der Vergangenheit wurden die Bohrungen von Umweltschützern heftig bekämpft, die das Projekt für schädlich und unnötig hielten. Der Krieg hat dies geändert und das Projekt ist wieder auf dem Tisch.

Nach Angaben von Investoren könnten die Bohrungen in zwei Jahren beginnen, wenn alles wie geplant verläuft. Regierungsvertreter haben das Projekt nicht ausgeschlossen.

Albanien verbraucht derzeit kein Gas. Das Land verfügt jedoch über Reserven, und die Regierung drängt auf eine Vergasung sowohl bei der Produktion als auch bei der Energienutzung.

Doch nicht alle

Trotz dieser Initiativen haben sich nicht alle Länder für die Nutzung ihrer Gasreserven entschieden.

Bulgarien verfügt über schätzungsweise 480 Milliarden Kubikmeter Schiefergas, doch die derzeitigen Rechtsvorschriften verhindern den Abbau. Die Regierung hat auch nicht die Absicht, den Status quo zu ändern.

Frankreich verfügt über ein beträchtliches Potenzial an Reserven sowohl Offshore als auch Onshore, aber wie in Bulgarien oder Italien verbietet das Gesetz die Erteilung neuer Genehmigungen.

Mit der bemerkenswerten Ausnahme des Abgeordneten David Habib, der sich für die Wiedererschließung der Gasfelder im Elsass einsetzt, gibt es keinen Anstoß, die Situation zu ändern. EA 23

 

 

 

Asylgrenzverfahren. EU-Staaten einigen sich nach langem Streit auf Teil der Asylreform

 

Nach jahrelangem Ringen um eine neue gemeinsame Asylpolitik haben sich Vertreter der EU-Staaten jetzt geeinigt: auf verschärfte Asylregeln an den EU-Grenzen. Scharfe Kritik ernten die Pläne von Pro Asyl. Die Menschenrechtsorganisation befürchtet Haftzeiten von bis zu zwei Jahren.

Beim Ringen um eine gemeinsame europäische Asylpolitik haben sich die EU-Staaten auf verschärfte Regeln an den europäischen Außengrenzen und eine Reform der Datenbank zur Abnahme von Fingerabdrücken und Erfassung biometrischer Daten geeinigt. Die entsprechenden Beschlüsse fassten die ständigen Vertreter der 27 Länder in Brüssel am Mittwoch. Eine Einigung erzielten Deutschland und 20 weitere europäische Länder auch beim Mechanismus zur Unterstützung der Mittelmeerländer im Umgang mit Asylsuchenden, auch wenn nicht alle Geflüchtete aufnehmen wollen. Pro Asyl kritisierte Teile des Vorhabens scharf.

Die EU-Mitgliedsstaaten streiten seit Jahren über eine gemeinsame Asyl- und Migrationspolitik. Umstritten ist insbesondere die Frage nach der Verteilung von Schutzsuchenden innerhalb der EU. Staaten wie Ungarn, Polen und Österreich lehnen einen festen Verteilmechanismus ab. Nach der bisher geltenden Dublin-Verordnung ist das Land für den Asylantrag zuständig, das der Schutzsuchende zuerst betreten hat. Diese Regelung führt dazu, dass südliche Länder wie Italien, Malta und Spanien und Griechenland, wo viele Menschen ankommen, besonders belastet werden.

Solidaritätsmechanismus freiwillig

Auch der jetzt beschlossene Solidaritätsmechanismus ist freiwillig. Den Staaten steht es frei, die Mittelmeerländer durch Abnahme von Schutzsuchenden oder ihnen beispielsweise mit Geld- oder Sachzuwendungen zu helfen. Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) hatte vor knapp zwei Wochen beim EU-Innenministertreffen geschätzt, dass Deutschland und etwa elf weitere Länder Flüchtlinge aufnehmen würden. Die restlichen wollen die Mittelmeerländer anderweitig unterstützen.

Vor diesem Hintergrund wird die Einigung als der erste greifbare Fortschritt in der EU-Asylpolitik seit langem gefeiert. Doch es gibt scharfe Kritik. Beim Screening-Verfahren etwa sollen alle Schutzsuchenden nach Aufgriff an der Grenze eines europäischen Mitgliedstaates bis zu zehn Tage festgesetzt werden und für diesen Zeitraum als „nicht eingereist“ gelten. In dieser Zeit sollen die Identität geprüft sowie Sicherheits- und Gesundheitschecks vorgenommen werden.

Pro Asyl kritisiert Asylgrenzverfahren

Auf Basis der gewonnenen Informationen soll entschieden werden, welches Verfahren sich dem anschließt: Das normale Asylverfahren oder das Asylgrenzverfahren. Letzteres soll für bestimmte Fälle verpflichtend werden, beispielsweise dann, wenn die Anerkennungsquote eines Herkunftslandes unter 20 Prozent liegt. Den Mitgliedstaaten ist zudem freigestellt, das Verfahren darüber hinausgehend auf andere Asylsuchenden anzuwenden.

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl kritisiert, das Asylgrenzverfahren könnte „bis zu 12 Wochen dauern, woran sich bei einer Ablehnungsentscheidung ein neues Abschiebungsgrenzverfahren anschließen würde, was ebenfalls 12 Wochen dauern“ könne. Während dieser gesamten Zeit gelten die Festgesetzten als „nicht eingereist“.

Bis zu zwei Jahre Freiheitsentziehung

Diese Fiktion der ‚Nicht-Einreise‘ werde sich nur mit Haft durchsetzen lassen, kritisiert Pro Asyl weiter: „Damit wären die Betroffenen für über 24 Wochen in großen Lagern an den Außengrenzen der EU festgesetzt und isoliert. Ihre notwendige rechtliche und soziale Unterstützung kann so nicht gewährleistet werden. Und als ob das noch nicht genug wäre, kann sich daran direkt noch die erweiterte Abschiebungshaft von bis zu 18 Monaten anschließen“. Im Extremfall drohten also zwei Jahre Freiheitsentziehung.

Hinzu kommt: Während einer „Krise“ können EU-Mitgliedsstaaten die Asylgrenzverfahren erheblich ausweiten, sodass sie für alle Schutzsuchenden gelten. Während einer Pandemie etwa können die EU-Mitgliedsstaaten von den Standards abweichen. (epd/mig 23)

 

 

 

 „Der Westen hat sich lange zu sicher gefühlt“

 

Lars Klingbeil über Fehler gegenüber Osteuropa, Deutschlands Rolle als Führungsmacht und den Wettstreit um Einfluss. Die Zeitenwende-Rede in Auszügen.

Eine berühmte Definition von Krise geht auf den italienischen Schriftsteller und Intellektuellen Antonio Gramsci zurück. In einer Krise, sagt er sinngemäß, ist das Alte nicht mehr da, das Neue hat aber noch nicht begonnen.

Heute leben wir in einer Zeit der vielfältigen Krisen: Krieg, Klima, Pandemie, Inflation, gesellschaftliche Spaltung. Jede Krise an sich ist schon eine enorme Herausforderung für unsere Gesellschaft. Aber die Krisen treten derzeit zusammen auf, stehen miteinander im Zusammenhang und verstärken sich gegenseitig.

Der Beginn des russischen Angriffskrieges auf die Ukraine am 24. Februar 2022 war eine Zäsur für die europäische Friedensordnung – eine „Zeitenwende“. Wir stehen vor einer riesigen Gestaltungsaufgabe. Nun geht es darum, die richtigen Konsequenzen zu ziehen, denn die derzeitigen Umbrüche haben Auswirkungen auf unser Zusammenleben und die politische Agenda für die nächsten 20 Jahre.

Der russische Präsident Wladimir Putin hat diesen Krieg begonnen. Er trägt die Verantwortung für das brutale Morden, für das Leid der Ukrainerinnen und Ukrainer. Es ist sein Angriff auf die Souveränität eines europäischen Landes. Wir sind nicht schuld an Putins Krieg, aber wir müssen uns selbstkritisch fragen, was wir vor dem 24. Februar hätten anders machen können. Vor allem aber müssen wir uns überlegen, was wir in Zukunft besser machen sollten.

Nach dem Massenmord an den europäischen Jüdinnen und Juden und den vom Deutschen Reich begonnenen beiden Weltkriegen, wurden wir wieder aufgenommen in die internationale Staatenfamilie. Es war ein Wunder, dass zuerst die Bundesrepublik und später das vereinigte Deutschland wieder beliebter Partner der internationalen Gemeinschaft wurden. Unsere Geschichte hat es uns auferlegt, Zurückhaltung zu üben. Unsere Integration in Europa wurde Teil unseres neuen Selbstverständnisses.

Nach dem Ende des Zweiten Weltkrieges entstand eine bipolare Weltordnung, wir erlebten Blockbildung und Systemkonkurrenz. Entweder Westen oder Osten, Kapitalismus oder Kommunismus. In dieser Weltordnung haben wir über Jahrzehnte gelebt. 1989 ging sie abrupt zu Ende, der Westen hatte gewonnen. Für viele war es nur eine Frage der Zeit, bis die ganze Welt nur noch aus liberalen Demokratien besteht.

Samuel Huntington schrieb über die Wellen der Demokratisierung. Francis Fukuyama rief sogar das Ende der Geschichte aus. Heute wissen wir: Die Geschichte war nie zu Ende. Ich bin fest davon überzeugt, dass unser Gesellschaftsmodell einer demokratischen und freien Gesellschaft das Beste ist. Aber nur, weil wir das so sehen, heißt das nicht, dass das überall auf der Welt so gesehen wird.

Der Westen hat sich lange zu sicher gefühlt. Ein Krieg zwischen Staaten in Europa schien unvorstellbar. Unsere Friedensordnung basierte viele Jahrzehnte auf dem Glauben an die Unverrückbarkeit von Grenzen, an staatliche Souveränität, alles gegossen in Verträge und internationales Recht. Wir haben uns in dieser Welt bequem eingerichtet. Wenn es hier und da mal ruckelte, waren wir davon überzeugt, dass sich am Ende alles schon wieder einordnen würde. Weil wir daran geglaubt haben, dass sich unser politisches Modell und die regelbasierte Ordnung durchsetzen würden.

Wir haben verkannt, dass sich bestimmte Dinge längst anders entwickelt haben. Die Signale aus Russland hätten wir anders sehen müssen – spätestens mit der völkerrechtswidrigen Annexion der Krim. Russland wurde immer autoritärer und ist heute eine Diktatur. Auch China hat eine gänzlich andere Vision als wir. Und zur Wahrheit gehört auch, dass viele Staaten im globalen Süden enttäuscht sind von den Verheißungen liberaler Demokratien.

Bisher haben sich die großen globalen Player weltpolitischen Einfluss über Druck und Gefolgschaft gesichert. Die Welt wird sich in Zukunft jedoch anders ordnen. Sie wird künftig nicht mehr in unterschiedlichen Polen, sondern in Zentren organisiert, die auf eine andere Art und Weise Macht ausüben. Nicht mehr Gefolgschaft, Druck und Unterdrückung sind entscheidend für die Zuordnung, sondern Überzeugungen und Interessen. Diese dynamischen Machtzentren sind attraktiv, sie schaffen Bindungen, Abhängigkeiten und Kooperationen. Sich ihnen anzuschließen, erfolgt im eigenen Interesse.

Diese Weltordnung hat für Staaten, die noch kein starkes Zentrum sind, aber über großes wirtschaftliches und politisches Potenzial verfügen, große Vorteile, weil sie sich nicht mehr einem Block zuordnen müssen. Sie können sich aussuchen, bei welchen Themen sie mit wem zusammenarbeiten.

China geht sehr strategisch vor, seinen Einfluss auszubauen und Staaten vor allem durch seine wirtschaftliche Macht auf seine Seite zu ziehen. Auch Russland hat jahrelang Beziehungen zu aufstrebenden Staaten gepflegt und sie damit an sich gebunden. Es sind Alternativen zum westlichen Entwicklungsmodell gewachsen. Russland und China haben über viele Jahre hinweg auch demokratische Staaten wie Südafrika, Indien oder Brasilien hofiert, ihnen etwa über die BRICS-Initiative eine Stimme auf internationaler Ebene gegeben. Sie haben die Interessen dieser Länder gesehen und sind ihren Regierungen mit Respekt begegnet. Das hat Vertrauen aufgebaut.

Die Auswirkungen sehen wir aktuell, wenn viele Staaten unseren Weg der Sanktionen gegen Russland ablehnen. Die Abstimmungen in der Vollversammlung der Vereinten Nationen zeigen, dass die Hälfte der Weltbevölkerung nicht hinter unserer Politik steht. Das muss uns zu denken geben. Das sollte zwar keine Auswirkung auf die Substanz und Härte unserer Entscheidungen haben, aber auf unsere Aktivitäten in anderen Regionen der Welt.

Für uns muss es darum gehen, Bindungskraft zu entfalten, neue politische Allianzen zu schmieden, partnerschaftliche Abkommen zu schließen und offene Strukturen wie etwa den Klimaklub anzubieten. Es braucht Strukturen, die integrativ und nicht exklusiv sind. Wir müssen diese strategischen Partnerschaften auf- und ausbauen. Ganz konkret schon in den kommenden Monaten, wenn es um Lebensmittelknappheit geht.

In Afrika, Lateinamerika und in vielen Ländern Asiens wird es Hungerkatastrophen geben, auch als Folge von Putins Krieg. Wir müssen intensiver auf die Länder des globalen Südens zugehen und ihnen Angebote zur Kooperation machen. Dabei sollten wir neue Partnerschaften suchen: etwa in den Bereichen Gesundheit, Technologie, Wasserstoff und Klima.

Unser Anspruch in Europa muss sein, uns zum ersten klimaneutralen Kontinent der Welt zu entwickeln, dafür Innovationen und Standards zu schaffen und die Transformation sozial gerecht zu gestalten. Wir wollen zeigen, dass Klimaschutz und Wohlstand Hand in Hand gehen können. Wenn uns das gelingt, werden sich andere Länder an uns orientieren und auch diesen Weg gehen.

Es ist klar, dass wir dabei auch mit Ländern zusammenarbeiten müssen, die nicht unsere Werte teilen oder sogar unsere Gesellschaftsordnung ablehnen. Es ist jedes Mal eine Abwägung, wie tief unsere Kooperation geht und ab wann unsere Grundsätze und Werte durch eine solche Zusammenarbeit verletzt sein könnten. Wir müssen weiterhin Unrecht ansprechen, es kann keine Kooperation ohne Haltung geben. Wandel durch Annäherung darf nie wieder auf Wandel durch Handel reduziert werden.

Nie wieder dürfen wir uns in so starke Abhängigkeiten begeben, wie das energiepolitisch bei Russland der Fall war. Europa muss deshalb seine strategische Autonomie ausbauen. Kritische Güter und kritische Infrastruktur müssen hier bei uns in Europa hergestellt und gefördert werden. Mit Blick auf China bedeutet das etwa, dass wir Abhängigkeiten in den Bereichen Medizin oder Technik abbauen. Das bedeutet nicht, dass wir mit Staaten wie China keinen Handel mehr betreiben sollten, wie es manche fordern – aber es bedeutet, dass wir uns strategisch klug und resilient aufstellen.

Wir haben jetzt einige Jahre der Unklarheit und der Unsicherheit vor uns, was die künftige Weltordnung anbelangt. Es wird in den kommenden Jahren einen Wettstreit um Beziehungen, Abhängigkeiten, Bindungen und Kooperationen geben. Kein Staat alleine kann die Herausforderungen der globalisierten Welt meistern. Daher braucht es starke Zentren, die in eine Richtung arbeiten. Es bleibt dabei enorm wichtig, dass wir als Westen eng zusammenstehen: ein starkes Europa als Kern, aber in engem Schulterschluss mit den USA, dem Vereinigten Königreich, Australien, Japan und anderen. Unser Anspruch muss sein, dass wir das attraktivste Zentrum sind.

Dabei kommt es ganz viel auf uns an. Deutschland muss den Anspruch einer Führungsmacht haben. Nach knapp 80 Jahren der Zurückhaltung hat Deutschland heute eine neue Rolle im internationalen Koordinatensystem. Unser Land hat sich in den letzten Jahrzehnten ein hohes Maß an Vertrauen erarbeitet. Mit diesem geht aber eine gewisse Erwartungshaltung einher. Die vergangenen Wochen haben gezeigt: Deutschland steht immer mehr im Mittelpunkt. Wir sollten diese Erwartungen erfüllen.

Führung bedeutet nicht, breitbeinig oder rabiat aufzutreten. Auch in der internationalen Politik setzen sich hoffentlich – genauso wie in der Innenpolitik – kluge Führungskulturen durch. Dazu gehört übrigens auch die Idee einer feministischen Außenpolitik. Führung bedeutet, sich seiner Rolle bewusst zu sein, sich nicht wegzuducken und andere einzusammeln. Nie überheblich, aber durchdacht, überzeugt und konsequent zu handeln. Ein kooperativer Führungsstil ist ein kluger Führungsstil.

Dabei muss immer klar sein, was unsere Motivation ist. Wir machen Außenpolitik dafür, dass Menschen in Sicherheit, Frieden und Wohlstand leben können. US-Präsident Biden spricht von „Foreign Policy for the Middle Class“. Dies ist der richtige Ansatz. Außenpolitisches Engagement ist nie ein Selbstzweck, es hat immer Auswirkungen auf unser Zusammenleben vor Ort.

Wir erleben gerade, was für enorme Kosten eine instabile internationale Ordnung, Krieg und unterbrochene Lieferketten für das Leben bei uns haben. Am Ende haben internationale Konflikte auch eine enorme Sprengkraft für unsere Demokratie und den Zusammenhalt unserer Gesellschaft. Gerade deswegen ist außenpolitisches Engagement so wichtig. Die neue Rolle als Führungsmacht wird Deutschland harte Entscheidungen abverlangen – finanzielle als auch politische. Wir müssen Strukturen verändern, auch Budgets neu verhandeln.

Bundeskanzler Olaf Scholz und die Bundesregierung haben in den vergangenen Wochen einige Grundprinzipien deutscher Außenpolitik überdenken und verändern müssen. Wir stehen solidarisch an der Seite der Ukraine. Wir liefern Waffen, auch schwere Artillerie. Wir verhängen harte Sanktionen, die Russland über Jahrzehnte spüren wird. Und wir üben harten politischen Druck gemeinsam mit unseren Partnern in den USA und Europa aus. Es ist richtig, dass wir diese Schritte gehen. Auch das hat mit unserer neuen Rolle zu tun.

Wir alle sind in den letzten Jahren den sicherheitspolitischen Mainstream mitgegangen, die Landes- und Bündnisverteidigung zu vernachlässigen. Mitte Februar kamen mehr als 2000 Expertinnen und Experten auf der Münchner Sicherheitskonferenz zusammen. Nur die wenigsten sind davon ausgegangen, dass Putin die Ukraine angreift. Wenige Tage später hat Putin seinen Angriff gestartet. Mich beschäftigt, dass wir das alle nicht gesehen haben.

Daher müssen wir in Szenarien denken und uns auf diese vorbereiten. Wenn wir aus den baltischen Staaten oder Polen hören, dass sie Angst davor haben, die nächsten Ziele Russlands zu sein, dann müssen wir das ernst nehmen. Im Umgang mit unseren ost- und mitteleuropäischen Partnern haben wir Fehler gemacht. Es ist deswegen wichtig, dass wir den Dialog mit ihnen intensivieren und Europa gemeinsam voranbringen.

Olaf Scholz hat mehrfach deutlich gemacht, dass wir jeden Zentimeter Nato-Territorium verteidigen werden. Ich begrüße seine Entscheidung, mehr deutsche Truppen an der Ostflanke der Nato zu stationieren und den Schutz unserer osteuropäischen Partner zu intensivieren. Hierzu ist jedoch eine bessere Ausstattung der Bundeswehr dringend notwendig.

Es ist gut, dass wir die 100 Milliarden Euro Sondervermögen für die Bundeswehr auf den Weg gebracht haben. Damit können wir Fähigkeitslücken schließen und die Landes- und Bündnisverteidigung wieder in den Mittelpunkt rücken. In der Vergangenheit hatte man fast den Eindruck, manche dachten, je weniger Bundeswehr es gibt, desto geringer ist die Wahrscheinlichkeit eines Krieges. Das Gegenteil ist der Fall. Nicht das Reden über Krieg führt zum Krieg, sondern das Verschließen der Augen vor der Realität.

Friedenspolitik bedeutet für mich, auch militärische Gewalt als ein legitimes Mittel der Politik zu sehen. Das sieht übrigens auch die Charta der Vereinten Nationen vor. Es ist stets das äußerste Mittel, aber es muss eben auch klar sein, dass es ein Mittel ist. Wir sehen das gerade in der Ukraine.

Einige mögen jetzt alarmiert sein. Der Vorsitzende der SPD redet von Führungsmacht, von Bundeswehr, von militärischer Gewalt. Ich kann mir vorstellen, wie so manche Debatte jetzt läuft. Ich habe aber den Anspruch, dass wir realistisch sind. Schon Willy Brandt und Helmut Schmidt haben gewusst, dass die Grundlage für eine kraftvolle Friedenspolitik auch militärische Stärke ist. Damals lag der Wehretat bei mehr als drei Prozent unserer Wirtschaftskraft.

Die Hand, die wir ausstrecken, muss stark sein. Brandt und Schmidt haben verstanden, dass man nur aus eigener Stärke heraus für Frieden und Menschenrechte eintreten kann. Wir sollten Debatten nicht verkürzt führen. Ich bin stolz auf die Ostpolitik von Willy Brandt, für die er immerhin den Friedensnobelpreis erhielt. Diese war die Grundlage für die Wiedervereinigung, das Überwinden der Systemgegensätze sowie die Demokratisierung vieler ehemaliger Staaten des Ostblocks.

Die Zeitenwende erfordert, sich von Gewissheiten zu verabschieden. Dies bedeutet jedoch nicht, dass wir alles über Bord werfen, was richtig war. Diplomatie, Abkommen, internationale Abrüstungsinitiativen, das Völkerrecht, Entwicklungspolitik, Multilateralismus, gerechte internationale Finanzpolitik – das sind und das bleiben die erfolgreichsten Mittel der Konfliktlösung und vor allem der Konfliktprävention. Sie gehören zu einer umfassenden Sicherheitspolitik dazu.

Das wichtigste Projekt sozialdemokratischer Außen- und Sicherheitspolitik ist Europa. Als Führungsmacht muss Deutschland ein souveränes Europa massiv vorantreiben. Deutschland kann nur stark sein, wenn Europa stark ist. Wir haben in der Geschichte der EU gesehen, was möglich ist, wenn etwas politisch gewollt war und vorangetrieben wurde. Schengen, die Einführung des Euro, die historischen Verträge von Maastricht und Lissabon oder auch jüngst der Corona-Wiederaufbau: Das alles waren Entscheidungen mit großer Tragweite, die unser Leben in Europa besser gemacht haben.

Olaf Scholz hat vor kurzem Nord-Mazedonien und Albanien in Aussicht gestellt, bald mit den Beitrittsverhandlungen zur Europäischen Union zu starten. Und auch bei seiner Reise nach Kiew hatte er gemeinsam mit anderen Regierungschefs eine wichtige Botschaft im Gepäck: Ihr, die Ukraine, gehört zu Europa. Ihr kämpft für europäische Werte. Mit euch ist Europa stärker. Auch die Republik Moldau braucht einen Kandidatenstatus. Diese Zeichen sind extrem wichtig.

Die Zeitenwende ist ein epochaler Umbruch. Die europäische Friedens- und Sicherheitsordnung sortiert sich gerade neu. Dass sich Staaten an der Europäischen Union orientieren und zu uns dazugehören wollen, zeigt, welche Attraktivität wir als Zentrum jetzt schon haben.

Diese Attraktivität geht jedoch auch mit einer politischen Verantwortung einher. Dazu gehört auch die Erweiterungspolitik. Europa muss als geopolitischer Akteur mehr Gewicht bekommen. Nach dem Ende des Kalten Krieges hat die EU schon einmal gezeigt, dass sie in der Lage ist, geopolitisch und strategisch zu handeln. Es war ein politisches Ziel, den ehemaligen Staaten des Ostblocks eine schnelle Beitrittsperspektive in die EU zu ermöglichen.

Die EU sollte auch jetzt die nächsten Beitrittsverhandlungen mit politischem Druck vorantreiben. Das bedeutet keineswegs einen Rabatt für die Beitrittskandidaten – kein „Fast Track“. Die Kopenhagener Kriterien gelten, aber wir dürfen die Beitrittsprozesse nicht in den Mühlen der Brüsseler Bürokratie versanden lassen, sondern müssen sie als geopolitisches Projekt aktiv vorantreiben.

Wenn wir über Erweiterung sprechen, müssen wir aber natürlich auch über Reformen nach innen sprechen. Nur so wird die EU aufnahmefähig. Die Europäische Union muss auch mit mehr Mitgliedern in der Lage sein, schnell zu handeln. Daher müssen wir das Einstimmigkeitsprinzip abschaffen, etwa in der Außenpolitik oder in der Finanz- und Fiskalpolitik. Das macht die EU schlagfertiger, handlungsschneller und demokratischer. Es darf jedoch keine Abstriche bei Rechtsstaatlichkeit und Demokratie geben. Daher brauchen wir einen neuen Mechanismus, die Kopenhagener Kriterien auch nach einer Aufnahme wirksam zu verteidigen.

Viele ambitionierte Ideen für Europa wurden in den letzten Jahren andiskutiert und wurden dann so lange in den Fluren der Bürokratie hin- und hergeschoben, bis sie irgendwann versandet sind. Beispielsweise wäre genau jetzt der richtige Moment, um endlich eine europäische Verteidigungs- und Sicherheitspolitik voranzutreiben. 27 Länder, die ihr eigenes Beschaffungswesen unterhalten, ihre eigenen Rüstungskonzerne haben und einzeln mit diesen Konzernen verhandeln - es ist nicht erklärbar, warum wir das nicht endlich gemeinsam europäisch regeln.

Am Ende muss das Ziel sein, dass wir Ressourcen effektiv bündeln und eine starke europäische Säule in der Nato aufbauen. Die europäischen Nato-Staaten sollten in Zukunft in der Lage sein, europäisches Territorium gemeinsam zu verteidigen. Das ist keine Politik gegen das transatlantische Bündnis, sondern eine Politik, die das Bündnis stärkt.

Neben der Außen- und Sicherheitspolitik geht es auch darum, Europa nach innen zu stärken und in den sozialen Zusammenhalt zu investieren. Überall in Europa kämpfen die Menschen gerade mit den gestiegenen Preisen. Der Krieg gefährdet auch den sozialen Frieden bei uns. Das gehört zu Putins Strategie. Er führt einen Krieg gegen die europäischen Demokratien, er will sie zersetzen und auseinanderdividieren.

Wir müssen unsere Gesellschaften in dieser Krise zusammenhalten. Mit dem Corona-Wiederaufbaufonds und dem SURE-Programm, einem europäischen Schutzschirm gegen Arbeitslosigkeit, haben wir dies erst in der jüngsten Geschichte gezeigt. Das hat Sicherheit gegeben, überall in Europa. Jetzt kommt es darauf an, diese Fortschritte fest zu verankern. Dazu gehört auch, dass wir bei einer Reform des Stabilitäts- und Wachstumspaktes Flexibilität ermöglichen, um in Zukunftsthemen wie die ökologische und digitale Transformation zu investieren.

Die Transformation ist das Zukunftsthema schlechthin. Sie hat eine ökologische, eine ökonomische aber spätestens mit diesem Krieg auch eine sicherheitspolitische Dimension. Wir haben im Koalitionsvertrag bereits ambitionierte Ziele gesetzt: Klimaneutralität bis 2045, massiver Ausbau der Erneuerbaren Energien, Aufbau einer Wasserstoffwirtschaft, Förderung innovativer Technologien. Dies alles hat durch die Zeitenwende eine neue Dringlichkeit erhalten. Wir wollen das nicht gegen die Industrie erreichen, sondern mit ihr zusammen vorantreiben.

Wir müssen jetzt mit Investitionen in Erneuerbare Energien und neue Energiequellen schnell vorankommen. Das wird für einige Jahre erhebliche Anstrengungen erfordern, aber es ist notwendig für unseren langfristigen Wohlstand. Damit schaffen wir die Grundlagen für gute Jobs und gute Löhne in Europa. Durch die Förderung klimafreundlicher Innovationen kann Europa auch globale Standards setzen. Es sind Investitionen in unsere Unabhängigkeit und damit auch in unsere Sicherheit.

Das Alte ist nicht mehr, das Neue ist noch nicht. Doch ich glaube an die einzigartige Kraft Europas. Ich glaube an die Kraft sozialdemokratischer Überzeugungen für ein Leben in Freiheit, Sicherheit und Solidarität. Und ich glaube an die Gestaltungskraft unserer Demokratie, die Kraft von Politik an Krisen zu wachsen und eine bessere Zukunft zu gestalten. Lars Klingbeil, IPG 22

 

 

 

 

EU-Gericht beschränkt Überwachung von Flugpassagieren

 

Der Europäische Gerichtshof hat am Dienstag (21. Juni) entschieden, dass die EU-Richtlinie über Fluggastdatensätze (PNR) eingeschränkt werden muss, um mit den Grundrechten vereinbar zu sein. Von: Luca Bertuzzi

 

Die Fluggastdaten-Richtlinie wurde 2016 verabschiedet und führte einen Mechanismus ein, nach dem Fluggesellschaften den nationalen Behörden die Daten aller Passagier:innen, die in die Europäische Union ein- oder ausreisen, übermitteln müssen, um terroristische Aktivitäten und schwere Straftaten zu verhindern, aufzudecken oder zu untersuchen.

Die Richtlinie erlaubt es den Mitgliedstaaten, die gleichen Kontrollverfahren auch auf Flüge aus anderen EU-Ländern auszuweiten, sofern sie die Europäische Kommission darüber informieren. Alle EU-Länder außer Österreich und Irland haben der Kommission ihre Absicht mitgeteilt, dies zu tun.

In Belgien wurde die Umsetzung der Richtlinie in nationales Recht von der Ligue des droits humains angefochten, die im Juli 2017 vor dem belgischen Verfassungsgericht eine Nichtigkeitsklage einreichte. Laut der NGO verstoßt die Rechtsvorschrift, eine allgemeine Überwachung einzuführen, gegen die Grundrechte auf Privatsphäre und Datenschutz.

Darüber hinaus beanstandete die Organisation, dass die Vorschrift auch gegen die Bewegungsfreiheit, eines der Grundprinzipien der EU, verstoße, da die Erhebung und Verarbeitung personenbezogener Daten auf Flügen innerhalb der EU de facto wieder Grenzkontrollen einführe.

Da Belgien Zweifel an der Auslegung in Verbindung mit einigen zentralen Grundsätzen des europäischen Rechts hatte, verwies es den Fall an den Gerichtshof der Europäischen Union, was zu diesem bahnbrechenden Urteil führte.

Auf das „unbedingt Notwendige“ beschränkt

In seinem Urteil ging das EU-Gericht nicht so weit, die gesamte Gesetzgebung für ungültig zu erklären – wie von der belgischen NGO gewünscht -, obwohl es anerkannte, dass die Norm schwerwiegende Eingriffe in das Recht auf Privatsphäre und Datenschutz darstellte, da sie einen kontinuierlichen, ungezielten und systemischen Überwachungsmechanismus einführte.

Daher stellten die Richter:innen klar, dass das EU-Recht soweit möglich so ausgelegt werden muss, dass es die Gültigkeit des Primärrechts, in diesem Fall der Charta der Grundrechte der Europäischen Union, nicht beeinträchtigt.

Mit anderen Worten: Das Gericht legte die Befugnis, die die Richtlinie den Behörden einräumt, restriktiv aus und ordnete an, dass die Datenverarbeitung und -speicherung auf das beschränkt werden muss, was zur Bekämpfung von Terrorismus und schwerer Kriminalität unbedingt erforderlich sei.

„Der Gerichtshof hat zwar davon abgesehen, die Richtlinie insgesamt für ungültig zu erklären, aber er hat zahlreiche detaillierte und anspruchsvolle Bedingungen und Beschränkungen für die Verwendung von Fluggastdatensätzen festgelegt – insbesondere für die Auswertung der Daten zur Erstellung von individuellen Profilen“, so Douwe Korff, emeritierter Professor für internationales Recht an der London Metropolitan University.

Korff interpretierte das Urteil so, dass es breitere Auswirkungen auf künftige EU-Rechtsvorschriften hat, und betonte, dass „anstatt die allgemeine Datenerfassung und -auswertung sowie die Profilerstellung auszuweiten, wie es die EU mit Europol vorhat, diese invasiven Maßnahmen fallen gelassen werden sollten.“

Das Urteil stellt in der Praxis fest, dass die Behörden nur die Informationen verwenden dürfen, die nicht ausdrücklich von der Richtlinie abgedeckt sind. Außerdem dürfen die Daten von Fluggästen nur dann überprüft werden, wenn ein objektiver Zusammenhang zwischen einer terroristischen Aktivität oder einer schweren Straftat und einem Fluggast an Bord des Flugzeugs besteht.

Auch die Ausweitung der Überprüfung auf Flüge innerhalb der EU muss sich auf eine gegenwärtige oder vorhersehbare terroristische Bedrohung beschränken. Diese Entscheidung muss von einem unabhängigen nationalen Gericht oder einer Verwaltungsbehörde überprüft werden.

Wenn keine unmittelbare Bedrohung vorliegt, kann der Mitgliedstaat nur bestimmte Routen, Reisemuster oder Flughäfen überwachen, sofern dies angemessen begründet ist.

Menschliche Überprüfung und Vorratsdatenspeicherung

In ähnlicher Weise schreibt das Urteil vor, dass die automatisierten Systeme, die zur Identifizierung verdächtiger Individuen eingesetzt werden, auf objektiven, nicht-diskriminierenden Kriterien beruhen müssen. Eine menschliche Überprüfung muss dann die erfassten Personen gegen die Fahndungsliste abgleichen.

In der Entscheidung wird auch betont, dass die automatisierten Systeme keine Techniken des maschinellen Lernens verwenden dürfen, denn „angesichts der Undurchsichtigkeit, die die Funktionsweise der Technologie der künstlichen Intelligenz kennzeichnet, könnte es schwierig sein nachzuvollziehen, warum ein bestimmtes Programm zu einem positiven Ergebnis gekommen ist.“

„In diesen Monaten, in denen die europäischen Institutionen an der KI-ACT arbeiten, betont der Gerichtshof, wie wichtig es ist, keine maschinellen Lernsysteme zu verwenden, die die Methoden zur Überprüfung potenzieller Verdächtiger ohne menschliche Aufsicht verändern können. Der Gerichtshof will damit auch das Risiko einer automatisierten Massenüberwachung abwenden“, sagte Vincenzo Tiani, Partner bei der Anwaltskanzlei Panetta.

Darüber hinaus hat das EU-Gericht beschlossen, dass die auf diese Weise gesammelten Passagierdaten nicht für andere als die in der Richtlinie festgelegten Zwecke verwendet werden dürfen. Außerdem müssen die Passagierdaten, die keinerlei Auffälligkeiten aufweisen, nach sechs Monaten gelöscht werden.

„Alle EU-Staaten müssen nun die Verwendung von Fluggastdaten einschränken, weil sie zu intrusiv sind. Sie müssen dieses Urteil zügig umsetzen und ihre skandalöse Missachtung von Gerichtsurteilen beenden – insbesondere im Bereich der Vorratsdatenspeicherung“, sagte Estelle Massé, Leiterin der Abteilung für europäische Gesetzgebung bei Access Now. EA 22.6.

 

 

 

 

EU. Runter vom Abstellgleis

 

Nach langem Stillstand könnte die EU ihren Integrationsprozess auf dem westlichen Balkan neu gestalten und ein Signal an Russland und China senden. Bojan Stojkovski

 

Ein möglicher EU-Beitrittskandidatenstatus für die Ukraine und die Republik Moldau könnte auch neue Hoffnungen wecken, den ins Stocken geratenen Prozess der europäischen Integration einer von Brüssel vergessenen Region zu beschleunigen: des westlichen Balkans. Vier Beitrittskandidaten gibt es in der Region – Serbien, Montenegro, Nordmazedonien und Albanien. Und zwei weiteren aussichtsreichen Ländern – Kosovo sowie Bosnien und Herzegowina – wurde dieser Status bislang noch nicht zuerkannt. Serbien und Montenegro sind die einzigen dieser sechs kleinen Länder, die in den Verhandlungsprozess eingetreten sind – 2014 beziehungsweise 2012. In den acht bzw. zehn Jahren seither wurden jedoch kaum Fortschritte erzielt und beide Länder sind noch weit davon entfernt, den EU-Beitrittsprozess abzuschließen.

Der Krieg in der Ukraine hat unsere Sicht auf globale Allianzen und deren Bedeutung für kleinere Länder verändert und eine Debatte über die Frage entfacht, ob diese Entwicklungen zu einer neuen europäischen Ordnung oder zu einem neuen Kalten Krieg führen werden. Der globale Kontext dieser Krise zeigt sehr deutlich, dass die internationale Diplomatie kreativere, engagiertere und strategisch fundierte Antworten erfordert. Kürzlich haben drei Länder des westlichen Balkans – Albanien, Montenegro und Nordmazedonien – ihre Unterstützung für einen EU-Beitritt der Ukraine bekundet und dabei ihre Absicht bekräftigt, ihren eigenen Kurs in die Union beizubehalten.

Nach inzwischen achtjährigen Verhandlungen hat Serbien 18 von insgesamt 35 Kapiteln eröffnet und erst zwei vorläufig abgeschlossen. Das benachbarte Montenegro konnte zwar alle Kapitel eröffnen, kommt aber bei wichtigen Kapiteln wie dem Kapitel 23 (Grundrechte und Justiz) und dem Kapitel 24 (Bekämpfung von organisierter Kriminalität und Korruption) nicht voran.

Nordmazedoniens Weg nach Europa gestaltet sich sogar noch beschwerlicher und hürdenreicher. Die ehemalige jugoslawische Teilrepublik, Beitrittskandidat seit 2005, musste wegen eines fast drei Jahrzehnte andauernden Namensstreits mit Griechenland, das ebenfalls eine geografische Region namens „Mazedonien“ umfasst, mit einem Veto seines weitaus größeren südlichen Nachbarn leben. Nachdem der Streit mit Griechenland 2019 beigelegt wurde und das Land seinen Namen in „Nordmazedonien“ änderte, um den geografischen und geschichtlichen Unterschied deutlich zu machen, schien Skopje seinen Weg nach Europa fortsetzen zu können. In der zweiten Jahreshälfte 2019 erhob allerdings Frankreich Einspruch gegen den Verhandlungsprozess insgesamt. Mit der Begründung, es müsse einen „reformierten Erweiterungsprozess“ geben, hinderte Paris sowohl Nordmazedonien als auch Albanien – ebenfalls seit 2014 Kandidatenland – daran, in die mit Spannung erwarteten Gespräche über einen EU-Beitritt einzutreten.

Nachdem im Jahr darauf ein überarbeiteter Erweiterungsplan den Pariser Anforderungen gerecht zu werden schien und endlich die Weichen für Beitrittsgespräche mit Nordmazedonien und Albanien stellte, schlug das Unheil erneut zu. Diesmal brachte ein anderer Nachbar Nordmazedoniens, Bulgarien, seinen eigenen bilateralen Streit ins Spiel. Die beiden Länder hatten 2017 einen sogenannten „Freundschaftsvertrag“ unterzeichnet, der unter anderem vorsah, dass Sofia die europäische Integration Skopjes nicht behindern würde. Das hinderte Bulgarien jedoch nicht daran, in den vergangenen zwei Jahren den Prozess zu blockieren, weil es ihn als „Geschichts- und Identitätsstreit“ mit seinem viel kleineren Nachbarn wahrnimmt. Bulgarien behauptet, die mazedonische Sprache sei keine eigenständige Sprache, sondern eine Regionalsprache der bulgarischen Sprache, und die beiden Länder hätten auch eine „gemeinsame Geschichte“, was Skopje bestreitet.

In der Folge geriet der Prozess erneut ins Stocken. Nordmazedonien und Albanien wurden auf das Abstellgleis geschoben und mussten erneut auf grünes Licht für die Aufnahme von Verhandlungen mit der EU warten. Abgesehen von dem historischen Streit pocht Bulgarien außerdem darauf, dass Nordmazedonien seine Verfassung ändert und der bulgarischen Gemeinschaft im Land einen offiziellen Status zuweist, der ihr die gleichen Rechte wie anderen ethnischen Minderheiten im Land gibt, sowie mehr gegen Hatespeech gegen Bulgaren im Land unternimmt. Während Skopje und Sofia derzeit noch weit von einer Lösung des Konflikts entfernt sind, hat Frankreich versucht, Bulgariens Forderungen in den EU-Verhandlungsrahmen für Nordmazedonien einzubringen und damit das derzeitige Veto zu umschiffen.

Eine mögliche Beilegung dieses Konflikts würde auch den Weg für einen schnelleren Integrationsprozess auf dem westlichen Balkan ebnen – gerade vor dem Hintergrund von Entwicklungen wie dem Krieg in der Ukraine. Die Hälfte der sechs westlichen Balkanländer (Nordmazedonien, Albanien und Montenegro) gehört bereits der NATO an und könnte daher Russland ein Dorn im Auge werden. Eine schnellere Aufnahme in die EU würde ihnen ohne Zweifel die dringend benötigte Sicherheit für ihre Zukunft geben. Bereits während der Corona-Krise haben Russland und China auf dem Balkan Präsenz gezeigt und die dortigen Länder erfolgreich mit Covid-19-Impfstoff versorgt, bevor die EU dies schaffte.

Der postkommunistische Transformationsprozess hat den Volkswirtschaften dieser Länder in den vergangenen 30 Jahren stark zugesetzt und ist noch in frischer Erinnerung. Mit einer klaren europäischen Perspektive, die es in den vergangenen zehn Jahren nicht gab, könnte den Bürgerinnen und Bürgern endlich etwas Konkreteres angeboten werden als die Versprechungen der jeweiligen politischen Eliten im Land in der Vergangenheit. Hier könnte die EU den Westbalkanländern etwas anbieten, womit Russland oder China nicht aufwarten können: eine Perspektive für wirtschaftliche Entwicklung und eine Demokratisierung ihrer Gesellschaften. Ein klares Bekenntnis Brüssels zur europäischen Integration würde Russland und China, die ihren Einfluss in der Region ausbauen wollen, eine wichtige Botschaft vermitteln: Die EU ist bereit, ihre Verbündeten unabhängig von ihrer Größe zu unterstützen, und lässt es nicht zu, dass sie weiterhin von den Größeren und „vermeintlich“ Stärkeren drangsaliert werden. IPG 22.6.

 

 

 

 

Einbürgerung. Bundeskanzler Scholz will Doppelpass für alle ermöglichen

 

Bundeskanzler Scholz will den Weg für den Doppelpass freimachen. Bereits jetzt erfolge jede zweite Einbürgerung unter Hinnahme der Mehrstaatlichkeit. Es falle schwer zu erklären, warum es nicht bei allen so sei.

Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) will nach eigenen Worten das Verbot der Mehrstaatlichkeit überwinden. Bei einer Jubiläumsveranstaltung zum zehnjährigen Bestehen des Stipendien- und Mentoringprogramms „Geh deinen Weg“ der Deutschlandstiftung Integration in Berlin sagte er, 50 Prozent der Einbürgerungen fänden mit Hinnahme der Mehrstaatlichkeit statt und es sei schwer zu erklären, warum es bei den anderen nicht so sei.

Es sei oft schwierig, die letzte Verbindung zum Herkunftsland zu kappen, sagte Scholz. „Und die Wahrheit ist: Wo man sich zu Hause fühlt, das entscheidet das Leben.“ Das sei eine Loyalität, die aus einem selbst erwachsen müsse. Deshalb sei es richtig, das deutsche Staatsangehörigkeitsrecht mit dieser Perspektive zu modernisieren. Er wolle das Staatsangehörigkeitsrecht auf den modernsten Stand weltweit bringen.

„Ich möchte in einem Land leben, in dem jede und jeder sich nach seinen Wünschen entfalten kann; in dem jede und jeder als Individuum angenommen wird; und in dem nicht unterschieden wird zwischen ‚wir‘ und ‚ihr‘. Für genau dieses Land bin ich Bundeskanzler“, erklärte Scholz.

Wulff: Ihr könnt stolz sein

Die Koalition aus SPD, Grünen und FDP will unter anderem auch die Einbürgerung nach fünf Jahren Aufenthalt ermöglichen. Bislang müssen Ausländer in der Regel acht Jahre warten.

Scholz übernahm außerdem die Schirmherrschaft über die Deutschlandstiftung Integration von seiner Vorgängerin Angela Merkel (CDU). Bislang sind mit dem Förderprogramm nach Stiftungsangaben mehr als 1.200 Stipendiaten mit Migrationsbiografie unterstützt worden. Der Vorsitzende des Stiftungsrates, Bundespräsident a.D. Christian Wulff, gratulierte den Stipendiaten. Sie könnten „stolz darauf sein, mit ihren Erfolgsgeschichten eine so positive Wirkung in unserer Gesellschaft zu entfalten.“ (epd/mig 22.6.)

 

 

 

 

Militärische Konflikte erstmals größte Sorge der Deutschen, Corona-Angst nimmt weiter ab

 

Hamburg. Die Sorge der Deutschen wegen militärischen Konflikten wächst. Angesichts des fortdauernden Angriffskrieges auf die Ukraine gaben zuletzt mehr als vier von zehn Bundesbürgern (41%) an, dass militärische Konflikte aus ihrer Sicht zu den drei größten Sorgenthemen in Deutschland gehören – sechs Prozentpunkte mehr als noch im Vormonat. Damit führen bewaffnete Auseinandersetzungen zwischen Staaten erstmals die Sorgenskala der Deutschen an, so das Ergebnis der Studie „What worries the world“, die vom Markt- und Meinungsforschungsinstitut Ipsos monatlich in 27 Ländern durchgeführt wird.

Auf den Plätzen zwei bis fünf im Ranking der größten Sorgen in Deutschland folgen Inflation (36% | -1), Armut und soziale Ungleichheit (36% | +1), der Klimawandel (26% | -2) und das Coronavirus (23% | -3). Global gesehen treibt die Menschen weiterhin das Thema Inflation am meisten um.

 

Kriegsangst bei Älteren deutlich größer als bei Jüngeren

Auffällig ist, dass die wahrgenommene Bedrohung durch einen kriegerischen Konflikt zwischen den verschiedenen Altersgruppen stark variiert. Während sich jeder dritte Deutsche unter 35 Jahren (31%) stark wegen militärischen Konflikten zwischen Nationen sorgt, zeigen sich Befragte im mittleren und gehobenen Alter im Schnitt deutlich besorgter. In der Altersgruppe zwischen 35 und 49 Jahren geben 43 Prozent an, dass sie dieses Thema momentan besonders umtreibt, bei den 50- bis 74-Jährigen äußert sogar fast die Hälfte (46%) diese Sorge.

 

Geographische Nähe zur Ukraine erhöht wahrgenommene Bedrohung

Deutschland ist nicht nur das Land, in dem die Sorge wegen militärischen Konflikten derzeit am größten ist, sondern auch das einzige Land, in dem dieses Thema die Sorgenskala der Menschen anführt. Im weltweiten Durchschnitt geben lediglich 14 Prozent der Befragten an, stark wegen bewaffneten Auseinandersetzungen zwischen Staaten besorgt zu sein.

Neben Deutschland ist die Sorge wegen militärischen Konflikten auch noch in Polen, dem direkten Nachbarland der Ukraine, vergleichsweise groß (36% | -2). Mit Deutschland, Polen, Italien, Belgien, Schweden, der Niederlande, Großbritannien und Frankreich liegen zudem acht der Top10-Länder, in denen die Angst vor bewaffneten Auseinandersetzungen aktuell am größten ist, in Europa. Befragte in nicht-europäischen Ländern weisen, mit Ausnahme von Japan (25% | +6) und den USA (16% | -4), in diesem Bereich deutlich niedrigere Sorgenwerte auf.

 

Inflation weltweit größte Sorge, Corona-Angst sinkt weiter

Während die Angst vor Preissteigerungen in Deutschland zuletzt wieder leicht gesunken ist (36% | -1), sind die Inflationssorgen global gesehen nun schon den zehnten Monat in Folge angestiegen. Weltweit gibt etwa ein Drittel der Befragten (34% | +2) an, sich wegen steigender Preise zu sorgen. In Ländern mit hohen Inflationsraten wie Argentinien (66% | +2) und der Türkei (55% | -3) ist die Sorge besonders groß.

COVID-19 besorgt die Menschen hingegen immer weniger. Im globalen Durchschnitt erreichte die Corona-Sorge der Menschen zuletzt sogar den niedrigsten Wert (16% | -2) seit Pandemiebeginn. Auch in Deutschland zeigt sich inzwischen nicht einmal mehr jeder Vierte (23%) wegen Corona besorgt – drei Prozentpunkte weniger als im Vormonat. Am größten ist die Angst vor dem Coronavirus aktuell noch in Japan (41% | -6), in Schweden (5% | -4) und Israel (4% | -5) spielt die Sorge wegen COVID-19 dagegen kaum noch eine Rolle.

Ipsos 22.6.

 

 

 

 

Antisemitismus. Umstrittenes documenta-Werk wird entfernt

 

Der Aufsichtsrat der documenta hat die Reißleine gezogen: Ein vielfach kritisiertes Gemälde mit antisemitischen Detailbildern muss entfernt werden. Der Kasseler Oberbürgermeister spricht von einem „immensen Schaden“ für die Stadt und die documenta.

Das auf der Kunstausstellung „documenta fifteen“ wegen Antisemitismusvorwürfen in die Kritik geratene Gemälde „People’s Justice“ wird abgehängt. Der Aufsichtsrat der documenta habe die Entfernung beschlossen, erklärte am Dienstagnachmittag der Aufsichtsratsvorsitzende, der Kasseler Oberbürgermeister Christian Geselle (SPD). Zuvor hatten unter anderem Kulturstaatsministerin Claudia Roth (Grüne) und die hessische Kunststaatsministerin Angela Dorn (Grüne) die Entfernung des Gemäldes des indonesischen Künstlerkollektivs „Taring Padi“ gefordert.

„Ich bin wütend, enttäuscht und verletzt. Als Oberbürgermeister und als Stadt fühlen wir uns durch die antisemitischen Motive beschämt“, sagte Geselle. „Es ist ein immenser Schaden für unsere Stadt und die documenta entstanden.“ Es müsse nun aufgearbeitet werden, wie es zur Installation kommen konnte. „Trotz ihrer Bekenntnisse ist die künstlerische Leitung der documenta fifteen ihrer Verantwortung nicht nachgekommen, dafür zu sorgen, dass Antisemitismus, Rassismus sowie jede Art von Diskriminierung keinen Raum hat.“

Werk zunächst abgedeckt

Auf einem Detail des kritisierten Banners ist ein Mann in Anzug und Krawatte zu sehen, haifischartige Raffzähne ragen aus dem Mund, daneben eine Zigarre. Eine angedeutete Schläfenlocke hängt herunter, auf dem Hut prangt die SS-Rune. Damit werden Juden mit Nazis gleichgesetzt. Auf einem anderen Detail wird unter einem Kanonenrohr eine Person in Uniform gezeigt, sie trägt die Nase eines Schweins, das bei gläubigen Juden als unrein gilt. Auf dem roten Halstuch ist der Davidstern zu sehen, auf dem Helm der Name des israelischen Geheimdienstes Mossad.

Nach Kritik wurde das hausgroße, an einem Gerüst am Kasseler Friedrichsplatz aufgehängte Werk am Montagabend verhüllt. Zugleich hatte das indonesische Künstlerkollektiv „Taring Padi“ erklärt, das 20 Jahre alte Werk sei Teil einer Kampagne gegen Militarismus und Gewalt in Indonesien. Die Gruppe versicherte, das Werk „steht in keiner Weise mit Antisemitismus in Verbindung“. Als Zeichen des Respekts und mit großem Bedauern werde die Arbeit abgedeckt, die „in diesem speziellen Kontext in Deutschland als beleidigend empfunden wird“.

Fassungslosigkeit und Entfernungsforderungen

Doch am Dienstag mehrten sich die Stimmen, die eine Entfernung des Gemäldes forderten. „Die bloße Verhüllung und die Erklärung des Künstlerkollektivs Taring Padi waren absolut inakzeptabel“, sagte Kulturstaatsministerin Roth in Berlin. Auch die hessische Kunstministerin Angela Dorn (Grüne) sagte, die Verhüllung könne nur der erste Schritt gewesen sein. „Antisemitische Inhalte dürfen nicht gezeigt und nicht reproduziert werden.“ Die Grünen-Politikerinnen forderten eine Aufarbeitung, wie es zur Aufhängung des Werkes nach einer monatelangen Diskussion um Antisemitismus-Vorwürfe gegen die „documenta fifteen“ kommen konnte.

Der Exekutiv-Vizepräsident des Internationalen Auschwitz-Komitees, Christoph Heubner, erklärte: „Überlebende des Holocausts verfolgen die desolaten Entwicklungen um die documenta fifteen mit Fassungslosigkeit.“ Die Hintergründe der Entstehung des Werks müssten aufgeklärt werden.

Bilder eindeutig antisemitisch, Absicht unklar

Der Berliner Antisemitismusforscher Klaus Holz sagte, es handele sich um „eindeutig antisemitische Bilder“. Offen bleibe, ob die Künstler absichtlich eine antisemitische Bildsprache verwendet hätten, sagte Holz. Klar sei jedoch, wer sich zum Thema Judentum und Israel äußere, müsse antisemitische Stereotype reflektieren. „Das Künstlerkollektiv weiß, in welchem Kontext es auf der documenta agiert. Insofern darf man auch fordern, dass es sich selbst Rechenschaft darüber ablegt, was es über Judentum und Israel äußert.“

Die internationale Kunstausstellung documenta war am Samstag in Kassel eröffnet worden, dabei hatte Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier die Verantwortlichen für ihren Umgang mit seit Monaten erhobenen Antisemitismus-Vorwürfen kritisiert. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Dänemark unterstützt EU-Erweiterung

 

Kopenhagen hat seine Meinung geändert und unterstützt nun die EU-Erweiterung, insbesondere für die Ukraine. Von: Alexandra Brzozowski

 

„Wir unterstützen die Haltung der Europäischen Kommission, der Ukraine den Status einer Kandidatur zu gewähren“, sagte der dänische Außenminister Jeppe Kofod gegenüber EURACTIV in Luxemburg.

„Es ist klar, dass die Arbeit zur Durchführung der Reformen und parallel dazu der Wiederaufbau der Ukraine eine enorme Anstrengung sein wird, und Dänemark wird der Ukraine hier als Partner zur Seite stehen“, fügte er hinzu.

Einige EU-Staaten, darunter Dänemark und Portugal, hatten zuvor starke Bedenken geäußert, der Ukraine den Kandidatenstatus zu gewähren, bevor die Stellungnahme der Europäischen Kommission in dieser Angelegenheit vorlag, mit dem Argument, dass die Ukraine, wenn sie sich nicht im Krieg befände, die Voraussetzungen für die Einleitung des Prozesses nicht erfüllen würde.

Kofod sagte auch, er sei zufrieden, dass „wir uns jetzt stärker auf den westlichen Balkan konzentrieren, denn das ist schon seit vielen Jahren notwendig.“

„Der Erweiterungsprozess und die damit verbundene Politik sowie die Investitionen in diesen Prozess, sind wichtiger denn je“, sagte er und fügte hinzu, dass Kopenhagen Nordmazedonien und Albanien, die in diesem Prozess Fortschritte machten, „voll unterstützen“ werde.

„Wir wollen einen leistungsorientierten Ansatz für die Erweiterung sicherstellen, weil dies der beste Weg ist, um zu garantieren, dass diese Länder letztendlich ihre Anforderungen erfüllen, um EU-Mitglieder in Bezug auf Demokratie, Rechtsstaatlichkeit, Wirtschaft und anderes zu werden“, fügte Kofod hinzu.

Keine Vertragsänderung

Im Mai unterbreitete Emmanuel Macron einen Vorschlag für eine neue „europäische politische Gemeinschaft“, die es der Ukraine und anderen Ländern, die derzeit außerhalb des EU-Rahmens stehen, ermöglichen würde, enger in die EU eingebunden zu werden.

Auf die Nachfrage von EURACTIV hinsichtlich des Vorschlags des französischen Präsidenten sagte Kofod, man wisse nicht genug darüber, was er in der Praxis bedeuten würde.

„Die Tatsache, dass wir unseren Nachbarländern, die Anwärter auf den EU-Beitritt sind, dabei helfen, sich den europäischen demokratischen Werten anzunähern und sie auf ihrem Weg unterstützen, ist etwas, das wir befürworten – aber nicht als Alternative zum Erweiterungsprozess“, sagte Kofod.

Er wies auch die Idee zurück, die Einstimmigkeit in der Außenpolitik abzuschaffen.

Dänemark gehört zu den drei EU-Ländern, die sich gegen die Einleitung eines vom Europäischen Parlament geförderten Verfahrens zur Änderung der EU-Verträge aussprachen.

„Wir sind der Meinung, dass es viel sinnvoller ist, wenn sich die 27 EU-Mitglieder auf ein gemeinsames Ziel einigen und keine Änderung der Kerninteressen der Mitgliedsstaaten anstreben“, erklärte Kofod. EA 21.6.

 

 

 

 

Weltflüchtlingstag. Amnesty fordert Gleichbehandlung von Flüchtlingen in Deutschland

 

Zum Weltflüchtlingstag fordern Organisationen, Flüchtlinge aus Afghanistan genauso willkommen zu heißen wie aus der Ukraine. Die Flüchtlingsbeauftragte der Bundesregierung mahnt bessere Asylverfahren an. Sie seien bislang weder fair noch zügig. Das Bamf weist die Vorwürfe zurück.

Zum Weltflüchtlingstag hat die Menschenrechtsorganisation Amnesty International eine ungleiche Behandlung von Flüchtlingen in Deutschland kritisiert. Während die Bundesregierung bei den Ukraine-Flüchtlingen schnell und effektiv gehandelt habe, gebe es für andere Schutzsuchende wie Syrer und Afghanen noch immer verschiedene Rechtsinstrumente, sagte die stellvertretende Generalsekretärin der deutschen Amnesty-Sektion, Julia Duchrow, am Montag in Berlin. Am Vorgehen bei den Ukraine-Flüchtlingen werde man die Asylpolitik der noch verhältnismäßig neuen Bundesregierung messen, sagte sie beim Berliner Flüchtlingsschutzsymposium. Das sei „best pratice“ gewesen.

Zur Aufnahme von Ukraine-Flüchtlingen hatten die EU-Staaten erstmals eine Richtlinie in Kraft gesetzt, die eine schnelle und unbürokratische Aufnahme ermöglicht. In Deutschland wechseln die Kriegsflüchtlinge aus der Ukraine zudem schneller in den normalen Sozialleistungsbezug und haben zügiger Zugang zum Arbeitsmarkt. Duchrow forderte die Abschaffung des Asylbewerberleistungsgesetzes, das für andere Flüchtlinge nach wie vor gilt und geringere Leistungen und Integrationsangebote enthält. Auch bei der Wahl des Aufnahmelandes könne sich die Bundesregierung für mehr Großzügigkeit einsetzen, sagte sie. Während sich die Menschen aus der Ukraine frei in Europa bewegen können, werden andere Flüchtlinge auf ein EU-Land festgelegt.

Alabali-Radoven fordert pragmatischere Entscheidungen

Beim Berliner Symposium zum Flüchtlingsschutz, organisiert von der evangelischen Kirche, Wohlfahrtsverbänden und Nichtregierungsorganisationen, treffen jährlich Flüchtlingshelfer auf Regierungs- und Behördenvertreter. Der Parlamentarische Staatssekretär im Bundesinnenministerium, Mahmut Özdemir (SPD), versprach den Engagierten einen „Paradigmenwechsel“ durch die Koalition von SPD, Grünen und FDP. Er verwies unter anderem auf das geplante Chancen-Bleiberecht zur Reduktion der Ketten-Duldungen und geplante Verbesserungen beim Familiennachzug. Özdemir zeigte sich auch offen bei der Wahl des Aufnahmestaates. Waren und Dienstleistungen bewegten sich frei in der EU. Wenn es um Menschen geht, scheine man sehr an nationalen Grenzen zu hängen, beklagte er.

Die Beauftragte der Bundesregierung für Flüchtlinge, Reem Alabali-Radovan (SPD), forderte Veränderungen im europäischen und auch im deutschen Asylsystem. „In den vergangenen Jahren waren viele Asylverfahren weder ‘fair’ noch ‘zügig’“, sagte Alabali-Radovan und verwies auf schleppende Entscheidungen bei Asylantragstellern aus Afghanistan. „Wir brauchen schnellere und pragmatischere Entscheidungen, ob jemandem nach dem EU-Recht internationaler Schutz zusteht“, sagte sie. Die Vizepräsidentin des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Ursula Gräfin Praschma, wies Alabali-Radovans Vorwurf zurück. „Wir bemühen uns sehr, fair zu urteilen“, entgegnete sie bei der Veranstaltung.

Afghanistan: Amtsberg übt Selbstkritik

Mehr Engagement forderten Organisationen insbesondere für Menschen in Afghanistan. Auch in der Regierung gab es dazu am Montag Selbstkritik. Die Bundesregierung habe es noch nicht geschafft, dem Koalitionsvertrag, in dem ein humanitäres Aufnahmeprogramm vereinbart wurde, ausreichend Rechnung zu tragen, sagte die Menschenrechtsbeauftragte der Bundesregierung, Luise Amtsberg (Grüne). Sie äußerte die Erwartung, dass das Programm spätestens bis Mitte August auf den Weg gebracht wird. Julia Duchrow von Amnesty International forderte, das Programm müsse transparent und effizient sein sowie auch Familienangehörige von Menschen berücksichtigen, die eine Aufnahmezusage von Deutschland erhalten.

Die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl richtete zum Weltflüchtlingstag am 20. Juni den Blick auf die europäische Asylpolitik. Geschäftsführer Günter Burkhardt bekräftigte seine Kritik an den diskutierten Zentren jenseits der EU-Grenzen, in denen die Asylperspektive geprüft werden könnte. Es müsse weiter sorgfältige Einzelfallprüfungen geben, sagte Burkhardt. Er forderte die Bundesregierung auf, solchen Zentren nicht zuzustimmen. (epd/mig 21.6.)

 

 

 

Macron verliert Mehrheit in Parlamentswahlen

 

Präsident Emmanuel Macron konnte in der zweiten Runde der Parlamentswahlen am Sonntag (19. Juni) keine Mehrheit gewinnen, während die Linke und die Rechtsextremen deutlich zugelegt haben. Von: Davide Basso und Théo Bourgery

 

Die französischen Wählerinnen und Wähler haben Präsident Emmanuel Macron nach der zweiten Runde der Parlamentswahlen am Sonntag (19. Juni) um die Mehrheit im Parlament gebracht, während die Linke und die Rechtsextremen deutlich zugelegt haben.

Macrons Partei Renaissance, die früher unter dem Namen La République en marche bekannt war, wird die größte Fraktion im Parlament bleiben, hat aber mehr als hundert Abgeordnete verloren und liegt nun mit rund 230 Sitzen in der 577 Sitze zählenden Nationalversammlung weit unter den 289, die für eine Mehrheit erforderlich wären.

Von den 15 Regierungsmitgliedern, die ebenfalls kandidiert hatten, wurden einige abgewählt und müssen in den nächsten Tagen ihre Ämter aufgeben, darunter Amélie de Montchalin, Ministerin für den ökologischen Wandel, Brigitte Bourguignon, Ministerin für Gesundheit, und Justine Benin, Staatssekretärin für Meerespolitik.

Außerdem sind einige bedeutende Persönlichkeiten aus der Partei des Präsidenten ausgeschieden: Richard Ferrand, Präsident der Nationalversammlung, und Christophe Castaner, Vorsitzender der Fraktion La République en marche in der Nationalversammlung und ein früher Unterstützer Macrons.

Mathieu Gallard, Forschungsdirektor bei Ipsos France, erklärt das Scheitern des Präsidentenlagers mit der „extrem schwierigen Beziehung“ zwischen der linken Wählerschaft und Macron, der „sie während der Präsidentschaftswahlen ansprach, um sie dann während der Parlamentswahlen zu ‚dämonisieren‘.“

Das Linksbündnis (NUPES) konnte etwa 150 Sitze erringen, weit entfernt von den 289 Sitzen, die nötig wären, um den radikalen Linken Jean-Luc Mélenchon zum Premierminister zu machen. Insgesamt wird die vereinigte Linke damit jedoch die wichtigste Oppositionskraft werden.

„Der große Ausbruch der Geschichte aus den Tiefen der französischen Revolutionen hat ein Gesicht, das unserer kollektiven und volksverbundenen Einheit“, erklärte Mélenchon und deutete an, dass sein Lager „nicht auf den Anspruch verzichten wird, diejenigen zu sein, die dieses Land regieren und es zu neuen Horizonten führen.“

Der Rassemblement National hat mit rund 80 Abgeordneten seine Abgeordnetenzahl im Vergleich zur vorherigen Legislaturperiode verzehnfacht. Damit stellt die rechtsextreme Partei die meisten Abgeordneten in ihrer Parlamentsgeschichte.

Marine Le Pen zeigte sich erfreut über das Ergebnis sowie die Tatsache, dass sie in der Lage sei, „eine entscheidende Oppositionsgruppe gegen die Zerstörer:innen an der Spitze, die Macronist:innen, und die Zerstörer:innen an der Basis, die antirepublikanische Linke, zu bilden.“

Ihr zufolge schaffe dieses Ergebnis die Voraussetzungen dafür, dass ihre Partei „die Verantwortung für das Land übernehmen kann, wenn das Abenteuer Macron vorbei ist.“

Mathieu Gallard zufolge „funktioniert die republikanische Front auf lokaler Ebene überhaupt nicht mehr“, denn wenn Le Pens Partei in der zweiten Runde gegen die Linke antritt, enthalten sich die Wähler:innen der Mitte und umgekehrt. „Die einzige Konstellation, in der sie Schwierigkeiten hat, ist, wenn sie gegen Les Républicains antritt“, erklärt er.

Die rechte Partei Les Républicains, die zwischen 70 und 80 Abgeordnete stellen wird, könnte entscheidend sein, wenn es darum geht, eine Mehrheit für ein Regierungsbündnis oder für die Verabschiedung von Gesetzestexten zu finden.

Obwohl die Partei bei den Präsidentschaftswahlen unter der Fünf-Prozent-Hürde blieb, konnte sie bei den Parlamentswahlen ein zufriedenstellendes Ergebnis erzielen. Sie ist in 90 Wahlkreisen gewählt worden und erreichte damit im zweiten Wahlgang eine sehr gute Prozentzahl. Dies erklärt sich durch die „sehr guten Stimmenübertragungen“, die sie in allen Konstellationen genießt.

Die neue Versammlung wird wahrscheinlich „sehr kompliziert für Emmanuel Macron“, sagte Gallard, der glaubt, dass „Regierungskrisen“ zu erwarten seien, da die französische politische Ebene es nicht gewohnt sei, sich in einer solchen Situation wiederzufinden. EA 20.6.

 

 

 

 

Weltkunstausstellung. Die documenta präsentiert sich bunt, politisch und überraschend

 

Die erstmals von einem Künstlerkollektiv aus Asien geleitete documenta überrascht durch politisches Engagement, Buntheit und Fantasie. Zu sehen und zu hören sind Geräusche aus dem Slum oder Häuser aus Altkleidern und Elektroschrott - exportierter Müll aus Europa. Von Christian Prüfer

 

Die am 18. Juni startende Weltkunstausstellung „documenta fifteen“ sei ein künstlerischer Gegenentwurf zur westlichen Vorstellung von Kunstausstellungen. Das zumindest meint die hessische Ministerin für Wissenschaft und Kunst, Angela Dorn (Grüne). In der Tat ist der erste Eindruck im Fridericianum, normalerweise das Zentrum der alle fünf Jahre stattfindenden Ausstellung, ernüchternd. Riesige Wandzeitungen, Werkstätten, Bücher, Plunder und ein Spielplatz für Kinder – so hat sich der westliche Besucher Kunst eher nicht vorgestellt.

Die neunköpfige indonesische Künstlergruppe Ruangrupa, die die „documenta fifteen“ verantwortet, hat das ehrwürdige Fridericianum zur „Fridskul“, also einer Schule, umfunktioniert. Dort wird nun vor allem politische Bildungsarbeit betrieben, zu Themen wie Rassismus über die Unterdrückung der Sinti und Roma bis hin zu Frauenrechten.

Zauberwort „Lumbung“

„Lumbung“ ist das allgegenwärtige Zauberwort der documenta fifteen. Es bezeichnet eine gemeinschaftlich benutzte Reisscheune in Indonesien, in die alle ihre Ernte einbringen und zum Wohle der Gemeinschaft lagern. Ähnlich soll es im übertragenen Sinne auch in der Kunst funktionieren, so die Vorstellung von Ruangrupa.

Wer allerdings als Besucher die englische Sprache nicht in die „Scheune“ einbringen kann, wird es mitunter etwas schwer haben. So manche Erklärung zu Künstlern und Kunstwerken gibt es nur in Englisch, bisweilen fehlen Texte (noch) komplett. Weiterhelfen kann hier das gute – käuflich zu erwerbende – Handbuch.

Antisemitismus-Debatte

So ist es etwa auch im Ausstellungsort WH22, einem ehemaligen Techno-Tanzclub, wo die palästinensische Gruppe „The Question of founding“ ihre Werke zeigt. Die Palästinenser gerieten Anfang des Jahres durch einen Blogeintrag einer kleinen politischen Initiative aus Kassel zu Unrecht unter den Generalverdacht des Antisemitismus, den die documenta bis heute nicht losgeworden ist. Einige wenige der ausgestellten Bilder, die im Goya-Stil kriegerische israelische Soldaten mit palästinensischen Zivilisten zeigen, können als kritisch gegenüber dem Staat Israel beurteilt werden, aber antisemitisch ist hier nichts.

Ebenfalls im WH22: ein schön angelegter „Immigrating garden“ (Einwanderungsgarten) des vietnamesischen „Nha San Collectives“ um Tuan Mami, der darauf hinweisen will, wie wichtig diese Pflanzen und Gewürze für die vietnamesischen Immigranten sind. Im ehemaligen Hallenbad Ost zeigt die Künstlergruppe „Taring Padi“ über 100 Kunstwerke aus den vergangenen 22 Jahren, teilweise recht großformatige Banner, auf denen auch Texte in indonesischer Sprache zu sehen sind. Inhalt dieser Protestkultur der 1998 gegründeten Gruppe ist der Kampf indonesischer Arbeiter für ihre Rechte.

Stimmen und Geräuschen aus dem Slum

Fast schon ein wenig spektakulär ist der Eintritt in die documenta-Halle, die von der kenianischen Gruppe „Wajukuu Art Project“ mit Wellblechen verhangen ist und an einen Slum der kenianischen Hauptstadt Nairobi erinnern soll. Durch ein Wellblechtor gelangt man in einen dunklen Raum, umgeben von Stimmen und Geräuschen aus dem Slum.

Im großen Saal findet sich unter anderem eine von der thailändischen Künstlerinitiative „Baan Norg Collaborative Arts and Culture“ errichtete Skateboard-Anlage, die von allen, die es können, benutzt werden darf. Faszinierend wirkt die Installation von „Britto Arts Trust“ aus Bangladesch, die einen kleinstädtischen Basar zeigt. Die Objekte sind Häkel-, Strick-, Keramik- und Metallerzeugnisse, oft verblüffend dem Original ähnlich. Auch die schon ikonographische Dose „Campbell’s Soup“, der Andy Warhol ein Denkmal setzte, ist mit von der Partie.

Müllexport“ in afrikanische Länder

In der Karlsaue steht ein von „The Nest Collective“ (Kenia) errichtetes Haus aus Altkleidern umgeben von Elektroschrott-Bündeln. In dessen Inneren wird in einem Video auf die verheerenden Wirkungen aufmerksam gemacht, die dieser „Müllexport“ für die afrikanischen Länder hat.

Schön anzusehen sind hingegen die „Floating Gardens“, die schwimmenden Gärten der slowakischen Künstlerin Ilona Nehmet auf der Fulda. Hier am gegenüberliegenden Ufer wird in einigen Wochen auch das am 3. Juni in Berlin aus einem umgedrehten Holzdach gebaute Boot „Citizenship“ erwartet, das gänzlich ohne fossile Energien durch Sonnenenergie und Muskelkraft nach 60 Tagen hier anlegen soll. Man darf gespannt sein. (epd/mig 20)

 

 

 

Konsequenzen gefordert. Kritik an antisemitischen Darstellungen auf documenta

 

Ein antisemitisches Werk auf der „documenta fifteen“ sorgt für Empörung. Kultusministerin äußert große Besorgnis, der Antisemitismusbeauftragte fordert Entfernung. Bereits im Vorfeld war die Kunstausstellung in die Kritik geraten.

Bundesregierung, hessische Landesregierung und Verbände haben am Montag scharfe Kritik an antisemitischen Bildmotiven auf der „documenta fifteen“ geäußert. Kulturstaatsministerin Claudia Roth und die hessische Kunstministerin Angela Dorn (beide Grüne) kritisierten eine „antisemitische Bildsprache“. „Die Menschenwürde, der Schutz gegen Antisemitismus, wie auch gegen Rassismus und jede Form der Menschenfeindlichkeit sind die Grundlagen unseres Zusammenlebens und hier findet auch die Kunstfreiheit ihre Grenzen“, sagte Roth. Die documenta müsse die notwendigen Konsequenzen ziehen.

Zwei Tage nach Eröffnung der „documenta fifteen“ in Kassel ist ein Werk des indonesischen Künstlerkollektivs „Taring Padi“ in die Kritik geraten. Auf einem Detail ist ein Mann in Anzug und Krawatte zu sehen, haifischartige Raffzähne ragen aus dem Mund, daneben eine Zigarre. Eine angedeutete Schläfenlocke hängt herunter, auf dem Hut prangt die SS-Rune. Auf einem anderen Detail ist unter einem Kanonenrohr eine Person in Uniform zu sehen, sie trägt die Nase eines Schweins, das bei gläubigen Juden als unrein gilt. Auf dem roten Halstuch steht der Davidstern, auf dem Helm der Name des israelischen Geheimdienstes Mossad.

Kunstministerin äußert „große Besorgnis“

Kritisch diskutiert wird auch die Arbeit „Guernica Gaza“ der palästinensischen Künstlergruppe „The Question of Funding“, die israelische Soldaten zeigt, die palästinensische Bauern angreifen – in Anlehnung an Pablo Picassos Bild „Guernica“.

Die hessische Kunstministerin Dorn als Mitgesellschafterin der documenta äußerte „große Besorgnis“. „Ich habe immer gesagt, dass antisemitische Ressentiments und Antisemitismus auf der documenta nicht zum Ausdruck kommen dürfen; das haben auch die documenta und das Kuratorenkollektiv ruangrupa selbst immer wieder betont“, sagte sie. Sie habe Kontakt zur Generaldirektorin der documenta, Sabine Schormann, aufgenommen, um „schnellstmöglich eine Klärung herbeizuführen“. Bis zum Nachmittag antwortete diese nicht auf Nachfrage.

Antisemitismusbeauftragter fordert Entfernung

Unterdessen forderte der hessische Antisemitismusbeauftragte Uwe Becker die Entfernung des Werkes von „Taring Padi“. „Antisemitismus bleibt Antisemitismus, ob gesprochen, gemalt oder gesungen. Die gewählten Motive des Künstlerkollektivs lassen keinen Spielraum für Interpretationen zu, sondern haben eindeutig antisemitischen Charakter“, sagte Becker.

„Offensichtlich hat die documenta-Leitung beim Thema Antisemitismus versagt“, teilte der Zentralrat der Juden am Montag mit. Entgegen aller Zusicherungen würden auf der „documenta fifteen“ eindeutig antisemitische Motive in einem Werk des indonesischen Künstlerkollektivs „Taring Padi“ verwendet. „Es spielt jedoch keine Rolle, woher Künstler stammen, die Antisemitismus verbreiten. Kunstfreiheit endet dort, wo Menschenfeindlichkeit beginnt“, sagte der Zentralratpräsident Josef Schuster. Auf der documenta sei diese rote Linie überschritten worden.

Kulturrat: „vollkommen unverständlich“

Der Geschäftsführer des Deutschen Kulturrates, Olaf Zimmermann, erklärte, es sei vollkommen unverständlich, wie die documenta-Verantwortlichen es zulassen konnten, dass diese antisemitischen Werke trotz aller Diskussionen im Vorfeld ausgestellt wurden. Zimmermann forderte die Stadt Kassel und das Land Hessen als Gesellschafter der documenta dazu auf, für Klarheit zu sorgen.

Am Samstag hatte Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier bei der Eröffnungsfeier der „documenta fifteen“ die Verantwortlichen für ihren Umgang mit den seit Monaten erhobenen Antisemitismus-Vorwürfen kritisiert. „Die Freiheit der Meinung und die Freiheit der Kunst sind Wesenskern unserer Verfassung. Kritik an israelischer Politik ist erlaubt“, erklärte das deutsche Staatsoberhaupt. „Doch wo Kritik an Israel umschlägt in die Infragestellung seiner Existenz, ist die Grenze überschritten.“

Update

Nach den Antisemitismusvorwürfen wurde eines der gezeigten Werke verhüllt. Das für die Arbeit „People’s Justice“ verantwortliche indonesische Künstlerkollektiv „Taring Padi“ habe gemeinsam mit der Geschäftsführung und der Künstlerischen Leitung entschieden, das betreffende Banner am Friedrichsplatz zu verdecken und eine Erklärung dazu zu installieren, teilte die documenta am Montagabend mit. „Taring Padi“ erklärte, ihr Werk stehe „in keiner Weise mit Antisemitismus in Verbindung“. „Wir sind traurig darüber, dass Details dieses Banners anders verstanden werden als ihr ursprünglicher Zweck. Wir entschuldigen uns für die in diesem Zusammenhang entstandenen Verletzungen“, heißt es in der Erklärung vom Montagabend. (epd/mig 21.6.)

 

 

 

 

Vor Linken-Parteitag: deutlicher Beliebtheitsverlust bei Janine Wissler

 

Hamburg. Kurz vor dem anstehenden Parteitag der Linken, auf dem sich Janine Wissler zur Wiederwahl als Parteivorsitzende stellen wird, verliert die Linken-Politikerin in der deutschen Bevölkerung erneut deutlich an Beliebtheit. Laut einer Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos bewertet mehr als die Hälfte der Befragten (52%) Wisslers Arbeit auf einer Skala von 1 bis 10 inzwischen als sehr unzufriedenstellend (1-3). Nur jeder Zehnte (11%) ist mit der Vorsitzenden der Linken sehr zufrieden (8-10).

Betrachtet man die Netto-Zufriedenheit, also die Differenz zwischen denjenigen, die sehr zufrieden und sehr unzufrieden sind, liegt Janine Wissler mit einem Wert von -41 weit abgeschlagen am unteren Ende der Beliebtheitsskala – sechs Prozentpunkte weniger als bei der letzten Erhebung im April 2022 und sogar elf Prozentpunkte Verlust im Vergleich zum Februar. Lediglich bei den AfD-Fraktionsvorsitzenden Alice Weidel (-53) und Tino Chrupalla (-52) ist die Netto-Zufriedenheit noch geringer bzw. der Anteil der stark Unzufriedenen (jeweils 65%) noch größer als bei der Linken-Vorsitzenden.

 

Zufriedenheitswerte der Bundesregierung stabilisieren sich

Die Beliebtheitswerte von Bundeskanzler Olaf Scholz und der Ampelregierung stabilisieren sich nach einem kurzen Einbruch zu Beginn des Jahres wieder etwas. Ähnlich wie schon im April sind drei von zehn Bundesbürgern mit der Arbeit des Kanzlers sowie des Bundeskabinetts (je 30%) sehr unzufrieden, während etwa jeder Fünfte (Scholz 21%, Regierung 18%) angibt, sehr zufrieden zu sein. Ein Blick auf die Veränderung der Netto-Zufriedenheit zeigt, dass sowohl Scholz als auch die Regierung als Ganzes ihre Zufriedenheitswerte seit Februar leicht um 5 bzw. 3 Prozentpunkte steigern konnten.

 

Leichte Zugewinne bei Klingbeil, Nouripour und Lang

Für die Vorsitzenden, Fraktionschefs und Generalsekretäre der im Bundestag vertretenen Parteien sind gegenüber April dagegen hauptsächlich Verluste zu verzeichnen. Lediglich Lars Klingbeil, Co-Vorsitzender der SPD, sowie die beiden Grünen-Vorsitzenden Omid Nouripour und Ricarda Lang gewinnen im Vergleich zur letzten Erhebung leicht an Beliebtheit. Die größten Verlierer im Politiker-Ranking sind derweil der stellvertretende Bundesvorsitzende der FDP, Wolfgang Kubicki, sowie AfD-Fraktionsvorsitzende Alice Weidel. Ipsos 20.6.

 

 

 

Rechtsextreme Gewaltwelle

 

Brandenburgs Aktionsbündnis gegen rechts ist 25 Jahre alt geworden

Im Jahr 1996 ging eine Welle rechtsextremer Gewalt durch Brandenburg. Das Land reagierte darauf mit der Gründung eines Aktionsbündnisses. 25 Jahre nach seiner Gründung sieht es sich mit neuen Herausforderungen konfrontiert. Von Yvonne Jennerjahn

 

Ein 19-Jähriger versucht, eine Türkin zu überfahren. Der Brite Noel Martin überlebt einen Neonazi-Angriff nur knapp und bleibt bis zu seinem Tod 2020 querschnittsgelähmt. Der Italiener Orazio Giamblanco trägt bei einem rechtsextremen Überfall südlich von Berlin schwerste Verletzungen davon. Der Punk Sven Beuter stirbt nach einem Neonazi-Angriff in Brandenburg an der Havel.

 

Die Verbrechen aus dem Jahr 1996 sind nur ein Ausschnitt der Gewaltwelle, die in Brandenburg nach der Wiedervereinigung begann und schließlich Politik und Zivilgesellschaft zum Handeln brachte: Am 22. Mai 1997 wurde das märkische Aktionsbündnis gegen Gewalt, Rechtsextremismus und Fremdenfeindlichkeit gegründet. Mit 29 Mitgliedern ging das Bündnis an den Start, inzwischen sind es fast 90, darunter Vereine aus allen Teilen Brandenburgs. Am Freitag wurde in Potsdam das 25-jährige Bestehen gefeiert.

Entscheidend für die Gründung war nach Angaben der Geschäftsstelle das Eingeständnis des damaligen märkischen Ministerpräsidenten Manfred Stolpe (SPD), die Gefahren des Rechtsextremismus zunächst falsch eingeschätzt zu haben. 1991 hatte Stolpe Hakenkreuzschmierereien weder als Ausdruck von Rechtsextremismus noch von Ausländerfeindlichkeit sehen wollen. „Ich wollte es einfach nicht wahrhaben“, hat er später dazu gesagt.

Beratungsteam gegen Rechtsextremismus

Zwar wurde auf Initiative von Brandenburgs damaliger Ausländerbeauftragten, der evangelischen Theologin Almuth Berger, bereits 1992 ein Beratungsteam gegen Rechtsextremismus ins Leben gerufen. Die Gewalttaten wurden dennoch weiter lange mit den Erschütterungen durch das Ende der DDR und die deutsche Wiedervereinigung erklärt und als vorübergehendes Phänomen angesehen.

Nach mehreren schweren Gewalttaten mit rechtsextremem und rassistischem Hintergrund ergriff Almuth Berger 1996 erneut die Initiative zu Gegenmaßnahmen. Und Brandenburgs damaliger Generalstaatsanwalt Erardo Rautenberg forderte neben staatlichen Repressionen ein breites gesellschaftliches Bündnis gegen rechte Gewalt, das vom streng konservativen bis zum autonomen Spektrum reichen sollte.

Vernetzung gegen Rassismus

Schließlich rief Stolpe dazu auf, ein großes Bündnis zu schaffen. Der Deutsche Gewerkschaftsbund, der Deutsche Richterbund, die evangelische Kirche und das katholische Erzbistum, mehrere weitere Verbände und Ministerien gehörten zu den ersten Mitgliedern. „Wir wollen den Tätern und geistigen Vorbildern zeigen, dass sie in Brandenburg keine schweigende Mehrheit finden“, betonte Stolpe bei der Gründung. Und die Arbeit begann.

Seitdem sei es gelungen, große Teile der Zivilgesellschaft in Brandenburg landesweit gegen Rechtsextremismus und Rassismus zu vernetzen, sagt die Leiterin der Potsdamer Geschäftsstelle, Frauke Büttner. Das Aktionsbündnis, dessen Vorstände seit der Gründung aus der evangelischen Kirche kommen, habe es geschafft, „Öffentlichkeit, Politik, Verwaltung, Polizei und Justiz gegenüber der Gefahr des Rechtsextremismus zu sensibilisieren und die Notwendigkeit zivilgesellschaftlichen Engagements deutlich zu machen“.

Etwas Besonderes

Bundesweit gilt das Bündnis weiter als etwas Besonderes. Zwar gebe es in anderen Bundesländern ebenfalls Zusammenschlüsse der Zivilgesellschaft gegen Rechtsextremismus, sagt Thomas Prenzel von der Bündnis-Geschäftsstelle: „Diese sind jedoch nicht vergleichbar breit aufgestellt.“ Zudem fehle dort eine vergleichbare politische und finanzielle Unterstützung durch die jeweiligen Länder.

Das Bündnis werde sich immer auch mit neuen Erscheinungsformen der extremen Rechten auseinandersetzen, sagt Prenzel. Ein Beispiel dafür sei die antidemokratische Propaganda bei den Demonstrationen gegen die Corona-Schutzmaßnahmen. Eine große Herausforderung bleibe zudem das weiter fehlende Problembewusstsein gegenüber Rechtsextremismus bei vielen Menschen im Land. Dessen Gefährlichkeit werde oft nicht gesehen, sagt Prenzel und betont: „Das Aktionsbündnis wird nicht verschwinden, solange es Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus gibt.“ (epd/mig 20)

 

 

 

Mehr Einwanderung. Leichter Bevölkerungsanstieg in Deutschland

 

Im Jahr 2021 lebten 83,2 Millionen Menschen in Deutschland und damit mehr als im Jahr davor. Grund für das Bevölkerungswachstum ist Einwanderung. Die Zahl der Menschen ohne deutschen Pass stieg auf 10,9 Millionen.

Die Bevölkerungszahl in Deutschland ist im Jahr 2021 geringfügig um 0,1 Prozent gestiegen. Wie das Statistische Bundesamt am Montag in Wiesbaden mitteilte, lebten zum Jahresende 2021 gut 83,2 Millionen Personen in Deutschland. Das waren 82.000 mehr als ein Jahr zuvor.

Diese Entwicklung ist den Angaben nach vor allem auf einen Anstieg der Nettoeinwanderung zurückzuführen: Das heißt, es wanderten mehr Menschen nach Deutschland ein als aus. Die Nettoeinwanderung stieg demnach auf 317.000 (2020: 220.000) und näherte sich damit dem Niveau vor Ausbruch der Corona-Pandemie an (2019: 327.000). Zugleich gab es mehr Todesfälle als Geburten: Der Überschuss betrug 228.000 (2020: 212.000).

10,9 Millionen Menschen ohne deutschen Pass

Ende 2021 lebten 72,3 Millionen Menschen mit deutscher und 10,9 Millionen mit ausländischer Staatsbürgerschaft in Deutschland. Demnach stieg die Anzahl von Personen mit ausländischer Staatsbürgerschaft im Vergleich zu 2020 um 308.000. Die Anzahl der Personen mit deutscher Staatsbürgerschaft sank um 226.000. Der Ausländeranteil an der Gesamtbevölkerung nahm nach Angaben der Behörde gegenüber dem Vorjahr von 12,7 auf 13,1 Prozent zu.

Wie im Vorjahr stieg die Zahl der älteren Menschen 2021 weiter an. So verzeichnete die Gruppe von Menschen ab 60 Jahren einen Anstieg um 341.000 auf 24,4 Millionen (plus 1,4 Prozent). Dabei ist vor allem die Gruppe der Hochbetagten ab 80 Jahren auf 6,1 Millionen stark gestiegen (plus drei Prozent). Das Durchschnittsalter der Bevölkerung erhöhte sich um 0,1 Jahre auf 44,7 Jahre.

Zuwachs in West-, Abnahme in Ostdeutschland

Die Bevölkerungsentwicklung verlief regional unterschiedlich: Absolut stieg die Bevölkerungszahl in Bayern mit plus 37.000 Personen am stärksten. Prozentual hatten Schleswig-Holstein und Berlin (jeweils plus 0,4 Prozent) die höchsten Zuwächse. Bevölkerungsverluste gab es in Bremen, Thüringen, Sachsen-Anhalt, Sachsen, dem Saarland und Nordrhein-Westfalen.

Insgesamt verzeichneten die westdeutschen Bundesländer (ohne Berlin) einen Bevölkerungszuwachs um 98.000 Personen auf 67,1 Millionen. In Ostdeutschland (ohne Berlin) nahm die Bevölkerungszahl um 30.000 ab und betrug am Jahresende 12,5 Millionen. (epd/mig 21)

 

 

 

Empfangen, begleiten, integrieren – Kostenloser Kurs zur Flüchtlings- und Integrationshilfe

 

So vielfältig wie die Geschichten und Erlebnisse der Geflüchteten so umfangreich sind die Aufgaben und Herausforderungen, vor denen sie am Ende ihrer Flucht stehen. Viele engagierte Menschen unterstützen Flüchtlinge daher bei Themen wie Wohnraum- und Arbeitssuche, Sprachkursen bis hin zum Umgang mit Traumatisierung. Mit dem kostenlosen Zertifikatskurs “Flüchtlings- und Integrationshilfe” vermittelt die SRH Fernhochschule – The Mobile University allen das notwendige Fachwissen, die Schutzsuchende bei ihrem Start in Deutschland unterstützen möchten.  

Der Kurs Flüchtlings und Integrationshilfe 

Interessierte können sich direkt online auf der Seite der SRH Fernhochschule zu dem kostenfreien Kurs anmelden. Der Zertifikatskurs kann flexibel jederzeit gestartet werden und dank dem digitalen Lehrkonzept auch ortsunabhängig. 

In drei Monaten lernen die Teilnehmenden die Handlungsfelder und Akteure der Flüchtlingsarbeit sowie die Lebenswelten und Erfahrungen von Menschen mit Migrationshintergrund kennen. 

„Als Hochschule möchten wir die Menschen unterstützen, die anderen Helfen und ihnen das nötige Fachwissen vermitteln. Der Kurs richtet sich daher bewusst an alle Interessierten, die mit geflüchteten Menschen in Kontakt kommen“, so Prof. Dr. Ottmar Schneck, Rektor der SRH Fernhochschule.  

Die Anmeldung zu dem kostenlosen Zertifikatskurs „Flüchtlings- und Integrationshilfe“ ist bis zum 31.12.2022 online unter www.mobile-university.de/fluechtlings-und-integrationshilfe  möglich.

Sollten Sie mehr über das Hochschulzertifikat oder die Inhalte erfahren wollen, sprechen Sie uns gerne an. Amelie Störk, SRH Fernhochschule - The Mobile University, Kirchstraße 26, 88499 Riedlingen 

T +49 7371 9315-184 F +49 7371 9315-115, amelie.stoerk@mobile-university.de

www.mobile-university.de.   dip 20.6

 

 

 

 

„Drecksarbeit“. Seit 50 Jahren ist in Deutschland Leiharbeit erlaubt

 

Seit 50 Jahren ist in Deutschland Leiharbeit erlaubt. Ausländer sind überdurchschnittlich oft betroffen. Das Instrument war vom ersten Tag an umstritten: Ist es eine Brücke zu besseren Jobs oder erleichtert es die Ausbeutung von Beschäftigten? Von Pat Christ

 

Es sollte nur ein Anfang sein: Als Thomas Gandel (Name geändert) im Anschluss an seine Ausbildung zum Industriemechaniker in der Zeitarbeit Jobs fand, griff er zu. Der Würzburger war sicher, bald eine feste Anstellung zu finden. Doch er täuschte sich. „Ich war schließlich bei vier verschiedenen Leiharbeitsfirmen und hatte fast zehn verschiedene Jobs“, berichtet der 32-Jährige.

Wie mit Leiharbeiterinnen und Leiharbeitern teilweise umgegangen wird, ist für Gandel inakzeptabel: „Ich habe mich ausgebeutet gefühlt.“ Leiharbeit steht in der Kritik, seit es sie gibt. Das ist seit genau 50 Jahren der Fall. Bis 1972 war Leiharbeit in Deutschland verboten. Am 21. Juni 1972 stimmte der Deutsche Bundestag dem Arbeitnehmerüberlassungsgesetz (AÜG) einstimmig zu.

Der Zeitarbeit entkommen

Über seinen Einsatz bei einem Wurstproduzenten vor vielen Jahren ist Thomas Gandel heute noch empört. Dort sei „Drecksarbeit“ verlangt worden: „Ich musste zum Beispiel den Fettabscheider reinigen.“ Das sei ein stinkiger, schmieriger und unangenehmer Job gewesen. Für den sei er obendrein auch noch deutlich schlechter bezahlt worden als die fest angestellten Kollegen.

Gandel ist froh, dass er endlich der Zeitarbeit entkommen ist: „Ich erhielt vor drei Monaten eine Arbeitsgelegenheit im Würzburger Sozialkaufhaus Brauchbar .“ Nun verdient er zwar immer noch nicht viel. Aber der junge Mann fühlt sich endlich an einem Arbeitsplatz wohl. Nun hofft er auf einen Berufsweg ohne Zeitarbeit.

40 Prozent Ausländer

Nach der Einführung durch den Gesetzgeber vor 50 Jahren spielte die Leiharbeit zunächst keine große Rolle in Deutschland, erst die Hartz-Reformen verhalfen ihr zu einem Siegeszug. Nach Zahlen der Bundesagentur für Arbeit (BA) in Nürnberg sind aktuell von 100 Beschäftigten zwei in der Leiharbeit tätig. Im ersten Halbjahr Juni 2021 waren es im monatlichen Durchschnitt 784.000 Männer und Frauen. Mehr als jeder zweite Leiharbeiter übt eine Helfertätigkeit aus.

Zahlen der Bundesagentur zeigen außerdem, zwei Fünftel der im Jahr 2021 in der Leiharbeit Beschäftigten hatten einen ausländischen Pass. Dieser Anteil ist in den letzten Jahren gestiegen und mehr als dreimal so hoch wie bei den Beschäftigten insgesamt (13 Prozent).

Gesetz mehrmals reformiert

Das Arbeitnehmerüberlassungsgesetz wurde in den vergangen fünf Jahrzehnten oft reformiert. Vor 40 Jahren kam es zum Verbot der Arbeitnehmerüberlassung im Bauhauptgewerbe. Vor 25 Jahren wurde die Überlassungshöchstdauer von neun auf zwölf Monate verlängert. Vor 20 Jahren wurde sie auf zwei Jahre ausgeweitet. Seit April 2017 muss Leiharbeitnehmern und Leiharbeiterinnen nach neun Monaten der gleiche Lohn wie dem Stammpersonal bezahlt werden. Die Überlassungshöchstdauer wurde auf eineinhalb Jahre reduziert.

Für viele Männer und Frauen sei Zeitarbeit die einzige Möglichkeit, in Arbeit zu kommen, sagt Matthias Schulze-Böing, Vorsitzender des in Offenbach angesiedelten Vereins „Beschäftigungspolitik: kommunal“. Zeitarbeit sei auf jeden Fall besser als Arbeitslosigkeit. „Nur wenige wollen dauerhaft in der Zeitarbeit bleiben“, sagt der Soziologe, der in den 1980er Jahren an der ersten größeren wissenschaftlichen Studie zur Zeitarbeit mitgewirkt hatte.

Schwarze Schafe in der Wirtschaft

Nach Ansicht von Schulze-Böing ist es nicht nötig, nach der umfassenden Reform von 2017 in nächster Zeit einen weiteren Gesetzentwurf zur Novellierung des AÜG vorzulegen. Allerdings gebe es noch immer schwarze Schafe in der Wirtschaft. „Jobcenter und Arbeitsagenturen sollten deshalb immer genau hinschauen, mit wem sie zusammenarbeiten, und nicht einfach jedes Stellenangebot blind bedienen“, appelliert der ehemalige Geschäftsführer des Jobcenters Offenbach.

Jochen Widmann vom „Würzburger Arbeitslosentreff“ liegt es fern, Leiharbeit einfach abzutun. Doch es gebe durchaus Probleme. Schwierig werde es für die Betroffenen immer dann, wenn der Verdienst stark schwankt. Jedes Mal, wenn zum Beispiel Stunden reduziert werden, könne der Leiharbeiter gezwungen sein, zum Jobcenter zu gehen und einen Hartz-IV-Zuschlag zu beantragen.

(epd/mig 20.6.)