WEBGIORNALE   25  novembre   8 dicembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il parere della Commissione UE sui bilanci 2020 degli Stati membri 1

2.       Amnesty: "Facebook e Google minacciano i diritti umani"  1

3.       Alla Commissione Esteri l’audizione dei rappresentanti della Fondazione Migrantes  1

4.       Una Guida della Farnesina per detenuti italiani all’estero  2

5.       L’Enit per la settimana della cucina italiana nel mondo  2

6.       L’angolo della psicologa. Utilizzare le bugie con i figli? Meglio cercare alternative  2

7.       Il congresso della Cdu: Kramp-Karrenbauer rinsalda la sua leadership  3

8.       A 30 anni dalla caduta, il muro continua a dividere la Germania  3

9.       Le leve della CISL in Germania: apprendimento e assistenza sociale  4

10.   Le prossime iniziative delle ACLI in programma a Stoccarda  4

11.   A Berlino la Dieta Mediterranea tra educazione e convivialità  5

12.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  5

13.   Le Maschere di Stoccarda: 35 anni di palcoscenico in terra sveva  6

14.   "Benvenuti a Berlino": dedicato al sistema sanitario tedesco l’ultimo incontro  6

15.   Francoforte. “Viaggio tra i segreti di buchi neri e stelle ai neutroni” con l’astrofisico Luciano Rezzolla il 26 novembre  6

16.   L’Assemblea PD a Bologna (15-17 novembre) vista dal Segretario PD di Berlino Federico Quadrelli 6

17.   Dortmund. Consolato e Comites incontrano i connazionali a Neuenrade e Märkisher Kreis  7

18.   Il ricettario della famiglia Morandi giovedì 28 all’IIC di Monaco di Baviera  7

19.   Gli impiegati a contratto dei consolati in Germani del Sindacato Confsal Unsa Esteri: no a lasciare l’INPS  7

20.   Sassonia, lascia la sindaca Angermann minacciata dai neonazisti 7

21.   I numeri degli italiani all’estero  8

22.   Manovra, l'Ue avverte l'Italia  8

23.   Il Vice Ministro degli Esteri Marina Sereni: Vicinanza al popolo cileno  8

24.   Italiani all’estero. La metà dei rientrati con gli incentivi…è ripartita  8

25.   Meno di un anno  9

26.   Una nota del Ministero dell’Economia sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) 9

27.   Buona la reputazione degli atenei italiani, 40% tra top 1.000 al mondo  9

28.   La ristorazione italiana nel mondo vale 229 miliardi, +10,6% su 2016  10

29.   La credibilità  10

30.   UE. Il Parlamento vota la nuova Commissione europea  10

31.   Rifiuti, 300 euro a famiglia: Sud più caro del Nord  10

32.   Osservatorio sul precariato. Pubblicati i dati di settembre 2019  11

33.   Basta capirci 11

34.   "Ora basta", terremoto M5S  11

35.   La cucina italiana di qualità e dei prodotti agroalimentari all’estero. Arriva la certificazione  12

36.   Come cambiano le abitudini dei consumatori 12

37.   La situazione  13

38.   L'Ocse all'Italia: rivedere quota 100  13

39.   La sinistra nel mondo a trent’anni dalla caduta del muro  13

40.   La svolta  13

41.   Nel nuovo statuto del PD: pieno riconoscimento al suolo degli italiani nel mondo  14

42.   Riunito a Edimburgo l’Intercomites del Regno Unito  14

43.   Avanti per rinnovare  14

44.   In Lussemburgo Settimana della Cucina Italiana con i giovani chef italiani e l’Università dei Sapori di Perugia  14

45.   Il 21 e il 22 novembre a Roma assemblea delle Associazioni lucane in Italia  15

 

 

1.       „Zukunft der Demokratie steht auf dem Spiel“  15

2.       Europäische Gerichtshof für Menschenrechte. Unterbringung in Lager an Grenze kein Freiheitsentzug  15

3.       30 Jahre UN-Kinderrechtskonvention: Unicef warnt vor Rückschritten  16

4.       Neuer Hegemon im Nahen Osten?  16

5.       Citizen Assemblies für Europas Zukunft 16

6.       Gegen nationale Alleingänge  17

7.       Studie. Hilfen nicht ausschlaggebend für Rückkehr von Flüchtlingen  18

8.       Afrikanische Staaten stärken. Konferenz „Compact with Africa“ in Berlin. Kooperationsvereinbarung  18

9.       Klimaschutz oder Beschäftigung? Falsche Frage! 18

10.   Millennials und Ältere: Zwei Welten  19

11.   Siedlungskonflikt im Heiligen Land: Vatikan besteht auf Zweistaatenlösung  20

12.   Abschiebekampagne zielte nicht nur auf Asylbewerber 20

13.   Internationaler Tag gegen Gewalt an Frauen  20

14.   Wasserschlachten  21

15.   2,3 Mio. pro Jahr. Seehofer startet Programm „Moscheen für Integration“  21

16.   Die Fachwelt warnt vor einem Sexkaufverbot 22

17.   Marke Deutschland‹ hat weltweit das beste Image. Deutschland führt zum dritten Mal in Folge NBI-Ranking an  22

18.   Immer mehr Rheuma-Patienten haben Zugang zu biologischen Arzneimitteln  22

 

 

Il parere della Commissione UE sui bilanci 2020 degli Stati membri

 

Bruxelles - Oggi la Commissione europea ha presentato i suoi pareri sui documenti programmatici di bilancio 2020 degli Stati membri della zona euro, ha deciso misure nell'ambito del patto di stabilità e crescita e ha adottato la quarta relazione sulla sorveglianza rafforzata della Grecia.

L’Italia è in due liste: come Belgio, Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia, il nostro Paese – secondo i parametri Ue - ha presentato un documento programmatico di bilancio “a rischio di non conformità al patto di stabilità e crescita nel 2020”. Inoltre, le proiezioni segnalano per Italia, Belgio, Spagna e Francia anche la “non conformità con il parametro per la riduzione del debito”.

Ma andiamo con ordine.

Dal luglio di quest'anno e per la prima volta dal 2002, nessuno Stato membro della zona euro è soggetto alla procedura per i disavanzi eccessivi. È previsto che rapporto debito/PIL della zona euro confermi la tendenza al calo osservata negli ultimi anni e scenda dall'86 % circa del 2019 a circa l'85 % nel 2020, nel contesto di un'economia mondiale ed europea che si sta indebolendo.

Nel presentare i pareri della Commissione, oggi Valdis Dombrovskis, Vicepresidente responsabile per l'Euro e il dialogo sociale nonché per la Stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l'Unione dei mercati dei capitali, ha sostenuto che "con i rischi crescenti che pesano sulle prospettive di crescita economica dell'Europa, è rassicurante vedere paesi della zona euro come la Germania e i Paesi Bassi utilizzare i margini di bilancio per sostenere gli investimenti. Ma possono comunque fare di più. Per contro, gli Stati membri con livelli di debito molto elevati, come il Belgio, la Francia, l'Italia e la Spagna, dovrebbero approfittare della minore spesa per interessi per ridurre il loro debito. Dovrebbe essere questa la loro priorità".

Al suo fianco, Pierre Moscovici, Commissario responsabile per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, che ha voluto sottolineare come "negli ultimi cinque anni” la Commissione europea abbia “valutato attentamente i documenti programmatici di bilancio degli Stati membri della zona euro. Con i pareri di quest'anno confermiamo il nostro impegno a favore di un'applicazione flessibile e intelligente delle regole comuni, guidati dalla conoscenza della realtà economica di ciascun paese e della zona euro nel suo complesso. In questo spirito, la Commissione invita i paesi con debito elevato a perseguire politiche di bilancio prudenti, mentre incoraggia quelli che dispongono di margini di bilancio a investire di più. Questo approccio differenziato rafforzerà la zona euro".

VALUTAZIONE DEI DOCUMENTI PROGRAMMATICI DI BILANCIO DEGLI STATI MEMBRI DELLA ZONA EURO

A seguito delle recenti previsioni economiche d'autunno 2019 e delle consultazioni con gli Stati membri, la Commissione ha adottato i suoi pareri sui documenti programmatici di bilancio di tutti i paesi della zona euro. Essa ha constatato che nessun documento programmatico di bilancio 2020 presenta un'inosservanza particolarmente grave dei requisiti del patto di stabilità e crescita. I documenti programmatici di nove Stati membri sono conformi al patto di stabilità e crescita nel 2020, due Stati membri sono sostanzialmente conformi e per otto Stati membri i documenti programmatici presentano un rischio di non conformità al patto di stabilità e crescita l'anno prossimo.

I documenti programmatici di bilancio di Germania, Irlanda, Grecia, Cipro, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Austria risultano conformi al patto di stabilità e crescita nel 2020.

I documenti programmatici di bilancio di Estonia e Lettonia risultano sostanzialmente conformi al patto di stabilità e crescita nel 2020. L'attuazione dei documenti programmatici di bilancio potrebbe determinare un certo scostamento dall'obiettivo di bilancio a medio termine per la Lettonia e una certa deviazione dal percorso di avvicinamento a tale obiettivo nel caso dell'Estonia.

Per Belgio, Spagna, Francia, Italia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia i documenti programmatici di bilancio presentano un rischio di non conformità al patto di stabilità e crescita nel 2020. L'attuazione dei documenti programmatici di questi Stati membri potrebbe determinare una deviazione significativa dal percorso di avvicinamento al rispettivo obiettivo di bilancio a medio termine.

Per Belgio, Spagna, Francia e Italia le proiezioni segnalano anche la non conformità con il parametro per la riduzione del debito.

Globalmente, si stima che tra il 2019 e il 2020 passerà da sei a nove il numero di Stati membri che hanno raggiunto o superato il proprio obiettivo di bilancio a medio termine. Secondo le proiezioni della Commissione il disavanzo strutturale aggregato della zona euro aumenterà nella misura dello 0,2 % del PIL potenziale nel 2020 (toccando il -1,1 %), presentando quindi un orientamento di bilancio sostanzialmente neutro. Tale aumento del saldo strutturale è spinto in particolare dalle politiche fiscali espansive previste negli Stati membri con margine di bilancio, in particolare nei Paesi Bassi e in misura minore in Germania (rispettivamente 0,6 % e 0,4 % del PIL potenziale) e dal previsto incremento del disavanzo strutturale italiano (0,3 % del PIL potenziale). In generale, le politiche di bilancio nella zona euro continuano a non essere sufficientemente differenziate. Gli Stati membri che dispongono di un margine di bilancio stanno attuando politiche fiscali espansive e dovrebbero essere pronti a continuare a utilizzare tale margine. Per contro, continua a preoccupare la mancanza di risanamento nei paesi con problemi di sostenibilità.

MISURE NELL'AMBITO DEL PATTO DI STABILITÀ E CRESCITA

La Commissione ha inoltre adottato una serie di misure nell'ambito del patto di stabilità e crescita riguardo all'Ungheria e alla Romania.

Ha formulato due raccomandazioni nel contesto della procedura per deviazione significativa, uno strumento che intende inviare un avvertimento in caso di deviazione significativa dai requisiti del braccio preventivo del patto. La procedura si prefigge anche di aiutare gli Stati membri a riguadagnare, o almeno ad avvicinarsi alla posizione di bilancio in cui si troverebbero se non si fosse verificata la deviazione.

Per l'Ungheria la Commissione ha stabilito che lo Stato membro non ha dato seguito effettivo alla raccomandazione del Consiglio del giugno 2019. Pertanto propone che il Consiglio adotti una decisione di mancato seguito effettivo e una raccomandazione riveduta rivolta all'Ungheria affinché lo Stato membro adotti nel 2020 misure per correggere la sua deviazione significativa dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di bilancio a medio termine.

Anche per la Romania la Commissione ha stabilito che lo Stato membro non ha dato seguito effettivo alla raccomandazione del Consiglio del giugno 2019. Pertanto propone che il Consiglio adotti una decisione di mancato seguito effettivo e una raccomandazione riveduta rivolta alla Romania affinché lo Stato membro adotti nel 2020 misure per correggere la sua deviazione significativa dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di bilancio a medio termine.

RELAZIONE SULLA SORVEGLIANZA RAFFORZATA DELLA GRECIA

La Commissione ha inoltre adottato la quarta relazione per la Grecia nell'ambito del quadro di sorveglianza rafforzata che è stato attivato dopo la conclusione del programma di sostegno alla stabilità del meccanismo europeo di stabilità nell'agosto 2018. La pubblicazione della relazione fa seguito alla quarta missione post-programma in Grecia effettuata dal 23 al 26 settembre 2019. Secondo le conclusioni della relazione la Grecia ha preparato un bilancio per il 2020 che consegue l'obiettivo concordato di avanzo primario pari al 3,5 % del PIL con modalità favorevoli alla crescita e il governo ha complessivamente adottato i provvedimenti necessari per onorare gli impegni specifici in materia di riforme fissati per metà 2019, nel contesto della realizzazione di un più ampio programma di riforme. Ulteriori azioni saranno fondamentali per portare a compimento, e se necessario accelerare, le riforme. Le risultanze della relazione saranno discusse nell'Eurogruppo del 4 dicembre 2019.

QUALI SONO LE PROSSIME TAPPE?

La Commissione invita l'Eurogruppo e il Consiglio a esaminare e approvare gli orientamenti proposti oggi. La Commissione presenterà in tempo utile i documenti che segnano le prossime tappe del semestre europeo: analisi annuale della crescita 2020, raccomandazione sulla politica economica della zona euro, relazione sul meccanismo di allerta e progetto di relazione comune sull'occupazione. (aise/dip 20) 

 

 

 

 

Amnesty: "Facebook e Google minacciano i diritti umani"

 

"La sorveglianza onnipresente da parte di Facebook e Google su miliardi di persone rappresenta una minaccia sistemica ai diritti umani". Questo l’avvertimento lanciato da Amnesty International che ha presentato un nuovo rapporto sul tema, chiedendo anche una trasformazione radicale del modello di core business dei giganti della tecnologia.

 Come fa sapere Amnesty International il rapporto, Surveillance Giants, illustra "come il modello di business basato sulla sorveglianza di Facebook e Google sia intrinsecamente incompatibile con il diritto alla privacy e rappresenti una minaccia sistemica per una serie di altri diritti, tra cui la libertà di opinione e di espressione, la libertà di pensiero e il diritto all'uguaglianza e alla non discriminazione".

"Google e Facebook dominano le nostre vite moderne, raccogliendo e monetizzando i dati personali di miliardi di persone accumulano un potere senza precedenti nel mondo digitale Il loro insidioso controllo delle nostre vite digitali mina l'essenza stessa della privacy ed è una delle sfide che definiscono i diritti umani della nostra epoca", ha detto Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

"Per proteggere i nostri valori umani fondamentali, dignità, autonomia, privacy, nell'era digitale - ha continuato - è necessaria una revisione radicale del modo in cui opera Big Tech, per passare a una rete in cui i diritti umani siano centrali".

"Internet è un elemento vitale per permettere alle persone di godere di molti dei loro diritti, ma miliardi di persone non hanno altra scelta se non quella di accedere a questo spazio pubblico accettando le condizioni dettate da Facebook e Google", ha detto Kumi Naidoo.

"A peggiorare le cose è il fatto che questo non è l'internet al quale avevano aderito le persone quando queste piattaforme hanno mosso i primi passi. Con il tempo Google e Facebook hanno minato la nostra privacy. Ora siamo intrappolati - ha aggiunto - O ci sottomettiamo a questa pervasiva macchina di sorveglianza, dove i nostri dati sono facilmente utilizzati per manipolarci e influenzarci, o scegliamo di rinunciare ai benefici del mondo digitale. Questa non può mai essere una scelta legittima. Dobbiamo recuperare questa piazza essenziale, in modo da poter partecipare senza che i nostri diritti vengano violati". Adnkronos 21

 

 

 

 

Alla Commissione Esteri l’audizione dei rappresentanti della Fondazione Migrantes

 

Giovanni De Robertis: Alla base di ogni migrazione c’è il bisogno di accogliere e proteggere ma soprattutto d’integrare. Delfina Licata: E’ giusto che i giovani si arricchiscano all’estero, purché il processo migratorio preveda anche una possibilità di rientrare

 

ROMA – In Commissione Affari Esteri ed Emigrazione del Senato si è tenuta l’audizione dei rappresentanti della Fondazione Migrantes, quale seguito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni e sulle esigenze delle comunità degli italiani nel mondo.  La seduta è stata aperta da Vito Rosario Petrocelli, Presidente della Commissione, che ha parlato del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes come di “una pubblicazione che ogni anno scandisce il mutare del tempo e le condizioni di emigrazione dei connazionali nelle più disparate zone dei diversi continenti”. Don Giovanni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, ha voluto sottolineare la missione della Chiesa: “essere vicini alle diverse forme di mobilità e ai diritti di tutti i migranti”. Emigrano sempre più italiani, giovani e meno giovani, ivi compresi i cosiddetti “nuovi italiani” ossia coloro che hanno acquisito la cittadinanza in un Paese che resta di fatto per lo più di transito e dove chi arriva non riesce spesso neanche a colmare il vuoto di chi parte. “A volte questi nostri connazionali che partono manifestano una sorta di rancore sociale, ossia di amore ed odio allo stesso tempo, nei confronti dell’Italia: parlo di chi va in Inghilterra a fare il cameriere per cento pound al giorno o di quei ragazzi laureati in medicina che in Germania trovano subito lavoro”, ha aggiunto De Robertis ricordando che alla base di ogni migrazione c’è il bisogno di accogliere e proteggere ma soprattutto d’integrare.

 

Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo e addetta all’Ufficio Ricerca e Documentazione della Fondazione, ha evidenziato come la suddetta pubblicazione sia in realtà solo una delle tante ricerche realizzate dalla Fondazione Migrantes, la quale lavora nell’ambito della CEI e della sua missione d’assistenza alla mobilità umana. La Chiesa dedica ai fenomeni migratori grande attenzione grazie anche alla capillarità nei diversi territori: solo tra quelle di lingua italiana, ad oggi, ci sono 400 missioni cattoliche nel mondo ed oltre mille operatori che si occupano di sostegno e accompagnamento ai connazionali. “La capillarità è quanto mai fondamentale proprio per la presenza sempre crescente d’italiani in ogni parte del mondo. Occorrono conoscenza e studio del fenomeno migratorio, quindi le pubblicazioni quale valido strumento di formazione dei nostri stessi operatori e di corretta informazione verso l’esterno riguardo ai fenomeni trattati. Il Rapporto Italiani nel Mondo è nato nel 2006 con l’esigenza di sensibilizzare gli italiani rispetto alla questione dell’arrivo d’immigrati, quindi sostanzialmente sollecitando il ricordo di quando i migranti eravamo noi. Poi noi ricercatori in primis ci rendemmo conto di avere di fronte non tanto un passato da non poter dimenticare quanto piuttosto partenze che continuavano a sussistere per l’Italia: le ricerche demografiche ci dicevano che l’Italia stava andando verso un vero revival dell’emigrazione storica”, ha spiegato Licata evidenziando numeri importanti.

 

“Dal 2006 al 2019 la presenza degli iscritti all’Aire è salita da poco più di 3 milioni a oltre 5 milioni di unità. Dal 2014 in poi sono superate le 100mila unità annue: da tre anni a questa parte abbiamo una media di 120mila espatri annui. La strutturalità delle partenze e della mobilità italiana è un campanello d’allarme che risuona forte”, ha aggiunto Licata sottolineando come al contrario ci sia una stanziale presenza d’immigrati regolari nel nostro Paese. Problemi molto seri sono invece da riscontrare nel tasso di natalità sempre più basso e nell’indice d’anzianità sempre più alto: insomma “un inverno demografico” che vede tra l’altro partire sempre più giovani tra i 18 e i 34 anni. Si tratta di uno spopolamento che riguarda tanto il nord quanto il sud del Paese: in particolare a partire dal meridione sono soprattutto coloro che hanno una formazione qualificata, ossia i giovani laureati che finiscono per mettere a frutto all’estero l’esperienza acquisita in Italia. “La mobilità in sé non è un problema ma non vediamo al momento prospettive di ritorno. E’ giusto che i giovani si arricchiscano all’estero, purché il processo migratorio preveda anche una possibilità di rientrare. Ad oggi su cento italiani che partono ne rientrano solo trenta e sono per lo più persone vicine all’età del pensionamento. Gli italiani si recano al momento verso 195 diversi Paesi di destinazione: ai primi posti in Europa troviamo UK, Francia, Svizzera e Germania. E’ in generale molto importante la preparazione alla partenza, vale a dire avere con sé la cosiddetta cassetta degli attrezzi: conoscenza della lingua e studio analitico della meta rispetto alle proprie competenze professionali. Questo è necessario per non rischiare di cadere in condizioni di fragilità: pensiamo agli homeless di Londra o alle situazioni di clandestinità in Australia. Infine ricordo l’emergenza di patologie di tipo psichiatrico per quanti all’estero non riescono a emergere”, ha concluso Licata evidenziando come sia auspicabile anche un aggiornamento nelle modalità d’iscrizione all’Aire affinché si tenga conto delle condizioni di precarietà del lavoro all’estero che comportano un continuo spostamento da un Paese all’altro.

 

Il senatore Alberto Airola (M5S) ha sollevato il problema legato al precariato, anche in ambito europeo, che fa capo alle politiche delle multinazionali “per cui si lavora qualche anno in una sede delocalizzata e poi si cambia passando la vita a peregrinare, un fenomeno difficile da controllare e frutto della globalizzazione”, ha evidenziato Airola invitando a riflettere infine sulla possibilità di permettere anche ai giovani Erasmus, che hanno notoriamente lo status di non iscritti all’Aire, di accedere al voto.  Manuel Vescovi (Lega) ha ribadito la drammaticità della condizione di tanti italiani che qui non vedono futuro: “se abbiamo intere famiglie italiane costrette a emigrare mi domando come facciamo ad aiutare tutti coloro che arrivano nel nostro Paese”, ha quindi rilevato Vescovi. Stefania Craxi (FI) si è detta “preoccupata del fatto che l’Italia non riesca ad essere attrattiva ma anche dell’allarme sociale procurato dalla mancanza di un progetto d’integrazione per l’immigrazione”, ha precisato Craxi ricordando come il multiculturalismo in alcuni Paesi europei alla lunga non abbia dato i frutti sperati. Enrico Aimi (FI) ha invece espresso preoccupazione per la combinazione di “crisi economica e suicidio demografico, una situazione esplosiva: l’Italia nel 2050, secondo i dati Istat, avrà una popolazione dimezzata rispetto a quella attuale e inoltre da qui a breve non reggerà più lo stato sociale”, ha sottolineato Aimi.

Simone Sperduto/Inform 21

 

 

 

 

Una Guida della Farnesina per detenuti italiani all’estero

 

Roma – Circa 2.100 italiani sono attualmente detenuti in 63 Paesi del mondo: 1.600, o poco più, si trovano in carceri dell’Unione europea, altri 500 fuori dall’Ue. Tutti hanno bisogno di assistenza, e assieme a loro i rispettivi familiari. E’ per rispondere a questa esigenza, “al bisogno di non sentirsi soli”, che la Farnesina ha messo a punto una Guida pratica all’assistenza consolare per i detenuti italiani all’estero, che da domani sarà possibile scaricare gratuitamente online.

Il ministero ha recepito “un importante invito giunto a luglio dal parlamento, che ha approvato una risoluzione risoluzione che chiedeva di mettere in condizione i familiari, i congiunti, gli amici dei detenuti di poter intervenire”, ha spiegato il direttore generale della direzione generale per gli Italiani all’estero, Luigi Maria Vignali. “Ci hanno chiesto di orientare chi poteva mettersi in moto, chi poteva attivare i legali, chi poteva recarsi nei paesi dov’era avvenuta la detenzione attraverso una Guida che potesse fornire il bagaglio di esperienze della nostra rete consolare per assistere i detenuti all’estero”.

In altre parole, di provare a porre il tema dei detenuti italiani all’estero “al centro” della diplomazia italiana e del governo, “nonostante la poca consapevolezza dell’opinione pubblica”, ha precisato il sottosegretario Manlio Di Stefano, intervenuto alla presentazione della Guida, che da domani sarà sul web “a disposizione di tutti per rendere più semplice ciò che in certe situazioni sembra difficile: capire quali numeri d’emergenza chiamare, quali avvocati di fiducia dell’ambasciata è possibile interpellare, quali sono i diritti dell’imputato”.

Tra i 2.100 detenuti italiani all’estero, a destare maggiore preoccupazione sono i circa 500 attualmente rinchiusi in prigioni di Stati non europei. Si trovano spesso “in Paesi molto difficili da gestire e da trattare, Paesi con cui non abbiamo accordi di estradizione o collaborazione giudiziaria”, ha commentato Vignali. E su di loro abbiamo “dati inquietanti”, che confermano condizioni insostenibili, ha insistito Di Stefano: “carceri con 100 detenuti per cella, casi di limitazioni basilari dei diritti, come quelle imposte alle visite dei familiari, l’impossibilità per detenuti in condizioni sanitarie che vanno affrontate con estrema attenzione di accedere alle visite mediche”.

Tra i casi irrisolti ci sono “quelli particolarmente delicati e sensibili” di Chicco Forti e di Giuseppe Lo Porto, detenuti negli Stati Uniti, e di Fulgenzio Obiang Esono, in Guinea equatoriale, per il quale non riusciamo ancora a stabilire un contatto diretto con l’autorità consolare. “Sono casi per i quali siamo impegnati da tempo e che speriamo di portare a soluzione nel più breve tempo possibile”, ha detto Vignali, che ha assicurato l’impegno della Farnesina per far valere “i loro diritti”. Fino a poco tempo, tra i casi più spinosi c’era anche quello di Denis Cavatassi, un connazionale originario di Tortoreto, in provincia di Teramo, detenuto per sette anni in Thailandia e condannato nel 2016 alla pena di morte con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del suo socio, Luciano Butti, nel 2011. Adesso Cavatassi è libero, assolto dalla Corte Suprema tailandese, e il suo caso è stato risolto nel migliore dei modi, come quelli dei connazionali “Provisionato in Mauritania e Sciaudone in Indonesia”. Oggi Cavatassi ha portato alla Farnesina la sua testimonianza, un racconto lucido di un periodo molto duro, “nell’anello della prigione per i condannati alle pene più severe, dai 50 anni di carcere fino alla pena di morte, in condizione di isolamento e con le catene da indossare per diversi mesi”.

Un racconto che si è concluso con un auspicio. “Spero”, ha detto, “che si prenda coscienza e si vada oltre la punizione, andando verso un nuovo approccio al problema criminale, in modo da arrivare a un sistema di riabilitazione e recupero di soggetti deboli con ideali non in linea con il vivere sociale”.  Askanews 19

 

 

 

L’Enit per la settimana della cucina italiana nel mondo

 

ROMA  - Sono oltre 50 le iniziative organizzate dalle 28 sedi dell’Agenzia Italiana del Turismo - Enit per la Settimana della cucina italiana nel mondo, il progetto che, ideato e coordinato dalla Farnesina, ha coinvolto Mise, Mipaf, Miur, Mibact, enti, associazioni e istituzioni che promuovono l’Italia a livello globale, e che è terminata domenia 24 novembre.

Anche l’Enit ha dunque abbracciato la mission e prosegue l’educational tour virtuale per “diffondere le bontà e la cultura del cibo ed esportare il made in Italy a tavola, nutrendo l’immagine della Penisola nei mercati internazionali”.

La vacanza enogastronomica, sottolinea l’agenzia, “registra il più alto tasso di crescita rispetto alle altre tipologie di vacanza nel Bel Paese”. Il ciclo di eventi tematici ideati da Enit, dunque, “crea una rete di salvaguardia dei prodotti dop e doc italiani e consente di valorizzazione le eccellenze del territorio in una sinergia che coinvolge l’industria culturale italiana. Chef stellati e orchestre sinfoniche, mostre fotografiche, masterclass sui prodotti tipici regionali, degustazioni di vini italiani, blind tasting per esperienze sensoriali nell’enogastronomia italiana nonché campagne come "Taste of Leonardo - in collaborazione con il Sistema Italia, tutto contribuisce a “impastare” l’immagine dell’Italia enogastronomica”.

Attivissima sul fronte-pubblicità, l’Enit ha ideato “un Adv branding declinato per turismi active e slow, con contenuti specifici sul food” e predisposto “un nuovo progetto di digital marketing secondo un approccio glocal con attività social-digital coordinate dalla sede centrale e implementate localmente dalle sedi estere”.

La campagna sulla Settimana della Cucina Italiana nel Mondo è dunque declinata localmente sia dal punto di vista linguistico-culturale che di selezione dei mezzi e degli strumenti più idonei e maggiormente performanti.

“Solo in team si riesce a tinteggiare il mondo di italianità”, sottolinea il presidente Enit Giorgio Palmucci. “Eventi come questi giovano all’immagine della Penisola e al turismo. L’identità radicata dei nostri prodotti gastronomici è simbolo di cultura e valorizza anche la dimensione economico-sociale. L’Italia è un modello da tutti i punti di vista ma la cucina è l’esempio più significativo dello stile di vita italiano e mette tutti d’accordo”.

Un mercato fiorente che muove ben 117 euro al giorno pro capite.

“I turisti stranieri – commenta il direttore esecutivo dell’Agenzia Nazionale del Turismo Giovanni Bastianelli - hanno speso nel Belpaese circa il 36% in più nel 2018, il più alto tasso di crescita rispetto alle altre tipologie di vacanza e i percorsi enogastronomici, in generale, vengono associati a tutti i pacchetti venduti sia dagli operatori europei che da quelli oltreoceano. Le vendite da parte degli operatori esteri dell’organizzazione intermediata dei viaggi, sia tradizionale che online, infatti indicano un trend di ulteriore crescita del prodotto enogastronomico in Italia. Gli aumenti rilevati dai tour operatori variano dal +5% al +10% sul medesimo periodo del 2018” conclude Bastianelli. (aise/dip) 

 

 

 

 

L’angolo della psicologa. Utilizzare le bugie con i figli? Meglio cercare alternative

 

In che modo la tendenza a dire bugie ai propri figli potrebbe influenzare il loro adattamento psicosociale in età adulta? Ce lo svela una recente ricerca.

 

In un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Experimental Child Psychology, Setoh e colleghi (2019) sono andati ad approfondire quale possa essere l’influenza dell’utilizzo di bugie da parte dei genitori sulla tendenza dei figli a raccontare bugie a loro volta e a sviluppare problematiche psicologiche e relazionali in età adulta.

 

Fin dalla prima infanzia ci viene insegnato che agire in modo onesto è ciò che rende il nostro comportamento moralmente retto. Ciò nonostante, gli atteggiamenti e i comportamenti dei genitori nei confronti dei figli possono essere in contraddizione con questo assunto.

Se da una parte i genitori enfatizzano l’importanza dell’onestà, possono essere propensi a mentire ai propri figli per farli comportare in modo corretto, specie se le motivazioni sottostanti a tale desiderio possono risultare difficili da spiegare a un bambino.

Nonostante questa pratica risulti diffusa in diverse culture, a oggi il ruolo giocato da tale prassi educativa rispetto allo sviluppo sociomorale dei bambini non è ancora stato del tutto chiarito. In un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Experimental Child Psychology, Setoh e colleghi (2019) sono andati ad approfondire quale possa essere l’influenza dell’utilizzo di bugie da parte dei genitori sulla tendenza dei figli a raccontare bugie a loro volta e a sviluppare problematiche psicologiche e relazionali in età adulta.

Per lo studio, 379 giovani adulti di Singapore hanno compilato quattro questionari online. Nel primo questionario (Parenting by Lying Questionnaire) è stato richiesto ai partecipanti di ricordarsi se i loro genitori gli raccontassero bugie durante l’infanzia relative a diverse tematiche, quali l’assunzione di pietanze, la possibilità di lasciarli soli o restare (“Se non vieni con me, ti lascio qui da solo!”), le conseguenze del cattivo comportamento tenuto dai bambini e lo spendere denaro (“Oggi purtroppo non ho portato soldi con me, ma possiamo tornare un altro giorno”).

Il secondo questionario (Lying to Parents Questionnaire) è stato strutturato per rilevare con che frequenza i partecipanti mentissero attualmente ai loro genitori rispetto a loro attività o azioni, enfatizzando eventi accorsi o a fin di bene (bugie prosociali).

Il terzo questionario (Adult Self-Report Questionnaire) è andato a valutare il funzionamento generale in età adulta e la presenza di specifiche disfunzioni psicosociali, quali problematiche esternalizzanti (aggressività, scarso rispetto per le regole e comportamenti intrusivi) e internalizzanti (ansia, depressione e comportamenti di ritiro sociale). Infine, i partecipanti hanno compilato il Levenson Self-Report Psychopathy Scale, strutturato per rilevare elementi della sintomatologia primaria (quali la tendenza a comportarsi in modo egoista o manipolativo nelle relazioni interpersonali) e secondaria (quali la presenza di comportamenti impulsivi) della psicopatia.

A seguito dell’analisi dei dati, Setoh e colleghi (2019) hanno evidenziato che coloro che ricordavano maggiormente di essere stati esposti a bugie da parte dei genitori erano anche coloro che mentivano di più ai propri genitori in età adulta. Mentendo a un bambino o in sua presenza, i genitori possono insegnare implicitamente che la disonestà è permessa e che può essere un mezzo accettabile per raggiungere un fine. Inoltre, la disonestà rilevata nei genitori può spingere i figli a non sentirsi in dovere di dire la verità.

Nello studio è stato anche messo in luce che la tendenza a mentire maggiormente ai propri genitori sarebbe associata a un peggiore livello di adattamento psicosociale in età adulta, con una maggiore presenza di problematiche esternalizzanti, internalizzanti e di sintomatologia psicopatica.

In terzo luogo, è stato evidenziato che la relazione tra l’esposizione alle bugie dei genitori e le attuali difficoltà di adattamento psicosociale risultava mediata dalla tendenza a raccontare bugie in prima persona. Ciò nonostante, la relazione tra una maggiore esposizione alle bugie genitoriali durante l’infanzia e la presenza di problematiche esternalizzanti risultava significativa anche a prescindere dalla tendenza a mentire in prima persona ai propri genitori. Tale associazione evidenzia come gli effetti nocivi dell’utilizzo delle bugie come pratica educativa vadano al di là del semplice apprendimento per modellamento di tale comportamento, ponendo i figli a maggior rischio di sviluppare problematiche esternalizzanti in età adulta.

La ricerca di Setoh e colleghi (2019) ha messo in luce l’importanza per i genitori di utilizzare tecniche alternative alla menzogna per far comportare bene i propri figli, quali, ad esempio, riconoscere i loro stati emotivi nei momenti di difficoltà, dargli informazioni preventive rispetto a un evento così che sappiano già cosa aspettarsi, offrirgli la possibilità di scegliere tra più alternative e cercare di risolvere insieme eventuali problemi emergenti.

Claudia Bassanelli, CdI nov

 

 

 

 

Il congresso della Cdu: Kramp-Karrenbauer rinsalda la sua leadership

 

Nel dibattito con il suo partito, la ministra della Difesa ed erede desinata di Angela Merkel affronta il suo rivale Friedrich Merz. La sfida per la successione alla cancelliera si scatenerà tra un anno, al prossimo congresso dei conservatori tedeschi – di Tonia Mastrobuoni

 

LIPSIA. Dopo oltre un’ora di discorso, Annegret Kramp-Karrenbauer prende il toro per le corna. E affronta la questione chiave del suo primo congresso da leader della Cdu. “Se pensate che questa Germania, quella che vorrei, non sia quella che ritenete giusta, parliamone oggi, e finiamola oggi”. La ministra della Difesa, l’erede designata di Angela Merkel, affronta a testa alta il suo rivale, Friedrich Merz, l’uomo contro il quale ha vinto per un soffio un anno fa la sfida per la presidenza del partito, l’uomo che da qualche settimana ha di nuovo lanciato un guanto di sfida a lei e alla cancelliera, definendo “orrendo” l’esecutivo di Grande coalizione dopo la disfatta in Turingia. 

 

AKK non lo cita mai, ma il riferimento a Merz è chiaro quando quasi grida, davanti ai delegati della Cdu riuniti a Lipsia, che “parlare male di 14 anni di governo” a guida conservatrice “non è una buona strategia per la campagna elettorale. Non prendiamo quest’abitudine”. E sulla sfida per la poltrona più alta dei cristianodemocratici, AKK mette in guardia che “non temiamo queste discussioni”, ma che “non ci lasceremo condannare alla rovina”.

 

I sette minuti e mezzo di applausi dimostrano che il congresso ha apprezzato un discorso “combattivo, coraggioso, rivolto in avanti”, come riconosce poco dopo lo stesso Merz. Prima che parli l’uomo più atteso del congresso, una delegata ci riassume efficacemente la novità della relazione di AKK: “Un discorso superbo, un discorso-cesura”, con il quale l’ex governatrice della Saar “si è sprovincializzata”, sostiene Gerti Mayer-Vorfelder. E la grande differenza con la sua king maker, con Angela Merkel, che è venuta al congresso per la prima volta come esterna, è chiara, per la delegata del Baden-Wuerttenberg: “Ha fatto un discorso emotivo, Merkel ci aveva disabituati a questo”. Quanto a Merz, Mayer-Vorfelder taglia corto: “L’unico motivo per cui è qui è che è ancora offeso per essere fatto fuori da Merkel 15 anni fa. Non mi sembrano le premesse migliori per guidare il mio partito”.

 

Merz si è segnato come sesto oratore, comincia con un elogio a Kramp-Karrenbauer e la sua attesissima relazione si conclude dopo pochi minuti, appena 13. “Sapete qual è la differenza tra noi e la Spd? Che alla fine della prossima settimana sceglierà i suoi nuovi leader e dal lunedì successivo ricomincerà a smontarli? Che la Spd è strutturalmente incapace di essere leale. Noi, invece, siamo leali”.

 

E anche Merz rinuncia al duello e sceglie lealtà verso AKK - apparentemente è questa la grande sorpresa del congresso di Lipsia. Qualche secondo dopo, la Bild titola “1 a 0 per AKK. Merz rinuncia alla sfida”. Ma secondo Armin Laschet, potentissimo governatore del Nordreno-Westfalia intercettato a margine della riunione dei delegati, “la sfida non c’è stata e non c’era mai stata”. Anche Oliver Krauss, responsabile Europa dei parlamentari della Cdu, sostiene che “era chiaro sin da ieri sera, dalle riunioni serali qui a Lipsia con l’ala economica e con i delegati del Nordreno-Westfalia, in cui Merz ha fatto discorsi molto asciutti, molto concentrati sui problemi, che non ci sarebbe stato nessun redde rationem con Kramp-Karrenbauer”.

 

A microfoni spenti, alcuni delegati azzardano la tesi più plausibile per la tregua, dopo settimane in cui delegati, parlamentari e commentatori avevano montato la panna di un congresso da resa dei conti. Un delegato sassone riassume: “Siamo a due anni dalle elezioni, è ancora troppo presto per la questione cruciale del candidato della Cdu per la cancelleria”. Insomma, la sfida vera per la successione ad Angela Merkel si scatenerà tra un anno, al prossimo congresso dei conservatori tedeschi. 

 

Intanto, Ursula von der Leyen, che si è dimessa da vicepresidente del partito e affronta la prossima settimana il voto che dovrebbe confermarla alla presidenza della Commissione europea, elogia Merkel dal palco. E ne rivela un aspetto importante: “E’ la più tosta negoziatrice che abbia mai conosciuto. Ma sta sempre attenta a fare in modo che il suo avversario non perda mai la faccia. E’ una sua grandezza”. Rara, di questi tempi. LR 23

 

 

 

 

A 30 anni dalla caduta, il muro continua a dividere la Germania

 

Berlino - “Quando Giulio Andreotti parlava della Germania, soleva dire che apprezzava quel Paese così tanto da fargli piacere che ce ne fossero due. Per oltre mezzo secolo, dal 1949 al 1990, la Germania è stata divisa in due Stati, Germania Ovest e Germania Est, così chiamati per identificarli in modo semplice, diretto e alternativo rispetto ai loro nomi ufficiali: Repubblica Federale di Germania (RFT) e Repubblica Democratica Tedesca (DDR)”. Inizia così l’articolo che Pasquale Episcopo firma per “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Lucia Conti, a pochi giorni dal trentennale della caduta del Muro.

“Situata all’interno della DDR, e a 160 km dalla RFT, Berlino fu divisa in quattro zone controllate dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1961 la DDR, per impedire la libera circolazione delle persone, decise di costruire un muro di “protezione antifascista” intorno alle tre zone sotto il controllo francese, inglese e americano.

Il Muro di Berlino è stato per trent’anni non solo espressione materiale della divisione delle due Germanie, ma anche simbolo ideologico ed effige politica della cortina di ferro che ha diviso i due blocchi, filosovietico e filoamericano, durante la guerra fredda. Ma non poteva durare in eterno. Soprattutto non poteva resistere alle trasformazioni sociali sorte in seno ai paesi del blocco orientale.

Il 4 novembre 1989 centinaia di migliaia di tedeschi della DDR manifestarono a Berlino est invocando più democrazia. Solo cinque giorni più tardi il governo della Germania Est annunciò inaspettatamente che le visite dei cittadini nella Germania Ovest sarebbero state permesse e subito dopo il Muro che li divideva dalla libertà e dalla agognata democrazia veniva scavalcato e preso a martellate sotto gli occhi increduli di tutto il mondo.

A trent’anni da quell’evento Berlino e tutta la Germania riunita, e con essa l’intera Europa, si interrogano sul suo significato. Le domande che si pongono sono molteplici e svariate, ma tra esse ce ne è una che si impone sulle altre: “Ci sono ancora due Germanie?”. Nonostante il poderoso processo di riunificazione voluto da Helmut Kohl, le differenze tra Germania ovest e Germania est restano enormi.

I tedeschi dell’est hanno vissuto trent’anni sotto un regime che non consentiva la libertà di opinione e che hanno accettato perché concedeva ampie garanzie sul piano sociale. Paradossalmente oggi hanno difficoltà ad apprezzare la democrazia e non accettano di esser messi sotto accusa quando si permettono di criticare i migranti, la globalizzazione e il multiculturalismo.

Un recente sondaggio commissionato dal settimanale Die Zeit all’Istituto berlinese Policy Matters ha evidenziato un notevole livello di insoddisfazione dei cittadini della ex-DDR in merito a temi quali la democrazia, la partecipazione politica, la giustizia sociale, la sicurezza, la formazione scolastica, l’accesso al mondo del lavoro e la politica in generale. Relativamente al tema della democrazia oltre il 52% del campione intervistato si è dichiarato assolutamente insoddisfatto o poco soddisfatto.

Quanto alla politica estera, l’80% dei tedeschi degli intervistati ritiene il rapporto con gli USA di pari importanza rispetto a quello con la Russia e nel rimanente 20% una leggera maggioranza ha dichiarato di ritenere le relazioni con la Russia più importanti (fonte: Die Zeit, sondaggio pubblicato il 2 ottobre 2019).

I fattori che probabilmente hanno contribuito a produrre questi risultati sono legati al concetto di democrazia e alla sua comprensione. Per giungere a tale comprensione ci vogliono una scuola e un esercizio continui. Esercitare la democrazia è possibile soltanto se si vive in un contesto caratterizzato dalla affermazione della libertà individuale, dalla consapevolezza della condivisione e da una forte presenza dello stato di diritto incentrato sulla stessa democrazia. L’equazione non è scontata e richiede uno sforzo costante che ne consenta al tempo stesso l’apprendimento, la manutenzione e il consolidamento.

Questo vale soprattutto per le giovani generazioni, che malgrado la grande facilità di comunicazioni e di informazioni resa possibile dalla moderna tecnologia, non sembrano aver colto l’importanza di libertà e democrazia. La complessità dei temi connessi con questi valori ne rende difficile la comprensione. Contro questa complessità le fake news della comunicazione politica hanno buon gioco e creano danni incalcolabili.

Trent’anni di libertà non sono probabilmente bastati a tedeschi di Dresda, capitale del Land della Sassonia nella (ex) Germania orientale, dove nel 2014 è sorto il movimento dei Patriottici Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente denominato Pegida (Patriotische Europäer Gegen die Islamisierung Des Abendlandes), nonostante una scarsa presenza di migranti di fede musulmana rispetto ai Länder occidentali.

Trent’anni di libertà non sono probabilmente bastati ai cittadini del Land della Thuringia dove alle recenti elezioni regionali i partiti tradizionali di governo hanno perduto consensi lasciando il passo agli ex comunisti della Linke (30%) e all’estrema destra della il partito AfD (Alternative für Deutschland), che ha ottenuto il 23,4%. Tutto ciò si riflette sull’ovest della Germania e mette in luce un Paese disorientato e diviso culturalmente e geograficamente.

Nonostante il massiccio programma di investimenti messo in moto all’indomani della riunificazione e sostenuto con la tassa della solidarietà detta Solidaritätszuschlag (5,5% del reddito) da tutti i cittadini tedeschi a partire da un reddito medio-alto (dunque soprattutto dai cittadini della Germania occidentale), la ricostruzione non ha dato gli effetti desiderati e la ricchezza del Paese resta fortemente sbilanciata a favore della parte occidentale produttivamente più forte.

Ma prima di criticare guardiamo cosa in quasi 160 anni dall’Unita d’Italia è successo nel nostro Paese, dove la questione meridionale continua ad essere il banco di prova di ogni governo nel tentativo di risolvere i problemi che attanagliano il Mezzogiorno. Il recente rapporto SVIMEZ ha evidenziato una preoccupante emorragia di giovani che lasciano il Sud per espatriare all’estero (2 milioni negli ultimi venti anni). Molti di loro hanno scelto proprio la Germania.

Il sarcasmo cinico e irriverente contenuto nella frase di Andreotti appare oggi più che mai attuale in un momento in cui il nazionalismo in Germania sta riprendendo vigore e sembra che i tedeschi, in particolare quelli dell’ex-DDR, abbiano dimenticato le drammatiche vicende storiche prodotte dal nazionalsocialismo. Purtroppo il problema non è limitato alla sola ex-DDR, ma all’Europa intera e a tutto l’Occidente. Le cui democrazie, mai come nell’ultimo decennio, hanno dovuto sottostare all’assalto dei populismi senza dimostrare di possedere i necessari anticorpi.

In conclusione un’ultima riflessione su Berlino. Dove trent’anni fa c’erano due modelli in competizione tra loro, distinti e definiti, adesso c’è un’unica città divenuta fabbrica di trasformazione e rinnovamento. Una città multiculturale e tollerante, “condannata a divenire, mai ad essere”, come recita un vecchio adagio berlinese. Chi visita Berlino coglie la bellezza e le contraddizioni di questa città palpitante di vita, cuore del vecchio continente, memoriale a cielo aperto degli eventi più drammatici del XX secolo”. Pasquale Episcopo, ilMitte 

 

 

 

 

Le leve della CISL in Germania: apprendimento e assistenza sociale

 

Stoccarda. Sabato 9 novembre è stata una giornata intensa di ricorrenze in Germania: 30 anni della caduta del Muro di Berlino e 50 dell’istituzione della Sede stoccardese del Patronato INAS e dello IAL, l’istituto di formazione linguistica in terra sveva.

Entrambi gli istituti sono di fatto uno strumento operativo a favore degli oltre 180.000 italiani residenti nel Land Baden-Württemberg.

L’INAS si occupa di materia attinente al lavoro (licenziamenti, malattia, ferie, prepensionamento e pensionamento); mentre lo IAL (Innovazione Apprendimento Lavoro) si concentra sull’apprendimento che va dal recupero della scuola dell’obbligo, all’integrazione scolastica locale sino alla diffusione della lingua e cultura italiana.

Ma perché l’allora Segretario di Patronato, il compianto Giuseppe Palumbo volle ed ottenne dalla CISL l’istituzione di una Delegazione dello IAL (allora Istituto Addestramento Lavoratori)?

Negli anni 60 arrivavano dall’Italia prevalentemente manovali con una carente formazione scolastica. Per favorire un loro dignitoso inserimento era necessario creare le basi.

Esse consistevano nell’apprendimento della lingua tedesca, necessaria per orientarsi meglio in fabbrica e/o nei cantieri. Palumbo, persona socievole e lungimirante, stipulò un accordo di collaborazione con l’Internationaler Bund für Sozialarbeit (Jugendsozialwerk), un ente di formazione professionale fondato dal socialdemocratico Carlo Schmid, uno dei più importanti autori della Legge fondamentali della Repubblica Federale di Germania così come del programma di Bad Godesberg della SPD.

In virtù di questo accordo lo IAL iniziò ad affiancare all’insegnamento del tedesco, corsi di calcoli meccanici e di disegno tecnico. Si trattava in altri termini di creare delle solide basi per accedere ai corsi serali di formazione professionale miranti al conseguimento del Gesellenbrief ovvero del Diploma di Qualifica per saldatori, attrezzisti, tornitori e fresatori. Solo così, sosteneva Palumbo, gli italiani avrebbero potuto conquistare in fabbrica una posizione migliore ed una paga oraria dignitosa. Inoltre la buona conoscenza della lingua locale avrebbe costituito un importante strumento comunicativo per diventare fiduciario sindacale ed assumere il ruolo di membro della Commissione  interna della fabbrica (Betriebsrat).

Grazie a questa lungimiranza ogni anno una cinquantina di connazionali riuscivano a tagliare il traguardo del Gesellenbrief.

Dopo la metà degli anni 70, in virtù della Legge 153/71 anche lo IAL iniziò ad organizzare corsi serali di recupero della Licenza della Scuola Elementare e Media volgendo lo sguardo anche verso le carceri in cui la presenza italiana cominciava ad essere piuttosto consistente per rissa, truffa, traffico illegale di auto ed armi, qualche omicidio ecc. L’intervento di recupero scolastico, soprattutto quello nei penitenziari, ha costituito per i tedeschi un unicum.

Nessun altro Paese si è interessato dei propri connazionali come l’Italia.

Il risultato certificato dall’Amministrazione penitenziaria tedesca,  è che la recidiva fino al 2009 calò del 78%. Su 100 detenuti rimessi in libertà solo il 22 torna a delinquere e quindi a far ritorno in carcere.

Il lavoro con i detenuti ha spronato lo IAL ad introdurre nella realtà intramuraria attività teatrali, tornei di calcio con la partecipazione di calciatori di squadre italiane locali e tedeschi di Bundesliga.

In molti penitenziari sono state organizzate annualmente feste di Natale, sponsorizzate dalle Associazioni di genitori italiani, dai Circoli sardi, dalle Missioni Cattoliche e dai Servizi sociali della Caritas locale.

Il percorso del recupero è stato dunque favorito anche da questi importanti momenti ai quali hanno partecipato i nostri consoli di turno.

Importante è stata la pubblicazione della “Guida per il detenuto italiano in Germania” sostenuta dai ministeri di giustizia dell’Assia/Renania-Palatinato, Baden-Württemberg e Baviera.

Si tratta di una sorta di Vademecum in italiano e tedesco dei diritti e doveri del recluso, compreso un facsimile di richiesta di trasferimento in carceri italiane e per l’espulsione.

Per favorire il dialogo e lo scambio di esperienze ai massimi vertici fra le Amministrazioni penitenziarie, tedesca ed italiana, e la formazione dei docenti operanti nelle carceri tedesche lo IAL si è reso promotore di scambi durati poco più di un decennio.

Grazie anche a questa fruttifera iniziativa è stato quasi azzerato il fenomeno delle espulsioni degli italiani; i sistemi di vigilanza sono migliorati;  e la produttività del variegato ventaglio del lavoro in carcere ha raggiunto livelli apprezzabili.

Oggi lo IAL ripone tutte le sue forze nella diffusione della lingua e cultura italiana in asili e scuole primarie tedesche della Germania centro-meridionale favorendo gli esami di certificazione di competenza linguistica dei livelli che vanno da A1 a C2, secondo il Quadro di riferimento europeo. Annualmente gli alunni che attraverso lo IAL si sottopongono agli esami CILS dell’Università per Stranieri di Siena oscillano fra 220 e 250.

Inoltre ai fini di una buona integrazione scolastica dei figli di connazionali di nuove emigrazione o mobilità, d’intesa con i Consolati Generali di Francoforte, Monaco di Baviera e Stoccarda lo IAL offre corsi mirati di recupero, potenziamento e sostegno in lingua tedesca e matematica (in tedesco). Grazie al costante dialogo con le istituzioni educative tedesche questo importante aiuto al bambino italiano si attenua il duro impatto con la realtà scolastica tedesca, molto diversa da quella di provenienza italiana.  Tutto questo è possibile solo grazie alla volontà politica dell’Italia e del Ministero degli Esteri che supporta finanziariamente questi interventi, ancorati nella Legge n. 64 sulla buona scuola.

Purtroppo la bozza della nuova legge di bilancio non fa menzione di questo capitolo di spesa.

E il Presidente della Commissione Esteri del Senato, Vito Petrocelli, intervenendo sabato scorso 9 novembre alla grande manifestazione del 50esimo dello IAL e dell’INAS di Stoccarda, ha solennemente promesso al mezzo migliaio di connazionali, che al suo rientro in Senato avrebbe approntato un emendamento volto a garantire almeno i 14 milioni finora utilizzati per la realizzazione di corsi di lingua e cultura italiana all’estero.

La collettività italiana in Germania che con i doppi cittadini supera ormai un milione di presenze, ricambia con il consumo quotidiano di prodotti italiani di ogni genere e favorisce sia gli scambi commerciali e sia il turismo verso il Bel Paese. Tony Mázzaro, consigliere Cgie, de.it.press 12

 

 

 

 

Le prossime iniziative delle ACLI in programma a Stoccarda

 

Stoccarda. Le iniziative hanno dei "target" diversi e il mio invito è di partecipare nel caso in cui la tematica vi interessa e/o di farvi moltiplicatori presso persone che conoscete e che possono essere interessate a una specifica manifestazione.

 

La prima iniziativa riguarda il progetto FamigliAmore che vedrà la realizzazione del primo "workshop" sul tema "Gravidanza e allattamento" a cura dell'osterica Maria Huber. Il workshop si terrà lunedì 25 novembre dalle ore 17.00 alle ore 19:00 presso la Bischof-Moser-Haus, Wagnerstr. 45 Stoccarda.

FamigliAmore è un progetto orientato alle giovani famiglie da poco immigrate in Germania e che hanno difficoltà a ritrovarsi con la realtà tedesca.

In una serie di 12 incontri/workshops - uno ogni mese, da novembre 2019 fino a dicembre 2020 - si tratteranno tematiche riguardanti la famiglia, lo sviluppo e crescita dei bambini, i temi di sicurezza sociale e della vita di coppia.

Tutti gli incontri si terranno in italiano con relatori esperti del settore (medici pediatrici, ostetriche, psicologhe, operatrici di Patronato...ACLI!).

 

La seconda iniziativa riguarda il progetto "Vivere e lavorare in Germania". Si tratta di una serie d'incontri informativi in lingua italiana su temi di grande importanza per chi si trasferisce in Germania. Tema della prossima serata informativa sarà "Il riconoscimento dei titoli di studio stranieri".

La serata si tiene presso il Welcome Center Stuttgart - Weltcafè - mercoledi 04 dicembre dalle ore 18:00 alle ore 20:00. Esperte dell'AWO chiariranno l'iter da fare per il riconoscimento di un diploma straniero, quali professioni sono riconosciute, ecc.

 

La terza iniziativa riguarda il ciclo "Per una cultura della legalità" con l'incontro con Franco La Torre sul tema: "I paladini dell'antimafia". Con Franco La Torre discuteremo sul fenomeno della mafia camuffata spesso sotto le spoglie dell'antimafia. Esempio clamoroso il caso di Antonello Montante - presidente degli industriali siciliani, per un decennio osannato come grande antimafioso...e che ultimamente è stato condannato a 14 anni di carcere! L'incontro si terrà presso l'Hospitalhof - Büchsenstr. 33, Stoccarda venerdi06 dicembre alle ore 18:30

 

Ultima iniziativa sarà dedicata agli anziani con la tradizionale "Festa di Natale" per il Gruppo Anziani Stoccarda delle ACLI e Comunità Cattoliche Italiane di Stoccarda. La festa si terrà giovedì 12 dicembre a partire dalle ore 12:00 presso la sala parrocchiale San Martino - Brückenstr. 25 Stuttgart-Bad Cannstatt.

Siete tutti invitati a partecipare agli eventi e a diffondere le informazioni sui progetti a persone interessate.  Giuseppe Tabbì

 

 

 

 

A Berlino la Dieta Mediterranea tra educazione e convivialità

 

Berlino - In occasione della IV Settimana della Cucina Italiana nel mondo, due eventi inaugurali, l’11 e il 12 novembre, incentrati sul tema “Educazione Alimentare: Cultura del gusto”, sono stati organizzati dall’Ambasciata d’Italia a Berlino in collaborazione con Casa Artusi e Regione Emilia-Romagna.

L’11 novembre 2019 nel Salone delle Feste dell’Ambasciata si è tenuto “A Taste of Italy – Emilia Romagna’s Food Valley meets Berlin”, una serie di workshop, conferenze e degustazioni aventi come tema principale la necessità di promuovere la dieta mediterranea come modello di corretta nutrizione, ma anche di difendere l’autenticità dei prodotti italiani, contrastando il fenomeno dell’Italian sounding.

La dieta mediterranea, patrimonio dell’Unesco dal 2010, è, nelle parole dell’Ambasciatore d’Italia in Germania Luigi Mattiolo, “esempio emblematico di dieta sostenibile, sia per la persona, che per il pianeta […], molto di più di un elenco di ingredienti da ingerire, essa è innanzitutto un convivium, un modo di stare assieme.”

All’evento ha partecipato il Presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, che ha espresso forte critica relativamente alla recente proposta dell’introduzione del c.d. Nutri-Score, ossia l’apposizione, a livello europeo, di un colore verde, giallo, o rosso sulla confezione dei prodotti alimentari, per indicarne la minore o maggiore salubrità. Il presidente Vacondio ha infatti sottolineato che “Non ha senso discriminare individualmente i cibi affibbiando loro un colore del semaforo sull’etichetta. Gli alimenti vanno considerati sani se fanno parte, o meno, di una dieta equilibrata e se sono assunti nella giusta misura”.

In chiusura dell’evento è stata aperta l’esposizione sullo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi, grande “narratore” della cucina italiana, in vista delle celebrazioni del suo bicentenario nel 2020.

La due giorni si è poi conclusa con una serie di Masterclass di cucina, condotte da Casa Artusi il 12 novembre al mercato coperto Markthalleneun.

Entrambe le iniziative hanno potuto contare sulla partecipazione del Presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, e dell’Assessore all’Agricoltura Caccia e Pesca della Regione, Stefania Caselli. (Inform/dip 21)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

  

21.11.2019. Tombaroli 2.0. Anfore, statuette e monete del periodo magnogreco trafugate nelle necropoli del crotonese e piazzate in tutta Europa da un'organizzazione criminale con collegamenti anche in Germania. I dettagli dal procuratore di Crotone, Giuseppe Capoccia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/-rete-criminale-reperti-archeologici-crotone-100.html  

 

20.11.2019. Le due leghe. Da qualche anno il partito guidato da Matteo Salvini si è sdoppiato: da una parte la Lega Nord su cui gravano i 48,9 milioni che lo Stato rivuole indietro, dall'altra la Lega per Salvini Premier che invece gode di ottima salute finanziaria. Ne parliamo con il giornalista Stefano Vergine.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lega-doppio-partito-100.html

 

Se l'alimentazione ci aiuta a restare sani. Durante la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo insieme a Rosanna Bossone, coach di alimentazione olistica, andiamo alla scoperta del cibo sano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/rosanna-bossone-100.html

 

19.11.2019. Berlino guarda all'Africa. Vertice nella capitale tedesca tra Merkel e i capi di stato africani per fare il punto sulle politiche del G20 per stimolare investimenti e ridurre la disoccupazione in Africa. Presente anche il premier italiano Conte. L'analisi di Camillo Casola, ricercatore dell’Ispi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/compact-with-africa-vertice-berlino-100.html   

 

Migranti, "nuovi montanari"

La montagna rinasce grazie all'immigrazione: quella storica di migranti rumeni, ucraini e di italiani di altre regioni, e quella più recente di richiedenti asilo. Il ricercatore Andrea Membretti ci spiega questo fenomeno, grazie al quale le regioni montane scongiurano così lo spopolamento.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migranti-montagna-100.html  

 

Fabio Cuttone

Il cardiochirurgo italiano ha eseguito a Tolosa un'operazione unica al mondo, guadagnandosi il riconoscimento di cittadino dell'anno della città francese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/fabio-cuttone-100.htm l

 

18.11.2019. La strategia delle Sardine

La società civile scende in piazza, ma senza partiti o bandiere. Tutti contro un unico avversario: il populismo di Matteo Salvini. Mattia Santori ci racconta come è nato il movimento delle "Sardine" che partito da Bologna, sta stravolgendo la narrativa politica italiana.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/movimento-sardine-100.html  

 

15.11.2019. Coreact. Per una società partecipe

Cooperare, agire, reagire e correggere. Tra oggi e domani (15 e 16 novembre) a Berlino, negli spazi dell'ex centrale elettrica di Kreuzberg, attiviste e attivisti provenienti da tutto il mondo si incontreranno per lavorare su temi come l'antimafia, la corruzione, la trasparenza e la lotta al riciclaggio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coreact-lotta-alla-mafia-berlino-100.html

 

Giustizia è fatta. La Corte d'Assise di Roma ha condannato i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro a 12 anni: quello di Stefano Cucchi è stato un omicidio preterintenzionale. A Radio Colonia commenta la sentenza Luigi Manconi, ex presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani a Palazzo Madama.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giustizia-per-stefano-cucchi-100.html

 

Ach, Italien! "Ach, Italien – Diplomazia all'italiana" è l'ironico titolo di un libro scritto da Inge Adams che, dopo aver lavorato per ben 43 anni nel servizio diplomatico italiano in Germania, ce ne rivela i segreti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/inge-adams-libro-ach-italien-100.html  

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-426.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

Seguici. Ascoltaci in streaming alle 18 e alle 21

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Le Maschere di Stoccarda: 35 anni di palcoscenico in terra sveva

 

Stoccarda - Nemmeno chi soffre di pecundria riesce a trattenere le risate. L’interpretazione è talmente autentica che non pare vero che si tratta di una recita. Anche quando il pubblico applaude a scena aperta e ride a crepapelle, gli attori in scena non si scompongono.

Restano attaccati al proprio ruolo con la pece.

È forse proprio questo il segreto del grande successo de Le Maschere, la Compagnia per eccellenza in Germania, costituita da appassionati della recitazione.

La loro scuola è costituita dalla meticolosità delle prove, dall’assegnazione dei ruoli, dalla memorizzazione dei testi anche per coloro che napoletani non sono.

Angelo Attademo, napoletano purosangue è regista e attore principale con Giuseppe Sassano, Rainer Kästel e Maria Tufano. Tutti interpretano al meglio i protagonisti della Commedia napoletana di Eduardo e Peppino De Filippo, Scarpetta, Di Gennaro, Pino La Pietra, ma anche di Dario Fo ed altri.

L’elenco delle opere rappresentate su palcoscenici tedeschi comprende ben 35 commedie, tante quanti sono gli anni dell’attività della Compagnia.

La bravura è la sommatoria di tante figure visibili ed invisibili. C’è molta professionalità nella recita nell’allestimento particolarizzato delle scene, degli effetti luce, nella scelta dei costumi e del trucco.

In 7 lustri la Compagnia è cresciuta in ogni senso. È diventata una vera compagnia che si sposta da Stoccarda per portare allegria anche in diverse altre città della Germania: da Wolfsburg a Bad Säckingen (ai confini con la Svizzera), fino a St. Gallen e Sorrento.

Nonostante l’inconfutabile professionalità della trentina di componenti, la Compagnia è rimasta “con i piedi per terra”.

“Recitiamo per diletto” ribadisce il fondatore e regista Angelo Attademo, molto sensibile anche verso fasce sociali problematiche come i carcerati.

Infatti, suo è lo spettacolo “In galera per caso” costruito ad hoc nel penitenziario di Heilbronn con alunni dei corsi di recupero della Terza Media organizzato e gestito dall’Istituto IAL-CISL Germania.

La riuscitissima e singolare esperienza, oltre ad essere stata oggetto di una tesi di laurea in sociologia, è stata richiesta e calata anche nella realtà intramuraria italiana di Darmstadt-Ebersbach.

Le Maschere dunque hanno la forza, la convinzione, la capacità e la perspicacia di avvicinare al teatro tanti connazionali e non italiani, amanti della nostra lingua e cultura.

Per facilitare la comprensione prima della rappresentazione viene distribuita al pubblico la trama della Commedia in italiano e tedesco.

È senza dubbio un modo intelligente di costruire ponti culturali italo-tedeschi e di segnalare alla comunità ospitante che i lavoratori italiani, come ebbe a dire Max Frisch, architetto e scrittore svizzero, “non sono solo braccia ma anche persone in grado di pensare e di agire”.

Come nelle precedenti 34 opere rappresentate così nella 35esima Le Maschere hanno fatto registrare il tutto esaurito sia a Stoccarda che a Tubinga.

La loro notorietà passa attraverso la capacità di saper far squadra, di essere professionali e di dominare il palcoscenico anche nei particolari: della scenografia, dei costumi, del portamento della gestualità.

Anche in “Già consegnato” la commedia di Pino La Pietra, gli attori hanno saputo affrontare il problema dello spaccio della droga per necessità.

Le bustine, nascoste in una dispensa, vengono scambiate per zucchero a velo e finiscono su un dolce causando un’ebbrezza collettiva.

Come avviene nei film anche questa commedia termina con la vittoria della giustizia. I poliziotti sgominano la banda e traggono in arresto il mandante.

Chissà che questo male del secolo non venga sconfitto dal buon senso e non solo dalla repressione?

Auguri dunque di lunga vita a Le Maschere di Stoccarda e che possano continuare a divertire il pubblico affrontando in chiave teatrale anche temi sociali scottanti. Tony Màzzaro, Consigliere Cgie

 

 

 

 

"Benvenuti a Berlino": dedicato al sistema sanitario tedesco l’ultimo incontro

 

Berlino - Si conclude il ciclo di eventi "Benvenuti a Berlino". L’ultimo appuntamento dell’anno con la serie di incontri informativi che spiega ai neo-arrivati - e non solo - tutto quello che c'è da sapere per una vera integrazione in Germania si terrà il 12 dicembre prossimo e sarà dedicato a "Il sistema sanitario".

Organizzato come sempre dal Comites Berlino, insieme a Il Mitte, Quotidiano di Berlino per italofoni e l'Ambasciata d'Italia a Berlino, l’incontro – il sesto della serie – vedrà intervenire come ospiti Luciana Degano, psichiatra e fondatrice di Salutare, e Serena Manno di AOK Nordost. L’appuntamento è presso l'Ambasciata d’Italia (Tiergartenstrasse 22, 10785 Berlin) dalle ore 18:00 alle 20:00, con iscrizione obbligatoria a questo link. Nella seconda metà della serata verrà lasciato ampio spazio alle domande da parte dei concittadini.

Gli incontri "Benvenuti a Berlino", resi possibili grazie al contributo ministeriale MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), sono un punto di partenza sicuro per chiunque decida di intraprendere un nuovo percorso di vita a Berlino, capaci di fornire una base di orientamento informativo ed aiutare i nuovi arrivati (e non) a muoversi con maggiore conoscenza nella realtà tedesca.

Quest’ultimo incontro, come quelli che lo hanno preceduto, è destinato agli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma è rivolto anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliono approfondire alcuni temi di loro interesse. (dip 21)

 

 

 

 

Francoforte. “Viaggio tra i segreti di buchi neri e stelle ai neutroni” con l’astrofisico Luciano Rezzolla il 26 novembre

 

Francoforte sul Meno - Sarà il professore Luciano Rezzolla, astrofisico pluripremiato e direttore dell’Istituto di Fisica Teorica (ITP) a Francoforte il prossimo relatore a “I martedì della Scienza”, in programma il 26 novembre 2019, alle ore 19:00, nella sala Europa del Consolato Generale d’Italia a Francoforte. Con il titolo “Viaggio tra i segreti di buchi neri e stelle ai neutroni” il professor Rezzolla presenterà e spiegherà al sempre interessato  pubblico perché la teoria della relatività generale di Einstein, che prediceva l'esistenza di  buchi neri, stelle di neutroni e onde gravitazionali, è stata ultimamente ben confermata. Questi oggetti - alla cui scoperta Einstein non ha potuto assistere - rappresentano esempi emblematici della visione radicalmente diversa che la sua teoria della gravità ha introdotto.

Nel suo intervento il professor Rezzolla ci condurrà in questo affascinante mondo dell’astrofisica, introducendo alcuni elementi di base per la comprensione delle proprietà dei buchi neri e parlerà di come il gruppo da lui diretto sia stato in grado di ottenere la prima immagine di un buco nero. In particolare, descriverà in forma semplice gli aspetti teorici che  hanno consentito di modellare  la dinamica del plasma in accrescimento sul buco nero e come da questa si siano generate delle immagini sintetiche in regimi di forte gravità.  Illustrerà come il  confronto tra le immagini teoriche e le osservazioni  ha consentito agli studiosi di  dedurre la presenza di un buco nero in M87 e di estrarre informazioni circa le sue proprietà. Infine descriverà le lezioni che si sono apprese circa la gravità in presenza di campi forti e le spiegazioni alternative ai buchi neri.

Luciano Rezzolla è nato a Milano e dirige il Dipartimento di Astrofisica Teorica ed è direttore dell’Istituto di Fisica Teorica (ITP) a Francoforte. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Astrofisica presso la Scuola Internazionale Superiore di studi Avanzati (SISSA) di Trieste, nel 1997. Dopo diversi anni trascorsi all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, è tornato alla SISSA per una posizione di ruolo. La sua ricerca è stata premiata con un prestigioso finanziamento di 14 milioni di euro da parte del Consiglio Europeo della Ricerca. Per tale attività di ricerca ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale: non dal ultimo nel 2019. Nel 2019 ha ricevuto inoltre il premio di “Eccellenza in Fisica” dall’Università Goethe di Francoforte. Ha recentemente conseguito il "2020 Breakthrough Prize for Fundamental Physics" (insieme alla collaborazione EHT) ed è  stato nominato "Herausragend Persönlichkeit mit Migrationshintergrund/Personalità d’eccezione" dalla città di Francoforte. Michele Santoriello

 

 

 

 

L’Assemblea PD a Bologna (15-17 novembre) vista dal Segretario PD di Berlino Federico Quadrelli

 

“Sono state giornate intense e piene di stimoli. Un confronto politico di grande spessore con tanti interventi, testimonianze e dibattiti. Una bellissima occasione per rilanciare una comunità che ha subito in questi anni tanti, troppi sussulti”. Inizia così il resoconto che Federico Quadrelli, Delegato e Presidente della Commissione PD Estero, Segretario PD Berlino e Brandeburgo, fa di “Tutta un’altra storia”, l’evento organizzato a Bologna dal Partito Democratico e dalla sua fondazione dal 15 al 17 novembre scorsi. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.

“Per tutto questo un grazie di cuore al segretario nazionale Nicola Zingaretti, a Marco Furfaro responsabile comunicazione, Stefano Vaccari responsabile organizzazione e Gianni Cuperlo che ha messo insieme il tutto con maestria.

La tre giorni di Bologna si è conclusa con l'assemblea nazionale del Partito Democratico e come Delegato e Presidente della Commissione PD Estero per la riforma dello Statuto ho naturalmente partecipato.

Cerco di riassumere alcuni dei punti principali della riforma, passata con 5 astenuti e 1 voto contrario. Personalmente ho sostenuto e votato convintamente a favore.

1. La discussione sulla riforma del PD va avanti non da ieri, ma da anni. Come circolo avevamo partecipato attivamente al dibattito che Fabrizio Barca iniziò e ai lavori della Commissione. Purtroppo, tutto quello sforzo, durato mesi e che aveva incluso anche i territori, fu dalla vecchia dirigenza ignorato. Barca si dimise e lasciò il partito davanti all'evidenza di una impossibilità di discussione. Ieri, quindi, siamo arrivati alla votazione di una bozza di modifiche che ha tenuto conto di quello sforzo e che ha visto una Commissione, guidata da Maurizio Martina, che per la prima volta ha con impegno e serietà lavorato e prodotto qualche cosa di molto importante.

2. Nel merito:

A) abbiamo specificato che per noi l'antifascismo è un valore fondante. In un tempo come questo era indispensabile mettere nero su bianco quello che, in un paese democratico, dovrebbe essere patrimonio di tutte/i. Purtroppo, lo sappiamo, cosi non è. Noi siamo antifascisti.

B) abbiamo fatto chiarezza sul profilo ideologico: noi siamo una forza socialdemocratica. Nel nuovo Statuto è specificata l'adesione al PSE.

C) con la modifica alle fasi dei congressi e delle primarie, non abbiamo solo reso la futura assemblea nazionale del PD più efficiente (600 membri anziché 1000) ma abbiamo anche dato ai territori più voce. La prima fase servirà all'elaborazione programmatica come base comune per le candidate/i candidati alla Segreteria nazionale.

D) i territori trovano maggiore spazio anche negli organi esecutivi: in Direzione nazionale una quota sarà espressione dei territori. Con la creazione dell'assemblea dei sindaci questo acquista ulteriore rilevanza.

E) la parità negli organi esecutivi tra donne e uomini è specificata in modo inequivocabile.

F) la formazione politica torna ad essere in valore: per questo il PD, come ogni grande forza politica europea, si doterà di una sua fondazione. Come in Germania ci sono la FES per la SPD, la Rosa Luxemburg per la Linke o la Konrad Adenauer per la CDU.

G) il ruolo della digitalizzazione è riconosciuto come un'opportunità per migliorare e ampliare la partecipazione. Sono previste innovazioni molto interessanti che aiuteranno il partito a usare al meglio gli strumenti digitali.

H) Inoltre, si procede con l'eliminazione dell'automatismo segretario/candidato Premier. Un passo in avanti importante.

Ultimo passaggio: l'Estero.

L'estero trova nel nuovo Statuto Nazionale una maggiore rilevanza. I 4 coordinatori di ripartizione saranno membri di diritto dell'assemblea e anche per la distribuzione del 2/1000 ci sarà una quota per il PD estero.

Come commissione PD Estero per la riforma dello Statuto il nostro lavoro proseguirà per riformare in modo forte le nostre regole. Visto il ruolo anche dei coordinatori di ripartizione, procederemo a definire in modo chiaro le modalità con cui queste figure dovranno essere elette. Stiamo lavorando da settimane e continueremo per dare a questo lavoro un significato alto: aprire una fase ricostituente anche all'Estero”. (dip 21) 

 

 

 

 

Dortmund. Consolato e Comites incontrano i connazionali a Neuenrade e Märkisher Kreis

 

Dortmund – Come reso noto dal Consolato Generale d’Italia a Dortmund si è tenuta nei giorni scorsi un’iniziativa volta a consentire l’incontro di Consolato e Comites coi connazionali, precisamente a Neuenrade e nel circondario di Märkisher Kreis. L’evento si è tenuto nel quadro della periodica attività di contatto con la comunità italiana in questa parte della Renania Settentrionale-Vestfalia, unitamente al locale Comites: hanno partecipato circa un centinaio di nostri connazionali, alla presenza del Comites di Dortmund al completo con la Presidente Marilena Rossi, che ha aperto i lavori, ed il Comitato Direttivo L’incontro, che si è svolto presso l’Hotel Kaisergarten, ha permesso al Console Franco Giordani e ai suoi collaboratori, nonché ai membri del Comites, di ascoltare le istanze sollevate dai partecipanti i quali hanno espresso soddisfazione per aver avuto l’occasione di incontrare rappresentanti del Consolato e del Comites. Nel suo intervento, Giordani ha illustrato le attività svolte dal Consolato, attraverso contatti diretti con i connazionali e con le diverse istituzioni tedesche, così come attraverso la diffusione di informazioni tramite i propri canali e attraverso la collaborazione con il Comites e con tutti gli altri enti italiani presenti nel territorio. Da parte del Presidente dell’Ente Gestore Vestfalia, Bellanova, sono stati analizzati i temi della conoscenza della lingua tedesca e quello delle difficoltà scolastiche spesso affrontate dagli alunni italiani, sia per scarsa padronanza della lingua locale sia a causa di una non sufficiente conoscenza del sistema scolastico tedesco. Nel corso del dibattito, sono intervenuti numerosi connazionali, in rappresentanza di varie categorie professionali, illustrando le loro esperienze e le problematiche affrontate nel loro periodo di permanenza in Germania. (Inform)

 

 

 

 

Il ricettario della famiglia Morandi giovedì 28 all’IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Nell'ambito della IV Settimana della cucina italiana nel mondo, l’Istituto Italiano di Cultura a Monaco di Baviera giovedì prossimo, 28 novembre, dalle 18.30 ospiterà la presentazione del libro “Una straordinaria normalità - cucina e ricette in casa Morandi”, con Carlo Zucchini e Simone Sbarbati.

Punto di partenza del libro è il ricettario della famiglia Morandi, scritto dalla madre e dalle sorelle del pittore. Partendo dalla cucina, luogo di ritrovo familiare, Carlo Zucchini e Simone Sbarbati rievocano ricordi e momenti vissuti in quella casa attraverso ritratti, oggetti, opere e segreti e mostrano un lato più intimo e privato della vita quotidiana di Giorgio Morandi e della sua famiglia.

Simone Sbarbati, papà, co-fondatore e direttore di Frizzifrizzi, scrive di arte, design e cultura, collabora con alcune riviste indipendenti e insegna comunicazione presso IUAV e IED.

Carlo Zucchini, maestro elementare, frequentò la casa di Giorgio Morandi per 10 anni mentre era vivo l’artista e continuò questa frequentazione fino a quando, rimasta sola Maria Teresa Morandi, collaborò con lei aiutandola a risolvere problemi di autenticità dei lavori inediti del fratello, infine Maria Teresa lo nominò Garante della Donazione delle opere di Giorgio Morandi al Comune di Bologna. A fine serata vi aspetta una piccola degustazione di vino accompagnata da prodotti di pasticceria. dip 

 

 

 

 

Gli impiegati a contratto dei consolati in Germani del Sindacato Confsal Unsa Esteri: no a lasciare l’INPS

 

Roma- “Parte dalla Germania la mozione degli impiegati a contratto della rete consolare tedesca iscritti al Sindacato Confsal Unsa Esteri, affinché la Segreteria Nazionale operi “ogni possibile pressione su tutti gli interlocutori istituzionali per ottenere la deroga prevista dall‘articolo 16 del Regolamento UE n. 883/2004, tenuto conto degli effetti nefasti causati da questa normativa”. L’agitazione degli impiegati della rete consolare italiana in Germania ha raggiunto l’apice al momento in cui è alle porte, nel maggio 2020, l’applicazione del Regolamento UE 883/2004, secondo il quale chi risiede in un Paese dell’Unione deve versare nel luogo di abituale residenza gli oneri sociali come pensione, assicurazione contro malattia, disoccupazione, e così via”. A darne notizia è il Coordinamento esteri della Confsal Unsa, spiegando che la protesta è dovuta al fatto che “il Regolamento Europeo non tiene conto della particolare situazione contrattuale del personale assunto in loco dai consolati italiani”.

Si tratta, spiega il sindacato, “di impiegati che da anni lavorano nei consolati secondo il vecchio principio della extraterritorialità. È come se fino adesso tutti i giorni si fossero recati al lavoro sul territorio italiano, pagando quindi all’Italia i contributi INPS e gli altri oneri sociali”.

La preoccupazione degli iscritti alla Confsal Unsa, quindi, “è di natura economica, ma non solo. I sistemi sociali tedeschi sono di gran lunga più costosi di quelli italiani. Gli impiegati sarebbero confrontati con una decurtazione dello stipendio netto tra i 450 e i 600 Euro mensili! Ma all’ansia della perdita economica si aggiunge quella dell’interruzione della carriera assicurativa. Chi fino ad ora ha versato decenni di contributi all’INPS, si vedrebbe improvvisamente costretto a pagare i contributi tedeschi senza peraltro ottenere alcun beneficio economico dal passaggio al sistema locale. Inoltre, il personale non potrebbe contare sui benefici derivanti dalla contribuzione piena alle casse INPS per gli ultimi 5 anni di lavoro”.

Il Segretario Nazionale della Confsal Unsa Esteri, Iris Lauriola, ha già comunicato alla Direzione del Personale nonché all’Ambasciata d’Italia a Berlino che il Sindacato “non potrà mai accettare il passaggio del personale a contratto INPS alla previdenza locale, nella fattispecie quella tedesca, subendo così una penalizzazione economica e previdenziale di deleteria portata”.

Il personale aderente alla Confsal Unsa Esteri “chiede ora tutela al proprio Sindacato anche mediante la dichiarazione dello stato di agitazione. La Confsal Unsa Esteri confida ora nelle capacità di convinzione e nello slancio dei nostri diplomatici a Berlino, i quali dovranno riuscire a convincere la controparte tedesca, come peraltro già avvenuto con successo in molti altri Paesi della UE, che mai e poi mai un Regolamento Europeo sulla sicurezza sociale dei lavoratori può essere applicato così ciecamente, arrecando lo stesso gravissimi danni proprio ad una parte dei prestatori d’opera sottoposti alla tutela della normativa europea”. (aise/dip) 

 

 

 

 

Sassonia, lascia la sindaca Angermann minacciata dai neonazisti

 

Nel 2016 un iracheno 21enne veniva trascinato fuori da un supermercato, preso a pugni e insultato da quattro uomini vestiti di nero. Angermann prese le sue difese

Di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Un video di un profugo picchiato al grido di “maiale”, interviste che lasciano senza fiato, un processo deragliato per le minacce agli inquirenti, una sindaca minacciata di morte e una comunità spaccata. Quanto l’estremismo di destra stia prendendo piede in certe zone rurali della Germania lo dimostra l’incredibile storia di Arnsdorf, villaggio di cinquemila abitanti a pochi chilometri da Dresda, in Sassonia. Dove la sindaca socialdemocratica, Martina Angermann, ha gettato la spugna giovedì dopo essere stata minacciata di morte e perseguitata dai neonazisti e dall’ultradestra Afd e abbandonata dai suoi concittadini. 

 

Le sue dimissioni clamorose ma non sorprendenti hanno indotto la ministra della Giustizia, Christine Lambrecht, a dichiarare che “quando le persone si ritirano dall’impegno sociale per minacce e intimidazioni, la nostra democrazia è in pericolo”. Ma viste le micidiali condizioni in cui ha vissuto a lungo Angermann, che dall’inizio dell’anno è in malattia per un esaurimento nervoso e ha ora chiesto di essere prepensionata, sembra una presa d’atto un po’ tardiva.

 

Il dramma di Arnsdorf comincia alla fine di maggio nel 2016, quando un profugo iracheno 21enne viene trascinato fuori da un supermercato, preso a pugni e insultato da quattro energumeni vestiti di nero. Qualche giorno dopo, qualcuno carica su Facebook un video dell’accaduto. I fatti sono inequivocabili: il profugo parla con la direttrice del supermercato - per lamentarsi di una scheda telefonica che non funziona, spiegherà la polizia più tardi - finché non sopraggiungono i quattro aggressori. Il video finisce con la voce di una donna che sospira “certo è un peccato quando vedi che c’è bisogno delle milizie cittadine”.

 

Quel che nel video non si vede, che emerge successivamente, è che l’iracheno viene legato subito dopo a un albero con dei cavi. Il profugo, peraltro, è il paziente di una clinica psichiatrica. E tra i quattro razzisti che lo hanno picchiato c’è un politico della Cdu, Detlef Oesler, ma anche due membri di una banda di motociclisti che simpatizzano con il movimento neonazista degli Identitari. 

 

Martina Angermann, sindaca di Arnsdorf dal 2001, comincia ad essere insultata e minacciata di morte non appena difende il profugo. La 61enne definisce “brutale” l’attacco dei quattro, e la situazione diventa grottesca sin dai primi minuti. La Cdu chiede le scuse di Oelsner, che si rifiuta e, anzi, rincara la dose. “Siamo cittadini, non sudditi. Lo Stato ci appartiene”, fa sapere. I difensori dell’aggressione brutale parlano di “un atto di coraggio civico”. I fatti vengono mostruosamente distorti. Qualche mese dopo, comincia il processo contro i quattro.

 

Su Facebook compaiono video che accusano l’iracheno di aver rubato - bugia smentita dalla polizia - e il politico locale dell’Afd Maximilian Krah avvia una campagna d’odio contro la sindaca e una raccolta di firme a sostegno degli aggressori. Per comparire al processo, che si svolge a Kamenz, la sindaca mobbizzata deve passare attraverso una piccola folla di neonazisti, sostenitori di Pegida e dell’Afd che reggono cartelli contro la presunta “criminalizzazione del coraggio civico”, come racconta la Sueddeutsche Zeitung. Il profugo non c’è: è scomparso a gennaio del 2017, l’hanno trovato nel bosco, ufficialmente è morto di freddo.

 

Il processo si chiude in fretta, il giudice lo dichiara subito concluso perché gli accusati avrebbero comunque scontato pene leggere e per la scarsa rilevanza pubblica dell’accaduto. Un episodio, va ricordato, che era finito su tutti i giornali nazionali. Anche quest’epilogo giudiziario frettoloso puzza di marcio. L’emittente locale Mdr racconterà poi di inquirenti minacciati e di un processo sostanzialmente inquinato. Ma per Angermann, da allora, si spalancano le porte dell’inferno: isolata nel villaggio, minacciata di morte, mobbizzata sui social media. L’Afd voleva ottenere le sue dimissioni, giovedì scorso. Lei li ha preceduti facendo un passo indietro. Ma il suo passo indietro è anche quello di un altro pezzo di civiltà, è un'altra resa dolorosa per la democrazia in Germania. LR 23

 

 

 

 

I numeri degli italiani all’estero

 

Ci siamo contati. La Popolazione italiana è costituita da 60.391.000 cittadini di cui 5.234.000 d’origine extracomunitaria. Gli italiani all’estero sono 5.288.281, così distribuiti: 2.874.225 in Europa. 1.651.278 in America Meridionale e 470.697 in Nord e America centrale e altri Paesi del mondo. Com’è facile rilevare il numero maggiore di Connazionali vive nel Vecchio Continente con una netta prevalenza nei Paesi UE.

 

 Con più di cinque milioni d’Italiani nel mondo, di cui il 63% ha l’età per votare, se s’ipotizzasse il varo di un Partito degli Italiani all’estero ed anche solo il 40% vi aderisse, si andrebbe a generare una forza politica autonoma in grado d’avere una sua valenza nel Parlamento Nazionale. Quale che sia il numero dei suoi membri.

 

 Per ora, questa fitta umanità ha idee politiche differenti e il voto, come lo conosciamo, non consente previsioni differenti da quelle che viviamo nel quotidiano. Anche se solo a livello di riflessione, intendiamo impostare un “dialogo” che consenta di far conoscere anche in Patria il profilo politico dei tanti italiani nel mondo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Manovra, l'Ue avverte l'Italia

 

Il Documento programmatico di bilancio dell'Italia per il 2020 presenta un "rischio di non conformità con il patto di stabilità", insieme alle manovre economiche di altri sette Paesi, vale a dire Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia. E' il giudizio della Commissione europea nel pacchetto di autunno, presentato a Bruxelles. Tuttavia, la Commissione sottolinea che "nessun documento programmatico di bilancio per il 2020 mostra una conformità particolarmente grave ai requisiti del patto di stabilità".

In ogni caso, l'Italia non è mai stata 'broadly compliant' con il patto di stabilità. Il "rischio di deviazione significativa" in autunno è una costante per il nostro Paese: dal 2014 in poi (nel 2013 è uscito dalla procedura per deficit eccessivo) è sempre stato a rischio di deviazione significativa, tranne un anno, il 2018, in cui è stata valutata in 'particularly serious non-compliance', cioè non conformità particolarmente grave. La differenza con la situazione dell'autunno 2018, con la manovra del Conte uno, è netta: allora la manovra venne respinta dalla Commissione.

Il governo ne presentò un'altra quasi identica, che venne corretta poi, poco prima di Natale, a fronte del rischio di incorrere in una procedura per debito e dopo che un'asta di titoli di Stato andò particolarmente male. Di fatto, la Commissione sospende il giudizio: avverte il governo italiano del rischio di violare le regole nel 2020. Sta al governo poi attuare il bilancio in modo da risultare in linea con le regole. L'appello ad adottare misure atte a riportare i conti in linea con i requisiti viene fatto tutte le volte che un Paese viene ritenuto a rischio di non conformità: per l'Italia si ripete praticamente ogni anno.

 

Inoltre, secondo le previsioni contenute nel pacchetto, l'Italia, insieme alla Francia, al Belgio e alla Spagna, dovrebbe "rimanere ben al di sotto" del suo obiettivo di medio termine nel 2020. E la Commissione "attualmente" prevede che il nostro Paese "si allontani ulteriormente dal suo obiettivo di bilancio di medio termine nel 2020". Tra i nove Paesi dell'area euro per i quali è previsto un rapporto debito/Pil superiore al 60%, "l'Italia si prevede che abbia grandi deviazioni rispetto all'obiettivo di riduzione del debito nel 2019 e nel 2020".

DOMBROVSKIS - "Tra i piani di bilancio trovati a rischio di non conformità - ha poi sottolineato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis - quelli che ci preoccupano di più sono quelli" dei Paesi "con livelli di debito che sono altri e che non vengono ridotti abbastanza velocemente".

"Invitiamo tutti gli Stati membri che sono a rischio di non conformità con il patto di stabilità ad adottare le misure necessarie all'interno dei processi nazionali di bilancio per far sì che il loro bilancio 2020 sia in linea con il patto di stabilità" ha sottolineato ancora. La valutazione finale del bilancio italiano, ha spiegato Dombrovskis, sarà fatta "in primavera. Non diciamo che" le misure correttive "devono essere adottate immediatamente: se vediamo una non conformità particolarmente grave chiediamo un'azione immediata", come avvenne nell'autunno 2018 con il governo 'Conte Uno'. "Non è così ora".

CONTE - "Siamo in piena manovra - ha detto il premier Giuseppe Conte, intervenendo ad Arezzo per l'assemblea nazionale Anci -, stiamo facendo degli sforzi, come sapete, per far quadrare i conti". Adnkronos 20

 

 

 

 

Il Vice Ministro degli Esteri Marina Sereni: Vicinanza al popolo cileno

 

La mia visita in Cile del 5-7 novembre u.s., a quanto pare la prima visita di un Governo straniero dopo l’inizio delle proteste sociali in ottobre, ha voluto esprimere a nome del Governo italiano un messaggio di particolare vicinanza e solidarietà al popolo e alle istituzioni di questo Paese.

Le relazioni tra Italia e Cile si basano su antichi legami di amicizia e gli amici si vedono nel momento del bisogno.

Ci troviamo in un tempo di crisi di fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni e della politica che interessa non solo il Cile, ma anche tutto il mondo delle democrazie.

Desidero sottolineare fermamente l’importanza di respingere ogni tipo di violenza. Il fatto che il Governo cileno abbia invitato gli osservatori dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani deve considerarsi un atto di rigore e di forza della democrazia cilena.  

In Cile si sta affrontando il tema di una nuova agenda sociale e di una nuova Costituzione. A tal riguardo, apprezziamo molto lo storico accordo che si è da poco raggiunto grazie all’impegno delle parti.  E’ un importante segnale che si è dato in un momento nel quale si moltiplicano nel Paese gli appelli all’unità, alla pace e al dialogo. In questo processo, la partecipazione dei cittadini e della società civile sarà un fattore chiave.

In questo contesto, penso tuttavia che il terreno sia fertile per una conversazione tra Cile, Italia e l’Unione europea in generale. Il modello di economia sociale di mercato, con esperienze significative nel campo delle pensioni, educazione pubblica e salute possa essere un punto di riferimento importante che si potrà alimentare comparando le migliori esperienze maturate da entrambi i Paesi.

Dobbiamo rispondere a sfide comuni a partire dalla lotta contro le disuguaglianze sociali, lo sviluppo sostenibile e la partecipazione inclusiva dei cittadini nelle istituzioni della politica.

SI tratta di temi sui quali l’Europa ha molto da dire, qui in Cile, in tutta l’America latina e nel resto del mondo in termini di valori fondamentali come il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. 

Questi valori ci appartengono e costituiscono la base per una società caratterizzata dal pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e l’uguaglianza tra donne e uomini.

Va sottolineato che gli italiani del Cile, una colonia storicamente molto rispettata, hanno espresso il loro impegno nel proseguire a lavorare, investire e sviluppare progetti in Cile, mantenendo al tempo stesso il legame con l’Italia. Vi è consapevolezza delle difficoltà ma è anche il forte desiderio di apportare il loro contributo al successo del Cile. Anche questo è un messaggio di sostegno e di vicinanza molto rilevante.

L’Italia starà - come lo è sempre stata – al fianco del Cile, sperando che possa trovare presto un cammino di unità e di dialogo sociale, capace di sconfiggere la violenza e di rafforzare le basi di un Paese prospero e giusto. 

Marina Sereni, Vice Ministro degli Esteri, El Mercurio del 18 novembre

 

 

 

 

Italiani all’estero. La metà dei rientrati con gli incentivi…è ripartita

 

Roma- “Su 14mila lavoratori rientrati in Italia grazie agli incentivi fiscali, più della metà sono scappati di nuovo. È la conclusione di uno studio del gruppo “Controesodo”, la più importante community italiana per il rientro dei cervelli in fuga, che ha analizzato dati dell’Agenzia dell’Entrate e dal Ministero del Lavoro”. A rilanciarli è Paolo Frosina sul “Fattoquotidiano.it”, diretto da Peter Gomez.

“Nel periodo dal 2011 al 2017 – cioè gli anni successivi all’entrata in vigore della legge 238 del 2010, che abbatteva l’imponibile fino all’80% per i rimpatriati – si stima che 14mila persone abbiano scelto di tornare a lavorare nel nostro Paese. 7.033 di loro sono già ripartite per l’estero.

“Gli incentivi sono una delle motivazioni che spingono gli expat a tornare, anche se sappiamo che non sono decisivi. Ma, così come sono disciplinati al momento, non bastano per trattenerli in Italia a lungo”, spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Rossi, uno dei fondatori della community. “Si tratta di lavoratori qualificati, abituati a spostarsi e che all’estero possono contare su stipendi in media molto più alti. Per questo, una volta esaurito il periodo di minor tassazione, è facile che cedano alle sirene di un nuovo impiego all’estero”.

Alla nascita, nel 2015, il gruppo Controesodo contava una ventina scarsa di persone, messe insieme con il passaparola. Lo scopo era a breve termine: convincere il governo a ripristinare gli incentivi fiscali della legge 238/2010, la legge “Controesodo” appunto, un provvedimento innovativo grazie al quale molti di loro erano tornati a vivere e produrre reddito nel nostro Paese.

Un argine alla fuga di competenze che solo nel 2018 ha tolto all’Italia 128mila residenti, in gran parte giovani e laureati. Da allora non si è più fermato: oggi è un riconosciuto punto di riferimento per i “cervelli di ritorno”, con un migliaio di iscritti registrati sul sito gruppocontroesodo.it. Alcuni già rimpatriati, altri tentati di farlo ma ancora in dubbio. A tutti Controesodo fornisce consulenza gratuita sulle agevolazioni fiscali applicabili al loro caso, un insieme di norme che negli ultimi anni è diventato assai complesso.

Non solo, il gruppo svolge anche una funzione di rappresentanza, portando nelle istituzioni la voce dei “temerari” che hanno deciso di tornare – o vorrebbero farlo – ma chiedono allo Stato di incoraggiarli, o almeno di non rendergli la vita più difficile.

“Ciò che facciamo, a titolo amatoriale e volontario, è colmare una mancanza istituzionale”, spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Rossi, 41 anni, uno dei fondatori di Controesodo.

Consulente nel settore parabancario, ha vissuto per 8 anni a Dublino prima di rientrare in Italia nel 2011: insieme a Michele Valentini – 40 anni, tornato da Londra nel 2013 – tiene le fila della community, fa da portavoce degli iscritti e risponde alle loro domande.

“Le norme sugli incentivi sono un labirinto, è difficile capirci qualcosa se non le si conosce a fondo. Servirebbe un portale, uno strumento che lo Stato metta a disposizione dei cittadini per orientarsi. Ma non c’è, quindi ci pensiamo noi. È una cosa che non avevamo pensato di fare all’inizio, ma ci siamo accorti che era necessaria”.

Le situazioni sono le più diverse: c’è chi si è laureato all’estero e ha ricevuto un’offerta di lavoro in Italia, chi è tornato da qualche anno ma valuta di ripartire una volta cessati gli incentivi, chi ha già fatto carriera fuori ma vorrebbe tornare per stare vicino alla famiglia.

Accanto alle consulenze, i portavoce della community proseguono la missione originaria: portare a governo e parlamento le istanze dei rimpatriati.

Sul sito c’è l’elenco dei risultati ottenuti nel corso degli anni, dal ripristino degli incentivi previsti dalla legge Controesodo alla rimozione del conguaglio chiesto dallo Stato per cambiare regime fiscale, passando da quello originario del 2010 a quello introdotto nel 2015 tra varie contraddizioni. Ma sono molte le battaglie ancora da vincere, e la prima, spiega Francesco, si gioca sulla legge di bilancio in via di approvazione: “Nel Decreto crescita convertito in legge a giugno il governo ha accolto alcuni nostri suggerimenti, portando l’abbattimento dell’imponibile per i rimpatriati dal 50% al 70%, addirittura al 90% per chi va a vivere al Sud. Inoltre, se si acquista un’abitazione o si fa un figlio, il periodo in cui si ha diritto al beneficio sale da cinque a dieci anni. Peccato che tutto ciò valga solo per chi si trasferirà in Italia a partire dal 2020, lasciando fuori gli altri e creando una sorta di discriminazione tra “cervelli di serie A” e di “serie B”. Così si rischia che, una volta scaduti i cinque anni di incentivi, centinaia di lavoratori scelgano di andarsene. Invece l’obiettivo dev’essere farli restare, prolungando le agevolazioni in presenza di indicatori di una volontà di stabilirsi qui a lungo termine, come sono appunto, l’acquisto di una casa o la nascita di un figlio. Abbiamo lavorato a un emendamento per far sì che già nella manovra questa disparità possa essere sanata”. Già, perché secondo i promotori del gruppo, una volta fatti rientrare i cervelli in Italia, è almeno altrettanto importante non farli fuggire di nuovo.

“Le misure per la retention, cioè il trattenimento, introdotte dal Dl crescita sono fondamentali, ma devono valere per tutti. Soprattutto ora che con la Brexit il Regno Unito sta riversando professionalità di livello sul continente – conclude Francesco -, l’Italia deve farsi trovare pronta ad accoglierle””. Paolo Frosina, il Fattoquotidiano

 

 

 

 

Meno di un anno

 

L’Esecutivo “PD/M5S” è intenzionato a “reggere”; ma avrà vita breve. Certo è che il 2020 sarà l’anno delle “rivelazioni”. Soprattutto nelle idee per tentare di ridare all’Italia parte della fiducia che, ora, le manca. Quali saranno le strategie di questo Esecutivo di “transizione”? L’interrogativo si potrebbe prestare a molteplici interpretazioni. Noi non siamo, però, in sintonia con nessuna supposizione. Anche perché gli “Apparentamenti” non ci hanno mai ispirato fiducia. Nel frattempo, l’Opposizione non ha dato segnali di ricompattamento e di mete comuni da raggiungere.

 

 Se l’accordo governativo di Centro/Sinistra durerà, almeno per tutto il prossimo anno, le “novità” potrebbero non mancare. Anche se in politica non è pensabile fare degli attendibili ragionamenti a tutto campo. Intanto, le formazioni di governo, anche quelle “a latere, ” hanno fatto loro la formula delle impossibili “alleanze”. Quando non c’è netta identità tra chi realizza e chi è preposto a legiferare, i “rimedi” potrebbero essere peggiori dei “mali.” Del resto, nei nostri interventi in merito abbiamo evitato d’assumere opinioni ”granitiche”. Perché proprio non ne abbiamo; né intravediamo le premesse per tentare di teorizzarle. Da noi, purtroppo, i politici, di nuova e vecchia generazione, hanno dei limiti che li comparano.

 

 Lo scriviamo con la certezza d’essere capiti. Vedremo se questo Conte “bis” sarà messo nelle condizioni di condurre il Paese fuori dalla recessione e dalle “castagne sul fuoco”. Se l’Italia comincerà ad allontanarsi dal tunnel della ”crisi”, saremo lieti di riconoscergli il merito. Il fatto è che, onestamente, ne dubitiamo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Una nota del Ministero dell’Economia sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes)

 

ROMA – Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri chiarisce in una nota i termini della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), a seguito delle polemiche registrate in proposito nelle ultime ore.

Nella nota si ricorda  in primo luogo come le linee portanti della riforma, compreso il testo del nuovo trattato, siano state concordate all’Eurogruppo dello scorso giugno e confermate dal successivo Eurosummit, dove l’Italia ha chiesto e ottenuto che la riforma stessa fosse accompagnata da un pacchetto più generale che comprendesse un accordo sullo Strumento di Bilancio per la Competitività e la Convergenza (il primo embrione di un bilancio dell’area euro) e una roadmap per il completamento dell’Unione bancaria. Su alcuni aspetti della riforma del Mes sono in corso ancora discussioni, ma il processo è avviato a conclusione.

“L’innovazione fondamentale che è stata introdotta – afferma il ministro Gualtieri – riguarda la possibilità che il Mes svolga la funzione di backstop fiscale, cioè di supporto, per il Fondo di Risoluzione Unico, una linea di credito pari a circa 70 miliardi di euro che permetterà una gestione più efficace delle crisi bancarie, e senza condizioni a carico dei paesi interessati. È un’innovazione positiva, che da tempo come Italia avevamo richiesto, e che costituisce un nuovo tassello verso il completamento dell’Unione bancaria. Per il resto – continua il Ministro – le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del Mes non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”.

“Soprattutto – spiega Gualtieri – è bene chiarire come la riforma del Mes non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario. Effettivamente, all’inizio del negoziato alcuni paesi avevano chiesto che la ristrutturazione del debito divenisse una condizione per l’accesso all’assistenza finanziaria ma, anche grazie alla ferma posizione assunta dall’Italia, queste posizioni sono state respinte e le regole sono rimaste identiche a quelle già in vigore. La valutazione sulla sostenibilità del debito – prosegue – è infatti sempre esistita sin dalla creazione del Mes e non implica una ristrutturazione automatica del debito. Non ci sono in tal senso cambiamenti sostanziali”. Per il ministro dunque il dibattito di questi non giorni non sarebbe giustificato ed aggiunge come l’introduzione delle clausole cosiddette Single-limb per il debito emesso dopo il 2022 sia allo stesso modo “un cambiamento noto da tempo e che non avrà alcun impatto sul debito pubblico dei paesi dell’eurozona, e che anzi impedisce comportamenti opportunistici e ricattatori da parte di fondi speculativi”.  L’istituzione del Mes nel 2012 – rileva la nota - ha contribuito a rafforzare gli strumenti a disposizione dell’Unione Economica e Monetaria per fronteggiare e gestire eventuali crisi cui potrebbe essere sottoposta l’Area Euro e i suoi Stati Membri per i quali questo strumento rappresenta il prestatore di ultima istanza. “L’esistenza del Mes – sottolinea Gualtieri – è un potente elemento di stabilizzazione dei mercati finanziari e una difesa contro possibili crisi e deve pertanto essere considerato come un nostro alleato, non come un nemico, anche perché l’Italia è tra i suoi principali azionisti e ha un forte peso nella sua governance. Anche se da questo punto di vista è sempre bene ripetere che l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti Mes: il debito italiano – assicura il Ministro - è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”. (Inform 21)

 

 

 

 

Buona la reputazione degli atenei italiani, 40% tra top 1.000 al mondo

 

Il 40% delle università italiane rientra tra i 1.000 migliori atenei mondiali per reputazione. Un dato incoraggiante, se si pensa che nel mondo si contano circa 20mila istituti. Eppure, nessun ateneo è tra i primi 100 nei due principali ranking internazionali. Sono alcuni dei dati emersi dalla ricerca 'L'Italia e la sua reputazione: l'Università', presentato oggi a Milano dal presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro e del presidente onorario di italiadecide, Luciano Violante.

La ricerca, curata da Domenico Asprone, Pietro Maffettone, Massimo Rubechi, è volta ad analizzare la situazione e a proporre indicazioni concrete in termini di politiche pubbliche. Prendendo a riferimento i ranking Qs e The, tra i principali per prestigio e per risonanza, è stato analizzato il numero di università presenti nelle prime 100, 200, 500 e 1.000 posizioni a livello globale. Si tratta di percentuali molto alti, considerando che una stima affidabile individuerebbe in oltre 20.000 gli atenei nel mondo.

"Questa ricerca ha messo in evidenza che il 40% delle nostre università si colloca in un ranking internazionale tra le prime mille - ha spiegato il presidente di Intesa San Paolo, Gian Maria Gros-Pietro - le università nel mondo sono 20mila quindi significa che nel 5% dei casi si tratta di università italiane. Questo è un risultato di eccellenza per la nostra università ed è la parte positiva. La parte meno positiva, sulla quale bisogna lavorare, è che in Italia abbiamo meno laureati e meno fondi per la ricerca".

"Intesa San Paolo - ha sottolineato Gros-Pietro - investe molto sulla ricerca, abbiamo lanciato un prestito senza garanzie per gli studenti universitari perché possano proseguire gli studi sia in Italia sia all'estero. La reputazione dell'università è importante per il sistema Paese perché è quella che attira studenti e investitori dal resto del mondo e questo è fondamentale per un Paese come l'Italia che ha il più grande patrimonio culturale al mondo".

L'Italia, seppur non abbia università tra le prime 100 in entrambi i ranking, posiziona un numero di università confrontabile con Francia, Germania e Cina già nelle prime 500 e ancor di più nelle prime 1000. Poche le università per abitante rispetto ai principali Paesi europei, meno della metà rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e circa un terzo degli Stati Uniti. Tuttavia, normalizzando i dati dei ranking sul totale di università presenti in ogni Paese, l’Italia supera tutti, incluso il Regno Unito, per numero di istituzioni universitarie tra le prime 1000. Il sistema universitario italiano nel suo complesso vede infatti, nelle misurazioni di The, addirittura oltre il 40% delle proprie istituzioni tra le top 1000, mentre gli Stati Uniti ne hanno solo l’8% del totale.

"Le università italiane fanno buona ricerca e buona formazione - ha osservato Domenico Asprone, professore associato di Tecnica delle costruzioni dell'Università degli Studi di Napoli 'Federico II', tra i curatori della ricerca - i programmi forse sono ancorati a schermi che andrebbero adeguati alle nuove esigenze del mercato del lavoro legato a soft skills e alle esigenze poste dall'innovazione tecnologica".

La ricerca evidenzia inoltre come i parametri utilizzati dai principali ranking internazionali soffrano di problemi metodologici che penalizzano la realtà italiana perché valutano le singole università e non il sistema universitario nel suo complesso. Ciò nonostante il posizionamento delle istituzioni universitarie italiane sta rapidamente migliorando, risultato significativo in uno scenario che vede la forte crescita della domanda di istruzione terziaria dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia, domanda che si orienta principalmente sulla base di tali ranking.

"Al mondo ci sono circa 20mila università - ha rimarcato Asprone - quindi essere nelle top 1.000 significa essere nel top 5% -. La nostra performance è confrontabile con quelle di Germania, Francia e Regno Unito. Il sistema universitario nel suo complesso non ha aspetti così negativi come viene raccontato dalle agenzie di ranking, malgrado una serie di criticità legate al basso numero di giovani che decide di intraprendere il percorso formativo nelle università italiane".

Malgrado le criticità riscontrare, la reputazione delle facoltà italiane resta alta "perché il sistema italiano è resiliente - ha osservato ancora Asprone - e malgrado la limitatezza delle risorse riesce ad avere buone performance. Un altro dato che incide è l'età media dei docenti, molto alta, la più alta dei paesi Ocse con una media di 55 anni, mentre la percentuale di docenti under 30 è ridicola". I dati evidenziano poi una situazione di scarsa competitività a causa di risorse economiche nettamente inferiori agli altri principali Paesi di riferimento. Pur avendo un tasso di istruzione terziaria più basso degli altri, dato di per sé negativo, si riscontrano meno addetti alla formazione, con numeri ben lontani dai principali Paesi di riferimento culturale nello scenario internazionale.

La ricerca riporta infine alcune indicazioni per rafforzare la qualità delle università italiane e la loro percezione all’estero, come: politiche di reclutamento di docenti e studenti competitive, maggiore efficienza della macchina amministrativa per liberare risorse da destinare alla ricerca e alla didattica, internazionalizzazione, collaborazione con imprese private, anche al fine di far incontrare domanda e offerta di lavoro, e reti tra atenei. Occorre inoltre comunicare di più e meglio la buona qualità delle istituzioni comunitarie offrendo una lettura positiva del sistema di alta formazione italiano, sia per trattenere i nostri studenti sia per renderlo più competitivo verso gli studenti (e i docenti) stranieri.

"La ricerca di italiadecide con intesa Sanpaolo sulla reputazione dell’Italia - ha commentato Luciano Violante, presidente onorario di italiadecide - ha finora dimostrato, con dati oggettivi, che la posizione dell’Italia in settori importanti come la giustizia civile, il turismo e ora l’alta formazione è migliore di quanto comunemente ritenuto e competitiva con quella dei principali paesi con cui ci confrontiamo. Se dobbiamo migliorare nella qualità delle politiche pubbliche e nella collaborazione tra queste e le imprese, i risultati dimostrano che, come Paese, possiamo avere fiducia e stima in noi stessi e nel nostro futuro". Adnkronos 20

 

 

 

 

La ristorazione italiana nel mondo vale 229 miliardi, +10,6% su 2016

 

Milano – Il cibo non è soltanto uno dei tre argomenti più discussi sui social, insieme a moda e automotive. E’ un’industria che, nelle sue innumerevoli declinazioni, in questi anni è cresciuta e continuerà a crescere. Basti pensare che nel 2018 la ristorazione mondiale ha raggiunto un valore pari a 2.563 miliardi di euro. Di questi, quasi la metà (il 46%) appartiene all’area Asia Pacific, che ha trainato la crescita del settore con un tasso medio annuo del 4,1% nel quadriennio 2014-2018, in testa a Nord America (+2%) ed Europa (+1,2%). Questo trend si prevede che proseguirà nel prossimo quadriennio (2018-2022), sebbene a un ritmo meno sostenuto (2,4%), generato in larga parte dalla performance di Asia Pacific (+2,7%) e del resto del mondo (+3,8%).

A scattare la fotografia è la ricerca “Italian cuisine market Monitor” sullo stato dell’arte del mercato foodservice a livello locale e globale realizzata da Deloitte in partnership con Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana.

L’indagine, come ricorda il titolo, misura il giro d’affari della cucina italiana nel mondo che nel 2018 si è attestato a 229 miliardi di euro, in crescita del 10,6% rispetto al 2016. Di questi, solo 39 sono stati realizzati all’interno dei confini nazionali, rendendo di fatto l’Italia il terzo mercato dopo Cina e Stati Uniti. Con 71 miliardi, la Cina è il primo mercato per valore sul totale della ristorazione nel Paese, con una penetrazione pari al 15,8%. Sono invece gli Stati Uniti a riportare il tasso di penetrazione maggiore, pari al 35,7%, e un giro d’affari complessivo di 69 miliardi di euro. Seppure con valore totale più contenuto rispetto alla top 3, anche India e Brasile dimostrano un’alta penetrazione della cucina italiana (rispettivamente 24,9% e 28,2%). In Europa, invece, i principali mercati sono Regno Unito, Spagna e Francia, per cui la ristorazione italiana pesa tra i 4 e i 3 miliardi di euro. Sul fronte delle potenzialità della nostra cucina, il 50% del campione vede l’Italia al primo posto come cucina con le migliori prospettive, seguita dal Giappone (per il 40%) e infine la Francia che raccoglie solo il 13% delle preferenze.

“Le nostre ricerche confermano che la cucina italiana ha il maggiore potenziale di crescita all’estero – commenta Tommaso Nastasi, partner di Deloitte – Fattori come la qualità delle materie prime utilizzate ma anche la diffusione di abitudini e prodotti Slow Food vanno incontro alla sempre maggiore attenzione alla salute che caratterizza il consumatore di oggi”.

Andando ad analizzare un po più nel dettaglio il mercato della ristorazione mondiale, emerge che con il 50% di share di mercato, il full-service restaurant (che include stellati, trattorie e osterie), si conferma il primo canale della ristorazione mondiale. Tuttavia, sebbene continuino a guadagnare valore (+2,7% CAGR 14-18), i full-service restaurants hanno registrato un tasso di crescita inferiore rispetto a canali quali gli street stalls (chioschi e street food) che registrano un +3,7%, e i limited-service restaurant (fast food e fast casual restaurants) che conservano una velocità di crescita del 2,8%.

I primi dieci paesi per dimensioni di mercato rappresentano il 77% del valore della ristorazione full-service, trainati da Cina e India. Askanews 18

 

 

 

 

La credibilità

 

Col nuovo anno, ai vecchi problemi d’Italia se ne aggiungeranno altri. I Partiti, quelli che asseriscono di contare, saranno impegnati nel dimostrare quanto valgano. Nel Bel Paese, la situazione resta complessa anche perché non s’è evidenziata la volontà di modificarla. Anche le Forze Sociali, nelle quali avevamo posto in un primo tempo la nostra fiducia, si sono dimostrate incapaci nei confronti del deterioramento nazionale. Tante esternazioni; ma pochi fatti. La crisi nazionale continuerà anche nel 2020. Le insufficienze nel Bel Paese sono, da tempo, note. Ora è maturato il tempo per decidere quale strada sia la migliore per continuare un cammino che, almeno per il prossimo futuro, resterà ancora in salita. Anche fuori dei confini nazionali. Ci sembra evidente che, al momento, è meglio essere cauti per essere propositivi almeno nel Vecchio Continente.

 

 La crisi ci ha affossato ed ha, sin troppo, dimostrato che non sempre “cambiare” significa “migliorare”. La buona volontà non basta per meritare fiducia e l’arte dell’arrangiarsi è stata superata dagli eventi. Questo nuovo anno avrà valenza solo se sarà il primo per una serie di sostanziali ”mutamenti” socio/economici. Quelli che non abbiamo ancora rilevato nel Governo PD/M5S.

 

Non intravediamo, in ogni modo, una classe politica “preparata” negli uomini e nelle idee. Per il futuro, quindi, ancora sacrifici. A questo punto, non ci resta che accertare l’affidabilità di questo Esecutivo. Del quale resta da dimostrare la connessione politica per l’immeditato futuro. Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

UE. Il Parlamento vota la nuova Commissione europea 

 

Dopo aver valutato tutti i commissari designati, i deputati decideranno il 27 novembre se eleggere la Commissione nel suo insieme, consentendole di insediarsi.

Il voto in plenaria di mercoledì 27 novembre porrebbe fine al lungo processo di esame da parte del Parlamento del gruppo di commissari proposto. L’obiettivo è garantire che l'organo esecutivo dell'UE abbia la legittimità democratica per agire nell'interesse degli europei.

I deputati hanno eletto Ursula von der Leyen presidente della Commissione nel mese di luglio. Successivamente, dalla fine di settembre alla metà di novembre, le commissioni parlamentari hanno organizzato audizioni con ciascuno dei candidati per valutarne l'idoneità alla carica.

 

Il 21 novembre i capi dei gruppi politici e il Presidente del Parlamento David Sassoli hanno convenuto che il processo di esame è stato completato e che il Parlamento è pronto a tenere la votazione finale in plenaria.

 

Mercoledì 27 novembre la Presidente eletta Ursula von der Leyen presenterà la sua squadra e il programma della nuova Commissione. A seguito di un dibattito, i deputati decideranno a maggioranza semplice se eleggere o meno la Commissione.

Se approvata, la nuova Commissione si insedierà il 1 dicembre. Pe 22

 

 

 

 

Rifiuti, 300 euro a famiglia: Sud più caro del Nord

 

Dalle 121 euro che i cittadini pagano nella provincia di Potenza ai 504 che sborsa invece chi vive a Catania. Ecco quanto pagano gli italiani per la Tari, la tassa sui rifiuti, secondo la rilevazione annuale dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva. In particolare, dall'indagine, emerge che nel 2019 la tassa dei rifiuti ammonta in media a 300 euro, con differenze territoriali molto marcate: la regione più economica è il Trentino Alto Adige, con 190 euro, la più costosa la Campania con 421 euro.

L’indagine prende come riferimento una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Analizzando le tariffe dei 112 capoluoghi di provincia esaminati, sono state riscontrate variazioni in aumento in circa la metà, 51 capoluoghi; tariffe stabili in 27 capoluoghi e in diminuzione in 34. A Matera l’incremento più elevato (+19,1%), a Trapani la diminuzione più consistente (-16,8%). A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 258 euro), segue il Centro (299 euro), infine il Sud, più costoso (351 euro).

A Roma la tari più cara del Lazio - Nel Lazio la tassa ammonta in media a 325 euro a famiglia (contro una media nazionale di 300 euro) e Roma resta la più cara a livello regionale con una spesa di 378 euro (con un decremento del 4,1% rispetto al 2018). E' quanto emerge dalla rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva che prende come riferimento una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Dai 378 euro di Roma si passa ai 269 di Viterbo, dove si registra un incremento del 10,1% rispetto al 2018. Negli altri capoluoghi laziali la Tari ammonta a: 335 euro (+2,7%) a Latina; 325 euro (stabile rispetto allo scorso anno) a Rieti e a 319 euro (- 13,7%) a Frosinone. Per quanto riguarda la raccolta differenziata i dati fanno riferimento al 2017 e si va dal 15,2% di Frosinone ai 52,5% di Viterbo. Roma invece al 43,2%.

Più di due famiglie su tre (precisamente il 68,2%) ritengono di pagare troppo per la raccolta dei rifiuti: la percentuale sale all’83,4% in Sicilia, segue l’Umbria con l’80,2%, la Puglia con il 79,1%, la Campania con il 78,4%. Solo il 60% delle amministrazioni comunali o delle aziende che gestiscono il servizio ha elaborato e reso disponibile la Carta dei servizi. Solo due su tre indicano il tipo di raccolta effettuata, la metà esplicita la frequenza con cui è effettuata. E al cittadino è ancor meno dato a sapere con che frequenza vengono igienizzati i cassonetti (lo indica appena il 47% delle Carte), pulite le strade (37%) o svuotati i cestini per strada (25%).

Tutti i dati su tariffe, agevolazioni, qualità e tutela, per singolo capoluogo di provincia, sono disponibili sulla piattaforma interattiva Informap al link www.cittadinanzattiva.it/informap. Da oggi online le informazioni sul servizio di gestione dei rifiuti, a seguire sugli altri servizi pubblici locali: trasporti, acqua. La rilevazione è realizzata nell’ambito del progetto “Consapevolmente consumatore, ugualmente cittadino”, finanziato dal Ministero dello Sviluppo economico (DM 7 febbraio 2018).

“In tema di smaltimento dei rifiuti continuano a registrarsi in molte aree del Paese ritardi ed inefficienze e la transizione verso un’economia circolare, prevista dalla strategia 2020, sembra essere ancora lontana”, dichiara Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. “Continuiamo a registrare una modalità di calcolo dei costi che non tiene conto dei rifiuti realmente prodotti e quindi non incentiva il cittadino a cambiare i propri comportamenti perdendo così un’occasione per costruire percorsi innovativi basati sul coinvolgimento di cittadini, aziende ed istituzioni in un circuito virtuoso".

"Molto marcate sono le differenze territoriali non solo in termini di costi del servizio ma anche di qualità e la rilevazione delle eventuali agevolazioni disponibili restituisce una fotografia molto variegata: vivere in una città anziché un’altra può voler dire disporre di un servizio gestione rifiuti costoso, insoddisfacente e con limitate agevolazioni a sostegno del pagamento della tariffa” conclude Gaudioso.

Le dieci città più costose, con una spesa annua che supera i 400 euro, sono tutte collocate al Sud, mentre nella top ten delle più economiche solo tre sono meridionali, ossia Potenza, Vibo Valentia e Isernia. Secondo il rapporto Rifiuti urbani 2018 dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), gli italiani nel 2017 hanno prodotto meno rifiuti (29,6 milioni di tonnellate, -1,7% rispetto al 2016). La maggioranza dei rifiuti urbani in Italia è prodotta nel nord (47%) seguito dal sud con il 31% e infine dal centro (22%).

La media nazionale di raccolta differenziata ha raggiunto il 55,5% (+3 punti rispetto al 2016) mentre il 23% finisce in discarica. A livello di aree geografiche anche in questo caso il Nord si posiziona al primo posto (66,2%) seguito da Centro (51,8%) e Sud (41,9%). Percentuali più elevate di raccolta differenziata in Veneto (73,6%), Trentino Alto Adige (72%), Lombardia (69,6%), Friuli Venezia Giulia (65,5%); le più basse in Sicilia (appena il 21,7%, Molise (30,7%), Calabria (39,7%). Adnkronos 29

 

 

 

 

Osservatorio sul precariato. Pubblicati i dati di settembre 2019

 

ROMA - Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nei primi nove mesi del 2019 sono state 5.527.000. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente la crescita ha riguardato i contratti a tempo indeterminato, di apprendistato, stagionali e intermittenti; risultano invece in diminuzione i contratti a tempo determinato e quelli in somministrazione.

Nel periodo gennaio-settembre del 2019 rispetto al corrispondente periodo del 2018 vi è stato un netto incremento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, passate da 359.000 a 537.000 (+178.000, +49,4%); in crescita risultano anche le conferme di rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo (+11.000, +23,2%).

Le cessazioni nel complesso sono state 4.950.000, in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: la riduzione ha riguardato le cessazioni di contratti in somministrazione e di rapporti a termine; in crescita sono invece le cessazioni di rapporti con contratto intermittente, stagionale, di apprendistato e a tempo indeterminato.

Nel report quattro tavole trimestrali consentono l’analisi in dettaglio della dinamica dei flussi di attivazione e di cessazione dei rapporti di lavoro in relazione a dimensione aziendale, tipologia oraria, tipologia di cessazione, tipo di agevolazione contributiva. In particolare, per quanto riguarda le dinamiche distinte per classe dimensionale, le imprese con oltre 15 dipendenti presentano in tutti e tre i trimestri del 2019 una contrazione delle assunzioni mentre quelle fino a 15 dipendenti risultano sostanzialmente stabili nel primo e secondo trimestre e in calo nel terzo.

Quanto ai motivi di cessazione, in tutti i trimestri del 2019, rispetto allo stesso periodo del 2018 si registra una contrazione sia dei licenziamenti per motivi economici che delle conclusioni per fine termine; risultano invece in crescita le dimissioni.

Infine si segnala che nei primi nove mesi del 2019, su un totale di 1.861.000 nuovi rapporti a tempo indeterminato (incluso l’apprendistato) - attivati sia con assunzioni sia con trasformazioni da rapporti a termine - i nuovi rapporti agevolati risultano pari a 452.000 (circa il 24%), di cui 73.000 dovuti all’esonero strutturale giovani under 35 previsto dalla legge di stabilità 2018.

 

LA CONSISTENZA DEI RAPPORTI DI LAVORO - Su base annua il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) risulta positivo e pari a +316.000.

Si conferma l’inversione di tendenza, già segnalata fin dagli inizi del 2018,  tra l’andamento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e quello dei rapporti a tempo determinato. In particolare, mentre il saldo annualizzato dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato è passato da +33.000 (09/2018) a +378.000 (09/2019), quello dei rapporti a tempo determinato è passato da +178.000 (09/2018) a –194.000 (09/2019). Permangono positivi i saldi annualizzati delle altre tipologie  di rapporti rilevati ad eccezione dei rapporti in somministrazione, che a settembre 2019 hanno evidenziato un saldo annualizzato pari a -13.000.

 

IL LAVORO OCCASIONALE - La consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), a settembre 2019 si attesta intorno alle 19.000 unità (pressoché stabile rispetto allo stesso mese del 2018); l’importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 221 euro.

Per quanto attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a settembre 2019 essi risultano circa 8.000 (in lieve crescita rispetto a settembre 2018); l’importo medio mensile lordo della loro remunerazione effettiva risulta pari a 174 euro.

I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”. (Inform 21)

 

 

 

 

Basta capirci

 

La cronaca riporta, ancora, fatti correlati a tentativi d'emigrazione “disparata” verso l’Europa. Viaggi, non di rado rischiosi, che implicano seguiti politici spesso contrastanti con precedenti normative per dare un futuro a chi il suo l’ha perduto. Non siamo nuovi a queste realtà; anche perché l’Italia, in Europa, è stata un Paese di forte emigrazione. Soprattutto nei primi sessant’anni del secolo scorso.

 

 Sarebbe meglio, per tutti, non dimenticarlo. Che i flussi immigratori siano da disciplinare è corretto; lo è meno essere incoerenti a un’umanità che non dovrebbe conoscere o frontiere. Di fatto, il teatro di tanti drammi è il Mare Mediterraneo. Per noi, primi emigranti, ci sono anche tutti gli Stati d’Europa. Non solo, esistevano accordi politici bilaterali che favorivano le emigrazioni a condizioni, certamente, non vantaggiose per chi le affrontava. Oggi, la questione s’è capovolta ed è, soprattutto, l’Africa, quella per secoli sfruttati, fonte per una “realtà” non sempre coordinata.

 

 Non per incapacità degli addetti, ma per la cocciutaggine dei politici che d’Emigrazione non hanno mai provato i rischi e le rinunce. Questo è quanto. D’Emigrazione, ci occupiamo da oltre sessant’anni e ci siamo resi conto che, ora, siamo arrivati a un livello di guardia non facilmente gestibile.

 

 Con la buona volontà e un impegno generale a livello UE molti problemi potrebbero trovare una ragionevole soluzione. Basta capirci, per intendere cosa è indispensabile e cosa possiamo offrire. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

"Ora basta", terremoto M5S

 

"Il ruolo del capo politico singolo ha fallito", "ora basta", "uomo solo al comando scoppia". All'indomani del voto su Rousseau che ha sconfessato la linea di Luigi Di Maio sulle regionali in Emilia Romagna e Calabria il Movimento Cinque Stelle si interroga sul ruolo del capo politico.

 Anche se per il presidente della Camera, Roberto Fico, "la riflessione dev'essere sul Movimento, sulla sua identità, sui progetti e sui programmi", "una riflessione vera a 360 gradi su tutto". Intanto per mercoledì 27 novembre a partire dalle 20.30 è stata convocata l'assemblea dei deputati con all'ordine del giorno "aggiornamento della situazione politica" per fare il punto con il capo politico. Come di consueto, la riunione si terrà nell'Auletta dei Gruppi di Montecitorio.

In un durissimo post su Facebook, in cui chiede che ora siano gli attivisti dell'Emilia Romagna e della Calabria a decidere se stringere alleanze e con chi, Roberta Lombardi scrive: "Usiamo Rousseau per davvero, non come scudo dietro cui nascondersi! E non per procrastinare la presa di coscienza dell’inevitabile, ovvero che il ruolo del Capo politico singolo ha fallito e che l’unica grande riappropriazione della propria identità è lavorare come intelligenza collettiva, riconoscendola e rispettandola". "Il piccolo principe ricordava a se stesso che l'essenziale è invisibile agli occhi, perché non si vede che col cuore. Quello che abbiamo regalato e condiviso con il MoVimento fino ad oggi e che ci permette di vedere davvero se lo vogliamo!", conclude Lombardi.

Duro j'accuse anche del senatore M5S Emanuele Dessì. Il parlamentare si rivolge direttamente al leader pentastellato. "Luigi, ora basta", scrive su Facebook Dessì. "Arriva sempre il momento, per ognuno di noi, di guardarsi allo specchio e ammettere che nonostante gli enormi sforzi fatti, il grande lavoro prodotto, stiamo fallendo. Abbiamo sbagliato? Sì, tutti e tanto, soprattutto quando abbiamo pensato che bastasse uno di noi, il più bravo, per condurre il Movimento. Non è cosi". "Gli uomini soli al comando, nei gruppi come il nostro, non funzionano. Non mi piaceva Berlusconi, non mi piaceva Renzi, non mi piaceva Salvini... ma in quel ruolo non piace neanche Luigi Di Maio. Noi dovevamo e dobbiamo essere qualcosa di diverso. Dovevamo e dobbiamo dare un segnale di cambiamento, soluzioni innovative, nel merito ma soprattutto nel metodo", lo sfogo del senatore di Frascati.

"Certo - aggiunge Dessì - lo so benissimo che quando si governa non si ha troppo tempo da perdere in grandi discussioni con platee ampie, ma avremmo dovuto e dobbiamo trovare il modo per cui le istanze, le competenze, le passioni e le proposte circolassero tra di noi. Sai qual è il dramma Luigi? Non ci abbiamo nemmeno provato. E oggi siamo a questo punto, governiamo con enorme impegno un Paese in grande difficoltà ma non sappiamo come governare noi stessi". "Vogliamo continuare a fare inutili e distruttive polemiche sui social che servono solo a renderci ridicoli tutti. No. Io non ho grandi soluzioni ma solo una proposta, la faccio qui e la farò al mio gruppo in Senato e nei territori: torniamo immediatamente alla gestione collegiale. Insieme. Questa deve tornare ad essere la nostra parola d'ordine", conclude il parlamentare M5S.

Critico anche il senatore del M5S Nicola Morra. "Il voto di ieri su Rousseau dimostra che l'uomo solo al comando scoppia, c'è la necessità di gestire il Movimento in maniera più collegiale e plurale" dice a 24 Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. Il presidente della Commissione Antimafia afferma: "Noi i voti li rispettiamo ma Emilia Romagna e Calabria sono realtà diverse. Le mele non si associano alle pere e per questo io ho deciso di non votare. Dobbiamo difendere la nostra identità, perché dovremmo sostenere Bonaccini? La richiesta degli attivisti è un'altra".

"Ho votato sì e lo rivendico. Ma rivendico anche la necessità di dire: Houston abbiamo un problema!" scrive in un lungo post su Facebook, Paola Taverna, vicepresidente del Senato e volto storico del M5S. "Non ho mai scritto una sola riga per influenzare le nostre votazioni e ho sempre accettato l’esito delle medesime mettendo tutta me stessa nella direzione che la rete indicava. Questa, come altre, mi vede dalla parte di coloro che accettano una decisione diversa dalla loro posizione. Ho votato per permettere al MoVimento di fermarsi e ritrovarsi - illustra Taverna - senza la frenesia elettorale che ogni mese vede impegnato il nostro Paese in una rincorsa, anzi in una eterna corsa. Ho votato affinché il MoVimento avesse il tempo di riflettere sui propri errori, sulla sua organizzazione, sulla sua azione di governo, sulle sue prestazioni elettorali e non".

"Ho votato affinché il MoVimento avesse una chance di uscire dalle dinamiche elettorali per dedicarsi a un nuovo progetto di Governo con l’attuale maggioranza. Ho votato perché ci mettessimo in ascolto dei tanti, troppi, che anche a me hanno chiesto cosa dovessero aspettarsi dal MoVimento. Ho votato Sì e lo rivendico. Ma rivendico anche la necessità di dire: Houston abbiamo un problema! Ma comprendo il desiderio reale e condiviso di coloro che hanno detto: 'meglio un cittadino nelle istituzioni come presidio di legalità'”. Dopo aver assicurato il suo impegno alle prossime tornate elettorali, "resto comunque fortemente convinta - puntualizza Taverna - che il MoVimento stia vivendo una fase che non può e non deve essere dimenticata dopo l’esito di questa votazione".

Per il presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera, Sergio Battelli, del M5S, "il voto di ieri sulla piattaforma Rousseau è stato, come sempre, un grande esercizio di democrazia. Un risultato che non sconfessa Luigi Di Maio ma, casomai, chi ci dà per morti e chi non crede nella forza delle decisioni prese collegialmente, interrogando la nostra base, la nostra forza. Nel Movimento le decisioni si prendono insieme e poi vengono rispettate da tutti, a prescindere da come la si pensi". "Il risultato raggiunto è la dimostrazione che il M5S non solo è vivo ma intende combattere per superare questo momento di difficoltà e stanchezza per far riemergere i valori che ci hanno resi grandi. Il Movimento farà il Movimento: saremo la terza via rispetto agli schieramenti tradizionali e daremo un'alternativa di governo ai territori. Siamo partiti nel 2009, non guardiamo solo alle prossime elezioni regionali ma ai prossimi 10 anni per radicarci sempre di più sul territorio e costruire, mattone su mattone, un Paese migliore. Il voto di ieri, inoltre, non getta alcuna ombra sull'esecutivo ma, semmai, lo rafforza perché consolida il Movimento che ha la maggioranza in Parlamento e al governo" conclude Battelli. Adnkronos 22

 

 

 

La cucina italiana di qualità e dei prodotti agroalimentari all’estero. Arriva la certificazione

 

Roma - Ha avuto inizio lunedì scorso, 18 novembre, la IV Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, l’iniziativa promossa dal Ministero degli Esteri e dedicata alla promozione della cucina italiana di qualità e dei prodotti agroalimentari all’estero. La valorizzazione del patrimonio enogastronomico italiano è proprio il fulcro del protocollo ITA0039 I 100% Italian Taste Certification, ideato e sviluppato da ASACERT in accordo con Coldiretti e Filiera Agricola Italiana, sostenuto del Ministero dell’Agricoltura e supportato da ANRA (Associazione Nazionale Risk Manager e Assicurazioni Aziendali), per mettere finalmente a disposizione del consumatore e del folto comparto della ristorazione italiana all’estero, uno strumento innovativo nella sua efficacia ed integrità, per tutti coloro che desiderano tutelarsi contro i fake, sempre più diffusi e dannosi, nei confronti dei prodotti nostrani.

Secondo gli studi di ASACERT, la cucina risulta essere la seconda cucina a livello globale dopo quella cinese, mostrando una penetrazione più elevata negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Brasile e in India. Alla popolarità dell’italian food, si contrappone, purtroppo, il fenomeno dell’Italian Sounding: a livello mondiale, il giro d’affari annuo del “falso italiano” è stimato, sempre secondo gli studi, in circa 54 miliardi di euro (147 milioni al giorno), oltre il doppio dell’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23 miliardi di euro).

Ciò che suona italiano, ma di fatto non lo è, rappresenta un danno non solo per produttori e consumatori, ma anche per tanti onesti ristoratori che hanno creato, con non poche difficoltà, districandosi in una giungla di falsi, delle realtà 100% italiane e che da oggi, grazie alla certificazione ITA0039, possono finalmente essere riconosciuti come autentici italiani.

La certificazione ITA0039 | 100% Italian Taste è attiva in tutto il mondo e si sta diffondendo rapidamente in tantissimi Paesi proprio per la sua riconosciuta unicità: non esiste, attualmente, un altro strumento simile, rilasciato da un ente di certificazione professionale e accreditato, come ASACERT. Per certificarsi, il ristoratore affronta un processo per fasi, semplice nella sua dinamica ed estremamente efficace: a seguito della richiesta, un auditor qualificato si reca personalmente nel ristorante e verifica la conformità ai criteri previsti, ispezionando prodotti, carta dei vini, menù e personale di sala. Contestualmente, l’auditor verifica la rispondenza alle nuove norme sull’utilizzo della plastica e sull’uso virtuoso e responsabile dei materiali riciclabili. Segue poi una fase analitica più approfondita, riguardante le etichette e i rilievi raccolti e, a fine audit, si calcola il punteggio raggiunto, che determinerà la possibilità di certificare o meno. In caso di esito positivo, il ristoratore riceve un certificato e può iniziare ad utilizzare l’esclusivo marchio ITA0039, nelle sue versioni Platinum, Gold, Silver o Bronze, a seconda del punteggio raggiunto.

A conclusione dell’iter di certificazione, il ristorante sarà incluso di diritto nell’applicazione che ASACERT sta mettendo a punto. Un ulteriore strumento di garanzia per il consumatore, fruibile sia da app che da PC, in cui è possibile consultare la lista dei ristoranti certificati, con i loro menù e le materie prime utilizzate, risalendo la filiera in totale trasparenza, fino al produttore.

ASACERT vanta oltre vent’anni di attività, con sedi a Milano, Roma, Bari e corporate office dislocati a: Manchester, nel Regno Unito; a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti; a Tbilisi, in Georgia e ad Abuja, in Nigeria. Inoltre, si avvale di una fitta rete di partners in: Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Repubblica Popolare Cinese, Repubblica di Singapore, India, Libano, Brasile, Arabia Saudita, Indonesia, Iran e Pakistan. ASACERT si distingue nel mondo delle certificazioni per la forte expertise tecnica in diversi settori: dall’ambiente all’informatica, dalla sicurezza sul lavoro all’alimentare. Ed è proprio quest’ultimo comparto, che ha ispirato il progetto ITA0039 | 100% Italian Taste Certification, uno strumento unico ed affidabile per la certificazione, la tutela e la difesa della cultura enogastronomica italiana nel mondo. (aise/dip 20) 

 

 

 

 

 

Come cambiano le abitudini dei consumatori

 

Roma - L’Osservatorio Cibi, Produzioni, Territorio (CPT) di Eurispes, Uci e Univesitas Mercatorum ha raccolto dati, approfondito fenomeni legati al mercato del mondo alimentare, e osservato come cambiano le abitudini dei consumatori nel Position Paper “I consumi alimentari: conoscere per agire”.

Dall’analisi emerge il ritratto di un consumatore sempre più informato e consapevole; che cerca innovazione e piacere così come salute, che acquista prodotti certificati ma non si fida più solo di un bollino. I consumatori 4.0 non hanno più fame, ma appetito, e questo è saziato nella loro mente più che nella loro pancia.

I consumi delle famiglie rappresentano la quota più importante del Prodotto interno lordo italiano e, in questo ambito, quelli alimentari pesano l’11% (Istat 2018).

Conoscere il consumo significa capire le persone, i loro valori e la sfera dei loro desideri. In particolare, il food&beverage rappresenta un vero e proprio laboratorio socio-economico, sospeso tra innovazione e tradizione. Come cambia dunque il consumo e qual è l’identikit del consumatore 4.0?

Il consumatore di oggi è un misto di antico e contemporaneo, è un consumatore post-moderno che sta ribaltando il proprio rapporto con il consumo: dopo una lunga fase post bellica, nella quale il consumo ha sostanzialmente dominato sulla persona, è maturato un cambiamento di stato che mostra un altro soggetto, che ribalta i termini del proprio esistenziale socio-economico da consumatore-persona a persona-consumatore, attraverso alcuni atteggiamenti nuovi. Il consumatore diviene, insomma, un “produttore di significati”.

La qualità e come viene percepita

L’immagine positiva di una marca, ovvero ciò che nella mente del consumatore costruisce l’idea di una marca alimentare forte e positiva, vede come primo fattore la qualità del prodotto. Cosa significa qualità in un prodotto alimentare?

L’Osservatorio CPT ha condotto un’indagine alla ricerca del significato di qualità nella percezione dei responsabili di acquisto, tra i millennials.

L’analisi delle opinioni sulla qualità del cibo viene declinata secondo cinque direttrici di senso: sicurezza alimentare, qualità ambientale della terra d’origine dei prodotti, naturalità dei processi di produzione, contenuto salutistico dichiarato, sostanza laica della qualità (Il totale delle risposte non corrisponde al 100%, perché erano possibili risposte multiple).

Nell’ambito della sicurezza alimentare, secondo il 64,8% dei millennials intervistati un cibo è di qualità se “lo mangio e non fa male”; al contempo, il 63% ritiene che sia di qualità se “ci stanno poche cose dentro”; il 56,3% lega la qualità del cibo al fatto che “l’etichetta sia fatta bene”; poco più della metà ritiene che un cibo sia di qualità se “è di stagione”.

Dunque, la sicurezza alimentare è un elemento importante nella scelta dei prodotti e l’etichetta è fondamentale per convogliare le informazioni necessarie a rassicurare il consumatore.

In tema di qualità ambientale della terra d’origine dei prodotti, un cibo è di qualità se “c’è una certificazione ambientale del luogo” per quasi la totalità degli intervistati (98%); “si sa da dove viene” per il 93,7%; “il luogo d’origine è bello e ben tenuto” per quasi otto su dieci (78,8%); “è lontano dai grandi centri abitati” solo per tre su dieci (29,4%).

La qualità ambientale intrecciata alla consapevolezza dell’origine dei prodotti è un fattore di estrema importanza in Italia: è, infatti, nel cibo che molte persone riscoprono l’importanza del territorio e della salvaguardia ambientale.

Passando al tema della naturalità dei processi dei prodotti, secondo il campione preso in esame, un cibo è di qualità se “è certificato bio” per l’84,7%, con una differenza di dieci punti tra le opinioni delle donne (89,6%) e quelle degli uomini (79,6%); “segue processi produttivi certificati” per otto su dieci (81%); “è fatto come una volta” per il 67,4%; solo il 57,9% ritiene che sia di qualità se “è fresco”.

Dunque, la certificazione biologica è un punto di partenza e un riferimento per molti e le donne sono generalmente più affini al consumo di questo tema.

Per quanto riguarda l’aspetto del contenuto salutistico dichiarato, il cibo è di qualità se “svolge funzioni positivi per l’organismo” secondo la quasi totalità degli intervistati (97,8%); “gli vengono tolte sostanze nocive” per il 94,5%; “è additivato con ingredienti salutistici” per il 75,2%.

La relazione tra cibo e salute, in questo caso, è vista come positivo-preventiva: i millennials non vogliono mangiare solo un prodotto non nocivo, ma un prodotto che tenga il passo della ricerca scientifica alimentare e che aiuti a mantenere uno stato di efficienza fisica e mentale.

Infine, per quanto riguarda la cosiddetta sostanza laica della qualità, quasi sei su dieci (57,9%) ritengono che un cibo sia di qualità se “è fatto in piccole quantià”; poco più della metà (51,4%) crede che lo sia se “è sul mercato da molto tempo”; solo il 47,8% crede sia di qualità se “si sa come è stato fatto”. Sia gli uomini che le donne ricercano prodotti innovativi, ma restano anche fedeli a prodotti storici.

La crisi vitale dei consumi italiani

Certamente la crisi economico-finanziaria ha impresso uno shock che ha costruito un sentiment negativo, con l’idea di un impoverimento generalizzato. Ma i dati dicono che in Italia il consumo ha dimensioni quantitative importanti da Paese progredito, le cui manifestazioni aggregate raccontano di uno stock diminuito (ma non basso) e di un consumatore in evoluzione.

Abbiamo costruito la fotografia della crisi dei consumi degli italiani attraverso l’elaborazione dei dati provenienti da diverse fonti (Prometeia per Osservatorio Findomestic, settembre 2018; Istat, Indagine Istat sui consumi delle famiglie 2018; Rapporto Coop Consumi 2018; elaborazioni REF ricerche su dati Istat, 2018) dall’analisi delle quali emerge che i consumi aggregati sono cresciuti più del Pil negli ultimi anni, trainandone il (lieve) incremento: dai 964 miliardi del 2013 si passa, nel 2018, a 1.076, che i salari reali calano del 3% nel 2018, che il valore medio mensile della spesa per i consumi degli italiani è pari a 2.571 euro, quasi invariata rispetto al 2017 (+0,3%). Si spende, dunque, di più al Nord, nelle città metropolitane e nelle famiglie la cui persona di riferimento sia in possesso di titoli di studio superiori.

Emerge anche che gli italiani spendono sempre più in servizi: dal 45% del 2000 siamo passati al 53% del 2018, e che i Neet (15-34) italiani sono circa 3 milioni, dato che ci colloca al poco invidiabile primo posto in Europa. Inoltre, le famiglie italiane sono al nono posto in Europa per indebitamento (86% del reddito disponibile); in aumento del 4,9% gli italiani maggiorenni che richiedono almeno un prestito (38,1%) nel 2018; i prestiti che prevedono un rimborso medio mensile pro-capite di 350 euro.

La crisi della classe media e dell’occupazione giovanile non lasciano prevedere sostanziali e stabili incrementi dei redditi, soprattutto per le fasce più basse. Questo comporterà probabilmente una crescente finanziarizzazione del consumo da parte di operatori bancari e non.

Ma c’è da sottolineare che la crisi del consumo è anche legata alla crisi dell’offerta che risente di un deficit di innovazione reale nelle offerte di beni e servizi di consumo e delle formule distributive e commerciali.

Fatto 100 il numero dei codici-prodotto nuovi lanciati lo scorso anno nel comparto dei beni di largo consumo, quelli realmente nuovi sono appena il 21,4% del totale. Per il resto, chiamiamo “nuovi” prodotti quelli che, in realtà, sono estensioni di marca (54,5%) e imitazioni (24,1%).

A fronte di un quadro complessivamente statico della spesa per consumi, si ravvisano, tuttavia, notevoli incrementi della spesa per alcune categorie di consumo, che raccontano di un consumatore cambiato. Crescono, infatti, i consumi politicamente scorretti (fumo, gioco, alcol, droga, prostituzione) ma, al contempo, quelli politicamente corretti (alimenti salubri, prodotti equi e solidali, biologici, sostenibili); crescono i consumi di integrazione (parafarmaci, super cibi) e, insieme, quelli di sottrazione (gluten free, sfusi); crescono i consumi di protezione (antifurti, assicurazioni, istruzione privata, spese sanitarie all’estero) e, insieme, di esposizione (viaggi, sport estremi), così come i consumi fai da te (cucina, bricolage, distillazione domestica) e, al contempo, quelli del già fatto (cibi pronti, home delivery).

In particolare, ad esempio, i prodotti gluten-free valgono oltre 148 mln di euro; gli integrali oltre 343 mln; i sostitutivi del latte crescono di oltre 15 mln di euro a fronte di un calo di oltre 32 mln delle vendite di latte fresco; lo zucchero di canna cresce del 16% a fronte di un calo del 9% di quello da barbabietola.

I consumi italiani sono sostanzialmente stabili nelle quantità, ma vitali nella qualità. Il tratto più evidente appare l’incoerenza.

Digitalizzazione delle scelte

Grazie alla rivoluzione digitale, la popolazione italiana digitalizzata ha maturato, più o meno consapevolmente, una nuova cultura del consumo che: segue una visione peer-to-peer delle relazioni di scambio (sui social siamo tutti sul medesimo piano di realtà, non esistono gerarchie né rendite di posizione); ha acquisito l’informalità come mood: il linguaggio del digitale è per sua natura pop, caldo e diretto; non accetta più i classici intermediari commerciali, politici, culturali; ricerca semplificazione rifuggendo la fatica mentale: l’uso intenso dello smartphone ha formato una nuova modalità di lettura, di decodifica del testo, più fotografico che verbale; l’individualizzazione diventa la cifra dominante; il brevismo diviene il tempo prediletto della quotidianità.

Trasformazione intellettuale del cibo

Siamo al culmine di un ultra-decennale percorso di trasformazione intellettuale del cibo: da alimento a strumento di piacere, da fatto individuale ad atto relazionale. Una trasformazione a cui hanno contribuito i media innanzitutto (con i format televisivi, l’ascesa dei cuochi star, l’esplosione del fenomeno dell’esposizione del cibo nel piatto sui social); ma anche una maggiore attenzione al territorio d’origine dei prodotti e al recupero dell’identità locale: una sorta di “sovranismo alimentare soft” che si è diffuso tra le marche a segnare un trend di valore molto rilevante.

La trasformazione intellettuale del cibo viaggia in uno spazio ricco di contraddizioni, fra comportamenti sofisticati e attenti alla salubrità e atteggiamenti diametralmente opposti, guidati dall’accumulo, dall’estremizzazione quantitativa a basso costo e dall’assenza del sapere.

In sostanza, la nuova cultura alimentare è principalmente “incoerente”: fra il piacere e il salutismo, fra ritorno alla tradizione e l’ancoraggio a stili alimentari metropolitani globali. (aise) 

 

 

 

La situazione

 

L’insofferenza è palese. La frenata politica anche. L’attuale situazione ha solo accelerato i tempi per una situazione della quale non siamo ancora in grado di stimare gli effetti. Chi azzarderebbe negarlo?

 

 Non è ancora chiara quale tattica farà sua l’accoppiata PD/M5S. L’arcano resta fitto. Dopo gli abbagli per un’Italia meno povera, si è tornati a fare i conti con un’economia assai variegata. I servizi sociali, quelli di pubblica utilità, sono stati i primi a soffrirne. Tutto il resto, che non è poco, non è stato risparmiato. L’idea di uno Stato protezionista si è tramutata nell’immagine di un Paese delle presunte riforme.

 

Intanto, gli altri politici continuano a essere comparse su una scena la cui potenzialità non può essere trascurata. Ciò che à stato impossibile alle loro alleanze di cordata, sembra raggiunto, almeno nella sua fase iniziale, da due compagini che, sino all’anno scorso, non avevano loro uomini in “gioco”. Ora non ci sarebbero le premesse per un rinnovamento senza dover ricorrere alle solite alchimie politiche. La situazione resta in evoluzione. I problemi del Paese ci sono ancora tutti e, forse, se ne aggiungeranno degli altri. Non è il caso d’ipotizzare miglioramenti che potrebbero non esserci.

 

Potrà sembrare strano, ma anche da noi si stanno schematizzando, pur senza una tattica concordata, due “fronti”. Come a scrivere che chi è da una “parte” non potrà, poi, transitare all’”altra”. Nel Paese era successo. Purtroppo, più di una volta. Da noi, la politica del “passaggio” non è una novità. La situazione potrebbe evolversi proprio col prossimo anno e senza confronti con i seguiti politici del passato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L'Ocse all'Italia: rivedere quota 100

 

In Italia "il surplus primario scenderà dall'1,3% del PIL nel 2018 e nel 2019 all'1,0% del PIL nel 2020 e nel 2021" e "nel complesso, le misure fiscali e la crescita più lenta faranno aumentare il rapporto debito pubblico nel 2019 al 136% del Pil prima che questo inizi a diminuire dal 2021". Lo scrive l'Ocse nell'Economic Outlook spiegando che "mettere il debito pubblico su un lento percorso discendente, sostenendo allo stesso tempo la crescita, soprattutto nelle aree in ritardo, richiederà l'attuazione di un piano di bilancio credibile a medio termine accanto a ambiziose riforme strutturali". Fra queste - con un chiaro riferimento a Quota 100 - c'è l'invito ad "applicare revisioni della spesa per razionalizzarla, invertire i cambiamenti nelle regole di prepensionamento introdotti nel 2019 e preservare il legame tra età pensionabile e aspettativa di vita": interventi che "libererebbero risorse per programmi più efficaci e investimenti pubblici e migliorare l'equità intergenerazionale". L'Ocse invita poi a "ridurre in particolare i sussidi dannosi per l'ambiente e combattere l'evasione fiscale", così da migliorare l'equità del sistema.

 

Secondo la stima dell'Ocse, l'economia italiana dovrebbe chiudere il 2019 con una crescita allo 0,2% mentre per il 2020 è prevista una ripesa a +0,4% e a +0,5% nel 2021. L'organizzazione segnala come "la debole domanda esterna e le persistenti incertezze relative alle politiche commerciali globali limiteranno la crescita delle esportazioni, pesando su investimenti, occupazione e reddito". Invece per i consumi delle famiglie è prevista una "crescita moderata, sostenuta da una stabilizzazione della fiducia dei consumatori e da tagli al cuneo fiscale per molti lavoratori dipendenti". A sostenere gli investimenti, stima l'Ocse, la "riduzione dell'incertezza della politica interna, condizioni di finanziamento più facili e incentivi fiscali".

 

Per l'Ocse, le politiche di bilancio potranno sostenere l'economia italiana "di fronte a una crescita esterna più debole". Nell'Economic Outlook si accenna quindi alle "nuove misure di politica economica per il 2020 e il 2021" che il governo italiano sta elaborando e che prevedono "minori contributi sociali, il rinnovo degli incentivi fiscali legati al 'Industria 4.0' per incoraggiare gli investimenti privati ??e maggiori investimenti pubblici soprattutto nelle regioni in ritardo di sviluppo". Il governo - ricorda l'Ocse - "prevede di finanziare queste misure attraverso maggiori entrate, tra cui nuove tasse ambientali e sullo zucchero" ma anche con interventi sull'IVA, sul costo degli interessi e con riduzioni della spesa. Adnkronos 21

 

 

 

La sinistra nel mondo a trent’anni dalla caduta del muro

 

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, MicroMega dedica un intero numero all’89, interrogandosi su questo evento così cruciale nella storia in generale e in quella della sinistra in particolare: cosa ha rappresentato e quali conseguenze ha prodotto in Europa e nel mondo? La caduta del Muro è stata per la sinistra un’occasione mancata? È ancora possibile sperare in un cambiamento o la crisi della socialdemocrazia è irreversibile e occorre pensare a qualcosa di radicalmente nuovo? Questioni che la rivista, in edicola dal 21 novembre, ha posto a una serie di personalità italiane e straniere.

 

Adriano Prosperi sottolinea che le date simboliche sono, sì, affascinanti ma rischiano di deformare la percezione della storia, che non procede quasi mai per cesure e radicali discontinuità, e suggerisce dunque di guardare al 1989 risalendo più indietro nel tempo e scendendo più nei dettagli di un passato del Novecento che in questi nostri tempi è diventato terra incognita. Ernesto Galli della Loggia mette l’accento sul fatto che il 1989 non mosse in alcun modo dal basso bensì dall’alto, essendo il risultato di un calcolo politico sbagliato da parte di Gorbacëv.

 

Del dissenso antisovietico nell’Europa dell’Est si occupano Wlodek Goldkorn e Axel Honneth, mentre Irena Grudziska Gross racconta di come la Polonia, in quel delicato frangente, scelse come legame comune il cattolicesimo, con le conseguenze che vediamo anche oggi. Massimo Cacciari sottolinea come i fatti dell’89 abbiano avuto effetti diversi a seconda dei contesti nazionali e come sia ovvio che, laddove la cultura nazionale presentava forti accenti identitari e antirussi, il nuovo corso virasse decisamente a destra. Lucio Caracciolo spiega come la caduta del Muro abbia sancito soprattutto la vittoria del capitalismo, mentre Dacia Maraini suggerisce di riflettere sulle imperscrutabili ragioni delle masse.

 

Sugli errori della sinistra riflettono Pancho Pardi, che si interroga sulle conseguenze che il post-’89 ha avuto sul concetto di uguaglianza, e Miguel Benasayag, che individua nel messianismo la malattia mortale della sinistra. E se dalla Spagna arrivano le riflessioni dei politologi Pere Vilanova e Josep Ramoneda, non poteva mancare la testimonianza di chi, in Italia, quegli eventi li ha vissuti in prima persona: Achille Occhetto, che ricorda e rivendica la sua Bolognina, Luciana Castellina, per la quale il 1989 è la data di una sconfitta e non un anniversario festoso, e infine Aldo Tortorella, che definisce il crollo sovietico una tragedia di tutta la sinistra di ispirazione socialista e attacca le varie “terze vie”. Cinzia Arruzza e Felice Mometti ci ricordano poi che quella data segnò anche l’inizio della fine dei movimenti operai novecenteschi, senza però che per questo siano venute meno anche la classe e le ragioni della sua lotta.

Micromega 22

 

 

 

 

La svolta

 

Questo quindicinale ha saputo imporsi all’attenzione dei Lettori e non solo in Germania. Lo scriviamo come notizia sicura e, nello stesso tempo, desideriamo manifestare alcune considerazioni per chi ha avuto la costanza, e la pazienza, di seguire anche un percorso giornalistico basato sul volontariato. Tra i Redattori ci siamo anche noi supportati da oltre sessant’anni d’impegno, speso in periodici, cartacei e online, in tutta Europa, sempre al servizio dei Connazionali all’estero. Il nostro impegno l’abbiamo ininterrottamente manifestato e chi ci legge l’ha, forse, apprezzato per la genuinità dei contenuti e la connessione degli interventi.

 

Il “Webgiornale” è una testata con poliedrici interessi. Con questo spirito ci siamo chiesti, più volte, come potrebbe migliorare il nostro ruolo per il futuro. Lasciamo ai Lettori la libertà di un giudizio che sarà tenuta nella dovuta considerazione. Per noi, l’Emigrazione resta un “evento” che ha da essere seguito nella sua evoluzione. Nell’attesa di una “svolta” in positivo, precisiamo che non è nei nostri progetti modificare lo spirito dei contributi. Quello che ci preme è restare coerenti allo spirito di questo foglio on-line. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Nel nuovo statuto del PD: pieno riconoscimento al suolo degli italiani nel mondo

 

"Il nuovo Statuto del Partito Democratico, adottato dall'Assemblea Nazionale del Partito a Bologna, rappresenta una grande innovazione per favorire la democraticità e l'efficacia dell'azione del PD e per garantire un partito aperto, inclusivo, plurale e coeso." Così ha dichiarato Luciano Vecchi, Responsabile del Dipartimento "Italiani nel Mondo" del Partito Democratico.

 

"L'eccellente lavoro condotto dalla Commissione per la riforma dello Statuto, diretta da Maurizio Martina, si è potuto avvalere del contributo di tante intelligenze ed energie del Partito Democratico, tra le quali le esperienze che da tempo il PD ha prodotto con le proprie organizzazioni all'estero."

"In maniera particolare - ha sotttolineato Vecchi - si accresece la presenza, già oggi importante, dei rappresentanti dell'emigrazione italiana negli organismi dirigenti, sia nell'Assemblea Nazionale che nella Direzione, riconoscendo peraltro, come "membri di diritto" i segretari delle federazioni e i coordinatori continentali del PD nel MOndo."

"E' anche per queste ragioni - ha concluso Vecchi - che, già nell'articolo 1 del nuovo Statuto, si afferma la piena adesione del PD alle organizzazioni europee ed internazionali di riferimeno - il Partito del Socialismo Europeo e l'Alleanza Progressista - e si intende perseguire l'obiettivo di sviluppare il progetto unitario di un autentico partito progressiste e democratico transnazionale europeo". Alessandra Fabrizio, dip 21

 

 

 

 

Riunito a Edimburgo l’Intercomites del Regno Unito

 

Edimburgo (Scozia, Regno Unito) - Il 18 novembre, presso la sede di Edimburgo della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, si è svolta la riunione ordinaria dell’Intercomites del Regno Unito. Tra i temi: Brexit, servizi consolari e rinnovo di Comites e Cgie. Di seguito il resoconto dei lavori.

 

Alla riunione ordinaria dell’Intercomites del Regno Unito, presieduta dal presidente del Comites di Scozia e Irlanda del Nord Adriano De Marco, hanno partecipato anche Pietro Molle, presidente del Comites di Londra ed Emanuele Bernardini, presidente del Comites di Manchester.

Sono intervenuti oltre al console generale di Edimburgo Fabio Monaco, i membri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) Manfredi Nulli e Luigi Billé, il consigliere del Comites di Edimburgo e presidente dell’Associazione Italian-Scotland Sandro Sarti e Davide Bargna, Scottish Branch Manager della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito.

Brexit al centro del dibattito

Tra i vari argomenti discussi, la Brexit ha avuto ampio spazio, soprattutto è stato valutato l’impatto che avrà sulla comunità dei nostri connazionali in tutto il territorio del Regno Unito. A tal fine, sono stati analizzati i risultati degli oltre 20 eventi informativi e di assistenza al Settled Status organizzati durante l’anno corrente e si sono programmate le future attività da svolgere nel 2020.

A tale proposito, l’Intercomites auspica, a poco più di un anno dalla scadenza per la registrazione del Settled Status (EU Settlement Scheme), che il Governo Britannico intensifichi la campagna di sensibilizzazione per i cittadini europei residenti nel Regno Unito, affinché regolarizzino il proprio status, con particolare riguardo a quelle fasce di cittadini più deboli e vulnerabili quali degenti, disabili e anziani.

 

Progressi dei servizi consolari

Tra gli altri temi trattati, è emersa una generale soddisfazione sui progressi fatti dai due Consolati Generali per l’assestamento nell’esercizio di erogazione dei servizi consolari che, con ulteriori correttivi e con l’annunciata apertura del Consolato di Manchester, si possa prospettare una regolarizzazione dei servizi e una forte e ben strutturata rete diplomatico consolare al fine di assolvere a compiti di rappresentanza istituzionale nelle circoscrizioni di riferimento. Tutto questo in previsione che la Gran Bretagna diventi probabilmente un paese terzo di notevole importanza per l’Italia.

Successivamente i due rappresentanti del Consiglio generale degli italiani all’estero in una breve relazione hanno esposto le attività che il Cgie sta svolgendo e programmando, come la Conferenza Stato-Regioni-PA-CGIE e la battaglia per la riforma di Comites e CGIE e il loro rinnovo, vista la propensione da parte del Governo di un paventato rinvio dovuto alla mancanza di risorse non predisposte nella legge finanziaria.

Elezioni per rinnovo di Comites e Ggie

A tal fine l’Intercomites UK ha espresso la richiesta affinché le elezioni per il rinnovo dei Comites e del CGIE si possano svolgere a scadenza naturale, ovvero il prossimo aprile 2020, senza eventuali rinvii. Ritiene inoltre che le risorse previste nella legge finanziaria per il capitolo di spesa degli italiani nel mondo non subiscano tagli ma siano adeguate alle necessità, tenendo conto dell’aumento esponenziale dei flussi migratori di connazionali verso l’estero. 

La riunione si è conclusa con l'augurio di raggiungere gli obiettivi programmati prima della scadenza dei rispettivi mandati. Con i cordiali saluti di rito si è rilevato il rammarico per la mancata partecipazione dei parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero – accompagnato all’auspicio che nei prossimi appuntamenti possano partecipare, visto il momento così critico che la comunità italiana nel Regno Unito sta attraversando a seguito della Brexit”. (Inform/dip 20)

 

 

 

 

Avanti per rinnovare

 

Certamente abbiamo le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione incoerente. Ora, pur non essendo nostro costume non fare delle anticipazioni, ci sentiamo, però, nella condizione d’esprimere un’opinione.

 

Ci vuole chiarezza. Chiarezza per evitare, in tempo, altri errori. Partendo dal presupposto che la “rotta”politica potrebbe mutare proprio strada facendo. Il fine resta la governabilità. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Per ridare fiducia al Popolo italiano sarebbe necessaria la trasparenza di questo Potere Esecutivo. Premessa, per ora, irrealizzabile.

 

Sentiamo la mancanza di “normalità”. Quella normalità che da troppo tempo ci manca. Non ci sono più baluardi da difendere. Se d’aspetti sfavorevoli si deve scrivere, si faccia con cognizione di causa. Non ci sono le condizioni per sopportare altri “bisticci” di bottega e affrontare le beghe di Palazzo con accordi che hanno dell’assurdo. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere valutazioni precipitose. Ma ciò che sta capitando ci lascia incerti.

 

Senza un timoniere valido e una rotta predisposta, la nave Italia non approderà da nessuna parte. In un Paese dove l’incertezza è abitudine e il dialogo è figlio dell’adattamento, non ha senso un progetto politico di Governo con parte della sua maggioranza che, prima, era all’opposizione. Ne consegue che il rinnovamento della politica italiana è ancora tutto da verificare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

In Lussemburgo Settimana della Cucina Italiana con i giovani chef italiani e l’Università dei Sapori di Perugia

 

Lussemburgo - La cucina regionale autentica, la formazione enogastronomica di eccellenza e la cultura dell’alimentazione sono al centro della quarta edizione della Settimana della Cucina Italiana in Lussemburgo. Al programma di eventi dell’Ambasciata hanno contribuito Agenzia ICE-Bruxelles e Camera di Commercio Italo-Lussemburghese (CCIL).

La rassegna è stata inaugurata lunedì con uno “show cooking” realizzato dai giovani Chef italiani del “Team Italia Lussemburgo”, che hanno preparato piatti della tradizione culinaria regionale, esaltando la cultura del gusto e la qualità dei prodotti, con grande successo. Durante tutta la settimana nei ristoranti del Team Italia, che si stanno affermando nel Granducato grazie a una cucina di qualità alla portata di tutti, sarà possibile degustare menù a tema, alla riscoperta delle specialità culinarie regionali: dalla “Sardegna Autentica” della Chef Giulia Caria ai “Sapori di Calabria” dello chef Vincenzo Fiorenzi, dall’”Umbria e le sue specialità” della chef Elena Ginocchietti al “Viaggio gastronomico pugliese” degli chef Gabriele Rutigliano e Domenico Carlucci. Spazio anche alla cucina siciliana con lo chef Alessio Zappalà e alla pasticceria molisana con lo chef Simon Giuditta.

C’è molta attesa in Lussemburgo anche per l’evento conclusivo, lunedì 25 novembre, con la prestigiosa partecipazione dell’Università dei Sapori di Perugia, punto di riferimento in Italia e nel mondo per la formazione enogastronomica di eccellenza e la promozione della cultura dell’alimentazione e dell’ospitalità. Oltre al rinomato chef e docente di cucina Riccardo Benvenuti che offrirà una dimostrazione culinaria con prodotti tipici umbri, saranno presenti la Camera di Commercio di Perugia e la Galleria Nazionale dell’Umbria per illustrare la forte vocazione turistica della regione con immenso patrimonio storico-artistico.

La rassegna sta offrendo massima visibilità anche alla campagna di solidarietà a favore dell’emergenza acqua alta a Venezia, su cui l’Ambasciata ha sensibilizzato i residenti in Lussemburgo a sostegno della raccolta di fondi promossa dal Sindaco della Città.  Dip 21 

 

 

 

 

Il 21 e il 22 novembre a Roma assemblea delle Associazioni lucane in Italia

 

ROMA - “I lucani nelle tante Italie, una rete vincente per lo sviluppo della Basilicata”: oggi pomeriggio è iniziata nella sede della Regione Basilicata a Roma, l’assemblea delle Associazioni lucane in Italia.

Una due giorni per procedere alla designazione, in seno alla Commissione regionale dei Lucani nel mondo, dei rappresentanti delle Associazioni Lucane in Italia. Un primo assolvimento per la composizione della nuova Crlm, a cui seguiranno quelli successivi: la nomina dei rappresentanti delle Federazioni delle Associazioni dei Lucani nel mondo e dei due vice presidenti. Un appuntamento pensato anche come momento di confronto e di dibattito su tematiche quali fare impresa in Basilicata e la valorizzazione dei territori. A discuterne esperti della materia, professionisti e i protagonisti dell’iniziativa: i rappresentanti delle Associazioni lucane in Italia.

In apertura dei lavori è intervenuto il presidente del Consiglio regionale della Basilicata della Crlm , Carmine Cicala, che ha posto l’accento sul senso che si è voluto dare all’appuntamento: “Organizzare un momento di riflessione per iniziare a tracciare nuovi percorsi progettuali nei quali intendo accompagnarvi. Vivo con grande onore e responsabilità il mio ruolo sia di presidente del Consiglio regionale della Basilicata, sia di presidente della Commissione regionale dei Lucani nel mondo. Un impegno che – ha proseguito Cicala - affronto con l’intento di mettere in atto un proficuo lavoro di unione, cooperazione e rinnovamento con le Federazioni e le Associazioni dei Lucani in Italia, in Europa e nel mondo. Gli obiettivi che ci siamo prefissati intendono valorizzare – ha sottolineato -  le realtà associative dalle quali provenite, stimolarle, rinnovarle, orientarle per nuovi progetti e infine, ultima non per importanza, mettere le basi per assicurare quella continuità necessaria per la vita delle associazioni. Nella lettera che vi ho inviato ad inizio mandato e in diverse occasioni di incontro e confronto con qualcuno di voi, ho espresso il desiderio di coinvolgere direttamente i giovani nelle associazioni. Per farlo – ha detto - è necessario dar loro lo spazio necessario perché possano sperimentare e sperimentarsi, affiancandoli con l’esperienza maturata negli anni da quelli che io spesso chiamo i “padri fondatori”, affinché possano trasmettere i valori dell’identità lucana che ognuno di noi porta dentro di sé. Diamoci tutti un obiettivo comune: stimolare e incoraggiare con più decisione, entusiasmo e con nuove strategie i nostri giovani. Non c’è limite all’ingegno per affrontare nuove sfide e raggiungere ulteriori traguardi”, ha concluso Cicala. (Inform 21)

 

 

 

 

 

 

„Zukunft der Demokratie steht auf dem Spiel“

 

Weltweit wächst die politische Polarisierung, geraten Demokratien unter Druck. Thomas Carothers im Gespräch über Ursachen und Auswege.

 

Für Ihr aktuelles Buch „Democracies divided – The global challenge of political polarization“ haben Sie sich neun Länder mit einem hohen Grad an politischer Polarisierung angeschaut und nach Gemeinsamkeiten gesucht. Im Moment sehen wir eine Welle von sozialen Protesten in diversen Ländern, von Chile bis zum Libanon. Sind auch diese Proteste von gesellschaftlicher Polarisierung getrieben oder haben sie andere Ursachen?

Ich denke, sie haben andere Gründe. Die Proteste, die wir derzeit weltweit erleben, beruhen auf drei verschiedenen Faktoren. Erstens, Wut über systemische Korruption. Zweitens, Wut über die zunehmende Ungleichheit und ein Gefühl der Ungerechtigkeit. Und drittens, Frustration über politische Exzesse oder, in einigen Fällen, Präsidenten, die ihre Amtszeit über das vorgesehene Maß  hinaus ausdehnen, und Regime, die sich weigern, politische Freiheiten zu gewähren.

Bei den meisten der aktuellen Proteste liegt eine Kombination dieser drei Faktoren vor, sei es im Libanon, in Chile, Algerien, Russland oder anderswo. Und das unterscheidet sie vom Phänomen der zunehmenden Polarisierung in demokratischen Systemen. Dort liegt die Ursache in sehr widersprüchlichen Erzählungen zweier gegensätzlicher politischer Lager.

In welchem Verhältnis steht der Populismus zu gesellschaftlicher Polarisierung?

Der Populismus ist meist ein sehr polarisierendes politisches Projekt. Eine populistische Partei oder ein populistischer Anführer neigt dazu, ein Land zu polarisieren, weil das politische Projekt auf dem Gegensatz „wir gegen sie, gut gegen böse, Licht gegen Dunkelheit“ beruht.

Und so tragen diese Akteure eine polarisierende Botschaft in ein bestenfalls eher konsensorientiertes politisches System. Gleichzeitig sind aber nicht alle derzeit stark polarisierten Länder wegen des Populismus so polarisiert. Die Vereinigten Staaten zum Beispiel sind seit 20, 30, ja sogar 40 Jahren ein polarisiertes Land. Und das nicht wegen des Populismus. Es gibt vielmehr zwei völlig unterschiedliche Vorstellungen davon, wie das Land sein soll. Es gibt eine konservative Vision und eine progressive Vision. Diese beiden Visionen kommen einfach nicht miteinander aus. Der Populismus polarisiert also oft. Aber Polarisierung kommt nicht immer vom Populismus.  

Welche Rolle spielen Vertrauen und Engagement in solchen Gesellschaften?

Die Polarisierung spiegelt manchmal eine Gesellschaft wider, in der es zwei hoch motivierte und hoch engagierte Lager gibt, die aber oft auch durchaus extrem sind. Das führt dazu, dass sich viele Menschen aus der Mitte politisch obdachlos fühlen. Sie fühlen sich mit keiner Seite des Konflikts verbunden.

Diese Menschen wünschen sich oft mehr Konsens und ein größeres gemeinsames Ziel innerhalb der Gesellschaft und weniger Streit um die verschiedenen Visionen. Tatsächlich kann die politische Polarisierung das Engagement derjenigen Aktivisten erhöhen, die stark mit der einen oder anderen Seite verbunden sind, aber sie kann das Vertrauen und das Engagement einer großen Gruppe von Menschen verringern, die sich ausgeschlossen fühlt.

Sie unterscheiden zwischen ideologischer und politischer Polarisierung. Warum?

Ideologische Polarisierung liegt vor, wenn zwei sehr unterschiedliche ideologische Vorstellungen innerhalb eines Landes verfolgt werden. Wenn wir an Venezuela denken, gibt es die Vision der bolivarischen Revolution, die Hugo Chavez und seine Anhänger verfolgt haben - eine linksgerichtete Revolution der Umverteilung und Gleichheit. Die andere Seite verfolgt dagegen eine liberal-demokratische Vision des Landes, basierend auf gängigen marktwirtschaftlichen Praktiken.

Es kam zu einer starken ideologischen Polarisierung um diese beiden Visionen herum. Eine solche ideologische Polarisierung kann sich dann in eine politische Polarisierung übersetzen, in eine Polarisierung der politischen Parteien, des politischen Lebens, der Legislative und der Wahlprozesse. Ideologische Polarisierung ist also ein umfassenderes Phänomen, das sich in spezifische politische Merkmale übersetzt.

Was kann getan werden, um die politische Spaltung innerhalb stark polarisierter Länder zu überwinden?

Die Bürger träumen in einer polarisierten Gesellschaft oft von einer starken Führungspersönlichkeit, die das Land wieder eint. Wir hoffen auf jemanden, der Ton und Inhalt von Politik ändern kann, um sie wieder einvernehmlicher zu gestalten. Leider trifft das eher selten zu. Stattdessen muss die Polarisierung idealerweise durch eine ganze Reihe von Maßnahmen überwunden werden. Das könnte ein Brückenschlag zwischen den politischen Parteien sein, ein intensiverer Dialog, sofern das möglich ist, oder die Einigung über bestimmte politische Grenzen.

 

Das politische System könnte reformiert werden, beispielsweise durch eine stärkere Dezentralisierung und eine Veränderung des Wahlsystems, um auf diese Weise die extremen Kräfte zu schwächen und den Aufstieg gemäßigter Akteure zu fördern. Es könnten Reformen zur Stärkung unabhängiger Institutionen wie der Justiz durchgeführt werden, die einer starken Polarisierung widerstehen müssen. In einem Land, das sich der polarisierenden Erzählung widersetzt, dürften zivilgesellschaftliche Aktivitäten eine wichtige Rolle spielen, die die Bürger zusammenbringen und Sozialkapital schaffen. Polarisierungsmuster innerhalb der Sozialen Medien und anderer Medien, die extreme Ansichten fördern, könnten durch Reformen reguliert werden.

Es gibt also leider keine einfache Antwort auf die Herausforderung der Polarisierung. Stattdessen muss es eine Reihe von Maßnahmen in der gesamten Gesellschaft geben, vom politischen System bis zur Bürgerschaft.

Wie stehen die Chancen, die politische Spaltung in naher Zukunft zu überwinden? Sind Sie beim Blick auf die von Ihnen untersuchten Länder eher optimistisch oder pessimistisch?

Ich bin nüchtern, denn ich sehe die Macht der Polarisierung an vielen Orten und ich mache mir Sorgen um die Zukunft der Demokratie. Aber ich sehe auch, dass die Bürgerinnen und Bürger in den demokratischen Ländern nach einem Sinn suchen. Sie sind auf der Suche nach einem Gefühl der Zugehörigkeit.

In einigen Fällen wird das durch polarisierende Figuren oder Parteien manipuliert, die extreme Identitäten oder extreme Ansichten vorantreiben. Aber ich sehe auch, dass viele Bürgerinnen und Bürger nach Konsens und einer friedlichen politischen Haltung verlangen. Sie sind der Polarisierung müde. Die Zukunft der Demokratie steht also auf dem Spiel, aber ich bin nicht ganz pessimistisch. Claudia Detsch. Aus dem Englischen von Claudia Detsch. IPG 22

 

 

 

 

Europäische Gerichtshof für Menschenrechte. Unterbringung in Lager an Grenze kein Freiheitsentzug

 

Wenn Asylbewerber in einem Lager an einer Grenze untergebracht sind, die sie nur in Richtung eines Landes verlassen können, ist das kein Freiheitsentzug. Das hat der EU-Menschenrechtsgerichtshof in einem Fall entschieden, der sich an der ungarisch-serbischen Grenze abgespielt hat.

Die Unterbringung von Asylsuchenden in einem Lager direkt an der Grenze, das sie nur in Richtung Nachbarland verlassen können, ist nicht unbedingt ein Verstoß gegen das Recht auf Freiheit. Das entschied der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte (EGMR) am Donnerstag in Straßburg. Im konkreten Fall ging es um zwei Bangladescher, die in einem ungarischen Lager an der Grenze zu Serbien festsaßen. Zugleich wurde Ungarn in dem Fall verurteilt, weil es die beiden Männer schließlich nach Serbien abschob. (AZ: 47287/15)

Die Männer hatten 2015 an der ungarisch-serbischen Grenze beim EU-Mitglied Ungarn Asyl beantragt und blieben 23 Tage in der sogenannten Transitzone Röszke, wie der EGMR erklärte. Nach Ungarn hinein konnten sie wegen Zäunen und Bewachung demnach nicht, nach Serbien jedoch schon. Am Ende wurden sie nach Serbien abgeschoben, das Ungarn als sicheres Drittland ansah.

Umstritten war, ob diese Situation einem unberechtigten Freiheitsentzug gleichkam. Ein wichtiger Punkt hierbei war die vom EGMR anerkannte Gefahr, dass ihnen in Serbien der Zugang zum Asylsystem versperrt sein und sie weiter nach Griechenland abgeschoben werden könnten. Die schlechte Unterbringung von Flüchtlingen dort verletzte nämlich laut früherer Rechtsprechung des EGMR die Menschenrechte.

Die EGMR-Richter entschieden aber, dass kein Freiheitsentzug vorlegen habe. Vor allem machten sie geltend, dass die Bangladescher sich aus freien Stücken in das Lager begeben und die tatsächliche Möglichkeit gehabt hätten, es – nach Serbien – zu verlassen.

Zugleich sah der EGMR allerdings durch die Abschiebung und die damit verbundene Gefahr der Kettenabschiebung die Menschenrechte verletzt. Ungarn sei dem Risiko von unmenschlicher oder erniedrigender Behandlung der Männer in Serbien beziehungsweise Griechenland nicht ausreichend nachgegangen. Dafür muss Ungarn ihnen je 5.000 Euro Schadenersatz und gemeinsam 18.000 Euro für Auslagen zahlen.

Die Große Kammer des EGMR revidierte mit der Entscheidung ein Urteil des Gerichts vom März 2017. Damals hatte eine Kammer des EGMR zwar ebenfalls die Verletzung des Verbots unmenschlicher Behandlung festgestellt. Daneben sahen die Richter damals aber auch einen ungerechtfertigten Freiheitsentzug. (epd/mig 22)

 

 

 

 

30 Jahre UN-Kinderrechtskonvention: Unicef warnt vor Rückschritten

 

Fast 60 Millionen Kinder, die nicht zur Schule gehen können, täglich 15.000 Todesfälle vor dem fünften Geburtstag und eine riesige Kluft zwischen Kindern mit und ohne Chancen: Zum 30. Geburtstag der Kinderrechtskonvention gibt es noch viel zu tun.

Drei Jahrzehnte nach Verabschiedung der UN-Kinderrechtskonvention warnt das Kinderhilfswerk Unicef vor Stagnation und Rückschritten. Seit dem historischen Versprechen von 1989 an alle Kinder der Welt gebe es Anzeichen dafür, dass positive Entwicklungen stockten oder sich die Situation der Kinder sogar wieder verschlechtere, erklärte Unicef am Montag in Berlin. Sowohl in armen als auch in reichen Ländern habe sich trotz aller Verbesserungen in den vergangenen 30 Jahren die Kluft zwischen Kindern vergrößert, die gut gefördert und behütet aufwachsen, und jenen, die keine faire Chance auf Teilhabe am gesellschaftlichen Leben haben.

Alle Kinder müssten die gleichen Chancen haben, betonte die 15-jährige Kinderrechtsaktivistin Negin Mogiseh aus Kaiserslautern bei der Vorstellung des Unicef-Berichts in Berlin zum 30. Jahrestag der UN-Konvention an diesem Mittwoch. „Bildung spielt hierfür eine wichtige Rolle“, sagte sie. Der Unicef-Bestandsaufnahme zufolge waren die Einschulungsbemühungen bis 2007 auf Erfolgskurs. Im Jahr 2000 hätten noch rund 100 Millionen Jungen und Mädchen im Grundschulalter keine Schule besuchen können. Die Zahl sei zwar deutlich gesunken, doch inzwischen bei 59 Millionen stehengeblieben.

Kindersterblichkeit gesunken

Erhebliche Fortschritte habe es bei der Senkung der Kindersterblichkeit gegeben, heißt es in der Studie. Trotzdem seien auch 2018 im Durchschnitt jeden Tag noch 15.000 Kinder vor ihrem fünften Geburtstag gestorben. Auch hier gelte: Kinder aus den ärmsten Familien seien einem doppelt so hohen Risiko ausgesetzt wie ihre Altersgenossen aus wohlhabenderen Familien. „Solange wir nicht auch die ärmsten und am stärksten marginalisierten Kinder erreichen, sind die Erfolge der vergangenen Jahrzehnte in Gefahr“, erklärte Cornelius Williams, Leiter der weltweiten Kinderschutzprogramme von Unicef.

Bei Kinderehen seien die ärmsten Mädchen in einigen Ländern heute sogar in noch größerer Gefahr, früh verheiratet zu werden, als 1989, warnt Unicef. Rückschläge verzeichnet der Bericht auch beim Thema Konflikte: Die Zahl offiziell registrierter schwerer Kinderrechtsverletzungen in Kriegs- und Krisengebieten habe sich seit 2010 verdreifacht. Auch der Klimawandel sei ein erhebliches Risiko für Gesundheit, Entwicklung und Wohlbefinden von Kindern. „Eines von vier Kindern wächst heute in Ländern auf, die von Konflikten und Naturkatastrophen betroffen sind“, beklagt Unicef.

Millionen Kinder der Freiheit beraubt

Laut einer Studie der Vereinten Nationen sind außerdem mehr als sieben Millionen Kinder weltweit ihrer persönlichen Freiheit beraubt. Das widerspreche der UN-Kinderrechtskonvention, die den Freiheitsentzug bei Kindern nur als letztes Mittel zulasse, kritisierte der Leiter der Studie, der Menschenrechtsexperte Manfred Nowak, am Montag in Genf. Bei den 330.000 Kindern, die im Zusammenhang mit Migration in Haft oder Einrichtungen säßen, gebe es Alternativen zum Entzug der Freiheit. Ausdrücklich kritisierte Nowak die US-Regierung, die Kinder und ihre illegal eingereisten Eltern zeitweise voneinander getrennt hatte.

5,4 Millionen Kinder befinden sich der UN-Studie zufolge in staatlichen Einrichtungen, etwa auch in Waisenhäusern. Weitere 410.000 sind in Haft, dazu kommen etwa eine Million Kinder, die von der Polizei in Gewahrsam genommen werden. Kinder müssten frei in familiärem Umfeld aufwachsen, betonte Nowak. (epd/mig 19)

 

 

 

Neuer Hegemon im Nahen Osten?

 

Wohl kaum. Russlands Rolle in der Region wird deutlich überschätzt.

Von Shlomo Ben-Ami

 

Der Zusammenbruch der Sowjetunion vor drei Jahrzehnten bedeutete auch den Niedergang ihrer einst eindrucksvollen Präsenz im Nahen Osten. Da sich die USA jedoch aus der Region zurückziehen, drängt Russland nun darauf, dort mithilfe einer Kombination aus militärischer Gewalt, Waffengeschäften, strategischen Partnerschaften und dem Einsatz von Soft Power die alte Position der Sowjetunion wieder einzunehmen. Der russische Erfolg wird jedoch deutlich überschätzt.

Dabei ist Russlands Vorstoß im Bereich Soft Power durchaus beeindruckend. Schon im Jahr 2012 betonte Präsident Wladimir Putin die Notwendigkeit eines Ausbaus der „weltweiten Präsenz Russlands, insbesondere in jenen Ländern, in denen ein erheblicher Teil der Bevölkerung Russisch spricht oder versteht.“ Auf einer Konferenz in Moskau stellte Putin kürzlich klar, dass vor allem Israel auf dieser Liste steht.  

Als Teil dieser Bestrebungen gründete Russland eine föderale Agentur für Auslandskontakte namens Rossotrudnitschestwo, die in Ägypten, Jordanien, im Libanon, Marokko, Syrien und Tunesien Zentren für Wissenschaft und Kultur eröffnete. Außerdem wurde der arabische Dienst des staatlich finanzierten internationalen Fernsehnachrichtensenders RT erweitert. Mit monatlich 6,3 Millionen Zuschauern in sechs arabischsprachigen Ländern – Ägypten, Irak, Jordanien, Marokko, Saudi-Arabien und den Vereinigten Arabischen Emiraten – gehört RT Arabic mittlerweile zu den führenden Nachrichtennetzwerken im Nahen Osten.  

Im Rahmen seiner Bemühungen, das durch den Rückzug der USA aus der Region entstandene Vakuum zu füllen, versucht sich Russland vom langjährigen Hegemon des Nahen Ostens abzuheben, indem es sich nicht als imperiale Macht, sondern als Vermittler des kulturellen Fortschritts etabliert. „Der Export von Bildung und Kultur wird dabei helfen, russische Waren, Dienstleistungen und Ideen zu fördern,“ erklärte Putin 2012. „Mit Waffen und erzwungenen politischen Regimen wird das nicht zu erreichen sein.“ 

Diese Botschaft verfehlte ihre Wirkung nicht. Im letzten Jahr betrachteten nur 35 Prozent der jungen Araber (zwischen 18 und 24 Jahren) die USA als Verbündete, während dieser Wert zwei Jahre zuvor noch bei 63 Prozent lag. Obwohl Russland die USA in dieser Hinsicht nicht überholt hat, gaben 20 Prozent der Befragten an, Russland sei ihr „bester Freund” außerhalb des Nahen Ostens und Nordafrikas.

Allerdings wird Russland seine Fans im Nahen Osten wohl enttäuschen, nicht zuletzt in seiner Rolle als regionaler Friedensvermittler. Nach dem Scheitern der amerikanischen Friedensverhandlungen mit den afghanischen Taliban – und beinahe 30 Jahre nach dem Ende der jahrzehntelangen sowjetischen Besetzung des Landes – sprang der Kreml ein, um bei den Gesprächen zwischen den Taliban und Vertretern anderer afghanischer Gruppen zu vermitteln.

Allerdings hat der Nahe Osten – eine Region vielfältiger Konflikte aufgrund religiöser, ethnischer, politischer, historischer und strategischer Faktoren – das Engagement ausländischer Akteure immer wieder zermürbt. Es besteht wenig Grund zur Annahme, dass Russland, das noch nie besondere Tendenzen zu langfristiger Friedenskonsolidierung an den Tag legte, in der Lage sein wird zu vermitteln, geschweige denn für dauerhafte Friedensabkommen zu sorgen.

Russlands diplomatische Schwächen treten in Syrien deutlich hervor. Mit dem Einsatz von Hard Power gelang es, den Bürgerkrieg zugunsten der Diktatur von Präsident Baschar al-Assad zu entscheiden und es zeigte sich, wie der strategische Einsatz uneingeschränkter Militärgewalt – man denke an die völlige Zerstörung Aleppos – alles zu ändern vermag.    

Seitdem ist Russland jedoch in lokale Rivalitäten zwischen Syrien und der Türkei, Saudi-Arabien und dem Iran, der Türkei und den Kurden sowie zwischen Israel und dem Iran verstrickt. Obwohl es Russland durch eine Politik der Neutralität gelang, den Dialog mit verschiedenen Seiten aufrechtzuerhalten, wird man damit keine neue regionale Ordnung schaffen können.

Derzeit ist Syrien Russlands einziger Klient im Nahen Osten. Doch nicht zuletzt aufgrund der anhaltenden Sanktionen des Westens konnte Russland nicht einmal in Syrien Kapital aus seiner Position schlagen. Darüber hinaus sind sich Russland und sein Partner in Syrien, der Iran, hinsichtlich ihrer jeweiligen strategischen Ziele uneinig. Russland möchte ein stabiles Syrien, wo es im Rahmen der übergeordneten russischen Strategie zur Umkehrung der Niederlage im Kalten Krieg Fuß fassen kann. Die Tatsache, dass der Iran Syrien als Arena zur Austragung seines Konflikts mit Israel nutzt, untergräbt dieses Ziel.

Im Übrigen ist Russland mit Ländern konfrontiert, bei denen es sich im Wesentlichen um so etwas wie Swing States handelt, die bereit sind mit der Macht zu kooperieren, die ihnen das beste Angebot macht. Man denke an Ägypten, das zu einem wichtigen Abnehmer russischer Waffen und zu einem strategischen Verbündeten in Libyen geworden ist, wo beide Länder unter Missachtung der international anerkannten Regierung in Tripolis die Libysche Nationalarmee unter Chalifa Haftar unterstützen. Doch Ägyptens Präsident Abdel Fattah al-Sisi ist weit davon entfernt, Russland als obersten Verbündeten zu etablieren. Er nutzt dieses Verhältnis vielmehr, um seine Position gegenüber dem Einfluss der USA zu stärken.  

Saudi-Arabien muss seine Öl-Aktivitäten mit Russland abstimmen, um dem Anstieg der Energieproduktion in den USA Rechnung zu tragen. Und zweifellos war man aufgrund des Verrats von US-Präsident Donald Trump an den Kurden in Syrien beunruhigt, waren diese doch, wie die Saudis, loyale amerikanische Verbündete. Doch die Vorstellung, Saudi-Arabien würde den USA den Rücken kehren, ist abwegig. Unter Verweis auf den Wert, den das Königreich dem Engagement der USA in der Region beimisst, stimmte Saudi-Arabien nach Amerikas Rückzug aus Nordsyrien zu, die Entsendung eines US-Kontingents zu finanzieren, um den Iran in Schach zu halten.

Auch Israel hat keine andere Wahl, als sich mit Russland in Syrien abzustimmen, wo es iranische Militäreinrichtungen angegriffen hat. Allerdings hat man keinen Anreiz oder auch keine Möglichkeit, seine einzigartige Beziehung mit den USA aufzugeben.  

Im Hinblick auf die Türkei erklärte der oberste Vertreter der türkischen Verteidigungsindustrie, Ismail Demir, kürzlich, dass sein Land sowohl mit Russland als auch mit den USA „alliierte Beziehungen“ pflege. In Wahrheit allerdings wird die Türkei ihre Nato-Mitgliedschaft nicht opfern, egal wie viele russische S-400-Raketen sie auch kauft.

Die USA mögen sich vielleicht militärisch aus dem Nahen Osten zurückziehen, aber sie haben die Region nicht verlassen. Amerika verfügt über eine massive bewaffnete Präsenz am Golf und profitiert von einer langen Geschichte des populären Kulturimperialismus, mit der die beginnende russische Soft-Power-Offensive einfach nicht mithalten kann.

Russland mag in der Lage sein, seinen Einfluss für unbestimmte Zeit hervorzukehren. Doch angesichts einer Volkswirtschaft von der Größe Südkoreas und militärischer Kapazitäten, die mit denen der USA nicht mithalten können, fehlt es an den erforderlichen Instrumenten, um als unangefochtener Hegemon aufzutreten. Wenn die USA beschließen, ihre Führungsrolle in den Bereichen Demokratie und Frieden wieder einzunehmen, wird ihnen Russland nicht das Wasser reichen  können.

Aus dem Englischen von Helga Klinger-Groier. PS/IPG 22

 

 

 

 

Citizen Assemblies für Europas Zukunft

 

Ein Plädoyer für echte, europäische Bürgerbeteiligung mit zufällig ausgewählten Bürgerinnen und Bürgern. Von Gisela Erler, Staatsrätin für Bürgerbeteiligung und Zivilgesellschaft, Mitglied der Landesregierung von Baden-Württemberg.

 

Die nächsten Jahre entscheiden über die Zukunft der Europäischen Union. Für diese Zukunft hat die gewählte Kommissionspräsidentin eine klare Agenda. In Politischen Leitlinien formuliert sie sechs übergreifende Ziele. Auf einer zweijährigen Konferenz der Bürgerinnen und Bürger soll die Zukunft Europas erörtert und politisch definiert werden. An erster Stelle der Ziele steht dabei ein europäischer Grüner Deal, der einen postfossilen Lebensstil und eine postfossile Wirtschaft einleiten soll. Der Kontinent soll bis 2050 klimaneutral sein.

Es gilt, diesen gewaltigen Umbruch gemeinsam mit Bürgerinnen und Bürgern, vor allem auch mit der Jugend, zu entwerfen und zu konkretisieren. Dafür bedarf es eines intensiven Austauschs zwischen Institutionen und den Bürgerinnen und Bürgern – nicht nur auf Ebene der Mitgliedstaaten. Es geht darum, erstmals einen tatsächlichen, öffentlichen Raum zwischen europäischen Bürgerinnen und Bürgern aller Nationen zu schaffen. Ganz konkret sollen sich Menschen aus ganz Europa jenseits des nationalen Rahmens begegnen. Für die Mitglieder von Kommission, Rat und Parlament ist diese persönlich erfahrene europäische Diskussion und Perspektive seit Langem tägliche Praxis. Nun gilt es aber, dies endlich auch für die europäischen Bürgerinnen und Bürger zu verwirklichen, speziell für die Jugend. Daraus resultierende Vorschläge für die Zukunft Europas müssen konkret diskutiert werden.

Dabei gilt allerdings ganz grundlegend: Bevor man falsch beteiligt, beteiligt man lieber gar nicht!

Schon der Begriff der Bürgerbeteiligung ist noch nicht abschließend definiert. Welche Methode soll gelten? Geht es etwa um Meinungsumfragen, Internetkonsultationen? Ist die politische Diskussion vor Ort entscheidend, benötigen wir Referenden? Wer organisiert Beteiligung und welche Bürger werden einbezogen? Wie verbindlich ist das, was von den Teilnehmenden  vorgeschlagen wird? Wer antwortet wie auf die Vorschläge und Forderungen?

Ein gutes Beispiel für eine gut gemeinte aber eher missglückte Beteiligung war die online Konsultation zum Thema Zeitumstellung in Europa. Diese führte nicht nur zu einer sehr uneinheitlichen Resonanz und fand vor allem auch ohne ausreichende Vorinformation und Debatte der Menschen statt. Unglücklicherweise wurde auch eine baldige tatsächliche Umsetzung versprochen. Das bereitet nun erhebliche Probleme.

Wenn Beteiligung aber so nicht funktioniert, wie denn dann?

Die Landesregierung von Baden-Württemberg hat seit 2011 Bürgerbeteiligung mit der „Politik des Gehörtwerdens“ zu einem Kernbestandteil des Regierungshandelns erklärt. Dabei haben sich sowohl in Baden-Württemberg, als auch in anderen Europäischen Regionen und Nationen einige Prinzipien als entscheidend für den Erfolg herauskristallisiert:

1. Das Prinzip Los oder Zufallsprinzip

Erfolgversprechend ist die Bildung einer thematisch und zeitlich begrenzten Citizen Assembly, beziehungsweise eines Bürgerrats aus zufällig, per Los ausgewählten Bürgerinnen und Bürgern. Dieser Methode schafft ein ausgeglichenes, ungefähres Abbild der Gesamtbevölkerung, sei es mit 25 oder mit 350 Personen. Diese Mini-Publics werden umfassend informiert und dann zwingend in kleine gemischte Gruppen von etwa 8 Personen aufgeteilt. So entstehen erfahrungsgemäß respektvolle Diskussionen, an denen sich auch die Menschen beteiligen, die sich in der großen Öffentlichkeit niemals äußern würden. Extreme Positionen finden in der Regel wenig Rückhalt. In mehreren Sitzungen werden konkrete Vorschläge zum jeweiligen Thema erarbeitet. Eine Citizen Assembly trifft sich je nach Thema mehrmals, eventuell für jeweils mindestens 2 -3 Tage, bevor sie ein Votum erstellt. Die Ergebnisse sind meist erstaunlich fachgerecht – und sie zeigen oft andere Prioritäten als sie von der Politik sonst wahrgenommen und aufgegriffen werden – selbst wenn nicht viele ganz neue Vorschläge formuliert werden.

Eine solche Citizen Assembly hat eine völlig andere Qualität als eine Meinungsumfrage oder ein Referendum. Denn im ruhigen Gespräch findet tatsächlich Meinungsbildung und oft auch Meinungsänderung statt. Eben dies ist ein wichtiges Erfordernis für den europäischen politischen Raum unter normalen Bürgern.

2. Das Prinzip ausgewogener fachlicher Input

Entscheidend für den Erfolg des Verfahrens ist ferner die Gestaltung der Information. . Diese Inhalte werden durch ein partizipatives und ausgewogenes Begleitgremium unter Beteiligung relevanter Akteure aus Politik und Zivilgesellschaft definiert. Es wird sorgfältig geprüft, welche „objektiven“ Tatsachen und welche konflikthaften, politische Meinungen vorgetragen werden sollen.

3. Das Prinzip verantwortlicher Abwägung

Entscheidend für den Erfolg einer Citizen Assembly ist, dass die Ergebnisse durch die Europäischen Institutionen, tatsächlich ernsthaft geprüft und gegebenenfalls umgesetzt werden.  Die Teilnehmenden sollten jedoch auch wissen: Eine Citizen Assembly ist keine direkte Demokratie, sie setzt nicht den Parlamentarismus außer Kraft. Weder Parlament noch Regierung sind verpflichtet, ihre Vorschläge tatsächlich umzusetzen. Die Erfahrung zeigt, dass dieses Prinzip von den Bürgerinnen und Bürgern akzeptiert wird.

Wie könnte das nun konkret für die europäische Zukunftskonferenz aussehen?

Unser Vorschlag wäre, die Beteiligung der Bürgerinnen durch drei Gremien zu gestalten:

1. Eine gesamteuropäische Citizen Assembly Dort können die Bürgerinnen und Bürger alle 6 Ziele der Agenda der gewählten Kommissionspräsidentin bearbeiten. Empfehlenswert scheint es aber, sich auf zwei bis drei Kernbereiche zu konzentrieren, die auch in der Gesamtöffentlichkeit relevant und interessant sind. Das könnten zum Beispiel der Klimawandel (Green Deal), Transnationale Listen und Spitzenkandidaten oder auch Europäische Sicherheit und Verteidigung sein.

2. Eine parallele Jugendversammlung. Jugendliche haben eine andere Diskussionskultur und gleichzeitig hängt ihre Zukunft entscheidend von Europa ab. In altersgemischten Gremien ist ihre Stimme nur schwer deutlich hörbar. Deshalb empfehlen wir ein eignes Gremium, mit eigenem Vorschlagsrecht und Prioritäten.

3. Eine Versammlung der organisierten Zivilgesellschaft, das heißt von NGOs, Verbänden und Initiativen aus Europa. Die organisierte Zivilgesellschaft hat oft andere Schwerpunkte und Meinungen als eine Citizen Assembly.

Darüber hinausgehend bedarf es aber eines „Neuen Aufbruchs für das Europa der Bürger“.

Parallel zu den Zukunftskonferenzen sollte zwei Jahre lang eine wirklich breite, gesamteuropäische Diskussion stattfinden.

Hier wäre Platz für eigene Veranstaltungen und Foren der Politiker im gesamten europäischen Raum. Die EU kann hier Plattformen bieten und solche Diskussionen mit kleinen Fördermitteln von z.B. 2000 Euro pro Event unterstützen. Städte, Gemeinden, Regionen, Gewerkschaften, Schulen, Kirchen, alle könnten hier auch eigenverantwortliche aktiv werden und sich dann in diesem Kontext präsentieren.

Ein derart breitgefächerter Diskussionsprozess zu den brennenden Fragen der Zukunft, intensiv miteinander verknüpft, kann wesentlicher Anstoß sein für ein neues Gefühl: Des Aufbruchs und der Zukunftsfähigkeit. Es ist dieses neue Gefühl, das Europa so dringend benötigt. Gisela Erler, Landesregierung von Baden-Württemberg, EA 21

 

 

 

Gegen nationale Alleingänge

 

Die Allianz der Multilateralisten trotzt der Weltunordnung. Dabei muss sie ebenso pragmatisch wie progressiv agieren. Von Nils Schmid

 

Wir leben in einer Zeit, in der wir auf der politischen Weltkarte tektonische Verschiebungen beobachten können: Nach der bipolaren Weltordnung des Kalten Krieges und einer kurzen unipolaren, maßgeblich von den USA beeinflussten Phase nach dem Fall des Eisernen Vorhangs, befinden wir uns aktuell in einer Zeit des Umbruchs, inmitten einer neuen Weltunordnung. Die Ursachen für die neue globale Unübersichtlichkeit sind vielfältig: Die USA wenden sich ganz oder teilweise von den multilateralen Institutionen ab, die sie einst selbst mit erschaffen haben.

Im Oval Office sitzt ein unberechenbarer Präsident, der lieber im Alleingang als gemeinsam mit seinen Verbündeten agiert. Russland füllt in seiner Nachbarschaft zunehmend das Vakuum, das der US-Rückzug von seiner Rolle als globale Ordnungsmacht hinterlässt und gefährdet mit seiner aggressiven Außenpolitik unsere europäische Sicherheitsarchitektur. Nach dem ökonomischen Aufstieg Chinas tritt das Reich der Mitte nun auch mit zunehmend großem Selbstbewusstsein bei der globalen Durchsetzung seiner nationalen Interessen auf.

Es steigt die Gefahr einer Eskalation der Konflikte zwischen den Großmächten. Zusätzlich beobachten wir in vielen Ländern den Aufstieg von Nationalisten und Populisten – und das auch in der westlichen Hemisphäre. „Die Durchsetzung von nationalen Interessen ohne Rücksicht auf die anderen“ – das wäre der ehrliche Slogan von Trump, Xi, Putin, Bolsonaro und all der anderen "starken" Staats- und Regierungschefs. Keine guten Rahmenbedingungen also für multilaterale Zusammenarbeit.

Wie kaum ein anderes Land hat Deutschland von der stabilen globalen Ordnung der letzten Jahrzehnte profitiert. Als erfolgreiche Exportnation sind wir davon abhängig, dass der internationale Handel floriert und Regeln weltweit eingehalten werden. Doch nicht nur der freie Warenverkehr ist Voraussetzung für unseren Wohlstand, sondern auch der weltumspannende und freie Austausch von Ideen, Wissen, Daten und Geldern. Als mittelgroße Nation im Herzen Europas können wir unseren nationalen Interessen zudem nur im Konzert mit anderen Gehör auf der internationalen Bühne verschaffen.

Auch der Blick auf die großen grenzüberschreitenden Herausforderungen des 21. Jahrhunderts – von der Klimakrise über internationalen Terrorismus bis hin zu den Chancen und Gefahren durch Digitalisierung und Migration – lässt nur einen Schluss zu: wir können diese nur zusammen lösen. Der Erhalt der internationalen regelbasierten Ordnung und die Weiterentwicklung und Stärkung der multilateralen Zusammenarbeit ist deshalb eine der wichtigsten Aufgaben deutscher Außenpolitik.

Sozialdemokratische Außenpolitik ist Friedenspolitik. Sie setzt sich für Völkerverständigung und Dialog zwischen den Ländern ein. Eine solche Politik kann nur durch Zusammenarbeit mit anderen erfolgreich sein, denn Frieden schafft man nur mit- und nicht gegeneinander. Sozialdemokratische Außenpolitik streitet für faire Bedingungen in Welthandel und eine nachhaltige Globalisierung. Sie setzt sich für Abrüstung, Nichtverbreitung und Rüstungsexportkontrolle ein. Und sie engagiert sich weltweit für Demokratie und Menschenrechte.

Für uns Sozialdemokraten ist multilaterale Zusammenarbeit deshalb nicht nur Mittel zum Zweck, sondern ein Grundbaustein unserer außenpolitischen DNA. Deshalb können auch wir Sozialdemokraten überzeugend für den Erhalt des Multilateralismus eintreten. Folgerichtig ist deshalb, dass die Allianz der Multilateralisten, die von Außenminister Maas seit dessen Rede bei der Botschafterkonferenz 2018 vorantrieben wird, auch von uns Sozialdemokraten starke Unterstützung erfährt – daheim und auf dem internationalen Paket. Und es freut uns deshalb natürlich auch ganz besonders, dass wir mit Josep Borrell bald erneut einen Sozialdemokraten als Außenbeauftragten der Europäischen Union haben.

Die von Deutschland und Frankreich zusammen organisierte Konferenz im Rahmen der Generalversammlung der Vereinten Nationen im September zeigte, dass die Initiative genau zum richtigen Zeitpunkt kam: Rund 50 Außenministerinnen und Außenminister nahmen am Treffen teil und vereinbarten gemeinsam konkrete Initiativen zu wichtigen Zukunftsthemen, wie zu den Sicherheitsgefahren durch den Klimawandel oder zur Kontrolle von letalen autonomen Waffensystemen.

Es war ein wichtiges Zeichen, dass die Initiative nicht nur auf die Bewahrung der bestehenden Übereinkommen und Institutionen abzielt, sondern diese auch reformieren will. Das ist dringend nötig, denn viele multilaterale Organisationen, wie die Vereinten Nationen oder die Welthandelsorganisation, haben enormen Reformbedarf und müssen effizienter und repräsentativer werden.

Die Initiative ist bisher von Erfolg gekrönt. Damit das auch so bleibt, sollten wir zwei Ansätze verfolgen: einen pragmatischen und einen progressiven Multilateralismus. Auf der einen Seite brauchen wir zur Lösung der großen globalen Probleme möglichst viele Unterstützer. Dabei müssen wir auch mit Ländern zusammenarbeiten, mit denen wir nicht alle Werte und Ansichten teilen. Es war deshalb richtig und wichtig, dass die Initiative niemanden ausschließt. Hier müssen wir pragmatisch vorgehen. Ein großer Erfolg war zum Beispiel das Klimaabkommen von Paris, das auch von Staaten wie Russland und China unterstützt wird.

Auf der anderen Seite brauchen wir wechselnde Zusammenschlüsse von progressiven, mutigen und like-minded Mitstreitern, wie Frankreich oder Kanada. Mit ihnen sollten wir versuchen, einen Teil des Vakuums zu füllen, das durch den Rückzug der USA aus einigen multilateralen Verpflichtungen entstanden ist. Gemeinsam mit ihnen müssen wir auch neue Themenfelder besetzen, für die es akuten Regelungsbedarf gibt, etwa im Rüstungsbereich und im Cyberraum.

Es ist unsere Aufgabe, multilaterale Leuchttürme zu erbauen, deren Strahlkraft zum Mitmachen einlädt. Dabei gilt es vor allem die bestehenden multilateralen Organisationen wie die Vereinten Nationen und die Europäische Union zu stärken. Als ein Initiator der Allianz der Multilateralisten stehen wir als Vorreiter unter besonderer Beobachtung. Nur wenn wir ein kohärentes Verhalten an den Tag legen, sind wir glaubhaft und können andere von unserer Sache überzeugen.

Nicht nur international müssen wir die Allianz der Multilateralisten vorantreiben, auch bei uns in Deutschland gibt es viel zu tun: Laut einer Studie im Auftrag der Körber Stiftung wissen zwei Drittel der Deutschen nicht, was der Begriff Multilateralismus bedeutet. Das muss Antrieb für uns alle sein, unsere Politik noch besser zu erklären. Das viel größere Problem ist aber die Gefahr durch Nationalisten und Populisten, die auch bei uns lautstark die Durchsetzung vermeintlich nationalstaatlicher Interessen fordern und Ängste vor den globalen Herausforderungen schüren.

Durch multilaterale Zusammenarbeit müssen wir zeigen, dass wir die besten Lösungsansätze für die globalen Herausforderungen haben. Dort wo das gelingt – wie beispielsweise mit dem Globalen Pakt für eine sichere, geordnete und reguläre Migration oder dem Klimaabkommen von Paris – müssen wir noch überzeugender unsere außenpolitischen Erfolge kommunizieren.

Der Multilateralismus und die Sozialdemokratie sind zwei eng miteinander verbundene Erfolgsgeschichten, die beide gerade unter Druck geraten sind. Die gegenwärtigen globalen Herausforderungen zeigen aber ganz deutlich, dass wir sowohl multilaterale Zusammenarbeit brauchen als auch Vorreiter mit sozialdemokratischen Überzeugungen, wie sie bereits Willy Brandt 1973 als erster deutscher Bundeskanzler bei einer Rede vor der Vollversammlung der Vereinten Nationen äußerte: “In einer Welt, in der zunehmend jeder auf jeden angewiesen ist und jeder von jedem abhängt, darf Friedenspolitik nicht vor der eigenen Haustür haltmachen. Kleine Schritte können, wie die Erfahrung zeigt, recht weit führen… Die Nation findet ihre Sicherung nicht mehr in der isolierten Souveränität. (…) Wir brauchen den anderen und die anderen; wir brauchen die größere Gemeinschaft, die uns den Frieden, Sicherheit und damit Freiheit gewährt.“ IPG 22

 

 

 

 

Studie. Hilfen nicht ausschlaggebend für Rückkehr von Flüchtlingen

 

Das Bundesamt für Migration hat untersuchen lassen, ob Geld ein Lockmittel sein kann, um Flüchtlinge zur freiwilligen Ausreise zu bewegen. Die Antwort: eigentlich nicht. Aber die, die beschlossen haben zu gehen, sind froh über die Förderung.

Die Entscheidung von Flüchtlingen, Deutschland wieder zu verlassen, hängt nicht davon ab, ob sie dafür mit Geld oder Sachleistungen unterstützt werden. Zu diesem Ergebnis kommt eine Studie aus dem Forschungszentrum des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (Bamf), die am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. Die Förderung könne aber dazu beitragen, eine Entscheidung zur Rückkehr auch umzusetzen, stellten die Forscher fest. Außerdem zeigten sich die Rückkehrer mit der Unterstützung zufrieden, auch wenn ihre Lebenssituation nicht einfach war.

Hauptgründe für eine Ausreise sind der Studie zufolge der unsichere Aufenthalt in Deutschland (46 Prozent) und das Gefühl, hier nicht zu Hause zu sein (28 Prozent). Rund 70 Prozent waren als Asylbewerber abgelehnt worden, 30 Prozent noch im Verfahren. Nur vier Prozent erklärten, das Geld für die Rückkehr habe den Ausschlag für ihre Entscheidung gegeben. Gleichzeitig sagte mehr als die Hälfte der Befragten (53 Prozent), die Förderung habe seine oder ihre Entscheidung dennoch beeinflusst. Den Angaben zufolge äußerten sich 84 Prozent der Befragten zufrieden mit dem Programm, aus dem sie unterstützt wurden.

Viele Programme zur Ausreiseförderung

Es gibt etliche Programme zur Förderung der freiwilligen Rückkehr von Flüchtlingen. Sie werden vom Bundesinnenministerium finanziert mit dem Ziel, mehr freiwillige Ausreisen als Abschiebungen zu haben und die Weiterwanderung und Wiedereinwanderung zu verhindern, wie die Leiterin des Grundsatzreferats Rückkehr im Innenministerium, Ann-Marie Burbaum, erklärte.

Untersucht wurde das Förderprogramm „StarthilfePlus“, das die Bundesregierung 2017 zusätzlich aufgelegt hatte, um die freiwillige Ausreise von Flüchtlingen zu fördern, die in den Jahren 2015 und 2016 nach Deutschland gekommen waren und keine Bleibeperspektive haben. Es wird in Zusammenarbeit mit der Internationalen Organisation für Migration (IOM) umgesetzt und soll die Reintegration im Herkunftsland erleichtern. Voraussetzung ist, dass die Geflüchteten mittellos und außerdem im Rahmen des größten Rückkehr-Förderprogramms REAG/GARP registriert sind.

15.000 Ausreisen in zwei Jahren

Den Angaben zufolge sind in den Jahren 2017 und 2018 rund 15.000 Menschen mit einer Zusatzförderung über „StarthilfePlus“ ausgereist. Sie bekommen in der Regel 1.000 bis 2.000 Euro in zwei Raten vor und etwa sechs Monate nach der Rückkehr. Befragt wurden für die nicht repräsentative Studie 1.339 Personen, die zwischen Februar 2017 und April 2018 ausgereist waren. Die meisten, etwa ein Viertel, kehrten in den Irak zurück, an zweiter und dritter Stelle standen Russland und Afghanistan.

Der Fall Afghanistan zeigt, wie schwierig die Befragungen waren. Erreicht wurden nach der Rückkehr nur die Menschen, die die zweite Rate in einem IOM-Büro auch wirklich abholten. In Afghanistan war das nur jeder Zweite. Befragt nach der eigenen Lebenssituation erklärte von diesen Personen wiederum jeder Zweite, er oder sie sei zufrieden. Studienautorin Tatjana Baraulina sagte dazu, man könne nur diejenigen befragen, an die man herankomme. „Die interessanteste Gruppe wären aber die gewesen, die die zweite Rate nicht abgeholt haben.“

Lebensunterhalt selten gesichert

Dennoch liefert die Studie zum ersten Mal Daten über ein Rückkehr-Förderprogramm aus der Sicht der betroffenen Menschen. Gut ein halbes Jahr nach der Rückkehr waren rund 40 Prozent zufrieden mit ihrer Lebenssituation, ein gutes Drittel hatte nach acht Monaten eine Arbeit gefunden. Aber nur 15 Prozent konnten den eigenen Angaben zufolge von ihren Einnahmen leben.

Monica Goracci, die Leiterin von IOM-Deutschland, sagte, die Überbrückungshilfen am Anfang seien wichtig. Aber entscheidend sei, ob die Menschen eine langfristige Perspektive in ihrem Herkunftsland hätten: „Wir wollen nicht, dass Menschen nach der Rückkehr in derselben Situation sind wie vorher.“

Auf Kritik stößt die Erfolgsquote auch bei den Grünen. Die Migrationspolitische Sprechering, Filiz Polat erklärt: „Wenn freiwillige Ausreiseprogramme letztendlich dazu führen, dass 85 Prozent der Rückkehrenden in ihren Heimatländern nicht genug zum Leben haben, dann kann dies nicht als Erfolg gesehen werden. Weder für die Rückkehrberatungsstellen noch für die von der Bundesregierung aufgelegten Rückkehrprogramme.“ Sie fordert, dass in eine nichtstaatliche und ergebnisoffene Rückkehrberatung investiert wird.

247.000 Geduldete in Deutschland

Das Bundesamt für Migration ist zuständig für die Konzeption und Umsetzung von Rückkehrprogrammen. Zu den Leistungen zählen die Erstattung von Reisekosten und eine finanzielle Starthilfe. 2018 gingen nach Angaben der Behörde rund 16.000 Menschen im Rahmen von Rückkehrförderprogrammen zurück in ihre Herkunftsländer. 2017 waren es fast doppelt so viele. Auf dem Höhepunkt der jüngsten Zuwanderung hatten im Jahr 2016 rund 55.000 Menschen Deutschland freiwillig wieder verlassen.

In der Bundesrepublik leben nach Angaben des Bundesinnenministeriums rund 247.000 Geduldete, die eigentlich das Land verlassen müssten. Nicht jeder abgelehnte Asylbewerber kann auch abgeschoben werden, etwa weil gesundheitliche Gründe dagegen sprechen. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Afrikanische Staaten stärken. Konferenz „Compact with Africa“ in Berlin. Kooperationsvereinbarung

Berlin, November 2019. Mehr Kooperationen mit afrikanischen Ländern und höhere Direktinvestitionen durch Unternehmen vor Ort zur Stärkung der regionalen Wirtschaft – das sind die Ziele der Konferenz „Compact with Africa“, die diese Woche in Berlin stattgefunden hat. Vertreter der G20-Länder und der afrikanischen Staaten haben dabei im Kanzleramt darüber gesprochen, wie sich die Bedingungen für private Investitionen in Afrika verbessern lassen. Technologielieferant und Systemanbieter TÖNNJES, weltweit an mehr als 50 Standorten vertreten, hat in diesem Zusammenhang jetzt mit einem der Compact-Länder eine Kooperationsvereinbarung unterschrieben: Zusammen mit einer ägyptischen Staatsfirma soll eine gemeinsame Niederlassung zur Kennzeichenproduktion in Ägypten entstehen.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel betonte während der zweitägigen Konferenz, dass Afrika ein Kontinent sei, der „mehr Chancen als Risiken“ habe, und sagte: „Wir sollten alles daransetzen, mit Afrika zu kooperieren.“ Laut Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) müssten Wirtschaftsunternehmen „mutiger“ bei Investitionen in Afrika sein. TÖNNJES geht hier mit gutem Beispiel voran: Das Delmenhorster Unternehmen hat in der Vergangenheit bereits mehrere Joint-Ventures mit afrikanischen Partnern aufgebaut – unter anderem im Senegal und in Kenia –, stärkt damit die lokale Wirtschaft und schafft Arbeitsplätze vor Ort. „Wir haben bislang sehr gute Erfahrungen auf dem Kontinent gemacht“, betont TÖNNJES-Geschäftsführer Markus Müller, der bei der Konferenz den Dialog mit Vertretern afrikanischer Staaten für weitere Kooperationen gesucht hat. „Wir freuen uns, dass wir nun einen Kooperationsvertrag unterschrieben haben und unser Engagement auf Ägypten ausweiten können.“

 

Der nordostafrikanische Staat ist unter seinem Präsidenten Abdel Fattah Al-Sisi stärker denn je daran interessiert, die lokale Industrie zu entwickeln und eines der zwölf Compact-Länder, die derzeit Reformprogramme für bessere Rahmenbedingungen umsetzen, um die eigene Wirtschaft für ausländische Investoren attraktiver zu gestalten. „In Ägypten gibt es starkes Potenzial, durch eigene Produktionsstätten unabhängiger von Importen zu werden“, sagt Markus Müller. Autoschilder kommen derzeit aus dem Ausland. „Gemeinsam planen wir eine Niederlassung in Ägypten, in der Kennzeichen lokal gefertigt werden können.“

 

Beide Parteien haben sich außerdem verständigt, nach weiteren Möglichkeiten zur Intensivierung der Zusammenarbeit zu suchen. So ist im Gespräch, in Zukunft eventuell auch elektronische Kennzeichen (IDePlate) einzuführen. Das IDePLATE-System von TÖNNJES kommt in Ländern rund um den Globus zum Einsatz. Staaten wie die Philippinen, Kenia oder Honduras haben ihre Fahrzeuge bereits mit der weltweit einmaligen Technik ausgestattet, die Verkehrsprobleme lösen und für Maut-, Park- oder Bezahlsysteme genutzt werden kann.

Im Anhang finden Sie die gesamte Pressemitteilung sowie ein Foto, das Ihnen zur Veröffentlichung zur Verfügung stehen. Vanessa Salbert, dip 21

 

 

 

Klimaschutz oder Beschäftigung? Falsche Frage!

 

Eine klimaneutrale Wirtschaft schaffen und gleichzeitig Arbeitsplätze schützen - das geht. Was jetzt getan werden muss. Interview von Claudia Detsch

 

Sie haben die Auswirkungen der Energiewende auf die Beschäftigung untersucht. Wie fällt die Bilanz aus?

M. Hoch: Die gesamtwirtschaftlichen Effekte der Energiewende sind positiv. Unterschiede gibt es aber zwischen den Branchen. Einige Branchen haben verloren – zum Beispiel der Sektor Bergbau und Energieversorgung. Positive Beschäftigungseffekte dagegen finden sich im Baugewerbe oder im verarbeitenden Gewerbe.

Wie sähe die Beschäftigungsentwicklung in Deutschland ohne die Energiewende aus?

M. Hoch: Wir haben die Jahre zwischen 2003 und 2018 untersucht, in diesem Zeitraum wurden durch die Energiewende ca. 70 000 Personen mehr beschäftigt, als dies in einem kontrafaktischen Szenario ohne Energiewende der Fall gewesen wäre.

Sie haben angesprochen, dass die Beschäftigungsentwicklung sektorenabhängig ist. Das bringt uns auch zu den Regionen. Welche Auswirkungen haben Klimaschutzmaßnahmen auf die Beschäftigungsentwicklung in den Regionen, die bisher stark von konventionellen Energiequellen abhängig sind?

M. Hoch: Die zukünftigen Beschäftigungseffekte des untersuchten Szenarios sind in der Summe in jedem Bundesland positiv. Zwar nimmt in einigen Regionen die Beschäftigung überproportional ab, etwa im (Braunkohle-)Bergbau, aber es gibt auch dort positive Entwicklungen, so durch das Baugewerbe. Ein Beispiel ist NRW, das energieintensivste Bundesland. In einzelnen Branchen kann es dort durchaus zu Beschäftigungsverlusten kommen. NRW ist aber auch das bevölkerungsreichste Bundesland - es gibt entsprechend viele Gebäude, die saniert werden müssen. Die Effekte gleichen sich also aus. Zu Problemen wird es in einigen Branchen trotz allem kommen.

Insbesondere die konventionelle Energieerzeugung und einige energieintensive Branchen werden langfristig von den Klimazielen durch den Abbau von Arbeitsplätzen betroffen sein, warnen Sie. Welche vorausschauenden Maßnahmen könnte man bereits jetzt ergreifen, um den Beschäftigten dieser Branchen den Übergang in ein anderes Arbeitsfeld zu ermöglichen?

M. Hoch: Es gibt verschiedene Maßnahmen, die helfen können: Einerseits die individuelle Förderung oder Absicherung von bestimmten Beschäftigtengruppen und auf der anderen Seite infrastrukturelle und wirtschaftspolitische Maßnahmen für die Region. Bezüglich der individuellen Förderung kommt es auf das Alter und die Qualifikation der Beschäftigten an. Bei älteren Beschäftigten, die ohnehin in absehbarer Zeit in Rente gehen, kann man über Frühverrentungsprogramme oder über finanzielle Hilfen nachdenken. Verfügen junge Beschäftigte nicht über die notwendigen Qualifikationen für andere Branchen, können gezielte Weiterbildungsprogramme helfen. Strukturpolitisch sind es Investitionen, welche die Attraktivität von Standorten in bestimmten Regionen erhöhen sowie die Förderung von Branchen, die in dieser Region zukünftig eher profitieren werden.

Welche Maßnahmen müssen realisiert werden, damit Deutschland seine CO2-Emissionen tatsächlich bis 2050 auf ein Minimum reduzieren kann?

A. Kirchner: Einmal müssen wir das gesamte Elektrizitätsversorgungssystem auf erneuerbaren Strom umstellen. Das heißt, wir steigen sobald wie möglich aus der Kohle und perspektivisch auch aus dem Gas aus. Langfristig würden wir zudem das Gas, das wir noch zur Absicherung des Stromsystems brauchen, synthetisch herstellen, mit Hilfe von erneuerbarem Strom. Auch die Netze müssen entsprechend ausgebaut und fit gemacht werden für ein so komplett verändertes Stromsystem, bei dem das Verhältnis zwischen Angebot und Nachfrage sowohl regional als auch zeitlich sehr stark variiert.

Es ist sehr wichtig, dass die Gebäude bis 2050 alle energetisch auf einem sehr hohen Standard durchsaniert sind - da kommt die Bauwirtschaft wieder ins Spiel. Dazu müssten wir die Sanierungsrate fast verdoppeln. Zudem darf langfristig die Wärme, mit der die Gebäude beheizt werden, nur noch mit erneuerbaren Quellen erzeugt werden. Wir hätten dann im Wesentlichen nur noch Wärmepumpen und Nahwärmesysteme, die selbst wiederum mit erneuerbaren Energien beheizt und gefüttert werden.

Im Verkehr muss eine weitgehende Elektrifizierung stattfinden. Bei den Pkws werden langfristig vier Fünftel des Bestandes elektrifiziert sein. Bei den Lkws ist es am kostengünstigsten, die großen Transitstrecken mit Oberleitungen zu elektrifizieren und entsprechende Hybrid-Lkws einzusetzen. Die übrigen Strecken müssen die Lkws mit synthetischen Kraftstoffen bewältigen. Diese müssten dann allerdings aus Ländern importiert werden, in denen sie günstig herzustellen sind.

Das wäre in Deutschland nicht möglich?

A. Kirchner: Die Produktion von relativ kleinen Mengen Wasserstoff schon. Aber die Produktion von sogenannten Power-to-Liquid-Stoffen in großem Stil ist in Regionen, die größere Potenziale und vor allem höhere Volllaststunden im Bereich der Solar- und Windenergie aufweisen, günstiger. Das wären zum Beispiel Länder im Wüstengürtel der Erde.  

Damit könnten dort Beschäftigungs- und Entwicklungsmöglichkeiten geschaffen werden?

A. Kirchner: Genau! Es ist natürlich sehr wichtig, dass diese Länder nicht nur für Deutschland oder den Export dieser Energieträger produzieren, sondern auch für sie selbst eine Entwicklungsperspektive damit verbunden ist, beispielsweise beim Ausbau der Elektrizitätsversorgung. Dann bieten sich sehr große Chancen für diese Länder.

Wie sieht es im Agrarsektor aus?

A. Kirchner: Bei der Landwirtschaft haben wir im Wesentlichen drei Hebel: Das eine ist ein sehr effizientes Düngermittelmanagement. Wenn wir keine anderen Kompensationsmechanismen finden, müssen die Emissionen aus der Landwirtschaft aber noch weiter, auf ca. 50 Prozent des heutigen Standes, sinken. Da sehen wir vor allem eine Reduzierung des Wiederkäuerbestandes, was also weniger Export und ggf. weniger Rindfleischkonsum bedeuten würde. Es gibt zudem bestimmte natürliche Futterzusätze aus Algen, die die Methanemissionen aus den Verdauungsprozessen reduzieren können. Diese bewirken, dass die Methanemissionen von Wiederkäuern nicht so hoch sind. Das wäre vermutlich umstritten, aber es geht.

Welche Umwälzungen sind im Industriesektor nötig?

A. Kirchner: Grundsätzlich ist es notwendig, sämtliche technischen Effizienzpotenziale auszuschöpfen, so bei Motoren, Pumpen, Drucklufterzeugung, Abwärmenutzung, Kühlung etc. Als Energieträger wird langfristig verstärkt Biomasse eingesetzt werden - feste Biomassen für Niedertemperaturprozesswärme und Biogas für Hochtemperaturprozesswärme und, soweit möglich, auch schon erneuerbaren Kohlenstoff als Input beispielsweise in der Chemie. Bei der Roheisenerzeugung, der Müllverbrennung und Zementproduktion werden wir nicht umhin kommen, mit der CO2-Abscheidung und -Speicherung (CCS) Kohlendioxid abzuscheiden und entweder zu nutzen oder aber längerfristig unterirdisch zu speichern.

Was umstritten ist.

A. Kirchner: Es ist komplett umstritten. Aber wenn wir wirklich die Wirtschaft fast vollständig dekarbonisieren wollen, ist das ohne CCS extrem schwierig. Es gibt hier und da noch andere Möglichkeiten, zumindest beim Stahl; da kann man  mit dem sogenannten Direktreduktionsverfahren mit Wasserstoff arbeiten. Es ist heute allerdings noch nicht absehbar, ob man das zu konkurrenzfähigen Kosten leisten kann, sodass die CCS-Lösung voraussichtlich die günstigere Lösung sein wird.

Damit ließe sich dann immerhin die Abwanderung von Arbeitsplätzen vermeiden?

A. Kirchner: Genau. Wobei wir für diese Studie ein ziemlich extremes Szenario berechnet und ausgewertet haben. Wir haben eine Reduktion der Treibhausgasemissionen um 95 Prozent bis 2050 gegenüber 1990 angestrebt. Ein solches Szenario ist nur mit internationaler Einbindung und international bindenden, multilateralen Verträgen denkbar. Globale CO2-Steuern beziehungsweise globaler Emissionshandel wären eine Voraussetzung dafür. So ein System ist nur möglich, wenn wir langfristig neue Handelsbeziehungen, neue Zertifikatshandelsbeziehungen und einen guten internationalen Technologieaustausch sowie Technologieentwicklung haben. Wir brauchen also eine internationale Arbeitsteilung, sonst bekommen wir das nicht im notwendigen Tempo hin. Wenn die anderen Länder nicht mitziehen, müsste man die heimische Industrie stärker schützen – soweit das überhaupt ginge. Das würde eine zusätzliche Belastung für den Steuerzahler bedeuten.

Vorausgesetzt, all‘ die genannten Maßnahmen würden umgesetzt, wie sieht die Prognose für die Beschäftigungsentwicklung aus?

M. Hoch: Es handelt sich nicht um eine Prognose, sondern ein mögliches Szenario. Die gesamten erwähnten Maßnahmen setzen Investitionen mit einem gewissen Volumen voraus, zum Beispiel Investitionen in Gebäudebestände, energetische Sanierungen, Effizienztechnologien und erneuerbare Stromerzeugung. Das schafft wiederum Arbeitsplätze, vor allem in den Bereichen Energieversorgung, Baugewerbe, Anlagenbau und Werkstoffe. Aber es handelt sich natürlich um Maßnahmen, die politisch umgesetzt werden müssen. Ob es schlussendlich wirklich so kommt, steht auf einem anderen Blatt. Auf die gesamtwirtschaftliche Beschäftigungsentwicklung wirken sich diese Maßnahmen eher neutral aus. Deshalb ist aus unserer Sicht die teilweise stattfindende Diskussion, ob man in Deutschland lieber Klimaschutz oder Arbeitsplätze haben will, nicht zielführend. IPG 22

 

 

 

 

Millennials und Ältere: Zwei Welten

 

Millennials - Sie leben in der gleichen Welt wie ihre Eltern und Großeltern und doch ganz anders. Sie wollen nicht mehr nach außen etwas Großes schaffen, sondern erst einmal mit dem Überangebot und dem Leben klarkommen. Wie machen sie das - von Eckhard Bieger

 

Das Haus am Maiberg in Heppenheim hat im November beide Gruppen zusammengeführt und gezeigt, dass gegenseitiges Verstehen organisch gelingt, wenn beide Generationen sich gegenübersitzen, am besten nur zu Zweit. Hier einige Punkte, die sich herausgeschält haben:

Anders als die Vorgänger: Sie müssen nicht das, was sie vorfinden, verändern und auch nicht mehr so intensiv perfektionieren:

Auf sie treffen viel mehr Möglichkeiten. Das erleben sie nicht als beflügelnde Chance, sondern als anstrengend. Mussten ihre Eltern nur die 32 Seiten einer Zeitung fertig werden, fließt ständig Neues auf den kleinen Bildschirm. Ebenso ist das Fernsehangebot ausufernd geworden. Nicht anders das Angebot an Ausbildungsberufen und Studiengängen. Warum eine Welt verändern, in der alles möglich ist.

Die Älteren kennen den Arbeitsaufwand, der gefordert ist, um die Welt am Laufen zu halten. Sie wollen eine nachwachsende Generation, die einsteigt und sie von der Last befreit, alles am Laufen zu halten.

Sie haben keine Zeit mehr

Die Millennials müssen sich über ihr Zeitgefühl nicht mehr verständigen, sie wissen, dass sie immer unter Zeitdruck stehen. Denn über die verschiedenen Kanäle des digitalen Systems landet ständig Neues bei ihnen an. Der Zufluss kennt keine Unterbrechung mehr. Wenn ich für eine Zeitlang das Gerät ausschalte, weiß ich, dass umso mehr auf mich einstürzt, wenn ich wieder online bin. Dann besser heute noch nachschauen, checken, evtl. antworten, damit ich die Flut morgen bewältige.

Die Älteren mit ihren analogen Strategien spüren diesen Druck durch den ständigen Zustrom des Netzes nicht so nah auf der Haut. Sie müssen nicht auf jeden Post, jede WhatsApp registrieren. Denn sie sind nicht in das Netz eingeworben, sondern betreten es nur zeitweise.

Sie sind nach innen orientiert:

Die Millennials müssen nicht nur aus viel mehr Möglichkeiten auswählen, sondern auch ständig nachjustieren. Deshalb sind sie auf sich konzentriert, um mit den ständig sich ändernden Konstellationen und Anforderungen zurechtkommen.

Die Älteren sind eher auf das hin orientiert, was erledigt, gemacht, gebaut werden soll.

Die digitalen Möglichkeiten

Die Millennials und noch mehr die Generation Z nutzen die Digitalisierung als ihre primäre Welt und würden diese Möglichkeiten für den Erfolg Ihres Unternehmens bzw. ihrer Institution eingesetzten. Die Älteren überblicken das nur teilweise und sind versucht, nur das zuzulassen, was sie verstehen.

Digitale Kommunikationsverengung

Für die Jüngeren spielt sich alles im Netz ab. Sie sind auf den Bildschirm fokussiert. Da sie damit rechnen, dass alles Wichtige sie über irgendeinen Kanal erreicht, müssen sie alles checken. Sie gehen nicht mehr so häufig auf die Suche, sondern warten ab, bis es ankommt. Dass man selbst, z.B. am Arbeitsplatz, direkte Kommunikation aufnimmt, signalisiert, dass man da ist und welche Anrufe, Anfragen man erwartet, damit das Netzwerk vor Ort unter Strom bleibt, passt nicht so direkt in ihr Kommunikationsmuster.

Trotzdem Wunsch nach Kontakten

Gewerkschaften, Vereine, die für die Älteren ein Sicherheitsnetz darstellten, sind durch die Vernetzung über die Social Media abgelöst. Die Sicherheit, die z.B. eine Vereinssatzung bietet, nämlich dass man nicht einfach rausfällt, wenn man den anderen zu schwierig geworden ist, wird nicht mehr über die Zugehörigkeit in Gruppen und Verbänden gesucht, sondern über den Rechtsweg. Wenn es noch schwieriger wird, gibt es Beratungs- und Therapieangebote.

Co-Working wird als Arbeitsplatz geschätzt. Nicht nur größere Städte, sondern z.B. auch die Stadt Lorsch stellen für Freiberufler und Startups Beratung+Büroraum zu günstigen Bedingen zur Verfügung. Nicht zu Hause arbeiten und andere treffen, um sich auch zu vernetzen, hat das Projekt schnell erfolgreich werden lassen.

Spielräume unter strikter Beobachtung

Die Jüngeren haben je nach Firma oder Institution mehr oder weniger große Spielräume. Auch wenn insgesamt die Organisation der Arbeitsabläufe nicht mehr von oben alleine bewerkstelligt werden kann, wird Leitung immer noch so verstanden, dass sie alles durchplanen muss. Damit fühlen sich die Jüngeren zu sehr eingeengt und einseitig nach dem Kriterium beurteilt. "sie machen es nicht so, wie es eigentlich gemacht werden müsste“.

Da die Jüngeren wegen der Komplexität der Welt mit Kritik nicht so viel anfangen können, reagieren sie auf Kritik mit Rückzug. "Wenn es so nicht geht, wie ich es überlegt habe, muss ich meine Ideen für mich behalten.“ Sie sind nicht bereit zu kämpfen, sondern wechseln lieber. Wegen der Komplexität des Außen soll das Innen ruhig gehalten werden, dass ich mich sammeln kann, aus der Vielfalt, die oft Zerrissenheit wird, herauskomme. Kontroversen machen das Innen noch mal komplex.

Sie brauchen kein Wirtschaftswachstum mehr:

Die Jüngeren können sich mehr auf sich selbst konzentrieren, weil sie kein Wachstum mehr brauchen, auch nicht mehr unbedingt ein Auto. Das Wachstum ist wegen des Energiebedarfs fraglich geworden, aber auch wegen des Arbeitsaufwandes. Warum auf Kosten der Familie und der Beziehungen so viel arbeiten?

Leitung ist problematisch

In den Augen der Jüngeren sind die Führungskräfte, die sie erlebt haben, oft nicht kooperativ genug, kritisieren eher als dass sie ermutigen. Zudem haben sie beobachtet, dass Leitung einen hohen Einsatz fordert. Sie ergreifen daher Leitungsangebote nur zögerlich. Die Caritas im Bistum Mainz hat mit einem erweiterten Angebot an Leitungstrainings reagiert und so für Millennials den Weg in eine Leitungsaufgabe geebnet.

Das Kommunikationsmuster, das immer wieder zu Verwicklungen führt:

Die Älteren gehen davon, dass die Welt so funktionieren muss, wie sie geworden ist. Die Jüngeren haben keine revolutionäre Alternative dazu, können sich aber auch nicht einfach auf diese Welt mit ihrem hohen Energieverbrauch, dem hohen Arbeitsaufwand, der zu geringen Flexibilität, die die digitalen Medien bereits ermöglichen, einlassen. Da sie nicht offensiv für Ihre Anliegen eintreten, lassen sie den Älteren daher erst mal den Raum und sind dann entmutigt, weil sie sich nicht verstanden fühlen.

Sie machen sich die Verständigung nicht leicht

Die Jüngeren kennen die Älteren besser als umgekehrt. Beiden gemeinsam ist, dass sie die Nachteile des jeweiligen anderen Lebenskonzeptes deutlich sehen, nämlich wie aus bestimmten Verhaltensroutinen die andere Seite sich Nachteile einhandelt. Da die Älteren weniger gewohnt sind, sich mit ihren Innenwelten zu beschäftigen, sehen sie in der Organisation der äußeren Abläufe die Herausforderung nicht nur für sich, sondern auch für die Jüngeren. Die Jüngeren, da sie sich mehr mit dem empfindlicheren Inneren beschäftigen, kämpfen nicht für Ihre Lebenssicht, sondern ziehen sich zurück. Dieser Graben wird überwunden, wenn beide sich ihre Lebenssicht und ihr unterschiedliches Empfingen der gemeinsamen Welt erzählen.

Das Werkstattgespräch am 18. und 19. November in Heppenheim führte nach einem Tag des Austausches einmal die Open-Space Etage in Lorsch und dann in das Das zweitägige Konzept hat sich bewährt. Es beinhaltet keine Vorträge, sondern Gespräche in kleinen Gruppen, Klärungen im Plenum und Besuche bei innovativen Projekten. Das Angebot wird mehr auf Millennials und die Generation Z fokussiert, es werden gezielter Fragen an die mittlere und ältere Generation erarbeitet und für Beratung Fachleute eingeladen. Die Älteren kommen dadurch zum Zuge, dass sie von den Herausforderungen in ihrer Biografie berichten, mit denen Sie wichtige Erfahrungen weitergeben. Kath.de 22

 

 

 

Siedlungskonflikt im Heiligen Land: Vatikan besteht auf Zweistaatenlösung

 

Ungewöhnlich klar hat der Heilige Stuhl sich in einem Statement zur jüngsten Entscheidung der Supermacht USA geäußert, die israelische Siedlungspolitik zu billigen.

Mit Blick auf „kürzlich erfolgte Entscheidungen, die riskieren, den israelisch-palästinensischen Friedensprozess und seine bereits jetzt fragile regionale Stabilität zu unterminieren, wiederholt der Heilige Stuhl seine Position in Bezug auf die Lösung zweier Staaten für zwei Völker als einzigen Weg um zu einer definitiven Lösung des jahrelangen Konfliktes zu kommen,“ heißt es in dem kurzen Text. Der Heilige Stuhl unterstütze das Recht des Staates Israel, in Frieden und Sicherheit innerhalb der von der internationalen Gemeinschaft anerkannten Staatsgrenzen zu leben, führt das Vatikanstatement weiter aus. Doch „dasselbe Recht gebührt dem palästinensischen Volk und muss anerkannt, respektiert und angewandt werden“, so die Forderung aus dem Vatikan.

In diesem Zusammenhang verlieh der Heilige Stuhl seinem Wunsch nach direkten Verhandlungen zwischen Israelis und Palästinensern Ausdruck. Diese Gespräche müssten mit internationaler Unterstützung und in Linie mit den UN-Resolutionen stattfinden. Es gelte, einen „fairen Kompromiss“ zu finden, der den legitimen Ansprüchen beider Völker Rechnung trage, so die Erklärung. Der Heilige Stuhl ist eines der wenigen Völkerrechtssubjekte, die Palästina als eigenständigen Staat anerkennen.

Am Montag hatte US-Außenminister Mike Pompeo verkündet, die USA wollten den israelischen Siedlungsbau nicht mehr als Verstoß gegen internationales Recht ansehen. Die Siedlungspolitik, die von zahlreichen Staaten als Verstoß gegen das Völkerrecht gewertet wird, sei nicht „per se unvereinbar mit internationalem Recht“, hieß es aus den USA. Donald Trump hat damit eine weitere Kehrtwende gegenüber der Politik der Vorgänger-Regierung unter Barack Obama vollzogen. Diese ließ im Dezember 2016 eine Resolution im UN-Sicherheitsrat passieren, welche Israels Siedlungspolitik als rechtswidrig und als Hindernis für den Frieden bezeichnete.

Die europäische Haltung zur Frage der israelischen Siedlungspolitik sei klar und habe sich nicht geändert, unterstrich auch EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini nach Bekanntwerden der aktuellen Entscheidung in Washington. 

(vatican news)

 

 

 

 

Abschiebekampagne zielte nicht nur auf Asylbewerber

 

Mit einer umstrittenen Plakatkampagne wollte das Innenministerium vorgeblich Asylbewerber dazu bewegen, Deutschland zu verlassen. Das jetzt vorliegende interne Konzept zur Kampagne, zeigt aber: Die Zielgruppe waren nicht nur Ausländer. Von Johannes Filter

 

Gibt es unter Berliner Behördenmitarbeitern besonders viele ausreisepflichtige Ausländer? Wohl kaum. Dennoch standen die Beamten im Fokus der Abschiebekampagne „Dein Land. Deine Zukunft. Jetzt!“ von Innenminister Horst Seehofer, die im vergangenen Jahr öffentlich stark diskutiert und kritisiert wurde.

Das interne Konzept zur Plakatierung, das nach einer Anfrage vorliegt, zeigt jetzt: Offenbar zielte die Kampagne nicht alleine, wie vorher vom Innenministerium behauptet, auf ausreisepflichtige Personen ab. Die Plakate der Kampagne wurden gezielt in der Nähe von Bundesministerien in Berlin platziert.

Laut Konzept bot die vom Innenministerium beauftragte Werbeagentur Jost von Brandis dem Ministerium in der Planungsphase der Kampagne verschiedene mögliche Standorte für die Plakate an. Darunter auch der „Politikeransatz“, der „als besonders wichtig eingestuft“ wurde und der, wie eine interne Nachricht des Ministerium zeigt, letztlich auch gebucht wurde.

Auskunft ans Parlament falsch

Mit dem „Politikeransatz“ sollten zusätzliche Plakate in den Regierungsvierteln von Berlin und Bonn aufgestellt werden. In einer Antwort auf eine kleine Anfrage zu dem Thema gab die Bundesregierung jedoch an, dass kein Gebiet gesondert angewählt wurde (Hervorhebung von uns).

Frage: Hängen die Plakate in größeren Städten, wie etwa Berlin, gleichmäßig über das gesamte Stadtgebietverteilt oder nur in ausgewählten Stadtteilen, und wie wurden die Stadtteile gegebenenfalls ausgewählt?

Antwort: Die Plakate wurden soweit möglich gleichmäßig über die Städte verteilt.

Offenbar war die Auskunft der Bundesregierung gegenüber dem Parlament nicht korrekt. Der „Politikeransatz“ führte nämlich dazu, dass die Plakate ungleichmäßig über die Stadt verteilt wurde. Auf Nachfrage von „FragDenStaat“ erklärt das Bundesinnenministerium dazu, dass „eine möglichst gleichmäßige Verteilung der Plakate in den Städten angestrebt“ wurde, „die durch die vorgegebene Struktur des ÖPNV-Netzes und die Anzahl verfügbarer Flächen eingeschränkt war.“

Die Bundestagsabgeordnete Ulla Jelpke von der Linksfraktion kritisiert das Vorgehen des Innenministeriums. „Dass sich jetzt herausstellt, dass Migranten gar nicht die primäre Zielgruppe der Kampagne waren, überrascht mich nicht. Offenbar ging es der Bundesregierung darum, der deutschen Mehrheitsbevölkerung ein hartes Vorgehen gegen ausreisepflichtige Geflüchtete zu signalisieren und sich so dem rechten Wählerrand anzubiedern“, so die Linkspolitikerin.

Wohnorte mit „hohem Migrantenanteil“

Offenbar sollten aber nicht nur Politiker, sondern auch „potentiell freiwilligen Rückkehrer“ und die generelle Öffentlichkeit von der Kampagne erfahren. Das Konzept nennt explizit „Die Bevölkerung“ als Zielgruppe der Plakate.

Die Agentur Jost von Brandis präsentierte dem Innenministerium zwei unterschiedliche Ansätze zur Auswahl der Standorte. Neben dem Regierungsviertel wollte es mithilfe eines „Geomarketingansatzes“ vor allem „Wohnorte mit einem hohen Migrantenanteil aussteuern“.

 

Die Agentur wollte mit diesem Ansatz „Gruppen von Migranten selektieren“. Die Gruppe für Osteuropa umfasste auch EU-Bürgerinnen wie z. B. die über zwei Millionen Polen in Deutschland. Da die russische Flagge als „russisches Element“ in dem Plakat vorkommt, sei sie dennoch in Betracht zu ziehen.

Das Innenministerium entschied sich letztlich jedoch gegen das „Geomarketing“ und zusätzlich zum „Politikeransatz“ für eine „ÖPNV-Variante“, bei der Plakate in der Nähe von Haltestellen des Nahverkehrs wie U- und S-Bahn platziert wurde. Das Resultat rief große Kritik hervor.

Um darauf zu antworten, erstelle das Ministerium ein FAQ. Darin behauptete es jedoch wiederum, die Kampagne richte sich nicht an Menschen, „die rechtmäßig in Deutschland leben“. Tatsächlich erreichte das Ministerium aber durch seine Kampagne durchaus eine breite Öffentlichkeit. Bisher ließ das Innenministerium offen, ob es eine Neuauflage der Kampagne geben würde. MiG 22

 

 

 

 

Internationaler Tag gegen Gewalt an Frauen

 

Bischof Bode: „Gewalt gegen Frauen betrifft auch die Kirche“

 

Anlässlich des „Internationalen Tages gegen Gewalt an Frauen“ am 25. November 2019 ermutigt Bischof Dr. Franz-Josef Bode (Osnabrück), Vorsitzender der Pastoralkommission und der Unterkommission Frauen in Kirche und Gesellschaft der Deutschen Bischofskonferenz, das Thema verstärkt auch in der Kirche aufzugreifen. „Es ist richtig, wenn wir über sexuellen Missbrauch an minderjährigen Schutzbefohlenen sprechen. Aber wir spüren auch, wie wichtig es ist, die weltweite und auch in unserem Land zu findende Gewalt gegen Frauen zu thematisieren“, so Bischof Bode. „Gewalt gegen Frauen betrifft auch die Kirche. Wir stellen uns dieser Frage und werden handeln.“

 

Bischof Bode verwies auf konkrete Konsequenzen, die sich aus den Erfahrungen mit Missbrauch an Frauen in Kirche und Orden ergeben. Dazu hatte die Deutsche Bischofskonferenz gemeinsam mit der Deutschen Ordensobernkonferenz (DOK) sowie in Kooperation mit dem Katholischen Deutschen Frauenbund (KDFB) und der Katholischen Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) bereits Ende September eine Fachtagung zum Thema „Gewalt gegen Frauen in Kirche und Orden“ in Siegburg durchgeführt. 125 Frauen, darunter viele Betroffene sowie Seelsorgerinnen, Ordensfrauen und Wissenschaftlerinnen, thematisierten die verschiedenen Gewalterfahrungen an erwachsenen Frauen in kirchlichen Kontexten und erarbeiteten erste Perspektiven für die Aufarbeitung. Bischof Bode sagt dazu anlässlich des jetzigen Welttages: „Diese Tagung war von Frauen für Frauen, Männer waren nicht zugelassen, auch keine Bischöfe. Betroffene Frauen haben von ihren Erfahrungen erzählt, wobei das Spektrum von geistlichem bis zu körperlichem Missbrauch reicht, der nicht nur von Priestern, sondern auch von Ordensfrauen begangen wurde.“ Neben Analysen der systemischen Ursachen wurden erste Konsequenzen gefordert.

 

Deutlich wurden auf der Tagung die fehlenden wissenschaftlichen Erhebungen und Untersuchungen zum Thema. Prof. Dr. Ute Leimgruber kündigte in diesem Zusammenhang ein Forschungsprojekt zur Gewalt an erwachsenen Frauen in kirchlichen Kontexten an ihrem Lehrstuhl für Pastoraltheologie an der Universität Regensburg an, das ebenfalls 2020 starten wird.

 

Darüber hinaus sind weitere Projekte in Planung: Bischof Bode und Bischof Dr. Felix Genn (Münster), Vorsitzender der Kommission für geistliche Berufe und kirchliche Dienste der Deutschen Bischofskonferenz, weisen aus Anlass des Welttages auf ein Wort der deutschen Bischöfe zur Seelsorge hin, das im Herbst 2020 erscheinen soll. „Es ist dringlich, dass wir in diesem Text unter anderem Kriterien vorlegen, wie auch erwachsene Frauen wie Männer in der Seelsorge vor Missbrauch geschützt werden“, sagt Bischof Genn.

 

„Bei der Aufdeckung von Missbrauch an Ordensfrauen stehen wir erst am Anfang“, betont Weihbischof Ludger Schepers (Essen), Mitglied der Unterkommission Frauen, und verweist als Sprecher der Ordensreferentenkonferenz auf die Gefährdungslage von ausländischen Ordensfrauen in Deutschland. Ordensfrauen aus Afrika oder Indien bedürften einer besonderen Aufmerksamkeit, da sie möglicherweise Missbrauchserfahrungen aus ihren Herkunftsländern mitbringen und auch in Deutschland weiteren Übergriffen ausgesetzt sein können.

 

Die Vorsitzende der DOK, Sr. Dr. Katharina Kluitmann OSF, kündigt für Oktober 2020 eine Studientagung in Vallendar zum Thema „Missbrauch und Gelübde“ an, die das sensible Problemfeld von Macht, Ohnmacht und Machtmissbrauch vor allem im Bereich des Gehorsamsgelübdes in den Ordensgemeinschaften thematisieren wird.

 

„Aus Anlass des Welttages am 25. November stellt die kfd unter der Überschrift ‚Nein zu Gewalt gegen Frauen‘ auf ihrer Homepage Gottesdienstvorschläge zur Verfügung“, erklärt Brigitte Vielhaus, Bundesgeschäftsführerin der kfd. „Der KDFB lädt zur Beteiligung an einem Buchprojekt ein, in dem von Gewalt betroffene Frauen zu Wort kommen“, so Christiane Fuchs-Pellmann, Bundesgeschäftsführerin des KDFB. Dieses Projekt schließe auch an die im März 2019 veröffentlichte Stellungnahme des Verbandes „Wir sind die Stimme der Frauen!“ an. Dbk 23

 

 

 

 

Wasserschlachten

 

Mit dem sinkenden Angebot an Trinkwasser steigt die Gefahr kriegerischer Auseinandersetzungen - ein Teufelskreis. Von Jayati Ghosh

 

Die Gefahren der Umweltverschmutzung  bekommen heutzutage viel Aufmerksamkeit und dies aus gutem Grund. Die Indizes der Luftverschmutzung sind vielerorts besorgniserregend und verschlechtern sich immer mehr. Insbesondere Indien steht vor einer akuten Katastrophe für die öffentliche Gesundheit. Aber so ernst dieses Verschmutzungsproblem auch ist, darf es doch eine weitere mögliche Umweltkatastrophe und zukünftige Konfliktquelle nicht verdecken: die mangelhafte Versorgung mit sauberem Wasser.

Wir leben zwar auf einem „blauen Planeten“, aber weniger als drei Prozent unseres gesamten Wassers ist Süßwasser und davon ist ein großer Teil unzugänglich (weil es beispielsweise in Gletschern eingefroren ist). Seit 1960 ist die Menge des verfügbaren Trinkwassers pro Kopf um mehr als die Hälfte zurückgegangen. Mehr als 40 Prozent der Weltbevölkerung leidet unter Wassermangel. Bis 2030 wird die Nachfrage nach Frischwasser das Angebot um schätzungsweise 40 Prozent übersteigen.

Da fast zwei Drittel des Trinkwassers aus grenzüberschreitenden Flüssen und Seen stammt, führt der zunehmende Wassermangel zu einem Teufelskreis, in dem Länder um Wasservorräte konkurrieren, was wiederum zu größeren Problemen und noch mehr Wettbewerb führt. Bereits heute geraten Hunderte internationaler Wasserabkommen unter Druck.

China, Indien und Bangladesch streiten sich um den Brahmaputra, einen der größten asiatischen Flüsse. China und Indien bauen aktiv Dämme, was die Angst vor der Umleitung der Wasserreserven noch vergrößert. Die indische Regierung hat solche Umleitungen bereits durchgeführt, um Pakistan für Terroranschläge zu bestrafen.

Die grenzüberschreitenden Konflikte sind nur der Anfang. Auch innerhalb einzelner Länder, zwischen städtischen und ländlichen Gemeinschaften sowie zwischen landwirtschaftlichen, industriellen und privaten Konsumenten nehmen die wasserbedingten Spannungen zu. Im letzten Jahr hat die Wasserknappheit in Teilen Ostafrikas Konflikte ausgelöst, wie beispielsweise in Kenia, wo es in der Vergangenheit über den Zugang zu Wasser immer wieder Stammesfehden gegeben hat.

Tatsächlich gibt es eine lange Tradition von Konflikten über das Wasser in vielen großen Flüssen, darunter dem Nil, dem Amazonas, dem Mekong und der Donau. Aber die Schwere und Häufigkeit solcher Konflikte nehmen wohl zu, da der Klimawandel die Niederschlagsverteilung verändert, was zu häufigeren, intensiveren und längeren Dürren und Überschwemmungen führt.

Schlimmer noch ist, dass die schwindenden Wasserreserven immer stärker durch Industrieabwässer, Plastik und menschliche Abfälle verschmutzt sind. In Ländern mit mittlerem Einkommen wird weniger als ein Drittel der Abwässer geklärt, und in ärmeren Ländern ist dieser Anteil noch viel niedriger. Etwa 1,8 Milliarden Menschen erhalten ihr Trinkwasser aus fäkalienverseuchten Quellen. Und durch die Erschöpfung des Grundwassers und mangelnde Investitionen in Wasserinfrastruktur werden diese Probleme noch verstärkt.

Wasserprobleme betreffen uns alle, aber der landwirtschaftliche Sektor – der weltweit 70 Prozent des Wassers verbraucht, in den am wenigsten entwickelten Ländern bis zu 90 Prozent – ist für die Abnahme der Reserven besonders anfällig. Dass es an Wasser mangelt, macht es schwierig, Vieh zu halten, da jeder Tropfen für Nutzpflanzen oder den menschlichen Konsum verwendet werden muss.

Auch die Stadtgebiete sind auf dem Weg in die Katastrophe. Im letzten Jahr litt das südafrikanische Kapstadt unter einem derart schweren Wassermangel, dass es sich auf eine „Stunde Null“ vorbereitete, in der die städtische Wasserversorgung abgestellt worden wäre (dank Verbrauchseinschränkungen und anderer staatlicher Maßnahmen kam es allerdings nicht dazu.) Auch Mexico City leidet seit Jahren unter einer Wasserkrise. In indischen Metropolen könnte es sogar noch größere Katastrophen geben. Ein Regierungsbericht von 2018 warnt, dass 21 Städte (darunter die Hauptstadt Delhi und der Informationstechnik-Knotenpunkt Bengaluru) im nächsten Jahr einen Grundwasserspiegel von Null erreichen könnten, worunter mindestens 100 Millionen Menschen leiden werden.

Wie auch beim Klimawandel betreffen die schlimmsten Folgen der Wasserprobleme überproportional die ärmsten Regionen der Welt, die am wenigsten zum Problem beigetragen haben – insbesondere Afrika sowie Süd- und Zentralasien. In einem Teil des ländlichen Maharaschtra in Indien müssen Frauen und Mädchen bis zu 25 Kilometer am Tag laufen, um an Trinkwasser zu kommen. In anderen Dörfern sind die Brunnen versiegt und die Haushalte müssen ein Familienmitglied beauftragen, den ganzen Tag Wasser zu holen. Reichere Familien könnten jemanden dafür bezahlen, aber die meisten Haushalte können sich diesen Luxus nicht leisten.

Die meisten der Industriestaaten können sich hingegen (zumindest bis jetzt) nicht nur vielen der Wasserprobleme entziehen, sondern führen auch weiterhin die Art exzessiven Lebensstils, der den Klimawandel und die Umweltzerstörung verschärft, wozu auch das Versiegen des Wassers gehört. Der Reisanbau wird häufig als großer Wasserverschwender bezeichnet, die Herstellung eines Kilos Fleisch aber erfordert fünf Mal so viel Wasser wie ein Kilo Reis und 130 mal mehr als ein Kilo Kartoffeln. Und da landwirtschaftliche Nutzpflanzen einen erheblichen Teil der Exporte vieler Entwicklungsländer ausmachen, exportieren diese Länder in gewissem Sinne den begrenzten Vorrat an Wasser, über den sie verfügen.

Darüber hinaus geht es beim momentanen Landraub in Afrika in Wirklichkeit um Wasser: Ausländische Investoren reißen Gebiete mit großen Flüssen, Seen, Feuchtgebieten und Grundwasser an sich, die  hohes landwirtschaftliches Potenzial und biogenetischen Wert besitzen (momentan wird weniger als 10 Prozent des afrikanischen Bewässerungspotenzials tatsächlich genutzt). 2015 haben die Mitgliedstaaten der Vereinten Nationen die Ziele Nachhaltiger Entwicklung eingeführt. Dazu gehört auch, die „Verfügbarkeit und nachhaltige Bewirtschaftung von Wasser und sanitären Einrichtungen für alle“ zu gewährleisten. Aber in den letzten vier Jahren hat sich die Lage erheblich verschlechtert.

Vielleicht kann sich die internationale Gemeinschaft noch eine Weile lang selbst betrügen – wie sie es, zumindest in Bezug auf die Umweltzerstörung, so lange erfolgreich getan hat. Aber die Gefahr von Wasserkriegen nimmt zu. Und für viele in Afrika, Asien und anderswo sind sie heute bereits Wirklichkeit.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff. PS/IPG 21

 

 

 

 

2,3 Mio. pro Jahr. Seehofer startet Programm „Moscheen für Integration“

 

Der Staat darf aufgrund des Neutralitätsgebotes religiöse Arbeit in Moscheegemeinden nicht finanzieren. Über ein Integrationsprogramm soll jetzt dennoch Geld fließen. Lob kommt sogar von der Opposition. Unkritisch ist das Projekt aber nicht.

 

Die Bundesregierung will Moscheegemeinden finanziell bei Projekten außerhalb der religiösen Angebote unterstützen. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) startete am Freitag das Förderprogramm „Moscheen für Integration“. Beratungsangebote für Einwanderer, Frauen, Alte und Junge sowie Nachbarschaftsaktionen von Moscheen und Cem-Häusern können darüber Geld erhalten. Für die nächsten drei Jahre stehen den Angaben zufolge sieben Millionen Euro zur Verfügung.

Seehofer sagte, erstmals setze das Ministerium bei der Förderung direkt in den Moscheegemeinden an. „Wir wollen helfen, dass sich muslimische Gemeinden stärker öffnen für Aktivitäten im kommunalen Umfeld“, sagte er. Projekte wie diese sollen helfen, mehr Verständnis füreinander zu entwickeln. Koordiniert wird das Projekt vom Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.

Auch Hans-Eckhard Sommer, Präsident des Bundesamts, warb für das Programm: „Integration findet vor Ort statt. Mit ‚Moscheen für Integration‘ möchten wir Orte der nachbarschaftlichen Vernetzung schaffen, wo Moscheegemeinden in ihrem sozialen Engagement weiter professionalisiert und in ihr kommunales Umfeld eingebunden sind. Davon profitiert die gesamte Integrationsarbeit über den Förderansatz hinaus.“

Grüne loben Programm

Lob gibt es auch von der Opposition. Für die migrationspolitische Sprecherin der Grünen, Filiz Polat, ist das Programm ein „Paradigmenwechsel“. Die Unterstützung von ausgewählten Moscheegemeinden durch das Bundesinnenministerium „kann bei einer Anzahl von insgesamt über 2.600 Moscheen in Deutschland aber nur der Anfang sein“, so Polat.

Die Idee für eine Förderung gibt es seit der Deutschen Islamkonferenz vor einem Jahr. Der Staat stört sich daran, dass in deutschen Moscheen vor allem Imame aus dem Ausland arbeiten. Den Gemeinden fehlt aber meist das Geld, Imame selbst praktisch auszubilden und anzustellen. Da der Staat wegen des Neutralitätsgebots religiöse Arbeit nicht finanzieren kann, äußerte der im Bundesinnenministerium zuständige Staatssekretär Markus Kerber schon vor einem Jahr die Idee, bei anderen Projekten finanzielle Unterstützung zu leisten.

Umgehung des Neutralitätsgebotes

Staatsrechtler werfen der Politik vor, durch diese Projektförderung das Neutralitätsgebot zu umgehen. So könnten Moscheen von staatlichen Geldern abhängig werden und könnten im Zweifel nicht mehr unabhängig agieren. In Extremfällen müssten sie sich eventuell sogar politischen Forderungen beugen, um den Geldfluss nicht gefährden.

Die Projekte, die über das Programm unterstützt werden, sollen bis Jahresende ausgewählt werden. Rund 50 Förderempfänger soll es nach Ministeriumsangaben dann geben. Die Projekte sollen von erfahrenen Organisationen begleitet werden. Dazu gehören die Deutsche Kinder- und Jugendstiftung, das Goethe-Institut, die Otto Benecke Stiftung und der Paritätische Wohlfahrtsverband. (epd/mig 18)

 

 

 

Die Fachwelt warnt vor einem Sexkaufverbot

Berlin - Debatte über Prostitution: Verbände und Beratungsstellen informieren über Gefahren einer Kriminalisierung und sinnvolle Alternativen

Anlässlich des Internationalen Tages gegen Gewalt an Frauen am 25.11. haben Fachverbände und Beratungsstellen heute ein Positionspapier zur beginnenden Diskussion über ein so genanntes Sexkaufverbot vorgestellt. Sie zeigen darin anhand internationaler Studien: Jede Form der Kriminalisierung der Prostitution schadet den Menschen, die in der Sexarbeit tätig sind.

Die Organisationen reagieren mit dieser Expertise auf die Absicht einiger Bundestagsabgeordneter aus verschiedenen Parteien, die Inanspruchnahme sexueller Dienstleistungen unter Strafe zu stellen. Ein entsprechender Antrag wird auch auf dem kommenden SPD-Bundesparteitag erwartet.

Prostituierten drohen neue Gefahren

Die Behauptung, Prostituierte könnten so vor Zwang und Menschenhandel geschützt werden, weisen die Fachleute zurück. Ganz im Gegenteil: Gerade Prostituierte in prekären und gefährlichen Lagen würden besonders geschädigt, weil sie weiter marginalisiert und sichere Arbeitsbedingungen verhindert würden. Der Zugang zu Hilfe und Beratung würde enorm erschwert.

Wissenschaftliche Evidenz

Die Studien sind eindeutig: Eine Kriminalisierung erhöht das Risiko der Betroffenen, Opfer von Gewalt und anderen Straftaten zu werden oder sich sexuell übertragbare Infektionen wie HIV zuzuziehen. Wer wirklich etwas für Menschen in der Sexarbeit tun will, muss ihre Lebens- und Arbeitsbedingungen verbessern. Das gilt ganz besonders für Frauen mit aufenthaltsrechtlichen Problemen und ohne Krankenversicherung.

Sichere Arbeitsbedingungen erhalten

Das Sexkaufverbot hingegen würde außerdem auch Verbote des Betriebs von Bordellen und Zimmervermietungen nach sich ziehen – und damit den Aufbau sicherer Arbeitsbedingungen illegalisieren.

Dazu sagt Johanna Thie, Fachreferentin „Hilfen für Frauen“ der Diakonie Deutschland - Evangelisches Werk für Diakonie und Entwicklung e. V.: „Die aufflammende Diskussion erfüllt uns mit tiefer Sorge. Sie geht in die völlig falsche Richtung und verkennt die Realität in Prävention und Sozialarbeit. Gerade bereits marginalisierte Gruppen wie Migrantinnen, Trans* oder Drogen konsumierende Menschen würden geschädigt. Was die Menschen in der Prostitution schützen soll, könnte ihnen am Ende zum Verhängnis werden.“

Claudia Zimmermann-Schwartz, Vizepräsidentin des Deutschen Juristinnenbundes e.V., erläutert: „Ein Sexkaufverbot würde auch die Rechte derjenigen berühren, die diese Tätigkeit ausüben. Laut Bundesverfassungsgericht fällt Prostitution unter die verfassungsrechtlich geschützte Berufsfreiheit. Der Anspruch, Menschen schützen zu wollen, rechtfertig nicht die Verletzung von Grundrechten. Dies gilt umso mehr, als ein Sexkaufverbot nicht geeignet ist, Menschenhandel zu verhindern.“

Susanne Kahl-Passoth, Stellvertretende Vorsitzende des Deutschen Frauenrates, erklärt: „Prostitution und Menschenhandel oder Zwangsprostitution müssen getrennt betrachtet werden. Es gibt Frauen, die selbstbestimmt mit Prostitution ihr Einkommen verdienen. Menschenhandel hingegen ist eine Verletzung der Menschenrechte. Heute können Polizei und Sozialarbeit in gewerblichen Räume zeigen, dass sie ansprechbar sind. Mit einem Sexkaufverbot würde Prostitution in nicht kontrollierbare Räume verlagert, wo die betroffenen Frauen noch weniger als heute erreicht werden könnten.“

Sven Warminsky, Vorstand der Deutschen Aidshilfe, berichtet: „Alle Erfahrungen in der HIV-Prävention zeigen: Grundlage, um Menschen zu erreichen, sind Akzeptanz und Respekt. Wer Menschen ins Verborgene drängt, sorgt dafür, dass sie keine sicheren Arbeitsbedingungen aufbauen können und dass sie für Prävention und Hilfsangebote nicht mehr erreichbar sind. Die Vorstellung, das älteste Gewerbe der Welt durch Verbote beenden zu können, ist dabei gleichermaßen naiv wie bevormundend.“

Andrea Hitzke, Leiterin der Dortmunder Mitternachtsmission e.V. – Beratungsstelle für Prostituierte, Ehemalige und Opfer von Menschenhandel: „Eine repressive Gesetzgebung würde das Vertrauensverhältnis der Prostituierten zu den Anlaufstellen zerstören und so den Zugang zum Hilfesystem drastisch erschweren. Statt einer Zerschlagung brauchen wir den Ausbau des etablierten Hilfesystems. Ziel der sozialen Arbeit muss stets sein, Selbstbestimmung und Selbstbehauptung zu stärken.“

Claudia Rabe, Koordinatorin von contra – Fachstelle gegen Frauenhandel in Schleswig-Holstein im Frauenwerk der Nordkirche betont: „Zweifelsohne müssen Betroffene von Menschenhandel, Ausbeutung und Gewalt besser geschützt werden. Nötig sind zum Beispiel umfassende Schutzrechte unabhängig von Aufenthaltsfragen, ein Zeugnisverweigerungsrecht für Beratende und flächendeckende Verfügbarkeit von Fachberatungsstellen.“

Differenzierte Angebote absichern

Das Positionspapier nennt viele weitere sinnvolle Ansatzpunkte und macht deutlich: Prostitution mit Gewalt gleichzusetzen, verhindert letztlich wirksame Maßnahmen.

Die Lebenssituation und die Arbeitsbedingungen von Sexarbeiter_innen in Deutschland sind sehr vielfältig. Allen gemein ist eines: So lange sie ihrer Tätigkeit nachgehen, brauchen sie gesetzliche Rahmenbedingungen, um dies möglichst sicher tun zu können. Sie brauchen Zugang zu medizinischer Versorgung und differenzierten Präventions-, Beratungs- und Hilfsangeboten, die in der individuellen Situation passende Hilfe anbieten, die natürlich auch Unterstützung zum Ausstieg beinhalten kann.

Deutsche Aidshilfe; Deutscher Frauenrat e.V.; Deutscher Juristinnenbund e.V.

Diakonie Deutschland – Evangelisches Werk für Diakonie und Entwicklung e.V.

Dortmunder Mitternachtsmission e.V. – Beratungsstelle für Prostituierte, Ehemalige und Opfer von Menschenhandel

contra e.V. Kiel – Fachstelle gegen Frauenhandel in Schleswig-Holstein. GA 22

 

 

 

Marke Deutschland‹ hat weltweit das beste Image. Deutschland führt zum dritten Mal in Folge NBI-Ranking an

 

Chinesen vertrauen Made in Germany am meisten. Frankreich und Kanada rücken in die Top 3. Großbritannien: Menschen und Regierung schwächen Reputation.

Image der USA stabilisiert sich. Umweltschutz global das größte Anliegen

 

Hamburg – Deutschland behauptet zum dritten Mal in Folge die Spitzenposition im Anholt-Ipsos Nation Brands Index (NBI), eine Ipsos-Studie in Zusammenarbeit mit Politikberater Anholt, die jährlich das Markenimage von insgesamt 50 Nationen weltweit ermittelt. Untersucht wird die aktuelle Reputation eines Landes in sechs verschiedenen Kategorien: Exporte, Regierung, Kultur, Menschen, Tourismus sowie Immigration und Investitionen. Nach den Jahren 2008, 2014, 2017 und 2018 wird das NBI-Ranking 2019 bereits zum fünften Mal von der ›Marke Deutschland‹ angeführt.

Chinesen vertrauen ›Made in Germany‹ am meisten

Der größte Vorteil der Bundesrepublik liegt in der konstanten Stärke über mehrere Reputationskategorien hinweg. Vor allem der deutsche Arbeitsmarkt und die Qualität deutscher Produkte werden international sehr positiv wahrgenommen – in beiden Bereichen rangiert Deutschland auf Platz 1. Das weltweit höchste Ansehen genießt die Bundesrepublik bei den Chinesen. In vier von sechs Oberkategorien (Exporte, Regierung, Menschen, Immigration und Investitionen) führt hier die ›Marke Deutschland‹ die Rangliste an.

Frankreich und Kanada rücken in die Top 3

Mit Ausnahme des Spitzenreiters ist der diesjährige Nation Brands Index jedoch von erheblichen Verschiebungen geprägt. Frankreich rückt insbesondere durch Reputationsgewinne der französischen Regierung auf den zweiten Platz vor, Kanada belegt erstmals Rang drei. Das Vereinigte Königreich, das seit 2011 durchgängig den dritten Platz belegt hat, fällt in diesem Jahr auf den vierten  zurück. Vor allem die verhältnismäßig schlechte Reputation in den beiden Kategorien Menschen und Regierung schwächt derzeit das allgemeine Ansehen Großbritanniens in der Welt. Japan verliert sogar drei Positionen und rangiert nur noch auf Platz 5. Wie schon im letzten Jahr werden die Top 10 durch die USA, Italien, die Schweiz, Schweden und Australien komplettiert.  

Image der USA stabilisiert sich

Nachdem die Vereinigten Staaten von Amerika in der Vergangenheit bereits sieben Mal (zuletzt im Jahr 2016) das NBI-Ranking anführten, rangieren die USA seit 2017 nur noch auf Platz sechs. Vor allem in den Bereichen Menschen und Regierung hat das weltweite öffentliche Ansehen der USA in den letzten drei Jahren drastisch abgenommen. Allerdings: Zum ersten Mal seit 2016 hat sich aktuell die Gesamtbewertung wieder verbessert.

Nationen als ›Persönlichkeiten‹ 

Beim diesjährigen Nation Brands Index wurden die Befragten zusätzlich darum geben, jedes Land mit bis zu drei Persönlichkeitsmerkmalen zu beschreiben. Ergebnis der Befragung: Die Schweiz wird weltweit als die vertrauenswürdigste Nation angesehen (32%), Neuseeland als die freundlichste (40%) und glücklichste (32%). Japan wird als besonders kreativ wahrgenommen (36%), Brasilien und Spanien gelten dagegen als besonders unterhaltsam (je 31%). Deutschland wird am häufigsten das Attribut ›stark‹ zugeschrieben (39%).

Umweltschutz global das größte Anliegen

Darüber hinaus wurde beim NBI 2019 auch nach den derzeit dringlichsten Herausforderungen für die Weltgemeinschaft gefragt. Weltweit sind fast vier von zehn Personen (38%) der Überzeugung, dass der Umweltschutz derzeit das größte globale Anliegen ist. Die Gewährleistung einer sicheren Versorgung mit Lebensmitteln und Wasser ist global gesehen momentan das zweitwichtigste Thema (28%), dicht gefolgt von der Beilegung gewaltsamer Konflikte (27%). ipsos 22

 

 

 

 

Immer mehr Rheuma-Patienten haben Zugang zu biologischen Arzneimitteln

Berlin - Seit der Einführung der Adalimumab-Biosimilars ist die Zahl der GKV-Patienten, die innerhalb eines Jahres mit Adalimumab behandelt wurde, gestiegen. Das bedeutet für die Versorgungssituation in Deutschland: Es gibt jetzt mehr Menschen mit Rheuma, chronisch-entzündlichen Darmkrankheiten oder Schuppenflechte, die Zugang zu einem biologischen Arzneimittel haben als vorher.

Dazu sagt Bork Bretthauer von der Arbeitsgemeinschaft Pro Biosimilars: „Wir sehen, dass Biosimilars nicht nur zu hohen Einsparungen führen. Sie spielen auch eine wichtige Rolle, wenn es um eine bessere Versorgung geht.“

Die beigefügte Grafik zeigt die Anzahl der Patienten in der Gesetzlichen Krankenversicherung (GKV), die im jeweiligen Monat eine Adalimumab-Verordnung erhielten.

Waren es im Oktober 2018 – dem Monat, als die ersten Adalimumab-Biosimilars auf den Markt kamen – noch ca. 19.200 Patienten, die das Originalprodukt mit diesem Wirkstoff verordnet bekamen, steigt ihre Zahl seitdem beinahe monatlich an. Im September 2019 erhielten schon rund 21.400 Patienten eine Verordnung mit dem Wirkstoff Adalimumab.

Diese Entwicklung ist bei Rheuma einzigartig. Schaut man sich die biologischen Arzneimittel in anderen Indikationen an - z.B. bei Trastuzumab, das bei Krebs eingesetzt wird – zeigt sich: Hier wird genau so viel Trastuzumab (Original oder Biosimilar) verschrieben wie vorher. Bretthauer: „Bei Rheuma - einer chronischen Krankheit, die auf verschiedene Arten behandelt werden kann - hat der hohe Preis der Biologika manche Ärzte offenbar dazu angeregt, den Wirkstoff nur zurückhaltend zu verschreiben. Erst die Verfügbarkeit von Biosimilars hat dazu geführt, dass mehr Patienten der gesetzlichen Krankenkassen mit dem biologischen Arzneimittel versorgt werden.“

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