WEBGIORNALE   21 GENNAIO - 3 febbraio 2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il Presidente Mattarella a Berlino incontra gli italiani in Germania  1

2.       Mattarella in visita a Berlino: "La Ue non è un comitato d'affari", poi rassicura Merkel sui conti 1

3.       Migranti. Global Compact, una vittoria a metà  2

4.       L’asse Parigi-Berlino, un’idea dell’Europa che può creare divisioni 2

5.       Lettera a Salvini su cittadinanza e conoscenza della lingua italiana  2

6.       Via libera al maxi decreto. Reddito di cittadinanza e quota 100, cosa c'è da sapere  3

7.       IV- Come si sviluppa il bilinguismo: varietà, tipologie e prassi educative. 3

8.       Multilateralismo. Italia con l’Europa per contare sulla scena globale  4

9.       Una voce preziosa per tutti gli Italiani 5

10.   Salvare l’Europa. “Prima le persone“  5

11.   Scoprire l’Italia … a Potsdam   6

12.   Leonardo 500: a Monaco di Baviera un ciclo di conferenze sulle sue opere  6

13.   A Stoccarda il 2 febbraio presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo 2018  7

14.   Riaprire presto i corsi di italiano nella Circoscrizione consolare di Friburgo  7

15.   Sgominata cellula della mafia in Germania  7

16.   “Benvenuti a Berlino”: gli incontri informativi del 2019 per i nuovi arrivati 7

17.   All’IIC di Colonia una giornata dedicata a Dario Fo  8

18.   Ecco i temi recenti di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  8

19.   I vincitori del concorso arti visive “Un'opera per l'italiano dell'anno” promosso dal Comites di Berlino  9

20.   La partecipazione italiana alla fiera Bau 2019 (Monaco di Baviera, 14-19 gennaio 2019) 9

21.   Trasferta in Baviera per il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher 9

22.   Gironda (Università di Bielefeld): appello per fermare la riduzione dei parlamentari eletti all’estero  9

23.   Nuova sperimentazione in Germania del reddito di base  10

24.   Berlino cambia i nomi delle strade, per cancellare il passato coloniale  10

25.   Interventi. On. Angela Schirò: Il mio 2018  10

26.   A Berlino la rassegna CineDì, promossa dall'IIC. Prima proiezione il 29 gennaio con “Dogman”  11

27.   Monaco di Baviera. Deceduto Venanzio Gibillini 11

28.   Parlamentari eletti all’estero. A colloquio con Billi e Schirò  11

29.   Energia e clima: nulla di nuovo sotto il sole  12

30.   Economia italiana  13

31.   Completate le nomine al vertice dell’ICE  13

32.   Confsal Unsa: servono nuove assunzioni nelle sedi all’estero  13

33.   Governo difficile  14

34.   Iniziamo a condannare l’odio dei “buoni”, o perderemo per sempre il diritto di indignarci 14

35.   Dopo un 2018 da dimenticare, auguriamoci un anno migliore  14

36.   Di necessità virtù  15

37.   Il reddito di cittadinanza: non viene dato ai residenti all’estero  15

38.   In Siria combattono l’Isis ma in Italia rischiano la sorveglianza speciale  15

39.   Petizione popolare per la difesa della rappresentanza dei residenti all’estero  16

40.   Cambiare?  16

41.   Decreto sulla previdenza. Nuove delusioni per gli italiani all’estero  16

42.   Giovani in Europa: una generazione in cerca d’identità  16

43.   La certificazione della conoscenza linguistica per ottenere la cittadinanza iure matrimoni 17

44.   Il “reddito di cittadinanza” accentua l’emigrazione interna sud-nord e non ridurrà quella verso l’estero  17

45.   Austerità  18

46.   Reddito di cittadinanza e pensioni: è legge. Penalizzati immigrati e italiani all’estero  18

47.   “Emigranti nel cuore”, il libro che celebra i 50 anni dell’Ente Bergamaschi nel Mondo  18

48.   Garavini (PD): "Decreto sicurezza provoca un consistente aumento del numero degli irregolari"  18

49.   Billi (Lega): Luciano Claudio responsabile organizzativo in Svizzera e nei paesi germanofoni 18

50.   Pubblicazioni. “Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove”  19

 

 

1.       Wirtschaftsforscher- Entwicklungshilfe verringert kaum Migration  19

2.       Brexit - Eine Entscheidung aus Nostalgie  19

3.       Europa im Dialog mit den Bürgern  20

4.       Keine Menschlichkeit. Der UN-Migrationspakt – eine Kontrollvereinbarung zum Staatsnutzen  20

5.       Die Propaganda lernt sprechen  21

6.       Studie: Das Ende der GroKo in Europa naht 21

7.       Endet der Arabische Frühling in Tunesien?  22

8.       Nach rechts verschoben. Unwort des Jahres 2018 ist „Anti-Abschiebe-Industrie“  22

9.       Die Gretchenfrage des Euros  23

10.   Vereinte Nationen. Rund 4.600 Menschen starben 2018 bei Flucht und Migration  23

11.   Flüchtlingspolitik. Weltweit steigt die Zahl der Flüchtlinge, in Deutschland sinkt sie  23

12.   Rettungsschiffe vor Malta: Acht EU-Staaten nehmen Bootsflüchtlinge auf 24

13.   OECD-Studie. Deutliche Fortschritte bei der Integration von Einwanderern  24

14.   Sorge um Europa: Schuldenkrise und (drohendes) Defizitverfahren gegen Italien – wie geht es weiter?  24

15.   Die europäische Sozialdemokratie. Eine Frage des Überlebens  24

16.   Brexit: Erneuter Rückschlag für May  25

17.   Grünes Licht für Mitte-Rechts-Regierung in Südtirol 25

18.   Gespräch mit Felix Klein. „Geschichtsvergessenheit in Deutschland ist alarmierend“  26

19.   Bottrop, Rheine, Amberg. Das passiert, wenn Täter „Deutsche“ und Opfer „Ausländer“ sind – und umgekehrt 27

20.   Gewalt in der häuslichen Pflege vorbeugen  27

21.   Studie. Medien berichteten während der „Flüchtlingskrise“ nicht ausgewogen  27

22.   Den Rechtspopulisten das Geschäft verderben  28

23.   Nebenan. Aufbruch der Populisten  28

24.   Die Zukunft der Arbeit neu denken  29

25.   Altersmigration. Mehr deutsche Rentner leben im Ausland  29

26.   Stellenausschreibungen/vacancies am IMIS  29

 

 

 

Il Presidente Mattarella a Berlino incontra gli italiani in Germania

 

Berlino - È iniziata con una breve saluto alla comunità italiana, venerdì 18 gennaio, nella sede dell’Ambasciata, la giornata a Berlino del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita ufficiale in Germania. Accompagnato dal Ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi, accolto dall’Ambasciatore Mattiolo, Mattarella ha salutato i rappresentanti della collettività. Tra loro le parlamentari elette in Europa e residenti in Germania, Garavini e Schirò, i presidenti di tutti i Comites di Germania e i consiglieri del Cgie.

 

“È un grande piacere incontrarvi. Il rapporto tra Germania e Italia è assicurato in massima misura dalla vostra presenza qui”, ha detto il Presidente. Tra i due Paesi, ha aggiunto, c’è “un rapporto di amicizia” ma anche “collaborazione e legami di ogni genere: politico, economico e culturale; un legame che, certo, si compone sotto la guida dell’Ambasciata, della rete consolare e della rappresentanza istituzionale, ma che ha in voi gli interpreti più vissuti e autentici”, persone “attive nel tessuto civile di questo paese”.

“È un piacere per me salutare qui gli eletti all’estero, i Comites e i consiglieri del Cgie, coloro che operano nei più diversi settori, dall’università all’impresa, e in tanti nella cultura e nell’arte. È impossibile enumerare tutti i profili dei nostri concittadini presenti in Germania quanto al tipo di attività e di impegno, perché – ha ricordato il Presidente – non c’è settore della vita sociale e civile che non veda qui presenze italiane. E questo attesta il legame, storico e profondo, che lega i nostri due Paesi”.

“La nostra amicizia è molto grande e questo è anche frutto della vostra presenza: il rapporto tra Paesi – lo dico sempre perché ne sono convinto e lo constato ogni volta – sono affidati alle istituzioni politiche, ma hanno sostanza e si affermano in maniera duratura, profonda e avvertita concretamente dalla presenza delle rispettive collettività”, ha rimarcato il Capo dello Stato. “La vostra è quella con cui, qui in Germania, i tedeschi vedono e comprendono l’Italia, e se il rapporto tra i nostri Paesi è così alto e profondo, evidentemente il vostro contributo è avvertito come prezioso e importante”.

“Voi svolgete non soltanto un’attività personale nei vari settori, ma anche un impegno di rappresentanza del nostro Paese, di legame e di avamposto dell’amicizia tra Germania e Italia. Vi sono molto grato e – ha concluso – vi ringrazio a nome della Repubblica. Grazie per quello che fate”. 

 

"È significativo il riconoscimento del Presidente della Repubblica alle nostre comunità in Germania. Sia perché, con le sue parole, Mattarella ha ricordato come gli italiani all'estero siano veri e propri ambasciatori del nostro Paese. Sia perché con la loro presenza i nostri connazionali si fanno reali portavoce dell'amicizia tra i nostri due Paesi ". È il commento della Senatrice PD Laura Garavini, presente oggi all'incontro. "Le parole pronunciate oggi da Mattarella riconoscono la giusta dignità a una comunità centrale come quella dei connazionali in Germania - aggiunge la Senatrice - una comunitá che rappresenta un tassello importante nei consolidati rapporti di amicizia tra Italia e Germania, anche in tempi burrascosi come quelli attuali".

 

Mattarella ha quindi visitato il Memoriale per gli Ebrei assassinati d'Europa e il Kulturforum. Momento clou della mattina l’incontro con il Presidente Steinmeier.

“Vorrei ringraziare il Presidente Steinmeier per aver voluto conferire a questa mia visita a Berlino un particolare accento di indirizzo culturale che più tardi si manifesterà con evidenza con una tavola rotonda che vedrà coinvolti giovani artisti tedeschi e italiani in preparazione dell’evento della città del Sud Italia, Matera, come capitale europea della cultura”, ha detto Mattarella a margine dell’incontro. “Il Presidente Steinmeier ha sottolineato l’importanza - che entrambi abbiamo a cuore - della coesione sociale. Avvertiamo questo valore anche per quanto riguarda la vita dell’Unione europea: l’Unione – ha quindi sottolineato il Capo dello Stato – non è un comitato d’affari che ha soltanto un’importante dimensione economica, ma è una comunità di valori sui quali si costruisce, sempre di più, l’integrazione e la convivenza dei popoli europei”.

“Ho trovato di grande importanza l’invito che il Presidente Steinmeier ha fatto nel suo messaggio di Natale a dialogare e a confrontarsi con le persone che la pensano diversamente da noi stessi. Questo invito – ha osservato Mattarella – costituisce la chiave della convivenza nell’Unione europea: confrontarsi e dialogare per cercare insieme soluzioni condivise. Credo che questo 2019 sia importante per l’appuntamento di quel grande esercizio democratico che è rappresentato dalle elezioni per il Parlamento europeo, che chiameranno centinaia di persone al voto nello stesso momento. È un passaggio importante per l’Unione e sottolinea quanto i destini dei nostri Paesi siano legati”.

Germania e Italia, ha aggiunto Mattarella, “hanno un rapporto bilaterale eccellente, ma hanno anche una responsabilità particolare come Paesi fondatori dell’Unione”.

Una Unione di cui presto non farà più parte la Gran Bretagna: “la decisione del Regno Unito dell’uscita dall’Unione è motivo di rammarico per tutti”, ha detto in proposito Mattarella. “Noi rispettiamo le decisioni - quelle assunte, quelle in corso e quelle che saranno prese - ma sottolineiamo il valore dell’Unione dell’integrazione”.

Il Regno Unito “ad oggi è ancora un Paese dell’Unione, ma è, e comunque rimane per il futuro, un Paese amico e alleato, un partner indispensabile per tutti noi per quanto riguarda la dimensione politica, quella economica, sociale, quella della sicurezza. Ciò che noi chiediamo è soltanto la chiarezza delle posizioni così come ventisette Paesi, con atteggiamento uniforme, hanno svolto attraverso il commissario Barnier”.

Per quanto riguarda l’Unione, ha sottolineato Mattarella, “la sua forza è rappresentata dai giovani; è cresciuta una generazione di giovani che si sentono europei; a Berlino giungono sempre più giovani italiani. Questo scambio di esperienze, di vita, di collaborazione tra i giovani dei nostri Paesi è la vera garanzia dell’Unione. L’Unione ha assicurato ai Paesi e ai popoli europei decenni di vita più serena, tranquilla, di pace e di benessere: questo è un valore che i giovani conoscono e apprezzano”.

A una domanda su cosa Italia e Germania possono fare per rilanciare l’Europa, Mattarella ha risposto che “l’Unione europea ha un ruolo da svolgere sulla scena mondiale, particolarmente in una stagione in cui vi sono tensioni di carattere commerciale e si ridiscutono alcune regole della convivenza nella comunità internazionale. Questo richiede un forte contributo protagonista dell’Europa. È anche questo un argomento che chiama i Paesi dell’Unione a sviluppare l’integrazione, per svolgere un ruolo adeguato sulla scena mondiale per evitare che risulti indebolita la voce della cultura, della civiltà, del contributo degli europei sulla scena mondiale, di cui sono grandi protagonisti e in cui si muovono legittimamente”.

In questo senso, “le elezioni europee sono un'occasione di grande importanza e il nostro auspicio è che vi sia una grande partecipazione. Naturalmente il dibattito politico è tradizionalmente molto vivace in Europa e ciò riguarda anche i temi di sviluppo dell'Unione. La dichiarazione fatta dal Presidente Juncker qualche giorno addietro sull’austerità ha stimolato alcune riflessioni che, con grande senso di responsabilità, è giusto fare sulla base di quanto ha detto il Presidente della Commissione europea. Tutto ciò richiama non solo i Paesi fondatori ma tutti Paesi dell'Unione ad una riflessione accurata nell'avvicinarsi delle elezioni europee”.

Tornando alla Germania, Mattarella ha annunciato di aver invitato il Presidente Steinmeier “a venire quest’anno in Italia in visita di Stato. Sarà anche quella un’occasione per registrare l’amicizia tra i nostri Paesi, la sintonia che vi è sulle questioni più importanti di carattere bilaterale, di carattere europeo e nella scena mondiale. Sarà anche l’occasione per ribadire come il ruolo di Germania e Italia sia importante nell’Europa e per l’avvenire dei nostri popoli”. De.it.pres 18

 

 

 

 

Mattarella in visita a Berlino: "La Ue non è un comitato d'affari", poi rassicura Merkel sui conti

 

"L'Unione Europea non è un comitato d'affari, ma una comunità di valori sulla quale si costruisce la convivenza dei popoli europei e la coesione sociale è importante nella vita comunitaria", ha detto il presidente Sergio Mattarella in visita in Germania, al termine di un incontro con il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. "Bisogna quindi dialogare con le persone che la pensano diversamente, questa è la chiave dell'Unione Europea. Bisogna confrontarsi, dialogare e trovare insieme soluzioni condivise".

 

Le recenti parole del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, sull'uso eccessivo dell'austerity "hanno stimolato alcune riflessioni che è giusto fare", ha aggiunto Mattarella. Questo è un tema che "richiama tutti i Paesi dell'Unione ad una riflessione accurata nell'avvicinarsi alle elezioni europee", ha poi detto il presidente Sergio Mattarella al termine di un incontro con il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier.

 

Mattarella ha poi incontrato la Cancelliera Angela Merkel, che si è informata sulle recenti riforme approvate dal governo italiano (reddito di cittadinanza e quota 100). E Mattarella l'ha rassicurata sui saldi.

Durante un colloquio a Berlino Merkel ha voluto avere notizie di prima mano dal presidente che gli ha ricordato che il provvedimento è stato approvato solo ieri, confermandogli che i saldi sono quelli contenuti nella manovra. Che è già passata al vaglio della Commissione europea.

 

Con l'Italia lavoriamo "in un clima di fiducia", ha sottolineato Angela Merkel al presidente Mattarella durante un colloquio oggi a Berlino. "Apprezzo lo stile di Giuseppe Conte, molto pacato. Mi concentro su di lui piuttosto che su quello che dicono i singoli ministri", ha aggiunto la cancelliera, secondo quanto riferiscono fonti presenti al colloquio.

 

Abbiamo grande rispetto" per la decisione del popolo britannico di uscire dall'Unione, "la Gran Bretagna rimane un Paese amico e alleato: chiediamo solo la chiarezza delle posizioni", ha sottolineato Mattarella parlando da Berlino dove si trova in visita ufficiale. Naturalmente, ha aggiunto Mattarella, l'uscita di Londra dall'Unione è "motivo di rammarico" perché "noi sottolineiamo il valore dell'Unione Europea

 

"L'amicizia tra Italia e Germania è molto grande", ha spiegato Mattarella nella sede dell'ambasciata italiana, dove ha incontrato alcuni rappresentanti della collettività italiana presente in Germania. "Il rapporto fra Germania e Italia è rassicurato in massima misura dalla vostra presenza in Germania", ha detto rivolgendosi ai presenti.

 

"Lo scorrere del tempo affida sempre più a questi luoghi il cruciale compito di custodire la memoria della barbarie, monito permanente affinché ciò che è accaduto non debba mai più ripetersi. Confido che le coscienze delle nuove generazioni possano trarre dalla visita a questo memoriale nuova e convinta ispirazione per un futuro migliore e libero da tali mostruose atrocità", ha scritto il presidente nel libro del memoriale degli ebrei assassinati in Europa a Berlino.

LR 18

 

 

 

Migranti. Global Compact, una vittoria a metà

 

Il 10 dicembre 2018 è stato approvato a Marrakech il Global compact for safe, orderly and regular migration il primo atto multilaterale che fissa un piano programmatico globale per la gestione di migrazioni “sicure, ordinate e regolari”. Un “documento equilibrato e prudente – ha argomentato lo studioso di migrazioni internazionali Maurizio Ambrosini – articolato in 23 obiettivi, per ciascuno dei quali sono elencate diverse azioni possibili. Non manca di ribadire che spetta ai Governi nazionali definire la propria politica migratoria, distingue tra migrazioni regolari e irregolari, parla di lotta ai trafficanti e di sostegno al ritorno alle terre di origine.”

Una tappa raggiunta tra le polemiche

“Un quadro migratorio globale basato su fatti e non miti, che protegge gli interessi nazionali e li promuove attraverso una migliore cooperazione” ha chiarito la rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni internazionali, Louise Arbour. Toni misurati che la dicono lunga sulla necessità di far decantare le polemiche a due anni da un processo negoziale che ha causato scompaginamenti politici e crisi di governo.

Eppure, al netto di un risultato che rappresenta una tappa fondamentale per la gestione globale dei flussi migratori, proprio la cooperazione multilaterale ne esce malconcia. A due anni dalla Dichiarazione di New York sui rifugiati e i migranti, quel consesso resta l’ultimo in materia di immigrazione in cui sia stata registrata l’unanimità. Dei 193 Paesi che due anni fa avevano avviato unitariamente il percorso del compact, più di 30 hanno infatti scelto la via sovranista alla gestione delle migrazioni internazionali.

Numerosi i Paesi contrari alla firma

Tra le defezioni di Marrakech  pesano particolarmente quelle di 8 membri dell’Unione europea (Lettonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Bulgaria e Italia), che hanno scelto di non partecipare al vertice contestandone l’ingerenza sulle rispettive sovranità nazionali e accodandosi, di fatto, al primo no di peso giunto a dicembre del 2017, quando il presidente Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero disertato i negoziati prima ancora che fosse presentata la bozza iniziale.

Sette mesi dopo è stata l’Australia a girare le spalle. “Non firmeremo alcun documento che non è nel nostro interesse nazionale e non è nell’interesse nazionale affidare alle Nazioni Unite le nostre politiche di difesa delle frontiere”, ha spiegato il premier Peter Dutton, contestando la versione finale del Global Compact. Da allora, rivendicazioni analoghe sono dilagate anche nell’Unione europea egemonizzando anche i posizionamenti di Paesi che originariamente avevano partecipato ai lavori multilaterali e che alla spicciolata hanno rifiutato di parlare con una sola voce.

L’Europa centro-orientale unita contro il Global Compact

“Secondo la posizione del governo, il Global Compact delle Nazioni Unite per la migrazione è in conflitto con il buon senso e anche con l’intento di ripristinare la sicurezza europea” ha argomentato il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Toni analoghi a quelli giunti dall’Austria – Paese che nel 2017 ha ospitato il 3.47% dei richiedenti asilo registrati complessivamente nell’Unione – dove Heinz Christian Strache, leader del partito di destra Fpoe, partner della coalizione di governo, ha dichiarato che “L’Austria deve rimanere sovrana in materia di migrazione” e che il Paese sta “svolgendo un ruolo di guida in Europa”.

Valutazione incontrovertibile, visto che dopo Vienna sono seguite le defezioni di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria. Paese, quest’ultimo, che ha accolto l’1.8% dei flussi migratori in Europa censiti dall’Iom e che ad oggi resta l’unico della regione balcanica ad avere seguito la trazione centro-orientale.

La defezione italiana dell’ultimo minuto

Tra le cancellerie che hanno scelto di disertare Marrakech in calcio d’angolo, spicca da ultima, e a sorpresa, l’Italia, che aveva partecipato a tutte le fasi del negoziato e che, a dieci giorni dalla plenaria finale, ha deciso di sospendere la decisione rinviando al voto del Parlamento l’opportunità di siglare o meno il Global Compact.

Nell’attesa che venga ufficializzata la calendarizzazione di un dibattito parlamentare che si annuncia complesso anche in seno alla maggioranza, il dato di rilievo, ad oggi, sta nello spostamento del baricentro geopolitico dell’Italia sulla questione immigrazione. È infatti sempre più distante dai Paesi fondatori dell’Unione, con i quali a fasi – e insuccessi – alterni si è tentato di gestire la crisi della governance migratoria degli ultimi tre anni, e più vicino a un gruppo esiguo di Paesi storicamente riluttanti al principio di solidarietà tradizionalmente invocato dall’Italia in materia di immigrazione.

I prossimi Consigli europei, presieduti a partire da questo gennaio dalla Romania, ci diranno se e come la fronda europea degli anti-compact terrà. Ad oggi, la sua tenuta sembra piuttosto esposta alle tensioni alimentate dalla applicazione pratica del principio di volontarietà sdoganato dal Consiglio europeo del 28 giugno dopo lunghe negoziazioni con il quartetto di Visegrád, le cui conclusioni hanno ribadito a più riprese la volontarietà, e non l’obbligo, della suddivisione dei richiedenti asilo e dei rifugiati che giungono in Europa. Enza Roberta Petrillo AffIt 11

 

 

 

 

L’asse Parigi-Berlino, un’idea dell’Europa che può creare divisioni

 

In una Ue a 27 dove già le divisioni sono notevoli, stabilire una superiorità di Germania e Francia nella definizione delle politiche crea più problemi che spinte all’integrazione - di Danilo Taino

 

Per la Germania e la Francia, il nuovo trattato che Merkel e Macron firmeranno ad Aquisgrana il 22 gennaio è un balzo avanti nell’integrazione di una serie di politiche dei due Paesi: esteri, difesa, sicurezza, creazione di un’area economica franco-tedesca. Per l’Europa non è però detto che lo sia: potrebbe anzi rivelarsi un passo mosso con la testa girata all’indietro. L’asse tra Berlino e Parigi in passato ha funzionato da motore dell’integrazione europea. Oggi, rimane una necessità ma non è più sufficiente. Anzi, spesso irrita gli altri partner della Ue. Non solo una parte dei Paesi dell’Est. Non solo il governo italiano. Anche solidi europeisti come i membri della cosiddetta Nuova Lega Anseatica (Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia, i tre Baltici, l’Irlanda).

Lo scorso novembre, per dire, il ministro francese Bruno Le Maire ha provocato un incidente diplomatico quando, durante una cena, ha lanciato un attacco a sorpresa contro i nuovi «club chiusi», rivolto al rappresentante della Nuova Lega Anseatica che ha posizioni critiche nei confronti delle strategie europee di Parigi. Quando gli è stato chiesto se l’alleanza franco-tedesca non sia un club, Le Maire ha risposto che «questo non è un club, questo è ciò che sta al cuore dell’ambizione europea». In una Ue a 27 — non più a sei o a 12 — dove già le divisioni sono notevoli, stabilire una superiorità di Berlino e Parigi nella definizione delle politiche europee crea più divisioni che spinte all’integrazione. Altro esempio. L’idea, avanzata da Berlino, che Parigi rinunci al suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu per trasformarlo in uno della Ue è stata respinta da Macron. Che invece appoggerà un seggio per la Germania. Prospettiva alla quale l’Italia si oppone da sempre. Più o meno Europa? CdS 15

 

 

 

Lettera a Salvini su cittadinanza e conoscenza della lingua italiana

 

Egregio Ministro Salvini,

siamo entrambe parlamentari italiane nate all’estero, da genitori emigrati in altri Paesi, che hanno avuto esperienza diretta di cosa significhi essere stranieri in altre società e, nello stesso tempo, del vantaggio che a sé e a chi sa ospitare ed accogliere reciprocamente derivi da un positivo percorso di integrazione e di avanzamento sociale.

 

In questi anni, nei nostri Paesi di residenza – il Canada e la Germania – una cosa abbiamo sempre ripetuto con orgoglio: “Dell’Italia si può dire ciò che si vuole, ma nessuno potrà negare che si sia fatta carico delle proprie e delle altrui responsabilità salvando vite umane e proteggendo con umanità persone deboli e indifese”.  

 

Può immaginare, dunque, quanto profondo disagio e dolore ci abbiano dato le misure da lei imposte all’attuale maggioranza di totale chiusura verso i migranti più deboli ed esposti e quanta vergogna ci produca il fatto che persone, pur in possesso di un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, siano messe in strada in pieno inverno. Cosa che nei nostri Paesi non è avvenuto verso gli italiani.

 

Comunque, non le scriviamo per questo. Nel Decreto Sicurezza, da lei fermamente voluto e da noi altrettanto fermamente osteggiato, compaiono norme che non limitano i loro effetti al bersaglio prevalente delle disposizioni in esso contenute – gli stranieri presenti nel nostro Paese -, ma coinvolgono anche altre persone che poco hanno a che fare con questa sua scelta ossessiva.

 

All’art. 14, infatti, è detto testualmente: “La concessione della cittadinanza italiana (nel nostro caso al coniuge che la richiede per matrimonio) è subordinata al possesso, da parte dell’interessato, di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER)”. E più sotto si aggiunge che i richiedenti devono allegare alla domanda un’adeguata certificazione in merito.

 

Sappiamo bene che questa disposizione, richiedente una conoscenza elevata della lingua italiana, si aggiunge a tutte quelle che vogliono rendere la vita difficile agli stranieri che intendono integrarsi nel nostro Paese fino a diventarne cittadini, tanto più se in esso vi sono i propri affetti familiari, ma pur di raggiungere questo obiettivo lei passa disinvoltamente sulla condizione di decine di migliaia di famiglie e di coppie “miste” che vivono anche all’estero. Vi sono tante unioni, infatti, costituite da un/a italiano/a sposato/a con uno/a straniero/a che vorrebbero condividere anche la cittadinanza, oltre ai figli e a tante altre cose che sorreggono il loro rapporto. La richiesta del possesso di un livello elevato di conoscenza della lingua italiana come condizione dell’ottenimento della cittadinanza, alla quale si aggiunge il raddoppio dei tempi di attesa della definizione della pratica, costituisce obiettivamente una remora e un freno per questa legittima aspirazione.

 

E poi, ammesso che di questa misura si debba prendere semplicemente atto, si è posto il problema degli aspetti pratici che ne discendono? Per acquisire una conoscenza e una certificazione dell’italiano a livello B1, a chi e dove bisognerà rivolgersi? Da chi gli interessati possono ricevere informazioni sui possibili contatti da realizzare? Quanto gli costeranno i corsi e la stessa certificazione? Ha idea di come i nostri consolati siano già oberati di lavoro e di richieste e di quanto ci vuole, in termini di tempo e di spesa, per spostarsi e lasciare i propri impegni familiari e di lavoro?

 

Sappiamo bene che la sua maggiore preoccupazione è quella di mandare messaggi securitari e diversivi a un elettorato angosciato da mille difficoltà concrete, ma lei – ci perdoni – alle persone in carne e ossa e ai loro problemi quotidiani non ci pensa mai? Tanto più se il solo fatto di risiedere all’estero costituisca di per sé un fattore in più di difficoltà, che meriterebbe attenzione e rispetto.

 

Anche se non ci facciamo molte illusioni, provi a governare una volta tanto non per simboli e messaggi antagonistici, ma cercando di pensare alle persone vere e provando ad aiutarle a risolvere qualche loro problema, anziché spingerle verso l’ansia e appesantirne le difficoltà.

 

Provi, in sostanza, a cambiare qualcosa per dare ai protagonisti di tante unioni “miste”, formate anche da nostri connazionali all’estero, un minimo di aiuto e l’idea che il Paese di cui vogliono diventare cittadini non li considera un rischio ma una positiva risorsa.

Distinti saluti.

Francesca La Marca – Angela Schirò

(Deputate al Parlamento, elette nella circoscrizione Estero)  de.it.press 17

 

 

 

 

Via libera al maxi decreto. Reddito di cittadinanza e quota 100, cosa c'è da sapere

 

Via libera del Consiglio dei ministri al maxi decreto contenente il reddito di cittadinanza e quota 100. Ecco le misure illustrate oggi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dai vice premier Luigi di Maio e Matteo Salvini al terme del Cdm.

 

REDDITO - Per accedere al Rdc è necessario: essere cittadini italiani, europei o lungo soggiornanti e risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in via continuativa; Isee inferiore a 9.360 euro annui; patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa di abitazione, fino ai 30mila euro annui; patrimonio finanziario non superiore a 6mila euro che può arrivare fino a 20 mila per le famiglie con persone disabili. Per il governo si tratta di "una misura di reinserimento nel mondo del lavoro che serve ad integrare i redditi famigliari" e che ha come obiettivo quello di "migliorare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro; aumentare l'occupazione; contrastare la povertà e le disuguaglianze".

Questa misura riguarderà circa 5 milioni di persone, cioè riguarderà le persone che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta: il 47% dei beneficiari sarà al Centro-Nord e il 53% al Sud e Isole. Sono 255mila i nuclei famigliari con disabili che riceveranno il reddito di cittadinanza.

Alcuni esempi

Il reddito dura 18 mesi: entro i primi 12 mesi la prima offerta di lavoro potrà arrivare nel raggio di 100 km - 100 minuti di viaggio. Se viene rifiutata la seconda offerta potrà arrivare nel raggio di 250 km e se anche questa viene rifiutata la terza offerta potrà arrivare da tutta Italia. Dopo il primo anno anche la prima offerta potrà arrivare fino a 250 km, mentre la terza potrà arrivare da tutto il territorio nazionale; dopo i 18 mesi tutte le offerte possono arrivare da tutto il territorio nazionale. Per le famiglie con persone con disabilità le offerte di lavoro non potranno mai superare i 250 km.

Il Reddito si può richiedere alle Poste Italiane sia direttamente all'ufficio postale che in via telematica oppure al Caf. L'Inps verificherà se si è in posso dei requisti. Il Reddito verrà erogato attraverso una normalissima prepagata di Poste Italiana (non sarà possibile utilizzarla per il gioco d'azzardo). Dopo l'accettazione, il beneficiario verrà contatto dai Centri per l'impiego per individuare il percorso di formazione o reinserimento lavorativo da attuare. Chi fornisce dati falsi rischia da 2 a 6 anni di carcere.

Viene escluso dal Rdc chi: non sottoscrive il Patto per il Lavoro o per l’Inclusione sociale; non partecipa alle iniziative formative e non presenta una giustificazione; non aderisce ai progetti utili per la comunità predisposti dai Comuni; rifiuta la terza offerta congrua; non aggiorna le autorità competenti sulle variazioni del proprio nucleo; fornisce dati falsi: in questo caso, si rischiano da 2 a 6 anni di carcere.

Se i soldi del reddito di cittadinanza non vengono spesi tutti entro il mese, la cifra non spesa "non la eroghiamo sul mese dopo", i soldi "glieli scaliamo dal mese dopo", ha sottolineato il vicepremier Luigi Di Maio, ospite di Porta a Porta.

 

QUOTA 100 - Per tre anni, dal 2019 al 2021 si potrà andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi senza nessuna penalizzazione. Si stima che nel triennio circa 1 milione di lavoratori approfitterà dell'opportunità per la quale sono stati investiti 22 miliardi di euro. Sono queste le coordinate di quota 100, la nuova norma prevista dal governo. Calendario di accesso al pensionamento:

Lavoratori privati : dal 1° aprile 2019 per chi ha maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2018 e poi ogni 3 mesi dal raggiungimento dei requisiti; Dopo tre mesi: per chi ha maturato i requisiti a partire dal 1° gennaio 2019.

Lavoratori pubblici: dal 1° agosto 2019 per chi ha maturato i requisiti all'entrata in vigore del decreto e poi ogni 6 mesi dal raggiungimento dei requisiti; dopo sei mesi: chi ha maturato i requisiti a partire dal 1° febbraio 2019.

Lavoratori scuola e Afam: dal 1 settembre in linea con l'inizio dell'anno scolastico

NOVITA': È possibile andare in pensione in anticipo con 42 anni e 10 mesi di contributi, se uomini, e con 41 anni e 10 mesi di contributi, se donne; una volta maturati i requisiti, i lavoratori e le lavoratrici percepiscono la pensione dopo tre mesi; le donne lavoratrici a 58 anni se dipendenti e 59 se autonome con almeno 35 anni di contributi al 31 dicembre 2018 possono optare per il pensionamento con opzione Donna; Ai lavoratori precoci non si applicano gli adeguamenti alla speranza di vita e potranno quindi andare in pensione con 41 anni di contributi.

Ape Social: l'accesso all'indennità sostitutiva della pensione è prorogata per un anno, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019 e dura fino al conseguimento dell'età anagrafica per la pensione di vecchiaia. occorre avere almeno 63 anni di età e 30 o 36 anni, a seconda dei casi, con bonus di un anno per figlio (max 2) per le lavoratrici.

Pace contributiva: è la possibilità di riscattare, su richiesta, periodi di buco contributivo non obbligatori per massimo 5 anni.La possibilità è prevista per un triennio dal 2019 al 2021. Il riscatto del periodo di laurea sarà a condizioni agevolate entro i 45 anni: sarà detraibile l'onere del 50% in cinque quote annuali e la rateizzazione fino a 60 rate mensili.

Tfr: Per tutti i pensionati pubblici (non solo quota 100) è prevista la possibilità di avere subito l'anticipo di fine rapporto fino a 30.000 euro. Sarà inoltre possibile cumulare periodi assicurativi presenti su più gestioni mentre la pensione non è cumulabile con redditi da lavoro dipendente o autonomo ma sì con redditi da lavoro occasionale (5mila euro max)

Fondo bilaterale per il ricambio generazionale: si può accedere per andare in pensione tre anni prima di quota 100 a patto che ci sia un'assunzione. Sono esclusi i lavoratori in Isopensione (prestazioni in essere o erogate). Adnkronos 17

 

 

 

IV- Come si sviluppa il bilinguismo: varietà, tipologie e prassi educative.  

 

Esistono nella letteratura scientifica sull’argomento svariate classificazioni di “bilinguismo” e “plurilinguismo”, ma in realtà queste hanno soprattutto valore per chi studia questo fenomeno e per classificarlo deve creare parametri per individuarne le varie tipologie.

Ne elenco qui alcune sinteticamente come premessa ai consigli pratici educativi che a sua volta poi ripartirò in consigli ai genitori e suggerimenti agli insegnanti per il supporto a partire dall’età scolare (compresa la scuola materna). 

Un certo grado di bilinguismo primitivo, molto parziale e passivo è abbastanza diffuso: si tratta di parlanti che oltre alla prima lingua correntemente parlata ne comprendono una o più altre, ma solo passivamente, cioè senza essere in grado di utilizzarla pienamente nella comunicazione (es. l’inglese o il francese insegnato nella vecchia scuola media negli anni ’60 …. e forse anche dopo): quello che si imparava serviva unicamente per esercizi di traduzione ma era pressoché inutilizzabile per comunicare con parlanti di queste lingue. In questo caso non si potrebbe a rigore nemmeno parlare di bilinguismo ma di informazioni sulla lingua straniera studiata. 

Una seconda tipologia è quella chiamata “bilinguismo consecutivo”: si impara prima una lingua cosiddetta “materna” (o, perché no, “paterna”) e poi, a partire dall’età scolare o dall’adolescenza (in scuole bilingui) o in età adulta (es. in seguito ad emigrazione in altri Paesi) si impara una seconda lingua divenendo in grado di utilizzarla nella comunicazione coi parlanti nativi. Chiaramente i gradi di padronanza saranno molto diversi:  si può raggiungere un buon grado di bilinguismo in scuole ad insegnamento bilingue, laddove le materie di studio sono in parte insegnate in parte in una ed in parte nell’altra lingua.

Anche da adulti uno studio intensivo può condurre ad una padronanza completa di una lingua straniera (ad es. negli istituti di interpretariato, ma dopo anni di studio). Difficilmente però si tratterà di una padronanza paragonabile a quella di un parlante nativo.

Anche nel caso migliore sarà pur sempre una lingua “aggiuntiva” e raramente si sostituirà alla lingua materna. Casi del genere esistono ma sono rari: a titolo esemplificativo ne cito un paio. Il più noto, lo scrittore Joseph Conrad, di lingua materna polacca, iniziò ventenne a studiare l’inglese e scrisse poi in questa lingua d’adozione numerosi romanzi divenuti classici, es. Lord Jim o Nostromo. Aveva studiato il francese da più giovane e suo padre aveva tradotto Shakespeare in polacco, dunqe si può supporre che abbia avuto una certa esposizione all’inglese anche nell’infanzia, ma lo studio sistematico dell’inglese lo iniziò ad un’età in cui difficilmente si può conseguire una padronanza assoluta: lui ci riuscì.

Anche il ceco Mílan Kundera, dopo aver pubblicato molti romanzi nella sua lingua materna, (es.: L’insostenibile leggerezza dell’essere), si era trasferito in Francia nel 1975 come insegnante universitario, ed all’età di 64 anni ha cominciato a scrivere e pubblicare in francese.

Ma si tratta appunto di casi molto particolari, non rari nel mondo dei letterati, dove il bilinguismo ed il plurilinguismo sembra essere la regola, anche se raramente abbiamo il caso di autori che hanno pubblicato in più di una delle lingue pienamente padroneggiate.

 

I casi che più ci interessano in campo educativo sono però quelli del “bilinguismo simultaneo”, cioè appreso fin dalla nascita. 

Curiosamente nessuno si è mai posto domande sul come insegnare ai bambini la lingua cosiddetta “materna”: sembra che questo apprendimento avvenga comunque, a prescindere dagli sforzi o meno dei genitori. Nelle riviste specializzate per i neo-genitori si trovano infatti consigli di ogni genere, ma per quanto riguarda l’apprendimento della lingua i consigli, le rare volte che si trovano, sono generici per non dire banali. In effetti anche la ricerca psicologica e linguistica è ben lontana dal poter comprendere e descrivere come avviene nei bambini l’apprendimento linguistico. E forse è addirittura meglio così: se i bambini dovessero imparare a camminare sulla base di un insegnamento scolastico probabilmente sarebbero in pochi a poterlo fare senza problemi. Fortunatamente la natura ha congegnato il cervello umano in modo che alcuni apprendimenti avvengano quasi per istinto, come per gli animali. Dico quasi, poiché per la lingua è necessaria l’esposizione a modelli che sono normalmente svariati (la lingua dei genitori, dei nonni, di altri parenti, di altri coetanei).

Premessa che un apprendimento basilare avviene anche sulla base di una ridotta esposizione alla lingua (ci sono anche genitori che parlano poco ai figli perché aspettano che … abbiano imparato a parlare), la qualità della lingua che i bambini parlano quando iniziano la scolarità è già molto diversa, e proprio lì si verifica lo svantaggio o il vantaggio per l’intera carriera scolastica, poiché ad es. bambini che abbiano solo un registro linguistico limitato ai bisogni materiali (nominare oggetti ed operazioni della vita quotidiana) si troveranno grandemente svantaggiati rispetto ai coetanei che per loro fortuna hanno appreso altri registri linguistici ad esempio attraverso la lettura fatta loro dai genitori, e quindi sono in grado di parlare anche di cose non reali, e soprattutto a riflettere sull’uso delle parole.  

Se questo è vero per la prima lingua, tanto maggiore sarà lo sviluppo cognitivo –linguistico dei bambini se la stessa strategia educativa avviene per così dire su due fronti, cioè con due lingue. Il caso migliore si è detto, è il principio “una persona – una lingua”, ma non è un principio esclusivo. Uno o ambedue i genitori, premesso l’uso principale di una delle due lingue, può benissimo utilizzare anche l’altra in certe occasioni, ad esempio nella lettura.

Ho sperimentato personalmente coi figli la lettura di racconti prima in una e poi, in momenti diversi, nell’altra lingua. In particolare mia moglie, tedesca, essendo la persona con cui i figli trascorrevano la maggior parte del tempo, leggeva ogni tanto anche libri italiani ai figli.

Fondamentale per il successo dell’educazione bilingue è che i figli si rendano conto immediatamente (e non certo per obiettivi futuri evidenti ma lontani) che ambedue le lingue sono loro necessarie ed utili: per parlare coi nonni ad es. o con coetanei che parlano unicamente l’altra lingua. Ma su questo aspetto non si deve essere rigidi: si possono creare anche situazioni artificiali in cui si decide di parlare tutti a turno l’una o l’altra lingua.

In particolare il genitore che ha minor tempo a disposizione per parlare la propria lingua ai figli dovrà organizzare una specie di rituale costante in cui parla la propria lingua ai figli, ad esempio giocando con loro o leggendo o raccontando storie inventate se ne ha capacità e talento. L’uso di media (CD, filmini o programmi televisivi) nella lingua “a minor esposizione” è un utile supporto, i materiali si trovano facilmente in internet o in negozi specializzati. Nulla può comunque sostituire il parlare direttamente coi figli.

Al riguardo occorre tener presente che salvo casi eccezionali, ci sarà sempre una lingua dominante, quella del Paese di residenza o del genitore che trascorre più tempo coi figli: tendenzialmente ed indipendentemente dalla lingua diversa parlata dall’altro genitore, sarà questa la lingua che cercheranno di utilizzare i figli. Questo è un fatto naturale e non deve assolutamente essere visto come un problema: importante è continuare ad usare l’altra lingua. Nemmeno l’uso misto di parole di ambedue le lingue è un problema: è una strategia comunicativa: il bambino usa la parola che in quel momento gli è più famigliare, al più si può ricordagli il corrispondente nell’altra lingua.

Contrariamente a quanto affermato senza verificabili prove empiriche in alcuni studi nel secolo scorso, la presunta “confusione” o “mescolanza” di lingue nei parlanti bi- o plurilingui non è che un fenomeno passeggero o limitato a casi di apprendimento molto limitato (es. lingua straniera appresa da adulti unicamente in ambiente di lavoro e quindi limitata alle necessità comunicative più elementari e senza alcun altro supporto di insegnamento sistematico).

Al contrario, tutti gli studi su campioni significativi condotti negli anni più recenti hanno riconfermato quanto si sapeva da sempre, e cioè che la scelta della lingua con cui parlare con un interlocutore, nella mente del parlante è chiaramente isolata da tutte le altre lingue conosciute fin dalla prima frase. Soltanto se mancano termini specifici si ricorre ad un prestito di vocaboli da un’altra lingua, se si presume che l’ascoltatore la conosca (es. “Domani vado a ritirare il tesserino alla <Krankenkasse>” nel dialogo fra due italiani in Germania ha una sua motivazione sensata poiché la traduzione letterale in italiano di questo termine (che potrebbe essere “cassa malattia”) non ha corrispondente in Italia, dove appunto c’è un sistema sanitario pubblico e non esistono “casse malattia” private come in Germania. Dunque per italiani che vivono in Germania il ricorso ad un termine specifico nella lingua locale pur parlando in italiano è inevitabile. 

Per i bambini o anche più tardi nella scuola, con i progressi nell’apprendimento le “interferenze” gradualmente spariscono, a meno che non siano motivate come nel caso sopra illustrato.   

Per la seconda lingua dunque non mancano studi e suggerimenti, ma quasi sempre si tratta o di un elenco dei vantaggi dell’educazione bilingue (grazie, lo sapevamo !) seguiti da pochi consigli pratici. Anche in questa sede  oltre ai pochi suggerimenti già ripetuti  in generale non è possibile indicare modalità più differenziate poiché la scelta delle strategie educative in campo linguistico dipende essenzialmente da situazioni personali molto variabili: tempo disponibile da parte dei genitori, grado di padronanza delle rispettive lingue, possibilità di incontro di parlanti della lingua non locale, situazione più facile in grandi città e più rara in piccoli centri, presenza o meno di scuole bilingui o almeno di corsi della lingua minoritaria parlata da uno dei due genitori.

Il caso più semplice è certamente quello dei due genitori che parlano la lingua minoritaria nel Paese di immigrazione: qui la migliore strategia è l’utilizzo di questa lingua come linguaggio famigliare e la ricerca di occasioni di esposizione alla lingua locale al più presto possibile (già prima della scuola materna).

Uno dei problemi che di regola segnalano queste famiglie è che i figli dopo l’ingresso nella scuola materna o al più tardi nelle scuola iniziano ad utilizzare la lingua locale anche coi genitori. Si tratta di un fenomeno naturale, che non va sanzionato ma accettato continuando però ad utilizzare la lingua fino ad allora parlata coi figli.

Diplomaticamente i genitori possono cogliere l’occasione per trasmettere ai figli i termini corrispondenti al concetto e non le traduzioni letterali (ad esempio per “Elternabend” si dirà “riunione dei genitori nella scuola” e non certo “serata dei genitori”). A livelli più avanzati si potranno anche mettere in evidenza i “falsi cugini linguistici”, cioè i termini che nelle due lingue si assomigliano ma hanno significato diverso, ad es. “Rektor” non sarà il “rettore ma il “preside o direttore didattico” o “dirigente scolastico” se si vuole essere ancor più aggiornati seguendo l’evoluzione terminologica della scuola italiana.

Meno frequente è  il caso di un genitore che parla la lingua locale mentre l’altro parla la lingua minoritaria o straniera. Qui la strategia più semplice ed efficace è che ciascuno dei genitori parla coi figli la propria lingua “materna”.

Nel caso molto più raro di genitori la cui lingua materna corrisponde a quella locale del Paese di residenza, ma che desiderano educare i figli in modo bilingue poiché ambedue o uno dei due padroneggia in modo soddisfacente un’altra lingua, la strategia più promettente è la frequentazione di altre persone che parlano quest’altra lingua, coinvolgendo i figli nella conversazione. In aggiunta o – con minore efficacia e maggior impegno – si devono poi creare momenti rituali quotidiani in cui si utilizza coi figli l’altra lingua.

Oggigiorno si diffondo in sempre maggior numero scuole materne o  scuole elementari bilingui, e dove esiste questa possibilità l’educazione bilingue iniziata in famiglia ha le migliori prospettive di realizzarsi.

Dove esistono corsi cosiddetti di “lingua materna” - evidentemente per il numero ridotto di ore meno efficaci di una scuola bilingue - è consigliabile la frequenza. Poiché si tratta di un impegno aggiuntivo, è indispensabile creare e sostenere la motivazione negli alunni: più che ore aggiuntive di insegnamento scolastico questi corsi si devono svolgere come momenti ricorrenti di incontro (normalmente saranno alunni di scuole diverse che si trovano una o due volte la settimana per i corsi) e contenere una parte ludica e creativa (teatro, canti, disegno, danza, ecc.) poiché non devono apparire agli occhi degli alunni come un obbligo scolastico supplementare  di cui a quell’età non possono riconoscere né il senso né l’importanza.

 

Per concludere, poiché ogni ulteriore suggerimento non può che essere fornito conoscendo la specifica situazione famigliare, rimando ad un blog di prossima apertura: circlemultiliguisticprague.blogspot.com, in cui raccoglierò i contributi europei ed extra-europei sul tema plurilisguismo ed educazione multilingue e multiculturale. Indico qui anche un indirizzo e-mail (libertango2012@libero.it) per chiunque volesse contattarmi per ottenere suggerimenti (miei o di colleghi e altri studiosi di cui indicherò i siti o le pubblicazioni).

Graziano Priotto, Konstanz-Praga  (de.it.press)

 

 

 

 

Multilateralismo. Italia con l’Europa per contare sulla scena globale

 

Proviamo per un attimo a prendere le distanze dal frustrante, ripetitivo dibattito che quotidianamente occupa i talk show televisivi e le pagine dei nostri giornali, e guardiamoci intorno per vedere cosa sta succedendo sulla scena internazionale. Vedremo che il mondo che ci circonda è caratterizzato da numerosi fattori di incertezza e di instabilità, che minacciano la nostra sicurezza, il nostro benessere, la qualità delle nostre vite.

Tra Usa, Russia e Cina

Abbiamo a che fare, per la prima volta, con un presidente statunitense imprevedibile, talora contraddittorio, e  ossessionato dalla preoccupazione di difendere un presunto interesse nazionale americano. E con un’Amministrazione Usa che non considera più nell’interesse di Washington la difesa di quel sistema multilaterale di gestione dei rapporti internazionali, che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a creare e sostenere. Ci dobbiamo confrontare con quasi quotidiane divergenze con l’America di Trump in materia di commercio internazionale, di cambiamento climatico, di politiche ambientali, di controllo degli arsenali nucleari, di gestione di aree di crisi (Iran, processo di pace israelo-palestinese, tanto per citarne alcune). E non sappiamo neppure più fino a che punto possiamo continuare a fare affidamento sulle garanzie americane in materia di sicurezza.

Dobbiamo fare i conti con un rapporto complicato anche con una Russia di Putin, caratterizzata da una democrazia autocratica e da un sistema di potere fortemente centralizzato, economicamente debole ma che investe massicciamente in programmi di riarmo anche nucleare, sostanzialmente ostile nei confronti di un’Europa unita, che ha violato principi fondamentali del diritto internazionale e mantiene aperto un conflitto in Ucraina con l’obiettivo di riaffermare una propria sfera di influenza.

Ma sappiamo anche che Mosca resta uno dei protagonisti sulla scena internazionale, interlocutore essenziale per la soluzione di crisi regionali e sfide globali; e che continua ad essere per noi un importante partner economico ed energetico.

Siamo chiamati a confrontarci con una Cina che si appresta a diventare la prima potenza economica del globo, e che si presenta come campione del globalismo e del multilateralismo, ma il cui potenziale economico e tecnologico sembra sempre più al servizio di una strategia di penetrazione politico-strategica. Senza contare che lo sterminato mercato interno cinese è ancora difficilmente accessibile, gli investimenti esteri in Cina non sono sufficientemente garantiti da un effettivo level playing field,  proprietà intellettuale e  trasferimenti di tecnologia non sono adeguatamente protetti, e rilevanti settori dell’economia sono ampiamente sussidiati dallo Stato.

Confini (e dossier) caldi

In Europa sono in molti a temere un serio rischio di ritorno ad un clima di Guerra Fredda, con tutte le conseguenze del caso, considerato lo stato dei rapporti fra Usa e Russia. Dobbiamo registrare focolai di tensioni e instabilità, o conflitti più o meno congelati, ai nostri confini orientali (dall’Ucraina, alla Moldova, al Nagorno Karabakh). E ai nostri confini meridionali, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, abbiamo a che fare con una  conflittualità latente fra sciiti e sunniti, con una pericolosa rivalità tra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia sulla regione, con la tuttora irrisolta guerra civile in Siria, con il conflitto nello Yemen, con la perdurante incertezza sul futuro della Libia, e con le debolezze strutturali che caratterizzano i maggiori Paesi del Mediterraneo.

E ancor più complicato si presenta il quadro se si pensa alla grandi sfide globali e alle minacce ibride che incombono sulle nostre società: dalla gestione dei flussi migratori al terrorismo internazionale, dal cambiamento climatico alla transizione energetica, dalla non proliferazione delle armi di distruzione di massa, alle minacce cibernetiche, al rapporto con i giganti del web.

Da soli non si va lontano

Se questo è il quadro internazionale, se ne dovrebbe concludere che vagheggiare oggi un ritorno allo “Stato nazione” come quadro di riferimento ottimale per la tutela degli interessi nazionali, è al tempo stesso velleitario, pericoloso e anacronistico. Oggi, infatti, neppure il più grande e ricco dei Paesi europei sarebbe in grado da solo di muoversi con autorevolezza sullo scenario internazionale e confrontarsi da pari con le grandi potenze globali; nessuno Stato europeo da solo sarebbe capace di gestire con successo quei fenomeni complessi che caratterizzano lo scenario internazionale.

Se si parte da queste premesse è inevitabile riconoscere che è solo all’interno di una dimensione europea che potremo difendere meglio i nostri interessi nazionali. A chi critica l’Unione europea, senza peraltro proporre alternative credibili, si dovrebbe ricordare che per l’Italia, media potenza caratterizzata da una modesta capacità di proiezione internazionale, da persistenti debolezze strutturali, e da un’economia fin troppo dipendente dalle esportazioni, non conviene allinearsi su una critica aprioristica e strumentale all’Europa.

Per un Paese come l’Italia, l’Europa conviene perché costituisce un solido quadro di riferimento per la difesa di valori e principi irrinunciabili e non negoziabili che sono alla base della nostra nozione di democrazia, perché la nostra economia ha bisogno di un grande mercato interno su scala continentale e di una moneta comune necessario complemento di questo mercato, ma anche perché il sistema Paese ha bisogno di un quadro di riferimento condiviso che ci metta a disposizione strumenti efficaci per affrontare le complessità della globalizzazione.

Dovremmo però essere capaci di uno “sguardo lungo” che ci consenta di vedere nella dimensione europea una straordinaria opportunità piuttosto che un groviglio di regole e vincoli; un moltiplicatore piuttosto che un limite della nostra sovranità. Un fattore di stabilità e uno spazio in cui affrontare al meglio le sfide di un quadro internazionale in cui  singoli Stati di media dimensione, da soli, non sono più in grado di  dettare le regole del gioco o di dare risposte soddisfacenti a problemi di crescente complessità.

Per questi motivi dovremmo puntare su  un’Europa più unita, più autorevole e magari più solidale come una opportunità per l’Italia,  chiarirci le idee su cosa ci aspettiamo dall’Europa, fissare obiettivi realistici e ottenibili, attrezzarci per sostenerli con competenza e credibilità nelle sedi dove si assumono le decisioni, e costruire un sistema di alleanze che corrisponda a verificati interessi nazionali. Ferdinando Nelli Feroci, Europea/IPG 15

 

 

 

 

Una voce preziosa per tutti gli Italiani

 

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un invito al rispetto, all’unità e a creare comunità. Più progetti e valori e meno proclami

 

  Non stupiscono il tono e le parole di Mattarella, a fine dicembre, dettate da amore per la Patria e per gli Italiani. Motivo che mi spinge a riportarne parzialmente il testo onde farlo conoscere a chi, per diversi motivi, non ha potuto ascoltarlo. Il suo discorso è iniziato così: “Questo appuntamento - nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi - non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo”.

  Aggettivo usato al superlativo a dimostrazione dell’amore per i “cari” concittadini ai quali intende trasmettere, “dal Quirinale, casa di tutti gli Italiani”, il suo affetto, nonché quel che ha “sentito e ricevuto nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini”, a testimonianza della necessità “di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita”. Vicinanza e benevolenza giudicati, dal Capo di Stato, come “bisogno di unità”, di quel “futuro del nostro Paese” che comporta anche l’essere “rispettosi gli uni degli altri... consapevoli degli elementi che ci uniscono e… rifiutare l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità”.

  Per Mattarella la collettività porta a condividere diritti e doveri. Questo “significa responsabilità e costruzione di un futuro comune di responsabilità ... So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza. Certo …é condizione di un’esistenza serena. Ma la sicurezza parte da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune”.

  Richiesta, questa, “particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. Ed in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità. Non sono ammissibili zone franche dove i cittadini si sentono soli ed indifesi. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche lavoro, istruzione … attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro”.

  Valori, secondo il Capo di Stato, “coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il  proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà. Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza, dona conforto e serenità. I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato. È l’Italia che ricuce e che dà fiducia”.

  Riporto solo alcune parti del discorso, durato quasi 15 minuti, seguito in Tv da più di 10 milioni di connazionali, in Italia e all’estero, e rintracciabile via internet, durante il quale Mattarella ha invitato a smetterla con le prediche, gli insulti, e le intolleranze dilaganti sui giornali, tra la gente ed anche tra i politici la cui “faccia feroce” non piace agli Italiani che aspirano ad un dibattito più civile ed a rapporti più educati. Altrimenti le litigiosità e le continue ribellioni potrebbero produrre una crisi di Governo e nuove elezioni. Invitando i politici ad evitare “l'astio" della lotta partitica.

  Un’esortazione provocata dalle “violazioni delle prerogative” delle Camere messe in atto dal Governo, di conseguenza invitato dal Capo di Stato a rispettare la democrazia e le funzioni parlamentari spesso "calpestate", come successo durante il voto di fiducia sulla legge di bilancio approvata da Deputati e Senatori che hanno parzialmente cambiato il testo, rinviato le decisioni sulle materie economiche ed inserito alcune modifiche su piano Industria e pacchetto famiglia, che prevede, tra l’altro, cinque giorni di congedo obbligatorio per i papà e prolungato il bonus asilo nido, sia pubblici che privati, nonché l’assistenza domiciliare per i bambini con meno di tre anni affetti da gravi patologie croniche.

  Un invito, il suo, ai politici ed ai cittadini all'"unità" e a sentirsi "comunità". Ha parlato di "responsabilità", di "futuro comune" e "rispetto gli uni degli altri". Al quale ha aggiunto l’augurio a Papa Francesco ringraziandolo “ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l'impegno per il bene comune”. Ed invitato “ad aver fiducia in un cammino positivo”, anche se “non ci sono ricette miracolistiche” per individuarlo. E conclude augurando buon anno a tutti.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Salvare l’Europa. “Prima le persone“

 

E ora? Cosa succede ora, dopo che, come ampiamente annunciato nelle scorse settimane, una maggioranza schiacciante del Parlamento inglese ha bocciato la proposta di accordo per la Brexit? Il voto di fiducia ottenuto ieri non mitiga la sconfitta politica di Theresa May che resta profondissima. La Gran Bretagna si trova a dover affrontare una crisi che nessuno dei sostenitori della Brexit aveva previsto e soprattutto che nessun leader ha avuto il coraggio di raccontare agli elettori britannici al momento del referendum.

La ricerca di un accordo con la UE è stata lunga e faticosa e ora il baratro del "no deal" è ad un millimetro. Le strade che si aprono per evitarlo sono tutte incerte ed impervie. Mentre appare possibile un rinvio della data di avvio della transizione verso l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione, sembra assai più improbabile che l'Unione Europea possa accettare di rimettere in discussione dei punti sostanziali dell'accordo respinto dal Parlamento. D'altra parte i tempi sono strettissimi per ipotizzare, prima delle elezioni europee di maggio, un nuovo negoziato con l'Unione o un nuovo referendum o elezioni anticipate in Gran Bretagna capaci di sciogliere questa intricata matassa. La questione non riguarda solo i britannici, ovviamente. Tutti noi, tutti i cittadini europei rischiano di pagare un prezzo per questa drammatica incertezza. Preoccupa che il governo italiano, i suoi principali esponenti almeno, guardino a questa vicenda con disinteresse e distacco, senza porsi neppure il problema di come reagire nella malaugurata ipotesi - non più così irrealistica - che si arrivi davvero al "no deal", ad un'uscita della Gran Bretagna dall'Unione senza alcun accordo e dunque senza nessuna garanzia, per esempio, per i tanti cittadini italiani che si trovano per lavoro o per studio in quel paese. I nazionalisti e i "sovranisti" nostrani pensano forse di avere qualcosa da festeggiare di fronte a questo scenario? Non c'è nulla su cui riflettere alla luce del disastro che il referendum sulla Brexit ha causato agli inglesi? Nessuna delle promesse che i sostenitori della Brexit avevano fatto ai cittadini nella campagna per il referendum si è realizzata mentre il prezzo che l'economia e la società britanniche hanno già pagato è evidente e salato.

 

Purtroppo più si avvicinano le elezioni europee e più Lega e M5S stanno accentuando i toni di pura propaganda. Hanno strumentalizzato in modo inverecondo la cattura e l'estradizione di Cesare Battisti (un fatto che avrebbe dovuto essere salutato da tutti come positivo e senza colore politico), stanno sfuggendo i temi veri del rallentamento della crescita e dell'occupazione, attaccano Draghi e la Bce che in questi anni hanno messo l'Europa e l'Italia al riparo dalle conseguenze più catastrofiche che la crisi avrebbe potuto comportare sul piano finanziario, economico e sociale.

Salvini pensa di fare delle elezioni europee il banco di prova per l'alleanza delle destre nazionaliste e per spostare in quella direzione lo stesso PPE. Il M5S teme di perdere consensi e sta affannosamente tentando di trovare alleanze senza avere un programma e un'idea per il futuro dell'Europa.

Noi abbiamo la responsabilità in Italia di dare forza e visibilità a tutti coloro che nel campo democratico e progressista vogliono salvare l'Europa. Il titolo che Nicola Zingaretti ha scelto per la sua mozione "prima le persone" vale anche per la costruzione europea: prima la giustizia sociale, prima la lotta alle diseguaglianze, prima l'inclusione, prima il futuro dei giovani, prima il valore del lavoro e del welfare, prima la scuola, la cultura, la conoscenza, in una parola prima lo sviluppo sostenibile. Dunque per salvare l'Europa dobbiamo saperla cambiare, saper fare delle politiche più incisive per proteggere dalle paure della globalizzazione e per governare i tumultuosi mutamenti impressi al lavoro e alla produzione dal progresso tecnologico. Ma per cambiare l'Europa dobbiamo anche saperla difendere da chi la vuole soltanto distruggere, dividere, indebolire. E dobbiamo saperla raccontare, nei suoi limiti ma anche nelle sue straordinarie realizzazioni e opportunità. Qualche mese fa è partita un'iniziativa che vede insieme i principali centri studi di politica internazionale attivi in Italia e alcuni giovani conoscitori e innamorati dell'Europa. Si chiama Europea, ha un sito europeainfo.eu, una pagina Fb, un account Twitter @EuropeaEu. Lo scopo di questo progetto è informare correttamente sull'Unione Europea, animare un dibattito pubblico consapevole, dare strumenti per contrastare gli slogan - per lo più falsi - degli euroscettici e dei sovranisti. Non so se sarà sufficiente a smontare la montagna di luoghi comuni e disinformazione fatta circolare ad arte dai "nemici" dell'Europa. Ma certo per coloro che, come me e come tanti nel Pd, pensano che l'Europa sia il progetto democratico e di pace più ambizioso e importante che le culture politiche popolari del Novecento ci hanno consegnato si tratta di una piccola ma luminosa bussola da non perdere di vista. Nei giorni scorsi Zingaretti ha lanciato l'idea di una lista aperta a tutti coloro che nel campo democratico e progressista credono nell'Europa, la vogliono salvare e hanno idee nuove per cambiarla. Altri, dentro e fuori il Pd, stanno lavorando nella stessa direzione. Penso a Carlo Calenda che su questo si sta impegnando da mesi. Il Pd è nato per unire, e oggi questa vocazione deve rinnovarsi a partire dalla competizione europea, per battere le spinte alla disgregazione e al nazionalismo che mettono in pericolo il ruolo dell'Italia e il futuro dell'Europa. Marina Sereni

 

 

 

 

 

Scoprire l’Italia … a Potsdam

 

Berlino. Sabato 19 gennaio è partita a Potsdam in Germania la sesta edizione del festival Unterwegs im Licht, che quest’anno illuminerà la città sotto una luce tutta italiana. Valentina Galimberti, in un articolo del giorno prima sulla pagina web del Deutsch Italia, diretto a Berlino da Alessandro Brogani e da qualche tempo anche in formato cartaceo, ne anticipa l’avvenimento.

""Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato a uno stato d’animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora, mai più felice". Nostalgia per la città in cui tutto sembra eternarsi, in cui tutto assume una dimensione assoluta: questo era il sentimento che Goethe espresse più volte nel corso della propria esistenza e che contraddistingue il sentire di molti tedeschi. Sicuramente anche i sovrani prussiani condividevano questo stato d’animo: risulta chiaro come guardassero alle meraviglie del Rinascimento e del Barocco italiani nel plasmare le residenze e i palazzi della loro Potsdam, anelando a ricreare una bellezza unica, ma soprattutto eterna. E proprio sugli scorci, sulle citazioni e sui rimandi all’architettura delle città italiane puntano gli organizzatori di Unterwegs im Licht, evento che, anno dopo anno, riscuote sempre più successo.

Iniziata nel 2012, con la ricorrenza del 300° compleanno di Federico il Grande, il monarca illuminato che fece della Prussia una delle più grandi potenze europee, la manifestazione intende riportare alla memoria l’usanza di esporre luci alle finestre in concomitanza con l’arrivo del re in città, mettendo però in risalto gli angoli più suggestivi che, consapevolmente o meno, richiamano scenari dal Bel Paese. Particolarmente evocative saranno le installazioni luminose poste in prossimità del canale cittadino che ricalcheranno la sagoma delle gondole veneziane. Grazie ai percorsi guidati, i visitatori saranno condotti sulle tracce dell’Italia per le vie del centro storico o tra le opere dell’esposizione permanente del museo di Potsdam. Il programma del Festival punta anche sul coinvolgimento dei bambini, che, nel Bildungsforum o nel Naturkundemuseum, potranno costruire le maschere ispirate a quelle del carnevale veneziano o lanterne che sfileranno poi nel corteo luminoso del tardo pomeriggio. Inoltre nella Haus der Brandenburgisch-Preußischen Geschichte (HBPG) si avrà l’opportunità di essere immortalati dalla fotografa Heike Isenmann con indosso i costumi più rappresentativi della Commedia dell’Arte.

Il Festival della luce vuole essere anche un’occasione unica per chi sia interessato a conoscere i segreti di Potsdam: per tutta la giornata l’accesso a molti musei e istituzioni culturali sarà gratuito e permetterà ai visitatori di addentrarsi nelle zone normalmente chiuse al pubblico. Se, per dirla con Goethe, l’architettura è musica congelata, la giornata non può finire altrimenti che con due concerti nella Nicolaikirche e nella Nicolaisaal, cui seguirà un party nel foyer.

Questa affinità con l’Italia è sicuramente dovuta al gemellaggio quasi trentennale della città di Potsdam con quella di Perugia, perorato dall’associazione "Il Ponte", scioltasi nel 2015, i cui soci si sono però ritrovati e rigenerati in una nuova avventura, quella del "Circolo degli amici Potsdam – Perugia", che porta avanti numerosi progetti e iniziative per mettere in comunicazione due città tanto distanti, ma forse più simili di quanto si possa immaginare. Motivo ulteriore è la collaborazione del Museum Barberini, inaugurato lo scorso anno, con il suo omonimo romano nella realizzazione della mostra "Wege des Barock. Die Nationalgalerien Barberini Corsini in Rom", che si terrà da luglio a ottobre e in cui saranno esposti 54 capolavori delle collezioni dei palazzi Barberini e Corsini. Volontà è quella di rendere l’estate del 2019 Feier italienischer Kunst und Kultur, intenzione confermata anche dal motto della Potsdamer Schloessernacht 2019: Una notte italiana.

Iniziative del genere possono essere la prima pietra per un ponte che unisce, avvicina, ma che, come tale, necessita di un’accurata manutenzione che lo rinforzi e lo renda sempre più forte". (aise/dip 18)

 

 

 

Leonardo 500: a Monaco di Baviera un ciclo di conferenze sulle sue opere

 

Monaco di Baviera - 500 anni fa Leonardo da Vinci moriva in Francia, il 2 maggio del 1519, all’età di 67 anni. I suoi lavori come artista, teorico dell’arte, scienziato, inventore e ingegnere, i miti che circondano la sua persona ancora oggi ci affascinano e rappresentano per noi una vera e propria sfida.

In occasione del 500esimo anniversario della morte del genio italiano, l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha organizzato un ciclo di quattro conferenze che ruotano intorno ad aspetti centrali delle sue opere e alla sua fama, con particolare attenzione al dipinto "Salvator mundi", con un intervento di Robert Simon, commerciante d’arte, che ha messo all’asta il dipinto.

La manifestazione si tiene dal 16 gennaio al 13 febbraio, ogni mercoledì, alle ore 18.15, presso il Zentralinstitut für Kunstgeschichte, Katharina-von-Bora-Str. 10, a Monaco di Baviera, nell’Aula 242 al 2° piano.

Si è cominciato dunque mercoledì 16 gennaio con Alessandro Nova, direttore del Kunsthistorisches Institut - Max-Planck-Institut di Firenze, che è intervenuto su "Immaginazione e realtà. I paesaggi di Leonardo tra il Verrocchio e il Pollaiolo".

Dal 2006 a Firenze, Alessandro Nova è stato docente di Storia dell’arte italiana del Rinascimento presso l’Università di Francoforte sul Meno (1994-2006) e la Stanford University (1988-1994). Ha studiato Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano e Storia dell’Arte alla Courtauld Institute of Art a Londra, dove ha svolto il dottorato (1982). Nel 1986 svolge il dottorato presso l’Università di Milano. Ha ottenuto borse di studio presso Alexander von Humboldt-Stiftung (1985/86, 1989), J. Paul Getty Foundation (1986/87) Institute for Advanced Study a Princeton (1992–1994). Ha insegnato presso l’Università Humboldt a Berlino, l’École des Hautes Études en Sciences Sociales – CEHTA a Parigi e presso altre istituzioni internazionali. Specializzatosi nella cultura del XVI secolo, ha pubblicato numerosi articoli in importanti riviste d’arte a livello internazionale. Il suo centro di interessi abbraccia tra l’altro meta-temi come la teoria e la percezione dell’arte e questioni metodologiche riguardanti la disciplina "storia dell’arte". È autore dei seguenti libri: Michelangelo, Architetto (1984), The artistic patronage of Pope Julius III (1988), Girolamo Romanino (1994), Il libro del vento: rappresentare l’invisibile (2007), Bild/Sprachen. Kunst und visuelle Kultur in der italienischen Renaissance (2014). È coeditore e coautore dell’edizione tedesca commentata e riveduta in 45 volumi della Vita di Giorgio Vasari (2004-2015).

Mercoledì 30 gennaio sarà la volta di Frank Fehrenbach con una conferenza su "Leonardo da Vinci: impetus delle immagini".

Leonardo è stato il primo studioso che abbia elaborato una teoria esaustiva della natura fondata sulle immagini. I suoi concetti portanti furono la forza (impetus) e l’intensità. La produzione iconica riguardante la persona non prosegue semplicemente i processi naturali, ma diviene a sua volta artefice di un’ampia dinamica di trasformazione biologica e culturale.

Frank Fehrenbach dal 2013 è docente presso l’Università di Amburgo, dal 2018 dirige la sezione "Immagini della natura". Attualmente è uno dei portavoce del collegio di ricerca "Immaginario della forza".

"Il Salvator Mundi di Leonardo. La competenza tra mercato d’arte e politica internazionale" è il tema dell’intervento in programma il 6 febbraio a cura di Frank Zöllner.

Il Salvator Mundi presentato al pubblico nell’estate del 2011 come opera di Leonardo da Vinci è con ogni probabilità un’opera nata nella bottega dell’artista, e ricollegatesi ad una sua invenzione, ma al cui compimento Leonardo probabilmente ha soltanto collaborato, come confermato indirettamente da alcune fonti. Con quali strategie è stato posto sul mercato il Salvator Mundi? Quale funzione hanno svolto gli esperti d’arte, i musei e i (social) media? Alle domande risponderà Frank Zöllner, che affronterà anche altri temi centrali: il ruolo dei restauratori dell’immagine, i cui interventi, a tutt’oggi, non sono stati sufficientemente documentati e lo status di opera d’arte eccelsa nel contesto di strategie politiche.

Nato a Brema nel 1956, dal 1983 al 1985 Frank Zöllner ottiene una borsa di studio Aby-Warburg a Londra, The Warburg Institute. Segue nel 1987 un dottorato presso l’Università di Amburgo con una tesi su "Le proporzioni in Vitruvio"; dal 1988 al 1992 è assistente scientifico alla Bibliotheca Hertziana di Roma; nel 1995 ottiene l’abilitazione presso l’Università di Marburg con una tesi su "Espressione e movimento in Leonardo da Vinci". Dal 1996 è docente di Storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università di Lipsia e direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte. Temi centrali della sua ricerca sono: arte e teoria dell’arte del Rinascimento, Leonardo da Vinci, Aby Warburg e la scuola di Lipsia.

Il ciclo di conferenze si concluderò il 13 febbraio 2019 con Robert Simon, che giungerà da New York per parlare de "Il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci. Cronaca di una scoperta".

Nel novembre del 2017 il Salvator Mundi di Leonardo fu venduto all’asta per 450 milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato prima per un’opera d’arte. Lo spettacolare ritrovamento aveva oscurato il significato storico-artistico del dipinto e aveva dato adito a speculazioni riguardo alla paternità dell’opera, alle sue origini e alla sua provenienza. Robert Simon, storico e commerciante d’arte, uno degli scopritori del dipinto, racconterà del viaggio dell’opera dalla collezione del re Carlo I all’oscurità di una casa d’asta in Louisiana, delle ricerche e del restauro che ne sancirono l’autenticità.

Ad accompagnare il ciclo di conferenze, che sono ad ingresso libero, ha luogo, presso il Zentralinstitut für Kunstgeschichte, una mostra di testi e immagini a stampa dal titolo "Leonardo da Vinci in frühen Drucken", che, a partire dal XVI secolo, documenta la diffusione delle idee, delle opere e del mito di Leonardo. La mostra è aperta dal 16 fino al 15 marzo. (aise/de.it.press)

 

 

 

A Stoccarda il 2 febbraio presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo 2018

 

Stoccarda - “Rapporto Italiani nel Mondo: importante e corposa ricerca fatta dalla Migrantes sulla evoluzione della migrazione italiana nel mondo, che dal 2006 scatta una fotografia sugli italiani all’estero. Dal 2006 al 2018, la mobilità italiana è aumentata del 64,7%, passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE – Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero a più di 5,1 milioni. I dati relativi alle partenze dell’ultimo anno ci dicono che a partire dall’Italia sono sicuramente i giovani (37,4% sul totale partenze per espatrio da gennaio a dicembre 2017) e i giovani adulti (25,0%), ma le crescite più importanti le si notano dai cinquant’anni in su: +20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35,3% in quella 65-74 anni; +49,8% in quella 75-84 anni e +78,6% dagli 85 anni in su” 

 

Questi alcuni dei dati contenuti nel Rapporto 2018 della Fondazione Migrantes.

Un Rapporto che oltre ad essere conoscenza della nostra emigrazione, ci permette di capire meglio il fenomeno “Emgrazione”.

 

Le ACLI Baden-Württemberg, in collaborazione con la Migrantes, sono liete d’invitare le S.V. a partecipare alla presentazione del “Rapporto italiani nel mondo 2017” redatto dalla Migrantes.

 

La presentazione del “Rapporto” avverrà sabato 2 febbraio 2019 alle ore 16:30 presso laRupert-Mayer–Haus, Lange Str. 16. 70174 Stuttgart. La presentazione del “Rapporto” sarà fatta dal Prof. Toni Ricciardi dell’Università di Ginevra in rappresentanza della Migrantes.

 

Interverranno sul tema “nuova emigrazione italiana in Germania”: il Console Generale d’Italia Dott. Massimo Darchini; la Dott.ssa Luciana Mella, giornalista di Radio Colonia; la Dott.ssa Luciana Degano Kieser, psichiatra; la Dott.ssa Brisa Scarpati, insegnante.

Le ACLI Baden-Württemberg e la Migrantes – scrive Giuseppe Tabbì Presidente ACLI Baden-Württemberg - sono grate fin d’adesso per l’accettazione dell’invito a partecipare e saranno liete di potervi salutare in sede di convegno. È gradita una conferma della partecipazione: aclibw@yahoo.de. (de.it.press)

 

 

 

 

Riaprire presto i corsi di italiano nella Circoscrizione consolare di Friburgo

 

"Oltre mille alunni italiani in Germania sono attualmente senza corsi di lingua italiana. Questo perché il Ministero agli Affari Esteri ha opportunamente provveduto alla sostituzione dell'ente gestore nella circoscrizione di Friburgo, non più in grado di garantire i corsi. Bisogna adesso accelerare la ripresa delle lezioni". È quanto ha dichiarato la Senatrice PD Laura Garavini, intervenendo in Commissione Esteri nel corso della sua interrogazione sulle attività didattiche nella circoscrizione di Friburgo.

"La sospensione, se prolungata per mesi, potrebbe determinare il venir meno della disponibilità delle scuole tedesche ad accoglierle nei loro locali. E la perdita del bacino di utenza in un'area così popolosa come quella di Friburgo potrebbe compromettere per sempre il proseguimento delle attività didattiche".

"Va quindi accelerata la ripresa dei corsi. Con la celere riassunzione dei docenti da parte del nuovo ente gestore o eventualmente prevedendo delle assunzioni comandate di insegnanti di ruolo nelle graduatorie già esistenti. I corsi hanno un valore inestimabile - ha concluso Garavini -. Sono l'unico punto di riferimento per tante famiglie di connazionali all'estero, per insegnare la lingua e cultura italiana”.

 

La senatrice eletta per il Pd nella ripartizione Europa Laura Garavini è intervenuta in Commissione Affari Esteri a seguito della risposta del sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo all’interrogazione da lei presentata, insieme al collega Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), in merito alla sospensione dei corsi di lingua e cultura italiana erogati a Friburgo.

 

Nella risposta il sottosegretario Merlo ha segnalato l’avvenuta individuazione di un nuovo ente gestore cui affidare i corsi. “Il Console – ha spiegato Merlo - è in contatto con i docenti dei corsi sospesi e, di concerto con l’Ambasciata a Berlino e con i competenti Uffici ministeriali, nel rispetto delle procedure e dei principi di pubblicità e trasparenza, ha individuato un nuovo ente al quale affidare la gestione dei corsi, al fine di assicurare agli alunni della circoscrizione e alle loro famiglie il ripristino, quanto prima, di questo importante servizio. Si sta, quindi, attualmente operando per rendere il necessario periodo di sospensione dei corsi il più breve possibile”. (de.it.press 10)

 

 

 

 

Sgominata cellula della mafia in Germania

 

Roma - "La scoperta dell'esistenza di una vera e propria cellula della mafia in Germania deve indurci, ancora una volta, a riflettere sull'importanza della collaborazione tra Stati europei nella lotta alla criminalità organizzata. I singoli Paesi, da soli, non possono lottare contro un sistema che dimostra sempre più la sua capacità di replicarsi e riorganizzarsi nei diversi tessuti economici e sociali".

"Fa male apprendere come il sodalizio criminale smascherato dall'operazione "Extra Fines 2 - Cleandro" abbia potuto contare anche sulla complicità di alcuni esponenti infedeli delle forze di polizia. Ma, a fronte di questi singoli casi, sono invece innumerevoli quelli delle donne e degli uomini in divisa che rendono possibili risultati di questo tipo, grazie al loro impegno quotidiano".

"A loro va il mio ringraziamento. Così come agli inquirenti. Rivolgo infine un plauso proprio a quei componenti delle forze di polizia in servizio presso alcuni aeroporti italiani che, invece, non hanno ceduto ai tentativi di corruzione. Da questo loro senso del dovere e dello Stato dobbiamo tutti trarre ispirazione. Questa operazione conferma la necessità di riavviare subito il lavoro del Comitato sulle mafie a livello internazionale nella Commissione Antimafia". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, componente Commissione Antimafia e fondatrice in Germania dell'associazione 'Mafia? Nein Danke!'.

 

L'operazione del 17 gennaio, coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta e Roma, ha coinvolto oltre 100 poliziotti fra polizia italiana e tedesca e Guardia di Finanza italiana e portato all'arresto di 11 persone. Tre di loro sono state arrestate questa mattina dalla polizia di Colonia nel quartiere di Vingst. Un quarto italiano è stato arrestato a Mannheim. L’ordine d’arresto è partito dalle due procure antimafia di Roma e Caltanissetta che hanno effettuato le indagini. 

 

Marzia Giustolisi, a capo della mobile di Caltanissetta, rivela che da più di due anni le procure italiane erano sulle tracce dei quattro arrestati che formavano la cellula tedesca del clan dei Rinzivillo, in collaborazione con la polizia tedesca. Il clan Rinzivillo operava soprattutto tra Gela ed Agrigento e aveva costruito una rete basata sullo spaccio internazionale di droga, in particolare cocaina, con ramificazioni anche in Germania. È stato anche accertato nel corso delle indagini che i quattro arrestati in Germania avevano contatti con rappresentanti della 'ndrangheta e della malavita turca. RC

 

 

 

 

“Benvenuti a Berlino”: gli incontri informativi del 2019 per i nuovi arrivati

 

Berlino – Fissate le date e i temi. 28 febbraio: Lavoro: orientarsi e conoscere i propri diritti; 9 maggio: Nuovi imprenditori e liberi professionisti; 22 agosto: Scuola ed istruzione; 24 ottobre: Fisco e tasse; 12 dicembre: Il sistema sanitario tedesco. Sono le date e gli argomenti in programma nel 2019 per il ciclo “Benvenuti a Berlino”, incontri presso l’Ambasciata d’Italia pensati per gli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma rivolti anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse.

Negli ultimi anni un numero crescente di connazionali, tra cui molti giovani, ha scelto di vivere in Germania per cercare un percorso formativo o nuovi sbocchi lavorativi. La migrazione italiana a Berlino è in forte crescita, i dati riportano una percentuale in aumento del 9% nell’ultimo anno verso la capitale, rispetto ad una media in Germania del 4%. Un numero sempre crescente di connazionali sta infatti scegliendo la Germania, ed in particolare Berlino, come nuova opportunità di crescita all’interno dell’Unione Europea.

Gli incontri informativi - che si terranno tutti dalle ore 18 alle ore 20, con iscrizione obbligatoria - sono organizzati dal Comites di Berlino in collaborazione con l’Ambasciata italiana e Il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni. Il ciclo è stato aperto il 6 dicembre scorso da un incontro sul sistema amministrativo nella capitale tedesca.

Gli incontri, moderati da Lucia Conti, direttore de Il Mitte, forniranno nella prima parte una serie di informazioni generali anche con il supporto di esperti in base al focus specifico della serata, mentre nella seconda metà dell'incontro sarà dato ampio spazio alle domande da parte dei nuovi concittadini che potranno essere rivolte ad un rappresentante dell’Ambasciata d'Italia qualificato, capace di dare un efficace supporto pratico. dip

 

 

 

All’IIC di Colonia una giornata dedicata a Dario Fo

 

Colonia - Un’intera giornata dedicata a Dario Fo all’Istituto Italiano di Cultura a Colonia. Nell’ambito della mostra “Dario Fo a colori”, infatti, l’istituto ospiterà il primo febbraio un convegno dalle 10 alle 18 con Rosanna Brusegan, Sara Izzo, Anna Barsotti, Paolo Puppa, Alessio Fontana, Mario Domenichelli, Annika Gerigk e Michele Cometa. Il convegno proseguirà il 2 febbraio al Festsaal dell'Università di Bonn.

Nell’ambito del convegno, alle 19.00, verrà rappresentato un classico della produzione teatrale di Dario Fo: il “Mistero Buffo”, interpretato a Colonia dal noto attore e regista italiano Mario Pirovano.

Dal 1983 Pirovano fa parte della compagnia teatrale di Dario Fo e Franca Rame, di cui è stato allievo. Recitando monologhi originali da “Mistero Buffo”, l’artista riesce a far rivivere l’atmosfera schietta del teatro di Dario Fo. Si tratta di una commedia umanistica di stampo grottesco-satirico, che è allo stesso tempo teatro epico, ispirato a storie bibliche. Le narrazioni infondono compassione nei confronti dei perdenti ed espongono i potenti al ridicolo.

Dario Fo (1926-2016) è uno dei più importanti e controversi autori italiani del ‘900. Quando, nel 1997, fu conferito il Premio Nobel per la letteratura a questo uomo di teatro, regista e attore, fu evidente il potenziale di contrasto intorno alla sua persona in tutto l’establishment culturale europeo. I suoi avversari lo qualificavano come clown politico, un ideologo e un polemico, ignorando però la sua intensa elaborazione delle forme teatrali medievali e rinascimentali.

Insieme alla moglie Franca Rame, Fo ha sviluppato tecniche di rappresentazione popolari come ad es. il Grammelot (un linguaggio ludico), nonché particolari gestualità e mimica. L’Accademia di Stoccolma ha motivato l’aggiudicazione del Premio Nobel dichiarando che Fo “seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. (aise/dip) 

 

 

 

Ecco i temi recenti di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

17.01.2019. Mafia: nuovi arresti a Colonia. Ancora un'operazione antimafia congiunta tra Italia e Germania, ancora arresti a Colonia. Ne parliamo con Enzo Savignano, che ha sentito la capa della mobile di Caltanissetta, Marzia Giustolisi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mafia-colonia-102.html

 

16.01.2019. Brexit: tutto da rifare? Dopo il no all'accordo con l'Ue del Parlamento di Westminster si aprono diversi scenari, dal 'no-deal' ad un nuovo referendum. Ma la data del 29 marzo si avvicina. Ne parliamo con Enzo Savignano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/brexit-savignano-100.html

 

Finanziaria e italiani all’estero. Quali risorse prevede la nuova Legge di bilancio per chi vive fuori dall’Italia? Lo abbiamo chiesto ad alcuni degli eletti nella ripartizione Europa. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/finanziaria-estero-100.html

 

15.01.2019. Un premier che piace

Il premier Giuseppe Conte, su cui inizialmente si ironizzava come figura "presa a caso dall'elenco telefonico", sta guadagnando popolarità tra elettori e politici. Ne parliamo con Francesco Cancellato, direttore de Linkiesta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/conte-cancellato-100.html 

 

Polonia in piazza per Adamowicz. A Danzica, a Varsavia e in tante città polacche fiaccolate e marce per ricordare il sindaco pugnalato e ucciso. I media polacchi non escludono l'omicidio politico. Ne parliamo con il giornalista Sebastiano Giorgi che vive a Varsavia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/polonia-adamowicz-100.html 

 

Vincenzo Cerullo

Virus travestiti da tumore. Un nuovo approccio potrebbe presto rivoluzionare la lotta contro il cancro. È il campo di ricerca dello scienziato napoletano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/vincenzo-cerullo-100.html

 

14.01.2019. "Ora so che andrò in prigione"

È il commento dell'ex terrorista Cesare Battisti appena arrivato a Ciampino. Si conclude una latitanza lunga 37 anni, trascorsa tra Francia, Brasile e Bolivia. Ne parliamo con Giovanni Fasanella esperto di terrorismo degli anni '70.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cesare-battisti-100.html

 

11.01.2019. Autonomia o secessione dei ricchi?

Che cosa vuol dire veramente autonomia differenziata? Si tratta semplicemente di maggiore autonomia decisionale, oppure di una riduzione dei fondi statali per le regioni del Sud Italia? Radio Colonia lo ha chiesto al leghista Stefano Bruno Galli e a Marco Esposito, autore del libro "Zero al Sud".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/autonomia-o-secessione-dei-ricchi-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-338.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

10.01.2018. Il calcio ostaggio degli idioti. Non si ferma la violenza dei tifosi in Italia e anche la festa per i 119 anni della Lazio si trasforma in battaglia contro la polizia. Mentre sul razzismo negli stadi le istituzioni sono divise e pavide.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calcio-violenza-razzismo-misure-102.html

 

Cittadinanza europea in svendita. Quella di mettere in vendita la cittadinanza è ormai una pratica diffusa in molti Paesi dell'Ue, in particolare a Cipro, Malta, in Portogallo e in Grecia, le nazioni più colpite dalla crisi. Transparency International e il Parlamento europeo temono riciclaggio di denaro sporco in grande stile. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cittadinanza-europa-vendita-102.html

 

09.01.2018. Un salvataggio inopportuno?

Il governo salva la banca Carige con un copia e incolla del decreto usato dal governo Gentiloni per il MPS. Scoppiano le polemiche e noi cerchiamo di fare chiarezza con Ferdinando Giugliano di Bloomberg.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/carige-salvataggio-102.html

 

Privacy addio? Sono solo gli hacker a rendere insicura la rete, oppure siamo noi che consegniamo la nostra identità e i nostri dati alla rete pur di avere accesso ad informazioni? Il filosofo della scienza Stefano Moriggi spiega rischi e vantaggi del navigare in rete.  https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/sicurezza-internet-identita-102.html

 

08.01.2018. Un neomelodico politicamente scorretto. Si chiama Enzo Savastano e non è parente dei Savastano della fiction “Gomorra”. L’esilarante interprete di canzoni neomelodiche è in realtà Antonio De Luca, beneventano di 32 anni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/enzo-savastano-102.html 

 

In balia delle onde (e della politica). Dal 22 dicembre 2018 le navi Sea Watch 3 e Sea Eye sono bloccate nel Mediterraneo con a bordo 49 migranti. Il giornalista Valerio Nicolosi è stato sulle navi e racconta a Radio Colonia l'odissea dei naufraghi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sea-watch-eye-100.html

 

07.01.2018. Vent'anni di euro. Dal 1° gennaio del 1999 ad oggi la moneta unica europea ha cambiato la nostra vita, ma non per tutti l'introduzione dell'euro è stato un vantaggio. Ne abbiamo parlato con Andrea Franceschi de Il Sole 24 Ore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/venti-anni-euro-102.html

 

 04.01.2019. Proletkult. Torna il collettivo di Wu Ming con un romanzo che mescola sapientemente storia, fantascienza e guarda all'attualità. Perché proprio la resa dei conti che segue la Rivoluzione Sovietica ci invita a riappropriarci di quel fermento culturale, per fermare la catastrofe (ambientale) che abbiamo sotto i nostri occhi. L'intervista a Federico Guglielmi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/libro-proletkult-100.html  

 

Accoglienza e disobbedienza a Palermo. Il sindaco Leoluca Orlando sospende il Decreto Sicurezza di Salvini a Palermo in quanto violerebbe diritti umani fondamentali. Lo seguono a ruota i sindaci di altre città. Dei motivi della disobbedienza e delle reazioni del governo ne abbiamo parlato direttamente col sindaco Orlando.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/accoglienza-disobbedienza-palermo-100.html 

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-336.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html. RC/De.it.press

 

 

 

 

I vincitori del concorso arti visive “Un'opera per l'italiano dell'anno” promosso dal Comites di Berlino

 

Vincono la quarta edizione Marco Dalbosco e Andrea Mazzola. Le loro opere verranno consegnate ai vincitori del Premio “L'italiano dell’anno”

 

Berlino - Marco Dalbosco e Andrea Mazzola sono i vincitori della IV edizione del concorso di arti visive “Un'opera per l'italiano dell'anno” promosso dal Comites di Berlino per valorizzare le eccellenze artistiche italiane presenti nella capitale tedesca.

I loro due lavori, selezionati tra i numerosi partecipanti al concorso, verranno consegnati ai vincitori 2018 del Premio “L'italiano dell’anno”, promosso anch'esso dal Comites, durante la serata di premiazione che si terrà nella primavera 2019.

Come primo vincitore, il Comites ha scelto l'opera “Labor's Game # Beyond” di Marco Dalbosco, realizzata con tecnica mista: carte speciali di vario genere, fogli in alluminio e pigmento bianco. L’opera nasce come sintesi di progetti precedenti sulle problematiche di lavoro: l’alienazione della fabbrica, la fatica del fare dell’artigianato, e la voce delle persone senza lavoro. Testi e schemi sulla tessitura e sull'artigianato prendono una nuova forma, una nuova dimensione. Un lavoro a piani, su diversi livelli, fatto di rimandi sottintesi o presupposti, parole che si nascondono e s'intrecciano, stratificandosi a più piani, con gli schemi dell’alienazione della fabbrica e del lavoro artigianale. Attraverso materiali poveri ed effimeri come la carta, delle campiture in pigmento bianco e delle incisioni, prende vita un mondo presupposto che mostra un “altrove” e allo stesso tempo veicola ad una dimensione puramente estetica.

Marco Dalbosco (Rovereto, 1958) vive e lavora a Berlino. Nel 2001 si laurea al Dams di Bologna, e l'anno seguente, vince il premio Dams. Nel 2009 si trasferisce a Londra, consegue nel 2013 un Master alla Goldsmith University of London. In quel periodo realizza Perception way, Goldsmiths University of London (2012) e Labor: what is it, Victoria & Albert Museum (2013). Nel 2014 Dalbosco si trasferisce a Berlino, entrando a far parte della piattaforma di artisti Peninsula. Recentemente ha preso parte alla mostra Vicini, non qui, MART/ Galleria Civica di Trento e Rovereto.

La seconda opera prescelta – si legge nella nota diffusa in proposito dal Comites - è "Silence of water" di Andrea Mazzola, realizzata con inchiostro, matita, vernice e resina su carta. L’opera si inserisce all’interno di una più ampia ricerca che indaga le dinamiche della Natura nel mondo contemporaneo, analizzando le varie possibili realtà di percezione, esaminando movimenti e comportamenti di una natura snaturans e della particolare visione dell’uomo nei suoi confronti, capace anche di modificarne l’essenza stessa. Tutto è rilevante, dai soggetti, all’utilizzo di materiali che agiscono attivamente pur avendo un margine di casualità all’interno della natura dell’opera. Non è un caso l’utilizzo della resina, materiale a lungo sperimentato, dove caos e ordine vengono dominati permettendo però sempre libertà di movimento e di espressione della natura. E là, dove la resina scompare, i soggetti ritratti giocano e conversano tra loro creando un mondo apparentemente illusorio, dove in realtà ogni voce è verosimile e il mondo, come lo percepiamo, forse è solo il frutto di una nostra personale interpretazione.

Andrea Mazzola nato a Milano nel 1980, vive e lavora a Berlino. Ha conseguito l'attestato di Maestro d'Arte e il Diploma in Disegno di Architettura. Ha al suo attivo mostre collettive e personali con gallerie private e spazi pubblici europei.

Le due opere verranno consegnate ai vincitori del Premio Comites “L'italiano dell'anno 2018", che ogni anno viene assegnato a due italiani, una donna e un uomo, che a qualsiasi titolo abbiano contribuito in maniera significativa alla promozione ed alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione di Berlino. (Inform/dip 14)

 

 

 

La partecipazione italiana alla fiera Bau 2019 (Monaco di Baviera, 14-19 gennaio 2019)

 

Monaco di Baviera. La fiera BAU, l’evento di rilevanza internazionale per il settore edile e architettonico a cadenza biennale, si è tenuta a Monaco, dal 14 al 19 gennaio con oltre 2.200 espositori provenienti da 45 paesi su una superficie espositiva di 200.000 m² e con oltre 250.000 visitatori.

Con la presenza di oltre 65.000 progettisti, BAU è anche il più grande salone specializzato al mondo per architetti e ingegneri.

In occasione di questa importantissima manifestazione fieristica, sono state presentate le principali innovazioni e soluzioni relative all’architettura, a materiali e sistemi per l’edilizia industriale, commerciale e residenziale e per l’arredo di interni.

La BAU 2019 ha trattato, come ogni edizione, quattro temi guida decisivi per il futuro delle costruzioni: Spazi del futuro: digitali e intelligenti – status quo sulla digitalizzazione nel costruire e abitare / Homeoffice o come abiteremo e lavoreremo in futuro? / Quali opportunità offrono la prefabbricazione e i sistemi di costruzione modulari? / Quale ruolo svolge l'illuminazione negli edifici intelligenti?

Per incrementare le potenzialità di business dei produttori italiani, come avvenuto per la scorsa edizione 2017 della Fiera, l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle aziende italiane, ha organizzato insieme a Confindustria Marmomacchine, una partecipazione collettiva (Padiglione A4 Stand 113+117) a supporto degli espositori italiani aderenti, al fine di rendere la loro partecipazione a Monaco più visibile ed efficace.

Le 10 aziende italiane espositrici in collettiva, appartenenti al settore dell’estrazione e lavorazione di pietra naturale e marmo e affini, hanno colto l’occasione per presentare i loro prodotti ad un pubblico internazionale. La partecipazione italiana all’evento fieristico conferma l’indiscutibile ruolo dell’Italia nel contesto competitivo internazionale per il settore delle pietre naturali, collocandosi al primo posto nella classifica europea e al sesto posto nella classifica mondiale come paese produttore ed esportatore di pietre naturali e lavorati. La Germania risulta essere il più importante paese importatore di pietre naturali in Europa ed é quindi un mercato rilevante per le esportazioni italiane del settore. ICE Berlino/Dip

 

 

 

Trasferta in Baviera per il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher

 

Trasferta in Baviera per il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, il quale, a margine di un appuntamento con il gruppo consiliare della CSU, ha incontrato anche il presidente bavarese, Markus Söder.

Dopo aver sottolineato che "in Baviera vi è una certa incomprensione, se non addirittura preoccupazione, per gli sviluppi politici in corso non solo in Italia, ma anche in Alto Adige", nel suo intervento Kompatscher si è espresso a favore di una "Europa più forte e sensibile alle esigenze delle Regioni".

Il Landeshauptmann ha spiegato che "l'Alto Adige vuole essere una piccola Europa nell'Europa. Ed è proprio grazie all'Europa che siamo riusciti a superare i confini creando una nuova forma di cooperazione territoriale con l'Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino". Secondo Arno Kompatscher, "credere nel progetto europeo significa guardare con ottimismo ad un futuro comune, unica strada possibile per affrontare sfide complesse come la migrazione, il cambiamento climatico o il passaggio da gomma a rotaia del traffico pesante lungo l'asse del Brennero".

Proprio con riferimento a quest'ultimo tema, il presidente altoatesino ha ribadito la volontà di proseguire lungo la strada tracciata nel corso dei due incontri di Monaco e Bolzano dello scorso anno.

"In Alto Adige partiremo in estate con il bando da 1,5 miliardi di euro per la realizzazione della tratta d'accesso sud del tunnel di base del Brennero - ha confermato Kompatscher - ed è un peccato che a nord non si possa essere già al medesimo stato di avanzamento". Valutando in maniera comunque positiva l'incontro odierno, considerato "una buona base di partenza", Kompatscher ha concluso ricordando che "ora è necessario mettere in campo tutte le misure possibili per poter sfruttare al massimo il potenziale attuale della tratta ferroviaria, in modo tale da trasferire il traffico da gomma a rotaia". (aise/dip) 

 

 

 

 

Gironda (Università di Bielefeld): appello per fermare la riduzione dei parlamentari eletti all’estero

 

Oltre 50 intellettuali italiani firmano l’appello per fermare la riduzione dei parlamentari eletti all’estero. L’appello è sottoscrivibile su https://www.change.org/p/tuteliamo-la-voce-e-i-diritti-degli-italiani-all-estero

Bielefeld - “La riduzione dei parlamentari eletti all’estero viola il nostro diritto alla cittadinanza. Per questo chiediamo al Governo e a tutte le forze politiche di stralciare immediatamente tale ipotesi dalla riforma della Costituzione attualmente al vaglio del Senato”. È quanto dichiara Vito Francesco Gironda, Professore all’Università di Bielefeld, che ha lanciato nei giorni scorsi un appello pubblico al Governo, sottoscritto da più di cinquanta esponenti del mondo della ricerca scientifica, dell’imprenditoria e della cultura italiana residenti all’estero.

L’appello dà voce alla società civile ed è sottoscrivibile su Change.org al seguente link: https://www.change.org/p/tuteliamo-la-voce-e-i-diritti-degli-italiani-all-estero

“Il contributo culturale ed economico delle comunità italiane all’estero al sistema Italia – aggiunge Gironda – è sempre più rilevante. Considerando anche il costante aumento dei connazionali che decidono di trasferirsi oltreconfine, ridurre la rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo significa calpestare questo nostro valore. Ed è controproducente per la stessa Italia”.

“La circoscrizione estero è già sottorappresentata. Basti pensare che alle ultime elezioni, ad ogni deputato in Italia corrispondevano 96mila abitanti, all’estero 400mila, ossia quattro volte di più. E con la riforma che si intende approvare, questo squilibrio crescerebbe ulteriormente, arrivando ad un deputato ogni 700mila italiani all’estero e perfino ad un senatore per 1 milione e 400.000 elettori residenti oltreconfine. È evidente che un dislivello di questo tipo renderebbe vana qualsiasi forma di rappresentanza. E significherebbe voler mettere a tacere la voce di noi italiani nel mondo”. De.it.press

 

 

 

 

Nuova sperimentazione in Germania del reddito di base 

 

In Germania si sta per avviare una nuova fase sperimentale per testare il reddito di base incondizionato. Una sperimentazione che avrà il suo avvio nel 2019. L’esperimento tedesco sarà in parte simile a quello avviato in Finlandia, il che significa che ci sarà un trasferimento di denaro in maniera incondizionata a 250 persone selezionate a caso.

Verranno valutate le connessioni tra i beneficiari ed il mercato del lavoro, la cura e la salute e le relazioni sociali al fine di individuare l’impatto che un reddito di base incondizionato avrà sugli aspetti della vita dei beneficiari. L’ organizzazione Sanktionsfrei che ha sede a Berlino, è l’organizzazione senza scopo di lucro che sta dando vita alla sperimentazione. Il progetto pilota si chiama HartzPlus e sarà condotto come un esperimento scientifico condotto dal professor Rainer Wieland della Bergische Universität Wuppertal. Il team di Sanktionsfrei e il professore Wieland vogliono sperimentare e testare un approccio diverso in merito alla questione della sicurezza sociale rispetto alle attuali misure applicata in Germania al momento (come ad esempio il sistema Hartz IV), che è stato definito invadente, burocratico e con sanzioni esagerate verso i beneficiari. I sostenitori tedeschi sono eccitati all’idea di avviare questa sperimentazione e di raccogliere tutti quei dati necessari per argomentare al meglio le ragioni di un reddito di base. Ubi Times

 

 

 

 

Berlino cambia i nomi delle strade, per cancellare il passato coloniale

 

Berlino - “Alle volte capita che fatti apparentemente poco importanti rivelino di più sullo spirito del tempo di un trattato di sociologia. A Berlino c’è una zona nel quartiere di Wedding chiamata Afrikanisches Viertel (distretto africano), dove le strade hanno nomi come Togo Straße, Afrikanische Straße, ma anche Nachtigal Platz oppure Lüderitz Straße. Questi ultimi, gli esploratori Gustav Nachtigal e Adolf Lüderitz, sono considerati gli apripista del colonialismo tedesco in Africa tra il XIX e il XX secolo, che in Namibia provocò innumerevoli vittime tra le popolazioni degli Herero e dei Nama. A causa di questo oscuro passato, il distretto di “Mitte”, nel quale il quartiere di Wedding è integrato, ha deciso di cambiare il nome alle strade. Il senso è quello di voler evitare di mettere in evidenza un passato colonialista onorandolo con l’intestazione di alcune vie della Capitale. A favore di questa tesi si cita la rimozione delle centinaia di Hitler Platz o di Stalin Allee dopo la caduta dei due dittatori, dimenticando però che Gustav Nachtigal non era un conquistatore e nemmeno un militare, ma un esploratore, colonialista quanto si vuole, che tuttavia non partecipò ne organizzò mai alcun genocidio. Tanto vale allora mettere in discussione anche le strade e le piazze intestate a Otto von Bismarck, per conto del quale quegli esploratori agivano. Ma questi sono dettagli che non interessano ai nuovi censori che pretendono di correggere la storia con il cancellino”. A scriverne per “Il DeutschItalia”, quotidiano diretto a Berlino da Alessandro Brogani, è il giornalista Edoardo Laudisi.

“Oscar Zimmermann 1909

La prima volta che m’imbattei nell’Afrikanisches Viertel, parecchi anni fa, il colonialismo tedesco di fine Ottocento fu l’ultima cosa che mi venne in mente pur conoscendone la storia. Nella Germania appena unificata degli anni Novanta, una delle democrazie più avanzate del mondo, Togo Straße suonava più come un’evocazione del mondo africano, un po’ come la quasi adiacente Antwerpen Straße lo era per quello belga, che come elogio al colonialismo. Il passato, come la memoria, non è statico, ma muta a seconda del presente dal quale lo si osserva. Così se si ha la fortuna di vivere in un periodo storico pacifico e democratico, i nomi di un passato oscuro non hanno forza reale, non gettano alcuna ombra nefasta sul contemporaneo, ma servono da segnalibro della storia per non dimenticare, lasciandoci allo stesso tempo liberi di assegnare a quei nomi una prospettiva nuova. È così che la storia va avanti. Il modo come guardiamo a certe parole svela molto di noi. La volontà di rimuovere oggi, nel 2019, Gustav Nachtigal Straße in virtù di un anticolonialismo in ritardo di un secolo, definisce più il censore che il censurato. L’ossessione moralista del censore che pretende di cancellare dal mondo esterno tutto ciò che forse non riesce a rimuovere dal proprio interno è materiale da psicoanalisi del profondo. Va da sé che questa fissazione lo affratella proprio a quei despoti e dittatori che vorrebbe cancellare, i quali agivano spesso da un’intenzione morale assoluta. Naturalmente questo ragionamento sull’uso dei nomi non vale per certi personaggi. Hitler, Stalin, Pol Pot o Ezzelino III da Romano sono abissi infernali sui quali ogni discussione in tal senso sarebbe perfino banale.

Anche in Italia esistono situazioni simili. Tra la stazione marittima e il porto antico di Genova ad esempio, scorre Via Adua, che non è il nome di un personaggio femminile di un romanzo di Guido Gozzano, ma quello di una battaglia, persa, dall’esercito colonialista italiano in Abissinia. Quasi nessuno oggi saprebbe ricondurre quel nome al 1° marzo 1896 e all’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi. Piuttosto tirerebbe fuori dalla naftalina qualche oscuro poeta crepuscolare, rimasuglio di un’istruzione classica ormai caduta nell’oblio, ma non penserebbe mai neanche sotto tortura all’africa orientale italiana. Discorso simile per Via Amba Aradam a Roma. Oggi più che alla battaglia del 1936, dove l’esercito italiano impiegò l’iprite (un gas) contro quello etiope, si pensa alla storpiatura ambaradan, termine grottesco che significa confusione, disordine, baraonda. Il nome di una battaglia colonialista acquista un valore semantico derivato dallo stato confusionale di quell’evento storico; se non è creatività linguistica questa. E noi, secondo l’ottica dei revisori politically correct di Berlin “Mitte”, dovremmo censurare questi colpi di genio per soddisfare le paturnie moraliste di qualche bacchettone che intende mondare una nazione cento anni dopo, cancellando la storia con un click come se si trattasse di un profilo Facebook? Forse bisognerebbe spiegare a queste menti semplici che la storia non è una piattaforma social dalla quale si possono rimuovere i commenti spiacevoli e le idee non gradite come se nulla fosse. Occorrono atti più intelligenti.

Se proprio si vuole esistono modi meno ipocriti e molto più concreti per ripudiare il passato coloniale. Per esempio, si può iniziare col restituire, dove possibile, le opere d’arte trafugate ai Paesi in questione ed ancora esposte come trofei nei musei delle capitali europee. Ma l’impressione è che ai censori di oggi non passi neanche per la testa di restituire il malloppo. Molto meglio, e molto meno impegnativo, cancellare nomi di strade”. (aise/dip) 

 

 

 

 

Interventi. On. Angela Schirò: Il mio 2018

 

Care amiche e cari amici, è terminato un anno per me davvero incredibile, ricco di cambiamenti che non avrei potuto immaginare e di occasioni che mai avrei pensato di avere. Voglio condividere con voi alcuni pensieri e una specie di grande resoconto della settimana, applicato a questi miei primi mesi da vostra rappresentante in Parlamento.

 

Da dove è cominciato tutto

Quando, la notte del 4 marzo, ho partecipato allo spoglio delle schede elettorali arrivate da tutto il mondo, pensavo che sarebbe stato interessante vedere come si svolgevano le operazioni e vivere la conclusione di una campagna elettorale per me entusiasmante insieme ad altre persone che avevano condiviso questo percorso con me. Avevo girato molto la Germania e qualche pezzo di Europa, avevo parlato - dal vivo o tramite social network - con persone entusiaste e appassionate, avevo scelto di dedicare i miei sforzi a temi che trovavano poca attenzione (dal lavoro nero e irregolare, ai problemi di inserimento scolastico dei bambini, alla necessità di porre attenzione alle esigenze di tutti i tipi di italiani all'estero). Ero contenta del lavoro che avevo fatto, insieme alle persone che mi hanno accompagnato in quest'avventura, ed ero soddisfatta di come eravamo riusciti a portare avanti le nostre battaglie pur con poco tempo e pochi mezzi. A Castelnuovo ho iniziato a vedere il mio nome scritto su tante schede e ho provato una grande emozione, che aumentava di minuto in minuto man mano che diventava chiaro il risultato complessivo. E l'arrivo della notizia ufficiale della mia elezione, dopo qualche settimana di attesa, mi ha lasciato emozionata e senza parole (ma avreste dovuto vedere l'orgoglio nei volti dei miei genitori, un orgoglio che rivedo ogni volta che intervengo in Aula o porto avanti un progetto a cui tengo). È stato un anno di prime volte: la prima elezione, il primo ingresso alla Camera, cercando immediatamente e d'istinto l'emiciclo sinistro, il primo intervento in Commissione sul Reddito di Inclusione, il primo intervento in Aula a sera inoltrata, con il cuore che batteva all'impazzata e i colleghi che mi facevano coraggio, per parlare dei problemi legati ai corsi di lingua e cultura per i bambini degli italiani all'estero e dei tagli ai sussidi sociali nelle zone di crisi complessa.

 

L'Aula dall'interno

Vedere da vicino il funzionamento del Parlamento all'inizio mi ha intimidito. Ero abituata ad una giornata molto strutturata, a scuola, con la campanella che scandiva le ore e la consapevolezza chiara di cosa dovessi fare e quando farlo: in Parlamento tutto funziona in modo diverso e non esistono due giornate uguali. A volte non si ha letteralmente il tempo di andare in bagno per non rischiare di perdere una votazione, a volte le giornate sono un susseguirsi di incontri e appuntamenti istituzionali, a volte non si capisce quando si inizia e quando si finirà. Il fine settimana, per ora, ho sempre cercato di tornare in Germania dalla mia famiglia: penso che sia giusto che anche noi Parlamentari non perdiamo il contatto con la realtà delle persone a cui vogliamo bene (anche se naturalmente non sono mancati bellissimi weekend di politica, o estenuanti domeniche in Aula). In Parlamento ho conosciuto molte persone di valore: i colleghi e le colleghe con cui ho legato di più, persone vere e appassionate che ce la mettono tutta per fare del bene al Paese, e i tanti collaboratori della Camera che permettono a tutti i livelli che questa grande macchina funzioni al meglio. Dietro ogni proposta di legge, ogni emendamento, ad ogni interrogazione parlamentare si nasconde un grande lavoro di squadra.

 

L'attività parlamentare

Ciascuno di voi può guardare in ogni momento che cosa abbia fatto in Parlamento: le mie presenze (e le mie assenze), le proposte di legge che ho presentato o cofirmato, gli emendamenti e le interrogazioni parlamentari. Basta che clicchiate qui.

La Camera mette a disposizione di tutte le cittadine e tutti i cittadini l'intera documentazione di ciascun loro rappresentante. Alcuni interventi sono il frutto del lavoro di chi è venuto prima di me, che ho deciso di portare avanti, come ad esempio la proposta di Legge sull'inserimento del programma scolastico della storia delle migrazioni ; altri derivano dalle segnalazioni di alcuni di voi (soprattutto le interrogazioni parlamentari, ad es. quelle sui Consolati di Zurigo o Barcellona o quella sul geoblocking per il sito del Ministero degli Interni in Lituania); altri ancora derivano da mie convinzioni personali, come la proposta di legge sulla concessione di contributi previdenziali figurativi per maternità o adozione.

Insieme alle colleghe e ai colleghi eletti all'estero, poi, ho portato avanti una serie di emendamenti alla Legge di Bilancio e al Decreto cosiddetto Sicurezza - purtroppo tutti rifiutati - per evitare tagli che ci riguardano e per cercare di migliorare alcune misure da noi ritenute penalizzanti (un esempio su tutti: il prolungamento dei tempi per la concessione della cittadinanza italiana per matrimonio).

Siamo una bella squadra e ci impegniamo davvero al massimo per portare in Parlamento la vostra voce: purtroppo a volte non ce la facciamo, e anzi approfitto di questo momento per chiedere scusa a tutti coloro che hanno provato a contattarmi e non hanno ancora ricevuto una risposta. Faccio del mio meglio ma a volte non riesco a fare tutto quello che vorrei: per questo non demordete, e anzi continuate a inviarmi i vostri stimoli, le vostre preoccupazioni e le vostre richieste. Cercherò sempre di prendermi cura di ciascuno, anche se forse non riuscirò a farlo subito.

 

Gli incontri

Quest'anno è stato anche un anno di incontri. Ho avuto il privilegio di conoscere il Presidente Mattarella agli Stati Generali della Lingua Italiana; presso l'Ambasciata di Germania a Roma ho conosciuto Giovanna Di Lorenzo, mamma di Fabrizia, la giovane donna italiana uccisa nell'attentato di Berlino (e il pensiero, ora, non può non andare a lei e ad un altro europeo morto troppo presto per mano di un terrorista, Antonio Megalizzi); ho conosciuto colleghe e colleghi di tutti gli schieramenti; e soprattutto ho conosciuto, nei viaggi in giro per l'Europa o semplicemente sul treno, in aereo, sull'autobus o dietro a uno schermo, moltissime persone che mi hanno arricchito, facendomi sentire l'importanza del ruolo che mi è stato affidato. Ho cercato di parlare con tutti e soprattutto di mettermi in ascolto: ho imparato moltissimo, conosciuto storie incredibili e commoventi e cercato di portare ciascun incontro con me.

 

I propositi per l'anno nuovo

L'anno che viene porta con sé la necessità, per me e per i miei colleghi, di fare del nostro meglio per il nostro Paese, in un momento storico pieno di incertezze.

L'inizio di questa legislatura non è stato semplice: il gruppo parlamentare del PD si è dovuto riorganizzare dopo la pesante sconfitta elettorale, imparando ad interpretare il proprio ruolo di unico grande Partito di opposizione. Con il tempo posso dire che ce la stiamo facendo: la voglia di ciascuno di noi di opporsi alle tante cose brutte e sbagliate che questa maggioranza ha fatto e farà passare riesce sempre di più a trovare espressione nel lavoro in Parlamento. D'altra parte sono certa che anche fuori dall'Aula esista un'Italia viva e coraggiosa, che non vuole rassegnarsi a stare zitta solo perché non la pensa come la maggioranza. È l'Italia che ho visto in piazza alla grande manifestazione promossa dal PD; è l'Italia dei tanti che mi scrivono arrabbiati e indignati per quello che sta succedendo; ed è l'Italia premiata dal Presidente Mattarella, quella che si oppone al razzismo, valorizza la diversità e promuove l'onestà vera. Nell'anno nuovo voglio trovare nuove strade per valorizzare questa Italia anche nel mio piccolo. Voglio che troviamo un modo per far sentire di più la voce dei tanti che vorrebbero un'Italia migliore e non si sentono ascoltati.

 

Ringraziamenti. Al termine di quest'anno sento di volervi ringraziare uno ad uno per il vostro sostegno e per l'affetto che in tanti mi avete fatto sentire in mille modi diversi. Ciascun messaggio, ciascun commento, ciascuna chiacchierata mi ha aiutato, soprattutto nei momenti in cui mi sentivo più insicura e temevo di non essere all'altezza del mio compito. Un ringraziamento particolare, poi, va a tutti i Circoli del PD in Europa per il loro impegno, il loro entusiasmo e la loro disponibilità.   Angela Schirò (de.it.press)

 

 

 

 

A Berlino la rassegna CineDì, promossa dall'IIC. Prima proiezione il 29 gennaio con “Dogman”

 

Berlino – Si apre martedì 29 gennaio al Kino in der Kulturbrauerei di Berlino il ciclo “CineDì - Italienisches Kino am Dienstag”, iniziativa promossa dall'Istituto Italiano di Cultura che prevede una volta al mese, il martedì sera, la presentazione di un film italiano degli ultimi anni, in lingua originale con sottotitoli.

 

Il ciclo, curato da Mara Martinoli, prevede molte anteprime assolute e altri film poco distribuiti e a cui si vorrebbe dare maggiore visibilità, per una selezione accurata di lungometraggi che si sono distinti grazie ad un metodo narrativo innovativo e per aver affrontato alcune tematiche particolarmente attuali.

 

Il primo film in programma alle ore 19.30 martedì 29 gennaio è “Dogman” (2018) di Matteo Garrone, che verrà seguito da un dibattito.

 

Nel cast Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano. Si racconta la storia di Marcello, un uomo piccolo e mite che vive nella periferia di Roma. Possiede un locale di tolettatura per cani e divide le sue giornate tra il modesto lavoro, l'amore per la figlia Alida e un pacifico rapporto con i suoi vicini. Per arrotondare spaccia cocaina: questo lo porta a instaurare una torbida amicizia con Simone, un delinquente locale che con piccoli crimini e atti di violenza terrorizza gli abitanti del posto, senza che nessuno abbia il coraggio di intervenire...

 

La proiezione si svolge in collaborazione con Italian Film Festival Berlin, in italiano con sottotitoli in tedesco. Ingresso a pagamento. (Inform/dip 7)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Deceduto Venanzio Gibillini

 

È con mesto dispiacere che abbiamo appreso oggi la notizia della scomparsa di Venanzio Gibillini, ieri sera, dopo il malore che lo aveva colto una settimana fa.

 

Venanzio, arrestato per aver non aver aderito alla Repubblica di Salò, disertore dell’8 Settembre, deportato in Baviera nei campi di concentramento di Dachau e Flossenbürg, ha vissuto sulla propria pelle la violenza e la cattiveria del mondo. Venanzio, sopravvissuto all’orrore del nazismo, ha continuato a guardare al prossimo e al futuro con amore, coraggio e fiducia portando in giro per le scuole d’Italia la momoria sua e dei tanti giovani che invece dai campi di concentramento non sono mai tornati.

 

Chi di noi ha potuto incontrarlo ha toccato con mano la forza della sua invincibile positività.

 

Sostenuto da tutta la sua famiglia e da Walter e Iolanda, figlio e nuora instancabili e amorevoli, ha voluto dedicare la sua vita ai giovani di ieri – perchè non vengano dimenticati – e a quelli di oggi e domani – perché vogliano conoscere, comprendere, ricordare, spiegando con la sua semplicità e il suo sorriso trasparente l’importanza del rispetto reciproco, della pace, della democrazia con parole vicine a tutti.

 

Il nostro Comites ha voluto dare un piccolo contributo agli sforzi di Venanzio, aiutandolo a diffondere ancora di più, proprio in Germania, proprio in Baviera, la sua traccia con il volumetto bilingue, in Italiano e tedesco, che sta per essere pubblicato.

Ciao, Caro Venanzio, ci saluterai i tutti i tuoi compagni di allora.

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Parlamentari eletti all’estero. A colloquio con Billi e Schirò

 

Tra i 18 parlamentari eletti all’estero, sei sono stati eletti nella ripartizione Europa. Tra loro Simone Billi e Angela Schirò, entrambi al primo mandato, ma eletti l’uno con la Lega, l’altra con il Partito Democratico. Ad intervistarli è stato Carmelo Vaccaro direttore del mensile della Saig “La notizia di Ginevra”. Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervista. 

 

Angela Schirò, nata in Germania nel 1985 ma di origini siciliane, è la più giovane dei parlamentari eletti dalle nostre comunità fuori d'Italia; Simone Billi, nato a Firenze nel 1976, è da sempre impegnato nel settore associazionistico a Zurigo, come evidenziato nella sua pagina web.

Sono passati ormai diversi mesi dall'inizio del loro mandato come rappresentanti degli italiani e delle italiane all'estero.

D. Siete entrambi alla prima nomina, ma ricoprite un ruolo diverso: Simone Billi, eletto con la Lega, sostiene il Governo (appoggiato, lo ricordiamo, anche dal MAIE del sottosegretario Merlo). Angela Schirò, eletta con il PD, è invece Parlamentare all’opposizione. Come giudicate l'operato del Governo relativamente alle esigenze degli Italiani all'estero?

Schirò: I provvedimenti parlano chiaro: siamo considerati cittadini di serie B. Gli investimenti celebrati dalla maggioranza risalgono quasi tutti ai governi Renzi-Gentiloni e c’è una sola nota positiva: un leggero aumento del personale consolare (ma non si potranno bandire i concorsi prima della fine del 2019). La vera novità sono invece i tagli: al fondo per lingua e cultura, già dotato di 150 mln e non rinnovato dal 2021, ai progetti di internazionalizzazione affidati alle Camere di Commercio (-2,9 mln nel prossimo biennio), alla stampa in italiano all’estero (-1 mln), agli organismi di rappresentanza (-1,4 mln). Tutti numeri verificabili nelle tabelle allegate alla legge di bilancio pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Il decreto Salvini, poi, rende più difficile l’ottenimento della cittadinanza per matrimonio e limita la circolazione in Italia di veicoli immatricolati all'estero, penalizzando soprattutto i lavoratori stagionali. IMU e TARI non solo non sono state abolite, ma da quest’anno i Comuni avranno la facoltà di aumentarle. Penalizzazioni sono previste, allo stato attuale, anche per l’assegnazione del Reddito di Cittadinanza.

Billi: Molto buono, nella manovra finanziaria appena approvata c’è tantissimo per noi italiani all’estero. Lo storico e importantissimo risultato che siamo riusciti ad ottenere, in collaborazione con i sottosegretari Picchi e Merlo, delle 350 assunzioni per la rete consolare, testimonia l’impegno del Governo nei confronti di noi Italiani all’estero. Mai prima d’ora un Governo si era impegnato, anche finanziariamente, così tanto per noi Italiani all’estero! Chiaramente non abbiamo la bacchetta magica, e stiamo lavorando per affrontare tutte le altre questioni e risolvere i problemi che i precedenti governi di centro sinistra non hanno saputo risolvere.

D. Da lontano risulta a volte difficoltoso immaginare la vita parlamentare. In che modo vi siete impegnati per gli italiani all'estero in Parlamento? Di quali iniziative vi siete fatti promotori?

Schirò: Con i colleghi PD ho presentato emendamenti migliorativi ad ogni provvedimento, tutti respinti. La maggioranza ha detto NO, ad es., all’aumento delle risorse per i Consolati onorari, che garantirebbe più capillarità dei servizi; all’ampliamento degli incentivi per chi vuole tornare in Italia; alla creazione di un fondo per il turismo di ritorno; all’esenzione dal canone RAI; all’eliminazione della doppia tassazione dei redditi conseguiti all’estero da non iscritti AIRE. Con il gruppo PD ho poi presentato una proposta di legge per rendere più sicuro il voto estero. E sono molto fiera di averne presentata una per introdurre lo studio delle migrazioni a scuola: vorrei che i più giovani conoscessero le storie di migrazione di molte famiglie italiane. Sulla mia pagina della Camera e sui miei profili social trovate tutti i miei atti parlamentari, come le interrogazioni sui corsi di lingua e cultura a Londra e sulle difficoltà dei Consolati di Zurigo e Barcellona. Grazie a chi mi ha segnalato difficoltà e problemi!

Billi: Solo nella manovra finanziaria, ho lavorato ed ho promosso le seguenti iniziative: 350 nuove assunzioni per la rete consolare, lo sgravio fiscale al 7% per i pensionati che si trasferiscono nel Sud dall’estero, 9.911.6810€ per Campione d’Italia e 590.000€ per l’assistenza sanitaria, 600.000€ nel 2019 e oltre un milione negli anni successivi per le Camere di Commercio all’Estero, 400.000€ per l’adeguamento dei dipendenti dei consolati, circa 150 milioni € per i corsi di lingua e cultura italiana in tutto il mondo, 5milioni € per gli esuli in Slovenia, Montenegro e Croazia, 1.976.885€ per le minoranze nella ex-Jugoslavia.

D. A quali progetti legati agli italiani all'estero vi state dedicando attualmente? In che modo volete portarli avanti?

Schirò: Mi sto occupando soprattutto del lavoro irregolare tra italiani all’estero. I casi di sfruttamento sono diffusissimi e vorrei individuare misure che migliorino le condizioni di lavoro per le fasce di migrazione più fragile.

Billi: Ecco i progetti principali che sto portando avanti: Sostenere il progetto dell’anagrafe unica, molto importante per velocizzare e migliorare il lavoro dei consolati; Sostenere il progetto della carta di identità elettronica anche per noi italiani all’estero, per agevolarci alle frontiere quando viaggiamo in Europa; Esentare i parenti, fino al terzo grado, del proprietario di un veicolo con targa straniera che circola in Italia, per evitare la confisca del mezzo quando noi italiani all’estero torniamo in Italia col nostro veicolo straniero e lo guida un nostro parente; Monitorare continuamente la Brexit, per tutelare la Comunità Italiana in Inghilterra; Vigilare sulla situazione degli abusi dell’amministrazione tedesca nei confronti di noi Italiani in Germania; Supportare i corsi di lingua italiana, anche quando gli Enti Gestori si trovano in difficoltà, come a Londra e Friburgo; to continuando inoltre a lavorare per ottenere l’abolizione dell’IMU per noi Italiani all’estero, ce la metto tutta!

D. Le esigenze degli italiani all'estero sono spesso dimenticate anche per l'esiguo numero di Parlamentari che li rappresentano - un numero che potrebbe subire ulteriori riduzioni se dovesse passare la proposta di riforma costituzionale attualmente in discussione. Qual è la vostra posizione in merito?

Schirò: Gli italiani all’estero sono sottorappresentati in Parlamento (siamo 18 tra Deputati e Senatori per 6 milioni di cittadini). Ridurre ulteriormente il numero di eletti all’estero di 6 unità, come propone la maggioranza, significa aggravare lo squilibrio nella rappresentanza.

Billi: Le Circoscrizioni all’Estero sono enormi e noi Italiani all’estero siamo i primi Ambasciatori dell’Italia e del Made in Italy oltrefrontiera, i Parlamentari all’estero non andrebbero diminuiti.

D. Da una concreta necessità di riformare le istituzioni elette dagli italiani all’estero, e mi riferisco a Comites e CGIE, qual è, secondo voi, il futuro di questi organi importanti ma non fruttuosi con l’attuale assetto migratorio italiano all’estero?

Schirò: Su questi temi ho promosso un sondaggio tra cittadini e Comites. Ne è emerso un quadro problematico: Comites e CGIE sono poco noti e non è sempre chiara la differenza tra organi di rappresentanza e di servizio. La maggioranza vuole depotenziare questi organismi con tagli che ne rendono concretamente impossibile il funzionamento. Invece, a maggior ragione in un contesto di flussi migratori dall’Italia sempre più consistenti, servono una migliore definizione dei loro compiti, anche a livello legislativo, e un aumento dei fondi, sia per le attività che per la comunicazione istituzionale. I cittadini devono essere messi nella condizione di conoscere i loro diritti e i loro rappresentanti, a tutti i livelli.

Billi: Questi organi devono essere cambiati radicalmente, altrimenti non hanno senso. Per esempio, dovrebbero utilizzare in modo più massiccio i nuovi mezzi di comunicazione per avvicinarsi ai bisogni e alle necessità della Comunità Italiana all’estero di oggi, favorendo l’avvicinamento alla vita e alla cultura italiana dei giovani italiani all’estero.

 

Ringraziamo i nostri due parlamentari per l’impegno profuso a livello istituzionale in favore dei residenti in Svizzera e per la loro disponibilità a rendere l’odierna intervista che ci ha permesso di meglio conoscerli e di apprezzare quelli che saranno i loro programmi ed i loro pensieri riguardo a quello che sarà il loro delicato ed importante lavoro istituzionale.

Si auspica, tuttavia, un impegno sempre maggiore da parte loro e da parte di tutti gli altri parlamentari eletti nella Circoscrizione estero per favorire ancor di più quelli che sono gli interessi di coloro che gli hanno permesso, con i loro voti, a rappresentarli in seno al Parlamento. Si rileva, difatti, in base alle esperienze del passato, che senza una forte volontà e perseveranza, difficilmente si riesce ad ottenere dei risultati concreti e fattivi.

Gli emigrati, difatti, non possono e non debbono essere mai considerati come cittadini di serie B per il solo fatto di aver scelto o di essere stati costretti a vivere fuori dai confini del loro Paese.

Un grande augurio, quindi, a tutti loro di buon lavoro. Carmelo Vaccaro

 

 

 

 

Energia e clima: nulla di nuovo sotto il sole

 

Il Piano nazionale integrato Energia e Clima (Pniec) proposto dal governo italiano alla Commissione europea con qualche giorno di ritardo rispetto al termine poteva rappresentare una cartina di tornasole dell’indirizzo del nuovo governo in materia di politiche energetiche e climatiche, in un contesto in cui transizione energetica e lotta al surriscaldamento globale la fanno da padrone – sebbene spesso con insufficiente ambizione – nell’agenda europea e internazionale.

Al contrario, il documento di 238 pagine si muove nel solco della Strategia energetica nazionale (Sen) adottata nel 2017 dal governo precedente che includeva – tra gli obiettivi principali – la riduzione delle emissioni attraverso la crescente penetrazione delle rinnovabili e il ritiro del carbone al 2025. Se ne confermano in larga parte il quadro e l’ambizione per il periodo 2021-2030, in linea di continuità con un approccio tutto sommato pragmatico ai temi di politica energetica senza invece i grandi stravolgimenti ipotizzati in base ai proclami del governo. Alcuni punti necessitano infine un livello di dettaglio molto maggiore.

Pniec e la nuova ‘governance’ energetica Ue

Rispetto al quadro normativo comunitario 2020 cambiano obiettivi e approccio. Se per esempio nel 2020 la triade degli obiettivi su rinnovabili, efficienza ed emissioni era 20%-20%-20% – l’ambizione europea aumenta per il 2030 e punta ad un consumo di energia al 32% proveniente da rinnovabili, un aumento del 32.5% nell’efficienza energetica e un taglio alle emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. La novità dei meccanismi di governance energetica introdotti dalla presidenza Juncker nell’ambito dell’Energy Union prevede poi programmazioni nazionali nei vari ambiti d’intervento e non obiettivi fissi a livello Ue per i singoli Stati.

Le bozze dei Pniec di ogni Stato membro stanno in queste ore arrivando alla Commissione, in previsione della consegna dei piani finali nel dicembre 2019. Nonostante questa volta si lasci più margine di manovra ai singoli paesi, si prevedono sia la verifica del conseguimento degli obiettivi che l’aggiornamento dei piani nazionali, con la Commissione che se necessario solleciterà i governi ad un’azione più consistente con gli obiettivi decisi congiuntamente a livello comunitario.

I piani seguono tutti lo stesso modello, coprendo le cinque dimensioni dell’Energy Union – sicurezza, mercato dell’energia, efficienza energetica, decarbonizzazione e ricerca, innovazione e competitività -, giocando un ruolo cruciale nel raggiungimento degli obiettivi al 2030 e nell’attuazione della tabella di marcia di lungo termine al 2050.

Il sistema al 2030 secondo il piano

Il Pniec italiano al 2030 apre con grande enfasi sulla trasformazione dell’economia, proponendo (o, meglio, auspicando) un’accelerata sulle politiche di decarbonizzazione, il principio dell’economia circolare e la legislazione sui rifiuti, l’efficienza energetica, l’uso razionale ed equo delle risorse naturali, le rinnovabili. Elementi per la maggior parte condivisibili, ma insufficienti.

L’efficienza energetica, che nel regolamento comunitario della governance ricopre il ruolo di protagonista assoluta nell’impostazione delle politiche energetico-ambientali, occupa in effetti abbondante spazio nel piano. Si prevede infatti una riduzione dei consumi di energia primaria del 43% a fronte del target Ue del 32,5%. Nel piano però il raffronto è fatto con lo scenario Primes 2007 (e non con il più recente scenario del 2016), il che potrebbe trarre in inganno facendo sembrare gli obiettivi nazionali particolarmente ambiziosi.

Si prevede la riduzione delle emissioni del 33% rispetto al 2005 per tutti i settori non-Ets (30% in Ue), un target di penetrazione delle rinnovabili solamente al 30% (superiore a quello del 28% fissato dalla Sen, ma inferiore al target europeo del 32% fissato a livello comunitario) e un minore sviluppo del solare rispetto alla Sen, nonostante i proclami da campagna elettorale.

Solamente qualche mese fa il vicepremier Di Maio commentando il target del 32% riteneva necessario raddoppiare in dieci anni la produzione da rinnovabili, convinzione che non trova riscontro nel piano. Il contributo delle Fer è così distribuito: 55,4% nel settore elettrico (che sostanzialmente conferma il contenuto della Sen), 33% nel settore termico e 21.6% nei trasporti, settore nel quale ci si aspetta una diffusione complessiva di quasi sei milioni di veicoli ad alimentazione elettrica di cui circa 1,6 milioni veicoli elettrici puri (Ev).

Per garantire un’elettrificazione sicura e sostenibile viene poi confermata l’intenzione di abbandonare il carbone come delineato dal governo Gentiloni, ma mancano visione, misure e scadenzari sufficientemente chiari per una valutazione definitiva. Si conferma la volontà di introdurre meccanismi di mercato basati sulla capacità e si propongono incentivi per gli accumuli distribuiti.

Garantire la sicurezza

L’aumento della produzione da energia rinnovabile e dell’efficienza energetica saranno strumentali – secondi i piani governativi – anche a garantire l’incremento dell’indipendenza energetica, concetto dal valore semantico ‘forte’ ma espresso in modo abbastanza vago dal documento.

In questo contesto, rimane l’attenzione sulla sicurezza degli approvvigionamenti e in particolare sulla stabilità delle forniture internazionali di gas. La necessità di diversificare le fonti e le rotte viene reiterata anche nel Pniec, che conferma il supporto italiano verso il Tap – nonostante i proclami dell’ultima campagna elettorale – e identifica nell’Lng una fonte di flessibilità e competitività nei confronti dei mercati dell’Europa settentrionale, lasciando in stand-by il futuro del gasdotto Eastmed. Emblematico del costante zig-zag del governo in materia è anche il recente dietrofront sulle trivelle nello Ionio – sebbene non toccate dal Piano nazionale – con un nuovo emendamento al dl Semplificazione.

Viene inoltre sottolineata l’importanza della sicurezza del settore elettrico, elemento per nulla scontato ma di crescente rilevanza, soprattutto alla luce del previsto incremento delle rinnovabili e quindi della necessità di affrontare minore prevedibilità e programmabilità del sistema. Le interconnessioni verso l’estero rappresentano uno degli elementi chiave previsti dal governo e dal Pniec per incrementare i livelli di sicurezza nel sistema, contribuendo tuttavia ad aumentare il tasso di dipendenza (e la relativa incertezza) nei confronti di fornitori terzi di elettricità.

Mancano pezzi del puzzle

Da una prima lettura, il documento sembra contenere quasi solamente scenari (simili ai precedenti sviluppati nella Sen) ma poche misure o strumenti per attuarli: rimangono target poco ambiziosi sulle rinnovabili, incertezza sulla strategia per l’eliminazione graduale del carbone oltre che insufficienti passi in avanti su settori con importanti prospettive di sviluppo come le bioenergie, l’idroelettrico e la geotermia. Il piano rappresenta dunque un punto di partenza – com’è comunque normale che sia per una proposta – ma certo non brilla per ambizione, evidenziando la necessità di apportare migliorie, che speriamo arrivare tramite il confronto tra Bruxelles e Roma durante l’anno prima della sua approvazione definitiva a fine 2019. Nicolò Sartori, Margherita Bianchi, AffInt 12

 

 

 

 

Economia italiana

 

Che cosa farà per il Paese questo Parlamento e il Potere Esecutivo che ne è nato? Come mai le Forze Sociali non avanzano soluzioni alternative che non siano i soliti scioperi che non hanno, al momento, nessun futuro contrattuale? Con il calo del tenore esistenziale, da noi si è innescata una spirale che coinvolge negativamente anche i , pochi, segnali di stabilità che l’imprenditoria ha cercato di mantenere. Al punto in cui siamo, non ci sono molte scelte da mettere in campo. A ridosso dei sacrifici non vediamo nessun valido corrispettivo. Né una “cura” politica d’emergenza.

 

Il risanamento economico nazionale non può gravare unicamente da una”parte". E la politica dovrebbe essere propinata a “piccole” dosi. Stiamo vivendo, in questo primo periodo del nuovo Millennio, in un acuirsi dell’insoddisfazione della classe lavoratrice che non ci sta a un altro calo della redditività. Ci sembra chiaro che l’occupazione, a qualsiasi livello, dipenda da molti parametri che ne possono determinare un incremento o un’inesorabile riduzione. Il nostro Paese è entrato in una spirale che la società tecnologica rifiuta. Come già abbiamo scritto, il problema dell’occupazione non sarà risolto a breve. Questo Esecutivo non potrà recuperare le posizioni perdute. Economia e Lavoro sono due aspetti inscindibili di uno stesso problema. La politica, per noi, si trova al “piano” inferiore. Se non si scoprirà un mezzo per potenziare l’occupazione, anche sul piano della competitività, non ci sarà l’opportunità di nuovi sviluppi. Semmai, avverrà il contrario.

 

 C’è solo da verificare come evolverà la strategia di questo Governo. Certo è che una soluzione, pur se temporanea, è indispensabile. L’economia dello Stivale non può reggersi sui sacrifici a senso unico. L’Italia ha da fare delle scelte. Il primo semestre del nuovo anno sarà importante per l’evoluzione del Paese e per l’affidabilità politica che, per ora, ci manca. Senza facili entusiasmi, ci prepariamo ad andare oltre. Al punto in cui siamo, la verità politica appare, certamente, il male minore. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Completate le nomine al vertice dell’ICE

 

Roma - Il Consiglio di Amministrazione dell’ICE ha nominato oggi presidente Carlo Maria Ferro, dopo la recente nomina da parte del Consiglio dei Ministri di Stefano Corti e dello stesso Ferro a membri del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia.

 

Nato a Savona 57 anni fa, laureato in Economia e Commercio alla Luiss Guido Carli di Roma, Carlo Maria Ferro ha alle spalle oltre 30 anni di carriera manageriale in aziende fortemente orientate alla competizione internazionale sui mercati globali. Ferro ha lasciato nei giorni scorsi la carica di presidente del Consiglio di Amministrazione della Stmicoelectronics (Italia) S.r.l, per assumere oggi la Presidenza dell’ Ice. In Stmicroelectronics Nv dal 1999, ha ricoperto vari incarichi di vertice fino a president Finance Legal Infrastructure and Services ed è stato per oltre 15 anni il chief Financial Officer del Gruppo, contribuendo allo sviluppo di uno dei campioni della tecnologia italiana ed europea nel mondo, con risultati di crescita (fatturato da 2 a 8.5 miliardi di Usd dall’Ipo a quando Ferro ha lasciato il ruolo di cfo nel maggio scorso), incremento occupazionale (da circa 20.000 a circa 43.000 addetti nello stesso periodo) e creazione di valore (ritorno totale medio annuo composto per gli azionisti del 10.6% nello stesso periodo).

 

Ferro è vice presidente Assolombarda con delega alle Politiche industriali e Fisco e membro del Consiglio Direttivo del Digital Innovation Hub Lombardia, incarichi che lascia al fine di assicurare la massima indipendenza al ruolo di presidente dell’Ice. E’ inoltre advisor della Commissione Europea come membro dello Strategic Forum per i grandi progetti di interesse europeo nonché adjunct professor presso la Luss Business School e co-direttore scientifico del suo Master in Corporate Finance.

 

Già in Iri, dirigente Finmeccanica e poi vice presidente di Elsag Bailey Process Automation, Carlo Ferro ha iniziato la sua attività come impiegato di amministrazione e controllo all’altoforno di Taranto e ha poi dedicato la sua carriera allo sviluppo sui mercati internazionali di grandi imprese tecnologiche, quotate sui mercati dei capitali con partecipazione dello Stato Italiano. Con oltre 20 anni di esperienza di lavoro all’estero, ha promosso e gestito alleanze e joint venture internazionali in Usa, Svezia, Olanda, Cina, Singapore e Giappone e ha fatto parte degli organi di governance di 25 società in settori industriali diversi e in 7 paesi tra Europa, Asia e Usa.

 

“Assumo questo nuovo incarico con entusiasmo nel portare le mie esperienze e competenze tecniche a servizio del Paese, enorme rispetto per le eccellenze produttive dell’intero tessuto nazionale di grandi e PMI, artigiani e coltivatori, consapevolezza delle nuove sfide da affrontare nell’economia digitale e ottimismo per l’ opportunità di far leva sui mercati e i capitali esteri per accelerare crescita, sviluppo sociale e inclusione dei giovani”

 

La nomina di Ferro a presidente dell’Agenzia Ice segue la sua nomina nel Consiglio di Amministrazione dell’Ice avvenuta con Decreto del Presidente della Repubblica dello scorso 29 novembre insieme a quella di Stefano Corti, 43 anni di Carpi, imprenditore attivo nel settore delle fonti di riscaldamento a biomassa. L’incarico di entrambi è quadriennale rinnovabile una sola volta.

 

Roberto Luongo, 60 anni di cui 36 a servizio dell’Ice, dirigente dal 1991, era già stato nominato lo scorso 18 dicembre, con Decreto del Presidente della Repubblica, direttore generale dell’Agenzia per i prossimi quattro anni.

 

Con la nomina di Carlo Ferro a presidente, che segue quella di Roberto Luongo a direttore generale, si conclude il rinnovo della squadra di vertice dell’Agenzia Ice. Il presidente, il direttore generale e l’intero Consiglio di Amministrazione “ringraziano Giuseppe Mazzarella per la dedizione ed il prezioso contributo in questi mesi di presidenza temporanea che hanno consentito continuità operativa all’ Agenzia e riferimento costante per tutti i nostri colleghi”.

 

L’Agenzia Ice opera, con 79 uffici nel mondo, al fine di sviluppare l’internazionalizzazione delle imprese italiane, nonché la commercializzazione dei beni e servizi italiani nei mercati internazionali e di promuovere l’immagine del prodotto italiano nel mondo. Secondo le indicazioni del Governo e, in particolare, del vice presidente del Consiglio e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, l’Agenzia Ice coordinerà tutte le strategie e gli strumenti di internazionalizzazione del sistema Paese, al fine di supportare in modo efficace l’export e la crescita all’estero delle aziende italiane nonché l’attrazione degli investimenti diretti esteri in Italia,  settori di importanza fondamentale per la ripresa della crescita e del mercato occupazionale interno. (Inform/dip 7)

 

 

 

 

Confsal Unsa: servono nuove assunzioni nelle sedi all’estero

 

Roma - “È ora di chiedere ai nuovi responsabili politici e amministratori al vertice del MAECI, e senza mezzi termini, la semplice riapertura – a costo zero - delle postazioni consolari già soppresse in nome di un risparmio perpetrato sulle spalle dei più deboli, e cioè degli italiani che per lavorare, hanno dovuto lasciare il Paese”. È quanto sostiene in una nota il Coordinamento Esteri della Confsal Unsa, secondo cui le nuove assunzioni previste dalla nuova legge finanziaria 2019 per la rete consolare “non bastano. Diciamo grazie e ricordiamo però che ora è giunto il momento di collocare le nuove assunzioni nelle sedi già soppresse e che queste vanno finalmente riaperte”.

Per il sindacato bisogna “uscire dal buio del medioevo, in cui la politica per gli italiani all’estero ha collocato in passato la ramificazione dei servizi consolari, con la perversione del principio di sussidiarietà e con la creazione di nuovi centri d’interessi, talvolta materiali, talvolta politici, attorno ai cosiddetti “servizi ai connazionali””.

Nella metafora medievale usata dal sindacato i Vassalli sono i Consoli Onorari perché “privi di deleghe adeguate, spesso completamente sopraffatti nell’affrontare le esigenze di comunità italiane che in taluni casi superano le trentamila unità. Poche ore di apertura mensili, per fungere spesso solo da passacarte e che in certi casi addirittura allungano i tempi di elaborazione delle pratiche consolari”.

I Valvassori sono invece “i Centri italiani di assistenza sociale come i Patronati ed Enti gestori di analoga natura alla disperata ricerca di una legittimazione sempre più scarsa all’estero, dove gli italiani ormai non hanno più bisogno di chi “gli fa la pratica di pensione””.

Infine, i Valvassini cioè “la solita cerchia di persone che ruota attorno ai consolati con interessi di varia natura. Soprattutto in Europa, dove vige il diritto al voto comunale attivo e passivo per i cittadini comunitari, l’uno o l’altro connazionale ha ben pensato di “mettersi a disposizione”, raccogliendo una domanda di passaporto o consegnando una carta d’identità. I conti potrebbero tornare con l’equazione “Una carta d’identità uguale ad un voto alle prossime elezioni comunali””.

Fuor di metafora, la Confsal Unsa Esteri lancia infine un “appello alla coerenza e non chiede altro: che sia ripristinata la dignità nell’erogazione dei servizi all’estero; che i servizi consolari siano sottratti alla strisciante privatizzazione evidentemente in atto; che si realizzi una seria decentralizzazione dei servizi resi da personale Maeci ben addestrato e ben attrezzato; che lo stato rioccupi gli spazi lasciati vuoti nell’erogazione dei servizi statali all’estero, mettendo fuori gioco tutti quegli “strascinafaccende” che cercano vantaggi dalla tragedia delle chiusure consolari”. (aise/dip 9) 

 

 

 

 

Governo difficile

 

Riteniamo che, col nuovo anno, sia logico formulare delle ipotesi sull’evoluzione di questo Esecutivo. Certo è che l’attuale Governo continuerà a muoversi in salita. Minimizzarlo, sarebbe inutile. Chiaro è che rimangono a rischio quelle riforme che riteniamo fondamentali per la ripresa d’Italia. Oggi, come ieri, fare delle critiche è facile; ma sin troppo scontato. L’importante sarebbe, invece, proporre un programma realizzabile. Ci sembra, al contrario, che i Signori della Politica non siano nelle condizioni per garantire un’evoluzione concreta per la Penisola.

 

A questo punto, ci sembra fondamentale esaminare le situazioni politiche nazionali. Pur con le preoccupazioni dei partiti che costruiscono l’Esecutivo, non intravediamo, per ora, doti di particolari rilievo. Molte aspirazioni vanno a cozzare tra loro. Una maggioranza qualificata resta tale solo se le alleanze hanno un programma coerente. Il “Contratto di Governo” resta tutt’altra cosa. Sono, infatti, le “interferenze” che ci preoccupano. Ci siamo resi conto che riformare non è facile. Come non lo è governare. Eppure, gli italiani avrebbero bisogno di un Esecutivo capace d’esistere oltre il fronte riformista che, per il passato, sembrava il frutto “proibito” del centro/sinistra nazionale. Ora, è la volta del “centro/destra”. Sperando in migliori risultati.

 

Quindi, senza disconoscere interamente il passato, dobbiamo convenire che anche le nuove “ciambelle” non sono riuscite col buco. A buon intenditore bastano poche parole: questo Esecutivo dovrà prenderne atto. Esserne consapevoli, da subito, eviterà amare sorprese per il dopo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Iniziamo a condannare l’odio dei “buoni”, o perderemo per sempre il diritto di indignarci

 

La storia è semplice. Un sindaco emette un’ordinanza anti-cattiveria per punire gli haters. Spuntano fuori suoi tweet in cui dà del coglione a Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno coglie la palla al balzo, lo accusa di ipocrisia, e gli dà a sua volta del poveretto. Il tutto condito da una serie spregevole di commenti incattiviti, dai sostenitori di ambo le parti. Ecco riassunto il perfetto ciclo dell’odio.

 

Che il sindaco di Luzzara fosse convinto della bontà della sua ordinanza, nessuno lo mette in dubbio. E che Salvini e compagni siano i principali alimentatori dell’odio in questo paese, neanche. Ma a che gioco stiamo giocando? Quando è stato superato il confine? Quando è diventato lecito insultare, gratuitamente o a caro prezzo?

 

Nel lontano 2017, sembra passato un secolo, scrivevo un commento: “Cari haters, ci avete davvero stancato“. Avrei voluto usare un’espressione più colorita, ma dato l’argomento ho tenuto un profilo basso.

 

Da allora l’odio è stato istituzionalizzato, passando per varie fasi, in quest’ordine: ignorare il fenomeno, minimizzarlo, pensare che fossero altri i problemi del paese reale, votare chi propagandava l’odio, ritrovarsi con un governo che legittima con i suoi strumenti, vedi alla voce decreto sicurezza, questo odio. Fine del ciclo. Almeno per il momento.

 

Karl Popper, il filosofo, negli anni ’40 scriveva: “La tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza. Se noi rivolgiamo tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo pronti a difendere la società dalle offese devastanti dell’intollerante, il tollerante sarà distrutto, e con lui la tolleranza”. Passò alla storia come il “paradosso della tolleranza”. Tolleranti con tutti, ma non con gli intolleranti?

 

C’è allora un controsenso in tutto questo? Ha ragione il sindaco paladino dell’anti-cattiveria a dare del coglione a un ministro e a un governo che chiudono porti, alzano muri, e creano insicurezza per sguazzare felici, almeno fino alle prossime europee? Che parole dovremmo rivolgere al vicesindaco di Trieste che butta nel cassonetto, vantandosi e prendendosi gioco, delle coperte di un senzatetto?

 

Tornando a Popper, ci sono dei confini che non possono essere superati. O almeno non in questo tempo e a queste latitudini. Oltre quel limite scatta la sanzione. E la sanzione può essere l’intolleranza? Probabilmente.

 

Ma il ciclo di odio dentro cui siamo immersi, tanto da non riconoscerlo più e non percepirne a fondo tutta la portata, si alimenta dell’odio dei “cattivi”, ma anche – ahimè – di quello dei “buoni”.

 

Qual è la soluzione? Porgere l’altra guancia? Rispondere con i “bacioni” che diffonde a destra e a manca Salvini, facendo buon viso a cattivo gioco? Smettere di indignarci e di usare toni forti per denunciare?

 

No. Probabilmente basterebbe fermarsi un attimo e capire che combattere l’odio con l’odio ha già creato tanti troppi problemi, ce lo ha insegnato la storia no? Lo stesso sindaco di cui sopra, commentando le accuse di ipocrisia rivoltegli, ha detto: ecco vedete? Il clima di odio ha contagiato anche me.

 

Il Censis pubblicando la 52esima edizione del Rapporto sulla situazione sociale dell’Italia, ci aveva avvertiti. Il sentimento che più caratterizza gli italiani nel 2018, secondo l’istituto di ricerca, è la “cattiveria”.

 

Dal documento emerge un paese incattivito, più povero e più anziano, che trova il capro espiatorio dei propri guai negli immigrati. “Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”, si legge.

 

Ma non siamo nel giusto di default, non possiamo prenderci il lusso di fare come ci pare, solo perché “militiamo” dalla parte dei buoni. Fermiamoci prima del baratro, prima che il carico di odio sia così pesante da rendere irriconoscibili i buoni dai cattivi. Laura Melissari, Tpi 7

 

 

 

Dopo un 2018 da dimenticare, auguriamoci un anno migliore

 

Così anche il 2018 è finalmente terminato, si “finalmente” perché quello appena trascorso è stato ancora un anno da dimenticare come, d’altra parte, sta accadendo da un po’ di tempo in qua in Italia e, purtroppo, anche in altre parti del mondo più o meno vicine a noi. Infatti nel Belpaese, anche nel 2018, non ci siamo fatti mancare nulla.

Basti pensare ai danni materiali ed umani dovuti spesso, troppo spesso, all’incuria dell’uomo (tipo il ponte di Genova) oppure a calamità naturali (proprio negli ultimi giorni dell’anno si sono risvegliati sia il vulcano dell’Etna che quello di Stromboli e nell’area catanese vi è stata nella notte tra Natale e Santo Stefano una forte scossa di circa cinque gradi della scala Mercalli che ha creato molto spavento tra la popolazione ma che, per fortuna, ha causato soprattutto danni materiali e solo alcuni feriti non gravi senza vittime), alluvioni, esondazioni di fiumi, trombe d’aria, mareggiate e frane.

Pensiamo ancora a fatti delittuosi orribili a danno di ragazzine vittime di un mix tra droga, degrado e spacciatori extracomunitari come quelli, per esempio, di Pamela nel Maceratese e di Desiree a Roma ed infine allo stillicidio di femminicidi che nel corso del 2018 sono avvenuti in Italia con una frequenza incredibile di uno ogni settanta ore.

Senza dimenticare, infine, le incredibili tragedie dovute alla stupidità umana (solo giovanile?), come quella recente della discoteca di Corinaldo, in provincia di Macerata, causata dall’uso sconsiderato di spray urticante, un replay di quanto avvenne nel 2017 in Piazza San Carlo a Torino. Così che è lecito da parte degli italiani augurarsi affinché il 2019 sia un anno migliore di quello appena trascorso, un evento che non dovrebbe essere poi così tanto difficile da concretizzarsi.

Anche se….

Anche se, al netto dei ricorrenti fatti e fattacci a cui in Italia si è ormai abituati a tempo, lo sconquasso politico, rispetto al passato, avvenuto in Italia a seguito delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo - che ha portato al governo del Paese una maggioranza politica incestuosa tra Lega e Movimento 5 Stelle sulla base di un così detto “Contratto di governo” tra forze che rappresentano interessi sociali ed economici spesso contrapposti - pone forti perplessità che la prossima possa essere un’annata veramente migliore.

Quantomeno da quello che ci ha prospettato nei suoi primi mesi di vita questo governo gialloverde e, soprattutto, alla luce della Legge di Bilancio predisposta per il 2019, che, al di là delle chiacchiere e delle promesse elettorali e post elettorali del governo (rimpatrio di 600'000 immigrati irregolari, via le accise sulle benzine, via la Legge Fornero, reddito di cittadinanza di 780 euro mensili per tutti, flat tax generalizzata al 15%, ecc.), alla prova dei fatti non lascia molto spazio all’ottimismo per le famiglie italiane - neppure in quelle in overdose di ottimismo - che vi avevano fortemente creduto ed avevano premiato sia la Lega che il M5s con il loro voto. Ovviamente saremo tutti felici, compreso il sottoscritto, di essere smentiti!   Dino Nardi

 

 

 

 

Di necessità virtù

 

Non è facile fornire rapporti rassicuranti sul fronte politico nazionale. In ultima analisi, ci si continua a muovere per tentare di dare un futuro migliore al Paese. Della sua ripresa, se e quando ci sarà, tratteremo in seguito. Ciò che, invece, è da affrontare, da subito, restano i contenuti politici che questo Governo. Anche se i “silenzi” d’alcuni hanno creato risposte in negativo che non pensavamo neppure con la fantasia. Anche fuori dei confini nazionali, dove la passione politica per i fatti del Bel Paese non è mai stata “vertiginosa”, l’UE ha espresso un suo giudizio sfavorevole sulla manovra economica nazionale.

 

 Questa effettività potrebbe, però, essere base di partenza per raggiungere un fine differente. Torniamo, quindi, a chiedere un impegno per non inficiare i propositi di Esecutivo ancora tutto da testare. Anche l’Opposizione dovrebbe mettere in campo le sue strategie. Fermo il concetto che sia miglio”proporre” che “subire”. Si sente, comunque, la necessità di mutamento.

 Le riforme che supponiamo dovrebbero andare oltre le logiche che, per il passato, sono state vincolate dalla nascita di nuovi partiti e per il ridimensionamento di altri.

 

Il fronte politico italiano dovrebbe trovare una nuova ragion d’essere. Ora si potrebbe operare per una Repubblica veramente nuova; fondata sui principi immutabili della nostra Costituzione e monda da tutti quei compromessi che hanno gravato sulla nostra esistenza anche dai primi anni del Nuovo Millennio. Chi intende offrire un contributo parlamentare, faccia un passo avanti e si muova per garantire i fondamentali diritti a tutti gli italiani. Fuori e dentro i confini nazionali. Insomma, una volta per tutte, si faccia di “necessità” virtù.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il reddito di cittadinanza: non viene dato ai residenti all’estero

 

Il testo del decreto legge contenente le regole applicative del reddito di cittadinanza e della cosiddetta “quota cento”, dopo la proposta di riduzione degli eletti nella circoscrizione Estero e la mancanza di risposte della manovra finanziaria, conferma in modo evidente che per questo governo e per la maggioranza 5Stelle-Lega-Maie gli italiani all’estero sono l’ultimo dei pensieri, anzi non esistono.

 

Il reddito di cittadinanza, o meglio ciò che ne resta dopo i tagli di risorse concordati con l’UE, può essere richiesto dai cittadini italiani e da una serie di altri soggetti (cittadini di paesi dell’Unione europea o di paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con l’Italia o di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE di lungo periodo), a condizione che al momento della domanda risiedano in Italia da almeno dieci anni in modo continuativo.

 

Quindi, chi è all’estero e perde il posto di lavoro o decide comunque di rientrare non può presentare domanda. Chi è andato all’estero negli ultimi anni – e sono centinaia di migliaia, secondo le statistiche – per esperienze brevi di lavoro e poi è tornato, è escluso. Coloro che stanno lasciando con disperazione le zone di crisi, come il Venezuela con la speranza di trovare accoglienza nel paese di origine, devono rivolgersi altrove, con buona pace delle affermazioni fatte di recente dal Sottosegretario Merlo a un giornale venezuelano. Senza contare le ristrette griglie reddituali che renderanno pressoché impossibile l’accesso anche ai pochi che possano avere miracolosamente i requisiti della cittadinanza e della residenza.

 

Questi sovranisti irresponsabili e dilettanti allo sbaraglio, tra l’altro, nemmeno si pongono il problema che vi sono partner europei che concedono misure di sostegno sociale ai cittadini stranieri in base ad una decorrenza della residenza molto più limitata. Nella sola Germania, ad esempio, il sistema di assistenza sociale assiste oggi circa 70.000 italiani residenti nel paese da soli 5 anni. Di fronte ad una disparità così vistosa di trattamento, questi Stati come reagiranno? Ci saranno conseguenze per i nostri connazionali lì residenti?

 

Ma le “dimenticanze” e le “disattenzioni” non si fermano qui. Quando all’art. 4 si parla dei patti per il lavoro tra i disoccupati richiedenti il reddito di cittadinanza e i centri per l’impiego, nemmeno una parola si dice sull’informazione, l’orientamento e la formazione professionale delle centinaia di migliaia di giovani che, non trovando lavoro in Italia, sono costretti ogni anno a recarsi all’estero, senza alcuna forma di informazione, tutela o accompagnamento. Perché i (costosi) centri per l’impiego non dovrebbero assolvere anche ad una funzione informativa e di qualificazione professionale per coloro – tanti - che non riusciranno ad avere una chiamata di lavoro e per scelta o per necessità andranno all’estero?

 

Non solo non esistono, dunque, gli italiani all’estero, ma non esistono nemmeno i nuovi emigranti, che pure sono una delle espressioni più dirette e vistose della crisi sociale che il Paese sta attraversando. Nel passaggio alle Camere del decreto, ancora una volta toccherà a noi far presente nelle aule del Parlamento che gli italiani all’estero invece esistono, hanno pari diritti e vanno tutelati come tutti gli altri cittadini italiani.

 

Vedremo se gli altri eletti all’estero si risveglieranno dal loro torpore e saranno capaci di abbandonare il loro sterile propagandismo, mettendosi sul piano delle proposte e dell’impegno per cercare di ridare una rotta accettabile a una nave che ha preso una preoccupante deriva.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

 

In Siria combattono l’Isis ma in Italia rischiano la sorveglianza speciale

 

“I nostri politici usano il terrore e la violenza dello Stato islamico per fare campagna elettorale e diffondere la loro propaganda, accusano i migranti e i musulmani di portare il terrore in Europa, ma non muovono un dito per combattere l’Isis sul campo. Noi invece lo abbiamo fatto, ma una volta tornati siamo considerati ‘socialmente pericolosi’”

La scorsa settimana la procura di Torino ha chiesto sorveglianza speciale per Eddy, Jacopo, Davide Jack e Pachino, cinque italiani che negli ultimi anni si sono uniti alle Unità di protezione del popolo curde (YPG) e hanno partecipato direttamente alla lotta contro l’Isis in Siria, alla quale la stessa Italia aderisce in quanto parte della coalizione internazionale che combatte il sedicente Stato islamico in Iraq e Siria.

“È incredibile ed ipocrita che delle persone che sono andate in Siria e che hanno rischiato la loro vita combattendo in prima persona contro l’Isis una volta tornate in Italia siano considerate pericolose” ha detto a TPI Jacopo Bindi, nell’intervista di Futura d’Aprile, spiegando che la richiesta, su cui si pronuncerà il tribunale di Torino il prossimo 23 gennaio, prevede misure come l’allontanamento dalla città di Torino, l’obbligo di rimanere in casa durante gli orari notturni, il ritiro della patente di guida e il divieto di incontrare più di 3 persone alla volta. “In questo modo ci verrebbe impedito di partecipare alla vita politica e pubblica del paese”.

Proprio nelle ultime settimane, la sopravvivenza dei curdi nel nord della Siria è stata messa in seria discussione dopo il ritiro annunciato dalla Siria delle truppe degli Stati Uniti, alla guida della coalizione che combatte l’Isis, e l’imminente intervento nella regione della Turchia, storico nemico dei combattenti curdi. Nonostante le richieste di garanzie sulla loro sicurezza da parte degli Stati Uniti, la Turchia ha reiterato la promessa che i miliziani curdi saranno presto “sepolti nelle fosse”.

Tuttavia l’Isis continua a rappresentare una minaccia nella Siria nordorientale, dove sono ancora in corso violenti scontri tra i miliziani islamisti e l’alleanza curdo-araba sostenuta dalla coalizione internazionale. La scorsa settimana lo stesso Jacopo Bindi ha dato la notizia della morte avvenuta a dicembre a causa di un incidente di Giovanni Francesco Asperti, volontario italiano originario di Bergamo che combatteva contro l’Isis col nome di «Hiwa Bosco».

“Nella Siria del nord c’è un reale esperimento per la costruzione di una società basata su presupposti differenti come democrazia, pace, libertà ed ecologia che si impegna a combattere, non solo con le armi, contro l’Isis e ci tengo a far parte di questa lotta” ha spiegato Jacopo, raccontando gli ideali della regione autonoma del Rojava, guidata da parità dei generi, rispetto dell’ambiente e tentativi di democrazia diretta.

“Anziché usare la retorica anti-Isis per fare propaganda e prendere voti noi ci impegniamo in prima persona per costruire una società sulla base di quei valori in cui crediamo”. Tpi 14

 

 

 

 

Petizione popolare per la difesa della rappresentanza dei residenti all’estero

 

A giorni arriverà nell’aula del Senato la proposta di legge costituzionale, sostenuta dall’attuale maggioranza, che interviene sul numero dei parlamentari e riduce la rappresentanza della circoscrizione Estero dagli attuali 18 eletti a 12, rendendola ad un’espressione puramente simbolica.

 

Se la proposta di revisione passasse, si aggraverebbe in modo insostenibile lo squilibrio, già oggi esistente, nel sistema di rappresentanza tra gli italiani residenti in Italia e quelli residenti all’estero.

 

Un deputato in Italia, infatti, rappresenterebbe 150.000 abitanti, un deputato eletto all’estero circa 700.000 iscritti AIRE, un senatore in Italia circa 300.000 abitanti, uno eletto all’estero circa 1,4 milioni di iscritti AIRE. Sarebbe una lesione profonda della parità tra i cittadini, garantita dalla Costituzione, che in nessuna sua parte distingue i cittadini in base alla loro residenza.

 

In queste ore è stata lanciata autonomamente da importanti personalità – docenti universitari, scrittori, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, esperti di emigrazione, ecc. – una petizione, sottoscritta nel giro di poche ore da circa mille persone, che chiede indistintamente a tutte le forze parlamentari di riequilibrare la rappresentanza dei cittadini italiani all’estero e, in ogni caso, di non procedere alla sua diminuzione, com’è scritto nel progetto di riforma costituzionale. Ci auguriamo che riceva il maggior numero possibile di adesioni.

 

Desideriamo comunque ringraziare quanti, dall’estero e dall’Italia, per puro spirito civico, hanno voluto essere presenti in questo difficile passaggio per gli italiani all’estero e invitiamo tutti, al di là delle distinzioni culturali e politiche, a fare sentire la loro voce prima che si crei un così grave vulnus nel principio di uguaglianza tra i cittadini italiani.  Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro, Parlamentari PD Estero (dip 16)

 

 

 

Cambiare?

 

Sono anni che ci diamo da fare per puntualizzare le inefficacie degli organismi che dovrebbero tutelare anche i diritti dei Connazionali all’estero. Riscontri ce ne sono stati pochi. Vedremo l’atteggiamento di questo Esecutivo dopo le Consultazioni correlate al rinnovo del Parlamento Europeo. I diretti interessati si sono resi conto che non tutto ha funzionato come avrebbe potuto. Il “silenzio” si è evoluto in una sorta di “disinteresse” che non ci sembra condivisibile. E’ inutile basarci sui casi recenti. L’accoppiata Di Maio/Salvini non ha ancora affrontato, ufficialmente, i temi che interessano anche gli italiani nel mondo.

 

 C’è da appurare cosa si potrebbe fare per recuperare attendibilità oltre confine. Quelle che, nel tempo, abbiamo segnalato resteranno le basi del nostro modo di valutare gli italiani nel mondo. Se le Istituzioni, le Associazioni, i Partiti non sono stati in grado di coordinare i bisogni dei Connazionali all’estero, si dovrebbe iniziare a prendere in esame l’aspetto nodale del problema: gli Organismi che rappresentano i Connazionali nel mondo sono ancora all’altezza delle loro funzioni? Se all’interrogativo si risponde, obiettivamente, ”No”, allora non basta più ridimensionare certi aspetti discordanti; bisognerebbe, invece, favorire il nuovo.

 

Ragionevolmente, l’istituto della rappresentatività dovrebbe essere rivisitato; con interventi e proposte svincolate da quelle attuali; anche in previsione del rinnovo del Parlamento UE. C’è da sostenere, per chi vive all’estero, una reale rappresentatività politica anche in Patria. Di parole ne sono state dette molte; ci sono da realizzare i fatti. Per cambiare c’è il tempo e il modo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Decreto sulla previdenza. Nuove delusioni per gli italiani all’estero

 

Roma - "Aspettative deluse per gli italiani all'estero che speravano in un aumento del minimo pensionistico o in un anticipo della pensione con il sistema "Quota 100".  La bozza del Decreto sul reddito di cittadinanza e sulla previdenza infatti vincola il diritto alla cosiddetta pensione di cittadinanza di 780 euro a 10 anni di residenza in Italia (proprio come per il reddito di cittadinanza) immediatamente antecedenti la presentazione della domanda. Requisito che non possono far valere i nostri connazionali residenti nei Paesi extracomunitari (dove il trattamento minimo è ancora esportabile) già titolari di una pensione integrata al minimo, o in via di pensionamento".

"Le sbandierate promesse da parte del Governo gialloverde di un aumento della pensione minima non si applicheranno quindi agli italiani all'estero titolari di una pensione in convenzione o futuri pensionati, che dovranno accontentarsi della pensione attualmente erogata. (Tra l'altro giova ricordare che la media degli importi pensionistici delle pensioni Inps erogate all'estero è di 245 euro, ben al di sotto dei 780 euro palesati dal Governo)".

"Ulteriore beffa per i nostri connazionali all'estero riguarda il tanto decantato anticipo pensionistico con "Quota 100". Cioè la possibilità prevista dal Decreto di andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contribuzione. Teoricamente i 38 anni di anzianità contributiva potrebbero essere perfezionati con il meccanismo della totalizzazione previsto da tutte le convenzioni internazionali di sicurezza sociale. Di fatto però questo risulterà praticamente impossibile. Il Decreto infatti prevede l'incumulabilità tra il pensionamento con "Quota 100" e il reddito di lavoro dipendente ed autonomo: questo divieto limiterà di molto la platea degli aventi diritto all'estero i quali dovrebbero lasciare il lavoro all'estero per ottenere una modesta pensione anticipata italiana che non consentirebbe loro di sopravvivere".

"Non è invece chiaro, da quanto si legge nell'attuale formulazione del Decreto, se coloro i quali sono già titolari di pensione estera potranno usufruire della Quota 100 anche se  possessori di un reddito, ancorché da pensione. Sarà nostra premura, nei mesi a venire, cercare di fare chiarezza in merito"."Unica nota positiva del provvedimento è la proroga di "Opzione donna", una misura che consentirà alle lavoratrici dipendenti, si presume anche se residenti all'estero (sebbene il Decreto non lo specifichi), di andare in pensione anticipatamente, ma con il penalizzante calcolo contributivo -  se nate entro il 30 dicembre 1959 (1958 se autonome) e con 35 anni di anzianità contributiva ottenuta anche con la totalizzazione in convenzione internazionale".

"Va tuttavia sottolineato che "Opzione donna" potrebbe non essere conveniente per le lavoratrici residenti all'estero le quali hanno maturato in Italia pochi contributi. Il calcolo con il metodo contributivo darebbe senz'altro origine a pensioni di importo irrisorio. Nei prossimi mesi il nostro impegno sarà volto a fare sì che gli importi delle pensioni in convenzione raggiungano livelli più dignitosi". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro. Dip 8

 

 

 

Giovani in Europa: una generazione in cerca d’identità

 

Nel 2018, centinaia di migliaia di giovani sono scesi in piazza in tutta Europa, mostrando sensibilità trasversali verso i temi più caldi nel dibattito pubblico europeo. Dalla difesa delle tutele nel mercato del lavoro al diritto all’istruzione, le mobilitazioni hanno toccato diversi Paesi. In Ungheria, come riportato su uno striscione nelle recenti dimostrazioni, “Students & workers unite fight”, gli studenti e i lavoratori lottano insieme contro la cosiddetta ‘legge schiavitù’ e la chiusura della Central European University (Ceu), costretta al trasferimento in Austria.  In Francia, nelle scorse settimane, accanto ai gilet jaunes gli studenti liceali hanno protestato  contro i tagli alla spesa pubblica destinati alla scuola. Così anche in Italia, dove a ottobre oltre 70 mila hanno manifestato in 50 città. Le marce in favore dell’accoglienza per i richiedenti asilo e per la salvaguardia ambientale hanno scandito, nel corso dell’anno, il carattere solidale e sostenibile delle istanze avanzate dai giovani.

‘Generazioni mobili’ e rischio di squilibri socio-economici

Tuttavia partiti ed istituzioni nazionali sottovalutano, specie nell’Europa mediterranea e orientale, le rimostranze dei cosiddetti millennials – o Generazione Y, i nati tra il 1980 e il 1995 – e centennials – o Generazione Z, nati tra il 1996 e il 2013. Due classi d’età integrate nella mobilità reale del sistema Schengen (1985) e in quella virtuale del World Wide Web (1991), definite, in un rapporto del McKinsey Global Institute del 2016 come “molto più poveri dei loro genitori” per benessere economico personale e patrimonio domestico.

Tutto questo a causa dell’impatto della depressione economica del 2008-2014, che ha causato un aumento delle disparità di reddito nel nucleo familiare rispetto al periodo pre-crisi. Ragionando sulla composizione demografica, sociale ed economica della popolazione giovanile nell’Unione europea di età compresa tra i 15 e i 34 anni, occorre considerare alcuni elementi strutturali:

Fattori demografici: il calo della natalità e l’aumento dell’immigrazione

Secondo le proiezioni del rapporto Eurostat People in the Eu (2017), nell’arco di 30-40 anni si verificherà una stagnazione nella crescita della popolazione europea, a fronte di un tasso di crescita in costante declino, dall’1,02% degli anni ’60 allo 0,2-0,4% del periodo 2011-16. Da sottolineare l’aumento dell’età mediana nell’arco di vent’anni, passato da 36,8 nel 1996 a 42,6 nel 2016.

La principale causa è il saldo demografico negativo, con una stima di decrescita della popolazione a partire dal 2045. Il tasso di natalità Ue-28 è pari a 1,6 figli per donna; stando ai dati 2015 si va dall’1,96 della Francia all’1,31 del Portogallo, in ogni caso inferiore al livello minimo per il ricambio della popolazione, fissato a 2,1. Il tasso di migrazione netto aggregato è pari a 2,4 immigrati/1000 abitanti; gli immigrati, inoltre, presentano un’età mediana di 36 anni rispetto ai 44 della popolazione nazionale.

Questioni centrali per i partiti di estrema destra, ricorda un articolo del Time dello scorso giugno, che stigmatizza le campagne pro-fertilità “nazionaliste” e sottolinea come l’immigrazione, alla luce del calo delle nascite e dell’invecchiamento della popolazione, sia “la soluzione più logica per colmare i vuoti nel mercato del lavoro”, insieme a politiche di sostegno parentale nel lungo periodo.

Forme di mobilità: la fuga dei cervelli

Nel 2016, riporta Eurostat , in Europa più di tre giovani su quattro (78%) nella fascia d’età 15-19 anni, sono nel sistema educativo e formativo, una quota che scende al 49,8% tra chi ha 20-24 anni. Poco più della metà (59,5%), dei 25-29enni è esclusivamente nel mercato del lavoro, mentre il 13,6% combina formazione e impiego. Resta elevato il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 anni in Grecia (43,2%), Spagna (33,8%) e Italia (31,9%), soprattutto se confrontato alla Germania (6,1%).

Da osservare Il fenomeno dei Neet – i giovani non occupati né all’interno di percorsi di formazione – che nell’Ue sono l’11,6% tra i 15-24enni e 18,8% nella fascia 25-29, con Italia e Grecia in testa. Un altro problema è rappresentato dalla cosiddetta fuga dei cervelli: uno studio curato dalla Commissione Sedec del Comitato europeo delle regioni, dal titolo Addressing brain drain (2018), ne definisce le specificità. Le persone spostatesi all’interno dell’Ue sono circa 17 milioni, di cui uno su tre (32%) di età compresa tra 15 e 34 e quasi 3,5 milioni di età inferiore ai 29 anni. Le destinazioni principali sono Germania (33%) e Regno Unito (20%), da Paesi d’origine quali Romania, Polonia, Italia e Portogallo.

Nel periodo 2014-17 il numero di emigrati con un livello di istruzione terziaria è notevolmente cresciuto, fino a raggiungere i 4,2 milioni, pari al 25% del totale; la Polonia è al primo posto per grado di qualifiche, seguita a distanza dalla Germania. A livello regionale, la Campania è all’ultimo posto in Europa per capacità d’occupazione di individui con livello d’istruzione terziaria, con il 52,7%. La circolazione di lavoratori con elevate competenze è canalizzata su bacini locali o regionali che presentano un alto indice di qualità della vita.

Italia europea o Europa italiana? L’orientamento dei giovani al voto

Il rinnovo del Parlamento europeo con le elezioni di maggio 2019 può essere l’occasione per saggiare propensione al voto, affinità con i temi trattati in campagna elettorale e fiducia dei giovani nelle istituzioni europee. A testimoniarlo, la piattaforma lanciata lo scorso giugno dallo stesso Parlamento europeo per ridurre l’astensionismo, Stavoltavoto.eu.

Secondo un sondaggio di Eurobarometro (2018), la percentuale di giovani tra 15 e 30 anni che ha votato negli ultimi tre anni si attesta al 64% nell’Eu-28. Austria e Italia, entrambe al 79%, sono al primo posto, con Francia (67%), Spagna (65%) e Germania (61%), che occupano la parte centrale della classifica. I paesi del gruppo di Visegrád presentano percentuali differenti tra loro: nell’ordine Polonia (71%), Slovacchia (65%), Repubblica Ceca (54%) e Ungheria (47%), mentre l’ultimo posto nell’Unione spetta al Lussemburgo (35%).

Stante il primato italiano nella partecipazione elettorale dei giovani, come si esprimono questi verso l’appartenenza all’Ue? Un recente articolo de Il Sole 24 Ore passa in rassegna alcuni studi. Secondo il rapporto Junges Europa 2018 realizzato dal think thank tedesco Tui Stiftung, il 71% degli under 26 intervistati in Francia, Germania, Grecia, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito si dice favorevole alla permanenza nell’Ue nel caso di un referendum in materia (nel 2017 si fermava al 61%).

Il 37% degli italiani consultati sollecita il bisogno di una maggiore presenza dell’Ue, mentre il 16% sostiene il contrario. Menzionato nell’articolo anche il rapporto curato da JA Europe: un campione di under 25, provenienti da 31 paesi europei, sottolinea alcuni degli aspetti positivi dell’appartenenza all’Ue, dalla possibilità di studiare in un Paese membro (87%) alla libertà di viaggiare senza visto (74%).

Giovani europei e ambizioni professionali

Altri elementi utili a definire il profilo dei giovani italiani ed europei si riscontrano nel Rapporto Giovani 2018 curato dall’Istituto Toniolo: sul fronte delle aspirazioni professionali, i più fiduciosi sono i tedeschi (39,6%) e gli spagnoli (36,7%), mentre emerge che poco meno di un italiano su quattro (22,5%) ritiene di poterle realizzare. Ambizioni professionali che, peraltro, sono maggiormente definite tra i giovani italiani (40,7%, il dato più alto) a fronte della diffusa indecisione degli inglesi (16,8%). Entrambi i Paesi, tuttavia, scontano la quota più consistente di intervistati ‘disorientati’ circa la loro futura carriera lavorativa (26,8% degli italiani e 23,4% degli inglesi).

In attesa del voto, in sede di Consiglio europeo, sul Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, che prevede il raddoppiamento dei fondi destinati al programma Erasmus+ – saliranno a 30 miliardi di euro -, è fin da ora fondamentale dare un segnale ai giovani. Rafforzare l’integrazione tra formazione, lavoro e cultura è il primo passo per rendere la ‘casa comune europea’ più accessibile e inclusiva. Un impegno che, con dedizione e orgoglio, Antonio Megalizzi e Bartek Orent-Niedzielski hanno portato avanti, raccontandolo fino all’ultimo e facendosene alfieri. Michele Valente, AffInt 15

 

 

 

 

La certificazione della conoscenza linguistica per ottenere la cittadinanza iure matrimoni

 

In seguito alle numerose richieste che mi sono prevenute da parecchi connazionali all’estero, ho presentato una interrogazione ai ministri dell’Istruzione e degli Esteri per venire incontro alle esigenze di quelle famiglie italiane all’estero che devono certificare la conoscenza linguistica per ottenere la cittadinanza “iure matrimonii”.

 

Infatti, il decreto sicurezza “introduce nella legge sulla cittadinanza l’articolo 9.1, che subordina l’acquisto della cittadinanza italiana per matrimonio …. da parte dell’interessato di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1 del Quadro Comune Europeo di Rifermento per le Lingue (QCER).

 

Ora, per le richieste di cittadinanza tramite matrimonio provenienti dall’estero, vi saranno disagi rilevanti causati dal fatto che la rete di certificazione della conoscenza della lingua italiana non è diffusa sufficientemente da permettere l’accesso in maniera agevole ai richiedenti la certificazione stessa, senza percorrere lunghissime distanze.

 

Ed è per questo motivo che mi sono rivolta ai due ministri per chiedere se intendono “aumentare la copertura territoriale con ulteriori sedi per la certificazione”; oppure se ritengono opportuno “attivare un portale online dove il richiedente può partecipare ad un esame certificato dal Ministero competente, oppure attivare una procedura di certificazione per corrispondenza, nell’interesse delle famiglie dei nostri connazionali residenti all’estero”.

 

Spero nella sensibilità del Governo, che presenta anche un Sottosegretario eletto all’estero, che si faccia carico di queste esigenze concrete delle famiglie italiane all’estero. Vi aggiornerò della risposta del Governo.

On. Fucsia Nissoli, Circoscrizione Estero (dip)

 

 

 

 

Il “reddito di cittadinanza” accentua l’emigrazione interna sud-nord e non ridurrà quella verso l’estero

 

Come è noto, la misura più importante della manovra economica del governo è il “reddito di cittadinanza”, per il quale sono stati stanziati 7,1 miliardi di euro, (con una riduzione di quasi 2 miliardi rispetto alle previsioni iniziali). Di questi, oltre 1,1 miliardi andranno a potenziare i centri per l’impiego.

Delle 2.552.300 famiglie con ISEE-2016 inferiore a 9.000 Euro, che costituivano la potenziale platea dei beneficiari del “reddito di cittadinanza” nell’ipotesi iniziale, ben 1.316.900 erano residenti nelle 61 provincie del sud Italia (includendo in esse l’Abruzzo e le due provincie meridionali del Lazio, Latina e Frosinone). Si trattava di oltre il 51% del totale.

A distanza di 3 mesi, dopo la revisione della manovra economia, le stime sono adesso di una riduzione consistente della platea di beneficiari a circa 1,375 milioni di famiglie, che non superino i 9.360 Euro di situazione ISEE-2017. Il contributo medio per famiglia dovrebbe aggirarsi quindi intorno alle 369 Euro al mese. Non cambia, in linea di massima, la dislocazione territoriale percentuale, con prevalenza del meridione.

Secondo l’Istat, la povertà assoluta in Italia colpisce più di 5 milioni di persone, alle quali vanno aggiunti 9,4 milioni di persone in povertà relativa.

I paletti per poter mantenere il contributo, prevedono tra molti altri requisiti, l’accettazione di devolvere 8 ore settimanali di lavoro sociale all’interno del Comune di residenza; poi l’accettazione di una prima offerta di lavoro congrua entro i 100 km di residenza; se essa non viene accettata, la offerta di lavoro nei successivi 6 mesi può essere entro un raggio di 250 km dal luogo di residenza; nel caso anch’essa non venga accettata, l’ultima e definitiva proposta di lavoro dal 12.mo mese in poi, può essere offerta su tutto il territorio nazionale. La mancata accettazione di quest’ultima proposta determina la sospensione del contributo.

Questa norma indurrà un’accentuazione della mobilità delle forze di lavoro sia a livello interregionale, sia, soprattutto, da sud verso il centro nord, poiché sono queste le aree dove si concentra l’offerta di lavoro.

Allo stesso tempo, è facilmente ipotizzabile un’ulteriore aumento del già consistente flusso di popolazione in età lavorativa dalle aree interne a quelle metropolitane, con conseguente aggravio della desertificazione sociale di molti borghi e piccole città.

In molti avevano salutato l’introduzione del reddito di cittadinanza come elemento ridistributivo e di riequilibrio; le regole della sua attribuzione rischiano invece di produrre, dal punto di vista dei territori, gli effetti opposti: “prima gli italiani!” si potrebbe tradurre con “prima le PMI del nord”, con parallela sostituzione dell’immigrazione con i flussi nostrani.

La sollecitazione di flussi di migrazione interna verso le grandi città e da sud verso il nord accelera e approfondisce gli enormi squlibrii già esistenti all’interno del paese e non ridurrà il flusso emigratorio verso l’estero: di fronte alla scelta se spostarsi, da single o con famiglia al seguito, da Crotone a Rovigo con uno stipendio veneto, può essere preferibile andare oltre e raggiungere la Germania con uno stipendio tedesco.

Al reddito di sudditanza può essere preferibile cambiare paese.

Rodolfo Ricci, segretario Fiei  (de.it.press 18)

 

 

 

 

Austerità

 

Non siamo l’unico Stato dell’Unione a essere in “crisi”. Con un carico fiscale che comincia a essere oneroso, la nostra produzione stenta a recuperare. In Area Euro, è calata la richiesta di prodotti italiani. Il rapporto tra entrate e uscite non è più bilanciato e le prospettive per il futuro non sembrano migliori.

 

 Con una “crescita” da verificare, si potrebbe favorire la presenza di un’Europa a “due” velocità.  L’Italia andrebbe tra gli Stati a scartamento ridotto. I mali di casa nostra non sono di ieri. Su questo presupposto siamo tutti d’accordo. Del resto, nessuno s’illude che l’azzeramento del nostro debito pubblico andrà a verificarsi in pochi anni. L’impossibilità di provvedimenti di carattere internazionale a nostro favore c’impone alcune riflessioni.

 

 La crisi italiana non presenta premesse di mutamento in positivo. Il sistema finanziario UE è meno elastico di quanto potrebbe sembrare. Anche se è prematuro fare delle previsioni a breve termine. Vedremo anche come andranno le elezioni per il Parlamento Europeo del maggio 2019.

 Insomma, l’austerità la vediamo sempre più fine a se stessa. L’area Euro non rappresenta lo “scudo” contro la recessione. La nostra economia ha delle regole interne e internazionali da rispettare. Del resto, l’UE è solo una sorta di volano economico che, da noi, non è riuscito a mettersi  al passo con quello politico.

 

 Quando il tasso di crescita è inferiore a quello della redditività, ogni segnale di ripresa potrebbe rivelarsi irrazionale. Se non si riesce a escogitare una nuova via, lo Stato potrebbe fagocitare se stesso con un’implosione che nessuna legge di stabilità potrà tamponare. I provvedimenti di natura fiscale interna potrebbero, purtroppo, convalidare la nostra tesi. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Reddito di cittadinanza e pensioni: è legge. Penalizzati immigrati e italiani all’estero

 

Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri sera il decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni. Da quello che leggiamo, e su cui torneremo dettagliatamente, il testo penalizza non solo gli immigrati in Italia, ma anche e soprattutto gli italiani all’estero.

 

Vediamo in che modo:

a) esclude i nostri connazionali dall’aumento delle pensioni minime perché richiede 10 anni di residenza in Italia di cui due continuativi al momento della presentazione della domanda, requisito questo che i nostri emigrati ovviamente non possono far valere;

 

b) per lo stesso motivo, e cioè due anni continuativi di residenza in Italia al momento della presentazione della domanda, preclude la possibilità di richiedere il reddito di cittadinanza ai nostri giovani andati a cercare lavoro all’estero – e che si sono iscritti all’AIRE - i quali dovessero decidere di rientrare in Italia; 

 

c) rende praticamente impossibile uscire con la Quota 100 ai nostri lavoratori che risiedono all’estero perché la pensione anticipata verrà erogata solo a chi smette di lavorare definitivamente, e questo vincolo non può essere rispettato da coloro i quali debbono comunque continuare a lavorare all’estero perché il piccolo pro-rata percepito dall’Italia non consentirebbe loro di sopravvivere; 

 

d) il vincolo dei due anni impedirà inoltre a tutti i nostri anziani emigrati che dovessero tornare in Italia da zone disagiate come il Venezuela e altre Paesi dell'America Latina con reddito o pensioni molto basse, di ottenere la pensione di cittadinanza sempre per il motivo dei due anni prima della presentazione della domanda.

Un Decreto, insomma, certamente non pensato per gli italiani all’estero e che ignora totalmente la tutela dei loro diritti sociali e previdenziali.

On. Angela Schirò, de.it.press 18

 

 

 

 

“Emigranti nel cuore”, il libro che celebra i 50 anni dell’Ente Bergamaschi nel Mondo

 

Bergamo – “Emigranti nel cuore”. E’ il titolo del libro che celebra i 50 anni dell’Ente Bergamaschi nel Mondo. Il volume – che raccoglie storia, testimonianze e fotografie dell'emigrazione bergamasca degli ultimi 50 anni - è a cura di Sergio Beretta, consigliere dell’Ente Bergamaschi nel Mondo, ed è realizzato dal Centro Studi Valle Imagna, con il sostegno della Bcc Bergamo e Valli e del Consorzio Bim del Lago di Como e dei fiumi Brembo e Serio.

Il libro è stato presentato nei giorni scorsi nella sala consiliare della Provincia di Bergamo. “Nel cuore dei Bergamaschi - ha detto il presidente della Provincia Gianfranco Gafforelli - c'è da sempre un luogo riservato a chi è dovuto andare a vivere oltralpe, persino oltreoceano. Non c'è famiglia che non abbia conosciuto, direttamente o indirettamente, il destino dell'emigrazione. La fatica e il dolore di lasciare la propria casa, gli affetti più cari, il dialetto e le radici, i colori del paesaggio, per adattarsi a una nuova realtà, estranea e sconosciuta, in cambio di un futuro certo per loro e per i loro figli, sono stati nei decenni una esperienza ricorrente. Fare le valigie e partire alla ricerca di un lavoro era diventata una pratica all'ordine del giorno”.

Alla presentazione sono intervenuti Paolo Arrigoni già segretario comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, Santo Locatelli socio fondatore e presidente onorario dell'Ente Bergamaschi nel Mondo, Carlo Personeni presidente dell'ente Bergamaschi nel mondo, Duilio Baggi presidente della Banca di Credito Cooperativo Bergamo e Valli e Sergio Beretta consigliere dell'Ente Bergamaschi nel Mondo. Moderatore: Antonio Carminati direttore del Centro Studi Valle Imagna. (Inform/dip 6) 

  

 

 

 

Garavini (PD): "Decreto sicurezza provoca un consistente aumento del numero degli irregolari" 

 

Roma - "Fino a 5mila immigrati irregolari in più al mese. Eccolo il grande successo del Governo gialloverde. Avevano sbandierato nuovi accordi con i paesi di provenienza entro l'autunno per aumentare il numero dei rimpatri. Ma ad oggi gli unici in vigore sono quelli pattuiti dal nostro Governo PD con il ministro Minniti. Avevano annunciato mezzo milione di rimpatri. Ma tre espulsi su quattro rimangono in Italia. E intanto gli irregolari aumentano. Così come l'insicurezza. È questo il brillante risultato di un ministro che è sempre troppo impegnato a farsi i selfie piuttosto che pensare alla sicurezza di questo paese.

"Il tutto in sfregio a diritti umani fondamentali. E alla messa a rischio di centinaia di vite di profughi, in balia del Mediterraneo. Uno spettacolo inumano e indegno del nostro Paese. I dati confermano quanto noi avevamo già denunciato in Aula. L'unico risultato prodotto dal decreto sicurezza è di aumentare il numero degli irregolari. Cioè di quelli che sono destinati a rimanere in giro per le strade, senza un lavoro né un tetto sulla testa. Con un consistente aumento della insicurezza dei cittadini". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa. Dip 9

 

 

 

Billi (Lega): Luciano Claudio responsabile organizzativo in Svizzera e nei paesi germanofoni

 

"Ho conferito a Luciano Claudio il mandato di coadiuvarmi per l’organizzazione della mia attività politica, focalizzandosi in particolare sulla Svizzera e nei paesi germanofoni” così l'on. Simone Billi, unico eletto nella Coalizione di Centro Destra per la Lega Salvini Premier, annuncia il nuovo incarico. "Siamo certi che Luciano continuerà a sviluppare l'ottimo lavoro già portato avanti da tempo sul territorio per far conoscere il progetto della Lega tra i nostri connazionali residenti in Svizzera" dichiara l'on. Billi “il PD è diventato un partito radical-chic, d'élite, lontano dai bisogni prioritari di noi emigrati e miope di fronte alle richieste delle prime e nuove generazioni che non rappresenta più. E` giunto il momento di voltare pagina!"

Luciano Claudio, campano, classe 1977, è nato a Avellino. Dopo il diploma di geometra entra nell'Arma dei Carabinieri che lascia nel 1999 per emigrare in Svizzera. Fortemente attivo nella vita associativa e politica della comunità italiana in Svizzera, si dedica da diversi anni con successo all'organizzazione e alla promozione di eventi culturali e spettacoli musicali ai quali hanno partecipato migliaia di giovani e meno giovani in Svizzera e Germania. Sposato e padre felice di quattro figli, è attualmente responsabile per i servizi di supporto in una scuola di lingue e in una banca a Berna. 

"Sono felice di questa opportunità" dichiara Luciano " dopo alcuni anni di militanza nel Partito Democratico in Svizzera, ho deciso di lasciare il PD per il dissenso insanabile e sempre più profondo in relazione a certi temi: il rifiuto dello jus soli, la sicurezza nella vita quotidiana, la necessità di ridare rispetto, dignità e priorità agli italiani, l'abbandono di una politica migratoria ingiusta che finiva per accordare ai migranti mezzi e aiuti ai quali i nostri connazionali indigenti non avevano accesso." 

"Quando faccio le cose, mi impegno totalmente. Sono stato accusato di essere passato alla Lega per opportunismo, ma è una menzogna inaccettabile!” afferma con forza Luciano “sono passato alla Lega in tempi “non sospetti” nell'autunno 2017 e nel mio piccolo posso esser fiero di aver contribuito alla crescita della Lega di Salvini in Svizzera durante le passate elezioni politiche."

“Ringrazio la Lega Salvini Premier e Simone per la fiducia accordatami" conclude Luciano "continuerò a lavorare per la comunità italiana all’estero al fine di diffondere gli ideali ed il progetto politico e sociale della Lega Salvini Premier e contribuire con modestia a realizzare un Italia migliore.” Dip 9

 

 

 

Pubblicazioni. “Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove”

 

Bologna – “Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove”: è il titolo del nuovo fascicolo monografico della rivista il Mulino (n. 6/18) .Un monografico che segna il numero 500 della rivista, uscita senza interruzioni a partire dal 1951.

“Sulla scorta del Viaggio in Italia pubblicato lo scorso anno, questo Viaggio tra gli italiani all’estero –scrive Bruno Simili, vice direttore della rivista – cerca di dare uno sguardo il più possibile d’assieme di un fenomeno che, come si è detto, è assai variegato, difficile da cogliere e molto spesso presentato per stereotipi. Entrambi i Viaggi sono uniti dal proposito di descrivere l’Italia e gli italiani cercando di rendere il senso di una realtà piena di sfaccettature, che non si lascia ridurre a semplici contrapposizioni. La nuova emigrazione tocca tutti da vicino. Sia perché, come ci ricorda Maddalena Tirabassi, “più o meno direttamente tutta la popolazione italiana ha avuto un’esperienza migratoria e più o meno chiunque di noi oggi conosce – perché parente, amico, collega, compagno – qualcuno che ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi all’estero”. Sia perché non si può trascurare la decisione di vivere altrove presa da un numero crescente di persone che, in ragione della loro età, dovrebbero costituire l’architrave del Paese in cui sono nati. Non è soltanto la tanto citata “fuga dei cervelli” che viene analizzata in questo volume. Ma più in generale una nuova emigrazione – o, se si preferisce, una diversa e più vivace mobilità, quella di cui ci parla qui Piero Bassetti, con uno sguardo meno pessimistico – spesso non caratterizzata da lavori altamente qualificati che coinvolgono però anche persone con un livello di istruzione medio-alto” .

Evidenzia Simili che “dopo l’introduzione affidata a Enrico Pugliese, una prima parte di contributi, aperta dalla lettura storica di Maddalena Tirabassi, analizza nelle sue diverse sfaccettature l’emigrazione italiana contemporanea. Una terza parte presenta le diverse forme di autonarrazione (nel secolo del grande esodo, quando si scrivevano lettere e memorie, spesso senza alcuna consapevolezza che un giorno qualcuno le avrebbe lette; in questi anni Duemila, ricorrendo ai social network e ai blog, consapevoli viceversa che un pubblico ci sarà comunque) e ripercorre alcune forme di racconto cinematografico dell’emigrazione italiana. Del tutto nuova nell’impostazione è invece – spiega Simili - la seconda parte. Suddivisi per area geografica – e preceduti da un breve capitolo di inquadramento delle caratteristiche migratorie nei diversi Paesi – quaranta italiani che hanno scelto di vivere all’estero si raccontano in altrettante storie autobiografiche. Le motivazioni all’origine del trasferimento, l’arrivo, la ricerca di una casa e di un lavoro, le difficoltà con la lingua, i primi contatti con la comunità ospitante, il processo di inserimento e l’evoluzione del percorso migratorio, i rapporti con l’Italia e la famiglia di origine sono solo alcuni dei temi che ciascuno di loro tratta nel riportare la propria esperienza migratoria”.

 

L’indice. Presentazione. Enrico Pugliese: Tutto il mondo e? paese: la nuova emigrazione italiana

Parte prima: i dati. Maddalena Tirabassi: Migranti da sempre ; Michele Colucci: Formazione e reclutamento degli italiani che emigrano; Salvatore Strozza, Enrico Tucci: I nuovi caratteri dell'emigrazione italiana ; Corrado Bonifazi: Da dove si parte, dove si va

Parte seconda: l'esperienza. Margherita Di Salvo: Nel Regno Unito ; Nicolo? Lewanski: Vivere costa molto, quindi il tempo e? poco; Antonia Di Lorenzo: Non ci sono traguardi, solo obiettivi ; Elena Guidorzi: Appartenere a due mondi ; Francesca Tamarozzi: Tornata da Liverpool, navigo a vista ; Antonio Sanguinetti: In Germania ; Silvia Bonapace: La scelta migliore in questo momento ;  Isotta Ricci Bitti: Sto a Berlino, ma non mi sento in fuga ; Giacomo Della Maria: L'istinto di andare a Nord ; Giorgio Fazio: Roma-Berlino, Berlino-Roma ; Alessandra Grassi: Con delle nuove gambe ; Paolo Barcella: In Svizzera ; Isacco Cicero: Sei niente, senza un lavoro ; Eleonora Failla: Ma come hai fatto a lasciare Roma? ; Stephen Ferrario: La pedagogia della migrazione ; Erminio Ferrari: Frontalieri ;  Ettore Recchi: In Francia ; Nico Morabito: Storia di un trapianto ; Francesca Barca: Un petit accent ; Giorgio Rivero: Da Barcellona a Parigi (col desiderio di tornare) ; Corinna Barchetta: Quanta energia spesa per avere una vita normale ; Steven Forti:  In Spagna ; Matteo Tomasoni: Dalla scoperta all'adattamento ; Chiara Puccini: Se sai cosa vuoi, la paura passa ; Vincenzo Curatola: Saro? per sempre un ospite? ; Giulia Peragine: Sono tornata, ma con un marito argentino ; Marco Martiniello, Alessandro Mazzola, Elsa Mescoli: In Belgio ; Eleonora Medda: E cosi?, poco alla volta, e? per sempre ; Diego Indorato: Si paga tutto, pero? c'e? tutto; Salvatore Scalzo: Un'andata, un ritorno, una nuova andata ; Giulia Esposito: Puntando su me stessa ; Nicola Pedrazzi: In un'altra Europa ; Stefano Romano: Un Paese ci vuole, bisogna capire qual e? ; Giulia Toniolatti: Qui, per il momento. Poi chissa? ; Pierangelo Castagneto: Per casa il mondo, tornando spesso a Genova ; Annarita Gori: Il cielo sopra Lisbona ; Ludovica Banfi: Un errore mi ha capovolto la vita ; Sandro Noto: Si va un po' per caso, si torna per scelta ; Delfina Licata: Fuori dall'Europa ; Anita Virga: La mia famiglia zulu e la mia patria immaginaria ; Sergio Padula: Non so per quanto, ma certo molto a lungo ; Francesco Buscemi: Il Giappone, la mia America ; Alessandro Spadoni: Non e? facile. Ma non mi arrendero? ora ; Gioia Greco: Para todos los hombres del mundo ; Carlo Patti: Dal Sinis al Cerrado; Marco Spataro: I'm an alien, I'm a legal alien ;  Sergio Vallesi: Un giorno forse tornero? nella terra dalle lunghe nuvole ; Daniele Boldrini: I tartufi di Busca in una grande cucina di New York .

Parte terza: la rappresentazione. Amoreno Martellini: La scrittura popolare autonarrativa e l'esperienza migratoria; Alvise del Pra': Blog e social network: l'emigrazione raccontata a se? stessi e agli altri; Agnese Cornelio; Rappresentare il corpo del lavoratore migrante; Piero Bassetti: Una nuova mobilita?, tra identità? plurime e lasciti culturali.  (Inform/dip 17)

 

 

 

 

Wirtschaftsforscher- Entwicklungshilfe verringert kaum Migration

 

Entwicklungshilfe wird in der Politik als wichtiges Mittel zur „Fluchtursachenbekämpfung“ angesehen. Forscher haben jetzt jedoch herausgefunden, dass das ein Trugschluss ist. Die Fördermittel müssten „unrealistisch“ hoch sein, um diesen Effekt zu erreichen.

 

Entwicklungshilfe kann Migration aus armen Ländern laut einer Studie des Kieler Instituts für Weltwirtschaft (IfW) nur dann eindämmen, wenn die öffentlichen Dienstleistungen in den Ländern verbessert werden. Eine Steigerung der Einkommen dort führe eher zu einer verstärkten Migration, da mehr Menschen die Kosten für die Auswanderung aufbringen könnten, so das Ergebnis der IfW-Wissenschaftler Rainer Thiele und Mauro Lanati, das am Dienstag in Kiel veröffentlicht wurde. Beide hatten im Rahmen des Projekts „Mercator Dialogue on Asylum and Migration“ die Auswirkungen der Entwicklungshilfe auf die Migration untersucht.

In der Flüchtlingsdebatte ist häufig zu hören, dass Entwicklungshilfe auch Menschen davon abhalte, ein besseres Leben in Europa zu suchen. Daher wird Entwicklungshilfe in der Politik als wichtiges Mittel zur „Fluchtursachenbekämpfung“ angesehen. Die Forschungsergebnisse haben nach Aussage der IfW-Wissenschaftler jedoch gezeigt, dass Entwicklungshilfe die Entscheidungen zur Migration unterschiedlich beeinflusst: Erst bei einem relativ hohen Entwicklungsniveau würden steigende Einkommen wieder einen Anreiz bieten, im eigenen Land zu bleiben, da die erwarteten Einkommensgewinne im Ausland geringer würden.

Fördermittel müssten viel höher sein

Info: Lanati, M. und R. Thiele (2018). Development aid can dampen migration if it improves public services. MEDAM Policy Brief 2018/2. IFW, Kiel. Lanati, M. und R. Thiele (2018). Foreign assistance and migration choices: Disentangling the channels. Economics Letters 172: 148–151. Lanati, M. und R. Thiele (2018). The impact of foreign aid on migration revisited. World Development 111: 59–74.

Thiele und Lanati haben die Daten von 25 Geberländern und 129 Empfängerländern untersucht. Sie stellten dabei nach eigenen Angaben fest, dass eine erhöhte Entwicklungshilfe, die die Lebensqualität verbessert, zu sinkenden Auswanderungsraten führt. Dazu zählen unter anderem bessere Schulen, saubere Luft und zuverlässige staatliche Institutionen. Um eine bemerkbare Senkung der Auswanderungsraten zu erreichen, müssten die Fördermittel allerdings „unrealistisch hoch“ sein. Selbst die Verdoppelung einer solchen gezielt eingesetzten Entwicklungshilfe würde die Auswanderungsraten nur um 10 bis 15 Prozent senken.

Die Entwicklungshilfe sei nur einer von vielen Faktoren, die Migration beeinflussen, sagte Thiele. Menschen wanderten auch aus Not aus: „Sie fliehen vor Gewalt, Dürre oder dem Fehlen jeglicher wirtschaftlicher Möglichkeiten.“ Vorrangiges Ziel der Zahlungen müsse daher die Armutsbekämpfung bleiben. Thiele warnte davor, Entwicklungshilfe auf ein Mittel zur Verhinderung von Migration zu reduzieren. So sei die Bereitstellung von verbessertem Saatgut für Kleinbauern aus entwicklungsökonomischer Sicht sinnvoll: „Es wäre problematisch, diese nicht zu realisieren, nur weil ein kleiner Teil der Begünstigten deshalb später auswandern könnte“, sagte er. (epd/mig 16)

 

 

 

Brexit - Eine Entscheidung aus Nostalgie

 

England, ein kleines Land mit einem großen Selbstbewusstsein. Voller Stolz blicken die Briten auf ihre lange Geschichte zurück. Generell scheinen die Briten lieber in die Vergangenheit zu schauen als in die Zukunft. Beim Brexit spielen Englands große Geschichte und einstige Macht anscheinend eine viel wichtigere Rolle als die ungewisse Zukunft, in die das Land gerade hineinsteuert.

Verblasster Glanz

Immer wenn die politische oder wirtschaftliche Situation in Großbritannien wenig vielversprechend zu sein scheinen, werden die Briten nostalgisch und schwärmen von der Blütezeit ihres Landes Anfang des 20. Jahrhunderts. Film- und Fernsehformate, die sich besonders in Krisenzeiten großer Beliebtheit erfreuen, präsentieren eine idealisierte Version des British Empire. Sie bieten Raum für eine Flucht vor der Realität und eine Rückbesinnung auf eine gemeinsame nationale Identität. Wenn die Zukunft ungewiss erscheint, ist es viel leichter und beruhigender, sich in die Vergangenheit zu flüchten, die ein Gefühl von Vertrautheit und Identität vermittelt. Daher ist es auch wenig überraschend, dass die Entscheidung, aus der EU auszutreten, überwiegend von alten Leuten auf dem Land gefällt wurde. Sie haben die letzten glanzvollen Tage des Britischen Weltreichs noch miterlebt. Nicht die Jungen in der Stadt haben für den Brexit gestimmt. Für sie sind Multikulti und offene Grenzen genauso britisch wie die Milch im Tee. Schon während des Referendums schwebte die stilisierte Idee von Englands vergangenem Glanz in den Köpfen der Befürworter, von Zeiten, in denen ein Viertel der Weltbevölkerung unter britischer Krone stand, aber alle Fremden schön brav in ihren Kolonien lebten. Was die Leute an die Wahlurnen trieb, war der Wunsch, die vertraute, scheinbar stabile Ordnung wiederherzustellen. Kaum einer war sich über die politischen und wirtschaftlichen Konsequenzen bewusst, die ein Austritt aus der Europäischen Union bedeuten würde. Denn für die Brexit-Befürworter ist Englands Mitgliedschaft nur eins:

Ein gescheiterter Versuch

Großbritanniens Idee von der Europäischen Union ist nicht aufgegangen. Als die Briten 1973, nach zwei abgelehnten Anträgen, endlich der Europäischen Union beitraten, titelten britische Medien „Jetzt können wir Europa anführen“ oder „eine einmalige Möglichkeit für eine Nation, die ein Empire verloren hat, nun einen Kontinent zu gewinnen.“ So wie die Idee, Großbritannien solle Europa führen, mit der Nostalgie für das Empire verknüpft war, so steht auch der bevorstehende Austritt in dieser Tradition. Das Empire – oder vielmehr die Idee, die davon kulturell konstruiert wird – ist ein Symbol von Großbritanniens Stärke, der Fähigkeit, sich als „Little Britain“ auf weltpolitischer Ebene zu behaupten.

Mittlerweile haben jedoch andere Länder Großbritannien den Rang abgelaufen. In Europa spielen längst Deutschland und Frankreich die erste Geige. Die einstige Kolonialmacht fühlt sich zunehmend in die Ecke gedrängt und von einer eigenen Kolonisierung bedroht. Die scheinbar einzige logische Reaktion, um einer Kolonisierung Großbritanniens durch die EU zu entkommen, war daher das „Yes“ für den Brexit. Viele der Befürworter sehen den Austritt als Chance, die Dynamik, mit der Großbritannien einst groß geworden ist, wieder zu entdecken. Bisher bietet der Brexit jedoch nur

Eine ungewisse Zukunft

Denn nicht nur das Land ist über die Frage zum Verbleib in der Europäischen Union nach wie vor gespalten, auch das Parlament kommt auf keinen gemeinsamen Nenner. Am Dienstagabend hat das britische Unterhaus das von Theresa May und der EU ausgehandelte Brexit-Abkommen mit eindeutiger Mehrheit abgelehnt. Im Parlament scheint keiner so recht zu wissen, was genau er oder sie politisch und wirtschaftlich vom Brexit erwartet. Der ausgehandelte Vertrag würde Großbritannien zu sehr an die EU binden, meinen zahlreiche Gegner. Hardliner befürchten, dass Großbritannien zu einem Vasallenstaat der EU wird. Deswegen mimt man lieber das trotzige Kind, das seinen Willen nicht bekommt, und nimmt einen harten Brexit in Kauf. Verwöhnt durch die Sonderstellung, die der Staat als EU-Mitglied schon immer hatte, will Großbritannien seine Macht demonstrieren, indem es versucht, die EU nach seiner Pfeife tanzen zu lassen. Die Entscheidung vom Dienstag steigert die Ungewissheit über einen geregelten oder ungeregelten Ausstieg. Ein harter Brexit wäre weder im Interesse Europas noch Großbritanniens. Im Unterhaus scheint man zu hoffen, dass die EU in letzter Sekunde doch noch einknickt und Großbritannien bei Nachverhandlungen weiter entgegen kommt. Aktuell bleibt es sowohl für die Europäische Union, als auch für das britische Parlament selbst völlig unklar, was Großbritannien eigentlich will. In einem Punkt scheinen sich die Brexit-Befürworter jedoch einig zu sein: Großbritannien soll wieder zum alten Glanz finden. Kerstin Barton, kath. 18

 

 

 

Europa im Dialog mit den Bürgern

 

Österreich will in der EU nicht nur als politischer Brückenbauer auftreten sondern sucht nun in der Europapolitik auch den verstärkten Dialog mit den Bürgern.

Wie jüngst eine Umfrage zeigte, sind sich viele Bürger der Bedeutung des Europaparlaments nicht ausreichend bewusst. Das findet auch in der recht niedrigen Beteiligung an den Europa-Wahlen seinen Ausdruck. Europapolitik wird vor allem mit dem Rat, also der Versammlung der Staats- und Regierungschefs, identifiziert und hat damit etwas Elitäres an sich. Bodenhaftung zu gewinnen, ist eine Intention des in Niederösterreich für Europapolitik zuständigen Landesrates Martin Eichtinger. Mit dem so genannten „Europa-Forum Wachau“ hat er auch eine Plattform an der Hand, die für ein solches offenes Dialogforum geeignet ist.

Im Zuge der Eröffnung der Beitrittsverhandlungen der Union mit Österreich im Jahre 1992 wurde seitens Brüssels der Wunsch geäußert, dass sich Österreich – kaum drei Jahre nach dem Fall des Eisernen Vorhangs – verstärkt um die so genannten neuen Demokratien, also die ehemaligen unter kommunistischem Diktat stehenden „Volksdemokratien“ kümmern soll. Das nahmen der der damalige Außenminister Alois Mock und der damalige niederösterreichische Landeshauptmann Erwin Pröll zum Anlass, im Zuge des EU-Beitritts im Jahre 1995 das „Europa-Forum Wachau“ zu begründen. Als Standort wurde bewusst das über dem Eingang zur Wachau thronende Stift Göttweig gewählt, nicht nur weil es für das große historische kulturelle Erbe steht, „Ausblick und Weitblick“ signalisiert, sondern auch weil es an der Donau liegt. Also an jenem Fluss, der als Lebensader Europas gilt und von der Mitte Deutschlands bis zum Schwarzen Meer führt.

Politik am Puls der Zeit

Seit 1995 haben Außenminister, Premierminister, EU-Kommissare, Präsidenten und über 10.000 Gäste an diesem Forum teilgenommen. Heute will man den bislang eher geschlossen wirkenden Rahmen gewissermaßen sprengen, um wie es Landesrat Martin Eichtinger und der Zukunftsforscher Matthias Horx formulierten, „nicht nur thematisch am Puls der Zeit zu sein, sondern mit- und füreinander ein gemeinsames Europa mitzugestalten“. Ziel der Reform des Forums ist ein internationales Gipfeltreffen der europäischen Zukunft, bei dem die Bürger direkt in den politischen Diskurs eingebunden werden. So finden im Vorfeld des Hauptevents, das vom 13. bis 15 Juni anberaumt ist, so genannte „Salons“ im ganzen Land statt, um die Meinungen der Bürger zu aktuellen Entwicklungen einzuholen, die dann direkt in das Europa Forum einfließen und drei Tage intensiv behandelt werden.

Der Europäische Rat wird bei einem Treffen im Dezember die Ergebnisse der sogenannten Bürgerkonsultationen bewerten.

Niederösterreich, das sich unter Landeshauptmann Pröll in der EU massiv für eine Politik der Regionen eingesetzt hat, will weiter Vorreiter sein und mit dem Europa-Forum nun neue Wege in der Kommunikation gehen. Eichtinger: „Gerade in Zeiten der Unsicherheit in Europa brauche man Sicherheit und Stärke, müsse man die konstruktiven Kräfte in Europa stärken und nicht jene, die gegen die europäische Idee arbeiten“. Europa stehe in einem ständigen Entwicklungsprozess, dem auch durch eine breite Meinungs- und Willensbildung verstärkt Rechnung getragen werden muss. Ein Weg dazu ist es, dass „die Meinungen der Menschen aus den Gemeinden eine sehr starke Stimme bekommen“. Herbert Vytiska (Wien), EA 18

 

 

 

Keine Menschlichkeit. Der UN-Migrationspakt – eine Kontrollvereinbarung zum Staatsnutzen

 

Weder der Migrations- noch der Flüchtlingspakt sind ein Akt der Menschlichkeit. Es geht darum, Armutsmigration zu beschränken und die Anwerbung von nützlichen Migranten zu ermöglichen. Von Suitbert Cechura

 

Ende 2018 haben über 160 Staaten den UN-Migrationspakt verabschiedet und anschließend um einen Flüchtlingspakt ergänzt. Damit haben sie eine grundlegende Unterscheidung getroffen: Wer sich z.B. aus Armutsgründen auf den Weg nach Europa macht und im Meer ertrinkt, ist kein Flüchtling, sondern Migrant, der aus welchem Grund auch immer von A nach B will und dabei Grenzen überschreitet. Als Illegaler kann er zurückgeschickt und in Libyen eingesperrt werden – ein Rechtsstandpunkt, den nicht nur die Kanzlerin, sondern auch die deutsche Presse inzwischen übernommen hat, wobei man sich natürlich  von den einschlägigen Lagern distanziert.

Gemeinsames Interesse?

Mit dem Titel „Globaler Pakt für eine sichere, geordnete und reguläre Migration“ geben die Staaten gleich ihre Absicht kund: Migration soll kontrolliert und – soweit ohne Staatsnutzen – verhindert werden. Für den Kontrollzweck sollen alle Bürger staatlich erfasst und identifizierbar werden sowie einem strikten Grenzregime unterliegen. Dazu gehört natürlich, dass die Umgehung von Grenzkontrollen unterbunden wird; deswegen sieht der Vertrag den gemeinsamen Kampf gegen das Schleuserwesen vor.

Wenn Staaten eine solche Vereinbarung treffen, zeugt das davon, dass sie am verhandelten Gegenstand ein gemeinsames Interesse haben, das aber aus ganz unterschiedlichen Quellen stammen mag. Alle Staaten sind mit Menschen konfrontiert, die ein-, aus- oder durchreisen wollen. Somit sind alle Herkunfts-, Transit- oder Zielland, dies jedoch in ganz verschiedenem Umfang!

Einige Staaten profitieren davon, wenn Menschen, die eher stören oder Kosten verursachen, im Ausland Geld verdienen und es in die Heimat überweisen. Sie erhalten jetzt offiziell den Auftrag, ihre Bevölkerung entsprechend zu kontrollieren und qualifizieren, damit sie für auswärtige Beschäftigung brauchbar ist, falls dort Bedarf an zusätzlichen Arbeitskräften besteht. Sie sollen sogar Unterstützung für ihre wirtschaftliche Entwicklung erhalten. Ob dies aufgeht, ist eine ganz andere Frage, machen doch die kapitalistischen Metropolen die Nutzung dieser Länder davon abhängig, dass ihnen besondere Konditionen geboten werden. Ihr Interesse an dem Pakt – siehe das Beispiel Deutschland – besteht darin, dass Armutsmigration eingeschränkt wird. Und das nicht nur durch Kontrolle, sondern auch durch Information, die den Einwohnern deutlich macht, dass sie keine Chance auf Aufnahme in Europa haben. Hier hat die EU schon einiges unternommen…

Wo Deutschland aber nützliche Zufuhr für den eigenen Arbeitsmarkt vermutet, möchte es das Recht haben, Leute anzuwerben. Schließlich benötigt man allerlei Fachkräfte (IT, Pflege…). Dies wird natürlich nicht als Anspruch an bestimmte Staaten formuliert, sondern als gemeinsames Interesse an der Steuerung der Migration. Der Einsatz der Migranten soll dann entsprechend kapitalistischer Geschäftsbedingungen erfolgen – als freie Lohnarbeiter und nicht als Lohnsklaven. Deswegen verbietet der Pakt Ausbeutung, die allerdings nicht vorliegen soll, wenn Unternehmen Arbeiter zu Löhnen beschäftigen, die sicherstellen, dass die erbrachte Leistung einen Gewinn abwirft. Nicht die Benutzung der Arbeitskraft zur Gewinnerzielung gilt als Ausbeutung, sondern der außerökonomische Eingriff, der diesen nach marktwirtschaftlicher Logik über aller Kritik stehenden Vorgang behindert, indem z.B. die Vertragsfreiheit des Arbeitnehmers eingeschränkt und die Konkurrenzsituation für die Unternehmen dadurch verfälscht wird.

Betont wird der Gleichbehandlungsgrundsatz, der den Menschen dort zu gewähren sei, wo sie gebraucht werden. Hetzjagden und Hasstiraden sind dann nicht angebracht. Die einen Länder erhalten so den Zugriff auf eine Reservearmee für ihren Arbeitsmarkt, die anderen Devisen durch die Nutzung ihrer überflüssigen Bevölkerung. Und das in dem Umfang, wie in den Metropolen Bedarf an zusätzlichen Arbeitskräften besteht, so das Ideal des Paktes!

Nur Selbstverpflichtung

Und dies alles in voller Souveränität der beteiligten Staaten, wie die Präambel hervorhebt. Der Pakt ist rechtlich nicht bindend. Er beruht auf einer Selbstverpflichtung, die die Staaten eingehen, ohne ihre Souveränität einzuschränken. Das bedeutet, dass letztendlich ihre Kalkulationen zählen. Als Basis für die Zusammenarbeit haben sie sich auf 23 Ziele und entsprechende Maßnahmen geeinigt und gleichzeitig auf weitere Konferenzen und Überprüfungen, bei denen die Fortschritte der Umsetzung Thema sein sollen. Das zeigt, dass sich die Staaten bei aller Betonung der Gemeinsamkeit misstrauen, sonst bedürfte es nicht der fortwährenden Kontrolle. Diese soll allerdings auf den Bereich der Diplomatie beschränkt bleiben, also als diplomatisches Mittel benützt werden, wobei jeder Staat die Druckmittel einsetzt, über die er verfügt.

Obwohl der Pakt eine Selbstverpflichtung von Staaten darstellt, die nicht in ihre Souveränität eingreift, haben einige (USA, Ungarn…) ihn abgelehnt. Die Entscheidung, wer einreist, wie die Grenzsicherung aussieht etc., wollen sie nicht zum Gegenstand internationaler Vereinbarung machen, weil sie darin schon eine Einschränkung ihrer Hoheit sehen. Dass diese Staaten rabiater mit Migranten umgingen, ist damit nicht gesagt. Ein ungarischer Grenzzaun unterscheidet sich ja nicht von einem Zaun des Paktstaates Spanien an der afrikanischen Exklave, letzterer ist wahrscheinlich höher.

Deutschland ist stolz auf diese Übereinkunft, mit der es vor allem die Armutsmigration in den Griff bekommen will; die Kanzlerin hat das durch ihre Anwesenheit unterstrichen. Zeitgenossen, die sonst der deutschen Politik kritisch gegenüberstehen, wollten in dem Pakt einen Akt der Menschlichkeit entdecken. Damit gehen sie – wie jüngst auch im Auswege-Magazin gezeigt wurde – am Gehalt der Übereinkunft gründlich vorbei. MiG 14

 

 

 

Die Propaganda lernt sprechen

 

Intelligente Chatbots könnten zukünftig als Waffe verwendet werden, um Wahlen zu beeinflussen. Von Lisa-Maria Neudert

 

Der Kampf gegen Propaganda-Bots ist ein Wettrüsten für unsere Demokratie. Und wir laufen Gefahr, es zu verlieren. Bots – einfache Computerskripte – wurden ursprünglich dazu entwickelt, Routineaufgaben wie die Organisation von Inhalten oder die Wartung von Netzwerken zu automatisieren und den Menschen Stunden langweiliger Arbeit zu ersparen. Auch Unternehmen und Medienagenturen verwenden Bots, um damit Konten in den sozialen Medien zu betreiben, Nutzer schnell mit Schlagzeilen zu versorgen oder aktuelles Material unter die Leute zu bringen.

Aber Bots können auch dazu verwendet werden, große Mengen falscher Nutzerkonten zu betreiben. Dadurch werden sie zum idealen Instrument, um Menschen zu manipulieren. Bei unseren Forschungen am Computational Propaganda Project untersuchen wir die vielen Arten, auf die politische Bots mithilfe von Automatisierung und großen Datenmengen dazu verwendet wurden, falsche Informationen zu verbreiten und den Diskurs im Netz zu verzerren.

Bots haben sich als eine der besten Methoden erwiesen, in den sozialen Medien extremistische Sichtweisen zu verbreiten. Sie können aber auch in anderen, echten Nutzerkonten solche Ansichten verstärken – durch Likes, Weitergabe, Empfehlungen und Abonnements, genau wie es ein Mensch tun würde. So manipulieren sie die Algorithmen und betonen bestimmte Beiträge, indem sie sie stärker sichtbar machen. Und dies ist nur ein Vorgeschmack auf das, was uns zukünftig erwartet.

Nachdem die US-Wahlen im Jahr 2016 von Russland beeinflusst wurden, gab es eine Welle von Diskussionen darüber, wie man die Politik vor Propaganda schützen könnte. Twitter hat dieses Jahr viele Millionen verdächtige Konten gelöscht, darunter auch solche, die von Bots betrieben wurden. Die Regulierungsbehörden schlagen Bot-Verbote und Transparenzmaßnahmen vor und rufen zu besserer Zusammenarbeit mit den Internet-Plattformen auf.

Es scheint also, als würden wir in diesem Kampf die Oberhand gewinnen. Und teilweise stimmt das auch. Die Taktiken der Bots haben ihren Überraschungseffekt verloren, und wirklich raffiniert waren sie noch nie. Ihre Stärke lag in ihrer großen Zahl. Die Propagandisten haben ganze Armeen von ihnen dazu eingesetzt, das Internet mit Beiträgen und Antworten zu fluten, um zu versuchen, den echten demokratischen Diskurs in die Knie zu zwingen. Da wir aber technische Gegenmaßnahmen entwickelt haben, die das Verhalten von Bots besser erkennen, ist es leichter geworden, sie auszuschalten. Auch die Menschen sind aufmerksamer geworden und können sie so besser identifizieren. Der durchschnittliche Bot tut nur wenig, um seinen Robotercharakter zu verschleiern, und bereits ein schneller Blick auf seine Schreibmuster oder gar sein Profilbild kann ihn entlarven.

Die nächste Generation von Bots entwickelt sich allerdings rasant. Diese Vertreter ihrer Art werden sich viel mehr wie echte Menschen verhalten. Dies liegt an den Fortschritten bei der Sprachverarbeitung – derselben Technologie, die auch sprachbetriebene Schnittstellen wie Alexa von Amazon, den Google-Assistenten oder Cortana von Microsoft möglich macht.

Zugegeben, diese Konversationsschnittstellen funktionieren immer noch etwas holprig, aber sie werden immer besser und die Vorteile der erfolgreichen Dekodierung der menschlichen Sprache sind gewaltig. Digitale Assistenten sind dabei nur eine Art der Anwendung. Firmen setzen Chatbots auch zur Konversation im Kundendienst ein und Medienhäuser wie CNN verwenden sie, um personalisierte Medieninhalte zu verbreiten.

Solche Chatbots geben offen zu, Automaten zu sein, aber die Propaganda-Bots tun dies nicht. Zukünftig werden sie sich als menschliche Nutzer ausgeben, die in Kommentarbereichen, Gruppen-Chats und Nachrichtenforen online kommunizieren.

Entgegen der allgemeinen Ansicht ist dies momentan aber noch nicht der Fall. Die meisten Bots reagieren heute lediglich auf Schlüsselwörter, und zwar mit einer Standardreaktion, die kaum in den Kontext oder die Syntax einer vorhandenen Konversation passt. Die Antworten, die sie geben, sind meist leicht zu erkennen. Aber dies wird immer schwieriger. Einige einfache, vorprogrammierte Bot-Skripte waren in der Vergangenheit bereits in der Lage, Nutzer erfolgreich in die Irre zu führen. Und wenn die Bots lernen, Kontext und Absicht zu verstehen, können sie besser kommunizieren, ohne sich zu erkennen zu geben.

In einigen Jahren könnten Sprach-Bots dann empfängliche Nutzer erkennen und sie in privaten Chat-Kanälen persönlich ansprechen. Sie werden auf eloquente Weise Gespräche führen und die Daten dieser Nutzer analysieren, um ihnen vorgefertigte Propaganda zu liefern. So könnten sie Menschen im Gespräch extremistische Sichtweisen und Argumente nahe bringen.

Anstatt Propaganda öffentlich und allgemein zu verbreiten, werden sich diese Bots dann direkt an einflussreiche Menschen oder politische Dissidenten wenden. Sie werden Individuen mit programmierten Hassreden angreifen, sie mit Spam überschütten oder ihre Konten schließen, indem sie ihre Inhalte als missbräuchlich melden.

Dabei lohnt es sich zu betrachten, wie sich die künstliche Intelligenz, die hinter dieser Art von Bots steht, genau entwickelt. Die Methoden der Technologieunternehmen können auch gut dazu verwendet werden, die Fähigkeiten politischer Bots zu verbessern. Um zu funktionieren, brauchen Systeme zur Spracherkennung enorme Mengen an Daten. Technologiekonzerne wie Google oder Amazon bekommen diese Daten, indem sie ihre Algorithmen zur Sprachverarbeitung über so genannte APIs (Application Programming Interfaces) öffentlich verfügbar machen. Drittanbieter wie beispielsweise Banken, die die Interaktion mit ihren Kunden automatisieren wollen, können Rohdaten wie Audio- oder Textmitschnitte von Telefonaten an diese APIs senden. Die Algorithmen verarbeiten dann diese Aufzeichnungen und produzieren maschinenlesbare Daten, die in der Lage sind, Befehle auszulösen. Im Gegenzug erhalten die Technologiekonzerne, die diese APIs bereitstellen, Zugriff auf große Mengen von Gesprächsbeispielen, mit denen sie ihre maschinellen Lernprozesse und Algorithmen weiter verbessern können.

Zusätzlich dazu stellen fast alle großen Technologiekonzerne Entwicklern ihre quelloffenen Sprachalgorithmen zur Verfügung. Mit diesen können die Entwickler dann neue Anwendungen programmieren – beispielsweise Software für einen sprachgesteuerten Roboter. Und im Zuge dessen, dass die Entwickler die ursprünglichen Algorithmen verbessern und verfeinern, profitieren die Konzerne von deren Feedback. Das Problem dabei ist nun, dass solche Dienste dann für fast alle Interessenten verfügbar sind – darunter auch für die Entwickler politischer Bots. Indem sie Werkzeuge für automatisierte Konversation bereitstellen, bringen die Technologiekonzerne der Propaganda also unabsichtlich das Sprechen bei.

Bots, die die menschliche Sprache verstehen, sind heute immer noch in der Minderheit. Um sie mit hochklassigen Spracherkennungsalgorithmen auszustatten, sind immer noch erhebliche Fachkenntnisse, Rechenleistung und Evaluierungsdaten erforderlich. Aber diese Entwicklung ist nicht mehr außer Reichweite. Seit 2010 haben Regierungen und politische Parteien über eine halbe Milliarde Dollar dafür ausgegeben, die sozialen Medien zu manipulieren. So ist ein professioneller und gut finanzierter Wirtschaftssektor entstanden.

Bevor ein Bot in der Lage sein wird, einen Menschen im persönlichen Gespräch zu täuschen, wird noch einige Zeit vergehen. Wenn sich die Algorithmen aber weiter verbessern, werden sich diese Fähigkeiten entwickeln. Wie alle anderen Innovationen werden sich dann auch diese Techniken der Künstlichen Intelligenz, wenn sie erst einmal entstanden sind, unweigerlich von den begrenzten Anwendungen befreien, für die sie ursprünglich gedacht waren.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff.  TR/IPG 16

 

 

 

Studie: Das Ende der GroKo in Europa naht

 

Die „Große Koalition“ der konservativen und sozialdemokratischen Parteien im Europäischen Parlament dürfte nach den Wahlen im Mai Geschichte sein, so eine Einschätzung von Vote Watch.

 

Der am Mittwoch vom Brüsseler Think-Tank veröffentlichten Studie zufolge würden die beiden größten Fraktionen (die konservative EVP und die sozialdemokratische S&D) bei einer Fortsetzung der aktuellen Trends erstmals seit den ersten Direktwahlen zum Europäischen Parlament im Jahr 1979 nicht die Mehrheit der Sitze erreichen.

Allerdings dürften proeuropäische Kräfte weiterhin die Mehrheit halten, was vor allem auf die wahrscheinlichen Gewinne der Liberalen zurückzuführen sei.

Auch rechten und nationalistischen Parteien werden Gewinne vorausgesagt. Insgesamt werden diese Parteien aber wahrscheinlich nicht mehr als 25 Prozent der Parlamentssitze gewinnen können. Dennoch könnte eine potenzielle gemeinsame Fraktion aller rechtsgerichteten Parteien zur zweitgrößten Gruppe im Parlament werden.

Italiens Innenminister und Vize-Ministerpräsident Matteo Salvini hat in Warschau einen „europäischen Frühling“ angekündigt. Für Italien und Polen strebt er eine gemeinsame Führungsrolle in der EU an.

Eine solche Gruppe könnte von Europaabgeordneten der EKR (Europäische Konservative und Reformer) angeführt werden. Diese Fraktion war von den britischen Tories unter Premierminister David Cameron gegründet worden, als diese aus der EVP austraten. Aktuell gehört der EKR unter anderem auch die Regierungspartei Polens, Recht und Gerechtigkeit (PiS), an.

Dazu stoßen könnten demnächst Abgeordnete der ENF-Fraktion (Europa der Nationen und der Freiheit) – der rechtsextremen Fraktion, in der beispielsweise Marine Le Pens Rassemblement National vertreten ist, zusammen mit Parteien wie der FPÖ aus Österreich, dem belgischen Vlaams Belang, der Partei für die Freiheit aus den Niederlande und der Lega aus Italien – sowie der euroskeptischen EFDD (Europa der Freiheit und der direkten Demokratie). In letzterer Fraktion sitzen derzeit Italiens 5-Sterne-Bewegung sowie die Alternative für Deutschland (AfD).

Laut VoteWatch ist dieses Szenario eines breiten Rechtsbündnisses aufgrund der recht unterschiedlichen Ansichten der Parteien sowie der charismatischen Persönlichkeiten ihrer Führungskräfte jedoch höchst unwahrscheinlich. Realistischer wären demnach Änderungen bei der Fraktionszugehörigkeit diverser Rechtsnationalisten. Damit könnte beispielsweise die EKR immerhin noch zur drittgrößten Fraktion im nächsten Europäischen Parlament werden.

Linke und Grüne mit Gewinnen, Sozialdemokraten stürzen ab

Der Umfrage zufolge werden die Gewinne der linken GUE-NGL und der Grünen/EFA die wahrscheinlichen Verluste der sozialdemokratischen S&D nicht vollständig ausgleichen. Insgesamt dürften diese drei Parteien voraussichtlich etwa 35 Prozent der Sitze im nächsten EU-Parlament erhalten. Eine Zusammenarbeit mit den Konservativen wird also wahrscheinlich des Öfteren notwendig sein, wenn die progressiven Kräfte im nächsten Europäischen Parlament einflussreich bleiben wollen.

Im Interview mit Euractiv spricht der Chef der Europäischen Linken, Gregor Gysi, über die Herausforderungen für seine Fraktion im Europaparlament und ob er sich eine linke Kommission vorstellen könnte.

Trotz der rückläufigen Zahlen wird die EVP weiterhin die deutlich stärkste Partei bleiben, stellt VoteWatch fest. Durch das Ausscheiden der britischen Parteidelegationen könnte es den Konservativen sogar gelingen, ihre Führung zu festigen, da keine der wichtigsten und stärksten britischen Parteien der EVP angehört.

Der EVP-Vorsitzende und Spitzenkandidat Manfred Weber hatte gestern darüber hinaus erklärt, seine Partei sei offen für Kooperation in verschiedensten Arten von Allianzen. Scheinbar kann er sich auch eine Zusammenarbeit mit der EKR oder sogar mit der von Matteo Salvini angeführten rechtsextremen Lega vorstellen. Dadurch würden die sozialdemokratischen, grünen und linken Parteien endgültig in die Opposition gedrängt.

Derartige Koalitionen zwischen Mitte-Rechts und Rechtsextremen wurden bereits auf nationaler Ebene – zum Beispiel in Österreich oder Bulgarien – mit Verweis auf den „Willen der Wählerschaft“ gerechtfertigt. Georgi Gotev, EA 11

 

 

 

Endet der Arabische Frühling in Tunesien?

 

Im Vorzeigeland des Nahen Ostens droht der politische Zusammenbruch. Von Youssef Cherif

 

Als im Jahr 2011 regierungsfeindliche Proteste über die arabische Welt hinwegzogen, schien es, als würde Tunesien gestärkt daraus hervorgehen. Doch schon 2013 war der demokratische Prozess durch unerfüllte wirtschaftliche Versprechungen, politische und ideologische Zwistigkeiten und ausländische Einmischung beinah zum Entgleisen gebracht. Glücklicherweise trugen dann lokale und internationale Vermittlungsbemühungen dazu bei, eine Katastrophe abzuwenden und den Weg für Wahlen zu bereiten.

Doch weniger als ein Jahr vor der nächsten, für Ende 2019 angesetzten Parlamentswahl steckt das Land erneut in der Krise. Diesmal freilich sind die Vermittler entweder an Lösungen uninteressiert oder selbst Teil des Problems. In einer auf den Krieg in Syrien, die Instabilität in Libyen, Russlands aggressive Außenpolitik, die Unsicherheit in Europa und die Tweets eines isolationistischen US-Präsidenten fokussierten Welt ist Tunesien aus den Schlagzeilen gerückt. Ein Zusammenbruch der tunesischen Demokratie würde vermutlich internationale Aufmerksamkeit wecken, aber dann ist es zu spät.

Das aktuelle Patt begann bald nach der Präsidentschaftswahl im Dezember 2014. Im Februar 2015 schloss Präsident Beji Caid Essebsi, Gründer der säkular ausgerichteten Partei Nidaa Tounes, eine Vereinbarung über die Bildung einer Koalitionsregierung mit dem Vorsitzenden der gemäßigt islamistischen Ennahda-Partei, Raschid al-Ghannuschi. Doch schon wenig später brachen innerhalb von Nidaa Tounes Grabenkämpfe aus. Im Januar 2016 traten Dutzende der Abgeordneten der Partei aus Protest zurück, was der Ennahda eine Mehrheit im Parlament bescherte.

In der Zwischenzeit hat der von Essebsi protegierte und ernannte Ministerpräsident Youssef Chahed den inneren Kreis des 92-jährigen Präsidenten herausgefordert und damit Nidaa Tounes noch tiefer ins Chaos gestürzt. Mitte 2018, als die Turbulenzen innerhalb der Partei ihren Höhepunkt erreichten, unterstützte al-Ghannuschi Chahed und nicht den Sohn und designierten Erben des Präsidenten, Hafedh Caid Essebsi. Der Präsident reagierte – entweder aus einem Gefühl, verraten worden zu sein, oder aus Furcht um sein Erbe –, indem er seine Kritik an der Ennahda erneuerte und eine Untersuchung der Vorwürfe einleitete, wonach al-Ghannuschis Partei mit Terroristen im Bunde stehe.

Darüber hinaus machten sich Essebsi und sein Clan eine populistische Rhetorik zu Eigen und nahmen ihre Annäherungsversuche gegenüber der anti-islamistischen saudisch-emiratisch-ägyptischen Achse wieder auf. Essebsi bestätigte sogar ein Gesetz, das Männern und Frauen gleiche Erbschaftsrechte überträgt – eine Maßnahme, die von vielen säkular ausgerichteten Tunesiern begrüßt und von der internationalen Gemeinschaft gelobt, von Ennahdas konservativer Basis jedoch strikt abgelehnt wird.

Inmitten dieser sich zusammenbrauenden politischen Turbulenzen haben sich die Gerüchte über Putsche und Putschversuche verschärft. Im Juni 2018 wurde Tunesiens Innenminister wegen eines angeblichen Putschversuchs entlassen. Im November beschuldigte Nidaa Tounes’ Generalsekretär Chahed, selbst einen Putsch zu planen. Im Dezember warnten von Katar unterstützte Nachrichtenmedien vor einem saudisch-emiratischen Putschkomplott in Tunesien. Und immer mal wieder gibt es in den sozialen Medien Tunesiens unbegründete Gerüchte über Armeebewegungen. Es scheint, als würden dort Versuchsballons lanciert.

In einer gut funktionierenden Demokratie hätte man im September 2018 Neuwahlen abgehalten, als die Regierungskoalition auseinanderfiel, oder vielleicht sogar schon 2016, als Nidaa Tounes ihre Mehrheit im Parlament verlor. Doch die meisten tunesischen Parteien sind zu zerstritten oder zu schwach für einen Wahlkampf. Und der aktuelle Krawall gefährdet sogar die Arbeit der unabhängigen Wahlbehörde (ISIE).

Es besteht nun ein echtes Risiko einer Verschiebung der für 2019 geplanten Wahl. Für eine fragile Demokratie, die von einem über 90-jährigen geleitet wird, durch endlose Notfälle belastet ist und kein Verfassungsgericht hat, könnte sich diese Verzögerung als tödlich erweisen.

Tunesiens politische Krise fällt mit einer Wirtschaftskrise zusammen. Während des Übergangs von einer gesteuerten Volkswirtschaft in einer Diktatur zu einer durch vom Internationalen Währungsfonds diktierte Sparmaßnahmen und Strukturreformen geprägten Übergangswirtschaft hat sich Korruption breitgemacht und viele Anleger sind geflüchtet. Heute nehmen angesichts wachsender Staatsverschuldung, Arbeitslosigkeit und Inflation Streiks und Proteste an Häufigkeit zu und die Unterstützung für die Demokratie – die häufig als Ursache für die aktuellen Tumulte dargestellt wird – geht zurück.

Die Ennahda – eine wirtschaftsliberale Partei, die wichtige Unterstützung aus informellen Wirtschaftskreisen und von außerhalb des öffentlichen Sektors zieht – unterstützte die Wirtschaftsreformen des IWF; der Tunesische Gewerkschaftsbund (UGTT), der die Arbeitnehmer innerhalb des öffentlichen Sektors vertritt, tat es nicht. Linke Kräfte sowie viele verbliebene Anhänger des früheren Regimes waren ebenfalls dagegen. Chahed hat derweil aggressive Maßnahmen zur Umsetzung der vom IWF unterstützen Reformen unternommen, um Unterstützung aus dem Ausland zu erhalten. Doch hat sich aufgrund seiner Strategie die UGTT zusammen mit den Politikern der alten Garde und einigen wichtigen sozioökonomischen Gruppen auf die Seite Essebsis gestellt. Tatsächlich leitete die UGTT die Vermittlungsbemühungen während der Krise von 2013.

Ausländische Einflüsse sind ein weiterer destabilisierender Faktor. Tunesien ist heute ein geopolitisches Schlachtfeld für regionale Mächte wie Ägypten, die Türkei und die Golfstaaten. Tunesische Politiker stellen sich dabei gelegentlich auf die Seite ihrer Freier, um deren Zielen Rechnung zu tragen. Allgemein lässt sich sagen, dass Saudi-Arabien und die Vereinigten Arabischen Emirate die tunesische Demokratie und Ennahda verteufeln, während Katar und die Türkei beide loben. Beide Lager haben ihre Klienten im Lande. Diese Akteure verstärken die Putschgerüchte und nehmen Tunesiens politischer Unabhängigkeit die Legitimität, was das öffentliche Misstrauen gegenüber der Regierung verstärkt. Im Jahr 2013 begrenzten die USA, Europa und Algerien den Einfluss dieser Länder. Ironischerweise sind es 2018 die USA, die EU und Algerien, die von internen Spannungen erschüttert werden und Angst vor ausländischer Einflussnahme haben.

Die Geschichte hält für diejenigen, die den tunesischen Tumult zu bewältigen suchen, viele Lehren bereit, wobei sich einige besonders passende Parallelen in der postsowjetischen Übergangsphase Russlands finden lassen. Dort bemühte sich ein geschwächter Boris Jelzin in seinen letzten Amtsjahren, das Erbe seiner Präsidentschaft zu sichern und seine Familie vor Strafverfolgung zu schützen. Daher ernannte der sogenannte „Vater der russischen Demokratie“ den damaligen Ministerpräsidenten Wladimir Putin, einen ehemaligen KGB-Offizier, zu seinem Nachfolger. Russlands Demokratie hat sich davon nicht wieder erholt.

Tunesiens Grabenkämpfe und nepotistische Politik fühlen sich ähnlich an. Noch kann das vielversprechendste demokratische Experiment der arabischen Welt einen politischen GAU abwenden, aber es braucht Hilfe. Lokale und internationale Vermittler haben Tunesien schon einmal aus der Krise geführt. Sie müssen es jetzt wieder tun. Aus dem Englischen von Jan Doolan. PS/IPG 15

 

 

 

 

Nach rechts verschoben. Unwort des Jahres 2018 ist „Anti-Abschiebe-Industrie“

 

Alexander Dobrindts (CSU) „Anti-Abschiebe-Industrie“ wurde zum Unwort des Jahres 2018 gewählt. Der Begriff zeige, wie sich der politische Diskurs nach rechts verschoben habe. Weitere Unwörter sind „Menschenrechtsfundamentalismus“ und „Ankerzentrum“.

Das Unwort des Jahres 2018 lautet „Anti-Abschiebe-Industrie“. Der Ausdruck unterstelle denjenigen, die abgelehnte Asylbewerber rechtlich unterstützen und Abschiebungen auf dem Rechtsweg prüfen, die Absicht, auch kriminell gewordene Flüchtlinge schützen und damit in großem Maßstab Geld verdienen zu wollen, sagte die Jury-Sprecherin Nina Janich am Dienstag in Darmstadt. Der Vorsitzende der CSU-Landesgruppe im Bundestag, Alexander Dobrindt, hatte im vergangenen Mai gesagt, eine „aggressive Anti-Abschiebe-Industrie“ gefährde die öffentliche Sicherheit.

Dobrindt habe den Ausdruck „als offensichtlichen Kampfbegriff in die politische Diskussion eingeführt“, sagte Janich. Der Ausdruck „Industrie“ suggeriere, „es würden dadurch überhaupt erst Asylberechtigte produziert“. Die Jury stimme dem Einsender zu, der angab, mit dem Begriff werde „das geltende Gesetz verhöhnt“. Die Tatsache, dass ein wichtiger Politiker einer Regierungspartei diesen Ausdruck prominent platziert habe, zeige, wie sich der politische Diskurs sprachlich und in der Sache nach rechts verschoben habe. Damit veränderten sich auch „die Sagbarkeitsregeln in unserer Demokratie in bedenklicher Weise“. Der Begriff wurde zehnmal eingesandt.

Rechtsanwältin kritisiert Politik

Zuletzt hatte die Frankfurter Rechtsanwältin Seda Ba?ay-Y?ld?z diesen Begriff kritisiert. In einem Interview mit der „Süddeutschen Zeitung“ vor Verkündung des Unwortes hatte sie gesagt, dass populistische Äußerungen von Politikern mit dazu beigetragen haben, dass das Klima gegen Rechtsanwälte aufgeheizt wurde.

Ba?ay-Y?ld?z hat im NSU-Prozess die Familie eines Mordopfers vertreten. Sie verteidigt auch Asylbewerber. Unbekannte drohen ihr, ihrer kleinen Tochter den „Kopf abzureißen“. Die Drohbriefe sind mit „NSU 2.0“ unterzeichnet. Private Daten hatten sich die Täter zuvor aus einem Polizeicomputer besorgt. Fünf Frankfurter Polizisten waren daraufhin suspendiert worden.

Menschenrechtsfundamentalismus & Ankerzentrum

Ferner kritisierte die Jury den Ausdruck „Menschenrechtsfundamentalismus“ als zynisch. Der Oberbürgermeister von Tübingen, Boris Palmer (Grüne), habe ihn anlässlich einer Debatte um die Seenotrettung von Flüchtlingen aus dem Mittelmeer gebraucht. Der Ausdruck zeige in erschreckender Weise, dass man inzwischen diskutieren könne, ob ertrinkende Menschen gerettet werden sollen oder nicht. Der Begriff wurde zweimal eingesandt.

Außerdem bezeichnete die Jury den Begriff „Ankerzentrum“ als Unwort. Der Begriff aus dem Koalitionsvertrag von CDU, CSU und SPD im Bund bezeichne Aufnahmeeinrichtungen für Flüchtlinge, die dort eine „Bleibeverpflichtung“ haben, bis sie auf Kommunen verteilt werden oder das Land verlassen haben. Der Ausdruck, der eigentlich eine Abkürzung für „Ankunft, Entscheidung, Rückführung beziehungsweise Verteilung“ ist, verschleiere in unangemessen schönfärberischer Weise die komplizierten Prüfverfahren und die strikte Aufenthaltspflicht. Der Begriff wurde 13 mal eingesandt.

902 Einsendungen

Die unabhängige Jury aus vier Sprachwissenschaftlern, einem Journalisten und einem Autor hat nach eigenen Angaben 902 Einsendungen mit 508 verschiedenen Vorschlägen erhalten. Knapp 70 davon hätten den Unwort-Kriterien entsprochen. Die häufigsten Zuschriften an die Jury, die allerdings nicht alle deren Kriterien entsprachen, waren „Asyltourismus“ (122 mal), „Vogelschiss/Fliegenschiss“ (22 mal), DSGVO/Datenschutzgrundverordnung (22 mal) und Hetzjagd (17 mal). Im Vorjahr waren 1.316 Einsendungen mit 684 Vorschlägen eingegangen.

Das „Unwort des Jahres“ wird seit 1991 von einer unabhängigen sprachkritischen Initiative gekürt. „Unwörter“ waren zuletzt „alternative Fakten“ (2017) „Volksverräter“ (2016), „Gutmensch“ (2015), „Lügenpresse“ (2014) und „Sozialtourismus“ (2013?). Die Aktion will den Blick auf Wörter und Formulierungen lenken, „die gegen sachliche Angemessenheit oder Humanität verstoßen“ und dadurch die Sprachsensibilität in der Bevölkerung fördern.

Die sprachkritische Aktion wurde 1991 von dem Frankfurter Germanistikprofessor Horst Dieter Schlosser initiiert. Seit 2011 ist Nina Janich (Technische Universität Darmstadt) Jury-Sprecherin. Weitere Mitglieder sind die Sprachwissenschaftler Jürgen Schiewe (Universität Greifswald), Kersten Sven Roth (Universität Düsseldorf), Martin Wengeler (Universität Trier) sowie der freie Publizist Stephan Hebel. In diesem Jahr gehört dem Gremium auch der Autor und Kabarettist Jess Jochimsen an. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Die Gretchenfrage des Euros

 

Ohne höhere staatliche Ausgaben wird die Eurozone am Problem der Arbeitslosigkeit zerbrechen. Von Dirk Ehnts

 

Der Euro war und ist ein gewagtes Experiment. Das Konstrukt „eine Zentralbank, viele Regierungen“ birgt Risiken. Das zeigt sich gerade auch beim Blick auf funktionierende moderne Geldsysteme. Kanada beispielsweise liefert interessante Details. So muss laut Gesetz die kanadische Zentralbank kurzfristige Staatsanleihen (unter sechs Monate) annehmen und der Regierung in gleichem Ausmaß Guthaben einräumen. Direkte Staatsfinanzierung, in der Eurozone verpönt, gehört hier also zum Tagesgeschäft.

Das Vertrauen in die Zahlungsfähigkeit der kanadischen Zentralregierung ist wegen dieses Konstrukts nahezu unerschütterlich. Benötigt die Regierung zusätzliches Geld, so muss sie lediglich neue Staatsanleihen auflegen und der Zentralbank übergeben. Das ist alles. Weder höhere Steuereinnahmen noch der Verkauf von Staatsanleihen an kanadische und/oder internationale Investoren sind nötig, um der Regierung die nötigen Mittel zu verschaffen. Schließlich hat ja das kanadische Parlament einen Haushalt beschlossen - welchen Sinn würde in einer Demokratie dann noch ein Veto machen?

In der Folge der großen Finanzkrise standen übrigens auch die Kanadier vor der Frage, ob sie Rettung in einer strikten Austeritätspolitik suchen und staatliche Ausgaben kürzen. Konservative und Sozialdemokraten plädierten dafür, die Liberalen waren dagegen. Sie gewannen die Wahlen und steigerten unter Präsident Trudeau die Staatsausgaben jedes Jahr. Die Arbeitslosigkeit sank nahezu kontinuierlich; sie liegt derzeit bei 5,5%. Diese Entwicklung ist nur logisch: Höhere Ausgaben führen zu höheren Einnahmen bei den Unternehmen und damit zu einer Ausweitung der Produktion. Von der Produktion hängt die Beschäftigung ab.

Aus dieser Perspektive ist Arbeitslosigkeit das Ergebnis zu niedriger Ausgaben. Eine Erhöhung der Ausgaben von staatlichem oder privatem Sektor führt zu mehr Beschäftigung. Weil niemand den privaten Sektor (Haushalte und Unternehmen) zu mehr Ausgaben zwingen kann, hängt die Höhe der Arbeitslosigkeit wesentlich ab von der Höhe der staatlichen Ausgaben. Da der kanadische Staat seine Ausgaben beliebig steigern kann, liegt die politische Verantwortung für Arbeitslosigkeit beim Staat. Der Staat kann mehr Ausgaben tätigen und damit die Arbeitslosigkeit reduzieren. Wenn die Regierung bzw. die Oppositionsparteien die Ausgaben  nicht erhöhen wollen, dann können die Wählerinnen und Wähler in Kanada an der Urne direkt über diesen Kurs entscheiden.

In der Eurozone aber gibt es keine Zentralregierung, es gibt die Europäische Kommission. Diese aber hat kein Finanzministerium, sie finanziert sich über Beiträge der Nationalstaaten. Daher kann die Europäische Union nicht die politische Verantwortung für die Höhe der Arbeitslosigkeit in der Eurozone übernehmen - ihr Budget ist schlichtweg zu klein. Die nationalen Regierungen allerdings können die Verantwortung ebenfalls nicht übernehmen, denn ihre Ausgaben sind zu streng reglementiert durch den Stabilitäts- und Wachstumspakt. Wir haben also in der Eurozone ein politisches wie fiskalisches Problem. Es gibt keine Instanz, die zusätzliche Ausgaben in Krisenzeiten tätigen kann, und es gibt auch keine Instanz, die politische Verantwortung für Höhe und Verwendung dieser Ausgaben übernehmen kann.

In den frühen Überlegungen zur gemeinsamen europäischen Währung war ein europäisches Finanzministerium noch vorgesehen. Doch in den 90er Jahren des letztens Jahrhunderts führte der Glaube an den Markt dazu, dass die makroökonomische Stabilisierungsfunktion des Staates ignoriert und allein die Zentralbank als Wächter über die Inflation eingesetzt wurde. Die Hoffnung, dass dies ausreichen würde für Stabilität und Wachstum, hat sich zerschlagen. Durch die seit Ende der 90er Jahre zu niedrigen Staatsausgaben herrscht zu hohe Arbeitslosigkeit. In der Folge fehlt der Lohndruck, wodurch die Inflationsraten niedrig sind, und dies hat uns die Niedrigzinsen und die hohe Haushaltsverschuldung beschert.

Die EU steht seit mehreren Jahren vor einer Weggabelung und schaut wie das Kaninchen vor der Schlange auf mögliche Alternativen. Eine Möglichkeit wäre die Einrichtung eines europäischen Finanzministeriums, das sich durch Eurobonds finanziert, welche die EZB unbegrenzt aufkaufen dürfte. Oder die Staaten kehren zu nationalen Währungen zurück. In beiden Fällen könnte der Staat wieder die Arbeitslosigkeit bekämpfen und damit auch Lohndruck erzeugen. Allerdings dürfte es zu wirtschaftlichen Verwerfungen kommen, sollten dem deutschen Exportsektor die Märkte in den Nachbarländern abhandenkommen, nachdem diese über Abwertungen ihre Wettbewerbsfähigkeit wiedererlangt hätten. Ein Umbau der Eurozone ist daher vorzuziehen

Die jüngsten Bewegungen der Verzinsungskurve in den USA deuten darauf hin, dass die Wahrscheinlichkeit einer Rezession zunimmt. Durch die Ausweitung der Geldmenge und dem Programm zum Aufkauf von Anleihen ist der Euro unterbewertet. Der Leitzins liegt bei null Prozent, in den Bankbilanzen finden sich Hunderte von Milliarden an faulen Krediten und die Eurozone weist einen Leistungsbilanzüberschuss gegenüber dem Rest der Welt auf. Geld- und Handelspolitik sind also bereits maximal expansiv. Die EU steht wirtschaftspolitisch mit dem Rücken zur Wand. Es bliebe nur noch die Fiskalpolitik, um in einer Krise gegensteuern zu können - aber dafür müsste sich etwas fundamental ändern. Wenn die europäische Politik ihre wirtschaftspolitischen Instrumente jetzt nicht vorbereiten will, dann werden „die Märkte“ Fakten schaffen und damit die europäische Demokratie weiter beschädigen. Ein europäisches Finanzministerium könnte der Politik den nötigen Raum zum Handeln geben. Die Uhr tickt. IPG 11

 

 

 

Vereinte Nationen. Rund 4.600 Menschen starben 2018 bei Flucht und Migration

 

Mindestens 4.592 Menschen sind im vergangenen Jahr auf Migrations- und Flüchtlingsrouten gestorben oder gelten als vermisst. Die Zahlen der Vereinten Nationen sind vorläufig. In den beiden Jahren zuvor war die Zahl deutlich höher.

Im vergangenen Jahr sind nach UN-Angaben weltweit mindestens 4.592 Menschen auf Migrations- und Flüchtlingsrouten gestorben oder gelten als vermisst. Rund jeder zweite Todes- oder Vermisstenfall der Migranten und Flüchtlinge 2018 habe sich auf dem Mittelmeer ereignet, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) am Dienstag in Genf mit.

Auf den gefährlichen Seerouten über das Mittelmeer hätten im vergangenen Jahr 2.297 Migranten und Flüchtlinge ihr Leben verloren oder würden vermisst. Die Menschen bestiegen seeuntaugliche Boote krimineller Schlepperorganisationen, die versprechen, sie an die europäischen Küsten zu bringen. Etliche Boote mit Passagieren sanken.

Angaben vorläufig

Als sehr riskant hätten sich auch andere Routen erwiesen, erklärte die IOM. So seien in Nordafrika mindestens 567 Migranten und Flüchtlinge gestorben oder würden vermisst, viele von ihnen seien in der Sahara ums Leben gekommen. In Afrika südlich der Sahara seien 559 Todes- und Vermisstenfälle erfasst worden, teilte die IOM weiter mit. An der Grenze der USA zu Mexiko sind demnach mindestens 393 Menschen gestorben oder gelten als vermisst.

Die IOM betonte, dass es sich um vorläufige Angaben für 2018 handle. Die Zählungen der Todes- und Vermisstenfälle unter Migranten und Flüchtlingen sei noch nicht abgeschlossen. Den Angaben zufolge lag die Zahl der Todes- und Vermisstenfälle unter Migranten und Flüchtlingen 2017 bei 6.197, im Jahr 2016 bei mehr als 8.000. (epd/mig 9)

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Weltweit steigt die Zahl der Flüchtlinge, in Deutschland sinkt sie

 

Sieben von acht Flüchtlingen weltweit haben nicht in Deutschland, Österreich oder Italien Zuflucht gefunden, sondern in Entwicklungsländern wie Bangladesch, Uganda oder Pakistan. UNHCR appelliert an Europa, seiner Verantwortung gerecht zu werden.

Während die Flüchtlingszahlen weltweit im vergangenen Jahr erneut gestiegen sind, nimmt die Zahl der Ankünfte in Deutschland weiter ab. Wie das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) am Sonntag in Berlin mitteilte, sank in Deutschland die Zahl der Asylanträge in den ersten sechs Monaten des vergangenen Jahres um weitere 20 Prozent. Im ersten Halbjahr 2018 seien 81.800 Anträge auf Asyl registriert worden. 2017 waren es im gleichen Zeitraum 101.000 Anträge, 2016 noch 387.700, wie das Flüchtlingshilfswerk weiter mitteilte.

„Die Flüchtlingskrise findet woanders statt, etwa in Bangladesch oder Libanon“, erklärte Dominik Bartsch, UNHCR-Repräsentant in Deutschland. „Sieben von acht Flüchtlingen haben nicht etwa in Deutschland, Österreich oder Italien Zuflucht gefunden, sondern in Entwicklungsländern wie Bangladesch, Uganda oder Pakistan“, sagte Bartsch weiter. Jetzt, wo sich die Situation beruhigt habe, müsse Europa Konzepte für den Umgang mit Flüchtlingen finden und seiner Verantwortung gerecht werden.

Weltweit 68,8 Millionen Flüchtlinge

Weltweit gab es laut UNHCR zur Mitte des Jahres 2018 68,8 Millionen Flüchtlinge, Binnenvertriebene und Asylsuchende. Das seien rund 300.000 mehr als ein halbes Jahr zuvor, zum 31. Dezember 2017. Die Zahl der Flüchtlinge stieg dabei um 554.000 auf 20,5 Millionen. Die Zahl der Binnenvertriebenen sank demnach leicht von 40 Millionen auf 39,7 Millionen. Hinzu kamen 3,2 Millionen Menschen, die asylsuchend sind und über deren Fälle noch nicht entschieden ist.

Syrien ist den Angaben zufolge nach wie vor das Land, aus dem die meisten Flüchtlinge stammen. Jeder dritte Flüchtling auf der Erde sei Syrer, hieß es weiter. Auch wenn einige Menschen in ihre Heimat zurückkehrten, würden noch mehr vertrieben, so dass die Zahl der syrischen Flüchtlinge um gut 180.000 auf 6,5 Millionen gewachsen sei. Die meisten von ihnen lebten in der Türkei (3,6 Millionen), gefolgt von Libanon (968.100) und Jordanien (667.200).

514.000 Syrer in Deutschland

In Deutschland lebten laut UNHCR Mitte 2018 rund 514.000 Syrer. Die Bundesrepublik habe im ersten Halbjahr 2018 rund 22.200 Syrer neu als Flüchtlinge anerkannt. Im ersten Halbjahr 2017 waren es noch 72.600 Syrer. UNHCR-Experten rechneten nicht damit, dass sich die Zahl der syrischen Flüchtlinge in Deutschland in nächster Zeit signifikant erhöhen wird, hieß es weiter.

Die Zahl der Flüchtlinge aus Afghanistan stieg weltweit um ein Prozent auf 2,7 Millionen. Davon hätten allein 1,4 Millionen in Pakistan, weitere 951.100 im Iran Zuflucht gefunden. In Deutschland seien es 116.700 Menschen aus Afghanistan. Aus dem Südsudan sind 2,5 Millionen Menschen geflohen. 1,1 Millionen von ihnen sind jetzt in Uganda, 768.100 im Sudan und 445.000 in Äthiopien.

(epd/mig 7)

 

 

 

Rettungsschiffe vor Malta: Acht EU-Staaten nehmen Bootsflüchtlinge auf

 

Die Rettungsschiffe der deutschen Hilfsorganisationen Sea-Watch und Sea-Eye dürfen ihre geretteten Flüchtlinge an Malta übergeben. Das teilte Maltas Premierminister Joseph Muscat am Mittwoch mit. Die 49 Migranten auf der „Sea-Watch 3“ und der „Professor Albrecht Penck“ würden auf acht EU-Staaten verteilt.

Muscat sagte, Malta leiste mehr, als seinen Verpflichtungen entspreche. An der Lösung beteiligen sich laut dem Regierungschef Deutschland, Frankreich, Irland, Portugal, Rumänien, Luxemburg, die Niederlande und Italien. Die Migranten sollen „so bald wie möglich“ von maltesischen Militärschiffen übernommen werden. Die Rettungsschiffe seien dann aufgefordert, maltesische Gewässer unverzüglich zu verlassen.

Muscat betonte, die Rettung der Flüchtlinge habe außerhalb des maltesischen Verantwortungsbereichs stattgefunden. Auch hätten sich die nächstgelegenen sicheren Häfen nicht in Malta befunden. Muscat verwies weiter darauf, die EU-Kommission habe festgestellt, dass Malta für die Bergung und Aufnahme nicht zuständig gewesen sei.

Die „Sea-Watch 3“ war seit dem 22. Dezember mit 32 Geretteten auf dem Mittelmeer, die „Professor Albrecht Penck“ wartete seit dem 29. Dezember mit weiteren 17 Migranten auf einen Hafenzugang.

Papst Franziskus hatte am Sonntag für die 49 Menschen schnelle Hilfe gefordert. „Eindringlich appelliere ich an die Regierenden in Europa, konkrete Solidarität gegenüber diesen Menschen zu zeigen“, sagte der Papst am Sonntag nach dem traditionellen Mittagsgebet auf dem Petersplatz. Bei seinem Aufruf zur Solidarität bezog sich der Papst auf das Dreikönigsfest und führte dabei die Hartherzigkeit von Herodes und den  Schriftgelehrten als negatives Beispiel an. „Sie sind stellvertretend für viele, die auch heute Angst vor dem Kommen Jesu haben und ihr Herz gegenüber hilfsbedürftigen Brüdern und Schwestern verschließen“, sagte Franziskus in seiner Katechese vor dem Angelus-Gebet. (kna 9)

 

 

 

 

OECD-Studie. Deutliche Fortschritte bei der Integration von Einwanderern

 

Die Erwerbssituation und der Bildungserfolg von Migranten in Deutschland hat sich in den vergangenen zehn Jahren deutlich verbessert. Das geht aus einer aktuellen OECD-Studie hervor.

Migranten sind laut einer Studie heute in Deutschland wirtschaftlich und sozial deutlich besser integriert als noch vor zehn Jahren. Dies gilt für die Erwerbssituation, den Bildungserfolg und das Armutsrisiko wie auch für die Erfahrung von Diskriminierung, wie aus einer am Mittwoch in Berlin veröffentlichten Untersuchung der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) hervorgeht. Defizite bestünden noch beim Zugang zu qualifizierten Jobs, heißt es in dem Bericht der OECD. Aktuell seien in Deutschland mehr Menschen der Meinung, dass das Land von Einwanderung profitiert als noch zu Beginn des Jahrhunderts.

 

OECD-Migrationsexperte Thomas Liebig, der die Studie „Integration von Zuwanderern: Indikatoren 2018“ gemeinsam mit der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU), vorstellte, sagte: „Insgesamt ist der Trend bei der Integration von Zuwanderern in Deutschland positiv.“ Es bestehe aber weiterhin Handlungsbedarf vor allem bei Geringqualifizierten, Frauen sowie Kindern von niedrigqualifizierten Einwanderern.

Weitere Anstrengungen seien besonders im Arbeits- und Bildungsbereich dringend erforderlich, sagte Widmann-Mauz. „Wir müssen bei der Anerkennung von Berufsabschlüssen besser werden und Frauen stärken, ihre Rechte besser wahrzunehmen“, betonte sie. Wichtig sei außerdem Sprachförderung in Kitas und Schulen. Auch die interkulturelle Öffnung des öffentlichen Dienstes müsse vorangetrieben werden.

13 Millionen Menschen im Ausland geboren

Der Studie zufolge sind knapp 13 Millionen Menschen, die in Deutschland leben, im Ausland geboren. Das entspricht rund 16 Prozent der Gesamtbevölkerung. Gut ein Fünftel der Einwanderer (22 Prozent) lebt den Angaben zufolge weniger als fünf Jahre in Deutschland.

 

Besonders positiv hat sich der Studie zufolge im vergangenen Jahrzehnt die Erwerbssituation für Einwanderer entwickelt. So ist bei der Gruppe der im Ausland Geborenen die Beschäftigungsquote zwischen 2006 und 2017 von 59 Prozent auf über 67 Prozent gestiegen. Allerdings liege der Abstand zur im Inland geborenen Bevölkerung bei 8,7 Prozentpunkten.

Arbeitslosenquote mehr als halbiert

Bei Frauen ist der Beschäftigungsabstand zur im Inland geborenen Bevölkerung größer als bei Männern, wie es heißt. Außerdem arbeite fast jede dritte erwerbstätige Migrantin in einem Job, der nur geringe Qualifikationen erfordert. Die Arbeitslosenquote aller im Ausland Geborenen hat sich in Deutschland zwischen 2006 und 2017 mehr als halbiert und lag 2017 bei 6,9 Prozent.

Zugewanderte sehen sich in Deutschland seltener als ein Ziel von Diskriminierung (elf Prozent), als dies EU-weit der Fall ist (14 Prozent) und auch seltener als noch vor zehn Jahren (minus vier Prozentpunkte). Ebenso sind die Einstellungen von in Deutschland Geborenen gegenüber Migranten positiver als noch vor zehn Jahren und positiver als im EU-Schnitt, wie die Erhebung zeigt. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Sorge um Europa: Schuldenkrise und (drohendes) Defizitverfahren gegen Italien – wie geht es weiter?

 

Die Euro-Finanzminister sind angesichts der geplanten Ausgabenerhöhung des hoch verschuldeten Italiens in Besorgnis. Die EU-Kommission verzichtete vorerst auf ein Defizitverfahren, obwohl die italienische Regierung die EU-Haushaltsvorschriften noch immer nicht erfüllt. Stürzt Italien Europa in eine neue Krise? Dirk Meyer, Universität der Bundeswehr Hamburg, sieht den Fortbestand der Europäischen Währungsunion durch Italien infrage gestellt. Mangelndes Können und Wollen der italienischen Entscheidungsträger gefährden die Stabilität des Euro, die Mitgliedschaft Italiens in der EWU und letztlich den Bestand der Währungsunion insgesamt. Nach Ansicht von Berthold Busch und Jürgen Matthes, Institut der deutschen Wirtschaft, Köln, schadet der Kurs der Regierung Italien. Die italienische Regierung habe jetzt zwar begrenzte Korrekturen an ihren Haushaltsplänen durchgeführt, die Europäische Union sollte sich aber nicht auf nur minimale Zugeständnisse einlassen. Ansgar Belke, Universität Duisburg-Essen, meint, dass sich ein Austritt aus der Eurozone für Italien nicht lohne. Vielmehr sei sogar die bloße Diskussion hierüber, unabhängig von der Haushaltslage Italiens, ein »Spiel mit dem Feuer«. Massimo Bordignon und Angelo Baglioni, Catholic University of Milan, gehen davon aus, dass Italien weder den Euro noch die Europäische Union verlassen werde. Die wirtschaftlichen und politischen Kosten eines »Italexit“ seien den gegenwärtigen Politikern klar, und sie reichten aus, um sie davon abzuhalten, einen Austritt anzustreben. Besorgniserregend sei jedoch die Tatsache, dass eine erfolgreiche politische Kampagne in Italien und in anderen Ländern den Euroskeptizismus bestärke. Christian Kastrop und Dominic Ponattu, Bertelsmann Stiftung, nehmen den »Fall Italien« zum Anlass, »Europäische öffentliche Güter“ in den Fokus zu rücken. Dazu gehöre insbesondere die Reform der Fiskalregeln, die zukunftsorientiert ausgestaltet werden müssten. Bodo Herzog und Marlene Ferencz, ESB Business School, unterstreichen, dass Italien mit dem Haushaltsentwurf gegen Verabredungen mit der Kommission und den anderen Euro-Mitgliedstaaten verstoße und damit eine Gefahr für die Währungsunion sei.

Ifo 10

 

 

 

Die europäische Sozialdemokratie. Eine Frage des Überlebens

 

Die europäische Sozialdemokratie hat nur eine Zukunft, wenn sie für eine bessere Globalisierung kämpft. „Die Globalisierung nicht als unkontrollierbares Naturgesetz akzeptieren“ - Von Eunice Goes  

 

In ganz Europa zahlen sozialdemokratische Parteien jetzt den Preis dafür, dass sie in den 1990er Jahren die Globalisierung kritiklos akzeptiert haben. Damals wurde verantwortungsvolle Politik mit den Anforderungen der globalen Märkte gleichgesetzt. Tony Blair und Gerhard Schröder drückten es in ihrem viel zitierten Pamphlet The Third Way/Die Neue Mitte so aus: „Die Sozialdemokraten müssen sich an die zunehmenden Forderungen nach Flexibilität anpassen.“

 

Dieses Motto wurde als „pragmatischer Realismus“ akzeptiert und von den meisten sozialdemokratischen Parteien, die in Europa Ende der 1990er Jahre regierten, schnell angenommen. Dani Rodrik erinnert daran, dass die gemäßigte Linke als Komplize daran beteiligt war, die Globalisierung in eine neoliberale Richtung zu lenken. Eine wichtige Rolle spielte dabei der Euro. Er wurde von den sozialdemokratischen Regierungsparteien bereitwillig unterstützt, ohne dass sie die ordoliberalen Regeln seiner Einführung jemals hinterfragt hätten. Auch bei der zunehmenden Entpolitisierung der öffentlichen Hand haben sie mitgemacht. So gerieten Politikbereiche, die vorher unter demokratischer Kontrolle standen, unter den Einfluss technokratischer Institutionen.

 

Aber indem die sozialdemokratischen Parteien die Globalisierung als unkontrollierbares Naturgesetz akzeptierten, trugen sie auch zur zunehmenden Ungleichheit, zum Abbau der Sozialsysteme und zur Erosion der sozialen Schutzmechanismen bei, die einst das Aushängeschild der europäischen Sozialordnung waren. Sie nahmen in Kauf, dass eine neue, arme Arbeiterklasse entstand. Sowohl die Steuererleichterungsprogramme der britischen New Labour als auch die Agenda 2010 der deutschen SPD beruhten auf der Idee, stärkerer globaler Wettbewerb bedeute niedrigere Löhne und schlechteren sozialen Schutz. Letztlich haben diese Parteien damit zur weltweiten Finanzkrise von 2008 und der nachfolgenden Eurokrise beigetragen, von der sich die meisten europäischen Volkswirtschaften bis heute noch nicht wieder völlig erholt haben.

 

Dass die sozialdemokratischen Parteien bei den Wahlen immer schlechter abschneiden, hängt direkt damit zusammen, dass sie die Globalisierung so kritiklos akzeptierten. In den letzten zehn Jahren wurden die gemäßigt linken Parteien Europas abgewählt, weil sich ihre Anhänger von ihnen im Stich gelassen fühlten. Während viele der Enttäuschten gar nicht erst zur Wahl gingen, stimmten andere für linksradikale Parteien, die jetzt sozialdemokratische Positionen übernommen haben. Und einige von ihnen liefen zu Parteien der populistischen und extremen Rechten über.

 

Es wird nicht leicht sein, die Wahlverluste der europäischen Sozialdemokratie rückgängig zu machen. Ihre Parteien haben sich bereitwillig daran beteiligt, die europäische Integration zu vertiefen, die auf Kosten der Arbeiter, der Bevölkerung und der Demokratie die Forderungen der globalen Konzerne erfüllt. Es wird einige Zeit dauern, die ordoliberalen und neoliberalen Knoten zu lösen, die derzeit verhindern, dass in ganz Europa sozialdemokratische Maßnahmen umgesetzt werden.

 

Erschwerend kommt hinzu, dass die Regierungen der meisten europäischen Länder nun in der Hand der gemäßigten Rechten liegen – von der auch EU-Institutionen wie das Europäische Parlament und die Europäische Kommission ideologisch beeinflusst werden. Diese politischen Akteure weigern sich, in der Eurozone Reformen durchzuführen, durch die die vorherrschende Ideologie eines minimalen, aber starken Staates in Frage gestellt wird. Die Schwierigkeiten des französischen Präsidenten Emmanuel Macron, Deutschland oder andere nordeuropäischen Regierungen von seinem gemäßigten Eurozonen-Reformprogramm zu überzeugen, verdeutlichen dieses Problem sehr anschaulich.

Noch schlimmer wird die Sache durch die Wut der Wählerinnen und Wähler in ganz Europa. Die radikale Rechte bekommt immer mehr Zulauf. Die Wähler haben keine Lust mehr auf Parteien und Politiker, die sich mehr an unsichtbaren und unverantwortlichen Marktkräften ausrichten als an den Bedürfnissen der Menschen. Die Wählerinnen und Wähler lassen sich nicht länger von der Ausrede überzeugen, die Politik sei ein kompliziertes Geschäft. Das haben die Wahlen in Italien, Ungarn, Schweden und kürzlich in Andalusien und zuletzt die bis jetzt überparteilichen Proteste der gilets jaunes in Frankreich gezeigt.

 

Sie haben genug vom stagnierenden Lebensstandard, immer höheren persönlichen Schulden und dem Gefühl, ihr Leben befinde sich in der Hand von Mächten, die sie nicht kontrollieren können. Dass die Bürger nativistische Parteien unterstützen, die Migranten und Flüchtlinge zu Sündenböcken machen, ist natürlich beunruhigend. Aber wir müssen uns daran erinnern, dass die Rechtsradikalen ihr Wählerpotenzial erst dann wirklich ausbauen konnten, als sie – zusätzlich zu ihren fremdenfeindlichen Programmen – versprachen, den Mindestlohn zu erhöhen, Arbeitsplätze zu schützen, ein Grundeinkommen einzuführen und in öffentliche Dienstleistungen zu investieren.

 

Also kann der momentane politische Status Quo keine Entschuldigung für Untätigkeit sein. Wollen die europäischen Sozialdemokraten zurück an die Macht, müssen sie in der Politik wieder von Möglichkeiten sprechen. In erster Linie müssen sie dabei den Wählerinnen und Wählern erklären, wie eine andere Globalisierung möglich sein kann. Sie müssen damit beginnen, ihre Narrative zu ändern. Statt darüber zu sprechen, was die Regierungen nicht mehr tun können (das Mantra der 1990er), müssen die sozialdemokratischen Parteien herausfinden, auf welche Weise der Staat die Globalisierung beeinflussen kann.

In den 1990ern hat die gemäßigte Linke die Vertiefung der wirtschaftlichen und finanziellen Globalisierung sowie der europäischen Integration unterstützt. Im 21. Jahrhundert sollte sie eine Globalisierung unterstützen, die für die Rechte der Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer und einen robusten Sozialstaat eintritt. Sie muss sich für den Umweltschutz ebenso einsetzen wie für eine Demokratie, die Bürger an der Entscheidungsfindung beteiligt. Sie muss zudem für dynamische, inklusive und attraktive öffentliche Räume streiten.

 

In den 1990ern haben die Sozialdemokraten den Arbeitnehmern gesagt, sie müssten sich an die Forderungen des Weltmarkts anpassen. Im 21. Jahrhundert müssen sie nun den Konzernen sagen, dass diese ihre Arbeiter und Angestellten fair behandeln und in ihre Fortbildung investieren müssen, dass sie ihre Steuern zahlen und die ökologischen Auswirkungen ihrer Tätigkeiten berücksichtigen müssen. Kurz gesagt - die Sozialdemokratie muss eine neue Rolle des Staates fordern und fördern, die gewährleistet, dass die Märkte dem öffentlichen Wohl dienen und Bürger und Arbeitnehmer nicht wie Waren behandelt werden.

 

Auf dem Weg hin zu dieser neuen „Politik der Möglichkeiten“ gibt es Sackgassen, Hürden, Schlaglöcher und Haarnadelkurven. Und doch ist sie die einzige Möglichkeit, der Sozialdemokratie neues Leben einzuhauchen und dem europäischen Projekt wieder Hoffnung zu bringen.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff. SE/ipg 8

 

 

 

Brexit: Erneuter Rückschlag für May

 

Der Druck auf Premierministerin Theresa May hat sich erneut erhöht: Mit einer Abstimmung am Dienstag legten die britischen Abgeordneten fest, dass die Regierung für einen No-Deal-Brexit die Zustimmung des Parlaments benötigt.

Nach einer zweiwöchigen Weihnachtspause haben die britischen Parlamentarier ihren Grabenkampf um den EU-Austritt wieder aufgenommen. Bei der gestrigen Abstimmung schlossen sich 20 konservative Abgeordnete der Haltung der oppositionellen Labour-Partei an und befürworteten eine Änderung des Finanzgesetzes der May-Regierung. In diesem soll ein „No Deal“ ausgeschlossen werden.

Dieser Änderungsantrag, der mit 303 zu 297 Stimmen angenommen wurde, zwingt May und ihre Minister zunächst nicht, den Kurs zu ändern. Er wird aber als erster Akt einer Reihe potenzieller verfassungsrechtlicher Grabenkämpfe zwischen Parlament und Regierung angesehen.

Die Nerven im britischen Parlament liegen blank. Während einer Fragestunde soll Oppositionschef Jeremy Corbyn Premierministerin Theresa May beleidigt haben.

Sir Oliver Letwin, ein ehemaliger Minister in David Camerons Regierung, der zuvor noch nie deutlich gegen den Brexit an sich rebelliert hatte, erklärte gestern, die Abstimmung sei ein Signal an Befürworter eines harten Brexits. Es zeige, dass die Parlamentsabgeordneten ein „No Deal“-Szenario blockieren würden.

„Ich möchte meinen Kollegen, die gegen diese Pläne der Premierministerin gestimmt haben – eine Haltung, die ich ebenfalls unterstütze – unmissverständlich klarmachen und versichern, dass die Mehrheit in diesem Haus nicht zulassen wird, dass es am 29. März zu einem Ausstieg ohne Deal kommt,“ betonte er.

Labour-Chef Jeremy Corbyn erklärte, die Abstimmung zeige, „dass es keine Mehrheit im Parlament, im Kabinett oder auch im Land gibt, ohne Abkommen aus der EU auszutreten“.

Der weitere Brexit-Fahrplan

Die Abgeordneten starten am heutigen Mittwoch in einen fünftägigen Debatten-Marathon über das Brexit-Abkommen, bevor sie am kommenden Dienstag (15. Januar) endgültig darüber abstimmen.

Die Abstimmung war ursprünglich für Dezember geplant, wurde aber von der Regierung verschoben, als sich herausstellte, dass der Deal im Parlament wohl abgelehnt würde. Darauf folgend konnte May ein Misstrauensvotum aus den Reihen ihrer eigenen Partei erfolgreich abwehren. Ihr geplantes Brexit-Abkommen scheint von den Abgeordneten dennoch weiterhin weitestgehend abgelehnt zu werden.

Den Brexit an sich wird die gestrige Abstimmung nicht in Frage stellen: Das Vereinigte Königreich hat gesetzlich festgelegt, dass es die EU am 29. März verlassen wird.

Was ist die Alternative zu Mays Deal?

Eine neue Umfrage unter den Abgeordneten, die heute veröffentlicht wurde, deutet allerdings auch darauf hin, dass die Gesetzgeber sich schwer tun dürften, sich auf eine gemeinsame Alternative zum geplanten Abkommen von May oder zu einem „No Deal“ zu einigen. Die von IPSOS Mori for the Britain in a Changing Europe durchgeführte Umfrage ergab, dass das Parlament selbst tief gespalten ist.

Während fast drei Viertel (70 Prozent) der Abgeordneten aller Parteien die Handhabung der Brexit-Verhandlungen durch die May-Regierung kritisierten, konnten sie sich auch nicht auf potenzielle Alternativen zu dem von May im November mit den EU-Regierungschefs vereinbarten Abkommen einigen.

50 Prozent der Abgeordneten (80 Prozent der konservativen Parlamentarier) betonten, die weitere Mitgliedschaft in der Zollunion respektiere nicht das Ergebnis des Brexit-Referendums. 58 Prozent gaben an, ein Brexit-Deal, der der Mitgliedschaft im Europäischen Wirtschaftsraum ähnele, würde bedeuten, dass „wir die Europäische Union nicht wirklich verlassen haben“.

Das britische Parlament ist tief zerstritten angesichts des erarbeiteten Brexit-Abkommens. Dabei geht es vor allem um Machtspiele, meint der Europaabgeordnete Elmar Brok. In Großbritannien wie in Brüssel.

Gleichzeitig waren die meisten konservativen Abgeordneten jedoch zuversichtlich, dass Alternativen zu einem „Backstop“ an der irischen Grenze gefunden werden können. Sie waren auch überzeugt, dass die britische Wirtschaft einen „harten Brexit“ verkraften könne.

70 Prozent der Tory-Abgeordneten sind der Ansicht, das Vereinigte Königreich werde in der Lage sein, schnell Handelsabkommen mit Ländern wie den Vereinigten Staaten und China abzuschließen; 58 Prozent von ihnen glauben, solche neuen Handelsabkommen würden alle Verluste im Handel mit der EU „mehr als ausgleichen“.

Kein einziger konservativer Politiker und/oder Brexit-Befürworter glaubt derweil, dass das Vereinigte Königreich innerhalb der nächsten 20 Jahre wieder der EU beitreten könnte. 50 Prozent der Labour-Abgeordneten und 37 Prozent aller Remain-Anhänger halten dies hingegen für möglich. Benjamin Fox, EA 9

 

 

 

 

Grünes Licht für Mitte-Rechts-Regierung in Südtirol

 

In Südtirol sind die Koalitionsverhandlungen zwischen der Südtiroler Volkspartei (SVP) und der rechtsgerichteten Lega Nord abgeschlossen. Damit ist der Weg offen für Mitte-Rechts-Koalition, wie sie auch in Österreich regiert. Von Herbert Vytiska

 

Mit 503 JA-Stimmen und nur 16 Enthaltungen hat gestern abends die Südtiroler Volkspartei (SVP) grünes Licht für den ausverhandelten Koalitionspakt mit der LEGA gegeben. Landeshauptmann Arno Kompatscher kann nun seine zweite Amtsperiode antreten und hat die volle Rückendeckung der Partei. Die Unterzeichnung des Regierungsvertrages ist für Mittwoch vorgesehen. Auch LEGA-Chef Salvini zeigt sich erfreut und will die Südtiroler Autonomie als Vorbild für andere italienische Regionen sehen, die ebenfalls nach mehr Eigenständigkeit und weniger Abhängigkeit von Rom verlangen. Die Zusammenarbeit ist aber nur für die Landespolitik maßgebend. Bei den EU-Wahlen im Mai wird getrennt marschiert.

 

Südtirol trägt mit der Regierungsbildung dem europäischen Polit-Trend Rechnung. Vor zweieinhalb Monaten kam es bei den Landtagswahlen in Südtirol zu einer ähnlichen Entwicklung wie derzeit in vielen europäischen Staaten: Starke Gewinne für die Rechtspopulisten, in diesem Fall die LEGA, schwere Verluste für die Mitte-Links Partei Partito Democratico (PD), die damit als Koalitionspartner aus dem Rennen schied. Die konservative Südtiroler Volkspartei, seit 1945 die Sammelpartei der deutschsprachigen Südtiroler, musste auch Stimmenabgänge verzeichnen, behielt aber die relative Mehrheit. Damit war die seit 1945 das Land regierende Partei gefordert, sich – so sieht es das Autonomiestatut vor – einen neuen italienischen Regierungskompagnon zu suchen.

In der Provinz Trentino haben am Sonntag Regionalwahlen stattgefunden. Dabei konnte die rechtspopulistische Partei Lega ihren Stimmenanteil gleich vervierfachen. In der Nachbarprovinz Südtirol sah das anders aus.

 

Schwierige Partnersuche für die SVP

Bei der Suche nach einem geeigneten Koalitionspartner gab es innerhalb der Volkspartei  durchaus unterschiedliche Meinungen. In den letzten Jahren hatte man mit der PD gute Erfahrungen gemacht. Im Gegensatz etwa zu Silvio Berlusconis Forza Italia, hatte man bei Matteo Renzi und seinen Vorgängern das Gefühl, in punkto Anerkennung der Sonderrechte gut aufgehoben zu sein. Wenngleich die PD auf europäischer Ebene Mitglied der Allianz der Sozialdemokraten war, verkörperte sie eigentlich drei Flügel, nämlich einen sozial-demokratischen, einen christlich-sozialen und einen liberalen.

 

Gegen die LEGA gab es hingegen immer wieder Vorbehalte. Diese betrafen unter anderem deren Nähe zur FPÖ, die in Südtirol mit vielen überzogenen Forderungen der Regierung immer wieder in die Quere kam. Ernste Bedenken gab es aber vor allem bezüglich der EU-kritischen Ausrichtung der LEGA. Gerade in Südtirol hatte man aber mit eben dieser EU sehr gute Erfahrungen gemacht. Dazu zählt insbesondere die Europa-Region Tirol-Südtirol-Trentino, die das vor 100 Jahren nach dem Ersten Weltkrieg widernatürlich getrennte Land wieder zusammenführte.

 

Rom musste Kürzungspläne zurücknehmen

Trotzdem blieb Landeshauptmann Arno Kompatscher und Parteiobmann Philipp Achammer nichts anderes übrig, als über den eigenen Schatten zu springen, da keine der anderen italienischen Parteien es geschafft hatte, so viele Mandate zu erringen, um mit der SVP die nötige absolute Mehrheit zu bilden. Prompt kam es auch während der Sondierungsgespräche zu einem Eklat: Die Regierung in Rom arbeitet nämlich an einer Parlamentsreform, im Zuge derer die Zahl der Südtirol zustehenden Senatssitze von drei auf zwei gekürzt hätte werden sollen.

 

Kompatscher setzte sich daraufhin sofort mit der „Schutzmacht“ Österreich in Verbindung, worauf Bundeskanzler Sebastian Kurz und Außenministerin Karin Kneissl die italienische Regierung vor einem solchen Schritt eindringlich warnten. Hätte doch diese Reduktion eine Verletzung der so genannten „Paketmaßnahme 111“ und damit eine Verletzung des durch die Streitbeilegungserklärung im Jahre 1992 gewissermaßen in Stein gemeißelten Autonomiestatuts bedeutet. Diesen Konflikt, der Italien wieder einmal international ins Zwielicht gerückt hätte, wollte LEGA Chef Matteo Salvini vermeiden.

 

LEGA musste EU-Bekenntnis ablegen

Umgehend kam es daher mit dem Initiator des Gesetzentwurfs, Senatsvizepräsident Roberto Calderoli, zu einem Treffen mit dem Südtiroler Landeshauptmann – und einem Einlenken. Ein Änderungsantrag  soll nun dafür sorgen, dass Südtirol und dem Trentino auch weiterhin jeweils drei Senatoren im römischen Parlament zustehen. Damit war nun nach den Feiertagen der Weg frei, die Spitzengremien der SVP zusammenzurufen, um ihnen das 58-seitige Regierungsprogramm vorzulegen und die Landesregierung zu bilden. Inhaltlich wird das Programm als ein Erfolg für die federführende Regierungspartei gewertet. Sogar Paul Köllensperger, Vertreter der nun stärksten deutschsprachigen Opposition meint: „Das Regierungsprogramm lässt sich recht angenehm lesen“.

 

Auffallend ist im Vertragswerk, dass, ähnlich wie in Österreich, in einer Präambel ein gemeinsames Bekenntnis zu einem Europa der Völker, Volksgruppen und Regionen sowie zum Euro abgelegt wird. Auch eine Passage zur Migration findet sich darin: So heißt es ausdrücklich, dass Sprachkenntnis der Schlüssel zur Integration ist. Zuwanderer nach Südtirol sollten daher beide Landessprachen, nämlich deutsch und italienisch, in einigen Tälern auch noch ladinisch erlernen und beherrschen. Zudem verlangt man die Akzeptanz von Kultur und Tradition. Der Anspruch der Sprachkenntnisse wird nicht nur an die Kinder mit Migrationshintergrund, sondern auch an die Eltern und insbesondere die Frauen gestellt. EA 8

 

 

 

 

Gespräch mit Felix Klein. „Geschichtsvergessenheit in Deutschland ist alarmierend“

 

Mehr als sieben Jahrzehnte nach dem Ende des Nationalsozialismus sehen sich Juden in Deutschland vermehrt mit Angriffen konfrontiert. „Antisemitismus ist salonfähiger geworden“, sagt der Beauftragte für jüdisches Leben in Deutschland und den Kampf gegen den Antisemitismus, Felix Klein. Im Gespräch warnt er vor Geschichtsvergessenheit, fordert Änderungen im Schulunterricht und erklärt, wo die Grenze zwischen Israel-Kritik und Judenhass verläuft. Von Corinna Buschow, Markus Geiler

 

Herr Klein, am 27. Januar jährt sich die Befreiung des Vernichtungslagers Auschwitz. 74 Jahre später fühlen sich Juden laut einer Studie der EU-Grundrechteagentur in Deutschland am häufigsten im europäischen Vergleich angefeindet und drangsaliert. Haben die Deutschen nichts aus der Geschichte gelernt?

Felix Klein: Die Geschichtsvergessenheit in Deutschland ist alarmierend. Sie rührt an den Grundfesten unserer Demokratie. Das müssen wir ganz klar als Auftrag verstehen, neue Wege zu finden, um geschichtliches Wissen zu vermitteln.

Muss sich der Schulunterricht über den Nationalsozialismus ändern?

Felix Klein: Ja, da sehe ich Änderungsbedarf. Mit der NS-Zeit kommt im Geschichtsunterricht überhaupt erstmals Information über jüdisches Leben in Deutschland in den Unterricht. Das ist nicht gut, weil Juden so als Problemgruppe, als Verfolgte wahrgenommen werden. Es wäre besser, früher über das Judentum zu berichten, wenn es etwa ums Mittelalter, das 19. Jahrhundert und die vielen wichtigen jüdischen Musiker, Erfinder, Ingenieure und Literaten geht. Albert Einstein war ein deutscher Jude, der die Welt verändert hat. Die kulturellen Leistungen jüdischer Menschen in Deutschland treten aber in den Hintergrund. Das müssen wir ändern. Ich wünsche mir, dass zum Ende des Jahres neue Unterrichtsmaterialien zur Verfügung stehen, in denen über das Judentum anders aufgeklärt wird als bislang.

Was halten Sie von einer Besuchspflicht für Schüler in KZ-Gedenkstätten?

Felix Klein: Mit Gedenkstättenbesuchen kann man sehr viel erreichen. Kaum jemand kommt so zurück, wie er hingegangen ist. Aber eine Verpflichtung daraus zu machen, halte ich nicht für zielführend.

Wie schätzen Sie aktuell die Stimmung der Juden in Deutschland ein? Sitzen einige wieder auf gepackten Koffern?

„Ich glaube nicht, dass Juden bereits auf gepackten Koffern sitzen, aber einige schauen durchaus nach, wo die Koffer sind. Das war vor zehn Jahren nicht so. Antisemitismus ist salonfähiger geworden und genau das müssen wir wieder drehen.“

Felix Klein: Ich sehe zwei Bilder: Einerseits halten sich Juden immer noch gern in Deutschland auf, ziehen sogar hierher. Es entstehen besonders in Berlin Synagogen, jüdische Restaurants, Geschäfte, Kulturzentren. Auf der anderen Seite gibt es aber wirklich große Beunruhigung. Das hat mit der Verrohung der Gesellschaft zu tun. Auch die AfD mit Vertretern, die die Einzigartigkeit der Verbrechen der Nazis relativieren, beunruhigt Juden. Ich glaube nicht, dass Juden bereits auf gepackten Koffern sitzen, aber einige schauen durchaus nach, wo die Koffer sind. Das war vor zehn Jahren nicht so. Antisemitismus ist salonfähiger geworden und genau das müssen wir wieder drehen.

Die AfD selbst sieht sich dagegen in Verlautbarungen als Verteidiger der Juden in Deutschland, weil sie – so die AfD selbst – als einzige das Problem von Antisemitismus unter muslimischen Zuwanderern anprangern würden. Auch Vertreter der Juden haben wiederholt darauf hingewiesen. Wie nehmen sie dieses Problem wahr?

Felix Klein: Es ist eine neue Herausforderung und wir müssen dem unbedingt begegnen. Das ist vor allem eine Integrationsaufgabe. Etwa fünf Prozent der antisemitisch motivierten Straftaten werden von Muslimen begangen. Bei Vorfällen, die unterhalb der Grenze der Strafbarkeit liegen, ist der Anteil höher. Zur AfD: Dass einige Juden in der AfD den größten Schutz sehen, muss uns besorgen. Eine Partei, die selbst Positionen hat, die gegen Juden gerichtet sind, wie etwa das Verbot von Beschneidung, ist wenig glaubwürdig in ihren Versprechen für die Juden.

Die polizeiliche Kriminalstatistik wird von jüdischen Organisationen durchaus kritisch gesehen. Auch Sie hatten Änderungen gefordert. Wie steht es damit?

Felix Klein: Wenn bei der Schmiererei „Juden raus“ auf einer Hauswand der Verdächtige nicht klar ist, wird das automatisch als rechtsextrem eingestuft, auch wenn es ein Palästinenser hätte sein können. Allerdings ist es auch so: Bei den tatsächlich aufgeklärten Straftaten ist die große Mehrheit tatsächlich dem rechten Umfeld zuzuordnen. Dennoch sollten wir über eine Neuausrichtung der seit 2001 so geführten Statistik sprechen.

Sind Sie für eine Meldepflicht von Schulen bei antisemitischen Vorfällen?

Felix Klein: Das ist ein gutes Mittel. Lehrer oder Schulleiter, die das thematisieren, werden oft als Nestbeschmutzer beschimpft. Wenn es aber eine Pflicht gibt, ein Lehrer also Disziplinarmaßnahmen befürchten muss, wenn er Vorfälle nicht meldet, ist das anders.

Ein immer wieder zu hörender Vorwurf ist der Antisemitismus in der Mitte der Gesellschaft, der Juden begegne. Was ist Ihr Eindruck?

„Nach belastbaren, seriösen Umfragen haben 15 bis 20 Prozent der Deutschen einen latenten Antisemitismus. Von allen Herausforderungen ist das vielleicht die größte, denn dies ist der Bodensatz für Aggressionen, Anfeindungen und Straftaten.“

Felix Klein: Nach belastbaren, seriösen Umfragen haben 15 bis 20 Prozent der Deutschen einen latenten Antisemitismus. Von allen Herausforderungen ist das vielleicht die größte, denn dies ist der Bodensatz für Aggressionen, Anfeindungen und Straftaten. Auch in der Kirche gibt es immer mal wieder antisemitische Äußerungen, obwohl die Kirchen als Institution gute und wegweisende Beschlüsse gefasst haben.

Was können die Verantwortlichen in der Kirche besser machen?

Felix Klein: Die politische Positionierung der Kirchenleitungen nehme ich als sehr positiv wahr, etwa zum Judenhass von Martin Luther oder der kürzlichen Entschließung der badischen Kirche gegen Antisemitismus. Aber ich beklage, dass sich Kirchenleitungen zu wenig distanzieren, wenn sich in Einzelfällen Pfarrer oder kirchliche Gruppen in problematischer Weise zu Wort melden. Es gab beispielsweise im vergangenen Jahr in mehreren Einzelfällen Publikationen, die Israelis und damit Juden pauschal einen menschenverachtenden Umgang mit den Palästinensern unterstellen. Der Berliner Landesbischof Markus Dröge sagt zum Beispiel: „Antisemitismus ist Gotteslästerung“. Das ist ein deutliches Statement, davon brauchen wir mehr!

Wo verläuft die Grenze zwischen legitimer Kritik an der Führung des demokratischen Staates Israel und einer Israel-Kritik, die antisemitisch ist?

Felix Klein: Ich empfehle den 3-D-Test: Sobald Israel delegitimiert oder dämonisiert wird oder doppelte Standards angelegt werden, ist eine Grenze überschritten. Wenn Israel etwa als „Apartheid-Staat“ bezeichnet wird, ist das für mich ganz klar antisemitisch, weil er dann nicht legitim sein kann. Wenn man aber sagt, die israelische Gesellschaft sei auf dem Weg dahin, Apartheid-ähnliche Zustände zu entwickeln wegen der Benachteiligung der Palästinenser, ist diese Kritik per se nicht antisemitisch.

Kürzlich sorgte ein Papier der israelischen Regierung für Aufsehen, in dem ein Ende der Unterstützung für Organisationen gefordert wird, die mit Partnern kooperieren, die mit der sogenannten BDS-Kampagne – einer Initiative, die Israel isolieren will – sympathisieren. Sind manche deutsche Hilfsorganisationen in dem Punkt naiv?

Felix Klein: Das Problem stellt sich jedem, der im Westjordanland und im Gazastreifen humanitäre oder Aufbauhilfe leisten will. Oftmals sind die Organisationen, auf die man vor Ort angewiesen ist, israelfeindlich und auch antisemitisch. Umso stärker muss man dann hinschauen, mit wem man sich zusammentut. Da wünsche ich mir insbesondere auch bei kirchlichen Hilfswerken wie „Brot für die Welt“ und „Misereor“ eine größere Sensibilität. Sie könnten zum Beispiel fordern, dass sie Antisemitismus bei Projektpartnern nicht akzeptieren. Das könnte man in Arbeits- und Projektverträgen festhalten. (epd/mig 16)

 

 

 

Bottrop, Rheine, Amberg. Das passiert, wenn Täter „Deutsche“ und Opfer „Ausländer“ sind – und umgekehrt

 

In Bottrop, Rheine und Amberg wurden zur Jahreswende Straftaten verübt. Die Reaktionen darauf waren unterschiedlich – abhängig davon, ob die Tatverdächtigen und Opfer Deutsche oder „Ausländer“ waren. Von Birol Kocaman

 

Das neue Jahr hat angefangen, wie 2018 zu Ende ging: denkbar schlecht. Vor allem wenn man einen Migrationshintergrund hat und sich in besonderer Weise betroffen fühlt.

Ein 50-Jähriger ist im Ruhrgebiet in der Silvesternacht mit seinem Auto in Bottrop und Essen mehrfach in Menschenmengen gerast. Inzwischen ist bekannt, dass er aus fremdenfeindlichen Motiven handelte. Bei seiner Festnahme und später beim Verhör soll er sich offen fremdenfeindlich geäußert haben. Der Amokfahrer erwischte mindestens vier Menschen, darunter auch syrische und afghanische Staatsangehörige, die zum Teil schwer verletzt wurden.

Nur wenige Tage zuvor (29.12.) hatte ein 31-Jähriger mit Bomberjacke in Rheine im Münsterland in einer Pizzeria auf zwei Gäste mit Messer eingestochen. Die beiden Opfer wurden schwer verletzt. Bilder einer Sicherheitskamera zeigen die kaltblütige und abscheuliche Tat – nichts für schwache Nerven. Anschließend flüchtete der Täter in die daneben liegende Gaststätte. Dort soll er mit dem Messer eine weitere Person, einen 24-jährigen Libanesen, verletzt haben.

Wenige Stunden nach dieser Tat lieferten sich vier alkoholisierte Asylbewerber zwischen 17 und 19 Jahren im bayerischen Amberg eine Schlägerei mit mehreren Passanten. Sie sollen auf die Menschen losgegangen sein. Dabei wurden mehre Personen leicht verletzt.

Entscheidend ist die Herkunft

Und als ob diese Taten nicht traurig genug gewesen wären, haben Reaktionen darauf den guten Start ins neue Jahr vollends verdorben. Ob und welche Emotionen eine Untat in der Breite hervorruft, hängt in Deutschland offenbar davon ab, ob Täter und Opfer als Deutsche oder als Fremde wahrgenommen werden.

So hat lediglich die Prügeltour der vier Asylbewerber hohe Wellen geschlagen. So sehr, dass der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) die Stadt besuchte. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) zeigte sich im Boulevardblatt „Bild“ „sehr aufgewühlt“ und kündigte sogar Gesetzesverschärfungen an. Das Papier hatte der Untat in Amberg die ganze Seite zwei gewidmet. Zum Vergleich: Die Amokfahrt mit mehreren schwer verletzten Personen musste sich mit einer kleinen Ecke unten links begnügen. Gesetzesverschärfungen im Hinblick auf die rassistisch motivierte Amokfahrt forderte Seehofer nicht. Die schockierenden Szenen aus der Rheiner Pizzeria schafften es – trotz Bild-Material – nur in die Regionalausgabe des Springer-Blattes.

Typisch psychisch

Die Sicherheitsbehörden attestierten dem Amokfahrer und dem Messerstecher aus der Pizzeria – sicher Zufall – psychische Störungen. Es gebe „Anhaltspunkte dafür, dass der Beschuldigte psychisch erkrankt sein könnte“, erläuterte der Oberstaatsanwalt nur 14 Stunden nach dem Messerangriff in Rheine. Und nur 13 Stunden nach der Amokfahrt im Ruhrgebiet teilten Staatsanwaltschaft und Polizeipräsidium auch dort mit, dass den „Ermittlungsbehörden erste Informationen über eine psychische Erkrankung des Fahrers“ vorliegen. Über etwaige psychische Störungen der vier Jugendlichen aus Amberg, von denen mindestens drei aus dem Bürgerkriegsland Afghanistan geflüchtet sind, spekulierten Staatsanwälte und Polizei hingegen nicht.

Im Artikel 3 des Grundgesetzes steht, dass niemand wegen seiner Abstammung oder seiner Heimat und Herkunft anders behandelt werden darf. Das Grundgesetz ist ein Abwehrrecht der Menschen gegenüber dem Staat und es formuliert keine Bitte, sondern ein Befehl. Der Staat hat Menschen gleich zu behandeln. Punkt. Mit Staat sind auch Staatsanwälte, Polizei und Minister gemeint. MiG 8

 

 

 

Gewalt in der häuslichen Pflege vorbeugen

 

Neuer ZQP-Ratgeber „Gewalt vorbeugen. Praxistipps für den Pflegealltag“ vermittelt pflegenden Angehörigen Tipps, wie sie mit Aggressionen in der Pflege umgehen und Gewalt verhindern können. Berlin - Die neue Pflegestatistik zeigt: Über 1,7 Millionen pflegebedürftige Menschen werden in Deutschland ausschließlich durch Angehörige versorgt. Die oft sehr aufwendige häusliche Pflege kann viel Kraft kosten und mitunter zu Konflikten führen – gerade auch bei der Betreuung von Menschen mit Demenz. Dabei können Konflikte und Aggressionen zum Beispiel zwischenmenschlich eskalieren oder sich auch aus dem Krankheitsbild des pflegebedürftigen Menschen ergeben. Sowohl Pflegebedürftige als auch pflegende Angehörige können in einer Pflegesituation also von Gewalt betroffen sein.

Wie wichtig Gewaltprävention in der Pflege ist, verdeutlicht eine Analyse der Stiftung Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP). Für die Studie wurden über 1.000 pflegende Angehörige zu ihren Erfahrungen mit Konflikten und Gewalt in der häuslichen Pflege rückblickend auf die letzten sechs Monate befragt. Unter anderem berichteten 47 Prozent der Teilnehmer, von psychischem oder körperlichem Gewaltverhalten ihres pflegebedürftigen Angehörigen betroffen gewesen zu sein; 40 Prozent gaben an, dass sie selbst schon gewaltsam gegenüber dem Pflegebedürftigen gehandelt hatten.

Vor diesem Hintergrund gibt die Stiftung nun einen kostenlosen Ratgeber heraus, der Basiswissen und Praxishinweise in einfachen Worten vermittelt. „Wir möchten pflegende Angehörige mit praktischen Tipps dabei unterstützen, Risiken für Eskalationen und Gewalt zu erkennen, zu verstehen und mit pflegetypischen Konflikten möglichst gut umgehen zu können“, erklärte Dr. Ralf Suhr, Vorstandsvorsitzender des ZQP, anlässlich der Vorstellung der Broschüre in Berlin.

Der Ratgeber gibt zunächst Antworten auf grundlegende Fragen, zum Beispiel was genau Gewalt in der Pflege bedeutet, warum sie vorkommt und welche Grundregeln beachtet werden sollten, um vorbeugen zu können. Außerdem bietet die Broschüre viele praktische Empfehlungen, unter anderem wie man das Selbstwertgefühl pflegebedürftiger Menschen stärken, herausforderndem Verhalten von Menschen mit Demenz begegnen und akute Aggressionen entschärfen kann.

Angehörige erfahren in dem Heft zudem, wie sie mit eigener Wut umgehen, Überlastung erkennen und ihre Gesundheit schützen können. Dazu gehört, sich bewusst Auszeiten von der Pflege zu organisieren – auch wenn es schwerfällt. Pflegende sollten prüfen inwieweit sie andere Familienmitglieder oder enge Freunde auf Unterstützung ansprechen können. Außerdem ist es möglich, die Pflege teilweise, vorübergehend oder auch dauerhaft auf professionelle Pflegeangebote zu übertragen.

Falls sich Angehörige bereits in einer schwierigen gewaltnahen Situation befinden, über die sie mit jemandem direkt sprechen wollen, hält der Ratgeber Kontaktinformationen zu Beratungseinrichtungen bereit, die auf das Thema Gewalt in der Pflege spezialisiert sind.

„Es ist eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe, Pflegebedürftige und Angehörige besser zu unterstützen und vor Gewalt zu schützen. Denn das Thema ist schambesetzt und wird darum leider häufig unter den Teppich gekehrt. Auch in den Familien wird teilweise ungern nachgefragt, selbst wenn man sieht, dass etwas grundsätzlich aus dem Ruder läuft. Damit wird aber die Chance auf Hilfe vertan“, erklärt Suhr, warum sich das ZQP seit Jahren intensiv für Aufklärung und Wissensvermittlung bei dem Thema engagiert.

Der neue ZQP-Ratgeber „Gewalt vorbeugen. Praxistipps für den Pflegealltag“ ist vom Netzwerk Patienten- und Familienedukation e.V. und der Universität Witten/Herdecke im Broschüren-Wettbewerb für Informationsschriften für Patienten ausgezeichnet worden: patientenedukation.de/weiterlesen/archiv/broschuerenwettbewerb-2018

Der Ratgeber ist Teil einer Publikationsreihe, die Angehörigen fundierte, alltagstaugliche Tipps für verschiedene Aspekte der häuslichen Pflege an die Hand gibt. Druckausgaben können kostenlos über die Webseite des ZQP bestellt, die vollständige PDF-Datei direkt heruntergeladen werden: www.zqp.de/bestellen. Mehr zu diesem Ratgeber und anderen Angeboten der Stiftung gibt es auch auf www.zqp.de. GA 9

 

 

 

Studie. Medien berichteten während der „Flüchtlingskrise“ nicht ausgewogen

 

Medien haben einer Studie zufolge über die sog. „Flüchtlingskrise“ nicht ausgewogen berichtet. Anfangs habe man überwiegend positiv, später überwiegend negativ berichtet.

Die Berichterstattung führender deutscher Medien während der sog. „Flüchtlingskrise“ 2015 und 2016 ist einer neuen Studie zufolge nicht ausgewogen gewesen. Eine Forschergruppe um den Mainzer Publizistik-Professor Marcus Maurer entkräftet mit den vorgelegten Daten zugleich die unter Bundesbürgern verbreitete These, die Leitmedien hätten problematische Aspekte der Zuwanderung ausgeblendet. Während Fernsehen und überregionale Zeitungen den nach Deutschland geflohenen Menschen anfangs überwiegend sehr positiv gegenüberstanden, sahen dieselben Redaktionen demnach in den stark gestiegenen Zuwandererzahlen meist eine Gefahr und nur selten eine Chance für Deutschland.

„Wir haben sehr gemischte Befunde“, sagte Maurer dem „Evangelischen Pressedienst“. Für die von der Fachzeitschrift „Publizistik“ veröffentlichte Arbeit hatte er mit seinen Kollegen die Berichte der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“, der „Süddeutschen Zeitung“ sowie von „Bild“ und die Hauptnachrichtensendungen von ARD, ZDF und RTL aus dem Zeitraum von Mai 2015 bis Januar 2016 untersucht.

Wende nach Kölner Silvesternacht

In der Studie konnten die Wissenschaftler vom Institut für Publizistik der Mainzer Johannes-Gutenberg-Universität insbesondere den Vorwurf entkräften, Medien hätten die Zusammensetzung der Flüchtlinge falsch dargestellt und überproportional häufig über Frauen und Kinder berichtet. Diese Kritik treffe allein auf die „Tagesschau“ zu. Deren Berichterstattung habe „tatsächlich überwiegend den Eindruck vermittelt, dass es sich bei den Zuwanderern vor allem um Frauen und Kinder handele“.

Die Kriminalität von Zuwanderern sei 2015 vergleichsweise wenig von den Medien thematisiert worden. Nach den sexuellen Übergriffen auf Frauen in der Kölner Silvesternacht habe sich dies jedoch schlagartig geändert und ins Gegenteil umgekehrt. Selbst ohne Berücksichtigung der Vorgänge in Köln habe es in den untersuchten Medien im Januar 2016 doppelt so viele Berichte über andere Straftaten von Zuwanderern gegeben wie im gesamten Jahr 2015.

Große Unterschiede zwischen Medien

Allen Medien mit Ausnahme von „Bild“ bescheinigen die Forscher, dass die nach Deutschland eingereisten Flüchtlinge im Jahr 2015 zunächst fast ausschließlich positiv dargestellt wurden. Besonders stark sei diese Tendenz in der Berichterstattung der drei Fernsehsender zu sehen. Lediglich in der „Bild“ hätten sich positive und negative Darstellungen von Flüchtlingen die Waage gehalten. Nach der Entscheidung von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), im September 2015 die deutschen Grenzen für Asylbewerber nicht zu schließen, habe die „Medieneuphorie“ merklich nachgelassen.

Große Unterschiede zwischen den Medien fanden die Forscher, als sie die Berichte darauf untersuchten, ob eher die Bedürfnisse der Flüchtlinge oder die der einheimischen Bevölkerung in den Vordergrund gerückt wurden. Die Differenzen erklärte Maurer mit unterschiedlichen redaktionellen Leitlinien. Die hätten sich nicht nur in Kommentaren, sondern auch in den nachrichtlichen Berichten widergespiegelt. „Wir sind längst in einer Zeit, in der sich Kommentar und Nachricht vermischt haben“, sagte er. (epd/mig 14)

 

 

 

Den Rechtspopulisten das Geschäft verderben

 

Die Linke muss sich den Sorgen über Einwanderung stellen. Von Sheri Berman

Das linke Lager steht ebenso wie die westlichen Demokratien im Allgemeinen zwei zentralen Herausforderungen gegenüber. In wirtschaftlicher Hinsicht ist es inzwischen allgemein Konsens, dass sich die Linke zu sehr in eine neoliberale Richtung bewegt hat. Sie muss jetzt ihren Kurs ändern, um die steigende Ungleichheit zu bekämpfen, die soziale Mobilität zu verbessern und den Wohlfahrtsstaat zu stärken. Bei den sozialen Themen, insbesondere bei der Einwanderung und der nationalen Identität, hat es allerdings keine vergleichbare Neubewertung gegeben. Allein der Vorschlag, eine solche sei nötig, provoziert oft heftige Reaktionen.

So haben Tony Blair, Hillary Clinton und Matteo Renzi die europäische Linke im Guardian dazu gedrängt, ihre Einstellung zur Einwanderung zu überdenken. Blair argumentierte: „Man muss die berechtigten Sorgen wahrnehmen und auf sie reagieren. Wenn man keine starke Position zur Einwanderung vertritt, kann man sich heute in Europa nicht mehr zur Wahl stellen, da sich die Menschen über dieses Thema Sorgen machen.“ Auch Clinton drängte Europa, „sich um die Migration zu kümmern, da diese den Brand entzündet hat“. Nicht alle, die in den Westen einwandern möchten, sollten dies auch tun könnten, „außer sie haben Anrecht auf Asyl, das bei uns seit Hunderten von Jahren gesetzlich verankert ist“. Auf jeden Fall müssten diejenigen, die unsere nationale Sicherheit bedrohen, abgewiesen werden. Die Migranten, die bereits hier sind, sollten die Sprache lernen, Steuern zahlen, Gesetze befolgen und sich in der Schlange hinten anstellen. Die Reaktion auf diese Aussagen kam schnell und drastisch. So laute eine Schlagzeile: „Hillary Clintons kalter Pragmatismus spielt der extremen Rechten in die Hände“.

Ein ähnlicher Sturm der Entrüstung blies über einen Artikel von Andrea Nagle hinweg, in dem sie die Einstellung der amerikanischen Linken zur Einwanderung kritisierte. Sie zeigte, dass die Linke mit dem Protestruf „Kein Mensch ist illegal“ implizit die moralische Forderung nach Abschaffung der Grenzen und souveränen Nationen unterstützt – eine Position, die allgemein mit politisch rechts stehenden Verfechtern des freien Marktes in Verbindung gebracht wird. „Aber welche Auswirkungen hätte eine ungehinderte Einwanderung auf die allgemeine öffentliche Gesundheitsversorgung, die Ausbildung oder eine staatliche Arbeitsplatzgarantie? Und wie können die Progressiven diese Ziele auf überzeugende Weise in der Öffentlichkeit präsentieren?“ Auch Nagle wurde mit Erwiderungen wie „Unter Linken darf Nationalismus keinen Platz haben“ konfrontiert.

Solche Reaktionen helfen der Linken nicht. Sie hindern sie vielmehr daran, der Bedrohung von rechts zu begegnen, da sie die Sorgen der Wählerinnen und Wähler nicht berücksichtigen, sondern ignorieren. Sowohl in den Vereinigten Staaten als auch in Europa ist die Einwanderung für die Wähler eines der wichtigsten Themen. In den meisten Ländern ist eine Mehrheit dafür, sie zu begrenzen. Und was noch besorgniserregender ist: Viele Bürgerinnen und Bürger sagen, Einwanderung würde ihr Land auf eine Art verändern, die sie nicht mögen. Viele linke Wählerinnen und Wähler meinen, die Position ihrer Parteien gegenüber Einwanderung unterscheide sich von ihrer eigenen. Probleme können nicht gelöst werden, wenn man sich ihnen nicht stellt. Will die Linke die Sorgen über die Einwanderung und ihre Vereinnahmung durch die Rechte entkräften, muss sie bessere Argumente und Maßnahmen finden als bisher.

Einige dieser Sorgen sind wirtschaftlicher Natur. Einwanderung, ebenso wie die Globalisierung und der technologische Wandel, ist im Ganzen betrachtet für die Gesellschaft positiv. Doch werden ihre Vorteile vor allem in kosmopolitisch-städtischen Gebieten mit hoch gebildeten Eliten wahrgenommen, während sich die Nachteile am stärksten im ländlichen Raum und in anderen Gebieten zeigen, in denen weniger gebildete und qualifizierte Arbeiterinnen und Arbeiter leben. Es gibt Hinweise darauf, dass die Menschen in niedrig qualifizierten Beschäftigungsverhältnissen den Wettbewerb mit den (ebenfalls gering qualifizierten) Neueinwanderern um wirtschaftliche Ressourcen am stärksten spüren. Dies könnte daran liegen, dass das Angebot an gering qualifizierten Arbeitnehmern durch die Einwanderung stärker gesteigert wurde als das an Hochqualifizierten und dass ordentlich bezahlte Arbeitsplätze für weniger gut ausgebildete Menschen heutzutage selten sind.

In Zeiten steigender wirtschaftlicher Risiken und sparsamer Regierungen machen sich die Bürger tendenziell auch Sorgen über die fiskalen Belastungen durch die Einwanderung. Laut Arlie Hochschild, Katherine Cramer und anderen lehnen insbesondere Arbeiter und andere Mitglieder des „Prekariats“ Neuankömmlinge ab, die sich ihrer Ansicht nach bei Sozialleistungen „vordrängeln“. Wie es in einem Bericht über die Lage in Deutschland und Frankreich ausgedrückt wurde: „So lange die Menschen Angst vor ihrer Zukunft haben, werden sie auch skeptisch sein, Fremden zu helfen.“ Entsprechend geben Wählerinnen und Wähler oft „überforderte öffentliche Dienste“ oder finanzielle Aspekte als Gründe dafür an, dass sie Einwanderung ablehnen.

Neben wirtschaftlichen Sorgen muss die Linke auch Ängsten über die Assimilierung und die Bedrohung der nationalen Identität ins Auge sehen. In den letzten Jahren sind Einwanderer aus sehr unterschiedlichen Kulturen gekommen und dies in nie dagewesener Anzahl. Sogar in den USA, die eine lange Einwanderungsgeschichte haben, kam es zu Rückschlägen, als die Einwanderung das heutige Niveau erreichte. Auch wenn viele Mitglieder der linken Elite die Nation als ein rückständiges oder gar gefährliches Konstrukt betrachten, sind die meisten Bürgerinnen und Bürger anderer Meinung. Die Europäer sind weiterhin stolz auf ihre nationalen Identitäten und glauben, „für das Wohl unseres Landes ist es erforderlich, dass sich Einwanderer an die Sitten und Traditionen dieses Landes anpassen“. Laut Wissenschaftlern sind Sorgen und Ängste über die sozialen und kulturellen Folgen der Einwanderung ein entscheidender Einflussfaktor auf die Einstellung gegenüber der Einwanderung – vielleicht sogar der größte.

Berücksichtigt man diese Sorgen, bedeutet dies nicht automatisch, dass man damit die Fremdenfeindlichkeit oder den Rassismus der populistischen Rechten übernimmt oder „normalisiert“. Es ist nicht das Gleiche, populistische Parteien abzulehnen oder schlicht die Sorgen zu ignorieren, von denen sie leben. Es ist die Aufgabe der linken Parteien und der Demokratie im Allgemeinen, Erklärungen und Lösungen für gesellschaftliche Probleme und Unzufriedenheit anzubieten. In der Vergangenheit hat die Tendenz, die Sorgen über die Einwanderung und die nationale Identität zu ignorieren oder herunterzuspielen, nicht dazu beigetragen, das Wachstum des Populismus zu stoppen. Vielmehr könnte diese Entwicklung den Aufstieg der Rechten sogar noch beschleunigt haben, weil die Populisten diese Themen so noch stärker ausbeuten konnten.

Glücklicherweise entwickelt sich gerade ein „Rückschlag gegen den Rückschlag“ und so bekommen diese Themen immer mehr Beachtung. Neben Blair, Clinton, Renzi und Nagle haben auch John Judis, Francis Fukuyama, William Galston, Michael Bröning und andere Autorinnen und Autoren kluge Bücher und Artikel über Einwanderung und die nationale Identität geschrieben. Die Linke darf solche Ideen und Handlungsvorschläge – und die Sorgen und Ängste ihrer Wählerinnen, Wähler und der anderen Bürger – nicht ignorieren. Sie muss sich mit ihnen beschäftigen. Ein entscheidendes Merkmal populistischer Wähler ist die Überzeugung, Politiker, Parteien und Regierungen würden sich nicht um sie kümmern. Um diese Überzeugung im Allgemeinen und die Ängste vor Einwanderung sowie vor der Bedrohung der nationalen Identitäten im Besonderen zu entkräften, muss die Linke unverkennbare, positive und praktikable Antworten auf die Einwanderung finden. Nur so kann sie den dystopischen Konzepten der Rechten etwas entgegensetzen. Tut sie dies nicht, überlässt die den Rechten die Definition und die Ausrichtung der Debatte.

Diejenigen, die immer noch skeptisch sind, sollten sich an die eigene Geschichte der Linken erinnern. Vor etwa einem Jahrhundert, kurz vor dem Ersten Weltkrieg und der schlimmsten Periode der europäischen Geschichte, wurde die internationale sozialistische Bewegung zerstört und viele ihrer Parteien auf tragische Weise durch den Nationalismus gespalten. Zwar befinden wir uns momentan nicht an einem derart kritischen Wendepunkt. Damit wir uns nicht in diese Richtung bewegen, muss die Linke aber die Sorgen und Ängste der heutigen Gesellschaften erkennen und auf sie reagieren.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff. SE/IPG 15

 

 

 

Nebenan. Aufbruch der Populisten

 

Die AfD hat mit Lucke und Petry bereits zwei Führungskräfte in inneren Machtkämpfen relativ unbeschadet vergrätzt. Mit dem Weggang des politischen Amokläufers Poggenburg steht die AfD diesmal aber erstmals als vergleichsweise vernünftig da. Das könnte gefährlich werden. Von Sven Bensmann

 

Ohje, was waren das für ein paar ereignisreiche Tage, Kaum zwei Wochen ist dieses Jahr alt und schon hat ein Deutscher mit seinem Automobil made in Germany Frauen und Kinder niedergemäht, denen er einen signifikanten Mangel an Deutschtum unterstellte – worüber wir aber ganz schnell wieder hinweg waren, als bekannt wurde, dass sich ein paar Betrunkene geschlagen haben. Betrunkene! Wann wäre sowas je vorgekommen? Immerhin waren Ausländer dabei, also konnten unsere ach so linksgrün-versifften Medien dem, was offenkundig die Tat eines Verwirrten war – und nicht etwas Terrorismus, da der Autofahrer ja nicht muslimischen Glaubens war – schnell den Rücken zukehren und mit den Wölfen der AfD über kriminelle Ausländer heulen.

Deus lo vult!

Apropos AfD. Da hat sich ja jetzt ein Spitzenmann aus der Partei verabschiedet, um seine ganz eigene, offen faschistoide Partei in der Tradition der NSDAP zu gründen. Mit der will er der AfD das Wasser abgraben, bei der er in Ungnade gefallen ist, weil er bei dieser einen gefährlichen „Linksruck“ feststellte. Sicher, wer in der SPD linksradikale Kräfte entdeckt, kann auch in der AfD einen Linksruck ausmachen. Dass dieser Linksruck aber darin besteht, sich per Lippenbekenntnis auf den Boden des Grundgesetzes zu stellen, um nicht auch offiziell als die Verfassungsfeindin gelistet zu werden, die sie ist, ist aber schon beachtlich. Gerade wenn man bedenkt, dass die AfD ja ohnehin nicht rechtsextrem ist und es in der AfD auch gar keine Nazis gibt. Das hat sie uns ja schließlich immer weismachen wollen.

Poggenburgs neue Partei sucht dann auch gleich den Schulterschluss mit einer anderen Gruppe, in der sich „Keine Rassisten, aber“ versammeln. Pegida, mittlerweile selbst manchem in der AfD zu weit rechts, und doch nur eine Gruppe besorgter Bürger, mit der man vernünftig reden kann und muss, gerade wenn man in der SPD ist, soll Poggenburg nämlich zum Durchbruch verhelfen.

Passend zu den Landtagswahlen im Osten der Republik deutet sich damit genau die Entwicklung an, die noch immer ein großes Problem der Rechtsekzemen war: Viele wollen – aber nur einer kann – der größte Führer sein. Und so schafft sich eben jeder, der sich dafür hält, früher oder später sein eigenes Lager loyaler Nullen und verkleinert so das Lager der anderen. Die AfD hat mit Lucke und Petry bereits zwei Führungskräfte in inneren Machtkämpfen vergrätzt, die beide anschließend eine neue Partei gegründet haben. Sie beide mussten letztendlich scheitern, weil sie für die, die sie für die „Vernünftigen“ in der Partei hielten, eine Heimat bilden wollten und dabei der Fehleinschätzung erlagen, es gäbe eine signifikante Anzahl von Parteigängern mit einem Minimum an Vernunft – und weil sie die innerparteiliche Dynamik der AfD nicht verstanden haben.

Für die AfD gefährlich ist jedoch, dass diesmal sie selbst neben dem politischen Amokläufer Poggenburg und seinem Aufbruch der Idioten als vergleichsweise vernünftig dasteht. Wer noch bereit ist die AfD zu wählen, wird im Zweifel aber immer den größeren Spinner mit den dreisteren Lügen wählen: Zwei Monate Wahlkampf in Sachsen und die AfD könnte vielen früheren Sympathisanten als Systempartei gelten, die im Auftrag der Juden die Bewegung verraten und ruhigstellen soll, die fake News im Auftrag von Merkel verbreitet und insgeheim die Umvolkung der Deutschen betreibt.

Die Talkshows der vom rechten Lager so verteufelten Öffentlich-Rechtlichen wird diesen Theorien sicher wieder ausreichend Platz einräumen. Immerhin gibt es ja nichts wichtigeres zu diskutieren. MiG 15

 

 

 

Die Zukunft der Arbeit neu denken

 

Auf die Digitalisierung müssen Gewerkschaften mit Mut und Tatkraft reagieren. Gründe für Optimismus gibt es genügend. Von Bruno Dobrusin

 

Über die „Zukunft der Arbeit“ ist schon eine Menge geschrieben worden und vieles davon ist eine düstere Lektüre. Studie über Studie prognostiziert, dass die Automatisierung komplette Branchen auf den Kopf stellen und zu Millionen von Arbeitslosen führen wird. Ein wissenschaftlicher Aufsatz aus dem Jahre 2013 von zwei Oxford-Professoren legte sogar nahe, dass Maschinen innerhalb von „ein oder zwei Jahrzehnten“ 47% aller Arbeitsplätze in den USA ersetzen könnten.

Folgerungen wie diese nähren das Narrativ, dass die Zukunft zwangsläufig durch Erwerbslosigkeit bestimmt sein wird. Und doch wird diese Sicht in erster Linie durch den Unternehmenssektor propagiert und durch negative Trends in der sogenannten „Gig Economy“ gestützt; Arbeitnehmer und Gewerkschaften spielen bisher in dieser Diskussion kaum eine Rolle. Würde sich das ändern, könnte die Zukunft der Arbeit ganz anders aussehen.

Drei häufige Annahmen verzerren die Prognosen zu den Auswirkungen der Automatisierung auf die Beschäftigung. Um die Rechte der Arbeitnehmer zu schützen und die fatalistische Handlungslinie des vorherrschenden Narrativs zu ändern, ist es wichtig, sich mit jeder dieser Annahmen auseinanderzusetzen.

Die erste Annahme ist, dass in naher Zukunft vollautomatische Arbeitsplätze die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer verdrängen werden. Diese Sicht ist wenig mehr als eine Mutmaßung und selbst Nutzer identischer Daten können zu unterschiedlichen Schlussfolgerungen kommen. So ergab eine McKinsey-Studie aus 2017, die sich auf ähnliche Datensätze stützte wie die Untersuchung des Jahres 2013 aus Oxford, dass nur 5% der Arbeitsplätze in den USA vollständig automatisiert werden könnten, aber das etwa 60% der amerikanischen Arbeitsplätze teilautomatisiert werden könnten. Anders ausgedrückt: Automatisierung bedeutet nicht, dass menschliche Arbeit verschwinden muss, sondern lediglich, dass sie produktiver werden könnte.

Wenn überhaupt, unterstreichen aktuelle Trends, warum es wichtig ist, die Einbindung der Technologie in Unternehmensprozesse zu demokratisieren. Wenn Großunternehmen Innovationen zur Beschleunigung der Produktion einführen – wie etwa Handscanner zur Zeitkontrolle von Lagerarbeitern in Amazons Betriebsanlagen –, kann die unbeabsichtigte Folge ein Produktivitätsrückgang sein. Für viele Arbeitnehmer ist die Art und Weise, wie eine Technologie eingeführt wird, relevanter als die Technologie selbst.

Die zweite Annahme ist, dass die meisten Arbeitnehmer nicht von der Automatisierung profitieren werden. Doch es sind Menschen und Politik – nicht Maschinen –, die darüber entscheiden werden, wie es den Arbeitnehmern ergeht. Wenn wir akzeptieren, dass die Technologie die Gesamtproduktivität erhöhen wird (ein angesichts des niedrigen Produktivitätswachstums in den OECD-Ländern während des vergangenen Jahrzehnts weiterhin umstrittener Punkt), könnten sich Arbeitnehmer und Politiker darauf konzentrieren, für eine bessere Vereinbarkeit von Berufs- und Privatleben einzutreten. Der Kampf um einen Achtstundentag wurde vor mehr als einem Jahrhundert geführt und die durch die aktuelle Diskussion geschaffenen Räume ermöglichen Verhandlungen über eine kürzere Arbeitswoche. Einige Gewerkschaften führen bereits entsprechende Verhandlungen; weitere dürften folgen.

Und schließlich ist die Automatisierung trotz des Hype nicht das drängendste Problem für die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer. Technologie kann disruptiv sein, doch die größten Sorgen für die Arbeitnehmer sind heute die Probleme, die sie am unmittelbarsten spüren: Unterbeschäftigung, prekäre Beschäftigungsverhältnisse und stagnierende Löhne. Laut dem „World Employment Social Outlook“ 2018 der Internationalen Arbeitsorganisation sind weltweit 1,4 Milliarden Menschen in „prekären Formen der Beschäftigung“ im informellen Sektor tätig. 192 Millionen sind arbeitslos.

Natürlich bringen die heutigen neuen Technologien Nachteile für die Arbeitnehmer mit sich. Das war schon immer so und die Menschen werden auch weiterhin aus einem Wirtschaftssektor in einen anderen verdrängt werden. Doch während die technologische Innovation neue Chancen eröffnet, zeigt insbesondere die heutige „Gig Economy“, wie sie zugleich die Rechte der Arbeitnehmer schwächen und die wirtschaftliche Unsicherheit steigern kann. Die Befürchtungen der Arbeitnehmer sind real und darum kämpft die Arbeiterbewegung darum, Arbeitnehmer in prekären Situationen zu verteidigen. Die Ausweitung des derzeit bei klimabezogenen Verwerfungen herangezogenen Konzepts eines gerechten Übergangs (just transition) auf technologiebedingte Umwälzungen wäre eine sinnvolle Neuerung, um sicherzustellen, dass durch die Automatisierung niemand abgehängt wird.

Nicht akzeptieren freilich sollten wir das angstbestimmte Narrativ einer beschäftigungslosen Welt. Technologie und wirtschaftliche Entwicklung sind umkämpfte Bereiche. Die Gewerkschaften sollten sich darauf konzentrieren, die Arbeitsbedingungen zu verbessern, die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer in neuen Branchen gewerkschaftlich zu organisieren und die autoritären Geschäftsmodelle in Frage zu stellen, die den Beschäftigten kaum Mitspracherechte über die Funktionsweise ihrer Unternehmen einräumen.

Es gibt bereits erste positive Signale. Der gewerkschaftliche Organisationsgrad im Dienstleistungssektor nimmt zu. In einigen der weltgrößten Konzerne fordern die Arbeitnehmer inzwischen eine bessere Bezahlung ein. Und in den USA verlangen viele Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer inzwischen ein das Existenzminimum abdeckendes Gehalt – und erhalten es oft auch. Der nächste Schritt besteht darin sicherzustellen, dass die Auswirkungen der Automatisierung bei den Bemühungen, Arbeitnehmer gewerkschaftlich zu organisieren, eine deutlichere Rolle spielen. Die Zukunft der Arbeit ist nicht vorherbestimmt; diese Geschichte wird gerade geschrieben. Die wichtigste Frage ist wie immer, wer den Kugelschreiber in der Hand hat.

Aus dem Englischen von Jan Doolan. PS/IPG 15

 

 

 

Altersmigration. Mehr deutsche Rentner leben im Ausland

 

Immer mehr deutsche Rentner ziehen es vor, ihren Lebensabend nicht in Deutschland zu verbringen. Allein im Jahr 2017 zogen mehr als 3.000 Rentner ins Ausland. Die Lebenserhaltungskosten spielen eine wesentliche Rolle.

Die Zahl der im Ausland lebenden deutschen Rentner ist weiter gestiegen. Im Jahr 2017 hatten knapp 237.000 Ruheständler ihren Wohnsitz außerhalb Deutschlands, rund 3.000 mehr als im Jahr davor, wie ein Sprecher der Deutschen Rentenversicherung dem „Evangelischen Pressedienst“ mitteilte.

Die meisten der Rentner leben in den deutschen Nachbarländern oder in Nordamerika. Beliebtester Altersruhesitz ist die Schweiz, wo 26.197 Bundesbürger in Rente leben, gefolgt von Österreich und den USA mit jeweils rund 24.300 Ruheständlern.

Osteuropa beliebt

Den stärksten Zuwachs erfuhren jedoch andere Staaten, vor allem in Osteuropa. Die Zahl deutscher Rentner in Ungarn ist laut Rentenversicherung um 7,5 Prozent auf 4.803, in Tschechien um 5,3 Prozent auf 2.783 und in Polen um 5,1 Prozent auf 6.567 gestiegen. Thailand verzeichnete ein Plus von sechs Prozent. Dort leben inzwischen 5.415 deutsche Rentner.

In den Ländern mit den höchsten Zuwächsen seien die Lebenshaltungskosten deutlich geringer als in Deutschland, hieß es. Einen Rückgang bei den Zahlen deutscher Rentner hätten dagegen Länder wie die USA, Kanada, Großbritannien und Australien verbucht, die deutlich teurer seien. (epd/mig 16)

 

 

 

Stellenausschreibungen/vacancies am IMIS

 

Am Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien (IMIS) sind zum nächstmöglichen Zeitpunkt drei Stellen als wissenschaftliche Mitarbeiterinnen/wissenschaftliche Mitarbeiter (Entgeltgruppe 13 TV-L, 70 %)

im Rahmen der aus dem Niedersächsischen Vorab der VolkswagenStiftung finanzierten Nachwuchsgruppe ›Die wissenschaftliche Produktion von Wissen über Migration‹ für fünf Jahre zu besetzen.

 

Die interdisziplinäre Nachwuchsgruppe ›Die wissenschaftliche Produktion von Wissen über Migration‹ untersucht die Produktion und Zirkulation von Wissen über die räumliche Bewegung von Menschen an der Schnittstelle von Wissenschaft, Politik und Gesellschaft. Im Zentrum der gemeinsamen Arbeit steht die kritische Reflexion von Ordnungskategorien, Begriffen und Daten, die den Umgang mit Migration und Mobilität anleiten und strukturieren, aktuell wie historisch. Die Nachwuchsgruppe nimmt dazu Anregungen aus der neueren Wissens- und Wissenschaftsforschung auf. Sie untersucht die Produktion von Migrationswissen als einen situierten, in spezifische Praktiken, Netzwerke und Institutionen eingelassenen Prozess. Ein besonderes Interesse gilt dabei transnationalen Austauschbeziehungen und Akteuren.

 

Ihre Aufgaben:

*      Entwicklung und Bearbeitung eines innovativen Einzelprojekts im Rahmen der aus insgesamt fünf wissenschaftlichen Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern (Promovierende und PostDocs) bestehenden Nachwuchsgruppe ›Die wissenschaftliche Produktion von Wissen über Migration‹

*      Entwicklung und Bearbeitung gemeinsamer Forschungsaktivitäten der Nachwuchsgruppe

*      Konzeptionelle und inhaltliche Kooperation mit den beteiligten Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern am IMIS, vor allem aus den Disziplinen Geographie, Geschichtswissenschaft, Rechtswissenschaft und Soziologie

 

Einstellungsvoraussetzungen:

*      überdurchschnittlich abgeschlossenes wissenschaftliches Hochschulstudium in den Sozial-, Kultur-, Geistes- oder Rechtswissenschaften

*      bei der Bewerbung als PostDoc:

sehr gute Promotion in einer sozial-, kultur-, geistes-  oder rechtswissenschaftlichen Disziplin

*      sehr gute Kenntnisse der Migrationsforschung, ihrer Theorien und ihrer empirischen Methoden

*      sehr gute Englischkenntnisse und gute Deutschkenntnisse

 

Idealerweise verfügen Sie über:

*      Arbeitserfahrung in kollaborativen wissenschaftlichen Projekten

*      Erfahrung und Bereitschaft zur interdisziplinären und internationalen Forschung

*      Leidenschaft für die kritische Reflexion der eigenen Wissensproduktion

*      hohes Kommunikationsvermögen

 

Wir bieten Ihnen:

*      einen interdisziplinären Arbeitszusammenhang an einem national und international etablierten und bestens vernetzten Forschungszentrum, das diversitätsbewusst agiert

*      die Gelegenheit zur Weiterentwicklung, Diskussion und Umsetzung von innovativen Forschungsideen und Forschungsperspektiven

 

Als zertifizierte familiengerechte Hochschule setzt sich die Universität Osnabrück für die Vereinbarkeit von Studium oder Beruf und Familie ein.

 

Die Universität Osnabrück will die berufliche Gleichberechtigung von Frauen und Männern besonders fördern. Daher strebt sie eine Erhöhung des Anteils des im jeweiligen Bereich unterrepräsentierten Geschlechts an.

 

Schwerbehinderte Bewerberinnen und Bewerber werden bei gleicher Eignung bevorzugt berücksichtigt.

 

Neben den üblichen Bewerbungsunterlagen (Lebenslauf, ggf. Publikationsverzeichnis und Verzeichnis der Lehrveranstaltungen, akademische Zeugnisse) bitten wir Sie um eine Skizze eines Promotions- oder PostDoc-Projekts im Rahmen der Nachwuchsgruppe ›Die wissenschaftliche Produktion von Wissen über Migration‹ von etwa 1.500 Wörtern.

 

Bewerbungen richten Sie bitte bis zum 24.02.2019 in digitaler Form (zusammengefasst in einem einzelnen PDF im Umfang von max. 5 MB) an: imis@uni-osnabrueck.de.

Wir freuen uns auf Ihre Bewerbung. Zur Ausschreibung (deutsch) / englisch

 

Weitere Informationen zu der Stellenausschreibung erteilen die beiden Leiterinnen der Nachwuchsgruppe Dr. Isabella Löhr und Dr. Christiane Reinecke: isabella.loehr@uni-osnabrueck.de  und christiane.reinecke@uni-leipzig.de.

 

Jutta Tiemeyer

Institut für Migrationsforschung

und Interkulturelle Studien (IMIS)

Universität Osnabrück

Neuer Graben 19/21

49069 Osnabrück

Tel +49 541 969 4384

Fax +49 541 969 4380

E-Mail imis@uni-osnabrueck.de

Internet www.imis.uni-osnabrueck.de