Webgiornale marzo 2026
Immigrazione europea, la stagione della deterrenza e l’illusione di
chiudere i confini
Il Nuovo Patto su immigrazione e asilo dell’Unione
europea rafforza la logica della deterrenza, ampliando espulsioni, Paesi sicuri
e return hubs. A fronte di un alto tasso di riconoscimento delle domande, si
restringono le tutele per i richiedenti asilo, mentre gli Stati riaprono ai
flussi di lavoro, rivelando profonde contraddizioni nelle politiche migratorie
europee – di Maurizio Ambrosini
Due dati possono servire per inquadrare gli sviluppi
delle politiche dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo. Il
primo riguarda il tasso di accettazione delle domande di asilo: secondo
Eurostat, nel 2024 oltre la metà delle 754.290 richieste d’asilo (51,4%) sono
state accettate. I richiedenti sono riconosciuti come meritevoli di tutela a
causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti essenziali. Il secondo
dato è il tasso di espulsione degli immigrati colpiti da un ordine di allontanamento:
appena il 27%.
Il Nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, approvato nel
2024, ha come principale filo conduttore l’aumento delle espulsioni (i ritorni
sono citati più di 90 volte), ma in realtà intende incidere anche sul primo
dato: abbassare il numero delle persone accolte. Spira un vento ostile
all’accoglienza e ai valori umanitari. Lo conferma il voto al Parlamento
europeo sulle norme relative ai Paesi sicuri (un pacchetto attuativo del Patto
del 2024), in cui si è registrata una convergenza tra popolari e destra radicale
che ormai, su questa materia, sta diventando un asse consolidato.
Nelle nuove disposizioni il concetto di Paese terzo
sicuro viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei Paesi di origine
definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo,
vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e
trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che
riescano a conseguire una qualche forma di integrazione sul territorio,
trovando lavoro o stabilendo relazioni sociali. L’Ue propone ora un elenco
unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. L’elenco
comprende solo sette Paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma fa comunque
impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Kosovo, Tunisia, Marocco,
Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e
ai cristiani perseguitati in diversi di questi Paesi. Il secondo livello è
quello dei Paesi che l’Ue vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti
asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo
Paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano
transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande
sul posto.
Ma la disposizione più controversa è un’altra: la
possibilità di espellere i malcapitati verso Paesi terzi, aggirando così la
resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi. Entra
nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome
della deterrenza, si punta a spedire in qualche Paese africano immigrati che
arrivano dall’Asia meridionale e viceversa.
Quanto alla legittimazione del “modello Albania”, occorre
distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’Ue e la visione
del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza
fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per
trattenere chi voleva entrare; quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a
“scaricare” chi dovrebbe uscire.
Ma la contraddizione maggiore è un’altra. Il governo
italiano ha di fatto riaperto le porte all’immigrazione per lavoro, mediante un
decreto flussi 2026-2028 da 500.000 nuovi ingressi, e altri governi dell’Ue
stanno facendo lo stesso. Alcuni, come Svezia e Germania, stanno regolarizzando
i richiedenti asilo diniegati che vengono assunti. Si pensa di calmare le ansie
dell’opinione pubblica e di contrastare le spinte nazional-populiste chiudendo
le porte ai più fragili, le persone in cerca di asilo, e comunicando
un’illusoria chiusura dei confini. Ma i confini continueranno a essere
attraversati e, se non si cambia linguaggio e visione, si costruirà una società
europea in cui gli immigrati continueranno ad arrivare, ma saranno trattati
come un’umanità indesiderata ed esclusa. Dovremmo invece ricordare sempre che
insieme alle braccia arrivano le persone. Sir 20
Sondaggio. Italiani ottimisti, preoccupati, europeisti. Sorprese da
Eurobarometro
L'ultima indagine prodotta da Eurobarometro, per conto
del Parlamento europeo, consegna risultati a tratti sorprendenti. Gli italiani
si dicono ottimisti rispetto al futuro generale, europeo e personale. Non
mancano però tante preoccupazioni, ad esempio su sicurezza e informazione. E
chiedono più azione e certezze riguardo a lavoro, costo della vita e sanità
pubblica – di Gianni Borsa
Ottimisti sul futuro, o quantomeno un poco più ottimisti
degli altri europei. Preoccupati sul versante della sicurezza e della libertà
d’informazione. Più “europeisti” di altre nazionalità. Concentrati su costo
della vita, lavoro, sanità pubblica prima che su altri problemi. La scorsa
settimana Eurobarometro ha reso noti i risultati di un’ampia indagine,
commissionata dal Parlamento europeo, basata su interviste a 27mila cittadini
dell’Ue, italiani compresi. Ebbene i risultati italiani mostrano significativi
scostamenti rispetto a quelli di altri Paesi.
Su scala Ue emerge che conflitti, terrorismo, incertezze
economiche, calamità naturali aggravate dai cambiamenti climatici, attacchi
informatici, pressioni migratorie sono fenomeni che generano nella popolazione
dell’Unione europea ansie, timori, vere e proprie inquietudini. Allo stesso
tempo lasciano trasparire attese e risposte da parte della politica.
Eurobarometro segnala che “in un momento di crescenti tensioni geopolitiche, i
cittadini sono sempre più preoccupati per il loro futuro e chiedono un’azione
comune e ambiziosa da parte dell’Ue”.Il sondaggio ha posto numerose domande
agli intervistati. Estrapolando le risposte dei nostri connazionali rispetto a
quelle medie dell’Ue, non mancano le sorprese (e qualche elemento
contraddittorio).
Ad esempio, circa le “prospettive future” del mondo
(domanda piuttosto generica, ma non priva di senso), gli europei si ritengono
ottimisti per il 44% e pessimisti al 52% (il resto sono gli indecisi); gli
italiani invece sono ottimisti al 50% e pessimisti al 46%. Sul futuro dell’Ue
gli europei sono ottimisti al 57%, gli italiani al 67%. Sul futuro del proprio
Paese gli europei si dicono ottimisti al 57%, gli italiani lo sono al 64%.
Interessante la domanda rivolta sul futuro personale o del proprio nucleo familiare:
europei in questo caso ottimisti al 76%, italiani all’81%.
Capitolo sicurezza. In questo caso gli italiani sono
mediamente più preoccupati dei cittadini degli altri Paesi (il confronto
avviene con la media Ue). Dunque, le guerre in Europa o nel vicinato europeo
preoccupano l’83% degli intervistati italiani, contro il 72% degli altri Paesi.
Terrorismo: italiani preoccupati nell’83% delle risposte, europei al 67%. Gli
italiani sono più preoccupati degli altri europei per quanto riguarda gli
attacchi informatici, i disastri naturali (le cronache danno loro ragione!), le
migrazioni incontrollate, le ingerenze straniere mediante internet riguardo le
competizioni elettorali.
L’informazione fa sollevare il sopracciglio degli
italiani, che si dicono inquieti circa il proliferare delle fake news,
l’incitamento all’odio sui social, l’ingerenza dell’intelligenza artificiale,
la protezione dei dati personali, fino alle minacce alla libertà di parola e
d’informazione.
In genere, poi, gli italiani chiedono “più Europa”
rispetto agli intervistati di altre nazionalità in relazione alla protezione
dei cittadini dalle “sfide globali”; domandano maggiore unità d’intenti e
d’azione fra i Paesi membri dell’Ue; più risorse all’Unione europea per
rispondere alle sfide in atto; una voce unitaria sulla scena internazionale.
Fra le tante domande poste agli intervistati, una è
formulata così: “Secondo lei, a quali dei seguenti argomenti il Parlamento
europeo dovrebbe dare la priorità?”. Qui ci si rende conto di quali siano le
prime e più urgenti richieste degli italiani: al primo posto economia e lavoro,
al secondo inflazione e costo della vita, al terzo la situazione della sanità
pubblica. Alle preoccupazioni “quotidiane” seguono le altre nel seguente
ordine: difesa e sicurezza; ambiente e cambiamento climatico; povertà ed esclusione
sociale; democrazia e stato di diritto; migrazioni. Sir 12
Opinioni divergenti sulla riforma dell’ordinamento giudiziario
Per consentire agli elettori, chiamati ad esprimere la
propria opinione sulla riforma della giustizia nel referendum costituzionale
del 22 e 23 marzo prossimo, di fare una scelta consapevole dell’importanza dei
quesiti da votare, è meglio chiarire gli equivoci che da più parti stanno
crescendo.
La legge di riforma della magistrature è una legge
costituzionale, pubblicata nella G.U. Serie Generale N. 253 del 30 ottobre
2025, recante” Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione
della Corte disciplinare”. Gli articoli in questione sono l’87, 102, 104, 105,
106, 107, 110. L’opinione corrente, avallata dalla maggioranza al governo,
ritiene necessaria tale riforma per separare le attuali carriere dei magistrati
requirenti e giudicanti, separazione che in futuro sarà meglio precisata con
una legge ordinaria.
La riforma sarebbe, in sostanza, il completamento della
riforma Vassalli del 1989, perché prevederebbe attraverso la parità tra accusa
e difesa, la trasformazione definitiva del nostro processo penale da
inquisitorio ad accusatorio.
Vassalli era convinto di rafforzare, con la sua riforma,
l’imparzialità del giudice, proprio con la parità tra accusa e difesa e il
distacco del pubblico ministero dall’organo giudicante.
Egli era altresì convinto della necessità di assoluta
indipendenza del potere giurisdizionale, attraverso un organo di governo come
il Consiglio Superiore della Magistratura, e non avrebbe certamente accettato
la divisione di tale organo, perché sarebbe risultato indebolito nella sua
funzione, che è quella di difendere l’indipendenza della Magistratura.
Le riserve che da più parti si esprimono, soprattutto
dall’opposizione di sinistra, riguardano la legge di riforma, destinata solo in
apparenza a integrare la lettera e lo spirito del nostro impianto
costituzionale.
In particolare:
- la separazione delle carriere, tra giudici e pubblici
ministeri, era stata già avviata dalla riforma Cartabia con una legge
ordinaria: sarebbero state sufficienti
poche norme ordinarie per completare questa riforma invece di mettere in
discussione norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale del potere giudiziario;
- toccando la Costituzione si avvia un processo di
indebolimento del potere giudiziario, perché la riforma prevede la divisione
del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, l’elezione
dei componenti sostituita dal sorteggio e “l’istituzione di una Alta Corte
disciplinare“, autoreferenziale in barba al divieto costituzionale di
giurisdizioni speciali, riscrivendo l’art. 105 della Costituzione;
- Per ultimo, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM)
teme, proprio per quanto espresso nella legge di riforma, che la stessa altro
non sia che il primo passo per attuare un progetto più grande, a danno non solo
della magistratura requirente, ma di tutta la magistratura, uno degli assi
portanti della nostra democrazia.
Angela Casilli, de.it.press 16
Referendum: riforma ambigua della magistratura
La riforma costituzionale approvata dal parlamento,
recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della
Corte disciplinare», cela dietro a soluzioni tecniche piuttosto ostiche scelte
di grande impatto politico-costituzionale e sociale. È dunque necessario
rifuggire alla comoda tentazione di accantonare l’esame di questo testo,
trincerandosi dietro un eccesso di tecnicità.
L’approvazione a maggioranza assoluta, ma non
qualificata, da parte del parlamento ha reso possibile la richiesta di un
referendum costituzionale, che potrà assumere un significato confermativo (se
prevalessero i sì) od oppositivo (se i No fossero superiori). Si tratta di un
referendum senza quorum, proprio perché è uno strumento pensato dai costituenti
per dare alle minoranze, politiche o sociali, uno strumento di difesa delle
superiori ragioni della Costituzione rispetto a possibili forzature o addirittura
ad abusi della maggioranza.
E, in effetti, sono molte le ambiguità di questa riforma
costituzionale, sul piano del metodo della sua approvazione, dei contenuti e
delle prospettive future della democrazia.
Nel metodo: le forzature procedurali e la posta in gioco
Sul piano del metodo, non solo si persevera nella cattiva
e ormai risalente prassi di riforme costituzionali approvate a stretta
maggioranza parlamentare (la stessa che sostiene il governo), salve
limitatissime aggiunte, ma, in questo caso, si è arrivati a blindare
rigidamente il testo, perfino a fronte di richieste di correttivi migliorativi
provenienti da ambienti (professionali-giuridici e politici) vicini alla stessa
maggioranza. Non vi sono stati emendamenti rispetto al testo di diretta
iniziativa del governo.
In questo modo di procedere alligna un’intrinseca
ambiguità, individuabile nella pretesa del governo, pervicacemente da solo, di
ridefinire i contorni di un fondamentale organo di garanzia dell’indipendenza
della magistratura e, per questa via, di rimettere in discussione il delicato
equilibrio tra poteri dello Stato. Non deve ingannare che si tratti di
modifiche alla seconda parte della Costituzione, quella cosiddetta
organizzativa.
In gioco è infatti un principio cardine del
costituzionalismo, oltre che della Costituzione italiana, quello della
separazione dei poteri, che vuole che la magistratura sia indipendente
soprattutto dal governo. L’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti del
cittadino del 1789 ha suggellato il principio per cui “ogni società in cui la
garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita,
non ha una costituzione”.
Da questo principio di separazione dei poteri e di
indipendenza dell’ordine giudiziario dipendono la garanzia dei diritti e
l’uguaglianza effettiva davanti alla legge. Non possiamo accontentarci della
conferma, testualmente contenuta nella riforma, per cui “La magistratura
costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
I principi, quand’anche declamati, sono infatti del tutto
sterilizzati e retorici se non sono “messi a terra” da regole e da precisi
istituti attuativi. E l’organo che, in Costituzione, dà credibilità e sostanza
effettiva al principio dell’indipendenza della magistratura è proprio il
Consiglio superiore della magistratura (Csm), che la riforma modifica in modo
sostanziale.
Il Csm è l’organo che la Costituzione istituisce a tutela
dell’indipendenza della magistratura, attraverso, soprattutto,
l’amministrazione delle carriere dei magistrati stessi che vengono così
sottratte all’influenza politica. L’attenzione è quindi d’obbligo perché la
posta in gioco costituzionale è molto alta.
Nel merito: il triplice indebolimento dell’indipendenza
della magistratura
Nonostante le etichette che le si vogliono appiccicare,
la riforma approvata dal parlamento non tocca i dibattuti nodi scoperti e
critici del funzionamento della giustizia, a partire dalla lunghezza dei
processi, o la discussa responsabilità civile dei magistrati, che qualcuno
vorrebbe inasprire a seguito soprattutto di alcuni noti casi (e talvolta
errori) giudiziari.
Il nodo della riforma costituzionale riguarda la
cosiddetta “separazione delle carriere”, espressione indicata, a mo’ di
passepartout, come rimedio potenziale a ogni stortura della magistratura. Tale
separazione è perseguita mediante la riforma del Consiglio superiore della
magistratura, che viene però obiettivamente depotenziato all’esito di tre mosse
convergenti: lo sdoppiamento; la sottrazione del potere disciplinare; e lo
svilimento di autorevolezza mediante il sorteggio.
La riforma sdoppia il Csm, istituendone due: uno per i
giudici e un altro per i magistrati non giudicanti (i pubblici ministeri o
p.m.). I magistrati, infatti, si distinguono in giudicanti (i giudici) e
inquirenti (i p.m.). Con questa duplicazione, in linea con una vecchia
battaglia di Berlusconi (e, ancora prima, con un disegno della P2), la
maggioranza sostiene appunto di voler separare carriere che, in verità, da
tempo, sono già molto separate, poiché i passaggi dall’una all’altra sono
rigidamente regolamentati e ormai così limitati da non giustificare una
revisione costituzionale.
Ci sarebbe peraltro da discutere su questa ossessione
separativa, posto che il p.m. esercita un’azione che non può essere considerata
di parte e identificata tout court con l’accusa, poiché è finalizzata – proprio
come quella del giudice – all’interesse generale del rispetto della legge e
dell’accertamento della verità processuale. Il p.m. è il rappresentante della
collettività offesa da un reato e, in quanto tale, persegue la condanna
dell’imputato solo se e quando lo ritenga colpevole.
Se l’avvocato difende per sua funzione l’imputato in
quanto tale, il p.m. lo accusa solo se e in quanto lo ritenga, sulla base di
elementi obiettivi, colpevole. Coerentemente, se il difensore si imbatte in
prove di colpevolezza non deve produrle; il p.m. è invece tenuto (art. 291
c.p.p.) a esibire anche «tutti gli elementi a favore dell’imputato».
Lo sdoppiamento in quanto tale è contestato da chi
ritiene che sia utile, anche a scopo di garanzia, che il magistrato maturi una
cultura e una sensibilità della giurisdizione, facendo esperienza di entrambe
le funzioni. Diversamente, il rischio è, per curiosa eterogenesi dei fini, che
proprio la funzione inquirente assurga ad autonomo potere dello Stato, come
paventato, in alcuni scritti, perfino da alcuni autorevoli esponenti favorevoli
alla separazione.
Il Csm non è solo sdoppiato, ma anche depotenziato.
Depotenziato perché gli viene sottratta una competenza fondamentale alla sua
missione costituzionale e cioè il potere disciplinare rispetto ai magistrati.
Tale funzione assai delicata è attribuita a una neo-istituita “Alta Corte
disciplinare”, nei riguardi della quale, contraddittoriamente e
significativamente, si ricompongono le due carriere, che si pretendevano
separate e che invece sono sottoposte a un unico guardiano della responsabilità
disciplinare. Perché in questo caso le carriere dovrebbero tornare unificate?
Oltre a questa decisiva sottrazione, l’autorevolezza dei
due futuri Csm istituiti è minata dall’utilizzo inedito del sorteggio come
metodo di formazione degli organi. Secondo la riforma, infatti, la componente
di magistrati dei due nuovi Csm non sarebbe più eletta dai magistrati stessi,
come avviene ora, ma selezionata con un puro sorteggio. Anche la componente
cosiddetta “laica” dei due Csm, fatta da avvocati e professori universitari,
sarebbe estratta, ma in modo temperato, perché all’interno di un elenco (di
estensione potenzialmente limitata) formato dal parlamento in seduta comune.
Ciò fa sorgere un sospetto: si afferma infatti di voler
eliminare dalla magistratura l’influenza delle correnti, ma nulla si fa per
ridurre quella politica e partitica. Si potrebbe, anche, non senza malizia,
annotare come, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, la classe
politica sembri reagire moltiplicando le sedi (due nuovi Csm, più un’Alta Corte
Disciplinare) in cui sarà possibile collocare figure legate ai partiti (magari
di non eletti alle elezioni).
La propaganda governativa esalta il sorteggio come un
rimedio al correntismo deleterio dei magistrati. Anziché un’elezione di
rappresentanti, mediante la presentazione di liste, si avrebbe cioè un
sorteggio casuale. Qualche episodio di malcostume è innegabilmente emerso in
seno alle organizzazioni dei magistrati, a riguardo di nomine e percorsi di
carriera.
E tuttavia, a tacere il fatto che l’epicentro di questo
correntismo deleterio, l’ex presidente Anm Palamara, è ora un testimonial a
favore di questa riforma (un convertito?), si deve dire che il pericolo più
grave legato alle correnti è la possibile collateralità dei membri del Csm (o,
all’esito della riforma, dei due Csm) rispetto alle parti politiche. Se
passasse la riforma, è però prevedibile che proprio i membri togati (quelli
cioè estratti a sorte tra tutti i magistrati) dei due nuovi Csm sarebbero catapultati
nella carica in maniera casuale e isolati, e, per questo, sarebbero
maggiormente esposti a divenire vittime facili di abbracci mortali tentati dai
rappresentanti laici (e indicati dai partiti) dei due stessi Csm.
Le prospettive in termini di democrazia costituzionale
La domanda, legittima, che molti si pongono è se la
separazione delle carriere sia funzionale e propedeutica a un prossimo,
ulteriore, intervento di revisione costituzionale, volto a sottoporre
espressamente i pubblici ministeri al controllo del governo.
Tale gradino non è però scavato da questa riforma, che
semmai lo prepara, e dunque si potrebbe liquidare questa domanda come un mero
sospetto o un processo alle intenzioni. La riforma, come si è ricordato,
ribadisce formalmente che la magistratura costituisce un ordine autonomo e
indipendente da ogni altro potere. E tuttavia si è ricordata l’ambiguità della
conferma retorica di questo principio, posto che questo è stato, per così dire,
“denudato” dei suoi necessari corredi e garanzie attuative (e, in particolare,
di un Csm autorevole).
Anche a voler credere alla promessa che non si compirà un
ulteriore passaggio, volto ad assoggettare esplicitamente i pubblici ministeri
al potere politico, resta vero che i giudici e i pubblici ministeri saranno,
già all’esito di questa riforma, più deboli e prevedibilmente intimoriti
dinanzi alla prospettiva di un’unica Alta corte disciplinare, contro i cui
provvedimenti è ammesso ricorso solo dinanzi alla stessa Alta corte
disciplinare. Sullo spauracchio della responsabilità disciplinare insiste molto,
non a caso, il ministro Nordio e questo lascia intravedere un’intenzione
inibitoria rispetto all’indipendenza dei magistrati.
La componente togata di questa Alta corte disciplinare è
infatti sorteggiata, benché – questa volta – tra i magistrati con almeno venti
anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano
svolto funzioni di legittimità. Ne scaturisce un indebolimento
dell’autorevolezza di questo organo di garanzia, con prevedibili riflessi sulla
serenità dei magistrati.
Non bisogna caricare il Csm della esclusiva funzione di
efficienza del funzionamento della giustizia, per la quale vi è piuttosto una
responsabilità specifica del ministro, dimenticando quella di protezione
dell’indipendenza dei magistrati. Di questa conseguenza non devono preoccuparsi
solo e principalmente il giudice o il p.m., ma i cittadini comuni. Un
magistrato potenzialmente intimorito di un’azione disciplinare è
inevitabilmente più sensibile alle lusinghe e ai condizionamenti del potere
(sia esso pubblico o privato).
Va poi sottolineato, sempre tra i rischi prospettici,
che, per molti passaggi delicati, questa riforma è piuttosto vaga e dovrà
essere specificata da leggi di attuazione, che, come tutte le leggi, potranno
essere approvate a stretta maggioranza. Ad esempio: con che maggioranze il
parlamento eleggerà l’elenco tra cui dovranno essere pescati i membri laici dei
due nuovi Csm?
E, infine, si deve sottolineare la connessione di senso
tra questa riforma del Csm e la revisione costituzionale del premierato, che è
la prossima – annunciata – riforma costituzionale in itinere. Tale riforma
presenta specifiche criticità, su cui qui non ci si sofferma. Per chi sia
preoccupato per questo secondo possibile passaggio, il referendum sulla riforma
del Csm è un’occasione opportuna per stoppare le successive velleità
riformatrici dell’attuale governo che, invece, qualora dovesse ottenere successo
sulla magistratura, potrebbe essere incoraggiato a proseguire.
Ma ciò che merita una riflessione più profonda è
l’unitarietà della logica sottostante le due riforme, quella della magistratura
e quella – a venire – del premierato. Entrambe rivelano una visione omogenea
della democrazia, assai poco costituzionale, in cui la democrazia tende a
risolversi nell’investitura una tantum – con elezioni di tipo plebiscitario –
del potere (del capo) di governo, a cui non sono opponibili efficaci
controlimiti.
La logica del costituzionalismo, che è quella della
limitazione dei – e tra i – poteri, è frontalmente attaccata. A chi si
riconosce nella Meloni bisognerebbe spiegare che questo leader troppo potente
potrebbe domani essere la Schlein. E viceversa. Il problema resterebbe intatto.
Ma, in ogni caso, il senso della democrazia costituzionale è profondamente
alterato.
Nella Costituzione, il popolo sovrano, riconosciuto nelle
sue articolazioni plurali, si esprime in una pluralità di forme, ciascuna delle
quali limitata. Il combinato disposto delle riforme costituzionali rischia
invece di consegnarci un popolo arbitrariamente semplificato dentro la volontà
singolare del vertice del governo, priva di adeguati contrappesi e di effettivi
elementi di bilanciamento.
Una visione della democrazia che non contempla l’idea del
limite e della pluralità è destinata a rivelarsi una grande illusione e un
pericolo per un’involuzione autocratica della Repubblica. Filippo
Pizzolato, Appunti di cultura e politica/Sett.news 2.2.
Ucraina: quattro anni di morti e distruzioni
A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa
dell’Ucraina, il conflitto ha cambiato volto: dai carri armati agli sciami di
droni, la tecnologia bellica si è evoluta mentre cresce il bilancio di morti,
feriti e distruzione. In un conflitto che continua a straziare un popolo,
l’industria delle armi corre veloce, mentre la domanda sul senso di tanto
sacrificio resta drammaticamente aperta – di Simonetta Venturin
Se primi furono i carrarmati, in lunghe file, a calcare i
suoli ucraini, oggi sono i droni a fare parte del lavoro sporco. Anche nello
scorso fine settimana, con una prassi consolidata, la Russia ha attaccato con
sciami interi lanciati su Kiev ma anche sulle regioni di Zhytomyr, Chernihiv,
Odessa, Sumy, Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia. Avvicinandosi al quarto
anniversario – se dagli incontri previsti in Svizzera non nasce una tregua -,
la guerra della Russia contro l’Ucraina si è evoluta anche rispetto alle armi
in uso. La prima immagine della cosiddetta “operazione speciale”, lanciata dal
presidente russo Putin il 24 febbraio 2022, resterà fissata sui libri di storia
nei chilometri di mezzi lenti, concausa del fallimento di un’azione che si era
prevista rapida e che invece continua da oltre 1.460 giorni, impantanatasi
anche per l’imprevista e decisa risposta del popolo ucraino che continua nella
lotta di resistenza all’invasore, sostenuto da molte potenze, Europa in primis.
Ma non c’è lotta che non produca vittime, dall’una come
dall’altra parte. I numeri restano imprecisati, orgogliosamente celati da
entrambe le parti, ma secondo il Csis (Center for Strategic and international
studies) la stima complessiva tra morti e feriti di entrambi i contendenti
sfiora i due milioni di persone. La Russia arriverebbe a un milione e 250 mila
tra morti, feriti e dispersi; l’Ucraina supererebbe i seicentomila. Secondo la
l’intelligence la Russia starebbe perdendo oltre mille soldati al giorno (tra
morti e feriti) a fronte di un guadagno di suolo compreso tra i 20 e i 70 metri
al giorno. Da parte sua l’Ucraina ha riconosciuto ufficialmente 55mila soldati
caduti e un numero elevato di dispersi. Cifre di fronte alle quali viene
naturale chiedersi cosa possa giustificare un tale scempio di vite.
La Russia, dopo quattro anni di guerra, controlla circa
il 20% del territorio ucraino, inclusa Crimea e Donbass. Nel 2025, l’anno più
sanguinoso del conflitto, la stessa ha guadagnato tra i 4 ei 5mila kmq, pari
all’1% del territorio ucraino; resta invece trascurabile l’avanzata ucraina sul
suolo russo, del resto questa è guerra di difesa per la nazione attaccata.
Chi ci perde, e tutto dato che la posta in gioco è la
vita stessa, è la gente comune, le famiglie, i civili. Da che è cominciata la
guerra l’Ucraina ha registrato quasi sette milioni di rifugiati, di cui oltre
tre milioni e mezzo interni. Ad oggi oltre dodici milioni e mezzo di persone
dipendono dall’assistenza esterna degli aiuti umanitari. Quattro milioni di
bambini ucraini hanno interrotto il loro percorso scolastico. Il sistema
sanitario è gravemente compresso e anche quello energetico è costantemente sotto
attacco russo, che conta sull’alleato di sempre: il generale inverno. Oltre ai
lutti, al sangue versato, ci sono una nazione e un popolo che sono stati e
continuano ad essere straziati e c’è un rancore che chi sa come potrà placarsi.
In tutto ciò l’industria bellica galoppa, anzi vola, dato
l’uso massiccio di droni, i cui effetti riempiono le cronache per gli effetti
nefasti: colpiscono e sventrano condomini, dove i civili vivono, per lo più
donne, bambini e anziani dato che gli uomini sono al fronte. Ve ne sono di
vario tipo e varia potenza distruttiva: dai più grandi ai più piccoli, dai
ricognitori, a quelli che portano bombe e missili, fino ai kamikaze; da ultimo
si è letto di bio-droni, uccelli da ricognizione adeguatamente accessoriati.
Così, mentre i lutti aumentano, la tecnologia fa passi da gigante sposandosi a
quell’industria del male che sforna e armamenti. Sir 19
Scade il trattato New Start, allarme Onu: cresce il rischio nucleare
globale
La fine dell’ultimo trattato tra Stati Uniti e Russia sul
controllo delle armi nucleari apre una fase inedita di instabilità strategica.
Dalla storia della bomba atomica alla crescita degli arsenali, dal ruolo di
Trump e Putin all’allarme dell’Onu e del Sipri: perché oggi la deterrenza è più
fragile – di Marco Calvarese
Alla mezzanotte del 5 febbraio il mondo è diventato un
luogo meno sicuro. È ufficialmente scaduto il New Start, l’ultimo trattato di
controllo degli armamenti nucleari che imponeva limiti giuridicamente
vincolanti agli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, i due Paesi che,
secondo i dati dello Sipri-Stockholm international peace research Institute,
possiedono insieme circa l’85% delle testate nucleari mondiali. Per la prima
volta da oltre cinquant’anni non esiste alcun accordo in vigore che regoli quantità,
dispiegamento e verifiche delle armi atomiche delle due principali potenze
nucleari. Un passaggio che ha suscitato forte preoccupazione alle Nazioni
Unite. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha avvertito che “per
la prima volta in più di mezzo secolo ci troviamo di fronte a un mondo senza
limiti vincolanti per gli arsenali nucleari strategici”, aggiungendo che la
scadenza arriva “nel momento peggiore possibile”, con un rischio di utilizzo di
un’arma nucleare “ai livelli più alti degli ultimi decenni”.
La bomba atomica, esito estremo della ricerca scientifica
del Novecento, nasce durante la Seconda guerra mondiale con il Progetto
Manhattan e viene impiegata nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki. Da allora, come
ricostruiscono numerosi studi storici e scientifici, l’arma nucleare ha
rappresentato il fulcro della cosiddetta deterrenza: la capacità di distruzione
totale ha spinto le potenze a evitare lo scontro diretto, dando origine a un
sistema di equilibri fondato sulla paura reciproca. Proprio per contenere questo
rischio, durante la Guerra fredda e dopo di essa sono stati siglati numerosi
accordi di controllo degli armamenti. Il New Start, firmato nel 2010 a Praga
dai presidenti Barack Obama e Dmitrij Medvedev, era l’ultimo di questi
strumenti. L’accordo fissava a 1.550 il numero massimo di testate nucleari
strategiche schierate per ciascun Paese e prevedeva ispezioni reciproche e
scambi di dati, considerati essenziali per la trasparenza e la fiducia. Nel
2021, alla sua prima scadenza, l’amministrazione Biden ne aveva concordato
l’estensione per 5 anni.
Ma, come ricordano le analisi dell’Ispi, l’invasione
russa dell’Ucraina ha segnato una frattura profonda: nel 2022 Mosca ha sospeso
le ispezioni e nel febbraio 2023 ha congelato la propria partecipazione al
trattato. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, ogni prospettiva
di rinnovo strutturato si è ulteriormente allontanata. Il presidente
statunitense ha più volte criticato i limiti imposti agli arsenali americani,
ritenuti inadeguati a fronte della rapida espansione della capacità nucleare
cinese. Vladimir Putin aveva avanzato la proposta di una proroga tecnica di un
anno dei limiti del trattato, ma Washington non ha mai formalmente aderito. La
fine del New Start apre così una nuova fase di instabilità strategica. Uno dei
nodi principali riguarda la Cina, che non è parte di alcun accordo di controllo
nucleare. Secondo il Sipri, Pechino sta aumentando rapidamente il numero dei
propri missili balistici intercontinentali e potrebbe avvicinarsi, entro la
fine del decennio, alle capacità di Stati Uniti e Russia. Uno scenario che
rischia di innescare un effetto domino: l’India potrebbe rafforzare il proprio
deterrente per bilanciare la Cina, il Pakistan per rispondere all’India, mentre
altri Paesi potrebbero rimettere in discussione le scelte di non
proliferazione.
In questo contesto appare più fragile anche il
Tnp-Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, la cui revisione è
prevista quest’anno. Il Tnp si fonda su un equilibrio delicato: gli Stati non
nucleari rinunciano all’arma atomica in cambio dell’impegno, da parte delle
potenze nucleari, a ridurre progressivamente i propri arsenali. Senza segnali
concreti in questa direzione, avvertono diversi analisti, il patto rischia di
perdere credibilità. A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le nuove
tecnologie. Il Sipri segnala come l’uso crescente dell’intelligenza artificiale
nei sistemi di allerta e di comando possa aumentare il rischio di errori di
calcolo, incidenti o escalation involontarie. “Le armi nucleari non
garantiscono la sicurezza”, ha osservato Matt Korda, ricercatore dell’istituto
di Stoccolma, sottolineando che esse comportano “immensi rischi di escalation e
di errori catastrofici”. La scadenza del New Start non è dunque solo la fine di
un trattato, ma il segnale di un ordine internazionale sempre più frammentato,
in cui la deterrenza torna centrale proprio mentre diventano più deboli le
regole che avrebbero dovuto renderla meno pericolosa. Sir 7
Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina
Un fenomeno bellico così tragico, ampio e duraturo come
l’invasione russa dell’Ucraina comporta innumerevoli implicazioni dal punto di
vista strategico-militare, alcune delle quali identificate in uno studio IAI
già dopo i primi due anni di guerra e tutt’ora valide. Ciò non vuol dire
tuttavia che un eventuale conflitto tra Russia e Paesi NATO si svolgerebbe come
quello in corso in territorio ucraino, perché le capacità militari, la dottrina
e l’approccio politico degli alleati sono diversi da quelli di Kyiv. Detto
questo, a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, quattro
lezioni identificate sono estremamente rilevanti per l’Europa e l’Italia.
La Russia è preparata a una guerra di lungo periodo
contro l’Europa
In primo luogo, la Federazione Russa mantiene la solidità
politica, le risorse militari e la produzione industriale per continuare un
conflitto nonostante un totale complessivo stimato di circa 1,2 milioni di
militari russi tra morti (circa 350.000), feriti o dispersi, e nonostante
risultati ben inferiori agli obiettivi di Mosca: a gennaio 2022 la Russia
occupava circa l’8% del territorio ucraino, a fine 2022 circa il 20%, e negli
ultimi tre anni di sanguinosi combattimenti questa percentuale è rimasta sostanzialmente
la stessa mentre Kharkiv, Odessa o Kyiv restano fuori portata russa e parte di
uno stato sovrano ucraino che controlla quasi l’80% del proprio territorio.
Purtroppo questa matematica, che fa impressione in Europa
occidentale, non è la stessa che conta a Mosca, dove i numeri importanti sono
altri: grazie al reclutamento continuo, i militari russi sono oggi più numerosi
che a gennaio 2022; con la riconversione in economia di guerra, la capacità
produttiva è tale non solo da sostenere le enormi, quotidiane perdite in
Ucraina, ma da equipaggiare forze armate più ampie di prima; 48 mesi di
conflitto su larga scala e ad alta intensità, nella loro drammaticità, hanno
portato ad una serie di miglioramenti quanto a dottrine, tattiche ed
addestramento per cui l’esercito russo oggi è più preparato dell’inizio del
conflitto. Il tutto mentre l’aggressività verso l’Ucraina e l’Europa – vedasi
innumerevoli esempi di guerra ibrida e violazioni dello spazio aereo – è
diventata una costante della leadership russa.
La prima lezione dunque è che la Russia è in grado di
continuare il conflitto ancora per anni, e che al momento di un eventuale
cessate il fuoco disporrebbe di uno strumento militare in grado sia di
riprendere l’offensiva in Ucraina sia, si stima entro il 2030, di attaccare
efficacemente un Paese NATO sul fianco est. Per questo motivo sono così
importanti e delicate le garanzie di sicurezza all’Ucraina, compresa
un’eventuale forza europea da dispiegare sul territorio ucraino.
L’innovazione tecnologica è necessaria per non perdere,
ma non garantisce la vittoria
La seconda lezione identificata in Ucraina riguarda
l’importanza relativa di ciascun sistema d’arma convenzionale, tolta quindi
l’arma nucleare, nell’arco di quattro anni di guerra su larga scala. Che si
tratti di carri armati, caccia, sistemi missilistici o droni, ciascuno gioca un
ruolo importante nel conflitto russo-ucraino ma nessuno di per sé è decisivo.
Ciascuna delle due parti ha adattato più o meno rapidamente le proprie dottrine
e tattiche, e per quanto riguarda i droni, le relative capacità produttive, in
modo da rispondere alle mosse della controparte anche per quanto riguarda
l’impiego di nuove capacità.
I droni costituiscono una parziale eccezione, perché
l’uso massiccio e innovativo di droni aerei e/o navali, in attacchi sofisticati
e in combinazione con altri sistemi d’arma, ha permesso a Mosca di condurre
bombardamenti strategici sulle infrastrutture energetiche ucraine, e a Kyiv di
affondare buona parte della flotta russa nel Mar Nero e di contenere la
pressione russa su una linea del fronte che non potrebbe essere mantenuta senza
decine di migliaia di droni. Tuttavia, poiché entrambe le parti in conflitto
fanno uso di droni, e di misure per neutralizzarli, anche in questo caso la
singola tecnologia non si rivela determinante per vincere una guerra su larga
scala.
Ciò non vuol dire che non occorra investire in
innovazione tecnologica e delle modalità di impiego, anzi: nel campo dei droni
proprio questa innovazione ha permesso all’Ucraina di non soccombere di fronte
alla superiorità numerica russa al fronte, e di proteggere le proprie coste da
uno sbarco russo pur non avendo più una marina. Innovare è necessario per non
perdere un conflitto del genere, ma non garantisce di per sé la vittoria. Per
questo motivo è così importante che l’Europa continui ad investire per colmare
i gap tecnologici in diversi settori della difesa, e per adeguare formazione
del personale militare, addestramento ed esercitazioni di conseguenza.
L’Europa ha bisogno di forze armate più numerose
Il caso di decine di migliaia di droni è esemplificativo
di una terza lezione identificata in Ucraina, riguardo all’importanza odierna
della massa. Non si tratta ovviamente di una novità nella storia militare o
negli studi strategici, ma il trentennio post-Guerra Fredda aveva portato la
quasi totalità dei Paesi occidentali a ritenere che forze armate di dimensioni
ridotte potessero svolgere adeguatamente non solo missioni di peacekeeping,
contrasto al terrorismo o contro-guerriglia, ma anche assicurare la deterrenza
e difesa nei confronti di una Russia allora percepita come meno minacciosa.
Quattro anni di conflitto combattuti da milioni di
militari su migliaia di chilometri di fronte, con un consumo di mezzi e
munizionamento di diversi ordini di grandezza superiore a quello sperimentato
dagli europei in Afghanistan, Iraq, Libia o ex Jugoslavia, dimostrano come
occorra adeguare la struttura delle forze NATO. Ciò non vuol dire che
l’Occidente cambierà, né che debba cambiare, il valore dato alla vita umana del
singolo cittadino, molto maggiore di quello da parte russa che non si fa
scrupolo di sacrificare decine di migliaia di soldati da poco arruolati per
conquistare un villaggio ucraino. La strategia condivisa in ambito NATO,
l’innovazione tecnologica compresi i droni, la dottrina di impiego, le tattiche
e procedure, continuano a basarsi sui valori occidentali che si vuole
difendere.
Tuttavia, è un dato di fatto che occorrono molti più
mezzi, munizionamento, e capacità produttiva di equipaggiamenti militari per
assicurare un livello di deterrenza adeguata rispetto ad una Russia che
combatte da anni su questa scala in Ucraina, e per respingere in tempi brevi e
con poche perdite un eventuale attacco russo se la deterrenza fallisse. E’ per
questo motivo dopo il 2022 alcuni Paesi europei hanno reintrodotto la leva
obbligatoria oppure forme di riserva volontaria, per ampliare le risorse umane
a complemento delle forze armate professionali già in servizio in chiave di
deterrenza e difesa – e non al fine di affiancare le forze di polizia in
attività di sicurezza interna.
Resilienza e prontezza politica, non solo militare
L’ultima lezione riguarda il livello politico-strategico,
ovvero quello dei vertici politici e militari e della loro interazione con le
istituzioni, l’opinione pubblica e l’elettorato. La società civile e politica
ucraina ha continuato a funzionare seppur in stato di guerra, facendo fronte
comune per difendersi dall’invasore ma mantenendo un pluralismo al suo interno,
a livello istituzionale, politico e di opinione pubblica, tra mille difficoltà,
limiti e problemi, non da ultimo quanto a corruzione. Anche grazie a questo,
l’intera nazione ucraina si è difesa dall’invasione russa sul fronte e nelle
retrovie, con un’enorme capacità di sacrificarsi per il proprio Paese e per il
tipo di democrazia nel quale si vuole vivere.
Per questo motivo, di fronte all’aggressività russa verso
l’Europa riconosciuta da UE, NATO e singoli Paesi europei inclusa l’Italia –
come sancito del documento del Ministro della Difesa sul contrasto alla
guerra ibrida – rafforzare la resilienza e prontezza non solo militare ma
politica e sociale è altrettanto importante che investire in innovazione e
ampliare le forze armate europee. Si tratta forse della lezione più difficile
da cogliere dal conflitto russo-ucraino, perché è quella che tocca più profondamento
il patto sociale di un’Europa occidentale che ha vissuto in pace per otto
decenni sotto l’ombrello di sicurezza americano, e ora deve attrezzarsi anche
politicamente per difendere con le armi questa pace non più scontata.
Alessandro Marrone, AffInt 21
Il rapporto 2025 dello IAI sulla politica estera italiana
Anche quest’anno l’Istituto Affari Internazionali (IAI)
ha curato un rapporto sulla politica estera italiana attraverso le analisi dei
suoi ricercatori, nel solco di una tradizione ormai consolidata.
Nel 2025 la politica estera ha dominato l’agenda
politica. L’aggressione russa all’Ucraina, giunta al suo quarto anno; la guerra
di Israele a Gaza e la fragile tregua raggiunta a ottobre; l’attacco degli
Stati Uniti all’Iran nell’ambito dell’intervento militare avviato da Israele
contro Teheran, con la “guerra dei dodici giorni” e le nuove minacce di azioni
militari degli Usa; le tensioni tra Stati Uniti e Unione europea caratterizzano
il quadro in cui si è articolata la politica estera italiana ed europea.
All’inizio del 2025, il ritorno alla Casa Bianca di
Donald Trump ha rappresentato una cesura rispetto all’assetto precedente. Le
azioni del presidente hanno alimentato un’impressione di improvvisazione,
scarsa credibilità e superficialità nei processi decisionali, affiancate a una
sostanziale emarginazione degli apparati istituzionali dalle iniziative più
rilevanti.
Tuttavia, nelle azioni di Trump si può cogliere il segno
di un orientamento preciso: un misto di insofferenza e diffidenza nei confronti
dell’Europa e una rischiosa accondiscendenza alle rivendicazioni revisioniste
della Russia, come emerso dalla Conferenza di Monaco dell’anno scorso, dagli
incontri di Trump con Zelensky e Putin e dalla nuova Strategia di sicurezza
nazionale. È l’impianto multilaterale a essere contestato da Washington, a
favore di una competizione tra singoli Stati nazionali. L’obiettivo di una
cooperazione internazionale cede il passo a una sistematica transazione tra
forti e deboli.
In questo scenario, da un lato la Russia non ha
modificato le sue rivendicazioni iniziali sull’Ucraina: annessione dell’intero
Donbass e rifiuto del riconoscimento della sovranità nazionale ucraina. Mosca è
ancora lontana dal voler soddisfare la domanda di pace e sicurezza. Dall’altro
lato, la politica di Pechino combina penetrazione economica e tecnologica con
crescente influenza globale. Per l’Italia, Pechino è da considerare partner per
alcuni temi essenziali della cooperazione globale (salute, cambiamenti
climatici etc.), concorrente nella competizione tecnologica e industriale e
avversario sul modello di governance incompatibile con i valori democratici
dell’Europa.
A questo mondo instabile guardano con preoccupazione
diversi Paesi del Sud Globale, che da tempo rivendicano un maggiore ruolo nella
definizione dell’agenda internazionale, forti del peso crescente di economie,
demografie e strategie di sviluppo.
In questo quadro, l’Italia ha cercato di coniugare le
responsabilità europee con il mantenimento di un buon dialogo con Washington.
Il disallineamento rispetto alla coalizione dei “volenterosi”, sulla
disponibilità a contribuire a un’eventuale presenza militare occidentale a
garanzia della sicurezza dell’Ucraina, non ha impedito di mantenere piena
solidarietà con Kyiv, in accordo con i vertici europei.
L’agenda del governo italiano è così apparsa ispirata al
perseguimento di tre obiettivi: evitare strappi con Washington; contenere
rischi di ritorsioni e di una spirale fuori controllo in materia di dazi;
prevenire possibili rotture sulla difesa dell’Ucraina e sulla sicurezza
europea. D’altra parte, permane una difficoltà oggettiva nel conciliare la
vicinanza a Washington con il quadro di riferimento dei princìpi dell’Ue.
Sul versante mediorientale, se si riuscisse a consolidare
la tregua a Gaza, il governo italiano mirerebbe ad aprirsi uno spazio di
triangolazione con gli Usa e i Paesi del Golfo, utile però solo a condizione di
affrontare con decisione il nodo dell’autodeterminazione palestinese. L’Italia
ha subordinato il riconoscimento dello Stato di Palestina alla definitiva
uscita di scena di Hamas. Non sono mancate critiche di immobilismo, alle quali
il governo italiano ha risposto con una più stretta interazione con Arabia
saudita, Egitto, Giordania e Autorità palestinese.
Nel campo della difesa, il 2025 è stato caratterizzato
significativamente da un aumento al 2% del Pil delle risorse destinare alla
difesa; dalla sottoscrizione, in sede Nato, dell’impegno a riservare entro il
2035 il 3,5% del Pil agli oneri per la difesa e il 1,5% del Pil al
finanziamento di infrastrutture critiche; dalla richiesta di prestito di 14,9
miliardi di euro al programma Safe dell’Ue, per equipaggiamenti necessari a
rafforzare le capacità italiane di difesa.
Sulle politiche energetiche, al centro dell’agenda figura
la priorità alla sicurezza e alla diversificazione delle fonti, con una
revisione dei tempi e dei costi del Green Deal per tutelare la competitività
industriale italiana ed europea.
Di fronte alla paralisi decisionale delle Nazioni Unite,
dovuta in particolare al potere di veto dei cinque membri permanenti in
Consiglio di Sicurezza, l’Italia ha sostenuto un progetto di riforma, basato
sul suo ampliamento, senza la creazione di nuovi seggi permanenti, per
promuovere una sua maggiore e più equa rappresentatività. Ma la congiuntura
internazionale non è certo favorevole, anche data la posizione critica degli
Usa su funzionamento e ruolo degli organismi dell’Onu e dei fori multilaterali.
In un quadro di sfide globali e del loro impatto, non
sorprende la diffusa domanda, da ampi settori non solo di addetti ai lavori, di
valutazioni documentate alle quali l’IAI cerca di dare risposte attraverso il
rapporto appena pubblicato. E anche per questo, l’idea di una possibile
convergenza di fondo di maggioranza e opposizione sulle principali linee
direttrici della politica estera nazionale merita di essere richiamata: ove
realizzata, superando l’attuale polarizzazione, si potrebbe tradurre in una maggiore
autorevolezza sul piano internazionale dell’intero Paese. Michele Valensise,
AffInt 17
Le ragioni del NO al referendum. Intervista a Maria Teresa Capozza
Il tema: Referendum sulla separazione delle carriere in
magistratura (22-23 marzo 2026). Per chi vota all’estero: il plico elettorale
va rispedito al Consolato competente non oltre 10 giorni prima della
data del voto referendario, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo
2026. di Paola Colombo
Maria Teresa Capozza è impegnata nel Comitato tedesco per
il NO al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura e in
quello cittadino del suo paese d’origine. Docente di Italiano e Latino nei
licei italiani, ha concluso la sua carriera insegnando presso il Königin
Katharina Stift di Stoccarda e attualmente vive tra Puglia e Baviera. Non ha
tessere di partito e indirizza la sua inclinazione per la cittadinanza attiva
in associazioni come ANPI e nel Comitato contro qualunque autonomia differenziata,
per l’unità della repubblica e l’uguaglianza dei diritti.
Qual è argomento più forte e più convincente per votare
NO al referendum?
Che questo non è per niente un referendum che renderà più
giusta e veloce la giustizia, ma un referendum fatto per stracciare l’art. 3
della Costituzione, quello che ci dichiara tutti uguali, politici compresi,
davanti alla legge. Dicendo SÌ alla riforma Meloni-Nordio, che modifica 7 dei
13 articoli sulla magistratura, i giudici perderanno la loro autonomia e
indipendenza e la giustizia passerà nelle mani della politica e dei comitati
d’affari collegati. Il risultato? Una giustizia forte con i “senza potere”,
ossia noi cittadini comuni, e debole di fronte a chi è politicamente,
economicamente o socialmente forte. E magari la mia fosse solo una lontana
ipotesi! Lo stesso ministro della Giustizia Nordio ha detto in più occasioni
che la riforma vuole far tornare (riferendosi evidentemente alle norme
mussoliniane, quando i giudici dipendevano dal governo?) “sotto controllo” la
magistratura. Sotto controllo di chi? Del governo di turno, ovviamente, che
oggi è targato Meloni e domani avrà un altro nome. Ma chi vota NO vuole
proteggere l’art. 104, secondo cui “la magistratura costituisce un ordine
autonomo e indipendente da ogni altro potere”, come vuole la nostra
Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza al fascismo.
E attenzione: questa indipendenza non è un privilegio che
tutela i giudici, come il SÌ sostiene, ma è una polizza assicurativa per noi
cittadini: noi possiamo avere giustizia solo se i giudici rimangono sottoposti
esclusivamente alla legge!
Perché per il NO è così importante che non ci sia la
separazione delle carriere in magistratura e che rimanga un solo CSM, ossia un
unico organo di autogoverno dei magistrati, siano essi requirenti o giudicanti?
Perché la separazione di carriere (non di funzioni, che
sono già divise e quindi non sono in discussione), lo sdoppiamento del
Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della
magistratura, e la creazione dell’Alta corte disciplinare costituiscono la
strada per rendere la magistratura debole di fronte al potere politico e di
conseguenza noi cittadini meno tutelati dalla legge.
Partiamo da un dato di fatto paradossale: la riforma
Meloni-Nordio, che ha come obiettivo dichiarato quello di separare le carriere
dei magistrati giudicanti (giudici) dai requirenti (pubblici ministeri), non
dice nulla di questa separazione, ma semplicemente la dichiara (art. 104
riformato). Ma attraverso quali vie si arriverà alla separazione? Non si
sa!
Oggi funziona così: chi si laurea in giurisprudenza, se
vuole diventare magistrato dovrà superare un concorso, poi frequentare la
Scuola di formazione e infine imparare attraverso un lungo tirocinio sia a
giudicare, sia a svolgere le indagini. Se il CSM in base ai risultati stabilirà
che è idonea, quella persona verrà chiamata a scegliere finalmente quale
carriera vuole intraprendere: giudice o pubblico ministero?
Ma se la riforma passerà, come saranno separate le
carriere? Con concorso doppio? Doppia scuola di formazione? Doppio percorso
tirocinante? Dunque quando si deciderà la biforcazione? E come lieviteranno i
costi a carico dei cittadini, tenuto conto che oggi il CSM unico costa
all’incirca 50 milioni annuali? Tutto questo ce lo dirà una legge ordinaria
successiva alla riforma, quindi ora si vota al buio. Preoccupa però, che
giudici e PM debbano avere una formazione diversa e si punti ad isolarli l’uno
rispetto all’altro, smembrando in 3 il CSM e quindi indebolendolo. Ridotta in
condizione di debolezza, la magistratura diventerà facilmente condizionabile
dalla parte politica, parte che, con varie misure, la riforma Meloni-Nordio
rende invece più forte. Esempi concreti? Un cittadino denuncia un reato
commesso da un politico, una donna denuncia uno stupro da parte del grande
elettore di un amministratore pubblico, una piccola rete di cittadini porta in
tribunale la potente azienda che continua ad avvelenare terre e acque. Che
succede oggi? Il magistrato – giudice o pubblico ministero che sia – sa di
dover rispondere solo alla legge e di avere alle spalle un CSM unico, forte dei
suoi poteri costituzionali e in grado di tutelarlo da pressioni che vogliano
condizionarne l’imparzialità. Quel magistrato oggi può procedere nel suo lavoro
libero e sereno e quei cittadini hanno fiducia che il giudizio – qualunque esso
sia – non sarà inquinato da favoritismi. Ma se i pubblici ministeri saranno
condizionati nella loro libertà di indagine e i giudici verranno ridotti nella
loro libertà di giudizio, noi cittadini potremo sentirci tutelati? Quale
magistrato ci conviene di più, allora: quello che risponde solo alla legge o
quello al guinzaglio del potente che vuole l’impunità, per sé e per i suoi
amici?
Lei sta dicendo che se vincesse il SÌ, la politica
arriverebbe a controllare la magistratura e i magistrati potrebbero non essere
più imparziali con noi cittadini. Come si arriverebbe a questo?
Con tre mosse che moltiplicano il peso politico
all’interno dei due CSM e dell’Alta Corte.
Oggi nel CSM siedono sia magistrati eletti da tutti i
9.400 in servizio, sia liberi professionisti esperti di diritto, eletti dal
Parlamento. I membri togati sono 2/3, mentre quelli laico/politici 1/3. Il CSM
ha un doppio compito: da un lato amministra la carriera di tutti i magistrati
(assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, incarichi, promozioni ecc.),
dall’altro dispone provvedimenti disciplinari (censura, ammonimento,
sospensione, rimozione ecc.) nel caso in cui qualcuno di loro commetta
infrazioni disciplinari o reati (ovviamente in quest’ultimo caso i magistrati
sono anche sottoposti ad un procedimento penale, come ogni altro cittadino).
I CSM pertanto – come gli Uffici superiori o gli Ordini
di altre professioni – con le loro decisioni incidono sia sulla vita
professionale che su quella privata dei magistrati e delle loro famiglie: un
trasferimento concesso o negato, una promozione che produca un miglioramento
economico, ben si sa, possono cambiare la qualità della vita di ogni
lavoratore.
La riforma Meloni-Nordio trasferisce le leve decisionali
nelle mani del potere politico. Come?
Prima mossa: come si è detto, sdoppia il CSM unitario,
indebolendolo, e isola il PM perché costituisce la parte più “appetitosa”: se
ha notizia di un reato, è lui che avvia le indagini, anzi è obbligato a farlo
(art.112), coadiuvato in questo da forze dell’ordine ai suoi ordini (polizia
giudiziaria). Isolare il PM significa, dunque, aver già fatto un terzo del
“lavoro” verso l’impunità…
Con la seconda mossa si lasciano ai due CSM le competenze
sulla carriera dei magistrati, ma si trasferiscono quelle più delicate,
relative ai procedimenti disciplinari, che passano ad un organismo nuovo,
l’Alta Corte disciplinare, in cui c’è un membro laico/politico in più e uno
togato in meno rispetto alla proporzione del CSM unico. E siamo a due terzi
della strada…
L’ultima mossa dà scacco matto: il sorteggio con cui si
decidono i nomi dei magistrati e i politici che fanno parte dei due CSM e
dell’Alta corte disciplinare. Dea bendata uguale per tutti? No: sorteggio secco
per i magistrati, “taroccato” per i laico/politici. Infatti mentre i membri
togati saranno estratti a sorte tra gli oltre 9.000 magistrati in servizio (con
buona pace di meriti, competenze, esperienze, capacità), quelli laico/politici
saranno sorteggiati entro una lista prima preparata dal Parlamento tra i
professionisti del diritto, ovviamente amici della maggioranza di turno. Anche
questa sarà una lista di migliaia di nomi? Non se ne conosce il numero e
proprio per questo potrà anche essere cortissima, se non addirittura giusta per
farci rientrare il numero richiesto.
Il “gioco” è completato: i magistrati, non più eletti in
rappresentanza di raggruppamenti (le “correnti”), avranno come riferimento solo
se stessi: individui che non si conoscono, che provengono dalle esperienze più
diverse, con competenze molto differenti e forse anche non adatte al nuovo
incarico, ma soprattutto tra loro isolati e dunque più deboli, meno autorevoli,
più orientabili. Invece i membri laico/politici, anche se di numero inferiore
rispetto ai togati, per via della comune matrice politica “faranno squadra” e
diventeranno il potente ago della bilancia dei tre organismi.
Più tardi, a riforma approvata e a riflettori spenti,
sarà completata l’opera di devastazione, già ampiamente annunciata: insieme al
PM, anche la polizia giudiziaria passerà agli ordini del ministro, parola del
vicepresidente del Consiglio dei ministri, Tajani, e si applicherà la norma
Cartàbia che toglie al PM l’obbligo di avviare le indagini e consegna al
governo la decisione se avviare oppure no le indagini sul signor Tizio. Con
buona pace della giustizia uguale per tutti!
E allora pensiamoci: ma vale davvero la pena rischiare di
scardinare la Costituzione, sapendo che a farne le spese saremo solo noi comuni
cittadini?
Lei ha accennato alle correnti interne alla magistratura:
cosa ne pensa il NO?
Che non potendo essere iscritti a partiti, le correnti
rappresentano il modo che i magistrati hanno per esprimere la propria
formazione e il proprio pensiero sulle molteplici tematiche connesse alla
giustizia. L’Associazione Nazionale Magistrati, a cui oggi è iscritto il 96%
dei magistrati, ha al suo interno diverse correnti che vanno da quelle più
conservatrici (a cui aderiva Borsellino, per fare un esempio) a quelle più
progressiste (a cui invece aderiva Falcone). Secondo i sostenitori del NO, le
correnti sono legittime e costituiscono anche una linfa di pensiero che
alimenta il dibattito all’interno della magistratura tutta. Non credo che la
ragione degli illeciti disciplinari come quello di Palamara siano frutto delle
correnti più di quanto non siano parte del velenoso e nocivo spirito di
corruttela diffuso in molteplici settori della società. Ma è proprio la
sanzione con cui il CSM ha punito Palamara, la rimozione dalla magistratura, a
farci capire l’importanza di un CSM libero.
Spesso viene richiamata la figura del giurista Vassalli
per sostenere il SÌ al referendum. Vassalli ha modificato il codice di diritto
penale. I sostenitori del SÌ ritengono che con la separazione delle carriere si
avrebbe un processo più equo perché giudice e pubblico ministero non farebbero
più parte dello stesso organismo di autogoverno, il CSM. Come vedete questo
aspetto?
Secondo i sostenitori del SÌ, le carriere vanno separate
perché la vicinanza tra giudici e pubblici ministeri comprometterebbe
l’imparzialità del processo. E come prova delle “pericolose vicinanze” si
portano momenti di vita quotidiana – il caffè preso insieme al bar, la partita
di calcetto, i comuni studi giovanili, il taxi condiviso – a (buffa)
dimostrazione che di fronte all’amicizia non c’è dignità e onestà che tenga. A
me sembra un’ipotesi francamente inconsistente e soprattutto offensiva. Per chi
vuole tuttavia delle prove, bastano i dati del ministero della Giustizia da cui
si scopre che nella maggioranza dei casi la sentenza del giudice differisce del
tutto da quanto richiesto dal PM
Passando a Vassalli e al codice da lui introdotto circa
40 anni fa, dalle fila del SÌ si sente dire che la riforma sulla magistratura
mira a realizzare finalmente il processo così come lui lo intendeva: ciò vuol
forse dire che per quasi 40 anni si sono celebrati processi viziati, non equi,
addirittura fuori legge? Ma c’è di più: il fronte del SÌ crede forse che per
portare a compimento una legge ordinaria come è il codice Vassalli si debba
scardinare la Costituzione?
In Germania per esempio, le carriere sono separate e lo
Staatsanwalt (il PM) è, come dice la parola, un avvocato dello Stato, ossia fa
parte del ministero della Giustizia del Land. La separazione delle carriere in
magistratura allineerebbe l’Italia alle altre democrazie occidentali.
Secondo me, pretendere di omologare tra loro sistemi che
nel tempo hanno attentamente tradotto in forme istituzionali le storie, le
culture, le sensibilità diverse dei popoli è frutto di un’allarmante pochezza
culturale. Ma veniamo a quello che la domanda sottintende: se la separazione
delle carriere consegna al governo il controllo della magistratura, come mai la
Germania ha scelto questa strada, mentre il NO italiano vi si oppone per paura
di sfracelli? La mia risposta? perché la Germania è la Germania e l’Italia è
l’Italia: sono diverse. In Germania un ministro accusato di plagio del
dottorato si dimette, come insegna la vicenda del ministro della Difesa zu
Guttenberg, mentre in Italia una ministra rinviata a giudizio per falso in
bilancio, Santanchè, ministra del Turismo, rimane al suo posto. Chiaro, no? E
allora, secondo me, se noi Italiani vogliamo utilmente allinearci alle altre
democrazie occidentali, non lo dobbiamo fare sacrificando l’autonomia e
l’indipendenza del pubblico ministero, ma imitando i punti di forza altrui e
mettendo a fuoco le nostre debolezze: la riforma Meloni-Nordio accelera i
processi? rende più efficiente la giustizia? aumenta gli organici? moltiplica
le dotazioni strumentali degli uffici? potenzia la digitalizzazione? affronta i
problemi dell’affollamento carcerario? combatte l’evasione fiscale? La risposta
è sconsolata su tutti i fronti: negli 8 articoli della riforma non c’è una sola
parola a riguardo, come ha ammesso finalmente lo stesso ministro della
Giustizia Nordio. Eppure la Costituzione a chiare lettere (art. 110) affida a
lui e non ad altri la soluzione di questi problemi.
Perché non si è cercato un consenso più ampio su un tema
così delicato, invece di ricorrere a un quesito referendario costituzionale
confermativo che è complesso e senza quorum?
Lei ha pienamente ragione a porre la domanda, perché una
riforma della Carta fondativa ha assoluto bisogno di confronto, mediazione,
condivisione, ha bisogno di un Parlamento che dialoghi e trovi punti di intesa,
ha bisogno “che i banchi riservati al governo siano vuoti”, per lasciare la
discussione ai rappresentanti del popolo, come raccomandava Pietro Calamandrei.
E invece, come si può leggere nel Dossier studi del
Senato e della Camera n. 431/3 (http://www.senato.it/show-doc?id=1474731&leg=19&tipodoc=DOSSIER&rif=0),
il disegno di revisione costituzionale ha marciato con
modalità del tutto diverse. È stato presentato non dal Parlamento ma dal
governo, è stato portato avanti in tempi brevissimi nonostante determinerà
anche l’avvenire di molteplici generazioni future, è stato approvato senza che
in Parlamento né l’opposizione né la maggioranza abbiano potuto modificare una
sillaba in nessuna delle quattro sedute (due della Camera, due del Senato)
previste per legge. Questo è un fatto scandaloso per una democrazia. Il governo
– che secondo la nostra Costituzione ha un potere circoscritto al solo ambito
esecutivo – ancora una volta ha “scippato” al Parlamento il suo potere
legislativo e lo ha fatto addirittura per una modifica costituzionale che
sancisce lo squilibrio dei poteri, mettendo il bavaglio a tutti i
rappresentanti eletti dal popolo sovrano, cioè a noi elettori.
Per nostra fortuna il testo non ha raggiunto la
maggioranza qualificata che avrebbe portato all’approvazione, e di conseguenza
si chiede a noi se questa riforma la vogliamo o no. Perché non si è cercato un
consenso più ampio? Lei mi chiede. La domanda va girata alla presidente Meloni,
al ministro Nordio, a tutto il governo in carica. Per arroganza? Paura del
confronto? Desiderio di agitare il bastone del comando? Incapacità di governare
il pluralismo? Forse perché nessuna delle tre forze al governo ha scritto la
Costituzione del ’48? O perché si vogliono fare le prove generali in vista
delle prossime due disgrazie a cui sta lavorando il governo, l’autonomia
differenziata e il premierato? Non saprei. Tuttavia il 22 e 23 marzo non si
vota per promuovere o bocciare il governo Meloni: chi vota NO, vuole impedire
che qualsiasi governo, di qualunque colore, rubi ai cittadini l’uguaglianza
sostanziale di fronte alla legge. Per questo motivo dobbiamo andare tutti a
votare con consapevolezza, sapendo che questo referendum si può vincere o
perdere anche per un solo voto. CdI
Povertà e salute mentale: Caritas, un “circolo vizioso” che colpisce
giovani, donne e migranti
Caritas italiana presenta oggi a Roma il Rapporto
“Povertà e salute mentale” che evidenzia un aumento della sofferenza
psichiatrica soprattutto tra i giovani, le donne, le persone migranti, e uno
stretto legame con la povertà. I servizi psichiatrici registrano un aumento
delle richieste del 3% e i disturbi depressivi tra gli utenti Caritas sono
cresciuti del 154% in dieci anni. Peggiora il benessere mentale dei giovani,
soprattutto tra le ragazze, mentre aumentano i suicidi giovanili. Solo il 2,9%
della spesa sanitaria è destinato alla salute mentale, con forti divari
regionali.
Peggiora pericolosamente il disagio mentale tra i
giovani, le donne, le persone migranti in Italia. Ma anche tra persone senza
dimora, donne vittime di violenza e tratta, over 55 che precipitano in povertà
dopo la morte dei genitori, padri separati working poor, famiglie con figli in
carico alla neuropsichiatria infantile. Sono questi i profili più ricorrenti
che si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane,
secondo quanto evidenziato dal Rapporto nazionale di Caritas italiana “Povertà
e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” (Tau editrice),
presentato l’11 febbraio 2026 a Roma, in collaborazione con la Conferenza
Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia e in occasione della
Giornata mondiale del malato. Il Rapporto evidenzia un aumento del 154% dei
disturbi depressivi tra le persone accompagnate dalla rete Caritas nell’ultimo
decennio. Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con
condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale. E forti disuguaglianze
territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal
definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali. Il nesso tra
precarietà economica e sofferenza psichica è una realtà sempre più evidente,
che Caritas italiana definisce come un “circolo vizioso” in cui povertà e
disagio mentale si alimentano a vicenda, anche a causa della precarietà
lavorativa, del disagio abitativo e della solitudine. Una fotografia allarmante
di un Paese dove il benessere psicologico sta diventando un lusso per pochi.
I dati del disagio: La salute mentale in Italia non è più
una questione marginale. I servizi psichiatrici registrano un aumento delle
richieste del 3%, passando da 826.000 nel 2019 a 854.000 nel 2023. Secondo le
evidenze epidemiologiche, tra il 18,6% e il 28,5% della popolazione ha sofferto
di un disturbo mentale nel corso della vita. La depressione maggiore colpisce
tra il 10% e il 17% degli italiani, mentre i disturbi d’ansia interessano fino
al 17% della popolazione.
L’emergenza giovani. Il dato più preoccupante
riguarda le nuove generazioni. L’Indice di salute mentale Istat (2024), pur
restando stabile su una media di 68,4 su 100, evidenzia un netto peggioramento
tra i giovani di 14-19 anni, con un calo di 1,6 punti rispetto al 2016. Il
divario di genere è marcato: tra le ragazze il calo è di 2,3 punti, e solo il
35% delle giovani tra i 15 e i 19 anni dichiara un buon livello di benessere
mentale. Tragicamente, questa sofferenza si riflette nell’aumento dei suicidi
giovanili, che nel 2021 hanno registrato un’impennata di circa 80 decessi in
più rispetto all’anno precedente, un livello che si è mantenuto nel 2022.
Caritas: la “povertà cumulata”. Nel 2024, la rete
Caritas ha incontrato 277.775 persone, di cui il 4,4% con sofferenza mentale.
Oltre 7.700 sono state seguite per una sofferenza psicologica conclamata, un
dato probabilmente sottostimato per via dello stigma sociale. Un segnale di
allarme rosso è l’aumento dei disturbi depressivi, cresciuti del 154%
nell’ultimo decennio tra gli utenti Caritas.
Il Rapporto evidenzia il fenomeno della “povertà
cumulata”: l’80% di chi soffre di disagio psichico presenta tre o più ambiti di
bisogno (lavoro, casa, salute, relazioni). Particolarmente fragili risultano i
cittadini stranieri, le cui richieste di aiuto ai servizi psichiatrici sono
aumentate del 20% tra il 2019 e il 2023, spesso a causa di stress
transculturale e precarietà abitativa.
Un sistema poco finanziato e disuguale. A fronte di
questo bisogno crescente, il sistema pubblico appare in ritirata.
L’investimento per la salute mentale in Italia è fermo a circa il 2,9% della
spesa sanitaria complessiva (2023), con enormi divari regionali. La Legge di
Bilancio 2026 prevede 80 milioni di euro per il settore, di cui solo 30 milioni
per il personale: una cifra irrisoria rispetto al fabbisogno stimato dalla
Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, pari a 785 milioni di euro.
Questa carenza di risorse sta portando a uno spostamento
dell’assistenza verso il settore privato, rendendo la cura un “privilegio
economico”. I Centri di Salute Mentale territoriali sono sempre più
depotenziati, trasformandosi in ambulatori con orari ridotti e scarse visite
domiciliari.
La narrazione del disagio mentale sui social. Il Rapporto
analizza anche il modo in cui la piattaforma social Instagram stia cambiando la
percezione del disagio mentale. Da un’analisi condotta tra giugno 2024 e maggio
2025 su 1.715 post pubblici rivela che si sta spostando l’asse
dell’autorevolezza dalle istituzioni sanitarie ai professionisti della salute
presenti sui social e agli influencer. La gerarchia tematica è dettata dagli
algoritmi: al primo posto per visibilità troviamo i disturbi del comportamento
alimentare (707 occorrenze), seguiti dai riferimenti generici ai disturbi
psichiatrici (513) e dal disturbo ossessivo-compulsivo (508).
Anche l’ansia (449) e la depressione (438) godono di
ampia risonanza, poiché facilmente associabili a esperienze comuni e
narrativamente semplificabili. Al contrario, patologie più gravi e complesse
come la schizofrenia (154) o i disturbi dissociativi (58) restano ai margini.
Si delinea così una “gerarchia della sofferenza” basata sulla condivisibilità
dei post. Se da un lato il social network ha un forte potenziale
destigmatizzante, ribaltando i pregiudizi sulla terapia, dall’altro fa emergere
una nuova barriera: lo stigma economico. Dai commenti emerge la denuncia di un
sistema in cui l’accesso alla cura è percepito come un privilegio per pochi,
visti i costi proibitivi della terapia privata e le carenze del servizio
pubblico.
La salute mentale come “bene comune”. Nel suo intervento,
il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha
richiamato la necessità di uno sguardo che tenga insieme cura, diritti e
comunità: “La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata
dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma” e ricordato come
l’incontro tra povertà e sofferenza mentale rischi di trasformare una crisi
temporanea in esclusione cronica. A partire dall’esperienza quotidiana
della rete Caritas don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, ha messo
in evidenza “l’aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in
condizione di fragilità socioeconomica”, un fenomeno sistemico “che non può
essere affrontato con risposte frammentate”. Don Pagniello ha ribadito che
la salute mentale deve essere davvero riconosciuta come diritto fondamentale e
bene comune: “Continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la
coesione sociale del Paese. La salute mentale è una responsabilità trasversale
e un investimento strategico, non una questione per pochi addetti ai
lavori”. Durante la presentazione, Giovanna Del Giudice, presidente della
Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia ha
invitato a “rinnovare l’impegno contro ogni pratica custodialistica e lesiva
dei diritti, qualificare e rafforzare i servizi di comunità, prendersi cura
della persona nella sua globalità e del suo contesto socio-familiare, con il
coinvolgimento delle risorse vive del territorio”. Durante la tavola rotonda
sono state presentate anche le esperienze delle Caritas diocesane di Perugia e
Bergamo. Sir 11
Frana a Niscemi. Quando l’emergenza crea comunità
Dopo la frana che ha colpito il quartiere Sante Croci,
circa duemila persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. In
molti hanno trovato ospitalità non nella palestra adibita a centro di
accoglienza ma nelle case di amici e conoscenti. La testimonianza di Giuseppe,
dipendente pubblico, che con il suo nucleo familiare ha accolto una famiglia
rimasta senza casa: “Non hanno chiesto nulla. Ci è sembrato semplicemente
giusto”.
Nella palestra girano poche persone. Per lo più volontari
e qualche troupe televisiva. Era stata pensata, a Niscemi, come sede per
l’accoglienza delle persone costrette a lasciare la casa, dopo la frana. Che ha
causato il crollo di uno dei costoni di quella collina dove si trova il
quartiere delle Sante Croci. Una zona già segnata da un evento simile nel 1997,
quando andarono distrutte diverse abitazioni e anche la chiesa settecentesca
del quartiere. Sono circa duemila le persone rimaste senza casa. Ma non hanno
avuto bisogno delle brandine allestite in quella palestra. Perché, alcune hanno
una seconda casa in campagna, tante altre sono state accolte da altre famiglie
di parenti, amici, conoscenti, o semplici cittadini. Come hanno fatto Giuseppe,
suo padre e le sue sorelle che vivono a due passi dalla chiesa madre di
Niscemi. Non hanno esitato ad aprire le porte di casa loro, dando speranza ed
anche tanti sorrisi ai nuovi ospiti grazie a Gioia Marie, la piccola di casa.
“A Niscemi ci si riconosce, nei quartieri e nelle chiese – racconta Giuseppe,
54 anni, dipendente pubblico –. Dire ‘sono delle Sante Croci’ non è solo
un’indicazione geografica, è un’appartenenza”.
Giuseppe ha accolto la famiglia di Francesca, Pino e
della madre Rosaria, colpita per la seconda volta da una frana.
“Non ci lega una parentela, ma una grande amicizia –
racconta Giuseppe –. Non hanno chiesto nulla. Siamo stati noi a proporci”. In
casa Giuseppe e la sua famiglia aveva un appartamento libero, autonomo, che
hanno deciso di mettere subito a disposizione. “Ci è sembrato giusto. Nel
momento del bisogno sentiamo il desiderio di essere pronti ad aiutare”.
All’inizio Giuseppe era restio a raccontare la sua
esperienza. “Siamo convinti che il bene vada fatto senza clamore, come dice il
Vangelo”. Poi la scelta di parlare, per contrastare una narrazione che ferisce.
“Sui media stiamo passando per abusivi, mafiosi, come se il fatto che la
palestra sia vuota fosse uno snobbare l’accoglienza”.
“In realtà è successo il contrario: la frana ha creato
legami”. La palestra, infatti, è diventata soprattutto un luogo di incontro. “È
usata come mensa. Ci si ritrova, si mangia insieme, ci si conforta. È un segno
bello. Ma è altrettanto bello che poi le persone rientrino in una casa, anche
se non è la loro”.
In questi giorni, Niscemi appare diversa agli occhi di
chi la vive. “C’è molta emotività, ma anche una grande sensibilità. Ho
conosciuto persone che prima nemmeno salutavo, semplicemente perché non ci
conoscevamo. Ora ci sentiamo più popolo”. Una solidarietà che nasce dalla
consapevolezza reciproca: “Quando abbiamo detto a Francesca che l’avremmo
ospitata, le abbiamo detto anche questo: siamo certi che, a parti invertite,
avreste fatto lo stesso per noi”.
“Troppe volte questa mia comunità è stata violentata a
torto nella sua immagine per i gravi fatti di mafia e di violenza che si sono
verificati – gli fa eco Giovanni Di Martino, ex sindaco di Niscemi, che da
sempre ascolta il sentiment popolare -. Il destino ha voluto che proprio in
questo drammatico momento sia venuto fuori il meglio della mia gente che ha
mostrato il proprio spirito di solidarietà umanità e accoglienza”.
Sul futuro si discute, anche di nuove aree abitative. Ma
il legame con la collina resta forte. “Un paese è fatto di radici – dice
Giuseppe -. Niscemi è stata fondata nel 1626, quest’anno compie 400 anni. È
nata attorno alla devozione alla Madonna del Bosco, la nostra patrona. In
questo momento la immaginiamo abbracciare quella collina ferita”. Per Giuseppe
andare via non è la risposta: “Qui c’è un’identità storica e culturale che va
custodita. Anche dentro una frana possono nascere legami che tengono insieme
una comunità”. Filippo Passantino, Sir 5
L’Ucraina, l’Europa, e la resa dei conti globale
Sono trascorsi quasi quattro anni da quando la Russia ha
lanciato la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Il contrasto storico
rimane stridente: in meno di quattro anni, le truppe sovietiche hanno marciato
su Berlino, hanno issato la loro bandiera sul Reichstag e, insieme agli
Alleati, hanno sconfitto la Germania nazista. La Russia di oggi, malgrado abbia
ereditato gli arsenali sovietici, nonostante abbia impegnato quasi il quaranta
per cento del bilancio sulla difesa, e pur avendo convertito la sua economia in
una macchina da guerra che ha ampliato la produzione militare-industriale, non
è riuscita a raggiungere il suo obiettivo primario: soggiogare l’Ucraina. Ha
fallito nel piegare un Paese che è entrato in guerra con armamenti minimi (in
parte a causa del veto di otto anni sulle vendite di armi a Kyjiv da parte del
Presidente degli Stati Uniti Barack Obama) e che ha dovuto implorare
l’Occidente per ogni singolo proiettile d’artiglieria. Dalle missioni
diplomatiche di Volodymyr Zelensky all’instancabile impegno della società
civile, l’Ucraina ha cercato di persuadere l’Europa che questa guerra non
riguarda solo la sua sopravvivenza, ma l’architettura di sicurezza dell’intero
continente. Tuttavia, il messaggio fatica ancora a risuonare in molte capitali
europee, dove persiste il discorso sulla stanchezza della guerra (war fatigue).
Il sostegno occidentale si è concretizzato, ma negli
stretti confini della strategia della gestione dell’escalation, introdotta dal
Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e ampiamente mantenuta da Donald Trump.
Quest’ultimo non solo ha ridotto gli aiuti militari statunitensi, ma ha anche
introdotto una nuova regola: qualsiasi arma americana destinata all’Ucraina
deve essere acquistata o da Kyjiv o dai governi europei.
Nel corso degli anni, la Russia ha conquistato e
devastato quasi il venti per cento del territorio ucraino. Ma per Putin, la
guerra non è mai stata veramente una questione di terra. L’obiettivo strategico
– ancora lontano – è quello di privare l’Ucraina della sovranità, e di
trasformarla in una seconda Belarus o Georgia, territori dove l’influenza russa
può essere mantenuta senza l’uso di carri armati, semplicemente insediando un
governo compiacente. Essere filorussi nello spazio ex-sovietico non è solo una
postura geopolitica; è un modello politico: corruzione radicata, repressione o
eliminazione della società civile, sistematiche violazioni dei diritti umani,
chiusura dei media indipendenti e una macchina propagandistica che erode il
dissenso e persino la capacità di pensiero critico.
In questo contesto, l’Ucraina non solo ha resistito
militarmente, ma ha difeso libertà universali che i cittadini della Belarus
hanno già perso e che i georgiani, per ora, faticano a preservare. Sono stati
anni straordinariamente difficili: eroica resistenza militare; immenso
sacrificio civile; soldati uccisi al fronte; famiglie che vivono sotto la
costante minaccia di droni e missili balistici; notti trascorse nei rifugi
antiaerei; altri che, esausti, restano a casa nonostante i rischi. Eppure la
società civile ha continuato a salvaguardare la vita democratica, mobilitandosi
ogni volta che le decisioni governative minacciavano le riforme richieste per
l’integrazione nell’Unione europea. Anche in tempo di guerra, le agenzie
anticorruzione ucraine rimangono attive ed efficaci, smascherando casi che
coinvolgono alti funzionari.
La Russia, incapace di raggiungere i suoi obiettivi in
Ucraina, nel frattempo ha segnalato una crescente disponibilità a un’escalation
oltre il campo di battaglia. Per tutto il 2025, le incursioni di droni russi
nello spazio aereo europeo sono diventate sempre più frequenti e sfacciate, e
si sono viste nei cieli di Polonia, Danimarca, Belgio, Romania, Slovacchia e
Moldavia. Alcuni droni russi si sono schiantati sul territorio Nato; altri sono
stati intercettati poco prima dell’impatto. Non si tratta di incidenti, ma di
test precisi per vagliare la prontezza della difesa aerea e la risolutezza
politica dell’Europa. Test progettati per sondare anche la reazione della Nato
e per far venir ansia tra i cittadini europei. Lungi dal contenere il
conflitto, Mosca ha chiarito di essere pronta ad allargarlo, usando i droni
come strumenti politici per minare l’unità europea e per segnalare che i
confini della guerra non sono fissi.
Così, la guerra si avvicina a una nuova fase pericolosa.
Dopo quasi quattro anni, nessuna delle due parti ha trovato una strada per la
vittoria, eppure entrambe si preparano a continuare la guerra anche nel 2026.
L’Ucraina entra nel nuovo anno affaticata, ma non spezzata. Ha respinto tre
importanti offensive russe, inclusa la costosa e inefficace battaglia
dell’estate 2025, in cui gli assalti russi di piccole unità sono stati
distrutti da droni, artiglieria e linee difensive preparate ucraine. Le forze ucraine,
sebbene provate dalla carenza di soldati addestrati e dai turni di rotazione al
fronte, rimangono capaci di prevenire sfondamenti russi su larga scala. La
campagna di attacchi a lungo raggio dell’Ucraina ha già disattivato una parte
significativa della capacità di raffinazione russa e ha interrotto
ripetutamente aeroporti e hub logistici ben dentro il territorio russo. Questi
attacchi costringono Mosca a deviare risorse sulla difesa nazionale e
indeboliscono gradualmente la base finanziaria del suo sforzo bellico.
Tuttavia, le vulnerabilità dell’Ucraina rimangono sostanziali: la mobilitazione
è politicamente difficile, le fasi di addestramento sono in ritardo e a molte
brigate mancano l’equipaggiamento e il tempo necessari per integrare le nuove
reclute. Una questione decisiva nel 2026 sarà se l’Europa si impegnerà
finalmente ad addestrare le truppe ucraine all’interno dell’Ucraina stessa, un
passo che Kyjiv cerca da tempo, ma che i governi dell’Unione europea evitano
ancora per paura di provocare un’escalation. Se l’Europa procederà, l’Ucraina
potrà ricostruire rotazioni coerenti e schierare brigate meglio preparate; in
caso contrario, la qualità delle sue unità in prima linea continuerà a
erodersi.
La Russia, da parte sua, entra nel 2026 con un esercito
che è simultaneamente vasto e svuotato. Perdite immense (oltre un milione di
vittime) non hanno prodotto guadagni territoriali commisurati al costo. La
tattica del Cremlino di lanciare piccoli gruppi d’assalto nelle zone di fuoco
ucraine ha portato solo ad avanzamenti marginali, e in tutti questi anni la
Russia non ha catturato una città importante. Le entrate petrolifere stanno
diminuendo, le sanzioni mordono e gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina
creano interruzioni sempre maggiori nella produzione di carburante. Ma senza
un’applicazione più rigorosa delle sanzioni da parte di Europa e Stati Uniti,
grazie alle flotte navali ombra e ai partner non occidentali, probabilmente la
Russia manterrà un flusso finanziario di cassa sufficiente a continuare la
guerra ad alta intensità.
Putin rimane riluttante a dichiarare la mobilitazione
generale, consapevole del rischio sociale. Sembra invece accontentarsi della
postura di “guerra infinita” (forever war): operazioni al fronte a intensità
inferiore inquadrate come una lotta esistenziale per il futuro della Russia,
volte a prevenire qualsiasi resa dei conti politica interna.
L’incapacità della Russia di vincere in Ucraina non la
rende meno pericolosa. Al contrario, il 2026 vedrà probabilmente
un’intensificazione dell’escalation della grey-zone, la guerra ibrida, di Mosca
contro l’Europa. Le incursioni di droni di fine 2025 sono state degli
avvertimenti precoci. Ciò che ci aspetta potrebbe includere ulteriori
violazioni dello spazio aereo, attacchi informatici alle infrastrutture
critiche, sabotaggi negli Stati baltici e del Nord Europa, falsificazioni delle
identità Gps e rinnovate campagne di disinformazione e strumentalizzazione dei
flussi migratori. L’obiettivo è chiaro: aumentare la percezione della minaccia
sul territorio europeo, costringere i governi a ridurre l’assistenza
all’Ucraina e rendere più profonde le divisioni interne all’Unione europea.
In questo scenario, il 2026 potrebbe diventare l’anno
dello stallo pesantemente militarizzato. L’Ucraina potrebbe tenere la posizione
con il sostegno europeo, la Russia potrebbe continuare a combattere sotto
stress economico e umano, e l’Europa potrebbe affrontare una pressione sempre
maggiore. Il confine tra la prima linea dell’Ucraina e la sicurezza europea
continuerebbe a sfumare, preparando il terreno per un anno teso e incerto.
E anche se per un miracolo il 2026 dovesse portare a un
cessate il fuoco, questo sarebbe probabilmente fragile e temporaneo. Qualsiasi
pausa permetterebbe semplicemente alla Russia di riorganizzarsi, ricostruire le
capacità militari e rafforzare l’economia in preparazione di una nuova
offensiva. L’Ucraina e in realtà anche l’Europa si trovano di fronte alla
prospettiva di diventare negli anni a venire una zona di conflitto pesantemente
militarizzata, con una Russia aggressiva ai loro confini.
Questo è lo scenario che l’Europa teme di affrontare
apertamente. Farlo significherebbe accettare una scomoda verità: l’unica vera
soluzione sia per la guerra in Ucraina sia per il più ampio conflitto tra la
Russia e l’Europa è il collasso del regime di Putin, che a sua volta dipende
dal collasso dell’economia russa. L’Occidente ha sempre avuto gli strumenti per
raggiungere quest’obiettivo, ma ha costantemente esitato a usarli. Diciannove
cicli di sanzioni – incrementali, caute – significano che il modello è la paura
di innescare il caos in Russia e di scatenare conseguenze imprevedibili.
Così, il 2026 potrebbe diventare l’ anno della resa dei
conti, un anno in cui questa realtà non potrà più essere ignorata. Oppure
potrebbe essere un altro anno in cui l’Europa nasconde la testa sotto la sabbia
mentre affronta l’enorme costo di sostenere l’Ucraina in una brutale guerra di
logoramento. In tal caso, il prezzo non sarà in definitiva misurato in dollari
o euro, ma vite umane che gli ucraini continuano a sacrificare in difesa del
loro Paese, della loro libertà e della stabilità dell’Europa stessa. Nona
Mikhelidze, AffInt 17
Il 2026 resterà, ancora, un anno “critico”. Il panorama,
e non solo quello istituzionale, continua a presentarsi complesso e mancano le
intese per superare le difficoltà correlate a un’economia ancora tutta da
valutare ed va una realtà socio/politica che ci coinvolge.
Per la verità, lo avevamo già intuito all’inizio
dell’anno. Del resto, non intravediamo opportunità, se non una prova di buona
volontà, che consenta ai politici di recuperare, almeno, un piano di confronto
decoroso. Quello che ci manca da troppo tempo.
Ora non si può fare “filosofia” dei problemi del Paese. O
si torna su una via percorribile o d’altre scelte non ne intravediamo. Non
riteniamo, però, più concepibile restare spettatori di una situazione che non
favorirebbe, indubbiamente, la ripresa del Paese. Anche tenuto conto che la
“maggioranza”, di questa politica dovrà dimostrare le sue capacità operative
anche a un’EU che già ci ha mostrato tante sue perplessità.
Le nostre valutazioni, però, non intendono essere solo un
segnale preoccupante d’apatia politica. Intendiamo, anche, palesare che questo
Potere Esecutivo ha da tenere in maggior conto le previsioni socio/economiche
già ben note. Insomma, certe responsabilità politiche non si annullano.
Nell’incertezza, si continua a polemizzare e l’Italia è sempre in “crisi”. Le
sensazioni che abbiamo riportato non sono sole le nostre. Noi ci siamo proposti
solo di divulgarle.
Giorgio Brignola, de.it.press
Mediterraneo. La tempesta perfetta: il ciclone Henry e il muro dell’Europa
Il mare restituisce i corpi delle vittime delle
traversate partite dalla Libia mentre il ciclone Henry si abbatte sul
Mediterraneo. Non una fatalità, ma l’esito di scelte politiche che chiudono le
vie legali, esternalizzano le frontiere e consegnano i migranti ai trafficanti
– di Oliviero Forti
La tempesta perfetta è quella che semina distruzione
oltre ogni immaginazione, quella che nessuno avrebbe mai voluto vedere. Quella
che abbiamo vissuto, poche settimane fa, è stata l’incarnazione più crudele di
questo incubo: una convergenza spietata di eventi che ha dipinto lo scenario
peggiore, come se il destino avesse deciso di chiudere ogni porta alla
speranza.
Il ciclone Henry si è abbattuto sul cuore del
Mediterraneo con una furia cieca, flagellando le nostre coste meridionali.
Abbiamo visto allagamenti, strade divorate dall’acqua, paesi feriti. Ma ciò che
accadeva lontano dagli occhi, nel ventre gonfio del mare, è rimasto sospeso nel
silenzio. Fino a ieri.
Poi il mare ha cominciato a restituire ciò che aveva
inghiottito. E quello che tanti avevano denunciato, gridando nel vuoto,
nell’indifferenza generale, oggi si mostra davanti a noi con tutta la sua
devastante verità. Corpi senza vita, trascinati dalle correnti come foglie,
stanno arrivando sulle nostre spiagge. A San Vito Lo Capo, a Tropea, a Scalea,
a Paola. Luoghi di sole, di vacanza, di bellezza, trasformati all’improvviso in
teatri di un dolore antico e sempre nuovo.
Sono i resti di una tragedia immane. Centinaia di vite
spezzate, persone che i trafficanti di morte hanno caricato su nove
imbarcazioni, poche ore prima che l’inferno si scatenasse. Li hanno spinti in
mare, nella notte, con la promessa bugiarda di una salvezza. Loro avevano già
attraversato l’inferno libico, avevano negli occhi la paura, nei corpi la
fatica, nei cuori un unico, disperato desiderio: arrivare.
Ad aspettarli, però, non c’era l’Europa. Non c’era un
porto sicuro, un futuro, un abbraccio. C’era Henry, con la sua furia, con le
sue onde immense, con il suo vento capace di cancellare ogni cosa, anche il
sogno più tenace di una vita migliore.
Il dolore davanti a quei corpi restituiti dal mare non
può, non deve, trasformarsi però in una rassegnazione impotente. Sarebbe il
secondo tradimento.
Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi,
liquidando tutto come l’ennesima, terribile fatalità, perché non è stata la
fatalità! È stata una scelta. Certo, la furia di Henry ha infierito, ma la
tempesta perfetta non è stata solo quella meteorologica. La tempesta perfetta è
fatta di indifferenza, di accordi presi nell’ombra, di porte sbarrate prima
ancora che qualcuno bussi.
Ma perché queste persone si trovavano in Libia, in
quell’inferno in terra? Perché fuggivano da guerre, violenze e disperazione che
noi, in gran parte, abbiamo contribuito a creare o alimentato con i nostri
commerci e le nostre politiche di destabilizzazione. Perché sono state
costrette a mettersi nelle mani dei trafficanti? Perché abbiamo reso
impossibile ogni via legale e sicura per chiedere asilo. Abbiamo trasformato il
Mediterraneo nell’immenso cimitero che è oggi, l’unica strada percorribile per
chi cerca solo di sopravvivere.
E, infine, la domanda che brucia: perché l’Italia e
l’Europa continuano a stringere accordi con quei paesi, con quelle stesse
milizie, con quegli stessi aguzzini che gestiscono il traffico di esseri umani?
Lo facciamo per arginare il fenomeno, ci dicono, per fermare le partenze. Ma la
verità è che in questo modo abbiamo esternalizzato le nostre frontiere, abbiamo
delegato la violenza, abbiamo pagato perché altri facessero il lavoro sporco al
nostro posto. Abbiamo chiuso un occhio (o tutti e due) su quello che succede in
quei centri di detenzione, su quelle torture, su quelle violenze inaudite. E il
risultato è lì, inerme sulla sabbia. Non possiamo più voltarci dall’altra
parte. La responsabilità è nostra, è delle nostre coscienze, è delle scelte
politiche che tolleriamo in nostro nome. Ne sono testimonianza gli ultimi
provvedimenti adottati dal Governo italiano sul controllo dei confini marittimi
e terrestri che spingeranno le rotte dei migranti su percorsi sempre più
pericolosi, sempre più nelle mani dei trafficanti, moltiplicando i rischi e,
sciaguratamente, i morti.
E poi c’è il Patto europeo su migrazione e asilo. Un nome
che suona quasi come una beffa, perché quel Patto, nella sua anima più vera,
promuove la cosiddetta “dimensione esterna” delle migrazioni.
Una formula asettica, burocratica, per dire una cosa
molto semplice: spostiamo il problema fuori dai nostri confini, paghiamo paesi
terzi, spesso regimi autoritari e violenti, affinché fermino le partenze,
delegando loro il controllo e la gestione della disperazione. E il risultato è
sempre lo stesso: l’inferno diventa più lontano dai nostri occhi, e quindi più
facile da ignorare.
È questa la vera tempesta perfetta. Quella in cui la
furia della natura si è tragicamente intrecciata con la freddezza calcolata
della politica. Quella in cui un ciclone chiamato Henry ha incontrato un muro
di burocrazia e indifferenza chiamato Europa. Sir 19
Brevi di politica e cronaca tedesca
Congresso della CDU: Merz consolida il partito e alza il
muro contro l’AfD
A Stoccarda, venerdì scorso, la CDU ha tenuto il proprio
congresso federale in un clima meno celebrativo e più strategico: l’obiettivo
non era soltanto confermare la leadership, ma consolidare il posizionamento del
partito in una fase politica segnata dall’ascesa dell’Alternative für
Deutschland e da un elettorato sempre più volatile.
Nel suo intervento, il Cancelliere Friedrich Merz, ha
adottato un tono insieme identitario e pragmatico. Ha parlato della CDU come
“forza ordinatrice” della Repubblica federale, rivendicando il ruolo dei
cristiano-democratici nella stabilità istituzionale e nella tenuta economica
del Paese. Il passaggio politicamente più atteso dai presenti è stato il
rinnovato rifiuto di qualsiasi cooperazione con AfD a livello federale e
regionale: una linea rossa ribadita con nettezza, nel tentativo di chiudere
definitivamente ogni ambiguità.
Il voto dei delegati ha rafforzato Merz con un consenso
superiore al 90%. Un risultato che consolida la sua posizione dopo mesi di
tensioni interne e di pressioni legate ai sondaggi. Il messaggio che esce da
Stoccarda è chiaro: unità organizzativa e disciplina strategica in vista delle
prossime tornate elettorali nei Länder. Di forte valore simbolico la presenza
di Angela Merkel, tornata a un congresso federale dopo il ritiro dalla politica
attiva. L’accoglienza calorosa dei delegati ha offerto un’immagine di
continuità storica tra l’era merkeliana e l’attuale leadership, pur nella
differenza di stile e di priorità politiche.
Sul piano programmatico, il congresso ha insistito su
sicurezza interna, competitività industriale e controllo dell’immigrazione.
Temi su cui la CDU intende recuperare terreno rispetto all’AfD senza assumere
toni radicali. In filigrana, la vera sfida resta questa: riconquistare elettori
conservatori scontenti senza compromettere la credibilità europea e restando
saldi al governo. Il Congresso di Stoccarda non è stato dunque un semplice
passaggio congressuale, ma un momento di chiarificazione strategica. Per la
CDU, il 2026 si preannuncia come un banco di prova decisivo: non solo per la
leadership di Merz, ma per la capacità del centrodestra tedesco di arginare la
frammentazione e riaffermare una cultura politica di governo.
Merz a Pechino: alla ricerca di nuovo equilibrio tra
cooperazione e competizione
In un mondo sempre più segnato dalla competizione tra
grandi potenze, la diplomazia economica torna al centro della politica estera
tedesca. La prima visita in Cina del Cancelliere Merz apre una fase delicata
nella ridefinizione della postura internazionale di Berlino. A Pechino è stato
accolto dal premier Li Qiang nella Grande sala del popolo e ha incontrato il
presidente Xi Jinping al Diaoyutai State Guesthouse, dando il via a una
missione pensata per combinare pragmatismo economico e ambizione strategica.
In Cina è stato osservato come Merz abbia lasciato
trascorrere oltre otto mesi prima di effettuare una visita ufficiale, un
intervallo decisamente più lungo rispetto alla rapidità dimostrata in passato
da Merkel e Scholz. Questo ritardo segnala che, se da un lato la Cina continua
a rappresentare un interlocutore fondamentale per l’export e gli investimenti
tedeschi all’estero, dall’altro negli ultimi dieci anni è progressivamente
emersa anche come un rivale sempre più competitivo.
Al centro del viaggio c’è l’economia. La Germania resta
profondamente intrecciata alle catene del valore cinesi, ma la sovracapacità di
alcuni settori strategici cinesi desta crescente preoccupazione per la
competitività europea. La delegazione tedesca, composta da rappresentanti
dell’industria automobilistica, tecnologica e manifatturiera, accompagna Merz
non per annunciare svolte clamorose, ma per consolidare canali di comunicazione
e preservare spazi di cooperazione su innovazione tecnologica, transizione
energetica e standard industriali. Il messaggio è chiaro: mercato equo,
trasparenza e reciprocità restano condizioni imprescindibili, segnando la fine
della stagione dell’interdipendenza acritica.
La visita si è sviluppata lungo cinque linee guida
strategiche: rafforzare la competitività di Germania ed Europa, condurre una
politica di “de-risking” senza scivolare nel disaccoppiamento, promuovere una
concorrenza equa e trasparente, riconoscere la Cina come grande potenza e
integrare la politica bilaterale in una cornice europea più ampia. La tappa a
Hangzhou ha offerto uno sguardo diretto sull’innovazione cinese in robotica e
tecnologie energetiche, visitando Unitree e Siemens Energy e valutando le opportunità
per le imprese tedesche nei settori più avanzati.
Sul fronte delle relazioni internazionali, Merz ha
discusso a Pechino della guerra in Ucraina e del ruolo della Cina nel favorire
una de-escalation. Berlino punta a responsabilizzare la leadership cinese
all’interno di un nuovo ordine globale in cui la competizione tra grandi
potenze non sfoci in frammentazione irreversibile. Il cancelliere ha
sottolineato la necessità di un dialogo tra pari, fondato sul rispetto
reciproco e sulla gestione costruttiva delle differenze, affrontando temi
sensibili come Taiwan e diritti umani senza assumere un tono moralistico.
La Cina resta il principale partner commerciale della
Germania, ma anche uno dei dossier più delicati nel dibattito politico interno.
La linea di Berlino sembra chiara: ridurre i rischi sistemici senza isolare
Pechino, proteggere la competitività industriale senza compromettere la
proiezione globale dell’economia tedesca. Il messaggio è netto: la Germania
vuole rimanere un interlocutore centrale della Cina in Europa, tutelando la
propria autonomia strategica e inserendo il rapporto bilaterale in una più ampia
cornice europea e transatlantica.
L’obiettivo non è solo salvaguardare interessi economici,
ma trasformare le sfide in opportunità di cooperazione regolata e sostenibile,
confermando che un dialogo intelligente e realistico con Pechino è oggi una
leva cruciale per la politica estera europea. Al termine della sua visita in
Cina, il Cancelliere ha prospettato la ripresa delle consultazioni governative
tedesco-cinesi per la fine del 2026.
62esima MSC: Merz lancia l’allarme e invita l’Europa a
guidare il nuovo ordine mondiale
Alla 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la
Germania si è detta pronta a farsi carico della sfida globale, richiamando
l’Occidente a visione, pragmatismo e azione concreta. Merz ha tracciato un
quadro chiaro e diretto del contesto globale. In apertura ha affermato che
l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più e che le regole internazionali
non garantiscono più stabilità. Viviamo in un’era di rivalità tra grandi
potenze, dove le risposte collettive sono indispensabili.
Il Cancelliere ha sottolineato che la fiducia tra Europa
e Stati Uniti, fondamento della NATO, è oggi divenuta fragile e va riparata
insieme. Nessuno dei due attori può affrontare da solo le sfide globali. La
NATO resta un vantaggio strategico, ma richiede cooperazione basata su rispetto
e responsabilità condivise. Merz ha evidenziato le differenze culturali con gli
Stati Uniti, in particolare con il movimento MAGA, sottolineando che l’Europa
difende dignità umana, libero scambio e tutela del clima. Sul piano economico e
militare ha osservato che, pur avendo un PIL dieci volte superiore a quello
della Russia, l’UE non può oggi dirsi altrettanto potente sul piano politico e
militare. Ha confermato colloqui con Emmanuel Macron per esplorare una
deterrenza nucleare europea più integrata, sempre conforme agli impegni NATO.
Sulla guerra in Ucraina ha ribadito il sostegno a Kiev: la pace arriverà solo
quando Mosca non vedrà vantaggi nel conflitto.
Merz ha invitato l’Europa a guidare con responsabilità e
leadership condivisa, senza imitare la politica delle grandi potenze. Il
Cancelliere ha lanciato un messaggio chiaro: superare divisioni interne,
rafforzare l’alleanza transatlantica e mobilitare le risorse europee per
difendere libertà e stabilità in un mondo incerto.
Olaf Scholz si prepara a raccontarsi con un’autobiografia
È un’immagine sorprendentemente umana, quella che Olaf
Scholz (SPD) ha offerto a Berlino. In una recente serata pubblica l'ex
Cancelliere ha annunciato di aver già iniziato a scrivere un libro sulla
propria esperienza. “Ich habe schon angefangen” – “Ho già cominciato” – ha
detto, lasciando intendere che il progetto, pur non ancora definito nei
dettagli, sta prendendo forma. La notizia è un segno dei tempi: Scholz, 67
anni, vuole trasformare la sua carriera in narrativa personale mentre la scena
politica tedesca continua a ridefinirsi dopo la sconfitta elettorale della SPD
nel 2025. La sua dichiarazione è arrivata in un evento culturale, davanti a un
pubblico attento, e di fatto conferma che le proposte editoriali dei grandi
editori l’hanno già sollecitato a riflettere sulle proprie memorie.
Scholz ha giocato fino a oggi la carta della prudenza:
non ha voluto etichettare il progetto come “memoir” definitivo, lasciando
aperta la porta a vari modi di raccontare i suoi anni ai vertici del potere,
dall’esperienza come ministro delle Finanze alla guida della cancelliera
socialdemocratica. Ha ricordato, con un sorriso, il volume di Angela Merkel,
che gli fu inviato con “molto cordiali saluti”, e ha ammesso di non aver ancora
letto tutto ma di volerlo certamente fare.
Il prossimo libro di Scholz potrebbe dunque inserirsi in
quel filone di autobiografie politiche che cerca di spiegare scelte e contesti
storici dall’interno. Non è ancora chiaro se la pubblicazione sarà un memoir
intimo o un’analisi più politica; resta però evidente che l’ex cancelliere stia
pensando con serietà al suo ruolo nella memoria collettiva, mentre il dibattito
sul passato recente della Germania – dalla pandemia al ruolo nel conflitto
ucraino – continua dividere accademici e opinione pubblica.
Dalla KAS...
Con il motto “Freedom Must Win”, il 23 febbraio 2026 si è
tenuto al Colosseum di Berlino il quarto “Cafe Kyiv”. L'evento - con l'ormai
tradizionale pop-up bar- è stato inaugurato da Annegret Kramp-Karrenbauer,
presidente della Fondazione Konrad Adenauer, e dal cancelliere Merz.
Dall'inizio della guerra di aggressione russa, la Fondazione Adenauer è
fermamente al fianco dell'Ucraina. Il “Cafe Kyiv” è diventato l'evento più
importante in Europa dedicato all'Ucraina, un luogo di scambio politico e un
segno visibile della solidarietà europea.
Difesa europea: Berlino verso l’addio a Parigi per
aderire al GCAP
Il progetto europeo per il caccia di sesta generazione è
entrato in una fase cruciale che potrebbe ridisegnare i confini della difesa
europea. La Germania starebbe infatti valutando di uscire dal programma
franco-spagnolo FCAS per avvicinarsi al GCAP, l’iniziativa che riunisce Italia,
Regno Unito e Giappone. Una scelta che avrebbe un forte peso politico e
industriale.
Secondo l’esperto Dr. Alessandro Marrone, responsabile
del Programma Difesa, Sicurezza e Spazio dell’Istituto Affari Internazionali,
che abbiamo intervistato per l’occasione: “Il GCAP, lanciato a dicembre 2022,
in tre anni ha compiuto buoni progressi quanto a governance politico-militare e
joint ventures industriali su base paritetica tra partner italiani, britannici
e giapponesi. Se Berlino decidesse di parteciparvi, si ricostituirebbe un
formato di cooperazione ristretta. Un modello simile a quello sperimentato per
oltre 50 anni da Germania, Italia e Regno Unito che ha portato a Tornado ed
Eurofighter ma, stavolta, con l’aggiunta del Giappone. L’Italia è aperta a
questa opportunità, che rafforzerebbe il GCAP a beneficio di tutti i partner e
dell’Europa, creando economie di scala e aumentando le possibilità di
successivo export”.
Sono soprattutto le difficoltà interne all’FCAS a portare
la Germania a voler abbandonare il programma che, secondo accreditate fonti
europee, sarebbe fermo da quasi un anno a causa di profonde tensioni
industriali. Al centro dello scontro, in particolare, ci sono Dassault e
Airbus, divise su questioni cruciali come la guida del progetto, la
suddivisione delle attività e il controllo delle tecnologie strategiche. Uno
stallo che rischia di indebolire l’intera architettura della cooperazione
industriale europea nel settore della difesa. Lanciato nel 2017 su impulso di
Emmanuel Macron e dell’ allora Cancelliera Angela Merkel, l’FCAS era stato
concepito come simbolo della rinnovata intesa franco-tedesca e come pilastro di
una difesa europea più integrata.
L’obiettivo era ambizioso: sostituire dal 2040 i Rafale
francesi e gli Eurofighter in servizio in Germania e Spagna con un sistema
aereo di nuova generazione. Oggi, però, quel progetto appare più fragile e più
lontano all’orizzonte.
Merz-Meloni: “Vogliamo un’Unione Europea più veloce e più
efficace”
In vista dell’incontro informale dell’11 febbraio ad
Alden Biesen, vicino a Liegi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha
sottolineato l’urgenza di rafforzare la competitività e completare il mercato
interno europeo. “Vogliamo rendere questa Unione Europea più veloce, vogliamo
renderla migliore”, ha dichiarato, evidenziando la necessità di un’industria
europea competitiva e pronta alle sfide globali.
Alla vigilia del vertice, Merz ha incontrato la premier
italiana Giorgia Meloni per un bilaterale strategico che ha confermato il
solido partenariato tra Italia e Germania. Il confronto si è concentrato sulle
tre priorità del documento orientativo preparato da Italia, Germania e Belgio:
completamento del mercato unico, semplificazione regolatoria e riduzione dei
prezzi dell’energia, oltre a una politica commerciale ambiziosa ma pragmatica.
Particolare attenzione è stata riservata alle iniziative
per il rilancio industriale dell’Europa, con una rapida revisione dei
meccanismi di tassazione delle emissioni (ETS e CBAM) e l’impegno a dare
seguito alle priorità indicate dal Consiglio Europeo. I due leader hanno deciso
di rivedersi già a margine del prossimo Consiglio Europeo di marzo, per
mantenere alta l’attenzione sui temi della competitività e contribuire alla
definizione di obiettivi concreti e scadenze precise.
L’incontro di Alden Biesen non prevede decisioni formali,
ma sarà l’occasione per un confronto aperto sui principali temi economici. “Ci
incontriamo oggi qui. Non ci saranno decisioni, ma un confronto sulla
competitività e sul completamento del mercato interno europeo”, ha precisato
Merz.
Al centro i dossier stilati da due ex Premier italiani,
entrambi datati 2024, il Rapporto Letta con misure per approfondire il mercato
interno e rafforzare la competitività europea, e il Rapporto Draghi che
analizza le opportunità e le sfide dell’industria dell’Unione.
Per Merz l’obiettivo dell’incontro è preparare il terreno
per decisioni future: “Tra quattro settimane discuteremo anche del
finanziamento dell’Unione Europea, ma oggi si tratta soprattutto di questi
temi. Prepariamo decisioni che saranno poi prese quando ci riuniremo per il
prossimo Consiglio Europeo regolare a Bruxelles”.
SPD al bivio: riforme o solo retorica sociale?
La SPD è a un bivio, con divisioni diverse all’interno
della leadership. Se per Bärbel Bas la priorità resta la difesa del vecchio
modello di Stato sociale, per Lars Klingbeil è tempo di spostarsi verso il
centro come forza riformista anche accettando il rischio di perdere consenso.
Nel tentativo di coniugare consenso e riforme, Bas e
Klingbeil faticano a guidare il partito senza fratture, rischiando
l'immobilismo. Inoltre lo spazio a sinistra è ridotto: Verdi, Linke e persino
AfD superano la SPD sui temi chiave come pensioni e politiche sociali. Per non
provocare strappi e divisioni la strategia attuale adottata dal partito sembra
essere quella del passo avanti e due indietro.
Merz all’Europa: "meno regole, più coraggio per
tornare competitivi"
Ad Anversa, all’ European Industry Summit 2026, il
Cancelliere Merz ha lanciato un messaggio chiaro al mondo industriale e ai
partner europei: l’Europa deve cambiare passo, subito. «Il tempo di agire è
adesso», ha detto dal palco, indicando nella competitività la chiave per
difendere sovranità e peso geopolitico. Il cancelliere ha ricordato come il
divario di crescita con Stati Uniti e Cina continui ad ampliarsi. È una
questione strategica: senza crescita, l’Unione rischia di perdere influenza e
capacità di decisione in uno scenario globale sempre più competitivo. La
ricetta di Berlino parte da un drastico taglio alla burocrazia.
Troppe norme e procedure lente frenano investimenti e
innovazione. Per questo Merz propone di estendere il principio del
silenzio-assenso: se l’autorità non decide entro un termine stabilito, il
progetto si considera approvato. Un segnale forte per rendere l’Europa più
rapida e attrattiva.
Altro pilastro è il rafforzamento del mercato unico, a
partire dal cosiddetto “28° regime”, un quadro giuridico europeo unico e
opzionale che permetta alle imprese di operare senza dover navigare tra 27
sistemi normativi diversi. Sul tavolo anche un vero mercato energetico comune,
regole più snelle sull’intelligenza artificiale e norme sulle fusioni per
favorire la nascita di campioni europei. Il messaggio è politico prima ancora
che economico: la competitività non è un dossier tecnico, ma la condizione per
garantire alla Europa autonomia e forza nel nuovo equilibrio globale.
La Cancelleria federale apre le porte al Carnevale
Il Cancelliere Merz ha recentemente ricevuto al
Bundeskanzleramt i Carnevali da tutta Germania, celebrando allegria e
tradizione. Tra ricordi personali Merz ha sottolineato l’importanza di questo
momento di incontro: «È un pezzo della nostra cultura che voi curate», ha
dichiarato, ringraziando tutti per il loro impegno. Tra musica festosa e
sorrisi, il Cancelliere ha promesso di portare un po’ di questa energia anche
nelle riunioni del governo. Presenti anche il ministro della Cultura, Wolfram
Weimer, e numerosi membri dei club tradizionali. Merz ha chiuso augurando a
tutti una stagione di Carnevale piena di festa e divertimento, invitando a
continuare a valorizzare questa tradizione unica e vivace.
Dalla KAS...
L' ufficio di Roma della Konrad-Adenauer-Stiftung porge
il benvenuto a Paruvana Fiona Volkmann, nuova direttrice dell’ufficio in
Italia. Con un solido percorso internazionale e un’esperienza consolidata
all’interno della Fondazione, porta competenze maturate nell’analisi politica,
nella gestione di progetti sulla Sicurezza e Difesa e nel rafforzamento del
dialogo europeo.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con
istituzioni, mondo accademico e società civile, promuovendo iniziative dedicate
alla governance democratica e alla cooperazione tra Paesi. La sua nomina
rappresenta un nuovo slancio per le attività in Italia, con l’obiettivo di
rafforzare ulteriormente i legami tra Germania e Italia e di promuovere i
valori europei condivisi. Kas 14
Immigrazione. Ecco cosa prevede il ddl del governo: stretta su protezione e
ricongiungimenti
Non un decreto ma un disegno di legge: le nuove misure
sull’immigrazione dovranno passare dal Parlamento, anche se l’esecutivo
chiederà procedure accelerate – di Stefano De Martis
L’ennesima “stretta” del governo sull’immigrazione assume
la forma di un disegno di legge e non di un decreto. Quindi le norme non
entrano immediatamente in vigore ma dovranno prima essere approvate dal
Parlamento. L’esecutivo, comunque, fa sapere che chiederà le procedure più
rapide consentite dai regolamenti delle Camere. Il testo varato dal Consiglio
dei ministri è ancora più restrittivo di quanto si prevedesse alla vigilia e
comprende un’“ampia delega” al governo per l’attuazione dei recenti provvedimenti
europei in materia (più restrittivi anch’essi).
Vediamo in sintesi i punti principali del ddl così come
li sintetizza il comunicato di Palazzo Chigi che, sia pure tra virgolette,
parla esplicitamente di “blocco navale”. In primo piano una “strategia di
difesa dei confini” e requisiti “più stringenti” per la concessione della
“protezione complementare” e per i ricongiungimenti familiari.
· Gestione delle crisi e interdizione delle acque
territoriali: il ddl definisce “procedure specifiche per affrontare situazioni
di afflusso massiccio e strumentalizzato di migranti, con la possibilità di
interdire l’attraversamento delle acque territoriali a navi in presenza di
minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”.
· Disciplina del trattenimento: il ddl regola “in modo
compiuto le modalità di trattenimento dello straniero nelle more delle
procedure di esame della domanda di protezione”.
· Espulsione giudiziale: il ddl amplia “le ipotesi in cui
il giudice, con sentenza di condanna, può disporre l’espulsione o
l’allontanamento dello straniero” e prevede “una procedura accelerata per
l’esecuzione delle espulsioni di stranieri detenuti”.
· Monitoraggio delle frontiere esterne: il ddl istituisce
“un sistema di sorveglianza integrata che permette di agire preventivamente
sulle rotte migratorie, rafforzando la cooperazione con le agenzie europee per
il controllo dei confini marittimi e terrestri”.
· Procedura di rimpatrio alla frontiera: il ddl
“introduce una procedura accelerata che si svolge direttamente presso i valichi
o nelle zone di transito, permettendo l’allontanamento immediato dei soggetti
provenienti da Paesi sicuri o con domande manifestamente infondate”.
· Protezione complementare: il ddl si propone di “evitare
l’uso strumentale delle norme sui legami familiari”. A questo scopo specifica
che “l’accertamento deve basarsi sulla natura effettiva dei legami, sulla
durata del soggiorno nel territorio nazionale e sull’esistenza di legami
familiari, sociali o culturali con il Paese d’origine, impedendo il rilascio
del titolo in presenza di condanne per reati che comportano la pericolosità
sociale del richiedente”.
· Ricongiungimenti familiari: qui il ddl delega al
governo la definizione dei criteri per l’identificazione dei familiari che
hanno titolo al ricongiungimento, “al fine di limitare l’abuso dello strumento
e di garantire che l’accesso ai benefici sia riservato a chi versi in
condizioni di oggettiva vulnerabilità e privo di adeguato sostegno nel Paese
d’origine”.
· Accoglienza e revoca delle misure: il ddl stabilisce
che le prestazioni di accoglienza vengano condizionate “all’effettiva
permanenza del richiedente nel centro assegnato”. Allo stesso tempo “la
violazione delle regole di convivenza o la disponibilità di mezzi economici
sufficienti comporteranno la revoca immediata o l’obbligo di rifusione dei
costi sostenuti dallo Stato”.
· Sanzioni e controlli: il ddl inasprisce “le sanzioni
per l’inosservanza degli ordini di allontanamento” e rafforza “i poteri di
accertamento della polizia giudiziaria per l’identificazione di chi occulta la
propria identità o nazionalità”. Sir 12
Diritti umani, come cambiano le tutele in Europa (l’analisi di Human Rights
Watch)
I diritti umani restano uno degli indicatori più
sensibili dello stato di salute delle società contemporanee. Libertà civili,
accesso alla protezione, tutela delle minoranze e condizioni materiali di vita
riflettono scelte politiche che incidono direttamente su popolazioni, flussi e
assetti sociali, spesso prima ancora che sugli equilibri istituzionali.
Il World Report 2026 di Human Rights Watch, giunto alla
trentaseiesima edizione, osserva queste dinamiche su scala globale, analizzando
oltre cento Paesi sulla base di indagini sul campo, dati ufficiali, decisioni
giudiziarie e atti normativi. Il 2025 viene ricostruito come un anno di
consolidamento di tendenze già in atto, più che di svolte improvvise:
restringimento dello spazio civico, uso estensivo di strumenti di controllo,
applicazione selettiva delle garanzie.
All’interno di questo quadro, l’Unione europea occupa una
posizione particolare. Il rapporto la considera come spazio politico unitario e
ne esamina politiche e prassi in materia di migrazione, stato di diritto,
diritti sociali, tutela di donne e persone Lgbt, relazioni esterne. Ne emerge
una sequenza di decisioni che incidono sulla composizione demografica,
sull’accesso alle tutele e sulla protezione dei gruppi più esposti, con effetti
differenziati nei singoli Stati membri.
Migrazione e protezione internazionale
La gestione della migrazione rappresenta uno dei campi in
cui il rapporto concentra il maggior numero di evidenze. Human Rights Watch
analizza il nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione europea,
individuando tre elementi centrali: l’estensione della detenzione
amministrativa per richiedenti asilo e migranti irregolari, la riduzione delle
salvaguardie contro i rimpatri verso Paesi non considerati sicuri e la
possibilità di istituire centri di rimpatrio in Stati esterni all’Unione. Il quadro
normativo viene letto come un rafforzamento strutturale degli strumenti di
contenimento.
A questo livello si affiancano le scelte nazionali. Nel
corso del 2025 diversi Stati membri hanno limitato o sospeso l’accesso alle
procedure di asilo, introducendo deroghe, eccezioni o canali accelerati. Il
rapporto rileva che tali misure sono state adottate senza interventi correttivi
sostanziali da parte delle istituzioni europee, con un orientamento complessivo
volto a ridurre i tempi di esame e ad aumentare il numero di decisioni rapide.
Gli effetti si misurano sulla valutazione individuale
delle domande. Human Rights Watch segnala che la compressione delle procedure
incide in modo particolare sui richiedenti provenienti da contesti complessi,
sui minori non accompagnati e sulle persone con bisogni specifici di
protezione, per i quali la rapidità amministrativa può tradursi in una perdita
di garanzie.
Il rapporto richiama inoltre l’espansione degli accordi
di cooperazione con Paesi terzi incaricati di contenere le partenze. In più
casi si tratta di governi caratterizzati da violazioni documentate dei diritti
umani. La gestione della migrazione viene così descritta come un ambito in cui
l’Unione ha progressivamente abbassato le soglie di tutela, privilegiando la
deterrenza e il controllo dei flussi.
Stato di diritto e spazio civico
Accanto alla migrazione, il Rapporto mondiale 2026 dedica
ampio spazio alla tenuta dello stato di diritto. Human Rights Watch utilizza
indicatori istituzionali e casi documentati per valutare l’efficacia degli
strumenti europei a fronte di violazioni ricorrenti su indipendenza
giudiziaria, libertà dei media e separazione dei poteri. Il 2025 viene
descritto come un anno di applicazione diseguale delle regole comuni.
Il caso ungherese occupa una posizione centrale. Nel
marzo 2025 il Parlamento di Budapest ha approvato una legge che vieta le marce
del Pride e introduce sanzioni per organizzatori e partecipanti. Il
provvedimento viene inserito in una sequenza normativa che limita la visibilità
delle persone Lgbt nello spazio pubblico e amplia i poteri discrezionali delle
autorità. Nello stesso anno, l’Ungheria si è ritirata dalla Corte penale
internazionale e ha ospitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu,
destinatario di un mandato di arresto della Cpi, senza procedere all’arresto.
Secondo il rapporto, a questi atti non sono seguite misure incisive da parte
del Consiglio europeo.
Human Rights Watch collega il caso ungherese a una
dinamica più ampia: l’avanzata di forze politiche che promuovono restrizioni ai
diritti e l’emulazione di tali politiche da parte di partiti tradizionali. Gli
effetti vengono descritti in termini di riduzione dello spazio civico e di
maggiore esposizione per le comunità emarginate.
Il rapporto richiama anche contesti non appartenenti
all’Ue ma rilevanti per i rapporti europei. In Turchia, Paese candidato,
l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem ?mamo?lu nel 2025 e la repressione
delle proteste successive vengono utilizzati per illustrare la contrazione del
dissenso politico e l’uso estensivo delle forze di sicurezza. L’episodio viene
inserito nel quadro della cooperazione tra Ue e Ankara su migrazione e
sicurezza, evidenziando la distanza tra partenariati strategici e tutela delle
libertà fondamentali.
Alle frontiere esterne dell’Unione, Human Rights Watch
segnala difficoltà persistenti di accesso all’asilo nelle enclavi spagnole di
Ceuta e Melilla. Prassi amministrative e requisiti burocratici continuano a
limitare la possibilità di presentare domanda di protezione internazionale,
incidendo in modo particolare sulle persone provenienti dall’Africa
subsahariana. Il caso viene utilizzato per mostrare come l’esercizio di un
diritto riconosciuto possa essere compresso senza modifiche formali alla
legislazione.
Il rapporto menziona inoltre restrizioni alle
manifestazioni pubbliche e l’uso estensivo di poteri di ordine pubblico in
Paesi come Francia e Regno Unito. Sanzioni, divieti preventivi e interventi di
polizia vengono analizzati per il loro impatto sulla libertà di espressione e
di associazione, anche in contesti democratici consolidati.
Diritti sociali, genere e minoranze
Human Rights Watch dedica una sezione ai diritti
economici e sociali, utilizzando dati ufficiali dell’Unione europea. Nel 2024,
93,3 milioni di persone, pari al 21% della popolazione Ue, risultavano a
rischio di povertà o esclusione sociale. Il rapporto utilizza questo dato come
indicatore della distanza tra impegni normativi e condizioni materiali di vita.
La disoccupazione e il lavoro discontinuo vengono
indicati come fattori centrali di vulnerabilità, in particolare per giovani,
migranti e lavoratori temporanei. A questi si affiancano precarietà abitativa e
accesso diseguale ai servizi, che incidono sulla possibilità di esercitare
diritti in modo effettivo. Le differenze territoriali tra Stati membri e
all’interno degli stessi Paesi producono livelli di protezione molto variabili.
In questo contesto si inserisce la tutela dei diritti di
genere. Il rapporto tratta la violenza contro le donne come indicatore
trasversale delle fragilità sociali. Nel 2025, in diversi Paesi europei, il
numero di casi denunciati e di femminicidi resta elevato, con forti differenze
nella capacità di prevenzione, intervento e supporto alle vittime. Human Rights
Watch segnala una distribuzione disomogenea dei centri antiviolenza e dei
servizi di protezione, con particolare criticità nelle aree periferiche e rurali.
Per quanto riguarda le persone Lgbt, il rapporto
documenta un aumento di discriminazioni, aggressioni e discorsi ostili in più
Stati membri. Il blocco della Direttiva orizzontale sulla parità di trattamento
viene indicato come uno degli elementi che mantengono ampie lacune nella
protezione contro la discriminazione basata su orientamento sessuale, identità
di genere, religione, età e disabilità, soprattutto nell’accesso a servizi,
alloggio e assistenza sanitaria.
L’Italia nel quadro europeo dei diritti umani
Nel capitolo dedicato all’Italia, Human Rights Watch
colloca il Paese all’interno delle stesse traiettorie osservate a livello
europeo, ricostruendo il 2025 attraverso atti normativi, decisioni giudiziarie
e dati amministrativi.
Sul fronte migratorio, il rapporto analizza l’attuazione
degli accordi con l’Albania per la detenzione di persone migranti intercettate
in mare o trasferite dal territorio italiano in attesa di rimpatrio. Nel corso
del 2025, i tribunali italiani hanno bloccato tentativi successivi di
processare in Albania le domande d’asilo di uomini provenienti da Paesi
considerati “sicuri”. In risposta, a marzo il governo ha riconvertito la
struttura in un centro di detenzione per persone già destinatarie di ordini di
espulsione. Il rapporto richiama inoltre l’avvertimento del Comitato europeo
per la prevenzione della tortura sui rischi di esportare un modello che
presenta criticità nei centri italiani e la sentenza della Corte di giustizia
Ue che, in agosto, ha rilevato il mancato rispetto degli standard sul diritto
d’asilo in un caso relativo a cittadini del Bangladesh.
Human Rights Watch inserisce nello stesso quadro la
cooperazione con la Libia. L’Italia ha lasciato rinnovare automaticamente il
Memorandum del 2017 sulla migrazione, nonostante abusi documentati. Il rapporto
cita l’apertura di un’indagine dopo che, in agosto, una motovedetta libica
donata dall’Italia ha sparato contro una nave di soccorso con 87 persone a
bordo, e il rinvio a giudizio di militari e ufficiali per ipotesi di omicidio
colposo legate al naufragio del febbraio 2023 al largo della Calabria.
Per quanto riguarda il soccorso in mare, il rapporto
segnala un uso ripetuto di misure amministrative nei confronti delle navi delle
Ong. Al settembre 2025, secondo i dati riportati, il governo aveva fermato navi
di soccorso 34 volte dal febbraio 2023, per un totale di 700 giorni di
inattività operativa, e aveva bloccato per 20 giorni l’aereo Seabird utilizzato
per individuare imbarcazioni in difficoltà. Sul piano giurisprudenziale, viene
richiamata la pronuncia della Corte costituzionale che ha chiarito come
l’obbligo di salvare vite possa giustificare la disapplicazione di ordini
statali.
Il capitolo italiano affronta anche il tema della
discriminazione. Human Rights Watch riporta le raccomandazioni della
Commissione europea contro razzismo e intolleranza sulla necessità di uno
studio indipendente sulla profilazione razziale e cita dati amministrativi
relativi alle “red zones” urbane: nei primi sette mesi del 2025, il 42% delle
persone fermate e il 76% di quelle sottoposte a misure conseguenti risultavano
straniere, a fronte di una presenza di stranieri pari al 9% della popolazione.
Sul piano sociale, il rapporto segnala la legge approvata
a giugno 2025 che introduce sanzioni penali più severe contro gli occupanti di
immobili e contro chi li assiste, riducendo le garanzie procedurali contro gli
sfratti forzati, nonostante le preoccupazioni espresse da relatori speciali
delle Nazioni Unite su casa e povertà.
Per quanto riguarda i diritti delle donne, Human Rights
Watch cita i dati del ministero dell’Interno: nei primi sette mesi del 2025 le
donne uccise sono state 60, quasi quanto nello stesso periodo del 2024, con un
aumento della quota di omicidi commessi da partner o ex partner e della
percentuale di vittime di origine straniera. Il rapporto segnala l’approvazione
del reato di femminicidio e lo stallo della proposta di legge che definisce il
rapporto sessuale senza consenso come stupro. Sul diritto all’aborto viene
citata la legge regionale siciliana volta a superare le difficoltà legate
all’obiezione di coscienza e l’impugnazione del governo davanti alla Corte
costituzionale.
Infine, il capitolo affronta la tutela delle persone Lgbt
e lo stato di diritto. Vengono richiamate le decisioni della Corte
costituzionale sulla registrazione dei figli nati da coppie lesbiche e
sull’adozione per genitori omosessuali, insieme alla proposta governativa di
limitare l’accesso alle cure di affermazione di genere per i minori. Sul fronte
della sicurezza, Human Rights Watch segnala l’adozione del “security decree” e
le critiche di organismi internazionali per l’impatto sulle libertà di espressione
e associazione, e richiama l’episodio del rilascio e rimpatrio di un
funzionario libico destinatario di mandato della Corte penale internazionale.
Nel suo insieme, il Rapporto mondiale 2026 restituisce un
quadro in cui l’Europa, pur restando formalmente ancorata ai diritti
fondamentali, mostra una gestione selettiva delle garanzie, con effetti
misurabili sulle popolazioni più esposte e sulle dinamiche demografiche che
attraversano il continente. Adnkronos 11
Pure se i conti economici d’Italia continuano a non
quadrare, gli italiani restano un Popolo rassegnato. Se il precedente governo
non è riuscito a far fronte alla necessità fiscale, questo Esecutivo varerà una
serie di provvedimenti che andranno a ricadere, principalmente, sui redditi da
lavoro dipendente e sulle pensioni. Con alchimie che, presto, ci saranno note.
Le aliquote IRPEF
non saranno ridotte; mentre l’Imposta sul Valore Aggiunto potrebbe salire. I
trattamenti previdenziali minimi non saranno “adeguati” e vivere sarà più
difficile che per il passato. Lo Stato sociale è più un limite che un fatto
reale. Insomma, quel poco che c’è concesso è ripreso per altra via. Ma questa,
a ben osservare, non sarebbe la realtà peggiore. Ciò che potrebbe far
traboccare il ”vaso” è la manovra fiscale. La vita è regolata da imposizioni
con valore di legge “pro tempore”. I più accurati controlli, tanto
pubblicizzati dai media, rappresentano la scoperta dell’ago nel pagliaio.
Questo potrebbe essere l’anno del “cambiamento”. Vedremo se in “meglio”.
Certo è che la barca economica nazionale potrebbe
naufragare. Per recuperare credibilità economica, ogni mezzo è stato
sperimentato. I risultati appaiono, per ora, deludenti. La morale è sempre la
stessa: c’è chi paga tutto quello che deve e c’è chi sfugge al suo obbligo
contributivo. Ora, gli italiani hanno iniziato a essere stanchi delle
“stangate” che si ripetono, con periodicità, sui loro risparmi e sul loro
lavoro. Senza intese con le Forze Sociali, da noi si respira, prepotente, la
voglia di dire ”no”. No alle ingiustizie, No ai compromessi che favoriscono chi
non ne avrebbe bisogno.
Dato che il piatto
piange, il Potere Legislativo non dovrebbe temporeggiare su alcuni passi
importanti a favore d’altri, che lo sono molto meno. Quando si tireranno le
somme, ci si accorgerà con gli introiti saranno ancora insufficienti alla
bisogna. Insomma, “politica” ed “economia” continueranno a percorrere strade
differenti.
Giorgio Brignola, de.it.press
ROMA- In vista della consultazione referendaria del 22 e
23 marzo 2026 sono previste tariffe agevolate per gli elettori che si
recheranno a votare nel proprio comune di iscrizione elettorale. Tutte le
informazioni di dettaglio sono contenute nella circolare n. 19 della Direzione
centrale per i Servizi elettorali del Dipartimento per gli Affari interni e
territoriali del Ministero dell’Interno. Gli elettori potranno usufruire delle
agevolazioni applicate dagli enti e dalle società che gestiscono i servizi di
trasporto ferroviario, marittimo, autostradale e aereo, secondo quanto di
seguito riepilogato.
Agevolazioni per i viaggi ferroviari
Le società Trenitalia S.p.A., Italo – Nuovo Trasporto
Viaggiatori S.p.A. e Trenord s.r.l. applicheranno agevolazioni tariffarie per i
viaggi ferroviari in favore dei cittadini italiani residenti in Italia o
all’estero che si recheranno nella località di iscrizione elettorale, o in
località limitrofe, per esercitare il diritto di voto.
I biglietti agevolati possono essere acquistati per
viaggi da effettuare nell’arco temporale di venti giorni a ridosso delle
votazioni. Per le consultazioni del 22 e 23 marzo 2026, il viaggio di andata
potrà essere effettuato dal 13 marzo 2026, mentre quello di ritorno dovrà
avvenire non oltre il 2 aprile 2026. Il viaggio di andata deve concludersi
entro l’orario di chiusura delle operazioni di voto e quello di ritorno non può
iniziare prima dell’apertura dei seggi.
Per usufruire delle agevolazioni l’elettore dovrà
esibire, nel viaggio di andata, la tessera elettorale oppure una dichiarazione
sostitutiva attestante che il biglietto è stato acquistato per recarsi a
votare; nel viaggio di ritorno dovrà invece mostrare la tessera elettorale
recante l’attestazione dell’avvenuta votazione, oltre a un documento di
riconoscimento. Per gli elettori residenti all’estero la tariffa ridotta è
valida esclusivamente per la tratta italiana e richiede anche la
cartolina-avviso o una dichiarazione dell’autorità consolare.
Nel dettaglio, Trenitalia rilascerà biglietti nominativi
di andata e ritorno con riduzione del 60% sulle tariffe regionali e del 70% sul
prezzo base dei treni del servizio nazionale. Italo applicherà una riduzione
del 70% sul prezzo al pubblico per i viaggi in ambiente Smart e Prima con le
offerte Flex, Extratempo e Bordo. Trenord, per i servizi operanti in Lombardia,
applicherà una riduzione del 60% sui biglietti nominativi regionali di andata e
ritorno, inclusa la tariffa Malpensa. Le agevolazioni non sono cumulabili con
altre promozioni, salvo le specifiche tutele previste per le persone a ridotta
mobilità.
Agevolazioni per i viaggi via mare
Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha
disposto che le società Compagnia Italiana di Navigazione, GNV, Grimaldi
Euromed, Navigazione Siciliana e NLG – Navigazione Libera del Golfo applichino
agli elettori che si recheranno a votare nel proprio comune di iscrizione
elettorale la tariffa agevolata con riduzione del 60 per cento della tariffa
ordinaria passeggeri.
Nel caso in cui l’elettore abbia diritto alla tariffa in
qualità di residente, sarà applicata la tariffa residenti, salvo che la tariffa
elettori risulti più favorevole.
Agevolazioni autostradali
L’AISCAT ha comunicato che le concessionarie autostradali
aderiranno alla richiesta di esenzione dal pagamento del pedaggio su tutta la
rete nazionale, con esclusione delle autostrade a sistema di esazione aperto,
in favore degli elettori italiani residenti all’estero, sia per il viaggio di
raggiungimento del seggio sia per quello di ritorno.
La validità dell’agevolazione avrà inizio, per il viaggio
di andata, dalle ore 22 del quinto giorno precedente la consultazione e, per
quello di ritorno, dal giorno delle operazioni di voto fino alle ore 22 del
quinto giorno successivo alla conclusione delle operazioni stesse.
Agevolazioni per l’acquisto di biglietti aerei
La compagnia ITA Airways applicherà uno sconto sul
biglietto aereo per voli nazionali di andata e ritorno utilizzati per
raggiungere la sede del seggio elettorale di appartenenza.
Lo sconto è pari a 40 euro per tariffe di importo pari o
superiore a 41 euro, è valido su tutti i brand tariffari, non si cumula con
altre promozioni e non si applica a tasse e supplementi. I biglietti agevolati
possono essere acquistati tramite il sito della compagnia e le agenzie di
viaggio.
Al momento del check-in e dell’imbarco il passeggero
dovrà esibire la tessera elettorale oppure, per il solo viaggio di andata, una
dichiarazione sostitutiva; al ritorno sarà necessaria la tessera elettorale
regolarmente vidimata. L’offerta è valida fino al 23 marzo 2026 per voli
effettuati tra il 15 e il 30 marzo 2026.
Altre agevolazioni per alcune categorie di elettori
residenti all’estero
In occasione della consultazione referendaria del 22 e 23
marzo 2026, gli elettori residenti in Stati con cui l’Italia non intrattiene
relazioni diplomatiche o nei quali la situazione politica o sociale non
consente l’esercizio del voto per corrispondenza hanno diritto, presentando
apposita istanza alla competente autorità consolare, al rimborso del 75 per
cento del costo del biglietto di viaggio nei limiti previsti dalla normativa
vigente. (Inform/dip 26)
“Remigrazione”: una proposta di legge contro gli Italiani
ROMA - In pochi giorni 100 mila sottoscrittori hanno
firmato la proposta di legge per rimpatriare, volontariamente o meno, i
migranti, irregolari e non. Le motivazioni sono varie e, soprattutto,
facilmente accettabili.
Si va dal bisogno di maggiore sicurezza contro chi
commette atti delinquenziali, alla salvaguardia dell’identità nazionale, alla
buona intenzione di evitare l’emigrazione di giovani italiani o al desiderio di
favorire il ritorno in Italia di tanti italo-discendenti, dal contrasto ai
trafficanti e agli sfruttatori di lavoro migrante, all’aiuto dei paesi di
origine incentivando economicamente i migranti che vogliono farvi ritorno.
Tutto questo sembrerebbe avere le parvenze di un
approccio ragionevole e di buon senso se, come un oggetto decorativo qualsiasi,
potessimo disporre dei migranti, spostandoli a piacimento da un luogo ad un
altro oppure semplicemente decidere di farne a meno per sempre.
La leva che scardina quel presunto approccio di buon
senso che starebbe alla base della richiesta di remigrazione sta nel fatto
ineludibile che le migrazioni sono parte strutturale e non rimovibile di
processi più ampi di trasformazione sociale, culturale, economica delle
società, sia in partenza che in arrivo.
In effetti, quelli che sostengono di controllare o
bloccare i flussi migratori con incentivi economici o con misure securitarie
spesso sottovalutano il fatto che l’immigrazione cresce o cala più in funzione
di cambiamenti socioeconomici (come il bisogno di manodopera o l’aumento della
disoccupazione nei paesi di destinazione oppure la fine di conflitti nelle aree
di origine) che in seguito a misure di polizie o decreti-legge governativi.
Nel caso specifico dell’Italia non sarebbe molto saggio
ignorare l’apporto del lavoro immigrato per l’economia del Paese. Lo stesso
ministero del lavoro, nel suo XV rapporto (Gli stranieri nel mercato del lavoro
in Italia), rileva che nel 2024 gli stranieri sono il 10,5% degli occupati
totali e circa 4 milioni di lavoratori attivi, soprattutto nei servizi alla
persona, dove sono circa il 30% dei lavoratori, nell’agricoltura (il 20%), nel
settore del turismo e dell’accoglienza (il 18%) e nelle costruzioni (il 17%).
Gli immigrati in Italia dichiarano redditi per 80
miliardi, versano circa 12 miliardi di Irpef, generano un saldo fiscale
positivo superiore al miliardo di euro. Si stima così che gli occupati
stranieri danno all’Italia un valore aggiunto di circa 180 miliardi, pari al 9%
del PIL nazionale.
La stessa Ragioneria dello Stato ritiene che un saldo
migratorio positivo (per circa 165mila persone all’anno) abbia effetti
rilevanti per la sostenibilità della spesa pensionistica, la crescita del PIL,
l’incremento occupazionale e la ripresa della natalità.
Al contrario, creare e alimentare divisioni tra autoctoni
e migranti indicando questi ultimi come la causa di tutti i mali sociali vuol
dire non riconoscere che sono le politiche dei governi, non i migranti, la
causa di disuguaglianze, precarietà del lavoro e stagnazione dei salari
soprattutto per tutti quei lavoratori a basso e medio livello di reddito.
In altri termini, proclamare e perseguire politiche di
remigrazione non significa contrastare le migrazioni per favorire gli italiani,
ma proprio il contrario, e cioè accelerare il declino di un paese, ripiegato su
se stesso per non voler riconoscere e dare legittimità ad apporti nuovi
provenienti da quei migranti che hanno scelto l’Italia come loro luogo di vita.
Ecco perché qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul
tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere.
P. Lorenzo Prencipe, CSER (dip 4)
L’Europa al bivio della competitività, tra soluzioni e limiti: cosa hanno
deciso i leader?
Sotto la pioggia incessante del Limburgo, i leader
dell’Unione europea si sono riuniti nel castello di Alden-Biesen per quello che
molti definiscono l’ultimo appello per l’economia del Continente. Tra le
proteste degli agricoltori che assediavano l’area e i richiami di Mario Draghi,
emerge un nuovo equilibrio politico: un asse Roma-Berlino che punta a scuotere
le fondamenta di una burocrazia giudicata ormai soffocante.
Il Summit sulla competitività
Non è solo un vertice informale, ma una presa di
coscienza collettiva sulla necessità di invertire un declino che dura da quasi
vent’anni. Il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, ha aperto i
lavori con una dichiarazione d’intenti che segna il cambio di passo dell’agenda
comunitaria: “Come l’anno scorso è stato l’anno della difesa, questo sarà
l’anno della competitività dell’Ue”. La posta in gioco è la rilevanza stessa
dell’Europa in un ordine mondiale che l’ex presidente della Banca centrale europea
Mario Draghi ha definito senza mezzi termini “morto”, avvertendo che il
Continente rischia una “lenta agonia” o una “subordinazione” se non passerà da
una confederazione a una vera federazione.
La scommessa del “motore” italo-tedesco
Protagonista della giornata è la nascita di un
coordinamento strategico tra Italia e Germania. La presidente del Consiglio
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno co-presieduto un
pre-summit che ha riunito alcuni degli Stati membri, un’iniziativa volta a dare
alla Commissione “chiare cose da fare” e a monitorare passo dopo passo
l’attuazione dei dossier più critici.
Meloni ha rivendicato con forza questo nuovo ruolo guida:
“C’è sicuramente un motore tedesco-italiano in questo momento”, ha dichiarato,
precisando tuttavia che l’alleanza non è rivolta contro la Francia, ma punta a
un “autocontrollo legislativo” per frenare una burocrazia che ha superato il
proprio perimetro. Merz ha fatto eco a questa posizione, sollecitando
l’adozione di misure “coraggiose” per sbloccare la crescita e chiedendo di
“deregolamentare ogni settore”.
Il monito Draghi-Letta
Le ragioni di tale urgenza sono scolpite nei dati della
Banca Mondiale: nel 2008 il Pil dell’Unione superava quello statunitense; oggi
gli Stati Uniti corrono verso i 28,75 bilioni di dollari, mentre l’Europa è
rimasta ferma a 19,5. Per colmare questo baratro, i leader hanno ascoltato le
analisi di Mario Draghi e in pomeriggio sono previste quelle dell’ex premier
italiano Enrico Letta.
Le posizioni sono ormai note: da un lato, Draghi spinge
per un “federalismo pragmatico” che consenta a coalizioni di Paesi volenterosi
di procedere anche senza l’unanimità. Letta, dal canto suo, insiste sulla
creazione di un “28esimo regime”: un quadro normativo unico europeo che
permetterebbe alle imprese di crescere senza doversi scontrare con 27 diverse
legislazioni nazionali.
Lo scontro sui tabù: “Buy European” e il debito comune
Nonostante la diagnosi condivisa, con il premier belga
Bart De Wever che ha descritto la crisi industriale come “drammatica” e
“esistenziale”, le soluzioni continuano a dividere profondamente il blocco.
Protezionismo vs libero mercato
Il presidente francese Emmanuel Macron ha rotto gli
indugi proponendo una clausola di “Buy European”, ovvero l’obbligo di favorire
prodotti locali negli appalti pubblici per settori strategici come difesa e
tecnologie pulite. Macron l’ha definita “una misura difensiva” essenziale di
fronte a “concorrenti sleali che non rispettano più le regole”. Tuttavia, la
proposta ha trovato il muro dei Paesi nordici e baltici. Il premier svedese Ulf
Kristersson, in un’intervista al Financial Times, si è detto “molto scettico”:
“Proteggere imprese che fondamentalmente non sono competitive” non è la ricetta
per il successo.
Il nodo dei finanziamenti
Il presidente francese insiste anche che l’emissione di
debito comune sia “l’unico modo” per competere con i massicci sussidi di Usa e
Cina. Una posizione sostenuta anche dalla Spagna, che vede negli Eurobond, e
cioè i titoli di debito emessi congiuntamente dai Paesi dell’Unione europea,
garantiti da tutti gli Stati membri, per finanziare progetti comuni, uno
strumento chiave. La Germania, tuttavia, resta ferma sul suo “no”, preoccupata
dalle ripercussioni politiche interne e preferendo puntare sulla mobilitazione
dei capitali privati; l’Italia mantiene un’apertura timida, con la premier che
ha ammesso: “Personalmente sono favorevole, ma voi sapete che questo dibattito
è uno dei più divisivi in Europa”, rivolgendosi ai giornalisti presenti in
Belgio.
Energia e burocrazia: le barriere invisibili
Un altro fronte critico riguarda i costi energetici, che
in Europa sono più del doppio rispetto a quelli americani e cinesi. Giorgia
Meloni ha annunciato interventi nazionali imminenti, ma ha chiesto una
“profonda revisione” del sistema Ets (il mercato delle quote di emissione di
Co2), puntando il dito contro la “speculazione finanziaria” che grava sulle
bollette delle imprese.
Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von
der Leyen, pur lamentando la lentezza dei co-legislatori, ha ammesso
l’assurdità di alcune norme frammentate, citando il caso dei camion che devono
cambiare carico alla frontiera tra Belgio e Francia a causa di limiti di peso
discordanti.
Verso il Consiglio di marzo
Il vertice di Alden-Biesen non produrrà conclusioni
formali, ma traccia la rotta per il Consiglio europeo che si terrà a marzo,
fissato come termine ultimo da Macron per prendere decisioni concrete. La sfida
è trasformare il senso di urgenza in azioni coordinate: senza una vera
integrazione del mercato dei capitali e una semplificazione radicale,
l’avvertimento di Bart De Wever rischia di avverarsi: “La decarbonizzazione
dell’Europa diventerà sinonimo della sua deindustrializzazione” e, in
definitiva, della sua povertà. Adnkronos 12
Cosmo Italiano, i temi recenti
Infortuni sul lavoro in Germania: cosa devi sapere
(19.02) Cosa devi sapere se ti fai male al lavoro in
Germania? Qual è il ruolo delle casse infortuni tedesche, le
Berufsgenossenschaften? Francesco Marzano ne parla oggi con Luciana Mella, che
spiega come comportarsi e a cosa fare attenzione in caso di incidenti sul
lavoro o anche mentre si va al lavoro o a scuola in Germania. Altri consigli
arrivano da Graziella Italiano del patronato Epasa di Mannheim, mentre Agnese
Franceschini ci parla poi di malattie professionali.
Allarme sicurezza sui mezzi pubblici in Germania
(18.02) Aumentano le aggressioni ai danni dei controllori
nei mezzi pubblici sia tedeschi che italiani. Dopo la morte di un addetto nella
Renania-Palatinato Deutsche Bahn prende provvedimenti. Ne parliamo con Enzo
Savignano, l'autista di Wuppertal Antonio Marangi, Andreas Schackert del
settore trasporti del sindacato Ver.di e con Salvatore Pellecchia, segretario
nazionale della Federazione Italiana Trasporti CISL.
Dentista, quanto mi costi! Anche in Germania
(17.02) Gli appuntamenti dal dentista sono segnati da due
timori: quello per il probabile dolore cui si va incontro e quello legato ai
costi, spesso insostenibili. In Germania come in Italia. In questo podcast, con
l'aiuto della collega Agnese Franceschini e della dentista Chiara Martinolli di
Monaco, cerchiamo di fare il punto su come funziona il sistema delle cure
dentistiche in Germania, sulle differenze con l'Italia e di capire se ha senso
sottoscrivere un'assicurazione extra per i denti.
Quest'inverno tedesco: gelo a Berlino e Mar Baltico
ghiacciato
(11.02) Il Mar Baltico ghiacciato è un po' il simbolo di
questo rigido inverno in Germania, insieme ai marciapiedi scivolosi di Berlino
e agli altri gravi disagi nella capitale, di cui ci parla Cristina Giordano. Ma
in altre regioni sperimentiamo sbalzi di oltre 10 gradi da un giorno all'altro.
Come si concilia questo gelo con il riscaldamento globale? Francesco Marzano ne
parla con la climatologa Marina Baldi, mentre a Michele Governatori chiede se
dobbiamo preoccuparci per le basse scorte di gas.
Tutte le collaborazioni tra Germania e Italia, anche
quelle che non ti aspetti
(10.02) Nel recente vertice intergovernativo di Roma tra
Giorgia Meloni e Friedrich Merz, in cui è emerso un feeling inaspettato tra i
due premier, sono stati firmati nuovi accordi nei settori più diversi. Cristina
Giordano ci riassume aspetti strategici e curiosità. Con Gregory Alegi
analizziamo la cooperazione italotedesca nel settore della difesa e della
sicurezza. Mentre con Marco Pallavicini parliamo di una nuova cooperazione nel
settore dell'astrofisica tra Sardegna e Sassonia.
Culle vuote e anziani al lavoro, Germania e Italia a
confronto
(09.02) Germania e Italia in testa alle classifiche
europee per anzianità della popolazione attiva, a cui si aggiunge un calo delle
nascite dovuto anche a una diffusa "paura del futuro". Ne parliamo
con Cristina Giordano, con Laura Galli, direttrice del patronato INCA CGIL di
Monaco e madre di tre figli, e con Massimo Livi Bacci, professore emerito di
demografia all'Università di Firenze.
Guerra, pace, Europa e democrazia nella musica di Pippo
Pollina
(06.02) Pippo Pollina sta portando il suo nuovo album
"Fra guerra e pace" in tour per mezza Europa. In Germania, dove il
cantautore siciliano è conosciuto e stimato da più di 30 anni, l'accoglienza è
particolarmente calorosa. Luciana Caglioti lo ha intervistato per parlare del
suo nuovo lavoro, dei suoi libri, della collaborazione musicale coi figli Faber
e Madlaina, ma anche di politica e di un futuro pieno di incognite.
Olimpiadi invernali tra speranza di medaglie e timore di
sprechi
(05.02) Iniziano venerdì 6 febbraio i Giochi olimpici di
Milano-Cortina. È la seconda volta in 20 anni che l'Italia ospita un'Olimpiade
invernale e i timori sono che, come per Torino 2006, finite le gare, i Giochi
lascino dietro di sé strutture costosissime inutilizzate, buchi nel bilancio
pubblico e danni all'ambiente. Ne parliamo con Enzo Savignano e con Giuseppe
Pietrobelli, autore di "Una montagna di soldi". Con Elisa Chiari
parliamo, invece, delle speranze di medaglie italiane e tedesche.
L'incubo della burocrazia: Italia e Germania a confronto
(04.02) Dal timbro mancante allo sportello che non
risponde mai, la burocrazia spesso crea disagi inutili alle persone e frena
l'economia. Per capire perché due paesi così diversi come Italia e Germania
finiscono negli stessi ingorghi di carte abbiamo sentito Enzo Savignano e
Serena Sileoni, docente di Diritto costituzionale.
Per Merz e la CDU dobbiamo lavorare tutti di più
(03.02) Meno part-time in Germania: è una delle ricette
anticrisi di cui la CDU discuterà al prossimo congresso. Ma il termine
Lifestyle-Teilzeit ha portato ad accese discussioni perché sottintende, come
altri messaggi di Merz, una popolazione pigra e fannullona. Ma cosa dicono i
dati? Si lavora meno in Germania e si prendono più giorni di malattia? Ce ne
parla Enzo Savignano. Del ruolo del part-time in ospedale e in una pasticceria
italiana in Germania parliamo con Gianmarco Rizzuti e Giorgio Mecca.
La remigrazione che piace all’estrema destra tedesca e
italiana
(02.02) C'è una linea comune che unisce l'estrema destra
in Italia a quella in Germania: il tema della "remigrazione" fa da
collante tra le frange più sovraniste e ultranazionaliste dei partiti e dei
movimenti della destra estrema dei due Paesi. Ne parliamo con Enzo Savignano e
con il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, noto per il suo lavoro di
indagine sulla galassia neofascista.
La storia di confine di Maddalena Fingerle
(30.01) Bolzanina classe 1993, attualmente residente in
Baviera, Maddalena Fingerle è autrice di romanzi di successo. L'ultimo,
"Pudore", è uscito di recente anche in Germania col titolo di
"Mit deinen Augen" e racconta una storia ambientata nella comunità
italiana di Monaco. Con Fingerle parliamo dei suoi libri, di com'è crescere sul
confine - linguistico e non solo -, di rapporti familiari, di vergogna e di
ribellione.Mangiare sempre più piatti pronti fa male?
(29.01) Dai temutissimi ravioli in scatola alle pizze
surgelate, il consumo di piatti pronti aumenta sia in Germania che in Italia.
Ma a cosa bisogna fare attenzione? E come si conciliano con la cultura
gastronomica che ci portiamo dall'Italia? Ne parliamo con Giulio Galoppo e
Daniele Paci, agronomo e divulgatore sul tema della nutrizione.
Vivere per strada in Germania
(28.01) In quest'inverno particolarmente freddo sono già
almeno quattro le persone morte per ipotermia in Germania: eppure si pensa che
qui nessuno debba vivere per strada. Invece sono sempre più le persone
senzatetto, spesso per problemi legati agli affitti alti e alla mancanza di
case. Cristina Giordano ne parla con Giulio Galoppo e con Francesca Russo,
psichiatra a Lipsia che lavora con persone senza fissa dimora. E cosa rende
particolari i progetti di "housing first", sempre più diffusi?
Ragazzi sui social: vietare, controllare o educare?
(27.01) Sempre più Paesi stanno valutando se porre limiti
d'età all'uso dei social media, dopo l'Australia: troppe fake news, odio e
manipolazione, oltre che un eccessivo confronto fra coetanei e non solo. Giulio
Galoppo ci parla del dibattito in Germania e Cristina Giordano ascolta
esperienza e opinione di due famiglie italiane in Germania. Serve
un'alternativa che pensi al bene pubblico e non al profitto privato, sostiene
il giornalista e autore Federico Mello.
Inchiesta sulla guardia carceraria nazista di cento anni
(26.01) La procura di Ludwigsburg ha aperto un fascicolo
su una ex guardia carceraria, che oggi ha cento anni, in servizio nel campo di
lavori forzati di Hamer nel Nordreno-Vestfalia, dove erano stati imprigionati
circa 15mila soldati italiani dopo l’armistizio. I dettagli storici da Giulio
Galoppo. Abbiamo parlato con Michael Otte, il procuratore che ha aperto il
fascicolo, e con lo storico Lutz Klinkhammer che da anni segue le schermaglie
tra Italia e Germania sui risarcimenti alle vittime del nazismo.Speciale: 70
anni di italiani in GermaniaHai già scoperto il nostro speciale? Italiani e
italiane di varie generazioni, estrazioni e professioni raccontano della loro
vita in Germania. Per ricordare come gli accordi fra Germania e Italia del
dicembre 1955 hanno cambiato la loro storia - la nostra storia.
Diritto d’asilo: approvate dal Parlamento Ue le nuove norme
Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le
modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’Ue per consentire un
esame più rapido delle domande di asilo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e
60 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la creazione di un
elenco UE dei paesi di origine sicuri. Gli eurodeputati hanno inoltre approvato
il regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo
sicuro, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni.
Paesi di origine sicuri
Il nuovo elenco UE dei paesi di origine sicuri consentirà
di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate da cittadini di
Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. In base alle
nuove norme, spetterà al singolo richiedente dimostrare che tale disposizione
non dovrebbe applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di
persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio.
Applicazione del concetto di Paese terzo sicuro
Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese
terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato
paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione a livello UE
inammissibile. Per poterlo fare, una delle tre seguenti condizioni deve essere
soddisfatta:
* l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese
terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o
legami linguistici, culturali o simili;
* il fatto che il richiedente sia transitato da un paese
terzo prima di arrivare nell’UE dove avrebbe potuto richiedere una protezione
effettiva;
* l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo,
a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti
asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.
Tali accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con
un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere
una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi
richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate.
Inoltre, il ricorso contro una decisione di
inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà automaticamente una
decisione di rimpatrio.
Applicazione anticipata di alcune disposizioni
La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a
livello UE che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche
parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone.
Questa disposizione e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera
per i richiedenti la cui nazionalità presenta un tasso di riconoscimento
dell’asilo inferiore al 20%, potranno applicarsi prima dell’entrata in
applicazione della legislazione UE sull’asilo, prevista per giugno
2026. (Parlamento europeo 10)
Il risanamento economico nazionale non dovrebbe gravare
unicamente da una ”parte". E la politica potrebbe essere somministrata a
“piccole” dosi. Stiamo vivendo, in questo periodo del Millennio, in un acuirsi
dell’insoddisfazione della classe lavoratrice che non ci sta a un altro calo
della redditività; ora aggravata da una crisi bellica potenzialmente
“internazionale”.
Il nostro Paese è
entrato in una complessa spirale socio/politica. Come già abbiamo scritto il
problema dell’occupazione non sarà risolto a breve. Non apparirà agevole
recuperare le posizioni perdute. Economia e Lavoro sono due aspetti
inscindibili di uno stesso problema. La politica, per noi, si trova al “piano”
inferiore. Se non si scoprirà un mezzo per potenziare l’occupazione, anche sul
piano della competitività, non ci sarà l’opportunità di nuovi sviluppi sociali.
Semmai, avverrà il contrario. Questo
2026 resta un anno molto difficile sotto tutti i profili. Anche quelli
internazionali.
C’è solo da
verificare come progredirà la strategia dell’Esecutivo Meloni; sempre che la
politica riprenda a funzionare con proprietà. Certo è che una soluzione
economica, pur se temporanea, è essenziale. Il bilancio dello Stivale non può
reggersi sui sacrifici a senso unico. L’Italia dovrà fare delle scelte e
dimostrarne l’utilità anche a livello comunitario. La politica potrebbe fare la
sua parte. Al punto in cui siamo, l’attendibilità politica appare, certamente,
il male minore. Non tanto per gli uomini, ma per i progetti che potrebbero non
essere realizzati. Insomma, è il “sistema” nazionale che dovrebbe essere meglio
monitorato. Giorgio Brignola,
de.it.press
Decreto-legge sicurezza: fermo preventivo
Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge
sulla sicurezza con norme di immediata applicazione. Il testo introduce fermo
preventivo, arresto in flagranza differita, Daspo urbano esteso e nuove
sanzioni su armi, manifestazioni e reati predatori. Il confronto con il
Quirinale ha portato a correzioni sui profili costituzionali più delicati del
provvedimento – di Stefano De Martis
Il Consiglio dei ministri ha licenziato una serie di
provvedimenti tra cui un decreto-legge in materia di sicurezza che per la
rilevanza penale degli argomenti trattati e per l’immediata entrata in vigore
delle norme (fatta salva la necessità di conversione parlamentare) ha
concentrato su di sé l’attenzione politica e istituzionale. Sul testo – e in
particolare sui passaggi costituzionalmente più delicati – si è sviluppata
un’intensa interlocuzione con il Quirinale che ha consentito di correggere a
monte i punti più controversi, senza che questo confronto informale in vista
della promulgazione possa pregiudicare la valutazione approfondita di
legittimità che spetterà alla Corte costituzionale, qualora venga attivata a
posteriori secondo le procedure di rito.
Vediamo in sintesi le principali novità del provvedimento
così come presentate dallo stesso Consiglio dei ministri nel comunicato finale.
Armi e coltelli
Viene ampliato il catalogo degli strumenti atti a
offendere per i quali è vietato il porto senza giustificato motivo, includendo
quelli con lama affilata o appuntita superiore a otto centimetri e inasprendo
le sanzioni. Si estende inoltre il divieto di porto alle armi per cui non è
ammessa licenza, come coltelli a scatto, a farfalla, ecc.
Viene introdotto il divieto di vendita ai minori, anche
tramite piattaforme elettroniche, di strumenti da punta e taglio che possono
occasionalmente servire all’offesa della persona. Inoltre, si prevede una
sanzione amministrativa pecuniaria, da 200 a 1.000 euro, a carico di chi
esercita la responsabilità genitoriale.
Fermo preventivo
In presenza di un pericolo attuale per l’ordine pubblico,
gli ufficiali ? gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici
persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze
di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto ? dalla rilevanza di
precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza
sulle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso
degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che possano
rappresentare un concreto pericolo per il pacifico svolgimento della
manifestazione, e trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del
compimento dei conseguenti accertamenti di polizia ? comunque non oltre le 12
ore. Dell’ora in cui è stato compiuto l’accompagnamento e delle condizioni per
le quali è avvenuto è data immediata notizia al pubblico ministero il quale, se
riconosce che queste non ricorrono, ordina il rilascio della persona
accompagnata. Al pubblico ministero è data altresì immediata notizia del
rilascio della persona accompagnata e dell’ora in cui è avvenuto. Il
coinvolgimento del magistrato e una più puntuale definizione delle motivazioni
sono stati il frutto di quella interlocuzione di cui si diceva in apertura.
Arresto in flagranza differita
L’arresto in flagranza differita, che consente di
procedere entro le 48 ore dal fatto sulla base di documentazione
video-fotografica certa, viene esteso dal decreto-legge a nuove fattispecie per
garantire una risposta penale efficace anche senza intervento immediato sul
posto. La misura si applica al danneggiamento aggravato in occasione di
manifestazioni pubbliche, alla fuga pericolosa di chi non si ferma all’alt
delle forze di polizia e ai reati di lesioni, violenza o resistenza commessi ai
danni di docenti, dirigenti scolastici e addetti alla rete ferroviaria
nell’esercizio delle loro funzioni oltre che, come già avviene, ai danni delle
forze dell’ordine o del personale sanitario.
Zone a vigilanza rafforzata
Il Prefetto può individuare zone urbane colpite da gravi
e ripetuti episodi di criminalità. In queste aree è disposto l’allontanamento
(il cosiddetto Daspo urbano) di soggetti denunciati negli ultimi cinque anni
per specifici delitti, se tengono condotte che minacciano la sicurezza o la
fruizione degli spazi pubblici. Tali aree hanno una durata massima di 6 mesi,
rinnovabili fino a 18. Il Daspo urbano viene esteso alle aree interne e
pertinenze di stazioni ferroviarie, aeroporti, porti e mezzi di trasporto pubblico
locale per chi assume comportamenti violenti, minacciosi o molesti. Il divieto
di accesso alle aree sopra citate si applica anche ai minori (sopra i 14 anni)
che siano stati denunciati o condannati negli ultimi cinque anni per reati
commessi durante manifestazioni pubbliche o per reati inerenti all’ordine
pubblico e alle armi.
Manifestazioni pubbliche
Si inaspriscono le sanzioni per l’omesso preavviso delle
manifestazioni al Questore e si introduce una specifica sanzione penale per
l’utilizzo di caschi protettivi o altri mezzi che rendano difficoltoso il
riconoscimento dei partecipanti durante le pubbliche riunioni. Per tali
condotte è previsto l’arresto in flagranza.
Divieto giudiziario di partecipazione
In caso di condanna per reati gravi (terrorismo, strage,
omicidio, devastazione e saccheggio commessi durante assembramenti), il giudice
può disporre il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per un periodo da 1
a 3 anni (o pari alla pena se superiore a 3 anni).
Registro degli indagati e cause di giustificazione
Il decreto-legge introduce una rilevante novità nelle
indagini che coinvolgono l’uso legittimo delle armi o altre cause di
giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, stato di
necessità). Qualora appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza
di una di queste cause, il pubblico ministero non iscrive il soggetto nel
registro delle notizie di reato, ma effettua un’annotazione preliminare in un
modello separato. Il soggetto gode comunque dei diritti e delle garanzie
dell’indagato. Il pm ha 120 giorni per svolgere gli accertamenti necessari (più
30 giorni per l’eventuale richiesta di archiviazione) e l’iscrizione nel
registro degli indagati scatta obbligatoriamente solo se si deve procedere a un
incidente probatorio.
Procedibilità d’ufficio per il furto con destrezza
È introdotta una nuova fattispecie di furto con destrezza
che prevede la procedibilità d’ufficio e un inasprimento delle pene quando il
reato ha per oggetto mezzi di pagamento (anche elettronici); documenti di
identità; strumenti informatici, telematici o telefoni cellulari; denaro o beni
di valore tale da determinare un danno patrimoniale di rilevante gravità. Sir 6
Premio internazionale “Michele Schiavone”: scadenza prorogata al 16 marzo
Roma - È stato prorogato al 16 marzo il termine per
presentare le candidature al Premio Michele Schiavone “eroe del quotidiano e
protettore della diaspora”. Lo ha deciso il Comitato di Presidenza del
Consiglio Generale degli Italiani all’Estero di cui Schiavone, dal 2016 al
2024, è stato prima consigliere e poi segretario generale.
Figura simbolo dell’impegno civile a favore delle
comunità italiane oltreconfine, scomparso prematuramente dopo una vita dedicata
agli italiani nel mondo con altruismo, generosità e spirito di servizio, a
Michele Schiavone è dedicato il Premio nato per valorizzare persone,
associazioni ed enti che si sono distinti nella tutela dei diritti degli
italiani nel mondo e nella promozione del patrimonio umano, sociale e culturale
della nostra emigrazione.
L’iniziativa – sottolinea il Cgie – “nasce dalla
consapevolezza che la storia della nostra diaspora – lunga quasi due secoli e
segnata da sacrifici, ostacoli, battaglie civili e conquiste sociali – è
costellata di “eroi silenziosi” che hanno trasformato il destino di intere
comunità, influenzando politiche pubbliche, prassi istituzionali e
atteggiamenti sociali nei Paesi di arrivo e in Italia”.
Il Premio, a cadenza annuale, è rivolto a una persona,
un’associazione e un ente che abbiano operato in favore degli emigrati italiani
o di origine italiana in qualsiasi Paese del mondo, contribuendo
all’avanzamento dei loro diritti e alla valorizzazione del ruolo della nostra
diaspora nelle società contemporanee.
Le candidature devono essere inviate alla segreteria del
CGIE entro il 16 marzo e saranno valutate da una giuria presieduta dalla
Segretaria Generale del CGIE Maria Chiara Prodi e formata dal Comitato di
Presidenza e da alte personalità, tra cui il Segretario generale della
Farnesina, ambasciatore Riccardo Guariglia, il Presidente della Conferenza
delle Regioni e delle Province Autonome, Massimiliano Fedriga e il Presidente
della Società Dante Alighieri, Andrea Riccardi. Presidente onorario del Premio
è il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.
Le premiazioni avverranno nell’ambito dell’Assemblea
plenaria del CGIE, alla quale i tre vincitori saranno invitati come ospiti. Le
motivazioni e i nomi dei premiati saranno pubblicati e diffusi a cura del
Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.
Sul sito del Cgie sono pubblicati sia il bando di gara
che il regolamento.
Per informazioni e invio delle candidature:
Segreteria del Premio – CGIE
Piazzale della Farnesina 1, 00135 Roma
Email: cgie.segreteria@esteri.it
Tel.: +39 06 3691 2831. (aise/dip 13)
Giustizia e politica, la madre di tutte le battaglie
La consultazione referendaria del 22 e 23 marzo è
l’ultimo scontro nella lunga stagione di aspra contrapposizione fra
magistratura e politica inaugurata da Berlusconi dopo Mani Pulite, ora
perseguita dal governo Meloni. La riforma sulla «separazione delle carriere»,
già nei piani della P2, è lo sfondo ideologico su cui si riflette la
prevaricazione del potere. Di Guido Gozzano
Se la «separazione delle carriere» fra magistratura
inquirente e giudicante è «la madre di tutte le riforme», come la definisce la
premier Giorgia Meloni, cos’è allora lo scontro fra giudici e politica, oggi
arrivato «a livelli inaccettabili» come ha dichiarato il procuratore generale
della Cassazione Pietro Gaeta all’apertura dell’anno giudiziario?
Dai uno sguardo alla storia della Seconda Repubblica, e
trovi la risposta: è la madre di tutte le battaglie. Il dopo Tangentopoli è
stato uno tsunami antimagistrati. Nulla ha impegnato la destra al potere più
del tarpare le ali agli inquirenti. Con Mani Pulite si è creduto, sperato di
poter spezzare una volta per tutte il clima di impunità della Prima Repubblica.
Ma l’aureola di «eroi popolari» dei magistrati di Milano, Francesco Saverio
Borrelli, Antonio Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio, Piercamillo Davigo, Gherardo
Colombo e Ilda Boccassini, è svanita nel volgere di un decennio. Oggi
l’epitaffio di quegli anni è nella fucilazione a mezzo stampa del pool
milanese, nella stagione di aspra contrapposizione tra magistratura e potere
inaugurata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, e sostenuta
dall’opinione.
A dare fuoco alle polveri è stato quell’invito a
comparire per corruzione, consegnato nel novembre 1994 al premier mentre
presiedeva il vertice dell’Onu sulla criminalità organizzata a Napoli. Fino a
quel momento Berlusconi aveva puntato tutto sull’arma politica per restaurare
l’impunità, la sua innanzitutto. Il 13 luglio di quell’anno, mentre
l’attenzione del Paese era tutta per la partita Italia-Bulgaria, semifinale dei
mondiali di calcio per un posto in finale contro il Brasile, il ministro della
Giustizia Alfredo Biondi firmava un decreto noto come «salva ladri», un
micidiale colpo di spugna sui risultati ottenuti dal pool milanese. Il giorno
dopo i tangentisti coinvolti nell’inchiesta Mani Pulite sono scarcerati e i
processi vanno in prescrizione, a cominciare da quelli del Cavaliere.
Il decreto fu ritirato per le proteste in piazza, le
barricate della sinistra, e quel pronunciamento televisivo dei magistrati di
Milano. Il pm Di Pietro, con la barba di due giorni e la cravatta allentata,
ottiene un prudente defilarsi degli alleati di Berlusconi e la mancata
conversione in legge da parte del parlamento.
Fra gli alleati in ritirata, il ministro degli interni
Roberto Maroni si dissocia: ai giornali afferma che non gli avevano spiegato le
conseguenze. Il Cavaliere rinforza allora l’offensiva mediatica, un diluvio di
fuoco si abbatte sul pool di Mani Pulite. In parallelo prosegue la manovra per
devitalizzare la giustizia, con le norme «pro domo sua» che azzerano i reati e
tagliano i tempi di prescrizione.
Con i successivi governi di sinistra, Prodi, D’Alema e
Amato, la magistratura permane in bilico fra calma e tempesta: quest’ultima
scoppierà a seguito dell’intercettazione di una telefonata tra Piero Fassino,
segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, un gruppo
assicurativo amico della sinistra che tenta la scalata alla Bnl. «Abbiamo una
banca!», esulta Fassino al telefono. La conversazione evidenzia l’intreccio,
poco ortodosso, fra politica di sinistra e finanza.
La divulgazione fu una trappola tesa dalla destra
berlusconiana, e il caso sollevò un feroce dibattito sull’uso delle
intercettazioni, con una ventata di dubbi da parte della stessa sinistra.
Tornata al potere nel 2005, la destra ha avuto gioco facile nel riposizionare
la magistratura nel mirino: dapprima con la riforma Castelli, introducendo per
la prima volta un sistema disciplinare «punitivo» nei confronti dei pubblici
ministeri, corretto in parte l’anno successivo dalla rifoma Mastella; e in
seguito con la legge ex Cirielli per salvare Cesare Previti, avvocato di
Berlusconi e ministro della Difesa, accusato in un paio di processi di
corruzione in atti giudiziari.
Da allora scorre quel filo del garantismo che lega i
governi della destra e oggi conduce alla riforma sulla «separazione delle
carriere». Un garantismo a senso unico, a sostegno di una classe politica,
mentre nei confronti degli altri permane un forte tono giustizialista e un
accento a volte forcaiolo.
La consultazione del 22 e 23 marzo è l’ultimo atto
della madre di tutte le battaglie. Fin dagli albori questo giornale pone fra
virgolette la «separazione delle carriere», poiché l’impedimento nel passaggio
dalla funzione giudicante a quella requirente, e viceversa, è già stato in
larga parte realizzato nel 2007, e poi quasi interamente completato dalla
riforma Cartabia del 2022. Si dovrebbe invece parlare di «sdoppiamento del
Consiglio superiore della magistratura», l’autentica finalità della riforma,
con un Csm per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
È stato fatto notare che la separazione delle carriere
era un punto centrale nel piano eversivo della loggia massonica P2 di Licio
Gelli, il «venerabile» che perseguiva il sovvertimento delle istituzioni
democratiche. All’interrogazione parlamentare del Pd Andrea De Maria, il
ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto di «non conoscere» il piano
di Gelli, un documento sequestrato nel 1982. Eppure in quegli anni Nordio era
un magistrato in prima linea, conduceva le indagini sulle Brigate Rosse venete.
È meglio fingere ora l’amnesia, e fare una figuraccia da fesso, che
riallacciare l’origine della riforma al mandante della strage di Bologna del 2
agosto 1980.
La separazione delle carriere, nel disegno della P2 di
Gelli, rappresentava una leva per rendere la magistratura dipendente dalla
politica. Ma se all’epoca la separazione non è mai stata compiuta, è perché
nella Prima Repubblica la giustizia era già, nei fatti, subalterna alla
partitocrazia. Nessun bisogno di operare una riforma. Chi non si ricorda della
Procura di Roma, definita «il porto delle nebbie» dal giurista Stefano Rodotà,
per via dell’inerzia e dell’insabbiamento delle indagini sulla politica? Così
anche nel resto del Paese. Dal 1946 al 1992, una magistratura in Italia votata
in massa al culto di Ponzio Pilato non ha mai frugato nelle stanze del potere.
Con Mani Pulite si è aperta un’inattesa parentesi nel
mezzo secolo di impunità politica. Il riscatto compiuto dal pool milanese, un
unicum nella storia giudiziaria, è stato perseguito da una generazione di
magistrati battaglieri sulla scia delle leggi più moderne e efficaci in Europa,
adottate da quei parlamenti che aspiravano ad un autentico cambio di stagione.
Quel ciclo virtuoso si spegne con la restaurazione
dell’impunità, tramite quei provvedimenti che fanno luce sulle intenzioni di
Nordio e del governo Meloni: la depenalizzazione di alcuni reati tributari
(2024), l’abolizione totale del reato di abuso di ufficio (2024) e la
limitazione delle intercettazioni telefoniche (2025), indebolendo il contrasto
alla criminalità dei colletti bianchi. Ma è la riforma della giustizia penale
(2025) l’autentico capolavoro di Nordio, quella revisione della procedure che fra
le altre cose rende più difficile l’arresto per i reati contro la pubblica
amministrazione. La riforma è stata dedicata a Silvio Berlusconi. Il cerchio si
chiude. Cd’Italianità, CH 24
Mentre sul fronte della Rappresentatività politica della
nostra numerosa Comunità all’estero si sono venute a individuarsi delle
contraddizioni, il progetto per dare concretezza al DIE (Dipartimento per gli
Italiani all’Estero) resta uno degli obiettivi ’primari” che dovrebbe essere
considerato da questa Maggioranza di Centro/Destra.
Il DIE intende essere la risultante di un progetto
internazionale. Per dare voce a chi non ne ha mai avuta a sufficienza. Insomma,
siamo per una Rappresentatività “attiva”, indipendente da ogni legame politico
interno e consentirà d’essere un ponte informativo tra chi vive lontano dal Bel
Paese e l’Italia.
Il tutto anche tramite un modo meno tradizionale di fare
informazione; senza avvantaggiare nessuno a discapito di altri. Il DIE
resterebbe la finalità per mettere a fuoco i problemi, piccoli o grandi, che
coinvolgono gli italiani nel mondo. Senza, però, ignorare anche quelli
dell’”Emigrazione” di ritorno.
Il convincimento della nostra tesi c’è dato
dall’esperienza maturata proprio sul fronte della Stampa d’Emigrazione e per i
diretti contatti con le nostre Comunità d’oltre frontiera. Un patrimonio di
requisiti che ci hanno fatto assumere migliore coscienza ai problemi dei
milioni d’italiani nel mondo. Diritti che hanno d’avere, anche in Patria, una
loro valenza garantita da un gruppo di “saggi” che si riveleranno strada
facendo. Insomma, intendiamo dare “voce” operativa a chi ne ha avuta sempre
poca.
Giorgio Brignola, de.it.press
l cantautore italiano Peppe Voltarelli in tour in Germania
Con oltre 170 date già alle spalle tra l’Italia e
l’estero (Belgio, Cuba, Emirati Arabi Uniti, Francia, Repubblica Ceca, Spagna,
Stati Uniti d’America, Sudafrica, Svizzera), il cantautore italiano Peppe
Voltarelli ritorna in concerto in Germania per presentare il suo ultimo disco
“La grande corsa verso Lupionòpolis”. L’appuntamento è per sabato 14 marzo 2026
al Consolato Generale d’Italia di Hannover, domenica 15 marzo 2026 all’Haus der
Sinne di Berlino e martedì 17 marzo 2026 al Mühlkeller di Lipsia.
Il legame con la Germania
Un ritorno in Germania che da anni è ormai diventata una
consuetudine per l’artista calabrese (che proprio a Berlino ha vissuto un
periodo della sua vita e ha girato il videoclip di una delle sue canzoni più
note, “'Sta città”). Già nel 2003, dall'incontro e l'inizio del sodalizio con
il regista Giuseppe Gagliardi, nacque “Doichlanda” (espressione con cui gli
emigrati calabresi usavano chiamare la Germania), documentario che racconta il
viaggio musicale di una band etno-rock nei ristoranti calabresi e nei luoghi
dell'emigrazione italiana. Il film viene scelto dal Goethe Institut come
testimonial durante le manifestazioni celebrative dei 50 anni dell'emigrazione
italiana in Germania e viene proiettato in città come Colonia, Francoforte e
Monaco di Baviera.
A testimonianza del rapporti duraturi e significativi con
il pubblico tedesco, numerosi i concerti tenuti nel corso degli anni in città
come Berlino (Volksbühne nel 2008, b-flat e Karneval der Kulturen nel 2009,
Vagabond Festival nel 2013, 2016 e 2017, Prachtwerk Club nel 2017, 800A nel
2022, Haus der Sinne nel 2024), Colonia (Festival Italiana nel 2014 e 2022,
Offene Welt nel 2024), Dortmund (AdriaHochZwei nel 2010), Duisburg (Avanti Pop
2 Festival nel 2008) e Lipsia (Mühlstraße nel 2024).
Sul suo canale YouTube è disponibile una speciale
playlist, “Live in Germany”, con tutti i bootleg, le esibizioni dal vivo e le
interviste registrate dal cantautore italiano in terra tedesca.
L’album registrato a New York
Pubblicato dall’etichetta discografica Visage Music,
si tratta del primo album di inediti ad otto anni dalla pubblicazione del
fortunato “Voltarelli canta Profazio” e due anni dopo “Planetario”, entrambi
lavori premiati con la Targa Tenco come miglior album interprete
rispettivamente nel 2016 e nel 2021.
Il cantautore calabrese presenta la sua nuova raccolta di
canzoni registrata a New York da Marc Urselli (tre Grammy
Award e collaborazioni con Lou Reed e Nick Cave) nello
storico EastSide Sound di Manhattan e prodotta artisticamente e
arrangiata dal pianista italiano di base a Los Angeles Simone
Giuliani (al suo attivo produzioni con Andrea Bocelli e
la London Symphony Orchestra). Il disco, che contiene dieci nuove tracce
di cui otto canzoni in dialetto calabrese, una in italiano e un valzer
strumentale, vede la presenza di musicisti di calibro internazionale quali
Davin Hoff (contrabasso), Jake Owen (chitarre), Stéphane San Juan (batteria),
Mauro Refosco (percussioni) e la partecipazione di Eleanor Norton
(violoncello), Dough Wieselman (sassofono e clarinetto) e Amy Denio (voce).
L’album è accompagnato dai videoclip dei brani “Nun signu
sulu mai”, girato nel quartiere Red Hook di Brooklyn e diretto da Giacomo
Triglia (Brunori Sas, Jovanotti, Lucio Dalla, Måneskin), “Au cinéma”, diretto
da Lele Nucera e realizzato con gli attori e le maestranze della Scuola
Cinematografica della Calabria, e “Spremuta di limone”, diretto dal regista
messicano Tony Gutierres (già al fianco del cantautore per i videoclip di
“Canto mo” e “Scarpe rosse impolverate”) e girato all’Avana a Cuba.
L’artista
Peppe Voltarelli (Cosenza, 1969) è un cantante, autore di
canzoni, attore e scrittore. Attivo dal 1990 come fondatore, voce e leader de
Il parto delle nuvole pesanti, band di culto del nuovo folk italiano. Da
solista ha pubblicato sette album in studio, quattro colonne sonore e due
concerti. Si è aggiudicato tre volte la Targa Tenco, con “Ultima notte a Malá
Strana” nel 2010 come miglior album in dialetto, con “Voltarelli canta
Profazio” nel 2016 e con “Planetario” nel 2021, entrambi come miglior album interprete.
È stato attore protagonista e coautore del film “La vera leggenda di Tony
Vilar” di Giuseppe Gagliardi, primo mokumentary italiano, e di “Che verso fa il
pesce spada?” di Giacomo Triglia. Vanta collaborazioni con Claudio Lolli,
Teresa De Sio, Silvio Rodríguez, Adriana Varela, Kevin Johansen, Sergio
Cammariere, Otello Profazio, Roy Paci, Carmen Consoli, Bandabardò e Amy Denio.
Un’attività concertistica da sempre intensa lo ha portato a suonare in 27 paesi
in tutto il mondo e suoi dischi sono stati pubblicati in Europa, Argentina,
Canada e Stati Uniti. L’ultimo lavoro, il disco “La grande corsa verso
Lupionòpolis”, registrato a New York e pubblicato da Visage Music nel 2023, si
è posizionato secondo nella classifica finale del Premio Tenco nella categoria
miglior album in dialetto. Si è inoltre aggiudicato il Premio Nilla Pizzi nel
2023 e il Premio Loano nel 2024 come miglior album. Dip 24
Eurobarometro: il 51% degli italiani ha un’immagine positiva dell’UE
(Bruxelles) Eurobarometro ha poi sondato i cittadini sui
valori dell’Ue e che il Parlamento europeo dovrebbe promuovere e tutelare.
Secondo l’indagine, dunque, “la pace è il primo valore che il Parlamento
europeo dovrebbe difendere (52%) – un dato che rispecchia le tensioni
geopolitiche attuali”. Seguono democrazia (35%), libertà di parola (23%),
diritti umani (22%) e Stato di diritto (21%), “che restano aspettative
centrali”. In questo campo, “i risultati italiani sono più o meno allineati con
quelli europei, anche se con varie eccezioni” (ad esempio solidarietà fra Paesi
e regioni Ue e libertà di movimenti, più importanti per gli italiani rispetto
alla media Ue).
Domande ai cittadini sono state rivolte anche riguardo la
posizione nei confronti dell’Ue e delle sue istituzioni: essa, secondo
Eurobarometro, “rimane positiva nonostante il lieve calo registrato da maggio
2025”. L’opinione favorevole verso l’Ue è però, a ben guardare, inferiore alla
metà dei cittadini (49%), mentre solo il 17% ne ha una negativa. Solo il 38%
“conserva un’immagine positiva del Parlamento europeo” (mentre il 20% ne ha una
negativa). Del resto “sempre più cittadini ritengono che l’adesione del proprio
Paese all’Ue sia la scelta giusta (62%)”.
Va peraltro rimarcato come il 51% deli italiani abbia
“un’immagine positiva dell’Ue, risultato simile alla media europea, con il 12%
che ne ha una negativa”. Il 43% degli italiani ha un’immagine positiva del
Parlamento europeo, e il 16% ne ha invece una negativa. L’adesione dell’Italia
all’Ue è “un bene” per il 52% degli italiani, con un aumento di 7 punti
percentuali rispetto a maggio.
Non ultimo, “da un punto di vista sociodemografico, i
giovani si riconfermano tra i più convinti sostenitori dell’Ue e nutrono grandi
aspettative sul suo ruolo”. Le persone di età compresa tra i 15 e i 30 anni
tendono ad avere un’opinione più favorevole dell’Unione e del Parlamento
europeo: il 58% dei giovani vede l’Ue in maniera positiva (rispetto al 49%-43%
tra le fasce d’età più avanzata) e il 68% vorrebbe un ruolo più incisivo per il
Parlamento (rispetto al 58%-54%). Inoltre, “i giovani europei sono fortemente
convinti che, nel contesto attuale, serva più unità tra gli Stati membri (90%),
più risorse per l’Ue (78%) e un peso più decisivo dell’Europa a livello
internazionale (87%)”. In Italia la tendenza è simile. Gianni Borsa Sir 4
I rifugiati aumentano, l’Europa stringe le maglie: cosa cambia
I dati su rifugiati, permessi di soggiorno e conflitti
mostrano una pressione che si sposta fuori dall’Europa, mentre l’Unione
rafforza controllo, partenariati e selezione degli ingressi
I numeri arretrano dove il confronto politico è più
esposto. Avanzano, invece, lungo le linee di frattura del sistema
internazionale, lontano dai confini dell’Unione europea. L’Atlante delle
Migrazioni 2025 restituisce una fotografia che costringe a separare due piani
spesso sovrapposti nel dibattito pubblico: la dinamica degli arrivi formali
nell’Ue e l’espansione continua dello sfollamento forzato a livello globale. Le
curve non si muovono più insieme.
Nel 2024 e nei primi mesi del 2025 l’Unione registra una
contrazione delle domande di asilo per la prima volta, mentre il numero di
persone costrette a lasciare la propria casa per guerre, violenze e collassi
istituzionali raggiunge nuovi massimi storici. Non si tratta di una tregua
migratoria, ma di uno spostamento della pressione. La riduzione degli ingressi
formali coincide con una redistribuzione geografica dello sfollamento, che si
concentra sempre più fuori dall’Europa, in aree dove le capacità di accoglienza
sono fragili e i margini di intervento politico limitati.
Migrazione globale in aumento, accessi europei in calo
L’Atlante delle Migrazioni 2025, pubblicato dal Centro
comune di ricerca della Commissione europea, aggrega dati provenienti da
Eurostat, agenzie delle Nazioni Unite, Banca mondiale e Organizzazione
internazionale del lavoro. Il quadro che emerge è quello di una mobilità
internazionale in espansione strutturale: a metà 2024 i migranti internazionali
sono stimati in 304 milioni, più del doppio rispetto all’inizio del secolo. La
crescita supera quella della popolazione mondiale, segnalando un’accelerazione
legata a fattori sistemici e non a crisi episodiche.
Il dato più critico riguarda lo sfollamento forzato. In
poco più di un decennio il numero globale di rifugiati è quasi triplicato,
passando da 15,3 milioni nel 2012 a oltre 42,5 milioni a metà 2025. A questi si
aggiungono decine di milioni di sfollati interni che restano fuori dai radar
mediatici europei. Circa il 18% dei rifugiati si trova oggi nell’Unione, pari a
7,7 milioni di persone, includendo i beneficiari della protezione temporanea
concessa ai cittadini ucraini. Africa e Asia ospitano la quota maggiore in
termini assoluti, con rispettivamente 9,2 e circa 15 milioni di rifugiati,
spesso concentrati in paesi confinanti con le aree di conflitto.
Negli ultimi cinque anni, tuttavia, l’Ue registra
l’aumento relativo più elevato del numero di rifugiati presenti sul proprio
territorio. L’incremento del 200% non è il risultato di un afflusso
generalizzato, ma l’effetto di crisi specifiche e di decisioni politiche
mirate. L’Atlante evidenzia come la geografia dello sfollamento resti
sbilanciata: la maggior parte delle persone in fuga non raggiunge l’Europa, ma
rimane intrappolata in regioni già segnate da instabilità cronica. Questo
scarto tra percezione e realtà globale costituisce uno dei nodi centrali per la
definizione delle politiche europee.
Asilo e permessi di soggiorno: come cambiano i numeri
nell’Ue
Nel 2024 gli Stati membri dell’Unione hanno rilasciato
3,5 milioni di nuovi permessi di soggiorno, in calo rispetto ai 3,8 milioni del
2023. È la prima flessione dopo oltre dieci anni di crescita quasi
ininterrotta, interrotta solo dalla pandemia. Il dato segnala una fase di
assestamento più che un’inversione strutturale. Circa il 60% dei nuovi permessi
è stato rilasciato per motivi di lavoro e familiari, confermando l’orientamento
verso canali regolati e funzionali alle esigenze dei mercati nazionali.
La distribuzione geografica resta concentrata. Spagna,
Germania e Polonia hanno rilasciato quasi la metà dei nuovi titoli, mentre in
termini relativi Malta e Cipro presentano i valori più elevati per abitante.
Questi numeri riflettono modelli economici differenti e politiche di ingresso
calibrate su specifici fabbisogni settoriali. Il quadro dell’asilo segue una
traiettoria distinta. Nel 2024 le domande presentate per la prima volta nell’Ue
sono diminuite del 13%, scendendo a circa 913.000. Nei primi otto mesi del 2025
la tendenza al ribasso prosegue, con un volume nettamente inferiore rispetto
allo stesso periodo dell’anno precedente.
La riduzione delle richieste non coincide con una
diminuzione dei fattori di spinta nei paesi di origine. Nel 2024 il numero dei
conflitti armati supera quota 180 a livello globale. Il calo delle domande
nell’Ue riflette piuttosto l’effetto combinato di controlli più stringenti alle
frontiere esterne, accordi con paesi terzi e procedure accelerate. L’accesso al
territorio europeo diventa più selettivo, mentre cresce la distanza tra chi
riesce a entrare in un sistema di protezione formale e chi resta bloccato lungo
rotte alternative o all’interno dei confini nazionali.
Dove crescono gli sfollamenti e perché l’Europa li vede
meno
Secondo le Nazioni Unite, oltre 51 milioni di persone
necessitavano di protezione internazionale alla fine del 2024. Le situazioni di
spostamento su larga scala analizzate dall’Atlante (dal Myanmar alla Siria, dal
Sudan all’Ucraina, fino al Venezuela e ai Territori palestinesi) presentano
caratteristiche differenti per durata, intensità e composizione dei flussi. In
molti casi la maggioranza degli sfollati rimane all’interno del proprio paese o
si sposta in Stati limitrofi con capacità di accoglienza limitate.
Questa concentrazione regionale dello sfollamento riduce
la visibilità della crisi nei paesi europei, ma non ne attenua le implicazioni
strategiche. I sistemi di protezione dei paesi ospitanti sono spesso
sottofinanziati e sottoposti a pressioni crescenti, con effetti a catena sulla
stabilità politica e sulla sicurezza regionale. L’Atlante sottolinea come la
comprensione delle dinamiche che innescano questi spostamenti sia essenziale
per l’allarme precoce e la preparazione delle risposte. La distanza geografica
e politica tra l’Ue e le principali aree di crisi contribuisce a una lettura
frammentata del fenomeno, alimentando l’idea di una riduzione complessiva della
pressione migratoria.
In realtà, la contrazione delle domande di asilo nell’Ue
convive con un’espansione della domanda di protezione a livello globale. Questo
disallineamento incide sulla capacità dell’Unione di intervenire in modo
coerente. La gestione dei flussi diventa sempre più una questione di
esternalizzazione, con il rischio di trasferire oneri e responsabilità verso
contesti meno attrezzati. Il risultato è un sistema internazionale di
protezione sottoposto a stress crescente, mentre le risposte restano
frammentate.
La strategia europea quinquennale sulla migrazione
In questo contesto si inserisce la strategia quinquennale
presentata dalla Commissione europea nasce con l’obiettivo esplicito di dare
continuità e coerenza all’insieme di riforme avviate con il Patto su migrazione
e asilo. Non si tratta di un documento programmatico generico, ma di una
griglia di priorità pensata per rendere operativa, nel medio periodo, una
politica che negli ultimi anni è stata dominata da interventi frammentati e
reattivi.
La strategia assume come dato strutturale la persistenza
di flussi migratori e di sfollamento forzato a livello globale. Da qui la
scelta di lavorare su un orizzonte quinquennale, allineato al ciclo
istituzionale europeo, per stabilizzare strumenti, risorse e meccanismi
decisionali. Il Patto diventa il fondamento giuridico, mentre la strategia ne
definisce l’attuazione progressiva, indicando ambiti di intervento, priorità
politiche e sequenze operative. L’intento è ridurre le asimmetrie tra Stati
membri e rafforzare la capacità dell’Unione di agire come attore unitario, sia
sul piano interno sia su quello esterno.
Diplomazia migratoria e partenariati condizionati
Il primo asse della strategia riguarda il rafforzamento
della diplomazia migratoria. La Commissione esplicita la volontà di utilizzare
in modo più sistematico leve già disponibili – politica dei visti, commercio,
cooperazione allo sviluppo, assistenza finanziaria – per orientare le politiche
migratorie dei paesi di origine e transito. I partenariati vengono presentati
come strumenti di cooperazione basati sui diritti, ma la logica sottostante è
chiaramente condizionata: maggiore collaborazione in cambio di un controllo più
efficace delle partenze, di riammissioni più rapide e di un rafforzamento dei
sistemi locali di asilo.
In questo quadro si collocano i cosiddetti centri
multiuso lungo le rotte migratorie. La strategia li descrive come spazi in cui
concentrare funzioni diverse: informazione sui percorsi legali, protezione più
vicina ai paesi di origine, gestione dei rimpatri e, in alcuni casi, selezione
preliminare. L’obiettivo è anticipare le decisioni lungo il percorso
migratorio, riducendo la pressione sulle frontiere esterne dell’Unione. La
gestione dei flussi viene così parzialmente esternalizzata, spostando il baricentro
dell’intervento europeo oltre i propri confini, in un equilibrio delicato tra
cooperazione e delega di responsabilità.
Frontiere esterne, controllo e infrastruttura digitale
Il secondo pilastro è dedicato al controllo delle
frontiere esterne e alla tutela dello spazio Schengen. La strategia lega in
modo esplicito sicurezza interna e gestione della migrazione, indicando come
prioritario il completamento di un’infrastruttura digitale integrata. Il
sistema di ingresso/uscita (EES) e il sistema europeo di informazione e
autorizzazione ai viaggi (ETIAS) sono presentati come strumenti chiave per
tracciare in modo sistematico ingressi e uscite, riducendo le zone grigie che
hanno caratterizzato la gestione dei flussi negli ultimi anni.
A questo si affianca l’applicazione generalizzata delle
procedure di frontiera previste dal Patto, con lo screening di tutti gli arrivi
irregolari e una distinzione più rapida tra richiedenti con alte probabilità di
ottenere protezione e casi destinati a procedure accelerate. In questo
contesto, il ruolo di Frontex viene ulteriormente rafforzato, anche attraverso
una revisione del regolamento di fondazione, con l’obiettivo di ampliare
capacità operative e coordinamento con le autorità nazionali. La frontiera
diventa così il primo snodo decisionale del sistema, non solo un luogo di
controllo fisico ma un punto di selezione amministrativa.
Asilo, solidarietà e adattabilità del Patto
Il cuore politico della strategia riguarda il
funzionamento del sistema di asilo. La Commissione insiste sulla necessità di
rendere il Patto pienamente operativo, superando le distorsioni che hanno
alimentato movimenti secondari e carichi sproporzionati su alcuni Stati membri.
L’assistenza tecnica alle amministrazioni nazionali, l’impiego di squadre
dedicate della Commissione e lo stanziamento di almeno 3 miliardi di euro
aggiuntivi sono indicati come strumenti per standardizzare le procedure,
ridurre i tempi decisionali e rafforzare la capacità amministrativa.
La solidarietà tra Stati membri viene incardinata su
meccanismi obbligatori ma flessibili, già sperimentati con il primo pool di
solidarietà, che consente diverse modalità di contributo. Allo stesso tempo, la
strategia apre alla possibilità di adattamenti futuri del Patto, inclusa una
revisione del concetto di paese terzo sicuro e la definizione di una lista
europea dei paesi di origine sicuri. L’obiettivo dichiarato è aumentare
prevedibilità e coerenza delle decisioni, riducendo le differenze di trattamento
che hanno minato la fiducia nel sistema comune.
Rimpatri e credibilità del sistema
Un capitolo centrale è dedicato ai rimpatri, indicati
come uno dei punti più deboli della politica europea. Con solo circa un quarto
delle decisioni di allontanamento effettivamente eseguite, la Commissione
collega l’efficacia dei ritorni alla credibilità complessiva del sistema di
asilo e migrazione. La proposta di un sistema europeo comune per il ritorno,
basata sul regolamento attualmente in negoziazione, mira a superare la
frammentazione attraverso regole uniformi, processi digitalizzati e strumenti
innovativi come gli hub di ritorno.
Il rafforzamento della cooperazione con i paesi di
origine viene nuovamente integrato nella diplomazia migratoria, utilizzando
incentivi e condizionalità per migliorare la riammissione. Il ritorno viene
presentato come “rapido, efficace e dignitoso”, ma assume una funzione
strutturale: delimitare in modo più netto chi ha titolo a restare e chi no,
rafforzando la capacità dell’Unione di controllare gli esiti delle procedure.
Mobilità legale, talenti e dimensione tecnologica
Accanto al controllo, la strategia dedica uno spazio
rilevante alla mobilità legale e all’attrazione dei talenti. La Commissione
riconosce che le carenze di manodopera e competenze si accentueranno nei
prossimi anni, spinte dall’invecchiamento demografico e dalle transizioni
economiche in corso. I partenariati per i talenti vengono indicati come lo
strumento principale per collegare i fabbisogni del mercato del lavoro europeo
ai sistemi formativi dei paesi partner, integrando la migrazione legale nella cooperazione
esterna.
Un elemento trasversale è l’uso della digitalizzazione e
dell’intelligenza artificiale nella gestione dell’asilo e della migrazione. La
creazione di un forum europeo sull’Ai segnala la volontà di dotare gli Stati
membri di strumenti per migliorare rapidità e coerenza delle decisioni,
rafforzando i controlli di sicurezza. La strategia insiste sul rispetto dei
diritti fondamentali, ma delinea un modello di governance sempre più
tecnologico, sostenuto da un impegno finanziario significativo: almeno 81 miliardi
di euro nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 destinati alle
politiche per gli affari interni e ai partenariati internazionali. Adnkronos 4
Quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina
Un fenomeno bellico così tragico, ampio e duraturo come
l’invasione russa dell’Ucraina comporta innumerevoli implicazioni dal punto di
vista strategico-militare, alcune delle quali identificate in uno studio IAI
già dopo i primi due anni di guerra e tutt’ora valide. Ciò non vuol dire
tuttavia che un eventuale conflitto tra Russia e Paesi NATO si svolgerebbe come
quello in corso in territorio ucraino, perché le capacità militari, la dottrina
e l’approccio politico degli alleati sono diversi da quelli di Kyiv. Detto
questo, a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, quattro
lezioni identificate sono estremamente rilevanti per l’Europa e l’Italia.
La Russia è preparata a una guerra di lungo periodo
contro l’Europa
In primo luogo, la Federazione Russa mantiene la solidità
politica, le risorse militari e la produzione industriale per continuare un
conflitto nonostante un totale complessivo stimato di circa 1,2 milioni di
militari russi tra morti (circa 350.000), feriti o dispersi, e nonostante
risultati ben inferiori agli obiettivi di Mosca: a gennaio 2022 la Russia
occupava circa l’8% del territorio ucraino, a fine 2022 circa il 20%, e negli
ultimi tre anni di sanguinosi combattimenti questa percentuale è rimasta sostanzialmente
la stessa mentre Kharkiv, Odessa o Kyiv restano fuori portata russa e parte di
uno stato sovrano ucraino che controlla quasi l’80% del proprio territorio.
Purtroppo questa matematica, che fa impressione in Europa
occidentale, non è la stessa che conta a Mosca, dove i numeri importanti sono
altri: grazie al reclutamento continuo, i militari russi sono oggi più numerosi
che a gennaio 2022; con la riconversione in economia di guerra, la capacità
produttiva è tale non solo da sostenere le enormi, quotidiane perdite in
Ucraina, ma da equipaggiare forze armate più ampie di prima; 48 mesi di
conflitto su larga scala e ad alta intensità, nella loro drammaticità, hanno
portato ad una serie di miglioramenti quanto a dottrine, tattiche ed
addestramento per cui l’esercito russo oggi è più preparato dell’inizio del
conflitto. Il tutto mentre l’aggressività verso l’Ucraina e l’Europa – vedasi
innumerevoli esempi di guerra ibrida e violazioni dello spazio aereo – è
diventata una costante della leadership russa.
La prima lezione dunque è che la Russia è in grado di
continuare il conflitto ancora per anni, e che al momento di un eventuale
cessate il fuoco disporrebbe di uno strumento militare in grado sia di
riprendere l’offensiva in Ucraina sia, si stima entro il 2030, di attaccare
efficacemente un Paese NATO sul fianco est. Per questo motivo sono così
importanti e delicate le garanzie di sicurezza all’Ucraina, compresa
un’eventuale forza europea da dispiegare sul territorio ucraino.
L’innovazione tecnologica è necessaria per non perdere,
ma non garantisce la vittoria
La seconda lezione identificata in Ucraina riguarda
l’importanza relativa di ciascun sistema d’arma convenzionale, tolta quindi
l’arma nucleare, nell’arco di quattro anni di guerra su larga scala. Che si
tratti di carri armati, caccia, sistemi missilistici o droni, ciascuno gioca un
ruolo importante nel conflitto russo-ucraino ma nessuno di per sé è decisivo.
Ciascuna delle due parti ha adattato più o meno rapidamente le proprie dottrine
e tattiche, e per quanto riguarda i droni, le relative capacità produttive, in
modo da rispondere alle mosse della controparte anche per quanto riguarda
l’impiego di nuove capacità.
I droni costituiscono una parziale eccezione, perché
l’uso massiccio e innovativo di droni aerei e/o navali, in attacchi sofisticati
e in combinazione con altri sistemi d’arma, ha permesso a Mosca di condurre
bombardamenti strategici sulle infrastrutture energetiche ucraine, e a Kyiv di
affondare buona parte della flotta russa nel Mar Nero e di contenere la
pressione russa su una linea del fronte che non potrebbe essere mantenuta senza
decine di migliaia di droni. Tuttavia, poiché entrambe le parti in conflitto
fanno uso di droni, e di misure per neutralizzarli, anche in questo caso la
singola tecnologia non si rivela determinante per vincere una guerra su larga
scala.
Ciò non vuol dire che non occorra investire in
innovazione tecnologica e delle modalità di impiego, anzi: nel campo dei droni
proprio questa innovazione ha permesso all’Ucraina di non soccombere di fronte
alla superiorità numerica russa al fronte, e di proteggere le proprie coste da
uno sbarco russo pur non avendo più una marina. Innovare è necessario per non
perdere un conflitto del genere, ma non garantisce di per sé la vittoria. Per
questo motivo è così importante che l’Europa continui ad investire per colmare
i gap tecnologici in diversi settori della difesa, e per adeguare formazione
del personale militare, addestramento ed esercitazioni di conseguenza.
L’Europa ha bisogno di forze armate più numerose
Il caso di decine di migliaia di droni è esemplificativo
di una terza lezione identificata in Ucraina, riguardo all’importanza odierna
della massa. Non si tratta ovviamente di una novità nella storia militare o
negli studi strategici, ma il trentennio post-Guerra Fredda aveva portato la
quasi totalità dei Paesi occidentali a ritenere che forze armate di dimensioni
ridotte potessero svolgere adeguatamente non solo missioni di peacekeeping,
contrasto al terrorismo o contro-guerriglia, ma anche assicurare la deterrenza
e difesa nei confronti di una Russia allora percepita come meno minacciosa.
Quattro anni di conflitto combattuti da milioni di
militari su migliaia di chilometri di fronte, con un consumo di mezzi e
munizionamento di diversi ordini di grandezza superiore a quello sperimentato
dagli europei in Afghanistan, Iraq, Libia o ex Jugoslavia, dimostrano come
occorra adeguare la struttura delle forze NATO. Ciò non vuol dire che
l’Occidente cambierà, né che debba cambiare, il valore dato alla vita umana del
singolo cittadino, molto maggiore di quello da parte russa che non si fa
scrupolo di sacrificare decine di migliaia di soldati da poco arruolati per
conquistare un villaggio ucraino. La strategia condivisa in ambito NATO,
l’innovazione tecnologica compresi i droni, la dottrina di impiego, le tattiche
e procedure, continuano a basarsi sui valori occidentali che si vuole
difendere.
Tuttavia, è un dato di fatto che occorrono molti più
mezzi, munizionamento, e capacità produttiva di equipaggiamenti militari per
assicurare un livello di deterrenza adeguata rispetto ad una Russia che
combatte da anni su questa scala in Ucraina, e per respingere in tempi brevi e
con poche perdite un eventuale attacco russo se la deterrenza fallisse. E’ per
questo motivo dopo il 2022 alcuni Paesi europei hanno reintrodotto la leva
obbligatoria oppure forme di riserva volontaria, per ampliare le risorse umane
a complemento delle forze armate professionali già in servizio in chiave di
deterrenza e difesa – e non al fine di affiancare le forze di polizia in
attività di sicurezza interna.
Resilienza e prontezza politica, non solo militare
L’ultima lezione riguarda il livello politico-strategico,
ovvero quello dei vertici politici e militari e della loro interazione con le
istituzioni, l’opinione pubblica e l’elettorato. La società civile e politica
ucraina ha continuato a funzionare seppur in stato di guerra, facendo fronte
comune per difendersi dall’invasore ma mantenendo un pluralismo al suo interno,
a livello istituzionale, politico e di opinione pubblica, tra mille difficoltà,
limiti e problemi, non da ultimo quanto a corruzione. Anche grazie a questo,
l’intera nazione ucraina si è difesa dall’invasione russa sul fronte e nelle
retrovie, con un’enorme capacità di sacrificarsi per il proprio Paese e per il
tipo di democrazia nel quale si vuole vivere.
Per questo motivo, di fronte all’aggressività russa verso
l’Europa riconosciuta da UE, NATO e singoli Paesi europei inclusa l’Italia –
come sancito del documento del Ministro della Difesa sul contrasto alla
guerra ibrida – rafforzare la resilienza e prontezza non solo militare ma
politica e sociale è altrettanto importante che investire in innovazione e
ampliare le forze armate europee. Si tratta forse della lezione più difficile
da cogliere dal conflitto russo-ucraino, perché è quella che tocca più profondamento
il patto sociale di un’Europa occidentale che ha vissuto in pace per otto
decenni sotto l’ombrello di sicurezza americano, e ora deve attrezzarsi anche
politicamente per difendere con le armi questa pace non più scontata.
Alessandro Marrone, AffInt 19
La Germania prepara la sua Starlink. Obiettivo maxi commessa per mandare
100 satelliti in orbita
L’intervista dell’ad di Airbus Defence Michael
Schoellhorn: intesa con Rheinmetall e OHB per aggiudicarsi un ordine da 10
miliardi dalle Forze Armate. Confermata la maxi alleanza nello spazio con
Thales e Leonardo. E il manager mette in guardia sulla minaccia russa dalla
corrispondente Tonia Mastrobuoni
Arriva una risposta tedesca a Starlink: Airbus Defense
vuole aggiudicarsi insieme a Rheinmetall e OHB una commessa della Bundeswehr da
10 miliardi di euro per mandare “almeno” 100 satelliti nello spazio. Questo
“Starlink per le truppe” si chiamerà SatcomBW 4. Inoltre l’amministratore
delegato di Airbus Defense, Michael Schoellhorn, spiega in un’intervista
all’Handelsblatt, che l’annunciata intesa della sua azienda con l’italiana
Leonardo e la francese Thales per un colosso europeo dei satelliti e della difesa
vuol essere una risposta alla concorrenza globale, in particolare con gli
americani e i cinesi, che per ora è schiacciante: “come europei non possiamo
continuare a far finta che il mondo sia il nostro cortile di casa”. La società
italo-franco-tedesca da 6,5 miliardi con sede a Tolosa sarà al 35% controllata
da Airbus, il restante 65% sarà di Thales e Leonardo.
"Siamo stati naïf sulla sfida nello spazio”
Per troppo tempo, sottolinea Schoellhorn, “siamo stati
naïf sulla sfida nello spazio”. Lo scorso autunno SpaceX, la creatura di Elon
Musk, ha lanciato nello spazio il suo decimillesimo satellite Starlink. Ed
entro il 2026 vuole mandarne in orbita altri 12mila. Il 2 febbraio Musk ha
inoltre annunciato che SpaceX assorbirà xAI, la sua startup di intelligenza
artificiale, creando un titano della conquista dello spazio da 1.250 miliardi
di euro. Per gli europei c’è ancora molta strada da fare.
La minaccia russa nello spazio
Il capo della divisione spazio del gigante Airbus mette
anche in guardia dalla pericolo russo. “Ogni satellite della Bundeswehr ha
ormai un ‘accompagnatore’ russo che gli vola intorno, lo ispeziona e lo
osserva. L’Ispettore della Luftwaffe (l’aeronautica militare tedesca, ndr)
parla di ‘Dogfights in space’ (‘lotte tra cani nello spazio), dunque di manovre
che finora esistono solo tra jet militari”. I cinesi e i russi possono arrivare
persino ad abbattere satelliti concorrenti, ricorda il top manager tedesco.
“I satelliti possono essere anche neutralizzati in altri
modi, non è necessario abbatterli. Si possono accecare, si possono sporcare le
lenti, si può disturbare la comunicazione. O si possono trascinare fuori dalla
loro orbita. Esistono già dei precedenti”. Schoellhorn sottolinea che è
importante che anche i satelliti tedeschi possano essere in grado di respingere
attacchi e tentativi di spionaggio russo o cinese. Lr 16.2.
E’ nella natura umana: tutto passa e si modifica. Anche
le strategie politiche, di cui abbiamo smarrito l’utilità concreta, potrebbero
subire la stessa sorte. Dato che il processo evolutivo è sempre stato
fisiologico ed è correlato al nostro concetto di democrazia rappresentativa,
non ci stupiremmo più di nulla.
La Fiducia parlamentare non può essere solo un mezzo per
proporre progetti che gli Elettori, in generale, non condividerebbero. Il
futuro Potere Esecutivo, forse mutato nei partiti e nelle migrazioni di certi
suoi membri, dovrà dimostrare le sue capacità. Con la scusa delle emergenze,
sono anni che ci troviamo a convivere con situazioni che non fanno parte della
nostra cultura socio/politica. Con un’economia basata su decreti che non
tengono conto dei bisogni del Paese. Da noi, più che per il passato, c’è chi
sta molto bene e chi non riesce più a tirare avanti. Se i “ricchi” ufficiali
non sono aumentati, sono saliti i “poveri”. Lo scriviamo con la coerenza della
realtà.
Oltre le statistiche, che non ci hanno mai convinto, c’è
un’Italia che si arrangia. Essere fatalisti, in questo 2026, non è il guaio
peggiore. Lo diventa, però, quando resta l’unica possibilità ancora in essere
nel Bel Paese. Questo 2026 ci ha trovato meno abbienti e con prospettive di
sviluppo che esistono solo sulla carta. La politica resta di facciata e,
spesso, d’opportunità.
Manca, ancora, quella coerenza che c’è stata compagna in
certi anni del secolo scorso e che s’è dispersa tra i rivoli delle polemiche e
delle alleanze politiche di scarso prestigio. Per garantirci un “dopo”
migliore, sarebbe essenziale non dimenticare il “prima”. Il fatto è che in
politica si preferisce la “critica”, alla “proposta” e dimenticare resta,
ancora, una strada politicamente percorribile.
Giorgio Brignola, de.it.press
Fare figli è più facile all’estero? Un nuovo volume della Migrantes
Negli ultimi vent’anni oltre 1 milione 700mila italiani
si sono iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero; nello stesso
periodo i rimpatri sono stati la metà. 123mila persone sono partite nel corso
del solo 2024, di cui15mila minorenni – bambini e ragazzi a seguito delle loro
famiglie. Inoltre, almeno 25 mila nuovi piccoli italiani (il numero è purtroppo
incerto) nascono ogni anno in giro per il mondo: sono soprattutto figli di
persone recentemente espatriate.
Bastano questi numeri per far capire l’enorme raggio
d’azione di Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo, in
uscita il 20 febbraio nella collana “Quaderni Migrantes” della Tau editrice,
realizzata con la Fondazione Migrantes.
In questo libro la giornalista Eleonora Voltolina
raccoglie le storie di tanti genitori italiani all’estero: Erika, che si è
lasciata alle spalle Torino per l’Australia, e racconta che il marito va a fare
surf sull’oceano ogni mattina prima di andare in ufficio; ma anche che soffre
perché suo padre, non potendo prendere l’aereo, in dodici anni non è mai potuto
andare a trovarla. Francesco, che dopo aver vissuto in mezzo mondo si è
innamorato di una donna greca, e adesso vive a Londra con lei e un figlio che a
quattro anni parla già fluentemente tre lingue. Giulia, che è partita con il
suo compagno dall’Emilia Romagna, ha avuto il primo figlio in Danimarca e la
seconda in Portogallo, e racconta le due esperienze molto diverse anche per il
diverso approccio culturale alla maternità.
Oltre trenta istantanee per offrire uno spazio di
rappresentanza alla sterminata varietà di queste situazioni: «Famiglie che
vivono dall’altra parte del mondo, e che per tornare in Italia si devono fare
trenta ore di volo, e famiglie che vivono giusto al di là del confine. Famiglie
tradizionali, famiglie allargate e ricomposte, famiglie monogenitoriali,
famiglie arcobaleno». Le storie sono intrecciate ai risultati di una ricerca
cui hanno partecipato oltre 1.200 genitori italiani residenti all’estero, realizzata
grazie al sostegno della Fondazione Migrantes che ogni anno pubblica il
Rapporto Italiani nel Mondo: nell’edizione 2025, uscita lo scorso novembre, un
saggio dava un piccolo assaggio dei risultati.
Nella prefazione di Crescere expat, Maria Chiara Prodi –
segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, e a sua
volta mamma italiana di stanza a Parigi – sottolinea come sia importante
«tenere insieme dati aggregati e intimità delle esperienze», andando a
ricercare anche «alcuni “universali”, necessari per costruire finalmente delle
autostrade di senso in cui ritrovarci e riconoscerci».
«Le comunità delle cittadine e dei cittadini italiani che
risiedono all’estero sono e devono essere considerate come parte dinamica,
attiva e imprescindibile dell’Italia» scrive nella postfazione mons. Gian Carlo
Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione
Migrantes: «Per questo le famiglie vanno tutelate, ascoltate, rese partecipi.
Come fa questo libro», disegnando un affresco di come si crescono “figli
italiani lontano dall’Italia” e toccando molti temi. Alcuni già spesso discussi,
come l’integrazione e la costruzione di identità “multinazionali”, il costo dei
figli e il sostegno statale, l’importanza e complessità di non dimenticare
l’italiano, o la diversità nei sistemi e nei calendari scolastici.
Altri ancora poco esplorati, come il rapporto con i
nonni. Perché la decisione di vivere all’estero ha anche un impatto sulle
famiglie d’origine, e rende più complessa la costruzione dei legami
intergenerazionali. La stessa Voltolina, che dal 2020 è residente in Svizzera
con la sua famiglia, confida che il trasferimento ha comportato la «necessità
di pianificare meglio e con più cura le occasioni di contatto tra nonni
italiani e nipote transfuga, e contrastare la malinconia dell’accresciuta
distanza».
Per la ricerca Voltolina ha trovato una «formidabile
alleata» nella ricercatrice Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani del
Mondo della Fondazione Migrantes. «Da tempo studiamo le famiglie italiane in
mobilità, e desideravamo uno studio sistematico, una ricerca che le mettesse al
centro della riflessione: sia quelle nate a seguito di una esperienza
migratoria, sia quelle che avviano progetti di mobilità» afferma Licata:
«Analizzare l’Italia fuori dell’Italia dalla prospettiva della famiglia significa,
oggi, per il nostro Paese, capire quanto il processo di mobilità nell’epoca
della migrazione sia parte integrante della nostra storia e del nostro
presente, delle nostre storie e dei nostri territori».
Il libro, disponibile sia nel tradizionale formato
cartaceo sia in versione ebook per permetterne la lettura anche a quei
tantissimi expat che vivono in posti dove i libri in italiano non arrivano,
racchiude «storie singole che diventano universali» scrive Voltolina: «Quasi
tutti gli italiani all’estero hanno voglia di interagire con l’Italia, creare
vasi comunicanti – anche perché le loro vite sono letteralmente costruite sul
confine. Molte volte è difficile. Ma qualche volta qualche idea, qualche storia,
qualche esperienza riesce a forare il muro di gomma. La speranza è che questo
libro rappresenti una di quelle volte».
In un momento di inverno demografico, con le nascite in
caduta libera, è più che mai interessante chiedersi se all’estero sia più
facile fare famiglia rispetto all’Italia, e tracciare un confronto tra le
politiche di sostegno alle famiglie. Nell’ultimo capitolo del libro sono
racchiusi anche spunti e proposte dei genitori expat che, se implementati,
potrebbero aiutare l’Italia a ridiventare un Paese in cui i giovani non abbiano
paura di mettere su famiglia. Migr. 16
Il trilemma delle tecnologie critiche
Per anni abbiamo trattato la tecnologia come una normale
arena economica: più concorrenza, più innovazione, più crescita. Oggi quella
lettura non basta più. Semiconduttori, 5G, cloud, intelligenza artificiale e
mobilità elettrica non sono soltanto mercati bensì infrastrutture critiche,
leve di potere e potenziali vulnerabilità. Per questo Stati Uniti, Cina e
Unione europea hanno riaperto tre dossier insieme: concorrenza, sicurezza
nazionale e politica industriale. Il punto, però, è che nei settori strategici
questi obiettivi non si sommano automaticamente. Spesso si ostacolano.
Prendendo spunto dal famoso ma differente trilemma
dell’economista Dani Rodrik, propongo un nuovo trilemma, quello delle
tecnologie critiche. In un settore tecnologico strategico un governo può
spingere forte sulla politica industriale e su uno tra concorrenza e sicurezza,
ma difficilmente può massimizzare tutti e tre contemporaneamente.
Sarebbe facile fermarsi qui e concludere che la politica
industriale è il problema, perché distorce i mercati. È una lettura comoda, ma
incompleta. In un mondo securitizzato, la politica industriale è sempre più
spesso la soluzione: non una bacchetta magica che elimina i trade-off, ma il
principale strumento con cui gestirli e, soprattutto, con cui evitare gli esiti
peggiori.
Ma cosa si intende con concorrenza, sicurezza nazionale e
politica industriale? In modo semplificato, concorrenza significa mercati
contendibili, ingresso aperto e regole tendenzialmente neutrali. Sicurezza
nazionale significa controllo su tecnologie, supply chain e infrastrutture
critiche, riducendo dipendenze e vulnerabilità sfruttabili da avversari.
Politica industriale è la cassetta degli attrezzi con cui lo Stato orienta
investimenti e struttura produttiva: ricerca e sviluppo, incentivi, appalti, standard,
infrastrutture, competenze. Il conflitto è strutturale: la sicurezza chiede
selettività, la concorrenza chiede neutralità, la politica industriale implica
priorità e direzione. Per questo avere tutto è difficile. Ma proprio perché è
difficile serve un meccanismo che renda il compromesso governabile. Quel
meccanismo, oggi, è la politica industriale.
Perché la politica industriale è il collante (non il
nemico)
In un mondo in cui la sicurezza torna centrale, la
domanda non è se ci sarà intervento pubblico. La domanda è se quell’intervento
produrrà mercati blindati e oligopoli protetti, con poca innovazione, oppure
mercati resilienti e dinamici, in cui la sicurezza è perseguita senza soffocare
la competizione. La tesi è che la politica industriale, se progettata bene, è
l’unico strumento capace di spostare il sistema verso il secondo esito. Senza
politica industriale, la securitizzazione tende a tradursi in una chiusura
grezza con esclusioni, barriere, reshoring simbolico, duplicazioni inefficaci.
Con una politica industriale pro-competitiva, invece, la sicurezza può essere
perseguita attraverso diversificazione, interoperabilità, capacità domestica
mirata e incentivi contestabili, mantenendo spazio per innovazione e ingresso.
Quando industria e concorrenza si rafforzano: l’auto
elettrica
La corsa all’auto elettrica mostra come questo possa
funzionare. L’intervento pubblico può convivere con un’arena competitiva quando
lo Stato indica la direzione tecnologica senza congelare i vincitori. Nel caso
cinese, una fase iniziale di sussidi è stata affiancata da investimenti in
infrastrutture e da standard tecnici progressivamente più stringenti; poi, con
l’evoluzione degli strumenti, la selezione di mercato è diventata più dura e la
competizione sui prezzi più spietata. Il risultato non è stato un settore
protetto e statico, ma un ecosistema in cui molte imprese competono e innovano.
Qui la politica industriale ha svolto due funzioni insieme: ha accelerato la
trasformazione e ha evitato che l’intervento pubblico diventasse rendita
permanente.
Quando la sicurezza domina: la guerra dei semiconduttori
Nei semiconduttori la sicurezza prevale e la neutralità
perfetta è poco realistica. Dipendenze, colli di bottiglia e controlli sulle
tecnologie avanzate trasformano l’efficienza in una variabile subordinata alla
resilienza. Ma proprio per questo, come visto con Made in China 2025, lo US
Chips Act e lo European Chips Act, la politica industriale diventa decisiva.
L’alternativa non è mercato puro; è una corsa disordinata a sussidi e chiusure,
in cui ogni Paese prova a duplicare capacità senza coordinamento, pagando costi
altissimi e spesso ottenendo poco in termini di autonomia reale. Una politica
industriale ben disegnata, anche in un contesto securitario, può concentrare
risorse sui nodi davvero critici, investire in competenze e R&S, coordinare
la supply chain con alleati e mantenere competizione dentro il perimetro
considerato sicuro. Se la sicurezza obbliga a restringere il campo, la politica
industriale decide se quel campo diventa un oligopolio pigro o un ecosistema
che continua a innovare.
Il caso 5G: securitizzazione senza strategia industriale
Il 5G è forse il caso più istruttivo perché mostra cosa
succede quando si prova a tenere insieme concorrenza e sicurezza senza un
disegno industriale coerente. Per anni un mercato relativamente aperto ha
spinto prezzi verso il basso e ha moltiplicato le opzioni tecnologiche. Poi la
geopolitica ha bussato alla porta: timori di dipendenza, rischi di
interferenze, nuova percezione di vulnerabilità. A quel punto la logica
concorrenziale si è rapidamente subordinata a quella securitaria: fornitori
considerati rischiosi come Huawei sono stati esclusi o fortemente limitati, e
il mercato si è ristretto. Questa scelta può essere legittima sul piano della
sicurezza nazionale, ma ha un effetto prevedibile: meno fornitori, più
concentrazione, costi di transizione e rischio di dipendere da pochissimi
fornitori “ammissibili”. È qui che la politica industriale può fare la
differenza, non per negare la sicurezza, ma per evitare che la sicurezza si
traduca automaticamente in un mercato più chiuso e meno innovativo.
Una politica industriale pro-competitiva per un mondo
securitizzato
Se questa è la tesi, la conseguenza è pratica: la
politica industriale deve essere progettata come architettura di mercato, non
come distribuzione di rendite. Deve essere contendibile, temporanea, legata a
risultati misurabili e disegnata per diversificare, non per creare nuove
dipendenze domestiche. Deve anche essere selettiva nel modo giusto:
securitizzare tutto distrugge la concorrenza mentre distinguere ciò che è
davvero critico da ciò che può restare contendibile è parte della strategia.
La conclusione è che sia necessario gestire il triangolo,
non negarlo. Il trilemma tecnologico non è un esercizio accademico: è la
condizione politica del nostro tempo. Non possiamo avere tutti e tre i vertici
sempre al massimo. Possiamo però decidere se l’inevitabile compromesso produce
chiusura sterile o capacità competitiva. E quella decisione, oggi, passa dalla
politica industriale: il vero collante che rende governabile un triangolo
altrimenti impossibile. AffInt 3
Dopo la morte di Abanoub Youssef, 18 anni, ucciso da una
coltellata del compagno Zouhair Atif tra le mura di una scuola a La Spezia, la
reazione del Governo è stata immediata. Subito l’annuncio di un “pacchetto
sicurezza” – non il primo, peraltro – composto da un decreto, per le materie
considerate di più urgente applicazione, e da un disegno di legge che, quindi,
sarà sottoposto al vaglio preventivo del Parlamento.
Una prima bozza, con provvedimenti molto restrittivi, è
entrata presto in circolazione ed è stata abbondantemente commentata, non senza
legittime preoccupazioni. In particolare, per la Fondazione Migrantes, quella
per la speciale “attenzione” dedicata ai giovani con background migratorio e ai
minori stranieri non accompagnati, considerando anche l’aria pesante che arriva
da Oltreoceano. Per quanto riguarda il decreto, esso dovrebbe essere già stato
emanato dal Consiglio dei ministri nel momento in cui leggerete questo
articolo, anche in seguito ai gravi fatti di Torino.
Una riflessione si impone. Perché il bisogno di
sicurezza, ieri come oggi, richiede risposte razionali, non emotive né tarate
esclusivamente sulla ricerca del consenso facile: che cosa vuol dire “sentirsi
sicuri” e come lo si ottiene?
Bisognerebbe intanto partire da dati oggettivi. Le
statistiche rispetto ai reati verso cose e persone in Europa ci dicono che in
Italia i crimini più gravi sono in costante diminuzione da anni e che siamo tra
i Paesi più sicuri in Europa.
Le statistiche, però, non sono l’unico riferimento. È
indubbio che molte persone, soprattutto nelle grandi città, non si sentano
tranquille a uscire di casa o ad attraversare gli spazi pubblici in zone di
periferia o nei pressi delle stazioni. D’altra parte, abbiamo sempre più
giovani che ci dicono che le città non sono più pensate per loro, che gli spazi
di aggregazione pubblica sono sempre di meno e che l’unica possibilità spesso è
quella di ritrovarsi nei centri commerciali o all’aperto vicino a locali dove
si vendono alcolici.
Tra i giovani, inoltre, è vero, sta aumentando la pratica
di avere e usare armi da fuoco o coltelli. Sanzionare duramente chi le porti e
ne faccia uso, non solo tra i giovani, è persino ovvio; ma l’ipotesi di
abbassare l’età punibile dai 14 ai 12 anni, di aumentare le pene detentive per
loro e pecuniarie per i genitori o chi ne fa le veci non può essere l’unica
risposta.
Non sarà, in particolare, aumentando le pene pecuniarie
per i tutori dei minori non accompagnati – che, ricordiamolo, sono un tassello
prezioso in una comunità civile che dovrebbe educare prima di controllare e
punire – che ci sentiremo più sicuri. Perché proprio quando abbiamo bisogno di
più adulti attenti che facciano un pezzo di strada con questi minori è illogico
spaventarli con la minaccia di multe salate per i comportamenti illeciti dei
giovani che potrebbero essere loro affidati.
Insomma, per evitare di continuare a spendere solo nelle
“punizioni” serve investire nel costruire “relazioni”: offrire spazi – ad
esempio, oratori e scuole aperte e presidiate da figure educative anche fuori
dall’orario di lezione –, aprire dibattiti e non processi o gogne buone per i
dati di ascolto in Tv o per qualche click sui social. Serve un potenziamento
dei servizi sociali e dei percorsi di formazioni, anche per il personale
scolastico. Servono ovviamente delle possibilità effettive di realizzazione per
tutti i giovani. E gli studi che facciamo sulla mobilità umana, da e verso
l’Italia, ce lo rammentano da tanti anni.
È importante che si affrontino le questioni di ordine
pubblico come pure il disagio dei minori, ma la repressione e la punizione non
daranno né ai giovani né agli adulti la vera sicurezza che cerchiamo tutti:
quella di “un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).
(mons. Pierpaolo Felicolo – “Migranti Press” 1 2026)
Questa volta, scriviamo di pensionati. Ci limiteremo, per
opportunità, ai trattamenti previdenziali non inferiori a Euro 1.300 correlati
a famiglie di due persone (marito e moglie). Importo di tutto rispetto in
questo Paese dove il trattamento dei”minimi” è una miseria.
Tra canone di locazione e spese d’ordinaria
amministrazione, 600 Euro mensili, sono stornate dalla rendita vitalizia. Resta
Euro 700 per “vivere” e, accantonare somme, ora più consistenti, per le utenze
(energia elettrica e gas), resta, così, poco da amministrare, molto
saggiamente, per le spese “correnti” giornaliere. La moglie del lettore gira,
nella mattinata, tutti i supermercati in zona per trovare i generi di prima
necessità ai prezzi più competitivi. Non più di 10 euro giornalieri.
Il nostro ipotetico pensionato ha 68 anni, la moglie 61.
Se l’anno non presenta “imprevisti”, è la “tredicesima” mensilità che porta un
poco di tranquillità in famiglia. Le scorte alimentari più congrue (scatolame e
surgelati) si fanno tra gennaio e febbraio d’ogni anno. Qualche capo
d’abbigliamento si acquista durante le liquidazioni stagionali.
Il nostro Pensionato è, comunque, ”fortunato”, perché può
contare sul certo e non ha debiti con nessuno. Fatto del tutto consolante in un
Paese ove anche il denaro resta più nelle banche che nelle tasche di chi ne
avrebbe bisogno. Eppure, in area euro i prezzi dei generi di più ampio consumo
(non solo alimentari e d’utenza) sono simili ai nostri.
La differenza, che
chiarisce la nostra amarezza, è che gli importi delle pensioni sono, negli
altri Stati UE, almeno, del 30% superiori a quelli italiani. Ci riferiamo,
ovviamente, ai trattamenti dei comuni mortali. Le pensioni d’”Oro” sono una
vergogna. Il diritto a vivere decorosamente, dopo una vita di lavoro, dovrebbe
essere garantito a tutti. Come primo passo, basterebbe detassare gli importi
della “tredicesima” mensilità che, comunque, resta una trovata tutta italiana.
Meglio, ancora, sarebbe abolirla e distribuire l’importo nei dodici mesi
canonici (con minor prelievo fiscale).
Così, mentre si discute d’economia ad alti livelli, si
continua a tirare la cinghia. Intanto, le difficoltà economiche di chi non ha
ancora raggiunto il diritto alla pensione si sono fatte più evidenti in questo
scorcio di 2026. I “vitalizi” per gli anni a venire potrebbero essere
“ridimensionati” per mancanza di fondi a causa della limitata attività
lavorativa e dei correlati versamenti previdenziali.
Giorgio Brignola, de.it.press
Carta d'identità 'a vita' per gli over 70, la norma è ufficiale
Il provvedimento, inserito nel Decreto-legge PNRR e
semplificazioni pubblicato in Gazzetta Ufficiale, elimina l’obbligo di rinnovo
periodico e fissa una durata di validità pari a cinquanta anni per le CIE
rilasciate a partire dal 30 luglio 2026
Diventa realtà la Carta d’Identità Elettronica 'a vita'
per gli over 70. La misura, inserita nel decreto di semplificazione legato al
PNRR, è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale, ma dovrà ancora passare in
Parlamento per la conversione in legge.
Il provvedimento elimina l’obbligo di rinnovo periodico
per i cittadini con più di 70 anni e fissa una durata di validità pari a
cinquanta anni per le CIE rilasciate a partire dal 30 luglio 2026. La decisione
– motivata da esigenze di snellimento burocratico e di maggiore accessibilità
ai servizi – rappresenta un cambio epocale nel rapporto tra anziani e pubblica
amministrazione. Ma da quando si applica? Vale anche per chi ha già la carta? E
cosa succede per l’espatrio?
Come funziona la nuova CIE per gli over 70
Secondo il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per
chi ha compiuto 70 anni al momento della richiesta, la Carta d’Identità
Elettronica non avrà più la classica scadenza decennale, ma resterà valida per
50 anni, un periodo che di fatto elimina quasi del tutto la necessità di
rinnovo per la maggior parte degli interessati.
Il documento sarà pienamente utilizzabile anche per
l’espatrio, come gli attuali modelli elettronici, e rimane valida per l’accesso
a servizi pubblici e privati che richiedono un documento d’identità in corso di
validità.
La norma prevede, oltre all’estensione temporale, la
facoltà per il titolare di richiedere comunque un rinnovo dopo dieci anni dal
rilascio, non per esigenze di validità amministrativa, ma per aggiornare il
certificato di autenticazione digitale della CIE, utile per i servizi online
della pubblica amministrazione.
Chi è escluso e cosa cambia
La misura riguarda solo le CIE rilasciate a decorrere dal
30 luglio 2026 ai cittadini che al momento della domanda di rilascio hanno già
compiuto 70 anni. Le carte ottenute prima di quella data continueranno ad avere
la durata ordinaria di dieci anni e dovranno essere sostituite al termine del
loro ciclo se si desidera mantenere il documento valido ai fini dell’espatrio o
dell’uso digitale, in linea con i regolamenti europei sui documenti di
identificazione.
Una semplificazione attesa da anni
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale segna la fase
operativa di una riforma attesa da mesi. Era infatti lo scorso novembre 2025
quando il ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, aveva
annunciato l’intenzione del Governo di "abolire il rinnovo della carta
d’identità per gli over 70" come parte di un ampio pacchetto di
semplificazioni burocratiche.
Con questa modifica normativa, milioni di italiani
potranno dire addio alle file agli sportelli e agli appuntamenti sui portali
comunali per il rinnovo del documento: un passo significativo verso una
burocrazia più snella e inclusiva. Adnkronos 24
Gli aspetti geopolitici e geoeconomici della strategia italiana nell’Artico
Negli ultimi anni, il contesto internazionale ha
rimodellato il panorama politico artico su più dimensioni: geopolitica,
militare, di governance, economica ed energetica. Il quadro di cooperazione che
a lungo ha sostenuto la governance artica ora appare insufficiente, spingendo
gli stakeholder a esplorare nuove vie per la cooperazione e a sviluppare
strumenti diplomatici e politici alternativi.
L’Artico rimane principalmente una questione degli Stati
artici e delle popolazioni locali. Gli effetti del cambiamento climatico sui
mezzi di sussistenza e sulla navigazione, insieme alle questioni dello
sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, colpiscono direttamente le
comunità artiche. Tuttavia, le nuove opportunità economiche derivanti dal
cambiamento climatico hanno attirato attori esterni i cui interessi strategici
nella regione continuano ad ampliarsi. Sviluppi recenti riguardanti la Groenlandia
illustrano come le grandi potenze abbiano dimostrato un interesse crescente
nello sfruttare le risorse artiche, a volte ignorando l’integrità territoriale,
i diritti e le preferenze delle popolazioni locali, nonché le alleanze e i
quadri di governance consolidati.
Una sfida chiave per la regione è quindi bilanciare i
diritti sovrani e le priorità degli attori artici con gli interessi legittimi
dei paesi esterni, garantendo che la partecipazione non artica alla governance,
all’energia e alla sicurezza rispetti le prerogative regionali. Tra i paesi non
artici, l’Italia vanta un impegno di lungo corso e una proficua collaborazione
con gli stakeholder locali. La Strategia Artica italiana aggiornata, pubblicata
a gennaio 2026, cerca di rispettare questo equilibrio mantenendo gli obiettivi
strategici principali con la consapevolezza dei profondi cambiamenti del
contesto..
Il documento afferma esplicitamente che l’Italia
promuoverà i suoi obiettivi artici, dando priorità alla preservazione
ambientale, all’uso sostenibile delle risorse naturali e alla ricerca
scientifica. La strategia riconosce anche che la dimensione di sicurezza artica
richiede ora una maggiore attenzione a causa degli sviluppi recenti,
dall’invasione russa dell’Ucraina fino alle minacce emergenti. Sebbene non
menzionate esplicitamente, le recenti dichiarazioni dell’amministrazione
statunitense riguardo la sovranità danese sulla Groenlandia pongono una sfida
fondamentale alla partnership transatlantica.
Il documento evidenzia anche il sostegno italiano al
ruolo dell’Unione Europea nell’Artico e agli Stati membri Ue artici: le
politiche artiche italiane devono mantenere il focus sugli attori regionali, ma
anche allinearsi a un approccio europeo più ampio alla regione. Infatti, il
documento esprime un sostegno incondizionato al diritto internazionale e ai
forum multilaterali nell’affrontare le questioni artiche, sottolineando il
ruolo strategico del Consiglio Artico nel disinnescare i conflitti, moderare le
differenze politiche e strategiche e perseguire obiettivi condivisi. Un’enfasi
significativa dato che la centralità del Consiglio nella governance artica è
stata messa in discussione dopo la guerra della Russia contro l’Ucraina e la
successiva sospensione della cooperazione con Mosca. L’accento posto sul
diritto internazionale, combinato con il rispetto per le tradizioni, le
abitudini e le pratiche delle popolazioni locali, suggerisce un approccio
alternativo alla governance artica, che contrasta con le posture assertive (e a
volte aggressive) recentemente adottate dagli Stati Uniti e storicamente
perseguite dalla Russia.
Un secondo elemento chiave è il sostegno dichiarato
dall’Italia all’aggiornamento e al rafforzamento della Politica Artica europea
del 2021, risalente a un periodo in cui i rapporti con Mosca, pur problematici,
rimanevano funzionali, e la cooperazione con Washington continuava nonostante
le tensioni durante la prima amministrazione Trump. Quel documento si
concentrava principalmente su questioni ambientali, ricerca scientifica e
transizione energetica, con solo un vago riferimento alle dimensioni di sicurezza
regionale.
Le istituzioni Ue hanno recentemente annunciato l’avvio
di un processo di rinnovamento della politica, che dovrebbe continuare a
riconoscere la Nato come partner fondamentale per la sicurezza regionale
rafforzando simultaneamente i legami con partner affini come Norvegia, Canada e
Islanda. Sebbene l’Italia non sia uno Stato artico, i suoi interessi economici,
la presenza storica nella regione e l’impegno tradizionale per la cooperazione
multilaterale e la diplomazia le consentono di svolgere un ruolo prezioso nel
sostegno al nuovo approccio di Bruxelles verso il Grande Nord.
La Strategia Artica italiana affronta anche le dimensioni
economiche ed energetiche dell’impegno locale, dove l’expertise e la capacità
industriale italiana possono offrire contributi concreti allo sviluppo
regionale per affrontare il cambiamento climatico.
La Strategia delinea le aree economiche in cui l’Italia
può svolgere un ruolo chiave, in particolare la cantieristica navale, l’energia
– sia combustibili fossili che minerali – e lo spazio. Riguardo alla
cantieristica navale, l’Italia può lavorare con partner per sviluppare
trasporti marittimi avanzati e sostenibili. Allo stesso tempo, l’Italia
potrebbe essere preoccupata per uno sviluppo più rapido delle rotte artiche, la
cui ascesa potrebbe ridurre la rilevanza di altre rotte tradizionali, come
quelle che attraversano i porti del Mediterraneo. La navigazione nell’Artico
richiederà comunque investimenti massicci in infrastrutture correlate e
drastici miglioramenti nei rapporti politici tra UE e Russia, nel caso della
Rotta a Nord-Est russa.
Un’altra area di interesse è rappresentata dalle risorse
energetiche presenti . Nel 2008, l’US Geological Survey ha valutato il grande
potenziale delle risorse idrocarburiche nella regione, il cui sviluppo dipende
però da fattori politici e dagli sviluppi di mercato. Ogni paese artico ha
perseguito approcci diversi che possono attrarre (o no) investimenti in
progetti idrocarburici ad alto capitale: la Norvegia rimane impegnata
nell’esplorazione di petrolio e gas, mentre il Canada ha imposto una moratoria
sull’esplorazione nel 2016. In questo contesto, i profondi rapporti energetici
tra Italia e Norvegia si sono rafforzati nel corso degli anni.
Inoltre, l’Italia può anche collaborare con le comunità
artiche per lo sviluppo di energia sostenibile. La Strategia cita la geotermia
come area principale per una cooperazione più profonda con i paesi artici. Un
esempio positivo è il memorandum d’intesa firmato con l’Islanda nel 2024,
basato sulle rispettive conoscenze ed expertise tecnologiche. Questo approccio
può essere replicato con altri paesi artici a favore dell’innovazione e di
soluzioni sostenibili per le comunità locali.
Infine, la Strategia menziona l’importanza del potenziale
artico nell’ambito dei materiali critici (CRM) e delle catene di
approvvigionamento: senza CRM, industrie strategiche come il digitale, il
cleantech e il settore militare non possono prosperare. Mentre il ghiaccio
artico si scioglie, il potenziale minerale della regione attira inevitabilmente
un interesse crescente da parte di paesi e aziende, come evidenziato dagli
sviluppi intorno alla Groenlandia. Si stima che l’Artico contenga diverse
risorse minerali; tuttavia, le attività effettive di mappatura ed esplorazione
definiranno quanto l’Artico possa effettivamente contribuire ai mercati
minerali globali. Attualmente, l’Artico rappresenta più del 10% della
produzione globale per solo tre minerali critici: platino, palladio e nichel.
Il governo italiano ha lavorato con diversi paesi artici
per rafforzare le catene di approvvigionamento minerale. L’Italia ha
intensificato la sua cooperazione con il Canada mediante la Dichiarazione
Congiunta sui CRM (2024), con la quale i due Paesi si sono impegnati ad
approfondire la cooperazione politica a livello bilaterale. Nel 2025, hanno
lanciato formalmente il Dialogo Energetico bilaterale Canada-Italia, un
meccanismo di coordinamento per promuovere priorità condivise su energia e
risorse naturali. Allo stesso tempo, l’Italia è impegnata a espandere i
rapporti esistenti con altri partner artici tradizionali, come la Norvegia,
attraverso una Dichiarazione Congiunta sui CRM.
Queste iniziative sono certamente radicate in uno sforzo
diplomatico europeo più ampio con Canada e Norvegia per contrastare
frammentazione e insicurezza. L’Ue ha infatti rivitalizzato il suo rapporto con
il Canada tramite l’Accordo di Partenariato Strategico e l’Alleanza Verde
UE-Canada, e ha ampliato i legami energetici e politici con la Norvegia.
Oltre alle relazioni bilaterali, l’Italia cerca di
affrontare le preoccupazioni di sicurezza attraverso il multilateralismo e in
forum internazionali, come il Piano d’Azione G7 sui Minerali Critici, lanciato
nel 2025. Nell’ottobre 2025, il Canada ha annunciato il primo round di 26 nuove
misure e progetti strategici con nove paesi alleati, inclusa l’Italia,
nell’ambito dell’Alleanza per la Produzione di Minerali Critici per sbloccare
6,4 miliardi di dollari destinati ad accelerare lo sviluppo delle catene di
approvvigionamento CRM. Costruire catene del valore CRM nell’Artico richiederà
un approccio completo e un dialogo politico permanente con i partner, tenendo
conto dei bisogni locali e della sostenibilità ambientale.
La nuova strategia nazionale italiana illustra la
rilevanza degli affari artici anche per i paesi non artici. L’Italia ha
costruito estese relazioni con i paesi della regione, sfruttando ricerca
scientifica, know-how industriale e valori condivisi. Il nuovo scenario globale
induce l’Italia a favorire e rafforzare una collaborazione più profonda su temi
strategici con i paesi artici e a impegnarsi proattivamente con la regione –
nonostante la distanza geografica. La posizione italiana deve allinearsi e può
arricchire l’approccio europeo più ampio . Inoltre, sarà cruciale garantire un
coordinamento politico costante e coerente con tutti gli stakeholder per
tradurre la strategia nazionale in realtà. Questo è particolarmente vero alla
luce delle sfide senza precedenti generate dalla competizione globale e dalle
tensioni transatlantiche. Luca
Cinciripini | Pier Paolo Raimondi, AffInt 17
L’Eccesso di Pensiero: un istinto del pensare, non un’abitudine
L’eccesso di pensiero è stato un malinteso e un’idea
percepita in modo errato. Nel senso comune, viene considerato una cattiva
abitudine, un’imperfezione psicologica o una complicazione indesiderata nella
vita. Le persone vengono istruite con leggerezza a smettere di pensare troppo,
come se il pensiero fosse una leva che può essere accesa o spenta. La
Filosofia Sethiana, così come è compresa dal Dr. Sethi K.C., vede questo
fenomeno da una prospettiva completamente diversa. Non cerca di addestrare la
mente al silenzio, ma di scoprire perché il pensiero diventa superfluo e quale
verità si nasconde dietro questa superfluità. Nella visione sethiana,
l’eccesso di pensiero non è una pratica appresa attraverso la ripetizione. È un
istinto inerente alla coscienza stessa. L’eccesso di pensiero, come istinto, è
l’attività di una mente vigile, sensibile e coinvolta nell’esistenza, così come
la fame è un istinto del corpo e l’empatia un istinto del cuore. L’errore non
sta nel pensare eccessivamente, ma nel non comprendere lo scopo del pensiero.
Considerato come un movimento di difesa
La Filosofia Sethiana afferma che il pensiero non
rappresenta semplicemente un processo logico o intellettuale. È un’azione
difensiva dell’essere interiore. La prevenzione del danno, il pericolo
anticipato e la stabilità emotiva costituiscono le ragioni per cui la mente
pensa. L’eccesso di pensiero è il risultato del sentimento di
vulnerabilità, sia a livello emotivo, morale, sociale o persino esistenziale.
La mente inizia a tornare indietro nel tempo, rivivendo scene, speculando su
ciò che avrebbe potuto accadere in futuro. Questo non avviene per
deliberazione, ma in modo istintivo. Il Dr. Sethi K.C. afferma spesso che
coloro che pensano troppo difficilmente sono irresponsabili o negligenti. Al
contrario, il loro senso di responsabilità è invisibile. Non solo verso la
società, ma anche rispetto ai propri standard interiori, si sentono
responsabili. La loro mente non può essere superficiale, poiché è consapevole
delle conseguenze. Naturalmente, con questa gravità di percezione, il pensiero
si intensifica.
La differenza tra abitudine e istinto: una distinzione
Sethiana
Tra le principali differenze individuate dalla Filosofia
Sethiana vi è quella tra abitudine e istinto. Un’abitudine è qualcosa che si
apprende attraverso la ripetizione e che può essere cambiata o persino
abbandonata. Un istinto è naturale, innato e inseparabile dalla natura di una
persona. È sbagliato considerare l’eccesso di pensiero come
un’abitudine. Questa differenza è ben dimostrata nel percorso
intellettuale intrapreso dallo stesso Dr. Sethi K.C. Il suo processo creativo
non è mai stato affrettato come filosofo, autore e inventore di forme poetiche,
tra cui la Poesia Pittorica e la Poesia a Punto unico. Un’idea può
richiedere giorni, forse settimane, prima di essere espressa. Questo lungo
pensiero non è indecisione, ma profondità istintiva. È lo stesso istinto che
perfeziona il pensiero e l’espressione. Tale originalità non sarebbe possibile
senza questo cosiddetto “pensare troppo”.
Profondità e sensibilità
La Filosofia Sethiana attribuisce grande importanza alla
sensibilità come forma di intelligenza. La sensibilità non è delicatezza
emotiva, ma una percezione estrema. Tale consapevolezza è solitamente
accompagnata dall’eccesso di pensiero. Gli spiriti delicati osservano ciò che
gli altri ignorano: il tono, il silenzio, l’esitazione, il cambiamento delle
emozioni. Questi piccoli segnali vengono raccolti dalla mente, che cerca di
decifrarli. Il Dr. Sethi K.C. ha osservato che le persone che pensano troppo
sono profondamente umane. Non considerano solo le proprie azioni, ma anche
l’impatto che esse possono avere sugli altri. Riflettono sulle parole prima di
pronunciarle e meditano sul silenzio dopo aver parlato. In questo senso,
l’eccesso di pensiero è una coscienza etica al massimo livello.
Pensiero, memoria e tempo
Nella Filosofia Sethiana, l’eccesso di pensiero è
associato alla memoria e al tempo. La mente tende a viaggiare attraverso il
tempo, sia verso il passato che verso il futuro. Torna ai ricordi non per
soffrire, ma per imparare. Immagina il futuro non per dominarlo, ma per
prepararsi. Questo conflitto temporale è esplorato in numerose occasioni
negli scritti filosofici del Dr. Sethi K.C. Secondo lui, l’eccesso di pensiero
nasce quando la mente non riesce ad accettare l’incompletezza del tempo. Il filosofo
desidera una conclusione che il mondo non offre. Questo bisogno di completezza
intensifica il pensiero, soprattutto nei momenti di transizione, perdita o
incertezza.
Eccesso di pensiero e sofferenza
La Filosofia Sethiana non idealizza l’eccesso di
pensiero. Riconosce che può portare all’esaurimento mentale, al disturbo del
sonno e persino all’esaurimento emotivo. Tuttavia, non considera il pensiero
come la vera origine della sofferenza, bensì la resistenza al
pensiero. Quando le persone etichettano la propria mente come difettosa,
debole o spezzata, iniziano una battaglia contro la natura. Questa è una forma
di violenza interiore, un processo di auto-negazione, secondo il Dr. Sethi K.C.
L’istinto primario, creato per difendere, diventa un peso perché non viene più
compreso. Il lutto è un esempio significativo. Quando si perde qualcuno o
qualcosa, la mente continua a pensare ossessivamente a ciò che si sarebbe
dovuto fare, dire o evitare. È un errore chiamare questo un’abitudine. Si
tratta di una naturale ricerca di significato. Non c’è nulla di sbagliato nella
mente; essa cerca spiegazioni nell’assenza.
L’indagine esistenziale come Eccesso di Pensiero
Fondamentalmente, la Filosofia Sethiana considera
l’indagine esistenziale come una forma di eccesso di pensiero. La mente che
pensa troppo è quella che percepisce l’impermanenza. Queste persone sanno,
consciamente o inconsciamente, che la vita è fragile, le relazioni sono
temporanee e nulla è certo. Questa consapevolezza appare nei pensieri
filosofici del Dr. Sethi K.C. Secondo lui, la pace non è mai il risultato dello
scoprire tutto, ma del sapere non farsi prendere dal panico di fronte
all’incertezza. L’eccesso di pensiero è una lotta prematura della mente con
questa verità. Non è una condizione permanente, ma una fase di transizione.
Quando l’Eccesso di Pensiero ti sta distruggendo
La Filosofia Sethiana chiarisce un punto importante: in
realtà, pensare troppo non è negativo, se non sostituisce il vivere. L’istinto
diventa schiavitù quando la mente ricrea la vita invece di viverla. La cura non
sta nella coercizione o nella repressione. La Filosofia Sethiana crede nel
radicamento: connettersi con la realtà attraverso il lavoro, la creazione,
l’osservazione e l’interazione umana. Questo equilibrio si manifesta nella
pratica disciplinata di scrittura, riflessione e silenzio seguita dal Dr. Sethi
K.C. Il pensiero ha il suo posto, ma non può sostituire la vita.
Riformulare l’Eccesso di Pensiero
Il processo di guarigione inizia con una riformulazione.
Invece di chiedersi: “Cosa c’è di sbagliato in me?”, la Filosofia Sethiana
propone una domanda più gentile: “Che cosa sta difendendo la mia
mente?” Questo cambia il rapporto con il pensiero. L’eccesso di pensiero
perde il suo carattere intimidatorio e diventa un indicatore, non una condanna.
In un mondo dominato dalla velocità e dall’efficienza, la profondità diventa
scomoda. La capacità di pensare in profondità è incompatibile con una cultura
ad alta velocità e per questo viene definita disfunzione. La Filosofia Sethiana
rifiuta questa impazienza e restituisce valore alla riflessione.
Conclusione
In conclusione, la mente deve essere orientata, non
negata. Secondo la Filosofia Sethiana, l’eccesso di pensiero non è il nemico
della pace. È un impulso frainteso di un’anima intelligente. Deve scorrere come
un fiume, non essere bloccato da una barriera. Quando è guidato dalla
consapevolezza, dalla creatività e dalla presenza, nutre invece di
soffocare. La visione filosofica del Dr. Sethi K.C. non mira a silenziare
la mente, ma a renderla più umana. Questa profondità richiede saggezza e
persino eccesso di pensiero. Non deve essere curata, ma compresa, ammirata e
moderatamente regolata. Pensare meno non porta la pace, ma pensare meno per
paura sì. Krishan Chand Sethi, dip 6
A Stoccarda il concorso internazionale sul gelato al bergamotto
Il profumo intenso e inconfondibile del bergamotto ha
attraversato l’Europa per approdare a Stoccarda, dove nei giorni scorsi si è
svolto il primo concorso internazionale interamente dedicato al gelato al
bergamotto di Reggio Calabria. Un debutto che ha registrato un entusiasmo
straordinario, definito dagli organizzatori come “un successo che supera ogni
aspettativa”.
L’evento si è tenuto nell’ambito di Gelatissimo, una
delle più prestigiose fiere europee dedicate al mondo della gelateria
artigianale. In questo contesto di eccellenza, il frutto simbolo dello Stretto
ha conquistato pubblico, giuria e professionisti del settore, affermandosi come
autentico ambasciatore del territorio reggino e della sua identità produttiva.
La competizione ha visto sfidarsi maestri gelatieri
provenienti da diversi Paesi, chiamati a reinterpretare il bergamotto in chiave
creativa e contemporanea. Ne è scaturito un trionfo di profumi agrumati,
consistenze vellutate e raffinati equilibri aromatici: interpretazioni diverse
per cultura e tecnica, ma unite dall’obiettivo comune di esaltare quello che in
Calabria è conosciuto come l’“oro verde”.
A salire sul gradino più alto del podio è stata Isabelle
Voigt, premiata per aver saputo coniugare equilibrio aromatico, struttura
impeccabile e valorizzazione autentica della materia prima. Secondo posto per
Gino De Angelis, che ha convinto la giuria con una proposta intensa e
raffinata. Terza posizione per Giovanni Finamore, autore di un gelato elegante
e tecnicamente ineccepibile.
Protagonista indiscussa della manifestazione è stata
anche la Confederazione Pasticceri Italiani, presente a Stoccarda con il suo
presidente Angelo Musolino e numerosi associati giunti in Germania per
l’occasione. L’impegno dell’associazione non si è limitato al concorso: per
tutta la durata di Gelatissimo ha animato la fiera con dimostrazioni, incontri
e momenti di approfondimento, contribuendo a diffondere la cultura del gelato
artigianale italiano e a raccontare al pubblico internazionale la storia, le proprietà
e il valore identitario del bergamotto reggino.
«Il verdetto finale conferma ciò che i calabresi sanno da
sempre – ha commentato il presidente Musolino –: il bergamotto di Reggio
Calabria sa conquistare tutti, ovunque vada. E a Stoccarda, ancora una volta,
ha brillato come simbolo di identità, qualità e creatività».
Questo primo concorso internazionale non rappresenta
soltanto una competizione gastronomica, ma un ponte culturale tra territori,
tradizioni e professionalità. A Stoccarda, il bergamotto non è stato solo un
ingrediente: è diventato racconto, memoria, innovazione. E soprattutto,
orgoglio calabrese capace di parlare al mondo. Giuseppe Tizza, de.it.press 14
Servizi consolari a pagamento: l’interpellanza di Ricciardi (Pd) su
semplita.com
ROMA - Servizi consolari a pagamento: di questo si occupa
il portale semplita.com, oggetto di una interpellanza urgente a prima firma di
Toni Ricciardi (Pd) in cui, insieme ai colleghi del Pd, eletti all’estero e non
solo, chiede al Ministro degli affari esteri e della cooperazione
internazionale, Antonio Tajani, di chiarire “se risulti essere a conoscenza di
eventuali legami interni alle varie sedi consolari nei Paesi nei quali opera il
sito che consentono di accorciare i tempi di attesa saltando impropriamente le
liste presenti”.
Nella premessa, Ricciardi spiega che “da un po' di tempo
si assiste alla crescita di accessi al sito internet https://semplita.com, sito
di assistenza completa per le pratiche che riguardano gli italiani all'estero;
suddetto sito opera in cinque Paesi europei e principalmente Regno Unito,
Svizzera e Germania”.
Ricciardi riporta, quindi, di aver “ricevuto diverse
segnalazioni da parte di connazionali i quali avrebbero usufruito dei servizi,
a pagamento, con il beneficio di saltare le note liste d'attesa; per fare un
esempio, siamo a conoscenza tramite testimonianze dirette che per un rinnovo di
passaporto o di Cie dove generalmente i tempi di attesa sono ricompresi tra 3 e
5 mesi, sarebbero state risolte nel giro di appena 15 giorni”.
“L'elemento particolare che suscita curiosità nella
navigazione del sito è che non vi è riferimento ad alcuna persona fisica,
tranne nel blog un soggetto firma gli articoli”, continua il deputato,
aggiungendo che “alla voce “contattaci” vi è un solo numero di telefono
cellulare senza che sia riferito ad una funzione né apicale né di segreteria;
alla voce “chi siamo” invece di rinvenire un organigramma si legge testualmente
“Gestiamo le pratiche per te, verificando la documentazione e occupandoci dei
rapporti con gli uffici competenti”.
“Tra i servizi offerti – elenca Ricciardi – vi sono:
iscrizione all'Aire, aggiornamento account Aire, richiesta passaporto italiano,
richiesta passaporto urgente, attivazione SPID, carta di identità elettronica,
richiesta codice fiscale, trascrizione matrimoni, trascrizioni nascite,
cittadinanza per matrimonio; tutti questi servizi sono a pagamento; l'unica
preoccupazione evidente e richiamata in ogni pagina del sito è quella di
sollevare l'utente da qualsiasi preoccupazione assicurando il fatto che ad occuparsi
della burocrazia saranno loro; anche sulla pagina Facebook non vi sono
riferimenti a persone fisiche o ad uffici e sedi legali”.
Il deputato, quindi, chiede a Tajani “se il Governo
risulti essere a conoscenza di quanto riportato in premessa; se sappia chi sono
gli erogatori di tali servizi a pagamento e se comunque, per quanto di
competenza, si tratti di attività regolari; se risulti essere a conoscenza di
eventuali legami interni alle varie sedi consolari nei Paesi nei quali opera il
sito che consentono di accorciare i tempi di attesa saltando impropriamente le
liste presenti” e, infine, “quali iniziative intenda intraprendere con urgenza,
al fine di garantire la massima trasparenza e legalità nella gestione delle
suddette pratiche trattandosi di un portale che si occupa di dati sensibili di
nostri connazionali”. (aise/dip 11)
Si tratta di dati certificati, con quell’ufficialità che
solo l’Istat sa dare: in Italia ci sono troppi poveri. E sono ancora in
aumento, anche se leggero: oltre 5 milioni e 700mila cittadini sotto la soglia
della povertà assoluta. Una cifra impressionante, di cui poco si parla, anche
se rappresenta quasi il 10% della popolazione. Occorre invece ricordarla, non
solo per capirne le cause, ma soprattutto per predisporne i rimedi. Non si può,
nella narrazione del “Bel Paese”, dimenticare gli ultimi. Con i dati
occupazionali in crescita s’era pensato a un riflesso positivo sulle famiglie
più in difficoltà. Ciò non è avvenuto. A fine 2025 sono tre le emergenze a cui
dare una risposta: l’aumento del costo della vita, il problema casa e la
difficoltà a curarsi. Basta pensare che, secondo i dati Eurostat, «l’Italia,
insieme alla Grecia, è l’unico Paese dell’Unione europea che ha visto diminuire
il reddito reale delle famiglie rispetto a 20 anni fa» (-4% l’Italia e -5% la
Grecia, contro un aumento medio del 22% da parte degli altri 25 Stati europei).
In merito al costo della vita occorre registrare che i
prezzi dei generi alimentari hanno conosciuto, dal 2021 a oggi, un incremento
del 25%. Anche la recente crescita delle retribuzioni contrattuali non è
riuscita a recuperare la perdita del potere d’acquisto determinata dall’aumento
dell’inflazione, tanto che a fine settembre 2025 gli stipendi lordi, in termini
reali, erano inferiori di oltre l’8% rispetto a quelli del gennaio 2021.
L’emergenza abitativa è un altro tema di disagio sociale.
Ci si trova di fronte a un costante aumento dei canoni di affitto, che ormai
superano il 40% del reddito medio familiare, con i canoni di locazione
cresciuti del 7,4% su base annua. Ma una realtà da affrontare è anche la
carenza di alloggi popolari. Secondo il più recente rapporto Svimez, sarebbero
100 mila gli alloggi popolari non utilizzabili, mentre la lista d’attesa per
questo tipo di abitazioni è di circa 650 mila nuclei familiari su tutto il territorio
nazionale.
Un’altra grave emergenza è la difficoltà a curarsi di un
numero crescente di persone. Secondo il presidente Istat, Francesco Maria
Cheli, «il 9,9% delle persone ha rivelato d’aver rinunciato a curarsi per
problemi legati alle liste d’attesa, alle difficoltà economiche o alla
scomodità delle strutture sanitarie: si tratta di 5,8 milioni di individui a
fronte dei 4,5 milioni dell’anno precedente». Un dato che fa riflettere. C’è,
inoltre, da rilevare che mentre la percentuale del Fondo sanitario nazionale sul
Pil è scesa dal 6,3% del 2022 al 6,1% del 2024, si è assistito a un’espansione
della sanità privata. Basta pensare che tra il 2016 e il 2023 la spesa delle
famiglie presso queste strutture è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23
miliardi.
Di fronte a questo quadro emergenziale, da un
osservatorio come quello della Comunità di Sant’Egidio, a contatto quotidiano
con le diverse forme di povertà, sono maturate alcune proposte concrete. Per
quanto riguarda il costo della vita sarebbe importante allargare la platea dei
beneficiari dell’assegno di inclusione – che attualmente considera solo le
famiglie con minori, disabili o anziani – anche ai tanti fragili che vivono da
soli, primi fra tutti i senza fissa dimora, esclusi in gran parte da questa misura
dopo l’abbandono del reddito di cittadinanza.
Per l’emergenza abitativa risulta, invece, necessario
finanziare nuovamente il fondo affitti con un capitale appropriato, e allargare
il fondo per la morosità incolpevole (che aiuta chi si trova provvisoriamente
in difficoltà), oltre a trovare al più presto le risorse per la
ristrutturazione delle case popolari inutilizzabili in modo da rispondere alla
vasta platea di richieste.
In merito alla difficoltà a curarsi, alcuni provvedimenti
potrebbero rendere più facile il diritto alla salute, come un allargamento dei
rimborsi per le cure odontoiatriche e oculistiche per chi è in povertà
assoluta, dato che sono queste le prime rinunce alla cura di chi ha difficoltà
ad arrivare alla fine del mese. La riduzione delle liste d’attesa resta,
comunque, una priorità perché diminuirebbe il ricorso alla sanità privata per
accelerare i tempi anche solo di una diagnosi.
Non dimentichiamo, poi, che fra gli “ultimi” ci sono
anche molti anziani soli che intendono continuare a vivere nelle loro case, ma
con la dovuta assistenza e il necessario accompagnamento. Una legge che prevede
tutto ciò già c’è: è la 33/2023, votata da tutti i partiti, ma non ancora
finanziata se non in piccola parte. Su questo tema sono necessari
un’accelerazione e un impegno urgente per venire incontro alle esigenze delle
persone non autosufficienti e delle loro famiglie.
Ci sono, infine, gli ultimi fra gli ultimi, cioè i senza
fissa dimora. Per aiutarli esiste ormai da anni, non solo a Roma ma anche in
altre città italiane ed europee, la Guida della solidarietà, che ha il
significativo sottotitolo “Dove mangiare, dormire, lavarsi”. Giunta ormai alla
sua 36ª edizione raccoglie tutte le indicazioni di servizi pubblici e privati
indispensabili per chi si trova in stato di necessità. È solo l’esempio di un
piccolo aiuto fra i tanti, ma prezioso perché dietro c’è l’impegno di tanti
amici dei poveri e una cultura di solidarietà che si deve allargare a tutti i
cittadini e alle istituzioni, soprattutto nel periodo invernale. Marco
Impagliazzo, VP febbraio
Per il 66% dei ragazzi web luogo di violenza
1 giovane su 2 ha chiesto aiuto all’intelligenza
artificiale per un problema sentimentale, di salute, psicologico, secondo il
rapporto che ha raccolto le opinioni di oltre 2.000 ragazzi italiani under 26 –
di Gigliola Alfaro
“Un giovane su 2
dichiara di aver subito nel corso della propria vita almeno un atto di violenza
e il web viene considerato come il ‘luogo’ più a rischio in assoluto”.
È quanto emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio
indifesa realizzato da Terre des Hommes, insieme alla community di Scomodo, per
ascoltare la voce dei ragazzi sui temi di violenza, bullismo e sicurezza sul
web. Diffuso in occasione della Giornata contro bullismo e cyberbullismo (7
febbraio) e del Safer Internet Day (10 febbraio), il rapporto ha raccolto le
opinioni di oltre 2.000 ragazzi italiani under 26. In particolare, “le ragazze
dichiarano di aver subito violenza più dei maschi (57% vs 42%), ma la percentuale
più alta è quella delle persone non binarie (67%)”. Tra gli altri contesti a
rischio le ragazze segnalano “i luoghi pubblici non controllati – la strada, i
mezzi pubblici – e le relazioni intime e familiari, mentre tra i ragazzi
assumono un peso maggiore la scuola e il contesto amicale”.
Secondo il 59% il rischio principale nel web è “il
revenge porn, la condivisione non consensuale di immagini intime”. A temerlo
sono in particolare le ragazze e le fasce d’età più alte.
I giovani sanno, quindi, che condividere del materiale
intimo comporta dei rischi – “il 79% di loro definisce pericolosa questa
pratica” – e sembrano anche informati sui propri diritti: la quasi totalità sa
di poter denunciare e chiedere la rimozione del contenuto se venisse condiviso
senza il loro consenso. Minor consapevolezza emerge, invece, se si parla di
condivisione di immagini modificate da altri. Anche se la maggior parte dei
ragazzi dichiara di non essere mai stato vittima di questo fenomeno, quote non
marginali di persone che dichiarano di non sapere se gli sia mai successo o che
si astengono dalla risposta portano a riflettere sulla difficoltà di
riconoscere questa pratica. Un’esperienza, invece, che accomuna la vita online
dei ragazzi è l’essere contattato da sconosciuti: è successo “all’80% circa di
loro”. In particolare, sono le ragazze a manifestare maggiormente fastidio,
incertezza e paura, mentre tra i ragazzi emerge una quota più alta di
curiosità.
Per i maschi, soprattutto i più giovani, il maggiore
rischio che si corre in rete è quello di essere vittima di cyberbullismo: lo
dichiara “il 45% dei maschi e il 42% del campione totale. Quando si trovano
protagonisti di un episodio di cyberbullismo o di bullismo, i ragazzi ne
parlano principalmente con gli amici, soprattutto nelle fasce d’età più alte, e
a seguire con i genitori, in particolare i più piccoli”.
Da sempre impegnata nella prevenzione e nel contrasto al
bullismo e al cyberbullismo, Terre des Hommes porta avanti in Italia iniziative
concrete che mettono al centro lo sport come strumento educativo e di
prevenzione della violenza tra pari. Con il progetto “Coach contro il
bullismo”, la Fondazione coinvolge giovani volontari in attività di peer
education. “Sport4Rights”, invece, punta sulla formazione degli operatori delle
società sportive per garantire l’applicazione delle policy di tutela dei minori
e la diffusione di una cultura del rispetto, della parità e dell’inclusione in
ambito sportivo. Nei prossimi mesi la Fondazione sarà inoltre impegnata in un
tour nelle scuole per informare su bullismo, cyberbullismo e prevenzione della
violenza nello sport.
L’intelligenza artificiale è sempre più pervasiva della
nostra società e per i ragazzi rischia di diventare uno strumento di soluzione
dei problemi. La metà di chi ha risposto all’Osservatorio si è, infatti,
rivolta almeno una volta a un bot per un consiglio o suggerimento, “in
particolare per un problema sentimentale (24%) o di salute (22%) o per avere
supporto psicologico (21%)”.
Altro tema al centro del dibattito pubblico sono le chat
usate per commentare l’aspetto fisico di altre persone e circa un terzo dei
ragazzi dichiara di avervi assistito. “Il 40% ne ha parlato con qualcuno di cui
si fida, altri hanno silenziato (36%) o abbandonato (31%) la chat. Un
significativo 30% dichiara di segnalare i contenuti o chiederne la rimozione”.
Le reazioni variano a seconda del genere: tra le donne prevale la condivisione
e l’intervento (parlarne con qualcuno, segnalare e chiedere la rimozione), tra
gli uomini, invece, sono più comuni disimpegno e normalizzazione (silenziare la
chat, riderne o non prenderle sul serio).
Infine, la maggioranza dei ragazzi considera
inaccettabile il controllo del telefono, mentre a circa un quarto non crea
problemi. “Solo il 2% interpreta questo comportamento come una forma di
rispetto o apprezzamento. Sono in particolare le donne e le fasce d’età più
alte a ritenere inaccettabile il controllo del telefono. Ciò nonostante, il 69%
dei ragazzi condivide con altri – genitori, amici, partner – la password del
telefono o dei social, prevalentemente per ragioni di sicurezza, soprattutto
tra le ragazze”.
Per sensibilizzare e informare gli adolescenti sul tema
della violenza online, Fondazione Terre des Hommes ha siglato un protocollo
triennale di collaborazione con la Polizia di Stato. L’obiettivo è prevenire
alcuni reati digitali che possono coinvolgere i minori come vittime, ma anche
come autori inconsapevoli. L’intesa ha dato vita a una campagna di
sensibilizzazione con protagonisti l’attore Daniele Santoro e Marisa
Marraffino, avvocata esperta di media digitali. A partire dal 6 febbraio
saranno diffuse tre pillole video per informare su alcune fattispecie di reato
online che mostreranno dei casi concreti, raccontanti da un ragazzo o una
ragazza, e la spiegazione da parte di Santoro e Marraffino di cosa fare se ci
si dovesse trovare nella stessa situazione.
Continua, inoltre, il viaggio della mostra fotografica
“Supereroi”, realizzata dalla Polizia di Stato e di cui Terre des Hommes è
partner. L’esposizione, che racconta il lavoro della Polizia Postale nel
contrasto all’adescamento online dei minori, sarà a Firenze il 9 febbraio,
presso lo Spedale degli Innocenti, in occasione della Giornata contro il
bullismo e cyberbullismo e tornerà a Milano presso Palazzo Reale dal 18
febbraio.
“Dall’Osservatorio indifesa di quest’anno emerge con
chiarezza che i giovani sono pienamente consapevoli dei pericoli che possono
correre sul web, serve però che gli siano forniti strumenti per proteggersi e
affrontare questi rischi. Rischi che mutano e si intensificano con l’evoluzione
continua e sempre più rapida delle tecnologie. È compito delle istituzioni e
della società tutta dotarli delle giuste informazioni e mezzi. Proprio questi
sono gli obiettivi del protocollo che abbiamo stretto con la Polizia di Stato e
che darà vita a una campagna di sensibilizzazione per spiegare alcuni dei reati
che possono essere commessi in rete. L’Osservatorio indifesa è da anni un punto
di riferimento nel monitoraggio di fenomeni quali bullismo, cyberbullismo e
violenza online, uno strumento per supportare la comunità educante nel tutelare
i più giovani”, afferma Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes
Italia.
“Quando si affronta il tema dell’esposizione alla
violenza, emerge con chiarezza come la questione di genere rimanga centrale e
urgente a ogni età. La predominanza femminile tra chi ha partecipato al
questionario rappresenta già di per sé un dato significativo: evidenzia come
questo sia un tema che interpella particolarmente chi si identifica nel genere
femminile. I risultati ci raccontano qualcosa di come queste persone vivono: il
45% di chi ha subito violenza riporta di aver vissuto molestie sessuali. Oltre
il 78% del totale dei rispondenti percepisce come pericolosa la condivisione
online di materiale intimo (foto o video) con partner e amici, e dall’attualità
sappiamo con chiarezza che le vittime di condivisione non consensuale sul web
sono proprio le donne. La ricerca conferma che le soggettività femminili in età
adolescenziale e pre adolescenziale rappresentano ancora oggi i soggetti più
esposti a queste forme di violenza – dichiara Cecilia Pellizzari, direttrice
editoriale di Scomodo -. Questo dato non deve limi tarsi a generare una
preoccupazione passiva, ma richiede necessariamente un intervento attivo e
contestualizzato, capace di rispondere alle specificità di genere che le
persone vivono e reclamano all’interno della società”. Sir 2
Primo Congresso di Forza Italia – Italiani all’estero a Bruxelles
BRUXELLES - Ieri, 23 febbraio, si è svolto a Bruxelles il
primo Congresso costitutivo dell’organizzazione di Forza Italia – Italiani
all’estero, un appuntamento che segna un passaggio storico per la presenza
strutturata del partito tra i connazionali residenti fuori dai confini
nazionali.
A meno di un mese dal lancio ufficiale della nuova
organizzazione, la capitale europea ha già raggiunto il numero di tesserati
necessario per costituire formalmente il coordinamento locale, in conformità
con quanto previsto dal Regolamento interno dell’organizzazione. Un risultato
significativo che consente agli iscritti della circoscrizione di partecipare
pienamente alla vita politica del Movimento, eleggendo i propri organi
rappresentativi secondo le modalità stabilite.
A testimonianza dell’importanza dell’evento, è
intervenuto anche il vicepremier e segretario nazionale di Forza Italia,
Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione
internazionale, che ha fortemente sostenuto il progetto politico dedicato agli
italiani nel mondo: “gli italiani all’estero sono i nostri Ambasciatori nel
Mondo e il loro contributo alla vita politica del Paese va valorizzato il più
possibile. La prima assemblea di Forza Italia all’estero dimostra che ci sono
tanti italiani che si riconoscono nei nostri valori e nella nostra visione
della società, incentrata sulla persona e sulla libertà”.
Il Capo Dipartimento per gli Italiani all’estero,
Salvatore De Meo, che presiede l’organizzazione, ha sottolineato il valore
fondativo dell’iniziativa: “gli Azzurri in Belgio hanno dimostrato da subito un
grande entusiasmo. Siamo partiti dal tesseramento e dal dare agli iscritti la
responsabilità di scegliere i propri rappresentanti. Così costruiamo il futuro
del partito”.
L’assemblea è stata aperta dal coordinatore per la
circoscrizione Europa, Antonio Cenini, che ha evidenziato come la costituzione
del primo coordinamento estero rappresenti “un gigantesco salto di qualità” per
l’organizzazione e un punto di riferimento per gli elettori di centrodestra
residenti oltreconfine.
Mattia de’ Grassi alla guida del coordinamento di
Bruxelles
Momento centrale del Congresso è stata l’elezione per
acclamazione di Mattia de’ Grassi a Segretario del coordinamento di Bruxelles.
Nel suo intervento, de’ Grassi ha ringraziato per la
fiducia ricevuta, sottolineando il senso di responsabilità che accompagnerà il
suo mandato: “sono onorato per la fiducia. Sarò da subito al servizio di tutti
gli azzurri a Bruxelles”.
Il neo-segretario ha immediatamente indicato alcune
priorità politiche e programmatiche, a partire dall’impegno sul referendum per
la giustizia e dall’organizzazione di iniziative culturali e politiche sul
territorio. Il coordinamento ha già annunciato la collaborazione con il
Comitato per il Sì alla riforma della giustizia per portare a Bruxelles, il 25
febbraio, lo spettacolo “Oltre il sistema” di Sylos Labini e Luca Palamara,
come primo segnale concreto di attivazione politica.
Ma l’orizzonte indicato da de’ Grassi va oltre
l’immediato: “intendiamo lavorare anche a una proposta di modifica della legge
elettorale per i residenti all’estero”.
Una dichiarazione che evidenzia l’ambizione di incidere
non solo sull’organizzazione interna, ma anche sulle regole di rappresentanza
degli italiani nel mondo, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, dal
referendum sulla giustizia al rinnovo dei Com.It.Es.
Una comunità politica che si struttura
Il Congresso di Bruxelles rappresenta dunque molto più di
un adempimento statutario: è il segnale di una comunità politica che sceglie di
organizzarsi, assumersi responsabilità e contribuire in maniera strutturata al
dibattito pubblico italiano.
Con l’elezione di Mattia de’ Grassi, Forza Italia –
Italiani all’estero compie un primo passo concreto verso la costruzione di una
rete stabile e partecipata nel cuore dell’Europa, rafforzando il legame tra i
connazionali residenti all’estero e la vita democratica del Paese (alessandro
butticé\aise 24)
La terra in prestito e il conto che presentiamo ai nostri figli
C’è un detto antico, attribuito alle culture dei nativi
americani, che oggi suona come un atto d’accusa: non abbiamo ereditato la Terra
dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.
Eppure, guardando alla frana di Niscemi, viene da
chiedersi se questo prestito non sia stato gestito con leggerezza, incuria e
una pericolosa rimozione del senso di responsabilità.
Niscemi non ci riesce più.
Non riesce più a trattenere la sua terra, che scivola via
sotto il peso di scelte sbagliate, ritardi cronici, consumo di suolo,
interventi emergenziali mai accompagnati da una vera visione di tutela. La
frana non è solo un evento naturale: è il risultato di anni in cui il
territorio è stato trattato come una risorsa da sfruttare, non come un
equilibrio fragile da custodire.
Ogni smottamento racconta una storia che va oltre il
dissesto idrogeologico. Racconta strade costruite senza una pianificazione
adeguata, colline ferite da scavi e cemento, campagne impoverite, boschi
sacrificati. Racconta anche istituzioni che troppo spesso intervengono solo
dopo il disastro, quando le case sono a rischio, le famiglie costrette a
lasciare tutto, la paura diventa quotidianità.
La frana di Niscemi è uno specchio puntato sulla Sicilia
intera. Un’isola che conosce bene il prezzo dell’abbandono del territorio e
dell’assenza di manutenzione. Ma è anche un campanello d’allarme: ciò che cede
oggi non è solo la terra, è il patto morale con le generazioni future.
Che Sicilia stiamo consegnando ai nostri figli?
Una terra instabile, insicura, rattoppata con interventi
tampone e promesse a scadenza? O una terra finalmente rispettata, dove la
prevenzione conta più dell’emergenza e la tutela ambientale non è uno slogan ma
una priorità concreta?
Niscemi oggi non riesce più a “restituire” la terra come
l’ha ricevuta. Ma proprio da qui dovrebbe partire una presa di coscienza
collettiva. Perché il prestito che abbiamo ricevuto non è infinito. E ogni
frana che ignoriamo è un debito che cresce, silenzioso, sulle spalle di chi
verrà dopo di noi.
Giuseppe Tizza, Düsseldorf (de.it.press)
Partnerschaft
statt Systemkonflikt: Friedrich Merz führt den Kurs der deutschen China-Politik
fort. Niels Hegewisch & Mirco Günther
Ob
kooperativ oder im Konflikt – an China führt bei den großen Themen kein Weg
vorbei. Das hat die China-Reise von Bundeskanzler Friedrich Merz erneut
gezeigt. China ist längst eine globale Gestaltungsmacht, dort und im
Indo-Pazifik befindet sich das Kraftzentrum der Weltwirtschaft, bei
entscheidenden Zukunftsindustrien hat China die Technologieführerschaft inne
und Peking spielt mit seinen Partnern im Globalen Süden eine gewichtige Rolle
in multilateralen Institutionen und der Weltordnung von heute und morgen. Diese
geopolitische Realität hat Merz bei seinen Gesprächen anerkannt und sich um
eine gute Gesprächsatmosphäre bemüht – zumal bei einem Antrittsbesuch, in
dessen Mittelpunkt der Aufbau von persönlichen Beziehungen steht.
Der
zugewandte Gast dürfte die chinesische Seite erfreut haben, auch wenn kritische
Themen wie Überkapazitäten, Exportbeschränkungen für kritische Rohstoffe,
Chinas „pro-russische Neutralität“ im Ukraine-Krieg und die Eskalationsgefahren
in der Taiwan-Straße in den Gesprächen nicht ausgespart wurden. Freundlich im
Ton, hart in der Sache, so lässt sich der neue Kurs der China-Politik der
Bundesregierung beschreiben. Vor Merz haben ihn auch Vizekanzler Klingbeil und
Außenminister Wadephul eingeschlagen.
Das ist
alles andere als selbstverständlich. Der chinapolitische Diskurs in Berlin und
Brüssel wird teils hitzig geführt. In einer polarisierten Debatte erkennen
Kritiker in Pekings erfolgreicher Industriepolitik und seinem selbstbewussten
Auftreten auf der globalen Bühne eine Herausforderung für den Westen. Das
andere Lager verbittet sich moralisch überhöhte Maßregelungen Pekings, spricht
von Doppelmoral, wenn eine Exportnation der anderen Überkapazitäten vorwirft,
und setzt auf Ausgleich und Partnerschaft. Beide Seiten bescheinigen einander
mit großer Leidenschaft Naivität. Was dabei zu oft unter die Räder gerät, sind
differenzierte, pragmatische und interessengeleitete Ansätze. Das gilt auch für
die China-Strategie der Ampelregierung von 2023 und den Dreiklang von China als
Partner, Wettbewerber und Systemrivale. Die einen sehen China als Partner bei
globalen Fragen, suchen den wirtschaftlichen Wettbewerb und beschränken die
Systemrivalität auf abstrakte Debatten über die Zukunft der internationalen Ordnung.
Den anderen geht der Dreiklang nicht weit genug und sie sehen China als
Bedrohung von Sicherheit und Wohlstand.
Umso
bemerkenswerter ist Merz’ Auftritt in Peking. Noch vor einem Jahr sprach der
Bundeskanzler in einer außenpolitischen Grundsatzrede von einem
„Systemkonflikt“ des Westens mit einer von China und Russland angeführten
„Achse antidemokratischer Autokratien“ und kündigte in seiner ersten
Regierungserklärung eine härtere Gangart gegenüber Peking an. In den
Koalitionsverhandlungen wurde eine Verschärfung der China-Strategie zur
Verringerung einseitiger Abhängigkeiten in kritischen Bereichen vereinbart. Doch
statt De-Risking betonte der Kanzler bei seiner China-Reise die Vertiefung der
„strategischen Partnerschaft“. Ein Begriff, den Berlin – im Unterschied zu
Peking – in den letzten Jahren vermieden hat, um die bilateralen Beziehungen zu
beschreiben. Merz reiht sich damit in den Reigen westlicher Regierungschefs von
Kanada über Großbritannien bis nach Finnland ein, deren Peking-Besuche in den
letzten Wochen einer ähnlichen Dramaturgie folgten und die eindrucksvoll
zeigen, wie dramatisch sich die transatlantischen Beziehungen nach Donald
Trumps Rückkehr ins Weiße Haus verschlechtert haben.
Das ist
kluge Diplomatie, denn ein konstruktiv-kritischer Dialog mit den entscheidenden
Figuren der chinesischen Führung ist die Voraussetzung, um sich prinzipientreu
und zugleich pragmatisch für deutsche und europäische Interessen einzusetzen.
Dass sich die Auftritte von Merz und zuvor von Klingbeil und Wadephul in Peking
so ähneln und sich mit abgeklärtem Realismus von den polarisierten
innenpolitischen Debatten über China abheben, ist eine Chance. Mittelmächte wie
Deutschland brauchen eine kohärente China-Politik, um in den geopolitischen
Stürmen unserer Zeit zu bestehen. Diese Ansicht scheint sich auch in der
Bundesregierung durchzusetzen.
Nimmt man
das als Ausgangspunkt in den Beziehungen zu China, liegt es in unserem
ureigensten Interesse, möglichst viele direkte Kommunikationskanäle zu
Entscheidungsträgern in Partei und Regierung offenzuhalten. Die von Merz und Xi
vereinbarte Fortsetzung der deutsch-chinesischen Regierungskonsultationen ist
ein ebenso wichtiges Zeichen wie die Wiederbelebung des deutsch-chinesischen
Dialogforums unter Beteiligung des Leiters von MERICS, eines von Peking lange
sanktionierten China-Thinktanks. Eine wichtige Rolle spielen im Kontext des
chinesischen Parteistaates auch die etablierten Parteiendialoge zwischen SPD
und CDU mit der KPCh. Denn Gespräche mit China führt man am effektivsten auf
mehreren Ebenen bei einheitlicher Linie.
Mit der
Merz-Reise ist ein zu begrüßender Realismus in die deutsche Debatte eingezogen.
Wurde bei China-Reisen von Olaf Scholz noch deren grundsätzliche Sinnhaftigkeit
bezweifelt und die Mitnahme einer Wirtschaftsdelegation kritisiert, war dies
bei Friedrich Merz nicht der Fall. Es scheint sich auch die Erkenntnis
durchzusetzen, dass der Wert von Gesprächen weniger in Instant-Lösungen für
komplexe Probleme liegt – für deren Ausbleiben China-Reisende in der
Vergangenheit oft kritisiert wurden –, sondern dass sie Teil langwieriger
Aushandlungsprozesse sind, bei denen sich Geduld und Beharrlichkeit auszahlen.
Diplomatie kann und muss auch heißen, schwierige Botschaften direkt zu
platzieren ohne unmittelbare Ergebnisse.
Die Wahl der
richtigen Tonlage ist dabei entscheidend. Kritische Themen können mit
chinesischen Gesprächspartnern gerade dann besprochen werden, wenn dies in
einem respektvollen Rahmen erfolgt. Weniger zielführend ist das
öffentlichkeitswirksame und innenpolitisch motivierte Beharren auf
Maximalpositionen. Es ist daher nachvollziehbar, dass Merz bei der Reise auf
den von chinesischer Seite abgelehnten Begriff der Systemrivalität verzichtet
hat. Zwar beschreibt dieser grundsätzliche Differenzen über politische Systeme
und internationale Ordnungsvorstellungen durchaus zutreffend, aber er besitzt
im chinesischen Kontext die aggressive Konnotation einer fast schon offenen
Feindschaft. Darüber hinaus wird das in der Systemrivalität angelegte Narrativ
der Auseinandersetzung zwischen Autokratien und Demokratien nicht nur von
China, sondern auch von den meisten Ländern des Globalen Südens nicht geteilt.
Auf deren Zusammenarbeit ist aber auch Deutschland angewiesen. Verzettelt man
sich im Streit um Begriffe, fehlen Zeit und Energie für das wichtigere Ringen
in der Sache.
Das oberste
Ziel sollte daher immer sein, mit klarem Blick auf bestehende Differenzen in
einer Vielzahl von Formaten eine belastbare Grundlage für die Diskussion auch
schwieriger Themen zu schaffen. Und natürlich bleibt es geboten, auch
öffentlich auf die Herausforderungen und Probleme im Umgang mit China
hinzuweisen. Der Kanzler hat dies unmittelbar vor seinem Abflug in Deutschland
ebenso deutlich getan wie Vizekanzler Klingbeil und Außenminister Wadephul vor
und nach ihren China-Reisen.
Trotz aller
Bedeutung Chinas müssen De-Risking und Diversifizierung auch weiterhin ganz
oben auf der europäischen Prioritätenliste stehen. Merz hat mit Indien als Ziel
seiner ersten Reise nach Asien ebenso wie Scholz, der zunächst nach Japan
gefahren ist, ein wichtiges Zeichen gesetzt. Für die Partnersuche gibt es nicht
zuletzt in Chinas Nachbarschaft neben Indien und Japan mit Südkorea,
Australien, Indonesien und anderen ASEAN-Staaten reichlich Kandidaten. Doch zur
Ehrlichkeit gehört auch, dass absehbar kein anderer Markt in seiner Bedeutung
für die deutsche Wirtschaft sowohl als Absatzmarkt als auch als
Innovationsmotor und Rohstoffquelle an den chinesischen Markt heranreichen
wird.
Die
Bundesregierung ist daher gut beraten, die teils gegenläufigen Interessen
deutscher Unternehmen – vom in China investierenden Großkonzern bis zum
nach China exportierenden Mittelständler oder von chinesischer Konkurrenz
bedrohten Unternehmen – zu berücksichtigen. Mit Blick auf China gibt es
nicht „die“ deutsche Wirtschaft. Und auch chinesische Investitionen, wenn sie
zu Arbeitsplätzen, Wertschöpfung und Technologietransfer in Europa führen,
haben beim Kanzlerbesuch zu Recht eine große Rolle gespielt. Neben der
Verbesserung der Wettbewerbsfähigkeit können und müssen auf europäischer Ebene
daher auch defensive Instrumente zum Schutz der industriellen Basis und gegen
unfairen Wettbewerb eine Rolle spielen. Bei Untätigkeit droht Europa der früher
China vorbehaltene Titel als „verlängerte Werkbank der Welt“.
Es ist diese
Mischung aus Abhängigkeiten, Potenzialen, Risiken und dem zumindest vorläufigen
Mangel an Alternativen, die belastbare Beziehungen zu Peking unverzichtbar
macht. Gerade in schwierigen Zeiten müssen wir das robuste, aber eben auch
konstruktive Gespräch suchen, um unsere Interessen wirksam zu vertreten. Die
China-Reisen von Kanzler, Vizekanzler und Außenminister waren Schritte in die
richtige Richtung. Weitere müssen folgen. IPG 26
Bundestagsausschuss beschließt
Asylreform
Asylbewerber
in Erstaufnahmeeinrichtungen sollen früher arbeiten dürfen. Die meisten Regeln
zur europäischen Asylreform, die der Innenausschuss jetzt gebilligt hat, gehen
aber in eine andere Richtung. Die Linke kritisiert „massivste
Asylrechtsverschärfung in Deutschland seit dem sogenannten Asylkompromiss von
1993“. Von Anne-Béatrice Clasmann
Mit den
Stimmen der Koalition hat der Innenausschuss des Bundestages zwei
Regierungsentwürfe zur Umsetzung der EU-Asylrechtsreform beschlossen. Zu den
Änderungen an den vom Kabinett 2025 beschlossenen Entwürfen, auf die sich Union
und SPD noch verständigt haben, gehört unter anderem, dass Schutzsuchende, die
in Erstaufnahmeeinrichtungen wohnen, künftig schneller als bisher arbeiten
dürfen.
Wie
Teilnehmer der Ausschusssitzung übereinstimmend berichteten, gab es zudem eine
Mehrheit für einen Entschließungsantrag von Union und SPD, in dem die
Bundesregierung aufgefordert wird, im Austausch mit den Ländern darauf
hinzuwirken, dass Kinder und Jugendliche unabhängig von Wohnverpflichtung und
Stand des Asylverfahrens spätestens zwei Monate nach Antragstellung eine Schule
besuchen können. Das war besonders der SPD wichtig gewesen.
Clara
Bünger, Innenpolitikerin der Linksfraktion, sagte, es handele sich um die
massivste Asylrechtsverschärfung in Deutschland seit dem sogenannten
Asylkompromiss von 1993. Damals war unter anderem festgestellt worden, dass
Asylbewerber, die aus sicheren Drittstaaten einreisen, keinen Anspruch auf
Asylprüfung in Deutschland haben, da dort bereits Schutz möglich gewesen wäre.
Weniger
Asylbewerber
Die Zahl der
Menschen, die in Deutschland erstmalig Asyl beantragen, sinkt seit Herbst 2023.
Wurden 2024 noch knapp 230.000 Asylerstanträge gestellt, so sank diese Zahl im
vergangenen Jahr auf rund 113.000 Erstanträge. Fachleute gehen davon aus, dass
neben den Binnengrenzkontrollen auch der Machtwechsel in Syrien im Dezember
2024 hier eine Rolle spielt.
Umsetzungsfrist
der EU endet im Juni
Die Reform
des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) wurde im Mai 2024 auf EU-Ebene
beschlossen. Die EU-Mitgliedstaaten haben für die nationale Umsetzung eine
Frist bis Juni 2026. Die abschließende Beratung und Abstimmung dazu im
Bundestag ist für diesen Freitag geplant.
Außengrenzverfahren
und Identitätskontrolle
Kernpunkte
der Reform sind die Verpflichtung zur Identitätskontrolle bei Ankommenden sowie
Asylverfahren an den EU-Außengrenzen für Asylbewerber aus Herkunftsstaaten mit
niedriger Anerkennungsquote. Deutschland als Staat mitten in Europa ist davon
lediglich mit Blick auf internationale Flughäfen und Seehäfen betroffen. Bei
Ablehnung sollen die Asylbewerber gegebenenfalls direkt von dort abgeschoben
werden.
Schnellere
Dublin-Verfahren
Verfahren
sollen beschleunigt werden, in denen Schutzsuchende bereits in einem anderen
Mitgliedstaat einen Asylantrag gestellt haben. Überstellungen in den für das
jeweilige Verfahren zuständigen Staat sollen länger möglich sein,
beispielsweise wenn jemand zwischenzeitlich untertaucht.
Wer sein
Asylverfahren nach den sogenannten Dublin-Regeln in einem anderen EU-Staat
durchlaufen muss oder dort bereits einen Schutzstatus erhalten hat, kann in
einer speziellen Aufnahmeeinrichtung untergebracht werden. Allerdings können
die Bundesländer selbst entscheiden, ob sie solche Sekundärmigrationszentren
einrichten. Wer gegen die Pflicht verstößt, dort zu bleiben, muss mit
Leistungskürzungen rechnen.
Solidarität
durch Umverteilung
Stark
belasteten Staaten an den EU-Außengrenzen soll künftig ein Teil der
Asylsuchenden abgenommen werden. Dass Deutschland dieses Jahr über diesen
Solidaritätsmechanismus niemanden aufnehmen muss, hängt unter anderem damit
zusammen, dass die Bundesrepublik in den vergangenen Jahren viele
Kriegsflüchtlinge aus der Ukraine aufgenommen hat.
Weitergehende
Entscheidungen der Europäischen Union
Vergangene
Woche gaben die EU-Staaten zudem final grünes Licht für eine Liste sicherer
Herkunftsstaaten. Sie soll künftig für alle Mitgliedstaaten gelten. Dabei geht
es um die nordafrikanischen Länder Marokko, Tunesien und Ägypten sowie das
Kosovo, Kolumbien, Indien und Bangladesch. In diese Länder soll künftig durch
ein beschleunigtes Asylverfahren schneller aus Deutschland und anderen
EU-Staaten abgeschoben werden können – allerdings nicht automatisch, da die
Asylgründe geprüft werden sollen.
Grundsätzlich
sollen auch Länder, die Kandidaten für einen EU-Beitritt sind, als sicher für
ihre Staatsangehörigen gelten. Dazu würden dann etwa Albanien, Montenegro oder
die Türkei gehören können. Allerdings können diese Staaten ausgenommen werden,
etwa weil die EU Sanktionen gegen sie verhängt hat oder weil in dem Land ein
bewaffneter Konflikt ausgebrochen ist. Die Türkei gehört zu den
Hauptherkunftsstaaten von Asylsuchenden in Deutschland. (dpa/mig 26)
Immer mehr Ärzte kommen aus dem
Ausland
Jeder achte
Mediziner hat keinen deutschen Pass, jeder vierte ist ein Einwanderer. Dabei
Ihr Anteil an der Ärzteschaft wächst zwar stark – aber immer noch nicht stark
genug. Ohne sie würde das deutsche Gesundheitssystem längst kollabieren. Doch
entscheidet oft Bürokratie darüber, wer hier helfen darf. Von Sandra Trauner
In
Deutschland arbeiten immer mehr ausländische Ärztinnen und Ärzte. Laut
Statistischem Bundesamt hatten 64.000 oder 13 Prozent aller Mediziner im Jahr
2024 keine deutsche Staatsangehörigkeit. Zehn Jahre zuvor waren es erst 30.000
beziehungsweise 7 Prozent gewesen.
121.000 aus
dem Ausland zugewanderte Ärztinnen und Ärzte arbeiteten 2024 in der Human- und
Zahnmedizin. „Das war knapp ein Viertel der gesamten Ärzteschaft“, wie das
Statistische Bundesamt berichtet. Einige besitzen inzwischen die deutsche
Staatsbürgerschaft. 42 Prozent waren weniger als zehn Jahre in Deutschland.
Von Aleppo
nach Langen
Einer von
ihnen ist Faisal Shehadeh. Der 42-Jährige arbeitet als Unfallchirurg in der
Asklepios Klinik im hessischen Langen. Sein Medizinstudium schloss er 2006 in
Aleppo (Syrien) ab, wo er auch Deutsch lernte. 2015 schloss er seine
Facharztausbildung in NRW ab, danach war er Oberarzt im Saarland. Heute ist er
als Spezialist für Schulter- und Ellenbogenchirurgie gefragt.
Dass seine
Wahl auf Deutschland fiel, lag daran, „dass in Deutschland sehr hohe Standards
in der Medizin gelten und die Facharztausbildung eine der besten weltweit ist“,
wie er im Interview berichtet. Der bürokratische Aufwand, bis sein Abschluss
als gleichwertig anerkannt gewesen sei, sei „überschaubar“ gewesen. Der
Facharztmangel in Deutschland habe seinen Einstieg erleichtert.
Deutsche
wählen Umweg über das Ausland
7.000
ausländische Medizin-Abschlüsse wurden 2024 als gleichwertig anerkannt, wie das
Statistische Bundesamt berichtet. Darunter waren 21 Prozent Deutsche, die im
Ausland Medizin studiert haben – oft um die Zulassungsbeschränkungen zu
umgehen. Die meisten entschieden sich für Österreich oder Ungarn.
Zweitgrößte
Gruppe bei den anerkannten ausländischen Abschlüssen waren Syrerinnen und Syrer
wie Shehadeh. 2024 wurden 800 syrische Abschlüsse in der Humanmedizin und 100
in der Zahnmedizin anerkannt.
Zu
bürokratisch, zu willkürlich
Nicht immer
geht es so schnell und unbürokratisch bei Shehadeh. Atilla Vurgun leitet in
Frankfurt die gemeinnützige Akademie für Heilberufe, die ausländische Ärztinnen
und Ärzte auf dem Weg in das deutsche Gesundheitssystem begleitet. Er schildert
Fälle, in denen es Jahre dauert, bis die Behörden über die Gleichwertigkeit des
Abschlusses entscheiden.
Wer sich
alternativ dafür entscheide, eine sogenannte Kenntnisprüfung abzulegen, warte
teils Jahre auf einen Termin. Ob die Papiere am Ende anerkannt würden oder man
die Prüfung bestehe, sei „wie eine Lotterie“, sagt Vurgun. Denn es gebe keine
Standards – jedes Bundesland und jede Kammer entscheide in eigenem Ermessen.
Zuwanderer
überdurchschnittlich jung
Vurgun würde
sich wünschen, dass die Anerkennung ausländischer Medizinabschlüsse in
Deutschland einheitlich geregelt wäre: zentrale Sprachprüfungen an einer
Sprachschule, Fachprüfungen an den Medizinhochschulen, ein Ansprechpartner für
den gesamten Prozess und eine Entscheidung binnen eines Jahres.
Der Zuzug
aus dem Ausland ist wichtig – denn ein großer Teil der Ärztinnen und Ärzte in
Deutschland scheidet in den nächsten Jahren altersbedingt aus, wie das
Statistische Bundesamt berichtet. 2024 war knapp ein Drittel bereits über 55
Jahre alt. Gerade die jungen Kollegen sind überdurchschnittlich häufig
zugewandert: Fast die Hälfte der ausländischen Ärztinnen und Ärzte war 2024
jünger als 35 Jahre. (dpa/mig 25)
Viel Empathie, zu wenig Solidarität
mit der Ukraine
Am 24.
Februar jährt sich die Vollinvasion russischer Truppen in der Ukraine zum
vierten Mal. Der ukrainisch-deutsche Verein Vitsche ruft für diesen Tag in
Berlin zu einer Solidaritätsdemonstration für das kriegsgeplagte Land und seine
Menschen auf. Von Markus Geiler
Der
ukrainisch-deutsche Verein Vitsche hat sich im Januar 2022 – wenige Wochen vor
dem Überfall Russlands auf die Ukraine – in Berlin gegründet. Die Aktivistinnen
und Aktivisten wollten die deutsche Öffentlichkeit und Politik wachrütteln.
Heute ist der Verein eine Anlaufstelle für die ukrainische Community in Berlin.
Vorstandsmitglied Vladyslava Vorobiova erklärt im Gespräch den Kampf gegen
Desinformation und Rassismus sowie die Stimmung ihrer Landsleute und welche
Wünsche sie an die Deutschen hat. Die 22-Jährige stammt aus Charkiw.
Frau
Vorobiova, Sie sind Vorstandsmitglied von Vitsche e.V., einem
deutsch-ukrainischen Verein in Berlin. Was ist die Aufgabe des Vereins?
Vladyslava
Vorobiova: Es gibt uns seit dem 30. Januar 2022, also schon einen Monat vor der
russischen Vollinvasion in die Ukraine am 24. Februar 2022. Wir haben auf die
Straßen mobilisiert, um den Menschen in Deutschland und in Europa zu zeigen, es
ist wichtig, dass wir Druck auf Russland machen, damit die Russen keinen Krieg
anfangen. Und dann kam der 24. Februar. Seitdem hat unsere Arbeit drei
Richtungen: Das ist die Bekämpfung von Desinformation und Propaganda,
Aufklärung über die Geschichte und koloniale Hintergründe der Ukraine und
konkrete Spendenaktionen für die Menschen dort. Wir haben etwa jetzt 300
Wärmeboxen für alte Menschen dorthin geschickt.
Wie groß ist
die ukrainische Community in Berlin?
Das ist sehr
schwer zu sagen. Schätzungen gehen von etwa 40.000 Ukrainerinnen und Ukrainern
in Berlin aus, in ganz Deutschland sind es rund 1,5 Millionen. In Berlin gibt
es sehr verschiedene Arten von Communitys. Wir als Verein Vitsche schaffen
einen Ort, an dem diese große ukrainische Community zusammenkommt,
beispielsweise wenn wir Demonstrationen organisieren, an denen bis zu 20.000
Menschen teilnehmen.
Wie
ausgeprägt empfinden Sie die Solidarität der Deutschen mit der Ukraine?
Es gibt
immer Momente, in denen die Solidarität steigt. Beispielsweise nach dem ersten
Gespräch zwischen Selenskyj und Trump im Oval Office vor einem Jahr. Oder wenn
die Menschen verstehen, dass der Krieg am 24. Februar bereits vier Jahre lang
ist. Oder als es in Berlin den Stromausfall gab und eine Frau in einem
Interview sagte, jetzt verstehe sie, was die Menschen in der Ukraine
durchmachen. Aber eigentlich müsste die Solidarität noch viel, viel, viel
größer sein.
Warum?
Ich glaube,
dass Menschen in Deutschland bis jetzt nicht verstehen, was ein hybrider Krieg
ist. Das ist nichts Entferntes. Nein, ein hybrider Krieg heißt, dass der Feind
schon hier ist, durch Desinformation, durch unbekannte Drohnenflüge und durch
Sabotagen.Ein hybrider Krieg ist ein erster Schritt und eine große Gefahr und
muss deshalb schon jetzt bekämpft werden. Das ist genau der Grund, warum es so
wichtig ist, den Menschen immer wieder klarzumachen, dass die Ukraine jetzt
gerade gegen Russland kämpft, ist nicht nur für die Ukraine wichtig. Es ist für
ganz Europa wichtig.
Wie viel
Empathie erleben Sie als Ukrainerin noch bei den Deutschen?
Ich will
jetzt nicht über die Menschen sprechen, die genervt sind, weil das nicht so
viele sind. Das sind oft diese, bei denen die Desinformation verfängt. Viele
wollen aber auch gar nicht mehr sehen, dass es immer schlimmer wird in der
Ukraine. Es gibt viel Empathie hier, aber das Problem ist, es geht nicht
weiter. Die Empathie wird nicht zur Handlung. Wir brauchen Menschen, die klar
sagen, wir wollen Russland zeigen, dass wir als Europäer stark sind und wir
werden für unsere Demokratie kämpfen. Und da meine ich nicht unbedingt mit
Waffen, was aber auch wichtig ist.
Viele
Menschen aus Osteuropa beklagen Rassismus und Arroganz des Westens gegenüber
den Osteuropäerinnen und Osteuropäern. Teilen Sie diese Erfahrung?
Ich kann
jetzt nicht sagen, dass die Mehrheit hier rassistisch ist, das ist bestimmt
nicht der Fall, aber diesen Rassismus gibt es leider. Ich lebe seit neun Jahren
hier und das war immer so. Die osteuropäischen Länder wurden quasi als Ostblock
gesehen und nicht als subjektive Länder mit eigener Kultur und Sprache. Und
dieser Ostblock wurde in der hiesigen Wahrnehmung weiterhin irgendwie von
Russland angeführt. So, als sei die Sowjetunion immer noch da. Aber
mittlerweile hat sich da etwas geändert. Auch die Arroganz in der Politik gibt
es noch, aber nur in bestimmten Parteien wie der AfD und dem BSW. Vieles ist
aber besser geworden. Für unsere am 24. Februar geplante Demonstration in
Berlin haben wir schon Redner und Rednerinnen aus SPD, CDU und Grünen, die
zugesagt haben, um mit der Ukraine solidarisch zu sein.
Was wünschen
Sie sich für den 24. Februar von Berlinerinnen und Berlinern?
Dass viele
auf unsere Versammlung kommen, weitere mobilisieren und Solidarität zeigen. Die
Politiker sollen sehen, dass die Menschen in Deutschland an der Seite der
Ukraine stehen. Wir müssen unsere Stärke zeigen und wir müssen mit unseren
Stimmen kämpfen. Deswegen steht unsere Demonstration auch unter dem Motto „Für
Europas Zukunft“. Ich wünsche mir, dass ich auf der Kundgebung, wenn ich auf
Deutsch spreche, nicht irgendwie gegen eine schweigende Wand rede, sondern mit
Menschen. Deshalb bringt eure Stimme und heißen Tee mit und lasst uns zusammen
mit der Ukraine stehen. (epd/mig 24)
Vier Jahre
Krieg gegen die Ukraine: Europa hat deutlich mehr zu verlieren, als es glaubt.
Von Iryna Krasnoshtan
Am 24.
Februar 2026 sind vier Jahre seit Beginn der russischen Großinvasion der
Ukraine vergangen – das sind 1 462 Tage. Um dies zu verdeutlichen: Russlands
angeblich kurze „Sonderoperation“ dauert nun schon länger als der Kampf der
sowjetischen Armee gegen Nazi-Deutschland im Zweiten Weltkrieg. Die
menschlichen Kosten der russischen Gräueltaten in der Ukraine steigen täglich,
doch die globale Wahrnehmung des Krieges wird zunehmend von Illusionen geprägt.
Und diese Illusionen behindern politisches Handeln. Lassen Sie uns einige davon
näher betrachten.
Was einst
schockierend war, nämlich das tägliche Leben der Ukrainer unter Bombardements
und Drohnenangriffen mitten in Europa, ist mittlerweile zur Routine geworden,
zur Normalität. Manche sind vielleicht sogar überrascht davon, dass der Krieg
noch immer andauert, weil sie inzwischen aufgehört haben, ihn in den
Nachrichten zu verfolgen. Selbst rekordverdächtige Angriffe auf die Ukraine
schockieren niemanden mehr. 20 russische Drohnen im polnischen Luftraum oder
unbekannte Drohnen, die irgendwo in Europa über Anlagen kritischer
Infrastruktur schweben – das sorgt für Schlagzeilen!
Aber die
Rekordzahl von 91 ballistischen Raketen, die im Januar 2026 auf die Ukraine
abgefeuert wurden, oder 24 ballistische Raketen und 200 Drohnen am 12. Februar;
das blieb in den europäischen Medien weitgehend unbeachtet. Die Ukrainer gehen
oft zu Bett, ohne zu wissen, ob sie oder ihre Angehörigen am nächsten Morgen
wieder aufwachen werden. Für Außenstehende ist es schwer nachzuvollziehen, was
6 000 Kampfdrohnen, 5 500 gelenkte Luftbomben und 158 Raketen verschiedener
Typen pro Monat bedeuten. Deshalb sind diese Zahlen zu nichts weiter als
Statistiken geworden.
Der aktuelle
Winter war der härteste seit Kriegsbeginn: Wiederholte Angriffe auf die
Energieinfrastruktur der Ukraine haben dazu geführt, dass Haushalte bei
Temperaturen von minus 20 bis 25 Grad Celsius ohne Heizung und Strom auskommen
müssen. Die Innentemperaturen in vielen Häusern fielen auf sieben bis zehn
Grad. Und doch sind diese ungeheuerlichen russischen Angriffe, die Millionen
Ukrainer in Dunkelheit und Kälte zurücklassen, außerhalb der Ukraine fast schon
zu einem Hintergrundrauschen geworden. Es ist jedoch eine Illusion, zu glauben,
die Ukrainer könnten sich einfach an dieses Leid gewöhnen – als ob die
Normalisierung des Terrors tolerierbar wäre. Russland verfolgt eine bewusste
Strategie, nicht nur mit Raketen und Drohnen zu töten, sondern auch mit der
Kälte.
Einige
Beobachter im Ausland scheinen kriegsmüder zu sein als die Ukrainer, die
täglich Angriffe ausgesetzt sind. Während das menschliche Leid kontinuierlich
zugenommen hat, ist die öffentliche Unterstützung für die Ukraine in einigen
Ländern besorgniserregend zurückgegangen – beispielsweise in Polen, zu Beginn
einer der wichtigsten Unterstützer der Ukraine. Glücklicherweise gibt es immer
noch Momente der Solidarität. Nach schweren Angriffen auf die
Energieinfrastruktur der Ukraine wurden in Polen, der Tschechischen Republik
und vielen anderen Ländern Millionen Euro an Soforthilfe für die Ukraine
gesammelt. Doch während die emotionale Solidarität mal zu- und mal abnimmt,
bleibt das Ausmaß der strategischen Bedrohung unverändert. Russland weiß, wie
es mit seinen hybriden Maßnahmen Reibungen und Schwachstellen schnell ausnutzen
und verstärken kann.
Viele
Regierungen stellen weiterhin humanitäre und militärische Hilfspakete bereit.
Die Europäer engagieren sich stärker, seitdem die amerikanische Unterstützung
nachlässt. Doch die Unterstützung wird nicht von den Erfordernissen vor Ort
bestimmt, sondern von politischen Kompromissen und Beschränkungen. Trotz vieler
Diskussionen hat die Ukraine weder Tomahawk- noch Taurus-Raketen erhalten.
Darüber hinaus bestehen die Unterstützer der Ukraine auf Einschränkungen
hinsichtlich des Einsatzes der von ihnen bereitgestellten Langstreckenwaffen.
In Bezug auf die eingefrorenen russischen Vermögenswerte wurden
kompromissbasierte Entscheidungen getroffen, die nur einen Teil von ihnen
betreffen. Nach wie vor fehlt die politische Entschlossenheit, ein SkyShield
über der Ukraine zu errichten; und die Schiffe der russischen „Schattenflotte“
werden weiterhin kaum an ihren Fahrten gehindert.
Kurz gesagt,
es ist eine Illusion, zu glauben, dass Solidarität allein einen strukturellen,
bedarfsorientierten Ansatz und echte politische Entschlossenheit ersetzen
könnte. Fakt ist: Die Unterstützung der Ukraine ist nicht einfach großzügig,
sondern eine Investition in die gemeinsame europäische Sicherheit. Das ganze
letzte Jahr über rechnete die internationale Gemeinschaft damit, dass der Krieg
bald beendet sein würde. Doch nun befinden wir uns im Jahr 2026, und ein
Waffenstillstand ist nicht in Sicht. Die Verhandlungen sind zu einem Ritual
geworden. Es wird zwar regelmäßig über Fortschritte berichtet, doch vor Ort in
der Ukraine hat niemand das Gefühl, dass man dem Frieden auch nur einen Schritt
nähergekommen ist. Die kaum greifbaren „Friedensgespräche“ dominierten die
Diskussionen, doch es gibt immer noch keine klare Strategie, wie man die
strategischen Überlegungen Russlands beeinflussen könnte.
Gleichzeitig
ist der Begriff „Sieg“ aus dem Diskurs über die Ukraine weitgehend
verschwunden, ebenso wie das Wort „Verantwortlichkeit“, wenn es um den
Aggressor geht. Da sich der Fokus der Gespräche auf den Donbass verengt hat,
wird die Krim fast vollständig ausgeklammert. Solange die Krim jedoch unter
russischer Besatzung steht, kann es keine nachhaltige langfristige Sicherheit
für die Schwarzmeerregion geben – unabhängig von einer vorläufigen
Vereinbarung.
Der Druck
auf die Ukraine wächst, Teile der Region Donezk an Russland abzutreten, als
würde dies den Krieg beenden. Dabei wird gerne vergessen, dass Russland diese
Gebiete nicht seit vier, sondern seit zwölf Jahren nicht militärisch einnehmen
konnte. Mit jeder Drohne und jeder Rakete, mit denen der russische Terror die
Ukrainer trifft, wird immer deutlicher, dass Russland keinen Frieden anstrebt.
Stattdessen nutzt es die Illusion von Verhandlungen als Deckmantel für die
Eskalation des Krieges. Es ist nichts weiter als der Versuch, diplomatisch zu
erreichen, was es militärisch nicht sichern kann.
In einem
Land, das sich im Krieg befindet, vergeht die Zeit anders. Einige europäische
Staats- und Regierungschefs sprechen hoffnungsvoll davon, dass Russlands
Wirtschaft schwächle und dass das Land im Inneren erschöpft sei. Aber auch das
ist eine Illusion. Es ist Wunschdenken, dass Russland irgendwann von selbst an
seine Grenzen stoßen werde. Druck baut sich nicht automatisch auf – er muss
kontinuierlich ausgeübt werden. Wie Präsident Wolodymyr Selenskyj auf der
Münchner Sicherheitskonferenz anmerkte, entwickeln sich neue technologische
Möglichkeiten für den Aggressor schnell, während die politischen
Entscheidungen, ihnen entgegenzuwirken, zu viel Zeit in Anspruch nehmen.
Schlimmer noch, US-Präsident Donald Trump nutzt sogar die Zeit als Druckmittel
gegen die Ukraine, indem er Selenskyj zu schnellem Handeln drängt, da sich
sonst „das Zeitfenster“ für Verhandlungen schließen könnte.
Illusionen
von Normalität, Solidarität, Diplomatie oder Zeit werden die Ukrainer nicht
schützen; nur entschlossenes Handeln, das dem Ausmaß der Bedrohung entspricht,
kann dies. Sicherlich braucht die Ukraine die Unterstützung Europas. Aber
Europa braucht auch die Ukraine. Weil es tragischerweise notwendig ist, gegen
die Aggression Russlands zu kämpfen, ist die ukrainische Armee zur einzigen
Streitkraft in Europa – und vielleicht sogar weltweit – geworden, die über
umfassende Kampferfahrung in hochintensiven modernen Kriegen verfügt. Jüngste
Manöver wie die NATO-Übung Hedgehog in Estland haben gezeigt, wie viel die
europäischen Armeen von der ukrainischen Expertise lernen können. Taktiken zur
Abwehr von Drohnen, mehrschichtige Luftabwehr und schnelle Innovationen auf dem
Schlachtfeld sind für die Ukraine keine theoretischen Konzepte, sondern blutig
erkämpfte Praxis.
Europa
braucht eine intensivere Zusammenarbeit mit der Ukraine bei Innovationen im
Bereich der Verteidigung. Es muss bereit sein, von den Ukrainern am Boden und
in der Luft zu lernen, und sogar dazu, gemeinsam zu handeln. Das ist keine
Wohltätigkeit, sondern die Herstellung gegenseitiger Sicherheit. Wir
müssen zusammenarbeiten, um heute die Ukraine und morgen Europa zu schützen.
IPG 24
CDU stimmt für
Mindestlohn-Ausnahmen für ausländische Saisonkräfte
Dürfen
Erntehelfer unter dem Mindestlohn bezahlt werden? Nein, lautet das Ergebnis
einer rechtlichen Überprüfung des Agrarministeriums. Trotzdem setzt sich die
CDU nun für solche Ausnahmen ein. Das sei eine politische Frage – das
Juristische könne man klären.
Die CDU hat
sich mit großer Geschlossenheit für Abweichungen vom Mindestlohn für
ausländische Saisonkräfte in der Landwirtschaft ausgesprochen – obwohl solche
Ausnahmen nach einer Prüfung des Bundesagrarministeriums rechtlich gar nicht
möglich sind. Die Delegierten auf dem Bundesparteitag in Stuttgart stimmten
trotzdem für einen entsprechenden Antrag des Kreisverbands Südbaden.
„Der
Mindestlohn schwächt die Wettbewerbsfähigkeit heimischer Betriebe und damit
unsere Versorgungssicherheit in Deutschland“, heißt es in dem Antrag. Die
Landwirtschaft sei auf ausländische Saisonkräfte zur Produktion angewiesen. Die
Saisonkräfte würden nur in Spitzenzeiten bei der Ernte helfen, sie kämen zudem
aus dem Ausland, wo ein Stundenlohn unter dem Mindestlohn noch deutlich über
den dortigen Standards liege.
Baden-Württembergs
Agrarminister: Ist eine politische Frage
CSU-Bundesagrarminister
Alois Rainer hatte sich in der Vergangenheit aufgeschlossen für
Branchenforderungen nach Ausnahmen gezeigt und eine Bewertung in Auftrag
gegeben. Die hatte vergangenes Jahr allerdings ergeben, dass
Mindestlohn-Ausnahmen rechtlich nicht möglich sind. Dies ergebe sich etwa aus
dem Gleichbehandlungsgrundsatz im Grundgesetz. Der Mindestlohn sei als absolute
Untergrenze gesetzlich verankert – dies gelte auch für kurzfristig Beschäftigte
und Saisonkräfte. „Wir sehen das anders“, sagte der baden-württembergische
Agrarminister Peter Hauk (CDU). Das sei eine politische Frage, die juristische
Frage könne man danach klären.
Eine
Umgehung des im Grundgesetz verankerten Gleichbehandlungsgrundsatzes dürfte
nach Einschätzung von Experten allerdings nicht allein mit politischem Willen
möglich sein. Kritiker weisen zudem darauf hin, dass der Verdienst von
ausländischen Saisonkräften faktisch ohnehin unter dem deutschen Mindestlohn
liegt. Ein nicht unwesentlicher Teil des Lohnes werde als Miete für die
Unterkunft in Gemeinschaftsunterkünften einbehalten – oft zu Wucherpreisen.
Diesen Menschen nun noch weniger zahlen zu wollen, sei insofern auch eine Frage
des Anstands.
Der
gesetzliche Mindestlohn liegt derzeit bei 13,90 Euro pro Stunde und steigt bis
2027 auf 14,60 Euro pro Stunde. (dpa/mig 23)
Friedrich Merz und seine CDU:
Öffentliche Disziplin und emotionale Distanz
Zehn Minuten
Schlussapplaus, ein gutes Wahlergebnis und ein friedlicher Besuch von Angela
Merkel - nach außen ist der Parteitag für Friedrich Merz sehr akzeptabel
gelaufen. 91.17 Prozent (2024: 89,81) sind deutlich mehr als er lange zu hoffen
wagte. So gesehen kann er öffentlich das mitnehmen, was er in Stuttgart haben
wollte: die Unterstützung seiner Christdemokraten für alles, was kommt.
Insbesondere wenn es bald darum gehen wird, große Reformen in der Sozial-,
Gesundheits- und Rentenpolitik auszuhandeln. Dass vom Frieden in Stuttgart auch
die Wahlkämpfer in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz profitieren, hat für
die Delegierten freilich auch eine Rolle gespielt.
Und doch
gibt es in Stuttgart neben der zelebrierten Disziplin auch eine emotionale
Distanz zwischen dem Kanzler und seiner Partei. In den Reihen der Delegierten
gibt es manchen, der es gar als Entfremdung erlebt. Vor allem unter jenen, die
ihn in der Vergangenheit besonders unterstützten, wünschen sich viele mehr
CDU-Handschrift in der Regierung. Sehnsüchte, die Merz mit seiner Rede nur
bedingt bedient hat. Ihr Urteil, hörbar in vielen Landesverbänden: Zu viel
Verständnis für die SPD, zu wenig Wille, auch selbst für konkrete
Reformelemente einzutreten. Zu wenig Bemühen, die SPD auch mal in die Schranken
zu weisen.
Merz bemüht
sich, auf diese Gefühle einzugehen – wenn auch nur begrenzt. Nach langen
Ausführungen über die außenpolitische Lage räumt der CDU-Chef ein, zu früh zu
viel versprochen zu haben. Er habe „nicht schnell genug deutlich gemacht, dass
wir diese gewaltige Reformanstrengung nicht von heute auf morgen schaffen
werden“. Außerdem zeigt er Verständnis, dass viele Delegierte Bauchschmerzen
bei der Aufweichung der Schuldenbremse haben. Er wisse sehr wohl, dass diese
Öffnung für viele, auch im Saal, ein schwerer Brocken gewesen sei. „Ich möchte,
dass Sie alle wissen: Das war es auch für mich“. Ja, die Entscheidung sei „die
vielleicht schwerste, die ich in den letzten zwölf Monaten zu treffen hatte“.
Zugleich
rückt Merz nicht davon ab, das Bündnis mit der SPD zu verteidigen. Mehr noch:
Er kritisiert Reflexe und Rituale auch bei den eigenen Leuten. „Wir müssen raus
aus dem Zustand, dass ein Koalitionspartner Vorschläge macht, die der andere
ritualhaft zurückweist. Beide müssen da heraus.“ Wissend, dass nicht wenige
Christdemokraten die Ursache dafür auch in einem zu laxen Umgang mit dem
Koalitionspartner sieht, bittet Merz um Geduld. Union und SPD seien nun mal
voneinander abhängig. „Beide Parteien leiden nach innen an diesem Zustand.“
Trotzdem werde es Reformen geben. „Die Debatten werden anstrengend, aber sie
sind notwendig und wir müssen sie für den Erfolg unseres Landes führen.“
Im Saal
macht das viele nicht wirklich glücklich. Hinter vorgehaltener Hand schimpft
anschließend mancher. Man wolle zwar keinen Ärger provozieren, habe aber immer
stärker das Gefühl, kaum noch verstanden zu werden. Ein ehemaliger
Staatssekretär bezeichnet die Rede gar als „ego-fixiert“ und eine „Ansammlung
von Plattitüden“. Andere vermissen mehr Klarheit bei den Zielen, von denen sie
mit Merz als Kanzler geträumt haben. Gemessen daran sei sein Auftritt
„langweilig, aber sicher“ gewesen. Trotzdem bleibt öffentlich vor allem das
stehen, was der hessische Generalsekretär Leopold Born so zusammenfasst: „Das
war eine starke Deutschland-Rede von Friedrich Merz.“ Er wünsche sich von der
CDU das Zeichen, dass sie geschlossen hinter dem Parteivorsitzenden steht.
Am Ende
reist Merz mit Rückendeckung ab – und weiß doch, dass die Erwartungen an ihn
nicht kleiner werden. „Man merkt das in der Stimmung, auch hier auf dem
Parteitag, dass viele in der Partei erwarten, dass wir jetzt die Reformen
liefern“, sagt der Vorsitzende der Jungen Gruppe, Pascal Reddig,
Table.Briefings. Zwar sei in einer Koalition klar, dass es Kompromisse geben
müsse. „Aber das darf nicht der kleinste mögliche Nenner sein. Das war in der
Vergangenheit meistens so und das muss sich diesmal ändern“, so Reddig. Es
brauche große Reformen, dafür müsse sich auch die SPD bewegen. Reddig dürfte
damit vielen Delegierten aus der Seele sprechen.
Reaktionen
auf Merz' Rede: Delegierte, Gäste und Journalisten. „Ich habe einen sehr
aufgeräumten Kanzler erlebt, der ein klares Bild davon hat, was er dieses Jahr
und in den nächsten Jahren sowohl international als auch in Deutschland
umsetzen will. Der klar weiß, dass seine Worte sehr gewogen werden. Und ich
finde, dass der Kanzler ein verstecktes Signal an die Sozialdemokraten gesendet
hat – wie ich finde zurecht – dass wir jetzt erwarten, dass es in diesem Jahr
vorwärts geht.“ Sebastian Lechner, Landesvorsitzender CDU Niedersachsen
„Friedrich
Merz hat eine solide Rede geliefert, keine glanzvolle. Er hat die Partei damit
vorerst hinter sich versammelt, aber inspiriert hat er nicht. Zum Start ins
Wahljahr siegt die Disziplin. Als „Macher-Partei“ muss sich CDU aber erst noch
beweisen. Dafür reichen Worte des Vorsitzenden nicht.“ Christiane Jacke,
Korrespondentin RND
„Mich hat
die Rede überrascht, weil ich gedacht hätte, er würde den Delegierten ein
bisschen mehr Blut geben. Das ist ja ein CDU-Parteitag und Friedrich Merz trat
fast schon präsidial auf. So ostentativ weich im Ton, dass man fast den
Eindruck hatte, er wollte seine Auftritte zuletzt korrigieren und dafür sorgen,
dass die CDU bloß nicht als zu kaltherzig und hart im Reformkurs wahrgenommen
wird. Ob er damit die Stimmung der Delegierten wirklich getroffen hat, würde
ich ein Stück weit bezweifeln.“ Veit Medick, Ressortleiter Politik Stern
„Herr Merz
hat erkennbar seine Rede auch in seiner Rolle als Kanzler gehalten. Das
verbietet scharfe Angriffe auf den Koalitionspartner SPD. Auch die Wahlkämpfer
in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz haben derzeit kein Interesse daran,
dass die letzten Wahlkampfwochen von Streit in der Bundesregierung überschattet
wird, zumal die CDU in beiden Ländern ebenfalls einen Mitte-Wahlkampf führt.“
Andreas Rinke, Chefkorrespondent Reuters
„Viele in
der Wirtschaft und an der Basis haben eine Ruck-Rede erwartet, das dringend
nötige Aufbruchsignal, um die Wende für mehr Wachstum einzuleiten, die klare
Ansage an die SPD, dass man angesichts der neuen Weltlage und der zunehmenden
Deindustrialisierung den Koalitionsvertrag hinter sich lassen muss und eine
neue große Agenda-Reform braucht. Diese Hoffnung wurde mit der Rede nicht
erfüllt.“ Thorsten Alsleben, Hauptgeschäftsführer der INSM
„Er ist
seiner Linie treu geblieben. Starker Fokus auf die Außenpolitik, er wollte mehr
Menschen als nur die Parteitagsdelegierten erreichen. Das hat er geschafft.
Aber er muss konkreter werden statt nur auf die neue Weltordnung zu verweisen.“
Baha Jamous, Director Solaris, CDU-Influencer
„Die
Reaktionen während der Rede und der Applaus danach haben nicht richtig
zusammengepasst. Denn eigentlich hat Friedrich Merz es nicht geschafft mit der
Rede den Saal zu überzeugen, obwohl er elf Minuten Applaus bekommen hat. Viele
haben hier erwartet, dass er eine Reformrede hält. Das hat er nicht getan. Die
Rede lief unter dem Motto: Auf Nummer Sicher gehen und keine Fehler machen.“
Alisha Mendgen, Korrespondentin Focus
„Es war eine
wohl temperierte Rede, eine sehr inhaltliche Rede. Seine persönlichen
Einlassungen zur Schuldenbremse waren für die Partei wichtig. Aber es war eben
auch eine Kanzlerrede, niemand konnte hier einen brüllenden Parteitag erwarten.
Den Satz zur Koalition, dass beide Parteien an ihre Grenzen gehen müssen,
werden wir noch oft hören.“ Roland Koch, ehemaliger CDU-Ministerpräsident in
Hessen und Merz-Berater
„Er hat
keinen Fehler gemacht.“ Ralph Brinkhaus, ehemaliger Fraktionsvorsitzender der
Union
„Die Rede
war ordentlich, aber wir müssen ins Handeln kommen. Wirtschaftspolitisch
brauchen wir harte Maßnahmen. Je länger man wartet, desto tiefer werden die
Einschnitte. Diese Notwendigkeit muss Friedrich Merz noch deutlicher gegenüber
den Sozialdemokraten adressieren.“ Gregor Golland, NRW-Landtagsabgeordneter.
„Für mich
die wichtigste Aussage: Die Koalitionspartner müssen aufhören, reflexartig
jeden Vorschlag des jeweils anderen abzulehnen. Nicht das, was die Seele der
Partei hören wollte, aber das, was unser Land jetzt braucht.“ Peter Liese,
Europaabgeordneter
Von Stefan
Braun und Sara Sievert, (BT/Dip 21)
Italien: Flüchtlingsleichen ins
Süditalien geborgen
Die Route
über das zentrale Mittelmeer ist weiterhin die tödlichste für diejenigen, die
aus Nordafrika nach Europa fliehen. Mindestens 15 tote Migranten wurden in
diesen Stunden an den Küsten Kalabriens und Siziliens geborgen. Stefano
Leszczynski und Anne Preckel
Sie kamen
beim Versuch der Überfahrt des Mittelmeeres durch Folgen des Sturms Harry ums
Leben, wie italienische Medien am Donnerstag unter Verweis auf die
Staatsanwaltschaften von Paola und Vibo Valentia berichteten. Allein im
vergangenen Januar sind nach Schätzungen der Internationalen Organisation für
Migration (IOM) mehr als 450 Menschen ums Leben gekommen, dreimal so viele wie
im Januar 2025.
Zahl der
Toten steigt
„Es scheint,
als wolle das Mittelmeer nicht länger Komplize unserer Gleichgültigkeit sein,
um einen Ausdruck von Papst Franziskus zu verwenden, eine Gleichgültigkeit, die
global geworden ist. Aber ich würde sagen, dass sie mittlerweile tiefgreifend
geworden ist und wir fast schon unempfindlich erscheinen.“ So kommentiert Pater
Camillo Ripamonti, Präsident des Flüchtlingszentrums der Jesuiten in Rom,
Centro Astalli, den traurigen Fund an den Stränden Süditaliens gegenüber Radio
Vatikan.
Erst vor
wenigen Wochen hatte die NGO Mediterranea das Verschwinden von mindestens
tausend Menschen im Meer während des Wirbelsturms Harry gemeldet; die
Sturmfluten entlang der Küsten Kalabriens und Siziliens spülten danach Dutzende
von Leichen in fortgeschrittenem Verwesungszustand an. Ihr Fundort liegt
entlang der Route, die Schlepper normalerweise nehmen, um das weiter nördlich
gelegenen Sardinien zu erreichen.
Schmerz und
Trauma
Im
Jesuiten-Flüchtlingszentrum Centro Astalli werden viele Flüchtlinge
aufgenommen, denen eine Überfahrt gelang – oft nur knapp. Pater Ripamonti kennt
ihre Gesichter und Geschichten allzu gut. „Ihre Blicke sind die Blicke von
Überlebenden, glücklicherweise haben sie es geschafft. Aber oft sind die
Wunden, die sie in sich tragen, auch die Wunden ihrer Lieben, von Menschen, die
mit ihnen gereist sind und die es nicht geschafft haben.“ Mit den Jahren werde
es zunehmend schwerer, diesem Schmerz standzuhalten, so der langjährige Helfer
im Flüchtlingsdienst, den seine Arbeit selbst an Grenzen bringt.
Italiens
Regierung unter Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hatte ihr
Abschottungspolitik in punkto Migration in der vergangenen Woche noch
verschärft. Um „Instrumente zur Bekämpfung illegaler Einwanderung zu stärken
und ein strengeres Management der Migrationsströme zu gewährleisten“, sollen
Seeblockaden und Abschiebemechanismen eingerichtet werden.
„Management
von Migrationsströmen"
Italiens
katholische Bischöfe kritisierten den Gesetzentwurf als Widerspruch zum Geist
der italienischen Verfassung: der Schutz von Grenzen werde über den Schutz von
Menschenleben gestellt, und positive Alternativen zur illegalen Flucht wie
humanitäre Korridore würden nicht in Erwägung gezogen.
„Es ist eine
Politik der Ablehnung“, kommentiert Pater Ripamonti, „eine Politik, die nicht
sehen will, eine Politik, die fernhalten will. Wir sollten einen Anflug von
Würde zeigen und wieder unsere Verantwortung als Bürger einer Europäischen
Union übernehmen, die sich stattdessen für die Rechte einsetzen und dieses
gleichgültige Schweigen nicht aufrechterhalten sollte“. (vn 20)
Italien muss Seenotretter
entschädigen – 76.000 Euro
Carola
Rackete war das Gesicht der deutschen Hilfsorganisation Sea-Watch. Ihr Schiff
setzte 2019 Dutzende Geflüchtete in Lampedusa ab und wurde festgesetzt. Dafür
muss Italien nun Strafe zahlen. Ministerpräsidentin Meloni wirft dem Gericht
Sabotage vor.
Als Strafe
für das illegale Festsetzen eines Rettungsschiffes muss Italien 76.000 Euro
Entschädigung an die deutsche Hilfsorganisation Sea-Watch zahlen. Das entschied
ein Gericht in Palermo auf der Mittelmeerinsel Sizilien – sehr zum Ärger von
Ministerpräsidentin Giorgia Meloni. Die rechte Regierungschefin sprach von
einer „weiteren Entscheidung, die mich buchstäblich sprachlos macht“. Meloni
wirft der Justiz ihres Landes immer wieder vor, parteipolitisch zu entscheiden.
Hintergrund
ist ein Streitfall aus dem Juni 2019. Damals kommandierte die deutsche
Kapitänin Carola Rackete das Schiff „Sea-Watch 3“, das Bootsflüchtlingen aus
Afrika half, die auf dem Mittelmeer auf dem Weg nach Europa in Seenot geraten
waren. Das Schiff fuhr trotz eines Verbots der damaligen italienischen
Regierung, die eine harte Einwanderungspolitik verfolgte, in den Hafen der
Insel Lampedusa ein.
Gericht gab
Rackete nachträglich Recht
Die etwa 40
Migranten an Bord hatten zuvor in Erwartung eines sicheren Ankunftsorts auf See
ausgeharrt. Bei der Einfahrt in den Hafen kam es zu einer Kollission der
„Sea-Watch 3“ mit einem Polizeiboot. Das Schiff wurde monatelang beschlagnahmt,
Rackete unter Hausarrest gestellt und wegen Beihilfe zu illegaler Einwanderung
angeklagt.
Auf
Anordnung eines Gerichts wurde das Verfahren gegen die spätere
Linke-Europaabgeordnete schließlich eingestellt. Für die damalige Regierung war
dies ein Affront – genau wie jetzt für Meloni das Urteil aus Palermo. Es
besagt, dass der italienische Staat der Hilfsorganisation die Kosten für
Hafengebühren, Schiffsdiesel und Anwaltskosten erstatten muss.
Meloni
schimpft auf Justiz
Meloni warf
den Richtern vor, die „Bekämpfung illegaler Massenmigration“ zu sabotieren und
den Rechtsstaat zu untergraben. Das Urteil reihe sich ein in eine lange Liste
„objektiv betrachtet absurder Entscheidungen“, die dem Willen des Volkes
zuwiderliefen. Der Präsident des Gerichts in Palermo, Piergiorgio Morosini,
wies die Vorwürfe zurück. Das Urteil sei nach eingehender Prüfung der Beweise
ergangen. „Richter wegen einer Entscheidung zu verunglimpfen, die man nicht
teilt, hat nichts mit legitimer Kritik zu tun.“
Wenige
Stunden später wurde bekannt, dass ein anderes Gericht auf Sizilien die
Festsetzung eines weiteren Schiffs aufgehoben hat, mit dem Sea Watch inzwischen
auf dem Mittelmeer unterwegs ist. Italien gehört zu den Ländern, die von der
Fluchtbewegung übers zentrale Mittelmeer besonders betroffen sind. Jedes Jahr
landen Zehntausende mit Booten an Italiens Küsten.
Melonis
Rechts-Regierung hatte ihren Kurs in der Migrationspolitik vergangene Woche
nochmals verschärft. Dazu gehören auch Pläne, Flüchtlingsboote gegebenenfalls
durch „Seeblockaden“ aufzuhalten. Im nächsten Monat findet eine Volksabstimmung
über eine Justizreform statt, die die Koalition aus drei rechten und
konservativen Parteien durchsetzen will. Staatspräsident Sergio Mattarella
mahnte die Institutionen zu „gegenseitigem Respekt“. (dpa/mig 20)
In der
imperialen Welt braucht Berlin einen pragmatischen China-Kurs. Merz’ Reise wird
zum Autonomie-Test für Europa. Matthew Stephen & Steven Langendonk
Auf der
Münchner Sicherheitskonferenz im Februar 2026 stellte Bundeskanzler Merz
fest: „Die internationale Ordnung, die auf Rechten und auf Regeln
ruhte, sie gibt es so nicht mehr.“ Bereits 2022 veranlasste Russlands
Krieg gegen die Ukraine den damaligen Bundeskanzler Olaf Scholz, die
Zeitenwende – einen historischen Wendepunkt – zu verkünden und die
Wiederaufrüstung des Landes einzuleiten. Doch erst die jüngste Ablehnung der
regelbasierten internationalen Ordnung durch die Trump-Regierung erfordert eine
grundlegendere Neubewertung der deutschen Außenpolitik. Kurz gesagt: Nur wenn
Deutschland aus den Gegensätzen der Großmächte strategischen Nutzen zieht, kann
es den drohenden imperialistischen Wettbewerb überstehen.
Unter der
Präsidentschaft Donald Trumps haben die USA beispiellose Handelskriege gegen
ihre wichtigsten Partner geführt, internationale Institutionen torpediert, mit
der Annexion Kanadas und Grönlands gedroht, nationalistisch-populistischen
Kräften in ganz Europa Unterstützung zugesagt und den Präsidenten
Venezuelas entführt, während sie die gesamte westliche Hemisphäre zu ihrem
imperialen Spielfeld erklärten. Die militärische und technologische
Abhängigkeit Europas von den USA ist zu einer zutiefst beunruhigenden
Schwachstelle geworden, die Europa potenziell kontinuierlicher Erpressung
aussetzt.
Wo bleibt da
Deutschland? Eine Strategie ist jedenfalls gescheitert, nämlich diejenige, die
auf der Vorstellung basiert, die Bundeskanzler Friedrich Merz im Januar 2025
verkündet hatte: Eine Welt, die klar geteilt ist zwischen liberalen,
regelbasierten Demokratien und revisionistischen Autokratien, die darauf aus
sind, die internationale Ordnung zu untergraben. Diese Sichtweise verwechselt
unsere aktuelle Situation mit einem zweiten bipolaren Kalten Krieg. Stattdessen
sehen wir einen zunehmend multizentrischen Wettbewerb zwischen imperialen
Mächten. Um in einer Welt imperialistischer Konkurrenz zu überleben, muss
Deutschland einen neuen Pragmatismus in seinen Beziehungen zu den imperialen
Mächten an den Tag legen.
In dieser
neuen Ära wird das System formal souveräner Staaten durch ein System
konkurrierender imperialer Zentren überlagert, die asymmetrische
Interdependenzen ausnutzen, um Tribut von anderen zu fordern. Während Russland
militärische und verdeckte Maßnahmen einsetzt, um seine Nachbarn zu dominieren,
liefern sich die USA und China einen globalen Wettstreit um militärische
Vorherrschaft, transnationale Wertschöpfungsketten und den Zugang zu
natürlichen Ressourcen. Zur Bewahrung ihrer Autonomie müssen Mittelmächte wie
Deutschland Wege finden, die imperialen Mächte gegeneinander auszuspielen.
Im Spiel des
imperialen Wettbewerbs muss Deutschland eine autonome Position entwickeln, die
durch eine vertiefte europäische Zusammenarbeit und eine regionale
Führungsrolle Deutschlands gestützt wird. Um kritische Abhängigkeiten zu
reduzieren und Skaleneffekte zu erzielen, sollte Deutschland außerdem auf
seinen zentralen Vorteilen aufbauen, die europäische Autonomie stärken und
seine Außenbeziehungen diversifizieren. Die Alternative wäre, „mitzumachen, um
nicht anzuecken“ und zu einer der Peripherien zu werden, um die die imperialen
Zentren zur Erweiterung ihrer Einflusssphären konkurrieren.
Wie
Deutschland seine Beziehungen zu China gestaltet, wird für diesen Balanceakt
von entscheidender Bedeutung sein. Die jüngsten Besuche des Kanadiers Mark
Carney und des Briten Keir Starmer in Peking spiegeln ein instinktives
Verständnis dafür wider, dass Mittelmächte in einer Welt konkurrierender
Imperien nicht von einem einzigen Machtzentrum abhängig sein dürfen. Merz
selbst bereitet derzeit seinen Antrittsbesuch in China Ende dieses Monats vor.
Eine gleichberechtigte Beziehung zu China – ganz zu schweigen von den USA oder
Russland – wird jedoch nur möglich sein, wenn Deutschland seine eigenen
Angelegenheiten in Ordnung bringt. Da eine Politik der Ausgrenzung nicht mehr
tragbar ist, müssen deutsche und europäische Politiker sorgfältig zwischen
langjährigen wirtschaftlichen und moralischen Belangen wie industrieller
Wettbewerbsfähigkeit und Menschenrechten einerseits und strategischen Belangen
andererseits abwägen.
In
militärischer und diplomatischer Hinsicht ist die Politik der aktuellen
Regierung sehr zu loben, aber sie muss noch weiter gehen. Deutschland hat seine
jährlichen Militärausgaben seit 2022 mehr als verdreifacht, und diese
erheblichen Investitionen in die Streitkräfte sind auch notwendig, um die
Abhängigkeit von den USA in Bezug auf Sicherheit und Abschreckung zu
verringern. Die Initiative zur Harmonisierung der Politikgestaltung in einem
neuen Nationalen Sicherheitsrat könnte der traditionell trägen Außenpolitik-Bürokratie
auf die Sprünge helfen. Jedoch werden die Vorteile dieser Veränderungen
begrenzt sein, wenn es keine entsprechenden Schritte auf europäischer Ebene
gibt. Die Koordinierung der Beschaffung, konkrete Schritte zur Stärkung der
Einheit in den Außenbeziehungen und ähnliche Maßnahmen müssen Vorrang vor den
europäischen Einstimmigkeitsregeln haben. In Bezug auf die Zusammenarbeit mit
China muss sich das daraus resultierende „Europa der verschiedenen
Geschwindigkeiten“ auf Risikomanagement und klare diplomatische Signale
konzentrieren.
Ein weiteres
dringendes Anliegen ist es, die Abhängigkeit von US-amerikanischer
Informationstechnologie zu verringern und europäische Alternativen zu fördern.
Deutschland hat mit seiner Sovereign Tech Agency nur begrenzte Schritte
unternommen und hinkt Frankreich bei der Verringerung der Abhängigkeit
hinterher. Wenn keine entschlossenen Maßnahmen ergriffen werden, sind die
Europäer den weltweit am höchsten entwickelten Instrumenten der
Informationskriegsführung schutzlos ausgeliefert. In diesem Bereich sollte
Deutschland nur dann eine Zusammenarbeit mit China anstreben, wenn es
wasserdichte Sicherheitsvorkehrungen gibt.
Die
Wirtschaft wird für die langfristige Lebensfähigkeit Europas entscheidend sein.
Deutschland und Europa müssen dringend ihre digitale und physische
Infrastruktur modernisieren und gleichzeitig in Bildung und sozialen
Zusammenhalt investieren. In dieser Situation gibt es keinen Spielraum für
fiskal-konservative Sparzwänge oder dafür, Verteidigung und Sozialwesen
gegeneinander auszuspielen, wie es einige in Deutschland versucht haben.
Internationale Steuerkooperation ist entscheidend, um den Steuerwettbewerb zu
verringern, und es sind innenpolitische Reformen erforderlich, um
sicherzustellen, dass die Reichen ihren gerechten Anteil zahlen. Wenn die
obersten 10 Prozent der Haushalte (die 60 Prozent des nationalen Vermögens
besitzen) dieser Verantwortung nicht nachkommen, könnte das Ergebnis eine
rechtsextreme Regierung an der Spitze des Landes mit der „stärksten
konventionellen Armee Europas“ sein. Dies würde die Glaubwürdigkeit
Deutschlands in Europa untergraben, so wie die Trump-MAGA-Regierung die Legitimität
Amerikas in der Welt untergraben hat.
Ein
pragmatisches und interessenbasiertes Engagement mit China könnte dazu
beitragen, den wirtschaftlichen Einfluss der USA zu verringern. Gleichzeitig
muss es sorgfältig gesteuert werden, um neue Abhängigkeiten zu reduzieren, die
sich aus Chinas raschem Aufstieg in den globalen Wertschöpfungsketten ergeben.
Der Zugang zu den europäischen Märkten sollte zu diesem Zweck genutzt werden.
Die Europäische Union ist nach wie vor Chinas größter Handelspartner, und
Europa liefert wichtige Technologien und Investitionsgüter, die China nicht
ohne Weiteres ersetzen kann. Die Offenheit gegenüber China sollte sowohl ein
Instrument sein, um europäische Hersteller zu Innovationen zu zwingen, als
auch, um den chinesischen Wettbewerb zu disziplinieren.
Was
internationale Institutionen und Multilateralismus angeht, könnte sich China
eher als Partner denn als Gegner erweisen. Während die USA das Völkerrecht
untergraben und das multilaterale System zerstören, hat China sein Interesse an
globaler Governance neu entdeckt. China hat gemeinsam mit europäischen Ländern
daran gearbeitet, die WTO angesichts der Sabotage durch die USA am Leben zu
erhalten, und das Land ist zu einem wichtigen Geldgeber der UNO geworden,
während die USA die Vereinten Nationen finanziell aushungern. Nur wenn
Deutschland und Europa sich auf chinesische Vorschläge wie die „Global
Governance, Security and Development Initiatives“ einlassen, haben sie eine
Chance, die Entwicklung des Multilateralismus mitzugestalten.
Eine weitere
Dimension ist die ideelle. China ist zwar eindeutig kein ideologischer
Verbündeter Deutschlands und Europas, aber eine vereinfachende
Gegenüberstellung von „Autokratie vs. Demokratie“ ist in einer Welt hybrider
Regime, demokratischer Rückschritte und imperialer Einflusssphären überholt und
kontraproduktiv. Es wäre ein schwerwiegender Fehler, sich auf einen
„Systemwettbewerb“ mit China einzulassen und gleichzeitig die zunehmend
nationalistischen USA zu beschwichtigen. Deutschland sollte keinesfalls seine
prinzipienorientierte Außenpolitik aufgeben, aber es könnte von Vorteil sein,
die tatsächlichen ideologischen Unterschiede zwischen Europa und den
Vereinigten Staaten anzuerkennen. Europa bietet ein viel attraktiveres Modell
als die USA, weil es sowohl auf Freiheit als auch auf Solidarität,
Individualismus und sozialer Verantwortung basiert. Daher sollte Deutschland
seinen Einfluss in Europa nutzen, um dieses Modell zu fördern und trojanische
Pferde wie Orbáns Ungarn herauszufordern, die es ablehnen. Insgesamt würde eine
ideelle Unabhängigkeit von den USA dabei helfen, den imperialen Wettbewerbs
auch ideologisch zu bewältigen. Die europäischen Vorteile in diesem Bereich
sollten nicht unterschätzt werden.
China unter
Xi Jinping ist sowohl eine Herausforderung für Deutschland als auch ein
wichtiges Gegengewicht zu anderen imperialen Zentren. Deutscher Außenpolitiker
sollten daher mit China zusammenarbeiten, um sich im imperialen Weltsystem
einen Weg zu bahnen und die Autonomie Deutschlands zu stärken. Das größte
Risiko besteht darin, dass China seinen Einfluss nutzt, um europäische Länder
gegeneinander auszuspielen. Wenn es Deutschland jedoch gelingt, die Einheit,
Stärke und Autonomie Europas zu fördern, werden China, Russland und die USA es
als gleichberechtigten Partner behandeln müssen. IPG 20
Mehr als ein
Dutzend Leichen an Italiens Küsten angeschwemmt
Aller Gefahr
zum Trotz machen sich Menschen auf den Weg übers Mittelmeer nach Europa. Im
Winter ist das Risiko besonders groß. Befürchtet wird, dass in den vergangenen
Wochen Hunderte starben. Mehr als ein Dutzend wurde nun an Italiens Küsten
angeschwemmt.
An Italiens
Küsten sind mehr als ein Dutzend Leichen angeschwemmt worden – vermutlich
Geflüchtete, die beim Versuch ums Leben kamen, das Mittelmeer zu überqueren. An
Stränden auf Sizilien sowie in der süditalienischen Region Kalabrien wurden
nach Angaben von Behörden in den vergangenen Tagen mindestens 15 Tote gefunden.
Vermutet wird, dass die Menschen in den vergangenen Wochen auf hoher See
Winterstürmen zum Opfer fielen.
Die Fahrt
übers Mittelmeer nach Europa gilt auch bei normalen Wetterbedingungen als
gefährlich. Oft werden Menschen von Schleppern aus Ländern wie Libyen und
Tunesien in Schiffen auf den Weg geschickt, die kaum seetauglich sind.
Hilfsorganisationen befürchten, dass in diesem Winter mehrere Hundert Menschen
ertrunken sind. Auch auf hoher See wurden bereits Leichen gefunden, sowohl von
der Küstenwache als auch von zivilen Schiffen wie Fischerbooten.
Staatsanwaltschaft
leitet Ermittlungen ein
In der Nähe
von Tropea, einem Badeort am Festland, wurde nach Angaben von Dienstag eine
Leiche von Schülern entdeckt. Der unbekannte Mann trug eine orangefarbene
Rettungsweste. Auch eine Frau, die keine Papiere bei sich hatte, wurde tot
geborgen. Die Staatsanwaltschaft leitete Ermittlungen ein. Auch auf der kleinen
italienischen Insel Pantelleria wurden Leichen gefunden.
Italien
gehört zu den Ländern, die von der Fluchtbewegung übers zentrale Mittelmeer
besonders betroffen sind. Jedes Jahr landen Zehntausende mit Booten an Italiens
Küsten. Die Rechts-Regierung von Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hatte ihren
Kurs in der Migrationspolitik in der vergangenen Woche nochmals verschärft.
Italien
setzt Seenotrettungsschiff fest
Zuletzt
haben italienische Behörden das private Seenotrettungsschiff „Humanity 1“
festgesetzt und der Betreiberorganisation eine Geldstrafe verhängt. Sie werfen
der Besatzung vor, nicht mit der libyschen Küstenwache kooperiert zu haben.
Italien fordert von private Seenotrettern, gerettete Geflüchtete an die
Küstenwache zu übergeben, damit sie die Menschen zurück nach Libyen bringen.
Ein
aktueller UN-Bericht dokumentiert in Libyen zahlreiche schwere
Menschenrechtsverletzungen. Danach werden Geflüchtete und Migranten in dem Land
gefoltert, unrechtmäßig inhaftiert und sexuell missbraucht. Die UN fordert die
Europäische Union auf, die sogenannte Migrationspartnerschaft mit Libyen zu
beenden. (dpa/mig 19)
Sprachkurs gestrichen. Dobrindt
macht Integration unbezahlbar
Erst heißt
es jahrelang „Integration geht nur mit Sprache“ – und dann macht ausgerechnet
der Staat den Sprachkurs unbezahlbar. Dobrindts „Sparkurs“ spart kein Geld –
und bestätigt am Ende rechte Parolen. Von Eva-Maria Frank
„Nun fällt
auch noch eine weitere Grenze des Anstands in der sogenannten Migrationspolitik
Alexander Dobrindts“ – das waren meine Gedanken nach den Schlagzeilen seit dem
9. Februar zur Streichung der Kostenübernahme für Sprach- und Integrationskurse
nach § 44 Abs. 4 AufenthG durch das von ihm geführte Bundesamt für Migration
und Flüchtlinge (Bamf). Wobei mein erster Impuls wohl deutlich schlichter war:
„Was soll das denn jetzt?“
Jahrelang
wurde betont: Integration gelingt über Sprache. Nun findet dieses Mantra ein
irritierendes Ende im neusten „Sparkurs“ der Politik, deren ökonomischer Nutzen
mindestens fraglich ist, von den gesellschaftlichen Folgen ganz zu schweigen.
Während sich
in manchen politischen Kreisen hartnäckig der Ärger über diejenigen hält, die „nach
so vielen Jahren noch immer nicht richtig Deutsch können“, wird nun
ausgerechnet denjenigen die Möglichkeit genommen, die genau das ändern wollen.
Denn durch das Aussetzen der Förderung für eine freiwillige Teilnahme werden
Sprach- und Integrationskurse für viele faktisch unbezahlbar. Die Kosten liegen
nach Angaben von Kursträgern zwischen 1.500 oder 2.000 Euro. Kosten, die etwa
für eine Person mit Duldungsstatus ohne Arbeitserlaubnis oder für Asylsuchende
im laufenden Verfahren schlicht untragbar sind. Laut dem Bundesverband für
Integrations- und Berufssprachkurse sind dadurch rund 40 Prozent der
potenziellen Teilnehmenden faktisch ausgeschlossen.
„Die Gelder
waren bereits bewilligt. Die Entscheidung ist also kein notwendiger Sparzwang.“
Aus
persönlichen Gesprächen weiß ich, dass das Interesse an einem Sprach- und
Integrationskurs viele Gründe hat. Für manche bedeutet er Selbstwirksamkeit
durch die Möglichkeit, die Sprache und Gewohnheiten des Landes zu
kennenzulernen, in dem sie leben. Für andere ist er eine Voraussetzung für
Ausbildung, Schulabschluss oder Arbeit. Jeder einzelne dieser Gründe zeigt mir,
wie zentral die Kostenübernahme solcher Kurse für ein Einwanderungsland ist,
das eine ernst gemeinte Willkommenskultur leben möchte.
Das
erstaunliche ist: Die Gelder waren im Bundeshaushalt bereits bewilligt. Die
Entscheidung ist also kein notwendiger Sparzwang, sondern sendet ein deutliches
Signal darüber, wie sich Deutschland verstehen möchte.
„Die
Botschaft der Entscheidungsträger ist klar: Ihr seid nicht willkommen.“
Die Folgen
dieser Entscheidung sind gravierend, denn das Leid vieler Geflüchtete setzt
sich so in veränderter Form in Deutschland fort: Statt durch Integrationskurse
ein Gefühl des Ankommens zu entwickeln, eine Aufgabe zu haben, lernen zu können
und sich mit Zukunftsperspektiven statt mit vergangenen Traumata zu
beschäftigen, erleben sie institutionell erzeugte Handlungsunfähigkeit. Die
Botschaft der Entscheidungsträger ist klar: Ihr seid nicht willkommen.
Aus
Unsicherheit wird so eine politisch herbeigeführte Aussichtslosigkeit. Am Ende
bleiben Menschen zurück, die ausharren müssen ohne die Möglichkeit, ihre
Situation durch institutionelle Weiterbildung zu verbessern. Dadurch wird es
umso leichter, hartnäckige Parolen zu bestätigen: dass diese Menschen in
Deutschland nicht integriert seien, nicht arbeiteten, die Sprache nicht
sprächen und deshalb auch nicht bleiben könnten. Und all das, ohne ihnen jemals
wirklich die Chance dazu gegeben zu haben. (mig 19)
Studie. Rassismus in Ämtern und
Behörden stark verbreitet
Eine neue
Großstudie zeigt, wie verbreitet Vorurteile und rassistische Vorstellungen in
Ämtern und Behörden verbreitet ist. Routinen, Ermessensspielräumen und
Behördenkultur entscheiden oft über Chancen. Wer weniger glaubwürdig erscheint,
bekommt weniger Hilfe – und viele Betroffene schweigen, weil sie keine
Konsequenzen erwarten.
Rassismus
ist einer Studie zufolge in Behörden mindestens so verbreitet wie in der
Gesamtbevölkerung. Er zeige sich seltener in offenen Anfeindungen, sondern
stecke in Routinen, Entscheidungsspielräumen und der Organisationskultur, wie
das Forschungsinstitut Gesellschaftlicher Zusammenhalt am Dienstag in Leipzig
mitteilte. Das Institut koordinierte die vom Bundesinnenministerium mit sechs
Millionen Euro geförderte Großstudie.
Wissenschaftlerinnen
und Wissenschaftler befragten dafür den Angaben zufolge rund 13.000
Mitarbeitende der vier Bundesbehörden Bundespolizei, Zoll, Bundesagentur für
Arbeit und Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, redeten mit Klienten der
Behörden, beobachteten den Behördenalltag und verglichen Dokumente. „Eine
Studie dieses Zuschnitts hat es in Deutschland bislang nicht gegeben“, erklärte
der Studienleiter, der Leipziger Religionssoziologe Gert Pickel.
Behörden
schenken Rumänen weniger Glauben
Ein Ergebnis
der Studie ist, dass Rassismus „in allen Institutionentypen nachweisbar“, im
Vergleich mit der Bevölkerung aber kein „einheitlich erhöhtes Maß“
diskriminierender Einstellungen zu erkennen sei, heißt es in der Mitteilung des
Instituts. In einigen Dimensionen seien die Werte niedriger ausgefallen, bei
anderen, etwa der Ablehnung Geflüchteter, bei Bundespolizei und Zoll aber auch
höher.
In der
Studie wird zur Veranschaulichung rassistischer Handlungsmuster etwa darauf
verwiesen, dass ein Experiment zeigte, dass Anträge rumänischer Antragsteller
als weniger glaubwürdig angesehen werden – und in der Folge weniger
Unterstützung zuerkannt wird. Eine Schlechterbehandlung konstatiert die Studie
auch für die Gruppe der Sinti und Roma, Muslime und nicht-weißen Geflüchteten
etwa gegenüber weißen Kriegsflüchtlingen aus der Ukraine.
Nur die
wenigsten beschwere sich
Diesen
Befund bestätigt eine ergänzenden Onlinebefragung unter Muslimen. Danach gaben
rund 80 Prozent der Befragten an, in Behörden rassistisch diskriminiert worden
zu sein; 40 bis 50 Prozent berichteten von konkreten Erfahrungen in Jobcentern,
Sozial- und Ausländerbehörden. „Die Folgen sind gravierend: Ein großer Teil der
Betroffenen berichtet von Versagensängsten, Selbstzweifeln und langfristigen
psychischen Belastungen, bis hin zu anhaltenden Angstzuständen“, so die
Experten.
Erschwerend
kommt hinzu, dass nur ein kleiner Teil der Benachteiligten sich an
Antidiskriminierungsstellen wenden. Als Grund geben die meisten die Erwartung
an, eine Beschwerde werde ohnehin folgenlos bleiben.
Wie
Strukturen und Routinen Diskriminierung begünstigen
Als
strukturelles Diskriminierungsrisiko erweisen sich der Erhebung zufolge auch
Sprachbarrieren: „Während einigen Antragstellenden proaktiv geholfen wird,
werden Personen mit eingeschränkten Deutschkenntnissen teils abgewiesen oder
auf fehlende Sprachkenntnisse verwiesen. Hängt die Überwindung von
Sprachbarrieren vom guten Willen einzelner Mitarbeitender ab, kann Sprache zur
rassistischen Barriere werden“, heißt es in der Mitteilung zur Studie. Dabei
lasse sich Rassismus in Behörden nicht vom gesellschaftlichen Meinungsklima
trennen.
Die Studie
empfiehlt der Politik, Schutzlücken für Betroffene zu schließen, die sich im
Verhältnis zu staatlichen Institutionen bislang nicht auf das Allgemeine
Gleichbehandlungsgesetz berufen können. Zudem rät sie zur Einrichtung
unabhängiger Beschwerdestellen und rassismuskritischen Fortbildungen für
Behördenpersonal. (epd/mig 18)
Jenseits der
Waffen entscheidet Resilienz, ob die Ukraine durchhält. Ein Modell moderner
Sicherheitspolitik – auch für Europa. Von Julia Engels
Die Debatte
über den Ukrainekrieg hat meist einen militärischen Fokus; es geht um Waffen
und Waffenlieferungen, Truppenstärken, Frontverläufe und Verluste. Doch
jenseits dieser Fragen und der Diskussion diplomatischer Bemühungen gibt es
eine Dimension, die für das Durchhalten der Ukraine im Krieg entscheidend ist:
gesellschaftliche Resilienz. Diese Fähigkeit, grundlegende Versorgungssysteme
trotz anhaltender Angriffe und extremer Bedingungen aufrechtzuerhalten,
bestimmt zunehmend, ob der Staat handlungsfähig bleibt oder in sich
zusammenfällt.
Im Winter
2025/26 erreicht diese Frage eine neue Dringlichkeit. Bei Temperaturen von bis
zu minus 25 Grad Celsius haben die unaufhörlichen russischen Angriffe mit
Drohnen und Raketen die Strom- und Wärmeversorgung in weiten Teilen der Ukraine
massiv gestört. Zerstörte Kraftwerke, beschädigte Fernwärmenetze und immer
wieder unterbrochene Stromleitungen betreffen nicht nur einzelne
Infrastrukturkomponenten. Sie treffen unmittelbar die Zivilgesellschaft. Die
ständigen Stromausfälle bedeuten für die Menschen in der Ukraine nicht, dass
ihnen Komfort fehlt, sondern sie sind eine existenzielle Belastung:
Krankenhäuser arbeiten mit Notstrom, Wasserleitungen frieren ein, Heizsysteme
versagen, Lieferketten geraten ins Stocken, Lebensmittel und Medikamente
fehlen. Diese Realität ist kein bloßer Kollateralschaden der russischen
Angriffe, sondern Ausdruck einer Kriegslogik, die gezielt die Grundlagen
zivilen Lebens angreift.
Gleichzeitig
offenbart sich in dieser dramatischen Situation eine paradoxe Stärke der
Ukraine: Denn trotz dieser enormen Belastungen bricht die Gesellschaft nicht
auseinander. Vielmehr entstehen sogar adaptive Praktiken, die die
Verwundbarkeit reduzieren und Solidarität mobilisieren. Bei
gesellschaftlicher Resilienz geht es dabei nicht einfach um technische
Optimierung. Resilienz bezeichnet vielmehr die infrastrukturelle,
organisatorische und gesellschaftliche Fähigkeit eines Systems, Störungen zu absorbieren
und zugleich funktionsfähig zu bleiben. In der gegenwärtigen Phase des
russischen Angriffskrieges wird deutlich, dass die Ukraine diesbezüglich
bemerkenswerte Kapazitäten entwickelt hat.
Kommunale
Verwaltungen richten sogenannte „Punkte der Unbeugsamkeit“ ein, beheizte
Anlaufstellen mit Strom, Wasser und Internet. Lokale Initiativen beschaffen
Generatoren, Solarbatterien und mobile Heizsysteme. Bürgerinnen und Bürger
organisieren Brennstoffverteilungen, Nachbarschaftshilfe und Wärmestuben.
Energieversorger reparieren beschädigte Netze oft innerhalb weniger Stunden,
selbst unter Beschuss. Krankenhäuser und Schulen entwickeln Notfallpläne,
verlegen Unterricht in digitale oder dezentrale Formate. Logistikunternehmen
bauen alternative Routen auf, um Versorgungslücken zu schließen. All diese
Praktiken sind kein symbolisches Beiwerk der militärischen Verteidigung; sie
stellen die alltägliche Funktionsfähigkeit des Landes sicher.
Resilienz
ist daher keine „weiche“, sondern eine strategische Ressource. Sie erweitert
den Kriegsschauplatz: weg von einer rein militärischen Logik hin zu Fragen der
Infrastruktur, der Versorgungssicherheit und der gesellschaftlichen Kohäsion.
Bei Heizsystemen, Stromnetzen und Wasserleitungen – also dort, wo der Krieg im
Alltag auf die Lebenswelt trifft – entscheidet sich, ob eine Gesellschaft
weiter funktionieren kann.
Dieser
Befund hat unmittelbare sicherheitspolitische Konsequenzen über die Ukraine
hinaus. Denn hybride Kriegsführung, wie sie Russland längst schon gegen
EU-Staaten betreibt, zielt nicht mehr nur auf militärische Ziele, sondern auf
Energieversorgung, digitale Netze und kritische Infrastruktur sowie – mittels
Desinformationskampagnen – auf den gesellschaftlichen Zusammenhalt.
Sabotageakte, Cyberangriffe oder Angriffe auf Unterseekabel zeigen, wie
verwundbar hochgradig zentralisierte Systeme sind.
Entsprechend
hat der russische Angriffskrieg die europäische Diskussion über die
Zivilverteidigung neu belebt. Länder wie Finnland oder die baltischen Staaten
setzen seit Jahren auf Schutzräume, Vorratshaltung, dezentrale
Energieversorgung und regelmäßige Katastrophenübungen der Bevölkerung.
Sicherheit wird dort nicht nur militärisch, sondern als gesamtgesellschaftliche
Aufgabe verstanden. Resilienz bedeutet Vorbereitung im Alltag: robuste Netze,
Redundanzen und lokale Selbsthilfestrukturen. Es gilt, Vertrauen zwischen Staat
und Gesellschaft zu schaffen. Auch Deutschland und die EU insgesamt werden sich
dieser Perspektive stellen müssen, wenn sie in Krisenlagen handlungsfähig
bleiben wollen.
Gleichzeitig
wäre es verkürzt, die beeindruckende ukrainische Resilienz ausschließlich als
Erfolgsgeschichte zu erzählen. Die ukrainische Gesellschaft steht unter enormem
Druck. Kriegsmüdigkeit, ökonomische Erschöpfung, Migration und Berichte über
Desertionen zeigen, dass Belastbarkeit Grenzen hat. Resilienz ist kein
unerschöpflicher Vorrat, sondern ein Prozess, der gepflegt werden muss. Es gibt
potenzielle Kipppunkte: anhaltende Energieausfälle, soziale Ungleichheiten oder
der Verlust politischer Legitimität könnten Solidarität unterminieren.
Putins
Strategie der Abnutzung zielt genau darauf. Die ständigen Angriffe schwächen
nicht nur militärische Kapazitäten, sondern sollen den gesellschaftlichen
Zusammenhalt zersetzen. Die entscheidende Frage lautet daher: Wie lange kann
Alltagsresilienz diesem Druck standhalten? Bislang spricht vieles dafür, dass
die ukrainische Gesellschaft über erhebliche Reserven verfügt. Gemeinsame
Bedrohungserfahrungen stärken Solidarität, lokale Netzwerke wachsen, und die
internationale Unterstützung stabilisiert die Versorgung. Gerade diese
Kombination aus sozialer Kohäsion, institutioneller Anpassungsfähigkeit und
externer Hilfe verhindert bislang ein systemisches Kippen.
Damit wird
Resilienz zu einer normativen Frage politischer Ordnung: Woran bemisst sich die
Stärke einer Gesellschaft im Krieg? Die Ukraine zeigt, dass beides
zusammengehört: Es kommt nicht allein auf die Effizienz militärischer Systeme
an, sondern auch auf die Fähigkeit, trotz massiver Störungen funktional zu
bleiben, in Krankenhäusern, Schulen und kommunalen Versorgungssystemen.
Militärische Verteidigungsfähigkeit muss flankiert werden von
infrastruktureller Flexibilität und sozialer Anpassungsfähigkeit. Sicherheitspolitik
darf daher nicht nur auf die Front schauen. Sie beginnt beim Aufbau von
Redundanzen im Stromnetz, bei Katastrophenschutz, bei kommunalen Strukturen und
bei der Schaffung von Vertrauen zwischen Staat und Bürgerinnen und Bürgern.
Gerade darin
besteht eine zentrale Lehre des russischen Angriffskrieges für Deutschland und
Europa: Sicherheit entscheidet sich nicht nur auf dem Schlachtfeld, sondern im
Alltag – in funktionierenden Krankenhäusern, beheizten Wohnungen und stabilen
Stromnetzen. Dort, wo Gesellschaft trotz Gewalt weiterlebt.
Resilienz
ist also keine Ergänzung zur Verteidigungspolitik, sondern ihr Fundament. Sie
bestimmt, ob militärische Erfolge politisch tragfähig bleiben und ob staatliche
Handlungsfähigkeit über Monate und Jahre hinweg erhalten werden kann. Eine
Armee kann Territorium verteidigen – doch nur eine funktionierende Gesellschaft
kann einen langen Krieg durchstehen.
Für
europäische Staaten bedeutet das eine Verschiebung des strategischen Fokus:
Investitionen in Zivilschutz, Redundanzen in Energie- und Kommunikationsnetzen,
robuste Kommunalstrukturen und soziale Kohäsion sind keine nachgelagerten
Sozialausgaben, sondern sicherheitspolitische Kernaufgaben. Wer Resilienz
stärkt, stärkt die Abschreckung, weil potenzielle Gegner wissen, dass selbst
gezielte Störungen des Alltags nicht zum Zusammenbruch führen.
Die Ukraine
zeigt damit über den konkreten Kriegsalltag hinaus ein Modell moderner
Sicherheitspolitik: Widerstandsfähigkeit entsteht nicht allein durch Waffen,
sondern durch funktionierende Institutionen und Nachbarschaften sowie durch
gegenseitiges Vertrauen. Sicherheit ergibt sich nicht einfach aus militärischer
Überlegenheit, sondern bedarf der Fähigkeit einer Gesellschaft, Krisen zu
absorbieren, ohne ihre demokratische Ordnung und ihre Lebensweise preiszugeben.
Resilienz
beschreibt letztlich genau diese Fähigkeit einer Gesellschaft, trotz Gewalt
weiter zu funktionieren. Und vielleicht ist das die nachhaltigste Form von
Stärke: nicht die spektakuläre Verteidigung an der Front, sondern die stille,
alltägliche Stabilität einer Gesellschaft, die sich nicht zermürben lässt. IPG
17
Dobrindt verlängert Grenzkontrollen
bis mindestens September
Seit
eineinhalb Jahren gibt es Kontrollen an allen deutschen Landgrenzen. Das soll
laut der Bundesregierung auch noch eine Weile so bleiben – trotz sinkender
Migrationszahlen. Eine Begründung liefert sie nicht, verweist dafür auf
europäische Defizite.
Trotz
sinkender Migrationszahlen hält Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU)
weiterhin Kontrollen an den deutschen Grenzen für nötig. Diese sollten über
Mitte März hinaus für weitere sechs Monate verlängert werden, sagte ein
Sprecher des Bundesinnenministeriums am Montag in Berlin. Zur Begründung sagte
er, es sei zwar eine Wende in der Migrationspolitik eingeleitet worden, diese
sei aber „noch nicht am Ende angekommen“.
Seit
September 2024 gibt es an allen deutschen Landgrenzen Kontrollen. Die Maßnahme
ist umstritten und steht seit dem ersten Tag an in der Kritik. Eine solche
Maßnahme ist im Schengen-Raum eigentlich nur temporär und unter bestimmten
Voraussetzungen vorgesehen. Die Verlängerung muss jeweils bei der EU-Kommission
angemeldet und begründet werden.
Ministerium
sieht Überforderung in den Kommunen
Welche
konkrete Begründung in Brüssel für die nun geplante Verlängerung bis September
genannt wird, sagte der Ministeriumssprecher nicht. Grundsätzlich sollten die
Grenzkontrollen fortgesetzt werden, bis es eine „funktionierende europäische
Migrationspolitik“ gebe. An dieser werde gearbeitet. Der Sprecher führte zudem
an, dass es in den Kommunen weiterhin „Überforderungen“ durch Migrantinnen und
Migranten gebe. Angesprochen auf die Zahl der Menschen, die im Rahmen der
Grenzkontrollen registriert werden, sagte der Ministeriumssprecher, diese sei
„signifikant“ zurückgegangen. Eine Schwelle, ab der die Grenzkontrollen nicht
mehr nötig seien, könne er aber nicht nennen.
Derweil
stieß die Ankündigung der Bundesregierung zur Verlängerung von Grenzkontrollen
bei Experten auf Kritik. „Beim Thema Zurückweisungen wird das Eis ab diesem
Sommer rechtlich sehr dünn“, erklärte der Migrationsforscher Daniel Thym der
„Welt“.
Belastung
der Wirtschaft
Ebenso
kritisierte der Sozialrechtsprofessor Constantin Hruschka von der Evangelischen
Hochschule Freiburg das Vorgehen. Deutschland gefährde durch das „unilaterale
Verhalten“ den „umstrittenen und fragilen gemeinsamen Weg in der europäischen
Migrationspolitik“ und belaste durch die Grenzkontrollen auch die Wirtschaft,
sagte er der „Welt“.
Ab Mitte
2026 gilt das neue Gemeinsame Europäische Asylsystem (GEAS). Die Reform soll
die Einreise von Flüchtlingen besser ordnen und deren Verteilung zwischen den
EU-Staaten fairer gestalten. Auch die GEAS-Reform selbst stand wiederholt in
der Kritik. (epd/mig 17)
Geldstrafe. Italien setzt deutsches
Schiff nach Rettungsaktion fest
Die rechte
Regierung in Rom will noch härter gegen Migranten vorgehen, die übers
Mittelmeer kommen. Jetzt muss das deutsche Rettungsschiff „Humanity 1“
Geldstrafe zahlen. Italien setzt es zudem für 60 Tage auf Sizilien fest.
Italienische
Behörden haben zum zweiten Mal innerhalb eines Vierteljahres das
Seenotrettungsschiff „Humanity 1“ der deutschen Hilfsorganisation SOS Humanity
festgesetzt. Wie die Organisation am Samstag in Berlin mitteilte, verhängten
die Behörden außerdem eine Geldstrafe von 10.000 Euro gegen sie. Die
zuständigen staatlichen Stellen in Italien hätten die Sanktionen angeordnet,
weil die „Humanity 1“ die Kommunikation mit der libyschen Rettungsleitstelle
verweigert habe.
Hintergrund
sind andauernde Menschenrechtsverletzungen der libyschen Küstenwache. Die
„Justice Fleet“, ein noch junges Bündnis mehrerer Seenotrettungsorganisationen,
dem auch SOS Humanity angehört, hatte deshalb Anfang November angekündigt, die
Einsatzkommunikation mit den Libyern zu beenden. Im August vergangenen Jahres
war das Rettungsschiff „Ocean Viking“ nach Angaben seiner Betreiberorganisation
SOS Méditerranée von der libyschen Küstenwache gezielt beschossen und
beschädigt worden.
Dauer der
Festsetzung verdreifacht
Im Dezember
vergangenen Jahres wurde die „Humanity 1“ erstmals von den italienischen
Behörden festgesetzt. Ein anderes Schiff der „Justice Fleet“, die „Sea-Watch
5“, sei aus denselben Gründen im Januar ebenfalls festgesetzt worden. Beim
zweiten Sanktionieren der „Humanity 1“ verschärften die italienischen Behörden
den Angaben zufolge die Strafe: Im Dezember durfte das Seenotrettungsschiff den
Hafen für 20 Tage nicht verlassen. Nun müsse die „Humanity 1“ für 60 Tage im
Hafen Trapani auf Sizilien bleiben, hieß es.
Unter der
rechtsgerichteten Ministerpräsidentin Giorgia Meloni hat Italien das Vorgehen
gegen private Seenotrettungsorganisationen im Mittelmeer deutlich verschärft.
SOS Humanity verwies auf Pläne der Regierung Meloni, Such- und Rettungseinsätze
im Mittelmeer weiter zu erschweren: Sie wolle die Schiffe gesetzlich bis zu
sechs Monate daran hindern, in italienische Hoheitsgewässer einzufahren, sofern
ein „Sicherheitsrisiko“ bestehe.
Kritik:
Retter werden bestraft
Marie
Michel, politische Expertin bei SOS Humanity, kritisierte eine
Täter-Opfer-Umkehr: „Während wir Menschen retten und dafür bestraft werden,
wird eine sogenannte libysche Küstenwache unterstützt, die flüchtende Menschen
misshandelt und tötet.“
Das
Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten weltweit. Seit Beginn des
Jahres sind nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM)
bereits mehr als 530 Menschen bei der Überfahrt ums Leben gekommen oder werden
vermisst. Die Dunkelziffer könnte weiter höher liegen. (epd/mig 16)
Täglich vier Angriffe. Rechts
motivierte Gewalttaten nehmen zu
Der Trend
hin zu mehr politisch motivierten Gewalttaten mit rechtem Hintergrund hat sich
2025 fortgesetzt: mehr als 1.500 wurden gezählt. Die Linke wirft der
Bundesregierung vor, sie verharmlose rechte Gewalt.
Die Polizei
hat in Deutschland 2025 erneut mehr rechts motivierte Gewalttaten festgestellt
als im Jahr zuvor. Wie aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage
der Linksfraktion hervorgeht, wurden nach vorläufigen Zahlen im Gesamtjahr
bundesweit 1.521 Fälle von politisch motivierter Gewalt aus dem rechten
Spektrum aktenkundig – das entspricht im Schnitt mehr als vier Vorfälle pro
Tag. In der entsprechenden Statistik des Bundeskriminalamts (BKA) für 2024 sind
1.488 rechts motivierte Gewalttaten aufgeführt. Im Vorjahr waren der Polizei
1.270 Gewalttaten mit rechtem Hintergrund bekanntgeworden.
Die
Bundesregierung weist in ihrer Antwort, die der Deutschen Presse-Agentur
vorliegt, darauf hin, dass sich die Zahl der Taten aufgrund von Nachmeldungen
noch verändern kann. Das liegt nicht nur daran, dass die Meldungen erst aus den
Ländern an das BKA übermittelt werden müssen, sondern hat auch damit zu tun,
dass sich die politische Motivation manchmal erst nachträglich herausstellt.
Insgesamt
mehr als 41.000 rechts motivierte Straftaten
Daher ist
nicht auszuschließen, dass der leichte Rückgang der Gesamtzahl aller rechts
motivierten Straftaten um rund vier Prozent auf 41.072 Straftaten im Jahr 2025
– womöglich am Ende geringer ausfällt.
Typische
politisch motivierte Straftaten sind Verunglimpfung des Staates und seiner
Symbole, Volksverhetzung oder Beleidigung. Zu den Gewaltdelikten zählen etwa
Tötungsdelikte, Körperverletzung, Landfriedensbruch, gefährliche Eingriffe in
den Straßenverkehr, Freiheitsberaubung und Widerstandsdelikte.
Linke:
Bundesregierung verharmlost rechte Gewalt
Die
Linksfraktion hat für die letzten drei Monate des vergangenen Jahres zudem
Details zu den verübten Gewalttaten erfragt. Aus der Antwort der
Bundesregierung geht hervor, dass der Polizei im Oktober und im Dezember
jeweils ein rechts motiviertes versuchtes Tötungsdelikt bekannt wurde.
Ferat Koçak,
Innenpolitiker der Linksfraktion, wirft der Bundesregierung vor, sie
verharmlose den Rechtsextremismus. „Rechte Gewalt eskaliert weiter und die
Bundesregierung schaut weg“, sagt der Bundestagsabgeordnete. Um der zunehmenden
Gewalt entgegenzuwirken, seien unter anderem eine dauerhafte Finanzierung von
Opferberatungsstellen und anderen Projekten gegen Rechtsextremismus notwendig.
Terrorismus-Verdacht:
Junge Rechte demnächst vor Gericht
Die
Bundesanwaltschaft war im Mai mit Festnahmen und Durchsuchungen in mehreren
Bundesländern gegen eine mutmaßlich rechtsterroristische Gruppe vorgegangen,
die sich „Letzte Verteidigungswelle“ nennt.
Ihr Ziel
soll es laut Bundesanwaltschaft gewesen sein, durch Gewalttaten vor allem gegen
Migranten und politische Gegner einen Zusammenbruch des demokratischen Systems
der Bundesrepublik herbeizuführen. Dazu zählten insbesondere Brand- und
Sprengstoffanschläge auf Asylbewerberheime und linke Einrichtungen. Zum
Zeitpunkt der Razzia waren die Beschuldigten zwischen 14 und 21 Jahre alt.
(dpa/mig 16)
500.000 Aufenthaltstitel. Spaniens
Migrationskurs – ein Modell für Deutschland?
Spanien
setzt auf Pragmatismus statt Abschreckung: Wer seit Monaten im Land ist,
straffrei blieb und arbeitet, soll einen Aufenthaltstitel bekommen. In
Deutschland läuft die Debatte in die andere Richtung. Welche Lehren lassen sich
trotzdem ziehen? Von Anne-Béatrice Clasmann
Deutschland,
die USA und viele andere westliche Staaten verfolgen im Umgang mit irregulärer
Migration aktuell einen restriktiven Kurs. Die linksgerichtete Regierung von
Spaniens Ministerpräsident Pedro Sánchez geht einen anderen Weg (wir
berichteten): Sie hat angekündigt, den Status von rund 500.000 Zuwanderern zu
legalisieren. Wäre das auch ein Modell für Deutschland?
Was genau
hat die spanische Regierung vor?
Ein
Regierungsbeschluss sieht vor: Alle Einwanderer, die nachweisen, dass sie sich
am 31. Dezember 2025 seit fünf Monaten in Spanien aufgehalten und keine
Straftaten begangen haben, können auf Antrag eine vorläufige
Aufenthaltserlaubnis mit Arbeitserlaubnis erhalten. Nach einem Jahr kann diese
in eine reguläre Aufenthaltserlaubnis umgewandelt werden. Migrationspolitisch
ist der Vorschlag liberal, mit Blick auf die Verwaltung ist es ein
pragmatischer Ansatz.
Wäre so
etwas auch in Deutschland möglich?
Ja, insofern
als dass es EU-Recht nicht widerspricht. Allerdings ginge es hierzulande nach
Einschätzung des Bundesinnenministeriums nicht ohne eine Änderung des geltenden
Aufenthaltsrechts.
Wie blickt
die Bundesregierung auf das spanische Modell?
Als Vorbild
sieht sie es auf jeden Fall nicht. Eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums
sagt, im deutschen Recht sei eine klare Trennung von Arbeitsmigration und
Asylzuwanderung vorgesehen, um illegale Einreisen und aussichtslose Asylanträge
mit dem Ziel der Arbeitsaufnahme in Deutschland zu verhindern und Fehlanreize
zu vermeiden.
Ein nicht
unwesentlicher Teil der Migranten, die sich in Spanien jetzt um einen legalen
Aufenthaltstitel bemühen, ist allerdings nicht mit dem Schlepperboot oder auf
anderen irregulären Wegen ins Land gekommen, sondern mit einem Touristenvisum
aus Lateinamerika eingereist und nach Ablauf des Visums einfach geblieben.
Was sagen
die Kritiker?
Sie wenden
ein, solche Legalisierungskampagnen, die es vor etlichen Jahren auch in Italien
und einigen anderen europäischen Staaten gab, böten Anreize für irreguläre
Migration. Ihre Argumentation: Zuwanderer könnten darauf setzen, eine gewisse
Zeit ohne Aufenthaltserlaubnis im Land zu bleiben, um dann bei einer etwaigen
nächsten Regulierungswelle eine Erlaubnis für einen längerfristigen Aufenthalt
zu erhalten.
Der
Vorsitzende des Sachverständigenrats für Integration und Migration (SVR),
Winfried Kluth, erklärt, dass vor allem Menschen mit geringer Qualifikation
solche Kampagnen nutzten, um einen rechtmäßigen Aufenthaltstitel zu erhalten.
Er gibt zu bedenken: „Allerdings ist auch zu beobachten, dass nicht wenige
dieser Personen dann wieder in den illegalen Aufenthalt abtauchen, weil sie als
legale Arbeitskräfte, die Steuern und Sozialabgaben zahlen müssen, nicht mehr
attraktiv genug für die Arbeitgeber sind.“
Gibt es in
Deutschland Angebote für irreguläre Migranten?
Der
SVR-Vorsitzende verweist auf das deutsche Chancen-Aufenthaltsrecht, das von der
Ampel-Koalition für die Dauer von drei Jahren eingeführt worden war. Auch hier
galt eine Stichtagsregelung. Einen entsprechenden Antrag konnten nur Geduldete
stellen, die am 31. Oktober 2022 mindestens seit fünf Jahren ununterbrochen in
Deutschland lebten.
Wie der
Mediendienst Integration recherchierte, besaßen zum 30. April des vergangenen
Jahres 31.372 Menschen den sogenannten Chancen-Aufenthalt. Zu diesem Stichtag
verfügten 16.646 Menschen, die von der Sonderregelung Gebrauch gemacht hatten,
über eine weitere Aufenthaltserlaubnis. Die restlichen Menschen aus dem
Ausland, die ebenfalls versucht haben, sich auf diesem Wege eine dauerhafte
Perspektive in Deutschland zu schaffen, rutschten entweder in den Status der
Duldung zurück, sind ausgereist oder haben auf anderem Wege einen
Aufenthaltstitel erhalten – etwa durch Heirat.
Geduldete
sind Menschen, die ausreisepflichtig sind, aber aus bestimmten Gründen nicht
abgeschoben werden können – etwa weil sie keine Ausweisdokumente haben oder
krank sind. Eine Duldung ist immer befristet.
Kluth sagt,
das deutsche Modell sei „differenzierter und flexibler“. Der Jurist sieht
deshalb im deutschen Rechtssystem keinen Bedarf für eine Kampagne wie in
Spanien. „Aktuell wird aber auf der Basis des Koalitionsvertrags über eine
Nachfolgeregelung für das Chancen-Aufenthaltsrecht nachgedacht“, fügt er hinzu.
Welche
Bleiberechtsregelung plant die Bundesregierung?
Im
Koalitionsvertrag ist das relativ genau ausbuchstabiert. Dort heißt es, für gut
integrierte Geduldete ohne Vorstrafen mit geklärter Identität, die über
ausreichende Deutschkenntnisse verfügten und seit einem Jahr durch ein
sozialversicherungspflichtiges Beschäftigungsverhältnis ihren Lebensunterhalt
überwiegend sichern, die sich Ende 2024 seit mindestens vier Jahren in
Deutschland aufgehalten haben, solle es einen befristeten Aufenthaltstitel
geben. Laut dem Koalitionsvertrag von CDU, CSU und SPD soll die geplante
Regelung schon zum 31.12.2027 wieder außer Kraft treten. (dpa/mig 13)
Italien. Meloni-Regierung will
Flüchtlingspolitik weiter verschärfen
Italiens
Regierung treibt die nächste Stufe ihrer Abschreckungspolitik voran. Ein neues
Gesetz soll Seeblockaden, schnellere Abschiebungen und Auslagerung von
Asylverfahren ermöglichen.
Italiens
rechte Regierung von Ministerpräsidentin Giorgia Meloni treibt eine weitere
Verschärfung ihrer Migrationspolitik voran. Das Kabinett in Rom verabschiedete
einen entsprechenden Gesetzentwurf, der die „Instrumente zur Bekämpfung
illegaler Einwanderung stärken und ein strengeres Management der
Migrationsströme gewährleisten“ soll. Vorgesehen sind etwa Seeblockaden, um
Boote von Geflüchteten auf dem Mittelmeer aufzuhalten.
Diese
zeitlich begrenzte Maßnahme soll allerdings nur in klar definierten Fällen
möglich sein. Booten von Geflüchteten soll dem Gesetzentwurf zufolge in Zeiten
„außergewöhnlichen Drucks“ die Durchfahrt durch italienische territoriale
Gewässer untersagt werden können. In dem Kontext ist von „schwerwiegenden
Gefahren für die öffentliche Ordnung oder die nationale Sicherheit“ die Rede.
Mit
„illegaler“ Migration wird im politischen Sprachgebrauch irreführend auch
Fluchtbewegungen von Menschen bezeichnet, die Schutz suchen. Weil sichere und
legale Fluchtwege oft fehlen, bleibt den Menschen keine andere Möglichkeit, als
Grenzen zunächst ohne gültige Dokumente zu passieren, um ihr Recht auf Asyl
geltend zu machen. Juristisch ist das keine „illegale“ Handlung, sondern die
Wahrnehmung eines international verbrieften Rechts.
Rechte
Regierung will irreguläre Migration eindämmen
Seit ihrem
Amtsantritt vor mehr als drei Jahren setzt die Regierung von Meloni auf eine
strikte Flüchtlingspolitik. Italien gehört zu den Ländern, die von der
Fluchtbewegung über das zentrale Mittelmeer überdurchschnittlich betroffen
sind. Jedes Jahr landen Zehntausende Menschen mit Booten an Italiens Küsten.
Das erklärte Ziel der Regierung in Rom ist es, die Überfahrten massiv
einzudämmen.
Beide
Parlamentskammern müssen den Gesetzentwurf noch billigen. Sollten sie dies tun,
könnte das Gesetz auch neuen Schwung in die von der Meloni-Regierung forcierten
Abschiebelager in Albanien bringen. In ihnen sollte im Schnellverfahren über
die Asylanträge von Mittelmeer-Migranten entschieden werden, noch bevor diese
einen Fuß auf italienischen Boden setzen können.
Kommt nun
auch „Albanien-Modell“ voran?
Das
Vorhaben, Auslagerung von Entscheidungen über Asylanträge nach Albanien, kam
bislang aber überhaupt nicht voran. Die Maßnahme wurde durch mehrere
Gerichtsurteile untersagt.
Der neue
Gesetzentwurf sieht nun auch vor, dass Geflüchtete an Bord von Schiffen, denen
die Einfahrt in italienische Territorialgewässer untersagt wurde, in Länder
gebracht werden, mit denen Rom ein Abkommen über Inhaftierung oder Rückführung
geschlossen hat. (dpa/mig 13)
Volkshochschule befürchtet
Demontage aller Integrationskurse
Der
Aufschrei wegen der angekündigten Kürzungen bei Integrationskursen hält an. Die
Volkshochschulen werfen dem Innenministerium vor, die etablierten Strukturen zu
demontieren. Für die SPD im Bundestag ist die Sache noch nicht entschieden.
Berlin prüft eine Insellösung. Denn die Kürzungen treffen nicht nur
Kursteilnehmer. Von Corinna Buschow
Die vom
Bundesinnenministerium angeordnete Zugangsbeschränkung zu Integrationskursen
sorgt weiter für Diskussionen. Am Mittwoch warnte der Deutsche
Volkshochschul-Verband vor aus seiner Sicht „fatalen“ Folgen der Entscheidung
für Betroffene, Betriebe und Träger der Kurse. Das Ministerium demontiere „die
Strukturen, auf die es baut“. Während das Haus von Bundesinnenminister
Alexander Dobrindt (CSU) die Entscheidung verteidigte, will die SPD sie
offenbar noch nicht hinnehmen. Das letzte Wort sei noch nicht gesprochen, sagte
der Parlamentarische Geschäftsführer der SPD, Dirk Wiese, am Mittwoch in
Berlin.
Das
Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) hatte den Trägern von
Integrationskursen am Montag mitgeteilt, dass „bis auf Weiteres“ keine
Teilnehmer mehr zugelassen werden, für die der Kurs nicht verpflichtend ist.
Das betrifft Asylbewerber im Verfahren, Geduldete, Migranten aus der EU sowie
Flüchtlinge aus der Ukraine. Begründet wird die Beschränkung in dem Schreiben
mit den Kosten für die Kurse. Die Entscheidung sorgte für heftige Kritik.
Volkshochschulen:
Auch Pflichtkurse in Gefahr
Nach
Schätzung der Volkshochschulen, die der größte Träger der Kurse sind, kommen
mehr als die Hälfte der Teilnehmer der Integrationskurse freiwillig und nicht,
weil sie etwa vom Jobcenter dazu verpflichtet wurden. Ohne diese Teilnehmenden
wackeln nach der Prognose des Verbands die Kurse insgesamt, weil die vom
Bundesamt vorgegebene Mindestteilnehmerzahl nicht mehr erreicht werden könne.
„Dadurch haben künftig auch viele zur Teilnahme Verpflichtete keine Chance mehr
auf einen Platz im Kurs“, heißt es in der Erklärung.
Die
„kurzsichtige Sparaktion“ werde sich langfristig auswirken, warnt der Verband.
Die Volkshochschulen könnten Lehrkräften keine Perspektive mehr bieten und
würden finanziell geschädigt. Kommunen wiederum bezahlten den Lebensunterhalt
für Menschen, „die mit ausreichenden Deutschkenntnissen längst unabhängig von
Sozialleistungen wären“. Der Volkshochschul-Verband schätzt, dass mit den
aktuellen Kürzungen 130.000 Menschen vom Integrationskurs ausgeschlossen
werden.
Kritik kam
auch vom Berlin-brandenburgischen Landesbezirk von ver.di. Betroffen seien
nicht nur Asylbewerber und Geflüchtete, sondern allein in Berlin gerieten rund
800 Deutsch-Dozenten, Kursträger und Deutschlehrkräfte in existenzielle Nöte,
warnte die Gewerkschaft.
SPD „sehr
irritiert“ über Entscheidung
Auch bei der
SPD stößt die Entscheidung des Innenministeriums auf Kritik. „Viele, die die
Integrationskurse in den letzten Jahren erfolgreich durchlaufen haben, sind ja
auch in Deutschland angekommen, haben hier Fuß gefasst auf dem Arbeitsmarkt“,
sagte Wiese. Er äußerte sich „sehr irritiert“ über das Aus für freiwillige
Teilnehmer. Die SPD werde das Gespräch suchen, kündigte er an.
Das
Bundesinnenministerium und das zuständige Bundesamt für Migration und
Flüchtlinge verteidigten indes die Entscheidung. Man führe die Kurse damit
„wieder auf ihren eigentlichen Auftrag zurück“, erklärten Sprecher beider
Häuser am Mittwoch. Gefördert würden vor allem Menschen, die eine dauerhafte
Bleibeperspektive hätten. Zudem reagiere man damit auf die reduzierten
Migrationszahlen, senke Ausgaben und gleichzeitig „Fehlanreize“ und setze
Prioritäten.
Wie viel
Geld mit der Beschränkung voraussichtlich eingespart wird, konnte das
Innenministerium nicht sagen. Für dieses Jahr sind im Haushalt für die Kurse
rund eine Milliarde Euro vorgesehen.
Berlin:
Senatorin denkt über Insellösung für Integrationskurse nach
In der
Hauptstadt sorgt die Entscheidung des Bundesinnenministeriums für Sorgenfalten.
Berlins Integrationssenatorin Cansel Kiziltepe (SPD) übte am Donnerstag
deutliche Kritik an den Plänen. Sie will jetzt „landesrechtliche Maßnahmen“
prüfen, um einem „möglichst weiten Kreis von Menschen“ die Teilnahme dennoch zu
ermöglichen.
„Die
finanzielle Absicherung und Fortführung dieser Kurse ist von großer
integrationspolitischer Bedeutung“, betonte die SPD-Politikerin. Kiziltepe
sprach von „katastrophalen kurzfristigen und nachhaltigen Folgen“ der
Entscheidung. „Integrationskurse sind Grundpfeiler unserer
Integrationspolitik“, betonte sie. (epd/mig 13)
Nach dem Vertrag ist vor dem
Wettrüsten: Die Welt ohne atomare Fesseln
Am 5.
Februar ist mit „New Start“ das letzte Abkommen ausgelaufen, das die
Nukleararsenale der beiden größten Atommächte begrenzt hat. Damit existiert
erstmals seit Jahrzehnten kein Vertrag mehr zwischen den USA und Russland –
jenen Staaten, die gemeinsam 90 Prozent der weltweiten Atomwaffen halten. Papst
Leo XIV. hatte eindringlich vor einer „unmenschlichen“ neuen Ära des
Wettrüstens gewarnt.
Das Ende des
Vertrags kommt nicht überraschend, doch die Substanz des Bruchs ist gravierend.
Benoît Pélopidas, Gründer des Forschungsprogramms für Nuklearstudien an der
Sciences Po und Gast bei Radio Vatikan, betont, dass die Kontrollmechanismen
schon lange zuvor erodierten. „Die Inspektionen waren bereits während der
Pandemie ausgesetzt worden, und Russland hatte seine Teilnahme im Februar 2023
offiziell gestoppt“, so der Experte. Da auch die USA seit 2023 keine aktuellen
Zahlen mehr veröffentlichten, war die bindende Kraft des Vertrages schon vor
seinem offiziellen Ablauf nur noch ein Schatten ihrer selbst.
Ein Arsenal
weit über den Bedarf der Abschreckung hinaus
Die Zahlen
sind nach wie vor schwindelerregend. Während oft von einer Begrenzung auf rund
1.550 einsatzbereite Sprengköpfe die Rede war, lagern in den Depots der USA
insgesamt etwa 3.700 Waffen – bei Russland sieht es ähnlich aus. Pélopidas
stellt klar: „Wir befinden uns, insbesondere in den USA und Russland, weit über
den Kapazitäten, die selbst von den Generalstäben dieser Länder als notwendig
für eine nukleare Abschreckung angesehen werden.“
Das
Auslaufen von „New Start“ bedeutet nun, dass jene Kräfte auf beiden Seiten, die
eine Aufstockung der Arsenale fordern, ein Hindernis weniger haben. Pélopidas
spricht jedoch nicht von einem Neustart des Wettrüstens, sondern von einer
„Beschleunigung eines bereits laufenden Prozesses“. Dieser habe in den USA
bereits 2010 unter Präsident Obama mit einem massiven Modernisierungsprogramm
der nuklearen Triade (Luft, Boden, See) begonnen und wurde unter der
Trump-Administration fortgesetzt. Heute investieren alle neun Atommächte
weltweit massiv in die technische Erneuerung ihrer Zerstörungskraft.
Die Illusion
des „nuklearen Friedens“
Papst Leo
XIV. griff das Thema jüngst nach einer Generalaudienz auf und erinnerte an die
Worte seiner Vorgänger: Die Vorstellung, Atomwaffen könnten dauerhaften Frieden
garantieren, sei eine gefährliche Utopie. Pélopidas stützt diese Sichtweise aus
wissenschaftlicher Perspektive. Der Glaube an eine „gewaltfreie Abschreckung“
blende die humanitären und ökologischen Folgen aus, die bereits durch
atmosphärische Atomtests der Vergangenheit die Biosphäre geschädigt haben.
Zudem zeige
die aktuelle Weltlage, dass der nukleare Schutzschirm konventionelle
Aggressionen oft erst ermöglicht, statt sie zu verhindern. „Die russische
Aggression in der Ukraine ist das jüngste Beispiel“, erklärt Pélopidas. „Der
Kreml kalkulierte damit, dass der Westen aus Angst vor einer nuklearen
Eskalation vor einem übermäßigen Engagement zurückschreckt.“
Das Ende von
„New Start“ lässt die Welt somit in ein Unbekanntes taumeln, in dem die einzige
Konstante die technologische Perfektionierung der Vernichtung zu sein scheint. (vn
12)
Das
eigentliche Risiko ist nicht das Chaos, sondern die Sehnsucht nach der alten
Ordnung. Wer an ihr festhält, blockiert die Zukunft. Di Margrethe Vestager
Wenn mich
jemand fragt, wie es mir geht, antworte ich in der Regel: „Mir geht es gut,
aber die Welt ist ein Chaos.“ Dennoch waren die letzten Wochen für mich als
Dänin besonders schwierig, und unvergleichlich schlimmer für die Menschen in
Grönland. Mit seiner Behauptung, dass Macht Recht schaffe, seinen Drohungen
gegen die dänische Souveränität, mit seiner Untergrabung der Vereinten Nationen
durch einen sogenannten Friedensrat und mit seiner Kommerzialisierung
humanitärer Hilfe hat US-Präsident Donald Trump seine Weltanschauung klar
gezeigt, und sie ist zutiefst beunruhigend.
Die
unbequeme Wahrheit ist allerdings, dass die Weltordnung schon vor Trumps erster
Präsidentschaft kaputt war. Er hat diese Dysfunktionalität nicht geschaffen,
sondern lediglich Öl ins Feuer gegossen und den Niedergang beschleunigt. Die
Vereinten Nationen hatten schon lange nicht mehr wirksam funktioniert, und die
Welthandelsorganisation (WTO) war weitgehend zum Stillstand gekommen. Große
Regionalmächte wie Indien, Brasilien und Südafrika stellten die Legitimität
eines internationalen Systems, das an einer westlichen Perspektive festhielt
und allzu oft weder ihre Standpunkte widerspiegelte noch ihren Interessen
Rechnung trug, offen in Frage.
Die
eigentliche Gefahr besteht nun darin, dass das von Trump ausgelöste Chaos als
Ausrede für Stillstand genutzt werden könnte – dass wir so damit beschäftigt
sein werden, die alte Ordnung zu verteidigen, dass wir es versäumen, eine
bessere aufzubauen. Es ist allzu verlockend, eine Wagenburgmentalität zu
entwickeln und bestehende Institutionen aus Prinzip oder Pflichtgefühl zu
verteidigen. Aber dieser defensive Ansatz verfehlt den wesentlichen Punkt: Die
Alternative zu einer dysfunktionalen Ordnung ist nicht dieselbe Ordnung, nur
eben besser funktionierend. Es ist eine bessere Ordnung – oder gar keine.
Wenn
internationale Institutionen keine Legitimität haben, verfolgen Länder ihre
Interessen einseitig. Wenn die WTO Streitigkeiten nicht lösen kann, verfallen
Regierungen irgendwann auf Zollkriege. Wenn der UN-Sicherheitsrat gelähmt ist,
breiten sich Konflikte aus, und das geht dann vor allem zu Lasten kleinerer
Länder und der globalen Gemeingüter. Wir haben dies im Hinblick auf die
Bekämpfung des Klimawandels, auf Pandemien, Cybersicherheit und andere
kollektive Herausforderungen immer wieder erlebt.
Trumps auf
dem Recht des Stärkeren fußender Ansatz funktioniert nur, weil unsere
institutionellen Mechanismen bereits versagt haben. Jetzt, da er fröhlich die
Überreste der alten Ordnung zerstört, ist eine Reform- und Erneuerungsstrategie
kein Luxus, den aufzuschieben wir uns leisten können. Die Erosion
institutioneller Legitimität schafft genau die Bedingungen, unter denen
Politiker wie Trump Erfolg haben können.
Ein
augenfälliger Beweis dafür, dass eine bloße Reform der bestehenden globalen
Institutionen keine Option mehr ist, sind die von der künstlichen Intelligenz
ausgehenden Herausforderungen. Diese Technologien – mit ihrem außerordentlichen
potenziellen Nutzen und ebenso außerordentlichen Risiken – kann kein einzelnes
Land, egal, wie mächtig es sein mag, allein regulieren. Eine wirksame
Regulierung erfordert genau das, was uns fehlt: legitime effektive globale
Zusammenarbeit.
Damit
eröffnet sich uns eine Chance. Im Gegensatz zur Reform von Institutionen, die
von jahrzehntelanger Dysfunktionalität und Ressentiments belastet sind,
können wir den Ordnungsrahmen für die KI von Grund auf neu aufbauen, und was
wir aufbauen, kann statt der westlichen Dominanz von gestern die multipolare
Realität von heute angemessen widerspiegeln.
Der 2023 im
Rahmen der japanischen G7-Präsidentschaft ins Leben gerufene Hiroshima AI
Process bietet ein Modell, auf dem wir aufbauen können. Er brachte wichtige
Volkswirtschaften zusammen, um freiwillige Richtlinien für die Entwicklung und
den Einsatz von KI zu erstellen. Aber natürlich reichen freiwillige Richtlinien
einer begrenzten Gruppe von Ländern nicht aus. Was wir wirklich brauchen, ist
ein globaler Rahmen, der den Globalen Süden einbezieht, ein optimales
Gleichgewicht zwischen Innovation und Sicherheit herstellt und über
funktionierende Durchsetzungsmechanismen verfügt.
Dabei geht
es nicht darum, eine neue Bürokratie zu schaffen. Es geht darum, klare
Grundsätze in Bezug auf Sicherheit, Transparenz, rechtliche Haftung und die
Rechte der betroffenen Bevölkerungsgruppen festzulegen. Auf diese Weise können
alle Länder darauf vertrauen, dass sich die KI auf eine Weise entwickelt, die
der Menschheit dient und nicht nur engen nationalen oder privaten Interessen.
Der
Vergleich mit Atomwaffen ist aufschlussreich, auch wenn er etwas hinkt. Die KI
lässt sich nicht durch Nichtverbreitungsverträge eindämmen; dafür ist die
Technologie einfach zu weit verbreitet. Stattdessen brauchen wir etwas, das
eher den Regelwerken für die Flugsicherheit oder die Pandemieüberwachung
ähnelt. Diese funktionieren durch – auf gemeinsame Eigeninteressen gestützte –
technische Zusammenarbeit, mit Mechanismen für den schnellen
Informationsaustausch und für koordinierte Reaktionen auf neu auftretende
Risiken.
Wir brauchen
Rahmenregeln, die inklusiv und alltagstauglich sind und echte
Handlungsspielräume eröffnen. Der Aufbau wirksamer Strukturen zur Regulierung
der KI könnte zeigen, wie ein reformierter Multilateralismus praktisch aussehen
könnte – und er könnte wieder Vertrauen aufbauen, dass internationale
Zusammenarbeit echten Nutzen bringt. Er könnte zudem ein Modell für die
Bewältigung anderer Herausforderungen schaffen, die nicht an nationalen Grenzen
Halt machen.
Die Welt ist
in der Tat in einem chaotischen Zustand. Aber die Verteidigung von
Institutionen, die ihre Wirksamkeit und Legitimität verloren haben, ist keine
Lösung. Wir können und müssen etwas Besseres aufbauen, beginnend mit der KI.
Die Alternative ist nicht die Bewahrung des Status quo, sondern dessen
vollständiger Zusammenbruch. PS/IPG 12
Rheinland-Pfalz vereinfacht
Anerkennung ausländischer Abschlüsse
Ausländische
Fachkräfte sollen in Rheinland-Pfalz künftig schneller einen qualifizierten Job
finden. Dafür hat der Landtag Grundlagen geschaffen: schnellere Anerkennung
ausländischer Abschlüsse – auch englischsprachige Unterlagen sollen künftig
ausreichen.
Berufsabschlüsse
aus dem Ausland sollen in Rheinland-Pfalz künftig schneller anerkannt werden.
Der Landtag hat in seiner letzten planmäßigen Sitzung vor der Wahl am 22. März
eine Novelle des Berufsqualifikationsfeststellungsgesetzes mit den Stimmen
aller Fraktionen außer der AfD beschlossen.
Englischsprachige
Unterlagen sollen danach künftig in der Regel für eine Anerkennung ausreichen
und die Verwaltungen möglichst schnell, spätestens innerhalb von drei Monaten
entscheiden. Zudem soll auch eine Beschäftigung in Berufen ermöglicht werden,
die mit der anerkannten Qualifikation verwandt sind.
Rund 3.500
Anträge auf Anerkennung eines Abschlusses seien 2024 gestellt worden, 25
Prozent mehr als im Vorjahr, sagte Wirtschaftsministerin Daniela Schmitt (FDP).
Der AfD hielt sie vor, ihre Ablehnung der Gesetzesänderung zeige, dass die
Partei auch von qualifizierter Zuwanderung nichts halte.
(dpa/mig 12)
Sozialminister schreiben EU-Bürger
aus dem Sozialstaat
Die
Sozialminister der Länder drängen darauf, „wirtschaftlich inaktive“ EU-Bürger
zur Rückkehr zu bewegen – notfalls durch Abschiebung. Problematisch ist nicht
nur die Härte des Kurses, sondern auch die Art. Von Joachim Krauß
Im November
2025 hat die Arbeits- und Sozialministerkonferenz (ASMK) einen Beschluss
gefasst, der kaum Schlagzeilen machte – aber für viele EU-Bürger in Notlagen
erhebliche Folgen haben kann. Darin fordert die Konferenz eine „geordnete
freiwillige Rückkehr“ von „wirtschaftlich inaktiven“ EU-Bürgern. Und falls das
Freizügigkeitsrecht verloren geht, solle „ggf. auch“ eine „unfreiwillige
Rückführung“ möglich sein.
Gleichzeitig
heißt es, diese Menschen sollten „weiterhin“ den
Krankenversicherungsvorschriften ihres Herkunftslandes unterliegen – auch wenn
sie längst in Deutschland leben. Genau dieses Wort, „weiterhin“, ist der Dreh-
und Angelpunkt: Es klingt so, als sei die Zuständigkeit des Herkunftslands
selbstverständlich. Doch so einfach ist es nach EU-Recht nicht.
Gemeint sind
Menschen, die gerade nicht arbeiten – zum Beispiel, weil sie krank sind, einen
Unfall hatten, keine Stelle finden oder nur sehr unregelmäßig Beschäftigung
haben. Gerade sie geraten schnell in Versorgungslücken: Wer nicht stabil
arbeitet, hat es schwerer, Ansprüche aufzubauen und sich in einem komplexen
System zu orientieren.
„Ganz
normal“ – und doch ein Systemloch
Ein
Beispiel, wie es Beratungsstellen kennen: Ein 42-jähriger Mann aus Rumänien
lebt seit drei Jahren in Deutschland. Er hat sporadisch auf dem Bau gearbeitet.
Nach einem Arbeitsunfall ist er erwerbsunfähig. Weil Versicherungszeiten
fehlen, scheitert der Zugang zur gesetzlichen Krankenversicherung. Eine
freiwillige Weiterversicherung ist ebenfalls nicht möglich – es fehlen
Nachweise und Vorzeiten.
Dass das
kein Randproblem ist, zeigen Zahlen der Bundesarbeitsgemeinschaft
Wohnungslosenhilfe (BAG W). In der Wohnungsnotfallhilfe hatten 17,3 Prozent der
nicht-deutschen Klientinnen und Klienten keinen Krankenversicherungsschutz. Bei
EU-Bürgern lag der Anteil sogar bei 27,5 Prozent. Unter den nicht-deutschen
Menschen ohne Krankenversicherung leben zudem auch Haushalte mit Kindern.
Die Frage
lautet also nicht: „Wer hat sich falsch verhalten?“ Die Frage lautet: Wer sorgt
dafür, dass Menschen, die hier leben, im Krankheitsfall nicht ohne Versorgung
dastehen?
Der
Beschluss: Rückkehr statt Versorgung
Die ASMK
beantwortet diese Lage politisch bemerkenswert klar: Wer „wirtschaftlich
inaktiv“ ist, soll nach Möglichkeit „geordnet“ in das Herkunftsland
zurückkehren. Und damit das funktioniert, sollen nach dem Willen der Länder
auch migrationspolitische Instrumente genutzt werden – etwa „Rücknahmeabkommen“
mit „hauptsächlich betroffenen“ Herkunftsländern, „insbesondere
osteuropäischen“.
Auffällig
ist dabei nicht nur die Schärfe des Kurswechsels, sondern ein einzelnes Wort:
„weiterhin“. Es suggeriert, dass die Zuständigkeit des Herkunftslandes für
Krankenversicherung schon heute gilt und lediglich fortgeführt werden müsse.
Genau hier beginnt das Problem.
Was das
EU-Recht tatsächlich regelt – in einfachen Worten
Die
EU-Verordnung 883/2004 koordiniert die sozialen Sicherungssysteme in Europa.
Das Grundprinzip lautet: Es soll immer nur ein Staat zuständig sein, damit
Menschen nicht doppelt zahlen – oder in die Leere fallen.
Für
Personen, die nicht unter bestimmte Kategorien fallen (etwa Beschäftigte),
greift eine Auffangregel: Zuständig ist grundsätzlich der Staat, in dem die
Person wohnt. In der Logik der Verordnung bedeutet das: Wer in Deutschland
lebt, fällt sozialrechtlich grundsätzlich in den Verantwortungsbereich
Deutschlands – auch wenn die Person gerade nicht arbeitet.
Der
ASMK-Beschluss stellt das politisch auf den Kopf, wenn er eine fortdauernde
Herkunftslandzuständigkeit nahelegt. Das ist mehr als eine sprachliche
Ungenauigkeit: Es verschiebt Verantwortung.
„Ändern“ –
oder so tun, als sei es schon geändert?
Besonders
brisant wird der Widerspruch, wenn man die jüngere Linie der ASMK danebenlegt.
Noch im Dezember 2024 hatte die ASMK – nach Darstellung im Text – eine Änderung
der EU-Regeln gefordert, um wirtschaftlich inaktive EU-Bürger sozialrechtlich
dem Herkunftsland zuzuordnen. Eine solche Forderung ergibt nur Sinn, wenn die
Rechtslage eben nicht bereits so ist.
Im Ergebnis
wirkt der Beschluss von November 2025 wie ein rhetorischer Trick: Was zuvor als
politischer Änderungswunsch formuliert wurde, wird nun als bestehender Zustand
(„weiterhin“) beschrieben.
Der
Zirkelschluss: Freizügigkeit mit Krankenversicherung – aber ohne Zugang
Der Konflikt
endet nicht bei Paragrafen. Er zeigt sich in einem praktischen Widerspruch, den
Fachstellen seit Jahren beschreiben:
1. In der
Praxis wird von EU-Bürgern häufig verlangt, einen Krankenversicherungsschutz
nachzuweisen, um Aufenthaltsrechte abzusichern oder Behördenverfahren zu
bestehen.
2.
Gleichzeitig gibt es Konstellationen, in denen genau dieser
Krankenversicherungsschutz nicht erreichbar ist – etwa wegen fehlender
Versicherungszeiten, unsteter Jobs, Formalhürden oder ungeklärter
Zuständigkeiten.
3. Wer dann
„zurückkehren“ soll, hat im Herkunftsland oft ebenfalls keinen einfachen
Anspruch mehr, weil der Wohnsitz verlagert wurde – und weil nach EU-Logik
gerade der Aufenthaltsstaat zuständig ist.
Ein Urteil
des Europäischen Gerichtshofs (EuGH) von 2021 (C-535/19) ist in diesem Kontext
wichtig: Das Gericht hat einen pauschalen Ausschluss wirtschaftlich nicht
aktiver Unionsbürger vom Zugang zu einem öffentlichen
Krankenversicherungssystem als unionsrechtswidrig bewertet – ein Hinweis
darauf, dass „Wohnstaatsprinzip“ nicht nur Theorie ist, sondern praktische
Schutzwirkung entfalten soll.
Für
Deutschland bedeutet das nicht automatisch, dass jede Einzelfrage geklärt wäre.
Aber es schärft den Blick: Wenn Politik „Rückkehr“ fordert, ohne die
Versorgungslücken im Aufenthaltsstaat zu schließen, droht genau das, was
Sozialrecht eigentlich verhindern soll – der Absturz ins Nichts.
„Sozialtourismus“
– und was die Daten dazu sagen
In der
politischen Debatte werden solche Lagen oft mit Begriffen wie
„Leistungsmissbrauch“ oder „Sozialtourismus“ gerahmt. Das ist ein
Deutungsangebot: Nicht das System produziert Lücken, sondern Menschen nutzen es
aus.
Die Daten
aus der Wohnungsnotfallhilfe zeichnen ein anderes Bild. Dort zeigt sich, dass
viele Betroffene gearbeitet haben – und dennoch in prekäre Lagen geraten. Die
Erklärung liegt weniger in „fehlendem Willen“ als in unsicheren Jobs, niedrigen
Löhnen, harter Wohnungssuche und bürokratischen Hürden – also in Strukturen,
die sich nicht durch Moralappelle beheben lassen.
Von
Krankenversorgung zu Migrationskontrolle
Der
Beschluss von November 2025 markiert damit einen Wandel: Was als Frage von
Zuständigkeit und Kosten beginnt, wird zu einem Instrument der Steuerung von
Migration innerhalb der EU.
Besonders
deutlich wird das in zwei Punkten:
*
Rücknahmeabkommen: Das ist ein Begriff, der sonst vor allem im Umgang mit
Drittstaatsangehörigen verwendet wird. Ihn auf EU-Bürger zu übertragen, wirkt
wie eine Verschiebung des Blicks: EU-Freizügigkeit wird nicht als Grundrecht
behandelt, sondern als „Problem“, das man verwalten und begrenzen möchte.
*
„insbesondere osteuropäische“ Herkunftsländer: Die Formulierung bündelt sehr
unterschiedliche Staaten und Lebenslagen zu einer vermeintlichen Problemgruppe.
Das kann stigmatisieren – und es passt auffällig gut zu bekannten politischen
Erzählungen, die Armut als „importiertes“ Risiko markieren.
Hinzu kommt
ein weiterer Satz aus dem Beschluss: Herkunftsländer sollen durch
„Aufklärungskampagnen“ Abwanderung von Menschen verhindern, die „nicht
ausreichend für die Beschäftigungsaufnahme in Deutschland geeignet“ seien. Das
geht über den Umgang mit bereits in Deutschland lebenden Menschen hinaus. Es
zielt auf präventive Migrationsverhinderung – begründet über Sozialstaat und
Krankenversicherung.
Sozialstaatskommission:
Restriktion im Gewand der Modernisierung
In dieselbe
Richtung deuten aktuelle Vorschläge zur „Modernisierung“ des Sozialstaats. In
Empfehlungen einer vom Bundesministerium für Arbeit und Soziales eingesetzten
Sozialstaatskommission wird unter anderem diskutiert, den Zugang zu Leistungen
stärker an „vollzeitnahe“ Beschäftigung und Mindestbeschäftigungszeiten zu
koppeln – begründet mit angeblichen „Fehlanreizen“.
Daran ist
vor allem eines problematisch: Viele EU-Bürger arbeiten in Branchen, in denen
Teilzeit, Saisonarbeit, wechselnde Verträge und mehrere Jobs parallel normal
sind – Bau, Reinigung, Pflege, Gastronomie. Wer solche Arbeit leistet, ist
längst Teil des Arbeitsmarkts. Ein System, das Absicherung an „vollzeitnah“
knüpft, würde gerade diejenigen treffen, die die Realität prekärer Arbeit
tragen – und deren Lebensrisiken das Sozialrecht eigentlich auffangen soll.
Externalisierung
statt Lösung
Der
ASMK-Beschluss passt in ein Muster: Verantwortung wird nach außen verlagert.
Herkunftsländer sollen übernehmen. Kommunen sollen „Clearingstellen“ schaffen.
Die EU soll Regeln ändern. Nur die zentrale Frage bleibt offen: Wie wird
Versorgung in Deutschland sichergestellt, wenn Menschen hier leben und durchs
System fallen?
„Freiwillige
Rückkehr“ klingt dabei weich. In der Realität ist sie oft ein Wort für Druck:
Wer keine Wohnung hat, kein Geld und keinen Zugang zu Behandlung, hat kaum
echte Wahl.
Fazit:
Freizügigkeit nach Verwertbarkeit?
Der
Beschluss offenbart ein selektives Solidaritätsverständnis: EU-Bürger sind
willkommen, solange sie arbeiten und einzahlen. Wird jemand krank, verliert
Arbeit oder fällt aus anderen Gründen aus dem Erwerbsleben, lautet die Antwort:
Rückkehr – und das mit der Behauptung, das Herkunftsland sei „weiterhin“
zuständig.
Damit droht
Freizügigkeit zu einem Grundrecht nach Kassenlage zu werden. Doch soziale
Sicherungssysteme sind nicht für die guten Tage da. Sie sollen schützen, wenn
es schlecht läuft.
Am Ende
steht deshalb eine einfache, unbequeme Frage: Ist Freizügigkeit ein
europäisches Grundrecht – oder ein Angebot auf Widerruf, sobald jemand arm oder
krank wird? (mig 11)
Kommerziell,
sexy und politisch: Bad Bunnys Show beim Super Bowl ist die perfekte Antwort
auf den Hass, den die MAGA-Bewegung sät.
Stefan Peters
Die
Weltpolitik ist im Mainstream der Popkultur angekommen. Etwa 200 Millionen
Menschen weltweit haben am vergangenen Sonntag den Super Bowl LX geschaut. In
den USA ist das Finale der US-amerikanischen American-Football-Profiliga
National Football League (NFL) ein nationales Ereignis, auf das sich in einem
ansonsten tief gespaltenen Land (fast) alle einigen können. Der Super Bowl war
schon immer mehr als nur Sport. Doch diesmal war klar: Es ging um Politik. Für
die glamouröse Halbzeitshow hatte die NFL mit Bad Bunny nicht nur den
erfolgreichsten männlichen Künstler der Gegenwart eingeladen. Sie brachte mit
ihm auch eine neue Version lateinamerikanischer Protestmusik in die Wohnzimmer
der USA und der Welt.
Lateinamerika
ist bekannt für Protestsongs – gegen Militärdiktaturen, Imperialismus und für
eine emanzipatorische Politik. Dieser Musik wird heute oft attestiert,
angesichts des Generationenwandels und neuer Formen des Kulturkonsums in Social
Media sowie der Eventisierung von Konzerten und Festivals aus der Zeit gefallen
zu sein. In der Tat: Trotz eines weltweiten politischen Rechtsrucks, der offen
die Grundlagen einer regelbasierten internationalen Ordnung, von
Menschenrechten und demokratischen Rechten herausfordert, erleben wir kein
Revival der klassischen Protestmusik. Where Have All the Protest Songs Gone?
Eine Ikone
der lateinamerikanischen Protestmusik, Silvio Rodríguez, hat eine ihrer
zentralen Facetten benannt: „Kunst soll unterhalten und erziehen, Kunst die
nicht unterhält, scheitert.“ Die heutige Generation der lateinamerikanischen
Protestmusik hat sich diese Losung zu Herzen genommen und eine geradezu
revolutionäre Wendung vorgenommen. Heute ist sie Teil der Kulturindustrie und
vor allem kommerziell erfolgreich. Hierfür setzt sie auf die Regeln des
Mainstreams und erreicht ein heterogenes Massenpublikum. Dies führt
zwangsläufig zu Ambivalenzen, etwa zur Kommerzialisierung des Protestes. Und
doch bleibt es nicht bei einer rein hedonistischen Akklamation des Bestehenden
à la Love Parade – die gegenwärtige lateinamerikanische Mainstream-Protestmusik
macht Politik tanzbar.
Benito
Antonio Martínez Ocasio, besser bekannt als Bad Bunny, symbolisiert wie kein
anderer Gegenwartskünstler die Melange aus Mainstream und politischem Protest.
Der puerto-ricanische Künstler kommt aus dem Reggaeton – einem populären Genre,
das trotz seines subkulturellen und kritischen Ursprungs heute nicht gerade für
emanzipatorische politische Inhalte bekannt ist: Tatsächlich ist kaum zu
bestreiten, dass ein Großteil der Reggaeton-Musik vulgär, sexistisch und
inhaltlich platt ist. Dass es auch anders geht, zeigen etwa feministische
Reggaeton-Künstlerinnen wie Chocolate Remix, Cazzu oder Torta Golosa. Auch Bad
Bunny kombiniert den Reggaeton mit politischen Inhalten, aber er verbindet dies
mit einem kommerziellen Erfolg, der ihn zu einem popkulturellen Weltstar macht.
Dies und die Hoffnung auf Erschließung neuer Märkte für den American Football
motivierte die NFL dazu, dem lateinamerikanischen Künstler die größte
Live-Musik-Bühne der Welt mit globaler Strahlkraft zu geben: die Halbzeitshow
beim Super Bowl.
Politische
Positionierungen finden sich auf verschiedenen Ebenen im Werk von Bad Bunny.
Die Tatsache, dass er ausschließlich auf Spanisch singt, ist eine Botschaft für
die Millionen Latinos nicht nur in den USA: Latin is beautiful. Dies hat er auf
seinem letzten Album – „DeBÍ TiRAR MáS FOToS“ („Ich hätte mehr Fotos machen
sollen“) – durch den Rückgriff auf traditionelle lateinamerikanische Musikstile
und politisches Storytelling weiter akzentuiert. Sprache und Kultur
Lateinamerikas sind kein Stigma, sondern Teil der Identität und Quelle der
Emanzipation.
Diese
Botschaft verbindet der Künstler mit einer klaren Positionierung gegen die
menschenverachtende Migrationspolitik der Regierung von Präsident Trump. Weil
er Deportationen im Umfeld seiner Konzerte befürchtete, verzichtete er auf
Auftritte in den USA. Bei der Grammy-Verleihung Anfang Februar verurteilte er
öffentlichkeitswirksam die Migrationspolitik und das Vorgehen von ICE. In
seinen Texten mischt Bad Bunny Liebe, Party und Verweise auf den genretypischen
Perreo-Tanz mit klaren Botschaften gegen Gentrifizierung, Korruption, die Stigmatisierung
von lateinamerikanischen Migranten und den Status der Menschen Puerto Ricos als
US-Amerikaner zweiter Klasse sowie folgerichtig für die Unabhängigkeit der
Karibikinsel. Schließlich symbolisiert die Figur Bad Bunny auch eine kritische
Auseinandersetzung mit hegemonialen Maskulinitätsvorstellungen. Er positioniert
sich deutlich für Diversität und die Rechte von Transpersonen.
Entsprechend
waren die Reaktionen der politischen Rechten in den USA auf die Ankündigung des
Acts in der Halbzeitshow des Super Bowls ebenso schrill wie vorhersehbar. Bad
Bunny repräsentiert das Andere im aggressiven rechten Kulturkampf: migrantisch,
woke und liberal. Der Kulturkampf wird von der Rechten offensiv und aggressiv
geführt. Der Präsident höchstpersönlich empörte sich auf Social Media. Aus
seinem Lager heraus wurde mit einer All-American Halftime Show eine rechte
Gegenveranstaltung organisiert. Doch diese radikale Ablehnung verfängt nur bei
eingefleischten Rechtsauslegern. Auch Trump selbst schaute am Abend des Super
Bowls das Original und twitterte seine Ablehnung danach in die Welt. Doch die
Kritik des US-Präsidenten am musikalischen Weltstar trifft diesen auch deshalb
nicht, weil sich seine Musik – im Gegensatz zur klassischen Protestmusik –
nicht primär über die politischen Inhalte definiert.
Gerade
hierin liegt die Stärke des Mainstreams. Es geht um tanzbare Vibes. Die
politischen Positionierungen begleiten das erwünschte Entertainment, aber sie
dominieren es nicht. Den schäumenden rechten Hatern antwortet Bad Bunny mit
klaren Positionierungen, mit Ironie und einer Botschaft über die Kraft der
Liebe. Dies ermöglicht die Demaskierung der platten Aussagen der extremen
Rechten an der Macht. Zudem bietet Bad Bunny einen Horizont für eine bessere
Zukunft. Dies entfaltet nicht nur politische Wirksamkeit, sondern ist auch sexy
und kommerziell erfolgreich und kann gerade deshalb eine wichtige Ressource
progressiver Politik sein. Die Unbestimmtheit der besungenen Zukunft und die
Mischung der Botschaften mit allgemeiner Partystimmung unterstreichen dabei
ihre Inklusivität. Denn hier bleibt sich Bad Bunny treu. Die politischen
Botschaften überstrahlen nie das Kerngeschäft: Entertainment.
Nachdem die
US-Rockband Green Day vor dem Start mit dem Song American Idiot den Ton
gesetzt hatte, verdeutlichte Bad Bunnys Auftritt in der Halbzeitshow die
spielerische Nutzung von Ambivalenzen: Die Show wurde von Apple gesponsert,
einem Techkonzern mit einem CEO aus dem Trump-Umfeld. Ambivalenzen sind Teil
des Geschäfts.
Die Show
brachte San Francisco, den Ort des Super Bowls, zurück nach Lateinamerika. Bad
Bunny und weitere lateinamerikanische Künstler hielten der US-amerikanischen
Gesellschaft auf Spanisch den Spiegel vor. Zuckerrohrplantagen als Chiffre der
kolonialen Ausbeutung, informelle Arbeit und die Bedeutung der Migranten für
die US-amerikanische Wirtschaft. Zur Prime flimmerten Gesellschaft und Kultur
zusammen mit einer Kritik an der Korruption und an fehlenden
Infrastrukturinvestitionen in Puerto Rico über die Fernsehbildschirme des
polarisierten Landes. Der Auftritt beklagte nicht nur neokoloniale Strukturen
auf Hawaii und Puerto Rico, sondern hatte auch Platz für eine Hommage an Puerto
Rico, die lateinamerikanische Musik und Kultur sowie für die ebenso banale wie
politisch wirkmächtige Botschaft: „The Only Thing More Powerful than Hate is
Love!“ Es war eine klare Kritik an Trump und der – von ICE symbolisierten –
brutalen Politik, aber auch eine Einladung zum Brückenbauen.
Die
spektakuläre Halbzeitshow lieferte weitere Denkanstöße: Die Phrase „God Bless
America“ wurde bei Bad Bunny zu einer Kritik an der engstirnigen Gleichsetzung
von Amerika mit den USA. Der denkwürdigste Touchdown des Super Bowls 2026
bestand darin, dass Bad Bunny auf unterhaltsame und tanzbare Weise auf der
Bühne des US-amerikanischsten aller Großevents die Bedeutung Lateinamerikas und
der lateinamerikanischen Migration für die USA zelebriert und damit einen
wirkmächtigen Akzent gegen die Politik der Regierung Trump setzte.
Bei allen
Unterschieden lassen sich durchaus Erkenntnisse für die europäische Debatte
ziehen. Die extreme Rechte wird nicht mit Konzessionen entzaubert, sondern mit
attraktiven politischen und kulturellen Gegenentwürfen. Das Starpotenzial des
Mainstreams und die Kraft des Entertainments sind dabei nicht zu unterschätzen:
Die Stars können mobilisieren und unterhalten und gleichzeitig niedrigschwellig
praktische Beispiele gegen Ausgrenzung und Hass sowie für eine bessere Zukunft
liefern. Ipg 10
MAGA-Dilemma. AfD zwischen Trump
und „Deutschland first“
Die AfD hat
lange die Nähe zu Donald Trump gesucht – und bekommt nun die Kehrseite zu
spüren: Je rücksichtsloser die US-Regierung „America First“ durchsetzt, desto
öfter gerät die Partei in Erklärungsnot. Von Jörg Ratzsch, Christoph Meyer,
Michael Evers, Robert Messer und Doris Heimann
Die Szene
ist noch gut in Erinnerung: Am 14. Februar 2025 tritt US-Vizepräsident JD Vance
bei der Münchner Sicherheitskonferenz ans Rednerpult und belehrt die mit teils
versteinerter Miene zuhörenden Europäer über Demokratie und Meinungsfreiheit.
Er kritisiert indirekt den Ausschluss der AfD von der Konferenz und später
trifft sich der Vize von US-Präsident Donald Trump in seinem Hotel auch noch
mit AfD-Chefin Alice Weidel. Ein deutliches Signal.
Seit dem
Vance-Auftritt hat die Partei weiter gezielt am Ausbau der Beziehungen nach
Washington gearbeitet. Nach 13 Monaten der zweiten Trump-Amtszeit zeigen sich
aber auch Risse. Wie andere europäische Rechtsparteien steckt die AfD in einer
Art Trump-Dilemma.
Schmusekurs
im Bundestagswahlkampf
Rückblick:
Die Vance-Rede auf der letzten Sicherheitskonferenz fällt mitten in den
Bundestagswahlkampf, Trump ist erst seit wenigen Wochen wieder US-Präsident.
Seit Wochen sind die AfD und Trumps Republikaner auf Schmusekurs. Weidel
bezeichnet Trump nach seiner Wiederwahl als Vorbild, AfD-Vertreter reisen zur
Amtseinführung nach Washington und Trumps damals enger Berater, Elon Musk,
macht intensiv Werbung für die AfD über seine Plattform X. Ende Februar zieht
die AfD in doppelter Stärke wieder in den Bundestag ein.
AfD in
München wieder dabei
In diesem
Jahr ist die AfD wieder zur Münchner Konferenz eingeladen. Man wolle sie als
größte Oppositionsfraktion nicht ausschließen, argumentiert Konferenzchef
Wolfgang Ischinger und beteuert: „Es gab zu keinem Zeitpunkt irgendeine
Äußerung von irgendeiner amerikanischen Quelle: ‚Ihr müsst irgendwie die AfD
einladen’“. Das dürfte nach dem Vance-Auftritt aber auch nicht mehr nötig
gewesen sein.
Intensive
Kontaktpflege
Im
vergangenen Jahr haben sich AfD-Spitzenpolitiker um Kontaktpflege mit
Washington bemüht. Es gab mehrere USA-Trips und Treffen mit Republikanern, ein
Social-Media-Berater Trumps kam zum Vortrag in die AfD-Bundestagsfraktion nach
Berlin. US-Außenminister Marco Rubio wiederum stellte sich offen an die Seite
der AfD und kritisierte den Umgang des Verfassungsschutzes mit ihr, nachdem der
sie öffentlich als rechtsextremistisch eingestuft hatte. Das nahm die Behörde
später wegen eines laufenden Rechtsstreits mit der AfD vorerst wieder zurück.
In ihrer im
November veröffentlichten neuen Sicherheitsstrategie hielt die US-Regierung
indirekt auch schriftlich fest, welchen Kräften in Europa ihre Unterstützung
gilt. Priorität soll es demnach unter anderem sein, innerhalb europäischer
Länder den Widerstand gegen Europas derzeitigen Kurs zu fördern.
Rechte
Parteien und MAGA bei vielem auf einer Linie
Inhaltlich
stehen sich die rechten Parteien in Europa und Trumps MAGA-Bewegung („Make
America Great Again“) in vielen Punkten nahe: Gegen eine vermeintlich linke
Meinungshoheit in westlichen Demokratien, gegen etablierte Medien, gegen
Migration und Klimapolitik, gegen die EU und andere überstaatliche
Institutionen ihn ihrer bestehenden Form, gegen eine angebliche „woke“ Kultur-
und Gesellschaftspolitik und vor allem für ein offensives Eintreten für
nationale Interessen.
Trump-Dilemma
Der letzte
Punkt bringt die AfD und andere europäische MAGA-Enthusiasten jetzt in die
Klemme. Je brachialer der US-Präsident nationale Interessen vertritt, desto
mehr kann das auch nationalen Interessen oder Vorstellungen von Außenpolitik
zuwiderlaufen, von denen rechte Parteien behaupten, dass sie sie am besten
vertreten.
„Wir sind
keine Trump-Verehrer durch und durch, indem wir alles toll finden, was er
macht“, sagte der Erste Parlamentarische Geschäftsführer der AfD-Fraktion Bernd
Baumann zuletzt im ARD-“Bericht aus Berlin“.
Auch die AfD
konnte Trumps Zollpolitik mit Blick auf die deutsche Wirtschaft nicht loben,
viel zu aggressiv sei diese, kritisierte Parteichefin Weidel. Nach der
Militäraktion gegen Venezuela und den Grönland-Drohungen war in der AfD von
Wildwestmethoden die Rede. Trump habe zudem gegen das Wahlversprechen
verstoßen, sich nicht in andere Staaten einzumischen, das müsse er seinen
Wählern erklären.
In
Washington wurde das registriert: George Weinberg, Vertreter der
Auslandsrepublikaner sagte Welt TV, sich jetzt so gegen die US-Administration
zu stellen, sei dumm. „Die haben sehr viel Porzellan zerschlagen und wie die
das reparieren wollen, das weiß ich nicht.“
Blick in die
europäische Nachbarschaft
In
Frankreich geht das rechtsnationale Rassemblement National (RN) von Marine Le
Pen auf Distanz zu Trump, allerdings vorsichtig, denn die Partei weiß, dass
viele ihrer Anhänger vom US-Präsidenten fasziniert sind. Mit seiner Forderung
nach einer Rückkehr der Nationen habe Trump eine ähnliche Vision wie das RN
vertreten, heißt es aus der Partei. Aber indem er sich heute über das
Völkerrecht hinwegsetze, gehe er zu weit.
Jordan
Bardella, Le Pens Ziehsohn und möglicher Präsidentschaftskandidat 2027, hatte
Trumps Wahl zunächst bejubelt, nannte seine Drohungen mit Blick auf Zölle und
Grönland aber „nicht akzeptabel“ und seine Wiederwahl nun „eine schlechte
Nachricht für die Interessen Frankreichs“.
Italiens
rechte Ministerpräsidentin Giorgia Meloni gilt als eine der europäischen
Regierungschefinnen mit dem besten Draht zu Trump. Ihr gutes Verhältnis beruht
auf ideologischer Nähe. Immer wieder versucht sie, sich als Trump-Versteherin
zu profilieren, zuletzt mit Blick auf dessen Besitzansprüche auf Grönland.
Einerseits deutete sie Verständnis für US-Sicherheitsinteressen an,
andererseits bezeichnete sie Trumps Zollandrohung als Fehler. „Natürlich teile
ich diese Position nicht“, sagte Meloni ungewöhnlich deutlich.
Angesichts
der auch in Italien scharfen Kritik an Trumps Gebaren sah sie sich zuletzt
genötigt, sich etwas zu distanzieren: „Es gibt viele Dinge, bei denen ich nicht
mit Trump übereinstimme.“ Über Meinungsverschiedenheiten sprechen sie laut
Meloni offen: „Wenn ich nicht einverstanden bin, sage ich es ihm.“
In
Großbritannien strebt Rechtspopulist Nigel Farage, dessen Reform-Partei seit
etwa einem Jahr die Umfragen anführt, ein enges Verhältnis zu Trump an.
Brexit-Vorkämpfer Farage rühmt sich, immer wieder von Trump empfangen worden zu
sein, der den EU-Austritt des Vereinigten Königreichs ausdrücklich lobte.
Allerdings wird auch in Großbritannien die Frage gestellt, ob eine allzu große
Trump-Nähe der Partei schaden könnte. Nach den Drohungen des US-Präsidenten
bezüglich Grönlands, versuchte Farage sich zu distanzieren. Auch den von
US-Tech-Milliardär Musk geförderten britischen Rechtsextremen Tommy Robinson
hält Farage auf Abstand.
Ein
Bewunderer in Polen
Polens
rechtskonservativer Präsident Karol Nawrocki macht aus seiner Bewunderung für
Trump keinen Hehl. Auch die Oppositionspartei PiS, die Nawrocki unterstützt,
zeigt sich gerne auf Linie mit der MAGA-Bewegung. Das Politikmagazin „Polityka“
schrieb, die PiS habe alle Aktien auf die Republikaner gesetzt und sei damit
„fast zur Geisel der US-Regierung geworden“.
Umfragen
zeigen, dass viele Polen mit Trumps Politik nicht einverstanden sind. Besonders
seine russlandfreundliche Haltung stößt auf Befremden in dem Land, das zu den
engsten Verbündeten der Ukraine gehört. Trumps verächtliche Worte über
Nato-Soldaten in Afghanistan schließlich lösten in Polen Empörung aus – 44
polnische Soldaten sind dort gefallen. Erstmals übte PiS-Chef Jaroslaw
Kaczynski öffentlich Kritik: „Donald Trump hat ein loses Mundwerk“, rügte er.
(dpa/mig 10)
Viertes Quartal 2025. Täglich mehr
als zwei Übergriffe gegen Geflüchtete
204
Straftaten in nur drei Monaten – und das ist wohl nicht einmal alles. Attacken
auf Geflüchtete, darunter auch Kinder, gehören vielerorts zur bitteren
Normalität. Die Linke fordert Schutz.
Attacken
gegen Geflüchtete reißen in Deutschland nicht ab. Allein im vierten Quartal
2025 wurden 204 Straftaten gegen diese Personengruppe außerhalb von
Flüchtlingsunterkünften registriert. Das geht aus der Antwort des
Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Linken-Innenpolitikerin Clara
Bünger hervor, über die zuerst die „Frankfurter Rundschau“ berichtete. Die
Antwort liegt auch dem MiGAZIN vor.
Demnach
waren unter den 204 Straftaten 32 Gewaltdelikte. Weitere 33 politisch
motivierte Straftaten richteten sich gegen Unterkünfte von Geflüchteten,
darunter auch Brandstiftungen. Verletzt wurden laut dem Bericht 25 Menschen,
darunter auch ein Kind. Die Zahlen zeigen noch nicht das komplette Bild, da
viele Taten erst mit Verspätung in die Statistik aufgenommen werden, wie es
hieß.
„Seit Jahren gehören Übergriffe auf
Geflüchtete zum Alltag in Deutschland“, sagte Bünger der „Frankfurter
Rundschau“. Menschen, die auf der Suche nach einem Leben in Sicherheit und
Würde hergekommen seien, würden angefeindet, eingeschüchtert, bedroht und auch
körperlich angegriffen. „An diese Zustände dürfen wir uns niemals gewöhnen“,
warnte die Linke-Politikerin. Sie betonte, neben der strafrechtlichen
Verfolgung brauche es endlich Konzepte für wirksamen Schutz. (dpa/mig 9)
Spanien plant Regularisierung von
einer halben Million Migranten
Während
weite Teile Europas ihre Migrationspolitik verschärfen, setzt die spanische
Regierung unter dem Sozialisten Pedro Sánchez auf einen radikalen Gegenentwurf.
Rund 500.000 Menschen, die bisher ohne Papiere im Land leben, sollen
legalisiert werden. Ein Schritt, der sowohl wirtschaftlichem Pragmatismus als
auch politischem Überlebenskampf entspringt. Xavier Sartre und Mario Galgano
In einem
Gespräch mit Radio Vatikan analysiert Antoine de Laporte, Spanien-Experte der
Pariser Fondation Jean-Jaurès, die Hintergründe dieser Entscheidung. Betroffen
sind Personen, die sich seit mindestens fünf Monaten im Land aufhalten und vor
dem 31. Dezember 2025 eingereist sind. Ihnen soll der Zugang zum offiziellen
Arbeitsmarkt in allen Sektoren ermöglicht werden.
Wirtschaftlicher
Pragmatismus und demografische Not
Der erste
Grund für diesen Schritt ist laut de Laporte rein pragmatisch: Spanien braucht
Arbeitskräfte. „Spanien hat eine zu niedrige Geburtenrate für eine natürliche
Generationenerneuerung“, so der Experte. Um die Nachhaltigkeit des
Sozialsystems zu garantieren und den Bedarf in boomenden Sektoren wie dem
Baugewerbe und der Landwirtschaft zu decken, sei das Land auf Zuwanderung
angewiesen. Mit einer Arbeitslosenquote von unter zehn Prozent und einem der
dynamischsten Wachstumswerte in der Eurozone ist der Druck auf den Arbeitsmarkt
groß.
Politisches
Kalkül und ideologische Abgrenzung
Hinter der
Maßnahme steht jedoch auch eine komplexe innenpolitische Arithmetik. Die
Minderheitsregierung von Pedro Sánchez ist auf die Stimmen der
linkspopulistischen Partei Podemos angewiesen. Deren vier Abgeordnete machten
die Regularisierung zur Bedingung für ihre Unterstützung. „Ein Abkommen mit
Podemos zu validieren, bedeutet auch, das Überleben der parlamentarischen
Mehrheit zu sichern“, erklärt de Laporte.
Auf
internationaler Ebene stilisiert sich Sánchez zudem als „letztes Bollwerk“ der
Sozialdemokratie gegen den wachsenden Rechtspopulismus à la Donald Trump oder
die europäische extreme Rechte. Mit der pro-aktiven Migrationspolitik sucht er
bewusst den Kontrast zu jenen Staatschefs, von denen er sich politisch
abgrenzen will.
Ein breiter
gesellschaftlicher Konsens bröckelt
Interessanterweise
stößt die Maßnahme in der spanischen Zivilgesellschaft auf viel Zustimmung und
zwar sowohl bei Arbeitgebern als auch bei Gewerkschaften: Beide Seiten
befürworten die Regularisierung, da sie den Zugang zu legalen
Arbeitsverhältnissen erleichtert. Die Kirche - also die
spanische Bischofskonferenz - unterstützt deutlich auch das
Vorhaben.
Dennoch ist
der gesellschaftliche Frieden in dieser Frage nicht mehr unumstritten. Die
rechtspopulistische Partei Vox gewinnt zunehmend an Boden – und das nicht mehr
nur in Gebieten mit geringem Migrationsanteil, sondern nun auch dort, wo viele
Einwanderer leben. „Die extreme Rechte nutzt mittlerweile Begriffe wie den
‚Großen Austausch‘, ein Diskurs, der beginnt, in Teilen der Gesellschaft zu
verfangen“, warnt de Laporte. Dies zwingt auch die konservative Volkspartei
(Partido Popular), eine härtere Linie einzunehmen.
Für Pedro
Sánchez ist das Risiko groß, doch die Strategie scheint klar: Er positioniert
sich als klarer Gegenpol zur Rechten und setzt darauf, dass die wirtschaftliche
Vernunft die fremdenfeindlichen Ressentiments überwiegt. (vn 6)
Integration auf dem Papier.
„Glückwunsch – jetzt bist du Deutsche“
Ein Pass
macht noch kein Zuhause: Wer eingebürgert ist, gilt offiziell als „integriert“
– und wird trotzdem weiter geprüft, befragt, auf Abstand gehalten. Wo
Zugehörigkeit beginnt – und wo nicht. Von Shaymaa Farhan
„Herzlichen
Glückwunsch – jetzt bist du Deutsche. Aber eben nur auf dem Papier.“
Diesen Satz
sagte eine Kollegin zu mir, als ich nach meiner Einbürgerung Süßigkeiten ins
Büro mitbrachte. Ich lächelte damals – und verstand erst später, warum er mich
nicht losließ. Denn obwohl ich die Sprache gelernt, gearbeitet und schließlich
die deutsche Staatsangehörigkeit erhalten hatte, blieb ein leises Gefühl von
Distanz. Formal war alles erreicht. Innerlich jedoch stellte sich eine andere
Frage: Gehört man wirklich dazu – oder beginnt Zugehörigkeit erst dort, wo sie
nicht mehr erklärt werden muss?
Viele von
uns mit Migrationserfahrung kennen dieses Spannungsfeld. Wir erfüllen
Anforderungen, übernehmen Verantwortung und orientieren uns an klaren Regeln.
Und trotzdem gibt es Momente, in denen Zugehörigkeit fragil wirkt.
„Über
mehrere Monate hinweg wurde ich gebeten zu warten, erneut Auskunft zu geben und
Geduld aufzubringen.“
Eine solche
Erfahrung machte ich vor Kurzem erneut. Nach einer erfolgreichen Bewerbung
folgte im weiteren Verlauf des Verfahrens eine sicherheitsrechtliche
Überprüfung – ein notwendiger und legitimer Bestandteil staatlicher Abläufe. Da
ich familiäre Kontakte in meinem Herkunftsland habe, kam es zu zusätzlichen
Gesprächen und längeren Wartezeiten. Über mehrere Monate hinweg wurde ich
gebeten zu warten, erneut Auskunft zu geben und Geduld aufzubringen.
Dabei
stellte sich für mich nicht die Frage nach der rechtlichen Grundlage dieser
Prüfungen. Vielmehr stellte sich eine persönliche: Reicht Integration nur bis
zu einem bestimmten Punkt? Oder bleibt Herkunft – trotz Qualifikation,
Berufserfahrung und Staatsangehörigkeit – ein Faktor, der nie ganz
verschwindet?
„Zugehörigkeit
lässt sich nicht nachweisen.“
Viele
Menschen mit Migrationserfahrung bewegen sich dauerhaft zwischen zwei Ebenen:
der formalen Anerkennung und dem subjektiven Gefühl von Nähe oder Distanz.
Integration wird messbar gemacht – durch Zertifikate, Verträge oder Dokumente.
Doch Zugehörigkeit lässt sich nicht nachweisen.
Mit der Zeit
verändert Migration auch den Blick auf sich selbst. Das Herkunftsland wird mit
den Jahren fremder, das neue Land vertrauter – aber nicht immer
selbstverständlich. Man lebt zwischen Erinnerung und Gegenwart, zwischen
Dankbarkeit und Unsicherheit.
„Integration
kann offiziell gelingen – und sich dennoch unvollständig anfühlen.“
Wenn von
„gelungener Integration“ gesprochen wird, geschieht dies häufig aus einer
äußeren Perspektive. Behörden, Institutionen oder gesellschaftliche Debatten
definieren, wann Integration als erreicht gilt. Die Betroffenen selbst bleiben
bei dieser Bewertung oft außen vor.
Vielleicht
liegt genau darin der Widerspruch: Integration kann offiziell gelingen – und
sich dennoch unvollständig anfühlen. Denn Integration ist mehr als Anpassung.
Mehr als Leistung. Mehr als ein Pass. Sie beginnt dort, wo Zugehörigkeit nicht
mehr hinterfragt wird. Wo Vertrauen entsteht. Und wo Herkunft nicht ständig
mitschwingt.
Solange
Integration vor allem von außen bewertet wird, kann sie auf dem Papier
abgeschlossen sein – im Leben vieler Menschen jedoch offenbleiben. MiG 6
Sozialdemokratische
Außenpolitik darf sich nicht auf militärische Stärke verengen – Macht entsteht
auch durch Regeln, Institutionen und Kooperation. Von Rolf Mützenich
Bundeskanzler
Friedrich Merz hat kürzlich in einer Regierungserklärung im Deutschen Bundestag
die Grundzüge der deutschen Außenpolitik umrissen. Hintergrund waren der
weiterhin andauernde russische Krieg gegen die Ukraine sowie die zugleich
verstörenden und zerstörenden Aktionen der Trump-Regierung. Besonders
aufhorchen ließ dabei der Satz, Deutschland und Europa müssten wieder selbst
„die Sprache der Machtpolitik“ lernen und sich zu einer „europäischen Macht“
entwickeln. Ob der Begriff der „Machtpolitik“ vor dem Hintergrund der deutschen
Geschichte und des erklärten Willens, zur stärksten konventionellen Streitmacht
in Mitteleuropa zu werden, wirklich angemessen ist, darf bezweifelt werden.
Was
Friedrich Merz in seiner Regierungserklärung genau unter dem Begriff
„Machtpolitik“ versteht, ließ er jedoch offen. Ob es damit zu tun hat, dass die
Koalitionspartner darunter nicht dasselbe verstehen, bleibt schleierhaft. Auch
die anschließenden Rednerinnen und Redner vermieden eine Klarstellung. Umso
entscheidender wird in Zukunft daher sein, ob beide Partner unter
„Machtpolitik“ tatsächlich dasselbe verstehen und welches Verständnis von
„Macht“ die deutsche und die europäische Außenpolitik künftig leiten soll.
„Macht“ ist
ein zugleich schillernder und vielschichtiger Begriff, der sich nur schwer
eindeutig fassen lässt. Eine der einflussreichsten Definitionen stammt von Max
Weber, der Macht beschrieb als „jede Chance, innerhalb einer sozialen Beziehung
den eigenen Willen auch gegen Widerstreben durchzusetzen, gleichviel worauf
diese Chance beruht“. Der im vergangenen Jahr verstorbene
US-Politikwissenschaftler Joseph Nye beschrieb „Macht“ als die Fähigkeit,
„andere dazu zu bringen, das zu wollen, was man will“. Nye nennt diese
Fähigkeit soft power. Sanfte Macht beruht demnach nicht auf militärischem oder
wirtschaftlichem Zwang, sondern auf der Anziehungskraft von Werten, Kultur,
Institutionen, Offenheit und Innovationsfähigkeit. Zu Beginn des Jahrtausends
entwickelte Nye darüber hinaus das Konzept von smart power, das harte und
weiche Machtressourcen miteinander verbindet. Gerade langfristig erweist sich
diese kluge Kombination aus sanfter und harter Macht als entscheidend für den
Erhalt und den Ausbau von Machtpositionen.
Ich
befürchte allerdings, dass die heutigen Akteure unter „Macht“ vor allem
militärische Fähigkeiten verstehen und dass wirtschaftliche, diplomatische,
kulturelle, normative oder institutionelle Instrumente allenfalls an zweiter
oder dritter Stelle kommen. Vor diesem Hintergrund wirft die Aussage von
Friedrich Merz, Europa müsse wieder die „Sprache der Machtpolitik“ erlernen,
die Frage auf, ob Europa die Machtpolitik à la Putin und Trump nachahmen sollte
oder ob wir ein alternatives und modernes Verständnis von Machtpolitik
entwickeln können.
Bislang galt
die EU mit ihrem gemeinsamen Binnenmarkt sowie ihrem demokratischen und
rechtsstaatlichen Ordnungsmodell als Paradebeispiel erfolgreicher soft power.
Gleichwohl haben der russische Überfall auf die Ukraine und die konfrontative
Politik Trumps verdeutlicht, dass soft power allein in einer machtbasierten
Welt nicht mehr ausreicht. Die alte regelbasierte Ordnung existiert nicht mehr
und wird wahrscheinlich in der Form, wie wir sie kannten, auch nicht
zurückkehren. Die strukturellen Machtverschiebungen im internationalen System
hin zu einem Wettbewerb der Großmächte bleiben auf absehbare Zeit weiter
bestehen. Dies markiert einen tiefen Einschnitt, weil Europa nicht mehr nur als
„Zivil-“ oder „Friedensmacht“, sondern auch als machtpolitischer Akteur gefragt
ist, ob uns das behagt oder nicht. Konkret bedeutet dies, dass die EU künftig
in der Lage sein muss, sich eigenständig zu verteidigen, einschließlich des
Aufbaus einer echten europäischen Verteidigungsunion.
Gleichwohl
sollte es die EU tunlichst vermeiden, sich von den Großmächten die Logik des
Nullsummenspiels und einer ausschließlich militärischen Macht aufzwingen zu
lassen. Im 21. Jahrhundert kommt Macht nicht mehr allein aus Kanonenrohren,
sondern auch aus wirtschaftlicher und technologischer Leistungsfähigkeit, aus
normativer und kultureller Anziehungskraft sowie aus stabilen Institutionen und
belastbaren Bündnissen. Weder Donald Trump noch Wladimir Putin scheinen das zu
verstehen. Gerade Russland bleibt eine Macht mit nur geringer soft power und
wenigen Verbündeten. Mehr noch: Die jüngsten Ereignisse in Syrien, Venezuela
und im Iran haben gezeigt, dass Russland selbst mit dem größten
Nuklearwaffenarsenal der Welt nicht willens oder in der Lage ist, seine Partner
wirksam zu schützen.
Die EU
sollte daher eine kluge außenpolitische Strategie entwickeln, die nicht auf der
Drohung mit militärischer oder wirtschaftlicher Gewalt zur Durchsetzung von
Interessen beruht, sondern auf einem fairen Interessensausgleich zwischen
kleinen und großen Staaten. Ein solches Machtverständnis dürfte insbesondere
auch bei vielen kleinen und mittleren Staaten des Globalen Südens auf große
Resonanz stoßen. In einer Welt, in der die Großmächte die internationale
Ordnung entlang von Einflusszonen neu ordnen wollen, muss sich Europa mit den
anderen liberalen Demokratien und gleichgesinnten Partnern zusammentun und eine
gemeinsame Strategie gegenüber diesen Mächten entwickeln. Das Ziel muss sein,
die verbliebenen internationalen Institutionen und Regime der vergangenen
Jahrzehnte zu schützen und zu bewahren. Dazu gehören eine ständige
Verrechtlichung der internationalen Beziehungen, eine internationale Schieds-
und Strafgerichtsbarkeit, vertragsbasierte Abrüstung und Rüstungskontrolle wie
auch eine gemeinsame Antwort auf globale Herausforderungen wie den Klimawandel,
Hunger, Ressourcenknappheit oder der Umgang mit neuen Technologien. Das ist
auch kein naives Festhalten an einer regelbasierten Ordnung, die in ihrer
bisherigen Form offenkundig nicht mehr funktioniert. Wir müssen nüchtern
anerkennen, dass die Großmächte derzeit zunehmend auf rohe Machtpolitik und das
Denken in Einflusszonen setzen. Gleichwohl bleiben gemeinsame Regeln, offener
Handel und kooperativer Multilateralismus für viele Staaten dieser Welt keine überholten
Konzepte vergangener Zeiten, sondern zentrale Voraussetzungen für Stabilität,
Sicherheit und Wohlstand. Für diese Staaten bleibt auch zukünftig soft power
attraktiver als hard power. Der kanadische Premierminister Mark Carney brachte
dies in seiner viel beachteten Rede auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos
treffend auf den Punkt: „Wir sollten nicht zulassen, dass der Aufstieg der hard
power uns blind macht für die Tatsache, dass die Macht der Legitimität,
Integrität und Regeln stark bleibt, wenn wir uns entscheiden, sie gemeinsam zu
nutzen“.
Als
rechtsstaatlicher und demokratischer Staatenverbund kann die EU dabei ein Maß
an Stabilität, Verlässlichkeit und institutioneller Berechenbarkeit bieten, das
gegenwärtig keine der konkurrierenden Großmächte – weder die USA noch Russland
oder China – glaubhaft gewährleisten kann. Genau darin könnte ein Ansatzpunkt
für eine europäische Machtpolitik liegen, die den Herausforderungen des 21.
Jahrhunderts gerecht wird. Voraussetzung dafür ist freilich, dass die EU nach
außen mit einer Stimme spricht und sich in einem immer raueren internationalen
Umfeld nicht von den Großmächten auseinanderdividieren lässt. Gleichzeitig gilt
es weiterhin, bestehende Abhängigkeiten in strategischen Bereichen zu
verringern und die Institutionen und Entscheidungsprozesse innerhalb der EU
effektiver und handlungsfähiger zu gestalten. Gerade bei der Frage, wie
EU-Institutionen reformiert und wie Kompetenzen erweitert werden könnten,
bleibt Bundeskanzler Merz bislang erstaunlich zurückhaltend.
Hätte ein
deutscher sozialdemokratischer Regierungschef in der heutigen Zeit eine Rede
zur außenpolitischen Lage gehalten, hätte er diese Punkte aufgreifen und
zugleich betonen können, wie wir mit den uns zur Verfügung stehenden Mitteln
den Frieden mehren, das Klima schützen und den Hunger und die Ungleichheit
bekämpfen können. Kriegstüchtigkeit sowie Macht- oder Geopolitik können und
dürfen kein Selbstzweck sein. Was Friedrich Merz unter „Machtpolitik“ versteht,
bleibt also vorerst offen. Ein erster Maßstab wird der Haushaltsentwurf für
2027 sein. Darin wird sich zeigen, ob neben militärischen Instrumenten auch die
dringend notwendigen Mittel für demokratische und regelbasierte Resilienz,
humanitäre Hilfe und starke Außenpolitik bereitgestellt werden. Für eine kluge
und nachhaltige europäische Politik bleiben diese Mittel jedenfalls
unverzichtbar. IPG 6
UN-Generalsekretär Guterres:
Weltordnung steht vor dem Zerfall
UN-Generalsekretär
António Guterres hat im Interview mit der italienischen Tageszeitung La
Repubblica eine eindringliche Warnung ausgesprochen: Wenn das „Gesetz der
Macht“ das „Recht des Gesetzes“ ablöst, drohe der Welt eine tiefe
Destabilisierung. Angesichts geopolitischer Spaltungen und drohender
Finanzkrisen innerhalb der Weltorganisation fordert Guterres eine Rückbesinnung
auf die Grundwerte der UN-Charta. Paolo Mastrolilli und Mario Galgano
Bei seinem
Besuch in Italien zur Eröffnung der Olympischen Winterspiele 2026 nutzte der
Portugiese Guterres ein Interview mit der römischen Tageszeitung La Repubblica,
um das Paradoxon unserer Zeit zu beschreiben: „In einem Moment, in dem wir die
internationale Zusammenarbeit am dringendsten benötigen, scheinen wir am
wenigsten geneigt zu sein, in sie zu investieren“.
Die Erosion
des Multilateralismus
Guterres
sieht das Fundament der globalen Kooperation durch Straflosigkeit, Ungleichheit
und rücksichtslose geopolitische Manöver erschüttert. Besonders kritisch äußert
er sich zur Tendenz mächtiger Staaten, das Völkerrecht zugunsten nationaler
Machtinteressen zu ignorieren. „Wenn mächtige Akteure glauben, ohne
Konsequenzen handeln zu können, untergräbt dies die Glaubwürdigkeit des
gesamten regelbasierten internationalen Systems“, so der Generalsekretär. Dies
führe zu einem gefährlichen Signal der Vorhersehbarkeit und erhöhe das Risiko
für Konfrontationen und menschliches Leid.
Fokus auf
Krisenherde: Gaza und Ukraine
In Bezug auf
den Nahostkonflikt betont Guterres die Bedeutung der Resolution 2803 des
Sicherheitsrates für den Gazastreifen. Er mahnt einen vollständigen Rückzug der
israelischen Streitkräfte und die Schaffung eines glaubwürdigen politischen
Horizonts an, der in eine Zwei-Staaten-Lösung münden müsse. Zur Rolle neuer
Initiativen wie dem sogenannten „Board of Peace“ stellt er klar: „Die
Verantwortung für den Weltfrieden und die internationale Sicherheit liegt bei
den Vereinten Nationen. Kein anderes Organ kann diese Rolle ersetzen“.
Auch zum
Ukraine-Krieg findet Guterres deutliche Worte. Angesichts des bevorstehenden
vierten Jahrestags der russischen Invasion betont er, jede Friedenslösung müsse
auf der Souveränität und territorialen Integrität der Ukraine basieren. „Es war
Russland, das die Ukraine überfallen hat, nicht umgekehrt“, erinnert er.
Angriffe auf zivile Infrastrukturen, die Millionen Menschen in der Kälte ohne
Wasser und Licht lassen, seien „unentschuldbar und müssen sofort aufhören“.
UN vor dem
finanziellen Kollaps?
Ein
besonders alarmierender Teil des Interviews betrifft die finanzielle Situation
der UNO. Guterres warnt vor einem „drohenden finanziellen Zusammenbruch“ der
multilateralen Organisation par excellence. Er stellt klar, dass es sich nicht
um ein gewöhnliches Liquiditätsproblem handelt, sondern um eine strukturelle
Krise, da mehrere Mitgliedsstaaten angekündigt haben, ihre Pflichtbeiträge
nicht mehr zu leisten. „Die Mitgliedsstaaten müssen sich entweder auf eine
Reform der Finanzregeln einigen oder die reale Aussicht auf den finanziellen
Zusammenbruch der UN akzeptieren“, warnt er.
Olympia als
Symbol der Hoffnung
Trotz der
düsteren Weltlage sieht Guterres in den Olympischen Spielen 2026 in Italien ein
wichtiges Symbol. Er dankt Italien für die Wiederbelebung des „Olympischen
Friedens“. Sport habe die einzigartige Fähigkeit, Gräben zu überbrücken. Zudem
böten die Spiele eine Plattform, um auf die Klimakrise aufmerksam zu machen,
die den Wintersport direkt bedrohe: Ohne drastisches Handeln könnte die Zahl
der geeigneten Austragungsorte bis 2080 von heute 90 auf nur noch 30 sinken.
Guterres
schloss mit dem Plädoyer, dass echter Friede nur durch eine multipolare Welt
erreicht werden könne, die in Kooperation statt in Konfrontation verwurzelt
ist. (lr 5)
Migrationsbericht 2024. Einwanderung
nach Deutschland im Jahr 2024 gesunken
Zwar gewinnt
Deutschland weiter mehr Einwanderer als es gleichzeitig verliert, der Zuwachs
wird aber kleiner – sogar deutlich. Nicht eindeutig ist das Bild bei der
Erwerbsmigration.
Die
Einwanderung nach Deutschland ist 2024 weiter zurückgegangen. Wie aus dem am
Mittwoch vom Bundeskabinett behandelten Migrationsbericht hervorgeht, kamen im
vorvergangenen Jahr rund 1,69 Millionen Menschen nach Deutschland. Dies war dem
Bericht zufolge ein Rückgang von 12,3 Prozent gegenüber 2023. Fortgezogen sind
2024 demnach rund 1,26 Millionen Menschen. Der Einwanderungssaldo lag damit bei
rund 430.000 Personen, mehr als ein Drittel weniger als im Jahr 2023.
Geprägt ist
die Einwanderung nach Deutschland weiterhin vor allem von Zuzug aus anderen
europäischen Staaten. Auch die nimmt aber ab. Rumänien, Polen und Bulgarien
hätten erstmals seit ihrem jeweiligen EU-Beitritt einen negativen
Wanderungssaldo aufgewiesen, heißt es im Bericht. Mehr Menschen sind also 2024
dorthin zurückgekehrt als aus einem der Länder nach Deutschland gekommen. Auch
die Zahl der Asylanträge und der Familiennachzüge sind dem Bericht zufolge im
vorvergangenen Jahr zurückgegangen.
Kein klares
Bild bei Erwerbsmigration
Nicht
eindeutig ist in dem Bericht das Bild bei der Erwerbsmigration aus
Drittstaaten, die 2023 mit dem Fachkräfteeinwanderungsgesetz erleichtert wurde.
Die Zahl der im Ausländerzentralregister erfassten neu eingewanderten Fach- und
Arbeitskräfte ist demnach 2024 um ein Viertel auf rund 54.600 zurückgegangen
(2023: 72.400).
Der Bericht
verweist allerdings auf eine mögliche Untererfassung, weil die Visa zur
Erwerbsmigration inzwischen oft ein Jahr gültig sind und die Erfassung erst
stark verzögert stattfindet. Die Zahl der erteilten Visa zum Zweck der
Erwerbstätigkeit ist dem Bericht zufolge 2024 um neun Prozent auf rund 172.400
gestiegen. Enthalten darin sind nicht nur Visa für Fach- und Arbeitskräfte,
sondern auch Einreiseerlaubnisse etwa für Aus- und Weiterbildung. (dpa/mig5)
Grenzgänger*innen und Zugezogene:
Neue Erkenntnisse zur Akzeptanz von Arbeitsmigration
Eine neue
Studie des Exzellenzclusters „The Politics of Inequality“ (Universität
Konstanz) und der Universität Luzern zeigt: Ansässige ausländische
Arbeitskräfte genießen eine höhere Akzeptanz unter der einheimischen
Bevölkerung als Grenzgänger*innen – obwohl beide Gruppen in vergleichbarer
Weise auf dem Arbeitsmarkt mit Einheimischen konkurrieren. Ausschlaggebend für
diese Unterschiede sind weniger ökonomische Faktoren als vielmehr die
Wahrnehmung von Teilhabe und Fairness, die auch durch Fehlinformation beeinflusst
wird.Die Schweiz ist ein beliebtes Ziel für Arbeitsmigration. Ende 2024
arbeiteten laut dem Schweizer Bundesamt für Statistik rund 400.000
Grenzgänger*innen in der Schweiz – also Personen, die im Ausland wohnen und
täglich zur Arbeit pendeln. Demgegenüber stehen etwa 1,9 Millionen ausländische
Arbeitskräfte, die dauerhaft in der Schweiz leben und arbeiten. Eine Studie,
die kürzlich im American Journal of Political Science (AJPS) erschienen ist,
zeigt: Ansässige ausländische Arbeitskräfte werden als Mitglieder der
Gesellschaft deutlich positiver bewertet als Grenzgänger*innen, obwohl beide
Gruppen gleichermaßen mit der einheimischen Bevölkerung um Arbeitsplätze
konkurrieren.
In einer
repräsentativen Befragung der Schweizer Stimmbevölkerung verglichen die
Autorinnen gezielt Grenzgänger*innen und ansässige ausländische Arbeitskräfte,
um zu untersuchen, ob Ablehnung eher aus Angst vor Jobverlust oder aus
Fairnessüberlegungen entsteht. „Unsere Ergebnisse zeigen, dass Einstellungen
zur Arbeitsmigration weniger von ökonomischer Konkurrenz als von der Frage
geprägt sind, wer als Teil der Gesellschaft wahrgenommen wird“, erklärt
Gabriele Spilker, Professorin für Globale Ungleichheit und Co-Sprecherin des
Exzellenzclusters „The Politics of Inequality“ an der Universität Konstanz.
Entscheidender sei vielmehr, ob Menschen als Mitgestalter*innen des
gesellschaftlichen Lebens gelten.
Ein
zusätzliches Experiment bestätigt diese Befunde. Der Wohnort – also Leben in
der Schweiz versus Pendeln aus dem benachbarten Ausland – ist der stärkste
Faktor für die Akzeptanz ausländischer Arbeitskräfte. Dieser Effekt zeigt sich
unabhängig von beruflicher Qualifikation, Alter oder Herkunft. Dabei spielt
Fehlinformation eine zentrale Rolle, wie Lena Maria Schaffer, Professorin für
Politikwissenschaft an der Universität Luzern, ergänzt: „Viele Befragte
empfinden es als unfair, dass Grenzgänger*innen hohe Schweizer Löhne beziehen,
aber in Ländern mit niedrigeren Lebenshaltungskosten wohnen. Wird jedoch
klargestellt, dass sie ihren Lohn versteuern müssen und keinen Anspruch auf
Schweizer Arbeitslosenleistungen haben, verbessert sich ihr Ansehen deutlich.“
Die
Studienergebnisse stellen damit zentrale Annahmen migrationspolitischer
Debatten infrage – nicht nur in der Schweiz, sondern auch darüber hinaus. Nicht
Arbeitsmarktkonkurrenz allein, sondern normative Vorstellungen von Fairness und
gesellschaftlicher Teilhabe prägen die Einstellungen gegenüber
Arbeitsmigration. Transparente Information und Kommunikation über Rechte,
Pflichten und tatsächliche Beiträge von Grenzgänger*innen könnten dazu
beitragen, Spannungen in Grenzregionen abzubauen und die Akzeptanz dieser Form
von Arbeitsmobilität zu erhöhen.
Faktenübersicht
* Originalpublikation: Schaffer, L. M.; Spilker, G.
(2026): Migrating to stay or commuting to work? How fairness perceptions and
exposure shape attitudes toward labor migration. American Journal of Political
Science.
DOI: https://doi.org/10.1111/ajps.70034
* Methodik:
Die Studie basiert auf einer repräsentativen Online-Befragung von rund 4.000
Schweizer Stimmberechtigten. Mithilfe zweier Survey-Experimente wird
untersucht, wie Informationen, die tatsächliche Präsenz ausländischer
Arbeitskräfte vor Ort und ihr Wohnort die Einstellungen gegenüber
Grenzgänger*innen und ansässigen Ausländer*innen beeinflussen.
* Über die
Autorinnen:
1. Lena
Maria Schaffer ist Professorin für Internationale und Transnationale Politik an
der Universität Luzern.
2. Gabriele
Spilker ist Professorin für Internationale Politik und Globale Ungleichheit an
der Universität Konstanz und Co-Sprecherin des Exzellenzclusters „The Politics
of Inequality“.
* Der
Exzellenzcluster „The Politics of Inequality” an der Universität Konstanz
erforscht aus interdisziplinärer Perspektive die politischen Ursachen und
Folgen von Ungleichheit. Die Forschung widmet sich einigen der drängendsten
Themen unserer Zeit: Zugang zu und Verteilung von (ökonomischen) Ressourcen,
der weltweite Aufstieg von Populisten*innen, Klimawandel und ungerecht
verteilte Bildungschancen. UK 4
Menschenrechte am Abgrund,
Deutschland soll mehr tun
Menschenrechte
befinden sich weltweit unter Bedrängnis, sagt Human Rights Watch. Deutschland
müsse im eigenen Interesse Vorreiter sein – auch im eigenen Land. Die Stimmung
gegen Migranten verschärfe sich. Beim Thema Israel habe Deutschland
international Kredit verspielt.
Eine
autoritäre Welle von der Trump-Regierung bis nach China: Die
Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch sieht die regelbasierte
Weltordnung in Gefahr. Sie befinde sich in einer „existenziellen Krise“, die es
so vergleichbar noch nicht gegeben habe, sagte der Deutschland-Direktor der
Organisation, Philipp Frisch, bei der Vorstellung des am Mittwoch erscheinenden
Jahresberichts 2026 in Berlin. Menschenrechtsorientierte Demokratien sollten
daher eine strategische Allianz bilden, um die regelbasierte Ordnung zu
bewahren. Der 36. Jahresbericht beleuchtet die Menschenrechtssituation in rund
100 Ländern.
Besonders
schwer wiege die Finanzierungskrise der Vereinten Nationen: „Das
Menschenrechtssystem der UN steht am finanziellen Abgrund“, konstatierte
Frisch. Grund dafür seien unter anderem ausbleibende Zahlungen des einst
größten Geldgebers USA. Untersuchungsmechanismen der UN könnten daher nur
eingeschränkt oder gar nicht arbeiten.
Deutschland
wäre „großer Verlierer“
Deutschland
wäre ein großer Verlierer des Untergangs der regelbasierten Weltordnung,
erklärte Frisch. Die Bundesrepublik müsse jetzt vorangehen, mit Menschenrechten
als Form der „Soft Power“ könne Außenpolitik gemacht werden: „An
Menschenrechten zu sparen, ist viel zu teuer.“
Dafür
müssten jedoch Menschenrechte im eigenen Land gelebt werden, sagte Frisch. Er
warnte daher vor einem „Diskurs, der Werte wie Menschenrechte verächtlich
macht“. Als Beispiel dafür nannte er den Umgang mit dem Thema Migration. Die
Lebenssituation von Zuwandern und ihren Nachkommen in Deutschland habe sich
verschlechtert. Grund dafür sei, dass „politische Rhetorik der AfD von
demokratischen Parteien verstärkt übernommen wurde“, sagt
HRW-Rassismusforscherin Almaz Teffera.
Zweierlei
Maß bei Menschenrechten
Wohl in
Anspielung auf die von Bundeskanzler Friedrich Merz (CDU) im Oktober ausgelöste
Stadtbild-Debatte, mahnt sie, es sei schädlich, Menschen mit
Migrationshintergrund erst pauschal als Problem zu bezeichnen, und dann zu
beteuern, die „guten Migranten, die hier fleißig arbeiten“, seien natürlich
nicht gemeint.
Außenpolitisch
habe sowohl die Ampel-Koalition als auch die neue schwarz-rote Bundesregierung
international moralischen „Kredit verspielt“ und dadurch auch an Einfluss
eingebüßt, sagte Frisch. Hauptgrund dafür sei die „fast bedingungslose
Unterstützung der Bundesregierung gegenüber der Regierung in Israel“ angesichts
der systematischen Angriffe auf die palästinensische Zivilbevölkerung im
Gazastreifen. In vielen Staaten bekomme man nun zu hören, bei Menschenrechten
messe Deutschland mit zweierlei Maß.
Unterdrückungen
in China, Iran, Afghanistan
Die Haltung
Deutschlands rufe in weiten Teilen der Welt Unverständnis hervor. Frisch
forderte, dass Deutschland stärker Verfahren am Internationalen
Strafgerichtshof (IStGH) unterstützt, „gerade, auch wenn es gegen Partner
geht“. Der IStGH hatte im November 2024 einen Haftbefehl gegen Israels
Ministerpräsidenten Benjamin Netanjahu erlassen. Bundeskanzler Friedrich Merz
(CDU) hatte Netanjahu zugesagt, dass der Haftbefehl im Fall eines
Deutschlandbesuchs nicht vollstreckt würde.
Auch
Menschenrechtsverletzungen wie die chinesische Unterdrückung der Uiguren und
Tibetaner, die Massentötungen im Iran und die systematische Entrechtung von
Frauen und Mädchen in Afghanistan stehen im Fokus des aktuellen Berichts.
„Kanarienvogel
in der Kohlemine“
Die
LGBT-Direktorin von Human Rights Watch, Alex Müller, wies zudem auf eine
„weltweite Zunahme von politischer Homophobie“ hin. Bei den Rechten queerer
Menschen habe es Rückschritte in vielen Ländern gegeben. Deren Situation werde
oft als Frühwarnzeichen der Menschenrechtslage gesehen, als „Kanarienvogel in
der Kohlemine“.
Müller
kritisierte auch die Anweisung von Bundestagspräsidentin Julia Klöckner (CDU),
die Regenbogenflagge zum Christopher Street Day nicht mehr auf dem
Reichstagsgebäude zu hissen. Mit dem Argument der politischen Neutralität würde
sie das Narrativ der Rechten bedienen, Menschenrechte zu politisieren.
(epd/dpa/mig 4)
Gegen den
europäischen Trend will Spanien eine halbe Million Migranten legalisieren. Der
Schritt ist wirtschaftlich motiviert – und zukunftsweisend. Von Antón
Gómez-Reino Varela
Die
spanische Regierung plant die Legalisierung von rund einer halben Million
Migrantinnen und Migranten, die bislang ohne gesicherten Aufenthaltsstatus im
Land leben und arbeiten. Kaum ein politisches Vorhaben bündelt so deutlich die
zentralen demografischen, wirtschaftlichen und gesellschaftlichen Spannungen
Spaniens – und zugleich viele der Fragen, vor denen Europa insgesamt steht.
Befürworter sehen darin eine notwendige Antwort auf den Arbeitskräftemangel,
die Überalterung und den Erhalt des Sozialstaats, Kritiker warnen vor
Überforderung, Kontrollverlust und sozialen Konflikten. Die Debatte verweist
damit über den konkreten Anlass hinaus auf eine grundlegende Entscheidung: Wie
will Spanien auf den demografischen Wandel reagieren – durch Integration und
Öffnung oder durch Abschottung und Rückzug?
Die
Demografie erklärt Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft von Gesellschaften. Sie
zeigt, wie Bevölkerungen gewachsen sind, warum sie heute vor bestimmten
Herausforderungen stehen – und vor allem, wie sie künftig leben werden und
welchen Platz sie in der Welt einnehmen. Derzeit erleben wir eine globale
demografische Neuordnung: Afrika und Teile Asiens tragen das künftige
Bevölkerungswachstum, während Europa, Japan und Südkorea altern und schrumpfen.
Lateinamerika befindet sich in einer Reifephase, und Migration entwickelt sich
zu einem der zentralen strukturellen Faktoren des 21. Jahrhunderts. Für Europa
ergibt sich daraus ein strategisches Dilemma: Entweder es integriert Zuwanderer
und sichert sein Sozialmodell – oder es schottet sich ab und beschleunigt damit
seinen demografischen, wirtschaftlichen und politischen Bedeutungsverlust.
Spanien
steht dabei an einem neuralgischen Punkt. Seine geografische Lage, seine
Migrationsgeschichte, die Einbindung in die Europäische Union sowie seine Rolle
als Brücke nach Lateinamerika und Nordafrika machen das Land zu einem besonders
aufschlussreichen Labor für die Chancen und Konflikte des globalen
demografischen Wandels. Trotz dauerhaft niedriger Geburtenraten – laut
spanischem Statistikamt rund 1,3 Kinder pro Frau – gehört Spanien zu der
kleinen Gruppe von Industrieländern, die dank einer positiven Wanderungsbilanz
einen Bevölkerungsrückgang bislang vermeiden konnten. In einem internationalen
Umfeld, das zunehmend von Konkurrenz um junge Menschen im erwerbsfähigen Alter
geprägt ist, hat sich Spanien zu einem der wichtigsten Zielländer für Migration
in Europa entwickelt.
Diese
Position ist kein Zufall. Sie beruht auf strukturellen Faktoren: der
gemeinsamen Sprache mit Lateinamerika, gewachsenen Migrationsnetzwerken, einer
Wirtschaft, die Arbeitskräfte in unterschiedlichen Sektoren aufnehmen kann,
sowie auf einer öffentlichen Debatte, die – trotz Spannungen – nicht
vollständig in identitätspolitische Abwehrmuster abgerutscht ist, wie sie
andernorts zu beobachten sind. In einer Welt, in der menschliche Mobilität zur
Konstante wird – verstärkt durch Klimawandel, politische Instabilität und
globale Ungleichheit –, verfügt Spanien damit über einen klaren
Wettbewerbsvorteil.
Im
europäischen Vergleich stellt das Land eine positive Anomalie dar, weil es im
Unterschied zu vielen anderen EU-Staaten Migration bislang nicht primär als
sicherheitspolitisches Problem, sondern als arbeitsmarkt- und sozialpolitische
Ressource behandelt hat. Während große Teile des Kontinents stagnieren oder
schrumpfen, ist die Bevölkerung Spaniens von etwa 40 Millionen im Jahr 1999 auf
heute rund 50 Millionen angewachsen – ein Zuwachs, der in Europa inzwischen zur
Ausnahme geworden ist. Dieses Wachstum ist nahezu ausschließlich auf
Zuwanderung zurückzuführen und ging mit einer vergleichsweise dynamischen
wirtschaftlichen Entwicklung einher. Die Banco de España und die Unabhängige
Behörde für Haushaltsverantwortung haben wiederholt darauf hingewiesen, dass
Migration wesentlich zum Beschäftigungswachstum, zur Stabilisierung des
Rentensystems und zur Ausweitung der Beitragsbasis beigetragen hat. Es geht
dabei nicht nur um das Besetzen offener Stellen, sondern um das grundlegende
demografische Gleichgewicht zwischen Erwerbstätigen und Nichterwerbstätigen –
in einem Land mit einer der höchsten Lebenserwartungen weltweit.
Vor diesem
Hintergrund erweisen sich sowohl rein pro-natalistische Symbolpolitiken als
auch reaktive Diskurse, die Migration primär als Bedrohung darstellen, als
wenig tragfähig. Die spanische Erfahrung legt eine nüchterne empirische
Wahrheit nahe: Ohne Zuwanderung wäre der aktuelle Wachstumspfad nicht möglich,
und die Anpassung des Sozialstaats fiele deutlich konfliktreicher aus.
Gleichzeitig bleibt das demografische Bild ambivalent. Die positive
Wanderungsbilanz stärkt Bevölkerung und Wirtschaft, verschärft jedoch
bestehende territoriale Ungleichgewichte. Während große Metropolräume
Bevölkerung, Arbeitsplätze und Chancen bündeln, verlieren viele ländliche und
innerstaatliche Regionen weiterhin Einwohner, Infrastruktur und wirtschaftliche
Substanz.
Diese
territoriale Spaltung ist mehr als ein demografisches Problem. Bleibt sie
ungelöst, wird sie zu einem erheblichen wirtschaftlichen, sozialen, politischen
und ökologischen Risiko. Entvölkerung begünstigt Landflucht, unzureichende
Waldbewirtschaftung, den Verlust von Ernährungssouveränität und eine höhere
Verwundbarkeit gegenüber dem Klimawandel. Umgekehrt überfordert die extreme
Konzentration in den Städten den Wohnungsmarkt, öffentliche Dienstleistungen
und den sozialen Zusammenhalt. Die zentrale demografische Herausforderung
Spaniens besteht daher nicht allein darin, Bevölkerung anzuziehen, sondern auch
darin, sie territorial klug zu verteilen und Demografie, Produktionsmodell und
ökologische Transformation miteinander zu verzahnen.
Eine
ausgewogenere Bevölkerungsverteilung ist auch für die Bewältigung der
Klimakrise entscheidend. Lebendige ländliche Räume ermöglichen aktive
Landschaftspflege, senken das Brandrisiko, fördern nachhaltige
Produktionsweisen und können zu Schlüsselregionen der Energiewende und der
Bioökonomie werden. Demografie ist damit eine strukturelle Querschnittspolitik,
die Bevölkerung, Raumordnung, Energie, Ernährung und ökologische Resilienz
verbindet. Über Spaniens demografische Zukunft nachzudenken heißt letztlich,
sich zwischen zwei Modellen zu entscheiden: einem konzentrierten, fragilen und
ungleichen Land – oder einem territorial kohärenten und ökologisch
nachhaltigen.
Die
aktuellen politischen Debatten über Migration und Regularisierung sind vor
diesem Hintergrund weniger kurzfristige Reaktionen als vielmehr Ausdruck eines
strukturellen Anpassungsdrucks. Um diese Herausforderung zu bewältigen, braucht
Spanien eine echte staatliche Demografiepolitik entlang mehrerer strategischer
Achsen. Insgesamt muss Migration als struktureller Entwicklungsfaktor anerkannt
werden – jenseits sicherheitspolitischer Logiken und unter voller Wahrung der
Menschenrechte, eingebettet in Arbeitsmarkt-, Sozial- und Wirtschaftspolitik.
Außerdem
müssen Aufnahme- und Integrationssysteme verbessert werden, etwa durch
schnellere Arbeitserlaubnisse, bessere Anerkennung von Qualifikationen und
einen effektiveren Zugang zum Arbeitsmarkt, um Unterbeschäftigung zu vermeiden
und gesellschaftliche Beiträge zu maximieren. Darüber hinaus gilt es die
territoriale Entwicklung auszugleichen, durch hochwertige öffentliche
Dienstleistungen und die gezielte Förderung menschenwürdiger Arbeitsplätze
außerhalb der Metropolen. Ländliche Räume sollten vorrangig produktiv und
nicht-extraktiv genutzt werden, sodass Investitionen in Energie, Industrie oder
Digitalisierung lokalen Mehrwert, stabile Beschäftigung und soziale Renditen
schaffen. Und schließlich müssen Bevölkerungspolitik und ökologische
Transformation systematisch zusammengedacht werden – denn ein bewohntes,
produktives und gut bewirtschaftetes Territorium ist ein zentraler Trumpf im
Kampf gegen den Klimawandel.
Am Ende
steht für Spanien eine weitreichende Entscheidung. Das Land kann auf die Kraft
einer vielfältigen, pluralistischen und dynamischen Gesellschaft setzen, die
Wirtschaft, Sozialstaat und territorialen Zusammenhalt stärkt. Oder es lässt
sich von Rückzugsdebatten treiben, die geschlossene Identitäten versprechen,
aber Überalterung, Verarmung und sozialen wie wirtschaftlichen Niedergang in
Kauf nehmen. Die aktuelle Debatte um die Legalisierung hunderttausender
Migrantinnen und Migranten ist daher kein Ausnahmefall, sondern Ausdruck eines
tieferliegenden Strukturkonflikts. Sie zwingt Spanien zu einer Entscheidung,
die viele europäische Gesellschaften in den kommenden Jahren ebenfalls treffen
müssen. In der Geopolitik der Demografie ist Abschottung keine kluge Strategie.
Alles deutet darauf hin, dass für Spanien ein offener, intelligenter und
territorial ausgewogener Umgang mit dem demografischen Wandel die Voraussetzung
für eine nachhaltige und prosperierende Zukunft ist. IPG 3
Rita Süssmuth: Vordenkerin
deutscher Migrationspolitik ist tot
Als
Deutschland zur Jahrtausendwende noch über Verschärfungen in der
Ausländerpolitik diskutierte, überraschte Rita Süssmuth die Republik mit einer
banalen Feststellung: „Deutschland ist ein Einwanderungsland“ – und Integration
die Zukunft. Jetzt ist sie gestorben, eine der größten Vordenkerinnen deutscher
Migrationspolitik.
Die frühere
Bundestagspräsidentin Rita Süssmuth ist tot. Sie wurde 88 Jahre alt, wie
Deutscher Bundestag mitteilte. Politisch bleibt sie vor allem als die Frau in
Erinnerung, die einen Satz in die Mitte der deutschen Debatte stellte, als
viele noch nicht bereit waren, ihn zu hören: Deutschland ist ein
Einwanderungsland.
Wer
verstehen will, warum dieser Satz heute wie eine Selbstverständlichkeit klingt,
muss zurück ins Jahr 2000. Nach dem Regierungswechsel 1998 war Süssmuth nicht
mehr Bundestagspräsidentin, blieb aber eine gefragte Stimme – auch über
Parteigrenzen hinweg. Gerhard Schröder holte sie in einer Phase zurück auf die
große Bühne, in der Deutschland gleichzeitig über Arbeitsmigration, Integration
und Zuständigkeiten stritt.
Am 12.
September 2000 setzte Otto Schily die Unabhängige Kommission „Zuwanderung“ ein
– später meist „Süssmuth-Kommission“ genannt. 21 Mitglieder sollten Vorschläge
erarbeiten, wie Deutschland Zuwanderung künftig ordnen kann und wie Integration
verlässlich organisiert wird.
Der Bericht:
Zuwanderung als Aufgabe, nicht als Ausnahme
Ein Jahr
später, im Juli 2001, legte die Kommission ihren Bericht „Zuwanderung gestalten
– Integration fördern“ vor. Darin wurde festgestellt: „Deutschland braucht
Zuwanderinnen und Zuwanderer.“ Süssmuth selbst sagte: „Deutschland ist seit
langem ein Einwanderungsland.“ Damals empfanden das viele in der Union als
Affront. Die Union erklärte den Bericht – und damit auch Süssmuths Position –
umgehend für „nicht zustimmungsfähig“. Ein Trugschluss wie man heute weiß.
Damit war
die Diskussion nicht beendet – sie bekam überhaupt erst Struktur. Ein
Forschungsbericht des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (Bamf)
beschreibt die Einsetzung der Kommission als entscheidenden Impuls für die
weitere Entwicklung der Debatte – sehr zum Ärger konservativer Kreise in der
Politik.
Der Begriff
„Einwanderungsland“ wurde zur Reizmarke. Befürworter sahen darin einen
nüchternen Realitätscheck. Kritiker hielten dagegen, Ordnung und Begrenzung
müssten stärker im Vordergrund stehen. Dass es dabei nicht nur um einzelne
Paragrafen ging, zeigte sich schnell: Es ging um das Selbstbild eines Landes.
Politische
Fronten – und eine lange Gesetzesstrecke
In der Union
stieß die neue, unerwartete Stoßrichtung der Kommission auf deutlichen
Widerstand. Süssmuth blieb trotzdem dabei: Wer Zuwanderung politisch steuern
will, muss sie zuerst als Realität anerkennen. Genau dieser Perspektivwechsel
war ihr Beitrag.
Der Weg in
die Gesetzgebung verlief nicht geradlinig. Am Ende stand das Zuwanderungsgesetz
– an Stelle des alten „Ausländergesetzes“: Die maßgebliche Fassung wurde am 5.
August 2004 verkündet und trat weitgehend am 1. Januar 2005 in Kraft. Damit
wurden Zuständigkeiten neu geordnet und Integration stärker als dauerhafte
Aufgabe beschrieben – nicht nur als Erwartung an Zugewanderte, sondern als
staatlicher Rahmen, der funktionieren muss.
Was von der
Kommission blieb
Kurzfristig
brachte die Kommission neue Impulse und Ordnung in eine Debatte, die lange
zwischen Tabus und Reflexen pendelte. „Einwanderungsland“ war plötzlich kein
Randbegriff mehr, sondern der Prüfstein politischer Positionen.
Mittelfristig
wirkte sie als Vorlage für Gesetzgebung und Verwaltungspraxis. Zuwanderung
wurde stärker als regelbares Feld behandelt – nicht als Ausnahmezustand.
Langfristig
verschob sich das Verständnis von Integration: weg vom Appell, hin zur
Struktur. Das Bamf beschreibt seit 2005 Integrationsförderung als festen
Bestandteil staatlichen Handelns; der Anspruch auf Teilnahme an
Integrationskursen ist im Aufenthaltsgesetz verankert. Damit wurde aus einem
politischen Schlagwort ein Auftrag – mit allen Erfolgen, Reibungen und offenen
Baustellen, die bis heute dazugehören.
Konservativ
und modern – für die eigene Partei oft zu viel
Süssmuths
Rolle lässt sich aber kaum auf ein Amt oder ein Thema reduzieren. Für sie waren
Konservativ und modern kein Gegensatz. Manche in ihrer Partei überforderte die
CDU-Politikerin lange vor Einsetzung der Zuwanderungskommission. Als Süssmuth
im September 1985 Heiner Geißler beerbte, lautete der Name ihres Ressorts noch
„Bundesministerium für Jugend, Familie und Gesundheit“. Es dauerte ein Jahr,
dann wurde daraus das „Bundesministerium für Jugend, Familie, Frauen und
Gesundheit“.
Die
Förderung von Frauen, der Kampf um ihre Gleichberechtigung in Politik, Beruf
und Gesellschaft war ein Herzensanliegen Süssmuths. Ein Ziel, das sie weit über
ihre aktive politische Karriere hinaus verfolgte.
Bei ihrer
Berufung ins Kabinett Kohl weitgehend unbekannt
Als
Bundeskanzler Helmut Kohl 1985 Süssmuth in sein Kabinett aufnahm, war das eine
handfeste Überraschung. Die 48-Jährige gehörte der CDU erst seit vier Jahren
an. Als Vorsitzende des Bundesfachausschusses Familienpolitik war sie
Fachpolitikern bekannt, sonst aber kaum jemandem.
Am 17.
Februar 1937 wurde sie in Wuppertal geboren, ihr Vater war Lehrer. Rita
Kickuth, so ihr Geburtsname, studierte Romanistik und Geschichte, später noch
Erziehungswissenschaften, Soziologie und Psychologie. Sie wirkte als
Professorin für Erziehungswissenschaften an den Universitäten Bochum und
Dortmund sowie an der Pädagogischen Hochschule Ruhr. Dass sie 1977 in der
Sachverständigenkommission für den dritten Familienbericht der Bundesregierung
mitarbeitete, wirkt im Nachhinein wie eine Vorbereitung auf ihr späteres
Ministeramt.
Aus Rita Süssmuth wird bald „lovely Rita“
In diesem
nahmen Süssmuths Bekanntheit und Beliebtheit schnell zu, wie jahrelange
Spitzenplätze in Umfragen zeigten. Dass sie den Ministerposten als absolute
Quereinsteigerin übernahm, eine Fachfrau und keine Parteikarrieristin war,
gefiel vielen Menschen. Aus Rita Süssmuth wird bald „lovely Rita“. Schnell
musste sie sich im Amt beweisen – bei der Reaktorkatastrophe von Tschernobyl
1986 mit ihren Auswirkungen bis nach Deutschland ebenso wie bei der Ausbreitung
der Immunschwächekrankheit Aids.
Unter
Süssmuth wurde der Anspruch aller Mütter und Väter auf Erziehungsgeld
eingeführt, wurden erstmals Kindererziehungszeiten in der Rente anerkannt und
der steuerliche Kinderfreibetrag spürbar angehoben. Süssmuth machte sich für
die Wahlfreiheit der Frauen zwischen Familie und Beruf stark, trat für ein
liberaleres Abtreibungsrecht ein, kämpfte gegen die Ausgrenzung von
Aids-Kranken und für die Legalisierung gleichgeschlechtlicher Beziehungen.
Gesellschaftspolitisch
der CDU oft Jahre voraus
In der
damals noch konservativeren Union vertrat sie damit oft Minderheitspositionen.
Sie war der Partei gesellschaftspolitisch manchmal um Jahre voraus. Das galt
auch für innerparteiliche Fragen wie die Einführung einer Frauenquote in der
„Altherrenriege“ CDU (O-Ton Süssmuth), für die sie schon 1995 beim Parteitag in
Karlsruhe stritt. Erst 2022 beschloss die CDU die Quote.
Mit ihrer
selbstbewusst vertretenen Politik sorgte Süssmuth in den eigenen Reihen immer
wieder für Unruhe. Auch mit Kohl, dessen Ära als Kanzler sie mitprägte, trug
sie manche Kontroverse aus. Dass sie als Vorsitzende der Frauen-Union ab 1986
eine Hausmacht in der CDU hatte, stärkte ihre Position. Mit ihrem Eintreten für
eine Reform des Abtreibungsparagrafen 218 legte sich die Katholikin auch mit
der Kirche an, in der sie sich aber engagierte.
Weggelobt
ins Amt der Bundestagspräsidentin
Als Kohl sie
1988 als Bundestagspräsidentin vorschlug, wurde das allgemein als ein Wegloben
der unbequem Gewordenen interpretiert. 1989 gehörte Süssmuth beim legendären
CDU-Parteitag in Bremen zur Gruppe derer, die Kohl als Parteichef absägen
wollten. Was misslang, ihr aber nicht schadete. Süssmuth blieb bis zum
SPD-Wahlsieg 1998 Bundestagspräsidentin. 1987, 1990 und 1994 gewann sie das
Direktmandat im Wahlkreis Göttingen, 1998 zog sie über die CDU-Landesliste
Niedersachsen in den Bundestag ein.
Als dessen
Präsidentin von 1988 bis 1998 organisierte sie den Umzug von Bonn nach Berlin,
gegen den sie selbst gestimmt hatte, und leitete die mit der deutschen Einheit
notwendig gewordene Parlamentsreform ein. Mit ihrer strikten Frauenförderung in
der Bundestagsverwaltung löste sie aber bisweilen selbst bei Frauen
Kopfschütteln aus.
Eine
Dienstwagen-Affäre 1991 überstand Süssmuth ebenso wie 1996 den Vorwurf, die
Flugbereitschaft der Bundeswehr für private Zwecke genutzt zu haben. Beides
kratzte aber an ihrer Popularität. Geholfen haben dürfte ihr in beiden Krisen
ihr Motto „Einmal mehr aufstehen als hinfallen“.
Ihr Amt als
Bundestagspräsidentin verlor sie 1998 mit dem Regierungswechsel, auch aus den
Führungsgremien der CDU schied sie aus, behielt nur ihr Abgeordnetenmandat.
Keine Ruhe
Mit dem
Ausscheiden aus dem Bundestag 2002 setzte sich Süssmuth nicht zur Ruhe. So war
sie viele Jahre lang Mitglied des Kuratoriums des Dokumentations- und
Kulturzentrums Deutscher Sinti und Roma und hat die Entwicklung der
Dauerausstellung zum Holocaust an 500.000 Sinti und Roma im NS-besetzten Europa
nachhaltig geprägt. Oder sie kämpfte für die gleichberechtigte Vertretung von
Frauen im Bundestag, rief dafür die Initiative „Parität jetzt!“ ins Leben.
„Jetzt geht es nicht mehr um Quoten, sondern um gleiche Anteile von Frauen und
Männern in der Politik, um die Parität“, sagte sie 2020.
Doch als ein
Jahr später ein neuer Bundestag gewählt wurde, lag der Frauenanteil gerade
einmal bei 35 Prozent. Und bei der Bundestagswahl 2025 sank er sogar noch auf
32,4 Prozent. Beim Thema Migration hingegen hatte sie ihr Ziel längst erreicht:
Aus dem Satz, den viele einst als Zumutung empfanden, wurde breiter Konsens:
Deutschland ist ein Einwanderungsland. (dpa/mig 3)
Der Deutsche
Akademische Austauschdienst (DAAD) trauert um Prof. Dr. Rita Süssmuth, die am
1. Februar im Alter von 88 Jahren verstorben ist. Süssmuth war 15 Jahre lang
Präsidentin des Konsortiums Türkisch-Deutsche Universität (K-TDU) und prägte
die Gründung und den Aufbau der vom DAAD geförderten binationalen Hochschule
maßgeblich.
Bonn. „Rita
Süssmuth war nicht nur eine leidenschaftliche Kämpferin für die
Gleichberechtigung der Frauen in unserem Land, sie war auch dem internationalen
Wissenschaftsaustausch mit Herzblut verbunden. Ihrem beständigen Einsatz ist
die Gründung der Türkisch-Deutschen Universität in Istanbul zu verdanken, die
heute das Leuchtturmprojekt der türkisch-deutschen Wissenschaftskooperation
ist. Deutschland und seine Hochschulen verlieren mit ihr eine großartige und
engagierte Streiterin für die Internationalisierung und die internationale
Verständigung. Wir werden Rita Süssmuth, ihr Können und ihr Engagement
schmerzlich vermissen und ihr ein ehrendes Andenken bewahren“, sagte
DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.
„Rita
Süssmuth war dem wissenschaftlichen Austausch und den Beziehungen zur Türkei
mit großer Leidenschaft verbunden. Sie hat entscheidend zum Auf- und Ausbau der
Türkisch-Deutschen Universität beigetragen. Das Konsortium hat sie 15 Jahre
lang gelenkt, zusammengehalten und durch herausfordernde Zeiten gesteuert. Sie
wird uns sehr fehlen“, ergänzte Prof. Dr. Sabine Kunst, Präsidentin des
Konsortiums Türkisch-Deutsche Universität (K-TDU) und Nachfolgerin von Süssmuth
in diesem Amt.
Einsatz für
die Internationalisierung deutscher Hochschulen
Die
ehemalige Bundestagspräsidentin setzte sich nach ihrem Ausscheiden aus dem
Bundestag für den akademischen Austausch und die Internationalisierung der
deutschen Hochschulen ein. Außenwissenschaftspolitisch war es Süssmuth ein
besonderes Anliegen, die vielfältigen türkisch-deutschen Beziehungen auch in
der Wissenschaft zu intensivieren. Eine der wichtigsten Errungenschaften ihres
Einsatzes ist die 2008 beschlossene Gründung einer binationalen Universität in
Istanbul. 2010 wurde der Grundstein für die Türkisch-Deutsche Universität (TDU)
am Bosporus gelegt, 2014 fand die Eröffnung mit Staatspräsident Abdullah Gül
und Bundespräsident Joachim Gauck als Ehrengästen statt.
Darüber
hinaus initiierte Süssmuth die Gründung eines Konsortiums von 38 deutschen
Hochschulen, die sich gemeinsam für den Auf- und Ausbau der TDU einsetzen.
Diesem Konsortium stand sie über viele Jahre als Präsidentin vor. In dem
oftmals politisch geprägten und herausfordernden Wirkungsfeld zeigten sich ihre
herausragenden Stärken: Sie einte und warb für einen gemeinsamen Geist der
Kooperation auf deutscher wie auf türkischer Seite. Dabei scheute sie den
Konflikt nicht, suchte aber stets nach verbindenden Elementen in der
Zusammenarbeit. Aufgrund ihrer langjährigen Verdienste um den
deutsch-türkischen Austausch erhielt Süssmuth 2022 die Ehrendoktorwürde der
TDU.
Türkisch-Deutsche
Universität
Die
Türkisch-Deutsche Universität hat sich seit ihrer Gründung im Bildungssystem
der Türkei fest etabliert und gilt als eine der besten Hochschulen des Landes.
Sie ist eine Universität nach türkischem Recht, basierend auf einer
Regierungsvereinbarung zwischen beiden Ländern. Derzeit bietet sie 39
Studiengänge an fünf Fakultäten an; Deutsch, Türkisch und Englisch sind die
Unterrichtssprachen. Über 4.600 Studierende sind aktuell eingeschrieben. Daad 2
EU-Asylpolitik. Schwarz-Rot einigt
sich auf maximale Strenge
Die
Mitgliedstaaten müssen die EU-Asylreform Mitte des Jahres anwenden. Lange hat
die schwarz-rote Koalition um die Umsetzung in deutsches Recht gerungen. Nun
gibt es einen Kompromiss: Sekundärmigrationszentren, Sozialleistungen auf
Minimum und Haft.
Union und
SPD haben sich auf einen Kompromiss zur Asylpolitik geeinigt. Nach Angaben aus
Koalitionskreisen sieht dieser einerseits mehr Beschränkungen für
Schutzsuchende, andererseits aber auch einen schnelleren Zugang zum
Arbeitsmarkt für Asylbewerber vor. Zuerst hatte der „Spiegel“ darüber
berichtet.
Der
innenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Alexander Throm, sagte der
Deutschen Presse-Agentur: „Im letzten Jahr hätte die Hälfte der Asylbewerber,
die nach Deutschland gekommen sind, nach EU-Recht in einem anderen
Mitgliedstaat bleiben müssen.“ Für die Union sei es daher unverhandelbar, die
Weiterreise von Asylbewerbern in Europa zu stoppen. Um hier voranzukommen,
„führen wir jetzt sogenannte Sekundärmigrationszentren ein, in denen die
Betroffenen bis zu ihrer Rücküberstellung bleiben“. Die Sozialleistungen für
diese Gruppe würden gleichzeitig auf ein Minimum reduziert.
„Generell
führen wir für alle Asylbewerber jetzt auch die neue Möglichkeit einer
Asylverfahrenshaft ein, etwa wenn die Gefahr besteht, dass die Personen
untertauchen“, fügte der CDU-Politiker hinzu.
Widerstand
in der SPD
Weitere
Details gaben die Koalitionspartner zunächst nicht bekannt. Der „Spiegel“
schrieb, dass der Kompromiss neben der Einführung der Zentren auch vorsehe,
dass Menschen in Asylverfahren deutlich schnelleren Zugang zum Arbeitsmarkt
bekommen sollen. Demnach sollen künftig drei statt sechs Monate Wartezeit
reichen. Auch die Gesundheitsversorgung für geflüchtete Kinder solle verbessert
werden, schreibt das Magazin.
Gegen die
Umsetzung der EU-Asylreform in deutsches Recht gemäß Kabinettsbeschluss hatte
sich in der SPD in den vergangenen Monaten Widerstand geregt. So hatte etwa
Aziz Bozkurt, Bundesvorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt
in der SPD, kritisiert, dass die von der EU geplante Reform Spielraum bei der
Auslegung lasse und sich die Bundesregierung für eine maximal restriktive
Umsetzung entschieden habe.
Amnesty
International warf der Bundesregierung vor, sie wolle – obwohl europarechtlich
nicht verpflichtend – „zukünftig eine Inhaftierung von Familien und Kindern
ermöglichen“.
Reform des
Europäischen Asylsystems ab Mitte des Jahres
Die Reform
des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS) war am 14. Mai 2024 beschlossen
worden und wird Mitte des Jahres anwendbar. Die EU-Mitgliedstaaten müssen
entsprechend ihr nationales Recht anpassen.
Danach
sollen etwa Verfahren beschleunigt werden, in denen Schutzsuchende bereits in
einem anderen Mitgliedstaat einen Asylantrag gestellt haben. Auch sollen
Überstellungen in den für das jeweilige Verfahren zuständigen Staat länger
möglich sein, beispielsweise wenn jemand zwischenzeitlich untertaucht.
Für Menschen
aus Herkunftsstaaten, deren Bürger in Europa nur selten als schutzbedürftig
anerkannt werden, soll es Asylverfahren an den EU-Außengrenzen geben. (dpa/mig
2)