Webgiornale, gennaio 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Mattarella: “La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”. 1

2.        20 dicembre 1955 – 70 anni di presenza italiana in Germania. 1

3.        A Montecitorio il dibattito sul 70° dell’Accordo tra Italia e Germania. 1

4.        Il primo italiano a Düsseldorf. Scena narrativa (1955) 1

5.        Migranti, la svolta Ue su rimpatri: cosa cambia adesso. 1

6.        Unesco, la cucina italiana è Patrimonio dell'Umanità. 1

7.        Quo vadis Germania?. 1

8.        Amburgo. ReteDonne e.V.: Luciana Mella riconfermata presidente. 1

9.        La riforma della Farnesina: gli interventi dei nuovi Direttori Generali 1

10.  La nuova Strategia di Sicurezza Usa e il distacco dall’Europa. 1

11.  Il futuro dell’associazionismo italiano all’estero. 1

12.  Splendore e banalità dell'intelligenza artificiale (IA) 1

13.  Le vulnerabilità della presidenza Trump. 1

14.  Come stiamo davvero usando l’intelligenza artificiale. 1

15.  L’influsso silenzioso dello stile di vita italiano in Germania. 1

16.  Mercatini di Natale in Germania. 1

17.  Francoforte: il cibo diventa memoria. Italia e Germania celebrano i 70 anni dell’accordo. 1

18.  XVIII Conferenza degli Ambasciatori d’Italia nel mondo. 1

19.  Europa: “Serve un’anima politica”. 1

20.  Due Italie in Germania: funzionari del Nord e operai del Sud. 1

21.  Dall’emigrazione italiana all’Europa di oggi 1

22.  Il nostro messaggio. 1

23.  Berlino celebra i 70 anni dell’accordo bilaterale sulla manodopera. 1

24.  Secondo Forum italo-tedesco, appello di Urso e Reiche all’Ue: “Decisioni tempestive e coraggiose”. 1

25.  Le radici dell’ostilità della destra Usa per l’Europa. 1

26.  La ferita della denatalità in Italia. 1

27.  Passaporto italiano, cosa è cambiato. 1

28.  Il disimpegno dell’amministrazione Trump dalla sicurezza europea. 1

29.  A Verona la giornata dedicata all’emigrazione in Germania. 1

30.  Tra Saarlouis e Favara siglato il gemellaggio. 1

31.  Fino al 26 aprile la mostra sulla presenza romana a Francoforte. 1

32.  Brevi di cronaca e politica tedesca. 1

33.  Corsi e ricorsi 1

34.  Di Benedetto (Comites Monaco di Baviera): messaggio di fine anno. 1

35.  Difendersi dalla guerra ibrida. 1

36.  70 anni dell’accordo italo-tedesco sul lavoro: a Verona una giornata tra studi e cinema. 1

37.  OpenAi condannata in Germania. 1

38.  Nasce il “Premio Michele Schiavone”, dedicato agli eroi silenziosi dell’emigrazione italiana. 1

39.  Chatbot e persuasione politica. 1

40.  Visita a Berlino del Vicepresidente della Camera Giorgio Mulé. 1

41.  I ristoranti italiani nel mondo: protagonisti silenziosi del riconoscimento UNESCO della cucina italiana. 1

42.  70° dell’Accordo bilaterale Italia–Germania: grande successo a Stoccarda. 1

43.  Saper usare ChatGpt non vi salverà. 1

44.  Premio “Voce Lombarda nel Mondo”, i premiati della prima edizione. 1

45.  Tesla: in Germania il primo servizio gratuito di trasporto autonomo per anziani e disabili 1

46.  Soffriamo perché la vita è incerta, oppure perché pretendiamo la certezza?. 1

47.  Monaco di Baviera. Di Benedetto (Comites): Ricordare e comprendere l’emigrazione. 1

48.  Un calendario sui palazzi delle Ambasciate d’Italia. 1

49.  Glamour: una bellezza del cuore, non dell’apparenza. 1

50.  Lina, chi è la prodigio che a 12 anni entra all’Università di Bonn. 1

51.  Si pregano gli italiani all’estero di porgere l’altra guancia. 1

52.  La resilienza ereditata dai nostri antenati 1

53.  La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. 1

54.  L’evoluzione. 1

55.  La Favola del Ponte che Sognava il Giorno. 1

56.  Disparità nelle pensioni pubbliche e private all’estero. 1

57.  Testimonianza di un insegnante nelle classi di inserimento. 1

58.  Giornata internazionale dei migranti: la storia di Balbir Singh. 1

59.  Primo sí alla Camera. Esenzione Imu. 1

60.  Alfabetizzazione, parola scritta e sviluppo delle società europee. 1

61.  IX edizione del Report “Il diritto d’asilo”. Migrantes: «Non recludiamo le speranze!». 1

62.  Nasce NOSTOS – Memorie sull’emigrazione siciliana nel mondo. 1

63.  Lettera. La cucina italiana: un ambasciatore di pace nel mondo. 1

64.  Pensioni all’estero: dal 20 marzo 2026 la prima fase dell’accertamento dell’esistenza in vita. 1

 

 

1.        Mehr als 10.000 Menschen unterstützen Abrüstungsappell 1

2.        DIG fordert Maßnahmen gegen europäische Hamas-Strukturen auch in Deutschland. 1

3.        Schwindende Legitimität. 1

4.        Die Deutschen haben sich italienisiert. 1

5.        Studie. Rassismus gegen Schwarze ist Alltag in Deutschland. 1

6.        70 Jahre italienisches Leben in Düsseldorf: Espresso, Pizza und Vespa prägen den Alltag. 1

7.        Interviews. „Wenn es gelänge, wäre es die humane Antwort auf Donald Trump“. 1

8.        Jahresrückblick 2025: Was „uns“ beschäftigt hat 1

9.        Ein simples Njet. 1

10.  650.000 Menschen italienischer Herkunft leben in Deutschland. 1

11.  EU-Parlament gibt grünes Licht für Auslagerung von Asylverfahren. 1

12.  Festung Europa. Wenn der Ausnahmezustand zur Norm wird. 1

13.  Diebstahl an der Zukunft. 1

14.  Meier-Braun im Gespräch. Wir verzeichnen Rückschläge in der Integrationspolitik. 1

15.  Bundesweite Vorbereitungstagung zur IKW 2026 am 20./21. Februar 2026. 1

16.  Europa, bleib nüchtern! 1

17.  Wadephul im Gespräch. „Ich sehe in jedem Geflüchteten einen Menschen, der meine Nächstenliebe verdient“. 1

18.  EU-Asylpolitik. Ungarn will „keinen einzigen Migranten“ aufnehmen. 1

19.  Not in my backyard. 1

20.  Rom: Stimme für Opfer von Menschenhandel erheben. 1

21.  Studie. Migranten offener für religiöse und ethnische Vielfalt 1

22.  EU-Pakt zu Migration: „Viele Maßnahmen nicht umsetzbar“. 1

23.  „Wir brauchen Migration“. Merz zeigt sich in „Stadtbild“-Debatte selbstkritisch. 1

24.  EU-Minister bringen massive Asylverschärfungen auf den Weg. 1

25.  Enttäuschte Erwartungen: Deutsche bewerten Regierungsbilanz überwiegend negativ. 1

26.  Amerikanische Kriegserklärung. 1

27.  Reaktionen auf Trumps Sicherheitsstrategie. Europa auf dem Weg zur Souveränität 1

28.  KAS-Studie. Rechtsextremismus beunruhigt Deutsche stärker als Zuwanderer. 1

29.  Nur noch Nebendarsteller. 1

30.  Armuts- und Reichtumsbericht. Migranten verdienen weniger, wohnen teurer und schlechter 1

 

 

 

Mattarella: “La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”

 

“La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”. Nello scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile, quest’anno Sergio Mattarella pone in epigrafe un richiamo alla pace, “una pace vera e giusta che ponga fine all’incertezza e al disorientamento indotti dall’attuale situazione internazionale”. Di Stefano De Martis

“La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace”. Nello scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile, quest’anno Sergio Mattarella pone in epigrafe un richiamo alla pace, “una pace vera e giusta che ponga fine all’incertezza e al disorientamento indotti dall’attuale situazione internazionale”. “Pace come affermazione del diritto sulla forza delle armi”, aggiunge ancora il Presidente, come “condizione di libertà e sviluppo”. E da qui discende “il dovere di coltivare e consolidare ogni piccolo spiraglio che si apra rispetto ai conflitti in corso, in Ucraina come in Medioriente”.

In un discorso che tocca anche i temi economici, oltre a quelli più specificamente istituzionali, Mattarella si sofferma sulle prospettive di politica internazionale per dire una parola chiara su quella storica “relazione transatlantica” che la presidenza Trump ha messo radicalmente in discussione. Il Capo dello Stato, non senza aver citato il contributo e il sacrificio di tanti giovani venuti a morire in Europa nella seconda guerra mondiale, parla di un “patrimonio irreversibile perché acquisito nelle coscienze dei popoli”. Di questo patrimonio Mattarella traccia un quadro tanto pregnante quanto analitico: “Lo spazio dei diritti, degli uomini e delle donne, di scegliersi i propri rappresentanti, di controllare e di criticare, senza paura di conseguenze negative. Di poter leggere, scrivere, manifestare il pensiero, senza rischi di repressione o di censure preventive. Di assicurare pari condizioni per tutti, prescindendo dal sesso, dall’estrazione sociale, dalle convinzioni politiche, dal colore della pelle, dalle convinzioni religiose, liberi da razzismo e risorgente antisemitismo. Di avere una giustizia indipendente. Di vedere assicurato, a tutti, livelli dignitosi di assistenza sanitaria gratuita, di previdenza, di sostegno nelle difficoltà”. E’ quello che lo stesso Presidente definisce “modello democratico” e che oggi “appare sfidato da Stati sempre più segnati da involuzioni autoritarie”, ma anche “dal tentativo di ignorare e cancellare il confine tra libertà e arbitrio”, dalla pretesa “di rimuovere i limiti ai comportamenti individuali” che “unita alle potenzialità offerte dalle tecnologie, rischia di travolgere ordinamenti democratici e stato di diritto”.

La sfida alla democrazia interpella anche il nostro Paese che il prossimo anno celebrerà gli 80 anni della Repubblica. Mattarella afferma che “la fiducia dei cittadini è la risorsa più preziosa per lo Stato” e chi ha l’onore di rappresentare le istituzioni è chiamato a corrispondervi. Per il Presidente le parole “insieme” e “partecipazione” hanno un valore fondante nella nostra comunità nazionale. Di qui un forte e preoccupato accento sul problema dell’astensionismo. “Una società che non si preoccupasse quando la maggioranza assoluta degli elettori sceglie di non votare non si accorge che, in questo modo, rischia di esaurirsi nell’autoreferenzialità”, avverte il Capo dello Stato. Ragionando sulle motivazioni di questo fenomeno e in particolare per quel che riguarda i giovani, Mattarella invita a non fermarsi a “un generico rifiuto della politica”, ma a tenere presenti gli effetti dell’estrema polarizzazione delle posizioni dei partiti e dei leader. “Quando le categorie amico/nemico prevalgono sullo sforzo di trovare risposte condivise nell’interesse collettivo”, infatti, si determinano fratture che “alimentano i germi dell’estraneità alla politica”. “Ci sono invece alcuni grandi temi della vita nazionale – sottolinea il Presidente – che vanno oltre l’orizzonte delle legislature e attraversano le eventuali alternanze tra maggioranze di governo”. Per esempio “il tema della politica internazionale, delle alleanze, della strada dell’Europa da percorrere senza ripensamenti”, anche “per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, difesa dello spazio condiviso di libertà e benessere”. Andamento demografico, politica energetica e intelligenza artificiale sono temi su cui costruire convergenze virtuose e così pure le emergenze sociali. Occupazione e conti pubblici presentano dati rassicuranti, ma ci sono questioni aperte sul fronte dei salari e della sicurezza, del lavoro delle donne e dei giovani, mentre “non si può ignorare la condizione di oltre cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà”. Sir 20

 

 

 

 

 

 

20 dicembre 1955 – 70 anni di presenza italiana in Germania

 

La data dell’Accordo per regolamentare il flusso migratorio italiano verso la Germania è senza dubbio un’importante pietra miliare che segna l’avvio della ricostruzione del progresso economico-commerciale postbellico e del riscatto dal buio più nero della storia tedesca. Come noto, le iniziative celebrative di alto spessore politico e organizzativo sono state numerose e tutte promosse da istituzioni, di base e di vertice, in molte città della Germania. Di Tony Màzzaro

Quell’Accordo ha coniugato due necessità di valore inestimabile: da una parte la Germania che aveva estremo bisogno di manodopera per rialzarsi dalle macerie, e dell’altra un’Italia poverissima, ma con migliaia di braccia, pronte al sacrificio delle separazioni per un lavoro e per una vita più dignitosa.

Intorno a questa bobina abbiamo tentato di riavvolgere il nastro di alcune voci della Prima, Seconda, Terza generazione e di Expat.

Esse contengono ricordi di umiliazioni, sacrifici, fallimenti, ma anche riscatti, affermazioni, professionali, sociali, culturali, mescolanze matrimoniali e figli pluriculturali e plurinazionali rafforzando inevitabilmente identità, determinazione, desideri, conoscenze, creatività, spirito imprenditoriale e solidarietà sociale e culturale.

È pertanto ai protagonisti di ieri e di oggi che bisogna lasciar spazio a ricordi belli e brutti, emozioni e livelli d’integrazione raggiunti, sfociati nell’acquisto della doppia e tripla cittadinanza.

A rompere il proverbiale ghiaccio tocca a Dino di Croce, giunto nell’estate del 1960, appena 17enne, a Geislingen/Stoccarda:

Prima Generazione

Dino Di Croce

Arrivai a Geislingen/Stoccarda all’età di 17 anni. Finii in una baracca con 4 letti a castello, vicino al cantiere edile. Si lavorava sodo con una paga oraria di scarsi 2 marchi. Per spedire soldi a casa si lavorava anche il sabato, e d’estate, anche la domenica presso contadini. Dopo un paio d’anni mi trasferii a Villingen e poi in Canada. Dopo 5 anni, ritornai con la famiglia: mia moglie tedesca, il maschietto e la femminuccia.  Limai meglio il mio tedesco e feci 3 anni di formazione professionale per meccanico industriale. Da lì l’ingresso e la scalata nel sindacato metalmeccanico (IG Metall) diventando anche Segretario provinciale. Oggi scrivo libri sulla mia Germania e mi godo con mia moglie, nipoti e figli.

Luigi Abate – Friedrichshafen

Come tanti, anch’io nel maggio del 1962 per scarsità di lavoro preparai la valigia e raggiunsi mio fratello a Backnang (Stoccarda). Iniziai prima in una conceria e poi in un’officina di costruzioni metalliche dove ho appreso il mestiere di metalmeccanico.

Nel ’68 mi sono trasferito a Friedrichshafen sul Lago di Costanza dove ho lavorato per 42 anni presso la ZF, fabbrica d’ingranaggi.  I primi anni alla produzione e poi alla manutenzione delle macchine. Dopo la difficile fase di ambientamento e dell’apprendimento del tedesco ho avuto forza di superare le oggettive difficoltà in una terra straniera. Al lavoro ho affiancato il volontariato creando una associazione per i problemi scolastici dei bambini italiani della zona e della loro integrazione, organizzando corsi, feste, eventi culturali e partecipando attivamente alla politica dell’integrazione nel tessuto sociale della città lacustre.

Dopo 60 anni di vita in Germania ho scelto di godermi la pensione in questa terra, ormai mia seconda patria.

Fernando Grasso – Kempten

Sono nato in Sicilia nel 1943 sotto i bombardamenti degli angloamericani. Sono arrivato a Kempten, in Baviera, nel 1965 “senza arte né parte”, ma ho trovato subito lavoro come operaio generico per un paio d’anni. A causa, poi, della crisi di quegli anni sono rientrato brevemente in Toscana, sperando di trovarvi un’occupazione. Non avendola trovata, sono ritornato a Kempten. Dopo qualche esperienza da operaio generico, e in seguito specializzato, dopo aver conseguito la Maturità Magistrale (da remoto e in presenza), ho iniziato a insegnare in giro per la Svevia nei corsi d’italiano per gli scolari italiani su incarico delle autorità scolastiche bavaresi e presso l’Università di Scienze Applicate di Kempten.

Sono contento di essere emigrato in Germania e penso con soddisfazione di aver contribuito, nel mio piccolo, al benessere di questa società di cui sono parte integrante.

Fabio De Pellegrini – Stoccarda

Risiedo a Stoccarda dal 1967. Lasciai Belluno a 16 anni per venire ad imparare il mestiere di idraulico. Ho messo su famiglia con la quale vivo da 58 a Stoccarda. Grazie alla convivenza di tante culture la Germania è diventata la mia Seconda Patria. Molti connazionali hanno addirittura acquistato anche la cittadinanza tedesca ed insieme agli autoctoni difondiamo la solidità delle istituzioni.

Rocco Di Filippo – Stoccarda

Sono arrivato ad Esslingen nell’agosto del 1969 all’età di 18 anni. Ho lavorato presso diverse aziende ed ho conseguito la qualifica di meccanico industriale. Alla Daimler-Benz (Mercedes) sono stato per 10 anni membro del Consiglio di fabbrica. Dal matrimonio con la calabrese Rosa abbiamo avuto due figlie. La primogenita è ingegnere e la seconda “perito industriale”. Essendo stato sempre amante del calcio giocato, sono stato arbitro di categorie dilettanti per conto dell’ACI Brühl Esslingen, gloriosa squadra italiana di calcio nel Württemberg.

Dopo 56 anni di vita lavorativa e associativa in terra tedesca considero la Germania: la mia seconda patria.

Ignazio Campagna – Tübingen

Il mio primo impatto con la Germania risale agli anni Settanta, allora giovane studente universitario in visita alla mia fidanzata tedesca. Quattro anni dopo, da sposato, mi stabilii a Tübingen.

Primo lavoro: insegnante nei corsi di lingua e cultura italiana. Era bella la Germania di allora, la gente gentile, la vita ordinata, l’assistenza sanitaria ottima, salari dignitosi, lavoro per tutti. In Italia al contrario la situazione economica e sociale era critica. Oggi non è più così: l’Italia ha fatto passi avanti giganteschi e a me piacerebbe ritornare a viverci in pianta stabile. Per diversi motivi ciò non è possibile e così vivo circa 7 mesi l’anno in Germania e 5  in Sicilia.

Mimmo Granata – Bietigheim

Quando misi piede in Germania rimasi abbagliato da questa disciplina, ordine, rispetto, con un sistema sociale ineccepibile. In Sicilia non conoscevo la parola ferie perchè avevo solo due giorni liberi: a Natale e a Pasqua. Qui ho conosciuto festività pagate e tante altre cose. Purtroppo, in questi  ultimi tempi la grande Germania ha perso colpi e stiamo vivendo una grande crisi. La nuova politica arranca e non riesce a tenere il passo dei vecchi “volponi” tedeschi, che erano invidiati da tutto il mondo.

Maria Tufano – Stoccarda

Non conoscendo la lingua, il primo impatto con la Germania fu malissimo. L’impressione fu di un popolo freddo, per cui ho sofferto molto. Poi piano piano ho imparato la lingua e ho incominciato a lavorare. Ho conosciuto tante persone e oggi la vivo diversamente. Però più passano gli anni e più mi viene la nostalgia della mia bella Napoli che amo tantissimo. Rimango qui solo perché ho figli e nipotini che mi trattengono.

Antonio Di Gennaro – Köngen

La generazione italiana degli anni ’60 è sicuramente cambiata moltissimo nel senso che l’integrazione è avvenuta anche se non completa contribuendo alla crescita lavorativa e culturale della Germania. Infatti, oggi abbiamo dirigenti, insegnanti, ingegneri e tanti connazionali che si sono affermati nella società tedesca anche con proprie aziende nei diversi comparti dell’economia. Voltandomi indietro, ricordo bene quel 5 maggio 1961 quando arrivai con mio fratello maggiore Michele alla stazione di Stoccarda, affollata di italiani. Con un bussino ci portarono in un cantiere e ci assegnarono un posto letto con altri due italiani in un vagone edile. Si lavorava 45 ore alla settimana e il sabato 6 ore. Si notavano ovunque i segni della guerra, ma anche la voglia di rialzarsi. Per me e per tutta la famiglia la Germania è diventata terra di adozione in ogni senso.

Seconda generazione

Toni Vetrano – Offenburg, già OB/Sindaco di Kehl

Mia madre mi ha portato in Germania che avevo appena nove mesi. Nel frattempo, vivo qui da sessant’anni – ben inserito sia professionalmente che sia socialmente, ma sempre con una seconda patria nel cuore. Tutt’oggi la mia vita si muove tra la Germania e l’Italia e sono grato ai miei genitori per avermi aperto entrambe le strade. Ho dovuto imparare il tedesco, l’italiano, nel caso di ritorno in Sicilia. Così sono cresciuto bilingue.

Il periodo undici – diciotto anni è stato il più tormentato: sempre con la domanda non detta se si resta qui o si torna in Italia? Questa incertezza mi ha segnato profondamente. Ad un certo punto però la domanda non si è più posta. La Germania è diventata la mia patria, l’Italia resta il mio Paese d’origine – e la mia identità nasce proprio dall’incontro di entrambe.

I nostri tre figli sono nati in Germania. Tutti hanno imparato l’italiano in modo naturale; addirittura, uno di  loro oggi insegna italiano in un Gymnasium/liceo.

Agata Salis – Neu-Ulm

Al primo impatto la Germania mi è sembrata essere un paese molto rigido, ordinato e culturalmente distante. La lingua e il sistema scolastico mi apparivano complessi e difficili da comprendere. Con il tempo ho imparato a conoscere meglio la società tedesca e il suo valore per l’educazione. Oggi lavoro addirittura come insegnante in una Förderschule (scuola differenziale) e questo mi permette di crescere ogni giorno sia professionalmente che socialmente. Nel mio lavoro quotidiano vivo l’attenzione all’inclusione e al supporto individuale agli studenti. Perciò vivo la Germania come un paese che mi ha dato opportunità e favorito la mia piena integrazione.

Antonino Di Gesaro – Mössingen/Tübingen

Avevo 16 anni quando sono partito pieno di speranze da  “Isnello”, mio paese natìo. Sono arrivato in Germania a gennaio del 1966, e precisamente a Nehren (prov. Tübingen) dove dopo un paio di giorni ho iniziato a lavorare in un’azienda tessile. I primi mesi sono stati difficili per le ovvie difficoltà linguistiche e abitudinali; ma col passare del tempo ho imparato a superare le difficoltà. I nostri 2 figli sono nati e cresciuti qui ed hanno frequentato le scuole tedesche fino alla Laurea Specialistica.  Entrambe sono ben inseriti nel mondo del lavoro e della società tedesca, cosicché per me e mia moglie, entrambi in pensione, non si pone il problema del “ritorno” in Italia, perché ci sentiamo a casa qui.

Giovanni Del Regno – Calw

Sono nato a Gaggiano (Salerno) nel 1957 e con mia madre abbiamo raggiunto mio padre a Calw nel 1968. Lui era emigrato poco dopo la mia nascita.

Fui accolto in una classe d’inserimento, mio primo laboratorio di lingua e cultura tedesca. Appena 14enne però per aiutare la famiglia iniziai a lavorare. Grazie al calcio poi mi sono inserito subito anche socialmente. Sono sposato con un’italiana; abbiamo due figli, siamo nonni di una nipotina e siamo tutti ben integrati.

Maurizio Gaudino – ex-giocatore dello Stoccarda

Sono nato nella zona di Heidelberg/Mannheim. Fino ai miei tre anni di vita non mi rendevo conto di vivere in Germania, poiché in casa si parlava esclusivamente dialetto napoletano. È stato solo all’asilo che ho capito di trovarmi in un Paese di cui non comprendevo la lingua.

Durante gli anni della scuola, purtroppo, frasi di stampo xenofobo facevano parte della quotidianità. Tuttavia, uno degli insegnamenti più importanti che i miei genitori mi hanno trasmesso è stato quello di considerarci ospiti in Germania e di comportarci di conseguenza, con rispetto, per essere a nostra volta rispettati.

Il grande calcio ha avuto ovviamente un ruolo fondamentale nel mio percorso di integrazione. Sono stato molto apprezzato e benvoluto sia dal pubblico tedesco che italiano. Guardando indietro, posso dire di aver avuto un’infanzia molto felice, grazie all’educazione ricevuta dai miei genitori, che hanno sempre desiderato restare in Germania, senza mai pensare di tornare in Italia.

Oggi vivo con la mia famiglia nell’area metropolitana di Monaco di Baviera e porto dentro di me sia la mentalità italiana che quella tedesca.

Paola Griffini – Stoccarda

Posso solo dire che la Germania mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato a questo Paese, e che la democrazia e la responsabilità collettiva non sono un bene da sottovalutare come scontato, ma da apprezzare contribuendo alla crescita della società che ci circonda e nella quale viviamo e non solo abitiamo.

Barbara Marrazzo – Colonia/Stoccarda

Quando sono arrivata a 23 anni in un paesino agricolo a nord di Colonia, a prevalere è stata la sensazione di essere in un mondo dove le persone sono una cornice.  Da napoletana, cresciuta nel frastuono delle parole, quel silenzio dovuto anche alla barriera linguistica dapprima mi ha scoraggiata. Dopo essermi trasferita a Stoccarda ho però capito essere un valore che costringe ad ascoltarsi di più. Oggi, 10 anni dopo, la mia Germania è costituita soprattutto da quelle persone che prima erano ai miei occhi distanti ma che, proprio come me, fanno i conti con la diversità culturale che li pervade in tutti gli ambiti.

Genny Di Croce – Sindelfingen

Una parte di mi è italiana. Non sono emigrata o nata in Germania come tanti figli di emigranti che negli anni Sessanta e Settanta lasciavano l’Italia in cerca di un lavoro in Germania come mio nonno e mio padre.

Io e mio fratello Roy siamo nati in Canada da madre tedesca e da padre italiano. C

Abbiamo appreso il tedesco, le usanze e la cultura da nostra madre e dalla sua famiglia, mentre l’italiano da nostro padre. Come tanti altri scolari anch’io ho fatto qualche esperienza negativa a scuola.

Alla Grundschule la mia insegnante, nonostante io avessi voti idonei per accedere al ginnasio si rifiutò di promuovermi per il ginnasio dicendomi che prima o poi avrei avuto difficoltà nello studio e la cosa migliore sarebbe stata concludere la scuola dell’obbligo e imparare un mestiere qualsiasi Caso strano! La stessa indicazione anche per mio fratello e per molti altri scolari figli di immigrati.  Feci ricorso e superato l’esame fui ammessa al ginnasio. Dopo la maturità ho studiato giurisprudenza ed oggi sono Consigliere ministeriale presso il Ministero degli Affari sociali, della Salute e dell’integrazione del land Baden-Württemberg.

Giovanni D’Amicodatri – Friedrichshafen

Il mio rapporto Chieti – Friedrichshafen è stato altalenante. Venuto a trovare i miei genitori nel 1966, m’innamorai dei soldi, guadagnati da Werkstudent.

L’anno dopo, contro il volere dei genitori, volli trasferirmi definitivamente sul Lago di Costanza. Da autodidatta imparai il tedesco e migliorai il mio francese scolastico che mi fu di aiuto per stringere amicizia con soldati francesi, stazionati a Friedrichshafen.

La Germania mi ha offerto molte occasioni di crescita, tanto da riuscire a fungere da traduttore ed interprete per connazionali e aziende. Per favorire il dialogo italo-tedesco ho fondato un’associazione che organizza eventi culturali sia per gli amici tedeschi che per la nostra collettività.

A volte mi sono chiesto: chissà che cosa avrei fatto se, dopo il servizio militare, fossi ritornato nella mia Chieti?

Ma è solo un pensiero. Dopo il matrimonio e la nascita dei nostri due figli, la strada maestra è rimasta la Germania. La figlia oggi è insegnante di Lingue in un Gymnasium di Stoccarda e il figlio è ingegnere meccanico. Godiamo di due culture e siamo parte integrante di questa società.

Mario Fustilla – Ostfildern

Sono nato e cresciuto ad Esslingen am Neckar da genitori italiani, non ho mai avuto problemi di integrazione. La Germania è sempre stata la mia casa, il luogo in cui sono cresciuto, ho studiato e costruito la mia vita. Le mie origini italiane hanno sempre fatto parte di me, senza mai rappresentare un ostacolo.

Paradossalmente, proprio in Italia, nel paese d’origine dei miei genitori, mi sono spesso sentito meno parte della comunità. Ero “quello che veniva dalla Germania”, non uno straniero, ma nemmeno completamente integrato. L’Italia era la mia origine, ma non il luogo in cui mi sentivo davvero a casa.

Solo più tardi, attraverso il matrimonio, il mio senso di appartenenza si è completato. Le differenze di origine hanno perso importanza e la mia identità si è ricomposta in modo naturale.

Oggi so che la casa non è vissuta in un luogo, ma soprattutto da persone con cui condividiamo la vita.

Alessandro Bellardita – Karlsruhe

Avevo tre anni quando mia madre mi accompagnò la prima volta, vicino al piccolo appartamento dove abitavamo agli inizi degli anni 80. Per me tutto era strano e incomprensibile. Non capivo i miei compagni, non capivo la maestra, non capivo dove ero andato a finire. Un giorno all’asilo, mentre dormivo nel mio angolino, sentii una voce chiamarmi. „Alessandro!“. Aprii gli occhi e riconobbi i tratti dolci di una bambina dai capelli neri che mi disse: „Sono Sonia, e adesso ti faccio vedere l’asilo“. Era una bambina italiana dell’altro gruppo, due anni più grande di me, che casualmente si chiamava come mia sorella. Mi prese per mano e mi mostrò tutto quello che nel Kindergarten era essenziale per partecipare alla quotidianità. Sonia per me fu la salvezza. Era praticamente la prima operatrice sociale che incontrai nella mia vita. Fu la mia fortuna. Tre, quattro mesi dopo, già parlavo in tedesco – o perlomeno quello che ritenevo che fosse il tedesco. Quel periodo divenne uno dei più belli della mia infanzia. 

Sonja Cussigh – Stoccarda

Riguardo alla collettività italiana noto anche un grande cambiamento. Siamo diventati tutti più individualisti. La Germania ci ha dato tante opportunità. Abbiamo tanti esempi di ragazze e ragazzi che sono riusciti a farsi una posizione

La mia Germania di oggi è multiculturale, molto varia, e, se così si può dire, le culture si sono arricchite a vicenda. Per dirla tutta: ci si sente a casa qui, dove ci sono la famiglia e gli amici.

Lorenzo Petrocca – Stoccarda

„Il mio primo impatto con la Germania del 1978 fu duro. Avevo 14 anni.  Eravamo venuti da Crotone, genitori e 5 figli, senza parlare la lingua e non conoscendo nessuno. Capii però che bisognava adattarsi e comportarsi da ospiti educati. Questo comportamento mi venne spesso ricambiato con altrettanta educazione. I miei anni in fabbrica mi hanno però fatto assaggiare anche il razzismo, quello a bassa voce, con „sguardi“… Tuttavia, devo dire che oggi sono felice di essere stato accolto come musicista. Ho una moglie tedesca, e due figli bilingui e biculturali e sono felice di vivere in una Germania ormai anche mia.

Credo che il rispetto e l’affetto reciproco tra le due nazioni si sia cementato.

Terza Generazione

Davide Fustilla – Ostfildern

Sono nato e cresciuto in Germania e mi sono sentito sempre tedesco con radici italiane paterne, di cui sono orgoglioso. Grazie a mia madre tedesca, sono fin dalla nascita legato a entrambe le culture. Anche se la mia origine è visibile, non ha mai rappresentato un confine per il mio ambiente: i miei amici sono tedeschi, il mio percorso educativo altrettanto, e la mia lingua madre l’ho perfezionata qui ad un livello alto. Le mie radici italiane sono un complemento naturale di un’identità chiaramente radicata in Germania.

Giulia Gaudino – Monaco di Baviera

Sono nata in Germania. Sono medico e ieri come oggi mi si fanno domande sul nome e sulle mie origini paterne. Ed io nonostante alcuni pregiudizi sono orgogliosa di dire che sono figlia di padre italiano e di aver avuto nonni napoletani. Per me essere tedesca con origini italiane è grande arricchimento culturale e linguistico anche se, come succede a molti della seconda e terza generazione: in Germania sono italiana e in Italia sono la tedesca. Se per i miei nonni: lavoro e lingua erano una sfida quotidiana, per me significa apertura mentale e plurilinguismo. Napoli poi per me è il cuore della mia storia.

Ferdinando Iannone – Stoccarda

Ho lasciato Milano per Stoccarda nel 1999. Dopo diversi lavori svolti mentre imparavo intensamente la lingua, sono riuscito a entrare nel mio ambito professionale di fotografo già dopo appena due anni. Ho accettato e cercato di comprendere rapidamente il modo di vivere, le regole e la mentalità del Paese ospitante. Oggi mi sento ben integrato. La Germania che vivo ora è più complessa e veloce, ma offre ancora grandi opportunità a chi è disposto ad adattarsi e a impegnarsi. Mi sento parte attiva della società in cui vivo.  

Tina Mendocino – Roma

Sono figlia di italiani di 3a generazione, emigrati in Germania negli anni ’60.

Sono nata nel 1972 a Stoccarda. Ho frequentato il „Kindergarten“ e le prime due classi della Grundschule. Nel 1980 i miei genitori decidono di trasferirsi definitivamente a Celico un paese di poche anime nella provincia di Cosenza, scelta questa da me mai condivisa. Pur vivendo a Roma, ancora oggi mi sento parte di due culture diverse. Ho preso e fatto mio „il meglio“ di entrambe le culture anche se molto diverse. Per me essere „figlia di emigrati“ ha significato cementare una forte identità culturale e un percorso unico di crescita.

Anni 2000

Elisabetta Migliaccio – Weilheim

Sono arrivata in Germania nel 2015 e per me è stata una bella scoperta. Mi sono trovata subito a mio agio e ben accetta nonostante la mia non conoscenza della lingua tedesca. La mia Germania di oggi è soddisfacente, perché mi sento di avere stabilità e forza per superare tutto.

Fabio Domante – Sindelfingen

Sono arrivato in Germania nel 2005 con la sensazione di entrare in un mondo completamente diverso dal mio. Oggi, per me, quella Germania non è più un Paese straniero, ma parte della mia vita quotidiana. Ho imparato ad apprezzarne la sicurezza, l’organizzazione e il rispetto per gli spazi di tutti. Ciò che un tempo mi intimidiva ora mi sostiene: la Germania è cambiata, e io insieme a lei.

Maurizio Palese – Waiblingen

Prima di lasciare la Puglia immaginavo una Germania fatta solo di palazzoni grigi e anonimi. Ma mi sono dovuto ricredere, scoprendo un paese verde, ordinato, bello e sorprendentemente accogliente. Dopo dodici anni, confermo quel primo impatto e quasi mi scuso per essere stato così ignorante. Tra pandemia, guerre e crisi industriali questi ultimi anni sono diventati duri e difficili. Tuttavia considero la Germania un Paese solido e all’avanguardia, porto di speranza anche per noi italiani, capaci di rimettersi in gioco.

Francesca Bombaci – Augsburg

Sono arrivata a Karlsruhe nel 2005. Li ho vissuto cinque anni e il mio primo ricordo è quello di una città ordinata, pulita e con un grande senso civico. I miei figli sono nati lì e a livello di infrastrutture abbiamo sempre ricevuto ottimi servizi. Sono arrivata ad Augsburg nel 2012 e credo che la città stia lentamente peggiorando di anno in anno.

Daniele De Filippis – Augsburg

La mia esperienza in Germania inizia nel 2011 a Brema in un contesto lavorativo internazionale e stimolante. Nel 2013 sono arrivato ad Augsburg e ho immediatamente notato le differenze derivanti dal vivere in un land molto più ricco. Ad Augsburg l’integrazione linguistica e sociale è stata più facile. Qui ho avuto la grande opportunità di fondare una associazione culturale italiana che mi permette tuttora di rapportarmi anche ai tanti tedeschi che amano la nostra cultura.

Conclusione “Gli anniversari si celebrano e si studiano – ha ricordato Tommaso Conte, membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie) – concludendo il suo intervento alla manifestazione del 70° a Stoccarda. Bene, studiamo insieme tutti i mezzi per difendere la memoria dei primi emigrati e gli interessi di chi ancora oggi, per necessità deve lasciare l’Italia.” CdI 20

 

 

 

 

 

A Montecitorio il dibattito sul 70° dell’Accordo tra Italia e Germania  

 

ROMA – Nell’Aula di Montecitorio è stato ricordato il settantesimo anniversario della firma dell’Accordo tra Italia e Germania sui lavoratori transfrontalieri. Fra i vari interventi segnaliamo quello del deputato Toni Ricciardi (PD), eletto nella ripartizione Europa, cha ha ricordato come nel lontano 1955, per la prima volta, la Germania capì che aveva bisogno di forza-lavoro. “Immaginava di poter supplire con il rientro dei profughi da Est ma si capì che, per rilanciare l’economia tedesca che usciva massacrata dal secondo conflitto mondiale, aveva bisogno di braccia, di donne e di uomini. Il 20 dicembre, esattamente settant’anni fa, venne siglato l’Accordo tra Italia e Germania per lo scambio e la collaborazione in materia di lavoro. Quell’Accordo segnò probabilmente la chiusura della stagione d’oro degli accordi di emigrazione, inaugurata nel 1946, con il famoso Accordo con il Belgio, proseguita con gli accordi con l’Argentina, la Svizzera, la Francia, con mezzo mondo, che erano lì a testimoniare come l’emigrazione rappresentasse una leva economica per la neonata Repubblica”, ha spiegato Ricciardi sottolineando il fatto che l’Italia ha una delle poche Costituzioni che sancisce la libertà di emigrazione. “Quell’Accordo aprì le maglie: fu inaugurato nel 1956 il Centro emigrazione di Verona, al quale fu affiancato nel 1960, per sei anni, quello di Napoli; la Germania diventava la grande direttrice. Oggi in Germania vive la seconda comunità più numerosa al mondo: un milione di italiani e italiane; seconda solo all’Argentina. Questa storia e questo percorso si legano anche a una stagione, quella dei ‘gastarbeiter’, che seguirà quella dei magliari”, ha proseguito il deputato evidenziando che, se c’è stata una traiettoria di successo dell’automotive a Stoccarda, a Monaco, a Wolfsburg, “lo si deve al sacrificio e al lavoro di centinaia di migliaia di italiani che sono partiti con le valigie di cartone e hanno contribuito alla grandezza e alla rinascita della Germania e con le rimesse alla ripresa dell’Italia”. Giangiacomo Calovini (FDI) ha parlato di un Trattato storico per quanto riguarda non soltanto i rapporti tra Italia e Germania, ma soprattutto per quanto concerne un argomento così delicato, come l’emigrazione italiana di quegli anni. Calovini ha rimarcato come quello fosse un contesto storico, dopo la Seconda guerra mondiale, nel quale l’Italia faticava a uscire da alcune problematiche che si trascinava da parecchio tempo; mentre, invece, in Germania, soprattutto in quella che era la Repubblica federale tedesca, cresceva sempre di più un’economia basata sulla siderurgia, sulla meccanica che necessitava di tante persone particolarmente qualificate, come potevano essere quelle italiane in quel momento e in quel contesto. “Stiamo parlando di un Accordo che ha rappresentato circa 500.000 italiani che sono emigrati, che si sono inseriti, integrati all’interno del contesto sociale, del contesto storico sicuramente non facile ma che, ancora oggi, sono patrimonio di una comunità che ha lasciato il segno e che lascerà sempre il segno. E mi permetto anche di ricordarla in un momento storico in cui Italia e Germania, settant’anni dopo, stanno facendo e affrontando una sfida non tanto differente e faccio riferimento alla crisi della siderurgia che tanto aveva rappresentato in quel periodo e in quel momento”, ha rilevato Calovini ricordando anche una recentissima notizia, riguardante la chiusura, per la prima volta, di una fabbrica della Volkswagen, vicino Dresda: stabilimento che, dopo 88 anni, chiude i battenti lasciando a casa anche tantissimi concittadini italiani. Dal canto suo il deputato della Lega Simone Billi, eletto nella ripartizione Europa, ha ricordato che proprio nei giorni scorsi è stato a Stoccarda per celebrare il settantesimo anniversario degli Accordi di manodopera tra Italia e Germania, “un passaggio storico che ha cambiato la vita di migliaia di famiglie italiane”, ha precisato Billi spiegando che si è trattato di un appuntamento organizzato dal Comites di Stoccarda, insieme al Consolato e alle realtà associative del territorio. Billi ha raccontato che in quell’occasione è stata proiettata una videointervista, realizzata da Maurizio Palese, a 12 anziani della vecchia migrazione. “Sono storie di lavoro duro, di coraggio, di sacrifici pagati spesso in silenzio”, ha aggiunto il deputato sottolineando che dietro questo Accordi ci sono storie di cuore e ricordi di tante persone: “vite reali, fatte di coraggio e soprattutto di sacrifici, valigie chiuse in fretta, treni presi con la paura addosso, giornate in fabbrica, in cantiere, nelle officine; genitori che hanno scelto la fatica per consegnare ai propri figli un futuro migliore”, ha sottolineato Billi che ha concluso “Onorare quegli accordi, significa onorare chi ha aperto la strada con sacrifici enormi e chi oggi la porta avanti con coraggio”. La deputata Chiara Tenerini (FI) ha a sua volta rammentato che, per migliaia di famiglie italiane, quell’Accordo significò lavoro e dignità in una fase in cui il Paese cercava di consolidare la crescita e, insieme, di ridurre squilibri territoriali e sociali. “Per la Germania, impegnata nella ricostruzione postbellica e nello sviluppo industriale, significò poter contare su competenze, serietà e capacità di adattamento; soprattutto, per entrambi i Paesi significò trasformare un bisogno economico in un percorso politico e umano, creare legami, comunità e reciprocità”, ha evidenziato la deputata.  “Quando si parla di quel periodo si rischia talvolta di semplificare. Non fu un cammino facile: ci furono condizioni di lavoro dure, difficoltà linguistiche, solitudini, episodi di discriminazione e, al tempo stesso, ci furono storie di riscatto; persone che hanno costruito imprese, professionalità, percorsi di studio per i figli; associazioni che hanno tenuto insieme identità e integrazione, reti familiari e comunitarie che hanno fatto da ponte tra due società. Oggi la comunità italiana in Germania è una realtà stabile e vitale. È parte integrante dell’Italia che vive all’estero e, insieme, è parte di quel tessuto europeo che si regge non solo su trattati e istituzioni ma anche sulla vita concreta delle persone”, ha spiegato Tenerini ribadendo che ricordare quell’Accordo significa anche “assumere un impegno attuale: rafforzare la protezione e i servizi per i nostri connazionali all’estero, valorizzare le competenze e le professionalità che si muovono oggi in Europa, sostenere una mobilità ordinata e qualificata”, ha aggiunto Tenerini. Dal canto suo il deputato Antonio Ferrara (M5S) ha ricordato che si sta parlando di lavoratori e lavoratrici che attraversarono i confini non per piacere, ma per vivere e sostenere le proprie famiglie. “Immaginiamo quella scena: una valigia di cartone, la stazione, un saluto trattenuto, un contratto incomprensibile, una lingua da imparare in corsa. Quell’Accordo non è solo un documento, è la storia degli italiani, che hanno costruito fabbriche e servizi, che hanno pagato contributi e mandato rimesse, facendo crescere i due Paesi. L’Europa è nata dal lavoro. Ma commemorare non può essere nostalgia, deve essere responsabilità”, ha commentato Ferrara sottolineando che, se questa ricorrenza deve avere un senso politico, le parole chiave sono dignità nel lavoro e nei diritti, assistenza e tutela familiare, infrastrutture sociali e servizi consolari. E’ stata poi la volta delle deputata Federica Onori (Azione), eletta nella ripartizione Europa, che ha spiegato come quegli accordi nacquero con un obiettivo preciso e molto concreto: regolare i flussi di manodopera italiana verso la Germania, garantendo diritti, tutele e un quadro di cooperazione stabile. “Non era un atto simbolico, era una risposta pragmatica a un0esigenza comune, in un’Europa che stava ricostruendo se stessa. Oggi il rapporto tra Italia e Germania è solido e strutturato: dalla cooperazione politica ed economica al coordinamento europeo su industria, energia e sicurezza. La Germania resta il primo partner commerciale dell’Italia ed è uno dei nostri interlocutori chiave nei principali dossier europei”, ha aggiunto la deputata evidenziando tuttavia che le relazioni italo-tedesche non si esauriscono nei vertici tra Governi o nei trattati. “Nelle ultime settimane, proprio per la celebrazione dei settant’anni da questi importantissimi accordi, sono state organizzate, spesso dai Comites, delle celebrazioni e degli eventi molto importanti in Germania. Ho avuto il piacere e l’onore di andare fisicamente a Norimberga e a Dortmund. Ho incontrato comunità diverse per età, per storie e per percorsi, ma accumunate da un dato evidente: la presenza italiana in Germania non è una realtà del passato, è una componente viva e attuale delle nostre relazioni bilaterali”, ha proseguito Onori rammentando che ad oggi in Germania risiedono circa 847.000 cittadini e cittadine italiani. “È una delle comunità italiane più numerose nel mondo e, certamente, la più rilevante in Europa. Parliamo di lavoratori, famiglie, studenti, professionisti, imprenditori, pensionati. Una comunità plurale che contribuisce in modo concreto all’economia, alla società e alla vita culturale tedesca, mantenendo, al tempo stesso, un legame fortissimo con l’Italia”, ha precisato la deputata richiamando l’attenzione sulla necessità che la politica lavori “sulle esigenze concrete dei connazionali all’estero: servizi consolari più accessibili, documenti, cittadinanza, stato civile, voto, mobilità, diritti sociali. Temi che incidono direttamente sulla vita delle persone”. Francesco Mari (AVS) ha ricordato che i lavoratori italiani in Germania erano 20.000 nel 1950 e, poi, nel 1960, dopo l’Accordo, diventeranno 200.000 e, alla fine, nel 1970, arriveranno a essere circa 574.000. “Più di un milione di lavoratori italiani sono emigrati in Germania in quegli anni”, ha rilevato Mari sottolineando che l’Accordo del 1955 era orientato esplicitamente al reclutamento ed al collocamento di manodopera italiana nella Repubblica Federale di Germania. “Reclutamento e collocamento di manodopera: perché i lavoratori italiani costretti ad emigrare con la loro forza lavoro, furono la nostra merce, in qualche modo, per compensare lo sbilancio commerciale con la Germania. Furono una delle nostre risorse per incrementare la ricchezza nazionale tramite le rimesse, nonché, tramite l’emigrazione, una delle leve per diminuire il tasso di disoccupazione nazionale. Questi accordi, come altri, contribuirono senza dubbio a determinare un processo e un sistema di collaborazione tra gli Stati europei e una sempre più stretta collaborazione e integrazione economica che, nella sua evoluzione, giungerà, poi, all’Unione europea come oggi la conosciamo. Oggi l’Unione europea ha costruito, per i cittadini degli Stati membri, una identica cornice di diritti e di tutele che, evidentemente, al tempo non esisteva”, ha spiegato Mari. (Inform 21)

 

 

 

 

 

Il primo italiano a Düsseldorf. Scena narrativa (1955)

 

Ecco una ricostruzione narrativa realistica e storicamente plausibile del primo italiano che arriva a Düsseldorf negli anni del grande reclutamento.

Il treno rallentò tra sbuffi di vapore, mentre l’altoparlante gracchiava un nome che per lui aveva un suono quasi esotico: “Düsseldorf Hauptbahnhof”.

Era il 6 dicembre 1955 quando Antonio Rinaldi, ventiquattro anni, scese dal vagone con una valigia di cartone legata con lo spago. Arrivava da un paese del Sud, lasciato all’alba due giorni prima. Porto d’imbarco: Verona Centro di Smistamento, dove funzionari tedeschi avevano controllato i polmoni ai giovani destinati alle fabbriche della Ruhr.

Appena toccò la banchina, Antonio sentì un freddo che gli entrò nelle ossa. Nel suo paese, in quei giorni, si raccoglieva ancora qualche oliva; lì, invece, un vento gelido portava l’odore del carbone bruciato e dei treni merci.

Il piazzale davanti alla stazione era un misto di macerie e gru. Düsseldorf stava ancora risorgendo dalla guerra: palazzi senza finestre, muri puntellati da travi, cartelli di ricostruzione ovunque.

Un uomo in cappotto scuro si avvicinò con un cartello dove era scritto ITALIENISCHE ARBEITER.

«Rinaldi? Antonio Rinaldi?»

Antonio annuì, rigido, cercando di decifrare quel tedesco gutturale che gli sembrava lontanissimo dal dialetto che parlava a casa.

«Fabrik. Arbeit. Dormitorio», disse l’uomo, indicando il camion parcheggiato lì vicino.

Antonio salì insieme ad altri quattro italiani arrivati con treni differenti. Nessuno parlava. Si guardavano negli occhi, tutti con la stessa domanda in testa: “Che ci trovo qui?”

Il camion si mosse tra strade fangose di una città che non conoscevano. Passarono davanti alla Rheinturm, ancora in ricostruzione, e poi costeggiarono il Reno, grigio come il cielo.

Dopo una decina di minuti apparve un grande portone metallico con un’insegna:

HENKEL – Werke Düsseldorf.

Il caposquadra spiegò a gesti dove avrebbero lavorato: spostare sacchi, pulire macchinari, turni di dodici ore. Antonio non capì tutto, ma capì l’essenziale: si lavorava, duro.

Li portarono poi nel dormitorio: una baracca di legno con stufe a carbone, letti a castello e fotografie di famiglie italiane appese alle pareti dai più anziani.

Antonio appoggiò la valigia sul letto più vicino alla finestra.

Dentro c’erano:

* una pagnotta avvolta in un panno

* una foto dei genitori

* una camicia buona per la domenica

* un dizionario tascabile “Italiano–Tedesco”

Si sedette. Il silenzio era spesso, quasi rispettoso. Poi, dall’altra parte della stanza, qualcuno tirò fuori una fisarmonica. Una melodia lenta, malinconica, riempì l’aria.

Antonio chiuse gli occhi. Non capiva ancora una parola di tedesco, non sapeva se avrebbe resistito alla nostalgia, né quanto tempo sarebbe rimasto lì. Ma sapeva una cosa: quel giorno, in quella città che odorava di carbone e speranza, iniziava la sua nuova vita. Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

Migranti, la svolta Ue su rimpatri: cosa cambia adesso

 

Il governo italiano si intesta il cambio di rotta. Piantedosi: "Convinto Berlino che le Ong in mare sono un fattore di attrazione delle migrazioni"

L'Unione europea cambia registro sulla gestione dell'immigrazione. I ministri dell'Interno dell'Ue hanno trovato a Bruxelles un accordo sulla posizione negoziale del Consiglio su un rilevante pacchetto di norme: il regolamento Ue sui rimpatri, quello sui Paesi di origine sicuri, la modifica del concetto di Paesi terzi sicuri e il cosiddetto 'solidarity pool', gli impegni che i Paesi Ue non di primo arrivo si assumono nei confronti di quelli considerati come sottoposti a pressione migratoria, che ora sono Grecia, Cipro, Spagna e Italia.

Per il commissario europeo alle Migrazioni, l'austriaco del Ppe Magnus Brunner, si tratta di una "svolta della nostra politica migratoria e di asilo". Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi può rivendicare che "la svolta che il governo italiano ha chiesto in materia di migrazione c’è stata". Per il ministro dell'Interno tedesco, Alexander Dobrindt della Csu bavarese, nell'Ue si assiste finalmente ad una "riorganizzazione" della politica migratoria.

Piantedosi ha sottolineato che il governo italiano ha lavorato con Francia e Germania per arrivare a un approccio comune e ha rivendicato di aver portato Berlino sulle posizioni dell'Italia su un punto politicamente 'caldo': considerare le Ong che salvano i migranti in mare come un "pull factor", un fattore di attrazione delle migrazioni. Nell'Ue il clima è cambiato e prevale la linea dura contro l'immigrazione illegale: come ha detto chiaramente la commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica di recente a Bruxelles, i migranti illegali devono essere "deportati" altrove.

Il copresidente dell'Ecr Nicola Procaccini ha sottolineato che la politica Ue ora fa differenza tra la migrazione "legale" e quella "illegale". La posizione negoziale concordata dal Consiglio ora andrà nel trilogo con il Parlamento per dare forma definitiva ai testi di legge, ma di fatto anche nell'Aula gli equilibri politici sono cambiati. "Mi auguro - dice Procaccini - che la prossima settimana a Strasburgo non vi sia chi vuole riportarci indietro, verso le morti in mare e l’immigrazione di massa che sta alimentando povertà, degrado, violenze e business criminali".

Cosa cambia

Di fatto, i quattro provvedimenti votati ieri in Consiglio introducono cambiamenti rilevanti nel quadro legislativo. Il regolamento sui rimpatri Ue dà tra l'altro la possibilità ai Paesi membri di stipulare accordi con Paesi extra Ue per creare hub di rimpatrio, rispettando determinati parametri. Prevede anche misure speciali nei confronti dei migranti considerati un rischio per la sicurezza, con la possibilità di vietare loro l'ingresso a tempo indeterminato e di detenerli, anche in carcere. La legge mira ad aumentare il tasso di rimpatrio di coloro che si vedono respinta la domanda di asilo, che oggi è inferiore a "uno su quattro", come ha detto il ministro dell'Immigrazione danese Rasmus Stoklund, socialdemocratico.

Il regolamento sui Paesi sicuri di origine stila per la prima volta un elenco Ue di Paesi di origine considerati, appunto, sicuri: di conseguenza, le domande di asilo presentate dai cittadini di questi Paesi verranno esaminate con procedura accelerata, perché considerate a priori meno fondate rispetto a quelle presentate da richiedenti asilo provenienti da altri Paesi. L'elenco dei Paesi di origine sicuri comprende, oltre ai Paesi candidati ad aderire all'Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia), anche Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia.

"Ogni anno - ha detto il ministro danese Stoklund - decine di migliaia di persone arrivano in Europa e chiedono asilo, pur partendo da Paesi sicuri, dove generalmente non sussiste alcun rischio di persecuzione. Il primo elenco Ue di Paesi di origine sicuri contribuirà a creare procedure di asilo più rapide ed efficienti e al rimpatrio di coloro che non necessitano di protezione". Si tratta di "un traguardo importante per la politica di asilo dell'Ue".

Non solo. La modifica del concetto di Paese terzo sicuro consente agli Stati membri dell'Ue di respingere una domanda di asilo come inammissibile, senza esaminarne il merito, quando i richiedenti asilo avrebbero potuto chiedere e ottenere protezione internazionale in un Paese extra-Ue considerato sicuro per loro, per esempio passandoci.

Gli Stati membri potranno applicare il concetto di Paese terzo sicuro sulla base di tre opzioni. Prima opzione: esiste un legame tra il richiedente asilo e il Paese terzo. Tuttavia, il legame non sarà più un criterio obbligatorio per l'utilizzo di questo concetto. Seconda opzione, il richiedente asilo ha transitato attraverso il Paese terzo sicuro prima di raggiungere l'Ue. Terza opzione, esiste un accordo o un'intesa con un Paese terzo sicuro che garantisca che la richiesta di asilo di una persona venga esaminata nel Paese terzo in questione. L'applicazione del concetto di Paese terzo sicuro sulla base di un accordo o di un'intesa non è possibile nel caso di minori non accompagnati.

I centri in Albania

Il combinato disposto delle norme cui il Consiglio ha dato via libera, di fatto, convalida la scelta del governo italiano di creare centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Albania. Piantedosi ha rivendicato che il Cpr di Gjader e il centro di Shengjin, in Albania, si "ricandidano con forza" ad "essere attivi su tutte le funzioni per i quali erano stati concepiti: luoghi di trattenimento per l'esercizio delle procedure accelerate di frontiera", ma soprattutto "ad essere il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei regolamenti", sui quali oggi il Consiglio Ue ha concordato una posizione negoziale.

Lo stesso Stoklund, che è socialdemocratico (gruppo S&D, lo stesso del Pd), ha definito il tentativo dei Paesi Bassi di trovare un'intesa con l'Uganda per crearvi un hub per i rimpatri come un modello "interessante", che potrebbe essere replicato da altri Paesi. La stessa Germania sta lavorando per creare un hub per i rimpatri in Africa, ha riferito il ministro greco per le Migrazioni Thanos Plevris la settimana scorsa.

Il Consiglio Ue ha anche trovato un'intesa sul 'solidarity pool', l'insieme degli impegni che gli Stati membri non di primo arrivo si assumono per aiutare quelli di primo arrivo, considerati come sottoposti a pressione migratoria. Per la seconda metà del 2026, a partire dal 12 giugno, il 'pool' prevede 21mila ricollocamenti o altri impegni materiali, oppure 420 milioni di euro di contributi finanziari. Per Piantedosi, non è la priorità: il governo Meloni, ha spiegato, punta al "controllo delle frontiere", in modo da non trovarsi ad avere bisogno del meccanismo di solidarietà.

Ira di Orban

Il primo ministro ungherese Viktor Orban, che è in piena campagna elettorale, ha tuonato via social che "Bruxelles sta cercando di costringere l'Ungheria a pagare ancora di più o ad accogliere migranti. Questo è inaccettabile. L'Ungheria spende già abbastanza per proteggere la frontiera esterna dell'Unione. Non accoglieremo nemmeno un singolo migrante e non pagheremo per i migranti degli altri. L'Ungheria non applicherà le misure del patto. Inizia la ribellione".

Posture elettorali a parte, la linea sull'immigrazione decisa dal governo Meloni ha cambiato nettamente la posizione dell'Italia nell'Ue, portando ad una oggettiva convergenza con quelle di altri Paesi membri, a partire da quelli destinatari dei movimenti secondari, come la Germania governata dalla Grosse Koalition, ma anche la Danimarca a guida socialdemocratica. Il tema delle migrazioni è politicamente ultrasensibile in molti Paesi Ue, a partire dalla Germania dove l'AfD è in testa nei sondaggi. Il fatto che l'Italia ora si sia spostata su posizioni più dure sui controlli di frontiera ha oggettivamente facilitato l'intesa con i Paesi del nord, che hanno il problema dei movimenti secondari, cioè l'immigrazione di richiedenti asilo provenienti da altri Paesi membri.

Più che porre l'accento sulla necessità di ricollocare i richiedenti asilo arrivati, come facevano i governi passati, ora il focus è sul controllo dei confini, come dice Piantedosi e come Meloni diceva da ben prima di diventare premier. Di fatto, riducendo i numeri, la speranza è quella di ridurre i flussi in arrivo a un rivolo (Libia permettendo). E, una volta ridotti i numeri, allora l'intesa sulla solidarietà si potrà trovare. Anche con i Paesi dell'ex blocco di Visegrad. Ungheria compresa, ma solo dopo le elezioni. (Tommaso Gallavotti. Adnkronos 9)

 

 

 

 

 

Unesco, la cucina italiana è Patrimonio dell'Umanità

 

È la prima volta che viene premiata una tradizione culinaria nella sua globalità

La cucina italiana entra ufficialmente nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Unesco. Il Comitato intergovernativo dell'organizzazione, riunito a Nuova Delhi, ha approvato l'iscrizione della candidatura della 'Cucina italiana fra sostenibilità e diversità bio-culturale', confermando la valutazione preliminare positiva dello scorso novembre. Applausi sono arrivati all'annuncio dalla delegazione italiana presente in sala e guidata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

La candidatura - avanzata nel 2023 dal 'Collegio Culinario Associazione culturale per l'enogastronomia italiana' in collaborazione con Casa Artusi, l'Accademia della Cucina Italiana e la rivista 'La Cucina Italiana' - mirava a promuovere principi e valori tipici della tradizione italiana, come il contrasto allo spreco alimentare e la riduzione del consumo di risorse. La decisione segna una svolta nella storia dei riconoscimenti gastronomici dell'Unesco: è la prima volta che viene premiata una tradizione culinaria nella sua globalità, superando l'approccio adottato in passato, incentrato su singole pratiche o tecniche.

Con l'ingresso della cucina italiana, salgono a 20 gli elementi italiani iscritti nella Lista del patrimonio immateriale, che comprende circa 800 elementi in 150 Paesi. Tra i precedenti riconoscimenti Unesco già attribuiti all'Italia figurano la Dieta Mediterranea (2013, bene transnazionale), la Vite ad alberello di Pantelleria (2014), l'Arte del pizzaiuolo napoletano (2017) e la Cerca e cavatura del tartufo (2021). Considerata un modello di inclusività e sostenibilità, la cucina italiana viene valorizzata come pratica quotidiana capace di unire comunità diverse, tutelare la biodiversità, ridurre gli sprechi e riflettere la ricchezza culturale dei territori.

"È stato un grande successo. A nome del governo italiano voglio ringraziare tutti coloro che si sono impegnati per raggiungere questo obiettivo. Voglio anche ringraziare come ministro degli Esteri tutte le nostre ambasciate e i nostri consolati che hanno avuto disposizione di fare il massimo perché tutti quanto potessero conoscere la cucina italiana e si potesse raggiungere questo risultato. Si vince quando c'è un grande gioco di squadra", ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, prendendo la parola durante i lavori del Comitato Unesco a Nuova Delhi dopo la proclamazione. "Siamo fieri della nostra cucina che rappresenta la nostra identità, i nostri valori, ogni ricetta collega generazioni e rafforza il senso di comunità e famiglia", ha proseguito il titolare della Farnesina, sottolineando che la cucina italiana è salute, innovazione e "anche uno straordinario volano di crescita e prosperità". Tajani ha ricordato che nel 2024 l'export dell'agro-alimentare italiano è salito a 68 miliardi di euro e nei primi otto mesi di quest'anno si è registrato un ulteriore aumento del 6%. "Questo riconoscimento ci incoraggia a fare ancora di più per promuovere le eccellenze del nostro Paese", ha concluso.

La comunicazione al presidente Mattarella

Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha comunicato ufficialmente al Capo dello Stato, in qualità di rappresentante di tutti gli italiani, l’avvenuto riconoscimento della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco. Lo fa sapere il Masaf in una nota. Lollobrigida ha avuto altresì modo di ringraziare il Presidente della vicinanza che ha dimostrato al mondo dell’agricoltura italiana anche con la partecipazione ad eventi dedicati al settore primario come 'Agricoltura è' tenutosi a Roma lo scorso marzo. Il Presidente della Repubblica nel corso della telefonata ha avuto modo di esprimere il proprio compiacimento per un successo che rafforza il prestigio italiano nel mondo.

Meloni: "Un primato che ci rende orgogliosi"

In un videomessaggio diffuso per l'occasione Giorgia Meloni ha spiegato che la notizia "ci riempie d'orgoglio". "Siamo i primi al mondo a ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo e la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo o un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza".

"È un primato che ci inorgoglisce", ha rimarcato Meloni, "e ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti e proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale. Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto dell'agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi".

Nel videomessaggio la premier aggiunge che "il Governo ha creduto fin dall'inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri Lollobrigida e Giuli per aver seguito il dossier. Ma è una partita che non abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano, insieme ai nostri connazionali all'estero, insieme a tutti coloro che nel mondo amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita". "Oggi - ha concluso la presidente del Consiglio - celebriamo una vittoria dell'Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può stupire il mondo".

Lollobrigida: "L'Italia ha vinto, la festa appartiene a tutti"

“La Cucina Italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”. Così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida.“Questo riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale, orgoglio e visione. La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione”, prosegue Lollobrigida.

“È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va il mio più profondo ringraziamento. Questo riconoscimento è motivo di orgoglio ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere. Sarà anche uno strumento in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità”, conclude il ministro.

Giuli: "Traguardo storico"

“Con l’ingresso della cucina italiana nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, l’Italia riconosce e valorizza un bene collettivo che racconta le nostre radici, la nostra identità, le comunità e la biodiversità dei territori. Il riconoscimento da parte dell’Unesco segna un traguardo storico: a essere tutelato non è un singolo piatto, ma l’intero sistema della cucina italiana, inteso come patrimonio vivente fatto di pratiche, ritualità, rispetto della stagionalità e trasmissione di saperi intergenerazionale", così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.

“Con questo riconoscimento, la cucina italiana entra ufficialmente tra i beni culturali immateriali dell’umanità”, ha aggiunto il ministro, “confermando il suo valore identitario, culturale e sociale, nonché il suo ruolo nella costruzione di una memoria collettiva condivisa. Soltanto il fatto che il nostro stare a tavola, il nostro modo, peculiarmente italiano, di stare insieme, sia erede di tante ritualità, che il nostro ‘pranzo della domenica’ i nostri momenti conviviali in occasione delle feste, siano elementi di una tradizione antichissima e in evoluzione continua, dice tutto. I nostri piatti - conclude - sono espressione dei nostri territori, delle nostre radici familiari, che attraversano le generazioni. La cucina italiana rispecchia la civiltà italiana”.

Sangiuliano: "Il riconoscimento corona percorso iniziato con Lollobrigida"

“Accolgo con grande soddisfazione e felicità il riconoscimento della Cucina italiana nella lista del patrimonio immateriale dell’Unesco. È il coronamento di un percorso che iniziammo con il ministro Francesco Lollobrigida, che ne ebbe l’intuizione, quando ero ministro della Cultura. Ha fatto benissimo il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a manifestare l’orgoglio della nazione per questo riconoscimento, che come ha ricordato la premier, onora quello che siamo e la nostra identità”, dice all'Adnkronos Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura ora neoconsigliere regionale di FdI in Campania.

“La grandezza della nazione italiana non è data solo dallo straordinario patrimonio culturale e dalle bellezze della natura, ma anche dal distillato delle tradizioni che si sono sedimentate in secoli di storia di cui la cucina costituisce una unicità mondiale. L’aver riconosciuto la cucina nella sua globalità e non per un solo aspetto è un riconoscimento ancor più grande di questo valore. Primi al mondo”, aggiunge l'ex ministro,“Del resto la cucina è anche una straordinaria realtà economica che esalta la filiera agroalimentare italiana, crea ricchezza e lavoro”.

Mazzi: "Successo di tutti gli italiani"

"Oggi realizziamo un sogno nel vedere la nostra cucina, prima cucina al mondo riconosciuta patrimonio dell’umanità. Un successo per tutti gli italiani, nessuno escluso. E’ stato un appassionante lavoro di squadra di due ministeri, della Cultura e dell’Agricoltura. Grazie ai ministri Giuli, Sangiuliano e al ministro Lollobrigida e grazie al premier Giorgia Meloni per aver creduto nel progetto con forte determinazione. Sapremo tutelare questo patrimonio per trasmetterlo alle generazioni del futuro", dichiarato Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura con delega Unesco, firmatario della candidatura della cucina italiana a patrimonio dell'umanità il 24 marzo 2023.

Salvini: "Alla faccia di chi vuole metterci nei piatti cibo da laboratorio"

''Un premio alla nostra filiera agroalimentare che ci riempie di orgoglio e di soddisfazione. Dobbiamo essere custodi e promotori di questa eccellenza, apprezzata e imitata ovunque. Alla faccia di chi vuole metterci cibo da laboratorio e insetti nei piatti: viva la nostra cucina, viva le nostre tradizioni'', così sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini.

Pichetto: "Vince l'Italia della qualità con eccellenza ambientale"

“La cucina italiana nasce da una straordinaria agricoltura, da una produzione di altissimo livello, dal connubio tra tradizioni, cultura e innovazione culinaria, ma anche dall’eccellenza ambientale. Il riconoscimento Unesco, che rende la nostra cucina Patrimonio immateriale dell’Umanità, è il successo del Sistema Italia, della sua qualità e unicità”, dichiara il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. “Congratulazioni ai ministri Francesco Lollobrigida e Alessandro Giuli per aver ottenuto un risultato che onora il nostro Paese, valorizzandone una delle sue più alte espressioni”, conclude Pichetto.

Urso: "Da riconoscimento cucina ricadute economiche su settore alimentare e turismo"

Il riconoscimento Unesco alla cucina italiana come patrimonio immateriale dell'Umanità, afferma il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso intervenendo all'assemblea di Confagricoltura, si deve a "un gioco di squadra straordinario di tutto il governo, è motivo di grande orgoglio e simboleggia il significato più profondo del made in Italy. La specificità di questo Paese avrà anche importanti straordinarie ricadute sul piano economico commerciale e produttivo nel settore agricolo, alimentare e nel settore turistico alberghiero. Tutto si lega e rappresenta appieno quello che siamo: il frutto di uno stile di vita che tutti ci riconoscono quale emblema dell'eccellenza e della qualità".

Crosetto: "Grazie a Lollobrigida, motore e benzina di questa straordinaria avventura"

"La Cucina Italiana è patrimonio dell'Umanità! Grazie a tutti quelli che in questi anni hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo straordinario ed unico al Mondo. Grazie a chi è stato il motore e la benzina di questa straordinaria avventura, il mio amico e collega Francesco Lollobrigida. Siamo onorati, come Ministero della Difesa, di aver dato il nostro piccolo supporto al suo grande lavoro", sottolinea il Ministro della Difesa Guido Crosetto sul suo canale X.

Fontana: "Premio a tradizione, qualità e varietà"

"Il riconoscimento dell'Unesco alla Cucina italiana è un riconoscimento alla cultura e al saper fare, a chi ogni giorno opera, dalla materia prima alla trasformazione, per produrre eccellenza. È questo un risultato che onora il nostro Paese, valorizzando la straordinaria ricchezza della varietà, delle tradizioni, dei prodotti italiani. Saperi antichi che vengono tramandati e consegnati al mondo come un patrimonio infinito che è parte della storia del nostro Paese. Un grande grazie a chi ha reso possibile questo risultato, a tutti gli operatori del settore e al loro lavoro quotidiano", così il Presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Adnkronos 10

 

 

 

 

 

Quo vadis Germania?

 

L’Europa della difesa ha vissuto un anno importante con le inevitabili luci ed ombre. Gli ottimisti si concentrano, anche scaramanticamente, sulle prime. Questo è ancora più comprensibile se si considera il ritardo con cui l’Unione Europea si sta misurando con un tema che, invece, per lo meno da venticinque anni, avrebbe dovuto essere affrontato. Se ciò fosse avvenuto è probabile che oggi lo scenario sarebbe diverso e che sarebbe sicuramente meno indifesa.

La storia ha dimostrato innumerevoli volte l’importanza della deterrenza al fine di scoraggiare i potenziali aggressori e, in ogni caso, proteggersi meglio. Ma, fino ad ora, noi europei non siamo riusciti ad integrare la consapevolezza che si è sviluppata in un certo numero di Stati membri (purtroppo non in tutti) all’interno di una dimensione europea, anche se avrebbe dovuto essere evidente che da tempo non c’è alternativa a quest’ultima.

Il risultato è che il rafforzamento delle capacità europee di difesa e sicurezza attraverso una maggiore integrazione politica e militare è solo leggermente aumentato, mentre il ritardo fin qui accumulato e le minacce incombenti avrebbe richiesto una brusca accelerazione. Poco o niente, invece, è stato fatto per favorire una reale comunalità degli equipaggiamenti in servizio nelle Forze Armate nazionali, evitando nuovi programmi nazionali (anche mascherati da finti programmi di collaborazione per ottenere fondi europei) e troppe versioni nazionali dei pochi sistemi d’arma comuni.

Il risveglio del “fantasma” tedesco

Negli ultimi tre anni e soprattutto quest’anno si è registrata, comunque, un’importante novità nel campo della difesa: il risveglio di un vecchio fantasma da molti dimenticato, la Germania.

Prima Putin e poi anche Trump sono riusciti a smuovere il gigante tedesco, esplicitamente intenzionato ad allineare il suo peso politico internazionale e militare a quello economico e a diventare a breve il primo paese europeo in campo militare (per lo meno sul terreno convenzionale). Per ora si registra solo un cambiamento di postura internazionale e l’avvio di un piano di forti investimenti militari con ampia riorganizzazione delle Forze Armate, ma quando inizia un processo di riposizionamento è difficile prevedere a che punto si fermerà.

Sul piano europeo e internazionale la Germania sta passando, nel giro di pochi anni, da gigante economico e nano politico a gigante economico (anche se attraversa una preoccupante fase di stagnazione) e politico. L’attivismo che sta dimostrando sulla guerra russa contro l’Ucraina e la disponibilità a sostenere anche militarmente quello sfortunato Paese era semplicemente impensabile all’inizio di questo decennio. A riconoscerlo sono anche le due potenze nucleari europee, Francia e Regno Unito, che hanno ormai accettato di condividere la leadership della resistenza al delirio imperiale russo. Nel gioco dei rapporti di potenza intra-europei un grande merito della Germania è stato anche quello di aver cercato di favorire in ogni modo una risposta europea. Nonostante le obiettive difficoltà, l’Unione ha compiuto qualche piccolo passo avanti, come si è evidenziato nel recente Consiglio Europeo dove sono stati infranti due tabù: quello del debito comune europeo per sostenere finanziariamente l’Ucraina e quello di una decisione presa dalla maggioranza degli Stati Membri (seppur “tollerata” dai soliti pochissimi ultra-sovranisti). Sul versante transatlantico, inoltre, fin dall’insediamento della nuova amministrazione americana la Germania ha tenuto una posizione altrettanto ferma nel contrastarne gli attacchi commerciali sia sul piano commerciale sia su quello politico, difendendo insieme i suoi interessi nazionali e quelli europei. Anche da qui la crescita del suo ruolo in Europa (favorita anche dal secondo mandato della Presidente tedesca della Commissione Europea).

La spesa militare

Sul piano militare la Germania ha dichiarato esplicitamente due anni fa di voler diventare la principale potenza militare europea entro il decennio. A questo fine ha appena deciso un primo investimento straordinario per la difesa di 50 miliardi di euro (con la prospettiva di raddoppiarlo a breve) per arrivare al 3,5% del PIL entro la fine del decennio (quattro-cinque anni prima della scadenza decisa in ambito NATO). La credibilità della decisione è confermata dal raggiunto traguardo del 2% nel 2025, con un aumento di circa il 30% sul 2024 (e senza utilizzare la fantasia contabile di altri alleati). Nel 2026 la spesa militare tedesca è, quindi, prevista in 83 miliardi di euro (più del doppio di quella italiana).

Nel breve-medio periodo continuerà a mancarle lo status di potenza atomica, ma la nuova forma di guerra tradizionale+ibrida che si sta affermando, ha cominciato ad offrire nuovi strumenti di deterrenza. Alla minaccia della “demolizione atomica” si sta sommando quelle della “demolizione tecnologica” in cui nulla funzionerebbe più, come se fosse andato distrutto, mentre, invece, sarebbe semplicemente inutilizzabile per un arco di tempo sufficiente per mettere qualunque paese in ginocchio. Altri attori, oltre alle potenze atomiche, si preparano, di conseguenza, ad entrare in campo, se già non lo hanno fatto.

I nuovi programmi militari

Sempre a livello militare, numerose scelte per i nuovi equipaggiamenti, pur separate tra loro, stanno concorrendo al rafforzamento del ruolo tedesco.

L’alleanza franco-tedesca degli ultimi trent’anni sembra ormai essersi incagliata: si è iniziato tre anni fa con la decisione di non condividere con la Francia l’ammodernamento del comune elicottero anticarro Tiger (senza per ora manifestare una diversa opzione) per arrivare al mancato accordo sul programma per il velivolo di sesta generazione FCAS e allo stallo del progetto franco-tedesco MGCS per un carro di nuova generazione, avviato quasi dieci anni fa (nel frattempo la Germania ha lanciato due anni fa una nuova versione A 8 del carro da battaglia Leopard 2, dove il numero 8 indica quante versioni siano state via via realizzate per una quindicina di Paesi europei; considerando quelli che stanno già manifestando il loro interesse, il nuovo moderno e fortemente protetto Leopard 2 finirà molto probabilmente con l’inondare il mercato europeo del prossimo decennio, saturando così il mercato).

In campo subacqueo quattro anni or sono la Germania ha avviato, in collaborazione con la Norvegia, la costruzione di una nuova versione del sottomarino U 212 A, denominata CD-Common Design. Le dimensioni sono quasi raddoppiate e sono previsti due motori, maggiore autonomia soprattutto in immersione, tubi lanciamissili anti-nave e anti-superficie: di fatto si passa, così, dal semplice ruolo d’attacco anti-som e anti-nave a strumento di deterrenza missilistica. In questo modo la Germania sta consolidando la sua leadership in un settore destinato rapidamente ad una forte espansione, grazie allo sviluppo tecnologico che ne consentirà un ampio sfruttamento.

Nella difesa aerea, la Germania ha lanciato tre anni fa un grande programma europeo a guida tedesca, denominato ESSI-European Sky Shield Initiative. A prescindere dal fatto che, utilizzando per più di due terzi tecnologie e prodotti israeliani e americani (in particolare nei sistemi più delicati, a lunga e lunghissima distanza), non contribuirà certo ad aumentare la sovranità tecnologica del Vecchio Continente e, anzi, rischierà di saturare il mercato inibendo lo sviluppo tecnologico e industriale europeo, questo è il primo grande programma con leadership tedesca. Fino ad ora vi hanno aderito ben 21 Paesi, non solo membri dell’UE ma anche NATO e neutrali. La difesa aerea europea, la prima e più strategica esigenza del Vecchio Continente, sta prendendo, quindi, corpo con un programma non collegato alle Istituzioni europee, ma lanciato e diretto dalla Germania.

Nel settore spaziale, dove ormai il confine fra impiego militare e civile sta diventando sempre più labile, lo scorso mese la Germania ha approvato la “Space safety and security strategy” che prevede un investimento di 35 miliardi di euro in cinque anni e che ne farà il terzo investitore mondiale. La sua spesa annuale sarà, di conseguenza, quasi la stessa dell’ESA e questo da la misura dell’impegno finanziario tedesco. Se si tiene conto dell’importanza strategica dello spazio e delle sue crescenti applicazioni militari, questa decisione rappresenta, di fatto, un altro tassello del rafforzamento militare della Germania.

Da Bruxelles a Berlino?

Sul riarmo tedesco non vi sono ormai dubbi. Su come si realizzerà non vi sono, invece, certezze. Se fosse stato avviato in un quadro di forte collaborazione intra-europea il motore tedesco avrebbe sicuramente svolto un ruolo positivo. Svincolato dal quadro comunitario (persino nel livello intergovernativo), il processo resta affidato solo alla volontà tedesca e alla capacità attrattiva degli altri principali partner europei nel campo della difesa. Il fattore determinante sarà probabilmente il tempo. Date le difficoltà di accelerare il processo di integrazione politica e militare dell’Unione, solo un’iniziativa limitata ai paesi “willing and able” potrebbe risultare compatibile con l’urgenza di costruire una vera deterrenza militare comune, dentro o fuori dai Trattati. Ma questi Paesi non  devono illudersi: non ci può essere spazio per alcuna forma di assemblearismo paralizzante e sovranismo nazionale. Si dovrà accettare una “governance” in grado di assumere decisioni comuni tempestive e un forte impegno finanziario per non rallentare la marcia del gruppo. E il baricentro potrebbe non essere più Bruxelles, ma Berlino. Michele Nones, AffInt 23

 

 

 

 

 

 

Amburgo. ReteDonne e.V.: Luciana Mella riconfermata presidente

 

Amburgo – “Nel 2025 ReteDonne e.V. ha proseguito con determinazione il proprio impegno a favore dei diritti delle donne italiane in Germania, in Europa e in Italia. L’azione dell’associazione si è concentrata in particolare sul contrasto alle disuguaglianze di genere, sulla promozione dell’educazione alla parità e sulla costruzione di reti solidali transnazionali”.

Lo  sottolinea la presidente  Luciana Mella, che tra i progetti di supporto e orientamento, realizzati nel corso del 2025, segnala “Non sei sola”, un servizio di sostegno in lingua italiana contro la violenza di genere in Germania (https://nonseisola.de/) e “Empower Parents” per genitori in emigrazione (https://italienverein.de/empower-parents/), realizzato in collaborazione con l’associazione ItalienVerein, dedicato alla cura e al contrasto degli stereotipi di genere.

“Queste attività confermano il ruolo di ReteDonne e.V. come spazio di elaborazione, relazione e azione condivisa, in cui la pluralità delle esperienze femminili rappresenta una risorsa per l’agire sociale”, evidenzia ancora Mella riconfermata alla guida dell’Associazione che nel corso dell’Assemblea generale del 6 dicembre scorso ha rinnovato il suo Direttivo, che risulta così composto: Eleonora Cucina, Vicepresidente; Letizia Maulà, Vicepresidente; Beatrice Virendi, Tesoriera; Dora Balistreri, Consigliera; Rafaella Braconi, Consigliera; Lilly Bozzo-Costa, Consigliera; Alessia De Carlo, Consigliera; Daniela Di Benedetto, Consigliera; Marianna Maresca, Consigliera; Alessandra Pantani, Consigliera.

La presidente Mella rivolge “un grazie sentito va a tutte e tutti coloro che ci hanno accompagnato e sostenuto in questo percorso” e i nostri migliori auguri di buone feste, con l’auspicio di affrontare il nuovo anno con energia, cura reciproca e rinnovata energia”. Mella ricorda che l’associazione ReteDonne e.V. – coordinamento donne italiane all’estero – opera su tutto il territorio federale tedesco ed è un laboratorio di impegno al femminile che mette in rete le donne italiane che vivono in Germania, in Europa e in Italia. L’intento è promuovere riflessione e confronto sui diritti, affinché in tutti gli ambiti, da quello lavorativo a quello sociale e familiare, venga attuata la parità di genere.

Attraverso incontri e momenti informativi, l’associazione fornisce strumenti teorici e pratici per superare e abbattere il gender gap, con la consapevolezza che, vivendo all’estero, le difficoltà che l’universo femminile deve affrontare sono spesso maggiori, aggravate dalla solitudine personale o dalla mancanza di reti sociali. Maggiori informazioni: https://retedonne.net/it/ (Inform 22)

 

 

 

 

 

 

La riforma della Farnesina: gli interventi dei nuovi Direttori Generali

 

ROMA – Nel corso della presentazione a Villa Madama della riforma della Farnesina si è svolto un panel per illustrate gli obiettivi e gli orientamenti tecnici della riorganizzazione. Il dibattito è stato aperto da Francesca Santoro, Capo Unita per la Semplificazione e il Coordinamento presso la Segreteria Generale, che ha sottolineato: “La semplificazione è un aspetto fondamentale della riforma, perché dobbiamo guardare al nostro metodo di lavoro per renderlo più snello ed efficacie”. Per Santoro la semplificazione può andare in due direzioni. In primo luogo verso l’interno, cercando di snellire le procedure di lavoro attraverso l’apporto delle nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale. Vi è poi una dimensione esterna della semplificazione che si prefigge di rendere più immediato e semplice il rapporto con gli utenti, ovvero i milioni di cittadini italiani all’estero e le aziende italiane nel mondo. Secondo Santoro va inoltre introdotta, attraverso un processo costante, una vera e propria cultura della semplificazione. “Per questo – ha spiegato Santoro – abbiamo creato una task force per la semplificazione a cui parteciperanno tutti i rappresentanti delle Direzioni Generali della Farnesina che potranno dare consigli e suggerimenti.  Abbiamo inoltre invitato le varie Direzione Generali a creare, quella per i Servizi per gli Italiani all’Estero lo ha già fatto, dei nuclei per la semplificazione interna a cui sono invitati a partecipare anche i colleghi più giovani per avere risorse innovative”. “Abbiamo poi deciso di aprire un confronto – ha concluso Santoro – con chi utilizza  i nostri servizi , ovvero gli italiani all’estero, le imprese e le associazioni di categoria. In proposito abbiamo messo a disposizione un indirizzo di posta elettronica semplificazione@esteri.it che è già attivo e che ci consente di ricevere suggerimenti e proposte”. Ha poi preso la parola il Direttore Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni Mauro Batocchi che ha rilevato come si stia lavorando con il piano per export per arrivare ai mercati di alto potenziale, anche per cercare di raggiugere nel 2027 i 700 miliardi di export. “Saremo l’avamposto delle imprese all’interno dell’amministrazione, – ha aggiunto il Direttore Generale – parleremo la lingua delle imprese e accompagneremo e ascolteremo le esigenze delle aziende, facendo in modo che abbiano delle risposte concrete”. Batocchi ha poi segnalato l’importante collaborazione che giungerà dai 130 uffici commerciali delle Ambasciate , dai circa 80 consolati, da SIMEST, ICE, SACe e CDP, nonché dagli 86 Istituti Italiani di Cultura che, nell’ambito della diplomazia della crescita,  promuoveranno il sistema produttivo. “Avremo poi un’unità Export – ha rilevato Batocchi – che avrà il compito di ascoltare le imprese e di affiancarle nei grandi progetti e nelle grandi commesse internazionali. Il fatto di lavorare a sistema ci permetterà di affinare l’approccio promozionale all’estero”. Il Direttore Generale ha infine evidenziato i circa 50 Forum imprenditoriali già completati e la realizzazione di una piattaforma telematica sul piano per l’export. A seguire è intervenuto il Direttore Generale per le Questioni Cibernetiche l’Informatica e l’Innovazione Tecnologica, Alessandro De Pedys che ha rilevato come con questa riforma della Farnesina si prenda atto della crescete centralità delle tecnologie digitali nei contesti della sicurezza, dell’innovazione e della diplomazia. “La sfida principale – ha spiegato De Pedys  – è quella di contrastare la minaccia ibrida che è tutt’altro che teorica e molto reale. Queste operazione ibride sono il risultato quasi sempre di una combinazione di attività coordinate e sinergiche che si sviluppano, con l’obiettivo di indebolire un Paese,  in vari settori: politico,  diplomatico , militare, dell’informazione, del sistema economico e dell’intelligenze”.  Il Direttore Generale ha poi spiegato come in questo contesto “La sicurezza cibernetica e innovazione assumano sempre di più un ruolo centrale nelle diplomazie di tutti i Paesi. Questo vale anche l’Italia e per la Farnesina che è toccata da questo fenomeno. Nel 2025 – ha aggiunto – vi sono stati infatti 2, 5 milioni di attacchi ai servizi web del Ministero e 120 milioni di mail dannose sono state bloccate dai nostri servizi, questa è la dimensione del fenomeno che la Farnesina deve gestire”. De Pedys ha poi spiegato che la nuova Direzione Generale avrà due pilastri: la tutela delle infrastrutture digitali del Ministero in tutte le sue articolazioni – al tal fine si sta allestendo un centro di controllo per rispondere agli attacchi cibernetici – e la partecipazione alle varie iniziative a livello internazionale nei settori della sicurezza cibernetica e dell’intelligenza artificiale, anche con lo scopo di avviare varie collaborazioni in questo campo.

“La riforma della Farnesina – ha esordito nel suo intervento la Direttrice Generale per le risorse e la formazione Patrizia Falcinelli – riguarderà anche il capitale umano del Ministero degli Esteri. Sono due i momenti chiave, il primo è il reclutamento e quindi il concorso diplomatico, il secondo riguarda la formazione di tutte le categorie del personale del Ministero”.  “Abbiamo previsto l’apertura al concorso diplomatico – ha evidenziato Falcinelli – a tutte le lauree magistrali, a partire dal concorso 2026. Lo facciamo perché abbiamo bisogno di professionalità e competenze nuove, quindi di tutto il bacino di studenti interessati alle relazioni internazionale e che hanno un titolo di laurea differente da quelli fino ad oggi previsto”.  La Direttrice Generale ha inoltre segnalato come nel corso dei road show presso le università, si sia manifestato molto interesse anche da parte di studenti di corsi di laurea diversi da quelli fino ad oggi considerati.  Falcinelli si è poi soffermata sulla formazione . “Dal primo gennaio – ha rilevato – assisteremo ad un rinnovamento epocale, tanto da determinare il cambio di denominazione della Direzione Generale che dirigo, che sarà dal primo gennaio in poi la Direzione Generale per le Risorse e la Formazione , un cambiamento che si riflette anche nei contenuti formativi a diposizione del personale che, già durante il 2025 per arrivare preparati alla riforma di gennaio 2026, ha visto un aumento del 50%”. La Direttrice Generale ha poi sottolineato l’esigenza di un cambio di mentalità con maggiore compenetrazione di competenze verso realtà esterne, con tante collaborazioni, che si sostanziano in tirocini e missioni congiunte. “Abbiamo bisogno – ha concluso – di un personale che non sia solo in possesso di nozioni, ma sappia anche lavorare sul campo ed avere esperienze all’attivo”. E’ stata poi la volta della Direttrice Generale per i Servizi ai Cittadini Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Silvia Limoncini che ha spiegato come la Direzione Generale da lei diretta con la riforma della Farnesina abbia preso la nuova denominazione  “per i Servizi ai Cittadini Italiani all’Estero” al fine di sottolineare la vocazione della DG e di tutta la rete diplomatico consolare nell’offrire servizi più efficaci e più semplificati ai connazionali nel mondo. “ Con la riforma la Direzione Generale – ha poi rilevato Limoncini – si occuperà anche di scuole italiane all’estero, dei corsi d’italiano e degli Enti gestori, in coerenza con il pacchetto dei servizi da offrire alla comunità italiana all’estero. Con la riforma si istituirà anche un ufficio dedicato al Turismo delle Radici dove si organizzeranno e si valorizzeranno, insieme alla rete diplomatica consolare, progetti e iniziative per favorire i discendenti dei nostri connazionali che vorranno intraprendere un viaggio in Italia per ritrovare le loro origini nei piccoli comuni e borghi da cui proveniva la maggior parte dell’emigrazione italiana”. “Per quanto riguarda il tema della semplificazione – ha poi aggiunto Limoncini – la squadra della Direzione Generale vorrebbe lanciare due progetti: la prima iniziativa è legata all’assistenza consolare ai connazionali all’estero che sono in difficoltà. Questo aspetto rappresenta una fetta molto importante del lavoro della Direzione Generale, basti pensare che nel 2025 sono effettuati oltre 20.000 interventi nell’ambito della rete all’estero. Verrà quindi costituita una sala multimediale dedicata ai servizi consolari per gli italiani attraverso la quale l’Unità Tutela, che ovviamente già opera, avrà la possibilità di assistere in maniera più integrata, veloce ed efficacie i nostri connazionali. Iniziative che vanno dal rimpatrio sanitario, all’assistenza ai nostri connazionali in stato di detenzione, ai bambini contesi e tanti altri servizi. Vi sarà quindi una sala per videoconferenze per coordinare gli interventi di assistenza con la rete diplomatico consolare.  L’altro progetto a cui teniamo molto – ha continuato la Direttrice Generale – è quello, sempre legato alla semplificazione, che si prefigge di rendere la vita dei nostri connazionali all’estero più semplice. Si tratta di una evoluzione dalla piattaforma FAST IT,  che i nostri connazionali all’estero già conoscono per l’iscrizione all’Aire, volta a creare una vera e propria applicazione da scaricare sullo smartphone e attraverso la quale i nostri connazionali potranno usufruire dei servizi consolari, ad esempio prendere un appuntamento per il rilascio del passaporto, iscriversi all’Aire,  o fare degli atti di stato civile. Un progetto ambizioso – ha concluso Limoncini – in cui la squadra della Direzione Generale crede moltissimo e che speriamo di realizzare al più presto per poter dire che il consolato ‘sarà a portata di mano’”. Ha poi preso la parola il Direttore Generale per il Patrimonio e l’Amministrazione Nicandro Cascardi. “ Questa Direzione Generale – ha spiegato Cascardi – si occuperà di valorizzare, gestire e razionalizzare il patrimonio immobiliare della Farnesina ed assicurare la corretta amministrazione, nonché di gestire la nostra rete finanziaria all’estero. Noi abbiamo un patrimonio veramente ingente, gestiamo oltre 300 immobili sparsi per il mondo,  e la valorizzazione e gestione di questo patrimonio è basata su un concetto abbastanza semplice, gli immobili sono uno strumento di lavoro. Per far sì che la diplomazia possa svolgere la sua attività al servizio del Paese, quindi occorre avere degli immobili non solo decorosi, ma anche funzionanti”. Il Direttore Generale ha poi segnalato che si sta provvedendo alla realizzazione di strutture denominate Casa Italia dove nei vari Paesi verranno concentrati tutti gli enti del Sistema Italia. Cascardi si è anche soffermato sui lavori messi in atto per innovare il palazzo della Farnesina dove si sta realizzando una sala riunione per l’export. Una struttura operativa al servizio delle imprese e di tutti coloro che interagiscono con il Ministero. E’ infine  intervenuto il Segretario Generale della Farnesina Riccardo Guariglia che ha spiegato come gli orientamenti della riforma fossero l’innovazione a costo zero, evidenziare che la Farnesina è la servizio dei cittadini e delle imprese e che la crescita è oggi al centro della nostra politica estera. Guariglia ha poi sottolineato come la riforma rafforzi nella Farnesina il coordinamento di tutto il comparto politico e, con il pilastro economico, dia forte attenzione alla crescita dell’Italia, sotto tutte le sfaccettature:  dimensione economica, culturale, sportiva , tecnologica, ricerca, scienza e tecnologia spaziale. Tutti settori innovativi per la l’azione diplomatica. Il Segretario Generale ha anche evidenziato come si sia sviluppata maggiore attenzione per le imprese e per le esigenze di cittadini italiani all’estero che oggi raggiungono quota sette milioni. “Per la prima volta – ha aggiunto Guariglia – il Ministero degli Esteri promuove, tramite il turismo delle radici, grazie al ricevimento di fondi del PNRR, lo sviluppo del territorio anche in aree svantaggiate, e anche questa è una innovazione”.  “In definitiva – ha concluso il Segretario Generale – pur mantenendo le tradizioni del passato, la Farnesina a partire dal primo gennaio guarderà al futuro in modo molto più focalizzato, concreto e moderno. Questa è una delle tradizioni della diplomazia, saper guardare al futuro, contribuendo agli interessi nazionali, mantenendo alta la bandiera del nostro Paese in tutto il mondo”. (Lorenzo Morgia- Inform 4)

 

 

 

 

 

La nuova Strategia di Sicurezza Usa e il distacco dall’Europa

 

Non è necessario leggere la nuova Strategia di Sicurezza per accorgersi che l’Europa è ormai lontana dal centro degli interessi e delle preoccupazioni del Presidente Trump. Semmai, si può osservare che, per essere “strategica”, la nuova dottrina Usa di strategico ha ben poco.

Nella parte del documento dedicata all’Europa si parla vagamente della Nato – che pure è il fulcro dei rapporti transatlantici e solo – per dire che il futuro dell’Alleanza non sarà quello di una sua perpetua espansione (sinora predicata soprattutto dagli Usa) e che nei prossimi decenni alcuni paesi Nato saranno “a maggioranza non europea” e quindi, probabilmente, meno qualificati per appartenervi. Non si parla, invece, dei veri problemi strategici: del futuro della presenza militare americana in Europa, della deterrenza sia convenzionale sia nucleare, del ruolo degli europei in tale contesto.

Il cambio di strategia trumpiana verso l’Unione europea

La nuova “strategia” trumpiana sull’Europa è diametralmente opposta a quella seguita sinora dagli Usa, impostata sulla cooperazione e l’alleanza tra l’America e l’Unione europea. Il nome stesso di quest’ultima viene menzionato nel documento una sola volta e in termini decisamente dispregiativi.

È difficile pensare che Trump e i suoi consiglieri non si accorgano che l’America, nel prendere le distanze dall’Europa, non faccia altro che aiutare a realizzare il sogno da sempre perseguito dalla Russia, sia sovietica che putiniana, di creare una frattura tra le due sponde dell’Atlantico: isolare e indebolire l’Europa per rafforzarsi poi nel confronto con un’America a sua volta isolata e indebolita.

Il vertice Nato dell’Aja e l’articolo 5

Il deludente vertice della Nato tenutosi all’Aja nel giugno scorso si è limitato a stabilire un legame tra l’impegno degli alleati a raggiungere una quota altissima (il 5% del PIL per le spese di difesa) e una riaffermazione “ferrea” (iron clad) dell’articolo 5 sulla difesa comune.

Ma Trump ha in varie circostanze espresso scetticismo proprio sull’articolo 5, la cui credibilità viene sminuita proprio dal legame da lui stesso imposto tra la sicurezza collettiva e l’aumento delle spese europee per gli armamenti.

Il comunicato dell’Aja lascia in sospeso la validità del resto della dottrina strategica della Nato sinora concordata. Nulla si dice del coordinamento e pianificazione militare congiunta, inclusa quella nucleare, delle esercitazioni comuni, dell’armonizzazione degli armamenti e delle strutture di comando, controllo e intelligence.

La presenza militare Usa in Europa e la deterrenza nucleare

A ciò si è sempre aggiunta una presenza fisica sul suolo europeo di soldati Usa che oggi ammonta, tra forze permanenti e in rotazione, a circa 100.000 uomini. Un ruolo centrale è sempre stato riservato alla dissuasione nucleare esercitata in primo luogo dagli Stati Uniti: “la suprema garanzia di sicurezza degli alleati – recita la dottrina Nato – è data dalle forze strategiche nucleari dell’Alleanza, in particolare quelle degli Stati Uniti”.

Ha sempre fatto parte della dottrina Nato anche un capitolo dedicato al controllo degli armamenti e a un tema su cui l’Alleanza ha sempre deliberato congiuntamente: quello del Trattato di Non proliferazione nucleare del 1970 (TNP), che prevede che solo cinque Stati (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) abbiano titolo per possedere l’arma nucleare. Neanche questo tema viene toccato nella strategia.

La questione ucraina

Ancora più preoccupanti sono i termini del documento della Casa Bianca per quanto si riferisce all’Ucraina, quasi come se il futuro di tale Paese non riguardasse più gli Stati Uniti. È unanime oggi la condanna della Russia per avere violato clamorosamente il suo impegno di garantire “l’integrità territoriale e l’indipendenza politica” dell’Ucraina ai sensi del Memorandum sottoscritto a Budapest nel 1994.

Pochi ricordano che tale accordo fu sottoscritto non solo da Mosca ma anche da Washington che è, dunque, chiamato ad assicurare all’Ucraina quelle esistenziali garanzie di sicurezza che le furono date in cambio della rinuncia di Kyiv (di cui si morde ora le mani) alle armi nucleari dislocate sul proprio territorio e della sua adesione, come Paese non nucleare, al TNP.

Il dilemma della non proliferazione nucleare per l’Europa

Le esitazioni che ebbe Kyiv prima di rinunciare all’arma nucleare fanno tornare alla mente analoghe incertezze che ebbero vari paesi europei, Italia in primis, all’inizio degli anni 70 sul dilemma se aderire o meno al TNP. Un dilemma che indusse l’Italia ad aderirvi solo 5 anni dopo la sua entrata in vigore. Fu determinante per la scelta, poi adottata unanimemente da tutti i paesi Nato (chi prima e chi dopo), di aderire al TNP basandosi principalmente sulla fiducia nella garanzia di sicurezza offerta proprio dall’articolo 5 della Nato e quindi dal suo “azionista di maggioranza”, gli Stati Uniti.

Se vi è un argomento su cui vi è stata finora totale convergenza tra Stati Uniti e Europa, come anche tra Nato e Unione europea, è quello del totale sostegno alla politica di non proliferazione nucleare. Il possibile venir meno della fiducia nella perdurante tenuta dell’articolo 5 obbligherebbe l’Unione europea a scelte alternative per garantire la sicurezza dei suoi membri. Carlo Trezza, AffInt 23

 

 

 

 

 

 

Il futuro dell’associazionismo italiano all’estero

 

Intervento di Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli, al Convegno di Acli Germania e Delegazione MCI Germania “Frontiere in movimento”

La storia dell’emigrazione italiana sarebbe stata radicalmente diversa senza la presenza e la forza dell’associazionismo. Fin dalle prime ondate migratorie, le società di mutuo soccorso, le parrocchie, i circoli regionali e i sodalizi politici e culturali hanno rappresentato un’infrastruttura sociale fondamentale: un luogo di protezione, di orientamento, di solidarietà ma anche di costruzione identitaria e di rappresentanza collettiva. Per decenni, questi organismi hanno incarnato l’anima comunitaria dell’emigrazione italiana, contribuendo a costruire non solo reti di sostegno ma anche forme di cittadinanza attiva nei Paesi di approdo. Tuttavia, nel contesto della mobilità globale contemporanea, questa lunga tradizione si trova oggi in una fase di profonda trasformazione e, in molti casi, di crisi.

Le associazioni storiche soffrono la difficoltà del ricambio generazionale, la perdita di centralità nei processi di rappresentanza e la crescente distanza dai bisogni concreti delle nuove generazioni di italiani all’estero. È una crisi che non riguarda soltanto l’impegno o la partecipazione, ma la stessa funzione sociale e politica dell’associazionismo come spazio di mediazione tra individuo, comunità e istituzioni.

I dati parlano chiaro: per il Ministero degli Affari Esteri, nel 2000 le associazioni riconosciute di italiani nel mondo erano 7.056, di cui 3.319 in Europa. Oggi, nel 2025, ne restano 1.414, di cui 537 in Europa. In meno di venticinque anni, il numero delle associazioni riconosciute si è ridotto di oltre l’80%. Si tratta di un crollo che non può essere spiegato solo con la fine di un ciclo storico: è il segno di un mutamento strutturale nel modo in cui gli italiani emigrati costruiscono relazioni, appartenenze e forme di solidarietà.

Parallelamente, anche la composizione dei flussi migratori è cambiata profondamente. Dopo la crisi economica globale del 2008, la mobilità italiana ha ripreso vigore e, secondo i dati del Rapporto Italiani nel Mondo, le iscrizioni all’AIRE per espatrio superano da anni le 100.000 unità annuali. Ma si tratta di un’emigrazione diversa: più giovane, più qualificata, spesso temporanea o circolare, e caratterizzata da una forte componente di mobilità intraeuropea.

Il sociologo David Cairns ha introdotto un concetto utile per comprendere questo fenomeno: quello di capitale di mobilità, cioè l’insieme di competenze linguistiche, culturali, relazionali e simboliche che facilitano la capacità di muoversi e integrarsi in contesti internazionali. Le nuove generazioni di italiani all’estero possiedono un capitale di mobilità più elevato rispetto ai migranti del passato, e ciò riduce la loro dipendenza dalle reti associative tradizionali. Questo non significa che la migrazione sia quella esclusivamente dei cosiddetti “cervelli in fuga”, concetto lontanissimo dalla realtà ma purtroppo al centro della narrazione mediatica. Abbiamo proposto a questo proposito alla Fondazione Migrantes un progetto di raccolta, racconto e denuncia delle nuove forme di sfruttamento della emigrazione italiana e lo faremo in quattro città globali attraverso la nostra associazione e il nostro patronato: Londra, Parigi, Francoforte e Bruxelles. Ci siamo fermati all’Europa ma sì alziamo lo sguardo oltreoceano la situazione è ancora più drammatica, dove il titolo di soggiorno è la discriminante tra riconoscimento e sfruttamento

Inoltre, Internet e i social media hanno trasformato radicalmente le modalità di socializzazione e di accesso alle informazioni. Oggi chi decide di emigrare prepara la propria partenza online: trova lavoro, casa (con grandi difficoltà e spesso con grandi delusioni), contatti e perfino amicizie prima di arrivare nel nuovo Paese. Le piattaforme digitali diventano così nuove infrastrutture migratorie, sostituendo in parte quelle comunitarie del passato. Questa evoluzione ha due effetti principali: da un lato, l’indebolimento del mutualismo territoriale che per decenni aveva sostenuto gli emigrati; dall’altro, l’emergere di nuove forme di aggregazione, più fluide, più informali e spesso completamente digitali, che reinterpretano in chiave contemporanea lo spirito mutualistico.

Tre sono le principali aree di questo “nuovo associazionismo”:

Le reti professionali e di settore, come le associazioni di ricercatori, imprenditori, freelance e innovatori italiani all’estero. Queste reti, spesso promosse da ambasciate, istituti italiani di cultura o nate autonomamente su piattaforme come LinkedIn e Facebook, operano secondo logiche di scambio professionale e mentoring. L’appartenenza italiana resta sullo sfondo, come un collante culturale più che come un’identità esclusiva. Le comunità digitali territoriali, che si sviluppano su piattaforme come Facebook, Telegram o Reddit, dove gli italiani in una determinata città o regione si scambiano consigli pratici su casa, lavoro, scuola, sanità e burocrazia. Questi spazi digitali non sono solo informativi, ma anche relazionali: diventano luoghi di supporto reciproco e, spesso, di incontro reale. Alcuni di questi gruppi sono evoluti in comunità fisiche, capaci di organizzare eventi culturali, sportelli informativi o iniziative di cittadinanza locale. I gruppi di famiglie e genitori italiani all’estero, che promuovono doposcuola, laboratori di lingua italiana, feste, incontri conviviali. Queste esperienze, spesso nate dal basso e rafforzate durante la pandemia, hanno una duplice funzione: fornire supporto pratico e trasmettere cultura e identità ai figli, creando al contempo spazi di socialità e mutuo aiuto.

In tutte queste forme di aggregazione, pur diversissime tra loro, emerge un elemento comune: la convivialità.

La convivialità non è solo un modo di “stare insieme”, ma una vera e propria pratica sociale intenzionale, capace di generare fiducia, prossimità e solidarietà. Le feste, la cucina, il cinema, la musica, i picnic comunitari diventano occasioni di incontro interculturale e intergenerazionale, ma anche strumenti per elaborare una nuova forma di appartenenza italiana, più leggera, plurale e relazionale.

La convivialità, in questo senso, ha una valenza anche politica. Essa rappresenta uno spazio di demercificazione della socialità, dove le relazioni non sono regolate dal profitto ma dalla reciprocità e dal dono. In un’epoca in cui il tempo libero e la cultura sono sempre più mercificati, le pratiche associative e conviviali restituiscono valore alla gratuità e al senso di comunità.

Tutto ciò apre una questione cruciale: come riconoscere e sostenere queste nuove forme associative?

Il sistema istituzionale italiano all’estero – dai Comites al CGIE, fino ai meccanismi di finanziamento pubblico – è ancora strutturato per interlocutori formali, dotati di statuti, sedi fisiche, organigrammi. Le nuove forme di aggregazione, invece, sono fluide, temporanee, ibride, talvolta effimere, ma non per questo meno significative o rappresentative. Il rischio è che la rappresentanza ufficiale degli italiani all’estero resti ancorata a un modello superato, incapace di dare voce alla pluralità e alla complessità della mobilità contemporanea. È dunque urgente immaginare politiche di sostegno rinnovate, che valorizzino anche le realtà informali, ibride e digitali, favorendo reti di collaborazione e riconoscimento reciproco.

E’ fondamentale la creazione di un “ecosistema dell’italianità all’estero”, un sistema reticolare che metta in connessione associazioni storiche e nuove forme aggregative, promuovendo sinergie, co-progettazione e rappresentanza inclusiva. Il “nuovo associazionismo” non è un ritorno nostalgico, ma un processo dinamico e aperto. Riflette la mobilità italiana contemporanea: individuale ma non solitaria, transnazionale ma ancora radicata nell’Italia, digitale ma con un persistente bisogno di incontro e relazione in presenza.

È in questa tensione – tra autonomia e comunità, tra virtuale e conviviale, tra memoria e innovazione – che può rinascere un mutualismo migrante del XXI secolo, capace di interpretare la complessità dell’esperienza italiana nel mondo e di rinnovare, in chiave moderna, quella tradizione di solidarietà, partecipazione e cittadinanza che da oltre un secolo accompagna la storia delle nostre migrazioni.

Ma perché associarsi? E Perché farlo nelle Acli? Non dobbiamo mai smettere di interrogarci, non tanto sulla forma del nostro essere associazione ma sulla domanda “per chi?” per chi facciamo associazione, per chi fatichiamo, impegniamo tempo prezioso. Credo sia importante oggi più che mai rispondere a questa domanda. Siamo ancora in grado di convocare le realtà vicine a noi? di coinvolgere i soci? di parlare di temi interessanti? Soprattutto qui, in Germania, siamo capaci di essere visibili, non tanto ai giornali, ma a chi ha bisogno di noi? A chi arriva e se pur non cerca una comunità è attanagliato da dubbi e solitudini?

Siamo in grado di attivarci per creare nuovi entusiasmi, siamo in grado di promuovere le Acli con nuovi circoli, nuove azioni? gestiamo solo l’esistente o siamo ancora capaci di rivoluzioni?

Si, rivoluzioni, non sto usando una parola sbagliata. In un tempo fragile come quello odierno nel quale spesso le questioni internazionali ci cadono addosso in Germania come in Italia, abbiamo il compito non tanto di far passare il buio (con tutte le insicurezze che porta con sé) ma abbiamo la responsabilità di accendere un lumino, una candela. Solo così le Acli potranno essere un luogo di santità feriale come ci ha chiesto Papa Francesco all’udienza del 1° giugno del 2024. Un luogo nel quale i piccoli gesti, le relazioni, il valore di essere un “noi” possa portare a vedere le fatiche quotidiane come esperienze di senso per creare un luogo di significato, nel quale aiutare la nostra vita ad essere sollievo per quella di tanti altri.

Il mio invito è quello di continuare ad essere promotori di politiche, di non smettere di incontrarvi ma far conoscere la nostra attività e provocare sui tanti temi che oggi attanagliano il mondo. In particolare, il tema dei Migranti. Ma come è possibile che vedendo il vostro contributo a questa grande nazione non ci si renda conto che migrare non solo è speranza ma crescita per tutti? un bagno di vita per chi arriva e un miglioramento, una crescita culturale per chi accoglie, certo superando mille sfide ma per questo le politiche invece che repressive devono tener conto di un’esperienza che non solo includa ma che crei reti sociali di supporto, di solidarietà nel quale ogni persona possa sentirsi protagonista.

Le Acli sono chiamate alla sfida democratica, troppi venti di destra populista e sovranista riempiono le pance di persone che sentendosi messe ai margini chiedono giustizia. In un mondo corrotto dall’individualismo si cerca la strada della chiusura quando invece l’unica via possibile per la “salvezza” di tutti è rendersi protagonisti di una stagione di solidarietà, di comunità vive che si fanno carico delle fatiche altrui, di politiche lungimiranti che affrontino la complessità del mondo moderno non lasciano indietro nessuno. La nostra costituzione porta con sé i semi dell’uguaglianza, della democrazia non come intreccio di leggi ma come un fatto di giustizia che parta dall’inclusione di tutti. In un mondo che fa scarti perpetuare questo spirito non può che accendere una luce di speranza.

E la pace sia il nostro primo pensiero, sia la strada da percorrere. La pace disarmata, di chi non ha niente da perdere e non si prepara alla lotta ma desidera la prosperità che solo il tempo di pace può donare. Per questo dobbiamo saper chiedere il perdono, la riconciliazione, costruire con il dialogo, con i patti, anche quelli scomodi, solo così potremmo essere disarmanti e non far paura a nessuno se non a chi ancora pone la guerra, armarsi come un fattore di sicurezza per raggiungere la pace. Non c’è bugia più grande. In Italia è partita la carovana peace at work perché il lavoro costruisce la pace attraverso la solidarietà, la relazione comune, il progetto. La guerra rompe, divide, separa, distrugge. Il lavoro invece unisce, crea, lascia. Attraverso questo percorso vogliamo arrivare al decisore Europeo per chiedere politiche di pace che non escludono la difesa comune ma la realizzino senza cedere alle imponenti lobby delle armi o a quei politici che vedono solo barriere, armi, fili spinati davanti al futuro dell’Europa.

Siete qui perché il progetto europeo vi ha consentito di lavorare qui, adoperarvi per questa società, perché sono state aperte le frontiere, sono state favorite collaborazioni. Un dono che sembra abbiamo scordato ma che è stata la radice del nostro benessere e della condivisione dei nostri valori che invece stiamo tradendo proprio mentre diciamo di voler difendere.

Ecco queste sono le cose che volevo dire, forse un po‘ alla rinfusa per dirvi che insieme possiamo fare ancora molto per le nostre comunità, per far si che si possa mostrare un mondo fatto di giustizia e di pace. Iniziando da noi. Abbiamo un grande compito, si, è vero ma dobbiamo rinnovare il nostro impegno quotidiano. Grazie per tutto quello che fate, che facciamo insieme. CdI 16

 

 

 

 

 

 

Splendore e banalità dell'intelligenza artificiale (IA)

 

Che in realtà non è né l'una né l'altra cosa.

Non è intelligenza nel senso corretto del termine poiché (e partiamo dall'etimologia che conferma il significato comune): "intelligere" significa capire, comprendere, inquadrare il nuovo nella cornice del conosciuto allargandone le dimensioni. Cioè aggiungere conoscenze a quelle possedute e /o precisarle, ampliarle, riconoscere collegamenti logici fra qual che si sapeva e quel che si apprende.

Il tutto però in relazione alla situazione esistenziale di chi sta usando in quel momento, periodo della propria vita, epoca storica, ambiente, Paese, classe sociale e rete di relazioni sociali.

Nessuna macchina può né potrà mai fare la medesima cosa poichè se anche si potessero numerizzare le emozioni e aggiungere agli algoritmi ed ai programmi di calcolo che sono alla base del sistema chiamato IA (con tutti i derivati  come Chat gpt/cpt ecc.) poichè una macchina non prova né piacere né dolore né simpatia o antipatia e soprattutto non possiede il libero arbitrio: esegue programmi, si può anche autoprogrammare (sempre sulla base di un programma !) ma non ... pensa.

L'illusione di macchine che possano sostituire la mente umana nel pensare è vecchia come il mondo.

Ma le macchine possono unicamente eseguire compiti loro assegnati usando strumenti ed energia che gli esseri umani hanno in misura limitata. Cosí un motore può spingere un autocarro con un'energia che nessun essere umano possiede, ed un calcolatore elettronico può eseguire le operazioni per cui è stato costruito dall'uomo in tempi brevi e grandezze enormi che nessun essere umano potrebbe anche solo immaginare di eguagliare. Ma la velocità di calcolo non è intelligenza, cosí come non lo è la velocità di un treno.

Certamente la cosiddetta IA sia in grado di eseguire traduzioni ed anche interpretariato in tempi sempre più brevi  e con precisione sempre  maggiore è dovuto non ad una interna "intelligenza" delle macchine ma alla capacità di calcolo che permette di confrontare traduzioni esistenti di milioni o miliardi di testi e scegliere secondo parametri che vengono impostati da programmatori umani.

Essendo traduttore di professione so però che eseguendo la medesima traduzione in momenti e in situazioni emotive diversi i miei risultati variano, la scelta dei sinonimi e delle costruzioni sintattiche riflettono il mio rapporto cognitivo ed emotivo col testo. Infatti ogni traduttore, in particolare di testi letterari, di fatto assorbe il senso del testo (in tutte le sue dimensioni: significato attuale, riferimento all'epoca del testo, emozioni che suscita, gusti personali e molti altri influssi) e di fatto lo riscrive nella lingua di arrivo.

Che l'IA renda col tempo superflue molte attività attuali è evidente: l' invenzione della stampa ha reso superfluo il lavoro degli amanuensi cosí come i robot nell'industria hanno permesso di snellire le catene di montaggio sostituendo macchine ad esseri umani altrimenti condannati ad eseguire lavori monotoni per tutta la vita.

Vero è altresí che con l'IA nelle sue espansioni (es. Chat gtp) possono essere scritti romanzi, poesie, composta musica e scritte tesi di laurea.  Ma si tratta di copie dell'esistente, scelto sulla base di operazioni statistiche sull'enorme volume di testi coi quali il sistema è stato fornito.

Ma come le fotografie non sostituiranno mai la genialità artistica di un pittore, cosí nessun artefatto artistico prodotto dalla IA potrà mai essere considerato un'opera d'arte, un capolavoro letterario, una composizione musicale geniale.

Recentemente ho avuto occasione di assistere a seminari e conferenze sui LLM "Large Language Models", cioè ricerche sulle strutture linguistiche compiute su un volume di testi enorme.

Non ho riscontrato nulla che un buon linguista già non sapesse utilizzando la modesta quantità di testi normalmente posseduta da uno studioso.

E ancora una volta si conferma la teoria di Chomsky sull'acquisizione del linguaggio: che sia una capacità innata o sia semplicemente un'applicazione della capacità logica di base di ogni individuo, l'apprendimento delle regole della lingua  avviene sulla base di una modesta, ristretta quantità di dati (non mi piace il termine "input" ma questo è quando si trova nei testi della teoria  in questione).

Dunque dopo un laborioso uso dei programmi computereschi, per quanto riguarda la ricerca linguistica i risultati appaiono modesti: non si ricava nulla di quanto già non si sapesse.

Anzi: i modelli di interpretazione dei testi non sono nemmeno in grado di decifrare l'ironia ed i doppi sensi: prendono alla lettera quando ricevono da elaborare. E questa incapacità di riconoscere l'ironia è appunto un tratto distintivo dell'autismo: patologia che è già difficile da trattare negli esseri umani ma definitivamente impossibile da "curare" nei programmi di IA.

Infine: è utile l'IA? Certo, per evitare all'umanità lavori che possono benissimo svolgere le macchine, con qualche pericolo per le traduzioni tuttavia, proprio per la patologia "autistica" delle macchine.

Il pericolo maggiore tuttavia deriva dall'uso che ne verrà (e in parte già avviene) nelle istituzioni scolastiche: l'onere della ricerca di testi e fonti può giustamente essere utilizzata, ma ricordando che l'IA funziona  secondo algoritmi e procedimenti e calcoli  statistici programmati da umani e quindi presenterà sempre  risultati condizionati ideologicamente da chi ha steso i programmi.

Il pericolo maggiore tuttavia è la cancellazione dei dati: un'enciclopedia riporta le conoscenze secondo il livello di conoscenza dell'epoca in cui è stata pubblicata. Le informazioni possono essere corrette e modificate ed integrate dall'avanzamento della ricerca, ma siccome quest'ultima può muoversi anche in direzioni sbagliate, se come nel caso dell'IA il passato viene cancellato e sostituito dalle informazioni del presente, viene a mancare la possibilità di controllo. In altri termini l'IA rischia di cancellare gli errori del passato ma anche di continuare ad indirizzare su vie sbagliate non avendo "memoria storica".

Non è una questione puramente teorica, visto che la storia viene oggigiorno riscritta e a motivo di una censura sempre più subdola (ma onnicomprensiva) le reazioni a queste falsificazioni vengono ignorate e soppresse. E per il momento non entro nel tema della medicina o del cambiamento climatico poiché pur nel pessimismo prudente di ottantenne ho qualche speranza che i fatti reali anche in questi settori stiano per emergere e che l'opinione dominante con o senza IA finirà per essere corretta poiché se gli scienziati veri o più spesso sedicenti possono sbagliare, la testardaggine dei fatti da sempre è stata per me un elemento di sicurezza per ogni valutazione.

Graziano Priotto (Konstanz - Prag), de.it.press 16

 

 

 

 

 

Le vulnerabilità della presidenza Trump

 

Dalla sua rielezione, Donald Trump ha attraversato una fase che nel lessico politico anglosassone viene definita una winning streak: una sequenza di successi che ha consolidato l’immagine di un presidente politicamente dominante, a prescindere dalle battute d’arresto che pure non sono mancate. A quasi un anno dal suo secondo insediamento, tuttavia, si intravede qualche crepa nell’armatura che la roboante retorica presidenziale della vittoria perpetua può offuscare ma non nascondere del tutto.

Striscia vincente

In politica estera, Trump ha imposto dazi senza incorrere in ritorsioni significative, con l’eccezione della Cina, con cui è stato costretto a un compromesso difficile e incompleto. Ha presieduto a una serie di cessate-il-fuoco che ne hanno rafforzato la reputazione di peace-maker, da Gaza alla guerra tra Israele e Iran, fino a (a sentir lui) conflitti in Africa, nel Caucaso e nel Sudest asiatico. Ha ottenuto che gli europei si facessero carico di una quota molto maggiore della difesa dell’Ucraina, pur fallendo finora nel tentativo di raggiungere un accomodamento con una Russia che non arretra da posizioni massimaliste.

È sul piano interno che l’azione di governo di Trump è apparsa più pervasiva. Il presidente ha ridotto l’autorità del Congresso nell’indirizzare la spesa federale; smantellato parti rilevanti dell’amministrazione, traumatizzandone il personale; subordinato alla Casa Bianca agenzie di vigilanza e garanzia concepite come indipendenti. Ha assoggettato il Dipartimento di Giustizia ordinando l’incriminazione di avversari politici e, al contempo, graziato propri sostenitori, inclusi gli insurrezionisti del 6 gennaio 2021.

Ha inoltre esercitato pressioni sui media attraverso cause legali, minacce di revoca delle licenze e tagli ai sussidi; usato la leva dei fondi federali per costringere le università ad allinearsi a un’agenda conservatrice; e intimidito studi legali coinvolti in cause invise all’amministrazione. Ha infine schierato truppe federali in città e stati governati dai Democratici con il pretesto di proteggere gli agenti dell’Agenzia per l’immigrazione (la famigerata Ice) impegnati in rastrellamenti arbitrari, e promesso una stretta sulle ong progressiste in risposta all’omicidio dell’attivista di ultradestra Charlie Kirk, inizialmente attribuito senza prove a gruppi di sinistra.

Nelle ultime settimane, tuttavia, sono emersi segnali che rivelano vulnerabilità latenti della presidenza Trump. Ciò non equivale a dire che Trump sia già un’“anatra zoppa”, come frettolosamente sostenuto da alcuni. Indica piuttosto che il suo potere non è incontrastato e che i margini politici del consenso su cui si fonda si sono, al momento, ristretti piuttosto che ampliati, e che quindi il presidente non è invulnerabile.

Ansie economiche

Le prime crepe riguardano l’economia. L’inflazione, pur contenuta nei dati aggregati, resta elevata su energia e beni alimentari, mantenendo alto il costo della vita. Il problema si aggrava considerando affitti, prezzi delle abitazioni e, in prospettiva, l’assicurazione sanitaria. Il mercato del lavoro si è raffreddato: la disoccupazione (al 4,6%) è al livello più alto degli ultimi quattro anni, le assunzioni rallentano e il governo ha licenziato centinaia di migliaia di funzionari federali. La crescita rimane discreta, ma appare trainata quasi esclusivamente dal boom dell’intelligenza artificiale, settore su cui incombono rischi di sgonfiamento improvviso.

I dazi hanno contribuito in parte a compensare il buco di bilancio prodotto dal taglio delle tasse su compagnie e redditi elevati. Si tratta però di una misura regressiva, che grava soprattutto sui redditi più bassi e rischia nel tempo di frenare l’economia. Non a caso, l’amministrazione ha revocato le tariffe su alcuni beni alimentari, stanziato dodici miliardi di dollari di sussidi agli agricoltori (i più colpiti dalla stretta tariffaria) e pianificato un trasferimento diretto una tantum di duemila dollari alle famiglie. Parallelamente, l’opposizione repubblicana all’estensione dei sussidi sanitari introdotti da Barack Obama ed estesi da Joe Biden porterà al raddoppio o triplicamento dei premi assicurativi, con il rischio che tra i dieci e i dodici milioni rinuncino del tutto alla copertura.

A pesare ulteriormente sull’incertezza è una sfida legale pendente sulla costituzionalità dei dazi di Trump. Se la Corte Suprema dovesse stabilire che il presidente ha ecceduto la propria autorità – come è sembrata orientata durante l’udienza preliminare – l’intera sua agenda economica finirebbe nel limbo.

Sconfitte elettorali

Questo contesto economico aiuta a spiegare la recente sequenza di sconfitte elettorali dei Repubblicani. A inizio novembre, i Democratici hanno superato le attese nelle elezioni per il sindaco di New York; nei governatorati di New Jersey e Virginia (dove hanno conquistato anche la procura statale); in competizioni minori in Mississippi (infrangendo la super maggioranza repubblicana nella legislatura) e Pennsylvania (dove hanno mantenuto la maggioranza nell’alta corte dello stato).

Hanno anche prevalso nettamente nel referendum californiano che consentirà al governatore Gavin Newsom di ridisegnare i distretti elettorali recuperando i cinque seggi alla Camera che il Texas, su impulso di Trump, aveva loro ‘tolto’ con una modifica improvvisa dei collegi. A ciò si è aggiunta la vittoria democratica per il sindaco di Miami, mentre i Repubblicani hanno mantenuto un seggio alla Camera in un distretto ultra-conservatore del Tennessee con margini molto inferiori rispetto al 2024.

Nel loro insieme, questi risultati indicano che i Repubblicani sono meno competitivi quando Trump non è direttamente in gioco e che l’elettorato democratico è fortemente mobilitato contro quella che percepisce come una deriva semiautoritaria del governo federale. Segnalano inoltre il malcontento di settori che nel 2024 si erano spostati a destra, in particolare tra maschi latini.

Non sorprende dunque che l’approvazione di Trump ristagni nei bassi quaranta punti percentuali. Il giudizio negativo del pubblico si concentra soprattutto sull’economia, ma riguarda anche l’immigrazione: pur esistendo consenso per politiche restrittive, manca un sostegno ampio ai rastrellamenti arbitrari condotti da agenti di Ice mascherati e senza insegne di riconoscimento.

Mal di pancia conservatori

Il malcontento inizia a emergere anche all’interno di un Partito Repubblicano che finora è stato una docile cassa di risonanza dell’amministrazione. Diversi deputati hanno criticato la gestione del lungo shutdown da parte dello Speaker Mike Johnson, soprattutto per il rifiuto di convocare la Camera in seduta. Altri temono le ricadute politiche del rialzo dei premi assicurativi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno. In Indiana, i Repubblicani si sono addirittura rifiutati di seguire l’ordine presidenziale di ridisegnare i distretti elettorali in violazione delle regole statali, in un raro segnale di autonomia e integrità.

Più rilevanti sono le prime fratture fra Trump e il movimento Maga. Una fonte di insofferenza è una politica estera percepita come poco America First, troppo orientata a favorire interessi familiari e accordi con le dinastie arabe del Golfo ed eccessivamente sbilanciata a favore di Israele – il che peraltro ha dato modo all’ala antisemita della destra americana, di cui il giovane Nick Fuentes è l’esponente più in vista, di collegare le diffuse critiche a Israele a un’ideologia apertamente razzista. Un’altra è il rinnovato interventismo militare, prima contro l’Iran e ora potenzialmente verso il Venezuela.

Certo, queste divisioni riguardano più commentatori che la base, che ancora apprezza l’approccio estorsivo di Trump alla politica estera. La rottura politicamente significativa si è prodotta attorno al tentativo di Trump di ostacolare il rilascio del dossier Epstein, il finanziere pedofilo morto apparentemente suicida in carcere nel 2018 e che è diventato nel tempo fonte inesauribile di teorie cospirazioniste dell’ultra-destra (anche se, bisogna ammettere, il caso presenta una moltitudine di lati oscuri). Le pressioni esercitate dalla Casa Bianca per impedirne la pubblicazione sono degenerate in un conflitto aperto con la rappresentante Marjorie Taylor Greene, fino a quel momento una delle più fedeli sostenitrici del presidente. Trump l’ha pubblicamente sconfessata, accusandola di tradimento.

Sebbene Greene abbia annunciato che lascerà il Congresso a gennaio, citando il clima di pressioni e minacce ricevute, la sua opposizione – insieme a quella di un ristretto gruppo di deputati Maga – ha avuto un effetto dirompente. Per la prima volta, Trump è stato costretto a fare marcia indietro su una questione simbolicamente centrale per la sua base. Il voto sul rilascio del dossier Epstein è così passato alla Camera con una sola voce contraria.

È stata la prima volta che la presa carismatica di Trump sulla sua base sia apparsa scalfita. Potrebbe certo trattarsi di un episodio isolato, e Trump resta molto potente. Ma il presidente non può più dare per scontato che il suo elettorato lo seguirebbe comunque, anche – per riprendere una sua celebre iperbole – se sparasse a qualcuno sulla Quinta Avenue. Riccardo Alcaro, AffInt 23

 

 

 

 

 

 

Come stiamo davvero usando l’intelligenza artificiale

 

Due studi, molti dati e una domanda che resta aperta. Ecco la nostra sintesi del 2025. Di Giovanni Tridente

  Concludiamo questo anno di Anima digitale tornando ai dati. Non ai proclami sull’intelligenza artificiale che “ci sostituirà”, né alle promesse automatiche di produttività, ma a due studi interessanti, pubblicati negli ultimi mesi, che aiutano a capire che cosa abbiamo davvero fatto con questi strumenti.

Il primo è un working paper del National Bureau of Economic Research, firmato da un gruppo di ricercatori tra Harvard e OpenAI e pubblicato a settembre 2025. Analizza l’uso di ChatGPT dal novembre 2022 al luglio 2025, basandosi su centinaia di milioni di interazioni reali.

Il secondo, pubblicato all’inizio di dicembre da ricercatori della Harvard Business School e di Perplexity e che abbiamo già anticipato la scorsa settimana sui nostri canali social, studia l’adozione e l’uso di Comet, uno dei primi browser con un assistente AI agentico integrato, osservando i comportamenti degli utenti tra luglio e ottobre 2025, cioè nella fase iniziale di diffusione di questa nuova classe di strumenti.

Due oggetti diversi — una chatbot conversazionale e un agente capace di agire — ma un’unica domanda di fondo: come stiamo integrando l’IA nella nostra vita cognitiva quotidiana?

ChatGPT: uno strumento globale, sempre meno “da lavoro”

I numeri sono ormai noti, ma non per questo meno impressionanti. A luglio 2025 ChatGPT contava oltre 700 milioni di utenti attivi settimanali (arrivati ormai a 800 MLN), circa il 10% della popolazione adulta mondiale, con 18 miliardi di messaggi inviati ogni settimana.

Il dato più interessante, però, non è la scala. È la direzione.

Lo studio mostra con chiarezza che l’uso non lavorativo è cresciuto più velocemente di quello professionale, fino a superare stabilmente il 70% delle interazioni complessive. E non perché siano cambiati gli utenti, ma perché sono cambiate le abitudini all’interno di ogni coorte: anche chi utilizza ChatGPT per lavoro tende progressivamente a usarlo sempre più nella vita quotidiana.

Qui l’intelligenza artificiale non serve solo a “fare più in fretta”. Serve a orientarsi, a chiarire, a prendere decisioni. Le tre categorie dominanti - consigli pratici, ricerca di informazioni, scrittura - raccontano un uso dell’IA come supporto cognitivo, non come semplice macchina esecutiva.

Colpisce, ad esempio, che la scrittura non significhi soprattutto “creare testi da zero”, ma modificare, sintetizzare, tradurre, criticare testi già esistenti. E colpisce altrettanto che ambiti spesso enfatizzati nel dibattito pubblico, come la programmazione o l’uso emotivo-relazionale dell’IA, restino quantitativamente marginali.

Chiedere conta più che fare

Uno degli aspetti più interessanti del paper NBER è la distinzione tra tre modalità d’uso: chiedere, fare, esprimere.

Quasi la metà delle interazioni rientra nella categoria del “chiedere”: l’utente non delega un compito, ma cerca informazioni, chiarimenti, alternative per supportare una decisione. Ed è proprio questa modalità - l’IA come co-pilota cognitivo - quella che cresce più rapidamente e che riceve le valutazioni di qualità più alte.

Nel lavoro la logica cambia: lì prevale ancora il “fare”, soprattutto nelle attività di scrittura. Ma nel privato ChatGPT assume sempre più spesso il ruolo di consigliere silenzioso, non di esecutore automatico.

È un passaggio sottile ma decisivo: non stiamo solo delegando azioni, stiamo ridefinendo il modo in cui pensiamo insieme alle macchine.

L’IA nel lavoro cognitivo: una sorprendente uniformità

Quando i ricercatori mappano l’uso lavorativo di ChatGPT sulle categorie professionali O*NET del Dipartimento del Lavoro statunitense, emerge un dato che merita attenzione. In quasi tutti i settori - dal management alle professioni STEM, fino ai ruoli amministrativi - l’IA viene usata soprattutto per gestire informazioni e prendere decisioni.

Documentare, interpretare, risolvere problemi, pensare in modo creativo. Non dunque attività marginali, ma il cuore del lavoro cognitivo contemporaneo. In questo modo, l’IA non sostituisce il giudizio umano ma si inserisce dentro i suoi processi, modificandone ritmo, forma e talvolta profondità.

Quando l’IA inizia ad agire: il caso degli agenti

Il secondo studio ci porta un passo oltre. Qui non siamo più nel dialogo, ma nell’azione. Gli agenti AI - come Comet Assistant - non si limitano a rispondere ma pianificano, eseguono e verificano. Navigano siti, gestiscono email, compilano moduli, interagiscono con piattaforme complesse. Il LLM è il “cervello”; gli strumenti digitali diventano le “mani”.

Non sorprende che l’adozione iniziale sia concentrata nei paesi con PIL pro capite più alto e livelli di istruzione più elevati, né che i primi utilizzatori provengano soprattutto da ambiti tecnologici, accademici e professionali. Gli agenti richiedono fiducia, competenza e un minimo di capacità di delega.

Eppure anche qui emerge un dato controintuitivo: oltre la metà delle interazioni agentiche avviene in contesto personale, non professionale. Gli agenti non nascono solo per l’azienda. Entrano nei flussi quotidiani della vita digitale, dove organizziamo tempo, informazioni, scelte.

Una conclusione (necessariamente provvisoria)

Letti insieme, questi due studi raccontano una storia meno spettacolare, ma più vera. L’intelligenza artificiale non sta trasformando solo il lavoro. Sta piuttosto ridefinendo il modo in cui chiediamo, decidiamo, deleghiamo e in un certo senso pensiamo.

Il valore che emerge con più forza non è solo quello della produttività, ma quello del benessere cognitivo: orientamento, riduzione dell’attrito mentale, supporto nelle decisioni quotidiane.

Forse è da qui che dovremmo ripartire. Non dalla domanda “cosa farà l’IA al lavoro”, ma da un’altra, più radicale: che tipo di soggetti stiamo diventando, mentre impariamo a pensare insieme alle macchine? An.digitale 22

 

 

 

 

 

L’influsso silenzioso dello stile di vita italiano in Germania

 

Su migrazione, mentalità e cambiamenti culturali quotidiani in Germania

La migrazione non cambia sempre le società in modo immediato e visibile. Spesso le trasformazioni avvengono lentamente, attraverso piccoli spostamenti nella vita quotidiana, nuove abitudini e modi di pensare diversi. La migrazione italiana in Germania a partire dagli anni ’50 è un esempio emblematico di questa trasformazione silenziosa ma duratura.

I primi lavoratori italiani arrivarono in un paese segnato da ordine, disciplina ed efficienza. Si adattarono a queste strutture, portando però con sé un diverso equilibrio tra lavoro e vita. Il lavoro restava centrale, ma non definiva da solo senso e identità. Questo atteggiamento ha ampliato il quadro sociale senza mettere in discussione le strutture esistenti.

L’influenza italiana si è manifestata soprattutto nella cultura quotidiana. La cucina italiana ha introdotto non solo nuovi piatti, ma un diverso modo di vivere i pasti: il cibo è diventato un momento sociale, un’occasione di incontro e condivisione. Caffè e ristoranti si sono trasformati in luoghi di conversazione e convivialità. Questa piccola rivoluzione quotidiana oggi è naturale, ma all’inizio risultava insolita.

Anche il modo di comunicare è cambiato. L’espressività italiana, diretta ed emotiva, inizialmente contrastava con la riservatezza tedesca. Col tempo ha contribuito a rendere più flessibili i codici sociali: informalità, vicinanza personale e apertura hanno trovato sempre più spazio, senza però sostituire le strutture formali.

Un’altra area di impatto riguarda famiglia e comunità. Le famiglie italiane mostravano legami stretti, reciproco sostegno e responsabilità tra generazioni. In una società molto individualista, questo modello ha offerto un’alternativa di reti sociali basate sull’esperienza piuttosto che sulla norma.

Anche il senso estetico e la cura della qualità della vita hanno risentito dell’influsso italiano: funzionalità e precisione non bastavano più, contavano anche atmosfera, bellezza e piacere. Questi piccoli segnali culturali hanno plasmato, in maniera sottile, spazi pubblici e privati in Germania.

La migrazione italiana ha dimostrato che l’integrazione non richiede l’assimilazione totale. Molti italiani hanno fatto parte della società tedesca senza rinunciare alla propria identità culturale. Questa doppia appartenenza si è rivelata solida e produttiva.

L’impatto dello stile di vita italiano è difficile da quantificare, ma si percepisce nei toni di voce, nei gesti, nelle abitudini quotidiane. La Germania è rimasta efficiente, ma ha guadagnato al contempo calore, tranquillità e ricchezza culturale. Cambiamenti silenziosi come questi dimostrano che la migrazione non produce solo effetti economici, ma profonde trasformazioni sociali e mentali.

Giuseppe Tizza, de.it.press 22

 

 

 

 

 

Mercatini di Natale in Germania

 

Nati nel tardo Medioevo come fiere commerciali, intrattengono oggi nel periodo di Avvento milioni di cittadini e turisti - Di Giacomo König

Dortmund. Addentrarsi tra i chioschi di legno di un mercatino di Natale tedesco (Weihnachtsmarkt) è come essere investiti da una tempesta sensoriale. Il profumo delle mandorle tostate si mischia a quello del famoso Glühwein - il vin brulé tedesco - un vino rosso caldo a cui si aggiungono arancia, cannella, chiodi di garofano, anice, miele e qualche volta vaniglia o una scorza di limone: un vero incantesimo per l’olfatto e anche un ottimo rimedio per scaldare le mani infreddolite.

Poco più in là, ci si immerge nell’aroma del cacao: un chiosco ricopre spiedini di banane, pere, acini d’uva, arance o mele candite di cioccolato fuso per produrre uno snack tanto bello agli occhi quanto gustoso. Non mancano naturalmente effluvi più aggressivi come quello delle patatine fritte, dei panini con i würstel o del curry. L’odore dell’olio bollente in cui vengono fritti i Reibekuchen – frittelle di patate grattate che si consumano intingendoli in una mousse di mele - rimarrà sui vestiti ancora per un bel po’.

Qualcuno si avvicina ai chioschi culinari non solo per curiosare o trovare la prossima leccornia da mangiare, ma anche per farsi scaldare dai banchi cucina, dove vengono preparati dolci e pietanze: un breve ma gradevole sollievo dalle temperature invernali tedesche.

Non solo il naso, anche gli occhi trovano di che rimanere ipnotizzati dai mille colori dei banchi di caramelle o delle calze di lana candida d’agnello e lana di pecora dalle infinite sfumature cromatiche, dai chioschi di decorazioni natalizie o da quelli che propongono prodotti artigianali di cuoio, ceramica, cappelli, borse per l’acqua calda, saponi fatti a mano delle più diverse sfumature di colori, forme e fragranze, candele artigianali dalle tinte pastello. La musica natalizia fa il resto, immergendo il visitatore in quell’aura che rende impossibile dimenticare che è Natale.

Quello che oggi è diventato un gradevole passatempo tradizionale e stagionale, da vivere con amici o parenti, è nato in realtà nel tardo Medioevo per sopperire a necessità che avevano ben poco a che fare con lo spensierato intrattenimento. Si trattava infatti di fiere commerciali che offrivano ai clienti prodotti e merci per aiutare le popolazioni a prepararsi ai lunghi inverni rigidi dell’Europa centrale: qui si potevano acquistare generi alimentari, lana, attrezzi o altri utensili prima che iniziasse la stagione fredda, che li avrebbe resi ancora più difficilmente reperibili.

Alcuni di quelle antiche fiere invernali hanno sfidato i secoli e sopravvivono ancora oggi come mercatini di Natale. Lo Striezelmarkt di Dresda, per esempio, spesso citato come il più antico mercatino di Natale del mondo, e certamente quello che vanta la più antica citazione, documentata già dal 1434. Antico e carico di tradizione anche il mercato di Natale di Francoforte, il Frankfurter Weihnachtsmarkt, documentato già nel 1393 o quello di Lipsia, Leipziger Weihnachtsmarkt, che secondo le fonti storiche risale almeno al 1458. Il mercato di Natale di Norimberga, Christkindlesmarkt, è attestato dal 1600, ma la sua origine è probabilmente molto più antica. Nel XVI secolo poi questi mercati natalizi si diffondono in tutta la Germania, soprattutto nelle regioni protestanti e cattoliche, si inculturano e assumono nomi e tradizioni locali diverse.

Oggi le città tedesche aprono i tradizionali chioschi di legno, che ospitano i mercatini, già verso la fine del mese di novembre. Rimangono aperti per tutto il periodo di Avvento, fino al 23 o al 24 dicembre. Nelle grandi città possono durare addirittura fino a gennaio. La loro diffusissima presenza nei social media ha contribuito a trasformarli in eventi turistici: tante persone coprono ormai diversi chilometri, in auto, treno o bus, o prendono addirittura un aereo, per poterne visitare uno. Per le comunità locali però sono luoghi di incontro, dove famiglie e amici possono rivedersi e passare qualche ora insieme. Il modello del mercatino di Natale tedesco, complice la globalizzazione, è stato esportato e replicato in altri paesi che tuttavia conservano spesso il nome originario - Christkindlmarkt o Weihnachtsmarkt - per tentare di rievocare quella stessa atmosfera.

Il mercatino di Natale di Münster ha aperto il 24 novembre e chiuso il 23 dicembre, accogliendo circa un milione di visitatori. Il mercatino più grande e più antico si è svolto nella piazza della Pace di Westfalia – chiamata così perché nell’ottobre del 1648 si firmarono gli accordi che misero fine alla Guerra dei Trent’anni - e nel cortile interno del municipio cittadino. Ma altri più piccoli erano diffusi in altre vie del centro. “Adoro i mercatini di Natale: mi piace l'atmosfera, le luci, i profumi e il clima che si crea tra le persone. Tutti sono rilassati ed è bello passeggiare tra le viuzze del mercatino di Natale, guardare, comprare regali e assaggiare le varie prelibatezze”, spiega Anne, impiegata di 44 anni, originaria di Castrop-Rauxel. “Questo mercatino di Natale a Dortmund mi è piaciuto molto. Mi ha colpito l'albero di Natale più grande del mondo, le belle decorazioni e le tante luci che creano un'atmosfera festosa. Con gli amici abbiamo assaggiato mandorle tostate di diversi gusti, mangiato frittelle di patate e un dolce ripieno di marzapane a forma di sfera, chiamato ‘palla di neve’, e naturalmente anche bevuto: non però il classico Glühwein – puntualizza infine - ma una versione senza alcol, chiamata ‘punch per bambini’”.

Uno dei più grandi mercatini di Natale della Germania e del mondo si trova quest’anno a Dortmund, città della Renania Settentrionale-Vestfalia.

Qui, nelle vie del centro, oltre 250 chioschi di legno offrono artigianato artistico, decorazioni natalizie, giocattoli e il famoso bicchiere di Glühwein: il motivo impresso sulla tazza cambia ogni anno, rendendolo un ambito oggetto da collezione. Il mercatino è stato inaugurato il 20 novembre e resterà aperto fino al 30 dicembre. Si estende su diverse piazze centrali del centro città, undici in totale. Al centro della piazza Hansa, si trova un grande albero di Natale. Altri chioschi si trovano presso lo Alten Markt, presso la Petrikirche, la Reinoldikirche e sulla piazza di Netanya. “L’atmosfera dei mercatini di Natale mi piace moltissimo”, ammette Daniela, impiegata di 44 anni, nata nella cittadina di Datteln. “Con tutto lo stress che c'è, non riesco mai a godermi appieno il periodo dell'Avvento che passa sempre veloce come un lampo. Al mercatino di Natale di Dortmund ci si può immergere nella atmosfera prenatalizia con le sue luci suggestive. Qui si viene avvolti dal profumo di vin brulé, cannella e anice. Mi piace passeggiare tra i banchi di artigianato artistico o tra quelli che cucinano prelibatezze. Mi godo questo freddo piacevole e questi momenti di convivialità, sereni e gioiosi. Tutto questo calore – conclude - riesce ad arrivare al cuore, in qualche modo”. Aci 26

 

 

 

 

 

 

Francoforte: il cibo diventa memoria. Italia e Germania celebrano i 70 anni dell’accordo

 

Nel settantesimo anniversario dell’accordo bilaterale tra Italia e Germania per il reclutamento della manodopera, la commemorazione che si è tenuta il 5 dicembre a Francoforte presso La Deutsche-Italienische Vereinigung si è trasformata in un viaggio nella memoria attraverso il cibo

L’incontro “Dove il cibo è memoria di casa. Storie di migrazioni” ha riunito studiose e testimoni per raccontare come, per molti italiani emigrati in Germania dal dopoguerra a oggi, la cucina sia stata un ponte tra passato e presente, un linguaggio identitario capace di unire generazioni e culture.

Cucinare la distanza: l’intervento di Laura Melara-Dürbeck

A introdurre la serata è stata Laura Melara-Dürbeck, rappresentante dell’Accademia Italiana della Cucina a Francoforte, che ha proposto una riflessione intensa sul gesto quotidiano del cucinare all’estero, definito come “trasformare la lontananza in un’esperienza concreta e tangibile”.

La sua testimonianza personale – una valigia del 1987 con una caffettiera, un pezzo di parmigiano e un barattolo di conserva di pomodoro – è diventata simbolo universale dell’esperienza migratoria. Oggetti semplici, ha spiegato, ma carichi di storie: “In quella conserva ci sono le mani della mia famiglia calabrese, le voci dei cortili d’estate, il sole imbottigliato in un barattolo. Ogni mattina il profumo del caffè era il mio modo di cucinare la distanza, di rendere la nostalgia abitabile”.

Per Melara-Dürbeck il cibo è prima di tutto identità migrante, un modo per tenere insieme due mondi e dare forma alla nostalgia senza esserne travolti.

Richiamando storici e antropologi del gusto, ha ricordato come l’esperienza italiana in Germania – fatta di cucine improvvisate, ingredienti che mancavano, ricette modificate per forza di cose – abbia dato vita a quella che lei definisce una “cucina decentrata”, nata fuori dall’Italia ma autentica nella sua capacità di adattarsi e reinventarsi.

Nel suo intervento, Melara-Dürbeck ha riportato molte testimonianze degli emigrati italiani degli anni Cinquanta e Sessanta: stanze condivise da quattro persone, cucine con un unico fornello per otto, discussioni quotidiane, ma anche momenti di festa creati semplicemente cuocendo “un chilo di carne in tre, tanto per dire che è festa”.

Il cibo era insieme conforto e resistenza: “Il pensiero va alla famiglia, al nostro vino così nero e forte, alle salsicce pepate che sapevano di casa”.

E non mancavano aneddoti che raccontano anche l’incontro, a volte buffo, con la cultura tedesca: come quella volta in cui dei colleghi tedeschi addentarono una fetta d’anguria con tutta la buccia, ignari di come si mangiasse.

A partire dagli anni ’70 la cucina italiana uscì dalle case degli emigrati per conquistare gli spazi pubblici: trattorie, pizzerie, ristoranti familiari.

Non sempre autentici, spesso adattati ai gusti tedeschi – panna nei sughi, pizze cariche di ingredienti – ma luoghi fondamentali per costruire una nuova immagine dell’italianità in Germania.

Figure come Antonio Scognamiglio, uno dei primi grandi importatori di prodotti italiani, furono decisive per rendere possibile il legame culinario tra i due Paesi.

Oggi, ha sottolineato Melara-Dürbeck, la nuova generazione di chef italo-tedeschi – formata, attenta alla sostenibilità, ancorata alle specificità regionali – sta dando vita a un nuovo modo di “cucinare la distanza”, più consapevole delle proprie radici e più libero di sperimentare.

Edith Pichler: il cibo come memoria comunicativa

Il testimone è poi passato a Edith Pichler, sociologa e docente presso l’Università di Potsdam, che ha esplorato il legame tra migrazione, cibo e memoria attraverso le categorie della memoria comunicativa e culturale. Il cibo, ha spiegato, è un archivio vivente: non solo nutre, ma trattiene storie, pratiche e appartenenze che si tramandano in modo informale, spesso nelle cucine delle famiglie migranti.

Anche Edith Pichler ha portato ricordi personali: i vasetti di salsa del Trentino trasportati in valigia fino a Berlino, il panettone ingombrante da portare a Natale “quando ancora non si trovava nei negozi tedeschi”, il formaggio Bel Paese come unico prodotto italiano disponibile negli anni Settanta. Ogni alimento diventava un tassello di continuità, un modo per ristabilire un legame con casa quando casa era lontana migliaia di chilometri.

Ha ricordato come quei gesti, oggi quasi romantici, fossero in realtà necessità pratiche ed emotive. Il cibo viaggiava insieme ai migranti: attraversava frontiere, si adattava, cambiava forma per sopravvivere nei nuovi contesti. E talvolta era l’unico spazio in cui gli italiani potevano riconoscersi, dopo giornate lavorative dure o in quartieri dove la loro presenza non era sempre accolta con entusiasmo.

Ma soprattutto ha richiamato il peso emotivo del cibo per gli emigrati italiani, spesso vittime di discriminazioni e non sempre accolti calorosamente:

“Il cibo dava loro un senso di appartenenza. Era una bolla di sapori che li proteggeva dal sentirsi respinti”.

Pichler ha concluso sottolineando come questi patrimoni culinari abbiano poi trasformato, silenziosamente ma profondamente, anche la società tedesca: “Le cucine degli immigrati sono state i primi ponti culturali. Prima che arrivassero le parole, sono arrivate le ricette”.

“Ricette contro la nostalgia”: il contributo di Neu-Wendel e Zannini

La serata si è conclusa con l’intervento di Stephanie Neu-Wendel, docente presso l’Università di Mannheim, e Maria Giacobina Zannini, docente presso l’università di Heidelberg, che hanno analizzato il modo in cui cinema e letteratura raccontano la cucina italo-tedesca come spazio di negoziazione identitaria. Partendo dal loro progetto “Ricette contro la nostalgia”, le due studiose hanno mostrato come la tavola sia spesso la prima scena in cui si rappresentano tensioni, conflitti, riconciliazioni e contaminazioni tra culture.

Zannini ha messo in luce il modo in cui il cinema tedesco e italo-tedesco utilizza il cibo come linguaggio immediato per raccontare l’integrazione: dalle commedie degli anni Ottanta, dove lo “Spaghetti-Koch” era figura stereotipata ma familiare, fino alle produzioni più recenti che presentano cucine miste, moderne, in cui gli ingredienti italiani entrano naturalmente nella quotidianità tedesca. I pasti condivisi, ha spiegato Zannini, diventano spesso dispositivi narrativi che permettono ai personaggi di superare incomprensioni e pregiudizi, mostrando come i gusti — più delle parole — possano avvicinare mondi diversi.

Neu-Wendel ha approfondito la prospettiva letteraria, portando esempi di romanzi e memoir in cui le ricette diventano un ponte emotivo con l’Italia. Nei testi delle seconde e terze generazioni il cibo assume la forma di una “memoria ereditata”: non più solo nostalgia per ciò che si è lasciato, ma un materiale narrativo attraverso cui i discendenti raccontano la complessità delle proprie radici. Una minestra cucinata “come la faceva la nonna”, o un piatto reinventato con ingredienti tedeschi, diventa così un modo per ridefinire continuamente l’idea stessa di italianità.

Tra libri, film e testimonianze familiari, il cibo emerge dunque come un archivio vivo: conserva, trasforma, tramanda. È un luogo di incontro tra generazioni, tra lingue, tra appartenenze multiple. Un laboratorio in cui migranti e figli di migranti rielaborano la propria identità, a volte ricucendo la nostalgia, a volte costruendo nuove forme di appartenenza. In questo senso, hanno concluso Neu-Wendel e Zannini, le ricette non sono soltanto istruzioni culinarie, ma veri e propri dispositivi culturali che aiutano a orientarsi tra passato e futuro.

La conclusione della serata ha avuto il sapore della riconciliazione tra culture, come racconta un’ultima testimonianza: “Mio padre, vivendo in Germania, aveva imparato a fare la Linsensuppe. Ci metteva un goccio d’aceto e dei würstel tagliati piccolissimi. Era buonissima. Abbiamo fatto entrare in casa nostra un po’ di usanze tedesche e abbiamo dato molto delle nostre ai nostri amici. Alla fine ci siamo avvicinati, e in qualche modo uniti”.

A settant’anni dall’accordo che cambiò la vita di centinaia di migliaia di famiglie, il cibo continua a essere un ponte. Una tavola apparecchiata tra Italia e Germania, dove la memoria non è un ricordo fermo, ma un impasto vivo, fatto di ingredienti che viaggiano, si mescolano, cambiano e continuano a raccontare chi siamo.

L’evento è stato organizzato dalla Fondazione di Studi Italo-Tedeschi, dalla Deutsche-Italienische Vereinigung e.V. e dall’Accademia Italiana della Cucina – Delegazione di Francoforte, la Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi di Milano, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, con l’Assessorato alla Cultura della Città di Francoforte e con l’AmKa di Francoforte, e si è svolto con il patrocinio e il sostegno del Consolato Generale d’Italia a Francoforte. Licia Linardi, CdI 12

 

 

 

 

 

 

XVIII Conferenza degli Ambasciatori d’Italia nel mondo

 

ROMA – Nel corso della XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia nel mondo alla Farnesina si è svolto il dibattito “La sfida migratoria quale priorità internazionale”. La sessione è stata aperta dagli interventi del Ministro degli Esteri Antonio Tajani e del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il Ministro Tajani ha in primo luogo voluto ringraziare Piantedosi per la collaborazione data dal Ministero dell’Interno nelle ispezioni riguardanti le sedi consolari all’estero che saranno effettuate dal personale diplomatico in collaborazione con le forze dell’ordine : l’esempio è andato al rilascio di documenti come i visti, che riguardano la questione dell’immigrazione. “Dobbiamo affrontare in modo strutturale le questioni migratorie”, ha rilevato Tajani. “Dobbiamo valorizzare il diritto a non emigrare”, ha rimarcato Tajani riferendosi in modo particolare all’Africa e menzionando la questione delle liste dei Paesi sicuri per effettuare i rimpatri. Il Ministro ha inoltre evidenziato l’importanza del ruolo della formazione e della conoscenza della lingua italiana per quanti verranno regolarmente nel nostro Paese. “La conferenza odierna non è soltanto luogo di confronto ma anche di rafforzamento di una visione del nostro Paese nel mondo”, ha rilevato nel suo intervento il Ministro Piantedosi riferendosi all’incontro odierno con gli Ambasciatori italiani ai quali è andato il ringraziamento del Ministro dell’Interno per il supporto fornito su tematiche trasversali, quali appunto quelle migratorie. “Dove prevale l’assenza di regole si rafforzano le reti criminali e aumentano le tragedie umanitarie”, ha aggiunto Piantedosi. Il Ministro ha poi invitato a riflettere sull’importanza per gli Stati di riuscire a stare al passo coi tempi rispetto agli strumenti che sono in grado di mettere in campo potenti organizzazioni criminali. Il Ministro dell’Interno ha spiegato che, dalle informazioni rilasciate dagli stessi migranti al loro arrivo a terra, spesso di evince il dato eloquente relativo al cospicuo fatturato che ruota attorno alle organizzazioni che gestiscono i traffici di migranti: si ipotizza che esso sia di circa 6 miliardi a livello internazionale e si stima che il solo segmento che interessa l’Italia rappresenti il 20% del fatturato mondiale: chiaramente la tratta principale per l’Italia resta quella via mare passando per il Mediterraneo. Piantedosi ha anche evidenziato come le instabilità nei Paesi d’origine siano sicuramente una delle cause che spingono le persone a migrare. “Abbiamo provato a rafforzare la collaborazione con i governi dei Paesi d’origine”, ha sottolineato il Ministro menzionando tra gli esempi più virtuosi la Costa d’Avorio che ad oggi rispetto al passato conta arrivi irregolari quasi azzerati. Anche in Asia, con Paesi quali Bangladesh e Pakistan, sono stati siglati accordi importanti nel contrasto all’immigrazione irregolare. Accanto al contrasto dell’immigrazione illegale ci sono però anche progetti per l’accompagnamento di quanti vogliono rimpatriare volontariamente e per l’accompagnamento di quanti vogliono entrare regolarmente: in quest’ultimo caso la formazione è centrale. Sicurezza, sviluppo e cooperazione politica multilaterale per un approccio strutturale sono, secondo Piantedosi, strumenti chiave. In conclusione, Piantedosi ha rimarcato alcuni punti come l’approccio regionale e trans-regionale, i rimpatri volontari assistiti dai Paesi di transito a quelli d’origine e la valorizzazione dei percorsi di migrazione legale.

Nell’ambito la XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia nel mondo si è svolta la sessione dedicata al tema “Italia come snodo geopolitico strategico per le rotte energetiche”. Il panel è stato aperto dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Il tema dell’energia – ha esordito il Ministro – è fondamentale. E’ un tema che riguarda la sicurezza nazionale, la nostra dipendenza energetica e che stabilisce rapporti anche all’interno dell’Unione Europea, nonché le  relazioni con altri paesi. Credo che discutere con voi di questi argomenti – ha proseguito Tajani rivolgendosi agli Ambasciatori presenti in sala – sia di grande interesse per capire cosa sta accadendo e cosa si può fare. Domani al Parlamento Europeo ci sarà il voto sulle auto elettriche, si deciderà sulla possibile modifica del blocco dei motori tradizionali a partire dal 2035, almeno per le auto, e non è detto che questo riguardi anche i camion”. Il Ministro ha poi evidenziato come l’Italia,  essendo situata al centro del Mediterraneo, aspiri a diventare un grande hub energetico capace di ricevere dal sud l’energia per poi ridistribuirla nell’intera Europa. Tajani ha anche rilevato come la lotta al cambiamento climatico sia parte della nostra politica internazionale. E’ stata poi la volta del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin che ha sottolineato come la sicurezza energetica, un settore in cui i riferimenti tradizionali si sono praticamente rovesciati,  rappresenti oramai una sorta di laboratorio sulle dinamiche della geopolitica. Il Ministro ha poi evidenziato come “decarbonizzare, diversificando ed innovando” significhi “rafforzare la sicurezza energetica”.  “Così come introdurre nuove tecnologie basate sulla neutralità tecnologica contribuisca alla decarbonizzazione globale” . Per Pichetto Fratin inoltre il dibattito sulla scadenza del 2035, riguardante i motori tradizionali, non andrebbe fatto sulla limitazione dello strumento ma sulla questione delle emissioni, in un confronto europeo che garantisca e favorisca la ripresa del grande sistema europeo dell’automotive.  Il Ministro, dopo aver segnalato che l’Italia si è resa indipendente dalle importazioni di gas russo e che il fabbisogno di energia del nostro Paese continuerà a salire nei prossimi anni, ha aggiunto “Competitività e crescita sono e devono essere priorità per l’Europa, anche nella definizione di interventi e politiche energetiche di transizione”. Ha poi preso la parola l’amministratore Delegato dell’Eni Claudio Descalzi che ha sottolineato l’importanza dell’Italia come possibile snodo energetico strategico, con valenza industriale e geopolitica. Il nostro Paese ha infatti una posizione geografica che gli facilita le connessioni con gli esportatori di gas, come la Libia e l’Algeria,  ma anche con Paesi europei, a cui potrebbero essere indirizzati questi flussi energetici provenienti dal sud. Descalzi, dopo aver rilevato l’esigenza di investire in Libia e Algeria per evitare che il crescente fabbisogno energetico interno di questi paesi limiti la loro capacità di esportazione del gas , ha inoltre parlato della presenza nel nord Europa di un altro grande snodo energetico- finanziario che è altamente competitivo e che stabilisce il prezzo del gas.  Descalzi ha poi auspicato sia la creazione di un mercato unico europeo energetico che consenta di abbassare i costi, sia una crescita dell’Africa che permetta di aumentare anche la nostra sicurezza energetica, visto che da questa area importiamo il 97% del nostro gas. (Lorenzo Morgia -Inform)

 

 

 

 

 

Europa: “Serve un’anima politica”

 

La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti descrive un’Europa debole, segnata da declino economico, pressione migratoria e crisi identitaria. Andrea Possieri analizza le implicazioni culturali e politiche di questa visione americana, sottolineando la necessità di un’anima politica per rilanciare sovranità, responsabilità e ruolo globale del continente – di Riccardo Benotti

La nuova National Security Strategy degli Stati Uniti descrive l’Europa come un continente esposto a declino economico, pressione migratoria e rischi di “erosione civile”. Il documento sollecita gli Stati europei a rafforzare sovranità, identità e responsabilità strategica in un quadro instabile. Andrea Possieri, docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, analizza le implicazioni politiche e culturali di questa lettura americana per il futuro del continente e per il rapporto transatlantico.

Nel documento statunitense di strategia nazionale emerge una lettura severa dell’Europa, fino a evocare il rischio di una “cancellazione della civiltà europea”. Che cosa indica questa espressione e quale idea di Europa trasmette il nuovo corso americano?

Quelle parole hanno suscitato sconcerto ma sono l’evoluzione di quanto affermato da James D. Vance a Monaco nel 2025. Più che una rottura con l’Europa, emerge una critica durissima all’Unione europea. Il riferimento ai valori è una presa di distanza dall’Europa tecnocratica e dall’egemonia progressista nel discorso pubblico.

Si auspica il ritorno a un’Europa delle patrie, a dispetto dell’Europa di Bruxelles.

Quali elementi nuovi introduce la NSS rispetto a queste critiche già note?

L’idea non è nuova, ma oggi assume due forme inedite: viene formalizzata in un documento politico statunitense con tratti nazional-sovranisti, centrato su sicurezza, identità culturale e un forte culto della leadership; inoltre, in nome della stabilità tra Europa e Russia, si accompagna a una sostanziale legittimazione dell’operato di Putin in Ucraina. A quella terra serve pace, ma una pace giusta.

Il documento contrappone un’Europa delle patrie all’integrazione sovranazionale. Che idea di Unione europea emerge?

L’NSS mostra sfiducia verso l’integrazione europea sviluppatasi dagli anni Novanta. L’accento sulla sovranità nazionale suggerisce una preferenza per un’Europa composta da Stati forti e meno per un’unione politica. È un’impostazione che ridimensiona il ruolo dell’Unione europea nei processi decisionali e mette in discussione la sovranità condivisa.

L’impianto “America First” ridisegna i rapporti transatlantici. La tradizione del cattolicesimo democratico può offrire criteri utili?

Quella stagione è stata feconda per l’Italia e per l’Europa, pur non essendo riproponibile. Molte intuizioni restano attuali. De Gasperi richiamava la “Patria Europa” come argine agli eccessi nazionalistici.

Le difficoltà che impedirono una vera Europa politica negli anni Cinquanta si ripresentano oggi.

Nonostante lo sconcerto per le parole americane e l’allarme provocato dalla Russia, non emergono forti capacità politico-culturali per un’autonomia strategica europea. Conservo però una speranza nelle generazioni cresciute dopo il 1989, più libere dalle pastoie ideologiche del Novecento: giovani pragmatici che possono contribuire a un nuovo patto fondato su solidarietà, dialogo e reciproco rispetto, come ricordava Montini.

Trump parla di migranti come “erosione civile”. Come si concilia questa narrazione con la visione cristiana dell’ospitalità?

Non si concilia. Il mondo cattolico ha sempre unito dignità umana, accoglienza e legalità. Oggi, invece, l’atteggiamento verso i migranti è spesso condizionato da visioni ideologiche o emotive e da scarsa conoscenza del fenomeno. Il discorso pubblico è segnato da due fattori: da un lato, la critica dell’immigrazione è diventata una risorsa simbolica a fini elettorali, leggendo i flussi come minaccia all’ordine pubblico e all’identità etnica; dall’altro, politiche migratorie poco efficaci hanno generato problemi nelle periferie, alimentando insicurezza e ostilità. Il nodo del futuro sarà l’integrazione, dunque la cittadinanza.

Se il rapporto transatlantico si indebolisse, quali spazi resterebbero all’Europa come mediatrice globale?

Per proporre una “terza via”, l’Europa deve essere un attore politico a tutti gli effetti. L’integrazione economico-istituzionale non è più sufficiente. Servirebbe un sussulto d’anima, altrimenti si rischia l’irrilevanza. Questo momento potrebbe favorire una nuova proposta politica, ma è necessaria una volontà dal basso che lavori, per esempio, a un’Assemblea costituente dell’Europa. Le difficoltà sono molte, ma il mutamento nasce solo dalla politica. L’unico modo per reagire al declino è prendere l’iniziativa, recuperando il progetto dei padri fondatori per un’Europa unita e solidale, modellata non dalla paura ma dalla responsabilità.

Sir 10

 

 

 

 

 

 

Due Italie in Germania: funzionari del Nord e operai del Sud

 

L’emigrazione italiana in Germania, iniziata in modo massiccio negli anni del “miracolo economico”, ha sempre presentato una caratteristica peculiare: la coesistenza di due gruppi sociali molto diversi tra loro, spesso percepiti come due “Italie parallele”. Da un lato i tecnici, i funzionari e i quadri formati nelle regioni del Nord; dall’altro gli operai provenienti soprattutto dal Mezzogiorno. Una distinzione non solo geografica, ma soprattutto socio-economica, che ha segnato profondamente la presenza italiana oltre le Alpi.

La prima grande ondata: gli operai del Sud

A partire dagli anni ’50 e ’60, la Germania Ovest siglò accordi bilaterali con l’Italia per far fronte alla necessità di manodopera nelle proprie industrie. Migliaia di uomini – e poi intere famiglie – arrivarono da Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Basilicata. Erano i Gastarbeiter, i “lavoratori ospiti”.

La maggior parte trovò posto:

* nelle acciaierie,

* nelle fabbriche automobilistiche,

* nella meccanica pesante,

* nell’edilizia.

Quel movimento migratorio fu spesso un’emigrazione di necessità: si partiva per lavorare, mandare soldi a casa, costruire un futuro possibile. Le condizioni di vita erano dure: dormitori aziendali, scarsa integrazione, barriere linguistiche. Nonostante ciò, questi lavoratori hanno contribuito in modo decisivo al boom industriale tedesco e alla costruzione dell’immagine dell’“italiano laborioso” all’estero.

La nuova mobilità: i professionisti del Nord

Dagli anni ’90 in poi, e ancor più dagli anni 2000, il profilo dell’italiano in Germania si è diversificato. È cresciuta la presenza di persone altamente qualificate: ingegneri, funzionari, ricercatori, manager e professionisti del settore tecnologico, spesso provenienti da regioni del Nord e da aree con un tessuto industriale avanzato.

Questa categoria si è inserita in un mercato del lavoro caratterizzato da:

* imprese multinazionali,

* centri di ricerca avanzati,

* università competitive,

* posizioni dirigenziali e tecniche.

Per loro l’emigrazione non è fuga dalla povertà, ma scelta professionale legata alla ricerca di opportunità, riconoscimenti, carriera internazionale.

Un’Italia sdoppiata

Le due traiettorie migratorie hanno creato una sorta di dualismo interno alla comunità italiana in Germania:

* La prima generazione di operai meridionali, radicata sul territorio, spesso integrata attraverso il lavoro manuale e la vita comunitaria tradizionale.

* Le generazioni più recenti di professionisti, che vivono una mobilità diversa, più fluida, cosmopolita, spesso temporanea.

Questa distinzione ha prodotto percezioni differenti di cosa significhi essere “italiani” all’estero: per alcuni una condizione di sacrificio, per altri un percorso di crescita professionale in un contesto globale. Due esperienze diverse, ma entrambe fondamentali per capire la complessità della presenza italiana in Germania.

Un dialogo che continua

Oggi le due “categorie” non sono più separate come un tempo: i figli degli operai meridionali sono diventati studenti universitari, imprenditori, professionisti, e spesso condividono percorsi simili ai nuovi arrivati dal Nord. E, allo stesso tempo, nuove migrazioni dal Sud – più qualificate rispetto al passato – arricchiscono ulteriormente la comunità.

Ed è forse proprio in questo incrocio di storie, di nord e sud, di passato e presente, che si trova l’anima autentica dell’italianità in Germania: una comunità variegata, in continua trasformazione, che ha saputo reinventarsi senza dimenticare le proprie radici. Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Dall’emigrazione italiana all’Europa di oggi

 

Apertura al Convegno di Acli Germania e Delegazione MCI Germania “Frontiere in movimento”

Nell’autunno appena trascorso, l’Unione Europea ha rilanciato il programma Interrail: con il pagamento di una cifra simbolica, le giovani e i giovani europei possono nuovamente viaggiare quasi gratuitamente in treno e scoprire città, culture e lingue del continente. La mobilità giovanile all’interno dello spazio europeo non è certo una novità: i primi programmi Interrail risalgono infatti agli anni Settanta. Oggi, dopo 40 anni dagli accordi di Schengen, l’iniziativa viene riproposta con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le società europee in una fase complessa, segnata dal ritorno al centro del dibattito del diritto di emigrare, da crescenti diseguaglianze sociali, da stili di vita sempre più transnazionali e da un ordine internazionale sempre più minacciato da derive sovraniste, nazionalistiche e antidemocratiche.

L’esperienza Interrail degli anni Settanta si intrecciava già allora con un’altra forma di mobilità: quella dei migranti per lavoro. Fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori provenienti dal Sud e dal Sud-Est dell’Europa raggiungevano le principali destinazioni industriali del continente. Questo parallelo – Interrail da un lato e migrazione del lavoro dall’altro – non è improprio: entrambe le mobilità esprimono, seppur in forme differenti, un medesimo processo di integrazione europea, fondato sull’apertura progressiva degli spazi comunitari alla circolazione delle persone. Pur distinguendosi profondamente per natura giuridica, condizioni materiali e implicazioni politiche, questi fenomeni partecipano allo stesso percorso di unificazione europea avviato con i Trattati di Roma del 1957 e consolidatosi negli anni Sessanta con la definizione del mercato comune. Un processo che ha contribuito in modo decisivo a plasmare le società multiculturali nelle quali viviamo oggi.

Tra le mobilità mitteleuropee del dopoguerra, un ruolo di primo piano spetta all’emigrazione italiana. Come ha osservato lo storico Toni Ricciardi, essa rappresenta uno dei pilastri della rinascita democratica e repubblicana del Paese. Negli anni immediatamente successivi alla caduta del fascismo, la possibilità di emigrare costituì per molti un diritto di libertà e una concreta via di riscatto. Ricciardi ha definito in modo provocatorio ma efficace l’Italia del dopoguerra come una Repubblica fondata “sul lavoro all’estero”, in altre parole, “una Repubblica democratica fondata sull’emigrazione”. Già nel 1948, infatti, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri italiano, richiamava la necessità di “espandere i confini” e invitava le cittadine e i cittadini italiani a cercare fortuna anche fuori dal Paese, poiché – come affermò – “entro le frontiere non ci stiamo”. Il governo della prima Repubblica incoraggiò dunque la riapertura delle rotte migratorie, vedendo nell’emigrazione non solo una valvola di sfogo economica, ma anche un canale di proiezione culturale dell’Italia in un’Europa in formazione.

Fra i numerosi accordi di immigrazione stipulati dal governo federale tedesco con diversi Paesi di emigrazione del Sud-Est europeo e dell’area mediterranea, quello firmato il 20 dicembre 1955 tra l’Italia e la Repubblica Federale di Germania fu il primo e segnò una svolta decisiva nelle politiche internazionali di immigrazione tedesche. L’avvio dei reclutamenti ufficiali di manodopera italiana nei centri di emigrazione, tra cui quello di Verona, attivo dal 1958 fino all’inizio degli anni Novanta, modificò profondamente il panorama economico e sociale di entrambi i Paesi. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, migliaia di giovani uomini e donne attraversarono frontiere fino ad allora difficilmente valicabili, spinti non solo dalla necessità economica ma anche dal desiderio di aprirsi nuove prospettive di vita. Le ricerche più recenti mostrano come, accanto alle motivazioni materiali, vi fossero aspirazioni individuali, curiosità e progetti che resero quelle partenze esperienze complesse e profondamente umane.

Da quell’emigrazione, inizialmente regolata da rigidi accordi bilaterali volti a “governare” le migrazioni e la mobilità, nacquero percorsi molteplici e mutevoli, individuali e collettivi. Pur mossi da ragioni economiche, essi determinarono un profondo cambiamento nelle abitudini, nei costumi e nella cultura stessa di chi partiva, così come di chi, in Germania, vedeva arrivare questi “migranti”. L’immigrazione italiana trasformò in modo significativo la società tedesca, avviando de facto un processo dinamico – e tuttora in corso – verso una vera e propria Einwanderungsgesellschaft, che la storica delle migrazioni Maria Alexopoulou ha definito però “wider Willen”, contro la propria volontà.

Le italiane e gli italiani che arrivarono in Germania si confrontarono sin dall’inizio con una situazione paradossale: da un lato, l’immagine positiva associata al mito della Dolce Vita, capace di suscitare curiosità e simpatia; dall’altro, la loro persistente percezione come “stranieri”. Incontrarono così l’altra faccia della medaglia: discriminazioni, razzismo, alloggi malsani, contratti precari, ingiustizie sociali e marginalizzazione. Gli scandali legati agli alloggi dei Gastarbeiter – come il caso delle “Baracken” della Holzmann AG in Assia, divenuto negli anni Settanta un nodo politico di rilievo – ricordano quanto le promesse di integrazione fossero spesso disattese.

Molti lavoratori e le loro famiglie sperimentarono esclusione, precarietà e difficoltà di inserimento, mentre i figli crescevano tra lingue e identità diverse, senza poter beneficiare del riconoscimento della doppia cittadinanza fino agli anni Duemila. La ricerca storica ha mostrato come queste contraddizioni derivassero da una visione rigidamente nazionalistica delle politiche migratorie tedesche e dalla persistente convinzione che la Germania “non dovesse diventare un paese d’immigrazione”. Questa discrepanza fra una realtà multiculturale già evidente sin dagli anni Sessanta e la lentezza delle politiche di integrazione ha prodotto un lungo stallo politico e culturale, superato solo in parte negli ultimi decenni.

A settant’anni dall’accordo italo-tedesco del 1955, abbiamo voluto discutere di queste esperienze, memorie e sfide nel convegno “Frontiere in movimento”, svoltosi il 18 ottobre 2025 presso la Missione Cattolica Italiana di Francoforte. L’obiettivo non era tanto celebrare un anniversario, quanto aprire un dialogo vivo tra storia, attualità e memoria collettiva dell’emigrazione italiana in Germania.

Al convegno hanno partecipato storici, sociologi, giuristi, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni italiane, dell’associazionismo e della Chiesa italiana in Germania. Gli interventi e le presentazioni saranno pubblicati prossimamente su questo sito in una breve serie, accompagnata da una selezione di fotografie e documenti. L’obiettivo è dare continuità al confronto avviato a Francoforte sul Meno, trasformandolo in un vero e proprio forum sulla memoria migrante, capace di coinvolgere le nuove generazioni e di sensibilizzare anche chi, finora, non si è mai avvicinato a questa parte fondamentale della nostra storia comune.  Francesco Vizzarri, CdI 12

 

 

 

 

 

 

 

Il nostro messaggio

 

Anche per questo 2026 gli italiani all’estero restano una realtà socio/politica da “chiarire”. Oggi ancor più importante che per il passato. Riteniamo, di conseguenza, che la loro rappresentatività in Patria debba essere portata alla ribalta parlamentare in modo più appropriato e politicamente articolato.

 Il “rimandare” ci preoccupa e non poco. Mentre torniamo a sollecitare il varo di una nuova rappresentatività per chi vive lontano dal Bel Paese, chiediamo coerenza politica. Non intendiamo polemizzare, ma domandiamo d’evidenziare le “competenze” che sarebbero dovute per chi vive “altrove”.

 Manca, ancora, l’attuazione di un Dipartimento per gli italiani all’Estero (DIE) connesso con la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Insomma, senza ancora tergiversare, il Parlamento, potrebbe farsi carico, almeno, di una proposta di legge per superare le incerte posizioni, anche politiche, degli italiani che vivono “altrove”.

 Invece, nonostante tante oggettive riflessioni, il problema sembra restare inconcluso. Nessuno ne tratta. Torniamo a sollecitare chiarezza per evitare, poi, le consuete interpretazioni restrittive di comodo. Per questi motivi, restiamo, saldamente, sulle posizioni che avevamo manifestato già in passato e che sono ben note a chi ci segue.

Siamo disponibili a un confronto con chi intende contribuire a questo progetto che coinvolge milioni d’italiani nel mondo. A questo punto, il “silenzio” non ha più senso. Quelle che tentiamo di cogliere sono pareri operativi. Questo è il “messaggio” che intendiamo rivolgere e a chi ci segue da tanti anni. Insieme, ce la possiamo fare. Ora restiamo in attesa di un ”segnale” politico. Nonostante la complessità dei tempi, ci facciamo il conto.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Berlino celebra i 70 anni dell’accordo bilaterale sulla manodopera

 

Berlino - Si è svolta ieri, 11 dicembre, in Ambasciata a Berlino la celebrazione del settantesimo anniversario dell’Accordo bilaterale italo-tedesco per il reclutamento e il collocamento della manodopera italiana nella Repubblica federale tedesca, firmato il 20 dicembre 1955.

L’evento ha ricordato il valore storico, sociale ed europeo di quell’accordo e ha reso omaggio ai Gastarbeiter e alla comunità italiana emigrata in Germania.

Come ha ricordato la ministra di Stato tedesca e commissaria per la migrazione, i rifugiati e l’integrazione, Natalie Pawlik, nel suo discorso di apertura, il contributo apportato dai lavoratori e dalle lavoratrici italiane alla ricostruzione della Germania del dopoguerra è stato essenziale. “Questi coraggiosi italiani meritano la nostra gratitudine”, ha dichiarato.

L’ambasciatore Fabrizio Bucci, ricordando il discorso del presidente Sergio Mattarella a Berlino, ha sottolineato come l’accordo sia stato un precursore dell’Unione Europea. “Mentre si preparava la nascita della Comunità Economica Europea con i Trattati di Roma del 1957, i nostri connazionali iniziavano concretamente a costruire l’Europa con il loro lavoro e con il loro sacrificio”, ha detto Bucci. “È anche grazie a loro se oggi abbiamo l’Unione Europea che conosciamo. Una Unione sicuramente imperfetta, ma che rimane una costruzione politica, economica, sociale e culturale unica al mondo”. L’ambasciatore ha poi osservato che, “nonostante non sia entrata in vigore, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea conserva tutta la sua forza e tutta la sua attualità quando definisce l’Unione Europea come “orizzonte privilegiato della speranza umana”. Perché promuove la pace, i diritti civili, sociali ed economici dei cittadini europei. Perché garantisce un futuro comune fondato su principi e valori condivisi. È questa la vera e più autentica forza dell’Unione Europea”.

Nel corso del suo intervento, l’ambasciatore Bucci ha rilevato come il ruolo degli italiani in Germania sia a tutt’oggi fondamentale. “Il termine Gastarbeiter è oggi superato. Gli italiani in Germania non sono più ospiti ma parte attiva e profondamente integrata nel tessuto sociale della Germania. Oltre 900.000 mila italiani, di cui un terzo binazionale, 5000 ricercatori e scienziati, più di 2000 imprese. Una presenza radicata, produttiva, costruttiva”.

Durante l’evento è stata inaugurata una mostra documenti provenienti dalla collezione dell’Agenzia Federale per l’Impiego sullo sviluppo della gestione del lavoro in Germania, testimonianza del costante sforzo di costruire un percorso di integrazione della comunità italiana con la comunità tedesca.

Sono seguiti un concerto della cantante Etta Scollo e la proiezione del documentario “Un sogno italiano” (Ein italienischer Traum) del regista Fausto Caviglia, prodotto da Orisa Produzioni di Cristiano Bortone e Latteplus Berlin Filmproduction, che ha raccontato storie e percorsi emblematici della presenza culturale italiana.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con l’Ufficio della Commissaria tedesca per la migrazione, i rifugiati e l’integrazione.

Comites di Berlino 

Il Comites di Berlino ha realizzato un incontro sul tema : “Italia-Germania: 70 anni dall’accordo di manodopera. I diritti del lavoro, dai Gastarbeiter ad oggi”.  L’evento è stato coordinato da Federico Quadrelli (Presidente Comites Berlino) e introdotto da Edith Pichler (Università di Potsdam); sono quindi intervenuti: Alfonso Pantisano (Commissario del governo regionale di Berlino per l’accettazione della diversità sessuale e di genere) e Damiano Valgolio (Deputato Die Linke, nonché Avvocato del diritto del Lavoro). Nel suo intervento Federico Quadrelli ha spiegato che l’obiettivo dell’incontro sia proprio quello di parlare di diritti del lavoro, partendo dalle origini storiche e sociologiche dell’epopea dei cosiddetti Gastarbeiter, ossia i lavoratori stranieri immigrati in Germania. Dal canto suo Edith Pichler ha rimarcato che in questi 70 anni si è anzitutto rafforzata la consistenza della presenza italiana che nel 2025 è arrivata a superare i 900mila iscritti Aire in Germania; si stima tuttavia che possano essere di più, considerando che ci sono connazionali che non si iscrivono all’Aire. Pichler ha sottolineato inoltre che oggi l’emigrazione è diversa dal passato: è più votata alla mobilità in luogo della permanenza duratura in un Paese estero. Pichler ha inoltre spiegato che bisogna sfatare la leggenda dei “cervelli in fuga”: ad esempio solo un terzo di chi è arrivato in Germania nel 2024 era in possesso di una laurea. Alfonso Pantisano ha ricordato, parlando anche della storia della sua famiglia, che l’accordo italo-tedesco sul reclutamento di manodopera è stato un documento burocratico, visto come un passo per la ricostruzione economica della Germania, ma anche un momento che ha segnato le vite di intere famiglie. “Lavoro e speranza”, erano all’epoca le parole associate alla possibilità per gli italiani di espatriare in Germania. “Arbeit”, ossia “lavoro”, era una delle prime parole che i connazionali apprendevano arrivando in Germania. Palmisano anche ha spiegato che gli italiani sentivano – e magari sentono ancora – la necessità di dover dimostrare sempre qualcosa agli occhi del Paesi ospitante. Palmisano inoltre ha invitato a riflettere sul fatto che questo accordo non abbia rappresentato solo una storia di lavoratori immigrati, con storie anche di successo; quell’epoca ha visto infatti anche biografie spezzate e infanzie perdute. Federico Quadrelli è tornato ad intervenire sui diritti negati, rimarcando l’importanza della tutela dei lavoratori e della possibilità dei ricongiungimenti familiari. Daniano Valgolio a sua volta ha ripercorso una vicenda familiare legata all’emigrazione, tra gli anni ’70 e ‘80, in un’epoca sicuramente vivace in tutta Europa dal punto di vista dei movimenti per i diritti dei lavoratori: un’epoca nella quale era abbastanza frequente dover scioperare o aderire attivamente al sindacalismo. Valgolio ha rimarcato che delle lotte portate avanti dalle generazioni precedenti – anche per quanto riguarda i migranti – ne hanno tratto beneficio le generazioni future, benché oggi i diritti dei lavoratori siano ancora messi in discussione. (Inform-Aise-dip)

 

 

 

 

 

 

Secondo Forum italo-tedesco, appello di Urso e Reiche all’Ue: “Decisioni tempestive e coraggiose”

 

Sottoscritta al Mimit Dichiarazione Congiunta Italia-Germania in vista delle prossime scadenze legislative europee 

ROMA – Italia e Germania chiedono alla Commissione europea una svolta rispetto alle condizioni che oggi limitano la competitività del nostro continente, intervenendo innanzitutto su automotive e siderurgia, pilastri dell’industria del Continente messi sotto pressione da regole non più adeguate e da una concorrenza globale sempre più aggressiva. Nel secondo Forum ministeriale MIMIT-BMWE, che si è svolto a Roma nell’ambito del Piano d’Azione italo-tedesco, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso, e la ministra federale per gli Affari Economici e l’Energia, Katherina Reiche, hanno definito una posizione comune dei due principali Paesi industriali europei da presentare a Bruxelles in vista delle prossime proposte normative annunciate dalla Commissione e del vertice intergovernativo di gennaio. “Con la Germania siamo in piena sintonia: chiediamo alla Commissione una svolta immediata per rilanciare la competitività europea. Dobbiamo agire subito, subito, subito, partendo dai settori più esposti, dall’automotive alla siderurgia. L’Europa deve superare regole ormai inadeguate e tornare a competere con forza, innovare e difendere la propria sovranità industriale. Auspichiamo che questa impostazione venga pienamente recepita già nel prossimo Consiglio europeo”, ha dichiarato il Ministro Urso. “Germania e Italia si assumono insieme la responsabilità per il futuro dell’Europa. Essendo le principali forze motrici dell’industria nell’UE, le nostre economie, strettamente interconnesse, promuovono la crescita, l’innovazione e la creazione di valore. Con la nostra Dichiarazione congiunta diamo oggi un forte impulso affinché l’Europa riacquisti competitività come polo economico e di investimenti – attraverso meno burocrazia, un forte mercato interno e condizioni quadro affidabili e attraenti per le nostre imprese”, ha dichiarato la Ministra Reiche. Nella Dichiarazione congiunta, Urso e Reiche ribadiscono le priorità per rafforzare la cooperazione economica e industriale in diversi settori, concentrandosi in particolare su due ambiti di forte rilevanza per imprese e lavoratori europei. Per il settore automobilistico, Italia e Germania chiedono una revisione tempestiva e pragmatica del quadro normativo UE sulle emissioni di CO?, fondata su neutralità tecnologica, flessibilità ed evitando sanzioni sproporzionate, così da non penalizzare i produttori né trasferire costi aggiuntivi su imprese e consumatori. I ministri sollecitano anche un’accelerazione nello sviluppo delle infrastrutture di ricarica e di rifornimento, la costruzione di una filiera europea sovrana delle batterie e condizioni regolatorie che permettano all’Europa di diventare il mercato di riferimento per la guida autonoma e l’innovazione industriale. MIMIT e BMWE richiamano inoltre la necessità di politiche pubbliche a sostegno della transizione, basate su chiarezza e semplificazione normativa, stabilità e sostegno agli investimenti. Posizioni espresse già nei due contributi congiunti presentati ad agosto e ottobre in materia, recentemente richiamate anche nelle lettere del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del Cancelliere tedesco, Friedrich Merz.

Per la siderurgia e le altre industrie energivore, Italia e Germania chiedono che i legislatori europei adottino lo strumento europeo di salvaguardia per l’acciaio, entro il 30 giugno 2026, per evitare le distorsioni derivanti dalla sovraccapacità globale. I due Paesi insistono inoltre su un’applicazione efficace del CBAM in grado di garantire condizioni eque nel commercio internazionale e assicurare una transizione verso la neutralità climatica sostenibile sia per gli impianti sia per le catene del valore. A riguardo Urso e Reiche pongono l’accento sull’importanza di rivedere il meccanismo di eliminazione graduale delle quote gratuite ETS e di creare un migliore collegamento tra le risorse generate dallo scambio di quote di emissione e il sostegno finanziario ai progetti delle industrie ad alta intensità energetica. Prioritaria anche la tutela dell’accesso europeo all’approvvigionamento di rottami ferrosi, rame e alluminio, essenziali per economia circolare e riduzione delle emissioni. Il Forum ha consentito di fare il punto anche sui risultati maturati dal Piano d’Azione avviato nel 2023 e di rilanciare un’agenda comune centrata su competitività, semplificazione e mercato unico, in piena coerenza con le indicazioni dei Rapporti Draghi e Letta. Italia e Germania chiedono una riduzione degli oneri regolatori, un’accelerazione dei pacchetti legislativi di semplificazione e un contesto che attragga investimenti e favorisca l’innovazione. Centrale anche la creazione del Fondo europeo per la competitività, che per i due Paesi dovrà sostenere progetti con autentico valore aggiunto europeo, dedicando una specifica attenzione al comparto automotive, alle batterie e ai settori ad alta intensità energetica.

Ampio spazio è stato dedicato, infine, ai dossier strategici per la sovranità tecnologica dell’Europa – quali semiconduttori, biotecnologie, digitalizzazione, intelligenza artificiale e attuazione del Critical Raw Materials Act – con l’obiettivo di rafforzare una risposta europea unitaria lungo tutte le catene del valore. Il tal senso, Italia e Germania sostengono un Chips Act 2.0 più ambizioso, una piena attuazione del programma Resource EU, un ecosistema digitale più semplice e mirato alle PMI e un’accelerazione dei progetti comuni nei prossimi IPCEI.

Il Forum ha inoltre confermato l’intenzione reciproca dei due Paesi di rafforzare ulteriormente la cooperazione tra imprese, associazioni industriali e camere di commercio, così da accrescere nel tempo l’integrazione tra i due ecosistemi produttivi e consolidarne il ruolo all’interno della futura politica industriale europea. (Inform/dip 11)

 

 

 

 

 

 

Le radici dell’ostilità della destra Usa per l’Europa

 

Che l’amministrazione Trump covasse per l’Europa un’ostilità profonda era noto. Con la nuova Strategia di sicurezza nazionale, quella ostilità assurge a principio strategico: l’avversario degli Stati Uniti non è il regime dispotico e imperialista della Russia, con cui invece si auspica un accomodamento. Né lo è il partito-stato cinese determinato a costruire la sua influenza internazionale controllando catene del valore di materiali e beni cruciali per l’economia e la società moderne – con cui è necessario gestire con cautela la competizione. La più urgente sfida strategica per gli Stati Uniti è abbattere il progetto di integrazione europea e delegittimare i valori che ne stanno alla base.

Debolezza militare

Donald Trump è spesso descritto come imprevedibile e opportunista, privo di forti convinzioni. In realtà, fin dagli anni ‘80 Trump ha mantenuto tre assunti: il libero commercio danneggia gli Stati Uniti; gli alleati sfruttano la protezione americana per risparmiare in difesa; il potere si esercita esclusivamente con la forza.

Questi principi si scontrano con la logica dell’integrazione europea: l’Ue è un’economia aperta che ha beneficiato della liberalizzazione del commercio; è rimasta fino a tempi recenti lontana dalla dimensione della difesa, affidata per buona parte dei membri a una Nato a guida americana; ed è regolata da meccanismi decisionali che bilanciano stati grandi e piccoli e istanze pan-europee e nazionali.

Questo spiega tanto il disprezzo di Trump per l’Europa quanto la sua ammirazione per leader come Vladimir Putin o Xi Jinping, il cui potere all’interno è incontestato e la cui libertà d’azione sul fronte estero non incontra ostacoli.

In questo senso, la promessa di procedere a un sostanziale ridimensionamento della presenza militare americana in Europa, trasferendo ai membri europei della Nato la responsabilità primaria per difesa e deterrenza convenzionali, è un modo per gli Stati Uniti di scaricarsi dell’opportunismo europeo e liberare risorse per meglio giocare la partita con le altre grandi potenze.

Questa però è solo una parte della storia, quella che più si può associare a Trump. Infatti, questa Strategia di sicurezza nazionale – almeno la parte sull’Europa – riflette un progetto ideologico più ampio, che ha nel vicepresidente JD Vance e nelle forze politiche ed economiche a lui vicine il principale ispiratore.

Tradimento culturale

Per quanto sia l’alfiere del nuovo conservatorismo di destra americano e del movimento Maga, Trump ne condivide solo parzialmente la piattaforma ideologica, che è stata per lui più un trampolino per il potere che una guida di governo. Allo stesso modo, il nazionalismo conservatore ha trovato in Trump la leva per rovesciare i termini di un discorso pubblico plasmato per decenni dall’internazionalismo liberale (di destra e sinistra) in senso nativista, sovranista, intollerante e tendenzialmente autoritario.

Se il rapporto di Trump con il movimento Maga è istintivo e opportunistico, quello di Vance è invece organico e consapevole: le idiosincrasie del presidente, espresse in lunghi, rozzi e spesso sguaiati sfoghi online, nel linguaggio forbito e articolato del vicepresidente assumono un carattere ideologico preciso. Per Trump l’Europa è oggetto di antipatia viscerale, ma per Vance essa è anche fonte di lamento nostalgico: una comunità di Stati che, avendo condiviso parte della loro sovranità in un sistema istituzionale fondato su inclusione e diversità, avrebbe tradito le sue origini storiche, culturali e religiose, indebolendo il senso di comunità nazionale.

Questa Europa, o meglio questa Ue, non sarebbe il frutto di scelte democratiche, ma un’operazione di élite globaliste e tecnocratiche volta a spezzare la forza dei governi nazionali e ad aprire le porte all’immigrazione da paesi culturalmente irriducibili all’Europa bianca e cristiana. Alle élite europee viene anche attribuita l’opposizione alla “pace” in Europa, un riferimento all’indisponibilità dei paesi europei di sostenere un accordo con la Russia a spese dell’Ucraina. È per questo che la Strategia di sicurezza nazionale promette solidarietà ai “patrioti” europei, ovvero ai movimenti nazionalisti che condividono l’agenda nativista, reazionaria e sovranista dei Maga e che, per la maggior parte, vedono nella Russia di Putin, autoproclamatasi campione della tradizione cristiana, un punto di riferimento.

Forza regolatrice

Se da una parte l’Ue viene apertamente disprezzata perché debole, dall’altra l’ostilità della destra americana cela anche un timore per la sua forza nascosta.

Tra i principali critici dell’Ue figurano, non a caso, le grandi compagnie high-tech americane, che si sono riconvertite in ossequiose sostenitrici di Trump. In parte si tratta di una vicinanza opportunistica, dovuta alle promesse dei Repubblicani di bassa tassazione e deregolamentazione selvaggia, ma per alcuni è anche in ballo un progetto politico-ideologico. È così per Elon Musk, che propina ai suoi milioni di followers su X improbabili accostamenti fra Ue e regimi totalitari. Ma è anche il caso di Peter Thiel, il fondatore della società di analisi dati Palantir, che come SpaceX ha sviluppato un legame simbiotico col governo federale Usa. Similmente a Musk, Thiel associa decadenza spirituale e calo demografico e professa una visione oligarchica della società in cui il potere ruota attorno ai grandi monopoli tecnologici. Ma al contrario di Musk, mantiene un basso profilo pubblico, preferendo agire indirettamente grazie alla sua estrema vicinanza a Vance, di cui peraltro ha finanziato l’ascesa politica.

In questa prospettiva, l’Ue è un ostacolo perché ha cercato di porre limiti rigorosi all’uso dei dati personali, all’accentramento monopolistico dei mercati digitali e alla gestione dei contenuti sulle piattaforme social.. Le accuse di essere un freno all’innovazione e di censura del ‘libero pensiero’ rivolte così spesso all’Ue da parte della destra Usa sono un modo per delegittimare la resistenza a un modello di mercato completamente deregolamentato e concentrato nelle mani di pochi attori dominanti. Il sostegno politico all’Amministrazione Trump di figure come Musk e Thiel trasforma tensioni economico-regolatorie in un vettore di pressione politica e ideologica, consolidando il legame tra lobby tecnologiche e strategia di contrasto dell’Ue.

La lotta per l’Europa

Dietro la Strategia di sicurezza nazionale di Trump/Vance non si cela tanto il disinteresse nei confronti dell’Europa quanto l’interesse a subordinarla attraverso l’indebolimento strutturale dell’Ue e l’allineamento politico-culturale delle forze di destra transatlantiche. Il progetto è ambizioso ma non irrealizzabile. Dopotutto, in anni recenti l’Europa ha visto la sua dipendenza dagli Stati Uniti crescere piuttosto che diminuire – un processo accelerato dalla guerra di conquista dell’Ucraina da parte della Russia. Dal sostegno a Kyiv alla difesa continentale, dalle forniture di gas a quelle di servizi di intelligenza artificiale, i paesi europei riposano grandemente su Washington.

Tuttavia, è anche un progetto che presuppone un’unità del fronte conservatore americano – che resta da verificare una volta uscito di scena Trump, la cui popolarità è peraltro in calo – e una continua passività o complicità europea. I partiti di destra sono in ascesa, ma la loro forza elettorale non si traduce in pari capacità di influire sulle politiche, dovendo confrontarsi con la scarsa popolarità in Europa di Trump e delle sue decisioni, dalle tariffe all’appeasement di Putin.

In realtà, la politica estera di Trump, anche quando se ne condividono le premesse nazionaliste, alimenta in Europa una domanda di sicurezza e di welfare che non può essere soddisfatta da un rapporto di vassallaggio con gli Stati Uniti. In questo contesto, la Strategia di sicurezza nazionale di Trump/Vance ha aperto lo spazio per una battaglia politica volta al rafforzamento radicale dell’Ue: non come una controffensiva europea contro l’America, ma come una lotta per l’Europa. La speranza è che quello spazio non resti vuoto. Riccardo Alcaro, AffInt 9

 

 

 

 

 

La ferita della denatalità in Italia

 

Le ultime rilevazioni Istat confermano il crollo della natalità in Italia, che indicano come il Paese stia progressivamente rinunciando al proprio futuro. Lo dimostrano i principali dati: nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto al 2023; nel 2025 si sono registrate 13.000 nascite in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Il numero medio di figli per donna si è inabissato al minimo storico: 1,18 nel 2024 (era 1,20 nel 2023), mentre la fecondità è scesa a 1,13.

Eppure, la crisi demografica non si affronta solo con contratti di lavoro, formazione e welfare. La questione è più profonda. La società italiana – ed europea – non si percepisce più come luogo di sviluppo umano. Generare una nuova vita non è più considerata un’opera che prolunga noi stessi e la nostra storia. La generatività dell’Occidente sembra ritrarsi, resta l’individuo, il qui-e-ora. Ma una vita “solo presente” è una vita senza genealogia, senza trasmissione, senza casa. La paura del futuro prevale sulla fiducia. La scelta di non avere figli è spesso dettata dalla “certezza” di dover affrontare crisi economiche, il crollo degli stipendi e i cambiamenti climatici. Sembra un paradosso, se pensiamo al milione di nascite degli anni Sessanta in un contesto di povertà assoluta. Va poi considerata la condizione delle donne: il lavoro di cura in Italia è 4 volte superiore per le donne (circa 4 ore al giorno), le c.d. “schiacciate” (donne tra 44 e 59 anni) si trovano a gestire la cura di figli e genitori anziani. Solo una donna su due lavora in Italia (una su tre al Sud).

La politica e le istituzioni hanno una grande responsabilità: dovrebbero reagire con misure strutturali capaci di restituire alle famiglie un orizzonte di stabilità e fiducia. Servono politiche fiscali che riducano i costi per le giovani coppie, misure di sostegno alla genitorialità e detrazioni che valorizzino il ruolo sociale dei figli. Una società che desidera nascere e rinascere deve inoltre investire in servizi per l’infanzia. Il potenziamento degli asili nido – sostenuto anche dai fondi del Pnrr – rappresenta un fattore decisivo per la conciliazione vita-lavoro, soprattutto per le madri, e per garantire pari opportunità sin dai primi anni di vita. Anche l’alto costo delle case e l’accesso al credito sempre più difficile scoraggiano i giovani a progettare il proprio futuro. Iniziative come il “Piano casa” possono incidere concretamente sulla qualità della vita e sul benessere demografico.

Le imprese, invece, possono diventare attori proattivi del cambiamento. Il welfare aziendale può offrire strumenti preziosi: sostegni ai genitori, servizi per l’infanzia integrati, congedi più estesi, e benefit che guardino non solo al lavoratore, ma alla sua famiglia. Allo stesso modo, la flessibilità contrattuale e organizzativa – orari modulabili, smart working, percorsi personali di crescita – può ridurre le frizioni tra lavoro e vita privata, permettendo alle persone di non dover scegliere tra carriera e figli.

In questo scenario, i quarantenni possono assumere un ruolo cruciale: ponte generazionale, memoria attiva dei valori e interpreti delle nuove sfide, “cinghia di trasmissione” tra la cultura dei boomers e la visione delle nuove generazioni. È la fascia d’età dove si incrociano competenza, responsabilità e capacità di innovazione: sostenerla significa investire in stabilità. La denatalità non è un destino ineluttabile, ma una sfida culturale, economica e istituzionale. Per vincerla occorre una nuova alleanza: tra Stato, società civile, mondo produttivo e famiglie. Una generazione che trova casa, tempo e fiducia può tornare a generare futuro. È qui che si gioca la credibilità del Paese. Francesco Occhetta 

Vita Past. dic. 25

 

 

 

 

 

Passaporto italiano, cosa è cambiato

 

Dal 1° dicembre sono cambiate le regole per la domanda di rilascio del passaporto in Italia. Dall'importo da pagare alle modalità, come già annunciato dalla Questura, via alle novità.

Come cambia la modalità di pagamento

A decorrere dal 1° dicembre 2025 il pagamento per il rilascio del passaporto ordinario non sarà più effettuato attraverso bollettino postale (anche se continueranno ad essere accettati i pagamenti effettuati prima del 1° dicembre 2025 attraverso bollettino Postale). I cittadini che richiedono il passaporto dovranno corrispondere l’importo dovuto utilizzando i canali messi a disposizione da Poste Italiane presso gli uffici postali e sulle piattaforme online, oppure mediante i diversi Prestatori di servizi di pagamento (Psp) che operano attraverso la piattaforma PagoPA.

Dove si fa la domanda e è possibile effettuare il pagamento

La domanda per il rilascio del passaporto in Italia può essere presentata presso gli Uffici Passaporto del luogo di residenza o di domicilio o di dimora, mentre all’estero presso le rappresentanze diplomatiche e consolari.

I cittadini potranno effettuare il pagamento presso un Ufficio Postale, presso gli sportelli delle Banche, le tabaccherie, le ricevitorie oppure comodamente da casa attraverso le piattaforme online degli stessi operatori (Poste, Banche e prestatori di servizio).

Cosa occorre per pagare

Al momento del pagamento è necessario fornire all’operatore, oppure inserire nel caso di pagamento effettuato on line, il nominativo e il codice fiscale della persona per la quale si chiede il passaporto anche se minore.

L'importo

Cambia anche l'importo del contributo da versare per ottenere il passaporto, che è stato rimodulato a 42,70 euro (precedentemente erano 42,50 euro). Adnkronos

 

 

 

 

 

 

Il disimpegno dell’amministrazione Trump dalla sicurezza europea

 

In materia di difesa, la Germania è stata a lungo criticata per aver costruito la propria forza economica sotto l’ombrello della sicurezza americana. Dopo la fine della Guerra Fredda, Berlino ha puntato sul commercio internazionale e l’interdipendenza energetica ed economica con Stati come Russia e Cina. La militarizzazione delle interdipendenze e il ritorno della guerra in Europa hanno rivelato però l’ingenuità di tale approccio: i tedeschi sono stati accusati di aver sottovalutato le minacce che incombevano sull’Europa.

La svolta nell’opinione pubblica tedesca

Ora in Germania si sta verificando un vero cambiamento nell’opinione pubblica e nella politica interna. Con l’inizio della guerra ucraina nel 2014, l’opinione pubblica si era fermamente opposta alla fornitura di armi a Kyiv. Persino dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022 e l’annuncio dell’allora cancelliere Scholz sull’aumento della spesa per la difesa, molti tedeschi restavano cauti.

Da allora, l’opinione pubblica ha subito un cambiamento radicale, come rivela un rapporto di prossima pubblicazione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Oggi la maggioranza dei cittadini sostiene l’aiuto militare all’Ucraina e percepisce più chiaramente le minacce esterne incombenti. Da un lato, riconoscono la minaccia rappresentata dalla Russia, a partire dall’Ucraina, ma che va ben oltre. Dall’altro, riconoscono che gli Stati Uniti sono diventati un alleato inaffidabile. Gli ottimisti parlano di un inevitabile processo di riequilibrio dell’onere dell’alleanza transatlantica che passa dall’America all’Europa. Una visione più pessimistica – e più realistica – suggerisce che l’amministrazione Trump si stia disimpegnando dalla sicurezza europea.

Le nuove politiche di difesa: dal fondo speciale agli investimenti futuri

Anche la politica di difesa tedesca ha subito un cambiamento. Nel 2022 Scholz ha annunciato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per la difesa: un passo epocale, reso poi sostenibile dal governo Merz con l’abolizione del freno costituzionale all’indebitamento. Nel frattempo, Bruxelles ha ammorbidito l’applicazione delle norme che limitano il deficit di bilancio nell’ambito del Patto di stabilità dell’Ue.

Questo ha fornito a Berlino lo spazio fiscale per andare avanti. Il bilancio della difesa tedesco è aumentato, attestandosi ora a poco meno di 90 miliardi di euro e si prevede che raggiungerà i 150 miliardi di euro entro il 2029. Ciò potrebbe rendere l’Europa molto più sicura. La maggior parte degli alleati dell’Europa orientale sta già spendendo ben oltre il 3,5%: gli Stati baltici e la Polonia si avvicinano o addirittura superano il 5%. Tuttavia, nessuno degli altri Stati europei, in particolare Francia, Regno Unito e Italia, ha lo spazio fiscale per raggiungere tale soglia, nonostante gli impegni presi per compiacere Trump durante l’ultimo vertice Nato all’Aia.

Il ritorno della “questione tedesca” in Europa

Questo rappresenta un problema non solo politico, ma anche di sicurezza. Se la spesa tedesca per la difesa raggiungerà i suoi obiettivi, entro il 2030 Berlino spenderà circa il doppio rispetto alla Francia, secondo Paese per spesa militare, riportando la “questione tedesca” – ovvero cosa fare con una potenza continentale troppo grande per essere contenuta ma troppo piccola per dominare – alla ribalta. Storicamente risolta attraverso l’integrazione della Germania nell’Ue e nella Nato, la questione era stata esternalizzata coinvolgendo Washington nella sicurezza europea.

Anche nello scenario transatlantico più favorevole, se gli Usa riducessero in modo significativo il loro impegno in materia di sicurezza in Europa, si creerebbe un vuoto e l’aumento della spesa per la difesa della Germania è un passo decisivo verso il suo riempimento. Tuttavia, data l’ascesa dell’estrema destra e del populismo nazionalista in Europa, è ragionevole preoccuparsi delle potenziali conseguenze di un futuro che vede, da un lato, la Germania divenire l’egemone militare in Europa e, dall’altro, fallire il cordone sanitario che impedisce all’estrema destra tedesca di arrivare al potere.

La soluzione europea: difesa collettiva e coordinamento fiscale

La soluzione intuitiva a qualsiasi enigma sollevato dalla questione tedesca è quella di perseguire collettivamente la difesa europea: Bruxelles ha già stanziato 150 miliardi di euro in prestiti per finanziare progetti collaborativi di difesa europea. Una cifra modesta rispetto a quanto gli Stati membri spenderanno per le proprie industrie della difesa e irrisoria rispetto alla spesa cumulativa della Germania per la difesa nei prossimi anni. Francia e Italia chiedono l’emissione di un debito collettivo dell’Ue per finanziare la difesa europea. Ma le loro disastrate finanze pubbliche rende queste richieste poco credibili agli occhi Berlino.

La questione tedesca riemergerà in Europa e la soluzione può essere solo europea. Piuttosto che chiedere a Berlino di fare più, spetta agli altri Paesi europei creare le condizioni politiche e fiscali per rendere più credibili le loro richieste di finanziamento collettivo della difesa europea.  Nathalie Tocci, AffInt 16

 

 

 

 

 

 

A Verona la giornata dedicata all’emigrazione in Germania

 

Verona - “Ricordiamo oggi quanto accadeva settant’anni fa, quando Verona era un punto di riferimento per le tante persone che si spostavano verso il Nord Europa, in particolare verso Monaco. Monaco era l’hub di arrivo dei lavoratori provenienti da tutta Italia, che qui si radunavano prima di iniziare una nuova vita nella città tedesca. Credo che questo sia anche lo specchio dei tempi attuali, in cui lavoratori e lavoratrici si muovono nel mondo e le nostre aziende hanno bisogno di forza lavoro. Gli spostamenti delle persone, tuttavia, vengono spesso strumentalizzati e non si riesce a riconoscerne il valore. Sarebbe importante saper distribuire non solo le risorse economiche, ma anche sapere gestire quelle umane, così da permettere alle persone e alle attività produttive di progredire e prosperare”. Così, il Sindaco di Verona, Damiano Tommasi, è intervenuto durante il convegno organizzato ieri, 3 dicembre, dal Comune di Verona con la collaborazione della Fondazione Mei, Museo nazionale dell’Emigrazione per celebrare i 70 anni dagli accordi per l’emigrazione in Germania.

Diversi i presenti al convegno “Da lavoratori migranti a cittadini europei: emigrazione italiana in Germania 1955–2025 a settant’anni dall’Accordo fra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale di Germania per il reclutamento ed il collocamento di manodopera italiana nella Repubblica Federale di Germania”: istituzioni, esperti, storici e docenti. Il tutto coordinato dal presidente di Fondazione Mei, Paolo Masini.

Il convegno ha raccolto due anni di studi e attività dedicate alla storia delle migrazioni italiane in Germania.

“Una vicenda che ha segnato la storia del nostro Paese, con migliaia di donne e di uomini che sono andati in Germania alla ricerca di un futuro migliore. Ricordarlo oggi con gli studenti cittadini europei ha un grande significato. È questa la mission del Mei, preservare la memoria e raccontare la più grande narrazione popolare e collettiva del nostro paese e renderla sempre attuale”, ha affermato il Presidente della Fondazione Mei Paolo Masini.

In un Paese distrutto, furono tantissimi gli italiani che partirono per la Germania. Molti passarono da Verona, più di trecentomila, passando da quello che oggi è il Liceo Artistico Statale e che all’epoca era invece il Centro per l’emigrazione, dove si svolgevano le visite mediche e si ricevevano le informazioni prima di salire sui treni a Porta Nuova e partire per la Germania.

“Con il convegno di oggi - ha continuato l’assessore alla Memoria storica, Jacopo Buffolo - concludiamo un percorso di due anni che ci ha condotto a celebrare gli accordi bilaterali tra Italia e Germania, un percorso che ha rafforzato le nostre reti di relazione, penso al Comune di Monaco, al Museo per l'Emigrazione Italiana, ai tanti ricercatori e ricercatrici che ci hanno accompagnato. Ma soprattutto al lavoro fatto dagli studenti, a partire dal Liceo Artistico, di riscoperta della nostra storia, per comprendere che le migrazioni sono processi naturali nelle società, processi che arricchiscono e innovano, alla politica sta la responsabilità di governarle, come avviene per altre conflittualità. Siamo contenti di essere riusciti a tracciare una strada che unisce le migrazioni di ieri a quelle di oggi, in particolare alla storia di migliaia i giovani che emigrano dalla nostra regione. È quindi sul presente che riflettiamo anche quando parliamo di storia”.

Con il reclutamento di manodopera organizzato dallo Stato nel 1955, la migrazione dall'Italia alla Germania aumentò. Monaco e Verona sono stati i principali punti di partenza e di arrivo per i laboratori italiani tra il 1955 e il 1973. Entrambe le città sono quindi anche luoghi centrali nella memoria collettiva della storia migratoria italo-tedesca. Inoltre, dal 1960 Monaco e Verona sono collegati da un gemellaggio, un legame duraturo e dinamico attivo in diversi ambiti da molti anni.

Oggi a Monaco vivono più di 30.000 persone con un passaporto italiano. Questi costituiscono il terzo gruppo più numeroso della popolazione non tedesca. Essi sono una parte importante della pluralità demografica che caratterizza la nostra continenza a Monaco e hanno arricchito in innumerevoli modi la cultura e lo stile di vita della nostra città. Lo scopo dell'iniziativa è ricordare la migrazione e anche quello di mostrare come la migrazione arricchisca la società cittadina.

Anche il liceo artistico è stato coinvolto nel processo di studi in particolare gli indirizzi audiovisivo e multimediale, design e arti figurative. “Coinvolgere i ragazzi era fondamentale, - ha dichiarato Nicola Dalla Mura, docente di laboratorio audiovisivo multimediale - perché studiano in un luogo che in origine non era una scuola ma un centro di immigrazione. Era importante far conoscere loro un pezzo di storia che altrimenti rischiavamo di dimenticare, cioè che noi italiani sessant’anni fa emigravamo in cerca di lavoro. Per dare valore a questo progetto, abbiamo scelto di realizzare un documentario con una serie di interviste. Siamo partiti da quella allo storico Morandi. Invece di fare un semplice viaggio, grazie a Daniela Di Benedetto, presidente del Comites, Comitato degli Italiani all’Estero, abbiamo organizzato incontri con i testimoni, sette persone che si trasferirono a Monaco sessant’anni fa e che ancora vi risiedono. Le loro testimonianze rappresentano il cuore del documentario”.

Al convegno ha partecipato anche l’assessora alle Politiche sociali, Luisa Ceni, che ha concluso: “la Germania, lo sappiamo, è uno dei paesi con cui abbiamo un rapporto di lunga data. Siamo due nazioni molto vicine e molto legate, e sappiamo quanto le nostre economie siano connesse, più ancora che interscambiabili. Per questo è importante riflettere, ricordare la storia ma anche osservare ciò che sta accadendo oggi. L’emigrazione dal nostro paese verso altri stati, infatti, è la stessa dinamica che poi viviamo anche come immigrazione”. (aise/dip) 

 

 

 

 

 

Tra Saarlouis e Favara siglato il gemellaggio

 

Saarbrücken - Molto più di un atto formale: un “vincolo vivo tra persone, culture e generazioni, un ponte solido come le mura di Saarlouis e al tempo stesso vitale come le strade della Sicilia”. Così, Patrizio Nicola Maci, presidente del Comites Saarbrücken e portavoce del Consiglio Consultivo degli stranieri della Città di Saarlouis, ha celebrato il gemellaggio tra le città Saarlouis, in Germania, e Favara, in Sicilia, siglato il 25 novembre scorso presso il Theater am Ring.

Si è aperto così un nuovo capitolo di amicizia europea – un legame che unisce passato e presente e indica la strada verso un futuro condiviso. Al centro dell’evento i due sindaci: Antonio Palumbo, di Favara, e Marc Speicher, di Saarlouis. Con la loro firma e il loro personale impegno hanno posto la prima pietra miliare di questo nuovo ponte europeo. Ma sono tante le persone e le delegazioni che hanno lavorato a questa cerimonia: Giacomo Santalucia, della DIBK, Christiane Bähr, responsabile per l’integrazione e gemellaggi della Città di Saarlouis, il professore Giuseppe Arnone, la cui mediazione personale ha reso possibile la concretizzazione del gemellaggio, la delegazione di Saarlouis, ospitata a Favara a fine agosto, e la delegazione di Favara, presente la scorsa settimana a Saarlouis.

Per il Presidente del Comites Maci, che ha preso parola durante la cerimonia, questo legame ha un “significato storico” specie per “gli incontri attuali e la visione di una partnership europea vitale e dinamica”.

Lo stimolo di questo gemellaggio risiede ora nel riempire di vita la connessione tra Saarlouis e Favara e nel renderla visibile attraverso progetti concreti. Tra due anni la partnership sarà presentata al concorso nazionale del Presidente della Repubblica Federale – “Deutsche Vita. Grandi e piccole storie”. Con iniziative comuni, le due città intendono contribuire alle relazioni italo-tedesche e cogliere l’opportunità di conquistare uno dei premi, come ha sottolineato Maci. In tal modo non solo si rafforza il gemellaggio, ma si valorizza anche il significato dell’amicizia europea tra Saarlouis e Favara a livello sovranazionale, rendendo visibile come le città possano costruire ponti di pace e collaborazione. (aise 3) 

 

 

 

 

 

 

 

Fino al 26 aprile la mostra sulla presenza romana a Francoforte

 

Fraconcoforte/M. Sotto la città odierna di Francoforte si nasconde, in molti luoghi, una seconda Francoforte, una città più antica: quella romana. La mostra “Frankfurts römisches Erbe” (L’eredità dell’impero romano a Francoforte – Archeologia di un passato ancora presente) ci invita a scoprire questo passato, strato dopo strato, e ad esplorare le varie tracce archeologiche di un retaggio ancora presente. La mostra, inaugurata al museo archeologico lunedì 24 novembre alla presenza dell’assessora alla cultura della città di Francoforte, Dr. Ina Hartwig, del Console Generale Massimo Darchini e del direttore Wolfgang David, ha ricevuto il patrocinio del Consolato ed il sostegno dell’ufficio culturale proprio per il richiamo alle radici e ad un patrimonio storico così importante quale quello della presenza romana sul territorio del Reno-Meno.

Il focus dell’esposizione spazia dallo sviluppo della regione – principalmente sul fiume Nidda e Meno, in corrispondenza al primo arrivo delle truppe romane sul Meno agli inizi del I° secolo dopo Cristo – fino al basso Medioevo.

Diverse interessanti mappe illustrate, reperti archeologici – dal I al VIII secolo d.C. – provenienti da tombe scavate anche negli ultimi due decenni, nonché citazioni storiche, offrono una panoramica dell’area naturale intorno ai due fiumi e alle colline del Taunus, un paesaggio descritto dagli autori romani come aspro, ricco d’acqua e affascinante.  In queste zone sorsero le prime edificazioni romane, dalle quali nel corso del tempo si sviluppò il centro urbano di Nida con nei dintorni diverse tenute agricole (la villa rustica romana) distribuite nell’area circostante, ovverosia l’odierno territorio comunale.  Nida, denominata “la Pompei oltre le Alpi” è la città romana più antica sul territorio francofortese: un luogo di incontro ed intenso scambio commerciale e di presenza militare di circa 1000 soldati provenienti da diverse regioni dell’impero romano, tra cui anche siriani, libici, reti.  Templi, terme, abitazioni e botteghe raccontano la vita di questa città dell’impero, dove vivevano e lavoravano persone provenienti da varie realtà dell’impero. Le strade la collegavano al resto del mondo, il commercio e l’artigianato garantivano prosperità e nei santuari gli abitanti veneravano divinità provenienti da Roma, dalla Gallia e dall’Oriente per non dimenticare anche la presenza dei primi cristiani in territorio germanico testimoniata dal ritrovamento dell’amuleto d’argento con un’iscrizione cristiana che si può ammirare nello stesso museo archeologico, insieme ai mitrei e agli altari dedicati ai culti pagani. Ma già la Francoforte romana era caratterizzata da continui cambiamenti.  Nel III secolo, l’impero fu sconvolto da crisi che modificarono i confini e cambiarono il volto delle città. Le tracce di questi sconvolgimenti fanno parte della mostra, così come la domanda su cosa accadde dopo la partenza dei romani: come continuarono a vivere le persone, chi assunse la responsabilità e come avvenne il passaggio al dominio alemanno prima e franco successivamente?

Le vecchie strutture rimasero in parte intatte, mentre ne nacquero di nuove. In particolare l’altura nel quartiere di Praunheim (luogo prescelto dalle èlite e funzionari dopo la caduta della città romana di Nida) dove sono state rinvenuti reperti spettacolari in tombe risalenti al V e al VIII secolo d.C. Per non parlare della collinetta del Duomo vicino al fiume Meno, l’attuale centro di Francoforte. Entrambi testimoniano come Francoforte nel basso Medioevo si sia gradualmente sviluppata dal substrato e dai lasciti romani, ancora oggi visibili in un’area archeologica situata al centro di Francoforte vicino al Duomo. “L’eredità dell’impero romano a Francoforte” non racconta solo di pietre e reperti, ma anche di persone, dei loro mondi e delle loro storie. La mostra evidenzia e svela come l’epoca romana non è un capitolo lontano nel tempo, bensì la base su cui si è fondata Francoforte nel Medioevo – menzionata per la prima volta in un documento ufficiale nell’anno 794 – e su cui in parte si fonda ancora oggi. Chi osserva la città della finanza internazionale con occhi attenti può scoprire questo aspetto ovunque: nelle sue strade, nel suo nome, nella sua lingua e nella sua cultura. L’esposizione – che rimarrà aperta fino al 26 aprile 2026, e prevede nei prossimi mesi visite guidate anche in lingua italiana – si inserisce in quella nuova storiografia che vuole riscoprire le origini di questa città stratificata, ora diventata metropoli moderna, vivace ed internazionale nel cuore dell’Europa.  Una città che vanta una storia che va ben oltre quanto ha suggerito per lungo tempo la narrazione storiografica prevalente, che ne data la fondazione e i suoi natali solo grazie a Carlo Magno.  Questa mostra è inoltre un’occasione anche per la comunità italiana di Francoforte e della regione Reno-Meno – oltreché per gli amici tedeschi –  di poter conoscere ed apprezzare un patrimonio comune di molte città europee che hanno un passato, quello romano, che le unisce e le caratterizza anche nei loro mutamenti storici, nei loro cambiamenti morfologici e nelle moderne realtà urbanistiche che le hanno ridefinite.(Michele Santoriello/Inform 3)

 

 

 

 

 

Brevi di cronaca e politica tedesca

 

Congresso della CSU: il Cancelliere Merz annuncia la "Fine della Pax americana"

Il 14 dicembre al congresso della CSU a Monaco, invitato dal presidente della Baviera Söder, il cancelliere tedesco ha annunciato la “Fine della Pax Americana" e introdotto la possibilità concreta del ritorno della leva obbligatoria. I "decenni della 'Pax Americana' sono in larga parte finiti per noi europei e anche per noi tedeschi. La garanzia di sicurezza fornita dagli Usa all'Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale non esiste più nel modo in cui la conoscevamo e la nostalgia non cambierà tutto questo", ha dichiarato Merz nel suo intervento e ha poi proseguito: "Sono una delle ultime persone a cui piacerebbe continuare a indulgere in quella nostalgia ma non serve nulla, questa è la realtà. Gli americani stanno portando avanti i loro interessi in maniera spietata".

"Stiamo perdendo terreno, negli ultimi anni sempre più velocemente, in parte a causa della politica commerciale e dei dazi Usa", ha aggiunto Merz. "La politica non è un concerto di beneficenza. Questa situazione non è temporanea". "Trump non è apparso dal nulla, né questa politica svanirà da un giorno all'altro", ha sottolineato il cancelliere tedesco, "stiamo assistendo a un mutamento fondamentale nella relazione transatlantica". Il cancelliere ha, inoltre, annunciato che la Germania dovrà valutare la reintroduzione della leva obbligatoria se gli attuali provvedimenti per favorire l'ingresso nelle forze armate saranno inefficaci. "Se il numero di soldati non aumenta in modo abbastanza rapido, dovremo discutere già nel corso di questa legislatura elementi obbligatori del servizio militare, almeno per i giovani uomini", ha spiegato Merz, "le donne non possono essere ancora incluse perché la Costituzione non lo prevede nell'obbligatorietà della leva".

 

Il ministro della Difesa Pistorius: “iI servizio di leva: volontario oggi, obbligatorio domani se la sicurezza lo richiederà”.

Intervenendo al Bundestag durante il dibattito sulla legge per l'ammordernamento del servizio militare, il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) ha pronunciato uno dei discorsi più politici e identitari della legislatura, tracciando una linea netta sul tema della sicurezza. Un intervento pienamente in linea con l’indirizzo espresso dal cancelliere Merz, che da mesi insiste sulla necessità di rafforzare la capacità di difesa tedesca e il ruolo della Germania come pilastro della sicurezza europea. Di fronte a un’aula divisa, Pistorius ha accusato una parte dell’opposizione di voler riportare il Paese indietro nel tempo, contrapponendo a quella visione il quadro europeo: dalla Scandinavia ai Paesi baltici, fino a Francia e Italia, sempre più Paesi stanno ripensando forme di servizio militare in risposta a una minaccia considerata ormai strutturale.

Secondo il ministro, la Germania non è più l’anello debole della difesa europea, ma ne è diventata un motore riconosciuto anche dagli alleati, grazie agli investimenti, al rafforzamento della Bundeswehr e alle scelte compiute negli ultimi anni, che coincidono con la strategia portata avanti dalla Cancelleria. Il confronto parlamentare sulla riforma, ha ammesso, è stato duro, ma necessario in una democrazia che non rifugge il conflitto politico, nemmeno quando questo si riversa nelle piazze, dove studenti e giovani manifestano contro le decisioni del governo.

Pistorius ha ribadito il carattere volontario del nuovo servizio, respingendo l’idea di una società disimpegnata e sostenendo che la disponibilità ad assumersi responsabilità è più diffusa di quanto si creda. Ma ha anche aggiunto una nota di realismo coerente con la linea dell’esecutivo: se le adesioni non dovessero bastare e la situazione di sicurezza lo richiedesse, il ricorso a una forma di obbligatorietà tornerebbe inevitabilmente al centro del dibattito. “Le libertà democratiche - ha concluso il ministro - non si difendono da sole, e governare significa assumersi decisioni difficili senza entusiasmo, ma con la convinzione che la democrazia tedesca valga questo prezzo”.

 

Merz in Israele: amicizia “irrinunciabile”, responsabilità storica e la sfida della pace dopo Gaza

Nel suo primo viaggio da Cancelliere in Israele, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha voluto ribadire con forza un messaggio politico e simbolico: l’amicizia tra Germania e Israele non è solo solida, ma costituisce un elemento irrinunciabile dell’identità tedesca del Dopoguerra. La conferenza stampa a Gerusalemme, accanto al primo ministro Benjamin Netanyahu, si è svolta in un contesto segnato dalla guerra di Gaza, dal recente cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e da un clima internazionale attraversato da forti tensioni. Merz ha richiamato la responsabilità storica della Germania, ricordando a Yad Vashem i sei milioni di ebrei assassinati e affermando che la sicurezza di Israele resterà per Berlino un dovere permanente.

Allo stesso tempo, il cancelliere ha riconosciuto il dramma vissuto dalla popolazione civile di Gaza, spiegando le difficili scelte del governo tedesco, compresa la temporanea sospensione di alcune forniture militari, nel tentativo di tenere insieme solidarietà con Israele e rispetto del diritto internazionale. Con l’entrata in vigore della tregua, Merz ha indicato la possibilità di una pace duratura, sottolineando l’impegno di Berlino nella seconda fase del piano di pace, nel sostegno umanitario e nella ricostruzione di Gaza. Centrale resta, per il governo Merz, la prospettiva di una soluzione negoziata a due Stati, pur riconoscendo che le condizioni politiche attuali non consentono passi affrettati, a partire dal riconoscimento di uno Stato palestinese. Merz ha anche messo in guardia contro ogni forma di annessione in Cisgiordania e contro l’uso strumentale delle critiche a Israele per alimentare l’antisemitismo, soprattutto in Germania.

Accanto a lui, Netanyahu ha difeso con toni duri la linea del governo israeliano insistendo sulla necessità di disarmare e sradicare Hamas. L’incontro ha mostrato così una relazione profonda e strategica, ma non priva di divergenze, in cui la Germania prova a coniugare memoria storica, sostegno a Israele e ambizione diplomatica in una delle crisi più complesse del Medio Oriente.

 

Bruxelles, Merz: "Asset russi congelati per sostenere l’Ucraina

In vista del Consiglio Europeo del 18-19 dicembre, il Cancelliere Friedrich Merz è stato ricevuto nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen per affrontare uno dei dossier più complessi dell’Unione Europea: il futuro dei beni russi congelati nei Paesi UE e la possibilità di impiegarli per finanziare l’assistenza all’Ucraina. L’incontro di Bruxelles è servito a fare il punto prima di un confronto decisivo con il premier belga Bart de Wever sulle riserve gestite in particolare da Euroclear. 

Merz ha ribadito la sua proposta di utilizzare gli asset congelati non per confiscarli, bensì come garanzia per un prestito a favore di Kiev, legando il rimborso all’effettivo pagamento delle riparazioni da parte di Mosca. Questa opzione – che Merz ha difeso anche in una recente intervista e in un contributo pubblicato sul Financial Times – punta a superare gli ostacoli legali legati alla proprietà sovrana, mantenendo i fondi “immobilizzati” fino alla fine del conflitto. 

Nel suo intervento al FT, Merz ha aggiunto che l’Europa deve sviluppare uno strumento capace di sostenere finanziariamente l’Ucraina nel medio termine senza violare il diritto internazionale. Ha spiegato che la proposta prevede un prestito a interesse zero di circa 140 miliardi di euro, da utilizzare prioritariamente per l’acquisto di equipaggiamenti militari e supporto logistico, con la decisione sull’uso dei fondi condivisa da Stati membri e Ucraina. “Non dobbiamo permettere che la paura di ricorsi legali paralizzi la nostra capacità di agire”, ha osservato Merz, sottolineando come una soluzione concordata rafforzerebbe la solidarietà europea e invierebbe “un segnale chiaro a Mosca”. Ha aggiunto che la priorità deve essere la difesa dell’ordine internazionale e la sicurezza collettiva, implicando un ruolo europeo più deciso nel sostenere Kiev. 

Dal punto di vista belga, De Wever mantiene invece una posizione cauta, richiamando l’attenzione sui rischi legali e finanziari che un’operazione di questo tipo potrebbe comportare per Bruxelles, in particolare per le istituzioni finanziarie che custodiscono i beni. La discussione mette in luce un doppio nodo: da un lato, la necessità di mobilitare risorse ingenti per rispondere alla crisi ucraina; dall’altro, la complessità normativa e politica di trasformare beni congelati in strumenti di sostegno senza innescare contenziosi internazionali o danneggiare la stabilità finanziaria europea. Merz ha anche escluso che queste risorse possano essere dirottate verso altri Paesi o finalità diverse – ad esempio trasferite agli Stati Uniti – affermando con forza che quei fondi “devono andare esclusivamente all’Ucraina”.

 

Dingolfing-Landau: le forze dell'ordine sventano un attacco terroristico al mercatino di Natale

A dieci giorni dal 25 dicembre arriva la notizia dell’arresto di cinque uomini sospettati di un attentato terroristico a un mercatino di Natale a Dingolfing-Landau nella Bassa Baviera. Un egiziano di 56 anni, tre giovani marocchini e un siriano di 37 anni avevano pianificato di usare un veicolo per colpire la folla: un attentato sventato grazie a informazioni dei servizi segreti esteri e all’efficace intervento delle autorità tedesche.

La Germania, come molti Paesi europei, vive un paradosso: mercatini e piazze affollate restano simboli di comunità, tradizione e attrazione turistica ma allo stesso tempo rappresentano possibili obiettivi terroristici. L'episodio ci ricorda la tragedia dello scorso anno al Mercatino di Magdeburgo con sei morti e centinaia di feriti. Un fatto impresso nella coscienza collettiva del Paese.

 

Il Bundestag approva la riforma delle pensioni

Il Bundestag ha approvato il pacchetto di riforma delle pensioni proposto dal governo — che garantisce un livello pensionistico minimo del 48% fino al 2031, in attesa di riforme più profonde e strutturali dopo il 2031. Al centro dello scontro politico — e generazionale —  la Junge Union, l’ala giovane della CDU/CSU: circa 18 deputati sotto i 35 anni che avevano dichiarato da tempo di esseri contrari al voto poichè, secondo loro, il costo della riforma grava principalmente sulle prossime generazioni.

Nonostante la loro protesta, nel voto interno alla CDU/CSU il pacchetto è passato: su circa 208 deputati conservatori, solo una decina ha votato contro e 3-4 si sono astenuti. Questo risultato ha ridotto drasticamente il rischio di uno scontro aperto nella maggioranza. Decisiva è stata la mossa della Die Linke che ha preferito astenersi invece di votare contro, abbassando il numero dei voti necessari per l’approvazione e rendendo così possibile il via libera al pacchetto pensionistico.

 

Il Cancelliere Merz al Bundestag: “Germania più competitiva, più sicura e più equa”

Nel suo intervento al Bundestag sul bilancio 2026, il cancelliere Friedrich Merz ha definito in tre punti le priorità della coalizione: rilancio economico, sicurezza europea e un nuovo patto di giustizia sociale. Merz ha accusato il 'Piano in dodici punti' delle opposizioni di ignorare crisi globali, guerra in Ucraina e sfide dell’UE.

Sul piano economico, il governo rivendica tagli fiscali alle imprese, nuove agevolazioni per gli investimenti e interventi per ridurre energia e burocrazia. Tra le misure annunciate: un prezzo speciale per l’elettricità industriale, una strategia per nuovi impianti a gas e una vasta agenda high-tech, dall’IA alla fusione nucleare. Merz ha sottolineato la cooperazione con la Francia e il progetto comune sulla “sovranità digitale europea”.

Sul tema della sicurezza e politica estera il Cancelliere ha ribadito che la Germania sosterrà l’Ucraina “finché necessario” e ha annunciato un aumento dei fondi a 11,5 miliardi nel 2026. Ha rivendicato la nuova impostazione della sicurezza nazionale, dal Consiglio di Sicurezza tedesco alla riforma del servizio militare.

Sul fronte interno, Merz ha difeso la riforma del welfare: l’introduzione dell’attivazione della pensione per spingere a lavorare più a lungo, la revisione del sistema previdenziale e la trasformazione del Bürgergeld in una nuova forma di sostegno. In tema di migrazioni, Merz ha rimarcato il giro di vite su controlli, asilo e ricongiungimenti, insistendo sulla necessità di una soluzione europea comune. Merz ha concluso invitando il Paese a sostenere un percorso di riforme “complesso ma necessario”, affermando che solo così la Germania potrà ritrovare fiducia e affrontare sfide globali.

Pistorius in Parlamento: “Nessuna pace fittizia. L’Europa deve rafforzare la propria difesa”

In Parlamento il ministro della Difesa Boris Pistorius ha ribadito la necessità di perseguire con serietà ogni tentativo di pace in Ucraina, purché conduca a un’Europa sicura e a un accordo stabile e giusto. Pistorius ha chiarito che Kiev non deve essere costretta a concessioni territoriali e che, anche in futuro, dovrà poter contare su solide garanzie di sicurezza, in particolare dagli Stati Uniti. Ha inoltre insistito sul principio che il destino della NATO e dell’UE non possa essere deciso da attori esterni: “La nostra futura sicurezza la decidiamo noi”, ha affermato.

Il ministro ha sottolineato che una “falsa pace” come una resa mascherata, rafforzerebbe l’espansionismo di Putin e incoraggerebbe altre autocrazie. Le recenti dinamiche diplomatiche mostrano, secondo Pistorius, un rapido mutamento del quadro geopolitico e l’urgenza per la Germania e l’Europa di ridefinire il proprio ruolo. Pistorius ha ribadito che l’Europa deve assumersi una quota maggiore della propria difesa, rendendo la NATO “più europea per poter restare transatlantica”.

Il bilancio 2026, supportato dalla deroga alla regola del debito, rappresenterebbe un passo decisivo per credibilità e pianificazione della Bundeswehr. Tra le priorità annunciate: la riforma del servizio militare, il potenziamento della riserva, la completa reimpostazione della Bundeswehr sulla difesa territoriale e collettiva, e l’avanzamento della brigata tedesca in Lituania. Pistorius ha inoltre promesso un'ulteriore accelerazione degli appalti ed un hub dell’innovazione a Erding che integrerà industria, start-up e forze armate.

Infine, il ministro ha dichiarato di non vedere alcun segno di volontà di compromesso da parte di Putin, esortando il Parlamento a rafforzare il sostegno alla difesa in Germania ed in Europa.

Il ministro Schneider in Aula: “la Germania deve guidare il cambiamento climatico”

Nel dibattito sul bilancio al Bundestag, il ministro per l’Ambiente, Carsten Schneider, ha ribadito l’importanza di una politica climatica integrata, capace di collegare tutela ambientale ed energia. Schneider ha sottolineato come numerose domande dei deputati abbiano riguardato la politica energetica: una connessione inevitabile, ha spiegato, dato che l’energia è al centro di ogni strategia di decarbonizzazione. Il ministro ha promesso che le risorse disponibili saranno impiegate al massimo per la protezione dell’ambiente e della natura, non solo in Germania ma anche in regioni chiave come l’Amazzonia. Richiamando la recente Conferenza mondiale sul clima, ha sottolineato come sia già un successo riuscire a riunire Paesi con interessi divergenti per affrontare un problema globale in un contesto di crescente instabilità geopolitica e nuove polarizzazioni internazionali,

 

Molti osservatori, ha ricordato Schneider, temevano un atteggiamento ostruzionistico da parte degli Stati Uniti o dei grandi produttori di petrolio e gas. Eppure la cooperazione multilaterale ha retto, proteggendo soprattutto gli Stati più vulnerabili — le piccole isole, molti Paesi africani — già oggi colpiti da siccità, alluvioni e altre conseguenze letali del riscaldamento globale. L’Unione Europea si è presentata compatta, chiedendo misure più ambiziose e una vera roadmap per l’uscita dai combustibili fossili, come proposto dal presidente brasiliano Lula. Tuttavia non è stato possibile ottenere l’unanimità: una minoranza ben organizzata di Paesi ha anteposto i propri interessi economici al bene del pianeta. Questo, ha ammonito Schneider, non deve scoraggiare, ma spingere a rafforzare la cooperazione internazionale e a riformare i processi decisionali delle conferenze climatiche, puntando su progressi graduali ma continui.

A chi, in particolare tra i deputati dell’AfD, ha criticato l’intervento tedesco in Amazzonia, il ministro ha risposto con fermezza: “Il clima globale e la qualità dell’aria dipendono anche dall’Amazzonia. È nel nostro più immediato interesse nazionale che le foreste tropicali restino in piedi.” Il fondo stanziato non mira allo sfruttamento economico del territorio, ma al suo mantenimento. La tutela delle foreste garantirà una rendita sostenibile e una prospettiva di vita alle popolazioni indigene che da secoli le custodiscono. Conservare la “grande foresta tropicale del mondo” significa difendere la salute della Terra intera.

 

L'Accademia d'arte di Villa Massimo assegna a Yevgenia Belorusets il Premio Arnhold

La Deutsche Akademie Rom Villa Massimo ha assegnato per la prima volta il Johanna und Eduard Arnhold-Stipendium, una nuova borsa di studio dedicata ai celebri mecenati tedeschi di origine ebraica che donarono la Villa Massimo e importanti opere d’arte allo Stato tedesco.

La prima beneficiaria è l’artista ucraina Yevgenia Belorusets, scelta per un soggiorno fino a dieci mesi nella capitale italiana. L’iniziativa nasce dal ministro per la Cultura e i Media, Wolfram Weimer, che ha ricordato il ruolo cruciale degli Arnhold nel panorama culturale tedesco. Secondo Weimer, il nuovo premio celebra artisti che con il loro lavoro difendono i valori di democrazia e libertà in Europa. Belorusets è stata definita una “scelta eccellente” per la sua capacità di dare voce, con poesia e intensità, alla resistenza culturale ucraina. Nata in Ucraina e divisa tra Berlino e Kiev, l’artista ha conquistato l’attenzione internazionale con il diario Anfang des Krieges (2022), scritto nei giorni più duri dell’invasione russa. Le sue opere sono state esposte alla Biennale di Venezia, al Parlamento europeo e al Bundestag, ricevendo numerosi riconoscimenti.

Villa Massimo, attiva dal 1913 e sostenuta dal Governo federale, resta il principale luogo di promozione degli artisti tedeschi e residenti in Germania attraverso soggiorni all’estero. Con questo nuovo premio, la prestigiosa istituzione rafforza il suo ruolo nel dialogo culturale europeo e nella difesa dell’arte come strumento di libertà.

Dalla KAS...                                                                      

Il 1° dicembre, nell’Aula della Pontificia Università Gregoriana a Roma, la Fondazione Adenauer e la Fondazione Scuola Sinderesi della Pontificia Università Gregoriana hanno presentato l’ultimo volume curato dal direttore della Scuola Sinderesi, Mons. Samuele Sangalli: “La metamorfosi dell’Africa occidentale”.

All’incontro hanno preso parte il Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, Mons. Fortunatus Nwachukwu, insieme a numerosi esperti e studiosi del settore. L’evento ha offerto un’occasione di approfondimento sulle dinamiche politiche, sociali e religiose che stanno trasformando il volto dell’Africa occidentale, mettendo in dialogo prospettive accademiche e istituzionali. Kas 19

 

 

 

 

 

 

Corsi e ricorsi

 

 A mio avviso, gli accorgimenti utili per la ripresa del Paese si potrebbero concretare in tre punti.

 Primo: politica tendente a sanare i problemi dell’economia che sono alla base dell’acuirsi dell’involuzione nazionale.

 Secondo: riorganizzazione, tramite progetti di rilancio anche settoriale, dei cicli produttivi; favorendo, soprattutto, l’imprenditoria privata.

 Terzo: rivedere il concetto, ancora troppo politicizzato, di produttività nazionale.

  Quanto esposto, però, richiede responsabilità e coerenza. Da parte di tutti.  Anche con la collaborazione di chi ha preferito non schierarsi. Basta con le diatribe di “cordata”e le polemiche d’”opposizione”.

 Gli italiani chiedono chiare soluzioni sul futuro della Penisola. Insomma, i provvedimenti, per fronteggiare le mancanze del Paese, dovrebbero evidenziare un più “ articolato” impegno. Indubbiamente, in una situazione delicata come quella che stiamo vivendo, i pubblici poteri sono spesso messi sotto una luce non sempre consona alle finalità del loro mandato; a questo punto essere critici, anche se a ragione, non basta più. C’è da essere propositivi.

Al presente è necessario dimostrare un equilibrio che supporti tutte le classi sociali e, soprattutto, quelle più deboli. La realtà ha dimostrato, di là da ogni ragionevole dubbio, che la strada che percorriamo non era quella giusta. Quando la politica non è più gestibile, rimane la solidarietà sociale che rappresenta, senza nessuna riserva, un mezzo per tentare di chiarire il frangente; anche per essere più che spettatori, protagonisti delle sorti della Realtà Nazionale.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Di Benedetto (Comites Monaco di Baviera): messaggio di fine anno

 

Monaco di Baviera. Un anno ricco di iniziative, di aiuto ai connazionali in Germania, di impegno e di memoria quello che si appresta a chiudersi, che ha anche rafforzato alcune convinzioni, che comprendono in particolare il "dialogo e l'interazione fra generazioni". Al contempo si sta per aprire un anno che richiederà lavoro e una forte collaborazione con le "istituzioni e dentro le istituzioni", con la visione sempre che dialogo e interazione tra generazioni sia la chiave per guardare fiduciosi il futuro. Questo, in sintesi, il messaggio di fine anno della Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Daniela Di Benedetto.

La Presidente ha quindi ricordato diversi aspetti e diverse iniziative che ha definito "fondamentali" svoltesi nel 2025.

Tra questi, la serie di eventi "Bruciate Napoli", in cui si è esplorato il tema della memoria e delle collaborazioni con le istituzioni. Il film di Arnaldo Delehaye sul moto popolare delle Quattro Giornate di Napoli, infatti, ha visto la collaborazione del Comune di Napoli, del Consolato Generale, dell’Istituto Italiano di Cultura e della comunità scolastica italiana. Così come la collaborazione è stata stretta in occasione degli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e della liberazione dei campi di concentramento bavaresi.

Altro evento preso in particolare considerazione dalla Presidente Di Benedetto è stato quello dedicato alla pubblicazione “Il mio silenzio è una stella”, la storia inedita della giudice e vittima di mafia Francesca Morvillo, con l’autrice Sabrina Pisu. Entrambi gli eventi hanno visto collaborazioni istituzionali importanti e un particolare impegno delle commissioni Scuola e Cultura, Arti e Memoria.

Anche l'evento organizzato dalla Commissione Newcomers in collaborazione con l’Università di Monaco è stato "un nuovo importante evento" che ha "confermato il proprio impegno nell’accoglienza ed informazione dei nostri connazionali, con un format aperto e coinvolgente".

Tra le collaborazioni, Di Benedetto ha anche ricordato la proiezione e il dibattito con la regista, Daniela Porto, del film “Il mio posto è qui”, film che parla di diritti e autodeterminazione femminile nell’Italia del secondo dopoguerra e che ha vinto molto premi internazionali.

Non poteva poi mancare una citazione alle celebrazioni dei 70 anni dagli accordi bilaterali tra Italia e Germania, per il reclutamento e l’assunzione di manodopera, sottoscritti appunto il 20 dicembre del 1955. In questo ambito tanti sono stati gli impegni, tra cui la collaborazione al film documentario “Un Sogno Italiano”, diretto dal regista Fausto Caviglia e prodotto da Cristiano Bortone e Antonio Padovani, un secondo prezioso documentario dal titolo “Verso Monaco”, con le interviste a diversi testimoni di Monaco, contattati grazie alla collaborazione proprio del Comites. Ma la collaborazione che "ha visto l'impegno più intenso e continuativo da parte mia", ha spiegato ancora la Presidente Di Benedetto, ha riguardato quella con il Dipartimento “Public History” della Città di Monaco. "Per la realizzazione di una serie di eventi (ben 25) sul tema degli accordi bilaterali. Un’iniziativa che ha anche contribuito a rafforzare i legami con la città gemellata di Verona".

Proprio da quest'ultima esperienza, la Presidente del Comites bavarese ha affermato di aver tratto alcune profonde convinzioni: "oggi, a differenza del passato, gli italiani a Monaco sono parte integrante, attiva e consapevole della storia e dell’identità della città. I diritti di cui godono oggi lavoratori e migranti sono il frutto di una lunga storia di emigrazione, integrazione e lotta contro la marginalità, iniziata nel lontano 1955 e tuttora in evoluzione. Gli italiani che giunsero in Germania grazie a quegli accordi furono tra i primi a vivere e a sognare l’Europa che oggi abitiamo. Il dialogo e l’interazione tra le generazioni restano la chiave per guardare con fiducia e continuità al futuro. La partecipazione della comunità italiana, attraverso le associazioni storiche e le nuove forme di associazionismo, è oggi esemplare: viva, inclusiva e, diversamente dal passato, finalmente visibile nello spazio pubblico".

"Accogliere la migrazione non deve essere considerata soltanto come una risposta a un bisogno di manodopera, ma come una vera assunzione di responsabilità sociale, che si traduce in attenzione, sostegno e apertura alla multiculturalità - ha spiegato la Presidente -. È proprio in coerenza con quest’ultimo principio che ho deciso di impegnarmi con determinazione nella vicenda “Lilium” (una start-up tedesca del settore aeronautico), intervenendo a favore dei lavoratori italiani che si erano rivolti a me in qualità di rappresentante istituzionale (insieme a persone di ogni nazionalità) esclusi dal processo di insolvenza e dalle tutele previste per la disoccupazione. L’intervento presso l’Agenzia Federale per il Lavoro ha avuto esito positivo, e di questo sono particolarmente fiera. Ma, ancor più, auspico che questo risultato possa creare un precedente utile a fare in modo che simili situazioni non si ripetano in futuro".

Nel corso dell’anno, la Presidente del Comites Monaco di Baviera ha inoltre seguito personalmente un caso particolarmente delicato di tutela legale e mediazione culturale. "So che in questo ambito resta ancora molto da fare, e intendo proseguire su questa strada con dedizione, senso di responsabilità e attenzione costante alle persone e ai loro diritti". Di Benedetto si riferisce al caso della connazionale deceduta prima che potesse essere accertata e riabilitata la propria capacità legale, in seguito a questioni legate in gran parte alla mediazione culturale e linguistica. "Questo rappresenta, insieme a tutto il resto, il mio impegno per il futuro e la mia promessa a chi purtroppo non è più con noi".

Secondo lei, "casi come questi, per quanto abbiano segnato questo anno di lavoro, hanno anche, con il proprio esempio contribuito a chiarire che per quanto il percorso di costruzione di diritti e cittadinanza attiva abbia fatto passi da gigante, il margine di miglioramento che richiede lavoro con le Istituzioni e dentro le Istituzioni, sia ancora molto ampio". (aise/dip 29) 

 

 

 

 

 

Difendersi dalla guerra ibrida

 

Il Consiglio Supremo di difesa del 17 novembre scorso ha visto la presentazione, da parte del ministro della Difesa, del documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva.” Il documento, oltre a incrementare la conoscenza del fenomeno a livello dei vertici della Repubblica, del Parlamento e dell’opinione pubblica, ha certificato l’impreparazione dell’Italia ad affrontare in modo sistemico questa nuova e articolata minaccia.

Cos’è la guerra ibrida: definizione e caratteristiche moderne

La guerra ibrida, intesa come forma di conflitto che utilizza modalità diversificate per avere ragione di un avversario, non è un fatto nuovo. Basti pensare, per restare nell’epoca moderna, al Blocco continentale messo in atto da Napoleone contro l’Impero britannico. Oggi però la guerra ibrida – intesa come conflitto che utilizza all’interno di una strategia unitaria elementi di guerra convenzionale e irregolare, guerra economica, atti di terrorismo, guerra psicologica, attacchi cibernetici ai sistemi produttivi e alle reti di servizi essenziali, operazioni di influenza e interferenze nei processi politici – è divenuta molto più efficace e quindi pericolosa, a causa del processo di globalizzazione dell’economia, della finanza e dell’informazione che ha reso le nazioni molto più interdipendenti e vulnerabili.

La negabilità plausibile e il conflitto permanente

La seconda caratteristica della guerra ibrida, insita nella natura di talune delle sue modalità operative, è la negabilità plausibile. La nazione attaccante può disconoscere la paternità delle azioni condotte dai suoi proxy – termine che comprende entità non statuali, Stati falliti, organizzazioni terroristiche e criminali, gruppi economici e finanziari, pirati informatici e agenti – mantenendo il conflitto sotto la soglia della guerra aperta.

Questo ci porta a un terzo e rilevante aspetto: la guerra ibrida non si dichiara, si fa e basta; è con noi ogni giorno, agisce sulle nostre percezioni, ci rende insicuri e delegittima le nostre stesse istituzioni, apparentemente incapaci di governare gli eventi.

Siamo entrati nell’epoca del conflitto permanente, dove non c’è distinzione tra pace e guerra, a meno di non considerare la pace come la semplice assenza del confronto militare aperto. Ma nella guerra ibrida, l’uso dello strumento militare tradizionale è residuale; per certi versi, è l’ammissione del fallimento della guerra ibrida stessa.

I limiti costituzionali e la necessità di una risposta sistemica

Questa nuova situazione non è prevista dal nostro ordinamento statuale: basti pensare che il conferimento al governo dei poteri straordinari per fronteggiare un’aggressione è regolato da una complessa procedura prevista dall’art. 78 della Costituzione, “Deliberazione dello stato di guerra.”

La guerra ibrida, proprio per le sue caratteristiche e per la sua pericolosità, deve essere contrastata ogni giorno e questo va fatto mettendo in campo, con una equivalente strategia unitaria, tutti gli strumenti a disposizione dello Stato e tutte le risorse della nazione, civili e militari, pubbliche e private. Nessun ministero della Repubblica ha le competenze, le conoscenze, le esperienze e le risorse per affrontare da solo questa minaccia esistenziale.

La proposta di un Consiglio nazionale di sicurezza e difesa

Forse, per l’Italia è arrivato il momento di dotarsi di un Consiglio nazionale di sicurezza e difesa, sul modello del conosciutissimo National Security Council degli Stati Uniti, costituito nel 1947. Si tratta di un modello utilizzato anche in Europa: dalla Francia dal 2009, con il Conseil de Défense et de Sécurité Nationale, dal Regno Unito dal 2010, con il National Security Council e, dall’agosto di quest’anno, anche dalla Germania, con il Nationaler Sicherheitsrat, le cui competenze citano espressamente la guerra cyber e la minaccia ibrida.

Nel nuovo Consiglio, presieduto dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Consigliere per la sicurezza e difesa, siederebbero i ministri competenti, i vertici delle Agenzie di informazioni per la sicurezza e dell’Autorità per la cybersicurezza, i vertici delle aziende responsabili dei servizi essenziali e delle industrie strategiche, i responsabili degli organismi indipendenti di controllo e di garanzia per le materie di interesse.

L’integrazione con le strutture esistenti

Il Consigliere per la sicurezza e difesa, per evitare un incremento delle figure competenti in materia di sicurezza, potrebbe essere associato all’incarico di Autorità delegata, figura prevista dalla legge n. 124 del 2007 “Sistema di informazioni per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto di Stato.” L’accorpamento delle due funzioni renderebbe più fluido l’indispensabile contributo delle due Agenzie di informazioni al contrasto della minaccia ibrida e manterrebbe incentrata in un’unica figura istituzionale le responsabilità in materia di attribuzione delle garanzie funzionali, altra materia regolata dalla legge n. 124 e tema sollevato dal documento del ministero della Difesa con riferimento all’opportunità di dover condurre azioni di difesa pro-attiva in campo cibernetico.

Il Segretariato e il Centro operativo permanente

Il Consiglio sarebbe supportato da un Segretariato, con compiti amministrativi e di supporto, e da un Centro operativo permanentemente attivato, con funzioni di monitoraggio e di coordinamento. Centro che, nello specifico, sarebbe in collegamento diretto con tutte le strutture operative che, a diverso titolo, si occupano di sicurezza nei campi dove agisce la guerra ibrida, per riceverne dati situazionali su attacchi a essa riconducibili e monitorarne le risposte, attivando processi di coordinamento quando necessari o opportuni, ma senza sostituirsi a esse.

Un insieme di attività che, proprio per la complessità della guerra ibrida, potrebbero giovarsi di sistemi di comando e controllo supportati dall’intelligenza artificiale, in grado di esaminare e correlare in tempi rapidi eventi e informazioni, attività che richiederebbero tempi ben più lunghi se condotte in modo convenzionale. Il Centro fungerebbe anche da centro decisionale in caso di crisi di ampiezza tale da rendere necessario l’intervento del Presidente del Consiglio dei ministri.

La sfida della complessità: una necessità urgente per l’Italia

Gestire la complessità, creare sinergie tra mondi molto diversi e guidati da logiche differenti, come militare e civile, come pubblico e privato, è la vera sfida che la guerra ibrida pone agli Stati. Una guerra combattuta senza regole, e proprio per questo, utilizzata preferibilmente da regimi autoritari. Una guerra già in corso; una minaccia esistenziale per le nazioni democratiche. Una minaccia che deve essere gestita attraverso la collegialità e la collaborazione, sotto l’autorità del vertice del potere esecutivo: il Presidente del Consiglio dei ministri. Affiancarlo con strutture di gestione del livello politico-strategico e del livello operativo idonee a contrastare la guerra ibrida non è più un’opzione, è una necessità urgente.

Una sfida che l’Italia deve vincere per garantire, a favore dei suoi cittadini, i valori fondanti della Repubblica e per continuare a far crescere il Paese, assicurando pace sociale, benessere e sicurezza. Pietro Serino, AffInt 16

 

 

 

 

 

 

70 anni dell’accordo italo-tedesco sul lavoro: a Verona una giornata tra studi e cinema

 

A Verona si celebrano oggi i 70 anni dell’accordo italo-tedesco sul lavoro, firmato il 20 dicembre 1955. L’iniziativa, promossa dal Comune di Verona in collaborazione con il MEI – Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana di Genova, non è solo un’occasione per ricordare un documento diplomatico, ma – si sottolinea dal MEI – anche per riflettere su un capitolo umano che ha segnato profondamente la vita di centinaia di migliaia di persone, contribuendo alla costruzione di una cittadinanza europea condivisa. Il convegno mattutino, che ha avuto luogo nel suggestivo Palazzo della Gran Guardia, ha visto i saluti istituzionali del Sindaco di Verona, Damiano Tommasi, e di altri rappresentanti del Comune, del Presidente della Fondazione Mei, Paolo Masini – che ha moderato la giornata –, del Console Generale della Repubblica Federale di Germania a Milano, Wiltrud Christine Kern, dell’Ambasciatore d’Italia in Germania, Fabrizio Bucci, del Chief Corporate e Communication Officer di Gruppo FS, Giuseppe Inchingolo, della Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, e della Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Daniela di Benedetto. Quest’ultima ha sottolineato l’importanza di una memoria condivisa tra le comunità italiane di Verona e della Baviera, con un intervento dal titolo “Ricordare l’emigrazione, comprendere l’emigrazione: un ponte tra Verona e Monaco e oltre”. “Ricordiamo oggi quanto accadeva settant’anni fa, – ha spiegato il Sindaco di Verona, Damiano Tommasi – quando Verona era un punto di riferimento per le tante persone che si spostavano verso il Nord Europa, in particolare verso Monaco. Monaco era l’hub di arrivo dei lavoratori provenienti da tutta Italia, che qui si radunavano prima di iniziare una nuova vita nella città tedesca. Credo che questo sia anche lo specchio dei tempi attuali, in cui lavoratori e lavoratrici si muovono nel mondo e le nostre aziende hanno bisogno di forza lavoro. Gli spostamenti delle persone, tuttavia, vengono spesso strumentalizzati e non si riesce a riconoscerne il valore. Sarebbe importante saper distribuire non solo le risorse economiche, ma anche sapere gestire quelle umane, così da permettere alle persone e alle attività produttive di progredire e prosperare” . “Una vicenda che ha segnato la storia del nostro Paese, con migliaia di donne e di uomini che sono andati in Germania alla ricerca di un futuro migliore, contribuendo a far crescere la Germania del dopoguerra. Ricordarlo oggi con gli studenti cittadini europei ha un grande significato. È questa la mission del Mei, preservare la memoria e raccontare la più grande narrazione popolare e collettiva del nostro paese e renderla sempre attuale” – ha affermato il Presidente della Fondazione Mei Paolo Masini. “I lavoratori italiani hanno dato un contributo fondamentale al miracolo economico tedesco, – ha aggiunto l’Ambasciatore d’Italia in Germania Fabrizio Bucci – giocando un ruolo cruciale nella crescita del Paese durante quel periodo così delicato. Sebbene siano passati 70 anni, quella presenza è ancora viva e presente, con una seconda e persino una terza generazione che porta avanti quel legame.” “È fondamentale, per il nostro presente e per la visione del futuro, non dimenticare la storia dell’emigrazione italiana. La storia del nostro Paese si è intrecciata indissolubilmente con quella dell’emigrazione e dell’immigrazione, una storia di legami e scambi reciproci. Non esistono comunità separate, ma storie che si mescolano, si arricchiscono e si rafforzano a vicenda” – ha sottolineato la Segretaria Generale del CGIE Maria Chiara Prodi. Il convegno ha offerto una lettura articolata e multidisciplinare dell’emigrazione italiana verso la Germania, intrecciando storia, archivi, testimonianze e nuovi flussi migratori. Il primo intervento è stato a cura di Elia Morandi, che ha raccontato il ruolo centrale del Centro di Emigrazione di Verona, fondamentale per migliaia di lavoratori italiani che partirono per la Germania nel dopoguerra. Successivamente, gli studenti del Liceo Artistico Statale di Verona, che in passato ospitava il Centro di Emigrazione, hanno presentato Storie comuni, un’iniziativa nata nell’ambito di un progetto internazionale che esplora narrazioni condivise sul tema della migrazione. Un modo per offrire una prospettiva fresca e sensibile sulla storia della migrazione, attraverso la voce dei più giovani. L’incontro ha poi ampliato lo sguardo alle politiche tedesche, grazie all’intervento di Franco Valenti, che ha illustrato gli strumenti di inserimento e inclusione messi in atto dalla Germania nel corso dei decenni. Federica Onelli, del MAECI, ha presentato l’Archivio Storico Diplomatico come una delle principali fonti per ricostruire la storia dell’emigrazione italiana, fondamentale per comprendere il contesto istituzionale in cui si sviluppò l’esodo verso la Germania. Un approfondimento sulla migrazione veronese è stato offerto dalla prof.ssa Federica Bertagna, che ha riportato alla luce le storie degli emigrati assistiti dal Centro di Emigrazione di Verona, mostrando come il territorio veronese sia stato un punto di partenza cruciale per il grande movimento migratorio degli anni ’50 e ’60. Delfina Licata, della Fondazione Migrantes, ha infine presentato i dati più recenti sulle comunità italiane nel mondo, concentrandosi in particolare sulle trasformazioni della mobilità contemporanea, le nuove competenze e motivazioni dei migranti italiani, specialmente in Germania. L’ultimo intervento è stato di Lorenzo Di Lenna della Fondazione Nord Est, che ha approfondito il fenomeno della mobilità giovanile, analizzando le motivazioni dei ragazzi che negli ultimi anni hanno scelto la Germania come destinazione privilegiata, e illustrando le loro aspettative nel rapporto con il mondo del lavoro. Pomeriggio dedicato invece alla dimensione narrativa e cinematografica dell’emigrazione italiana. Sempre alla Gran Guardia la prima nazionale del documentario “Un sogno italiano” (Orisa Produzioni), che ripercorre la storia di tanti italiani che dagli anni ’50 hanno lasciato i loro paesi e le loro famiglie per imbarcarsi in un’avventura sconosciuta che li avrebbe portati a contribuire alla crescita stessa della Germania. Una vicenda del passato che può far riflettere sul presente, sottolineando il valore di chi, inconsapevolmente, trasformò la storia sociale europea. Ad anticipare la proiezione, svolta alla presenza del Presidente della Fondazione MEI e delle istituzioni, il messaggio del Presidente di Cinecittà, Antonio Saccone e gli interventi di Fausto Caviglia (regista), Cristiano Bortone (produttore) e Antonio Padovani (co-produttore). Dopo la proiezione  del docufilm, della durata di 90 minuti, breve momento di domande e risposte con il pubblico. “Sono molto contento di questo documentario in cui si raccontano le testimonianze di tanti nostri connazionali che per raggiungere un sogno o una propria dignità professionale sono stati costretti a emigrare all’estero. Con la nascita dell’Unione Europea, molti di loro rimasero all’estero e diedero vita a una nuova comunità: queste storie ci tengono ancorati alle nostre radici, facendoci riflettere su quanto sia fondamentale preservare la memoria collettiva”, ha affermato  il Presidente di Cinecittà Antonio Saccone. Proiezione a ingresso gratuito: istituzioni, associazioni che lavorano sul tema delle migrazioni, università, centri di ricerca e cittadini sono invitati a partecipare. Un’occasione per riflettere insieme sulle radici dell’emigrazione italiana e sul suo lascito europeo, ma anche sulle nuove forme di mobilità che oggi uniscono Italia e Germania in un dialogo profondo e duraturo.    (Inform/di 3)

 

 

 

 

 

OpenAi condannata in Germania

 

La sentenza è stata definita storica da molti, ma il legale non condivide: “Non ha copiato pedissequamente le canzoni”

L’11 novembre 2025 il tribunale di Monaco di Baviera ha emesso una condanna contro OpenAI, società madre di ChatGpt, per violazione del diritto d’autore in ambito musicale, accogliendo il ricorso di Gema, la Siae tedesca. Molti esperti hanno parlato di decisione “storica”, ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Angelo Greco, fondatore e direttore del quotidiano giuridico “La Legge per Tutti”, per analizzare le implicazioni di questa sentenza e il futuro rapporto tra intelligenza artificiale, creatività e lavoro.

“Più che storica, per il momento la definirei unica. Diventerà storica se sarà l’inizio di una lunga serie, altrimenti sarà stata solo una rondine che non ha fatto primavera”, dice Greco che sottolinea l’ambiguità della questione: “C’è ancora molta discussione sul fatto se l’intelligenza artificiale possa definirsi davvero un ‘ladro di contenuti’ oppure no”

La sentenza del tribunale tedesco ha stabilito un principio chiave: sia la memorizzazione di dati protetti da copyright nei modelli linguistici, sia la loro riproduzione negli output del chatbot, costituiscono una violazione del diritto d’autore. OpenAi è stata condannata a risarcire i danni per aver utilizzato i testi di nove canzoni di noti artisti tedeschi, senza averne licenza. La Corte ha ritenuto che quanto realizzato da ChatGpt non rientrasse nelle eccezioni previste dal text and data mining.

Questo verdetto apre crepe nel modello di business di molte aziende di Ai generativa e solleva questioni fondamentali su come la tecnologia può evolvere senza cannibalizzare le fonti del suo stesso sapere.?

ChatGpt e musica: plagio o creazione originale?

Avvocato Greco, con la vicenda di OpenAi in Germania ci troviamo di fronte a un caso di plagio musicale?

“Penso che il Tribunale di Monaco abbia voluto soprattutto lanciare un segnale alle aziende Ai. Dal mio punto di vista, che è quello di un creatore di contenuti costantemente ‘rapinato’ dai sistemi di anteprima di Google, non siamo di fronte a un plagio nel senso giuridico del termine. La violazione del diritto d’autore si ha quando si replica un’opera in modo pedissequo o con una parafrasi priva di novità. L’Ai, come l’essere umano, apprende da un bagaglio di conoscenza per creare qualcosa di nuovo. Se seguissimo alla lettera la pronuncia tedesca, allora anche noi, quando creiamo qualcosa dopo aver studiato, saremmo colpevoli di plagio verso la cultura che ci ha preceduto”.

La riflessione di Greco tocca un nervo scoperto del dibattito: la distinzione tra apprendimento e copia identica di un contenuto. L’avvocato paragona l’addestramento di un’Ai al processo formativo umano: nessuno inventa dal nulla; la nostra creatività consiste nel rielaborare in modo originale informazioni ed esperienze preesistenti. “Siamo nani sulle spalle dei giganti”, citando una metafora attribuita a Bernardo di Chartres.

Tuttavia, la giudice Elke Schwager ha ritenuto che la capacità di ChatGpt di riprodurre quasi integralmente i testi delle canzoni dimostri una “memorizzazione” che eccede il semplice apprendimento di schemi, configurando una vera e propria violazione del copyright.

Rischi per i creator digitali

Nel tuo discorso fai una distinzione netta tra il modo in cui opera Google e quello dell’intelligenza artificiale. Ti va di spiegarcela?

“Quello che fa Google, a mio avviso, è un illecito”, dice l’avvocato Greco riferendosi implicitamente alla funzione di Ai Overview. “Quando faccio una ricerca e il motore mi restituisce un estratto completo della notizia, si comporta come un edicolante che espone gli articoli in vetrina, permettendo a tutti di leggerli senza comprare il giornale. Questo sottrae traffico e valore ai creatori.

In questo consiste la differenza con l’Ai: “L’intelligenza artificiale, invece, non sta copiando pedissequamente nel senso giuridico del termine; sta usando un bagaglio culturale per costruire opere nuove. Non solo: se l’Ai cannibalizza le sue stesse fonti, nessuno scriverà più sul web. A quel punto, da dove prenderà i suoi dati? È necessario trovare un nuovo sistema di remunerazione per i creatori di contenuti, un po’ come è successo per la musica con le licenze collettive”.

L’argomento della sostenibilità dell’ecosistema informativo è importante soprattutto in ottica futura. Se i modelli di AI prosciugano le fonti di guadagno dei creatori di contenuti originali (editori, artisti, scrittori), a lungo termine mancherà il “carburante” per l’addestramento dei futuri modelli e l’intelligenza artificiale si troverebbe “congelata” a un certo punto nel tempo, incapace di aggiornarsi e diventando rapidamente obsoleta.

A proposito di artisti, molti temono che l’Ai possa sostituire professioni creative. È una paura fondata?

“La vera paura, secondo me, non è quella di essere sostituiti, ma quella di chi svolge attività meccaniche e ripetitive. Tantissimi siti di informazione – fa notare Greco – vivono di ‘copia e incolla’, sono loro ad essere ‘minacciati’ dall’Ai. Io non temo l’intelligenza artificiale, perché so che la mia originalità può essere ‘sublimata’, portata al massimo da questo strumento, ma non copiata. Senza il mio spunto iniziale, l’Ai non può fare nulla. Chi non è in grado di creare oggi, si spaventa di uno strumento che avvita i bulloni al posto suo, come l’operaio si spaventò dei robot. Al contrario, chi disegnava le auto non si è mai spaventato. Questo dobbiamo capire: stiamo vivendo una nuova rivoluzione industriale che porterà alla perdita di posti di lavoro ripetitivi, ma esalterà la creatività umana”.

L’avvocato Greco propone un interessante esperimento mentale: se chiediamo a chiunque di immaginare un animale di fantasia, il risultato sarà sempre un mosaico di animali già noti (es. testa di cavallo, corpo di leone, zampe di papera). “Anche il nostro cervello,” spiega, “crea opere da ciò che conosce già. Perché ci stupiamo che la macchina faccia lo stesso?”.

Il dietrofront dell’Europa sull’Ai Act

La scorsa settimana, l’Unione Europea ha rinviato di sedici mesi l’applicazione delle norme dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio. Dal tuo punto di vista, qual è la ratio di questa decisione: la paura di danneggiare le proprie imprese o le pressioni d’Oltreoceano?

“Ci sono due letture. La prima, dietrologica, è che le lobby dell’Ai abbiano pagato per rinviare la legge, opzione che non condivido. La seconda, più pragmatica, è che l’Europa si sia accorta che, ponendo troppi lacci e lacciuoli, rischia di rimanere ancora più indietro a livello tecnologico”.

Perciò, sostiene Greco, “una regolamentazione di questo tipo ha senso solo se viene fatta a livello globale. Anche perché basta una semplice Vpn per aggirare i limiti imposti a livello locale”, almeno per quanto dei privati cittadini. La situazione si fa più complessa quando si tratta di implementazioni Ai nelle aziende, che, non a caso, è l’elemento più critico del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

Ci sono poi altri due aspetti da considerare: “Le normative europee sono spesso astratte e di difficile applicazione pratica e le restrizioni sono facilmente aggirabili cambiando la prospettiva psicologica di un prompt”. In pratica, nella maggior parte dei casi basta dare una sfumatura o un’angolatura diversa al prompt (per esempio dicendo che stiamo operando in un Paese diverso da quello reale) per ottenere output che l’Ai si rifiuta di svolgere in un primo momento.

Il rinvio dell’AI Act, ufficialmente motivato dalla mancanza di standard tecnici pronti, è stato interpretato da molti come un segnale di ammorbidimento di fronte alle pressioni delle big tech e alla competizione globale. Come osserva Angelo Greco, la sfida è creare un quadro normativo che protegga i diritti fondamentali senza soffocare l’innovazione in un settore cruciale come l’Ai. Un equilibrio difficile da raggiungere, specialmente quando le tecnologie evolvono più velocemente delle leggi.?

Responsabilità e utilizzo dell’Ai

In conclusione, come ci dobbiamo porre di fronte a questa tecnologia, anche alla luce della sentenza tedesca?

L’avvocato Greco non ha dubbi a riguardo: “La battaglia non sarà tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, ma tra l’uomo che utilizza l’Ai e l’uomo che non la utilizza o non sa utilizzarla bene. L’intelligenza artificiale è uno strumento amorale, come la tecnologia tutta: il suo impatto dipende unicamente da chi la usa. Dobbiamo concentrarci sull’uomo, non sulla macchina. È lì che risiede la responsabilità e la vera sfida per il futuro”.

 

 

 

 

 

 

Nasce il “Premio Michele Schiavone”, dedicato agli eroi silenziosi dell’emigrazione italiana

 

ROMA – Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero annuncia l’istituzione del Premio Michele Schiavone “eroe del quotidiano e protettore della diaspora”; un riconoscimento internazionale destinato a valorizzare persone, associazioni ed enti che si sono distinti nella tutela dei diritti degli italiani nel mondo e nella promozione del patrimonio umano, sociale e culturale della nostra emigrazione. Il premio è dedicato alla memoria di Michele Schiavone, già Consigliere e poi Segretario Generale del CGIE dal 2016 al 2024, figura simbolo dell’impegno civile a favore delle comunità italiane oltreconfine, scomparso prematuramente dopo una vita dedicata agli italiani nel mondo con altruismo, generosità e spirito di servizio. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la storia della nostra diaspora – lunga quasi due secoli e segnata da sacrifici, ostacoli, battaglie civili e conquiste sociali – è costellata di “eroi silenziosi” che hanno trasformato il destino di intere comunità, influenzando politiche pubbliche, prassi istituzionali e atteggiamenti sociali nei Paesi di arrivo e in Italia. Il Premio, a cadenza annuale, è rivolto a una persona, un’associazione e un ente che abbiano operato in favore degli emigrati italiani o di origine italiana in qualsiasi Paese del mondo, contribuendo all’avanzamento dei loro diritti e alla valorizzazione del ruolo della nostra diaspora nelle società contemporanee. Le candidature dovranno essere inviate alla segreteria del CGIE entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello di assegnazione (eccezionalmente, per il lancio del Premio nel 2026, saranno ammesse fino al 28 febbraio) e saranno valutate da una Giuria presieduta dal Segretario Generale del CGIE e formata dal Comitato di Presidenza e da alte personalità istituzionali e del mondo dell’informazione, fra cui il Segretario generale della Farnesina e il Presidente della Società Dante Alighieri. Presidente onorario del Premio è il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Le premiazioni avverranno nell’ambito dell’Assemblea plenaria del CGIE, alla quale i tre vincitori saranno invitati come ospiti. Le motivazioni e i nomi dei premiati saranno pubblicati e diffusi a cura del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Qui il bando di gara https://drive.google.com/file/d/1ddBChgO22FK580aaE_mZ9KcqIghCUUGg/view e il regolamento. https://drive.google.com/file/d/11fJbk1cn-Tnej2M251gvOhxsy2vExOxr/view  (Inform/dip 1) 

 

 

 

 

 

 

Chatbot e persuasione politica

 

Due recenti studi che hanno dimostrato e "misurato" come e quanto i chatbot siano incredibilmente efficaci nella persuasione politica

Negli ultimi anni i chatbot basati su intelligenza artificiale sono entrati stabilmente nella vita quotidiana di milioni di persone: li utilizziamo per cercare informazioni, scrivere testi, chiarire dubbi. Tuttavia, una serie di studi scientifici recenti, pubblicati su riviste internazionali di primo piano (come “Nature Human Behaviour” e “Science Advances”), suggerisce che queste tecnologie potrebbero avere un impatto ben più profondo: sono in grado di influenzare le opinioni politiche in modo sorprendentemente efficace.

Le ricerche, condotte da gruppi interdisciplinari di informatici, psicologi e politologi, hanno utilizzato esperimenti randomizzati controllati su migliaia di partecipanti in diversi Paesi. Ai soggetti è stato chiesto di interagire con chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM), opportunamente istruiti a sostenere o discutere specifiche posizioni politiche, mentre altri gruppi di controllo ricevevano messaggi politici tradizionali, come brevi testi informativi o annunci elettorali.

I risultati mostrano che una conversazione personalizzata con un chatbot può modificare atteggiamenti politici e intenzioni di voto in misura comparabile, e talvolta superiore, a quella delle classiche campagne di comunicazione politica. In alcuni studi, i cambiamenti nelle opinioni sono stati misurati attraverso scale standardizzate prima e dopo l’interazione, evidenziando variazioni statisticamente significative anche dopo dialoghi di pochi minuti.

Il punto di forza dei chatbot non è tanto la singola argomentazione, quanto la struttura dialogica e adattiva della persuasione. A differenza dei messaggi unidirezionali, l’intelligenza artificiale è in grado di porre domande, rispondere alle obiezioni, riformulare le proprie argomentazioni e modulare il tono in base alle reazioni dell’utente. Questo consente di costruire un percorso argomentativo “su misura”, che tende a partire dalle convinzioni iniziali dell’interlocutore per orientarle gradualmente, invece di contrastarle frontalmente.

Dal punto di vista tecnico, gli studi mostrano che i chatbot più efficaci sono quelli capaci di generare molteplici linee argomentative, selezionandole dinamicamente in base alle risposte dell’utente. In altre parole, la persuasione non deriva solo dal contenuto, ma dall’ottimizzazione continua dell’interazione, resa possibile dalla capacità computazionale dei modelli linguistici di grandi dimensioni.

Un dato particolarmente rilevante emerso dalle ricerche è che l’efficacia persuasiva non coincide sempre con l’accuratezza delle informazioni fornite. Alcuni modelli risultano molto convincenti anche quando utilizzano argomentazioni parziali, semplificate o discutibili dal punto di vista fattuale. Questo aspetto solleva interrogativi cruciali sul rapporto tra persuasione, verità e responsabilità deontologica.

Le implicazioni per le democrazie contemporanee sono evidenti. Se da un lato l’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento potente per spiegare temi complessi e favorire il coinvolgimento civico, dall’altro esiste il rischio di un uso strumentale e poco trasparente, capace di orientare le scelte politiche senza che le persone ne siano pienamente consapevoli. La persuasione, quando avviene attraverso un dialogo apparentemente neutro e razionale, può risultare più difficile da riconoscere rispetto alla propaganda tradizionale.

Per questo motivo, molti autori degli studi sottolineano la necessità di regole chiare, trasparenza sugli obiettivi dei chatbot e limiti etici al loro impiego in ambito politico. Comprendere come funzionano questi sistemi, quali meccanismi psicologici attivano e quali interessi possono guidarne l’uso è una condizione essenziale per preservare la qualità del dibattito pubblico.

L’intelligenza artificiale non è solo una nuova tecnologia: è un nuovo attore nello spazio democratico. E come ogni attore capace di influenzare le opinioni collettive, richiede vigilanza, responsabilità e una riflessione condivisa sul suo ruolo nella società. Maurizio Calipari, Sir 27

 

 

 

 

 

Visita a Berlino del Vicepresidente della Camera Giorgio Mulé

 

Berlino. Il Vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulé, è stato in visita a Berlino il per una serie di impegni istituzionali legati alla memoria degli degli Internati Militari Italiani (IMI). La missione di Mulé ha preso avvio con una visita guidata al “Centro di documentazione sui lavori forzati durante il nazionalsocialismo”. Presso l’ex lager di Schöneweide, a Berlino, dove furono internati oltre 400 militari italiani, ha visitato la mostra permanente allestita all’interno della baracca 4. Mulé ha consegnato alla Direttrice del centro, Christine Glauning, una copia della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana in cui è stata pubblicata la legge del 13 gennaio 2025, di cui il Vice Presidente è stato promotore. Tale legge ha istituito, con voto unanime del Parlamento, la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale”, celebrata il 20 settembre 2025 per la prima volta alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alla visita – rende noto l’Ambasciata d’Italia a Berlino – ha partecipato anche una classe della Scuola italo-tedesca Albert-Einstein-Gymnasium, a sottolineare l’importanza della trasmissione della memoria alle nuove generazioni. Il Vicepresidente ha inoltre incontrato Heike Dörrenbächer, Direttrice del Dipartimento per la Cultura commemorativa e la formazione del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’associazione tedesca per la cura dei cimiteri di guerra, per un confronto sui progetti comuni dedicati alla memoria e alla conservazione dei luoghi storici. È seguito un colloquio con Andrea Lindholz, Vice Presidente del Bundestag (CSU), incentrato sui rapporti parlamentari bilaterali e sulle iniziative congiunte in ambito europeo. La visita si è conclusa con una cerimonia di commemorazione al Cimitero Militare Italiano di Zehlendorf, dove riposano anche gli ex Internati Militari Italiani (IMI) provenienti dal campo di lavoro forzato di Treuenbrietzen. Mulé ha deposto una corona commemorativa in loro onore, rendendo omaggio al sacrificio degli oltre 600.000 IMI che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, pagando con la deportazione e il lavoro forzato. Durante la sua visita all’ex lager di Schöneweide, Mulé ha affermato: “Oggi la giustizia del tempo ha risarcito l’onore e la memoria dei militari italiani che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono deportati nei campi nazisti per aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito tedesco. È una pagina di storia — quella degli Internati Militari Italiani — per troppo tempo dimenticata, insieme al tributo che questi eroici uomini meritano per una resistenza non armata”. Dopo l’incontro con la Vicepresidente Andrea Lindholz, Mulé ha dichiarato: “Quest’anno, Germania e Italia celebrano 75 anni di relazioni diplomatiche, un partenariato caratterizzato da fiducia, valori condivisi e intensa cooperazione. Questo anniversario non è solo un’occasione per guardare indietro, ma anche per rafforzare ulteriormente il nostro legame e guardare insieme al futuro”. (Inform/dip 1)

 

 

 

 

 

I ristoranti italiani nel mondo: protagonisti silenziosi del riconoscimento UNESCO della cucina italiana

 

Il 10 dicembre 2025, l’UNESCO ha ufficialmente dichiarato la cucina italiana Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Un traguardo straordinario per il nostro Paese, che celebra non solo piatti, ingredienti e ricette, ma anche le tradizioni sociali, familiari e culturali legate al cibo. Se il riconoscimento riguarda soprattutto le pratiche radicate nei territori italiani, i ristoranti italiani nel mondo hanno avuto un ruolo fondamentale, seppur indiretto, nel far sì che il mondo riconoscesse l’importanza culturale della nostra cucina.

Diffondere la cultura gastronomica italiana

I ristoranti italiani all’estero hanno introdotto milioni di persone a sapori, tecniche e ricette che altrimenti sarebbero rimaste confinate nei confini nazionali. Dal sushi di New York alla pasta fatta a mano a Sydney, i locali italiani hanno reso la cucina italiana famigliare e apprezzata globalmente, contribuendo a costruire una reputazione internazionale di qualità, autenticità e varietà.

Non si tratta solo di pizza e pasta: molti ristoranti mantengono ricette regionali autentiche, offrendo esperienze culinarie che rispettano la stagionalità, gli ingredienti locali e le tecniche tradizionali. Questo ha rafforzato la percezione della cucina italiana come un patrimonio culturale ricco e diversificato.

Creare il pubblico globale della cucina italiana

L’UNESCO valuta soprattutto le pratiche culturali e sociali legate al cibo: la convivialità, la trasmissione delle ricette e la connessione tra territorio, prodotto e comunità. I ristoranti italiani all’estero hanno svolto un ruolo cruciale nel far emergere questi valori a livello internazionale, perché hanno creato un “pubblico globale” capace di apprezzare e rispettare la cucina italiana.

Senza questa diffusione internazionale, sarebbe stato più difficile convincere il mondo del valore culturale della cucina italiana, rendendo il riconoscimento UNESCO un successo di dimensioni realmente globali.

Oltre il semplice cibo: un ponte culturale

I ristoranti italiani hanno agito come ambasciatori culturali, portando con sé storie, tradizioni e valori legati alla convivialità e alla convivialità familiare. Hanno mostrato che la cucina italiana non è solo nutrimento, ma un linguaggio universale di identità, socialità e creatività. In questo senso, ogni piatto servito all’estero ha contribuito a raccontare una storia più grande: quella della cultura italiana condivisa e trasmessa di generazione in generazione.

Un riconoscimento condiviso

È importante sottolineare che i ristoranti italiani non sono stati il motivo formale della candidatura UNESCO: il dossier presentato includeva pratiche culturali, tradizioni familiari e radici territoriali. Tuttavia, il loro ruolo nella diffusione globale della cucina italiana ha reso evidente al mondo l’importanza e la bellezza di queste tradizioni.

In altre parole, i ristoranti italiani hanno costruito il contesto internazionale che ha reso possibile questo riconoscimento, fungendo da prolungamento culturale della cucina italiana, capace di unire i sapori ai valori sociali e culturali.

Conclusione

Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana celebra un patrimonio immateriale che va oltre i confini geografici. I ristoranti italiani nel mondo hanno contribuito in modo significativo, creando familiarità, apprezzamento e un pubblico globale consapevole dell’unicità della nostra cucina. Sono stati, in molti casi, i protagonisti silenziosi di questo successo internazionale, portando un pezzo d’Italia in ogni angolo del pianeta. Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

70° dell’Accordo bilaterale Italia–Germania: grande successo a Stoccarda

 

Stoccarda. Grande partecipazione alla DGB Haus di Stoccarda per la celebrazione del 70° dell’Accordo bilaterale Italia–Germania del 1955, organizzata il 30 novembre scorso dal Comites Stoccarda con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Consolato Generale d’Italia a Stoccarda.

Oltre 350 persone hanno preso parte a una serata intensa, dedicata alla memoria della prima emigrazione italiana e al ruolo degli italiani nello sviluppo economico e sociale della Germania.

Ha aperto l’evento il presidente del Comites Gino Bucci, ricordando il primo treno partito da Verona nel 1955 e il significato umano dell’accordo: “valigie di cartone, occhi pieni di speranza e paura”. Bucci ha sottolineato che quella migrazione, inizialmente forzata dalla necessità, è diventata una delle più importanti storie di integrazione in Europa e ha evidenziato come gli italiani abbiano contribuito alla ricostruzione del Paese e come le loro storie siano oggi il patrimonio identitario delle comunità italiane all’estero.

Salutando i presenti, la console generale a Stoccarda, Laura Lamia, ha evidenziato la portata storica dell’accordo del 1955, definendolo un ponte di ricostruzione morale ed economica tra due Paesi usciti dalla guerra. Lamia ha ricordato che dietro i documenti e i numeri ci sono vite, famiglie, sacrifici e speranze. Quanto alla comunità italiana oggi, essa è pienamente integrata nella vita economica, sociale e culturale tedesca, rappresentando un esempio concreto di Europa unita, ha concluso la console generale.

A contestualizzare l’accordo nel più ampio fenomeno migratorio italiano del dopoguerra è intervenuto il consigliere del Cgie Tommaso Conte. Questi ha messo in luce il ruolo fondamentale dei sindacati tedeschi nel garantire diritti ai lavoratori italiani, contribuendo alla loro protezione e all’integrazione nel mondo produttivo, e ha ricordato anche le “vedove bianche”, le donne rimaste in Italia durante l’emigrazione dei mariti, invitando a non dimenticare la componente femminile del sacrificio migratorio.

Ospite della serata, il sindaco Frank Nopper ha voluto ringraziare pubblicamente la comunità italiana per il contributo determinante allo sviluppo della città. Sottolineando quanto gli italiani abbiano lasciato un’impronta indelebile a Stoccarda – nelle fabbriche automobilistiche, nei cantieri, nei servizi, nella cultura gastronomica e artistica –, Nopper ha poi detto “voi appartenete a noi. Vi vogliamo qui” e il suo messaggio è stato accolto da un forte applauso.

Deputato al Parlamento tedesco – Die Linke, l’on. Luigi Pantisano è un italiano di seconda generazione e ha portato all’incontro una testimonianza personale molto intensa. Ricordando i sacrifici dei suoi genitori e di tante famiglie che, negli anni Sessanta, lasciarono l’Italia per lavorare in Germania, spesso separandosi dai figli per anni, Pantisano ha evidenziato come la propria presenza oggi nel Parlamento tedesco rappresenti un risultato della forza e della dignità della prima generazione di emigrati.

Deputato ma al Parlamento italiano (PD) anche lo storico Toni Ricciardi, che ha ripercorso l’emigrazione come fenomeno strutturale dell’Italia moderna, ricordando il ruolo essenziale delle rimesse degli emigrati, spesso più decisive del Piano Marshall, e l’impatto trasformativo della diaspora sulle comunità italiane di origine. Ricciardi ha definito l’emigrazione “ascensore sociale” e “motore di modernità”, invitando lo Stato italiano a valorizzare molto di più il ruolo dei connazionali all’estero.

Presente anche il collega Simone Billi (Lega), come Ricciardi eletto in Europa, che ha posto l’accento sul valore del sacrificio della prima generazione, ricordando l’incontro con un emigrato a Stoccarda da più di 60 anni. Billi ha riconosciuto che il rispetto guadagnato dagli italiani in Germania è il frutto del lavoro e dell’impegno di chi è arrivato negli anni più difficili, quando emigrare era una scelta dolorosa e senza tutele.

È poi intervenuto con il suo contributo Toni Potenza di IG Metall, che ha approfondito il ruolo storico delle organizzazioni sindacali tedesche come luoghi di solidarietà e inclusione, spiegando come l’arrivo degli italiani abbia arricchito non solo la forza lavoro, ma anche la cultura sindacale, portando nuove energie, pluralismo e battaglie comuni per l’equità e i diritti.

Ha poi preso la parola il presidente di DGB Baden-Württemberg Kai Burmeister, il quale ha ricordato che l’accordo del 1955 portò nelle fabbriche persone, non semplici “forze lavoro”, e che proprio grazie alla partecipazione dei lavoratori migranti i sindacati tedeschi si sono evoluti verso una cultura più aperta, democratica e rappresentativa. Ha ribadito l’importanza della partecipazione dei migranti nelle elezioni dei consigli di fabbrica, una delle più grandi conquiste dell’integrazione tedesca.

Momento centrale della serata è stata la proiezione del documentario “La forza di partire”, realizzato e diretto da Maurizio Palese (Vivigermania). Il film raccoglie le testimonianze di dodici italiani ultraottantenni arrivati tra gli anni ’50 e ’60, creando un ponte narrativo tra la prima emigrazione e quella contemporanea. L’opera, accolta da una vera ovazione, è stata definita “un dono prezioso” per la memoria collettiva.

La premiazione dei dodici protagonisti ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della serata.

L’artista Neliah ha presentato in anteprima il suo brano “Il sole con me”, dedicato simbolicamente alle nuove generazioni italiane in Germania.

La serata si è infine conclusa con un rinfresco italiano, occasione di incontro e dialogo tra generazioni diverse, unite dalla stessa storia.

Un evento che non ha solo celebrato il passato, ma ha offerto una riflessione profonda sul presente e sul futuro di chi oggi sceglie di vivere in Germania.

(aise/dip 5)

 

 

 

 

 

Saper usare ChatGpt non vi salverà

 

Nel XXI secolo l’alfabetizzazione non riguarderà più il saper fare, ma il saper giudicare. Per questo serve un’educazione al pensiero critico, specie nell’era della disinformazione algoritmica

Negli ultimi anni il dibattito sull’educazione digitale si è concentrato soprattutto sull’acquisizione di competenze tecniche: saper usare piattaforme, strumenti collaborativi, intelligenza artificiale che crea testi e immagini. Tuttavia, l’accelerazione algoritmica che governa l’informazione contemporanea sta rendendo evidente un limite strutturale di questo approccio.

Saper interpretare il digitale

Non basta saper usare il digitale: occorre saperlo interpretare. In un ecosistema dove ciò che vediamo online è selezionato da algoritmi in base ai nostri gusti e comportamenti precedenti, con classifiche poco trasparenti e contenuti generati automaticamente, il vero deficit educativo non è tecnologico, ma cognitivo e critico. È su questo punto che si gioca oggi una delle sfide più rilevanti per la scuola e per l’università.

La ridefinizione del concetto di verità pubblica

La disinformazione non è più un fenomeno marginale o sporadico. Video falsi che sembrano reali (i cosiddetti “deepfake”), testi generati artificialmente che sembrano scritti da persone, immagini create dal computer, manipolazioni statistiche e storie costruite da algoritmi stanno ridefinendo il concetto stesso di verità pubblica. Secondo numerosi studi recenti, l’essere umano tende a fidarsi di contenuti che appaiono coerenti e ben strutturati, anche quando sono falsi, soprattutto se prodotti da sistemi percepiti come “neutrali” o “intelligenti”. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non crea la disinformazione, ma ne aumenta la scala, la velocità e la credibilità apparente.

Le istituzioni internazionali hanno iniziato a riconoscere questo problema come una questione educativa primaria. L’UNESCO sottolinea che la capacità di valutare criticamente le fonti è ormai una competenza civica essenziale, al pari della lettura e della scrittura. Analogamente, l’OCSE evidenzia come l’educazione al pensiero critico debba evolvere per includere la comprensione dei meccanismi algoritmici che influenzano ciò che vediamo, leggiamo e crediamo. Non si tratta più solo di distinguere vero e falso, ma di capire perché certi contenuti emergono e altri scompaiono.

Saper utilizzare ChatGpt non salva dal rischio disinformazione

In questo scenario, parlare di “competenze digitali” senza affrontare la dimensione critica rischia di essere fuorviante. Uno studente può essere perfettamente in grado di usare ChatGPT o altri strumenti di intelligenza artificiale e, allo stesso tempo, essere completamente disarmato di fronte alla manipolazione informativa.

Il problema non è la mancanza di abilità operative, ma l’assenza di quella che potremmo chiamare “alfabetizzazione alla conoscenza”: la capacità di interrogare le fonti, riconoscere le intenzioni dietro un messaggio, valutare il contesto e comprendere i limiti cognitivi delle macchine. In altre parole, saper distinguere come si forma e si valida una conoscenza affidabile. Studi nel campo della psicologia cognitiva mostrano che l’esposizione continua a contenuti automatizzati può ridurre la nostra propensione al dubbio e favorire l’accettazione passiva delle informazioni.

Il ruolo della scuola

La scuola, in questo quadro, non può limitarsi a introdurre moduli di educazione digitale tradizionale. È necessario costruire una pedagogia del dubbio costruttivo, che insegni agli studenti a sospendere il giudizio, a verificare, a confrontare versioni alternative della realtà. Il Consiglio d’Europa richiama esplicitamente il ruolo dell’educazione nel formare cittadini capaci di resistere alla manipolazione informativa e di partecipare consapevolmente al dibattito pubblico. L’educazione al pensiero critico diventa così una forma di difesa democratica.

L’intelligenza artificiale, paradossalmente, può diventare uno strumento potente per sviluppare questo tipo di competenze, se utilizzata in modo riflessivo. Analizzare risposte generate da un modello, confrontare versioni diverse dello stesso contenuto, individuare pregiudizi linguistici nascosti o omissioni sistematiche sono esercizi cognitivi di grande valore formativo. In alcune sperimentazioni universitarie, l’AI viene utilizzata non come fonte di verità, ma come oggetto di analisi critica, trasformando l’errore e l’ambiguità in occasioni di apprendimento. In questo senso, educare al pensiero critico non significa respingere la tecnologia, ma riappropriarsi del controllo cognitivo sul suo utilizzo.

L’alfabetizzazione del XXI secolo è il saper giudicare

Ciò che emerge con forza è che la vera alfabetizzazione del XXI secolo non riguarda solo il “saper fare”, ma il saper giudicare. In un mondo in cui l’informazione è abbondante e automatizzata, la capacità di discernimento diventa la competenza più rara e più preziosa. La scuola e l’università hanno oggi la responsabilità di formare menti capaci di orientarsi nell’incertezza, riconoscere la complessità e non delegare il pensiero critico agli algoritmi. Senza questo passaggio, il rischio non è solo educativo, ma culturale e democratico.

Se il primo compito dell’educazione è sempre stato quello di fornire strumenti per interpretare il mondo, oggi questo compito assume una complessità inedita. L’informazione non arriva più in modo neutro o lineare, ma è filtrata, ordinata e amplificata da sistemi automatici che operano dietro le quinte. I sistemi di raccomandazione non si limitano a suggerire contenuti, ma modellano progressivamente il nostro modo di vedere le cose, rinforzando convinzioni pregresse e riducendo l’esposizione a punti di vista diversi. Questo fenomeno delle “bolle informative” - dove ognuno riceve solo informazioni che confermano le proprie idee - pone una sfida diretta all’educazione critica.

L’educazione alla consapevolezza algoritmica

In questo contesto, educare al pensiero critico significa anche educare alla consapevolezza algoritmica. Gli studenti devono comprendere che ciò che vedono online non è una fotografia della realtà, ma una costruzione dinamica basata su dati personali, interessi economici, popolarità dei contenuti (quanti click, like e condivisioni generano) e sistemi che cercano di prevedere cosa ci interessa. Il Piano d’Azione Europeo per l’Educazione Digitale richiama esplicitamente la necessità di introdurre nei curricula una comprensione di base dei meccanismi di personalizzazione algoritmica, non per formare programmatori, ma cittadini capaci di riconoscere l’influenza strutturale delle tecnologie sulle proprie opinioni. È un passaggio culturale decisivo: spostare l’attenzione dal contenuto al contesto che lo genera.

La disinformazione algoritmica non agisce solo a livello informativo, ma anche emotivo. Numerosi studi dimostrano che i contenuti che suscitano reazioni forti - indignazione, paura, entusiasmo - hanno una maggiore probabilità di diffusione, indipendentemente dalla loro accuratezza. Questo significa che la battaglia per il pensiero critico non si gioca soltanto sulla verifica dei fatti, ma sulla regolazione emotiva. Educare al pensiero critico oggi implica insegnare a riconoscere le proprie reazioni emotive, a sospendere l’impulso alla condivisione immediata e a ricostruire una distanza riflessiva tra stimolo e giudizio.

Così le scuole stanno introducendo pratiche didattiche innovative

Le scuole e le università che stanno affrontando questo tema in modo sistemico stanno introducendo pratiche didattiche innovative: analisi comparata delle fonti, smontaggio guidato di narrazioni manipolative, laboratori di verifica delle notizie, simulazioni di diffusione virale delle informazioni. In alcuni casi, l’AI stessa viene utilizzata per mostrare come una notizia possa essere riscritta in versioni diverse, ognuna plausibile ma orientata, rendendo visibile il confine sottile tra informazione e persuasione. Questo approccio è coerente con le raccomandazioni dell’OCSE, che definisce il pensiero critico come capacità di “esaminare questioni globali da prospettive multiple”.

Un altro aspetto cruciale riguarda la responsabilità nel giudicare le informazioni. In un ambiente informativo automatizzato, cresce il rischio di delegare il giudizio alle macchine: se un testo è ben scritto, coerente e rapido, viene percepito come affidabile. Studi recenti mostrano che gli utenti tendono ad attribuire un’autorità indebita alle risposte generate dall’AI, soprattutto in ambiti complessi o specialistici. Educare al pensiero critico significa quindi insegnare che l’autorevolezza non deriva dalla forma, ma dalla verificabilità, dal confronto e dalla trasparenza delle fonti.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, questo tema è ormai considerato strategico. L’UNESCO sottolinea che senza un investimento strutturale nell’educazione al pensiero critico, l’adozione dell’intelligenza artificiale rischia di amplificare le disuguaglianze cognitive, favorendo chi possiede già strumenti interpretativi avanzati. Il rischio non è solo la diffusione di informazioni false, ma la creazione di un divario nella capacità di comprendere e valutare le informazioni: una situazione in cui solo una parte della popolazione è in grado di orientarsi consapevolmente nel flusso informativo, mentre gli altri ne restano vittime passive.

Una funzione strutturale della scuola contemporanea

In definitiva, educare al pensiero critico nell’era della disinformazione algoritmica non è un obiettivo accessorio, ma una funzione strutturale della scuola contemporanea. Non si tratta di opporre l’educazione all’innovazione tecnologica, ma di accompagnarla con una riflessione profonda sui suoi effetti cognitivi e sociali. La vera sfida non è insegnare a usare strumenti sempre più potenti, ma formare persone capaci di non esserne dominate. In un mondo in cui l’informazione è rapida, automatizzata e spesso ambigua, il pensiero critico diventa l’ultima forma di libertà intellettuale che l’educazione è chiamata a difendere. Carlo Maria Medaglia, LS 28

 

 

 

 

 

Premio “Voce Lombarda nel Mondo”, i premiati della prima edizione

 

Milano. L’Auditorium Gaber di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia, ha ospitato nei giorni scorsi  la cerimonia di consegna della prima edizione del premio ‘Voce lombarda nel mondo’, istituito dalla Giunta della Lombardia, in collaborazione con il Consiglio regionale. I riconoscimenti sono stati conferiti a cinque lombardi che si sono distinti nei rispettivi ambiti: il prof Santo Locatelli, fondatore dell’Ente Bergamaschi nel mondo; lo chef stellato Stefano Masanti, Livio Mazzoleni, project manager alla National Gallery di Londra, il Maestro Uto Ughi, violinista di fama mondiale, e la scienziata di fama internazionale Cinzia Zuffada. I lombardi nel mondo sono cittadini che hanno intrapreso percorsi di mobilità internazionale, diventando di fatto veri e propri ‘ambassador’ della Lombardia – si sottolinea dalla Regione –  Attraverso il loro lavoro e le loro competenze, contribuiscono a diffondere gli interessi, la cultura e gli stili di vita lombardi, rafforzando l’attrattività del territorio, promuovendo la conoscenza della Lombardia nel mondo e favorendo lo sviluppo delle relazioni internazionali. La Regione Lombardia attribuisce a questi preziosi ‘expat’ un ruolo talmente significativo da essersi dotata di un’apposita legge regionale (n. 9 del 21 maggio 2024) destinata proprio al sostegno e alla valorizzazione delle comunità dei lombardi nel mondo. A fare gli onori di casa a Palazzo Pirelli sono stati  il presidente del Consiglio Regionale Federico Romani, il presidente della Regione Attilio Fontana e il sottosegretario alle Relazioni Internazionali ed Europee Raffaele Cattaneo. “Il riconoscimento– ha dichiarato il presidente Fontana – è il segno della nostra gratitudine verso chi, da ogni parte del mondo, costruisce ponti di amicizia e sviluppo con la nostra Regione”. Un impegno che, ha sottolineato Fontana, affonda le radici nella vocazione internazionale della Lombardia ed è frutto non solo dei risultati economici e sociali raggiunti,  ma anche di un’ identità fatta di concretezza, operosità e orgoglio delle proprie origini. “Il premio ‘Voce lombarda nel mondo’-  ha proseguito il presidente –  nasce proprio per celebrare il ‘modello lombardo’, capace di esprimere eccellenza nei settori delle professioni, dello sport, della cultura e negli ambiti sociali ed economici”. “Celebriamo successi individuali e storie di vita che possono diventare fonte di ispirazione” ha aggiunto, ricordando come secondo il rapporto CNEL 2025, tra il 2011 e il 2024, 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni abbiano lasciato l’Italia, con una perdita stimata di capitale umano pari a circa 159 miliardi di euro. “L’Italia – ha rilevato Fontana – è ultima in Europa per attrattività, accogliendo 1 giovane europeo ogni 8 che partono. Con la legge a tutela dei Lombardi nel mondo – ha detto  il presidente – vogliamo creare le condizioni affinché storie di successo come quelle premiate oggi, possano incentivare i giovani a tornare in Lombardia, loro terra d’origine, e ad investire qui per il proprio futuro”.  Il presidente Fontana ha infine ribadito come la Lombardia sia “una terra di eccellenza riconosciuta a livello globale”, sottolineando che i riconoscimenti assegnati, spaziano dalla ricerca scientifica, alla gastronomia, dalla cultura all’impegno sociale. “Grandi esempi – ha concluso Fontana – che danno lustro alla cultura lombarda e ai nostri valori”. “Con il premio ‘Voce lombarda nel mondo’, conferito per la prima volta – ha spiegato il sottosegretario  Cattaneo – Regione Lombardia riconosce il valore strategico delle comunità dei lombardi che vivono all’estero: un patrimonio umano, professionale e culturale che vogliamo custodire, valorizzare e coinvolgere sempre di più”. “Oggi – ha proseguito – celebriamo cinque eccellenze individuate grazie a un lavoro congiunto svolto dagli uffici regionali insieme alla Consulta Regionale dei Lombardi nel mondo. Sono profili che incarnano al meglio i valori della Lombardia: competenza ed eccellenza, legame con le proprie radici e capacità di promuovere il meglio della nostra regione nel mondo. Una scienziata di rilievo internazionale impegnata nella promozione delle donne nelle discipline STEM; uno chef che porta la cucina lombarda nel mondo, in un momento in cui la cucina italiana è riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO; il fondatore dell’associazione Bergamaschi nel mondo, storico punto di riferimento per le comunità degli emigrati e per la tutela della loro memoria; un maestro del violino di fama internazionale, salito sui palcoscenici più prestigiosi del mondo; e un giovane manager già protagonista del panorama culturale globale grazie al suo lavoro in uno dei musei più importanti del mondo. Con le loro storie e i sorprendenti risultati raggiunti – ha concluso Cattaneo – questi ambasciatori made in Lombardy testimoniano le capacità, la rilevanza e il valore della nostra comunità oltre i confini nazionali”. “Le voci lombarde nel mondo – ha dichiarato il presidente del Consiglio Regionale della Lombardia Federico Romani –  sono i nostri ambasciatori naturali, persone che ogni giorno testimoniano cosa significhi essere lombardi. A loro, oggi va il nostro omaggio per aver portato in alto il nome della Lombardia nel mondo”.

I premiati e le motivazioni  

Santo Locatelli (BG) – “Socio fondatore dell’associazione Bergamaschi nel Mondo, per il suo straordinario impegno nel mantenere vivi i legami tra la comunità bergamasca all’estero e le proprie radici culturali, storiche e affettive. Con lungimiranza e dedizione, Santo Locatelli ha contribuito nel 1967 alla nascita e allo sviluppo di una realtà associativa che rappresenta da decenni un punto di riferimento per migliaia di bergamaschi emigrati, favorendo il dialogo tra generazioni e la valorizzazione dell’identità lombarda nel mondo. Il suo lavoro instancabile e la sua grande esperienza, come alpino, professore e dirigente scolastico e sindaco, svolto sempre con spirito di servizio e profondo senso di appartenenza, ha permesso di custodire e trasmettere la memoria dell’emigrazione bergamasca, promuovendo iniziative culturali, sociali e solidali in grado di unire idealmente i cittadini lombardi ovunque essi si trovino. A Santo Locatelli va il più sentito ringraziamento di Regione Lombardia, come testimone autentico dei valori di solidarietà, impegno civile e orgoglio territoriale che il premio ai lombardi nel mondo intende onorare”.

Stefano Masanti (SO) – “Chef della Valchiavenna, ambasciatore dell’eccellenza gastronomica lombarda a livello internazionale. Originario di Madesimo, Stefano Masanti ha saputo portare nel mondo i sapori autentici della tradizione culinaria lombarda, unendoli con creatività, rigore professionale e profondo rispetto per il territorio. La sua attività, divisa tra l’Italia e gli Stati Uniti, testimonia un percorso di successo fondato su passione, competenza e spirito innovativo. Attraverso il suo lavoro – che include la gestione del ristorante stellato “Il Cantinone” e l’attività di catering di alto livello negli USA – Masanti ha contribuito a valorizzare e diffondere la cultura enogastronomica lombarda, diventando punto di riferimento per la promozione dei prodotti tipici e delle tradizioni locali nel contesto internazionale. Con questo riconoscimento, Regione Lombardia intende esprimere la propria gratitudine a Stefano Masanti per il suo straordinario impegno nel rappresentare con orgoglio e autenticità l’identità lombarda nel mondo.

Livio Mazzoleni (MB) – “Protagonista nel panorama culturale internazionale, giovane ma qualificato interprete e promotore dell’arte e della bellezza. Con il suo ruolo di project manager alla National Gallery di Londra, uno dei più importanti musei del mondo, di cui ha coordinato tra l’altro il progetto di restauro della prestigiosa sede in occasione del suo bicentenario, ha contribuito con competenza, passione e sensibilità alla valorizzazione del patrimonio artistico universale, portando e dando voce nel cuore dell’Inghilterra all’eccellenza, del saper fare e dello spirito creativo della Lombardia, ricevendo tra l’altro anche l’apprezzamento della Casa Reale. La sua attività si distingue per l’impegno nella diffusione della conoscenza dell’arte, per la capacità di dialogare con culture diverse e per l’incessante opera di mediazione culturale tra l’Italia e il mondo, rendendosi autentico ambasciatore dei valori di professionalità e competenza propri della nostra terra consolidando la connessione dell’arte lombarda e italiana con il circuito culturale mondiale”.

Uto Ughi (VA) –  “Violinista di fama internazionale, interprete tra i più grandi della sua generazione, Uto Ughi ha saputo unire il rigore tecnico e la profondità interpretativa a una sensibilità autenticamente umana, diventando ambasciatore della grande tradizione musicale lombarda e nazionale sui palcoscenici più prestigiosi del pianeta. Nel corso della sua straordinaria carriera, iniziata da enfant prodige e sviluppatasi attraverso collaborazioni con le più celebri orchestre e direttori del nostro tempo e dando vita a manifestazioni culturali di rilievo, ha onorato l’Italia con il suo talento, portando nel mondo il suono, la passione e l’eleganza che contraddistinguono la nostra terra e ricevendo le più importanti onorificenze. Attraverso il suo violino, la voce più autentica della Lombardia e dell’Italia nel mondo e la sua attività concertistica, discografica e divulgativa, ha reso la musica classica accessibile a tutti, impegnandosi nella valorizzazione dei giovani talenti e nella promozione dei valori universali dell’arte come strumento di pace, bellezza e fratellanza”.

Cinzia Zuffada (PV) – “Scienziata di fama internazionale, per il suo straordinario contributo alla ricerca scientifica e al progresso tecnologico nel campo dell’ingegneria spaziale e delle scienze della Terra. Laureata all’Università di Pavia è attualmente Laboratory Associate Chief Scientist presso il prestigioso Jet Propulsion Laboratory della NASA e si è distinta per le sue ricerche pionieristiche nell’utilizzo dei segnali GPS per il monitoraggio ambientale, contribuendo allo studio dei cambiamenti climatici e al miglioramento della comprensione dei sistemi terrestri.

Attraverso la sua carriera brillante, Cinzia Zuffada ha saputo coniugare l’eccellenza scientifica con l’impegno nel promuovere il ruolo delle donne nella scienza, e nella tecnologia e nella ricerca, rappresentando con autorevolezza e passione il talento lombardo nel mondo. In tale direzione lavora per rafforzare il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti anche grazie anche al suo ruolo di Presidente dell’ISNAFF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation) che favorisce la cooperazione scientifica, e accademica tra l’Italia e il Nord America e la valorizzazione della comunità dei ricercatori italiani e lombardi all’estero, considerandoli come una risorsa da mettere a disposizione anche alla nostra terra. La sua figura incarna i valori di dedizione, innovazione e visione globale che il premio intende celebrare. A Cinzia Zuffada va il nostro più sentito riconoscimento, come esempio ispiratore per le nuove generazioni e simbolo dell’eccellenza italiana all’estero”. (Inform/dip 22)

 

 

 

 

 

 

Tesla: in Germania il primo servizio gratuito di trasporto autonomo per anziani e disabili

 

Tesla, l'azienda guidata da Elon Musk, ha avviato un progetto pilota innovativo nel distretto rurale di Eifelkreis Bitburg-Prüm, nella regione dell'Eifel in Germania: corse gratuite con veicoli dotati del sistema Full Self-Driving (FSD) Supervised per cittadini anziani e persone con mobilità ridotta che non dispongono di altri mezzi di trasporto.

La strategia di mobilità

Si tratta del primo servizio pubblico di shuttle autonomo in Europa basato sulla tecnologia Tesla. L'iniziativa integra il programma locale "Citizen Bus", un servizio di trasporto su richiesta per anziani che non possono più guidare, offrendo loro la possibilità di raggiungere visite mediche, commissioni quotidiane o altri impegni essenziali.

Tutto gratis

Le corse sono completamente gratuite e mirano a restituire indipendenza a chi vive in aree rurali con limitate opzioni di mobilità pubblica.

Il sistema FSD Supervised permette al veicolo di gestire autonomamente la guida – inclusi strade strette, cantieri e situazioni impreviste – sotto la supervisione di un operatore umano. I test condotti nel distretto hanno impressionato le autorità locali: il sindaco di Arzfeld, Johannes Kuhl, lo ha descritto come "un autista molto esperto al volante", mentre l'amministratore distrettuale Andreas Kruppert ha sottolineato come la guida autonoma, spesso vista come "musica del futuro", funzioni già ottimamente nelle zone rurali.

L’aiuto del Governo tedesco

Il progetto è sostenuto dal Ministero dei Trasporti del Rheinland-Pfalz e rappresenta un passo concreto verso l'approvazione europea del FSD Supervised. Tesla ha già avviato dimostrazioni e corse gratuite in Germania, Italia (dove il sindaco di Roma Roberto Gualtieri è stato tra i primi a provarlo) e Francia a partire da fine novembre.

L’idea di Musk

Elon Musk ha commentato l'iniziativa enfatizzando i benefici in termini di sicurezza: "L'obiettivo è raggiungere un livello di sicurezza ben superiore a quello di un conducente umano medio. In definitiva, le auto autonome saranno più sicure di oltre il 1.000% rispetto a quelle guidate dagli esseri umani". Musk ha aggiunto che l'uso della guida autonoma "migliora notevolmente la sicurezza per tutti sulla strada".

Nel frattempo, proprio alla vigilia di Natale, Musk ha rivelato progressi significativi negli Stati Uniti: una Tesla a guida completamente autonoma (senza supervisione umana) lo ha trasportato per le strade di Austin, in Texas, "guidando in modo impeccabile" con lui seduto sul sedile del passeggero e nessun monitor di sicurezza a bordo. LS 27

 

 

 

 

 

Soffriamo perché la vita è incerta, oppure perché pretendiamo la certezza?

 

La sofferenza umana si manifesta spesso sotto molte forme: ansia, paura, delusione, inquietudine. Tuttavia, dietro tutte queste espressioni si cela una domanda più profonda, raramente esplorata con autentica onestà: soffriamo a causa dell’incertezza, oppure soffriamo perché crediamo che la vita debba essere certa? Non è una domanda a cui si possa rispondere immediatamente; essa richiede al lettore di pensare, di attendere e di avere il coraggio di guardare dentro di sé.

La vita si muove in modo fluido. Nulla in questo mondo rimane permanente: né le relazioni, né gli affetti, né le condizioni nelle quali viviamo. Persino i nostri pensieri non sono stabili. Eppure la mente umana è condizionata a desiderare stabilità in un mondo instabile. Desideriamo certezze: del successo, dell’amore, della salute, del domani. Vogliamo che la vita arrivi con regole, programmi e garanzie. Quando ciò non accade, attribuiamo la colpa all’indeterminatezza e la accusiamo di farci soffrire.

L’incertezza non è qualcosa di estraneo alla vita; l’incertezza è la vita stessa.

Dalla nascita fino alla morte, la vita è come un fiume che scorre: a volte calmo, a volte impetuoso, ma sempre in movimento. Le difficoltà iniziano quando tentiamo di arrestare questo flusso. Nel momento in cui la mente pretende certezza, nasce la paura: paura della perdita, paura del fallimento, paura dell’ignoto. Gradualmente, la vita non viene più vissuta, ma gestita.

Il dottor Sethi riflette sul fatto che la sofferenza non inizia nel punto del dolore, bensì nel punto della resistenza. Il dolore è naturale: perdita, malattia, fallimento, cambiamento. Psicologicamente, la sofferenza non nasce dalle circostanze in sé, ma dall’incapacità della mente di accettare ciò che è. Il problema non è l’incertezza; il problema è il nostro desiderio di controllo.

Nel mondo contemporaneo, la certezza viene venerata. Strategie di carriera, polizze assicurative, aspettative relazionali, persino i percorsi spirituali vengono presentati come sistemi in grado di garantire risultati. Siamo educati a credere che, se pianifichiamo abbastanza, se pensiamo in modo positivo o adottiamo il metodo giusto, la vita diventerà prevedibile. Quando ciò non accade, la speranza si trasforma in disperazione.

Ma la certezza è un’illusione che deve essere mantenuta continuamente. Nel momento in cui ci sentiamo al sicuro, nasce la paura di perdere quella sicurezza. Un lavoro stabile genera il timore del licenziamento. Una relazione amorosa è spesso attraversata dalla paura della separazione. La certezza non ci libera; ci lega con vincoli ancora più sottili.

È paradossale che l’incertezza non richieda da noi altro che presenza.

Una vita incerta richiede consapevolezza, adattabilità e umiltà. Ci invita a rispondere, non a dominare. Nell’incertezza, l’intelligenza diventa più acuta e la sensibilità più profonda. Tuttavia, una mente abituata a soluzioni semplici rifiuta questa sfida: desidera conclusioni in una vita che, per sua natura, rimane aperta.

Questo orientamento filosofico del dottor Sethi suggerisce anche una distinzione essenziale: il fatto che la vita sia incerta non implica che la coscienza debba essere instabile. Quando la consapevolezza è radicata nel presente, l’incertezza perde il suo carattere minaccioso. Si trasforma in spazio: spazio per crescere, creare ed esplorare.

In gran parte, il dolore umano nasce dal vivere nel futuro anziché nel presente. Piangiamo perdite che non sono ancora avvenute. Proviamo in anticipo i nostri fallimenti. Lamentiamo finali immaginari. Nel pretendere la certezza, ci allontaniamo dall’unico luogo in cui la vita accade davvero: il presente.

Per questo anche molte persone di successo rimangono inquiethe. Le loro conquiste esteriori non riescono a placare l’agitazione interiore. La coscienza sa che nulla è stabile per sempre. Così il bisogno di certezza non si esaurisce mai e la soddisfazione viene continuamente rimandata.

Spesso l’accettazione dell’incertezza viene scambiata per debolezza o passività; in realtà è un segno di profonda saggezza. Non significa rinunciare all’impegno o alla responsabilità, ma abbandonare l’illusione di poter controllare i risultati. L’azione continua, ma l’attaccamento si dissolve.

Secondo il dottor Sethi, quando l’azione è libera dalla richiesta di certezza, essa acquista grazia. Si agisce con integrità, si ama con tutto il cuore, si vive in modo responsabile, senza negoziare con la vita per ottenere garanzie. Questo modo di vivere non elimina il dolore, ma impedisce che il dolore si trasformi in sofferenza.

Filosoficamente, l’incertezza ci restituisce l’umiltà. Ci ricorda che siamo partecipanti al gioco dell’esistenza, non i suoi padroni. Frantuma l’illusione del controllo dell’ego, e da quella frattura nasce qualcosa di più tenero e più saggio.

Osserviamo la natura: gli alberi non sanno quale sarà la prossima stagione, i fiumi non sanno dove arriveranno, gli uccelli non chiedono garanzie prima di volare. Eppure la vita scorre attraverso di loro con naturalezza. La sofferenza umana non nasce dal fatto che l’uomo sia diverso dalla natura, ma dal suo tentativo di dominarla attraverso il controllo anziché viverla in armonia.

Anche le relazioni sono influenzate dalla richiesta di certezza. Cerchiamo rassicurazioni che i sentimenti non possono onestamente offrire. Pretendiamo fiducia dove la crescita richiederebbe trasparenza. Quando chiediamo garanzie di permanenza, l’amore diventa ansioso. Forse le relazioni potrebbero respirare più liberamente se rinunciassimo al sospetto.

La riflessione del dottor Sethi sull’amore è qui particolarmente delicata: l’amore non fallisce perché cambia; diventa difficile perché pretendiamo che non cambi. Il cambiamento non è tradimento; il cambiamento è movimento. Quando questa comprensione si radica, l’amore diventa più libero e più compassionevole.

Alla fine, la domanda non è se la vita diventerà mai certa: non lo sarà mai. La vera domanda è se possiamo vivere pienamente nonostante questa verità. Possiamo camminare senza aggrapparci? Possiamo pianificare senza essere prigionieri delle aspettative? Possiamo fidarci della vita senza pretendere prove?

Quando abbandoniamo l’aspettativa della certezza, l’incertezza smette di essere una minaccia e diventa una maestra. Ci insegna la pazienza, la presenza e la resilienza. Ci invita a riposare nella consapevolezza, non nei risultati. Ci riporta dalla preparazione alla vita, alla vita stessa.

La vita, in sé, non infligge sofferenza; forse siamo noi a non sapere come danzare con essa. Quando la richiesta di certezza svanisce, la pace non va cercata: arriva da sola, come il silenzio. La vita, in definitiva, non è certa. Ci offre qualcosa di meno evidente ma infinitamente più prezioso: l’opportunità di rimanere vigili nel mistero. E forse questa non è una debolezza dell’esistenza, ma la sua più grande saggezza.

Dr. Sethi K. C., de.it.press 19

 

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Di Benedetto (Comites): Ricordare e comprendere l’emigrazione

 

Monaco di Baviera - L'emigrazione come "memoria viva" e come tema "attuale e centrale per comprendere la nostra storia e il nostro futuro" pensandolo come un "fenomeno sociale, culturale e politico". Così, la Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Daniela di Benedetto al convegno dal titolo "Da lavoratori migranti a cittadini europei", organizzato a Verona lo scorso 3 dicembre dal Comune assieme al Museo Nazionale dell'Emigrazione.

Dopo aver ringraziato il sindaco di Verona, Damiano Tommasi, il presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, la Presidente del Comites ha salutato le ragazze e i ragazzi e gli insegnanti del Liceo Artistico Statale di Verona, con i quali "abbiamo condiviso un'esperienza e un percorso che ha risvegliato vecchie energie ormai assopite e ne ha generate di nuove e fresche, dando un senso ad un lungo viaggio e a tanti sacrifici di molti emigrati: si tratta del percorso faticoso ed essenziale della memoria viva".

Di Benedetto si è quindi voluta soffermare su 3 date cardine per spiegare il rapporto fra le due città: "1945, finisce la Seconda guerra mondiale; 1955, la Germania impoverita dalla guerra, riconosce il proprio bisogno di aiuto nella ricostruzione del Paese a causa della mancanza di manodopera; l’Italia a propria volta impoverita dalla guerra, riconosce il bisogno di impiegare la manodopera disoccupata e la mancanza di carbone per riattivare la propria industria: nascono gli accordi bilaterali per lo scambio di manodopera. Verona e Monaco assumono rispettivamente il ruolo di città di partenza e città di arrivo di uno dei flussi migratori più importanti di quel tempo; 1965, Monaco di Baviera e Verona stringono un nuovo patto. Il gemellaggio: un ponte tra due città e due Nazioni, nato dalle macerie della Guerra e volute per gettare quelle che hanno volute essere le basi di nuove forme di collaborazione e di amicizia".

Passando al presente, la Presidente del Comites bavarese ha evidenziato il ruolo del programma "Ricordare l'emigrazione", patrocinato dalla sindaca, Verena Dietl, e fortemente voluto dal sindaco di Verona Tommasi e dagli assessori Jacopo Buffolo, Giacomo Cona e Antonio Benetti. "La natura stessa questo impegno dimostra come gli Italiani a Monaco siano oggi parte riconosciuta della città. Le città e le comunità di Monaco di Baviera e di Verona hanno voluto ripartire proprio da questi importanti anniversari, creando una lunga serie di iniziative di ogni natura, attivando i giovani di oggi, le associazioni, i giovani di allora e anziani di oggi, allora con una valigia piena di sogni ed oggi il cuore pieno di esperienze e ricordi, Istituzioni, Enti di ricerca, di formazione e presidi della Memoria. Un vero patrimonio civile che ci dimostra come da migrazione nasca cittadinanza, da migrazione nasca movimento, da migrazione nascano innovazione e futuro".

"Ricordare l’emigrazione" per la Presidente del Comites significa dunque "dare voce a milioni di uomini e donne che, a partire dagli anni ’50, hanno lasciato l’Italia per cercare in Germania un lavoro, una prospettiva, dignità riconosciuta. Molti di loro hanno affrontato sacrifici enormi: la lontananza dalle famiglie, le difficoltà linguistiche, condizioni di vita spesso dure. Eppure, con coraggio e determinazione, hanno contribuito alla crescita economica e sociale di questo Paese, diventando parte integrante della sua storia. Ricordare l’emigrazione è un atto di giustizia verso queste persone, ma è anche un modo per riconoscere che la memoria collettiva è la base su cui si costruisce la nostra identità europea. Una identità composita fatta di ogni tipo e forma di emigrazione: dai lavoratori più semplici ai ragazzi con la pagella cucita sulla giacca, da ricercatori, laureati, professionisti in cerca di fortuna a chi emigra per nome e conto di un’azienda internazionale o per tentare la fortuna di dare vita ad una propria azienda, dai padri di famiglia, alle madri, alle famiglie intere, ai nonni che seguono l’unica famiglia che hanno, persone sole in cerca di un qualunque futuro e con l’unica speranza di averne una possibilità. Sono solo alcune delle tante forme di emigrazione ed immigrazione che nel mio ruolo Istituzionale ho incontrato. Sono gli stessi volti che potevamo incontrare 70 anni fa come oggi, a Monaco, scesi da un treno al famoso binario 11, come a Verona".

"Quei migranti di 70 anni fa, questo lo so per averlo toccato con mano, sono stati a Monaco, in Baviera, in Germania, costruttori di diritti per tutti, mediatori culturali, portatori di bellezza, valori, cultura, arte che sono oggi parte integrante dell’immagine della città, della regione, del Paese - ha aggiunto ancora di Benedetto -. Gli italiani hanno portato un nuovo modo di vivere e gustare la vita, di mangiare, di organizzare il tempo libero, di fare impresa e ricerca. Esistono aziende apicali del mondo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione a guida italiana. I migliori ristoranti sono italiani. Tanti lavoratori semplici ma creativi e produttivi sono italiani. La Germania, senza l’italianità che è riuscita ad assorbire, non sarebbe più la Germani che conosciamo. Eppure, 70 anni fa gli italiani era solo divoratori di spaghetti e cascamorti che minacciavano le ragazze alle quali fischiavano per strada, gente da rinchiudere in baracche nelle quali dovevano rientrare entro una certa ora la sera per potere poi uscire di nuovo solo l’indomani per andare a lavorare. Questi eravamo noi 70, 60, 50 anni fa. Questi sono oggi tanti migranti di Paesi extra-Europei che arrivano in Europa, ancora oggi".

"Gli Italiani che alla fine dell’800 e all’inizio del 900 migravano negli Stati Uniti erano considerati dei sottosviluppati, poco più che animali, gettando le basi per le teorie raziali - ha proseguito la Presidente del Comites -. Eppure, furono proprio quei sottosviluppati a rivoluzionare l’agricoltura statunitense introducendo lo sfruttamento di colture specializzate e intensive e tecniche tradizionali di irrigazione, furono proprio loro a dare vita alla Bank of Italy a San Francisco che presto divenne Bank of America. E così via con una sfilza ancora inconclusa di scoperte scientifiche e tecnologiche che hanno cambiato l’umanità".

E "comprendere l'emigrazione" per la Presidente di Benedetto "significa andare oltre la memoria, significa leggere l’emigrazione come fenomeno sociale, culturale e politico. L’esperienza italiana in Germania ci insegna che l’emigrazione non è mai solo movimento di persone: è scambio di culture, è trasformazione delle città, è costruzione di nuove comunità.

Oggi, gli italiani in Germania non sono più soltanto “lavoratori migranti”: sono cittadini europei, protagonisti della vita economica, culturale e politica. Comprendere questo percorso ci aiuta a guardare con lucidità alle sfide attuali: l’integrazione, la mobilità, la valorizzazione delle competenze, la tutela dei diritti. La storia dell’emigrazione italiana in Germania è un ponte che unisce passato e futuro. Dal 1955 al 2025, settant’anni di cammino ci mostrano come le comunità italiane abbiano saputo trasformare la fatica in opportunità, la nostalgia in legami, la distanza in nuove radici".

"Oggi ci troviamo troppo spesso a dovere difende l’emigrazione da chi la descrive come un fenomeno nuovo per dimensione e impatto. Chi lo sostiene mente o non è informato, oppure fa riferimento ad una definizione del fenomeno non chiara. Secondo la definizione che definisce come migrante internazionale un individuo che vive in un Paese diverso da quello delle proprie origini, per un periodo che va dai 6 ai 12 mesi, le Nazioni Unite contavano nel 1960 circa 93milioni di migranti, 170 milioni nel 2000 e una stima pari a 247 milioni nel 2017. Cifre sorprendenti: ancora più sorprendente è tuttavia ricordare che nello stesso periodo la popolazione mondiale sia cresciuta ad un ritmo approssimativamente uguale, dai 3 miliardi del 1960, ai 6 miliardi del 2000 ai 7.6 miliardi del 2017, mantenendo stabile la quota di emigrazione al 3% ca. Se consideriamo che le cifre del 1960 erano probabilmente sottostimate a causa della mancanza di registrazione di molti movimenti e fenomeni, potremmo addirittura dedurre una leggera flessione del fenomeno migratorio. Un ultimo dato: Tra il 1846 e il 1924 emigrano 48 milioni di Europei, il 12% della popolazione Europea nel 1.900. Tra il 1869 e il 1940 sono emigrati in Nord Europa e nelle Americhe, circa 16.4 milioni di italiani, ovvero la metà della popolazione italiana nel fatidico anno 1.900. Sono cifre impressionanti". "Si urla spesso al pericolo rifugiati, dimenticando che il numero totale dei rifugiati varia tra il 7 e il 12% di quel 3% totale". E oggi è "importante come mai sottolineare il fondamento razionale alle politiche migratorie perché troppi sono gli slogan che aleggiano alimentando paure e odio di cui non abbiamo bisogno e che rischiano di intimidirci, anche quando parliamo di immigrazione in Italia e in Germania, dimenticando chi siamo, chi siamo stati, il treno e la valigia piena di sogni con il quale siamo arrivati".

"L’emigrazione italiana in Germania non è soltanto una pagina di storia - ha concluso il suo intervento la Presidente di Benedetto -, ma un capitolo vivo della nostra identità europea, come ha detto il Presidente Mattarella,” l’emigrazione fa parte della nostra identità nazionale”. Ricordare e comprendere ci permette di rendere onore a chi ha aperto la strada e di dare strumenti a chi oggi continua a percorrerla". (aise/dip 13) 

 

 

 

 

 

 

Un calendario sui palazzi delle Ambasciate d’Italia

 

C’è un’Italia che si racconta anche attraverso i luoghi: palazzi storici, ville e residenze che ospitano Ambasciate, Residenze degli Ambasciatori e Istituti Italiani di Cultura. Non sono semplici sedi operative, ma spazi di rappresentanza in cui architettura, arti decorative e memoria istituzionale si intrecciano, offrendo una forma concreta e immediatamente percepibile della presenza italiana nel mondo. In questa prospettiva si colloca la nuova iniziativa legata alla collana dell’Editore Carlo Colombo di Roma, dedicata alla valorizzazione del patrimonio architettonico e artistico delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero: la pubblicazione del “Calendario Ambasciate 2026”, concepito come progetto editoriale che accompagna il raggiungimento del sessantesimo volume della Collana, traguardo che testimonia la continuità e la solidità di un lavoro di lungo periodo.

L’Ambasciatore Gaetano Cortese, autore del calendario, rinnova per il 2026 l’iniziativa avviata nel 2024: un calendario illustrato che raccoglie immagini delle copertine e degli ambienti interni di alcune Ambasciate e Residenze pubblicate nella Collana, trasformando un patrimonio spesso poco accessibile in un racconto visivo fruibile e immediato. L’edizione 2026 è concepita come un viaggio in dodici tappe, in cui ogni mese diventa l’occasione per entrare idealmente in un palazzo-simbolo della presenza italiana nel mondo. Il percorso inizia a gennaio con l’Ambasciata d’Italia all’Aja (“Il Palazzo di Sophialaan”), prosegue a febbraio con Vienna (Palazzo Metternich), marzo con Bruxelles (Palazzo Caraman Chimay), aprile con Bucarest (Villa Stolojan), maggio con Oslo (Villa di Inkognitogaten) e giugno con Berna (Villa dei Marchesi Paulucci di Calboli). Nel secondo semestre, luglio è dedicato a Helsinki (Villa Hjelt), agosto a Stoccolma (Palazzo di Oakhill), settembre all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid (Palazzo Abrantes), ottobre all’Ambasciata d’Italia ad Ankara, novembre alla Residenza dell’Ambasciatore a Washington (Villa Firenze) e dicembre all’Ambasciata d’Italia a New Delhi.

Nell’introduzione al Calendario, il diplomatico Stefano Baldi ricorda come i volumi già pubblicati sulle Residenze degli Ambasciatori e sugli altri palazzi di rilievo all’estero - di proprietà dello Stato italiano e destinati a ospitare le nostre Missioni diplomatiche - siano ormai numerosi. Nella maggior parte dei casi si tratta di opere corredate da ricche sezioni fotografiche e da un testo, talvolta bilingue, prevalentemente dedicato alla storia degli edifici. Baldi sottolinea inoltre che la collana curata dall’Amb. Gaetano Cortese rappresenta oggi la raccolta più completa di questo genere editoriale: un risultato che non deriva solo dall’ampiezza del catalogo, ma dalla qualità del metodo, capace di restituire il valore delle sedi diplomatiche oltre il loro pur rilevante profilo architettonico. In più occasioni, osserva Baldi, è stato evidenziato come le Missioni costituiscano una sintesi simbolica fra Paese rappresentato e Paese ospitante; il loro significato trascende dunque il mero valore degli edifici e si configura come testimonianza tangibile dei rapporti bilaterali, della loro evoluzione storica e della loro solidità. In questo quadro, le Residenze, soprattutto quando demaniali, assumono una funzione particolarmente strategica: sono strumenti di lavoro di primaria importanza e un mezzo straordinario di collegamento con la realtà locale in cui operano gli Ambasciatori, risultando spesso lo spazio più idoneo non solo per incontri ufficiali, ma anche per le molteplici iniziative di promozione dell’Italia a beneficio delle diverse componenti del Sistema Paese.

Al di là dell’impatto visivo, il Calendario ha il merito di richiamare l’attenzione sul lavoro quotidiano di tutela che consente a queste sedi di rimanere all’altezza della loro funzione: manutenzione, conservazione e interventi di restauro che preservano edifici spesso complessi, storicamente stratificati e fortemente simbolici. In questo senso, la pubblicazione diventa anche un modo per valorizzare la costante attenzione dei Capi Missione e delle strutture competenti al mantenimento e alla cura di un demanio diplomatico che non è soltanto un insieme di immobili, ma un capitale culturale e istituzionale dell’Italia nel mondo.

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, la versione digitale del “Calendario Ambasciate 2026” è scaricabile all’indirizzo:

https://diplosor.wordpress.com/wp-content/uploads/2025/12/calendario_ambasciate_cortese_2026-3.pdf

Le versioni digitali dei volumi della Collana diretta dall’Amb. Gaetano Cortese sono inoltre consultabili online nella “Biblioteca digitale dei libri scritti da diplomatici italiani”, che raccoglie numerose pubblicazioni di autori provenienti dalla carriera diplomatica, inclusa una sezione dedicata aalle Ambasciate

https://diplosor.wordpress.com/biblioteca-digitale-dei-libri-di-diplomatici-italiani/   

Arturo Varè, de.it.press 22

 

 

 

 

 

 

 

Glamour: una bellezza del cuore, non dell’apparenza

 

Il glamour è un termine che si è mosso attraverso i secoli, cambiando veste, mutando colore e acquisendo nuovi significati in ogni epoca. Per alcuni ricorda le luci brillanti, gli abiti costosi o l’aspetto perfetto. Per altri implica celebrità, fama e riconoscimento sociale. E tuttavia, al di sotto di questi strati di scintillio superficiale, esiste una verità così profonda da essere spesso trascurata: il glamour non è ciò che si dipinge all’esterno, ma lo spirito dell’anima che brilla dall’interno.

Questo può sembrare un pensiero radicale in un mondo in cui la finzione è più importante della realtà. Ma, in verità, è senza tempo. Il glamour non è mai stato realmente una questione di decorazioni materiali. La sua vera dimora è sempre stata lo spirito umano. Per interpretare il glamour, dobbiamo conoscere noi stessi. Siamo esseri stratificati, con abiti esterni che il mondo percepisce e una topografia interiore che solo noi possiamo sentire. Mentre la società glorifica sempre l’esterno, la vera bellezza è sempre stata luminosa al suo nucleo. La posa può essere lodata dal mondo, ma viene distrutta dall’assenza di luce nell’anima.

La maschera della superficialità

La cultura contemporanea ha perfezionato il processo di trasformare il glamour in un prodotto. Foto ritoccate, pose studiate, stili di vita modificati e una costante ricerca di approvazione esterna sono diventati strumenti per costruire un’immagine. Questa immagine può sembrare splendente, ma è uno splendore preso in prestito, dipendente da angoli, luci e dal giudizio del pubblico.

Questo tipo di glamour è fragile. Deve essere mantenuto e lucidato continuamente. Cambia con le mode, crolla con le critiche, svanisce quando le luci si spengono. È un glamour che nasce sulla superficie e muore sulla superficie.

Questo glamour esteriore è come una candela tenuta contro il vento: arde per un momento, vacilla in quello successivo e si spegne al minimo soffio. Non può stabilizzarsi perché non nasce dalla fornace dell’anima. Si basa sulle aspettative del mondo.

Ma esiste un altro tipo di glamour, che non è soggetto a cambiamento, che non si fonda sull’ammirazione o sull’attenzione. Non è un ornamento: è una forza.

La luce interiore: la dimora del vero glamour

Il vero glamour nasce dentro l’anima umana, nei suoi pensieri, nelle sue intenzioni, nell’intelligenza emotiva, nella gentilezza, nella forza. È una luce che brilla senza sforzo perché non è costruita; è coltivata. Questo glamour non è appariscente, ma non può essere ignorato. Non grida, ma merita rispetto. Non deve essere dipinto in superficie: cresce dalla personalità, dalla bontà, dalla forza.

Lo si vede nel modo in cui una persona si presenta, non perché vuole essere notata, ma perché è in pace con sé stessa. Lo si coglie nella sua voce, non perché cerca di impressionare, ma perché è sincera. Lo si percepisce in loro non per la bellezza dell’abito, ma per ciò che risiede nel loro mondo interiore, profondo e luminoso.

Il glamour interiore non è una decorazione, ma un bagliore. È la vittoria della realtà sulla finzione. È il trionfo dello spirito sullo spettacolo. È la bellezza che rimane quando il trucco è stato rimosso, quando gli applausi sono finiti e quando non c’è più nessuno.

Glamour come riflesso dell’anima e della forza

Il glamour interiore è il risultato della maturità. Emerge quando l’individuo comprende che il proprio valore non si misura dal numero di occhi puntati su di lui, ma dalla profondità della sua comprensione di sé. Il glamour è naturale quando l’anima è composta, elegante e radicata.

Una persona glamour non è colei che appare impeccabile, ma colei che appare completa. Il suo carisma non deriva dai vestiti che indossa, ma dalla sicurezza che possiede. Non è la perfezione a renderla attraente, ma la sua presenza. La sua bellezza non nasce dalla posa, ma dall’intento.

L’anima consapevole diventa luminosa. Questa luce non è teatrale. È trasformativa. Accarezza gli altri in modo delicato e potente. Ispira senza sforzo. Non esibisce, ma si innalza. È il glamour della realtà, non quello dell’illusione.

Perché il glamour interiore è così prezioso

L’autenticità è ribelle in un mondo in cui si impara prima a sembrare buoni che a essere buoni. Ma il glamour interiore non è difficile; richiede solo uno sguardo verso l’interno, richiede pazienza, richiede che ci si osservi. Esige che si rallenti e si ascolti il cuore.

Mentre il glamour esteriore può essere comprato, replicato o simulato, il glamour interiore deve essere conquistato. Germoglia dalle esperienze, dalle prove, dalle lezioni apprese nel silenzio, dalla saggezza accumulata nel dolore e nella guarigione.

La vita lo ha plasmato, non la moda.

Per questo alcuni dei personaggi più glamour del passato non erano coloro che possedevano guardaroba lussuosi o vite opulente. Erano uomini e donne dell’anima: scrittori, pensatori, filosofi, leader, artisti, umanitari, persone il cui bagliore interiore oscurava qualsiasi condizione esterna.

Il profumo del loro carattere era il loro glamour. Era una luce indipendente, al di là degli applausi del mondo.

Il rapporto tra glamour e autenticità

Il glamour, quando è unito alla grazia, è autenticità. Nulla è più affascinante di una persona completamente autentica: senza maschere, senza scuse, senza paura di esprimere la propria verità. L’autenticità è magnetica. Le persone la percepiscono. La fidano. Ne sono attratte.

Quando una persona non deve recitare, diventa potente.

Non è lei a inseguire l’ammirazione: è l’ammirazione a inseguire lei. Non combatte per attirare l’attenzione: è l’attenzione a essere attirata. Il suo glamour non è un ruolo: è un modo di essere.

Questo è il glamour che rimane.

È il glamour che ispira.

È il glamour che guarisce.

La grazia della semplicità

C’è una semplicità sorprendente nelle persone veramente glamour. Non sono esibizioniste o appariscenti, ma misurate. Sanno mantenere la calma nelle difficoltà, sanno ascoltare, sanno parlare con gentilezza, sanno sorridere con sincerità.

Ciò che le rende glamour sono i piccoli gesti: il modo in cui trattano gli estranei, il modo in cui affrontano le difficoltà, il modo in cui fanno sentire bene gli altri senza aspettarsi nulla in cambio. Questo tipo di glamour non ha bisogno dei riflettori perché è esso stesso una forma di luce.

La dimensione spirituale del glamour

Il vero glamour ha una dimensione profondamente spirituale. Quando l’anima è in armonia con la sua missione, quando la persona ha pensieri puri e intenzioni nobili, essa emette un’altra forma di bellezza – una bellezza che va oltre l’apparenza.

È una bellezza intuitiva.

È riconosciuta dal cuore.

È ricordata dall’anima.

Non è fisica, ma emotiva e spirituale.

Il bagliore dell’io interiore è la manifestazione umana più potente. L’età, le circostanze, le critiche non possono oscurarlo. Diventa più saggio man mano che cresce.

L’artificialità del glamour esteriore muore.

Il glamour diventa interiore nel tempo.

Trasformare sé stessi in un’anima glamour

Il glamour interiore deve essere coltivato attraverso la consapevolezza: la consapevolezza delle emozioni, dei valori, delle convinzioni e delle capacità.

Richiede di coltivare qualità come:

* la grazia che non rifiuta nessuno,

* la chiarezza che taglia l’oscurità,

* la gratitudine che illumina anche i momenti ordinari,

* la moderazione che alleggerisce l’anima,

* la fiducia che rafforza l’integrità,

* e la compassione che lega un cuore all’altro.

Queste qualità convergono e rendono una persona magnetica. Sono rassicuranti nella loro presenza. La loro vita diventa curativa. La loro esistenza diventa ispirazione.

Questa è una bellezza che non può essere fotografata o riflessa. Il glamour vive negli occhi di coloro che percepiscono la tua sincerità, nei cuori di coloro a cui sei gentile.

La verità finale

La bellezza e il glamour non smetteranno mai di essere definiti dal mondo. Ma la definizione migliore sarà sempre la tua. Quando il mondo dentro di te è luminoso, tutto ciò che tocchi diventa luminoso.

Il glamour non è una posa.

È una presenza.

Non è un’immagine.

È un’identità.

Non è mostrato.

È incarnato.

L’anima è l’unica cosa veramente glamour, una luce che non ha bisogno dei riflettori.

Krishan Chand Sethi, dip 9

 

 

 

 

 

 

Lina, chi è la prodigio che a 12 anni entra all’Università di Bonn

 

Dopo solo 6 anni di scuola, ha iniziato a studiare Economia politica in Germania. «Abbiamo dovuto raccogliere una sfida: la sua intelligenza eccezionale», dicono i genitori – di Cristina Benenati

Un prodigio, dalle enormi potenzialità, volata all’Università a 12 anni e dopo soli 6 anni di scuola. Che Lina Heider avesse delle capacità inusuali, se ne erano accorti i genitori, visto che a un anno preferiva libri con testi lunghi, a 2 sapeva contare fino a dieci e a 11 aveva letto opere come Faust I e Faust II di Goethe.

Il suo percorso scolastico ha dell’incredibile. La più giovane diplomata della Germania ha conseguito la Maturità tedesca a 11 anni e ora è già un’universitaria, iscritta a Economia politica all'Università di Bonn. Le sue potenzialità le hanno fatto bruciare tappa su tappa: dalla prima classe è passata direttamente alla quinta, poi all'ottava e successivamente alla decima, undicesima e dodicesima. In Italia, per capire meglio, è come se avesse saltato gran parte di elementari e medie, facendo meno anni di liceo rispetto al normale percorso. E i media le tengono gli occhi addosso da tempo, come stuidentessa prodigio che sta bruciando tanti record.

A stare dietro all’intelligenza della figlia, cercando di agevolarla a trovare il percorso giusto, adatto alle sue capacità, sono stati genitori. La madre racconta che per la figlia è stato difficile «ambientarsi» a scuola, all’inizio. Inizialmente si annoiava moltissimo e così è emerso qualcosa che non era mai stato una sfida per i suoi genitori o per l’asilo: l'intelligenza eccezionale di Lina.

«Lina è altamente plusdotata, con un quoziente intellettivo molto elevato», concordano i diversi insegnanti che l’hanno avuto modo di testate il suo genio. «Dopo solo un anno di scuola elementare, Lina si trasferì al liceo femminile Sankt Adelheid di Bonn – racconta la mamma -. Saltava le classi, aveva sempre nuovi compagni, che erano sempre molto più grandi. «Sono abituata a stare con persone più grandi», ha tranquillizzato la super studentessa in un’intervista. Lina e la sua famiglia hanno trovato supporto per le notevoli difficoltà accademiche anche frequentando un centro di arricchimento extracurriculare per bambini e adolescenti dotati, il Kinder-College e.V. di Coblenza. Lina frequentava il centro ogni secondo sabato del mese. Quanto è bastato per risultati eccellenti. Poi si sono aperte le porte dell’Ateneo di Bonn.

Nel breve periodo punta a conseguire la laurea triennale. In seguito, non ha escluso un periodo di studio all'estero. I suoi interessi spaziano anche in altri ambiti, tra cui biologia, germanistica, politica e scienze sociali. «Forse seguirò già ora uno o due corsi aggiuntivi», ha concluso.

Il giallo delle origini afgane, il dibattito sui social e i chiarimenti della famiglia

La storia di Lina ha preso una piega preoccupante per la famiglia, ad un certo punto. Invece di poter festeggiare serenamente con la figlia, i genitori si sono improvvisamente ritrovati al centro di una campagna sui social media. Al centro della disputa le possibili origini afghane di Lina, nascoste però, secondo gruppi di utenti sui social. Una bagarre che ha fatto emergere un presunto scandalo mediatico razzista. Una nuvola di polemiche che sembrerebbero senza fondamento. Nessune origini negate, pare abbiano detto i genitori a ZDFheute: Lina è nata in Germania, i suoi genitori non sono afghani e la famiglia non ha precedenti di rifugiati. Poi una frase che un po’ di dubbio, però, lo lascia: «La famiglia chiede che sia rispettata la privacy e non desidera rilasciare ulteriori dichiarazioni al momento». Ma origini, dibattito e odio social a parte, il genio di Lina va avanti dritto nelle aule universitarie. LS 16

 

 

 

 

 

Si pregano gli italiani all’estero di porgere l’altra guancia

 

Viviamo in un periodo in cui, se non si presta attenzione al flusso di informazioni provenienti dall’Italia, si rischia di rimanere tagliati fuori da decisioni che, pur essendo prese nel silenzio generale, incidono profondamente sulla vita degli italiani all’estero. Chi vive fuori dal Paese spesso non ha accesso a un’informazione completa: i telegiornali e i programmi televisivi di approfondimento raramente dedicano spazio alle questioni che riguardano i quasi 8 milioni di cittadini italiani residenti oltre confine. E così, mentre l’opinione pubblica resta concentrata sui temi interni, si compongono mosaici legislativi e riforme che riguardano direttamente la diaspora, ma di cui si parla poco o nulla.

Alcune mie considerazioni mi portano ad avere dubbi su procedure pronte a essere adottate o già imposte, come il voto in presenza nei consolati: un ostacolo mascherato da riforma.

In questo contesto, circola insistentemente la notizia che, per il referendum sulla riforma costituzionale relativa alla giustizia, previsto, secondo diverse indiscrezioni, per marzo 2026, il Governo italiano stia valutando di reintrodurre il voto esclusivamente in presenza presso i consolati.

Una simile scelta sarebbe devastante per milioni di italiani che vivono a centinaia o migliaia di chilometri dal consolato più vicino. In molti Paesi le strutture consolari sono poche e insufficienti per accogliere flussi massivi; molti lavoratori non potrebbero assentarsi e gli anziani, i disabili e le famiglie con bambini non avrebbero alternative.

Un diritto costituzionale fondamentale, il voto, diventerebbe di fatto un privilegio per pochi.

Ed è difficile non intravedere in questa proposta un possibile “esperimento generale”, un test preliminare per valutare la reazione della comunità italiana all’estero in vista della riforma considerata dal Governo la madre di tutte le riforme: il Premierato (o “Presidenzialismo di fatto”). In una fase politica tanto delicata, limitare la partecipazione elettorale degli italiani all’estero equivarrebbe a escludere una parte significativa del corpo elettorale, che spesso vota diversamente rispetto al trend interno.

Da maggio abbiamo segnalato l’impatto della nuova legge sulla cittadinanza italiana per i nati all’estero. Essa stabilisce che chi nasce fuori dall’Italia e possiede un’altra cittadinanza non acquisisce automaticamente quella italiana, e che la cittadinanza potrà essere riconosciuta solo attraverso una procedura di richiesta legata alla discendenza e a determinati requisiti.

Ma la legge introduce anche alcune eccezioni: viene prevista infatti la possibilità dell’acquisto della cittadinanza “per beneficio di legge” per i figli minori nati all’estero, purché almeno uno dei genitori sia cittadino italiano per nascita.

Da anni si registrano interventi che riducono o limitano progressivamente le risorse per gli iscritti AIRE. Dai corsi d’italiano alle attività culturali, passando per le carenze dei servizi in alcuni consolati nel mondo, dovute soprattutto alla mancanza di personale, il quadro è quello di un progressivo disinvestimento. Anche le istituzioni elette, come i Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.) e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), patiscono profondamente questo incomprensibile comportamento del Governo verso gli italiani che vivono oltre confine.

Le istituzioni rappresentative, come Com.It.Es. e CGIE, denunciano da anni questa deriva, ma spesso vengono ignorate o consultate solo formalmente, senza un reale ascolto politico.

Il messaggio implicito sembra essere chiaro: gli italiani all’estero contano quando servono, ma diventano invisibili quando bisogna investire su di loro.

Dei piccoli passi avanti, seppur insufficienti, si sono registrati grazie all’impegno di alcuni parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, in primis l’On. Toni Ricciardi: l’esenzione IMU per circa 100.000 italiani iscritti AIRE proprietari di una casa in Italia e la possibilità di richiedere o rinnovare la Carta d’Identità Elettronica (CIE) nei comuni italiani durante i rientri temporanei. Sono passi positivi, ma incapaci di compensare la generale linea di disinvestimento e disinteresse.

L’Italia sembra dimenticare che gli italiani all’estero iscritti all’AIRE sono più di 7 milioni e 300 mila e continuano a crescere. Essi rappresentano una delle più grandi comunità transnazionali del mondo e generano ricchezza economica, culturale e diplomatica per il Paese. Promuovono l’Italia ovunque, spesso più efficacemente di molte politiche istituzionali.

Eppure, dalle scelte recenti appare come se fossero un peso, un problema, un capitolo trascurabile della vita nazionale. Questa percezione alimenta frustrazione, distacco emotivo, senso di abbandono e perfino un indebolimento dell’identità italiana all’estero.

L’Italia celebra la sua cucina, ma dimentica chi l’ha resa globale.

Oggi esultiamo per l’ingresso della cucina italiana nel Patrimonio Immateriale dell’UNESCO, un traguardo straordinario. Ma raramente viene riconosciuto che la diffusione planetaria della cucina italiana non è merito della politica italiana, bensì del lavoro degli italiani all’estero: ristoratori, imprenditori, commercianti, associazioni regionali, famiglie di emigrati che per decenni hanno portato, difeso e valorizzato la nostra cultura gastronomica nei cinque continenti. Se la cucina italiana è conosciuta ovunque, è soprattutto grazie a loro.

Mi auguro sinceramente che le mie riflessioni siano solo supposizioni e non anticipazioni di ciò che verrà. Ma una cosa la so: gli italiani all’estero non staranno a guardare.

Difenderanno i propri diritti, la propria identità e il proprio legame con la Nazione Italia. Perché essere italiani non è solo una questione di geografia, ma di appartenenza, memoria e continuità culturale. Carmelo Vaccaro, aise 11)

 

 

 

 

 

 

La resilienza ereditata dai nostri antenati

 

Dalla Sicilia delle guerre servili alla memoria culturale, le voci degli schiavi ci parlano ancora oggi.

La Sicilia, tra il 135 e il 100 a.C., fu teatro delle prime grandi ribellioni di schiavi della storia. Uomini e donne privati della libertà si sollevarono contro i padroni romani, guidati da figure come Salvius e Athenion. Non era solo rabbia cieca: era una lotta per dignità, identità e libertà collettiva, un esempio di resilienza che ci parla ancora oggi. Anche nella vita quotidiana più dura, gli schiavi sviluppavano strategie di sopravvivenza e resistenza morale. Canti di lavoro, gesti segreti, piccoli rituali e manufatti simbolici permettevano di preservare identità, memoria e solidarietà, strumenti che venivano trasmessi di generazione in generazione e diventavano parte della memoria collettiva. Oggi alcune tradizioni popolari siciliane, canti e rituali legati alla terra possono essere interpretati come eco della memoria degli schiavi, insegnandoci che la dignità e la forza interiore possono sopravvivere anche nelle condizioni più dure.

Studiare la storia vista dalla prospettiva degli schiavi siciliani significa riconoscere la nostra forza interiore, coltivare la memoria e valorizzare solidarietà e dignità.

La resilienza non è solo un valore del passato: è un patrimonio vivo che possiamo portare dentro di noi ogni giorno, un’eredità silenziosa dei nostri antenati che ci insegna a sopravvivere, resistere e mantenere l’identità anche di fronte alle sfide più estreme.  

Giuseppe Tizza, de.it.press 21

 

 

 

 

 

La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

 

ROMA – Nell’ambito della presentazione a Villa Madama della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo (vedi Inform Presentata a Villa Madama la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, Tajani: Il settore agroalimentare rappresenta il fiore all’occhiello della produzione italiana e del nostro export | www.comunicazioneinform.it) si è tenuto un panel dedicato alle opportunità e alle sfide della filiera agroalimentare e vitivinicola. Ha in primo luogo preso la parola Vincenzo Celeste (Rappresentante Permanente presso l’Unione Europea) che ha ricordato il tema dei dazi statunitensi e di come l’UE sia riuscita, seppur tra problemi di varia natura, a gestire tale questione, essendo il tema economico internazionale un qualcosa che compete alle istituzioni comunitarie. Sono stati ricordati appunto i dazi che si sono fermata alla soglia del 15% per lo meno nel settore in oggetto. “Da questi dazi stiamo chiedendo delle esenzioni che riguardano diversi prodotti: esenzioni che però ancora non riusciamo ad ottenere”, ha spiegato Celeste sottolineando che un miglioramento delle condizioni per i prodotti europei sarebbe subordinato all’approvazione dei regolamenti UE per la riduzione dei dazi europei nei confronti dei prodotti americani. Maurizio Martina (Vicedirettore generale della FAO) ha confermato che il saper fare italiano anche nel settore agroalimentare è un valore aggiunto straordinario. “Tutti riconoscono questa forza: è uno degli esempi di soft power, per quanto non sia riassumibile solo in questo concetto ma riguarda anche il modo con cui riusciamo a fare impresa e portare le nostre esperienze nel mondo”, ha rilevato  Martina evidenziando che c’è poi l’impatto del cambiamento climatico e ci sono le sfide tecnologiche che stanno certamente influendo nel settore in questione. Martina ha infine auspicato nuovi spazi di crescita passando anche per le grandi agenzie coinvolte nel multilateralismo. Luigi Scordamaglia (Amministratore Delegato Filiera Italia) ha sottolineato l’importanza di avere alleanze tra mondo pubblico e privato esprimendo soddisfazione per il modo in cui si sta sviluppando questo coordinamento. “Bisogna avere il coraggio di riconoscere ai governi ciò che fanno”, ha sottolineato Scordamaglia evidenziando i 15 miliardi messi dall’attuale Governo per la filiera agroalimentare muovendosi anche a sistema con un Ministero degli Esteri che si è evoluto negli anni nell’aspetto commerciale. Lucia Forte (Amministratore Delegato Oropan) ha spiegato che a volte basta un semplice prodotto come il pane per raccontare cosa è davvero un Paese, rappresentando un prodotto all’apparenza così comune anche valori e cultura. Forte ha ricordato che internazionalizzare il pane è un qualcosa di importante perché significa portare la nostra terra nel mondo insieme a un sistema produttivo sostenibile. Luca Brondelli (Vicepresidente Confagricoltura) ha spiegato che in questo momento i dazi stanno impattando su alcuni prodotti italiani per quanto abbia la convinzione che gli imprenditori saranno efficienti nel far fronte al problema. Brondelli ha anche espresso un certo orgoglio per la quantità di italiani che, in giro per il mondo, hanno saputo fare impresa avendo successo. “Non vendiamo solo prodotti ma uno stile di vita”, ha sottolineato Brondelli menzionando ad esempio la qualità della dieta mediterranea. Marzia Varvaglione (Vicepresidente Unione Italiana Vini) ha spiegato che la cucina rappresenta necessariamente l’abbinamento tra cibo e vino. Tuttavia anche il consumo di vino è leggermente cambiato, recentemente, con l’adozione di nuove abitudini culinarie, più leggere, ma senza rinunciare a questo prodotto che resta ben presente sulle tavole degli italiani. A seguire si è svolto il Panel sulla dimensione del cibo come elemento di cultura, condivisione e dialogo. Bruno Archi (Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a Roma) ha definito il diritto al cibo come un qualcosa che equivale a dignità. Archi si è riferito a zone calde come la Striscia di Gaza e il Sudan dove il cibo è la primaria necessità per la popolazione civile. Archi ha anche menzionato il programma alimentare della FAO,  ringraziando la filiera agroalimentare italiana per la solidarietà. Si è poi parlato dell’invio di circa 300 tonnellate di cibo a Gaza. Una iniziativa he ha comportato certamente degli ostacoli anche di carattere burocratico. “Questa azione ci è stata riconosciuta anche da altri Paesi europei”, ha aggiunto Archi, evidenziando come l’Italia abbia dato prova dell’impegno del  Sistema Paese con un tavolo variegato per portare avanti un programma come il Food for Gaza. Maddalena Fossati (Presidente del Comitato promotore della cucina italiana a Patrimonio immateriale dell’UNESCO) ha definito la cucina italiana come un elemento fortemente identitario e culturale: “esiste da tantissimo tempo prima ancora che si formasse l’Italia”, ha precisato Fossati ricordando che il riconoscimento a Patrimonio UNESCO della cucina italiana sarebbe un risultato importantissimo. “Ho visto cuochi che hanno cominciato a dialogare e cucinare insieme: passi importanti verso l’appropriazione culturale della cucina italiana. Comunque vada c’è questa consapevolezza forte”, ha spiegato Fossati auspicando che la cucina italiana possa essere insegnata come materia scolastica. Alberto Figna (Presidente di ALMA) ha ricordato che ALMA nasce oltre venti anni fa sulla base di un’idea di cultura del territorio legata al cibo. “In venti anni ha formato 15mila diplomati”, ha rilevato Figna sottolineando che probabilmente in molti ristoranti di alta cucina in giro per il mondo potrebbe esserci un diplomato ALMA. “La cucina italiana è una forma di cultura viva capace di ispirare, educare e creare connessioni profonde”, ha evidenziato Figna sottolineando che ALMA collabora con numerose scuole straniere in diversi Paesi del mondo. Lo Chef Salvatore Bruno (Segretario Generale Federazione Italiana Cuochi) ha ricordato che spesso si parla della cucina italiana come ambasciatrice dei nostri territori. “Questo è vero ma ci rendiamo anche conto che la cucina italiana oltre che avere un’identità ha una grandissima competenza nel trasformare il patrimonio della nostra biodiversità e stagionalità”, ha aggiunto Bruno sottolineando che l’Italia non esporta solo prodotti ma esporta anche molte competenze. Lo Chef Alessandro Circiello (Responsabile Comunicazione Federazione Italiana Cuochi) ha parlato di cucina italiana evidenziando i suoi aspetto salutari, considerando l’intera piramide alimentare fatta anche di stagionalità e biodiversità. Circiello ha quindi elogiato le materie prime della cucina italiana che sono alla base dei piatti della tradizione italiana. (Inform/dip 2)

 

 

 

 

 

L’evoluzione

 

La struttura di un prospettato Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE) è stata programmata per essere un contatto operativo tra chi ha quesiti da esporre con chi è in grado di fornire degli adeguati pareri. Dato che i Connazionali all’estero ci hanno già fatto conoscere alcune loro necessità, a noi non resta che dare possibile valenza ad un progetto che, una volta completato, consentirebbe d’esporre, a chi compete, i problemi che interessano i nostri Lettori e non necessariamente solo quelli residenti all’estero.

 Il DIE dovrebbe essere strutturato in modo d’offrire un quadro di generale interesse sulle principali questioni socio/economiche che richiedono chiarezza espositiva e rapidità interpretativa. Senza dimenticare anche l’appoggio delle Associazioni italiane che già si sono sviluppate all’estero. Insomma, meno “sigle” e più collaborazione. Al momento opportuno, specificheremo come esporre i problemi. Ovviamente dopo che il DIE sarà una realtà politica operativa. Ora dovrebbero entrare in campo i partiti.

Solo così si potrà introdurre un valido servizio operativo che, ora, appare inaccessibile, o poco comprensibile, per chi vive lontano dalla Penisola. Il Dipartimento potrebbe essere la svolta interpretativa ai problemi che coinvolgono milioni d’italiani “altrove” e che la politica, alla vecchia maniera, non ha mai affrontato coerentemente. Questo 2026 potrebbe essere l’anno dell’auspicata evoluzione socio/politica.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La Favola del Ponte che Sognava il Giorno

 

C’era una volta, lungo il grande fiume Reno, un ponte elegante come un arco di luce.

Di notte sembrava addormentato, immobile, avvolto nel silenzio dell’acqua.

Di giorno, invece, diventava un corridoio di passi, pensieri e sogni.

Sulla sponda destra viveva Lina, una giovane che ogni mattina attraversava il ponte per andare a lavorare sulla sponda sinistra.

Lina aveva un dono: sapeva vedere le storie nascoste nelle cose.

Così, mentre camminava, osservava il Reno cambiare colore e umore: a volte d’argento, a volte d’oro, a volte di un blu profondo che sembrava custodire segreti millenari.

Il ponte, che tutti chiamavano semplicemente Ponte, la conosceva bene.

Aveva notato che Lina non era come gli altri passanti: lei si fermava, respirava, guardava il fiume come se ascoltasse una musica che gli altri non sentivano.

E quando scattava una foto, Ponte sentiva di diventare parte di qualcosa di importante, come se ogni suo rumore o riflesso fosse un piccolo pezzo d’arte.

Un pomeriggio d’autunno, mentre il vento faceva danzare le foglie nell’aria, Ponte si accorse che Lina sembrava più stanca del solito.

“Vorrei potermi muovere,” pensò, “vorrei portarla io, sollevarla, farle sentire quanto è bello ciò che vede ogni giorno.”

Ma Ponte era un ponte, e i ponti non camminano.

Allora decise di fare l’unica cosa che potesse: regalare bellezza.

Quel giorno volle riflettere la luce del tramonto meglio che poteva. Allungò la sua ombra sull’acqua come un abbraccio e lasciò che il vento portasse verso Lina un profumo di foglie e fiume.

Lina si fermò, guardò il cielo diventare arancio e il Reno trasformarsi in vetro liquido.

Il cuore si riempì.

Il respiro si fece leggero.

“Grazie,” sussurrò.

E il ponte sentì quelle parole vibrare nelle sue travi, come se fossero note di una canzone.

Da quel giorno, ogni mattina e ogni sera, Ponte e Reno si mettevano d’accordo per regalare a Lina un piccolo miracolo: una luce inattesa, una nuvola dalla forma buffa, un volo di uccelli, un riflesso dorato.

Lei li fotografava e li portava al mondo, a chi non aveva la fortuna di vivere quel percorso incantato.

Così, col tempo, si diffuse una voce:

“Sulle sponde del Reno c’è un ponte che fa magie.”

Ma pochi sapevano che quelle magie erano nate dall’amicizia silenziosa tra una giovane che sapeva vedere e un ponte che aveva imparato a sognare.

E ogni volta che Lina camminava verso casa, Ponte pensava: “Non posso muovermi.

Ma posso essere il luogo dove qualcuno ritrova il cuore.”

E questo gli bastava.

Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

Disparità nelle pensioni pubbliche e private all’estero

 

ROMA - La disparità di trattamento fiscale dei pensionati pubblici (Ex Inpdap) e privati all’estero è “coerente con il Modello OCSE di Convenzione fiscale”, “largamente accettato nelle relazioni tra Stati”. Così la sottosegretaria all’economia, Lucia Albano, che ieri, in Commissione Finanze, ha risposto alla interrogazione con cui Toni Ricciardi (Pd) chiedeva al Mef se intendesse “promuovere, per quanto di competenza, anche in sede internazionale, una revisione delle convenzioni contro le doppie imposizioni e adottare iniziative normative per modifiche della disciplina volte ad assicurare un trattamento fiscale equo tra pensionati pubblici e privati residenti all'estero, evitando disparità non più coerenti con i principi di uguaglianza e con l'attuale quadro europeo della mobilità dei lavoratori”.

Ricciardi, in particolare, richiamava la Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Germania, in base alla quale le pensioni da lavoro privato sono tassate esclusivamente nel Paese di residenza del soggetto, mentre quelle pubbliche restano tassate in Italia.

“L'obiettivo generale della tipologia di convenzioni qui in rilievo risiede nell'eliminazione della doppia imposizione attraverso la ripartizione tra i due Stati contraenti dei diritti impositivi”, ha ricordato Albano. “Il singolo assetto regolatorio riflette, peraltro, la specificità delle relazioni storiche, economiche e sociali bilaterali tra gli Stati contraenti. D'altra parte, possono legittimamente sussistere dei trattamenti diversi nella legislazione interna degli Stati nazionali, ciascuno dei quali assoggetta a imposizione i redditi da pensione in base alla propria legislazione domestica. In ogni caso, ove gli Stati contraenti sono anche Paesi membri dell'Unione europea, la ripartizione della potestà impositiva avviene nel pieno rispetto delle libertà fondamentali di cui ai Trattati”.

Entrando nel merito della questione, la sottosegretaria ha sostenuto che “il differente trattamento dei pagamenti pensionistici privati (ex articolo 18) e pubblici (ex articolo 19) è coerente con il Modello OCSE di Convenzione fiscale, modello largamente accettato nelle relazioni tra Stati, cui pure il trattato italo-tedesco si ispira. In particolare, il Commentario al Modello OCSE, relativamente all'articolo 19, evidenzia come l'imponibilità nello Stato della fonte inizialmente rispondeva a esigenze di cortesia internazionale e di rispetto reciproco tra Stati sovrani”.

Lo stesso Commentario “sottolinea inoltre che il principio secondo cui la potestà impositiva spetta esclusivamente allo Stato che eroga il reddito è stato recepito in un numero così elevato di convenzioni stipulate tra gli Stati membri dell'OCSE da potersi considerare ormai consolidato a livello internazionale. Viene infine chiarito che le pensioni corrisposte agli ex dipendenti pubblici sono, ai fini fiscali, assimilate ai salari o agli stipendi percepiti dagli stessi lavoratori durante il periodo di servizio attivo”.

Quindi, ha concluso, “non sembrerebbero sussistere ragioni di carattere tecnico a sostegno della necessità di modificare i criteri di ripartizione pattizia della potestà impositiva con riguardo alle pensioni percepite dai lavoratori pubblici”.

Nella sua replica, Ricciardi si è detto “da un lato soddisfatto per la presa d'atto del problema, dall'altro insoddisfatto per l'assenza di una proposta risolutiva”. Il deputato eletto all’estero ha quindi invitato la sottosegretaria “ad intervenire fattivamente, come già più volte fatto in passato, per alleviare la condizione di quei pensionati italiani residenti all'estero, costretti, di fatto, a subire una doppia imposizione, con una sostanziale e gravosa decurtazione delle somme loro spettanti”. Ricciardi ha infine auspicato “un intervento tempestivo dell'Esecutivo”, assicurando la sua “massima cooperazione anche nell'individuazione degli strumenti che si riterranno più opportuni per fronteggiare la prospettata diseguaglianza”. (aise/dip 17) 

 

 

 

 

 

Testimonianza di un insegnante nelle classi di inserimento

 

Düsseldorf. Quando ripenso ai miei primi anni di insegnamento in Germania, tornano alla mente le classi di inserimento, attive fino alla metà degli anni Ottanta. Erano classi particolari, nate per accompagnare i ragazzi italiani emigrati in un sistema scolastico diverso, senza spezzare bruscamente il loro legame con la lingua e la cultura d’origine.

In queste classi i ragazzi seguivano lezioni in italiano e lezioni in tedesco, secondo il livello linguistico raggiunto. Fino al 1978, questo modello permetteva un inserimento graduale, rispettoso dei tempi di ciascuno. L’italiano non era un’aggiunta marginale, ma una componente viva della quotidianità scolastica.

Ho insegnato in quegli anni prima alla Tomasschule e poi alla Wangelschule. L’atmosfera che si respirava era molto diversa da quella che sarebbe venuta in seguito. I ragazzi continuavano a vivere, per gran parte della giornata, in un ambiente italiano: parlavano la loro lingua, condividevano riferimenti comuni, si sentivano meno soli. Questo creava un clima di fiducia, quasi familiare, che favoriva anche l’apprendimento del tedesco.

Ricordo studenti ancora incerti, ma più sereni. Avevano il tempo di orientarsi, di capire, di crescere senza sentirsi costretti a rinunciare subito a una parte importante della propria identità. Come insegnante, sentivo che il mio ruolo andava oltre la didattica: significava accompagnare, rassicurare, ascoltare.

Con il passare degli anni, le classi di inserimento scomparvero e l’integrazione prese forme diverse. Oggi non spetta a me giudicare quei cambiamenti, ma posso dire che quel periodo ha lasciato un segno profondo, umano e professionale. Le classi di inserimento rappresentarono un tentativo concreto di coniugare integrazione e rispetto delle radici.

È una realtà che appartiene al passato, ma che merita di essere ricordata. Perché in quelle aule non si insegnava soltanto una lingua: si aiutavano dei ragazzi a trovare il loro posto tra due mondi. Giuseppe Tizza, dip 28

 

 

 

 

 

Giornata internazionale dei migranti: la storia di Balbir Singh

 

Il 18 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei migranti, proclamata dall’Onu nel 2000 per ricordare l’approvazione – il 18 dicembre 1990 – della “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. Per l’occasione ripubblichiamo integralmente da “Migranti Press” l’intervista di Ilaria De Bonis a Marco Omizzolo sulla vicenda “esemplare” – una storia di successo ma anche di fallimenti – di Balbir Singh.

È forse ingenuo definire la storia di Balbir Singh semplicemente come di successo o “a lieto fine”. Ma, in effetti, quella del bracciante sikh indiano rimasto schiavo per sei anni in una tenuta di uno dei tanti “padroni” dell’Agro pontino, e poi liberato, non può essere chiamata in altro modo.

L’uomo, originario del Punjab come migliaia di altri braccianti nelle campagne laziali, è emerso dalla trappola di una vita disumana e fuori legge (schiavizzata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua forza di volontà, alla preghiera, e a una profonda fede in Dio, quella del sikhismo appunto.

Ma senza la rete di persone, con Marco Omizzolo al centro, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le forze dell’ordine, Balbir non sarebbe mai uscito dalla schiavitù.

Ne abbiamo parlato proprio con Omizzolo, classe 1975, sociologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle campagne della Pianura Pontina. È co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir, pubblicato da People editore.

«Oggi Balbir è impiegato come lavoratore agricolo nelle campagne italiane, con un contratto di lavoro in regola e ha preso la patente. È molto grato all’Italia per averlo aiutato a uscire da questo incubo. Per lui lavorare, rimanere qui e poter guidare un veicolo è un grande successo! Sia dal punto di vista lavorativo che personale e famigliare, Balbir Singh sta crescendo», ci spiega Omizzolo.

Tuttavia questa storia racconta anche il fallimento di un Paese, il nostro, che consente di tenere in piedi un sistema di corruzione, criminalità e schiavitù molto solido, dove i “padroni” si spalleggiano a vicenda e alcuni imprenditori locali, grazie alla connivenza degli enti intermedi, possono schiavizzare gli esseri umani.

Ci sono leggi, spiega Omizzolo, come la Bossi-Fini, che «rendono possibili situazioni di precarizzazione, eclissamento dei diritti e delegittimazione» delle persone, con o senza permesso di soggiorno. Marco è decisamente uno dei riferimenti di quella rete che combatte da moltissimi anni per portare alla luce situazioni di sfruttamento e rafforzare gli strumenti a favore di chi vive in Italia.

Tuttavia, rispetto al fenomeno ignobile del trattamento dei braccianti nelle campagne, del lavoro in nero e della violazione degli obblighi sanitari e legali, ammette di non essere per nulla ottimista: «Questo fenomeno, che sfocia nello schiavismo, nonostante le molte inchieste fatte e nonostante sia tutto uscito allo scoperto, non è stato scalfito in Italia».

L’affermazione di Omizzolo, che è anche docente universitario, pesa come un macigno. La denuncia è forte: «c’è una macchina social-politica e culturale che persiste. Un impianto normativo procedurale e un welfare che hanno come scopo quello di produrre schiavi. Negli anni questa macchina è rimasta invariata».

L’intricato meccanismo che rende “mafiosa” tutta l’attività che ruota attorno ai “padroni” è stato analizzato in diversi libri da Omizzolo; in particolare con “Il sistema criminale degli indiani punjabi in provincia di Latina”, pubblicato nel volume a cura di Stefano Becucci e Francesco Carchedi, Mafie straniere in Italia, come operano come si contrastano (Franco Angeli, 2016).

Dall’altra parte della barricata ci sono persone senza protezione, ma molto rispettose persino del padrone: tutto ciò è insito nella visione del sikhismo, così come l’attaccamento al lavoro e il senso di solidarietà. Nonché la voglia di fare giustizia.

«Abbiamo anche avviato delle cause contro alcune aziende – dice Omizzolo –, ma ci vogliono almeno tre anni per ottenere giustizia. E nel frattempo molti lavoratori vengono licenziati. Ci sono casi di donne maltrattate, che hanno subito abusi e ricatti sessuali, ma non è scontato pensare che ottengano giustizia».

C’è la storia di una trentenne molto coraggiosa che anni fa ha raccontato tutto nel corso di un’assemblea pubblica, mettendosi a nudo con fatica: «e non è facile per le donne, abituate al silenzio e a star nell’ombra, denunciare gli abusi», dice Marco.

Queste vite sommerse e ben nascoste, occultate da un sistema che è nato per lo sfruttamento, già da alcuni anni stanno emergendo.

È amaro constatare come l’azione di Omizzolo e quella di tanti come lui, compresa la Chiesa cattolica che sul territorio è impegnata ad aiutare, «hanno fatto emergere il sistema, ma non lo hanno potuto indebolire».

Il sociologo dice che c’è «una ecclesia straordinaria, come quella del Monastero di San Magno a Fondi, che fa tanto per dare sostegno a chiunque ne abbia bisogno». Ma il sentore è che la buona volontà non basti più. Che serva un’azione politica forte. L’azione dei sindacati, ad esempio, nella quale lo stesso Omizzolo credeva molto in passato, «appare oggi deludente», ammette lui.

Se qualche tempo fa ci aveva raccontato: «non è vero che il sindacato ha esaurito la sua funzione: qui siamo di fronte a nuovi conflitti sociali», oggi è decisamente più scettico e per certi versi abbattuto.

Tornando invece alla “parte sana”, e di nuovo a Balbir, che è portatore di speranza vera, vale la pena leggere il libro perché è un’incredibile immersione nell’universo fisico, mentale e spirituale di un uomo dall’elevata forza morale. «Da circa sei anni non entro in un negozio, non torno a casa dai miei figli, non vado a fare una passeggiata, a una festa sikh o a un matrimonio. Sono carne e ossa usate dal padrone per i suoi interessi», racconta nel volume.

Per ben sei anni, relegato in una roulotte, vive vessazioni, fame, privazione di libertà personale e duro lavoro. E tuttavia non si arrende, mantiene salda la sua umanità e lo sguardo alto al cielo: è un insegnamento di come si possa non passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice, e di come si possa testimoniare il bene.

Leggendo, noi pure veniamo contagiati, siamo spinti all’azione. Non possiamo più dire di non sapere o di non voler vedere. Balbir non apre gli occhi al sistema corrotto, perché non fa miracoli, ma li apre al resto del mondo libero.

«Noi schiavi abitiamo accanto a voi, a volte anche dentro le vostre case» scrive Balbir nel capitolo “La schiavitù è sotto gli occhi di tutti, eppure ci chiamate invisibili”. «Ci potete incontrare per strada, in un cantiere, al supermercato, in fila all’Ufficio immigrazione della Questura o mentre pedaliamo su una bicicletta scassata, indossando uno zaino enorme per consegnare nelle vostre mani delle gustosissime pizze made in Italy cucinate da molti di noi».

Come ci spiega ancora Marco Omizzolo la vicenda di quest’uomo «non è un caso eccezionale, isolato ma Balbir ha comunque vinto».

«È stato da poco di nuovo in India dove ha potuto riabbracciare la moglie e i figli e soprattutto conoscere il nipotino nato da poco. È possibile affermare che Balbir si dava per morto e invece abbraccia il futuro. Aveva anche pensato al suicidio durante quei sei anni, ma alla fine non lo ha fatto, perché è un uomo profondamente religioso e la sua religione gli vieta di uccidersi».

Balbir ci insegna la postura da assumere, il senso di gratitudine per il creato e l’amore per gli altri da mantenere anche in situazioni di grave sofferenza. «Lo schiavo oggi non ha le catene, però, per come viene considerato, trattato, definito e sfruttato, non può esercitare quei diritti che voi considerate normali». Eppure ha sempre la possibilità di scegliere se stare dalla parte della vita o della morte, del cielo o dell’abisso, del sorriso e della speranza o della disfatta totale. (“Il successo di Balbir Singh e il fallimento di un sistema schiavista. Una conversazione con Marco Omizzolo” di Ilaria De Bonis – da “Migranti Press” 10 2025).

 

 

 

 

 

 

Primo sí alla Camera. Esenzione Imu

 

ROMA - Con 299 voti a favore e nessun contrario, l’Aula di Montecitorio ha approvato in prima lettura la proposta di legge che elimina l’Imu sulla prima casa (non locata) che gli italiani all’estero iscritti all’Aire posseggono in Italia.

Il testo - Modifiche all'articolo 1, comma 741, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, in materia di equiparazione del regime fiscale nell'applicazione dell'imposta municipale propria relativamente a immobili posseduti nel territorio nazionale da cittadini iscritti nell'Anagrafe degli italiani residenti all'estero – passa ora in Senato per la seconda lettura.

A prima firma Ricciardi (Pd), il testo approvato è stato abbinato nel corso dell’esame alla Camera alle altre proposte di legge presentate nel tempo dagli eletti all’estero Di Giuseppe (FdI), Onori (Az) e Billi (Lega), ma anche da Lovecchio (M5S), Manes (Misto) e Borrelli (Avs).

Il testo introduce tre fasce di agevolazione in base alla rendita catastale degli immobili.

Per le case con rendita fino a 200 euro l’IMU sarà completamente azzerata; per quelle con rendita tra 201 e 300 euro l’imposta sarà ridotta al 40%, mentre per le rendite tra 301 e 500 euro la riduzione sarà del 67%. Contestualmente, la TARI e la tariffa rifiuti saranno ridotte del 50%, con possibilità per i Comuni di mantenere la riduzione dei due terzi. (aise)ROMA\ aise\ - “L’approvazione della legge che prevede l’esenzione dall’IMU per gli italiani all’estero proprietari di un’abitazione nei piccoli comuni italiani è un’altra importante conquista che conferma come il Partito Democratico sia non soltanto il principale difensore ma anche l’attore principale delle politiche a favore degli italiani nel mondo”. Così Fabio Porta, deputato Pd eletto in Sud America, a commento del primo via libera, approvato ieri alla Camera, alla proposta di legge a prima firma Riccardi che estende l’esenzione dell’Imu sulle prime case, non locate, possedute in Italia dagli iscritti Aire. Il testo introduce tre fasce di agevolazione in base alla rendita catastale degli immobili.

“Un risultato storico ottenuto grazie alla proposta di legge che con la prima firma del collega Toni Ricciardi abbiamo presentato alla Camera e che ora attende solo il “sì” del Senato”, aggiunge Porta.

“Il Pd – annota il parlamentare – non è così solo il partito delle grandi battaglie a difesa del diritto della cittadinanza degli italiani nel mondo e contro le assurde riforme del Ministero degli Esteri; siamo il partito dei risultati: dai fondi ottenuti nella scorsa legge di bilancio a favore dei Comites alla legge che trasferisce ai servizi consolari una parte della tassa sui passaporti, dalla possibilità di chiedere la carta di identità elettronica ai comuni italiani all’introduzione dello studio dell’emigrazione italiana nelle scuole”.

“Mentre il governo Meloni-Salvini-Tajani toglie la cittadinanza agli italiani all’estero e rende più distante e complesso il rapporto tra cittadini iscritti all’AIRE e la pubblica amministrazione, - conclude Porta – noi del Partito Democratico otteniamo risultati concreti e portiamo avanti con competenza e determinazione la battaglia parlamentare a difesa dei diritti degli italiani nel mondo”. (aise 5) 

 

 

 

 

 

Alfabetizzazione, parola scritta e sviluppo delle società europee

 

La diffusione dell’alfabetizzazione e dell’obbligo scolastico nei paesi europei non è avvenuta in modo uniforme né ha risposto ovunque alle stesse finalità. Al contrario, essa si è sviluppata in epoche diverse e per motivazioni profondamente differenti, producendo effetti culturali, politici e sociali che ancora oggi incidono sulle strutture mentali delle società europee.

Un caso emblematico è rappresentato dall’area germanica e, più in generale, dai territori influenzati dalla Riforma protestante. Con Martin Lutero si afferma un principio radicalmente nuovo: il fedele deve leggere personalmente la Bibbia e trarre da essa, in autonomia, le proprie conclusioni morali e religiose. La parola scritta diventa così non solo veicolo di sapere, ma fondamento dell’autorità. Da questa impostazione deriva un impulso decisivo alla creazione di scuole, alla traduzione dei testi sacri in lingua volgare e alla diffusione capillare dell’alfabetizzazione già tra XVII e XVIII secolo. Nel XIX secolo, l’analfabetismo nei territori germanici risulta ormai residuale.

Per contrasto, in molte altre aree d’Europa il motore dell’alfabetizzazione di massa non fu la Riforma religiosa, bensì la Rivoluzione francese e la sua eredità politica. I principi di libertà, uguaglianza e fratellanza presupponevano cittadini consapevoli, capaci di leggere le leggi, comprendere i diritti e partecipare alla vita pubblica. L’istruzione divenne così uno strumento di emancipazione civile e di costruzione dell’identità nazionale, con finalità giuridiche e politiche prima ancora che culturali.

Nei paesi dell’Europa latina e cattolica, tuttavia, questo processo rimase a lungo incompleto o diseguale. Qui la trasmissione del sapere continuò a essere fortemente mediata dal clero e dalle élite, e l’alfabetizzazione di massa, pur proclamata come principio, si scontrò con profonde disuguaglianze sociali e territoriali. Ancora nel 1870, vaste aree dell’Italia, della Spagna e del Portogallo presentavano percentuali di analfabetismo estremamente elevate.

Confronto tra Germania, Francia e Italia: istruzione, formazione e maturità

Il confronto tra i sistemi scolastici di Germania, Francia e Italia permette di cogliere come differenti origini dell’alfabetizzazione e differenti scelte educative abbiano prodotto modelli culturali distinti, ancora oggi percepibili nella formazione dei giovani.

In Germania, l’istruzione superiore tende a creare i cosiddetti Fachidioten: specialisti molto preparati in un campo ristretto, con una solida disciplina interiore derivata dalla tradizione protestante. La parola scritta, prima religiosa e poi amministrativa, costruisce un rapporto intimo con l’autorità astratta. Il cittadino tedesco sviluppa precisione, efficienza e capacità organizzativa, ma la formazione rimane spesso tecnicamente mirata e poco flessibile.

In Francia, la scuola prepara i giovani a diventare perfetti amministratori. L’alfabetizzazione è strumento di cittadinanza: leggere e comprendere testi giuridici e leggi significa partecipare attivamente alla vita pubblica. La parola scritta non rimanda a Dio, ma allo Stato e alla volontà generale, generando una forte coscienza civica e una formazione indirizzata all’organizzazione politica e alla gestione collettiva.

L’Italia, invece, rappresenta un caso peculiare. L’alfabetizzazione arrivò tardi e in maniera disomogenea, e la scuola non mirava solo alla specializzazione tecnica o all’amministrazione pubblica, ma a una formazione umanistica ampia. La maturità italiana riflette questo retaggio: non forma solo cittadini o professionisti, ma individui dotati di una base culturale versatile, capace di sostenere qualsiasi percorso personale o professionale. In questo senso, conseguire la maturità in Italia è come ereditare, almeno simbolicamente, un “che” di principesco: un riconoscimento culturale e umano, che unisce sapere, autonomia critica e flessibilità mentale.

Questo confronto evidenzia come le differenze storiche nella diffusione della parola scritta e nella funzione educativa abbiano lasciato tracce profonde. Germania e Francia puntano su competenze mirate o civico-amministrative; l’Italia coltiva una formazione umanistica, aperta e adattabile, che consente di affrontare molteplici contesti senza vincoli ideologici immediati.

Effetti culturali e politici del confronto

I tre modelli mostrano come la centralità della parola scritta e la struttura dell’istruzione possano produrre esiti differenti. In Germania, essa costruisce un rapporto vincolante con l’autorità astratta; in Francia, fonda l’idea moderna di cittadinanza e legge; in Italia, la sua diffusione tardiva e mediata dall’umanesimo favorisce una cultura più flessibile e meno assoggettata a strutture totalizzanti.

Questa prospettiva consente di interpretare fenomeni storici complessi: la predisposizione dei cittadini tedeschi all’osservanza rigorosa di regole scritte può essere vista come una conseguenza della cultura alfabetizzata e disciplinata dalla Riforma, mentre le società con tradizioni più orali, come l’Italia, hanno storicamente mostrato maggiore resistenza a ideologie totalizzanti.

Conclusione

L’alfabetizzazione e l’istruzione di massa non sono processi neutri. Possono emancipare o disciplinare, liberare o vincolare. Comprendere le diverse origini — religiose in Germania, politiche in Francia, tardivamente amministrative e umanistiche in Italia — è fondamentale per interpretare le profonde differenze culturali dell’Europa moderna e il ruolo della parola scritta nelle società. La maturità italiana, con la sua formazione umanistica, rappresenta ancora oggi un modello unico: non solo un titolo scolastico, ma una base culturale che conferisce autonomia, flessibilità e un piccolo “che” di nobiltà intellettuale.

Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

IX edizione del Report “Il diritto d’asilo”. Migrantes: «Non recludiamo le speranze!»

 

Alla fine del 2024, il numero di persone sul pianeta in condizione di sradicamento forzato ha toccato la cifra record di 123,2 milioni (+6% rispetto al 2023). Un mondo in stato di crisi permanente continua a generare spostamenti di popolazioni, mentre i sistemi di protezione sembrano arretrare, tra esternalizzazioni, reclusione e rimozione della responsabilità politica. È uno sguardo lucido e coinvolto quello che emerge dal IX Report “Il Diritto d’Asilo” della Fondazione Migrantes (con Tau Editrice), dal titolo Richiedenti asilo: le speranze recluse, presentato a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana.

Alcuni dati rilevanti a livello globale

* In corso la prima flessione in 10 anni, con un grosso “ma”. A metà 2025 le persone in fuga risultano in calo: 117,3 milioni. Dovuti però in prevalenza a “ritorni” in Paesi insicuri.

* Tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito.

* 46 milioni di “sfollati climatici” nel solo 2024.

Alcuni dati rilevanti sull’Italia

* Controtendenza italiana. Mentre le domande di asilo nell’Ue sono calate (-13%; Germania -30%), l’Italia nel 2024 ha segnato il suo massimo storico (quasi 159 mila).

* Record di dinieghi. Nel 2024, le Commissioni territoriali hanno pronunciato il 64% di dinieghi, contro una media Ue del 51%. E nel primo semestre 2025 dinieghi sono al 69,5%.

* Povertà “specifica” dei rifugiati. Secondo una ricerca finanziata da Unhcr il 67% dei beneficiari di protezione internazionale e temporanea in Italia vive in povertà relativa, a fronte del 17% degli italiani e del 39,5% dei cittadini extra-Ue.

“Un’infrastruttura di esclusione”. Così uno studio “basagliano” inserito nel Report definisce il sistema di accoglienza italiano, fatto di marginalità e “zone di non essere”: spazi di disumanizzazione (come le “file della vergogna” in Questura, le espulsioni improvvise, le segregazioni nei Cpr e la rinuncia dei territori ai progetti SAI.) in cui i migranti sono ridotti a “oggetti amministrati”.

Usa, Ue e cooperazione internazionale

Per la prima volta il Report dedica un focus agli USA. L’amministrazione Trump ha emanato almeno 12 ordini esecutivi che hanno generato paura, persecuzione e sfiducia. Secondo l’American Immigration Council siamo di fronte alla «fine del sistema d’asilo». Intanto, il Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno 2026, accentua la logica del contenimento: procedure accelerate, esternalizzazione dei controlli, applicazione estesa del concetto di “Paese terzo sicuro”. Si rischia la limitazione di fatto del diritto d’asilo, con preoccupanti conseguenze per i minori stranieri non accompagnati. Nel mentre l’Italia, alla quale come a tutti i paesi dell’Ue era stato richiesto di coinvolgere la società civile nella scrittura del suo piano di attuazione, non l’ha fatto e non l’ha ancora reso pubblico. Infine, si assiste, a una trasformazione della cooperazione internazionale: l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria (riduzione della povertà) per assumere un ruolo subordinato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale.

La “vaporizzazione del diritto”. Tre storie

* La vicenda di un giovane gambiano esplora le “mille prigioni” del sistema. La vita di Amadou è scandita da lungaggini amministrative e decisioni arbitrarie. La perdita di tempo diventa privazione della libertà e il trattenimento amministrativo strumento ordinario.

* Il percorso di una giovane ivoriana vittima di tratta. Nel cercare protezione, Miriam si scontra con “altre forme di violenza imposte dall’ordinamento”, rituali burocratici che, invece di proteggere, “cronicizzano gli eventi traumatici subiti”.

* La gestione delle morti lungo le rotte migratorie appare un “orrore senza nome”. La storia del giovane Yonas a Ventimiglia evidenzia le falle normative e operative nei processi di identificazione delle persone decedute o scomparse, che nega ai familiari il diritto alla verità e a una degna sepoltura.

L’appello

Il Report 2025 invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia. «Affinché ci vengano aperti gli occhi, possiamo accettare – ha dichiarato il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo – che anche la testimonianza dolorosa di chi vive certe esperienze di fuga e di non accoglienza faccia parte di quella missio migrantium delineata da papa Leone. Ma quando abbiamo visto e sentito, come Chiesa e come persone che hanno a cuore il bene comune e la dignità umana, diventa fondamentale prendere posizione e farsi vicini: è un modo per dare una forma concreta alla speranza».

Il volume “Il diritto d’asilo. Report 2025” (Tau Editrice 2025, pp. 436, euro 25,00) si articola in tre parti: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda, Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine. Le foto di copertina e all’interno del volume sono di Max Hirzel. Il volume è disponibile in libreria e online (taueditrice.it). Migr.on 9

 

 

 

 

 

Nasce NOSTOS – Memorie sull’emigrazione siciliana nel mondo

 

Evento conclusivo del progetto di Italea Sicilia. Un nuovo spazio di narrazioni e racconto: un’installazione del regista e documentarista Stefano Savona nella cripta della ex chiesa dei Santi Euno e Giuliano

PALERMO – Ci sono fili che non si spezzano mai. Si allungano, tirano, scompaiono dietro una curva di mare, ma restano lì, pronti a riannodarsi. Per ridare voce a chi è partito quasi un secolo fa, per riannodare un filo che si fa gomitolo colorato, è nato NOSTOS, nuovo spazio culturale stabile nella città di Palermo. Pensato per custodire la memoria e il racconto di chi ha lasciato l’Isola per cercare altrove un futuro possibile. Il regista Stefano Savona ha costruito un luogo unico: non un museo o un percorso didattico, ma un ascolto. Le voci arrivano lente, antiche, in un siciliano che oggi si fatica a riconoscere, eppure familiare come l’odore del pane. Sono custodite in gomitoli-audio, piccoli talismani che restituiscono le parole originali dei contadini, dei pastori, dei braccianti che lasciarono l’Isola per inseguire una vita diversa. Presenze lievi che sbucano dalle nicchie della grande cripta della ex chiesa dei santi Euno e Giuliano (6 metri sotto piazza Magione, una parte ancora inesplorata, un “ventre” di storie rimaste in sospeso). All’ingresso ampi pannelli ripercorrono storia e numeri dell’emigrazione siciliana, e un intreccio di fili di lana colorati tesse la mappa delle nostre radici, quelle che dalla Sicilia hanno raggiunto le Americhe o l’Australia.

NOSTOS è l’evento conclusivo del progetto di Italea Sicilia, l’antenna siciliana del progetto Italea del Ministero degli Esteri, finanziato dal PNRR, mirato a rinsaldare i rapporti dei siculo-discendenti con la terra delle origini. L’antica chiesa seicentesca è stata restaurata dal Comune di Palermo, che ha concesso lo spazio alla Fondazione Le Vie dei Tesori, partner di Italea Sicilia. “Sono veramente grato al regista Stefano Savona per aver creato questo patrimonio unico e irripetibile: merita di essere vissuto da tutti, cittadini e turisti, ma soprattutto le scuole. E speriamo di poter portare questo progetto anche in altre regioni” dice il consigliere d’Ambasciata del Ministero degli Affari esteri, Giovanni De Vita, responsabile del progetto Turismo delle Radici del Ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale. “Nostos in greco antico vuol dire ritorno. Ci sono tanti fili che intrecciano le origini dei siciliani di seconda e terza generazione: gli emigrati siciliani sono più di otto milioni. Questo spazio vuole simbolicamente accogliere e abbracciare chi è andato via” spiega Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori.

Intorno a NOSTOS, vive l’antica Kalsa: lo Spasimo restaurato, la Magione arabo normanna, il Teatro Garibaldi, da Casa di Paolo dedicata al giudice Borsellino, e dal Museo della memoria della Fondazione Falcone. Una trama di luoghi simbolo che rende ancora più prezioso questo antico oratorio dedicato ai santi Euno e Giuliano, sede della confraternita dei cosiddetti “seggettieri o vastasi di cinga”, i portantini. È qui che Stefano Savona – regista internazionale, membro dell’associazione Italea Sicilia, vincitore nel 2018 dell’Oeil d’Or, il premio del Festival di Cannes assegnato al miglior documentario – ha creato questo percorso che parte dalla terra e si immerge negli oceani. “Ritornano dal passato, dalle campagne siciliane, che non è chiusura ma proietta al di là di oceani di grano, di erba, di terra – spiega il regista – Un mondo che abbiamo visto nei documentari e nei film, ma che finora non abbiamo mai sentito con la sua voce”. All’inaugurazione sono giunti, tra gli altri, anche gli assessori comunali alla Rigenerazione Urbana Maurizio Carta e alle Politiche sociali, Mimma Calabrò, Leonardo Spera, vicepresidente Anci Sicilia, i rappresentanti e i sindaci dei comuni dell’associazione Borghi dei Tesori; Maurizio Giambalvo, coordinatore regionale Sicilia del progetto Turismo delle Radici. Oltre a istituzioni e studiosi delle origini dei siciliani nel mondo, a testimonianza del valore collettivo di questa iniziativa che arricchisce di un nuovo spazio di interesse turistico il quartiere monumentale della Kalsa. Il cuore di NOSTOS sono le testimonianze inedite, dell’archivio multimediale “Il Pane di San Giuseppe”: circa 200 ore di testimonianze audiovisive, racconti di emigrazione di 150 contadini, braccianti, pastori, pescatori, nati tra il 1910 e il 1930 in 100 comuni della Sicilia. Stefano Savona le ha raccolte tra il 2008 e il 2010, con l’obiettivo di costituire il nucleo di un atlante audiovisivo della cultura contadina nella Sicilia del Novecento. Sono testimonianze uniche e irripetibili, poiché permettono di ascoltare dalla viva voce dei protagonisti (la maggior parte oggi non ci sono più), com’era la vita nelle campagne dell’Isola negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale, prima del boom economico, prima della televisione, prima della trasformazione antropologica delle nostre campagne dagli anni Sessanta del XX secolo. Lo spazio di NOSTOS (piazza Sant’Euno) è aperto ogni weekend, venerdì e sabato dalle 10 alle 17, domenica dalle 10 alle 13. Ingresso libero. (Inform/dip 4)

 

 

 

 

 

 

Lettera. La cucina italiana: un ambasciatore di pace nel mondo

 

Onorevole Ministro Tajani,

la cucina italiana, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, rappresenta oggi molto più di un insieme di piatti tipici: è uno strumento di cultura, identità e dialogo capace di unire persone, comunità e nazioni.

In un mondo segnato da conflitti, tensioni culturali e divisioni sociali, il cibo italiano può svolgere un ruolo strategico nella diplomazia culturale e nella promozione della pace. La preparazione e la condivisione di un pasto, infatti, creano momenti di incontro e comprensione reciproca che superano barriere linguistiche e culturali.

Gli eventi gastronomici, i corsi di cucina e le scuole italiane nel mondo non insegnano solo ricette, ma anche valori universali di collaborazione, rispetto e sostenibilità. La valorizzazione di ingredienti locali e stagionali, unita alla tradizione della convivialità, diventa un esempio concreto di uno stile di vita etico e inclusivo, che può essere applicato in contesti internazionali per promuovere dialogo e coesione sociale.

Molte ambasciate e organizzazioni internazionali già utilizzano la cucina italiana come strumento di soft power: cene ufficiali, workshop e festival culinari diventano occasioni di mediazione, incontro e costruzione di relazioni pacifiche tra comunità e nazioni. Inoltre, la cucina italiana è impiegata in progetti umanitari, scuole di cucina e iniziative per rifugiati, dimostrando come il cibo possa diventare un vero e proprio ponte di solidarietà e inclusione.

Il riconoscimento UNESCO rafforza ulteriormente la posizione dell’Italia nel mondo come Paese portatore di cultura, qualità e valori condivisi, offrendo l’opportunità di utilizzare la gastronomia come strumento di diplomazia culturale e pace.

Onorevole Ministro, promuovere e sostenere iniziative internazionali basate sulla cucina italiana non significa solo esportare sapori e tradizioni: significa diffondere principi universali di condivisione, dialogo e rispetto, consolidando il ruolo dell’Italia come ambasciatore di cultura e pace nel mondo.

La cucina italiana, quindi, si conferma un patrimonio globale da tutelare, valorizzare e utilizzare come strumento di diplomazia e coesione sociale, capace di nutrire non solo il corpo, ma anche i legami tra i popoli.

Con stima,

Giuseppe Tizza (de.it.press)

 

 

 

 

 

Pensioni all’estero: dal 20 marzo 2026 la prima fase dell’accertamento dell’esistenza in vita

 

ROMA - Inizierà il prossimo 20 marzo 2026 la prima fase della nuova campagna per l’accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati italiani all’estero. Curata da Citibank N.A. per conto dell’Inps, questa prima fase interesserà i pensionati residenti in America, Asia, Estremo Oriente, Paesi scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi: a loro Citibank invierà le richieste di attestazione dell’esistenza che dovranno essere restituite alla Banca entro il 18 luglio 2026.

Qualora l’attestazione non venga prodotta, il pagamento della rata di agosto 2026, se possibile, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale o produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il 19 agosto 2026, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di settembre 2026.

Sono esentati dall'accertamento i pensionati residenti in Germania e Svizzera con accordi telematici già attivi; quelli i cui dati sono oggetto di scambi telematici con la Caisse Nationale d’Assurance Vieillesse (CNAV) francese; quelli residenti in Belgio, beneficiari di trattamenti pensionistici comuni con il Service fédéral des Pensions (SFP); i pensionati residenti in Australia, i cui dati sono oggetto di scambi telematici con il Centrelink australiano; quelli i cui dati sono oggetto di scambi telematici con le istituzioni previdenziali olandesi; quelli che hanno ritirato personalmente almeno una pensione presso Western Union; e, infine, coloro le cui pensioni sono già state sospese da Citibank N.A. a seguito del mancato completamento delle precedenti campagne di accertamento dell’esistenza in vita o di riaccrediti consecutivi di rate di pensione.

Ai pensionati, Citibank invierà la lettera esplicativa e il modulo standard di attestazione; la modulistica è stata redatta sia in lingua italiana sia, a seconda del Paese di destinazione, in inglese, francese, tedesco, spagnolo o portoghese. Ai pensionati residenti in Svizzera, Citibank N.A. invierà la lettera e il modulo in tre lingue: italiano, francese e tedesco.

I PENSIONATI POSSONO FORNIRE LA PROVA DI ESISTENZA IN VITA CON DIVERSE MODALITÀ

Come di consueto, Citibank N.A. ha reso disponibili ai pensionati diverse modalità per fornire la prova di esistenza in vita: rinviando il modulo di attestazione dell’esistenza in vita alla casella postale PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom, controfirmato da un “testimone accettabile” ossia da un rappresentante di un’Ambasciata o di un Consolato Italiano o da un’Autorità locale abilitata ad avallare la sottoscrizione dell’attestazione; attraverso operatori di Patronato che abbiano la qualifica di “testimoni accettabili” e autorizzati ad accedere al portale predisposto da Citibank N.A. per attestare telematicamente l’esistenza in vita dei pensionati. La stessa funzionalità di attestazione telematica è a disposizione anche dei funzionari delle Rappresentanze diplomatiche indicati dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; riscuotendo personalmente la pensione presso gli sportelli Western Union.

Le modalità nel dettaglio, così come le eccezioni e le modalità di riscossione agli sportelli Western Union sono illustrati nel messaggio n. 3863 del 19 dicembre 2025 firmato dal Direttore Generale dell’Inps, Valeria Vittimberga.

(aise/dip 24) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mehr als 10.000 Menschen unterstützen Abrüstungsappell

 

Der Abrüstungsappell „Immer mehr Milliarden fürs Militär? Nicht mit mir!“ hat nach seinem Start am 2. Oktober bereits zu Weihnachten mehr als 10.000 Unterstützer gefunden. Das gaben die Organisatoren der Aktion diesen Montag bekannt. Initiiert wurde der Appell von DFG-VK, IPPNW, Netzwerk Friedenskooperative, Ohne Rüstung Leben und pax christi.

Die Festlegung der NATO, künftig fünf Prozent des Bruttoinlandsproduktes fürs Militär auszugeben, sei „willkürlich und unverantwortlich". Für Deutschland würde die Umsetzung (auf Grundlage des derzeitigen Haushalts) bedeuten, „dass künftig die Hälfte aller Bundesmittel ins Militär fließen müssten", so die internationale katholische Friedensbewegung pax christi. Bereits mehr als  10.000 Unterstützer kritisierten diese „enorme Aufrüstung der Bundeswehr" und unterstützen den gemeinsamen Abrüstungsaufruf. 

Der Abrüstungsappell „Immer mehr Milliarden fürs Militär? Nicht mit mir!“ wurde von der deutschen Friedensgesellschaft – Vereinigte Kriegsdienstgegner (DFG-VK), den Internationalen Ärzten für die Verhütung des Atomkrieges/Ärzten in sozialer Verantwortung (IPPNW), dem Netzwerk Friedenskooperative, Ohne Rüstung Leben und von pax christi initiiert. 

„Dass Frieden und Sicherheit durch immer mehr Waffen und Abschreckung erreichbar wären, ist ein Trugschluss. Wir möchten in einem Land leben, das sich mit zivilen Mitteln für eine friedliche Welt stark macht. Diplomatie, Interessensausgleich und Völkerverständigung müssen die Grundpfeiler für Frieden in Europa und in der Welt sein“

In dem Appell heißt es: „Aufrüstung führt in die Sackgasse! Dass Frieden und Sicherheit durch immer mehr Waffen und Abschreckung erreichbar wären, ist ein Trugschluss. Wir möchten in einem Land leben, das sich mit zivilen Mitteln für eine friedliche Welt stark macht. Diplomatie, Interessensausgleich und Völkerverständigung müssen die Grundpfeiler für Frieden in Europa und in der Welt sein.“

Der Abrüstungsappell fordert von der Bundesregierung:

* Einen Stopp der maßlosen Ausgaben für immer mehr Aufrüstung. Nötig sind mehr Investitionen, die unser aller Leben verbessern – zum Beispiel in Gesundheit, Bildung, Soziales und Klimaschutz.

* Keine Belastung und Einschränkung nachfolgender Generationen durch unbegrenzte Neuverschuldung für Militär und Kriegs-Infrastruktur, durch eine Wehrpflicht oder die Vernachlässigung der Klimakatastrophe.

* Einen entschlossenen diplomatischen Einsatz für ein Ende des russischen Angriffskrieges, nachhaltigen Frieden für die Ukraine und eine neue europäische Friedens- und Sicherheitsarchitektur.

* Ein glaubwürdiges Eintreten für Völkerrecht, nukleare und konventionelle Rüstungskontrolle sowie eine Stärkung von Ziviler Konfliktbearbeitung und Entwicklungszusammenarbeit. Dauerhafte Sicherheit kann nur eine Weltordnung garantieren, in der nicht das Recht des Stärkeren gilt. 

Der Bundestag brachte laut pax christi allein in der letzten Sitzungswoche Rüstungsprojekte mit einem Gesamtwert von 50 Milliarden Euro auf den Weg. Die „Rekordbestellungen" sollten zudem 2026 weitergehen. So sei kürzlich bekannt geworden, dass die Bundeswehr den Kauf von 3.000 Radpanzern vom Typ Boxer in verschiedenen Ausführungen plane. „Davon profitiert vor allem das Rüstungsunternehmen Rheinmetall. Gleichzeitig sorgt der Versuch, digitale Funkgeräte in bestehende Militärgeräte zu integrieren, für immer weiter steigende Kosten – nur eines von vielen Milliardengräbern der Bundeswehr-Beschaffung", so pax christi.

Mit der Aufrüstung gehe eine „enorme Schuldenlast" einher die negative Folgen haben werde: „Menschen in Deutschland werden unter Kürzungen am Sozialstaat leiden und die Milliarden-Einsparungen bei der internationalen humanitären Hilfe drohen bereits jetzt neue Fluchtbewegungen zu verstärken, während gleichzeitig Geflüchtete abgewiesen und abgeschoben werden", so pax christi. 

Unterschriftensammlung noch bis Septermber 2026

Die Sammlung von Unterschriften für den Abrüstungsappell läuft bis zu den Haushaltsverhandlungen im September 2026. Unterschrieben werden kann der Appell auf den Webseiten der Organisationen und auf Unterschriftenlisten. Als nächsten Meilenstein wollen die Organisationen bis zu den Ostermärschen im kommenden Jahr 25.000 Unterstützer haben. (pm 29) 

 

 

 

 

 

DIG fordert Maßnahmen gegen europäische Hamas-Strukturen auch in Deutschland

 

In Italien ist ein mutmaßliches Hamas‑Finanzierungsnetzwerk zerschlagen worden, das über Schein‑Hilfsorganisationen Spendengelder an Hamas‑nahe Strukturen umgeleitet haben soll. Die Verhafteten werden mit europaweiten Hamas‑Unterstützungsstrukturen in Verbindung gebracht wurden. Volker Beck, Präsident der Deutsch-Israelischen Gesellschaft, erklärt:

Die Deutsch-Israelische Gesellschaft fordert ein entschiedeneres rechtsstaatliches Vorgehen gegen Hamas-Strukturen auch in Deutschland.

Finanzbehörden, Nachrichtendienste und Strafverfolgungsbehörden sollten die europäischen Hamas-Unterstützungsstrukturen auch in Deutschland gezielt in den Blick nehmen und ihre finanziellen Aktivitäten unterbinden.

Dabei sollten die Strukturen der Muslimbruderschaft in Deutschland sowie das Umfeld ihrer Wohlfahrtsorganisationen ins Visier genommen werden. Auch die Spendensammlungen von Organisationen, die an einer der Gaza-Flottillen beteiligt waren oder enge Verbindungen zu den daran beteiligten Organisationen pflegen, sollten überprüft werden.

Hintergründe: Zu den in Italien Festgenommenen zählt demnach auch Mohammad Hannoun, der organisatorisch mit in Deutschland aktiven Akteuren verknüpft ist. Hannoun wird in der Selbstdarstellung der „European Palestinians Conference Institution“ als Mitglied des Board of Directors geführt; auf derselben archivierten Seite wird Amin Abu Rashid als Präsident genannt. Beide sind von den USA sanktioniert worden; außerdem werden dort mehrere Vorstandsmitglieder mit Bezug zu Deutschland aufgeführt.

Auch deutsche Behörden verweisen auf Hamas-Bezüge der Konferenz: Im Verfassungsschutzbericht Nordrhein-Westfalen 2023 wird die „20. European Palestinians Conference“ (Malmö) als Veranstaltung beschrieben, „bei der sich alljährlich HAMAS-Unterstützer aus ganz Europa zusammenfinden“. Der Hauptverdächtige war nicht nur vor dem 7. Oktober 2023 an Spendensammlungen für die HAMAS beteiligt, sondern hat auch eine Flotilla-Dachorganisationstagung geleitet, an der deutsche NGOs teilgenommen haben.

Zu den Hamas-Verbindungen der European Palestinians Conference und PGD:

Innenministerium des Landes Nordrhein-Westfalen: Verfassungsschutzbericht 2023 – Kapitel „Islamismus: HAMAS“, Düsseldorf 2024, online abrufbar unter: https://www.im.nrw/system/files/media/document/file/vsb2023_hamas.pdf

Bundestag (Antwort der Bundesregierung zur „Konferenz der Palästinenser in Europa“, Frage 19. Drucksache 18/4856, Seite 14. https://dserver.bundestag.de/btd/18/048/1804856.pdf

Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center: „The European Campaign to End the Siege on Gaza (ECESG) is an anti-Israel, pro-Hamas umbrella organization which participated in the Mavi Marmara flotilla“ (Special Report Nr. 253-10, 2010), online abrufbar unter: https://www.terrorism-info.org.il/Data/pdf/PDF_10_253_2.pdf

Deutsch-Israelische Gesellschaft e.V., dip 28

 

 

 

 

 

Schwindende Legitimität

 

Europas Demokratien leiden unter einer doppelten Lähmung. Wie lange hält das System, bevor es kollabiert? Von Ernst Hillebrand

 

Vor kurzem hat der ehemalige SPD-Bundestagsabgeordnete Fritz Felgentreu mit einem durch eine Zugverspätung ausgelösten „Boomer-Rant“ auf X auf sich aufmerksam gemacht: Seine Generation sei in einem funktionierenden Land groß geworden, „in dem die Straßen sicher und sauber waren, der Arztbesuch jederzeit möglich, Bank und Postamt zu Fuß erreichbar, die Mieten bezahlbar, der Traum vom Eigenheim realistisch“. Amtsgänge seien spontan möglich gewesen und Schulunterricht sei kaum jemals ausgefallen.

An dieser Beschwerdeliste ist unschwer erkennbar, dass Felgentreu in Berlin lebt, der „dysfunktionalsten und dreckigsten Hauptstadt der EU“, wie es die Berliner Zeitung vor kurzem völlig korrekt formulierte. Allerdings sind Banken und Postämter auch anderswo nicht mehr unbedingt zu Fuß erreichbar. Frankreich kennt schon lange den Ausdruck désert administratif für jene von Verwaltung und öffentlichen Dienstleistungen weitgehend aufgegebenen Räume, in denen Post und Banken selbst mit dem Auto kaum mehr erreichbar sind. Die Verwahrlosung der Hauptstadt der nominell immer noch drittgrößten Volkswirtschaft der Erde ist insofern nur eine besonders drastische Ausprägung eines allgemeineren Phänomens: eines immer sichtbarer werdenden Leistungsverfalls staatlicher und öffentlicher Institutionen in (West-)Europa.

Die Problemliste ist lang und wird länger: Die öffentliche Infrastruktur bröckelt, elementare Staatsaufgaben und öffentliche Dienstleistungen wie Sicherheit, Sauberkeit, Gesundheitsversorgung und Bildungssystem werden – zumindest in der Wahrnehmung vieler Bürgerinnen und Bürger – immer schlechter. Trotz um ein Mehrfaches höherer Militärausgaben wäre Europa angeblich nicht in der Lage, sich gegen Russland zu verteidigen. Gleichzeitig steigt die Staatsverschuldung, die öffentlichen Haushalte sind chronisch defizitär. Die Verschuldung der Euro-Gründungsstaaten stieg seit 2002 von 69 auf 88 Prozent des BIP. Eine stetige Zuwanderung weitestgehend mittelloser Menschen bringt die sozialen Sicherungssysteme – die für völlig andere Problemlagen konzipiert worden waren – vielerorts an den Rand der Belastbarkeit.

Europas Wettbewerbsfähigkeit und technologische Leistungsfähigkeit stagniert: Die Eurozone ist seit mindestens 20 Jahren die am langsamsten wachsende Wirtschaftsregion der Erde. Schon heute ist der Abstand im Pro-Kopf-Einkommen zwischen den USA und der EU in nominalem Dollar größer als der Unterschied zwischen der EU und Indien. Europas Durchschnittsverdiener leiden unter sinkender Kaufkraft ihrer Löhne und Gehälter. Die Kosten für Wohnen steigen stetig. Gleichzeitig nimmt die Vermögenskonzentration bei einer kleinen Schicht Superreicher weiter zu.

Und zum Schluss fällt auch noch der Zug aus. „Die Leute“, so der Grünen-Vorsitzende Felix Banaszak kürzlich in einem Moment der Nachdenklichkeit, „erleben einen Staat, der nicht in der Lage ist, die einfachsten Versprechen zu halten.“   

Die Politik (und mit ihr die Bevölkerung) erscheint zunehmend als Opfer eines Systems, das sie selbst geschaffen hat. In diesem von Überbürokratisierung, Überjustizialisierung und einer neoliberalen Grundierung der EU-Binnenmarktordnung geprägten System verpuffen demokratische Impulse zunehmend wirkungslos. Über Wahlen und parlamentarische Mehrheiten sind grundsätzliche politische Kursveränderungen – wie nicht zuletzt die rechtspopulistisch geführten Regierungen in den Niederlanden und Italien vor allem in der Migrationspolitik lernen mussten – kaum mehr möglich. Diese Blockade des Politischen ist vielerorts sogar explizit erwünscht. „Effektive Einschränkungen der Exekutive“, so beschreibt Philipp Manow diese Entwicklung, „werden zu einem Gütesiegel liberaler Demokratie. Möglichst niemand soll so regieren können, wie eine Mehrheit es will.“

Allerdings gehen die Auswirkungen dieser Einhegung des Souveräns mittlerweile weit über das ursprünglich Beabsichtigte hinaus. Staatlich-administratives Handeln verfängt sich zunehmend in den Fallstricken von nationalen und europäischen Gesetzen, Verwaltungsvorschriften, dem Anspruchsdenken hyperindividualisierter Gesellschaften, von Geldmangel und einem massiven mission creep der Justiz, die sich immer weiter in das Terrain der Politik hineinbewegt und deren Gestaltungsspielräume zunehmend verengt. Demokratische Politik verkommt zu einer Art parlamentarischer Performance, in der sich die Akteure in symbolischen und immer weniger gestaltenden Gesten verlieren.

Die praktischen Auswirkungen dieser Selbstfesselung werden nicht nur von ehemaligen Bundestagsabgeordneten wahrgenommen. Laut einer aktuellen Studie der FES sind 76 Prozent der Deutschen der Meinung, das Land entwickle sich in die falsche Richtung. 53 Prozent glauben nicht, dass die Politik in der Lage ist, die Herausforderungen der Zukunft zu bewältigen. Und satte 84 Prozent sind der Ansicht, der Politik fehle es ganz grundsätzlich an einer Vision für die langfristige Entwicklung Deutschlands. Die politischen Akteure erscheinen zunehmend als gestaltungsunfähige Status-quo-Kräfte, die eine überforderte Ordnung verwalten, die für die Masse der Bürgerinnen und Bürger immer weniger liefert. In Berlin nicht einmal einen Termin im Bürgeramt.

Im Englischen gibt es den Ausdruck „grinding to a halt“, der das Bild eines sich allmählich festfressenden, langsam zum Stillstand kommenden mechanischen Systems evoziert. Man wird das Gefühl nicht los, dass dieser Ausdruck auch die Entwicklungstendenzen der politisch-administrativen Systeme in einigen Ländern Europas – und nicht zuletzt Deutschlands – ganz gut beschreibt. Der französische Staatspräsident Emmanuel Macron hat in seinen bisherigen acht Amtsjahren ein gutes Drittel der gesamten Staatsschulden Frankreichs aufgehäuft, ohne dass sich an den Strukturproblemen des Landes Grundlegendes geändert hätte. Wer würde die Hand dafür ins Feuer legen, dass Deutschland mit den diversen „Sondervermögen“, die in den letzten Jahren geschaffen wurden, nicht eine ähnliche Entwicklung droht?

Auffällig ist, dass es eher konservative Stimmen sind, die mit dieser Entwicklung ein Problem zu haben scheinen. Progressive und liberale Politik scheint das weniger zu beschäftigen. Möglicherweise halten sie die mit dieser Entwicklung verbundenen Effizienz- und Glaubwürdigkeitsverluste für einen akzeptablen Preis für die Einhegung des „populistischen“ Gespenstes. Diese Haltung ist jedoch kurzsichtig. Denn die aktuelle Situation unterminiert mit ihrer doppelten Lähmung – Wahlen, die wenig verändern, und eine Verwaltung, die nicht liefert – die beiden zentralen Säulen der Legitimität demokratischer Systeme: Die „Input“-Legitimität der Selbstbestimmung der Staatsbürger ebenso wie die „Output“-Legitimität, die durch die erfolgreiche Bereitstellung öffentlicher Güter und die Erfüllung staatlicher Grundfunktionen entsteht. Wohin das führt, zeigt gerade eine aktuelle Allensbach-Umfrage: Nur noch 28 Prozent der der Deutschen haben Vertrauen in die Regierung als Institution.

Diese Entwicklung ist umso fataler, als sich längst Gegenkräfte und -modelle formieren. Das gilt zum einen für die westliche Welt, wo sich in der Person Donald Trumps ein Muster für einen autoritären Führungsstil etabliert hat, der sein politisches Mandat für ein hartes und konsequentes output-orientiertes Durchregieren jenseits etablierter institutioneller Arrangements nutzt. Noch größer dürfte aber langfristig die Herausforderung sein, die sich aus der Leistungsfähigkeit autoritärer nicht-westlicher Systeme etabliert.

Der Motor dieser Entwicklung ist China, das mit der konsequenten Output-Orientierung seines Systems eine völlig neue Form der Legitimierung staatlicher Herrschaft etabliert. In einem bemerkenswerten Aufsatz des amerikanisch-chinesischen Publizisten Kaiser Kuo heißt es: „Legitimität wird in diesem Jahrhundert nicht aus ideologischer Reinheit resultieren, sondern aus der (...) Fähigkeit, Ergebnisse zu liefern. Systeme werden nicht nach der Eleganz ihrer Theorien beurteilt werden, sondern nach ihrer Fähigkeit, existenzielle Herausforderungen zu bewältigen.“ Diese „Legitimität durch Leistung“ ist es, was in Westeuropa zunehmend in Frage steht und woraus Chinas autoritär-konfuzianistischer Staatskapitalismus seine Attraktivität bezieht. In China selbst sind die Auswirkungen dieser Entwicklung bereits messbar: Die nach 1990 geborene Generation steht der liberalen westlichen Demokratie deutlich skeptischer gegenüber als ältere Kohorten. Wenn die Theorie von der Zentralität der delivery stimmt, wird dieses Modell zunehmend auch anderswo an Attraktivität gewinnen – zunächst wahrscheinlich in den nicht-westlichen Teilen der Welt. Eher früher als später könnte die Frage nach der performance legitimacy aber auch zur Gretchenfrage für die stagnierenden und blockierten Systeme der EU-Länder werden.

Angesichts der Verwahrlosung vieler öffentlicher Räume Berlins fragt man sich instinktiv, wie lange das noch gut gehen kann. Hat man in dieser Stadt, insbesondere in seiner östlichen Hälfte, nicht schon mal Ähnliches gesehen? Wer die DDR über die 1980er Jahre hinweg beobachtete, konnte zuzusehen, wie ein politisches und wirtschaftliches System langsam in die Knie ging. Wie die Dysfunktionalitäten immer stärker wurden und sich immer sichtbarer in den Alltag schlichen: grinding to a halt. Gleichzeitig rechnete sich dieses System bis zum Schluss mit Hilfe allerlei volkswirtschaftlicher Buchhaltungstricks schön: Es sei das zehntgrößte Industrieland der Welt. Bis es schließlich innerhalb weniger Monate in sich zusammenfiel, pleite und von seinen Bürgern als unreformierbar aufgegeben.

Ähnliches steht in Westeuropa natürlich nicht an. Was uns droht, ist kein Systemwechsel, sondern ein Wechsel innerhalb des Systems: ein populistischer Backlash, der die etablierten Parteien abwählt und die politische Macht – siehe Trump – in die Hand von Akteuren legt, die versprechen, Politik endlich wieder effizient zu betreiben. Damit dies nicht passiert, bedarf es ernsthafter Reformen: weg von blockierter Demokratie und zurück zu einer realen Gestaltungsmacht des Politischen. Solche Reformen liegen im ureigenen Interesse gerade jener Kräfte, die heute (noch) die parlamentarischen Mehrheiten stellen. Wenn die demokratischen Akteure diese „Systemfrage“ nicht selbst in Angriff nehmen, werden dies früher oder später andere tun. IPG 22

 

 

 

 

 

 

Die Deutschen haben sich italienisiert

 

In den letzten Jahrzehnten ist in Deutschland ein kultureller Wandel zu beobachten, der von manchen augenzwinkernd als „Italianisierung“ der Deutschen bezeichnet wird. Gemeint ist damit kein Verlust der eigenen Identität, sondern vielmehr die zunehmende Übernahme von Lebensstilen, Gewohnheiten und Wertvorstellungen, die traditionell mit Italien verbunden werden.

Ein zentrales Element dieses Wandels ist der Umgang mit Essen. Wo früher Effizienz und Zweckmäßigkeit dominierten, hat heute der bewusste Genuss einen höheren Stellenwert. Lange Mittagspausen, hochwertige Zutaten, Espresso statt Filterkaffee und die Leidenschaft für regionale Küche sind längst Teil des deutschen Alltags geworden. Italienische Restaurants prägen nahezu jede Stadt, und Begriffe wie al dente, aperitivo oder dolce vita gehören inzwischen zum allgemeinen Sprachgebrauch.

Auch das Verhältnis zur Arbeit hat sich verändert. Zwar gelten Deutsche weiterhin als diszipliniert und organisiert, doch gewinnt die Idee der Work-Life-Balance zunehmend an Bedeutung. Freizeit, Familie und persönliche Zufriedenheit werden stärker gewichtet – eine Haltung, die man lange Zeit vor allem mit dem mediterranen Lebensstil in Verbindung brachte. Homeoffice, flexible Arbeitszeiten und ein bewussterer Umgang mit Stress spiegeln diese Entwicklung wider.

Darüber hinaus zeigt sich die Italianisierung im sozialen Miteinander. Spontanität, Emotionalität und Geselligkeit sind akzeptierter geworden. Öffentliche Plätze, Cafés und Fußgängerzonen dienen nicht mehr nur dem Durchgang, sondern als Orte der Begegnung. Man nimmt sich Zeit für Gespräche, trifft Freunde ohne großen Anlass und genießt das Leben im öffentlichen Raum.

Diese kulturelle Annäherung ist kein einseitiger Prozess, sondern Ausdruck einer offenen, pluralen Gesellschaft. Die Deutschen sind nicht „weniger deutsch“ geworden, sondern haben ihren Alltag um Elemente bereichert, die Lebensfreude und Menschlichkeit betonen. In diesem Sinne bedeutet Italianisierung nicht Anpassung, sondern Inspiration – und vielleicht genau das, was Europa im Kern ausmacht: den Austausch von Ideen, Gewohnheiten und Lebensformen.

Giuseppe Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

Studie. Rassismus gegen Schwarze ist Alltag in Deutschland

 

Rassistische Beleidigungen, Drohungen, Hass im Netz: Für viele Schwarze und Afrodeutsche ist das in Deutschland Alltag. Eine IDZ-Studie zeigt, dass Übergriffe oft auch aus Behörden, Polizei oder dem Job kommen – mit schwerwiegenden Folgen bis in die Gesundheit.

Rassismus gegenüber schwarzen Menschen ist laut einer Studie des Instituts für Demokratie und Zivilgesellschaft (IDZ) zu einem Alltagsphänomen in Deutschland geworden. Es handele sich um ein strukturelles Problem der gesamten Gesellschaft, sagte die Mitautorin der Studie, Laura Dellagiacoma, am Mittwoch in Jena. Die Folgen für die Betroffenen seien gravierend für deren Selbstbestimmung, gesellschaftliche Teilhabe und psychosoziale Gesundheit.

Den Studienergebnissen zufolge sind drei von vier Befragten online schon mindestens einmal persönlich rassistisch beleidigt worden. 26 Prozent berichteten von häufigen Beleidigungen. Fast alle Befragten (88 Prozent) seien bereits mit rassistischen Hassbotschaften auf Social-Media-Kanälen konfrontiert gewesen. Dabei gehe dieser Rassismus keineswegs nur von Rechtsextremen, sondern häufig auch von Personen in Behörden, Polizei, Politik oder vom Arbeitsumfeld der Betroffenen aus. Drei von fünf Befragten berichteten über rassistische Drohungen, denen sie ausgesetzt gewesen seien.

Rückzug von bestimmten Orten

Viele Teilnehmende berichten den Wissenschaftlern, dass sie sich aufgrund rassistischer Erfahrungen zurückzögen und bestimmte Orte, Veranstaltungen und Social-Media-Plattformen mieden. Parallel setzten sich viele Befragte jedoch weiterhin online wie offline gegen Rassismus ein und leisteten politische Arbeit für den gesellschaftlichen Zusammenhalt.

Die Studienautoren formulieren fünf Handlungsempfehlungen, um das Problem zu bekämpfen, darunter politische Bildung, konsequentere Ahndung, unabhängige Beschwerdestellen sowie finanzielle Förderung von Initiativen.

Handlungsempfehlung auch für Medien

Auch „Medienschaffende sollten sich ihrer Rolle im Abbau rassistischer Vorurteile und Hatespeech bewusst sein und sich mit Antirassismus auseinandersetzen“, heißt es in der Studie.

An der Studie nahmen bundesweit 1.008 volljährige Personen teil, die sich selbst als schwarz beziehungsweise afrodeutsch identifizierten. Die Befragungen fanden im März 2024 statt. (epd/mig 19)

 

 

 

 

 

 

70 Jahre italienisches Leben in Düsseldorf: Espresso, Pizza und Vespa prägen den Alltag

 

Seit 1955 prägen italienische Stimmen, Düfte und Lebensart das Leben in Düsseldorf. Mit dem Anwerbeabkommen zwischen Deutschland und Italien kamen zunächst Gastarbeiter in die Stadt – und brachten weit mehr als nur ihre Arbeitskraft mit. Sie brachten Geschmack, Farbe und Lebensfreude.

Espresso in den frühen Morgenstunden, Pizza am Mittag, Pasta am Abend – was heute selbstverständlich ist, war damals eine kleine Revolution. Gelato an heißen Sommertagen, Olivenöl in der Küche, lebhafte Cafés auf den Straßen: Die italienische Kultur hat den Alltag Düsseldorfs nachhaltig verschönert. Selbst die Vespa, einst Symbol des italienischen Flairs, ist heute fester Bestandteil des Stadtbildes.

Aber die italienische Präsenz in Düsseldorf geht über Essen und Mobilität hinaus. Sie hat den Umgang miteinander verändert, die Stadt offener und bunter gemacht. Von Musik und Theater bis hin zu neuen sozialen Begegnungen – italienische Lebensart hat das Stadtleben bereichert.

70 Jahre nach dem Anwerbeabkommen lässt sich sagen: Italiener haben Düsseldorf nicht nur mit Arbeit bereichert, sondern mit Lebensfreude, Kreativität und Kultur. Espresso, Pizza und Vespa sind nur sichtbare Zeichen eines tieferen Einflusses, der den Alltag bis heute verschönert. Giuseppe Tizza, de.it.press 22

 

 

 

 

 

Interviews. „Wenn es gelänge, wäre es die humane Antwort auf Donald Trump“

 

Migrationsexperte Gerald Knaus über die verschärfte EU-Asylpolitik, die Notwendigkeit von Drittstaatenabkommen und unrealistische Abschiebeoffensiven. Die Fragen stellte Nikolaos Gavalakis.

Die EU-Innenminister haben sich auf eine verschärfte Asylpolitik geeinigt. Ein guter Schritt für Europa?

Die Einigung ist gut für Europa. Es wurde eine Änderung des Rechts beschlossen, die eine echte Wende hin zu humaner Kontrolle irregulärer Migration ermöglichen könnte, durch sichere Drittstaatenabkommen. Das war bisher im EU-Recht stark eingeschränkt – weit über das hinaus, was die Flüchtlingskonvention fordert. Bisher durfte man eine Person nur in einen sicheren Drittstaat bringen, wenn es eine individuelle Verbindung dorthin gab. Das machte solche Abkommen praktisch unmöglich.

Diese eine Änderung – sie war ursprünglich gar nicht im Paket des Gemeinsames Europäischen Asylsystems GEAS und wurde erst dieses Jahr von der Kommission vorgeschlagen – ist die Grundlage für zukünftige effektive humane Grenzkontrollen an den Außengrenzen der EU. Das meiste andere im GEAS-Paket wird dagegen kaum Wirkung entfalten.

Teil des Plans sind Rückführungszentren in sicheren Drittstaaten. Wie bewerten Sie das?

Der Begriff „Rückführungszentrum“ ist irreführend. Worum geht es? Eine Person aus Bangladesch kommt nach Deutschland, stellt einen Asylantrag, wird abgelehnt, klagt – und wird erneut abgelehnt. Sie ist also ausreisepflichtig. Rechtlich müsste sie nach Bangladesch zurück, aber wenn Bangladesch etwa nicht kooperiert, so die Idee, sucht man nun ein anderes Land, zum Beispiel Pakistan. Die Person würde dorthin gebracht und dann, so die Hoffnung, von selbst in ihr Herkunftsland weiterreisen. Für all das braucht es kein Zentrum. Doch warum sollte ein anderes Land das tun? Im besten Fall betrifft das sehr wenige Menschen, weil kaum ein Staat bereit wäre, dauerhaft nennenswerte Zahlen von Nicht-Staatsbürgern aufzunehmen.

Daher wird das keine große Wirkung haben. Es ist etwas völlig anderes als echte, sichere Drittstaatenabkommen – bei denen angekündigt wird, dass ab einem Stichtag alle irregulär Ankommenden ihr Verfahren in einem sicheren Drittstaat durchlaufen. Wenn das glaubwürdig ist, brechen irreguläre Ankünfte binnen Wochen ein. Die Menschen werden nicht mehr Schmuggler bezahlen und ihr Leben riskieren. So war es 2016 mit der EU-Türkei-Erklärung, ähnliche Erfahrungen gab es in Australien 2001 und 2013. Wenn klar ist, dass irreguläre Migration zwecklos ist, gehen die Zahlen drastisch zurück. Und nur so wird das umsetzbar.

Ist nicht damit zu rechnen, dass gegen solche Drittstaatenmodelle wieder geklagt wird und sich alles erneut verzögert?

Natürlich wird geklagt und das ist auch legitim. Deshalb müssen diese Abkommen so geschlossen werden, dass die rechtlichen Standards auch in den Augen unserer Gerichte eindeutig erfüllt sind. Das ist machbar. Entscheidend ist, dass Menschen immer human behandelt werden und ein faires Verfahren erhalten. Das kann der UNHCR sicherstellen, oder ein Staat mit einem funktionierenden Asylsystem, oder er gibt für diese Gruppe pauschal Schutz – so wie viele afrikanische Länder heute schon. Gerichte erzeugen dabei einen positiven Druck: Nur wenn Standards erfüllt sind, wird die Einigung ein Erfolg. Dadurch sind solche Abkommen moralisch anders zu bewerten als die heutige Kooperation mit Libyen und Tunesien.

Großbritannien ist mit dem Ruanda-Plan gescheitert, Italiens Abkommen mit Albanien stockt. Warum sollte es diesmal funktionieren?

Im Fall Albanien geht es nicht um ein Drittstaatenmodell. Italien führt dort italienische Verfahren durch. Die Entscheidungen europäischer Gerichte hatten auch nichts mit Albanien zu tun. Wären die Verfahren in Sizilien erfolgt, hätte der Europäische Gerichtshof in Luxemburg genauso entschieden, denn es ging um Fragen der Verfahrensbeschleunigung. Albanien ist kein menschenrechtswidriges Modell, aber eines ohne Wirkung.

Und Ruanda?

Dort wollten die Briten im Kern genau das machen, was nun auch in der EU möglich wird. Es gibt dazu drei Urteile britischer Gerichte: erste Instanz, Berufungsgericht und Supreme Court. Die Richter sagten am Ende sehr klar: Solche Abkommen sind legitim und verstoßen weder gegen die Flüchtlings- noch gegen die Menschenrechtskonvention – solange bestimmte Standards erfüllt sind.

Der Supreme Court hat den Plan gestoppt, weil das ruandische Asylsystem noch nicht glaubwürdig war. Danach haben Großbritannien und Ruanda einen neuen Vertrag geschlossen, der alle Kritikpunkte adressierte. Er enthielt etwa das Verbot, Menschen weiter abzuschieben, auch die Integration britischer Richter. Das Urteil zeigt uns, wie ein solches Modell rechtskonform funktioniert.

Diese Woche wurde auch ein neuer Solidaritätsmechanismus beschlossen. Italien und Griechenland wollen wieder Asylbewerber aus Deutschland zurücknehmen. Ähnliche Ansätze gab es bereits in der Vergangenheit. Wie groß ist Ihr Vertrauen, dass es diesmal funktioniert?

Im letzten Jahr hat Italien aus der gesamten EU nur 60 Dublin-Überstellungen zugelassen. 60! Es ist schwer zu glauben, dass sich das plötzlich ändern wird. Auch jetzt ist Italien dazu verpflichtet und setzt das Recht einfach nicht um. Wenn Italien, Griechenland, Bulgarien und andere Staaten Dublin weiter so praktizieren wie in den letzten 20 Jahren, dann werden andere Staaten niemanden von dort aufnehmen. So bleibt dann alles wie bisher: Dublin funktioniert weiter nicht.

Länder wie Marokko oder Tunesien sollen künftig als sichere Herkunftsstaaten gelten. Ist das Problem nicht eher, dass jeder Antrag individuell geprüft werden muss und die Behörden dadurch überfordert sind?

Nein. Die individuelle Prüfung ist eine zivilisatorische Errungenschaft, beschlossen nach den Erfahrungen des 20. Jahrhunderts. Das ist nicht das Problem. Das eigentliche Problem ist: Was passiert nach der Ablehnung? Da ist die Prüfung ja schon erfolgt. Trotzdem gelingt es nicht, Menschen abzuschieben. Abschiebungen sind für europäische Demokratien grundsätzlich schwierig, weil sie immer auf die Kooperation der Herkunftsstaaten angewiesen sind. Deutschland hat Probleme, Leute nach Italien abzuschieben, genauso wie Italien Probleme hat, Menschen nach Bangladesch, Irak oder Ägypten zurückzubringen. Die Natur des Problems ist identisch. Verfahren beschleunigen ist aber immer sinnvoll. Und kann wirken.

Die Migrationsfrage spielt Rechtspopulisten europaweit in die Hände. Was müsste passieren, um das in den Griff zu bekommen?

Drei Dinge sind entscheidend: Erstens: praktisches Handeln. Zum ersten Mal seit Jahren gibt es nun die Möglichkeit, irreguläre Migration an den Hauptrouten, insbesondere im Mittelmeer, drastisch zu reduzieren. Das geht nur über sichere Drittstaatenabkommen. Es braucht nun eine Koalition von Ländern – und Deutschland sollte als Hauptzielland dabei sein –, die sich dafür einsetzt, dass ab einem Stichtag ankommende Menschen aus Italien, Griechenland oder Spanien in sichere Drittstaaten gebracht werden. Das ist aufwändig und erfordert politischen Fokus. Wenn sich die Innenminister und die Regierungschefs nicht genug engagieren, wird es nicht passieren. Aber wenn es gelänge, wäre es die humane Antwort auf Donald Trump. Es ist möglich, irreguläre Migration zu reduzieren, ohne die Menschenrechts- oder die Flüchtlingskonvention zu verletzen.

Der zweite Punkt ist: Realismus bei Abschiebungen. Regierungen sollten nur versprechen, was sie auch wirklich umsetzen können – und was tatsächlich etwas bringt. Dass man jemanden aufgreift, der seit fünf Jahren hier lebt und arbeitet, und daher leicht zu finden ist, macht das Land nicht sicherer. Das hat mit Kontrolle wenig zu tun. Viel sinnvoller wäre es, alle Kräfte auf Straftäter zu konzentrieren, die keinen Schutz erhalten haben. Und das konsequent – mit Abschiebungen in alle Länder, wo dies rechtlich möglich ist. Dafür muss man auch mit Staaten wie Afghanistan oder Syrien verhandeln. Das wären Maßnahmen, die wirklich etwas bewirken könnten. Wir müssen wegkommen von völlig unrealistischen Ankündigungen großer Abschiebeoffensiven, die dann doch nie stattfinden. Genau das untergräbt Vertrauen. 

Und drittens: Kontrolle ja, so bald wie möglich, aber nicht um den Preis der Menschenwürde. Parteien der Mitte müssen die Menschenrechtskonvention, die Flüchtlingskonvention und die Menschenwürde klar verteidigen. Das ist die Lehre aus dem 20. Jahrhundert in Europa.

Das überzeugt die Bevölkerung?

In den letzten zehn Jahren gab es Rekordzahlen an Asylanträgen in Deutschland und Österreich. Das lag jedoch nicht an Signalen aus Berlin oder Wien, sondern an zwei der größten Fluchtkrisen der Welt der letzten 50 Jahre, beide vor den Toren der EU: in Syrien und in der Ukraine. In beiden Fällen war Wladimir Putin dabei eine Hauptfluchtursache. Er hat Assad von 2015 bis 2024 mit dem russischen Militär an der Macht gehalten. Als er das wegen des Ukrainekriegs nicht mehr konnte, ist das Assad-Regime zusammengebrochen. Und in dem Moment, in dem Assad gefallen war, sind Hunderttausende Syrer aus dem Libanon, der Türkei und Jordanien zurückgekehrt.

Wenn man das klar erklärt, wird deutlich: Es waren diese zwei Kriege – nicht der Klimawandel, nicht Bevölkerungswachstum, nicht Armut –, die dazu geführt haben, dass in Deutschland eine Million Syrer und 1,3 Millionen Ukrainer Schutz erhalten haben. Theorien wie „Wir müssen den Flüchtlingsschutz abschaffen, wir leben in anderen Zeiten als 1950“ oder „Es wird immer mehr Flüchtlinge geben, da können wir nichts tun“ wirken dabei – auch wenn sie das Gegenteil erreichen wollen – letztlich wie Munition für die Rechtsextremen. Denn sie sagen dann: Dann schaffen wir den Flüchtlingsschutz eben komplett ab. Und das wäre fatal. Wer den Flüchtlingsschutz infrage stellt, die Menschenwürde von Asylsuchenden, der stellt am Ende die Menschenwürde aller infrage. Dafür müsste man auch alle Konventionen aussetzen, die wir seit 1949 in Europa beschlossen haben. Und genau das ist es, was die Rechtsextremen wollen: eine Welt vor der Menschenrechtsrevolution der späten 1940er Jahre.

Sie sagen, ein Großteil der Flüchtlinge im Land wird nicht abgeschoben werden können. Muss man das der Bevölkerung nicht offen sagen?

Eine der klügsten Entscheidungen der Ampel war es, Menschen, die seit Jahren hier leben, keine Straftaten begangen haben und ohnehin nicht abgeschoben werden konnten, eine Perspektive zu geben, etwa durch das Chancenaufenthaltsrecht. So etwas funktioniert politisch aber nur, wenn man einen Stichtag hat und gleichzeitig die irreguläre Migration drastisch reduziert. Die AfD konnte sich zwischen 2021 und 2025 verdoppeln, auch weil in den drei Jahren zwischen 2022 und 2024 in Deutschland 850 000 Asylanträge gestellt wurden. Die Regierung verlor die Kontrolle, das waren enorm hohe Zahlen. Dazu kamen noch die ukrainischen Flüchtlinge, die gar kein Asylverfahren durchlaufen mussten. Insgesamt entstand so der Eindruck, dass nicht nur die Zahlen aus dem Ruder laufen, sondern die Regierung überhaupt keine Strategie mehr hatte, um Kontrolle wiederherzustellen.

Wenn man 2026 aber irreguläre Migration in die EU drastisch und sichtbar reduziert, legale Wege wie Resettlement stärkt und benötigte Arbeitsmigration organisiert, hat man eine Politik der Mitte, die drei Dinge vereint: Sie ist umsetzbar, sie ist im Einklang mit bestehendem Recht und – ich bin überzeugt – sie ist auch mehrheitsfähig. Identitäre Parteien wie die AfD, die bereit sind, Menschenrechte zu opfern, wie wir das heute in den USA sehen, werden das alles ablehnen, aber daran darf sich die Mitte nicht orientieren. Und das wird dann auch die Mehrheit der Deutschen nicht tun. IPG 19

 

 

 

 

Jahresrückblick 2025: Was „uns“ beschäftigt hat

 

Ein Jahr im Dauerfeuer: 2025 wurde Migration zur politischen Währung – und für viele zur täglichen Zumutung. Zwischen Wahlkampf, Grenzdebatten und EU-Härte, Polizeischüssen und Rassismus im Alltag, zerrissenen Familien und brüchigen Zusagen blieb vor allem ein Gefühl: Zugehörigkeit steht wieder zur Disposition.

2025 war so ein Jahr, das sich anfühlte, als hätte jemand den Nachrichten-Ticker auf „Dauerfeuer“ gestellt. Für viele Menschen mit Migrationserfahrung war es ein Jahr, in dem große Politik sehr schnell sehr persönlich wurde: am Küchentisch, bei der Wohnungssuche, auf dem Schulhof, im Wartebereich der Ausländerbehörde – und manchmal auch schlicht auf der Straße, wenn Angst real wurde.

Los ging es im Januar mit einem Wort, das plötzlich mehr erklärte, als es sollte: „Biodeutsch“ wurde zum Unwort des Jahres 2024 erklärt – als diskriminierend, als Form von Alltagsrassismus. Man kann darüber die Augen rollen („Schon wieder ein Begriff?“). Man kann aber auch ehrlich sein: Es war ein ziemlich passender Auftakt. Denn 2025 wurde ein Jahr, in dem Zugehörigkeit immer wieder neu verhandelt wurde – nicht abstrakt, sondern mit Untertönen, Blicken, Schlagzeilen.

Vom globalen Tonwechsel zur deutschen Innenpolitik

Nur wenige Tage später wurde Donald Trump in Washington als Präsident der USA vereidigt und machte gleich klar, dass „America First“ wieder Programm ist: Rückzug aus internationalen Abkommen, Druck auf Verbündete, weniger Hilfe – und Härte bei Migration. Das war nicht nur Weltpolitik. Es war auch ein Signal, das bis nach Europa hallte, weil es den Ton verschob: rauer, misstrauischer, kälter.

In Deutschland kippte die Stimmung im Januar endgültig in den Wahlkampfmodus, als in Aschaffenburg ein kleiner Junge und ein Mann erstochen wurden. Die Tat war schrecklich – und sie wurde sofort politisch aufgeladen. Ein abgelehnter afghanischer Asylbewerber wurde festgenommen; im Herbst folgte ein Prozess, am Ende die Einweisung in die Psychiatrie wegen Schuldunfähigkeit. Doch schon in den Tagen nach der Tat war das Muster sichtbar: Ein Gewaltverbrechen wird zur Projektionsfläche, Migration zur Abkürzung für „Problem“, Asylpolitik zum Hebel für Mehrheiten. Eine Woche später setzte die Union im Bundestag einen Antrag zur Verschärfung der Migrationspolitik mit Hilfe der AfD durch – und im ganzen Land gingen Zehntausende auf die Straße, um gegen einen Rechtsruck zu demonstrieren: eine Republik zwischen Entsetzen, Instrumentalisierung und Gegenwehr.

Zugehörigkeit auf Widerruf

In diese aufgeheizte Stimmung platzte auch eine Debatte, die vielen besonders unter die Haut ging: die Idee, Staatsbürgerschaft wieder leichter entziehen zu können – als „Signal“, als Strafe, als politische Botschaft. Für Betroffene fühlte sich das nicht nach Sicherheit an, sondern nach einer Art „Zugehörigkeit auf Widerruf“.

Der Februar machte es nicht leichter. In München steuerte ein junger Afghane ein Auto in einen Demonstrationszug, mindestens 30 Menschen wurden verletzt, zwei Tage später starben ein Kind und seine Mutter. Wieder: Trauer, Schock – und sofort die nächste Runde der Asyl- und Sicherheitsdebatte. Parallel dazu kam aus den USA der nächste rhetorische Paukenschlag: Vizepräsident J. D. Vance attackierte auf der Münchner Sicherheitskonferenz europäische Verbündete ungewöhnlich scharf, warf ihnen Einschränkungen der Meinungsfreiheit vor und kritisierte die Ausgrenzung von Parteien wie der AfD als undemokratisch. Deutsche Politiker wiesen die Einmischung zurück – aber der Ton blieb hängen: USA supportet AfD.

Wahljahr, Stimmungslage, Verschärfungen

Am 23. Februar folgte die Bundestagswahl. Die Union gewann mit 28,5 Prozent, die AfD wurde mit 20,8 Prozent zweitstärkste Kraft, die SPD stürzte auf 16,4 Prozent. Grüne und Linke zogen ebenfalls ins Parlament ein, FDP und BSW scheiterten an der Fünf-Prozent-Hürde. Das Ergebnis war nicht nur eine neue Sitzordnung – es war ein Stimmungsbild: Migration blieb eines der Themen, an denen sich Politik und Gesellschaft abarbeiten, und zwar mit zunehmend scharfem Werkzeug.

Im Frühjahr und in den Koalitionsverhandlungen zeigte sich, wie schnell aus Debatten konkrete Einschnitte werden können. Plötzlich stand wieder zur Disposition, was gerade erst als Fortschritt galt: die schnellere Einbürgerung („Turbo-Einbürgerung“) – und zugleich Änderungen beim Familiennachzug für bestimmte Gruppen von Geflüchteten. Für viele war das keine technische Reform, sondern eine Frage von Lebensplanung: Kann ich bleiben? Kann ich ankommen? Kann meine Familie nachkommen – oder bleibt „Integration“ eine Dauerleistung im Provisorium?

Rechtsstaat, Polizei, Vertrauen

Und dann kam ein Themenblock, der 2025 wie ein roter Faden durch vieles lief: Vertrauen in den Rechtsstaat – und die Frage, ob alle in diesem Land denselben Schutz erwarten dürfen. Am Ostersonntag starb in Oldenburg der 21-jährige Schwarze Lorenz A. nach Polizeischüssen – mehrere Treffer von hinten. Der Fall löste eine heftige Debatte aus: War es Notwehr oder unverhältnismäßige Gewalt? Warum gab es keine Bodycam-Aufnahmen? Und warum „ermitteln“ in solchen Fällen oft Polizisten gegen Polizisten? Der Tod von Lorenz blieb nicht „nur“ ein tragischer Einzelfall. Er wurde zur Chiffre für etwas, das viele Menschen mit Migrationserfahrung längst kennen: Dass Begegnungen mit Polizei – je nach Aussehen, Sprache, Wohnort – nicht für alle gleich riskant sind. Im Sommer wurden Reformforderungen lauter, in Oldenburg gingen erneut Menschen auf die Straße. Und im November erhob die Staatsanwaltschaft Anklage gegen einen Polizisten, sah aber keine Notwehr, sondern nur fahrlässige Tötung – lebensfremd.

Fast spiegelbildlich dazu entwickelte sich in Hessen ein Komplex, der vielen das Gefühl gab: Es geht nicht um Einzelfälle, sondern um Muster. Im Herbst wurden Ermittlungen gegen Frankfurter Polizeibeamt:innen öffentlich – es geht um schwere Vorwürfe wie Körperverletzung, Strafvereitelung im Amt und die Verfolgung Unschuldiger. Unter den Betroffenen: häufig Männer, die als „ausländisch“ wahrgenommen werden.

Gebraucht, aber nicht willkommen

Parallel dazu lief die Arbeitsmarkt-Realität weiter. Die Politik sagte: „Wir brauchen Fachkräfte“, Länder drängten auf weniger Barrieren, und Studien zeigten, dass Beschäftigungslücken zunehmend von Menschen ohne deutsche Staatsangehörigkeit geschlossen werden. Das war einerseits Bestätigung: Ohne Einwanderung funktioniert vieles nicht mehr. Andererseits blieb das Gefühl bitter vertraut: gebraucht werden, ja – aber nicht unbedingt willkommen sein.

Im Mai stufte der Verfassungsschutz die AfD vom Verdachtsfall zur „gesichert rechtsextremistischen Bestrebung“ hoch; was politisch wie eine klare Diagnose wirkt, wird juristisch weiter ausgefochten. Fast zeitgleich ging die Bundesanwaltschaft gegen eine mutmaßliche rechte Terrorgruppe vor: die „Letzte Verteidigungswelle“. Verdächtige teilweise erst 14 bis 18 Jahre alt, Anschlagspläne auf Asylbewerberunterkünfte und linke Einrichtungen – das liest man zweimal, weil man hofft, sich verlesen zu haben.

Grenzen, Gerichte, Grundrechte

Im Juni drehte sich vieles um Grenzen – im wörtlichen und im übertragenen Sinn. Das Berliner Verwaltungsgericht erklärte in einer Eilentscheidung die Zurückweisung von Asylsuchenden bei Grenzkontrollen auf deutschem Gebiet für rechtswidrig. Innenminister Alexander Dobrindt wollte dennoch nichts ändern und sprach von einem Einzelfall. Für Betroffene klang das wie: Recht kann gelten – muss aber nicht. Parallel sah man in den USA, wie die Regierung in Kalifornien Soldaten gegen Demonstrierende aufmarschieren ließ; Proteste richteten sich gegen ICE und Abschiebungen. Auch das wirkte: als Beleg dafür, wie schnell „Recht“ und „Ordnung“ gegen Menschenrechte ausgespielt werden, wenn Migration zur Bedrohung erklärt wird.

Und dann war da noch der Alltag, der 2025 in vielen Berichten eine erschreckende Klarheit bekam. Ein Jahresbericht zählte Hunderte dokumentierte Fälle antimuslimischen Rassismus: Beschimpfungen von Kindern, Pöbeleien gegen Frauen mit Kopftuch, Anfeindungen, die nicht spektakulär sind – aber zermürbend. Nicht genannt werden können hier zahlreiche weitere Studien, die ähnliches Verhältnisse über Schwarze, Sinti und Roma, Jüdinnen und Juden und andere Minderheiten wiederholt zutage gebracht haben – ohne nennenswerte Wirkung.

Bürokratie, Einbürgerung, Familie

Ebenfalls im Juni verdichtete sich ein anderes Thema, das viele mürbe macht: Einbürgerung als Geduldsprobe. Hohe Rückstände, Wartezeiten von Jahren – selbst wenn die Voraussetzungen erfüllt sind. Dazu die politischen Signale, die das Ganze wieder infrage stellen. Gleichzeitig wurde der Familiennachzug politisch enger verhandelt, und eine Studie griff Gründe auf, warum Zugewanderte zunehmend über Auswanderung nachdenken: Bürokratie, Politik, persönliche Erfahrungen, strukturelle Hürden und Diskriminierung.

Im Sommer folgte der nächste Block: Asylzahlen sanken drastisch, Halbjahreszahlen zeigten einen starken Rückgang – und sofort begannen die Deutungskämpfe. Erfolgsgeschichte oder Abschottung? Schutz oder Statistik? Erfolg der neuen oder der alten Regierung? War das überhaupt ein Erfolg angesichts der Opfer die, die Politik dafür erbracht hatte: massiver Abbau von Menschenrechten? Die Frage blieb nicht akademisch, weil parallel Debatten über Abschiebungen aufkamen.

Europa schließt die Reihen

Grenzen wurden im Juli auch in Europa sichtbar: Polen führte vorübergehende Kontrollen an der Grenze zu Deutschland ein – als Reaktion auf deutsche Kontrollen. Wer sich in Europa an offene Grenzen gewöhnt hatte, merkte 2025: Das Gefühl ist fragiler geworden.

Im August zeigte sich, wie sehr das politische Klima nach innen wirkt: Studien zeigten, dass Geflüchtete sich vor Fremdenfeindlichkeit sorgen – und dass Diskriminierung besonders bei Wohnung und Arbeit schmerzt. Gleichzeitig wurde der Blick auf ukrainische Geflüchtete im EU-Vergleich gelenkt: Sozialhilfe, Arbeitsmarktchancen, Integrationsbedingungen. Das Ende von diesem Lied war die Streichung von Bürgergeld für neu ankommende Ukrainer – wie naiv, als man noch glaubte, man könne die Privilegien der Ukrainer eventuell ausweiten auf alle Schutzsuchenden.

Afghanistan-Zusagen und brüchige Versprechen

Der September brachte ein Thema, das sich bis heute zieht, aber hier einen symbolischen Moment hatte: Erstmals seit Start der schwarz-roten Koalition kamen afghanische Staatsangehörige mit Aufnahmezusage in Deutschland an – nachdem mehrere in Pakistan wartende Familien die ihnen zugesagten Visa gerichtlich durchgesetzt hatten. Das war einerseits eine Erleichterung: Menschen, die Schutz versprochen bekommen hatten, kamen endlich an. Andererseits war es ein bitteres Lehrstück darüber, wie brüchig Zusagen und die Bindung an Recht und Gesetz werden können, wenn sie politisch nicht mehr gewollt sind. Über das Jahr häuften sich Berichte über blockierte Verfahren, verschleppte Visavergaben, Neubewertungen bereits erteilter Zusagen – und über Familien, die ohne Schutzstatus in Pakistan festsaßen, mit ablaufenden Visa und Angst vor Abschiebung nach Afghanistan. Im Dezember meldete das Innenministerium, man werde jene aufnehmen, zu deren Aufnahme man per Gerichtsurteil verpflichtet wurde, alle anderen erhielten Absagen – trotz vorheriger Zusagen. Fremdschämen.

Im Oktober kam Bewegung in das Dauerthema Israel-Gaza-Konflikt: Es trat eine Waffenruhe zwischen Israel und der Hamas in Kraft, verbunden mit Geisel- und Gefangenenaustausch. Das alles war weit weg – und gleichzeitig ganz nah, weil es in Communities hierzulande Gespräche, Streit, Sorgen und Trauer prägte. Auch die deutsche Debatte über Demonstrationen, Grenzen polizeilicher Maßnahmen und den Umgang mit Kritik an Israels Kriegführung blieb dabei ein Dauerkonflikt – juristisch, politisch, gesellschaftlich. Inzwischen beschäftigen sich Gerichte mit dem Thema und es wird immer deutlicher: Deutschland hat in dieser Zeit es mit der Meinungsfreiheit nicht so ernst gemeint. International war es mit seinem „Staatsräson“ schon vorher isoliert. Im Globalen Süden trägt die einstige Hüterin der Meinungsfreiheit und der Fahnenträger für Rechtsstaatlichkeit inzwischen das Prädikat: Heuchler.

Sprache, Klima, „Stadtbild“

Im nasskalten Herbst wurde zudem sichtbar, wie schnell eine Äußerung das gesellschaftliche Klima vergiften kann: Kanzler Friedrich Merz stellte Versäumnisse in der Migrationspolitik in einen Zusammenhang mit Problemen im „Stadtbild“. Viele empfanden das als rassistisch, es gab tagelange Proteste. Nicht nur wegen des Satzes – sondern weil er eine Denkfigur bediente: Migration als Erklärung für „Unordnung“, Menschen als Kulisse.

Kaum war diese Debatte abgeklungen, gründete sich im November die AfD-Jugendorganisation „Generation Deutschland“ neu, begleitet von großen Gegenprotesten.

Dezember: Symbolpolitik und harte Linien

Im Dezember schließlich kamen mehrere Linien zusammen. Aus Washington kam eine neue nationale Sicherheitsstrategie, die EU-Politik als Bedrohung darstellte und sogar von „zivilisatorischer Auslöschung“ durch Migration sprach – ein Ton, der wie gemacht ist, um Menschen gegeneinander aufzubringen. In Europa wurde zugleich das Kopftuchverbot in Österreich für unter 14-Jährige beschlossen – mit Signalwirkung weit über die Landesgrenzen hinaus. Und in Deutschland wurde das Thema Wohnen noch einmal besonders greifbar: Eine Studie belegte rassistische Benachteiligung im Wohnkontext – Wohnlage, Größe, Qualität, Eigentum. Für Betroffene ist das die zentrale Frage des Alltags: Wo kann ich leben, ohne abgewiesen zu werden?

Und es gab noch viele andere große und kleine Debatten, die für Betroffene sehr konkret waren: ein lokaler Streit um ein Kopftuchverbot an einer Schule; der Vorwurf rassistisch motivierter, gewaltsamer Grenzkontrollen; ausländisch gelesene Kinder, die auf dem Spielplatz geschlagen und angespuckt werden. Das Jahr hatte viele solcher Geschichten: nicht immer „groß“ in der Weltpolitik – aber groß genug, um Leben zu prägen.

Dazu kamen immer wieder Afghanistan und Visa: Gerichte forderten raschere Entscheidungen, weil es nicht um Formalien geht, sondern um Sicherheit. Und es gab dieses „Einzelschicksal“, das vieles erklärt: der „Held von Aschaffenburg“, ein Asylbewerber, der mit seinem engagierten Eingreifen im Januar Schlimmeres verhindert hatte und später mit einer Medaille für Zivilcourage ausgezeichnet wurde, soll Deutschland verlassen, er soll freiwillig ausreisen, um nicht abgeschoben zu werden. Eine Erinnerung daran, dass Anerkennung im Alltag nicht automatisch vor ausländerrechtlicher Härte schützt.

Seenotrettung: die dauerhafte Tragödie

Und dann, über das ganze Jahr verteilt, blieb eine Tragödie, die man nie „abhaken“ kann: das zentrale Mittelmeer. Mindestens 1.190 ertrunkene Menschen, Festsetzungen ziviler Rettungsschiffe, verlorene Einsatztage – und gleichzeitig Tausende aus Seenot Gerettete. 2025 war auch ein Jahr, in dem Europa weiter Menschen sterben ließ – sehenden Auges.

Ein vorläufiger Schlusspunkt setzte am 17. Dezember so etwas wie einen Schlussakkord für eine Asyl- und Fluchtdebatte, die 2025 praktisch ohne Pause lief: Das EU-Parlament öffnete die Tür für eine neue Stufe der Asyl-Auslagerung. Künftig könnten Asylsuchende in „sichere Drittstaaten“ gebracht werden, in denen sie zuvor nie gelebt haben – bekannt als Ruanda-Modell. Parallel soll eine EU-weite Liste „sicherer Herkunftsstaaten“ kommen. Politisch brisant war auch das Abstimmungsbild: Die CDU stimmte für die Verschärfung gemeinsam mit der AfD und weiteren rechten Parteien.

Bilanz eines widersprüchlichen Jahres

Was bleibt als Bilanz? 2025 war ein Jahr der Widersprüche. Es gab Gegenproteste, Zivilcourage, Gerichte, die Grenzen des Staates markierten, und Menschen, die trotz allem ankommen wollten. Gleichzeitig gab es eine Politik, die Zugehörigkeit wieder enger definierte, ein Klima, in dem Alltagsrassismus lauter wurde, und Entscheidungen, die für Betroffene nicht nach Steuerung, sondern nach Unsicherheit klangen. Positiv war: Die Gesellschaft ist nicht stumm geblieben. Negativ war: Sie musste viel zu oft laut werden.

Und 2026? Das Thema Migration wird uns weiter begleiten – weil es nicht verschwindet, nur weil man es schärfer formuliert. Die entscheidende Frage wird sein, ob Politik und Gesellschaft wieder mehr über Lösungen sprechen, die Menschen schützen, statt sie zu sortieren. Wir, die Redaktion, werden das alles natürlich weiter kritisch begleiten.

Danke und kurze Pause

Zum Schluss bleibt uns vor allem eines: Danke. Danke, dass ihr MiGAZIN gelesen habt – regelmäßig oder zwischendurch, zustimmend oder kritisch. Danke für die vielen konstruktiven Rückmeldungen, für Lob und Widerspruch, für Spenden und Abonnements, für das Weiterleiten, Diskutieren und Dranbleiben. Wir wünschen euch schöne Feiertage, ein gesundes und erfolgreiches neues Jahr – und Nachrichten, die mehr Grund zur Freude geben. MiG 19

 

 

 

 

 

Ein simples Njet

 

Deutschland streitet über die Beteiligung der Bundeswehr an einer multinationalen Schutztruppe für die Ukraine. Doch die Frage stellt sich gar nicht. Von Roland Bathon

Bei den oft sprunghaften Verhandlungen zwischen den USA und Russland zur Beendigung des Ukrainekriegs stand die EU zuletzt häufig wie ein Zuschauer daneben. Eine Rolle, die ihr kaum behagen konnte, verfügt Brüssel doch über eine lange Tradition als diplomatisch aktiver Vermittler, etwa im Kosovokonflikt oder der Zypernkrise. Umso größer fiel die Freude in deutscher Politik und Presse aus, als die New York Times berichtete, die US-Diplomatie habe beim jüngsten Treffen in Berlin die EU-Forderung nach europäischen Truppen in der Ukraine als Sicherheitsgarantie übernommen.

Für Überraschung sorgte zudem anschließend die verbreitete Schlagzeile, Kreml-Sprecher Dmitri Peskow schließe das Thema Friedenstruppen nicht grundsätzlich aus, anders als viele bisherige EU-Vorschläge zuvor. Er bezeichnete die Initiative schlicht als „Gegenstand für Diskussionen“. In den Kurzmeldungen ging jedoch unter, dass er im selben Statement die Stationierung von EU-Militärpersonal in der Ukraine weiterhin ausschließt, insbesondere wenn dieses aus NATO-Mitgliedstaaten käme. Trotz dieses im aktuellen Moskauer Tonfall relativ gemäßigten Signals sollte man sich nicht der Illusion hingeben, Russland werde im Rahmen von Verhandlungen ein EU-dominiertes Militärkontingent akzeptieren. Ein Festhalten an dieser Forderung könnte sogar ein Scheitern jeglicher Gespräche über einen Waffenstillstand oder Frieden provozieren, selbst wenn Moskau angesichts wirtschaftlicher Probleme grundsätzlich zu Verhandlungen bereit wäre.

In diesem Zusammenhang ist die akademische Frage, wie sich „Sicherheitstruppen“ von „Friedenstruppen“ unterscheiden, kaum relevant. In beiden Fällen handelt es sich um Truppen, die zwecks Deeskalation vor Ort stationiert werden sollen. Entscheidend ist, dass beide Konfliktparteien ihrer Zusammensetzung zustimmen. Ist diese ausschließlich westlich oder zumindest westlich dominiert, wird das Einverständnis aus dem Kreml ausbleiben.

Hierfür lohnt ein Blick auf die Motive, mit denen Moskau 2022 die Invasion rechtfertigte und bis heute legitimiert. Ein zentrales Argument lautet, das Vordringen des Westens an Russlands Grenzen zu stoppen. Russland betrachtet die Ukraine ebenso wie Belarus als Pufferstaat, Nationalisten sehen sie gar als „russisches Land“, ungeachtet des Selbstverständnisses der dortigen Bevölkerung. Die frühere, zähneknirschende Akzeptanz der NATO-Osterweiterung wird in Moskau – über radikale Kreise hinaus – als außenpolitischer Fehler gesehen. Vor diesem Hintergrund wird man westliche Truppen auf ukrainischem Boden niemals akzeptieren, unabhängig davon, ob sie als Friedens- oder Sicherungskräfte auftreten.

Moskau bewertet jede Präsenz von NATO-Truppen in der Ukraine als Eskalationsrisiko und strebt eine Sicherheitsordnung in Osteuropa an, die ohne westliche Beteiligung auskommt. Den wachsenden Einfluss Chinas in Eurasien muss Russland hinnehmen, gegenüber dem Westen besteht diese Bereitschaft nicht. Ein Kompromiss an dieser Stelle wäre aus Moskauer Sicht ein gefährlicher Präzedenzfall für Konflikte wie in Georgien oder Moldau, wo ebenfalls versucht wird, westlichen Einfluss zurückzudrängen.

Diese Haltung entspringt nicht allein dem in den letzten Jahren radikalisierten Nationalismus der russischen Führung, sondern speist sich auch aus historischen Erfahrungen mit Bedrohungen aus dem Westen – vom napoleonischen Frankreich bis zu Hitlerdeutschland. Nicht umsonst greifen russische Medien solche Vergleiche gezielt auf, um die zunehmend kriegsmüde Bevölkerung bei der Stange zu halten.

Das bedeutet jedoch nicht, dass der Kreml Friedenstruppen grundsätzlich ablehnt. Aus ukrainischer Sicht sind sie angesichts der realen Bedrohung unverzichtbar. Sie müssten jedoch aus Staaten stammen, die für beide Seiten als neutral gelten. Vor allem große Akteure des Globalen Südens wie Indien oder China kommen in Betracht. Allerdings würde Indien sich höchstens im Rahmen eines UN-Mandats beteiligen, China schließt eine Teilnahme bislang vollständig aus.

Die massive Konzentration von Militärgerät in der Ostukraine legt aber nahe, dass die Sicherheit vor Ort durch militärisch starke Staaten gewährleistet werden müsste, um einen Aggressor wirksam abzuschrecken. Eine besondere Rolle könnte die Türkei spielen. Trotz NATO-Mitgliedschaft betont sie ihre Neutralität im Ukrainekrieg und wurde für Gespräche wie in Istanbul von beiden Seiten akzeptiert. Eine Beteiligung an einer rein westlichen Mission lehnt Ankara zwar ab, könnte sich jedoch an einer breiter legitimierten, internationalen Truppe beteiligen. Eine Teilnahme großer Staaten des Globalen Südens wird es jedoch nur auf Grundlage eines UN-Mandats oder eines ähnlich neutralen Rahmens geben. Staaten wie Indien oder China werden nicht das Leben ihrer Soldaten weit entfernt von der Heimat aufs Spiel setzen, nur weil Washington dies verlangt.

Angesichts des bisherigen Verlaufs der Verhandlungen zwischen den Regierungen Trump und Putin ist es wenig wahrscheinlich, dass die nun in Florida fortgesetzten Gespräche schnell zu Ergebnissen führen. Auch unter gemäßigten russischen Außenpolitik-Experten wie Andrej Kortunow herrscht große Skepsis gegenüber den weitreichenden, wechselhaften und stark auf wirtschaftliche „Deals“ zugeschnittenen US-Vorschlägen. Auf der anderen Seite würden jedoch selbst harte Moskauer Falken eine von Putin selbst getragene Vereinbarung kaum offen infrage stellen. Zu groß wäre die Gefahr, die volle Wucht der russischen Staatsmacht abzubekommen.

Umso wichtiger ist, dass eine mögliche Einigung, die das massenhafte Sterben in der Ukraine zumindest unterbrechen könnte, nicht an unrealistischen Forderungen der Europäer scheitert. Das liegt auch im Interesse der ukrainischen Bevölkerung, die – wie inzwischen große Teile der russischen Gesellschaft – Frieden wünscht.

Die bereits angestoßene Debatte, ob Deutschland sich an einer Truppe vor Ort beteiligen sollte, erübrigt sich angesichts des fehlenden Realitätsbezugs. Russland betrachtet Deutschland längst nicht mehr als Vermittler, und wird aufgrund der schwierigen gemeinsamen Geschichte niemals deutsche Truppen in der Ostukraine akzeptieren. Noch immer steht deutsches Militär in russischer Erinnerung für alles andere als Frieden, nach dem sich auch viele Russen angesichts wachsender Opferzahlen sehnen. IPG 19

 

 

 

 

 

650.000 Menschen italienischer Herkunft leben in Deutschland

 

Vor 70 Jahren wurde das Anwerbeabkommen mit Italien unterzeichnet. Heute leben weit mehr als eine halbe Million Menschen mit italienischen Wurzeln in Deutschland. Aber: Jeder Dritte ist erst in den vergangenen zehn Jahren eingewandert.

In Deutschland haben im vergangenen Jahr 650.000 Menschen mit italienischer Einwanderungsgeschichte gelebt. Zum 70. Jahrestag des Anwerbeabkommens mit Italien vom 20. Dezember 1955 teilte das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mit, fast Dreiviertel von ihnen (465.000 oder 72 Prozent) seien selbst aus dem südeuropäischen Land eingewandert. Die übrigen 185.000 oder 28 Prozent seien in Deutschland geboren.

Eine Einwanderungsgeschichte hat demnach „eine Person, die entweder selbst seit 1950 nach Deutschland eingewandert ist oder bei der dies auf beide Elternteile zutrifft“. 67.000 damals als „Gastarbeiter“ bezeichnete Menschen, die zwischen 1955 und 1973 zum Arbeiten aus Italien nach Deutschland kamen, lebten 2024 laut der Statistikbehörde noch hierzulande.

Fast ein Drittel seit 2014 zugewandert

Wer in Italien geboren wurde und selbst nach Deutschland einwanderte, lebte demnach seit durchschnittlich 30,3 Jahren hier. Knapp ein Viertel (113.000 oder 24 Prozent) kamen in der Zeit des Anwerbeabkommens (1955-1973) in die Bundesrepublik. Knapp ein Drittel (147.000 oder 32 Prozent) seien seit 2014 nach Deutschland gekommen.

Häufigste Gründe für den Umzug nach Deutschland seien familiärer Art (44 Prozent) und Erwerbstätigkeit (41 Prozent). Der Anteil italienischstämmiger Einwanderer an allen Erwerbstätigen im Alter von 15 Jahren aufwärts betrug den Angaben zufolge im vergangenen Jahr 0,9 Prozent. Wichtigstes Betätigungsfeld ist die Gastronomie (3,6 Prozent).

Schwerpunkte in NRW, Südwesten und Bayern

Das Geschlechterverhältnis war unausgewogen: 59 Prozent aller Zuwanderinnen und Zuwanderer aus Italien waren laut den Statistikern Männer, 41 Prozent Frauen. Auch die regionale Verteilung, wo italienischstämmige Menschen sich niederließen, ist sehr ungleichmäßig: Mehr als Zweidrittel (69 Prozent) von ihnen lebten in den drei Bundesländern Baden-Württemberg (29 Prozent), Nordrhein-Westfalen (23 Prozent) und Bayern (18 Prozent). Die höchsten Anteile an der Gesamtbevölkerung stellten sie demnach im Saarland (1,8 Prozent), Baden-Württemberg (1,7 Prozent) und in Hessen (1,1 Prozent). (dpa/mig 18)

 

 

 

 

 

EU-Parlament gibt grünes Licht für Auslagerung von Asylverfahren

 

Das EU-Parlament hat einer Asylrechtsverschärfung zugestimmt. Sie soll die Verlagerung von Asylverfahren in Drittstaaten ermöglichen – ein Ansatz, der als Ruanda-Modell bekannt ist. Abgeordnete der AfD stimmten mit. Von Marlene Brey

Das EU-Parlament hat seine Position zu zwei zentralen Asylgesetzen abgestimmt. Das teilte ein Sprecher am Mittwoch in Straßburg mit. Künftig könnten Asylsuchende in sogenannte „sichere Drittstaaten“ gebracht werden, in denen sie nie zuvor gelebt haben – bekannt als Ruanda-Modell. Zudem soll es eine gemeinsame europäische Liste „sicherer Herkunftsstaaten“ geben, wodurch Asylsuchende aus Ländern wie Marokko, Tunesien oder Ägypten in Asylverfahren und beim Arbeitsmarktzugang deutlich benachteiligt würden.

Die CDU stimmte zusammen mit Abgeordneten der AfD und weiterer rechter Parteien für die Gesetzesverschärfung, während Linke, Grüne und Sozialdemokraten mehrheitlich dagegen votierten. Die finalen Verhandlungen mit der EU-Kommission und den Mitgliedstaaten über die beiden Gesetzestexte sollten noch am selben Tag beginnen.

Sichere Drittstaaten oder das Ruanda-Modell

Das Konzept der sicheren Drittstaaten sieht vor, Asylsuchende in Länder zu verlegen, die Schutz gewähren, statt ihnen im EU-Ankunftsland ein reguläres Verfahren zu ermöglichen. Mit der geplanten Gesetzesänderung wäre dies auch in Staaten möglich, in denen die Betroffenen bisher nie gelebt haben, sofern ein entsprechendes Abkommen besteht. Modelle wie das Abkommen zwischen Italien und Albanien oder das Ruanda-Modell würden damit ermöglicht.

Der Generalsekretär der Kommission der Kirchen für Migranten in Europa (CCME), Torsten Moritz, kritisierte die Asylrechtsverschärfung: „Die anvisierten Drittstaaten haben meist keine ausreichende Infrastruktur. Damit wird de facto das Grundrecht auf Asyl abgeschafft“, erklärte er. Clara Bünger, Sprecherin für Innen- und Fluchtpolitik der Linken im Bundestag, verwies auf frühere Gerichtsentscheidungen in Großbritannien und Italien und die mögliche Verletzung der Genfer Flüchtlingskonvention: „Das Ruanda-Modell missachtet fundamentale Menschenrechte.“

Europäische Liste „sicherer Herkunftsländer“

Bisher legten die Mitgliedstaaten selbst fest, welche Länder als sicher gelten. Künftig soll eine gemeinsame europäische Liste gelten. Wird ein Land als sicher eingestuft, werden Asylverfahren verkürzt, die Beweislast liegt stärker bei den Betroffenen, und der Zugang zum Arbeitsmarkt ist oft eingeschränkt.

„Staaten wie Ägypten, in denen politische Verfolgung an der Tagesordnung ist, werden jetzt europaweit als sichere Herkunftsländer definiert“, kritisierte der Europaabgeordnete Erik Marquardt (Grüne). Dies werde nicht Abschiebungen erleichtern, wie viele denken. Abschiebungen seien auch ohne Einstufung als „sicheres Herkunftsland“ möglich. Es werde vor allem dazu führen, dass Asylsuchende aus diesen Ländern deutlich weniger Rechte hätten – etwa keinen Zugang zum Arbeitsmarkt. Das hält Marquardt vor allem integrationspolitisch für problematisch. (epd/mig 18)

 

 

 

 

 

Festung Europa. Wenn der Ausnahmezustand zur Norm wird

 

Die europäische Mitte spricht längst wie die Rechte. Abschottung wird Normalität, Menschenrechte verhandelbar. Für Migranten ist das keine abstrakte Debatte mehr, sondern eine Existenzfrage: Bleiben oder erneut gehen müssen? Von Kiflemariam Gebre Wold

Rechte Parteien treiben die EU vor sich her. Es sind längst nicht mehr nur die Ränder, die Abschottung fordern. Die „Mitte“ hat deren Sprache übernommen. Für uns in der migrantischen Community steht eine existenzielle Entscheidung an. Spätestens bei der Frage meines Enkelkindes: „Wenn die AfD kommt, müssen wir dann Deutschland verlassen?“, ist mir klar geworden, dass es hier um alles geht. Noch in den 80ern und 90ern war es nicht unüblich für Migrant*innen, nach Schweden, Holland oder Großbritannien umzusiedeln, wenn hierzulande wieder mal verbal und physisch über „Asylanten“ und Ausländer hergezogen wurde. Diese Länder galten damals als liberal. Diese Option besteht nirgends mehr in Europa.

Die politische Lage in Europa hat sich stark verändert. Der „Rechtsruck“ ist nicht nur ein Schreckgespenst, er ist Realität. In fast allen europäischen Ländern diktieren rechte und rechtspopulistische Parteien den Takt. Durch den enormen Druck der Straße und der Social-Media-Likes scheint die Übernahme von Staat und Gesellschaft durch die Rechte bald zu gelingen. Selbst dort, wo sie nicht den Kanzler oder Premier stellen, prägen sie die Debatten. Ihre Agenda ist simpel: Zuwanderung wird nicht gestaltet, sondern bekämpft.

Hinter dieser Abwehrfront verbirgt sich mehr als nur Wahlkampftaktik. Europa verändert sein Gesicht. Und für uns, die migrantische Community, ist die Botschaft unmissverständlich: Wir sollen uns entweder der Knute einer autoritäreren Gesellschaft beugen oder diesen Kontinent baldigst verlassen. Es ist eine Zeit angebrochen, in der wir dieses Szenario nicht mehr als Dystopie abtun können – es ist die neue Realität.

„Migration dient als Symbol für eine unübersichtliche, globalisierte Welt. Wer den Wählern einredet, man müsse nur die Grenzen schließen, um ‚Kontrollverlust‘ zu beenden, bietet ein Placebo für ganz andere hausgemachte Krankheiten.“

Rechte Parteien – und zunehmend auch die der sogenannten „bürgerlichen Mitte“ – inszenieren Migration als Mutter aller Probleme. Sie wird zur existenziellen Bedrohung für kulturelle Identität, Sozialsysteme und die innere Sicherheit hochstilisiert. Der Trick dabei ist perfide: Migration dient als Symbol für eine unübersichtliche, globalisierte Welt. Wer den Wählern einredet, man müsse nur die Grenzen schließen, um „Kontrollverlust“ zu beenden, bietet ein Placebo für ganz andere hausgemachte Krankheiten: ökonomische Krisen, soziale Ungleichheit und Zukunftsangst.

Es ist offensichtlich: Parteien wie die Fratelli d’Italia, das Rassemblement National oder die AfD sind wie Treibsätze. Sie haben ihre politische Arbeit professionalisiert und geben sich teils bürgerlich, teils provokant. Das fatale Ergebnis ist nicht ihr Wahlerfolg allein, sondern die Reaktion der anderen: Die etablierten Parteien übernehmen aus Angst vor Wählerverlusten deren Positionen. Was vor einem Jahrzehnt als radikal galt, ist heute Regierungsprogramm. Begriffe wie „Obergrenzen“, „Abschiebeoffensiven“ und „illegale Migration“ sind keine Kampfbegriffe des Randes mehr – sie sind der neue Sound der europäischen Demokratie. Die Ausnahme wurde zur Norm erklärt. Und die Politik verkauft diesen politischen Bankrott als „Realismus“.

Amnesie statt Ursachenbehebung

Dabei verengt sich der Blick tragischerweise auf Zäune, Zahlen und Zunder. Was fehlt, ist die Ehrlichkeit. Es gibt kein Jahrhundert in der Menschheitsgeschichte ohne Migration; sie ist der Motor gesellschaftlicher Entwicklung. Doch Europa igelt sich mental und physisch ein – und verarmt dabei, menschlich wie ökonomisch.1

Völlig ausgeblendet werden die Fluchtursachen, für die Europa historisch und aktuell Verantwortung mitträgt. Dies lässt sich u. a. an drei Punkten festmachen:

1. Das koloniale Erbe: Der Wohlstand dieses Kontinents fußt teilweise auf Sklavenhandel und der Ausbeutung des Globalen Südens.

2. Neokoloniale Strukturen: Ungleiche Handelsbeziehungen und vom Norden verursachte Umweltschäden zerstören Lebensgrundlagen anderswo.

3. Die Versicherheitlichung2: Seit 9/11 wird der Globale Süden fast nur noch durch die Brille der Sicherheitspolitik betrachtet. Migration ist im politischen Denken keine legitime Größe mehr, sondern ein Mittel im proklamierten „War on Terror“.

Die Verstrickungen Europas in zahlreichen Konflikten im globalen Süden werden verschwiegen – sei es durch Waffenlieferungen an Kriegsparteien oder durch militärische Eingriffe ohne UN-Mandat. Statt rechtstaatliche Asylsysteme zu erhalten oder die eigene Verantwortung zu benennen, bekämpfen rechte Parteien Geflüchtete, Migrant:innen und alle, die anders sind als sie. Komplexe globale Ungerechtigkeiten werden mit einfachen Feindbildern übertüncht.

Schleichende Aushebelung der Demokratie

Dieser Kurswechsel hat Folgen für die Demokratie. Wenn Menschenrechte nur noch für die „eigenen“ Leute gelten und Schutzsuchende als Störfaktoren oder Sicherheitsrisiko gebrandmarkt werden, erodieren die Werte, auf die sich die EU so gern beruft.

„Wir sind nicht nur Objekte dieser Politik, sondern wir sind auch der Lackmustest für den Zustand der Demokratie.“

Der öffentliche Diskurs kennt kein Erbarmen. Solidarität wird als Schwäche diffamiert. Nationale Egoismen ersetzen europäische Lösungen. Europa verkauft seine (Rest-)Seele, um seine Grenzen zu „schützen“. Europa steht am Scheideweg. Die „Festung Europa“ macht Fortschritte, das Baumaterial, Angst und Ressentiment. Für uns bedeutet das: Wir sind nicht nur Objekte dieser Politik, sondern wir sind auch der Lackmustest für den Zustand der Demokratie. Wenn Europa sich entscheidet, nur noch den rechten Populismus zu bedienen, wird es nicht nur uns verlieren – es wird sich selbst verlieren!3.

1. Heins/Wolff: Hinter Mauern. Geschlossene Grenzen als Gefahr für die offene Gesellschaft, Suhrkamp, Bd. 2807.

2. Securitization

3. Eine bi-nationale (Deutsch-koreanisch) Hamburger Familie hat ernsthaft der Tochter den Auftrag gegeben, ein Land zum Auswandern zu identifizieren, für den Tag X. Wohl kein Einzelfall. MiG 17

 

 

 

 

 

Diebstahl an der Zukunft

 

Gefährlich und kurzsichtig: Warum die Militarisierung Deutschlands keine industriepolitische Lösung ist. Julian Rossmann

Der US-Präsident Eisenhower warnte bereits 1953 vor den Kosten der Aufrüstung. „Jede hergestellte Waffe, jedes vom Stapel gelassene Kriegsschiff, jede abgefeuerte Rakete bedeutet letztlich einen Diebstahl an jenen, die hungern und nicht gespeist werden, an jenen, die frieren und nicht gekleidet werden.“ In der aktuellen politischen Debatte werden steigende Ausgaben für die Verteidigung bisweilen als „industriepolitische Chance“ und Rüstungsinvestitionen als Wachstumsmotor verkauft. Ist das die Zukunftsagenda, die uns aus der Krise retten soll? Die Transformation unseres Wirtschaftssystems in eine Art Kriegswirtschaft wird weder die deutsche Industrie nachhaltig beleben noch die eigentlichen Ursachen der industriellen Krise lösen. Im Gegenteil: Sie bindet dringend benötigte Ressourcen, Fachkräfte und politische Energie in einer Industrie, die strukturell auf permanenten Konflikt angewiesen ist und deren Produkte bestenfalls ungenutzt in Depots verstauben.

Wenn es um Investitionen in die Verteidigungsfähigkeit geht, wird zu Recht die Oligopolstellung der Rüstungsindustrie kritisiert: Steigende Nachfrage führt hier zwangsläufig zu höheren Preisen. Keine Branche ist derart konzentriert wie die Rüstungsindustrie: In den USA gehen über 50 Prozent der Pentagon-Ausgaben an nur fünf Konzerne. Europa produziert zwar viele unterschiedliche Waffensysteme verglichen mit nur wenigen Modellen in den USA – doch die Vielfalt täuscht: Statt echten Wettbewerb zu schaffen, dominieren in jedem europäischen Land nationale Champions faktisch konkurrenzlos. Das Ergebnis: monopolistische Preise ohne Skaleneffekte. In Deutschland und in Frankreich machen die jeweils zwei größten Rüstungsunternehmen jeweils rund 70 Prozent der Branchenumsätze aus. Ob ein Teil der Lösung des Problems in der Ausnahme von Schuldenregeln und der Fütterung des Oligopols mit dreistelligen Milliardenbeträgen liegt, sei dahingestellt. Die Dominanz weniger Mega-Konzerne in der Waffenproduktion bedeutet zudem, dass jeder dieser Top-Player mehr Geld für Lobbyarbeit und Einflussnahme zur Verfügung hat. Mehr Produktionsstätten und Beschäftigte in politisch wichtigen Regionen schaffen zusätzlichen Druck auf Abgeordnete.

Wenn Verteidigungsindustrie tatsächlich so strategisch wichtig ist, wie behauptet wird, stellt sich eine grundsätzliche Frage: Warum sollte sie in privaten Händen bleiben? Die Idee ist nicht neu: Franklin D. Roosevelt forderte im Vorfeld des Zweiten Weltkriegs hohe Steuern auf „excess profits“ und warnte, niemand solle sich durch Krieg bereichern. Im 18. Jahrhundert wurde die Rüstungsproduktion weitgehend verstaatlicht – nicht zuletzt um zu verhindern, dass Waffen an verfeindete Armeen verkauft wurden. Nationale Verteidigung kann nicht den Anreizen privater Unternehmen überlassen werden. Rüstungsunternehmen sind auf staatliche Abnahmegarantien, Produktionshilfen und Forschungsförderung angewiesen – eine Sozialisierung von Kosten und Risiken. Gleichzeitig bleiben Gewinne und strategische Entscheidungen privat. Der Steuerzahler investiert, die Aktionäre kassieren.

Die zentrale Frage lautet nicht, ob der Staat innovieren kann, sondern ob Innovation vom öffentlichen Interesse oder von Aktionärsrenditen gesteuert werden soll. Nationale Verteidigung ist ein öffentliches Gut und eine Kernfunktion des Staates. Wenn dieser Sektor tatsächlich ausgebaut werden soll, dann unter demokratischer Kontrolle und ohne Profitmotiv. Sonst verzerren finanzielle Anreize für Waffenproduktion die Verteidigungspolitik; ein gefährlicher Interessenkonflikt. Eine Vergesellschaftung der Rüstungsindustrie ist keine Patentlösung für alle Probleme, aber sie würde zumindest sicherstellen, dass strategische Entscheidungen am öffentlichen Interesse und nicht am Shareholder-Value ausgerichtet werden.

Eine militarisierte Wirtschaft schafft ihre eigene Logik: Sie ist strukturell darauf angewiesen, dass irgendwo auf der Welt ständig Krieg herrscht – nicht nur für den Export, sondern auch zur Systemerprobung und Nachfragesicherung. Die politische Abhängigkeit liegt auf der Hand: ohne Kriege keine Nachfrage, ohne Nachfrage keine Arbeitsplätze. Zu unterscheiden ist zwischen einer aufgeblähten Rüstungsindustrie, die wirtschaftlich von Konflikten lebt, und bestimmten sicherheitspolitischen Grundfähigkeiten, die jeder souveräne Staat unabhängig von einer Kriegswirtschaft benötigt. Basisfähigkeiten wie Luftverteidigung oder Cyberabwehr rechtfertigen jedoch keine industriepolitische Illusion, in der Aufrüstung als Wachstumsmodell verkauft wird.

Die Antwort auf hybride Kriegsführung sind keine Panzer, sondern soziale Resilienz. Funktionierende öffentliche Dienste, bezahlbare Energie, gute Arbeit und sozialer Zusammenhalt schützen gegen Destabilisierungsversuche. Eine Priorisierung der Rüstungsindustrie bei der Bindung technischer Fachkräfte kann langfristig zulasten der gesellschaftlichen Resilienz in Bereichen wie Gesundheit, Bildung und ziviler Innovation gehen. Deutschland steht vor der größten wirtschaftlichen Transformation seit der Industrialisierung. Jeder Ingenieur, der Waffensysteme entwickelt, fehlt woanders. Dekarbonisierung, Erneuerbare, Verkehrswende, Verwaltungsdigitalisierung – all das erfordert genau die hoch qualifizierten Fachkräfte, die nun systematisch in die Rüstungsindustrie gezogen werden sollen. Rüstungsausgaben mobilisieren enorme Mittel, schaffen aber kaum nachhaltigen wirtschaftlichen Nutzen: Ein Panzer erzeugt keine Energie, fördert keine Innovation und baut keine Infrastruktur.

Rüstungsausgaben entfalten nur begrenzte gesamtwirtschaftliche Effekte und binden Kapital, das außerhalb des militärischen Sektors kaum produktiv wirkt. Demgegenüber zeigen Studien, dass Investitionen in Bildung, Gesundheit, Infrastruktur und erneuerbare Energien deutlich höhere Beschäftigungs- und Wertschöpfungseffekte haben. Sie wirken lokal, sind weniger importabhängig und erzeugen reale Wertschöpfung. Selbst die oft beschworenen „Dual-Use-Innovationen“ taugen kaum als Argument, denn zivile Forschung wäre ohne militärische Umwege effizienter, transparenter und gesellschaftlich sinnvoller. Jeder seltene Rohstoff, der in ein Raketenlenksystem wandert, fehlt bei Batterien, Elektromotoren oder beim Netzausbau. Kurz gesagt: Geld für Waffen verpufft.

Ein besonders fataler Aspekt der Verteidigungsagenda ist der Versuch, die Krise der Automobilindustrie mit Rüstungsproduktion zu „lösen“. Der Vorschlag, Automobilzulieferer sollten auf militärische Produktion umstellen, ignoriert fundamentale ökonomische Realitäten und die Geschichte. Nach dem Kalten Krieg scheiterten viele Konversionsversuche von Rüstungs- zu Zivilproduktion an fehlender Marktkenntnis und mangelnder Wettbewerbsfähigkeit. Der umgekehrte Weg von zivil zu militärisch birgt die gleichen Risiken.

Drei Gründe sprechen dagegen: Erstens entstehen Pfadabhängigkeiten: Investitionen in Produktionsanlagen und Know-how binden Unternehmen langfristig an die Rüstungsproduktion. Zweitens werden die strukturellen Schwächen der Automobilindustrie nicht gelöst, sondern zementiert, weil die nötige Transformation verschleppt wird. Drittens brauchen Automobilzulieferer keine Konversion zu Waffenproduktion, sondern eine Transformation zu nachhaltiger Mobilität: Dort liegen langfristige Zukunft und wachsende Märkte.

Die deutsche Automobilindustrie verfügt weiterhin über beträchtliche Exportkraft, Know-how und Kapital. Was fehlt, ist nicht militärische Ersatzproduktion, sondern eine konsequente Modernisierung hin zu nachhaltiger Mobilität. Rüstung kann keine Zukunftsmärkte ersetzen, aber die Transformation blockieren. Die Deutsche Industrie- und Handelskammer (DIHK) nennt hohe Energie- und Arbeitskosten als Hauptprobleme der deutschen Industrie. Die Umstellung der Produktion auf Militärgüter wird diese Probleme nicht lösen. Günstige, saubere Energie ist der Schlüssel zur Reindustrialisierung, nicht die Konversion zu Waffenproduktion. Strukturpolitisch ist die Auto-Rüstungs-Konversion ein Irrweg. Sie bietet kurzfristige Linderung für einzelne Betriebe, verschärft aber langfristig die strukturellen Probleme und verhindert die notwendige ökologische Transformation der Industrie.

Deutschland und Europa stehen vor einer fundamentalen Weichenstellung bei der Prioritätensetzung. Die Gefahr ist nicht nur, dass vermehrt militärisch investiert wird, sondern dass die Militarisierung der Wirtschaftspolitik die sozial-ökologische Transformation in die zweite Reihe drängt. Wenn Verteidigungsausgaben von der Schuldenbremse ausgenommen werden, während für Klimaschutz, Bildung und Gesundheit weiter Haushaltsdisziplin gilt, dann ist die Priorisierung eindeutig. Wenn Ingenieure und Fachkräfte systematisch in die Rüstungsindustrie gelenkt werden, fehlen sie in den Bereichen, die unsere Zukunft langfristig sichern. Wenn politische Energie und öffentliche Aufmerksamkeit von Aufrüstungsdebatten absorbiert werden, verliert die ökologische Transformation an Dringlichkeit.

Es geht um die Frage, was im Zentrum der Industriepolitik steht und was an den Rand gedrängt wird. Eine Wirtschaftspolitik, die Aufrüstung als „Chance“ begreift und ihr unlimitierte Ressourcen zur Verfügung stellt, während die existenzielle Herausforderung der Klimakrise und der damit einhergehenden sozial-ökologischen Transformation als nachrangig behandelt wird, hat ihre Prioritäten falsch gesetzt.

„Frieden ist nicht alles, aber ohne Frieden ist alles nichts.“ Eine sozialdemokratische Industriepolitik heute müsste diesem Geist folgen: Investitionen in Kooperation statt Konfrontation, in Transformation statt Destruktion. Eisenhowers Warnung von 1953 gilt heute mehr denn je: Jeder für Waffen ausgegebene Euro ist ein Diebstahl an der Zukunft – an besseren Schulen, Krankenhäusern, Klimaschutz und sozialer Sicherheit. Es ist ein Diebstahl am Genie unserer Wissenschaftler und an den Hoffnungen unserer Kinder, die eine lebenswerte Zukunft verdienen. IPG 16

 

 

 

 

 

 

Meier-Braun im Gespräch. Wir verzeichnen Rückschläge in der Integrationspolitik

 

70 Jahre nach dem ersten Anwerbeabkommen zieht Migrationsforscher Karl-Heinz Meier-Braun eine ernüchternde Bilanz: Deutschland wurde Einwanderungsland wider Willen – und wiederholt bis heute alte Fehler in Integrationspolitik und Migrationsdebatte. Warum es dennoch für ein „3+“ reicht.

MiGAZIN: Herr Professor Meier-Braun, am 20. Dezember 1955 wurde als erstes Anwerbeabkommen eine Vereinbarung mit Italien abgeschlossen. Das Abkommen ist jetzt 70 Jahre alt. Welche Folgen waren aus Ihrer Sicht langfristig am prägendsten.

Prof. Karl-Heinz Meier-Braun: Durch dieses Abkommen und die folgenden wurde Deutschland zum Einwanderungsland. Alles in allem kamen von 1955 bis zum Anwerbestopp 1973 rund 14 Millionen Frauen und Männer als ausländische Arbeitskräfte nach Deutschland. 11 Millionen sind wieder abgewandert.

Wie hat diese Migration Deutschland verändert?

Mit der Zuwanderung wurde das Land weltoffener. Die Begegnung mit anderen Kulturen weckte Neugier, den Wunsch, Länder wie Italien kennenzulernen, zu reisen. Trotzdem schlug auch den „Pioniergastarbeitern“, den Italienern, Ablehnung, ja Rassismus entgegen. „Spaghettifresser“ war lange Zeit ein Schimpfwort. An Lokalen fanden sich Aufschriften wie „Für Italiener verboten!“ Zugewanderte wurden zu Feindbildern. Es verfestigte sich in Teilen der Bevölkerung die „Angst vor den Fremden“, die in Wahlkämpfen noch geschürt wurde. Erst waren es die Italiener, dann Menschen aus der Türkei und anderen Ländern, heute die Geflüchteten, die vielen als Feindbilder dienen.

Was lehrt uns dieser Blick zurück für heutige Integrationspolitik – insbesondere über den behördlichen Umgang mit neu Zugewanderten?

„Ziel der zuständigen Behörden sollte es sein, den Zugewanderten das Leben in Deutschland zu erleichtern und nicht durch bürokratische Hürden zu erschweren.“

Den Zugewanderten, insbesondere auch ihren Kindern, müssen von Anfang an Integrationsmaßnahmen angeboten werden. Sprachkurse spielen dabei eine ganz wichtige Rolle. Ziel der zuständigen Behörden sollte es sein, den Zugewanderten das Leben in Deutschland zu erleichtern und nicht durch bürokratische Hürden zu erschweren. Eine entsprechende Aus- und Fortbildung ist dabei von grundsätzlicher Bedeutung. Die „Welcome Center“ sind heute ein Beispiel für einen besseren Umgang mit Zugewanderten.

Viele Italienerinnen und Italiener blieben dauerhaft, dennoch bestehen „strukturelle Ungleichheiten, etwa im Bildungsbereich“, fort. Welche Stellschrauben wurden seit den 1960ern übersehen – und welche sind bis heute nicht justiert?

„Für die Defizite der italienischen Kinder und Jugendlichen im schulischen Bereich war vor allem auch die damalige ‚Ausländerpolitik‘ verantwortlich.“

Es wurde übersehen, dass sehr viele von ihnen auf Dauer hierbleiben würden. Für die Defizite der italienischen Kinder und Jugendlichen im schulischen Bereich war vor allem auch die damalige „Ausländerpolitik“ verantwortlich. Es fehlten Integrationsmaßnahmen, um die sprachlichen Probleme auszugleichen. Die „Gastarbeiterkinder“ wurden teilweise in nationalen Klassen in der Muttersprache unterrichtet. Dieser Unterricht beispielsweise in Italienisch sollte sogar die „Rückkehrbereitschaft“ stärken und war alles andere als integrationsfördernd. Nach wie vor erreichen die Enkel und Urenkel der italienischen „Gastarbeiter“ und „Gastarbeiterinnen“ schlechtere Schulabschlüsse als die deutsche Altersgruppe, auch wenn Verbesserungen festzustellen sind.

Bei der Partizipation im gesellschaftlichen und politischen Leben besteht weiterhin ein Nachholbedarf. Nur wenige Menschen mit italienischen Wurzeln finden sich in den Parlamenten, aber auch in Führungspositionen wieder.

Wenn Sie das italienische Abkommen mit späteren Anwerbungen (z. B. Türkei ab 1961) vergleichen: Wo lagen die größten Unterschiede in Umsetzung, öffentlicher Wahrnehmung und Integrationschancen – und warum?

„Wenn wir Zugewanderte bei der Integration besser unterstützen, … dann ist Einwanderung geradezu ein Glücksfall.“

Die italienischen Arbeitsmigranten kamen schon sehr früh in den Genuss der Freizügigkeit in Europa, das heißt, sie konnten zwischen Italien und Deutschland hin- und herwandern. Das war bei den anderen Anwerbungen nicht so der Fall. Die italienische Community wurde auch schon wegen des christlichen Glaubens als nicht so fremd empfunden wie die Türkinnen und Türken. Vermeintlich hatten die Italiener also als Europäer die besseren Integrationschancen. Das Abkommen mit Italien wurde von beiden Regierungen damals auch als außenpolitische Maßnahme, zur Förderung der europäischen Integration gesehen. So hatten die italienische Arbeitsmigration auf höchster politischer Ebene in Rom und Bonn „Rückendeckung“.

Seit 2015 sind viele weitere Menschen nach Deutschland gekommen. Viele leben nun seit zehn Jahren hier. Dennoch hat die Politik das erklärte Ziel, viele dieser Menschen wieder in ihre Herkunftsländer zurückzuführen – durch Abschiebung oder freiwilliger Rückkehr. Sie haben vergleichbare Prozesse über Jahrzehnte beobachtet. Was meinen Sie: Wie viele dieser Menschen werden wohl dauerhaft in Deutschland bleiben?

Das ist schwer genau vorauszusagen, aber erfahrungsgemäß bleibt ein hoher Prozentsatz. Aufgrund des Geburtenrückgangs und der Entwicklung Deutschlands zum „Altersheim“ sind wir auf diese Menschen angewiesen. Diese Erkenntnis hat sich inzwischen durchgesetzt. Wenn wir Zugewanderte bei der Integration besser unterstützen, vor allem auch beruflich qualifizieren, dann ist Einwanderung geradezu ein Glücksfall, was die historischen Erfahrungen zeigen.

Lesetipp: Dossier von Prof. Dr. Karl-Heinz Meier-Braun: 70 Jahre Anwerbeabkommen mit Italien – Tutto bene? – auf den Seiten der Landeszentrale für politische Bildung Baden-Württemberg.

Wie bewerten Sie die aktuellen Migrationsdebatten – bspw. „Stadtbild“ – im Hinblick auf das zunehmende Erstarken der AfD – und was raten Sie der Politik?

„Die „Stadtbilddebatte“ war eine Steilvorlage für die AfD.“

Die „Stadtbilddebatte“ war eine Steilvorlage für die AfD, die das Thema in Baden-Württemberg zum Thema im Blick auf die nächsten Landtagswahlen am 8. März machen will. Das Vorhaben, mit diesem Thema Wählerinnen und Wähler von der AfD zurückzugewinnen, ist zum Scheitern verurteilt.

Gerade CDU-Politiker sollten einmal die aktuelle Studie der Konrad-Adenauer-Stiftung lesen, die zeigt, dass konservative Parteien verlieren, wenn sie mit Rechten kooperieren. Das gilt auch, wenn sie ihre Parolen wie jetzt – ob bewusst oder unbewusst, spielt keine Rolle – aufgreifen und meinen, ihnen damit Wasser abgraben zu können.

Sie beobachten Migration und Integrationsprozesse seit Jahrzehnten. Wenn Sie Deutschland aus der Vogelperspektive betrachten, welche Schulnote würden sie seiner Integrationsleistung heute geben – und warum?

„Zurzeit verzeichnen wir in der Integrationspolitik Rückschläge. Die aktuelle Debatte vergiftet die Atmosphäre und wirkt sich gerade auf die Integrierten und Integrationswilligen negativ aus.“

Eine klare „3+“. Vieles hat sich verbessert und die Erkenntnis, wenn auch sehr spät, durchgesetzt, dass wir ein Einwanderungsland sind und von Anfang an Integrationsmaßnahmen erfolgen müssen. Vor allem auch die Eingewanderten selbst haben große Integrationsleistungen vollbracht. Im internationalen Vergleich kann sich Deutschland durchaus sehen lassen, es wird leider bei uns auch diesem Bereich viel schlechtgeredet. Zurzeit verzeichnen wir in der Integrationspolitik Rückschläge. Die aktuelle Debatte vergiftet die Atmosphäre und wirkt sich gerade auf die Integrierten und Integrationswilligen negativ aus. Was nach wie vor fehlt: die Einwanderung vor allem der „Gastarbeiter“ in der Erinnerungskultur zu verankern, ihre Leistungen zu würdigen und wertzuschätzen.

Aus Ihren Erfahrungen als langjähriger SWR-Redakteur: Welche Fehler in der Berichterstattung über Asylsuchende und Geflüchtete wiederholen sich bis heute in Redaktionsstuben?

„Über die Medien entsteht manchmal weiterhin das Bild von der Bedrohung durch Einwanderung.  … Die Realität des ‚Einwanderungslandes Deutschland‘ spiegelt sich in den Redaktionen noch nicht so richtig wider.“

Es fehlen immer noch oft die positiven Beispiele gelungener Integration. Es stehen die Probleme und Schwierigkeiten bei der Einwanderung, die selbstverständlich nicht ausgeklammert werden dürfen, im Brennpunkt. Über die Medien entsteht manchmal weiterhin das Bild von der Bedrohung durch Einwanderung.  Hintergrundinformationen sind nach wie vor rar. Die Realität des „Einwanderungslandes Deutschland“ spiegelt sich in den Redaktionen noch nicht so richtig wider, auch wenn vieles besser geworden ist. Menschen mit Migrationsgeschichte sind keine Ausnahme mehr im redaktionellen Alltag. In Führungspositionen sind sie aber nach wie vor kaum aufgerückt.

Eine neutrale, faktenbasierte Berichterstattung ist gerade in diesen Zeiten besonders wichtig. Den öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten kommt dabei eine besondere Rolle zu.

Vielen Dank für das Gespräch (mig 16)

 

 

 

 

 

Bundesweite Vorbereitungstagung zur IKW 2026 am 20./21. Februar 2026

 

Am 20. und 21. Februar findet in der Evangelischen Akademie in Frankfurt am Main die bundesweite Vorbereitungstagung zur Interkulturellen Woche (IKW) 2026 statt. Ab sofort ist die Anmeldung möglich.

Unser IKW-Motto "dafür!" geht bewusst ins zweite Jahr. Es ist ein klares Statement für eine offene, plurale und demokratische Gesellschaft. In einer Zeit, die von Polarisierung und gesellschaftlichen Spaltungen geprägt ist, genügt es nicht, nur "dagegen" zu sein. Wir müssen aktiv "dafür!" einstehen – für jeden einzelnen Menschen, für Menschlichkeit und für ein respektvolles Miteinander.

Der Ansatz der "Hope-Based Communications" setzt den inhaltlichen Rahmen für die diesjährige Vorbereitungstagung. Im Jahr nach dem 50-jährigen IKW-Jubiläum ist es nun an der Zeit, den Blick klar nach vorn zu richten und uns mit neuen Werkzeugen auszustatten. Wir wollen gemeinsam lernen, wie wir die Narrative der Hoffnung stärken, uns von einer defensiven Haltung lösen und die positiven Visionen für unsere Gesellschaft offensiv in den Mittelpunkt rücken können.

Diese Tagung dient dazu, die vielen IKW-Organisierenden als Multiplikator:innen zu stärken und zu vernetzen. Wir möchten konkrete Impulse und Anregungen für die Gestaltung der Interkulturellen Woche vor Ort geben und in den Austausch kommen über kreative Formate und Kooperationsmöglichkeiten.

Die thematischen Schwerpunkte spiegeln die aktuellen Herausforderungen wider: Sie reichen von der Stärkung der Debattenfähigkeit durch Strategien gegen rechtspopulistische Diskurse über die Entwicklung lokaler Antworten auf globale Herausforderungen wie den Klimawandel als Fluchtgrund bis hin zum Rückblick auf das zivilgesellschaftliche Engagement des "Sommers der Migration" 2015.

Im Rahmen einer Austausch-Börse soll Vernetzung ganz konkret und praktisch werden. Hier gehen wir den Fragen nach, welche konkreten Erfolgsstrategien für die IKW in ländlichen Räumen umsetzbar sind, wie wir die Kooperation mit Partnern wie Sportvereinen und Migrant:innenselbstorganisationen nachhaltig intensivieren können und wie dem (politischen) Druck begegnet werden kann, dem sich viele Organisierende derzeit ausgesetzt sehen.

Dafür haben wir spannende Gesprächsrunden und Arbeitsgruppen zusammengestellt. Unter anderem begrüßen wir die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Natalie Pawlik (angefragt), den Oberbürgermeister der Stadt Frankfurt, Mike Josef, die Integrationsbeauftragte des Landes Hessen, Staatsministerin Heike Hoffmann sowie Vertreter:innen unter anderem von PRO ASYL, der Bundesarbeitsgemeinschaft Kirche und Rechtsextremismus, der Stiftung gegen Rassismus, der Diakonie Deutschland und der Bertelsmann Stiftung. Für einen unterhaltsamen Abend wird der Kabarettist Muhsin Omurca sorgen.  Außerdem werden die Motive und Materialien zur Interkulturellen Woche 2026 vorgestellt.

Wir laden herzlich dazu ein, die Möglichkeit des Austausches und der Vernetzung im Rahmen der Tagung wahrzunehmen und Themen zu besprechen, die für die Vorbereitung der Interkulturellen Woche vor Ort wichtig sind. Die Anmeldung zur Tagung ist ab sofort möglich.Antonia Rösner, dip 16

 

 

 

 

 

Europa, bleib nüchtern!

 

Wie die Europäer auf Trumps neue Sicherheitsstrategie reagieren sollten. Von Helmut W. Ganser

In der deutschen Debatte über die Konsequenzen der Nationalen Sicherheitsstrategie Trumps ist viel Panik verbreitet worden. Auch weil die Relevanz solcher Grundlagendokumente überschätzt wird. Nationale wie multilaterale sicherheitspolitische Konzeptionen haben eine Doppelfunktion. Sie sind Mittel der Selbstvergewisserung über den bereits eingeschlagenen Weg und senden zugleich außenpolitische Botschaften. Meist zeichnen sie jedoch lediglich das nach, was seit einiger Zeit bereits gedacht und getan wird. Die Praxis geht dabei oft der Theorie und Konzeptualisierung voraus.

Solche Dokumente werden häufig in ihrer Bedeutung für das konkrete Regierungshandeln überschätzt. Sie sind in bestimmten Lagen nicht unmittelbar handlungsleitend. In klarem Gegensatz zum Grundton der Sicherheitsstrategie hat Trump noch im Juni 2025 beim NATO-Treffen in Den Haag eine Gipfelerklärung mitverabschiedet, in der das eiserne, unerschütterliche Engagement und die Bündnisverpflichtung zur kollektiven Verteidigung bekräftigt werden. Immerhin ist jetzt endgültig klar, dass Trump keine isolationistische Politik verfolgt, wie das noch vor Monaten in Europa fälschlich befürchtet wurde. Er strebt offenbar ganz im Gegenteil eine Vasallisierung der Europäer im transatlantischen Verbund an, die bis zum Versuch der Einflussnahme auf die Innenpolitik der Bündnispartner reicht. Trumps Sicherheitsstrategie erreicht inhaltlich und handwerklich nicht die Qualität der Strategiedokumente früherer Präsidenten. Wesentliche Herausforderungen für die USA werden ausgeklammert. Der Umgang mit den Alliierten in Europa und Asien ist nicht mit den längerfristigen strategischen Interessen Washingtons vereinbar.

Die allgemeine Unruhe über die US-Strategie sollte jedoch einer aktiven Gelassenheit und strategischen Nüchternheit gegenüber Trumps Volten weichen. Kassandrarufe sind verfrüht. Trump selbst räumt in der Sicherheitsstrategie ein, dass Europa für die Vereinigten Staaten strategisch und kulturell von entscheidender Bedeutung bleibt. Der transatlantische Handel sei nach wie vor eine der Säulen des amerikanischen Wohlstands. Die Europäer können durchaus ökonomische Substanz in die künftige Gestaltung des transatlantischen Verhältnisses einbringen, wenn sie selbstbewusst und geschlossen auftreten. Vor wenigen Tagen erschien in Foreign Affairs ein Artikel unter dem Titel: „How Much Abuse Can America’s Allies Take? Longtime Partners Will Soon Start to Drift Away“. Der Beitrag enthält zu Recht die Warnung, Trump dürfe nicht überziehen, weil sich die Europäer von den USA abwenden könnten.

Es wird in den kommenden Monaten darauf ankommen, dass die europäischen Führungsmächte, allen voran die E3 mit Deutschland, Frankreich und Großbritannien, geschlossen auftretend mit der Trump-Administration auf Augenhöhe einen konstruktiven, wenn nötig harten Dialog über das künftige transatlantische Verhältnis führen. Nicht in der von Trump bevorzugten öffentlichen Arena und schon gar nicht im Halbkreis der Regierungschefs vor dessen Schreibtisch im Oval Office, sondern im diplomatischen Ringen um politische Wege in fensterlosen Konferenzräumen ohne die Medien. Dabei ist das persönliche Eingreifen der Staats- und Regierungschefs nur notwendig, wenn die Beratungen auf hoher Beamtenebene an Knackpunkten ins Stocken geraten.

Im Prinzip hat Europa zwei grundlegende Handlungsmöglichkeiten. Der optimistische, anzustrebende Weg besteht sicherheitspolitisch im Aushandeln einer relativen Gewichtsverlagerung in der NATO von den USA auf die Europäer. Im Ergebnis würde dies auf einen geregelten Europäisierungsprozess der NATO über einen Zeitraum von bis zu zehn Jahren hinauslaufen, analog zur in der NATO vereinbarten neuen Zielmarke für die Verteidigungsausgaben von 3,5 beziehungsweise 5 Prozent des Bruttoinlandsprodukts bis 2035. Die militärische Abhängigkeit von den USA kann signifikant verringert werden, auch in der Rüstungspolitik. Eine konventionelle amerikanische Truppenpräsenz muss jedoch, wenngleich in reduziertem Umfang, erhalten bleiben, damit die Abschreckung der NATO glaubwürdig bleibt.

Die erweiterte nukleare Abschreckung der USA im Rahmen der NATO muss in diesem Prozess bekräftigt werden. Mit Blick auf die nuklearstrategische Stabilität zwischen den USA und Russland muss eingeräumt werden, dass Trumps kooperativer Verhandlungsansatz an dieser Stelle unterstützenswert ist. Denn auch die europäische Sicherheit und Existenz hängt fundamental davon ab, dass die strategische Balance zwischen beiden atomaren Supermächten erhalten bleibt und China möglichst in Rüstungskontrollgespräche eingebunden wird. Die Verlängerung des am 5. Februar 2026 auslaufenden New START-Vertrags, zumindest die wechselseitige Einhaltung der im Vertrag vereinbarten Obergrenzen für die strategischen Atomwaffen, bleibt im europäischen Interesse. Auf der ökonomischen Ebene kann die EU ihre Marktmacht selbstbewusster ins Spiel bringen, als dies bisher durch die EU-Kommission geschehen ist.

Sollte sich dieser kooperative Weg für die Gestaltung der transatlantischen Beziehungen als nicht gangbar erweisen, also sollte Trump die Entfremdung weiter vorantreiben, wäre eine grundlegende Neuausrichtung der europäischen Außen- und Sicherheitspolitik unvermeidlich, wenngleich dabei neue, steinige und riskantere Wege gefunden und beschritten werden müssten. Die Europäer kämen, wenn sie sich nicht den MAGA-Forderungen unterwerfen wollten, nicht umhin, einen eigenen Interessenausgleich mit Moskau zu verhandeln, in dem das Ziel eurostrategischer Stabilität in den Mittelpunkt rückt. In diesem Kontext müssten mit Priorität neue Wege einer von Washington unabhängigen nuklearen europäischen Abschreckung und einer stabilisierenden Rüstungskontrolle beschritten werden.

Die Nationale Sicherheitsstrategie Trumps unterstreicht, dass der russische Krieg in der Ukraine nicht nur Kiew fokussiert, sondern im Kontext der gesamteuropäischen Sicherheit analysiert und behandelt werden muss. Jede Verhandlungslösung muss die europäische Sicherheit stabilisieren und darf sie nicht schwächen. Die Eskalationsrisiken eines noch längeren Krieges für Kiew und für Europa sind größer als die Risiken, die mit einer baldigen, für die Ukraine schmerzhaften, aber letztendlich annehmbaren Verhandlungslösung verbunden sind. IPG 16

 

 

 

 

 

 

Wadephul im Gespräch. „Ich sehe in jedem Geflüchteten einen Menschen, der meine Nächstenliebe verdient“

 

Zwischen Weltpolitik und Weihnachtsbotschaft – Außenminister Johann Wadephul im Gespräch über Krieg und Hoffnung, Glauben und Diplomatie – und über Migration, Geflüchtete, Abschiebungen nach Syrien sowie den schwierigen Spagat zwischen Nächstenliebe und politischer Verantwortung. Von Corinna Buschow und Karsten Frerichs

Herr Minister, in wenigen Tagen ist Weihnachten. „Friede auf Erden“ heißt die Botschaft der Weihnachtsgottesdienste. Wie hoffnungsvoll sind Sie in diesen Zeiten?

Johann Wadephul: Ich bin prinzipiell von einer großen Zuversicht getragen. Und das Jahr hat gezeigt: Es gibt durchaus Möglichkeiten, Konflikte beizulegen oder zumindest zur Ruhe zu bringen, wenn auch manchmal auf ungewöhnliche Art und Weise. Das gilt im Rückblick für den Krieg im Gaza-Streifen. Und aktuell sind wir in intensivsten Bemühungen, auch für die Ukraine zu einer Lösung zu kommen.

Was erwarten Sie für die nächsten Tage bei den Gesprächen?

Ich habe Hoffnung. Gleichzeitig kann man natürlich nicht leugnen, dass die Risiken nach wie vor sehr groß sind. Denn noch ist ein wirklicher Wille des russischen Präsidenten Wladimir Putin nicht zu erkennen, den Krieg zu beenden. Und auf diesen Willen kommt es an, denn Putin ist der Aggressor. Er hat den Krieg begonnen, es ist an ihm, diesen Krieg zu beenden. Das muss bei allen Diskussionen dieser Tage klar sein.

Was wünscht sich Johann Wadephul privat für die Weihnachtstage?

Ehrlich gesagt, vor allem Ruhe. Und Zeit mit der Familie.

Sie sind seit Mai Außenminister. Werden Sie denn in diesem Jahr Weihnachten anders feiern als früher?

Grundsätzlich wird Weihnachten für mich kein anderes Fest sein. Wir schenken uns einander: Wir sind in der Familie zusammen, und wir gehen gemeinsam in die Gottesdienste. Diese gemeinsame Zeit ist vielleicht noch etwas wertvoller geworden. Meine Schwiegereltern leben noch, wir haben drei Kinder, das dritte Enkelkind ist gerade unterwegs. Das ist eine große Familie, und mit der zusammen zu sein, das ist für mich das Zentrum meines Lebens. Das steht für mich auch im Mittelpunkt des Weihnachtsfestes.

Gibt es ein traditionelles Weihnachtsgericht bei Wadephuls?

Wir essen sehr gerne Wild. Das ist einerseits schmackhaft, und es ist echt bio, weil es wirklich aus der Natur stammt.

Machen Sie eine andere Außenpolitik als Vorgängerinnen oder Vorgänger im Ministeramt, weil Sie evangelischer Christ sind?

Das müssten andere beurteilen. Ich versuche, mich in meinem Leben mal erfolgreicher, mal weniger erfolgreich, an meinem Glauben zu orientieren. Das gilt für mein Privatleben genauso wie für mein berufliches Tun.

Welche Rolle spielt Religion in der Diplomatie?

Wenn Sie sich die größeren Konflikte dieser Erde angucken, haben viele davon einen religiösen Hintergrund. Nicht alle. Aber das muss einfach für jeden, der Außenpolitik macht, ein Thema sein. Das hat nichts mit meinem persönlichen Glauben zu tun, sondern ich muss einfach wissen und in meine Politik einbeziehen, dass auch Religionen eine Ursache für Konflikte sind. Manchmal zum Glück aber auch für Verständigung und für Versöhnung.

Unter ihrer Vorgängerin Annalena Baerbock (Grüne) wurde ein Referat im Auswärtigen Amt zu Religionen und Außenpolitik weitgehend abgeschafft. Verfolgen Sie da eine andere Strategie?

Ganz klar ja. Bitte nicht missverstehen im Sinne einer Christianisierung unserer Außenpolitik. Aber religiöse Aspekte müssen einfach mitgedacht werden. Dazu gehört auch die Verfolgung oder Diskriminierung von religiösen Minderheiten. Nicht umsonst haben wir beschlossen, dass wir in dieser Regierung den Beauftragten für Religions- und Weltanschauungsfreiheit, Herrn Rachel, im Auswärtigen Amt verorten. Das Christentum ist übrigens die stärkste betroffene Religionsgemeinschaft der Welt, wenn es um die Verletzung religiöser Rechte und Freiheiten und auch um Verfolgung geht. Darauf sollte man schon hinweisen.

Sie waren gerade in China. Auch dort werden Christen verfolgt. Hat das Thema Platz bei so einer Reise?

Ich spreche das in dem Bewusstsein an, dass das natürlich nicht zu einer grundlegenden Änderung führt. Aber Schweigen wäre nicht verantwortbares Unterlassen.

Sie sind CDU-Politiker. Zwischen den Kirchen und den Unionsparteien gibt es insbesondere beim Thema Migration Differenzen. Sitzen Sie als profilierter Christ zwischen den Stühlen?

Ich sehe in jedem Flüchtling ein Geschöpf Gottes, einen Menschen, der meine Nächstenliebe genauso verdient hat wie ein Nachbar, der seit Ewigkeiten neben mir lebt. Auf der anderen Seite weiß ich um die Begrenztheit unserer Möglichkeiten und die negativen Effekte einer sehr starken Zuwanderung, die wir gerade auch nach Deutschland hatten. In diesem Spannungsverhältnis befinde auch ich mich und kann Konflikten und Widersprüchen nicht ausweichen.

Sie spielen damit auf die Diskussion an, die Sie mit Ihrer Aussage, man könne aktuell kaum menschenwürdig in Syrien leben, in Ihrer Partei ausgelöst haben. Was war das Problem, und ist das ausgeräumt?

Als Außenminister ist es nicht nur meine Aufgabe, die deutsche Sicht der Dinge im Ausland zu repräsentieren, sondern auch das zurückspiegeln, was ich dort sehe und höre. Damit befinde ich mich in einem anderen Kontext als diejenigen, die hier rein innenpolitische Debatten zu bestreiten haben. Aber ich finde es auch nicht dramatisch, wenn es dann mal kracht und Positionen aufeinandertreffen. In der nachfolgenden Diskussion habe ich auch dazugelernt. Sie hat geholfen, zu vielen Gemeinsamkeiten zu finden.

Nämlich zu welchen, was die Frage nach Abschiebungen und freiwilliger Rückkehr nach Syrien angeht?

Wir haben von Anfang an gesagt, dass Personen, die schwerste Straftaten begangen haben oder Gefährder sind, abgeschoben werden. Das stand auch durch meine Aussage nie infrage. Dazu müssen mit der syrischen Regierung Gespräche geführt werden. Das habe ich dort unter anderem getan. Der weitere Aspekt ist, dass wir es Leuten ermöglichen wollen, zurückzukehren. Ein zukünftiger Aufenthalt in Deutschland ist nicht möglich für Menschen, die keine Integration in diese Gesellschaft schaffen und deswegen von unserem Sozialsystem abhängig sind. Dass die Akzeptanz dafür schwindet, ist völlig verständlich.

Wann werden Syrerinnen und Syrer in großer Zahl Deutschland wieder verlassen?

Wann und in welchem Zeitraum das genau erfolgt, ist entscheidend von äußeren Faktoren abhängig und daher schwer vorherzusagen. Aber es findet jetzt ein Befriedungsprozess in Syrien statt, ein Wiederaufbauprozess. Das Wichtigste, was wir jetzt tun können, ist, das praktisch zu unterstützen. Deswegen organisieren wir einen Besuch des syrischen Präsidenten Ahmed al-Scharaa in Deutschland, eine Wiederaufbaukonferenz und einen deutsch-syrischen Wirtschaftsrat.

Mit dem Besuch Al-Scharaas ist relativ bald im neuen Jahr zu rechnen?

Er ist eingeladen, und wir sprechen über Termine zu Beginn des Jahres. Aus deutscher Sicht wäre es wünschenswert, dass das möglichst bald stattfindet.

Hätten Sie einen Wunsch, welchen Appell Ahmed al-Scharaa an seine hier lebenden Landsleute richtet?

Ich habe Präsident al-Scharaa ja in Damaskus getroffen und weiß, dass er sich wünscht, dass möglichst viele Syrerinnen und Syrer zurückkehren und das Land mit aufbauen. Das finde ich sehr verständlich und unterstütze ich gerne.

Das Bundesinnenministerium hat in dieser Woche entschieden, dass ein Teil der Menschen aus Afghanistan mit Aufnahmezusagen aus bestimmten Programmen nicht mehr wird einreisen dürfen. Warum so viel Härte bei dieser überschaubaren Zahl gefährdeter Menschen?

An dieser Stelle ist das Bundesinnenministerium zuständig. Es hat diese Entscheidung nach Abwägung aller rechtlichen und tatsächlichen Gesichtspunkte so gefällt. Vorher haben wir dafür gesorgt, dass diejenigen, die einen rechtlichen Anspruch haben, auch herkommen können. Ich hatte vorher in Gesprächen mit der pakistanischen Seite erreicht, dass die Verfahren ein halbes Jahr länger laufen konnten. Deswegen konnten Menschen insbesondere aus dem Aufnahmeprogramm nach Deutschland kommen. Für Personen aus dem Überbrückungsprogramm und von der Menschenrechtsliste hat das Innenministerium diese Möglichkeit jetzt nicht mehr gesehen.

Werden alle anderen Personen – also diejenigen mit rechtlich festen Zusagen – noch bis Jahresende kommen können, bevor Ihnen die Abschiebung aus Pakistan droht?

Ich gehe davon aus, dass das Priorität hat. Die erforderlichen Überprüfungen und auch Flüge finden jetzt schnell statt.

Auch bei diesem Thema hat die evangelische Kirche die Bundesregierung kritisiert und sogar entschieden, Klageverfahren von Afghanen finanziell zu unterstützen. Ärgern Sie sich da auch mal über Ihre Kirche?

Nein, das ärgert mich nicht. Meine Kirche kann auch politisch sein, und das entscheidet sie autonom. Wir müssen uns immer auch gegenseitig aushalten. Ich brauche die Toleranz meiner Kirche gegenüber manchem, was ich politisch mache. Und die gibt es auch.

Genauso muss ich es aushalten, wenn meine Kirche sich kritisch zu dem äußert, was aktuelles Regierungshandeln ist. Das erlebe ich auch in manchem Gottesdienst. Und trotzdem gehe ich da immer mit guten Gefühlen raus.

Sind Sie regelmäßiger Gottesdienstbesucher?

Ja, für mich persönlich bedeutet das sehr viel. Der Gottesdienst beschreibt für mich Wochenende und Wochenanfang. Ich bin bewusst in eine Gemeinde nach Berlin gewechselt, weil ich dort insbesondere den Gottesdienst besonders ansprechend finde. Er ist sehr ausführlich, geht regelmäßig anderthalb Stunden. Das ist in Schleswig-Holstein eher die Ausnahme. Für mich persönlich ist das genau richtig. Zur Wahrheit gehört jedoch dazu, dass meine Wochenenden mittlerweile oft zerrissen sind und ich den Kirchenbesuch nicht schaffe. Dafür machen wir jetzt bei bestimmten Gelegenheiten auch ökumenische Andachten im Auswärtigen Amt. Etwa im Sommer, wenn wir unsere Kolleginnen und Kollegen in die Welt hinausschicken. Oder auch jetzt zum Jahresende.

Wie viele Mitarbeitende spricht das an?

Da zähle ich nicht nach. Wer kommt, der kommt. Und für die ist es dann auch wichtig. (epd/mig 15)

 

 

 

 

 

 

EU-Asylpolitik. Ungarn will „keinen einzigen Migranten“ aufnehmen

 

Erwartungsgemäß lehnt das rechtspopulistisch regierte Ungarn auch den neuen Mechanismus der EU zum Umgang mit Geflüchteten ab. Trotz Geldstrafen will das Land weiter gegen die EU-Asylpolitik agieren.

Ungarn wird den von den EU-Staaten beschlossenen Solidaritätsmechanismus nicht umsetzen und „keinen einzigen Migranten“ aufnehmen. Das erklärte erwartungsgemäß der Kanzleramtsminister der ungarischen Regierung, Gergely Gulyas, in Budapest bei einer Pressekonferenz, wie ungarische Medien berichteten.

Am Montag hatten die EU-Innen- und Justizminister eine Einigung beim sogenannten Solidaritätsmechanismus erzielt, der auch die zahlenmäßige Verteilung der Geflüchteten auf die EU-Staaten beinhaltet. Mitgliedsländer, die keine Flüchtlinge aufnehmen wollen, können demnach aber auch finanzielle Unterstützung oder Sachleistungen anbieten. Der Beschluss muss noch formell vom Rat der EU verabschiedet werden.

„Wir setzen den Migrationspakt nicht um“, bekräftigte Gulyas. Die EU habe „keine Befugnis zu entscheiden, mit wem die Ungarn zusammenleben sollen“. Die Ungarn hätten bereits in einem Referendum „mit überwältigender Mehrheit“ entschieden, dass sie „die gewaltsame Ansiedlung durch die EU“ von Migranten ablehnten. Das betreffende Referendum fand 2016 statt, ein Jahr nach dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise von 2015. Damals hatte Ungarn zur Abwehr von Migranten, die auf der Balkanroute ankamen, seine Grenzen zu Serbien und Kroatien mit einem Stacheldrahtzaun versehen.

EU-Kommissar ermahnt Ungarn

EU-Migrationskommissar Magnus Brunner hatte am Vortag im ZDF-„Morgenmagazin“ sein Bedauern über Ungarns Haltung geäußert. „Ja, das haben wir gehört, dass Ungarn nicht mitmachen will, was ich sehr schade finde, weil natürlich dieses europäische Migrations- und Asylsystem für alle Vorteile mit sich bringen würde.“ Nach möglichen Konsequenzen für Ungarn gefragt, antwortete Brunner, jeder der an der Europäischen Union teilnehmen will, müsse sich natürlich auch an Beschlüsse halten.

Ungarn steht wegen seiner restriktiven Asylpolitik seit Jahren mit der EU-Kommission im Konflikt. 2024 verurteilte der Europäische Gerichtshof (EuGH) das Land wegen wiederholter Verstöße gegen das EU-Asylrecht zu einer hohen Geldstrafe: 200 Millionen Euro einmalig und eine Million Euro pro Tag Verzug. Das Gericht beanstandete insbesondere die faktische Verhinderung von Asylanträgen und die rechtswidrige Inhaftierung von Schutzsuchenden.

(dpa/mig 12)

 

 

 

 

 

Not in my backyard

 

Die EU setzt auf die Auslagerung von Asylverfahren. Doch Drittstaatendeals bergen neben hohen Kosten auch neue Risiken – und gefährden Europas Werte. Von Judith Kohlenberger

Die Debatte um eine Reform des europäischen Asylsystems hat durch die Einigung der EU-Innenminister deutlich an Fahrt aufgenommen. Im Mittelpunkt des Treffens Anfang der Woche stand neben Fragen der Solidarität und der Verteilung auch die Möglichkeit, Rückkehrzentren (sogenannte return hubs) außerhalb der EU zu etablieren. Die Auslagerung von Asylverfahren, oder zumindest abgelehnter Asylbewerber, ist ein lange gehegter Wunsch vieler Staats- und Regierungschefs, dem die EU-Kommission durch Schaffung der rechtlichen Grundlagen, etwa indem das sogenannte Verbindungskriterium gekippt wird, nachkommen möchte. Abgelehnte Asylbewerber müssen demnach künftig keine persönliche Verbindung mehr zu jenem Drittstaat haben, in den sie gebracht werden. Dazu zählten bisher frühere Aufenthalte oder Familienangehörige vor Ort. Von der konkreten Umsetzung ist man dennoch weit entfernt.

Das liegt zum einen an den hohen Kosten solcher Auslagerungsprojekte. Der britische Ruanda-Deal hat laut dortigem Rechnungshof umgerechnet mehr als 800 Millionen Euro verschlungen, mit überschaubarem Effekt: In zwei Jahren wurden vier Asylbewerber ausgelagert. Unter Keir Starmer als Premierminister wurde der Plan aufgrund zu hoher Kosten und geringem Nutzen endgültig gestoppt, eine Wiederaufnahme scheint, trotz hitzig geführter Migrationsdebatte im Vereinigten Königreich, unwahrscheinlich. Ähnlich verhielt es sich bei den Ruanda-Plänen Dänemarks, die das Land bereits 2023 mangels Durchführbarkeit auf Eis legte. Und dann wäre da noch das viel zitierte Italien-Albanien-Abkommen, dessen ursprüngliche Idee, nämlich Asylverfahren nach italienischem Recht auf albanischem Boden durchzuführen, nie umgesetzt wurde.

Was Drittstaaten, die auf ihr Territorium auslagern lassen, aus solchen Abkommen gewinnen, liegt auf der Hand: erstens Geld und zweitens, noch wesentlicher, politisches Kapital. Auf einem Podium im Rahmen der Konferenz Time to Decide Europe der Wiener ERSTE-Stiftung erklärte der albanische Premierminister und Sozialist Edi Rama offen, dass sein kleines Land mit einer Bevölkerung von knapp drei Millionen jeglicher Allianz beitreten müsse, die es aufzunehmen bereit sei. Dazu zählt auch und vor allem die EU. Als deren Beitrittskandidat ergibt es für Albanien also Sinn, sich gegenüber einem nicht unwesentlichen Mitgliedsland, mit dem es zudem historisch eng verbunden ist, gefällig zu zeigen und ihm die unliebsame „Migrationsfrage“ zumindest insoweit zu beantworten, als nach Italien kommende Flüchtlinge zwar Schutz erhalten sollen, aber eben not in my backyard – nicht vor der eigenen Haustür.

Bisher konnte dieses Motto aufgrund des Einspruchs italienischer Gerichte jedoch nicht in die Tat umgesetzt werden. Auch deshalb, und um die für viel Steuergeld errichteten Asyllager (der Bau und Betrieb sollen bis dato Hunderte Millionen Euro gekostet haben) im albanischen Shëngjin und Gjadër doch noch einer Verwendung zuzuführen, schuf die EU-Kommission die Möglichkeit der return hubs, welche diese Woche beim EU-Innenminister-Treffen formell angenommen wurden. Somit kann Italien die ursprünglich für Asylverfahren angedachten Unterkünfte als Abschiebelager für bereits in Italien aufhältig gewesene und dort rechtskräftige abgelehnte Asylbewerber nutzen. Auch hier sind die Fallzahlen überschaubar und es bleibt unklar, auf welcher Grundlage eine dauerhafte „Anhaltung“ der dorthin überführten Asylbewerber geschehen soll, sodass diese nicht über Montenegro und Bosnien wieder in die EU einreisen. Eine De-facto-Inhaftierung aber würde einen weiteren rechtlichen Fallstrick darstellen, selbst wenn Verbindungskriterium und andere unionsrechtliche Hürden beseitigt würden.

Bis zur Umsetzung konkreter return hubs ist es also noch ein weiter Weg. Nicht nur, weil zunächst im klassischen Trilog auch noch das Europäische Parlament zustimmen muss, wo manche Abgeordnete, darunter Birgit Sippel der sozialdemokratischen Fraktion, bereits Widerstand ankündigten. Doch selbst wenn sich eine Mehrheit im Parlament finden lässt, bleibt die operative Umsetzung fraglich: Wo sind vertrauenswürdige und willige Drittstaaten, wie die dortige Infrastruktur aufbauen und die Einhaltung menschenrechtlicher Standards von Europa aus überwachen und einfordern (was selbst in einem EU-Mitgliedsland wie Ungarn kaum gelingt) und wie geht man mit drohenden Rechtsstreitigkeiten um?

Denn unter den bisher genannten Kandidaten befinden sich Staaten, die selbst immer wieder zu den Herkunftsländern Geflüchteter in Europa zählen. Neben Ruanda wird oft das ostafrikanische Uganda genannt, das bereits jetzt die meisten Geflüchteten aus anderen Teilen Afrikas, vor allem aus dem Sudan, dem Südsudan, aus Burundi und dem Kongo, beherbergt. Wie auch Ruanda befindet es sich unmittelbar neben regionalen Konfliktherden; die Schutzquote ugandischer Staatsangehöriger in europäischen Aufnahmeländern liegt bei etwa 60 Prozent. Das Land gilt als autoritär geführt – und hat genau deshalb ein Interesse an einem Auslagerungsdeal mit EU-Mitgliedstaaten, wie er bereits mit den Niederlanden geschlossen wurde. Denn implizit wird dadurch die ugandische Regierung anerkannt und legitimiert. Die notorische EU-Türkei-Erklärung aus dem Jahr 2016 hat gezeigt, wie sich in Drittstaaten untergebrachte Flüchtlinge immer wieder als Hebel in außenpolitischen Disputen einsetzen lassen, etwa indem Ministerpräsident Erdo?an sie in Bussen an die Grenze zu Griechenland bringen ließ, um die EU unter Druck zu setzen. EU-Strategen mögen das euphemistisch „Migrationsdiplomatie“ nennen, für den Laien ist es schlicht Erpressung.

Das Beispiel Uganda verdeutlicht aber nicht nur, wie Europa durch Drittstaatendeals neben Flüchtlingen auch Verhandlungsmacht und Kontrolle auslagert, sondern es spiegelt auch das generelle Ungleichgewicht in der einseitig geführten Externalisierungsdebatte wider: Bereits jetzt finden 71 Prozent aller Geflüchteten in Entwicklungs- und Schwellenländern Zuflucht, 66 Prozent in ihren unmittelbaren Nachbarländern im Globalen Süden oder dem Nahen und Mittleren Osten. Wer „faire Verteilung“ anstrebt, müsste also eigentlich nach Europa hin- und nicht wegverteilen.

Das führt zu den grundsätzlichen Fragen, die man auf EU-Ebene offenbar kaum mehr gewillt ist zu stellen, geschweige denn zu beantworten: Wie will sich Europa künftig im globalen Flüchtlingsschutz positionieren? Wie bekommen Menschen, die Schutz vor Verfolgung brauchen und deren Zahl in einer immer instabiler werdenden Welt steigt, Zugang zu diesem Schutz? Wie erhält man die liberale Nachkriegsordnung, zu der auch und im Besonderen die Genfer Konventionen zählen, die aus den Lehren der beiden Weltkriege und der Shoah heraus geschaffen wurden? Wie positioniert man sich gegenüber einer illiberal werdenden, in Zügen autoritär regierten USA, die Europa zunehmend als Gegner statt als Partner sieht?

Eine selbstbewusste Antwort auf die neue Sicherheitsstrategie des Weißen Hauses, wonach Europa aufgrund der Migration die „zivilisatorische Auslöschung“ drohe, läge im Betonen all seiner zivilisatorischer Errungenschaften seit 1945. Dazu gehört insbesondere das Folterverbot, wie es in Artikel 3 der Europäischen Menschenrechtskonvention festgelegt ist: Es gilt absolut und somit auch für ausreisepflichtige Asylbewerber, die nicht in Länder abgeschoben werden dürfen, wo ihnen unmenschliche Behandlung droht; genau dort verläuft die Grenze zwischen Zivilisation und Barbarei. Des Weiteren muss ein geeintes Europa, das sich gegen Angriffe ehemaliger Verbündeter behaupten will, gesellschaftliche Vielfalt als Teil seiner Stärke begreifen und den unersetzlichen Beitrag anerkennen, den Migrantinnen und Migranten – von Gastarbeitern und Geflüchteten bis hin zu hochqualifizierten Expats – zu Wiederaufbau und Wohlstand in Europa geleistet haben.

Keinesfalls aber kann die Antwort Europas darin liegen, durch noch „schärfere“ asylpolitische Maßnahmen, mit denen man der Trump-Administration nacheifert, die Einschätzung der Amerikaner indirekt zu legitimieren und anzuerkennen. Denn genau das käme einer Auslöschung gleich, einer Auslöschung der Gründungsidee eines vereinten, offenen, liberalen Europas als – das dürfen wir nicht vergessen – Friedensnobelpreisträgerin 2012 und Vertreterin einer regelbasierten Ordnung, die zu jahrzehntelangem Frieden, aber auch zu wirtschaftlicher Prosperität geführt hat. Kurz: Zu genau dem Leben, das wir Tag für Tag leben dürfen, in Vielfalt, Sicherheit und Freiheit. IPG 11

 

 

 

 

Rom: Stimme für Opfer von Menschenhandel erheben

 

Wir müssen unsere Stimme noch energischer für die Menschen erheben, die von Menschenhandel betroffen sind. Es gilt, mehr Energien zu bündeln und die Fortschritte, die in den 25 Jahren seit Unterzeichnung des Palermo-Protokolls erzielt worden sind, weiter voranzutreiben. Darin waren sich alle Teilnehmer einer hochrangigen Konferenz einig, die in Rom zum 25. Jahrestag des Protokolls organisiert wurde, das ein wichtiges Rechtsinstrument im weltweiten Kampf gegen den Menschenhandel darstellt. Christine Seuss - Vatikanstadt

Ausgerichtet wurde die Konferenz von der Santa Marta Group (SMG), dem Souveränen Malteserorden und dem Institut für Anthropologie der Päpstlichen Universität Gregoriana (IADC). Zu Wort kamen dabei Experten aus aller Welt, die täglich mit den Voraussetzungen, Auswüchsen und Konsequenzen von Menschenhandel konfrontiert sind. Rund 200 interessierte Teilnehmer verfolgten die Diskussionen und steuerten Fragen bei.

Ziel war es, sich mit Praktiken, Herausforderungen und Strategien zu beschäftigen, die die weltweiten Bemühungen zur Verhütung und Bekämpfung des Menschenhandels verbessern können. Fachleute aus verschiedenen Bereichen diskutierten in Panels und Arbeitsgruppen nicht nur über konkrete Maßnahmen zur Prävention von Menschenhandel und der Unterstützung von Betroffenen, sondern auch darüber, welche gemeinsamen globalen Bemühungen gegen Menschenhandel und moderne Sklaverei unternommen werden können. Beleuchtet wurde das Thema aus verschieden Perspektiven, darunter Policies, rechtliche Rahmenbedingungen und deren Umsetzung, sowie Best Practice Beispiele, um die Zusammenarbeit zu fördern und Wissen auszutauschen. Die Ergebnisse der Arbeiten wollten die Organisatoren auch Kardinalsstaatssekretär Pietro Parolin zukommen lassen.

Die drei - oder vier - ,P'

Unter den Konferenz-Teilnehmern waren mehrere Kurienvertreter, so auch der Unter-Sekretär des Dikasteriums für ganzheitliche Entwicklung, Kardinal Fabio Baggio, der einen Impulsvortrag hielt.

„Seit vielen Jahren widmet das Dikasterium für den Dienst der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen allem, was mit Menschenhandel und moderner Sklaverei zu tun hat, besondere Aufmerksamkeit“, bestätigt er uns am Rande der Konferenz, die er als „eine Bestätigung unseres gemeinsamen Engagements“ beschreibt. „Papst Franziskus hat uns von Anfang an mit der Schaffung der Abteilung für Migranten und Flüchtlinge innerhalb des Dikasteriums die Aufgabe übertragen, uns besonders um diese sehr traurige und dramatische Seite der Migration zu kümmern: die Opfer des Menschenhandels, die Opfer der modernen Sklaverei“, betont er auch mit Blick auf die diesbezüglichen pastoralen Leitlinien des Dikasteriums, die gemeinsam mit einigen der aktuellen Konferenzteilnehmer erstellt worden waren: „Wir haben ihnen zugehört und unsere Verpflichtungen mit ihnen geteilt“, unterstreicht der Kardinal, der der Ordensgemeinschaft der Scalabrini-Missionare angehört. Dabei sei auch die Bedeutung „sehr konkreter“ Maßnahmen hervorgehoben worden, die nicht nur darauf abzielen, das Phänomen bekannt zu machen, sondern auch die „drei berühmten P“, nämlich Prävention („Prevent“) , Schutz („Protect“) und die dringend nötige Anzeige und Strafverfolgung, ebenso wie die gerechte Strafe für Kriminelle („Prosecute", im Englischen jeweils Verben).

„Und wir fügen noch ein weiteres ,P' hinzu, nämlich das der ,Partnerschaft', die gerade von den hier vertretenen Organisationen ausgehen muss, sehr gerne auch von unserem Dikasterium, damit diese Unterstützungs- und Arbeitsnetzwerke geschaffen werden können, die notwendig sind, um vor Ort effektiver zu sein“, meint der Kardinal abschließend.

„Überrascht hat mich, dass tatsächlich sehr viele Menschen interessiert waren, an dieser Konferenz teilzunehmen. Sie kommen aus den unterschiedlichsten Sektoren, aus den unterschiedlichsten Ländern und aus den unterschiedlichsten Institutionen“, erklärt uns aus Sicht der Organisatoren der Konferenz P. Hans Zollner, weltweit anerkannter Experte auf dem Gebiet des Schutzes von Minderjährigen und verletzlichen Personen. „Das zeigt, dass es genug Menschen guten Willens gibt, die auch zusammenarbeiten wollen. Wie wir wissen, ist das nicht immer einfach, und deshalb war es ja auch unser Anliegen, die zusammenzubringen, die tatsächlich an einem Strang ziehen wollen, um diesem Übel einen Riegel vorzuschieben. Wir werden es nicht vollkommen ausrotten können. Aber wenn es schon gelänge, die Dinge, die machbar sind, umzusetzen, dann müssten sehr viel weniger Leute leiden. Man könnte sehr viel Geld und Ressourcen sparen – und auch seine Nerven schonen und politische Auseinandersetzungen vermeiden, wenn man wenigstens das umsetzen würde, was machbar ist.“

Bei der Konferenz gehe es vor allem um Mobilisierung und die Erschließung neuer Möglichkeiten für den Kampf gegen dieses Phänomen, unterstreicht Michel Veuthey, seines Zeichens Malteserbotschafter in Sachen Kampf gegen den Menschenhandel und Mitorganisator der Tagung. „Wir brauchen auch mehr Geld und mehr Leute, ebenso wie die Tatsache, dass diese Plage, der Menschenhandel, wirklich ernst genommen wird“, stellt er fest. Die Tatsache, dass die Konferenz, zu der auch so hochkarätige Redner wie die Justizministerin der Vereinigten Staaten von Amerika angereist sind, gerade an der Gregoriana-Universität stattfindet, findet der Malteser-Großhospitalier Josef Blotz jedenfalls besonders zielführend:

„Zunächst einmal verweist der Titel des Protokolls auf Italien. Denn dieses Protokoll ist in Palermo unterzeichnet worden, vor exakt 25 Jahren. Und die Gregoriana ist in besonderer Weise geeignet, nicht nur als Gastgeber in einer wunderbaren italienischen Location, sondern auch, weil sie sich seit vielen Jahren sehr verdienstvoll einsetzt für Aktivitäten, die der Menschenwürde dienen. Und da sind wir hier mitten im Thema.“

Auch die modernen Herausforderungen einbeziehen

Ihm selbst sei es ein besonderes Anliegen, das Bewusstsein für die künftigen modernen Herausforderungen zu schärfen, so der Deutsche, dessen Aufgaben im Orden denen eines Ministers für Gesundheit und Soziales entsprechen:

„Vor 25 Jahren wurde das Palermo Protokoll unterschrieben, und damals hat noch niemand daran gedacht, dass wir mit dem technischen so genannten ,Fortschritt‘ rechnen müssen, der auch Auswirkungen für Menschenhandel und modernen Sklavenhandel hat. Heute ist das jedoch nötig. Das muss es jetzt aber sein. Und das ist ein Beispiel dafür, dass wir nicht nach den bis jetzt gültigen Prozessen und Strukturen handeln und denken müssen, sondern in die Zukunft schauen müssen. Wir müssen neue Herausforderungen sehen und denen müssen wir auch begegnen.“

Dabei kann die katholische Kirche ein wichtiger Partner sein: davon zeigt sich Mama Fatima Singhateh, die Sonderberichterstatterin der Vereinten Nationen über den Verkauf, die sexuelle Ausbeutung und den sexuellen Missbrauch von Kindern, überzeugt. Auch sie stellte sich bei einer Podiumsdiskussion den Fragen aus dem Publikum. Missbrauch und Verbrechen gegen Kinder nähmen oft in den lokalen Gemeinschaften ihren Anfang:

„Die Kirche spielt eine sehr wichtige Rolle, indem sie in den Gemeinden das Bewusstsein für die Verletzlichkeit von Kindern und die bestehenden Gefahren sowie die verschiedenen Ausprägungen von sexuellem Missbrauch und Ausbeutung schärft“, meint die Gambierin. Es gehe darum, nicht nur die Eigenverantwortung zu stärken, sondern auch beim finanziellen und moralischen Aufbau von Kapazitäten zu helfen, damit der Menschenhandel an der Wurzel angegangen werden kann. 

Wichtige Rolle der Kirche in den lokalen Gemeinschaften

Dafür sei auch die heutige Konferenz wichtig gewesen: „Es war eine sehr gute Zusammenkunft, weil Menschen aus verschiedenen Bereichen aus aller Welt zusammengekommen sind und wir nicht nur Gelegenheit hatten, unsere eigenen Erfahrungen mit der Arbeit zum Schutz von Kindern vor Menschenhandel und anderen Formen der Ausbeutung auszutauschen, sondern auch von anderen zu lernen.  Wir erfahren, was in anderen Ländern und anderen Institutionen geschieht, sodass wir von ihnen bewährte Verfahren und Beispiele übernehmen können, die uns helfen, unsere Arbeit besser zu machen.“

Für sie selbst sei es oft nicht einfach, mit den Traumata umzugehen, denen sie in ihrer Arbeit begegne, so Mama Fatima:

„Ich spreche jeden Tag mit Überlebenden, und das bricht mir das Herz. Aber ich weiß, dass meine Stimme eine sehr mächtige Stimme ist. Eine Stimme, mit der ich für sie sprechen, mich für sie einsetzen und Einfluss auf die Politik nehmen kann, die ihren Schutz gewährleistet. Ich nehme diese wichtige Rolle sehr ernst. Und auch wenn es ein schwieriges Thema ist, habe ich doch jeden Tag, wenn ich aufwache, das Gefühl, dass ich einen kleinen Beitrag dazu leisten kann, das Leben von Kindern und schutzbedürftigen Gemeinschaften auf der ganzen Welt positiv zu beeinflussen.“

Das vor 25 Jahren verabschiedete Palermo-Protokoll stellt nach wie vor ein wichtiges Rechtsinstrument im weltweiten Kampf gegen den Menschenhandel dar. Bei der Konferenz gehe es nun darum, dessen Wirkung und weitere Verbesserung zu evaluieren, berichtet uns Kevin Hyland von „Praeveni Global“, die Teil der von Papst Franziskus unterstützten Santa Marta Group ist.

„Wenn wir uns einige der Fortschritte ansehen, dann sehen wir, dass fast 180 Länder nationale Gesetze erlassen haben. Wir haben internationale Organisationen, wir haben Veranstaltungen wie diese aktuelle“, zählt Hyland auf. Dabei habe die katholische Kirche eindeutig eine Führungsrolle übernommen, betont er besonders mit Blick auf den Einsatz von Ordensschwestern in verschiedenen Teilen der Welt, ebenso wie durch Bischofskonferenzen und verschiedene kirchliche Organisationen.

„Wenn wir uns jedoch die Fortschritte bei der Bekämpfung des Menschenhandels und der modernen Sklaverei weltweit ansehen, wurden im letzten Jahr 2000 Opfer weniger gerettet als im Jahr zuvor, und das sind nur weniger als 0,5 Prozent der mutmaßlich 50 Millionen Opfer. Im letzten Jahr gab es 7000 Verurteilungen. Wenn man also von 50 Millionen Opfern und 7000 Verurteilungen ausgeht, liegt die Wahrscheinlichkeit, verurteilt zu werden, bei weniger als 0,02 Prozent, während die Täter in 99,8 Prozent der Fälle ungestraft davonkommen, und die Opfer werden nicht gerettet“, gibt der Aktivist und Fachmann zu bedenken. 

Nur etwa 1,5 Milliarden investierten die G20-Staaten in diesen Kampf, was für ein so weltumspannendes Verbrechen „eine sehr geringe Summe“ sei, so Hyland, der in diesem Zusammenhang auf den schwindelerregenden Profit verweist, den kriminelle Menschenhändler und Ausbeuter mit ihren Verbrechen generierten und der auf 236 Milliarden US-Dollar geschätzt wird. Mehr als Rückschau zu halten, gehe es also vor allem darum, die bislang unternommenen Anstrengungen zu kanalisieren und weiterzumachen:

„So brauchen wir beispielsweise Regierungen, die finanziell und politisch investieren und beginnen, die Arbeit der Wohltätigkeitsorganisationen, der Zivilgesellschaft und der Ordensschwestern zu unterstützen“, unterstreicht Hyland, der besonders die Arbeit der Ordensfrauen im Kampf gegen Menschenhandel als unersetzbar ansieht.

„Beim ersten Treffen der Santa-Marta-Gruppe hier in Rom sagte uns Papst Franziskus, dass wir wissen, dass wir klagen müssen. Wir müssten lernen, auf eine Weise zu weinen, die uns den Schmerz wirklich in unserem Herzen spüren lässt. Und er sagte, dies sei eine offene Wunde am Leib Christi. Das sind große Worte, die von einem Papst kamen.“

Klare Unterstützung durch den Papst

Auch Papst Leo habe sich bereits entsprechend geäußert, zeigt sich der Experte im Kampf gegen Menschenhandel und Ausbeutung zufrieden:

„Es liegt in unserer Macht, das Problem zu lösen, und es auch relativ schnell zu lösen. Aber das heißt, dass wir damit beginnen müssen, große Unternehmen zur Rechenschaft zu ziehen, die von diesen Ländern profitieren, die es zulassen, dass Einzelne und organisierte Kriminelle mit Ausbeutung Geld verdienen. Dazu braucht es die Entwicklung robuster Maßnahmen!“

Der 25-jährige Meilenstein seit Unterzeichnung des Palermo-Protokolls sei also „ein großartiges Ereignis“, doch es gelte auch, darüber nachzudenken, ob im letzten Vierteljahrhundert wirklich genug getan worden sei.

„Wir müssen uns vor Augen halten, dass wir hier an der Päpstlichen Gregoriana-Universität sind. Und der heilige Ignatius selbst hat gesagt, dass man an seinen Taten gemessen wird, nicht an seinen Worten. Es geht also um unsere Taten, unser Handeln, nicht nur um Worte und Richtlinien. Und ich denke, das fasst zusammen, worum es bei dieser Konferenz geht. Wie können wir Maßnahmen ergreifen, die Menschenhandel verhindern, darauf reagieren, wenn er stattfindet, und auf das menschliche Leid mit der Leidenschaft, dem Mitgefühl und der Liebe reagieren, die wir brauchen?“

Hintergrund

Das im Jahr 2000 verabschiedete Palermo-Protokoll ergänzt das Übereinkommen der Vereinten Nationen gegen die grenzüberschreitende organisierte Kriminalität und zielt darauf ab, Menschenhandel, insbesondere den Handel mit Frauen und Kindern, zu verhindern, zu bekämpfen und zu bestrafen. Dieses Protokoll fasst frühere globale Verpflichtungen zusammen, darunter das Übereinkommen über Zwangsarbeit von 1930, zahlreiche Übereinkommen und Protokolle der Internationalen Arbeitsorganisation (ILO) und andere, darunter die Allgemeine Erklärung der Menschenrechte. Über 180 Länder haben inzwischen nationale Gesetze erlassen, die Menschenhandel und moderne Sklaverei unter Strafe stellen.

(vn 10)

 

 

 

 

 

Studie. Migranten offener für religiöse und ethnische Vielfalt

 

Die Studie zeigt: Menschen mit Migrationserfahrung bewerten Vielfalt offener als andere. Doch sie erleben zugleich am häufigsten Diskriminierung und gesellschaftlichen Gegenwind.

Menschen mit Migrationshintergrund akzeptieren in Deutschland religiöse und ethnische Vielfalt stärker als nicht zugewanderte Menschen. Das geht aus einer am Dienstag veröffentlichten Sonderauswertung des Vielfaltsbarometers 2025 der Robert Bosch Stiftung hervor. Grundlage sind repräsentative Daten von mehr als 4.700 Befragten ab 16 Jahren.

Demnach bewerten Menschen mit Migrationserfahrung religiöse Vielfalt mit 41 Punkten deutlich offener als Befragte ohne Einwanderungsgeschichte (31 Punkte). Auch ethnische Vielfalt findet bei Zuwanderern und ihren Nachkommen mehr Zustimmung (62 zu 54 Punkten). Dagegen zeigen sich Menschen ohne Migrationserfahrung bei sexueller Orientierung toleranter (72 zu 63 Punkten).

Eigene Benachteiligung macht partiell sensibler

Raphaela Schweiger, Leiterin des Migrationsprogramms der Robert Bosch Stiftung, analysierte, wer selbst Benachteiligung erlebt habe, sei oft sensibler gegenüber ethnischen und religiösen Unterschieden, bei anderen Themen aber zurückhaltender.

Auffällig ist auch das Gefühl gesellschaftlicher Benachteiligung: Rund 40 Prozent aller Befragten fühlen sich als Bürger zweiter Klasse, unabhängig von der Herkunft. Unter Migranten sind es 41 Prozent. Besonders ausgeprägt ist dieses Empfinden in Ostdeutschland (48 Prozent). Zugleich geben drei Viertel der Menschen mit Migrationsgeschichte an, wegen ihres Aussehens, Akzents oder ihrer Kleidung Diskriminierung zu erfahren.

Die Studie zeigt zugleich, dass die Akzeptanz gesellschaftlicher Vielfalt insgesamt seit 2019 deutlich gesunken ist. Besonders stark verlor die Zustimmung zur ethnischen Herkunft als Diversitätsmerkmal, aber auch die Anerkennung religiöser Vielfalt ging zurück – ein gesellschaftlicher Gegenwind, der sich quer durch verschiedene Bevölkerungsgruppen zieht.

Verdeckte Form von Islamfeindlichkeit

Eine weitere zentrale Beobachtung der Studie: Religion ist die Vielfaltsdimension mit den niedrigsten Akzeptanzwerten. Während Christinnen und Christen oder Jüdinnen und Juden im persönlichen Umfeld deutlich eher akzeptiert werden, bleibt die Ablehnung gegenüber religiösen Musliminnen und Muslimen besonders hoch. Die Autorinnen und Autoren sehen darin einen Hinweis darauf, dass die verbreitete Skepsis gegenüber Religion vielfach eine verdeckte Form von Islamfeindlichkeit ist. Dieser Befund kontrastiert mit den Ergebnissen für Menschen mit Migrationserfahrung, die religiöser Vielfalt deutlich offener gegenüberstehen.

Die Studie verortet diese Haltung in einem gesamtgesellschaftlichen Spannungsfeld: Während religiöse Vielfalt in Deutschland real weiter zunimmt, bleibt die Akzeptanz hinter dieser Entwicklung zurück. Dies betreffe insbesondere Regionen und Milieus, in denen es nur wenige Berührungspunkte mit religiösen Minderheiten gebe.

Herkunftsregion beeinflusst Bewertung von Zuwanderung

Bei der Bewertung von Zuwanderung spielt der Studie zufolge auch die Herkunftsregion eine Rolle: Vier von fünf Befragten begrüßen Migration aus Nord- und Westeuropa. Deutlich kritischer sehen die Befragten Zuwanderung aus Osteuropa (45 Prozent Zustimmung), Südasien (41 Prozent), Afrika (36 Prozent) und dem Nahen Osten (weniger als ein Drittel). Breite Unterstützung gibt es für ausländische Studierende (75 Prozent), Kriegsflüchtlinge (72 Prozent) und Arbeitskräfte (71 Prozent).

Die Autoren der Studie sehen in den Ergebnissen ein deutliches Signal: Akzeptanz und gesellschaftlicher Zusammenhalt hingen stark von eigener Lebenslage und sozialem Umfeld ab. „Um Vorurteile abzubauen, braucht es gezielten Dialog, Bildung und konsequente Bekämpfung von Diskriminierung“, sagte Schweiger. (epd/mig 11)

 

 

 

 

EU-Pakt zu Migration: „Viele Maßnahmen nicht umsetzbar“

 

Caritas Italien sieht im neuen EU-Pakt für Migration und Asyl große Mängel, die auf Kosten der Migranten und Flüchtlinge gehen.

„Die vom EU-Rat für Inneres getroffenen Entscheidungen zum neuen Europäischen Pakt für Migration und Asyl geben Anlass zu großen Bedenken hinsichtlich ihrer tatsächlichen Wirksamkeit“, zitiert die Agentur Sir den Leiter des Büros für Migrationspolitik und internationalen Schutz der italienischen Caritas, Oliviero Forti.

Von Abschiebung in „sichere“ Drittstaaten bis Langzeitinhaftierung 

Trotz der Ankündigung von beschleunigten Verfahren, Rückführungszentren und Überstellungen in als „sicher“ geltende Drittländer bleibe die Wahrscheinlichkeit hoch, „dass viele dieser Maßnahmen nicht umsetzbar sind und Migranten weiterhin Unsicherheit und Gefährdung ausgesetzt sind“, erklärte der Jurist. „Die ständige Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) und der Verfassungsgerichte der Mitgliedstaaten schreiben strenge Grenzen für Langzeitinhaftierungen, individuelle Risikobewertungen und Überstellungen in Drittstaaten vor“, erinnerte er. Er halte es daher für „absehbar, dass ein wesentlicher Teil des neuen Regelwerks von den nationalen und europäischen Gerichten ausgesetzt oder nicht angewendet wird, was zu massiven Rechtsstreitigkeiten führen und die im Pakt genannten Ziele zunichte machen würde“, warnte der Caritas-Verantwortliche.

Restriktive Wende

Das verabschiedete Maßnahmenpaket des Europäischen Rates markiert eine restriktive Wende in der Migrationspolitik und sieht mehr Abschiebungen, Rückführungszentren in Drittländern, die Möglichkeit einer verlängerten Inhaftierung und größere Durchsuchungsbefugnisse für die Behörden vor. Konkret geht es um vier Gesetzestexte, die nun mit dem Europäischen Parlament verhandelt werden müssen. Menschenrechts- und Hilfsorganisationen sehen die Beschlüsse skeptisch und pochen auf den Schutz und die Sicherheit von Migranten und Flüchtlingen. (sir 10)

 

 

 

 

 

 

„Wir brauchen Migration“. Merz zeigt sich in „Stadtbild“-Debatte selbstkritisch

 

Wochenlang wurde kontrovers über den Satz des Kanzlers zum „Stadtbild“ in Deutschland diskutiert. Nun erkennt Merz an, dass seine Äußerung so vielleicht nicht ganz glücklich war. Doch auch seine erneute Klarstellung wirft Fragen auf.

Bundeskanzler Friedrich Merz (CDU) hat Selbstkritik in der von ihm angestoßenen Debatte über das „Stadtbild“ und die Migration in Deutschland erkennen lassen. „Ich hätte vielleicht früher sagen sollen, was ich konkret damit meine. (…) Das würde ich heute anders machen“, sagte er in der ARD-Sendung „Arena“ im nordrhein-westfälischen Niederkassel, in der Bürger Merz Fragen stellten.

Es gebe Städte, die „völlig verwahrlosen“, sagte er. „Das hat etwas mit dem zu tun, was ich gesagt habe. Und das müssen wir ändern“, erklärte der Bundeskanzler. „Und deswegen sage ich immer, es sind zwei Teile derselben Antwort. Wir brauchen Migration, wir brauchen Einwanderung, der ganze medizinische Sektor, der Pflegebereich, viele andere Bereiche“, sagte Merz. Er sehe, was die Menschen dort leisteten. „Und ohne diejenigen, die aus anderen Ländern kommen, geht es einfach nicht mehr.“

„Diese Differenzierung, die würde ich gerne stärker betonen“, sagte der CDU-Politiker. „Aber ich glaube, jeder, der es ein bisschen gutwillig versucht hat, zu verstehen, hat es auch verstanden, was ich gemeint habe.“ Zugleich betonte Merz nochmals: „Diejenigen, die in unserem Land leben wollen, müssen sich an die Regeln halten. Und wenn sie es nicht tun, müssen sie gehen.“

Einteilung in nützlich und nicht nützlich

Kritiker warnen seit Langem vor einer Sprache, die Menschen nach ihrem vermeintlichen Nutzen für den Arbeitsmarkt einteilt. Eine solche Logik, so betonen Fachleute, führe dazu, dass Menschen, die nicht als deutsch gelesen werden, nur solange und stets unter Vorbehalt willkommen seien, wie sie als „nützlich“ gelten.

Diese Haltung verhindere echte Zugehörigkeit: Einwanderer würden nicht als gleichwertige Bürgerinnen und Bürger anerkannt, sondern in „nützlich“ bzw. „nicht nützlich“ eingeteilt und als austauschbar betrachtet. Dieser Grundton schaffe einen Nährboden, auf dem rassistische Einstellungen wachsen und sich verfestigen können.

Debatte nach Äußerung im Oktober

Merz hatte im Oktober gesagt, die Bundesregierung korrigiere frühere Versäumnisse in der Migrationspolitik und mache Fortschritte, „aber wir haben natürlich immer im Stadtbild noch dieses Problem, und deswegen ist der Bundesinnenminister ja auch dabei, jetzt in sehr großem Umfang auch Rückführungen zu ermöglichen und durchzuführen“.

Später sagte er auf Nachfrage: „Fragen Sie mal Ihre Töchter, was ich damit gemeint haben könnte.“ Dann konkretisierte er, Probleme würden diejenigen Migranten machen, die keinen dauerhaften Aufenthaltsstatus hätten, nicht arbeiteten und die sich auch nicht an die in Deutschland geltenden Regeln hielten. (dpa/mig 10)

 

 

 

 

 

EU-Minister bringen massive Asylverschärfungen auf den Weg

 

Schneller, strenger und möglichst außerhalb der EU: Europas Innenminister treiben die Reform des Asylsystems voran. Ein Bündel von Maßnahmen soll Abschiebungen erleichtern, Verfahren beschleunigen und die Verteilung von Schutzsuchenden neu regeln. Von Marlene Brey

Europas Innenminister wollen in der Migrationspolitik einen deutlich härteren Kurs einschlagen. Weniger Menschen sollen künftig Chancen auf Asyl haben, Verfahren sollen verstärkt außerhalb der EU stattfinden, Abschiebungen schneller möglich sein und die Lasten unter den Mitgliedstaaten neu verteilt werden. Am Montag brachten die EU-Innenminister in Brüssel einen umfangreichen Maßnahmenkatalog auf den Weg.

„Wir stehen an einem Wendepunkt der Asyl- und Migrationspolitik“, sagte EU-Migrationskommissar Magnus Brunner. Zwar sei die sogenannte „irreguläre“ Migration innerhalb eines Jahres um 35 Prozent zurückgegangen, dennoch bleibe der Druck auf die Asylsysteme hoch. „Deshalb ist es gut, dass wir heute neue Werkzeuge hinzufügen.“ Mit „irregulärer“ Migration sind auch Fluchtbewegungen von Menschen gemeint, die Schutz suchen. Weil es an sicheren und legalen Fluchtwegen fehlt, bleiben ihnen oft keine anderen Möglichkeiten, als Grenzen zunächst ohne gültige Dokumente zu überqueren, um ihr international verbrieftes Recht auf Asyl geltend zu machen. Juristisch sind sie damit nicht „irregulär“, sondern nehmen geltendes Recht wahr.

Auch Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) sprach von einer entscheidenden Weichenstellung. „Wir erleben heute ein europäisches Momentum“, sagte er. Konkret drehten die Innenminister am Montag an vier Stellschrauben.

Neue EU-Rückführungsverordnung

Die Minister stimmten dem Vorschlag der EU-Kommission für ein Gemeinsames Europäisches Rückkehrsystem zu. Ziel ist es, Abschiebungen zu vereinfachen und zu beschleunigen.

Mit der sogenannten Rückführungsverordnung soll erstmals ein EU-weites Rückführungssystem etabliert werden. Durch die gegenseitige Anerkennung von Rückkehrentscheidungen können Mitgliedstaaten die Entscheidungen anderer Staaten direkt durchsetzen – ohne ein neues Verfahren einzuleiten. Das soll Ausreisepflichtigen signalisieren, dass sie Rückführungen nicht durch den Wechsel in einen anderen EU-Staat umgehen können.

Strengere Pflichten für Betroffene

Für Betroffene gelten strenge Pflichten: Sie müssen mit den Behörden kooperieren, sonst drohen Leistungskürzungen, der Entzug von Arbeitserlaubnissen oder strafrechtliche Maßnahmen bis hin zu Haft. Personen, die ein Sicherheitsrisiko darstellen, können mit längeren oder sogar unbegrenzten Einreiseverboten sowie Haft rechnen. Zudem sollen Rückführungszentren in Drittstaaten ermöglicht werden.

Europäische Kirchen, Hilfswerke und Amnesty International warnen vor einem repressiven Kurs. Besonders umstritten sind die Rückführungszentren in Drittstaaten.

Abschiebung in „sichere“ Drittstaaten

Zudem gaben die Innenminister der Überarbeitung des Konzepts der sogenannten „sicherer Drittstaaten“ grünes Licht. Asylanträge können künftig leichter als unzulässig abgelehnt werden, wenn Schutz bereits in einem sicheren Nicht-EU-Staat möglich ist. Eine Verbindung zwischen Antragsteller und Drittstaat ist dafür nicht mehr zwingend. Die Durchreise durch ein Drittland genügt oder es besteht ein Abkommen über die Bearbeitung von Asylanträgen mit einem Drittstaat.

Schutzsuchende können demnach auch in Länder abgeschoben werden, in denen sie noch nie waren. Auch dieser Vorschlag verweist auf die Möglichkeit, Abschiebungszentren in Drittstaaten einzurichten. Abgelehnte Asylbewerber dürfen während eines Einspruchs nicht automatisch in der EU bleiben.

Gemeinsame Liste „sicherer“ Herkunftsländer und Solidaritätspool

Erstmals hat die EU auch eine gemeinsame Liste „sicherer“ Herkunftsländer festgelegt. Damit sollen Menschen schneller nach Ägypten, Marokko, Tunesien, Indien, Kosovo, Bangladesch oder Kolumbien abgeschoben werden können. Für Asylbewerber aus diesen Staaten sollen beschleunigte Verfahren möglich sein, etwa direkt an Grenzen oder in Transitbereichen. Auch EU-Beitrittskandidaten gelten grundsätzlich als sicher, sofern keine Kriegs- oder gravierenden Menschenrechtsrisiken bestehen.

Die EU-Innenminister haben sich zudem auf einen Solidaritätspool zur Verteilung von Schutzsuchenden innerhalb der EU geeinigt. Im kommenden Jahr sollen 21.000 Personen aus solchen EU-Staaten umverteilt werden, die unter besonders hohem Migrationsdruck stehen. EU-Staaten, die keine Schutzbedürftigen aufnehmen wollen, können auch finanzielle Hilfe leisten.

Laut einem Bericht der EU-Kommission stehen Zypern, Griechenland, Italien und Spanien unter besonders hohem Migrationsdruck. Sie sollen daher von den Solidaritätsmaßnahmen profitieren. Welche Länder Schutzsuchende aufnehmen sollen, teilte der Rat zunächst nicht mit. EU-Migrationskommissar Brunner hatte bereits erklärt, dass Deutschland voraussichtlich keine weiteren Solidaritätsmaßnahmen erbringen muss.

Linke kritisiert Aushöhlung von Rechten

Die fluchtpolitische Sprecherin der Linken im Bundestag, Clara Bünger, kritisiert die Vorhaben scharf. Es drohe „eine drastische Ausweitung von Abschiebehaft, menschenrechtswidrige Abschiebezentren in Drittstaaten und eine völlig unverhältnismäßige Ausweitung der Pflichten von Betroffenen während des Abschiebungsverfahrens“, erklärte die Linke-Politikerin. Sie befürchtet, Behörden könnten mit ausreisepflichtigen Menschen „künftig fast alles machen“.

Bünger weiter: „Die gefassten Beschlüsse höhlen die Rechte von Asylsuchenden bis zur Unkenntlichkeit aus.“ Die EU-Staaten müssen sich jeweils noch mit dem Europäischen Parlament auf den endgültigen Rechtstext einigen. „Das EU-Parlament darf dem nicht zustimmen“, fordert Bünger. (epd/mig 9)

 

 

 

 

 

Enttäuschte Erwartungen: Deutsche bewerten Regierungsbilanz überwiegend negativ

 

Fortschritte bei der Bundeswehr, Rentensicherheit bleibt Sorgenfaktor

Hamburg – Aus Sicht der Deutschen hat sich unter Schwarz-Rot die Situation in nahezu allen zentralen Politikfeldern eher verschlechtert als verbessert. Lediglich im Bereich der Einsatzfähigkeit der Bundeswehr überwiegt der Anteil derer, die eine Verbesserung wahrnehmen. Zu diesem Ergebnis kommt eine aktuelle, repräsentative Umfrage des Markt- und Sozialforschungsinstituts Ipsos.

Bereits im Juni hat Ipsos die Menschen in Deutschland gefragt, ob sie in ausgewählten Politikfeldern eher Verbesserungen oder Verschlechterungen unter der neuen Regierung erwarten. Die aktuelle Umfrage macht deutlich, dass die Bundesregierung unter Kanzler Friedrich Merz die ohnehin geringen Erwartungen nicht erfüllen konnte.

 

Lichtblick Bundeswehr: Ein Drittel sieht verbesserte Einsatzfähigkeit

33 Prozent der Befragten haben den Eindruck, dass sich die Einsatzfähigkeit der Bundeswehr zur Landes- und Bündnisverteidigung seit dem Amtsantritt der schwarz-roten Regierung verbessert hat. Von einer Verschlechterung in diesem Bereich sprechen hingegen nur 26 Prozent. In keinem anderen Bereich wird die Arbeit der Bunderegierung so positiv bewertet, wenngleich die Erwartungen zu Beginn der Legislaturperiode noch deutlich höher waren. Damals rechneten 53 Prozent der Befragten mit Verbesserungen in diesem Bereich.

Migration und Sicherheit: Regierung bleibt hinter den Erwartungen zurück

Trotz verschärfter Grenzkontrollen und eines härteren Kurses in der Migrationspolitik konnten die Erwartungen hinsichtlich der Kontrolle von Migration und Asyl nicht erfüllt werden. Nur 29 Prozent der Deutschen würden sagen, dass auf diesem Gebiet eine Verbesserung unter Schwarz-Rot erzielt wurde – das sind 16 Prozentpunkte weniger als im Juni erwartet. 40 Prozent der Bundesbürger nehmen sogar eine Verschlechterung der Situation wahr. Auch im Bereich der inneren Sicherheit und der Kriminalitätsbekämpfung liegt der Anteil derer, die Verbesserungen sehen, unter den Erwartungen vom Juni 2025 (-16 pp).

Wirtschaft enttäuscht am stärksten, Bürokratie bleibt Bremse

Die größte Diskrepanz zwischen den Erwartungen im Juni und der aktuellen Einschätzung gibt es bei der Frage, ob der Wirtschaftsstandort Deutschland durch die schwarz-rote Bundesregierung gestärkt wurde. Lediglich 15 Prozent der Befragten stimmen dem zu – 27 Prozentpunkte weniger als im Juni erwartet. Trotz des verabschiedeten Rekordhaushalts für 2026 sieht eine knappe Mehrheit der Bevölkerung (51 %) sogar Rückschritte in diesem Bereich. Beim Abbau der Bürokratie hinkt die Bundesregierung den anfänglichen Erwartungen um 15 Prozentpunkte hinterher: Nur 13 Prozent der Deutschen sehen hier Veränderungen zum Positiven, während 41 Prozent Verschlechterungen erleben. Ebenfalls 41 Prozent haben seit dem Amtsantritt keine Veränderungen bemerkt.

Größte Sorgenfelder bleiben Rente, Armut und Wohnen

Auch bei sozialen Themen konnten die Erwartungen nicht erfüllt werden, obwohl der Blick in die Zukunft bereits im Juni eher verhalten ausfiel. Nur 11 Prozent der Deutschen glauben, dass unter Schwarz-Rot bei der Sicherung der Rente Fortschritte erzielt wurden – das sind 9 Prozentpunkte weniger als im Juni erwartet. Mehr als die Hälfte der Befragten (53 %) nimmt eine Verschlechterung wahr. Noch pessimistischer wird die Situation bei der Armutsbekämpfung und beim Wohnungsbau beurteilt: Lediglich 7 Prozent sehen eine Verbesserung bei der Armutsbekämpfung, 8 Prozent bei der Schaffung von bezahlbarem Wohnraum – beide Werte liegen jeweils elf Prozentpunkte unter dem Erwartungswert vom Juni. Ipsos 9

 

 

 

 

 

 

 

Amerikanische Kriegserklärung

 

Die neue Nationale Sicherheitsstrategie der USA beendet die transatlantische Partnerschaft. Für Europa stellt sie eine doppelte Bedrohung dar. Christos Katsioulis & Filip Milacic

Die Idee des Regime Change ist zurück auf der Weltbühne. Dieses Mal ist allerdings nicht Europa der Ausgangspunkt, sondern selbst die Zielregion, in der die Administration Trump ihre Vorstellungen von gutem und richtigem Regieren applizieren will. Damit findet eine Neudefinition der viel beschworenen „transatlantischen Wertegemeinschaft“ statt.

Das zeigt sich in der US-amerikanischen Nationalen Sicherheitsstrategie 2025 (NSS 2025), in der Präsident Trump seine Vorstellungen einer Außenpolitik unter dem Vorzeichen von America First niederlegt. Das Dokument ist vollkommen anders verfasst als frühere Sicherheitsstrategien der USA. Es ist deutlich ideologischer und zugleich unverblümter in der Fokussierung auf die eigenen Interessen. Manchmal liest es sich beinahe wie eine Karikatur der USA, wie man sie entweder aus Filmen oder aus antiamerikanischen linken Zirkeln kennt. Insofern ist es durchaus feine Ironie, dass die Strategie auch davon spricht, die soft power der USA ausbauen zu wollen.

Grundsätzlich dreht sie sich darum, die Größe der USA zu wahren und auszubauen – America First eben. Das reicht von einer harten Anti-Migrationspolitik mit forciertem Grenzschutz, über den Ausbau des US-Militärs, bis hin zu internationalen Beziehungen, die auf die amerikanische Prosperität ausgerichtet sind. Für diese Ziele sollen alle Instrumente eingesetzt werden, seien es Wirtschaftsbeziehungen, der amerikanische Finanzmarkt, Technologie oder auch das Militär und die Alliierten. Amerikanische Firmen sollen direkt davon profitieren, besonders von Ländern, die am meisten von den USA abhängen und auf die Washington am meisten Druck ausüben kann.

Für Europa, mit seinen zahlreichen Staaten, die sich einer „Special Relationship“ mit den USA rühmen, hat die Strategie eine ganz eigene Rolle vorgesehen. Das kann Auswirkungen auf die Wirtschafts- und die Sicherheitspolitik Europas haben, gleichzeitig aber auch innenpolitische Folgen. Sicherheitspolitisch orientieren sich die USA mit dieser Strategie weg von einer auf gemeinsamen Regeln basierenden Weltordnung. Stattdessen wird als Tatsache postuliert, dass stärkere Nationen mehr Einfluss haben. Damit die USA in dieser Logik auch weiterhin den stärksten Einfluss haben, müssen die Alliierten, und hier vor allem Europa, dazu beitragen.

Das bedeutet erstens, dass sie mehr für die eigene Sicherheit tun müssen, allerdings nicht vollständig auf eigene Verantwortung. Die USA wollen weiterhin als treibende Kraft fungieren und die Alliierten in diesen Bemühungen anleiten. Zweitens müssen Verbündete der USA weiterhin ihr Scherflein zur wirtschaftlichen Ausnahmestellung Amerikas beitragen. Das heißt, sie müssen den Abbau der Handelsbilanzdefizite vorantreiben, ihre Märkte für die USA öffnen und die Besteuerung oder Regulierung amerikanischer Unternehmen daran messen lassen, ob das Weiße Haus dies für fair und angemessen hält. Drittens werden amerikanische Energieexporte genutzt, um die Beziehungen zu Alliierten zu vertiefen. Das heißt im Umkehrschluss, dass man Öl und Gas künftig besser bei Donald Trump kauft und fehlgeleitete Ideologien (sic!) wie Klimawandel und Net Zeroad acta legt, wenn man von den USA abhängig ist.

Während diese drei Schlussfolgerungen aber unabhängig von der Geografie für alle Alliierten gelten, birgt die NSS noch einige spezielle Klauseln für die europäische Sicherheitspolitik, auch weil Europa in der für die USA besonders wichtigen westlichen Hemisphäre liegt. Stabilität wird als höchste Priorität in Europa genannt. Diese wird laut der NSS aber nicht von Russland gefährdet, das weder als Bedrohung noch als Gefahr definiert wird. Das Problem wird vielmehr darin gesehen, dass viele Europäer Russland als existentielle Bedrohung betrachten. Daher soll strategische Stabilität im Verhältnis mit Moskau hergestellt werden und der Krieg in der Ukraine soll enden. Als einzigen konkreten Schritt in diese Richtung hält die NSS fest, dass eine Priorität der USA darin liegt, zu verhindern, dass die NATO eine sich permanent erweiternde Allianz ist. Damit werfen ausgerechnet die USA, die noch 2008 für den Beitritt der Ukraine und Georgien in die NATO geworben hatten, diese Tür vor aller Öffentlichkeit zu. Es ist zwar auch vom Überleben der Ukraine die Rede, aber lediglich als „viable state“, die sonst so viel zitierte Souveränität fehlt hier.

Die NSS 2025 legt fest, dass Zusammenarbeit auch mit Staaten möglich sein muss, die die amerikanischen Werte nicht teilen. Ganz explizit ist beispielsweise mit Blick auf den Nahen Osten die Rede davon, regionale Traditionen zu respektieren und nicht zu versuchen, die eigenen Vorstellungen anderen Staaten aufzudrücken. Für Europa gilt das offenbar ganz und gar nicht. So wie es in der Bibel in Genesis 1 heißt „Und Gott schuf den Menschen nach seinem Bilde“, so gedenkt die Administration Trump offenbar, Europa nach ihrem eigenen Bilde zu gestalten.

Was heißt das konkret für Europa? Die NSS offenbart, dass es bei Trump nicht nur um transaktionale Beziehungen geht, sondern um ideologische Interessen. Nach Lateinamerika, wo Trump seine Verbündeten Jair Bolsonaro und später Javier Milei direkt unterstützte, indem er Brasilien hohe Zölle auferlegte und einen Kredit an Mileis Wahlsieg knüpfte, gilt dies nun ganz klar für Europa. Trumps ideologische Agenda lässt sich offensichtlich nicht durch Schmeicheln „aufweichen“, wie sich Europas Regierungschefs erhofften. Unter dieser Administration stellen die USA eine zweifache Bedrohung dar: für die EU als Projekt und für die europäischen liberalen Demokratien.

An mehreren Stellen betont die NSS den Vorrang der Nationalstaaten und liest sich als eine Kriegserklärung an internationale Organisationen, vor allem die EU. Sie untergrabe nicht nur die politische Freiheit und die nationale Souveränität, sondern sei auch ein Hindernis für amerikanische Interessen. Diese Einschätzung sollte aber nicht überraschen. Die Ablehnung internationaler Organisationen, inklusive der EU, war schon im Project 2025 der Heritage-Stiftung zu finden, dem inoffiziellen Regierungsprogramm der Trump-Administration. Vielleicht schafft es die NSS 2025 schlussendlich, allen Europäern die Augen dafür zu öffnen.

Darüber hinaus unterminiert diese ideologische Agenda die liberale Demokratie. Die NSS 2025 setzt europäische Identität mit weißer Ethnizität und christlicher Religion gleich, die angeblich durch Einwanderung bedroht seien. Wenn Europa, wie die NSS behauptet, von einer „Auslöschung ihrer Zivilisation“ bedroht ist, dann sollten die Entscheidungsträger freie Hand haben, ihre Staaten mit allen Mitteln zu beschützen. „Wer sein Land rettet, verletzt kein Gesetz“, wie es Trump im Februar auf X postete. Dadurch werden Attacken gegen die liberale Demokratie legitimiert. Es ist gerechtfertigt, die Macht der Exekutive auf Kosten anderer Institutionen zu stärken, um die angeblich bedrohte nationale Identität und Souveränität zu beschützen. Kritische Medien, Oppositionsparteien und die Zivilgesellschaft werden als „ausländische Agenten“ verunglimpft, staatliche Behörden von „Feinden der Nation“ gesäubert. Die Rechte von Minderheiten werden etwa beschränkt, weil sie nicht zur Nation gehören und Meinungsfreiheit selektiv limitiert, um die Reputation der bedrohten Nation zu beschützen.

Für die aktuelle europäische Führung ist dieses Dokument daher ein Offenbarungseid. Es beendet das transatlantische Verhältnis der letzten 80 Jahre. Aus dem wohlwollenden Hegemon auf der anderen Seite des Atlantiks wird nun eine Weltmacht, die ähnlich wie Russland versucht, die EU zu schwächen und die politischen Verhältnisse in Europa nach eigenem Gutdünken zu ordnen. Ein Kompromiss oder Mittelweg ist nicht erkennbar. Wer es also ernst meint mit der Souveränität europäischer Staaten, muss auf einen europäischen Rütlischwur hinarbeiten. Dazu braucht es einen forcierten Abbau der sicherheitspolitischen Abhängigkeiten Europas, den Aufbau einer europäischen Rüstungsindustrie für zentrale Systeme, die Europa gemeinsam handlungsfähig machen, eine Stärkung der wirtschaftlichen und politischen Beziehungen mit anderen Regionen sowie die Festigung internationaler Institutionen und ihrer Resilienz gegen Einflussnahme aus Washington.

Für Regierungschefs wie Orbán oder Meloni, aber auch Parteien wie die AfD und das Rassemblement National ist die neue NSS 2025 hingegen ein verfrühtes Weihnachtsgeschenk und Anlass zum Frohlocken. Ihre Agenda wird von den USA als Ziel ihrer Sicherheitspolitik erkoren, damit gewinnen sie einen extrem mächtigen Verbündeten. Sie alle wollen ein ethnonationalistisches Europa schaffen. Bei Trump soll das vor allem den Interessen der USA dienen. Das große Paradox besteht aber darin, dass für ein Europa nach diesem Regime Change-Programm die Schnittmengen mit Russland deutlich größer wären. Der Trump’sche Traum von der amerikanisch dominierten westlichen Hemisphäre trägt die eigene Zerstörung schon bei der Entstehung in sich. IPG 9

 

 

 

 

 

 

 

Reaktionen auf Trumps Sicherheitsstrategie. Europa auf dem Weg zur Souveränität

 

Berlin - Die Europa-Union Deutschland (EUD) reagiert mit einer klaren Positionierung auf die neue US-Sicherheitsstrategie, die unter anderem ankündigt, Widerstand gegen den derzeitigen Kurs innerhalb der

europäischen Staaten zu fördern.

Prof. Dr. Andrea Wechsler: "Wenn Washington Europas Ordnung in Frage stellt, schwächt es Sicherheit und Wohlstand - auf beiden Seiten des Atlantiks"

EUD-Präsidentin Prof. Dr. Andrea Wechsler erklärt: "Europa ist kein geopolitisches Beiwerk, sondern ein zentraler Pfeiler von

Stabilität, Wachstum und regelbasierter Ordnung. Wer Europa politisch

delegitimiert und Spaltung als außenpolitisches Instrument einsetzt,

gefährdet die freiheitliche Demokratie und die Sicherheit in Europa und

darüber hinaus in der gesamten westlichen Hemisphäre."

Wechsler betont die Dringlichkeit, umgehend Europas politische

Handlungsfähigkeit zu stärken und dabei äußere Sicherheit und

wirtschaftliche Resilienz zusammen zu denken.

"Moderne Sicherheitspolitik wird auch in Fabrikhallen, Forschungslaboren und

Stromnetzen entschieden. Unsere Verteidigungsfähigkeit hängt an

Lieferketten, Energieversorgung, Technologiekompetenz und der Fähigkeit,

Kapital zu mobilisieren. Genau deshalb brauchen wir jetzt einen vollendeten

Binnenmarkt, funktionierende Kapitalmärkte und eine echte Energieunion - wir

haben wirklich keine Zeit mehr zu verlieren."

Als Präsidentin der überparteilichen Europa-Union Deutschland unterstreicht

Wechsler: "Wer transatlantische Stärke will, muss europäische Stärke wollen. Alles andere ist kurzsichtig - strategisch und ökonomisch. Die USA - unter Trump wie auch nach ihm - werden nur noch ein geeintes und entsprechend starkes Europa ernst nehmen."

Christian Moos: "Diese Sicherheitsstrategie stellt Europas Existenz in

Frage"

EUD-Generalsekretär Christian Moos ergänzt: "Das, was nach außen dringt, stellt Europas Existenz in Frage. Es geht nicht um Nuancen, sondern um den Kern: um die Zukunft der freiheitlichen Demokratie."

Moos ordnet historische Bezüge ein: "Die Monroe-Doktrin, auf die Trump sich beruft, entstand in einer völlig anderen Welt, als die kontinental expandierenden USA europäische Interventionen fürchteten. Heute entscheidet sich, ob Demokratie gegenüber autoritären Modellen überlebt, auf dem nordamerikanischen Kontinent ebenso wie in Europa. Diese Herausforderung lässt sich nicht mit Doktrinen aus dem frühen 19. Jahrhundert beantworten."

Zugleich mahnt Moos zur Differenzierung:

"Nichts von dem, was diese US-Administration will, ist in Stein gemeißelt.

Es gibt viele andersdenkende Menschen in den USA, auch in der GOP. Ob die

USA sich dauerhaft in eine autoritäre Richtung entwickeln, ist offen. Die

letzte Antwort geben die amerikanischen Wählerinnen und Wähler. Europa hat

darauf keinen Einfluss, wohl aber auf seine eigene Rolle während dieser

geopolitischen Erschütterung und Übergangsphase.

Konsequenzen: Politische Union der Willigen, Souveränität und Wehrhaftigkeit

Die EUD sieht drei Konsequenzen:

*       Europa muss souverän und wehrhaft werden - militärisch,

technologisch und gesellschaftlich.

*       Europa braucht eine Politische Union der Willigen, um in Krisen

handlungsfähig zu bleiben.

*       Europa muss wirtschaftlich widerstandsfähiger werden: Binnenmarkt

vertiefen, Kapital mobilisieren, Energieversorgung absichern,

Schlüsseltechnologien stärken.

Wechsler und Moos sind zuversichtlich: Europa kann schnell deutlich stärker

werden, und ob die USA die von ihnen geschaffene Ordnung aufgeben, darüber

ist das letzte Wort noch nicht gesprochen. EUD 8

 

 

 

 

 

 

KAS-Studie. Rechtsextremismus beunruhigt Deutsche stärker als Zuwanderer

 

Eine Studie der Adenauer-Stiftung zeigt auffällige Unterschiede, was die Einstellungen von Menschen mit und ohne Migrationserfahrung in Deutschland angeht – mit zum Teil überraschenden Ergebnissen.

Der Rechtsextremismus in Deutschland beunruhigt Menschen ohne Migrationsgeschichte noch stärker als Zuwanderer und ihre direkten Nachkommen. Das zeigen die Ergebnisse einer aktuellen Untersuchung der CDU-nahen Konrad-Adenauer-Stiftung (KAS) Studie der Konrad-Adenauer-Stiftung zum Zusammenleben in der Einwanderungsgesellschaft. Unterschiede zwischen Deutschen mit und ohne ausländische Wurzeln gibt es demnach auch, was die Sicht auf den russischen Angriffskrieg in der Ukraine angeht.

Für die repräsentative Untersuchung waren von Anfang Oktober 2024 bis Ende Januar bundesweit rund 3.000 Menschen befragt worden, unter ihnen 1.007 Ausländer sowie 1.003 Menschen mit Migrationserfahrung, die selbst im Ausland geboren wurden oder mindestens einen Elternteil haben, auf den das zutrifft.

Angst vor Rechtsextremismus

Laut Studie stimmen knapp drei Viertel (74 Prozent) der Deutschen ohne familiäre Einwanderungsgeschichte der Aussage „Der Rechtsextremismus in Deutschland macht mir Angst“ zu, wobei 46 Prozent völlig und 28 Prozent eher zustimmen. Auch knapp zwei Drittel (66 Prozent) der Deutschen mit Migrationsgeschichte treibt diese Angst um. Unter den hierzulande lebenden Ausländern sind es 55 Prozent.

Am häufigsten äußern sich in der Untersuchung Menschen mit Wurzeln in der Türkei und in Russland besorgt über den Rechtsextremismus in Deutschland. Deutlich geringer ist der Anteil demnach unter Menschen polnischer Herkunft.

Sichtweisen auf Ukraine-Krieg

Dass Russland alleine schuld am Krieg in der Ukraine ist, glauben laut Studie lediglich 38 Prozent der Ausländer, die in Deutschland leben. Unter den Deutschen mit Migrationserfahrung ist der Anteil derjenigen, die diese Auffassung teilen, ähnlich (39 Prozent). Dagegen sieht eine Mehrheit von 58 Prozent der Deutschen ohne ausländische Wurzeln die Schuld für den seit Februar 2022 andauernden Krieg alleine bei Russland.

Antisemitische Vorurteile

Um antisemitische Einstellungen zu messen, waren die Teilnehmer der Umfrage aufgefordert, sich zu der Aussage „Juden kann man nicht trauen“ zu positionieren. Jeder zehnte befragte Ausländer und neun Prozent der Deutschen mit Migrationshintergrund stimmte hier den Angaben zufolge zu. Unter den Deutschen ohne Einwanderungsgeschichte war der Anteil derjenigen, die diese Aussage teilen, mit vier Prozent niedriger.

Unterschiede gibt es laut Studie auch, wenn man einzelne Herkunftsregionen betrachtet. Demnach misstraute zum Zeitpunkt der Befragung rund ein Viertel (26 Prozent) der Türkeistämmigen jüdischen Menschen. Bei einer entsprechenden Befragung im Jahr 2015 waren es 18 Prozent gewesen.

Der Anstieg dürfte mit dem Krieg im Gazastreifen zu tun haben, der nach dem terroristischen Überfall der Hamas auf Israel am 7. Oktober 2023 begonnen hatte und bei dem zehntausende Palästinenser ums Leben kamen – die meisten Zivilisten, darunter viele Frauen und Kinder.

Überdurchschnittlich hoch ist der Anteil der Menschen, die bei der Befragung der Stiftung angaben, Juden nicht zu trauen, auch unter Spätaussiedlern (18 Prozent). Spätaussiedler sind Menschen deutscher Herkunft, die nach dem Zweiten Weltkrieg, vor allem nach dem Zusammenbruch der Sowjetunion, aus Osteuropa und der früheren Sowjetunion nach Deutschland eingewandert sind.

Vorbehalte gegen Homosexuelle

Die Autorin der Studie „Einwanderungsgesellschaft im Wandel“, Sabine Pokorny, hat außerdem interessiert, wie Zuwanderer und ihre Nachkommen auf Homosexualität blicken. Unter Deutschen ohne Migrationsgeschichte ist die Ablehnung Homosexueller demnach inzwischen die Ausnahme.

Deutsche mit Migrationserfahrung sowie Ausländer lehnen Homosexuelle zwar nun seltener ab als vor zehn Jahren. Allerdings liegt das Niveau der Ablehnung in diesen Gruppen immer noch bei 18 Prozent beziehungsweise 19 Prozent. Zum Vergleich: Von den befragten Deutschen ohne Migrationshintergrund stimmten laut KAS-Studie sieben Prozent der Aussage „Ich will keine homosexuellen Freunde“ zu.

Die Ergebnisse zeigen auch, dass jeweils rund ein Viertel der Muslime sowie der orthodoxen Christen keine homosexuellen Freunde möchte. Eine weitere Unterteilung von „Muslimen“, wie bei Christen in Orthodoxe, nimmt die Studie nicht vor.

Minderheit fühlt sich mit Respekt behandelt

Die Frage „Leben Sie alles in allem gerne in Deutschland?“ beantworten zwar über alle untersuchten Gruppen hinweg jeweils mehr als 90 Prozent der Befragten mit „Ja“. Allerdings ist der Anteil im Vergleich zur Erhebung von 2015 jeweils leicht gesunken.

Von den Deutschen ohne Migrationsgeschichte fühlen sich 37 Prozent immer mit Respekt behandelt. Von den Menschen mit Migrationserfahrung antworteten 39 Prozent auf die Frage: „Fühlen Sie sich in Deutschland mit Respekt behandelt?“ mit „Ja, immer“. Dass dieser Wert für Ausländer mit 52 Prozent deutlich höher liegt, mag verschiedene Gründe haben. Eine denkbare Variante ist, dass der Vergleich mit der Situation im Herkunftsland womöglich noch eine größere Rolle spielt als bei den Menschen mit Migrationsgeschichte.

Klar ist: Im Vergleich zur Befragung 2015, als in allen drei Gruppen jeweils 56 Prozent den Eindruck hatten, man begegne ihnen stets mit Respekt, wird hier ein negativer Trend sichtbar. (dpa/mig 8)

 

 

 

 

 

Nur noch Nebendarsteller

 

Trump ordnet Europas Nachbarschaft neu. Ohne Mut und eigene Strategie droht Europa die geopolitische Bedeutungslosigkeit. Von Sven Biscop

Der kritische Blick vieler Beobachter lag in dieser Woche auf Steve Witkoffs Besuch bei Wladimir Putin in Moskau. Doch ausgerechnet ein Treffen, das gar nicht stattfand, sagt noch mehr über Europas derzeit schwache internationale Position aus: das geplante Trump-Putin-Gespräch in Budapest. Schon die Tatsache, dass ein solches Treffen überhaupt erwogen wurde – auf EU-Gebiet, aber ohne jede Einbindung der EU – war für sich genommen eine Demütigung für Europa. Das gleiche Muster zeigte sich, als die USA ihren 28-Punkte-Friedensplan für die Ukraine präsentierten: Europa sollte Pflichten übernehmen, ohne in irgendeiner Phase in die Verhandlungen eingebunden gewesen zu sein.

Zwar formulierten die Europäer zu Beginn des Jahres 2025 klar ihre Position, als Trump erstmals die Initiative ergriff: Die EU werde den Beitrittsprozess fortsetzen, die Ukraine weiter bewaffnen und die Sanktionen gegen Russland aufrechterhalten. Doch Europa bleibt reaktiv – und das nicht nur in der Ukraine-Frage. Ob auf Ebene der EU, der europäischen NATO-Verbündeten oder der „Koalition der Willigen“: Es fehlt an jeglicher proaktiver Strategie. Die europäische Diplomatie hechelt den Initiativen anderer hinterher. Sie ist ständig im Modus des Hinterherlaufens.

Der Hauptgrund: Viele europäische Entscheidungsträger scheinen nicht zu begreifen, dass die Rolle, die Europa auf der internationalen Bühne jahrzehntelang gespielt hat, aus dem Drehbuch gestrichen wurde. Europa hält weiter an seiner alten Position als treuester Verbündeter der USA fest. In dieser Logik müsse Europa eben Zugeständnisse machen, um unter einer zweiten Trump-Administration wieder ein stabiles Verhältnis zu erreichen. Doch Trumps Umgang mit Europa hat inzwischen deutlich gemacht, dass er keine Verbündeten will, sondern Vasallen.

Trump und seinesgleichen kümmert die NATO wenig; für sie ist diese ein Instrument, mit dem sich die europäischen „Trittbrettfahrer“ von den USA verteidigen lassen. Und sollte Trump – wie er es offensichtlich anstrebt – die Beziehungen zu Putins Russland normalisieren, wird die NATO weiter an Bedeutung verlieren. Das traditionelle sicherheitspolitische Establishment in Washington schätzt die NATO zwar weiterhin, aber Trump trifft nun mal die Entscheidungen, nicht die Generäle und Admiräle. Zur EU hat Trump hingegen eine starke Meinung: Er lehnt sie grundsätzlich ab. Trump sucht kein neues Verhältnis zur EU, er will sie loswerden.

Jede Art von Zugeständnis, sei es die Fünf-Prozent-Quote in der NATO oder ein 15-Prozent-Zoll auf EU-Waren, wird nur zu weiteren Forderungen führen. Denn Trumps Ansatz ist nicht „transaktional“, wie ständig behauptet wird: Eine Transaktion setzt Geben und Nehmen voraus. Trump will jedoch nur nehmen. Es ist ein reines Machtspiel. Und das funktioniert für ihn umso besser, je eher die USA mit einzelnen europäischen Staaten verhandeln können. Die EU ist für ihn in diesem Sinn ein Hindernis.

Wenn Europa nicht rasch beginnt, strategisch zu denken, wird es gegenüber den USA nie aus der reaktiven Position herauskommen – und gleichzeitig auch seine Stellung gegenüber allen anderen Akteuren untergraben. Die Rolle des loyalen Verbündeten bringt nämlich mit sich, keine größeren Schritte ohne US-Zustimmung zu unternehmen. Noch schwerer wiegt die psychologische Wirkung auf viele europäische Führungskräfte: Die Gewohnheit, nie ohne aktive US-Unterstützung zu handeln, hat sie vollständig risikoscheu gemacht. Damit entsteht eine neue, ernste Gefahr: Europa könnte in den Augen anderer Mächte als vernachlässigbar wahrgenommen werden.

Diese Gefahr ist keineswegs theoretisch. Sie zeigt sich darin, wie große Mächte Europa als Nebenakteur behandeln. Und das bei Entscheidungen, die Europas Sicherheit direkt betreffen. Der 28-Punkte-Plan der USA wurde über die Köpfe der Ukraine und Europas hinweg verhandelt: ein Plan, der starke wirtschaftliche Vorteile für die USA hervorhebt. Seit seiner Rückkehr ins Amt versucht Trump, mit Putin zu verhandeln. Dass er damit fortfahren würde, lag auf der Hand. Umso unverständlicher ist es, dass Europa nicht einmal eine eigene Verhandlungsposition vorbereitet hat, geschweige denn selbst die Initiative ergriff. Und so muss Europa wieder einmal einem US-Vorstoß hinterherhecheln.

All dies zeigt: Die Trump-Administration mag zwar weniger bereit sein, Verantwortung für Europas Verteidigung mitzutragen, aber sie zieht sich keineswegs aus Europas Nachbarschaft zurück. Im Gegenteil: Sie formt diese Nachbarschaft rasant im Sinne amerikanischer Interessen um, ohne Rücksicht auf die Folgen für Europa und ohne jede Koordination mit den europäischen Staaten. Amerikanische und europäische Interessen überschneiden sich zwar oft, doch Europa kann nicht einfach abwarten. Es muss aktiv dafür sorgen, dass seine Interessen berücksichtigt werden.

Haben wir unsere geopolitische Lage wirklich verstanden? Europa strebt zwar keine exklusive Einflusssphäre an, hat aber sehr wohl eine Interessensphäre: den Raum um Europa, den es stabil halten muss und in dem es daher präsent sein sollte: wegen der Märkte und Rohstoffe, wegen der Verkehrswege zu weiter entfernten Absatzmärkten und Ressourcen und weil die Instabilität in der Nachbarschaft unmittelbar auf Europa übergreifen kann. Diese Zone umfasst den Nordatlantik und die Arktis; den ganzen europäischen Kontinent; den Kaukasus, den Nahen Osten und den Golf; außerdem Nordafrika, einschließlich des Horns von Afrika und der Sahelzone.

Europa muss entscheiden, welche Art von Beziehung es welchen Staaten in dieser Region anbieten will; im Bewusstsein, dass Konkurrenz zwischen Großmächten bedeutet, dass andere Akteure Gegenangebote machen und feindliche Mächte jene bestrafen werden, die sich Europa zuwenden. Das erfordert eine proaktive Diplomatie, damit die Staaten in Europas Interessensphäre sich nicht abwenden – oder gar gegen Europa stellen. In einigen Regionen, besonders im Sahel, ist genau das bereits passiert. Diese einmal eingeschlagene Entwicklung umzukehren, ist äußerst schwierig.

In anderen Regionen, etwa im Kaukasus und in Zentralasien, besteht weiterhin großes Interesse an europäischer Präsenz. Doch Europa muss auch bereit und in der Lage sein, jene zu unterstützen – gegen hybride Angriffe oder sogar militärische Bedrohung –, die sich für eine Partnerschaft mit Europa entscheiden. Wenn Europa nicht den Mut hat, für seine Partner einzustehen, sollte es keine Partnerschaft anbieten. Doch all diese Herausforderungen und Chancen verlangen ein konzentriertes politisches Handeln.

Selbst wenn Europa strategischer und entschlossener handeln würde, bleibt ein zentraler Punkt häufig ausgeblendet: Macht ist unteilbar. Wie jede andere Großmacht – oder eine, die es werden will – kann Europa seine politische und wirtschaftliche Macht nur dann voll entfalten, wenn es auch militärische Macht besitzt. Einer der Gründe, warum das Wort der USA etwa im Nahen Osten Gewicht hat, ist, dass die USA (und nur sie) zu jeder Zeit einen Flugzeugträgerverband entsenden können.

So wichtig die Unabhängigkeit der Ukraine für Europas Sicherheit geworden ist, sollten die Europäer dennoch nicht ausschließlich nach Osten blicken. Europa muss in der Lage sein, militärische Macht an allen seinen Flanken zu projizieren: ein seit Langem formuliertes, aber weiterhin unerreichtes Ziel der Gemeinsamen Sicherheits- und Verteidigungspolitik.

Mitunter entsteht der – recht beängstigende – Eindruck, Europas Spitzenpolitiker seien der Überzeugung, international ganz gut dazustehen. Wer jedoch außerhalb Europas unterwegs ist, merkt schnell: Viele Akteure schenken Europa kaum noch Beachtung. Es sei denn, Worte werden von Taten begleitet. Europa als vernachlässigbar zu behandeln, ist mittlerweile eine bewusste Strategie – und sie funktioniert leider oft. Man geht schlicht davon aus, dass europäischer Handel, Investitionen und Entwicklungshilfe ohnehin weiterfließen – oder dass Europa am Ende doch der Linie der USA folgt. Warum also ernsthaft mit einem Akteur verhandeln, der sehr selten wie eine echte Macht auftritt? IPG 5

 

 

 

 

 

 

Armuts- und Reichtumsbericht. Migranten verdienen weniger, wohnen teurer und schlechter

 

Der neue Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung zeigt, wie weit die Lebenswelten von materiell besser und schlechter gestellten Menschen in Deutschland auseinanderklaffen. Eine große Lücke klafft auch zwischen der Bevölkerung mit und ohne Migrationsgeschichte.

Deutschland ist ein reiches Land, doch ein Teil der Bevölkerung muss bei alltäglichen Dingen sparen. Die zeitweise hohe Inflation der vergangenen Jahre habe Haushalte mit geringem Einkommen „überproportional belastet“ und ihr Konsumverhalten verändert, heißt es im neuen Armuts- und Reichtumsbericht, der am Mittwoch vom Bundeskabinett verabschiedet wurde.

Danach sind Menschen mit Migrationsbiografie überdurchschnittlich stark von Armut betroffen. Ihr Medianwert der Markteinkommen lag 2020 bei gut 23.500 Euro im Vergleich zu knapp 29.700 Euro für Personen ohne Migrationshintergrund – ein Unterschied von mehr als 6.000 Euro pro Jahr. „Entsprechend war die Armutsrisikoquote bei den Personen mit Migrationshintergrund deutlich höher als in der Gesamtbevölkerung und lag 2020 bei 31,8 Prozent“, heißt es in dem Bericht. Danach ist seit 2010 die Armutsrisikoquote vom Migranten um rund 8 Prozentpunkte angestiegen. Betroffene berichteten etwa, dass sie aus finanziellen Gründen die Wohnung nicht ausreichend heizten oder auf größere Anschaffungen verzichteten.

Große Unterschiede zwischen Migranten mit und ohne deutschen Pass

Ein näherer Blick in den Bericht zeigt außerdem, dass es deutlich Unterschiede zwischen Migranten mit und ohne deutschen Pass gibt. So verfügten Deutsche mit Migrationsgeschichte im Jahr 2020 über ein deutlich höheres Nettoeinkommen (25.770 Euro) als Personen mit Migrationserfahrung ohne deutsche Staatsangehörigkeit (20.019 Euro).

Auch bei der Wohnsituation sind erhebliche Unterschiede erkennbar. „Dies kann bestehende Ungleichheiten verschärfen“, schreiben die Studienautoren. So ist die finanzielle Belastung durch das Wohnen für Migranten besonders hoch. Sie wenden 28,1 Prozent ihres monatlichen Haushaltsnettoeinkommens für die monatliche Bruttokaltmiete auf. Bei Menschen ohne Einwanderungsgeschichte beträgt diese Quote 24,6 Prozent.

Mehr Miete, weniger Quadratmeter, schlechtere Wohnung

Obwohl Migranten mehr Geld für das Wohnen aufwenden, leben sie in kleineren Wohnungen. Ihnen stehen im Schnitt mehr als zehn Quadratmeter pro Person weniger zur Verfügung. Hinzu kommt: sie leben oftmals in Wohnraum von geringerer Qualität. Große Unterschiede zeigen sich auch bei der Eigentümerquote: Im Jahr 2021 lebt mehr als die Hälfte der Personen ohne Einwanderungsgeschichte in Wohneigentum, dies trifft jedoch nur auf ein Drittel der Migranten zu.

Für den nunmehr siebten Armuts- und Reichtumsbericht sollte die Perspektive armer Menschen stärker einbezogen werden. Dies geschah unter anderem mit Online-Befragungen und Diskussionsrunden. Demnach wird Armut von den Teilnehmerinnen und Teilnehmern „weit überwiegend als ein über rein materielle Aspekte hinausgehender sozialer Ausschluss erlebt“. Die öffentliche Debatte über Armut bewerteten sie überwiegend als respektlos oder abwertend.

Wohnkosten überlasten knapp jeden achten Haushalt

Der Bericht bestätigt außerdem, dass Vermögen in Deutschland „insgesamt sehr ungleich verteilt ist“. Die zehn Prozent der vermögendsten Haushalte besitzen demnach 54 Prozent des gesamten Nettovermögens, auf die untere Hälfte der Haushalte entfallen hingegen nur drei Prozent. Das durchschnittliche Nettovermögen von Haushalten in Westdeutschland ist gut doppelt so hoch wie das im Osten.

Als großes Problem für viele Menschen identifiziert der Bericht die Wohnkosten. Im Beteiligungsprozess armer Menschen wurden „dringende Aufgaben für politisch Verantwortliche“ abgefragt – dabei wurde das Anliegen, „angemessene Wohnräume günstiger zu machen“, besonders oft genannt. Der Statistik zufolge stieg die Belastung durch Wohnkosten in den vergangenen Jahren. Knapp jeder achte Haushalt gilt inzwischen als „überlastet“, weil mehr als 40 Prozent des Einkommens für Wohnkosten ausgegeben werden müssen.

Der Armuts- und Reichtumsbericht wird üblicherweise in jeder Legislaturperiode einmal vorgelegt. Wegen der vorgezogenen Bundestagswahl kam es unter der Ampel-Koalition nicht mehr dazu. Die Vorarbeiten für den nun verabschiedeten Bericht wurden aber größtenteils in der vorherigen Wahlperiode geleistet. (epd/mig 4)