Webgiornale, maggio 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Ridisegnare il medioriente. La strategia di Netanyahu. 1

2.     In Germania servizio militare anche per gli italiani con doppia cittadinanza. 1

3.     Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al peggio non c’è mai fine!. 1

4.     Riunito a Norimberga l’InterComites Germania. 1

5.     Ungheria, finisce l'era Orban. Trionfo Magyar: "Vittoria storica, liberato il Paese". 1

6.     Hormuz, l’ultimatum e il diritto: quando la minaccia entra nel campo dei crimini di guerra. 1

7.     La continuità e la forza culturale della nostra lingua. 1

8.     Democrazia e libertà. 1

9.     Monaco di Baviera 25 aprile. Le Acli Baviera. Festa della Liberazione. 1

10.  Comites Saar: “Un ponte più forte tra il Saarland e la Sicilia con il nuovo volo diretto Saarbrücken-Trapani”. 1

11.  Italia e Germania celebrano il 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche. 1

12.  Il commercio italo-tedesco torna a crescere. L'Italia alla Fiera di Hannover. 1

13.  La strada giusta. 1

14.  L’interscambio economico tra Italia e Germania. 1

15.  Scienziati italiani e tedeschi all’Ambasciata d’Italia a Berlino. 1

16.  La pensione tedesca in Italia: non va tassata due volte. 1

17.  L’“Italia invisibile” in Germania: un milione di cittadini senza voce politica. 1

18.  Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad. 1

19.  Il disordine della libertà. 1

20.  Dal 5 al 15 novembre 2026 il Festival della Migrazione, sulle donne nei percorsi migratori 1

21.  Cgie. “Italiano e multilinguismo: costruire ponti linguistici per le nuove generazioni”. 1

22.  Metterci la faccia. 1

23.  Riforma della legge elettorale in Italia. 1

24.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

25.  Emigrazione: l'Italia è un paradosso che perde attrattività. 1

26.  Le illusioni 1

27.  Giuseppe Tizza: un ponte culturale tra Italia e Germania. 1

28.  Ambasciata di Berlino, la Diplomazia della crescita. 1

29.  Eurispes, Italia perde 34.700 giovani l'anno e 1,7 mld pil a causa emigrazione. 1

30.  L’Europa deve rilanciare sulla diplomazia con l’Iran. 1

31.  Quando il linguaggio anticipa la storia: il caso Germania 1989. 1

32.  Tasse sulle pensioni tedesche in Italia: Ricciardi (Pd) interroga Giorgetti 1

33.  Perché il nostro amore diventa così spesso possessivo?. 1

34.  Migranti, il modello “Italia-Albania” al bivio: cosa cambia dopo il parere della Corte Ue. 1

35.  L’incerto impatto inflattivo della guerra. 1

36.  Tempi inquieti. Custodire la speranza quando tutto sembra fragile. 1

37.  Avanti per rinnovare. 1

38.  I temi di Cosmo Italiano. 1

39.  Libri. „Ho sempre chiesto perché”.  L’autobiografia di Roberto Giardina. 1

40.  Rimborso Irpef per chi dall’estero rientra in Sicilia. 1

41.  Ucraina. Da una guerra in corso a una tregua stabile. 1

42.  Tournée in Germania dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. 1

43.  Svizzera. No all’iniziativa antistranieri. Vota No il 14 giugno. 1

44.  La diplomazia del bene: cinque nuovi Giusti al Viale della Farnesina. 1

45.  Il falso mito della middle class in crisi 1

46.  In Italia popolazione stabile grazie alle migrazioni 1

47.  Anche il Nulla non è mai vuoto: una riflessione sulla coscienza nella Filosofia Sethiana. 1

48.  Giornata del Made in Italy: raggiunto il traguardo dei 1000 Marchi Storici 1

49.  Farnesina: bando per Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali 1

50.  INPS, prorogato al 2026 l’incentivo al posticipo del pensionamento. 1

51.  Nasce la Giornata internazionale della Moka. 1

52.  Webinar Cgie: presentata la ricerca della Migrantes “Crescere Expat”. 1

 

 

1.     Studie. Deutschland profitiert von gesunden Einwanderern – und macht sie krank. 1

2.     Umfrage. Mehrheit will Sozialhilfe für Migranten an Arbeitsjahre knüpfen. 1

3.     Die Gotteskrieger. 1

4.     EU-Abschiebequote steigt auf Rekordhoch. 1

5.     Als Träume zum Alptraum wurden. 1

6.     EU-Bischöfe an EU-Gipfel auf Zypern: Europa soll Friedenskraft bleiben. 1

7.     Italien: Ein Zuhause in einem Netzwerk der Hoffnung. 1

8.     Ukrainer in Deutschland schlecht bezahlt. 1

9.     Wer rettet die UN?. 1

10.  Türke in Deutschland, Deutscher in der Türkei 1

11.  Amnesty-Jahresbericht. Deutschland trägt Mitschuld an Menschenrechtskrise. 1

12.  Polizeiliche Kriminalstatistik. 1

13.  Hauptsache Abschreckung. 1

14.  Integrationsparadox. Ein Vorbild im Betrieb, ein Problem bei der Behörde. 1

15.  Europäischer Gerichtshof. Bayerns Familiengeld diskriminiert EU-Ausländer 1

16.  Vatikan mahnt bei Afrika-Konferenz nachhaltige Ernährungssysteme an. 1

17.  Krisenfest. 1

18.  Kabinett beschließt Meldepflicht für „Ausländer-Vereine“. 1

19.  Regierung plant kleinere Änderungen für Schutz vor Diskriminierung. 1

20.  Der Widerrufsbutton kommt – Verträge künftig so einfach widerrufen wie abschließen. 1

21.  Bär: „Hochschulbildung ‚made in Germany‘ ist weltweit gefragt“. 1

22.  Orbáns Ab-Sturz. Europas Rechte verliert ihre wichtigste Leitfigur. 1

23.  Das Wählen der Anderen. 1

24.  Demografie. Jeder Vierte hat eine Einwanderungsgeschichte. 1

25.  Vom Gegner lernen. 1

26.  Drei Jahre Krieg. Sudans vergessenes Leid: Stillstand nach der Flucht. 1

27.  Sachsen. DGB kritisiert ungleiche Löhne: Ausländer verdienen deutlich weniger. 1

28.  Die Tragödie unserer Zeit. 1

29.  Bamf-Studie. Wirtschaftlicher Nutzen entscheidet über Familiennachzug. 1

30.  Leben im Flüchtlingsheim zermürbt Menschen. 1

31.  Keine Debatte ohne Ausländer. 1

32.  Neues israelisches Gesetz zur Todesstrafe stößt international auf Kritik. 1

 

 

Ridisegnare il medioriente. La strategia di Netanyahu

 

Molti osservatori hanno sottolineato il ruolo di Netanyahu nell’aver scatenato l’ondata di violenze che sta travolgendo il Medio Oriente. A 76 anni, il primo ministro israeliano più longevo si trova a fare i conti con la propria eredità politica. Da quando è salito al potere trent’anni fa, ha trascorso più della metà di quel tempo in carica, riuscendo ripetutamente a sopravvivere alla politica israeliana, spesso conflittuale, e rimodellando al contempo il Paese come entità politica.

Più che una questione di sopravvivenza politica, la guerra attuale rappresenta il culmine di un lungo percorso che Netanyahu ha tracciato nel corso della sua vita politica. Tre dimensioni sono alla base di questa traiettoria.

Dimensioni della strategia di Netanyahu

In primo luogo, la sua preferenza per la coercizione rispetto a un vero negoziato e la sua disponibilità a sfruttare la potenza militare statunitense per affrontare le minacce regionali percepite.

In secondo luogo, la sua capacità di manovrare dall’interno la politica americana, culminata nell’intesa raggiunta con Donald Trump, che è alla base della guerra.

In terzo luogo, il perseguimento di tre obiettivi interconnessi: impedire la creazione di uno Stato palestinese; eliminare la minaccia strategica regionale rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati; e normalizzare le relazioni con gli Stati arabi.

La carriera politica di Netanyahu è stata caratterizzata dalla resistenza a compromessi significativi, contraddistinta da un mix di pressioni, manovre tattiche e repentini dietrofront.

Sebbene abbia firmato accordi con i palestinesi, come il Protocollo di Hebron del 1997 e il Memorandum di Wye River del 1998 – entrambi durante il suo primo mandato come primo ministro –, si è trattato di mosse tattiche volte a fare apparenti concessioni, rafforzando al contempo il controllo israeliano sulla Cisgiordania.

Le sue azioni negli ultimi trent’anni documentano in modo inequivocabile la sua sistematica opposizione alla creazione di uno Stato palestinese. In qualità di leader dell’opposizione, quando il primo ministro Yitzhak Rabin portò avanti gli Accordi di Oslo, Netanyahu mobilitò le forze di destra contro il processo di pace, contribuendo al clima politico teso in cui Rabin fu infine assassinato nel 1995. Un decennio dopo, si dimise dalla carica di ministro delle Finanze nel governo di Ariel Sharon per protestare contro il ritiro di Israele da Gaza. In seguito alla guerra civile che ha contrapposto Fatah a Hamas, ha intensificato la sua politica di interlocuzione con quest’ultimo, volta a indebolire l’Autorità Palestinese e a minare le prospettive di uno Stato palestinese.

Relazioni con gli Usa e pressioni regionali

Inoltre, su questioni regionali chiave, Netanyahu ha mostrato propensione verso soluzioni radicali sotto l’ombrello della sicurezza americana e ha cercato di spingere Washington verso azioni volte a eliminare gli avversari di Israele. Un esempio chiave è il suo sostegno all’intervento americano in Iraq, come esemplificato nel suo editoriale del 2002 sul Wall Street Journal, “The Case for Toppling Saddam” (I motivi per rovesciare Saddam). Il suo sostegno alla campagna di “massima pressione” lanciata da Donald Trump nel 2018 rientra nello stesso schema.

Gli Stati Uniti sono stati il partner strategico di Israele sin dai primi anni della sua storia, ma l’esperienza personale di Netanyahu gli ha permesso di acquisire una comprensione particolarmente approfondita dei meccanismi del sistema politico statunitense. In totale, ha vissuto quasi vent’anni nel Paese, da alcuni periodi della sua infanzia fino al suo incarico come vice capo missione di Israele a Washington e ambasciatore presso le Nazioni Unite.

Tale conoscenza gli ha permesso di trarre vantaggio dalla polarizzazione politica statunitense, provocando regolarmente le amministrazioni democratiche e sfruttando i profondi legami con il Partito Repubblicano. I suoi discorsi del 2015 e del 2024 al Congresso a maggioranza repubblicana – è il leader straniero che si è rivolto più volte al Congresso, superando Winston Churchill – sono avvenuti entrambi in un clima di forte tensione con le amministrazioni Obama e Biden. Tali passate controversie con i presidenti democratici hanno certamente aiutato Netanyahu a guadagnarsi i favori di Donald Trump.

Il rapporto di Netanyahu con quest’ultimo – è di gran lunga il leader straniero che ha incontrato più spesso durante il suo secondo mandato, con sette incontri – segna quindi il culmine di uno sforzo decennale volto a plasmare la politica statunitense in Medio Oriente.

Influenza su Trump e obiettivi strategici

Ma il modo in cui Netanyahu ha persuaso Trump a impegnarsi in un intervento militare merita un’attenta analisi, poiché Trump è senza dubbio il presidente che ha esercitato la maggiore capacità di pressione su Israele. Inoltre, il presidente americano ha denunciato le guerre senza fine, ha espresso la preferenza per un negoziato con l’Iran e ha perseguito una politica estera “America First”.

Eppure Trump sta conducendo una guerra in cui lui e la sua amministrazione si schierano apertamente con Israele, affermando che la nuova leadership iraniana dovrebbe “trattare bene gli Stati Uniti e Israele” e dicendo che deciderà insieme a Netanyahu quando la guerra finirà.

Questo cambiamento può essere interpretato come il risultato delle manovre di Netanyahu, grazie alle quali egli ha saputo sfruttare due dinamiche fondamentali che hanno plasmato il secondo mandato di Trump.

Una caratteristica degna di nota del discorso inaugurale di Trump è stata il suo tono religioso: ricordando l’attentato a cui era sopravvissuto durante la campagna elettorale, ha dichiarato di essere stato «salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America». Questa affermazione trasmetteva un senso di missione più ampio che avrebbe permeato la sua presidenza. In questo contesto, Israele – una questione simbolicamente potente nella politica statunitense – e l’Iran, associati sia nella mente del presidente che nella psiche americana a un senso di umiliazione nazionale sin dalla crisi degli ostaggi del 1979-1981 (e dalla fallita missione di salvataggio), hanno offerto a Trump due terreni su cui dare seguito a quanto aveva promesso nel suo discorso inaugurale: che la sua elezione sarebbe stata «la più grande e significativa elezione della storia” degli Stati Uniti, suscitando rispetto in tutto il mondo.

Un secondo elemento è una rinnovata tendenza all’espansionismo americano, strettamente legata alla ricerca di risorse naturali, unita a una forte fiducia nella potenza militare statunitense come strumento efficace di politica estera. L’intervento in Venezuela ha mostrato questa logica nella pratica: un’operazione rapida ha rimosso un leader ostile e insediato un governo più favorevole agli interessi statunitensi, in particolare nel settore petrolifero, senza smantellare il regime né impegnarsi nella ricostruzione del Paese. Lo stesso Trump ha indicato l’episodio venezuelano come un possibile modello per affrontare la futura leadership iraniana nel dopoguerra.

Obiettivi convercenti di Netanyahu

La guerra in corso in Medio Oriente ha coinvolto più di una dozzina di paesi, causando migliaia di vittime e costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dalla più intensa campagna aerea degli ultimi decenni. Dalle ceneri di questa conflagrazione, Netanyahu cerca di ridisegnare il Medio Oriente sulla base di tre obiettivi convergenti.

Il primo riguarda l’eliminazione dell’idea di uno Stato palestinese – un obiettivo per il quale la guerra in corso, il consolidamento dell’alleanza con gli Stati Uniti e il sostegno di altri paesi occidentali offrono una copertura diretta. Nei territori palestinesi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto le misure e gli atti di violenza contro i civili come «motivo di preoccupazione per una possibile pulizia etnica». In Cisgiordania, una risoluzione della Knesset del luglio 2025 e due disegni di legge dell’ottobre 2025 a sostegno dell’annessione del territorio sono stati seguiti da una decisione del gabinetto di sicurezza del febbraio 2026 che ha modificato le norme in materia di edilizia e proprietà terriera a favore dei coloni, indicando un processo in atto di annessione strisciante.

Il secondo riguarda la graduale escalation contro l’«Asse della Resistenza» guidato dall’Iran, di cui l’attuale guerra rappresenta il culmine. Avvalendosi di una chiara superiorità in termini di intelligence, tecnologia e forza aerea rispetto ai propri avversari, Netanyahu ha progressivamente modificato le regole d’ingaggio con questa coalizione, superando successive soglie operative e psicologiche. L’attacco dell’aprile 2024 al consolato iraniano a Damasco ha segnato l’inizio di una campagna che si è presto estesa agli omicidi mirati di personalità di spicco – tra cui il leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran (luglio) – nonché agli attacchi diretti di Israele sul territorio iraniano nell’ottobre 2024 e, infine, alla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.

La terza e ultima dinamica riguarda la normalizzazione con gli Stati arabi, primo fra tutti l’Arabia Saudita. Negli ambienti israeliani è stata espressa la speranza che l’attuale guerra possa incentivare gli Stati della regione a cercare una più stretta cooperazione con Israele, nel tentativo di protegtersi dai missili iraniani e di valutare possibili ritorsioni. Ciò, a sua volta, favorirebbe l’allineamento tra Israele e gli Stati del Golfo, contribuirebbe a rompere l’isolamento di Israele nella regione e oltre, e rilancerebbe gli Accordi di Abramo.

Conclusione: eredità e pace impossibile

In conclusione, l’attuale deflagrazione dovrebbe essere interpretata, in parte, come il tentativo di Netanyahu di assicurarsi un posto tra le figure più influenti della storia del movimento sionista, al fianco del suo fondatore, Theodor Herzl, e del primo Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion. Di fronte alla resistenza degli Stati della regione, resta da vedere se i tre obiettivi sopra elencati saranno raggiunti, garantendo così il dominio di Israele e degli Stati Uniti nella regione per gli anni a venire. In mezzo a tali grandi manovre, umiliazione e “morte e distruzione”, la pace rimane improbabile. Akram Zaoui, AffInt 21

 

 

 

 

In Germania servizio militare anche per gli italiani con doppia cittadinanza

 

Registrazione obbligatoria per i giovani con cittadinanza tedesca, servizio volontario ma nuove regole che riguardano anche molti figli di famiglie italiane residenti nel Paese - di Licia Linardi

Dal 1° gennaio 2026 la Germania introduce ufficialmente il nuovo modello di servizio militare voluto dal ministro della Difesa Boris Pistorius. Non si tratta del ritorno della leva obbligatoria, ma di una riforma che cambia comunque il rapporto tra Stato e giovani cittadini; il servizio resta volontario, ma viene reintrodotto un sistema strutturato di registrazione, valutazione e possibile impiego delle nuove generazioni in ambito difensivo.

La riforma nasce in risposta alla nuova situazione di sicurezza europea dopo la guerra in Ucraina e punta a rafforzare la Bundeswehr sia sul piano delle forze attive sia su quello della riserva. Il Parlamento federale ha approvato la legge il 5 dicembre 2025 e il Bundesrat il 19 dicembre, con entrata in vigore fissata al 1° gennaio 2026.

Tutti i giovani riceveranno al compimento dei 18 anni una comunicazione ufficiale con QR-Code che rimanda a un questionario online. La compilazione è obbligatoria per i nati dal 2008 in poi, mentre resta facoltativa per donne e persone di altro genere. Nel questionario vengono richiesti dati personali, titoli di studio, qualifiche, disponibilità e informazioni utili a valutare l’idoneità al servizio. Successivamente, alcuni candidati potranno essere convocati per un colloquio di selezione o per la visita medica di idoneità.

Il nuovo sistema prevede diverse forme di servizio. Da un minimo di sei mesi fino a undici mesi di impegno volontario, oppure, a partire dai dodici mesi, lo status di soldato a tempo determinato, con migliori condizioni salariali e previdenziali. Lo stipendio iniziale è fissato ad almeno 2.600 euro mensili. In caso di permanenza più lunga, il servizio può arrivare fino a 25 anni e offrire una carriera militare completa. Tutti i partecipanti entrano inoltre automaticamente nella riserva, rafforzando la capacità di mobilitazione futura della Bundeswehr.

Uno degli aspetti più rilevanti per le comunità straniere, e in particolare per gli italiani in Germania, riguarda la doppia cittadinanza. Il sistema si basa infatti sulla cittadinanza tedesca, chi la possiede, anche insieme a quella italiana, rientra pienamente nel sistema di registrazione. Molti giovani figli di famiglie italiane nati o cresciuti in Germania saranno quindi coinvolti direttamente, riceveranno la comunicazione e saranno obbligati a compilare il questionario. Non è previsto alcun ricorso preventivo per evitare l’invio della richiesta.

Un elemento particolarmente significativo riguarda la dimensione della cittadinanza multipla. Secondo il Zensus 2022, in Germania vivono circa 6,1 milioni di persone con più cittadinanze, una realtà sempre più diffusa nel Paese. In questo contesto, la normativa chiarisce anche il principio giuridico di riferimento: „…non è la seconda cittadinanza a determinare gli obblighi, ma il luogo di residenza principale e il centro della vita della persona“. In base al cosiddetto Europaratsübereinkommen, una persona è soggetta agli obblighi militari solo nello Stato in cui vive stabilmente. Per molti giovani italo-tedeschi residenti in Germania, dunque, sarà la Germania a stabilire eventuali obblighi di registrazione e valutazione.

Il nuovo modello non riguarda però solo i residenti interni. I cittadini tedeschi e quelli italo/tedeschi, che vivono all’estero non vengono registrati durante il periodo di permanenza fuori dal Paese, ma rientrano automaticamente nel sistema al momento del ritorno in Germania. Il possesso della cittadinanza resta quindi l’elemento decisivo, indipendentemente dal Paese di residenza temporaneo.

Nei mesi scorsi aveva suscitato forte preoccupazione una disposizione che sembrava imporre agli uomini tra i 17 e i 45 anni di richiedere un’autorizzazione per soggiorni all’estero superiori a tre mesi. Il Ministero della Difesa è però intervenuto chiarendo che verrà introdotta una deroga generale: „i soggiorni all’estero resteranno liberi e non sarà necessaria alcuna autorizzazione né comunicazione preventiva“. Il ministro Pistorius ha ribadito che, allo stato attuale, per i cittadini non cambia nulla nella vita quotidiana e che nessuno può essere costretto al servizio militare in tempo di pace, proprio perché il modello resta volontario.

Il governo ha inoltre precisato che solo i riservisti o i soggetti già inseriti nel sistema di difesa potrebbero avere obblighi di comunicazione in caso di trasferimenti, come già avviene in altri sistemi militari europei.

La Germania, dunque, non reintroduce la leva obbligatoria, ma costruisce un sistema di preparazione e monitoraggio più strutturato, pensato per garantire una rapida espansione della Bundeswehr in caso di crisi. La coscrizione resta prevista dalla Costituzione e potrebbe essere riattivata solo in caso di stato di difesa o tensione internazionale.

Per le famiglie italiane in Germania il punto centrale è la gestione della doppia cittadinanza. Chi possiede anche il passaporto tedesco deve aspettarsi di essere coinvolto nel sistema di registrazione e valutazione. Il nuovo Wehrdienst non rappresenta quindi una chiamata alle armi immediata, ma un ritorno a una logica di pianificazione militare più strutturata, che tocca direttamente una parte significativa della popolazione giovane con radici migratorie. CdI 20

 

 

 

 

Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al peggio non c’è mai fine!

 

Il XIX secolo è l’epoca di uno dei più consistenti spostamenti di popolazioni dell’età moderna: l’emigrazione dall’Europa verso le Americhe. Dal 1815 al 1840, 70 milioni di persone cambiano continente, provenienti soprattutto dall’Europa. Dal 1840 al 1914 circa cento milioni di Europei emigrano in un altro continente. E dalla sola Italia, dal 1861 allo scoppio del primo conflitto mondiale emigrano quasi 16 milioni di persone che per raggiungere la loro meta, percorrono gli itinerari imposti dalle grandi compagnie di navigazione e soggiacciono alla pressione di una rete di “agenti reclutatori” senza scrupoli.

Il 15 dicembre 1887 Francesco Crispi, che allora accentrava in sé le cariche di Presidente del Consiglio, Ministro dell’Interno e Ministro degli Esteri, presenta un disegno di legge sull’emigrazione che si riduce, però, ad alcune misure di carattere repressivo.

La Commissione parlamentare, presieduta da Rocco De Zerbi, presenta nel marzo 1888 un controprogetto. Il dibattito intellettuale che ne segue è ampio e vede come protagonista anche Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, che – con una lettera aperta all’on. Paolo Carcano – da un lato, critica il progetto governativo fondato sul solo controllo poliziesco voluto dall’aristocrazia agraria preoccupata della perdita di manodopera, e, d’altro lato, apprezza il progetto della commissione, anche se lo ritiene favorire troppo l’azione degli agenti di emigrazione.

Emigranti italiani deportati e rimpatriati

Scalabrini propone, invece, di sostituire alla privatizzazione degli espatri - e quindi ai mali di un’emigrazione incentivata – un esodo disciplinato. Lo Stato dovrebbe intervenire sia per limitare i costi delle partenze provocate dagli “agenti di emigrazione”, sia per fermare l’esodo verso luoghi pericolosi o comunque privi di reali possibilità di lavoro. “Libertà di emigrare, non di far emigrare” è il motto del vescovo piacentino, che si basa su un’analisi comparata delle legislazioni degli altri paesi europei, dove non sono ammessi o sono molto più controllati gli agenti di emigrazione. Inoltre, Scalabrini non vuole che la legge si fermi soltanto a quanto precede la partenza e l’imbarco, ma invoca protezione e assistenza per i migranti anche dopo l’arrivo, attraverso appositi patronati, istituendo scuole e ospedali all’estero.

E, riprendendo il discorso sulla libertà – data dalla legge del 1888 – agli “agenti di emigrazione”, causa delle speculazioni sulla pelle degli emigranti, Scalabrini scrive nel 1898 in occasione della seconda conferenza sull’emigrazione di Torino: “quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione… Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34 ed i subagenti che nel 1892 erano 5.172 sono diventati 7.169 nel 1896 e saranno certamente aumentati in questi due anni”.

Nel ribadire che tali agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, formano, ormai, un vero esercito di parassiti della miseria, Scalabrini sostiene che non basta sostenere la libertà di emigrare, ma allo stesso tempo è doveroso opporsi alla libertà di far emigrare perché i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale sia di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari che di impedire che venga sorpresa la buona fede dei poveri lavoratori da ingordi speculatori.

Noi e i “nuovi agenti di re-migrazione”

Dopo 140 anni dagli eventi che hanno visto Scalabrini, nel frattempo riconosciuto santo patrono dei migranti dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, lottare contro i “vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora oggi spettatori, nostro malgrado, di un altro tentativo politico di “legittimare e legalizzare” i “novelli agenti di re-migrazione”.

Questi ritrovati attori dei processi migratori, al soldo (615€ per obiettivo raggiunto) dei governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, si adoperino nel convincerli ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.

È la conseguenza dell’articolo 30bis, introdotto nell’ennesimo (benché la Costituzione li limiti a “casi straordinari di necessità e urgenza”) decreto sicurezza dell’attuale governo italiano – per emendare il Testo unico sull’immigrazione del 1998 -, decreto-legge già votato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati per approvazione definitiva (oggi il voto finale - ndr), ma non troppo!

Infatti, in seguito alle proteste del Consiglio nazionale forense, in rappresentanza degli avvocati, dell’Associazione nazionale dei magistrati, dei partiti d’opposizione e di qualche esponente della maggioranza disponibile a limature di facciata, oltre naturalmente ai rilievi di incostituzionalità fatti filtrare dalle parti della Presidenza della Repubblica, si propende a far approvare dal Parlamento non uno, ma due decreti sicurezza, con il secondo che modifichi il primo in modo da disinnescare, ampliandoli, gli effetti dell’articolo 30bis.

Estendendo, allora, il compenso per il rimpatrio non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni comincerà la fase organica di reclutamento generalizzato degli aspiranti “agenti di re-migrazione”, novelli “cacciatori di taglie” a vocazione “collaborazionista e delatoria”, desiderosi di allontanare quanti più immigrati possibile dal Bel Paese.

In realtà quando, a tutti i livelli – compreso quello politico - , la sicurezza (e/o l’immigrazione) diventa ossessione si tende a sfornare provvedimenti sempre più duri e implacabili (contro la droga e i rave, contro gli scafisti, contro le baby gang, contro i maranza, contro gli irregolari… e poi contro genitori che picchiano insegnanti e medici o contro figli che accoltellano insegnati e alunni a scuola o contro i social in mano ai minori… ), si moltiplicano i reati pensando di poterli contrastare con la sola forza e si finisce, invece, per generare un senso generale di insicurezza per tutti.

Il paradosso dell’ossessione sicurezza/immigrazione che si trasforma in diffusa insicurezza sta nel fatto che le parole non corrispondono più ai fatti. E quando il ministro dell’Interno dichiara alla Camera dei deputati che in Italia si registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi irregolari e più rimpatri, limitando la questione sicurezza all’immigrazione, sembra sottovalutare che violenze familiari, femminicidi, atti delinquenziali e/o criminali commessi, spesso, da minori non sono necessariamente causati dall’immigrazione o dall’origine etnica e nazionale dei soggetti. Ma hanno bisogno di spiegazioni e rimedi diversi, più profondi e complessi, di quelli puramente repressivi.

In realtà, sia per garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni, in entrata e in uscita, è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori come l’applicazione di leggi fondate sull’uguaglianza e la dignità delle persone, il perseguimento del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i diritti-doveri di tutti, ma soprattutto di coloro – i più poveri e impoveriti – che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.

Senza mai dimenticare, allora, che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli dalla legge del più forte. E anche se, oggi, il mondo sembra aver imboccato la strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni Battista Scalabrini – non possiamo rassegnarci, senza continuare a lottare, alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!

Infatti, come ripeteva il santo patrono dei migranti ai missionari scalabriniani, religiosi e laici, “le idee avanzano molto lentamente, specialmente quando toccano interessi e passioni. Comunque, il loro cammino è progressivo e graduale soprattutto quando le idee proposte sono vere ed utili. Bisogna, allora, perseverare, perché ogni lentezza raggiunge il suo scopo se la fatica non sconfigge la volontà di continuare a proporre queste idee”. p. Lorenzo Prencipe, direttore Cser (dip 23)

 

 

 

 

Riunito a Norimberga l’InterComites Germania

 

Norimberga. Si è tenuto sabato 18 e domenica 19 aprile a Norimberga, nella sala messa a disposizione dal Consolato Onorario, l'incontro dell'Intercomites Germania che ha visto la partecipazione dei presidenti Comites, dei consiglieri e della segretaria generale CGIE, della consigliera d’Ambasciata, oltre a rappresentanti politici e istituzionali, italiani e tedeschi.

Tra i temi trattati sono emerse importanti discussioni sulle elezioni dei Comites 2026, sulle difficoltà relative ai servizi consolari, sulle problematiche degli Enti Gestori e su iniziative culturali e sociali come la presentazione della Guida “Primi Passi in Germania”.

Elezioni Comites 2026: urge un intervento per garantire la partecipazione

Uno dei punti principali dell'incontro ha riguardato le elezioni dei Comites, previste per la fine del 2026. Durante l'assemblea è emerso che le risorse destinate a garantire una partecipazione adeguata sono decisamente insufficienti. Con soli 14 milioni di euro disponibili (di cui 2 milioni destinati alle elezioni del CGIE) diventa impossibile garantire l’ampia partecipazione degli oltre 5 milioni di italiani all’estero aventi diritto. Preoccupazioni sono state inoltre sollevate circa l’alto numero di firme richieste per la presentazione delle liste elettorali, che in alcune circoscrizioni arriva a 400 firme, creando un ostacolo significativo alla partecipazione e il mantenimento della preregistrazione obbligatoria per ricevere il plico elettorale, ulteriore grave impedimento.

In risposta a queste problematiche sono state avanzate alcune proposte concrete come la decentralizzazione della raccolta firme, prevedendo una cooperazione con Ambasciata e Consolati sul territorio creando momenti di incontro per raccogliere le adesioni, utilizzando anche i Consolati onorati, per es. Lipsia per la circoscrizione di Berlino, o Norimberga per la Baviera, per raggiungere le comunità più distanti. Suggerito anche l’intervento diretto dei rappresentanti politici in Parlamento affinché il numero di firme richieste venga ridotto. Un numero minimo di firme è necessario, ma con un’entità ragionevole. La partecipazione è stata ridotta già l’ultima volta, e con le risorse disponibili e le attuali modalità di iscrizione al voto sarà ridotta anche per la prossima tornata elettorale. È stato inoltre suggerito che le registrazioni avvenute nella tornata precedente vengano considerate valide anche per le elezioni 2026, così che i votanti precedenti risultino già nell’anagrafe degli aventi diritto, con l’unica necessità di registrarsi per i nuovi elettori. Questa misura aiuterebbe sia i Consolati sia i Comites, garantendo una base solida di partecipazione e semplificando le operazioni.

Nel corso dell’incontro è stato evidenziato un problema strutturale e una volontà politica di danneggiare il ruolo dei Comites. Regole sempre più stringenti andranno a diminuire ulteriormente la partecipazione non perché non ci sia l’interesse da parte della comunità ma per oggettivi ostacoli posti dall’amministrazione.

Situazione finanziamenti Comites: una situazione di difficoltà persistente

La questione relativa alla situazione dei Comites è stata un altro argomento centrale. Nonostante un lieve aumento delle risorse nella legge di bilancio, le difficoltà rimangono critiche. I bilanci preventivi vengono ignorati e a volte anche quelli consuntivi, i finanziamenti sono erogati in ritardo o solo parzialmente, compromettendo sostanzialmente la gestione ordinaria nonché l'efficacia delle attività dei comitati – a oggi alla maggior parte dei Comites non è comunque ancora pervenuto il finanziamento ordinario per il 2026. L’on. Ricciardi e il sen. Crisanti hanno ribadito l’importanza di un intervento immediato per risolvere questa situazione e hanno sollecitato pressioni politiche a livello parlamentare per un incremento dei fondi destinati ai Comites.

Servizi Consolari: scadenza della CIC e domanda di CIE e la carenza di personale

La consigliera d’Ambasciata Silvia Santangelo ha aggiornato i partecipanti sull’andamento dei servizi consolari, evidenziando l'alta domanda di carte d'identità elettroniche (CIE) a causa della scadenza delle CIC (carte d’identità cartacee) fissata a inizio agosto 2026. Nonostante gli sforzi per potenziare i servizi la mancanza di personale nei Consolati rimane un freno importante, con ritardi nei servizi che stanno compromettendo la qualità del supporto ai connazionali. Sono stati suggeriti interventi mirati, come l'incremento delle risorse umane e l'organizzazione di giornate dedicate esclusivamente alla CIE. Alcuni Consolati, come quelli di Berlino e Monaco, stanno riuscendo a mantenere un buon livello di efficienza, mentre altri, come Francoforte, Stoccarda e Colonia, affrontano gravi difficoltà.

Enti Gestori e la promozione della lingua italiana: necessità di un nuovo approccio

Altro tema rilevante è stato il collegamento tra gli Enti Gestori e la rete dei Comites. Il presidente del Comites di Friburgo, Andrea Gatti, ha sottolineato che la promozione della lingua e cultura italiana non risponde adeguatamente alle esigenze delle comunità italiane in Germania. Tra le criticità emerse si segnala la mancanza di tempi di finanziamento adeguati e una scarsa progettualità nell'insegnamento della lingua italiana.

Parallelamente al tavolo tecnico MAECI-CGIE che inizierà i suoi lavori il 29 aprile, sarebbe auspicabile lavorare in maniera più capillare sul territorio coinvolgendo gli enti gestori, la rete consolare e didattica, i Comites, il CGIE ma anche altri operatori linguistici, dalle scuole bilingui alle università. Questo è fondamentale, poiché i corsi di lingua e cultura rappresentano solo uno dei pilastri che reggono il più ampio tema della valorizzazione istituzionale e politica della lingua italiana, oggi in sofferenza. “È necessario fare squadra e individuare obiettivi comuni. Gli Enti Gestori dovrebbero poter essere dei veicoli del sistema Italia”.

Presentazione della guida “Primi Passi in Germania”

Un’altra iniziativa rilevante è stata la presentazione della guida “Primi Passi in Germania” che fornisce informazioni pratiche e dettagliate per chi arriva in Germania e per chi già ci vive. La guida, al suo terzo aggiornamento e disponibile in formato digitale e cartaceo, è stata completamente aggiornata. Copre tutti gli aspetti del sistema sociale, scolastico, lavorativo, sanitario nei diversi Länder tedeschi e si propone come strumento essenziale per facilitare l’arrivo e l’integrazione dei nostri connazionali in un sistema molto diverso da quello italiano. Il progetto è stato finanziato dai Comites, con il supporto grafico finanziato dall’Ambasciata italiana a Berlino.

L'incontro dell'Intercomites di Norimberga ha messo in luce sfide rilevanti ma anche spunti concreti per affrontarle e saranno un tema centrale dell’impegno dei Comites nei prossimi mesi. I temi discussi sono cruciali per il futuro della comunità italiana in Germania e per garantire una rappresentanza e un supporto più adeguati per i cittadini italiani all'estero. (aise 27) 

 

 

 

 

Ungheria, finisce l'era Orban. Trionfo Magyar: "Vittoria storica, liberato il Paese"

 

Tisza conquista la maggioranza dei due terzi in Parlamento. Il premier uscente: "Risultato doloroso ma chiaro". Mosca: "Tempesta perfetta sull'Europa"

"Ce l'abbiamo fatta, Tisza e l'Ungheria hanno vinto le elezioni. Non con un piccolo margine, ma con un margine molto ampio. Insieme abbiamo liberato l'Ungheria". Peter Magyar parla dal palco allestito a Budapest per celebrare la vittoria dopo il voto che ha messo fine all'era di Viktor Orban durata 16 anni. "Avremo una maggioranza dei due terzi in Parlamento", esulta il leader di Tisza al termine di una giornata che ha segnato un'affluenza record alle urne. Il partito di Magyar, a spoglio terminato, si aggiudica 138 seggi mentre Fidesz si ferma a 55.

"Insieme - scandisce il leader 45enne dell'opposizione parlando davanti alla folla - abbiamo fatto cadere il regime di Orban. Abbiamo liberato l'Ungheria, abbiamo riconquistato la nostra patria". "Abbiamo sconfitto una tirannia", rivendica ancora davanti ai suoi sostenitori, che "hanno detto no alla paura, hanno detto no al tradimento". "Siamo partiti in pochi, eravamo Davide contro Golia e alla fine, con il potere dell'amore, abbiamo ottenuto una vittoria storica", scandisce Magyar, che si rivolge poi a coloro che non lo hanno votato, incoraggiando uno spirito di "unità nazionale".

Orban ammette la sconfitta sottolineando il risultato "chiaro" delle elezioni vinte da Tisza di Magyar. "Un risultato doloroso ma chiaro - dice in un breve discorso il premier uscente - La responsabilità e l'opportunità di governare non ci sono state date". "Serviremo il nostro Paese e la nazione ungherese dall'opposizione", aggiunge, dopo aver ringraziato i 2,5 milioni di elettori che hanno votato per Fidesz e promettendo di "non deluderli mai". Nei 30 anni alla guida del partito, "abbiamo vissuto anni difficili e facili, belli e tristi", conclude, ribadendo che "non si arrenderà mai, mai, mai".

Le reazioni

"Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro", scrive in un post sui social la premier Giorgia Meloni. "Italia e Ungheria sono nazioni legate da un profondo legame di amicizia - sottolinea la presidente del Consiglio - e sono certa che continueremo a collaborare con spirito costruttivo nell'interesse dei nostri popoli e delle comuni sfide a livello europeo e internazionale". Meloni su X saluta il premier ungherese uscente: "Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l'intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione".

"Il cuore dell'Europa stasera batte più forte in Ungheria", il primo commento, scritto in inglese e in ungherese, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Poi, in un altro post: "L'Ungheria ha scelto l'Europa. L'Europa ha sempre scelto l'Ungheria. Insieme siamo più forti. Un Paese riprende il suo percorso europeo. L'Unione si rafforza". La presidente della Commissione europea ha telefonato a Magyar per congratularsi. Lo ha scritto sui social la portavoce di von der Leyen, Paula Pinho, precisando che "hanno concordato di cooperare strettamente". A Bruxelles si aspettano che uno dei primi atti del prossimo premier sia lo sblocco del prestito da 90 miliardi di euro per l'Ucraina su cui Orban aveva messo il veto.

Emmanuel Macron è stato tra i primi a congratularsi con Magyar per la sua vittoria. In un post su X il presidente francese scrive: "Ho appena avuto un colloquio con Peter Magyar per congratularmi con lui per la sua vittoria in Ungheria! La Francia saluta la vittoria della partecipazione democratica, dell'attaccamento del popolo ungherese ai valori dell'Unione Europea e per l'Ungheria in Europa". "Insieme - conclude Macron - facciamo avanzare un'Europa più sovrana, per la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra democrazia".

"L'Ungheria ha deciso. Congratulazioni per la vittoria alle elezioni caro Peter Magyar", il post su X del cancelliere tedesco Friedrich Merz, dicendosi "impaziente a una cooperazione per un'Europa forte, sicura e soprattutto unita".

"Congratulazioni a Peter Magyar per la vittoria elettorale. Questo è un momento storico, non solo per l'Ungheria, ma per la democrazia europea. Non vedo l'ora di lavorare con lui per la sicurezza e la prosperità di entrambi i nostri Paesi", la dichiarazione sui social del premier britannico Keir Starmer.

Volodymyr Zelensky si è congratulato con Magyar per "la schiacciante vittoria" alle elezioni in Ungheria, dopo le tensioni e le crisi diplomatiche delle settimane scorse sull'asse Kiev-Budapest, con il premier uscente filorusso Orban che ha bloccato gli ultimi aiuti all'Ucraina. "È importante quando prevale un approccio costruttivo - scrive il presidente ucraino sui social - L'Ucraina ha sempre cercato relazioni di buon vicinato con tutti in Europa e siamo pronti ad avanzare nella nostra cooperazione con l'Ungheria".

"L'Europa e ogni nazione europea devono rafforzarsi, e milioni di europei cercano cooperazione e stabilità. Siamo pronti per incontri e a un lavoro congiunto costruttivo a beneficio di entrambe le nazioni, nonché per la pace, la sicurezza e la stabilità in Europa", conclude Zelensky.

Una vittoria per la democrazia. Così l'ex presidente americano Barack Obama ha commentato i risultati delle elezioni ungheresi. "La vittoria dell'opposizione in Ungheria ieri, come le elezioni polacche del 2023, è una vittoria per la democrazia, non solo in Europa ma nel mondo intero", ha scritto su X. Il risultato dimostra la resilienza e determinazione del popolo ungherese e rappresenta "un monito per tutti noi a continuare a lottare per l'equità, l'uguaglianza e lo stato di diritto". Alle elezioni parlamentari in Polonia del 15 ottobre 2023, l'opposizione europeista guidata da Donald Tusk ottenne la maggioranza dei seggi.

Mosca: "Sull'Europa si forma tempesta perfetta"

"Sull'Unione Europea si sta formando una tempesta perfetta. Il risultato delle elezioni in Ungheria è una vittoria tattica per Bruxelles che non eviterà una prossima sconfitta strategica dell'Ue che si trova ad affrontare problemi in crescita a valanga". E' affidato al vice presidente del Consiglio della Federazione Kostantin Kosachev il primo commento della Russia alla disfatta dell'alleato del Cremlino Vitktor Orban, testa di ponte di Mosca nell'Ue.

"Il blocco dovrà prima di tutto trovare 90 miliardi di euro per l'Ucraina, denaro che Bruxelles non ha e che men che meno hanno le capitali. In secondo luogo, i prezzi del carburante alle stazioni di servizio e delle forniture energetiche domestiche non faranno che aumentare nei Paesi dell'Unione europea a causa di quello che sta accadendo in Medio Oriente, e questo aggraverà il pessimismo sia dei consumatori che dei governi", ha scritto Kosachev su Max, il servizio di messaggistica introdotto dalle autorità in Russia per sostituire Telegram.

L'Ue "sarà costretta a far contento Donald Trump con altre spese militari. Il risultato sarà una economia anti europea diversificata introdotta per far comodo alle necessità degli Usa che aggraverà i problemi che l'Ue si trova già di fronte, sotto pressione per il suo percorso anti russo". "Orban se ne sta andando ma i problemi rimarranno. Anzi, cresceranno come una valanga", ha concluso Kosachev. Adnkronos 13

 

 

 

 

 

Hormuz, l’ultimatum e il diritto: quando la minaccia entra nel campo dei crimini di guerra

 

Donald Trump ha ribadito ieri sera, in conferenza stampa, un ultimatum diretto a Teheran: riaprire lo Stretto di Hormuz entro martedì (7 aprile, ore 20 di Washington), oppure affrontare attacchi “senza precedenti” contro infrastrutture civili iraniane, inclusi ponti e centrali energetiche. Alla minaccia ha affiancato parole ancora più esplicite: l’Iran potrebbe essere “interamente distrutto in una sola notte” – e un messaggio sui social particolarmente ingiurioso, perfino per gli standards di questa presidenza: “Tuesday will be Power Plant Day, and Bridge Day… Open the F—ing Strait, you crazy b—s, or you’ll be living in Hell…” (“Martedì sarà il giorno delle centrali elettriche e dei ponti… Aprite questo fottuto Stretto, bastardi pazzi, oppure vivrete all’inferno…”).

Collocato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, tra Iran e penisola arabica, lo Stretto di Hormuz è uno dei principali choke point energetici del mondo: vi transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare. Qualsiasi interruzione ha effetti immediati sull’economia globale. Non sorprende, quindi, che Teheran lo utilizzi come leva di pressione – se non come strumento di ‘guerriglia internazionale’ nel confronto asimmetrico con Stati Uniti e Israele.

Ma come si configurano, dal punto di vista giuridico, queste minacce?

Il diritto internazionale umanitario – le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi – si fonda su una regola essenziale: distinguere sempre tra obiettivi militari e beni civili. Gli attacchi contro beni civili sono vietati. Un’infrastruttura può essere colpita solo se contribuisce in modo effettivo all’azione militare e la sua distruzione offre un vantaggio militare concreto e diretto: non basta che sia “strategica” o economicamente rilevante.

A ciò si aggiungono limiti ulteriori. Il principio di proporzionalità vieta danni civili eccessivi rispetto al vantaggio militare atteso. Il principio di precauzione impone di ridurre al minimo i danni alla popolazione. Soprattutto, sono vietati gli attacchi contro beni indispensabili alla sopravvivenza dei civili – acqua, energia, sistemi alimentari – salvo condizioni molto restrittive.

Queste regole sono in larga parte diritto consuetudinario, cioè norme che vincolano tutti gli Stati perché derivano da una pratica generale accettata come diritto, indipendentemente dall’adesione formale a un trattato. Trovano espressione anche nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, che qualifica come crimini di guerra gli attacchi intenzionali contro beni civili e quelli sproporzionati.

In questo quadro, una minaccia generalizzata di colpire infrastrutture civili, senza riferimento a obiettivi militari specifici, appare difficilmente compatibile con il diritto umanitario. Se attuata nei termini annunciati, potrebbe integrare un crimine internazionale, in particolare un crimine di guerra.

Il problema è che questa qualificazione resterebbe, con ogni probabilità, senza seguito. La Corte penale internazionale non ha giurisdizione automatica: né gli Stati Uniti né l’Iran sono parti dello Statuto di Roma. Per raffronto, l’attività della Corte sul conflitto di Gaza si fonda sul rinvio della Palestina, che ha conferito alla Procura il potere di indagare e perseguire crimini commessi sul suo territorio; una giurisdizione, peraltro, fortemente contestata, in primis da Israele e dagli Stati Uniti.

Un intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che può a sua volta deferire una situazione alla Corte, appare altamente improbabile, anche per il diritto di veto dei membri permanenti, inclusi gli Stati Uniti. Non esistono tribunali ad hoc competenti su questo conflitto. In teoria, alcuni Stati potrebbero ricorrere alla giurisdizione universale; in pratica, si tratta di strumenti raramente attivati, soprattutto quando sono coinvolte grandi potenze.

Sul piano interno statunitense, i meccanismi di controllo esistono ma appaiono difficilmente attivabili. Il Congresso dispone di leve rilevanti – dall’autorizzazione all’uso della forza alla supervisione e al controllo dei finanziamenti, fino alle audizioni e alle commissioni d’inchiesta – che nella prassi recente si sono rivelate deboli o tardive. Anche l’extrema ratio dell’impeachment resta uno strumento eminentemente politico, che richiede maggioranze qualificate difficili da raggiungere in un contesto fortemente polarizzato.

Quanto all’uso della forza, la prassi riflette una progressiva espansione dell’autonomia dell’esecutivo a Washington: operazioni militari vengono avviate senza preventiva autorizzazione legislativa, sulla base dei poteri presidenziali e di letture estensive di mandati pre-esistenti. In questo quadro, un’azione contro l’Iran priva di avallo formale e di concertazione con gli alleati non rappresenterebbe un’eccezione, bensì l’apice di una tendenza unilaterale che accentua il divario tra iniziativa presidenziale e controllo democratico.

Questa vicenda conferma, in filigrana, la distanza tra la retorica muscolare – amplificata anche da una certa rappresentazione mediatica internazionale – e quella che si puo’ considerare una duplice debolezza sempre più evidente nel caso americano. La prima riguarda la tenuta del sistema, che fatica a disciplinare sé stesso e mostra l’erosione di anticorpi istituzionali a lungo considerati tra i più solidi al mondo nel contenere derive, anche personalistiche, del potere esecutivo. La seconda investe l’azione politica: dietro la retorica della forza emerge un quadro fatto di contraddizioni, arretramenti, improvvisazione che, specialmente nei dossier più complessi, restituisce una certa impressione di inettitudine. Lo si è visto sull’Ucraina. Lo si osserva oggi sull’Iran

Resta infine un dato di fondo: l’appello di Trump alla rivolta. La ferocia del regime e il sacrificio già pagato dal popolo iraniano non sono in discussione. Ma un regime sotto attacco si arrocca, si radicalizza e colpisce innanzitutto i propri cittadini. La popolazione finisce così stretta tra repressione, rischio di escalation e una linea esterna segnata da improvvisazione e incoerenza; chiedere a un popolo di esporsi fino al sacrificio richiederebbe, come minimo, credibilità del sostegno e solenne rispetto della parola data – proprio ciò che l’azione di questa amministrazione sembra aver metodicamente svuotato di ogni significato.  Paolo Proli, AffInt. 14

 

 

 

 

 

La continuità e la forza culturale della nostra lingua

 

Una lingua non è soltanto un mezzo di comunicazione: è una forma di continuità nel tempo e nello spazio. Nel caso della nostra lingua, questa continuità assume un carattere peculiare, che la distingue nel panorama europeo e ne spiega la capacità di irradiazione culturale.

La nostra lingua si presenta come un caso di particolare interesse non solo per la sua origine, ma per le modalità della sua evoluzione. A differenza di altri contesti europei, segnati da stratificazioni dovute a migrazioni e sovrapposizioni di popoli, nella penisola italiana si osserva una linea di sviluppo che affonda le proprie radici nella latinità e si dispiega senza fratture radicali.

Nella nostra penisola, la lingua non si è succeduta: si è trasformata. Questa continuità geografica e storica, rara nel panorama europeo, ha consentito al latino di evolversi senza interrompersi, mantenendo un legame diretto con il proprio spazio originario. Altrove, il latino si è diffuso sovrapponendosi a lingue preesistenti; qui si è sviluppato nello stesso luogo in cui era già radicato.

Il mutamento linguistico è una caratteristica universale: tutte le lingue cambiano. Ma non tutte cambiano allo stesso modo. Nel caso della nostra lingua, il passaggio dal latino non è stato una sostituzione, bensì una trasformazione progressiva. Il latino non è scomparso: continua nella nostra lingua come sua evoluzione storica.

Il confronto con altre lingue europee rende evidente questa specificità. La Lingua francese, pur derivando dal latino, si è sviluppata attraverso stratificazioni multiple; la Lingua inglese, di origine germanica, ha incorporato nel tempo una vasta componente lessicale di origine latina, spesso mediata dal francese. In questi casi, il latino entra come strato; nella nostra lingua, invece, continua come sviluppo.

Se nel francese il latino si manifesta come continuità diretta, la sua presenza nell’inglese e in altre lingue testimonia una straordinaria capacità di propagazione lessicale. Una parola che attraversa più lingue non dimostra soltanto origine: dimostra forza di irradiazione.

Questa continuità non è soltanto strutturale, ma anche culturale. La lingua è il luogo in cui si formano e si trasmettono modelli di pensiero. Nel nostro caso, essa porta con sé una tradizione che comprende il diritto, la misura, l’equilibrio e il senso della forma. Non è solo un sistema di segni: è una forma di civiltà.

Il rapporto con la cultura greca non si configurò come una semplice influenza, ma come un incontro. La tradizione romana ne riconobbe il valore, selezionandone e rielaborandone i contenuti. Non si trattò di una trasmissione passiva, ma di un processo attivo di assimilazione.

Parallelamente, la nostra lingua ha esercitato una notevole capacità di irradiazione. Nei linguaggi della musica, dell’arte e della cultura del gusto, essa ha fornito termini e categorie divenuti universali. L’influenza di una lingua non dipende tanto dalla sua struttura, quanto dalla capacità di esportare lessico nei campi di maggiore prestigio culturale. In questo senso, la nostra lingua si colloca tra le più influenti.

Tale presenza si estende anche oltre l’Europa. Pur non incidendo sulla struttura delle lingue lontane, essa è presente nei loro codici culturali. Anche attraverso l’inglese globale, che incorpora una vasta componente di origine latina, elementi della nostra tradizione continuano a circolare nel mondo.

Una conferma storica di questa centralità si trova nel fenomeno del Grand Tour. Pur denominato con un’espressione francese, esso si svolgeva prevalentemente nella penisola italiana, riconosciuta come luogo imprescindibile di formazione culturale per le élite europee.

Alla luce di queste considerazioni, la nostra lingua può essere intesa non soltanto come un sistema di comunicazione, ma come una forma di continuità e di civiltà. Essa è un organismo che si è trasformato nel tempo senza interrompersi, mantenendo un legame profondo con le proprie origini.

La grande bellezza non risiede soltanto nei monumenti: vive nella nostra lingua.

Essa non si limita a descrivere il mondo: contribuisce a costruirlo. Giuseppe Tizza, de.it.press 27

 

 

 

 

 

 

Democrazia e libertà

 

“Democrazia” e “Libertà” sono due effettività che non possono fare a meno l’una dell’altra. Intanto, come “Democrazia” s’intende la gestione della Sovranità al Popolo che la esercita tramite suoi Rappresentanti. La “Libertà”, di conseguenza, è un principio di vita ordinata da leggi dello Stato ideate in Democrazia. Conviene, ancora una volta, rilevarlo.

 In prima analisi, quindi, Libertà e Democrazia sono due soggetti inscindibili. Tanto per essere, da subito, chiari: senza Libertà, non ci può essere vera Democrazia e viceversa. I due nessi non sono, però, sempre abbinati come dovrebbero. Anche se l’uno ha da essere il naturale effetto dell’altro.

Ci sembra, quindi, opportuno chiarire una concezione fondamentale. La Democrazia è il risultato di una scelta che, una volta raggiunta, è da mantenere. La Libertà ha un valore, altrettanto sostanziale, perché figlia dalla Democrazia.

 Infatti, il concetto di “Libertà” può essere influenzato da posizioni politiche che, per una serie di motivi, ne può limitano i fini. Insomma, essere “liberi”, ma tutti ”liberi”, può essere difficile come per il passato. Basta riflettere sulle agitate realtà del mondo.

Là dove prevale la Democrazia, invece, la Libertà è il naturale diritto garantito da una politica capace di dare sviluppo ai fatti nella società nella quale sono maturati. Certo è che una Libertà non ufficializzata da Norme democraticamente condivise, scivola verso il disordine; che non à mai figlio della Democrazia. A questo punto, il binomio di “Democrazia” e “Libertà” acquista un particolare valore che non può essere reso secondario da nessuno e per nessun motivo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera 25 aprile. Le Acli Baviera. Festa della Liberazione

 

Le ACLI Baviera desiderano contribuire a rendere questa memoria storica, la Liberazione dall'oppressione nazi-fascista, responsabilità comune, diffusa e popolare, radicata negli uomini e donne di buona volontà, perché costituiscono il fondamento e i valori della Costituzione attuale della Repubblica italiana, che senza quell’esperienza di sacrificio ed abnegazione non sarebbe fiorita dalle ceneri della guerra e della dittatura imperante. La Resistenza incarna la volontá precisa, un impegno di coraggio ad opporsi al regime fascista persecutorio e vile. Esso non  produsse singoli responsabili di episodi efferati; dietro ai sicari, una moltitudine che quei delitti ha coperto con il silenzio e una codarda rassegnazione, una classe dirigente sospinta dall’inettitudine e dalla colpa verso la totale rovina.

Le Acli Baviera, a distanza  di oltre 80 anni,  intendono onorare il ruolo svolto dalle truppe alleate  in Italia , Americani, Inglesi, Polacchi  e quanti altri, che nella fase finale della seconda guerra  mondiale, a partire dal settembre 1943, sostenuti dal movimento partigiano, una Resistenza fondamentale nel recupero di una dignità nazionale antifascista, hanno creato le condizioni ,in Italia, per la riaffermazione della libertà  e democrazia.

Se gelosamente conservata, la memoria, sarà capace di generare nuova passione umana e civile per nutrire una speranza condivisibile per il futuro. Ma  il ricordo interpella anche il ruolo delle Istituzioni, perché ad esse è affidato precipuamente il compito di sostenere e forse anticipare la coscienza collettiva di una Comunità, nei  loro gesti  vi è una valenza pedagogica  irrinunciabile. La memoria costituisce il debito inestinguibile da pagare verso questi Eroi e Martiri della democrazia, avversari ,a costo della propria vita, di tutte le forme di dittatura, razzismo e  genocidio. Essa non ci rende prigionieri del passato, se riappropriarsi del ricordo del patire e delle speranze spinge ad impegnarsi per una nuova stagione di libertà e liberazione.

Il Presidente regionale ACLI Baviera Carmine Macaluso

 

 

 

 

 

 

 

 

Comites Saar: “Un ponte più forte tra il Saarland e la Sicilia con il nuovo volo diretto Saarbrücken-Trapani”

 

Saarbrücken. Il Comites Saar accoglie  con “grande soddisfazione” l’introduzione del nuovo collegamento aereo diretto tra Saarbrücken e Trapani. Per la prima volta  il Saarland è collegato direttamente con la Sicilia occidentale, creando, evidenzia il Comites,  un impulso significativo per la mobilità, il turismo e la cooperazione tra le due regioni.

“Il nuovo collegamento diretto Saarbrücken–Trapani rappresenta un passo fondamentale per la mobilità tra il Saarland e la Sicilia. Rafforza gli scambi tra le nostre comunità e apre nuove prospettive per il turismo, l’economia e la collaborazione culturale”, afferma Patrizio Nicola Maci, Presidente del Comites Saar. “Per la comunità italiana nel Saarland, la nuova rotta significa un miglioramento concreto: visite familiari, progetti culturali e iniziative economiche diventano più semplici e veloci. Allo stesso tempo, il collegamento offre al Saarland nuove opportunità turistiche in una delle regioni più affascinanti d’Italia”.

“Questo volo non collega soltanto due punti geografici, ma persone, famiglie e culture. È un segno forte di vicinanza e di riconoscenza verso la nostra comunità italiana”, aggiunge Maci. Durante la conferenza stampa, i rappresentanti delle istituzioni e del settore hanno sottolineato l’importanza strategica della nuova rotta: Marcel Pouchain Meyer, Manager & Head of Communications DACH di Ryanair, ha evidenziato il valore della nuova destinazione: “Siamo lieti di collegare il Saarland con Trapani, una regione ricca di potenziale turistico e culturale. Questa rotta è un vantaggio per entrambe le realtà e contribuisce all’ampliamento della nostra rete in Germania”.

In un colloquio con Maci, Pouchain Meyer ha inoltre manifestato apertura a valutare ulteriori destinazioni future, tra cui anche regioni come la Puglia, sottolineando al tempo stesso un aspetto strategico per la sostenibilità del servizio: “Per garantire collegamenti efficienti e competitivi, è fondamentale monitorare con attenzione i costi operativi e le tasse aeroportuali. Solo mantenendo questi fattori sotto controllo possiamo continuare a offrire ai passeggeri un servizio accessibile e di qualità”.  

Jürgen Barke, Ministro dell’Economia, Innovazione ed Energia del Saarland e Presidente del Consiglio di Sorveglianza dell’Aeroporto di Saarbrücken, ha sottolineato l’impatto economico: “Questo nuovo collegamento rafforza l’aeroporto di Saarbrücken e l’intero Saarland. Crea nuove opportunità per il turismo, il commercio e la cooperazione internazionale”.

Thomas Schuck, Direttore Generale dell’Aeroporto di Saarbrücken, ha messo in evidenza il valore aggiunto per la mobilità regionale: “Con Trapani ampliamo la nostra offerta con una destinazione molto attrattiva, importante sia per i viaggiatori sia per la comunità italiana del Saarland”.

Uwe Conradt, Sindaco della città di Saarbrücken, ha richiamato l’attenzione sui vantaggi turistici: “Questo collegamento è un invito a scoprire il Saarland e la sua capitale. Chi arriva a Saarbrücken trova cultura, natura e ospitalità – e siamo pronti ad accogliere con piacere sempre più visitatori dalla Sicilia” Giacomo Santalucia, rappresentante del DIBK – Deutsch-Italienischer Bildungs- und Kulturverein, ha sottolineato il valore culturale e formativo della nuova rotta: “Questo collegamento non favorisce soltanto il turismo, ma apre nuove possibilità per gli scambi educativi, culturali e giovanili tra il Saarland e la Sicilia. È un’opportunità concreta per rafforzare i progetti di cooperazione e per avvicinare ancora di più le nostre comunità”.

 Il Comites Saar ringrazia “tutte le istituzioni e i partner che hanno reso possibile questo importante traguardo” sottolineando che “la nuova rotta rappresenta un ulteriore passo verso un’Europa più connessa, in cui la mobilità costruisce ponti e avvicina le persone”. (Inform/dip 2)

 

 

 

 

Italia e Germania celebrano il 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche

 

ROMA - Italia e Germania celebrano oggi, 4 aprile, il 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche, avviate nel secondo dopoguerra e sviluppatesi in un partenariato strategico solido e articolato.

Dalla cooperazione economica al dialogo politico, dagli scambi culturali al contributo delle società civili, i due Paesi hanno costruito un legame che ha contribuito in modo significativo a un’Europa più unita, forte e competitiva.

Italia e Germania, ha evidenziato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, “sono oggi partner che collaborano a stretto contatto guidati dai comuni valori europei e transatlantici e da una forte sintonia politica, pragmatismo e ottimi rapporti personali tra i nostri leader e mio con il Ministro degli Esteri Johann Wadephul”.

Per l’occasione è stato realizzato il logo “75 – una storia che diventa futuro”, che accompagnerà nel corso dell’anno un calendario di iniziative ed eventi in Italia e in Germania, dedicati a innovazione, cultura e società civile.

Il logo è stato lanciato lo scorso gennaio dagli Ambasciatori Fabrizio Bucci e Thomas Bagger, a pochi giorni dal Vertice intergovernativo italo-tedesco del 23 gennaio a Roma.

Nel corso dell’anno è previsto un ricco calendario di eventi, in Italia e in Germania, volto a valorizzare tutte le dimensioni del rapporto bilaterale.

I primi mesi del 2026 hanno segnato l’avvio delle celebrazioni, con appuntamenti dedicati al turismo in occasione della fiera ITB di Berlino e alle arti, in vista della Biennale d’Arte di Venezia. Tra gli eventi principali della primavera figurano gli Stati Generali della Ricerca Italiana in Germania, con un evento dedicato alle tecnologie quantistiche.

A giugno, in concomitanza con la Festa della Repubblica Italiana, si terrà su tutto il territorio tedesco la prima edizione dell’“Italian Week 2026”: una settimana di eventi dedicati all’Italia in tutte le sue dimensioni, dall’arte all’economia, dall’aerospazio all’enogastronomia.

Le celebrazioni proseguiranno nella seconda metà dell’anno, con ulteriori iniziative dedicate ai rapporti bilaterali nei settori dell’economia, dell’innovazione, della tecnologia, della lingua, della cultura e della società civile, valorizzando al contempo il contributo della numerosa e qualificata comunità italiana in Germania. Un percorso che attesta la vitalità e la profondità delle relazioni tra Italia e Germania, proiettandoci con slancio verso i prossimi 75 anni. (aise/dip 4) 

 

 

 

 

 

Il commercio italo-tedesco torna a crescere. L'Italia alla Fiera di Hannover

 

Nel 2025 il volume degli scambi commerciali bilaterali tra Germania e Italia ha raggiunto circa 158 miliardi di euro, a conferma della ripresa delle relazioni economiche. Alla Fiera di Hannover, l’Italian Trade Agency, insieme a 13 PMI, presenta soluzioni innovative per la produzione industriale, dalle classiche tecnologie di subfornitura alle applicazioni di IA e XR.

Berlino/Hannover, 20 aprile 2026 – Con un volume di scambi bilaterali pari a 157,8 miliardi di euro, secondo l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2025 il partenariato economico italo-tedesco ha acquisito maggiore slancio, registrando una ripresa dopo l’andamento negativo dell’anno precedente. Le esportazioni italiane sono cresciute a 72,2 miliardi di euro (+2,4%), mentre le importazioni sono aumentate a 85,6 miliardi di euro (+2,9%).

“La Germania è e rimane il principale partner commerciale dell’Italia, seguita dalla Francia e dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, l’Italia consolida la propria posizione al sesto posto tra i principali partner economici della Germania. Questo stretto e consolidato partenariato è un motore fondamentale per la crescita, l’innovazione e la competitività in Europa”, spiega Ferdinando Fiore, responsabile dell’ufficio ITA di Berlino.

Secondo Confindustria, la principale associazione italiana dei datori di lavoro e dell'industria, la forza dell'industria manifatturiera italiana risiede nella sua struttura peculiare: le piccole e medie imprese caratterizzano il tessuto industriale e sono sinonimo di specializzazione, flessibilità e capacità innovativa. A questa base si aggiungono le grandi imprese altamente produttive. Questa combinazione garantisce la competitività dell'Italia, in particolare nei settori high-tech quali l'automazione, la subfornitura industriale e le tecnologie digitali.

Dal 20 al 24 aprile si terrà la Fiera di Hannover, la fiera leader a livello mondiale nel settore delle tecnologie industriali. All’insegna del motto «think tech together», la manifestazione presenta un’ampia gamma di tematiche lungo tutta la catena del valore industriale. L’Italian Trade Agency (ITA) sarà presente con uno stand collettivo, dove presenterà 13 aziende italiane operanti nel settore della subfornitura industriale.

Le aziende espositrici presentano la varietà e la forza innovativa dell'industria italiana e coprono un ampio spettro di settori chiave fondamentali. Tra questi figurano, tra l'altro, la meccanica, l'idraulica, la filtrazione industriale, la lavorazione di precisione dei metalli, l'elettronica e le tecnologie aerospaziali. Il portafoglio è completato da soluzioni innovative nel campo delle piattaforme industriali digitali, della realtà estesa e dell'intelligenza artificiale, nonché da componenti per l'ingegneria meccanica e per molteplici applicazioni industriali.

Lo stand collettivo dell'ITA si trova nel padiglione 17, stand A26, e offre ai visitatori specializzati l'opportunità di entrare in contatto diretto con le aziende italiane e di scoprire le ultime tecnologie e soluzioni. È possibile scaricare l'elenco completo degli espositori.

Hannover Messe è il secondo evento strategico in Germania selezionato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) nell’ambito della campagna di comunicazione «OpportunItaly». Il programma di promozione economica, avviato dal Ministero degli Esteri e realizzato da ITA, mira a rafforzare il «Made in Italy» sui mercati internazionali. A tal fine, acquirenti, distributori e imprenditori stranieri vengono messi in contatto con il know-how italiano e l’eccellente qualità.

Nell’ambito della fiera, all’interno dello stand istituzionale dell’ITA verrà allestita un’area personalizzata, gestita da due collaboratori. Qui verranno presentati sia la piattaforma digitale di matchmaking che il Buyers’ Club. Quest’ultimo è uno spazio esclusivo per visitatori professionali internazionali e offre accesso a contenuti speciali, assistenza su misura e la possibilità di partecipare a missioni commerciali in Italia.

In collaborazione con la Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM) si terrà inoltre il “GERMAN-ITALIAN INNOVATION TALK”, dedicato alla cooperazione bilaterale per un’economia sostenibile. Ospite d’onore sarà il Console Generale d’Italia ad Hannover, Piero Vaira. L’evento è in programma per il 21 aprile alle ore 17:00 sul palco centrale dell’Hydrogen + Fuel Cells Europe Public Forum nel padiglione 11. Il programma prevede brevi interventi da parte del mondo imprenditoriale, una tavola rotonda con aziende italiane e tedesche e presentazioni di alcune aziende selezionate.

Informazioni sull'Italian Trade Agency (ICE/ITA): L'Agenzia italiana per il commercio estero (ITA) ha il compito di sviluppare e promuovere le relazioni economiche e commerciali con l'estero, nonché di sostenere la commercializzazione di beni e servizi sui mercati internazionali. Inoltre, è responsabile a livello mondiale della promozione dell'immagine del «Made in Italy» e dell'Italia come destinazione per gli investimenti esteri.  Per promuovere il settore agroalimentare italiano, l'ITA realizza numerose iniziative in tutto il mondo, tra cui partecipazioni a fiere, presentazioni e workshop bilaterali. In Germania, l'ufficio di Berlino organizza eventi promozionali con regioni, province, camere di commercio, associazioni di produttori e aziende private italiane, nonché le partecipazioni collettive italiane alle fiere internazionali. ICE online:  www.ice.it.   Ice/dip 20

 

 

 

 

La strada giusta

 

Nel lontano 1961, avevamo principiato un percorso sul fronte dell’informazione anche per i Connazionali all’estero. Potevamo stare dalla “parte” di quelli che erano in grado di darci “buona sorte”; oppure con gli “altri”. Abbiamo preferito gli “altri”. Con l’impegno di provare a essere di una qualche utilità nei confronti dei milioni d’Italiani lontani dalla Patria. In allora, l’Emigrazione era un fenomeno sociale non privo d’incognite. Non avevamo, però, un progetto predefinito. Ci premeva, tuttavia, cominciare.

La nostra occasione ha avuto inizio così. Pressoché come una sfida per mettere alla prova i nostri limiti e per offrire ciò che poteva essere d’utilità per gli italiani che vivevano altrove. Gli anni sono passati. Ma non siamo ancora certi d’essere pervenuti nell’intento. Intanto, però, ci siamo ancora; dopo oltre sessant’anni di comunicazione attiva.

Il nostro obiettivo d’ampliare, come servizio, il panorama dell’informazione per gli italiani d’oltre confine ha fornito risultati che non avremmo osato sperare. Ci siamo sentiti parte di un tutto che ha rafforzato le nostre giustificazioni. Abbiamo fatto nostro l’impegno sul fronte della notizia. Nello spirito della reale collaborazione internazionale. Di là dei legami politici che logorano.

 Ciò che scriviamo, che è quello in cui crediamo, intendiamo renderlo condivisibile. Resta nostro impegno continuare. Potevamo “venderci”. Le occasioni non sono mancate. Abbiamo preferito, invece, restare padroni delle nostre idee. Il tempo ci ha fatto capire che è stata una scelta corretta. Ogni altra scelta ci avrebbe condizionato. Anche perché le crisi politiche si superano; gli ideali, quando ci sono, mai.

Giorgio Brignola, de.it.press 23

 

 

 

 

 

L’interscambio economico tra Italia e Germania

 

Riprende slancio l’interscambio economico tra Italia e Germania, che nel 2025 supera i 157 miliardi di euro, registrando una crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente e mantenendosi su livelli tra i più elevati di sempre. Un segnale di stabilità che conferma la resilienza delle relazioni economiche bilaterali anche in un contesto internazionale complesso.

A trainare questa dinamica è soprattutto la ripresa delle esportazioni italiane, con un recupero di circa 1,2 miliardi rispetto al 2024, mentre le importazioni dalla Germania si mantengono sostanzialmente stabili intorno agli 85 miliardi di euro. Un andamento che evidenzia un progressivo riequilibrio degli scambi.

Sul piano settoriale, il commercio continua a essere sostenuto da comparti chiave come metalli e prodotti in metallo (15%), macchinari (13,4%) e mezzi di trasporto (12,8%), che rappresentano le principali voci dell’export italiano verso la Germania. Seguono il settore agroalimentare (12,1%), in forte crescita, e comparti come tessile-moda (7,8%) e chimica (7,3%), a conferma della diversificazione e competitività dell’offerta italiana.

Dal lato delle importazioni prevalgono mezzi di trasporto e prodotti chimici, seguiti da macchinari e metalli, mentre sul fronte dell’export italiano si distinguono agroalimentare e siderurgia, in crescita.

Nonostante questi segnali incoraggianti, il contesto resta caratterizzato da incertezze macroeconomiche e geopolitiche, che invitano alla cautela sulle prospettive future. In questo quadro, il rapporto bilaterale resta comunque uno dei più solidi in Europa, con la Germania che si conferma primo partner commerciale dell’Italia e l’Italia tra i principali mercati per l’export tedesco. Itkam 77

 

 

 

 

Scienziati italiani e tedeschi all’Ambasciata d’Italia a Berlino 

 

BERLINO – L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha celebrato la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo con due iniziative: la riunione degli Stati Generali della Ricerca Italiana in Germania, dedicata a presenza, ruolo e prospettive della comunità scientifica italiana, e un focus sulle tecnologie quantistiche intitolato “Quantum Research, Industry and the Arts”. L’evento – riferisce la Farnesina – è stato organizzato insieme alle associazioni SIGN di Berlino e FAI di Colonia. In Germania vivono circa 15.000 studenti, 5.800 ricercatori e 350 professori italiani, “un patrimonio umano e strategico di straordinario rilievo”, come ha ricordato l’Ambasciatore Fabrizio Bucci, sottolineando l’importanza di coordinamento e dialogo con le istituzioni. Gli Stati Generali, mirati a rafforzare la cooperazione scientifica e formativa tra Italia e Germania, si sono articolati in due sessioni: la prima sull’“Ecosistema della ricerca e cooperazione Italia–Germania”, con interventi di Mara Thiene, Matteo Alvaro, Francesca Toma e Marzia Traverso, moderati da Vito Gironda; la seconda su “Ambiti scientifici, innovazione e valorizzazione culturale”, moderata da Gianaurelio Cuniberti, con contributi di Giorgio Metta, Paolo Pavan, Tommaso Calarco, Claudia Crocini ed Elisa Ferrando May. Nei saluti iniziali, l’Ambasciatore ha richiamato il valore strategico della ricerca in un contesto globale in cui competitività e sviluppo dipendono dalla capacità di generare conoscenza, attrarre talenti e trasformare l’eccellenza scientifica in impatto economico e sociale. L’evento “Quantum: Research, Industry and the Arts” ha ospitato tre personalità di spicco del settore: Christiane Koch (Freie Universität Berlin), Fabio Sciarrino (La Sapienza) e Bettina Kames (LAS Art Foundation). Le tecnologie quantistiche sono al centro di nuovi programmi europei, tra cui la strategia “Quantum Europe” adottata nel 2025 e il futuro Quantum Act previsto per il 2026–2027. Il 22 aprile l’Italia ha celebrato la IX edizione della Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo, nata in ricordo di Rita Levi-Montalcini. L’edizione 2026 ha posto l’accento su quattro temi: la cooperazione scientifica multilaterale con il Polo di Trieste, l’eredità del Prof. Antonino Zichichi, le esplorazioni italiane ai Poli nel centenario della spedizione di Umberto Nobile e la candidatura italiana a ospitare l’Einstein Telescope nel sito di Sos Enattos. (Inform/dip 27)

 

 

 

 

La pensione tedesca in Italia: non va tassata due volte

 

ROMA – Il deputato del Pd Toni Ricciardi, eletto nella ripartizione Europa, ha presentato, al Ministro dell’economia e delle finanze, un’interrogazione a riposta in Commissione, riguardante i numerosi cittadini italiani residenti in Italia che percepiscono trattamenti pensionistici erogati dalla previdenza tedesca (Deutsche Rentenversicherung). “Ai sensi dell’articolo 18 della Convenzione tra la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, firmata il 18 ottobre 1989, – si legge nell’interrogazione – le pensioni e le remunerazioni analoghe sono imponibili, di regola, nello Stato di residenza del percettore; il Protocollo allegato alla Convenzione, al paragrafo 14, lettera a), lettera e), disciplina specificamente il trattamento fiscale delle pensioni di fonte tedesca, prevedendo che una quota delle stesse possa essere considerata esente o determinata secondo criteri propri dell’ordinamento tedesco; in attuazione di tali disposizioni, l’amministrazione fiscale tedesca (Finanzamt Neubrandenburg) sta trasmettendo comunicazioni ufficiali ai pensionati, attestando che una quota pari al 16 per cento della pensione non è soggetta a imposizione, in quanto riconducibile al sistema di esenzione previsto dal diritto tedesco; l’ordinamento fiscale tedesco riconosce ai pensionati che vivono in Germania una «grundfreibetrag» (franchigia di base) pari a circa euro 12.348 annui per i singoli e 24.696 per le coppie, che consente di escludere da imposizione una parte significativa del reddito complessivo; tale meccanismo non trova un corrispondente riconoscimento nel sistema tributario italiano, con la conseguenza che i pensionati italiani che rientrano in Italia e percepiscono una pensione tedesca sono assoggettati all’Irpef ordinaria sull’intero ammontare della pensione; ne deriva – continua l’interrogazione – una asimmetria applicativa della Convenzione, in quanto la quota di reddito che, secondo il sistema tedesco e il richiamato Protocollo, non concorre alla formazione della base imponibile, viene invece di fatto attratta integralmente a tassazione in Italia; tantissimi connazionali pensionati che di fatto vivono per la maggior parte in Italia, non hanno mai cancellato l’iscrizione Aire proprio per evitare la tassazione italiana; tale situazione incide in modo significativo su soggetti con redditi pensionistici modesti (in larga parte inferiori a euro 1.029 mensili), determinando effetti economici rilevanti e potenzialmente in contrasto con le finalità di equità sottese alla Convenzione”. Alla luce di questa premessa il deputato Ricciardi chiede al Ministro interrogato “se sia a conoscenza delle criticità derivanti dall’applicazione combinata dell’articolo 18 della Convenzione Italia-Germania e del paragrafo 14 del Protocollo, in relazione alla tassazione in Italia delle pensioni di fonte tedesca e quali siano i dati aggiornati in possesso dell’amministrazione finanziaria circa: a) la distribuzione degli importi delle pensioni tedesche percepite in Italia; b) il gettito fiscale derivante dalla loro tassazione; c) il numero dei contribuenti interessati suddivisi per classi di reddito e se non si ritengano necessarie iniziative normative al fine di escludere dalla base imponibile ai fini dell’Irpef, in coerenza con la ratio della Convenzione, la quota di pensione qualificata come non imponibile secondo il diritto tedesco e attestata dall’autorità fiscale tedesca, anche valutando l’introduzione, nell’ordinamento interno, di meccanismi di franchigia o esenzione specifici per le pensioni estere, analoghi a quelli previsti dal sistema tedesco, al fine di garantire un trattamento equo ai pensionati rientrati in Italia”. (Inform 12)

 

 

 

 

 

L’“Italia invisibile” in Germania: un milione di cittadini senza voce politica

 

Berlino. Esiste una realtà italiana grande quanto una metropoli, ma assente dal dibattito politico nazionale. È la comunità italiana in Germania: oltre 800.000 cittadini (più di un milione considerando le persone di origine italiana) che lavorano, producono reddito, pagano le tasse e contribuiscono ogni giorno al rapporto strategico tra Italia e Germania.

Eppure, a fronte di questo peso economico e sociale, emerge un dato difficilmente contestabile: questa comunità resta sostanzialmente priva di una rappresentanza politica efficace.

Il triplo vuoto di rappresentanza

Il paradosso è evidente. Gli italiani in Germania costituiscono uno dei gruppi più numerosi della Circoscrizione Estero-Europa, ma la loro capacità di incidere nei processi decisionali appare estremamente limitata.

Nel Parlamento italiano, il sistema della Circoscrizione Estero aggrega realtà molto diverse, finendo spesso per diluire le specificità della comunità italiana in Germania. Le questioni concrete — fisco, pensioni, servizi consolari — raramente trovano una rappresentanza strutturata e continuativa.

Nel Bundestag, nonostante una presenza storica e un forte radicamento sociale, la comunità italiana non esprime una presenza politica proporzionata al proprio peso. A differenza di altre comunità migratorie, che negli anni hanno sviluppato una rappresentanza nei principali partiti tedeschi, quella italiana rimane marginale nei livelli decisionali.

Nel Parlamento Europeo, infine, si avverte la mancanza di figure capaci di interpretare concretamente la condizione degli italiani residenti in Germania, proprio nel cuore dell’asse politico ed economico dell’Unione.

Una rappresentanza debole anche negli organismi dedicati

Organismi come COMITES e CGIE, nati per rappresentare gli italiani all’estero, svolgono un ruolo istituzionale importante, ma faticano a incidere in modo visibile e concreto sulle scelte politiche.

Il risultato è una percezione diffusa: esiste una struttura formale di rappresentanza, ma manca una reale capacità di influenza.

Da “emigrazione” a comunità europea

L’immagine dell’emigrazione italiana come fenomeno marginale o nostalgico non corrisponde più alla realtà. In Germania vive una comunità composta da professionisti, imprenditori, lavoratori qualificati e giovani altamente formati.

Una comunità integrata, dinamica e centrale nel rapporto tra i due Paesi, che tuttavia non trova un corrispondente riconoscimento politico.

La questione aperta

La domanda che emerge è inevitabile: come è possibile che una delle più grandi comunità italiane all’estero resti priva di una rappresentanza politica chiaramente riconoscibile?

Non si tratta solo di un problema della comunità italiana in Germania. È anche un limite per l’Italia, che rinuncia di fatto ad avere una presenza politica strutturata in uno dei Paesi più influenti d’Europa.

Senza un ripensamento della rappresentanza e senza un investimento reale nella costruzione di una classe dirigente radicata sul territorio, questa realtà rischia di rimanere ciò che è oggi: numericamente forte, economicamente rilevante, ma politicamente marginale.

Resto a disposizione per eventuali adattamenti editoriali o revisioni.

Ringraziandovi per l’attenzione, porgo cordiali saluti,

Giuseppe Tizza

 

 

 

 

 

 

Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad

 

Siamo di fronte a una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa.

Il mondo viene trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali: nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi della guerra ibrida.

«Questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva della realtà».

Professoressa Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?

Come io riesco a capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa, sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente della diaspora.

Come stanno raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e cosa non viene capito?

Bisogna distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la “liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media mainstream.

Quello che non viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che protestavano, e anche per la guerra.

Nei media alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.

Il patrimonio culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi, la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già perduto?

L’Iran è pieno di siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella regione del Lorestan.

Quando è stata presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.

Da decenni, giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei loro percorsi di vita?

Mi pare che ne venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.

Che ruolo hanno le comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone migranti?

Faccio parte di un gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore assolutamente da escludere.

Quali prospettive intravede per la popolazione iraniana della diaspora?

Per gran parte della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica. Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana. 

Simone Varisco, “Migranti Press” 3-4 2026

 

 

 

 

 

 

Il disordine della libertà

 

In questi tempi d’incertezza e di guerre, si confonde, spesso, e non a caso, “Libertà”, con “Disordine”. I due termini, neppure in apparenza, hanno aspetti comuni tali da farli confondere. Sempre che non si voglia, scientemente, farlo. Anche se il “disordine” è figlio dell’incertezza dei tempi; come, appunto, quelli che stiamo vivendo.

La “Libertà”, individuale e collettiva, è regolata da norme di vita che nascono da una logica generale. Il “disordine” è tutto l’opposto e, se s’insinua con la “libertà”, allora ne deriva il caos; con tutte le sfumature più negative che possono far parte della natura umana. Migliore, di conseguenza, conservare una netta distinzione tra i due termini che, comunque, non hanno nulla in comune.

Da noi, il confine tra “libertà” e “disordine” s’è fatto complesso. Quando le esigenze non hanno più limiti circoscritti e la “Libertà” sconfina nel “Disordine”, allora ci sono principi da rivedere e situazioni da modificare. Ben sapendo che non sarà facile. Ma di necessità è opportuno fare virtù. Anche perché, purtroppo, sotto questo profilo tutto il mondo è Paese e l’Italia si trova in un periodo di particolare fragilità psicologica. Insomma, la “politica” ha da focalizzare meglio il suo ruolo e non solo nella Penisola.  Con la speranza che non resti solo un nostro augurio.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Dal 5 al 15 novembre 2026 il Festival della Migrazione, sulle donne nei percorsi migratori

 

Si è tenuta a Roma presentazione dell’XI edizione del Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre 2026 in diverse città italiane dal titolo “Donne migranti – Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture”. Promosso dalla Fondazione Migrantes, Porta Aperta di Modena e da una rete ampia e qualificata di Atenei universitari e di altri enti e organizzazioni, il Festival rappresenta uno degli appuntamenti di riferimento a livello nazionale sul tema delle migrazioni, affrontato attraverso molteplici linguaggi e prospettive: tavoli di confronto, incontri nelle scuole, workshop, presentazioni, mostre e spettacoli.

«Il Festival è un’occasione importante – ha detto nell’occasione mons. Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes – per narrare la realtà della migrazione, al di là delle questioni ideologiche. Le donne migranti in Italia sono soprattutto provenienti da Ucraina, Romania e Filippine, ma anche le italiane emigrate sono molte, il 48,6% degli oltre 6 milioni di italiani nel mondo. Oltre il 20% delle nascite in Italia le dobbiamo a madri straniere e oltre il 50% delle nuove cittadinanze italiane sono al femminile. Le donne migranti crescono di più come imprenditrici rispetto agli uomini e mandano nei loro Paesi d’origine più rimesse, divenendo soggetto prezioso di cooperazione allo sviluppo. Tuttavia le donne straniere sono più vulnerabili, anche sul piano dei diritti nel mondo del lavoro, così come quando si parla di donne che subiscono violenze».

Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione Festival della Migrazione, ha ricordato la genesi, i pilastri e gli obiettivi dell’iniziativa: «Il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro».

Importante la presenza, tra gli interventi introduttivi, di Sergio Durando – direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino e del Festival dell’Accoglienza -, che ha presentato a sua volta il programma e lo spirito della prossima edizione dell’iniziativa piemontese, che si legherà al tema della “mitezza”, mettendo le basi di un possibile gemellaggio tra le due belle esperienze.

Il professor Maurizio Ambrosini, presidente del comitato scientifico, ha sottolineato: «L’agenda del Festival della Migrazione propone un programma possibile con diverse proposte. Tra queste le proposte per il lavoro, oltre a potenziare i canali legali per gli ingressi (come i corridoi umanitari, per le persone bisognose di protezione). Favorire i ricongiungimenti familiari è un altro importante tema, proprio per prevenire comportamenti potenzialmente a rischio. E poi c’è il tema della libertà religiosa e, terza declinazione, la lotta contro le discriminazioni, che nel nostro Paese sono attualmente un buco nero».

Milena Santerini, professoressa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega: «Questo è il Festival dell’intercultura, che chiedono un cambiamento culturale in chi arriva, in chi accoglie. Occorre uno scambio vero, a volte drammatico o pesante, che richiede uno sforzo. Abbiamo bisogno di politiche interculturali e non della paura o della sicurezza (o insicurezza). L’Agenda del Festival è innovativa: né assimilazione, né relativismo, ma uno scambio che crei uno spazio terzo. Ci sono sfide aperte, tra queste il fallimento della cittadinanza per bambini e ragazzi nati qui, e poi le politiche dell’insicurezza, che aumentano la chiusura dei gruppi in se stessi. Tra le sfide vinte la crescita significativa delle imprese femminili e, più in generale, i dinamismi delle seconde generazioni».

Sonny Olumati, vice presidente del comitato “Italiani senza cittadinanza” e membro del comitato scientifico del Festival, porta una testimonianza: «Sto vedendo nei giovani, specie nelle seconde generazioni ma non solo, un grande fermento. I giovani nel nostro Paese stanno riscoprendo un sentimento di uguaglianza anche a livello spirituale, hanno un desiderio di rivalsa verso i potenti, infine hanno un sentimento di giustizia che stanno riscoprendo. Ci sono i presupposti per costruire qualcosa di migliore, c’è una gioventù pronta a reagire e che vuole essere coinvolta».

È stato dato spazio anche alla presentazione dei “Quaderni del Festival”, collana diretta da Orsetta Giolo, professoressa associata di Filosofia del diritto all’Università di Ferrara, e Thomas Casadei, professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Modena e Reggio Emilia. Il primo di questi quaderni si intitola “I diritti oltre i confini” ed è edito da Pacini Giuridica.

I lavori sono stati conclusi da S. Em. il card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale: «Vogliamo che le collettività migranti abbiano spazi di visibilità, per dirci che è possibile convivere in armonia. Dobbiamo costruire una società di miti, che si offrano a servizio degli altri, perché nessuno resti indietro». In questo senso, il Festival -ha continuato il card. Baggio – «è una iniziativa importantissima per i contenuti che propone. Questo evento favorisce la cultura dell’incontro, come diceva Papa Francesco, e poi si rivolge alle comunità di persone che vengono da altri paesi e che spesso sono isolate, anche per paura o vergogna. Il terzo gruppo di persone sono quelli che hanno colto la chiamata a essere presenti in questo mondo e a servizio degli altri. E poi il quando. Sulla migrazione ci si ferma sempre sul presente, “migrante” è participio presente. Ma esistono anche il passato e il futuro; il Festival ci permette di ragionare anche su questo, per togliere i motivi di migrazione per obbligo (e lasciarla come scelta libera) e un futuro per far sì che da qui agli anni a venire la società sia migliore». Migrantes 9.4.

 

 

 

 

Cgie. “Italiano e multilinguismo: costruire ponti linguistici per le nuove generazioni”

 

ROMA – Si è svolto nei giorni scorsi il webinar “Italiano e multilinguismo: costruire ponti linguistici per le nuove generazioni”, organizzato dalla Commissione IV del Cgie. Ha aperto l’incontro il Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi. “Nel  2026 – ha esordito Prodi – festeggiamo i 40 anni dell’insediamento dei primi Comites, 35 dall’insediamento del Consiglio Generale e 30 dalla conferenza di Monte Catini, dove il Cgie già poneva tutta una serie di temi sull’italofonia, sull’apprendimento e l’insegnamento della lingua. Con la professoressa Campanale – ha proseguito Prodi – abbiamo potuto constatare che il tema centrale è lo stesso di all’ora. Le proposte fatte per trasmettere la nostra lingua sono ancora in parte quelle che proponiamo oggi, sia dal puto di vista della concezione, che per quanto riguarda e sfide tra pubblicato e privato, comunità ed identità. Ma ci sono anche nuove tematiche, come la digitalizzazione ed il plurilinguismo, che sono i temi che appartengono alle nuove generazioni e rappresentano delle nuove sfide. Questo incontro – ha proseguito Prodi – è fondamentale, perché grazie al lavoro degli esperti, della IV Commissione del Cgie e della Direzione Generale, abbiamo veramente un’occasione di dialogo con le famiglie, gli insegnanti e chi mette in opera delle politiche pubbliche”. Il Segretario Generale ha concluso  ricordando che dal 11 al 15 di maggio ci sarà l’Assemblea del Cgie . Ha poi preso la parola Livia Campanale Presidente della Commissione IV. “Per me è un grande piacere partecipare a questo webinar – ha affermato  Campanale – che è dedicato ad un tema di straordinaria attualità: la rilevanza del multilinguismo ed il ruolo della lingua italiana nel mondo. In qualità di Presidente della Commissione Lingua e Cultura del Cgie, sin dall’inizio della consigliatura insieme agli altri consiglieri, che sono oggi collegati con noi, abbiamo considerato prioritario ampliare lo sguardo del nostro lavoro, che, anche prima di questa consigliatura, era stato sempre improntato a sostenere e monitorare le attività degli enti gestori e promotori della lingua italiana nel mondo. Abbiamo dunque sentito la necessità – ha continuato Campanale – di aprirci a nuove prospettive, perché la cultura come sappiamo ha un significato molto ampio e abbiamo cercato di capire che cosa volesse dire apprendere la cultura e la lingua italiana oggi, quindi più in linea con le trasformazioni delle nostre comunità”. “C’è un altro anniversario che celebriamo quest’anno, -ha continuato la Presidente –  e cioè i 30 anni dalla conferenza di Monte Catini del 96’, che è stata promossa dal Cgie insieme al Ministero degli Affari Esteri. A 30 anni da quell’occasione, siamo chiamati a riflettere su un’eredità importante. Quell’incontro aveva rappresentato un momento fondativo per la formazione della visione strategica per la diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo, mettendo al centro il bisogno di un’azione mirata, strutturata e lungimirante. Molte delle riflessioni messe in rilievo all’ora, dalla centralità delle comunità italiane all’estero, al valore del bilinguismo come risorsa, sono ancora oggi molto attuali, ma allo stesso tempo il nostro contesto è cambiato. Oggi, oltre a quelle priorità,  – ha aggiunto Campanale – siamo chiamati a confrontarci con varie dimensioni, come quella della cittadinanza globale, che definisce il rapporto tra lingua, identità ed appartenenza, e con l’impatto della digitalizzazione che ha trasformato in modo radicale tutti i modi di apprendimento, di conoscenza e di trasmissione linguistica. È proprio in questo intreccio tra continuità e cambiamento che si inserisce la riflessione che vogliamo avviare oggi. Infatti, ci confrontiamo sempre di più con contesti plurilingui e multiculturali”. “In questo scenario -ha poi rilevato Campanale – emerge con forza la volontà di accompagnare e sostenere la trasmissione della lingua italiana alle nuove generazioni, valorizzando al contempo la ricchezza linguistica che la caratterizza. Il webinar di oggi – ha concluso la Presidente – nasce con l’obiettivo di riflettere insieme su come rendere l’italiano sempre più inclusivo, efficace e capace di conoscere e valorizzare le competenze linguistiche di ogni studente. Credo che il plurilinguismo sia sempre di più una sfida da gestire, ma anche una risorsa da coltivare, che, se è adeguatamente sostenuta, può diventare un ponte tra culture, generazioni ed identità.  A seguire è intervenuta Antonella Sorace,  professoressa di Linguistica all’Università di Edimburgo, che ha illustrato i risultati di una ricerca sul bilinguismo nei bambini. La professoressa ha evidenziato come dall’indagine emerga che i bambini riescono a distinguere le varie lingue fin dalla tenera età, favorendo il processo di apprendimento di altre lingue. Sorace ha anche sottolineato come i bambini bilingui apprendano più in fretta le altre lingue rispetto ai loro coetanei monolingui, ed evidenzino una tendenza ad avere meno disturbi dell’attenzione all’interno della quotidianità. Sorace ha quindi rilevato come la conoscenza di più lingue possa portare dei benefici,  a prescindere dalle lingue acquisite: “Questi benefici – ha spiegato – non sono automatici, perché le esperienze bilingui sono molto diverse. Nella ricerca cerchiamo di capire come interagiscono tra di loro e come influenzino il bilinguismo, ad esempio gli atteggiamenti verso le lingue, la distanza tipologica tra le lingue, l’uso delle lingue nelle comunità. Quindi invece di classificare le persone come monolingui o bilingui, dovremmo veramente classificarli come meno bilingui o più bilingui su una dimensione continua, che dipende da molti fattori. Quello che è importante per questi effetti positivi sia linguistici che generali per la vita quotidiana – ha aggiunto – è la percezione delle lingue, è fondamentale che entrambe le lingue siano apprezzate e valutate dalla famiglia e dalla comunità, in modo che il bambino si renda conto che entrambe le lingue siano valide, prestigiose e piacevoli da parlare, ma soprattutto che entrambe le lingue si possano parlare in  tutte le situazioni. Quindi bisogna creare un contesto in cui il bambino può crescere con questa percezione del bilinguismo e quindi mantenere la prima lingua in famiglia

Da segnalare anche l’intervento della Dottoressa Karin Martin: “Vorrei spostare l’attenzione dal piano scientifico a quello più quotidiano riguardanti le famiglie italiane all’estero, soprattutto per quanto riguarda il rapporto famiglia – scuola. Il multilinguismo – ha spiegato Martin – non nasce solo a scuola o solo in famiglia, ma si costruisce nella relazione e quindi anche nella possibilità di sostegno attorno ai bambini o ai genitori : quando le comunità collaborano, la lingua di famiglia non resta una parte fragile, ma diventa un repertorio per il bambino”. “Quando parliamo di famiglie italiane all’estero, – ha poi rilevato l’esperta – non parliamo di un gruppo omogeneo, ma parliamo di famiglie con un solo genitore italiano, con due genitori italiani, bambini e bambine nati all’estero, emigrati con i genitori a diverse fasce di età, quindi cambiano le condizioni iniziali, e cambiano anche la quantità di italiano disponibile a seconda delle regioni in cui ci troviamo e cambia anche il rapporto emotivo  con le lingue. Eppure in queste situazioni emerge sempre il problema di come poter mantenere la lingua senza scontrarsi con la lingua locale. Questo riguarda la vita quotidiana, e in molti casi l’italiano resta una lingua confinata solo dentro casa, mentre fuori domina la lingua o le lingue utilizzate nelle scuole e nel posto. Quando una lingua vive solo nello spazio domestico senza essere considerata utile o desiderabile, il suo mantenimento diventa molto più difficile. Spesso il peso di mantenere la lingua italiana – ha continuato Martin  – ricade su un solo genitore e quindi il mantenimento dell’italiano diventa una responsabilità quasi individuale, che richiede costanza, energia, competenze educative che devono essere distribuite in modo equo e questo può generare stanchezza, conflitti, anche un senso di fallimento. La seconda difficoltà che ho riscontrato è quella dei messaggi contrastanti, dove da un lato i genitori riconoscono che mantenere la lingua di famiglia è importante, soprattutto per il legame affettivo e lo sviluppo dell’identità, dall’altra parte si sentono dire che troppe lingue confondono, che possono causare difficoltà. Questo è un falso mito perché il bilinguismo non è causa di confusione ed il mantenimento della lingua di famiglia non ostacola l’apprendimento della lingua scolastica. La terza difficoltà che ho riscontrato nelle famiglie italiane è che i bambini non riconoscono il valore della lingua di famiglia, ovvero se l’italiano è parlato solo dentro casa senza una presenza sociale, culturale o scolastica, viene percepita come meno utile rispetto alla lingua del paese. In questo caso non basta parlare italiano con i bambini, bisogna costruire attorno a questa lingua un forte senso di appartenenza e di opportunità”.

È poi intervenuto il Professor Saverio Carpentieri del Dipartimento di Scienze della Traduzione dell’Università di Innsbruck. Carpentieri ha promosso un progetto di bilinguismo all’interno di una scuola pubblica in Austria. “Questa forma scolastica – ha spiegato – viene portata avanti in una scuola primaria nella città di Innsbruck, ed è più di un semplice progetto di sostegno linguistico, ma è diventato un componente fondamentale dell’identità scolastica austriaca. L’iniziativa è sostenuta da un team pedagogico e da un programma didattico differenziato e realizzata in collaborazione con le famiglie e partner esterni. Il tutto prende il via  – ha ricordato Carpentieri – nel 1998, anno in cui nasce una istituzione che favorisce la cooperazione regionale tra il Tirolo, l’Alto Adige ed il Trentino. Questa collaborazione si sviluppa soprattutto nei primi anni nel campo socio – economico, ma a partire dal 2004 vengono sviluppati dei programmi educativi, tra cui uno dei primi è quello delle classi bilingue tedesco – italiano.  Dal 2005 comincia questo progetto scolastico. Nel 2006 viene istituito un accompagnamento scientifico del progetto. Nell’anno scolastico 2020 – 2021, il progetto viene trasferito in un’altra scuola più grande, dove a partire dal 2023 – 2024 nasce anche un progetto parallelo di scuola europea accreditata. Orientativamente – ha poi spiegato Carpentieri – le categorie di bambini che frequentano questo progetto sono bilingui simultanei, quindi bilingui che crescono in un ambiente bilingue tedesco – italiano fin dalla nascita ed utilizzano entrambe le lingue nella vita quotidiana a seconda della situazione. Poi vi sono dei bilingui consecutivi, cioè quelli che hanno acquisito la lingua italiana in età prescolare e che la utilizzano anche nella vita quotidiana”. Il docente ha anche segnalato una terza categoria, quella degli alunni di provenienza altoatesina prevalentemente germanofoni che hanno un contatto con l’italiano molto diversificato, nonché la presenza di gruppi di bambini monolingui italiani e austriaci che nella fase prescolare hanno acquisito la conoscenza dell’italiano in una scuola d’asilo. Infine vi un’ultima categoria, quella dei bambini plurilingue nell’ambito di un’altra lingua romanza. Carpentieri ha concluso la sua riflessine ricordando che in questo anno scolastico 2025 – 2026 si celebrano i 20 anni del progetto. Ha infine preso la parola Joseph Lo Bianco, Professore Emerito di Educazione Linguistica e dell’Alfabetizzazione presso la Melbourne Graduate School of Education dell’Università di Melbourne. Lo Bianco ha spiegato che il suo lavoro consiste nel trasformare, tramite il metodo scientifico, le varie idee volte  a facilitare la diffusione delle lingue nella vita reale e quotidiana. “La situazione in cui ci troviamo ora – ha affermato Lo Bianco – è quella di un multilinguismo crescente e normalizzato, quindi l’italiano e la sua promozione nel mondo, deve trovare il suo spazio all’interno di un contesto plurilinguistico, dove la tecnologia facilita il processo del multilinguismo”. Il professore ha poi rilevato l’importanza della lingua italiana in Australia, in quanto questo paese detiene un numero importante e di studenti attivi che studiano la nostra lingua.  Secondo i dati riportati da Lo Bianco, l’età media degli italiani che sono emigrati nel secondo dopoguerra in Australia è intorno 72 anni, mentre il 64% degli italo australiani nati in Australia, ha 40 anni o più. “La chiara conseguenza a questo fenomeno – ha spiegato il docente – è la diminuzione dell’uso dell’italiano in ambito famigliare, quindi un minor numero di bambini crescono con l’italiano o un suo dialetto. Questa rappresentazione sociologica ha un effetto reale e concreto che comporta una grande sfida. Per far fronte a questo problema – ha aggiunto Lo Bianco  – si deve pensare all’importanza degli italofoni, che sono coloro che parlano la nostra lingua o che semplicemente la comprendono. Quindi i gruppi sono: i parlanti che hanno l’opportunità di un uso regolare della lingua, poi abbiamo chi comprende la lingua, che ha una capacità passiva o ricettiva, l’ultimo gruppo sono le nuove generazioni che attraverso i primi due gruppi riscoprono la lingua”. Lo Bianco ha poi sottolineato la necessità di tutelare in Australia sia la lingua italiana che le lingue aborigene. Un lavoro, quello di preservare le lingue, che si sta cercando di portare avanti.  “Il multilinguismo – ha continuato Lo Bianco – emerge come necessità politica e conseguenza della globalizzazione, e bisogna integrare anche la tecnologia ed una nuova concezione linguistica, da cui sviluppare metodi e programmi per permettere di raggiungere questo obiettivo. Una lingua sana viene trasmessa a casa e a scuola tramite l’insegnamento. Per rendere sana una lingua a rischio di estinzione globale o locale, abbiamo bisogno di agire a livello scolastico nei programmi di scuola, creare opportunità per l’uso della lingua , ma allo stesso tempo bisogna anche promuovere e far venire il desiderio di usare quella lingua. Per quanto riguarda l’italiano non è a rischio, poiché è insegnato in tantissime scuole a tantissimi bambini, ma necessita di rimanere una lingua sana”. Lo Bianco ha infine segnalato che l’italiano ha bisogno di un piano internazionale per riuscire a propagarsi nel mondo .

Lorenzo Morgia, Inform/dip 19.4.

 

 

 

 

Metterci la faccia

 

 Con la Comunità italiana all’estero la nostra intesa è buona. Soprattutto con quella di seconda e terza Generazione. Ci siamo anche resi conto che la maggioranza è contraria all’immobilismo politico. Non solo nel Vecchio Continente. Siamo, quindi, favorevoli, non da ieri, sul fronte della rappresentatività informativa; vale a dire di militanza.

Anche se abbiamo preferito, per una serie di motivi organizzativi, verificare quali contenuti del nostro programma siano meglio difendibili. Intendiamo, così, essere un polo d’opinione per lasciare ai Lettori, anche dall’estero, la più ampia opportunità per rendere pubblici i loro consigli, dubbi e perplessità. Ma anche i loro pareri di vita. Questi sono, da sempre, stati i nostri progetti.

La nostra posizione non è marginale. E’ utile per avere, anche se in tempi diversi, una visione interpretativa su quanto i diretti interessati sentono il bisogno di comunicare. Per pretendere efficaci cambiamenti sul fronte politico nazionale, il parere degli italiani all’estero non può essere il fanalino di coda di una realtà, non solo politica, che coinvolge milioni di Connazionali ”altrove.” Segno, evidente, che non è sufficiente promettere molto e mantenere poco. In politica, quindi, bisogna metterci la faccia se si ritiene d’essere nel giusto. Anche le critiche, se validamente motivate, troveranno un’attenta valutazione.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Riforma della legge elettorale in Italia

 

Nel dibattito tra i partiti sulla riforma elettorale, dopo il fallito referendum sulla giustizia, il problema di come attribuire il premio di maggioranza alla coalizione che, in base al voto arriva prima alla Camera e al Senato, comincia ad avviarsi ad una soluzione chiara ed essenziale.

L’esperienza insegna che il premio di maggioranza è uno strumento politico delicato: serve a favorire la governabilità, ma, se costruito male, rischia di restringere la rappresentatività e di alterare il principio di uguaglianza del voto.

Proprio per le ragioni esposte, la scelta degli eletti all’interno della coalizione vincente è importante, perché non si tratta di un semplice dettaglio tecnico, ma di mettere alla prova la qualità democratica dell’intero impianto.

Una prima alternativa, è la lista interamente bloccata: l’elettore vota il simbolo e l ’ordine degli eletti è deciso dai vertici del partito. E’ una soluzione che nella sua semplicità, garantisce coerenza politica, ma presenta un costo evidente che è quello di ridurre drasticamente la possibilità per i votanti di incidere sulla selezione della classe dirigente, rafforzando le dinamiche di cooptazione e il clima di distanza e sfiducia, già da tempo presenti nell’elettorato.

La giurisprudenza costituzionale è molto chiara in proposito. Con la sentenza nr. 1 del 2014 che ha smantellato il cosiddetto “Porcellum“, la Corte Costituzionale ha censurato le liste bloccate lunghe, ritenendole  lesive del principio di rappresentanza.

Principio ribadito nella sentenza nr. 35 del 2017 sull’ “Italicum”, dove la Corte ha ammesso forme parziali di liste bloccate, purché circoscritte e in grado di restituire agli elettori un effettivo potere di scelta.

L’altra alternativa sarebbe una lista interamente basata sul voto di preferenza, con non pochi problemi, anche se offre all’elettore la possibilità di scegliere candidati e non solo simboli; problemi che sono tutti da ricondurre alla competizione interna tra candidati dello stesso partito, che può produrre campagne costose, personalistiche, non di rado opache, accentuando diseguaglianze e gravi distorsioni.

Di qui, la scelta difficile di una soluzione ibrida, mantenendo il capolista bloccato e assegnando i seggi successivi sulla base di una preferenza, oppure scegliere, senza Se e senza Ma, una delle due opzioni.

La soluzione ibrida, teoricamente forse la più equilibrata, non è stata mai preferita, perché tende a gerarchizzare gli eletti e a produrre forti tensioni all’interno dei partiti; perciò si usa la lista bloccata “corta“ a condizione che esistano nel partito, veri meccanismi di selezione democratica all’interno di esso.

Proprio per quanto sinora si è detto, la scelta del modello di lista per costruire il premio di maggioranza non è pura questione tecnica, ma è sottolineare ancora una volta cosa si intende per democrazia e cosa si può fare per rafforzare il legame di fiducia tra i cittadini e istituzioni in un Paese, come il nostro, segnato da un grave astensionismo elettorale.

Angela Casilli, de.it.press 7

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

La politica energetica provoca tensioni nella coalizione di governoIl dossier energetico proposto dalla ministra dell’Economia Katherina Reiche (CDU) per il riordino del sistema elettrico ha suscitato le forti critiche della SPD, aprendo un serio confronto tra i partner di governo. Al centro della discussione vi è la revisione degli incentivi alle energie rinnovabili, con la proposta di collegarli in modo più stringente alla capacità della rete di assorbire l’energia prodotta. Secondo la SPD questa impostazione potrebbe rallentare gli investimenti e mettere a rischio gli obiettivi climatici.

Le divergenze riguardano anche altri dossier chiave, come la modernizzazione delle reti elettriche, il ruolo delle centrali a gas e il prezzo dell’energia per l’industria. Il ministero delle Finanze guidato da Lars Klingbeil ha espresso riserve su diversi punti, evidenziando possibili effetti negativi sulla prevedibilità degli investimenti. Dal canto suo, la CDU sottolinea la necessità di contenere i costi energetici e garantire la sostenibilità economica del sistema in tempi brevi. La SPD ribadisce invece l’urgenza di accelerare la transizione verso le rinnovabili. Secondo il Cancelliere Merz, i progressi su dossier chiave – tra cui politica fiscale, pensioni e competitività industriale – risultano insufficienti. Il leader della CDU ha invitato il partner di coalizione a rimuovere i blocchi politici che rallentano l’azione di governo.

La SPD ha respinto le critiche, rivendicando il proprio contributo e sottolineando la necessità di mantenere un equilibrio sociale nelle riforme. Il confronto evidenzia una crescente divergenza di priorità all’interno della coalizione.

 

Pistorius presenta la prima strategia militare     

Berlino definisce per la prima volta una strategia militare organica. Boris Pistorius ha presentato al ministero della Difesa un documento che segna un passaggio significativo nell’evoluzione della politica di sicurezza.

Il documento individua nella Russia la principale minaccia alla sicurezza europea e descrive un ambiente segnato non solo da rischi militari convenzionali, ma anche da forme di conflitto ibride, tra cui cyberattacchi, sabotaggi e campagne di disinformazione. In questo quadro, il governo federale intende rafforzare in modo progressivo le capacità dell'esercito, la Bundeswehr, con l’obiettivo dichiarato di renderla la forza convenzionale più forte in Europa.

Il documento segna una traiettoria di sviluppo che combina rafforzamento immediato della prontezza operativa, ampliamento delle capacità nel medio periodo e investimenti nel vantaggio tecnologico sul lungo termine. Sul piano quantitativo, resta confermato l’obiettivo di circa 260.000 militari attivi, integrati da un ampio bacino di riservisti.

La strategia sottolinea inoltre che la sicurezza non riguarda più soltanto le forze armate, ma richiede il coinvolgimento dell’intera società. Il documento viene definito dallo stesso Pistorius come dinamico e pronto a recepire i cambiamenti dettati dal mutato scenario internazionle, alla luce delle rapide trasformazioni tecnologiche e geopolitiche, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi automatizzati.

 

Hannover: tutti pazzi per i robot umanoidi alla Fiera mondiale per l’industria manifatturiera 

Alla Fiera mondiale per l'industria manufatturiera di Hannover, i robot umanoidi hanno conquistato il pubblico internazionale. Nel corso dei cinque giorni di manifestazione, l’evento ha richiamato oltre 130.000 visitatori internazionali e circa 4.000 espositori, trasformando la città in un hub globale dell’innovazione con un indotto economico stimato in centinaia di milioni di euro. Sul piano tecnologico, i robot umanoidi segnano un cambio di paradigma: grazie a sensori avanzati e intelligenza artificiale, sono in grado di adattarsi a contesti variabili e collaborare con gli esseri umani, superando i limiti dei robot industriali tradizionali.

Allo stesso tempo, la fiera conferma la crescente competizione sull’industria tedesca da parte della Cina che presentano soluzioni spesso più economiche e rapide da implementare, mettendo in discussione il tradizionale vantaggio tecnologico europeo. Resta tuttavia centrale l’importanza strategica della Hannover Messe, considerata un indicatore chiave dello stato dell’industria globale e delle trasformazioni legate a digitalizzazione, automazione ed energia.

Infine, la partecipazione del Brasile come Paese partner sottolinea la presenza di nuove opportunità di cooperazione industriale, in particolare nei settori energetici e delle materie prime, strategici per la competitività europea.

 

Marie-Louise Eta prima allenatrice donna nella Bundesliga

Marie-Louise Eta guiderà la squadra di calcio dell'Union Berlino fino alla fine del campionato: prima di lei nessuna donna aveva allenato una squadra maschile in uno dei grandi campionati di calcio europei. Secondo la ex calciatrice Carolina Morace è una «scelta temporanea ma non simbolica». Nel 2023, quando era stato nominato allenatore Marco Grote, Eta aveva svolto anche il ruolo di vice allenatrice dell’Union Berlino: anche in quel caso fu una prima volta per una donna.

Negli altri grandi campionati europei, come la Serie A, la Premier League inglese e la Liga spagnola, ancora nessuna donna è mai stata allenatrice della prima squadra maschile.

La decisione risponde a esigenze sportive immediate, con l’obiettivo di raggiungere la salvezza a fine campionato. L'esempio tedesco potrebbe aprire la strada in altri Paesi. Resta ora da valutare l’impatto sul rendimento della squadra nelle prossime settimane.

 

Caro energia: Merz punta su agevolazioni per i pendolari, contraria la SPD

L’impennata dei prezzi dei carburanti in Europa si colloca nel contesto della crisi energetica globale, innescata dalla guerra in Iran e dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per le forniture di petrolio. Le interruzioni del traffico marittimo e l’instabilità regionale continuano a riflettersi sui mercati, con effetti diretti sui prezzi alle stazioni di servizio anche in Germania.

In questo quadro, il cancelliere Friedrich Merz sta valutando misure di alleggerimento mirate, tra cui un aumento della "Pendlerpauschale" - agevolazione fiscale per i pendolari - fino a 45 centesimi al chilometro e una possibile riduzione della tassa sull’elettricità. L’approccio mira a sostenere in particolare i lavoratori pendolari e le aree meno servite, combinando responsabilità fiscale e immediati interventi strutturali. Divergono tuttavia le posizioni nella coalizione.

La SPD esprime riserve proponendo invece strumenti più diretti di contenimento dei prezzi, inclusa la tassazione degli extraprofitti nel settore energetico.

 

Berlino: Merz incontra il presidente siriano Ahmed al-Scharaa 

In occasione della recente visita a Berlino del presidente ad interim siriano Ahmed al‑Scharaa, il cancelliere Merz ha indicato come obiettivo, nel medio periodo, il possibile ritorno in Siria di una quota significativa dei rifugiati siriani presenti in Germania, stimata fino all’80%.

Merz ha sottolineato che tale prospettiva resta strettamente legata all’evoluzione della situazione sul campo: il rientro dovrà avvenire su base volontaria e soltanto in presenza di condizioni di sicurezza, stabilità politica e garanzie minime per la popolazione civile. L’orientamento espresso si inserisce in una strategia più ampia che mira a collegare la politica migratoria con la politica estera.

In questo quadro, il governo federale ha ribadito il proprio impegno a sostenere la Siria nel percorso di stabilizzazione, ricostruzione economica e sviluppo istituzionale, anche attraverso cooperazione internazionale e sostegno mirato.

L’approccio delineato evidenzia il nesso tra prospettive di rientro e miglioramento delle condizioni nel Paese d’origine, ponendo l’accento su condizioni quadro sostenibili che possano favorire, nel lungo periodo, soluzioni durature per i rifugiati siriani presenti in Germania.

AfD: a rischio la sorveglianza come partito anti costituzionale

La recente decisione del Tribunale amministrativo di Colonia nel rapporto tra l’AfD e il Verfassungsschutz, l’Ufficio per la protezione della Costituzione, fissa un limite chiaro: la sorveglianza basata sul semplice sospetto non può essere protratta indefinitamente. Se questo orientamento dovesse essere confermato nel giudizio di merito, il servizio di intelligence interno sarebbe costretto a prendere una decisione netta: procedere a una classificazione più severa oppure abbandonare l’attuale status intermedio.

Il tribunale ha riconosciuto l’esistenza di un “forte sospetto” di tendenze anti-costituzionali all’interno del partito, ma ha ritenuto le prove insufficienti per definirlo un caso di estremismo accertato. Una soglia giuridica elevata che, secondo molti osservatori, rischia di restringere il margine d’azione preventiva del Verfassungsschutz, il cui compito è proprio quello di intervenire in fase precoce a tutela della democrazia. La classificazione come “caso sospetto”, per sua natura provvisoria, non può trasformarsi in una condizione permanente. Il sospetto deve consolidarsi in una valutazione definitiva oppure essere abbandonato.

In questo equilibrio tra garanzie dello Stato di diritto e difesa dell’ordine democratico, il dibattito assume un rilievo sempre più politico. In attesa della decisione nel merito e di un possibile riesame da parte dei giudici di grado superiore, resta un dato: l’AfD continuerà a essere osservata, ma entro limiti giuridici e temporali sempre più stringenti.

Google Maps: in Germania sedi CDU rinominate “Eierhaus” 

Tra l’8 e il 9 aprile 2026 numerose sedi locali della CDU in Germania sono state temporaneamente rinominate “Eierhaus” (“casa delle uova”) su Google Maps, in quella che appare come un’azione coordinata di manipolazione digitale. Il fenomeno è stato registrato in diverse aree del Paese: tra i casi documentati figurano città della Mecklenburg-Vorpommern (come Schwerin e Stralsund), Nordrhein-Westfalen (tra cui Düsseldorf, Moers, Viersen e Brüggen), oltre a Berlino e Amburgo.

Le modifiche, visibili soprattutto nella mattinata dell’ 8 aprile, sono state in gran parte corrette nel giro di poche ore. Secondo esponenti della CDU, si tratta di un uso improprio delle funzioni collaborative della piattaforma, che consentono agli utenti di suggerire cambiamenti ai nomi dei luoghi.

Non sono tuttavia chiari né i responsabili né le motivazioni dell’azione. Lo slogan “Merz, leck Eier” emerso nel contesto di manifestazioni contro il possibile ritorno del servizio militare, è stato richiamato da alcuni osservatori come una possibile chiave interpretativa dell’episodio. Gli autori dell’azione restano ad oggi ignoti. Kas 10

 

 

 

 

Emigrazione: l'Italia è un paradosso che perde attrattività

 

ROMA - L’Italia non è semplicemente un paese che soffre di emigrazione giovanile, ma un caso anomalo in Europa. Questo lo si evince dalla ricerca (quantitativa) sul "capitale umano in movimento" realizzata dall’Eurispes su 22 paesi dell’Unione, costruita su 16 indicatori armonizzati Eurostat nel periodo 2016-2023, che ha classificato le economie europee in cluster strutturali. Il risultato è quello che è stato definito come un "paradosso" italiano, un Paese che da solo rappresenta un gruppo unico, perdendo 34.500 giovani l'anno che vanno a vivere all'estero e 1,7 miliardi di PIL.

Il paradosso italiano

L’analisi individua tre raggruppamenti. Il primo, che comprende Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e altri sei paesi, registra un saldo migratorio netto dei giovani tra 18 e 39 anni di +13,6 per mille: sono le destinazioni principali dei giovani in movimento. Il secondo raggruppa i paesi dell’Est e del Sud Europa, ancora periferici ma in convergenza, con un saldo positivo di +4,5 per mille. L’Italia, con +7,5 per mille, si colloca nel mezzo, ma il dato aggregato nasconde un’emorragia qualitativa che i numeri strutturali rendono chiaramente visibile.

L’Italia registra il 22% dei NEET (15-29 anni), quasi tre volte la media del cluster nord-europeo (8,7%); il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%); il part-time involontario fa registrare la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%); la percentuale di laureati (25-34 anni) si trova quattordici punti sotto la media dei paesi in convergenza. Il paradosso italiano è tutto in questi numeri. Con un PIL pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in convergenza. Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice 97 contro 132 dei paesi emergenti dell’Est. Un segnale di impoverimento strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca.

L’Italia appare dunque come un paese con PIL da economia avanzata e condizioni per i giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione strutturale.

Ma quanto “vale” l’emigrazione dei giovani italiani? L’analisi effettuata dall’Eurispes parte dal saldo migratorio netto dei cittadini italiani nella fascia 20-39 anni rilevato da Eurostat nel periodo 2019-2023: 294.606 uscite verso l’estero, 120.884 rientri, con un saldo netto di -173.722 giovani, equivalente a una media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno. A questi flussi vengono applicati tre parametri: 1) tasso di occupazione (62-66%): l’applicazione dei tassi effettivi per ciascun anno fornisce una stima degli “occupati potenziali persi”; 2) PIL per occupato: misura il valore medio generato da ciascun lavoratore nell’economia italiana; 3) Aliquota media sul lavoro (30%): applicata alle retribuzioni lorde per stimare il mancato gettito fiscale e contributivo.

I risultati complessivi indicano dunque che gli occupati mancanti stimati sono circa 111.000 persone (22.000 lavoratori/anno); la perdita di PIL è pari a 8,28 miliardi di euro totali con media annua di 1,66 miliardi. L'impatto sul PIL in termini relativi è oscillante, ossia tra lo 0,05% del 2021 e lo 0,11% del 2019 e 2023, con media dello 0,09% annuo. Il tutto per un mancato gettito fiscale e contributivo pari a 945 milioni di euro totali (189 milioni/anno).

Sebbene le percentuali possano apparire contenute, ha spiegato l'Eurispes, si tratta di perdite "permanenti e cumulative": "ogni anno di emigrazione netta sottrae al sistema economico risorse produttive che non saranno più recuperate, determinando un effetto di trascinamento sugli anni successivi".

Per verificare la robustezza delle stime, l'Eurispes ha costruito scenari alternativi variando i parametri chiave: anche nello scenario più conservativo, la perdita resta superiore ai 6,8 miliardi, mentre in quello più sfavorevole raggiunge i 9,8 miliardi, confermando la validità dell’ordine di grandezza.

Queste stime si riferiscono esclusivamente al quinquennio analizzato, non incorporando gli effetti cumulativi di lungo periodo, considerano solo gli effetti diretti su produzione e reddito da lavoro, escludendo quelli indiretti (minore creazione d’impresa, perdita di reti professionali, ridotta capacità innovativa, minore attrattività per investimenti, consumi mancati, ecc.) e non contabilizzano il costo della formazione sostenuto dal sistema pubblico. Devono quindi essere interpretate come un limite inferiore dell’impatto effettivo.

Anche per quanto riguarda il dato demografico, l’Eurispes ha lanciato un allarme, stimando una popolazione mancante di circa 1 milione e 130mila persone: 192.500 imputabili ai flussi già avvenuti tra il 2019 e il 2023, quasi 942.000 derivanti dai flussi futuri se il trend non cambia. Nello scenario in cui l’emigrazione fosse stata azzerata dal 2019, l’Italia conterebbe 55,83 milioni di abitanti nel 2050 invece dei 54,7 previsti da Istat. Se il flusso venisse dimezzato dal 2024, si recupererebbero 663.000 persone. La popolazione “mancante” non è casualmente distribuita per età, ma si concentra nelle età centrali e infantili/giovanili, con un duplice effetto: 1) sul rapporto di dipendenza. Una maggiore presenza di 20-64enni migliora infatti il rapporto tra popolazione attiva e anziani, con ricadute sulla sostenibilità del sistema pensionistico e del welfare; 2) sul potenziale di crescita. Una base più ampia di popolazione in età lavorativa e scolare rende più probabile la presenza di forza lavoro qualificata (innovatori, imprenditori, ricercatori, medici).

L’Est supera l’Italia

Tra i confronti più significativi effettuati nell’analisi dell’Eurispes emerge quello con il Portogallo, paese che condivideva con l’Italia tassi di emigrazione record durante la crisi del 2008-2013 e che da allora ha invertito la rotta: le riforme strutturali hanno ridotto gli espatri e trasformato il paese da esportatore a polo di attrazione di talenti, con saldo migratorio oggi a +8,5 per mille.

Cipro (+16,5 per mille) ed Estonia (+8,2 per mille), entrambi nel cluster dei paesi in convergenza, attraggono giovani più efficacemente dell’Italia, nonostante un PIL pro capite sensibilmente inferiore.

Le peculiarità italiane non sono riconducibili a congiunture sfavorevoli né a singole politiche mancate. Riflettono una configurazione strutturale del sistema economico, occupazionale e istituzionale che si discosta in modo sistematico da tutti gli altri 21 paesi esaminati. Una anomalia che, se non affrontata, trascinerà con sé effetti cumulativi per i decenni a venire.

"Le migrazioni internazionali qualificate non sono necessariamente negative", ha spiegato Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, secondo il quale "in molti contesti rappresentano una componente fisiologica dell’integrazione economica europea. La mobilità può generare benefici individuali e collettivi quando produce circolazione di conoscenze, trasferimento di competenze, collaborazione scientifica e imprenditoriale transnazionale. Il nodo critico non è “la mobilità in sé”, ma la “capacità” di un paese di trasformare i flussi in un processo che generi ritorni per l’economia e la società, riducendo gli effetti problematici legati alla perdita netta di giovani in età attiva e favorendone quindi anche il possibile rientro".

Il Presidente dell’Eurispes ha poi voluto sottolineare che le esperienze di altri paesi indicano che i risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di interventi "coerenti e duraturi", più che con "singole misure isolate". Per l’Italia, secondo Fara, "l’obiettivo realistico non è l’azzeramento dell’emigrazione – né desiderabile in un contesto europeo di libera circolazione – ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva alla “circolazione dei cervelli”. Ciò implica politiche di attrazione e retention combinate a politiche per rendere la circolazione produttiva". (aise 2.4.) 

 

 

 

 

Le illusioni

 

Siamo lontani da quei presupposti essenziali per uscire dalla crisi socio/economica che è evidente. Intanto, il Governo si prepara a rendere operativo il “Piano Salva Italia”. Le coperture finanziare saranno Europee. Ma avranno un costo; anche politico. Però, senza voler togliere merito a nessuno, non è ancora possibile fare delle previsioni attendibili. Sarebbe, infatti, un grossolano errore che potrebbe azzerare i pochi aspetti concreti di questa tribolata situazione nazionale.

Se la linea “Meloni” resterà al suo posto, lo dobbiamo anche a una sorta di sinergia “al contrario” che ha evidenziato la tortuosa via di un accordo programmatico certamente improponibile per il passato. Eppure, sarebbe importante capire quali sviluppi socio/economici s’evolveranno in questo 2026.

In primo piano, almeno sulla carta, resta il problema dell’occupazione e dell'economia. Entro l’anno, si dovranno rivedere i dispositivi sulla competitività produttiva. Comunque, se le promesse contano qualcosa, si dovrebbero evidenziare i primi seguiti operativi entro la prossima estate. Però, noi che viviamo la politica più a livello epidermico che strategico, non ci lasceremo confondere da certe “promesse” politiche.

Stabilità economica e politica sono figlie di un’unica genesi. Meglio restare in una posizione d’allerta. Con la premessa che, anche così, non si potrà fare fronte ai tanti problemi già in essere. Dato la situazione, c’è solo da monitorare le reazioni politiche. Le “illusioni” d’Italia sono tramontate già da qualche tempo. Il futuro del Bel Paese dipenderà anche dalla coerenza politica di questo Esecutivo di Centro/Destra.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Giuseppe Tizza: un ponte culturale tra Italia e Germania

 

Lingua, Didattica e Impegno Civile nell'Esperienza di un Intellettuale a Düsseldorf

Nel panorama della diaspora intellettuale italiana, la figura di Giuseppe Tizza emerge come un punto di riferimento per la comunità residente in Germania, in particolare a Düsseldorf. La sua traiettoria umana e professionale non rappresenta solo un caso di integrazione riuscita, ma incarna una missione precisa: trasformare la condizione di "italiano all'estero" in una risorsa dinamica di interscambio culturale e civile.

1. Il Profilo Professionale: La Precisione del Traduttore Giurato

Giuseppe Tizza ha consolidato la sua autorevolezza nel campo della mediazione linguistica operando come traduttore e interprete legale per la lingua tedesca. Il suo ruolo, riconosciuto ufficialmente presso i tribunali tedeschi, va ben oltre la semplice trasposizione di parole:

* Competenza Giuridica: La sua attività è cruciale nel garantire il diritto alla difesa e la corretta interpretazione di atti complessi, fungendo da garante tra il sistema normativo tedesco e i cittadini italiani.

* Mediazione Istituzionale: In un contesto burocratico rigoroso come quello della Renania Settentrionale-Vestfalia, Tizza facilita il dialogo tra istituzioni e privati, abbattendo le barriere che spesso isolano i migranti.

2. L'Educazione come Vocazione: Il Contributo a Atuttascuola

Un pilastro fondamentale della sua attività è la divulgazione didattica. La collaborazione pluriennale con portali educativi come Atuttascuola ha reso disponibili risorse preziose per migliaia di studenti e docenti.

"La lingua non è un contenitore vuoto, ma il veicolo attraverso cui una comunità definisce se stessa."

I suoi contributi si articolano principalmente su due fronti:

1. Analisi Grammaticale e Linguistica: Strumenti pratici per l'apprendimento dell'italiano, progettati con la chiarezza di chi conosce le difficoltà di chi apprende una lingua straniera.

2. Riflessione Pedagogica: Scritti che analizzano il ruolo della scuola come motore di integrazione e la necessità di preservare l'italofonia tra le nuove generazioni di italiani nati all'estero.

3. Letteratura e Memoria: Il Legame con la Sicilia

Originario della Sicilia, Tizza non ha mai reciso le radici con la sua terra. Al contrario, la sua produzione narrativa e saggistica è intrisa di una sicilianità universale.

* Narrativa dell'Emigrazione: Attraverso racconti e riflessioni, esplora la dicotomia tra la nostalgia del "vecchio mondo" e le sfide della modernità tedesca.

* Valorizzazione Regionale: La sua attività di traduttore e promotore culturale mira spesso a far conoscere le eccellenze letterarie e storiche siciliane al pubblico di lingua tedesca, operando una vera e propria operazione di diplomazia culturale dal basso.

4. Impegno Civile e Rappresentanza

Oltre alla penna e alla parola, Tizza si distingue per l'attivismo sociale. La sua voce si alza spesso nel dibattito pubblico riguardante i diritti dei cittadini italiani in Germania (comunità che conta circa 900.000 persone).

* Inclusione: Partecipa attivamente a forum e consultazioni per migliorare la rappresentanza degli italiani negli organismi locali e nazionali.

* Visione Europea: La sua proposta non è mai nostalgica o isolazionista; promuove invece un'identità italo-tedesca che sia parte integrante della cittadinanza europea, dove la pluralità linguistica è vista come un vantaggio competitivo.

Sintesi dell'Eredità Culturale

Ambito. Contributo PrincipaleGiuridico. Mediazione legale e traduzioni certificate presso i tribunali.Didattico. Creazione di materiali per l'insegnamento dell'italiano (L2/LS).Sociale. Difesa dei diritti della comunità italiana a Düsseldorf.

Letterario. Racconti e saggi sull'identità siciliana ed europea.

Conclusione

Giuseppe Tizza rappresenta l'evoluzione dell'emigrazione italiana in Europa: non più solo forza lavoro, ma forza intellettuale. Attraverso il suo lavoro costante, egli dimostra che vivere "tra due mondi" non significa appartenere a nessuno di essi, ma avere il privilegio di costruire un ponte solido su cui altri potranno camminare. La sua opera rimane una testimonianza vitale di come la cultura italiana possa fiorire e rinnovarsi anche lontano dai confini nazionali. De.it.press 2

 

 

 

 

 

Ambasciata di Berlino, la Diplomazia della crescita

 

BERLINO – A distanza di un anno dall’ultimo incontro G2B – Public-Private Partnership for Growth, l’Ambasciata italiana a Berlino è tornata ad ospitare un momento di dialogo e scambio per consolidare la presenza delle imprese del nostro Paese in Germania.

L’iniziativa tenutasi, “Support for Italian Companies Operating in Germany: Solutions for International Growth, provided by Italy’s institutional framework”, ha visto dopo i saluti dell’Ambasciatore Fabrizio Bucci, tre interventi di Alice Piazza, Relationship Manager – SACE International Network, Viola Di Caccamo, Senior External Relations – SIMEST e Riccardo Honorati Bianchi, Responsabile Supporto Iniziative Sistema Paese – CDP.

Come lo stesso Ambasciatore Fabrizio Bucci aveva sottolineato già nel 2025, il formato G2B vuole essere un forum permanente di discussione come tassello di quella diplomazia della crescita sostenuta dal Vice Presidente del Consiglio e Ministro deli Affari Esteri On. Antonio Tajani. “Non risparmiamo alcuno sforzo per promuovere il dialogo tra le imprese italiane e le istituzioni impegnate a sostenerne la crescita e lo sviluppo” ha rimarcato ieri sera nel suo saluto iniziale l’Ambasciatore.

Nel corso dell’appuntamento l’Ambasciata ha voluto presentare nel dettaglio alle imprese partecipanti quali sono i programmi e i canali con i quali Cassa depositi e Prestit, SACE e SIMEST possono favorirne il percorso di internazionalizzazione. Attualmente sono presenti circa 2.200 aziende italiane in Germania e negli ultimi anni si registra una crescita degli investimenti dal nostro Paese in tutti i principali settori tedeschi. In particolare, al centro delle presentazioni dei tre esperti come pure delle domande successive ci sono stati gli strumenti finanziari a sostegno delle imprese operanti nel mercato tedesco.

“Il Piano d’azione per l’export italiano, lanciato lo scorso anno, si pone l’ambizioso obiettivo di raggiungere i 700 miliardi di euro di esportazioni entro il 2027. A tal fine, il ‘Sistema Italia’ sta mobilitando competenze, know-how e risorse, mettendoli al servizio delle imprese italiane in tutto il mondo” ha sottolineato l’Ambasciatore, che ha ribadito anche come l’attuale fase sia “caratterizzata da una crescita storica delle acquisizioni e degli investimenti italiani in tutti i principali settori della Germania”. (Inform 23)

 

 

 

 

 

Eurispes, Italia perde 34.700 giovani l'anno e 1,7 mld pil a causa emigrazione

 

Dato emerge dall'analisi comparativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi europei

''L’Italia perde almeno 34.700 giovani ogni anno e 1,66 miliardi di pil'' a causa dell'emigrazione. E' un caso unico in Europa''. E' quanto emerge dall'analisi comparativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi europei, che ''rivela una particolare configurazione strutturale: l’Italia forma da sola un cluster, con mercato del lavoro giovanile peggiore dei paesi dell’Est Europa e un conto demografico destinato a salire fino a 1,13 milioni di persone mancanti entro il 2050''. ''L’Italia non è semplicemente un paese che soffre di emigrazione giovanile. È un caso anomalo in Europa'', si sottolinea. La ricerca quantitativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi dell’Unione è costruita su 16 indicatori armonizzati nel periodo 2016-2023.

Dallo studio emerge che ''l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in convergenza''. Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice 97 contro 132 dei paesi emergenti dell’Est. ''Un segnale di impoverimento strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca''.

''L’Italia appare dunque come un paese con Pil da economia avanzata e condizioni per i giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione strutturale'', secondo l'Eurispes. L’analisi parte dal saldo migratorio netto dei cittadini italiani nella fascia 20-39 anni nel periodo 2019-2023: 294.606 uscite verso l’estero, 120.884 rientri, con un saldo netto di -173.722 giovani, equivalente a una media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno.

A questi flussi vengono applicati tre parametri: tasso di occupazione (62-66%); pil per occupato; aliquota media sul lavoro (30%). I risultati complessivi indicano: occupati mancanti stimati circa 111.000 persone (22.000 lavoratori/anno); perdita di pil per 8,28 miliardi di euro totali, con media annua di 1,66 miliardi; impatto sul pil in termini relativi oscillante tra lo 0,05% del 2021 e lo 0,11% del 2019 e 2023, con media dello 0,09% annuo; mancato gettito fiscale e contributivo per 945 milioni di euro totali (189 milioni/anno).

''Il nodo critico non è la mobilità in sé, ma la capacità di un paese di trasformare i flussi in un processo che generi ritorni per l’economia e la società, riducendo gli effetti problematici legati alla perdita netta di giovani in età attiva e favorendone quindi anche il possibile rientro'', spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara. ''Le esperienze di altri paesi indicano che risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di interventi coerenti e duraturi, più che con singole misure isolate. Per l’Italia, l’obiettivo realistico non è l’azzeramento dell’emigrazione ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva alla circolazione dei cervelli. Ciò implica politiche di attrazione e retention combinate a politiche per rendere la circolazione produttiva''. Adnkronos 2

 

 

 

 

 

L’Europa deve rilanciare sulla diplomazia con l’Iran

 

Delle tante tragedie legate alla guerra in Iran, quella che riguarda gli europei – in particolare  Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) – è tinta di amara ironia, poiché indirettamente hanno contribuito alla catena di eventi sfociata nel conflitto.

Non-proliferazione e stabilità regionale

Per anni l’Europa ha impostato la propria politica verso l’Iran sul duplice obiettivo di evitare la proliferazione nucleare nel Golfo e prevenire un conflitto regionale. Quando, durante il suo primo mandato, Donald Trump è uscito dall’accordo nucleare del 2015 – che, dal punto di vista degli E3, aveva centrato gli obiettivi – gli europei si sono trovati in una situazione progressivamente insostenibile. La politica di massima pressione americana (mai del tutto abbandonata da Joe Biden e poi ripresa da Trump II) ha screditato la fazione più pragmatica nella leadership iraniana, favorendo la definitiva ascesa dell’ala più oltranzista. Il programma nucleare è tornato a espandersi e l’Iran si è fatto più aggressivo nel Golfo e più repressivo sul piano interno.

Relazioni transatlantiche e sicurezza europea

Per gli europei, difendere l’opzione diplomatica è diventato secondario rispetto ad altre priorità. Soprattutto sotto Trump II, il timore è stato che un disallineamento da Washington si ripercuotesse negativamente su dossier più urgenti, dalle tariffe alla tenuta della Nato fino al sostegno all’Ucraina. Alla luce anche del supporto militare iraniano alla guerra russa in Ucraina e delle repressioni interne, l’Europa si è progressivamente allineata alle posizioni di Stati Uniti e Israele, pur senza condividerne la belligeranza.

Per esempio, nella primavera 2025 sono stati gli E3 a richiedere all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) un rapporto sullo stato del programma nucleare iraniano, che prevedibilmente avrebbe messo in luce, fra le altre cose, livelli di arricchimento dell’uranio incompatibili con funzioni civili. L’intento era quello di rafforzare la mano di Washington, allora impegnata in negoziati diretti con Teheran. Ma l’effetto è stato l’opposto: il rapporto dell’Aiea è stato invocato dal premier israeliano Binyamin Netanyahu e dall’Amministrazione Trump per giustificare la campagna di bombardamenti di giugno 2025.

Nuovi assunti

La guerra dei dodici giorni ha rimodulato gli assunti alla base della preferenza europea per il compromesso e la diplomazia: la prospettiva di una bomba atomica iraniana è diventata più lontana infatti senza che la regione fosse trascinata nel conflitto. Gli europei hanno tratto la conclusione che l’Iran fosse entrato in una fase di debolezza strutturale e che un’apertura diplomatica dovesse quindi essere subordinata a richieste molto stringenti. Minacciando il ripristino delle sanzioni Onu utilizzando uno speciale meccanismo dell’accordo nucleare del 2015, gli E3 hanno preteso che l’Iran desse conto di tutto l’uranio arricchito sul territorio, riaprisse il programma nucleare alle ispezioni dell’Aiea e riprendesse i negoziati con gli Stati Uniti. In sostanza, gli E3 hanno trasformato in precondizioni concessioni che l’Iran, appena uscito da un’aggressione e minacciato di punizione per mezzo di un accordo violato in primo luogo dagli Stati Uniti, avrebbe potuto realisticamente fare durante e non prima di un negoziato.

Invece di cercare un’intesa con gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza per estendere i tempi di ripristino delle sanzioni e creare uno spazio negoziale, gli E3 hanno optato per la sola pressione. Ciò ha anche evitato loro il costo politico di interagire con un regime sempre più screditato in Europa. Dopo il bagno di sangue in cui il governo ha represso le proteste di gennaio 2026, l’Ue ha designato come organizzazione terroristica i Guardiani della Rivoluzione Islamica, il corpo paramilitare che controlla la politica di sicurezza iraniana.

Questo quadro di condanna normativa, pressione economica e allineamento con Stati Uniti e Israele è entrato in crisi quando l’Iran è stato nuovamente attaccato mentre erano in corso negoziati con Washington a fine febbraio 2026.

L’aggressione israelo-americana ha innescato quel conflitto regionale che l’Europa voleva evitare. La chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno destabilizzato i mercati, generando pressioni inflazionistiche e rischi di rallentamento economico, se non di recessione, in alcuni paesi europei. Il regime iraniano, ormai dominato dalle Guardie rivoluzionarie, si è dimostrato capace non solo di mantenere il controllo dello stato ma di perseguire una strategia di guerra asimmetrica ben pianificata, senza che ci siano avvisaglie di un prossimo collasso. L’attacco ha aumentato le probabilità che il governo iraniano, non più frenato dalla cautela dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei uccisa dagli israeliani, si lanci in un programma nucleare militare.

Infine il legittimo e ragionevole rifiuto di sostenere una guerra illegale e su cui non sono stati consultati dagli americani ha però confermato i pregiudizi di Trump sull’inaffidabilità degli europei. Gli strali sempre più frequenti e avvelenati del presidente hanno intossicato il discorso sul valore della relazione transatlantica in parte dell’establishment di politica estera americana.

Da qualunque angolo la si guardi – strategico e di sicurezza, energetico ed economico o normativo – la guerra contro l’Iran ha quindi fortemente danneggiato gli interessi europei. Al momento, le possibilità di ovviare alla situazione sono limitate. Israele a parte, l’amministrazione Trump è impervia a influenze esterne e non sembra orientata verso una de-escalation – piuttosto il contrario.

Realismo, diplomazia e inclusione

Ciò non implica però inattività. È nell’interesse europeo coordinarsi internamente e cercare un’intesa con paesi arabi del Golfo, Egitto, Turchia, Pakistan e altri per promuovere un cessate il fuoco. Allo stesso tempo, è essenziale fare di questo solo il primo passo di un processo diplomatico di lungo periodo.

Una prima opzione è continuare a puntare sull’esclusione permanente dell’Iran, che però comporta una postura militare dagli alti costi finanziari senza necessariamente mettere al riparo da rischi di nuovi conflitti. La seconda è la costruzione di un sistema regionale in cui gli interessi di sicurezza ed economici di tutti siano resi interdipendenti.

Gli elementi costitutivi di questo sistema, da perseguire in successione o simultaneamente su diversi tavoli, includono fra gli altri: un nuovo accordo nucleare; un patto di non aggressione tra Stati Uniti e Iran e fra Israele e Iran da estendersi anche al Libano; un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente sullo Stretto di Hormuz i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche; il rilancio di scambi accademici e culturali e la facilitazione dei viaggi in Europa per gli iraniani ordinari; e altro ancora.

Si tratta di un progetto che richiede il protagonismo dei paesi della regione, ma anche il contributo esterno europeo in termini diplomatici, finanziari e tecnici. Oggi appare poco realistico, ma può diventarlo man mano che le alternative continuano a dimostrarsi fallimentari e Trump sente di più la pressione di chiudere una guerra dagli alti costi economici e politici. Sostenendo questa via, gli europei darebbero una direzione alla loro politica verso l’area che sia in linea con i loro interessi di sicurezza e stabilità economica. E guadagnerebbero in visibilità, recuperando parte della credibilità internazionale che le loro continue oscillazioni ed esitazioni in politica estera hanno contribuito ad affossare. Riccardo Alcaro, AffInt 7.4.

 

 

 

 

 

Quando il linguaggio anticipa la storia: il caso Germania 1989

 

Ci sono momenti nella storia in cui i numeri non bastano. Non perché siano inutili, ma perché arrivano dopo. Prima arrivano i segnali: il tono, le pause, le esitazioni, i cambiamenti quasi impercettibili nel modo di parlare.

Il 1989 in Germania è uno di questi casi.

Per chi osservava da lontano, la divisione tra Est e Ovest appariva solida, concreta, quasi definitiva. Quarantacinque anni di stabilità istituzionale, confini rigidi, equilibri internazionali consolidati. I numeri, in questo senso, confermavano una realtà: il sistema reggeva.

Eppure, qualcosa stava cambiando.

Non nei dati economici — che pure mostravano segnali — ma nel linguaggio. E chi, per mestiere, vive nel linguaggio, poteva coglierlo prima degli altri.

Come interprete, ho imparato che non sono le parole a dire tutto, ma il modo in cui vengono pronunciate. Un leader può dire le stesse frasi di sempre, ma se cambia il tono, cambia tutto. È lì che si intravede la rottura.

Quando Michail Gorbaciov iniziò a parlare, a muoversi, a relazionarsi con l’Occidente, era evidente che non si trattava di continuità. Non servivano analisi complesse: bastava osservare. Il sorriso, la disponibilità al dialogo, l’assenza di rigidità ideologica — erano segnali incompatibili con il sistema precedente.

Eppure, quasi nessuno trasse le conseguenze fino in fondo.

In Germania Ovest si era sviluppata una forma di adattamento mentale: la divisione era diventata normale. Anche molti cittadini dell’Est, pur con speranze latenti, vivevano in una dimensione di stabilità accettata. La convinzione diffusa era semplice: nulla cambierà, e comunque non rapidamente.

Questo è il punto decisivo.

Non è che mancassero tensioni o contraddizioni. È che non erano percepite come imminenti. La storia, però, non segue sempre la percezione collettiva. Quando cambia una condizione chiave — in questo caso la volontà politica sovietica di non intervenire — anche un sistema stabile può crollare in tempi brevissimi.

Ed è esattamente ciò che è accaduto.

La caduta del Muro non è stata una rivoluzione nel senso classico. Non ci sono stati scontri, né repressioni nel momento decisivo. È stato un collasso improvviso di un equilibrio che fino a pochi mesi prima sembrava intoccabile.

Questo rende il 1989 un caso unico.

Se confrontiamo questo processo con altri contesti storici — come quello siciliano tra il 1816 e il 1861 — emerge una differenza fondamentale. In Sicilia il cambiamento è stato continuo, conflittuale, segnato da rivolte e repressioni. In Germania, invece, abbiamo una lunga stabilità seguita da una rottura improvvisa e incruenta.

Due modelli opposti.

Il punto, allora, non è scegliere quale sia “più giusto”, ma capire come funzionano. E qui il linguaggio torna centrale. Perché prima che i sistemi cambino, cambiano le parole, i toni, gli atteggiamenti.

Chi lavora con le lingue lo sa: il cambiamento si sente prima di vedersi.

Giuseppe Tizza, de.it.press 16

 

 

 

 

 

 

Tasse sulle pensioni tedesche in Italia: Ricciardi (Pd) interroga Giorgetti

 

ROMA - La tassazione in Italia delle pensioni percepite dai connazionali che hanno lavorato in Germania non rispetta quanto previsto dalla Convenzione stipulata dai due Paesi per evitare la doppia imposizione fiscale. Questo, in estrema sintesi, quanto denunciato dal deputato Pd Toni Ricciardi in una interrogazione al Ministro dell'economia e delle finanze Giorgetti.

“Numerosi cittadini italiani residenti in Italia percepiscono trattamenti pensionistici erogati dalla previdenza tedesca (Deutsche Rentenversicherung)”, spiega il deputato eletto in Europa nella premessa. “Ai sensi dell'articolo 18 della Convenzione tra la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, firmata il 18 ottobre 1989, - ricorda Ricciardi – le pensioni e le remunerazioni analoghe sono imponibili, di regola, nello Stato di residenza del percettore; il Protocollo allegato alla Convenzione, al paragrafo 14, lettera a), lettera e), disciplina specificamente il trattamento fiscale delle pensioni di fonte tedesca, prevedendo che una quota delle stesse possa essere considerata esente o determinata secondo criteri propri dell'ordinamento tedesco”.

“In attuazione di tali disposizioni, - riporta il deputato – l'amministrazione fiscale tedesca (Finanzamt Neubrandenburg) sta trasmettendo comunicazioni ufficiali ai pensionati, attestando che una quota pari al 16 per cento della pensione non è soggetta a imposizione, in quanto riconducibile al sistema di esenzione previsto dal diritto tedesco; l'ordinamento fiscale tedesco riconosce ai pensionati che vivono in Germania una “grundfreibetrag” (franchigia di base) pari a circa euro 12.348 annui per i singoli e 24.696 per le coppie, che consente di escludere da imposizione una parte significativa del reddito complessivo; tale meccanismo – chiarisce il parlamentare – non trova un corrispondente riconoscimento nel sistema tributario italiano, con la conseguenza che i pensionati italiani che rientrano in Italia e percepiscono una pensione tedesca sono assoggettati all'Irpef ordinaria sull'intero ammontare della pensione”.

“Ne deriva una asimmetria applicativa della Convenzione, in quanto la quota di reddito che, secondo il sistema tedesco e il richiamato Protocollo, non concorre alla formazione della base imponibile, viene invece di fatto attratta integralmente a tassazione in Italia; tantissimi connazionali pensionati, che di fatto vivono per la maggior parte in Italia, - annota il parlamentare dem – non hanno mai cancellato l'iscrizione Aire proprio per evitare la tassazione italiana; tale situazione incide in modo significativo su soggetti con redditi pensionistici modesti (in larga parte inferiori a euro 1.029 mensili), determinando effetti economici rilevanti e potenzialmente in contrasto con le finalità di equità sottese alla Convenzione”.

Al Ministro, Ricciardi chiede di sapere “se sia a conoscenza delle criticità derivanti dall'applicazione combinata dell'articolo 18 della Convenzione Italia-Germania e del paragrafo 14 del Protocollo, in relazione alla tassazione in Italia delle pensioni di fonte tedesca e quali siano i dati aggiornati in possesso dell'amministrazione finanziaria circa: a) la distribuzione degli importi delle pensioni tedesche percepite in Italia; b) il gettito fiscale derivante dalla loro tassazione; c) il numero dei contribuenti interessati suddivisi per classi di reddito” e “se non si ritengano necessarie iniziative normative al fine di escludere dalla base imponibile ai fini dell'Irpef, in coerenza con la ratio della Convenzione, la quota di pensione qualificata come non imponibile secondo il diritto tedesco e attestata dall'autorità fiscale tedesca, anche valutando l'introduzione, nell'ordinamento interno, di meccanismi di franchigia o esenzione specifici per le pensioni estere, analoghi a quelli previsti dal sistema tedesco, al fine di garantire un trattamento equo ai pensionati rientrati in Italia”. (aise/dip 2) 

 

 

 

 

 

 

Perché il nostro amore diventa così spesso possessivo?

 

L’amore raramente proclama la sua metamorfosi. Non dichiara quando trasforma la propria natura. Inizia dolcemente, come una presenza silenziosa, un calore non detto, un sentimento che non cerca attenzione ma che viene donato, per così dire, spontaneamente. L’amore, nella sua forma più pura, è libero. Non mira a controllare, definire o limitare. Esiste semplicemente, come una luce diffusa in uno spazio vuoto. Tuttavia, a un certo punto del percorso, lo stesso amore comincia a soffocare. Il sentimento di libertà si trasforma gradualmente in sentimento di controllo. Ciò che sembrava fiducia, inizia a dubitare. E ciò che concedeva spazio, inizia a temerlo. Non è un caso che questo sia un cambiamento silenzioso dell’amore in possessività. È profondamente legato alla condizione umana. La vera domanda, tuttavia, non è perché l’amore diventi possessivo, ma cosa in noi rende possibile tutto questo.

Le comprensioni psicologiche: la paura nel nome dell’amore

La radice della possessività è la paura: sottile, inespressa, ma estremamente potente. L’amore puro non è codardo. Né è appiccicoso, poiché non si aspetta di perdere. Ma la paura non risparmia gli esseri umani. Siamo consapevoli dell’impermanenza, cioè sappiamo che tutto ciò che apprezziamo può esserci tolto. È da questa consapevolezza che nasce l’ansia. Quando amiamo qualcuno, quella persona acquisisce importanza per la nostra stabilità emotiva. La sua presenza ci fa sentire confortati, significativi e completi. Ma è proprio questa importanza a renderci vulnerabili. La paura di perderla diventa una fonte di ansia. Psicologicamente, la possessività si sviluppa come un meccanismo di difesa. È un tentativo di trattenere ciò che appare insicuro. Osserviamo di più, dubitiamo di più, stringiamo di più, non perché amiamo di più, ma perché temiamo di più. In questo senso, la possessività non manifesta amore; è una reazione al panico che l’amore può generare.

Attaccamento e la trappola del possesso

L’attaccamento determina le relazioni umane. Fin da piccoli, impariamo ad attaccarci, a dipendere, a trovare sicurezza negli altri. Su questi legami si costruisce il nostro mondo emotivo. Tuttavia, essi creano anche un’illusione: quella che ciò a cui siamo legati ci appartenga. Questa illusione è particolarmente forte nell’amore. Iniziamo a parlare con linguaggio possessivo: il mio partner, la mia persona, mio. Anche se può sembrare innocente, è un modo sottile di costruire l’idea che l’altro sia un’estensione di noi stessi. È qui che l’amore inizia a perdere la sua purezza filosofica. L’amore non appartiene a nessuno; è un riconoscimento. È il riconoscimento dell’altro come individuo, indipendente e libero. Tuttavia, quando l’attaccamento si trasforma in possesso, iniziamo a confondere la connessione con il controllo. Secondo la filosofia sethiana, l’amore non è trattenere, ma uno stato di comprensione. Non riguarda il possedere, ma il vedere. Non teme la distanza, perché sa che la verità non viene consumata dallo spazio. Questa visione ci invita a considerare le relazioni non come qualcosa da possedere, ma da valorizzare. Quando questo equilibrio non viene mantenuto, nasce la possessività.

Il ruolo dell’ego: l’identità dell’amore

Un altro livello di questo cambiamento risiede nell’ego umano. L’amore non esiste come emozione pura; si integra nella nostra personalità. Quando siamo amati, ci sentiamo valorizzati; quando amiamo, ci sentiamo significativi. Diventa una relazione legata alla percezione di sé. Quando questo accade, la posta in gioco cambia. Non è più solo connessione, ma validazione. La perdita della persona amata inizia a sembrare come la perdita di una parte di noi stessi. È qui che la possessività si intensifica. Non temiamo solo di perdere l’altro, ma anche la versione di noi stessi che esiste attraverso quella persona. L’ego resiste a questa perdita. Cerca di proteggere la propria identità, spesso tentando di dominare la relazione. Nel pensiero sethiano si riconosce che, per quanto l’amore sia una benedizione, non può definirci completamente. L’amore è un compagno del sé, non la sua base. Quando dimentichiamo questo, iniziamo ad aggrapparci non per amore, ma per dipendenza.

Insicurezza e fragilità della fiducia

L’amore si fonda sulla fiducia, uno degli aspetti più delicati. Richiede fede, non solo nell’altro, ma anche in se stessi. La mancanza di questa fiducia genera insicurezza. L’insicurezza distorce la percezione. Ci fa interpretare l’ambiguità come pericolo, la distanza come rifiuto e l’indipendenza come infedeltà. Sotto la sua influenza, cerchiamo costantemente rassicurazioni: prove di fedeltà, di dedizione, di permanenza.

Uno dei modi per ottenere questa rassicurazione è la possessività. Tentiamo di ridurre l’incertezza limitando la libertà dell’altro. Ma questa è una strategia fallimentare. La fiducia non può essere imposta; deve essere offerta. La filosofia sethiana invita ad accettare l’incertezza. Riconosce che nulla può essere completamente controllato o garantito. In amore, ciò significa accettare che l’altro abbia libertà, e quindi anche la possibilità di cambiare. Un amore che non accetta questo è condizionato.

Amore e libertà: uno scontro filosofico

Il conflitto tra amore e possessività è, in fondo, uno scontro tra due desideri fondamentali: il desiderio di connessione e quello di sicurezza. La libertà è essenziale all’amore. Richiede spazio, individualità e scelta. La possessività, invece, desidera certezza, stabilità e controllo. Questi desideri non sono facilmente compatibili. Amare con libertà implica rischio: la possibilità di perdere, cambiare, affrontare l’imprevedibile. Essere possessivi significa cercare di eliminare questo rischio, anche a costo dell’altro. Questo solleva una domanda: l’amore può esistere senza rischio? La filosofia sethiana risponde con l’accettazione. L’amore non elimina l’incertezza; vive dentro di essa. Non è il controllo a proteggerlo, ma la fiducia a nutrirlo. È la realtà dell’amore, non la sua permanenza, a renderlo bello.

Forze culturali e sociali

Oltre alla psicologia individuale, anche la cultura influenza il modo in cui viviamo l’amore. Molte culture idealizzano passione, gelosia, ossessione ed esclusività come segni di grande amore. Queste narrazioni confondono passione e possesso. Suggeriscono che amare intensamente significhi temere di perdere. Così, la possessività non viene sempre vista come un problema, ma talvolta come prova di impegno.

Tuttavia, questa visione ignora una verità: l’intensità non è profondità. La profondità dell’amore non si misura da quanto tratteniamo qualcuno, ma dalla nostra capacità di lasciarlo libero.

Il carattere silenzioso dell’amore autentico

Una ragione per cui la possessività spesso prevale è che è più visibile. Si manifesta in azioni, domande, restrizioni, richieste. L’amore puro, invece, è silenzioso. Non ha bisogno di essere continuamente dimostrato.

Questo silenzio può essere frainteso. Possiamo credere che, se non imponiamo attivamente la nostra presenza, non stiamo facendo abbastanza. Questo vuoto percepito viene riempito dalla possessività. La filosofia sethiana valorizza questo silenzio. Riconosce che la verità non ha bisogno di continue verifiche. L’amore non deve essere costantemente dimostrato; deve essere vissuto in modo silenzioso e persistente.

Lasciare andare: la differenza essenziale

Alla base, la differenza tra amore e possessività si manifesta in un gesto semplice ma profondo: lasciare andare. Nella possessività, temiamo di perdere e quindi stringiamo più forte. Confondiamo il trattenere con l’impegno. La libertà appare come perdita. L’amore, invece, agisce diversamente. Offre spazio, anche lo spazio per andare via. Non trattiene, ma accoglie. Non misura la propria forza dalla capacità di trattenere, ma dalla grazia nel lasciare. Se è vero amore, non si perde nella libertà. Torna, non per obbligo, ma per scelta.

Dalla possessività alla consapevolezza

Comprendere perché l’amore diventa possessivo è il primo passo verso il cambiamento. La possessività non è una condizione permanente, ma un atteggiamento che può essere riconosciuto e trasformato. Il cambiamento inizia con la consapevolezza di sé. Dobbiamo distinguere tra amore e paura, tra connessione e controllo. Quando sentiamo il bisogno di trattenere, possiamo chiederci: è fiducia o ansia? È necessario anche sviluppare stabilità interiore. Più ci sentiamo sicuri in noi stessi, meno dipendiamo dagli altri per il nostro valore. Questo riduce il controllo e aumenta la fiducia. Dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza. L’amore non può essere garantito né forzato. Può solo essere vissuto nel presente, con apertura e accettazione.

Conclusione: amore senza possesso

L’amore non è destinato a diventare possessivo; è la fragilità umana che lo rende tale. Desideriamo connessione, ma temiamo di perderla. Cerchiamo intimità, ma fatichiamo ad accettare l’insicurezza. La possessività è un tentativo di risolvere questa tensione, ma al costo della libertà, che è essenziale all’amore. Non possedere non significa non amare, ma amare consapevolmente. Significa riconoscere che l’altro non è nostro, ma un’esperienza da vivere. La sicurezza non nasce dal controllo, ma dalla fiducia.

Nella visione sethiana:

La possessività trattiene,

nel silenzio della paura.

L’amore lascia andare,

nella fiducia della verità.

Non abbandona mai davvero.

E forse questa è la verità finale…

L’amore non trattiene,

rimane, anche quando sa

di non poter trattenere.

Krishan Chand Sethi, de.it.press 8.4.

 

 

 

 

 

Migranti, il modello “Italia-Albania” al bivio: cosa cambia dopo il parere della Corte Ue

 

Cosa ha detto l'avvocato generale della Corte di Giustizia dell'Unione europea Nicholas Emiliou

Il 23 aprile 2026 è una data che potrebbe segnare una svolta decisiva nelle politiche migratorie europee. Nicholas Emiliou, avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea (Cgue), ha depositato le sue attese conclusioni sul Protocollo Italia-Albania, firmato originariamente il 6 novembre 2023. Il verdetto, seppur non ancora definitivo, suona come un “sì condizionato”: l’impianto italiano è giudicato compatibile con il diritto dell’Unione, ma a patto che non diventi una zona d’ombra per i diritti umani.

L’origine del caso

Tutto nasce dal trasferimento di due migranti in territorio albanese, in centri assoggettati alla giurisdizione italiana. La Corte d’Appello di Roma aveva inizialmente negato la convalida del loro trattenimento, ravvisando un contrasto tra la normativa nazionale e quella europea. Da qui, il ricorso della Corte di Cassazione alla Cgue per ottenere un’interpretazione definitiva.

Il protocollo prevede la creazione di un’enclave giurisdizionale italiana in territorio albanese (nei porti di Shengjin e Gjader) per gestire le domande di asilo provenienti da “Paesi di origine sicuri” tramite procedure accelerate.

Il parere di Emiliou: “In linea di principio, è possibile”

La tesi dell’avvocato generale è chiara: il diritto dell’Unione non vieta a uno Stato membro di istituire centri di trattenimento al di fuori del proprio territorio. Questo è il pilastro su cui il governo italiano ha costruito la sua difesa. Tuttavia, Emiliou pone dei paletti invalicabili:

1. Lo Stato resta obbligato a garantire gli stessi standard europei come se il migrante si trovasse in Italia.

2. Deve essere assicurato l’accesso all’assistenza legale, linguistica e ai contatti con i familiari.

3. Minori e persone fragili devono avere pieno accesso a cure mediche e istruzione.

4. Un punto a favore della linea governativa chiarisce che il diritto di restare nello Stato durante l’esame della domanda non implica necessariamente il diritto di essere riportati in territorio italiano, purché le garanzie siano rispettate altrove.

La questione dei Paesi sicuri

Nonostante sia arrivato il parere favorevole dall’avvocato generale della Corte europea, il modello di gestione dei migranti tra Italia e Albania ha destato non poche perplessità negli anni. La criticità principale rintracciata riguarda la definizione di “Paesi di origine sicuri”. La Cgue ha precedentemente stabilito che uno Stato non può essere considerato sicuro se non lo è uniformemente in tutto il suo territorio e per tutte le persone (da Lgbtqi+ ad oppositori politici).

Il caso di migranti provenienti da Bangladesh ed Egitto – Paesi inizialmente inclusi nella lista italiana ma contestati dai tribunali – dimostra quanto sia fragile l’accelerazione delle procedure quando si scontra con la realtà dei diritti individuali. Inoltre, i costi (stimati in 830 milioni di euro in cinque anni) e i rischi logistici, come i tre giorni di navigazione necessari per raggiungere l’Albania, potrebbero sfociare in quei trattamenti degradanti criticati dalle Ong e che lo stesso avvocato auspica che non si verifichino.

La reazione della politica: tra “verità” e attesa

Il governo ha accolto le parole di Emiliou come una vittoria politica. La premier Giorgia Meloni ha definito il parere “incoraggiante”, lamentando come le “letture giudiziarie forzate” degli ultimi due anni abbiano rallentato una soluzione innovativa per la gestione dei flussi. Sulla stessa linea, il ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti e il co-presidente del gruppo dei conservatori (Ecr) al Parlamento europeo Nicola Procaccini hanno parlato di una smentita autorevole alle “critiche ideologiche” mosse da parte della magistratura.

Dall’Albania, il premier Edi Rama ha ribadito il legame di “fratellanza” con l’Italia: “Migrazione europea e migrazione italiana sono due cose diverse per noi. Abbiamo una lunga storia d’amore con l’Italia – ha ricordato Rama -. Quando l’Italia ci ha chiesto di valutare la possibilità di realizzare centri per il processamento dei migranti, abbiamo detto sì. Perché all’Italia diciamo sempre sì. Ancor più difficile dire no quando il premier è una donna”. Roma, infine, ha sottolineato come Roma “non chieda spesso, ma quando lo fa rispondiamo di sì”, ricordando il sostegno ricevuto dall’Italia “in un periodo molto difficile” e parlando di un “legame speciale” tra i due Paesi.

Cosa succede ora?

È fondamentale sottolineare che le conclusioni dell’avvocato generale non sono vincolanti. Esse indicano una strada, ma la decisione finale spetta ai giudici della Corte di Giustizia, che inizieranno ora a deliberare.

Se la Corte dovesse confermare questa impostazione, il “modello Albania” diventerebbe un precedente legale per tutta l’Unione. Se invece dovesse emergere che le “misure organizzative e logistiche” non garantiscono un tempestivo riesame giurisdizionale, le autorità italiane sarebbero obbligate a riportare immediatamente i migranti in Italia e rilasciarli. La partita, dunque, resta aperta fino alla sentenza definitiva. Adnkronos 24

 

 

 

 

L’incerto impatto inflattivo della guerra

 

La deflagrazione del conflitto in Iran ha rapidamente fatto sentire i suoi effetti sul mercato dei beni energetici, portando a un incremento del prezzo di petrolio e gas. Da questo aumento di costo derivano rilevanti rischi per l’economia europea, posta la perdurante dipendenza del vecchio continente da fonti energetiche fossili importate dall’estero. In tal senso, alcuni analisti e membri delle istituzioni hanno ventilato la possibilità di assistere nei mesi a venire a una crescita dell’inflazione che potrebbe dar vita a una dinamica simil-stagflattiva. Uno scenario che, qualora dovesse concretizzarsi, genererebbe importanti ripercussioni economico-sociali, ponendo la Banca Centrale Europea davanti a scelte non certo facili.

Un nuovo shock energetico?

Dal momento dell’attacco israelo-americano nei confronti di Teheran, il prezzo del petrolio ha sperimentato notevoli oscillazioni, passando da 65/70 dollari al barile a un massimo di 120 dollari; andamento affine è quello registrato dal gas, giunto sul mercato TTF di Amsterdam a toccare un picco superiore ai 60 euro al megawatt/ora. Questi dati sono diretta conseguenza della chiusura – quantomeno parziale – dello stretto di Hormuz e degli attacchi lanciati nei confronti di varie infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo, che, nonostante l’arrivo sul mercato di nuovi competitor (su tutti, gli Stati Uniti), continuano a giocare un ruolo fondamentale nelle catene di approvvigionamento globale dell’energia. L’Unione europea, dopo aver ridimensionato i suoi legami con la Russia, si trova particolarmente esposta alle tensioni del quadrante medio-orientale e vede traslare in modo pressoché immediato gli incrementi di costo sui propri cittadini e imprese — di particolare impatto risultano a tal riguardo i costi alla pompa di benzina, con il diesel che è tornato a lievitare fino a livelli prossimi ai 2 euro al litro. Un prolungamento del conflitto in Iran, e un protrarsi delle interruzioni nelle linee di fornitura, andrebbe ad aggravare questa dinamica, portando a ulteriori incrementi dei costi. Da ciò, potrebbe pertanto derivare un aumento dei prezzi non dissimile a quello vissuto fra il 2022 e il 2023, quando il tasso di inflazione annuo dell’Eurozona, sospinto dalla “separazione energetica” con Mosca, giunse a toccare il 10,6%.

Il contesto economico europeo

Queste tensioni sui prezzi di gas e petrolio si palesano in una fase in cui il tasso di inflazione dell’area euro risulta essere in linea con l’obiettivo statutario di Francoforte (1,9% nel mese di febbraio); una fase in cui, però, le principali economie dell’Ue arrancano, faticando a coniugare efficacemente crescita della produttività e contenimento del debito. Gli acciacchi del motore franco-tedesco sono in quest’ottica la perfetta rappresentazione delle difficoltà del vecchio continente. Da un lato, Parigi, con i suoi claudicanti governi di minoranza, stenta a ridurre il proprio deficit di bilancio, assiste a un aumento del debito pubblico (giunto in prossimità del 120%) e registra comunque, a fronte di una politica fiscale espansiva, una modesta crescita del Pil (intorno all’1% all’anno). Dall’altro, Berlino esce da tre anni di stagnazione economica e cerca, con programmi di spesa senza precedenti, di rilanciare il proprio sistema industriale, tentando di rivisitare un modello economico eccessivamente votato all’export. In questo contesto, è quindi difficile pensare che nuovi aumenti dei tassi di interesse verrebbero accolti con favore da parte degli esecutivi dei due Paesi — così come da quelli di altre Nazioni (come l’Italia) —, posto il rischio di assistere a un nuovo raffreddamento del lato della domanda e quello di registrare un incremento degli interessi pagati sul debito sovrano.

Un altro grattacapo per la BCE

La fiammata inflazionistica vissuta in seguito all’invasione russa dell’Ucraina è durata diversi mesi e ha indotto la Banca Centrale Europea a deliberare, fra il 2022 e il 2023, marcati innalzamenti dei tassi di interesse. Tali aumenti del costo del denaro hanno suscitato nel mondo politico-economico reazioni di segno opposto: qualcuno ha accusato la Bce di essersi mossa con ritardo, aggravando la crisi inflattiva; qualcun altro, alla luce della natura esogena dello shock, ha invece sostenuto come l’azione di Francoforte sia stata sproporzionata. Queste divergenze di vedute rendono ben chiaro come, di fronte a un aumento dei costi dell’energia, l’istituto di emissione si trovi in un campo minato, all’interno del quale anche i diversi manuali di scienza economica non riescono a fornire indicazioni univoche. Procedendo con un innalzamento dei tassi, pur nella consapevolezza che l’aumento dei prezzi non è dettato da fattori endogeni al sistema, c’è il rischio di rallentare il ciclo economico; rimanendo però fermi, c’è la possibilità che crescano le aspettative sull’inflazione e che l’andamento del rapporto di cambio euro-dollaro (di fondamentale importanza, visto che i beni energetici sono denominati in divisa americana) possa acuire l’effetto inflattivo della crisi. Insomma, una situazione che ogni banchiere centrale eviterebbe volentieri di dover affrontare.

Due punti fermi

In questo complicato scenario ci dovrebbero tuttavia essere almeno due punti fermi. Il primo: la Bce, nell’assumere le sue decisioni, non può non tenere in conto analisi geopolitiche e, in quest’ottica, dialogare con soggetti che sappiano fornire stime ben ponderate sulla possibile evoluzione del conflitto; d’altronde, essendo questo uno shock esogeno, i tempi della sua possibile “rimozione” hanno centrale rilevanza nella determinazione dei tassi. Il secondo: di fronte a questo rischio inflattivo, governi e parlamenti non devono demandare totalmente la questione a Francoforte, bensì adottare anche dal canto loro dei provvedimenti, come le domeniche ecologiche o la riduzione dell’illuminazione pubblica, che possono facilitare il contenimento del prezzo di gas e petrolio — decisioni già assunte negli anni ’70 che, oltre a contribuire a una riduzione parziale dei costi, presenterebbero indiscutibili benefici di carattere ambientale (ammesso che questo tema interessi ancora a qualcuno). Matteo Bursi, AffInt 14

 

 

 

 

 

Tempi inquieti. Custodire la speranza quando tutto sembra fragile

 

Una riflessione sui giorni che viviamo tra crisi economica, tensioni globali e fiducia da ritrovare - di Licia Linardi

C’è qualcosa di profondamente simbolico nella Pasqua di quest’anno. Arriva mentre l’Europa vive una stagione inquieta, la Germania attraversa una fase di incertezza economica e politica, e il mondo è scosso da conflitti che fino a poco tempo fa sembravano appartenere a un’altra epoca. In questi giorni, più che mai, la Pasqua ci ricorda che la speranza non nasce quando tutto va bene, ma quando tutto sembra perduto.

La Germania attraversa una delle fasi più complesse degli ultimi anni, sospesa tra rallentamento economico, tensioni internazionali e riforme annunciate ma ancora lontane dall’essere concretamente definite. Il Paese che per oltre un decennio è stato percepito come la locomotiva stabile d’Europa si ritrova oggi a fare i conti con un mix di crisi che mette sotto pressione governo, imprese e cittadini. Negli ultimi mesi, la situazione è al centro dell’attenzione di tutti: giornali come Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Die Welt, così come telegiornali e talk show, discutono apertamente delle difficoltà strutturali del Paese e delle conseguenze delle riforme che colpiscono più duramente famiglie e cittadini comuni. Anche noi, dal nostro osservatorio, continuiamo a raccontare come le decisioni politiche impattino concretamente sulla vita quotidiana.

L’economia, da tempo sotto pressione, dà segnali di rallentamento: settori chiave dell’industria soffrono, gli investimenti si fanno cauti e l’export, da sempre motore della locomotiva tedesca, fatica a ripartire con vigore. La dipendenza dalle dinamiche globali espone il Paese a shock esterni più profondi di quanto si ricordasse negli ultimi decenni. Non è solo una questione di numeri, è cambiato l’umore collettivo. Molti cittadini avvertono che modelli di stabilità una volta scontati come il lavoro sicuro, la crescita costante, l’accesso regolare all’energia, non lo sono più. Le discussioni politiche si fanno più aspre e la fiducia nelle istituzioni sembra un bene da conquistare ogni giorno.

Come se non bastasse, il contesto internazionale contribuisce ad alimentare l’incertezza. La guerra in Ucraina continua a pesare sull’Europa, non solo dal punto di vista militare ma anche economico ed energetico. Da un paio di settimane, poi, lo scenario mediorientale è radicalmente cambiato dopo l’attacco militare degli Stati Uniti all’Iran; le forniture di petrolio, già fragili, risultano di fatto bloccate, e i mercati delle materie prime sono in subbuglio. In Germania, come nel resto d’Europa, il prezzo del carburante ha raggiunto livelli mai visti da anni, colpendo famiglie e imprese e aggravando il costo della vita in un momento in cui l’economia fatica già a riprendersi.

In questo scenario anche gli italiani che vivono in Germania, lavoratori, famiglie, pensionati, giovani arrivati da poco, si pongono la stessa domanda: dove stiamo andando?

La Pasqua non offre risposte politiche né soluzioni economiche. Offre però uno sguardo diverso. La tradizione cristiana racconta di una rinascita che avviene dopo la notte più buia. Non prima. Dopo. È un messaggio sorprendentemente attuale.

Viviamo un tempo in cui la fiducia sembra merce rara. Si diffonde la sensazione che il futuro sia più fragile del passato. Ma la storia degli italiani all’estero insegna proprio il contrario. Le nostre comunità sono nate nelle difficoltà, nelle partenze dolorose, nelle crisi economiche, nelle guerre e nelle ricostruzioni. E ogni volta abbiamo saputo reinventarci, anche nei momenti più difficili.

Anche oggi, mentre la Germania cerca una nuova direzione economica e l’Europa affronta tensioni geopolitiche che credevamo appartenere al Novecento, resta una certezza e cioè che le società non si salvano solo con le riforme o con i mercati, ma con le persone. Con la capacità di restare comunità.

Pasqua significa anche questo, non lasciare che la paura diventi l’unico linguaggio pubblico. Continuare a costruire relazioni, solidarietà e partecipazione civile. Guardare al futuro senza ingenuità, ma senza cinismo.

Forse non è il tempo delle grandi certezze. È però il tempo della responsabilità quotidiana, nel lavoro, nell’impegno associativo, nella famiglia, nel volontariato, nella presenza attiva degli italiani in Germania e nel mondo. La speranza, oggi, non è ottimismo facile. È una scelta. Ed è proprio quando sembra mancare che diventa più necessaria. CdI aprile

 

 

 

 

 

Avanti per rinnovare

 

Certamente abbiamo le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione sconnessa. Ora, pur non essendo nostro costume fare delle anticipazioni, ci sentiamo nella condizione d’esprimere un’opinione. Torniamo ad ipotizzare il varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE).

In questa fase politica, ci vuole chiarezza. Chiarezza per evitare, in tempo, altri errori. Partendo dal presupposto che la “rotta” politica potrebbe mutare proprio strada facendo. Il fine resta la governabilità; ma anche la tutela della nostra Comunità “altrove”. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Per ridare fiducia al Popolo italiano, anche per quello che vive fuori dalla Penisola, sarebbe necessaria la volontà rinnovatrice di questo Potere Esecutivo. Sentiamo ancora la mancanza di “normalità”. Quella normalità di cui sentiamo, prepotente, la necessità.

 Non ci sono più baluardi da difendere. Se d’aspetti sfavorevoli si deve scrivere, lo si faccia con cognizione di causa. Non ci sono le condizioni per sopportare altri “bisticci” di bottega e affrontare le beghe di Palazzo con accordi che hanno dell’assurdo. Certo è che dare valenza ai milioni d’italiani “altrove” sarebbe una prova di ritrovata coerenza. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere valutazioni precipitose. Ma questa realtà nazionale ci lascia dubbiosi. Pur con l’impegno di questo Esecutivo di Centro/Desta, in un Paese dove l’incertezza è abitudine e il dialogo è figlio dell’adattamento, avrebbe valenza il varo di un DIE (Dipartimento per gli italiani all’Estero). Ci sarebbero, ora, le premesse e le condizioni. Manca, ancora, d’accertare la volontà politica per vararlo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

 

I temi di Cosmo Italiano

 

Cent'anni di Lufthansa, visti da chi ci lavora

(16.04) Un'intera settimana di scioperi sta accompagnando i festeggiamenti per i cent'anni della compagnia aerea Lufthansa. Ma perché il personale è così insoddisfatto? Diamo uno sguardo allo stato di salute della compagnia tedesca. Di crisi globali, ma anche innovazione e opportunità parliamo con Dora Macovei, manager di Lufthansa Systems. Intanto, per l'anniversario la compagnia riconosce le sue responsabilità durante il nazismo.

Dopo il voto ungherese, crisi delle destre in Italia e Germania?

(15.04) L'uscita di scena di Viktor Orbán potrebbe aprire una nuova stagione di convergenza tra Ungheria e istituzioni europee dopo anni di veti incrociati, ma si può parlare di una crisi delle destre sovraniste in Europa? Di certo è l'ennesima cattiva notizia per Giorgia Meloni che aveva appoggiato, insieme agli USA, il premier uscente durante la campagna elettorale. Ne parliamo con Enzo Savignano e con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari.

La Germania come modello per rifondare il calcio italiano?

(14.04) La terza mancata qualificazione di seguito ai mondiali è il punto di non ritorno raggiunto dal sistema calcio italiano. Una rifondazione a questo punto è inevitabile ma su quale modello va fatta? Il percorso intrapreso negli anni scorsi in Germania per rilanciare un movimento in crisi sembra aver portato i suoi frutti, a livello di nazionale e di club. Può essere un esempio per ltalia? Ne parliamo con Agnese Franceschini, Thomas Hürner della Süddeutsche Zeitung e Valerio Piccioni di Domani.

La svolta di Merz sul caro benzina, cosa cambia in Germania

(13.04) Dopo le polemiche dei giorni scorsi il governo tedesco approva finalmente un pacchetto di misure per rispondere al forte aumento dei prezzi del carburante in Germania, ne parliamo con Agnese Franceschini. Queste misure, adottate anche in Italia, basteranno? E quali saranno le conseguenze sui consumatori? Lo abbiamo chiesto a Federico Fubini, giornalista economico del Corriere della Sera.

Francesca Albanese su Palestina, crisi dell'ONU e memoria storica tedesca

(10.04) La Relatrice speciale dell'ONU per i Territori palestinesi è un personaggio divisivo, e sa di esserlo. Eppure, è soprattutto grazie al suo lavoro se i massacri a Gaza e gli altri crimini commessi da Israele a danno dei palestinesi sono al centro della discussione in Europa. Per questo le sue apparizioni pubbliche, specie in Germania, sono caratterizzate da manifestazioni contrapposte di chi la sostiene e di chi la accusa addirittura di antisemitismo. Francesco Marzano l'ha intervistata per noi.

Tessere NSDAP: l’archivio nazista messo online dagli USA

(09.04) Il governo statunitense ha reso liberamente consultabile online un enorme archivio di tessere di iscrizione al Partito nazionalsocialista tedesco (NSDAP). L’archivio fu sequestrato dall’esercito americano alla fine della Seconda guerra mondiale. La vicenda ha riaperto il dibattito sul passato nazionalsocialista della Germania. Ne parliamo con Enzo Savignano e con lo storico Carlo Gentile.La grande crisi della socialdemocrazia in Germania

(01.04)Sconfitte storiche per la SPD tedesca alle ultime due regionali e a Monaco. Minimi storici anche nei sondaggi. Cosa sta succedendo e cosa c'entrano le riforme approvate e previste dal governo nero-rosso? Ce ne parla Giulio Galoppo. Dall'interno del partito sentiamo Daniela Di Benedetto, da anni impegnata in politica locale a Monaco. Infine, problemi e prospettive dell'SPD nel governo Merz nell'analisi di Mara Gergolet, corrispondente da Berlino per il "Corriere della Sera".La Germania contro abusi online e deepfake

(31.03)La denuncia di Collien Fernandes contro l'ex marito, personaggi dello spettacolo molto noti in Germania, ha suscitato un'ondata di solidarietà in piazza e in rete, ma anche odio e minacce di morte nei confronti dell'attrice e presentatrice. Quali sono le accuse e quali le lacune della legge tedesca? Ce ne parla Giulio Galoppo. Gli abusi digitali non sono nuovi, ma l'IA li porta ad un nuovo livello: perché e come contrastarli? Ne parliamo con Silvia Semenzin, sociologa ed esperta di odio online.E se ti licenziano in Germania?

(30.03)Quando e perché ti possono licenziare, secondo la legge tedesca? Quali sono le tutele e le differenze tra aziende piccole e grandi? Di licenziamento in tronco o con preavviso, ma anche di categorie protette e scadenze da non perdere parlano Francesco Marzano e Luciana Mella. L'avvocato del lavoro Rodolfo Dolce ha poi alcuni consigli su casi particolari e su come muoversi se arriva il licenziamento, primo fra tutti non perdere tempo e farlo verificare subito a qualcuno che se ne intende.Mattia Garau, uno psicologo per gli italiani a Bonn 

(27.03)Di origine veneta e da dieci anni residente a Bonn, Mattia Garau unisce esperienza internazionale e sensibilità interculturale. Psicologo clinico ed esperto in emergenze, lavora con persone che affrontano lutti, traumi e cambiamenti profondi, offrendo supporto professionale anche attraverso la rete. È il nostro ospite del venerdì.  Come cambia ora lo Schufa in Germania?

(26.03)Lo Schufa, questo sconosciuto! Una sensazione condivisa da molti in Germania in passato. Ma ci sono novità e d'ora in poi sarà più facile tenerlo d'occhio per evitare brutte sorprese e difficoltà nella vita di tutti i giorni, spiega Cristina Giordano. Mirjana Ilic di "Miri ti aiuta" ha consigli ed esperienze di suoi clienti italiani, e Roman Schlag, consulente per la gestione del debito della Caritas diocesana di Aquisgrana, mette in guardia: ceto medio e giovani più indebitati.Perché la cultura tedesca si ribella a Weimer?

(25.03)Dal tentativo d'ingerenza alla Berlinale al premio negato a tre librerie di sinistra senza chiara motivazione, il ministro della cultura Wolfram Weimer è al centro di aspre critiche. Ce ne parla Cristina Giordano, senza dimenticare un grosso conflitto d'interessi. Per Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per "la Repubblica", Weimer sta danneggiando un bene importante per la Germania, la cultura, con le posizioni reazionarie da cui anche media conservatori hanno messo in guardia.Cosa cambia con la Grundsicherung, il nuovo sussidio sociale

(24.03)Da luglio il Bürgergeld verrà sostituito dalla Grundsicherung: non si tratta solo di un cambio di nome per il sussidio sociale su cui fanno affidamento milioni di persone in Germania. Cristina Giordano elenca le novità della riforma e le reazioni del mondo politico e delle parti sociali. A Norma Mattarei, sociologa che lavora per l'Ufficio politiche sociali del Comune di Monaco, chiediamo invece un giudizio sulla riforma ed esempi concreti di famiglie che sopravvivono grazie al sussidio.Bullismo nelle chat di classe delle scuole tedesche

(23.03)I giovanissimi sempre più a disagio nelle scuole tedesche, dove crescono bullismo digitale e pressioni psicologiche, ce ne parla Cristina Giordano. Tiziana Miceli, insegnante nella Gesamtschule Papa Giovanni XXIII di Pulheim, ci racconta la sua esperienza quotidiana. Con la psicoterapeuta Elena Colombo abbiamo parlato di rischi collegati al bullismo digitale e di come prevenirli.Un italo-nigeriano ambasciatore dell'olio pugliese a Berlino

(20.03)Denis Okore, trentenne cresciuto a Verona, si è trasferito in Germania nel 2016 per fare un corso di formazione da idraulico. L'impatto con la Turingia, primo luogo d'approdo in Germania, è però segnato da episodi di razzismo. Poi Denis si trasferisce a Berlino, dove si ambienta velocemente e, assieme ad altri due amici italiani, fonda una start up che esporta l'olio biologico pugliese in Germania e nel nord Europa. Ai microfoni di Luciana Caglioti Denis Okore ci racconta la sua storia.SPECIALE: 70 anni di italiani in GermaniaHai già ascoltato il nostro speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie di italiani e italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano come la Germania ha cambiato la loro storia - la nostra storia.

 

 

 

 

 

Libri. „Ho sempre chiesto perché”.  L’autobiografia di Roberto Giardina

 

Il suo libro più conosciuto, soprattutto tra gli italiani in Germania, è Guida per amare i tedeschi (Rusconi 1994), un ironico ritratto del popolo tedesco che a uno sguardo attento e ironico si rivelava essere non troppo diverso da quello italiano, ben lontano dai classici stereotipi che rappresentano la Germania come una specie di caserma tutta ordine e disciplina. Di Gherardo Ugolini

Quel libro, tradotto anche in tedesco con Anleitung, die Deutschen zu lieben (Argon Verlag 1996), ha segnato una piccola rivoluzione nel modo di guardare alla realtà tedesca da parte italiana scalfendo durevoli pregiudizi e consolidati cliché, e a distanza di tre decenni si conferma un calzante strumento d’analisi valido ancora oggi. Ma Roberto Giardina, classe 1940, palermitano di nascita e berlinese d’adozione, ha fatto molto altro nella sua vita. È stato ed è innanzi tutto un giornalista, un cronista che si è avviato giovanissimo al mestiere e l’ha esercitato in varie sedi, per gran parte della vita come inviato e corrispondente dall’estero (Amburgo, Parigi, Bonn e Berlino). E non ha mai smesso di esserlo, tant’è che ancora oggi, raggiunta da tempo la pensione, decano dei corrispondenti in Germania, continua a pubblicare un pezzo al giorno sul quotidiano ItaliaOggi, una rubrica che rappresenta una finestra aperta su quanto accade nel mondo tedesco. È stato ed è un autore, capace di firmare saggi e romanzi in gran numero, sempre scritti con arguzia e con uno stile ironico e comprensibile. Molti dei suoi libri offrono uno sguardo incrociato tra Italia e Germania. Basti pensare a Stampa e mezzi d’informazione nella Germania Occidentale (Guanda, 1976), Biografia del marco tedesco (Giunti, 1996), Pizza con crauti (Colorado noir, 2006), Berlin liegt am Mittelmeer (Avinus, 2014), Lebst du bei den Bösen? Deutschland – meiner Enkelin erklärt (Launenweber Verlag, 2017), Il muro di Berlino, 1961-1989. Il racconto di un’epoca attraverso le storie dei grandi e piccoli protagonisti (Diarkos 2019). Ed è stato ed è un infaticabile viaggiatore, in giro per il mondo per lavoro o per piacere: a lui si devono anche godibilissimi libri di viaggio come L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici di ieri e di oggi (Bompiani, 2002) e L’Europa e le vie del Mediterraneo: da Venezia a Istanbul, da Ulisse all’Orient express (Bompiani, 2006).

L’ultima fatica s’intitola Ho sempre chiesto perché con sottotitolo Vita da giornalista -scrivere tra due secoli» (Torri del Vento, 2025), un libro che si presenta come un’autobiografia, ma che in verità è molto più di un’autobiografia. Partiamo dal titolo: quella frase, che Giardina vorrebbe un giorno incisa come epigrafie esistenziale accanto al suo nome, è una formula che riassume il senso di una vita dedicata a capire quello che succede, è il filo rosso della narrazione. Chiedersi il perché dovrebbe essere la base del mestiere di giornalista, almeno quello di una volta, ma non è sempre così. Per Giardina la ricerca dei perché è sempre stato un imperativo etico imprescindibile, la chiave di un’intera esistenza trascorsa a interrogare la realtà senza accontentarsi delle apparenze.

Il libro si configura come un mosaico volutamente disordinato, in cui ricordi privati, episodi professionali e riflessioni sul mestiere si alternano senza una rigida scansione cronologica. Non è un saggio sul giornalismo, né un’operazione nostalgica su un mondo perduto; è piuttosto un diario involontario, in cui memoria privata e storia collettiva si intrecciano. Dall’infanzia palermitana, trascorsa tra case piene di libri e l’enciclopedia tedesca del nonno, fino ai grandi snodi del secondo Novecento europeo, Giardina costruisce il ritratto di una vocazione precoce e tenace: fare il giornalista, ancor prima che lo scrittore. Dalla Palermo dell’infanzia alle redazioni torinesi (Gazzetta del Popolo e La stampa), da Roma a Berlino passando per Amburgo, Parigi e Bonn, emerge un percorso coerente nella sua irrequietezza: quello di un cronista che ha fatto del movimento – geografico e intellettuale – la propria condizione naturale. Le città attraversate non sono semplici sfondi, ma luoghi vissuti fino in fondo, osservati con attenzione quasi antropologica, tra politica, costume e vita quotidiana. Non solo dunque un’autobiografia personale, scandita da ricordi che l’autore conserva nella mente, ma anche un racconto avvincente di storia del giornalismo. Giardina restituisce con concretezza il senso del lavoro giornalistico tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i Venti dell’attuale. Racconta la gavetta, le redazioni, le scadenze, le notti passate a rifinire un articolo, ma anche quell’universo fatto di viaggi continui e camere d’albergo che diventano una seconda casa. È un mondo “intriso di odore d’inchiostro”, regolato da un’etica severa e da un’idea artigianale del mestiere, oggi in larga parte scomparsa. In questo senso, il libro assume anche il valore di una testimonianza storica: un vero e proprio atlante del giornalismo italiano ed europeo dal dopoguerra a oggi. Al centro resta sempre la figura del cronista, intesa non tanto come opinionista o protagonista, bensì come testimone. Giardina insiste su un principio semplice e radicale: scrivere ciò che si pensa, senza piegarsi alle mode o alle convenienze. Non significa dire tutto, ma non dire mai il falso. È una posizione che oggi suona quasi controcorrente, soprattutto in un’epoca in cui il confine tra informazione e opinione appare sempre più sfumato.

Le pagine dedicate alla formazione sono tra le più vive. C’è il ragazzo che a otto anni tenta di scrivere un romanzo western; c’è lo studente rimproverato per lo «stile squallido da giornalista», troppo asciutto per i gusti di una professoressa amante degli aggettivi; c’è il giovane che rivendica il diritto di scegliere “il proprio secolo” come tempo migliore in cui vivere. Episodi minimi, che rivelano però un tratto costante: l’ostinazione a pensare con la propria testa, anche a costo di pagare un prezzo.

Ma il libro è anche un libro di storia in cui le vicende tedesche si intersecano con quelle italiane. Il racconto della carriera è scandito da incontri e momenti cruciali. Giardina ha intervistato Albert Speer, Willy Brandt, Helmut Kohl, Günter Grass, Heinrich Böll, Markus Wolf, Egon Krenz e la rievocazione di questi (e tanti altri) personaggi riflette il privilegio – ma anche la responsabilità – di chi ha osservato la storia da vicino. E tuttavia, ciò che colpisce è l’assenza di ogni compiacimento: anche gli scoop, quando ci sono, vengono ridimensionati, perché destinati a svanire rapidamente o a rivelarsi ambigui. Particolarmente efficaci sono le pagine dedicate alla Germania, paese che Giardina conosce in profondità come pochi altri. Qui il memoir si fa anche racconto europeo: un’analisi dei mutamenti politici e sociali, ma soprattutto un tentativo di cogliere l’anima di una nazione attraverso dettagli minimi, conversazioni quotidiane, impressioni dirette. È il contrario del giornalismo “da scrivania” che l’autore critica apertamente: quello che pretende di capire il mondo senza muoversi, affidandosi esclusivamente alla rete. Un altro nodo centrale del libro è il rapporto tra giornalismo e letteratura. Giardina riflette con lucidità sulla differenza tra i due linguaggi: il cronista deve essere chiaro, essenziale, quasi invisibile; lo scrittore può permettersi ambiguità e deviazioni. Eppure, nella sua esperienza, i due registri si contaminano continuamente. La sua prosa, asciutta e priva di ornamenti superflui, nasce proprio da quella disciplina appresa in redazione, dove ogni parola ha un peso preciso.

Sullo sfondo, emerge anche una dimensione più intima e malinconica: il rapporto con la famiglia, a partire da quello con il padre professore e senatore della Repubblica, con la madre che lo protegge mentre le bombe dei liberatori americano cadono sulla Sicilia, l’orgoglio silenzioso, i rimpianti per le parole non dette; la consapevolezza che un’autobiografia è anche un atto di vanità, ma forse necessario per lasciare una traccia. Scrivere è «un gioco contro la morte», confessa l’autore: un modo per fermare il tempo, per ripetere – come nel gioco infantile con la madre – parole e gesti già vissuti. Ho sempre chiesto perché è dunque un libro duplice: da un lato il racconto di una vita e una carriera, dall’altro una riflessione sul senso stesso del raccontare. Ma soprattutto è un invito al dubbio. In un panorama mediatico dominato da certezze immediate e spiegazioni semplificate, Giardina ricorda che il compito del giornalista – e forse di ogni lettore – non è trovare risposte definitive, ma continuare a porsi le domande giuste. Anche quando sono scomode. Anche quando non hanno una risposta.

CdI 31.3.

 

 

 

 

 

Rimborso Irpef per chi dall’estero rientra in Sicilia

 

PALERMO - Rimborso dell’Irpef del 50 per cento per chi, dall’estero, si stabilirà in Sicilia, trasferendo il proprio domicilio fiscale in un Comune dell’Isola. È quanto prevede, in attuazione di una norma dell’ultima legge di Stabilità, il decreto dell’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, approvato ieri, 9 aprile, dalla giunta regionale.

“Con questa misura – dichiara il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani – offriamo un incentivo sia agli stranieri che scelgono di vivere in Sicilia, magari per beneficiare del suo stile di vita, sia agli emigrati, e in particolare i più giovani, che vogliono tornare a vivere nell’Isola”.

Come previsto dalla legge, si potrà accedere al beneficio nel caso in cui i nuovi residenti producano un reddito, anche da lavoro autonomo o d’impresa, oppure siano titolari di una pensione e, oltre al trasferimento in Sicilia, acquistino un immobile abitabile oppure dimostrino di realizzare interventi edilizi su una proprietà situata nel territorio regionale. La residenza in Sicilia dovrà essere mantenuta almeno fino al 31 dicembre dell’anno successivo a quello del trasferimento.

Nel caso di trasferimento in Comuni con meno di 5 mila abitanti, l’ammontare del contributo potrà salire fino al 60 per cento dell’Irpef versata, ma sempre entro i 100 mila euro l’anno per ciascuno dei tre anni di durata dell’intervento. Il contributo sarà riconosciuto dalla Regione a fronte dell’effettivo pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

“Questa forma di payback dell'Irpef, rivolto a lavoratori, nomadi digitali, professionisti e imprenditori, è una iniziativa pensata per l’attrazione di nuovi residenti ed è – afferma l’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino – attualmente unica in Italia. Rientra nel pacchetto di interventi del governo Schifani destinati a favorire la crescita del capitale umano in Sicilia. Puntiamo a innescare un circuito virtuoso e si stima non solo che sia a costo zero per la Regione, ma che possa anzi generare nuove entrate fiscali: il contributo sarà infatti più che compensato dal maggiore gettito Irpef che i nuovi residenti verseranno nelle casse regionali”.

"Un risultato particolarmente apprezzabile, frutto di un’intuizione del governo Schifani e di un confronto con l’assessore Dagnino", sottolinea Vincenzo Arcobelli, rappresentante al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e Presidente Emerito della Confederazione Siciliani Nord America. "Un’iniziativa che abbiamo sostenuto sin dalla sua gestazione, proprio per le sue potenzialità di ripopolamento dei borghi". (aise/dip 10)

 

 

 

 

 

Ucraina. Da una guerra in corso a una tregua stabile

 

All’inizio del 2025, spinti dalla spinta dell’amministrazione Trump verso un accordo di pace in Ucraina, la Francia e il Regno Unito hanno avviato discussioni sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito della cosiddetta «Coalizione dei volenterosi». Per l’Europa, questo è stato un modo per dimostrare a Trump che gli europei erano seriamente intenzionati a mettersi maggiormente in gioco, nella speranza di partecipare ai negoziati. La questione chiave in queste discussioni era come si potesse costruire un futuro cessate il fuoco tra Russia e Ucraina in modo tale da dissuadere la Russia dall’attaccare nuovamente l’Ucraina nel giro di pochi anni. Come si possono evitare in futuro gli errori del passato?

Per molti versi, la discussione è stata un esercizio utile in quanto ha delineato in dettaglio alcune precondizioni per una pace futura stabile. I colloqui internazionali sulle garanzie di sicurezza hanno portato per la prima volta i funzionari civili e militari delle capitali occidentali a immaginare e pianificare seriamente il futuro impegno dei loro paesi con, intorno e in Ucraina. Allo stesso tempo, tuttavia, queste discussioni hanno sofferto – e continuano a soffrire – di quattro difetti.

In primo luogo, le discussioni e i negoziati sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina hanno – almeno finora – contribuito ben poco a porre fine alla guerra. Varie proposte concrete avanzate sulla futura sicurezza dell’Ucraina, come quelle relative a una “forza di rassicurazione” o all’integrazione dei sistemi di difesa aerea del fianco orientale della NATO con quelli dell’Ucraina, hanno suscitato reazioni positive a Kiev. Tuttavia, gli effetti su Mosca della definizione dei piani occidentali per aiutare l’Ucraina a proteggersi in futuro – sia attraverso un impegno militare diretto che attraverso la cooperazione militare-industriale – sono stati e continuano ad essere negativi.

Paradossalmente, la ricerca di un cessate il fuoco stabile ha reso più lontana la fine dei combattimenti. I suggerimenti di ampia portata avanzati da paesi come il Regno Unito e la Francia – non da ultimo riguardo allo stazionamento di truppe della Coalizione dei Volenterosi nell’Ucraina occidentale – hanno aumentato la posta in gioco e la diffidenza del Cremlino riguardo agli sviluppi postbellici. Ciò ha ridotto la disponibilità della Russia – già scarsa – a cercare un compromesso e a fare concessioni. Tali annunci hanno ulteriormente ridotto la disponibilità del Cremlino a cessare i combattimenti prima di ottenere un chiaro vantaggio sul campo di battaglia e hanno aumentato il suo desiderio di una pace di vittoria (Siegfrieden) piuttosto che di un accordo di pace (Verständigungsfrieden).

Infatti, la Russia ha categoricamente respinto l’idea di truppe straniere in Ucraina. Come ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nel marzo 2025: “La presenza di truppe dei paesi della NATO sotto qualsiasi bandiera, sul suolo ucraino, rappresenta la stessa minaccia [dell’adesione dell’Ucraina alla NATO]. Non la accettiamo in nessuna circostanza”.

In secondo luogo, i vari piani per garantire la sicurezza futura dell’Ucraina contengono ben poco di concreto che abbia rilevanza materiale immediata. Al contrario, le tanto discusse garanzie di sicurezza sono un insieme di intenzioni, scenari e promesse che, se attuate, migliorerebbero in parte la sicurezza dell’Ucraina attraverso una presenza simbolica di truppe, pattugliamenti aerei e così via. I piani occidentali non prevedono un miglioramento sostanziale né dell’integrazione internazionale né della difendibilità militare dell’Ucraina. Al contrario, i negoziati ufficiali si concentrano sull’istituzione, le condizioni, la formulazione e la ratifica di determinati futuri meccanismi di reazione multilaterali qualora Mosca dovesse inasprire nuovamente la situazione.

L’idea – di per sé nobile – delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina propone semplicemente che Kiev si affidi a un certo algoritmo di future azioni occidentali di portata limitata. Essa presuppone inoltre, in modo ottimistico, che Mosca creda nella fattibilità e nella consequenzialità dell’algoritmo reattivo proposto. Tuttavia, le garanzie di sicurezza finora previste non prevedono alcuna struttura organizzativa, come la NATO, a sostenerle. Né includono una presenza militare significativa di truppe occidentali di stanza lungo la futura linea di contatto russo-ucraina. In assenza di solide basi istituzionali e di sufficienti risorse materiali, né Kiev né Mosca possono prendere sul serio le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Ciononostante, l’Ucraina potrebbe essere costretta a seguire il “principio della speranza” e ad accettare le garanzie di sicurezza che può ottenere piuttosto che quelle di cui ha bisogno. In tal caso, tuttavia, qualsiasi futuro cessate il fuoco potrebbe rivelarsi semplicemente un interregno fino alla ripresa dei combattimenti su larga scala. Inoltre, costituirebbe una pausa nella guerra a vantaggio della Russia, poiché consentirebbe a Mosca di scegliere un momento opportuno per una nuova escalation durante, ad esempio, un’escalation militare parallela nel Mar Cinese Meridionale o altrove.

Al contrario, la leadership ucraina – sperando che almeno alcune delle promesse fatte nell’accordo di sicurezza vengano mantenute – sarà condannata a una futura passività militare e a spiacevoli sorprese. In un certo senso, un tale scenario sarebbe una ripetizione dell’esperienza dell’Ucraina dal 2014 del ormai famigerato “Memorandum sulle garanzie di sicurezza” del 1994. Kiev ha firmato il Memorandum di Budapest sebbene, nel 1993, ci fosse stata una richiesta ucraina e una bozza di trattato completo tra l’Ucraina e il P5 che avrebbe obbligato ciascun membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad adottare le “misure necessarie”, qualora uno Stato dotato di armi nucleari avesse compiuto una “minaccia o uso della forza o minaccia della stessa in qualsiasi forma contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina”.

In terzo luogo, l’attuale dibattito rimane teorico nella misura in cui non può prevedere la situazione concreta sul campo in cui le garanzie di sicurezza saranno alla fine fornite all’Ucraina. Il modo esatto e le condizioni in cui termineranno i combattimenti ad alta intensità determineranno la natura e la sostenibilità di un futuro cessate il fuoco. La posizione sul campo di battaglia e la condizione socio-economica di entrambi i paesi nel momento in cui le armi taceranno determineranno principalmente la stabilità e la durata della tregua.

Anche il contenuto e la formulazione delle future garanzie di sicurezza avranno certamente un ruolo. Tuttavia, le eventuali garanzie future non solo dovranno essere adattate al contesto esistente in cui vengono fornite, ma la loro rilevanza per i fornitori occidentali, i destinatari ucraini e i potenziali fattori scatenanti russi dipenderà più dagli sviluppi nel mondo reale che dalle promesse fatte sulla carta. La posizione dell’Ucraina nei confronti della Russia e viceversa determinerà il significato di qualsiasi garanzia di sicurezza, così come le relazioni di ciascun paese con attori terzi.

Più la situazione militare, economica e internazionale dell’Ucraina sarà vantaggiosa al momento dell’inizio del cessate il fuoco, meno probabile sarà che le garanzie occidentali per la sicurezza ucraina debbano essere applicate. Al contrario, più la situazione generale dell’Ucraina sarà difficile al termine dei combattimenti, più probabile sarà una nuova escalation e più plausibile potrebbe essere una richiesta ucraina di attuare garanzie di sicurezza.

Infine, ma non meno importante, il dibattito pubblico occidentale sulle future garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ultimo anno è stato caratterizzato da incoerenze, contraddizioni e ritrattazioni. Il ruolo esatto degli Stati Uniti come fornitori di un “back-stop” mal definito per le garanzie è ancora poco chiaro. Le dimensioni, l’ubicazione, il tipo e persino la mera possibilità di una “forza di rassicurazione” occidentale in Ucraina rimangono oggetto di controversia.

Più recentemente, l’amministrazione Trump ha introdotto nuova incertezza nella pianificazione europea per un cessate il fuoco in Ucraina quando ha annunciato il proprio desiderio di annettere la Groenlandia danese e ha avviato colloqui con Mosca sulla futura cooperazione economica. Data la disponibilità degli Stati Uniti a confrontarsi con uno stretto alleato e a collaborare con un nemico tradizionale, i leader europei, compresi quelli ucraini, sono diventati diffidenti nei confronti delle assicurazioni statunitensi di aiutare ad attuare future garanzie di sicurezza.

In conclusione, il dibattito occidentale sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, iniziato nel 2025, è un passo nella giusta direzione ma prematuro e potrebbe persino funzionare come una forma di evasione. Discutere della seconda fase – garantire il cessate il fuoco – senza un piano chiaro su come realizzare la prima – ottenere quel cessate il fuoco – potrebbe distrarre dal problema anziché aiutare a risolverlo. Ciò è particolarmente vero poiché il successo del secondo passo – l’effetto deterrente delle garanzie di sicurezza sulla Russia – sarà determinato principalmente dalla natura del primo passo – il modo e le condizioni in cui i combattimenti in Ucraina giungeranno al termine.

Né la conclusione della guerra attuale né la stabilità di un futuro cessate il fuoco saranno determinate in primo luogo da come le garanzie di sicurezza per l’Ucraina saranno formulate sulla carta. Piuttosto che questo o quel impegno verbale dei paesi occidentali, la situazione concreta sul campo – in ambito economico e sul campo di battaglia – è decisiva oggi e rimarrà cruciale domani. Il tipo di aiuto materiale e finanziario di cui Kiev ha bisogno per porre fine ai combattimenti in modo accettabile sarà per molti versi simile al tipo di sostegno di cui l’Ucraina avrà bisogno una volta concordato il cessate il fuoco per proteggersi da un nuovo attacco. Andreas Umland. AffInt 7

 

 

 

 

 

Tournée in Germania dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

 

FRANCOFORTE SUL MENO – Tre sono le tappe tedesche che una delle più prestigiose istituzioni sinfoniche europee, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha in programma in Germania in questi giorni come protagonista di attesissimi concerti che si concluderanno con una esibizione all’Alte Oper Frankfurt, nella Großer Saal, sabato 18 aprile 2026, alle ore 20:00. Dopo la tappa di ieri a Colonia e di domani a Baden Baden, salirà nuovamente sul podio, questa volta della Alte Oper, il direttore musicale Daniel Harding che guiderà l’orchestra – ormai fiore all’occhiello della cultura italiana e di tutto il Paese –  in un programma di grande intensità espressiva, affiancato dal pianista Igor Levit, tra i più acclamati interpreti della scena internazionale, apprezzato per la profondità delle sue interpretazioni e l’impegno artistico e culturale.

Il concerto si aprirà con il Concerto per pianoforte n. 1 in re minore op. 15 di Johannes Brahms, pagina monumentale del repertorio romantico, caratterizzata da una tensione drammatica di rara intensità e da un dialogo serrato tra solista e orchestra.

La nascita del Primo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms fu lunga e tormentata, e avvenne per fasi successive a partire dal 1852, con esibizioni non sempre ben accolte ed anzi bisognerà aspettare il 1861 per la sua definitiva pubblicazione e successive acclamazioni del pubblico.

Frutto di un’ossessione, il concerto è espressione di una ricerca accompagnata da un forte spirito di autocritica. La conseguenza fu una contraddizione risolta con un compromesso: uno schema tradizionale per un modello alternativo.

Non stupisce quindi che il destino del Concerto fosse contrastato e difficile. Molti dei rilievi che gli vennero mossi dai primi ascoltatori (e non bisogna dimenticare che Brahms ebbe fin dall’inizio ascoltatori assai attenti) sono in parte comprensibili. In effetti il Concerto in re minore è lontano dalle convenzioni del concerto per strumento solista, in quanto il pianoforte e l’orchestra sono posti su un piano di assoluta parità: il che lo fece sembrare una Sinfonia con pianoforte. L’evidente ambizione di rifarsi al Beethoven drammatico ed eroico (soprattutto a quello del Terzo Concerto in do minore) si scontra con l’insistenza di passaggi divaganti ed eterei (come un phantasieren romantico alla Schumann) così come con il contenuto eterogeneo, appassionato, malinconico, giocoso, dei temi.

Insomma esso ci appare come un lavoro di sperimentazione che solo a posteriori avrebbe trovato la sua giustificazione e la sua esatta collocazione nella storia del concerto per pianoforte. Sarà il quanto mai rinomato e virtuoso pianista Igor Levit a dare corpo e interpretazione al tessuto musicale da solista e a duettare con l’orchestra.  A seguire verranno eseguite le celebri Variazioni Enigma op. 36 di Edward Elgar, un affascinante ciclo orchestrale che, attraverso una scrittura raffinata e ricca di colori, costruisce una serie di ritratti musicali di sorprendente vividezza.

Eseguite per la prima volta a Londra a st. James Hall nel 1899, queste quattordici Variazioni –  così complesse, ben meditate e mature –  nacquero per puro caso. Una sera dell’ottobre 1898 Elgar improvvisava sul violino alcuni passaggi melodici senza uno scopo. La moglie l’interruppe ammirando la bellezza di una melodia, della quale egli non si era neppure accorto. Sorpreso e affascinato dall’entusiasmo della consorte, Elgar, ritrovata la melodia, la perfezionò, e poi chiese. «Ti fa pensare a qualcuno?», «Certo, a Billy Baker che esce dalla stanza».

In quella serata in famiglia le Variazioni presero vita. Alla moglie Elgar (C.A.E.) dedicò la prima variazione, a Billy Baker, William Meath Baker (W.M.B) la quarta. E da tutte e quattordici ancora ci arriva il calore e l’intesa umana simpatia, di quotidiana familiarità e amicizia, nonchè di umorismo da cui avevano preso le mosse e l’ispirazione. Fu naturale quindi che il compositore Elgar le dedicasse “a tutti gli amici che sono qui ritratti”. Da un secolo non c’è più nessun enigma nelle iniziali dei nomi, perché i dedicatari sono stati identificati tutti. Ma un altro enigma non è stato sciolto e forse non lo sarà mai. Nelle note di programma per la prima esecuzione l’autore dichiarò che «lungo e sopra la costruzione ‘procede’ [goes] un altro tema più ampio che non si suona», e che nessuno ha individuato. Con numerose esecuzioni di successo di queste Variazioni, che si estesero prestissimo in tutta l’Europa, si dovette da allora credere, come aveva sentenziato G. B. Shaw, che anche in Inghilterra si creava musica buona e perfino eccellente.  Fondata nel 1908, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è tra le più antiche e rinomate compagini sinfoniche italiane, riconosciuta a livello internazionale per l’eccellenza artistica e la versatilità del suo repertorio. Nel corso della sua storia ha collaborato con i più grandi direttori e solisti, affermandosi come ambasciatrice della tradizione musicale italiana nel mondo. Il finale a Francoforte sarà quindi per il pubblico internazionale della città della Banca Centrale Europea un evento di grande rilievo. Un pubblico attento e raffinato che avrà l’opportunità di ascoltare una delle più autorevoli ed acclamate orchestre italiane in un programma dal ricco fascino musicale ed interpretativo.

Michele Santoriello, Ufficio Affari culturali e comunicazione del Consolato Generale d’Italia a Francoforte sul Meno

 

 

 

 

 

Svizzera. No all’iniziativa antistranieri. Vota No il 14 giugno

 

L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» non è che l’ultimo tassello di una tradizione discriminatoria che ha inizio con le famigerate iniziative Schwarzenbach degli anni Settanta. Già allora, l’associazionismo migrante denunciava con forza come lo scandalo non fosse la sola iniziativa, bensì una politica che sfruttava lavoratrici e lavoratori negando loro dignità e diritti fondamentali, incolpandoli al contempo dei mali di uno sviluppo mal governato a beneficio di pochi. Oggi come allora, respingiamo l’idea che le persone migranti diventino il capro espiatorio universale per ogni problema del Paese: dalla crisi abitativa al consumo di suolo, dalle carenze del sistema scolastico alla crisi climatica.

L’iniziativa mina innanzitutto i diritti fondamentali, indebolisce la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, limita il ricongiungimento familiare e rischia di svuotare il diritto d’asilo. Si aprono così nuove forme di ingiustizia sociale, con lavoratrici e lavoratori trattati come manodopera temporanea senza pieni diritti. Un ritorno a logiche di esclusione e precarietà che la Svizzera ha già conosciuto e che pensavamo superate.

Anche oggi il punto è chiaro e va al cuore del problema: il sistema svizzero è fondato su una migrazione di lavoro e le implicazioni dell’iniziativa avrebbero delle ripercussioni su tutti i lavoratori e su tutte le lavoratrici.

Allo stesso tempo, verrebbero colpiti i pilastri dello Stato sociale. Ridurre la popolazione attiva significa ridurre i contributi a AVS e assicurazioni sociali, aggravando squilibri già esistenti in una società che invecchia. Ma l’impatto non è solo economico!

Anche le relazioni con l’Europa sono a rischio. Non meno preoccupanti sono le conseguenze per le relazioni tra Svizzera ed Europa. La disdetta della libera circolazione e con essa degli strumenti di controllo dei salari, e poi inseguito attraverso la «clausola ghigliottina», dell’intero sistema di accordi con l’Unione europea, con effetti devastanti su economia, occupazione, sicurezza, stabilità giuridica e coesione sociale.

La migrazione è ricchezza sociale, culturale, economica

Le comunità migranti in Svizzera ci ricordano che la migrazione non è riducibile a una questione economica o numerica, ma rappresenta una straordinaria ricchezza culturale e sociale. Da generazioni, le cittadine e i cittadini migranti contribuiscono in modo determinante allo sviluppo del Paese: dal lavoro nelle infrastrutture e nell’industria, fino al settore sanitario, alla ristorazione, alla cultura e alla ricerca.

La presenza italiana, ad esempio, ha arricchito la Svizzera con lingua, tradizioni, creatività e spirito imprenditoriale, diventando parte integrante del tessuto sociale. Le seconde e terze generazioni sono oggi pienamente inserite nella società svizzera e costituiscono un ponte importante verso l’Europa.

La migrazione non è un problema da ridurre a mera soglia rigida, ma una componente essenziale della prosperità e della coesione sociale della Svizzera.

Per queste ragioni, invitiamo a votare convintamente NO il 14 giugno e a mobilitarci insieme aderendo al Comitato delle Organizzazioni italiane per il NO all’iniziativa antistranieri «No ad una Svizzera da 10 milioni»

Difendiamo insieme i diritti, la dignità e il futuro!

PD SVIZZERA – AVS SVIZZERA – ACLI SVIZZERA – FCLIS –SPI CGIL SVIZZERA – UNIA – SYNA

Ulteriori informazioni a questo link https://fcli.ch/no-alliniziativa-del-caos-delludc-difendiamo-diritti-dignita-e-futuro/  (de.it.press 27.4.)

 

 

 

 

 

La diplomazia del bene: cinque nuovi Giusti al Viale della Farnesina

 

Da Sofia 1877 a Santiago 1973, il MAECI consacra la memoria di chi ha saputo scegliere da che parte stare

ROMA — Un atto di memoria, un esercizio di responsabilità civile, un omaggio al coraggio silenzioso di chi ha indossato l’abito del diplomatico senza dimenticare quello dell’uomo: la cerimonia tenutasi il 23 aprile 2026 nel piazzale antistante la Farnesina, a poche ore dalle celebrazioni della Liberazione, ha aggiunto cinque nuovi nomi al “Giardino dei Giusti della Farnesina”, l’angolo verde inaugurato nel marzo 2024 e ormai parte integrante del paesaggio simbolico della diplomazia italiana. Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, il Sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri e il Presidente della Fondazione Gariwo Gabriele Nissim, promotore originario del progetto. Per il Ministro l’esempio dei Giusti rappresenta un “monito quotidiano” su cosa significhi servire lo Stato tenendo sempre la persona al centro.

I cinque nuovi cippi inaugurati per l’occasione commemorano figure tanto diverse per epoca quanto coese nel valore. C’è Vito Positano (Noicàttaro 1833 – Yokohama 1886), Vice Console a Sofia, che nel dicembre 1877 si rifiutò di obbedire all’intimazione di Osman Pascià e, insieme ai colleghi francese e austro-ungarico, salvò la futura capitale bulgara dall’incendio. C’è Francesco Babuscio Rizzo (Potenza 1897 – Roma 1983), Incaricato d’Affari presso la Santa Sede tra il 1943 e il 1944, che nei mesi dell’occupazione nazifascista di Roma sottrasse alla deportazione centinaia di esuli e perseguitati. C’è Tito Spoglia (Atina 1923 – Elisabethville 1960), Vice Console nel Katanga in piena rivolta secessionista, caduto il 10 luglio 1960 mentre tentava di organizzare l’evacuazione dei connazionali e insignito post mortem della medaglia d’oro al valor civile. C’è Giorgio Giacomelli (Milano 1930 – Roma 2017), Primo Segretario a Léopoldville durante la rivolta dei Simba del 1964, che si accodò alle truppe governative per mettere in salvo decine di italiani altrimenti destinati al massacro. E c’è Piero De Masi (Roma 1937 – Roma 2021), Incaricato d’Affari a Santiago del Cile nel settembre 1973, che nelle ore drammatiche del golpe di Pinochet aprì la sede di Calle Miguel Claro a chi bussava: circa settecentocinquanta gli asilados che da quella scelta personale e non autorizzata trovarono via di salvezza, una pagina che il cinema di Nanni Moretti ha restituito al grande pubblico con Santiago, Italia nel 2018.

Sindaco e Presidente della Fondazione Gariwo hanno declinato, ciascuno dal proprio osservatorio, lo stesso filo. Il Sindaco Gualtieri ha rivendicato l’orgoglio per una tradizione diplomatica in cui tante personalità hanno saputo compiere una “scelta etica” in momenti particolarmente difficili; il Presidente Nissim, che proprio in occasione del primo allestimento del 2024 aveva coniato la formula della “diplomazia del bene”, ha ribadito come l’Italia, con i suoi oltre duecento Giardini, sia oggi tra i Paesi più impegnati nel ricordare i propri Giusti e nel farne un patrimonio civile esportabile.

Con queste cinque nuove targhe i nomi commemorati salgono a quattordici, dopo i nove dell’allestimento iniziale del marzo 2024, fra i quali Guelfo Zamboni, Tommaso de Vergottini, Pierantonio Costa e l’Ambasciatore Luca Attanasio. La selezione è opera della Commissione dei Giusti della Farnesina, istituita dal MAECI nel 2024 e coordinata dal Ministro Plenipotenziario Stefano Baldi, unico componente attualmente in servizio, affiancato dagli Ambasciatori a riposo Maria Assunta Accili, Emilio Barbarani, Carlo Maria Oliva e Ludovico Ortona. A questo organo spetta l’esame post mortem dei fascicoli storici, con il rigore documentale che la materia impone. Ma il senso ultimo dell’iniziativa va oltre la commemorazione: il Giardino è pensato come strumento formativo permanente, non solo per i giovani diplomatici che entrano in carriera — cui si offre un repertorio di esempi concreti di servizio civile — ma anche per i cittadini, gli studenti, chiunque attraversi quel viale e ne legga i nomi. Una pedagogia per immagini, dove la memoria non è monumento ma esercizio.

È in questa cornice che si comprende la frase con cui Tajani ha aperto la cerimonia: “Ricordare i Giusti è un atto di responsabilità civile”, il modo in cui una comunità sceglie i propri riferimenti morali. Quattordici cippi, sotto i platani che fronteggiano il piazzale della Farnesina, ci ricordano — silenziosamente — come la diplomazia italiana, prima ancora che corpo professionale, sia stata e continui a essere una tradizione di coscienze. Arturo Varè, Dip 26

 

 

 

 

 

Il falso mito della middle class in crisi

 

Nella società moderna così frammentata e polarizzata il ceto medio, da tempo frammentato, sembra essere in crisi, anche se i numeri lo smentiscono se allarghiamo lo sguardo comparativo al mondo.

Nel Sud-Europa, come in Italia, la crisi economica e le successive crisi politiche, quasi sempre consequenziali della prima, negli ultimi quindici anni hanno moltiplicato il rischio di povertà nelle forme che conosciamo.

Disoccupazione, sottoccupazione e deprivazione hanno interessato un’ampia fascia di ceti medio-bassi, anche perché nei Paesi del Sud-Europa, compreso il nostro, al basso valore aggiunto di settori tradizionali si è unito l’effetto del labour saving, del risparmio di manodopera, dovuto alle nuove tecnologie.

Nell’Europa del Nord, al contrario di quanto detto, c’è stata una crescita dei ceti medi contraddistinti da competenza e competitività individuali, con un andamento costante di rendimento che non ha mancato di incidere positivamente sul reddito nazionale.

Lo Stato sociale, in questi Paesi, ha continuato a proteggere redditi ed occupazione, così da permettere ai ceti medi di resistere all’erosione del loro scudo protettivo - molti erano i pensionati tra di loro - e, nel contempo, sostenere “gente nuova“ con nuove professionalità.

Gli Stati Uniti, invece, hanno fatto registrare una crisi dei ceti medi molto prima che nel Sud-Europa, dovuta allo straordinario impatto del digitale, che nasce e si sviluppa esprimendo nuovi poteri planetari con l’industrializzazione della comunicazione, che ha visto la rapida ascesa dei ceti medi “tech“,  innovatori più che inventori, e il pericolo di sostituzione automatica e d’impoverimento per i ceti medi tradizionali.

Se in Europa e anche in Canada i ceti medi resistono, negli Stati Uniti dimagriscono e si trasformano, nell’America Latina ristagnano, mentre in Cina e in India vivono una stagione sfolgorante di espansione, di pari passo con crescita economica e benessere.

Certo si tratta di stime, ma sono molti gli osservatori internazionali, come molte agenzie di rating, che ritengono la classe media cinese superiore in numero a quella americana perché ha lavoro e retribuzione stabile, anche se a forte competizione interna per far carriera e guadagnare posti nelle gerarchie del Partito Comunista.

In Cina, viceversa di quanto accade in Occidente, la carriera è un valore, spinge a migliorare, a progredire, come dimostrano il terziario e i servizi che rafforzano il mercato interno e i ceti medi, leader del consumo.

Anche in India a guidare i consumi sono i ceti medi, ma le differenze tra grandi città e periferie, in termini di salari e costi, sono enormi e la povertà si fa sentire. Nelle megalopoli è però cresciuta, si potrebbe dire a dismisura, la classe media, che è quella che fa turismo di lusso sulle spiagge più eleganti dell’Asia e anche da noi in Italia.

La classe media rappresenta un modello di ascesa sociale, dopo l’industrializzazione, per centinaia di milioni di asiatici che aspirano ad appartenervi.

In fin dei conti, la middle class nel mondo non gode di cattiva salute, anzi appare in brillante ascesa in Cina e India; in Occidente, fa ben sperare il rinnovamento dei ceti medi con le nuove professioni, dopo la lenta erosione del prestigio dei “colletti bianchi“ e la forte contrazione della piccola borghesia del lavoro autonomo.

Viviamo un tempo in cui è molto più facile immaginare scenari distopici che futuri desiderabili, ma la speranza, come dicevano gli antichi, è l’ultima a morire. 

Angela Casilli, de.it.press 22

 

 

 

 

 

 

In Italia popolazione stabile grazie alle migrazioni

 

ROMA - Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi. Prosegue in Italia il calo della fecondità, comune a molti Paesi europei: nel 2025 scende a 1,14 figli per donna. Nel panorama europeo l’Italia è uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita: nel 2025 arriva a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Le immigrazioni dall’estero sono 440mila, le emigrazioni per l’estero 144mila. Mobilità internazionale in flessione ma il saldo migratorio rimane ampiamente positivo: nel 2025 è pari a +296mila unità.

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.

Le coppie con figli costituiscono il 28,4% delle famiglie, quelle senza figli il 20,2%. Questi, in sintesi, i dati diffusi oggi dall’Istat, che oggi ha pubblicato gli Indicatori demografici - Anno 2025.

I DATI

POPOLAZIONE IN CRESCITA AL NORD E IN CALO NEL MEZZOGIORNO

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58 milioni 943mila individui (dati provvisori), risultando stabile rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità). Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille).

Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024. I decessi sono 652mila, in calo dello 0,2%. Il saldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) è ampiamente negativo (circa -296mila unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283mila.

Le immigrazioni dall’estero, 440mila, pur diminuendo di 12mila unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese. Scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero, 144mila, ben 45mila in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296mila) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33mila unità sul 2024.

Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto un milione e 455mila cittadini.

QUASI 190MILA STRANIERI RESIDENTI IN PIÙ E ALTRETTANTI ITALIANI IN MENO

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36mila). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196mila.

La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%. Nel Centro risiedono un milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.

La popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui rispetto al 1° gennaio 2025 (-3,5 per mille). Il bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente negativo (-333mila), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno (-6,3 per mille).

Nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza italiana (come detto 196mila) risultano in diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e 217mila nel 2024). Il calo è da imputare principalmente alle modifiche del quadro normativo introdotte dal D.L. 36/2025 (convertito nella Legge n. 74/2025) che prevede restrizioni all’acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis. Ciononostante, il Paese mantiene un maturo livello di integrazione dei cittadini stranieri residenti, tale da consentire ogni anno a decine di migliaia di individui di diventare italiani. Un elemento, questo, che sul piano quantitativo attenua la progressiva diminuzione della popolazione di cittadinanza italiana.

Nel 2025 i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.

Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi (-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000).

IL NUMERO MEDIO DI FIGLI PER DONNA SCENDE A 1,14

In base a dati ancora provvisori, i nati residenti in Italia sono 355mila nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15mila unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48mila, in calo del 5,6% sul 2024.

Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna.

In base a dati provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno sul 2024. Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a, rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille

LA FAMIGLIA UNIPERSONALE È LA PIÙ DIFFUSA

Nel biennio 2024-2025 le famiglie in Italia sono 26 milioni e 600mila, oltre 4 milioni in più rispetto all’inizio degli anni Duemila. Questa crescita dipende dalla progressiva semplificazione delle strutture familiari, determinata soprattutto dall’aumento delle famiglie unipersonali, attualmente la forma familiare più diffusa.

Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), mentre venti anni fa questa tipologia rappresentava appena un quarto delle famiglie (25,9%). Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Queste famiglie sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%), per molti anni il modello prevalente di famiglia, ma anche quello interessato dalla diminuzione più consistente.

Le coppie senza figli sono stabili nel tempo e rappresentano un quinto del totale (poco più del 20%). Nel corso degli anni sono aumentate le famiglie monogenitore, che rappresentano oggi una famiglia su 10. Si tratta principalmente di madri sole (8,6%), ma sono evidenti anche casi di padri con figli (2,2%). Le famiglie costituite da due o più nuclei e quelle senza nucleo (persone sole escluse, ad esempio due fratelli conviventi) si confermano nel loro insieme una tipologia residuale (3,5%).

IN AUMENTO I TRASFERIMENTI DI RESIDENZA TRA COMUNI, NORD FAVORITO

Nel 2025 i trasferimenti di residenza tra Comuni ammontano a 1 milione 455mila, in aumento del 5,1% rispetto al 2024. La crescita è sostenuta soprattutto dalla mobilità dei cittadini stranieri (284mila trasferimenti, +14,8%), mentre gli spostamenti degli italiani (1 milione 171mila) registrano un incremento più contenuto (+3,0%).

I movimenti migratori tra le ripartizioni territoriali continuano a evidenziare un saldo positivo per il Centro-Nord, pari a 45mila unità (+1,2 per mille). L’area maggiormente avvantaggiata è quella del Nord-ovest (+20mila, +1,3 per mille), seguito dal Nord-est (+19mila, +1,6 per mille). Il Centro mostra un saldo migratorio interno più contenuto (+6mila, +0,5 per mille). A livello regionale, i saldi positivi più consistenti in valore assoluto si registrano in Lombardia e in Emilia-Romagna (+10mila), seguite da Piemonte (+7mila) e Veneto (+5mila).

Al contrario, il Mezzogiorno continua a registrare perdite migratorie sul versante interno, mostrando un saldo negativo di 45mila unità (-2,3 per mille). La perdita è particolarmente marcata nel Sud (-34mila, -2,6 per mille) e più contenuta nelle Isole (-11mila, -1,8 per mille). A livello regionale, le maggiori perdite in valore assoluto si registrano in Campania (-17mila), Sicilia (-11mila), Calabria e Puglia (entrambe -7mila). In termini relativi, i tassi migratori più negativi si osservano in Basilicata (-5,5 per mille), Calabria (-3,8 per mille), Molise (-3,3 per mille) e Campania (-3,0 per mille), mentre Sicilia (-2,4 per mille) e Puglia (-1,7 per mille) presentano valori più contenuti.

IMMIGRAZIONI IN LIEVE CALO E FORTE RIDUZIONE DEGLI ESPATRI DEI CITTADINI ITALIANI

Le immigrazioni dall’estero sono circa 440mila nel 2025, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (-2,6%). Il calo interessa sia i cittadini stranieri (383mila ingressi, -2,5%) sia gli italiani di ritorno dall’estero (56mila rimpatri, -3,4%). Gli ingressi diminuiscono soprattutto per i cittadini stranieri provenienti dall’Europa centro-orientale (60mila, -15,4%), in particolare dall’Ucraina (-33,9%), e dai Paesi dell’Unione europea (38mila, -8,4%).

Si riducono anche gli ingressi dall’America centro-meridionale (55mila, -15,7%) e, in misura più contenuta, dall’Africa (110mila, -2,9%) anche perché rimangono consistenti le immigrazioni dei cittadini stranieri provenienti da Marocco, Egitto e Tunisia (complessivamente 76mila ingressi).

In controtendenza i flussi dall’Asia, che raggiungono 116mila ingressi, registrando una crescita significativa (+18,6%), soprattutto grazie ai flussi dal Bangladesh (37mila, +22,0%), dall’India (17mila, +22,7%) e dal Pakistan (26mila, +20,0%). Gli italiani che rientrano nel Paese provengono prevalentemente (oltre la metà del totale) dall’Unione europea (31mila, +2,3%).

Nel 2025 risultano in forte diminuzione le emigrazioni verso l’estero, che si attestano a 144mila unità (-23,7% sul 2024), il valore minimo dell’ultimo decennio. La contrazione riguarda sia gli espatri dei cittadini italiani (109mila espatri, -22,7%) sia le emigrazioni degli stranieri (35mila, -26,5%).

A parziale motivazione del contenimento degli espatri nel 2025 va ricordato che nel 2024 è stato registrato un numero eccezionale di iscrizioni all’AIRE, in seguito all’introduzione di norme più stringenti su tale fronte. In parte, quindi, l’effetto normativo ha determinato uno shock i cui effetti si riversano sulla variazione del 2025 sul 2024.

La diminuzione degli espatri dei cittadini italiani interessa quasi tutte le principali aree di destinazione. L’Unione europea si conferma tuttavia il principale polo attrattivo con 68mila espatri (-27,7%). Nel dettaglio dei principali Paesi di destinazione, diminuiscono soprattutto gli espatri verso la Germania (13mila, -37,1%) e il Regno Unito (11mila, -38,4%). Al di fuori dell’Europa, diminuiscono i flussi degli italiani verso gli Stati Uniti (-6,5%) e l’Australia (-9,3%).

Il saldo migratorio complessivo con l’estero, pari a circa +296mila unità, è il risultato di due dinamiche opposte: da un lato, il guadagno dovuto alle immigrazioni di cittadini stranieri (+348mila), dall’altro la perdita di cittadini italiani (-53mila). In termini relativi, il tasso migratorio con l’estero è pari a +5,0 per mille abitanti, più elevato al Nord e al Centro, rispettivamente pari al 5,8 e al 5,2 per mille, più contenuto nel Mezzogiorno dove si ferma al 3,7 per mille.

La mobilità dei cittadini nazionali è fenomeno diffuso in tutta Europa, al punto che in molti Paesi il saldo migratorio dei propri cittadini è negativo.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2024 l’Italia presenta un tasso migratorio dei propri cittadini pari a -1,5 per mille, un valore in linea con quello osservato in diversi Paesi dell’Europa occidentale, come il Belgio (-1,4) e la Svizzera (-1,2), e meno negativo rispetto a quello di un Paese importante come la Svezia (-2,1). Anche tra gli altri principali Paesi europei si osservano tassi migratori dei connazionali negativi, seppur su livelli più contenuti rispetto all’Italia, come in Germania (-1,1), Francia (-0,9) e Austria (-0,8), mentre la Spagna rappresenta un’eccezione, con un tasso positivo ma prossimo allo zero (0,2).

SI RIDUCE A QUATTRO ANNI IL DIVARIO DI GENERE PER LA VITA MEDIA

Nel panorama europeo l’Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi (86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni.

La speranza di vita è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7 anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel tempo occorre risalire al 1953.

A livello regionale è il Trentino-Alto Adige la regione in cui si vive più a lungo, con 82,8 anni per i maschi e 86,8 per le femmine. In fondo alla graduatoria continua a collocarsi la Campania con, rispettivamente, 80,1 e 84,1 anni.

PER IL PESO DI OVER 65ENNI L’ITALIA È IL PAESE PIÙ ANZIANO DELLA UE27

Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni).

La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.

Il processo di invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni.

Al 1° gennaio 2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%.

Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27 (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che presenta il valore minimo.

(aise/dip 1.4.) 

 

 

 

 

 

Anche il Nulla non è mai vuoto: una riflessione sulla coscienza nella Filosofia Sethiana

 

Il proverbio “nulla nasce dal nulla assoluto” non è, nella Filosofia Sethiana, una semplice proposizione contemplativa, ma un fatto che può essere vissuto e osservato. Esso mette in discussione una convinzione molto radicata nella mente umana: l’idea che il vuoto significhi assenza totale, e che il nulla sia un vuoto in cui non esiste alcuna presenza. Secondo questa prospettiva filosofica, ciò che comunemente consideriamo “nulla” non è una non-esistenza, ma una presenza più sottile, che non può essere percepita attraverso una percezione ordinaria, poiché non è formata, identificata o posseduta. L’essenza di questa intuizione risiede nella teoria della continuità silenziosa della consapevolezza: un filo di silenzio ininterrotto su cui si costruisce ogni esperienza.

Gli esseri umani ricorrono spesso alla meditazione nella ricerca di significato e pace, convinti che l’obiettivo finale sia raggiungere uno stato di vuoto. Questo vuoto viene solitamente immaginato come la fine di ogni pensiero, la scomparsa di tutte le identità e dell’io stesso, come un’assenza indeterminata. Tuttavia, questa è un’ipotesi che il pensiero sethiano invita a riconsiderare. Se uno stato di nulla assoluto potesse davvero essere raggiunto, non ci sarebbe nessuno a esserne consapevole. La stessa consapevolezza del vuoto annulla l’idea di un’assenza totale. Anche nel silenzio più profondo esiste qualcosa: non come oggetto, non come “qualcosa” definito, ma come coscienza.

Questa consapevolezza non va e viene come i pensieri o le emozioni. È silenziosa e collega ogni momento al successivo. È questa continuità che rende coerente l’esperienza umana. Senza di essa, sarebbe impossibile percepire, ricordare o provare un senso di identità. Questa comprensione si rivela spesso, nella Filosofia Sethiana, attraverso la semplice osservazione della vita quotidiana. Si consideri una stanza completamente silenziosa. Entrandovi, si potrebbe pensare che non vi sia nulla. Ma osservando più a fondo, si comprende che questa affermazione è limitata: la stanza non è vuota nel senso assoluto. Esiste lo spazio, esiste il silenzio e, soprattutto, esiste la consapevolezza di quel silenzio.

Ciò che appare come nulla è, in realtà, una presenza delicata, una presenza percepibile solo quando il rumore dell’attività si placa. Questa comprensione va oltre la meditazione e si estende all’intero ambito della conoscenza umana. Nulla esiste in isolamento. Idee ed esperienze acquisiscono significato attraverso la relazione. La verità, ad esempio, è spesso considerata assoluta, ma viene riconosciuta in relazione alla falsità. Senza la possibilità della menzogna, la verità non assumerebbe lo stesso valore. Allo stesso modo, il bene è compreso in relazione al male, l’autenticità rispetto all’imitazione e la realtà rispetto all’irreale.

 

Questa natura relazionale non diminuisce il valore delle idee, ma ne rivela la struttura: il significato emerge attraverso il contrasto e la relazione, non in isolamento. Anche il silenzio è percepito grazie al suono. L’immobilità è riconosciuta grazie al movimento. In questo senso, nulla è completamente indipendente: ogni esperienza implica una relazione. Tuttavia, all’interno di questa interdipendenza, la consapevolezza occupa un ruolo speciale. Non necessita di opposizione per esistere. È presente nella verità e nella falsità, nella comprensione e nell’incomprensione. Non cambia in base a ciò che osserva: è stabile, testimone silenzioso del flusso di pensieri ed emozioni.

Questo si chiarisce attraverso un’esperienza personale:

Ricordo una sera in cui sedevo da solo dopo una giornata lunga e difficile. Nella stanza regnava un silenzio quasi inquietante. Un pensiero attraversò la mia mente: “Qui non c’è nulla.” Ma subito sorse un’altra intuizione: se davvero non ci fosse nulla, come potrei saperlo? Il fatto stesso di esserne consapevole non poteva essere negato. Non era qualcosa di evidente o rumoroso, ma c’era. In quel momento compresi che il silenzio non è assenza, ma uno spazio in cui la consapevolezza diventa più evidente. Queste intuizioni, pur semplici, sono profonde. Rivelano che ciò che appare come vuoto è in realtà una porta verso la comprensione della continuità della consapevolezza. Questa continuità è evidente anche nelle reazioni emotive. Gli esseri umani tendono a identificarsi con pensieri ed emozioni. La Filosofia Sethiana propone un cambiamento sottile: dall’identificazione all’osservazione.

Un’altra esperienza lo chiarisce:

Durante una conversazione, ricevetti una critica inaspettata. La reazione fu immediata: difesa, irritazione, il desiderio di proteggermi. In passato, questa reazione avrebbe definito completamente il mio stato mentale. Ma questa volta fu diverso. Oltre alla reazione, vi era anche l’osservazione della reazione. Essa era presente, ma non era più l’intera esperienza. Esisteva uno spazio di consapevolezza silenziosa che non reagiva. La reazione non scomparve, ma cambiò il mio rapporto con essa.

Questa distinzione tra esperienza e consapevolezza è essenziale. La consapevolezza non elimina pensieri o emozioni, ma offre uno spazio in cui essi possono esistere senza totale identificazione.

In questo senso, il concetto di “non possesso” assume un significato più profondo. Non implica il rifiuto del mondo materiale, ma l’abbandono dell’attaccamento psicologico a oggetti, pensieri e ruoli. Il possesso, quindi, non riguarda solo la proprietà, ma la relazione. Un oggetto può essere utilizzato senza diventare fonte di identità. Lo stesso vale per pensieri ed emozioni: quando osservati, diventano esperienze temporanee nella consapevolezza.

Questo principio si estende al senso di identità. L’identità non è fissa, ma dinamica, influenzata da esperienze, relazioni e memoria. Tuttavia, al suo interno esiste una continuità: la coscienza che osserva il cambiamento. Questa continuità permette di collegare passato e presente. Senza di essa, l’esperienza sarebbe frammentata e priva di significato. Essa si manifesta anche in momenti comuni come l’attesa. Ciò che sembra vuoto spesso genera ansia. Ma osservando attentamente, si scopre che non è vuoto: vi sono sensazioni, suoni, movimenti sottili e, soprattutto, la consapevolezza che li unisce.

Quando l’attenzione si sposta dall’attesa all’osservazione, il momento cambia qualità. L’attesa diventa presenza silenziosa. Questo cambiamento è ciò che la Filosofia Sethiana definisce “direzione implicita dell’essere”. Non è frutto di sforzo, ma emerge naturalmente quando la coscienza è chiara. Così, la vita trova un senso spontaneo. Come un seme cresce senza sforzo consapevole, anche l’essere umano possiede una naturale capacità di comprensione. Tuttavia, questo flusso viene spesso ostacolato da pensieri e attaccamenti.

In presenza della consapevolezza, anche le decisioni diventano più semplici. Le azioni si armonizzano non per controllo, ma per chiarezza. Questo non implica inattività, ma un’azione più consapevole, equilibrata e priva di conflitto inutile. Ritornando all’idea che nulla esiste isolatamente, la Filosofia Sethiana riconosce la natura relazionale dell’esistenza, pur individuando nella consapevolezza la continuità che la sostiene. Verità, bontà e realtà possono essere comprese per contrasto, ma la consapevolezza non dipende da opposizioni. Non necessita di condizioni. È una dimensione stabile dell’esperienza.

Pertanto, l’affermazione che nulla nasce dal nulla assume un significato più profondo: tutto è vissuto nella coscienza. Anche quando si cerca il vuoto, ciò che si incontra è una presenza sottile. La meditazione, dunque, non mira al nulla, ma alla consapevolezza di ciò che rimane quando tutto il resto svanisce.

In conclusione, la Filosofia Sethiana propone un cambiamento di prospettiva: dall’isolamento alla relazione, dal vuoto alla presenza, dall’identificazione all’osservazione. La vita non è una serie di eventi scollegati, ma un flusso continuo sostenuto dalla coscienza. Nulla esiste in isolamento. La relazione genera significato. E al centro di questa rete vi è una presenza silenziosa e costante. Riconoscerla non significa apprendere qualcosa di nuovo, ma rendersi conto che è sempre stata lì. E in quella percezione non si trova un vuoto sterile, ma una quiete profonda: una vita consapevole, una quiete pienamente cosciente. Krishan Chand Sethi, de.it.press 22

 

 

 

 

 

 

Giornata del Made in Italy: raggiunto il traguardo dei 1000 Marchi Storici

 

ROMA – Il Registro Speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale ha raggiunto il traguardo dei 1000 Marchi Storici iscritti: un ecosistema composto da 780 imprese titolari che generano un volume d’affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e garantiscono l’occupazione di 363.201 addetti. È quanto emerge dal rapporto “L’Italia dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale. Numeri, territori e prospettive di un patrimonio industriale del Made in Italy”, presentato oggi a Palazzo Piacentini in occasione della Giornata del Made in Italy, alla presenza del Ministro Adolfo Urso. L’evento è stato anche l’occasione per illustrare il nuovo strumento finanziario introdotto con la riforma del Fondo Salvaguardia Imprese, pilastro della nuova strategia della crescita e del consolidamento delle imprese Marchio Storico di Interesse Nazionale.

“Celebriamo oggi il lavoro di generazioni di imprenditori che hanno contribuito a costruire l’identità economica e manifatturiera del nostro Paese. Un traguardo significativo aver raggiunto i Mille Marchi Storici di Interesse Nazionale. Un risultato che, peraltro, giunge a ridosso della Giornata nazionale del Made in Italy 2026 e ne rafforza il valore”. Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso. “Parliamo, dunque, di un traguardo che va oltre il valore simbolico e conferma la vitalità del nostro patrimonio industriale e manifatturiero, capace di coniugare tradizione, qualità, innovazione e competitività, dimostrando come la storia produttiva italiana non sia un retaggio del passato, ma una leva strategica per affrontare le sfide di un contesto globale sempre più complesso”. “Il traguardo dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale rappresenta un risultato di grande valore per il sistema produttivo italiano. Non è solo un numero, ma il riconoscimento concreto di un patrimonio industriale che continua a generare occupazione, competitività e identità per il Paese”, ha commentato Massimo Caputi, Presidente dell’Associazione Marchi Storici d’Italia. “In un contesto di tensioni protezionistiche e nuovi accordi internazionali come il Mercosur, i Marchi Storici sono tra gli asset più esposti: senza adeguate clausole di salvaguardia nei trattati europei che ne certifichino l’autenticità, rischiamo un’erosione della nostra identità e del valore del Made in Italy. In questa direzione, la nascita del nuovo Strumento Finanziario che favorisce la crescita dei Marchi Storici segna un cambio di paradigma, trasformandosi da strumento difensivo in leva di sviluppo industriale. Grazie alla possibilità di co-investire per acquisizioni intra-filiera, favoriamo la nascita di poli di Marchi Storici solidi e competitivi, capaci di rafforzare le filiere e mantenere il valore ancorato al territorio.” Il cuore pulsante di questo sistema è rappresentato dalle “4 A” del Made in Italy (Agroalimentare, Automazione, Abbigliamento, Arredo), che da sole valgono 76,1 miliardi di euro (l’81,3% del totale economico rilevato), con una netta prevalenza della filiera agroalimentare (53,7 mld €). “Il Rapporto evidenzia con chiarezza che i Marchi Storici non sono solo un patrimonio identitario, ma una componente strutturale dell’economia italiana. Parliamo di imprese radicate nei territori, capaci di generare valore economico e occupazione e di presidiare le principali filiere del Made in Italy.” Ha aggiunto, Gianluca Brozzetti, Consigliere Vicepresidente dell’Associazione Marchi Storici d’Italia. “Allo stesso tempo, emerge l’esigenza di accompagnare questo patrimonio in una nuova fase di sviluppo: le imprese chiedono maggiore visibilità, strumenti di valorizzazione condivisi e una più forte capacità di fare sistema, anche sui mercati internazionali. È su questo passaggio che si gioca la competitività futura dei Marchi Storici”. La distribuzione regionale conferma la forza dei poli manifatturieri del Nord: la Lombardia guida la classifica per fatturato (49,1%) e numero di marchi (28,3%), seguita da Veneto (14,2%) e Piemonte (12,9%). Emerge tuttavia un radicamento profondo in tutto il Paese, con sistemi regionali come l’Emilia-Romagna, il Veneto e la Toscana che mostrano un’incidenza delle “4 A” vicina o superiore all’80%. Sotto il profilo settoriale, il Registro ha una natura strutturalmente industriale: l’88% delle imprese opera nel manifatturiero, dove l’Agroalimentare (44% del totale) e l’Automazione-Meccanica (25%) mantengono il ruolo di pilastri economici e numerici. L’80% delle imprese assegna al Marchio Storico un valore strategico elevatissimo. Il 70% lo integra nei materiali istituzionali e il 46% direttamente sul packaging. Nonostante l’uso della versione internazionale “Italian Historical Trademark” sia ancora limitato al 25%, quasi la metà delle imprese (46%) ne prevede un utilizzo futuro, segnalando una forte volontà di crescita sui mercati globali come strumento di contrasto all’Italian Sounding. “Guardiamo al futuro dei Marchi Storici nel mondo: dobbiamo preservare una tradizione e allo stesso tempo renderla attuale”, commenta Armando De Nigris, Vicepresidente Vicario dell’Associazione Marchi Storici d’Italia e Presidente Gruppo Giovani dei Marchi Storici. “Siamo fiduciosi sull’adozione sempre più diffusa dell’Italian Historical Trademark così come auspichiamo un sempre maggior ricambio generazionale che valorizzi l’heritage. I giovani imprenditori e manager hanno oggi la responsabilità di trasformare il patrimonio industriale italiano in una leva di sviluppo, con nuove competenze, nuovi linguaggi e una maggiore apertura internazionale. È così che i Marchi Storici possono continuare a essere protagonisti anche nei prossimi decenni”. (Inform/dip 15.4.)

 

 

 

 

Farnesina: bando per Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali 

 

ROMA – La Farnesina comunica che è aperto il bando per la presentazione delle candidature a 47 posizioni del Programma Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali, noto anche come Programma JPO. 14 posizioni sono state attribuite a diverse entità del Segretariato delle Nazioni Unite e 33 a 25 organizzazioni internazionali per un totale di 24 sedi. 45 posizioni sono state assegnate a candidati di nazionalità italiana e 2 posizioni a candidati da paesi in via di sviluppo. Le job descriptions delle posizioni JPO per le quali è possibile presentare la propria candidatura sono reperibili presso il sito web www.undesa.it. La scadenza per l’invio online delle candidature all’edizione 2026 del Programma JPO italiano è martedì 5 maggio 2026 alle ore 15:00 (ora italiana). Il Programma JPO è un’iniziativa finanziata dal Governo italiano attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e curata dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN/DESA). Il Programma permette a giovani qualificati di acquisire un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali per un periodo di due anni, con la possibilità di un’eventuale estensione di un anno. Lo scopo del Programma è duplice: a) favorisce le attività di cooperazione delle organizzazioni internazionali associando giovani talenti ad iniziative di sviluppo; b) consente a giovani professionisti che aspirano a una carriera internazionale di maturare esperienze rilevanti che potrebbero ampliarne le possibilità di reclutamento da parte delle organizzazioni stesse o in ambito internazionale.

Gli interessati dovranno accedere all’apposita piattaforma online e, seguendo le istruzioni indicate, potranno presentare la propria candidatura per la posizione prescelta. Sarà possibile candidarsi ad un massimo di due posizioni.

Per i candidati di nazionalità italiana i requisiti generali necessari per l’ammissione all’edizione 2026 del Programma JPO sono i seguenti: Essere nati il o dopo il 1° gennaio 1995 (1° gennaio 1994 per i laureati in medicina; 1° gennaio 1992 per i laureati in medicina che abbiano già conseguito un diploma di specializzazione in area sanitaria); Possedere la nazionalità italiana (passaporto italiano); Avere un’ottima conoscenza delle lingue inglese e italiana (nelle quattro aree Read, Speak, Write, Understand); Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza del bando: Laurea specialistica/magistrale; Laurea magistrale a ciclo unico; Master universitario, a seguito di una laurea/laurea triennale; Master universitario, a seguito di un Bachelor’s degree. Per l’ammissione al Programma JPO finanziato dall’Italia i candidati da paesi in via di sviluppo dovranno soddisfare i seguenti requisiti generali: Possedere la nazionalità di uno dei paesi in via di sviluppo considerati idonei per la posizione; Essere nati il o dopo il 1° gennaio 1995 (1° gennaio 1994 per i laureati in medicina; 1° gennaio 1992 per i laureati in medicina che abbiano conseguito un diploma di specializzazione in aerea sanitaria); Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese (nelle quattro aree Read, Speak, Write, Understand); Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza del bando: Laurea specialistica/magistrale; Laurea magistrale a ciclo unico; Master universitario, a seguito di una laurea/laurea triennale; Master universitario, a seguito di un Bachelor’s degree. Per i candidati sia italiani che stranieri ammessi al programma, i requisiti specifici delle singole posizioni – ad esempio gli anni di esperienza professionale, la conoscenza di lingue aggiuntive, i titoli accademici o formativi specifici, le competenze comportamentali, ecc. – sono indicati nei termini di riferimento (Job descriptions) pubblicati online. La Farnesina invita  gli interessati a consultare attentamente la pagina web How to Apply prima di iniziare la compilazione del formulario elettronico. Le domande di partecipazione dovranno essere inviate online attraverso il sistema di “Online Web Application” (OWA) dell’ufficio UN/DESA di Roma raggiungibile dal sito www.undesa.it. Non verranno accettate domande pervenute attraverso altri canali. Per ulteriori informazioni consultare www.undesa.it o a scrivere a JPOinfo@undesa.it  

(Inform/dip 7.4.)

 

 

 

 

INPS, prorogato al 2026 l’incentivo al posticipo del pensionamento

 

ROMA – L’INPS, con la circolare n. 42 del 3 aprile 2026, chiarisce l’ambito di applicazione dell’incentivo al posticipo del pensionamento, prorogato dalla legge di Bilancio 2026 in favore dei lavoratori dipendenti che maturano entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata. L’incentivo era già riconosciuto, sulla base della normativa previgente, ai lavoratori che avevano maturato entro il 31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata flessibile o per la pensione anticipata ordinaria e avevano scelto di proseguire l’attività lavorativa dipendente. La misura consente ai lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) e alle forme sostitutive ed esclusive, che decidono di continuare a lavorare pur avendo maturato i requisiti pensionistici, di rinunciare all’accredito contributivo della quota dei contributi previdenziali a proprio carico relativa all’assicurazione per invalidità, vecchiaia e superstiti (IVS). A seguito dell’esercizio della facoltà di rinuncia, il datore di lavoro non è più tenuto al versamento della quota di contribuzione IVS a carico del lavoratore, a partire dalla prima decorrenza utile per il pensionamento successiva alla scelta effettuata. Dalla stessa data, la quota di contribuzione a carico del lavoratore è corrisposta direttamente in busta paga. In base a quanto previsto dal Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR), tali importi non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente ai fini fiscali. La facoltà di avvalersi dell’incentivo, come già indicato nella circolare n. 19 del 25 febbraio 2026, riguarda: 1.i lavoratori dipendenti che hanno maturato entro il 31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata flessibile; 2.i lavoratori dipendenti che maturano entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, pari a 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Restano ferme le specifiche condizioni previste per alcune categorie di lavoratori iscritti a gestioni previdenziali particolari, tra cui il Fondo volo e il settore autoferrotranvieri, nonché le disposizioni relative ai casi di cessazione dell’incentivo secondo la normativa vigente. La misura si inserisce nel quadro degli strumenti volti a favorire la permanenza volontaria nel mercato del lavoro dei lavoratori che hanno già maturato i requisiti per il pensionamento, garantendo al tempo stesso continuità contributiva per la quota a carico del datore di lavoro e maggiore flessibilità nelle scelte individuali. Per accedere al beneficio, il lavoratore interessato deve presentare apposita richiesta all’INPS, che provvede alla verifica dei requisiti e comunica l’esito della domanda al lavoratore e al datore di lavoro attraverso il servizio di “Comunicazione bidirezionale”. Solo a seguito dell’accoglimento della domanda il datore di lavoro può applicare la misura e adeguare i relativi adempimenti contributivi. Restano ferme le istruzioni operative già fornite dall’Istituto con le circolari n. 82 del 2023, n. 102 del 2025 e n. 19 del 2026, cui si rinvia per gli aspetti di dettaglio. Per ulteriori dettagli si rimanda alla consultazione della circolare INPS n. 42 del 3 aprile 2026 pubblicata sul sito istituzionale dell’Istituto www.inps.it  (Inform/dip 8.4.)

 

 

 

 

Nasce la Giornata internazionale della Moka

 

Il 21 aprile 2026 viene istituita una celebrazione globale dell'icona del design italiano, che ha portato il rito del caffè nelle case di tutto il mondo.

La moka non è un semplice utensile. È un simbolo di convivialità che unisce generazioni, oltre che icona di inconfondibile stile italiano. La moka è un rito. Un piccolo, instancabile altare domestico dove ogni mattina si celebra una liturgia fatta di gesti semplici e antichi, tramandati di generazione in generazione, eppure sempre carichi di una misteriosa solennità.

Nata dall’intuizione di Alfonso Bialetti nel 1933, la moka è diventata negli anni una presenza familiare, affettiva, nelle cucine italiane e, nel mondo, ne sono state vendute oltre 500 milioni di unità.

A partire da quest’anno, il 21 aprile sarà la giornata per celebrare la sua unicità in tutto il mondo: il Moka Day.

La scelta della data non è casuale, ma coincide strategicamente con la Giornata Mondiale della Creatività e dell’Innovazione e in concomitanza con l’apertura della Milano Design Week 2026, a sottolineare il legame indissolubile tra la moka e il genio industriale italiano.

L’evoluzione di un rito: dalla Napoletana all’espresso domestico

Sebbene la moka sia un’icona di modernità, le sue radici affondano nella tradizione. Lo strumento nasce infatti come evoluzione tecnica della caffettiera napoletana, trasformando il metodo a caduta in un sistema a pressione. Grazie alla pressione generata dal vapore, la moka garantisce un’estrazione intensa e corposa, più veloce rispetto alla “cuccumella” e la più vicina in assoluto a quella del caffè del bar, rendendo democratico un piacere che prima era confinato esclusivamente all’interno dei locali pubblici. Fino ai primi anni ‘30 infatti, il caffè in stile espresso richiedeva grandi macchine professionali presenti quasi esclusivamente nei bar. L’invenzione divenne rapidamente un punto fermo delle case italiane, diffondendosi infine in tutto il mondo.

Nel corso dei decenni, la moka è entrata nelle collezioni permanenti dei principali musei di design, tra cui il MoMA di New York, diventando un raro esempio di oggetto industriale che ha cambiato le abitudini quotidiane ovunque nel mondo. La sua risonanza culturale ha raggiunto persino palcoscenici globali: quest’anno, durante la cerimonia delle Olimpiadi Invernali, la moka è apparsa come simbolo della creatività italiana.

I numeri di un successo globale

Oggi la moka rimane uno dei metodi di preparazione del caffè più diffusi a livello globale, con oltre 500 milioni di unità vendute in ogni continente. Più che un semplice oggetto, è diventata un simbolo del “buon vivere italiano”: in Italia è presente in quasi il 90% delle case, dove preparare il caffè con la moka resta un rito quotidiano condiviso tra generazioni. Il mercato globale della moka continua a crescere, con un tasso medio annuo di circa il 7%, spinto dal crescente interesse per i rituali del caffè domestico e per i modi più autentici di prepararlo.

Il settore del caffè in polvere per moka gode di ottima salute. Infatti, ben il 64% del caffè venduto in Italia è macinato (dati 2024 - fonte Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food), contro il 24% di caffè in cialde e capsule, mentre la restante percentuale si divide tra caffè solubile (4%) e in grani (8%).

“La moka resta il cuore pulsante del consumo domestico” afferma Michele Monzini, Vicepresidente del Comitato Italiano Caffè di Unione Italiana Food, l’Associazione di categoria aderente a Confindustria. “In Italia, il caffè in polvere per moka rappresenta ancora quasi il 70% del mercato retail in volume. È un rituale che non teme il tempo: nonostante l’avvento di nuove tecnologie, il consumatore cerca l’autenticità che solo questo strumento sa offrire”. Sebbene le cialde/capsule abbiano guadagnato terreno (circa 3 miliardi di capsule usate l’anno), la moka resta lo strumento principale per preparare il caffè per oltre 7 italiani su 10.

I 5 segreti per la Moka Perfetta

C’è qualcosa di profondamente poetico nel suo funzionamento: l’acqua che attende silenziosa nella caldaia, il caffè macinato che riposa nel filtro come una promessa scura e fragrante, la fiamma che lentamente accende il processo, invisibile e inesorabile. Poi, all’improvviso, il borbottio. Quel suono inconfondibile, quasi una voce roca e domestica, che annuncia l’arrivo del caffè come una rivelazione.

Il profumo si diffonde, caldo, avvolgente, persistente. È un aroma che sa di casa, di mattine lente, di giornali sfogliati con le dita ancora intorpidite dal sonno. Un profumo che si insinua nelle stanze e nei ricordi, che attraversa le epoche senza perdere intensità.

Per celebrare il Moka Day, il Comitato Italiano Caffè ha stilato un breve vademecum per un’estrazione impeccabile:

L’acqua: utilizzare acqua minerale naturale o filtrata; riempire la caldaia rigorosamente fino al bordo inferiore della valvola di sicurezza, mai oltre.

Il caffè: scegliere una miscela con la giusta granulometria (macinatura specifica per moka, più grossa rispetto a quella per l’espresso).

Quantità: riempire il filtro generosamente, ma senza pressare la polvere, per permettere all’acqua di fluire uniformemente.

Fuoco dolce: la moka va scaldata a fiamma bassa; una risalita lenta preserva gli aromi e previene il sentore di bruciato.

Il tocco finale: appena il caffè ha terminato di uscire, spegnere il fuoco e mescolare il contenuto nel raccoglitore con un cucchiaino per uniformare il corpo e l’aroma delle diverse fasi dell’estrazione.

Il Moka Day nel mondo 

In occasione di questa prima edizione, bar, ristoranti e appassionati di caffè in tutto il mondo serviranno esclusivamente caffè preparato con la moka. A Milano in occasione del Salone del Mobile, installazioni pop-up nei distretti del design offriranno il caffè del risveglio preparato esclusivamente con le celebri caffettiere in alluminio.

Il 21 aprile, preparate la vostra moka, ascoltate il tipico gorgoglio, inebriatevi del profumo che avvolgerà la stanza e condividete il vostro rito con l’hashtag #MokaDay.

IL COMITATO ITALIANO DEL CAFFÈ

Il Comitato italiano del caffè è parte di Unione Italiana Food, l’Associazione di categoria aderente a Confindustria, ed è il portavoce delle principali aziende di torrefazione e delle imprese dei servizi collegati, garantendo rappresentanza nei rapporti con le Istituzioni nazionali, europee e internazionali, con la Federazione Europea del Caffè e con le diverse componenti sociali. Riunisce più di 65 aziende, pari a circa l’80% del mercato nazionale. Sedici sono i soci aggregati, tra importatori di caffè verde, operatori della logistica, produttori di macchine per espresso e tutte le altre realtà del mondo del caffè in Italia. Il Comitato è presieduto da Giuseppe Lavazza e le imprese che ne fanno parte includono grandi marchi e piccole e medie realtà fortemente radicate nei territori, accomunate dalla capacità di portare nel mondo il valore e la qualità dell’espresso italiano. Il Comitato ha, inoltre, l’obiettivo di promuovere il settore, l’immagine e la cultura del caffè, attraverso un programma di comunicazione continuativo, per educare il consumatore e informare la comunità scientifica sui benefici del caffè per l’organismo e il ruolo di questa bevanda nei moderni stili di vita.

Unione Italiana Food (Unionfood), aderente a Confindustria, è la maggiore Associazione italiana per rappresentanza diretta di categorie merceologiche alimentari e una delle più rilevanti a livello europeo. L’Associazione promuove e tutela le imprese, i prodotti e i settori che costituiscono l'eccellenza della nostra industria alimentare, supportandole nell’affrontare le sfide dei mercati globali. Oggi Unionfood rappresenta oltre 530 aziende appartenenti a 26 categorie merceologiche, per un totale di oltre 100.000 addetti e un fatturato complessivo di 58 miliardi di euro, di cui 23 miliardi generati dall’export.  De.it.press 17

 

 

 

 

 

Webinar Cgie: presentata la ricerca della Migrantes “Crescere Expat”

 

ROMA – Si è svolto nei giorni scorsi il Webinar, promosso dalla VII Commissione Tematica del Cgie “Nuove emigrazioni,  generazioni nuove”,  volto alla presentazione della ricerca “Crescere Expat – famiglie italiane in giro per il mondo”, curata da Eleonora Voltolina e promossa dalla Fondazione Migrantes. L’incontro si è posto l’obiettivo di gettare uno sguardo specifico sulle famiglie italiane all’estero, analizzando dimensioni educative, lavorative e identitarie della mobilità contemporanea. L’evento online è stato introdotto da Matteo Bracciali, Presidente della VII Commissione tematica del Cgie . “Il Webinar di oggi – ha esordito Bracciali – è un approfondimento particolare sulla vita italiana all’estero. La scelta di far conoscere il lavoro di Eleonora Voltolina, ricercatrice che ha lavorato in precedenza con la Commissione VII,  si pone in continuità con il lavoro che abbiamo svolto in questi anni”. Ha poi preso la parola la Segretaria Generale del Cgie Maria Chiara Prodi che ha parlato della necessità : “di raccontarci a vicenda le esperienze che noi facciamo all’estero , per riuscire ad integrare tutte queste storie all’interno dei canali, che sono propri del Cgie. Cioè la capacità di proporre dei consigli, delle leggi, degli strumenti, per far sì che gli italiani all’estero possano essere collegati con i connazionali in Italia, in una circolarità che poi è quella delle esperienze e del desiderio di contribuire allo sviluppo del nostro Paese, che ci accomuna tutti aldilà delle stagioni delle emigrazioni e della vita. È molto importante – ha aggiunto Prodi – fare approfondimenti, perché le tipologie dell’emigrazione sono diverse e per riuscire a fare il nostro lavoro abbiamo bisogno di entrare nei dettagli, e riuscire attraverso queste storie ad avere il controllo della situazione, anche se è difficile farlo sempre compiutamente; quindi, tutti coloro che si impegnano in questo campo sono compagni di viaggio ed in particolare persone competenti come Eleonora Voltolina”. Prodi ha poi ricordato l’accordo siglato tra il CGIE ed il CNEL, dove è stato lanciato un sondaggio sui giovani Expat dai 18 ai 35 anni. “Questo lavoro – ha rilevato la Segretaria Generale – sarà utile questo autunno per avere dei dati, per avere un ascolto più significativo da parte delle istituzioni italiane”, in modo da promuovere un ragionamento sugli italiani all’estero “di sistema”.  È poi intervenuto il Monsignor Pierpaolo Felicolo Direttore Generale della Fondazione Migrantes. “ la ricerca della dottoressa Voltolina – ha spiegato Felicolo – si inserisce all’interno di un complesso di lavoro, che la Fondazione Migrantes dedica all’emigrazione degli italiani. Siamo chiamati dagli anni 80’ come Fondazione a studiare, analizzare il fenomeno migratorio, ma anche ad accompagnarlo. Il Rapporto degli italiani nel mondo è il nostro lavoro più conosciuto, e sento la necessità di nominare la memoria di Michele Schiavone, amico della Migrantes e del RIM, insieme all’attuale Segretaria Prodi, sempre attenta dalla realtà delle nostre missioni. È dalle missioni – ha proseguito il Direttore Generale – da cui bisogna partire, ovvero dai luoghi di accoglienza storici e del presente, in cui i nostri migranti si recavano e si recano tutt’oggi, per risolvere le varie problematiche, tra cui la necessità di una casa, di un lavoro, la soluzione delle problematiche linguistiche, la compilazione modulistica oltre alla necessità di essere accompagnati come uomini, donne e famiglie”. Felicolo ha poi ricordato sia il ruolo fondamentale della Chiesa all’interno del fenomeno migratorio, sia come l’Italia negli ultimi 50 anni,  nonostante le varie problematiche globali, continua ad essere un paese in evoluzione in cui gli italiani proseguono  la loro emigrazione. “Dal 2006 al 2024 si sono avuti dall’Italia verso l’Europa poco più di 1 milione e 200mila espatri, il 76% del totale complessivo degli espatri negli ultimi 20 anni, da cui proviene circa il 60% dei rimpatri 488mila, all’interno dell’Unione Europea”, ha poi rilevato Felicolo sottolineando come gran parte delle uscite e degli squilibri per i ripatri dei cittadini italiani, avvenga all’interno dello spazio europeo di libera circolazione, mentre nel resto del mondo questo fenomeno è meno presente . “Fuori dall’Europa – ha proseguito il Direttore generale – le destinazioni oltre mare rimangono attrattive, ma su una scala più contenuta. Il Nord America ha una totalità di 102mila espatri e 54mila rimpatri, mentre l’Oceania conta 36mila espatri e 14mila rimpatri. In Asia lo squilibro è modesto 65mila partenze e 60mila rientri, per il continente africano il saldo è positivo complessivamente +16mila e potrebbe essere interpretato come mobilità circolare o temporanea. In America centro meridionale i numeri sono alti in entrambe le direzioni, il saldo complessivo è leggermente positivo +4mila.  Bisogna comunque ricordare che molto spesso queste traiettorie comprendono quote di nuovi italiani provenienti da comunità italodiscendenti molto forti, che ottengono la cittadinanza Iure Sanguinis”. Per quanto riguarda invece gli ultimi anni Felicolo ha spiegato come le partenze riguardino molto l’Europa: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna, da soli raccolgono circa il 59% di tutti gli espatri. Oltre l’Atlantico spiccano gli Stati Uniti e Brasile. In sintesi un quadro di lungo periodo dice che la destinazione più gettonata è l’Europa che concentra sia i flussi sia le perdite nette, il Nord America ed Oceania rimangono luoghi attrattivi ma secondari, America Latina, Africa ed in parte l’Asia mostrano invece una situazione quasi al pareggio o inattivo, segnandoci un rapporto di rientro più elevato rispetto alle uscite. Per quanto riguarda le regioni di provenienza dei nostri flussi Migratori il Direttore Generale ha poi segnalato come la Lombardia, con saldo negativo , sia in testa, seguita delle Regioni del nord Est e da quelle del Mezzogiorno, dove i rientri pur consistenti non riescono a tamponare l’emigrazione.  Felicolo ha inoltre spiegato che la ricerca effettuata da Eleonora Voltolina si è basata sulle famiglie italiane all’estero, per evidenziare anche le problematiche per cui al giorno d’oggi i giovani italiani emigrano all’estero o prendono tempo per creare una famiglia in patria. Ha infine preso la parola l’autrice della ricerca Eleonora Voltolina che ha evidenziato l’importanza di approfondire le problematiche dei genitori italiani all’estero, un tema di cui, secondo l’autrice-  non si è parlato in maniera dettagliata poiché la maggior parte delle notizie sull’emigrazione riguardano soprattutto il momento della partenza e dell’arrivo a destinazione. “Tutte le esperienze successive, le difficoltà, le gioie sono poco visibili. Noi invece pensiamo  – ha aggiunto l’autrice –che ci sia una grande ricchezza nell’Italia diffusa all’estero e che ci sia bisogno di creare una rete per scambi culturali. Si potrebbe anche costruire una proposta da far arrivare in Italia, proprio grazie alle esperienze che stiamo facendo all’estero”. Voltolina ha poi parlato della sua esperienza in cui è passata dal raccontare le vite degli italiani che emigrano al vivere in prima persona all’estero. Esperienze, quelle dei nostri connazionali nel momdo , che si differenziano per ogni individuo. “Questa ricerca – ha affermato l’autrice – ha dato voce a queste famiglie all’estero, trovando forza nel fatto di poter approfondire temi che di solito non vengono considerati”. Uno dei temi affrontati nella ricerca – ha riferito Voltolina- è quello dei genitori che dopo essersi creati una famiglia all’estero, rischiano di allontanarsi dal Paese di origine, con i figli nati nel Paese di accoglienza che crescono senza poter creare legami profondi con la propria famiglia rimasta in patria. In questo ambito dall’indagine è emerso il prezioso contributo dato , al superamento di questo problema, dalle nuove tecnologie di comunicazione. Un altro problema affrontato dalla ricerca è stato quello della lingua d’origine. In proposito sono state evidenziate dall’autrice le maggiori difficoltà che incontrato le famiglie all’estero con un solo genitore italiano a mantenere presso i figli la nostra lingua. Voltolina ha poi spiegato come dalle interviste rivolte ai nostri connazionali sia emersa, oltre all’importanza delle facilitazioni concesse all’estero per la creazione di una famiglia, la necessità di promuovere anche nel nostro Paese un’adeguata assistenza post parto dal punto di vista fisico e psicologico, che segua la famiglia anche dopo il rientro a casa dall’ospedale. Un altro tema evidenziato è quello della centralità dell’estensione del congedo di paternità che consenta a entrambi i genitori un’adeguata cura dei figli.  L’autrice ha infine  sottolineato come spesso chi emigra all’estero inizialmente tenda a creare legami in loco e, solo dopo la nascita del primo figlio, riscopra la necessità di ritrovare le proprie radici. (Lorenzo Morgia – Inform/dip 26)

 

 

 

 

 

 

 

Studie. Deutschland profitiert von gesunden Einwanderern – und macht sie krank

 

Zugewanderte starten in Deutschland oft mit besserer Gesundheit als die übrige Bevölkerung. Doch dieser Vorteil geht mit den Jahren verloren. Eine SVR-Auswertung zeigt: soziale Ungleichheit, Barrieren im Gesundheitssystem und Diskriminierung spielen eine zentrale Rolle.

Wer neu in Deutschland ankommt, bringt oft mehr mit als einen Koffer, Papiere und Hoffnungen. Viele bringen auch etwas mit, das in der politischen Debatte über Migration selten vorkommt: Gesundheit. Gerade in den ersten Jahren nach ihrer Ankunft schätzen Zugewanderte ihren Gesundheitszustand auffallend häufig als gut oder sehr gut ein. Doch dieser Vorsprung hält nicht. Je länger Menschen in Deutschland leben, desto mehr schwindet er. Im Alter verkehrt er sich sogar ins Gegenteil.

Das zeigt eine neue Auswertung des Sachverständigenrats für Integration und Migration (SVR). Der wissenschaftliche Stab hat dafür Daten aus dem SVR-Integrationsbarometer 2024 ausgewertet. Das Ergebnis ist brisant: Menschen mit Migrationsgeschichte schätzen sich im Schnitt zunächst gesünder ein – und später oft kränker.

Nach den Daten bezeichnen 38 Prozent der Befragten mit Migrationsgeschichte ihren Gesundheitszustand als „sehr gut“. Bei Menschen ohne Migrationsgeschichte sind es 29 Prozent. Besonders deutlich ist der Unterschied bei jenen, die erst seit höchstens fünf Jahren in Deutschland leben: Rund 79 Prozent berichten von einer sehr guten oder guten Gesundheit. Bei Personen, die länger als zehn Jahre in Deutschland leben, sind es noch 67 Prozent. In der Bevölkerung ohne Migrationsgeschichte liegt der Wert bei 66 Prozent.

Auswanderer vergleichsweise gesünder

Der Befund passt zu einem bekannten Muster der Forschung: Wer auswandert, ist häufig zunächst vergleichsweise gesund. Migration verlangt Kraft, Planung, Belastbarkeit und oft auch Unterstützung aus dem Umfeld. Wer schwer krank ist, macht sich seltener auf den Weg. Forschende sprechen deshalb vom „Healthy Migrant Effect“, also vom Gesundheitsvorteil Zugewanderter.

Doch dieser Vorteil ist kein Schutzschild. Er nutzt sich ab. Besonders deutlich wird das im höheren Alter. Während Menschen mit Migrationsgeschichte in jüngeren Altersgruppen häufiger von sehr guter Gesundheit berichten als Menschen ohne Migrationsgeschichte, kippt das Bild bei den über 65-Jährigen. In dieser Altersgruppe geben nur noch 12 Prozent der Befragten mit Migrationsgeschichte an, sehr gesund zu sein. Bei Menschen ohne Migrationsgeschichte sind es 18 Prozent.

Soziale Ungleichheit und Hürden im Gesundheitswesen

Dieser Befund führt zur nächsten Frage: Was passiert in Deutschland, dass dieser Vorteil verloren geht? Die Antwort der SVR-Auswertung ist eindeutig: Es geht vor allem um soziale Ungleichheit. Viele Menschen mit Migrationsgeschichte arbeiten überdurchschnittlich häufig in körperlich belastenden Berufen, leben häufiger mit geringeren Einkommen, sind stärker von Armut betroffen und haben schlechtere Bildungs- und Aufstiegschancen.

Hinzu kommen Hürden im Gesundheitswesen. Wer Ärzte nicht gut versteht, wer Formulare nicht einordnen oder ausfüllen kann, wer nicht weiß, welche Vorsorgeangebote es gibt oder welche Rechte Patienten haben, kommt später oder seltener im System an. Der SVR verweist auch darauf, dass Menschen mit Migrationsgeschichte bestimmte Gesundheitsleistungen tendenziell seltener nutzen – etwa Gesundheitschecks, Impfungen oder Früherkennungsuntersuchungen.

Diskriminierung im Gesundheitswesen

Besonders schwer wiegt ein weiterer Befund: Diskriminierung im Gesundheitswesen. Insgesamt berichten etwa acht Prozent der Befragten mit Migrationsgeschichte von Diskriminierung im Gesundheitsbereich. Betrachtet man nur jene, die in den vergangenen fünf Jahren nach eigener Aussage wegen ihrer Herkunft benachteiligt wurden, nennt mehr als jede fünfte Person auch das Gesundheitswesen als Ort solcher Erfahrungen.

Besonders betroffen sind Menschen, die wegen ihres Aussehens, ihres Akzents oder ihres Namens als „ausländisch“ wahrgenommen werden.

Diskriminierung führt zu Meidung des Gesundheitssystems

Maximilian Müller, wissenschaftlicher Mitarbeiter in der SVR-Geschäftsstelle und Autor der Kurzinformation fast die Folgen zusammen: „Wer beispielsweise in der ärztlichen Praxis Diskriminierung oder Rassismus erlebt, vermeidet dann aus Angst vor Benachteiligungen weitere Begegnungen. Nach unseren Daten reagieren so mehr als vier von zehn Befragten.“ In der Summe könnten sich so Wechselwirkungen zwischen den Effekten der sozialen Lage, Diskriminierungserfahrungen und eingeschränktem Zugang zum Gesundheitssystem gegenseitig verstärken.

Das Ergebnis ist ein gesundheitspolitisches Warnsignal: Wer Vorsorge meidet, Krankheiten später behandeln lässt oder medizinische Hilfe hinauszögert, hat ein höheres Risiko für schwerere Verläufe. Aus einer schlechten Erfahrung kann so ein gesundheitlicher Nachteil werden. Aus einem Nachteil kann über Jahre eine strukturelle Ungleichheit wachsen.

Sachverständige Gesundheitssystem nicht auf vielfältige Gesellschaft ausgerichtet

Die SVR-Auswertung zeigt einen Kreislauf: Soziale Benachteiligung belastet die Gesundheit. Barrieren erschweren den Zugang zur Versorgung. Diskriminierung schwächt Vertrauen. Wer misstraut oder Angst hat, meidet das System. Am Ende steht ein Befund, der für ein reiches Land mit einem ausgebauten Gesundheitssystem unbequem ist: Deutschland profitiert von der Gesundheit vieler Zugewanderter – aber es schützt sie offenbar nicht ausreichend.

Der SVR verweist deshalb auf frühere Handlungsempfehlungen: Gesundheitseinrichtungen müssten ihre Regelversorgung stärker auf eine vielfältige Gesellschaft ausrichten. Gesundheitsinformationen sollten verständlicher, mehrsprachiger und besser zugänglich werden. Sprachmittlung müsse verlässlich finanziert werden. Außerdem brauche es mehr Forschung zu Rassismus und Diskriminierung im Gesundheitswesen. (mig 29)

 

 

 

 

Umfrage. Mehrheit will Sozialhilfe für Migranten an Arbeitsjahre knüpfen

 

Wenn es um Sozialleistungen für Zugewanderte geht, ist die Mehrheit für strengere Regeln. Bei mehr Arbeit oder Kürzungen im eigenen Sicherungssystem endet die Reformbereitschaft deutlich schneller. Das geht aus einer aktuellen Umfrage hervor.

Laut einer Umfrage im Auftrag des WDR finden es 66 Prozent richtig, wenn Migranten künftig nur noch dann Sozialleistungen in Deutschland bekommen, wenn sie hier längere Zeit gearbeitet haben. Jeder Vierte (26 Prozent) fände das falsch, wie der WDR am Montag mitteilte. In der repräsentativen Erhebung befragte das Institut infratest dimap im April bundesweit 2.084 Menschen aus der deutschsprachigen Bevölkerung ab 16 Jahren.

Im Januar hatte die Kommission zur Sozialstaatsreform der Bundesregierung unter anderem empfohlen, sich auf EU-Ebene dafür einzusetzen, den Zugang von EU-Ausländern zu Sozialleistungen in Deutschland künftig an eine umfassendere Beschäftigung zu knüpfen. Mehrheitliche Zustimmung erfährt dieser Vorschlag unter Sympathisanten der AfD (91 Prozent), der Union (79 Prozent) sowie der SPD (63 Prozent). Mehrheitlich dagegen sind Menschen, die sich am ehesten der Linken (55 Prozent) beziehungsweise den Grünen (64 Prozent) nahe fühlen.

Mehrheit gegen mehr Arbeit

Forderungen, die Deutschen müssten mehr arbeiten, um den Wohlstand im Land zu sichern, werden den Angaben nach von 63 Prozent abgelehnt. Jeder Dritte (32 Prozent) stimmt der Aussage hingegen zu. Insgesamt könnte knapp jeder Zweite (47 Prozent) persönliche Einschnitte nachvollziehen, um die Sozialsysteme für die Zukunft zu sichern. Ebenso viele könnten das nicht nachvollziehen, hieß es.

Bei einer Reform der Sozialsysteme unterstützen die Befragten am ehesten Einschnitte in die Arbeitslosenversicherung: Jeder Dritte (33 Prozent) fände Einschnitte an dieser Stelle in der aktuellen Situation richtig. 18 Prozent befürworten Einschnitte in die Krankenversicherung, 16 Prozent in die Rentenversicherung und 13 Prozent in die Pflegeversicherung. Gut die Hälfte (52 Prozent) lehnt Einschnitte in die Sozialsysteme generell ab. (epd/mig 28)

 

 

 

 

Die Gotteskrieger

 

Trump & Co gegen den Papst: Der Konflikt mit Leo XIV. offenbart Brüche in Amerikas religiöser Rechten – mit politischen Folgen für die USA. Reinhard Krumm

Die Zusammenarbeit hätte nicht besser sein können. Der Sicherheitsberater des amerikanischen Präsidenten und der Papst im geopolitischen Gleichschritt. Ein kongeniales Paar, beide kommunizieren sogar in derselben Sprache. Und sie haben ein gemeinsames strategisches Ziel: die Ideologie des Gegners zu Fall zu bringen. So geschehen vor etwa einem halben Jahrhundert. Der Sicherheitsberater war Zbigniew Brzezi?ski, der Papst Johannes Paul II., die gemeinsame Sprache war Polnisch und das strategische Ziel die Beendigung des Marxismus-Leninismus. Was auch gelang.

Seit dem Ende des Zweiten Weltkrieges haben die Präsidenten der USA und die Oberhäupter der Katholischen Kirche vorausschauend und pragmatisch zusammengearbeitet. Die USA öffneten sich, übernahmen internationale Verantwortung, und für das Weiße Haus war der Vatikan ein strategischer außenpolitischer Partner. Menschenrechte und ein friedliches Miteinander verband die beiden. Sicherlich gab es auch Unstimmigkeiten, wie sollte es auch anders sein, wenn weltliche und religiöse Ansätze aufeinanderprallen.  

Von diesen Gemeinsamkeiten ist nun nur noch die Sprache geblieben. Ansonsten liegen die beiden prominentesten Amerikaner weltweit im Streit. Der amerikanische Präsident ist nicht der Meinung, dass Papst Leo XIV. „einen guten Job machen würde“, stattdessen solle er sich lieber „zusammenreißen“. Und überhaupt sei er „kein Fan von Papst Leo“. Trumps Vize J. D. Vance, mit der Autorität eines erst vor sieben Jahren zum Katholizismus Übergetretenen, riet dem Papst gar, er „solle vorsichtig sein, wenn er über theologische Fragen spricht“. Der Papst erwiderte kühl, er habe keine Angst vor der Trump-Administration.

Dieser persönliche Zwist ist wenig verwunderlich. Leo XIV. ist nicht das konservative Kirchenoberhaupt, das sich das vor allem weiße Christentum in den USA vorgestellt hat. Im Gegenteil: Für das Weiße Haus ist Leo der Anti-Papst, ein Liberaler, vielleicht sogar ein Linker. Denn der als Robert Francis Prevost Geborene steht genauso wie sein Vorgänger im Amt der Befreiungstheologie nahe, die sich global für soziale Gerechtigkeit einsetzt und seine Wurzeln in Lateinamerika hat. Er steht für die Ideen einer multilateralen Ordnung und nicht für eine Welt der großen Militärmächte, die, wie im Falle der USA, diese Ordnung sogar religiös zu untermauern versuchen.

Das religiös-politische Beben hat Auswirkungen auf die Innenpolitik der USA. In diesem Jahr feiern die USA ein Vierteljahrtausend Staatlichkeit. Was eigentlich als ein Triumph für die Präsidentschaft von Donald Trump in die Geschichte eingehen sollte, droht nun überschattet zu werden von einem Duell zwischen Präsident und Papst. Es ist eine Abkehr von der Politik der Republikaner, die sich unter der Präsidentschaft von Ronald Reagan in den 1980er Jahren mehr und mehr in eine religiöse Rechte verwandelt hatten. Sie erkannten in der damals sehr konservativen katholischen Kirche einen genuinen Partner. Präsident George W. Bush verlieh Papst Johannes Paul II. sogar die Freiheitsmedaille, die höchste Auszeichnung für einen Zivilisten.

Viele amerikanische Katholiken zählen zur religiösen Rechten, zu der auch weiße christliche Nationalisten gehören. Unter diesen dominieren die Evangelikalen sowie konservative und bibeltreue Christen. Sie wählten Trump zu einem nicht geringen Teil ins Amt. Dafür hat er in seiner ersten und zweiten Amtszeit geliefert. Er berief sehr konservative Richter ins Oberste Gericht, wodurch die Rücknahme einer Entscheidung von 1973 möglich wurde, die es Frauen freistellte, eine Abtreibung vorzunehmen. Außerdem hat er unweit des Oval Office im Weißen Haus ein Glaubensbüro eingerichtet und zudem eine Sondereinheit gegen antichristliche Vorurteile ins Leben gerufen. Sie soll dafür sorgen, dass die Diskriminierung christlicher Überzeugungen geahndet wird.

Und dennoch: Es sind Teile der 53 Millionen erwachsenen Katholiken in den USA – die noch vor zwei Jahren bei den Präsidentschaftswahlen zu 60 Prozent Trump unterstützt hatten –, die nun das aus ihrer Sicht empörende Verhalten und das skandalöse Vorgehen des Präsidenten kritisieren. Zum einen aufgrund seiner Äußerungen zum Iran, als er die Auslöschung einer ganzen Zivilisation androhte, zum anderen aufgrund des brutalen Vorgehens gegen Immigranten, aber auch aufgrund der von Trump verbreiteten KI-Bilder, die ihn sowohl als Jesus Christus zeigen als auch als Papst. Das sind keine Zufälle. Seit dem Attentat auf ihn kurz vor den Präsidentschaftswahlen sieht seine engste Gefolgschaft ihn als einen Auserwählten – er selbst tut das offenbar auch. Die Leiterin seines Glaubensbüros, Pfarrerin Paula White Cain, vergleicht ihn mit Jesus Christus. Trump sei „betrogen und fälschlich angeklagt worden“, ähnlich wie „unser Herr und Retter“.

Umfragen und Statistiken zeigen, dass die hartgesottenen religiösen Unterstützer des Präsidenten ihm ihre Gefolgschaft nicht aufkündigen – trotz all seiner Widersprüche. Dies sind vor allem weiße christliche Nationalisten, für die weiße Maskulinität mit amerikanischem Individualismus und christlichem Glauben zusammenkommt. Gewalt, ob sprachlich oder physisch, ist nicht unbedingt ausgeschlossen, sofern sie gegen den Anderen, gegen den Feind gerichtet ist. Trump tut dies verbal. Und sein Kriegsminister Pete Hegseth erwartet das von seinen Kriegern. So predigt er „überwältigende Gewalt gegen diejenigen, die keine Barmherzigkeit verdienen“. Die Wählerschaft, für die diese Worte gemünzt werden, wohnt vor allem in Wahlbezirken, die ohnehin klar für die Republikaner stimmen.

Dabei ist es völlig unwichtig, dass nach einer aktuellen Umfrage von Pew Research sieben von zehn Amerikanern der Meinung sind, Trump sei nicht sehr oder gar nicht religiös. Gleichwohl: Anders sieht dies bei den katholischen Wählern aus, insbesondere bei den weißen Katholiken. Sie machen etwa mehr als zehn Prozent der Gesamtbevölkerung aus, sind aber in einigen Swing States überrepräsentiert. Das gilt für Pennsylvania und Wisconsin mit einem doppelt so hohen prozentualen Anteil. Sie sind Teil einer Wechselwählerschaft, die der Wahlanalyst Elliott Morris als „geborgte Wählerinnen und Wähler“ bezeichnet, die jederzeit zu den Demokraten zurückkehren könnten. Bei ihnen hat die Zustimmung zu Trump abgenommen, über die Hälfte stimmen mit seiner Politik im Iran sowie mit der Behandlung von Migranten und dem Streit mit dem Papst nicht mehr überein. Diese Entwicklung könnte gravierende Auswirkungen auf die Zwischenwahlen haben.

Die Kritik des Papstes, dass das „Herz unseres Vaters nicht mit den Bösen, den Arroganten und den Stolzen ist“, trifft die Administration hart. Zumal sowohl Vizepräsident Vance sowie Außenminister und Sicherheitsberater Rubio als auch sechs von neun Richtern des Obersten Gerichts Katholiken sind. Als der polnische Papst Johannes Paul II. 1979 bei seinem Besuch im kommunistischen Polen den Boden küsste, kommentierte Ronald Reagan, ein Jahr vor seinem Amtsantritt, süffisant, dass „Religion möglicherweise die sowjetische Achillessehne“ sein könnte. Während der Papst in dem Mittel aus Zu- und Ablehnung bei den Amerikanern bei plus 34 Punkten liegt, kommt der Präsident auf minus 12 Punkte. Könnte es sein, dass Papst Leo und die katholische Kirche die Achillessehne für Donald Trump sind? IPG 27

 

 

 

 

EU-Abschiebequote steigt auf Rekordhoch

 

In der EU steigt laut Migrationskommissar Brunner die Quote von Abschiebungen deutlich. Das reicht ihm aber nicht. Die angestrebte neue Verordnung zum Thema Asyl sei dennoch notwendig, meint der konservative Politiker. Kirchen und Menschenrechtler kritisieren. Von Susanne Rochholz

In der Europäischen Union sind nach Darstellung von EU-Migrationskommissar Magnus Brunner im vergangenen Jahr mehr als ein Viertel der Ausreisepflichtigen abgeschoben worden. Ihr Anteil sei auf 28 Prozent gestiegen, sagte der österreichische Kommissar der „Welt am Sonntag“. Das sei „der bisher höchste Wert in diesem Jahrzehnt“, erklärte der Politiker der konservativen ÖVP.

In absoluten Zahlen waren 2025 nach Brunners Darstellung 491.000 Personen ausreisepflichtig, von denen rund 135.000 zurückgeführt worden seien. Im Jahr 2024 betrug der Anteil der Abgeschobenen an den Ausreisepflichtigen den Angaben zufolge 24 Prozent, in absoluten Zahlen seien es damals 112.040 Menschen gewesen.

Brunner pocht auf EU-Rückführungsverordnung

Zufrieden ist Brunner nach eigenen Worten mit den Zahlen für 2025 noch nicht. Die bisherigen Regeln zur Abschiebung sogenannte „irregulärer“ Personen in der EU „funktionieren einfach nicht gut genug“, sagte der zuständige EU-Kommissar. Er nannte es „umso wichtiger“, dass die sogenannte Rückführungsverordnung nun rasch beschlossen werde.

Die EU-Kommission hatte 2025 verschiedene Rechtsverschärfungen vorgelegt. Die sogenannte Rückführungsverordnung soll regeln, wie mit Menschen ohne Aufenthaltsrecht in der EU umgegangen wird, darunter vor allem abgelehnte Asylsuchende, aber auch Personen ohne gültige Papiere. Sie sieht unter anderem vor, dass Mitgliedsländer Rückkehrentscheidungen gegenseitig anerkennen, ohne ein neues Verfahren einzuleiten. Das soll Ausreisepflichtigen signalisieren, dass sie Abschiebungen nicht durch den Wechsel in einen anderen EU-Staat umgehen können.

Kirchliche Kommission: „Symbolpolitik der Härte“

Scharfe Kritik an der Rückführungsverordnung äußerte der Generalsekretär der Kommission der Kirchen für Migranten in Europa, Torsten Moritz. Die vorgesehenen Maßnahmen seien „teuer, ineffektiv und untergraben Rechte“, sagte Moritz dem Evangelischen Pressedienst (epd). Am Ende drohe „eine Symbolpolitik der Härte – und wenig tatsächliche Wirkung“.

Nach Einschätzung des Politikwissenschaftlers geht die Verordnung an der Realität vorbei. In vielen Fällen wisse der Staat selbst, dass eine Abschiebung nicht möglich sei, etwa weil den Betroffenen im Herkunftsland Gefahr drohe oder notwendige Papiere fehlten. „Wer nicht zurückgeführt werden kann, kann auch durch strengere Regeln nicht zurückgeführt werden“, sagte Moritz. Verschärfungen wie häufigere Inhaftierungen können nach seinen Worten sogar kontraproduktiv sein, weil Betroffene sich dem Verfahren entziehen und untertauchen.

EU-Kommissar: Entscheidungen treffen und durchsetzen

EU-Kommissar Brunner unterstrich dagegen, die Bestimmungen der Rückführungsverordnung schüfen „strengere Regeln für Straftäter, klare und verbindliche Pflichten für Personen mit Abschiebebescheid und bringen mehr Effizienz in die Zusammenarbeit der Mitgliedsstaaten“. Er nannte als Ziel „ein System, das Entscheidungen nicht nur trifft, sondern auch durchsetzt – fair, rechtsstaatlich und konsequent“.

Große Zweifel an der Rechtsstaatlichkeit äußerte jedoch Pro Asyl. Die Flüchtlingshilfsorganisation teilte am Samstag mit, sie dokumentiere Rechtsbrüche, verteidige Grundrechte und unterstütze Betroffene. Die Vorsitzende der Bundesarbeitsgemeinschaft, Halima Gutale, kündigte an, Pro Asyl werde gegen Menschenrechtsverletzungen infolge der Umsetzung der verschärften EU-Regeln „vor nationalen und internationalen Gerichten klagen. Diese Politik der Abschreckung, Ausgrenzung und Entwürdigung muss gestoppt werden“, unterstrich sie. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Als Träume zum Alptraum wurden

 

40 Jahre nach dem GAU im Tschernobyl: ein Rückblick auf einen Besuch vor Ort.

Selten ist der Zeitpunkt, an dem die Hybris der Menschen die Welt für immer verändert, so exakt zu bestimmen wie in der Nacht zum 26. April 1986. Um 1:23 Uhr vor nunmehr genau 40 Jahren geriet ein Versuch, die Sicherheit eines Kernkraftwerks wie im ukrainischen Tschernobyl zu beweisen, zur Katastrophe: Nach der absichtlichen Stromabschaltung schmolzen beim größten anzunehmenden Unfall im Block 4 die Uran-Brennstäbe in einer unkontrollierbaren Kettenreaktion und katapultierten nach der Explosion radioaktive Partikel 1.200 Meter hoch in die Atmosphäre über der damals noch existenten Sowjetunion. Der GAU im Osten Europas verseuchte unseren Kontinent.

Erst Tage später dämmerte den Menschen, dass geschehen war, was nach offiziellen Beteuerungen technologie-vernarrter Politiker (vielleicht besser: Lobbyisten) nicht möglich hätte sein dürfen. Nicht nur in sozialistischen Regimen dauerte es wohl gerade deshalb, bis die volle Wahrheit allmählich ans Licht sickerte. Den GAU im sozialistischen Bruderland gestand das Fernsehen der DDR erst drei Tage danach ein. Auch der seinerzeitige westdeutsche Bundesinnenminister Friedrich Zimmermann (CSU) beschwichtigte in der abendlichen „Tageschau“, eine Gefährdung der deutschen Bevölkerung sei "absolut auszuschließen".

Der GAU zwang alle zum Umlernen

Welch fatale und riskante Verfälschung der Lage. Von jetzt auf gleich lernten die Menschen die Schattenseite des Tech-Wunders Kernkraft kennen: Schulkinder paukten Messwerte wie Becquerel und Sievert, Isotop-Namen wie Caesium-137 oder Jod-131. Sie lernten deren Wirkung auf die Gesundheit abzuschätzen. Ihr Spiel in der Sandkiste war plötzlich davon abhängig. Diese Zahlen und Namen bestimmten auch den Einkauf ihrer Mütter für die Mahlzeiten. Wildfleisch und Pilze aus Bayern, wo Regen die Cäsium-Ionen aus der Luft gewaschen und im Boden angereichert hatte, blieben tabu. Den Kauf von Milch bestimmten nicht mehr Mark und Pfennig, sondern die Tabellen der überall gegründeten Umwelt-Initiativen, deren Labore zum Kompass fürs gesunde Essen mutierten.

Als damals junger Journalist, der das Glück genoss eine neue Umweltzeitschrift mit aufbauen zu dürfen, waren die Tage nach dem GAU in Tschernobyl ein prägendes Lehrstück. Über Nacht warf der Chefredakteur eine schon fertige Ausgabe in den Papierkorb. Mit Enthusiasmus schrieben wir neue Texte, die zu erklären versuchten, was geschah und was auf uns alle zukommen könne. Wir sprachen mit Wissenschaftlern, interviewten Politiker, recherchierten mit Aktivisten – das knüpfte ein Netzwerk, in das ich noch heute verwoben bin und das mir kaum fünf Jahre nach der Explosion in Tschernobyl auch die Tür aufstieß, um das Sperrgebiet besuchen zu können: Bei der Recherche durch aufgelassene Dörfer und in verwaisten Hütten traf ich wenige alte Bauern. Sie weigerten sich – der Strahlengefahr zum Trotz – ihre Heimat zu verlassen. Gemeinsam mit Ärzten besuchte ich Krankenhäuser, in den sie Strahlenkranke pflegten oder sammelte mit Wissenschaftlern Boden- und Holzproben, um deren Verstrahlung zu analysieren.

Skepsis gegenüber faustischem Gebaren

Das hinterließ Spuren – und prägte meine Haltung zu jeglicher euphorischen Machbarkeitsillusion. Der Besuch in den Wäldern um Tschernobyl, in den Ruinen der Dörfer und bei den Menschen, die ihre ohnehin kargen Habseligkeiten durch den Atom-GAU im Kernkraftwerk, das ihnen eine goldene Zukunft verheißen hatte, verloren, festigte meine Haltung: Jedes faustische Gebaren, mit dem Menschen sich die Welt als machbar erträumen, trügt. Sie vergessen, dass es auch im Alptraum enden kann – und den will niemand erleben.

Gerd Pfitzenmaier, ÖDP 24

 

 

 

 

EU-Bischöfe an EU-Gipfel auf Zypern: Europa soll Friedenskraft bleiben

 

Europa hat global gesehen eine einzigartige Rolle für den Frieden und soll sie bewahren. Diesen Appell hat der Vorsitzende der EU-Bischofskommission COMECE, Bischof Mariano Crociata, aus Nikosia an den EU-Gipfel gerichtet, der noch bis diesen Freitag in Zypern tagt.

„Europa bleibt im Moment der einzige Kontinent – oder besser gesagt die einzige Gemeinschaft von Staaten –, der fähig ist, globale Entwicklungen zu betrachten und dabei den Frieden in den Mittelpunkt zu stellen, statt Interessen oder andere Ziele“, sagte Crociata der italienischen Agentur sir. „Das Risiko, dass Europa diese Fähigkeit verliert, es selbst zu sein, ist daher lebenswichtig, so würde ich sagen, für den Weg der Menschheit, zumindest in dieser historischen Phase, die von weit verbreiteten Bedrohungen für Freiheit und Demokratie geprägt ist.“

Die COMECE-Bischöfe tagen derzeit in der zypriotischen Hauptstadt Nikosia. Unweit davon, in Agia Napa, beraten bei einem informellen Gipfel die EU-Staats- und Regierungschefs über den Iran- und den Ukrainekrieg, steigende Energiepreise und den EU-Haushalt.

„Ihre Berufung ist es, ein Projekt des Friedens zu sein“

Crociata verwies auf die ursprüngliche Ausrichtung der EU. „Ihre Berufung ist es, ein Projekt des Friedens zu sein“, erklärte er. Natürlich müsse das „auf realistische Weise“ geschehen. „Das bedeutet die Suche nach einem Gleichgewicht zwischen gemeinsamer Verteidigung und Sicherheitsgarantien auf der einen Seite und der bevorzugten, wenn nicht ausschließlichen Nutzung von Diplomatie und Dialog zur Lösung von Konflikten auf der anderen Seite.“

„Nutzung von Diplomatie und Dialog zur Lösung von Konflikten“

Hintergrund

In den vergangenen Tagen hatten die EU-Bischöfe der zyprischen EU-Ratspräsidentschaft eine Resolution übergeben. Die Bischöfe beziehen sich insbesondere auf die groß angelegte Invasion der Ukraine durch Russland, die „weiterhin unermessliches menschliches Leid verursacht und die europäische und globale Sicherheit destabilisiert“. Sie appellierten, „die diplomatischen Bemühungen um einen gerechten, umfassenden und dauerhaften Frieden auf der Grundlage des Völkerrechts zu intensivieren“.

In Bezug auf den Nahen Osten schrieben die Bischöfe in der Resolution, sie hätten Verständnis für die „Notwendigkeit einer besseren Vorbereitung und Verantwortung in Sicherheits- und Verteidigungsfragen“. Dennoch solle die EU ihrer Gründungsvision treu bleiben. „Investitionen in die Verteidigung müssen notwendig, verhältnismäßig und angemessen sein und dürfen nicht auf Kosten der Bemühungen zur Förderung der Menschenwürde, der Gerechtigkeit, der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung und der Bewahrung der Schöpfung gehen.“ (sir 24)

 

 

 

 

Italien: Ein Zuhause in einem Netzwerk der Hoffnung

 

In Bologna unterstützen geweihte Männer und Frauen Migranten auf ihrem Weg zu einer Unterkunft und zu zwischenmenschlichen Beziehungen. Es ist eine gemeinsame Erfahrung der Hilfe zur Selbsthilfe. Von Ilaria Ballò CMV

In vielen europäischen Städten sind existentielle Randgebiete nicht nur geografische Orte, sondern Lebensräume, in denen benachteiligte Menschen Zuhören und Präsenz brauchen. Dort kann die Aufnahme, mit Konstanz und Diskretion angeboten, ein Zuhause schaffen und Hoffnung wecken.

Eine diskrete Präsenz inmitten urbaner Verletzlichkeit

In Bologna, in den Winkeln einer Stadt, die von Mobilität, prekären Wohnverhältnissen und neuer Armut geprägt ist, nimmt diese Erfahrung Gestalt an durch das Leben von geweihten Männern und Frauen, die mit Migranten eine schwierige Lebensphase teilen. Es ist eine diskrete Gegenwart, die mehr vom Zuhören als von Worten, mehr von Nähe als von sofortigen Antworten geprägt ist. Eine Präsenz, die darin besteht, den Weg des anderen zu teilen.

Es geht nicht um große Zahlen und große Einrichtungen, sondern um konkretes Leben. Wohnungen, die zu Übergangsräumen werden, zu einer „Pufferzone" zwischen den institutionellen Auffangstrukturen und einer neuen Phase der Selbstständigkeit. Wohnungen, die nicht nur ein Dach über dem Kopf bieten, sondern ein Beziehungsnetzwerk; Räume, in denen man wieder Bindungen und Vertrauen aufbauen kann, die Erfahrung, dass ein geschwisterliches Zusammenleben möglich ist.

Begleitung auf dem Weg zur Selbstständigkeit

An diesem Weg ist die Missionsgemeinschaft von Villaregia beteiligt, bestehend aus Schwestern und Brüdern, die ihr Leben in den Dienst von Migranten stellen. Zu ihnen gehört Alessia Gattamelata, eine Missionarin, die sich in Wohnprojekten für junge Migranten engagiert, die zwar arbeiten, aber trotzdem Schwierigkeiten haben, eine Wohnung zu finden. Ein immer häufiger auftretendes Paradox: Arbeit, die nicht ausreicht, um Stabilität zu gewährleisten, und Wohnungsmangel, der eine schwer zu überwindende Hürde bleibt. Genau dort, an diesem wunden Punkt, setzt das Projekt der Aufnahme und Begleitung auf dem Weg zur Selbstständigkeit an.

„Hinter der unmittelbaren Not verbirgt sich oft eine Geschichte voller Wunden, von einem beschwerlichen Weg und einem tiefen Verlangen nach Leben und Zukunft“

„Hinter der unmittelbaren Not verbirgt sich oft eine Geschichte voller Wunden, von einem beschwerlichen Weg und einem tiefen Verlangen nach Leben und Zukunft", erklärt Alessia. Genau hier wird aus Hilfe Begleitung: Ressourcen wertschätzen, Vertrauen zurückgewinnen, unterstützen, ohne die Eigeninitiative zu blockieren. An der Seite stehen, ohne zu urteilen, damit jeder Mensch wieder die Kraft findet, seinen Weg weiterzugehen.

Das Projekt „SoStare", das 2023 in Bologna als Reaktion auf die Kältekrise ins Leben gerufen wurde und sich ab 2024 zu einer Hilfe zur Unterkunftsfindung entwickelte, arbeitet im Netzwerk mit sozialen und kirchlichen Einrichtungen sowie unter Einbeziehung von Freiwilligen. Die Arbeit erfolgt im Team, in einem gemeinsamen Gefüge, das in der Region zur Aufnahme anderer einlädt.

Neben dem Wohnen werden örtliche Integration und das Erlernen der italienischen Sprache gefördert, im Rahmen des Knüpfens fester Beziehungen. Das Haus wird so zu einem Ort der interkulturellen Begegnung, an dem jeder Mensch mit seiner Geschichte und Würde angenommen und anerkannt wird; an dem der Begriff „Migrant" kein Etikett mehr ist, sondern sich in Gesichtern, Geschichten und Lebenswegen spiegelt.

„Oft sind wir es, die sich aufgenommen fühlen“

Das geweihte Leben als Zeichen von Beziehung und Hoffnung

Auf diesem Weg ist die Aufnahme zweigleisig. „Oft", so vertraut Alessia uns an, „sind wir es, die sich aufgenommen fühlen." Sie erinnert sich an ein Abendessen, das Aziz Zamir, ein afghanischer Mann, der die beschwerliche Reise über die Balkanroute hinter sich gebracht hatte und im Projekt aufgenommen wurde, mit Sorgfalt zubereitet hatte. Als Künstler und Zeichner hatte Aziz den Tisch für die Gemeinschaft sorgfältig gedeckt: gefaltete Servietten, Papierrosen, Liebe zum Detail. Eine einfache Geste, die die üblichen Logiken auf den Kopf stellt und Würde zurückgibt, indem sie einen Gott offenbart, der überrascht.

Einmal pro Woche kommen Mitglieder des Aufnahmehauses und der Missionsgemeinschaft zum Gebet zusammen. Das gemeinsame Alltagsleben, das Gebet, das gemeinsam gehörte Wort Gottes, das nach der Feier in familiärer Atmosphäre genossene Abendessen, die miteinander verwobenen Geschichten fließen in die Liturgie ein, und die Liturgie wird im Leben wieder lebendig. Die Wunden der Welt werden nicht ausgesperrt: Sie sind in der Gemeinschaft präsent, stellen den Glauben auf die Probe und erweitern den Blick.

Auch inmitten bürokratischer Mühen und diskriminierender Äußerungen, an denen es leider nicht mangelt, kehrt die Motivation zurück, wenn Gesten der Solidarität, Freundschaften zwischen Freiwilligen und Gästen sowie Beziehungen entstehen, die Schönheit und Dankbarkeit entstehen lassen. So wird in der täglichen Stille eines gemeinsamen Hauses die Aufnahme wieder zu dem, was sie sein soll: keine gelegentliche Geste, sondern ein Raum, in dem die Hoffnung wirklich ein Zuhause finden kann.

Gott wirkt weiter, lässt Leben keimen, knüpft Bindungen, eröffnet Räume der Schönheit dort, wo es nur Unsicherheit zu geben schien. Ein diskretes, aber reales Zeichen eines Evangeliums, das in der Zerbrechlichkeit und im gegenseitigen Vertrauen Fleisch annimmt.

#sistersproject 24

 

 

 

 

Ukrainer in Deutschland schlecht bezahlt

 

Viele Geflüchtete aus der Ukraine haben Arbeit gefunden. Doch fast jede zweite Vollzeitstelle liegt im Niedriglohnbereich. Das teilt die Bundesregierung auf Anfrage der AfD mit. Die Rechtspopulisten formen daraus ein politisches Narrativ über Kosten und Abhängigkeit.

Viele Geflüchtete aus der Ukraine haben inzwischen einen Arbeitsplatz in Deutschland gefunden – überdurchschnittlich viele von ihnen sind aber im Niedriglohnbereich beschäftigt. Fast die Hälfte der vollzeitbeschäftigten Ukrainerinnen und Ukrainer (49,8 Prozent) bekamen 2025 nur ein Gehalt im Niedriglohnbereich: Dies geht aus einer Antwort des Bundesarbeitsministeriums auf eine Anfrage der AfD-Bundestagsfraktion hervor. Im Durchschnitt aller ausländischen Beschäftigten lag die Quote der Niedriglohn-Beziehenden bei 30,5 Prozent, bei deutschen Beschäftigten waren es 12,5 Prozent.

Auch jene ukrainischen Vollzeitbeschäftigten, die als Fachkraft tätig waren, erhielten den Zahlen zufolge ein unterdurchschnittliches Gehalt. Rund 65 Prozent der ukrainischen Vollzeit-Fachkräfte bekamen demnach ein monatliches Bruttogehalt, das unter dem mittleren Gehalt von deutschen Vollzeitbeschäftigten lag, die einer Helfertätigkeit nachgingen. Bei allen ausländischen Fachkräften traf dies auf rund 43 Prozent zu, bei deutschen Fachkräften auf 25 Prozent.

Den Zahlen des Ministeriums zufolge waren im Juni 2025 rund 285.500 Ukrainerinnen und Ukrainer in Deutschland sozialversicherungspflichtig beschäftigt. Davon arbeiteten etwa 182.100 in Vollzeit und rund 103.400 in Teilzeit.

Altersarmut vorprogrammiert

Der AfD-Bundestagsabgeordnete René Springer, der die Anfrage beim Bundesarbeitsministerium gestellt hatte, wies auf Missstände hin: „Die Beschäftigungsquote von Ukrainern ist zu niedrig, viele arbeiten im Niedriglohnbereich“, erklärte Springer. „Das führt schon heute zu einer Abhängigkeit von aufstockenden Leistungen – und morgen zwangsläufig in die Altersarmut.“

Die Beschäftigungssituation der Ukrainerinnen und Ukrainer hat auch Auswirkungen auf die Rentenversicherung. Bei ihnen lag den Zahlen zufolge das durchschnittliche Alter bei Entrichtung des ersten Rentenbeitrags bei rund 40 Jahren – und damit über dem entsprechenden Durchschnittsalter aller Beschäftigten aus dem Ausland. Diese zahlen im Schnitt mit 29 Jahren erstmals in die Rentenkasse ein.

Neun von zehn ohne ausreichendes Gehaltsniveau für Rente

2024 erreichten den Zahlen zufolge etwa neun von zehn ukrainischen Vollzeitbeschäftigten in Deutschland kein Gehaltsniveau, das ihnen für die Zukunft eine Rente ohne Grundrentenzuschlag nach 25 Beitragsjahren garantieren würde.

Der AfD-Abgeordnete Springer warnte vor Folgen für die Sozialsysteme. „Wer dauerhaft wenig einzahlt und perspektivisch auf staatliche Unterstützung angewiesen ist, belastet unsere Sozialsysteme langfristig erheblich“, erklärte er.

Anfrage mit Intention

Springers Äußerungen decken sich mit Struktur und Aufbau der parlamentarischen AfD-Anfrage, in der es offensichtlich nicht um eine neutrale Bestandsaufnahme geht. Schwerpunkt der Anfrage sind Beschäftigungsquoten, Niedriglohn, Lohnabstände, Leistungsbezug, Rentenperspektiven und Kosten für den Bund. Dabei werden ukrainische Beschäftigte Deutschen, anderen ausländischen Beschäftigten oder bestimmten Herkunftsgruppen gegenübergestellt.

Fragen zu möglichen Ursachen wie institutionellen Hürden, Nicht-Anerkennung von Abschlüssen, fehlender Kinderbetreuung oder die Folgen des Krieges stellt die AfD nicht. (afp/mig 24)

 

 

 

 

 

Wer rettet die UN?

 

Die Wahl des Generalsekretärs steht bevor. In Zeiten geopolitischer Umbrüche entscheidet sie über die Zukunft der Vereinten Nationen. Matthias Jobelius

 

Es ist Wahljahr für die Weltgemeinschaft. Gesucht wird ein neuer Generalsekretär beziehungsweise eine neue Generalsekretärin für die Vereinten Nationen. Die bislang vier Kandidierenden veranstalten in dieser Woche ihr erstes Schaulaufen auf der großen Bühne der UN-Generalversammlung: Michelle Bachelet aus Chile; Rafael Grossi aus Argentinien; Rebeca Grynspan aus Costa Rica; und Macky Sall aus dem Senegal. Doch bis zur Wahl Ende des Jahres bleibt noch viel Raum für Überraschungen im komplexen diplomatischen Ringen um den Spitzenposten. Für die Welt steht dabei viel auf dem Spiel. Angesichts der geopolitischen Epochenwende wird die Wahl zu einer strategischen Frage für die Staatengemeinschaft. Die Vereinten Nationen sind das wichtigste Forum für das kollektive Handeln der Menschheit zur Lösung ihrer gemeinsamen Probleme. Sichert man den UN ihr institutionelles Überleben oder lässt man sie langsam in die Bedeutungslosigkeit sinken? Die anstehende Wahl wird einen Teil der Antwort liefern.

Schon klar: Ein UN-Generalsekretär verändert die Ordnung der Welt nicht. Zugleich beeinflusst jede Änderung der Weltordnung den Handlungsspielraum eines Generalsekretärs. Daher ist die Frage, wer ein guter UN-Chef ist, leicht zu beantworten: Es ist die Person, welche die politische Fähigkeit besitzt, eine kritische geopolitische Lage in eine Möglichkeit zu verwandeln, die UN-Charta zu schützen und zu stärken. Getreu dem Goethe’schen Motto: Auch aus den Steinen, die einem in den Weg gelegt werden, kann man etwas Schönes bauen.

Vielen UN-Generalsekretären gelang dies herausragend: Dag Hammerskjöld baute zwischen 1953 und 1961 auf der politischen Amtsführung seines Vorgängers Trygve Lie auf und verwandelte die Vereinten Nationen von einem Konferenz-Organisator zu einer handelnden Organisation. Er schuf die Grundlagen für das, was wir heute unter multilateraler UN-Diplomatie verstehen. Als die Welt während der Kubakrise in den nuklearen Abgrund blickte, war es Hammerskjölds Nachfolger U Thant, der Kennedy und Chruschtschow den Weg zur Deeskalation ebnete. Javier Perez de Cullear, Generalsekretär ab 1982, schaffte es, die UN mit Geduld und Beharrlichkeit am Ende des Kalten Krieges wieder glaubwürdig zu machen. Er übergab seinem Nachfolger Boutros Boutros-Ghali eine Organisation, die bereit war für die neue Ordnung der 1990er Jahre. Dank Kofi Annan blieben die UN während des „unipolaren Moments“ Anfang des 21. Jahrhunderts relevant, da er sie politisch und konzeptionell modernisierte und für neue Akteure öffnete. Er verwandelte das Amt des Generalsekretärs in ein diplomatisches Power House.

In der aktuellen Situation sind die Herausforderungen für jeden neuen Generalsekretär nicht weniger groß als für alle diese Vorgänger. Das Vertrauen in die Fähigkeiten multilateraler Verhandlungen schwindet rund um den Globus, und bei vielen Verhandlungen zur Lösung der tobenden Kriege und Konflikte sitzen die UN gar nicht mehr am Tisch. Wer Antonio Guterres nachfolgt, übernimmt eine politisch geschwächte und finanziell ausgeblutete Institution. Wild gewordene Großmächte und taktierende Regionalmächte blockieren allzu oft jegliche Lösung.

Der oder die Neue an der Spitze wird daher frühzeitig eine umfassende Reformagenda verfolgen müssen. Als größter Staatenverbund der Welt sind die UN eine Organisation, die von Routinen geprägt ist. Das hat viele Vorteile. Es führt dazu, dass die Vertreter der Staaten auch dann noch zusammenkommen, um über Hochseeschutz oder Tiefseebergbau zu verhandeln, wenn in der einen oder anderen Weltregion die Kanonen donnern. Aber die Routinen machen die Organisation auch träge. Das Pendel schlägt immer Richtung Status quo. In einer Phase, in der die UN sich wandeln müssen, um überleben zu können, führt das Festhalten am Bekannten in die Bedeutungslosigkeit. Vom neuen Generalsekretär verlangt dies, die Autorität des Amtes aktiv einzusetzen, um eine Weltorganisation zu konzipieren, die in einer geopolitisch rauen Zeit zur Lösung einer wachsenden Zahl grenzüberschreitender Probleme beitragen kann. Eine Überprüfung der UN-Charta gemäß Artikel 109 erscheint dabei unerlässlich, und wird von mehr und mehr Regierungen und Staatsführungen gefordert. „Was die Welt heute braucht, ist ein neuer ‚San Francisco-Moment‘. Ein Moment, wo die Führer der Welt zusammenkommen …, um die internationalen Organisationen zu reformieren, die uns seit dem Zweiten Weltkrieg gut gedient haben“, erklärte etwa Finnlands Präsident Stubb jüngst während seiner Rede zur Eröffnung des Raisina-Dialogs in Indien. Recht hat er.

Viele Stimmen in der UN-Reformdebatte fordern ein Back to basics, eine institutionelle Rosskur und einen Fokus auf eine Kernmission Frieden und Sicherheit. In einer kriegsgebeutelten Welt ist die Forderung eingängig – und dennoch falsch. Sie ignoriert nämlich, dass die Probleme der UN weniger mit ineffektiven und ineffizienten Institutionen, mit zu vielen Mandaten oder mit mangelnden Prioritäten zu tun haben, als mit politischen Blockaden. Würden sich die UN ausschließlich auf Frieden und Sicherheit konzentrieren, würden sie ihre Gestaltungsansprüche in all jenen Feldern aufgeben, die für das Zusammenleben von Staaten und Menschen im 21. Jahrhundert wichtig sind – vom Klimawandel über KI bis zu Pandemien und Artenverlust. Zugleich würde sie weiterhin dieselben politischen Blockaden erleben, die sie auch aktuell bei der Konfliktlösung so zahnlos erscheinen lässt: kein Geld für Peacebuilding, kein Respekt vor dem Gewaltverbot, keine Reform des Sicherheitsrats. Es bleibt die Erkenntnis: Institutionen effizienter zu machen, Doppelstrukturen abzubauen und Mandate zu verschlanken, ist gut und richtig. Aber auf politische Probleme gibt es keine administrativen Antworten. Die Vereinten Nationen brauchen eine politisch versierte Führungsperson, keinen Amtsleiter.

Viele Staaten und zivilgesellschaftliche Organisationen finden: Den Job muss eine Frau machen. Nach neun Männern in diesem Amt wäre es an der Zeit. Bei den fünf ständigen Mitgliedern des Sicherheitsrats, die über ein Vetorecht bei der Kandidatenauswahl verfügen, verfängt diese Forderung allerdings kaum. Dennoch ist sie richtig. Eine Frau an der Spitze würde ein Signal der Erneuerung an die Öffentlichkeit senden.

Ob Mann oder Frau, eine der großen politischen Herausforderungen für die neue UN-Spitze wird die abnehmende Bindekraft der Charta sein. Auch für die europäischen Staaten, die gerne von sich behaupten, auf der Seite des internationalen Rechts zu stehen, scheint die Frage, ob sie im Konfliktfall für die UN-Charta eintreten, vor allem davon abzuhängen, wie ihre Beziehung zu den jeweiligen Konfliktparteien ist. So fand etwa der deutsche Bundeskanzler die juristische Bewertung der Maduro-Entführung „komplex“. Eine völkerrechtliche Einordnung des Kriegs im Iran unterließ er gleich ganz, sie würde ja ohnehin „wenig bewirken“. Eine UN-Charta, die solche Freunde hat, braucht keine Feinde mehr.

Aber ohne wirkliche Freunde ist die Charta nicht überlebensfähig. Ein neuer Generalsekretär wird sein politisches Kapital auch dafür einsetzen müssen, Regierungschefs zu erklären, dass ihr Land nur sicher ist, wenn sie das Gewaltverbot als universell gültig begreifen und verteidigen. Nach den Verheerungen zweier Weltkriege war die globale Verankerung des Gewaltverbots vielleicht die bedeutendste normative Entwicklung des 20. Jahrhundert. Ob sie im 21. Jahrhundert Bestand haben wird, hängt von vielem ab – auch von der anstehenden Wahl in New York. IPG 23

 

 

 

 

Türke in Deutschland, Deutscher in der Türkei

 

Wer immer nur fragt, ob jemand deutsch oder türkisch ist, verfehlt die Wirklichkeit. Herkunft und Prägung sind keine Gegensätze. Sie können gleichzeitig tragen, fordern und einen Menschen schärfen. Von Timur Kumlu

Im Juli 2020 bin ich als Bundesprogrammlehrkraft in die Türkei gekommen. Im Juli 2026 werde ich das Land wieder verlassen. Sechs Jahre liegen dann dazwischen. Sechs Jahre voller Erfahrungen, Begegnungen, Höhen und Tiefen – aber vor allem sechs Jahre, die mich verändert haben.

Wenn ich heute zurückblicke, kann ich keinen einzelnen Moment benennen, der alles geprägt hat. Es war vielmehr ein Prozess. Viele kleine Situationen, Beobachtungen und Gefühle, die sich nach und nach zu einem klareren Bild zusammengefügt haben. Eine der wichtigsten Erkenntnisse für mich war: Ich habe in der Türkei verstanden, wie deutsch ich eigentlich bin.

In Deutschland habe ich mich oft eher als „türkisch“ wahrgenommen. Hier war es plötzlich umgekehrt. Im beruflichen Alltag, in meiner Art zu arbeiten, zu denken, zu organisieren, habe ich gemerkt, wie sehr ich von deutschen Strukturen geprägt bin. Gleichzeitig wurde mir aber auch klar: Ich kann diese beiden Seiten nicht voneinander trennen. Ich bin beides. Und ich werde auch beides bleiben. Lange habe ich versucht, das irgendwie einzuordnen. Heute habe ich es einfach angenommen. Und ich merke, dass genau darin auch eine Stärke liegt.

Gesellschaftlich habe ich die Türkei als ein Land erlebt, das sich nicht einfach einordnen lässt. Für mich ist sie nicht entweder modern oder konservativ, nicht entweder laizistisch oder religiös – sie ist all das gleichzeitig. Unterschiedliche Lebensweisen, Werte und Überzeugungen existieren nebeneinander und prägen den Alltag.

Oft wird versucht, dieses Land auf Gegensätze zu reduzieren – auf westlich oder traditionell, auf unterschiedliche politische oder gesellschaftliche Leitbilder. Aber so einfach ist es nicht. In meinen Augen liegt genau darin die eigentliche Herausforderung: dass die Türkei viele Realitäten gleichzeitig in sich trägt und diese nicht immer miteinander in Einklang gebracht werden.

Ich habe Menschen erlebt, die sehr unterschiedlich denken, leben und glauben – und doch alle überzeugt sind, das Richtige für ihr Land zu wollen. Gleichzeitig habe ich gesehen, wie schwer es fällt, die jeweils andere Perspektive stehen zu lassen. Oft geht es weniger darum zu verstehen, sondern eher darum, sich voneinander abzugrenzen.

Und trotzdem gibt es etwas, das viele verbindet: ein starkes Nationalgefühl. Unabhängig davon, wie unterschiedlich Lebensweisen oder Überzeugungen sind – in Momenten äußerer Bedrohung oder in großen Krisen entsteht sehr schnell ein gemeinsames „Wir“. Dann rücken Unterschiede in den Hintergrund, und es zeigt sich ein tief verankertes Gefühl, das eigene Land zu schützen und zusammenzustehen. Diese Fähigkeit habe ich immer wieder wahrgenommen und sie hat mich beeindruckt.

Gerade im Bildungsbereich sehe ich einen entscheidenden Ansatzpunkt. Schule kann dazu beitragen, die tatsächliche Vielfalt des Landes sichtbar zu machen – dass unterschiedliche Lebensweisen, Hintergründe und Perspektiven Teil derselben Realität sind. Diese Vielfalt ist da, sie gehört zur Türkei, und sie sollte auch so vermittelt werden.

Dazu gehört aus meiner Sicht auch, dass Themen wie Empathie, Perspektivwechsel und der Umgang mit Konflikten bewusst Raum im Schulalltag bekommen. Wenn solche Kompetenzen früh gestärkt werden, wirkt sich das langfristig auch auf das gesellschaftliche Miteinander aus.

Ich war in einer Zeit hier, die von großen Ereignissen geprägt war: die Pandemie, internationale Konflikte, Präsidentschaftswahlen, das schwere Erdbeben. In solchen Momenten habe ich gesehen, wie stark die Gesellschaft polarisiert sein kann, wie schnell Diskussionen emotional und ideologisch werden. Gleichzeitig habe ich aber auch erlebt, wie groß der Zusammenhalt sein kann, wenn es wirklich darauf ankommt. In Krisen können Menschen hier sehr schnell alles beiseitelegen und füreinander da sein. Diese Fähigkeit hat mich besonders beeindruckt.

Für mich ist die Türkei ein Land mit enormem Potenzial. Dynamisch, vielfältig, voller Energie. Gleichzeitig ist es auch ein Land mit einer hohen Lebensqualität – das Klima, das Meer, das Essen, eine gewisse Leichtigkeit im Alltag. All das sind Qualitäten, die dieses Land auszeichnen.

Die geografische Lage, die junge Bevölkerung und die kulturelle Vielfalt bieten große Chancen. Entscheidend wird sein, ob es gelingt, diese Vielfalt wirklich als Realität anzunehmen und miteinander zu leben – und nicht gegeneinander.

Beruflich waren diese sechs Jahre für mich eine intensive Entwicklungsphase. Ich bin als Lehrkraft gekommen und habe im Laufe der Zeit immer mehr Verantwortung übernommen. Ich habe gelernt, Gruppen zu führen, Menschen zu erreichen, Prozesse zu gestalten und Verantwortung zu tragen.

Gleichzeitig war diese Zeit auch geprägt von vielen Begegnungen. Ich habe im Laufe der Jahre viele Schulen kennengelernt – sowohl private als auch staatliche, in unterschiedlichen Regionen, unter anderem auch in Istanbul – und dabei mit unterschiedlichsten Menschen zusammengearbeitet: mit Lehrkräften, Schulleitungen, aber auch mit Vertretern aus Verwaltung sowie mit Menschen aus Institutionen wie Konsulat oder kulturellen Einrichtungen. Diese Vielfalt an Perspektiven hat meinen Blick erweitert und mir gezeigt, wie unterschiedlich Systeme funktionieren – und wie wichtig es ist, zwischen ihnen zu vermitteln.

Ein besonderer Teil meiner Arbeit waren Projekte: Fortbildungen, Wettbewerbe, Austauschformate. Gerade der Schüleraustausch hat für mich eine besondere Bedeutung bekommen. Als ich mit Schülerinnen und Schülern aus der Türkei nach Deutschland zurückgekehrt bin – an meine eigene alte Schule – war das ein Moment, der mich sehr bewegt hat. Es war mehr als nur ein Austausch. Es war, als würden zwei Teile meines Lebens aufeinandertreffen.

Ich habe gemerkt, wie wichtig es mir ist, ein anderes Bild von der Türkei zu zeigen. Ein differenzierteres. Eines, das nicht nur von Vorurteilen geprägt ist. Ohne es groß auszusprechen, hatte ich oft das Gefühl: Ich möchte zeigen, was dieses Land kann. Welche Stärken es hat. Welche Menschen es hat.

Und vielleicht hängt das auch mit meinen eigenen Erfahrungen in Deutschland zusammen. Ich habe dort immer wieder gespürt, wie präsent Vorbehalte gegenüber der Türkei oder dem Islam sein können – medial, aber auch im Alltag. Das hat mich oft beschäftigt. Vielleicht war genau deshalb dieser Wunsch in mir so stark, ein vollständigeres Bild zu zeigen. Nicht als Gegenreaktion, sondern eher als Ergänzung.

Was mich im beruflichen Kontext jedoch auch begleitet hat, war eine gewisse Ambivalenz in der Wahrnehmung von Wertschätzung. Ich habe mich über die Jahre intensiv eingebracht, Verantwortung übernommen und sowohl gestaltet als auch mitgestaltet. Dabei habe ich mich oft sehr stark eingebracht, auch über das unmittelbare Aufgabenfeld hinaus. Gleichzeitig hatte ich nicht immer das Gefühl, dass diese Arbeit in der Tiefe wirklich gesehen wird. Wertschätzung wurde oft ausgesprochen – freundlich, direkt und im Moment passend –, aber sie wirkte auf mich teilweise eher situativ, anlassbezogen und auch an Interessen gebunden.

Das ist kein Vorwurf, sondern eher eine Beobachtung, die mich nachdenklich gemacht hat. Vielleicht auch, weil ich selbst Wertschätzung anders verstehe – weniger im Moment, dafür nachhaltiger und verbindlicher.

Was mich in diesem Zusammenhang auch beschäftigt hat, ist eine Erfahrung, die mich schon aus Deutschland begleitet hat – und die ich hier in gewisser Weise wiedergefunden habe. Ich hatte oft das Gefühl, dass ich mehr leisten muss, um dieselbe Anerkennung zu bekommen. In Deutschland habe ich das als jemand mit türkischem Hintergrund erlebt. Ich habe mich dort oft als „türkisch“ wahrgenommen – und wurde in vielen Situationen auch so wahrgenommen, im Alltag, aber auch im beruflichen Kontext. Dieses Gefühl, sich immer wieder beweisen zu müssen, hat mich lange begleitet. Lange habe ich gedacht, dass es vor allem dort eine Rolle spielt.

In der Türkei habe ich jedoch gemerkt, dass sich dieses Gefühl auf eine andere Weise wieder zeigt. Sowohl im Umgang mit türkischen als auch mit deutschen Kolleginnen und Kollegen in verantwortlichen Positionen hatte ich teilweise den Eindruck, dass ich mehr geben, mehr zeigen und mich stärker beweisen muss, um Vertrauen und Anerkennung aufzubauen.

Vielleicht hat das auch damit zu tun, dass ich in gewisser Weise zwischen den Erwartungen stehe: In Deutschland nicht als „deutsch“ wahrgenommen, in der Türkei aber gleichzeitig auch nicht als jemand, der einfach selbstverständlich dazugehört. Dadurch entsteht ein Raum, in dem man sich immer wieder neu beweisen muss. Das ist keine einfache Erkenntnis, und vielleicht auch keine, die sich eindeutig erklären lässt. Aber sie hat mich begleitet.

Gleichzeitig war Anerkennung für mich nie der eigentliche Antrieb. Ich habe die Dinge immer deshalb gemacht, weil ich davon überzeugt war, dass sie sinnvoll sind, dass sie funktionieren können und dass sie einen Mehrwert haben. Das war für mich immer der Maßstab. Und vielleicht liegt genau darin auch mein Umgang damit: weiterzumachen, Dinge aufzubauen, Verantwortung zu übernehmen – unabhängig davon, wie sie von außen bewertet werden.

Gleichzeitig habe ich auch im schulischen Alltag gesehen, wo Grenzen liegen. Viele Schülerinnen und Schüler sind kreativ, haben Ideen und großes Potenzial. Aber dieses Potenzial wird nicht immer vollständig gefördert. Strukturen, Erwartungen oder auch Einflüsse von außen setzen manchmal Grenzen. Und genau dort sehe ich große Entwicklungsmöglichkeiten.

Am meisten hat mich diese Zeit aber persönlich geprägt. Am Anfang war vieles neu. Ich war damit beschäftigt, anzukommen, mich einzufinden, meinen Platz zu finden. Die Einsamkeit kam nicht sofort. Sie kam mit der Zeit. Mit der Zeit habe ich gemerkt, dass mir etwas fehlt. Nicht unbedingt ein Ort – sondern Menschen. Menschen, die mich lange kennen. Freunde, mit denen ich groß geworden bin. Beziehungen, die über Jahre gewachsen sind.

Hier habe ich oft gespürt, dass ich anders bin. Dass ich Zeit brauche, um mich wirklich auf Menschen einzulassen. Dass vieles oberflächlicher bleibt, als ich es gewohnt bin. Und daraus ist irgendwann auch ein Gefühl von Einsamkeit entstanden.

Nicht, weil ich allein war. Sondern weil mir Tiefe gefehlt hat. Diese Erfahrung hat mir gezeigt, was Heimat für mich bedeutet. Heimat ist nicht nur ein Ort. Heimat sind Menschen. Menschen, die dich verstehen, ohne dass du viel erklären musst. Menschen, die mit dir durch Höhen und Tiefen gegangen sind.

Heute weiß ich: Ich möchte weder auf Deutschland noch auf die Türkei verzichten. Ich bin beides. Emotional und familiär bin ich türkisch geprägt. Beruflich und in meiner Denkweise bin ich deutsch geprägt. Und genau darin liegt meine Stärke.

Ich habe viele Menschen gesehen, die genau daraus etwas machen. Die die Struktur und Disziplin aus Deutschland mitbringen und gleichzeitig die Flexibilität und Spontanität aus der türkischen Kultur leben. Gerade in einer Welt, die sich ständig verändert, ist das ein großer Vorteil.

Wenn ich auf diese sechs Jahre zurückblicke, dann war diese Zeit für mich mehr als nur eine berufliche Station. Sie hat mich geprägt, herausgefordert und in vielerlei Hinsicht bereichert. Ich bin dankbar für die Erfahrungen, die ich machen durfte, für die Menschen, denen ich begegnet bin, und für die Möglichkeit, in einem anderen System zu arbeiten und zu leben.

Gleichzeitig habe ich in dieser Zeit beide Seiten meiner Identität noch einmal bewusster erlebt – meine deutsche und meine türkische. Ich habe gelernt, mit dieser Spannung umzugehen und sie nicht mehr als Widerspruch zu sehen, sondern als Teil von mir.

Ich fühle mich heute in vieler Hinsicht gewachsen – beruflich, aber auch persönlich. Wenn ich auf diese sechs Jahre zurückblicke, dann sehe ich keine einfache Geschichte. Ich sehe Entwicklung. Ich sehe Reibung. Ich sehe Wachstum. Und ich sehe ein Land, das voller Gegensätze ist – und genau darin seine Kraft hat.

Diese Zeit hat mich nicht zu einem anderen Menschen gemacht. Aber sie hat mir klarer gezeigt, wer ich bin. (mig 23)

 

 

 

 

 

Amnesty-Jahresbericht. Deutschland trägt Mitschuld an Menschenrechtskrise

 

Der neue Amnesty-Bericht beschreibt eine globale Krise der Menschenrechte – und Deutschland steht darin nicht am Rand. Kritisiert werden Wegsehen, politische Doppelmoral und ein Kurs, der Rechte oft nur dann verteidigt, wenn es bequem ist. Von Christoph Meyer und Jörg Blank

Die Menschenrechtsorganisation Amnesty International erhebt schwere Vorwürfe gegen US-Präsident Donald Trump. Das erste Jahr seiner zweiten Amtszeit mit gezielten Attacken auf Justiz, Medien und Minderheiten sei desaströs verlaufen, bilanzieren die Aktivisten in ihrem Jahresbericht. Doch auch die Bundesregierung trage Verantwortung.

Die Regierung des Republikaners im Weißen Haus wirke als „Brandbeschleuniger“ für eine weltweite Krise der Menschenrechte, erklärte Amnesty zu ihrem Bericht über die weltweite Lage im vergangenen Jahr. Verschärft werde die Krise durch autoritäre Praktiken von Regierungen auf der ganzen Welt. „Sie üben rücksichtslos militärische Gewalt aus, unterdrücken friedliche Proteste, missachten die Rechtsstaatlichkeit und verletzen systematisch die Rechte schutzbedürftiger Menschen“, heißt es weiter.

Vorwurf der Appeasement-Politik

Verantwortlich seien „aber auch Regierungen, die Appeasement betreiben, statt dieser Entwicklung eine andere Politik entgegenzusetzen“, sagte die Generalsekretärin von Amnesty Deutschland, Julia Duchrow, bei der Vorstellung des Berichts in Berlin. „Dazu gehören die allermeisten EU-Mitgliedsstaaten, insbesondere die Bundesregierung“, fügte sie hinzu.

Mit Appeasement wird die Politik des damaligen britischen Premierministers Neville Chamberlain in den 1930er Jahren bezeichnet, der versuchte, einen Krieg abzuwenden, indem er die Annexion des zur Tschechoslowakei gehörenden Sudetenlands durch Nazi-Deutschland absegnete.

Wirtschaft und Sicherheit wichtiger als Menschenrechte?

In der Außenpolitik stelle die Bundesregierung Wirtschafts- und Sicherheitsinteressen über das Völkerrecht und über den Menschenrechtsschutz, kritisierte Duchrow. Das sei sehr problematisch, weil es die Menschenrechte und die internationalen Regeln, die nach dem Zweiten Weltkrieg geschaffen worden seien, schwäche. „Die Axt wird an diese Institution und das Völkerrecht gesetzt.“

Als Beispiele nannte Duchrow die völkerrechtswidrigen Angriffe auf Venezuela und Iran, die Unterstützung der israelischen Regierung, das Schweigen zu Chinas Unterdrückung der Uiguren oder die Zusammenarbeit mit menschenrechtsfeindlichen Regierungen zur Migrationsabwehr.

Angriffe auf Rechtsstaatlichkeit und Demokratie

US-Präsident Trump habe unmittelbar nach seinem Amtsantritt eine beispiellose Zahl von Maßnahmen ergriffen, die „Rechtsstaatlichkeit aushöhlten, auf willkürliche Machtausübung hindeuteten und autoritären Charakter hatten“, heißt es in dem Länderbericht zu den USA.

Dazu gehörten Angriffe auf Justiz, Medien und politische Gegnerinnen und Gegner. Verurteilte Anhänger der Regierung seien hingegen begnadigt worden. Kritisiert wurde zudem der Umgang mit Migranten und Minderheiten und deren Rechten.

Unter anderem die Razzien der Einwanderungsbehörde ICE im Kampf gegen irreguläre Migration zogen die Kritik der Menschenrechtsaktivisten auf sich. ICE habe massenhaft Menschen inhaftiert. Tausende seien dadurch in überbelegten Einrichtungen unter unmenschlichen Bedingungen festgehalten worden, heißt es in dem Bericht.

Polizeigewalt gegen friedliche Demonstrantinnen?

Im Hinblick auf Deutschland prangert Amnesty unter anderem angeblich unverhältnismäßige Gewalt gegen friedliche Teilnehmer von Pro-Palästina-Demonstrationen an.

Besorgt sind die Aktivisten auch über Einschränkungen der Meinungsfreiheit, etwa wenn bei Demos pauschal das Rufen arabischer oder hebräischer Slogans untersagt werde. Das Verbot des Rufs „From the River to the Sea“ und dessen Durchsetzung wird von Amnesty als „pauschale Kriminalisierung“ kritisiert.

Deutschland habe mit der Abschiebung von 83 Menschen nach Afghanistan und einer Person nach Syrien gegen den Grundsatz der Nicht-Zurückweisung verstoßen.

Stigmatisierende Äußerungen schüren Ängste

Die Menschenrechtsorganisation wirft einzelnen Vertretern des deutschen Staats zudem vor, mit stigmatisierenden Äußerungen Minderheiten zu verunsichern. Demnach wachse dadurch die Angst vor Hassverbrechen.

Die Zahl von Verbrechen mit rassistischem, antisemitischem und antimuslimischem Hintergrund oder solcher, die gegen die LGBTQ+Community und andere Minderheiten gerichtet waren, habe sich laut vorliegenden Zahlen seit der Zeit vor der Pandemie mehr als verdoppelt.

Auch das Erreichen der Klimaziele werde aufs Spiel gesetzt, kritisierte die Menschenrechtsorganisation.

Harsche Kritik an Israel

Ebenfalls im Fokus der Kritik durch Amnesty steht weiterhin Israel. Dessen Kriegsführung im Gazastreifen wird als Völkermord angeprangert – ein Vorwurf, der derzeit vor dem Internationalen Gerichtshof in Den Haag verhandelt wird und von vielen westlichen Staaten, darunter Deutschland, kategorisch abgelehnt wird.

Die Menschenrechtsaktivisten werfen Israel auch ein Apartheidssystem vor, das etwa Zwangsumsiedlungen im besetzten Westjordanland nach sich ziehe. In der Vergangenheit wurde die harsche Kritik von Amnesty International an Israel teils als antisemitisch ausgelegt. Die Organisation weist das zurück.

Auch Menschenrechtsverletzungen durch die iranische Regierung werden von Amnesty deutlich kritisiert. So prangern die Aktivisten im vergangenen Jahr die höchste Zahl an Hinrichtungen in der Islamischen Republik seit 1989 an. Auch das brutale Vorgehen gegen Demonstranten und Verletzungen des humanitären Völkerrechts durch Raketenangriffe auf zivile Ziele in Israel wurden deutlich kritisiert. (dpa/mig 22)

 

 

 

 

Polizeiliche Kriminalstatistik

 

Bundesinnenminister Dobrindt inszeniert die Polizeiliche Kriminalstatistik öffentlichkeitswirksam auf der Bundespressekonferenz – und verknüpft die Zahlen mit Migration. Expertin warnt vor Fehlinterpretation der Zahlen. Die Türkische Gemeinde sieht eine deutliche Schieflage.

Die Polizei hat 2025 bundesweit weniger Straftaten registriert. Doch schon der politische Umgang mit den neuen Zahlen zeigt, wie umkämpft die Polizeiliche Kriminalstatistik (PKS) weiter bleibt. Denn Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) stellte den Rückgang auch in Zusammenhang mit dem Rückgang von Migration.

Kriminologinnen und Verbände warnen dagegen davor, aus der PKS einfache Wahrheiten über Kriminalität oder Migration abzuleiten. Die Statistik erfasst das Hellfeld, also Straftaten, die der Polizei bekannt wurden. Sie erfasst außerdem Tatverdächtige und nicht Verurteilte. Das bedeutet: Die Statistik gibt keinen Aufschluss darüber, wie viele Strafanzeigen nicht angezeigt wurden und wie viele Tatverdächtige für schuldig erklärt und verurteilt wurden – beides wichtige Faktoren im Umgang mit der Statistik, wie Experten wiederholt mahnen.

Insgesamt, so die Statistik, wurden 2025 rund 5,5 Millionen Straftaten registriert, 5,6 Prozent weniger als im Vorjahr. Ohne ausländerrechtliche Verstöße lag der Rückgang bei 4,4 Prozent. Die Zahl der Gewaltverbrechen sank auf rund 212.300 Fälle, also um 2,3 Prozent. Einfluss auf die Statistik hatten mehrere Sondereffekte: die Teillegalisierung von Cannabis sowie weniger Verstöße gegen Aufenthalts-, Asyl- und Freizügigkeitsrecht.

Expertin warnt vor Fehlinterpretation der Zahlen

Aufgeladen ist der Blick auf den Anteil nicht deutscher Tatverdächtiger, weil Dobrindt ihn ausdrücklich ansprach. Er lag 2025 bei 35,5 Prozent, wenn ausländerrechtliche Verstöße herausgerechnet werden. Genau hier setzen Fachleute mit ihrer Kritik an.

Die Kriminologin Susann Prätor warnt vor Fehlinterpretationen: In die Gruppe der nichtdeutschen Tatverdächtigen fallen auch Menschen ohne Wohnsitz in Deutschland, etwa Touristen oder Saisonarbeiter. Zudem ist die Gruppe im Schnitt jünger und männlicher als die Gesamtbevölkerung. Beides erhöht das statistische Risiko, in der PKS aufzutauchen, ohne dass damit schon etwas über Ursachen gesagt wäre.

Mehrfach verzerrte Statistik

Hinzu kommt das Anzeigeverhalten. Prätor verweist auf Forschung, nach der Gewaltdelikte deutlich häufiger angezeigt werden, wenn ein Opfer beim Tatverdächtigen eine ausländische Herkunft vermutet. Konkret: Menschen, die als „fremd“ wahrgenommen werden, tragen ein dreifach höheres Risiko, angezeigt zu werden, als Menschen, die als „deutsch“ wahrgenommen werden. Während bei deutschen Tätern und Opfern nur in 7,9 Prozent der Fälle die Polizei eingeschaltet wird, steigt die Anzeigequote bei nichtdeutschen Tatverdächtigen auf 22,4 Prozent.

Die Aufteilung der Statistik nach Deutschen und Ausländern gibt aber auch schon deshalb ein verzerrtes Bild ab, weil bei der Einbürgerung eine Auslese stattfindet: Wer kein sauberes Führungszeugnis hat oder andere kriminalitätsbegünstigende Faktoren wie Arbeitslosigkeit aufweist, wird nicht eingebürgert. Umgekehrt bekommen nur Personen einen deutschen Pass, die statistisch gesehen ein vergleichsweise niedriges Kriminalitätsrisiko aufweisen. Auch das verschiebt die Statistik zugunsten der „Deutschen“ und zum Nachteil der „Ausländer“.

Türkische Gemeinde: Dobrindt nutzt PKS zur Stimmungsmache

Die Türkische Gemeinde in Deutschland (TGD) wirft Dobrindt deshalb vor, die PKS politisch zu inszenieren. Mehtap Ça?lar sagt: „Die Veröffentlichung des polizeilichen Tätigkeitsberichts wird immer dazu genutzt, Stimmung gegen Menschen mit Migrationsgeschichte zu machen.“ Es sei bekannt, dass Kriminalität primär soziale Ursachen hat, erklärt TGD-Bundesvorsitzende Ça?lar.

Tatsächlich beweisen Dunkelfeldstudien, dass die Migrationsgeschichte keine Rolle spielt, sobald Faktoren wie der Bildungsweg oder der sozioökonomische Hintergrund vergleichbar sind. „Wenn wir also ernsthaft über Kriminalität in Deutschland reden wollen, brauchen wir Studien, die die Sozialstrukturen von Menschen beleuchten und keine Strichlisten der Polizei oder eine irreführende Aufteilung zwischen ausländischen und deutschen Straftätern.“

Kritik am Umgang mit Studien

Kritik erntet Dobrindt auch wegen seines Umganges mit einer Studie über Rassismus in deutschen Behörden. Sein Ministerium hatte die langjährig und aufwändig erstellte Studie kurz vor den Osterfeiertagen am Freitagnachmittag kommentarlos auf der Internetseite des Ministeriums unter Publikationen abgelegt. Anders als üblich gab es weder eine Pressekonferenz noch eine schriftliche Presserklärung. Öffentlich bekannt die Studie eher zufällig.

Die TGD wirft Dobrindt deshalb vor, die PKS öffentlich zu inszenieren, die großangelegte Rassismus-Studie in Behörden jedoch zu ignorieren. „Dieses Signal kommt in den Communitys auch so an“, so Ça?lar. (dpa/mig 21)

 

 

 

 

 

Hauptsache Abschreckung

 

Ob Iran oder Ukraine: Die jüngsten Kriege verstärken die fatale Botschaft, dass im Ernstfall nur Atomwaffen schützen. Von Georgia Cole

Der Krieg der USA und Israels gegen Iran findet zu einer Zeit statt, in der das globale nukleare Nichtverbreitungsregime, insbesondere der Atomwaffensperrvertrag (NVV), bereits erheblich unter Druck steht. New START, der letzte bilaterale Atomwaffenkontrollvertrag zwischen den USA und Russland, lief im Februar ohne Nachfolger aus. China modernisiert und erweitert derzeit sein Atomwaffenarsenal. Frankreich hat ebenso eine Ausweitung seines Atomwaffenprogramms und eine engere nukleare Zusammenarbeit mit europäischen Partnern angekündigt.

In mehreren Nicht-Atomwaffenstaaten wie der Türkei, Polen und Südkorea scheint sich die öffentliche Meinung zunehmend zugunsten des Aufbaus eigener nuklearer Kapazitäten zu verschieben, da die Lehren aus dem Kalten Krieg und die Erinnerung an die verheerenden Folgen von Atomwaffen aus dem kollektiven Gedächtnis verschwinden. Diese Entwicklungen vollziehen sich vor dem Hintergrund wachsender Zweifel an der Fähigkeit Washingtons, seine erweiterten Abschreckungs- und Sicherheitsverpflichtungen gegenüber seinen Verbündeten aufrechtzuerhalten. Insbesondere könnten die Berichte über eine Verlegung eines Teils der US-amerikanischen Terminal High Altitude Area Defense (THAAD, eines Systems zur Bekämpfung von ballistischen Raketen) von Südkorea in den Nahen Osten den US-Verbündeten in Ostasien Anlass zur Sorge geben.

Die Belastungen für das Nichtverbreitungsregime bestanden bereits vor dem Iran-Krieg und vor den Berichten über die THAAD-Verlegung. Doch sie drohen, das Regime genau in dem Moment zu zerbrechen, in dem sich die internationale Gemeinschaft dies am wenigsten leisten kann. Es besteht die Gefahr, dass viele Staaten, die diese Entwicklungen beobachten, zu einem einfachen Schluss kommen: Atomwaffen schrecken Angriffe auf eine Weise ab, wie es konventionelle Fähigkeiten nicht können.

Diese Überzeugung war bereits durch den russischen Einmarsch in die Ukraine gestärkt worden. Manche sahen ihn als Bestätigung dafür, dass Kiew durch die Aufgabe seines nuklearen Arsenals aus der Sowjetzeit schutzlos geworden war. Der Aufbau einer unabhängigen ukrainischen nuklearen Abschreckung wäre sicherlich erheblichen praktischen Hindernissen begegnet, beispielsweise bezüglich Fragen der Einsatzfähigkeit sowie der Führung und der Kontrolle. Doch es scheint unwahrscheinlich, dass Russland eine groß angelegte Invasion gegen eine nuklear bewaffnete Ukraine gewagt hätte. Wie die Ukraine wurden auch Irak und Libyen, die ihre Nuklearwaffenprogramme aufgegeben hatten, zum Ziel militärischer Angriffe. Im Gegensatz dazu hat das nuklear bewaffnete Nordkorea bisher militärische Aktionen gegen sich vermeiden können.

Die USA und Israel haben ihre Angriffe auf Iran unter anderem damit begründet, dass sie Teheran daran hindern wollten, in Zukunft Atomwaffen zu entwickeln. Beobachter könnten daraus jedoch die Lehre ziehen, dass der Iran eben nicht angegriffen worden wäre, hätte er bereits über eine nukleare Abschreckung verfügt. Zudem wurde Iran während zweier aktiver Verhandlungsrunden über die Beschränkung seiner nuklearen Ambitionen angegriffen – zuerst im Juni 2025 und dann erneut Ende Februar 2026. Für Staaten, die abwägen, ob sie diplomatische Beziehungen zu Washington aufnehmen sollen, sind diese Präzedenzfälle von Bedeutung. Der Dialog hat Iran nicht geschützt.

Laut Reuters argumentieren nun seit Beginn des Krieges prominente Stimmen innerhalb des iranischen Regimes, Teheran solle aus dem Atomwaffensperrvertrag austreten und die Bombe entwickeln. Der neue oberste Führer Irans, Mojtaba Khamenei, vertritt angeblich eine härtere Linie als sein Vater und Vorgänger. Sein Vater hatte eine Fatwa gegen Atomwaffen erlassen und Berichten zufolge hochrangigen iranischen Militärführern, die sich für die Bombe aussprachen, Widerstand geleistet.

Sollte Iran ein Atomwaffenprogramm entwickeln, könnten die Folgen für die regionale Verbreitung schwerwiegend sein. Saudi-Arabiens Kronprinz Mohammed bin Salman hat wiederholt seine Ablehnung von Atomwaffen bekräftigt. Allerdings hat er unter anderem in einem Interview aus dem Jahr 2023 gewarnt, dass das Königreich versuchen würde, eine Atomwaffe zu erwerben, sollte Iran dies tun. Ein solcher Schritt könnte wiederum in einer ohnehin schon instabilen Region andere Staaten dazu anregen, Atomwaffenprogramme zu entwickeln.

In Ostasien ist die Lage ähnlich besorgniserregend. In Japan und in Südkorea wird seit mehreren Jahren ernsthaft über den Erwerb eigener Atomwaffen debattiert. Diese Debatten werden angeheizt von Chinas fortgesetztem nuklearem Aufbau, von Nordkoreas wachsendem Arsenal und von Bedenken hinsichtlich der Verlässlichkeit der US-amerikanischen Sicherheitsgarantien. Die Stationierung von THAAD-Raketenabwehrsystemen in Südkorea im Jahr 2017 war ein sichtbares Symbol für das Engagement der Vereinigten Staaten in der Region. Sie bekräftigte Washingtons Absicht zur Verteidigung seiner Verbündeten im Falle eines Angriffs, gegebenenfalls auch unter Einsatz seiner Atomwaffen.

Washington hält weiterhin an der Verteidigung Südkoreas im Rahmen des gegenseitigen Verteidigungsvertrags von 1953 fest und unterhält eine starke militärische Präsenz in Ostasien. Die Berichte über eine Verlegung von THAAD-Systemen deuten jedoch darauf hin, dass Washington seinen Engagements im Nahen Osten möglicherweise Vorrang vor seinen Verpflichtungen im indopazifischen Raum einräumen könnte. Dies zeigt, dass die Fähigkeiten der USA, an mehreren Fronten gleichzeitig zu agieren, begrenzt sind, und es birgt für Washingtons Partner das Risiko, dass andere die Gelegenheit ausnutzen könnten, dass die Vereinigten Staaten anderweitig abgelenkt sind, um sie anzugreifen.

Der Iran-Krieg hat zudem Fragen hinsichtlich der Fähigkeit der USA aufgeworfen, ihre Verbündeten zu verteidigen. Zwar haben US-Verteidigungssysteme viele iranische Raketen abgeschossen, doch war Washington nicht in der Lage, seine Partner im Nahen Osten vollständig vor Irans Vergeltungsschlägen zu schützen. Vor diesem Hintergrund könnten nicht-nukleare Partner der USA versuchen, eigene nationale nukleare Abschreckungskapazitäten aufzubauen.

Nichts davon macht die Verbreitung von Nuklearwaffen unvermeidlich oder strategisch rational. Die potenziellen Kosten für das Streben nach einer Atomwaffe bleiben hoch: umfassende Sanktionen, der Ausschluss aus internationalen Finanzsystemen und der Zusammenbruch von Sicherheits- und Handelsbeziehungen, deren Aufbau Jahrzehnte gedauert hat. Eine glaubwürdige erweiterte Abschreckung bietet weiterhin eine zuverlässigere Garantie als der Aufbau eines anfälligen nationalen Programms. Der Weg zur nuklearen Abschreckung ist weder schnell beschritten noch kostenlos – ein Staat, der sich eine Waffe beschaffen will, wird zunächst eher präventive Maßnahmen auf sich ziehen, als diese abzuschrecken.

Leider werden diese Argumente gerade untergraben und sogar widerlegt. Das Auslaufen des New-START-Vertrags zwischen den USA und Russland hat aus der Sicht anderer Länder die Argumente für Zurückhaltung geschwächt. Im vergangenen Monat warfen die USA Russland und China vor, Atomtests durchzuführen. Zuvor hatte US-Präsident Donald Trump das Pentagon angewiesen, zum ersten Mal seit 30 Jahren wieder Tests aufzunehmen. Und während Trump 2016 die Verbreitung von Atomwaffen als das „größte Problem“ der Welt bezeichnet hatte, schloss er im selben Interview nicht aus, dass Japan und Südkorea eigene Waffen erwerben könnten, und sagte, dies sei „etwas, worüber wir sprechen müssen“.

Diese Zweideutigkeit und die Signale, die die jüngsten Ereignisse aussenden, bergen die Gefahr, dass etwas normalisiert werden könnte, was lange Zeit als grundlegende rote Linie galt. Die Wiederherstellung der Glaubwürdigkeit der Nichtverbreitungsnorm erfordert Maßnahmen an mehreren Fronten, und zwar dringend. Washington muss der Stärkung seiner erweiterten Abschreckungsverpflichtungen gegenüber den ostasiatischen Verbündeten Priorität einräumen. Sichtbare Zusicherungen – durch Truppenstationierungen, gemeinsame Übungen und formelle Bekräftigungen – sind ebenso wichtig wie die zugrunde liegenden militärischen Fähigkeiten. Die Verbündeten der USA müssen erkennen können, dass der Abzug von THAAD eine operative Entscheidung war und kein Signal für nachlassendes Engagement, und dass die dadurch entstandene Lücke wieder geschlossen wird.

Die bevorstehende Konferenz zur Überprüfung des Atomwaffensperrvertrags bietet eine wichtige Gelegenheit, die nukleare Verbreitungsdebatte zu führen. Die Staaten sollten sie nutzen, um ihre Nichtverbreitungsverpflichtungen gemeinsam klar zu bekräftigen und zu signalisieren, dass ihnen allen die Aushöhlung der Rüstungskontrollarchitektur Sorge bereitet. Koordinierter diplomatischer Druck kann die politischen Kosten der Verfolgung eines Atomwaffenprogramms erhöhen. Die fünf Kernwaffenstaaten im NVV sollten unmissverständlich klarstellen, dass nukleare Proliferation reale Konsequenzen nach sich zieht. Sie sollten nicht auf abstrakte Prinzipien verweisen, sondern auf die gelebte Realität der anhaltenden Isolation Nordkoreas, die seinem Volk großes Leid verursacht hat.

Staaten, die eine eigene nukleare Abschreckung erwägen, sollten auch die konventionellen Alternativen ernsthaft abwägen. Die Fähigkeit zu Präzisionsschlägen großer Reichweite kann einige der abschreckenden Wirkungen nicht-strategischer Atomwaffen nachahmen, und zwar ohne die damit verbundenen Kosten, ohne nukleare Eskalationsrisiken und ohne die internationalen Konsequenzen. Die Stärkung der konventionellen Streitkräfte bietet einen glaubwürdigen Weg zu mehr Sicherheit, der zugleich das Nichtverbreitungsregime aufrechterhält. Das Nichtverbreitungsregime hat schon in der Vergangenheit schwierige Zeiten überstanden. Es kann jedoch nicht auf unbestimmte Zeit bestehen bleiben, wenn die Großmächte weiterhin durch ihr Handeln signalisieren, dass Atomwaffen die einzige verlässliche Sicherheitsgarantie sind. Das Zeitfenster, um diese Botschaft zu entkräften, wird immer kleiner. IPG 20

 

 

 

 

 

Integrationsparadox. Ein Vorbild im Betrieb, ein Problem bei der Behörde

 

Er arbeitet, spricht Deutsch, hat Familie und einen Betrieb, der ihn halten will. Doch statt Sicherheit bekommt Hakeem Noono weiter nur Unsicherheit. Der Fall zeigt, wie schnell gelungene Integration an Behördenzweifeln hängen bleibt. Von Uwe Pollmann

Vor zehn Jahren kam Hakeem Noono als Jugendlicher über das Mittelmeer nach Europa. Der heute 28-jährige Ghanaer schlug sich bis nach Bielefeld durch, lernte Deutsch, fand schnell Freunde und begann eine Ausbildung in einer Tiefbaufirma. „Die Gesellenprüfung als Straßenarbeiter habe ich vor vier Jahren abgeschlossen“, erzählt er stolz. „Meine Firma will, dass ich dort bleibe.“ Doch das ist unsicher. Denn Noono hat kein dauerhaftes Aufenthaltsrecht.

„Hakeem Noono könnte jungen Zugewanderten Vorbild und Inbegriff von Integration sein“, sagt die Ausbildungsbetreuerin seiner Firma, Maja Gehle. „Betrachtet man jedoch den behördlichen Verlauf, so mag es in jungen Menschen eher die Sinnfrage aufbringen.“ Denn seit über anderthalb Jahren wird Noonos Identität überprüft. Bisher ohne Ergebnis.

Aufenthalt nur bis April verlängert

2023 hat Noono von der ghanaischen Botschaft einen Pass erhalten. „Nach vielen Bitten davor“, beteuert er. „350 Euro Gebühr kostete es.“ Das Dokument und eine Geburtsurkunde übergab er dem Ausländeramt, das aber die Richtigkeit bezweifelte und die deutsche Botschaft in Ghana um Hilfe bat. Währenddessen bekam Noono 2024 durch das Chancenaufenthaltsrecht eine Aufenthaltserlaubnis für 18 Monate, in der die Angaben geprüft werden sollten. Das kostete ihn weitere 500 Euro. Die Zeit ist mittlerweile abgelaufen, der Aufenthalt wurde nur bis April verlängert.

„Wir haben Zweifel an manchen Aussagen“, berichtet Amtsleiter Andreas Turow. Denn Hakeem Noono ist nach seiner Erinnerung im frühen Kindesalter mit seinem Onkel von Ghana nach Libyen gegangen, weil die Eltern gestorben waren. Als der Onkel für die Regierung unter Diktator Gaddafi arbeitete, ging der Junge zur Schule. Doch 2015 wurde der Ziehvater anscheinend entführt, der Junge flüchtete.

„Es gibt keine Informationen über den Onkel, keine Dokumente aus Libyen“, erklärt Turow. „Noono konnte nichts präsentieren. Und wie ist er plötzlich an das Dokument gekommen? Über Jahre war das ja nicht möglich.“ Da müssten die Hintergründe der Passerstellung verfolgt werden.“ Aus Ghana komme jedoch nichts zurück, erklärt der Amtsleiter: „Wir drängeln da schon.“

Reihenhaus für die Familie gekauft

Hakeem Noono will aber nicht nur wegen der Arbeit bleiben. Mit seiner deutschen Freundin hat er ein Kind. „Ich will heiraten und die Vaterschaft anerkennen lassen. Das geht bisher nicht.“ Ohne das „Go“ vom Ausländeramt läuft beim Standesamt nämlich nichts. Doch mit seinem Pass konnte Noono einen Führerschein machen und günstig ein Reihenhaus für die Familie kaufen.

„Seine jetzige Situation belastet das ganze Team“, klagt sein Arbeitgeber, der ihn unbedingt halten will. „Mit seiner Klarheit, Güte, seinem Witz wie auch seinem Verantwortungsbewusstsein ist Hakeem aus unserem Team nicht wegzudenken.“

Auch die Handwerkskammer Ostwestfalen-Lippe unterstützt das: „Wir würden es sehr begrüßen, wenn Herr Noono als handwerkliche Fachkraft dauerhaft in Bielefeld bleiben könnte.“ Ähnlich äußern sich Berufsschule, Sportverein, seine Kirchengemeinde und viele Unternehmen und Bürger in Bittbriefen an die Stadt.

Handwerk und Flüchtlingsrat: Chancenaufenthaltsrecht muss bleiben

Murisa Adilovic, stellvertretende Integrationsausschussvorsitzende Bielefelds und im Vorstand des Landesintegrationsrats NRW, spricht gar von „Schikane“: „Hakeem Noono hat doch längst seine Berechtigung für den Aufenthalt bewiesen. Den brauchen wir. Der macht einen Beruf, zu dem wenige bereit sind.“ Dass in dem Fall das Chancenaufenthaltsrecht noch nicht erfolgreich war, sollte nach Ansicht von Adilovic aber nicht gegen das Gesetz sprechen, das Ende 2025 ausgelaufen ist.

Für eine Verlängerung des Rechts spricht sich auch Birgit Naujoks vom Flüchtlingsrat NRW aus: „Mit einem verlängerten Aufenthaltstitel haben Flüchtlinge mehr Chancen auf dem Arbeitsmarkt. Und sie haben mehr Zeit, ihren Pass zu beschaffen, was in vielen Ländern sehr schwierig ist.“ Das sieht der Zentralverband des Deutschen Handwerks ebenso: „Das Chancenaufenthaltsrecht hat sich als Übergangsregelung bewährt, um geflüchteten Menschen für einen bestimmten Zeitraum den Zugang zum Arbeitsmarkt zu erleichtern.“

87.000 Menschen mit Aufenthaltstitel aufgenommen

Bis Ende Oktober wurden rund 87.000 Menschen im Chancenaufenthaltsrecht aufgenommen, mehr als 25.000 hatten aus dieser Phase heraus bisher einen Folgeaufenthaltstitel erhalten, wie das Amt der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung mitteilt. Verlängert werde das Recht aber nicht, es werde eine „neue Bleiberechtsregelung für geduldete Personen“ geben: „Inwieweit diese Regelung ehemalige Inhaber des Chancenaufenthaltsrechts einschließt, ist derzeit aufgrund fehlender Details zur Ausgestaltung noch nicht absehbar.“

Der Leiter des Bielefelder Ausländeramtes, Andreas Turow, hält das abgelaufene Recht ohnehin für überflüssig: „Die Ausländerbehörden würden erwarten, dass sich jeder sofort um seine Identitätsklärung bemüht.“ Ein Chancenaufenthaltsrecht brauche es da nicht. Er hofft aber, dass es für Hakeem Noono bald eine Nachricht aus Ghana gibt: „Die deutsche Botschaft dort haben wir mehrmals erinnert.“ (dpa/mig 20)

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Bayerns Familiengeld diskriminiert EU-Ausländer

 

Bayern kürzte das Familiengeld für Kinder im EU-Ausland. Dieser Praxis hat der EuGH nun eine klare Grenze gezogen: Wer in Deutschland arbeitet und Abgaben zahlt, darf beim Familiengeld nicht schlechter gestellt werden, nur weil das Kind im Ausland lebt.

Der Europäische Gerichtshof hat Deutschland wegen der Praxis beim Bayerischen Familiengeld verurteilt. Die sogenannte Indexierung – also die Kürzung der Leistung je nach Wohnort des Kindes im EU-Ausland – verstößt gegen EU-Recht, entschied das Gericht am Donnerstag in Luxemburg (C-642/24).

In Bayern gibt es seit 1. September 2018 Familiengeld. Es beträgt für Kinder, die vor dem 1. Januar 2025 geboren wurden, 250 Euro pro Monat für das erste und zweite Kind und 300 Euro pro Monat ab dem dritten Kind. Es wird vom 13. bis zum 36. Lebensmonat gezahlt, also über 24 Monate.

Für Kinder, die in bestimmten EU-Staaten leben, wurde das Familiengeld jedoch abgesenkt – auf 125 Euro in Bulgarien und Rumänien sowie 187,50 Euro in vielen anderen osteuropäischen Mitgliedstaaten. Die Europäische Kommission sah darin eine unzulässige Ungleichbehandlung, erhob Klage und bekam nun vor dem Gerichtshof Recht.

EuGH sieht mittelbare Diskriminierung

Der EuGH stellte klar, dass pauschale Familienleistungen nicht vom Wohnort des Kindes abhängig gemacht werden dürfen. Arbeitnehmer aus anderen EU-Staaten, die in Deutschland Steuern und Sozialabgaben zahlen, müssten die gleichen Leistungen erhalten wie Inländer. Die bayerische Regelung benachteilige damit nicht nur einzelne Familien, sondern nach Auffassung des Gerichts im Kern mobile EU-Beschäftigte.

Besonders ins Gewicht fällt, dass die Kürzungen gerade jene Gruppen trafen, deren Kinder häufig im Herkunftsland leben. Betroffen waren vor allem Familien aus Ost- und Südosteuropa – besonders stark aus Bulgarien und Rumänien, aber auch aus Polen, Kroatien, Ungarn, der Slowakei oder Tschechien. Formal knüpfte die Regelung zwar an den Wohnort des Kindes an. Tatsächlich wirkte sie aber vor allem zulasten ausländischer Arbeitnehmer und wurde deshalb als mittelbare Diskriminierung wegen der Staatsangehörigkeit gewertet.

Eine Rechtfertigung mit niedrigeren Lebenshaltungskosten im Wohnstaat der Kinder ließ das Gericht nicht gelten. Gerade weil das Familiengeld eine pauschale Leistung ist und nicht den konkreten Bedarf im Einzelfall decken soll, darf es nach Auffassung des EuGH nicht je nach Land gekürzt werden.

Warnsignale lagen seit Jahren vor

Brisant ist der Fall auch deshalb, weil die europarechtlichen Zweifel nicht neu waren. Bereits 2022 hatte der EuGH eine sehr ähnliche Regelung in Österreich für unionsrechtswidrig erklärt. Die Europäische Kommission hatte Deutschland schon 2021 auf die bayerische Praxis hingewiesen, 2023 nachgelegt und 2024 schließlich Klage erhoben.

Das Urteil ist deshalb mehr als eine technische Korrektur im Sozialrecht. Es zeigt, wie schnell rechtliche Grenzverschiebungen zulasten von Menschen vorgenommen werden, die zwar hier arbeiten und Abgaben zahlen, politisch aber oft weniger sichtbar sind. Im Ergebnis wurden Familien, die sich auf die europäische Freizügigkeit verlassen, in Bayern schlechter gestellt als andere. (epd/mig 17)

 

 

 

 

 

Vatikan mahnt bei Afrika-Konferenz nachhaltige Ernährungssysteme an

 

Im Rahmen der 34. Sitzung der Regionalkonferenz für Afrika (ARC) in Nouakchott, Mauretanien, hat der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei der FAO, dem IFAD und dem WFP, Erzbischof Fernando Chica Arellano, die Position des Vatikans zur Transformation der Agrarsysteme dargelegt. In seinem Beitrag zum 10. Tagesordnungspunkt betonte er die Dringlichkeit, auf die zunehmenden globalen Krisen zu reagieren, welche die Nahrungsmittelversorgung des Kontinents gefährden. Von Mario Galgano

Erzbischof Arellano verwies auf Herausforderungen wie bewaffnete Konflikte, extreme Wetterereignisse und wirtschaftliche Erschütterungen. Diese Faktoren üben erheblichen Druck auf Anbauflächen, Wasserressourcen und die biologische Vielfalt aus. Laut dem UN-Bericht über den Zustand der Ernährungssicherheit (SOFI 2025) litten im Jahr 2024 rund 673 Millionen Menschen an Hunger.

Besorgniserregend sei die Prognose, dass bis zum Jahr 2030 etwa 512 Millionen Menschen chronisch unterernährt sein könnten, wobei 60 Prozent der Betroffenen in Afrika leben. Der Vatikanvertreter forderte dazu auf, alle verfügbaren Energien im Geiste der Solidarität zu mobilisieren, „damit niemand auf der Erde die notwendige Nahrung vermisst, sowohl in Bezug auf die Quantität als auch auf die Qualität“.

Notwendigkeit einer systemischen Erneuerung

In seinem Redebeitrag zitierte Arellano Papst Leo XIV., der bereits im Juni 2025 vor der FAO erklärt hatte, dass die bloße Produktion von Nahrungsmitteln nicht ausreiche. Es sei vielmehr entscheidend, die Systeme so zu gestalten, dass sie gesundheitsfördernde Ernährung für alle zugänglich machen. Erzbischof Arellano forderte ein Überdenken der aktuellen Logik:

„Es geht darum, unsere Ernährungssysteme in einer solidarischen Perspektive neu zu denken und zu erneuern, indem wir die Logik der wilden Ausbeutung der Schöpfung überwinden und unser Engagement besser auf die Bewirtschaftung und den Schutz der Umwelt und ihrer Ressourcen ausrichten“.

„Logik der wilden Ausbeutung der Schöpfung überwinden“

Strategien für die Zukunft Afrikas

Um das Potenzial des afrikanischen Kontinents voll auszuschöpfen, schlägt der Vertreter des Heiligen Stuhls gezielte Investitionen, Innovationen und die Förderung von Kompetenzen vor. Besondere Bedeutung komme dabei der Schaffung von Arbeitsplätzen für die Jugend, der Stärkung von Frauen und der Verbesserung des Marktzugangs zu. Zudem müssten die Ursachen von Migration an ihrer Wurzel bekämpft werden.

Abschließend unterstrich Erzbischof Arellano, dass jeder Prozess der Optimierung fest in der Achtung der unveräußerlichen Menschenwürde verankert sein müsse. Nur auf dieser Grundlage ließen sich Ernährungssysteme aufbauen, die „widerstandsfähiger und gerechter“ seien – sowohl zum Wohle der bedürftigen Menschen als auch der Schöpfung. (vn 16)

 

 

 

 

 

 

Krisenfest

 

Der Hormus-Schock legt offen, wie stark viele Länder von Energieimporten abhängig sind. Wer auf Erneuerbare setzt, ist klar im Vorteil.  Von Laura Carvalho

Die Sperrung der Straße von Hormus hat eine vom Internationalen Währungsfonds als „global, aber asymmetrisch“ beschriebene Störung ausgelöst, die den Fluss von rund einem Viertel des Öls, einem Fünftel des Flüssigerdgases und von einem Drittel des Düngemittelangebots unterbricht. Die Energie- und Düngemittelpreise sind gestiegen, Lieferketten wurden umgeleitet, und die finanzielle Lage hat sich – weltweit ungleichmäßig – verschärft.

Importabhängige Volkswirtschaften in Asien, Afrika und Teilen Europas sind am stärksten betroffen; viele sind mit höheren Anleihe-Spreads und Herabstufungen ihrer Bonität konfrontiert. Während die Zentralbanken ihre Reaktionen auf die steigenden Kraftstoff- und Lebensmittelpreise abwägen, schränkt der Anstieg der globalen Zinssätze den ohnehin schon geringen fiskalischen und politischen Spielraum der Entwicklungsländer weiter ein.

Doch wenn der „Hormus-Schock“ wirtschaftliche Schwachstellen offenbart hat, so hat er auch etwas anderes deutlich gemacht: die krassen Unterschiede dabei, wie Länder Turbulenzen verkraften. Eine der markantesten Trennlinien in der heutigen Welt verläuft nicht einfach zwischen Öl exportierenden und Öl importierenden Ländern, sondern zwischen Ländern, deren Energiesysteme sie angreifbar machen, und solchen, die schon lange vor Beginn der Krise begannen, auf die Sicherheit ihrer Energieversorgung hinzuarbeiten.

Spaniens Revolution im Bereich der erneuerbaren Energien zeigt am deutlichsten, was möglich ist. Das rasante Wachstum bei Wind- und Solarenergie hat den Anteil der Stunden, in denen Gas den inländischen Strompreis bestimmt, von 75 Prozent im Jahr 2019 auf nur noch 19 Prozent im Jahr 2025 gesenkt – der stärkste Rückgang unter den großen gasabhängigen Strommärkten Europas. Während die Großhandelspreise für Strom in Deutschland und Italien während des Hormus-Schocks deutlich über 150 Euro pro Megawattstunde lagen, wird für Spanien für 2026 ein durchschnittlicher Großhandelspreis von 60 bis 70 Euro pro Megawattstunde prognostiziert.

Brasiliens umfangreiche Biokraftstoff-Infrastruktur hat, wenn auch auf anderem Weg, einen ähnlichen Puffer geschaffen. Millionen brasilianischer Autofahrer können zwischen 100-prozentigem Ethanol aus Zuckerrohr oder Benzin mit 30 Prozent Biokraftstoffanteil wählen, unterstützt durch eine der weltgrößten Flotten von Flex-Fuel-Fahrzeugen. Da das heimische Benzin einen erheblichen Biokraftstoffanteil enthält, ist der vom staatlichen Energiekonzern Petrobras raffinierte Kraftstoff deutlich billiger geblieben als importierte Benzinäquivalente, was die Verbraucher vor den Schwankungen des globalen Ölmarktes schützt. Die brasilianischen Benzinpreise stiegen im März nur um fünf Prozent, verglichen mit rund 30 Prozent in den USA, und Mexikos Präsidentin hat öffentlich Interesse an Brasiliens Ethanol-Technologien bekundet, etwa an der Produktion auf Agavenbasis. 

Auch China hat sich als widerstandsfähiger erwiesen, als viele vermutet hätten. Nach einem Jahrzehnt der Investitionen machen erneuerbare Energien fast 40 Prozent der Stromerzeugung aus, gegenüber 26 Prozent vor zehn Jahren, und das Land hat strategische Erdölreserven von mehr als 1,2 Milliarden Barrel angehäuft. Infolgedessen hat Goldman Sachs seine Prognose für Chinas BIP-Wachstum nur halb so stark nach unten korrigiert wie die für die USA, und es hat die Dominanz erneuerbarer Energien als einen der „Schutzschilde“ der chinesischen Wirtschaft identifiziert.

Es ist daher kein Wunder, dass Energieanalysten den Iran-Krieg als „Asiens Ukraine-Moment“ bezeichnen. So wie die russische Invasion in der Ukraine im Jahr 2022 Europa zwang, seine Abhängigkeit von Erdgas zu verringern, setzt der Hormus-Schock die asiatischen Länder unter Druck, ihre Ölabhängigkeit zu reduzieren. Darüber hinaus sind sauberere Alternativen heute deutlich billiger und leichter verfügbar als noch im Jahr 2022.

Die Lehre ist klar: Anfälligkeit ist eine Funktion struktureller und politischer Entscheidungen, nicht nur der Handelsbilanzen. Jedes Land muss sich fragen, wie viel Kontrolle es über sein Energiesystem hat, wie stark seine Versorgung diversifiziert ist und ob es seine Bevölkerung ausreichend gegenüber den Entwicklungen auf den globalen Rohstoffmärkten abgesichert hat. Für von fossilen Brennstoffen abhängige Volkswirtschaften, die die Energiewende vernachlässigt haben, gilt eine zusätzliche Warnung: Wenn diese Krise den Umstieg anderer Länder auf erneuerbare Energien beschleunigt, könnten gestrandete Vermögenswerte und schrumpfende Exportmärkte die Folgen künftiger Schocks noch verschärfen.

Während viele Regierungen darauf warten, dass die multilateralen Institutionen reagieren, verändert sich die Realität vor Ort rasant. Gleichzeitig bietet sich Öl- und Gasproduzenten eine seltene Chance. Wie die Ökonomen Isabella M. Weber und Gregor Semieniuk von der University of Massachusetts Amherst argumentiert haben, sind Preisschocks bei fossilen Brennstoffen Umverteilungsereignisse: Die Kosten werden der gesamten Bevölkerung auferlegt, während die Gewinne nur den Aktionären zufließen. Deshalb sind Steuern auf Zufallsgewinne, wie sie kürzlich von fünf EU-Finanzministern befürwortet wurden, so dringend erforderlich.

Die zusätzlichen Einnahmen könnten zwei dringenden Prioritäten dienen. Die erste ist der Verbraucherschutz. Höhere Energiepreise sind eine regressive Steuer für die Armen. Ohne aktives Eingreifen wird diese Krise die Ungleichheit in den Öl exportierenden Ländern vertiefen, genau wie anderswo. Kurzfristige Subventionen, gezielte Energiegutscheine und Preisstabilisierungsmechanismen sind legitime Verwendungszwecke für Zufallsgewinne, gerade weil der Schock vorübergehender Art ist und die Einnahmen nicht von Dauer sein werden.

Die zweite Priorität sind strukturelle Investitionen. Staatliche Unternehmen wie Petrobras haben bereits begonnen, in Biokraftstoffe und kohlenstoffarme Technologien zu investieren, und die Hormus-Krise könnte ihnen zusätzliche Mittel für diesen Zweck verschaffen.

Ebenso bieten Staatsfonds einen bewährten Mechanismus zur Institutionalisierung der Verbindung zwischen Zufallsgewinnen und den langfristigen Zielen der Energiewende. Der malaysische Staatsfonds beispielsweise hat 1,5 Milliarden RM (378 Millionen US-Dollar) für die Dekarbonisierung von Industrieparks bereitgestellt und baut grüne Investitionsplattformen auf, die auf erneuerbare Energien, Speicherung und E-Mobilität zielen. Indonesiens neuer Staatsfonds Danantara hat Vereinbarungen zur Entwicklung von Anlagen für erneuerbare Energien und grünen Wasserstoff geschlossen und verbindet damit den Rohstoffreichtum direkt mit Wertschöpfungsketten für saubere Technologien.

Selbst Senegal, ein relativ kleiner Produzent, hat über sein Staatsfonds-Vehikel FONSIS einen Fonds für erneuerbare Energien und Energieeffizienz eingerichtet. Er mobilisiert Kapitalbeteiligungen im Bereich der erneuerbaren Energien in der gesamten Westafrikanischen Wirtschafts- und Währungsunion und positioniert sich zudem so, dass künftige Gaseinnahmen in die grüne Industrialisierung fließen.

Auf diese Weise schaffen Länder den Übergang von der Abhängigkeit zur Autonomie: Sie wandeln die Rentenerträge von gestern in das Kapital von morgen um. Diese Chance zu nutzen bedeutet, vorübergehende Gewinne in dauerhafte Vermögenswerte umzuwandeln und eine grüne Industriestrategie als unverzichtbar für die nationale Widerstandsfähigkeit zu behandeln. Die Länder, die jetzt handeln, werden froh darüber sein, wenn die nächste Krise kommt. PS/IPG 16

 

 

 

 

Kabinett beschließt Meldepflicht für „Ausländer-Vereine“

 

Mit strengeren Meldepflichten beabsichtigt das Innenministerium Geldflüsse an Vereine mit mehrheitlich ausländischen Mitgliedern zu verhindern. Offiziell geht es um Kampf gegen Spionage- und Extremismus, praktisch trifft es aber die unbescholtene Zivilgesellschaft.

Die Bundesregierung will Vereine mit mehrheitlich ausländischen Mitgliedern zu mehr Transparenz verpflichten – vor allem was finanzielle Zuwendungen aus dem Nicht-EU-Ausland betrifft. Einen dazu vom Bundesinnenministerium vorgelegten Entwurf zur Änderung des Vereinsgesetzes hat das Kabinett beschlossen, wie das Ministerium mitteilte.

Er sieht unter anderem vor, dass „unmittelbar oder mittelbar von Drittstaaten oder mit ihnen verbundenen Organisationen erhaltene Mitgliedsbeiträge, Spenden oder sonstige Zuwendungen, die einzeln oder, bezogen auf einen Zuwendungsgeber, in der Summe eines Kalenderjahres mindestens 10.000 Euro betragen“, gemeldet werden müssen.

Außerdem soll eine gesetzliche Grundlage geschaffen werden, um die Verarbeitung und Übermittlung personenbezogener Daten und sonstiger Angaben, die dem Bundesverwaltungsamt als registerführender Stelle von den Ländern übermittelt werden, zu erleichtern.

Einflussnahme ausländischer Regierungen?

Mit der geplanten Änderung wolle die Bundesregierung nach öffentlicher Verlautbarung gegen die Einflussnahme ausländischer Regierungen vorgehen. Für die Sicherheitsbehörden werde es, wenn das Vorhaben entsprechend umgesetzt werde, einfacher, Finanzströme nachzuvollziehen, heißt es seitens des Bundesinnenministeriums. Verdeckte Zuwendungen über nicht registrierte Barspenden oder das sogenannte Hawala-Banking könnten so gezielter bekämpft werden.

Das diene auch dazu, extremistischen und terroristischen Bestrebungen die finanzielle Grundlage zu entziehen. Bei auslandsbezogenem Extremismus und Spionage spiele die Finanzierung eine zentrale Rolle, sagte Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU). Ihm gehe es darum, solche Transaktionen aufzudecken und abzustellen.

Kritik an Sonderregeln für Vereine

Kritik an dem Entwurf ist gleichwohl absehbar. Denn die geplante Meldepflicht knüpft nicht an einen konkreten Verdacht wegen Spionage, Extremismus oder Terrorfinanzierung an, sondern an die Zusammensetzung eines Vereins und an Geldflüsse aus Drittstaaten. Damit geraten in der Praxis vor allem Migrantenorganisationen, Kulturvereine, Diaspora-Initiativen oder religiöse Zusammenschlüsse in den Blick – also zivilgesellschaftliche Akteure, die mit Sicherheitsbehörden nichts zu tun haben.

Brisant ist das auch deshalb, weil das Vereinsrecht schon heute eine Sonderregel für sogenannte Ausländervereine kennt. Gemeint sind Vereine, deren Mitglieder oder Leiter überwiegend Nicht-EU-Staatsangehörige sind. Für sie gelten bereits besondere Anmelde- und Auskunftspflichten. 2022 waren im sogenannten Ausländervereinsregister 14.690 Vereine erfasst.

Meldung wegen Datenschutz in der Kritik

Seit Anfang 2023 werden wegen datenschutzrechtlicher Bedenken keine neuen Meldungen mehr aufgenommen. Der Bundesbeauftragte für den Datenschutz hatte ausdrücklich bemängelt, dass für die Datenverarbeitung keine ausreichende Rechtsgrundlage bestehe.

Dass die Bundesregierung nun ausgerechnet diese Sonderlogik absichern und ausbauen will, dürfte den Vorwurf nähren, nicht zielgenau gegen Spionage oder Terrorfinanzierung vorzugehen, sondern eine ohnehin ungleich behandelte Vereinslandschaft weiter unter Druck zu setzen

Warnungen aus dem Ausland

Ein Blick in andere Länder zeigt, wie umstritten solche Transparenzgesetze sein können. In Ungarn erklärte der Europäische Gerichtshof 2020 ein Gesetz für unionsrechtswidrig, das zivilgesellschaftliche Organisationen bei Finanzierung aus dem Ausland zu Registrierung, Erklärung und Veröffentlichung verpflichtete. Das Gericht sprach von diskriminierenden und ungerechtfertigten Beschränkungen.

Noch deutlicher fiel die Kritik in Georgien aus. Dort warnte die Venedig-Kommission des Europarats, Gesetze zur „foreign influence“ stigmatisierten Nichtregierungsorganisationen und unabhängige Medien, gefährdeten ihre Glaubwürdigkeit und könnten kritische Stimmen abschrecken. Die Kommission empfahl, das Gesetz in seiner damaligen Form aufzuheben.

USA knüpft Transparenz nicht an Pass an

In den USA gibt es mit dem Foreign Agents Registration Act (FARA) zwar ebenfalls Transparenzpflichten. Sie knüpfen aber nicht an Vereine mit mehrheitlich ausländischen Mitgliedern an, sondern daran, dass jemand im Auftrag, auf Ersuchen oder unter Kontrolle eines ausländischen Auftraggebers politische oder öffentlichkeitswirksame Arbeit übernimmt.

Genau an dieser Stelle dürfte sich auch die Debatte über den deutschen Entwurf entscheiden: ob er verdeckte Einflussnahme wirksam und verhältnismäßig bekämpft – oder ob er vor allem jene Vereine unter Generalverdacht stellt, die für migrantische Selbstorganisation und gesellschaftliche Teilhabe stehen.

(dpa/mig 16)

 

 

 

 

 

Regierung plant kleinere Änderungen für Schutz vor Diskriminierung

 

Die Koalition reformiert das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz – zur Umsetzung fristgebundener EU-Vorgaben. Das nun vorliegende Entwurf ist entsprechend dünn: Er sieht kleinere Anpassungen vor und bleibt weit hinter den Erwartungen zurück. Ataman warnt vor einer „halbgaren“ Reform. Von Christina Neuhaus und Corinna Buschow

Die Bundesregierung geht die angestrebte Reform des Antidiskriminierungsrechts an, allerdings nur mit punktuellen Änderungen. Ein am Dienstag veröffentlichter Entwurf sieht unter anderem eine längere Frist für Ansprüche nach dem Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz (AGG) vor: Sie müssen bisher binnen zwei Monaten nach einer mutmaßlichen Diskriminierung geltend gemacht werden. Künftig sollen die Betroffenen vier Monate Zeit haben – die Antidiskriminierungsstelle des Bundes hatte mindestens zwölf Monate gefordert.

Vorgesehen ist außerdem, den Schutz vor sexueller Belästigung zu verbessern. Derzeit greift das AGG in solchen Fällen nur, wenn sich die Vorfälle am Arbeitsplatz abgespielt haben. Künftig soll es auch für Bereiche wie Wohnungsmarkt, Zugang zu Gütern und Dienstleistungen sowie das Bildungswesen gelten. Betroffene sollen dadurch leichter zivilrechtlich gegen die Belästigung vorgehen können.

Ataman: Reform muss echte Verbesserungen bewirken

Der gemeinsam von Justiz- und Familienministerium verfasste Entwurf zielt darauf ab, der Antidiskriminierungsstelle des Bundes neue Aufgaben zu geben. Sie soll künftig ein Streitschlichtungsverfahren anbieten, das alle nutzen können, die ihre Rechte aus dem AGG verletzt sehen. Auch soll die Antidiskriminierungsstelle in Gerichtsverfahren als Beistand von Betroffenen auftreten und Stellungnahmen einreichen können.

Die unabhängige Antidiskriminierungsbeauftragte Ferda Ataman erklärte am Dienstag, sie werde sich den Entwurf genau anschauen und darauf hinwirken, dass die Reform am Ende eine echte Verbesserung für Betroffene bringe. „Es darf keine halbgare Reform geben“, sagte Ataman, die seit Längerem umfassendere Änderungen fordert.

Das erwarte auch eine große Mehrheit der Bevölkerung, ergänzte Ataman: „Rund 80 Prozent halten den Schutz vor Diskriminierung für eine wichtige politische Aufgabe.“ Länder und Verbände werden mit der Veröffentlichung des Entwurfs um Stellungnahme gebeten, für die sie allerdings nur bis Freitag Zeit haben.

Justizministerium wollte weitergehende Reform

Aus dem Bundesjustizministerium hieß es am Dienstag, das Ressort habe sich „im Rahmen der regierungsinternen Abstimmungen intensiv für eine weitergehende AGG-Reform eingesetzt“. Darüber sei jedoch keine Einigkeit erzielt worden. Gleichzeitig habe Zeitdruck bestanden, weil fristgebundene EU-Vorgaben umgesetzt werden müssten. Deshalb sei die jetzige Fassung ins weitere Verfahren gegeben worden. Nach der Anhörung und möglichen Änderungen muss der Entwurf noch vom Kabinett gebilligt und anschließend im Bundestag behandelt werden.

CDU, CSU und SPD hatten im Koalitionsvertrag eine AGG-Reform vereinbart, allerdings ohne Details. Ataman hatte sich in der Vergangenheit dafür ausgesprochen, weitere mögliche Diskriminierungsmerkmale ins AGG aufzunehmen, unter anderem die Staatsangehörigkeit und den sozioökonomischen Status. Dazu kommt es nun offenbar nicht. (dpa/mig 16)

 

 

 

 

 

Der Widerrufsbutton kommt – Verträge künftig so einfach widerrufen wie abschließen

 

Ab 19. Juni 2026 soll der Widerruf von Online-Verträgen deutlich einfacher werden: Online-Händler müssen künftig einen gut sichtbaren sogenannten „Widerrufsbutton“ auf ihrer Website bereitstellen. Wie Verbraucherinnen und Verbraucher diese neue Funktion nutzen können und was es für grenzüberschreitende Online-Käufe bedeutet, erklärt das Europäische Verbraucherzentrum (EVZ) Deutschland in einem neuen Webartikel. Für welche Verträge gilt der Widerrufsbutton?

Die Neuregelung gilt für Fernabsatzverträge, die über eine Online-Benutzeroberfläche wie eine Webseite oder eine App geschlossen werden. Verträge, die ausschließlich per Telefon oder E-Mail zustande kommen, sind nicht erfasst.

Ob der Vertrag direkt bei einem Online-Shop oder über eine Vermittlungsplattform geschlossen wird, spielt keine Rolle. Entscheidend ist, dass tatsächlich ein gesetzliches Widerrufsrecht besteht (mehr zum Widerrufsrecht bei Online-Käufen).

Grundlage ist die Richtlinie (EU) 2023/2673, die von den Mitgliedstaaten in nationales Recht umgesetzt werden muss. Der deutsche Gesetzgeber hat die Umsetzung bereits beschlossen. Die Neuregelung tritt am 19. Juni 2026 in Kraft. Auch weitere Mitgliedstaaten sind bereits tätig geworden. Nach der Umsetzung in allen Mitgliedstaaten profitieren alle Verbraucherinnen und Verbraucher in der EU von der Regelung.

Wann müssen auch ausländische Online-Shops den Widerrufsbutton anbieten?

Auch ausländische Online-Shops können ab dem 19. Juni 2026 verpflichtet sein, einen Widerrufsbutton bereitzustellen. Maßgeblich ist, ob die Richtlinie im jeweiligen Staat dann bereits umgesetzt wurde oder ob sich das Angebot gezielt an Verbraucherinnen und Verbraucher in Deutschland richtet und daher deutsches Recht anwendbar ist. Deutsches Recht ist regelmäßig bei einer .de-Domain, deutschsprachigen Inhalten oder spezifischen Lieferangeboten nach Deutschland anwendbar, sodass die Pflicht zur Bereitstellung eines Widerrufsbuttons greift.

So funktioniert der Widerruf über den „Button“

Für Verbraucherinnen und Verbraucher wird der Widerruf dadurch deutlich vereinfacht.

In einem ersten Schritt müssen sie den Widerrufsbutton betätigen. In der Regel wird es sich um eine Schaltfläche (Button) handeln. Denkbar ist auch ein Link. Erforderlich ist eine klare und eindeutige Beschriftung, z. B. mit „Vertrag widerrufen“.

Anschließend sind in einer Eingabemaske in der Regel folgende Angaben zu machen:

* Name

* Angaben zur Identifizierung des Vertrags (z. B. Bestellnummer)

* ein Kommunikationsmittel für die Eingangsbestätigung

In einem zweiten Schritt ist dann ein weiterer Button zu aktivieren. Auch dieser muss eine eindeutige Beschriftung tragen, wie z. B. „Widerruf bestätigen“.

Erst mit der Aktivierung dieses zweiten Buttons ist der Widerruf erklärt. Verbraucherinnen und Verbraucher müssen anschließend unmittelbar eine Eingangsbestätigung erhalten; der Eingang dieser Bestätigung sollte unbedingt kontrolliert werden.

Die Zwei-Schritt-Lösung soll verhindern, dass der Widerruf versehentlich ausgelöst wird.

Wichtig: Der Button muss während der gesamten Widerrufsfrist von 14 Tagen leicht auffindbar, hervorgehoben platziert und eindeutig beschriftet sein. Er darf nicht versteckt oder irreführend gestaltet sein.

Was tun, wenn es keinen Widerrufsbutton gibt?

Auch ohne Widerrufsbutton können Verbraucherinnen und Verbraucher ihren Widerruf weiterhin auf anderem Weg erklären, z. B. per E-Mail.

Für Unternehmer kann ein fehlender Widerrufsbutton ab dem 19. Juni 2026 jedoch rechtliche Konsequenzen haben. Das Fehlen der gesetzlich vorgeschriebenen Funktion kann Abmahnungen nach sich ziehen.

Kommt es bei Online-Einkäufen im EU-Ausland zu Problemen mit dem Widerrufsrecht, die nicht selbst gelöst werden können, steht das EVZ Deutschland Verbraucherinnen und Verbrauchern kostenlos zur Seite. EV 16

 

 

 

 

 

Bär: „Hochschulbildung ‚made in Germany‘ ist weltweit gefragt“

 

Die Bundesregierung fördert über den Deutschen Akademischen Austauschdienst (DAAD) weltweit Programme der transnationalen Bildung mit starkem Deutschlandbezug.  Bonn/Berlin. Bundesforschungsministerin Dorothee Bär hat anlässlich einer Konferenz zu transnationaler Bildung des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) in Berlin Vertreterinnen und Vertreter von sieben binationalen Hochschulen getroffen, die Teil des Netzwerks sind. Derzeit sind rund 38.000 Studierende an 41 Hochschulstandorten in 28 Ländern in Europa, Afrika, dem Nahen Osten, Asien und Lateinamerika eingeschrieben.

Dazu erklärt die Bundesministerin für Forschung, Technologie und Raumfahrt, Dorothee Bär:

„Wir erleben derzeit neben geopolitischen Veränderungen auch einen intensiven Wettbewerb um Talente aus aller Welt. Zugleich wächst weltweit der Bedarf an hochwertiger Hochschulbildung. Transnationale Bildung ist ein wichtiges Instrument für Deutschland. Sie stärkt die internationale Sichtbarkeit unserer exzellenten Hochschulen, schafft Bildungsangebote vor Ort und eröffnet neue Wege für qualifizierte Fachkräfte. So entstehen nachhaltige Kooperationen, von denen sowohl Deutschland als auch unsere Partnerländer langfristig profitieren. Hochschulbildung ‚made in Germany‘ ist zu Recht weltweit stark nachgefragt, wie auch der Wissenschafts- und Forschungsstandort Deutschland. Mit unserem 1.000-Köpfe-Plus-Programm, auf Englisch Global Minds Initiative, machen wir daher exzellenten internationalen Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern ein starkes Angebot, ihre Arbeit in Deutschland fortzusetzen, gemeinsam mit hervorragenden Partnern wie dem DAAD.“

Dazu ergänzt DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee:

„Transnationale Bildung ist seit mehr als zwei Jahrzehnten ein Markenzeichen der deutschen Hochschulen. Gemeinsam mit unseren Partnern weltweit schaffen wir Studienangebote, die wissenschaftliche Exzellenz mit regionalen Bedarfen verbinden. Programme, die deutsche Studienabschlüsse in Vietnam ermöglichen oder praxisnahe Ausbildung mit Deutschlandbezug an der ‚Deutsch-Jordanischen Hochschule‘ zeigen, wie nachhaltig unser kooperativer Ansatz wirkt. Gerade in Zeiten weltweiter Umbrüche stärken wir damit Deutschlands Wissenschaftsnetzwerke, qualifizieren Fachkräfte und leisten einen Beitrag zur resilienten Entwicklung von Hochschulsystemen weltweit.“

Hintergrund

Transnationale Bildung ist ein zentraler Baustein der internationalen Hochschulzusammenarbeit Deutschlands. Sie umfasst Studienangebote deutscher Hochschulen im Ausland – von einzelnen Studiengängen bis hin zur Gründung und Förderung binationaler Hochschulen. Kennzeichnend für den deutschen Ansatz sind die enge Zusammenarbeit mit Partnerhochschulen, die Orientierung an lokalen Bedarfen sowie die Einbindung von Deutschlandbezügen, etwa durch Sprachangebote oder Praxisphasen.

Weltweit fördert das BMFTR über den DAAD derzeit sieben binationale Hochschulen und ein Hochschulzentrum sowie über 300 Studiengänge mit deutscher Beteiligung. Sie reichen von Ingenieurwissenschaften und Wirtschaft bis hin zu Angeboten zu Künstlicher Intelligenz oder Medienkompetenz.

Auf der Berliner Konferenz diskutierten internationale Expertinnen und Experten vom 13. bis 15. April über die Rolle transnationaler Bildung im Kontext von Fachkräftemangel, geopolitischem Wandel und globaler Hochschulkooperation.

Daad 15

 

 

 

 

 

Orbáns Ab-Sturz. Europas Rechte verliert ihre wichtigste Leitfigur

 

Viktor Orbán war für Europas Rechte mehr als ein Verbündeter: Er war Vorbild und Bauplan dafür, wie sich Demokratie von innen aushöhlen lässt. Seine Abwahl trifft AfD, FPÖ, PiS und Le Pen politisch weit härter als nur symbolisch.

Nicht nur AfD-Chefin Alice Weidel posierte gerne auf Fotos mit Viktor Orban. Für viele Rechtspopulisten in Europa war Ungarns nun abgewählter Regierungschef eine Ikone. Sie bewunderten ihn für das technische und organisatorische Geschick, mit dem er sein Land zur „illiberalen Demokratie“ umbaute. Und dafür, dass er sich 16 Jahre lang an der Macht hielt. Das ist nun vorbei. Und Europas Rechte müssen den Verlust ihres Vorbilds und politischen Bezugspunkts erst einmal wegstecken.

Deutschland

Für die AfD ist Orbans Wahlniederlage ein Schlag in die Magengrube. Parteichefin Weidel, die ein enges Verhältnis zu ihm pflegt und von ihm kurz vor der Bundestagswahl 2025 in Budapest fast wie ein Staatsgast empfangen worden war, suchte lange nach den richtigen Worten und schrieb schließlich erst am Nachmittag nach dem Wahltag bei X: „Herzlichen Glückwunsch an die Partei Tisza zum Wahlsieg in Ungarn. Vielen herzlichen Dank an Viktor Orbán. Die Leistungen für sein Heimatland und seine Verdienste um Europa bleiben uns Ansporn, weiter für einen Kontinent der souveränen Nationen einzutreten.“ Ein Bild mit Orban von Weidels Treffen in Budapest ziert weiterhin ihr Profil bei X.

Andere AfD-Politiker gaben ihrer Enttäuschung über das Ergebnis bei X Ausdruck. Benedikt Kaiser, rechter Vordenker im AfD-Umfeld, schrieb, auch in Deutschland werde eine in der polnischen Rechten populäre These relevanter: „Die freiwillige Selbstbindung an einen harten Trumpismus schadet der jeweils heimischen Rechten bei den Wählern kolossal.“

Frankreich

Für Frankreichs Rechtsnationale Marine Le Pen ist Orbans Niederlage persönlich und strategisch enttäuschend. Seit Jahren haben Le Pen und Orban ein enges Verhältnis. Vor wenigen Wochen erst nannte sie ihn bei einer Versammlung rechtsnationaler Kräfte in Budapest einen Freund, einen Pionier und einen Ausnahme-Politiker. Nach der Wahl sprach sie nun davon, dass er den Machtwechsel mit Eleganz vollzogen habe.

Im Rassemblement National träumt man davon, dass Le Pen oder Parteichef Jordan Bardella im nächsten Jahr französisches Staatsoberhaupt werden – und dann den Kampf gegen die EU-Kommission entschieden führen. Dafür ist den Euroskeptikern mit Orban nun ein wichtiger Mitspieler verloren gegangen. Dass Le Pen und Bardella aber innenpolitisch unter Orbans Niederlage leiden, ist unwahrscheinlich. Zu sehr schaut man in Frankreich auf sich selbst.

Polen

Die Abwahl von Orban ist für Polens rechtskonservative Oppositionspartei PiS ein schwerer Schlag. Der Ungar war strahlendes Vorbild für die Partei, deren Chef Jaroslaw Kaczynski bereits 2011 schwärmte, irgendwann werde es ein „Budapest in Warschau“ geben. Damit kündigte er an, was später die PiS-Regierung von 2015 bis 2023 in puncto Rechtsstaatlichkeit, Demokratie und Zoff mit der EU umsetzte – bis sie abgewählt wurde.

Polens rechter Präsident Karol Nawrocki reiste im März zu Orban, um diesem Wahlkampfhilfe zu leisten. Am Tag nach der Wahl gratulierte er zwar Wahlsieger Peter Magyar, befand aber, es sei nicht die Rolle von Polens Staatsoberhaupt, Wahlergebnisse zu kommentieren. Derweil ging die PiS-Spitze zunächst auf Tauchstation. „Die PiS muss sich jetzt erst mal selbst sortieren“, sagt die Politologin Agnieszka Lada-Konefal vom Deutschen Polen-Institut. Polens Rechte, die ständig ihre Nähe zu US-Präsident Donald Trump betone, müsse auch darüber nachdenken, dass Orban die Wahl angesichts der Unterstützung Trumps verloren habe. „Vermutlich werden sie Trump nicht mehr in jedem zweiten Satz loben“, so Lada-Konefal.

Italien

Für Italiens rechte Ministerpräsidentin Giorgia Meloni war Orban über die vergangenen Jahre ein wichtiger politischer Bezugspunkt und strategischer Verbündeter in mehreren Fragen. Die beiden schätzen einander und haben im Laufe der Zeit eine enge Beziehung aufgebaut. In ihrem Glückwunsch-Post für Magyar bei X betonte Meloni ausdrücklich ihren Dank an ihren „Freund Viktor Orban“ für die „intensive Zusammenarbeit“ – sie wisse, er werde auch aus der Opposition heraus seinem Land weiter dienen.

Trotz der grundsätzlichen Nähe haben sich im Laufe der Zeit bedeutende Unterschiede herauskristallisiert: Seit ihrer Wahl zur Regierungschefin hat Meloni den Ton stark gemäßigt, tritt in der EU als verlässliche Partnerin auf und auch in Bezug auf Russlands Krieg gegen die Ukraine standen sie und Orban zuletzt weit auseinander. Für Meloni dürfte Orbans Niederlage kurzfristig daher keine dramatischen Folgen haben. Magyar gibt sich als Konservativer, gilt als prowestlich und nicht russlandnah – Schnittmengen dürfte es zwischen ihm und Meloni also geben.

Österreich

Für die rechte österreichische FPÖ war Orban bislang ein Vorbild und enger Verbündeter. Nun versucht die Oppositionspartei, die Ungarn-Wahl für die Mobilisierung der eigenen Anhänger zu nutzen: Parteichef Herbert Kickl und andere Politiker argumentieren, dass die EU an Orbans Niederlage Schuld sei: EU-Mittel für Ungarn seien zurückgehalten worden, um ihm zu schaden. Kickl warnte auch, dass ohne Orban nun „Irrsinns-Projekte Brüssels gegen den Willen und zum Nachteil der Bevölkerung leichter ausgerollt werden könnten als bisher“. Die FPÖ, die seit Jahren stimmenstärkste Partei Österreichs, hält also Orban auch nach dessen Niederlage die Treue.

Europäische Union

Das Rechtsaußen-Bündnis in der Europäischen Union, Patrioten für Europa (PfE), verliert mit Orbans Abwahl den einzigen Regierungschef aus den eigenen Reihen. Die politische Gruppe sicherte Orban und Fidesz nach der Wahl volle Unterstützung zu und verwies in einem Statement auf die Bedeutung der „Verteidigung der nationalen Souveränität und der konservativen Werte in Europa“. Zur PfE gehören unter anderem auch Politiker von Rassemblement National, der italienischen Lega und der FPÖ. Die Gruppe stellt im Europäischen Parlament derzeit mit 85 Abgeordneten die drittstärkste Fraktion.

Manfred Weber, der Vorsitzende der christdemokratischen Europäischen Volkspartei (EVP), sprach von einer massiven Schwächung der Populisten. „Mit der Niederlage von Viktor Orban haben die Rechtspopulisten auch europaweit ihre Symbolfigur, ihre Anführer-Figur verloren“, sagte er dem ARD-Europastudio Brüssel. Die EVP stellt mit 184 Abgeordneten die größte Fraktion im Europäischen Parlament und mehrere europäische Regierungschefs.

Grossbritannien

Für den britischen Rechtspopulisten und Brexit-Vorkämpfer Nigel Farage, dessen Reform-Partei noch immer die Umfragen anführt, war der abgewählte ungarische Regierungschef schon seit längerem toxisch geworden. Spätestens seit dem Beginn des russischen Angriffskriegs in der Ukraine hielt der Brite sich mit Sympathiebekundungen für Orban, den er einst als Vorbild gepriesen hatte, deutlich zurück. Der Schmusekurs Orbans mit Moskau kam selbst bei eingefleischten EU-Gegnern auf der Insel nicht gut an. (dpa/mig 15)

 

 

 

 

 

Das Wählen der Anderen

 

Orbáns Niederlage zeigt: Rechtspopulisten lassen sich durchaus besiegen – aber nur unter bestimmten Bedingungen. Fünf Lehren aus Ungarn. Ernst Hillebrand

Jetzt ist der „Autokrat“ also abgewählt. Nur noch knapp 38 Prozent der ungarischen Wählerinnen und Wähler wollten Viktor Orbán weiterhin als Premierminister sehen. Der Rest hatte nach 16 Jahren genug von der Pfründen- und Vetternwirtschaft des seit 2010 ununterbrochen regierenden Fidesz-Chefs und seiner Partei.

Nun ist Ungarn nicht der Nabel der Welt. Das Land hat in etwa das Bruttosozialprodukt des Bundeslandes Berlin. Dennoch starrte die politische Öffentlichkeit Europas in den vergangenen Tagen fasziniert auf das Flachland im südlichen Mittelosteuropa. Der Grund ist klar: Mit Viktor Orbán stand der Godfather des westlichen Rechtspopulismus zur Wiederwahl. Die Frage drängt sich daher auf, ob sich aus seiner Niederlage Schlussfolgerungen für den weiteren Umgang mit dem Rechtspopulismus in Europa ziehen lassen.

Die Antwort lautet entschieden: Jein.

Nein, weil ein Teil der Niederlage schlicht der Tatsache geschuldet war, dass hier eine Partei zur Wiederwahl antrat, die nach 16 Jahren permanenter Machtausübung konzeptionell ausgebrannt und personell ausgelaugt war. Das kennt man auch aus anderen Ländern. Immerhin, das muss man fairerweise anerkennen, erhielt Fidesz immer noch einen deutlich höheren Stimmenanteil als die CDU nach 16 Jahren Merkel. Doch die Ermüdung und der Überdruss bei den Wählern sowie das Fehlen neuer Ideen und Konzepte waren vergleichbar. Viele, gerade jüngere Menschen, wollten Veränderung und andere Köpfe.

Des Weiteren hatte das Misstrauensvotum viel mit der Fidesz-Amigowirtschaft zu tun und mit dem protzigen Statuskonsum der neuen Eliten und ihrer mit dem Ferrari durch Budapest bretternden Söhne. Dieser Unmut machte sich nicht zuletzt in den traditionellen ländlichen Hochburgen von Fidesz bemerkbar, die fast alle verloren gingen. Und zwar nicht, weil man dort mit der Haltung von Fidesz zur Europäischen Staatsanwaltschaft unzufrieden wäre oder der Ukraine besonders gerne Kredite gewähren wollte. Sondern weil im kleinteiligen politisch-administrativen Raum der Provinz die Mischung aus Arroganz und Selbstbedienung der neuen Fidesz-Elite sehr konkret sichtbar und erfahrbar war.

Zudem erfolgte die Abwahl der Regierung in einer wirtschaftlichen Schwächephase, für welche die ungarische Regierung nur begrenzt Verantwortung trägt. Ungarns Wirtschaft ist eng mit der deutschen verflochten, vor allem über den Automobilsektor. Wie es dem gerade geht, ist bekannt. Hinzu kommen die Folgen stark gestiegener Energiepreise infolge des Ukrainekrieges. Wirtschaftskrisen treffen weltweit in der Regel die jeweils Regierenden, unabhängig davon, ob sie die Ursachen zu verantworten haben oder nicht.

Allerdings gibt es durchaus wichtige Lehren, die sich aus dem erfolgreichen Wahlkampf des Orbán-Herausforderers Péter Magyar ziehen lassen.

Zunächst einmal: Es lohnt sich, für ein gutes Verhältnis zur EU sowie für europäische Integration und Zusammenarbeit einzutreten. Die meisten Menschen, gerade in Mittelosteuropa, wissen zu schätzen, welche Sicherheiten und Möglichkeiten Westbindung, NATO-Integration und europäische Integration bieten. Das gilt insbesondere für jüngere Menschen, die mit überwältigender Mehrheit für die TISZA-Partei Péter Magyars gestimmt haben. Die zunehmend konfrontative Haltung von Fidesz gegenüber dem Feindbild „Brüssel“ fand bei den Wählern immer weniger Rückhalt.

Der zweite Punkt betrifft den Umgang mit dem wichtigsten Mobilisierungsthema des europäischen Rechtspopulismus: Migration. Magyar hat – wie zuvor Donald Tusk bei seinem Sieg gegen die PiS 2023 – keinen Zweifel daran gelassen, dass es mit ihm keine Hinwendung zu einer Laissez-faire-Migrationspolitik geben werde. Im Gegenteil: TISZA will sogar die gesteuerten Gastarbeiterprogramme von Fidesz einschränken, da sie der ungarischen Bevölkerung nichts brächten. Dieses Thema zu entschärfen, erscheint im Lichte der Wahlen in Ungarn wie in Polen – beides Länder, in denen starke und angeblich „tief verankerte“ rechtspopulistische Kräfte relativ problemlos abgewählt wurden – als eine Grundvoraussetzung für ein erfolgreiches Zurückdrängen des Rechtspopulismus.

Der dritte Punkt ist für die europäische Linke womöglich noch schmerzhafter: In vielen Ländern kann derzeit offenbar nur die Rechte den Rechtspopulismus zurückdrängen. Péter Magyar ist ein Mann, der sein gesamtes erwachsenes Leben im Umfeld von Fidesz verbracht hat und nie Zweifel an seinen konservativen Wertvorstellungen gelassen hat. Ehemalige linke Politiker haben bei TISZA praktisch Hausverbot. Doch vermutlich war genau dieser demonstrative Konservatismus die Voraussetzung dafür, dass eine signifikante Zahl ehemaliger Fidesz-Wähler (Fidesz wurde traditionell von Frauen stärker gewählt als von Männern) aus dem Lager Orbáns herausgebrochen werden konnte. Der Linken war dies bei den Wahlen 2014, 2018 und 2022 nicht gelungen.

Ähnliches lässt sich auch für Polen feststellen: Nur ein Konservativer wie Donald Tusk konnte als Frontmann des Anti-PiS-Lagers reüssieren. Natürlich muss das nicht dauerhaft so bleiben und kann sich das in anderen Ländern anders entwickeln. Entscheidend ist letztlich die politische Positionierung der linken Mitte sowie das Ausmaß des Vertrauensverlusts in ihren traditionellen Wählermilieus. In vielen Ländern, in denen rechtspopulistische Parteien längst die eigentlichen Kleine-Leute-Parteien sind, ist dieser Vertrauensverlust durchaus beträchtlich.

Die vierte Lektion hat mit der Art und Weise zu tun, wie Politik kommuniziert wird. Péter Magyar hat nach eigenen Angaben in den letzten zwei Jahren mehr Zeit auf Straßen und Plätzen als in seiner Wohnung verbracht. Er hat zwei Jahre lang das Land kreuz und quer bereist und den direkten Kontakt mit den Bürgerinnen und Bürgern gesucht. Das hat auch mit dem ungarischen Wahlrecht zu tun, denn die Direktmandate in den Einzelwahlkreisen der Provinz sind entscheidend für die Mehrheitsbildung. Doch unabhängig von den Motiven gilt: Die konsequente direkte Ansprache der Menschen in den Kleinstädten und Dörfern hat nach Einschätzung vieler Beobachter den Ausschlag dafür gegeben, dass viele Wähler dort dem durchaus nicht unarrogant wirkenden Upperclass-Schnösel aus der Budapester Bourgeoisie dennoch ihre Stimme gegeben haben.

Hier ging es nicht um „Narrative“, sondern um Präsenz und um das Zeigen von echtem (oder zumindest gut geheucheltem) Interesse für die Probleme der Menschen vor Ort. „Politics is a contact sport“, heißt es in Großbritannien. Gemeint sind damit oft die Härten des politischen Geschäfts. Doch es gilt auch im übertragenen Sinn: Politik muss im direkten Kontakt mit den Wählern stattfinden, wenn man sie davon überzeugen will, dass Populismus nicht die einzige politische Form ist, die ihre Sorgen und Probleme ernst nimmt.

Die fünfte Lektion lautet schließlich: Am Ende entscheiden die klassischen bread and butter-Themen über Erfolg oder Misserfolg einer Partei. Umfragen zeigten klar, dass sich die Mehrheit der Ungarn weniger um abstrakte demokratietheoretische oder verfassungsrechtliche Fragen sorgte und auch nicht primär um die unausgewogene Medienlandschaft. Die Kritik an Fidesz bezog sich vielmehr auf konkrete Defizite im Gesundheitswesen, im Bildungssystem, in der öffentlichen Infrastruktur sowie auf die sinkende Kaufkraft von Löhnen und Gehältern.

Magyar war klug genug, seine Kampagne auf diese Themen zu konzentrieren und die Mobilisierungsthemen der liberalen chattering classes nicht in den Vordergrund zu stellen. Will man den Rechtspopulismus packen, dann nicht an den Themen, die den Elfenbeinturm faszinieren, sondern bei den konkreten Defiziten seiner Politik und bei ihren Folgen im Leben der Durchschnittsbevölkerung. Wer glaubt, dem Rechtspopulismus allein mit dem Hinweis auf seine Gefahren für die Demokratie das Wasser abgraben zu können, liegt vermutlich falsch. Dieses Argument spielte für einen Teil der Wählerschaft sicherlich auch eine Rolle, entscheidend war es jedoch nicht.

So bleibt eine gemischte Bilanz dieser Wahlen. Der „Diktator“, um die weinselige Formel eines ehemaligen EU-Kommissionspräsidenten zu bemühen, wurde ganz und gar undiktatormäßig durch demokratische Wahlen abgewählt. Möglich gemacht hat dies ein geschmeidiger liberal-konservativer Politiker, dem viele noch immer misstrauen, weil unklar bleibt, wofür er langfristig steht. Die ungarische Linke hingegen liegt in Trümmern. Sie ist aus einem Parlament verschwunden, in dem nun nur noch drei rechte Parteien vertreten sind. Wie viel Anlass zur Freude dieses Ergebnis wirklich bietet, wird sich erst zeigen. Lernen lässt sich daraus dennoch einiges. IPG 14

 

 

 

 

 

Demografie. Jeder Vierte hat eine Einwanderungsgeschichte

 

Mehr als jede vierte Person in Deutschland hat eine Einwanderungsgeschichte. Die neuen Zahlen zeigen nicht nur Vielfalt, sondern auch, wie stark Zuwanderung Alterung und Schrumpfung der Gesellschaft abfedert. Von Thomas Krüger

Mehr als ein Viertel der in Deutschland lebenden Menschen ist eingewandert oder Kind von aus dem Ausland zugezogenen Eltern. Im vergangenen Jahr lebten in Deutschland rund 21,8 Millionen Menschen mit Einwanderungsgeschichte, was einem Anteil von 26,3 Prozent an der gesamten Bevölkerung entspricht. Ein Jahr zuvor hatte der Anteil noch 25,8 Prozent betragen, wie das Statistische Bundesamt am Montag in Wiesbaden mitteilte. Weil Zuwanderung das Geburtendefizit künftig nicht mehr ausgleiche, werde die Bevölkerungszahl in Deutschland in den nächsten Jahren sinken, sagt das Institut der deutschen Wirtschaft (IW) voraus.

Seit einigen Jahrzehnten sterben in Deutschland mehr Menschen als Kinder geboren werden. 2025 habe die Differenz bei 350.000 gelegen, erläuterte das IW. Dass die Bevölkerung dennoch bisher nicht geschrumpft sei, habe daran gelegen, dass mehr Menschen nach Deutschland einwanderten, als das Land verlassen haben.

Bevölkerung von 81 Millionen für 2045 vorhergesagt

Im vergangenen Jahr seien jedoch lediglich 250.000 Personen mehr ins Land gekommen als weggezogen. Die Bevölkerung sei so insgesamt um 100.000 auf 83,5 Millionen Einwohner zurückgegangen. Laut einer IW-Prognose wird sich der Trend fortsetzen und die Bevölkerung in Deutschland bis 2045 auf rund 81 Millionen Menschen schrumpfen.

Das arbeitgebernahe Institut rechnet mit wachsendem Druck auf den Arbeitsmarkt und die Sozialsysteme durch den Bevölkerungsrückgang. Es forderte die Politik auf, die Einwanderung qualifizierter Fachkräfte zu erleichtern. Das könne etwa durch schnellere Visaverfahren und eine einfachere Anerkennung ausländischer Abschlüsse geschehen.

Der Anteil der Bevölkerung mit Einwanderungsgeschichte an der Gesamtbevölkerung stieg zwischen 2005 und 2025 den Angaben des Statistischen Bundesamtes zufolge um rund 10 Prozentpunkte. Eine Einwanderungsgeschichte haben nach der zugrundeliegenden Definition Menschen, die entweder selbst oder deren beide Elternteile seit 1950 nach Deutschland eingewandert sind.

Zahl der Eingewanderten steigt langsamer

Etwa jede fünfte im Jahr 2025 in Deutschland lebende Person (19,8 Prozent) war selbst eingewandert. Das entspreche 16,4 Millionen Eingewanderten im Jahr 2025 und 1,7 Prozent mehr als 2024, erläuterte das Bundesamt. Damit habe sich die Zahl der Eingewanderten deutlich schwächer als in den Jahren zuvor erhöht. Im Zeitraum von 2021 bis 2024 sei die Zahl der Eingewanderten pro Jahr um durchschnittlich 6,2 Prozent gestiegen.

Von den 16,4 Millionen im vergangenen Jahr in Deutschland lebenden Eingewanderten wurden 6,3 Millionen (39 Prozent aller Eingewanderten) in einem dieser fünf Länder geboren: Polen (1,5 Millionen), Türkei (1,5 Millionen), Ukraine (1,3 Millionen), Russische Föderation (1,0 Millionen) und Syrien (1,0 Millionen). (epd/mig 14)

 

 

 

 

 

Vom Gegner lernen

 

Global vernetzt, ideologisch klar: Die radikale Rechte ist überlegen. Wie Progressive das Kräfteverhältnis drehen können. Von Thomas Greven

Die radikale Rechte ist weltweit auf dem Vormarsch. Das ist keine zufällige Parallelentwicklung, es handelt sich um eine strategisch agierende, grenzüberschreitende soziale Bewegung. Sie nutzt gemeinsame Frames und Narrative zur Selbstidentifikation sowie zur Beschreibung ihrer „Feinde“ und finanziert eine Infrastruktur von Konferenzen und Thinktank-Netzwerken. Ihr gemeinsames Projekt: die liberale Weltordnung zerstören und durch nationale Souveränität, antipluralistische Hypermajorität (bis hin zur Autokratie) und „traditionelle“ Werte ersetzen.

Selbstverständlich ist der Aufstieg der radikalen Rechten nicht unaufhaltsam. Auch wenn sie transnational agiert, die nationale politische Bühne bleibt das entscheidende Schlachtfeld. Orbán hat die Wahl in Ungarn am 12. April verloren, obwohl er das Wahlsystem zugunsten seiner Fidesz-Partei umgebaut hatte. Mutmaßlich verliert nun das internationale Netzwerk zur Verbreitung seiner „illiberalen Demokratie“, das nicht zuletzt das Trump’sche Project 2025 inspiriert hat, seine staatliche Unterstützung.

Doch die Gegner der radikalen Rechten sind gut beraten, auch international dagegenzuhalten. Insofern ist es zu begrüßen, dass es mit der Global Progressive Mobilisation nun einen Gegenentwurf gibt. Die Auftaktveranstaltung findet auf Einladung von Spaniens sozialistischem Ministerpräsidenten Pedro Sánchez am 17. und 18. April in Barcelona statt. Beteiligt sind unter anderem der brasilianische Präsident Lula, viele europäische Sozialdemokraten, Gewerkschaften, progressive Thinktanks, NGOs und Stiftungen. Eine solche Initiative ist laut Raphaël Glucksmann überfällig: „Paradoxerweise hat es die nationalistische extreme Rechte geschafft, sich über Grenzen hinweg besser zu koordinieren als wir. Sie handeln international, während wir, die selbsternannten Internationalisten, fragmentiert bleiben. Dieser Widerspruch muss enden, sonst werden wir weiter verlieren.“

In Barcelona soll die Fragmentierung überwunden und ein geschlossenes progressives Signal gesendet werden. Nach dem Vorbild der Conservative Political Action Conferences (CPAC), die die radikale Rechte seit Jahren weltweit organisiert, geht es um Austausch über digitale Kommunikation und um Fragen der Mobilisierung. Doch damit dieses progressive Vernetzungsprojekt der globalen radikalen Rechten effektiv etwas entgegensetzen kann, müssen deren Transnationalisierungsanstrengungen genau analysiert werden. Denn sie verfügt über organisatorische, ideologische und kommunikative Vorteile – und profitiert von einem erheblichen Mobilisierungsgefälle.

Der organisatorische Vorteil der radikalen Rechten betrifft die großzügige Finanzierung durch wohlhabende Förderer und Unternehmensstiftungen. Noch wichtiger ist, dass die rechten Treffen gewöhnlich nicht von quasi-diplomatischen Vorverhandlungen und protokollarischen Absprachen gelähmt werden. Zwar achten deren Veranstalter darauf, auch prominente Redner und Amtsträger zu gewinnen, doch das Gros der aktiven Teilnehmer sind „organische Intellektuelle“, wie Antonio Gramsci jene mit wichtigen gesellschaftlichen Strömungen verknüpften Bewegungsorganisatoren genannt hat. Bei den internationalen Treffen der radikalen Rechten wird eine große Bandbreite von Positionen toleriert, bis hin zu Hassrede und Verschwörungserzählungen. So können proisraelische Redner scharf gegen propalästinensische Studentenproteste attackieren, während sich auf den Fluren die antisemitischen Groypers tummeln, die inzwischen das Personal der US-Republikaner prägen. Internationale progressive Treffen erstarren allzu oft in Formelkompromissen, wenn sie sich auf möglichst hochrangige Teilnehmer fokussieren statt auf Menschen mit besonderer Begabung für Mobilisierung, auch wenn sie kontroverse Positionen vertreten. Es fehlt der Mumm, Kontroversen und ihre Protagonisten um der Mobilisierungseffekte willen auszuhalten.

Dieses Problem wird durch den Hang progressiver Akteure verschärft, den Fokus auf Policy-Lösungen zu legen. Dagegen hat die radikale Rechte verstanden: „Der öffentliche Marktplatz der Meinungen ist nicht dasselbe wie ein Ökonomieseminar. Symbolische Politik ... kommuniziert besser als substantieller politischer Inhalt, auf wessen Seite eine Partei steht.“ Zweifellos braucht es verantwortungsvolles Regieren, aber weil viele Interessengruppen „bedient“ werden müssen, kommt es im Streit um die beste Politik oft zu komplizierten, als „faul“ wahrgenommenen Kompromissen. Die Befürworter einer liberalen Gesellschaft wirken zerstritten, während die radikale Rechte in ihrer Ablehnung von „Globalismus“, „Wokeismus“ und „korrupten liberalen Eliten“ vergleichsweise geschlossen auftritt. Kein Wunder: Ihre Policy-Lösungen stehen ja immer schon fest. Waren für Neoliberale Steuersenkungen und Privatisierung Allheilmittel, so ist es für die radikale Rechte die Bekämpfung von Einwanderern, LGBTQ-Personen und „korrupten Eliten“.

Darüber hinaus haben progressive Akteure ein Kommunikationsproblem. Ein Motto für das Treffen in Barcelona ist: „Democracy is worth defending“. Mobilisierung funktioniert aber besser mit Angriffsrhetorik: Es ist leichter, pauschal „Globalismus“ und „Wokeismus“ anzugreifen, als komplexe Realitäten differenziert zu verteidigen – ebenso wie es einfacher ist, Institutionen zu diskreditieren, als für sie einzutreten. Nicht zuletzt ist es in der heutigen Aufmerksamkeitsökonomie aussichtsreicher, mit Gerüchten und Desinformation identifizierbare „Feinde“ anzugreifen als mit rationalen Argumenten und Fakten zu überzeugen. Politische Mobilisierung findet heute unter verhärteten Bedingungen statt, die nicht zu den Idealen von Selbstermächtigung und „herrschaftsfreiem Diskurs“ passen. Es geht um mobilisierbare Emotionen, und progressive Akteure haben dabei regelmäßig das Nachsehen. Angst, Wut und Statusverlustängste rechter Wähler sind authentisch. Man sollte sie nicht pathologisieren, aber man kann sie den Menschen auch nicht ohne Weiteres rational nehmen. Die Wut gilt dem Status quo, den Progressive oft mitverantworten – sei es auf nationaler oder globaler Ebene.

Diejenigen, die am ehesten zur aggressiven Konfrontation in der Auseinandersetzung mit der radikalen Rechten bereit sind, neigen dazu, die Faschismuskeule zu schwingen. Doch der Versuch, den Menschen Angst vor dem Faschismus zu machen, kann sogar kontraproduktiv sein, wenn die Angesprochenen mit Trotz reagieren. Nicht zuletzt werden so die für die Verteidigung der Demokratie notwendigen Koalitionen mit Konservativen belastet – hier ist also gerade jene Differenzierung gefragt, die eine emotionale, hyper-politische Mobilisierung erschwert.

Bleibt die Hoffnung – ebenfalls eine starke Emotion. Doch die sozialdemokratische Vision einer gerechten Gesellschaft mobilisiert derzeit kaum – aus verschiedenen Gründen: In weiten Teilen Europas fehlt weiten Teilen der Bevölkerung wohl die Erfahrung mit einer zutiefst ungerechten Gesellschaft; die sozialen Errungenschaften werden für selbstverständlich gehalten, der Kampf um sie ist vergessen.

Umso deutlicher zeigt sich das grundlegende Problem: das Mobilisierungs- und Motivationsgefälle. Kurz: Die politische Energie liegt derzeit eindeutig rechts. Den „reaktionären Revolutionären“ der radikalen Rechten gelingt es erfolgreich, die zunehmende Demokratieskepsis und die Transformationsmüdigkeit in ein grundsätzliches Misstrauen gegenüber „dem System“ zu verwandeln, um eine revolutionäre Stimmung zu erzeugen. Der Sturm auf das US-Kapitol zeigte, welchen Preis derart mobilisierte Menschen zu bezahlen bereit sind – sie konnten ja nicht wissen, dass Trump sie begnadigen würde. Allerdings können auch die radikalen Rechten diesen „revolutionären Geist“ nicht simulieren. Die diesjährige US-CPAC in Texas im März war ein bemerkenswerter Reinfall. Trump fehlte; die MAGA-Bewegung zeigte sich gespalten. Kein Wunder: An der Macht ist alles anders. Die oppositionelle Dringlichkeit entfällt, es gibt Streit um Regierungsentscheidungen, hinzu kommt das unvermeidliche Postengerangel.

Progressive Mobilisierung kann selbstverständlich nicht davon abhängig gemacht werden, dass man sich in der Opposition befindet, zumal angesichts der Radikalität der Rechten unklar ist, ob die demokratischen Institutionen Bestand haben werden – Timothy Snyder warnt anlässlich der US-Zwischenwahlen im November vor einem Staatsstreich. Die entscheidende Frage lautet daher: Wie lassen sich die strukturellen Vorteile der radikalen Rechten ausgleichen? Eine silver bullet gibt es sicher nicht, gefordert ist hartnäckiges Organisieren in der Gesellschaft, ein langer Atem. Proteste und Demonstrationen sind sichtbar, aber sie ersetzen keine dauerhafte Verankerung. Progressive müssen wieder in die Gesellschaften hineinwirken, vor Ort präsent sein – Hegemonie erlangen. Denn welche „Frames“ tragen, entscheidet sich nicht am Reißbrett, sondern in der sozialen Praxis: im direkten Kontakt, in Konflikten, in der alltäglichen Kommunikation. Sicher ist es ratsam, sich nicht an den Memes, Bildern und Verschwörungserzählungen des Gegners abzuarbeiten („Kettensäge“), sondern eine eigene plakative Bildsprache zu entwickeln, die nah an der Lebensrealität der Menschen ist: intelligent, witzig und klar. Es geht weniger um austarierte Policy-Lösungen als um die grundlegende Frage, in welcher Welt wir leben wollen. Die große Mehrheit der Menschen weltweit wünscht sich, in Gerechtigkeit und Freiheit leben zu können – ein progressives Narrativ, das diesen Wunsch mit einer globalen Perspektive aufgreift, wäre der radikal rechten Vision rücksichtslos konkurrierender Nationalstaaten politisch wie moralisch überlegen. Darauf lässt sich doch aufbauen. IPG 14

 

 

 

 

 

Drei Jahre Krieg. Sudans vergessenes Leid: Stillstand nach der Flucht

 

Während die Welt auf andere Kriege blickt, versinken Familien aus West-Darfur im Lager Aboutengé in Stillstand. Der Sudan-Krieg hat sie vertrieben, die Hilfskürzungen nehmen ihnen nun auch noch die letzten Zukunftschancen. Von Eva Krafczyk

Dicht an dicht sitzen die Frauen auf einer Strohmatte unter einem Schattendach, ihre bunten Kleider und Kopftücher ein Kontrast zu der staubtrockenen Halbwüste rund um das Lager Aboutengé im Osten des Tschad. Gerade einmal 50 Kilometer trennen sie hier vom Sudan, aus dem sie flohen, als dort im April 2023 der Bürgerkrieg begann. Die meisten von ihnen kommen aus Dörfern und Städten in der Region West-Darfur. Seitdem führen sie ein Leben im Stillstand, dem Krieg entkommen, aber nicht wirklich sicher.

Aboutengé ist vor allem ein Lager der Frauen und Kinder, sie stellen die Mehrheit der gut 47.000 Lagerbewohner. Der Tschad in Zentralafrika, selbst ein bitterarmes Land, hat rund 920.000 Flüchtlinge aus dem östlichen Nachbarland Sudan aufgenommen. Insgesamt gibt es nach UN-Angaben knapp 11,6 Millionen Vertriebene durch den seit nunmehr drei Jahren andauernden Krieg im Sudan, 4,5 Millionen Menschen haben Zuflucht im Ausland gesucht.

Die Vereinten Nationen sprechen von der größten humanitären Krise der Welt. Zugleich stehen der Krieg und seine Opfer im Schatten des Nahost-Krieges und erfahren viel weniger Aufmerksamkeit. Der Machtkampf zwischen De-facto-Staatschef Abdel-Fattah al-Burhan und seinem ehemaligen Stellvertreter Mohamed Hamdan Daglo, zwischen der Regierungsarmee SAF und Daglos Miliz RSF, spaltet das Land. Den Preis zahlt die Zivilbevölkerung.

Keine Gnade selbst für Babys

Yeman Mohamat Ramadan lässt den Blick über die Gruppe der Frauen schweifen, als sie von den Tagen der Flucht erzählt, damals, als die Kämpfer der Miliz Al-Dschunaina, die Hauptstadt von West-Darfur angriffen und dort Massaker an den Menschen der Volksgruppe der Massalit verübten.

„Sie haben die Männer und die älteren Jungen nicht gehen lassen, sondern sie geschlagen und getötet“, sagt sie. Die Frauen und Mädchen, die aus der brennenden und zerstörten Stadt flohen, wurden misshandelt und ausgeraubt. „Sie sind uns mit ihren Wagen gefolgt, immer wieder“, erzählt Ramadan. „Mädchen wurden vor den Augen ihrer Familie vergewaltigt. Es gab schwangere Frauen, bei denen angesichts des Stresses die Wehen einsetzten. Dann haben die Dschandschawid gewartet, bis das Baby geboren war. Wenn es ein Junge war, haben sie ihn getötet.“

Ramadan und die anderen Frauen sprechen nicht von der RSF, sondern setzen die Miliz mit den Dschandschawid gleich, jenen arabischen Reitermilizen, die bereits während des Genozids vor mehr als 20 Jahren Angehörige der nicht-arabischen Volksgruppen in Darfur töteten, misshandelten, vertrieben. Sexuelle Gewalt war schon damals eine Kriegswaffe, so wie jetzt gegen die Frauen und Mädchen der Massalit, Zaghawa oder Fur.

Kinder malten nur Feuer und Gewehre

Viele Menschen in Aboutengé haben Furchtbares erlebt, sind traumatisiert. Die Kinderrechtsorganisation Plan International betreibt hier neben psychosozialer Arbeit für Betroffene sexueller Gewalt zwei Schutzorte für Kinder, in denen die jüngsten Lagerbewohner lernen können, wieder Kinder zu sein.

Wer die Räumlichkeiten heute besucht, sieht singende und tanzende Kinder, andere basteln oder malen. „Als wir hier mit der Arbeit begannen, haben sie Flammen und Gewehre gemalt“, sagt Nothilfekoordinator Kefa Mayange. Manchmal erzählten sie: von brennenden Städten, von Männern, von Waffen. Dass sie gesehen haben, wie Menschen ins Feuer geworfen wurden. „Heute malen sie Blumen“, sagt Mayange.

Und doch – insbesondere viele Jungen haben Augen, aus denen ein unkindlicher Ernst blickt. Anfangs sei es ständig zu Prügeleien gekommen, erzählt ein Betreuer. Die Jungen, die so viel Gewalt gesehen hatten, mussten lernen, Konfrontationen ohne Gewalt zu lösen. Auf vielen lastet der Druck, in jungen Jahren bereits der „Mann der Familie“ sein zu müssen, das Wissen, dass ihre Mütter und Schwestern auf der Flucht von niemandem geschützt werden konnten.

„Wie sollen wir für unsere Familien sorgen?“

Hinzu kommt die Perspektivlosigkeit – Aboutengé hat mittlerweile zwei Grundschulen, eine dritte ist im Bau. Doch es leben rund 30.00 Kinder und Jugendliche bis 17 Jahre in dem Lager. Eine höhere Schule gibt es nicht, Ausbildungsstätten ebenso wenig. Und die Agrarnomaden in der Nachbarschaft sind selbst bitterarm. Die kleine Grenzstadt Adré bietet wenige Arbeitsmöglichkeiten.

Viele Jungen überlegen bereits im Alter von 13 oder 14 Jahren, ob sie nicht den gefährlichen Weg nach Libyen und über das Meer versuchen sollen. „Ich will nach Brasilien, um meine Familie unterstützen zu können“, erzählt ein Junge, auch wenn er nicht recht weiß, wo Brasilien eigentlich ist.

Das Gefühl, festzuhängen, während anderswo das Leben weitergeht, kennt Azraa Mustafa nur zu gut. Die zierliche junge Frau koordiniert die Arbeit im Schutzort. Die Arbeit mit den Kindern macht ihr Freude, doch ihre eigentlichen Zukunftsvorstellungen sehen anders aus. „Ich habe drei Jahre lang Medizin studiert, doch durch den Krieg musste ich das Studium unterbrechen.“ Inzwischen frage sie sich, ob ihr Weg je wieder an eine Universität und zu ihrem Traumberuf als Ärztin führt. „Wir sind die Mütter von morgen. Wie sollen wir für unsere Familien sorgen, wenn wir keinen Beruf lernen können?“ fragt sie.

„Nach drei Monaten habe ich meiner Mutter gesagt, was passiert ist“

Ihrer Familie helfen – das wollte auch die 17 Jahre alte Wahiba, die ihr vier Monate altes Baby im Arm wiegt. Ihr Vater wurde im Krieg getötet, der ältere Bruder verletzt und ist nicht arbeitsfähig. Wahiba suchte sich deshalb Arbeit in Adré, formte Lehmziegel – eine Arbeit, die vor allem von Frauen gemacht wird. Doch dann kam der Tag, an dem ihr zwei maskierte Männer auflauerten, sie in ein leerstehendes Gebäude verschleppten.

Sie warfen ihr einen Sack über den Kopf, vergewaltigten sie stundenlang. Irgendwann verlor Wahiba ihr Zeitgefühl, wie sie erzählt. Am nächsten Tag setzten die Täter sie auf der Straße aus. Wahiba schwieg. Wie viele junge Frauen aus einer konservativen Gesellschaft war sie nicht aufgeklärt worden. Als ihre Periode ausblieb, wusste sie die Zeichen einer Schwangerschaft nicht zu deuten. „Nach drei Monaten habe ich meiner Mutter gesagt, was passiert ist“, erzählt sie. „Sie sagte, warum bist du nicht sofort zu mir gekommen?“ Es war zu spät, etwas gegen die Schwangerschaft zu unternehmen.

Wahibas Mutter steht fest an der Seite ihrer Tochter, doch sexuelle Gewalt ist im Sudan stark mit Stigma verbunden. „Mein Onkel sagte, ich gehöre nicht mehr zur Familie. Meine Cousins haben meine Kleider vor die Hütte geworfen“, sagt Wahiba mit leiser Stimme. „Aber dann hat der Sheik ihnen gesagt, dass sie mir Unrecht tun und mich nicht so behandeln dürfen.“

Schweigen und Stigma durchbrechen

Der Sheik, das ist Ousman Yacoub Osman, der Chef der Flüchtlingsselbstverwaltung. Doch vor allem sind es die Frauen in Aboutengé, die Stärke und Solidarität zeigen, die Mauer des Schweigens durchbrechen und deutlich machen wollen, dass es nicht die Überlebenden sexueller Gewalt sind, die sich schämen müssen.

Yeman Mohamat Ramadan etwa gehört dem Komitee „genderbasierte Gewalt“ an, das unter dem Motto „Keine Gewalt“ aufklärt, Übergriffe und Risiken identifiziert. Etwa, dass Frauen und Mädchen nicht alleine das Lager verlassen sollen, um Feuerholz zu suchen, sondern stets in kleinen Gruppen.

Es mangelt an fast allem

Doch nicht alle Probleme lassen sich durch Gespräche lösen. Aboutengé gilt im Vergleich zu den weiter im Hinterland gelegenen Lagern als gut ausgestattet. Dabei mangelt es nicht nur an Schulen. Die internationalen Hilfskürzungen machen sich auch hier bemerkbar. Wasser- und Lebensmittelrationen sind geschrumpft. Viele Frauen und ältere Mädchen klagen, dass es viel zu wenig Hygieneprodukte gibt. Ein Mädchen in der Grundschule erzählt mit leiser Stimme, dass es sich eine Schuluniform wünscht, wie sie die Schüler der regulären Schulen in der Stadt haben. „Ich habe doch nur ein einziges Kleid“, sagt sie und streicht über den sauberen, aber abgetragenen Stoff.

Die Lehrer der Schule wissen selbst nicht, wie sie den Kindern Zuversicht vermitteln sollen angesichts eines Krieges, der nun in sein viertes Jahr geht. Jeder, der in Aboutengé lebt, hat jemanden verloren. Und die Nachrichten über die Kämpfe und Angriffe wie im vergangenen Jahr gegen die belagerte Stadt Al-Faschir und das Flüchtlingslager Samsam oder nun in Kordofan wecken schlimme Erinnerungen und Alpträume.

„Es muss Gerechtigkeit geben“, sagt Gamar Khatir Yaya, einer der Lehrer. Einst arbeitete der Mann im langen weißen Gewand im Erziehungsministerium. „Der Internationale Strafgerichtshof muss ermitteln und die Täter zur Verantwortung ziehen.“

Zwischen Hoffen und Bangen am Grenzübergang

Noch ganz frisch sind die Erinnerungen bei den Menschen, die auf dem Gelände des Roten Kreuzes am Grenzübergang Adré unter Bäumen auf Strohmatten sitzen, die wenigen Habseligkeiten um sich verteilt. Viele wirken erschöpft, gezeichnet von den Strapazen der Reise und den Erlebnissen.

Eine Frau, die mit ihren Kindern und ihrer Schwester aus West-Darfur gekommen ist, schwankt zwischen Hoffen und Bangen. „Ich hoffe, hier ist es besser für uns“, sagt sie. „Aber meine Eltern sind noch im Sudan. Wenn wir hier einen Ort zum Bleiben finden, will ich zurück und sie zu uns holen.“ Sie streicht ihrem kleinen Sohn über den Kopf. „Die Kinder schreien nachts im Schlaf. Ich hoffe, hier kommen sie zur Ruhe.“

„Ich habe keine Wahl. Der Krieg lässt mir keine.“

Eine verhärmt aussehende Frau greift in den kleinen Plastiksack auf ihrem Schoß und zieht eine kleine Metallschüssel für Wasser oder Essen heraus. „Das ist alles, was sie uns gelassen haben“, sagt sie bitter. Sie kommt aus Al-Faschir, hinter ihr liegt eine Odyssee aus Hunger, Gewaltszenen und Straßen voller Leichen. Nun hofft sie, im Tschad Hilfe für ihren Mann zu finden, der nach einer Schussverletzung seine linke Körperhälfte nur mühsam bewegen kann.

Ein alter Mann, der in den vergangenen Jahren immer wieder auf der Flucht war, zählt die Stationen auf: „Samsam, Al-Faschir, Tawila.“ Es sind Namen, die für einige der schlimmsten Orte des Krieges stehen. Wehmütig blickt er auf den Sendeturm wenige hundert Meter entfernt, schon auf der sudanesischen Seite. „Es gibt keinen besseren Platz, als im eigenen Land zu sein“, sagt er. „Aber ich habe keine Wahl. Der Krieg lässt mir keine.“ (dpa/mig 13)

 

 

 

 

 

Sachsen. DGB kritisiert ungleiche Löhne: Ausländer verdienen deutlich weniger

 

Sachsens Betriebe brauchen ausländische Arbeitskräfte immer dringender. Doch während ihr Anteil steigt, zeigt sich bei Löhnen und Niedriglohnquote eine harte Schieflage – besonders bei Beschäftigten aus Polen und Tschechien. Der DGB kritisiert.

Immer mehr Betriebe in Sachsen setzen auf ausländische Arbeitskräfte. Von den landesweit 102.900 Betrieben beschäftigte voriges Jahr jeder Vierte (25 Prozent) Mitarbeiter mit ausländischem Pass, wie die Regionaldirektion der Bundesagentur für Arbeit informierte. Die Zahl ist über die Jahre gestiegen: 2015 waren es noch knapp 11.700 (10,2 Prozent), 2020 rund 19.300 (18 Prozent). Trotzdem liegt Sachsen im Bundesvergleich deutlich zurück: Deutschlandweit haben 4 von 10 Betrieben ausländische Mitarbeiter, in Baden-Württemberg und Hessen liegt der Anteil sogar bei fast 50 Prozent.

Trotz zuletzt lahmer Konjunktur sei der sächsische Arbeitsmarkt auf Zuwanderung angewiesen, betonte der Chef der Regionaldirektion Klaus-Peter Hansen. Grund ist, dass mehr Menschen altersbedingt aus dem Berufsleben ausscheiden, als junge Arbeitskräfte nachwachsen. So kann den Angaben zufolge in den kommenden fünf Jahren jeder Dritte der rund 180.000 Altersabgänge wegen fehlenden Nachwuchses nicht nachbesetzt werden.

Deswegen sei erfreulich, dass mehr Unternehmen auf ausländisches Personal setzen. „Dennoch sehe ich Luft nach oben“, erklärte Hansen. „Letztendlich ist entscheidend, dass ein Mitarbeiter für den Unternehmenserfolg und als wertvolles und gleichberechtigtes Mitglied einer Mannschaft arbeitet – unabhängig von der Herkunft, Hautfarbe, Religion oder Sprache.“

DGB kritisiert ungleiche Behandlung bei der Bezahlung

In vielen Betrieben gehörten Menschen mit ausländischen Wurzeln schon zur Normalität, konstatierte DGB-Landesvize Ralf Hron. Allerdings kritisierte der Gewerkschafter eine Ungleichbehandlung bei der Bezahlung. So verdienten Arbeitskräfte aus Polen in Sachsen im Mittel 816 Euro weniger im Monat, Beschäftigte aus Tschechien 957 Euro weniger. Arbeitskräfte aus diesen Nachbarländern seien viel häufiger im Niedriglohnbereich tätig als Beschäftigte mit deutschem Pass. Hron kritisiert: „Wer auf eine nachhaltige Fachkräfteentwicklung in seinem Unternehmen setzt, muss ausländischen Beschäftigten echte Perspektiven bieten, statt sie nur als Lückenfüller einzusetzen.“

Insgesamt gehen in Sachsen rund 151.000 Ausländer einer sozialversicherungspflichtigen Arbeit nach. Der Medianlohn lag zuletzt bei 2.733 Euro und damit niedriger als bei deutschen Beschäftigten (3.469 Euro), wie die Regionaldirektion mitteilte.

Regionaldirektion: keine Verdrängung deutscher Arbeitnehmer

Eine Verdrängung deutscher Arbeitnehmer sehen die Experten nicht. Der Anstieg kompensiere den demografisch bedingten Rückgang der deutschen Bevölkerung, so die Regionaldirektion. Die Migration sorge vielmehr dafür, dass frei werdende Stellen überhaupt nachbesetzt werden könnten. Die Beschäftigungsquote der Deutschen liege trotz des Zuwachses ausländischer Arbeitnehmer stabil bei 70 Prozent.

Im Hinblick auf Unternehmen mit internationalen Belegschaften zeigen sich regional in Sachsen allerdings große Unterschiede. Den höchsten Anteil gibt es in Leipzig und Dresden. In beiden Städten hat rund jeder dritte Betrieb Mitarbeiter mit ausländischem Pass. Im Erzgebirgskreis sind es dagegen nur 16 Prozent. Damit ist die Region Schlusslicht in Sachsen.

Dass Unternehmen bisher keine Fachkräfte aus dem Ausland beschäftigen, liegt laut Regionaldirektion nicht nur an Vorurteilen. Häufig gebe es Unsicherheiten mit Blick auf Sprachbarrieren, kulturellen Unterschieden und rechtlichen Fragen. Die Erfahrung zeige aber, dass Betriebe, die einmal anfangen, ausländische Mitarbeiter einzustellen, oft weitere einstellen. (dpa/mig 10)

 

 

 

 

 

Die Tragödie unserer Zeit

 

Aus Krise wächst Hoffnung: Wie Autoritarismus und Klimachaos neuen demokratischen Aufbruch befeuern. Von Chiara Cordelli

Wir leben in einer Welt sinnlosen Leidens und drohender Katastrophen, in der es unverständlich geworden zu sein scheint, an moralischen Fortschritt zu denken. Zwei epochale Krisen belasten die heutigen Gesellschaften: der Aufstieg antidemokratischer Kräfte und der Klimawandel. Doch was wäre, wenn sich die heutigen Tragödien als Quelle der Hoffnung erweisen würden?

Der rechtspopulistisch angeheizte autoritäre Trend bedroht Demokratien auf der ganzen Welt, darunter sogar traditionsreiche wie die der Vereinigten Staaten, wo Präsident Donald Trumps Machtmissbrauch keine Grenzen zu kennen scheint. Selbst Trumps gemäßigtere europäische Verbündete versuchen ständig, die Rechtsstaatlichkeit zu untergraben. Zuletzt wollte die italienische Ministerpräsidentin Giorgia Meloni die Unabhängigkeit der Justiz durch ein nationales Referendum einschränken. Glücklicherweise gingen die Italiener massenhaft zur Wahl, um ihre Verfassung zu schützen.

Die Krise der Demokratie verschärft die Klimakrise. Unter Trump haben sich die Vereinigten Staaten aus dem Pariser Klimaabkommen zurückgezogen und unzählige Umweltschutzmaßnahmen wurden abgeschwächt oder gestrichen. Meloni hat beim Green Deal der Europäischen Union einen Kurswechsel vollzogen und lehnt strengere Emissionsziele ab. Der ungarische Ministerpräsident Viktor Orbán hat wiederholt Klimagesetze auf EU-Ebene blockiert oder verzögert.

Die mangelnde Bereitschaft der Politik, die Klimakrise anzugehen, hat das Schicksal des Planeten in die Hände privater Investoren gelegt, deren Bereitschaft zur Einführung nachhaltiger Technologien oft begrenzt ist. Die Regierungen schaffen bestenfalls Anreize für solche Investoren, nehmen die Investitionen jedoch selten selbst in die Hand. Aus diesem Grund gibt es – abgesehen von China – nur unzureichende Finanzmittel für erneuerbare Energien, während zugleich die Investitionen der Big-Tech-Giganten in künstliche Intelligenz in die Höhe geschossen sind.

Die Irrationalität und die Gewalt von Trumps Politik der letzten Monate – von der Brutalität der Morde in Minneapolis und seinem absurden Plan für den Wiederaufbau des Gazastreifens bis hin zu seiner imperialistischen Invasion in Venezuela und der atemberaubenden Torheit seines Krieges gegen den Iran – haben den tragischen Charakter unserer Zeit noch verstärkt. Die Politik scheint von bloßer Gewalt diktiert zu sein, während moralische Ideale, von einer gesunden Demokratie bis hin zur ökologischen Nachhaltigkeit, lächerlich erscheinen. Der Raum für prinzipiengeleitetes Handeln scheint verschwunden zu sein.

Doch all das haben wir schon einmal erlebt. Albert Camus argumentierte bekanntlich, dass wir selbst in einer sinnlosen Welt durch Rebellion eine Form der Hoffnung schaffen können. Hannah Arendt fand Hoffnung in der menschlichen Fähigkeit zum Neubeginn selbst im Angesicht des Völkermords. Martin Luther King Jr. betonte, dass Leiden zu moralischem Fortschritt und kollektiver Transformation führen könne. Mein kürzlich verstorbener Kollege, der Philosoph Jonathan Lear, erklärte, wie Verlust die Quelle „radikaler Hoffnung“ auf eine gute Zukunft sein kann, auch ohne dass man genau beschreiben oder sich vorstellen könnte, wie diese gute Zukunft aussehen würde.

Die jüngsten Ereignisse scheinen solche Denker zu bestätigen. Man betrachte das beginnende Wiedererwachen der Zivilgesellschaft als das schlagende Herz der Demokratie und das wertvollste Bollwerk gegen Autoritarismus. Wir sehen es in den USA bei den No Kings-Protesten, an denen Millionen von Menschen teilgenommen haben. Wir sehen es auch an der außergewöhnlich hohen Wahlbeteiligung beim italienischen Referendum, insbesondere an der Beteiligung einer beträchtlichen Anzahl junger Menschen, die in der Vergangenheit zu Hause geblieben waren.

Solche Prozesse des Wiedererwachens lassen sich nicht allein darauf zurückführen, dass die Lage heute so schwer wäre oder dass die heutigen rechten Regierungen so autoritär wären. Apathie kann selbst angesichts ungeheuerlicher Taten fortbestehen. Prozesse des Wiedererwachens der Zivilgesellschaft erfordern mehr: ein erneuertes Gefühl für die Möglichkeiten.

In den Jahrzehnten vor Trump hatte sich in den USA und in Europa ein Gefühl von Stagnation und Ohnmacht breit gemacht. Viele Menschen begannen zu glauben, dass es keine Rolle spiele, wer sie regiere, da sich ohnehin nichts ändern werde. Rechte und linke Regierungen würden letztendlich alle dasselbe tun und sich den Diktaten des Neoliberalismus beugen. Die Fähigkeit, den Kurs zu ändern, schien aufgrund externer und interner Zwänge – von verfassungsrechtlichen bis hin zu fiskalischen – begrenzt zu sein.

Selbstverständlich gab es Momente, die Hoffnung auf Veränderung weckten. Barack Obamas Wahl zum US-Präsidenten im Jahr 2008 war einer davon. Doch seine Präsidentschaft endete in einer Enttäuschung. Unter Obama erhielten die Wall-Street-Banken nach der globalen Finanzkrise massiv Rettungsgelder, während Millionen Amerikaner ihre Häuser verloren. Die Drohnenangriffe in Pakistan, Jemen und Somalia wurden ausgeweitet. Es wurden mehr Einwanderer abgeschoben als unter jedem Präsidenten zuvor. Wie die Mitte-links-Regierungen in Europa regierte Obama letztlich innerhalb desselben Rahmens wie seine Vorgänger.

Trump hingegen ist der lebende Beweis dafür, dass eine einzige Person mit politischer Macht das Schicksal der Welt verändern kann – und zwar im Handumdrehen. Es lohnt sich daher, dafür zu kämpfen, dass diese Macht in die richtigen Hände gelangt oder zumindest nicht in die Hände von Diktatoren oder Wahnsinnigen. Die Leichtigkeit und die Willkür, mit der ein Autokrat die Innen- und die Außenpolitik verändern kann, hat einen neuen demokratischen Aktivismus hervorgebracht – und damit einhergehend: neue Hoffnung.

Gleiches gilt für die Klimakrise. Wer hätte gedacht, dass die einzige Hoffnung auf eine erfolgreiche Energiewende aus einem sinnlosen Krieg heraus entstehen könnte? Und doch ist genau das der Fall. Auch wenn der Ausgang des Irankriegs ungewiss bleibt, könnten grüne Technologien und erneuerbare Energien zu den größten Nutznießern gehören. Schließlich hat Trumps Krieg die Anfälligkeit derjenigen Volkswirtschaften offenbart, die stark von fossilen Brennstoffen abhängig sind, weil die faktische Sperrung der Straße von Hormus zu einem sprunghaften Anstieg der Energiepreise geführt hat.

Wie einige Kommentatoren angemerkt haben, täte China gut daran, eine Koalition williger Länder zu schmieden, um einen globalen Vorstoß für grüne Investitionen zu starten und so die Nachfrage nach den Produkten seiner Industrie anzukurbeln. Für die europäischen Länder wäre dies attraktiv, ebenso wie für viele andere (darunter sogar die Golfstaaten). Aus der Tragödie eines sinnlosen Krieges entsteht so die Hoffnung auf eine sauberere Atmosphäre und eine nachhaltig intakte Umwelt.

Ironischerweise brauchte es Tragödien, damit neue Hoffnung auf moralischen und politischen Fortschritt keimen konnte. Allein der Glaube an diesen linearen moralischen Fortschritt reicht offenbar nicht aus, damit die Menschen aus vergangenen Fehlern lernen und ihre Wiederholung vermeiden. Die Wiedergeburt der Demokratie und die Rettung des Planeten hängen von jenem Fortschritt ab. PS/IPG 10

 

 

 

 

 

 

Bamf-Studie. Wirtschaftlicher Nutzen entscheidet über Familiennachzug

 

Familie ist geschützt – aber nicht für alle gleich. Das zeigt eine neue Bamf-Studie mit Zahlen zu Wartezeiten, Aussetzungen und einer Politik der Menschen und Familien nach Nützlichkeit sortiert, bevorzugt und benachteiligt. Von Birol Kocaman

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) hat eine aufschlussreiche Studie zum Familiennachzug veröffentlicht – bemerkenswert unauffällig. Das Papier erschien am 2. April 2026 auf der Bamf-Website, also unmittelbar vor den Osterfeiertagen – ohne öffentliche Bekanntmachung, ohne Pressemitteilung. Dabei beschreibt die Studie ein politisch heikles System: Entscheidend ist oft nicht die familiäre Bindung, sondern die Frage, ob jemand für Deutschland als Fachkraft nützlich erscheint. Danach richtet sich vielfach auch der Aufenthaltsstatus – denn wer ökonomisch gebraucht wird, erhält leichter einen Aufenthaltstitel und damit auch bessere Chancen auf Familiennachzug.

Das ist einer der wichtigsten Befunde der Untersuchung zum Familiennachzug, den das Bamf als Teil des Europäischen Migrationsnetzwerks (EMN) zur großen EU-Vergleichsstudie beigetragen hat. Danach ist das Recht auf Familie zwar grund- und menschenrechtlich geschützt. Zugleich stellt die Studie klar, dass daraus weder nach deutschem noch nach europäischem Recht automatisch ein Anspruch folgt, die Familie durch Einreise nach Deutschland herzustellen. Der Staat darf steuern, begrenzen und unterscheiden – und genau das tut er. So ist ein System entstanden, in dem manche Gruppen begünstigt werden und andere mit deutlich höheren Hürden leben müssen.

Ein System mit Privilegien für einige und Hürden für andere

Die Studie zeigt, dass Deutschland den Familiennachzug längst nicht einheitlich behandelt. Für bestimmte Fachkräfte wurden die Regeln erleichtert. Anerkannte Schutzberechtigte sind ebenfalls in Teilen privilegiert. Bei sogenannten subsidiär Geschützten verlief die Entwicklung dagegen in die entgegengesetzte Richtung: erst Kontingentierung auf 1.000 Personen pro Monat, dann eine mehrjährige Aussetzung.

Das ist mehr als eine juristische Feinheit. Es zeigt eine politische Logik: Familienleben wird in Deutschland nicht für alle gleich geschützt, sondern nach migrationspolitischer Erwünschtheit abgestuft. Wer als ökonomisch nützlich gilt, bekommt Erleichterungen. Wer einen politisch umkämpften Schutzstatus hat, muss mit Beschränkungen leben. Schon die Studie beschreibt den Familiennachzug als „Spannungsfeld zwischen menschenrechtlichen Grundsätzen, integrationspolitischen Interessen und Interessen der Migrationssteuerung“.

Der europäische Vergleich macht dieses Muster noch deutlicher. Die große EMN-Vergleichsstudie zeigt für viele Staaten seit 2017 eine doppelte Bewegung: Erleichterungen für Hochqualifizierte und ihre Familien, strengere Anforderungen für andere Gruppen. Deutschland wird darin ausdrücklich als Beispiel genannt. Seit dem 1. März 2024 wurde hier der Familiennachzug für Eltern und Schwiegereltern bestimmter Hochqualifizierter erweitert. Gleichzeitig nennt dieselbe Studie Deutschland als Land, in dem die neue Regierungskoalition eine erneute Aussetzung des Familiennachzugs für subsidiär Geschützte plant. Deutschland steht damit exemplarisch für einen europaweiten Trend: Offenheit dort, wo der Staat Nutzen erwartet, Restriktion dort, wo Schutzmigration politisch unter Druck steht.

Das Recht besteht oft nur auf dem Papier

Und selbst dort, wo Familiennachzug rechtlich möglich ist, scheitert er oft an der Praxis – sofern die Migration politisch nicht erwünscht ist. Die deutsche Studie benennt die Verfahrensdauer als zentrales Problem. Mehrere für das Papier befragte Stellen verweisen auf lange Wartezeiten schon für den Termin zur Antragstellung. Amnesty bewertet diese langen Wartezeiten laut Studie als Regelfall. Besonders brisant: Während sich die meisten Mitgliedstaaten selbst Fristen für die Bearbeitung solcher Anträge gesetzt haben, gibt es in Deutschland und Schweden laut der Studie keine eigene Fristsetzung.

Wie drastisch das für die Betroffenen sein kann, zeigen die Beispiele im Bamf-Papier. In einer Antwort der Bundesregierung von September 2024 auf eine parlamentarische Anfrage der Linken wurden mehrere Auslandsvertretungen mit Wartezeiten von über 52 Wochen genannt, darunter Addis Abeba, Beirut, Dhaka, Erbil, Islamabad, Lagos, Rabat, Teheran und Tunis. Für afghanische Antragstellende bei der Botschaft in Teheran nennt die Caritas in ihrer Stellungnahme zur Studie sogar 2,5 Jahre. Das Auswärtige Amt räumt selbst ein, dass diese Dauer eine „erhebliche Belastung“ für die betroffenen Familien darstelle.

Wer über Familiennachzug spricht, darf deshalb nicht nur über Gesetze reden. Man muss auch über eine Verwaltung sprechen, die familiäre Trennung oft über Monate oder Jahre hinauszögert und damit auch verhindert. Genau hier liegt einer der größten Widersprüche dieses Systems: Das Recht auf Familie bleibt formal bestehen, wird in der Praxis aber durch Wartezeiten, Dokumentenprobleme und überlastete Auslandsvertretungen faktisch ausgehebelt.

Auch der europäische Vergleich stützt diesen Befund. Die EMN-Studie für Europa spricht von anhaltenden Verzögerungen, hohen Kosten und administrativen Belastungen, besonders für Menschen aus Konfliktregionen. Sie nennt Deutschland zwar als Beispiel für Digitalisierung und Familienunterstützungsprogramme, verweist aber zugleich auf lange Bearbeitungszeiten und bürokratische Hürden als fortbestehende Probleme. Mit anderen Worten: Deutschland modernisiert Verfahren, ohne das Grundproblem der langen Wartezeiten zu lösen.

Kein Massenphänomen, trotz lauter Debatte

Die Studie räumt zugleich mit einem politischen Zerrbild auf. Familiennachzug ist relevant, aber kein Massenphänomen. Für 2023 nennt die deutsche EMN-Studie 108.505 Zuzüge aus familiären Gründen. Davon entfielen 79.905 auf den Nachzug zu Drittstaatsangehörigen. Der Anteil an der gesamten Zuwanderung aus Drittstaaten lag 2023 bei 9,6 Prozent; im Durchschnitt der Jahre 2017 bis 2023 bei 12 Prozent.

Besonders wichtig ist dabei ein weiterer Befund: Der überwiegende Teil des Familiennachzugs zu Drittstaatsangehörigen erfolgt nicht zu subsidiär Geschützten, sondern zu Personen mit anderen Aufenthaltstiteln oder zu deutschen Staatsangehörigen. Von 2018 bis 2023 machte der politisch besonders umstrittene Nachzug zu subsidiär Geschützten laut Studie nur 6 Prozent des gesamten Familiennachzugs zu Drittstaatsangehörigen nach Deutschland aus. Die lauteste Debatte dreht sich also seit Jahren um einen vergleichsweise kleinen Ausschnitt.

Der europäische Vergleich ordnet auch die absoluten Zahlen neu ein. Deutschland lag 2023 mit 168.536 ersten Aufenthaltstiteln aus familiären Gründen für Angehörige von Nicht-EU-Bürger:innen an der Spitze der EU. Pro 1.000 Einwohner:innen lag Deutschland mit 2,0 aber lediglich über dem EU-Schnitt von 1,4 – deutlich hinter Staaten wie Zypern mit 6,8, Malta mit 4,5, Luxemburg mit 4,4, Slowenien mit 3,5, Finnland mit 3,2 oder Schweden mit 3,1. Deutschlands hoher Wert sagt also vor allem etwas über seine Größe und seine migrationspolitische Bedeutung aus, nicht über besondere Großzügigkeit.

Deutschland ist kein liberaler Vorreiter

Gerade im EU-Vergleich wirkt Deutschland nicht wie ein Vorreiter eines liberalen Familiennachzugs, sondern eher wie ein Land mit doppeltem Gesicht. Einerseits gibt es Erleichterungen für wirtschaftlich erwünschte Migration. Andererseits gehört Deutschland zu den Staaten, die Integrationsauflagen und materielle Anforderungen weiter hochhalten und auch auf diesem Wege Schutzsuchende mit subsidiärem Status restriktiver behandeln. So beschreibt die europäische Vergleichsstudie ausdrücklich einen Trend zu stärker formalisierten Anforderungen bei Wohnraum, Einkommen, Krankenversicherung und Integration – mit wachsender Differenzierung nach Status.

Die deutsche Studie bestätigt: Der Familiennachzug in Deutschland ist grundsätzlich an Bedingungen wie gesicherten Lebensunterhalt, Wohnraum und teils Sprachkenntnisse geknüpft. Von diesen Anforderungen wird gerade nicht für alle gleich abgesehen, sondern für privilegierte Gruppen. Das unterstreicht den Kernbefund beider Studien: Deutschland ist beim Familiennachzug weder schlicht großzügig noch schlicht restriktiv. Es ist selektiv.

Eine Verwaltungsperspektive mit blinden Flecken

Die EMN-Studien sind aufschlussreich, aber sie haben auch Grenzen. Die europäische Vergleichsstudie beruht überwiegend auf Länderbeiträgen, Dokumentenanalysen und amtlichen Daten; sie ist ausdrücklich keine Primärforschung. Die deutsche Studie stützt sich zusätzlich auf eine Literaturauswertung und die Befragung von elf Expert:innen aus Verwaltung und Organisationen. Das macht beide Studien stark als Rechts- und Verwaltungsvergleich – aber schwächer dort, wo es um die konkrete Lebensrealität betroffener Familien geht. Gerade deshalb sind ihre Befunde politisch brisant. Denn auch ohne große Betroffenenberichte zeigen die Studien ziemlich klar, wie das System funktioniert.

Die eigentliche Pointe der Bamf-Studie liegt deshalb nicht in einer spektakulären Enthüllung, sondern in ihrer Nüchternheit. Ausgerechnet ein Papier aus dem Umfeld des Bundesamts zeigt, wie ungleich Familiennachzug in Deutschland organisiert ist. Nicht die Familie steht im Zentrum, sondern ihr Status, ihre wirtschaftliche Verwertbarkeit. Und nicht die Zahl der Nachziehenden ist das Hauptproblem, sondern ein System, das Familienleben politisch als erwünscht und unerwünscht markiert, es staffelt und bürokratisch verhindert. Kurz vor Ostern veröffentlicht, fast geräuschlos, sagt diese Studie mehr über die Wirklichkeit des Familiennachzugs in Deutschland aus als viele laute Debatten der vergangenen Jahre. (mig 9)

 

 

 

 

 

Leben im Flüchtlingsheim zermürbt Menschen

 

Drei Tote nach Alkoholvergiftung, Suizide und schwere Konflikte: Tempelhof zeigt nicht nur individuelle Krisen, sondern auch, wie Enge, Isolation und Perspektivlosigkeit das Leben in großen Unterkünften für Geflüchtete belasten.

In der Großunterkunft für Flüchtlinge auf dem Gelände des ehemaligen Flughafens Tempelhof hat es bereits mehrere Todesfälle gegeben. Unter anderem seien im vergangenen Jahr drei Geflüchtete nach einer Alkoholvergiftung gestorben, sagte ein Sprecher des Landesamts für Flüchtlingsangelegenheiten (LAF) auf dpa-Anfrage. Außerdem habe es zwei Suizide gegeben, einen 2025 und einen weiteren in diesem Jahr, beide außerhalb der Flüchtlingsunterkunft.

In diesem Jahr sei es außerdem zu zwei Suizidversuchen gekommen. Zuerst hatte der „Tagesspiegel“ darüber berichtet. In der Notunterkunft auf dem ehemaligen Flughafengelände gebe es eine Gruppe von 50 bis 60 Menschen, die insbesondere mit dem Konsum von Alkohol Probleme hätten, sagte der Sprecher. Dabei handle es sich in der Regel um ältere Menschen mit einer „längeren Historie“ beim Thema Alkoholmissbrauch.

Die Senatorin für Arbeit, Soziales und Integration, Cansel K?z?ltepe (SPD) versicherte auf dpa-Anfrage: „Alle Vorfälle werden dokumentiert, jeder Vorfall wird konsequent aufgearbeitet.“ Nur so sei es möglich, gegen Missstände vorzugehen.

K?z?ltepe: „Keine guten Voraussetzungen“

„Wir wissen, dass Notunterkünfte wie in den Tempelhofer Hangars keine guten Voraussetzungen für die Integration geflüchteter Menschen sind“, räumte K?z?ltepe ein. „Weil wir die Einrichtung aber aktuell nicht schließen können, haben wir im Rahmen der Möglichkeiten eine Reihe von Verbesserungen umgesetzt, die den Menschen dort das Leben erleichtern sollen.“

Zum einen seien mehr Beschäftigte eingestellt worden, die Russisch und Ukrainisch sprechen. „Es gibt aufsuchende Beratung für Menschen, die viel Alkohol trinken.“ Es seien inzwischen auch mehr in der Ukraine ausgebildete Psychologinnen und Psychotherapeutinnen im Einsatz, die insbesondere Menschen mit Traumata unterstützen sollen. „In den Containern leben nur noch maximal drei Menschen, nicht mehr vier wie früher.“

Bei Auseinandersetzungen ist oft Alkohol im Spiel

Nach Angaben des Sprechers sind in Containern in den Hangars und davor derzeit rund 1.050 Menschen untergebracht. Neben dieser Notunterkunft gibt es noch Tempohomes genannte Wohncontaineranlagen mit rund 775 weiteren Geflüchteten.

An der Situation für Geflüchtete auf dem Flughafengelände gab es unter anderem wegen der beengten Verhältnisse in der Vergangenheit immer wieder Kritik. Streit und Frustration eskalieren dort regelmäßig.

Jeden Monat eine gravierende Auseinandersetzung

Im Durchschnitt einmal im Monat komme es zu Auseinandersetzungen, sagte der LAF-Sprecher. „Das sind die Fälle, die so gravierend sind, dass sie direkt an das LAF gemeldet werden wie zum Beispiel beim Einsatz eines Messers.“

„Wenn es zu Auseinandersetzungen kommt, dann ist oft auch Alkohol mit im Spiel“, so der Sprecher weiter. „Wir reden hier über harten Alkohol. Das ist wirklich eine Herausforderung für die Leute, die da arbeiten.“ Alkoholkonsum in der Unterkunft ist nicht erlaubt – aber außerhalb des Geländes nicht zu kontrollieren. (dpa/mig 8)

 

 

 

 

 

Keine Debatte ohne Ausländer

 

Merz hat mit seiner 80-Prozent-Ansage zur Rückkehr von Syrern nicht nur eine neue Migrationsdebatte entfacht. Er liefert der AfD wieder einmal Futter – und einen neuen Benchmark für die nächste Wahl. Von Sven Bensmann

Ganz egal, ob ein Deutscher eine migrantisch gelesene Frau virtuell vergewaltigt, ob internationale Diplomatie, ob Krieg oder Gesundheitsreform, die AfD hat zu solchen Debatten eigentlich nichts beizutragen. Und das, was sie zu sagen hat, entlockt selbst erhärteten Ideologen kaum mehr als ein Augenrollen. Und weil die AfD nur in dem Maße existiert, in dem sie Lärm verursachen kann, schadet ihr nichts mehr, als sich nicht mit ihr beschäftigen zu müssen.

Gut, dass es da den Merz gibt. Der entblödete sich nämlich nicht, angesichts der Ulmen-Affäre verlautbaren zu lassen, dass, ja, es diesmal zwar ein Deutscher war, aber eigentlich ist der nur ein Einzeltäter und die Ausländer sind eh viel schlimmer. Und eigentlich lebt der ja wohl zwischenzeitlich auch in Spanien und ist damit ja eigentlich auch sowas wie ein Migrant und Ausländer. Deutsche Männer jedenfalls tun so etwas nicht – schon deshalb stimmte Merz vor 30 Jahren gegen Strafbarkeit von Vergewaltigung in der Ehe. Und schwups, war die AfD wieder im Gespräch: Ausländer, da kennt sich die Partei schließlich aus.

Wer sich hingegen nicht um Ulmen oder Fernandez schert, war zuletzt wohl mit der Gesundheitsreform beschäftigt. Da ist zwar sowieso immer jeder dagegen, weil die Politik in Sachen Gesundheit stets nur unser Bestes will: unser Geld. Aber für die AfD ist genau deshalb hier kein Blumentopf zu gewinnen. Und zack!, spielt die AfD ihren Joker: den Pik-Buben aus dem Sauerland. Weil der sich nämlich ein neues Hobby zugelegt hat. Neuerdings lädt sich der jüdisch-christliche Konservative gern islamistische Terroristen ins Bundeskanzleramt ein, um das Abendland zu retten. Und das sticht direkt ins Herz der Bundesrepublik.

„Immerhin können wir jetzt doch wieder über Ausländer statt über die öde Gesundheitsreform sprechen.“

Hatte die Bundesregierung zuvor schon die Taliban geadelt, damit diese zukünftig auch in Deutschland Jagd auf afghanische Demokraten und andere Oppositionelle machen können, so war diesmal das neue syrische Terroristenregime dran. Und weil dabei nicht viel Konkretes herausgekommen ist und es überhaupt kaum jemand zur Kenntnis genommen hätte, musste der Fritz einfach mal spontan ordentlich einen raushauen: Innert 3 Jahren sollen 80 Prozent der Syrer weg. Das habe der syrische Oberterrorist so gefordert, obwohl das die deutsche Wirtschaft das kleine bisschen Wachstum kosten würde, was uns für die nächsten Jahre überhaupt prognostiziert wird. So ein dreister kleiner Gotteskrieger! Und dann will er auch noch gerade die Fachkräfte zurück, die, die wir am Dringendsten brauchen. Das konnte ein Kanzler so ja nun mal nicht stehen lassen.

Und dann das: Die Syrer lassen dementieren, die Forderung und die Zahlen stammen von Merz und dem sind die Auswirkungen auf die deutsche Wirtschaft auch noch völlig egal, weil er ja eh reich ist und reich bleiben wird. Peeeeiiiinlich.

Immerhin können wir jetzt doch wieder über Ausländer statt über die öde Gesundheitsreform sprechen. Und passend zu den anstehenden Wahlen hat die AfD jetzt auch gleich noch einen völlig nutzlosen Benchmark, der weder machbar noch wünschenswert ist, an der sie den Kulturkämpfer Merz bei den nächsten Wahlen aber dennoch wird messen können. Denn – davon kann man ausgehen – die AfD wird behaupten, sie hätte diese Zielmarke erreicht, wenn man sie nur gelassen hätte. Dabei könnte wohl nicht einmal die US-amerikanische ICE, die die AfD ja auch in Deutschland will, durch ihre Methoden samt Erschießen von Menschen, samt Hausfriedensbruch, samt willkürlicher Entführungen, dieses Ziel erreichen.

„Syrer haben, trotz aller Hindernisse, eine Beschäftigungsquote von 60 Prozent – gar nicht so weit von den 71 Prozent, die für die Deutschen erfasst wurden.“

Wie sehr die Trump-treuen Bauern durch das Fehlen der billigen Arbeitskräfte schon jetzt erledigt sind, lange bevor durch Trumps völkerrechtswidrigen Überfall auf den Iran auch die Preise für Düngemittel noch massiv steigen werden, das wird hierzulande leider nicht berichtet, weshalb man wohl von Merz nicht erwarten kann, eine Ahnung davon zu haben, dass solche Massendeportierungen Folgen für die Wirtschaft hätten. Allenfalls Schlagworte wie „Affordability“ machen es ja noch über den Ozean, während hierzulande eher Firmenbosse rein hypothetisch darüber schwafeln dürfen, wie schlimm es mit der AfD werden könnte.

Dabei müsste eigentlich selbst einer Partei, für die Wirtschaftskompetenz bedeutet, Lobbytreffen stets mit einer braunen Nase zu verlassen, klar sein, dass es diese Zahlen in sich haben:

Knapp eine Million Menschen lebt derzeit in Deutschland, die aus Syrien gekommen sind. Wer Hoffnungen in das neue Regime setzt, ist vielfach bereits zurückgekehrt. Von den verbleibenden Syrern haben diejenigen, die schon etwas länger hier sind, eine Beschäftigungsquote, die trotz aller Hindernisse mit 60 Prozent gar nicht so weit von den 71 Prozent entfernt ist, die für die Deutschen erfasst wurden. Und verbleibende Syrer bedeutet hier auch: Wer z. B. wegen eines Jobs bereits einen deutschen Pass hat, ist nicht einmal in den 60 Prozent miterfasst.

Knapp ein Viertel der syrischen Beschäftigten arbeitet dabei in sogenannten Engpassberufen, also da, wo ihr Fehlen maximalen wirtschaftlichen Schaden verursachen würde und wo händeringend nach Personal gesucht wird. Würden 80 Prozent derer, die noch keinen deutschen Pass haben, also tatsächlich abgeschoben werden, dann könnte der Schaden für die deutsche Wirtschaft am Ende womöglich ähnlich hoch ausfallen, als würden, ich weiß nicht, beispielsweise deutsche Autobauer den Umstieg auf elektrische Antriebe verschlafen, weil selbsternannte Experten ihnen eingeredet haben, Deutschland könnte „technologieoffen“ und mit Verbrennern einen CO?-neutralen Individualverkehr erreichen oder auch nur ansatzweise so energieeffizient fahren, wie mit einem E-Auto – aber zum Glück war ja kein Politiker so dämlich, so etwas ernsthaft zu kommunizieren.

War doch? Und jetzt haben wir eine Wirtschaftskrise? Und weil derselbe Scheiß bei Heizungen abgezogen wurde, konkurrieren jetzt auch noch Autos und Heizungen um denselben knappen Rohstoff Öl? Das treibt doch den Preis nur noch weiter nach oben! Warum hat das niemand bedacht?! Hat einer, aber der wurde dafür von der braunen Boulevard-Bubble „Bild“ bis „Kopp“ nach Kopenhagen vertrieben? Wo waren denn damals die sogenannten „seriösen“ Medien? Ich ziehe die Frage zurück.

„Nicht einmal ein Kanzler Merz ist schließlich so schlecht, dass er zu gar nichts taugt.“

Na ja, aber dann können wir ja nun wirklich auch noch die Syrer abschieben, zumindest könnten wir es so in die Big 3 der größten selbstauferlegten Wirtschaftskrisen der Neuzeit schaffen – neben dem Brexit, der wohl größten selbstauferlegten Wirtschafts- und Zollsanktion aller Zeiten und dem russischen Überfall auf die Ukraine, der Russland von wichtigen Absatzmärkten isolierte (wobei auch die USA durchaus auf bestem Wege sind, direkt an die Spitze zu stürmen). Dann wäre das zumindest nicht alles völlig umsonst. Nicht einmal ein Kanzler Merz ist schließlich so schlecht, dass er zu gar nichts taugt – und sei es nur als warnendes Beispiel.

Und weil die USA ja so gerne Nummer 1 in der Welt sind, gibt es heute zum Abschied mal keine große Pointe, sondern ein kleines Bisschen online-Aktivismus, mit dem jeder von uns den USA ganz oben auf die Liste verhelfen kann: #BuyEU #DIDit

Der Merz ist eh nicht mehr zu retten. (mig 7)

 

 

 

 

 

 

Neues israelisches Gesetz zur Todesstrafe stößt international auf Kritik

 

Israels Parlament hat ein Gesetz beschlossen, das die Todesstrafe für palästinensische Täter zur Regel machen soll. Nun liegt bereits eine Klage beim Obersten Gericht – und die internationale Kritik wächst rasant. Auch aus Deutschland gibt es schwere Vorwürfe.

Ein international heftig kritisiertes Gesetz in Israel über die Einführung der Todesstrafe, die faktisch nur Palästinenser betrifft, könnte nun vor einer Prüfung durch das höchste Gericht des Landes stehen. Eine entsprechende Klage liegt vor, aber eine Entscheidung oder Verhandlung ist noch nicht bekannt. Ein juristischer Experte geht davon aus, ein Gerichtsverfahren könnte den kontroversen Vorstoß kippen.

Das israelische Parlament hatte das Gesetz am Montag mit knapper Mehrheit gebilligt. Es sieht vor, dass bei terroristisch motiviertem Mord mit dem Ziel der Vernichtung des Staates Israel die Todesstrafe oder lebenslange Haft verhängt werden kann. Vor israelischen Militärgerichten in den palästinensischen Gebieten ist die Todesstrafe in solchen Fällen sogar zwingend, sie muss bei Verurteilung binnen 90 Tagen durch Erhängen durch einen Gefängniswärter vollstreckt werden.

Kritiker sehen das Gesetz als rassistisch an, weil es sich ausschließlich an Palästinenser richtet, die Juden angreifen. Der Vorstoß von der Partei des rechtsextremen Polizeiministers Itamar Ben-Gvir, wird auch vom von Finanzminister Bezalel Smotrich sowie dem rechtskonservativen Ministerpräsident Benjamin Netanjahu unterstützt.

Ben-Gvir: „Wir haben Geschichte geschrieben“

Die von Ben-Gvir vorangetriebene Ausweitung der Todesstrafe, „die de facto ausschließlich Palästinenser betrifft und im Schnellverfahren ohne Ermessensspielraum erfolgen soll, offenbart den zutiefst rassistischen Charakter dieser Politik“, so die Grünen-Vorsitzende. Worte allein reichten daher nicht mehr aus.

Ben-Gvir und Gleichgesinnte feierten nach Verabschiedung des Gesetzes überschwänglich und schenkten Sekt in Plastikgläsern aus. „Wir haben Geschichte geschrieben“, sagte er anschließend in einer Videobotschaft. „Ein Terrorist, der zum Töten geht, soll wissen: Er wird an den Galgen kommen“, sagte der Polizeiminister. „Und ich sage den Vertretern der Europäischen Union, die Druck ausgeübt und Israel bedroht haben: Wir haben keine Angst, wir geben nicht nach. In unserem Land, mit unserer Souveränität, werden wir unsere Bürger schützen.“

Heftige internationale Kritik

International gab es scharfe Kritik an dem Gesetz. Auch die Bundesregierung sieht die Verabschiedung mit „großer Sorge“. Die Ablehnung der Todesstrafe sei ein grundsätzliches Merkmal der deutschen Politik, teilte Regierungssprecher Stefan Kornelius in Berlin mit. Die Bundesregierung sei zusätzlich besorgt, dass ein solches Gesetz „wohl ausschließlich auf Palästinenser in den palästinensischen Gebieten Anwendung finden würde“, fügte Kornelius hinzu. „Deshalb bedauert sie die Entscheidung der Knesset und kann sie nicht gutheißen.“

Die Präsidentin der Parlamentarischen Versammlung des Europarates, Petra Bayr, teilte mit, die Abstimmung gefährde Israels Beobachterstatus bei der Parlamentarischen Versammlung der Menschenrechtsorganisation „ernsthaft“. Die Mitglieder würden voraussichtlich am 22. April bei ihrer Debatte über die Abschaffung der Todesstrafe auch über das neue Gesetz sprechen, kündigte Bayr an. Israel entferne sich von den Werten des Europarates, der sich entschieden gegen die Todesstrafe ausspreche.

EU-Kommission kritisiert Gesetz

Auch die EU-Kommission hat die Entscheidung des israelischen Parlaments deutlich kritisiert. Der Beschluss stelle zusammen mit dem diskriminierenden Charakter des Gesetzes einen „deutlichen Rückschritt“ dar, sagte ein Sprecher der Brüsseler Behörde. Die Entscheidung sei „sehr besorgniserregend“ und eine negative Entwicklung bei der Achtung der Menschenrechte. Man lehne die Todesstrafe unter allen Umständen ab und habe darüber auch mit Israel gesprochen.

Deutschland, Frankreich, Italien und Großbritannien hatten bereits vor der Abstimmung „tiefe Besorgnis“ über den Gesetzentwurf geäußert und die Todesstrafe als unmenschlich, erniedrigend und wirkungslos bezeichnet. Ihre Aufforderung, die Pläne aufzugeben, blieb jedoch erfolglos.

Reaktionen aus Deutschland

Grünen-Chefin Franziska Brantner sieht die Bundesregierung in der Pflicht, mehr als nur Kritik zu äußern. Sie dürfe nicht „nicht länger wegschauen, sondern muss handeln“, sagte Brantner dem „Spiegel“. Nötig seien jetzt zumindest gezielte Sanktionen gegen Polizeiminister Itamar Ben-Gvir und Finanzminister Bezalel Smotrich. Beide Politiker würden mit ihrer Politik von Vertreibung und Gewalt Menschenrechte mit Füßen treten.

Auch in der Linkspartei sorgte die Entscheidung aus Israel für Empörung. Co-Parteichef Jan van Aken sagte dem „Spiegel“: „Dass die rechte Mehrheit im Parlament die Todesstrafe für Straftaten einführen will, die de facto nur Palästinenser begehen können, ist ebenso diskriminierend wie rassistisch.“ Das neue Gesetz werde die Region weiter spalten, so van Aken.

CDU-Politiker: Gesetz wird Vorwürfe gegen Israel verstärken

Der außenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Jürgen Hardt (CDU), sagte dem „Tagesspiegel“, die Todesstrafe sei eine unmenschliche und erniedrigende Art der Bestrafung ohne jegliche abschreckende Wirkung. „Der faktisch diskriminierende Charakter des Gesetzentwurfs wird die internationalen Vorwürfe gegen Israels Behandlung der Palästinenser verstärken.“

Der außenpolitische Sprecher der SPD-Fraktion, Adis Ahmetovic, sagte der Zeitung: „Diese Entwicklung widerspricht klar fundamentalen Prinzipien der Menschlichkeit, demokratischer Rechtsstaatlichkeit und internationalem Recht.“ Besonders problematisch sei die diskriminierende gezielte Ausweitung gegen Palästinenser.

Amnesty: Gesetz festigt „System der Apartheid“

Amnesty International forderte die sofortige Aufhebung des Gesetzes und rief die internationale Gemeinschaft zu „maximalem Druck“ auf Israel auf. Wenn sie gegen Palästinenser in den besetzten Gebieten verhängt würden, könnten Todesurteile auch Kriegsverbrechen gleichkommen, erklärte Amnesty-Regionaldirektorin Erika Guevara-Rosas.

Israel hatte die Todesstrafe für Mord im Jahr 1954 abgeschafft und nur in Ausnahmefälle, etwa gegen NS-Verbrecher oder bei Verrat in Kriegszeiten, beibehalten. Die Hinrichtung des deutschen NS-Verbrechers Adolf Eichmann im Jahre 1962 war die letzte Vollstreckung. Amnesty sprach von einer „Zurschaustellung von Grausamkeit, Diskriminierung und absoluter Missachtung der Menschenrechte“ und warf Israel vor, ein „System der Apartheid gegen Palästinenser“ zu festigen.

Experte: Höchstes Gericht könnte Gesetz kippen

Aus dem Zwang zur Verhängung der Todesstrafe ergibt sich nach Ansicht von Experte Amir Fuchs vom israelischen Demokratie-Institut ein juristisches Problem. „So etwas gibt es in keiner demokratischen Rechtsordnung: Eine Todesstrafe, die zwingend ist“, sagte Fuchs dem israelischen TV-Sender N12. „Es muss immer einen Ermessensspielraum für das Gericht oder die Staatsanwaltschaft bei der Strafbeantragung geben“, sagte er. Das neue Gesetz gehöre daher für ihn zu „den Dingen, die Gerichte in der Regel aufheben“. Selbst in demokratischen Staaten mit Todesstrafe, wie den USA, gebe es keine Todesstrafe als Zwang.

Das neue Gesetz richte sich ausschließlich gegen Terroristen, die Juden angreifen, erklärte Fuchs weiter. Seinen Worten zufolge würde diese Bestimmung einer gerichtlichen Überprüfung wegen Diskriminierung nicht standhalten. Eine Klage des israelischen Bürgerrechtsverbands liegt bereits beim höchsten Gericht.

Vertreter der Opposition hatten den Mitgliedern von Netanjahus rechtsreligiöser Regierung vorgeworfen, sie schadeten mit dem Gesetz wissentlich und ohne Not dem internationalen Ansehen Israels – obwohl es auch ihnen klar sei, dass das höchste Gericht es mit hoher Wahrscheinlichkeit kippen werde.

Vertreter israelischer und jüdischer Organisationen in Deutschland, die sich üblicherweise zu Entwicklungen in Israel äußern, kommentierten das umstrittene Gesetzesvorhaben bislang nicht. (dpa/mig 2)