Webgiornale 22 novembre – 5 dicembre 2021

Inhaltsverzeichnis

1.     L’Intercomites della Germania scrive al Ministro degli Affari Esteri on. Luigi Di Maio. 1

2.     Attualità tedesca. Torna il coronavirus. 1

3.     Verso la coalizione semaforo. Le conseguenze del dopo Merkel nell’Ue viste da Roma. 1

4.     Covid oggi in Germania, "emergenza grave: rischio Natale terribile". 1

5.     Il summit di Roma. Un bilancio della presidenza italiana del G20. 1

6.     Il multilateralismo italiano nel nuovo scenario internazionale. 1

7.     Covid in Germania, Merkel: «Vaccinatevi per salvare l’inverno, settimane difficili davanti a noi». 1

8.     La pandemia frena la “nuova migrazione” qualificata degli italiani all’estero. 1

9.     Intervista del “Corriere d’Italia” all’Ambasciatore Armando Varricchio: “Per me la comunità italiana è unica!”. 1

10.  Amburgo. Inaugurata il 5 novembre all’IIC “Drawing Dante”. 1

11.  Berlino: conferenza su imprenditoria femminile in Ambasciata. 1

12.  Karlsruhe. Conferito alla Garavini il premio 'A voce alta' dell'Accademia. 1

13.  Pasquale Marino scrive la “Storia degli Italiani in Saarland”. 1

14.  In videoconferenza l’incontro della presidenza Acli Germania. Quale futuro per il movimento?. 1

15.  Berlino. Presentato in Ambasciata il progetto “Italiano in 500 – Dove va la didattica dell’italiano in Germania”. 1

16.  Settimana della cucina italiana a Francoforte. Una realtà del Sud Italia dove tradizione e prospettive si uniscono. 1

17.  Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria 2021/22. Candidature fino al 30 novembre. 1

18.  I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo. 1

19.  Costituito il gruppo di lavoro per l’Italia Paese ospite alla Buchmesse 2024. 1

20.  Il Ministro Giorgetti alla Vigoni Lecture 2021 sulle nuove prospettive delle relazioni italo-tedesche. 1

21.  Monaco di Baviera: Simonetta Solian è la nuova presidente di “Rinascita”. 1

22.  Homburg/Saar. Giuseppe Nardi un grande imprenditore con un grande cuore. 1

23.  Il patronato Ital-Uil Germania presenta “Suoni dal silenzio”: un concerto dedicato a tutti i connazionali che resistono alla crisi 1

24.  L’Ambasciatore Varricchio il 15-16 novembre in missione a Brema. 1

25.  Amburgo. “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi ad Amburgo per il “Caffè letterario” dell’IIC. 1

26.  Un’archeologa trentina in Germania. Virginia Trinco si racconta a Mondo Trentino. 1

27.  Berlino. Riunione di coordinamento annuale in Ambasciata. 1

28.  Amburgo. Giorno dell’unità nazionale e delle forze armate italiane. Il discorso del presidente del Comites Scigliano. 1

29.  Cop26, Papa Francesco: “Le ferite da Covid e clima sono come una guerra mondiale”. 1

30.  Migrantes: presentata a Roma la XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo. 1

31.  Rapporto Italiani nel Mondo: lo Speciale 2021 dedicato alla mobilità italiana e Covid-19. 1

32.  Dramma ai confini Ue. Migranti: le mosse della Bielorussia mostrano la vulnerabilità europea. 1

33.  Migranti al confine, Putin attacca la Polonia: «Traditi gli ideali umanitari dell’Europa». Ma sferza anche Minsk. 1

34.  Cambiare. 1

35.  Aggressione: l’Italia ratifica gli emendamenti allo Statuto della Cpi 1

36.  Rapporto Italiani nel Mondo 2021. L’Italia e gli italiani all’estero alla prova del Covid 19. 1

37.  Farnesina. Presentata la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo: Maeci e Slow Food siglano un’intesa. 1

38.  Panorama economico italiano. 1

39.  Siglato il Protocollo per la realizzazione di corridoi umanitari 1

40.  Nuovi picchi, vecchi timori: se torna a salire lo spread tra Btp e Bund. 1

41.  Anagrafe Nazionale: certificati anagrafici online e gratuiti 1

42.  Quale stato sociale. 1

43.  Al G20 Merkel presenta Scholz ai grandi del mondo. 1

44.  Clima: l’Italia alla prova del G20 e della Cop26. 1

45.  Il Rapporto della Migrantes sugli Italiani nel mondo chiama politica e istituzioni alle loro responsabilità. 1

46.  Tempi da rispettare. 1

47.  Intervista a Jacopo Iacoboni. “Oligarchi”: luce sulle lunghe ombre del Cremlino in Italia. 1

48.  Codice della Strada in Italia: in vigore le nuove norme. 1

49.  Elezioni Comites: si sono iscritti in 177.835. 1

50.  Come sarà il mondo post-pandemico? Lo abbiamo chiesto ai giovani 1

51.  Sindrome da voto. 1

52.  Pubblicato il numero di ottobre-novembre n. 5/2021 del bimestrale Abruzzo nel Mondo. 1

53.  I giovani cervelli in fuga si organizzano: nasce Orizzonte Italia Onlus. 1

54.  La vision del Turismo delle Radici di domani 1

55.  Le proroghe. 1

56.  Riunita a Basilea dal 28 al 30 ottobre la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord del Cgie. 1

57.  La circolare di Laura Garavini 1

58.  Italiani all’estero, Draghi convoca la IV Assemblea Permanente (dal 15 al 17 dicembre) 1

59.  Il direttore generale per gli Italiani all’estero del Ministero degli esteri Luigi Maria Vignali sulle elezioni dei Comites. 1

60.  Il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone sui risultati prodotti dall’opzione per le elezioni dei Comites. 1

61.  Presentata alla Farnesina la VI Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. 1

62.  

 

1.     Klimakonferenz. Draußen vor der Tür 1

2.     Pandemiebekämpfung. Bund-Länder-Beschluss. „Die Lage ist hochdramatisch“. 1

3.     Neue Perspektiven für die deutsch-italienischen Beziehungen. 1

4.     EU-Kommissar Reynders und Seehofer diskutieren in Warschau über Migration und Rechtsstaatlichkeit. 1

5.     Studie. Migrantisch wahrgenommene Menschen im Wahlkampf-TV kaum zu sehen. 1

6.     EU-Verteidigungsminister:innen begrüßen militärischen Plan der EU, aber Vorbehalte bleiben. 1

7.     Schalom Aleikum. Muslime und Juden – mehr Gemeinsamkeiten als Unterschiede. 1

8.     Der neue Klimakrieg. 1

9.     Papst: Flüchtlinge sind Zeichen der Hoffnung. 1

10.  Flüchtlingspolitik. EU-Außenminister ringen um Lösung der Krise an der Grenze zu Belarus. 1

11.  Klimagipfel: Wirklich alles nur Blabla? Unser Interview.. 1

12.  Vierte Welle gemeinsam brechen. Private Klinikträger appellieren an Bevölkerung und Politik. 1

13.  Kampf gegen Rassismus. Angehörige der Hanau-Opfer bekommen Aachener Friedenspreis. 1

14.  Rainer Wieland als Präsident der Europa-Union Deutschland e.V. wiedergewählt. 1

15.  Klimagipfel. Die Ergebnisse von Glasgow.. 1

16.  Westen prangert Vorgehen der belarussischen Regierung im Flüchtlingsstreit an. 1

17.  Europaparlament stimmt für Ausbau von EU-Asylagentur. 1

18.  UNHCR. Zahl der weltweiten Flüchtlinge steigt auf 84 Millionen. 1

19.  Rechtsbruch. Hilfsorganisationen fordern Zugang zu Flüchtlingen an EU-Außengrenze. 1

20.  Mehrzahl der Schleuser in Polen stammt aus Deutschland. 1

21.  Knackpunkt. Klimagipfel ringt um Finanzen. 1

22.  Deutscher Moraltheologe zu COP26: Zeichen der Zeit noch nicht erkannt 1

23.  Steinmeier: Der 9. November ist ein sehr deutscher Tag. 1

24.  Umfrage. Fachkräftemangel in Unternehmen größer als erwartet. 1

25.  Die Ampel und die Religion. 1

26.  USA und weitere Länder steigen aus Finanzierung fossiler Energien im Ausland aus. 1

27.  Caritas International: Immer mehr Klimaflüchtlinge. 1

28.  Hungersnot durch Klimawandel. Mehr als 100 Staaten wollen Entwaldung bis 2030 stoppen. 1

29.  Gaspreise. Umverteilen statt frieren. 1

30.  Klimagipfel. Regierungschefs sehen Welt in bedrohlichem Zustand. 1

31.  „Politischer Druck auf Bamf“. Mehr als ein Drittel der Klagen von Asylbewerbern erfolgreich. 1

32.  Weltbevölkerung wächst weiter, aber Geburtenraten sinken. 1

33.  Studie zu Interaktionsrisiken im Internet: Kinder zwischen Schutz und Teilhabe. 1

34.  Kindergeld für Kinder über 18: Darauf sollten Sie achten. 1

35.  Scholz setzt auf Gas, Grüne schließen sich an. 1

36.  Herausforderung Inkontinenz: Hilfe für pflegende2 Angehörige. 1

 

 

 

L’Intercomites della Germania scrive al Ministro degli Affari Esteri on. Luigi Di Maio

 

Gentile Signor Ministro Di Maio,

converrà con noi che l’espressione del voto rappresenta il momento più alto della partecipazione democratica di ogni cittadino. Nel 1946 l’Italia ha riconosciuto l’universalità del diritto di voto e per la prima volta donne e uomini ebbero indistintamente diritto di voto attivo e passivo, questo resta per l’Italia un momento di grande progresso e di civilizzazione.

Nel 2000 arriva a compimento un ulteriore progresso legislativo: ai nostri connazionali all’estero iscritti all’AIRE è stato riconosciuto il diritto di partecipare attivamente alle scelte di propri parlamentari residenti nella circoscrizione estero.

Il diritto al voto per gli italiani all’estero nel 2015 fu subordinato, in via sperimentale, all’opzione di voto; il governo decise di proteggere il voto nella circoscrizione estero da eventuali brogli e metterlo in sicurezza.                                                                                           Questa sperimentazione è stata fallimentare e fautrice di squilibri normativi, ai quali la rappresentanza di base e quella intermedia (Comites, Intercomites e CGIE) ha chiesto insistentemente di porre rimedio!                                                                                                    Si è trattato di un errore madornale, reiterato anche per le elezioni Comites del 3 dicembre prossimo. I brogli elettorali sono ancora argomenti di cronaca parlamentare di questi giorni. Le ripetute istanze, nonostante incessanti richieste sono rimaste disattese.

L’indisposizione dei governi che si sono succeduti nella XVIII legislatura a risolvere questo vulnus, contenuto in detta norma e a modificarne l’applicazione con la sua seconda applicazione, ha prodotto una deflagrazione di grande intensità, calpestando la dignità dei principi e dei diritti universali degli italiani all’estero. Ne emerge un forte segnale di insensibilità e di ignavia nei riguardi dell’intera comunità degli italiani all’estero.  

Il governo che Lei rappresenta, con l’ausilio dell’amministrazione della Farnesina e di gran parte dei 18 parlamentari eletti nella circoscrizione estero, hanno deciso di far svolgere comunque le elezioni dei Comites, pur conoscendo i limiti legislativi e operativi della rete consolare, alle prese con ritardi amministrativi e senza un solido progetto organizzativo per permettere agli aventi diritto di iscriversi numerosi sulle liste elettorali.                                                                                                                              

Da un punto di vista legislativo, le nostre Comunità non erano pronte al voto, sia per le restrizioni pandemiche, sia perché con questa modalità di voto il tempo necessario per organizzare le elezioni richiede anni di preparazione e non un paio di mesi, con strumenti digitali imperfetti e sistemi arcaici.                                                                                                  Con largo anticipo, alla fine del 2017, il CGIE ha consegnato a uno dei Suoi predecessori, al Governo e al Parlamento, un testo di riforma che è stato scientemente congelato nei cassetti della Farnesina e del Governo.

Ricordo per aggiornarLa che, nella riunione organizzata in videoconferenza dal CGIE il 4 agosto u.s., alla quale ha partecipato il Sottosegretario con delega per gli Italiani all’estero, Benedetto Della Vedova, alla domanda posta dai partecipanti se l’amministrazione fosse pronta per l’organizzazione e per la gestione delle elezioni, il direttore Luigi Vignali affermò che “ … i consolati erano pronti ad uno scorrevole svolgimento delle elezioni, la rete stava lavorando alacremente alla perfetta preparazione e allo svolgimento delle elezioni Com.It.Es.”.

Quella risposta ci aveva lasciati increduli, perché i Com.It.Es. oltre ad avere il polso delle situazioni locali, conoscono bene le condizioni in cui versano gli uffici consolari e a quale carico di lavoro ordinario siano sottoposti.                                                                              Nonostante tutte le avvisaglie e non solo quelle scaturite dal contagio sanitario, il Governo, suo tramite, incurante, ha deciso di far svolgere le elezioni dei Com.It.Es. per il 3 dicembre.  Ricordiamo anche la Sua audizione a camere riunite, nella quale informò di questo appuntamento elettorale.

Su questa decisione tutti gli addetti ai lavori hanno speculato, in attesa di faziosi vantaggi, umiliando i numerosi volontari e quei rappresentanti di base, che in questi anni hanno svolto un ruolo sussidiario e di supplenza dello Stato e della rete diplomatica consolare, proprio in quei territori che rappresentano.                                                                                         

Si è rivelata anche una scelta cinica e bara, perché ha prodotto solo ed esclusivamente macerie nella rappresentanza degli italiani all’estero.                                                                                                                                      L’esercizio dell’opzione è una modalità, a parere di molti, di dubbia costituzionalità, il cui utilizzo, dai primi risultati e in questa seconda tornata elettorale, ha creato una inesorabile distanza tra i nostri connazionali e quella che, invece, è l’espressione più avanzata di partecipazione democratica alle istituzioni nazionali italiane.

I problemi dei Com.It.Es. nascono però da prima di questa che si preannuncia una debâcle elettorale e sono legati all’insufficiente credito e al fragile empowerment che, invece, dovrebbero ricevere dal MAECI e dagli organismi istituzionali, amministrativi e diplomatici, chiamati a interagire e fare quotidianamente squadra. Non si tratta di compiere scelte circostanziate, ma di rispettare i dettami codificati che definiscono ufficialmente i ruoli, e gli ambiti di questi organismi attivi anche con le Istituzioni locali.

L’elevatissimo carico burocratico e la bassissima libertà di programmazione delle attività, con i quali questi Comitati sono costretti a convivere, li svilisce fortemente, condannandoli a condizioni di lavoro in cui anche i piccoli numeri diventano grandi successi.

In futuro, sempre che il Governo vorrà valorizzare la rappresentanza degli italiani all’estero, nelle sue composite articolazioni: Comites, CGIE ed eletti nella circoscrizione Estero, dovrà confrontarsi con il forte smarrimento del senso civico dei singoli cittadini, che ha prodotto rigetto, astensionismo e lontananza dalle rappresentanze consolari.

I dati degli iscritti per le elezioni dei Comites, registrano un ulteriore arretramento rispetto alle elezioni del 2015.                                                                                                                       Nel mondo, gli iscritti sulle liste elettorali del 3 dicembre sono poco più del 3,7% pari a 177.835.                                                                                                                                         In Europa su 2.589.085 aventi diritto, si sono iscritti 61.448 pari al 2,37%.                                     La reale partecipazione al voto la conosceremo solo il 4 dicembre e per definizione potrà essere solo uguale o inferiore.                                                                                                           Il miracolo di qualche decimale in più, potrebbe scaturire dalle diverse richieste di partecipazione da registrare sulle liste aggiuntive, per sanare gli errori di registrazione degli uffici elettorali consolari.

 

Qui di seguito i risultati nella reta diplomatico consolare italiana in Germania:

Sede potenziali elettori opzioni pervenute tramite FastIt BERLINO31.4801.435574COLONIA106.5511.103218DORTMUND50.71652565SAARBRÜCKEN21.0899357FRANCOFORTE115.5611.973178FRIBURGO46.63363687HANNOVER42.230722183NORIMBERGA19.85055436MONACO DIBAVIERA76.983962427STOCCARDA150.6534.360248WOLFSBURG8.39439312 1001 risultano i partecipanti alla sperimentazione del voto elettronico tra Berlino e Monaco, non sappiamo quanti saranno in totale nel mondo, né quanti di questi posseggono lo SPID e potranno realmente partecipare; la sperimentazione costerà 1 milione di euro, sarà in grado di produrre risultati indicativi a fronte di questi numeri e nonostante l’ingente spesa?

Ci chiediamo e Le domandiamo se una così bassa partecipazione al voto è dovuta a mancanza di interesse o piuttosto all’incredulità, da parte di chi è già iscritto all’AIRE, di doversi iscrivere ancora una volta? Non lo sapremo mai perché il programma di iscrizione Fast It, soprattutto nelle ultime settimane è diventato fortemente instabile e impraticabile; non lo sapremo perché le caselle di posta elettronica dei consolati erano piene e non permettevano ulteriori iscrizioni online.

Abbiamo ancora presente le dichiarazioni espresse in VTC il 4 agosto dal direttore generale Luigi Vignali e l’auspicio della DGIT di coinvolgere almeno il 10% del corpo elettorale, un obiettivo ambizioso se considerato all’allora corpo elettorale riferito ai 6,2 milioni di iscritti all’AIRE, per la cui partecipazione era prevista una spesa quantificata in 8 milioni di euro.

Su cosa era stata stimata la partecipazione al voto del 10%, evocata come un mantra in tutte le interviste autopromozionali dal direttore generale Luigi Vignali?                                                        Quali erano i presupposti e le aspettative delle iscrizioni con Fast It, e l’impatto mediatico e informativo dei social network?                                                                                                     La DGIT ha investito risorse pubbliche per alimentare questi sistemi informativi.

Ci sono forti dubbi sull’efficacia e sulla tempistica della strategia promozionale delle elezioni. Gli 8.000.000 di euro stanziati per le elezioni ordinarie più uno per la sperimentazione, rappresentano la prima prova che la risposta del direttore Luigi Vignali al rappresentante del governo il 4 agosto: “Siamo pronti”, era priva di fondamenta e prefigurava un vero e proprio bluff, una mossa degna di un giocatore di poker professionista.                                                      

La carta giocata? Quella della prevedibile scarsa partecipazione al voto!                                   Prevedibile perché, col senno di poi, si deduce che gli odierni risultati erano anche “auspicati” da parte della DGIT. Se a differenza di quanto verificatosi, la partecipazione degli optanti avesse raggiunto la metà degli aventi diritto, i fondi stanziati dalla manovra finanziaria del 2019 sarebbero stati insufficienti e i consolati totalmente grippati.                                            

Certamente il Parlamento, a settembre 2021, non avrebbe messo a disposizione fondi aggiuntivi nella manovra correttiva di bilancio.

A questi problemi programmati e organizzativi, si aggiunge il carico di lavoro dei consolati, impegnati nel disbrigo dei servizi giornalieri e di pratiche arretrate, che in Germania registrano liste d’attesa per il rilascio dei passaporti o delle carte d’identità tra i sei e gli otto mesi! Come si fa ad asserire che i Consolati sono pronti ad assolvere compiti straordinari come le elezioni Comites, mentre non sono in grado di assolvere a quelli ordinari come il rilascio dei documenti personali e dei certificati?                   

Da parte di questo Intercomites, l’affermazione “siamo pronti”, allora come oggi, viene percepita al limite dell’offesa, al contempo traducibile: “a nulla contano le lamentele sui disagi rappresentati da Comites e CGIE”, ma, in verità è la prova provata della mancanza di polso e di conoscenza delle realtà locali, che sono cosa altra e diversa delle statistiche e dei numeri, evocate nelle dichiarazioni del sottosegretario Della Vedova e trascritte nella relazione di governo al Comitato di Presidenza dell’8 novembre.                                                              

Queste affermazioni dimostrano l’estraniazione completa dello spin doctor della Farnesina, dal mondo degli italiani all’estero, e di chi le ha pronunciate pubblicamente.      

Rispetto alle ultime elezioni, questa volta partecipano più liste, ma semplicemente perché sono stati ridotti i numeri delle firme, ed è stata semplificata la norma per la raccolta delle stesse. Ma, i benefici consolidati sono inesistenti. Lo sbandieramento dell’aumento delle liste allarga solamente il numero dei candidati, ma non è altro che un palliativo senza incidenza sui dati finali. Alla fine della giostra rispetto alle elezioni Comites del 2015, quando i potenziali elettori erano 1 milione e mezzo in meno di oggi, mancano all’appello del corpo elettorale ben 80.000 iscrizioni. Questa è la sostanza di questa tetra esperienza, che nella vita reale si chiama “verità” e in quella militare dicasi “sconfitta”. Stiamo assistendo alla Caporetto della partecipazione delle elezioni Comites e al consapevole atteggiamento da parte della Farnesina di negare questa Waterloo, confutando i numeri e distorcendo la realtà con una narrazione da fake news tendente a rendere positive le catastrofiche iscrizioni elettorali.   

Cinica e bara, pensata e ben orchestrata sembra essere, altresì, la speculazione sulla scarsa partecipazione alle elezioni Comites da parte della DGIT, che ha fatto poco per evitare questa disfatta, perciò l’Intercomites Germania chiede che i responsabili di questo inqualificabile risultato assumano le loro responsabilità e sgomberino il campo.

Anche i numeri riguardanti la comunità in Germania mettono a nudo la scarsa partecipazione al voto Comites. Solo il 2% degli aventi diritto al voto ha chiesto di iscriversi nell’elenco degli elettori. La percentuale dei reali votanti è sin da ora destinata a restare sotto la soglia del 2%!  Questo avvilente dato merita un’analisi a parte e chiediamo che lo faccia direttamente l’Autorità diplomatica, che dovrà fornirci informazioni definitive sugli strumenti utilizzati, sugli investimenti fatti, su come si è prodigata per favorire e incentivare la partecipazione dei nostri connazionali.                                                                                                                                                                                              La catastrofe dei dati delle iscrizioni rattrista tutti coloro che negli anni si sono impegnati nella costruzione dell’impalcatura della rappresentanza all’estero.

Signor Ministro Di Maio, mi viene spontanea una domanda: cosa si sarebbe fatto se in Germania invece di 13.600 optanti ce ne fossero stati 336.000 mila?

Quanto è successo fino ad oggi nella preparazione di queste elezioni, e la partita non è ancora conclusa, lascia presagire la disfatta su tutta la linea di una classe politica e la conferma del declino inesorabile di uno dei bastioni della fortezza diplomatica italiana.

Dispiace, perché con la nostra forza di volontà abbiamo fatto avanzare l’immagine del nostro Paese in Germania, abbiamo contribuito alla ricostruzione di questo Paese, facendolo diventare il più avanzato del continente europeo e abbiamo continuato ad avvicinarlo all’Italia.                                                                                                                                      Non è possibile che queste qualità le abbiano riconosciute solo Karl-Walter Steinmeier e la Cancelliera Angela Merkel, che almeno una volta all’anno ci ha incontrato espressamente, per conoscere i nostri desideri e aprirci le porte dell’integrazione.                                       

Questa attenzione non ci è sempre stata riconosciuta nelle visite di stato dei nostri rappresentanti istituzionali, perché chi prepara i protocolli percepisce una Weltanschaung diversa da quella vissuta in Germania. Non ci meravigliamo ma non possiamo tacerlo.

La realpolitik tedesca ci porta ad essere pragmatici e a non prenderci sul serio più di quanto siano i fatti, però di fronte alle responsabilità pubbliche, in Germania, i singoli amministratori si dimettono per molto meno.

Per queste ragioni non siamo più disponibili ad ingoiare rospi velenosi ed assorbire la filosofia di vita del “Tirammo a campà e chi s’è visto s’è visto”.                                                         Per i gravi errori di valutazione commessi dal Governo e dalla Farnesina, sarebbe opportuno che si iniziassero a chiamare per nome e cognome i responsabili di quanto si sta verificando e coloro che si sono assunti le responsabilità di questo scempio ne traggano le conseguenze (Della Vedova, Vignali, Giovanni De Vita).  

Infine nel ricordare il ruolo pioneristico dei Comites e il senso della rappresentanza che è il tratto qualificante di una democrazia moderna, Ministro Di Maio, ricordiamo che quando si parla di elezioni all’estero spesso si fa richiamo al prestigioso organismo di rappresentanza dei Francesi all’Estero, che in media viene eletto da circa il 2% di elettori, e non per questo viene meno accreditato dei nostri organismi di base.                                                                       

In confronto però, non ci consoliamo delle debolezze degli altri, perché quello è espressione di una storia diversa, mentre gli italiani nel mondo sono 6.5 milioni, con 80 milioni di discendenti e le nostre comunità sono state pioniere del voto all’estero, perciò le nostre responsabilità e quelle del governo italiano sono maggiori.

Con l’occasione Ministro Di Maio, Le chiediamo di seguire con maggiore attenzione le politiche per gli italiani all’estero e di promuovere quelle riforme che tanto abbiamo voluto realizzare negli anni.

Cordiali saluti

Tommaso Conte

N.B. Questo scritto è stato condiviso all’unanimità, dai membri dell’Intercomites                   Germania, 11 Presidenti Comites e 7 Rappresentanti del CGIE. (de.it.press)

 

 

 

 

Attualità tedesca. Torna il coronavirus

 

Germania sotto shock per la quarta ondata

La quarta ondata di COVID sta colpendo la Germania con una violenza inaudita rispetto alle precedenti. Il numero di contagi registrati nelle ultime 24 ore ha superato quota 65.000 casi, con un numero di decessi quotidiani che sfiora le 300 vittime. Un record scioccante per la Germania. Nelle terapie intensive degli ospedali i posti letto stanno iniziando sempre più a scarseggiare. Secondo i dati forniti dagli ospedali, oltre il 90% delle persone ricoverate nelle unità di terapia intensiva sono soggetti non vaccinati. Altrettanto forte è la pressione esercitata sulla politica: la stessa Cancelliera Merkel ha parlato di una “situazione drammatica”. Tutti i partiti sono unanimi nell’affermare che con oltre 56 milioni di cittadini sottopostisi a vaccinazione completa, un nuovo lockdown generalizzato per tutta la Germania sembra essere fuor di discussione. Oggi a Berlino è previsto il vertice tra il governo federale e i capi dei Bundesländer, chiamati a deliberare in merito a misure più rigorose. Oggetto del dibattito è un'estensione dell'”obbligo 3G” (geimpft, genesen, getestet, italiano: vaccinati, guariti o con tampone) a livello nazionale per i luoghi di lavoro e l’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali. Inoltre, l’accesso a negozi, bar e trasporti pubblici potrebbe essere soggetto a ulteriori restrizioni. Una regolamentazione uniforme a livello nazionale è considerata però di difficile attuazione, data la differenziazione di competenze tra il governo federale e gli Stati. Nel frattempo, cresce il timore di assembramenti in vista del Natale, e sempre più mercatini di Natale vengono cancellati, come ad esempio quello di Monaco di Baviera. 

 

Steinmeier lancia un appello ai no vax

Visti gli esiti drammatici della quarta ondata in Germania, il Presidente dello Stato Frank-Walter Steinmeier ha esortato con insistenza tutti i cittadini tedeschi indecisi a farsi vaccinare contro il Covid. “Vorrei rivolgermi a coloro i quali ancora oggi temporeggiano a farsi vaccinare, e domandare loro: cosa deve succedere ancora per convincervi?”, questo il tono critico del Presidente, che ha aggiunto: “Ve lo chiedo ancora una volta: vaccinatevi! Non state mettendo a rischio soltanto la vostra salute, ma esponete al pericolo anche tutti noi”. Steinmeier ha inoltre osservato come la pandemia abbia sottoposto lo Stato sociale e di diritto democratico a una dura e nuova prova di resistenza, rivelando debolezze mai sopite che esistevano già prima dello scoppio della pandemia. Il Presidente ha criticato in particolar modo il deficit nella digitalizzazione: “L'arretratezza digitale nelle autorità pubbliche, nelle scuole, nel sistema sanitario è vergognosa e gli sforzi intrapresi per rimediare a queste carenze procedono troppo a rilento”.

  

Baviera: Söder punta sulla “via italiana” 

Lo Stato della Baviera, particolarmente colpito dalla quarta ondata di Covid, ha inasprito duramente le misure anti-Covid. Da martedì il governatore Markus Söder (CSU) ha annunciato che la regola 2G (geimpft e genesen, ital: vaccinati e guariti) varrà “quasi per tutto”: il regolamento non si applicherà soltanto a eventi e manifestazioni, ma riguarderà anche ristoranti e hotel. Inoltre, nelle aree soggette al 2G resta l'obbligo di indossare la mascherina. Söder esorta intanto il prossimo governo federale composto da SPD, Verdi e FDP a perfezionare ulteriormente le misure pianificate. Ciò che serve è una regolamentazione unitaria che valga per l’intero territorio tedesco. Tra le altre cose, il leader bavarese si è espresso a favore di una limitazione dei contatti per le persone non vaccinate, una vaccinazione obbligatoria per determinati gruppi professionali e regole 2G valide per l'intera Germania, manifestando inoltre un sentito disappunto perchi si oppone al vaccino: “Non vi è di certo un obbligo legale che imponga la somministrazione del vaccino, ma morale senz'altro”.

 

CDU: tre candidati per la presidenza

La CDU ha stabilito i nomi dei futuri candidati alla guida del partito. Oltre ai candidati certi, ossia il Ministro della Cancelleria Helge Braun e il Presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag, Norbert Röttgen, ora anche l'ex presidente del gruppo parlamentare Friedrich Merz, molto popolare tra la base, ha annunciato la sua candidatura a leader della CDU. Il politico di lungo corso, che ha lavorato come manager nel settore finanziario, si candida per la terza volta consecutiva come leader del partito. Le due volte precedenti non hanno sortito buon esito, ma ora la situazione è un’altra: “Questa volta è quasi tutto diverso”, ha spiegato Merz. Stavolta l’elezione del leader coinvolgerà i membri del partito e i Cristiano democristiani devono prepararsi a quattro duri anni tra le file dell'opposizione. Merz ha inoltre sottolineato che con lui alla guida il partito non finirà per spostarsi a destra. In questo momento la CDU si appresta ad affrontare nuovi compiti e sfide e necessita di una profonda riorganizzazione anche in termini di contenuti. Tra i temi toccati, Merz ha menzionato il cambiamento climatico, la digitalizzazione e il futuro dell'economia tedesca, senza dimenticare di prestare un’attenzione particolare al recupero dell'elettorato giovanile nella CDU.

   

Negoziati della coalizione verso il round finale

L'ondata di pandemia mette in ombra anche i negoziati della coalizione. A Berlino i negoziatori dei partiti della coalizione semaforo di SPD, Verdi e Liberali non sono ancora riusciti a concordare regole nazionali più severe per il contenimento della quarta ondata di Covid. Anche la proposta di vaccinazione obbligatoria per le professioni mediche e il personale sanitario è fallita a causa della resistenza dei Liberali (FDP). Ma le controversie investono anche il tema della lotta al cambiamento climatico. Di conseguenza, le critiche della politica e dei media non accennano a diminuire. La leader del gruppo parlamentare dei Verdi al Bundestag, Katrin Göring-Eckardt, aveva annunciato un accordo tra i partner sulla vaccinazione obbligatoria a livello nazionale per il personale medico e infermieristico, ritirato però in seguito all'opposizione dei Liberali. Adesso spetterà ai leader dei partiti coinvolti discutere i temi e dirimere le conflittualità, tra cui rientrano ovviamente anche le misure di contrasto al cambiamento climatico. Oltre ai temi già esposti, l’incertezza riguarda anche la ripartizioni degli incarichi ministeriali: sia l'FDP sia i Verdi rivendicano per sé il Ministero delle Finanze. Il patto di coalizione dovrebbe vedere la luce la settimana prossima. Il tempo stringe: nella settimana a partire dal 6 dicembre si dovrà insediare il governo che vedrà l'elezione dell'ex Ministro delle Finanze, Olaf Scholz, a nuovo Cancelliere.

 

Scholz chiede provvedimenti duri contro Lukashenko

 Olaf Scholz ha difeso la Polonia dalle critiche in merito al rafforzamento del suo confine con la Bielorussia, affermando che il “partner UE sta affrontando una sfida drammatica e ha bisogno di solidarietà”. In risposta a una domanda che gli chiedeva se fosse favorevole alla costruzione di un muro anti migranti al confine esterno dell'UE, il Cancelliere in pectore ha aggiunto: “Ritengo che non spetti a noi dire se il governo polacco debba o meno prendere una decisione del genere”. Scholz ha inoltre chiesto sanzioni dure e risolute contro il Presidente bielorusso Alexander Lukashenko, descrivendolo come un “cattivo dittatore” ormai privo di legittimità, e ha affermato di sostenere le sanzioni dell'UE contro le compagnie aeree così come gli aiuti umanitari per i profughi bloccati al confine tra Polonia e Bielorussia, ponendo l’accento sull’importanza di sostenere il rimpatrio dei profughi nei loro Paesi d'origine. L’obiettivo è quindi quello di “non prestarsi al gioco di Lukashenko e dei trafficanti di migranti, che attirano le persone in Bielorussia offrendo loro false promesse”. VV 18

 

 

 

 

Verso la coalizione semaforo. Le conseguenze del dopo Merkel nell’Ue viste da Roma

 

Le elezioni tedesche si preannunciavano come un potenziale fattore destabilizzante per l’intera Unione europea, sia a causa della certezza della fine dell’era Merkel, dopo 16 anni senza interruzioni alla guida del Paese, sia per l’incertezza sul risultato delle elezioni. Tuttavia, il sistema politico tedesco si è dimostrato resiliente. I negoziati in corso per la formazione del nuovo governo lasciano intuire che Berlino sarà ancora alla guida dell’integrazione europea.

È una buona notizia per l’Italia, a condizione che la Germania si impegni con altri Stati membri, oltre alla Francia, e alzi il livello della discussione sulle questioni di politica estera.

Per analizzare l’impatto del voto sul ruolo di Berlino nell’Unione europea, è necessario distinguere due aspetti: la fine del mandato di Angela Merkel e le prospettive del prossimo governo tedesco. Per quanto riguarda il primo, la cancelliera Merkel è stata in molti modi una forza unificatrice per l’Europa. Più volte ha aiutato a costruire il consenso nel Consiglio europeo tra i leader dei Paesi europei nordici e mediterranei, tra i membri fondatori e i Paesi che hanno raggiunto l’Unione nel 2004. L’esempio più recente è il negoziato per l’adozione del Next Generation EU. Merkel ha promosso anche l’accordo tra gli Stati membri dell’Ue su obiettivi comuni, come il lancio della Cooperazione strutturata permanente (Pesco) nel campo della difesa. Sembra improbabile che il nuovo cancelliere possa giocare lo stesso ruolo, con lo stesso livello di incisività, e alcuni stanno iniziando a guardare altrove – in particolare a Mario Draghi – per cercare un possibile erede.

Il primo ostacolo che deve essere superato è la formazione di una coalizione e l’accordo sul programma comune per i prossimi quattro anni. Gli osservatori, in Italia e altrove, erano inizialmente preoccupati dalla lentezza dei negoziati, che avrebbero paralizzato l’Ue in una fase cruciale, mettendo a rischio priorità quali la risposta alle conseguenze della crisi afghana e la ripresa dalla pandemia da Covid-19, e in vista di un possibile stallo alle elezioni francesi la prossima primavera.

Tuttavia, per ora sembra che nessuno dei partiti coinvolti nelle discussioni di coalizione – i socialdemocratici della Spd, i Verdi e i liberali della Fdp – abbia l’interesse a prolungare questo processo oltre Natale, anche se ciò implica un compromesso difficile su questioni che vanno dal salario minimo alla velocità della transizione energetica, fino alle relazioni con la Cina. Dal canto loro, l’Ue e i Paesi membri devono tenersi pronti ad affrontare le implicazioni politiche e istituzionali di una cosiddetta ”coalizione semaforo”, guidata dal leader della Spd Olaf Scholz.

Le conseguenze del dopo Merkel in Europa

A livello istituzionale, il Partito popolare europeo (Ppe), la più potente famiglia politica europea, perde un posto importante nel Consiglio europeo. Al Consiglio continueranno a sedere otto leader nazionali affiliati ai conservatori, contro i sette affiliati al Partito dei Socialisti Europei (Pse) e sei appartenenti all’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (Alde). Il Ppe approfitterà anche del fatto che il prossimo presidente del Parlamento europeo arriverà dalle sue fila, in conformità con l’alternanza dei mandati tra i due più importanti partiti politici. Il Partito dei socialisti europei sarebbe dunque escluso da tutte le posizioni di vertice dell’Ue, anche se è la seconda forza politica in Europa, con la parziale compensazione del posto di Alto rappresentante, occupato da Josep Borrell.

La fine dell’epoca Merkel avrà conseguenze anche su Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione sta per perdere uno stretto alleato nel mezzo del suo mandato, dato il suo forte legame personale e politico con l’ex cancelliera Merkel. Ciò potrebbe portare a un consolidamento del legame tra la Commissione e la Francia per l’attuazione dell’Agenda strategica dell’Ue, ampliando così il margine di manovra di Parigi e rendendo più difficile per gli Stati membri come l’Italia esercitare un ruolo più significativo nella definizione delle priorità dell’Ue.

L’accordo di coalizione e l’assegnazione dei posti di governo avranno un impatto anche sulle politiche europee e italiane. Se il leader dell’Fdp Christian Lindner diventerà il prossimo ministro delle Finanze, la posizione della Germania sulla riforma delle regole fiscali dell’Ue probabilmente si indurirà e oscillerà a favore di un severo aggiustamento dei conti pubblici, dopo l’aumento senza precedenti dei debiti pubblici nazionali per far fronte alla pandemia da Covid-19. Questo va contro gli interessi dell’Italia, ma anche di altri Paesi come Francia e Spagna. Allo stesso tempo, Spd e Verdi potrebbero spingere per allentare le soglie di deficit e debito per investire in priorità sociali e verdi, più in linea con la posizione dell’Italia. La cancelleria di Scholz è rassicurante per gli stakeholder italiani, soprattutto per il suo ruolo centrale nelle trattative che hanno portato all’adozione di Next Generation EU, di cui l’Italia è il primo beneficiario. Dal suo punto di vista, Scholz vede in Mario Draghi un garante per un governo collaborativo europeista a Roma e un leader forte per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e le relative riforme.

Fdp e Verdi hanno anche insistito sulla necessità di condurre una politica estera più basata sui valori. Molti si aspettano che il nuovo governo adotti una posizione più assertiva nei confronti di Cina e Russia sulla promozione del rispetto dei diritti umani.

La posizione di Roma

L’Italia, dal canto suo, è saldamente ancorata al legame transatlantico; una posizione meno accomodante verso Cina e Russia da parte della Germania sarebbe utile in quanto aiuterebbe l’Europa a rafforzare l’alleanza transatlantica, che è stata influenzata negativamente sia dall’iniziativa di negoziare un accordo sugli investimenti Ue-Cina sotto la presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue sia dal progetto di gasdotto Nord Stream 2. Allo stesso tempo, l’Italia non sarebbe favorevole a uno scontro frontale con Pechino e Mosca, né a una posizione intransigente sugli accordi internazionali di libero scambio, come sembra suggerire, ad esempio, la lotta dei Verdi contro l’accordo Ue-Mercosur.

Tutti i partiti della “coalizione semaforo” si sono detti a favore di un’Unione della difesa e di un esercito europeo, ma la loro posizione sul livello dell’impegno della Germania nelle spese per la difesa e nella partecipazione alle operazioni militari europee non è chiara. L’Italia trarrebbe vantaggio da un approccio più proattivo della Germania in materia di difesa. Servirebbe da contrappeso per la leadership francese e anche da innesco per stabilire un nucleo centrale di Stati membri disposti e in grado di compiere ulteriori passi nello sviluppo delle capacità di difesa europee.

Tutte le forze politiche tedesche hanno confermato la loro ferma posizione pro-europea e il loro impegno a rafforzare le istituzioni dell’UE, con l’unica eccezione dell’Afd, partito di estrema destra. Vista da Roma, quindi, la situazione attuale non comporta grandi rischi per l’Ue e si pensa che Berlino rimarrà un elemento chiave del motore franco-tedesco a favore dell’integrazione europea. Abbiamo sperimentato gli aspetti negativi della Germania come attore dominante durante la crisi economica e finanziaria del 2008-2011 e la successiva crisi dell’euro; e quelli di Berlino come egemone reticente in materia di politica estera.

Lo scenario migliore per i prossimi quattro anni sarebbe una Germania rinnovata che agisca da volano per l’Ue, sia internamente, promuovendo il processo di integrazione in modo inclusivo, sia esternamente, rendendo l’Europa un attore più efficace sulla scena globale. Nicoletta Pirozzi, AffInt 15

 

 

 

 

Covid oggi in Germania, "emergenza grave: rischio Natale terribile"

 

Record di contagi, sono 65.371. La Sassonia pensa al lockdown generale

La Germania si sta avviando ''verso una grave emergenza" per il covid e verso "un Natale davvero terribile". Mentre nel paese è allarme per l'affollamento delle terapie intensive, il Land della Sassonia starebbe valutando un lockdown generale.

Ill direttore del Robert Koch Institute (Rki), Lothar Wieler, oggi ha confermato 65.371 nuovi casi di coronavirus nelle ultime 24 ore, il dato più alto dall'inizio della pandemia. Aumentato anche il tasso di incidenza a 7 giorni del paese, pari a 336,9, spiega l'Rki. Sono inoltre 264 le persone che nell'ultima giornata hanno perso la vita per complicanze riconducibili al coronavirus.

''In questo momento ci stiamo dirigendo verso una grave emergenza", ha sostenuto Wieler. "Avremo un Natale davvero terribile se non prendiamo contromisure ora". Per rispondere all'emergenza, ha aggiunto, la Germania deve aumentare i suoi tassi di vaccinazione in modo significativo al di sopra del 75%, dal 67,7% attuale. Alcune regioni della Germania hanno tassi di vaccinazione pari al 57,6%. Gli ospedali tedeschi, ha aggiunto, stanno lottando per trovare posti letto per i pazienti Covid-19.

In un centinaio dei 400 distretti amministrativi rimane libero un solo posto letto, denuncia oggi l'Associazione interdisciplinare tedesca di medicina intensiva e di emergenza (Divi). In altri 50 distretti, molti dei quali nei Land meridionali della Baviera e il Baden Wuerttemberg, non c'è neanche un posto libero.

Al momento, in Germania vi sono 3.400 adulti ricoverati per covid nelle terapie intensive. Si tratta di numeri inferiori al picco della seconda ondata (5.700) o la terza (5.100). Ma nel frattempo i posti letto sono diminuiti per carenza di personale.

A livello nazionale, rimane libero l'11% dei posti letto, ma vi sono grandi differenze regionali. A Brema i posti liberi sono il 2%, a Berlino il 7%, mentre in Assia e Baviera sono al 9%. Secondo Divi, il 15 % di posti liberi non è insolito, ma è problematico scendere sotto questa percentuale, soprattutto se si va sotto il 10%. E' lo è tanto più se ciò accade "in varie regioni e ospedali per un periodo prolungato", rendendo più complicato anche il trasferimento dei malati in altre strutture.

E' la Baviera a essere particolarmente colpita dalla quarta ondata di contagi di coronavirus. Secondo i dati diffusi dal Robert Koch Institute (Rki) l'incidenza a 7 giorni è a 609,5 contro il 568,4 di ieri. Il numero di nuove contagi in Baviera è pari a 19.141.

La Sassonia, dinanzi all'impennata di contagi, starebbe ipotizzando un lockdown generale per tutti, vaccinati e non, come riferisce la Bild: ristoranti, hotel e negozi potrebbero chiudere fino al 15 dicembre. Sarebbe il primo Land tedesco a ipotizzare una misura così estrema.

La Commissione tedesca sui vaccini (Stiko), in questo contesto, ha consigliato di somministrare a tutti i maggiorenni la terza dose del vaccino anti-Covid. Gli esperti - in una bozza di risoluzione - hanno consigliato di eseguire la terza dose con un vaccino a mRna a distanza di sei mesi dalla seconda, che possono scendere a cinque mesi in casi "particolari". Non si tratta ancora della raccomandazione finale.

Il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, intanto ha approvato una serie di nuove misure per contenere la quarta ondata di contagi in Germania, che prevedono tra l'altro l'accesso ai luoghi di lavoro ed ai trasporti pubblici sulla base delle '3G' (vaccinati, guariti e testati). Le misure presentate da Spd, Verdi e Liberali - i tre partiti che formeranno il prossimo governo - sono state approvate con 398 voti a favore, 254 contrari e 36 astenuti. Il testo dovrà passare domani all'esame del Bundesrat, la camera alta del Parlamento. Adnkronos 18

 

 

 

 

Il summit di Roma. Un bilancio della presidenza italiana del G20

 

È stato davvero un successo il Vertice di Roma del G20, come asserito dal presidente del Consiglio Mario Draghi? O ha ragione il Segretario generale dell’Onu António Guterres a dichiararsi “insoddisfatto” per l’esito della riunione? Dipende naturalmente da dove si pone l’asticella, da quale termine di paragone si adotta, e da quale peso specifico si assegna ai singoli dossier di cui il G20 si è occupato in questo anno di presidenza italiana, poiché non tutti hanno la stessa rilevanza ed urgenza. Né è possibile ignorare l’evoluzione del contesto internazionale in cui la presidenza italiana si è trovata ad operare.

Il punto di partenza, vale la pena ricordarlo, non era dei più favorevoli. L’unilateralismo di Donald Trump aveva inferto colpi micidiali al G20, così come ad altri consessi della cooperazione internazionale. Trovare un terreno d’accordo su questioni come il commercio e il cambiamento climatico era diventato un’impresa improba, e l’annuncio del ritiro degli Usa dall’Organizzazione mondiale della Sanità aveva pesato come un macigno sulle prospettive di collaborazione nella lotta alla pandemia. Per dirla con Draghi, la capacità dei leader del G20 di “lavorare insieme” era “diminuita”.

Nell’ultimo anno, però, secondo lo stesso Draghi, “qualcosa è cambiato”. Merito di Joe Biden, si dirà, che è tornato a impegnare gli Usa su molteplici dossier internazionali, riabbracciando la prospettiva multilateralista. Ma è un indubbio merito del governo italiano aver saputo far leva sul nuovo corso politico americano per tentare di ridare smalto al G20. Secondo Draghi, il Gruppo avrebbe ritrovato “lo spirito” che lo animava in precedenza. Sicuramente alcuni fili della cooperazione internazionale sono stati riannodati.

Russia e Cina alla finestra

Tuttavia, la presidenza italiana ha dovuto fare i conti con alcuni sviluppi dello scenario politico ed economico internazionale che hanno complicato non poco l’azione diplomatica in ambito G20.  Primo fra tutti, l’inasprimento della rivalità geostrategica tra Usa e Cina e delle tensioni tra i Paesi democratici occidentali e quelli autoritari. Come si è visto anche al Vertice di Roma, è diventato sempre più difficile perseguire accordi globali in questo clima di crescente sfiducia reciproca. Comunque la si voglia interpretare, l’assenza fisica dalla riunione del presidente cinese Xi Jinping e di quello russo Vladimir Putin riflette anche una presa di distanza dal contesto del G20.

Il Vertice è stato, fra l’altro, un’occasione per rinsaldare i legami transatlantici e Biden si è impegnato a fondo in questa direzione, con ampi riconoscimenti, in particolare, agli alleati europei (cui ha fatto riscontro, in parallelo, la decisione della Casa Bianca di sospendere i dazi sulle importazioni di acciaio ed alluminio dall’Ue). Questo clima di maggiore intesa tra i Paesi occidentali non è però visto di buon occhio dal leader russo e da quello cinese, che vi scorgono l’intento di fare fronte comune contro di loro, e temono, fra l’altro, che i contesti di cooperazione come il G20 diventino sempre più a trazione occidentale.

Anche per questo Russia e Cina sono tornate a porre l’accento, proprio nei giorni del Vertice, sul ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove possono esercitare appieno la loro influenza. Va dato atto a Draghi, che, pur essendo in sintonia con una linea di franco confronto con i regimi autoritari, ha fatto del suo meglio, da presidente del G20, per attenuare le tensioni, nella convinzione, più volte ribadita, che “la diplomazia dello scontro non aiuta”.

I colli di bottiglia delle forniture

La presidenza italiana si è dovuta misurare con altre sfide in campo economico. Nel corso dell’anno sono emerse sempre più chiaramente alcune fragilità dell’economica internazionale, provocate perlopiù dalla pandemia, che gettano un’ombra sulla prospettiva di una ripresa equa e sostenibile.

Il fenomeno più vistoso è la perturbazione delle catene globali delle forniture che ha avuto effetti ad ampio raggio, complicando, fra l’altro, il raggiungimento di accordi internazionali in campo commerciale e tecnologico. Sono inoltre venute alla luce alcune difficoltà strutturali della transizione verso uno sviluppo ecologicamente sostenibile che erano state in precedenza sottovalutate e che la crisi energetica ha ulteriormente acuito.

Questi nuovi fattori di incertezza hanno condizionato i negoziati in seno al G20. La presidenza italiana non ha potuto non tenerne conto e ha compiuto un notevole sforzo per rivedere ed aggiornare l’agenda del Gruppo a queste nuove problematiche.

Riforma della governance globale

Draghi ha premuto molto sul tasto del multilateralismo, che ha definito la “risposta migliore ai problemi che abbiamo di fronte”. Ma quali concreti passi avanti sono stati compiuti per rafforzare la governance multilaterale? L’esempio di accordo multilaterale cui Draghi ha fatto più spesso riferimento è l’imposta minima globale sulle multinazionali, presentata un po’ enfaticamente come “riforma del sistema di tassazione internazionale: una decisione indubbiamente di alto valore simbolico, perché riguarda l’imposizione fiscale, uno dei settori pilastro della sovranità nazionale, ma anche perché è un tentativo concreto di governo di uno degli effetti perversi della globalizzazione.

Fiore all’occhiello della presidenza italiana, la tassa sulle multinazionali è stata frutto di un esemplare gioco di squadra, basato su un negoziato in corso da tempo in sede Ocse e su un preliminare accordo transatlantico, sancito dal G7, che è poi stato recepito dal G20.

Nessun progresso è stato fatto invece in materia di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Draghi ha però parlato di “linea di direzione positiva” perché sono state almeno superate, a suo avviso, le tensioni dell’era Trump. I leader del G20 poi hanno ribadito la generica intenzione di rivedere il sistema delle quote e la governance del Fondo monetario internazionale (Fmi), ma l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’utilizzo di una parte della nuova allocazione dei diritti speciali di prelievo (Special Drawing Rights, Sdr) del Fmi – 650 miliardi di dollari – , entrata in vigore lo scorso agosto, per accrescere il sostegno ai Paesi a più basso reddito, un aspetto su cui Draghi ha posto un forte accento, ma che dipende da una decisione volontaria degli Stati. Dai lavori del G20 è, in generale, emersa l’esigenza di costruire un nuovo sistema di finanza per lo sviluppo, su cui, ci si attende, lavoreranno le prossime presidenze del Gruppo.

Altra questione di grande rilievo sono gli ulteriori sviluppi dell’iniziativa di sospensione dei pagamenti (Debt Service Suspension Initiative, Dssi) a favore dei Paesi economicamente più deboli entrata in vigore nel maggio dello scorso anno. La dichiarazione finale del Vertice pone l’accento sul negoziato in corso per la definizione di un quadro comune (Common Framework) che possa garantire una gestione più trasparente e coordinata del debito. In campo energetico, nonostante l’interesse ad assicurare la stabilità dei mercati, non s’intravvede alcuna iniziativa di rilievo per la creazione di meccanismi efficaci di cooperazione multilaterali.

Nonostante la crisi pandemica ancora in atto, manca un disegno organico di riforma della governance della saluta globale, in particolare del Wto. Nella dichiarazione finale del Vertice viene però menzionata l’idea di una facility per assicurare un’assistenza finanziaria adeguata alla prevenzione e gestione delle pandemie. La presidenza italiana si è adoperata per assicurare un più stretto coordinamento tra politiche sanitarie e finanziarie; è stata creata, fra l’altro, una task force congiunta tra ministri delle finanze e della salute. Restano le gravi inadempienze in materia di distribuzione dei vaccini ai Paesi a più basso reddito, anche se Draghi, mostrandosi ottimista, si è detto convinto che gli obiettivi, riaffermati a Roma, possano essere raggiunti entro le scadenze previste.

Clima al centro delle controversie

Le maggiori controversie sono sorte sul contrasto al cambiamento climatico. L’asserzione di Draghi che il Vertice G20 abbia creato un “solido fondamento” per le successive decisioni della Conferenza dell’Onu sul clima (Cop26) di Glasgow, attualmente in corso, è stata contestata da più parti. In effetti, Cina, Russia e India hanno rifiutato di impegnarsi per il raggiungimento della neutralità carbonica a livello globale entro il 2050 e forti rimangono le resistenze anche in molti altri Paesi. Draghi ha però insistito sulla novità rappresentata dal riconoscimento unanime della validità scientifica dell’obiettivo di limitare a un grado e mezzo l’aumento globale della temperatura sopra i livelli preindustriali.

In realtà, prendendo atto delle difficoltà che sta incontrando la transizione verde, Draghi ha sostenuto che è impossibile prefigurarne ora le tappe e che bisogna pertanto procedere un passo alla volta: una visione pragmatica, che è apparsa in stridente contrasto con gli scenari apocalittici evocati dal premier britannico Boris Johnson. Draghi si è d’altronde mostrato fiducioso anche sul ruolo che potranno avere le nuove tecnologie nel contrasto al cambiamento climatico, in sintonia con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. La sua asserzione, poi, che “il denaro non è un problema” ha suscitato un certo clamore. L’intento era chiaramente quello di rimarcare il potenziale apporto dei capitali privati. Va ricordato a questo proposito che sotto presidenza italiana il G20 ha intensificato i lavori per la definizione di standard per misurare, attraverso un sistema di reporting, la performance degli investitori in materia ambientale. Resta da vedere se i Paesi economicamente più avanzati riusciranno finalmente a rispettare l’impegno di erogare cento miliardi l’anno per aiutare quelli più svantaggiati a far fronte al cambiamento climatico.

È ingenuo pensare che il G20, in quanto tale, possa fungere da trampolino di lancio di un nuovo multilateralismo. La presidenza italiana ha però dimostrato che può essere uno strumento utile per intensificare il dialogo sulle questioni cruciali da cui dipende il nostro futuro e per tenere aperta la prospettiva di una riforma della governance globale. I risultati ottenuti durante quest’ultimo anno testimoniano che una leadership accorta può creare, nonostante le persistenti tensioni tra i Paesi membri, un clima di collaborazione nel quale è possibile individuare e promuovere soluzioni di cui tutti possono beneficiare. Ettore Greco AffInt. 3

 

 

 

 

 

Il multilateralismo italiano nel nuovo scenario internazionale

 

Sedere al tavolo dei “Grandi” del mondo è stata una preoccupazione costante della diplomazia italiana sin dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Fu allora che si aprì, a seguito della crisi del sistema di Bretton Woods, l’epoca dei cosiddetti Vertici. Al Gruppo dei Sette (G7), che rispecchiava solo il “sistema occidentale”, si aggiunse, per una breve stagione, il G8, con la partecipazione della Russia, e poi il G20, a vocazione globale, più una serie di altri forum a geografia variabile di minore successo.

Oggi la partecipazione dell’Italia a un contesto come il G7 appare scontata, ma vale ricordare che quello che nel 1975 divenne il G7, era all’inizio solo un gruppo informale di quattro Stati (Usa, Francia, Germania e Regno Unito) in cui vennero accolti, in successione, Giappone, Italia e Canada. La nostra inclusione non fu affatto automatica. Fu invece il frutto di un’accorta azione diplomatica. Non va trascurato ad esempio che un’altra media potenza come la Spagna non è membro del G20, ma resta un ospite permanente.

La presenza in questi contesti di cooperazione, dove si trattano questioni globali, non è ovviamente solo una questione di status e di prestigio internazionale. Tali contesti sono infatti un’articolazione di crescente importanza della cosiddetta “global governance”. Parteciparvi può effettivamente consentire, in misura non irrilevante, di influire sulle strategie con cui si affrontano problemi chiave per il futuro del pianeta.

Nel caso del G7 e del G20, un cruciale banco di prova è il modo in cui i Paesi membri gestiscono, quando è il loro turno, la presidenza annuale a rotazione: dice molto non solo sulle loro capacità organizzative, ma anche di mediazione e di promozione di nuove prassi e iniziative di cooperazione. Un test impegnativo, che il governo italiano ha affrontato quest’anno con la presidenza del G20, ottenendo risultati significativi, che gli sono stati ampiamente riconosciuti.

Il terzo cerchio

L’impegno nei forum globali, rientra in quello che si usa chiamare il “terzo cerchio” della politica estera italiana, il più esterno, in cui si realizzano forme di cooperazione di vitale importanza per la stabilità dei rapporti internazionali, ma assai meno strette di quelle che caratterizzano gli altri due cerchi, l’europeo e il transatlantico. Ma il termine è fuorviante perché l’ambito globale include un’estrema varietà di organismi, accordi, e regimi di cooperazione, tutt’altro che riconducibili a un sistema realmente coerente e unico di governance. Rimangono naturalmente fondamentali, anche dal punto di vista degli interessi strettamente nazionali, le Nazioni Unite, nel cui ambito la diplomazia italiana è sempre stata particolarmente attiva. Si pensi solo alle numerose iniziative intraprese dall’Italia sulla riforma dell’Onu e alle periodiche battaglie diplomatiche per l’elezione a membro non permanente del Consiglio di Sicurezza.

Gli equilibri nel mondo sono però cambiati. L’Italia, come gli altri Paesi occidentali, si trova a fare i conti con l’ascesa di nuove potenze, a cui fa riscontro un suo relativo declino sotto molteplici aspetti, in primis, ma non solo, economici e demografici. Per preservare il suo status nell’arena globale, l’Italia deve quindi far fronte a un sovrappiù di impegno, anche per la scarsità di risorse disponibili. In sede Onu i governi italiani puntano soprattutto sul contributo del paese alle varie attività dell’organizzazione. Con luci – l’attivismo diplomatico, l’ampia partecipazione alle missioni di pace – e alcune ombre – l’entità dei fondi per gli aiuti allo sviluppo, il ritardo nel recepire talune norme di diritto internazionale.

La direttrice europea

Questi impegni nazionali restano imprescindibili, ma c’è un’altra direttrice non meno importante: quella europea. L’Italia, come gli altri Paesi europei, difficilmente potrà preservare il proprio ruolo internazionale se non sarà potenziato il “moltiplicatore” dell’Ue, la sua capacità di “massimizzare l’influenza collettiva”, per dirla con la Commissione europea. Non si può realisticamente sperare di mantenere lo status del nostro Paese senza un rafforzamento della presenza e della proiezione internazionale dell’Unione.

Servono meccanismi molto più stretti ed efficienti di coordinamento fra i Paesi membri dell’Ue su molti temi di politica estera, un ben più ampio e incisivo sistema di rappresentanza collettiva negli organismi internazionali, nei forum – come lo stesso G20 – nei consessi negoziali, e una maggiore coerenza tra le politiche di integrazione interna e le azioni esterne. Quest’ultima è una condizione necessaria, in particolare, affinché l’Ue – e per suo tramite gli Stati membri – possano avere un ruolo di peso nei difficili tentativi di introdurre regole e standard globali nei settori di punta dell’innovazione tecnologica e nelle aree di crescente importanza economica come la nuova finanza, il digitale, l’intelligenza artificiale e le attività spaziali. L’ambizione dell’Ue di diventare il fulcro di un nuovo multilateralismo “inclusivo” è destinata a rimanere sulla carta se non verranno approntati nuovi strumenti che assicurino maggiore coordinamento e coesione.

Per molti aspetti, la difesa dello status internazionale dell’Italia fa dunque tutt’uno con l’impegno per un rafforzamento del sistema Ue delle relazioni esterne. Sono due direttrici di azione potenzialmente convergenti: un’Unione europea più forte e influente nel mondo può darci più opportunità di fare sentire la nostra voce anche nei contesti globali. Ettore Greco, Iai/Ispi 16

 

 

 

 

Covid in Germania, Merkel: «Vaccinatevi per salvare l’inverno, settimane difficili davanti a noi»

 

In Germania il numero di nuovi casi di Covid continua ad aumentare: gli ultimi dati parlano di 45.081 nuovi contagi nelle ultime 24 ore (tre giorni fa erano 39.676, dieci giorni fa 20.676), e di un incidenza nazionale di 277,4 casi ogni 100mila abitanti (ma tre comuni in Baviera e uno in Sassonia superano quota 1.000). I morti, nell’ultimo giorno, sono stati 228, portando il totale dall’inizio della pandemia a 97.617.

 

Come spiegato qui, la Germania si prepara a reintrodurre forti limitazioni alla vita pubblica e rilanciare la campagna di vaccinazione. Al netto dell’autonomia, in materia di regole sanitarie, di ogni singolo Land, continua infatti il dibattito sull’opportunità di introdurre nuovi vincoli (il ministro della Salute, Jens Spahn, ha proposto oggi di consentire l’ingresso ad eventi solo a vaccinati e a chi sia guarito dal Covid e abbia un tampone negativo). Secondo Der Spiegel, fino a 12mila militari potrebbero scendere in campo per fornire supporto agli sforzi di cura, test e vaccinazione. Il governo federale - mentre si prepara a incontrare, la prossima settimana, i governatori dei 16 Lander — ha deciso che, a partire da sabato, i test rapidi torneranno a essere gratuiti.

 

Intanto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha invitato tutti i cittadini non immunizzati a vaccinarsi il più presto possibile. «Ci sono settimane molto difficili davanti a noi. Restiamo uniti», ha detto nel suo podcast settimanale. «Se pensiamo a proteggerci e prenderci cura degli altri, possiamo risparmiare molte conseguenze negative al nostro Paese, quest’inverno».

 

Nei giorni scorsi, Christian Drosten, virologo dello Charité di Berlino, aveva spiegato che il rischio è quello di un bilancio drammatico — altri 100 mila morti nell’inverno; e il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, aveva invitato a seguire l’esempio di Italia, Portogallo e Spagna: «Se avessimo un 10-15% di vaccinati in più avremmo un’incidenza del virus inferiore».

 

L’epidemiologo Alexander Kekulé, docente di virologia all’Università di Halle-Wittenberg, al Corriere aveva spiegato che a contribuire all’alto numero di nuovi contagi è anche «la sottovalutazione del ruolo dei vaccinati da parte della politica. Naturalmente la percentuale dei non vaccinati è ancora troppo alta e sappiamo che se questi si infettano diventano subito malati gravi. Ma il virus si sta diffondendo anche tra i vaccinati. Il vaccino ha efficacia su una percentuale di persone oscillante tra il 50% e il 70%, questo significa che su dieci vaccinati, da 3 a 5 potrebbero trasmettere il virus. E quando si consentono manifestazioni senza più misure di controllo, senza test e distanziamento, queste diventano focolai d’infezione». La percentuale di contagi tra i vaccinati, secondo i primi dati, è più alta tra chi ha avuto il vaccino J&J (qui i dati, vaccino per vaccino). CdS 13

 

 

 

 

La pandemia frena la “nuova migrazione” qualificata degli italiani all’estero

 

Alla vigilia della Giornata di Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), che riguarda anche i molti cittadini italiani che ancora oggi vivono e lavorano all’estero, il Centro Studi e Ricerche IDOS diffonde i dati principali sulle “nuove migrazioni” raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e dall’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire).

 

Nel corso degli ultimi 10 anni quasi un milione di italiani si sono “cancellati” dalle anagrafi comunali per espatrio all’estero, con un ritmo crescente nel tempo che ha visto superare le 100mila unità all’anno già a partire dal 2015.

Nel 2020, in particolare, sono stati 112.218 i cancellati per l’estero e, di questi, il 45,5% era rappresentato da donne. Si tratta di un flusso annuale notevole (incidendo per il 2,1‰ sulla popolazione italiana), ma che risulta in diminuzione per la prima volta nel corso del nuovo millennio (-8,0, rispetto ai 122.020 i cancellati per l’estero del 2019). È l’annuncio di un cambiamento di rotta delle nuove migrazioni degli italiani?

Quello che è certo è che la pandemia e le restrizioni alla circolazione internazionale non hanno completamente fermato i flussi, né incrementato in maniera significativa i ritorni (solo 43.229 nel 2020), nonostante molti abbiano perso il posto di lavoro all’estero e un certo numero abbia potuto usufruire di forme di telelavoro a distanza.

L’analisi del movimento anagrafico di medio periodo, su dati Istat, conferma la peculiarità della nostra emigrazione contemporanea, caratterizzata da tanta “fuga di cervelli” e poca “circolazione di cervelli”. Nonostante un sistema che produce davvero pochi laureati (nel 2018 la percentuale di 30-34enni con un livello di istruzione terziaria raggiungeva in Italia il 27,8%, contro il 40,7% della media Ue), la laurea continua a non offrire, come invece avviene nel resto dei Paesi Ocse, possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore: tra il 2008 e il 2020 sono ufficialmente espatriati dall’Italia 355mila giovani tra 25-34 anni e circa 96mila coetanei sono rimpatriati. La differenza tra rimpatri ed espatri è rimasta costantemente negativa negli anni e, cumulata tra il 2008 e il 2020, ha comportato una perdita complessiva di 259mila giovani, di cui 93mila con al più la licenza media (36%), 91mila diplomati (35%) e 76mila laureati (29%).

A livello di Paesi di destinazione, le perdite nette di giovani registrate nel periodo 2008-2020 si sono risolte prevalentemente a favore di Paesi europei, come il Regno Unito (cumulativamente -19mila giovani) e Germania (-11mila).

Secondo le nostre stime, oltre che per i 112mila iscritti all’Aire per espatrio, il numero globale degli italiani all’estero è cresciuto nel 2020 per effetto di oltre 78mila iscritti per nascita all’estero, 8mila acquisizioni della cittadinanza italiana dall’estero e 22mila iscrizioni per altri motivi, pervenendo così ad un numero complessivo di 5.652.080 italiani iscritti all’Aire (di cui il 48,1% è costituito da donne, il 15% da minorenni, il 64,7% da adulti tra i 18 e i 64 anni e il 20,3% da ultra65enni).

Apparentemente il virus sembra essere stato in grado di invertire una linea di tendenza che anni di incentivi e altre iniziative (sia pubbliche che private) non erano riusciti a scalfire. I dati del primo anno di pandemia, infatti, vedono un leggero rallentamento dell’emigrazione dei laureati e ha tendenzialmente favorito il rientro di giovani dall’estero, ma resta difficile intravedere una reale

inversione di tendenza in assenza di politiche mirate a ridurre significativamente le perdite in termini di capitale umano che l’emigrazione sottende.

 

Per ora le condizioni perché si realizzi la cosiddetta “migrazione di ritorno” in Italia risultano obiettivamente insufficienti: il mercato del lavoro resta poco attrattivo e ancor meno competitivo; il Paese è bloccato dal punto di vista delle infrastrutture, dell’innovazione, della qualità dei servizi; una burocrazia barocca, il clientelismo politico e il radicamento della malavita condizionano le prospettive per il futuro. In questo contesto sarà determinante investire in maniera virtuosa e nei tempi definiti i fondi allocati dall’Europa con il piano “Next Generation Eu”, un’occasione unica per rilanciare il nostro Paese. Idos 3

 

                                                                                                                            

 

 

Intervista del “Corriere d’Italia” all’Ambasciatore Armando Varricchio: “Per me la comunità italiana è unica!”

 

Ambasciatore Varricchio, innanzitutto la ringrazio per averci concesso questa intervista il cui scopo è anche quello di presentarla alla comunità italiana. Ci parli un po’ di lei.

Assumo l’incarico in Germania dopo una lunga esperienza diplomatica che si è svolta tra l’Europa e gli Stati Uniti. Mi sono occupato moltissimo di questioni europee, sono stato due volte negli Stati Uniti, da ultimo come Ambasciatore fino a giugno scorso, ed ho avuto a Roma una serie di incarichi di alto livello, sia alla Presidenza del Consiglio, sia alla Presidenza della Repubblica. Quindi ho avuto modo, nella mia carriera, di occuparmi di importanti questioni internazionali, economiche e strategiche. Credo moltissimo nell’Europa, mi sento profondamente europeo e credo che non ci sia alleato o amico più forte e più importante per l’Italia che la Germania. La mia missione qui vuole proprio significare la grande importanza che la Repubblica Italiana vuole attribuire allo sviluppo dei rapporti con la Germania.

Lei ha assunto servizio quale Ambasciatore d’Italia a Berlino da pochi mesi. In Germania è presente da decenni una numerosissima collettività italiana: quali sono, a suo avviso, il contributo e il valore aggiunto che gli italiani residenti in Germania possono dare ai rapporti bilaterali fra i nostri due Paesi?

Intanto mi consenta, attraverso le vostre colonne, di mandare un grande abbraccio a tutti gli italiani di Germania. Non devo certamente ripercorrere la storia di questo rapporto umano fra Italia e Germania. Certamente se vogliamo prendere in considerazione il periodo che va dalla ricostruzione civile, democratica, economica dell’Italia e della Germania nel secondo dopoguerra, il ruolo delle comunità italiane in questo paese è stato straordinario. La Germania di oggi non sarebbe quel grande, ricco e prospero paese senza il contributo degli italiani, e questo ci viene sempre riconosciuto. Siamo tanti, abbiamo ruoli molto significativi, dobbiamo cercare sempre più di lavorare insieme per promuovere questa integrazione che non passa soltanto a livello dei governi, ma cammina ogni giorno sulle gambe di tanti uomini e donne italiani che in questo paese tengono alta la bandiera.

Sono in corso le elezioni dei Comites. Quale messaggio vorrebbe dare alla collettività italiana in Germania in vista di questo importante appuntamento elettorale? A suo avviso, come potrebbero lavorare assieme Ambasciata, rete consolare e Comites, per favorire l’integrazione della collettività italiana in Germania e la promozione della lingua e della cultura del nostro Paese?

La partecipazione e il ruolo degli italiani sono importanti: per questo motivo tutti i connazionali devono fare sentire la propria voce. Gli organismi rappresentativi sono interlocutori essenziali per noi che rappresentiamo qui lo Stato italiano. In vista delle imminenti elezioni per i Comites, pertanto, il mio invito a tutti è: votate, partecipate perché per noi, e per me in particolare, è estremamente importante poter avere una relazione continua con chi parla a nome della comunità.

Spesso occorre attendere mesi per avere un appuntamento per un passaporto o una carta d’identità presso un Consolato italiano in Germania. Questi tempi di attesa creano disagio in seno a una collettività che in questo Paese sfiora ormai il milione di cittadini tra iscritti AIRE e residenti di fatto. Allo stesso tempo è noto l’enorme carico di lavoro dei nostri Consolati. Cosa si potrebbe fare, con il coordinamento dell’Ambasciata e con l’aiuto dei Comites, per velocizzare i servizi consolari?

Questo è un problema di tutti i paesi del mondo con consolati all’estero che hanno grandi comunità. Si trovano a gestire con risorse limitate numeri molto grandi. Nel caso dell’Italia il numero degli italiani all’estero continua a crescere. Noi siamo un paese che oramai ha una presenza all’estero grandissima. A fronte di questo, i nostri uffici hanno delle strutture certamente ridotte, e quindi possiamo utilizzare due grandi risorse che sono la grande buona volontà e l’organizzazione. Sulla buona volontà posso dare garanzie assolute, perché sin dal mio primo giorno ho dato indicazioni precise, sia a chi in ambasciata si occupa del coordinamento consolare, sia ai nostri Consoli, di lavorare con impegno perché è questa la priorità numero uno. La seconda è l’organizzazione, cioè cercare di rendere sempre più efficiente il sistema utilizzando anche gli strumenti che le tecnologie oggi ci offrono. So bene, perché di questo mi sono occupato anche negli Stati Uniti, che quando noi utilizziamo gli strumenti digitali dobbiamo anche pensare di evitare differenze tra le persone. Perché ci sono anche coloro che hanno meno dimestichezza con questi strumenti. Si tratta di un tema che va al cuore della comunità italiana, che per me è una sola. Ci sono sia le persone che sono qui da molto tempo e che magari hanno percorsi di vita, di educazione di un certo tipo, sia il giovane ricercatore manager e scienziato. Per me la comunità italiana è unica, e quindi voglio che tutti si sentano a casa in consolato. L’organizzazione vuol dire cercare di sfruttare gli strumenti digitali, ma anche di avere quella caratteristica di noi italiani -e mi lasci dire che è solo di noi italiani, perché gli altri paesi non fanno questo- che è di avere sempre un volto, una voce che ascolta. Noi dobbiamo essere in grado sempre di poter ascoltare gli italiani, non semplicemente di comunicare attraverso un video o una tastiera.

È ormai scattata l’era “Post Merkel”. Inizierà di conseguenza una nuova era nei rapporti tra Italia e Germania o resterà, sostanzialmente, tutto come prima?

Nella vita non rimane mai tutto così come era prima. Il cambiamento è sempre positivo perché crea nuove opportunità, ci pone nuove questioni. Noi non abbiamo alcun dubbio che l’amicizia tra Italia e Germania rimarrà un rapporto forte. C’è una nuova compagine politica a cui noi facciamo molti auguri, ovviamente da osservatori, perché noi per definizione non entriamo nel merito delle decisioni. Il grande impegno del governo e delle istituzioni italiane è di mettere sempre la bandiera italiana nei rapporti con la Germania. Noi stiamo già parlando con i partiti che comporranno la nuova coalizione per spingere l’idea che la Germania ha bisogno dell’Italia in Europa. Vediamo una fase di grande cambiamento, è un cambiamento epocale, che riguarderà il modo di produrre e il modo di restituire la ricchezza, il modo di vivere. I grandi problemi che noi viviamo si risolvono lavorando insieme. Nessun paese può farlo da solo. La Germania ha interesse a lavorare in maniera stretta con l’Italia. È quello che io sto dicendo agli interlocutori politici che incontro in questi giorni, e quindi mi auguro veramente che il prossimo governo tedesco possa subito iniziare un rapporto di grande collaborazione con il governo italiano.

Progetti futuri?

Vorrei innanzitutto esprimere soddisfazione per l’inizio del mio mandato come Ambasciatore in Germania. In questi primi mesi ho potuto ricevere in visita a Berlino il Presidente del Consiglio Mario Draghi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nonché il Ministro degli Affari Esteri. Pochi giorni fa, inoltre, si è tenuta in Ambasciata – che è la casa di tutti gli italiani in Germania – la cerimonia di consegna del “Premio per la cooperazione comunale fra Italia e Germania”, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella e del Presidente federale Steinmeier. I miei progetti sono quelli di lavorare a Berlino, ma anche, come sto facendo oggi qui a Francoforte, di girare questo grande paese per far sentire la mia vicinanza alle comunità, per conoscere i problemi, le articolazioni e le ricchezze di un paese che è un po’ come il nostro. Ha tante diversità, tante ricchezze che devono essere tutte valorizzate, e l’Ambasciata vuole da questo punto di vista essere aperta, essere un punto di riferimento per tutti, perché Berlino non deve essere una città lontana, ma considerata veramente una casa aperta a tutti. Questo è l’impegno, per questa missione che vivo con grande entusiasmo. Ancora una volta grazie per questa occasione, e auguri al giornale per questo bellissimo anniversario perché settanta è una data importante. Negli Stati Uniti c’è questa espressione: i settanta sono i nuovi 50, cioè che si è sempre giovani, quindi veramente lunga vita al Corriere d’Italia e grande sostegno a tutti coloro che lavorano per una causa molto importante.

Licia Linardi, CdI novembre

 

 

 

 

Amburgo. Inaugurata il 5 novembre all’IIC “Drawing Dante”

 

AMBURGO – In occasione del settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo presenta “Drawing Dante”, una mostra che vede la presenza di 73 illustratori italiani e internazionali con opere artistiche sulla Divina Commedia. La mostra è stata inaugurata venerdì 5 novembre, in presenza del curatore Matteo Stefanelli, direttore artistico del COMICON, il famoso Salone partenopeo dedicato al fumetto, e dei fumettisti Gabriella Giandelli e Spugna, pseudonimo di Tommaso Di Spigna, e potrà essere visitata durante gli orari previsti fino al 5 dicembre. Per le modalità di accesso all’Istituto consultare le regole riportate sulla pagina web www.iicamburgo.esteri.it.

La mostra è stata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con gli istituti di Cultura di Parigi, Marsiglia, Strasburgo e con Comicon di Napoli. L’associazione Comicon è nata negli anni novanta grazie alla passione per il fumetto di un gruppo di ragazzi partenopei, appassionati lettori e conoscitori. Allora seguita e capita da pochi, si è poi trasformata in un grande Salone, che oggi celebra il Fumetto e le numerose espressioni artistiche che lo accompagnano. Nella storia della cultura italiana la Divina Commedia di Dante Alighieri ha rappresentato un modello decisivo non solo per la produzione letteraria, ma anche per quella visiva. La Commedia iniziò ad essere illustrata quasi subito dopo essere stata scritta, nel secondo quarto del XIV secolo. Dal progetto incompiuto di 100 disegni di Sandro Botticelli nel tardo Quattrocento, fino alle edizioni illustrate da Gustave Doré nella seconda metà dell’Ottocento, la Commedia si è affermata come un’opera fondamentale per il nostro patrimonio visivo. In questo lungo percorso iconografico il fumetto ha sviluppato alcune delle più celebri e affascinanti esperienze. Complice la natura suggestiva e visiva del racconto dantesco, generazioni di disegnatori-narratori hanno ritenuto quasi necessario confrontarsi con la potenza immaginifica della Commedia. Un’opportunità e una sfida: questo è stato, ed è ancora oggi, il confronto tra fumettisti e Divina Commedia. Il che spiega come mai l’opera dantesca sia stata oggetto di migliaia di trasposizioni a fumetti, molte delle quali ad opera dei più grandi interpreti della Nona arte. Drawing Dante non è semplicemente una mostra in onore del poeta, ma un vero e proprio progetto di produzione artistica. Manuele Fior, Fabiana Fiengo, Giulio Rincione, Spugna, Gabriella Giandelli, Eliana Albertini, Giacomo Gambineri, Silvia Rocchi, Lorenzo “LRNZ” Ceccotti, Elisa Macellari, Tommy Gun, Vincenzo Filosa: ognuno dei dodici fumettisti esposti in Drawing Dante, che rappresentano uno spaccato dell’eccezionale qualità e diversità multigenerazionale del fumetto italiano di oggi, è stato invitato a dare libero sfogo alla propria ispirazione e ad esprimere nel proprio lavoro una sorta di personale “radicamento” nel mondo dantesco. Con centinaia di adattamenti dei tipi più diversi, il fumetto italiano si unisce a una ricca storia internazionale di creazione. Notevole tra questi è “L’Inferno di Topolino” di Guido Martina e Angelo Bioletto, un vero gioiello di commedia disegnata che contribuì significativamente alla popolarità della Commedia tra un pubblico giovane nel dopoguerra. Anche altri maestri del fumetto, dell’illustrazione e della grafica – come Moebius, Lorenzo Mattotti, Milton Glaser, Seymour Chwast – o l’influente mangaka G? Nagai hanno interpretato con i mezzi dell‘arte visiva la Divina Commedia. Con la sua notevole inventio artistica e produttiva, “Drawing Dante” si propone di documentare l’eredità di questo sviluppo, facendo rivivere un crocevia della cultura iconografica contemporanea: la Divina Commedia come motore creativo del fumetto italiano. Un percorso collaudato e ancora vivo. La mostra è ulteriormente arricchita da 54 illustrazioni del progetto “Uno, nessuno e centomila volti”, per il quale 150 artisti di diverse discipline avevano ritratto il grande poeta. (de.it.press 10)

 

 

 

 

Berlino: conferenza su imprenditoria femminile in Ambasciata

 

Berlino. L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato, lo scorso 26 ottobre, una conferenza sul tema dell’imprenditoria femminile. Un evento, dal titolo “Designing future female entrepreneurship -Taking stock from the Italian G20 Presidency”, ispirato alle conclusioni del G20 di Santa Margherita Ligure e al comunicato finale “Women20” sul tema dell’empowerment femminile, con focus sui settori dell’imprenditoria e della finanza.

L’iniziativa, a cui ha partecipato la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, è stata introdotta dall’Ambasciatore d’Italia in Germania, Armando Varricchio, che ha sottolineato l’importanza del tema dell’empowerment femminile sia in Italia che in Germania, nei rispettivi sistemi economici e finanziari. “Dobbiamo sostenere il ruolo delle donne in campo economico – ha osservato Varricchio – e renderlo sostenibile e visibile, in modo che contribuisca a creare un modello per le generazioni future. La collaborazione e il lavoro a stretto contatto delle delegazioni W20 italiana e tedesca hanno dimostrato, ancora una volta, la straordinaria cooperazione e la comunanza di vedute tra i nostri due Paesi”.

“Il mondo dell’impresa – ha detto la ministra Bonetti – da sempre supporta il cambiamento e oggi è chiamato a promuovere con ancora più coraggio modelli di sostenibilità ambientale e sociale, in sintonia con i tre pilastri scelti dalla presidenza italiana del G20 che guardano al nostro pianeta nella sua integrità ambientale e umana. In questo scenario è cruciale il ruolo delle donne: il talento femminile e la creatività delle donne imprenditrici devono essere pienamente valorizzati su scala globale, ed è nostro dovere assicurare la loro piena e paritaria partecipazione nelle nostre società e economie”. “È l’impegno che l’Italia – ha proseguito – porterà avanti nei prossimi mesi. Con la prima Strategia nazionale per la parità di genere per un approccio integrato alla promozione delle pari opportunità, e con il Piano Italia Domani nell’ambito del Next Generation EU, introduciamo misure a supporto di lavoro, imprenditoria femminile e genitorialità tra cui la certificazione di genere per le imprese. Le donne devono essere pienamente partecipi della ripartenza e protagoniste di uno sviluppo e di una crescita equilibrati, inclusivi e sostenibili”.

Alla conferenza sono, fra l’altro, intervenute Elvira Marasco e Marina Rogato, rispettivamente Capo delegazione e Sherpa di W20 Italia, insieme a Evelyne De Gruyter, Capo delegazione W20 Germania e Marie Christine Oghly, Presidente dell’organizzazione Femmes Chefs D’Entreprises Mondiales. (Inform/dip 5)

 

 

 

 

Karlsruhe. Conferito alla Garavini il premio 'A voce alta' dell'Accademia

 

Per il coraggio di portare avanti le proprie idee. E per la capacità di saper costruire ponti tra diverse culture, promuovendo così il dialogo tra i popoli europei. Con queste motivazioni l'Accademia di Karlsruhe ha conferito alla senatrice Laura Garavini il premio 'A voce alta', riconoscimento annuale che dal 1983 viene attribuito a personalità note a livello internazionale, in virtù del loro ruolo di interpreti della realtà a livello istituzionale, politico, sociale o culturale.

"Nella più grave crisi dal dopoguerra ad oggi l’UE é riuscita a mettere in campo misure europee. E non singoli interessi nazionali. Una grande cosa, per niente scontata. Abbiamo capito che solo se sta bene tutta l’Europa nel suo complesso, solo allora possono stare bene anche i singoli paesi. L’Europa é riuscita a dire ‘Europe first’. Questo ci consente di uscire più forti dalla crisi della pandemia." ha commentato la senatrice, Vicepresidente della commissione Esteri.

"Alla logica dei muri, propugnata dai populisti, abbiamo risposto con un principio semplice. Solo uniti possiamo superare al meglio le peggiori crisi".

In occasione del ricevimento del premio, la senatrice ha tenuto una lectio magistralis dal titolo 'Nelle radici dell'Europa la forza del suo futuro. Perché un’alleanza fra Italia e Germania fa bene all‘Ue'. Tra i relatori intervenuti e premiati in passato, il Cardinale Agostino Casaroli, Jehan Sadat, Mohamed El Baradei, Wangari Maathai e Carla Del Ponte. Dip 4

 

 

 

 

Pasquale Marino scrive la “Storia degli Italiani in Saarland”

 

Si tratta del numero quattro della collana i “Quaderni francofortesi”, curata dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte sul Meno, e porta il titolo “Storia, storie e aneddoti. Sulle tracce degli italiani in Saar”.

La serie dei Quaderni Francofortesi, varata nel 2017, ha già trattato temi come l’eredità nel diritto italiano e tedesco, il compendio statistico della collettività italiana a Francoforte e la guida facile ai servizi consolari.

Perché parlare ora di “Storia, storie e aneddoti, ovvero il via vai di italiani e Saarlandesi”?

Il Console Generale d’Italia a Francoforte, Andrea Esteban Samà, lo spiega così nella sua prefazione: “Nel mese di luglio del 2020 abbiamo avuto l’onore e il piacere della visita a Francoforte e in Saarland del Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Senatore Ricardo Antonio Merlo. Nel corso di quella visita è maturata l’idea della riapertura di uno sportello consolare a Saarbrücken. Quello che mi ha impressionato durante i colloqui di quelle giornate con le Autorità del Saarland, in primis con il Ministro-Presidente Tobias Hans, e anche con i membri del nostro Comites e con il suo presidente Cav. Giovanni Di Rosa, sono stati i frequenti riferimenti e citazioni dell’antichissima presenza italiana in quella parte della Germania. Una tradizione storica che ha lasciato orme e testimonianze di grandi artisti, letterati ed esponenti politici, ma anche di migliaia di lavoratori che hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo di quella ospitale regione. Il passo verso la creazione di un nostro “Quaderno Francofortese”, dedicato alla storia e agli aneddoti degli italiani nel Saarland, è stato breve”.

Il curatore della collana “Quaderni Francofortesi”, e autore di questa storia degli italiani in Saarland, Pasquale Marino, è andato quindi alla ricerca di aneddoti, fotografie e fatti storici che documentano la secolare presenza italiana nel territorio della Saar ai confini con la Lorena e il Lussemburgo.

Senza pretese di scientifica documentazione (il lavoro è presentato proprio come uno stimolo alla vera e propria ricerca storica), Marino racconta come il nome al continente Americano sia stato dato in un convento poco distante dal Saarland, in base ai resoconti dei viaggi di Amerigo Vespucci, come nel VII secolo da Monte Cassino arrivarono i primi monaci benedettini, fondando nel Saarland il più antico monastero della Germania, come nel XIV secolo gli impoveriti Conti di Saarbrücken del casato dei Nassau facevano ottimi affari con i venditori di vino e olio in transito per la sua Contea e come –Marino scrive: così ci piace credere- il blu della Cappella Sistina di Michelangelo fu ricavato dal lapislazzuli del Saarland. L’autore ricorda che la prima missione internazionale dei nostri Carabinieri si è svolta proprio a Saarbrücken nel 1936 e raggiunge i giorni nostri con la citazione di manifestazioni internazionali curate dall’allora Consolato d’Italia a Saarbrücken. Marino: “Noi abbiamo un passato comune, la nostra lingua è parlata da secoli in questa regione, da secoli facciamo affari gli uni con gli altri, da secoli leggiamo gli stessi libri, da secoli appendiamo alle pareti gli stessi quadri”.

È questo il messaggio diretto soprattutto ai giovani lettori italiani con l’offerta di una migliore presa di coscienza delle proprie origini.

Il Consolato ha lasciato per questo motivo ampio spazio della propria pubblicazione all’iniziativa del COASSCIT di Saarbrücken, che da anni cura e segue il progetto “Tracce”, che è nato, a detta del Direttore del Comitato per l’assistenza scolastica, Rolando Pettinari, con “L’esigenza di offrire ai giovani italiani l’opportunità di riflettere sulle proprie origini. Il progetto innovativo è andato sviluppandosi nell’arco di 25 anni e ha coinvolto giovani, docenti, animatori culturali ed artisti in una singolare esperienza educativa, che non trova di uguali per durata e originalità non solo nel Saarland, ma probabilmente anche in altre parti della Repubblica Federale di Germania”.

La Storia degli italiani in Saarland è piaciuta anche ai tedeschi

Il Quaderno Francofortese si fregia della prefazione del Governatore del Saarland, Tobias Hans: “Il mio ringraziamento è rivolto al Console Generale Andrea Esteban Samà e ai suoi collaboratori per questa cronistoria così avvincente e piacevole, la quale sottolinea la comune storia e i legami di amicizia dei due Paesi”. Numerose sono le illustrazioni e fotografie storiche in un’impaginazione curata da David Albamonte con il supporto tecnico di Stefano Liuzzi. Marino, Albamonte e Liuzzi si occupano dei “Quaderni Francofortesi”, voluti dall’allora Console Generale Maurizio Canfora, sin dalla prima apparizione nel 2017.

I Quaderni sono consultabili alla pagina web del Consolato Generale www.consfrancoforte.esteri.it. Licia Linardi, CdI nov.

 

 

 

 

In videoconferenza l’incontro della presidenza Acli Germania. Quale futuro per il movimento?

 

Anche la videoconferenza della Presidenza delle ACLI Germania del 27 ottobre scorso ha avuto luogo su piattaforma Zoom. Collegati: il Presidente delle ACLI Germania, Duilio Zanibellato; il Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg Pino Tabbì; Norbert Kreuzkamp (B-W); Daniela Bertoldi (B-W); Maria Galitelli (NRW); Elio Pulerà (NRW); Pasquale Peduto (B-W), il Presidente delle ACLI Baviera, Carmine Macaluso; e il Vicepresidente delle ACLI Baviera, Fernando A. Grasso.

Durante il collegamento – iniziato alle 18:30 e terminato alle 21:00 – e indetto allo scopo di preparare concretamente il Consiglio Nazionale delle ACLI Germania – allargato ai Presidenti di Circolo – e al quale parteciperanno Esponenti della Presidenza delle ACLI Italia, è stato presentato e discusso l'unico punto all'ordine del giorno: il futuro delle ACLI e la loro presenza in Germania.

Sono state approfondite, quindi, tra le altre cose, le seguenti domande:

* Che tipo di associazione dovranno essere in futuro le ACLI?

* Con chi vorranno fare associazionismo e a quali condizioni?

* Chi potrà sostenerle in questo nuovo percorso? 

Queste, come appena detto, alcune delle domande poste e discusse nel corso del collegamento allo scopo di essere in grado di definire alcune linee da dibattere e verificare successivamente nel Consiglio del 15 Gennaio 2022, che avrà luogo in presenza a Stoccarda-Vaihingen.

La Conferenza ha avuto inizio con un breve saluto da parte di Zanibellato e di Tabbì. Sia il primo che il secondo hanno commentato l'attuale situazione del Movimento. Sul vistoso calo degli aderenti... Soffermandosi soprattutto sulle difficoltà di vario tipo che affliggono, non solo le nostre Associazioni, ma tutto l'Associazionismo in generale e, non per ultimi, i servizi.

Anche gli altri partecipanti, tra cui Peduto, hanno espresso le stesse considerazioni. Per ciò che riguarda i servizi di Patronato, sia Bertoldi che Galitelli, rispondendo anche a precise comunicazioni su certe recenti esperienze negative fatte da Pulerà in Calabria, hanno parlato delle difficoltà che spesso esse stesse e gli altri colleghi incontrano negli orari di ricevimento nei loro uffici; frequentemente, a causa della  mancanza di comprensione di alcuni assistiti che non vogliono attenersi alle attuali regole di sicurezza imposte dalla pandemia, che, ahimè, non accenna a diminuire.

Difficoltà che si aggravano ulteriormente anche a causa del personale sensibilmente ridotto, e che non può, di certo, essere supportato in tutte le funzioni da eventuali volontari che non possono accedere a certi dati sensibili degli assistiti a causa di precise direttive della Direzione, come chiarito da Bertoldi.

D'altro canto, come espresso dagli altri Membri collegati, queste difficoltà esistono anche nei nostri Consolati, anche lì spesso a causa dell'esiguo numero di funzionari e impiegati e anche a motivo di certe difficoltà legate anche ai nuovi sistemi i registrazione: Fast-It, Spid... e ne sanno qualcosa, sia Grasso che Pulerà, che operano anche come Corrispondenti Consolari; A questo proposito Grasso ha fatto il paragone con un ufficio decentrato di un quartiere di Catania in cui, in occasione di una sua visita effettuata allo scopo di ottenere la carta d'identità elettronica, ben cinque addetti, ai loro sportelli, aspettando il pubblico, che non arrivava chiacchieravano tra di loro e con altri due colleghi "sistemati" al tavolo delle informazioni.

E soprattutto Grasso si è chiesto per quale motivo gli elenchi degli iscritti all'AIRE presenti nei Consolati non siano identici a quelli in possesso nei Comuni d'Italia, con il paradosso che, se - avendone i requisiti - si richiede in Consolato la carta d'identità elettronica, dopo, un'attesa, magari di un paio di mesi per l'appuntamento, subito dopo la consegna dei documenti richiesti e l'apposizione delle impronte digitali, dopo un paio di settimane te la vedi recapitare a casa e che se, invece, la richiedi al tuo Comune in Italia (come fatto da Grasso), ti rispondono che per te, iscritto all'AIRE, possono  solo emettere quella cartacea. Situazione confermata anche da Zanibellato.

Al pari di Kreuzkamp, Grasso, per la situazione del Circolo di Kempten, si è dichiarato soddisfatto dei rapporti che intercorrono con la locale Missione Cattolica per la quale egli cura anche la presenza in Internet. Riguardo al servizio di Patronato Grasso riceve mensilmente i Connazionali e li indirizza direttamente alla sede di Monaco, come fa settimanalmente per le pratiche consolari, indirizzando i richiedenti al Consolato Generale di Monaco, spiegando dettagliatamente la procedura di registrazione. E questo diverse volte al giorno, dato che il telefono del suo ufficio multifunzionale ACLI, dopo il terzo squillo, si collega direttamente a una delle sue linee private.

Interessante e dettagliato l'intervento di Kreuzkamp che ha parlato con una certa soddisfazione delle sue recenti attività e dei costanti rapporti con il KAB, con la FAI e con il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, di altri interessanti progetti in atto e di ciò che egli vuole realizzare in futuro.

Per ciò che riguarda la situazione attuale e le prospettive per il futuro delle ACLI, sia Tabbì, sia Macaluso, non hanno fatto che ribadire quanto già esposto da Zanibellato, anche in prospettiva del Congresso del 2022 e hanno lamentato le difficoltà nate dalle restrizioni causate dai regolamenti legati alla situazione pandemica. E, al pari di Zanibellato auspicano in occasione del prossimo Congresso un ricambio generazionale e nuove idee, come espresso in modo piuttosto deciso da Macaluso, rispondendo anche a dubbi espressi da qualcuno dei presenti. Specie per ciò che riguarda la necessità di programmare corsi di formazione ad hoc destinati a chi in futuro dovrebbe continuare il nostro lavoro.

Facendo seguito, inoltre, a quanto esposto da Grasso e da Pulerà e da altri partecipanti, Tabbì, ha proposto di redigere un documento da presentare alle autorità diplomatiche per invitarle – ove possibile – a snellire i tempi di attesa per l'ottenimento di certi documenti talvolta urgentemente necessari. Oltre a ciò egli ha ricordato che da tempo è in corso la creazione di un archivio digitale delle ACLI e ha invitato i presenti a inviare documenti allo scopo di completare l'archivio.

Per ciò che riguarda il sensibile calo delle iscrizioni, è stato denunciato il fatto che molti assistiti preferiscono lasciare un obolo, rinunciando all'iscrizione al nostro Movimento.

Come detto all'inizio, esaurite le riflessioni sul punto principale all'ordine del giorno, e sulle altre questioni emerse e discusse durante la conferenza, dopo un caloroso scambio di saluti e un appuntamento al prossimo incontro di gennaio, il Presidente Zanibellato ha chiuso il collegamento alle 21:00.

Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

Berlino. Presentato in Ambasciata il progetto “Italiano in 500 – Dove va la didattica dell’italiano in Germania”

 

BERLINO – In occasione del lancio del progetto “Italiano in 500 – Dove va la didattica dell’italiano in Germania”, l’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato un evento nel quadro della XXI Settimana della lingua italiana nel mondo.

“L’italiano rimane oggi una ‘lingua da scegliere’, connotata da grande fascino e intrinseca musicalità. È una lingua di cultura, con una forte carica evocativa di eleganza, gioia di vivere, gusto, stile di vita legato ad esempio alla ricchezza e straordinaria diversità del patrimonio artistico-culturale. E’ una lingua di creazione artigianale e industriale, è la lingua della moda, del design, della buona cucina. Ha legami plurimi con l’economia, il commercio, la cultura, il turismo, con quell’idea impalpabile di stile di vita e di piacevolezza, benessere, accoglienza, apertura che ancor oggi contraddistingue il nostro Paese”, ha sottolineato l’Ambasciatore Varricchio. “Oggi mettiamo questi elementi insieme proponendo il binomio lingua-creatività tramite un’automobile, la Fiat 500, un oggetto che è divenuto simbolo identitario del Bel Paese.

Per l’occasione, Fiat/Stellantis Deutschland ha messo a disposizione una Fiat 500, modello elettrico, che sarà utilizzata dai volontari dell’Associazione dei docenti italiani in Germania, nostro partner nella realizzazione del materiale didattico. Si è optato per un modello ai auto elettrica, in omaggio alla co-Presidenza italiana della COP 26, che ha puntato sul più ampio coinvolgimento delle giovani generazioni nel dibattito della Conferenza tramite le riunioni del “Youth 4 Climate”.

“Promuoviamo quindi, insieme alla lingua, il modello italiano di sviluppo, ancora oggi basato sull’intreccio di piccole e medie imprese e distretti industriali e manifatturieri, da un nuovo umanesimo che ripropone la passione per il fare, il legame con il prodotto, il ruolo dell’artigiano e del costruttore che si reinventa”, ha aggiunto l’Ambasciatore Varricchio.

Informazioni sul progetto: https://www.italianoin500.de/  (Inform/dip 12)

 

 

 

Settimana della cucina italiana a Francoforte. Una realtà del Sud Italia dove tradizione e prospettive si uniscono

 

Francoforte sul Meno. La VI Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, che si svolge a Francoforte dal 18 al 28 novembre, incentra il proprio focus su “Tradizione e prospettive della cucina italiana. Consapevolezza e valorizzazione della sostenibilità alimentare”.

Il Consolato Generale d’Italia a Francoforte ha incontrato una realtà del Sud Italia dove tradizione e prospettive si uniscono: “Siamo andati per voi quest’anno in Campania, più precisamente nel Cilento, un territorio che fa della consapevolezza e sostenibilità agro-alimentare un fiore all’occhiello. Una terra del Sud Italia dove tradizione e prospettive future della cucina italiana si incontrano; un habitat e un paesaggio esteso e variegato, che grazie a territori marini, collinari e montani, ad una tradizione produttiva di agricoltura biologica, stagionale e sostenibile, nonché ad esperienze culinarie legate ai prodotti del territorio e alla dieta mediterranea, offre gusti e sapori unici ed autentici.  Nel primo incontro di promozione e valorizzazione dell’enogastronomia italiana abbiamo intervistato Michele Siano, responsabile di un consorzio di imprese agro-alimentari locali, tipicamente cilentane, denominato 100% ITALIA (www.italgastronomy.com). Durante la video-intervista egli ci ha illustrato la ricca gamma della produzione tipica di questa terra con una particolare attenzione per i prodotti DOP: alimenti che contribuiscono a comporre l’equilibrato regime della dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità, che rappresenta uno stile alimentare di vita e di salute.

Il video, online dal 18 novembre sul canale YouTube “Italyinffm” (https://www.youtube.com/watch?v=CHk0rfaesOs), vede, inoltre, la partecipazione di Grazia Di Filippo, che ha presentato la varietà di prodotti lattiero-caseari che si possono realizzare con il latte di bufala, e di Pasqualina Melchiorre, la quale ci ha illustrato la coltivazione e l’importanza di verdure e ortaggi, tipici di questa terra, che compongono la base della piramide alimentare e ci ha svelato alcuni segreti della conservazione sott’olio di verdure fresche. Il video si conclude infine con una lezione di cucina cilentana dedicata alla ”pasta cilentana fatta in casa”.

Un secondo video – questa volta nel format di una lezione-intervista – sarà in visione dal 23 novembre. Il tema riguarda gli aspetti rilevanti della valorizzazione e consapevolezza alimentare nonché dei prodotti italiani, concentrandosi in modo particolare su come alimentarsi in modo sano, sostenibile e variegato nutrendosi “a colori” e seguendo la Dieta mediterranea. Abbiamo intervistato il dottor Gerardo Siano, oncologo e chirurgo presso l’Ospedale di Salerno e Presidente dell’Associazione “Dieta Mediterranea di Paestum: Stile di Vita, Salute e Longevita?”, relatore a suo tempo anche all’Expo del 2015 proprio su questo tema.

È impossibile, infatti, pensare alla cucina italiana senza richiamare alla mente la Dieta Mediterranea, elemento fondamentale della nostra tradizione alimentare, che nel novembre 2010 è stata iscritta dal Comitato Governativo della Convenzione UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. La Dieta Mediterranea, infatti, non è soltanto un elenco di alimenti o una tabella nutrizionale, ma uno stile di vita che comprende competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la cucina, e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo”. (Inform/dip 18)

 

 

 

 

Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria 2021/22. Candidature fino al 30 novembre

 

Roma - Sono aperte le candidature per l’edizione 2021/22 del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria.

Il Premio viene bandito dall’Incaricata del Governo Federale per la Cultura e i Media (BKM) insieme al Ministero della Cultura italiano (MiC) e viene conferito in collaborazione tra l’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo, la Casa di Goethe, il Goethe-Institut di Roma, l’Istituto Italiano di Studi Germanici, l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, l’Ambasciata d’Italia in Germania e il Literarisches Colloquium di Berlino.

Con il Premio viene onorata la fondamentale funzione delle traduttrici e dei traduttori quali costruttori di ponti tra le culture e al contempo viene perseguito l’obiettivo di promuovere costantemente lo scambio intellettuale e culturale tra Germania e Italia.

A cadenza biennale il premio viene assegnato alternativamente a un’importante traduzione dalla lingua tedesca alla lingua italiana o dalla lingua italiana alla lingua tedesca. Negli anni intermedi si svolgono dei laboratori per traduttori, alternativamente a Berlino e a Roma.

La somma del Premio destinata alla migliore traduzione è pari a 10.000 euro. Viene inoltre assegnato un Premio esordienti che prevede una borsa per un soggiorno in Germania.

Il 13° conferimento del Premio, che verrà assegnato alla traduzione di un’opera letteraria tedesca in italiano, si svolgerà nella primavera del 2022 presso l’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo.

Sono ammesse a concorrere al Premio le traduzioni dalla lingua tedesca alla lingua italiana che rientrano nella categoria narrativa (sono esclusi i saggi e i libri per l’infanzia), che sono state pubblicate da una casa editrice in Italia dal 2018 in poi o che sono in uscita nel corso del 2021.

Verrà valutata e premiata esclusivamente la qualità della traduzione.

Le candidature possono essere inviate sia dalle case editrici sia dalle traduttrici e dai traduttori fino al 30 novembre 2021 (data del timbro postale o della ricezione dell’e-mail).

Per partecipare al concorso, le traduzioni devono essere inviate in sette copie al seguente indirizzo: Goethe-Institut Rom, Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, c/o Antonella Perin, Via Savoia 15, 00198 Roma; oppure in formato PDF per e-mail a premiotraduzione-italia@goethe.de.

Alla candidatura si dovrà allegare anche una breve presentazione della traduttrice o del traduttore con un elenco delle traduzioni letterarie finora pubblicate.

Ulteriori informazioni si possono richiedere all’indirizzo e-mail premiotraduzione-italia@goethe.de o al numero di telefono +39 06 8440051.

Aise/dip 19

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

Guarda il nuovo video di “Vivere in Germania”. Questa volta ti spieghiamo 8 cose da sapere se stai cercando casa in affitto in Germania:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-cercare-casa-100.html

 

Web channel tutto di musica italiana. Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. Ascoltalo qui:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

18.11.2021. Nel pieno della quarta ondata. Era prevedibile sarebbe successo, ma tra la percentuale ancora troppo alta di non vaccinati e decisioni sbagliate o non prese del tutto da parte della politica, la Germania si trova di fronte a questa quarta ondata della pandemia forse più in difficoltà come non mai. A Radio Colonia ne parliamo con Maria Cristina Polidori, professoressa all'Uniklinik di Colonia. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nel-pieno-della-quarta-ondata-104.html

 

La crisi climatica nell'opinione pubblica

Che impatto ha la crisi climatica sull'opinione pubblica italiana? Questa è una domanda a cui ha cercato di dare risposta un'indagine dell'Istituto di Affari internazionali (IAI), di cui fa parte Margherita Bianchi, responsabile del programma "Energia, clima e risorse" e ospite di Radio Colonia.

 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/crisi-climatica-opinione-pubblica-100.html  

 

17.11.2021. Elezioni Comites, un disastro annunciato

Sono estremamente deludenti i dati relativi all’iscrizione degli italiani residenti in Germania alle elezioni per il rinnovo dei Comites previste per il prossimo 3 dicembre. Degli aventi diritto al voto, infatti, solo il 2% ha fatto richiesta entro i termini stabiliti. A Radio Colonia ne parliamo con Tommaso Conte, presidente dell’Intercomites. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/elezioni-comites-100.html

 

VIAVAI. L’Ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, ha presentato ieri a Roma VIAVAI, il nuovo Ufficio per gli scambi giovanili italo-tedeschi. Josephine Löffler, direttrice dell’Ufficio, ce ne parla a Radio Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/viavai-100.html

 

Punk da balera. Gli Extraliscio sono una band romagnola che contamina il folk del proprio territorio con sonorità rock punk. Eppure, nessuno dei componenti della band ha un passato punk, la loro è un’attitudine libera di pura espressione musicale. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/extraliscio-100.html

 

16.11.2021. Obbligo vaccinale, pro e contro. Già introdotto in molti paesi della UE, come, per esempio, Italia, Francia e Belgio, l'obbligo vaccinale per categorie professionali specifiche è ancora in discussione in Germania, dove il numero dei contagi aumenta in maniera esponenziale e le terapie intensive sono già ai limite delle loro capacità. Ne parliamo con Giulio Galoppo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coronavirus-obbligo-vaccinale-100.html  

 

Misure più severe per i no vax in Baviera. Divieto di entrare nei ristoranti e nei caffé a chi non è vaccinato, il test non basta più. La Baviera cerca di arginare l'alto numero di contagi, con ospedali già al collasso e introduce da oggi misure più severe. Il racconto da Monaco di Daniela Di Benedetto, presidente Comites.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bayern-coronavirus-massnahmen-100.html  

 

Vincenzo Grifo. Il cannoniere italiano è l'idolo dei fan del Friburgo e un pilastro portante per la sua squadra. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/vincenzo-grifo-122.html  

 

15.11.2021. Pandemia, ultimi aggiornamenti

La prossima probabile coalizione di governo, detta Semaforo, dibatte su eventuali modifiche della Legge di protezione dalle infezioni (Infektionsschutzgesetz) e sulla fine dello stato di emergenza pandemico in Germania. Molte le critiche in questo senso, visto il peggioramento dell'attuale situazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pandemia-covid-19-100.html

 

Cop26: la posizione della Cina

Si è concluso sabato 13 novembre, con la firma del “patto di Glasgow”, il vertice sul clima, Cop26. I quasi 200 Paesi presenti hanno sottoscritto un testo definito “annacquato” dallo stesso presidente della conferenza, Alok Sharma. Sorprende, tuttavia, l’accordo quasi storico tra Cina e USA. Ce ne parla Federico Rampini, corrispondente de Il Corriere della Sera da New York.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cop26-china-100.html

 

12.11.2021. Carnevale con la quarta ondata

In Germania il covid è tornato a far paura, mai così tanti contagi da inizio pandemia, ancora record dell'incidenza settimanale. È polemica per l'apertura del carnevale a Colonia, la città ora rischia di diventare un nuovo hotspot del virus.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/carnevale-quarta-ondata-100.html  

 

Emergenza insegnanti a Berlino. Centinaia le cattedre vacanti e le ore di lezione perse. Dilaga l'impiego di docenti provenienti da altre professioni. Monta la protesta. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/emergenza-insegnanti-berlino-100.html

 

L'Ariaferma del carcere. L'ultimo film del regista Leonardo Di Costanzo viene presenato alla rassegna cinematografica Italian Film Festival di Berlino. Dedicato alle carceri italiane, mette in luce l'inutilità della pena, quando è solo vendetta e non recupero del carcerato. Ai nostri microfoni il regista Di Costanzo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/film-l-ariaferma-del-carcere-100.html

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti- Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-640.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

11.11.2021. La speranza in una pillola

Si fa sempre più vicina l'approvazione di farmaci anticovid che potrebbero prevenirne i sintomi gravi e l'ospedalizzazione del paziente. Lo dichiara ai nostri microfoni Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del Farmaco italiana.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/farmaco-pillola-anticovid-100.html  

 

L'Italia tra pandemia e populismo

Nel suo nuovo libro il direttore di "Repubblica" Maurizio Molinari spiega come e perché l'Italia può essere protagonista delle trasformazioni del XXI secolo. Fondamentale è come uscirà dalla pandemia, spiega Molinari ai nostri microfoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/molinari-populisti-draghi-100.html  

 

10.11.2021I giovani per il futuro a Glasgow

Sta per finire la Cop26 e vogliamo sentire la voce delle centinaia di migliaia di giovani che hanno accompagnato la conferenza per due settimane. Sono soddisfatti dei risultati? Lo abbiamo chiesto a una di loro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giovani-per-il-futuro-glasgow-100.html

 

Sulle orme del colonialismo. Milano, come la maggior parte delle grandi città italiane, mantiene racchiusi nelle pieghe delle sue targhe e dei suoi monumenti i segni del passato coloniale.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/sulle-orme-del-colonialismo-100.html

 

L'emigrazione italiana continua. Nonostante il Covid-19, nel 2020 la comunità italiana all'estero è cresciuta. Lo evidenzia il "Rapporto Italiani nel Mondo 2021" della Fondazione Migrantes, con uno sguardo a tre città tedesche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/emigrazione-italiana-continua-100.html

 

09.11.2021. Il ricatto della Bielorussia

Per destabilizzare l'Europa il dittatore bielorusso Lukashenko spinge migliaia di migranti sui confini polacchi. È una guerra ibrida, secondo la Nato, ma intanto aumenta l'emergenza umanitaria e la pressione sull'UE, dove si discutono ulteriori sanzioni. Ne parliamo con Daniele Viotti, ex europarlamentare del PD.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lukashenko-migranti--bielorussia-polonia-100.html  

 

L'estrema destra scende in piazza. Uno studio rivela: nella destra europea si è ridotta la differenza tra estremisti extraparlamentari e partiti radicali ambedue infiltrati anche nelle manifestazioni no vax. Ne parliamo con uno degli autori: Andrea Pirro della Scuola Normale Superiore di Firenze.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/destra-studio-europa-100.html  

 

Critiche al piano tedesco

La bozza di legge presentata ieri in Parlamento da Spd, Fdp e Grüne per il contenimento della pandemia ha suscitato una serie di critiche nel mondo politico. La bozza, ricordiamo, deve ancora essere discussa al Bundestag, dove giovedì 11 novembre il candidato cancelliere della Spd, Olaf Scholz, vuole presentarla.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pandemia-critiche-germania-100.html   

 

08.11.2021. Germania: infezioni sempre più in aumento. L'incidenza settimanale delle nuove infezioni da Coronavirus in Germania a livello nazionale ha superato quota 200. È il valore più alto in assoluto dall'inizio della pandemia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/infezioni-record-100.html  

 

Sotto le stelle del rock. I Måneskin hanno aperto sabato (6 novembre) a las Vegas il concerto dei Rolling Stones. Nessun gruppo rock italiano era mai arrivato così lontano. Con il giornalista e musicologo Jacopo Tomatis parliamo degli ingredienti del successo della band romana.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/maneskin-rolling-stones-100.html  

 

 

 

05.11.2021.La Germania investita dalla quarta ondata di Covid-19

Continua a salire l'incidenza settimanale, a livello federale è al 169,9. Registrato il nuovo record di contagi in un giorno dall'inizio della pandemia: 37.120, 154 le vittime (dati del Robert-Koch-Institut del 5 novembre). Via libera alla terza dose «booster» per tutti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/germania-investita-dalla-quarta-ondata-100.html    

 

Squid Game: pericolo emulazione

La serie sudcoreana è diventata un caso oggetto di polemiche e allarmi da parte delle istituzioni. Giovani e adolescenti tentano di imitare le competizioni violente dei personaggi della serie. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Lavenia docente di psicologia e presidente dell'Associazione nazionale dipendenze tecnologiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/squid-game-pericolo-emulazione-100.html  

 

“L'inattesa“. La biografia politica di Angela Merkel scritta dalla giornalista Tonia Mastrobuoni è un excursus sugli ultimi quarant'anni della storia tedesca ed europea. Gli aneddoti privati e le mosse della cancelliera nello scacchiere politico nazionale e internazionale. L'intervista è a cura di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/l-inattesa-tonia-mastrobuoni-100.html  

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Web channel tutto di musica italiana. Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. Ascoltalo qui:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-638.html  

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

04.11.2021. L'ombra nera della NSU

Sono passati dieci anni esatti da quel 4 novembre 2011, quando la polizia ritrova i corpi di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt. I due, insieme a Beate Zschäpe, avevano fondato la cellula nazista NSU, Nationalsozialistischer Untergrund. A Radio Colonia, il ricercatore di teoria politica Giovanni De Ghantuz Cubbe ci parla degli aspetti tutt’oggi controversi di questa vicenda.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nsu-144.html  

 

Alla Cop 26 accordo sul metano

Dal rapporto annuale dell’Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, emerge che il gas metano sarebbe responsabile del 30% del riscaldamento globale. A Radio Colonia ne abbiamo parlato con Lorenzo Cremonese, ricercatore dello IASS a Potsdam, l’Istituto per gli studi avanzati sulla sostenibilità.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cop26-100.html  

 

03.11.2021. Germania: il Covid torna a far paura. In Germania è scoppiata la quarta ondata pandemica da Coronavirus. Il ministro federale della Sanità del governo uscente, Jens Spahn, parla di numeri spaventosi, di un'ondata esplosa violentemente. Facciamo il punto della situazione con Vincenzo Savignano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/covid-paura-ger-100.html

 

Verso la legalizzazione? La legalizzazione della cannabis incontra il favore dei tre partiti della possibile coalizione governativa. E viene incontro anche ai molti espositori della "Mary Jane" di Berlino che ha riaperto dopo due anni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cannabis-berlino-100.html

 

02.11.2021. Salviamo le foreste

L'accordo contro la deforestazione preso alla COP26: "Ogni anno scompaiono dai 10 ai 13 milioni di ettari di foresta nel mondo", spiega ai nostri microfoni Riccardo Valentini, professore ordinario di ecologia forestale all'Università della Tuscia e membro del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti climatici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/salviamo-foreste-100.html

 

Sport: non solo risultati

Gli azzurri sono diventati campioni europei di football americano. Un titolo che il Blue Team aspettava da 34 anni e che ripaga gli atleti di molti sacrifici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

29.10.2021. A che cosa serve il G20?

Roma blindata per il primo G20 in Italia che inizierà ufficialmente domani, ma che ha visto oggi già diversi incontri bilaterali. E c'è chi si chiede se un mega vertice di questa portata sia ancora utile, visto che raramente si raggiungono accordi decisivi. Lo abbiamo chiesto ad Antonio Villafranca dell'ISPI.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/che-cosa-serve-g-venti-100.html  

 

Covid, continuano ad aumentare i contagi in Germania. Preoccupazione per la crescita delle persone colpite dal virus. Mentre non aumentano le persone disposte a vaccinarsi. Ciononostante il ministro della Salute, Jens Spahn, non prolungherà lo stato di emergenza. Resteranno comunque le misure antipandemiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/covid-aumentare-contagi-germania-100.html   

 

Coltivare senza faticare

Quattro ragazzi romani riscuotono successo con un'azienda agricola sui generis: le loro piante crescono dentro a tubi di plastica e ricevono nutrimento dagli scarti dei pesci. Sono biologiche, nutrienti e rispettano l'ambiente.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/coltivare-senza-faticare-100.html  

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.htm

 

Vivere in Germania. Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa in affitto: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Web channel tutto di musica italiana. Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. Ascoltalo qui:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-636.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html RC/De.it.press 20

 

 

 

 

Costituito il gruppo di lavoro per l’Italia Paese ospite alla Buchmesse 2024

 

Roma - Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha firmato ieri, 18 novembre, il decreto che istituisce il gruppo di lavoro che opererà per la Buchmesse di Francoforte del 2024, quando l’Italia sarà Paese ospite, destinando risorse per 9 milioni di euro per preparare al meglio la nostra partecipazione.

“L’obiettivo è fare dei due anni che ci separano da questo appuntamento un percorso che leghi ancora di più, attorno al libro, l’amicizia tra Italia e Germania”, ha detto Franceschini annunciando l’istituzione del gruppo di lavoro durante un intervento ad un incontro sul futuro dell’editoria nell’ambito di BookCity Milano. Franceschini ha anche riferito di aver scritto al presidente del Consiglio, Mario Draghi, per proporre la nomina di Ricardo Franco Levi, a commissario del Padiglione Italia per questo importante appuntamento per il mondo del libro.

Il comitato di coordinamento per la realizzazione del progetto di partecipazione dell’Italia, quale Paese ospite d’onore, alla Fiera internazionale del libro di Francoforte è così composto: Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione Italiana Editori, in qualità di coordinatore; Ettore Sequi, segretario generale del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale; Armando Varricchio, ambasciatore d'Italia a Berlino; Salvatore Nastasi, segretario generale del Ministero della Cultura; Paola Passarelli, direttore generale biblioteche e diritto d’autore; Marino Sinibaldi, presidente del Centro per il libro e la lettura; e Roberto Luongo, direttore dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

“Durante la pandemia abbiamo preso delle misure che hanno aiutato molto, come il sostegno alle piccole librerie attraverso un fondo di 30 milioni di euro per gli acquisti dei libri per le biblioteche, confermato anche per il 2022 e 2023”, ha detto ancora Franceschini. “C’è stata la scelta consapevole di tenere aperte le librerie tra i servizi pubblici essenziali nelle zone rosse. Non è un dato solo simbolico, ma importante anche per la gerarchia dei valori. Le librerie prendono un’importanza nuova; ma il nostro lavoro non si ferma qui”, ha assicurato il ministro. “C’è un tavolo di lavoro in Italia per portare a compimento una legge sulla lettura entro la legislatura, una misura analoga a quella del cinema per sostenere l’intera filiera dell’editoria. Questo percorso, fortemente condiviso, si conclude idealmente nel 2024 alla Buchmnesse di Francoforte del 2024”. (aise/dip 19)

 

 

 

 

Il Ministro Giorgetti alla Vigoni Lecture 2021 sulle nuove prospettive delle relazioni italo-tedesche

 

Villa Vigoni e Assicurazioni Generali promuovono martedì 23 novembre presso la Torre Generali di Milano la Vigoni Lecture 2021, che quest’anno avrà come ospite d’eccezione il Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e verterà sulle nuove prospettive delle relazioni tra Italia e Germania.

 

Dopo anni di fasi alterne nelle relazioni italo-tedesche, oggi, in un momento di rilancio post-pandemia, Italia e Germania si ritrovano a condividere una piattaforma comune di cooperazione, anzitutto per quanto riguarda la svolta che il quadro del Next Generation EU potrebbe comportare. I due Paesi dovranno affrontare sfide comuni di natura politica, economica e sociale senza precedenti, su cui sarà importante riflettere nei mesi a venire. Quattro saranno le tematiche attorno alle quali si articolerà il dibattito: transizione ecologica, prospettive demografiche, trasformazioni urbanistiche e sviluppo sostenibile, rivoluzione digitale.

 

La Vigoni Lecture 2021 si aprirà con un saluto del presidente italiano di Villa Vigoni Michele Valensise e del presidente di Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola. Parteciperanno inoltre: Jörg Buck, consigliere delegato della Camera di Commercio Italo-Germanica (AHK Italien), Giada Zhang, CEO di Mulan Group, Thomas Fromm, reporter della sezione “economia” di Süddeutsche Zeitung a Monaco, Christiane Liermann Traniello, segretario generale di Villa Vigoni, Giovanni Liverani, amministratore delegato di Generali - Deutschland. La tavola rotonda sarà moderata da Silvia Boccardi, giornalista presso Will Media.

 

La Vigoni Lecture 2021 verrà trasmessa in diretta sul sito di Villa Vigoni e sulla pagina Facebook di Villa Vigoni.

 

 

Il Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni è un’istituzionale bilaterale co-amministrata dai governi italiano e tedesco e si dedica all’approfondimento delle relazioni italo-tedesche nel contesto dell’integrazione europea, e in particolare nei campi della politica, dell’economia, della scienza.

La Vigoni Lecture, iniziativa di Villa Vigoni dedicata alle relazioni italo-tedesche in un quadro europeo, si rivolge a un ampio pubblico in Italia e in Germania con il coinvolgimento di personalità di spicco del mondo della politica. La Vigoni Lecture ha luogo con cadenza annuale alternativamente in Italia o in Germania. VV 19

 

 

 

Monaco di Baviera: Simonetta Solian è la nuova presidente di “Rinascita”

 

Monaco di Baviera - Nuovo direttivo per l’associazione “rinascita” di Monaco di Baviera. Riunita in assemblea, dopo lo stop dovuto alla pandemia, l’associazione ha rinnovato il suo direttivo eleggendo alla presidenza Simonetta Solian.

Traduttrice, a Monaco da trent’anni, Solian lavora nell’ufficio vendite di una ditta italiana. “Sono cofondatrice di una trasmissione italiana presso una radio monacense che ho condotto per tre anni”, ricorda la neo presidente. “Faccio parte di una compagnia teatrale amatoriale in veste di attrice, aiuto regista, intervistatrice degli autori, mi sono improvvisata anche sarta. Mi interessa tutto quello che comporta una crescita e per questo motivo ho interessi in svariati campi. La mia grande passione è l’organizzazione di eventi: ho collaborato all’organizzazione di eventi socio-culturali e nel campo della digitalizzazione con associazioni italiane e tedesche. Amo la comunicazione in tutte le sue forme, con gente di tutte le età e nazionalità”.

Solian collabora con rinascita da 3 anni: “in questo periodo ho avuto l’opportunità di conoscere persone che condividono i miei stessi interessi e soprattutto le mie stesse passioni, con le quali lo scambio di idee sprigiona energia che porta a dei risultati concreti. Ed è proprio per questi motivi che ho accettato la proposta di candidarmi come Presidente dell’associazione”.

Compongono il diretto Valentina Fazio, da 11 a Monaco dove lavora presso l’Ufficio Europeo dei Brevetti, collaboratrice di rinascita e cofondatrice dell’associazione teatrale ProgettoQuindici; Dalia Crimi, catanese da 20 anni a Monaco; Michela Pavan, da cinque anni in Baviera; Simone Cofferati, milanese a Monaco da 6 anni, impiegato nella comunicazione di un istituto bancario internazionale, ma anche archeologo e guida turistica; e Sandra Cartacci, colonna dell’associazione di cui è stata presidente e direttrice del bimestrale “rinascita flash”. (aise/dip 14) 

 

 

 

 

Homburg/Saar. Giuseppe Nardi un grande imprenditore con un grande cuore

 

Ha avuto luogo a Homburg/Saar domenica 14 novembre il pranzo di gala organizzato da Donatella e Giuseppe Nardi e dedicato alla raccolta di fondi per l’ultimazione di un edificio destinato ad accogliere, nei pressi delle cliniche universitarie, i bambini malati, colpiti da malattie incurabili

La struttura è concepita per ospitare le famiglie e per consentirne la vicinanza ai bimbi in una situazione difficile e, purtroppo, spesso drammatica.

In uno dei maggiori alberghi della Regione Saar-Pfalz, lo Schlossberghotel di Homburg, dove pernottò la Nazionale di calcio italiana durante i mondiali di Germania, acquistato e ristrutturato dalla Famiglia Nardi, si sono incontrati esponenti dell’imprenditoria, dello spettacolo e della politica, i quali hanno devoluto oltre centotrentamila Euro in beneficenza a favore del progetto.

Il Governatore del Saarland, Tobias Hans, presente alla manifestazione: “Devo ringraziare Donatella e Giuseppe Nardi per il loro impegno sociale ma anche per la loro attività imprenditoriale. Insieme con i numerosi industriali e imprenditori presenti oggi a questa manifestazione di beneficenza, la famiglia Nardi contribuisce alla stabilità e alla crescita del benessere nel nostro Land”.   

Ma cosa si nasconde dietro il nome Giuseppe Nardi? Una biografia che in Germania è più unica che rara. Figlio di emigrati calabresi, il Nardi comincia a lavorare come apprendista per la ditta Dr. Theis, che produce negli anni settanta articoli cosmetici su base biologica. La carriera all’interno dell’ormai rinomata industria, nel frattempo conosciuta a livello internazionale col marchio “Dr.Theis Medicpharma, Naturwaren”, lo porta al vertice della struttura fino a diventarne il titolare.  

Giuseppe Nardi impone alla produzione una linea vincente: una gamma di prodotti farmaceutici creata esclusivamente come derivato dall’olio d’oliva che è rigorosamente importato dalla Toscana.

L’impresa occupa al momento oltre 2000 dipendenti in vari centri di produzione, alcuni in Russia, con un fatturato di oltre trecento milioni di euro annui.

Il capitano d’industria Nardi ha due passioni: lo Sport e la gastronomia. È stato campione giovanile di corsa a ostacoli e oggi è il presidente delle squadre di calcio FC Homburg e FC Kaiserslautern. Nel settore alberghiero e gastronomia occupa oltre cento dipendenti che tengono in moto i suoi ristoranti, gelaterie e il progetto più ambizioso, che è lo Schlossberghotel di Homburg, nel quale ha investito oltre dieci milioni di euro per salvare la storica struttura architettonica dalla sicura demolizione.

* Giuseppe Nardi, affezionatissimo al suo passaporto italiano, ha un forte legame con il nostro Paese e non solo commerciale. Ricorda, per esempio, la sua infanzia in un quartiere operaio di Neunkirchen e quando frequentava i corsi di lingua e cultura italiana, che ancora oggi sostiene generosamente in qualità di Sponsor. Aldo Magnavacca, CdI nov.

 

 

 

 

Il patronato Ital-Uil Germania presenta “Suoni dal silenzio”: un concerto dedicato a tutti i connazionali che resistono alla crisi

 

Colonia – II patronato Ital-Uil Germania è un punto di riferimento per la comunità italiana sul suolo tedesco. Vicino da sempre ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani e alle famiglie, questo ente importantissimo – è detto in una nota – ha inoltre agito, con particolare motivazione e impegno, nell’assistenza e nella tutela dei connazionali alle prese con l’impatto del Covid19.

In un momento di crisi che dura ormai da quasi due anni, il patronato ha inoltre voluto sostenere un progetto artistico dedicato a tutte le persone che hanno sofferto durante la pandemia. Presenta dunque un bellissimo concerto che si terrà nell’ambito della celebrazione per i 60 anni di Radio Colonia e che sente come un simbolo di resistenza, di fiducia nella capacità dell’arte di raccontare e affrontare lo spirito dei tempi e di vicinanza del patronato a tutti i connazionali che ha la missione di supportare. Questo evento vuole essere insomma anche un modo per dire a tutti gli italiani in Germania: il patronato c’è e ci sarà.

”Suoni dal silenzio” è l’inno collettivo che ambisce a dare voce alle sofferenze che tutti abbiamo condiviso durante la pandemia, in modi e in luoghi diversi, ma accomunati dall’esperienza di una crisi che non ha precedenti nella nostra storia recente.

Le grandi crisi, da sempre, ispirano grandi opere d’arte. Nella storia della creatività umana, vediamo capolavori fiorire nella pittura, nella musica e nella letteratura spesso in corrispondenza o subito dopo gli eventi che hanno scosso la società. Sono proprio queste opere a lasciarci una testimonianza non tanto dei fatti, ma del modo in cui gli esseri umani hanno saputo interpretarli, elaborarli e ritrovare lo slancio per evolversi. Avverrà lo stesso con la pandemia, nonostante la nostra sia un’epoca che predilige i contenuti di rapido consumo, rispetto alle opere d’arte che durano per l’eternità?

Il compositore italiano Alessandro Palmitessa che vive dal 1997 a Colonia ha provato a dare una risposta a questo quesito o, meglio, ha provato a elaborare un racconto sonoro di questa crisi pandemica che ha cambiato le nostre vite dall’Europa all’Asia alle Americhe. Cosi è nata la composizione “Suoni dal Silenzio – Klänge nach der Stille” Che suono ha la pandemia di Covid? Il suono di una cesura improvvisa, che spezza il ritmo dell’esistenza e lo costringe a reinventarsi.

Palmitessa ha voluto raccontare questa crisi cercando ispirazione nei concetti di “incompiutezza”, di “inferno” e di “libertà”, così come sono stati espressi da alcuni dei più grandi maestri della storia musicale e letteraria. La sua opera “Suoni dal Silenzio” prende a piene mani da Beethoven e Dante, da Piazzolla alla musica tradizionale irachena, passando per l’elettronica e aprendosi alla voce umana nel cantato e nel parlato. Di Beethoven, naturalmente, Palmitessa ha recuperato l’incompiuta, ma anche l’Inno alla Gioia, simbolo della ripresa. Di Dante, ha interpretato alcuni versi dell’Inferno, con suggestioni elettroniche che ci riportano al momento più buio della crisi. C’è poi l’ispirazione al Libertango di Astor Piazzolla, nell’anelito di liberazione che ha coinvolto tutta l’umanità fra ripetuti lockdown e restrizioni. A tutto questo si mescolano improvvisazioni jazz e il suono singolare del djose, il violino da gamba iracheno, nella creazione di una sinfonia per i tempi moderni, che utilizza i classici per rimanere perfettamente contemporanea.

Questa straordinaria composizione è stata presentata al pubblico per la prima volta il 18 novembre, presso la Lutherkirche di Colonia. È stata eseguita da un ensemble di nove musicisti dal background internazionale e diretta dallo stesso Maestro Palmitessa, che per l’occasione ha suonato anche il sassofono e il clarinetto.

Il concerto è stato sponsorizzato dalla Città di Colonia e patrocinato dal Comune di Bergamo – che più di altri ha vissuto la crisi, essendo stato l’epicentro della prima ondata pandemica in occidente. Oltre che da Ital-Uil Germania, l’evento è stato sostenuto anche dall’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, da Mondo Aperto e da Südstadt Leven e.V. Il concerto si è tenuto anche il 19 novembre 2021, al Lokal Harmonie di Duisburg-Ruhrort. De.it.press 20

 

 

 

 

L’Ambasciatore Varricchio il 15-16 novembre in missione a Brema

 

Brema – In occasione della sua prima missione a Brema, l’Ambasciatore Armando Varricchio è stato ricevuto il 15 novembre dalla Presidente della Camera di Commercio (IHK) di Brema e Bremerhaven, Janina Marahrens-Hashagen; a seguire ha incontrato il Presidente del Parlamento del Land Brema, Frank Imhoff, poi il Presidente del Senato di Brema (Governo del Land di Brema), il Sindaco Dr. Andreas Bovenschulte.

La visita è proseguita con incontro con la collettività italiana presso la OHB (“Viviamo una grande trasformazione, Italia e Germania desiderano contribuire al progresso dei rispettivi paesi, in un’ottica multilivello, facendo squadra”, così l’Ambasciatore Varricchio) e, in serata, con la partecipazione al ricevimento inaugurale della SpaceTech Expo con la Senatrice Kristina Vogt.

Il 16 novembre alla Fiera di Brema l’Ambasciatore Varricchio ha partecipato all’inaugurazione di SpaceTech Expo da parte della Senatrice Kristina Vogt e ha inaugurato l’esposizione collettiva dell’industria aerospaziale italiana coordinata da ICE.

“L’aerospace è un settore strategico per lo sviluppo futuro e fondamentale in una prospettiva di automomia strategica europea. Peraltro sta emergendo chiaramente da parte di Germania e Italia una volontà reciproca di sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale in tale ambito”, cosí l’Ambasciatore Varricchio. “Così come evidenziato dal Ministro Colao ci sono grandissime opportunità”, a partire dal coinvolgimento dei privati. Germania e Italia condividono a livello politico una visione che punta a rendere più competitivo l’ecosistema imprenditoriale del nostro continente. Dobbiamo quindi lavorare insieme ai nostri amici tedeschi alla definizione di obiettivi comuni da individuare congiuntamente e valorizzare poi in formati più ampi come ad esempio la cooperazione trilaterale con un partner fondamentale come la Francia o nei contesti multilaterali come ESA e UE nei quali vengono prese decisioni strategiche in grado di guidare lo sviluppo del settore”, ha proseguito l’Ambasciatore.

“I nostri Paesi sono chiamati nei prossimi mesi ad uno sforzo a livello politico, una volta completata la formazione del nuovo Esecutivo a Berlino, per rafforzare la propria relazione bilaterale trasformando quello che è già un eccellente rapporto in un vero e proprio partenariato strategico nel quale il mondo dell’industria avanzata ed in particolare dell’aerospace sarà chiamato a svolgere un ruolo essenziale”. L’Ambasciatore Varricchio, accompagnato dai rappresentanti ICE a SpaceTech, ha infine visitato brevemente la fiera, soffermandosi sugli stand di Ariane, AirBus, Infineon, e RFA. Inform/dip 17

 

 

 

 

 Amburgo. “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi ad Amburgo per il “Caffè letterario” dell’IIC

 

Amburgo - L‘incontro del prossimo Caffé letterario dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo si terrà martedì, 23 novembre, alle ore 19:00, e verterà sul romanzo di Giulio Mozzi intitolato “Le ripetizioni“ (2021), edito da Marsilio e inserito nella dozzina dei candidati alla LXXV edizione del Premio Strega 2021.

La partecipazione è gratuita e si terrà nel rispetto della regola 2G, potranno quindi parteciparvi solo persone completamente vaccinate oppure guarite dal CoVid19. È obbligatorio prenotare tramite la mail events@iic-hamburg.de.

L’evento è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con la casa editrice Marsilio Editore e Premio Strega.

Il Caffè Letterario è il luogo dove, in italiano e in tedesco, ci si scambia impressioni, idee ed esperienze personali su uno o più libri, scelti di volta in volta. Da qualche anno ormai il gruppo del Caffè letterario dell‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo é stato inserito nella giuria del Premio Strega.

Nel romanzo “Le ripetizioni“, Mario è un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone. Lui sfugge, per indolenza, all'obbligo di capire che tutto ci lega e tutto ci frustra. Vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia o forse no. Tuttavia se Bianca, spuntando dal nulla dopo anni, chiede aiuto, Mario subito accorre, disponibile ad accollarsi la paternità. È succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vita. Se dei giorni della vita di Mario possiamo dire - quasi sempre è il 17 giugno -, degli spazi in cui Mario si muove non siamo certi. La ripetizione è l'unica realtà di Mario.

Con una scrittura che procede per variazioni capitolo dopo capitolo, pur conservando un incalzare ipnotico, Giulio Mozzi in questo suo romanzo guida il protagonista e chi legge, attraverso avventure in parte reali e in parte - ma la cosa è sempre indefinibile - del tutto immaginarie, portandoli a sfiorare le vite strane e misteriose di personaggi senza nome - il Grande Artista Sconosciuto, il Terrorista Internazionale, il Martellatore di Monaci, il Capufficio - che Mario contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell'ultima pagina, alla più orribile delle conclusioni. (aise/dip 17)

 

 

 

 

Un’archeologa trentina in Germania. Virginia Trinco si racconta a Mondo Trentino

 

Cottbus. “Qui ho imparato cosa vuol dire vivere; e a vivere in un paese straniero”. Così inizia l’intervista che Virginia Trinco di Rovereto, città in cui è nata e dove è rimasta per 25 anni, fino a quando un anno e mezzo fa si è trasferita in Germania, ha rilasciato a Mondo Trentino, il portale dell’Ufficio emigrazione della Provincia autonoma di Trento nel consueto appuntamento dedicato ai “nuovi” corregionali all’estero. Riportiamo di seguito la versione integrale dell’articolo.

 

Il trasferimento in Germania è una delle ultime esperienze che l’archeologia l’ha portata a fare. Il primo incontro con l’archeologia è avvenuto durante i suoi studi universitari, quando frequentava la laurea triennale. Nonostante abbia conseguito il titolo di studio in Beni Culturali ad indirizzo storico-artistico, con una tesi di Laurea Triennale sul pittore roveretano Iras Baldessari, successivamente Virginia si è iscritta al corso di Laurea Magistrale in Quaternario, Preistoria e Archeologia.

Un cambio di rotta curioso, ed è in questo periodo che sono iniziati due anni molto intensi, che l’hanno arricchita dal punto di vista umano e professionale. Sotto la guida di Maurizio Battisti, archeologo presso la Fondazione Museo Civico di Rovereto, ha mosso i primi passi come archeologa, dando avvio ad una collaborazione coronata poi dalla stesura della tesi Magistrale su l'insediamento preistorico di Dosso Alto di Borgo Sacco. Grazie invece all’Università, passando le sue estati sugli scavi, ha avuto modo di imparare il lavoro sul campo. E così tra terra, reperti, cazzuole e avventure, si è detta “perché non fare anche un Erasmus?”

Virginia dice: “Ricordo ancora quel giorno di inizio ottobre, quando scendendo dal treno ho sentito l’aria fredda e l’inconfondibile profumo di Franzbrötchen: Amburgo era lì. Nonostante le difficoltà incontrate con il tedesco, che avevo ormai da tempo archiviato, ricordo quei sei mesi invernali fatti di posti, persone e esperienze nuove, davvero con molto affetto. Amburgo mi è servita per prendere quel coraggio che poi mi ha fatto venire qui, a Cottbus”.

D. Ciao Virginia, dove vivi ora e cosa fai?

R. Attualmente vivo nelle campagne di Cottbus nel Brandeburgo (tra Berlino e Dresda). Qui lavoro come archeologa per una ditta che fa sorveglianze archeologiche in molte regioni (Land) della Germania. Gestisco l’ufficio che si occupa della zona del Brandeburgo appunto, nonostante sia la mia prima esperienza nel settore. E pensare che questa occasione è arrivata grazie alla pandemia! Un po’ scoraggiata dalla difficile situazione del post lockdown, ho iniziato comunque a guardare per delle opportunità lavorative in Europa. E così grazie a una serie di fortunate coincidenze, insieme alla voglia di fare nuove esperienze, mettermi in gioco, lavorare e mostrare a me stessa che potevo farcela, sono partita, ed eccomi qua!

D. Com’è la vita in Germania, come è stato il primo approccio e come ti trovi ora?

R. Quando sono smontata dal treno non avevo bene idea di cosa volesse dire “Germania dell’Est”. Sicuramente è tutt’altra cosa dalla scintillante ed elegante Amburgo! Tutto mi è parso molto simile, i paesi così come le case. Ancora oggi non passano inosservati quasi quarant’anni di DDR qui in Brandeburgo. Ammetto che ancora non mi sono abituata. Così come non mi sono ancora abituata ai grandi spazi piani, in cui la natura “selvaggia” si alterna ai campi coltivati e alle distese di boschi. A volte mi chiedo dove sono le mie montagne. A casa ad aspettarmi, mi rispondo.

D. Ti senti straniera in Germania?

R. Con il termine Heimat in tedesco si descrive la patria intesa come il luogo in cui ti senti bene, dove puoi essere te stesso, dove sei felice. Io trovo ancora tutto ciò in Italia, nel praticare i miei sport di montagna, nell’avere vicino la mia famiglia e amici. Pertanto, sì, ogni giorno mi sento straniera. Mi sento straniera quando non capisco cosa mi viene detto o quello che leggo, quando non capisco determinati modi di fare, semplicemente perché a casa funziona diversamente. Quest’esperienza però mi ha anche regalato delle persone importanti che mi hanno aiutato e mi aiutano nelle difficoltà quotidiane.

D. Come e dove hai vissuto l’emergenza Coronavirus? Ti sei vaccinata?

R. Quando sono partita a luglio 2020, non immaginavo che sarei rimasta bloccata qui. Invece è andata proprio così. Non poter rientrare a casa per quasi un anno non è stato facile, ci sono stati periodi molto difficili. Ma per fortuna ho potuto condividere questi momenti con una ragazza, anche lei italiana e anche lei rimasta bloccata qui. E così accomunate dalla mancanza della nostra Heimat ci siamo capite e sostenute nell’affrontare questa situazione. Sì, sono vaccinata. È l’unica soluzione per spostarsi e tornare a casa senza tutte le complicazioni organizzative che comportano i tamponi.

D. Quali progetti hai per il futuro, quali strade hai già intrapreso nel caso dovessi rientrare in Italia?

R. Di progetti per il futuro ce ne sono vari, in base a quello che succederà poi, deciderò quali intraprendere. Nel caso di un eventuale ritorno a breve in Italia, quasi sicuramente dovrei abbandonare l’archeologia. A casa un’alternativa sarebbe quella di cercare lavoro come geometra, dato che l’anno scorso ho concluso anche questo percorso di studio. Le situazioni e le circostanze però sono in continua evoluzione; perciò, sono convinta che le scelte e le soluzioni arriveranno al momento giusto, quando devono arrivare.

D. Vuoi lasciare un messaggio alla Community di MondoTrentino, a tutti i trentini e al Trentino in generale?

R. Vorrei dire che ogni esperienza, nonostante le difficoltà, ci fa capire qualche cosa di noi stessi e degli altri, pertanto è sempre positiva. Vorrei dire di cogliere le possibilità che la vita ci regala, perché non si sa mai cosa può succedere “girando l’angolo”. Per dirla con le parole di Cesare Cremonini perché “per quanta strada c’è da fare, amerai il finale”. Buon viaggio a tutti! Mondo trentino 

 

 

 

 

Berlino. Riunione di coordinamento annuale in Ambasciata

 

Berlino - “Importante riunione di coordinamento tra l’Ambasciatore, i Consoli, i Presidenti dei Comites, i consiglieri del CGIE, le Associazioni in Germania ed i Parlamentari eletti in questa Circoscrizione” dichiara l’On. Simone Billi, unico eletto della Lega Salvini Premier nella Circoscrizione Europa.

“Abbiamo discusso le tematiche di maggior interesse per la Comunità Italiana in Germania - precisa l’On.Billi - è stato un costruttivo momento di coordinamento.”

“In particolare Italiani in Germania nel 2020 sono 849.368, mentre nel 2010 si contavano 652.127, con una crescita di circa 198.000 persone, il 30% in più in 10 anni” dettaglia l’On. Billi “equivalente allo spostamento in blocco di città di medie dimensioni come Trieste, Brescia, Prato, Taranto e Reggio Calabria.”

“Ma all’aumento degli italiani in Germania è corrisposta purtroppo una forte diminuzione di risorse per la Rete Consolare, a seguito del taglio delle risorse in tutta la Pubblica Amministrazione Italiana.”

“Potenziare la Rete Consolare oggi è pertanto importante” conclude il deputato della Lega “per offrire servizi al passo coi tempi e nel rispetto delle esigenze dei Connazionali in Germania.” Dip 14

 

 

 

 

Amburgo. Giorno dell’unità nazionale e delle forze armate italiane. Il discorso del presidente del Comites Scigliano

 

Celebrazione al cimitero d’onore Amburgo – Öjendorf, domenica 7 novembre 2021. Discorso del Presidente del Comites di Hannover dott. Giuseppe Scigliano

 

Illustrissimo Sig. Capitano di fregata Massimo Tozzi, Illustrissimo Herr Oberst Michael Schlechtweg, illustrissimo Herr Brigaden Kapitain Ralf Zielinski, Ill.mo Sig. Console Generale Davide Michelut, carissimo Don Pierluigi Vignola, gentili Signore e signori, cari amici, siamo qui riuniti per commemorare le vittime della seconda guerra mondiale qui seppellite.

In questo luogo della memoria, dove per la quinta volta intervengo, sono seppelliti 5.849 connazionali che hanno perso la loro vita nello Schleswig-Holstein, nella Bassa Sassonia, ad Amburgo, a Brema e nella Westfalia.

Questi sono semplicemente una piccola parte delle tante vittime di quei tempi e questo è uno dei tanti luoghi della memoria lasciati in eredità alle nuove generazioni. Devo constatare che in molti ancora non ne hanno capito il senso e continuano ad offenderne la memoria non per ultimo la vergogna di un corteo nella città di Novara dove i manifestanti indisturbati indossavano casacche che ricordavano quelle degli internati e degli Ebrei nei Lager.  Una provocazione gratuita partorita in parte dall’ignoranza ed in parte dagli eredi di coloro che a quei tempi si macchiarono le mani e l’anima di quegli eccidi. La superstite Liliana Segre così si esprime a tal proposito; “quella gente è proprio fortunata perché ha potuto mimare la sofferenza senza viverla, non sa cosa hanno davvero sofferto coloro che sono stati prima esclusi, poi discriminati ed infine annientati”.

Nell’entrare in questo luogo, che allora accolse corpi esanimi e martoriati e che adesso rimane come testimonianza delle barbarie della guerra e dei carnefici, un forte sentimento di tristezza si impossessa dei miei pensieri. Qui ricordo ancora una volta che anche in Italia nel 1938 furono emanate le leggi razziali e furono arrestati e deportati migliaia di Ebrei. Oggi, quell’odio e quell’accanimento insensato lo vediamo nei discorsi di molti politici e negli atteggiamenti della gente comune che addita il diverso come il nemico numero uno. La storia purtoppo spesso non genera più momenti di riflessione ed i programmi scolastici, rivolti sempre più verso il futuro, offendono gli eroi che hanno dato la loro vita per la nostra democrazia.

Mi auguro che il buon senso prevalga sugli interessi economici che in un certo senso ci hanno resi schiavi del nostro consumismo e sordi davanti a chi ci chiede aiuto.

 Così come già detto altre volte, Queste vittime qui seppellite devono essere ricordate e devono servire da monito per non farci commettere gli stessi errori e le stesse brutture del passato.

Un saluto particolare lo dedico ai familiari di questi morti che hanno saputo dare ai loro discendenti un ricordo indelebile che ancora oggi tengono vivo e cercano in tutti i modi di non dimenticare e di tramandare alla memoria dei discendenti.

Spero e mi auguro che le istituzioni anche in futuro, riescano a mantenere con decoro questo luogo.

A tutti voi che avete i vostri cari qui seppelliti va tutta la mia solidarietà ed il rispetto.

Come ogni anno, adesso dedico una mia poesia ai caduti qui seppelliti.

 

Il falco      

Come un falco

mi scaravento

su scene passate

conficco gli artigli

nei ricordi appisolati

senza pietà

strappo emozioni

a questo cuore

vagabondo...

volti scomparsi

tra i cespugli di paesaggi

lasciati altrove

nella mia memoria

hanno sconfitto il tempo

e navigo… corro… volo

tra le pagine della mia storia.

Giuseppe Scigliano, de,it.press 8

 

 

 

 

 

Cop26, Papa Francesco: “Le ferite da Covid e clima sono come una guerra mondiale”

 

Mentre inizia la Conferenza di Glasgow, siamo tutti consapevoli che essa ha l’importante compito di mostrare all’intera comunità internazionale se realmente sussiste la volontà politica di destinare con onestà, responsabilità e coraggio maggiori risorse umane, finanziarie e tecnologiche per mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico così come per aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili, che sono quelle che ne soffrono maggiormente.

Ma, davanti a noi, vi è di più: questo compito dovrà, infatti, essere svolto nel pieno di una pandemia che da quasi due anni sta flagellando la nostra umanità. Accanto ai vari drammi che ha portato il Covid-19, la pandemia ci insegna anche che non abbiamo alternative: riusciremo a sconfiggerla solo se tutti quanti prenderemo parte a questa sfida. Tutto ciò, lo sappiamo bene, richiede una profonda e solidale collaborazione tra tutti i popoli del mondo.

Vi è stato un prima della pandemia; esso sarà inevitabilmente differente dal dopo-pandemia che dobbiamo costruire, insieme, prendendo spunto dagli errori fatti nel passato.

Analogo discorso è possibile farlo nel contrastare il problema globale del cambiamento climatico. Non abbiamo alternative. Possiamo conseguire gli obiettivi scritti nell’Accordo di Parigi solo se si agirà in maniera coordinata e responsabile. Sono obiettivi ambiziosi, ma indifferibili. Oggi queste decisioni spettano a voi.

La COP26 può e deve contribuire attivamente a questa coscienziosa costruzione di un futuro dove i comportamenti quotidiani e gli investimenti economico-finanziari possano realmente salvaguardare le condizioni di una vita degna dell’umanità di oggi e di domani in un pianeta “sano”.

Si tratta di un cambiamento d’epoca, di una sfida di civiltà per la quale vi è bisogno dell’impegno di tutti ed in particolare dei Paesi con maggiori capacità, che devono assumere un ruolo guida nel campo della finanza climatica, della decarbonizzazione del sistema economico e della vita delle persone, della promozione di un’economia circolare, del sostegno ai Paesi più vulnerabili per le attività di adattamento agli impatti del cambiamento climatico e di risposta alle perdite e ai danni derivanti da tale fenomeno.

Da parte sua la Santa Sede, come ho indicato all’High Level Virtual Climate Ambition Summit del 12 dicembre 2020, ha adottato una strategia di riduzione a zero delle emissioni nette (net-zero emission) che si muove su due piani: 1) l’impegno dello Stato della Città del Vaticano a conseguire questo obiettivo entro il 2050; 2) l’impegno della Santa Sede stessa a promuovere un’educazione all’ecologia integrale, ben consapevole che le misure politiche, tecniche ed operative devono unirsi a un processo educativo che, anche e soprattutto tra i giovani, promuova nuovi stili di vita e favorisca un modello culturale di sviluppo e di sostenibilità incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente naturale. Da questi impegni sono nate migliaia di iniziative in tutto il mondo.

Anche in questa prospettiva il 4 ottobre scorso, ho avuto il piacere di riunirmi con vari leader religiosi e scienziati per firmare un Appello congiunto in vista della COP-26. In quell’occasione, abbiamo sentito voci di rappresentanti di tante fedi e tradizioni spirituali, di tante culture e ambiti scientifici. Voci differenti e con diverse sensibilità. Ma ciò che si è potuto avvertire chiaramente era una forte convergenza di tutti nell’impegnarsi di fronte all’urgente necessità di avviare un cambiamento di rotta capace di passare con decisione e convinzione dalla “cultura dello scarto” prevalente nella nostra società a una “cultura della cura” della nostra casa comune e di coloro che vi abitano o vi abiteranno.

La ferite portate all’umanità dalla pandemia da Covid-19 e dal fenomeno del cambiamento climatico sono paragonabili a quelle derivanti da un conflitto globale. Così come all’indomani della seconda guerra mondiale, è necessario che oggi l’intera comunità internazionale metta come priorità l’attuazione di azioni collegiali, solidali e lungimiranti.

Abbiamo bisogno di speranza e di coraggio. L’umanità ha i mezzi per affrontare questa trasformazione che richiede una vera e propria conversione, individuale ma anche comunitaria, e la decisa volontà di intraprendere questo cammino. Si tratta della transizione verso un modello di sviluppo più integrale e integrante, fondato sulla solidarietà e sulla responsabilità; una transizione durante la quale andranno considerati attentamente anche gli effetti che essa avrà sul mondo del lavoro.

In tale prospettiva, particolare cura va rivolta alle popolazioni più vulnerabili, verso le quali è stato maturato un “debito ecologico”, connesso sia a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ambientale, sia all’uso sproporzionato delle risorse naturali del proprio e di altri Paesi. Non possiamo negarlo.

Il “debito ecologico” richiama, per certi versi, la questione del debito estero, la cui pressione ostacola spesso lo sviluppo dei popoli. Il post-pandemia può e deve ripartire tenendo in considerazione tutti questi aspetti, collegati anche con l’avvio di attente procedure negoziate di condono del debito estero associate a una strutturazione economica più sostenibile e giusta, volto a sostenere l’emergenza climatica. È «necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere il debito [ecologico] limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile». Uno sviluppo a cui, finalmente, possano partecipare tutti.

Purtroppo dobbiamo constatare amaramente come siamo lontani dal raggiungere gli obiettivi desiderati per contrastare il cambiamento climatico. Va detto con onestà: non ce lo possiamo permettere! In vari momenti, in vista della COP26, è emerso con chiarezza che non c’è più tempo per aspettare; sono troppi, ormai, i volti umani sofferenti di questa crisi climatica: oltre ai suoi sempre più frequenti e intensi impatti sulla vita quotidiana di numerose persone, soprattutto delle popolazioni più vulnerabili, ci si rende conto che essa è diventata anche una crisi dei diritti dei bambini e che, nel breve futuro, i migranti ambientali saranno più numerosi dei profughi dei conflitti. Bisogna agire con urgenza, coraggio e responsabilità. Agire anche per preparare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di prendersi cura di sé stessa e della natura.

I giovani, che in questi ultimi anni ci chiedono con insistenza di agire, non avranno un pianeta diverso da quello che noi lasciamo a loro, da quello che potranno ricevere in funzione delle nostre scelte concrete di oggi. Questo è il momento della decisione che dia loro motivi di fiducia nel futuro.

Avrei voluto essere presente con voi, ma non è stato possibile. Vi accompagno però, con la preghiera in queste importanti scelte. Papa Francesco

 

 

 

Migrantes: presentata a Roma la XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo

 

ROMA – Si è tenuta a Roma la presentazione della XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo realizzato dalla Fondazione Migrantes. Leggendo i dati sulla mobilità – da e verso l’Italia – emerge come la pandemia abbia avuto importanti ripercussioni sulla popolazione italiana e su quella straniera presente nel nostro Paese. Secondo l’Istat, a inizio 2021, gli stranieri residenti in Italia ammontano a poco più di 5 milioni: dopo un ventennio di crescita ininterrotta, anche la popolazione straniera si ridimensiona e non riesce più a compensare l’inesorabile ‘inverno demografico’ italiano. Considerando i diversi mesi di lockdown vissuti a livello nazionale, europeo e internazionale, per molti è stato praticamente impossibile spostarsi: questo ha inciso fortemente sui dati relativi all’andamento migratorio italiano, sia interno che verso l’estero. L’Italia, in sintesi, è oggi uno Stato in cui la popolazione autoctona e la popolazione immigrata non crescono. L’unica Italia a crescere è quella che mette radici fuori dai confini nazionali in modo ufficiale – quindi iscrivendosi all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) – o in modo ufficioso non ottemperando all’obbligo di iscrizione. A partire sempre più numerosi sono gli italiani di nascita e quelli naturalizzati: questi ultimi sono coloro che chiedono di diventare italiani e, una volta ottenuta la cittadinanza, tecnicamente vengono chiamati “nuovi” italiani. Al 1 gennaio 2021 la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità (il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia). Mentre l’Italia ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato Istat), la presenza all’estero è aumentata del 3% nell’ultimo anno. La Sicilia con oltre 798 mila iscrizioni è la Regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero; seguono, a distanza, la Lombardia (+561 mila), la Campania (quasi 531 mila), il Lazio (quasi 489 mila), il Veneto (+479 mila) e la Calabria (+430 mila). Sono tre le grandi comunità di cittadini italiani iscritti all’AIRE: nell’ordine, in Argentina (884.187), in Germania (801.082) e in Svizzera (639.508). Seguono a distanza le comunità residenti in Brasile (poco più di 500 mila), Francia (circa 444 mila), Regno Unito (oltre 412 mila) e Stati Uniti (quasi 290 mila). La mobilità degli italiani con la pandemia, quindi, non si è arrestata; ha subito un ridimensionamento che non riguarda, però, le nuove nascite all’estero da cittadini italiani: piuttosto le vere e proprie partenze, il numero cioè dei connazionali che hanno materialmente lasciato l’Italia, recandosi all’estero da gennaio a dicembre 2020. In valore assoluto, si tratta di 109.528 italiani, oltre 21 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il 54,4% (59.536) sono maschi, il 66,5% (72.879) celibi o nubili, il 28,5% (31.268) coniugati, il 2,2% divorziati (2.431). Nel generale calo delle partenze (-16,3% rispetto all’anno precedente), le diminuzioni maggiori si riscontrano per gli anziani (-27,8% nella classe di età 65-74 anni e -24,7% in quella 75-84 anni) e per i minori al di sotto dei 10 anni (-20,3%). Crescono, invece, i giovani tra i 18 e i 34 anni (42,8%): nell’anno della pandemia, il protagonismo dei giovani italiani in mobilità aumenta, ma il rischio di uno spostamento è stato volutamente evitato dai profili più fragili, anziani e bambini.

Curato da Delfina Licata il RIMI 2021 è un volume nato durante la pandemia, scritto da 75 autori, che narra di come è cambiata la mobilità italiana per via del Covid. “E’ un lavoro prodotto da persone che si occupano di mobilità italiana: dalla politica al Cgie passando per le associazioni ed i patronati”, ha spiegato Licata ricordando la crescita dei cittadini iscritti all’Aire ossia quasi il 10% dell’intera popolazione italiana. “E’ un Paese che si spopola sempre di più mentre al contempo abbiamo un numero sempre maggiore di cittadini che decidono di risiedere all’estero”, ha evidenziato Licata sottolineando che nell’ultimo anno ci sono state 109 mila partenze per espatrio per lo più registrate nella fascia d’età compresa tra 18 e 34 anni e per lo più nell’Europa. Tra le prime dieci destinazioni, sette sono infatti europee. “Il Regno Unito è l’unico Paese che presenta una crescita del 33% nell’ultimo anno”, ha commentato Licata facendo emergere un dato che è in controtendenza rispetto al problema della Brexit. Anche il profilo di chi rientra è cambiato con la pandemia: italiani più giovani, autonomi o sprovvisti di occupazione, rientrati per lo più al Sud. Licata ha sottolineato come la pandemia abbia acuito le differenze di genere, quelle geografiche e quelle di classe sociale ma anche i disagi psicologici del non avere un contatto diretto con la cosiddetta famiglia allargata tra Italia ed estero. La curatrice del RIM ha voluto ricordare infine il tema del turismo delle radici quale opportunità per valorizzare i borghi altrimenti colpiti dallo spopolamento. In questa edizione ‘speciale Covid’ sono state analizzate 34 città del mondo per fare il punto sullo stato dell’arte dell’associazionismo. Licata auspicando in un futuro prossimo la cosiddetta ‘mobilità circolare’ ha quindi letto il messaggio inviato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Mattarella ha parlato del RIM come di un lavoro che “apre a prospettive analitiche più ampie e complesse, alle sfide impreviste che i nostri connazionali all’estero affrontano, alle comunità di italo-discendenti e ai residenti all’estero”. Mattarella ha inoltre ricordato la portata umana di questa presenza quale valore inestimabile. “Le reti che animano questo valore di italicità meritano il giusto riconoscimento”, ha concluso sottolineando il lavoro prezioso della Fondazione Migrantes con questa “bussola sulla mobilità italiana”. Licata ha letto anche il messaggio del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Sassoli ha auspicato un approccio europeo più coeso e coraggioso nelle dinamiche di una mobilità che non riguarda solo l’Italia ma i diversi Paesi europei. L’invito di Sassoli è “prendersi cura della persona in modo sostanziale con misure integrative e sociali potenziando le iniziative a sostegno degli europei in condizioni di povertà”, ha commentato Sassoli indicando come soluzione un’Europa che “non sia indifferente e indichi una via diversa rispetto al passato con regole che umanizzino il governo globale delle migrazioni per una convivenza civile”.

Stefano Russo (Segretario Generale CEI) ha parlato di un lavoro realizzato con grande professionalità. “E’ molto più di un annuario: un diario nel quale, anno dopo anno, raccontiamo noi stessi restituendo voce ad un’Italia che cresce lontana. L’Italia è strutturalmente in mobilità: un movimento che pare non sia riuscito a fermare neanche il Covid”, ha spiegato Russo esprimendo preoccupazione anche per il cosiddetto inverno demografico e per lo spopolamento di varie aree interne del Paese. “Non c’è materia più complessa della migrazione e non c’è persona più articolata del migrante, poiché è somma di ogni singolo incontro fatto nel suo percorso”, ha aggiunto Russo. Gli italiani emigrano massicciamente ed i giovani sono i protagonisti di questa mobilità. La Chiesa sinodale deve essere compagna di vita per ciascuno di loro”, ha sottolineato Russo richiamando le istituzioni e la politica ad un linguaggio inclusivo, mettendo la persona al centro del proprio agire. Massimo Vedovelli (Università per stranieri di Siena) ha messo in evidenza il senso di appartenenza dal punto di vista sociale e culturale che sembra aver trovato una nuova fioritura; un altro aspetto è l’emersione del senso del fare rete in un rinnovato dialogo. Vedovelli ha evidenziato che la mobilità dei giovani deve essere affrontata parallelamente alla questione dell’inserimento scolastico. “Le comunità di neo emigrazione non sono strutturalmente come le comunità di antica tradizione migratoria”, ha ricordato Vedovelli sottolineando infine come la mobilità italiana all’estero sia stata testimone anche di una narrazione mediatica più pacata o semplicemente più razionale rispetto alla pandemia. Vedovelli ha quindi richiamato l’attenzione sul gap normativo italiano limitativo rispetto a futuri rientri, parlando proprio di quei giovani che sperimentano percorsi formativi importanti all’estero: “l’attuale normativa italiana non consente di valorizzare certe competenze maturate all’estero”, ha lamentato il docente. Maria Cuffaro (giornalista Rai) ha ricordato come i giovani di oggi non sentano più l’Europa come ‘estero’ ma sentano invece la cesura nel momento in cui dovessero rientrare in Italia in una società cristallizzata con una cultura burocratica di trenta anni fa rispetto ai Paesi in cui sono stati. “Questo è respingente per i giovani. Spesso la politica non vuole dare risposte e questo è un problema. Perché i giovani vanno all’estero non vedendo qui un futuro? La politica italiana dovrebbe cominciare a dare delle risposte”, ha rilevato  chiamato Cuffaro chiamando in causa le istituzioni, spiegando altresì che per invertire la rotta dell’inverno demografico bisogna convincere le persone che l’Italia è un Paese in cui è possibile fare figli. ma per fare questo servono generazioni. Cuffaro ha sottolineato anche il clima creatosi con un boom di nazionalismi figli di un concetto di cittadinanza quantomeno arcaica a fronte di generazioni di giovani che invece vedono nell’Europa una casa comune. Antonio Serra (coordinatore nazionale Missioni Cattoliche Inghilterra e Galles) ha parlato del cambio di punto di vista nel Regno Unito quando i migranti europei da risorsa sono diventati quasi un problema, a seguito della Brexit. Serra ha evidenziato la barriera linguistica ma anche quella generazionale soprattutto per gli anziani che hanno più fragilità e limiti tecnologici. “Quando si arriva adesso nel Regno Unito si è trattati da stranieri. Bisogna avere un visto, un lavoro e una competenza linguistica in inglese”, ha sottolineato Serra. Monsignor Giancarlo Perego (Presidente Fondazione Migrantes) ha ricordato in primo luogo come manchi in Europa una politica unitaria di accompagnamento dei migranti. “Da questo rapporto sui migranti italiani, che hanno tanti volti, – proseguito il Presidente della Migrantes – si vedono, sempre più donne, giovani e famiglie come protagonisti. Elementi da leggere in contesto sociale e ecclesiale”. Perego si poi soffermato sui problemi relativi alle difficoltà di inserimento dei giovani italiani all’estero nelle strutture scolastiche. Problemi che fanno aumentare il rischio di abbandono scolastico. “Nel mondo – ha poi aggiunto Perego – ci sono anche tante storie di anziani italiani, come rilevato dall’Inps che eroga 330.000 pensioni all’estero, che stanno ridisegnando l’emigrazione italiana e che interpellano le missioni cattoliche nel mondo e soprattutto nel contesto europeo”. Per Perego i migranti possono essere fondamentali per rilanciare il concetto di solidarietà e di casa comune in quell’Europa dove vengono però ancora eretti muri culturali che stanno dividendo sempre più est ed ovest. Perego ha inoltre messo in guardia dai rischi dei rigurgiti di pericolosi nazionalismi. L’attenzione è stata quindi riportata alla fotografia plastica di come sono cambiate le stesse città con le loro disuguaglianze interne. Simone Sperduto, Inform/dip 9

 

 

 

 

Rapporto Italiani nel Mondo: lo Speciale 2021 dedicato alla mobilità italiana e Covid-19

 

Roma – Il tema portante dell’edizione 2021 del RIM è l’emergenza sanitaria che attraversa tutte le sezioni. Il volume è costruito, inoltre, sul continuo rimando tra mobilità italiana interna e mobilità italiana all’estero. Dallo scoppio della pandemia tutta una serie di costanti hanno cambiato aspetto e nuovi elementi si sono palesati. È quanto i 75 autori dell’edizione 2021, presentata oggi a Roma, hanno messo in risalto nei 54 saggi che compongono il volume. Per la prima volta dal 2005 coloro che scrivono dall’estero sono più numerosi di quelli che lo hanno fatto dall’Italia. Una redazione, quindi, sempre più transnazionale, multidisciplinare e multisituata. Sono state coinvolte 16 diverse realtà accademiche dell’Italia (da Sud a Nord) e del mondo (Europa, Australia e America del Sud), oltre che molteplici altre realtà, istituti di ricerca, associazioni, strutture istituzionali, pubbliche e private, mondo sindacale e patronati.

Un volume corale arricchito dall’analisi di 34 città del mondo – Algeri, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Buenos Aires, Casablanca, Colonia, Dakar, Dublino, Ginevra, Johannesburg, Libreville, Londra, Madrid, Manchester, Mar del Plata, Marrakech, Melbourne, Monaco di Baviera, Montevideo, Montreal, Nairobi, New York, Osaka, Oslo, Parigi, Pechino, Perth, Rabat, San Paolo del Brasile, Sidney, Tokyo, Toronto, Vienna – e di come gli italiani residenti in queste città, ufficialmente o meno, hanno affrontato l’epidemia mondiale vivendo l’isolamento, il paradosso di dover essere immobili nella mobilità e l’avvento delle nuove forme di digitalizzazione e virtualità diffusa.

Ne emerge un viaggio intorno al mondo ma, cosa più importante, dalla lettura si ha la possibilità di mettere a confronto gli interventi messi a punto da ciascuna realtà geografica a seguito dell’esplosione della pandemia e le reazioni che questi interventi hanno prodotto nella comunità degli italiani lì residenti. Ogni città analizzata presenta un caso a sé. Ogni saggio parte dal mettere insieme i dati e si arricchisce della raccolta di soggettività continuando a scrivere la storia di un paese, l’Italia, e di un popolo, gli italiani, in mobilità e sempre più in crescita fuori dei confini nazionali anche e nonostante la pandemia. Per gli italiani in mobilità il Covid-19 ha significato fare una verifica a tutto tondo: immersi nell’immobilità obbligata dovuta ai lockdown, riscoprirsi con la testa e la personalità stabilmente in movimento.

 

Italiani in mobilità precaria, recente, non ufficiale

A metà settembre 2020, secondo i dati del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), la Farnesina aveva ricondotto in patria quasi 111 mila connazionali attraverso oltre mille operazioni terrestri, aeree e navali che avevano interessato ben 180 paesi del mondo. Un’operatività che ha richiesto un impegno senza precedenti da parte delle sedi diplomatiche in coordinamento col MAECI, sorprese dal virus come tutti e interessate esse stesse da possibili contagi. E’ quanto emerge dal Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato questa mattina.

Il quadro dei rientri è molto complesso ed è possibile individuare diversi profili. Il blocco totale degli spostamenti ha fatto collassare il settore turistico soprattutto per quei luoghi che vivono, quasi esclusivamente, della presenza di viaggiatori e turisti come il Marocco, la Spagna e diversi altri. Gli italiani residenti più ufficiosamente che ufficialmente all’estero e occupati nei settori connessi al turismo – agenzie di viaggi, tour operator, ma anche il mondo alberghiero e della ristorazione – sono stati travolti dall’emergenza sanitaria che per loro è diventata anche emergenza di sopravvivenza. Moltissimi italiani proprietari di ristoranti nel mondo sono riusciti a resistere, alcuni si sono dovuti reinventare l’attività oltre la riconversione verso l’asporto come tutti, ma chi lavorava come dipendente in questo settore specie se da poco tempo perché di recente arrivo all’estero o inserito con contratto a tempo determinato, o non regolare, o a nero, non ha avuto scampo ed è stato falcidiato dall’epidemia. In tantissimi hanno perso il lavoro e l’unica strada percorribile era fare ritorno a casa. In generale, comunque, il progetto migratorio acerbo unito a un inserimento occupazionale non certo, instabile o irregolare sono state due delle caratteristiche che hanno spinto fortemente al rientro sia dall’estero sia per chi si trovava in un’altra regione d’Italia rispetto a quella di origine. Al ritorno dei lavoratori precari che si trovavano nella condizione di mobilità interna, si è unito quello dei lavoratori pendolari e la grande questione dei frontalieri.

Il caso del Canton Ticino è in questo senso emblematico, con i lavoratori costretti a dover scegliere tra salute e lavoro, tra affetti e responsabilità professionale in un momento in cui la Lombardia era piegata e sconvolta dal virus e la Svizzera sembrava essere immune. Alcuni datori di lavoro ticinesi hanno messo gratuitamente a disposizione dei loro dipendenti stanze d’albergo, lasciando loro la libertà di scegliere tra il rientro a casa e la permanenza nel Cantone, ma altri non hanno dato alcuna scelta, anzi li hanno invitati a non rientrare. Tra ricatti morali e opportunità ricevute con l’ospitalità di familiari o conoscenti quello che è emerso con forza è quanto il Ticino sia legato indissolubilmente al lavoro frontaliero, in quanto nelle mani di questi lavoratori si trovano alcuni dei settori nevralgici – e resi ancora più decisivi dalla pandemia – quali la sanità e la grande distribuzione. Il Ticino è solo un esempio, forse il più vicino geograficamente parlando, ma la questione frontalieri italiani ed europei è uno dei grandi temi della mobilità di oggi.

 

Le pensioni degli italiani all’estero

In tema di pensioni, l’effetto pandemia si è riscontrato con riferimento all’incremento del numero di pensioni eliminate per decesso nel 2020 rispetto al 2019. In Italia tale aumento è stato pari al 15,2%; all’estero, invece, la variazione percentuale si attesta a circa il 2%. È ragionevole presumere che la variazione più significativa sarà colta nel corso dell’anno 2021 quando saranno consolidati i dati relativi alle verifiche dell’esistenza in vita. E’ quanto si legge nel rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, presentato questa mattina Roma. Nel corso del 2020, comunque, l’INPS ha pagato in tutto 13.816.971 pensioni e quelle all’estero (330.472) rappresentano circa il 2,4% del totale. Questa percentuale, che può sembrare poco significativa, per l’INPS ha un valore molto importante perché si è ben consapevoli che si tratta di un fenomeno in continua espansione considerando il costante aumento di partenze di italiani per l’estero, si legge nel Rapporto. Questo trend genererà nuove pensioni da liquidare in regime di totalizzazione internazionale e da erogare non solo per chi torna in Italia dopo l’esperienza maturata altrove, ma anche a favore di chi decide di rimanere nel paese estero che l’ha ospitato. Non si tratta di una previsione a lungo termine: molti degli attuali emigrati, infatti, rientrano nella fascia d’età 40-50 e 50-60 anni. Ciò vuol dire che il numero delle pensioni interessate dalla totalizzazione internazionale è destinato molto presto ad aumentare in maniera considerevole.

Aumentano, inoltre, i pagamenti attribuiti a coloro che decidono di emigrare in altri paesi da pensionati (negli ultimi 5 anni +21,1%), scelta motivata da differenti obiettivi: seguire i figli che hanno trovato lavoro fuori dall’Italia, beneficiare dei vantaggi fiscali offerti da altri Stati, o, semplicemente, godere di un clima o di un ambiente differente da quello che si è lasciato alle spalle. Già oggi si assiste ad un primo passaggio di consegne: la platea dei pensionati all’estero che deriva da migrazioni del passato, viene integrata da quella che appartiene ad una nuova e più recente ondata migratoria. Questa si differenzia dalla prima sotto vari aspetti: le destinazioni di pagamento, le tipologie di pensione e, non da ultimo, la nazionalità dei percettori. Mentre, infatti, le migrazioni più antiche stanno dando luogo principalmente al pagamento di pensioni ai superstiti, soprattutto a donne di origine italiana e in paesi quali Nord America, Argentina, Brasile, Australia, ma anche Francia, Germania, Belgio e Svizzera, quelle più recenti si caratterizzano per essere riscosse presso nuovi Stati di destinazione, sia in Europa, in particolare nell’Est europeo, sia nel continente africano e asiatico, luoghi che, fino a qualche tempo fa, non erano registrati negli archivi INPS.

 

L’unica Italia che continua a crescere è quella all’estero

Al 1° gennaio 2021 la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato Istat), la presenza all’estero è aumentata del 3% nell’ultimo anno. Lo evidenzia il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma.  La Sicilia con oltre 798 mila iscrizioni è la regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero. La seguono, a distanza, la Lombardia (+561 mila), la Campania (quasi 531 mila), il Lazio (quasi 489 mila), il Veneto (+479 mila) e la Calabria (+430 mila). Sono tre le grandi comunità di cittadini italiani iscritti all’AIRE: nell’ordine, Argentina (884.187, il 15,6% del totale), Germania (801.082, 14,2%) Svizzera (639.508, 11,3%). Seguono a distanza le comunità residenti in Brasile (poco più di 500 mila, 8,9%), Francia (circa 444 mila, 7,9%), Regno Unito (oltre 412 mila, 7,3%) e Stati Uniti (quasi 290 mila, 5,1%). Dip 10

 

 

 

 

Dramma ai confini Ue. Migranti: le mosse della Bielorussia mostrano la vulnerabilità europea

 

Le immagini dei giorni scorsi di centinaia di migranti che raggiungono la frontiera fra Bielorussia e Polonia, ampiamente riprese sui social network e dai media internazionali, costituiscono l’ultima manifestazione di uno dei principali problemi delle politiche migratorie messe faticosamente in atto dall’Unione europea: la dipendenza dai Paesi terzi per quanto riguarda la gestione dei flussi verso l’Europa.

Se il caso bielorusso è venato di tensioni geopolitiche che sfociano nell’uso strumentale dei migranti, in generale l’attuale impianto delle politiche Ue, ampiamente fondato sull’esternalizzazione del controllo delle frontiere a partner esterni, rende l’Unione più vulnerabile rispetto alle pressioni dei Paesi terzi.

Una nuova crisi

Negli ultimi mesi, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha utilizzato le ansie europee in materia di migrazioni per rispondere alle sanzioni e alla crescente pressione diplomatica applicata al regime. Ha individuato una potenziale debolezza europea e pare intenzionato a sfruttarla per ottenere concessioni, o comunque per reagire all’appoggio europeo alle forze di opposizione nel paese. Da mesi, Lituania e Polonia segnalano una situazione difficile ai propri confini, denunciando come le autorità bielorusse stiano apertamente aiutando i migranti a raggiungere la frontiera.

La Bielorussia ha concesso il visto a migliaia di migranti, soprattutto dal Medio Oriente, con l’obiettivo di farli poi transitare in Europa. I numeri di questo flusso non sono paragonabili, al momento, a quelli raggiunti dagli arrivi irregolari attraverso il Mar Mediterraneo nell’ultimo decennio, ma costituiscono una sorpresa per l’Ue, che evidentemente non si aspettava l’apertura di un fronte migratorio in Europa orientale.

La risposta dei Paesi al confine europeo ha ulteriormente complicato le già precarie condizioni umanitarie in cui si trovano i migranti. La Polonia ha dichiarato settimane fa lo stato di emergenza nelle aree di confine, impedendo di fatto l’accesso ai media e alle organizzazioni della società civile. Pochi giorni fa, la Lituania si è detta pronta ad adottare una misura simile. Ha destato poi scalpore in Europa la decisione dei due Paesi di costruire delle barriere fisiche al confine con la Bielorussia per impedire il passaggio dei migranti, che si trovano così intrappolati nel mezzo di una crisi internazionale alla frontiera.

La responsabilità Ue

Al netto delle peculiarità del caso bielorusso, il fatto che l’Ue si dimostri vulnerabile alle pressioni di attori esterni in materia di migrazioni non deve sorprendere più di tanto. L’attuale situazione al confine orientale dell’Europa risente delle politiche adottate nel Mediterraneo sin dalla crisi migratoria di alcuni anni fa.

L’impossibilità di trovare delle soluzioni di solidarietà interna all’Ue per il ricollocamento dei migranti ha, da un lato, sovraccaricato ulteriormente i toni del dibattito sulle migrazioni, presentate sempre di più in chiave securitaria e come una minaccia. Dall’altro, la soluzione individuata dall’Ue è stata quella di esternalizzare per quanto possibile la gestione dei flussi migratori ad alcuni paesi di transito. Con modalità e tempi diversi, questo è accaduto con Paesi come Turchia, Niger, Libia o Marocco. Tale dinamica ha reso l’Unione vulnerabile e non è sorprendente che Lukashenko utilizzi proprio il tasto delle migrazioni per esercitare pressione.

In maniera magari meno esplicita, simili pressioni sono giunte anche su altre rotte migratorie negli ultimi due anni: si pensi alla minaccia della Turchia di sospendere l’applicazione dell’accordo sui migranti all’inizio del 2020 oppure alle tensioni fra Spagna e Marocco negli scorsi mesi, quando migliaia di migranti avevano raggiunto all’improvviso il confine spagnolo proprio quando i due Paesi erano divisi da una controversia sul territorio del Sahara Occidentale.

Business as usual?

È stato il Consiglio europeo dello scorso giugno a riconoscere, finalmente, questo elemento di vulnerabilità. Nella riunione dei capi di Stato e di governo, la migrazione è tornata al centro della discussione su richiesta dell’Italia, preoccupata dall’aumento degli arrivi nel corso del 2021. In quella sede, i leader europei hanno denunciato il tentativo dei Paesi terzi di strumentalizzare i flussi migratori. Recentemente, il linguaggio europeo si è fatto anche più duro con la Bielorussia, che “sponsorizza” le migrazioni come “uno strumento politico per destabilizzare l’Ue e i suoi Stati membri”. In generale, la risposta europea sembra sia nuovamente indirizzata al contenimento della minaccia migratoria e al rafforzamento della sicurezza alle frontiere esterne, sia tramite le politiche nazionali di Lituania e Polonia, sia attraverso il rafforzamento del ruolo di Frontex.

La crisi innescata dal regime bielorusso richiede certamente una reazione concreta da parte europea, ma il rischio è che tale logica securitaria ispiri ulteriormente le future politiche migratorie, più di quanto non lo faccia già adesso. Per di più, se tali politiche possono anche aver conseguito dei risultati in termini di riduzione dei flussi irregolari – è successo nel Mediterraneo centrale fra il 2017 e il 2019 per esempio -, esse hanno però dei costi umanitari molto pesanti.

Lo si è visto in Libia, lo stiamo notando ora al confine orientale dell’Ue. È tempo che l’Europa trovi una nuova via, depotenziando il tema delle migrazioni e rendendosi in questo modo meno vulnerabile nei confronti di partner e avversari. La posizione della Polonia, Paese che ha bloccato sinora qualsiasi soluzione europea, ma che ora si trova ad affrontare una crisi ai propri confini, rimane però una questione aperta. Luca Barana, AffInt 10

 

 

 

 

Migranti al confine, Putin attacca la Polonia: «Traditi gli ideali umanitari dell’Europa». Ma sferza anche Minsk

 

L’accusa alla Ue: «Mosca non c’entra con questa crisi, violati i diritti umani». Monito anche all’alleato Lukaschenko che minaccia lo stop del gas con nuove sanzioni Ue: «Danneggerebbe le nostre relazioni»

Vladimir Putin sferza l’Europa schierata contro la Bielorussia ma al tempo stesso tenta di arginare l’irruenza di un alleato sempre più scomodo e ingestibile: Alexander Lukashenko.

Le azioni delle guardie di frontiera polacche contro i migranti accampati al confine bielorusso contraddicono gli ideali umanitari propagandati dai vicini occidentali, ha accusato il presidente russo in un’intervista tv. «Quando le guardie di frontiera e i militari polacchi picchiano i migranti, sparano sopra le loro teste, di notte accendono sirene e luci nei luoghi dove sono accampati, dove ci sono bambini e donne negli ultimi mesi di gravidanza... beh, questo non combacia molto alle idee umanitarie che sono alle fondamenta della politica dei nostri vicini occidentali», ha attaccato Putin. Secondo lo «zar», le organizzazioni criminali che trafficano i migranti hanno sede «in Europa» ed è compito delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza europei gestire il problema.

 

Quella dei migranti che Minsk ha ammassato al confine con la Polonia per creare difficoltà all’Europa è l’ultima tappa della crisi tra Bielorussia e Ue innescata dalla repressione delle proteste dell’estate 2020 contro il voto farlocco che ha reimposto Lukashenko. Crisi che si è poi riaccesa il 23 maggio scorso, con l’atterraggio forzato a Minsk del volo Ryanair diretto a Vilnius con a bordo Roman Protasevich, il giornalista schierato con l’opposizione bielorussa poi arrestato.

Putin da un lato bacchetta l’Europa per come sta gestendo questa crisi e si affretta a chiamarsi fuori, chiarendo che la Russia «non ha nulla a che fare» con quelle migliaia di migranti bloccati nel freddo gelido ai margini dell’Europa. Dall’altro lato sta tentando di mettere un freno a Lukashenko che alla prospettiva di nuove sanzioni Ue ha risposto con quella che gli sembrava il suo asso nella manica: minaccia di chiudere il gasdotto che «scalda l’Europa». Peccato che non sarebbe stato suo il gas a fermarsi ma quello russo. Mosca, che invia buona parte del suo gas in Europa attraverso la Bielorussia, ha messo subito le cose in chiaro: «La Russia era, è e rimarrà un Paese che adempie a tutti i suoi obblighi nel fornire gas ai clienti europei». L’interruzione delle forniture di gas russo all’Ue costituirebbero «una violazione del contratto» e «danneggerebbe le relazioni fra la Bielorussia e la Russia» ha ammonito Putin nel corso dell’intervista, dicendo di sperare che «questo non accada».

Parole che segnalano il disagio del Cremlino per essere stato trascinato in una crisi non voluta: se l’obiettivo di Lukashenko in questa escalation è quello di costringere l’Ue a negoziare e ad abbandonare le sanzioni, il Cremlino sembra intenzionato a lasciare che l’Europa combatta direttamente con Lukashenko. Merkel e Lukashenko «sono pronti a parlarsi» per discutere della crisi dei migranti ha reso noto Putin che ieri ha parlato, per la seconda volta in pochi giorni, con la cancelliera tedesca.  Alessandra Muglia, CdS 13

 

 

 

 

Cambiare

 

I provvedimenti di questo Esecutivo dovranno tener conto delle esigenze di un Paese che non può, senza interventi esterni, provvedere alla sua ripresa. Gli italiani hanno dimostrato coerenza comportamentale e tanta disciplina. Ora c’è bisogno d’interventi UE, ma anche internazionali. Sino allo scorso anno, pur se in crisi economica, l’Italia non era nelle condizioni nelle quali si trova adesso. La Pandemia ha solo accelerato una situazione che ci trascinavamo da qualche tempo.

 

Ciò che importa è attivarsi per consentire benefici concreti alla gente. E’ vero che la crisi socio/economica è mondiale, ma sono gli atteggiamenti dei singoli governi a determinare se la ripresa sarà reale. Sia chiaro: l’Italia, non era, e non è, nelle condizioni d’affrontare le sfide di un mondo disunito. E’ la politica, quella seria, che ha da ritrovare una sua dimensione in questa Penisola che merita più attenzione e fiducia. Non è nostro uso esorcizzare il futuro, ma senza efficacia economica non se ne esce. C’è da rendersi conto che non bastano solo le promesse delle Istituzioni per affrontare le insidie di un’economia sempre più difficile da recuperare.

 

 Siamo, indubbiamente, in una situazione difficile e i benefici, quando ci saranno, dovranno essere subordinati. Il nostro futuro, e quello del Paese, si possono affrontare solo se c’è un’unità d’intenti. Le preoccupazioni non solo sono fondate, ma non sembrano essere ancora affrontate con la dovuta progressività. I nostri sono problemi reali e la ripresa nazionale non potrà far conto solo su espedienti interni. Ci vuole altro e di più. Abbiamo capito la necessità di una politica seria e al servizio della gente.

 

 Ogni altra scelta resta teoria. La Penisola ha bisogno di cambiamenti strutturali, anche politici. Disconoscerlo non farà che aggravare una situazione già ai limiti del tollerabile. Anche i Connazionali all’estero dovrebbero essere più partecipi alla vita politica italiana. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Aggressione: l’Italia ratifica gli emendamenti allo Statuto della Cpi

 

Il 4 novembre scorso la Camera dei deputati ha approvato definitivamente la legge che autorizza il presidente della Repubblica a ratificare gli emendamenti allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (Cpi) adottati dalla Conferenza di revisione di Kampala nel 2010. Il Senato si era già espresso favorevolmente l’8 gennaio 2020.

Gli emendamenti hanno ad oggetto l’introduzione della definizione del crimine di aggressione (art. 8 bis), la previsione delle condizioni per l’esercizio da parte della Cpi della giurisdizione su tale crimine (art. 15 bis e 15 ter) e l’ampliamento dei crimini di guerra (art. 8, par. 2, lett. e), xiii, xiv, e xv).

Il crimine di aggressione è definito dal nuovo art. 8 bis dello Statuto come “la pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione … di un atto di aggressione che, per la sua natura, gravità o magnitudine, costituisca una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite” (par. 1). Per atto di aggressione deve intendersi “l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato o in altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite” (par. 2).

Sono elencati come atti di aggressione tra gli altri: l’invasione, l’occupazione e il bombardamento del territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato; il blocco dei porti e delle coste; e l’invio da parte di uno Stato di irregolari o mercenari che conducano atti di violenza contro un altro Stato equiparabili per gravità agli atti di aggressione elencati (par. 2). Rispondono del crimine di aggressione gli individui che si trovino “in una posizione tale da controllare o dirigere effettivamente l’azione politica o militare di uno Stato” (par. 1). In pratica, possono essere processati per questo crimine solo i vertici politici e militari di uno Stato.

La Cpi può esercitare la sua giurisdizione sul crimine di aggressione a partire dal 17 luglio 2018, secondo le disposizioni dei nuovi articoli 15 bis e 15 ter dello Statuto. Finora, tuttavia, il Procuratore non ha aperto alcuna indagine al riguardo.

Le conseguenze per l’Italia

Gli emendamenti adottati a Kampala entreranno in vigore per l’Italia un anno dopo il deposito della ratifica presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite, in base all’art. 121, par. 5 dello Statuto. Dopo la loro entrata in vigore, la Cpi potrà giudicare gli individui al vertice dell’apparato politico e militare italiano che dovessero essere accusati della pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione di atti di aggressione aventi le caratteristiche indicate nel sopra citato art. 8 bis. Tuttavia, essendo complementare ai tribunali nazionali, la Corte potrà procedere solo in caso di mancanza di volontà o incapacità di condurre le indagini e celebrare il processo da parte dell’Italia e degli altri Stati che dovessero avere giurisdizione sul caso, ai sensi dell’art. 17, par. 1, lett. a) e b) dello Statuto.

Al fine di rendere possibile la conduzione di indagini e la celebrazione di processi in Italia per il crimine di aggressione, è indispensabile prevedere tale fattispecie criminosa nel diritto interno. La legge di autorizzazione alla ratifica appena approvata contiene soltanto l’ordine di esecuzione degli emendamenti di Kampala a decorrere dalla data della loro entrata in vigore (art. 2).

L’ordine di esecuzione è il procedimento consueto di adattamento dell’ordinamento italiano ai trattati di cui l’Italia diviene parte. Esso è tuttavia insufficiente a rendere operanti in Italia le disposizioni pattizie non self-executing, come quelle che prevedano la repressione di crimini internazionali per i quali non esistano già corrispondenti norme interne a carattere punitivo. Per dare attuazione a tali disposizioni si procede di solito all’inserimento di apposite norme di adattamento nella stessa legge di autorizzazione alla ratifica e/o all’emanazione di provvedimenti normativi successivi.

Il recepimento delle fattispecie criminose

Invero, negli oltre ventidue anni trascorsi dall’adozione della legge n. 232 del 1999, contenente l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione dello Statuto della Cpi, non è stata adottata una legislazione di recepimento delle numerose fattispecie criminose da questo previste e non contemplate dal diritto interno. Ad esempio, non sono specificamente puniti nell’ordinamento italiano atti qualificati come crimini contro l’umanità, come lo sterminio, la persecuzione e l’apartheid. Lo stesso è a dirsi di atti costituenti crimini di guerra come il reclutamento di bambini soldato e l’attacco contro personale, installazioni o veicoli impiegati in una missione di peacekeeping o di assistenza umanitaria. La disciplina dei crimini di guerra è contenuta nel codice penale militare di guerra, che risale al 1941 e non è stato finora oggetto di una riforma organica.

Con la legge n. 237 del 2012, si è provveduto soltanto all’adeguamento alle disposizioni dello Statuto concernenti la cooperazione degli Stati parti con la Cpi e i reati contro l’amministrazione della giustizia. Peraltro, il mancato adeguamento alle disposizioni di carattere sostanziale dello Statuto può pregiudicare la piena cooperazione dell’Italia con la Corte.

In considerazione di tutto ciò, è auspicabile che il Parlamento non tardi oltre e doti l’Italia di una legge organica che assicuri la repressione del crimine di aggressione e di tutti gli altri crimini previsti dallo Statuto di Roma e dagli emendamenti che essa abbia ratificato, stabilendo altresì la loro imprescrittibilità conformemente all’art. 29 dello Statuto stesso.

Gli altri emendamenti da ratificare

Peraltro, dopo la Conferenza di revisione di Kampala, l’Assemblea degli Stati parti ha adottato ulteriori emendamenti allo Statuto nel 2015, nel 2017 e nel 2019. L’Italia ha finora ratificato solo l’emendamento approvato nel 2015, avente ad oggetto l’abrogazione di una disposizione transitoria dello Statuto (art. 124).

È auspicabile che il Parlamento autorizzi il presidente della Repubblica a ratificare anche gli emendamenti adottati nel 2017 e nel 2019, i quali ampliano l’elenco dei crimini di guerra su cui la Corte penale internazionale ha giurisdizione, e lo faccia in tempi meno lunghi di quelli occorsi per gli emendamenti di Kampala. Marina Mancini, AffInt 8

 

 

 

 

Rapporto Italiani nel Mondo 2021. L’Italia e gli italiani all’estero alla prova del Covid 19

 

Leggendo i dati sulla mobilità da e verso l’Italia emerge come la pandemia ha avuto importanti ripercussioni sulla popolazione italiana e su quella straniera presente nel nostro Paese. Secondo l’ISTAT, a inizio 2021, gli stranieri residenti in Italia ammontano a poco più di 5 milioni: dopo un ventennio di crescita ininterrotta anche la popolazione straniera si ridimensiona e non riesce più a compensare l’inesorabile inverno demografico italiano.

Considerando i diversi mesi di lockdown vissuti a livello nazionale, europeo e internazionale, per molti è stato praticamente impossibile spostarsi e questo ha inciso fortemente sui dati relativi all’andamento migratorio italiano, sia interno che verso l’estero.

L’Italia, in sintesi, è oggi uno Stato in cui la popolazione autoctona e la popolazione immigrata non crescono. L’unica Italia a crescere è quella che mette radici (e residenza) fuori dei confini nazionali in modo ufficiale – e quindi iscrivendosi all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) – o in modo ufficioso non ottemperando all’obbligo di iscrizione. A partire sempre più numerosi sono gli italiani di nascita e quelli per scelta, quindi naturalizzati, coloro che chiedono di diventare italiani e che, una volta ottenuta la cittadinanza, tecnicamente vengono chiamati “nuovi” italiani. Questi italiani, in realtà, di “nuovo” non hanno nulla, in quanto, per l’Italia e gli italiani le persone di origine non italiana arrivati nel nostro Paese o nati e cresciuti in Italia non sono né una realtà recente né appena conosciuta.

L’unica Italia che continua a crescere è quella che risiede strutturalmente all’estero

Al 1° gennaio 2021 la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato Istat), la presenza all’estero è aumentata del 3% nell’ultimo anno.

La Sicilia con oltre 798 mila iscrizioni è la regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero. La seguono, a distanza, la Lombardia (+561 mila), la Campania (quasi 531 mila), il Lazio (quasi 489 mila), il Veneto (+479 mila) e la Calabria (+430 mila). Sono tre le grandi comunità di cittadini italiani iscritti all’AIRE: nell’ordine, Argentina (884.187, il 15,6% del totale), Germania (801.082, 14,2%) Svizzera (639.508, 11,3%). Seguono a distanza le comunità residenti in Brasile (poco più di 500 mila, 8,9%), Francia (circa 444 mila, 7,9%), Regno Unito (oltre 412 mila, 7,3%) e Stati Uniti (quasi 290 mila, 5,1%).

2020: oltre 109mila le partenze nonostante la pandemia globale

La mobilità degli italiani con la pandemia, quindi, non si è arrestata, ma ha subito un ridimensionamento che non riguarda, però, le nuove nascite all’estero da cittadini italiani, ma piuttosto le vere e proprie partenze, il numero cioè dei connazionali che hanno materialmente lasciato l’Italia recandosi all’estero da gennaio a dicembre 2020. In valore assoluto, si tratta di 109.528 italiani, oltre 21 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il 54,4% (59.536) sono maschi, il 66,5% (72.879) celibi o nubili, il 28,5% (31.268) coniugate/i, il 2,2% divorziate/i (2.431).

Nel generale calo delle partenze (-16,3% rispetto all’anno precedente), le diminuzioni maggiori si riscontrano per gli anziani (-27,8% nella classe di età 65-74 anni e -24,7% in quella 75-84 anni) e per i minori al di sotto dei 10 anni (-20,3%). Crescono, invece, i giovani tra i 18 e i 34 anni (42,8%): nell’anno della pandemia, il protagonismo dei giovani italiani in mobilità aumenta, ma il “rischio” di uno spostamento è stato volutamente evitato dai profili più fragili, anziani e bambini.

Nel loro complesso, le destinazioni scelte sono state 180

Degli oltre 109 mila connazionali che hanno spostato la loro residenza dall’Italia all’estero lungo il corso del 2020, il 78,7% lo ha fatto scegliendo l’Europa come continente. Nel loro complesso, le destinazioni scelte nell’ultimo anno sono state 180 e, tra le prime dieci, ben sette sono nazioni europee.

Tuttavia, l’unica nazione con saldo positivo, rispetto all’anno precedente, è il Regno Unito: +8.358 iscrizioni in più rispetto al 2020, +25,1% di variazione dal 2020 che diventa un aumento, in un anno, del 33,5%. Delle oltre 33 mila iscrizioni nel Regno Unito, il 45,8% riguarda italiani tra i 18 e i 34 anni, il 24,5% interessa i minori e il 22,0% sono giovani-adulti tra i 35 e i 44 anni. Si tratta, quindi, della presenza italiana tipica per il Regno Unito: giovani e giovani adulti, nuclei familiari con minori che la Brexit ha obbligato a far emergere – da qui la spiegazione dell’incremento registrato anche nell’ultimo anno nonostante la pandemia – attraverso la procedura di richiesta del settled status, un permesso di soggiorno a tempo indeterminato per chi può comprovare una residenza continuativa su territorio inglese da cinque o più anni, arco temporale che non deve essere stato interrotto per più di sei mesi su dodici all’interno del quinquennio di riferimento.

Gli italiani, quindi, durante l’annus horribilis della pandemia si sono trovati costretti a dover decidere se partire o no, se affrontare o meno i rischi di un’emergenza sanitaria globale raggirando gli ostacoli imposti dai protocolli rigidi attuati dalle diverse nazioni e relative ai limiti di spostamento intra ed extra un determinato territorio. Una parte ha preferito procrastinare il progetto migratorio – e da questo deriva la riduzione del numero complessivo delle partenze – e un’altra parte ha deciso comunque di non rinviare la decisione e, quando possibile, rispettando le disposizioni limitanti gli spostamenti, ha scelto di “restare vicino” – e quindi in Europa – più che andare oltreoceano.

Aumentati i decessi anche all’estero, diminuiscono le pensioni che diventano sempre più internazionali

In tema di pensioni, l’effetto pandemia si è riscontrato con riferimento all’incremento del numero di pensioni eliminate per decesso nel 2020 rispetto al 2019. In Italia tale aumento è stato pari al 15,2%; all’estero, invece, la variazione percentuale si attesta a circa il 2%. È ragionevole presumere che la variazione più significativa sarà colta nel corso dell’anno 2021 quando saranno consolidati i dati relativi alle verifiche dell’esistenza in vita.

Nel corso del 2020, comunque, l’INPS ha pagato in tutto 13.816.971 pensioni e quelle all’estero (330.472) rappresentano circa il 2,4% del totale. Questa percentuale, che può sembrare poco significativa, per l’INPS ha un valore molto importante perché si è ben consapevoli che si tratta di un fenomeno in continua espansione considerando il costante aumento di partenze di italiani per l’estero. Questo trend genererà nuove pensioni da liquidare in regime di totalizzazione internazionale e da erogare non solo per chi torna in Italia dopo l’esperienza maturata altrove, ma anche a favore di chi decide di rimanere nel paese estero che l’ha ospitato. Non si tratta di una previsione a lungo termine: molti degli attuali emigrati, infatti, rientrano nella fascia d’età 40-50 e 50-60 anni. Ciò vuol dire che il numero delle pensioni interessate dalla totalizzazione internazionale è destinato molto presto ad aumentare in maniera considerevole.

Aumentano, inoltre, i pagamenti attribuiti a coloro che decidono di emigrare in altri paesi da pensionati (negli ultimi 5 anni +21,1%), scelta motivata da differenti obiettivi: seguire i figli che hanno trovato lavoro fuori dall’Italia, beneficiare dei vantaggi fiscali offerti da altri Stati, o, semplicemente, godere di un clima o di un ambiente differente da quello che si è lasciato alle spalle. Già oggi si assiste ad un primo passaggio di consegne: la platea dei pensionati all’estero che deriva da migrazioni del passato, viene integrata da quella che appartiene ad una nuova e più recente ondata migratoria. Questa si differenzia dalla prima sotto vari aspetti: le destinazioni di pagamento, le tipologie di pensione e, non da ultimo, la nazionalità dei percettori. Mentre, infatti, le migrazioni più antiche stanno dando luogo principalmente al pagamento di pensioni ai superstiti, soprattutto a donne di origine italiana e in paesi quali Nord America, Argentina, Brasile, Australia, ma anche Francia, Germania, Belgio e Svizzera, quelle più recenti si caratterizzano per essere riscosse presso nuovi Stati di destinazione, sia in Europa, in particolare nell’Est europeo, sia nel continente africano e asiatico, luoghi che, fino a qualche tempo fa, non erano registrati negli archivi INPS.

Chi è rientrato in Italia: italiani in mobilità precaria, recente, non ufficiale

A metà settembre 2020, secondo i dati del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), la Farnesina aveva ricondotto in patria quasi 111 mila connazionali attraverso oltre mille operazioni terrestri, aeree e navali che avevano interessato ben 180 paesi del mondo. Un’operatività che ha richiesto un impegno senza precedenti da parte delle sedi diplomatiche in coordinamento col MAECI, sorprese dal virus come tutti e interessate esse stesse da possibili contagi.

Il quadro dei rientri è molto complesso ed è possibile individuare diversi profili. Il blocco totale degli spostamenti ha fatto collassare il settore turistico soprattutto per quei luoghi che vivono, quasi esclusivamente, della presenza di viaggiatori e turisti come il Marocco, la Spagna e diversi altri. Gli italiani residenti più ufficiosamente che ufficialmente all’estero e occupati nei settori connessi al turismo – agenzie di viaggi, tour operator, ma anche il mondo alberghiero e della ristorazione – sono stati travolti dall’emergenza sanitaria che per loro è diventata anche emergenza di sopravvivenza. Moltissimi italiani proprietari di ristoranti nel mondo sono riusciti a resistere, alcuni si sono dovuti reinventare l’attività oltre la riconversione verso l’asporto come tutti, ma chi lavorava come dipendente in questo settore specie se da poco tempo perché di recente arrivo all’estero o inserito con contratto a tempo determinato, o non regolare, o a nero, non ha avuto scampo ed è stato falcidiato dall’epidemia. In tantissimi hanno perso il lavoro e l’unica strada percorribile era fare ritorno a casa. In generale, comunque, il progetto migratorio acerbo unito a un inserimento occupazionale non certo, instabile o irregolare sono state due delle caratteristiche che hanno spinto fortemente al rientro sia dall’estero sia per chi si trovava in un’altra regione d’Italia rispetto a quella di origine. Al ritorno dei lavoratori precari che si trovavano nella condizione di mobilità interna, si è unito quello dei lavoratori pendolari e la grande questione dei frontalieri.

Il caso del Canton Ticino è in questo senso emblematico, con i lavoratori costretti a dover scegliere tra salute e lavoro, tra affetti e responsabilità professionale in un momento in cui la Lombardia era piegata e sconvolta dal virus e la Svizzera sembrava essere immune. Alcuni datori di lavoro ticinesi hanno messo gratuitamente a disposizione dei loro dipendenti stanze d’albergo, lasciando loro la libertà di scegliere tra il rientro a casa e la permanenza nel Cantone, ma altri non hanno dato alcuna scelta, anzi li hanno invitati a non rientrare. Tra ricatti morali e opportunità ricevute con l’ospitalità di familiari o conoscenti quello che è emerso con forza è quanto il Ticino sia legato indissolubilmente al lavoro frontaliero, in quanto nelle mani di questi lavoratori si trovano alcuni dei settori nevralgici – e resi ancora più decisivi dalla pandemia – quali la sanità e la grande distribuzione. Il Ticino è solo un esempio, forse il più vicino geograficamente parlando, ma la questione frontalieri italiani ed europei è uno dei grandi temi della mobilità di oggi.

Lo Speciale 2021: Mobilità italiana e Covid-19

Il tema portante dell’edizione 2021 del RIM è l’emergenza sanitaria che attraversa tutte le sezioni. Il volume è costruito, inoltre, sul continuo rimando tra mobilità italiana interna e mobilità italiana all’estero. Dallo scoppio della pandemia tutta una serie di costanti hanno cambiato aspetto e nuovi elementi si sono palesati. È quanto i 75 autori dell’edizione 2021 hanno messo in risalto nei 54 saggi che compongono il volume. Per la prima volta dal 2005 coloro che scrivono dall’estero sono più numerosi di quelli che lo hanno fatto dall’Italia. Una redazione, quindi, sempre più transnazionale, multidisciplinare e multisituata. Sono state coinvolte 16 diverse realtà accademiche dell’Italia (da Sud a Nord) e del mondo (Europa, Australia e America del Sud), oltre che molteplici altre realtà, istituti di ricerca, associazioni, strutture istituzionali, pubbliche e private, mondo sindacale e patronati.

Un volume corale arricchito dall’analisi di 34 città del mondo – Algeri, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Buenos Aires, Casablanca, Colonia, Dakar, Dublino, Ginevra, Johannesburg, Libreville, Londra, Madrid, Manchester, Mar del Plata, Marrakech, Melbourne, Monaco di Baviera, Montevideo, Montreal, Nairobi, New York, Osaka, Oslo, Parigi, Pechino, Perth, Rabat, San Paolo del Brasile, Sidney, Tokyo, Toronto, Vienna – e di come gli italiani residenti in queste città, ufficialmente o meno, hanno affrontato l’epidemia mondiale vivendo l’isolamento, il paradosso di dover essere immobili nella mobilità e l’avvento delle nuove forme di digitalizzazione e virtualità diffusa.

Ne emerge un viaggio intorno al mondo ma, cosa più importante, dalla lettura si ha la possibilità di mettere a confronto gli interventi messi a punto da ciascuna realtà geografica a seguito dell’esplosione della pandemia e le reazioni che questi interventi hanno prodotto nella comunità degli italiani lì residenti. Ogni città analizzata presenta un caso a sé. Ogni saggio parte dal mettere insieme i dati e si arricchisce della raccolta di soggettività continuando a scrivere la storia di un paese, l’Italia, e di un popolo, gli italiani, in mobilità e sempre più in crescita fuori dei confini nazionali anche e nonostante la pandemia. Per gli italiani in mobilità il Covid-19 ha significato fare una verifica a tutto tondo: immersi nell’immobilità obbligata dovuta ai lockdown, riscoprirsi con la testa e la personalità stabilmente in movimento. RIM 9

 

 

 

 

Farnesina. Presentata la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo: Maeci e Slow Food siglano un’intesa

 

ROMA - La nostra cucina è fatta di storia e cultura, quelle del mondo contadino, delle donne che hanno forgiato la nostra grande biodiversità ai fornelli e quelle dei 27 milioni di emigrati che la nostra cucina hanno portato in ogni angolo del pianeta. Solo conoscendo questa storia e questa cultura, si potrà difendere e promuovere nel mondo quello che la cucina italiana è oggi. Su queste basi Carlo Petrini, presidente di Slow Food, ha siglato oggi insieme al sottosegretario agli Affari Esteri Manlio di Stefano il nuovo protocollo d’intesa tra il movimento internazionale, nato in Italia e ormai diffuso nei cinque continenti, e la Farnesina. L’occasione è stata fornita dalla presentazione oggi, in Sala Conferenze Internazionali, della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo 2021.

Giunta alla sesta edizione, la manifestazione si terrà dal 22 al 28 novembre con la fattiva collaborazione della rete di Ambasciate, Consolati, Istituti Italiani di Cultura e sportelli ICE nel mondo all’insegna del tema scelto quest’anno: “Tradizione e prospettive della cucina italiana. Consapevolezza e valorizzazione della sostenibilità ambientale”.

Un tema che, come ha spiegato il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, Lorenzo Angeloni, che ha introdotto e moderato l’incontro, vuole unire la volontà di promuovere i prodotti agroalimentari italiani all’estero e, al contempo, lo stile di vita e l’alimentazione sostenibile che sono un elemento caratterizzante della nostra Dieta Mediterranea.

Ad aprire gli interventi istituzionali è stato il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, cui hanno fatto seguito il sottosegretario del Mipaf Gian Marco Centinaio, il vice ministro allo Sviluppo Economico Picchetto Fratin, da remoto, Sergio Paolantoni per la FIPE e, a chiudere, Carlo Petrini.

“Si rinnova uno degli eventi più attesi e apprezzati per la promozione integrata dell’Italia nel mondo”, ha esordito il ministro Di Maio, che ha ringraziato la rete della Farnesina per il “grande impegno” profuso orai da sei anni in questo evento dedicato al “meglio della produzione e della tradizione enogastronomiche italiane”.

“La cucina italiana esprime cultura, ricerca, formazione, tradizione, innovazione e identità dei territori” e “promuoverla nel mondo è un obiettivo della Farnesina”, ha detto Di Maio, ricordando che “l’Italia vanta il primato dei prodotti a denominazione geografica”, che rappresentano un “traino indispensabile” per il made in Italy. Per questo il Ministero degli Affari Esteri, specie da quando ha competenza per l’internazionalizzazione, è impegnato in un’azione “integrata” in favore del del sistema agroalimentare per accompagnare un comparto tanto importante per l’economia italiana da aver raggiunto nel 2020 un valore assoluto di 64 miliardi di euro, impiegando peraltro solo il 6% della nostra popolazione. Anche le esportazioni sono aumentate del 10% sfiorando i 21 miliardi di euro e questo, ha tenuto a sottolineare Di Maio, anche grazie ad una serie di interventi quali il Patto per l’Export, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e gli investimenti nell’e-commerce. L’obiettivo è “rendere strutturali questi provvedimenti”, che già si prevede saranno rifinanziati con la prossima legge di bilancio, ha assicurato il ministro.

Di Maio ha poi citato “altri due capisaldi” della strategia di promozione integrata della Farnesina, ovvero la comunicazione e l’Expo di Dubai. Nel primo caso è stata annunciata una campagna straordinaria di “nation branding” sui canali digitali di 26 Paesi target nel mondo. Quando all’Expo, “il Padiglione italiano è una straordinaria vetrina per il nostro Paese”, che a Dubai si presenta “tecnologicamente avanzato, ma ancorato nelle proprie tradizioni, racchiuse nel motto “La bellezza unisce le persone””.

C’è infine “l’intensa azione di contrasto alla contraffazione” e all’italian sounding portata avanti dalla Farnesina insieme alle istituzioni partner. “I consumatori esteri devono avere un’informazione corretta sui nostri prodotti”, ha detto ancora Di Maio, ricordando l’azione avviata già da tempo insieme ad Assocamerestero con il progetto “True Italian Taste”.

E non finisce qui, perché “il Ministero degli Affari esteri è impegnato in prima linea nella difesa del nostro modello alimentare in ogni foro internazionale” e in primo luogo nell’Unione Europea: “l’Italia sostiene diete sane e sostenibili” ed è “contraria a sistemi di etichettatura fronte pacco a semaforo”, perché non rende giustizia né alla qualità dei prodotti italiani né alle “tante imprese” e ai “tanti lavoratori” che rendono la cucina italiana davvero unica nel mondo.

“È sul gioco di squadra che si fonda lo spirito e il successo” di questa battaglia, come anche la buona riuscita della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ha concluso il ministro.

D’accordo con Di Maio per un’azione incisiva e di sistema anche il sottosegretario Centinaio. “Tradizione e cultura alimentare italiana sono uno dei più forti strumenti di soft power del nostro Paese”, ha detto il rappresentante del Mipaf, rammentando che “nonostante la pandemia il settore ha registrato una forte crescita nell’export e quest’anno toccherà i 50 miliardi di euro. Una boccata d’ossigeno per i nostri produttori e un segno manifesto della qualità della nostra agricoltura e del valore aggiunto della rete diplomatico-consolare che la sostiene”. Anche nella lotta alla contraffazione.

“L’imitazione reca danni all’immagine dei nostri prodotti, perché la qualità del copiato è sempre inferiore a quella dell’originale”. Per Centinaio, dunque, “occorre crescere nella consapevolezza che bisogna proteggere il made in Italy per il bene dei produttori e dei consumatori”. In linea con Di Maio e con il governo italiano, il sottosegretario ha ribadito dunque il proprio “no all’omologazione”, “no all’etichettatura fronte pacco a semaforo che manipola il mercato”, perché non dà informazioni reali sul prodotto ma veicola “un messaggio di condizionamento”; “no al Nutri-Score” che oltre a danneggiare il Made in Italy non rispetta quella “strategia verde” verso cui l’Ue ha avviato la propria transizione. E “no”, infine, alla “istituzionalizzazione dell’italian sounding”, perché metterebbe “a rischio tutte le denominazioni d’origine”, ha aggiunto Centinaio facendo riferimento all’ultima diatriba in sede comunitaria contro il “prosek” della Croazia.

Anche per il vice ministro del Mise Picchetto Fratin, collegato da remoto, “dobbiamo difenderci dall’Italian sounding, dobbiamo difendere i nostri prodotti, i nostri marchi e le denominazioni” e con loro “la nostra immagine, che nel mondo vale qualitativamente”.

Ne è una prima prova il fatto che “dare una definizione univoca della cucina italiana è un compito irrealizzabile, data la vastità della tradizione e dell’innovazione” sul nostro territorio. “In Italia è sufficiente spostarsi di pochi km e, con gli accenti, cambiano le abitudini gastronomiche e le ricette”. Per Fratin “possiamo parlare di tante cucine italiane”, frutto di una “evoluzione millenaria, che ha radici molto lontane” e che ha portato ad un “caleidoscopio di gustosità, ingredienti e stagionalità” tale da dar ragione del primato italiano per le denominazioni d’origine e le indicazioni geografiche.

Risulta allora “fondamentale”, ancor di più oggi con lo sviluppo del commercio on line, assicurare la “tracciabilità” del prodotto che viene messo in commercio e in tal modo tutelare il nostro agroalimentare e “coltivare la corretta informazione, che diventa poi consapevolezza ed educazione al consumo”. Serve, cioè, una “etichettatura” che permetta di “misurare qualitativamente” il prodotto. Al contrario, ha osservato Fratin, il meccanismo del Nutri-Score “standardizzerebbe il tutto”, con un “danno notevole” non solo alla “penetrazione dei nostri prodotti nei mercati esteri”, ma anche alla qualità dei prodotti e alla “salute dei consumatori”.

“Se siamo il Paese più vecchio del mondo, probabilmente è perché la nostra alimentazione è più corretta di quella di altri Paesi”, ha chiosato Fratin, invitando a porre questa domanda a chi sostiene il Nutri-Score, prima fra tutti la Grand Bretagna, dove vi è un detto che reca: “giudica un Paese da come lo mangi... mi esimerò dal giudicare come si mangia oltremanica”, ha concluso Fratin.

In qualità di rappresentante della federazione Italiana Pubblici Esercizi, Sergio Paolantoni ha portato alla discussione il punto di vista più specifico della ristorazione, “fiore all’occhiello del nostro paese, eccellenza del made in Italy e vero e proprio soft power”, che all’estero “non è solo un fenomeno di costume, ma uno straordinario driver” per tutto il comparto economico dell’agroalimentare.

Per questo la FIPE sta lavorando con l’ICE ad un progetto che valorizzi la ristorazione italiana nel mondo e il suo ruolo di ”veicolo di conoscenza e promozione del vero made in Italy”, coinvolgendo cinque chef stellati, “ambasciatori del nostro stile di vita nel mondo”, con un’attività di comunicazione in presenza e on line.

“Nel mondo c’è voglia di mangiare italiano e consumare vero cibo italiano”, ha aggiunto Paolantoni, citando una ricerca stilata dall’Università del Minnessota secondo cui l’Italia è al primo posto della “bilancia culinaria mondiale”. Questo anche grazie ai 2.218 locali certificati dal marchio Ospitalità Italiana, presenti in 60 paesi e 451 città nel mondo: “vere e proprie agenzie culturali del nostro Paese”, ha concluso Paolantoni. “A loro va il nostro ringraziamento e il nostro sostegno”.

Partner della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo sin dalle fasi iniziali è stata Slow Food, istituzione impegnata nella valorizzazione del cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali. E quest’anno la sinergia tra Slow Food e Farnesina è stata ufficializzata e fortificata dalla firma di un protocollo d’intesa per promuovere le produzioni gastronomiche locali al fine di sostenere e valorizzare le produzioni agroalimentari di qualità e il sistema turistico italiano.

A siglare l’accordo il sottosegretario agli Affari Esteri, Manlio Di Stefano, e il presidente di Slow Food Carlo Petrini, che nell’occasione ha annunciato che l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, di concerto con la Farnesina, renderà disponibile gratuitamente a tutti il MOOC - Massive Open Online Course di “Storia della Cucina Italiana”: 42 lezioni da 7 minuti l’una, che l’Università condividerà, in anteprima in occasione della Settimana della cucina italiana nel mondo, con tutte le sedi diplomatiche italiane all’estero, Ambasciate, Consolati, Istituti di Cultura, Camere di Commercio e ICE. L’intento è quello di favorire la diffusione il più possibile globale di un approccio alla cucina italiana che non si limiti a celebrarne la dimensione ludica e commerciale, ma che sappia approfondirne gli aspetti storici, culturali e sociologici che ne costituiscono i caratteri fondanti. La piattaforma, che andrà ad arricchirsi negli anni con capitoli dedicati sia alla storia della gastronomia sia ai singoli prodotti, vanta il contribuito di ex studenti e personalità di primo piano del mondo della gastronomia italiana: da Massimo Montanari a Carlo Cracco, da Alberto Capatti a Massimo Bottura solo per citarne alcuni.

“Quando diciamo che la nostra è la migliore cucina nel mondo, è necessario avere strumenti di natura culturale e storica che spieghino perché la realtà della cucina italiana ha avuto e ha tuttora questo successo”, ha detto Petrini intervenendo oggi alla Farnesina. “Questo ci dà la forza per contraddire eventuali forzature legislative” in sede europea e non solo.

Due sono gli “elementi distintivi” della cucina italiana evidenziati da Petrini: “in tutti questi secoli le classi contadine hanno espresso gastronomie e cucine diversissime”, dunque “la forza della cucina italiana è proprio questa biodiversità, che si esprime con culture gastromomiche diverse”, nelle quali “le donne hanno avuto un ruolo enorme”, ha sottolineato il presidente di Slow Food, lamentando che sul “palcoscenico mediatico” vi siano oggi “solo chef uomini”. Anche “le classi dominanti hanno avuto il loro ruolo nella storia”: basti citare il nome di Pellegrino Artusi ed il suo ricettario, che rappresenta l’Unità d’Italia in cucina.

Vi è poi un secondo elemento: “la moltitudine di migranti che in ogni angolo del pianeta ha portato un messaggio chiaro”. Si tratta di 27 milioni di italiani emigrati, pari alla popolazione italiana al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, che “hanno trasmesso la nostra cultura”, trovando “forme di meticciato con altri Paesi” e rendendola “forte in ogni angolo del pianeta”.

“Conoscere la storia è l’elemento fondamentale per fare tutto quello che in questa sede è stato detto”, ha ribadito Petrini: “la cultura è lo strumento fondamentale per contrastare l’Italian sounding”, ma tutti gli attori coinvolti - rete diplomatico-culturale, IIC, ICE, il mondo della ristorazione... - “devono avere coscienza di ciò: il loro sapere ha una storia e, quando la conosceranno, avremo lo strumento per difenderci meglio”.

Il corso di “Storia della cucina italiana” servirà ad approfondire “la straordinaria ricchezza e diversità della nostra cultura alimentare: capire questa parte della storia del nostro paese significa capire il paesaggio rurale del nostro paese, il riscatto delle classi più povere, il ruolo dei migranti per la divulgazione di prodotti e di savoir-faire. Lo straordinario mondo di una cultura materiale che è patrimonio della nostra gente. Mi auguro che questo lavoro sia di ausilio per una corretta e onesta rappresentazione del nostro patrimonio gastronomico”, ha concluso Carlo Petrini, auspicando che la Settimana della cucina italiana nel mondo “diventi un elemento di ricchezza e anche di diplomazia alimentare”.

R. Aronica, aise/dip 18

 

 

 

Panorama economico italiano

 

Non sarà il 2022 l’anno del “riscatto”. Infatti, politica ed economia continuano a viaggiare su binari discordanti.

 Da noi, resta carente la competitività che non riesce a tener testa alle necessità di una maggiore produttività a costi concorrenziali. Il tutto con un’evoluzione virale ancora ben presente.

In tempi che si prospettano, dovrebbero essere costruttivi; ma non solo politicamente.  Sul fronte delle questioni urgenti resta l’occupazione e il nostro riallineamento sociale in generale. Per ritrovare la strada della ripresa, è essenziale comprendere quali saranno le condizioni per raggiungere degli obiettivi socio/economici stabili. Certamente favoriti da un vaccino che sradichi gli effetti di questa Pandemia.

 

 Il passato, ovviamente, dovrebbe esserci d’aiuto. Magari dando anche uno sguardo alla realtà in essere in Eurolandia. Siamo, infatti, dell’avviso che l’Italia si trovi in una posizione di ”recessione” particolare rispetto ad altri Stati stellati. Status che, a nostro avviso, poteva essere evitato.

 

In breve, per evitare guai maggiori non possiamo accontentarci delle diatribe politiche che sono, spudoratamente, di parte. Auspichiamo, tra l’altro, una nuova legge elettorale seria per le future consultazioni politiche. Di fatto, il nostro panorama socio/economico resta in fibrillazione e non saranno gli atteggiamenti fiduciosi di partito a risolvere i nostri maggiori problemi. Anche per chi ci segue dalla Germania, forniremo tutte le possibili informazioni.

 Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Siglato il Protocollo per la realizzazione di corridoi umanitari

 

Roma – È stato siglato oggi, 4 novembre, al Viminale, il Protocollo di intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e Politiche migratorie, il Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, la Conferenza Episcopale Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese, ARCI, INMP, UNHCR per la realizzazione del progetto “Corridoi umanitari/Evacuazioni per l’Afghanistan”.

L’intesa permetterà l’ingresso legale e in sicurezza di 1200 cittadini afghani in evidente bisogno di protezione internazionale nell’arco di due anni, con la possibilità di estendere la durata a 36 mesi. Secondo quanto previsto, il progetto verrà sviluppato in Pakistan e Iran, ed in eventuali altri Paesi di primo asilo/Paesi di transito. Le persone che arriveranno in Italia saranno accolte in diverse diocesi dove, con il supporto delle Caritas locali, saranno sostenute in un percorso di integrazione e inclusione.

“Proseguiamo nella positiva sperimentazione dei corridoi umanitari che, a partire dal 2017, hanno permesso alla Chiesa che è in Italia di farsi prossima a quanti necessitano di protezione internazionale. La  CEI ha già contribuito ad offrire un’alternativa legale a oltre mille persone provenienti dall’Etiopia, dal Niger, dalla Turchia, dalla Giordania”, afferma Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI. “I corridoi umanitari – aggiunge – rappresentano una via sicura per coloro che sono costretti a fuggire dalla propria terra e, allo stesso tempo, dimostrano che soggetti istituzionali, governativi e non, della società civile e religiosa possono cooperare fattivamente per trovare soluzioni concrete al dramma delle migrazioni. Per questo auspichiamo che quello dei corridoi umanitari diventi uno strumento strutturale di gestione delle politiche migratorie”. M.o. 4

 

 

 

 

 

Nuovi picchi, vecchi timori: se torna a salire lo spread tra Btp e Bund

 

Lo spread tra Btp e Bund torna a salire. La causa? Le dichiarazioni della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde di giovedì 28 ottobre, al termine della riunione del Consiglio direttivo dell’istituto di Francoforte: la Bce non prorogherà il Pandemic Emergency Purchase Program (Pepp) dopo la scadenza prevista per marzo 2022. Il programma – affiancato al Quantitative easing nel marzo dello scorso anno – è stato progettato per acquistare titoli pubblici e privati per un valore complessivo di 750 miliardi di euro, con l’obiettivo di tenere alti i prezzi dei beni finanziari ed ammortizzare la caduta economica causata dal Covid-19.

Tuttavia, l’annuncio della fine del Pepp ha causato un rialzo dei tassi di interesse nelle economie dell’Europa meridionale – tra cui quella italiana, che ha maggiormente risentito della volatilità dei mercati finanziari. Il mercato dei bond italiano ha visto il rendimento dei titoli di Stato crescere di 0,2 punti percentuali in pochi giorni, mentre lo spread è volato a 130 punti base: è il valore più alto da luglio 2020. Tuttavia, le prospettive non sono del tutto infauste, sebbene ravvivino ricordi infelici.

Nell’ultimo decennio lo spread è stato l’indesiderato protagonista della storia economica italiana e continua ancora oggi a spaventare gli osservatori. Il differenziale tra Btp e Bund preoccupa perché è sintomo del divario tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi (considerati il riferimento per affidabilità finanziaria in Europa) e quelli italiani, ed il suo rialzo è dato della crescente sfiducia degli investitori nella capacità dello stato di ripagare l’interesse sul debito. Nello scenario di questi giorni il prezzo dei Btp scende – al calare della domanda – ed il tasso di interesse sale. In altri termini, il maggior rendimento dei titoli italiani è indice della loro rischiosità.

Storia di un termine antipatico

Lo spread entrò a far parte del linguaggio comune degli italiani fra il 2011 ed il 2012, quando le conseguenze della crisi finanziaria colpirono Piazza Affari: l’indicatore si alzò fino a toccare i 550 punti nel novembre del 2011 ed il rendimento dei buoni del tesoro schizzò oltre il 7%. Con l’Italia anche Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia in particolare videro i propri tassi di interesse salire a causa di un alto rischio di default percepito dai mercati. Da allora in avanti si susseguirono le dimissioni dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi, il governo Monti – che tentò la riforma Fornero e che ebbe risultati altalenanti nel contenimento dello spread – il “whatever it takes” del capo della Bce Draghi del luglio 2012 ed il quantitative easing della Bce, la quale agì come prestatore di ultima istanza acquistando titoli dai governi più finanziariamente instabili per proteggerli dagli attacchi speculativi e dal fallimento; da quel momento, l’opinione pubblica italiana non sentì parlare regolarmente di spread fino all’insediamento del governo Conte 1.

L’ostilità dei gialloverdi verso i parametri dell’Unione europea, il “contratto del cambiamento” e le esplicite tendenze antieuropeiste dell’esecutivo allarmarono i mercati finanziari, facendo decollare il differenziale di rendimento: toccò un picco di 326 punti base nel novembre 2018, rimanendo in media sui 259 punti base sino all’insediamento del governo Conte 2, che riportò relativa stabilità. La pandemia di Covid-19 e l’approccio incerto della Bce fecero risalire i tassi di interesse fino all’annuncio del Pepp, che frenò l’ascesa dello spread tramite un massiccio acquisto di debito pubblico. Infine, l’“effetto Draghi” del febbraio scorso generò serenità negli investitori, ed i mercati finanziari risposero positivamente al nuovo esecutivo formato dall’ex presidente della Bce. Lo spread è rimasto invariato da allora, mantenendosi su una media di circa 100 punti base, fino appunto alle parole di Lagarde.

Cos’è cambiato

La nuova spirale ascendente è cominciata in seguito alle dichiarazioni di Lagarde in merito alla fine del Pepp. La presidente della Bce ha inoltre affermato che non ci sono ancora valide ipotesi per evitare una riduzione negli acquisti dopo la scadenza del programma pandemico: pur restando accomodante, la Bce potrebbe allentare la rete di protezione costruita durante il Covid-19. Sebbene i mercati si aspettino l’introduzione di un qualche meccanismo di compensazione dopo la rimozione del Pepp, le dichiarazioni di Lagarde non hanno trasmesso particolari rassicurazioni agli investitori. Inoltre, l’incalzante inflazione e la decisione di più banche centrali – come Fed e Bank of Canada – di rallentare il ritmo di acquisto di asset sul mercato pesa sui titoli dei paesi con una condizione finanziaria molto deficitaria. L’Italia è uno di questi: per anni beneficiario dell’ampio intervento della Bce e con un consistente debito pubblico accumulato negli anni, il nostro paese soffre particolarmente le ripercussioni sul mercato dei bond.

Arrivano però anche buone notizie: con la crescita che sembra superare le aspettative e la conseguente diminuzione della necessità di emettere titoli di stato, la capacità del paese di attrarre acquisti sui Btp sta crescendo. Ulteriore conforto arriva dai movimenti dei mercati: lo spread è calato, la scorsa settimana, da 130 a 125 punti base. Insomma, le prospettive di crescita italiane e la situazione politica stabile sembrano suggerire che l’allargamento delle ultime giornate non sia che una reazione eccessiva dei mercati. C’è però da chiedersi cosa succederà quando l’aiuto della Bce cesserà, o verrà contenuto; rimane di certo l’impellente necessità di rafforzare la fiducia degli investitori, consolidando così il valore del Btp per renderlo autonomo dalla stabilizzazione della politica monetaria di Francoforte. Tommaso Camilot, AffInt. 8

 

 

 

 

Anagrafe Nazionale: certificati anagrafici online e gratuiti

 

ROMA – Da ieri è attivo il servizio che consente ai cittadini di ottenere i certificati anagrafici online, in materia autonoma e gratuita, accedendo alla piattaforma www.anagrafenazionale.interno.it disponibile anche attraverso l’indirizzo www.anagrafenazionale.gov.it.

“Il rilascio dei certificati anagrafici online e gratuiti rappresenta un’altra importante innovazione a vantaggio dei cittadini che direttamente dalla propria postazione potranno richiedere il documento e ottenerlo immediatamente – ha affermato in proposito il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, aggiungendo che “il Viminale e tutti gli attori istituzionali si impegneranno sempre di più per facilitare il rapporto tra la pubblica amministrazione e i cittadini”.

I cittadini iscritti all’anagrafe potranno scaricare i seguenti 14 certificati per proprio conto o per un componente della propria famiglia, senza bisogno di recarsi allo sportello: anagrafico di nascita; anagrafico di matrimonio; di cittadinanza; di esistenza in vita; di residenza; di residenza Aire; di stato civile; di stato di famiglia; di residenza in convivenza; di stato di famiglia Aire; di stato di famiglia con rapporti di parentela; di stato libero; anagrafico di unione civile; di contratto di convivenza.

Per i certificati digitali non si dovrà pagare il bollo e saranno quindi gratuiti (e disponibili in modalità multilingua per i comuni con plurilinguismo). Potranno essere rilasciati anche in forma contestuale (ad esempio cittadinanza, esistenza in vita e residenza potranno essere richiesti in un unico certificato).

Al portale si accede con la propria identità digitale (SPID, Carta d’Identità Elettronica, CNS) e se la richiesta è per un familiare verrà mostrato l’elenco dei componenti della famiglia per cui è possibile richiedere un certificato. Il servizio, inoltre, consente la visione dell’anteprima del documento per verificare la correttezza dei dati e di poterlo scaricare in formato pdf o riceverlo via mail.

Grazie all’Anagrafe nazionale della popolazione residente le amministrazioni italiane avranno a disposizione un punto di riferimento unico di dati e informazioni anagrafiche, dal quale poter reperire informazioni certe e sicure per poter erogare servizi integrati e più efficienti per i cittadini. Con un’anagrafe nazionale unica, ogni aggiornamento sull’Anagrafe Nazionale della Popolazione residente (ANPR) sarà immediatamente consultabile dagli enti pubblici che accedono alla banca dati, dall’Agenzia delle Entrate all’Inps, alla Motorizzazione civile.

Il progetto

L’Anagrafe Nazionale della Popolazione residente è un progetto del Ministero dell’Interno la cui realizzazione è affidata a Sogei, partner tecnologico dell’amministrazione economico-finanziaria, che ha curato anche lo sviluppo del nuovo portale. Il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri è titolare del coordinamento tecnico-operativo dell’iniziativa.

L’innovazione dell’Anagrafe Nazionale

ANPR è un sistema integrato, efficace e con alti standard di sicurezza, che consente ai Comuni di interagire con le altre amministrazioni pubbliche. Permette ai dati di dialogare, evitando duplicazioni di documenti, garantendo maggiore certezza del dato anagrafico e tutelando i dati personali dei cittadini.

Per la Pubblica Amministrazione significa guadagnare in efficienza superando le precedenti frammentazioni, ottimizzare le risorse, semplificare e automatizzare le operazioni relative ai servizi anagrafici, consultare o estrarre dati, monitorare le attività ed effettuare analisi e statistiche. Per i cittadini vuol dire accedere a servizi sempre più semplici, immediati e intelligenti, basati su informazioni condivise e costantemente aggiornate, potendo così godere dei propri diritti digitali. Ma anche risparmiare tempo e risorse, evitando di duplicare informazioni già fornite in precedenza alle diverse amministrazioni che offrono servizi pubblici.

Numeri e servizi

A oggi, l’Anagrafe nazionale raccoglie i dati del 98% della popolazione italiana con 7808 comuni già subentrati e i restanti in via di subentro. L ‘Anagrafe nazionale, che include 5,7 milioni di persone dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), coinvolge oltre 59 milioni di residenti in Italia e sarà ultimata nel corso del 2021. Sul portale è possibile monitorare l’avanzamento del processo di adesione da parte dei Comuni italiani.

I prossimi passi

A questi primi certificati scaricabili online se ne potranno aggiungere facilmente altri senza modifiche al quadro normativo e nei prossimi mesi saranno implementati ulteriori servizi per il cittadino, come le procedure per effettuare il cambio di residenza. (Inform/dip 16)

 

 

 

Quale stato sociale

 

Ancora una volta, i paragoni con gli altri Stati UE non ci confortano. Da noi, il fisco inghiotte, in sostanza, 1/4 del reddito nazionale lordo. Il 2022 non sarà, fiscalmente, migliore. Pur nel rigore, le incertezze socio/economiche restano. I pasticci non portano, ovviamente, vantaggi alla riforma dello Stato sociale. Se la “crisi politica” è, temporaneamente, rimandata, c’è da riflettere sul dato di fatto che non potrà essere evitata. L’attuale maggioranza di governo si regge su congetture precarie e sull’emergenza sanitaria. Del resto, anche i nostri conti non tornano. L’economia non riesce a garantire un’organica copertura delle spese pubbliche e, dietro al Coronavirus, c’è il sentore di una “bancarotta” politica. Finanche le forze sociali, nelle quali riponevamo la nostra fiducia, si stanno dimostrando possibiliste. Finiti i tempi degli scioperi generali e degli autunni”caldi”, ora si cerca di porre rimedio, più a parole che con i fatti, all’insufficienza occupazionale che mortifica tanti aspiranti lavoratori. La Pandemia ha complicato la nostra realtà, ma non ne è stata la causa primaria.

 

Al punto in cui siamo, se è difficile trovare un lavoro, resta il dramma di quelli che l’hanno perduto. Ogni passo falso potrebbe limitare il nostro ruolo anche in UE. Le attuali proposte del Potere Legislativo non possono essere considerate come un veicolo sicuro per uscire dal degrado di quest’anno funesto. Diversa sarebbe la nostra realtà se fosse avverabile “rivedere” la politica nazionale. Ma, giacché non è ancora possibile, i nostri dubbi per il futuro d’Italia restano ancora tutti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Al G20 Merkel presenta Scholz ai grandi del mondo

 

Al G20 allestito presso la "Nuvola" di Roma, Merkel presenta Olaf Scholz ai grandi del mondo. Un fatto simbolico che ridona un valore morale alla Politica. Il capo di governo uscente della Germania, che dopo 16 anni di leadership, presenti ai suoi colleghi il suo successore proveniente da un altro partito trasmette al mondo intero non solo l’immagine di una grande leader che consegna una democrazia in buona salute, ma anche il messaggio implicito di combattere il populismo, abituato invece a screditare i propri avversari. A Berlino il direttivo della CDU, dopo essersi riunito, ha reso noto che saranno circa 400.000 membri della CDU a ricevere entro l’inizio di dicembre le schede per l'elezione del Segretario di partito della CDU. Il risultato verrà reso noto il 17 dicembre. In caso di secondo scrutinio, i membri saranno chiamati a votare al ballottaggio entro la fine dell’anno. Il risultato definitivo verrà annunciato il 14 gennaio e, durante il congresso di partito che si svolgerà il 21 e 22 gennaio prossimi, si procederà alla ratifica del voto.

 

Le negoziazioni avviate per dare inizio alla coalizione "Semaforo" sono alle prese con il nodo delle future tasse. L’accesa questione divide i partner di coalizione. La linea dell'FDP continua a escludere un aumento di tasse per i ceti più abbienti. Il candidato alla Cancelliera della SPD Olaf Scholz ha quindi accennato al fatto che il netto rifiuto di un aumento delle tasse da parte dell'FDP lascia alla politica finanziaria e fiscale un margine limitato di manovra. Intanto, alla luce del forte aumento dei prezzi dell'energia previsto per i prossimi mesi, il Presidente della CSU Markus Söder chiede a SPD, Verdi e FDP di ridurre l'IVA su energia e combustibili affermando che “un'aliquota IVA ridotta su energia e combustibili solleverebbe i cittadini da un grave onere fiscale”. Mentre i partiti sono impegnati nei negoziati per definire il prossimo Governo, a fronte del drammatico aumento dei contagi, il governo tedesco esorta alla somministrazione di una terza dose di vaccino per tutti gli ultrasessantenni. Jens Spahn, Ministro della Sanità, afferma infatti che la Germania si trova nel bel mezzo di una “pandemia dei non vaccinati”. 

Dr. Nino Galetti, Direttore Konrad-Adenauer-Stiftung, Italia (de.it.press 4)

 

 

 

Clima: l’Italia alla prova del G20 e della Cop26

 

Se da una parte la conversazione globale sulla lotta al cambiamento climatico sembra per molti versi matura, dall’altra manca ancora un solido ecosistema sottostante che la supporti. È evidente che la transizione energetica dev’essere più rapida. Riuscirci richiede visione, pianificazione, investimenti, leadership politica. Richiede poi accettabilità sociale e un processo ordinato e inclusivo, pena il fallimento della transizione stessa.

E proprio nel mezzo di una crisi globale sui prezzi dell’energia, al G20 di Roma e alla Cop26 di Glasgow si discutevano i tempi e i modi per unire i tanti pezzi del puzzle e accelerare sul clima. Nelle difficili circostanze di questo anno, la leadership climatica di Mario Draghi sembra aver colto la complessità della prova sia a Roma che a Glasgow, spiccando tra i leader G7 e G20 anche per il ruolo più defilato giocato da altre potenze, a partire dalla Germania e dalla Francia.

A Roma buone iniziative e colli di bottiglia

Non è un mistero che il modello di sviluppo che ha reso molti dei Paesi G20 quello che sono oggi, le maggiori potenze globali e responsabili dell’80% delle emissioni globali di gas serra, sia ora insostenibile. È perciò un buon segnale che a Roma questi Paesi abbiano riconosciuto la necessità di accelerare per mantenere l’incremento della temperatura a 1,5°C rispetto all’era preindustriale. I passi in avanti fatti su alcune questioni energetiche chiave sono i benvenuti in questo senso – a partire dallo stop al finanziamento internazionale del carbone, sulla scia di quanto fatto in sede G7 e già annunciato da molti Paesi (in particolare asiatici) nel corso del 2021.

La combustione fossile è attualmente responsabile del 75% delle emissioni mondiali di gas serra. Per la prima volta, un comunicato congiunto “Energia e clima’” ha riconosciuto a livello G20 il legame tra produzione di energia, emissioni di gas serra e cambiamento climatico. Per la prima volta, ancora, il G20 a guida italiana ha riconosciuto l’importanza di ridurre le emissioni di metano. Come prevedibile, però, non è scaturito alcun impegno sulla fine dei sussidi per i combustibili fossili e c’è stata una certa resistenza su formulazioni più esplicite relative al carbone.

Rimangono ampie lacune anche su altri fronti. Il G20 ha sì reiterato l’impegno sui 100 miliardi di dollari di finanza climatica, ma senza produrre una vera svolta sul tema. Resta un gap importante nei volumi, nella pianificazione, nella qualità, nell’accesso, nella destinazione e nelle priorità della finanza climatica. Nonostante l’attenzione dei 20 anche sul tema caldo dei fondi per l’adattamento, la strada da fare è ancora lunga. Tra le varie iniziative, l’istituzione del nuovo Resilience and Sustainability Trust presso il Fondo monetario internazionale (Fmi) è però un passo in avanti per supportare i Paesi più vulnerabili alle prese con gli effetti devastanti del clima.

La staffetta con Glasgow e gli impegni italiani

Questi temi sono stati chiaramente trasversali anche ai negoziati di Glasgow. A settembre, le voci di quasi 400 giovani provenienti da 186 Paesi si sono fatte sentire, incontrandosi a Milano nel contesto della pre-Cop organizzata dal governo italiano. Il giorno dopo il G20, i delegati della Cop26 sono stati accolti da grandi manifestazioni in Scozia e in tutta Europa. Lo scarso protagonismo di partner chiave in alcuni di questi tavoli climatici – in primis Cina e Russia – non ha fatto che rafforzare le proteste e gli appelli.

Glasgow era un appuntamento particolarmente atteso, soprattutto perché alla Cop26 si dovevano raccogliere i contributi aggiornati dalle parti (i cosiddetti NDCs). Per tenere alta la barra dell’ambizione, le molte campagne settoriali su temi specifici hanno rappresentato un filone parallelo ai negoziati, supportato dalla presidenza della Cop: una “chiamata alle armi” sul clima fatta da tanti stakeholder differenti.

E a Glasgow l’Italia ha risposto a molti di questi appelli: si è impegnata a ridurre le emissioni fuggitive di metano del 30% entro la fine del decennio insieme ad altri 80 Paesi; insieme a partner critici come Indonesia o Brasile, si è impegnata per invertire le attività di deforestazione entro il 2030 e dedicare collettivamente 19,2 miliardi di dollari a questo sforzo.

L’Italia risulta tra i firmatari di una dichiarazione a supporto della transizione verso energie pulite e rinnovabili e per lo stop a sussidi, garanzie e altri strumenti di supporto alle fonti fossili entro la fine del 2022. Tra gli altri impegni, Roma ha aderito alla Breakthrogh Agenda per rendere le tecnologie pulite e le soluzioni sostenibili più convenienti, accessibili e attraenti in ogni settore emissivo a livello globale prima del 2030. Ha inoltre aderito alla “Boga”, l’alleanza di Paesi impegnati per la graduale eliminazione di petrolio e gas. In occasione dell’adesione, il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ha chiarito che l’Italia ha un grande piano per le rinnovabili con 70 miliardi di watt per i prossimi 9 anni per arrivare al 2030 con il 70% di energia elettrica pulita. Importante è stato anche il sostegno politico italiano al finanziamento dell’adattamento ai cambiamenti climatici, dentro e oltre la Cop26.

Rafforzare la leadership climatica italiana

Quelli riportati sono solo alcuni degli impegni presi dall’Italia alla Cop26 in questi ultimi giorni. Ai margini delle trattative del G20 di Roma, la tregua commerciale tra Stati Uniti e Unione europea è un’iniziativa che fa ben sperare per il rafforzamento di un partenariato che è fondamentale per la causa climatica. I segnali di collaborazione tra Stati Uniti e Cina alla Cop26 sono ugualmente benvenuti e necessari, ma non sufficienti. La Cop26 si è chiusa con molti aspetti positivi, tra cui gli impegni di tornare al tavolo nel 2022 con piani di riduzione delle emissioni aggiornati e con un primo impegno ad aumentare gli sforzi di riduzione del carbone e cessare il sostegno ai sussidi per le fonti fossili.

Nonostante i moltissimi colli di bottiglia di Glasgow  – come l’isolamento cinese e indiano sul carbone – il governo italiano può fare molto per rafforzare il consenso internazionale sul clima e consolidare al contempo la leadership climatica di cui ha dato prova. A partire, sicuramente, dalla fondamentale riforma dell’architettura finanziaria globale, che non ha trovato tutte le risposte a Glasgow ma che necessita di una solida sponda europea. A livello Ue, l’Italia potrà poi promuovere decisioni ambiziose sul pacchetto “Fit for 55”, proposto dalla Commissione europea per ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

A livello interno, invece, la vera sfida sarà adesso quella di “equipaggiare” adeguatamente le istituzioni e la diplomazia italiane con le competenze adatte per integrare il clima nelle varie politiche attuate dal nostro Paese.

Margherita Bianchi Iai/Ispi 16

 

 

 

Il Rapporto della Migrantes sugli Italiani nel mondo chiama politica e istituzioni alle loro responsabilità

 

La mobilità in Italia e all’estero è ormai un tratto fondamentale delle strategie di vita degli italiani nel terzo millennio. La tradizione emigratoria che si è radicata nella storia del nostro popolo durante l’ultimo secolo e mezzo, si è trasformata in un dato consolidato e strutturale, una delle forme ineliminabili, ormai, della nostra condizione e delle nostre relazioni.

 

Il freno della pandemia e le difficoltà intervenute da quasi due anni nei sistemi di mobilità internazionale hanno appena limato questa tendenza, ma non l’hanno modificata, quando tutto faceva prevedere il contrario. Nel 2020, infatti, sono stati 109.000 gli italiani che hanno varcato i confini, contribuendo alla più ampia crescita degli iscritti all’AIRE (166.000 - +3%), l’unica Italia che cresce nel lungo “inverno demografico” che stiamo attraversando. Semmai, alla mobilità in uscita dall’Italia si è aggiunta quella in entrata o meglio in rientro, per il buon numero di connazionali che hanno deciso di tornare per questioni di sicurezza sanitaria, familiare o per perdita del lavoro al seguito della gelata che la pandemia ha provocato sulle economie locali.

 

È la conferma che è venuta dal consueto appuntamento autunnale con il Rapporto Italiani nel Mondo, che la Fondazione Migrantes ha onorato anche quest’anno, offrendo una riflessione particolare sulla mobilità italiana ai tempi del Covid.

 

Sono, dunque, sempre più convinta che nella girandola degli spostamenti da un’area a un’altra, da un Paese a un altro e con il crescere dei fattori di crisi e di emarginazione sociale sia indispensabile tenere ferma la barra sui diritti e sulla promozione della cittadinanza attiva delle persone. In Italia si parla giustamente delle tutele sociali e degli ammortizzatori anticrisi per i lavoratori, come premessa necessaria per le politiche di resilienza e rilancio dell’economia. E per gli italiani, di tante condizioni sociali e di tanti mestieri, che sono all’estero o che continuano a partire?

 

Non solo è stato giusto, dunque, accrescere con un mio emendamento i fondi per l’assistenza estendendoli anche al sostegno delle piccole imprese gestite dagli italiani, ma si dovrebbe intervenire al più presto, come abbiamo proposto di fare con una risoluzione alla Camera da me promossa con convinzione, sulla riattivazione della funzionalità dei consolati che così come sono servono a poco sia per chi all’estero già c’è, sia per chi ci arriva. Non va perso più tempo, poi, per la firma della convenzione tra la rete estera e i Patronati, soprattutto per il sostegno e l’orientamento che essi possono fornire ai nuovi emigrati. E poiché i tre quarti di coloro che sono partiti si sono diretti in Europa e in particolare nel Regno Unito, credo siano giustificate le richieste che ho fatto in questi mesi di un più attento monitoraggio sulla situazione sociale e previdenziale dei connazionali che stanno facendo i conti con la Brexit.

 

Infine, l’arrivo della legge di bilancio è l’occasione propizia per calibrare meglio da un lato gli interventi a sostegno dei rientri, dall’altro quelli relativi alla formazione, alla preparazione, all’orientamento e al sostegno di coloro che sono comunque indotti o decisi a partire. Angela Schirò, de.it.press 11

 

 

 

Tempi da rispettare

 

L’Esecutivo Draghi porta avanti il suo programma. Il 2022 non dovrebbe presentare delle ”sorprese” politiche.

Non è certo, però, che ciò che ci sta capitando sia l’inizio di un processo di trasformazione che dovrebbe risollevare l’Italia dalla sua perniciosa crisi. Assodato è che, per ora, i fatti in positivo restano sporadici. Significa, di conseguenza, che mancano ancora dei tasselli importanti per completare il mosaico di questo Esecutivo d’emergenza. Anche il nostro Parlamento dovrebbe accollarsi più specifiche responsabilità che, tra l’altro, gli competono. Se tutti gli accorgimenti “Salva Italia”, che impoveriscono il Popolo italiano, non possono essere corretti nella sostanza, allora anche i politici sono responsabili della parabola discendente del Paese. Tra l’altro, addirittura i rapporti tra i partiti, molti nati dalle costole di altri, dovrebbero essere aggiornati alle mutate necessità nazionali.

 

 Del resto, i provvedimenti unilateri sono, a nostro avviso, uno dei peggiori segnali di decadenza della quale non si sentiva il bisogno. E’, quindi, possibile che, col prossimo anno, le “novità” politiche non manchino. Nel prossimo anno, bisognerebbe ripartire con un’economia più bilanciata. Tutti siamo nell’attesa delle “nuove regole” del gioco. Indispensabili per gestire una partita non più a senso”unico”.

 

 Allo stato attuale, resta impossibile modificare efficacemente il futuro della Penisola. Gli impegni inutili non abbindolano più nessuno. Le garanzie per contenere l’emergenza sono state molte; ma saranno rispettate? Dietro l’interrogativo c’è l’ultima stagione delle intese che ci convincono sempre di meno. Se non sarà concordata una concreta linea di programma, ci si dovrà arrangiare con quella già in essere. Ma, forse, nel 2023, varata una nuova legge elettorale, si tornerà al voto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Intervista a Jacopo Iacoboni. “Oligarchi”: luce sulle lunghe ombre del Cremlino in Italia

 

“Oligarchi – Come gli amici di Putin stanno comprando l’Italia” (Laterza, 2021) è un volume appena uscito nelle librerie firmato a quattro mani dai giornalisti Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci: un saggio-inchiesta sull’influenza dei russi e del Cremlino nel nostro Paese, con una bibliografia lunghissima che dà conto di un lavoro di indagine che si avvale di moltissime fonti – come specificato nel libro – dai documenti dell’intelligence a quelli societari sugli schemi finanziari, dalle interviste politiche e finanziarie a materiale esclusivo e inedito.

Ne abbiamo parlato con uno degli autori, Jacopo Iacoboni, giornalista de “La Stampa” e già autore di altri libri-inchiesta sempre per Laterza come “L’Esperimento – Inchiesta sul Movimento 5 Stelle” o “L’Esecuzione – 5 Stelle da Movimento a Governo”.

 

Quali sono le radici storiche della presenza della Russia in Italia e che forma ha assunto tale presenza nel corso dei decenni?

Per le radici storiche possiamo risalire molto indietro, agli inizi del Novecento, all’accordo fra Nicola II e il Re d’Italia, passando per Mussolini e Stalin e arrivando ovviamente al Partito comunista e ai finanziamenti organici ricevuti da Mosca. Senza dimenticare l’idea democristiana di realpolitik dell’Italia come ponte verso Mosca, che è stato il cardine della politica estera ruotata attorno all’Eni, ma non solo. E poi c’è ovviamente Silvio Berlusconi: nel libro ci sono molte cose inedite sui suoi uomini anche negli ultimi anni e del peso che hanno avuto proprio nella Russia di Putin. In particolare, un uomo che è stato molto importante, appena morto, Angelo Codignoni, che è diventato il braccio putiniano della pubblicità e dell’auditel di Stato russo. Berlusconi però giocava un rapporto sostanzialmente personale con Vladimir Putin molto centrato sull’economia: tutto ruotava attorno a Gazprom. Eppure, nonostante tutto, il Cavaliere non stava mettendo in discussione la barra atlantista italiana, sebbene, specialmente nell’ultima fase, la sua relazione con Putin avesse destato forti preoccupazioni nell’ambasciata americana a Roma e nella Cia. Quello che è successo di nuovo in questi anni è stato che con la vittoria dei partiti populisti sovranisti, specialmente nei primi due o tre anni della loro vittoria, si è assistito ad una intensificazione fortissima della presenza degli operativi russi sul territorio, come se fosse il loro cortile di casa. Basti pensare che secondo la cifra che c’è stata data dalle nostre fonti dell’intelligence italiana si parla di 87 spie russe censite fino ad ora che fanno parte della cellula operativa che si è creata a Roma. Oltre all’intensificazione, c’è stato uno spostamento dell’asse geopolitico del tutto visibile, sancito da tanti episodi e storie che vengono raccontati nel libro. Cosa che in realtà, per fare un esempio, la Dc non aveva mai fatto, nonostante la profonda amicizia con Mosca.

Qual è la differenza di penetrazione in Europa della Russia e della Cina?

In tutta l’ultima stagione di Putin c’è stata una fortissima ed evidente volontà di accodarsi al carro cinese, come una sorta di “socio minore” che è però incaricato della gestione di tutta una serie di crisi regionali, l’Est Europa e il Mediterraneo. Cina e Russia hanno interessi convergenti: un’azione interna nei singoli Paesi europei e occidentali per indebolirli dall’interno. Ma con modalità profondamente diverse. La Russia agisce molto con l’interferenza cyber, con lo spionaggio e con la leva dell’economia soprattutto attraverso la penetrazione di una serie di oligarchi o comunque di soggetti economici legati all’economia di Stato putiniana. La Cina agisce direi in maniera molecolare ed economica, cioè con un’opera di potente infiltrazione sistematica dal basso nell’economia.

 Anche nel Regno Unito, dove il tema è molto dibattuto, l’influenza della Russia è molto forte

Nel Regno Unito c’è senza dubbio la penetrazione economica più forte dei russi. Una delle cose che rende l’Inghilterra dominante in questo scenario di influenza russa è proprio la normativa societaria opaca: la grande facilità con cui si possono aprire e chiudere società e schermarle nei paradisi fiscali. Ma una cosa simile accade anche con molte proprietà dei russi in Italia, di cui nel libro diamo conto. C’è poi naturalmente anche il ruolo giocato da alcune banche internazionali europee, specialmente banche baltiche, per esempio lettoni o danesi, nell’attuare questi schemi di occultamento del denaro o nascondimento dei reali beneficiari di proprietà o di società. In realtà, parallelamente alla presenza dei russi in Italia quel che va rilevata è proprio una grande spoliazione di risorse del popolo russo attraverso un’evasione fiscale ai danni degli stessi cittadini russi. E questo secondo me è un aspetto non secondario della storia. In Italia l’influenza della Russia si esercita fondamentalmente in due modi: con la presenza economica degli oligarchi in Italia e la presenza dell’intelligence. Basti pensare che molti degli operativi che facevano parte dell’unità 29155 del Gru sono atterrati spesso, secondo le nostre fonti in Italia, a Milano. Da lì si muovevano verso la base che avevano in Svizzera, fra Ginevra e Annemasse. L’Italia in tutto questo ha dormito sonni profondi.

 Cambierà qualcosa con un governo guidato da Mario Draghi?

La prima dichiarazione geopolitica di Draghi a margine di un Consiglio europeo fu di dire che la presenza russa, sia come spie sia come interferenza nel web, era diventata, usò uno di questi due aggettivi, allarmante o inquietante. Con lui è evidente che lo scenario cambia. Però il punto è che questa influenza russa è fatta di rapporti di penetrazione russa nell’economia, negli apparati, nello Stato profondo italiano e non basta un cambio di presidenza del Consiglio a cancellarla. Del tema in Italia non se ne parla. L’unico interesse vero su questo argomento si è avuto quando ha riguardato la Lega e con lo scandalo del Metropol, ma il problema è molto più esteso. Non a caso per realizzare il nostro libro abbiamo utilizzato un sacco di fonti anche fra giornalisti russi indipendenti che ci hanno aiutato a incrociare le notizie che avevamo.

 Come la Cina, anche la Russia non si è presentata con i propri leader al G20 e alla Cop26. Draghi ha salutato il G20 come un successo. Che giudizio ne dai?

Dal punto di vista italiano il summit è abbastanza riuscito: è stato Draghi a celebrare un reingresso multilaterale di Joe Biden nella scena europea, e quindi nuovi impegni degli Stati Uniti sul clima, sulla transizione ambientale e così via. Si chiude simbolicamente la stagione trumpiana. Che questo sia stato celebrato in Italia, in parte ha degli elementi casuali, in parte è dovuto al rapporto di Mario Draghi con l’amministrazione americana. Dal punto di vista geopolitico invece mi sembra un nulla di fatto. Con Cina e Russia non solo assenti, ma, come si è visto poi da Glasgow, contrarie a prendere concreti impegni sul fronte energetico e ambientale, ognuna nei settori dove più sono coinvolte, la Cina nelle emissioni di Co2, la Russia nel gas. Mi sembra che da questo punto di vista i risultati siano modesti. Del resto, la Russia gioca queste partite in maniera politicamente spregiudicata, molto più centrata sui rapporti bilaterali con gli Stati che non con un approccio multilaterale da vertice. Basti pensare solo all’esempio del North Stream 2 che è stata affrontata con un confronto serrato con la Germania e con Angela Merkel. Da questo punto di vista il ritorno del multilateralismo di Biden nulla ha potuto su questo dossier. Poi bisognerà testarlo su altre cose. Per esempio, sulla Libia, la Siria, e i teatri mediterranei. Lì è tutto da vedere. Elena Paparelli, AffInt. 15

 

 

 

 

Codice della Strada in Italia: in vigore le nuove norme

 

ROMA – Divieto di uso di tablet e pc portatili, oltre che di telefoni cellulari mentre si è alla guida di un veicolo, norme per aumentare la sicurezza dei pedoni, multe più salate per chi occupa i posti riservati al parcheggio delle auto utilizzate per il trasporto delle persone con disabilità e, a partire dal primo gennaio 2022, sosta gratuita per i veicoli al servizio delle persone con disabilità sulle strisce blu, stalli ‘rosa’ riservati al parcheggio delle donne in gravidanza e dei genitori di bambini fino a due anni, aumento delle sanzioni per chi getta dal finestrino dell’auto rifiuti o altri oggetti.  Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto legge infrastrutture e trasporti, convertito in legge dal Parlamento, sono entrate n vigore da ieri le novità introdotte nel codice della strada che è stato modificato anche nei suoi principi ispiratori: non più soltanto la sicurezza ma anche la tutela della salute delle persone e la tutela dell’ambiente rientrano tra le finalità primarie di ordine sociale e economico perseguite dallo Stato attraverso la disciplina della circolazione stradale.

Tra le principali novità introdotte dalla legge di conversione del decreto vi è la nuova regolamentazione dei monopattini elettrici.

– Divieto dell’uso di tablet mentre si guida: il divieto, ora espressamente previsto per i telefonini, si estende all’uso di computer portatili, notebook, tablet e qualunque altro dispositivo che comporti anche solo temporaneamente l’allontanamento delle mani dal volante. Confermate le sanzioni per chi non rispetta questa regola che vanno da un minimo di 165 euro a un massimo di 660 euro. Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre mesi se la stessa persona commette un’ulteriore violazione nel corso di un biennio.

– Persone con disabilità: raddoppiano le multe per chi parcheggia senza avere il contrassegno nelle aree riservate ai veicoli delle persone disabili. La multa va da un minimo di 168 ad un massimo di 672 euro. Dal primo gennaio 2022 i veicoli per il trasporto delle persone con disabilità possono essere parcheggiate gratuitamente nelle aree a pagamento qualora i posti riservati risultino occupati.

– Stalli rosa e altri posti riservati: il sindaco con propria ordinanza può disporre parcheggi riservati per le donne in gravidanza e i genitori con figli di età non superiore a due anni, muniti di contrassegno speciale. Il sindaco inoltre ha la facoltà di riservare posti per il parcheggio di veicoli elettrici, mezzi adibiti al carico e scarico delle merci a determinati orari e adibiti al trasporto scolastico.

– Aree dedicate alla ricarica dei veicoli elettrici: il divieto di sosta, con le relative sanzioni, si estende alle aree dove si trovano le colonnine per la ricarica elettrica dei veicoli. Il divieto vale anche per gli stessi veicoli elettrici che non stanno effettuando la ricarica o se hanno completato da oltre un’ora l’operazione

– Sicurezza dei pedoni: arrivano norme per aumentare la sicurezza dei pedoni che attraversano una strada priva di semafori, introducendo più puntualmente obblighi di cautela  per gli automobilisti. In corrispondenza degli attraversamenti pedonali, chi è alla guida di veicoli è obbligato a dare la precedenza, rallentando o fermandosi, non solo ai pedoni che hanno iniziato l’attraversamento, ma anche a chi si accinge a farlo.

– Multe salate per chi getta i rifiuti dal finestrino: raddoppiano le sanzioni per chi getta  rifiuti dal finestrino dell’auto in sosta o in movimento insozzando la strada, da un minimo di 216 ad un massimo di 866 euro; sanzioni raddoppiate anche per chi getta dai veicoli in movimento un qualsiasi oggetto: si va da un minimo di 52 ad un massimo di 204 euro.

– Stop pubblicità sessiste o con messaggi violenti: è vietata qualsiasi forma di pubblicità su strade e veicoli con contenuto sessista o che proponga messaggi violenti o discriminatori. La violazione del divieto comporta la revoca dell’autorizzazione all’uso dello spazio pubblicitario e l’immediata rimozione della pubblicità.

– Patente di guida: la validità del ‘foglio rosa’ passa da sei mesi a un anno. Durante il periodo di validità del foglio rosa è possibile effettuare la prova pratica di guida per tre volte (la prima più ulteriori due), anziché due volte come prevedeva la norma precedente. Coloro che si esercitano senza istruttore incorrono in una sanzione da un minimo di 430 ad un massimo di 1731 euro e nella sanzione accessoria del fermo amministrativo del veicolo per tre mesi.

– Ricorsi contro le multe: il ricorso al prefetto per atti di contestazione di infrazioni del codice della strada può essere effettuato anche per via telematica, attraverso la posta elettronica certificata.

Nel corso dell’esame parlamentare sono state introdotte norme sull’uso dei monopattini elettrici con l’obiettivo di aumentarne la sicurezza e favorirne il corretto uso senza scoraggiare il ricorso a questa forma di mobilità dolce diventata sempre più diffusa soprattutto nei grandi centri urbani a seguito della pandemia. Sono previsti la riduzione del limite di velocità da 25 a 20Km/h (resta invece a 6km/h all’interno delle aree pedonali), il divieto di circolare sui marciapiedi, salvo la conduzione a mano, e il divieto di parcheggiare sui marciapiedi al di fuori delle aree individuate dai Comuni. Per evitare la sosta selvaggia, i noleggiatori di monopattini elettrici devono prevedere l’obbligo di acquisire la foto al termine di ogni noleggio per verificarne la posizione sulla strada. Confermato l’obbligo del casco per i minorenni. Dal primo luglio 2022 i nuovi monopattini devono essere provvisti di segnalatore acustico e di un regolatore di velocità. Quelli già in circolazione prima di questo termine devono adeguarsi entro il primo gennaio 2024. Prevista la confisca del mezzo per chi circola con un monopattino manomesso. (Inform/dip 11)

 

 

 

 

Elezioni Comites: si sono iscritti in 177.835

 

ROMA - Saranno 177.835 gli italiani all’estero che voteranno alle elezioni dei Comites del 3 dicembre. Il dato della Direzione generale italiani all’estero della Farnesina è aggiornato al 5 novembre, cioè due giorni dopo la scadenza per esercitare la cosiddetta “opzione inversa”, ed è da considerarsi pressoché definitivo.

Per i Comites si vota per corrispondenza, ma riceve il plico elettorale solo chi si iscrive nel registro degli elettori. Il termine per farlo è scaduto, appunto, il 3 novembre scorso.

Gli elettori dei Comites in questo 2021 sono 4.732.741, il 25% in più rispetto alle elezioni del 2015.

Come detto, si sono iscritti nel registro degli elettori (per posta ordinaria, PEC, recandosi in Consolato o attraverso il portale Fast-It) 177.835 connazionali, cioè il 3,76% degli aventi diritto.

Il numero maggiore di optanti si registra in America latina, seguita da Africa, Asia e Oceania, quindi l’America Centrale e Settentrionale e, infine, - incredibilmente - l’Europa.

Nel dettaglio

In Europa su 2.589.085 aventi diritto al voto si sono iscritti 61.448 connazionali (2,37%). In Centro e Nord America su 426.924 aventi diritto al voto si sono iscritti 11.575 connazionali (2,71%). In America meridionale, su 1.512.986 aventi diritto al voto si sono iscritti 94.997 connazionali (6,28%). In Africa, Asia e Oceania, su 203.746 aventi diritto al voto si sono iscritti 9.815 connazionali (4,82%). (dip 8) 

 

 

 

 

Come sarà il mondo post-pandemico? Lo abbiamo chiesto ai giovani

 

La politica internazionale tocca il nostro quotidiano più di quanto molti immaginano. Dall’aria che respiriamo al cibo che mangiamo, dalla sicurezza al lavoro fino alla resilienza delle nostre istituzioni democratiche, non esiste interesse o valore che non sia plasmato profondamente dalla politica internazionale. La consapevolezza di questo è forte soprattutto nelle generazioni più giovani.

Ed è per ascoltare e per dare voce a loro che l’Istituto Affari Internazionali (IAI) ha creato il “Premio IAI: Giovani Talenti per l’Italia, l’Europa e il mondo”.

Ormai giunto alla sua quarta edizione, il Premio IAI 2021 si è concentrato sul nesso tra il mondo (post-)pandemico, il sistema internazionale e il ruolo dell’Europa. E anche quest’anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio indirizzato ai ragazzi e alle ragazze che hanno partecipato, ha voluto rendere omaggio alle loro idee.

I saggi dei finalisti dipingono un mondo divenuto sempre più conflittuale. La pandemia ha acceso i riflettori sull’acuirsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina, una rivalità confermata dall’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Oggi il confronto tra Washington e Pechino non si riduce più, infatti, a una mera lista di tensioni, dal commercio a Hong Kong, dallo spazio a Taiwan. A differenza degli anni passati, è ormai chiaro che dietro alla competizione economica e tecnologica tra Stati Uniti e Cina si cela una competizione tra sistemi e ideologie politiche: siamo davanti a un conflitto tra democrazie e autocrazie.

Il nostro è un mondo più conflittuale ma che rischia di soccombere al protezionismo. Nonostante dietro la competizione tra democrazie e autocrazie ci sia il sano istinto alla protezione dei nostri sistemi politici ed  economici, infatti, questa protezione rischia di sfociare in protezionismo. E un mondo in cui un “decoupling” tra Stati Uniti e Cina è portato all’estremo, è anche un mondo infinitamente più rischioso. Perché se è vero che l’interdipendenza in sé non porta automaticamente la pace, può spesso essere un fattore decisivo nella mitigazione dei conflitti. Un mondo più protezionista, autarchico e de-globalizzato, è, al contrario, un mondo più pericoloso.

Lo è tanto più alla luce del fatto che la pandemia ha reso sempre più evidente la necessità assoluta di maggiore cooperazione internazionale. Questa è la seconda lezione messa a fuoco chiaramente dai finalisti del Premio IAI. Sullo sfondo del Summit G20 sotto presidenza italiana, emerge chiaramente dai loro scritti l’interesse vitale per un multilateralismo rafforzato. Dalla lotta al Covid ai finanziamenti per il clima fino alla tassazione minima globale delle multinazionali, non esistono soluzioni nazionali quando si tratta di sfide transnazionali.

Ma l’Italia dunque cose deve fare? Investire le sue risorse nel rafforzamento di un’autonomia europea, un’autonomia che non è sinonimo di autarchia o di chiusura, bensì di capacità di governare l’interdipendenza rivendicando il proprio posto alla tavola delle grandi potenze, non stando sul loro menu. È un’autonomia europea letta come riflesso di un rapporto transatlantico rafforzato, perché una maggiore responsabilizzazione europea e un maggiore rispetto statunitense nei confronti dell’Europa sono due facce della stessa medaglia.

Questi sono solo pochi spunti del ricco elenco di idee e di analisi raccontate dai nostri finalisti. Vi invito a leggerle, sono certa che ispireranno anche voi. Nathalie Tocci, IAI 3

 

 

 

Sindrome da voto

 

Resta complesso il rapporto con la situazione socio/politica nazionale. Rimangono, comunque, carenti i programmi per ridare fiato a un’economia che ha bisogno della fiducia degli investitori. Qui non è più in gioco l’attendibilità dei “moderati” o dei “progressisti”. Ora in campo c’è il futuro del Paese. L’introduzione del vaccino per immunizzare dal Coronavirus non risolverà, comunque, i tanti problemi socio/economici della Penisola.

 

 In questa realtà, chi tenta di meglio agisce non sempre meglio riesce. Non a caso, chi fa la “voce” grossa, tenta di rimanere nelle stanze del potere. Tra polemiche sterili e critiche inconcludenti, l’incertezza politica c’è ancora tutta. Le esitazioni sono più gettonate delle certezze. Anche perché queste ultime non trovano terreno per essere rese produttive.

 

 Ora, accanto ai doveri, ci sarebbero dei diritti da sostenere. Delle posizioni che richiedono fermezza ragionata. C’è chi si chiede chi potrebbe superare l’attuale esitazione. Di nomi se ne fanno pochi. Ma solo per evitare possibili ritorsioni di una nuova “alleanza” nella quale si rischia molto per ottenere, forse, poco.

 

 Se è vero che dopo il “Buio”segue la “Luce”, dobbiamo riconoscere che questo “Buio” si è fatto notte e il giorno sembra non arrivare mai. Tra i filosofi della politica ci sono uomini che si definiscono d’azione. Tutte queste considerazioni possono, però, avere una loro valenza in prospettiva. In UE, i ruoli sono assai più multiformi e la Penisola non ha nessuna carta buona da giocare. Insomma, s’iniziano a identificare solo gli sbandati della politica nazionale. Il tutto in attesa delle elezioni politiche del 2023. La “sindrome” da voto condizionerà tutto il prossimo anno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

IVA (e altro) ridotta dal 10 al 4% per emigrato che acquista una “prima casa” in Italia. Ma per quanto?

 

Non è ancora chiaro che fine abbia fatto la norma prima inserita e poi inopinatamente rimossa dal Decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2022 con la quale si cancellava la legge che prevede un trattamento fiscale agevolato a favore dei soli cittadini iscritti all’Aire (e non quindi degli altri cittadini europei) per l’acquisto di una “prima casa” in Italia.

 

Sospettavamo che per ragioni inderogabili (e cioè per evitare una condanna da parte della Corte di Giustizia europea per violazione del Trattato sul Funzionamento dell’Unione - dopo il deferimento dell’Italia da parte della Commissione europea - che non ammette trattamenti discriminatori basati sulla cittadinanza) la norma sarebbe stata inserita nella Legge di Bilancio 2022, ma così – almeno finora – non è stato. E l’Agenzia delle Entrate – in attesa di un intervento definitivo da parte del legislatore – continua tuttavia a precisare regole e limiti per gli iscritti all’Aire su come ottenere i benefici fiscali previsti e ancora non cancellati. Infatti con la risposta n. 751 pubblicata nei giorni scorsi l’Agenzia chiarisce alcuni dubbi inerenti all’applicazione del regime fiscale di favore per i cittadini italiani residenti all’estero che vogliono acquistare una casa in Italia.

 

Rispondendo ad un interpello di un cittadino italiano residente a Londra intenzionato ad acquistare un immobile in Italia per poi darlo in comodato d’uso alla madre, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che il cittadino iscritto all’Aire  può acquistare l'immobile usufruendo dell'aliquota Iva agevolata anche nell'ipotesi in cui conceda in comodato l'immobile stesso perché la legge stabilisce che l'agevolazione spetti anche nel caso in cui l'acquirente sia cittadino italiano emigrato all'estero, a condizione che l'immobile acquistato costituisca la "prima casa" nel territorio italiano e soprattutto senza alcun obbligo di fissare la residenza nel comune di locazione dell’immobile, requisito quest’ultimo previsto invece per i cittadini residenti in Italia.

 

Ricordiamo che gli iscritti all’Aire quando acquistano una “prima casa” in Italia hanno diritto al versamento di un’imposta di registro del 2 per cento, anziché del 9 per cento, sul valore catastale dell’immobile acquistato, e delle imposte ipotecaria e catastale snella misura fissa di 50 euro o, quando a vendere l’immobile è un’impresa soggetta a IVA, l’applicazione di un’aliquota del 4 per cento, anziché del 10 per cento, e il versamento di imposte di registro, catastale e ipotecaria nella misura fissa di 200 euro ciascuna.

 

Per ottenere tale agevolazione  è necessario che: a) nel caso in cui l'acquirente sia cittadino italiano emigrato all'estero  l'immobile sia acquistato come "prima casa" sul territorio italiano; b) che nell'atto di acquisto l'acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l'immobile da acquistare; c) che nell'atto di acquisto l'acquirente dichiari di non essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le stesse agevolazioni.

 

Un altro quesito che il cittadino italiano residente a Londra poneva  era se l’eventuale plusvalenza derivata dalla rivendita dell’abitazione entro cinque anni, e senza acquisto di altro immobile, avrebbe comportato degli oneri fiscali. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che non sono previste imposizioni fiscali sulla plusvalenza se l’immobile per la maggior parte del periodo sia (stato) adibito ad abitazione principale dall’acquirente o dai suoi familiari.

Angela Schirò, de.it.press 12

 

 

 

 

Pubblicato il numero di ottobre-novembre n. 5/2021 del bimestrale Abruzzo nel Mondo

 

La rivista dà ampio rilievo alla visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Pescara per l’inaugurazione dell’IMAGO MUSEUM, Museo d’arte moderna e contemporanea di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo, che ospita attualmente la mostra “Andy Warhol e Mario Schifano, tra Pop Art e Classicismo” e due collezioni permanenti, la prima “Impressionisti scandinavi”, la più rilevante rassegna d’arte danese presente in Italia, legata alla scuola di Kristian Zahrtmann in Abruzzo e la seconda relativa alla collezione “Arte, immagine e realtà”, donata dai coniugi Alfredo e Teresita Paglione, con alcuni dei più grandi artisti figurativi del ‘900, come Larry Rivers e Josè Ortega. Ill Capo dello Stato ha colto l’occasione per sottolineare il valore della cultura come uno dei principali settori su cui investite per far fronte alla crisi, come ricorda nel suo articolo Nicola Mattoscio, presidente dell’Associazione Abruzzesi nel Mondo. Altri articoli sull’Imago Museum di Antonio Bini e Alessandra De Nicola.                                                                                                                                              

Sulla inaugurazione del Parco della Memoria a l’Aquila per ricordare le vittime del terremoto del 2009 ad opera del premier Mario Draghi scrive Roberta Di Fabio, che firma anche l’articolo sull’edizione italiana di Here in Cerchio (Lettere ad un figlio emigrato negli USA, 1910-1913), a cura di Aline Di Mattia. Richiamo al 45° Gala del NIAF, in parte condizionato ancora dalla pandemia, che prevedeva l’Abruzzo come regione d’onore. Germano Mascitelli, studioso di emigrazione, ricostruisce la storia poco nota del quotidiano Il Sole d’Italia, fondato in Belgio nel 1946 e pubblicato fino al  1994. La rivista ripropone, a distanza di un secolo, una sintesi dell’articolo di Raffaele Fimiani pubblicato sul mensile L’Abruzzo, a proposito della nutrita e qualificata presenza degli abruzzesi a Milano.

Generoso D’Agnese ricostruisce le origini abruzzesi dei fratelli Anthony e Joe Russo: i fratelli registi degli Avengers. Odoardo Di Santo, da Toronto, recensisce l’edizione italiana del saggio “Benedetto Croce e il fascismo italiano”, pubblicato in Canada da Fabio Rizi. Daniela Massitti scrive delle meritorie iniziative per ricordare l’emigrazione organizzate dalla Proloco di Giuliopoli, spopolato paese della provincia di Chieti. Dell’originale esperienza di ricerca delle radici a Pennapiedimonte, spopolato paese della Maiella orientale, si occupa Antonio Bini, che scrive anche della mostra sulla guerra del Vietnam del fotoreporter scomparso Ennio Iacobucci, che lavorava per Time, AP e Reuters, allestita a Morrea, nel suo paese natale, dove oggi vivono meno di dieci abitanti. Mario Setta e Maria Rosaria La Morgia annunciano per il prossimo anno la ripresa del Sentiero della Libertà/Freedom Trial, sospeso a causa della pandemia. Altri articoli riguardano la presentazione dell’Abruzzo da parte all’Unitre-Universitas di Lucerna da parte di Rita Cappellucci, l’incontro on-line  tra una delegazione di giornalisti teramani con il Nick Rapagnani, presidente  Associazione Regionale Abruzzese - Delaware County - Delco (ARAD) in concomitanza con  “l’Italian American Heritage Festival” e la presentazione del libro di Maria Delli Quadri, Il Mondo di Maria, memorie dell’Alto Sannio.

La rivista dà anche notizia del Premio alla carriera per il giornalismo estero conferito a Goffredo Palmerini e il l’annunciato conferimento del Premio Pratola il prossimo 13 novembre ad Enrico Mentana.

Oltre all’edizione cartacea, la rivista è disponibile anche sul sito www.abruzzomondo.it. De.it.press

 

 

 

 

 

I giovani cervelli in fuga si organizzano: nasce Orizzonte Italia Onlus

 

Roma. Sabato 30 e domenica 31 ottobre 2021 nasce a Roma ORIZZONTE ITALIA ONLUS, la rete dei “cervelli in fuga” che conta oltre 250 membri sparsi per l’Europa e gli Stati Uniti. I componenti sono studenti e giovani professionisti che hanno lasciato il Paese e che durante la pandemia si sono incontrati virtualmente per elaborare proposte per l’Italia, nel settore economico, politico e amministrativo. Nell’ultimo decennio oltre mezzo milione di giovani (età 18-39) ha deciso di lasciare l’Italia, con una impennata del 250% rispetto ai primi anni post-crisi. Una diffusa “emorragia” di capitale umano che, secondo la stima effettuata da Orizzonte Italia, nel 2020 è arrivata a costare circa l’1% del PIL potenziale perso, un numero destinato a crescere in assenza di un’inversione di tendenza. Lo spopolamento di giovani sta minando la crescita economica e demografica dell’Italia, con gravi conseguenze per l’equilibrio contributivo e quindi sul livello dell’età pensionabile. Tra le collaborazioni avviate, quelle con le Italian Society di Oxford, Cambridge e Harvard, oltre che con Joule, la Scuola di Eni per l’impresa, Techint e ANCE. L’iniziativa – che avrà luogo al Boscolo Circo Massimo di Roma – vedrà tra i vari interventi quelli del Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri, Benedetto Della Vedova, la Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica Assuntela Messina, il presidente di Astrid prof. Franco Bassanini, il capogruppo del Partito Democratico al Parlamento europeo Brando Benifei, Federica Saliola della World Bank, il presidente di Human Technopole Marco Simoni, il prof.Paolo Guerrieri della Sapienza di Roma, il prof. Carlo Altomonte dell’Università Bocconi, la Rettrice della Scuola Sant’Anna di Pisa Sabina Nuti e Sara Mespah di Eni Joule. askanews 5

 

 

 

La vision del Turismo delle Radici di domani

 

ROMA - “L’Italia è straordinaria per tutti quelli che la visitano. Ma lo è ancora di più per chi vi è legato da un sentimento ancestrale. Magari è un sentimento un po’ sopito, ma bisogna solo risvegliarlo. Visitare i luoghi dei propri antenati fa bene all’anima. Partiamo per l’Italia, Lei ci aspetta e ci accoglie a braccia aperte”. Questo il concept da cui parte il “Primo rapporto sul turismo delle radici in Italia. Dai flussi migratori ai flussi turistici, strategie di destination marketing per il richiamo in patria delle comunità italiane nel mondo.”, realizzato dall’Università della Calabria con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, presentato questa mattina alla Farnesina.

Il rapporto curato dalle professoresse Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera dell’Università della Calabria, è, come spiegato in apertura dal Direttore Generale per gli Italiani all’estero del Maeci, Luigi Maria Vignali, “un unicum”. Non esiste, infatti, un altro studio così approfondito rispetto a questo fenomeno. Che è fenomeno a cui la Farnesina tiene molto e che segue da tempo, attraverso il “tavolo tecnico costituito dal Ministero con operatori del settore, amministrazioni e università”. Da questo tavolo tecnico sono fuoriuscite diverse iniziative, tra cui la Guida alle Radici italiane, la ricerca dell’Associazione AsSud, in cui sono descritti gli identikit del turista delle radici, e ora questo Rapporto. Strumenti fondamentali, secondo il Direttore Vignali, “per costituire un’offerta turistica che sia in linea con l’ambizione che ci proponiamo”. Quest’ultima iniziativa, fa “parte del sostegno e dello sviluppo del Sistema Paese” e rispecchia la volontà del ministero di puntare sul Turismo delle Radici anche come ripresa per il nostro sistema turistico-economico post-pandemia. Il fenomeno, che pochi altri Paesi, forse nessuno, ha nelle dimensioni dell’Italia, è stato infatti anche incluso nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, PNRR, cosa di cui si sono detti molto soddisfatti sia Vignali che il Sottosegretario agli Affari esteri, con delega agli italiani nel mondo, Benedetto Della Vedova, che ha preso parola in seguito.

Il libro, al quale hanno partecipato anche l’Università di Mar del Plata e quella di Torino, è molteplici cose: è “un’indagine su quello che cerca il turista delle radici, è un’indagine geografica, svolta tra Calabria, Puglia e Argentina”. Ma è anche uno studio di comparazione con altre esperienze nazionali di grande emigrazione, come l’Irlanda e la Scozia. E poi, sempre secondo Vignali, “è un libro interessante e divertente, con contributi e testimonianze concrete in cui si analizzano anche linguisticamente i dialetti”. Insomma, il volume presentato oggi è “un contributo importante per chi vuole lanciarsi in quella che è una vera e propria “visione” del Turismo delle Radici”.

Anche per l’esponente governativo, Della Vedova, “è molto importante questo lavoro. Perché lo studio delle direttrici dei fenomeni è essenziale per mettere a frutto le risorse che avremo con il PNRR. Il turismo delle radici può essere infatti un volano per il turismo italiano. Ma come tutti gli investimenti vanno fatti sulla base di una conoscenza e sulla base di dati. Quindi ringrazio le professoresse per averci consegnato questa ricerca, questo strumento utile”.

Di particolare interessante per il Sottosegretario, è stato il focus sull’Argentina, che è stata ed è una delle mete preferite degli italiani all’estero, e con cui “c’è un legame affettivo da coltivare, attraverso la televisione, la Rai e attraverso i portali del Maeci. C’è una dimensione di comunicazione più facile. I viaggi di ritorno portano infatti con sé un’idea di turismo diversa, più ricca e interessante rispetto alla dimensione tradizionale. È chiaro che una visita stereotipata, che è bene che ci sia, è meno ricca rispetto a chi ricerca le proprie radici in luoghi non tradizionali per il turismo classico, incentivando le visite nei borghi”. Per questo, “vogliamo sostenere le iniziative che valorizzino il senso dell’appartenenza e dell’origine e consentano di attivare circuiti virtuosi di flussi dall’estero verso borghi che si attivano ad accoglierli. È un tema importante, è un pezzo del lavoro che la Farnesina fa”. E questo lavoro “può generare economia, diversificando l’offerta turistica e valorizzando lo straordinario legame emotivo e sentimentale che anche le nuove generazioni di italo-discendenti coltivano verso l’Italia. E noi li dobbiamo aiutare - ha affermato in conclusione del suo intervento Della Vedova -, semplificando, con la nostra rete consolare, la vita a chi vuole intraprendere questo percorso”.

In seguito si è sceso più nei dettagli del Rapporto, nelle prospettive che questo può aprire, nella sua realizzazione e nelle conclusioni che se ne possono trarre per spiegare il fenomeno. A farlo sono state le relatrici Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, dell’Università della Calabria, e in seguito le dottoresse Ana Maria Biasone, dell’Universidad de Mar del Plata, e Anna Lo Presti, dell’Università di Torino.

Quello di questa mattina, infatti, è un “momento molto importante” per loro, ha spiegato Sonia Ferrari ringraziando il Ministero degli Affari Esteri, poiché rappresenta “il culmine del nostro lavoro”. Un lavoro “che stiamo portando da diversi anni, e il risultato è questo libro pubblicato anche in E-Book in inglese e spagnolo, oltre che in italiano”. Ma “quali sono le finalità di questa intensa ricerca (che ha portato anche a diversi output)?” si è chiesta la professoressa. “Il punto di partenza - ha spiegato - è stato colmare un gap nella letteratura internazionale e soprattutto in quella nazionale riguardo questo fenomeno attraverso un approccio turistico e di marketing. Quindi la finalità è da una parte stimolare la domanda di turismo delle radici, dall’altra rafforzare il senso di appartenenza e di identità delle comunità italiane all’estero, conoscendo meglio le aspettative degli italo-discendenti e le aspettative degli stakeholders interessati agli indotti che si possono sviluppare con questo fenomeno. Così abbiamo raccolto informazioni utili per gli operatori. E per farlo abbiamo realizzato indagini quantitative e qualitative, utilizzando anche dei focus group e delle interviste sia individuali in profondità, che attraverso questionari”.

Diverse sono state le fasi per la creazione della ricerca: Studio della letteratura e creazione del gruppo di ricerca; ricerca qualitativa in Italia e in Argentina; Indagine qualitativa con focus sull’Argentina; Indagine quantitativa con focus sull’Argentina; Indagine presso i Comuni calabresi e pugliesi; case studies; analisi del web e ascolto della rete; future linee di ricerca; idee e suggerimenti per operatori.

Da queste fasi si è capito come questo tipo di fenomeno, ad oggi, possa essere “collegato e intrecciato con tanti diversi tipi di turismo”: a quello dei pensionati, per esempio, o a quello delle seconde case, dei viaggi di educazione/formazione o al turismo intellettuale. E “il fil rouge che collega tutte queste forme di turismo e di migrazione, è il cosiddetto place attachment, l’attaccamento al luogo”, che con questo tipo di turismo si crea in maniera chiara e forte.

Oltre a studiare motivazioni, identikit, geografia e demografia, il rapporto propone, alla fine, anche delle linee guida con implicazioni per gli operatori del settore. In questa “vision”, come la professoressa Ferrari l’ha definita, “vengono sottolineati punti di forza e punti di debolezza, con anche delle opportunità, con 4 possibili aree di intervento: pianificazione nazionale e regionale, che dovrebbe essere costante così come deve essere il monitoraggio; offerta mirata, individuando le caratteristiche del fenomeno; coinvolgimento degli stakeholder, creando una rete e alimentando il rapporto tra chi arriva e chi riceve; e infine la comunicazione, sulla quale bisogna lavorare molto e che non deve mirare solo a vendere il turismo delle radici, ma piuttosto a consolidare i rapporti con le comunità all’estero”.

Dal canto suo, è potuta poi intervenire anche la professoressa Nicotera, che ha illustrato l’indagine realizzata nei comuni pugliesi e calabresi, ritenuti centrali nel progetto del turismo delle radici. “Non c’è viaggio delle radici che non contempli una puntata nel comune delle radici” ha spiegato Nicotera. Per questo, la ricerca si è soffermata molto sull’offerta di questi comuni e su quanto questo target di turista venga considerato. “È una forma di turismo rilevante - ha affermato la docente dell’Università della Calabria -, che rappresenta oltre il 50% del turismo totale. La maggior parte dei Comuni, infatti, si muove nella direzione di alimentare questo legame, e lo fa, secondo quanto appreso dai Comuni delle due regioni del sud d’Italia, attraverso collegamenti diretti e social media. Molti infatti sono gli eventi che considerano questo target, ma pochi sono i servizi mirati”.

L’intervento di Ana Maria Biasone, arrivata a Roma dell’Universidad de Mar del Plata, si è mosso lungo il filo di una molto eloquente testimonianza di un’italo-discendente nel luogo di origine dei suoi nonni: “È come stare a casa in un posto dove non sono mai stata prima”. Infatti, “l’Italia - ha spiegato la professoressa italo-argentina in un perfetto italiano - è sempre al centro del cuore e dell’identità degli argentini e tanti sono gli eventi che la richiamano e la celebrano nel Paese. Quanto è partita la ricerca, il primo sondaggio ha avuto un grande successo tra la comunità. Tanti hanno riposto al questionario, inviando inoltre un messaggio di vicinanza e sostegno al progetto. Dalle interviste è emerso quanto gli italo-discendenti in Argentina abbiano un forte legame con l’Italia, e quasi tutti hanno realizzato un viaggio nello Stivale, per conoscere il luogo in cui hanno vissuto gli antenati, approfondire la conoscenza familiare, conoscere meglio la lingua e cultura italica, o per ottenere la cittadinanza italiana. E raramente sono stati delusi. Dalla ricerca si intende come gli italo-discendenti d’Argentina si siano sentiti a casa e ben accolti. Il legame con l’Italia è più forte con gli anziani e si indebolisce nelle nuove generazioni. Ma entrambi vorrebbero far visita all’Italia”.

A conclusione, è stata la volta di Anna Lo Presti, dell’Università di Torino, che ha parlato dell’intensità del tipo di legame che gli italo-discendenti in Argentina hanno con le proprie origini. Il suo intervento conclusivo ha dato la misura della qualità del metodo di indagine, che ha puntato più sul metodo qualitativo che quantitativo. Un metodo che ha investigato a fondo aspetti che attengono la tipologia del turista delle radici ma anche alla sfera degli aspetti familiari, se si è sposati con qualcuno di una certa regione, che propensione si ha a visitare quella regione, per esempio. Un’indagine a tutto campo con molti dettagli, dal tempo di permanenza in Italia, alla sistemazione che si preferisce. Insomma dei dettagli che risultano fondamentali per capire chi si ha davanti quando si parla di un turista delle radici, che non è un semplice turista, ma “uno di casa”.

A conclusione dei lavori, ha ripreso parola il Direttore Vignali, che ha spiegato: “abbiamo capito che il tema del Turismo delle Radici è un concetto poco definito, non ancora molto diffuso. Manca una definizione, ma ha enormi potenzialità. È un concetto positivo con un grande potenziale nelle nuove generazioni. E questo nuovo Rapporto costituirà una vera e propria pietra miliare per il fenomeno. È un testo - e una guida - imprescindibile. Noi, anche grazie al lavoro del consigliere Giovanni Maria De Vita, continueremo a lavorarci”. (l.m. aise/dip 17) 

 

 

 

Le proroghe

 

Scrivere dei Connazionali all’estero continua a non fare notizia. I milioni d’italiani nel mondo hanno sempre meno contatti concreti col Bel Paese. Quasi che gli italiani in Patria si siano scordati, nel concreto, di quelli che vivono oltre frontiera.

 

Se, poi, si tiene conto che la maggioranza di connazionali all’estero si trova nel Vecchio Continente, allora la nostra percezione si fa amarezza. Vale a dire che, pur se tanto geograficamente ”vicini”, restano, nel concreto, “lontani”.

 

Insomma, per i Connazionali che vivono ”altrove”, sono più i doveri che la Patria richiede rispetto ai diritti.

Ogni iniziativa resta ovattata tra le tante che non trovano giusto assetto tra quelle da dibattere in Parlamento.

 

Eppure, non abbiamo mai scritto di “privilegi”. Ci siamo sempre impegnati nel fare presente, a chi spetta, lo status degli italiani all’estero. E’ rimasto, comunque, lo scarso apprezzamento per chi ha dovuto cercare altrove pane e lavoro. Insomma, per riavere una meritata dignità.

 

 Perciò, prima d’evidenziare i doveri, sarebbe opportuno supportare anche quei diritti di chi ha avuto la sorte di vivere e lavorare lontano dal suo Paese. “Progetto Radici” intende promuovere l’italianità nel mondo. Le”proroghe” non convincono nessuno. Tanto meno noi che siamo sul fronte dell’informazione da tanti anni.

Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

Riunita a Basilea dal 28 al 30 ottobre la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord del Cgie

 

Basilea – La Commissione Continentale Europa e Africa del Nord si è riunita in presenza a Basilea nei giorni 28-30 ottobre, a oltre due anni di distanza dall’ultima riunione dell’Aja. I lavori sono stati aperti dalla relazione del Vicesegretario Pino Maggio sul lungo periodo pandemico, ricordando le numerose attività svolte dal Cgie in videoconferenza nel 2020 e nel 2021, si tratta complessivamente di oltre 250 riunioni sui più variegati temi di interesse delle nostre comunità nel mondo. Nella relazione sono stati presentati gli aspetti storici e geografici che hanno mosso la Commissione Continentale a riunirsi a Basilea, cuore palpitante dei tre paesi al centro dell’Europa e riferimento simbolico dell’unità migratoria italiana.

Nel documento finale della Commissione si segnala come nel corso della riunione siano stati dibattuti a lungo gli aspetti procedurali e regolamentari legati alla scadenza elettorale del prossimo 3 dicembre per il rinnovo dei Comites. Dai consiglieri sono stati segnalati “disagi e disorientamenti” legati ad una non sufficiente comunicazione e informazione da cui discende la partecipazione attiva e passiva all’imminente appuntamento elettorale. In proposito la Commissione Continentale esprime preoccupazione per l’esito e l’esercizio di voto delle prossime elezioni dei Comites. Nel documento la Commissione rileva come si sia registrata “l’esclusione dalla competizione elettorale di quasi il 10% delle liste presentate” e “l’assenza di liste in circoscrizioni elettorali nelle quali esisteva già una rappresentanza del Comitres. Un problema, quest’ultimo, a cui si dovrà porre con rappresentanze nominate dai consoli.

“La semplificazione della raccolta delle firme, – si legge poi nel documento – la riduzione del numero di firme da presentare ha in parte favorito la composizione e la presentazione di liste, il cui numero risulta essere superiore del 55% rispetto alle precedenti elezioni Comites del 2015”. Ma nonostante questo “dalle indiscrezioni di questi ultimi giorni, alla vigilia della chiusura delle iscrizioni sul registro degli elettori nelle varie circoscrizioni elettorali, la percentuale consolidata dei richiedenti è ancora ferma tra l’1 e il 2% degli aventi diritto”. Una scarsa partecipazione che finirebbe per danneggiare l’immagine e la credibilità della rappresentanza nella circoscrizione estero.  “Per dare credito, forza e un futuro alla rappresentanza degli italiani all’estero –  prosegue il documento – serve altro, occorre una riforma legislativa radicale, una diversa applicazione delle regole capaci di distinguere gli obblighi amministrativi, dal ruolo politico della portata elettorale”. Dalla Commissione viene quindi chiesto il superamento dell’opzione inversa di voto attraverso una politica lungimirante, sottolineando la necessità di investimenti maggiori anche per una “adeguata comunicazione e in strumenti tecnologici e sulle best practise comunicative delle comunità all’estero, capaci di raggiungere l’intera platea potenziale dei nostri connazionali”.  In proposito la “Commissione Continentale ricorda che le campagne elettorali, soprattutto nei momenti di pandemia, vanno alimentate ed estese utilizzando tutti, ma tutti gli strumenti comunicativi. Per l’estero è più difficile, ma i connazionali si informano soprattutto tramite i canali radiotelevisivi nazionali; perciò una campagna sulle reti televisive e sui giornali a larga diffusione, ma anche sulla stampa rivolta all’estero, sarebbe stata essenziale. Auspichiamo che ciò avvenga dopo il 3 novembre, per ricordare i termini e i tempi a chi si è iscritto a votare”. “La Commissione Continentale – si legge ancora nel documento – ha approfondito e discusso a lungo la preparazione della 45ma Assemblea Plenaria in presenza, che si terrà a Roma dal 13 al 17 dicembre 2021 ed in particolare si è soffermata sull’organizzazione della Conferenza Stato, Regioni, Province Autonome e Cgie. Parte centrale della discussione sono stati i temi previsti nelle tre sessioni della conferenza, che dovranno scandire e programmare le future politiche per gli italiani all’estero nel prossimo triennio: Nuova Emigrazione italiana e mobilità; Internazionalizzazione e Sistema Paese; Diritti e cittadinanza, rappresentanza degli italiani all’estero. Questi tre macro temi saranno discussi per programmare le future politiche degli italiani all’estero, dalle quali si attendono indicazioni lungimiranti e confacenti ad un mondo in piena trasformazione per aggiornare, semplificare e rendere fruibili i servizi, nei vari ambiti amministrativi, politici, sociali, educativi e culturali. Si tratta di impegni oramai inderogabili che il nostro paese, il governo, le regioni e le istituzioni nazionali italiane devono assumere per una reale integrazione delle nostre comunità nel sistema Italia facendo delle Comunità degli asset collocabili in quella che orientativamente dovrebbe essere considerata la “21 regione d’Italia”

“La Commissione Continentale – continua il documento – sollecita un rapido intervento della Presidenza del Consiglio atto a convocare formalmente la IV Assemblea Plenaria della Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province autonome e CGIE nelle date 15-17 dicembre 2021. Memore delle difficoltà legate agli spostamenti tra continenti e delle restrizioni di carattere sanitario, chiede ai ministeri degli Affari Esteri e della Salute di garantire la partecipazione alla Conferenza di tutti i consiglieri del CGIE, in particolare di coloro residenti in altri continenti, e di assicurare loro la copertura integrale delle spese. Questa conferenza non si riunisce da dodici anni, mentre le scadenze sono triennali”.

Tra gli argomenti trattati dalla Commissione anche le conseguenze della Brexit sulle condizioni dei connazionali residenti nel Regno Unito. Sulla promozione integrata della lingua e della cultura italiane la Commissione ha discusso l’entrata in vigore del nuovo regolamento contenuto nella Circolare n. 3/2020 evidenziando problematiche legate all’attuazione del nuovo sistema operativo, nonostante la buona volontà di adeguamento degli enti gestori alla nuova normativa. In proposito la Commissione continentale chiede  sia di riformare al più presto alcuni aspetti della Circolare 3/2020 riguardanti gli ordinamenti scolastici locali, sia l’approvazione di  progetti volti all’insegnamento dell’Italiano. Sollecitata inoltre l’erogazione dei contributi per l’intero anno scolastico 2021/22 e la copertura delle cattedre Maeci scoperte.

La Commissione ha anche discusso sia dei ritardi nell’erogazione dei servizi nell’ambito della rete diplomatica consolare causati dalla pandemia, sia di come il disagio pandemico abbia rivitalizzato il mondo associativo italiano, i Comites e il Cgie. “Durante le fasi acute della pandemia – si legge nel documento – il loro impegno si è esteso anche alla raccolta e alla fornitura di generi alimentari. La collaborazione del CGIE con l’unità di crisi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale ha agevolato il rientro in aereo, con navi e treni di 120.000 italiani bloccati dalla pandemia in diversi paesi del Mondo.  In rappresentanza della V Commissione tematica il Consigliere Antonio Putrino ha presentato un progetto sulla cybersecurity, proposto anche alle Nazioni Unite e che il CGIE intende promuovere in ambito comunitario”.

Nella giornata di sabato 30 ottobre, la Commissione Continentale ha inoltre incontrato la comunità italiana locale nel salone della Missione cattolica di lingua italiana, alla presenza di Padre Valerio, dell’ambasciatore d’Italia a Berna, Silvio Mignano del Console d’Italia a Basilea Pietro Maria Paolucci e di diversi presidenti dei Comites svizzeri e Intercomites. Nel corso dei lavori sono intervenuti anche i coordinatori degli intercomites di Germania e Svizzera, Tommaso Conte e Grazia Tredanari, il senatore Claudio Micheloni e l’onorevole Alessio Tacconi, la consigliere nazionale Ada Marra, il ministro all’economia, all’ambiente e alle politiche sociali del cantone Basilea, Kaspar Sutter e la presidente del Comites di Basilea, che ha coadiuvato i lavori dell’intera riunione. (Inform/dip 4)

 

 

 

 

La circolare di Laura Garavini 

 

‘A voce alta’. E’il premio che l’Akademie di Karlsruhe assegna da 38 anni a personalità internazionali per il loro impegno sociale e politico. Sono onorata che quest’anno abbiano deciso di conferirlo a me. Ho sempre cercato di mettere il massimo dell’impegno nel mio lavoro. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto e accompagnato su questa strada. Ecco perché questo riconoscimento va anche alle tante elettrici ed elettori che, nel corso degli anni, mi hanno spronato ad agire per il meglio. Grazie di cuore.

 

Un’Italia più equa e più giusta

Stiamo lavorando sodo per fare ripartire l'Italia. E renderla più moderna. Più equa. Con maggiori opportunità per le donne e per i giovani. La conquista più recente che siamo riusciti a mettere in campo è l'approvazione della legge che introduce in Italia l’obbligo di parità salariale tra uomo e donna. Un'esigenza di parità che mi era stata sollecitata da tempo anche dalle nostre bravissime connazionali all'estero attive in Rete Donne, il coordinamento di donne all’estero che proprio questo fine settimana festeggia il proprio 11esimo anniversario. Grazie al Governo Draghi abbiamo reso possibile questo importante risultato. Adesso é altrettanto necessario favorire l'occupazione femminile. Come ho spiegato brevemente al Tg2 sono contenta del fatto che siamo riusciti ad introdurre nella prossima Legge di Bilancio sgravi fiscali per le mamme che rientrano al lavoro. Sono convinta che incentivi di questo tipo possano fare ripartire davvero questo paese, dalle donne e dai giovani.

 

No ai muri, no ai fascismi

Siamo saldamente ancorati all’Europa. L’Europa dei diritti. Delle libertà. Della democrazia. Per i valori in cui crediamo non possiamo accettare che all'interno dell'Europa si alzino nuovi muri. Nè possiamo tollerare che nuove formazioni fasciste, del tutto indisturbate, esercitino forme di violenza anche da noi, in Italia. Cosa che è accaduta con il gravissimo attacco alla sede della Cgil ad opera di Forza Nuova. Ne ho parlato su Canale5. Non è ammissibile che forze estremiste soffino sul fuoco del disagio sociale. E si organizzino per attaccare la democrazia nelle sue fondamenta. L'estremismo non va sottovalutato. Al contrario, va arginato.

 

Orgogliosa dell'Italia

L'Italia riparte. Veniamo visti come punto di riferimento a livello internazionale per i successi nella lotta al Covid. Grazie all’obbligo di green pass nei luoghi di lavoro e nei locali al chiuso abbiamo innescato un boom di vaccinazioni e facciamo scuola a livello mondiale. Alla faccia di chi fa polemica, come ho spiegato nel mio intervento in Senato, sull'informativa del Presidente Mario Draghi. Ed anche l’evento conclusivo del G20 a guida italiana a Roma ha confermato la nostra ritrovata autorevolezza internazionale. Sono convinta che sia stato saggio contribuire a far nascere questo governo. Sono contenta di vedere l'Italia che, pian piano, rinasce. On. Laura Garavini

 

 

 

 

Italiani all’estero, Draghi convoca la IV Assemblea Permanente (dal 15 al 17 dicembre)

 

Roma – È arrivata la convocazione ufficiale da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi: dal 15 al 17 dicembre 2021, dopo oltre dieci anni di attesa, si terrà a Roma la IV Assemblea Permanente Stato-Regioni-Province Autonome- CGIE.

A comunicarlo al Segretario Generale del CGIE, Michele Schiavone, e al Ministero degli Affari Esteri è stato il Ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, chiamato a presiedere la Conferenza.

“La tre giorni di dibattiti, confronti, interventi – commenta Schiavone – offrirà l’opportunità di svolgere una riflessione completa e aggiornata su attualità e prospettive delle collettività all’estero”.

Una comunità, quella degli Italiani fuori dall’Italia, che, considerando i soli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), è cresciuta nell’ultimo decennio di oltre un milione e mezzo di cittadini, passando da 4.249.716 iscritti nel 2009 a 6.300.000 nel 2020, milioni di donne e uomini che sono i portatori e promotori più diretti ed efficaci degli interessi e dell’immagine dell’Italia nel mondo, insieme alle centinaia di migliaia di italiani temporaneamente all’estero, non iscritti all’AIRE, e alle decine di milioni di italodiscendenti della più antica emigrazione.

“Il dibattito della Plenaria- sottolinea il Segretario Generale CGIE – potrà contribuire anche all’elaborazione delle riforme che il nostro Paese ha già avviato e in particolare alla realizzazione del PNRR, in considerazione della grande realtà e risorsa che l’Italia possiede oltre i propri confini”.

I temi in discussione nel corso della tre giorni, che si terrà all’Auditorium nella sala Angelicum sono: “Nuova Emigrazione italiana e mobilità”, “Internazionalizzazione e Sistema Paese”, “Cultura e Lingua Italiana nel Mondo”, “Diritti e cittadinanza, rappresentanza degli Italiani all’estero”.

Hanno già confermato la propria partecipazione alla Conferenza numerosi rappresentanti del Governo e del Parlamento italiani, delle Regioni e dei Parlamenti regionali, dell’Anci e dell’Upi, oltre a esperti dei diversi settori che incrociano le azioni politiche da mettere in campo in favore delle politiche per gli Italiani nel Mondo.

Nella tarda mattinata del 17 dicembre, dopo la presentazione delle risoluzioni finali, frutto del lavoro delle commissioni di studio, concluderà i lavori il Ministro per gli Affari Esteri, Luigi Di Maio. Ascanews 5

 

 

 

 

Il direttore generale per gli Italiani all’estero del Ministero degli esteri Luigi Maria Vignali sulle elezioni dei Comites

 

ROMA – A “l’Italia con voi”, la trasmissione di Rai Italia dedicata ai connazionali all’estero, è intervenuto il direttore generale per gli Italiani all’estero del Ministero degli Affari esteri Luigi Maria Vignali sulle elezioni dei Comites, a pochi giorni dal termine ultimo per l’esercizio dell’opzione da parte dei connazionali, ossia l’iscrizione per chi intende votare nel registro degli elettori. Grazie a questa operazione, i connazionali che intendono partecipare al rinnovo dei Comites del 3 dicembre prossimo riceveranno a casa il plico elettorale per votare per corrispondenza.

“Si sono iscritti in tanti, 177.835 connazionali, Si tratta quindi di un numero consistente, con picchi interessanti, per esempio in Argentina, un Paese importante, dove risiede la più grande collettività italiana nel mondo – sottolinea Vignali. In Argentina gli iscritti al voto sono infatti 64.071, sui 94.997 iscritti complessivi della ripartizione dell’America Meridionale, che risulta così quella avente il maggior numero di iscritti. Seguono l’Europa, con 61.448 iscritti, l’America settentrionale e centrale, con 11.575, e l’Africa, Asia e Oceania, con 9.815.

Altri Paesi significativi per numero di iscritti sono il Brasile, con 14.175, la Germania, con 13.551, e la Svizzera, con 10.896.

Gli aventi diritto ora “riceveranno un plico a casa contenente la scheda elettorale”. “Il plico – spiega Vignali – consentirà loro di apporre la preferenza sulla lista prescelta, con un numero di preferenze uguale a 4, nel caso di elezione di un Comites di 12 membri, e di 6, in caso di Comites di 18 membri. Poi la busta andrà messa dentro una busta affrancata e rinviata al Consolato”.

“Il numero di Comites da eleggere è di 115 – aggiunge ancora il Direttore generale, – in tutti i continenti, ovunque ci sia una collettività italiana di almeno 3000 connazionali registrati. 245 sono state le liste ammesse, un significativo incremento, perché la volta scorsa erano il 56% di meno. Vuol dire che c’è voglia di mettersi in gioco e partecipare, di fa parte dei Comites, di contribuire all’informazione e ai progetti a favore delle nostre collettività”.

Vignali ribadisce quindi l’importanza del rinnovo dei Comitati, perché “sono la voce degli italiani all’estero, si confrontano con le istituzioni locali, e con il Consolato, si collabora per produrre progetti e ne abbiamo prodotti in questi 5 anni circa 300, con un impegno finanziario anche importante”. Sono iniziative “che  finanziamo volentieri perché sono progetti culturali, di solidarietà – per esempio durante il Covid, – reti di partecipazione femminile, progetti che dimostrano la voglia di fare comunità tra gli italiani; in questo momento, inoltre, i Comites sono importanti – aggiunge il Direttore generale – anche per il ricambio generazionale che speriamo questo voto possa portare”.

Vignali ricorda infine che questa sarà la prima volta che si prevede la sperimentazione del voto elettronico, in alcune sedi “che dal punto di vista digitale sono particolarmente alfabetizzate e dove la comunità è numerosa: Berlino, Monaco di Baviera, Marsiglia, Londra, San Paolo, Houston, Tel Aviv e Johannesburg”. In questo caso, “chi si è appositamente registrato attraverso il portale Fast.it, potrà votare anche in questa modalità: si tratta di un voto che non avrà valore legale – precisa Vignali, – ma che ci consentirà di capire si questa modalità funziona, se è hackerabile, se è sicura e personale. È una sperimentazione che speriamo possa aprire la strada al voto elettronico anche per tante altre occasioni”. (Inform/dip 15)

 

 

 

 

Il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone sui risultati prodotti dall’opzione per le elezioni dei Comites

 

ROMA – In una nota il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone interviene esprimendo critiche sui risultati relativi alla preiscrizione nelle liste elettorali dei connazionali che intendono partecipare alle elezioni dei 120 Comites, dei quali 109 ordinari e 11 di nuova istituzione, istituiti in 108 diverse sedi diplomatico-consolari. In primo luogo Schiavone rileva i problemi legati alle presentazioni delle liste: “25 liste escluse, sono stati presentati due ricorsi al tribunale amministrativo di Roma e senza margini di sanatorie saranno lasciati scoperti e non rappresentati diversi territori”. Il Segretario Generale esprime poi delusione per la riduzione della partecipazione degli elettori: “gli optanti sono risultati 177.835 su 4.732.741 elettori, ovvero il 3,76% degli aventi diritto al voto.  Si tratta di 80’000 iscritti in meno rispetto alle ultime elezioni dei Comites del 2015, che a loro volta avevano registrato un discusso e mai metabolizzato salasso democratico indietreggiando dal 34,6% al 3,6%, che tanto ha influito sull’agibilità degli attuali Comites. Il replicarsi di questi numeri – continua Schiavone – configurano un danno d’immagine e di credibilità difficilmente recuperabile da questa istituzione se non prima passeranno almeno due generazioni di cittadini”. Per Schiavone bisognerà dunque ripensare i ruoli e le funzioni dei Comites, un rinnovamento da portare avanti nella prossima legislatura parlamentare. Dal Segretario Generale viene poi criticato l’attuale Governo Draghi per aver portato avanti le elezioni dei Comites, nonostante le difficoltà connesse alle ristrettezze sanitarie, alla campagna informativa, e alla debolezza della rete diplomatico-consolare alle prese con i ritardi amministrativi prodotti dalla pandemia. Secondo Schiavone inoltre il mondo degli italiani all’estero, che va rigenerato, ha bisogno di “una politica dedicata, di un rappresentante di governo a tempo pieno”. Dal Segretario Generale viene anche rilevata l’insufficienza delle risorse messe a disposizione, circa 8 milioni di euro, per le elezioni dei Comites e per la sperimentazione del voto elettronico, a fronte di una platea di connazionali iscritti all’Aire di 6,5 milioni, ovvero più del 12% dell’intera popolazione italiana. Di questi – precisa il Segretario Generale – 3,3 milioni di italiani vivono in Europa, oltre 2,2 milioni in America Meridionale, circa 550.000 nel Nord e Centro America, mentre 175.000 sono i connazionali in Oceania e i rimanenti 175.000 sono distribuiti tra Africa e Asia”.

“La posta in gioco per le elezioni dei Comites – prosegue Schiavone –  è semplice: è la scelta di 12 o 18 rappresentanti volontari delle comunità italiane nel mondo, il cui compito richiede un impegno diretto per rappresentare ufficialmente alle ambasciate o ai consolati le istanze delle comunità presenti nella circoscrizione consolare di residenza, e per agevolare l’integrazione dei nostri connazionali nei nuovi paesi di residenza. Si tratta di organismi italiani istituiti nel 1985 dopo anni di battaglie delle nostre comunità e perciò vanno valorizzati e messi in condizione di poter svolgere la loro missione e riconoscere le loro prerogative Perciò, per questa tornata elettorale si auspicava una significativa partecipazione di elettrici e elettori, per rinvigorire questi organismi e allineare le rappresentanze alle aspettative delle oramai composite e numerose comunità.

Nei paesi di antichi insediamenti, nei quali le esigenze dei nostri connazionali sono semplici e modeste, queste rispondo alla riscoperta della lingua dei padri, delle origini culturali, valoriali e identitarie. Altre sono quelle dei connazionali residenti in Europa dove la diffusa libertà di movimento spinge gli italiani a concorrere alla definizione di una identità e di una cultura comunitaria e ampia; invece, diverso è il rapporto con il Bel Paese e con le istituzioni italiane per chi vive nel paese delle infinite libertà e delle tante opportunità. I Comites possono rappresentare la nuova frontiera della rappresentanza e dei diritti per coloro che si sono trasferiti in Asia, dove gli aspetti culturali e i regimi politici mal tollerano presenze straniere organizzate. Radicati e da rafforzare nelle funzioni sono i Comites australiani e dell’oceania.

L’impegno nei Comites – conclude Schiavone – è tanto più efficace quanto maggiore è il consenso attribuito ai programmi elettorali e ai singoli candidati. Con i numeri registrati la strada dei futuri Comites è in salita e oltre all’esigenza di ridefinirne natura e missione, nell’immediato servirà evitare il proliferare di coacervi di interessi particolari, che con le prevedibili debolezze dei nuovi Comites potrebbero causarne l’implosione. I Comites sono indispensabili per tenere assieme gli interessi dell’Italia e dei suoi cittadini”. (Inform/dip 15)

 

 

 

Presentata alla Farnesina la VI Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

 

ROMA – La tutela dei prodotti tipici nazionali dal fenomeno dell’italian sounding e dal problema delle etichettature europee sono stati tra i temi trattatati  negli interventi di presentazione della VI Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, dedicata al tema “Tradizione e prospettive della cucina italiana. Consapevolezza e valorizzazione della sostenibilità ambientale”, che si è svolta oggi alla Farnesina. Questa edizione della Settimana si terrà dal 22 al 28 novembre con eventi diffusi nel mondo dalla nostra rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura. Lorenzo Angeloni, Direttore Generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese, nell’introdurre i lavori ha sottolineato l’importanza di  “promuovere i prodotti agroalimentari italiani e valorizzare la dieta mediterranea”; una dieta, quella appunto mediterranea, coinvolta nel dibattito in essere in questi giorni che vede contrapposta l’Italia ad altri Paesi dell’Unione europea intorno alla disputa delle etichettature cosiddette nutri-score. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ricordato come la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo sia uno tra gli appuntamenti più apprezzati realizzati dalla Farnesina per la promozione integrata del vivere all’italiana. Accanto al Maeci, schierati in questa iniziativa troviamo in prima linea anche Mise e Mipaaf. “L’impegno della rete diplomatico-consolare all’interno della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo è nella valorizzazione della produzione agro-industriale, nel sostegno all’export e nel divulgare la tradizione e le prospettive della nostra cucina: tutto ciò nella consapevolezza della sostenibilità ambientale e dell’importanza della dieta mediterranea quale stile di vita sano riconosciuto da 11 anni come patrimonio immateriale Unesco”, ha spiegato Di Maio evidenziando come il cibo sia connesso inevitabilmente con l’identità dei territori e la biodiversità. 208 miliardi di indotto, 12,6% del Pil, prima filiera della nostra economia: questi sono gli aggettivi da affiancare alla tradizione culinaria italiana che impiega poco meno di un milione di persone; soddisfazione è stata espressa da Di Maio anche sui dati dell’export che, nei primi sei mesi del 2021, ha visto un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente sfiorando i 21 miliardi: chiaramente in tal senso va tenuto conto della pandemia nel suo periodo più nefasto del 2020. 315 cibi di origine controllata rappresentano dunque il traino indispensabile per il Made in Italy. “Abbiamo ridisegnato la strategia attraverso il Patto per l’Export e abbiamo stanziato 5,4 miliardi di euro per rilanciare la competitività puntando sulla transizione digitale. Il valore delle nostre esportazioni ha stabilito un nuovo record dopo quello del 2019, ora puntiamo con fiducia al traguardo dei 500 miliardi”, ha aggiunto Di Maio sottolineando la presenza di strumenti innovativi e di partenariati con colossi come Amazon e Alibaba. Con il PNRR è stato inoltre rifinanziato il Fondo 394 di Simest ma adesso l’obiettivo è rendere strutturale il tutto: la legge di bilancio sarà determinante per il rifinanziamento dei fondi per la promozione integrata dal valore di circa 1 miliardo e mezzo. Sul fronte della comunicazione è poi in preparazione una campagna di rilancio del brand nazionale sostenendo l’internazionalizzazione in 26 Paesi target: “il padiglione italiano ad Expo Dubai sarà una straordinaria vetrina per l’immagine del nostro Paese”, ha rilanciato Di Maio ricordando anche i recenti appuntamenti del G20 in giro per l’Italia e la campagna di contrasto alle pratiche di italian sounding, per esempio con iniziative come quelle del True Italian Taste. “Siamo contrari a sistemi di etichettatura dei prodotti a semaforo”, ha aggiunto Di Maio.

Gianmarco Centinaio, Sottosegretario alle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, ha parlato di un settore saldo nonostante le difficoltà della pandemia: un settore che supererà la cifra di 50 miliardi di euro quest’anno quale “segno della qualità della nostra agricoltura e del valore dato dal sostegno della rete diplomatico-consolare”. Centinaio ha poi puntato il dito sulle tensioni createsi in Europa contro l’omologazione dei prodotti agroalimentari: “sarà una battaglia sul campo, quella contro l’etichettatura ‘fronte pacco’, volta alla tutela dei prodotti contro la sperimentazione del sistema a semaforo che premia prodotti ‘ipertrasformati’ che vanno quindi contro le strategie verdi”. Centinaio ha illustrato il sistema proposto dall’Italia contro il nutri-score: un modello nutrizionale che non si occupa di analisi tramite algoritmi, ma di analisi sulle proporzioni di cibo realmente assunte.  Pichetto Fratin, Viceministro per lo Sviluppo Economico, ha ricordato come siano ad oggi ben 315 i prodotti e 526 i vini italiani tutelati. “Quello che abbiamo è una tradizione millenaria figlia di un’evoluzione che ha radici lontane, manifestando le tante Italie delle nostre produzioni con un caleidoscopio di gusti e stagionalità. L’Italian sounding è ormai argomento quotidiano: c’è la necessità di difendere i nostri prodotti e quello che ci caratterizza. Parliamo dell’immagine dell’Italia nel mondo, qualcosa che vale qualitativamente. Nella battaglia a livello europeo noi sosteniamo un’etichettatura che permetta una misurazione qualitativa, mentre altri Paesi spingono sul sistema nutri-score che standardizzerebbe tutto, creando un danno alla qualità dei nostri prodotti. E’ una sfida da vincere a livello globale far capire che i nostri prodotti sono i migliori”, ha sottolineato Fratin.

Sergio Paloantoni, presidente della Federazione italiana pubblici esercizi (FIPE) ha parlato della promozione della ristorazione non solo come fenomeno di costume ma quale driver per lo sviluppo economico ancora inespresso. Con ICE si sta lavorando a un progetto presentato nell’ottobre scorso per la promozione della cucina italiana all’estero. “Per la promozione del vero Made in Italy occorre una conoscenza all’estero della nostra cucina e dei nostri prodotti agro-alimentari. Gli chef stellati saranno i testimonial di questo progetto: grazie alle loro mani c’è una trasformazione del cibo in opera d’arte”, ha rilevato Paloantoni. Carlo Petrini, presidente Slow Food, ha invece trattato il tema di un necessario sviluppo della cultura gastronomica a livello planetario: per questa ragione tutta la rete estera italiana potrà fruire di un corso online sulla storia della cucina italiana prodotto dall’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo. “Quando con enfasi diciamo che la nostra è la migliore cucina del mondo dobbiamo però avere anche gli strumenti di natura culturale che ci possano spiegare il perché questa realtà abbia storicamente avuto un enorme successo. La forza della cucina italiana è nella biodiversità con culture gastronomiche diverse che sono il risultato di milioni di donne che con poco hanno realizzato grandi piatti; oggi sul palcoscenico ci sono solo chef stellati uomini e questo non va bene perché mondo il femminile e quello contadino hanno avuto un ruolo determinante”, ha rilevato Petrini sottolineando al contempo l’importanza dei grandi maestri della cucina come Pellegrino Artusi. L’evento si è concluso con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra Maeci e Slow Food. Simone Sperduto, Inform/dip 18

 

 

 

 

Klimakonferenz. Draußen vor der Tür

 

Die Klimakonferenz in Glasgow hinterlässt einen bitteren Nachgeschmack. Warum es stärkeren Druck von der Straße braucht, erklärt Yvonne Blos. Die Fragen stellten Anja Wehler-Schöck und Thomas Greven.

 

Am Wochenende ging in Glasgow die 26. UN-Klimakonferenz COP zu Ende. Die britische Regierung hatte im Vorfeld versprochen, die „most inclusive COP ever“ auszurichten. Beobachter sagen jedoch, genau das Gegenteil sei erreicht worden. Haben sie Recht?

Definitiv. Die COP26 wurde sogar zur „most exclusive COP ever“. Insbesondere Teilnehmende aus dem Globalen Süden hatten mit massiven Zugangsschwierigkeiten durch die Pandemie und dem Mangel an bezahlbaren Unterkünften in Glasgow zu kämpfen. Viele von ihnen wurden dadurch faktisch von der Konferenz ausgeschlossen. Die COP26 wurde von der Deutschen Welle zu „one of the whitest climate conferences in years“ gekürt. Hinzu kam, dass es selbst für diejenigen zivilgesellschaftlichen Beobachterinnen, die es letztlich nach Glasgow schafften, nur mit einem komplizierten Ticket-System möglich war, an den Verhandlungen teilzunehmen. Das führte dazu, dass von 11 700 registrierten Beobachtern nur 36 letztlich in die Verhandlungssäle hineingelassen wurden. Eine solch massive Einschränkung gab es vorher noch nie.

Das Climate Action Network – der größte internationale Verband von Klima-NGOs – hatte sich aufgrund der Pandemie für eine Verschiebung der Konferenz stark gemacht. Diese Warnungen wurden jedoch in den Wind geschlagen. Die britische Regierung unter Boris Johnson hielt stur an dem Plan fest, die COP26 im November 2021 vor Ort stattfinden zu lassen – wohl auch, um das durch den Brexit angekratzte britische Image international etwas aufzupolieren.

Viele Gruppen, die sich für eine schnellere und drastischere Bekämpfung der Klimakrise engagieren, bezeichnen die Konferenz als gescheitert. Ist die große Unzufriedenheit berechtigt?

Hierzu muss man sich noch einmal in Erinnerung rufen, was eigentlich beschlossen werden sollte. Ziel dieser wichtigsten Klimakonferenz seit Paris 2015 war es, die „Spielregeln“ des Pariser Abkommens festzuzurren, um die Klimaziele umzusetzen und zu finanzieren. Es war also eine eher technische Konferenz, die in diesem Bereich auch konkrete Ergebnisse hervorgebracht hat.

Jedoch hat die Welt sich geändert seit 2015 das Pariser Abkommen beschlossen wurde. Damals gab es Fridays for Future noch nicht und auch der Begriff „Klimakrise“ war kaum öffentlich bekannt. Zudem ist die COP im letzten Jahr pandemiebedingt ausgefallen, was die Latte für 2021 noch höher gehängt hat. Die Erwartungen an die diesjährige Klimakonferenz waren von Anfang an überfrachtet und konnten gar nicht erfüllt werden.

Das Pariser Abkommen ist aber nun einmal das einzige Instrument, auf das sich die Staaten international einigen konnten, um den Klimawandel aufzuhalten. Daher wird es weiterhin von den besonders mächtigen Ländern dieser Welt wie den USA, Indien oder China abhängen, wie weitreichend die Entscheidungen sind, die auf den Klimakonferenzen getroffen werden. Positiv ist, dass diese Länder mittlerweile nicht nur den Druck mächtiger Lobbygruppen aus der fossilen Industrie spüren, sondern auch den „von der Straße“, also von Klimaaktivisten. Ohne deren Engagement wäre das Ergebnis in Glasgow vermutlich noch schwächer ausgefallen.

Was wurde mit Blick auf das Pariser Abkommen konkret beschlossen?

Eines der Hauptziele des Glasgow Climate Pact war die Einführung von Berichtspflichten für die Umsetzung der Klimaschutzziele der einzelnen Länder, den sogenannten Nationally Determined Contributions (NDCs). Dabei geht es vor allem darum, eine Ambitionssteigerung bei den Emissionsreduktionszielen zu erreichen, um die Welt auf einen 1,5-Grad-Kurs zu lenken. Konkret wurde beschlossen, dass alle Vertragsstaaten des Pariser Abkommens ihre NDCs 2022 nochmals überprüfen sollen. Ein runder Tisch soll sich insbesondere mit den Minderungszielen bis 2030 beschäftigen. Das ist sicher ein Kompromiss, da es hierzu auch noch ehrgeizigere Vorschläge gab. Aber wichtig ist, dass diese Berichtspflichten nun überhaupt festgelegt wurden.

Fortschritte gibt es im Glasgow Climate Pact auch bei der Frage der Klimafinanzierung und der Unterstützung für Entwicklungsländer bei der notwendigen Anpassung an den Klimawandel. So soll die Finanzierung durch die Industrieländer bis 2025 zumindest verdoppelt werden, um das eigentlich bereits für 2020 anvisierte Ziel von jährlich 100 Milliarden US-Dollar so schnell wie möglich zu erreichen. Wie die Finanzierung nach 2025 geregelt werden soll, wurde leider nicht entschieden.

Was sind die bemerkenswertesten Ergebnisse der diesjährigen COP26?

In den ersten Tagen der Klimakonferenz gab es ein wahrhaftes Feuerwerk an Initiativen zur Eindämmung des Klimawandels, zum Beispiel zur Reduzierung von Methan-Emissionen, zum Stopp von Entwaldung, zur Senkung von Emissionen in Luftfahrt- und Automobilindustrieund zur Beendigung der öffentlichen Finanzierung von fossilen Energieträgern. Auch gab es eine große diplomatische Überraschung: eine gemeinsam von den USA und China unterzeichnete Erklärung, um beim Thema Klimaschutz besser zusammenzuarbeiten.

Insgesamt stand aber vor allem die Kohleindustrie im Fokus des Gipfels. Eine der bedeutendsten Initiativen des Klimagipfels ist ein Zusammenschluss aus mehr als 40 Ländern und internationalen Organisationen, darunter auch wichtige „Kohleländer“ wie Vietnam, Südkorea und die Ukraine. Diese haben es sich zum Ziel gesetzt, spätestens in den 2040er Jahren komplett aus der Kohle auszusteigen. Sie haben damit quasi das globale Ende der Kohleverstromung eingeleitet. Flankiert wurde diese Erklärung erfreulicherweise durch eine „Just Transition Declaration“, die eine sozial gerechte Ausgestaltung des Kohleausstiegs fordert. Sie wurde von den Gewerkschaften vorangetrieben und von vielen Industrieländern unterzeichnet.

Beim Thema Kohle kam es dann aber noch zu einiger Verärgerung.

Am letzten Abend der Konferenz kam es noch zu einem wahren „Showdown“ mit Blick auf den sogenannten Kohleparagraphen des Glasgow Climate Pact. In diesem wird erstmals seit dem 26jährigen Bestehen der Klimakonferenzen festgehalten, dass fossile Energieträger die Hauptverursacher der globalen Erderwärmung sind und deren Nutzung enden muss. Es war sogar die Rede davon, dass dieser Paragraph nun das „Ende des fossilen Zeitalters“ einläute.

Allerdings wäre es aufgrund dieses Paragraphen beinahe zum Scheitern der Konferenz gekommen. China und Indien forderten in letzter Minute eine weitere Abschwächung der Formulierung. Aus dem „Ausstieg“ aus der Kohleenergie (phase-out) wurde eine „Reduzierung“ (phase down). Um das Gesamtergebnis der COP26 nicht zu gefährden, stimmten die restlichen Länder schließlich enttäuscht und zähneknirschend zu, wofür sich COP-Präsident Alok Sharma mit den Tränen ringend sogar entschuldigte. Aber ohne China und Indien lässt sich in einem Konsensverfahren kein globales Abkommen erzielen.

Gab es weitere Enttäuschungen?

Die Debatte um Entschädigungen für bereits eingetretene klimabedingte Schäden und Verluste war von besonderer Bedeutung. Hier blieb der Gipfel weit hinter den Erwartungen zurück. Statt konkreten finanziellen Zusagen – was von den betroffenen Ländern im Globalen Süden und Klimaaktivisten seit Jahren gefordert wird – gibt es hier aufgrund des Widerstands der Industrieländer nur die Zusage, einen Dialog einzurichten, um Bemühungen in diesem Bereich voranzutreiben.

Wie geht es nach der COP26 nun weiter?

Auch wenn in Glasgow wichtige Fortschritte erzielt wurden, genügt das noch nicht, um das 1,5-Grad Ziel zu erreichen. Denn selbst mit den dort gemachten Zusagen landet die Welt laut aktuellen Berechnungen der Organisation Climate Action Tracker immer noch bei einer Erderwärmung von 2,4 Grad im Jahr 2100.. Daher wird es vor der nächsten Klimakonferenz COP27, die 2022 in Ägypten stattfindet, vor allem darum gehen, dass die Länder ihre NDCs noch einmal verschärfen und ihre Ambitionen bei den Minderungszielen steigern. Vor allem Indien und China müssen hier (nach)liefern.

Der Glasgow Climate Pact beinhaltet zudem erst einmal nur Absichtserklärungen, die natürlich noch in konkrete politische Maßnahmen übersetzt werden müssen. Insofern liegt das Augenmerk nun darauf, dass alle Länder die in Glasgow gemachten Zusagen auch umsetzen. Und das wird vermutlich nicht ohne weiteren Druck durch die Klimaaktivisten passieren. Deshalb ist es wichtig, dass die Klimabewegung weiter am Ball bleibt und den Druck auf der Straße aufrechterhält. IPK 19

 

 

 

Pandemiebekämpfung. Bund-Länder-Beschluss. „Die Lage ist hochdramatisch“

 

Bund und Länder haben sich auf einheitliche und flächendeckende Maßnahmen zur Pandemiebekämpfung geeinigt. Die Beschränkungen orientieren sich künftig in drei Stufen an der Hospitalisierungsrate im jeweiligen Bundesland. Zudem sollen diejenigen, die schon einen Impfschutz haben, zeitnah eine Auffrischungsimpfung („Booster“) erhalten.

   

„Es ist absolut Zeit zu handeln“, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel. „Die Lage ist hochdramatisch.“ Jetzt komme es drauf an, dass schnell und konsequent gehandelt werde. Es brauche daher einen schnellen Stopp des exponentiellen Anstieges der Infektionen. Dabei werde von jedem abhängen, sich an die Maßnahmen zu halten, damit sich die Lage nicht noch weiter verschlimmere.

 

Hospitalisierung als Maßstab

Bund und Länder haben sich auf flächendeckende Zugangsbeschränkungen im öffentlichen Leben verständigt, die sich an der Hospitalisierungsrate in dem jeweiligen Bundesland orientieren. Die Hospitalisierungsrate gibt die Zahl der in Kliniken aufgenommenen Corona-Patienten je 100.000 Einwohner innerhalb von sieben Tagen an.

Lesen Sie hier den Bund-Länder-Beschluss PDF, 142 KB, nicht barrierefrei

[https://www.bundesregierung.de/resource/blob/974430/1982598/defbdff47daf5f177586a5d34e8677e8/2021-11-18-mpk-data.pdf?download=1]

vom 18. November 2021 im Wortlaut.

 

Ab einer Hospitalisierungsrate von 3haben flächendeckend nur noch Geimpfte oder Genesene (2G) Zutritt zu Freizeit-, Kultur- und Sportveranstaltungen, Gastronomie sowie zu körpernahen Dienstleistungen und Beherbergungen.

Liegt die Hospitalisierungsrate über 6müssen Geimpfte und Genesene zusätzlich einen negativen Test vorgelegen (2G plus). Diese Regelung gilt insbesondere an Orten mit besonders hohem Infektionsrisiko - etwa in Diskotheken, Clubs oder Bars.

 

Bei besonders hohem Infektionsgeschehen mit besonders hoher Belastung des öffentlichen Gesundheitssystems, spätestens wenn die Hospitalisierungsrate den Wert von 9 überschreitet, werden die Länder – unter Vorbehalt der Zustimmung der Landtage – weitere Maßnahmen ergreifen und können damit auch Kontaktbeschränkungen beschließen.

 

Wenn der Schwellenwert an fünf Tagen in Folge unterschritten wird, können die 2G-Regelungen wieder zurückgenommen werden. Ausgenommen von der 2G-Regel sind Kinder und Jugendliche unter 18 sowie Personen, die nicht geimpft werden können.

Die Hospitalisierungsrate ist der Maßstab für Maßnahmen im Kampf gegen Corona.

„Es ist nie zu spät, sich impfen zu lassen“

Trotz vieler Erfolge der Impfkampagne sind noch immer zu viele Menschen in Deutschland ungeimpft. Dies erschwert und gefährdet eine nachhaltige, flächendeckende und langfristige Bewältigung des Infektionsgeschehens. „Wir könnten besser dastehen, wenn die Impflücke nicht so groß wäre“, sagte Merkel.

 

An alle bisher noch Nicht-Geimpften appellierte die Bundeskanzlerin: „Es ist nie zu spät, sich impfen zu lassen. Auch jetzt kann man noch mit einer Erstimpfung einen guten Beitrag für sich und für die Gemeinschaft leisten“. Auch Vizekanzler Olaf Scholz rief zu mehr Impfungen auf: „Mein Appell ist, dass sich alle einen

Ruck geben und eine Entscheidung für sich selber, für ihre Liebsten, für ihre Angehörigen treffen.“

 

Diejenigen, die schon einen Impfschutz haben, sollen zusätzlich zeitnah eine Auffrischungsimpfung erhalten. Bund und Länder bekräftigten noch einmal, jedem ein Angebot zu machen. Hierbei gehe es um mehrere Millionen

Menschen. „Das bedarf einer wirklich großen Kraftanstrengung“, sagte die Bundeskanzlerin. Dafür müssten Bund, Länder und Kommunen nun auch Impfangebote ausweiten. Laut Beschluss sollen dazu mobile Impfteams,

Impfzentren, Krankenhäuser, niederschwellige Angebote, Arztpraxen, Betriebsärzte und Ärzte der Gesundheitsämter in die Impfkampagne einbezogen werden.

Um die Pandemie einzudämmen, seien zudem kostenlose Bürgertests sowie strenge Testpflichten in Pflegeheimen wichtig. Bund und Länder verständigten sich außerdem auf einen Pflege-Bonus. Bip 19

 

 

 

 

 

 

Neue Perspektiven für die deutsch-italienischen Beziehungen

 

Am Dienstag, dem 23. November veranstaltet die Villa Vigoni gemeinsam mit Assicurazioni Generali im Generali-Tower in Mailand die Vigoni Lecture 2021 zum Thema „Neue Perspektiven der deutsch-italienischen Beziehungen“. Diesjähriger Ehrengast und Hauptredner ist der italienische Minister für wirtschaftliche Entwicklung Giancarlo Giorgetti.

 

Nach durchaus wechselhaften Momenten des deutsch-italienischen Verhältnisses in den letzten Jahren streben Italien und Deutschland heute – ganz im Zeichen des post-pandemischen Aufschwungs – ein neues, intensives Niveau der Zusammenarbeit an. Diese Entwicklung ist von enormer Bedeutung und stellt vor allem in Hinblick auf mögliche innovative Ansätze im Rahmen des „Next Generation EU“- Programms eine einmalige Chance dar. Beide Länder stehen vor politischen, wirtschaftlichen und sozialen Herausforderungen von noch nie dagewesener Dimension. In den nächsten Monaten werden daher die folgenden vier Themen zentrale Elemente der gemeinsamen Debatte sein: ökologischer Fortschritt, demografischer Wandel, urbane und nachhaltige Entwicklung, sowie die digitale Revolution.

Eröffnet wird die Vigoni Lecture 2021 von Grußworten des italienischen Präsidenten der Villa Vigoni Michele Valensise und des Präsidenten von Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola. Die weiteren Teilnehmenden sind: Jörg Buck (Geschäftsführendes Vorstandsmitglied, Deutsch-Italienische Handelskammer AHK Italien), Giada Zhang (CEO, Mulan Group), Thomas Fromm (Wirtschaftsreporter, Süddeutsche Zeitung), Christiane Liermann Traniello (Generalsekretärin, Villa Vigoni), Giovanni Liverani (CEO, Generali-Deutschland). Die Moderation des runden Tisches übernimmt Silvia Boccardi (Journalistin, Will Media).

Die Vigoni Lecture 2021 wird live auf der Webseite der Villa Vigoni sowie auf unserem Youtube-Kanal übertragen.

Das Deutsch-Italienische Zentrum für den Europäischen Dialog Villa Vigoni ist eine binationale Institution, getragen von der italienischen und der deutschen Regierung. Sie fördert die Intensivierung der deutsch-italienischen Beziehungen im Rahmen der europäischen Integration in den Bereichen Politik, Wirtschaft, Wissenschaft und Kultur.

Mit der Vigoni Lecture richtet sich die Villa Vigoni an ein breites Publikum in Italien und Deutschland: Die Veranstaltung widmet sich den deutsch-italienischen Beziehungen im europäischen Kontext, involviert stets eine prominente Politikerpersönlichkeit und findet jährlich abwechselnd in Italien und Deutschland statt. VV 19

 

 

 

EU-Kommissar Reynders und Seehofer diskutieren in Warschau über Migration und Rechtsstaatlichkeit

 

Was Polen „gerade jetzt, im Moment dieser Migrationskrise, tut, ist richtig“ und es handelt „im Namen der Europäischen Union“, so der deutsche Innenminister Horst Seehofer, der zeitgleich mit EU-Justizkommissar Didier Reynders Warschau besuchte.

Am Donnerstag (18. November) traf Reynders mit dem polnischen Justizminister Zbigniew Ziobro zusammen. Auf der Tagesordnung standen der Rechtsstaatlichkeitsbericht der Kommission, die Einhaltung der Urteile des Europäischen Gerichtshofs und der Vorrang des EU-Rechts.

„Ich habe dem Kommissar ein Foto eines von Deutschen zerstörten Warschaus überreicht“, sagte Ziobro nach dem Treffen mit Reynders. Der Minister erklärte die Symbolik: „Die Polen sind und werden immer sehr empfindlich sein, wenn es um die Gleichbehandlung innerhalb der europäischen Gemeinschaft geht“.

Ziobro war während der Pressekonferenz unverblümt: „Es gibt keine Rechtsstaatlichkeit ohne Gleichbehandlung. Einige Länder dürfen Änderungen in der Justiz einführen, und anderen Ländern werden diese Möglichkeiten vorenthalten, nur weil ein Kommissar, ein Richter des EuGH oder ein Berliner Politiker das so will“.

„Die Bedrohung der Rechtsstaatlichkeit untergräbt den Kern der EU. Unzulänglichkeiten in einem Land wirken sich auf andere Mitgliedstaaten und die gesamte EU aus“, sagte Reynders. Er betonte die Bedeutung des Dialogs mit den polnischen Partnern und sagte: „Ich bin mir der Meinungsverschiedenheiten bewusst.

Die PiS-Abgeordneten Marek Ast und Anna Czerwinska beschuldigten die Schlussfolgerungen des Kommissionsberichts zur Rechtsstaatlichkeit als „unfair und voreingenommen“.

Der Kommissar argumentierte: „Die Reformen des Justizsystems in Polen stellen eine ernsthafte Bedrohung dar. Die Reformen haben den Einfluss der Exekutive und der Legislative auf die Judikative zum Nachteil der Unabhängigkeit der Richter:innen verstärkt“, sagte Reynders, bevor er die Herausforderungen für die Medienfreiheit, den Vorrang des EU-Rechts und das so genannte „Schnellverfahren der Gesetzgebung“ im polnischen Parlament erwähnte.

Ziobro wiederholte, dass das polnische Verfassungsgericht „das Gericht des letzten Wortes“ im Land sei. Im Gegenzug wiederholte Reynders im Abendprogramm des Fernsehsenders TVN24, dass die Kommission Zweifel an der Unabhängigkeit des Verfassungsgerichts habe.

Auch Bundesinnenminister Horst Seehofer besuchte Warschau und traf sich mit seinem Amtskollegen Mariusz Kaminski,

„Wir stehen zu Polen“, sagte Seehofer nach dem Treffen mit Kaminski. Die beiden Minister sprachen über die Migrationskrise in der EU und Polens Ostgrenze zu Weißrussland.

„Wir haben die gleiche Einschätzung der Situation an der Grenze“, sagte Kami?ski und fügte hinzu, dass „Polen nicht zulassen wird, dass eine illegale Migrationsroute aus Osteuropa entsteht“.

Seehofer sagte, dass Polen „im Namen der Europäischen Union“ handele und dass das, was das Land gerade „jetzt, im Moment dieser Migrationskrise tue, richtig ist.“

Seehofer betonte, dass es keine deutsche Aktivität gebe, ohne die Polen mit einzubeziehen: „Wir handeln gemeinsam. Wir konsultieren unsere Aktionen und tun nichts hinter dem Rücken unserer Partner“. Piotr Maciej Kaczynski, EA 19

 

 

 

Studie. Migrantisch wahrgenommene Menschen im Wahlkampf-TV kaum zu sehen

 

Migrantisch wahrgenommene Menschen sind in den Abendnachrichten unterrepräsentiert. Das geht aus einer aktuellen Erhebung hervor. Und kommen sie zu Wort, dann oft im Kontext von Migration und Flucht.

Im Wahlkampf sind migrantisch wahrgenommene Menschen in den Abendnachrichten der großen Fernsehsender höchst selten zu sehen gewesen. Das geht aus einer Studie zur Sichtbarkeit in der Wahlkampfberichterstattung 2021 des Netzwerks „Neue deutsche Medienmacher*innen“ hervor, die am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde. Ähnlich sieht es bei erkennbar religiöse Menschen aus. Der Stichprobe zufolge waren weniger als 0,5 Prozent aller Personen, die im „Heute Journal“ (ZDF), in den „Tagesthemen“ (ARD) und bei „RTL Aktuell“ gezeigt wurden, augenscheinlich religiös – die meisten von ihnen waren christlich.

Deutlich unterrepräsentiert waren im Wahl-TV laut Erhebung auch Menschen, die die als migrantisch wahrgenommen werden. Unter den untersuchten Sendungen schnitt das „Heute Journal“ im ZDF dabei am schlechtesten ab (7 Prozent). Der Gesamtdurchschnitt lag bei zehn Prozent. „Verglichen mit dem Anteil von Menschen mit Migrationshintergrund in der Bevölkerung (27 Prozent) sind sie also deutlich unterrepräsentiert“, so die Kritik der Studienautoren.

Oft im Kontext von Migration und Flucht

Werden migrantisch wahrgenommene Menschen im Fernsehen gezeigt, äußern sie sich laut Studie „besonders oft im Kontext von Migration und Flucht“. Bei den üblichen Wahlkampf-Themen wie Arbeitsmarkt, Klima, Gesundheit, Corona, Sicherheit oder Steuern sowie weiteren innenpolitischen Fragen kamen sie der Erhebung zufolge dagegen nur am Rande vor (durchschnittlich 7 Prozent).

 „Wenn es um Sichtbarkeit geht, macht es nicht nur einen Unterschied, ob man zu sehen ist oder nicht, sondern auch, in welcher Rolle Menschen zu sehen sind“, heißt es dazu in der Studie. Eine besonders wichtige Rolle komme dabei Experten zu. Doch auch sie würden ganz überwiegend im Kontext von Migration und Flucht gehört.

Auch Politiker unterrepräsentiert

Deutlich unterrepräsentiert sind der Erhebung zufolge auch migrantisch wahrgenommene Politiker im Fernsehen. Von allen Politikern, die sich in der heißen Phase des Wahlkampfs äußerten, waren durchschnittlich 4 Prozent migrantisch wahrgenommene Menschen, heißt es. Mit 13 Prozent liegen die Grünen hier ganz vorn, CDU rangiert in der Tabelle mit 2 Prozent auf dem vorletzten Platz. Nur die CSU schneidet schlechter ab, für diese Partei „sprechen nur weiße Deutsche“, so die Studienautoren.

So gut wie gar nicht wahrnehmbar waren den Angaben zufolge Personen mit erkennbarer Behinderung (0,7 Prozent).

Analysiert wurden laut Netzwerk vom 1. August bis zum 30. September pro Tag je eine Folge der drei Nachrichtenmagazine. In 183 Nachrichtensendungen seien dabei knapp 4.200 Auftritte von über 2.500 Personen identifiziert worden. (epd/mig 18)

 

 

 

 

EU-Verteidigungsminister:innen begrüßen militärischen Plan der EU, aber Vorbehalte bleiben

 

Die EU-Verteidigungsminister:innen begrüßten am Dienstag (16. November) den ersten Entwurf für die künftige Militärstrategie der EU, der erst den Anfang der Debatte markiert. Einige Mitgliedstaaten haben jedoch bereits signalisiert, dass in den nächsten Schritten des Prozesses Änderungen vorgenommen werden sollen.

Der Strategische Kompass der EU, mit dem die militärischen Fähigkeiten der EU angesichts der neuen Bedrohungen gestärkt werden sollen, soll „eine gemeinsame strategische Vision für die Sicherheit und Verteidigung der EU in den nächsten fünf bis zehn Jahren darlegen“.

Am Vortag erhielten die EU-Außenminister:innen einen ersten Überblick über das Dokument, das vom diplomatischen Dienst der EU (EAD) und den nationalen Sicherheitsbehörden ausgearbeitet wurde.

Die Staats- und Regierungschefs der EU werden voraussichtlich im Dezember eine geänderte Fassung erhalten, während das endgültige Dokument im März nächsten Jahres, während der französischen EU-Ratspräsidentschaft, verabschiedet werden soll.

Es handelt sich nicht nur um „ein weiteres politisches Dokument, sondern um einen Handlungsleitfaden“, erklärte der EU-Chefdiplomat Josep Borrell nach dem Treffen gegenüber Reportern.

Seiner Meinung nach sollte die neue Strategie das Sprungbrett für die EU sein, um ein Sicherheitsanbieter zu werden und ehrgeiziger auf Krisen und Bedrohungen in ihrer unmittelbaren Nachbarschaft zu reagieren.

Europäer:innen wollen von der EU beschützt werden, deshalb muss sie ein Sicherheitsanbieter werden, so EU-Chefdiplomat Josep Borrell in einem Interview mit mehreren europäischen Medien, darunter EURACTIV.

„Dieser Ansatz wurde von den Ministern sehr weitgehend unterstützt“, sagte Borrell und fügte hinzu, dass er in den nächsten Monaten „mindestens“ zwei weitere Entwürfe vorlegen werde, die auf dem Feedback der Mitgliedstaaten basieren.

EU-Diplomaten bestätigten, dass die Mitgliedsstaaten „ziemlich positiv“ auf den neuen Entwurf reagiert haben.

„Wir sind zufrieden, weil das Dokument realistisch, aber gleichzeitig ehrgeizig ist“, sagte der slowenische Verteidigungsminister Matej Tonin, dessen Land die EU-Ratspräsidentschaft innehat, vor dem Treffen.

„Wir brauchen noch etwas Feinabstimmung – eine Sache betrifft Russland, eine andere den Mittelmeerraum“, fügte Tonin hinzu.

Nach Angaben von EU-Diplomaten haben zwei Mitgliedstaaten gefordert, dass die Türkei in der Bedrohungsanalyse des kommenden Dokuments, das die Sicherheitsrisiken für die EU aufzeigen soll, ausdrücklich als Bedrohung genannt wird.

Einige Initiativen in dem durchgesickerten 28-seitigen Entwurf wurden jedoch wegen der vermeintlichen Kluft zwischen den in dem Dokument dargelegten Ambitionen der EU und den gegenwärtigen Fähigkeiten und der Bereitschaft kritisiert.

Einer der umstrittensten Vorschläge des Entwurfs ist die Schaffung einer gemeinsamen militärischen Eingreiftruppe mit der Bezeichnung „EU Rapid Deployment Capacity“ bis zum Jahr 2025, die es ermöglichen soll, eine modulare Truppe von bis zu 5.000 Mann, einschließlich Land-, Luft- und Seekomponenten, schnell zu stationieren“.

In einem Gespräch mit Reportern verteidigte Borrell die im Entwurf vorgesehene Idee als gut geeignet, um mit „hybriden“ Krisen umzugehen, bei denen die traditionellen Kategorien Krieg und Frieden verschwimmen.

„Ein solches Team könnte die nationalen Akteure in konkreten Situationen, wie wir sie in Belarus, Polen und Litauen erleben, vorübergehend unterstützen“, sagte Borrell. „Heute haben wir diese Art von Instrumenten nicht.“

Der Entwurf des so genannten Strategischen Kompasses, des kommenden militärischen Strategiedokuments der EU, der EURACTIV vorliegt, wird den EU-Außenminister:innen nächste Woche Montag (15. November) formell vorgelegt werden.

Polen und Litauen hingegen äußerten Vorbehalte gegen die geplante modulare Truppe von bis zu 5.000 Mann, die schnell für spezifische Missionen eingesetzt werden soll.

Die bereits bestehenden EU-Battlegroups seien aufgrund von Streitigkeiten über die Finanzierung und der mangelnden Bereitschaft zum Einsatz nie eingesetzt worden.

„Es herrschte ein breiter Konsens darüber, dass die EU Rapid Response Capacity auf verbesserten bestehenden Battle Groups basieren sollte, aber es gab Diskussionen über Einstimmigkeit oder mehr Flexibilität bei der Entscheidungsfindung“, so ein EU-Diplomat gegenüber EURACTIV.

Gemeinsam mit den anderen baltischen Staaten und Dänemark waren sie der Meinung, dass ein neues EU-Militärkonzept nicht auf Kosten der NATO gehen, sondern sie vielmehr ergänzen sollte.

Erneut auf eine mögliche Doppelung angesprochen, forderte Borrell, dass die Pläne der EU tatsächlich „ein Weg sein sollten, die NATO stärker zu machen, indem man die EU stärker macht“, eine Idee, die ihm zufolge von US-Präsident Joe Biden unterstützt wurde.

Belarus im Visier

Der Vorstoß für eine konsolidiertere europäische Verteidigungsstrategie erfolgt inmitten verstärkter Besorgnis über die russische Militäraufrüstung in und um die Ukraine, Spannungen an der polnisch-belarussischen Grenze und einem erneuten Aufflammen der Kämpfe an der Grenze zwischen Armenien und Aserbaidschan.

Die EU-Außenminister:innen hatten sich am Montag darauf geeinigt, eine neue Runde von Sanktionen gegen das Regime in Minsk zu verhängen, die sich gegen Fluggesellschaften und Einrichtungen richten sollen, die an der Organisation des Programms beteiligt sind.

NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg erklärte am Dienstag, die Allianz sei zutiefst besorgt über die Strategie des belarussischen Machthabers Alexander Lukaschenko, das Leben von Migranten aufs Spiel zu setzen, und bot Polen seine Unterstützung an.

„Wir sind zutiefst besorgt über die Art und Weise, wie das Lukaschenko-Regime gefährdete Migranten als hybride Taktik gegen andere Länder einsetzt und das Leben der Migranten aufs Spiel setzt“, sagte er.

„Wir sind solidarisch mit Polen und anderen betroffenen Verbündeten“, sagte Stoltenberg vor Reportern, als er zu einem Treffen mit den EU-Verteidigungsministern eintraf. Alexandra Brzozowski, EA 17

 

 

 

Schalom Aleikum. Muslime und Juden – mehr Gemeinsamkeiten als Unterschiede

 

Gegen Juden und Muslime in Deutschland gibt es in der Gesamtbevölkerung weiterhin Vorbehalte. Das ist ein Ergebnis von mehreren Umfragen, die im Rahmen des Projektes „Schalom Aleikum“ durchgeführt wurden. Bei dem Projekt kommen junge Muslime und Juden zusammen - und entdecken mehr Gemeinsamkeiten als Unterschiede. Von Carina Dobra

Die Farben knallen, erregen Aufmerksamkeit. Der Online- und Social-Media-Auftritt von „Schalom Aleikum“ setzt auf Neongrün, Gelb und Pink. Das Projekt des Zentralrats der Juden in Deutschland zielt auf ein junges Publikum. Es geht um Begegnung, angesprochen sind alle, insbesondere aber Juden und Muslimen. Seit 2019 bieten die Macher Diskussionsveranstaltungen und Workshops an. Die Formel „Schalom Aleikum“ vereint die hebräische und die arabische Begrüßung.

Der Name ist Programm, wie Projektleiter Dmitrij Belkin erklärt. Miteinander reden, nicht übereinander, offen, ehrlich, auf Augenhöhe – das sei das Motto: „Unsere Zielgruppen sind nicht offizielle Vertreterinnen und Vertreter aus Politik und Öffentlichkeit und auch keine langjährigen Dialogprofis, sondern in erster Linie Menschen, die uns im alltäglichen Leben begegnen.“

Mehr Gemeinsamkeiten als Unterschiede

So sitzen etwa bei der Gesprächsrunde „Let’s work it out“ die muslimische Basketballspielerin Beyza Genc und der jüdische Fußballspieler Leonard Kaminski von „Makkabi Berlin“ zusammen und berichten von ihren Erlebnissen mit Rassismus und Antisemitismus auf dem Spielfeld.

Auf dem „Schalom Aleikum“-Instagram-Profil berichten Teilnehmende von ihren Erfahrungen in Veranstaltungen. So schreibt die 18-jährige Naomi, die einen Antisemitismus-Workshop besucht hat: „Wir alle teilen extrem ähnliche Erfahrungen.“ Und der 23-jährige Yasin meint: „Wir haben gemerkt, dass wir mehr Gemeinsamkeiten als Unterschiede haben.“

Juden und Muslime erleben mehr Diskriminierung

Der Zentralrat der Juden in Deutschland veröffentlichte am Dienstag gemeinsam mit dem Meinungsforschungsinstitut Forsa die Ergebnisse einer Umfrage zum Verhältnis von Juden und Muslimen. Eines der Ergebnisse: Juden und Muslime erleben mehr Diskriminierung als der Durchschnitt der Bevölkerung.

65 Prozent der Befragten gaben an, antisemitische Vorkommnisse mitzubekommen. Ungefähr die Hälfte der Vorfälle schreiben die Befragten jugendlichen, männlichen Einzeltätern zu. Teilnehmende deuten sie von der religiösen Herkunft her überwiegend als muslimisch. Als Hauptgrund für Antisemitismus unter Muslimen wird der Nahostkonflikt angegeben.

Warnung vor Generalverdacht

Die Recherche- und Informationsstelle Antisemitismus (Rias) registrierte 2020 bundesweit 1.909 Fälle von Antisemitismus – rund 450 mehr als im Vorjahr. Viele der Taten hatten einen rechtsextremistischen Hintergrund oder einen direkten Bezug zur Corona-Pandemie und antisemitischen Verschwörungsmythen.

Wie viel antisemitische Hetze von muslimischer Seite kommt, ist nicht erfasst. Schalom-Aleikum-Projektleiter Belkin, der als jüdischer Kontingentflüchtling aus der Ukraine nach Deutschland kam, sagt: „In den muslimischen Communities Deutschlands ist Antisemitismus ein existierendes und präsentes Problem.“ Der Historiker warnt aber vor einem Generalverdacht: „Einige muslimische Akteurinnen und Akteure nehmen diese Status quo jedoch nicht hin. Sie rufen öffentlich dazu auf, das Problem des Antisemitismus in den eigenen Reihen klar zu benennen und ihm entgegenzuwirken.“

Viele neue Projekte

In den vergangenen Jahren sind neben „Schalom Aleikum“ mehrere Projekte gestartet, die den Dialog zwischen Juden und Muslimen fördern wollen. In München feiern beide Religionsgemeinschaften seit 2016 das Festival „AusARTen“, das es in ähnlicher Form inzwischen auch in Berlin gibt.

Beim Projekt „Schalom und Salam“ des Stuttgarter Vereins „kubus“ entwickeln vor allem junge Menschen mit Antisemitismus- und Rassismus-Erfahrung eigene Projekte, um Vorurteilen entgegenzuwirken. Im Rahmen des Festjahres „1.700 Jahre jüdisches Leben in Deutschland“ findet in München außerdem ein jüdisch-muslimischer Stammtisch statt.

Lange aneinander vorbeigeredet

Auch das „Heidelberger Bündnis für jüdisch-muslimische Beziehungen“ mit Formaten wie den jüdisch-muslimische Kulturtagen in Heidelberg und dem Podcast „Mekka und Jerusalem“ möchte den Austausch zwischen Juden und Muslimen voranbringen. Man habe lange Zeit aneinander vorbeigeredet, sagt Frederek Musall, stellvertretende Rektor der Hochschule für Jüdische Studien Heidelberg. Die Kulturtage gibt es seit 2015, die erste Podcast-Folge lief vor zwei Jahren.

Mit dem Podcast wollen der Judaist und sein Team hauptsächlich Studierende erreichen. Gerade in den Social Media gibt es viel Aufklärungsarbeit zu leisten, wie Musall beobachtet: „Da sind Fotos zu sehen mit brennenden Israelfahnen“, vieles sei verkürzt dargestellt. „Mekka und Jerusalem“ soll Nachrichten einordnen, Hintergründe liefern.

Ähnliche Erfahrungen

Juden und Muslime hätten oft ähnliche Erfahrungen mit Diskriminierung gemacht, sagt Musall. Und auch sonst gebe es so einige Gemeinsamkeiten: Zum Beispiel beim Essen, was jüdische und muslimische Speisegesetze betreffe. Trotzdem – und das ist dem Professor für Jüdische Philosophie und Geistesgeschichte auch wichtig zu betonen – gibt es auch Trennendes. Zum Beispiel das Thema Israel.

Das Land habe eine emotionale und identitätsstiftende Bedeutung für Juden, auch für jene, die sich nicht als besonders religiös bezeichneten. „Da werden wir nicht auf einen Nenner kommen“, glaubt Musall. „Aber wir können uns trotzdem friedlich begegnen und sensibel sein.“ (epd/mig 17)

 

 

 

 

Der neue Klimakrieg

 

Leugnen war gestern. Heute folgen die Gegner einer engagierten Klimapolitik wesentlich heimtückischeren Schlachtplänen. Claudia Detsch

 

Keine Frage, ein Leisetreter ist der renommierte US-Klimaforscher Michael E. Mann nicht. Provokation gehört zu seinen Stilmitteln und das macht die Lektüre seines jüngsten Buches geradezu unterhaltsam. In „The New Climate War“ – im Deutschen etwas zahmer mit „Propagandaschlacht ums Klima“ – bricht der Autor mit einigen gängigen Erwartungen. Dass er sich die Machenschaften großer Energiekonzerne und ihrer Hintermänner über die vergangenen Jahrzehnte bis heute vorknöpft, das war zu erwarten. Doch es geraten auch unerwartete Akteure in sein Visier.

Die Klimakrise leugnen? Damit ist die Bevölkerung rund um den Globus nicht mehr zu beeindrucken. Entschieden ist der Klimakrieg damit aber mitnichten. Er wird im neuen Gewand geführt. Den Krieg gegen die Wissenschaft haben die Fossil-Lobbyisten verloren; ihr Feldzug richtet sich jetzt gegen entschiedenes Handeln. Das Leugnen ist der Ablenkung gewichen. Heute wird verharmlost, gespaltet, verzögert oder Endzeitstimmung verbreitet.  

Michael Mann zeigt auf, welcher Mittel sich die Lobby der fossilen Brennstoffe aus Industrie und Petro-Staaten einst bediente und wie sie heute agiert. Pate standen dabei immer wieder Waffenlobby, Tabak- und Getränkeindustrie; von ihnen lernen hieß lange siegen lernen. Manns Abrechnung mit Wissenschaftlern, die der Brennstoffindustrie früher beim Leugnen und heute beim Ablenken tatkräftig zur Seite standen, mutet manchmal nach privater Fehde an. Doch das sollte man einem Autor nachsehen, der seit Jahrzehnten persönlichen Angriffen und Diffamierungen von dieser Seite ausgesetzt ist.

Mann richtet seinen Blick aber nicht nur auf die Interessen der Fossilindustrie, sondern auch auf Regierungen und Staaten, deren Wohl und Wehe am Export fossiler Brennstoffe hängt. So hätten Saudi-Arabien, Australien und Russland ein Interesse daran, Maßnahmen gegen den Klimawandel zu verhindern – die mauen Ergebnisse der jüngsten COP lassen grüßen. In seinen Augen hat dieses fossile Eigeninteresse sowohl bei der russischen Unterstützung des Brexits als auch der Wahl Trumps eine zentrale Rolle gespielt. Russiagate ist für ihn ein Synonym für fossile Brennstoffe.

Manns Streifzug durch die Praktiken des Lobbyismus ist erhellend – und er macht deutlich, wie sehr in den letzten Jahren die Klimadebatte auch in Europa die falsche Abzweigung genommen hat. Das gilt auch für Deutschland, wie ein Blick zurück auf den Bundestagswahlkampf zeigt. Flugscham und Schnitzelneid, darüber wurde intensiver debattiert als über strukturelle Fragen. Die Protagonisten der Ablenkung waren erfolgreich.

Die Ablenkungskampagne geht so: Die Verantwortung wird von Unternehmen und Branchen weg auf den Einzelnen abgewälzt, persönliches Verhalten und individuelle Entscheidungen kritisch unter die Lupe genommen. Der Kampf am Buffet oder am Flugschalter wird als Schlachtplatz bedeutsamer als die internationalen Finanzmärkte oder die Rohstoffbörse. 

Über systemische Veränderungen diskutiert es sich eben nur halb so leidenschaftlich wie über die individuellen Verfehlungen des Nachbarn. Nichts eignet sich besser zur Spaltung als eine Kritik am Lebensstil, ist dieser doch direkt an das eigene Identitätsgefühl gebunden. Das Bloßstellen des anderen wird als eine Art Belohnung empfunden, als Beweis der eigenen moralischen Überlegenheit. Das aber ist gefährlich, so Michael Mann.

Nicht nur, dass die Lobby der Fossilindustrie sich hier weitestgehend unbemerkt vom Acker schleichen kann, es wird auch ein falsches Dilemma in die Welt gesetzt und künstlich gepäppelt. Individuelle Verhaltensänderungen stellen keine Alternative zum systemischen Wandel dar, macht Mann klar. Wir brauchen sicher beides, aber über den Ausgang der Wette auf die Zukunft des Planeten entscheidet allein die Stellschraube am System.

Bei der Kritik am individuellen Verhalten gerät nicht nur leicht das eigentliche Ziel aus den Augen, es droht auch eine Schwächung der gesamten klimabewegten Gemeinschaft. Das „Gezeter über Ernährungs- und Reiseentscheidungen“, so Mann, über Reinheit und Tugendhaftigkeit sei geeignet, um einen Keil in die Klimabewegung zu treiben und sie damit nachhaltig zu schwächen. Plötzlich gehen Menschen, die eigentlich das Gleiche wollen, aufeinander los, verlieren sich in erbitterten Grabenkämpfen - und dabei das eigentliche Ziel aus den Augen.

Viele dringend benötige Mitstreiterinnen stößt man so vor den Kopf. Mit dem Fokus auf persönliche Opfer werden viele Menschen der politischen Mitte vergrault, die zu gewinnen wären und die es für einen erfolgreichen Umbau des Wirtschaftssystems in einem demokratischen System dringend braucht.  

Allerdings, auch das macht Mann zu Recht deutlich, verfolgen manche eben doch noch andere Ziele als „nur“ die Ausbremsung des Klimawandels. Er macht sein Misstrauen gegenüber all jenen deutlich, die aus dem Kampf gegen die Erderwärmung im Handstreich einen Kampf für allgemeinen Veganismus oder gegen den Kapitalismus machen. Dem Vorwurf, dass man mit technischen und wirtschaftlichen Lösungen der neoliberalen Politik auf den Leim gehe, erteilt Mann eine Absage. Der Ruf nach einem asketischen Leben spiele Untätigkeitspredigern in die Hände, die Klimaverfechter zu gern als freiheitshassende Totalitaristen darstellen wollen.

Mann ist die Technologie dabei nicht einerlei. Er warnt vor Pseudolösungen wie dem Geoengineering. Auch das Auffangen und Einlagern von CO2 ist für ihn nur dort akzeptabel, wo einzelne Sektoren schwer zu de-karbonisieren sind, beispielsweise in der Zementproduktion. Die Brückentechnologie Erdgas ist für ihn wegen des Methanschlupfs eine Brücke ins Nirgendwo, die nukleare Option wegen hoher Kosten und drohender Gefahren keine Alternative. Für Mann kann die Lösung eines durch fossile Brennstoffe geschaffenen Problems nicht in einem fossilen Brennstoff liegen. Solche Scheinlösungen würden vielmehr nötige Investitionen in die Erneuerbaren Energien verdrängen.

Mit dieser Überzeugung liegt er ganz auf Linie der jugendlichen Klimaschützer rund um Fridays for Future. Und doch dürfte ihnen die Lektüre nicht durchgehend schmecken. Mann bescheinigt ihnen, das Thema auf der politischen Tagesordnung weit nach oben gerückt zu haben und den öffentlichen Druck aufrechtzuerhalten. Doch er warnt auch davor, den Bogen zu überspannen. Die Warnungen vor dem Ende der Menschheit, das aggressive Verächtlichmachen eines jeden Verhandlungsergebnisses als „Bla Bla Bla“ und das Einfordern drastischer Maßnahmen schaden letztlich dem Klimaschutz. Es drohe ein Boomerang-Effekt – der aggressive und schuldbasierte Dialog behindere damit den Fortschritt. Es gelte stattdessen, die Vorteile des Erwünschten zu betonen, um möglichst viele Menschen für diesen Weg zu begeistern, anstatt die rhetorische Knute zu schwingen oder die Apokalypse an die Wand zu malen.

Es wäre tatsächlich traurige Ironie, wenn ausgerechnet das engagierte progressive Lager selbst zum Hindernis würde, indem es sich weigert, sich auf Kompromisse und Konsens einzulassen oder diese als Fortschritt anzuerkennen. Leider folgen viele Klimaschützer hier dem Zeitgeist, der jeden Kompromiss wahlweise als verlogenen Vorwand fürs Nichtstun oder Feigheit vor dem Feind interpretiert statt seine zentrale Bedeutung für das friedliche Miteinander in einer demokratischen und pluralen Gesellschaft anzuerkennen.

Einige Aktivisten glauben offensichtlich, dass Menschen erst schockiert und verängstigt sein müssen, um den Klimawandel ernst zu nehmen. Angst aber motiviert nicht; sie führt vielmehr dazu, dass Menschen sich distanzieren. Für Mann ist das Schüren einer Endzeitstimmung inzwischen ein wichtiges Instrument der Fossillobby. Doch auch überzogene Forderungen und Übertreibungen seitens klimabewegter Menschen spielten den Bemühungen der Verzögerer in die Hände. Mann spricht vom Climate Doom Porn – der Klimaendzeitpornographie. Entsprechende Lektüre vom nahenden Untergang verkauft sich gut, hilfreich im Kampf gegen den Klimawandel ist sie nicht.

Der beständige Verweis auf das uns erwartende dystopische Höllenszenario trifft darüber hinaus aber, so Mann, auch schlicht die aktuelle Lage nicht. Klar, es besteht dringender Handlungsbedarf. Aber die Weltgemeinschaft ist handlungsfähig. In dieser Hinsicht kann Mann auch mit Greta Thunbergs Schelte wenig anfangen, bei allen Verdiensten um die öffentliche Debatte, die er ihr und ihrer Bewegung zuschreibt. Ihr Vorwurf, es werde so gut wie nichts getan, sei falsch. Er empfindet solche Vorwürfe als herablassend gegenüber all‘ den Anstrengungen, die weltweit unternommen werden. Manns Buch hilft einem in diesem Sinne durchaus auch bei der Bewertung der Ergebnisse der jüngsten Klimakonferenz von Glasgow. Das Glas ist halbvoll.

Wachsamkeit ist dennoch geboten. Das gleiche Hexengebräu, das 2016 Donald Trump an die Macht brachte – die Einmischung böswilliger staatlicher Akteure sowie der Zynismus und die Empörung auch unter Linken, die verkündeten, zwischen Trump und Clinton gebe es keinen Unterschied, man könne sich das Wählen entsprechend auch sparen – bedroht Mann zufolge auch den Kampf für den Klimaschutz.

Bei der Lektüre von Manns „Klimakrieg“ wird deutlich, dass man es den Leugnern und den Gegnern der Klimapolitik zu lange zu einfach gemacht hat – offenkundig waren sie häufig schlicht gewitzter, was die öffentliche Kommunikation betrifft. Diesen Vorteil sollte man ihnen nicht länger auf dem Silbertablett darbieten. Auch in dieser Hinsicht ist Manns Buch erhellend. Die Lektüre ist trotz des ernsten Themas unterhaltsam, sie sensibilisiert und stimmt gleichzeitig optimistisch. So lässt der Kampf ums Klima sich aufnehmen. IPG 16

 

 

 

 

Papst: Flüchtlinge sind Zeichen der Hoffnung

 

Aus Sicht von Papst Franziskus sind Flüchtlinge in Zeiten von Konflikt und Kriegen Zeichen der Hoffnung. Sie hätten nicht nur schwierige Situationen überwunden, sondern könnten helfen, Fehler der Vergangenheit zu vermeiden: „Wenn ihr die Möglichkeit bekommt, bietet ihr uns Worte, die unverzichtbar sind, um zu wissen, zu verstehen, um die Fehler der Vergangenheit nicht zu wiederholen, und so die Gegenwart zu verändern und eine Zukunft des Friedens aufzubauen", so der Papst. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Franziskus äußert dies in einem Grußwort zum 40-jährigen Bestehen der Flüchtlingshilfsstelle „Centro Astalli", die der Jesuitenflüchtlingsdienst JRS in Rom betreibt. Diesen Dienstag wurde in der Zentrale des „Centro Astalli" zum Jubiläum eine Fotoausstellung eröffnet, die Bilder von Migranten und Flüchtlingen zeigt. Den Einleitungstext zur Ausstellung schrieb Papst Franziskus persönlich. Dort kritisiert er erneut zunehmende Abschottungstendenzen:

„Konflikte flammen in verschiedenen Teilen der Welt wieder auf (...), Nationalismus und Populismus tauchen in verschiedenen Breitengraden wieder auf, der Bau von Mauern und die Rückführung von Migranten an unsichere Orte scheinen die einzige Lösung zu sein, zu der die Regierungen in der Lage sind, um die Mobilität der Menschen zu steuern."

„Der Bau von Mauern und die Rückführung von Migranten an unsichere Orte scheinen die einzige Lösung zu sein, zu der die Regierungen in der Lage sind, um die Mobilität der Menschen zu steuern“

Die Zahl der Menschen, die gezwungen seien, aus ihrer Heimat zu fliehen, steige immer weiter an, so der Papst. Oftmals müssten Menschen aus „Umständen, die der Sklaverei ähneln" fliehen, da ein Menschenbild vorherrsche, dass die Würde der Menschen mit Füßen trete und sie nur als Objekte sehe. Flüchtlinge wüssten auch nur zu gut, wie schrecklich Kriege seien und was es heißt, aller Rechte und Freiheit entbehren zu müssen. „Hilflos werdet ihr Zeugen wie eure Erde austrocknet, euer Wasser veschmutzt wird und ihr habt keine andere Möglichkeit, als euch auf den Weg zu einem sicheren Ort zu machen, an dem ihr eure Wünsche und Träume verwirklichen und eure Talente und Fähigkeiten zum blühen bringen könnt", führt Franziskus aus. Dennoch gebe es Hoffnung auf eine bessere Welt, in der alle Menschen friedlich zusammen leben:

 

Emmanuel aus Nigeria - Portrait der Ausstellung im „Centro Astalli"

„Vor allem Sie, liebe Flüchtlinge, sind das Zeichen und das Gesicht dieser Hoffnung“

„Vor allem Sie, liebe Flüchtlinge, sind das Zeichen und das Gesicht dieser Hoffnung. Sie tragen die Sehnsucht nach einem erfüllten und glücklichen Leben in sich, die Sie darin bestärkt, sich mutig konkreten Umständen und Schwierigkeiten zu stellen, die vielen unüberwindbar erscheinen mögen", wendet Papst Franziskus sich direkt an die Flüchtlinge, die im Zentrum der Fotoausstellung stehen. Ebenso weiß er auch um das Engagement der vielen Helferinnen und Helfer des „Centro Astalli": 

Dank an Helferinnen und Helfer

„Die Geschichten der vielen Männer und Frauen guten Willens, die in diesen 40 Jahren im Centro Astalli ihre Zeit und Energie geopfert haben, sind ein Zeichen für dieselbe Hoffnung: Tausende von Menschen, die sehr unterschiedlich sind, aber geeint im Wunsch einer gerechteren Welt, in der Würde und Rechte wirklich für alle gelten", würdigt Papst Franziskus all jene, die für Migranten und Flüchtlinge da sind.

In Erinnerung an sein Schreiben „Fratelli tutti" über die Geschwisterlichkeit und die soziale Freundschaft aus dem Jahr 2020 wünscht sich Papst Franziskus, dass das „Centro Astalli" weiterhin zu einer besseren Verständigung aller Völker untereinander und zu Solidarität beitragen möge:

„Mein aufrichtiger Wunsch zu diesem Jahrestag ist also, dass eine ,Kultur der Begegnung` wirklich verwirklicht wird und dass wir als Volk leidenschaftlich den Wunsch haben, uns zu begegnen, Berührungspunkte zu suchen, Brücken zu bauen, Projekte zu planen, die alle einbeziehen."

Zur Ausstellung

Die Ausstellung „Volti al futuro" (Auf die Zukunft ausgerichtet) zeigt 20 Portraits von Flüchtlingen, die das „Centro Astalli" betreut. Fotografiert hat sie Francesco Malavolta im Kontext ihres Lebens in Rom. Die Schau ist noch bis 28. November in der römischen Kirche Sant’Andrea al Quirinale, unweit der Fontana di Trevi, zu sehen. Anlass der Ausstellung ist das 40-jährige Bestehen des „Centro Astalli", das der Jesuitenflüchtlingsdienst in Rom betreibt. (vn16)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU-Außenminister ringen um Lösung der Krise an der Grenze zu Belarus

 

Viele EU-Politiker sind sich einig: Lukaschenko ist schuld an der Flüchtlingssituation an der Grenze zu Polen. Unterdessen nehmen Menschenrechtler die Union selbst in die Pflicht: Flüchtlinge hätten ein Recht, einen Asylantrag zu stellen.

Die EU-Außenminister haben am Montag erneut um eine Lösung der Situation an der Grenze mit Belarus gerungen. Sie wollten in Brüssel neue Sanktionen gegen das Regime in Minsk auf den Weg bringen. Der deutsche Ressortchef Heiko Maas (SPD) stärkte vor dem Treffen Polen den Rücken, während Menschenrechtler kritisierten, dass Schutzsuchende nicht in die EU gelassen werden.

Belarussische Soldaten versuchten, „den Flüchtlingen und Migranten den Weg freizuschlagen sozusagen“, sagte Maas bei seiner Ankunft in Brüssel. Auf polnischer Seite gebe es aber genug Besonnenheit, „sich nicht in eine gewaltsame Auseinandersetzung hineinziehen zu lassen“. Die Probleme an der Grenze gingen von Belarus und nicht von Polen aus, sagte Maas. Daher verdiene Polen „unsere ganze Solidarität“.

Tausende Menschen sitzen fest

Seit Monaten versuchen Menschen aus Staaten wie Afghanistan oder dem Irak, über Belarus in die EU zu gelangen. EU-Politiker werfen Belarus‘ Staatschef Alexander Lukaschenko vor, die Menschen mit Versprechungen einer leichten Einreise anzulocken und dann an die Grenze zu Polen, Litauen oder Lettland zu schleusen. Nach Medienberichten sitzen Tausende Flüchtlinge und Migranten im Grenzgebiet fest – unter teils schlimmen Bedingungen.

Maas kündigte an, die Minister würden die Sanktionen gegen Minsk weiter verschärfen. Er warnte auch Fluggesellschaften, die Menschen nach Belarus flögen, vor Konsequenzen. Der EU-Außenbeauftragte Josep Borrell äußerte mit Blick auf ein Verhindern weiterer Flüge nach Belarus, „das ist fast getan. Während dieser Tage haben wir mit Herkunfts- und Transitländern gesprochen“, sagte Borrell in Brüssel. Auch er wies auf weitere Sanktionen gegen Minsk hin.

Menschenrechtler fordern Aufnahme

Der Migrationsexperte Gerald Knaus hält verschärfte Sanktionen für sinnvoll, wie er der Düsseldorfer „Rheinischen Post“ sagte. Zugleich befürwortete Knaus eine legale Verteilung von Migranten in sichere Drittländer.

Unterdessen drängten Menschenrechtler auf eine Aufnahme von im Grenzgebiet gestrandeten Menschen in die EU. Viele seien Angehörige ethnischer und religiöser Minderheiten wie Kurden und Jesiden aus dem Irak und Syrien oder Hazara aus Afghanistan, sagte der Nahostexperte der Gesellschaft für bedrohte Völker, Kamal Sido, am Montag in Göttingen. „Sie flüchten vor Verfolgung, Krieg und Gewalt durch Diktaturen oder Warlords.“

1.708 Einreisen in der ersten Novemberhälfte

Das International Rescue Committee erklärte in Berlin: „Polen, Litauen und Lettland haben die Pflicht, die Sicherheit und Rechte dieser Menschen zu gewährleisten und ihnen Zugang zu Asylverfahren, Rechtsbeistand sowie Nahrungsmitteln und Unterkunft zu gewähren.“

Was die sogenannte Sekundärmigration angeht, hat die Bundespolizei in der ersten Novemberhälfte 1.708 unerlaubte Einreisen mit „Bezug zu Belarus“ registriert. Im Brennpunkt stehe weiterhin die deutsch-polnische Grenze, teilte das Bundespolizeipräsidium am Montag in Potsdam mit. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Klimagipfel: Wirklich alles nur Blabla? Unser Interview

 

Vor allem Hilfswerke sind enttäuscht über die Ergebnisse des UNO-Klimagipfels COP26, der am Wochenende im schottischen Glasgow zu Ende gegangen ist. Doch der deutsche Ökonom und Klimaforscher Ottmar Edenhofer widerspricht. Unser Interview. Christine Seuss - Vatikanstadt

Radio Vatikan: Insbesondere Hilfswerke sind enttäuscht darüber, was letztlich bei den Verhandlungen von COP26 herausgekommen ist. War wirklich alles nur Blabla, wie Greta Thunberg formulieren würde?

Ottmar Edenhofer (Direktor und Chefökonom am Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (PIK)): „Also, es ist sicherlich kein Blabla gewesen. Es ist aber auch nicht der ganz große klimapolitische Durchbruch. Man hat von Anfang an diese COP in Glasgow mit Erwartungen überfrachtet, die sie gar nicht erfüllen konnte.

Ich glaube, wir müssen realistisch sein und uns zugestehen, dass wir neben der COP andere Verhandlungsformate benötigen. Und wir dürfen jetzt nicht nur auf die Abschlusserklärung schauen, die in vielerlei Hinsicht enttäuschend ist, sondern wir müssen auch sehen, was in Glasgow jetzt alles an zukunftsweisenden Initiativen entstanden ist. Da würde ich vor allem eine erwähnen, nämlich die Vereinbarung zwischen den USA und China.

Das könnte man sehr gut ausbauen zu einem trilateralen Dialog zwischen der Europäischen Union, USA und China. Man könnte dort verhandeln über CO2-Mindestpreise und dann wäre schon mal einem erheblichen Teil der globalen Emissionen ein Preisschild angeheftet: Das wäre ein großer Schritt nach vorne.“

„Die EU mit in die USA-China-Klimainitiative hineinnehmen“

Radio Vatikan: Welche Hausaufgaben ergeben sich aus Glasgow denn für die Europäische Union? Sollte sie geschlossener auftreten, um gegenüber den Weltmächten mehr auf die Waage zu bringen?

Edenhofer: „Genau – das wäre wichtig. Es gab aber nicht nur die Ankündigung zwischen den Vereinigten Staaten und China. Es hat auch die Ankündigung gegeben, dass China keine Kohlekraftwerke mehr im Ausland finanzieren will. Da haben einige gesagt, das bedeutet nichts. Es bedeutet aber doch eine ganze Menge, weil China einer der größten Finanziers von Kohlekraftwerken ist, auch im Ausland. Wenn die das jetzt zurückfahren, dann hat es einen signifikanten Effekt.

Die Asiatische Entwicklungsbank denkt darüber nach, Kohlekraftwerke aufzukaufen und stillzulegen. Also, alles das sind Initiativen, die für den globalen Kohleausstieg sprechen und damit die Tür zum 1,5-Grad-Ziel offenhalten… wenngleich man zugestehen muss, dass die Weltgemeinschaft durch diese geöffnete Tür nicht gegangen ist.“

 „Dass China keine Kohlekraftwerke mehr im Ausland finanzieren will, bedeutet eine ganze Menge“

Radio Vatikan: Es sind also einige konkrete Schritte angekündigt worden – aber welche weiteren wären denn jetzt konkret nötig, damit dann auch die anderen, vielleicht relativ vagen Zusagen doch noch umgesetzt werden?

Edenhofer: „Wir stehen ja in einer sehr schwierigen globalen Situation. Die Emissionen steigen seit Paris (Klima-Abkommen von 2015); auch nach der Pandemie sind die Emissionen wieder verstärkt angestiegen, weil sich die Wirtschaft erholt hat. Und selbst wenn man die freiwilligen Ankündigungen der Staaten zusammenzählt, dann reichen die natürlich nicht aus, um den Anstieg der globalen Mitteltemperatur auf unter zwei Grad zu begrenzen.

Es gibt außerdem das große Problem, dass die Staaten bislang ihre Zusagen nicht eingehalten haben. Und das hat sehr viel damit zu tun, dass man ihre Zusagen nicht richtig vergleichen kann – dass man nicht genau weiß, wie man die messen soll. Das sind alles große Schwierigkeiten bei den internationalen Vereinbarungen.

Deswegen wäre es auch gut, wenn man eine Metrik hätte, mit der man einfach feststellen kann, ob Staaten ihre Verpflichtungen erreichen. Und dafür gibt es eine Metrik: wenn sich nämlich die Staaten verpflichten würden, ihren Emissionen ein Preisschild in Form eines CO2-Preises anzuheften. Dann hätte man mehr Klarheit darüber. Dann könnte man auch sehr viel klarer und deutlicher sehen, ob sie tatsächlich die Versprechungen umsetzen.“

„Man müsste genauer messen können, ob Staaten ihre Klimaversprechen einhalten“

Radio Vatikan: Ist denn über diese Möglichkeit auch gesprochen worden, oder haben Sie den Eindruck, das wäre ein Weg, der jetzt gangbar wäre für die Staaten?

Edenhofer: „Also, die Staaten haben nur sehr indirekt über die Frage der Bepreisung von CO2 gesprochen. Sie haben darüber gesprochen, dass man sogenannte ineffiziente Subventionen für fossile Energieträger auslaufen lässt. Das ist natürlich ein Euphemismus, denn Subventionen für fossile Energieträger sind allesamt ineffizient! Das können wir uns angesichts der Klimakrise gar nicht mehr erlauben. Und wir subventionieren ja in etwa eine Tonne CO2 jährlich mit 150 US-Dollar: Das ist eine ganze Menge.

Wir haben also negative CO2-Preise, und wenn wir die jetzt alle abschaffen würden, hätten wir einen großen Schritt nach vorne getan. Dann könnten so sukzessive die CO2-Preise in den positiven Bereich wachsen. Diese Debatte hat jetzt angefangen, und wer ein bisschen die internationalen Klimaverhandlungen kennt, weiß, dass das Thema Subventionierung fossiler Energieträger eines der kritischsten Themen überhaupt ist. Aber für mich ist es auch der Gradmesser dafür, wie ernst es die Staaten mit der Klimapolitik tatsächlich meinen.“

„Subventionierung fossiler Energieträger eines der kritischsten Themen überhaupt“

Radio Vatikan: Könnte man also sagen, dass der Paradigmenwechsel zumindest angestoßen ist, dass die Staaten Eigeninteressen und Allgemeininteressen auch in gewisser Weise gleichsetzen?

Edenhofer: „Also, sagen wir mal so: Es ist ein Schritt in diese Richtung gegangen worden. Es ist vielleicht die Tür geöffnet worden, aber wir sind noch immer nicht durch diese Tür gegangen. Und wir sollten der Ehrlichkeit halber eines festhalten: Die globalen Emissionen steigen immer noch, und was wir jetzt dringend erreichen müssen, und zwar ziemlich schnell, ist, dass wir diese Kurve der Emissionen nach unten biegen. Dazu bleibt uns nicht mehr viel Zeit.

Ob das schon jetzt ein Paradigmenwechsel ist, weiß ich nicht, aber es sind zumindest Schritte in diese Richtung.“

„Schritte hin zu einem Paradigmenwechsel“

Radio Vatikan: Inwieweit fügt sich da Papst Franziskus ein, mit seiner Aufforderung einerseits an die Politiker, rasch zu handeln, andererseits aber auch mit seinem Appell an das Gewissen jedes Einzelnen, das Seine dazu zu tun, um sich diesem Klimawandel entgegenzustemmen?

Edenhofer: „Na ja, der Papst hat mit seinen Appellen an die Staatenlenker sicherlich recht. Ich würde da noch mal gern betonen, dass es aus meiner Sicht unverzichtbar ist, dass es hier einen politischen Rahmen gibt. Denn wenn es diesen politischen Rahmen nicht gibt, dann laufen auch die Bemühungen der Einzelnen ins Leere. Das muss man mal sagen.

Denn wenn jeder Einzelne zwar versucht, die Emissionen zu reduzieren und weniger Fleisch zu essen, aber die Menschen merken, wenn ich die Emissionen reduziere, dann erhöhen die anderen die Emissionen, dann wird es zu nichts führen. Und deswegen ist es sehr, sehr wichtig, dass wir einen solchen politischen Rahmen haben. Erst in diesem politischen Rahmen, zum Beispiel durch eine CO2-Bepreisung, wird es uns dann auch gelingen, dass sich diese individuellen Anstrengungen, die jeder von uns unternimmt, dann tatsächlich auch aufaddieren und jeder von uns dann einen Beitrag dazu leistet, diese Klimakrise zu begrenzen.

Es gehört zur bitteren Wahrheit, dass ohne den politischen Rahmen, ohne die Politik eben der Einzelne nur sehr, sehr wenig tun kann. Und mit dieser Spannung müssen wir jetzt fertigwerden. Deswegen ist es wichtig, dass auch die katholische Kirche dieses Bewusstsein wachhält. Jetzt kommt es ganz entscheidend darauf an, was die Staatenlenker in den nächsten Jahren tun.“ (vn 15)

 

 

 

 

Vierte Welle gemeinsam brechen. Private Klinikträger appellieren an Bevölkerung und Politik

 

Berlin. - Angesichts der sich zuspitzenden Lage auf vielen Intensivstationen appellieren die Krankenhäuser und Reha-/Vorsorgeeinrichtungen in privater Trägerschaft an die Bevölkerung und den Gesetzgeber zu rationalen Entscheidungen: Die Menschen sollten die vorhandenen Impfangebote nutzen und die in der Abstimmung befindlichen Pandemie-Gesetze sich an der aktuellen Versorgungslage orientieren.

 „Auch die vierte Corona-Welle wird brechen, wenn wir alle einen kühlen Kopf bewahren und uns auf die Erkenntnisse der vergangenen zwei Jahre besinnen,“ erklärt Thomas Bublitz, Hauptgeschäftsführer des BDPK - Bundesverband Deutscher Privatklinken e.V., der die Interessen von 1.300 Krankenhäusern und Reha-Vorsorge-Einrichtungen in privater Trägerschaft vertritt. Der deutliche Zuwachs an Krankenhauspatienten und die steigende Anzahl schwerkranker und pflegeintensiver Corona-Patientinnen und -Patienten seien eine enorme Herausforderung für die Kliniken und ihre Beschäftigten. Diese hätten aber bewiesen, dass sie ebenso leistungsfähig wie motiviert sind. „Alle Beteiligten unternehmen auch jetzt wieder die größten Anstrengungen, um die flächendeckende Versorgung der Bevölkerung aufrechtzuerhalten,“ versichert Bublitz. Deshalb sollten die Menschen sich nicht Bange machen lassen, sondern jeder für sich die Möglichkeiten nutzen, eine Infektion zu vermeiden oder den Verlauf abzuschwächen. „Impfen ist das Klügste, was Sie machen können,“ empfiehlt der BDPK-Hauptgeschäftsführer.

Zu den hilfreichen Erkenntnissen der knapp zwei Corona-Jahre gehöre es auch, dass die Politik wirksame Maßnahmen zur wirtschaftlichen Sicherung der Kliniken eingesetzt habe. „Die Dosis war vielleicht nicht immer perfekt, aber die Mittel haben geholfen. Deshalb sollte das Bewährte jetzt wieder und weiter angewendet werden,“ meint Bublitz. Verbesserungsbedarf gebe es noch beim vorgesehenen Versorgungszuschlag für die Behandlung von Covid-Patienten, der von den Kliniken im Ganzjahresausgleich zu 85 Prozent zurückgezahlt werden soll. Diese Quote würde laut Bublitz besser auf 50 Prozent begrenzt. Zudem sei es notwendig, auch Ausgleiche für abgesagte Operationen zu finden. In einigen Bundesländern gebe es bereits wieder die Verpflichtung, Behandlungen zu verschieben. Das betrifft vor allem kleinere Krankenhäuser in ländlichen Regionen und Spezialversorger, die dadurch in wirtschaftliche Schieflage geraten. Einbezogen werden sollten auch die Reha-/Vorsorge-Einrichtungen. Ihre aufgrund des Leerstands entstehenden Mindererlöse müssten weiter finanziell ausgeglichen und sie sollten angesichts der gegenwärtigen Zuspitzung wieder als Entlastungskrankenhäuser zugelassen werden. Die Reha-Kliniken hätten bewiesen, dass sie wertvolle Beiträge zum Brechen der Corona-Wellen leisten. Regional sehen Allgemeinverfügungsverordnungen der Länder bereits wieder die Ernennung von Reha-Kliniken als Entlastungskrankenhäuser vor. Damit Reha-Kliniken diesen Auftrag erfüllen können, muss die entsprechende Regelung im Krankenhausfinanzierungsgesetz deshalb dringend verlängert werden.

BDPK 15

 

 

 

Kampf gegen Rassismus. Angehörige der Hanau-Opfer bekommen Aachener Friedenspreis

 

Sie kämpfen gegen Rassismus und engagieren sich für ein friedliches Zusammenleben von Christen und Muslimen: Zwei Initiativen der Hinterbliebenen von Hanau und ein interreligiöser Frauenrat aus Nigeria haben den Aachener Friedenspreis erhalten.

In Aachen ist am Samstagabend der Aachener Friedenspreis verliehen worden. Die Auszeichnung ging in diesem Jahr an die von Angehörigen der Opfer des Anschlags von Hanau gegründeten Projekte Initiative 19. Februar und Bildungsinitiative Ferhat Unvar. Außerdem wurde die interreligiöse Fraueninitiative Women’s Interfaith Council (WIC) aus Nigeria geehrt.

Bei der Preisverleihung in der Aula Carolina erinnerte die Aachener Oberbürgermeisterin Sibylle Keupen (parteilos) an das „unermessliche Leid“, das die Preisträgerinnen und Preisträger erfahren hätten. „Es ist wichtig, dass wir diese Menschen nicht alleine lassen, dass wir laut sind, dass wir erinnern und dass wir alle gemeinsam Botschafter des Friedens sind und für die Vielfalt unserer Gesellschaft gemeinsam kämpfen.“

Die Initiative 19. Februar Hanau wurde 2020 von den Angehörigen der Ermordeten – neun Hanauer mit Migrationshintergrund – gegründet, um ihrer Solidarität und den Forderungen nach Aufklärung und politischen Konsequenzen einen dauerhaften Ort zu geben. Mit der Bildungsinitiative Ferhat Unvar leistet ein Team um Serpil Temiz Unvar, Mutter eines der Mordopfer, Empowerment- und Aufklärungsarbeit gegen Rassismus.

Im Bewusstsein halten

Beide Initiativen sorgten dafür, „dass rassistische Morde im Bewusstsein aller bleiben, damit sich das gesellschaftliche Klima verändert und rassistische Ressentiments nie wieder Menschenleben kosten“, hieß es in der Preisbegründung. Die Auszeichnung solle diese mutigen Schritte der Angehörigen stärken und ein öffentliches Zeichen der Solidarität und Unterstützung setzen. Die beiden Initiativen teilen sich das Preisgeld von 2.000 Euro.

Die Initiative WIC setzt sich nach Angaben des Friedenspreis-Trägervereins seit 2010 in der nigerianischen Krisenregion Kaduna für ein gewaltfreies Zusammenleben zwischen Christen und Muslimen ein. Die auf Initiative der irischen Ordensfrau Kathleen McGarvey gegründete Organisation bestehe inzwischen aus 23 christlichen und muslimischen Frauenverbänden mit insgesamt rund 12.650 Frauen.

Teufelskreis der Gewalt

Viele der Frauen seien Witwen und hätten mit ansehen müssen, wie ihre Männer und Kinder in gewaltsamen ethnisch-religiöse Konflikten ermordet wurden. „Gemeinsam wollen sie den Teufelskreis der Gewalt durchbrechen“, hieß es in der Würdigung. „Gezielt wenden sie sich gegen den Missbrauch ihrer Religion für politische Zwecke und fordern Mitsprache bei Entscheidungsprozessen in ihren männerdominierten Gemeinschaften.“ Die Fraueninitiative erhielt ebenfalls 2.000 Euro.

Seit 1988 zeichnet der Verein Aachener Friedenspreis jedes Jahr Menschen und Gruppen aus, die an der Basis für Frieden und Verständigung arbeiten. Die erste Auszeichnung ging an die evangelischen Pfarrer Werner Sanß und Jutta Dahl, die mit Sitzblockaden vor Nato-Stützpunkten gegen die sogenannte Nachrüstung protestierten. Weitere Preisträger waren unter anderen Pro Asyl, die Petersburger Soldatenmütter, die türkische Menschenrechtsanwältin Eren Keskin und Brecht-Tochter Hanne Hiob. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Rainer Wieland als Präsident der Europa-Union Deutschland e.V. wiedergewählt

 

Bei ihrem 64. Bundeskongress wählte die überparteiliche Europa-Union Deutschland (EUD) Rainer Wieland am Wochenende erneut zu ihrem Präsidenten. Der Vizepräsident des Europäischen Parlaments steht dem 17.000 Mitglieder starken proeuropäischen Verein seit 2011 vor. Als seine Stellvertreterinnen und Stellvertreter wurden Gaby Bischoff MdEP, Dr. Claudia Conen und Heinz-Wilhelm Schaumann gewählt. Schatzmeister Prof. Dr. Joachim Wuermeling und Generalsekretär Christian Moos wurden in ihren Ämtern bestätigt.

 

Die Europa-Union sprach sich auf ihrem Kongress für eine Verlängerung der Konferenz zur Zukunft Europas und die Einberufung eines europäischen Konvents im Anschluss an die Konferenz aus. Sie forderte, dass die EU in der Außenpolitik mit einer Stimme spricht. Dazu müsse auf Grundlage des Lissabon-Vertrags im Rat der EU das qualifizierte Mehrheitsverfahren in der EU-Außenpolitik eingeführt werden. Grundsätzlich fordert die Europa-Union die Einführung von qualifizierten Mehrheitsentscheidungen im Rat der EU in allen verbleibenden Politikbereichen. Des weiteren sprach sich der Verband für eine Weiterentwicklung des transatlantischen Bündnisses und die Entwicklung einer EU-Strategie gegenüber China aus. Gefordert wurde zudem eine ambitioniertere Ausgestaltung des sozialen Europas sowie eine Überarbeitung der schwarzen Liste gegen Steueroasen.

 

Der Bundeskongress bestimmte auch die weiteren Mitglieder des EUD-Präsidiums. Gewählt wurden Harm Adam (Niedersachsen), Christian Beck (Brüssel/Berlin), Linda Bottin (Sachsen), Thiemo Fojkar (Hessen), Thorsten Frank (Bayern), Bernhard Freisler (Baden-Württemberg), Evelyne Gebhardt MdEP (Baden-Württemberg), Angelika Glöckner MdB (Rheinland-Pfalz), Christopher Glück (Baden-Württemberg), Szilvia Kalmár (Berlin/Brandenburg), Enrico Kreft (Schleswig-Holstein), Malte Steuber (NRW), Birgit Wille (Schleswig-Holstein), Florian Ziegenbalg (Baden-Württemberg) und Matthias Zürl (Bayern).

 

Die größte demokratisch organisierte und lokal verwurzelte Bürgerinitiative für Europa in Deutschland wurde 1946 im niedersächsischen Syke gegründet. Sie verfolgt das Ziel der Schaffung eines europäischen Bundesstaates und setzte sich von Beginn an für die europäische Einigung ein. Am 10. Dezember 2021 feiert sie am Gründungsort ihr 75. Jubiläum. EUD 15

 

 

 

 

Klimagipfel. Die Ergebnisse von Glasgow

 

Der Klimagipfel in Glasgow zu Ende gegangen. Die Delegierten einigen sich auf eine Schlusserklärung: verstärkter Kampf gegen die Erderwärmung und weitere Umsetzungsregeln zum Pariser Klimaabkommen. Die wichtigsten Ergebnisse im Überblick. Von Stefan Fuhr

 

Nach zwei Wochen intensiver Verhandlungen ist am Wochenende der Klimagipfel in Glasgow zu Ende gegangen. Die Delegierten einigen sich auf eine Schlusserklärung zum verstärkten Kampf gegen die Erderwärmung und vereinbarten weitere Umsetzungsregeln zum Pariser Klimaabkommen. Zudem stieß der britische Konferenzpräsidentschaft zahlreiche konkrete Initiativen an, etwa zum Kohleausstieg, der Abkehr von Verbrennungsmotoren, dem Stopp der Entwaldung und dem Ende der Finanzierung fossiler Energien. Die wichtigsten Ergebnisse von Glasgow im Überblick:

1,5-Grad-Ziel und Minderung von Treibhausgasen

Der „Glasgower Klimapakt“ formuliert deutlicher als das Pariser Klimaabkommen das Ziel, die Erderwärmung auf 1,5 Grad im Vergleich zum vorindustriellen Zeitalter zu begrenzen. Die Staaten werden aufgefordert, ihre Klimaziele für 2030 bis Ende kommenden Jahres nachzubessern, denn die bisherigen Zusagen reichen dafür bei weitem nicht aus.

Insgesamt fordert der Glasgower Beschluss, die Treibhausgasemissionen bis 2030 global um 45 Prozent im Vergleich zu 2010 zu drosseln. Anders als von vielen Staaten gefordert, nimmt das Abschlussdokument aber nicht explizit die großen Treibhausgasproduzenten – also die G20-Staaten – in die Pflicht.

Kohleausstieg

Erstmals im Schlussdokument einer Klimakonferenz wird eine konkrete Klimaschutzmaßnahme benannt: Die Staaten werden zur Abkehr von der Kohleverstromung und zur Streichung der Subventionen für fossile Energieträger aufgefordert. Diese Passage wurde im Zug der Konferenz von den Schwellenländern Indien und China Schritt für Schritt abgeschwächt. Nun bezieht sich der „Glasgower Beschluss“ nur noch auf „ineffiziente“ Subventionen sowie auf Kohle, bei der CO2 nicht mithilfe von CCS-Technologie gespeichert werden kann. Der Begriff „ineffizient“ ist nicht näher definiert.

Info: Klimawandel, Konflikte, Armut, Ernährungsunsicherheit und Vertreibung überschneiden sich zunehmend, so dass immer mehr Menschen auf der Suche nach Sicherheit fliehen müssen. Dabei lösen Naturkatastrophen mehr als dreimal so viele Vertreibungen aus, wie Konflikte und Gewalt. Laut dem Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), so der UNHCR, haben 2020 rund 30,7 Millionen Menschen ihre Heimat aufgrund von Naturereignissen, wie Dauerregen, langanhaltenden Dürren, Hitzewellen und Stürmen sowohl kurz- als auch langfristig verlassen müssen. (Quelle: UNO-Flüchtlingshilfe)

Finanzen

Die Industrieländer halten bislang ihr Versprechen nicht ein, jährlich 100 Milliarden US-Dollar für Klimaschutz und Anpassung in armen Ländern bereitzustellen. Die Glasgower Erklärung fordert die Industriestaaten auf, die Lücke zu schließen. Ein von Deutschland und Kanada erstellter Plan, das Ziel bis 2023 zu erreichen, wird hervorgehoben. Im Schlussdokument wird zudem die Notwendigkeit benannt, die Mittel für Anpassungsmaßnahmen bis 2025 mindestens zu verdoppeln.

Zur Bewältigung klimabedingter Schäden und Verluste wird den Entwicklungsländern im „Glasgower Klimapakt“ zwar zusätzliche Unterstützung in Aussicht gestellt. Ein eigenständiger institutioneller Rahmen – etwa ein Fonds -, der diese Mittel bereitstellt, bleibt aber unerwähnt. Damit wurde eine Forderung vieler armer Staaten abgeblockt. Industrieländer wie die USA fürchten juristische Kompensationsforderungen, wenn sie durch finanzielle Verpflichtungen ihre Verantwortung für Schäden anerkennen.

Regelbuch des Pariser Klimaabkommens

Zur technischen Umsetzung des Pariser Klimaabkommens wurden weitere Beschlüsse gefällt. Die Delegierten vereinbarten etwa Regeln für einen länderübergreifenden Kohlenstoffmarkt. Die Verhandlungen dazu waren komplex: Es ging beispielsweise darum sicherzustellen, dass beim grenzüberschreitenden Handel mit Emissionszertifikaten die erzielte Minderung des Treibhausgas-Ausstoßes nicht zwei Ländern zugleich auf die Klimabilanz angerechnet wird. Laut dem deutschen Umweltstaatssekretär Jochen Flasbarth sind solche Doppelbuchungen jetzt ausgeschlossen.

In Glasgow wurden zudem Berichtspflichten für die Klimaschutzanstrengungen der Länder präzisiert. Empfohlen wird im Beschluss auch, dass die Klimaziele der Länder sich auf Fünf-Jahres-Perioden beziehen.

Annäherung von China und USA

Unerwartet verkündeten die beiden größten Treibhausgasproduzenten, China und die USA, eine verstärkte Zusammenarbeit. Die Annäherung galt bis zuletzt als unwahrscheinlich, weil geopolitische Spannungen das Verhältnis beider Länder belasten. In einer gemeinsamen Erklärung erkennen beide Seiten an, dass zwischen den bisherigen Zusagen zur CO2-Reduktion und den Pariser Zielen eine Lücke klafft. Angekündigt sind Austausch und Kooperation unter anderem beim Ausbau der erneuerbaren Energien, die Reduktion des Treibhausgases Methan, Dekarbonisierung und Waldschutz.

Initiative der britischen Konferenzpräsidentschaft

Außerhalb der regulären Verhandlungsstränge hat die britische Konferenzpräsidentschaft in den vergangenen zwei Wochen zahlreiche Initiativen angestoßen. Unter anderem bekannten sich 190 Staaten, Regionen und Organisationen dazu, aus der Kohleverstromung auszusteigen, etwa 20 Länder wollen die Finanzierung fossiler Energieträger im Ausland beenden. Mehr als 110 Staaten sagten zu, bis 2030 den weltweiten Verlust der Wälder zu stoppen. 105 Länder streben eine Minderung ihres Methan-Ausstoßes bis 2030 um 30 Prozent an.

Einer Erklärung von mehr als 30 Staaten und mehreren Autoherstellern zur globalen Abkehr vom Verbrennungsmotor bis spätestens 2040 trat Deutschland nicht bei. Eine Fußnote, wonach auch synthetische Kraftstoffe künftig nicht zulässig sein sollen, stieß auf Widerstand im Bundesverkehrsministerium. Auch die Ampelparteien, die derzeit Koalitionsverhandlungen führen, sind sich in diesem Punkt nicht einig. (epd/mig 15)

 

 

 

Westen prangert Vorgehen der belarussischen Regierung im Flüchtlingsstreit an

 

Die EU wirft Lukaschenko vor, als Vergeltung für Sanktionen absichtlich Migranten an die Grenzen der EU-Staaten Lettland, Litauen und Polen zu schleusen. Im belarussisch-polnischen Grenzgebiet sitzen derzeit tausende Menschen vor allem aus dem Nahen Osten bei Temperaturen um den Gefrierpunkt fest.

 

Die USA und mehrere europäische Länder haben mit Blick auf die Flüchtlingskrise an der Grenze zwischen Belarus und der EU das Vorgehen der Regierung in Minsk verurteilt.

In einer gemeinsamen Erklärung warfen sie Belarus bei einer Dringlichkeitssitzung des UN-Sicherheitsrats am Donnerstag (11. November) eine „orchestrierte Instrumentalisierung von Menschen“ vor. Ziel der Aktion von Machthaber Alexander Lukaschenko sei es, „die Außengrenze der Europäischen Union zu destabilisieren“.

Das Ziel von Belarus bestehe auch darin, „die Nachbarländer zu destabilisieren“ und „die Aufmerksamkeit von seinen eigenen zunehmenden Menschenrechtsverletzungen abzulenken“, hieß es in der gemeinsamen Erklärung der USA, Frankreichs, Estlands, Irlands, Großbritanniens und Norwegens weiter.

Lukaschenkos Strategie sei „inakzeptabel“ und müsse eine „starke internationale Reaktion“ nach sich ziehen, hieß es in der Erklärung weiter.

Die Dringlichkeitssitzung, die Estland, Frankreich und Irland einberufen hatten, dauerte etwas mehr als eine halbe Stunde. In der Erklärung wurde Russland nicht erwähnt, das Belarus seit Beginn der Krise unterstützt. Vor der Sitzung hatte der russische UN-Botschafter Dmitri Poljanskij entsprechende Anschuldigungen des Westens zurückgewiesen und versichert, Moskau sei nicht an der Entsendung von Migranten an die Grenze zu Polen beteiligt.

Die EU wirft Lukaschenko vor, als Vergeltung für Sanktionen absichtlich Migranten an die Grenzen der EU-Staaten Lettland, Litauen und Polen zu schleusen. Im belarussisch-polnischen Grenzgebiet sitzen derzeit tausende Menschen vor allem aus dem Nahen Osten bei Temperaturen um den Gefrierpunkt fest.

„Es ist eine ganz fiese politische Methode, die man auf jeden Fall unterbinden muss“, sagte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) den Zeitungen der Funke Mediengruppe  mit Blick auf das Vorgehen der belarussischen Regierung.

„Wir nennen das hybride Bedrohung, wo Menschen benutzt werden, um die EU und besonders Deutschland zu destabilisieren – das darf sich nicht durchsetzen auf der Welt,“ sagte er weiter.

Seehofer rief dazu auf, Polen bei der Sicherung der EU-Außengrenze zu helfen. „Alle EU-Staaten müssen hier zusammenstehen.“

Brüssel hatte nach dem gewaltsamen Vorgehen belarussischer Sicherheitskräfte gegen regierungskritische Demonstranten nach der umstrittenen Wiederwahl Lukaschenkos 2020 eine Reihe von Strafmaßnahmen verhängt.

Derzeit wird eine Verschärfung der bestehenden Sanktionen vorbereitet. Sie sollen sich gegen rund 30 Luftfahrtgesellschaften, Reisebüros oder andere Verantwortliche richten, die Belarus bei der Schleusung von Flüchtlingen unterstützen.

Lukaschenko drohte als Reaktion auf die angekündigten Strafmaßnahmen offen mit einer Kappung der Gas-Versorgung. „Wenn sie neue Sanktionen gegen uns verhängen, müssen wir reagieren“, warnte Lukaschenko die EU-Staaten laut der staatlichen Nachrichtenagentur Belta.

„Wir wärmen Europa und sie drohen uns“, sagte er mit Blick auf die Jamal-Europa-Pipeline, die durch Belarus führt und russisches Gas nach Europa bringt. „Und was, wenn wir die Gaslieferungen unterbrechen?“

Durch Belarus verlaufen laut Gazprom 575 Kilometer der Jamal-Gaspipeline. Der russische Energiekonzern ist nach eigenen Angaben alleiniger Besitzer des belarussischen Abschnitts der Gaspipeline.

Die im Exil lebende Oppositionsführerin Swetlana Tichanowskaja hält Lukaschenkos Drohungen für einen „Bluff“. Ein solcher Schritt wäre für Belarus „schädlicher“ als für die Europäische Union, sagte Tichanowskaja der Nachrichtenagentur AFP in Berlin. Zudem gebe es „auch ein russisches Interesse an diesem Fall“.

Die EU-Staaten drängte Tichanowskaja, im Streit mit Belarus nicht nachzugeben und nicht direkt mit dem „illegitimen“ Machthaber in Minsk zu verhandeln. Sie betonte, Sanktionen seien „möglicherweise der einzige Hebel, den die EU hat, um Lukaschenkos Verhalten zu ändern“.

In seinem zweiten Telefonat mit Kanzlerin Merkel innerhalb von zwei Tagen hatte sich Russlands Präsident Putin nach Angaben des Kremls zuvor „für die Wiederaufnahme der Kontakte zwischen den EU-Staaten und Belarus ausgesprochen, um dieses Problem zu lösen“. Merkel hatte Putin am Mittwoch nach eigenen Angaben dazu aufgerufen, auf Lukaschenko einzuwirken.

Zu dem Gespräch der beiden Politiker am Donnerstag erklärte Regierungssprecher Steffen Seibert in Berlin, die „gegenwärtige Situation an der belarussisch-polnischen Grenze“ sei „durch das belarussische Regime herbeigeführt worden, das wehrlose Menschen in einem hybriden Angriff gegen die Europäische Union instrumentalisiert“. EA 12

 

 

 

 

Europaparlament stimmt für Ausbau von EU-Asylagentur

 

Das Europäische Parlament hat am Donnerstag (11. November) einem Ausbau der EU-Asylagentur Easo zugestimmt, die mit weiteren Befugnisse ausgestattet werden soll, „um die Zusammenarbeit zwischen den Mitgliedstaaten zu erleichtern“, teilte das EU-Parlament mit. Dies solle dazu beitragen, das Funktionieren des europäischen Asylsystems zu verbessern.

Etwa werde Easo ab 2024 „überwachen, wie die Mitgliedstaaten verschiedene Aspekte des gemeinsamen Asylsystems der EU umsetzen, um mögliche Mängel zu ermitteln“, erklärte das EU-Parlament.

Dazu gehöre die Überwachung, ob die Grundrechte und ein korrekter Verfahrensablauf eingehalten werden. Dafür soll eine Reserve von 500 Experten und Übersetzern aufgebaut werden. Auf Druck des EU-Parlaments bekommt die Behörde auch einen Grundrechtsbeauftragten.

Die Stärkung von Easo soll nach Angaben der EU-Kommission unter anderem „unerlaubte Fortbewegung zwischen unseren Mitgliedstaaten vorbeugen“ und „Neuansiedlung und andere legale Wege für schutzbedürftige Menschen erleichtern“.

Die CDU-Europaabgeordnete Lena Düpont begrüßte den Ausbau der EU-Asylagentur. Dass diese „die Aufnahmebedingungen sowie die Einhaltung der Grundrechte von Flüchtlingen überwachen soll, ist gerade in der derzeitigen Lage an der belarussisch-polnischen Grenze ein wichtiger Schritt nach vorn“, erklärte Düpont.

Der Ausbau von Easo zu einer EU-Behörde ist Teil einer umfassenden Reform des EU-Asylsystems, für die im September vergangenen Jahres die Europäische Kommission einen neuen Vorschlag gemacht hatte. Er sieht beschleunigte Asylverfahren direkt an den Außengrenzen und schnellere Abschiebungen vor.

Die meisten Teile der Reform sind unter den Mitgliedstaaten allerdings hoch umstritten und längst nicht beschlossen. Osteuropäische Länder lehnen die Pläne ab, weil sie weiter Quoten für die Verteilung von Flüchtlingen innerhalb der EU enthalten.

Hauptankunftsländer für Migranten im Süden der Union wie Italien und Griechenland kritisieren ihrerseits, dass keine gerechte Lastenteilung vorgesehen ist.

Dem vom EU-Parlament genehmigten Ausbau der Easu muss der Rat der Mitgliedstaaten nun zustimmen, was jedoch als Formalie gilt. EA 12

 

 

 

 

UNHCR. Zahl der weltweiten Flüchtlinge steigt auf 84 Millionen

 

Abermals ist die Zahl der weltweiten Flüchtlinge gestiegen. Nach Informationen des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR sind inzwischen 84 Millionen Menschen auf der Flucht – ein Plus von zwei Millionen.

Die Zahl der weltweiten Flüchtlinge ist laut dem UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR abermals gestiegen. In den ersten sechs Monaten dieses Jahres waren mehr als 84 Millionen Menschen auf der Flucht, wie aus einem am Donnerstag in Genf vorgestellten Bericht des UNHCR hervorgeht. Bisher war die UN-Organisation von etwa 82 Millionen Flüchtlingen und Binnenvertrieben ausgegangen.

Dem Bericht zufolge wurden im ersten Halbjahr 2021 mehr Menschen als zuvor innerhalb ihres Heimatlandes vertrieben. Vor allem in afrikanischen Ländern wie der Demokratischen Republik Kongo und in Äthiopien, wo derzeit ein Bürgerkrieg tobt, seien viele Menschen heimatlos geworden. In Myanmar und Afghanistan seien zwischen Januar und Juni ebenfalls viele Menschen durch Gewalt vertrieben worden. Insgesamt registriert das UNHCR weltweit knapp 51 Millionen Binnenvertriebene.

21 Millionen im Ausland

Knapp 21 Millionen Flüchtlinge leben laut dem Bericht außerhalb ihres Heimatlandes. Auch das sei ein Anstieg, erklärte die UN-Organisationen. Die meisten neuen Flüchtlinge kamen demnach aus der Zentralafrikanischen Republik (71.800), gefolgt vom Südsudan (61.700) und Syrien (38.800). Gewalt, Unsicherheit und die Folgen des Klimawandels sind dem Report zufolge für die meisten Fluchtbewegungen verantwortlich.

UN-Flüchtlingshochkommissar Filippo Grandi rief zur Beendigung von Konflikten auf. „Die internationale Gemeinschaft versagt dabei, Gewalt, Verfolgung und Menschenrechtsverletzungen, die weiterhin Menschen aus ihrer Heimat vertreiben, zu verhindern“, sagte er. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Rechtsbruch. Hilfsorganisationen fordern Zugang zu Flüchtlingen an EU-Außengrenze

 

An der polnisch-belarussischen Grenze stranden immer mehr Menschen beim Versuch, in die EU zu gelangen. Unter ihnen sind auch Jesiden aus dem Irak, die seit dem Überfall der Terrormiliz „IS“ auf ihre Dörfer keine Heimat mehr haben.

Hilfsorganisationen pochen auf einen raschen Zugang zu den Flüchtlingen an der polnisch-belarussischen Grenze. Die polnische Regierung müsse internationale Organisationen wie das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR oder „Ärzte ohne Grenzen“ zu den Menschen lassen, um sie zu versorgen, erklärte die stellvertretende Generalsekretärin der deutschen Sektion von Amnesty, Julia Duchrow, am Mittwoch in Berlin. Amnesty wirft Polen vor, Flüchtlinge an der Grenze zurückzuweisen, ohne ihnen Zugang zu einem Asylverfahren zu geben. Damit verstoße das Land gegen internationales Recht. Die Bundesregierung setzt indes auf ein gemeinsames europäisches Vorgehen.

Seit Monaten versuchen Menschen aus Staaten wie Afghanistan oder dem Irak über Belarus in die EU zu gelangen. Deren Zahl hat sich zuletzt deutlich erhöht. EU-Spitzenpolitiker werfen dem belarussischen Staatschef Alexander Lukaschenko vor, die Menschen mit Versprechungen einer leichten Einreise anzulocken und dann an die Grenze zu Polen, Litauen oder Lettland zu schleusen. Nach Medienberichten hängen immer wieder Flüchtlinge oder Migranten im Grenzgebiet fest.

Jesiden fordern Aufnahme von Flüchtlingen

Unter ihnen sind nach Erkenntnissen des Zentralrats der Jesiden in Deutschland auch einige Hundert Angehörige der religiösen Minderheit, die traditionell in der irakischen Sindschar-Region beheimatet ist. Der stellvertretende Vorsitzende Irfan Ortac forderte von der Europäischen Union im Gespräch mit den Zeitungen der Funke Mediengruppe die Aufnahme der an der EU-Außengrenze gestrandeten Flüchtlinge. „Europa muss Verantwortung für die von Völkermord und Krieg verfolgten Jesidinnen und Jesiden zeigen und die Menschen aufnehmen, die ein Recht auf Schutz in Europa haben“, sagte er.

Menschen jesidischen Glaubens flüchteten aus dem Irak, weil sie dort auch nach Vertreibung der Terrormiliz „IS“ keinen Frieden gefunden hätten. „Noch immer harren Tausende in Flüchtlingscamps aus, können sich kein neues Zuhause aufbauen“, mahnte er.

Kein Masterplan für den Nahen Osten

Dem „Evangelischen Pressedienst“ sagte Ortac, dass die Sindschar-Region nach wie vor zerstört und Tummelplatz von mindestens acht Milizen sei. Weder Deutschland noch die Europäische Union hätten derweil einen außen- und entwicklungspolitischen Masterplan für den Nahen Osten. Deshalb habe es zunächst der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan geschafft, Flüchtlinge als Druckmittel zu benutzen, und heute sei es eben der belarussische Machthaber Lukaschenko: „Morgen wird es jemand anders sein.“ Denn Europa mache sich mit der eigenen Politik erpressbar.

Nach seinen Informationen bekämen Jesidinnen und Jesiden derzeit für einige hundert Dollar ein Transitvisum nach Belarus, sagte Ortac. Damit dürften sie aber nur wenige Tage oder Wochen in dem Land bleiben und müssten schnell weiterreisen.

Maas spricht von „geshuttleten“ Menschen

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) telefonierte derweil laut Bundespresseamt mit dem russischen Präsidenten Wladimir Putin und bat ihn, „auf das Regime in Minsk einzuwirken“. Ihr Sprecher Steffen Seibert sagte, Menschen seien von Belarus „in eine Falle gelockt worden“. Den an der Grenze gestrandeten Menschen versprach die Bundesregierung Hilfe, ohne konkret zu werden. Seibert betonte mit Blick auf die betroffenen Jesiden, in dem Maße, in dem die EU in einer solchen, „eindeutig illegalen Weise“ herausgefordert werde, komme sie nicht dazu, über sinnvolle humanitäre legale Wege der Migration nachzudenken und diese zu fördern.

Außenminister Heiko Maas (SPD) erklärte, dass sich niemand ungestraft „an Lukaschenkos menschenverachtenden Aktivitäten beteiligen“ dürfe. Diese Botschaft werde an die Herkunfts- und Transitstaaten der Menschen ebenso wie Fluggesellschaften gehen, mit Hilfe derer die Menschen „nach Belarus geshuttled werden“. Nach Angaben seiner Sprecherin wollen die EU-Außenministerinnen und -Außenminister am Montag in Brüssel unter anderem auch darüber beraten. (epd/mig 11)

 

 

 

Mehrzahl der Schleuser in Polen stammt aus Deutschland

 

Die Mehrzahl der festgenommenen Schleuser, die Migranten aus Belarus bei der Flucht in die Europäische Union unterstützen, lebt angeblich in Deutschland.

Das berichtet die Welt am Donnerstag (11. November) unter Berufung auf ein internes vertrauliches Dokument der EU-Kommission mit dem Titel „Situationsbericht: Migrations- und Flüchtlingslage“.

„Die meisten der berichteten Fälle“ betreffen demnach die Festnahme von Fahrern, „die es irregulären Migranten (meistens aus Syrien, aber auch aus Afghanistan, Iran, Irak, Kuwait und Jemen) ermöglichen, in gemieteten Pkw durch Polen nach Deutschland zu gelangen“.

In den meisten Fällen seien die Fahrer aus Drittstaaten wie dem Iran, dem Irak, Syrien oder Türkei, „die in Deutschland wohnen“, berichtet die Welt unter Berufung auf das EU-Dokument.

Unter den festgenommenen Menschenschmugglern seien aber auch Belarussen gewesen, die im Besitz eines polnischen Schengen-Visums waren, und in den Niederlanden lebende Syrer.

Laut Bericht der EU-Kommission gelten Deutschland und Finnland als Hauptziele der Migranten, die sich derzeit an der polnischen EU-Außengrenze befinden.

Dem EU-Dokument zufolge transportiere die belarussische Fluggesellschaft Belavia in Zusammenarbeit mit Turkish Airlines auf vier bis sieben Flügen pro Woche Migranten von Istanbul nach Minsk, berichtet die Welt weiter. Dabei fänden jeweils 180 Passagiere Platz.

Auch die Zahlen irakischer und syrischer Bürger, die über Dubai nach Minsk fliegen, steige an.

Die Fly Dubai Airline fliegt demnach täglich von Dubai nach Minsk. Auch eine syrische private Fluglinie sei laut dem Dokument beteiligt: „Cham Wing Airlines, eine syrische private Fluglinie, führt weiterhin offenbar Charterflüge von Damaskus nach Minsk durch“, zitiert die Welt aus dem Dokument.

Demnach werde möglicherweise auch bald ein russischer Flughafen wichtig für die Schleuser.

Der Flughafen von Pskow könne in der Lage sein, Flüge aus Belarus, der Türkei und Ägypten abzufertigen. Von dort aus könnten die Migranten dann versuchen, ins Baltikum – und damit auf europäischen Boden – zu gelangen.

Im Grenzgebiet zwischen Belarus und Polen sitzen derzeit tausende Migranten bei eisigen Temperaturen fest. Die EU wirft dem belarussischen Machthaber Alexander Lukaschenko vor, absichtlich Migranten aus dem Nahen Osten in die EU-Staaten Lettland, Litauen und Polen zu schleusen, um auf diese Weise Vergeltung für Brüsseler Sanktionsbeschlüsse zu üben. EA 11

 

 

 

 

Knackpunkt. Klimagipfel ringt um Finanzen

 

Im schottischen Glasgow ist die UN-Klimakonferenz in die zweite und entscheidende Woche gestartet. Der finanzielle Bedarf armer Länder für die Anpassung an die Erderwärmung stellt sich als Knackpunkt heraus - wie bei vergangenen Gipfeln.

Streit ums Geld hat den Auftakt zur zweiten und entscheidenden Verhandlungswoche beim Weltklimagipfel in Glasgow geprägt. Arme Staaten forderten die Industrieländer auf, ihre finanziellen Versprechen zu präzisieren. „Sonst scheitert Glasgow“, sagte der Vertreter Guineas als Sprecher der Entwicklungsländergruppe G77 am Montag. Insbesondere forderte er mehr Geld für die Anpassung an die Erderwärmung und zur Kompensation klimabedingter Schäden und Verluste.

Bei vergangenen Gipfeln hatten die Industriestaaten zugesichert, ab 2020 jährlich 100 Milliarden Dollar an Klima-Hilfen in armen Staaten bereitzustellen. OECD-Berechnungen zeigen, dass das Versprechen bislang unerfüllt ist. Kanada und Deutschland haben deshalb vor dem Gipfel einen Plan vorgestellt, wie das Finanzierungsziel bis spätestens 2023 erreicht werden kann. In der ersten Woche der Glasgower Konferenz gab es mehrere neue Zusagen reicher Staaten, darunter Japans.

Klima-„Hilfe“ oft nur Kredit

Wie Oxfam-Finanzexperte Jan Kowalzig erläuterte, wünschen sich nun die Industrieländer, dass ihre Bemühungen in der Abschlusserklärung des Gipfels anerkannt werden. Die armen Länder verlangten im Gegenzug eine Zusage der reichen Staaten, mehr Mittel als Haushaltszuschüsse und für die Anpassung an die Folgen des Klimawandels bereitzustellen.

Bislang werden mehr als 70 Prozent der staatlichen Klimahilfen als Kredite zur Verfügung gestellt. Außerdem fließt etwa nur ein Viertel der Gelder in Anpassung, der Großteil dagegen in Klimaschutzmaßnahmen wie den Ausbau der erneuerbaren Energien.

„Tappen im Dunkeln“

Kowalzig ergänzte, dass die Entwicklungsländer darüber hinaus gesonderte Mittel zum Ausgleich für klimabedingte Schäden verlangen, die etwa durch Hochwasser, Stürme und Ernteausfälle entstehen. „Dazu sollte das Abschlussdokument einen Passus enthalten“, forderte er. Das Pariser Klimaabkommen sieht finanzielle Unterstützung für Klimaschutz und Anpassung vor, nicht aber explizit für den Umgang mit Verlusten.

Der Abteilungsleiter für Klimaschutz im deutschen Entwicklungsministerium, Jürgen Zattler, erläuterte, dass es noch nicht klar sei, wie die Anpassungsfinanzierung und die Unterstützung bei Schäden und Verlusten gegeneinander abzugrenzen seien. „Wir tappen da noch sehr im Dunkeln“, sagt er.

Deutschland gibt mehr Geld

Die Bundesregierung sagte bei dem Gipfel zu, ihre Beiträge zu zwei Fonds zu erhöhen, die armen Staaten bei der Bewältigung der Klimakrise helfen sollen. In den internationalen Anpassungsfonds fließen demnach zusätzliche 50 Millionen Euro, damit steigt der deutsche Beitrag für diesen Topf auf 440 Millionen Euro. Weitere 100 Millionen Euro sollen in einen Fonds für die am wenigsten entwickelten Länder eingezahlt werden. Dadurch erhöht sich die deutsche Unterstützung für dieses Finanzierungsinstrument auf 500 Millionen Euro.

Im vergangenen Jahr unterstützte Deutschland arme Staaten im Kampf gegen die Erderwärmung mit insgesamt knapp fünf Milliarden Euro aus Haushaltsmitteln. Die Klimahilfen sollen bis spätestens 2025 auf sechs Milliarden Euro erhöht werden. Das nun für die beiden Fonds zugesagte Geld ist darin enthalten. (epd/mig 9)

 

 

 

Deutscher Moraltheologe zu COP26: Zeichen der Zeit noch nicht erkannt

 

Seit gut einer Woche wird im schottischen Glasgow bei der UN-Klimakonferenz COP26 schon beraten, wie Umwelt und Menschen besser im Einklang leben können. Papst Franziskus hatte den Klimagipfel zu dessen Start aufgerufen, die Klima-Vereinbarungen von Paris in die Tat umzusetzen. Der deutsche Moraltheologe Michael Rosenberger setzt sich seit Jahrzehnten für Umweltschutz ein – und fordert im Interview mit dem Domradio - wie Papst Franziskus - eine „kulturelle Revolution".

Der Würzburger Michael Rosenberger ist Experte für Schöpfungsethik am Institut für Moraltheologie an der Katholischen Privatuniversität Linz. Uta Vorbrodt vom Kölner Domradio hat mit ihm gesprochen:

Domradio: Sie sind ein umweltbewegter Priester und waren in den 70er-Jahren schon mit Jute statt Plastik und Anti-AKW-Bewegungen aktiv in regionalen Umweltgruppen gewesen. Was unterscheidet in Ihren Augen diese Umweltbewegungen von damals von der heutigen Lage?

Rosenberger: Die Dramatik hat sich enorm zugespitzt seitdem. Man kann einerseits sagen, unsere Welt ist wesentlich stärker dem ökonomischen Druck ausgesetzt. Die Globalisierung hat noch mal einen riesigen Schub an ökonomischen Aktivitäten gebracht. Und diese ökonomischen Aktivitäten nehmen in vielen Fällen keine Rücksicht auf die Begrenztheit und die Zerbrechlichkeit unserer Erde, sondern beuten einfach die Ressourcen so weit aus, wie es geht. Auf der anderen Seite muss man sagen: Dadurch, dass wir die letzten 40, 50 Jahre eigentlich sehr wenig gegen die ökologischen Probleme getan haben, haben sie sich aufsummiert und so ist natürlich die Bedrohung für die Erde wesentlich schärfer geworden, als sie das damals gewesen ist.

„Die Dramatik hat sich enorm zugespitzt“

Was ist seit dem ersten Klimagipfel passiert?

Domradio: Sie sagen, es sind schon vier Jahrzehnte, in denen das Problem auf der Agenda war. In Rio war 1992 der erste Klimagipfel. Ist denn wirklich so gar nichts passiert seither?

Rosenberger: Jedenfalls sehr wenig. Es ist schon etwas passiert. Wir haben im Bereich technischer Innovationen sehr viel eigentlich vorangebracht. Die Autos sind viel sparsamer, als sie vor 30 Jahren waren. Die Wohnungen, die Häuser sind zumindest in den reichen Ländern der Welt wesentlich besser wärmegedämmt. Das heißt, wir haben schon auch einiges getan, um technisch etwas weiterzubringen. Das Problem liegt aber darin, dass wir im gleichen Zeitraum alles, was an technischen Verbesserungen geschehen ist, für unseren eigenen Lebensstil wieder ausgenutzt haben. Wir heizen heute nicht mehr einen Raum in der Wohnung, sondern drei oder vier Räume. Und wir heizen sie nicht auf 20 oder 21 Grad, sondern auf 23 oder 24 Grad. Wir fahren mit dem Auto 30 bis 40 Prozent mehr Kilometer, als wir es damals gefahren sind. Und wenn ich 30 Prozent Benzin einspare, aber 30 Prozent mehr Kilometer fahre, dann läuft es auf ein Nullsummenspiel raus. Also in den allermeisten Bereichen haben wir die durchaus beachtlichen technischen Innovationen, die seitdem passiert sind, aufgefressen, indem wir unseren Lebensstil noch komfortabler, noch anspruchsvoller gestaltet haben. Und die Umwelt hat am Ende nichts davon abbekommen.

Entwicklung für mehr Komfort, statt für Umwelt

Domradio: Heißt das, wir setzen immer noch unser Einzelwohl über das Gemeinwohl?

Rosenberger: Das kann man auf jeden Fall so sagen, ja. Letztendlich setzen wir unser Wohlergehen als jetzt lebende Menschen über das Wohlergehen der kommenden Generationen und damit letztlich zumindest ein Gruppewohl – würde ich mal sagen – über das Allgemeinwohl.

„Letztendlich setzen wir unser Wohlergehen als jetzt lebende Menschen über das Wohlergehen der kommenden Generationen und damit letztlich zumindest ein Gruppewohl – würde ich mal sagen – über das Allgemeinwohl“

Domradio: Was unterscheidet Schöpfungsethik von Umweltethik?

Rosenberger: Eigentlich nur die Perspektive. Es geht in beiden Fällen darum zu schauen, wie können wir mit einer begrenzten Welt sorgsam und achtsam umgehen, sodass sie auch morgen und in 100 Jahren oder in tausend Jahren noch lebenswert ist? Aber Schöpfungethik fragt sich dieses aus einer religiösen Perspektive heraus, während Umweltethik eher die säkulare Variante ist, von Menschen, die jetzt nicht aus gläubiger Perspektive hinschauen. Und beides ist legitim. Beides ist wichtig. Natürlich müssen auch religiöse und nichtreligiöse Menschen in diesem Engagement für die Umwelt zusammenarbeiten. Aber es ist natürlich wichtig, den religiösen Menschen auch mit seinen religiösen Motivationen abzuholen. Und da kann Schöpfungsethik einfach auch anknüpfen an uralte Glaubensüberlieferungen, die auch schon vor 2000 bis 2500 Jahren uns sagen: Vorsicht, geh mit deiner Umwelt sorgsam und achtsam um, weil sie ein Geschenk des Schöpfers ist.

„Vorsicht, geh mit deiner Umwelt sorgsam und achtsam um, weil sie ein Geschenk des Schöpfers ist“

Domradio: Die Geschichte von Noah und der Arche in der Bibel, die kennt wahrscheinlich auch der Kirchenfernste. Ist das die Paradeanweisung an uns Christen, wie wir mit unserer Erde und den Mitgeschöpfen umzugehen haben?

Biblische Arche Noah-Erzählung extrem aktuell 

Rosenberger: Ja, das glaube ich in der Tat. Es ist eine faszinierende Geschichte aus dem Alten Testament, und dass sie jeder kennt, spricht ja dafür, dass sie so eine starke Aussagekraft hat. Da ist dann Noah, der als einziger begreift, dass die Erde als Ganze bedroht ist. Und das ist ja schon mal etwas, was zur heutigen Situation eine durchaus gute Analogie bildet. Noah sieht, wie die Flut immer weiter steigt und mit der Flut ist natürlich dort in der Geschichte gemeint die Gewalt, die Zerstörung durch die Menschen. Und sie bedroht nicht nur andere Menschen, sondern bedroht die ganze Schöpfung, alles was lebt. Und Noah reagiert, und zwar sehr schnell, baut dieses Rettungsboot und nimmt jetzt stellvertretend von allen Tier- und Pflanzenarten etwas mit hinein in seine Arche. Das heißt, er hat begriffen, er kann selber nicht überleben, ohne die Tiere, ohne die andere Schöpfung und holt alle mit in sein Boot. Und tatsächlich überleben sie dann miteinander. Und der schöne und hoffnungsvolle Schluss der Geschichte ist ja, dass Gott mit Noah, aber so heißt es ausdrücklich in der Bibel, auch mit allen Geschöpfen, die mit ihm in der Arche waren, einen Bund schließt, eine Abmachung trifft, das soll nie wieder passieren. So viel Gewalt soll nie wieder über die Erde kommen. Und darauf verpflichtet sich einerseits Gott, aber darauf verpflichten sich auch die Menschen stellvertretend für sie, Noah und seine Familie.

Domradio: Jetzt könnte man natürlich sagen: Aber wir sind ja auf dem besten Weg wieder genau dahin.

Rosenberger: Ganz genau. Und das ist natürlich die Mahnung, die in dieser Erzählung steckt. Lieber Mensch, der du das liest oder hörst, pass auf, dass wir nicht wieder dort landen. Der Bund, der von Gott geschlossen wurde, ist gleichzeitig auch eine Verpflichtung für uns alle, etwas zu tun, alles zu tun, was wir können, damit nicht so eine unheilvolle Situation kommt.

„Der Bund, der von Gott geschlossen wurde, ist gleichzeitig auch eine Verpflichtung für uns alle, etwas zu tun, alles zu tun, was wir können, damit nicht so eine unheilvolle Situation kommt“

Wenn man Papst Franziskus als „die Kirche" nimmt, kann man sagen, er hat die Zeichen der Zeit so verstanden, wie sie Noah verstanden hat. Das heißt, er hat mit seiner „Enzyklika "Laudato si" ein ganz klares Signal gegeben, was er auch von allen Menschen in der Kirche, aber auch von allen Menschen in der Welt erwartet und zugleich, was er selber natürlich auch zu tun beabsichtigt. Wenn wir jetzt sagen, die Kirche sind auch viele Pfarrer oder einfache Christinnen und Christen, dann würde ich sagen, hat ein großer Teil diese Zeichen der Zeit momentan leider noch nicht erkannt. Und da haben wir also schon noch Nachholbedarf, diese Botschaft der Enzyklika auch für uns selber ernst zu nehmen,

DOMRADIO.DE: Wenn die Hoffnung eine Domäne der Religion ist. Wie kann ich diese Hoffnung finden, auch angesichts der gerade laufenden Klimakonferenz in Glasgow? Oder gibt es Absichtsbekundungen und Ausstiegsszenarien bis 2070 aus der Kohle. Es ist aber alles nicht so handfest bisher?

„Es sind schon noch nicht die Signale und die Entschlüsse, die eigentlich nötig wären“

Rosenberger: Das ist richtig. Da ist viel oberflächliches Gerede, Vertröstungen. Man verschiebt Dinge, so wie jetzt die Urwaldrodungen, die man noch mal um zehn Jahre verschieben will. Also es sind schon noch nicht die Signale und die Entschlüsse, die eigentlich nötig wären.

Domradio: Gibt es denn Szenarien, wo sie sagen, dass wir Christen aus der Bibel Hoffnung ziehen können? Wie können wir unsere Aktivitäten und unsere Energie speisen?

Rosenberger: Ich glaube das Wichtigste ist, dass wir verstehen lernen, was Hoffnung ist und was sie nicht ist. Ich unterscheide sehr grundlegend zwischen Hoffnung und Optimismus. Optimismus würde heißen, ich habe die Erwartung, dass in fünf bis zehn Jahren das Treibhausproblem gelöst wird, dass wir auf den richtigen Pfad kommen, dass alles gut geht. Hoffnung ist was anderes. Hoffnung heißt, ich weiß nicht, ob es gut gehen wird oder nicht. Ich sehe eine Möglichkeit und ich versuche von meiner Seite alles zu tun, dass wir diese positive Möglichkeit ergreifen, weil es Sinn macht, weil es richtig ist, diesen Schritt zu gehen. Und ich gehe ihn aus diesem Grund heraus, aus dieser Überzeugung, dass es Sinn macht. Dann brauche ich nicht enttäuscht sein, wenn vielleicht Rückschläge kommen, wenn die Bemühungen nicht zu Erfolg zeitigen, wie wir das vielleicht uns erwarten, und kann trotzdem weiter am Ball bleiben, weiter mein Engagement führen.

Wie kann der Planet und die Menschen überleben?

Domradio: Wie viel Radikalität brauchen wir, um dem Planeten und uns das Überleben zu sichern?

Rosenberger: In den Industrieländern braucht man schon viel Radikalität. Letztlich spricht Papst Franziskus von einer kulturellen Revolution, die nötig ist. Und das würde ich durchaus teilen. Revolution heißt ja, wir müssen die Dinge auf den Kopf stellen, also unsere Art, wie wir gewirtschaftet haben, unsere Art, wie wir in den letzten Jahrzehnten gelebt haben, konsumiert haben, unsere Freizeit gestaltet haben. Da muss sich ganz, ganz viel verändern, um eben tatsächlich auch weniger Ressourcen zu verbrauchen und der Umwelt mehr Lebensmöglichkeiten zu geben. Also das ist schon ziemlich radikal, was da gefordert ist.

Buch zur Christlichen Schöpfungsethik

Michael Rosenberger ist Autor des Buchs: „Eingebunden in den Beutel des Lebens: Christliche Schöpfungsethik". Das im Aschendorff Verlag erschienen ist.

(domradio 8)

 

 

 

 

Steinmeier: Der 9. November ist ein sehr deutscher Tag

 

Der 9. November ist ein zentrales Datum der deutschen Geschichte. Bundespräsident Steinmeier möchte, dass dieser Tag auch so begangen wird: Als Tag, der für die Verbrechen der Deutschen ebenso steht wie für das Ringen um Freiheit und Demokratie.

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat zum 9. November die Widersprüchlichkeit dieses Datums ins Zentrum des Erinnerns gerückt. Steinmeier sagte am Dienstag in Berlin, der 9. November sei ein ambivalenter Tag: „Er lässt uns hoffen auf das Gute, das in unserem Land steckt, und er lässt uns verzweifeln im Angesicht seiner Abgründe.“ Er sei „ein sehr deutscher Tag.“ Bei einer Gedenkveranstaltung im Schloss Bellevue mit Zeitzeugen, den Staatsspitzen und Gästen wurde des Mauerfalls 1989, der Pogromnacht 1938 und der Ausrufung der Republik 1918 gedacht.

Steinmeier rief dazu auf, sich der mehrfachen Bedeutung des 9. November zu stellen. „Die Ambivalenz auszuhalten, das gehört dazu, wenn man Deutscher ist“, sagte er und machte deutlich, dass er ein wiederkehrendes umfassendes Gedenken an den 9. November befürwortet: „Ich wünsche mir, dass wir ihn als solchen begehen, als Tag zum Nachdenken über unser Land“, sagte Steinmeier. Demgegenüber forderte der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, „einen nationalen Gedenktag für die Opfer der Schoah“. Das Wissen über die Pogrome 1938 gehe zurück, „daher stehen wir Forderungen skeptisch gegenüber, am 9. November mehrerer historischer Ereignisse gleichzeitig zu gedenken“, erklärte Schuster in Berlin.

Steinmeier sagte in seiner Rede, 1938 mahne die Deutschen, die Erinnerung an die Opfer des Nationalsozialismus wachzuhalten und Antisemitismus, Hass und Hetze entgegenzutreten: „Unsere Verantwortung kennt keinen Schlussstrich.“ 1918 und 1989 erinnerten daran, dass Demokratie und Freiheit von mutigen Menschen errungen worden „und niemals auf ewig gesichert sind.“ Der Auftrag des 9. November sei, beides anzunehmen. „Wir können stolz sein auf die Wurzeln von Freiheit und Demokratie – ohne den Blick auf den Abgrund der Shoah zu verdrängen“, sagte Steinmeier. Dies anzunehmen, sei der Kern eines aufgeklärten Patriotismus, eines „Patriotismus der leisen Töne“.

„Wir wussten, das ist der Anfang.“

Vor Steinmeiers Rede hatte die Shoah-Überlebende und Berlinerin Margot Friedländer zutiefst bewegend ihren Arbeitsweg am Morgen des 10. November geschildert, auf dem sie entsetzt umkehrte, um bei Mutter und Bruder zu sein. „Wir wussten, das ist der Anfang von viel Schlimmerem, was noch kommen wird“, schloss sie ihre Schilderung. Margot Friedländer, die vor wenigen Tagen ihren hundertsten Geburtstag gefeiert hat, engagiert sich seit Jahrzehnten in der Erinnerungsarbeit, Steinmeier nannte sie „einen Segen für unser Land“.

Der DDR-Bürgerrechtler Roland Jahn, der bis vor kurzem Bundesbeauftragter für die Stasi-Unterlagen war, beschrieb, wie er nach dem Mauerfall gegen den Strom der DDR-Bürger zu seinen Eltern nach Jena unterwegs war und Triumph empfand über das Ende der SED-Diktatur. Jahn saß als Regimegegner im Gefängnis und wurde 1983 gewaltsam ausgebürgert. Die jüngste Bundestagsabgeordnete, die 23-jährige Emilia Fester von den Grünen, erinnerte an die Ausrufung der Republik 1918.

Die Nacht vom 9. auf den 10. November 1938

In der Nacht vom 9. auf den 10. November 1938 organisierten Verbände der nationalsozialistischen SA und SS reichsweite Pogrome. In dieser Nacht wurden jüdische Menschen ermordet, 1.200 Synagogen niedergebrannt und Tausende jüdischer Geschäfte und Wohnungen verwüstet. 1918 rief der Sozialdemokrat Philipp Scheidemann nach der Abdankung des Kaisers in Berlin die Republik aus. Am späten Abend des 9. November wurde in Berlin unter dem Druck der DDR-Bürger der Grenzübergang Bornholmer Straße geöffnet, nachdem SED-Politbüro-Mitglied Günter Schabowski neue Reiseregeln verkündet hatte.

An der Veranstaltung beim Bundespräsidenten nahmen Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), die Präsidentin des Bundestags, Bärbel Bas (SPD), Bundesratspräsident Bodo Ramelow (Linke) und der Präsident des Bundesverfassungsgerichts, Stephan Harbarth, sowie der Präsident des Europäischen Rats, Charles Michel, teil. Unter den Gästen waren Religionsvertreter sowie Jugendliche und die jeweils jüngsten Abgeordneten aller im Bundestag vertretenen Parteien. Am Abend wollte Steinmeier gemeinsam mit dem Regierenden Bürgermeister Michael Müller (SPD) an der Gedenkveranstaltung der Jüdischen Gemeinde zu Berlin teilnehmen. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Umfrage. Fachkräftemangel in Unternehmen größer als erwartet

 

Der Fachkräftemangel in deutschen Unternehmen ist größer als angenommen. Das geht aus einer Umfrage hervor. Danach setzen 16 Prozent der Unternehmen auf die Rekrutierung von Fachkräften aus dem Ausland.

Der Mangel an qualifizierten Arbeitskräften in deutschen Unternehmen ist laut einer Umfrage deutlich größer als vor einem Jahr angenommen. 66 Prozent der befragten Firmen gaben an, dass bei ihnen momentan Engpässe bei Fachkräften bestehen, wie die Bertelsmann Stiftung anlässlich der Veröffentlichung der Befragung am Donnerstag in Gütersloh mitteilte.

Ende 2020 hatten noch 54 Prozent der Unternehmen die Erwartung geäußert, dass bei ihnen in diesem Jahr Personal fehlen wird. Für die Online-Umfrage befragte das Meinungsforschungsinstitut Civey vom 10. August bis zum 3. Oktober 7.500 Entscheider deutscher Unternehmen.

16 Prozent setzen auf Rekrutierung aus dem Ausland

Besonders groß ist demnach der Mangel an Menschen mit abgeschlossener Berufsausbildung. 48 Prozent der Firmen berichteten hier von fehlenden Arbeitskräften, bei Kräften mit Hochschulabschluss waren es dagegen nur 27 Prozent. Vom Fachkräftemangel seien der Pflegebereich sowie der Gesundheitssektor insgesamt besonders stark betroffen, hieß es.

Zur Behebung von Personalengpässen setzen den Angaben zufolge nur 16 Prozent der befragten Unternehmen auf die Rekrutierung von Fachkräften aus dem Ausland. Eine viel größere Rolle spielten die Ausbildung im eigenen Betrieb mit 47 Prozent, gute Modelle zur Vereinbarkeit von Familie und Beruf sowie Weiterbildungsmöglichkeiten mit 41 beziehungsweise 39 Prozent. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Die Ampel und die Religion

 

Wenn SPD, FDP und GRÜNE derzeit in Berlin über die Bildung einer sog. Ampel-Koalition sprechen, wird sicher auch das Thema Religion auf der Tagesordnung stehen. Auf was sich die drei Parteien, die ja in vielen Bereichen recht unterschiedliche politische Positionen haben, hier einigen werden, weiß man freilich noch nicht.

„Ich könnte mir gut vorstellen, dass jetzt Themen angegangen werden, die jetzt schon länger auf der Agenda sind, insbesondere die Frage der Ablösungen, die wir ja schon seit 102 Jahren auf dem Tisch haben.“ Das sagt der Erlanger Religionsverfassungsrechtler Mathias Rohe.

Ablösung von Staatsleistungen?

Dass die Staatsleistungen abgelöst werden sollen, findet sich in den Wahlprogrammen von FDP und Grünen. Staatsleistungen sind der finanzielle Ausgleich für die Enteignung von Kirchenbesitz im 19. Jahrhundert. Schon die Weimarer Reichsverfassung von 1919 sah vor, dass sie abzulösen sind, d.h. dass der Staat eine endgültige finanzielle Lösung mit den Kirchen finden muss. Auch das Grundgesetz nimmt hier Bund und Länder in die Pflicht. Ein sogenanntes Ablösegrundsätzegesetz, das Grüne, Linke und FDP in der vergangenen Legislaturperiode in den Bundestag eingebracht hatten, scheiterte.

 „Arbeitsrecht? Ich könnte mir vorstellen, dass sich die Politik heraushalten wird“

In den Wahlprogrammen von Gelb und Grün wird auch thematisiert, dass Privilegien der Kirchen, so insbesondere im Arbeitsrecht, abgebaut werden sollen.

Mathias Rohe: „Ich könnte mir vorstellen, dass sich die Politik heraushalten wird und dass es im Wesentlichen eine Frage der Justiz ist, wenn es hart auf hart geht. Wir hatten hier ja einige Verfahren. Und insbesondere die Rechtsprechung der Europäischen Union hat Maßgebliches bewirkt, im Sinne der Einschränkung von Autonomierechten. Ich nehme an, diese Tendenz wird anhalten. Ich habe den Eindruck: Die deutsche Politik verteidigt eher dieses gewachsene System.“

Blick in die Wahlprogramme

Blick Im Bundestagswahlprogramm der FDP findet man: Das Staatskirchenrecht soll zu einem Religionsverfassungsrecht weiterentwickelt werden. Und wörtlich: „Es soll einen passenden rechtlichen Status bieten für alle Religionsgemeinschaften, die das Gleichheitsgebot und die Glaubensvielfalt, die Grundrechte wie die Selbstbestimmung ihrer Mitglieder anerkennen.“

Bei den Sozialdemokraten findet man dagegen nur relativ wenig im Wahlprogramm. Dort heißt es: „Wir begrüßen das Engagement in den Religionsgemeinschaften und Kirchen. Den interreligiösen Dialog und den Dialog von Religionen, Weltanschauungen und Kulturen werden wir weiter fördern und verstärken. Wir begrüßen das Engagement von säkularen Initiativen der Zivilgesellschaft. Die Religionsfreiheit ist fest im Grundgesetz verankert und wir schützen sie.“

Und der Islam?

FDP und Grüne äußern sich in ihren Programmen auch zur Rolle der islamischen Verbände. Die Grünen formulieren: „Wir unterstützen Staatsverträge mit islamischen Religionsgemeinschaften, die in keiner strukturellen Abhängigkeit zu einem Staat, einer Partei oder politischen Bewegung und dessen oder jeweiliger Religionspolitik stehen und sich religiös selbst bestimmen“. Die FDP betont die Integration von Muslimen und Muslimen, die keinem Verband angehören.

„Wie organisiert man einen Umgang mit dieser neuen Pluralität?“

Rohe: „Wir haben eine Entwicklung in Deutschland etwas weg von Institutionen, was den christlichen Bereich angeht, also mehr Kooperationen. Wir haben auf der anderen Seite neue Player, die ihren Platz finden wollen. Wie organisiert man einen Umgang mit dieser neuen Pluralität? Ich wage nicht zu prognostizieren, was herauskommt. Aber ich könnte mir gut vorstellen, dass diese Fragen ernsthaft diskutiert werden, in dem Sinne: Wir müssen für alle faire Aktionsbedingungen schaffen.“

 „Es gibt in den Parteien sehr viele Leute, die selbst konfessionell gebunden sind“

Im Programm der Grünen heißt es: „Die gewachsene Beziehung zwischen dem Staat und den christlichen Kirchen wollen wir erhalten und wo nötig der gesellschaftlichen Realität anpassen.“ Dass am deutschen religionsverfassungsrechtlichen Rahmen insgesamt gerüttelt wird, hält Professor Rohe für außerordentlich unwahrscheinlich:

 

Rohe: „Da gibt es in den beteiligten Parteien sehr viele Leute, die entweder selbst konfessionell gebunden sind oder es jedenfalls sehr respektieren, dass Menschen es sind. Ich sehe in diesem politischen Spektrum keine nennenswerten Stimmen. und im Zweifel müsste man Zwei-Drittel-Mehrheiten im Parlament organisieren. Die sind weit, weit weg.“ Michael Hermann, Stuttgart, VN 6

 

 

 

 

USA und weitere Länder steigen aus Finanzierung fossiler Energien im Ausland aus

 

19 Länder kündigten in einer gemeinsamen Erklärung an, bis Ende kommenden Jahres grundsätzlich keine staatlichen Gelder mehr für Projekte zur Verfügung zu stellen, bei denen fossile Energieträger ohne CO2-Ausgleich genutzt werden.

 

Die USA und 18 weitere Länder steigen aus der Finanzierung der fossilen Energien Kohle, Öl und Gas im Ausland aus. Bei der UN-Klimakonferenz in Glasgow bekannten sich die Staaten am Donnerstag (4. November) dazu, bis Ende 2022 aus der Finanzierung von Projekten mit fossilen Energien im Ausland auszusteigen.

Deutschland gehört nicht zu den Unterzeichnern.

Auf Initiative von Großbritannien kündigten Länder wie Portugal, die Schweiz, Mali und die Marshall-Inseln sowie mehrere Entwicklungsbanken in der gemeinsamen Erklärung an, bis Ende kommenden Jahres grundsätzlich keine staatlichen Gelder mehr für Projekte zur Verfügung zu stellen, bei denen fossile Energieträger genutzt werden, ohne dass deren Emissionen durch CO2-Abscheidung unschädlich gemacht werden.

„In Projekte zu investieren, die unvermindert von fossiler Energie abhängig sind, bringt sowohl soziale als auch wirtschaftliche Risiken mit sich“, heißt es in der gemeinsamen Erklärung der Staaten.

Ausnahmen seien möglich unter „beschränkten und klar definierten Bedingungen“, die im Einklang seien mit dem Ziel, die Erderwärmung auf 1,5 Grad im Vergleich zum vorindustriellen Zeitalter zu begrenzen.

„Wir müssen die öffentliche Finanzierung auf die richtige Seite der Geschichte bringen“, sagte Großbritanniens Wirtschaftsminister Greg Hands bei der Vorstellung der Initiative. „Das Ende der internationalen Finanzierung für alle fossilen Energieträger ist die nächste entscheidende Front, an der wir handeln müssen, wenn wir das 1,5-Grad-Ziel in Reichweite halten wollen.“

Große Investoren von Projekten mit fossilen Energieträgern wie Japan, Südkorea und China beteiligten sich nicht an der Erklärung. China hatte im September angekündigt, aus der Finanzierung von Kohle-Projekten im Ausland auszusteigen, dazu aber keinen konkreten Zeitrahmen genannt.

Vergangenen Monat bekannten sich alle G20-Staaten zum Ausstieg aus der Finanzierung von

Kohlekraftwerken im Ausland. Die Erklärung vom Donnerstag umfasst nun aber auch Erdöl- und Erdgasprojekte.

Die Organisation Germanwatch begrüßte die Initiative. Ihre Relevanz zeige sich daran, dass „neben den Initiatoren Großbritannien und Europäische Investitionsbank etwa auch die USA, Kanada und die französische Entwicklungsbank dabei sind“.

Dass Deutschland und die KfW nicht zu den Unterzeichnern gehörten, kritisierte Germanwatch.

„Die KfW isoliert sich international zunehmend, wenn sie weiter daran festhalten sollte, bis 2030 in Erdgas-Infrastruktur zu investieren, die auf Jahrzehnte angelegt ist. Das steht nicht im Einklang mit dem Pariser Klimaabkommen“, erklärte David Ryfisch, Leiter des Teams Internationale Klimapolitik bei Germanwatch.

Die UN-Klimakonferenz in Glasgow (COP26) hatte am Sonntag begonnen. Bis Freitag kommender Woche wollen Vertreter aus mehr als 190 Ländern über die Umsetzung des Pariser Klimaabkommens beraten.

Darin hatten sich die Staaten auf eine Begrenzung der Erderwärmung auf deutlich unter zwei Grad, idealerweise 1,5 Grad, geeinigt. Nach UN-Angaben steuert die Erde derzeit auf eine gefährliche Erwärmung von 2,7 Grad zu. EA 5

 

 

 

 

Caritas International: Immer mehr Klimaflüchtlinge

 

Die Klimakrise zwingt viele Menschen zu fliehen, weil ihre Heimat unbewohnbar wird. Auf dem aktuellen Klimagipfel in Glasgow fordert Caritas International Hilfen für Klimaflüchtlinge. Der Klimawandel sei jedoch noch kein anerkannter Fluchtgrund, beklagt im Gespräch mit dem Kölner Domradio der Leiter von Caritas International in Deutschland, Oliver Müller.

 

DOMRADIO.DE: Der Klimawandel führt zu Klima-Migration. Was bedeutet das und wie dramatisch kann das global werden?

Dr. Oliver Müller (Leiter von Caritas International in Deutschland): Es ist jetzt schon ein veritables Problem. Wie viele Menschen letztlich betroffen sein werden, das lässt sich momentan kaum sagen. Die Weltbank spricht davon, dass es bis zu 200 Millionen Klimaflüchtlinge in den nächsten drei Jahrzehnten gibt. Andere Berechnungen gehen von einer noch viel höheren Zahl aus. Das ist schwer einzuschätzen.

Wir sehen allerdings jetzt schon, dass schon seit längerer Zeit Menschen ihre Heimat verlassen müssen, weil sie nicht mehr das anbauen können - wenn sie zum Beispiel Bauern sind -, was sie immer angebaut haben. Oder weil sich die Zahl der Naturkatastrophen so erhöht hat. Sie hat sich weltweit in den letzten zwei Jahrzehnten insgesamt verdoppelt. Das heißt, das Problem ist in vielen Teilen der Welt schon viel spürbarer als hier bei uns.

DOMRADIO.DE: Welche Kontinente oder Länder sind davon besonders betroffen?

Müller: Ich denke da vor allem an Afrika südlich der Sahara. Dort merkt man es schon sehr stark. Ich hatte selbst vor einiger Zeit die Möglichkeit, in Kenia Projektpartner zu besuchen. Dort gab es ein sehr fragiles Gleichgewicht zwischen nomadischen Viehhirten, die mit ihren Herden übers Land ziehen und den Bauern, die dort das Land bebauen.

Sie haben in friedlicher Koexistenz gelebt, aber durch den Klimawandel und durch seltenere Niederschläge ist dieses Gleichgewicht völlig zunichte gemacht worden. Das führt zu Konflikten zwischen diesen Gruppen.

Aber es führt auch dazu, dass die Viehhirten kaum mehr ihren Lebensstil so fortführen können. Das heißt, dass ihre Herden zu wenig Wasser haben und sie weite Strecken zurücklegen müssen. Das ist eine riesige Problematik für die Menschen dort.

DOMRADIO.DE: Gibt es schon irreparable Auswirkungen?

Müller: Man muss schon davon sprechen, dass es viele Auswirkungen gibt, die nicht mehr rückgängig zu machen sind. Die treffen vor allem Menschen, die für diesen Klimawandel überhaupt nicht verantwortlich sind. Das ist ja genau das Problem.

Ich hatte die Möglichkeit, letztes Jahr Caritasverbände im Pazifik, in Ozeanien zu besuchen, in Fidschi zum Beispiel, wo mir die Projektpartner direkt vor Ort sagten, da, wo jetzt das Meer ist, verlief noch vor fünf Jahren die Straße und man sah, wie die Palmen quasi ins Meer gefallen sind, weil sich das Meer einen immer größeren Teil dieser Inseln holt.

Jetzt sind in Ozeanien die Menschen wirklich davon betroffen, aber es sind nicht so viele Menschen. Anders zum Beispiel in Bangladesch, ein Land mit über 160 Millionen Bewohnern. Große Teile von Bangladesch liegen auf ein bis fünf Meter über Meereshöhe. Da sieht man, dass sehr schnell Millionen betroffen sein werden, wenn es weiterhin zu Sturmfluten kommt und schon jetzt zum Beispiel zu einer Versalzung der Böden, weil das Meer immer weiter ins Land vorrückt und vordringt.

DOMRADIO.DE: Ein Flüchtlingsstatus mit der Begründung Klimawandel gibt es nicht, oder?

Müller: Genau, da sprechen Sie eines der Kernprobleme an. Es gibt keinen Status als Klimamigrant oder Klimaflüchtling. Das heißt, wer seine Heimat deshalb verlassen muss, kann sich aktuell nicht an den UNHCR, die Flüchtlingsbehörde der Vereinten Nationen, wenden und sagen, dass man deswegen Flüchtling ist. Das ist hoch umstritten, aber viele Staaten wehren sich dagegen.

Es ist auch schwer zu fassen, aber es gibt diese Menschen, die ihre Heimat verlassen müssen. Sie haben bis jetzt praktisch keine Hilfe von Außen. Und deshalb fordern viele Organisationen, dass es mehr Hilfe für diese Menschen geben muss, die jetzt schon Betroffene sind.

DOMRADIO.DE: Einige Vertreter von Caritas International aus ihrem Netzwerk sind jetzt auch in Glasgow bei dem Klimagipfel vor Ort. Finden die Gehör?

Müller: Ich hoffe es. Die Caritas-Vertreter und die Vertreterinnen und Vertreter vieler anderer Hilfsaktionen und Klima-Aktionen vor Ort versuchen mit den Verantwortlichen und mit den Delegierten ins Gespräch zu kommen. Es ist zwar schwer überschaubar, ob man Einzelne da überzeugen kann, aber ich denke, es ist wichtig präsent zu sein.

Es gibt große Teile der Gesellschaft, die wollen, dass sich etwas verändert. Und die Politiker müssen jetzt handeln, nicht erst in ein paar Jahren. Allein dafür wird die Präsenz von Hilfsorganisationen wie der Caritas hoffentlich sorgen.

Das Interview führte Uta Vorbrodt. (domradio 4)

 

 

 

Hungersnot durch Klimawandel. Mehr als 100 Staaten wollen Entwaldung bis 2030 stoppen

 

Unverzichtbar für das Überleben: Mehr als 100 Staaten wollen den Waldverlust bis 2030 stoppen. Der britische Premierminister Boris Johnson spricht von einer „bahnbrechenden Übereinkunft“ - Umweltschützer hingegen vermissen konkrete Ziele. UN beklagt bereits die weltweit erste Hungersnot durch Klimawandel.

Bis zum Jahr 2030 wollen mehr als 100 Staaten den weltweiten Verlust von Wäldern stoppen. Auf eine entsprechende Initiative haben sich die Regierungschefs aus 110 Ländern geeinigt, wie der britische Premierminister Boris Johnson am Dienstag bei der Weltklimakonferenz im schottischen Glasgow erklärte. Demnach repräsentieren die beteiligten Länder 85 Prozent der weltweiten Waldfläche. Johnson lobte die Initiative als „bahnbrechende Übereinkunft“. Nie zuvor hätten sich so viele Regierungen auf den Schutz der Wälder geeinigt. Umweltschutzorganisationen hingegen kritisierten das Vorhaben als zu vage.

Insgesamt sollen laut britischer Regierung, die den Konferenzvorsitz innehat, 19,2 Milliarden US-Dollar (16,6 Milliarden Euro) für die Initiative zusammenkommen, davon zwölf Milliarden US-Dollar (10,3 Milliarden Euro) aus öffentlichen Mitteln. Zusätzlich sollen 7,2 Milliarden US-Dollar (6,2 Milliarden Euro) von Unternehmen für den Plan bereitgestellt werden, an dem sich sowohl reiche Industrienationen als auch arme Länder wie die Demokratische Republik Kongo beteiligen. Auch Brasilien, wo die illegale Abholzung des Amazonas-Regenwaldes unter dem ultrarechten Präsidenten Jair Bolsonaro neue Rekordwerte erreicht hatte, ist Teil des Vorhabens.

Ziel aus 2014 neu aufgelegt

Wälder gelten als Lunge des Planeten, weil sie klimaschädliche CO2-Emissionen binden. Dennoch werden sie in vielen Ländern gerodet, etwa um Platz für landwirtschaftliche Anbauflächen, die Viehzucht oder den Bergbau zu schaffen. Den Angaben nach wird jede Minute Waldfläche in der Größe von 27 Fußballfeldern zerstört. Der britische Premier Johnson sagte, Wälder seien unverzichtbar für „unser Überleben“. Die Menschheit habe die Chance, sich vom Eroberer zum Hüter der Natur zu wandeln.

Neu ist das von Johnson und den anderen Regierungschefs ausgerufene Ziel allerdings nicht. Bereits im Jahr 2014 hatten zahlreiche Staaten, Unternehmen und zivilgesellschaftliche Organisationen in New York erklärt, den Verlust von Wäldern bis 2030 beenden zu wollen. In vielen Regionen, darunter im Amazonas-Gebiet, wurde dennoch u weitergerodet.

Gemischte Bilanz

Umweltschützer zogen eine gemischte Bilanz zur Initiative. Es sei „im Grundsatz positiv zu bewerten, dass so viele Länder dabei sind“, sagte Greenpeace-Waldexperte Jannes Stoppel dem „Evangelischen Pressedienst“. Es fehlten aber konkrete Ziele und Zusagen für die nächsten Jahre. Die Umweltorganisation WWF forderte die Verabschiedung eines verbindlichen Abkommens. „Gelingt das nicht, droht die Initiative zu scheitern wie schon andere vor ihr.“ Deutschland und die EU hätten eine besondere Verantwortung, weil sie einer der größten internationalen Treiber der Waldzerstörung seien.

Derweil begrüßte der deutsche Umweltstaatssekretär Jochen Flasbarth die Teilnahme Brasiliens an der Initiative. Das mache Hoffnung auch mit Blick auf die anderen Themen der Klimakonferenz, sagte Flasbarth in Glasgow. Es brauche nicht nur Geld, sondern auch den Willen von Regierungen, um die Entwaldungsraten zu reduzieren.

UN: Erste Hungersnot durch Klimawandel

Wie das Welternährungsprogramm der Vereinten Nationen (UN) mitteilte, herrscht im Süden Madagaskars bereits die erste durch den Klimawandel ausgelöste Hungersnot weltweit. Mehrere aufeinanderfolgende Dürren hätten in dem Gebiet Anbauflächen, Ernten und Viehbestände vernichtet und die Menschen in tiefe Not gestürzt, erklärte der stellvertretende Landesdirektor des Welternährungsprogramms, Aduino Mangoni, am Dienstag während einer Videokonferenz in Genf.

Sandstürme, Heuschreckenschwärme und Covid-19 verschlimmerten die Lage in dem unzugänglichen Gebiet zusätzlich. Fast 1,2 Millionen Menschen hungerten, rund 135.000 Kindern drohe der Hungertod. Das Welternährungsprogramm braucht den Angaben nach 69 Millionen US-Dollar (knapp 60 Millionen Euro), um bis April 2022 die gröbste Not zu bekämpfen.

Beim Klimagipfel in Glasgow beraten Vertreter aus 197 Staaten bis zum 12. November über die weitere Umsetzung des Pariser Klimaabkommens. Die EU und die USA präsentierten am Dienstag auch eine Initiative, um den Ausstoß von Methan zu verringern. Laut EU-Kommissionschefin Ursula von der Leyen wollen mehr als 80 Länder ihren Ausstoß des klimaschädlichen Gases bis 2030 um 30 Prozent reduzieren. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Gaspreise. Umverteilen statt frieren

 

Der Anstieg der Gaspreise lässt derzeit so manchen vor dem Winter zittern. Die spanische Regierung zeigt, wie Haushalte unterstützt werden können. Isa Ferrero

Die europäischen Gaspreise jagen von einem Rekord zum nächsten. Bedingt durch den sehr kalten letzten Winter, die im Zuge der wirtschaftlichen Erholung nach der Covid-19-Krise gestiegene Nachfrage und den hohen CO2-Preis in der EU ist der Gaspreis fast senkrecht auf historische Höchststände geklettert. Der Anstieg des CO2-Preises hat seine Ursache in der EU-Reform des CO2-Marktes 2018, die Marktspekulationen auslöste. Als wäre das nicht schon schlimm genug, sind die russischen Gasexporte nach Europa zuletzt zurückgegangen, was die Versorgung zusätzlich erschwert.