WEBGIORNALE   27 novembre - 10  DICEMBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Diritto d’asilo. Dublino IV: una riforma necessaria per il bene dell’Europa  1

2.       Dublino: Paese di arrivo non più automaticamente responsabile per domande asilo  1

3.       Riunito il Cgie. Il segretario generale Michele Schiavone fa il punto sui lavori dell’Assemblea Plenaria  1

4.       L’Unione Europea sostiene l'accesso alla protezione sociale per tutti 2

5.       Il ministro degli Affari Esteri Angelino Alfano interviene alla Plenaria del Cgie  2

6.       UNHCR. Cambiano la rotte di migranti e rifugiati verso l’Europa  3

7.       La rotta mai chiusa. Migranti: dietro la ripresa dei flussi di giovani dalla Tunisia  3

8.       Plenaria Cgie. Riforma di Comites e Cgie nella prima mattinata di lavori 3

9.       Lindner riscrive il Dna dei liberali tedeschi e soffia sulle paure del ceto medio  5

10.   Caos a Berlino. Germania, falliti i negoziati per la coalizione con Liberali e Verdi 5

11.   La cancelliera all’angolo cerca subito il riscatto: c’è spazio per una soluzione  5

12.   Parte la campagna dell’Intercomites Germania sulla doppia cittadinanza  6

13.   Tenuta a Ludwigshafen l’Assemblea del PD Germania  6

14.   Il 2 dicembre a Stoccarda la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo  6

15.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  6

16.   Mercoledì 6 dicembre serata informativa per gli italiani trasferiti da poco a Stoccarda  8

17.   Riunito il Consiglio di Presidenza delle Acli Germania  8

18.   Settimana della cucina italiana a Berlino. Il Valdobbiane in Ambasciata  8

19.   “La musica a tavola” con Guido Zaccagni. La settimana della cucina italiana nel mondo a Francoforte  9

20.   La visita delle Acli Baviera in Sicilia. In arrivo a Kaufbeuren (6-10 dicembre) una delegazione di Balestratesi 9

21.   Il 27 novembre all’IIC di Colonia concerto del duo Dino De Palma e Gianna Fratta. Il 15 dicembre Nicola Piovani 9

22.   Lettera al Governo del Consigliere CGIE Luca Tagliaretti per migliorare il voto all’estero  9

23.   Ora la Germania…copia la politica italiana?  10

24.   Di Biagio: il servizio Iene? Strategia con mandanti per delegittimarmi 10

25.   La tassa sui rifiuti (Tari): i pensionati italiani all’estero pagano solo un terzo. Chi ha versato di più, può chiedere il rimborso  11

26.   La difesa europea. 23 paesi Ue firmano la “Cooperazione Strutturata e Permanente”  11

27.   UE: difesa, parte Pesco, cooperazione strutturata permanente  11

28.   Assemblea plenaria del Cgie. La relazione del Governo  12

29.   La “Giornata”  12

30.   Il primato resiste, Italia prima in Europa per aspettativa di vita  13

31.   Plenaria del Cgie. La relazione del segretario generale del Cgie Michele Schiavone  13

32.   Sinistra in frantumi, ma divisi si perde  14

33.   Trump e Grillo, simili e diversi. Populismo globale: i casi di Usa e Italia a confronto  14

34.   Plenaria del Cgie. Il dibattito sulla relazione di Governo  14

35.   Progetto Italia  15

36.   Voluntary Disclosure: cittadini ex AIRE e trans-frontalieri. Né sanatoria, né condono, ma un atto di giustizia verso gli ex emigrati 15

37.   SPID anche per i residenti all’estero, primi segnali positivi ma si è ancora lontani da una vera soluzione  16

38.   Assocamerestero: Il network delle CCIE tra business e gusto per la seconda Settimana della Cucina Italiana nel Mondo  16

39.   Sempre più immigrati ora lasciano l’Italia: il primo calo di stranieri 16

40.   Il futuro  17

41.   Tassa sui rifiuti. Errori dei comuni sulle tariffe TARI e gli Italiani all’estero con immobili in Italia  17

42.   Due domande sulla nuova emigrazione italiana al portavoce del FAIM Rino Giuliani 17

43.   Situazione e prospettive. Alitalia: pericoli e incognite d’una vendita problematica  18

44.   Agevolazioni per i pensionati emigrati che tornano in Italia  18

45.   La scelta  19

46.   Plenaria del Cgie. Le Commissioni tematiche. Nel 2018 le Coferenze Stato-Regioni e dei Giovani 19

47.   Importanti misure nel Decreto fiscale per controesodati, frontalieri e rientrati 19

48.   A Roma il convegno del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo  20

49.   Ergastolo per il boia di Srebrenica  22

50.   Plenaria Cgie. I dieci punti di Vignali. Amministrazione e Cgie a confronto  22

51.   La sensazione  23

52.   Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni Continentali 23

53.   Tavecchio si è dimesso  23

54.   Flussi migratori. Dall’UE altri 40 milioni di euro all’Italia  24

55.   Quanto costerà all’Italia la mancata qualificazione ai mondiali di calcio di Russia 2018  24

56.   Plenaria Cgie. La relazione della Commissione informazione  24

 

 

1.       ZdK fordert gemeinsame und menschenwürdige Asylpolitik der EU  25

2.       Studie. Europa wird sozial gerechter 26

3.       Einigung auf EU-Haushalt 2018 – Kürzungen in der Entwicklungshilfe  26

4.       Wer geht schon freiwillig?  26

5.       Brexit: Europäische Bankaufsicht zieht von London nach Paris  27

6.       Soziale Säule. EU proklamiert soziale Rechte und Grundsätze  27

7.       EU will beim Sozialgipfel Zeichen setzen  28

8.       Auf einem Bein kann man nicht stehen  28

9.       "Unmenschlich". EU hält trotz UN-Kritik an Flüchtlingspolitik in Libyen fest 28

10.   Die EU-Afrika-Strategie – ein Ansporn für Entwicklung?  29

11.   Signale von Bonn. Weltklimagipfel allenfalls Zwischenschritt, kein Meilenstein  29

12.   Die Östliche Partnerschaft näher an die Bürger heranbringen  30

13.   Vatikan bei Weltklimakonferenz: Es geht um alles  30

14.   Heimat ist das Fundament der linken Mitte  30

15.   Steinmeier lehnt Neuwahlen nach „Jamaika“-Aus ab  31

16.   Studie. Berichterstattung über Migration leidet unter Einseitigkeiten  32

17.   EU-Parlament bereit für Dublin-Reform   32

18.   Statistik. Weiter Nachteile für Menschen mit Migrationshintergrund  32

19.   Simbabwe: Putsch oder nicht?  32

20.   Franziskus an COP 23: Umweltschutz geht alle an  33

21.   Europäische und afrikanische Staaten vereinbaren Flüchtlingspolitik  33

22.   EU-Türkei Deal: „Die Bearbeitung von Asylanträgen wird verschleppt“  33

23.   Migrationspolitik. Entwicklungshilfe wird zum Handlanger des Grenzschutzes  34

24.   EU-Sicherheitspolitik. Gemeinsam stärker durch "Pesco"  34

25.   Vereinte Nationen. Fast 3.000 Flüchtlinge im Mittelmeer gestorben  35

26.   Demokratische Verantwortung übernehmen und an Gemeinwohl denken  35

27.   Menschen in der Zeit: Klaus-Dieter Lehmann, Goethe-Institut 35

28.   Oxfam: Opfer des Klimawandels brauchen Flüchtlingsstatus  36

29.   D: Wachsender Antisemitismus beunruhigt Juden  36

30.   Integrationsbeauftragte fordern eigenständiges Integrationsministerium   37

31.   FDP lässt „Jamaika“-Sondierungsgespräche platzen  37

32.   Europa arbeitet sich aus der Krise: Erholung am Arbeitsmarkt verbessert soziale Gerechtigkeit 37

33.   Länderumfrage. Lage in Flüchtlingsunterkünften hat sich deutlich entspannt 38

34.   Studie: Mehr als die Hälfte für Bedingungsloses Grundeinkommen  38

35.   Statistik. Deutsche spenden weniger für Flüchtlinge  38

36.   Adair Turner: Grundeinkommen nicht das beste Mittel gegen Ungleichheit 39

37.   Engpass. Rund 860.000 Menschen in Deutschland haben keine Wohnung  40

38.   Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen" #schweigenbrechen: Weg aus der Gewalt! 40

39.   Jamaika-Diskussion über Flüchtlinge war falsch. Deutschland braucht ein nationales Antirassismus-Programm   40

40.   Studie. AfD-Wahlerfolg in früheren NPD-Bastionen  41

 

 

 

Diritto d’asilo. Dublino IV: una riforma necessaria per il bene dell’Europa

 

“C’era una volta” il regolamento di Dublino, l’insieme di regole dell’Unione europea per determinare lo Stato membro responsabile del trattamento di una domanda di protezione internazionale. Le norme di Dublino stabiliscono come i Paesi dell’Ue debbano adempiere a questo obbligo internazionale comune e come condividere tra gli Stati membri la responsabilità per le persone bisognose di protezione.

Nelle sue diverse versioni, però, il regolamento ha sempre sofferto di gravi lacune, derivanti dalla sua formulazione e applicazione. Diretta conseguenza di queste mancanze è stata l’enorme pressione sui Paesi di frontiera – come l’Italia – più esposti agli arrivi dei migranti; azione che ha di fatto estinto il principio di solidarietà e cooperazione tra gli Stati dell’Unione europea.

Le novità introdotte dal Parlamento

“C’era una volta” (forse). Il 19 ottobre scorso, con 43 voti a favore e 16 contrari, i membri della commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (Libe) del Parlamento europeo potrebbero infatti aver dato l’avvio ad una trasformazione radicale del regolamento di Dublino. Snodo fondamentale del cambiamento è il venir meno della norma per la quale il richiedente asilo è obbligato a presentare domanda nel primo Paese europeo d’arrivo, e l’introduzione di un sistema automatico permanente di ricollocamenti tra i Paesi dell’Unione.

In base a quanto previsto dalla riforma approvata dalla commissione Libe (e validata in plenaria dall’assemblea di Strasburgo il 16 novembre scorso), l’attribuzione della responsabilità di gestione della richiesta d’asilo sarebbe basata sui “reali legami” con uno Stato membro, quali la famiglia, l’avervi già vissuto in precedenza o avervi svolto gli studi.

In assenza di questi legami, i richiedenti asilo verrebbero automaticamente assegnati ad uno Stato membro dell’Ue in base ad un metodo di ripartizione fisso, non appena registrati e dopo un controllo di sicurezza e una rapida valutazione dell’ammissibilità della loro domanda di protezione.

Ciò per evitare che gli Stati membri “in prima linea” si assumano una quota sproporzionata degli obblighi internazionali dell’Europa nei confronti delle persone bisognose e per accelerare le procedure di asilo. Gli Stati membri che non rispettano le norme rischiano di veder ridotto l’accesso ai fondi europei.

Il fronte italiano

“Con le modifiche apportate in commissione Libe, essenzialmente basate su emendamenti di ispirazione del gruppo socialista e democratico, abbiamo eliminato quella che da sempre è considerata la stortura del sistema, cioè la responsabilità del Paese di primo ingresso”, ha commentato l’europarlamentare del Pd Cécile Kyenge. “In questi anni, l’Italia ha compiuto uno sforzo straordinario per far fronte al dovere di tutelare la vita delle centinaia di migliaia di persone che hanno attraversato il Mediterraneo”.

“Un voto fondamentale per l’asilo Ue solidale”, ha chiosato il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, che ha poi esortato gli Stati membri a fare presto la loro parte. Lo stesso monito era arrivato anche da Cecilia Wikström (Alde), relatrice della proposta di revisione di “Dublino III”: “Con il Parlamento pronto ad avviare i negoziati, esorto il Consiglio ad adottare al più presto una posizione comune, in modo da poter avviare i triloghi tra Parlamento, Commissione e Consiglio e mettere in atto quanto prima un sistema di asilo europeo realmente nuovo e ben funzionante”.

La palla passa agli Stati

Già. Perché adesso, dopo che la plenaria ha approvato la linea suggerita nella risoluzione della commissione Libe, la palla passa al Consiglio dell’Unione, l’organo co-legislatore dove siedono i rappresentanti dei governi degli Stati membri.

Il timore diffuso è che la proposta di riforma di Dublino avanzata dal Parlamento venga annacquata dalle prossime trattative con il Consiglio che non ha ancora sviluppato un orientamento comune. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha già detto, ad esempio, che insistere sulla questione delle quote di ricollocamenti è del tutto inutile, dal momento che gli Stati dell’Europa centro-orientale (riuniti nel blocco di Visegrád) sono contrari a questa ipotesi. D’altra parte, il dibattito sulla riforma del regolamento di Dublino sta provocando non pochi squilibri all’interno dei singoli Paesi e delle forze politiche in campo.

Come in Germania, dove le trattative per la formazione di un governo di coalizione fra cristiano-democratici, liberali e verdi sono naufragate anche nel tentativo di trovare un compromesso sull’accoglienza dei richiedenti asilo. Gli ecologisti si erano detti disponibili a concedere qualcosa ai potenziali alleati che volevano ampliare la lista dei “Paesi sicuri” di provenienza (per cui i migranti non possono richiedere l’asilo in Germania) ed estendere la rete dei centri di accoglienza in modo da controllare meglio i richiedenti presenti sul territorio. In cambio, i verdi chiedevano la rinuncia al limite di 200 mila rifugiati accolti all’anno e la rimozione del divieto di ricongiungimento familiare per quei rifugiati beneficiari della “protezione sussidiaria”, che i conservatori vorrebbero invece prorogare.

In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha fin da subito chiarito che per quanto riguarda la politica dell’asilo e dell’accoglienza dei migranti punta tutto sull’ottimizzazione dei mezzi a disposizione per la gestione dei permessi e la rapidità delle procedure (non più di sei mesi per stabilire lo status del richiedente). Tuttavia, per Parigi la questione si gioca anche su altri fronti, primo fra tutti la necessità di definire accordi con i Paesi di origine dei migranti per favorirne il rimpatrio. Da non sottovalutare, poi, l’urgenza di accelerare il trasferimento dei “dublinés” verso i Paesi di prima accoglienza dove sono stati registrati.

Dibattito sterile e veti reciproci

L’Europa, insomma, continua a sembrare impreparata rispetto alla gestione della crisi migratoria. Come si legge nelle statistiche del Parlamento di Strasburgo, nel 2015 e nel 2016 più di 2,5 milioni di persone hanno chiesto asilo nell’Ue.

Le autorità degli Stati membri hanno emanato 593.000 decisioni di asilo di primo grado nel 2015, oltre la metà delle quali positive. La maggior parte delle persone che hanno chiesto protezione nel 2015 – all’apice della crisi dei rifugiati – ha dovuto attendere fino al 2016 per ricevere una risposta. Quell’anno sono state prese 1,1 milioni decisioni di asilo, di cui il 61% ha avuto esito positivo. Un terzo dei candidati ha ottenuto il più alto livello di protezione internazionale possibile, ovvero lo status di rifugiato. “L’Unione europea al momento è interessata da una guerra tra gli Stati che si combatte sul regolamento di Dublino. La battaglia politica è completamente aperta perché i Paesi membri sembrano bloccati in un veto reciproco. Il problema è che chi si oppone a questa procedura non ne ha un’altra da proporre e il dibattito è estremamente sterile”, commenta Gianfranco Schiavone, esperto della normativa europea dell’asilo.

* E intanto Ali, siriano di 19 anni, al momento in un centro di detenzione per stranieri in Belgio, aspetta di sapere se dovrà tornare in Croazia, Paese dal quale ha fatto il suo ingresso nell’Ue, oppure potrà restare in Belgio, con suo fratello che ha già ottenuto lo status di rifugiato. Una storia che vale per tutte quelle dei tanti migranti che aspettano di conoscere il loro destino mentre, tra Bruxelles e Strasburgo, si prova a dare forma al regolamento di “Dublino IV”, nella speranza di assicurare un sistema giusto, efficiente ed equo che rispetti i diritti dei richiedenti asilo. Elena Leoparco, AffInt. 20

 

 

 

 

Dublino: Paese di arrivo non più automaticamente responsabile per domande asilo   

 

Starsburgo - La plenaria del Parlamento europeo ha approvato il 16 novembre a Strasburgo, con 390 voti a favore, 175 contro e 44 astenuti, il suo mandato negoziale sulla riforma del sistema di Dublino, che, se accettato dal Consiglio Ue, porrebbe fine all’attuale principio (penalizzante per l’Italia) secondo cui il paese di primo arrivo dei migranti si assume tutte le responsabilità nella gestione e nell’accoglienza dei richiedenti asilo. I deputati potranno ora avviare colloqui con il Consiglio, non appena gli Stati membri avranno concordato la propria posizione negoziale. Le modifiche proposte mirano a porre rimedio alle carenze dell’attuale sistema e a garantire che tutti gli Stati membri accettino la propria parte di responsabilità per l'accoglienza dei richiedenti asilo.

Nel quadro della riforma, il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo. I richiedenti asilo verrebbero invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea e sarebbero ricollocati in un altro Stato membro rapidamente e in maniera automatica.

I Paesi UE che non accolgono la propria quota di richiedenti asilo rischierebbero, secondo la proposta dei deputati, di veder ridotto il loro accesso ai fondi UE. Cecilia Wikström,  la relatrice per la riforma del regolamento di Dublino, ha dichiarato: "Con il Parlamento pronto ad avviare i negoziati, esorto il Consiglio ad adottare al più presto una posizione comune, in modo da poter avviare i negoziati tra Parlamento, Commissione e Consiglio e mettere in atto quanto prima un sistema di asilo europeo realmente nuovo e ben funzionante". Il regolamento di Dublino è l’insieme di regole dell'Unione europea che determina quale Stato membro sia responsabile del trattamento di una domanda di protezione internazionale. Il diritto di chiedere asilo è sancito dalle Convenzioni di Ginevra, che sono state firmate da tutti gli Stati membri e integrate nei Trattati europei. La decisione della commissione per le libertà civili di avviare colloqui con il Consiglio è stata annunciata lunedì in apertura di sessione a Strasburgo. Poiché più di 76 deputati hanno presentato obiezioni alla decisione prima della mezzanotte di martedì, la votazione sul mandato negoziale è stata aggiunta all'ordine del giorno. MO 17

 

 

 

 

Riunito il Cgie. Il segretario generale Michele Schiavone fa il punto sui lavori dell’Assemblea Plenaria

 

“Il voto per corrispondenza rimane l’unico strumento obiettivamente spendibile per far partecipare alle consultazioni politiche il maggior numero di cittadini italiani all’estero”

 

ROMA – Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, dopo un’intensa settimana di incontri, discussioni e riunioni, ha concluso alla Farnesina i suoi lavori. Per avere un quadro d’insieme delle tante tematiche affrontate nel corso del dibattito, abbiamo chiesto al segretario generale del Cgie Michele Schiavone di ripercorrere le tappe salienti del complesso lavoro dell’Assemblea.

“L’obiettivo principale di questa Assemblea Plenaria – ha spiegato Schiavone - era quello di approvare la bozza di riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie). Il lavoro ha preso quasi un’intera giornata ed è la risultanza di una grande sintesi nella quale sono stati coinvolti i Comites, le organizzazioni italiane all’estero, gli enti, i singoli cittadini e in particolare i consiglieri del Cgie. Il documento che abbiamo approvato verrà consegnato al ministro degli Esteri Alfano affinché ne faccia l’uso più appropriato,  con la speranza che venga discusso dal Consiglio dei Ministri al più presto.

Successivamente l’Assemblea – ha proseguito Schiavone - ha affrontato questioni che riguardano le nuove mobilità, anche attraverso il coinvolgimento di  istituti e fondazioni di ricerca. Abbiamo in questo ambito avuto anche la possibilità di interloquire con la rappresentante di un’Agenzia del Ministero del Lavoro che interagisce con il ministero degli Esteri e con il Cgie per un progetto che servirà a determinare interventi di orientamento e formazione per chi decide di partire e trasferirsi all’estero. Un progetto che non è rivolto solo agli accademici e ai ricercatori,  ma a tutte le categorie dei cittadini italiani che dovrebbero essere orientati e preparati  alla conoscenza del Paese in cui intendono trasferirsi. Donne e uomini che andrebbero seguiti anche attraverso le strutture regionali e le organizzazioni presenti nei nostri Paesi di residenza.

Nella seduta odierna – ha aggiunto il segretario generale -  si è avuta anche una discussione sulla soggettività delle donne italiane in emigrazione. L’occasione è stata data dalla commemorazione di un seminario sulle donne in emigrazione , realizzato 20 anni fa dal Cgie, che aveva fra i suoi protagonisti l’allora ministro per le Pari Opportunità Silvia Costa, Oggi Silvia Costa, con il suo intervento, ci ha dato degli spunti e delle motivazioni per coinvolgere il Cgie in appuntamenti per il 2018 che riguardano momenti di internazionalizzazione, la questione femminile e il patrimonio culturale.

Voglio inoltre segnalare un elemento molto importante, a cui sta lavorando la VII Commissione “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove”, ovvero la possibile organizzazione nella città di Palermo , su questo ci sono stati forniti anche alcuni elementi di intervento, della Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo,  che dovrebbe aver luogo il prossimo anno.

In definitiva – ha rilevato Schiavone - è stata una settimana proficua. Abbiamo avuto la possibilità di approfondire nelle Commissioni tematiche tutti i temi che riguardano gli interventi del Cgie. Si è discusso  anche di scuola, ed è stato presente in Assemblea un direttore della direzione generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese. Con lui si è parlato di collaborazione per la scrittura della nuova circolare che riguarda la promozione all’estero culturale e linguistica italiana. Lo scopo è quello di rendere ancora più incisivi i progetti degli Enti promotori della lingua e della cultura italiana, in rapporto anche ad altre organizzazioni, scuole ed enti, che svolgono lo stesso lavoro in ambito universitario e della formazione a distanza. 

A partire da quest’anno – ha poi ricordato Schiavone  - la direzione generale per la Promozione del Sistema Paese ha assunto la responsabilità di seguire la promozione della lingua e cultura italiana all’estero, Per loro l’incontro odierno è stato un momento di verifica per capire le difficoltà dell’intervento e il Cgie si è messo a disposizione per poterli sostenere in questo impervio lavoro. Alla discussione in Plenaria ha partecipato anche il direttore generale per la Promozione del  Sistema Paese Vincenzo De Luca che, nel suo intervento, ha illustrato le iniziative che la direzione generale intende portare avanti facendo sistema e dando maggiore attuazione anche a proposte già collaudate, come ad esempio le Settimane dedicate alla lingua e alla cucina italiana nel mondo .

Il segretario generale del Cgie si è poi soffermato sulla riforma elettorale. “Di questo  – ha rilevato Schiavone -  si è parlato nel dibattito odierno in cui sono emerse delle indicazioni rispetto ad alcune modifiche della procedura per l’espressione di voto degli elettori e delle elettrici all’estero. La nuova legge elettorale, che amplia la possibilità di candidarsi nella circoscrizione Estero anche ai residenti in Italia,  per le modalità con cui è stata approvata ha dato vita nelle comunità a un fortissimo disappunto. A fronte di ciò il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha assunto una iniziativa per verificare presso il Consiglio di Stato la costituzionalità della legge elettorale , tuttavia ci siamo anche espressi a favore dell’individuazione di modifiche, rispetto alle procedure attuali, del voto all’estero al fine di renderlo più trasparente e certo, In ogni caso, per quanto riguarda le modalità di voto, noi ribadiamo che il voto per corrispondenza rimane l’unico strumento obiettivamente spendibile per far partecipare alle consultazioni politiche il maggior numero di cittadini italiani all’estero. Le  modifiche delle procedure del voto all’estero proposte dal Cgie – ha infine precisato Schiavone- riguardano alcuni aspetti pratici come l’idea di inserire un codice a barre sulla busta elettorale per l’estero e la proposta di suddividere su quattro città diverse, una per ogni circoscrizione , lo spoglio delle schede votate dai nostri connazionali nel mondo”.  (G.M. Inform 24)

 

 

 

L’Unione Europea sostiene l'accesso alla protezione sociale per tutti

 

BRUXELLES  - La Commissione europea ha avviato oggi il secondo ciclo di discussioni con i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro a livello di Unione Europea su come sostenere l'accesso alla protezione sociale per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi.

Si tratta di un ulteriore passo avanti verso l'effettiva realizzazione del pilastro europeo dei diritti sociali, dopo solo pochi giorni dalla sua proclamazione da parte del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione al vertice sociale di Göteborg.

"Il nuovo mondo del lavoro genera nuove opportunità, che tutti dovrebbero essere in grado di cogliere sentendosi protetti indipendentemente dal tipo di lavoro che svolgono”, ha sottolineato Valdis Dombrovskis, Vicepresidente responsabile per l'Euro e il dialogo sociale. “È questa l'idea alla base del pilastro europeo dei diritti sociali. Vogliamo far sì che i nostri sistemi di protezione sociale siano sostenibili, adeguati ed equi. Ci stiamo consultando con le parti sociali per trovare modi che consentano a tutti di contribuire e incrementare i diritti".

La Commissione, ha aggiunto Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l'Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, "si impegna fortemente a rendere l'Europa più sociale. Oggi compiamo passi avanti con un'altra iniziativa concreta nell'ambito del pilastro europeo dei diritti sociali. Nel nuovo mondo del lavoro tutti i lavoratori devono avere accesso alla protezione sociale, che si tratti di lavoratori dipendenti con contratti standard o di nuovo tipo o di lavoratori autonomi. Voglio garantire a tutti i lavoratori l'accesso a un regime di protezione sociale sulla base dei loro contributi. Ciò è importante per far sì che i nostri sistemi di protezione sociale siano adeguati, sostenibili e rispettino l'equità intergenerazionale".

Nel 2016 poco meno del 40% delle persone occupate nell'UE era rappresentato da lavoratori atipici o autonomi, la metà dei quali, secondo le stime, corre il rischio di non avere sufficiente accesso alla protezione sociale e ai relativi servizi per l'occupazione. Nell'attuale mercato del lavoro in evoluzione stanno emergendo nuove forme di occupazione e le persone cambiano sempre più frequentemente lavoro e status occupazionale. La percentuale delle modalità di lavoro atipico e autonomo sta aumentando sul mercato del lavoro, specialmente tra i giovani.

In linea con i pertinenti principi del pilastro europeo dei diritti sociali, la Commissione mira a sostenere l'accesso alla protezione sociale sulla base dei contributi per tutti. A causa del loro status occupazionale, i lavoratori atipici e autonomi non godono di un accesso sufficiente e, di conseguenza, sono esposti a una maggiore incertezza economica e a una minore tutela contro i rischi sociali. Affrontare questa sfida rappresenta l'obiettivo alla base del pilastro di rendere i nostri modelli sociali adeguati alle esigenze future e occuparsi della questione dell'equità intergenerazionale, traendo il massimo vantaggio dal futuro mondo del lavoro.

Per raggiungere questo obiettivo, e in linea con il trattato sul funzionamento dell'Unione europea e il suo impegno per il dialogo sociale, la Commissione chiede il parere delle parti sociali avviando una seconda fase di consultazione.

Le parti sociali hanno ora sette settimane per far sapere alla Commissione se sono disponibili a negoziare. Parallelamente è stata avviata anche una consultazione pubblica più ampia per raccogliere le opinioni di tutte le pertinenti parti interessate, quali le amministrazioni pubbliche, le imprese, i lavoratori autonomi, i lavoratori delle piattaforme e la società civile.

La Commissione intende basarsi sui risultati di tali consultazioni per presentare una proposta nella prima metà dell'anno prossimo.

La Commissione ha presentato il pilastro europeo dei diritti sociali nell'ambito di una raccomandazione della Commissione, in vigore dal 26 aprile 2017, e di una proposta di proclamazione congiunta del Parlamento, del Consiglio e della Commissione. Il testo della proclamazione è stato firmato da tutte le parti al vertice sociale per l'occupazione e la crescita eque che si è tenuto a Göteborg (Svezia) il 17 novembre 2017, a seguito di discussioni tra il Parlamento europeo, la Commissione europea e gli Stati membri. (aise 20)

 

 

 

 

Il ministro degli Affari Esteri Angelino Alfano interviene alla Plenaria del Cgie

 

“Gli oltre 5 milioni e mezzo di italiani sparsi nel mondo hanno prodotto ricchezza in ogni nazione e sono diventati per noi una inestimabile risorsa e una componente essenziale del sistema Italia”

 

ROMA – Ad aprire la seconda giornata dei lavori dell'assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all'estero è stato questa mattina, nella Sala delle Conferenze internazionali della Farnesina, l'intervento del ministro degli Affari Esteri, Angelino Alfano, che ha ricordato di “aver avuto il privilegio di incontrare, in questi mesi trascorsi dal mio precedente saluto al Cgie nel marzo scorso, i connazionali che studiano o lavorano all'estero in numerose occassioni”. In ultimo nella sua visita a New York, la scorsa settimana. “Dai brillanti ricercatori fino ai bambini della scuola d'Italia Guglielmo Marconi, i nostri connazionali rappresentano una idea nuova di connazionalità non più legata a schemi del passato o stereotipi, ma ad un protagonismo sociale e civile di nuova generazione – ha rilevato Alfano, ricordando come “gli oltre 5 milioni e mezzo di italiani sparsi nel mondo hanno prodotto ricchezza in ogni nazione e sono diventati per noi una inestimabile risorsa e una componente essenziale del sistema Italia”. Ha dunque evidenziato come anche i connazionali residenti all'estero siano portatori di un modo di essere italiani cui non si chiede di rinnegare la cittadinanza o il Paese in cui sono stati accolti, ma come essi siano “ambasciatori d'Italia” specialmente coloro che fanno parte del Cgie, che rappresentano in qualche modo “i togati, e perciò hanno un supplemento di dovere” nei confronti della bandiera italiana.

Alfano ha ricordato poi come nel 2016 le rimesse dei connazionali residenti all'estero siano state 7,2 milardi di euro, quasi un mezzo punto percentuale di Pil italiano, rilevando come si debba “difendere il patrimonio umano, di capitale e culturale rappresentato dagli italiani all'estero”, in particolare nella situazioni più complesse, come quella che si delinea con la Brexit, o nel caso dei più vulnerabili, come i 150 mila connazionali residenti in Venezuela o in altre aree del globo sensibili. A proposito del Venezuela, il Ministro segnala come sia stato deciso un aumento di 300 mila euro al milione già destinato all'emergenza con misure straordinarie di assistenza, che proseguiranno nel 2018, e sia stata decisa la “sospensione dell'adeguamento del tasso di ragguaglio per evitare la lievitazione dei costi dei servizi consolari”. Sul governo venezuelano si stanno invece esercitando pressioni per il rifornimento di beni di prima necessità e medicinali.

Tra le priorità di intervento richiamate da Alfano anche il tema della nuova mobilità e in particolare il rientro di ricercatori o delle persone altamente formate in Italia per porre un argine “alla perdita di capitale umano essenzialmente unidirezionale a cui assistiamo ogni anno, con circa 3000 dottori di ricerca italiani che decidono di espatriare, il 16,2% del totale e a fonte di un 3% che attraiamo – segnala il Ministro, ricordando come i numerosi interventi già adottati in materia non siano sufficienti.

Anche sul fronte delle risorse, Alfano ricorda i progressi compiuti e la lunga strada ancora da compiere, in particolare richiama le risorse stanziate per il fondo straordinario di promozione di lingua e cultura italiana e l'integrazione a 12 milioni di euro dal capitolo di spesa destinato agli enti gestori dei corsi di lingua italiana all'estero. Passa poi a considerare la carenza di risorse umane negli uffici consolari presenti all'estero, segnalando come il blocco del turn over abbia determinato la diminuzione del 30% degli addetti consolari e il suo impegno personale su questo fronte, impegno cui una prima risposta viene data nella legge finanziaria all'esame del Parlamento con la programmazione di fondi per l'assunzione di funzionari consolari nei prossimi 3 anni e 100 contrattisti nelle sedi all'estero, “a favore - chiarisce Alfano - di quelle maggiormente esposte all'aumento di domanda dei servizi consolari, a partire dall'America latina, ma anche Londra, Nord America e Australia”. Tra le risorse previste nella medesima legge, sostenute – segnala Alfano - anche dai parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, vi sono stanziamenti per i Comites, il Cgie, le agenzie di stampa, l'editoria italiana all'estero e l'indennizzo ai cittadini e alle aziende italiane in Venezuela. Il Ministro assicura anche la rapida riassegnazione da parte del Mef dei 3,8 milioni di euro derivanti dal contributo per le pratiche per il riconoscimento della cittadinanza italiana alla sedi consolari che hanno svolto tali pratiche, cifra che include la percentuale prevista da una recente normativa in merito calcolata sulle entrate del 2016 e dei primi 3 mesi del 2017. Ricorda poi il proseguimento della digitalizzazione dei servizi e della semplificazione burocratica anche se “non trascureremo – assicura – la tradizionale erogazione allo sportello, si tratterà di un affiancamento da parte dei servizi online e non di una virata traumatica verso questi ultimi”. Alfano ribadisce infine l'importanza della collaborazione con il Cgie e del ruolo del Cgie, “organismo che mi ha sempre convinto per la sua qualità di rappresentanza e di intermediazione delle istanze della nostra collettività – dice. “Io vi sostegno e credo che insieme potremmo fare un buon lavoro utile a tutti i nostri connazionali, che continuano ad avere amore e passione per la loro patria – conclude Alfano. All'assemblea vengono segnalati anche due eventi luttuosi che hanno colpito la Farnesina in questi giorni: la morte di Luca Lepore, già console italiano a Mendoza, e di Paolo Castellani, già consigliere del Cgie per il Cile. Viviana Pansa, Inform 23

 

 

 

UNHCR. Cambiano la rotte di migranti e rifugiati verso l’Europa

 

GINEVRA - Meno in Italia, più in Grecia. Il nuovo rapporto rilasciato oggi dall’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, evidenzia i cambiamenti in atto nelle rotte usate da rifugiati e migranti per raggiungere l’Europa nel terzo quadrimestre del 2017.

“Nei mesi scorsi la rotta via mare verso la Grecia ha guadagnato popolarità, gli arrivi via mare in Italia sono diminuiti e abbiamo assistito ad una crescente diversificazione dei viaggi intrapresi da migranti e rifugiati per raggiungere l’Europa”, riferisce Pascale Moreau, Direttrice dell’Ufficio per l’Europa dell’UNHCR.

Il numero delle persone che hanno attraversato il Mediterraneo dalla Libia all’Italia è fortemente calato, 21.700 persone sono arrivate tra luglio e settembre, il numero più basso degli ultimi quattro anni per lo stesso periodo di riferimento.

Secondo il rapporto, nel corso del terzo quadrimestre dell’anno è fortemente aumentato il numero di persone che sono arrivate in Italia partendo dalla Tunisia, dalla Turchia e dall’Algeria, e la maggior parte degli arrivi in Europa, lungo la rotta del Mediterraneo sono costituti da persone di nazionalità siriana, marocchina e nigeriana.

La Grecia ha visto un aumento degli arrivi via mare e via terra fin dall’estate. Solo a settembre circa 4.800 persone hanno raggiunto le coste greche, il numero più alto in un solo mese dal Marzo 2016. Circa l’80 per cento degli arrivi via mare in Grecia sono costituiti da siriani, iracheni e afghani, di questi due terzi sono donne e bambini.

Parallelamente, dal rapporto emerge che la Spagna ha visto un aumento del 90 per cento degli arrivi via terra e via mare nel terzo quadrimestre del 2017, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La maggior parte di questi, 7.700 persone, arriva da Marocco, Costa d’Avorio e Guinea, ma gli arrivi via terra sono costituiti per la maggior parte da siriani.

Il rapporto evidenzia inoltre la ripresa, nel corso dell’estate, degli arrivi in Romania dalla Turchia, attraverso il Mar Nero (per la prima volta dal febbraio del 2015) così come un massiccio incremento degli arrivi a Cipro dall’inizio dell’anno.

“Nonostante la riduzione degli arrivi attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, migliaia di persone continuano ad intraprendere viaggi disperati verso l’Europa”, riferisce Moreau, che ha sottolineato con “profonda preoccupazione” che al 20 novembre quasi 3.000 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare e altre 57 via terra o ai confini europei nel 2017. I numeri effettivi potrebbero essere più alti, ha aggiunto.

Il rapporto sottolinea, inoltre, la difficile situazione che vivono molte donne e ragazze vittime di tratta e quella di 15.200 minori non accompagnati e separati che sono arrivati finora in Europa quest’anno.

Il rapporto mostra poi che i movimenti di persone che cercano di oltrepassare i confini terrestri continuano anche negli ultimi tre mesi nonostante i respingimenti ad opera di alcuni Paesi. Queste pratiche dovrebbero essere investigate ed eliminate, si legge nel rapporto.

“L’UNHCR continua a chiedere maggiore accesso a vie legali e sicure, quali il ricongiungimento famigliare e il reinsediamento in Europa” conclude Moreau. “È importante anche assicurare che le persone abbiano accesso alle procedure di asilo nei paesi europei. Siamo estremamente grati per i contributi finora effettuati dagli Stati, tuttavia serve ancora molto per soddisfare la richiesta di 40.000 posti di reinsediamento effettuata lo scorso settembre per i rifugiati che si trovano in 15 paesi prioritari lungo la rotta del Mediterraneo centrale”. (aise/dip) 

 

 

 

 

La rotta mai chiusa. Migranti: dietro la ripresa dei flussi di giovani dalla Tunisia

 

“Stavolta si fa sul serio. Lampedusa è in stato d’assedio. Il centro di accoglienza tracima tunisini. Ce ne sono dappertutto”. Correva l’anno 2011 e sebbene l’articolo riporti una data ormai lontana nel tempo, queste parole sono oggi di un’attualità preoccupante. Dall’inizio dell’anno, secondo il Ministero dell’Interno, 111.397 persone sono sbarcate in Italia e di queste 5.433, pari al 5% circa, provengono dalla Tunisia.

Sebbene la quota percentuale non sia rilevante in termini assoluti, più interessante è osservare la sua variazione nel tempo. Nonostante già nel primo semestre sia ravvisabile un progressivo crescendo del flusso (16 a gennaio, 66 a febbraio, 74 a marzo, 75 ad aprile, 128 a maggio e 221 a giugno), è a partire dal mese di luglio che il numero di arrivi di migranti tunisini ha registrato un’impennata, facendo schizzare ogni previsione. Dall’inizio dell’estate alla fine del mese di ottobre sono sbarcati in Italia 4.853 migranti tunisini. Un numero duplicato mese dopo mese: 266 a luglio, 511 ad agosto, 1.293 a settembre e 2.783 a ottobre. Dato ragguardevole se comparato ai valori del 2016, quando arrivarono solo 536 migranti.

Se il trend registrato venisse confermato nei prossimi due mesi, alla fine dell’anno potrebbero essere anche 10.000 i tunisini approdati in Italia: un numero che riporta in auge quella rivoluzione dei gelsomini che nel 2011 spinse 28.017 persone a raggiungere l’Italia, per ovviare al disagio sociale ed economico che aveva visto precipitare al 42.5% il tasso di disoccupazione giovanile.

La Tunisia dopo la rivoluzione, tra politiche inadeguate e limitazioni alla libertà

Dal 2011, le politiche liberali messe in atto dai governi post rivoluzionari non sono state in grado di stimolare sufficientemente il mercato e il deficit occupazionale. Nel 2016 il tasso di disoccupazione giovanile stenta a mostrare significative riprese (34,5%), a fronte di una crescita reale del PIL pari al 1%. Peraltro, le precarie condizioni economiche sono state aggravate dalla decretazione dello stato emergenziale, proclamato nel novembre 2015 e prorogato anche quest’anno. Lo stato d’emergenza ha consentito alle autorità preposte di intervenire per sedare ogni evento classificabile quale minaccia all’ordine pubblico, censurando la stampa e i media televisivi e vietando scioperi e manifestazioni, anche facendo ricorso all’uso della forza. Queste politiche hanno aizzato il malcontento popolare, che non ha messo fine al proliferare delle proteste contro la disoccupazione e la condizione di sottosviluppo.

L’ultimo attacco alla libertà di espressione e di opinione è stato sferrato lo scorso 13 luglio, quando l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo ha ripreso la discussione sul progetto di legge n. 25, presentato in Parlamento ad aprile 2015 e riguardante la persecuzione degli abusi commessi contro le forze armate. Il provvedimento dispone pene molto severe (10 anni di prigione e una tassa di 50 mila denari) per chiunque commetta atti che ledano le forze armate e i segreti di sicurezza nazionale. Non sorprende che nel 2017 la Tunisia è stata nuovamente classificata quale Paese parzialmente libero. In questo contesto, i giovani restano la categoria più colpita.

Secondo un’indagine del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, il 67% delle persone che sceglie di abbandonare in maniera irregolare la Tunisia sono giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, la maggior parte dei quali non diplomati o senza lavoro, originari del governatorato di Medinine. Per molti di loro l’unica alternativa per reagire è migrare, anche se in condizioni irregolari e con mezzi improvvisati: piccole barche da pesca partite da Sfax e dirette verso aree costiere siciliane poco presidiate.

La chiusura del fronte libico non c’entra. La rotta tunisina è la stessa di sei anni fa

Sulla stampa italiana, a partire dal mese di luglio, si sono moltiplicati i titoli che davano notizia di sbarchi fantasma in Sicilia, specie sull’isola di Lampedusa, dove ad ottobre 2017  è stato  registrato il maggior numero di sbarchi tra i porti del meridione (168), di cui oltre il 60% nei mesi tra luglio e ottobre.

E’ evidente che esiste una connessione tra il fenomeno migratorio del 2011 e quello che si sta verificando in questi ultimi mesi. Oggi come sei anni fa, il governo non è stato in grado di rispondere al malessere della società tunisina e a poco sono serviti i finanziamenti ricevuti dall’Unione europea negli ultimi anni. Per questo, non è corretto parlare dell’apertura di una nuova rotta migratoria a seguito della “chiusura” del fronte libico. La rotta è quella già esistente da sei anni, mai chiusa nel tempo. Piuttosto, sarebbe più corretto dire che dopo il 2011 si è drasticamente ridimensionata ed è stata oscurata dai numeri della rotta libica.

Considerare la rotta tunisina quale mera alternativa a quella libica appare riduttivo. Sono i migranti tunisini a imbarcarsi dai porti di Sfax e Kerkenna, raramente gli stranieri (secondo il Forum tunisino dei diritti economici e sociali, tra il 2011 e il 2016 il 74,6% delle persone che hanno lasciato il Parse sono cittadini tunisini). Sebbene negli ultimi mesi il flusso di migranti sub sahariani lungo il confine tunisino-libico sia cresciuto (migranti che vengono in Tunisia per trovare lavoro e raccogliere i soldi per pagare i passeur), ad oggi i protagonisti della rotta restano i giovani tunisini che, stretti nella morsa di una economia impoverita e di un clima politico asfissiante, fuggono a bordo dei social media prima ancora che delle imbarcazioni di fortuna. Paolo Howard

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Riforma di Comites e Cgie nella prima mattinata di lavori

 

In apertura il saluto del direttore generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche migratorie del Maeci Luigi Maria Vignali: “Non c'è niente di più prezioso per la Farnesina che la voce diretta dei territori che voi rappresentate”

 

ROMA – Incentrata sulla propria auto-riforma la prima mattinata di lavori dell'assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero che si è aperta oggi nella Sala delle Conferenze Internazionali alla Farnesina. Un percorso, quello relativo all'elaborazione di due proposte di riforma degli organismi di rappresentanza dei connazionali residenti all'estero – Comites e Cgie, - avviato sin dall'insediamento del Consiglio generale e passato attraverso una consultazione allargata alle collettività i cui primi frutti sono stati una bozza preliminare di riforma discussa e approvata nel corso della scorsa plenaria, nel mese di marzo. Un tentativo di “rendere più efficaci questi organismi alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi anni e dare indicazioni al Parlamento in questo senso – ha ricordato il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, precisando come questo sia un “tema sentito, ma non obbligato” su cui “abbiamo interpellato e recepito i suggerimenti pervenuti da parte dei Comites, enti di organizzazioni presenti sul territorio e singoli per giungere ad una riscrittura di come dovrà articolarsi la rappresentanza negli anni futuri”. Il segretario generale ricorda come il percorso avviato più di un anno fa dal Cgie intenda tenere conto dei mutamenti socio-politici avvenuti dal 1989 in poi, rafforzare “il lavoro, la presenza e la natura di Comites e Cgie”, in particolare il collegamento con il territorio, nel caso dei Comites, organismi di rappresentanza di primo livello, e con i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero per quanto riguarda il Cgie. Il fine è di coniugare e includere più efficacemente anche il fenomeno delle nuove mobilità nelle politiche rivolte ai connazionali residenti all'estero, cercando di rafforzare i rapporti che essi hanno con la madrepatria.

La consultazione allargata ha consentito di raccogliere proposte migliorative della rappresentanza in una bozza di riforma di sintesi curata dal vice segretario generale del Cgie, Silvana Mangione, già approvata in prima battuta nella plenaria di marzo e ora ulteriormente modificata tenendo conto dei suggerimenti emersi in tale occasione. L'auspicio di Schiavone è dunque di portare a termine questo iter e consegnare le proposte domani al ministro degli Affari Esteri, Angelino Alfano, attendendo indicazioni su possibili – e da lui auspicati – interventi legislativi che possano essere adottati magari entro la fine di questa legislatura.

A portare i saluti all'assemblea, prima di entrare nel vivo delle questioni di riforma, il direttore generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, che ha richiamato con soddisfazione anche le due giornate di riunioni che hanno preceduto la plenaria, evidenziando di avervi percepito “vogli di concretezza, risultati e impegno”. “La riforma degli organismi di rappresentanza è senz'altro fondamentale per l'attesa che vi è alla base, giusta nelle priorità e ambiziosa negli obiettivi che vi si pongono – ha precisato Vignali, sottolineando come lo stesso Ministero potrà giovarsi di “un rinnovato rapporto di collaborazione con il Cgie, pur nel rispetto dei diversi ruoli svolti”. “Non c'è niente di più prezioso per la Farnesina che la voce diretta dei territori che voi rappresentate, la vostra funzione è di base e organica all'articolazione della nostra attività – ha ricordato il direttore generale, rilevando come “su questa voce noi siamo chiamati a lavorare”, “essa ci fornisce un orientamento sui servizi resi all'estero, su cosa deve essere fatto magari diversamente, su come investire meglio le poche risorse che abbiamo, sulle nuove esigenze degli italiani all'estero”. Per Vignali dunque il Cgie può svolgere un compito importante nell'accompagnamento ai “percorsi di riflessione, cambiamento e innovazione” che la Farnesina sta portando avanti, richiamando a questo proposito la digitalizzazione dei servizi e l'attenzione alle istanze provenienti dalle nuove mobilità. “Abbiamo inoltre bisogno di uno stimolo ed un confronto serrato su situazioni di emergenza, come quelle del Venezuela, o particolarmente complesse, come nel caso della Brexit – afferma il direttore generale, preannunciando un confronto con il Cgie su questi temi e altri temi per avere “uno spaccato realistico su quelle che sono le esigenze dei connazionali”. Altro aspetto prioritario ricordato da Vingali anche il “far conoscere meglio, fuori da queste mura, l'importanza dei connazionali per l'Italia di oggi e quella del futuro”.

 

Il dibattito sulle proposte di riforma di Comites e Cgie

Dopo il saluto del direttore generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, è entrato nel vivo della prima mattinata di lavori della plenaria del Consiglio generale tornando sulla riforma degli organismi di rappresentanza. Schiavone ha chiarito in particolare come le proposte in discussione costituiscano un ripensamento di funzioni e natura di Comites e Cgie, dello “strumento che deve fare in modo che i connazionali all'estero si sentano tutelati nelle loro istanze, ma nello stesso tempo protagonisti di un rinnovato legame con l'Italia”, precisando come tali organismi debbano essere intesi quali punti di riferimento da parte di questi ultimi.

Si è aperta quindi una discussione generale sui due articolati di riforma. Primo ad intervenire Luigi Papais (Ucemi) che ha rilevato come la situazione politica italiana sia nuovamente cambiata rispetto a quella della passata plenaria di marzo, con le novità introdotte dalla nuova legge elettorale – contestata in particolare la possibilità in essa prevista che anche i residenti in Italia possano presentare la propria candidatura nella circoscrizione Estero. Considerando i possibili effetti che tale legge potrà determinare nella prossima consultazione elettorale, ormai molto vicina nel tempo, Papais ritiene opportuno sospendere la discussione sul tema per riprenderla alla luce degli sviluppi futuri. Il segretario generale precisa però come la riforma di Comites e Cgie sia un “bisogno antico” e come sia emersa perentoriamente la necessità di tenere insieme i tre livelli di rappresentanza – Comites, Cgie, parlamentari; - “dobbiamo avere la forza e il coraggio – rileva Schiavone – di chiudere l'argomento”. Più tempo per esaminare le proposte prima di procedere con la votazione è la richiesta formulata da Norberto Lombardi (Pd), richiesta che trova d'accordo Rodolfo Ricci (Filef) che precisa però come a suo avviso debba essere chiarito meglio nel testo l'articolo 1 relativo alla definizione e al ruolo del Cgie, rafforzando il richiamo alla rappresentanza che tale organismo svolge delle collettività e correggendo termini che potrebbero sminuire tale sua natura. Ricci ritiene inoltre debba essere precisato il ruolo “dialettico” che il Cgie può svolgere sui temi che riguardano i problemi della comunità italiane all'estero. Teme un possibile “ingessamento” del percorso di riforma sino a qui compiuto Paolo Da Costa (Svizzera) che ritiene esso debba procedere indipendentemente dalle novità introdotte con la legge elettorale. Da Costa sollecita quindi l'approvazione di un un documento il più possibile condiviso per passare ad affrontare altri urgenti problemi come quello della rappresentanza territoriale dei consiglieri, ridotti nel loro numero – per quanto riguarda quelli di provenienza territoriale - da 65 a 43 con un recente intervento normativo e su cui ritiene debba essere “indicata almeno una soluzione correttiva già da questa plenaria”.

Per una riflessione più approfondita e lunga sulla bozza di riforma è anche Luca Tagliaretti (Ncd), che si sofferma sulla questione della residenza dei membri dei Comites – nella bozza di riforma si indica il trasferimento di residenza fisica per un periodo superiore a tre mesi motivo di decadenza dalla carica di consigliere del Comites, - ritiene debba essere inserita la possibilità per i presidenti dei Comites di avere accesso alle liste dei connazionali residenti nella circoscrizione consolare, fatti salvi i vincoli di privacy, per svolgere attività informativa e non condivide, nella proposta relativa al Cgie, che i consiglieri di nomina governativa debbano risiedere in Italia. Altro motivo di perplessità, sempre nella bozza relativa al Cgie, è la designazione dei 4 consiglieri di nomina governativa, prima effettuata tenendo conto dei partiti politici più rappresentativi, da parte di Regioni, Province autonome e Anci. Per Tagliaretti, infatti, attraverso tali numeri si potrebbe affrontare parte della questione già richiamata dei territori non rappresentanti dai 43 consiglieri oggi presenti nella composizione del Cgie.

Schiavone e Mangione ricordano come l'esperienza passata abbia dimostrato l'opportunità della residenza in Italia dei consiglieri di nomina governativa, perchè possono in questo modo partecipare a riunioni o incontri di natura istituzionale o politica anche organizzati a breve termine. Viene inoltre ribadita la diversa funzione svolta dai consiglieri di nomina governativa rispetto a quelli di provenienza territoriale. Il vice segretario conviene però sul fatto di non indicare il requisito di residenza in Italia indispensabile per il consigliere designato dalla Federazione unitaria della stampa italiana all'estero, per la natura stessa del suo incarico.

Soddisfatta delle proposte Maria Chiara Prodi (Francia), che apprezza lo spazio alla nuova emigrazione previsto dalla riforma dei Comites (un articolo prevede la possibilità di affiliazione al Comites di cittadini italiani della nuova emigrazione anche se non in possesso dei requisiti per la candidabilità) e il richiamo a liste elettorali che garantiscano pari opportunità. Prodi ritiene però necessario intervenire sulla rappresentanza territoriale dei consiglieri del Cgie, vista la situazione determinatasi con la riduzione di questi ultimi.

Mariana Gazzola (Argentina) ritiene opportuno votare e concludere l'iter avviato, pur precisando meglio l'indicazione della natura del Cgie, come chiesto da Ricci, e ribadisce la sua contrarietà alla riduzione del numero dei consiglieri del Cgie che ritiene dovrebbe essere riportato a 65.

Sui problemi sorti a seguito della riduzione si dice ben consapevole anche Silvana Mangione, che annuncia un'apposita discussione sulla questione, successiva però all'assetto complessivo delle proposte di riforma e alla votazione sulle stesse.

Di seguito anche l'intervento di Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che sottolinea come la scelta dell'articolato di proposta di riforma richieda una discussione molto approfondita da parte del Cgie. Egli ritiene inoltre inopportuno che il documento di accompagnamento alla proposta di riforma menzioni la legge elettorale, perchè crede sia controproducente per una discussione “serena, aperta e critica” su tale legge e che, a suo dire, non deve influenzare le proposte di riforma di Comites e Cgie. L'auspicio di Fedi è quello dell'approvazione di un articolato che possa trovare “il massimo consenso tra voi”, anche se ricorda come vi siano “difficoltà oggettive” al fatto che tale provvedimento possa essere approvato entro la fine di questa legislatura. Fedi invita inoltre il Cgie ad avere un rapporto “più organico con i parlamentari”, specie in merito a questioni importanti e sempre più imminenti come il voto all'estero. Per l'esponente democratico non è più possibile ora ridiscutere l'impianto della riforma elettorale, ma invita a “fare del nostro meglio” in vista del provvedimento che verrà emesso per lo svolgimento delle consultazioni all'estero.

Esprime soddisfazione per la designazione di 4 consiglieri di nomina governativa attribuita nella bozza di riforma del Cgie a Regioni, Province autonome e Anci Luigi Scaglione, del Consiglio regionale della Basilicata, che lo ritiene un “riconoscimento ufficiale e operativo dei rappresentanti delle Regioni” all'interno del lavoro del Cgie e nei rapporti con i connazionali residenti all'estero, mentre Francesco Papandrea (Australia) si dice dipiaciuto per il mancato ruolo di leadership che a suo avviso il Cgie non ha assunto nell'ambito della proposta di riforma, anche se annuncia il suo voto favorevole per spirito di “pragmatismo” e per la conclusione del lungo lavoro avviato. Papandrea ritiene infatti che il Cgie avrebbe potuto approfondire l'analisi con uno sguardo di insieme sull'organismo. Egli aggiunge inoltre di condividere la necessità di una riflessione sulla rappresentanza territoriale dei consiglieri e suggerisce di considerare anche l'opportunità di mettere un limite massimo alla rappresentanza di singoli Paesi. Infine, ricorda la sua contrarietà alla presenza in seno al Cgie dei consiglieri di nomina governativa, anche se previsti dalla bozza proposta e non condivide la premessa del documento di accompagnamento richiamata anche da Fedi. Auspica una rapida approvazione delle proposte anche Riccardo Pinna (SudAfrica) che chiede di non stravolgere i suggerimenti formulati dalle collettività e di essere pragmatici, mentre Enrico Musella (Francia) ribadisce come la legge in vigore su Comites e Cgie sia una buona legge. “Se però dobbiamo riformare facciamolo subito per restituire a Comites e Cgie la loro piena funzionalità – ribadisce Musella, che ritiene non opportuno imporre troppi vincoli ai meccanismi di cooptazione e sull'incandidabilità, come quella indicata tra presidenti di Comites e i consiglieri del Cgie.

Osservazioni di natura stilistica su funzionalità e definizioni del Cgie anche quelle avanzate da Fabrizio Benvignati (Acli) che chiede di sottolineare meglio il carattere elettivo e di rappresentanza del Cgie, specificare gli interlocutori principali e non usare termini che potrebbero sminuire il ruolo dell'organismo, mentre Giangi Cretti (Fusie) esprime perplessità sulle distinzioni emerse tra consiglieri di nomina governativa e di provenienza territoriale, a meno che non si riferiscano al diverso ruolo che ad essi compete, e chiede se l'articolato verrà presentato al Governo oppure ai Parlamentari. Da Tony Mazzaro (Germania) un richiamo all'importanza delle collettività presenti all'estero per l'Italia, mentre Aniello Gargiulo (Cile) auspica la conclusione di questo lavoro di proposte, perchè crede che siano state considerati tutti i suggerimenti e le precisazioni, che il ruolo del Cgie sia stato precisato in modo ampio e i Comites sostenuti ad uscire dai loro territori più tradizionali. Anche per Gian Luigi Ferretti (Maie) è il momento di concludere la discussione, anche se si chiede quale uso verrà fatto delle proposte, mentre Luigi Billé (Regno Unito) chiede si aggiunga di considerare negli studi e ricerche cui il Cgie può essere coinvolto anche il monitoraggio dei contributo economico apportato al Pil italiano dai residenti all'estero. Infine, Silvia Alciati (Brasile) ribadisce come impegno del Cgie sia stato fornire proposte migliorative e un arricchimento dell'attuale assetto di Comites e Cgie e non stravolgere l'esistente o pensare ad un modello nuovo di rappresentanza. Alciati ritiene però auspicabile inserire un riferimento in più sulle modalità di accreditamento di Comites e Cgie presso le autorità dei Paesi ospitanti, modalità che però Silvana Mangione sottolinea sono già ampiamente indicate nella proposta all'esame e spesso legate più alla persona che alla norma di legge vera e propria.

Chiede più tempo per riflettere sulle proposte, almeno fino a venerdì anche Gian Luca Lodetti (Cisl).

Sul primo articolo che precisa natura e finalità del Cgie si dichiara disponibile ad intervenire Silvana Mangione, tenendo conto delle osservazioni emerse, così come sull'inserimento del monitoraggio del contributo al Pil. Nel documento di accompagnamento verrà invece aggiunto il richiamo all'importanza di mantenere i diversi livelli di rappresentanza – Comites, Cgie, Parlamentari, mentre viene accolto anche il suggerimento di inserire nell'articolo che prevede l'istituzione della Conferenza permanente tra Stato, Regioni, Province autonome, Anci, Upi e Cgie, tra i componenti il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Mangione ribadisce come non possa essere accolta invece l'osservazione sull'incompatibilità tra presidenti di Comites e Cgie, ricordando però come altri membri dei Comites possono essere eletti consiglieri del Cgie. Limiti meno stringenti vengono accordati invece per la cooptazione dei membri stranieri di origine italiana nei Comites.

Una lunga discussione si apre infine sui consiglieri di nomina governativa prima designati dai partiti – 4- e la cui designazione la proposta di riforma assegna ora a Regioni, Province autonome ed Anci. È in primis Norberto Lombardi (Pd) a ribadire la sua perplessità sul punto, ricordando come la bozza approvata a marzo non recasse tale modifica. Anche Fedi ritiene necessario un approfondimento sulla questione e ritiene che il Cgie dovrebbe invece sollecitare una presenza qualificata dai rappresentanti di partiti nel Consiglio generale. Dopo l'ascolto di proposte di diverso tipo l'assemblea conviene sul fatto di rivedere la suddivisione dei consiglieri di nomina governativa, riducendo a 3 i consiglieri designati dai partiti di maggiore rappresentanza nel parlamento italiano, prevedendone 2 designati da Regioni, Province autonome ed Anci e eliminando quello designato dalla Federazione nazionale della Stampa.

Nel corso del pomeriggio viene approvato l'articolato di riforma del Cgie, all'unanimità. e del Comites - con un astenuto. Viviana Pansa, Inform 22

 

 

 

 

Lindner riscrive il Dna dei liberali tedeschi e soffia sulle paure del ceto medio

 

Il leader del Fdp rompe sui migranti: meglio non governare che farlo male

 

Il no di Christian Lindner, leader del partito liberale tedesco, è stato decisivo per far saltare il tavolo dei negoziati che avrebbe dovuto portare alla formazione di un governo nero-giallo-verde (la cosiddetta coalizione Giamaica). E sono in molti a chiedersi, in Germania, se si sia trattato di un no spontaneo - risultato cioè di un’effettiva impossibilità a dar vita ad un compromesso soddisfacente - oppure di un no pianificato - frutto di un cinico calcolo che avrebbe visto l’Fdp in una posizione di debolezza, di fronte a cui la prospettiva di nuove elezioni sembra tutto sommato meno rischiosa.  

 

Il fatto che sia stata la politica migratoria l’occasione per certificare l’indisponibilità di Lindner ad andare al governo sembrerebbe portare argomenti a quest’ultima interpretazione: tornare al voto significherebbe infatti per i liberali sottrarre consensi all’Afd e ribadire una distanza con il partito della cancelliera, mai così debole. Non solo, ma la fragilità degli uomini presenti nelle file liberali - sottolineano molti commentatori - si sarebbe mostrata in tutta la sua evidenza già dai primi passi dell’esperienza di governo, erodendo il consenso elettorale e rischiando di vanificare il grande rientro in Parlamento di uno dei partiti storici della Bundesrepublik. 

 

E così, Lindner ha scelto la strada più eccentrica, in linea soltanto con la sua campagna elettorale e con il suo profilo politico: fragile e avventuroso al tempo stesso, forte del brand dei liberali, ma intenzionato, in fondo, a cambiarne radicalmente il Dna. Uno sguardo al sondaggio effettuato dall’istituto demoscopico online Civey subito dopo il fallimento dei negoziati sembra dargli ragione: a fronte di un 32 per cento che considera la decisione dell’Fdp «molto negativa» c’è un abbondante 24 per cento che la definisce invece «molto positiva». 

 

Nato e cresciuto nel cuore della Ruhr, Land ricco e con un tessuto sociale fortemente segnato dalla presenza di stranieri, laureato in Scienze politiche e forte di studi filosofici, Christian Lindner è riuscito a portare con sé il 10,4 per cento degli elettori tedeschi al voto di settembre. Ha scommesso sulla ripresa del neoliberalismo in campo economico, in chiara opposizione con la linea della Cdu, ritenuta troppo assistenzialista e socialdemocratica, sul rilancio degli ideali europeisti (in senso però estremamente difensivo degli interessi nazionali tedeschi), su una politica migratoria finalizzata a sostenere l’economia della Germania più che la solidarietà, e sulla necessità di investimenti consistenti nel settore della formazione e della ricerca. Tutti argomenti che sembravano coerenti con le radici storiche del partito dell’eterno ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, della grande imprenditoria tedesca e dell’alta borghesia. Ma che alla prova dei fatti hanno rivelato come l’obiettivo elettorale di Lindner fosse un altro: il ceto medio tedesco più insicuro e intimorito dai nuovi mutamenti sociali, quello che sfugge ai sondaggi degli economisti che ne misurano il benessere economico ma non il malessere sociale, quello che si sente minacciato e che teme l’erosione del suo patrimonio. Che in parte ha votato Afd, ma che potrebbe, in una seconda eventuale tornata elettorale, ritrovarsi su una più consona e affidabile piattaforma liberale.  

 

«Meglio non governare che farlo male», ha detto Lindner a commento della fine dei negoziati. Un azzardo politico inusuale per la Germania, che ha spiazzato in primo luogo Angela Merkel, abituata a considerare l’Fdp alleato naturale, e forse convinta di conoscerlo meglio. Ma che potrebbe - a sorpresa - conquistare quella Germania in ombra, che al riparo del voto di protesta e dell’astensionismo, cova risentimento ed è alla disperata ricerca di certezze.  LS 21

 

 

 

 

Caos a Berlino. Germania, falliti i negoziati per la coalizione con Liberali e Verdi

 

Le politiche migratorie il nodo che ha reso impossibile l’unione di alleati di governo che hanno posizioni politiche troppo diverse - di Danilo Taino,

 

«Rispetto a un governo di minoranza preferisco tornare alle elezioni». La cancelliera tedesca Angela Merkel non chiude ancora la partita ma chiarisce di volere una nuova coalizione. Quella tra i cristiano-democratici della Cdu e della Csu, i Liberali e i Verdi in Germania non si può fare. Dopo quattro settimane di colloqui tra i partiti e 56 giorni dopo le elezioni del 24 settembre, domenica notte i colloqui tra le quattro delegazioni sono falliti. Poco prima di mezzanotte, i Liberali di Christian Lindner hanno fatto sapere che si ritiravano: troppe differenze sul programma. La politica tedesca entra in un territorio mai calpestato prima, instabile.

A Berlino, domenica notte, pochi erano in grado di dire con certezza cosa succederà. La stessa posizione di Angela Merkel, prima sconfitta del flop dei negoziati, è molto meno solida. Il liberale Lindner si è preso la responsabilità di alzarsi dal tavolo dopo che la scadenza che era stata posta per un accordo è stata superata giovedì scorso e una seconda volta ieri alle 18, dopo ore di trattative durissime. Probabilmente, una maggioranza tra i quattro partiti non era nelle carte sin dall’inizio. Era l’unica numericamente possibile, in seguito alle elezioni e al fatto che i socialdemocratici di Martin Schulz avevano deciso di passare all’opposizione.

«Meglio non governare che governare male»

Ma Lindner ha detto che nei colloqui si è capito che tra i quattro non c’erano né idee comuni né fiducia. Differenze strutturali. Mettere assieme un partito nettamente di centro, la Cdu, uno più conservatore, la gemella bavarese Csu, i Liberali decisamente pro-business e i Verdi che propendono a sinistra si è dimostrato impossibile. Il leader liberale ha detto di non volere accusare nessuno per il fallimento: ognuno si è battuto per i propri principi. «È meglio non governare che governare male», ha affermato: «C’erano questioni aperte e obiettivi confliggenti». Alcuni Verdi, invece, lo accusano di avere ceduto a posizioni populiste. Il punto di rottura è stato sul ricongiungimento famigliare degli immigrati siriani che hanno ottenuto asilo: il governo uscente di Grande Coalizione li aveva sospesi per due anni, fino al prossimo marzo; i Verdi chiedevano che fossero ripristinati subito dopo, la Csu che si mettesse un tetto ai nuovi arrivi, i Liberali che si facesse prima di tutto la riforma della legge sull’immigrazione.

Differenze su molti temi

Per quanto si siano cercati compromessi, però, le differenze erano anche su molto altro: la politica energetica, la messa al bando dei motori a combustione interna, la chiusura delle centrali a carbone, l’abolizione della tassa di solidarietà per le regioni dell’Est ex comunista, la politica sociale, il futuro dell’Europa, la politica estera, la vendita di armi, il ruolo tedesco in Afghanistan. Un compromesso su tutto questo era francamente un’idea «ambiziosa». Il problema è cosa succederà ora. Con i socialdemocratici che ancora ieri hanno ribadito di non volere fare un governo di Grosse Koalition, alternative di alleanza a questo punto non ci sono. Merkel potrebbe già oggi o domani sentire se Schulz vuole aprire un colloquio: successo improbabile. Potrebbe andare dal presidente federale Frank-Walter Steinmeier – ieri sera molto insoddisfatto – e verificare se c’è la possibilità di un governo di minoranza: strada mai percorsa nella Germania post-bellica. Oppure si possono indire nuove elezioni a distanza di poco tempo: anche questo mai successo sin dai tempi della Repubblica di Weimar.

Sconfitta a più dimensioni per Merkel

Per Merkel è una sconfitta a più dimensioni. Non è riuscita a dispiegare la sua capacità di unificare posizioni diverse. Ha visto svanire il suo obiettivo di lunga data di governare con i Verdi (le differenze tra Cdu, Csu e Liberali sarebbero state superabili). Soprattutto, finora non è riuscita a garantire alla Germania ciò che la Germania più vuole: un governo stabile. Ieri notte, la cancelliera da 12 anni si è resa conto in via definitiva che le elezioni del 24 settembre, in cui è arrivata prima ma con un crollo di consensi, l’hanno indebolita in misura forse irrecuperabile. Avere l’incarico di fare un governo e non riuscirci in Germania è fallimento grave. Si vedrà presto, certo è che Frau Merkel rischia di prendere il viale del tramonto. CdS 20

 

 

 

La cancelliera all’angolo cerca subito il riscatto: c’è spazio per una soluzione

 

Dopo il flop dei negoziati il partito e i bavaresi si ricompattano. E nel giorno più nero Francoforte perde l’Autorità bancaria Ue. Nonostante il fallimento dei colloqui per formare il governo Angela Merkel non si dà per vinta. Germania senza governo, i socialdemocratici dicono no alla grande coalizione: voto più vicino – di Walter Rauhe

 

Berlino. «Sono pronta a ricandidarmi come capolista della Cdu alla Cancelleria nel caso venissero indette elezioni anticipate». Con questa dichiarazione rilasciata ieri sera in un’intervista esclusiva alla televisione pubblica tedesca Zdf, Angela Merkel ha girato nuovamente la frittata, trasformando la sconfitta subita domenica notte in seguito al fallimento delle trattative per un governo formato Giamaica, in un possibile riscatto in extremis. La cancelliera alla guida della Germania da ormai 12 anni non si vuole dare per vinta e a tutti coloro che già la davano per spacciata risponde con la proverbiale freddezza scientifica di leader politica laureata in Fisica che da sempre la contraddistingue. Secondo lei esistono ancora spazi di manovra per la formazione di una maggioranza di governo alternativa a quella nero-verde-gialla insieme al Partito liberale e a quello dei Verdi.  

 

Angela Merkel: “Sono pronta a governare per altri quattro anni”

Merkel fa appello al senso di responsabilità e alla ragion di Stato dei socialdemocratici e nonostante il no secco ad una riedizione della Grosse Koalition rinnovato ancora ieri dal leader dell’Spd Martin Schulz, conta ancora su questa opzione. «Il fallimento del governo Giamaica potrebbe paradossalmente rafforzare la cancelliera», sostiene il politologo Gero Neugebauer. «In seguito all’offesa subita dai Liberali, molti suoi colleghi di partito ed anche ex avversari all’interno della Cdu e Csu fanno di nuovo cerchio attorno alla cancelliera, l’unica vera leader in grado di garantire un risultato dignitoso nell’eventualità di elezioni anticipate». Eventualità preferita dalla stessa cancelliera, che resta diffidente nei confronti di un governo di minoranza. «È un modello mai sperimentato prima in Germania e che poco si presta ad affrontare le sfide future interne, come quelle internazionali», ha spiegato ieri sera nel corso dell’intervista televisiva.  

 

Ma al più tardi dalla fatidica notte fra domenica e lunedì scorso, l’autorità granitica e inossidabile di Angela Merkel ha subito ugualmente qualche graffio e per la prima volta nel corso del suo lunghissimo cancellierato, sembra essere in difficoltà. 

 

Da «Donna più potente del mondo», come venne eletta dal settimanale Forbes già pochi mesi dopo la sua conquista del potere in cancelleria nell’ormai lontanissimo autunno del 2005, Angela Merkel sembra essere tornata in queste ore nei panni poco lusinghieri di «fanciulla venuta dall’Est» o di «pupilla di Helmut Kohl», gli appellativi affibiategli all’avvio della sua carriera politica all’indomani dell’unificazione tedesca. Difficile da credere che una donna politica alla guida della Germania (e dell’Europa?) da ormai dodici anni consecutivi, che una statista che dal suo ufficio nel centro di Berlino ha già visto passare tre presidenti degli Stati Uniti, quattro presidenti francesi, sette presidenti del Consiglio italiani e così via, si trovi oggi a dover fare i conti con una situazione rischiosa e delicata provocata dal «tradimento» di un giovane rampollo della politica tedesca del calibro di Christian Lindner, leader di un Partito liberale che alle ultime elezioni legislative è riuscito a raccogliere sì e no il 10% dei consensi.  

 

Quella di queste ultime ore è un’Angela Merkel con le spalle al muro, perseguitata dalla sfortuna e che ha perso la sua bacchetta magica e il suo fiuto per gli umori della gente comune come quello dei potenti della terra. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione europea ha perso importanti alleati nell’emisfero occidentale. Con la Russia di Putin è ai ferri corti, con molti partner dell’Eurozona i rapporti sono compromessi dalla sua linea dura in fatto di rigore fiscale e disciplina di bilancio e a causa dell’apertura delle frontiere tedesche a quasi un milione di profughi, la sua popolarità è in costante discesa anche all’interno del suo Paese. Alle ultime elezioni federali del 24 settembre i cristiano-democratici hanno perso quasi il 9% dei consensi, la destra populista della AfD è entrata in parlamento e il tentativo di dar vita ad una coalizione giamaicana assieme a Liberali e Verdi è fallita nella gelida notte di domenica. Come se tutto ciò non bastasse anche l’autorità bancaria europea Eba non si trasferirà da Londra a Francoforte, bensì a Parigi. Segno forse di una nuova diffidenza nei confronti dell’affidabilità e stabilità di una Germania ingovernabile?  LS 21

 

 

 

 

Parte la campagna dell’Intercomites Germania sulla doppia cittadinanza

 

“Doppia cittadinanza, doppie opportunità.” Con questo claim l’Intercomites ha lanciato una nuova campagna informativa sulla doppia cittadinanza presso gli italiani che vivono in Germania, veicolata su supporti classici come volantini che verranno distribuiti presso la rete e le sedi Comites di Germania e attraverso una campagna on line per intercettare anche le nuove generazioni.

L’intento è di informare i connazionali che vivono in Germania sui vantaggi della doppia cittadinanza e su quanto sia semplice richiederla.

L’immagine utilizzata per la campagna è un semaforo che richiama il via libera a potersi muovere liberamente esemplificato dall’omino verde che in questo caso lo fa anche in diverse direzioni. Tutta la grafica a supporto è stata pensata per ricreare l’idea di una città simbolo dove il nostro “omino libero” può vivere e girare, senza identificarne nessuna in particolare, ma rimanendo sulle icone classiche dell’arredo urbano. Un modo anche questo per far passare il messaggio che qualunque sia la tua città, con la doppia cittadinanza ti senti a casa, sempre, partecipando alla vita sociale, politica e economica di un territorio che è diventato familiare. InterComites/de.it.press

 

 

 

 

Tenuta a Ludwigshafen l’Assemblea del PD Germania

 

Ludwigshafen.  Ospite del Circolo locale, coordinato dal Sindaco Spd Antonio Priolo e dal Segretario Baldo Martorana, si è tenuta a Ludwigshafen l’Assemblea del PD Germania. Vi hanno partecipato i delegati dei Circoli PD di tutta la Germania. L’incontro è stato presieduto dal Segretario del PD Germania Franco Garippo, dalla Presidente del PD Germania Giulia Manca, e dal tesoriere Angelo Turano.

 Ha partecipato ai lavori anche l’on. Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera. “Il PD – dichiara - è l’unica forza politica presente ed attiva sul territorio, anche all’estero. Un partito plurale, dialettico, vicino ai bisogni veri della gente. É quanto emerso anche dall‘ultima Assemblea del Pd Germania, riunito a Ludwigshafen, con i delegati provenienti da tutto il paese. In una due giorni di lavoro si è discusso a fondo di contenuti, sempre con grande entusiasmo e coesione. Questo è il PD Germania: un partito in cui ci si parla con grande franchezza ma sempre con un forte spirito di squadra”. Dip

 

 

 

Il 2 dicembre a Stoccarda la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

 

Stoccarda - Organizzato dalle ACLI Baden-Württemberg, in collaborazione con la Migrantes, la Delegazione delle Comunità Cattoliche Italiane in Germania e la Comunità Cattolica Italiana di San Giorgio, verrà presentato a Stoccarda il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. La manifestazione si terrà sabato 2 dicembre nella sede della Missione (Heilbronner Strasse 133), a partire dalle ore 16.00.

La presentazione del “Rapporto” sarà curata da Toni Ricciardi dell’Università di Ginevra che ha collaborato al Rapporto. Prenderanno parte all’incontro, con interventi specifici, tra gli altri, il Console Generale d’Italia Massimo Darchini, il Vice Segretario Generale per l'Europa e l'Africa del Nord del Cgie Giuseppe Maggio e il presidente delle ACLI Baden-Württemberg Giuseppe Tabbì.

A fare gli onori di casa sarà Padre Daniele Sartori, responsabile della Comunità Cattolica Italiana “San Giorgio”, seguito dai saluti di Duilio Zanibellato, Presidente ACLI Germania, e di Tommaso Conte, presidente Intercomites Germania e presidente Comites Stoccarda.

La serata sarà moderata dalla giornalista di COSMO-Radio Colonia, Luciana Mella. Durante l’incontro sono previsti degli interventi di giovani italiani nuovi emigrati che presenteranno le loro esperienze.

Dal 2006 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60,1% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di cittadini ufficiali.

Al 1° gennaio 2017, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) sono 4.973.942, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data.

A livello continentale, oltre la metà dei cittadini italiani (2.684.325 milioni) risiede in Europa (54,0%), più specificatamente nell’UE 15 (1.984.461 milioni, il 39,9%) mentre 2.010.984 milioni vivono in America (40,4%) soprattutto in quella centro-meridionale (32,5%). A seguire l’Oceania (147.930 mila residenti, il 3,0%), l’Africa (65.696, l’1,3%) e l’Asia (65.003, l’1,3%).

Guardando alle realtà nazionali, i primi tre paesi con le comunità più numerose sono l’Argentina (804.260), la Germania (723.846) e la Svizzera (606.578) Da gennaio a dicembre 2016 le iscrizioni all’AIRE per solo espatrio sono state 124.076 (+16.547 rispetto all’anno precedente, +15,4%). (de.it.press) 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

23.11.2017. Ergastolo al boia. Il tribunale dell'Aja ha condannato al carcere a vita Ratko Mladic, il serbo di Bosnia che pianificò l'orrore di Sebrenica del luglio 1995. Ne parliamo con Alfredo Sasso dell'Osservatorio Balcani e Caucaso.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aja-mladic-100.html

 

La propaganda dell'ISIS. La conferenza "Terror Feeds" porta a Berlino numerosi esperti per analizzare gli avanzati metodi di comunicazione dello Stato Islamico. Di questi abbiamo parlato con Mauro Mondello, giornalista e curatore dell'evento.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/propaganda-isis-100.html

 

22.11.2017. Berlusconi ci prova a Strasburgo. Con il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, Berlusconi spera di tornare a essere eleggibile. Oggi al via il processo. Il punto di Beda Romano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/berlusconi-a-strasburgo-100.html

 

Hassan, il bambino-farfalla. Ha fatto commuovere il mondo, la storia (a lieto fine) del piccolo Hassan, arrivato in Germania dalla Siria come rifugiato e affetto da una rarissima patologia. La cura è arrivata grazie alla cooperazione clinica tra Italia e Germania. Ai nostri microfoni il professore Michele De Luca.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hassan-bambino-farfalla-100.html

 

Un libro nero sulla Farnesina. "Dietro le quinte della Farnesina – Cinquant'anni di illegalità, sperperi e intrallazzi al Ministero degli Esteri" è il titolo di un saggio critico da poco pubblicato. L'autore, Calogero di Gesù, è un ex ambasciatore. Per ora nessun commento da parte del ministero.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/libro-nero-sulla-farnesina-100.html

 

21.11.2017. La beffa dell'Ema. Milano perde l'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, al sorteggio. Rabbia e rammarico da parte della città ma anche del governo italiano. Ne parliamo con la giornalista del Sole 24 ore, Sara Monaci.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/beffa-ema-100.html

 

L'Italia che piace

La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo è giunta alla sua seconda edizione. L’obiettivo è promuovere a livello internazionale le nostre tradizioni culinarie. Ne abbiamo parlato con l'Ambasciatore italiano a Berlino Pietro Benassi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cucina-italiana-102.html

 

Francesco Lanzillotta

Un ingegnere aerospaziale che lavora per la Rolls-Royce. Migliora, fra l'altro, le prestazioni dei motori degli aerei nelle diverse fasi di volo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/francesco-lanzillotta-100.html

 

20.11.2017. Ostia tra inferno e paradiso. A Ostia, finisce l'era del commissariamento. Giuliana Di Pillo (M5S) sbaraglia al ballottaggio la candidata della destra, ma a vincere è l'astensionismo. Viaggio nel litorale romano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ostia-mafia-100.html

 

Una questione di fiducia

Per la prima volta nella storia della Repubblica federale fallisce una trattativa per la formazione del governo, prassi consueta in Italia. Ne parliamo con Christian Blasberg professore di Storia Contemporanea alla Luiss.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giamaica-fallita-100.html

 

17.11.2017. La fine del Padrino. Aveva da poche ore compiuto 87 anni. Totò Riina è morto oggi, 17 novembre, nel reparto detenuti del carcere di Parma. Con lui scompaiono per sempre importanti segreti di Stato.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/morto-toto-riina-100.html

 

L'Europa secondo Macron. Macron, che in questi giorni ha festeggiato i suoi primi sei mesi da presidente, vuole riformare profondamente l'Ue. Sicurezza, ambiente, digitale e crisi migratoria sono i temi su cui, a suo avviso, è necessario intervenire con una nuova politica comune.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europa-secondo-macron-100.html

 

 Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-220.html

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

16.11.2017. Troppi soldi anche per un Leonardo?

A New York Leonardo batte Andy Warhol. Alle aste di Christie’s, il “Salvator Mundi” attribuito al maestro Da Vinci è stato battuto per la cifra record di 450,3 milioni di dollari, un record per qualsiasi opera d’arte.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/leonardo-salvator-mundi-100.html

 

Addiopizzo premiato in Germania

Addiopizzo, il movimento italiano antimafia nato a Palermo nel 2004 da un’iniziativa di alcuni ragazzi e ragazze, riceve a Brema il premio “Schwelle Peace Award 2017” nella categoria “Iniziative incoraggianti”.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/addiopizzo-100.html

 

15.11.2017. Parole parole parole

Delusione per gli ambientalisti: a Bonn Merkel ribadisce gli obiettivi promessi, ma ancora una volta non spiega come raggiungerli.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/klimakonferenz-134.html

 

Da vintage a elettrica. In Sicilia un'officina trasforma i motori di vecchie auto in motori elettrici o ibridi. Un'idea fra passato e futuro che crea lavoro e fa bene all'ambiente. http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/vintage-elektrisch-100.html

 

14.11.2017. Il giorno dopo l'Apocalisse

Catastrofe azzura allo Stadio San Siro di Milano. La nazionale italiana non parteciperà ai Mondiali 2018 in Russia. L'analisi di Bruno Pizzul.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italien-wm-2018-100.html

 

Bellissima! “BELLISSIMA!” è una rassegna cinematografica di sei film italiani, con i quali Potsdam e il suo Museo del Cinema omaggiano alcune tra le più significative attrici del cinema italiano degli anni ‘40, ‘50 e ‘60.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/bellissima-100.html

 

Willie Peyote. Il rapper torinese ha da poco pubblicato “Sindrome di Tôret”, un concept album che ruota attorno ad un tema più attuale che mai: la libertà d’espressione.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/willie-peyote-100.html

 

13.11.2017. Ostia criminale

A Ostia, domenica prossima si andrà al ballottaggio per eleggere il nuovo presidente del Municipio X e sostituire, così, il commissario.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ostia-casapound-100.html

 

Tasse europee. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani propone di raddoppiare il budget dell'Unione Europea attraverso risorse proprie, come una tassa sulle transazioni finanziarie.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/antonio-tajani-106.html

 

10.11.2017. A Bonn si parla di clima. Si chiude la prima settimana della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima di Bonn: ottimismo sull'andanmento dei lavori anche dopo l'uscita di scena americana. Ne parliamo con il giovane delegato italiano dell'Italian Climate Network.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/conferenza-clima-bonn-100.html

 

Ficarra e Picone a Berlino. Ospiti d'onore all'Italian Film Festival di Berlino per l'anteprima tedesca del loro ultimo film, "L'ora legale", i due comici palermitani ce lo raccontano a Radio Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ficarra-picone-berlino-100.html

 

I ragazzi protagonist. Fabio Geda ci guida nel mondo della letteratura per ragazzi, protagonisti indiscussi dei suoi libri, a partire dal suo ultimo romanzo, "Anime scalze", e da "Berlin. Trilogia della città".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/fabio-geda-100.html

 

 Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-218.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

Mercoledì 6 dicembre serata informativa per gli italiani trasferiti da poco a Stoccarda

 

La serata informativa tratterà l’importante tema della Formazione Professionale Duale. Quali sono i presupposti per accedervi, come si svolge, quali i mestieri che si possono imparare.

La serata si terrà mercoledi 06.12.2017 dalle ore 18,00 nei locali del Weltcafè (accanto al Welcome Center) - Charlottenplatz 17, 70173 Stuttgart.

 Relatore della serata sarà Jacopo Mancabelli responsabile per l’Italia del CET (Center for European Trainees) che fa consulenza per chi desidera intraprendere una Formazione Duale.

 Il signor Mancabelli sarà affiancato da Muhammet Karatas  dell’IHK Region Stuttgart  KAUSA Servisstelle (la Camera dell’Industria e del Commercio) e dalla signora Julia Behne dell’Handwerkskammer Region Stuttgart – Stabstelle Politik  (la Camera dell’Artigianato) che risponderanno e faranno consulenza a chi ha specifici interessi per una professione,

La relazione sarà in lingua italiana e l'ingresso è libero

Questa serata informativa rientra nel progetto "Vivere e lavorare in Germania" che prevede ulteriori serate informative nel corso dell'anno prossimo.

“Oltre ad un invito a partecipare per chi è direttamente interessato – rileva Giuseppe Tabbì, Presidente delle ACLI BW nel segnalare l’iniziativa - invito le colleghe e i colleghi/amiche-amici in indirizzo di divulgare e pubblicizzare questo evento presso quei concittadini che non sono raggiunti da questa e-mail.

In particolare sono da contattare e far partecipare le nuove famiglie arrivati da poco a Stoccarda con figli in età scolare o post scolare”. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Riunito il Consiglio di Presidenza delle Acli Germania

 

L'11 Novembre scorso, si è svolta una Riunione del Consiglio Nazionale  delle ACLI Germania nei locali del Bischof-Leiprecht-Zentrum di Stoccarda. Particolarmente importanti i punti all'ordine del giorno trattati, primo fra tutti la Convocazione del XII Congresso Nazionale ACLI Germania. L'incontro, iniziato dopo le 10:00, è terminato poco dopo le 16:00. Anche per consentire un ragionevole ritorno ai partecipanti provenienti dai luoghi più distanti, e, agli altri, la possibilità di partecipare ad altri eventi: Castagnata di S. Martino (già festeggiata in altre realtà acliste), o, anche ai primi momenti del Carnevale: Elferter im Elftern, um 11.11.

Come da lettera di convocazione, i lavori sono cominciati con una breve riflessione su un passo evangelico (Lazzaro e il ricco Epulone), ripreso da una recente Omelia di Papa Francesco, e con una preghiera diretta dal Presidente delle ACLI Germania D. Zanibellato, che, dopo aver salutato i convenuti, fatta rilevare  la regolarità della seduta, e lette le giustificazioni giunte,  ha annunciato  i vari punti all'ordine del giorno.

Presenti Consiglieri provenienti dal Baden-Württemberg, dalla Baviera e dal Nordreno-Westfalia.

Passando quindi al secondo e, successivamente, al terzo punto, sono stati approvati: l'ordine del giorno e, subito dopo, il verbale della riunione del 20/05/2017.

Introdotta quindi dal Presidente delle ACLI Germania, Duilio Zanibellato e dal Presidente delle ACLI del BAden-Württemberg, Giuseppe Tabbì, è iniziata la discussione su una ragionevole pianificazione e il meno possibile onerosa realizzazione del Congresso Nazionale, in termini economici e dispendio di forze da parte di tutte le realtà coinvolte: Presidenza Nazionale, Presidenze Regionali, Strutture di Base, singoli Soci.

Sia Tabbì che Zanibellato,  hanno ribadito l'importanza di una attenta pianificazione del Congresso allo scopo di una maggiore visibilità e di una condivisione del nostro patrimonio nei confronto con gli altri, con i nostri simili; ma anche con coloro che non la pensano, a tutti i costi, come noi, trasmettendo, specie ai nostri giovani, la capacità di conoscere, leggere, interpretare, non subire,  i vari momenti della vita, quelli pieni di gioia, ma anche quelli di profonda amarezza e frustrazione. Essere vagoni consapevolmente trainati dalla stessa locomotiva: fedeltà al Vangelo e quindi: profondo rispetto del nostro prossimo. Riaccendendo quindi il fuoco piuttosto affievolito del nostro Movimento, del nostro Programma e facendolo nuovamente risplendere e: ancora di più, ha commentato il Consigliere Pasquale Peduto.

Al termine della discussione i Consiglieri hanno deliberato delle linee guida da seguire, chiedendo alla Presidenza delle ACLI Germania di pianificare e organizzare in modo ottimale il Congresso nei vari dettagli e di comunicare per tempo a tutte le realtà la data e il luogo del suo svolgimento.

I convenuti sono stati invitati anche a coniare uno slogan da mettere come sottotitolo alla locandina del Congresso e ad inviarlo alla Presidenza in tempo utile. Presidenza che si farà carico dell'individuazione e dell'elaborazione degli argomenti da trattare durante l'Incontro, tenendo conto anche di eventuali altri suggerimenti che potranno esserle inviati da subito.

Per quanto riguarda le ACLI Baviera, il Presidente Carmine Macaluso ha comunicato che il XIII Congresso Regionale avrà luogo ad Augsburg, indicativamente, nella seconda metà di Febbraio. Le Riunioni Preparatorie e le Assemblee Plenarie (con elezioni dei Consiglieri e dei Delegati di Circolo) delle Strutture di Base sono in corso di attuazione. A Kempten – ha riferito il Vicepresidente delle ACLI Baviera, Fernando A. Grasso – la data per l'Assemblea Plenaria (con elezione dei Consiglieri e dei Delegati di Circolo) è stata fissata, in occasione della riunione propedeutica, indicativamente, per le ultime due settimane di Gennaio 2018, nella Sede ACLI di Kempten.

Tra gli altri temi discussi il Presidente delle ACLI Baviera, Macaluso ha riferito anche della sua recente visita all'Assemblea Siciliana e all'Amministrazione Comunale di Palermo con una Delegazione ACLI.

Si è fatto cenno un paio di volte anche al tema: Industria 4.0. Non ci si è prolungati, però, nei dettagli dato anche il poco tempo a disposizione

Tra gli altri argomenti discussi Daniela Bertoldi ha riferito poi sull'attuale situazione del Patronato ACLI in Germania e della sua ristrutturazione in atto: Chiusura della Sede di Augsburg e ridistribuzione delle pratiche internazionali sinora elaborate da quella sede, e, non da ultimo, di nuove, funzioni e servizi a pagamento e non, che potranno essere assegnate alle sedi di Patronato riamaste, e dall'Amministrazione Italiana e da quella locale. Ha riferito inoltre sull'Attività del Centro Informazioni ACLI Nuovi Emigrati (CIANE).

Dopo altri brevi richieste di chiarimenti da parte di Grasso per ciò che riguarda alcuni espletamenti di documenti di carattere consolare e interventi di carattere informativo anche da parte del Consigliere Pulerà, gli intervenuti sono stati congedati dopo le 16:00 dal Presidente Zanibellato e hanno ripreso la via di casa (per alcuni piuttosto distante), dandosi appuntamento al XII Congresso.

Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Settimana della cucina italiana a Berlino. Il Valdobbiane in Ambasciata

 

BERLINO - Il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG da ieri, 22 novembre, è a Berlino, presso l’Ambasciata d’Italia, protagonista della seconda edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo.

L’iniziativa, ideata e coordinata dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Esteri, ha l’obiettivo di celebrare e raccontare l'eccellenza enogastronomica e la bellezza che il settore agroalimentare italiano esprime in ogni sua declinazione: il cibo, il territorio, le tradizioni e la cultura. Una rassegna a cui l’Ambasciata d’Italia a Berlino contribuisce, nel quadro di una campagna straordinaria che vedrà oltre mille eventi in più di cento Paesi dal 20 al 26 novembre per promuovere le esportazioni agroalimentari italiane, che hanno raggiunto nei primi nove mesi del 2017 quota 30 miliardi (+7% rispetto al 2016).

A Berlino, spiega il Consorzio, viene illustrata “l’unicità del territorio di Conegliano Valdobbiadene, oggi candidato a Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Grazie a una simbiosi perfetta tra uomo e natura, il connubio fra le popolazioni e il territorio ha creato un luogo unico al mondo, dando vita a un modello di sviluppo rurale e culturale dove bellezza, storia e sostenibilità convivono in armonia da secoli”.

In questa chiave è nata la narrazione che il Consorzio propone a Berlino, ovvero il racconto di un territorio incantevole attraverso una mostra fotografica: venti pannelli che riproducono le immagini dei meravigliosi paesaggi collinari, per far conoscere “come il sapere e il saper fare di una comunità di 3.364 piccoli viticoltori, con un faticoso e certosino lavoro quotidiano, abbia saputo ricamare interi pendii, ricamati di viti, tanto da farne un esteso arazzo, capace di incantare il viaggiatore, catturato da un paesaggio creato dalle mani dell'uomo, per darci un vino dorato, allietato da delicati profumi di frutta frammisti a indimenticabili note floreali", afferma Gianni Moriani, docente del Master in Filosofia del cibo e del vino dell’Università San Raffaele di Milano.

L’inaugurazione è stata arricchita dalla tavola rotonda, “Territori, sapori, paesaggi: la cultura del gusto e la sfida del turismo sostenibile” a cui ha partecipato Innocente Nardi, Presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, e durante la quale si è discusso del potenziale espresso dall’Italia, prima destinazione europea per il turismo sostenibile, e primo Paese al mondo per numero di luoghi tutelati dall’Unesco.

“Siamo onorati di partecipare a questa importante iniziativa, perché riteniamo che il lavoro di promozione dello stile di vita italiano all’estero passi attraverso ogni possibile declinazione della nostra ricchissima tradizione”, ha affermato Innocente Nardi. “I vignaiuoli delle nostre colline, con la cultura del vino coniugata alla tutela e promozione del territorio, contribuiscono a fornire un significativo esempio del ben fare italiano”.

Territorio, cultura, gusto, ricerca enogastronomica sono aspetti che si fondono per generare quello stile di vita, il “Vivere all’Italiana” appunto, che rappresenta il valore più apprezzato dell’Italia nel mondo.

Grazie alla collaborazione di ENIT - Agenzia Nazionale per il Turismo, sono state presentate durante la serata le eccellenze del nostro Paese, che comprende il maggior numero di luoghi tutelati dall’Unesco nel mondo ed è tra i custodi di un patrimonio immateriale inestimabile come la dieta mediterranea. Il turismo sostenibile abbraccia un ambito della cultura italiana radicato anche nell’alimentazione, dove l’innovazione sa saldarsi alla tradizione.

Il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG è l’ente privato, nato nel 1962, che garantisce e controlla il rispetto del disciplinare di produzione del Prosecco Superiore DOCG. Lo spumante prodotto sulle colline tra Conegliano e Valdobbiadene (TV) ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1969 e la Denominazione di Origine Controllata e Garantita nel 2009.

Il territorio di produzione comprende 15 comuni: Conegliano, San Vendemiano, Colle Umberto, Vittorio Veneto, Tarzo, Cison di Valmarino, San Pietro di Feletto, Refrontolo, Susegana, Pieve di Soligo, Farra di Soligo, Follina, Miane, Vidor e Valdobbiadene. Il Consorzio, attualmente presieduto da Innocente Nardi, ha sede in località Solighetto a Pieve di Soligo, raggruppa 178 case spumantistiche e tutte le categorie di produttori (viticoltori, vinificatori e imbottigliatori). Opera principalmente in tre aree: la tutela del prodotto, la sua promozione e la sostenibilità della produzione, in Italia e all’estero, dove promuove la conoscenza del prodotto attraverso attività di formazione, organizzazione di manifestazioni e relazioni con la stampa. (aise 23) 

 

 

 

 

“La musica a tavola” con Guido Zaccagni. La settimana della cucina italiana nel mondo a Francoforte

 

Con una passeggiata musicale dal titolo “La musica a tavola” - condotta dal musicologo e giornalista di Rai Radio 3 e Rai News 24 Guido Zaccagnini -  è iniziata, venerdì 17 novembre presso la Romanfabrik (Hanauer Landstr 186) di Francoforte la II settimana della cucina italiana nel mondo a Francoforte.

Questo era il primo di 6 eventi che il programma della settimana aveva in calendario.

Un percorso in cui il professore di storia della musica del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma Zaccagnini ha presentato al pubblico italiano e tedesco storie, ricette e musiche dal Medio Evo dei Minnesaenger al Novecento di Bernstein e a cui segue una degustazione di due vini scelti per l’occasione dall’Enoteca regionale “Casa dei Vini di Calabria”.

Dai tempi dell’antica Grecia ai giorni nostri i rapporti tra lo musica e la tavola sono stati continuativi e spesso proficui. Bevande e cibi hanno spesso offerto lo spunto per lo creazione di opere di genere assai diverso ad autori, tra gli altri, quali Palestrina, Bach, Mozart, Rossini, Verdi, Mahler e Mascagni: composizioni leggere e umoristiche ma anche profonde e drammatiche. Avvalendosi di ascolti e di proiezioni video, la conferenza svelerà al pubblico alcuni significativi momenti di tali relazioni.

La serata inaugurale - così come tutta la kermesse di eventi culturali dedicati al tema di quest’anno ovverosia  vino,  alta cucina di qualità e promozione degli itinerari enogastronomici regionali,  che è durata al 25 novembre - aveva come partner ufficiale la regione Calabria con  l’Enoteca Regionale “Casa dei Vini di Calabria” la quale in collaborazione con il Consolato di Francoforte, l’associazione dei gastronomi in Germania ARMIG ed ENIT ha organizzato una serie di serate con cene a tema, degustazioni di vini e spumanti abbinati a piatti e prodotti DOP della Calabria nonché la scoperta di itinerari e territori di produzione, raccolti sotto il motto: Sapori del Sud - La Calabria: il mare visto dai monti.

Il Console Generale Maurizio Canfora insieme al Presidente della Casa dei Vini di Calabria Gennaro  Convertini  hanno presentato il 17 novembre al pubblico tedesco ed italiano,  oltre all’evento con  Guido Zaccagnini,  tutte le iniziative in programma  durante la  IIa settimana della cucina italiana nel mondo a Francoforte che si possono trovare anche sul sito del Consolato Generale di Francoforte sia in forma di brochure che come singoli eventi: http://www.consfrancoforte.esteri.it/consolato_francoforte/it/il_consolato/gli_uffici/eventi-del-consolato-generale-d.html  (Michele Santoriello,  de.it.press)

 

 

 

 

 

La visita delle Acli Baviera in Sicilia. In arrivo a Kaufbeuren (6-10 dicembre) una delegazione di Balestratesi

 

Nel contesto delle ultime elezioni regionali tenutesi in Sicilia domenica  05.11.2017, nei giorni precedenti una Delegazione delle ACLI Sicilia, Presidente Stefano Parisi, delle ACLI provinciali di Palermo, Presidente Nino Tranchina e delle ACLI Baviera, Presidente Carmine Macaluso, hanno  incontrato  prima, a Palazzo dei Normanni, sede dell'ARS (Assemblea regionale Siciliana), il V.Presidente  in carica On. Lupo ed il giorno dopo, a Palazzo delle Aquile, sede del Municipio di Palermo, il Sindaco Leoluca Orlando.

Le ACLI Baviera hanno inteso testimoniare l'interesse e la disponibilitá a forme di cooperazione a sostegno dell'emigrazione siciliana in Germania, che ne accoglie la Comunitá piú numerosa nel mondo, ed affermare come tale fenomeno possa e debba essere vissuto come reale risorsa di sviluppo.

Tutta la campagna elettorale, secondo il Presidente Macaluso, non ha tenuto conto dei notevoli flussi di emigrazione che, ancora oggi, incrociano i destini di tanti Siciliani, soprattutto giovani, a cui la politica é candidata a fornire visioni ed alternative, che impediscano ad interi paesi dell'entroterra, di svuotarsi. Perfino lo strumento della Consulta dell'emigrazione, organo di intrerlocuzione tace, perché non convocato, perché non coinvolto nell'analisi e nelle scelte che pur avrebbero dovuto rendersi palesi negli anni trascorsi.

Oggi, in Sicilia - cosí Macaluso - mattoni e cemento ovunque, non tracciati negli Uffici catastali e negli studi tecnici dei Comuni, interamente abusivi, fuori dalla legge e dalla decenza, come le ciminiere spente, emblema del fallimento dei sogni d'industrializzazione di una terra abbagliata dall'inganno.

 Le ACLI hanno  ribadito la necessitá di riformare l'istituto della Consulta dell'emigrazione  ed accellerare i processi di interazione con le Comunitá siciliane che vivono il mondo.In particolare, riferito alla fertilitá di presenze in Germania, di avviare, a livello istituzionale, canali preferenziali  di investimenti con la Sicilia, nei settori del turismo, agroalimentare,infrastrutture e scambi a livello universitario, nonché una maggiore  diffusione e studio della lingua  e cultura tedesca nell'Isola.

A conclusione del suo soggiorno, il Presidente Macaluso ha incontrato a Balestrate, in provincia di Palermo, il Sindaco Dr. Vito Rizzo. Il Comune registra da decenni un'emigrazione di propri Cittadini in Germania, concentrati in Algovia, a Kaufbeuren e nella Renania, a Solingen. Nell'intento di porgere un saluto ed incontrare i Balestratesi, si é programmata la visita di una Delegazione comunale, in Baviera dal 6 al 10 dicembre 2017, ospite del locale Circolo ACLI di Kaufbeuren. Acli B./Dip 16

 

 

 

 

 

Il 27 novembre all’IIC di Colonia concerto del duo Dino De Palma e Gianna Fratta. Il 15 dicembre Nicola Piovani

 

Colonia - L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia ospiterà lunedì prossimo, 27 novembre, il concerto del duo composto da Dino De Palma e Gianna Fratta, che presenteranno opere di Johannes Brahms, Edvard Grieg, Umberto Giordano, Niccolò Paganini, Charles Saint-Saens e Pablo de Sarasate.

Il concerto, che avrà inizio alle ore 19 e sarà ad ingresso libero, è organizzato in collaborazione con l’Associazione Amici dell’Istituto.

Gianna Fratta, direttrice d‘orchestra e pianista italiana, ha completato la formazione superiore accademica in pianoforte e composizione col massimo dei voti, oltreché in direzione d‘orchestra con 10 e lode, studiando con i maestri Daniela Caratori, Ottavio De Lillo e Rino Marrone. Si è perfezionata in pianoforte con Franco Scala ad Imola e Sergio Perticaroli a Roma e ha ottenuto il prestigioso diploma di merito e la borsa di studio all’Accademia Chigiana di Siena a seguito del corso di direzione d’orchestra tenuto dal M° Yuri Ahronovich. È laureata in giurisprudenza, oltreché in discipline musicali. Ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali. Nel 2010 ha debuttato con l’Ensemble Umberto Giordano alla Carnegie Hall di New York con grande successo.

Dino De Palma ha terminato con lode il corso accademico di violino e col massimo dei voti quello in viola, si è laureato con 110 e lode in Lettere. La sua carriera di solista e camerista lo ha portato ad esibirsi in tutto il mondo in sale e teatri come la Carnegie Hall e il Lincoln Center a New York, il Centro Pompidou a Parigi, il Seoul Art Center a Seoul, l’Auditorium Nazionale di Madrid, il Teatro Solis a Montevideo e moltissimi altri in tutto il mondo.

 

Sarà Nicola Piovani il protagonista del Concerto di Natale in programma il 15 dicembre alle 20.00 sempre all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

“La musica è pericolosa”, il titolo dato allo spettacolo: in scena, insieme a Piovani e al suo pianoforte, anche Rossano Baldini, tastiera, fisarmonica, Marina Cesari, sassofono, clarinetto, Pasquale Filastò, violoncello, chitarra, mandoloncello, Ivan Gambini, batteria, percussione, e Marco Loddo, contrabasso.

Nicola Piovani, nato nel 1946 a Roma, è pianista, direttore d‘orchestra e compositore per cinema e teatro. Ha anche composto canzoni e musiche da camera e sinfoniche. Ha lavorato con registi quali John Irvin, Philippe Lioret, Luis Sepúlveda, Nanni Moretti e Federico Fellini nonché suonato con musicisti e attori quali Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Jovanotti, Gianni Morandi e Vittorio Gassmann.

Dopo aver vinto numerosi premi importanti per il suo lavoro, nel 1999 vince l’Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella”. Nel 2008 viene nominato “Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres” dal ministro francese per la cultura. L’ingresso al concerto è gratuito. (aise/dip) 

 

 

 

 

Lettera al Governo del Consigliere CGIE Luca Tagliaretti per migliorare il voto all’estero

 

Al: Presidente del Consiglio, On Paolo Gentiloni; Ministro degli Esteri, On. Angelino Alfano; Ministro degli Interni, On. Marco Minniti; Direttore Dipartimento italiani nel Mondo, Min. Plen. Vignali

Oggetto: Italiani nel Mondo - miglioramento del meccanismo di voto estero.

 

Egregi Presidenti e Onorevoli Ministri, il 2016 e 2017 sono stati due anni particolarmente difficili per le comunità italiane nel Mondo per ragioni apparentemente opposte ma intimamente correlate.

Come l’ultimo rapporto della fondazione Migrantes ha recentemente confermato, il numero d’italiani espatriati alla ricerca di un miglior futuro occupazionale e personale è aumentato in maniera drammatica e vertiginosa soprattutto in questi ultimi anni con un picco di 175.000 nuovi iscritti all’AIRE nel 2016. Questo esodo di connazionali di tutte le età e fasce sociali, oltre ad essere legato a necessità lavorative, è soprattutto indice della profonda sfiducia verso la politica italiana e della mancanza di speranza per il futuro.

Senza comprendere tutto ciò ed il pessimismo e la disillusione dei connazionali desiderosi di una vita migliore, non si possono comprendere a pieno le motivazioni che spingono i tanti ad accettare all’estero condizioni lavorative e di vita perfino peggiori di quelle che accetterebbero in Italia.

Mentre da una parte l’importanza, anche numerica, degli italiani nel mondo è cresciuta in maniera significativa, dall’altra abbiamo assistito ed assistiamo tutt’ora ad attacchi politici e mediatici sia verso il voto all’estero sia verso gli italiani emigrati.

Questi ultimi sono stati derisi e offesi da un Ministro dell’attuale Governo; trascurati nella legge finanziaria; dimenticati nella riforma costituzionale, che ne cancellava la rappresentanza al Senato; ignorati nella nuova legge elettorale, che sconvolge il senso della rappresentanza estera ed infine ridicolizzati in una nota trasmissione televisiva che ha messo in dubbio, in maniera faziosa, parziale e poco professionale, la correttezza del voto estero.

Questi attacchi minano ancora di più il rapporto, già difficile, tra gli italiani emigrati e l’Italia, contribuendo a indebolire il nostro paese e a perpetrarne nel mondo la solita immagine stereotipata.

Affinché tutto questo non accada, il ruolo del Governo è fondamentale e potrebbe concretizzarsi anche durante gli ultimi mesi di legislatura, intervenendo sulle modalità di voto estero per renderlo più sicuro ed evitare così strumentalizzazioni elettorali e giornalistiche.

A tal proposito, per i Paesi europei più vicini, il voto potrebbe essere espresso nei consolati, istituti di cultura o scuole italiane (come fatto in occasione delle elezioni europee), mentre per i collegi elettorali con comunità ultraperiferiche e/o con scarsa densità abitativa, il voto potrebbe essere ancora espresso per posta, attraverso l’invio all’elettore, separatamente, di un tagliando elettorale multiplo da ritagliare e usare per più consultazioni.

Tale semplice accorgimento, usato comunemente già da altri paesi, renderebbe immediatamente il voto più sicuro eliminando molte delle possibili manipolazioni sulle buste elettorali. Qualora si ritenesse necessario, si potrebbero poi stipulare accordi con paesi esteri per la verifica dell’identità dell’elettore, in fase di consegna dei plichi elettorali e delle buste votate presso uffici postali o comunali.

Introdurre queste o altre modifiche migliorative del sistema di voto prima delle prossime elezioni politiche del 2018 costituirebbe un grosso successo per il Governo e l’amministrazione pubblica e contestualmente contribuirebbe ad aumentare la fiducia degli elettori nella politica, in questo modo combattendo l’antipolitica.

Grato della cortese attenzione, saluto con cordialità.

Luca Tagliaretti, Consigliere CGIE

 

 

 

 

Ora la Germania…copia la politica italiana?

 

Berlino - “Le differenze tra la politica tedesca e quella italiana sono sempre state molto molto chiare. Là dove la prima organizza le sue strutture e relative strategie per garantire la stabilità del sistema economico e la tenuta sociale, secondo il compromesso pragmatico tra Sozialgesellschaft e democrazia liberale, la seconda naviga a vista improvvisando di volta in volta che poi tanto Dio vede e, forse, provvede. Se da una parte, cioè quella tedesca, i problemi vengono tematizzati e bene o male affrontati, dall’altra invece, cioè dalla nostra, vengono velocemente nascosti sotto il tappeto, che tanto occhio non vede e cuore non duole. Quando poi il tappeto forma una gobba di cammello gigantesca semplicemente impossibile da non vedere, il politico italiano si affretta a dire che la gobba già ci stava e che ormai fa parte del paesaggio. Vorrai mica stare a toglierla proprio adesso che lo hanno appena eletto?”. Così scrive Edoardo Laudisi che su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani, commenta il fallimento delle trattative della Cancelliera Merckel per la formazione del nuovo governo.

“Però esiste un momento, un momento intenso e sublime, dove il politico italiano dà il meglio di sé superando il suo collega tedesco in tutti i campi: audacia, spirito d’iniziativa, creatività e faccia di bronzo. Questo momento è il lasso di tempo incerto e precario che intercorre tra le elezioni e la formazione di un nuovo governo. Ancora meglio se le elezioni non hanno dato un responso chiaro. Qui il campione nostrano è veramente imbattibile.

In passato almeno, perché ahinoi, in questo campo i tedeschi stanno recuperando terreno. Ma procediamo con ordine.

Il periodo che intercorre tra le elezioni e la formazione di un nuovo governo è forse uno dei passaggi più delicati di una democrazia moderna. Come ogni passaggio istituzionale, anch’esso ha i suoi riti, le sue cerimonie e i suoi tempi. Data la delicatezza del momento, un Paese privo di governo si trova comunque in una situazione di instabilità, le istituzioni democratiche e l’opinione pubblica premono affinché tale passaggio avvenga il più in fretta possibile, cosa che di solito succede. In altre parole i politici, cedendo alle pressioni istituzionali, sono disposti a rinunciare (malvolentieri) a qualche obbiettivo personale per consentire la formazione di una coalizione di governo stabile. Quando ciò avviene si dice che la politica è responsabile.

In Germania, fino all’altroieri almeno, questo era consuetudine. Le consultazioni per la formulazione di un nuovo governo trovavano una soluzione anche nei casi più complessi, come quello che portò alla formazione della Große Koalition tra Spd e Cdu-Csu nel 2005 e successivamente nel 2013. In entrambi i casi il “travaglio” non superò i due mesi e portò alla stesura di un vero e proprio contratto di coalizione tra le diverse formazioni politiche.

Don’t crack under pressure (non cedere sotto la pressione), lo slogan pubblicitario che esalta le capacità di resistenza di alcuni sportivi famosi, descrive invece il talento di certi politici italiani capaci di resistere ad ogni genere di pressione istituzionale, tra cui reiterati appelli alla responsabilità, pur di perseguire eroicamente il proprio tornaconto personale. Basti ricordare le estenuanti trattative Grillo-Bersani del 2013, finite con un “vaffanculo”, oppure le giravolte pirotecniche della coppia Scilipoti – Razzi nel 2010, durante la crisi del terzo governo Berlusconi. Perché è nella mischia selvaggia della crisi di governo, quando tutti gli schemi e gli schieramenti sono saltati, che il deputato italiano trova sé stesso e dà il meglio.

Libero finalmente di mercanteggiare su tutto tenendo sotto ostaggio un Paese intero, questo peones anarcoide diventato improvvisamente decisivo, si fa audace e impone prezzi sempre più alti. Il conto naturalmente, saranno altri a pagarlo.

Tra i due modi di fare, quello tedesco e quello italiano, vi era un abisso. Fino a l’altroieri almeno. Perché la gestione dell’ultima fase post elezioni tedesche ha ridotto le distanze tra Berlino e Roma. Con la differenza che Berlino sta imparando a sue spese che diventare dei veri professionisti delle crisi di governo non sia cosa che si possa improvvisare in quattro e quattr’otto. Bisogna avere anni di crisi istituzionali alle spalle.

Ecco quindi tre errori da dilettanti che un professionista dell’ars politica italiana non avrebbe mai commesso:

* L’ostinazione dei Verdi a rifiutare una soglia di ingresso per i profughi nonostante la politica delle frontiere aperte sia stata ormai archiviata da un pezzo. Ma come, stai con un piede al governo, praticamente è fatta e fai saltare tutto per una questione di principio peraltro già decisa? Passi se ci fosse in ballo una poltrona, un ministero, un sottosegretariato, un sacco di grana, ma far saltare il banco per una soglia che ormai nessuno si fila, dico stiamo scherzando?

* La frase con cui il leader della Fdp Christian Lindner ha sepolto la coalizione Giamaica: “Meglio non governare che governare male”. Qui a stare male sarebbe mezzo Parlamento italiano. Ma come, ti sei tanto speso con i ricatti incrociati, le pressioni, le minacce, hai praticato la strategia craxiana dell’ago della bilancia di chi con il 10 per cento pretende di dettare l’agenda a tutto il mondo, e mo’ te ne vai così, sbattendo la porta, e a mani vuote per di più? Ma che modi sono questi?

* Indicare una data entro cui i negoziati per la creazione della coalizione andavano conclusi. Ma stiamo scherzando? Indicare la data di scadenza di una mozzarella che si devono mangiare i cittadini, mica tu. Ma quando mai. Si contratta ad infinitum.

Questi e altri piccoli errori tattici sono stati fatali alla coalizione Giamaica, nonostante le premesse facessero pensare che i politici tedeschi fossero ormai pronti a giocare all’italiana. Così non è, parrebbe. A meno che la chiusura della Fdp non sia in realtà altro che una finta. Un colpo d’azzardo così eclatante da far impallidire il miglior Mastella. Vedremo. Per il momento sappiamo solo che i tedeschi ci copiano, male, ma ci copiano. Però questo non diteglielo altrimenti è la volta che s’arrabbiano di brutto”. (aise 23) 

 

 

 

 

Di Biagio: il servizio Iene? Strategia con mandanti per delegittimarmi

 

A poche ore dall'ennesimo servizio delle iene che ancora una volta si sofferma sulla fantomatica questione dei plichi all'estero, qualche ulteriore riflessione appare doverosa.

 

Non mi sconvolge il fatto di essere inquadrato in maniera forzata e raffazzonata come "capro espiatorio" di un sistema molto più complesso e nemmeno di essere accostato a profili parlamentari discutibili (vedasi Razzi e Caruso) mi sconvolge piuttosto la superficialità con cui è stato trattato il tutto affidando a personaggi dalla dubbia credibilità, raccattati chissà dove, l'autorevolezza per denigrarmi.

 

Come ho più volte ribadito ho contattato personalmente Filippo Roma per fornirgli spiegazioni, mostrandomi disponibile ed aperto al confronto, accogliendolo nel mio ufficio e chiarendo le dinamiche del voto all'estero e la natura del contatto avuto con il losco figuro incappucciato.

 

Cosa ne è derivato? Un servizio superficiale in cui vengono tirati in ballo, a mo' di testimoni, due personaggi dalla dubbia credibilità ( a tal riguardo ogni commento è sprecato, basta guardare il servizio) che mai fanno il mio nome e che, per dare un po' di sostanza a tutto il teatrino, è il servizio stesso a collegare al sottoscritto.

 

Non vi sono accuse, non vi sono prove, non vi sono dettagli, non vi sono reati: soltanto un teatrino di dichiarazioni di persone che non conosco e che non mi hanno mai incontrato.

 

A questo punto appare davvero chiaro che a monte ci sia una strategia messa su per delegittimarmi e che abbiano provato con molteplici argomenti, accuse e foto vintage, ad attuare, non riuscendoci purtroppo (per loro). Con una traccia precisa e chiara, che emergerà a tempo debito.

 

Fin dall'inizio ho cercato di smontare pezzo per pezzo questo assurdo progetto, evidenziando che le foto mostratemi - che hanno tentato di utilizzare come una specie di prova di una sorta di plichi-party - in realtà risalivano a 40 giorni dopo le elezioni e paradossalmente c'è anche una targa nelle foto con annessa data che lo dimostra.

 

Per cui la mia colpa sarebbe quella di aver fatto una foto con un personaggio che dieci anni dopo si sarebbe rivelato un truffatore?  E nello specifico aver fatto una foto con questo personaggio ad un evento pubblico post elettorale sarebbe una prova di un reato? Ma di cosa stiamo parlando?

 

Lo stesso dicasi per i due perfetti sconosciuti che sono la new entry dell'ultimo servizio, che in assenza di argomenti portanti avranno preso dalle strade di Colonia, magari amici del truffatore, per fare un po' di scena. Parlando di una manciata plichi e di contatti, senza mai nominarmi e senza dire di conoscermi, pensavano di costruire un'ennesima vacillante prova. E' evidente che - stando a quanto visto ieri - non sono riusciti in questo intento e quelle che dovevano essere prove si sono ridotte ad un'enorme barzelletta.

 

Tutto questo rivela una cosa ancora più grave che si pone al di là della faccenda plichi e voto estero: è mai possibile che l'immagine di una persona possa essere infangata a tavolino elevando a giustizieri dei personaggi la cui credibilità non è stata provata né legittimata? Fino a dove si può spingere un programma televisivo per fare audience o per prestare il fianco a qualche mittente politico, non sussistendo un limite legislativo o più semplicemente morale a questo tribunale mediatico dove gli unici ad avere totale diritto di parole e replica sono coloro che l'infamia l'hanno prodotto ed alimentata?

 

Come al solito questo servizio-farsa si rivelerà l'ennesima notizia fake da disperdere nel panorama dell'informazione italiana, ma sono certo, che verrà minuziosamente utilizzata da qualche sciacallo dell'informazione all'estero, che forse a quei mittenti politici è legato a doppio filo, in una patetica rincorsa allo svilimento di una persona scomoda attraverso la diffamazione, in assenza - ancora una volta - di contenuti, capacità, volontà di fare le cose per bene.

Sen. Aldo Di Biagio

 

 

 

 

La tassa sui rifiuti (Tari): i pensionati italiani all’estero pagano solo un terzo. Chi ha versato di più, può chiedere il rimborso

 

“Di recente è emerso che alcuni Comuni italiani hanno commesso un errore facendo pagare la Tassa sui Rifiuti (TARI) più del dovuto ai contribuenti. È probabile che questo sia successo anche a contribuenti residenti all‘estero, possessori di una abitazione in uno dei Comuni coinvolti che, secondo il Codacons, sarebbero Milano, Napoli, Catanzaro, Cagliari, Ancona, Rimini, Siracusa. A questi, si sommano tanti altri piccoli comuni per i quali non si dispone ancora di un elenco certo. L’errore è dovuto al fatto che le amministrazioni avrebbero considerato come tassabili alcune pertinenze della casa domestica che, invece, dovevano rimanere escluse dal conteggio".

"Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, lo scorso lunedì 20 novembre, ha emesso una circolare indicando le modalità per richiedere l‘eventuale rimborso. Chi ritiene di essere stato danneggiato potrà presentare domanda di rimborso direttamente all’Ufficio Tributi del Comune in cui possiede l‘immobile o alla società privata che, all’epoca dell’errato conteggio, gestiva le entrate per conto del Comune. Nell’eventualità che tale società non esista più, la domanda dovrà essere inviata alla nuova società di gestione e del Comune".

"Si può richiedere il rimborso di quanto è stato pagato in eccesso oppure si può chiedere che questa cifra sia sottratta, a scalare, dalle tasse future. La domanda può essere presentata in due modi: attraverso raccomandata con ricevuta di ritorno oppure via mail, tramite un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec). Il Ministero non ha divulgato modelli ufficiali per richiedere il rimborso. L’importante è che la domanda contenga: i dati del contribuente che richiede il rimborso, il periodo per il quale si richiede il rimborso, i dati catastali dell’immobile e delle pertinenze sulle quali si è verificato il calcolo errato".

"Il contribuente ha cinque anni di tempo per presentare la domanda e può chiedere il rimborso solamente dei contributi versati a partire dal 2014, anno dell’entrata in vigore della Tari. Il Comune ha 180 giorni di tempo per rispondere, altrimenti la domanda è da considerare rigettata. Il contribuente, a sua volta, ha 60 giorni per ricorrere alla Commissione tributaria".

"In generale, va ricordato che chi risiede all‘estero e possiede un immobile in Italia è tenuto al pagamento della TARI. I pensionati italiani che vivono all’estero e hanno un  immobile nei confini nazionali, usufruiscono di un esonero dei due terzi della tassa. Cioè devono pagare solo un terzo dell‘importo. La quota di un terzo è calcolata in base all’aliquota Tasi, la Tassa comunale sui servizi indivisibili (ossia quelli rivolti alla comunità, come ad esempio la manutenzione stradale), prevista dal comune per l’abitazione principale”. Lo ha dichiarato Laura Garavini, a latere dei lavori della plenaria CGIE.

Per abitazione principale si intende: una sola unità immobiliare, di proprietà di cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’Aire, già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, che non risulti affittata o data in comodato d'uso. Se si posseggono più case l‘agevolazione vale solo su una di queste.

Lo ha chiarito il Ministero dell’Economia e delle Finanze nella Risoluzione del 26 giugno 2015 n. 6/DF, che fa chiarezza su quanto già stabilito dal Decreto Legge n. 47 del 2014, al comma 2 dell’articolo 9bis. De.it.press 23

 

 

 

La difesa europea. 23 paesi Ue firmano la “Cooperazione Strutturata e Permanente”

 

ROMA -Si apre una nuova pagina della difesa europea: il Consiglio dei Ministri europei della Difesa e degli Affari Esteri ha firmato il documento di notifica dell’avvio della “Cooperazione Strutturata e Permanente” (Pesco).

Un traguardo decisivo per la difesa europea raggiunto grazie alla forte spinta dovuta ad una “volontà politica nuova” ed al lavoro compiuto dall’Italia insieme a Germania, Francia e Spagna.

Il ministro Roberta Pinotti ha commentato così la firma del documento di notifica dell’avvio della “Cooperazione Strutturata e Permanente” (Pesco) in tema di Difesa da parte dei ministri della Difesa e degli Affari Esteri.

“Dopo 60 anni di attesa, in pochi mesi abbiamo fatto più lavoro e fatto più strada di quella compiuta in tutti i decenni precedenti, ed abbiamo raggiunto un traguardo importante” ha commentato il Ministro Pinotti. “Sono molto contenta” ha aggiunto “perché il percorso iniziato con una lettera a quattro ha avuto una adesione altissima, la stragrande maggioranza delle nazioni della UE ha firmato l’adesione alla Pesco”.

Il documento è stato siglato i a Bruxelles da 23 Paesi aderenti alla Unione Europea. Oltre all’Italia, hanno firmato Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia.

“Un passo storico” per l’Europa perché per la prima volta, dopo oltre 60 anni di collaborazione in molti campi, i Paesi dell’Unione decidono di prendere un impegno formale per unire le loro capacità di Difesa e avviare un percorso di crescita comune anche in questo importante settore. 

La notifica congiunta - firmata alla presenza dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza Ue, Federica Mogherini - è il primo passo formale per la creazione della Cooperazione Permanente Strutturata che dovrà diventare “un quadro legale europeo ambizioso, vincolante e esclusivo per gli investimenti nella sicurezza e la difesa del territorio dell’UE e dei suoi cittadini”.

La Pesco prevede che i Paesi si impegnino a rispettare oltre 20 obblighi nei settori della collaborazione per la condotta delle operazioni, del rafforzamento e crescita della qualità della spesa per la Sicurezza Internazionale e la Difesa e dello sviluppo delle capacità necessarie mediante progetti comuni.

La ratifica formale di avvio della Pesco è prevista nell’ambito del Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo di dicembre.

Alla Pesco si affianca l’istituzione del “Fondo europeo per la difesa”: a partire dal 2021 l’Unione Europea potrà mettere in campo ogni anno cinquecento milioni di euro per finanziare progetti di ricerca comuni per lo sviluppo di tecnologie avanzate nel settore della difesa e della sicurezza, più un miliardo di euro l’anno per co-finanziare l’acquisizione di capacità operative vere e proprie.

“Spingerà le nazioni europee a fare progetti insieme anche dal punto di vista industriale e questo offre delle opportunità, avendo l’Italia delle eccellenze nel campo della Difesa” ha detto il ministro Pinotti che a titolo di esempio ha ricordato uno dei progetti presentati dal nostro Paese, il drone europeo che ha già sperimentato da tempo il sistema di comando e controllo. m.r.e.f  14

 

 

 

 

UE: difesa, parte Pesco, cooperazione strutturata permanente

 

23 Stati membri dell’Ue hanno ieri deciso di dare vita alla Permanent Structured Cooperation (Pesco) nel campo della difesa. Si tratta non solo di un forte gesto politico e simbolico, ma di un atto che apre un processo istituzionale e legalmente vincolante verso una maggiore cooperazione e integrazione in questo ambito.

La valenza politica della Pesco

Tutti gli attuali Stati membri Ue tranne, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Portogallo e Malta hanno notificato l’intenzione di aderire alla Pesco, il cui lancio sarà ufficialmente deciso dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’11 dicembre. Attivare questa modalità di integrazione differenziata, prevista dal Trattato di Lisbona dal 2009, costituisce innanzitutto una risposta politica sia alla domanda di maggiore sicurezza da parte dei cittadini europei, sia alle tendenze centrifughe e disgregatrici che hanno avuto massima espressione con il referendum sulla Brexit.

Il fatto che la stragrande maggioranza degli Stati membri abbia aderito all’iniziativa rafforza questa valenza politica. Tuttavia, l’adesione alla Pesco di governi come quello ungherese o polacco, che hanno finora mostrato scetticismo se non opposizione verso un rafforzamento dell’Ue, potrebbe essere dovuta più al timore di restare tagliati fuori dal nocciolo duro della difesa europea che ad una convinta adesione a questo progetto politico.

Sul numero dei Paesi aderenti alla Pesco hanno inciso gli impegni necessari da prendere per l’ingresso nell’iniziativa, a lungo negoziati tra i principali fautori del progetto, cioè tra Parigi, Berlino, Bruxelles e Roma. Da un lato la Francia voleva criteri più impegnativi, un ‘biglietto di ingresso’ più oneroso per assicurare che la Pesco fosse un’iniziativa davvero ambiziosa, in grado di assicurare un’autonomia strategica nell’uso della forza armata e nello sviluppo e nella produzione degli equipaggiamenti militari necessari – indipendentemente dai fornitori non europei, in primis americani. D’altro canto la Germania ha invece insistito sul carattere inclusivo della Pesco, di sponda anche con le istituzioni Ue, e sull’opportunità politico-strategica di non escludere Paesi dell’Europa centro-orientale dal processo di integrazione nella difesa.

Il punto di equilibrio si è dovuto trovare tra queste due visioni, probabilmente più vicino a Berlino che a Parigi, e non a caso “ambitious and inclusive” è il binomio che ricorre nei documenti ufficiali che istituiscono la Pesco.  Documenti che, insieme alla notifica di adesione, vedono un primo annesso sui principi base dell’iniziativa, un secondo sugli impegni vincolanti presi dagli Stati aderenti e un terzo sulla governance della Pesco stessa.

L’ancoraggio e il motore istituzionale

Proprio il suo carattere istituzionale differenzia la Pesco da precedenti prese di posizione politiche a favore dell’Europa della difesa. In questo caso infatti si attuano disposizioni del Trattato di Lisbona che prevedono impegni vincolanti, meccanismi di verifica degli impegni presi e la possibilità (remota) di escludere dal club Pesco gli Stati che non rispettino i requisiti fissati.

Inoltre, la Pesco si integra con le istituzioni esistenti, traendone forza e rafforzandole vicendevolmente in un quadro politico-militare più solido, unitario e duraturo. L’Alto Rappresentante e vice-presidente sarà pienamente coinvolto, anche con la responsabilità della valutazione annuale sull’andamento della Pesco. La European Defence Agency (Eda), il Servizio europeo di azione esterna (Seae), lo EU Military Committee – quest’ultimo presieduto dal 2018 dall’attuale capo di Stato Maggiore della difesa italiana Claudio Graziano – faranno da segretariato alla Pesco, mentre il Comitato Politico e di Sicurezza ed il Consiglio europeo si riuniranno anche in “formato Pesco”.

Tale inquadramento istituzionale funge positivamente da ancora, evitando che l’iniziativa si dissolva se dovessero cambiare alcune delle circostanze politiche che l’hanno favorita. E, cosa ancora più importante, funge da motore, con un’intrinseca spinta politica e tecnocratica verso maggiore integrazione, come sperimentato non solo in altri ambiti, con la logica funzionalista, ma anche nel campo della difesa con il processo di elaborazione ed attuazione della EU Global Strategy – di cui la Pesco è uno dei frutti più importanti -.

La sinergia tra Pesco ed altre iniziative in corso

Proprio perché la Pesco è profondamente inserita nel quadro istituzionale Ue, nel disegnarla viene sancito il suo legame con altre due importanti iniziative in corso. Da un lato la Coordinated annual Review of Defence (Card), ovvero il meccanismo di coordinamento tra i ministri della Difesa Ue per la pianificazione delle capacità militari nazionali, previsto dalla EU Global Strategy e che verrà attuato nel 2018 con il sostegno dell’Eda. Dall’altro lo European Defence Fund (Edf) lanciato dalla Commissione europea alla fine del 2016 per finanziare la ricerca in ambito militare all’interno dell’Ue, per la prima volta nella storia dell’Unione, e per co-finanziare i progetti cooperativi di sviluppo e acquisizione di equipaggiamenti che vedono la partecipazione di almeno due Stati membri. Il combinato disposto dei fondi Ue, del coordinamento ministeriale in ambito Eda e della spinta istituzionale e politica Pesco, rappresenta davvero un nuovo e fattibile percorso verso la difesa europea.

Cercasi centro di gravità permanente

Un percorso che necessità però di passi concreti per realizzarsi. I prossimi passi saranno, insieme al lancio ufficiale l’11 dicembre, l’elaborazione dei piani nazionali di attuazione della Pesco e il conseguente avvio di progetti congiunti per lo sviluppo di nuove capacità militari e/o la messa a sistema di quelle esistenti.

Qui sarà cruciale evitare che la Pesco si limiti a un mero contenitore di progetti portati avanti da diversi gruppi di Stati membri scarsamente coordinati tra loro: risultato che non risolverebbe le necessità delle forze armate europee e neppure la domanda di sicurezza dei cittadini o il progetto politico di un’Europa della difesa.

Servirà presentare progetti seri e ambiziosi e costruirvi intorno il consenso necessario affinché l’insieme dei maggiori Paesi partecipi alla grande maggioranza dei progetti. In altre parole, servirà un centro di gravità permanente per la Pesco – verosimilmente tra Parigi, Berlino, Bruxelles e Roma – e la leadership politica per formarlo, gestirlo e farlo evolvere nella difesa europea. Alessandro Marrone, AffInt 14

 

 

 

 

Assemblea plenaria del Cgie. La relazione del Governo

 

È stata letta dal direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali. Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola assente perché impegnato a New York al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Tra i temi affrontati la riforma di Comites e Cgie, le risorse umane ed economiche, la rete consolare, la digitalizzazione dei servizi, la nuova mobilità

 

ROMA – A leggere la relazione di Governo all'assemblea plenaria del Cgie, riunita questa mattina alla Farnesina per la seconda giornata di lavori, il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, vista l'assenza del sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, impegnato a New York al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

In premessa Vingali ha dunque ricordato come l'intervento non sia suo ma riferisca e “faccia stato degli impegni del Governo sul fronte delle politiche per gli italiani all'estero”.

Nella relazione, in primis il riconoscimento per il lavoro fatto dal Cgie per la proposta di riforma degli organismi di rappresentanza, discussa ieri dall'assemblea, che Amendola auspica “sappia prendere nella dovuta considerazione anche i profondi mutamenti sociali e tecnologici che stanno rimodellando il mondo dell'emigrazione”.

Viene poi ricordato come a fronte dell'incremento del numero degli iscritti all'Aire siano stati destinati nel corrente esercizio finanziario contributi specifici a 20 Comites per un ammontare complessivo di 132 mila euro per iniziative volte a favorire l'integrazione dei connazionali nei Paesi di destinazione e si ritenga di fondamentale importanza il tavolo di lavoro interistituzionale sulla nuova mobilità cui si intende sensibilizzare ulteriormente il Ministro del Lavoro per discutere interventi mirati a chi decide di partire – informazione e preparazione, anche linguistica – e “politiche attive del lavoro in grado di facilitare il recupero della cosiddetta mobilità circolare per non disperdere il bagaglio di competenze e le identità professionali e umane dell'esperienza all'estero”.

Si passa quindi a considerare la nuova legge elettorale, “le cui modifiche sono state volute dal Parlamento e rispetto alle quali il Governo non ha espresso parere – si precisa – e che non altera l'impianto del voto all'estero, anche se apporta modifiche con riguardo alla presentabilità di candidature nella Circoscrizione Estero e in Italia, nonché di accesso alla rappresentanza dei candidati che siano espressione della minoranza linguistica slovena” e amplia altresì il termine per l'opzione di voto di coloro che risiedono temporaneamente all'estero. Si evidenzia come verrà dato nuovo slancio a iniziative come la campagna informativa sull'Aire o quelle dirette a sensibilizzare la rete sull'importanza di un constante aggiornamento dgli schedari consolari, oppure la possibilità di avvalersi di fondi integrativi per assumere appositi digitatori in vista della preparazione del processo elettorale. Tra le istruzioni che verranno diramate dal Maeci agli uffici consolari in proposito anche “l'invito a individuare e attuare in loco soluzioni tecniche capaci di imprimere un miglioramento all'intera organizzazione pratica delle operazioni di voto per corrispondenza”, ponendo “enfasi sulla correttezza della procedura per prevenire eventuali fenomeni di interferenza nel processo elettorale”.

Si ricorda tra le novità nell'organizzazione del Ministero la riconduzione dei corsi di lingua e cultura italiana alla competenza della Direzione generale per il Sistema Paese, con la promozione di nuove progettualità e lo stanziamento di circa 12 milioni di euro ad essi destinati, di cui sono stati assegnati ad oggi circa 9,5 milioni di euro. Si segnala come “dopo quest'anno di transizione, sia organizzativa che normativa”, l'erogazione dei fondi potrà avvenire nel 2018 con una tempistica più accelerata rispetto a quest'anno. Il Governo inoltre “sostiene con convinzione l'utilità del tavolo tecnico avviato dal Maeci con il Cgie per coordinare la prossima Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome e Cgie” di cui sottolinea “l'approccio fattuale che favorisce l'emergere di nuove idee e i contatti diretti e operativi necessari per attuarle”. L'auspicio è per la convocazione di tale Conferenza tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019, mentre si ribadisce l'importanza per il suo successo del “coinvolgimento dei protagonisti dell'associazionismo italiano nel mondo e a livello nazionale”.

Si torna anche sul numero dei dipendenti negli uffici consolari, pari a 1531 al 31 dicembre del 2016, tra diplomatici/dirigenti, aree funzionali e personale a contratto assunto localmente, cui vanno aggiunti gli adetti all'erogazione dei servizi all'interno delle 127 Ambasciate. “Nell’ultimo decennio, il contingentamento del turn-over del personale di ruolo ha comportato per il Maeci una riduzione di oltre 1.100 unità tra le aree funzionali (-30%), categoria professionale incaricata di sovrintendere all’emissione degli atti consolari. Nonostante le innovazioni gestionali e informatiche introdotte, la carenza di organico sta inevitabilmente penalizzando il funzionamento dei servizi alle collettività italiane all’estero – prosegue la relazione di Governo, rilevando la necessità dell'assunzione di nuovo personale cui la Farnesina intende far fronte attingendo al Fondo per le assunzioni nelle amministrazioni centrali di personale pubblico per programmare l'assunzione di 150 unità di personale, “una parte significativa dei quali andrà a rafforzare gli organici degli uffici consolari”. “Parimenti, l’amministrazione si è fatta promotrice nella legge di Bilancio di un provvedimento per aumentare di 100 unità il contingente degli impiegati a contratto delle sedi all’estero – si rileva, puntualizzando come “l'orientamento del Maeci sia dunque quello di ottenere più assunzioni e stabilizzare le percezioni consolari”, una parte delle quali viene ora riassegnata alla rete – il Maeci è in attesa di 3 milioni ed 800 euro circa derivanti dal contributo per le pratiche relativa al riconoscimento della cittadinanza italiana. Viene poi ricordato come si prosegua “la strada dello snellimento delle procedure e dell'innovazione tecnologica nell'erogazione dei servizi”, con l'obiettivo di “fornire online il maggior numero di servizi, a cominciare dall'iscrizione all'Aire, senza dimenticare la necessità di chi ha ancora bisogno del contatto personale allo sportello”.

La relazione cita poi il successo della campagna di sensibilizzazione all'iscrizione all'Aire – con oltre 150 mila visualizzazioni registrate su Facebook e oltre 44 mila su Twitter – e rileva come sia in corso “una riflessione per individuare servizi da rendere prioritariamente a favore dei connazionali iscritti all'Aire”, nell'ambito dello sforzo di razionalizzazione di tale erogazione. Avviato in proposito un progetto pilota per i servizi notarili. Tra gli impegni messi in campo sul fronte della semplificazione viene richiamata la bestpractice del funzionario itinerante, che prevede la raccolta dei dati biometrici per il rilascio del passaporto per mezzo di una postazione mobile. “Per l'anno 2017 sono stati programmati 350 viaggi del funzionario itinerante – rileva la relazione di Governo – grazie ai quali sono stati raccolte circa 12 mila pratiche”. Sulla scia di questi risultati il Maeci ha esteso tale possibilità anche ai consoli onorari che, con apposite postazioni mobili possono procedere alla raccolta dei dati, estensione che si gioverà anche del progetto, in fase di avvio, di trasmissione telematica dei dati.

Sul fronte delle risorse per l'anno 2017 si richiamano lo stanziamento di 1,2 milioni di euro per i Comites e 200 mila euro circa destinati alla realizzazione di progetti specifici promossi da 30 Comites; le risorse destinate al Cgie pari a circa 600 mila euro; quelle per l'assistenza diretta di 6,7 milioni di euro; 420mila euro per l'assistenza indiretta. Per il 2018 “è ancora presto fornire i dati dal momento che il Parlamento sta esaminando la legge di bilancio” ma nella relazione si conferma “la volontà di assicurare che siano resi disponibili fondi adeguati per il finanziamento delle politiche per gli italiani all'estero”. Una breve illustrazione viene fatta anche sui dati relativi al sostegno all'editoria, alla luce del processo di riforma che ha interessato il settore. Si segnala infine l'importante servizio svolto dai patronati italiani all'estero con cui è in atto una riflessione per “un percorso che deve muovere da una nuova cornice di regole, di controlli, di trasparenza, di controlli, per giungere a forme innovative e strutturate di collaborazione con la rete consolare”. Un aggiornamento viene fornito anche su quanto fatto per la tutela dei diritti acquisiti dai connazionali residenti in UK in vista della Brexit, con un rafforzamento dell'organico dell'ufficio consolare di Londra e la disponibilità di aprire un ufficio a Manchester; sul piano straordinario di assistenza messo in campo a favore dei connazionali residenti in Venezuela; sull'attenzione rivolta alla crisi istituzionale in corso in Zimbabwe e al Sudafrica, dove peggiora il quadro sociale e di sicurezza generale.

Viviana Pansa, Inform 23

 

 

 

La “Giornata”

 

Dopo il varo della legge elettorale “Rosatellum”, ottenuta a “bordate di fiducia”, nell’attesa dei confronti e dei contraddittori che la nuova normativa elettorale provocherà, e non solo all’estero, torniamo a prospettare una “Giornata degli Italiani nel Mondo”; per la quale, addirittura, è stato proposto un disegno di legge.

 

 Per la verità, non auspicavamo tanto. Anche in considerazione della palese scarsità d’interesse politico per un’iniziativa che avevamo già prospettato al tempo dell’On. Tremaglia. Comunque, il provvedimento normativo, continuerà il suo iter. Questa volta, però, non ci sarà bisogno del capestro della “fiducia” per varare una legge che avrebbe dovuto interessare i nostri Parlamentari da, almeno, un decennio.

 

La “Giornata” che abbiamo immaginato non avrebbe bisogno di una specifica normativa. Per noi, ma non solo, rappresenta un attestato morale per i milioni di Connazionali che, negli anni, si sono trasferiti all’estero per cercare un futuro meno incerto. A nostro avviso, non è importante stabilire quale sarà il giorno “predestinato”, né l’organizzazione di una sorta di “cerimoniale”.

 

Terminiamo questa riflessione con l’augurio che questo Parlamento in via di dismissione, trovi il tempo, e la voglia, per varare una normativa per un avvenimento che, per sua natura, poteva anche farne a meno.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il primato resiste, Italia prima in Europa per aspettativa di vita

 

L'Italia registra performance superiori alla media europea quanto a stato di salute della popolazione, soprattutto su aspettativa di vita alla nascita (prima in Europa e seconda al mondo dopo il Giappone) e tassi di mortalità. Preoccupanti invece i dati sui fattori di rischio per bambini, l'aspettativa di vita in buona salute a 50 anni e le disabilità. Lo rivela il XII Rapporto Meridiano Sanità, presentato oggi a Roma.

In Italia l'aspettativa di vita è pari a 82,8 anni, ma nell'ultimo decennio gli anni vissuti non in buona salute sono aumentati, attestandosi a 20 (+4,2 anni dal 2006). L'aumento dell'aspettativa di vita ha contribuito all'aumento della popolazione anziana, che oggi è pari al 22% della popolazione totale e raggiungerà il 34% entro il 2050. L'invecchiamento della popolazione porta con sé il peso di patologie non trasmissibili e croniche, che provocano l'86% degli anni di vita perduti per disabilità e morte prematura, complessivamente pari a 16,3 milioni di anni.

Fra i 'nei' evidenziati dal report: nel nostro Paese, nella popolazione al di sotto dei 15 anni, solo 8,3 su 100 praticano attività fisica moderata (contro i 20,9 della Spagna), e il 35% degli appartenenti a questa fascia d'età presenta una condizione di eccesso ponderale e obesità (14,2% in Svezia).

L'evidente ritardo nell'accesso all'innovazione terapeutica contribuisce al potenziale deterioramento dello stato di salute della popolazione, avverte in Rapporto. In Italia, infatti, in media sono 15,6 i mesi che intercorrono dall'approvazione alla prima commercializzazione di un farmaco: 5 volte il tempo impiegato in Germania.

A queste criticità si aggiungono tassi di informatizzazione e di accesso ai servizi informativi per la sanità lontani dalla media europea. In Italia il 10% dei cittadini utilizza l'e-booking per prestazioni sanitarie (contro il 19,7% in Europa), il 9,2% dei medici utilizza lo strumento dell'e-prescription (38,5% in Europa) e il 31,2% delle strutture sanitarie utilizza il Fascicolo sanitario elettronico (47,6% in Europa). La mancanza di informatizzazione rende anche più complesso il monitoraggio dei pazienti, delle prestazioni, delle patologie e del loro impatto sanitario ed economico.

Nell'area efficienza, efficacia e appropriatezza delle cure del Meridiano Sanità Index, il nostro Paese riporta ancora performance superiori alla media europea. Ne è la prova l'aumento della sopravvivenza a 5 anni dei pazienti oncologici, che è pari al 54% negli uomini e al 63% nelle donne, con un rispettivo aumento di 15 e 8 punti percentuali tra il 1990 e il 2009.

All'allungamento dell'aspettativa di vita della popolazione e alla riduzione della mortalità per molte patologie hanno contribuito in modo rilevante gli sviluppi della medicina, con l'arrivo di nuovi farmaci, e gli investimenti nella ricerca clinica. Nonostante gli elevati tempi e costi del processo, la pipeline dell'industria farmaceutica ha raggiunto nel 2017 il record storico con oltre 14.000 prodotti in sviluppo, di cui più di 7.000 in fase clinica. E ancora, l'Italia è uno dei Paesi che ha condotto il maggior numero di studi clinici, pari al 17% di quelli effettuati in Europa (3.900), di cui il 37% ha riguardato l'area oncologica. I promotori profit hanno permesso di realizzare il 76% degli studi condotti in Italia.

Secondo il Meridiano Sanità Index, la seconda area maggiormente critica per il nostro Paese è quella relativa alle risorse economiche. I ritardi più evidenti dell'Italia riguardano la spesa per long-term care e per la protezione sociale, il che rappresenta una forte criticità per un Paese in cui la popolazione over 65 è destinata ad aumentare, passando da 13,4 milioni nel 2016 a 16 mln nel 2030. In Italia la quota delle risorse destinate alla sanità rispetto all'andamento dell'economia è in calo, ed è destinata a diminuire nei prossimi anni: il Mef, ricorda il report, prevede che il rapporto spesa sanitaria pubblica/Pil si ridurrà di 0,3 punti percentuali tra 2017 e 2020, raggiungendo il 6,3%. Inoltre, nel confronto internazionale l'Italia riporta già livelli di spesa sanitaria totale inferiori rispetto alle principali economie europee (3.064 euro in Italia vs 5.015 euro in Germania), un gap che è destinato pertanto ad aumentare.

La sopravvivenza a 5 anni dei pazienti affetti da tumori è in aumento, grazie ai progressi della scienza e della medicina e agli interventi di prevenzione e diagnosi precoce. Le risorse economiche destinate alla sanità italiana sono inferiori rispetto alla media europea e l'incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil è in calo ed è destinata a diminuire. Adnkronos 14

 

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. La relazione del segretario generale del Cgie Michele Schiavone

 

“È l’inizio di una nuova stagione e una nuova vita di collaborazione serena e fruttuosa con il Ministero degli Esteri, con tutte le istituzioni dello Stato con cui il Cgie deve dialogare e costruire”

 

ROMA – Al termine della relazione di Governo spetta al segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, ricordare gli impegni assunti dal Consiglio generale e le priorità di azione nei prossimi mesi.

In primo luogo, “l'elaborazione di una proposta di riforma dei due organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, il Comites e il nostro stesso Cgie, alla luce dei profondi cambiamenti nella natura e costituzione del tessuto delle nostre comunità all’estero, arricchite dalla nuova mobilità che presenta tutte le sfaccettature dell’emigrazione”, discusse e approvate ieri dalla plenaria e per il quale Schiavone ringrazia “il Comitato di presidenza, la III Commissione e la relatrice, vice segretario generale Silvana Mangione e tutto il Cgie”.

A proposito delle modifiche introdotte con la nuova legge elettorale, con la possibilità in particolare di candidare nella circoscrizione Estero anche i residenti in Italia, Schiavone rileva come “siamo ancora convinti della validità del principio dell’obbligo di residenza dei candidati nella ripartizione di riferimento, al fine di garantire un rapporto diretto e più proficuo fra i 18 parlamentari e i Comites, le associazioni e il Cgie, che abbiamo sperimentato una volta di più in questo anno di intenso lavoro comune. Vogliamo credere – prosegue - alle promesse dei partiti maggiori che ci hanno assicurato di non voler contraddire questo principio candidando persone, sia pur valide, non residenti nei nostri Paesi. Questa sarà una dimostrazione di maturità politica e reciproco rispetto”.

“Il Cgie, al di sopra delle parti, intende vigilare affinché il prossimo procedimento elettorale si svolga nella massima serenità, trasparenza, legalità e partecipazione, preceduto da un’informazione capillare, martellante e pluralistica, che rispetti i dettami della Costituzione italiana, per evitare qualunque ombra o speculazione negativa sul valore dell’espressione della volontà democratica degli italiani all’estero – afferma il segretario generale, che segnala di apprezzare la campagna di sensibilizzazione all'iscrizione all'Aire avviata dal Maeci e auspica “un'informazione semplice, chiara e approfondita dei diritti e dei doveri degli elettori” e si fa portavoce della richiesta del Cgie di “apportate al più presto, con lo strumento del decreto legge, le modifiche al plico elettorale, con l’inserimento del codice a barre leggibile elettronicamente nelle buste, e la divisione delle operazioni di spoglio in quattro città italiane corrispondenti alle quattro ripartizioni elettorali”.

“Il secondo impegno di questo Cgie è stato stilare l’elenco dei momenti di incontro e dibattito a respiro europeo, nazionale e internazionale per riprendere e proiettare nel futuro le linee di progetto e interazione fra istituzioni iniziato nei precedenti mandati del Consiglio generale – rileva Schiavone, menzionando a questo proposito la terza edizione di “l'Europa in Movimento” che “la Brexit rende irrinviabile” e si auspica si dovrà tenere “al massimo entro novembre 2018, prima della

scadenza delle trattative, ospitati dal Parlamento europeo o di nuovo da uno dei rami del Parlamento italiano o dalla Farnesina”; la convocazione della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome e Cgie che si auspica possa avvenire entro il 2019; un secondo seminario delle Donne in emigrazione e un “Convegno dei giovani da tenere l’anno prossimo a Palermo per una lettura concreta e realistica della presenza e del ruolo dei giovani di nuova emigrazione e delle nuove generazioni di italodiscendenti”: infine, “l'indizione della II Conferenza degli italiani nel Mondo che proponiamo di realizzare nel 2020”.

“Il nostro terzo e fondamentale impegno è quello diretto alla diffusione dell’insegnamento della lingua e della cultura italiana nel mondo, anche a seguito dell’approvazione del decreto 64 relativo all’applicazione dell’insegnamento all’estero della legge cosiddetta della Buona scuola – afferma il segretario generale, segnalando come il Cgie abbia accompagnato il passaggio di competenze dei corsi di lingua e cultura italiana alla Direzione generale per il Sistema Paese del Maeci e apprezzato il lavoro sulla diffusione di lingua e cultura italiana svolto dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato.

Passando alle questioni collegate alla legge di Bilancio, il segretario generale rileva come “le risorse destinate alla politica estera e alla cooperazione internazionale sono troppo poche per un Paese che per la sua natura e la sua condizione deve fare della proiezione globale la sua dimensione essenziale”. Tuttavia, “per quanto ci riguarda, dobbiamo prendere atto con qualche soddisfazione che quest’anno le cose non hanno seguito la piega consueta dei tagli sulle nostre voci di investimento, poi temperati dall’attività emendativa dei nostri parlamentari – sottolinea Schiavone richiamando le novità positive: “soprattutto nel campo della promozione culturale, con la ripartizione del Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, dotato complessivamente di 150 milioni in quattro anni”; i 12 milioni di euro per i corsi di lingua e cultura, prevista in partenza e per l’intero triennio; gli assegni agli Istituti di cultura aumentati di 3,5 milioni per il prossimo anno e di 8,5 milioni in quelli successivi; il contributo alla Dante Alighieri che cresce di 2,6 milioni; l’incentivazione per le cattedre di italianistica di 1,9 milioni nel 2018 e di 2,3 in seguito; apprezzamento viene espresso anche per l'aumento di 50 unità di ruolo oltre a 50 contrattisti per la rete diplomatico-consolare per ovviare, almeno in parte, alla ormai annosa mancanza di messa a regime del personale all’estero.

Tra le note positive anche la promozione del tavolo di lavoro sulle nuove mobilità con il Ministero del Lavoro e l'avvio del tavolo di trattative per la definizione di una convenzione tra il Maeci e i Patronati, mentre si chiede un'accelerazione del tavolo interministeriale per lo “Statuto del lavoratore frontaliero”.

“In definitiva, i risultati di questo primo anno di lavoro vero e intenso da parte di tutti ci danno il senso dell’inizio di una nuova stagione e una nuova vita di collaborazione serena e fruttuosa con il Ministero degli Esteri, con tutte le istituzioni dello Stato con cui il Cgie deve dialogare e costruire. D’altro canto, la gestazione delle due proposte di legge che abbiamo approvato ieri ci dà la certezza che le rappresentanze di base e le associazioni hanno ritrovato la fiducia del rapporto comune, attraverso i suggerimenti, gli spunti e le richieste che da loro ci pervengono costantemente e che ci aiutano a mettere a fuoco il percorso futuro che ha come suoi interlocutori finali il Parlamento per le indagini e le leggi di cui abbiamo bisogno e il Governo per la definizione di politiche al servizio, al contempo, sia delle comunità italiane all’estero in tutte le loro scansioni generazionali sia del nostro Paese attraverso l’apporto e il sostegno al sistema Italia nel mondo. Questa è la nostra ambizione – conclude il segretario generale: - lavorare tutti insieme, nel pieno rispetto delle facoltà, delle competenze e dei compiti di ognuno per raggiungere obiettivi comuni. Viviana Pansa, Inform 23

 

 

 

 

Sinistra in frantumi, ma divisi si perde

 

dimostrano le elezioni in Sicilia. Previsioni nere anche per le politiche del 2018. Occorrono persone valide e unità di programmi

 

  Certo, “il segreto del successo è scegliere i collaboratori giusti”, come espresso, riferendosi all’imprenditoria, dal sociologo e giornalista Francesco Alberoni. Regola che, però, non basta per ottenere una vittoria nelle elezioni politiche nelle quali i Partiti devono candidare persone valide ma, soprattutto, non presentarsi con più sigle. Come successo recentemente in Sicilia dove ha votato solo il 46,76% degli aventi diritto, il 18,65% dei quali, cioè 388.886 persone, per la sinistra.

  Carenza certamente dovuta al diffuso malcontento lasciato dal Governo fallimentare di Rosario Crocetta, ma probabilmente anche per le diverse correnti della Sinistra presenti sulla scheda. Tra le quali quella di Giuseppe Fava, del partito “I cento passi“ che, nella campagna elettorale, si fa beffe degli attacchi del sinistrorso “Partito della Nazione”, sconfitto, il 4 dicembre 2016, nel referendum voluto da Matteo Renzi, ora anche in Sicilia.

  In effetti, su alcune materie i politici del Pd spesso hanno opinioni diverse, a volte talmente opposte da spingerli a formare un altro partito, come hanno fatto Bersani e D’Alema. Ne è conseguita la nascita di: Centristi per l'Europa (CpE), Centro Democratico (CD), Democrazia Solidale (Demo.S), Direzione Italia (DI), Fare! e di quella Sinistra Italiana (SI), sorta dalla fusione di SEL (nata da Rifondazione Comunista) con i Parlamentari fuoriusciti nel 2015 e guidati da Stefano Fassina. Squadra, quest’ultima, che non appoggia Gentiloni ed ha votato contro la manovra economica. Ne è segretario Nicola Fratoianni, ex dirigente dei Giovani Comunisti.

  Pur avendo opinioni molto simili a quelle di Sinistra Italia, c’è anche Possibile, gruppo fondato da Pippo Civati, deputato ed ex candidato alle primarie del Pd, nato nel giugno del 2015, un mese dopo l’uscita di Civati dal PD, in quanto non d’accordo con alcuni provvedimenti approvati dal governo Renzi, tra i quali l’Italicum e il Jobs Act. Formazioni che probabilmente si alleeranno alle prossime elezioni e che hanno votato spesso contro il Governo Gentiloni. Alle quali si aggiunge il movimento Campo Progressista, fondato da Giuliano Pisapia, ex Sindaco di Milano.

  Che ha detto di tendere alla “creazione di un nuovo Ulivo, cioè di un’alleanza di centrosinistra il più ampia possibile”. Formazione alquanto moderata, favorevole a Gentiloni, ma ambigua su alcuni temi dibattuti in queste settimane. Non bastasse, a febbraio è nato Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista (MDP), formato da alcuni fuoriusciti dal PD, tra i quali l’ex segretario del Partito, Pier Luigi Bersani, non ostile al Governo Gentiloni nei cui confronti ha una posizione più attenuata.

  Una frantumazione della Sinistra nazionale i cui programmi politici alquanto diversi non permettono per ora la “grande alleanza” auspicata da alcuni dirigenti e, soprattutto, dagli elettori che, di conseguenza, preferiscono non votare. Specialmente quelli ai quali non piace il provvedimento del Ministro dell'Interno, Marco Minniti, per ridurre i flussi migratori dalla Libia. Opinione considerata una “svolta antiumanitaria” che spingono i suoi intransigenti colleghi di partito a definirlo “un nemico da combattere”.

  A questi ultimi si conforma anche la Bonino, leader dei Radicali, la quale giorni fa ha definito “inaccettabile” l'accordo con la Libia per fermare gli sbarchi e minacciato di non effettuare l’alleanza con il Pd, se non si riapre “la strada alle Ong nel Mediterraneo”, perché il calo dei flussi migratori dipende dal fatto che “ne muoiono di più e perché ne rimangono di più nel grande buco nero dei centri di detenzione”. Opinione condivisa dal Presidente del Pd, Matteo Orfini, che ritiene necessario “aggiustare la linea” dell’Esecutivo sui migranti. Cui di aggiungono il Senatore Luigi Manconi e Massimo D'Alema secondo il quale Minniti non avrebbe compreso che l'immigrazione dà luogo una “grande questione politica”.

  Una Sinistra in frantumi, quindi, che Paolo Gentiloni cerca di reintegrare, ricordando che “l'Italia è l'unico Paese che ha una politica sui fenomeni migratori decente, in Europa… Non alziamo muri e non chiudiamo porte, lavoriamo per combattere i trafficanti”.

  Disaccordi sono in corso anche sul tema dello Ius Soli, cioè sulla cittadinanza da attribuire, a determinate condizioni, agli stranieri nati in Italia. Legge ora approvata che aveva spinto il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, a dire che “bisogna fare uno sforzo in questo fine legislatura perché non si areni”.

  Tanti dissidi e divisioni che rendono, alle prossime elezioni, difficile la vittoria di quella “Sinistra nel caos”, come è stata definita dal quotidiano inglese The Guardian, che, secondo il sondaggio realizzato da Index Research, potrebbe al massimo ottenere il 17% dei voti, se sulla scheda elettorale rimangono le attuali diverse sigle. Tanto numerose da spingere gli elettori a non votare.  E quindi a far vincere il Centrodestra e i Grillini.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Trump e Grillo, simili e diversi. Populismo globale: i casi di Usa e Italia a confronto

 

Un anno fa il mondo assisteva attonito alla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. In Europa, diversi Paesi hanno rinnovato la direzione politica in questi ultimi 12 mesi e l’Italia si prepara alle elezioni del 2018, avendo finalmente approvato la nuova legge elettorale. Tutti questi eventi politici sono stati caratterizzati da un elemento comune: l’uso diffusissimo dell’aggettivo “populista” per definire una o più parti politiche in corsa. Populismo è diventato ormai un termine quotidiano nel dibattito politico e mediatico. Ma cos’è davvero il fenomeno populista? E davvero può comprendere movimenti politici di due realtà così lontane come quelle italiana e statunitense? Proviamo ad analizzare i parallelismi tra questi due situazioni.

Cas Mudde nel suo  “The populist Zeitgeist” (2004) definisce il populismo “un’ideologia che considera la società come separata in due gruppi omogenei e antagonisti, ‘il popolo puro’ e ‘l’élite corrotta’, e che ritiene che la politica dovrebbe essere l’espressione della volonté générale del popolo”: un’ideologia che emerge dalla disillusione e delusione generate dalla corruzione degli ideali democratici e dal divario tra la democrazia ideale e la realtà pragmatica. Questi fattori possono essere ulteriormente fomentati da un’eventuale situazione di crisi economica e politica che portino gli elettori a rivolgere lo sguardo (e il voto) verso alternative politicamente nuove, ma già conosciute e ritenute affidabili.

Usa e Italia, analogie e differenze delle ondate populiste

Quando Trump vinse le elezioni del novembre 2016, l’economia statunitense stava vivendo una fase di ripresa dalla crisi: il Pil e il tasso di occupazione crescevano da molti trimestri dopo anni di caduta (fonte: World Bank e U.S. Bureau of Statistics) e la speranza di consolidare questo tanto atteso trend positivo rese parte della popolazione più propensa a votare per un candidato dallo slogan altisonante: “Make America great again” dava speranza, e magari illudeva, specialmente quella classe media così danneggiata dalla crisi che aveva colpito l’economia mondiale dal 2008. Si vedeva un’opportunità di cambiamento della direzione del Paese dopo due mandati di Barack Obama: una nuova faccia, un nuovo inizio e prospettive migliori per l’America.

Analoga, sebbene diversa, la situazione italiana: il consolidamento del successo politico del Movimento 5 Stelle ha infatti coinciso con un nuovo arretramento del Pil italiano nel 2014 dopo un periodo di debole crescita (fonte: World Bank e ISTAT), il che fece temere agli elettori che una nuova crisi economica fosse incombente. Questa si sarebbe sommata all’instabilità politica di cui il Paese era (e resta) afflitto: dal 2011 a oggi, il governo italiano è cambiato quattro volte. Le promesse di Beppe Grillo di sostituire la classe politica corrotta con l’uso della democrazia diretta e di adottare misure che rispondano alle priorità dell’italiano medio costituivano – e costituiscono –  un panorama allettante, nella situazione di esasperazione del Paese.

Desiderio di novità e preoccupazione per l’economia sono dunque due fattori che accomunano le società all’alba del successo politico dei movimenti populisti, così come potrebbero accomunare tutti i Paesi che escono da crisi di diverso tipo e guardano a tornate elettorali. Ma non basta: per raccogliere i voti dei delusi bisogna anche infondere fiducia.

Usa e Italia, analogie e differenze dei leader populisti

Il 45o presidente degli Stati Uniti cominciò la sua carriera di business man con un “piccolo” prestito di un milione di dollari da suo padre per costruire quello che oggi è a tutti gli effetti un impero finanziario e immobiliare: ereditata la Elizabeth Trump and Son (oggi The Trump Organization) nel 1971, le sue proprietà includono oggi diverse tenute in Virginia, Connecticut, Nevada, Hawaii, Canada, Gran Bretagna, India, Uruguay, una catena di hotel di lusso, linee di cosmetici e gioielleria, casino e investimenti meno conosciuti, ma non meno importanti.

La figura di Trump è, insomma, facilmente associata a un certo livello di benessere, successo personale e capacità gestionali che superano l’esperienza politica nella scala di valori degli elettori americani. Alla domanda posta dai giornali The Washington Post e The Guardian “Perché ha votato per Donald Trump?”, Nate, 58 anni, risponde: “Perché penso che sarà un buon presidente, sa come fare affari e stringere accordi che faranno prosperare di nuovo l’America”.

Beppe Grillo è stato meno esposto ai riflettori internazionali, ma non a quelli italiani e nel senso letterale del termine: associato a valori e stili di vita precisi ben prima della sua entrata nell’arena politica, diventa famoso per apparizioni televisive, show e commedie fino alla conduzione di ‘Grillometro’. Una battuta su Bettino Craxi e sul Psi durante Fantastico 7 nel 1986 gli costa l’esilio televisivo, ma contribuisce alla costruzione della sua immagine di personaggio anti-establishment, che verrà poi ripresa e sviluppata nei valori del M5S: anche se il comico ne rifiuta il ruolo di leader, l’identificazione dei membri del Movimento con l’iconica figura e le idee di Grillo è evidente fin dal nome “grillini”.

Un ulteriore elemento di parallelismo tra Trump e Grillo è il rapporto conflittuale con i mass media: con le denunce di fake news e corruzione, di presunti limiti imposti dai governi alla libertà di stampa, i due politici delegittimano le maggiori testate di informazione. Queste non sono più viste quindi come fonti attendibili e la popolazione guarda a figure esterne e apparentemente imparziali, non coinvolte nei giochi di potere: Trump e Grillo risultano così essere due ‘paladini’ della libertà di parola ed espressione.

Di fronte all’ondata del populismo, dubbi e interrogativi

La crescita delle disuguaglianze, il clima di sfiducia e frustrazione dei cittadini nel confronti dello Stato e della classe politica si osservano nell’Europa investita da quella che è stata definita ”un’ondata di populismo“: Francia, Spagna, Polonia, Germania, Austria, Ucraina offrono  alcuni esempi. Il populismo sembrerebbe quindi un fenomeno internazionale: uno sviluppo politico che accomuna diverse realtà, ma che può anche essere sconfitto da fattori culturali e circostanze riconducibili alla dimensioni prettamente nazionale. Il Front National ha passato il primo turno alle ultime elezioni presidenziali francesi, causando allarme e confusione nel sistema internazionale, ma è stato poi ‘stoppato’ al ballottaggio dall’elettorato transalpino, che ancora riconosce e confida nei valori democratici.

Dato il livello internazionale della preoccupazione e coinvolgimento, c’è da chiedersi se sia realistico affrontare il fenomeno populista sfruttando i fattori politici e le inclinazioni nazionali per costruire una strategia comune. Puntare, cioè, su una supervisione democratica di fenomeni emergenti sul piano nazionale, ma internazionalmente connessi. Serena Rosadini, AffInt 20

 

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. Il dibattito sulla relazione di Governo

 

Tra gli interventi anche quelli dei parlamentari Marco Fedi (Pd, Africa, Asia, Oceania e Antartide) e Claudio Micheloni (Pd, ripartizione Europa)

 

ROMA – Al termine della lettura della relazione di Governo e dell'intervento del segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, la seconda mattinata di lavori dell'assemblea plenaria del Cgie è proseguita con il dibattito sulle questioni principali toccate nella relazione governativa e riassunte dal direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, in 10 punti. Di seguito quelli menzionati: il sostegno al percorso di riforma di Comites e Cgie; l'intenzione di procedere con il tavolo interistituzionale sulle nuove mobilità; l'enfasi sulla correttezza e la trasparenza delle procedure elettorali; l'impegno a sostenere l'organizzazione della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome e Cgie; l'impegno a sostenere le misure previste nella legge di bilancio di concerto con i parlamentari eletti all'estero; il successo della campagna informativa sull'iscrizione all'Aire; i dati sui funzionari itineranti; l'impegno ad approfondire la collaborazione con i patronati; l'attenzione alle situazioni di difficoltà e vulnerabilità (Venezuela, Brexit, etc.)

Apprezzamento per il rinnovato clima di collaborazione emerso con il Maeci è stato espresso da Gianluca Lodetti (Inas-Cisl), che evidenzia come esso potrà essere fruttuoso per le collettività. Lodetti ribadisce anche l'importanza degli impegni tracciati dal segretario generale e ritiene che, specie quello con le Regioni, potranno essere decisivi per tracciare le linee guida delle strategie future, che non potranno non tener conto dell'importante fenomeno delle nuova mobilità.

Ringrazia per l'attenzione mostrata alle problematiche dei frontalieri Mirko Dolzadelli (Frontalieri Cgil, Cisl e Uil) che ricorda come siano aumentati i numeri connessi a questa forma di mobilità e sollecita concretezza sullo Statuto richiamato nella relazione del segretario generale del Cgie. Non più rinviabile secondo Dolzadelli anche una commissione di lavoro sulla viabilità delle zone di frontiera. Richiama il valore di ciò che hanno costruito con il loro impegno i connazionali all'estero Paolo Brullo (Germania), che chiede inoltre se non sia possibile adottare un documento di identità unico a livello europeo, che consenta il movimento senza obbligo di altri visti, mentre Isabella Parisi (Germania) segnala come la crescita della nuova mobilità sia concisa con una razionalizzazione e chiusura di consolati che non ha giovato alla collettività. Da parte sua anche l'invito ad una riorganizzazione del lavoro delle sedi consolari e ad una sburocratizzazione e un più incisivo impegno per la promozione di lingua e cultura italiana all'estero.

“La crisi del Venezuela ha dimostrato chiaramente a cosa servono i consolati e gli organismi rappresentativi della collettività – afferma Mariano Gazzola (Argentina), che ritiene l'aumento annunciato del persona non sufficienze a colmare la carenze oggi sedimentate. A suo avviso inoltre servirebbe un piano di incentivi per allocare il personale nelle sedi più oberate di lavoro. Infine, da Gazzola un richiamo alla responsabilità della politica e ai parlamentari, specie gli eletti all'estero, che hanno accettato, attraverso il voto alla legge elettorale, la candidabilità dei residenti in Italia nella circoscrizione Estero. Dichiara apprezzamento per la disponibilità e l'apertura dimostrata da Vignali, Luca Tagliaretti (Italia, Ncd), che sottolinea però un “deficit comunicativo” su come vengono percepiti in Italia gli italiani all'estero, che occorre colmare anche con il supporto del Maeci. Torna invece sulle procedure del voto all'estero Vittorio Pessina (Italia, Forza Italia) che rileva come sia indispensabile in vista del voto l'aggiornamento dell'Aire, la modifica del plico elettorale con l'inserimento del codice a barre, la par condicio nell'informazione e la suddivisione delle operazioni di spoglio delle schede della circoscrizione estero in 4 città italiane, una per ogni ripartizione. Ribadisce l'importanza del rapporto con le Regioni Carlo Ciofi (Italia, Ctim), che suggerisce anche l'inclusione di un loro rappresentante nella segreteria del Cgie per poter seguire gli sviluppi della Conferenza. Tony Mazzaro (Germania) rileva l'assenza di accompagnamento e supporto delle nuove mobilità, che spesso coinvolgono interi gruppi familiari, e ribadisce di condividere l'importanza del rapporto con le Regioni, mentre Aniello Gargiulo (Cile) chiede come viene svolta la formazione del personale consolare, operazione decisiva in tempi di razionalizzazione, e sollecita la semplificazione e l'aggiornamento delle pratiche contabili. Nello Collevecchio (Venezuela) ringrazia il Governo, il Maeci e il Cgie per quello che è stato fatto per il Venezuela, “pur nella tragedia quotidiana del nostro Paese”. Egli rileva come alle parole siano seguiti fatti concreti che dimostrano la vicinanza dell'Italia ai connazionali residenti in loco ed esprime apprezzamento per le qualità professionali e umane del personale consolare.

Di un nuovo clima parla anche Luigi Papais (Italia, Ucemi) che sottolinea come esso sia dato anche dalla rinnovata interlocuzione di tutte le realtà che si occupano di emigrazione, parlamentari, Comites, Cgie, associazioni. Lancia anche un appello per il sostegno ai giornali italiani all'estero.

Di seguito anche l'intervento di Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che sollecita il Cgie ad uno sforzo di fantasia e innovazione. “Non ho potuto fare a meno di constatare che le relazioni che ho ascoltato stamattina si somigliano molto. Questo – afferma Fedi – è positivo se pensiamo ad una risposta del governo alle richieste dei connazionali, ma il Cgie dovrebbe essere sempre un passo avanti a noi, che quotidianamente invece siamo assorbiti dal lavoro sull'esistente”. Sulla legge elettorale Fedi condivide la riflessione di Gazzola e si assume la responsabilità dell'accaduto. “Non devono esistere appelli ai politici, ma un'analisi di ciò che è stato fatto – rileva Fedi, che auspica anche una riflessione più approfondita insieme alle collettività sulle modifiche apportate sulla candidabilità nella circoscrizione Estero e che a suo avviso richiederebbe la residenza all'estero. Al Maeci anche un invito ad impegnarsi per assicurare la correttezza e la trasparenza del voto, affrontando ed approfondendo i diversi aspetti della gestione della consultazione anche con il Cgie.

Anna Maria Ginanneschi (Italia, Uil) apprezza l'impegno per una rinnovata collaborazione con i patronati e per quanto è stato messo in campo per i più vulnerabili, mentre Luigi Scaglione, coordinatore delle Consulte regionali dell'emigrazione, ritiene che il rinnovato rapporto con queste ultime possa aiutare anche a costruire progetti e percorsi per le nuove mobilità.

Infine, Claudio Micheloni, senatore del Pd eletto nella ripartizione Europa e presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero di Palazzo Madama, informa la plenaria degli emendamenti alla legge di bilancio che per il momento hanno retto alla scure della riduzione (da oltre 4000 sono ora 700 circa): essi riguardano l'aumento dell'acconto ai patronati, uno stanziamento di risorse ai corsi di lingua e cultura italiana, alle agenzie di stampa specializzate, a Comites e Cgie per garantirne il funzionamento, ai contrattisti (per un adeguamento del trattamento economico), alle Camere di commercio italiane all'estero e l'autorizzazione al Maeci del concorso per l'assunzione di 140 funzionari. L'iter parlamentare è ancora in corso e quindi – avverte Micheloni – la situazione ancora in divenire. Il senatore esprime poi tutta la sua amarezza per le difficoltà riscontrate nella presentazione di un emendamento alla legge sulla cittadinanza italiana che limiterebbe la sua trasmissione automatica alla terza generazione di italiani all'estero, richiedendo un minimo di conoscenza linguistica e suggerendo un aumento del contributo per il suo riconoscimento che passerebbe da 300 a 400 euro. Un emendamento che ha richiesto molto lavoro e che incontrerebbe un'opposizione dettata a suo dire esclusivamente da ragioni elettoralistiche. Sui diritti dei cittadini europei residenti in Uk, Micheloni annuncia anche un documento elaborato al termine di un'analisi sul tema da parte del Comitato da lui presieduto e che dovrebbe essere sottoposto al voto dell'Aula al termine dei lavori sulla legge di bilancio. In esso, si solleciterebbe l'Unione Europea a cambiare approccio nelle trattative con la Gran Bretagna, invitandola a risolvere in separata sede e prima la questione della tutela dei diritti acquisiti dei cittadini europei in Uk e inglesi in Ue, entro la data decisa per la Brexit e indipendentemente dall'esito o dal prolungarsi dei negoziati. Richiamata anche l'indagine sui patronati svolta dal Comitato e cui il Maeci e il Ministero del Lavoro dovrebbero dare risposta, a detta del senatore, prima di procedere alla convenzione più volte richiamata. Sulla riforma del Cgie, Micheloni ricorda come la strada dell'articolato sia forse la più difficile e sottolinea come al di là delle leggi istitutive, in particolare per gli organismi consultivi, l'importante sia ciò che viene prodotto e si dice dispiaciuto dal fatto di aver sentito “risuonare temi e parole di 30 anni fa” sulla questione. Infine, la legge elettorale, che Micheloni non ritiene essere una buona legge, mentre “con la candidabilità di residenti in Italia si distrugge il concetto e il valore del collegio estero”.

Sulle difficoltà dei servizi consolari di Bahia Blanca si sofferma Juan Carlos Paglialunga (Argentina), mentre Marcelo Carrara (Argentina) ribadisce l'importanza del rapporto con le Regioni e si dice assolutamente contrario ad un aumento del contributo per il riconoscimento della cittadinanza.

Risponde alle sollecitazioni il direttore generale Vignali, che condivide molti degli spunti emersi nel dibattito e puntualizza il sostegno e l'impegno in particolare sul fronte della promozione di lingua e cultura italiana. Assicura infine il suo impegno sul fronte del miglioramento dei servizi consolari, segnalando come sia in corso un monitoraggio sulle sedi che registrano più carico di lavoro – e 5 delle prima 10, segnala, sono in Argentina. Oltre alla carenza del numero delle risorse umane, vi è anche la difficoltà oggettiva dell'invecchiamento del personale – rileva Vignali, assicurando poi la massima attenzione sul percorso che porterà all'organizzazione del voto all'estero. (V. P. – Inform 23)

 

 

 

 

Progetto Italia

 

L’anno dovrebbe terminare con un Prodotto Interno Lordo (PIL) superiore all’1,5%. Col 2018, almeno queste sono le previsioni più attendibili, il suo valore dovrebbe attestarsi +1,8 % (secondo semestre). La percentuale dei senza lavoro è scesa ma è ancora a due cifre.

 A soffrire della situazione sono, soprattutto, i giovani e le famiglie. Tutte le spese sono state ridotte, se non annullate, già nel primo semestre di quest’anno. Vivere è più difficile. Meglio, poi, non farsi “illusioni.”

 

Solo gli anziani, se pensionati, tirano avanti con meno incertezze. Sempre che regga la salute e non ci sia un canone di locazione da pagare, figli da mantenere e spese per la salute. Insomma, gli effetti della crisi pesano, di più, sui giovani che non hanno futuro. Pensare a un domani in Patria, nonostante le assicurazioni dei politici di turno, appare difficile. Il movimento d’aspiranti lavoratori italiani in UE è, progressivamente, aumentato. Insomma, la “mobilità di mano d’opera” resta, pur sempre, emigrazione.

 

 I titoli di studio, anche se di natura tecnica, non sono uno “scudo”. Il “pezzo di carta”, tanto caro ai nostri padri, ora vale proprio come un comune foglio stampato. Per risolvere, pur col tempo, tanta incertezza, mancano le premesse politiche che consentano di preventivare quel cambiamento di cui l’Italia ha bisogno. Ma, per il cambiamento, non ci sono figure politiche sicure. Del resto, non contiamo più di tanto sulle strategie politiche del prossimo Esecutivo. Insomma, in Italia, il “cambiamento” resta più un fatto d’etica che di politica.

        

 Per i mutamenti non é solo questione di tempi e di uomini, ma anche di volontà. Dal prossimo anno, a elezioni  politiche avvenute, vedremo se il nuovo Parlamento saprà recuperare quell’affidabilità indispensabile per recuperare il “Progetto Italia”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Voluntary Disclosure: cittadini ex AIRE e trans-frontalieri. Né sanatoria, né condono, ma un atto di giustizia verso gli ex emigrati

 

È stato approvato un emendamento al Decreto Fiscale riguardante la Voluntary Disclosure, con importanti novità per i cittadini italiani ex AIRE oggi residenti in Italia e i lavoratori trans-frontalieri.

Come è noto, fino ad oggi i cittadini afferenti alle categorie sopra citate avrebbero dovuto denunciare i loro depositi bancari, così come i redditi derivanti dai beni immobili, maturati durante il periodo di residenza all'estero, rientrando nella disciplina prevista dalla Voluntary Disclosure, dunque con una tassazione molto elevata (dal 15% al 35%), su redditi già tassati.

Fin dall'approvazione della suddetta disciplina, come senatori eletti nella circoscrizione Estero avevamo costantemente sollecitato il Governo a porre rimedio a un "effetto collaterale" particolarmente ingiusto, per cui tali cittadini si trovavano ad essere trattati come evasori fiscali sul prodotto del loro regolare lavoro all’estero, già tassato nei paesi di immigrazione.

Il Governo, pur riconoscendo tale incongruenza, non era intervenuto sulla materia. Oggi, finalmente, l'emendamento approvato in data 14.11.2017 in commissione Bilancio costituisce un primo passo decisivo per la soluzione del problema.

Come recita il primo comma, "Le attività depositate e le somme detenute su conti correnti e sui libretti di risparmio all'estero alla data di entrata in vigore della presente disposizione, in violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all'articolo 4, comma 1, del decreto legge 28 giugno 1990, n. 167, da soggetti fiscalmente residenti in Italia ovvero dai loro eredi, in precedenza residenti all'estero, iscritti all'AIRE o che hanno prestato la propria attività lavorativa in via continuativa all'estero in zone di frontiera e in Paesi limitrofi, derivanti da redditi prodotti all'estero (...) possono essere regolarizzate, anche ai fini delle imposte sui redditi prodotti dalle stesse, con il versamento del 3% del valore delle attività e della giacenza al 31 dicembre 2016 a titolo di imposte, sanzioni e interessi."

L'istanza di regolarizzazione dovrà essere trasmessa entro il 31 luglio 2018, e il versamento delle somme dovute dovrà avvenire entro il 30 settembre 2018 (prima rata o soluzione unica).

I cittadini afferenti alle medesime categorie che dovessero rientrare in Italia dopo il 31 luglio 2018 non saranno coperti da questo intervento: per questo motivo occorre continuare il lavoro fino al termine di questa legislatura e nella prossima, per individuare una soluzione normativa strutturale, che salvaguardi tali cittadini e comprenda anche i dipendenti statali in servizio all’estero.

Invitiamo le associazioni, i patronati e gli organi di informazione a diffondere il più possibile la notizia in maniera tale da agevolare i cittadini direttamente interessati, e da informare correttamente l’opinione pubblica: l’emendamento in questione interviene a sanare, purtroppo ancora solo parzialmente, casi lampanti di doppia imposizione, non certo di evasione o elusione fiscale.

Sen. Claudio Micheloni, Presidente CQIE (Comitato per le questioni degli italiani all'estero)

 

 

 

 

SPID anche per i residenti all’estero, primi segnali positivi ma si è ancora lontani da una vera soluzione

 

ROMA -  Nei mesi scorsi avevo più volte interrogato il Governo sulla possibilità di registrazione per i residenti all’estero al nuovo Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID).

Il MAECI e l'Agenzia per l'Italia Digitale (AgID) segnalano in questi giorni alcuni significativi passi avanti sulle procedure per accedere dall’estero alla pubblica amministrazione italiana, anche se non tutti i problemi sono stati effettivamente superati.

SPID, il nuovo sistema di accesso alla pubblica amministrazione, permette a cittadini e imprese di accedere con un’unica identità digitale ai servizi online pubblici e privati ed è particolarmente importante, proprio per chi vive fuori dai confini nazionali, poter avere un rapporto diretto con la pubblica amministrazione.

È assolutamente vero che tra le domande frequenti nel sito dell’Agenzia per l’Italia digitale, alla domanda “Può avere SPID anche un cittadino italiano residente all’estero?” appare una risposta che, confermando questa possibilità di iscrizione, sostituisce alla tessera sanitaria – che ricordo non viene normalmente rilasciata a residenti all’estero – il codice fiscale. Tuttavia, i soggetti qualificati al rilascio del codice SPID, gli “identity providers”, non hanno ancora aggiornato i propri siti. Non solo: molti cittadini residenti all’estero hanno un tesserino fiscale che non riporta sul retro il “numero di identificazione tessera” e pertanto saranno costretti a chiedere all’Agenzia delle Entrate, attraverso i Consolati, il rilascio di un nuovo tesserino fiscale.

In sostanza, siamo ancora lontani da una vera semplificazione per i cittadini italiani residenti all’estero. Così come risultano ancora presenti delle problematicità per la registrazione degli operatori di Patronato per ottenere lo SPID.

Credo sia indispensabile accelerare questa fase “decisionale” rispetto alla documentazione utile al fine della registrazione, garantendo che i soggetti certificatori si adeguino in tempi rapidi, oltre a prevedere l’accesso anche ad altri soggetti delle pubbliche amministrazioni particolarmente importanti per i residenti all’estero, ad esempio in tema di patenti di guida ed accesso alle agenzie del demanio. Marco Fedi, Deputato del Pd-Estero

 

 

 

 

Assocamerestero: Il network delle CCIE tra business e gusto per la seconda Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

 

Oltre 120 eventi culinari organizzati dalla Rete delle Camere di Commercio Italiane nel mondo tra “Italian Pizza Night”, masterclass di cucina e degustazioni guidate nei ristoranti a marchio “Ospitalità Italiana”. Impegno a contrastare l’Italian Sounding che pesa per circa 60 mld sul giro d’affari mondiale del settore

 

ROMA -  Assocamerestero - l’Associazione di cui fanno parte le 78 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), soggetti imprenditoriali privati, esteri e di mercato, e Unioncamere - partecipa attivamente alla seconda Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione in stretto raccordo con MIPAAF e con MISE, MIUR, MIBACT, Regioni, Agenzia ICE, ENIT, università, sistema camerale, associazioni di categoria, scuole di cucina, reti dei ristoranti italiani certificati e operatori del settore enogastronomico e del design.

Protagoniste dell’atteso appuntamento, le Camere di Commercio Italiane all’Estero impegnate in più di 120 eventi che si stanno già svolgendo in oltre 30 paesi per valorizzare il binomio “Cucina e vino di qualità”.

Il programma si integra inoltre con le azioni previste dalla “Campagna di promozione strategica per la valorizzazione del prodotto italiano in rapporto al fenomeno dell’Italian Sounding”, promossa e finanziata dal Ministero dello Sviluppo Economico e realizzata in collaborazione con Ice Agenzia con l’obiettivo di potenziare la distribuzione e la presenza commerciale dei prodotti del vero agroalimentare italiano, dove sono coinvolte 21 Camere di Commercio italiane in Benelux, Francia, Germania, Spagna, Svizzera, Regno Unito, Usa, Canada e Messico.

Ben 68 prodotti italiani sono sul podio di quelli agroalimentari più venduti al mondo, con comprovata leadership del Bel Paese per numero di prodotti Dop/igp/stg nel Food (292) e Doc/Docg/Igt nel Vino (523). Ciò nonostante il giro d’affari del c.d. Italian Sounding si attesta su valori pari a circa 60 miliardi di euro, concentrandosi prevalentemente nelle Aree geografiche di Nord e Centro America (24 miliardi), Europa e Africa (21 miliardi).

Il percorso della nuova Settimana della Cucina Italiana nel Mondo si snoda per le CCIE attraverso molteplici tappe che valorizzano le eccellenze produttive nostrane con una però sempre puntuale attenzione al business per le PMI italiane coinvolte e vede la partecipazione di esperti della ristorazione, chef, importatori, distributori, influencer e stakeholder dell’imprenditoria alimentare italiana, testimoni e custodi dei valori di artigianalità e innovazione culinaria.

Per le CCIE di Montréal, Toronto, Vancouver, Chicago, Houston, Los Angeles, Miami e New York   protagonista la “Pizza”, con serate culinarie, dimostrazioni e degustazioni guidate del prodotto simbolo per eccellenza della cucina italiana. Chef e professionisti con show cooking dedicati sveleranno tutti i segreti di preparazione della vera pizza italiana coinvolgendo oltre 70 pizzerie presenti sul territorio che ospiteranno le “Italian Pizza Night”. Finalità delle iniziative culinarie, la sensibilizzazione di food blogger, giornalisti e operatori dell’industria alimentare e del turismo nei confronti della qualità ed eccellenza della vera pizza 100% Made in Italy.

Nell’area europea, molteplici le iniziative di spessore che animeranno le ricche giornate della seconda Settimana della Cucina Italiana nel Mondo coinvolgendo in prima linea i ristoranti certificati “Ospitalità Italiana” con serate formative con influencer selezionati e cene di lancio dedicate alla presentazione del nuovo progetto per contrastare l’Italian Sounding in Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera, Spagna e Benelux.

L’attestazione “Ospitalità Italiana” promossa da Unioncamere è volta a distinguere l’offerta ristorativa italiana di qualità proposta dai ristoranti presenti nel mondo e vede oltre 557 ristoranti certificati in Europa su più di 2.200 riconosciuti in tutto il mondo, con Francia al primo posto (116 ristoranti), seguita dalla Germania (a quota 94) e Regno Unito (con 90 unità). Con riferimento alle città, troviamo sul podio della ristorazione italiana di qualità, Londra seguita da Monaco e Barcellona. (Inform)

 

 

 

 

 

Sempre più immigrati ora lasciano l’Italia: il primo calo di stranieri

 

I dati istat. Meno sbarchi ma anche più partenze verso altri Paesi. Il 2017 potrebbe rivelarsi il primo anno nella storia recente nel quale il numero di stranieri in Italia inizia a diminuire. Nel 1981 si contavano meno di 100 mila stranieri, alla fine del 2016 poco più di cinque milioni. Ora la prima inversione di tendenza - di Federico Fubini

 

Le immagini degli sbarchi dalla Libia hanno segnato così a fondo noi italiani, che un dettaglio rischia di sfuggirci: il 2017 potrebbe rivelarsi il primo anno nella storia recente nel quale il numero di stranieri che vivono in Italia inizia a diminuire. Da quasi quattro decenni l’istituto statistico Istat ha iniziato a registrare la quantità di immigrati residenti e finora non si è mai visto un calo. Nel 1981 si contavano fra le Alpi e la Sicilia meno di 100 mila stranieri, alla fine del 2016 poco più di cinque milioni. Ma quando i dati più recenti saranno resi noti, sembra quasi inevitabile che emerga la prima inversione di tendenza.

Essa sarebbe il frutto di dinamiche diverse

Essa sarebbe il frutto di dinamiche diverse: alcune preoccupanti, altre incoraggianti, altre ancora del tutto naturali. Normale per un Paese meta dell’immigrazione di massa da tre decenni è per esempio che inizi a crescere rapidamente anche il gruppo di coloro che decidono di diventare italiani. Queste persone spariscono dal conto degli stranieri solo per questo motivo: solo fra i non europei, nel 2016 hanno preso la cittadinanza italiana a pieno titolo 184 mila persone, quasi il quadruplo rispetto all’inizio del decennio. Dunque il primo calo del plotone degli stranieri non equivale a una riduzione di coloro che sono nati all’estero. Un secondo fattore relativamente incoraggiante all’origine dell’inversione di tendenza viene dal canale di Sicilia. Da agosto, i tentativi di sbarco in Italia sono nettamente diminuiti. Se anche gli arrivi dal mare questo mese e il prossimo si confermassero pari a quelli di fine 2016, quest’anno si chiuderebbe con oltre 50 mila arrivi via mare in meno. Questo crollo potrebbe di rivelarsi decisivo, perché dal 2013 il totale dei residenti stranieri è sempre aumentato di meno di 50 mila all’anno. Solo un flusso di sbarchi molto sostenuto permetteva che il numero degli stranieri crescesse un po’: 21 mila in più l’anno scorso, 12 mila nel 2015.

Un terzo fattore

C’è poi un terzo fattore che spiega la storica inversione di tendenza a cui l’Italia va incontro: gli immigrati ri-emigrano. Sono arrivati per farsi una vita tempo fa e ora sempre più spesso vanno via per rifarsene un’altra in un altro Paese. Lo fanno anche dopo aver conquistato il passaporto italiano, che permette loro di non dover chiedere permessi per cercare lavoro in Svizzera, Svezia, Norvegia o Germania. Del mezzo milione di «nuovi italiani» diventati tali fra il 2012 e il 2016, nello stesso periodo 24 mila erano già migrati altrove. La fuga dei giovani nati in Italia, a ben vedere, rischia di far nascondere un po’ il fenomeno - più intenso - della fuga dall’Italia dei nati all’estero. In realtà però gli immigrati stanno ri-emigrando fuori dall’Italia a ritmo cinque volte più veloce di quanto facciano i giovani italiani. Nel 2015, ultimo anno registrato, risulta ufficialmente trasferito all’estero un italiano ogni 500 circa e uno straniero ogni cento. Così gli stranieri che hanno gettato la spugna nel 2015 sono stati 44 mila, il triplo rispetto a nove anni prima. Molto probabilmente però i numeri reali sono maggiori sia per loro che per i migranti italiani, perché in tanti partono senza cancellare la residenza di origine.

La ri-emigrazione degli immigrati

La ri-emigrazione degli immigrati è un fenomeno, per certi aspetti, comprensibile. Secondo il centro-studi di Parigi Ocse, l’Italia divide con la Slovacchia il primato europeo di giovani stranieri «Neet», che non studiano né lavorano: fra loro uno su tre vive ai margini della società, una quota anche più alta di quella già da record dei loro coetanei italiani. L’Italia divide poi con la Grecia il primato di immigrati occupati in ruoli nettamente inferiori alle loro qualifiche. La disaffezione verso l’Italia non è uguale per tutte le comunità più numerose e insediate storicamente nel nostro Paese. Essa è molto pronunciata fra i rumeni e fra i polacchi, che stanno andando via in gran numero (vedi grafico). Sembra invece esserlo di meno fra gli albanesi, i cinesi, i filippini o gli ucraini.

Una specie di inversione cognitiva

Di certo l’Italia ha l’aria di soffrire di una specie di inversione cognitiva: mentre il ceto politico non fa che dibattere su un’«invasione» dall’estero — riflesso delle immagini televisive degli sbarchi — si consuma fra gli stranieri più qualificati e (un tempo) più integrati una sorta di silenzioso deflusso verso l’estero. Nell’ultimo anno per esempio sono «spariti» dalle statistiche 55 mila marocchini, solo 35 mila dei quali avevano preso cittadinanza italiana; gli altri hanno gettato la spugna. Così l’Italia si sente talmente presa d’assedio da non cogliere di non essere più considerata attraente. Fra il 2007 e il 2015 è fra le prima trenta democrazie avanzate dell’Ocse quella che ha visto il maggiore crollo di afflussi di migranti (-67%). E in un’Era di cultura globalizzata, divide con la Grecia anche il primato nel calo di visti d’ingresso agli studenti dall’estero: dal 2008, si sono quasi dimezzati. CdS 24

 

 

 

Il futuro

 

Tutto ciò che non è ancora capitato, rappresenta il “futuro”. Quindi, un insieme di concause che, messe nelle condizioni appropriate, possono modificare lo stato degli eventi. In positivo o in negativo.

 

 La “fatalità” non è un’integrante del “futuro”. Può però, esserne un risultato non prevedibile e, pertanto, gestibile anche se a priori. Quello che capita da noi sembra proprio essere generato dalla“fatalità”. Proprio in quel “futuro” che avevamo salutato, con diversi sentimenti, all’alba del nuovo secolo.

 

In quasi diciassette anni di Nuovo Millennio, si sono verificati presupposti che hanno favorito l’evoluzione di condizioni che la politica ha accelerato. Lo avevamo già scritto: chi dimentica il “passato”, condiziona il “futuro”. Che è un bene di tutti.

 

 Non solo: spesso è stimolo correlato a circostanze che accomunano il nostro progredire. E’ difficile, ma non impossibile, evitare di condizionare il “futuro”. Come? Verificando l’evoluzione del presente. Che, per l’appunto, è il “ponte” che collega l’ieri al domani.

 Sembra banale, ma la realtà rimane questa. Se fossimo nelle condizioni di gestire meglio il ”presente”, anche il nostro “futuro” potrebbe essere meno supposto.

 

 Stesse riflessioni, a maggior ragione, dovrebbero essere adottate dai nostri politici che continuano a barcamenarsi nel limbo dei progetti che, guarda caso, condizionano, ancora, il “futuro” del Paese. Meno, verosimilmente, il loro.

 

Per questa serie di motivi, continueremo a cercare di non abbandonare quest’assioma e resteremo attenti osservatori degli eventi che potrebbero modificare le condizioni politiche del Paese e, in conclusione, anche il nostro futuro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Tassa sui rifiuti. Errori dei comuni sulle tariffe TARI e gli Italiani all’estero con immobili in Italia

 

ROMA- È di questi giorni la polemica relativa al fatto che numerosi comuni italiani hanno effettuato un errato computo della parte variabile della tassa sui rifiuti (TARI) ed è stato chiarito che il contribuente, anche se residente all’estero, può chiedere il rimborso del relativo importo in ordine alle annualità a partire dal 2014, anno in cui la TARI è entrata in vigore.

È possibile che molti italiani residenti all’estero e proprietari di immobili in Italia possano essere interessati al rimborso per il semplice fatto che la TARI deve essere pagata da tutti i cittadini italiani residenti all’estero i quali siano proprietari di immobili in Italia, o per un terzo della tassa (i pensionati titolari di pensione estera o in convenzione) o per l’intera misura (tutti gli altri) – va ricordato tuttavia che i comuni possono applicare autonomamente riduzioni tariffarie o esenzioni, riservate alle abitazioni occupate da italiani residenti o domiciliati all’estero per un periodo di tempo superiore ai sei mesi all’anno  e che quindi in questo caso molti italiani residenti all’estero non hanno dovuto pagare la TARI o l’hanno pagata in misura ridotta.

Per quanto riguarda gli errori di calcolo per la TARI, la problematica prende spunto da una interrogazione parlamentare nella quale è stato chiesto se la quota variabile debba essere calcolata una sola volta anche nel caso in cui la superficie di riferimento dell’utenza domestica comprenda quella delle pertinenze dell’abitazione, poiché è emerso che i comuni talvolta computano la quota variabile sia in relazione all’abitazione che alle pertinenze, determinando, in tal modo, una tassa notevolmente più elevata rispetto a quella che risulterebbe considerando la quota variabile una volta sola rispetto alla superficie totale. Quindi, con riferimento alle pertinenze dell’abitazione, appare corretto computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica.

“Un diverso modus operandi da parte dei comuni – informa il Dipartimento delle Finanze in una sua recente Circolare del 20 novembre 2017, Prot. N. 41836/2017 - non troverebbe alcun supporto normativo, dal momento che condurrebbe a sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze, moltiplicando immotivatamente il numero degli occupanti dell’utenza domestica e facendo lievitare conseguentemente l’importo della TARI”.

Nella circolare viene richiamata la normativa di riferimento, ovvero l’art. 1, comma 651, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 che rimanda al DPR n. 158 del 27 aprile 1999 per quanto riguarda il calcolo della tariffa da parte del Comune. Stabilito che la TARI si divide in quota fissa e quota variabile, la quota fissa di ciascuna utenza domestica deve essere calcolata moltiplicando la superficie dell’alloggio sommata a quella delle relative pertinenze per la tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa, mentre la quota variabile è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato come tale alla parte fissa. Infatti per ‘superficie totale dell‘utenza domestica’ si intende la somma dei metri quadri dell’abitazione e delle relative pertinenze. Ciò chiarito, con riferimento alle pertinenze dell’abitazione appare corretto – secondo il Dipartimento delle Finanze - computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica. Qualora quindi il contribuente riscontri un errato computo della parte variabile della tassa sui rifiuti effettuato dal Comune o dal soggetto gestore del servizio può chiedere il rimborso del relativo importo in ordine alle annualità a partire dal 2014, anno in cui la TARI è entrata in vigore.

Il Dipartimento delle Finanze fornisce un esempio sul corretto calcolo della quota variabile della Tari per chiarire chi può richiedere il rimborso della tassa rifiuti a seguito dei calcoli errati da parte dei comuni.

L’esempio mette a confronto due nuclei familiari, entrambi con 3 componenti, il primo dei quali possiede un’abitazione di 100 mq e il secondo un appartamento di 80 mq e una cantina di 20 mq, che costituisce la pertinenza dell’abitazione.

L’esempio evidenzia l’errore di calcolo che, in molti comuni a partire dal 2014, ha portato a raddoppiare la Tari dovuta nel caso di possesso o detenzione di una o più pertinenze. L’errore riguarda l’applicazione errata della quota variabile sia sulla superficie dell’abitazione che sulle pertinenze.

Con questo metodo, nuclei familiari con stessi componenti e con immobili della stessa superficie si sono trovati a pagare importi differenti.

Ripetiamo che qualora i contribuenti dovessero riscontrare errori nel calcolo della quota variabile della Tari da parte del comune o del soggetto gestore del servizio di raccolta rifiuti, sarà possibile presentare domanda di rimborso per gli anni a partire dal 2014.

La richiesta di rimborso della quota variabile Tari dovrà essere compilata e inviata al Comune indicando: dati necessari per identificare il contribuente; importo versato; importo per il quale si richiede il rimborso; dati identificativi della pertinenza che è stata erroneamente computata nel calcolo della Tari.

Ovviamente data la complessità della materia e la realistica circostanza di poter ottenere un rimborso sulle eventuali tasse pagate, si consiglia i cittadini italiani residenti all’estero i quali hanno pagato dal 2014 la TARI sull’immobile posseduto in Italia, di rivolgersi ad esperti fiscali, al fine di verificare l’eventuale errore del comune di riferimento e il diritto al rimborso e di leggere in ogni caso con attenzione la Circolare succitata del Dipartimento delle Finanze dove si spiega in maniera dettagliata e con chiari esempi come possono essersi sbagliati i comuni nell’applicare la TARI e quando si può (o non si può) procedere all’istanza di rimborso. 

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd-Estero

 

 

 

Due domande sulla nuova emigrazione italiana al portavoce del FAIM Rino Giuliani

 

ROMA - A Palazzo Giustinani, nella Sala Zuccari, si è svolto il Convegno del Faim (Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo), sull’importante tema della nuova emigrazione italiana. Qual è la sua valutazione sull’evento che rappresenta la prima uscita pubblica dopo il congresso costituivo?

Al Convegno “Emigrare tempo di crisi- necessità e opportunità: più diritti, più tutele” avevamo affidato il compito di illustrare  gli esiti di un approfondimento sulla condizione migratoria, fatto sul campo ,in diversi paesi dove più intensa è l’emigrazione di italiani.  I dati di realtà forniti, anche direttamente dai protagonisti, hanno costituito con le schede-paese, la base delle indicazioni  programmatiche della relazione introduttiva  e di quelle del Comitato scientifico del FAIM.

Larga è stata la partecipazione di pubblico e numerosi gli intervenuti nel dibattito

Ci conforta aver riscontrato consenso e convergenze con la nostra analisi e le nostre indicazioni su come intervenire sulle evidenti criticità di un flusso migratorio che avviene da anni senza che ad oggi si siano approntati strumenti di accompagnamento. Ci è sembrato importante il  riscontro dato e i punti di convergenza  dagli interventi  del direttore generale del ministero del lavoro Tatiana Esposito e del direttore generale del Maeci per gli Italiani nel Mondo Luigi Maria Vignali.

Il metodo innanzitutto, quello di decidere perseguendo il confronto con tutti i protagonisti interessati attraverso tavoli di discussione presso i quali le diverse letture della nostra recente migrazione possano entrare in modo concreto nelle valutazioni che conducono alle scelte pubbliche. E’ un percorso, quello proposto, che pensiamo vada pienamente condiviso.

Vogliamo poter vedere, a tempi brevi, decisioni coerenti. C’è tuttavia bisogno di una sussidiarietà istituzionale, oggi del tutto inadeguata, fra Stato Centrale e  Stato delle autonomie locali senza la quale  poi non si è nelle condizioni di vedere attivati e  funzionanti gli strumenti di accompagnamento,  assolutamente necessari alla nuova emigrazione  lasciata oggi al “fai da te”

Il ruolo della sussidiarietà orizzontale ci sarà come c’è stata nel passato, in epoche e con modalità diverse, sperabilmente non in termini  meramente sostitutivi.

Come FAIM all’indomani del vostro ultimo dibattito sula nuova emigrazione come pensate di dare le risposte che molti si attendono?

R. Come FAIM non arriviamo ora sulle questioni ma dalla constatazione del fenomeno alla ricognizione delle criticità e ai possibili modi di intervento. E’da prima e nello stesso congresso fondativo del FAIM che abbiamo preso i nostri  impegni su cui stiamo lavorando e che vincolano tutte le strutture aderenti.

Abbiamo sempre pensato a una rete di assistenza che già in Italia sin dalla partenza accompagni le persone (con informazione, formazione, orientamento) e che poi nei paesi d’arrivo dei nostri migranti sviluppi anche quelle forme articolate e diversificate di sostegno fondamentali laddove, la precarietà spesso rinvenibile nella normazione del lavoro, si affianca a condizione di sfruttamento del lavoro e di contrazione delle tutele e dei diritti, a partire dal welfare reso sempre più incerto.

La rete associativa del Faim e più in generale l’associazionismo, in specie quello di promozione sociale è il naturale protagonista di una rete informale che si dovrebbe intrecciare in modo fecondo sinergicamente con la rete dei patronati del CEPA.  Come nel passato così oggi per una tutela che per poter durevolmente essere efficace, deve essere al contempo individuale ma anche collettiva. Questa rete deve connettersi con un sistema consolare che funzioni, da potenziare su territori spesso abbandonati o sguarniti. Seguo molto il mondo della cosiddetta “generazione erasmus”, che ha trovato stabilizzazione all’estero. Ne seguo su chat il dibattito su come essere utili al loro paese, come poter tornare per restituire in parte alla propria comunità nazionale quanto hanno ricevuto .A questi e all’altra emigrazione , quella “proletaria”,  di persone cioè,  anche laureate e diplomate, che vengono utilizzate all’estero in attività a basso contenuto professionale  e che forti della esperienza acquisita  vogliano ritrovare in una Italia che investa sul lavoro la loro dimensione  esistenziale.

A tutti questi soggetti di una possibile “mobilità circolare” servono strumenti di accompagnamento. In termini più generali sul rapporto fra l’Italia e gli italiani che sono fuori dalla madrepatria dopo un lungo silenzio, siamo stati i  primi a richiedere , anni or sono, lo svolgimento  di una Conferenza mondiale che oggi molti avanzano e che, molto positivamente abbiamo appreso essere un importante punto all’ordine del giorno del prossimo Cgie. Su tutto questo fronte di avanzamento di una ripresa di consapevolezza della centralità del mondo della nostra emigrazione siamo come FAIM in prima fila, con un impegno fatto di  proposte concrete e di costane presenza fra  gli italiani all’estero. Santi News 13

 

 

 

 

Situazione e prospettive. Alitalia: pericoli e incognite d’una vendita problematica

 

I commissari di Alitalia non hanno fornito molte informazioni sulle offerte ricevute in base al bando di gara per la cessione della – un tempo – compagnia di bandiera. Dalle notizie di stampa, spesso contraddittorie e imprecise, si è saputo che tra le sette offerte ci sono quelle di Lufthansa e di EasyJet, offerte che propongono l’acquisto di una parte dell’attivo di Alitalia, quindi nell’ottica dello “spezzatino”, escluso fin dall’inizio del commissariamento.

Conoscendo il mercato del trasporto aereo si può ipotizzare che EasyJet sia interessata all’acquisizione di aerei, rotte e slots per aumentare il suo raggio di azione, soprattutto nel mercato italiano, dove la forte presenza di Ryanair sta subendo un grave colpo dall’uscita di 700 piloti e l’annullamento massiccio di voli e di rotte.

La logica dello ‘spezzatino’ esclusa, ma presente

Anche Lufthansa è interessata a parte degli assets di Alitalia e a parte del suo personale per sviluppare corto e medio raggio, soprattutto per alimentare i suoi hub di Francoforte e Monaco di Baviera da cui partono i voli LH di lungo raggio che, come sappiano, sono i soli che creano profitto per i legacy carriers, cioè le vecchie compagnie di bandiera come Alitalia, Air France, Lufthansa e British Airways.

I vettori low-cost, come Ryanair e EasyJet, hanno una storia completamente diversa, basata su un diverso modello di business.

C’è un’altra considerazione da fare. Nel mondo esistono tre grandi gruppi di vettori aerei: Sky Team (di cui fa parte Alitalia), Star Alliance (di cui fa parte Lufthansa) e One World (di cui fa parte British Airways). Se Lufthansa acquistasse l’intera Alitalia, questa dovrebbe uscire da Sky Team per entrare in Star Alliance e questo cambio costerebbe una cifra assai rilevante per le clausole del contratto di associazione a Sky Team. Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui Lufthansa non intende acquisire l’intera Alitalia.

La proposta di acquisto del fondo Cerberus e le sue implicazioni

La proposta di acquisto del fondo americano Cerberus è arrivata dopo la chiusura della gara, ma è apparsa subito interessante ai commissari, che si sono recati negli Stati Uniti per approfondire i termini della proposta di questo fondo, che gestisce assets per oltre 40 miliardi di dollari. Tra l’altro, in passato il fondo Cerberus è intervenuto in Air Canada riportandola in attivo. La proposta del fondo americano pare richieda una partecipazione dello Stato italiano e una partecipazione azionaria dei dipendenti.

Come ho scritto ancora su questo sito, Alitalia porta nella sua livrea la bandiera italiana. Non è più la compagnia di bandiera, perché non è posseduta dallo Stato, ma il tricolore è la bandiera della compagnia, quindi sarebbe del tutto logico che lo Stato mantenesse un interesse minoritario (15/20%) in Alitalia, come lo Stato francese lo mantiene in Air France e quello tedesco in Lufthansa.  L’azionariato dei dipendenti dovrebbe favorire il massimo impegno nel lavoro, quindi una maggiore produttività e il superamento di momenti di crisi col minor numero di giorni di sciopero.

Per Cerberus si ripropone il limite del 49% stabilito dalle norme comunitarie per gli azionisti non-UE, anche se tali norme pongono soprattutto l’accento sull’ “effective control”, cioè su chi gestisce di fatto l’azienda. Una tale norma si basa, forse, sul principio che le compagnie aeree sono un asset strategico per l’Europa. Lo sono certamente le società che gestiscono il traffico aereo come l’Enav, ma le compagnie aeree non pare abbiano questa caratteristica. Tale limite appare solo una norma protezionistica, che peraltro esiste anche per le compagnie degli Stati Uniti.

Le implicazioni comunitarie delle norme su proprietà e controllo

Tuttavia, lo scorso giugno la Commissione europea pareva intenzionata a presentare al Consiglio Trasporti dei Ventotto, riunitosi a Lussemburgo, un pacchetto di documenti sull’aviazione civile destinato, tra le altre cose, a fornire orientamenti (o ‘linee guida’) riguardanti l’interpretazione delle norme sulla proprietà e il controllo delle compagnie aeree comunitarie. Nessuna decisione è stata ancora presa in merito, ma, come prossimo passo, le regole saranno riesaminate e, se necessario, potrebbero essere modificate per adattarle al mercato dell’aviazione civile che si sta evolvendo rapidamente.

Nel caso di un’acquisizione in toto di Alitalia da parte di Cerberus o di un’altra società o gruppo, i commissari dovranno esigere un impegno a lungo termine per lo sviluppo della compagnia, con l’impiego di mezzi sufficienti, quindi senza ricorrere a pesanti leverage i cui costi vengono poi addossati alla compagnia compromettendone lo sviluppo. Questo è già avvenuto nella sciagurata privatizzazione nell’anno 2000 di Aeroporti di Roma e in altre privatizzazioni di assets strategici dello Stato come Telecom. L’offerta di Cerberus comprende un investimento di 400/500 milioni di euro, cifra che appare assai modesta considerati i circa tre miliardi di debiti di Alitalia.

Prospettive e rischi dei prossimi passi

Infatti, il pericolo è che, senza queste clausole di salvaguardia, chi acquista Alitalia la liquidi in seguito con lo “spezzatino”. E questo potrebbe avvenire proprio nel caso dell’acquisto da parte di un fondo che ha soprattutto scopi speculativi. Sarebbe auspicabile che l’acquisto avvenisse da parte di una grande compagnia che voglia sviluppare il lungo raggio dall’Italia (che è sempre un mercato di 150 milioni di passeggeri/anno) aumentando il numero delle macchine in Alitalia, perché Alitalia ne ha solo 20 contro le 130 di Lufthansa. Questo era quello che si sperava avvenisse con Etihad.

I termini per la cessione sono stati spostati al 30 aprile 2018 e c’è quindi il tempo per una soluzione soddisfacente, soprattutto per i dipendenti di Alitalia che hanno subito le maggiori conseguenze del disonesto progetto Fenice del 2008 e che da allora vivono in un costante stato di incertezza sul loro futuro. I commissari, che hanno svolto finora un eccellente lavoro di riduzione dei costi e di riorganizzazione, abbiano presente questo scenario e i sindacati siano vigili sulla procedura. Alfredo Roma, AffInt 16

 

 

 

Agevolazioni per i pensionati emigrati che tornano in Italia

 

“Sappiamo bene come nell’Unione Europea stia nascendo una forte concorrenza tra Stati per attirare pensionati con una buona capacità di spesa” dichiara Simone Billi, tra i promotori di questa iniziativa legislativa “come ad esempio in Portogallo, dove sono circa 1.037 pensionati italiani che ricevono circa 2.000 euro medi mensili pagando 0 tasse per 10 anni, Cipro dove 170 pensionati prendono circa 5.000 euro medi mensili pagando 5-8,5% di tassazione, Malta dove 210 pensioni prendono circa 2.000 euro medi al mese, Ungheria dove 335 pensionati da circa 1.000 euro medi mensili e Spagna dove 6.438 pensionati prendono circa 800 euro medi al mese”.

Sono 401.570 le pensioni italiane pagate all’estero nel 2016, per importo complessivo annuo poco superiore al miliardo di euro.

Le prestazioni previdenziali pagate ai pensionati all’estero vanno a ridurre gli oneri di spesa sociale del Paese dove il pensionato è emigrato, si configura pertanto una sorta di trasferimento di risorse dall’Italia verso altri Paesi senza un ritorno in consumi nel nostro Paese.

“Chiediamo pertanto che i pensionati Italiani che ricevano una pensione almeno in parte erogata da un ente straniero e che decidano di fare rientro in Italia senza poter usufriure di ulteriori agevolazioni fiscali” dichiara Billi “possano avvalersi di una esezione fiscale totale sull’importo complessivo della loro pensione per i primi 10 anni di permanenza in Italia, in modo da sostenere i consumi interni del nostro Paese ed agevolare al tempo stesso il ritorno dei pensionati Italiani che vogliano ricongiungersi con i propri affetti ed il territorio dove sono nati”.

“Consapevole delle disparità di trattamento tra i pensionati all’estero e quelli in Italia che possono nascere da una proposta del genere” precisa Billi “stiamo lavorando per proporre soluzioni mirate a superare queste disparità”.

“Ringrazio l’on. Picchi per il supporto ed il sostegno a questa iniziativa” conclude Billi “ci impegneremo a portare avanti questa battaglia per tutti i pensionati Italiani all’estero che sognano o che sono già tornati in Italia”.

il link al video di presentazione dell’iniziativa https://www.youtube.com/watch?v=ufBFr7sq4j8&feature=youtu.be  (dip)

 

 

 

 

La scelta

 

Quando s’intraprende un percorso giornalistico, anche se a livello di volontariato, ci sono poche, ma importanti, condizioni da privilegiare. I profili, in definitiva, sono: informazione, opinione o entrambi. L’ultima scelta sembra la più completa e, spesso, la migliore.

 

Ma, in linea di massima, si può prediligere l’informazione o l’opinione. Nel primo caso, si avvantaggia l’evento e non se ne commenta, in toto, gli esiti. Nel secondo, dopo una presentazione del fatto, ci si addentra nelle cause che l’hanno originato. Mettendo, di conseguenza, in luce i motivi e gli effetti dell’evento.

 

 A suo tempo, cioè più di cinquanta anni fa, abbiamo scelto il giornalismo d’informazione. Non tanto per sminuire l’importanza per quello d’opinione. A nostro parere, i fatti non si modificano col tempo. Le opinioni, invece, sì. E’ evidente, però, che chi gestisce l’opinione ha un campo attivo assai più completo e variegato.

 

 L’informazione (dove e quando) è assai meno elastica e, oggettivamente, limitante. Da subito, però, abbiamo fatto nostro il motto: ” informarsi è un diritto e informare è un dovere”. Da oltre mezzo secolo, pur se con vicendevoli fortune, abbiamo rispettato questa nostra scelta che ci ha, comunque, permesso d’essere testimoni d’eventi che hanno cambiato l’Italia, l’Europa e il Mondo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. Le Commissioni tematiche. Nel 2018 le Coferenze Stato-Regioni e dei Giovani

 

Roma - Il 2018 sarà l’anno delle conferenze: l’anno prossimo, infatti, dovrebbero tenersi sia la Conferenza permanente Stato-regioni-province autonome-cgie che la conferenza mondiale dei giovani italiani all’estero.

È quanto emerso dalle relazioni delle rispettive commissioni tematiche del Cgie, al 6° e al 7°, svolte oggi pomeriggio durante i lavori dell’assemblea plenaria in corso alla Farnesina.

La conferenza stato regioni, ha ricordato il consigliere Mancuso, non viene convocata dal 2009. Il 20 novembre, in Commissione, “ne abbiamo parlato con il Dg Vignali che ringrazio per la disponibilità”.

“Sono passati 8 anni dall’ultima conferenza e molti degli impegni presi allora sono rimasti degli auspici”, ha detto Mancuso che, ribadito l’avvio dei lavori preparatori per l’appuntamento del 2018, ha concluso sostenendo che il prossimo anno “occorrerà implementare il monitoraggio per il follow up della conferenza”.

Per la 7 Commissione – Nuove generazioni – ha riferito la presidente Maria Chiara Prodi. Citata l’implementazione delle bibliografie sui temi dell’emigrazione, anche grazie ad una consultazione con Norberto Lombardi, e ricordato che è online il sito nuovemigrazioninuovepratiche.it, Prodi ha spiegato che la Commissione si è concentrata in particolare sulla organizzazione della conferenza mondiale dei giovani da svolgere nell’autunno del 2018 “nel decennale della prima, convocata nel 2008”.

La conferenza dovrebbe svolgersi a Palermo; verrebbero invitati 200 giovani, ha spiegato Prodi, per tre giorni di lavoro. Quindi, nel 2019, come si fece nel 2009, si riunirebbe una sorta di gruppo ristretto per dare continuità ai lavori.

“Gran parte del finanziamento necessario arriverebbe dai privati”, ha aggiunto. “Oggi tanti si riempiono la bocca con la “nuova emigrazione”. Noi vogliamo fare questo tentativo: finanziare per più della metà – nel 2008 la conferenza fu finanziata interamente dal Parlamento – la conferenza con fondi privati: sapremo se è fattibile da qui a due mesi, stiamo infatti dando incarico a un volontario esperto del settore”, ha aggiunto.

Sondato anche l’impegno delle regioni: ieri Prodi ha partecipato ai lavori della commissione presieduta da Manfredi Nulli: “le regioni – ah sintetizzato – si sono dette disponibili a pianificare la loro partecipazione alla conferenza, per aiutarci a coprire i costi. Ci hanno chiesto un documento con le indicazioni politiche del ministero per orientare i loro budget”. Quindi, Prodi ha presentato all’assemblea Francesco Bertolino, assessore alle politiche giovanili del Comune di Palermo.

“Il sindaco Orlando ha sentito nei giorni scorsi Schiavone e Prodi e io sono qui a rappresentarlo”, ha esordito l’assessore, ricordando il passato migratorio della Sicilia, una regione “segnata dall’emigrazione” e in cui “ancora oggi i giovani non sono ancora liberi di scegliere se restare o no”.

“Con il sindaco Orlando, già nel passato mandato municipale, si è deciso di puntare su mobilità e cultura: mobilità – ha aggiunto il giovane assessore – non solo per ribadire il triste primato della Sicilia nelle partenze, ma anche rispetto al panorama internazionale, con una Palermo, città dell’accoglienza, dove sbarcano migliaia di migranti. Poi, abbiamo collegato le due cose con il nostro patrimonio artistico che esso stesso ci indica come popoli diversi possono convivere: Palermo ha trascorsi non indenni alle contaminazioni e oggi vive uno straordinario momento di pace e integrazione. Vogliamo provare a immaginare questo messaggio come qualcosa di positivo non emergenziale”, ha aggiunto.

In questo senso “ospitare giovani italiani all’estero può contribuire a valorizzare questo percorso” e può “aiutarci a parlare della mobilità come una opportunità”. Inoltre “vogliamo invitarli a farsi promotori all’estero del nostro messaggio di accoglienza”.

Nella preparazione della conferenza “gli attori devono essere tanti, ma il comune di Palermo farà la sua parte, mettendo a disposizione i suoi contatti istituzionali per agevolare il percorso organizzativo e - ha concluso - accogliere 200 ambasciatori di accoglienza”.

Per le altre commissioni tematiche, la presidente Ginanneschi (Sicurezza tutela sociale e sanitaria) ha sintetizzato il lavoro svolto durante tutto l’anno, con contatti quasi giornalieri con l’Inps per rispondere alle richieste di aiuto giunte dai diversi territori in tema di quattordicesima, no tax area, cumulo contributivo, campagne red est ed esistenza in vita. “Ci siamo fatti portavoce per abilitare lo spid agli italiani all’estero”, ha aggiunto e contribuito “grazie alla disponibilità dell’Inps e di Salvatore Ponticelli a portare all’attenzione dell’istituto e del governo la questione dei pensionati in Venezuela”, mentre ora continua il lavoro per gli anziani con pensione venezuelana penalizzati dal cambio. La commissione è intervenuta anche sul fronte dei cosiddetti “testimoni accettabili” per l’esistenza in vita, ha chiesto notizie sulle convenzioni bilaterali, ricevendo rapporti da Ponticelli su quelle tra Italia e Canada, Turchia e Israele. Con soddisfazione, infine, è stata accolta la riunione con i patronati convocata dal sottosegretario Amendola ad ottobre in vista della convenzione attesa da anni.

Sul fronte lingua e cultura, Fernando Marzo – presidente della quarta commissione - ha riportato all’assemblea le tematiche trattate con i colleghi: fruizione dei fondi per la promozione in un contesto globale, buona scuola, personale e docenti, contributi agli enti gestori. “Abbiamo proposto anche il ripristino dei Piani Paese con pianificazione pluriennale” e auspicato “un piano di finanziamento pluriennale, che sia emanato in tempi fissi e regolari, che garantisca trasparenza e regolarità, ma anche il corretto funzionamento di chi all’estero deve promuovere lingua e cultura”.

Infine, Marzo ha citato in “nuovo clima di attenzione e ascolto del direttore generale Vincenzo De Luca e di quanti dalla Dg Sistema Paese hanno partecipato ai nostri lavori”. La commissione ieri ha incontrato anche il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato che ha condotto una indagine conoscitiva sul tema insieme alla Commissione Cultura. “Serve una nuova legge quadro che regoli il settore: l’ambito è cambiato – ha chiosato Marzo – e vanno cambiate non solo le regole ma anche le risorse a disposizione delle amministrazioni”.

La commissione diritti civili, politici e partecipazione, presieduta da Paolo Da Costa, oltre che di Comites e Cgie ha discusso di legge elettorale, chiedendo “che si faccia il possibile per assicurare trasparenza e correttezza nello svolgimento del voto. Noi in Svizzera – ha aggiunto – abbiamo già incontrato l’ambasciatore Del Panta”; di Brexit, stilando un documento in cui è confluita la risoluzione approvata dal Cqie del Senato; di cittadinanza – sia per il riacquisto per chi tra gli italiani all’estero ha dovuto rinunciarvi nel passato, sia per gli immigrati nati in Italia, senza dimenticare il panorama europeo.

Per la Commissione Promozione Sistema Paese all’Estero sono intervenuti prima il presidente Collevecchio – che ha ringraziato i colleghi per il lavoro svolto – sia Nello Gargiulo che ha sintetizzato gli obiettivi della Commissione che si propone di allargare la platea dei suoi interlocutori. Martedì, i consiglieri hanno incontrato il Dg dello sviluppo economico Fabrizio Lucentini e quello del Maeci Stefano Nicoletti, ma anche Bassetti di Unioncamere e Antonio Romano di Assocamerestero. L’obiettivo è fare squadra per parlare di pmi e investimenti all’estero, con particolare attenzione ai giovani – anche grazie a un collegamento con la conferenza dell’anno prossimo – al mercato del lavoro, senza dimenticare formazione e aggiornamento professionale in un circolo virtuoso che aiuti l’Italia e gli italiani all’estero.

È quindi intervenuto il Dg Vignali che è tornato brevemente sulle conferenze in programma l’anno prossimo: “ieri ho partecipato al tavolo tecnico per la Conferenza stato regioni cgie: il lavoro è tanto, gli spunti pure, ma ci sono tutte le premesse per farla convocare dal governo”.

Quanto ai giovani, “è un progetto bellissimo perché tocca uno degli aspetti più attuali, la nuova mobilità, e consente di coniugarlo con altri motivi di interesse, Palermo capitale italiana della cultura, città del Mediterraneo, approdo di flussi migratori, ma anche occasione per parlare di turismo di ritorno. Ora – ha concluso – si tratta di affinare questo progetto di preparazione. Mi impegno a parlarne con il Ministro Alfano che sicuramente avrà orecchie attente”. (ma.cip.\aise 22) 

 

 

 

 

Importanti misure nel Decreto fiscale per controesodati, frontalieri e rientrati

 

ROMA - Abbiamo già dato notizia con un nostro recente comunicato delle agevolazioni previste dalla Legge di Bilancio in materia di ristrutturazioni e di riqualificazioni energetiche (benefici applicabili anche agli italiani residenti all’estero i quali sono proprietari di immobili in Italia e pagano l’Irpef). 

Ora vogliamo informare in merito ad altre due importanti misure fiscali contenute nel Decreto fiscale n. 148 recante disposizioni urgenti in materia finanziaria e collegato alla Legge di Bilancio per il 2018 che è stato appena approvato dal Senato ed è passato ora all’esame della Camera (si presume tuttavia in un percorso “blindato” e cioè immodificabile). 

Cominciamo con le somme detenute all’estero da cittadini italiani. La disposizione introdotta, con un emendamento a firma Micheloni e Santini (Pd), prevede la possibilità di regolarizzazione delle attività depositate e delle somme detenute su conti correnti e su libretti di risparmio all’estero – nonché dei proventi derivanti da vendita di immobili detenuti all’estero – da parte di soggetti fiscalmente residenti in Italia ovvero dai loro eredi, in precedenza residenti all'estero (iscritti all’Aire), o che hanno prestato la propria attività lavorativa in via continuativa all'estero in zone di frontiera (i cosiddetti frontalieri) e in Paesi limitrofi, derivanti da redditi prodotti all'estero di lavoro dipendente o autonomo. 

Si tratta di soggetti – è bene precisare – i quali hanno violato (per la stragrande maggioranza inconsapevolmente) gli obblighi di dichiarazione previsti da una legge del 1990 (la n. 167) che stabilisce che le persone fisiche residenti in Italia le quali, nel periodo d'imposta, detengono investimenti all'estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi. La regolarizzazione avviene con il versamento del 3 per cento del valore delle attività e della giacenza al 31 dicembre 2016 a titolo di imposte, sanzioni e interessi e l'istanza di regolarizzazione può essere trasmessa fino al 31 luglio 2018. E’ previsto comunque dall’emendamento che con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate saranno emanate le disposizioni necessarie per l'attuazione della norma. 

L’altro importante emendamento a firma Santini (Pd), e sui cui contenuti noi eletti all’estero del PD ci siamo nel tempo confrontati con Governo e Parlamento, apporta modifiche alla disciplina delle agevolazioni fiscali per il rientro in Italia di lavoratori, docenti e ricercatori correggendo una situazione penalizzante per molti dei soggetti succitati i quali anche attraverso l’impegno qualificato e incalzante dell’Associazione Controesodo avevano rivendicato le loro giuste istanze. In particolare l’emendamento dispone che l’opzione per il regime fiscale agevolativo per il rientro dei lavoratori, introdotto dal D.Lgs. n. 147 del 2015, che è esercitabile da parte dei soggetti che sono rientrati in Italia entro la data del 31 dicembre 2015 e a cui si applicherebbe il regime antecedente (di cui alla legge n. 238 del 2010), abbia effetto limitatamente al triennio 2017-2020 e non anche per il periodo d’imposta 2016, nel quale – è ora previsto grazie all’emendamento - si applica la precedente disciplina (più favorevole). 

Quindi (se non verranno apportate modifiche alla Camera, cosa molto improbabile) l’agevolazione per il 2016 consisterà nella parziale detassazione IRPEF dei redditi di lavoro dipendente, autonomo o d’impresa in modo che tali redditi concorrano alla base imponibile nella misura, rispettivamente, del 20 per cento per le lavoratrici e del 30 per cento per i lavoratori (con detassazione rispettivamente dell’ottanta e del settanta per cento e non del 30 per cento come era finora previsto con grave danno economico per tanti lavoratori e lavoratrici che avevano optato per la legge n. 147 del 2015 e che avrebbero dovuto pagare un conguaglio negativo). Si demanda a un provvedimento dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del DL collegato alla legge di Bilancio 2018, l’individuazione delle modalità per il recupero delle maggiori imposte eventualmente versate per l'anno 2016.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati Pd-Estero

 

 

 

 

A Roma il convegno del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo

 

Sul tema: “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti”

 

 ROMA -  Il convegno del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo, svoltosi a Roma presso il Senato, dal titolo “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti” è stato introdotto dal Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato Claudio Micheloni. “Qui in Italia – ha esordito Micheloni - si parla soprattutto di ricercatori all’estero, delle grandi aziende multinazionali che hanno personale italiano che viaggia in tutto il mondo. E’ sicuramente una realtà nuova e importante però temo che questi argomenti vengano utilizzati per nascondere un altro fenomeno migratorio, ovvero quello di intere famiglie che emigrano e che ad esempio vediamo arrivare in Germania e in Svizzera in cerca di lavoro… , Alcuni fenomeni della storia – ha proseguito Micheloni - si ripetono e quello che si sta vivendo adesso come fenomeno migratorio mi sembra molto simile a quello che abbiamo vissuto nel dopoguerra. Ci sono famiglie che arrivano nei Paesi dove non hanno un’accoglienza particolare, anche se sicuramente migliore rispetto a quella del dopoguerra perché il welfare di questi Paesi è cambiato. Ma non c’è una politica di accoglienza. Vi è quindi la ricerca di un lavoro e della casa, la non conoscenza dei sistemi dei Paesi dove si va, e questo mi ricorda la storia dei miei genitori”.

Il presidente del Comitato ha poi rilevato come le storie della vecchia e della nuova emigrazione non siano totalmente diverse, ma anzi presentino connotazioni simili, come ad esempio la scarsa attuabilità del progetto migratorio temporaneo che prevede il ritorno in patria dopo qualche anno. “Quello che dobbiamo tentare di fare, - ha spiegato Micheloni - e questo lo possono fare solo le associazioni, è di creare una congiunzione fra il mondo della vecchia e nuova emigrazione. Nella catena della nostra storia dobbiamo mettere questi anelli e collegarli, perché è vero che queste realtà non avranno la stessa storia, ma se le facciamo vivere in maniera separata, non aiuteremo i nuovi migranti, non aiuteremo l’Italia a capire cosa sta accadendo e non aiuteremo le vecchie emigrazioni a rinnovarsi con l’arrivo delle nuove comunità”.

Micheloni ha anche parlato del lavoro portato avanti sulla legge di stabilità dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero in collaborazione con i ministeri competenti, per quanto riguarda le materie degli italiani nel mondo. Un ottimo lavoro volto ad individuare le risorse per l’assunzione di 150 contrattisti e la realizzazione di un concorso per l’assunzione di centocinquanta funzionari che andranno a rafforzare il personale della rete consolare del Maeci . “Queste due cose – ha affermato Micheloni – sono le uniche e vere risposte che possiamo dare al problema del miglioramento dei servizi consolari, ovvero dando ai consolati i mezzi per far fronte alle esigenze degli italiani all’estero”. Micheloni si è poi soffermato sugli altri interventi introdotti nella finanziaria in favore della diffusione della lingua e cultura italiana, degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie) , nonché per l’adeguamento degli stipendi dei contrattisti assunti in loco, per le Camere di Commercio, per la stampa italiana all’estero e per le agenzie specializzate che svolgono questo lavoro da almeno cinque anni con le quali il Maeci potrà stipulare convenzioni. Un complessivo pacchetto di interventi finanziari di circa sei milioni di euro. Prevista inoltre un’iniziativa  volta a riaprire i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana, con una corsia preferenziale per gli anziani che all’estero l’anno perduta  e l’inserimento di una nuova norma che prevede per la concessione della cittadinanza la conoscenza minima della lingua italiana. Un prerogativa che, per il presidente, potrebbe contribuire  a sfoltire le domande di cittadinanza in Sud America. Micheloni ha infine espresso forte disappunto per la presentazione al capogruppo del Pd al Senato Zanda, da parte di alcuni deputati eletti all’estero del Partito democratico,  di 15 emendamenti alla finanziaria per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro. “E’ assolutamente inaccettabile che dei deputati – ha commentato Micheloni parlando di azione fuori luogo - preparino degli emendamenti che non hanno alcuna possibilità di essere accolti. Se volete presentarli, presentateli alla Camera…  Questi sono emendamenti da campagna elettorale”. Micheloni ha anche segnalato come da questa iniziativa si siano dissociati i deputati Fedi e La Marca.

E’ poi intervenuto Franco Narducci, del Comitato di Coordinamento della FAIM, sul tema “Migrare in tempo di crisi, necessità e opportunità: più tutele, più diritti”. “Abbiamo organizzato questo convegno – ha esordito Narducci - con lo stile del lavoro progettuale che parte dal basso e dalle nostre esperienze associative. Fin dalla prima fase, grazie alle intuizioni e all’impostazione elaborata da Roberto Volpini, il FAIM si è posto l’obiettivo di valorizzare le tantissime esperienze dell’associazionismo italiano all’estero e dei suoi terminali in Italia per marcare una scelta fondamentale rispetto alle nuove migrazioni: quella dei diritti e delle tutele, una missione che è nel DNA dell’associazionismo all’estero. Ma anche per allargare il perimetro della riflessione su un fenomeno che non riguarda esclusivamente i laureati, i cosiddetti cervelli in fuga, che non sono la parte dominante, ma anche una fascia di popolazione ampia, messa a dura prova dalla crisi e che cerca, soprattutto nei Paesi del Nord Europa, quelle opportunità di lavoro e di realizzazione che non trova in Italia. Abbiamo voluto questo convegno poiché le antenne di rilevazione nei Paesi di accoglienza, organi di rappresentanza, associazionismo italiano, missioni cattoliche e rete consolare, registrano in misura crescente fenomeni di precarietà e spesso di difficoltà per i nuovi arrivati, fenomeni che in molti casi fanno vacillare le certezze alla base di una scelta e di un progetto di emigrazione non sempre adeguatamente valutati”.

Narducci ha anche evidenziato come ad emigrare, verso mete molto simili a quelle delle passate diaspore, siano sia giovani che i meno giovani che provengono anche da regioni trainanti per la nostra economia come la Lombardia e il Veneto.  Uomini e donne che sono di gran lunga più istruiti rispetto ai loro predecessori e che, nei casi di migrazioni programmate, vanno ad occupare  posti di rilievo nel mondo delle banche,  delle assicurazioni e della ricerca. Diverso invece il destino di chi parte senza un progetto migratorio che spesso finisce per svolgere attività precarie e poco qualificate, con retribuzioni sotto il minimo esistenziale, in attesa d’imparare la lingua o per mantenersi per seguire corsi post-universitari. “Insomma - spiega Narducci - la valigia di cartone sarà pure stata sostituita dal trolley e i treni e le navi della disperazione dai voli low cost, ma pur con le differenze illustrate, le situazioni dei nuovi emigrati non sono poi così radicalmente diverse da quelle del passato”.   

“In Svizzera – ha ricordato poi Narducci dopo aver rilevato la difficile questione etica e morale in cui versa il nostro Paese che spinge i nostri giovani a lasciare l’Italia -  l’approvazione della cosiddetta ‘Iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa’, approvata dal popolo il 9 febbraio 2014, ha determinato una diminuzione del flusso migratorio, che tuttavia continua ad essere sostenuto in particolare per quanto concerne le persone qualificate e verso le grandi agglomerazioni urbane, che oggi costituiscono le più importanti aree economiche del Paese e offrono buone possibilità occupazionali a chi emigra nella Confederazione Elvetica. Sono soprattutto i nuovi arrivati, in possesso di studi medio-alti, che si dirigono verso le grandi aree urbane, come per altro accade in tutta l’Europa. In pari tempo è aumentato il flusso dei lavoratori frontalieri italiani verso il Ticino, il Valese e il Canton Grigioni. La comunità italiana in Svizzera, senza considerare i doppi cittadini, è tornata ad essere la più consistente, dopo molti anni, tra quelle immigrate”.

Da Narducci viene anche segnalato come in Svizzera “accanto ai numerosi casi di successo e mobilità sociale che ricalcano quelli delle vecchie e delle seconde generazioni, coesista una neo-immigrazione operaia soprattutto dal Sud Italia, con sbocchi lavorativi nell’edilizia, nella ristorazione e nell’ambito delle pulizie”. Secondo Narducci va inoltre annoverata “la presenza di catene migratorie a carattere familiare oppure di giovani senza legami con la Svizzera e disposti a fare qualsiasi lavoro. In quest’ultimo caso, processi di dequalificazione sembrano riproporsi in Svizzera come altrove nell’Europa post-allargamento a Est e della crisi economica”.

Narducci, dopo aver ricordato come i costi della progressiva riduzione delle reti di sicurezza sociale gravino in primo luogo sui migranti che sono i più esposti agli effetti della crisi, ha segnalato la necessità di collegare il mondo della scuola e della formazione con quello del lavoro, al pari di quanto avviene in Germania o in Svizzera con il sistema duale statale. Per quanto poi riguarda l’Europa Narducci ha sottolineato l’esigenza di compiere un passo avanti, riscrivendo non solo le regole della finanza, ma anche rifondando il patto sociale indebolito dalla dilatazione delle disuguaglianze.

“L’Italia – ha continuato Narducci - ha urgente bisogno di frenare la ripresa dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che impoverisce il Paese e minaccia le prospettive di sviluppo futuro. La mobilità professionale è una risorsa dell’Europa non è una palla al piede, ma occorre equilibrio; la circolarità non può essere asimmetrica, deve coinvolgere tutti gli Stati membri. Formare un Ingegnere aerospaziale o un biologo costa molto in termini di spesa pubblica e privata e moltissimo se fugge via e va a contribuire alla creazione di ricchezza e leadership scientifica in altri Paesi. Occorre dare finalmente spazio al merito e lo dobbiamo fare prima che la nuova rivoluzione industriale 4.0 ci sfugga di mano”. “Vorrei anche sottolineare – ha proseguito Narducci - che i nuovi emigrati non hanno dimestichezza o conoscenza della legislazione del lavoro del Paese di accoglienza, spesso non ne parlano la lingua e non conoscono il sistema autoctono di rappresentanza sindacale, per cui la rete associazionistica di sostegno italiana, compresi i Patronati, è di fondamentale importanza. I Patronati tuttavia devono cambiare passo, occorre un loro sostanziale ammodernamento perché dovrebbero essere in grado di offrire orientamento al lavoro, assistenza fiscale, supporto nel campo della normativa sul lavoro e quindi uscire progressivamente dal sistema di assistenza consolidata. E occorre un grande sforzo culturale per avvicinare l’associazionismo storico operante all’estero poiché è in gioco l’eredità di una storia che ha avuto un ruolo importantissimo sotto il profilo culturale, sociale, politico e sindacale. Il vasto tessuto associativo che conforma ancora le nostre comunità – ha concluso Narducci - può e deve costituire un punto di riferimento, di orientamento e di tutela per una nuova emigrazione che in buona parte manifesta tali fabbisogni in contesti economico-sociali che sono molto meno aggreganti di quanto accadde nei precedenti cicli emigratori”.

A seguire ha preso la parola Enrico Pugliese, del Comitato Scientifico FAIM, che si è soffermato sul tema “Aspetti e problemi della nuova emigrazione: dimensione, destinazioni, inserimento nel mercato del lavoro, implicazioni per l’associazionismo”. Pugliese, dopo aver rilevato che la nuova emigrazione italiana è un fenomeno sottovalutato dalla politica e poco studiato dagli accademici, ha posto in evidenza come questa recente diaspora rappresenti il terzo ciclo dell’emigrazione italiana, dopo quella storica e la cosidetta “fuga dei cervelli”. “Questo ciclo migratorio – ha spiegato Pugliese - è nuovo prima di tutto perche si ripropone un flusso migratorio di dimensione paragonabile e quello delle grandi migrazioni del passato e di questo non c’è conoscenza nel Paese. Il primo paradosso è che arriva all’estero molta più gente di quanta ne parta dall’Italia. Aumenta infatti nel corso del tempo la distanza fra il numero degli italiani che risultano partiti secondo le statistiche italiane e il numero di coloro che arrivano. Questo si spiega con il fatto che contiamo le cancellazioni anagrafiche di chi se ne va,  ma è noto che non tutti i migranti si cancellano anagraficamente.. Dal 208 al 2016, ovvero dall’inizio della crisi, - ha continuato Puglise - l’Italia ha perso 351.000 cittadini, secondo i dati delle cancellazioni anagrafiche, ma nei Paesi di accoglienza sono forse arrivate poco meno di un milione di persone”. Per Pugliese questa sottovalutazione quantitativa del fenomeno comporta anche una sottovalutazione della qualità del nuovo flusso migratorio in termini di capitale sociale dove si rileva, dopo la mitologia della valigia di cartone e della fuga dei cervelli, una forte componente proletaria che vive l’esperienza migratoria in situazione di precarietà. “Noi oggi ci troviamo di fronte – ha precisato il docente – ad un terzo ciclo di emigrazione che si caratterizza per nebulosità e complessità, con un mercato del lavoro molto complesso, con situazioni di prevalente precarietà che sono dovute alla nuova legislazione europea sul lavoro che in ogni Paese ha avuto dei seri passi indietro . Il Primo motivo per cui si può parlare di nuova emigrazione italiana – ha aggiunto Pugliese - è l’entità del fenomeno, il secondo è la destrutturazione del mercato del lavoro nei principali Paesi di emigrazione, il terzo aspetto è il nesso europeo che viene stimolato dalla crisi e dalla sua stagnazione in Italia. Questa migrazione potrà rallentare ma non si fermerà”.

Pugliese si è poi soffermato sia sulla necessità di attrarre i giovani verso la realtà dell’associazionismo italiano all’estero, sia l’importante ruolo di supporto svolto dai patronati soprattutto nei Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, dove le nostre comunità sono in difficoltà. “C’è la necessità di rinnovare - ha concluso Pugliese - l’associazionismo della mobilità sia nei confronti delle istituzioni italiane, sia nei confronti delle situazioni di arrivo al fine di garantire i diritti degli emigrati soprattutto in Paesi come l’Inghilterra dove questi si stanno perdendo. Questo cambiamento può rappresentare un elemento di spinta e rivitalizzazione delle associazioni”.

Dal canto suo Luigi Scaglione, Coordinamento delle Consulte Regionali dell’Emigrazione, ha ricordato lo sforzo compiuto dalle Regioni, in questo periodo di ristrettezze economiche, sia per tenere in piedi la rete dell’associazionismo all’estero, che rappresenta l’essenza stessa del sistema di relazioni con i territori, sia per fare il mondo che le nostre associazioni nel mondo possano entrare in una nuova fase per affrontare le sfide poste dalla nuova emigrazione. Scaglione ha anche evidenziato l’esigenza di affrontare importanti tematiche che denotano disattenzione, come ad esempio la non corretta applicazione da parte dei comuni delle agevolazioni Imu per i pensionati all’estero o i conti dormienti degli iscritti all’Aire, nell’ambito del tavolo che con il Cgie verrà avviato nelle prossime settimane insieme alla Conferenza delle regioni. Scaglione ha poi parlato dell’importanza di ipotizzare nuove forme per mantenere in vita la rete dell’associazionismo che dà il senso di appartenenza a questo Paese e alle nostre entità regionali e territoriali. “Noi vorremmo – ha concluso Scaglione che in un sistema unitario l’intero Paese, con la nostra piena collaborazione, possa cominciare a ragionare diversamente e guardare al fenomeno della emigrazione anche attraverso gli occhi attenti dei nuovi emigrati”.

A seguire il consigliere del Cgie Luigi Papais (Ucemi) ha letto il messaggio del Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone.  “E’ degno di grande considerazione – scrive Schiavone - sia l’impegno del Faim per richiamare l’opinione pubblica sul persistente fenomeno migratorio, sia lo sforzo che profonde nella ricerca per conoscerne le cause e il contributo pratico per trovare delle soluzioni adeguate a contenere o frenare gli esodi, gli spostamenti forzati che sono ripresi in tutte le aree del mondo con l’inizio del nuovo millennio. L’emigrazione storica e tradizionale viene ricordata e percepita in contesti legati prettamente ad epoche i cui trasferimenti di massa erano causati da situazioni di degrado e povertà che rispondevano alla richiesta di forza lavoro manuale da impegnare nei processi produttivi fordisti delle piccole e grandi imprese in un periodo in cui la competizione economica marciava di pari passo con quella italiana perché il mondo era diviso in blocchi. Da una parte si era in presenza di Paesi con economie evolute e con democrazie avanzate, dall’altra realtà bloccate sull’uscio del progresso in attesa di liberarsi dalla dipendenza della povertà e ansiose di partecipare alla ridistribuzione della ricchezza. Nel mezzo i lunghi viaggi della speranza che il più delle volte finivano in tragedie e andavano a infrangersi contro lo sfruttamento , la negazione dei diritti fondamentali e i muri del razzismo, tanto spingere i più ravveduti ad organizzarsi in associazioni, in organizzazione di mutuo soccorso e sindacali, traendo così la forza necessaria per stigmatizzare le pratiche non sempre celate di esclusione sociale, spingendole a rivendicare forme di integrazione e di rispetto a tutela dei diritti di cittadinanza. In queste tristi pagine di storia, - continua Schiavone - molti capitoli sono stati scritti dai nostri connazionali. Con l’inizio del secolo il fenomeno migratorio è tornato sotto la luce dei riflettori assumendo nuove forme favorito dalla mobilità diffusa dall’interdipendenza e dalla globalizzazione dei capitali delle merci e dei servizi che hanno spinto la trasformazione dei modi di vivere, all’abbattimento delle frontiere geografiche e dei mercati all’interno e oltre alcuni continenti. Alla spinta migratoria proveniente dal sud de mondo verso i paesi più ricchi con la recente crisi economica del 2008 che ha colpito l’occidente si è aggiunta quella degli espatriati in fuga da aree con alti tassi di disoccupazione e mancanza di prospettive. Per quanto riguarda l’Italia, a differenza delle passate ondate migratorie l’emigrazione dal sud risulta più contenuta rispetto a quella delle regioni settentrionali. La ripresa dell’emigrazione – prosegue Schiavone - porta con se problemi demografici, plurali, sociali ed economici sia per le comunità di partenza, sia per quelle di approdo se a priori non si creano le condizioni di accompagnamento e di integrazione. Oggi, a differenza del passato, ad emigrare per necessità sono i cittadini con diversi potenziali di professionalità e di conoscenza, spesso con un alto bagaglio culturale che fanno la fortuna dei paesi di approdo e lasciano un vuoto incolmabile nei territori in cui si sono formati. Sono lontani i tempi in cui si suggeriva agli italiani di imparare le lingue ed emigrare. Il nostro paese è chiamato a promuovere politiche per una maggiore occupazione, tale da soddisfare non necessariamente i bisogni ma le aspettative di vita dei propri cittadini, affinché chi emigra lo faccia per scelta, per conoscere ed acquisire conoscenza ed esperienze e non per bisogno. In questo caso l’emigrazione avrebbe tutti i crismi per essere concepita come una opportunità da cogliere e sulla quale investire facendo leva sulla formazione e la preparazione di partenza. La nuova emigrazione italiana ha attitudini comportamentali e sociologiche diverse rispetto a quella tradizionale. Se in passato partivano intere comunità locali che nei nuovi paesi di accoglienza continuavano a curare e coltivare usanze e tradizioni, oggi invece c’è una tendenza alla atomizzazione e all’individualismo che difficilmente potrà riprodursi in senso di comunità”. “Il tema dell’emigrazione – conclude Schiavone - è divenuto contestualmente materia di forte contesa politica in Italia e altrove e spunto di revisionismo culturale e strumentalmente destabilizzante nelle forme più infelici dello stare insieme. Esso viene usato strumentalmente come arma che incute paura e quando viene specificato e ridotto a pura reazione egoistica diventa una bomba ad orologeria. E’ importante promuovere una nuova narrazione, perseverare sulla ricerca di nuovi modi, metodi e percorsi per affrontare nuovi diritti per i cittadini in mobilità, partendo dall’affermazione del diritto di cittadinanza europea, evitando scorciatoie a costo di scegliere percorsi più ardui e impegnativi perché abbiamo bisogno di investire le nostre migliori energie come quelle messe in campo in questo convegno, perché la sfida che dobbiamo assumere e di vincere la differenza e la paura del diverso e affermare i diritti dei cittadini a potersi muovere liberamente e a sentirsi a casa loro, ovunque scelgano di vivere. Proprio perché gli italiani vivono nei posti più remoti del pianeta siamo consapevoli che i diritti che reclamiamo per noi devono assumere una valenza universale perché il sole non tramonta mai dove vivono gli italiani”.

Ha poi preso la parola il responsabile Internazionale delle Acli  Matteo Bracciali che, nel portare il  saluto di Roberto Volpini, ha evidenziato come l’emigrazione di ieri e di oggi sia caratterizzata dall’aspetto individuale e dalla necessità di aiuto rispetto alle problematiche poste dalla vita quotidiana legate ad esempio alla fiscalità e alla gestione previdenziale. “ Questa dimensione individuale – rileva Bracciali  - ci pone la questione di quale rappresentanza dare all’immigrazione di oggi e di come costruire quella migrazione solidale che abbiamo perso dopo la migrazione storica del 900”. Una nuova dimensione associativa che per Bracciali non può come in passato partire dal lavoro, perché chi emigra lo fa in maniera individuale, ma deve svilupparsi attraverso forme organizzative e modelli di partecipazione totalmente diversi che si avvalgono del supporto dei social network presenti in rete. Per quanto riguarda il ruolo dei patronati Bracciali ha evidenziato come la sfida sia rappresentata dalla fornitura di nuovi servizi per chi arriva nei Paesi di approdo. Un lavoro che va portato avanti anche attraverso un rapporto più diretto con i consolati e l’apertura di alcuni canali con gli istituti esteri della fiscalità. In pratica un ruolo di sussidiarietà completamente nuovo e da costruire.    

Del rilevante aumento dei flussi migratori italiani verso la Germania ha invece parlato Giuseppe Tabbì, del Consiglio Direttivo FAIM (Stoccarda). Da Tabbì è stato segnalato come nelle varie città tedesche non giungano dall’Italia solo giovani e acculturati talenti, ma anche intere famiglie che, essendo prime di un piano migratorio, vengono a trovarsi in situazioni di disagio sociale con problemi abitativi, linguistici e di inserimento dei figli nelle scuole. Uomini e donne che finiscono per lavorare in contesti di scarsa protezione sociale o in nero . “In questa situazione – ha concluso Tabbì -  le associazioni devono mettersi a disposizione e aiutare per quello che, anche se più qualificato, è un ritorno al passato”.

Dal canto suo Maurizio Spallacini, del Comitato di Coordinamento FAIM (Neuchatel), ha rilevato come le cause della nuova ondata migratoria dall’Italia vadano ricercate nella mancanza e nella precarizzazione del lavoro in Italia.  Una precarizzazione dei contratti di lavoro che esportiamo anche nei Paesi di emigrazione. Una situazione difficile quella italiana, dovuta a un modello di sviluppo da rivedere basato sulla produzione a basso costo, che per Spallacini porta all’emigrazione. Da Spallacini viene anche segnalata, oltre alla mancanza di un progetto di sostegno e di preparazione per i nostri migranti che partono, la necessità sia di rafforzare la rete consolare  attraverso soluzioni alternative e strutture flessibili e di prossimità, sia di creare un sistema di supporto da parte delle associazioni per i nuovi migranti. Evidenziata infine l’esigenza di rimettere in discussione, anche alla luce della scarsa partecipazione alle ultime consultazioni, il tema della rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie).

Ha poi preso la parola il Direttore Generale per l’Immigrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Tatiana Esposito che ha ricordato come nei  ultimi mesi si sia sviluppato fra il ministero del Lavoro e il Comitato di Presidenza del Cgie un interessante dialogo. Una lavoro congiunto che proseguirà anche nelle prossime settimane.  

“Gli ambiti in cui verrà proposto al Cgie un lavoro comune – ha spiegato il Direttore Generale -  hanno a che fare con il tema dei servizi dedicati nelle politiche attive di lavoro alle persone intenzionate a fare un’esperienza all’estero e magari anche con l’aspirazione di tornare. Quindi parliamo anche di sostegno ad operazioni di rientro accompagnato,  magari attraverso forme di tirocinio con una maggiore collaborazione con il mondo imprenditoriale italiano e di origine italiana operante all’estero o con filiali all’estero. Altro tema – ha proseguito la Esposito - è quello del sostegno ai nostri istituti di formazione professionale affinché possano proporre anche delle esperienze di formazione professionale da svolgere all’estero. Un altro terreno ipotizzato che porteremo all’attenzione del Cgie per un lavoro congiunto è quello delle competenze acquisite all’estero, non soltanto dentro l’Ue dove bene o male esiste una cornice. Competenze, riguardanti non solo il riconoscimento di qualifiche formali, ma anche quelle non formali o informali che si acquisiscono grazie ad un’esperienza all’estero, soprattutto in ambito extra Ue. Competenze che si può far fatica a veder riconosciute in prospettiva di un rientro nel proprio Paese. Su questo immaginiamo sia possibile avviare un confronto o un tavolo comune con Consiglio e con altri soggetti per identificare delle linee guida per queste operazioni. Su questo terreno seguirà questa iniziativa con il  Cgie il presidente della nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro che ha nel suo mandato questo tipo di interventi”. 

Il direttore generale ha poi sottolineato la necessità sia di capire se ci sono le condizioni per avviare anche un’altra linea di riflessione insieme al mondo dell’associazionismo e al Consiglio Generale sul funzionamento dei patronati, sia di agire sulle cause dell’emigrazione. Un fenomeno che però appare molto complesso nelle sue dinamiche.

A seguire è  intervenuto il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali che ha in primo luogo sottolineato come la nuova migrazione dall’Italia sia uno di quei temi che disegna il futuro del nostro Paese, un Paese che rischia di non recuperare questo investimento importante che ha fatto in formazione, cure sanitarie e studi per i giovani che vanno all’estero.

“Non si tratta solo di fuga di cervelli in fuga, - ha aggiunto Vignali - ma ci sono intere famiglie ed anziani che si recano all’estero. Il 50% di chi parte a più di 40 anni. Quindi non stiamo parlando solo di giovani”. Il direttore generale ha poi rilevato le tante sfaccettature presenti nella ‘nebulosa’ degli italiani all’estero che vanno dal dramma dell’impreparazione di chi parte per l’avventura migratoria, alla difficile situazione di tanti italiani irregolari che negli Stati Uniti rischiano di essere rimpatriati. Vignali ha anche segnalato come negli ultimi cinque anni sia aumentato di un milione il numero dei connazionali all’estero iscritti all’Aire. Una nuova presenza migratoria che ha dato origine a fenomeni che si pensavano dimenticati, come ad esempio le rimesse dall’estero, in queste vanno inclusi anche i flussi provenienti dai lavoratori transfrontalieri, che oggi sono pari a mezzo punto del Pil italiano.

“Se questa è la ‘nebulosa’ degli italiani all’estero – ha proseguito Vignali - il mio compito è provare a definire soluzioni, strategie e obiettivi. Il primo obiettivo che vedo è che questi flussi di mobilità e nuova emigrazione vanno accompagnati nella conoscenza della lingua, della normativa locale e nella possibilità di utilizzare i sistemi in loco di assistenza , prevenzione e tutela previdenziale. A tale scopo abbiamo rilanciato il tavolo con i patronati in modo da poter dare una ulteriore rete di assistenza e prevenzione ai nostri italiani all’estero. Per accompagnare tutto ciò ci vogliono però strutture consolari adeguate che quindi vanno rafforzate negli organici . Insieme al discorso dell’accompagnamento - ha continuato Vignali - c’è quello della prevenzione delle situazioni di irregolarità e di sfruttamento. Anche qui bisogna basarsi sulle reti consolari, dei patronati e dell’associazionismo. E’un tema fondamentale, non possiamo tollerare che nel 2018 vi siano ancora italiani sfruttati all’estero… Ma – ha aggiunto - c’è un lavoro da fare anche in Italia e sicuramente il primo obiettivo è quello di preparare in qualche modo i percorsi di mobilità attraverso formazione e informazione”. A tal proposito il direttore generale ha sottolineato la necessità di lanciare uno specifico tavolo di lavoro che possa mettere insieme tutti gli attori della società civile. delle istituzioni, del mondo sindacale e delle imprese per far si che la questione venga conosciuta e si possano offrire delle chiavi interpretative per chi decide di partire per l’estero, in termine di corretta informazione e di preparazione anche linguistica. “Non possiamo tollerare questa partenza allo sbaraglio dei nostri giovani”- ha affermato Vignali che ha continuato: “Un altro tema importante è quello della mobilità circolare, noi dobbiamo recuperare l’investimento, non vi può essere una mobilità unidirezionale solamente verso l’estero, dobbiamo poter far si che i nostri concittadini tornino in Italia arricchiti di un bagaglio di competenza, di una identità professionale e umana nuova. … Dobbiamo prepararci e prepararli, -  ha spiegato il direttore generale - cercando di attivare percorsi di migrazione circolare e poi valorizzare il patrimonio dell’italianità nel mondo che le nostre collettività portano all’estero”. Vignali, dopo aver ricordato il lancio della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ha infine evidenziato come proprio le nuove correnti di mobilità,  con la loro freschezza,  possano favorire una proiezione migliore e dinamica dell’immagine del nostro paese nel mondo

La professoressa  Grazia Moffa, del Centro Documentazione Nuove Migrazioni dell’Università di Salerno, ha invece parlato del problema della precarizzazione presente nell’attuale flusso migratorio che riguarda i giovani altamente qualificati, che spesso ricoprono all’estero anche ruoli importanti ma di breve durata, e la componente meno qualificata e proletaria della nuova diaspora. Una mobilità non libera, causata da squilibri interni al nostro Paese e in un contesto di bassa natalità.  “Siano di fronte ad un circolo vizioso – ha spiegato Moffa - che indebolisce l’Italia e in particolare le aree interne che hanno vissuto l’emorragia dei migranti in passato, ma un tempo vi erano progetti migratori a tempo determinato che rappresentavano un’opportunità per gli altri e per l’Italia, oggi questo non sembra…. Siamo chiamati a portare avanti – ha aggiunto la docente - una politica seria sulla migrazione che tenga conto del fatto che non ci possono essere soluzioni simili per tutti i territori o per tutti i tipi di migrazione… Emerge la necessità – conclude Moffa - di un proposta unitaria di approccio alle dinamiche delle questioni migratorie,  anche di natura legislativa, sia a livello regionale che nazionale,  e di una gestione di accompagnamento dell’emigrazione dove il ruolo dell’associazionismo diventa fondamentale”.

La questione delle famiglie che lasciano l’Italia in cerca di una nuova vita all’estero è stata affrontata anche da Delfina Licata della Fondazione Migrantes. “Nell’ultimo anno – ha spiegato la ricercatrice - oltre 124.000 italiani si sono iscritti all’Aire, di questi 20.000 avevano meno di 18 anni e 10.000 meno di dieci anni. Questo vuol dire che ci sono nuclei familiari in movimento con tutte le problematiche che ne conseguono, come ad esempio la scolarizzazione dei ragazzi in questi luoghi. Per ovviare a queste difficoltà una parte di degli anziani in mobilità sono divenuti accompagnatori di questo nuclei familiari effettuando la funzione di baby-sitter nel primo periodo del percorso migratorio dei nipoti”. Delfina Licata ha rilevato come le necessità delle attuali mobilità possano racchiudersi in vari elementi: la circolarità del percorso migratorio, ovvero la possibilità del migrante di poter tornare in patria, la conoscenza della lingua che deve far parte della scelta migratoria, l’individuazione del luogo dove emigrare e l’accompagnamento nel percorso migratorio. La ricercatrice, dopo aver rilevato l’esigenza di non dimenticare le criticità del lavoro nero e dei percorsi migratori falliti con relative detenzioni ed espulsioni di connazionali, ha parlato della necessità di ampliare, per quanto riguarda l’associazionismo, anche il concetto di residenza “che non è fatto solo di presenza su di un territorio, ma di un diverso modo di essere presenti attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie”, come skype e social media.

Nelle conclusioni, il portavoce del Faim, Rino Giuliani, ha sottolineato la disponibilità del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo a proseguire nel lavoro di monitoraggio della nuova emigrazione e a mettere a disposizione la sua ampia rete associativa per l’attuazione di un piano di interventi adeguato. Giuliani, alla luce della nuova mobilità e dell’evoluzione compiuta dalle nostre comunità negli ultimi anni, ha ricordato al Governo la proposta, già approvata in occasione degli Stati Generali dell’Associazionismo del 2015 e lo scorso anno alla fondazione del Faim, di indire una Conferenza Nazionale degli italiani all’estero e della nuova emigrazione. (G.M.- Inform 13)

 

 

 

 

Ergastolo per il boia di Srebrenica

 

Ratko Mladic è stato condannato all'ergastolo perché colpevole di genocidio e altri nove capi di imputazione per crimini di guerra e contro l'umanità di cui doveva rispondere, in relazione alle atrocità commesse durante la guerra in Bosnia Erzegovina, combattuta dal 1992 al 1995. La sua condanna, che chiude un processo lungo cinque anni, era attesa dalle famiglie delle vittime dei massacri compiuti durante la guerra nella repubblica ex jugoslava, che fece 100mila morti e 2,2 milioni di sfollati e cui il nome di Mladic sarà per sempre legato.

La lettura della sentenza è stata interrotta dallo stesso Mladic, 74 anni, che ha urlato all'indirizzo della corte dopo il rifiuto dei giudici di posporre il procedimento o saltarne una parte per le condizioni di salute dell'imputato. Il giudice Alphons Orie ha allora disposto il suo allontanamento dall'aula.

"Qualcuno oggi sosterrà che il nostro giudizio sia un verdetto contro il popolo serbo. Il mio ufficio rigetta questa affermazione: Mladic è colpevole, solo lui" ha scritto in una dichiarazione il procuratore capo Serge Brammertz. Una dichiarazione in cui contesta anche il fatto "che altri potranno dire che Mladic è un eroe e che stava difendendo il suo popolo: il nostro giudizio dimostra che niente può essere più lontano dalla verità. Mladic - conclude - sarà ricordato nella storia per le molte comunità e vite che ha distrutto".

Mladic era accusato di aver orchestrato una campagna di pulizia etnica, una campagna che include Srebrenica, il peggior massacro compiuto in Europa dalla seconda guerra mondiale, l'uccisione nei giorni a partire dall'11 luglio 1995 di 8mila tra uomini e ragazzi nell'enclave musulmana orientale di Srebrenica, che le Nazioni Unite avevano dichiarato protetta. Arrestato nel 2011, il suo processo è durato 530 giorni, ha visto sfilare oltre 500 testimoni e presentare 10mila documenti.

Il 'macellaio dei Balcani', così veniva soprannominato l'ex generale che era al comando delle truppe che entrarono a Srebrenica nel luglio 1995, venne descritto dall'allora negoziatore di pace Richard Holbrooke come "una di quelle combinazioni letali che la storia occasionalmente produce, un assassino carismatico".

Mladic è stato chiamato a rispondere anche dell'assedio di Sarajevo, la capitale bosniaca isolata dal resto del mondo dalle sue forze e colpita quotidianamente dal fuoco dei cecchini che sparavano dalle colline circostanti la città e terrorizzavano la popolazione: i morti furono oltre diecimila.

Alla fine della guerra, il generale Mladic si diede alla fuga e venne rintracciato solo 16 anni più tardi, durante l'irruzione delle forze dell'ordine nel giardino di una piccola casa nel nord della Serbia. Aveva due pistole, ma si è arreso senza opporre resistenza, prima di essere estradato all'Aja per il processo.

Nel 2011, un giudice ha formalizzato una dichiarazione di non colpevolezza a nome di Mladic, che si rifiutava di cooperare. Poi è iniziato il processo. La sentenza a carico dell'ex leader militare dei serbi di Bosnia arriva ad oltre un anno da quella contro Radovan Karadzic, 40 anni di carcere. Quanto all'ex presidente serbo, Slobodan Milosevic, l'altro nome per sempre legato alle guerra balcaniche e alle loro atrocità, venne arrestato nel 2001 e trasferito all'Aja ma è morto prima che il suo processo potesse essere completato. Adnkronos 22

 

 

 

Plenaria Cgie. I dieci punti di Vignali. Amministrazione e Cgie a confronto

 

Roma - Il direttore generale Luigi Vignali punta sulla concretezza e alla plenaria del Cgie, riunita da ieri alla Farnesina, lancia un input: la relazione di governo - da lui stesso letta questa mattina dopo l’intervento del ministro Alfano - in dieci punti, sui quali ha invitato i consiglieri a dibattere.

Eccoli dunque i “punti di Vignali”: il sostegno al progetto di riforma di Comites e Cgie, approvata ieri dalla plenaria; la volontà di rinnovare il tavolo interistituzionale con il Ministero del Lavoro sulla nuova mobilità; l’enfasi sulla correttezza e sulla trasparenza delle procedure elettorali, in vista del voto ormai prossimo; l’impegno a sostenere la convocazione della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-Cgie; l’impegno, in raccordo con i parlamentari eletti all’estero, sul disegno di legge di bilancio; la campagna d’informazione lanciata dalla Farnesina per l’iscrizione all’Aire, che ha registrato un ampio successo anche sui social, con 167 mila utenti raggiunti su Facebook e 44mila con Twitter; definire le priorità dei servizi consolare per gli iscritti all’Aire; i dati sui funzionari itineranti, “la nuova frontiera di un’azione capillare sui territori”; la volontà di approfondire il rapporto con i patronati; e, infine, l’impegno nel gestire la Brexit e le crisi in Venezuela e in Zimbabwe.

Quanto evidenziato dal direttore generale Vignali e dalla relazione di governo nel suo complesso “segna una profonda inversione di tendenza, un cambiamento propositivo in un momento in cui tutto è in movimento”, ha commentato il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, nelle cui parole si sono ritrovati un po’ tutti i consiglieri intervenuti nel dibattito, allo scopo di aprire il confronto e individuare i “nuovi strumenti” che consentano al Ministero di “essere più vicino alle nostre comunità”.

Di “clima fecondo” ha parlato Lodetti (Cisl), che ha lodato i “dieci punti” di Vignali quale strumento “per un lavoro comune”, a partire dalla Conferenza-Stato-Regioni-Province autonome-Cgie, che “il governo dovrà convocare”.

Parole di encomio per l’azione di governo anche sul versante frontalieri, da parte del consigliere Dolzadelli (Frontalieri), per il quale sarebbe “auspicabile la traduzione concreta dello statuto dei frontalieri”. Questo infatti, insieme con la mobilità, è un “tema importante, non più rinviabile, su cui chiediamo atti concreti”.

Voce fuori dal coro il consigliere Brullo (Germania), che ha lamentato una “politica troppo spesso sorda e distante”, anche sul fronte della rete consolare. “Sono consapevole siano stati fatti passi avanti, ma non basta”, ha detto Brullo che in plenaria ha presentato un odg nel quale chiede al Maeci di farsi portavoce presso l’Ue affinché sia adottato un unico modello di documento di identità in tutti i Paesi dell’Unione.

Per Parisi (Germania) il “problema” della nostra rete consolare non sta nel numero, pure ridotto, del personale quanto nella “troppa burocratizzazione”. “Il problema è strutturale”. Diverso è il discorso legato a lingua e cultura. “Mi farebbe piacere se l’italiano fosse riconosciuto come lingua moderna”, così da essere insegnata negli istituti stranieri, come avviene lo spagnolo. Invece, ha rilevato Parisi con amarezza, “i Corsi di italianistica nelle università straniere stanno morendo e questo non interessa a nessuno”.

Pur registrando l’aumento delle unità di ruolo e dei contrattisti, Gazzola (Argentina) ha lamentato l’assenza di un piano che indichi quanto personale sia destinato all’estero e dove andrà. Oltre allo sblocco delle assunzioni, ha aggiunto Gazzola, “bisogna creare un sistema di incentivi” grazie ai quali i funzionari scelgano poi di recarsi in Paesi scomodi e lontani. “Molto apprezzato” invece l’impegno dell’amministrazione verso i connazionali in Venezuela, come pure quello preso dal dg Vignali per assicurare la correttezza delle procedure di voto in vista delle elezioni politiche, ma Gazzola ha ammonito: occorre “controllare anche le azioni di alcuni consoli onorari che hanno iniziato a fare campagna elettorale”. Parole dure infine per i parlamentari che hanno votato la riforma del voto all’estero in favore della candidabilità di chi all’estero non è residente.

“Se si vuole rilanciare l’immagine italiana nel mondo e la sua economia bisogna metterci la faccia e difendere le comunità italiane nel mondo”, ancora troppo spesso percepite in Italia “in maniera folcloristica”. Così il consigliere Tagliaretti (Ncd), che a Vignali ha chiesto una campagna informativa per sanare questo “deficit comunicativo” rispetto agli italiani all’estero.

Con l’approssimarsi delle consultazioni elettorali Pessina (Fi) ha chiesto l’aggiornamento delle iscrizioni all’Aire, “inferiori rispetto alla totalità degli italiani residenti all’estero” e ha consigliato l’introduzione di un codice a barre sul plico elettorale per garantire il voto. Altra richiesta la par condicio dell’informazione elettorale e la divisione delle operazioni di spoglio in 4 città diverse in corrispondenza delle 4 ripartizioni elettorali.

Si è concentrato sulla necessità di un “raccordo con le regioni” l’intervento di Ciofi (Ctim), il quale ha espresso soddisfazione per la “ripresa” delle attività volte alla convocazione della Conferenza, che per legge dovrebbe tenersi ogni 3 anni ed invece non è convocata dal 2009.

“La nuova mobilità è una opportunità”, ha esordito Mazzaro (Germania), e non è fatta solo di “singole persone, ma di interi nuclei familiari che hanno bisogno di essere supportati”, mentre “all’orizzonte ancora non c’è una vera ed efficace politica di accompagnamento”. Quanto ai servizi consolari, “150 nuovi contrattisti non bastano a risolvere la carenza di personale”. Servono “tempi più rapidi per l’avvicendamento nei consolati”.

Secondo il consigliere Gargiulo (Cile) si dovrebbe anche garantire che il personale inviato da Roma nelle sedi estere sia formato rispetto alla digitalizzazione su cui il Maeci sta investendo, così da formare il personale locale.

Accorato l’intervento di Collevecchio (Venezuela). “Noi connazionali, pur nel dramma quotidiano che viviamo e che è inimmaginabile, abbiamo il dovere di porgere la nostra gratitudine sincera” al Cgie è all’amministrazione “perché finalmente la nostra collettività sente la vicinanza dell’Italia e delle Istituzioni”. Gratitudine, ha aggiunto, “supportata da fatti concreti”, anche grazie allo sforzo dei parlamentari eletti all’estero “che ci sono vicini” e ai Comites e al Cgie. “Nelle sedi consolari c’è personale qualificato “con elevatissime capacità consolari, ma anche elevatissima sensibilità umana”.

Un “corso positivo” e un “ottimo approccio collaborativo” ha rilevato Papais (Ucemi), un “clima frutto anche di una interlocuzione continua” tra le parti in causa: Cgie, Comites, eletti all’estero, associazioni, sindacati e patronati, partiti politici. “Ora dovremo iniziare un percorso nuovo con le regioni”.

Soddisfatto su tutti i fronti Ginanneschi (Uil), come pure Mantione (Paesi Bassi), che nella “precisa e puntuale relazione del governo” ha “letto uno spirito nuovo”.

“Un po’ di attenzione” ha chiesto invece Paglialunga (Argentina), il quale ha denunciato la presenza di sole due persone nella sede consolare di Bahia Blanca, Patagonia Argentina, con una “rete consolare onoraria che non funziona”.

Carrara (Argentina) ha sottolineato l’importanza della presenza delle Consulte regionali ai lavori del Cgie. “Le regioni vogliono partecipare”, ha detto Carrara, ma “servono linee guida e un lavoro in rete”.

“Come nei matrimoni per andar d’accordo ci vogliono entrambe le parti”, è stata la chiosa del dg Vignali, che ha replicato punto per punto a tutti gli interventi, facendo proprie alcune proposte emerse durante il dibattito. (r.aronica\aise) 

 

 

 

 

La sensazione

 

Ora che il meccanismo elettorale del “Rosatellum-2” è legge della Repubblica, i partiti, tra vecchi e nuovi, si stanno preparando alla gestione dell’Italia futura. Da subito, però, qualche distinguo è opportuno segnalarlo. Per carità, è nostra convinzione che tutti questi partiti siano indispensabili per la gestione democratica del nostro Paese. Per la guida d’Italia saranno favoriti gli uomini capaci, già da ora, di proporre riforme, anche di natura strutturale, che l’attuale Esecutivo non è stato in grado di prospettare. Purtroppo, almeno secondo il nostro modo di vedere, i partiti in essere sono troppi come le possibili alleanze.

 

 Le strategie del “buon governo” hanno dimostrato d’essere inefficaci proprio al momento di servire. Si dovrebbero studiare nuove regole, evitando quei patti scellerati che non portano, poi, a nulla di positivo. Se il “bipolarismo” è naufragato un altro sistema, in alternativa, si dovrà pur trovare. In altri termini, chi “vince” governa e chi “perde”, controlla il rispetto delle regole. Se si riuscisse a tornare a quello spirito di servizio, che aveva caratterizzato la Repubblica, in certe Legislature del secolo scorso, il più sarebbe fatto.

 

 Il concetto d’italianità renderà anche un prezioso servizio al futuro della Nazione. Senza fronzoli di residenza e di confini geografici. Tanto per fare intendere a chi non vuole, che anche la strada del voto degli italiani nel mondo dovrà essere adeguata all’Italia post crisi. Se la linea politica di questo scorcio di Terza Repubblica non ha superato, in tempi ragionevoli, la prova, è inutile nasconderlo. Ma la strada per la prossima Legislatura è ancora da tracciare. Non sarà, sia chiaro, priva d’ostacoli, ma ci porterà dove, prima, non siamo stati in grado d’arrivare.

 

Le difficoltà non mancheranno; ma sorpassarle sarà il tangibile segnale di una volontà che questa Terza Repubblica non è riuscita ancora a rendere operativa. Dovrebbe essere il Popolo italiano a decidere della sua sorte. Non i cambi di “bandiera”. Questa nostra sensazione nasce da stime assai lontane dai giochi di potere che, solo in apparenza, sembravano utili al Paese. L’ultimo lustro di questo Secolo ci ha, politicamente, allibito. Non vorremmo celebrare il nostro futuro con lo stesso comportamento. Buon 2018 a tutti i Lettori. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni Continentali

 

Roma - Spazio alle relazioni commissioni continentali nella assemblea plenaria del Cgie, convocata da oggi alla Farnesina.

Dopo la prima, lunga parte, del dibattito sulla riforma di Comites e Cgie, i consiglieri hanno ascoltato i vicesegretari generali d’area e di nomina governativa, riassumere i lavori svolti a Santiago, Bruxelles e Roma. È mancato – per il momento – il report di Melbourne, visto che Silvana Mangione - vicesegretario d’area – è stata impegnata tutto il pomeriggio nelle correzioni degli articolati su Comites e Cgie, votati a fine giornata dall’assemblea.

Primo ad intervenire, Mariano Gazzola ha sintetizzato i lavori della Continentale Sud America, richiamando il documento finale approvato a Santiago. Dunque attenzione e assistenza alla collettività in Venezuela, rete consolare in affanno in tutto il Continente, per cui Gazzola ha chiesto “soluzioni coraggiose” alla Farnesina, diversità di procedure da sede a sede e il sistema “prenota online” che “non funziona con l’efficacia prevista. Venerdì – ha annunciato – incontreremo la responsabile del prenota online qui alla Farnesina”. Gli altri temi toccati dalla Commissione sono stati le percezioni consolari – con i Consolati che ancora aspettano il 30% della tassa di cittadinanza – il potenziamento dei consoli onorari, l’importanza dei corsi di lingua e cultura per gli adulti e l’assistenza ai nuovi arrivati in America latina da attuare insieme a Comites e patronati. Infine, l’invito al Cgie affinchè “studi una riforma dell’Aire perché diventi più flessibile e in grado di captare anche le nuove mobilità” e al Direttore generale Luigi Vignali a svolgere una missione in Sud America.

Riunita a Bruxelles la Continentale Europa – Nord Africa: Giuseppe Maggio ha ripercorso i tre giorni nella capitale d’Europa, con presenze importanti e lavori svolti anche nella sede del Parlamento Europeo, dove si è parlato di mobilità e degli ostacoli che ancora ci sono tra Stato e Stato. La commissione, quindi, propone da un lato il rilancio del progetto “Europa in movimento” lanciato dai Francesi all’estero nel 20078 e proseguito a Roma nel 2010 e 2013 per “un confronto tra organismi europei e le rappresentanze dei cittadini Ue che vivono in un paese diverso da quello d’origine per accelerare le politiche di integrazione”. Dall’altro, proprio in ragione di questa esigenza, la stessa Unione Europea dovrebbe dotarsi di “un commissario competente per i cittadini in movimento e di un’agenzia europea che assicuri analisi e monitoraggio delle politica Ue indirizzate agli europei che vivono in paesi diversi da quelli di origine”. Si è quindi costituito un gruppo di lavoro per contatti con le rappresentanze degli altri paesi Ue da coinvolgere per rilanciare il progetto.

I consiglieri di nomina Governativa si sono riuniti il 16 novembre alla Farnesina e in questa occasione, ha spiegato il vicesegretario Rodolfo Ricci, ha sperimentato anche la teleconferenza con i consiglieri all’estero.

Durante la riunione si è parlato della legge di Bilancio all’esame del Senato e degli emendamenti presentati dagli eletti all’estero in materia di politiche migratorie, della conferenza stato regioni pa cgie, di editoria e stampa italiana all’estero, dei rapporti con il Ministero del lavoro e voto all’estero e del contributo che la Commissione può dare per garantire continuità ai lavori del Cgie tra una plenaria e l’altra. (m.c.\aise 22) 

 

 

 

Tavecchio si è dimesso

 

Il presidente della Figc Carlo Tavecchio si è dimesso dal suo incarico dopo pochi minuti dall'inizio della riunione del Consiglio federale in via Allegri a Roma. Aprendo il Consiglio, ha letto le sue dimissioni. Poi si è alzato ed è uscito.

"Ambizioni e sciacallaggi politici hanno impedito il confronto sulle ragioni di questo risultato" ha detto, a quanto apprende l'AdnKronos, ai consiglieri. "Ho preso atto del cambiamento di atteggiamento di alcuni voi", ha poi aggiunto il presidente dimissionario.

"Gli 8 giorni della tragedia mondiale del calcio italiano", ha detto Tavecchio, presentandosi poi davanti alla stampa, facendo riferimento alla disastro della Nazionale, che ha fallito la qualificazione ai Mondiali 2018. "Ho dato le dimissioni come mero atto politico, avevo chiesto anche quelle del consiglio federale ma nessuno le ha rassegnate. Credo che siamo arrivati a un punto di speculazione che ha raggiunto limiti impossibili", ha detto Tavecchio, accalorandosi nella conferenza stampa convocata dopo la riunione. "Il quadro politico fino a stamattina non era cambiato, la Lega Pro non è mai stata alleata nella maggioranza. Nella riunione della settimana scorsa mi era stato inviato un documento programmatico e io in assoluta buonafede e totale sincerità avevo interpretato il fatto come positivo, non come alleanza ma come volontà di costruire qualcosa nel sistema sportivo", ha rimarcato Tavecchio. Abbondano le domande sull'orientamento della Lega Dilettanti, che Tavecchio ha guidato a lungo prima di arrivare al vertice della Figc: "Un tradimento? E' una parola grave, preferisco parlare di legittime scelte politiche. La mia componente ha fatto considerazioni che non lasciavano pensare ad un sostegno nei miei confronti: non ci ho pensato un attimo, mi sono dimesso ".

Inevitabili le domande sulle posizioni assunte recentemente dal presidente del Coni, Giovanni Malagò: "Non posso giudicare nessuno. Il presidente del Coni sa quello che fa e quello che dice". Sull'ipotesi di un commissariamento, il presidente dimissionario è categorico: "Malagò commissaria la Figc? Questo è molto grave, in Italia ci sono garanzie di legge, statuti e regolamento". Elogi per Claudio Lotito, fondamentale nell'ascesa di Tavecchio: "Lotito è una persona perbene, è uno dei soggetti paganti del calcio italiano e non un soggetto percipiente".

Tavecchio torna poi sulla sconfitta degli azzurri e sulle parole di Malagò: "Ieri il presidente del Coni ha rivelato che fu Marcello Lippi a scegliere Gian Piero Ventura come ct in una rosa di quattro nomi, parlando di un incontro durante una cena privata. Ma io non parlo delle cene private, io mi sono sempre assunto la responsabilità dell'arrivo di Ventura, ne siete tutti testimoni. Eppure Tavecchio paga per la mancata qualificazione al Mondiale, un insuccesso sportivo". E sulla scelta di Ventura, precisa: "Ho parlato con 4-5 grandi allenatori, sono tutti impegnati. E' una falsità, una totale menzogna che non venivano per Tavecchio, ho parlato con tutti".

Quali colpe sente di avere l'ex presidente? "Non essere intervenuto nell'intervallo della partita di Milano per cambiare l'allenatore....", la risposta provocatoria di Tavecchio parlando della sfida di ritorno del playoff con la Svezia. "L'Italia meritava il mondiale, io ce l'ho messa tutta ma non so tirare i rigori". Il presidente federale parla poi delle componendi di Lega di Serie A e B. "Qualcuno dovrà spiegare alla Lega Serie A e alla Lega B perché non sono state aspettate. Non certo io. L'affronto più grande al Consiglio Federale è stato quello di escludere l'attore più importante", aggiunge.

DILETTANTI - La Lega nazionale dilettanti era unita con Cosimo Sibilia. Secondo i dilettanti, sempre a quanto si è appreso, "non c'erano più le condizioni per andare avanti". Dopo le dimissioni del presidente federale, il Consiglio decade automaticamente: non ci sono state le dimissioni degli altri componenti del Consiglio.

MALAGO' - Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha deciso di convocare per mercoledì pomeriggio la Giunta del Coni per discutere del momento di crisi del calcio italiano. "Il commissario? Penso che si deciderà già mercoledì", ha detto Malagò. "Da statuto si procede con il commissariamento", ha proseguito il numero uno del Coni a margine dei lavori degli 'Stati generali dello sport italiano' in corso presso il Salone d'onore del Coni.

"Il commissariamento è l'unica soluzione", prosegue Malagò che su eventuali nomi aggiunge: "Mi sembra poco di buonsenso avanzare oggi dei nomi", ha aggiunto Malago'. "Noi giovedì abbiamo l'assemblea dei comitati olimpici europei a Zagabria, siamo obbligati a fare la giunta straordinaria mercoledì perché lo statuto dice che abbiamo 48 ore dal momento della convocazione - prosegue -. Non so quanto Tavecchio abbia ascoltato il mio consiglio però i fatti sono oggettivi, penso che se ci fosse solo un problema specifico con un consiglio federale completo, compatto e forte, presumibilmente ci sarebbero potute essere altre soluzioni finali però se in un contesto così eccezionale ti ritrovi con alcune componenti che prendono posizioni antagoniste, e ci aggiungi che due componenti (Lega di A e B) neanche esistono. Non è che serve uno scienziato per arrivare alla conclusione che avevo individuato". Adnkronos 20

 

 

 

 

 

Flussi migratori. Dall’UE altri 40 milioni di euro all’Italia

 

BRUXELLES - Oggi la Commissione europea ha stanziato 39,92 milioni di euro di aiuti di emergenza a sostegno dell'Italia per aiutarla a migliorare la gestione dei flussi migratori dalla rotta del Mediterraneo centrale. Con questo sostegno supplementare, la Commissione tiene fede agli impegni assunti il 4 luglio 2017 nel piano d'azione per sostenere l'Italia, ridurre la pressione migratoria e aumentare la solidarietà.

Commentando la decisione di finanziamento, il Commissario dell’UE per la Migrazione Avramopoulos ha commentato: "con questa decisione, la Commissione europea tiene ancora una volta fede all'impegno di sostenere l'Italia e i suoi sforzi per fornire assistenza umanitaria ai migranti e ai rifugiati soccorsi nel Mediterraneo centrale. Per la sua posizione geografica, l'Italia è uno dei paesi maggiormente interessati dai flussi migratori, ma il problema non è italiano, è globale. L'Unione europea si fonda sui principi della solidarietà e della condivisione delle responsabilità, ed è per questo che l'Italia può contare sul nostro sostegno nella sua risposta alla migrazione”.

I finanziamenti, erogati tramite 11 progetti, contribuiranno a migliorare i servizi offerti ai migranti e ai richiedenti asilo, compresi l'assistenza medica, l'interpretazione e la mediazione interculturale presso i punti di crisi e le altre aree di ingresso. Sarà fornito sostegno economico anche per le risorse umane e le attrezzature dei centri di accoglienza esistenti e futuri, nonché ulteriore sostegno alle autorità responsabili della sorveglianza delle frontiere marittime e delle operazioni di ricerca e salvataggio. L'assistenza finanzierà inoltre la fornitura di attrezzature speciali per i controlli di sicurezza e di strumenti per la lotta al traffico di migranti e alla tratta di esseri umani.

La Commissione sta anche valutando un'ulteriore proposta di progetto presentata dalle autorità italiane per l'assistenza dei migranti vulnerabili, come le vittime della tratta e i minori non accompagnati.

I 39,92 milioni di euro erogati oggi portano a 189 milioni il totale degli aiuti di emergenza messi a disposizione dell'Italia dalla Commissione nel quadro del Fondo asilo, migrazione e integrazione (AMIF) e del Fondo sicurezza interna (ISF).

Questi stanziamenti si aggiungono ai 634,25 milioni di euro assegnati all'Italia in relazione ai programmi nazionali 2014-2020 nel quadro dei fondi destinati agli affari interni (381,49 milioni di euro dall'AMIF e 252,76 milioni di euro dall'ISF). (aise 24)

 

 

 

Quanto costerà all’Italia la mancata qualificazione ai mondiali di calcio di Russia 2018

 

Dall'editoria alla ristorazione, passando per merchandising, televisione, pubblicità e premi sportivi: la non partecipazione dell'Italia ai mondiali del 2018 lascerà un segno anche dal punto di vista economico - di Giuseppe Loris Ienco

 

L’Italia è fuori dai mondiali di calcio per la prima volta dal 1958. La nazionale guidata da Gian Piero Ventura non è riuscita a ribaltare l’1-0 subito venerdì 10 novembre nella partita d’andata dei playoff contro la Svezia a Stoccolma, e nella partita di ritorno del 13 novembre l’effetto San Siro non è stato sufficiente per dare la scossa necessaria ai giocatori, fermati sullo 0-0 dalla squadra del coach Jan Andersson.

La serata del 13 novembre sarà ricordata come una totale disfatta per il calcio italiano, resa ancora più triste dall’addio di alcuni protagonisti del trionfo a Germania 2006 come il capitano Gianluigi Buffon, Daniele De Rossi e Andrea Barzagli.

Un disastro non solo sportivo, ma anche economico. La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali di Russia 2018 intacca i settori più disparati: dall’editoria alla ristorazione, passando per il merchandising, la televisione e la pubblicità.

I tradizionali milioni di tifosi davanti alla televisione – per Brasile 2014 si sono toccati i livelli record di 17,7 milioni di telespettatori – saranno ridotti in maniera drastica; pub, bar e ristoranti che puntano molto sulle partite dell’Italia per attirare clienti subiranno senza dubbio un ingente calo dei profitti nel corso della prossima estate.

Stesso discorso per i giornali: testate sportive come “La Gazzetta dello Sport” e “Corriere dello Sport-Stadio”, tra le più lette e diffuse a livello nazionale, vendono soprattutto quando la nazionale italiana vince e convince ai mondiali o agli europei. Basti pensare che il primato assoluto di tiratura per “La Gazzetta dello Sport” (1.469.043 copie) fu stabilito il 12 luglio 1982, il giorno successivo la finale dei mondiali di Spagna, vinti dagli Azzurri con un indimenticabile 3-1 sulla Germania Ovest.

L’assenza dell’Italia dalla competizione corrisponde a un interesse decisamente inferiore nei confronti della manifestazione calcistica più importante al mondo. Un evento con meno appeal porterà ad un’asta per i diritti tv decisamente ridotta rispetto al solito: per trasmettere le partite di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, come affermato da M. Bellinazzo e A. Biondi su “Il Sole 24 Ore”, la Rai ha sborsato 360 milioni di euro in tutto (180 e 180).

Senza partite degli Azzurri, è difficile credere che si farà avanti qualche competitor – per Russia 2018, oltre ai tradizionali Rai e Sky, dovrebbe avanzare una proposta anche Mediaset – disposto a spendere cifre simili. Una bella batosta anche per la Fifa, che potrebbe perdere circa 100 milioni di diritti tv sul mercato italiano.

Le televisioni perderanno ingenti profitti dalla vendita di spazi pubblicitari, così come la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) non potrà contare sui contributi economici garantiti dalla Fifa alle squadre partecipanti a Russia 2018. Il totale per l’edizione dell’anno prossimo ammonta alla cifra record di 790 milioni di dollari, 214 in più rispetto a quella messa a disposizione per i mondiali in Brasile di tre anni fa.

Le 32 squadre che si sono qualificate alla fase finale potranno fare affidamento sui 400 milioni di dollari loro riservati per premi e passaggi di turno: di questi, 8 andranno alle 16 squadre eliminate nella fase a gironi, 28 alla seconda classificata e 38 alla nazionale che si laureerà campione del mondo. La semplice partecipazione nei gruppi in Russia avrebbe permesso all’Italia di Ventura di guadagnare 12 milioni: una cifra significativa per la FIGC, che nel 2015 e nel 2016 – anno degli europei in Francia – ha fatturato rispettivamente 153 e 174 milioni di euro.

 

Ma le perdite della Federazione non si fermeranno qui: la Rai potrebbe ritrattare le cifre degli accordi per la trasmissione delle partite della Nazionale (25 milioni di euro) e top sponsor quali Eni e Poste Italiane potrebbero non rinnovare i contratti in scadenza l’anno prossimo.

Oltre a questo, si aggiungeranno i mancati versamenti delle royalties legate alla partecipazione a eventi sportivi speciali garantiti dallo sponsor tecnico Puma, che con la Federazione guidata da Carlo Tavecchio ha un accordo di 18,7 milioni annui fino al 2022 e che dovrà abbassare di molto le stime di vendita del merchandising della nazionale italiana di calcio nel corso della prossima estate.

La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali russi dell’anno prossimo apre una voragine all’interno del calcio tricolore e rischia di colpire tutta l’economia nazionale. Una squadra che vince o addirittura trionfa – come quella guidata da Marcello Lippi a Germania 2006 – in un paese fortemente appassionato di calcio qual è l’Italia, porta benefici insperati in tanti settori diversi, come rivelò uno studio condotto nel 2014 dalla Coldiretti: “L’anno successivo alla vittoria degli azzurri nel campionato mondiale di calcio del 2006 in Germania, l’economia nazionale è cresciuta in modo sostenuto con un aumento record del 4,1 per cento del Pil a valori correnti mentre il numero di disoccupati è diminuito del 10 per cento. Nel 2007 si è anche verificato un incremento delle vendite nazionali all’estero del 10 per cento, e a beneficiarne maggiormente sono stati i prodotti simbolo del Made in Italy”. Tpi 15

 

 

Plenaria Cgie. La relazione della Commissione informazione

 

Il 22 novembre, nel corso della prima giornata di lavori dell’Assemblea Plenaria del Cgie, sono state presentate le relazioni delle Commissioni tematiche, riunitesi il giorno prima ma a porte chiuse. Ad illustrare la relazione della 1a Commissione informazione e Comunicazione è stato il presidente Giangi Cretti. Eccone di seguito il testo integrale.

 

Nella sua riunione del 21 novembre, la Commissione, ha messo al centro dei suoi lavori il servizio informativo per gli italiani all’estero.

A tal fine, ha approfondito la sua riflessione con il contributo di esponenti, che di tale servizio sono, seppur a vario titolo, i committenti (MAECI, nella persona del Consigliere De Vita e Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio nelle persone del Consigliere Iannelli e della d.ssa Palamara) e i fornitori (le agenzie specializzate: AISE, INFORM e 9Colonne).

Obiettivo principale di questi incontri, ricostruire la vicenda, che fin dall’inizio era parsa ricca di incongruenze, relativa alla gara d’appalto istituita a norma di legge, che, nell’anno che si sta per concludere, ha rappresentato una novità per quanto concerne i contratti sottoscritti fra le Agenzie e il governo (Dipartimento Editoria della PdC su richiesta del MAECI).

Il codice degli appalti, entrato in vigore nel 2016, stabilisce, infatti, che il pagamento di servizi, il cui valore superi i 40'000 euro, deve essere soggetto a gara d’appalto.

Nel nostro caso, siccome la legge di stabilità approvata alla fine dello scorso anno, aveva stanziato 300'000 euro per le agenzie specializzate per i servizi informativi per gli italiani all’estero, si è stabilito che l’assegnazione di tali fondi dovesse avvenire tramite gara d’appalto.

Tale gara è stata indetta a giugno 2017 e portata a termine nell’agosto dello stesso anno, con un vincitore: l’Agenzia Ascanews.

La tempistica ovviamente è rilevante: stante questo procedimento, le Agenzie, che storicamente hanno svolto questo servizio, da febbraio e fino alla chiusura della gara d’appalto, avrebbero operato senza contratto e senza compenso. A questo stato di cose si è provveduto, seppur in modo parziale con un cosiddetto contratto-ponte, a valere fino al 14 dicembre 2017, che, stipulato dalla DIE, con le tre agenzie specializzate ha pattuito servizi e compenso per il periodo di transizione.

Incongruenze

Fin dal momento in cui è parso certo che si sarebbe proceduto con gara d’appalto sono emerse alcune incongruenze.

- Prima fra tutte, il fatto che nello stanziamento dei 300'000 euro, previsto dalla legge di stabilità, era inequivocabilmente chiaro, quali fossero i servizi richiesti, quali i fruitori e quali i fornitori. A tal proposito, esiste nel codice della gara d’appalto un meccanismo che consentirebbe, stanti le condizioni riportate in precedenza, di procedere per attribuzione diretta. Così non è stato, anche perché il parere dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) sarebbe stato, a tal proposito, chiaro: lo stanziamento deve essere sottoposto a gara d’appalto. La Commissione non ha avuto modo di leggere la comunicazione ufficiale dell’ANAC, abbiamo però testimonianze, d’altronde avvalorate anche dal DIE, che sulla questione ci sia stato quantomeno un malinteso, in quanto è circolata un versione della decisione dell’ANAC stessa, a firma del suo presidente Raffaele Cantone, che sosteneva la possibilità di attribuzione diretta poiché i servizi informativi non rappresentano ‘prodotti’ misurabili.

- Altra incongruenza è rilevabile nella dimensione del servizio richiesto dalla gara: 500 lanci quotidiani, a cui se ne aggiungono altri settimanali. Tutto questo, a fronte di uno stanziamento di 135'000 euro (che in gara d’appalto è stato, secondo prassi, abbassato dagli stessi partecipanti) per un periodo di 6 mesi, eventualmente rinnovabili.

Stante che un giornalista può redigere circa 30 lanci quotidiani, ne deriva che l’agenzia che vince la gara, per poter garantire il servizio, deve poter contare su una batteria di una ventina di giornalisti.

Soprassedendo sul compenso di questi giornalisti, che pur meriterebbe qualche attenzione, il fatto che il loro numero sia dirimente, come d’altronde è scritto esplicitamente nella gara, nell’assegnazione dell’appalto, introduce un elemento discriminante a priori: quelle agenzie che non dispongono di un paragonabile numero di giornalisti sono escluse. Sorte che sarebbe toccata alle agenzie che noi storicamente definiamo e sappiamo essere specializzate e che, senza ombra di dubbio, nelle intenzioni di chi ha voluto e poi votato l’emendamento dei 300'000 euro, erano le vere destinatarie di tali fondi.

Da tutta la vicenda emerge che, c’è stato perlomeno un deficit di informazione fra il MAECI che richiede la prestazione del servizio (pertanto, de facto, se non de jure, ne é il committente) sulla base della decennale esperienze pregressa e di standard sperimentati, e la DIE (che da un paio d’anni amministra e assegna i fondi e firma i contratti) che ha formulato il testo della gara d’appalto (la firma è dell’allora Direttore generale Roberto Marino), definendo requisiti d’accesso e quantità delle prestazioni.

Come sono andate le cose

La gara d’appalto è stata portata a compimento. Il vincitore è l’agenzia Ascanews (nata dalla fusione di due agenzie ASCA e TMnews) che non ci risulta essere un’agenzia che negli ultimi anni si sia specializzata per i servizi informativi per gli italiani all’estero. Ma questo non spetta a noi stabilirlo, lo faranno le sedi competenti. Al momento, l’assegnazione dei fondi è bloccata e lo è anche l’erogazione del servizio, in attesa dell’esito di un ricorso che verrà discusso il prossimo 18 dicembre.

Quello che a noi preme è:

- che il servizio fornito dalle agenzie specializzate venga erogato senza soluzione di continuità anche dopo il 14 dicembre e a prescindere dall’esito del ricorso contro la gara d’appalto

- che le agenzie, nella definizione di prestazioni e di contratti (si badi bene qui non si parla di contributi), abbiano un unico referente, che, vista la natura del servizio richiesto dovrebbe essere, come d’altronde è stato per decenni, la Direzione per gli Italiani all’estero e politiche migratorie. A tal fine, la Commissione proporrà un odg da sottoporre al voto dell’assemblea del CGIE

- che alle stesse agenzie venga garantito un orizzonte contrattuale di almeno 3 anni.

Informazione elettorale

La commissione ha poi affrontato con il Consigliere Cavalcaselle dell’Ufficio II della Digit, il tema dell’informazione elettorale.

Siamo stati informati che la macchina è già in funzione.

Sostanzialmente si procederà sulla scorta delle esperienze precedenti. È stata predisposta l’assegnazione dei cosiddetti digitatori per procedere alla cosiddetta bonifica degli elenchi elettorali. Operazione, questa, molto importante, soprattutto in quelle realtà, dove più intensi sono i flussi migratori dei nostri connazionali.

Allo stato attuale, l’allineamento fra le liste AIRE e quello del Ministero degli Interni è del 94%. E si potrà ancora migliorare

I responsabili delle sedi diplomatiche stanno procedendo alle stime dei preventivi di costi previsti per la stampa e l’invio del materiale elettorale e per la necessaria informazione.

In tempo utile, stante l’attesa relativa allo scioglimento delle camere e all’indizione delle elezioni (la scadenza naturale della legislatura è il 14 marzo; per legge, nuove elezioni possono essere indette 70 gg prima o dopo tale data, pertanto fra il 3 gennaio e il 14 maggio) ci si sta attrezzando per fornire in tempo utile, innanzitutto le informazioni sulle novità contenute nella nuova legge e i termini di scadenza per esprimere l’opzione del voto in Italia per chi lo volesse fare, ma risiede stabilmente all’estero o per votare all’estero, secondo la modalità del voto per corrispondenza, per chi all’estero si trova temporaneamente e comunque da almeno 3 mesi.

Particolare attenzione verrà data all’individuazione delle modalità dell’informazione e degli strumenti utilizzati per veicolarla.

Se in Italia si ricorrerà in modo strutturato all’impiego del servizio pubblico, per l’estero la raccomandazione è che i responsabili delle sedi si coordinino e sentano il parere degli esponenti della comunità, al fine di individuare modalità e strumenti che rendano l’informazione effettivamente efficace.

Un punto che resta da chiarire riguarda la procedura di individuazione delle tipografie che dovranno stampare il materiale elettorale: si potrà derogare da una gara d’appalto procedendo con assegnazione diretta d’incarico?

Sul tema la Commissione ha avuto modo di parlare con quello che al momento era ancora il direttore di Rai World, Piero Corsini. Siamo stati però informati che proprio mentre Corsini sedeva con noi, il cda della Rai ha provveduto ha sostituirlo, e il nuovo direttore è Marco Giudici.

Piero Corsini è stato nominato direttore di RAI 5.

Ovviamente la Commissione, ma ne siamo convinti, anche tutto il CGIE ringrazia Piero Corsini per il lavoro svolto durante quasi 6 anni, per la sua sempre cortese disponibilità e auspica che rapporti costruttivi si possano instaurare anche con il suo successore al quale vanno gli auguri di buon lavoro.

Questione sito

In coda alla riunione la Commissione ha incontrato il direttore centrale della Digit ministro Martini e il consigliere De Vita ai quali, stante l’attuale sostanziale non fruibilità del sito del CGIE, hanno espresso la necessità di provvedere alla realizzazione, più che di un sito, di una piattaforma, che, per sua natura, prevedendo anche la possibilità di interagire, diventi uno strumento a disposizione non solo del CGIE, ma di un intero sistema che ruoti attorno al mondo degli italiani nel mondo.

Nella stessa sede, incontrando non solo l’interesse, ma anche la disponibilità ad una fattiva collaborazione che veda coinvolta, oltre alla DIGIT, anche il servizio stampa del MAECI, si è convenuto di proporre al CGIE di costituire un gruppo di lavoro funzionale e non pletorico, che abbia il compito di formulare una bozza di progetto, da sottoporre alla DGIT. La quale, dal canto suo, dovrebbe contribuire anche ad Individuare modalità per la realizzazione della piattaforma e, a seguire, per la regolare manutenzione, alimentazione e puntuale aggiornamento, che richiedono risorse sia finanziaria sia umane, affinché le stesse non ricadano sui capitoli di spesa del CGIE. De.it.press 

 

 

 

 

 

ZdK fordert gemeinsame und menschenwürdige Asylpolitik der EU

 

Katholiken stehen zum Familiennachzug

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) setzt sich für ein an der Menschenwürde orientiertes, gemeinsames Asylsystem in der Europäischen Union ein. Eckpunkte dieses europäischen Asylsystems müssen nach Überzeugung des ZdK die Realisierung eines solidarischen und transparenten, alle Mitgliedsstaaten einbeziehenden Verteilmechanismus für Flüchtlinge, und damit verbunden, eine Reform des Dublin-Systems sein. Darüber hinaus müssten die Asylverfahren in der EU standardisiert und die Entscheidungskriterien für die Anerkennung auf Asyl vereinheitlicht werden.

Es sei legitim, das die EU ihre Außengrenzen zum Schutz der Bevölkerung vor Terrorismus und schwerer Kriminalität sichere, betont das ZdK in der einstimmig verabschiedeten Erklärung "Eine menschenwürdige Asylpolitik als Gemeinsaftsaufgabe der Europäischen Union", die die Vollversammlung am Freitag, dem 24. November 2017, verabschiedet hat. Allerdings müssten die Grenzkontrollen völker- und menschenrechtskonform sein. Dazu gehöre die Rettung von in Seenot geratenen Flüchtlingen, die keinesfalls in unsichere Länder zurückgebracht werden dürften.

Das ZdK sieht derzeit für die Durchführung von europarechtskonformen Asylverfahren außerhalb der EU keine Realisierungschance Stattdessen fordert es den Ausbau sicherer und legaler Zugangswege zu internationalem Schutz durch eine stärkere Beteiligung an Resettlement-Programmen. Zudem sei der Familiennachzug ein solcher, wichtiger legaler Zugangsweg, auch für subsidiär Schutzberechtigte.

Mit großer Sorge beobachtet das ZdK, dass die Aufnahme von Schutzsuchenden in der EU keine Selbstverständlichkeit ist. Es erinnert deshalb daran, dass die EU auf dem Konzept des gemeinsamen Raums der Freiheit, der Sicherheit und des Rechts gründet und Solidarität zwischen ihren Mitgliedstaaten zu ihrem Fundament gehört. "Flüchtlingsschutz ist eine grundlegende gemeinsame Aufgabe der gesamten EU", so der CSU-Europapolitiker und Europapolitische Sprecher des ZdK Martin Kastler. Darüber hinaus betonte er die Notwendigkeit eines solidarischen Verteilmechanismus, der von allen Mitgliedstaaten eingehalten werden muss.

Vor diesem Hintergrund setzt sich das ZdK für eine grundsätzliche Reform des sogenannten "Dublin-Systems" ein. Die komplexen Regeln und die Verpflichtung der Schutzsuchenden, ihren Antrag auf Asyl in der Regel in dem Land zu stellen, in dem sie zum ersten Mal die EU betreten, hielten größeren Zuwanderungen nicht stand und seien ohne größere Reform unsolidarisch. Deshalb müsse das "Dublin-System" ersetzt werden durch ein solidarisches System der geteilten gemeinsamen Verantwortung für die Gewährung des Asylrechts in Europa auf die Mitgliedstaaten.

Mit Blick auf die konkrete Ebene der Asylverfahren fordert das ZdK Bedingungen für faire und standardisierte Asylverfahren herzustellen. Diese umfassten nach Überzeugung des ZdK ausreichende Möglichkeiten der Schutzsuchenden, ihr Schutzbegehren zu begründen sowie die Einbindung qualifizierter Dolmetscherinnen und Dolmetscher. Die vorhandenen europäischen Standards zur Vereinheitlichung der Entscheidungskriterien müssten zügig in die Praxis umgesetzt werden. zdk/de.it.press 24

 

 

 

Studie. Europa wird sozial gerechter

 

Nach den Jahren der Finanzkrise geht es in den EU-Ländern inzwischen wieder mit Arbeitsplätzen und sozialer Gerechtigkeit bergauf. Allerdings entwickeln sich Nord- und Südeuropa laut einer Studie trotzdem weiter auseinander. Deutschland weist die geringste Jugendarbeitslosigkeit auf.

 

Zehn Jahre nach der Finanzkrise sieht eine Studie eine Trendwende in der EU: Die Arbeitslosigkeit geht zurück, die gesellschaftliche Beteiligung steigt. Hauptgrund für die verbesserten Teilhabechancen sei eine spürbare Erholung der Arbeitsmärkte, erklärte die Bertelsmann Stiftung Ende vergangener Woche in Gütersloh anlässlich der aktuellen Studie „Social Justice Index 2017„. Deutschland landet in dem Vergleich der 28 Staaten zwar auf dem siebten Platz. Die Studie mahnt aber mehr Anstrengungen für Bildungsgerechtigkeit und für die Bekämpfung der Armut an.

Die Arbeitslosigkeit sank im EU-Durchschnitt der Studie zufolge im Jahr 2016 auf 8,7 Prozent. Im Jahr 2013 lag sie noch bei elf Prozent. Zwei Drittel (66,6 Prozent) der erwerbsfähigen EU-Bürger hätten mittlerweile einen Job, heißt es in der Studie. Im Jahr 2013 seien es nur rund 64 Prozent gewesen. Das Armutsrisiko in den EU-Staaten ging der Studie zufolge von fast 25 Prozent in den Jahren 2012/2013 auf 23,4 Prozent zurück.

Trotz der insgesamt besseren Werte gibt es nach wie vor gravierende Unterschiede zwischen Nord- und Südeuropa. Besonders in Südeuropa seien Kinder und Jugendliche noch überdurchschnittlich stark von Armut und sozialer Ausgrenzung bedroht. Die besten Benotungen erhielten die skandinavischen Länder Dänemark, Schweden und Finnland. Schlusslicht ist Griechenland.

Gerechtigkeit: Deutschland im oberen Viertel

Deutschland rangiert in dem Gerechtigkeitsindex mit dem einem siebten Platz im oberen Viertel. Mit rund sieben Prozent habe Deutschland die geringste Jugendarbeitslosigkeit, hieß es. Positiv schneidet die Bundesrepublik auch bei der Gesamtbeschäftigungsquote (74,7 Prozent), der allgemeinen Arbeitslosenquote (4,2 Prozent) und der Beschäftigung älterer Arbeitnehmer ab.

Trotz der positiven Entwicklung auf dem Arbeitsmarkt sei es in Deutschland jedoch nicht gelungen, die Langzeitarbeitslosigkeit deutlich zu verringern, kritisiert die Studie zugleich. Arbeitnehmer, die nicht in Deutschland geboren wurden, hätten zudem schlechtere Chancen auf dem Arbeitsmarkt. Die Studie bemängelt zudem, dass angesichts der guten Konjunktur die Wohlstandsgewinne nicht bei allen Menschen ankommen würden. Das Armutsrisiko habe sich in den letzten Jahren kaum verringert. Ebenso gebe es kaum Veränderungen beim Zusammenhang zwischen sozialer Herkunft und Bildungserfolg.

Experte: Alle müssen profitieren

EU-weit sei nun politische Führung gefragt, sagte der Vorstandsvorsitzende der Bertelsmann Stiftung, Aart De Geus. Nötig sei ein verlässlicher Rahmen, so dass alle vom Aufwärtstrend profitieren könnten. „Vor allem die Jugendlichen dürfen nicht alleine gelassen werden“, mahnte De Geus.

Für die Studie der Bertelsmann Stiftung wurden die Bereiche Armutsvermeidung, Arbeitsmarkt und Bildung sowie Gesundheit, Nicht-Diskriminierung und Generationengerechtigkeit untersucht. Grundlage sind den Angaben nach international verfügbare Eurostat-Dateien. Der erste „Social Justice Index“ wurde 2008 veröffentlicht. (epd/mig 23)

 

 

 

Einigung auf EU-Haushalt 2018 – Kürzungen in der Entwicklungshilfe

 

Die Mitgliedstaaten und das EU-Parlament haben sich am frühen Samstagmorgen nach 16-stündiger Verhandlung auf den EU-Haushalt 2018 geeinigt. Im kommenden Jahr soll es unter anderem Einsparungen im Bereich der Entwicklungspolitik geben.

Für den Haushalt 2018 sind Mittelbindungen von 160,1 Milliarden Euro sowie Zahlungen von 144,7 Milliarden Euro vorgesehen.

Die Finanzminister wiesen den Vorschlag des Parlaments zurück, mehr Geld außerhalb der EU („Europa in der Welt“) auszugeben. Stattdessen wurde ein Limit von rund 9,57 Milliarden Euro festgelegt. Das sind 868 Millionen Euro oder 8 Prozent weniger als im Budget 2017.

Im Vergleich zu 2017 wird auch die langfristige Entwicklungshilfe um sechs Prozent gekürzt. Dafür steigen die Ausgaben für Gesundheit und Bildung auf 206 Millionen Euro sowie für Landwirtschaft, Lebensmittelsicherheit und Ernährung um 217 Millionen Euro. Im 2018er-Haushalt wird auch die humanitäre Hilfe im Vergleich zu 2017 leicht angehoben, auf insgesamt 1,1 Milliarden Euro.

 „Wir haben dieses Jahr versucht, die Effekte der EU-Ausgaben zu maximieren und gleichzeitig genügend Flexibilität zu lassen, um auf unvorhersehbare Ereignisse reagieren zu können,” so Märt Kivine, Vize-Finanzminister Estlands und Chef-Verhandler des EU-Rats für das Budget 2018. Weiter sagte er: „Der Haushalt 2018 hat einen starken Fokus auf Prioritäten wie Wirtschaftswachstum und Arbeitsplatzschaffung, verbesserte Sicherheit und Antworten auf die Herausforderungen der Migration.“

NGOs kritisierten allerdings die Einschnitte in der Entwicklungszusammenarbeit.

Valentina Barbagallo von der Entwicklungskampagne ONE erklärte, trotz der kleinen Ausgabenerhöhungen in wichtigen Bereichen wie Gesundheit, Bildung und Ernährung habe die EU erneut „schnelle Lösungen“ bevorzugt und versagt, „das große Ganze“ zu sehen.

„Mit dieser Einigung werden die dringend benötigten Gelder für die Armutsbekämpfung nicht zugeteilt und werden somit möglicherweise für die politischen Prioritäten der EU-Staaten in der Nachbarschaftspolitik aufgespart. Das ist ein schlechtes Zeichen für die Verhandlungen über den zukünftigen mehrjährigen Finanzrahmen der EU. Im Jahr 2050 wird es zehn Mal so viele afrikanische wie europäische Jugendliche geben. Die EU muss dringend erkennen, dass Investitionen in langfristige Entwicklung auch Investitionen in den Wohlstand und die Stabilität Europas sind,“ forderte Barbagallo.

Hilary Jeune, Politikberaterin für Entwicklungszusammenarbeit bei Oxfam, kritisierte: „Die EU kümmert sich offensichtlich nicht um die tatsächlichen Probleme von Menschen in Notsituationen. Sie hat einen Tunnelblick aufgesetzt und ist ausschließlich um ihre eigene Sicherheit besorgt. Das zeigt sich daran, dass Gelder gekürzt werden, mit denen Menschen aus der Armbut befreit und beim Wiedererstarken nach Krisen unterstützt werden sollen.”

Die Chefin von Save the Children Jacqueline Hale fügte hinzu: „Die Verlierer dieser Budgetentscheidung sind Kinder, die in Armut aufwachsen oder von Konflikten und Naturkatastrophen betroffen sind – insbesondere in der direkten Nachbarschaft der EU. Der neue Regionalismus der EU ist ein Schlag gegen ihre globalen Verpflichtungen und widerspricht dem Prinzip, dass Hilfe für die am stärksten ausgegrenzten und bedürftigsten Menschen bereitgestellt werden sollte.“

Georgi Gotev, Euractiv 20

 

 

 

Wer geht schon freiwillig?

 

Ausbildungsprogramme könnten abgelehnte Asylbewerber überzeugen, nach Hause zurückzukehren. Von Marco Funk

 

2016 stellte man fest, dass fast eine Million Bürger aus Drittstaaten illegal in der EU wohnten. Ungefähr 500.000 Migranten wurden in Folge nicht gewährter Asylanträge oder Aufenthaltsgenehmigungen wieder ausgewiesen. Weniger als die Hälfte von ihnen – 226.150 Menschen – kehrten tatsächlich in ihr Herkunftsland zurück. Diese Zahlen verdeutlichen ein bekanntes Problem: Wie geht man mit Menschen um, die ihr Leben riskiert haben, um nach Europa zu kommen – nur um dann zu erfahren, dass sie nicht bleiben dürfen und dass ihnen die Abschiebung droht? Diese armen Seelen wollen nicht mit leeren Händen zurückkehren und sind in ihren Herkunftsländern auch oft nicht mehr willkommen. Wie soll die EU mit diesem Dilemma umgehen?

In den letzten Jahren wurden mehrere Programme initiiert, die eine freiwillige Rückkehr unterstützen sollen. Sie umfassen logistische, soziale und finanzielle Hilfestellungen. In Bezug auf die Dauer und den Umfang dieser Projekte gibt es große Unterschiede: Manche ähneln einem spezialisierten Reisebüro, andere beinhalten langfristige Maßnahmen wie die Förderung beruflicher Bildungsmaßnahmen oder Kurse für Unternehmer im jeweiligen Herkunftsland.

Solche Angebote wollen der erneuten Auswanderung entgegen wirken, indem sie die Lebensgrundlage der Rückkehrenden im Herkunftsland absichern. Außerdem zielen sie auf die Verbesserung der Kooperation mit Regierungen, die sich aus Angst um ihre schwache Wirtschaft und überlastete soziale Sicherungssysteme sträuben, ihre eigenen Bürger wiederaufzunehmen. Tatsächlich werden die freiwilligen Rückkehrprogramme zunehmend als Maßnahmen der Entwicklungshilfe angesehen, da erfolgreiche Rückkehrende einen Beitrag zur Wirtschaft ihrer Heimatländer leisten können.

Auch wenn dieser Ansatz in die richtige Richtung geht, sind die Erfolgsaussichten begrenzt. Sowohl die Migranten als auch die Regierungen der Herkunftsländer zeigen sich bisher nicht besonders kooperativ. Das Versprechen, die Reintegration der Heimkehrenden vor Ort zu fördern, bleibt einfach zu vage und klingt nicht attraktiv genug. Die Furcht der Migranten vor der Schmach, mit leeren Händen als Versager in die Heimat zurückzukehren, lässt sich nur schwer beschwichtigen. Entwicklungsländer haben nur begrenzt Interesse daran, dem wohlhabenden Europa dabei zu helfen, arme und unerwünschte Menschen wieder loszuwerden.

Die Attraktivität der Rückkehr könnte möglicherweise eine Frage des Timings sein. Bei den meisten Programmen, die eine Berufsausbildung oder Kurse für Unternehmer beinhalten, finden diese nach der Rückkehr im Herkunftsland statt. Das hat den Vorteil, die Kosten niedrig zu halten und regionale Akteure einzubeziehen. Es könnte aber viel vorteilhafter sein, diese Maßnahmen schon vor der Rückkehr zu gewähren. Da die Abwicklung der Rückkehr sich oft über Monate oder sogar Jahre dahinzieht, verbringen die Rückkehrwilligen eine lange Zeit in einem Zustand psychologischer Unsicherheit, der nur das Schlimmste in ihnen hervorbringen kann. Diese Zeit wäre viel besser damit verbracht, in Vorbereitung auf die Rückkehr ein neues Handwerk, eine neue Sprache, oder in manchen Fällen einfach nur Lesen und Schreiben zu lernen.

Viele sogenannte “Wirtschaftsflüchtlinge” führen neben dem erwünschten höheren Einkommen noch einen zweiten Grund für ihre Migration an: Bildung. Migranten ohne Ausbildung bringen eine besondere Motivation dafür mit, zu lernen, die auch genutzt werden sollte. Anstatt Rückkehrende vor ihrer Abreise wie Kriminelle zu behandeln, könnte man sie auch als eine Art Erasmus-Studierende betrachten.

Die Ausbildung, die diese Menschen dadurch nach Hause zurückbrächten, wäre dort hoch angesehen und würde ihnen das Gefühl geben, auf ihrer Migrationsreise wenigstens ein wertvolles Ziel errungen zu haben. Würde man solche Programme gleich zu Beginn des Asylverfahrens anbieten, würden sie auch bei der Integration derjenigen helfen, deren Anträge letztendlich bewilligt werden.

Die Kosten, die ein Bildungsprogramm für alle Rückkehrenden oder gar alle Asylsuchenden verschlingen würde, sind sicherlich eine große Herausforderung. Allerdings sollten die Bildungsmaßnahmen auf einem Grundlagenniveau bleiben, wodurch sie auch finanzierbar bleiben würden. Wenn man den niedrigen Qualifikationsgrad der meisten Asylsuchenden und den Mangel an Stellen für Höherqualifizierte in ihren Herkunftsländern bedenkt, würden viele von einer handwerklichen oder landwirtschaftlichen Grundausbildung schon sehr profitieren. Menschen, die nicht einmal ihren eigenen Namen schreiben können, wäre schon mit Lese- und Schreibunterricht sehr geholfen, bevor sie eine fremde Landessprache erlernen sollen. Man könnte also Bildungsangebote auf verschiedenen Stufen anbieten, die an die unterschiedlichen Voraussetzungen der Migranten angepasst sind.

Ein entscheidender Bestandteil dieses Ansatzes wäre die Akkreditierung. Die „Studierenden“ dieser Programme sollten regelmäßig evaluiert werden und ein „Abschlusszeugnis“ für die erfolgreiche Absolvierung ihres „Studiums“ erhalten. Ein solches Zeugnis wäre wahrscheinlich in Europa nicht viel wert, könnte aber im Herkunftsland Türen öffnen. Auch könnte es die skeptischen Regierungen der Herkunftsländer davon überzeugen, dass das jeweilige Land von den Qualifikationen der Rückkehrenden profitieren würde.

Die Rückkehr von gut ausgebildeten Arbeitskräften und potenziellen Unternehmern könnte eine bessere Form der Entwicklungshilfe darstellen, als bestehende Initiativen. Das könnte die EU-Regierungen davon überzeugen, die zusätzlichen Kosten für die Aus- und Weiterbildung von Migranten in Europa zu rechtfertigen. Die EU müsste eine ehrliche Kosten-Nutzen-Rechnung durchführen und die Effizienz bisheriger Formen der Entwicklungshilfe gegen die Investition in eine Weiterqualifizierung von Rückkehrenden aufrechnen.

Die Einrichtung eines umfassenden Bildungsprogramms für Rückkehrende und möglicherweise auch Asylsuchende ist keine einfache Aufgabe. EU-Fördermittel könnten ärmeren Mitgliedstaaten oder Mitgliedstaaten mit besonders vielen Rückkehrern und/oder Asylsuchenden dabei helfen, die entsprechenden Kosten zu tragen. Nichtsdestotrotz wäre es wohl die Aufgabe der nationalen Regierungen, diese anspruchsvollen Programme jeweils individuell umzusetzen. Die Angst vor Migranten, die sich nur das beste Rückkehrpaket herauspicken wollen, würde solche Bemühungen politisch erschweren, doch gerade die stark variierenden Aufnahmebedingungen der einzelnen Mitgliedstaaten sind wohl der entscheidende Grund für EU-interne Migrationsbewegungen.

Ob solche Programme Fuß fassen können, hängt sicherlich von der Bereitschaft der Politik ab, große Summen in abgelehnte Asylbewerber zu investieren. Doch durch die Fokussierung auf den Aspekt der Rückkehr der Migranten in ihre Herkunftsländer könnte man vielleicht auch konservativere Politiker und Wähler von dieser Idee überzeugen. Pilotprojekte könnten Anhaltspunkte über die potenzielle Effizienz einer solchen Strategie geben. Ob diese Initiative auf der EU-Ebene oder doch eher auf nationaler Ebene umsetzbar ist, wird man sehen müssen, aber es lassen sich jetzt schon gute Gründe dafür finden, diesen Ansatz weiterzuverfolgen.

Die Rückkehr und Wiederaufnahme von Migranten rückt in der Prioritätenliste der EU immer weiter nach oben, während die Anzahl der tatsächlichen Rückkehrenden enttäuschend niedrig bleibt. Die Zeit ist also reif für ein Umdenken.  IPG 20

 

 

 

Brexit: Europäische Bankaufsicht zieht von London nach Paris

 

Die verbleibenden 27 EU-Mitglieder haben gestern in einem Treffen des Rates für Allgemeine Angelegenheiten beschlossen, dass im Zuge des Brexits die Europäische Arzneimittelagentur von London nach Amsterdam und die Europäische Bankenaufsichtsbehörde nach Paris umziehen.

 

Martine Aubry, die Bürgermeisterin von Lille, war sauer: Die französische Regierung habe die Bewerbung ihrer Stadt um die Europäische Arzneimittelagentur nicht genügend unterstützt.

Dass es trotz einer „fantastischen Mobilisierung“ von Gesundheitsexperten, Firmen und gewählten Volksvertretern in Hauts-de-France nicht gereicht habe, liege an der „schüchternen und verspäteten Unterstützung des Präsidenten“, schrieb Aubry in einem gemeinsamen Statement mit Xavier Bertrand, Präsident der Region Nord-Pas-de-Calais. Tatsächlich erhielt Lille nur eine einzige Stimme: Die Frankreichs. Die Arzneimittelagentur wird künftig in Amsterdam sitzen.

Frankreich kann sich dennoch freuen: Mit der Ansiedlung der Europäischen Bankenaufsichtsbehörde (EBA) wird Paris in der Finanzwelt noch interessanter. Die Behörde regelt die Beziehungen zwischen Banken inner- und außerhalb der Eurozone.

Die EU-Kommission schließt ein Mitspracherecht Großbritanniens bei der Suche nach einen neuen Sitz für die in London ansässigen EU-Agenturen aus.

Zwar ist die EBA mit lediglich 150 Mitarbeitern eine vergleichsweise kleine Behörde, doch ihre symbolische Bedeutung kann gerade für die Banken, die im Zuge des Brexits umsiedeln wollen, ein Argument für den Standort Paris werden. Wenn Großbritannien aus der EU ausgestiegen ist, werden nur noch rund sieben Prozent aller Vermögenswerte in der EU bei Banken außerhalb der Eurozone liegen.

Die französische Regierung hat derweil viel dafür getan, Paris für die Banken möglichst attraktiv zu machen. Auch die Abschaffung der Vermögenssteuer ab 2018 könnte eine wichtige Rolle spielen – schließlich sind Banker mit ihren hohen Bonizahlungen sehr sensibel, was die Wahl ihres zukünftigen Wohnorts angeht.

In einer gemeinsamen Mitteilung der drei Regierungsmitglieder Bruno Le Maire und Benjamin Griveaux [der Finanzminister und sein Vize] sowie Nathalie Loiseau, Ministerin für europäische Angelegenheiten, heißt es: „Die Maßnahmen der Regierung machen Paris zu einem der attraktivsten Standorte weltweit.“ Sie verweisen auch auf Informationsmaterial der Stadt Paris und der Region Ile-de- France, mit dem weitere britische Institutionen angeworben werden sollen. Unter anderem wird darin der florierende Bankensektor mit bereits heute 145.000 Beschäftigten hervorgehoben.

Green Finance

Einige Wochen vor dem Klimagipfel One Planet Summit am 12. Dezember, will Paris auch seine Stärken bei Investitionen, die der Umwelt und der Gesamtgesellschaft zugutekommen, unterstreichen.

Als drittgrößtes Finanzzentrum der Welt, nach New York und London, will die französische Metropole zur „Welthauptstadt der Green Finance“ werden, erklärte Bürgermeisterin Anne Hidalgo. „In Paris wurde die Energiewende eingeleitet; in Paris sitzen innovative Unternehmen; und in Paris gibt es vielfältige Möglichkeiten, zur Dekarbonisierung der Finanzwelt beizutragen und nachhaltige Arbeit zu schaffen,“ so Hidalgo weiter.

Tatsächlich hat sich in dieser Hinsicht allerdings noch nicht allzu viel getan: Zwar wurden einige grüne Anleihen ausgegeben, aber gleichzeitig hat vor allem die Schließung der CO2-Zertifikatebörse Bluenext in Folge eines weitreichenden Steuerskandals dafür gesorgt, dass Paris den Wechsel hin zu kohlestofffreien Finanzgeschäften größtenteils verpasst hat.

In diesem Sinne vermied Paris Europlace, die Lobbyorganisation der Pariser Börse, in ihrem Statement am Montagabend das Thema Green Finance auch komplett.

Darüber hinaus bemühte sich die Organisation auch, die Rolle der EBA innerhalb des komplexen Geflechts europäischer Finanzinstitutionen als nicht allzu einflussreich darzustellen: Die EBA sei lediglich eine von drei wichtigen Bankenbehörden, gemeinsam mit der Europäischen Wertpapier- und Marktaufsichtsbehörde, die bereits in Paris angesiedelt ist, und dem Ausschuss der Europäischen Aufsichtsbehörden für das Versicherungswesen und die betriebliche Altersversorgung in Frankfurt/Main. Aline Robert, EA 21

 

 

 

 

Soziale Säule. EU proklamiert soziale Rechte und Grundsätze

 

EU-Kommissionschef Juncker stellte es als ein Herzensanliegen dar: die so oft als bürgerfern verschriene EU sozialer zu machen. Jetzt konnte er die sogenannte Soziale Säule proklamieren. Die Arbeit am sozialen Europa soll damit erst richtig losgehen.

 

Die Europäische Union hat soziale Rechte und Grundsätze proklamiert, die als „Soziale Säule“ die Politik in Brüssel und den Mitgliedstaaten bestimmen sollen. Es handele sich um „eine Auflistung von Vorhaben, von Überzeugungen und von Prinzipien„, erklärte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker am Freitag im schwedischen Göteborg. Dort unterschrieben er und EU-Parlamentspräsident Antonio Tajani sowie der estnische Ministerpräsident Jüri Ratas als turnusmäßiger EU-Ratsvorsitzender die Proklamation. Sie umfasst drei Bereiche: Gleiche Chancen und Zugang zum Arbeitsmarkt, faire Arbeitsbedingungen sowie sozialer Schutz und Inklusion.

So werden unter anderem ein Recht auf lebenslanges Lernen und die gleiche Bezahlung von Frauen und Männern festgeschrieben. Außerdem geht es etwa um die Ansprüche auf Datenschutz im Berufsleben sowie auf Auszeiten für die Pflege Angehöriger. Im letzten Bereich werden beispielsweise Rechte auf erschwingliche Gesundheitsversorgung sowie Ansprüche Obdachloser auf Unterbringung formuliert.

Keine neuen Befugnisse für die EU

Die Erklärung solle „als eine Anleitung hin zu wirksamen Ergebnissen in den Bereichen Beschäftigung und Soziales dienen“, heißt es in der Präambel. Ein Teil der Rechte und Prinzipien ist bereits geltendes EU-Recht, internationales Recht beziehungsweise nationales Recht. Die darüber hinausgehenden Elemente der „Sozialen Säule“ führen nicht dazu, dass die EU in den Bereichen Beschäftigung und Soziales neue Befugnisse erhält. Diese politischen Felder dürfen großenteils von den Mitgliedstaaten geregelt werden.

Die amtierende deutsche Arbeits- und Sozialministerin Katarina Barley (SPD) begrüßte das Projekt. Wer die EU stärken wolle, müsse auch das soziale Europa stärken. Die „Soziale Säule“ sei der „richtige Rahmen für eine gemeinsame soziale Orientierung zwischen den Mitgliedstaaten“. Der Grünen-Europaabgeordnete Sven Giegold erklärte, den Zielen müssten nun rasch konkrete Maßnahmen auf nationaler Ebene folgen.

Soziale Unterschiede in Europa groß

Auch der Deutsche Gewerkschaftsbund (DBG) forderte die EU-Mitgliedsstaaten auf, die Säule schnell mit Leben zu füllen. Es müsse ein Aktionsplan folgen, der die Grundsätze in EU-Recht und gegebenenfalls in nationales Recht umsetze, verlangte DGB-Chef Reiner Hoffmann. Die Säule sei „die einmalige Chance für eine soziale Wende, weg von dem einseitigen Wettbewerbsverständnis, wonach der billigste Anbieter und beste Ausbeuter gewinnt“.

Ein Experte der Denkfabrik Centrum für Europäische Politik (CEP) dämpfte solche Hoffnungen. Die sozialen Unterschiede in Europa seien so groß, „dass nur hoffnungslose Optimisten an eine Umsetzung der ’sozialen Säule‘ in der derzeit vorliegenden Form glauben“, kommentierte CEP-Experte Matthias Dauner. Denn während sich damit für die westeuropäischen EU-Staaten nur wenig ändern würde, wären in Osteuropas Sozialsystemen große Umbauten nötig.“ Das wäre den Menschen dort zwar zu wünschen, wäre aber teuer und würde Wettbewerbsnachteile für die dortigen Unternehmen bedeuten“, erläuterte Dauner. (epd/mig 20)

 

 

 

EU will beim Sozialgipfel Zeichen setzen

 

Angesichts des Aufstiegs europafeindlicher und populistischer Parteien will die EU mit einem Sozialgipfel ein Zeichen setzen. Die EU-Staats- und Regierungschefs kamen am Freitagvormittag im schwedischen Göteborg zusammen.

Dort wollen sie eine Erklärung mit zwanzig Grundprinzipien für faire Arbeitsbedingungen und soziale Absicherung verabschieden. Rechtlich bindend ist diese „Europäische Säule Sozialer Rechte“ allerdings nicht.

Er sei „sehr froh darüber, dass es uns gelungen ist, nach zwanzig Jahren wieder einen europäischen Sozialgipfel zu organisieren“, sagte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker. Er hoffe, dass die Erklärung von Göteborg „nicht einfach eine Aufzählung frommer Wünsche bleibt, sondern dass wir konkrete Gesetzesvorhaben auf den Weg bringen“.

Heute soll die soziale Säule der EU proklamiert werden. Dabei handelt es sich um ein sozialpolitisches Placebo, meint Andrej Hunko.

Ob es dazu kommt, ist allerdings sehr ungewiss. Die Proklamation der Säule ändert zunächst einmal nichts. Damit die zwanzig Grundsätze tatsächlich rechtsverbindlich werden, müssten sie auf verschiedenen Politikebenen in Rechtsform gegossen werden. Hier sind vor allem die Mitgliedsstaaten gefragt, denn die EU hat kaum Zuständigkeiten im Sozialbereich.

Luxemburgs Regierungschef Xavier Bettel forderte aber eine stärkere soziale Ausrichtung der EU. „Ich bin der Überzeugung, dass wir wirklich den Bürgern zeigen sollten, dass Europa nicht nur Kapital, Wirtschaft und Betriebe ist, sondern auch Menschen“, sagte Bettel.

Im EU-Parlament überwiegt die Skepsis, ob das mit der Säule gelingen kann. „Das sind richtige Absichtserklärungen für ein sozialeres Europa, allerdings ist diese Säule weit hinter unseren Erwartungen zurück geblieben“, kritisierte etwa die fränkische SPD-Europaabgeordnete Kerstin Westphal.

Die grüne Abgeordnete Ska Keller bläst ins gleiche Horn: „Wir begrüßen diese Erklärung als Ausdruck der Absicht, eine Europäische Union mit einem stärkeren sozialen Bewusstsein zu schaffen. Gute Absichten allein reichen allerdings nicht aus. Der Erklärung müssen konkrete Aktionen folgen. Soziale Themen müssen in den Mittelpunkt der politischen Agenda gestellt werden. Bislang sind konkrete Maßnahmen für gerade einmal vier 4 von 20 Prinzipien oder Rechten vorgesehen. Wir brauchen einen Plan, wie auch all die anderen Elemente umgesetzt werden sollen.“

Am morgigen Freitag steigt in Göteborg der EU-Sozialgipfel. Dort soll die Europäische Säule Sozialer Rechte mit ihren zwanzig Grundsätzen feierlich proklamiert werden. Ein Interview.

Optimistischer gab sich Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker. „In Göteborg werden wir die einzigartige Gelegenheit haben, gemeinsame Lösungen dafür zu finden. Es dürfte ein historischer Moment werden. Denn mit der Proklamation zur europäischen Säule sozialer Rechte zeigen wir, dass wir gemeinsam für Gleichstellung, Gerechtigkeit und Chancengleichheit einstehen und diese Rechte, auf die alle Bürgerinnen und Bürger Anspruch haben und für die wir alle eintreten, schützen wollen. Es wird der erste Schritt sein von vielen, die wir in diese Richtung gehen müssen“, sagte Juncker im Vorfeld des Gipfels.

Beim Mittagessen werden die Staats- und Regierungschefs auch über Bildung und Kultur beraten. Dabei geht es insbesondere um einen verstärkten Jugendaustausch und die europaweite Anerkennung von Abschlüssen. Wegen der laufenden Koalitionssondierungen reist Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nicht nach Göteborg. EU/AFP 17

 

 

 

Auf einem Bein kann man nicht stehen

 

Die Soziale Säule der EU muss rechtlich festgeschrieben werden, fordert Jutta Steinruck. Von Jutta Steinruck 

 

Im April veröffentlichte die Europäische Kommission ein Grundsatzpapier mit 20 Artikeln, in der sie ihr Bekenntnis für ein soziales Europa erneuert hat. Bekannt als "Europäische Säule sozialer Rechte" enthält der Text eine Reihe von Grundprinzipien zur Gleichstellung der Geschlechter, zu fairer Entlohnung, Sicherheit von Arbeitnehmern, Renten und Wohnen.

Beim Sozialgipfel am 17. November in Göteborg treffen sich die Staats- und Regierungschefs der 27 EU-Mitgliedstaaten mit den Präsidenten des Europäischen Parlaments und der Kommission, um den ausgehandelten Text zu unterzeichnen.

Dieses Treffen markiert ein Umdenken an der Spitze der Europäischen Union. Weg vom Diktum des reinen Sparkurses und hin zu einer nachhaltigeren Wirtschaftsentwicklung und der Stärkung von Sozialstandards der 500 Millionen EU-Bürger.

Die von Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker groß angekündigte Initiative, die sozialen Rechte auf europäischer Ebene stärken zu wollen, bleibt jedoch weit hinter den eigenen gesteckten Zielen zurück. In seiner Rede zur Lage der Union zu Beginn seiner Amtszeit 2014 versprach Juncker die bestmöglichen Standards im sozialen Bereich. Heute, drei Jahre nach dieser Rede, hat sich die Situation vieler Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer in Europa nicht verbessert.

Die Qualität der Arbeitsplätze in ganz Europa hat sich in den vergangenen Jahren verschlechtert. In vielen Mitgliedstaaten, darunter auch in Deutschland, sehen wir einen starken Anstieg des Niedriglohnsektors. Die Sparpolitik in großen Teilen Europas hat diesen Trend verschärft und soziale Sicherheitsnetze wurden stark geschwächt.

Millionen von europäischen Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern haben Null-Stunden-Verträge, die es den Arbeitgebern ermöglichen, Mitarbeiter einzustellen, ohne eine feste wöchentliche Arbeitszeit zu garantieren. In den allermeisten Fällen haben diese Arbeitnehmer keinen Anspruch auf Krankengeld.

An dieser Realität ändert die nun vorgestellte Soziale Säule zunächst einmal wenig, da sie keinen rechtsverbindlichen Charakter hat. Neben dem unverbindlichen Charakter ist die Soziale Säule nur eine bloße Bündelung bereits existierender Prinzipien, die in anderen europäischen Gesetzestexten, wie der EU-Grundrechtecharta, festgeschrieben sind.

Gleichberechtigung und Schutz am Arbeitsplatz hervorzuheben ist wichtig, solange aber die sozialen Rechte bloße Vorschläge ohne rechtsverbindlichen Charakter sind, wird sich in der Lebensrealität vieler europäischer Bürgerinnen und Bürger wenig verändern.

Der Brexit und das Erstarken europakritischer Parteien zeigen, dass gerade die Menschen mit weniger Einkommen sich vom europäischen Projekt abwenden. Wenn Europa nicht endlich anfängt, die sozialen Rechte von Arbeitnehmern, von Kindern und von älteren Menschen mit in den Blickpunkt zu nehmen, dann werden noch mehr Menschen Europa den Rücken kehren.

Wie kann das konkret aussehen? Wir müssen uns verstärkt die Situation von Arbeitnehmern anschauen, die derzeit offiziell als Selbstständige arbeiten, aber in Wirklichkeit an einen einzigen Arbeitgeber gebunden sind. Erst in der vergangenen Woche verlor der Taxi-Dienstleister Uber vor einem Londoner Gericht gegen zwei Fahrer, die ihr Recht auf Sozialversicherungsschutz und Mindestlohn eingeklagten.

Diese grundlegenden Rechte müssen für alle Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer gelten, die in ähnlichen Beschäftigungsverhältnissen arbeiten. Darum fordern wir europäischen Sozialdemokraten eine Richtlinie für menschenwürdige Arbeitsbedingungen für alle Beschäftigungsformen, auch für Zeitarbeiter, Saisonarbeiter und Beschäftigte in der „Gig-Economy“.

In einem Europa mit modernen Sozialmindeststandards, gehören auch ausbeuterische Null-Stunden-Verträge abgeschafft und eine europäische Kindergrundsicherung in allen Mitgliedsstaaten eingeführt – eine Grundsicherung für Kinder aus einkommensschwachen Familien, damit ein kostenfreier Zugang zu medizinischer Versorgung, Schulessen und Bildung in allen EU-Mitgliedsländern gewährleistet ist.

Europa kann im sozialen Bereich einen echten Mehrwert bieten. Da reicht aber eine bloße Absichtserklärung nicht aus. Darum fordert meine S&D-Fraktion, dass die nun vorgestellte Soziale Säule als Anhang in die EU-Verträge mitaufgenommen wird.

Damit wären auf europäischer Ebene die sozialen Rechte der Bürgerinnen und Bürger mit den wirtschaftlichen Interessen gleichgestellt. Das wäre ein echter game changer. Zum ersten Mal seit der Gründung der Europäischen Union hätten soziale Grundrechte die gleiche Bedeutung wie die wirtschaftlichen Grundfreiheiten.

Zwar ist es gut, dass jetzt auch die Spitzen der EU ernsthaft über Wege diskutieren, wie wir die europäische Sozial- und Beschäftigungspolitik stärken können. Aber der Sozialgipfel in Göteborg ist nicht das Ende, sondern erst der Anfang für ernsthafte Bemühungen. IPG 17

 

 

 

 

"Unmenschlich". EU hält trotz UN-Kritik an Flüchtlingspolitik in Libyen fest

 

Trotz massiver Kritik hält die EU an ihrer Flüchtlingspolitik und der Zusammenarbeit mit Libyen fest und weist Verantwortung für Zustände in libyschen Flüchtlingslagern von sich. Das UN-Hochkommissariat bezeichnet die EU-Politik als „unmenschlich“. Von Phillipp Saure

 

Die EU-Kommission hat in einer großangelegten Zwischenbilanz der europäischen Flüchtlingspolitik wichtige Fortschritte festgestellt und zugleich die Mitgliedsstaaten zur Aufnahme von besonders Schutzbedürftigen aufgefordert. Migration sei nach wie vor das Hauptanliegen der Bürger, „und es sollte auch unsere oberste Priorität bleiben“, erklärte Vize-Kommissionspräsident Frans Timmermans am Mittwoch in Brüssel. Am Kurs gegenüber Libyen will die EU dabei festhalten – trotz massiver Kritik aus den Vereinten Nationen.

Die EU habe mitgeholfen, über 14.000 Menschen in libyschen Haftzentren medizinisch zu behandeln, unterstrich die EU-Kommission. Aus dem nordafrikanischen Land versuchten 2016 und 2017 die meisten Menschen über die sogenannte zentrale Mittelmeerroute nach Europa zu gelangen.

UN-Hochkommissariat: EU-Politik unmenschlich

Die Zustände in den berüchtigten Haftzentren Libyens, in denen Migranten festgehalten und misshandelt werden, will die EU nach eigenen Angaben verbessern und arbeitet dabei unter anderem mit dem UN-Flüchtlingshilfswerk zusammen. Zugleich unterstützt die EU Libyens Küstenwache, die Migranten auf See aufgreift und ans Land zurückbringt, wo sie in den Lagern landen können. An dieser Maßnahme will die Union nach den Worten einer Sprecherin vom Mittwoch auch weiterhin festhalten. Die Küstenwache werde von der EU ausgebildet, um Schiffbrüchige zu retten und die Menschenrechte zu beachten, sagte sie.

Das UN-Hochkommissariat für Menschenrechte hatte „die Politik der Europäischen Union, der libyschen Küstenwache beim Abfangen und Zurückbringen von Migranten zu helfen“, am Dienstag in Genf als „unmenschlich“ kritisiert. Das Hochkommissariat zitierte Schilderungen von Migranten aus Lagern der Regierung. Darin war von Hunger, Schlägen, Elektroschocks und Vergewaltigungen die Rede. Die Politik der EU und ihrer Mitgliedstaaten habe die Misshandlung von Migranten nicht verringern können, erklärte das UN-Hochkommissariat: „Unsere Beobachtung zeigt vielmehr eine rasche Verschlimmerung ihrer Lage in Libyen.“

EU will Abkommen mit Nigeria und Tunesien

Ein weiterer Teil der EU-Migrationspolitik soll darin bestehen, besonders schutzbedürftige Menschen aus Afrika und dem Nahen Osten direkt, sicher und legal nach Europa zu bringen. Für solche Neuansiedlungen hatte die EU-Kommission im September von den Mitgliedstaaten gefordert, mindestens 50.000 Plätze zur Verfügung zu stellen. Bislang haben die Hauptstädte rund 34.400 Plätze zugesagt.

Als vielversprechend sieht die EU-Kommission die Kooperation mit Ländern wie Niger an, wo man die Behörden bei der Festnahme von Menschenschleppern unterstützt; Niger ist ein Transitland südlich von Libyen. Mit Ländern wie Nigeria und Tunesien will man zudem schnell Abkommen schließen, damit sie abgeschobene Menschen aus Europa wieder aufnehmen.

Weniger Umverteilung von Flüchtlingen

Was die Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb Europas angeht, hatten die EU-Minister vor gut zwei Jahren beschlossen, bis zu 160.000 Menschen besonders aus Griechenland und Italien in anderen EU-Ländern unterzubringen. In der Zwischenzeit hat die Kommission die Zielmarke heruntergesetzt, unter anderem, weil nicht genug Flüchtlinge in den zwei Ländern für die Umverteilung infrage kämen. Am Mittwoch erklärte sie, das Programm stehe vor seinem „erfolgreichen Abschluss“, nachdem über 31.500 Personen umverteilt worden seien.

An den bereits eingeleiteten EU-Verfahren gegen Tschechien, Polen und Ungarn, die im Rahmen des Programms keine oder kaum Menschen aufnahmen, hält Brüssel dabei fest. Kritik an Griechenland übte die Kommission, weil das Land nicht schnell genug Menschen in die Türkei abschiebe, wie dies nach dem EU-Türkei-Abkommen vom März 2016 geplant war. (edp/mig 16)

 

 

 

 

Die EU-Afrika-Strategie – ein Ansporn für Entwicklung?

 

Nach „Jahren der Gleichgültigkeit“ und eine Migrationswelle später steht Afrika ganz oben auf der politischen Agenda Europas. Eine neue Strategie muss her – hieß es gestern fast einstimmig im EU- Parlament.

 

Am 29. und 30. November findet in Abidjan (Elfenbeinküste) der EU-AU-Gipfel statt, zu dem die Delegierten nicht mit leeren Händen kommen wollen. Dazu hat gestern (16. 11.)  das Europaparlament in Straßburg einen Bericht des Entwicklungsausschusses der Kommission angenommen, dessen Forderungen in diese neue Strategie einfließen soll.

Die zukünftige europäische Entwicklungspolitik setzt verstärkt auf Investitionen des Privatsektors. Die dazu notwendigen Reformen werden Thema beim nächsten EU-AU-Gipfel sein.

Bis zum Frühjahr 2018 wollen die Repräsentanten von AU und EU ihre gemeinsame Strategie überarbeitet haben, die dann in einen neuen Vertrag einfließen und das Cotonou-Abkommen von 2002 ablösen soll.

„Eine faire und gleichberechtigte Partnerschaft zwischen unseren Kontinenten ist mehr denn je erforderlich, um diese Herausforderungen – kurz- und langfristig – zu bewältigen und eine sichere und erfolgreichere Zukunft für afrikanische und europäische Bürger, insbesondere für junge Menschen, Frauen und die sozial Schwächsten, zu gewährleisten“, so Gianni Pittella, Fraktionsvorsitzender der Fraktion der Progressiven Allianz der Sozialdemokraten nach der Entschließung.

Schätzungen zufolge wird die Bevölkerung Afrikas bis 2050 auf 2,5 Milliarden Menschen anwachsen. Faire Handelsbeziehung, eine schnellere Industrialisierung und die Schaffung einer entsprechenden Infrastruktur sind laut Bericht die Voraussetzungen, damit die afrikanischen Länder, die vor allem jungen Menschen in den Arbeitsmarkt integrieren können. Dazu müssen die afrikanischen Staaten bis 2035 jährlich rund 18 Millionen neue Arbeitsplätze schaffen. Allein der Infrastrukturbedarf in Afrika wird auf 75 Mrd. EUR jährlich geschätzt. Große Aufgaben, für die eine moderne und nachhaltige Partnerschaft zwischen Europa und Afrika durchaus geboten ist.

Was bei den Europäern ganz oben auf der Wunschliste steht, ist die Vermeidung weiterer Migrationsbewegungen in Richtung EU sowie sichere Bedingungen für europäisches Investitionskapital. Das geht jedoch nur, wenn sich die afrikanische Staatengemeinschaft als Ganzes sowohl wirtschaftlich als auch rechtsstaatlich entwickelt.

Die bisherige EU-Strategie durch simplen Geldfluss Entwicklung zu fördern, ist gescheitert. Der Fokus der neuen Entwicklungsstrategie liegt auf Privatinvestitionen. Dazu sollen afrikanische Staaten attraktivere Rahmenbedingungen schaffen, um europäische Geldgeber anzuziehen und Garantien und Risikoabsicherungen für Privatunternehmen bereitstellen.

In afrikanischem Interesse müssten die von der EU kommenden Investitionen dann so gelenkt werden, dass die Wertschöpfungsketten vor Ort entstehen, die Industrialisierung der afrikanischen Länder angekurbelt wird und somit genau der Strukturwandel erfolgen kann, den die Staaten der AU dringend brauchen.

Bildung und Rechtsstaatlichkeit spielen dabei eine Schlüsselrolle. Vorschläge der EU, wie eine Jugendfazilität für Afrika ins Leben zu rufen und den Anwendungsbereich von Erasmus+ und des Programms der EU zur beruflichen Aus- und Weiterbildung zu erweitern, könnten sich als Schritt in die richtige Richtung erweisen, wenn in den Zielländern dadurch die Lücke zwischen den Erfordernissen und den Möglichkeiten des Arbeitsmarkts einerseits und den Qualifikationen von Absolventen andererseits geschlossen wird.

Der EU-Treuhandsfonds für Afrika soll Fluchtursachen bekämpfen. Doch viele EU-Abgeordnete kritisieren das Konzept als undurchsichtig und als bedenkliche Kehrtwende in der Entwicklungspolitik.

Mit Blick auf die Flüchtlinge aus afrikanischen Staaten macht die zukünftige Afrika-Strategie nur Sinn, wenn sie auch nachhaltig gestaltet ist, heißt es im Bericht.  Dazu betonen sowohl die UN als auch internationale Nichtregierungsorganisationen, dass eine Vermischung von Mitteln der Fluchtursachenbekämpfung und der einer partnerschaftlichen Entwicklungszusammenarbeit nicht zukunftsweisend ist .

Es sei wichtig, „dass bei der Bewältigung der Migrationsherausforderung die Entwicklungshilfe nicht als Druckmittel eingesetzt wird“, mahnt Norbert Neuser, sozialdemokratischer Sprecher im Entwicklungsausschuss des Europaparlaments und Schattenberichterstatter für den europäischen Strategiebericht. Stattdessen müssten die Bemühungen reguläre Migrationsmöglichkeiten in die Europäische Union zu schaffen, intensiviert werden.

Damit der Gipfel in Abidjan jedoch einen echten Wechsel von Altbewährtem zu einer neuen Partnerschaft zwischen Europa und Afrika einleitet, bedarf es am Ende konkreter Verpflichtungen der europäischen und afrikanischen Staats- und Regierungschefs, die Ziele der Vereinten Nationen für nachhaltige Entwicklung durch kohärente Politik zu erreichen.

Hintergrund. Seit zwei Jahren verzeichnet die EU einen Handelsüberschuss mit Afrika. Die EU Exporte hatten 2016 einen Wert von 145 Mrd. Euro. Die Importe betrugen 117 Mrd. Euro. Der EU-Afrika-Handel macht knapp sieben Prozent des gesamten Außenhandels der Union aus. Unter dem Schirm der Union gibt es zahlreiche bilaterale Abkommen, die unter anderem den Warenverkehr zwischen den beiden Kontinenten regeln. Ama Lorenz, EA 17

 

 

 

Signale von Bonn. Weltklimagipfel allenfalls Zwischenschritt, kein Meilenstein

 

Rahmenprogramm mit Südsee-Folklore, Dauer-Debatten auf dem Verhandlungsparkett – der Bonner Klimagipfel ist nach zwei Wochen zu Ende gegangen. Die Ergebnisse sind unter anderem von Bedeutung für die globale Migration. Immer mehr Menschen müssen ihre Heimat verlassen wegen Unwetterkatastrophen und klimatischen Veränderungen. VON Stefan Fuhr

Während draußen der Morgen graute, war im Plenum manch ein Verhandler entschlummert: Nach einem nächtlichen Sitzungsmarathon hat am Samstagmorgen der Bonner Weltklimagipfel seinen Abschluss gefunden. Zwei Wochen lang hatten Delegierte aus 197 Staaten unter Führung der Fidschi-Inseln um die Umsetzung des Pariser Klimaabkommens von 2015 gerungen. Sie feilten an Entwürfen, die erst bei kommenden Klimakonferenzen zu Beschlüssen führen sollen. Die Texte waren so komplex, dass selbst der deutsche Umweltstaatssekretär Jochen Flasbarth einräumte: „Ich brauche Experten, um da durchzukommen.“

Zu den Ergebnissen des Gipfels zählen Entwürfe zur Ausarbeitung eines „Pariser Regelbuches“. Es soll im kommenden Jahr bei der Klimakonferenz im polnischen Katowice (Kattowitz) verabschiedet werden und unter anderem die Methoden festlegen, mit denen die Staaten ihren Kohlendioxid-Ausstoß erfassen.

Konferenz ist Zwischenschritt, kein Meilenstein

Auch trafen die Staaten in Bonn Vorbereitungen für die Überprüfung der globalen Klimaschutz-Maßnahmen im kommenden Jahr. Die Bestandsaufnahme soll die Staaten motivieren, bis 2020 verschärfte nationale Ziele zur CO2-Minderung vorzulegen. Fest steht bereits jetzt: Die bisherigen Reduktionszusagen der Staaten reichen nicht aus, um die Erderwärmung auf 1,5 bis zwei Grad zu begrenzen, wie es das Klimaabkommen von Paris vorsieht.

Die Konferenz von Bonn ist daher mehr als Zwischenschritt denn als Meilenstein zu bewerten. Politisch bedeutsamer als die juristischen und technischen Feinheiten der im Schlussplenum abgesegneten Papiere sind wohl die Stimmungen und Signale der Konferenz.

26,4 Millionen Menschen von Naturkatastrophen geflüchtet

Nach Angaben des International Displacement Monitoring Centre (IDMC) sind seit 2008 aufgrund von Naturkatastrophen jährlich 26,4 Millionen Menschen zur Flucht gezwungen worden. Diese Zahl bedeutet, dass jede Sekunde ein Mensch vertrieben wird. Es gibt zahlreiche regionale Beispiele für Klimawandel als Fluchtverstärkter. So wurden im Nordosten von Syrien bereits vor Ausbruch des Bürgerkrieges 1,5 Millionen Menschen entwurzelt. Grund dafür war eine fünfjährige Dürre, die diese Region heimsuchte. Weitere klimabedingte Vertreibungen finden sich in der sudanesischen Provinz Darfur, im Irak und Somalia.

Bereits in den Jahren 2013 und 2014 flohen Tausende Somalier vor der jahrelangen Dürre und den Anschlägen der Al-Shabaab-Milizen nach Kenia. Auch in diesem Jahr setzte sich die Massenflucht fort: Allein in den ersten vier Monaten von 2017 suchten fast 260.000 Somalier Schutz, Unterkunft und Nahrung in anderen Landesteilen. Sie flüchteten vor Hunger, Trockenheit und marodierenden Banden, die ihre Farmen überfielen und plünderten.

Bad Boy USA noch dabei

Die wichtigste Erkenntnis: Die USA – der neue Bad Boy der Klimapolitik – haben auf Störfeuer verzichtet. Obwohl Präsident Donald Trump den Ausstieg seines Landes aus dem Klimaabkommen angekündigt hat, saßen seine Unterhändler in Bonn mit am Verhandlungstisch. Dort verhielten sie sich „weitgehend konstruktiv-neutral“, wie Bundesumweltministerin Barbara Hendricks (SPD) formulierte. Versuche, andere Staaten ebenfalls zum Paris-Rückzug zu bewegen, blieben aus. Den Trump’schen Blick auf das Thema offenbarte allenfalls ein begleitendes „Side-Event“, bei dem die US-Regierung für „saubere fossile Energieträger“ warb.

Parallel dazu präsentierte sich in Bonn ein anderes, klimafreundliches Amerika: US-Gouverneure, Bürgermeister und Unternehmer luden ins „Climate Action Center“ ein, einem leuchtenden, futuristisch anmutenden Zeltkomplex vor dem Konferenzgelände. Ihre Botschaft: In den USA wird weiter gegen die Erderwärmung gekämpft. „We are still in“ (Wir sind immer noch dabei) lautete ihr Losung.

Deutschland gegen baldigen Kohle-Ausstieg

Deutschland gab derweil den „technischen Gastgeber“, wie es im Konferenzsprech hieß, also den Verantwortlichen für die Logistik, während Fidschi die Verhandlungsführung innehatte. Organisatorisch lief alles glatt – als Klima-Vorreiter jedoch, wie in vergangenen Jahren, konnte die Bundesregierung nicht glänzen. Das deutsche Ziel, den Treibhausgas-Ausstoß bis 2020 um 40 Prozent zu senken, ist nur noch schwer zu erreichen.

Und einer von rund 20 Staaten gebildeten Allianz für einen baldigen Kohle-Ausstieg schloss sich Deutschland auch nicht an. An der Spitze des Bündnisses: Kanada und Großbritannien. Bei der Bundesregierung hatten die Anti-Kohle-Pioniere auch angefragt – vergeblich. Denn über die Zukunft der deutschen Kohle wurde noch bei den Jamaika-Sondierungen in Berlin beraten.

Das Bündnis für den Ausstieg aus dem schmutzigen Energieträger wurde auch von Umweltorganisationen gefeiert. Dabei übersahen einige von ihnen offenbar einen Haken: Die Mitgliedsländer wollen zwar die Kohleemissionen in absehbarer Zeit auf null reduzieren, den Bau von neuen Kohlekraftwerken, die die unterirdische Speicherung von CO2 ermöglichen (CCS), schlossen sie aber nicht aus. Die bislang noch unausgereifte CCS-Technologe ist vor allem in Deutschland hochumstritten. (epd/mig 20)

 

 

 

Die Östliche Partnerschaft näher an die Bürger heranbringen

 

Die Östliche Partnerschaft verfolgt das Ziel, die sechs östlichen Partnerländer – Armenien, Aserbaidschan, Belarus, Georgien, die Republik Moldau und die Ukraine – an die EU anzunähern, ohne dabei neue Gräben in Europa zu schaffen.

Seit ihrer Begründung im Jahr 2009 wurde viel erreicht: Assoziierungsabkommen wurden geschlossen, unter anderem über die vertieften und umfassenden Freihandelszonen zwischen der EU und Georgien, der Republik Moldau und der Ukraine. Die Visaliberalisierung war ein großer Erfolg für Georgien. Sie ermöglicht einen lebendigen Austausch zwischen unseren Gesellschaften und fördert die Mobilität der Menschen. Durch eine Reihe multilateraler Formate haben sich die Kontakte und die Zusammenarbeit zwischen den 34 Mitgliedstaaten der Östlichen Partnerschaft erheblich intensiviert.

So beeindruckend, wie das klingen mag: Nach wie vor stehen wir vor der großen Bewährungsprobe, den in den letzten Jahren entstandenen institutionellen und zwischenstaatlichen Rahmen unseren Bürgern näherzubringen. Viele EU-Bürger haben noch nie von der Östlichen Partnerschaft gehört. In Georgien hingegen, das führend in Bezug auf europäische Reformen ist, ist die Unterstützung innerhalb der Bevölkerung für eine Annäherung des Landes an die EU auf über 80 Prozent gestiegen. Damit ist Georgien heute das EU-freundlichste Land in Europa. Die Östliche Partnerschaft kann nur erfolgreich sein, wenn die Menschen an ihre positiven Ergebnisse glauben und konkrete Verbesserungen in ihrem täglichen Leben spüren. Wir sind der Ansicht, dass unsere gemeinsame Zukunft in einem vereinten Europa liegt.

Wladimir Tschischow spricht über Syrien, die Östliche Partnerschaft der EU, die russisch-türkischen Beziehungen sowie die EU-Ratspräsidentschaft Bulgariens.

Daher wollen wir gemeinsam fünf Ideen skizzieren, wie wir die Bürger erreichen können:

1. Die Menschen und ihre Bedürfnisse stehen im Mittelpunkt

Die Reformagenda der Östlichen Partnerschaft zielt darauf ab, das Leben der Menschen konkret zu verbessern. Daher müssen wir uns auf Reformen konzentrieren, von denen alle Bürger direkt profitieren: die Bekämpfung der Korruption, die Reform des Justizwesens, die Verbesserung des Investitionsklimas und die damit einhergehende Schaffung neuer Arbeitsplätze sowie die Verbesserung unserer Bildungssysteme. Wir sollten die lokale Ebene verstärkt in Entscheidungsprozesse und Umsetzung einbinden, denn sie ist viel näher an den Menschen und ihren Bedürfnissen. Wir sollten ferner auch weiterhin zivilgesellschaftliche Organisationen in ihrer wichtigen Arbeit unterstützen und die Zusammenarbeit zwischen diesen Organisationen fördern. Und wir müssen unsere Auswärtige Informations- und Kulturpolitik verbessern. Wir müssen sowohl unsere Ziele offener kommunizieren als auch die Hindernisse, die überwunden werden müssen, um diese Ziele zu erreichen. Auf diese Weise kann die Zivilgesellschaft ein wertvoller Verbündeter bei der Erreichung unserer gemeinsamen Ziele werden. Ein unverzichtbares Instrument für eine verbesserte Kommunikation ist eine freie und pluralistische Medienlandschaft.

2. Konzentration auf konkrete nächste Schritte

Wir müssen eine überzeugende Antwort auf die Frage geben, was als Nächstes in der Östlichen Partnerschaft passieren soll. Es gibt eine Reihe konkreter Vorhaben, mit denen wir gleich heute beginnen können. Von höheren Investitionen in den Bereichen Verkehr und Konnektivität im Energiesektor können wir alle profitieren. Diskussionen über die Abschaffung von Roaming-Gebühren oder den Beitritt zum digitalen Binnenmarkt der EU scheinen erstrebenswert. Ein weiteres wichtiges Signal könnte der Aufbau einer Breitbandverbindung sein, um besser zum Binnenmarkt-System der EU aufschließen zu können. Und warum sollten wir nicht über verstärkte Bemühungen zur Zusammenarbeit im Privatsektor, insbesondere im Bereich der kleinen und mittelständischen Unternehmen, und einen einfacheren Zugang zum EU-Arbeitsmarkt für Fachpersonal diskutieren? Eine engere Zusammenarbeit im Kampf gegen die organisierte Kriminalität und andere Sicherheitsthemen werden größere Stabilität für alle bringen.

3. Das Potenzial der jungen Generation fördern

In den sechs Partnerländern gibt es zahlreiche hochqualifizierte und aktive junge Menschen. Wir müssen dieses Potenzial nutzen – für ihre einzelnen Länder, aber auch für die Östliche Partnerschaft insgesamt. Dafür müssen wir den Partnerländern helfen, ihre Bildungssysteme zu verbessern, den Austausch von Studenten und Wissenschaftlern fördern sowie Arbeitsplätze und ein Umfeld schaffen, in dem junge Menschen ihr Potenzial frei entfalten können. Das „Jugendpaket“, eine Reihe von Initiativen und Vorhaben speziell für junge Menschen, das die Europäische Kommission für das Gipfeltreffen der Östlichen Partnerschaft angekündigt hat, wird hierbei ein wichtiges Signal senden.

Das Engagement der Europäischen Union in der östlichen Nachbarschaft ist eine wichtige Investition in die Sicherheit und den Wohlstand Europas, meint die Stiftung Genshagen.

4. Es geht vor allem um Reformen

Wir müssen uns daran erinnern, dass das Ziel der Östlichen Partnerschaft darin besteht, unsere gemeinsamen zentralen Werte zu fördern: Demokratie, Rechtsstaatlichkeit, die Achtung der Menschenrechte und die wirtschaftliche Entwicklung in der Nachbarschaft der EU. Es geht darum, Gesellschaften zu verändern. Dies kann nur gelingen, wenn die Partnerländer es wirklich wollen. Letztlich wird nur eine vollständige und nachhaltige Umsetzung von Reformen zu Veränderungen führen. Die EU ist bereit, diese Reformen zu unterstützen. Wir müssen jedoch bessere Möglichkeiten finden, um sie anzukurbeln, zum Beispiel indem wir Finanzhilfen enger an konkrete Reformfortschritte knüpfen oder verstärkt projektbezogene Unterstützung leisten.

5. Individuelle Lösungen in einem gemeinsamen Rahmen

Schließlich sind in der Östlichen Partnerschaft sechs sehr unterschiedliche Partnerländer vereint – unterschiedlich im Hinblick auf ihre derzeitige Situation, aber auch im Hinblick auf ihre Ambitionen. Die EU erkennt die auf Europa gerichteten Bestrebungen interessierter Partnerländer an. Sie muss auf diese Unterschiede reagieren und ihre Instrumente an den jeweiligen individuellen Kontext anpassen. Auf multilateraler Ebene jedoch muss der Dialog und die Zusammenarbeit mit allen sechs Partnerländern gemeinsam fortgeführt werden. Wir sind der festen Überzeugung, dass Stabilität und Wohlstand in der Region nicht nur von der Entwicklung der einzelnen Länder abhängen, sondern auch und vor allem von der Entwicklung der Beziehungen zwischen den sechs Partnerländern untereinander.

In diesem Sinne sind wir zuversichtlich, dass das Gipfeltreffen eine ausgezeichnete Gelegenheit bietet, diese gemeinsamen Ambitionen im wohlverstandenen Interesse unserer Völker in Europa voranzubringen. 

Michael Roth and Micheil Dschanelidse

Micheil Dschanelidse ist Außenminister Georgiens. Michael Roth ist Staatsminister für Europa im Auswärtigen Amt der Bundesrepublik Deutschlands. EA 24

 

 

 

Vatikan bei Weltklimakonferenz: Es geht um alles

 

Es geht um alles: Das betonte der Delegationsleiter des Vatikans beim Weltklimagipfel in Bonn, Bruno Marie Duffé, im Gespräch mit dem Kölner Domradio. Das große Gipfeltreffen in Deutschland ist an diesem Samstag zu Ende gegangen, ein Hunderte Seiten starkes Dokument ist die Frucht der tagelangen Beratungen, zu denen Vertreter aus der ganzen Welt in die ehemalige Hauptstadt gereist sind. Doch neben den Erklärungen und Abkommen geht es bei einem solchen Treffen um mehr als nur schriftliche Abmachungen, so der Vatikanvertreter bei dem Treffen in Bonn. Positiv zu werten: Die Weltklimakonferenz in Bonn habe die Umsetzung des Pariser Klimaschutzabkommens ein Stück weitergebracht. Nach langem Ringen in der Nacht einigten sich die 195 Staaten am Samstagmorgen zuletzt in wichtigen Finanzfragen – zwölf Stunden später als geplant. Aus Vatikan-Sicht war die Konferenz in Bonn „lebenswichtig für die Menschheit“.

„Die Absicht des Heiligen Vaters war es, alle Delegierten zu ermutigen, weiter voranzuschreiten und weiterzumachen, mit der Tatkraft der COP21 in Paris,“ so Duffé im Gespräch mit unseren Kollegen. „Es geht ihm besonders darum, den Dialog zu verstärken. Er ist der Meinung, dass – und ich glaube, es ist wichtig, das zu wiederholen – die Frage des Klimas, die Frage der Umsetzung des Pariser Abkommens in einem Geiste des Dialogs und der Zusammenarbeit beantwortet werden muss. Das muss besonders zwischen den reichen und den Entwicklungsländern, den schutzlosen Ländern und den armen Menschen geschehen. Es ist unmöglich, die Sorge um den Planeten getrennt von der Sorge um die armen Menschen zu denken. Ich denke, diese Stellungnahme des Papstes ist sehr wichtig für den Vatikan und besonders auch im Denken von Papst Franziskus selber.“

Die Entwicklungsländer verbuchten in Bonn einen Verhandlungserfolg: Bei den nächsten zwei Klimakonferenzen 2018 und 2019 kommen unter dem Stichwort „Pre 2020“ die Klimaschutzanstrengungen der Industrieländer bis zum Jahr 2020 auf die Tagesordnung. Nächster Halt im kommenden Jahr: Katowice in Polen. Am Geburtsort des heiligen Papstes Johannes Paul II. soll die nächste Klimakonferenz durchgeführt werden.

„Ich war sehr überrascht, weil ein polnischer Minister mich am Donnerstag gefragt hat: ,Könnten Sie Papst Franziskus nach Polen zur nächsten Klimakonferenz einladen?´ Also, vielleicht wäre das eine gute Sache. Ich weiß nicht, ob es für Papst Franziskus möglich ist, nach Polen zu kommen. Aber es ist interessant, diese Verbindung herzustellen, zwischen unserer christlichen Hoffnung und den politischen Entscheidungen, den Anweisungen und Regeln, die wir jetzt brauchen. Wir müssen das jetzt begreifen, wir müssen eine neue Entwicklung einschlagen und eine neue Solidarität an den Tag legen. Das gilt nicht nur in Europa, sondern auch in Europa und seiner Beziehung zu anderen Ländern und dabei insbesondere den armen Menschen.“

Der Klima-Gipfel in Bonn war die größte internationale Konferenz, die jemals in Deutschland stattgefunden hat. Rund 22.000 Teilnehmer aus 197 Ländern waren an den Rhein gereist, darunter nach Angaben der Bundesregierung 11.000 Delegierte. (domradio 18.11.)

 

 

 

Heimat ist das Fundament der linken Mitte

 

Eine Politik „für die vielen, nicht die wenigen“ muss in den Gemeinschaften und in den Orten der Menschen verankert sein. Von Paul Collier

Die meisten Menschen fühlen sich stark an einem Ort verwurzelt. Ich wuchs in Sheffield auf, der damals wie heute wohl tristesten Stadt Englands. Der berühmte britische Dramatiker Alan Bennet ist wie ich ein Sohn von Eltern aus Yorkshire mit niedrigem Bildungsstand. Das Stück The History Boys erzählt seinen sozialen Aufstieg von diesen bescheidenen Anfängen bis nach Oxford. Im Gegensatz zu mir kam Bennet aber aus dem nicht ganz so trostlosen Leeds. Um die soziale Kluft zu betonen, die er überwinden musste, hat er sein Stück nicht in seiner eigenen Stadt verortet, sondern in meiner. Das Stück spielt sogar in meiner ehemaligen Schule – ich bin also noch mehr als Bennett ein waschechter „History Boy“.

Sheffield mag ein trister Ort sein, aber das stärkt nur die Verbundenheit zwischen seinen Bewohnern, und diese Verbundenheit wurde einst zu einer bedeutenden politischen Kraft. Aus der Erkenntnis, gemeinsam einem Heimatort verbunden zu sein, entstanden in Gemeinden wie Sheffield Interessensgemeinschaften, die aus ihrer gegenseitigen Verbundenheit große Kraft schöpften.

Aus dieser regionalen Verbundenheit heraus entwickelte sich eine bemerkenswerte Breite wirtschaftlicher Initiativen, die sich um die Sorgen der Arbeiterschaft drehten. Durch Versicherungs- und Baugenossenschaften wurden Menschen in die Lage versetzt, Risiken zu bewältigen und Wohnraum zu finanzieren. Genossenschaftliche Agrar- und Handelsgesellschaften stärkten die Verhandlungsposition von Bauern und Verbrauchern gegenüber großen Konzernen. Dies geschah nicht nur im Norden Englands, sondern in vielen Teilen Europas.

Aus den Zusammenschlüssen zwischen solchen Kooperativen erwuchs schließlich das Fundament der Mitte-Links Parteien. Wie die Arbeit der Kooperativen war auch die Politik dieser Parteien von einem Pragmatismus bestimmt, der in den Lebenssorgen armer Familien seine Wurzeln hatte. Je erfolgreicher diese Parteien wurden, desto stärker zogen sie jedoch das Interesse einer ganz anderen Klientel an, die bald einen überproportionalen Einfluss innerhalb der Parteien gewann: Intellektuelle aus der Mittelklasse, die von der utilitaristischen Philosophie Jeremy Benthams begeistert waren. Heute geht man davon aus, Bentham sei Autist gewesen – also jemand, der gar nicht dazu in der Lage war, einen Gemeinschaftssinn zu entwickeln.  

Ein Elitäres Credo

Der Utilitarismus vertritt die Vision eines paternalistischen, von Technokraten angeführten Staats, dessen Gesetze „das größtmögliche Glück für die größtmögliche Zahl“ gewährleisten. Dabei handelt es sich um eine Neuauflage von Platos Politeia. John Stuart Mill, der als Schüler Benthams aufwuchs und der zweite intellektuelle Kopf dieser Bewegung wurde, lernte Griechisch und las Platos Politeia bereits als Achtjähriger. Da er sorgsam von anderen Kindern abgeschirmt wurde, war er vermutlich mit dem antiken Griechenland besser vertraut als mit den Provinzstädten seiner eigenen Gegenwart. Die aus der Mittelklasse stammenden Anhänger von Bentham und Mill verstanden sich dieser Lehre entsprechend als die neuen Schutzherren der Arbeiterklasse, deren Sorgen sie selbst aber nicht kannten. Sie sahen sich also in der Rolle der Technokraten, die die Gesellschaft im Interesse der Allgemeinheit lenken.

Als die europäischen Staaten mächtiger und die Mitte-Links-Parteien zur dominanten Kraft wurden, lösten die utilitaristischen Technokraten die sogenannten Kommunitaristen ab, ohne dies selbst zu bemerken. Den einfachen Familien entging dies jedoch nicht, weil die Politik der Technokraten nicht mehr in den Gemeinschaften verankert war, diesen zum Teil sogar schadete und damit unpopulär wurde. Die Technokraten regierten den Staat von ihrer blühenden Metropole aus, während die Gemeinschaften sich in der Provinz befanden und sich zunehmend der Gefahr ausgesetzt sahen, in den wirtschaftlichen Abgrund zu stürzen.

Genau so geschah es dann in den 1980er Jahren mit Sheffield. Während meiner Jugend war meine Heimatstadt noch ein hochspezialisiertes, weltweit beachtetes Zentrum der Stahlindustrie. Die Stadt beheimatete eine gut ausgebildete Arbeiterschaft, die mit Stolz auf ihre lange Tradition zurückblickte. Mein Urgroßvater selbst stellte als Handwerksmeister filigranes Besteck her. Ich bin noch heute voller Bewunderung für ein Foto, das ihn mit einem Dutzend Jugendlicher zeigt, die in seinem Betrieb arbeiteten.

In Sheffield wurde schon seit dem 13. Jahrhundert Besteck hergestellt, wie man aus einer Zeile in Geoffrey Chaucers Canterbury Tales weiß. Diese jahrhundertealte Tradition wurde aber innerhalb weniger Jahre durch die Globalisierung zerstört. Trotz solcher Tragödien genügt der dahinterstehende Prozess dem utilitaristischen Ideal, „den größtmöglichen Nutzen für die größtmögliche Zahl“ zu bringen: Die Ostasiaten, die von der Globalisierung profitierten, waren zuvor schließlich noch ärmer gewesen als die Menschen aus Sheffield.

Ohne Anspruch auf Unterstützung

Wer den Film Ganz oder gar nicht (The Full Monty, GB 1997) gesehen hat, bekommt eine Vorstellung von den Auswirkungen dieser Entwicklung auf Sheffield. Der Film erzählt, was aus meiner Heimatstadt geworden ist. Ich selbst erlebte das nur noch aus der Ferne, da ich inzwischen sicher an der Universität in Oxford angestellt war und ein bürgerliches Stadtleben führte. In meiner alten Heimatstadt wurde mein ehemaliger Nachbar wegrationalisiert und ein jüngerer Verwandter zog fort in die Niederlande, da er daheim keine Arbeit mehr finden konnte. Als er drei Jahre später zurückkehrte, musste er feststellen, dass er nach den vom Utilitarismus inspirierten Gesetzen jeden Anspruch auf Wohngeld oder Ausbildungsbeihilfen verloren hatte. Die Bedürfnisse der Immigranten waren größer und hatten deshalb Priorität.

Mein ganzes bisheriges Berufsleben drehte sich um die Bedürfnisse von Menschen, die in armen Gemeinschaften leben wie in großen Teilen Afrikas oder von Gewalt betroffen sind wie in Syrien. In meinen Büchern, wie zum Beispiel The Bottom Billion und Refuge, verarbeite ich Jahrzehnte meiner Forschungsarbeit und meiner Erfahrung und gebe Hinweise darauf, wie diese Bedürfnisse anzugehen sind. Mein Ausgangspunkt ist, dass sich jegliche Lösung an die Vielen richten muss, die in ihren Gemeinschaften bleiben, und nicht an die Wenigen, die sie verlassen.

Die utilitaristischen Technokraten haben aus nur ihnen bekannten Gründen genau das Gegenteil vertreten: Sie wollten vor allem eine kleine Anzahl von Glücklichen aus ihrem schwierigen Umfeld „retten“, ohne an die vielen anderen Angehörigen dieser Gemeinschaften zu denken. Durch europäische Hilfsprogramme werden beispielsweise derzeit für jeden Euro, der in die Unterstützung von Menschen fließt, die in ihrer Region bleiben, 135 Euro für die winzige Minderheit der Menschen ausgegeben, die nach Europa kommen. Wir haben so viele Ärzte aus Afrika „gerettet“, dass es inzwischen mehr sudanesische Ärzte in London gibt als im ganzen Sudan.

In dem Maße wie die utilitaristischen Technokraten den Gemeinschaftsvertretern die Kontrolle der Mitte-Links-Parteien entzogen, verloren die Parteien die Unterstützung ihrer Wähler. Aus dem Überlegenheitsgefühl ihrer neuen, globalen Klassenidentität heraus haben die Technokraten das Gefühl der heimatlichen Verbundenheit aktiv in Verruf gebracht. Da dieses Gefühl aber den meisten Menschen sehr wichtig ist, fühlen sie sich von den Mitte-Links-Vertretern im Stich gelassen. Das nutzen jetzt rechtspopulistische Parteien händereibend aus, um Unterstützung für ihre eigene, widerliche und potenziell sehr gefährliche Politik zu mobilisieren.

Rückblickend wird man die Jahre der utilitaristischen Dominanz innerhalb der Mitte-Links-Parteien als das erkennen, was sie waren: eine destruktive Phase der Arroganz und Selbstüberschätzung. Die Mitte-Links-Parteien werden sich dadurch erholen, dass sie zu ihren kommunitaristischen Wurzeln zurückkehren und indem sie die Aufgabe annehmen, das auf Gegenseitigkeit und Vertrauen basierende Netz von Verbindungen und Verpflichtungen wiederherzustellen, das die Arbeiterfamilien mit ihren Sorgen auffangen kann. Die Kraft der heimatlichen Gemeinschaft ist viel zu stark und birgt viel zu viel konstruktives Potenzial, um sie kampflos den Rechtspopulisten zu überlassen. IPG 20

 

 

 

Steinmeier lehnt Neuwahlen nach „Jamaika“-Aus ab

 

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat nach dem Scheitern der Jamaika-Sondierungen rasche Neuwahlen abgelehnt und die Parteien an ihre Verantwortung zur Regierungsbildung erinnert.

“Das ist der Moment, in dem alle Beteiligten noch einmal innehalten und ihre Haltung überdenken sollten”, sagte das Staatsoberhaupt am Montagnachmittag nach einem Gespräch mit Kanzlerin Angela Merkel (CDU). Die Parteien im Bundestag seien dem Gemeinwohl verpflichtet. Steinmeier redete damit auch seiner eigenen Partei ins Gewissen, nachdem SPD-Chef Martin Schulz eine Neuauflage der großen Koalition mit der Union abgelehnt hatte.

Die Wähler sollten die Lage nach dem Scheitern der Jamaika-Sondierungen neu bewerten können, sagte Schulz in der SPD-Parteizentrale und fügte hinzu: “Wir scheuen Neuwahlen nicht.” Dagegen erklärte Steinmeier wenig später: “Ich erwarte von allen Gesprächsbereitschaft, um eine Regierungsbildung in absehbarer Zeit möglich zu machen.” Die Parteien hätten sich in der Wahl am 24. September um die Verantwortung für Deutschland beworben. Diese könne man auch nach der Vorstellung des Grundgesetzes nicht einfach an die Wähler zurückgeben. “Diese Verantwortung geht weit über die eigenen Interessen hinaus und gilt insbesondere nicht nur gegenüber den Wählern der jeweils eigenen Partei.” Steinmeier kündigte sowohl Gespräche mit den Vorsitzenden von CDU, CSU, FDP und Grünen an, als auch von Parteien, die “programmatische Schnittmengen eine Regierungsbildung nicht ausschließen”. Die Grünen sind nach Angaben von Parteichef Cem Özdemir am Dienstag zu einem Gespräch bei Steinmeier eingeladen.

Die CDU-Spitze stellte sich unterdessen hinter Merkel, die geschäftsführend weiter die Regierung führt. Im Bundesvorstand der CDU gebe es breite Rückendeckung für Merkel, sagte Vizeparteichef und Nordrhein-Westfalens Ministerpräsident Armin Laschet. Regierungssprecher Steffen Seibert bekräftigte Merkels Willen als Kanzlerin, Deutschland gut durch schwierige Zeiten zu führen.

Als theoretische Optionen steht neben Neuwahlen und der von der SPD ausgeschlossenen Wiederauflage der großen Koalition nur eine Minderheitsregierung im Raum.

“Schlecht inszeniertes Theater”

Im Fokus der Kritik stand zunächst die FDP. Dass die Liberalen kurz vor einer Einigung abgesprungen seien, habe mehr als nur eine Person verwundert, sagte die stellvertretende CDU-Vorsitzende Julia Klöckner dem SWR. Auch Grünen-Geschäftsführer Michael Kellner äußerte den Verdacht, die FDP habe die Verhandlungen aus Kalkül scheitern lassen. Er warf den Liberalen im ZDF ein “schlecht inszeniertes Theater” vor. Dagegen verteidigte FDP-Chef Christian Lindner den Abbruch der Gespräche. “Wir haben viele Kompromisse gemacht. Es gibt aber auch einen Kern von Grundüberzeugungen”, sagte er. Man wisse um die schwierige Lage Deutschlands. Wenn es zu Neuwahlen komme, habe die SPD die Schuld, da sie sich Koalitionsgesprächen verweigere.

Die Sondierungen über das erste Jamaika-Bündnis im Bund sind gescheitert.

Ihr Ausstieg aus den Sondierungen wird den Liberalen nach Einschätzung von Parteien- und Meinungsforschern politisch nicht nützen. “Die FDP hat die Erwartungen etwa des Mittelstands nicht erfüllt, der sie gewählt hat”, sagte Forsa-Chef Manfred Güllner zu Reuters.

Die Linken-Fraktionschefin Sahra Wagenknecht begrüßte das Ende des “Trauerspiels” der Jamaika-Sondierungen. Neuwahlen würden aber nur neue Mehrheiten bringen, wenn sich Union und SPD personell und inhaltlich neu aufstellten. Die AfD sieht sich durch die jüngsten Entwicklungen im Aufwind. “Wir finden es gut, dass es nicht zur Jamaika-Koalition kommt”, sagte Fraktionschef Alexander Gauland und wertete das Scheitern der Sondierungen auch als Zeichen des wachsenden Einflusses seiner Partei. “Frau Merkel ist gescheitert, und es wird Zeit, dass sie als Bundeskanzlerin geht.”

Enttäuschung bei der Wirtschaft 

Im Ausland wurde das Ende der Jamaika-Gespräche mit Beunruhigung aufgenommen. “Das ist eine schlechte Nachricht für Europa, dass die Regierungsbildung etwas länger dauern wird”, sagte der niederländische Außenminister Halbe Ziljstra in Brüssel. “Deutschland ist innerhalb der EU sehr einflussreich, hat aber ohne Regierung kein Mandat und wird sich sehr schwer tun, Positionen zu beziehen.” Frankreichs Präsident Emmanuel Macron sagte, es sei nicht im französischen Interesse, wenn die Koalitionsgespräche nicht vorankämen.

FDP und Grüne springen zum Auftakt der zweiten Runde der Jamaika-Sondierungen bei den Themen Steuern und Kohleausstieg über ihren Schatten.

Aus der Wirtschaft kamen besorgte Reaktionen. DIHK–Präsident Eric Schweitzer beklagte: “Für die deutsche Wirtschaft ist das Scheitern der Sondierungsgespräche eine Enttäuschung.” Damit würden Chancen für sachgerechte Lösungen verpasst.

Die Börsen überwanden den ersten Schreck über den Abbruch der Verhandlungen rasch. Dax und EuroStoxx50 drehten nach anfänglichen Verlusten ins Plus. Der Euro kostete mit 1,1780 Dollar wieder ungefähr so viel wie vor dem Abbruch der Gespräche von Union, FDP und Grünen über eine Jamaika-Koalition.

EA/Reuters 21

 

 

 

 

Studie. Berichterstattung über Migration leidet unter Einseitigkeiten

 

Medienberichte über Flüchtlinge und Migranten sind einseitig. Zu diesem Ergebnis kommt eine aktuelle Untersuchung in sieben europäischen Ländern. Einwanderer seien oft nur bloße Objekte der Berichterstattung. Die Experten fordern mehr Empathie statt Sympathie.

Medienberichte über Flüchtlinge und Migranten leiden einer Untersuchung zufolge an problematischen Einseitigkeiten. Die Menschen seien zu oft bloße Objekte der Berichterstattung, statt selbst gehört und zitiert zu werden, heißt es in der Studie der Kommission der Kirchen für Migranten in Europa (CCME) und der Weltvereinigung für Christliche Kommunikation (WACC) Europa, die auf Analysen in sieben europäischen Ländern basiert und am Donnerstag in Brüssel vorgestellt wurde.

Wenn die Betroffenen selbst zu Wort kämen, dann meistens mit persönlichen Erfahrungen, aber zum Beispiel kaum mit ihrem Wissen als Experten. Die Einbeziehung persönlicher Erfahrungen sei zwar besser als nichts. Sie befestige aber das Bild, dass die Menschen abseits von ihrem Dasein als Migranten und Flüchtlinge keine Existenz besäßen.

Beruf, Amt oder Ausbildung selten genannt

Beruf, Amt oder Ausbildung von Flüchtlingen und Migranten werden der Studie zufolge verhältnismäßig selten genannt. Bei über der Hälfte der sonst in den einschlägigen Medienberichten zitierten Menschen handele es sich hingegen um Funktionsträger nationaler Regierungen. Diese Funktionen würden genannt und seien wiederum mit Ansehen und Macht assoziiert. Ungenannt bleibe die Position von Nicht-Migranten nur in zwölf Prozent der Fälle.

Als positiv vermerkt die Studie die geringe Verwendung des Begriffes „illegaler Migrant“, der einen negativen Beiklang habe und für den die rechtliche Grundlage fehle. Häufiger genutzte Begriffe waren „Flüchtling“ und „Asylsuchender“, wobei sich die Verwendung von Land zu Land stark unterschied. Die Stimmigkeit der Berichterstattung zeige sich darin, dass selten zwei oder mehr Begriffe für dieselben Personen verwendet würden.

Empathie statt Sympathie

Als Lehre aus der Analyse plädiert die Studie unter anderem für Empathie statt Sympathie in der Berichterstattung. Sympathie berge die Gefahr, die Betroffenen als bloße Opfer erscheinen zu lassen, während Empathie ihnen eine Stimme gebe.

Für die Untersuchung „Die Geschichte verändern – Mediale Darstellung von Flüchtlingen und Migranten in Europa“ wurden hauptsächlich zwischen März und Juni 2017 erschienene Berichte in Print- und Online-Medien sowie Tweets von Medienhäusern aus Italien, Griechenland, Spanien, Großbritannien, Serbien, Schweden und Norwegen analysiert. Darunter waren Blätter wie „The Sun“ (Großbritannien), „Corriere della Sera“ (Italien) und „Aftenposten“ (Norwegen). (epd/mi 17g)

 

 

 

EU-Parlament bereit für Dublin-Reform

 

Das EU-Parlament hat am heutigen Donnerstag den Weg für Trilog-Verhandlungen über eine Reform der Dublin-Verordnung freigemacht.

Die Dublin-Verordnung ist das Asylsystem der EU. Sie regelt, welcher Mitgliedsstaat für das Asylverfahren eines Bewerbers zuständig ist. Derzeit sieht es vor, dass jenes Land zuständig ist, das der jeweilige Asylbewerber zuerst betreten hat. Das sind zumeist Staaten mit südlichen Außengrenzen, also beispielsweise Griechenland oder Italien.

Hintergrund der aktuellen Debatte ist der Wunsch, das System so zu überarbeiten, dass es zu einer gerechteren Lastenverteilung zwischen den EU-Mitgliedsstaaten führt. Die Kommission, der das Initiativrecht bei der EU-Gesetzgebung zukommt, hatte bereits im Mai 2016 ihre Vorschläge eingebracht. Diese sehen vor, weiterhin daran festhalten, dass jenes Land zuständig ist, in dem der Asylbewerber ankommt. Allerdings soll dieses System um einen freiwilligen Umverteilungsmechanismus erweitert werden.

Europäische Flüchtlingspolitik ist im Kern eine Abschottungspolitik geworden. Die Leidtragenden sind tausende Menschen in überfüllten griechischen Flüchtlings- und Aufnahmelagern.

Nun hat das Plenum des Parlaments einen Mandatsentwurf des Ausschusses für bürgerliche Freiheiten und Inneres angenommen und darin seine eigene Position für die Trilog-Verhandlungen festgelegt.

Die Positionierung des Parlaments zielt darauf ab, dass es künftig zu einer automatischen Umsiedlung von Asylbewerbern nach einem festen Verteilungsschlüssel kommt. Zudem will das Parlament verstärkte Sicherheitskontrollen und eine Registrierung sämtlicher Asylbewerber bei der Ankunft in der EU.

Die innenpolitische Sprecherin der S&D-Fraktion, Birgit Sippel, zeigte sich zufrieden mit dem EP-Mandat: „Das unfaire Ersteinreisekriterium wird in unserem Vorschlag endlich zugunsten eines zentralisierten europäischen Systems ersetzt, das eine faire und transparente Verteilung ermöglicht. Zudem gibt es klare Kriterien für die Verteilung in die europäischen Mitgliedstaaten.“

Cornelia Ernst, die Unterhändlerin der linken GUE/NGL-Fraktion sieht es ähnlich: „Der nun vorliegende Text ist die ambitionierteste Parlamentsposition in der Asylpolitik, die je beschlossen wurde.“ Weiter brachte sie ihre Freude darüber zum Ausdruck, dass es „gelungen ist, das Prinzip der Zuständigkeit durch den EU-Mitgliedstaat des Ersteintritts aufzuheben. Damit konnten wir den bisherigen Dublin-Regelungen einen besonders faulen Zahn ziehen.“

Kritik kommt hingegen von der Menschenrechtsorganisation Pro Asyl, auch wenn man dort Fortschritte gegenüber dem Kommissionsvorschlag sieht. „Die Einführung eines Verteilungsschlüssels würde aus dem Dublin-System ein allumfassendes Bürokratiemonster machen. Kritisch zu bewerten ist zudem, dass das Parlament nur in Teilen der rechtstaats- und menschenrechtswidrigen Vorstöße der Kommission entgegen tritt“, heißt es in einer Stellungnahme.

Bevor nun die Trilog-Verhandlungen starten können, müssen sich allerdings noch die Regierungen der Mitgliedsstaaten auf eine gemeinsame Position des Rates einigen. Das dürfte nicht einfach werden. Bereits das Abstimmungsverhalten im EP offenbarte Gräben zwischen ost- und westeuropäischen Repräsentanten, die im Rat nicht geringer sein dürften. Euractiv 16

 

 

 

Statistik. Weiter Nachteile für Menschen mit Migrationshintergrund

 

Migranten unterscheiden sich in der Bildung, auf dem Arbeitsmarkt und beim Einkommen weiterhin deutlich von Menschen ohne Migrationshintergrund. Laut Statistischem Bundesamt bestehen bei zentralen Integrationsindikatoren Unterschiede seit 2005 unverändert fort.

In der Bildung, auf dem Arbeitsmarkt und beim Einkommen haben Menschen mit Migrationshintergrund in Deutschland weiterhin mit Nachteilen zu kämpfen. Bei einigen zentralen Integrationsindikatoren bestünden die Unterschiede zur Bevölkerung ohne Migrationshintergrund seit 2005 unverändert fort, erklärte das Statistische Bundesamt (Destatis) in Wiesbaden am Donnerstag. Dazu zählt etwa der Anteil junger Menschen ohne Schulabschluss.

Im langfristigen Vergleich zeigten sich hier bei den 18- bis 24-Jährigen „recht stabile Unterschiede“, hieß es. Ohne Migrationshintergrund habe der Wert von 2005 bis 2016 durchgehend bei etwa vier Prozent gelegen. Bei den Personen mit Migrationshintergrund sei der Anteil zwischen 2005 und 2011 von 10,6 Prozent zunächst auf 8,3 Prozent zurückgegangen, bis 2016 aber wieder auf 12,1 Prozent gestiegen. Dabei sei dieser Anstieg auf die vermehrte Zuwanderung von Menschen mit geringem Bildungsstand zurückzuführen. Bei den in Deutschland geborenen Menschen mit Migrationshintergrund sei der Anteil hingegen weitgehend konstant geblieben (6,7 Prozent im Jahr 2016).

Bei einen Kernindikator im Bereich Arbeitsmarktbeteiligung, dem Anteil der Erwerbslosen in der Altersgruppe der 15- bis 64-Jährigen, hätten Menschen mit und ohne Migrationshintergrund von der konjunkturellen Entwicklung profitiert, mit Migrationshintergrund seien die Arbeitsmarktchancen jedoch nach wie vor schlechter. In der Gruppe mit Migrationshintergrund ging demnach der Anteil der Erwerbslosen von 17,9 auf 7,1 Prozent zurück, bei den Personen ohne Migrationshintergrund von 9,8 auf 3,4 Prozent.

Anteil der armutsgefährdeten Erwerbstätigen unverändert

Beim Kernindikator der „Working Poor“ im Bereich Einkommen, dem Anteil der armutsgefährdeten Erwerbstätigen an allen Erwerbstätigen, gab es der Statistik zufolge praktisch keine Veränderungen. Er lag 2016 für die Bevölkerung ohne Migrationshintergrund bei 6,2 Prozent, für die Bevölkerung mit Migrationshintergrund bei 13,6 Prozent.

Andere Integrationsindikatoren deuten den Zahlen nach hingegen darauf hin, dass sich Nachteile bei Menschen mit Migrationshintergrund seit 2005 verringert haben. Hier führt das Bundesamt als Beispiel den Anteil junger Menschen im Alter von 25 bis 34 Jahren mit Hochschulabschluss an. Dieser sei in der Bevölkerung mit Migrationshintergrund seit 2005 deutlich gestiegen. Im Jahr 2016 habe es bei diesem Indikator keinen Unterschied mehr zwischen Personen mit und ohne Migrationshintergrund gegeben: Bei beiden lag er bei 26,1 Prozent. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Simbabwe: Putsch oder nicht?

 

In Simbabwe hat in der Nacht offenbar das Militär die Macht übernommen. Dass es sich dabei um einen Putsch handelt, wird allerdings dementiert. Die Lage ist unklar.

Präsident Robert Mugabe steht angeblich unter Hausarrest. Der 93-jährige Staatschef sagte in einem Telefonat mit Südafrikas Präsident Jacob Zuma, er werde „in seinem Haus festgehalten“, wie Zumas Büro mitteilte. Ein simbabwischer General erklärte im Staatsfernsehen, die Armee gehe gegen „Kriminelle“ im Umfeld Mugabes vor. Ihr Eingriff in die Politik sei aber kein Putsch.

In der Nacht waren Schüsse in der Nähe von Mugabes Residenz gefallen, später blockierten Panzer das Parlament in Harare. In einer nächtlichen Ansprache im Staatsfernsehen bezeichnete General Sibusiso Moyo das Eingreifen der Armee als vorübergehende Maßnahme: „Sobald wir unsere Mission beendet haben, hoffen wir, dass die Situation sich wieder normalisiert“, sagte Moyo.

Der Präsident und seine Familie seien gesund und in Sicherheit, beteuerte der General. Nach südafrikanischen Angaben bestätigte Mugabe in dem Telefonat mit Zuma, dass er wohlauf sei.

Hintergrund des Vorgehens der Armee ist offenbar ein Machtkampf, in dem sich rivalisierende Kräfte für die Nachfolge des 93-jährigen Mugabe in Stellung bringen wollen. In den frühen Morgenstunden war nach Angaben eines Anwohners in der Nähe des Wohnsitzes von Mugabe anhaltendes Gewehrfeuer zu hören gewesen. Panzer bezogen Positionen in Harare. Militärfahrzeuge waren auch vor den Büros der Regierungspartei Zanu-PF sowie vor den Büros zu sehen, in denen der seit 1980 amtierende Mugabe sein Kabinett versammelt.

Eine öffentliche Erklärung der Regierung gab es zunächst nicht. „Das Schweigen der Regierung angesichts des Militäraufmarsches scheint zu bestätigen, dass Präsident Mugabe die Kontrolle über die Situation verloren hat“, sagte Robert Besseling von der Beratungsfirma EXX Africa in London.

Zuma hatte kurz zuvor bereits vor einem „verfassungswidrigen“ Regierungswechsel in Simbabwe gewarnt. Er rief zu Ruhe und Zurückhaltung auf. Sein Büro erklärte, zwei Minister für einen Vermittlungsversuch nach Simbabwe zu entsenden. Sie sollen mit Mugabe und der Armeeführung sprechen.

Das Auswärtige Amt in Berlin forderte deutsche Staatsbürger angesichts der „bisher ungeklärten Bewegungen militärischen Geräts und Personals“ zur Vorsicht auf. Die Bundesregierung sehe die Entwicklungen „mit Sorge“, sagte ein Außenamtssprecher. Er rief alle Akteure zur Zurückhaltung auf.

In den vergangenen Tagen hatte sich ein Machtkampf zwischen Mugabe und Armeechef Constantino Chiwenga zugespitzt. Chiwenga hatte Mugabe wegen der Entlassung von Vizepräsident Emmerson Mnangagwa kritisiert und ihn gewarnt, nicht noch mehr Mitglieder der Regierungspartei abzusetzen. Am Montag bereits drohte er mit einem Eingreifen der Armee.

Österreichs Innenminister Sobotka im Gespräch über Afrika, Flüchtlinge und den Islam.

Medienberichten zufolge reiste Chiwenga vor kurzem auch nach China. Es wird nun darüber spekuliert, ob er den Putsch mit der in der Region serh einflussreichen chinesischen Regierung abgestimmt hat.

Die Armee war in den vergangenen Jahrzehnten immer eine wichtige Stütze Mugabes, der das Land seit der Unabhängigkeit von Großbritannien vor 37 Jahren mit harter Hand regiert.

Der 75-jährige Mnangagwa war zuletzt mehrmals mit Präsidentengattin Grace Mugabe aneinander geraten, die ihrem Mann im Präsidentenamt nachfolgen will. Die als prunksüchtig geltende 52-Jährige ist die frühere Sekretärin des Staatschefs. Die Armee lehnt Grace Mugabe als Nachfolgerin an der Staatsspitze strikt ab. Auch in der Regierungspartei sowie in der Regierung selbst hat sie viele Gegner. EA/AFP 15

 

 

 

Franziskus an COP 23: Umweltschutz geht alle an

 

„Umweltschutz ist eine Herausforderung, die alle angeht“: daran erinnert zum wiederholten Mal Papst Franziskus. In einem Brief an die Teilnehmer des 23. UN-Klimagipfels COP 23, der derzeit in Bonn tagt, fordert der Papst deshalb mehr Solidarität beim Klimaschutz. Dieser stelle „eines der besorgniserregendsten Phänomene“ unserer Zeit dar, so der Papst. Er verurteilte in diesem Zusammenhang „vier perverse Verhaltensweisen“: „Abstreiten, Gleichgültigkeit, Resignation und Vertrauen in unangemessene Lösungen.“ Diese stellten ein großes Risiko für den Dialog über die Zukunft des gesamten Planeten dar.

Der Papst erinnert in seinem Brief an den Prozess, der von der Klimarahmenkonvention der Vereinten Nationen (UNFCCC) zur Verabschiedung des historischen Pariser Abkommens geführt hat. Die Notwendigkeit, eine gemeinsame Strategie gegen Klimawandel zu finden, sei damit bekräftigt worden, betonte Franziskus. In Bonn sei man nun damit beschäftigt, diesen Prozess durch Richtlinien, Bestimmungen und institutionelle Mechanismen voranzutreiben, würdigte er die Versammlung. Dabei sei es nötig, den Geist der Zusammenarbeit aufrecht zu erhalten. Der Klimarahmenvertrag von Paris erinnere uns daran, „dringend zu handeln, so frei wie möglich von politischem und wirtschaftlichem Druck“.

Es sei wichtig, ein Bewusstsein für das Zusammenwirken zwischen Umwelt und eigener Lebensweise zu schaffen, um so ein „verantwortliches Gewissen für unser gemeinsames Zuhause“ auszubilden. Reichere Länder könnten dabei eine Vorreiterrolle übernehmen, schlug Franziskus vor. Der Papst warnt jedoch gleichzeitig davor, allein auf technische Lösungen zu setzen; es sei eine Plicht, sowohl kurz-, als auch langfristig ethische sowie soziale Auswirkungen des Klimawandels zu bedenken. Denn, so gab er zu bedenken, die unmittelbaren Folgen des Klimawandels hätten vor allem die Ärmsten der Weltbevölkerung zu tragen. (rv 16.11.2017 sh)

 

 

 

Europäische und afrikanische Staaten vereinbaren Flüchtlingspolitik

 

Europäische und afrikanische Staaten haben sich auf gemeinsame Grundsätze in der Flüchtlingspolitik geeinigt. Offiziell geht es um den Schutz von Grundrechten von Flüchtlingen. Kritiker sehen darin eine weitere Abschottung Europas. UN-Hochkommissar al-Hussein spricht von unmenschlicher Migrationspolitik.

In der Flüchtlingspolitik haben sich 13 europäische und afrikanische Staaten auf gemeinsame Grundsätze geeinigt. Die Regierungsvertreter einigten sich auf einen stärkeren Kampf gegen Menschenhandel und Schlepper sowie auf eine vermehrte freiwillige Rückkehr in die Herkunftsländer, hieß es zum Abschluss einer Konferenz unter Leitung der Schweiz am Montag in Bern. Damit sollten die Grundrechte von Flüchtlingen und Migranten besser geschützt werden.

In einer Erklärung beklagte die „Kontaktgruppe zentrales Mittelmeer“, dass Tausende von Flüchtlingen und Migranten Schreckliches erlebten: „Sie sind Schleppern und Menschenhändlern ausgeliefert, werden Opfer von Erpressung, Gewalt und Drohungen. Viele finden beim Überqueren der Wüste oder des Mittelmeers den Tod.“

UN-Hochkommissar: Unmenschliche EU-Migrationspolitik

Scharfe Kritik erntet der EU-Vorstoß auch vom UN-Hochkommissar für Menschenrechte, Seid Ra’ad al-Hussein. Er wirft der Europäischen Union vor, Migranten auf dem Mittelmeer durch die libysche Küstenwache abfangen zu lassen. Das sei unmenschlich, sagte Seid am Dienstag in Genf. Die Aufgegriffenen landeten oft in libyschen Haftzentren, wo sie versklavt, vergewaltigt und gefoltert würden. Auch komme es zu willkürlichen Tötungen. Die Inhaftierten hätten keinen juristischen Beistand und könnten die Zwangsunterbringung nicht anfechten.

Das Leiden der Männer, Frauen und Kinder sei eine schwere Last auf dem Gewissen der Menschheit, erklärte der aus Jordanien stammende UN-Hochkommissar. Nach Angaben der libyschen Behörden sei die Zahl der Menschen in den Zentren von Mitte September bis Anfang November von 7.000 auf knapp 20.000 gestiegen.

Misshandlung und Folter in Libyen

Die Staaten, darunter Deutschland, forderten, dass die Vereinten Nationen und Hilfsorganisationen einen besseren Zugang zu den sogenannten Haftzentren in Libyen erhalten müssten. Besonders Frauen, Kinder und unbegleitete Minderjährige müssten aus den Lagern befreit werden.

An dem Treffen in Bern nahmen Vertreter folgender Länder teil: Algerien, Deutschland, Österreich, Frankreich, Italien, Libyen, Mali, Malta, Niger, Slowenien, die Schweiz, Tschad und Tunesien. Zudem waren die EU, das UN-Flüchtlingshilfswerk, die Internationale Organisation für Migration und das Internationale Komitee vom Roten Kreuz vertreten.

Die Kontaktgruppe zentrales Mittelmeer war auf Initiative Italiens geschaffen worden. Die Staaten und Organisationen tauschen Informationen aus stimmen sich ab. Vor dem Berner Treffen kamen die Mitglieder im März 2017 in Rom und im Juli 2017 in Tunis zusammen. (epd/mig 15)

 

 

 

 

EU-Türkei Deal: „Die Bearbeitung von Asylanträgen wird verschleppt“

 

Nach über einem Jahr EU-Türkei-Abkommen ist ein europäisches Zuwanderungsgesetz immer noch in weiter Ferne. Auch der europäische Verteilungsmechanismus funktioniert – mangels fehlender Aufnahmebereitschaft vieler EU-Mitgliedstaaten – nach wie vor nicht. EURACTIV sprach mit Barbara Lochbihler, außen- und menschenrechtspolitische Sprecherin der Grünen/EFA-Fraktion im Europäischen Parlament, wie sich der EU-Türkei-Deal auf die Zuwanderung ausgewirkt hat und welche humanitären Maßnahmen von der EU noch zu erwarten sind.

 

EURACTIV: Frau Lochbihler, Sie kommen gerade aus Griechenland zurück, wo Sie sich ein Bild über die Lage der Flüchtlinge machen wollten. Wie ist die aktuelle Situation?

Barbara Lochbihler: Ich war in Athen und in Lesbos, um mich zu erkundigen, wie nach dem EU-Türkei Deal die Hotspots, also die Erstaufnahmelager in Griechenland funktionieren. Hinzu kamen die alarmierenden Nachrichten aus dem Lager in Moria auf Lesbos. Dort steigen die Zugänge seit Oktober wieder und das Lager ist überbelegt. Moria ist eigentlich nur für die Registrierung da und für 2.000 Menschen ausgerichtet.  Als ich vorgestern das Lager besucht habe, waren über 6.000 Personen dort, 1.500 davon in Zelten, die nicht beheizbar sind.

Der Direktor des Lagers sagte mir, dass sich vor allem alleinreisende Männer bis zu 18 Monate  dort aufhalten. Ich habe auch mit einer Ärztin gesprochen, die das Lager regelmäßig besucht. Sie sagte, dass vierzig Prozent der Neuankommenden dieses Herbstes Kinder unter 6 Jahren sind. Für sie wird es extrem anstrengend, unter den in Moria herrschenden Bedingungen den kommenden Winter auszuhalten. Es mangelt außerdem an medizinischer Betreuung im Lager und das Krankenhaus auf der Insel ist viel zu klein für so viele zusätzliche Menschen. Die sanitären Anlagen sind völlig unzureichend und Frauen berichten, ihnen seien Windeln für die Nacht ausgegeben worden, weil sie nicht auf sicherem Wege eine Toilette erreichen können. Mit anderen Worten: Diese Mängel muss man beheben und man hätte nicht so lange warten sollen. Die bisher getroffenen Maßnahmen der griechischen Regierung reichen bei weitem nicht aus.

Haben Sie diese Missstände gegenüber der griechischen Regierung ansprechen können?

Ich hatte Gelegenheit, mit dem griechischen Minister für Migration, Giannis Mouzalas, darüber zu reden, wohin das Geld der EU fließt. Wir sprechen über 1,2 Milliarden Euro, die zum Teil eben auch nach Lesbos fließen. Dennoch kann die griechische Regierung bis zum heutigen Tag keinen fertigen Plan vorlegen, wie man vor Anbruch des Winters für alle Menschen eine feste Behausung zur Verfügung stellen kann.

Der Minister sagte dazu, dass sie mit dem EU-Geld zwar Häuser angemietet hätten, jedoch nicht genügend. Er wies darauf hin, dass das Geld teilweise durch nicht-staatliche Organisationen geflossen sei, die nicht genügend Wohnungen bereitgestellt hätten und jetzt sucht man eben händeringend nach Hotels oder Apartments auf Lesbos oder auf dem Festland, um über die Wintermonate zu kommen.

Soll das bedeuten, dass die EU-Mittel bei NGOs versickert sind?

Das kann ich nicht sagen. Ich kann nur wiedergeben, was der griechische Minister mir gegenüber geäußert hat. Demnach arbeiten die NGOs nicht zu seiner Zufriedenheit. Gleichzeitig gibt es sehr viel Kritik an Missmanagement und Intransparenz, die das Ministerium zu verantworten habe. Ich denke, dass es vielleicht hilft, jetzt noch einmal seitens der EU Druck zu machen, damit die noch fehlenden 1.500 festen Unterkünfte so schnell wie möglich bereit stehen.

Es gibt Beschwerden über eine bewusste Verschleppung der Antragsbearbeitung – nicht nur von den NGOs, sondern auch zunehmend von den Flüchtlingen selbst. Vor allem von jenen, die bereits seit Monaten eine Bewilligung des Bundesinnenministeriums haben, aber dennoch aus Griechenland nicht ausreisen dürfen. Ist das Erschweren des Familiennachzuges Ihrer Meinung nach administrative Überlastung oder politisch gewollt?

Es sind etwa 4.500 Personen, die aktuell nach dem Dublin-Verfahren einen Anspruch auf Familiennachzug zu ihren Eheleuten, Eltern oder Kindern nach Deutschland haben. Das ist keine Zahl, deren Aufnahme in Deutschland zu administrativer Überlastung führt. Dass die Überstellungszahlen schon wesentlich höher waren, als zur Zeit, zeigt, dass auch die griechische Seite administrativ keine Probleme hat.

Daneben gibt es die Debatte um Familienzusammenführung. Das heißt, man holt die Kernfamilienmitglieder aus Syrien oder dem Libanon nach. In Deutschland haben wir ja die Debatte, die Familienzusammenführung auszusetzen bis März. Die CSU hat jetzt schon angekündigt, dass das verlängert werden soll. Ich finde das wirklich unmöglich. Erklärte Politik von allen deutschen und europäischen Parteien ist doch, dass wir das Sterben auf den gefährlichen Routen stoppen und das kriminelle Schleusen verhindern müssen. Das heißt, legale und sichere Zugangswege zu organisieren. Familienzusammenführung muss man fördern und die sollen einen legalen Weg gehen können. Das nach außen doch sehr populistisch vorgetragene „Deutschland geht unter, wenn noch mehr Schutzberechtigte hierher kommen“ ist nicht haltbar, wenn man im Kern diskutiert.

Aber warum dauern die Bearbeitungen der Anträge in Griechenland so lange?

Ich würde sogar sagen, dass die Bearbeitung verschleppt wird. Ich habe die Hungerstreikenden in Athen besucht und mit ihnen geredet. Ich hatte den Eindruck, dass sowohl die griechische, wie auch die deutsche Seite die Anträge nicht schnell genug bearbeiten, obwohl es für die Leute, die da sind, der einzige legale Weg nach Deutschland ist. Es zirkuliert ein Brief des griechischen Ministers an den deutschen Innenminister, in dem er zusichert, dem deutschen Ersuchen, möglichst langsam zu arbeiten, nachzukommen. Demnach sollen pro Monat nur 70 Familienmitglieder nach Deutschland weiterreisen können. Das deutsche Innenministerium hat das dementiert. Inzwischen gibt es aber sogar ein Verwaltungsgerichtsurteil, das die deutschen Behörden verpflichtet, die Überstellung in der vorgegebenen 6-Monatsfrist zu erledigen. Es wird derzeit ein bisschen schneller gearbeitet, pro Monat werden rund 300 Personen überstellt. Bevor der Verdacht aufkam und dieses Schreiben Mouzalas von einer griechischen Zeitung veröffentlicht wurde, waren es 700 im Monat.

Eigentlich sollten doch die europäischen Büros für Asylfragen (EASO) solches Vorgehen verhindern.

Mit dieser Geschichte hat EASO nichts zu tun. Aber es gibt sehr viel Kritik an der Befragungspraxis von EASO. Unter anderem geht es um die Erkennung besonderer Verletzlichkeit durch Folter, Kriegstraumatisierung, Krankheiten, die dazu führen würde, dass die Menschen aus dem EU-Türkei-Abkommen herausgenommen würden, die Inseln verlassen und auf dem Festland wesentlich besser untergebracht werden könnten.   

Das alles klingt wenig hoffnungsvoll.

Eine Menschenrechtsorganisation (ECCHR) hat sich an den EU-Ombudsmann gewandt. Sie haben sehr ernstzunehmende Beschwerden vorgetragen. Sie haben einen Antrag an die Ombudsperson gestellt zu überprüfen, ob das europäische Büro für Asylfragen in Moria seine Arbeit fair und allen rechtsstaatlichen Ansprüchen genügend erledigt. Im Juni diesen Jahres hat die EU-Ombudsperson die Beschwerde zugelassen und prüft nun, ob es ein administratives Fehlverhalten gibt. Das ist im EU-Kontext schon ein bemerkenswerter Vorgang.

Wenn sich die EU-Staaten gegenseitig Vorwürfe machen, wird sich die Situation für die Flüchtlinge allerdings auch nicht ändern. Liegt das Übel nicht eigentlich im EU-Türkei-Abkommen selbst?

Ich habe auch im Gespräch mit dem griechischen Migrationsminister den EU-Türkei Deal kritisiert, weil er menschen- und völkerrechtlich einfach nicht haltbar ist. Er hat ihn jedoch verteidigt, aus Sorge, dass Griechenland überlastet wird und letztlich nicht im Schengenraum bleiben kann, wenn die anderen Mitgliedstaaten die Verteilung und Weiterreise der Flüchtlinge weiter um jeden Preis verhindern wollen.

Und angesichts der humanitären Katastrophen in den Flüchtlings- und Auffanglagern ist auch kein Umdenken seitens der EU-Staaten in Sicht?

Es ist kein Umdenken auf EU-Ebene in Sicht, eine andere Flüchtlingspolitik zu verfolgen. Stattdessen wird nach wie vor auf das Outsourcen der eigenen Asylverantwortung in Drittstaaten gesetzt.

Nehmen wir etwa den konfliktträchtigen Libanon: Jeder vierte Libanese ist ein Flüchtling, der dort in einem Lager lebt. Glaubt Europa wirklich, dass – sollte die Lage im Libanon eskalieren – wir uns alle Menschen, die fliehen werden, vom Leib halten können? Ich glaube das nicht. Darum ist es für eine vernünftige Politik absolut notwendig, die Aufnahme zu regeln. Das bedeutet legale Wege zu schaffen, die Menschen direkt von Flüchtlingslagern aus den Nachbarstaaten aufzunehmen, um auch Griechenland zu entlasten. Die Flüchtlinge müssen besser verteilt werden und die Aufnahmekapazität in den Mitgliedsstaaten erhalten bleiben. Auch, wenn es derzeit mit den vielen rechten Regierungen schwer ist. Zudem sollten keine Menschen nach den Dublin-Verfahren aus anderen EU-Staaten wieder nach Griechenland zurückgeschoben werden.

Sie sprachen von “mehr Druck ausüben”. Angesichts der Tatsache, dass alle Parlamentsbeschlüsse seitens des Rates ohne weitere Folgen ignoriert werden können, wie optimistisch sind Sie, dass sich an der europäischen Flüchtlingspolitik und der damit verbunden humanitären Katastrophe in naher Zukunft etwas ändern wird?

Die Krise haben wir im Europäischen Rat. Das was auch teilweise von der Kommission vorgeschlagen wird und vom Parlament auch unterstützt würde, wird nicht umgesetzt vom Rat. Wenn wir das nicht ändern können, ist es sehr, sehr schwierig in der europäischen Tradition humanitärer Flüchtlingspolitik zu bleiben und auch sinnvolle Arbeitsmigration zu organisieren. Dann wird es so weiter gehen: Man versucht Flüchtlinge davon abzuhalten, nach Europa zu kommen.  Die Vorschläge, die Jean-Claude Juncker gemacht hat -mehr Resettlement mit mehr Verteilung – muss man einfordern. Ich sehe keinen anderen Weg.

Morgen wird die Kommission einen aktuellen Bericht zur Lage vorstellen. Welche Ergebnisse sind von der Beratung zu erwarten?

Ich hoffe, dass die Kommission am Mittwoch gut vorträgt. Man braucht eine detaillierten Übersicht, wofür die 1,2 Milliarden Euro ausgegeben wurden, die nach Griechenland geflossen sind.  Das ist eine wichtige Information, auch für die Nichtregierungsorganisationen, die gerne wissen wollen, wo man noch mehr braucht oder wo es gehapert hat. Wir werden ja „nur“ im Plenum diskutieren, was zwar Öffentlichkeit schafft, aber es wird leider keine Resolution geben. Es gibt, glaube ich, parteipolitische Gruppierungen im Parlament, die nicht wollten, dass die Tsipras-Regierung so deutlich kritisiert wird. Ich hätte mir schon eine Resolution gewünscht, weil dann kann man immer auch konkrete Forderungen stellen.

Es wird also lediglich ein “Gedankenaustausch” ohne weitere Konsequenzen?

Es wird bei einem Gedankenaustausch bleiben, aber vielleicht auch mit einem starken Appellcharakter. Zumindest sollten wir erreichen, dass die humanitären Verhältnisse in dem Lager Moria vor dem Winter verbessert werden.

Ama Lorenz, Euractiv

 

 

 

 

Migrationspolitik. Entwicklungshilfe wird zum Handlanger des Grenzschutzes

 

Zu viel Bürokratie, zu wenig abgestimmte Politik, die falschen Empfänger: Hilfswerke stellen der deutschen Entwicklungszusammenarbeit kein gutes Zeugnis aus. Und sie warnen davor, sie zum Handlanger des Grenzschutzes zu machen.

Deutsche Hilfsorganisationen fordern von der künftigen Bundesregierung eine Neuausrichtung der Entwicklungspolitik. Derzeit werde lieber Geld in den Bau von indischen Solaranlagen gesteckt, statt in die Armuts- und Hungerbekämpfung in den ärmsten Ländern, kritisierte der Vorstandsvorsitzende der Welthungerhilfe, Till Wahnbaeck, am Freitag in Berlin. Gemeinsam mit der Kinderhilfsorganisation „terre des hommes“ stellte die Welthungerhilfe den diesjährigen „Kompass 2030“ zur „Wirklichkeit der Entwicklungspolitik“ vor.

Die Entwicklungsorganisationen fordern die Erhöhung der Mittel auf 0,7 Prozent des Bruttonationaleinkommens. Derzeit liegt die Quote den Angaben zufolge mit einem Umfang von 8,5 Milliarden Euro bei rund 0,52 Prozent. 25 Prozent der Mittel sollten dabei für Ernährung und ländliche Entwicklung eingesetzt werden, wo die Armut am größten ist. Derzeit sind es 18 Prozent.

Entwicklung kein Handlanger des Grenzschutzes

Notwendig sei ferner ein Bürokratieabbau weg von der Projektbewilligung, die jährlich neu beantragt werden muss, hin zu einer langfristigen und nachhaltigen Programmförderung, so Wahnbaeck: „Wir wollen nicht weniger Kontrolle, sondern weniger Aministration.“

Welthungerhilfe und „terre des hommes“ warnen zudem, staatliche Entwicklungsgelder zur Migrationsabwehr einzusetzen. „Entwicklungszuammenarbeit ist kein Handlanger des Grenzschutzes“, betonte „terre des hommes“-Vorstandssprecher Jörg Angerstein. „Abschottung“ sei keine Antwort auf die globalen Probleme. Stattdessen müssten vor Ort die Armut bekämpft und die Zivilgesellschaften gestärkt werden. Dafür brauche es einen eigenen Haushaltstitel, sagte Wahnbaeck.

Weniger Förderung der ärmsten Länder

Die Schieflage deutscher Entwicklungszusammenarbeit zeigt sich für die beiden Hilfswerke an den aktuellen Top-Ten-Hauptempfängern deutscher Entwicklungsgelder. Mit Afghanistan befinde sich nur ein wirkliches Entwicklungsland darunter, kritisierte Wahnbaeck. Alle anderen seien Schwellenländer wie Indien, China, die Türkei oder Brasilien und, als einziges afrikanisches Land südlich der Sahara, Südafrika.

In die zehn Länder floss im Jahr 2015 mit insgesamt 3,56 Milliarden Euro rund ein Viertel des Entwicklungsbudgets. Das meiste davon bekamen Indien mit 677 Millionen Euro und China mit 491 Millionen Euro. Die Förderung der ärmsten Länder sank dagegen 2015 auf insgesamt 2,34 Milliarden Euro, der niedrigste Stand seit 2009.

Keine gute Figur

Als Vorreiter für eine gerechte Weltordnung im Sinne der UN-Nachhaltigkeitsagenda 2030 habe die amtierende Bundesregierung bisher keine gute Figur gemacht, sagte Angerstein. Die globalen Rahmenbedingungen erforderten eine zeitgemäße Entwicklungspolitik, die auf die Agenda 2030 ausgerichtet sei. Dazu gehöre, dass Deutschland nicht länger von Fluchtursachenbekämpfung spreche und gleichzeitig Konfliktländer wie Saudi-Arabien, einen wichtigen Akteur im Krieg in Nahost, aufrüste und dadurch Fluchtbewegen weiter anheize.

Auch müsse das Wohl von Kindern zu einer Priorität der Entwicklungspolitik werden, sagte Angerstein. Noch immer stürben jährlich 5,6 Millionen Kinder vor ihrem fünften Geburtstag, sagte Angerstein. (epd/mig 13)

 

 

 

EU-Sicherheitspolitik. Gemeinsam stärker durch "Pesco"

 

Eine neue Zusammenarbeit soll die europäische Verteidigungspolitik verbessern: Pesco - die "Ständige Strukturierte Zusammenarbeit". Am Rande eines Treffens der Außen- und Verteidigungsminister in Brüssel wollen Deutschland und rund 20 weitere EU-Staaten eine entsprechende Erklärung unterzeichnen.

 

Die EU-Außen- und Verteidigungsminister kommen heute in Brüssel zum Rat für Auswärtige Beziehungen zusammen. Thema ist auch die Sicherheits- und Verteidigungspolitik. Dabei wird es um die Einrichtung einer Ständigen Strukturierten Zusammenarbeit innerhalb der EU gehen.

Gemeinsamen mit anderen EU-Partnern werden Außenminister Sigmar Gabriel und Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen eine entsprechende Erklärung über die Teilnahme Deutschlands unterschreiben.

Diese werden sie der Hohen Vertreterin der EU für Außen- und Sicherheitspolitik, Frederica Mogherini, übergeben. Mitte Dezember soll die neue europäische Verteidigungsunion dann starten.

Was ist Pesco?

Pesco steht für "Permanent Structured Cooperation", zu Deutsch "ständige strukturierte Zusammenarbeit". Das Ziel ist, europäische Verteidigungspolitik verbindlicher zu machen. Es handelt sich aber nicht um eine Europa-Armee.

Welche Vorteile hat Pesco?

Ein Beispiel: Bislang beschafften die EU-Staaten einen großen Teil ihrer militärischen Ausrüstung auf nationaler Ebene. Weite Bereiche der Zusammenarbeit lassen sich aber effektiver gestalten. Könnten sich die EU-Nationen auf eine Großbestellung von Rüstungsmaterial einigen, ließen sich erhebliche Kosten einsparen.

Wie wird das Bündnis realisiert?

Die Pesco-Staaten möchten ausgewählte Verteidigungsprojekte künftig gemeinsam umsetzen. Ein Vorschlag von Verteidigungsministerin von der Leyen: Die Pesco-Staaten könnten zum Beispiel ein medizinisches Koordinierungszentrum mit einheitlicher Ausbildung und Ausstattung schaffen. Dann ließe sich das medizinische Personal flexibler einsetzen. Auch die Logistik könnte man besser koordinieren.

Darüber hinaus sollen die jeweiligen Pesco-Armeen ihre Fähigkeiten und Kapazitäten an die Europäische Verteidigungsagentur melden. Dort werden die einzelnen Kräfte gebündelt, um gemeinsamen Bedrohungen entgegenzustehen.

Wie steht Pesco zur Nato?

Pesco soll die Nato unterstützen und ergänzen. Das transatlantische Bündnis wird von Pesco profitieren, da viele EU-Nationen Mitglieder beider Bündnisse sein werden. Eine effektivere europäische Verteidigungspolitik stärkt damit auch die Nato. Europa sendet durch Pesco ein Zeichen der Bereitschaft, Verantwortung in der Welt zu übernehmen.

Wer kann sich beteiligen?

Voraussetzung für die Teilnahme an Pesco ist eine Beteiligung an der Europäischen Verteidigungsagentur und an den EU-Battlegroups, den europäischen Eingreiftruppen für Krisenfälle.

Ziel ist, möglichst alle Mitgliedstaaten der Europäischen Union bei Pesco einzubinden. Allerdings ist auch ein kleinerer Zusammenschluss möglich. Aktuell rechnet das Verteidigungsministerium mit einer Beteiligung von mehr als 20 Mitgliedstaaten an Pesco.

Wie entwickelt sich das Projekt?

Besonders Deutschland und Frankreich setzen sich für eine vertiefte militärische Zusammenarbeit ein. Im Frühling 2018 ist eine gemeinsame Stelle gegründet worden, die unter anderem Beratungs- und Ausbildungsmissionen koordinieren soll. Auch die Bundesregierung hat im Kabinett Eckpunkte zu Pesco beschlossen: Ein "wichtiger nationaler Schritt", sagt Verteidigungsministerin von der Leyen. Pib 13

 

 

 

Vereinte Nationen. Fast 3.000 Flüchtlinge im Mittelmeer gestorben

 

Die Vereinten Nationen beklagen weiterhin eine hohe Zahl an toten Flüchtlingen im Mittelmeer. Die meisten kamen auf der Route zwischen Libyen und Italien ums Leben.

Mindestens 2.961 Flüchtlinge und Migranten sind laut Vereinten Nationen bislang in diesem Jahr bei der gefährlichen Überquerung des Mittelmeers gestorben. Die meisten von ihnen, 2.749, kamen auf der sogenannten zentralen Route zwischen Libyen und Italien ums Leben, teilte die Internationale Organisation für Migration der UN Ende vergangener Woche in Genf mit.

Im vergangenen Jahr waren es demnach von Anfang Januar bis zum 8. November 4.303 Tote. Doch die Dunkelziffer könnte nach den Angaben zufolge für beide Jahre deutlich höher liegen. Die meisten Menschen ertranken. Viele der Schlepper-Boote, in denen die Männer, Frauen und Kinder Europa erreichen wollten, seien für die Fahrt nicht geeignet.

Im laufenden Jahr erreichten den Angaben nach 156.000 Menschen die Küsten Europas. Das seien deutlich weniger als im Vorjahr. Von Anfang Januar bis zum 8. November 2016 erreichten demnach mehr als 340.000 Menschen über das Mittelmeer Europa.

Italien Hauptziel

Hauptgrund für den Rückgang sei die Schließung der sogenannten Balkanroute, auf der Flüchtlinge und Migranten über Griechenland weiter in den Norden Europa gereist waren.

Drei von vier Migranten und Geflüchtete erreichten in diesem Jahr den Kontinent an den Küsten Italiens. Die anderen verteilten sich laut der internationalen Migrationsorganisation auf Griechenland, Zypern und Spanien. Die Herkunftsländer der Menschen, die 2017 in Italien ankamen, lagen den Angaben zufolge hauptsächlich in Afrika. (epd/mig 14.11.)

 

 

 

 

Demokratische Verantwortung übernehmen und an Gemeinwohl denken

 

ZdK-Präsident Sternberg zum Abbruch der Sondierungsgespräche

Nach dem Abbruch der Sondierungsgespräche hat der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg, die Parteien CDU/CSU, die SPD, die FDP und Bündnis 90/Die Grünen aufgerufen, ihrer demokratischen Verantwortung gerecht zu werden und weiterhin sehr ernsthaft nach Wegen zu einer stabilen Regierungsmehrheit zu suchen.

"Sie tragen hier eine gemeinsame staatspolitische Verantwortung", so ZdK-Präsident Prof. Dr. Thomas Sternberg. "Schon das Ergebnis der Bundestagswahlen hat uns sehr nachdenklich gemacht. Der hohe Stimmanteil der rechtspopulistischen AfD hat eine Unzufriedenheit mit der etablierten politischen Kultur zum Ausdruck. Die mangelnde Fähigkeit, eine Regierung zu bilden, und Neuwahlen würden diese Unzufriedenheit bestärken und die Mitte weiter schwächen.

Vonnöten sind jetzt persönlicher Mut, der Wille zu Stabilität und Verlässlichkeit sowie Vertrauen und Respekt unter allen möglichen Koalitionspartnern, insbesondere den Liberalen. Aber dies gilt auch für die Sozialdemokratie. Papst Franziskus schreibt in seiner Schrift Laudato Si´: 'die politische Größe zeigt sich, wenn man in schwierigen Momenten nach bedeutenden Grundsätzen handelt und dabei an das langfristige Gemeinwohl denkt.' Die Christen in Deutschland erwarten, dass alle Verantwortlichen nun nach dieser Prioritätensetzung handeln. Und: Gottvertrauen ist mehr als eine Floskel, es verhilft auch im Regierungsalltag zu einem anderen Blick.

Niemand wird in einer Koalition alle seine politischen Ziele umsetzen können – das geht, wie man an den so unterschiedlichen Regierungen in Frankreich und Polen beobachten kann, übrigens auch nicht mit einer absoluten Mehrheit im Rücken. Und manchmal muss man auch bereit sein, gegen den Trend zu regieren. Die Regierungsbildungen nach den letzten Landtagswahlen in Schleswig-Holstein, Nordrhein-Westfalen und Niedersachsen waren allesamt so nicht zu erwarten. Hier haben die jeweiligen Koalitionspartner den Mut gehabt, sich aufeinander einzulassen und sich dafür im eigenen Lager auch Kritik zuzuziehen. Dafür hat es im Bund nicht – oder noch nicht – gereicht. Warum sollte das eigentlich durch Neuwahlen anders werden?"  ZdK 20

 

 

 

Menschen in der Zeit: Klaus-Dieter Lehmann, Goethe-Institut

 

„Goethe" ist nicht nur Kultur, sondern auch Bildung. Das betont im Gespräch mit Radio Vatikan der langjährige und bis 2020 wiedergewählte Präsident des Goethe-Institutes, Klaus-Dieter Lehmann. Das renommierte Institut ist eine weltweit tätige Kultureinrichtung der Bundesrepublik Deutschland. Mit 160 Instituten in 98 Ländern fördert es die Kenntnis der deutschen Sprache im Ausland, pflegt die internationale kulturelle Zusammenarbeit und vermittelt ein aktuelles Deutschlandbild. Aldo Parmeggiani sprach mit ihm in der Sonntagssendung „Menschen in der Zeit“ vom 12. November:

RV: Herr Professor Lehmann, seit vielen Jahren prägen Sie Deutschlands Kultur. Sie vereinigten Bibliotheken aus Ost- und Westdeutschland, Sie wurden Bauherr der Berliner Museumsinsel. Sie verwalteten den unschätzbaren preußischen Kulturbesitz, Deutschlands größte Kultureinrichtung. Jetzt sind Sie seit 2008 bis 2020 Chef des Goethe-Instituts. Wenn Sie die Mannigfaltigkeit Ihrer Tätigkeit durch ein Sieb rinnen ließen, was würde sich da als verfeinertes Produkt präsentieren?

Lehmann: Für mich ist die Kultur eine Essenz, die mein ganzes Leben bestimmt hat, weil ich persönlich glaube, dass über die kulturellen Möglichkeiten sehr viele Prozesse eingeleitet werden können und Alternativen entdeckt werden können. Kultur ist nicht nur Ästhetik, Kultur ist ein Fundament unserer Gesellschaft. Und das in den verschiedenen Zusammenhängen, im Museumsbereich, im Bibliotheksbereich, in der kulturellen Ausübung des Goethe-Instituts zu leisten, ist für mich ein roter Faden, der sich durch mein ganzes Leben zieht.

RV: Sie haben die Leitung des Goethe-Instituts übernommen, als bereits die Globalisierung und das Internet in vollem Gange waren. Dabei standen Afrika, China und Russland im Mittelpunkt des Netzwerkes der 160 Goethe-Institute in über 100 Ländern der Welt. Wo liegen denn die Schwerpunkte Ihrer Kulturpolitik? Gibt es einen gemeinsamen Nenner?

Lehmann: Wir haben zunächst einmal im Vergleich zu anderen Ländern eine ganz eigene Vorgehensweise. Wir sind in der Regel immer interessiert, in den jeweiligen Gastländern partizipativ zu arbeiten. Das bedeutet, wir sind nicht Exporteure einer Kultur, sondern zeigen unsere Kultur in dem Sinne, dass wir damit auch eine Öffnung für eine gemeinsame Weiterarbeit bewirken, also gemeinsame Co-Produktionen. Wir wollen auch Partnerschaften deshalb etablieren, weil wir glauben, dass eine einseitige Form der kulturellen Dialoge uns nicht weiterbringt. Stattdessen wird wirklich eine Lerngemeinschaft gebildet und nicht doziert. Das ist das Grundprinzip der Goethe-Institute in der ganzen Welt. Das zweite, das wir deutlich gemacht haben: Wir sind nicht zentralistisch organisiert, sondern dezentral. Das heißt, die Verantwortung ist ganz nah an den Problemen und den Erwartungen der jeweiligen Länder, sodass sich unsere Arbeit in Südamerika von der in Nordamerika oder in Afrika oder in Asien unterscheidet. Nah an den Problemen und Möglichkeiten und Erwartungen deckungsgleich machen.

RV: Welcher Eigenschaften bedarf es denn unbedingt zum Gelingen Ihrer internationalen Aufgaben? Ist es das systematische Denken eines Managers, ist es die Ordnungsliebe eines Archivars oder ist es die Leidenschaft eines Kulturbotschafters?

Lehmann: Es sind zwei Dinge, die man beachten muss: Zum einen ist es sicher so, dass man eine hohe Glaubwürdigkeit haben muss. Im Kulturbereich darf man nicht der Gefahr verfallen, dass man aus Kultur Propaganda macht. Kultur muss ein eigenständiger Wert sein und dazu gehört Unabhängigkeit der kuratorischen Arbeit. Das Zweite: In den Gastländern, gerade in den schwierigen Gastländern zu arbeiten darf nicht auf eine tagespolitische Situation reduziert werden. Es muss auch eine gewisse Planungssicherheit sein. Das heißt, wenn wir in einem Land sind und eine Beziehung aufbauen, muss man auch vertrauen können, dass diese Beziehung am nächsten Tag nicht wieder verschwunden ist, sondern dass es eine Angelegenheit ist, die auch Dauerhaftigkeit verspricht. Leute verlassen sich auf diese gemeinsamen Ziele und deshalb ist es notwendig, diese Verlässlichkeit auch wirklich zu vermitteln. Die Inhalte sind natürlich klar: es ist die Ästhetik, es ist die großartige Möglichkeit, die Kultur als einen wirklichen Teil unserer Gesellschaft zu erkennen. Und es ist auch notwendig, die Dialogfähigkeit des Einen und des Anderen zu sehen, also nicht zu vermischen, sondern durchaus die Profilierung in dieser Weise zu leisten, mitteilsam und offen zu sein.

RV: Von Goethe stammt das Wort: „Vergleiche dich! Erkenne, was du bist!“ Daraus spricht die Einsicht, dass man seine eigene Weltanschauung am besten begreift, wenn man sie mit dem Denken eines anderen Volkes vergleicht. Kann das auch als Missionierung westlicher Werte missverstanden werden?

Lehmann: Also die Arbeit des Goethe-Instituts ist keine missionarische Arbeit. Die Goethe-Institute sind aber mit einer eigenen Position sichtbar in ihrem Profil und laden ein, dieses Profil mit den anderen zu besprechen und auszutauschen. Kultur ist von Natur aus nicht unbedingt friedensstiftend, sie ist dann friedensstiftend, wenn man das eine oder das andere ins Gespräch bringt und die Unterschiede toleriert, aber auch die Gemeinsamkeiten entdeckt.

RV: Die Kulturarbeit ist das eine, die Spracharbeit das andere Standbein der Goethe-Institute. Wie groß ist im Ausland heute im Zeitalter der Globalisierung das Interesse, Deutsch zu sprechen?

Lehmann: Es ist ein wachsendes Interesse. Wir sind selber erstaunt, wie deutlich die Zuwächse sind. Das hat zwei Ursachen: Zum einen hat Deutschland in den letzten Jahrzehnten erreicht, dass ein sympathisches Bild von Deutschland entstanden ist. Das Zweite ist aber klar: es ist die Wirtschaftsstärke Deutschlands, die viele junge Leute Deutsch lernen lässt, weil sie sich damit Berufschancen ausrechnen, nach Deutschland kommen, hier arbeiten oder lernen. Auch die Exportindustrie in Indien oder China braucht Deutsch sprechende Mitarbeiter. Gründe sind also Sympathie für die Sprache und Aussicht auf eine berufliche Existenz.

RV: Wir leben in einer Welt auf der Suche nach einer Ordnung, aber auch in einer Welt, die immer enger zusammenwächst und deren Gegensätze immer mehr aufeinanderprallen. Was hat Kultur- und Bildungspolitik damit zu tun?

Lehmann: Das Kennzeichen unserer Zeit ist gegenseitige Abschottung, und das ist eine gefährliche Entwicklung. Das Nicht-Kennen des anderen führt zu Klischees und Stereotypen, die gefährlich werden können. Deshalb glaube ich, dass die Kultur eines kann, das sonst kein gesellschaftliches Element kann, sie kann da, wo Stillstand ist, wieder Prozesse anstoßen, kann Alternativen aufzeigen. Und besonders wichtig: Kultur kann zum Staunen veranlassen, sie kann überraschen. Und wir brauchen Überraschungen um festgefahrene Bilder zu öffnen.

RV: In Ihrem Arbeitsbereich spielen religiöse Themen keine zentrale Rolle, aber auf den Wegen Ihres Kulturauftrages stoßen Sie sicherlich auf Themen, die die Religion betreffen. Menschenrechte, Jugendschutz, Klimawandel, Gerechtigkeit und Friede stehe permanent im Vordergrund auch Ihrer Sichtweise und vielfältigen Kulturinitiativen und somit an der Seite der Kirche und auch päpstlicher Forderungen. Wie sehen Sie das Christentum in der heutigen Welt? Welche großen Fragen der Religion stehen heute im Vordergrund der Gesellschaft? Wie steht die Kultur von heute zu transzendenten Werten, zu bleibenden, überpersönlichen Werten?

Lehmann: Wir glauben als Goethe-Institut daran, dass die Eigenständigkeit der Menschen ein ganz wichtiges Element ist, um die globalen Probleme zu lösen. Wir setzen sehr viel auf besseren Zugang zu Bildung. Das ist einer unserer Schwerpunkte in den Entwicklungs- und Schwellenländern, dass wir insbesondere die Bildungszugänge, ob im konservativen oder digitalen Bereich, in vielfältiger Weise für die jungen Leute öffnen. Und da haben wir noch einmal einen Schwerpunkt gesetzt für junge Frauen, die wir als für die Bildung Benachteiligte in der Welt erleben, dieses zu ermöglichen und auch die Emanzipation der Frau in den Gesellschaften stärker zu betonen. Wir glauben, dass dadurch auch eine Stabilität in Krisenländern erreicht wird, die bislang nicht ausgeschöpft ist. Und Bildung ist der entscheidende Ansatz, die Selbstständigkeit der Menschen zu fördern.

RV: Gegenwärtig sind so viele Menschen auf der Flucht wie noch nie zuvor. Die Ursachen sind Kriege, Konflikte, Klimawandel, Umweltverschmutzung, Naturkatastrophen und die immer größer werdende Kluft zwischen Arm und Reich. Papst Franziskus weist die verantwortlichen Politiker in seiner Enzyklika „Laudato si“ auf all diese Missstände hin. Wie beurteilen Sie das moderne Lehrschreiben des Papstes?

Lehmann: Ich glaube, dass der Papst hier einen ganz entscheidenden Ansatz gefunden hat, indem er nämlich deutlich macht, dass nicht alle Menschen Nomaden sind, dass Heimat ein ganz wichtiger Ansatz ist, der gefördert werden muss. Deshalb glaube ich auch, dass wir richtig liegen, wenn wir nicht nur eine kulturelle oder künstlerische Zukunft für die Menschen, das ist unser Auftrag im Kulturbereich, finden, sondern auch eine ökonomische Zukunft. Dazu gehört eben auch eine Infrastruktur, die es Menschen ermöglicht, ihre Talente und Möglichkeiten, die sie haben, so zu fördern, dass sie damit auch ein Auskommen haben und eine Stabilität in der Politik und Gesellschaft. Die Möglichkeit Heimat zu erleben und zu stärken, ist für uns ein ganz entscheidender Punkt. Auch Fluchtursachen zu betrachten ist wesentlich und nicht nur die Möglichkeiten der Unterstützung zu sehen, sondern sie Eigenständigkeit in den Ländern auch in dieser Weise wahrzunehmen.

RV: Wenige deutsche Kulturbotschafter haben sich so intensiv mit Symptomen unserer Zeit befasst wie Sie. Haben Sie als Zeitzeuge großer Entwicklungen in Europa und darüber hinaus in der Welt eine Definition für unsere Epoche?

Lehmann: Was mir wichtig wäre ist, dass wir den Begriff der Aufklärung ersetzen durch den Begriff der Emanzipation. Ich glaube, dass die Eigenständigkeit ein wesentliches Element ist, das die Welt verändern kann im positiven Sinne. Aber die Umbruchsituation, die wir derzeit haben, diese Emanzipation als Begriff unseres Jahrhunderts zu nehmen, ist sehr schwierig. Ich lasse aber dennoch die Hoffnung nicht fahren und glaube, dass wir über emanzipierte Menschen eine Chance haben, die Gesellschaften aufzubauen.

RV: Es spricht sich herum, dass Sie außer in Ihre Frau in eine sehr betagte Dame aus dem alten Ägypten verliebt seien, in die Weltschönheit der Pharaonin Nofretete, die Sie in Berlin immer wieder besuchen. Was macht sie denn so schön?

Lehmann: So schön macht sie, dass sie ein allgemeines Schönheitsideal ist, das offensichtlich die Menschen verstehen, dass sie eine Eigenschaft hat, die sie auf der einen Seite entrückt, auf der anderen Seite aber auch ein menschliches Maß hat. Beides, Entrücktheit und menschliches Maß, macht Nofretete so besonders.

RV: Durch Ihren beruflichen Auftrag befinden Sie sich am Puls der Zeit, am Fenster der Welt wie wenige andere Kulturmanager. Welches Vermächtnis wollen Sie an künftige Generationen weitergeben?

Lehmann: Ich würde ihnen mit auf den Weg geben, dass diejenigen, die unser Leben in den nächsten Jahren bestimmen, nämlich die jungen Menschen, erkennen, dass Gewinnstreben und das ausschließliche Betrachten des Nützlichen als Wert nicht ausreicht. Es kommt darauf an, dass man sich Freiräume erschafft, die das Menschsein wirklich zum Inhalt hat. Wir haben derzeit eine Tendenz, dass alles nur noch nach marktwirtschaftlichen Gesichtspunkten gesehen wird. Ich glaube, dass es wichtig ist, dass wieder menschliche Nähe geschaffen wird, dass Toleranz geschaffen wird und dass wir ein gegenseitiges Verständnis füreinander aufbauen. Solidarität würde ich den jungen Leuten auf den Weg mitgeben. Diese Solidarität ist die einzige Garantie, dass die Zukunft auch möglich ist. (rv 12.11.)

 

 

 

Oxfam: Opfer des Klimawandels brauchen Flüchtlingsstatus

 

Während die COP23-Klimakonferenz in Bonn weitergeht, hat die NGO Oxfam einen beunruhigenden Bericht über Klimaflüchtlinge veröffentlicht.

 

Seit 2008 mussten jedes Jahr ungefähr 26 Millionen Menschen weltweit aufgrund von Umweltkatastrophen ihre Heimat verlassen. Im Jahr 2016 lag die Zahl bei 23,5 Millionen, heißt es im Oxfam-Bericht „Uprooted by climate change“, der vergangene Woche vorgestellt wurde.

In diese Zahlen sind allerdings nicht die Menschen eingerechnet, die aufgrund von „langsamen“ Katastrophen wie wiederkehrender Dürre und Wüstenbildung oder dem steigenden Meeresspiegel aus ihrer Heimat verdrängt werden.

Oxfam weist darauf hin, dass Menschen in Entwicklungsländern fünf Mal häufiger von Klima- und Umweltflucht bedroht sind als Menschen in Industrienationen, die größtenteils für den menschengemachten Klimawandel verantwortlich sind. Sich entwickelnde Länder dürften daher nicht mit den Auswirkungen des Klimawandels – „für die sie nicht verantwortlich sind“ – alleine gelassen werden.

Es war ein in Europa bislang einmaliges Verfahren – und könnte noch weitergehen. Ein peruanischer Landwirt hatte gegen den Energieriesen RWE geklagt, dem er Mitverantwortung für den Klimawandel in seiner Heimat gibt.

Verheerende Auswirkungen

Der Inselstaat Fidschi, der derzeit den COP-Vorsitz innehat, registrierte im Jahr 2015 insgesamt 55.000 Klimavertriebene. Dieses Jahr wurde ein Fünftel der Ernte auf den Inseln durch Zyklon Winston zerstört.

Und Fidschi ist kein Einzelfall: In Südasien haben Monsun-Überschwemmungen tausende Menschen getötet und zwei Millionen weitere zur Flucht gezwungen. Der Hurrikan Irma, der im September die Karibik heimsuchte, war der stärkste im Nordatlantik registrierte Sturm seit den 1980er-Jahren.

„Nichtstun ist keine Option, wenn Millionen Leben gefährdet sind. Die gefährdetsten Länder setzen heute auf erneuerbare Energien und die ambitionierte Umsetzung von Eindämmungsstrategien,“ erklärt Armelle Le Compte, Chefin der Abteilung Klima bei Oxfam France. „Aber diesen Ländern fehlt das Geld. Entwickelte Länder müssen Verantwortung übernehmen und die Anpassungsmaßnahmen in gefährdeten Staaten finanzieren.

Fehlende Finanzmittel

Auch die Gruppe der am wenigsten entwickelten Länder (least developed countries, LDCs) erklärte während der COP, die verheerenden Auswirkungen des Klimawandels unterstrichen die Dringlichkeit, zu handeln: „Die von den Industrienationen zugesagten Unterstützungsgelder sind nicht ausreichend, um die LDCs beim Kampf gegen und bei der Anpassung an den Klimawandel zu helfen,“ schrieb die LDC-Gruppe in einem Blogeintrag. Auf der COP23 müsse mehr Solidarität gezeigt werden.

Entscheidung nach einigem Hin und Her: Emmanuel Macron hat nun doch bestätigt, dass Frankreich sein Entwicklungshilfe-Budget bis 2022 auf 0,55 Prozent des Bruttonationaleinkommens anheben wird.

Der OECD-Ausschuss für Entwicklungszusammenarbeit will die Anspruchsvoraussetzungen für Entwicklungshilfegelder anpassen, sodass Länder und Inselstaaten eingeschlossen werden, die inzwischen nicht mehr auf der Liste der Empfängerstaaten sind, aber besonders von Naturkatastrophen und humanitären Krisen betroffen sind.

Bisher gibt es keinen offiziellen rechtlichen Schutz für Klimamigranten. Die Definition nach Artikel 1 der Genfer Konvention erkennt nur Menschen als Flüchtlinge an, die aufgrund ihrer Rasse, Religion, Nationalität, politischen Ansichten oder Zugehörigkeit zu bestimmten sozialen Gruppen verfolgt werden.

Oxfam fordert daher internationale Anerkennung und Schutz für Klimaflüchtlinge. Beim Treffen des Globalen Pakts der Vereinten Nationen (Global Compact on migration) kommendes Jahr sollten daher „Schutzmaßnahmen für Menschen vereinbart werden, die aufgrund von Naturkatastrophen und Klimaauswirkungen dazu gezwungen werden, Grenzen zu überqueren.“

Die NGO wies in ihrem Bericht insbesondere auf die Situation von Kindern und Frauen hin, die auf der Flucht größerer Gefahr von Gewalt ausgesetzt sind.

 Marion Candau, EURACTIV.fr 13

 

 

 

 

D: Wachsender Antisemitismus beunruhigt Juden

 

Der Vizepräsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Abraham Lehrer, wünscht sich mehr Bürgercourage. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio geht er auf die steigende Zahl antisemitischer Attacken in der Bundesrepublik ein. Immer öfter werden jüdische Deutsche angegriffen, im Netz hat sich der Ton verschärft. Der Vizepräsident des Zentralrats der Juden wünscht sich deshalb, dass die ganze Gesellschaft etwas dagegen unternimmt.

„Wir erfahren immer wieder von unseren Gemeindemitgliedern, vor allen Dingen von den jüngeren Menschen, dass die Hemmschwelle für eine Leugnung des Holocausts sinkt und sie zunehmend direkt angegriffen werden; sie werden als Juden beschimpft und beleidigt“, so Lehrer. Da fielen schnell Sätze wie: „Man hat dich und deine Eltern vergessen zu vergasen.“ Die Zahl der Berichte über solche Vorfälle nehme spürbar zu.

Die Hemmschwelle für persönliche Angriffe sei stark gesunken, stellt Lehrer außerdem fest. Vor allem Juden, die eine „etwas auffälligere Position beziehen“, würden direkt beschimpft oder bedroht. „Oder ihnen wird zugeschrieben, dass sie die berühmte jüdische Weltverschwörung unterstützen oder ähnliche Dinge“, so Lehrer.

Eine andere Ebene betrifft der Umgang mit dem Staat Israel. Die Beziehungen zwischen Israel und Deutschland sei eigentlich „sehr gut“, vor allem durch Jugendaustausch-Programme habe man viel erreicht. Daraus könnte auch der gesamte Umgang mit dem Judentum in Deutschland einiges lernen, so Lehrer.

„Wenn sie bei der Betreuung von den wenigen Holocaust-Überlebenden eingesetzt sind und sich dort im Laufe der Zeit ein Vertrauensverhältnis zwischen dem oder der Überlebenden und dem jungen Menschen ausbildet und die älteren Herrschaften dann anfangen, vom Konzentrationslager und der Verfolgung zu erzählen, bringt das junge Menschen dazu, sich wirklich ganz konsequent gegen eine Wiederholung von solchen Zuständen zu stellen. Es macht ihnen verständlich, was für eine unmenschliche, besondere Geschichte da auf die Juden zugekommen ist.“ (domradio 20.11.)

 

 

 

Integrationsbeauftragte fordern eigenständiges Integrationsministerium

 

Die Integrationsbeauftragte der Bundesländer mahnen eine sachlichere Flüchtlingsdebatte an. Diskussionen liefen auf Grundlage falscher Zahlen. Außerdem sei das Politikfeld stark vom Innenresort geprägt. Es sei Zeit für ein eigenständiges Integrationsministerium.

Die Integrations- und Ausländerbeauftragten der Bundesländer sorgen sich vor den Folgen der immer hitziger geführten Flüchtlingsdebatte. Die öffentliche Diskussion werde leider immer unsachlicher, sagte der rheinland-pfälzische Landesbeauftragte Miguel Vicente (SPD) am Freitag zum Abschluss der Jahreskonferenz seiner Amtskollegen in Mainz. In der Öffentlichkeit würden bereits ernsthafte Debatten auf Grundlage völlig falscher Zahlen geführt. Auch manche Politiker liefen mittlerweile der stark von einigen Medien geprägten Entwicklung hinterher.

Wenn es nicht gelinge, dieser Tendenz entgegenzuwirken, drohe ein Zustand, in dem die Flüchtlingspolitik „nicht mehr diskutierbar und gestaltbar“ werde, warnte Vicente. Beispielhaft sei etwa die Debatte um den Familiennachzug von Flüchtlingen. Dabei hätten lange völlig überhöhte Prognosen über die Anzahl der betroffenen Menschen kursiert. Seriös sei hingegen die Schätzung, dass es insgesamt um 50.000 bis 60.000 Menschen gehe, die bei einer Rückkehr zur alten Regelung Anspruch auf Nachzug in die Bundesrepublik hätten.

Die Integrationsbeauftragten appellierten in einer Resolution an die künftige Bundesregierung, die derzeitigen Einschränkungen beim Nachzug zu Flüchtlingen mit sogenanntem subsidiären Schutz müssten auf jeden Fall auslaufen. „Familiennachzug verstehen wir nicht als Belastung“, sagte Vicentes Amtskollegin aus Bremen, Silke Harth. Es handele sich vielmehr um einen „Motor der Integration“.

Beauftragte für Integrationsministerium

Die Beauftragten befürworteten auch die Idee, in der künftigen Bundesregierung ein eigenständiges Integrationsministerium zu schaffen. Das Politikfeld werde derzeit „übermäßig stark vom Innenressort geprägt“, sagte Vicente.

An der Konferenz in Mainz hatten nicht alle Länderbeauftragten teilgenommen. Unter anderem fehlten die Vertreter von Hessen, Sachsen und Bayern, die sich von Ministeriumsmitarbeitern vertreten ließen. (epd/mig 13)

 

 

 

FDP lässt „Jamaika“-Sondierungsgespräche platzen

 

„Der Erfolg war zum Greifen nah“, fasste Horst Seehofer (CSU) den Abbruch der Sondierungsverhandlungen durch die FDP zusammen. Deutschlands Parteien haben es nicht geschafft, ein Bündnis herzustellen.

FDP-Chef Christian Lindner begründete den Schritt am Sonntagabend damit, dass es in den gut vier Verhandlungswochen nicht gelungen sei, eine Vertrauensbasis zu schaffen. Das wäre aber Voraussetzung für eine stabile Regierung gewesen.

Laut FDP-Chef Lindner waren die Gräben zwischen FDP und Grünen aus Sicht der Liberalen zu groß. Die Unterschiede zu CDU und CSU wären überbrückbar gewesen, sagte er. Hier sei neue politische Nähe gewachsen.

Die Grünen kritisierten den Abbruch der Jamaika-Sondierungen. Der Grünen-Politiker Reinhard Bütikofer schrieb auf Twitter über Lindner: „Er wählt seine Art von populistischer Agitation statt staatspolitischer Verantwortung.“

Am frühen Montagmorgen war Angela Merkel (CDU) die Enttäuschung über den Abbruch der Gespräche deutlich anzusehen. Die Union habe geglaubt, dass man „gemeinsam auf einem Weg gewesen sei, bei dem man eine Einigung hätte erreichen können“, so Merkel.  Die geschäftsführende Bundeskanzlerin sagte, sie werde alles tun, um Deutschland auch durch „diese schwierigen Wochen“ gut zu führen.

Wie geht es weiter?

Heute wird Angela Merkel den Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier (SPD) „über den Stand der Dinge“ informieren. Der hatte am Sonntag noch alle Seiten aufgerufen, ihrer Verantwortung gerecht zu werden. Es bestehe kein Anlass für „panische Neuwahldebatten“.

Diese sind aber, nachdem sich die FDP aus einer Regierungsverantwortung verabschiedet hat, durchaus möglich. Nachdem der SPD-Vorsitzende Martin Schulz am Sonntag noch einmal bekräftigte, dass seine Partei nicht für eine Regierungsbeteiligung zur Verfügung stehe wird eine Minderheitsregierung unter Führung der CDU/CSU mit etwa der FDP oder den Grünen von Analysten als eher unwahrscheinlich eingeschätzt wird.

Eine Neuwahl ist erst nach einer Kanzlerwahl möglich. Wird ein neuer Regierungschef nur mit relativer Mehrheit gewählt, kann der Bundespräsident den Bundestag auflösen. Innerhalb von 60 Tagen muss dann neu gewählt werden., könnte Steinmeier sechs Wochen nach erfolgter Kanzlerwahl Neuwahlen ausrufen.  Ama Lorenz mit Agenturen 20

 

 

 

 

Europa arbeitet sich aus der Krise: Erholung am Arbeitsmarkt verbessert soziale Gerechtigkeit

 

Die Talfahrt an den Arbeitsmärkten in Europa ist gestoppt: Fast zehn Jahre nach Ausbruch der Wirtschaftskrise 2008 zeichnet sich nun eine Trendwende ab, die sich auch positiv auf die soziale Gerechtigkeit auswirkt. Wie sich die Teilhabechancen in Europa entwickelt haben, zeigt der aktuelle Social Justice Index 2017.

 

Gütersloh, 16. November 2017. In der EU zeigt sich ein Aufwärtstrend hinsichtlich der sozialen Gerechtigkeit. Hauptreiber für die verbesserten Teilhabechancen ist laut dem aktuellen Social Justice Index 2017 eine spürbare Erholung der Arbeitsmärkte. Die Arbeitsmarktdaten haben sich in 26 von 28 EU-Staaten gegenüber dem Vorjahr verbessert. Im EU-Durchschnitt ist die Arbeitslosigkeit 2016 auf 8,7 Prozent gesunken. Im Jahr 2013, dem Höhepunkt der sozialen Krise, waren es noch 11 Prozent. Doch die Erholung in Sachen sozialer Gerechtigkeit verläuft in zwei Geschwindigkeiten: Die Kluft zwischen Nord- und Südeuropa ist weiterhin groß. Gerade in Südeuropa sind Kinder und Jugendliche noch überdurchschnittlich stark von Armut und sozialer Ausgrenzung bedroht. Deutschland gehört wirtschaftlich gesehen zu den absoluten Spitzenreitern. Die Autoren kritisieren hierzulande jedoch Defizite bei der Bekämpfung des Armutsrisikos und bei der Verbesserung der Bildungsgerechtigkeit.

 

Mit dem Social Justice Index untersucht die Bertelsmann Stiftung seit 2008 jährlich die Teilhabechancen in der EU anhand von sechs Dimensionen: Armutsvermeidung, Arbeitsmarkt, Bildung, Gesundheit, Nicht-Diskriminierung und Generationengerechtigkeit. Am stärksten ausgeprägt sind sie laut Index in den skandinavischen Ländern Dänemark, Schweden und Finnland. Griechenland bleibt, trotz leichter Verbesserungen, das Schlusslicht. Der positive Trend der aktuellen Erhebung lässt sich insbesondere an wesentlichen Arbeitsmarktindikatoren ablesen: Zwei Drittel (66,6 Prozent) der erwerbsfähigen EU-Bürger haben mittlerweile einen Job (2013: 64,1 Prozent). Erfreulich ist zudem, dass sich der Aufwärtstrend auch auf die Krisenländer erstreckt. Jedoch sind die Zahlen insgesamt dort immer noch besorgniserregend: In Griechenland ist die Arbeitslosigkeit von 27,7 (2013) auf 23,7 Prozent (2016), in Spanien von 26,2 auf 19,7 Prozent gesunken. Auch die Jugendarbeitslosigkeit in Südeuropa ist leicht zurückgegangen. Dennoch ist in Griechenland, dem Schlusslicht in dieser Kategorie, noch fast die Hälfe der erwerbsfähigen Jugendlichen arbeitslos (2016: 47,3 Prozent, 2013: 58,3 Prozent). Zum Vergleich: In Deutschland liegt die Jugendarbeitslosigkeit bei 7,1 Prozent. „EU-weit ist nun politische Führung gefragt. Sie muss einen verlässlichen Rahmen schaffen, sodass alle vom Aufwärtstrend profitieren können. Vor allem die Jugendlichen dürfen nicht alleine gelassen werden“, so Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung.

 

Armutsrisiko sinkt, Nord-Süd-Gefälle bleibt

Infolge des positiven Beschäftigungstrends hat auch das Risiko leicht abgenommen, von Armut und sozialer Ausgrenzung betroffen zu sein: Waren zum Höhepunkt der Wirtschafts-krise in den Jahren 2012/2013 noch 24,7 Prozent der EU-Bevölkerung von Armut bedroht, sind es laut aktuellem Index noch 23,4 Prozent. Dies entspricht allerdings immer noch rund 117,5 Millionen Menschen. Zudem treten einige der südlichen Krisenstaaten weiterhin auf der Stelle: In Griechenland sind noch immer 35,6 Prozent der Bevölkerung von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht, in Spanien 27,9 und in Italien 28,7 Prozent. Zum Vergleich: In Dänemark, Finnland und Tschechien – den drei bestplatzierten in Sachen Armutsvermeidung – beträgt der entsprechende Anteil lediglich zwischen 13,3 und 16,7 Prozent. Für bestimmte gesellschaftliche Gruppen wie Kinder und Jugendliche ist das Risiko nochmals deutlich höher: Rund 25 Millionen Kinder und Jugendliche unter 18 Jahren (EU: 26,5 Prozent) sind in Europa von Armut und sozialer Ausgrenzung bedroht. In Ländern wie Griechenland und Spanien, liegt dieser Anteil trotz eines leichten Rückgangs noch immer bei 37,5 bzw. 32,9 Prozent. Allerdings ist zu erwarten, dass sich die Kluft zwischen Nord- und Südeuropa, bei einer anhaltenden Erholung der Arbeitsmärkte, zukünftig verringern wird.

 

In der Mehrheit der Mitgliedstaaten zeigen sich im Vergleich zu den letzten Jahren auch Verbesserungen der Bildungschancen. So ist etwa der Anteil von Schülern, die vorzeitig die Schule verlassen haben, EU-weit gesunken: von 14,7 Prozent im Jahr 2008 auf 10,7 Prozent 2016.

 

Deutschland: starker Arbeitsmarkt, aber kaum Verbesserung der Teilhabechancen

Deutschland gehört, wie auch in den vergangenen Jahren zur erweiterten Spitzengruppe und kommt im Gerechtigkeitsindex auf Rang sieben. Zu Deutschlands Stärken zählt insbesondere der Arbeitsmarkt, doch zeigen sich weiterhin auch einige Schwächen in Bezug auf die Teilhabechancen der Menschen. Getragen von einer guten Konjunktur liegt Deutschland bei den meisten Arbeitsmarktindikatoren an vorderster Stelle: Deutschland hat EU-weit die geringste Jugendarbeitslosigkeit (7,1 Prozent) und kommt auch bei der Gesamtbeschäftigungsquote (74,7 Prozent), der allgemeinen Arbeitslosenquote (4,2 Prozent) oder der Erwerbsbeteiligung älterer Arbeitnehmer (68,6 Prozent) immer unter die Top Vier in der EU. Negativ fällt hingegen ins Gewicht, dass es bislang nicht gelingt, den Sockel an Langzeitarbeitslosen zu verringern. Rund 41 Prozent aller Arbeitslosen in Deutschland sind langzeitarbeitslos. Auch haben Arbeitnehmer mit ausländischem Geburtsort deutlich schlechtere Chancen auf dem deutschen Arbeitsmarkt als Menschen, die hierzulande geboren sind (Rang 23 im EU-Vergleich).

 

Ein gemischtes Bild zeigt sich im Bildungsbereich. Hier gab es in den letzten zehn Jahren durchaus Fortschritte in Sachen Chancengerechtigkeit. So hat sich etwa der Zusammenhang zwischen sozialer Herkunft und Bildungserfolg verringert, ist aber im EU-Vergleich immer noch relativ stark (Rang 17 im Vergleich zu Rang 23 im Jahr 2006). Verbesserungspotential zeigt sich auch bei der Wohlstandsverteilung: „Obwohl Deutschlands Wirtschaft brummt und die Arbeitslosigkeit auf einem historischen Tiefststand ist, scheinen die Wohlstandsgewinne nicht bei allen Menschen anzukommen“, so Studienleiter Daniel Schraad-Tischler. Das Armutsrisiko hat sich in den letzten Jahren kaum verringert. Der Anteil der Menschen, die von Einkommensarmut bedroht sind, lag 2016 bei 16,5 Prozent (2015: 16,7; 2010: 15,6 Pro-zent). Für bestimmte Bevölkerungsgruppen sind außerdem wachsende Probleme absehbar: Der Anteil der von Einkommensarmut bedrohten Menschen über 65 Jahre ist von 14,1 Prozent im Jahr 2010 auf 17,6 Prozent gestiegen. Gerade für Langzeitarbeitslose und Geringqualifizierte sowie Menschen mit unterbrochenen Erwerbsbiographien werde das Armutsrisiko im Alter weiter steigen, so die Autoren. „Langfristig orientierte Politikansätze, die sowohl die sozialen Sicherungssysteme zukunftsfest machen als auch die Beschäftigungsfähigkeit der Risikogruppen verbessern, sind derzeit jedoch kaum in Sicht“, so Schraad-Tischler. De.it.press

 

 

 

 

Länderumfrage. Lage in Flüchtlingsunterkünften hat sich deutlich entspannt

 

Während bei den Sondierern in Berlin hart um Einwanderung gestritten wird, ist bei der Aufnahme Asylsuchender Normalität eingekehrt. Notunterkünfte sind weitgehend Vergangenheit, Kapazitäten nicht ausgeschöpft, ergibt eine Umfrage unter den Ländern. Provisorische Unterkünfte werden fast nirgendwo mehr genutzt.

Die stark gesunkene Zahl neu nach Deutschland kommender Flüchtlinge hat in den Erstaufnahmeeinrichtungen der Bundesländer zu Entspannung geführt. Wie eine Umfrage des Evangelischen Pressedienstes (epd) ergab, nutzt kaum ein Land noch Provisorien wie Turnhallen, Zeltlager oder Traglufthallen für die Erstunterbringung Asylsuchender. Ausnahme ist Berlin, wo Neuankömmlinge unter anderem noch immer im Hangar des ehemaligen Flughafens Tempelhof untergebracht werden. Während Überfüllung nicht mehr das Problem der Einrichtungen ist, müssen Antragsteller teilweise aber noch lange in den Einrichtungen ausharren. Das ist vor allem im Stadtstaat Hamburg der Fall.

Die Zahl neu in Deutschland ankommender Flüchtlinge ist 2017 deutlich gegenüber den Vorjahren gesunken. Bis Ende Oktober wurden rund 156.000 neue Asylsuchende registriert, im Schnitt also 15.000 pro Monat. Dies entlastet auch Länder und Kommunen, die für die Versorgung und Unterbringung zuständig sind und mit den vielen Neuankömmlingen ab Sommer 2015 an ihre Belastungsgrenzen kamen.

Nordrhein-Westfalen hat etwa die Zahl der Erstaufnahmeeinrichtungen auf 44 reduziert. Im Oktober 2015 waren es noch 252, ein Jahr später 120. Die Zahl der Plätze wird allem Anschein nach dabei derzeit nicht ausgeschöpft, wobei aber nicht alle Bundesländer dazu Angaben machten. In Schleswig Holstein waren im September rund 1.400 der mehr als 4.000 Plätze in Erstaufnahmeeinrichtungen belegt. Aus vielen Ländern heißt es, es gebe keine Kapazitätsprobleme.

Berlin: 6.600 Menschen in Notunterkünften

Nur in Berlin ist das anders. 6.600 Flüchtlingen lebten nach Angaben der Liga der Berliner Wohlfahrtsverbände Anfang November noch in Notunterkünften. Ziel sei es, insbesondere „prekäre“ Provisorien möglichst bald freizuziehen, hieß es aus der Berliner Senatsverwaltung für Integration. Dazu gehörten der Hangar in Tempelhof sowie das ehemalige Kaufhaus in der Karl-Marx-Straße.

Wie lange Asylbewerber in der Erstaufnahme bleiben, hängt derzeit stark vom Bundesland und ihrer Bleibeprognose ab. Während das Innenministerium im Saarland erklärte, dass Asylsuchende mit guter Bleibeperspektive nach rund vier Wochen in dezentrale Unterkünfte gebracht werden, hieß es aus dem Regierungspräsidium in Gießen, dass in Hessen acht bis zwölf Wochen vergehen, bevor Asylbewerber die Erstaufnahme verlassen.

Zwangsunterkunft bis zu zwei Jahre

Laut Asylgesetz haben Asylbewerber nach sechs Monaten Anspruch auf eine andere Unterkunft. Antragsteller mit schlechter Bleibeperspektive, etwa bei Menschen aus den sogenannten sicheren Herkunftsstaaten, können aber bis zu zwei Jahre dort festgehalten werden. Viele Bundesländer machen keine Angaben dazu, wie viele der Asylsuchenden bereits länger als ein halbes Jahr in den Erstaufnahmeeinrichtungen sind. In Baden-Württemberg sind es nach Auskunft des zuständigen Ministeriums rund 14 Prozent der Bewohner, in Sachsen-Anhalt sind es aktuell genau 44 Betroffene, in Mecklenburg-Vorpommern 125, in Brandenburg 14.

Besonders hoch ist die Zahl der dort „Überresidenten“ genannten in Hamburg. Von rund 4.600 Asylbewerbern, die Ende Oktober in einer der 15 Erstaufnahmeeinrichtungen untergebracht war, lebten rund 2.800 dort seit mehr als sechs Monaten, obwohl in dieser Zeit inzwischen längst über einen Asylantrag entschieden sein sollte. Die Dauer der Asylverfahren hat sich nach Auskunft der überwiegenden Mehrheit der Bundesländer inzwischen enorm verkürzt. Anträge, die ab Januar 2017 gestellt wurden, werden demnach im Schnitt nach anderthalb bis zwei Monaten entschieden. (epd/mig 20)

 

 

 

Studie: Mehr als die Hälfte für Bedingungsloses Grundeinkommen

 

Hamburg – Eine aktuelle repräsentative Studie zeigt, dass die Mehrheit der Deutschen einer Einführung des Bedingungslosen Grundeinkommens positiv gegenübersteht. Allerdings gibt es gegenüber der Einführung auch Bedenken. Bei einem Grundeinkommen von 1.000 Euro im Monat würde fast jeder zehnte Beschäftigte nicht mehr arbeiten gehen.

Das Marktforschungsinstitut SPLENDID RESEARCH hat im Oktober und November 2017 im Rahmen einer repräsentativen Umfrage 1.024 Deutsche zwischen 18 und 69 Jahren online zum Thema Bedingungsloses Grundeinkommen befragt. Untersucht wurde unter anderem, wie bekannt das Konzept in der Bevölkerung ist, wie die Deutschen einer Einführung gegenüberstehen, welcher Betrag hierfür als angemessen empfunden wird und ob man weiterhin erwerbstätig bleiben würde.

Zwei Dritteln der Deutschen ist das Bedingungslose Grundeinkommen ein Begriff. Im Durchschnitt befürwortet eine Mehrheit von 58 Prozent der Bundesbürger nach dem Lesen einer Definition seine Einführung. Dabei zeigt sich, wie stark politische Willensbildung vom Kontext abhängig ist: Wenn in der Definition die Vorteile überwiegen, stimmen 64 Prozent der Deutschen für das Konzept. Überwiegen die Nachteile, sind es hingegen nur 46 Prozent. Der angemessene Betrag für ein Bedingungsloses Grundeinkommen liegt für die Deutschen bei durchschnittlich 1.137 Euro monatlich. Dabei spielt offenbar auch das individuelle Gerechtigkeitsempfinden eine Rolle. Personen, die die Welt für eher gerecht halten, schlagen einen Betrag von 1.093 Euro vor, während Menschen, die die Welt für eher ungerecht halten, 1.239 Euro als angemessen einstufen.

Mit der Einführung eines Bedingungslosen Grundeinkommens wären gravierende Umwälzungen auf dem Arbeitsmarkt verbunden. Je nach Höhe des monatlichen Geldbetrags würden bis zu 38 Prozent der Beschäftigten in Deutschland den Beruf oder den Arbeitgeber wechseln, ihre Stundenzahl reduzieren oder sogar überhaupt nicht mehr arbeiten. Von den Berufstätigen mit einer abgeschlossenen Lehre würde ein Viertel erwägen, die Berufstätigkeit vollständig an den Nagel zu hängen. Unter Akademikern hingegen würde nur jeder Fünfte darüber nachdenken, überhaupt nicht mehr zu arbeiten. „Damit könnte sich durch die Einführung eines Bedingungslosen Grundeinkommens in Deutschland der Fachkräftemangel in bestimmten Berufen vergrößern“, bilanziert Studienleiterin Nadine Corleis von SPLENDID RESEARCH.

Insgesamt denken die Deutschen schlechter über ihre Mitbürger als über sich selbst: Während bei einem Grundeinkommen von 1.000 Euro pro Monat 9 Prozent von sich selbst sagen, dass sie definitiv nicht mehr arbeiten würden, erwarten sie dies von durchschnittlich 28 Prozent der anderen Beschäftigten. Teilzeitarbeit und die unterschiedliche Bezahlung der Geschlechter machen sich auch beim Bedingungslosen Grundeinkommen bemerkbar: Frauen würden durchschnittlich bereits ab einem Betrag von 1.477 Euro aufhören zu arbeiten, Männer hingegen würden erst ab 1.830 Euro kündigen.

Einen positiven Effekt könnte das Bedingungslose Grundeinkommen auf das lokale Engagement in Deutschland haben. Gut ein Drittel der Bundesbürger kann sich vorstellen, bei staatlicher Unterstützung in eine Region mit billigen Mieten und niedrigen Preisen zu ziehen und dort ehrenamtlich zu arbeiten oder ein Unternehmen zu gründen. „Dies könnte zu einem Aufschwung in Regionen führen, die in den letzten Jahren eine starke Abwanderung verzeichneten“, führt Corleis weiter aus. Daniel Althaus, de.it.press 23

 

 

 

 

Statistik. Deutsche spenden weniger für Flüchtlinge

 

Die Deutschen haben von Januar bis September 2017 rund 3,1 Milliarden Euro gespendet. Damit liegt das private Spendenaufkommen leicht über dem Vorjahr. Rückläufig ist allerdings die Unterstützung für Geflüchtete im In- und Ausland.

In Deutschland nimmt die Zahl der Spender ab. Das ist ein Ergebnis der am Donnerstag in Berlin vorgestellten Studie „Bilanz des Helfens“ des Deutschen Spendenrates. Danach hat in den ersten neun Monaten dieses Jahres gerade einmal ein Viertel der Bevölkerung (25,2 Prozent) Geld an gemeinnützige Organisationen gespendet, ein Rückgang um fast 20 Prozentpunkte gegenüber dem Vergleichszeitraum 2005 (44 Prozent). Auf die Spendenhöhe hat dies bislang aber noch keinen Einfluss. Für das Gesamtjahr 2017 rechnet der Spendenrat mit einer leichten Steigerung gegenüber dem Vorjahr: je nach Entwicklung zwischen 0,6 und 4,3 Prozent plus auf insgesamt knapp 5,3 bis knapp 5,5 Milliarden Euro.

Mit Blick auf die abnehmende Spenderanzahl sprach Bianca Corcoran-Schliemann vom Marktforschungsinstitut GfK bei der Vorstellung der Studie von einem dramatischen Rückgang seit 2005. Gegenüber dem Vorjahreszeitraum 2016 lag der Rückgang bei einem Prozentpunkt. Vor allem der Anteil von Spenden aus den mittleren Generationen zwischen 30 und 69 Jahren ging in den ersten neun Monaten dieses Jahres um 3,4 Prozentpunkte auf 53,6 Prozent zurück. Kompensiert wird dies teilweise durch die spendenfreudigste Altersgruppe der über 70-Jährigen (Anteil 40,7 Prozent, plus 2,3 Prozentpunkte).

Weniger Unterstützung für Geflüchtete

Insgesamt gaben die Deutschen zwischen Januar und September bislang rund 3,1 Milliarden Euro für gemeinnützige Zwecke und an Kirchen aus. Damit lag das private Spendenaufkommen mit plus 0,9 Prozent sogar leicht über dem Vorjahrjahreszeitraum. Gewinne gab es vor allem für den Bereich humanitäre Hilfe. Der Anteil an den gesamten Einnahmen lag bei 79 Prozent. Zugelegt haben auch Umwelt-, Natur- und Tierschutz. Dagegen ging die Unterstützung für Geflüchtete im In- und Ausland um 16 Prozent gegenüber dem Vorjahreszeitraum auf 285 Millionen Euro zurück.

Daniela Geue, Geschäftsführerin des Deutschen Spendenrates, betonte, andere Spendenzwecke würden wieder wichtiger. „Speziell auf lokaler Ebene können Nachbarschaftsprojekte in diesem Jahr stärker profitieren.“ Zugleich rief sie die spendensammelnden Organisationen auf, potenziellen Geldgebern ausreichend und einfach zugängliche Informationen bereitzustellen. Transparenz werde immer wichtiger, so Geue. Auf die Frage nach dem Hauptanstoß für eine Spende nennt die Studie weiterhin auf Platz eins den persönlich adressierten Brief (22,8 Prozent), vor Mitgliedschaften (8,7 Prozent) und Freunden einschließlich sozialer Netzwerke (8 Prozent).

32 Euro pro Spendenakt

Insgesamt spendeten rund 17 Millionen Menschen im Zeitraum Januar bis September 2017 Geld an gemeinnützige Organisationen. Im Vergleich zum Vorjahr waren das 800.000 Menschen weniger. Gespendet wurden durchschnittlich wie auch im Vorjahreszeitraum 32 Euro „pro Spendenakt“. Nicht-konfessionelle Organisationen profitierten dabei stärker vom Spendenaufkommen als konfessionelle Organisationen. Die Spendenhäufigkeit stieg von 5,5 auf 5,8 Spenden pro Person an.

Die „Bilanz des Helfens“ beruht auf der monatlichen Erfassung von Spenden 10.000 deutscher Privatpersonen ab zehn Jahren. Nicht enthalten sind Erbschaften und Unternehmensspenden, Spenden an politische Parteien und Organisationen sowie gerichtlich veranlasste Geldzuwendungen, Stiftungsgründungen und Großspenden von mehr als 2.500 Euro.

Der Deutsche Spendenrat ist der Dachverband von 65 Spenden sammelnden, gemeinnützigen Organisationen. Mitglieder sind unter anderem das Deutsche Rote Kreuz, der Arbeiter-Samariter-Bund, der Maltester Hilfsdienst, die Deutsche Lebens-Rettungs-Gesellschaft, Aktion Deutschland Hilft und die Deutsche Stiftung Denkmalschutz. (epd/mig 24)

 

 

 

 

Adair Turner: Grundeinkommen nicht das beste Mittel gegen Ungleichheit

 

Als Vorsitzender der britischen Financial Services Authority erlebte Adair Turner den Zusammenbruch des Finanzsystems 2008 aus der ersten Reihe. Im Verlauf der Krise wurde er zu einem Hauptbefürworter des sogenannten Helikoptergeldes. Er bezweifelt aber, dass ein bedingungsloses Grundeinkommen die beste Option ist, um der wachsenden Ungleichheit entgegenzutreten.

Adair Turner ist Vorsitzender des Institute for New Economic Thinking (INET). Er war Chef der britischen Financial Services Authority (2008-2013) sowie Generaldirektor der Vereinigung der britischen Industrie (CBI).  

Er sprach am Rande einer Konferenz des INET in Edinburgh (Schottland) mit Jorge Valero von EURACTIV.com.

Sie glauben, der technologische Fortschritt führe nicht dazu, dass wir mehr Freizeit haben werden. Dies sei ein Problem des gemeinschaftlichen Handelns. Was genau meinen Sie damit?

Es ist auffällig, dass in den ersten Phasen der starken Produktivitätssteigerung, zwischen 1850 und 1950, die entstandenen Vorteile auf größeren materiellen Wohlstand und weniger Arbeitsstunden aufgeteilt wurden. Damals wurde eine Reihe von Dingen erfunden, die das Leben der Menschen deutlich angenehmer gemacht haben, wie Waschmaschinen oder Autos, die den Menschen mehr Freiheiten brachten.

Die technologischen Vorteile nutzten wir für mehr Freizeit und weniger harte Arbeit. Aber seit den 1970er oder 1980er-Jahren haben viele Gesellschaften wieder weniger Freizeit, oder sie ist unglaublich ungleich verteilt: Einige Leute haben gar keine Arbeit, während andere extrem hart und lange arbeiten. Wir haben also alle Vorteile der technologischen Errungenschaften immer mehr für materielle Dinge und Dienstleistungen eingetauscht.

Was bedeutet das für unser heutiges Leben?

In einer Welt der wachsenden Ungleichheit achten die Menschen sehr auf ihren relativen Status im Vergleich zu anderen. Deswegen arbeiten sie nicht, um einen elementaren Lebensstandard zu erreichen sondern, um mit anderen Menschen um Status und Statusprodukte zu wetteifern.

Wir könnten noch viel mehr Technologie haben, die die Arbeit automatisiert und damit sehr viele Jobs auslöscht; und wir würden trotzdem diese Extra-Freizeit nicht nutzen, sondern andere Tätigkeiten für die Menschen finden, an denen sie sich wie verrückt abarbeiten können. Aber es ist nicht klar, ob das auch gut für das menschliche Wohlergehen ist.

Ich möchte nicht allzu paternalistisch klingen. Ich will nicht behaupten, dass ich genau weiß, was gut und richtig für die Menschen ist. Aber wir wissen, dass die Vorstellung, dass jeder Mensch alle Möglichkeit hat, um seine eigenen Interessen zu verfolgen, diesen Problemen des gemeinschaftlichen Handelns entgegenstehen.

Stellen Sie sich vor, dass Sie in einer Gegend leben, in der die Grundstückspreise darauf angepasst sind, dass die Menschen 40 Stunden pro Woche arbeiten – auch, wenn wir uns eigentlich kollektiv auf eine 15-Stunden-Woche einigen könnten. Wenn Sie nun keine 40 Stunden arbeiten, können Sie sich das schöne Grundstück schlicht nicht leisten.

In einer Umgebung, in der Statusgüter (wie ein Grundstück in einer bestimmten Gegend) ein extrem wichtiger Teil dessen sind, wie unser individueller Lebensstandard aussieht, sind wir in einer Situation gefangen, in der das Individuum nicht mehr die Option hat, weniger zu arbeiten und mehr Freizeit zu haben. Die Menschen leben innerhalb einer Gesellschaft, in der das kollektive Verhalten bestimmt, welche Optionen dem Individuum zur Verfügung stehen. Wenn jeder Mensch seinen eigenen Weg wählen würde, wären die Auswahlmöglichkeiten auch anders.

Sie verfechten das Prinzip des sogenannten „Helikoptergeldes“: Die Bürger erhalten direkt und ohne Kosten Geld von den Zentralbanken. Könnten Zentralbanker somit eine Option sein, um ein bedingungsloses Grundeinkommen einzuführen?

Das sind zwei unterschiedliche Dinge, die wir trennen müssen bzw. die ich trenne. Ich argumentiere, dass man in Situationen, wenn die nominale aggregierte Nachfrage und die Wirtschaft schlecht sind, das Helikoptergeld als Maßnahme sehen sollte, um die Wirtschaft in Gang zu kriegen.

Ich bin aber sehr vorsichtig damit, zu sagen, dass Ich auf diese Weise auch ein bedingungsloses Grundeinkommen oder etwas Ähnliches finanzieren würde. Wenn Sie ein Grundeinkommen-System aufbauen wollen, dann soll dieses System für immer bestehen. Das ist keine temporäre Sache. Andersherum wollen Sie aber das Helikoptergeld nicht für immer haben.

Wir müssen unterscheiden, für welche Dinge wir als Gemeinschaft permanent und langfristig mehr Geld ausgeben wollen. Wenn das bedingungslose Grundeinkommen dazu zählt, dann müssen wir akzeptieren, dass dafür einige Menschen höhere Steuern zahlen werden. Wir sollten nicht so tun, als sei es eine komplett kostenlose Sache und wir müssten einfach nur die Gelddruckmaschine anschmeißen.

Was ist Ihre grundsätzliche Meinung zum bedingungslosen Grundeinkommen?

Meiner Meinung nach müssen wir die grundsätzliche Idee eines bedingungslosen Grundeinkommens von seiner spezifischen Umsetzung trennen.

In den modernen Technologien schlummert etwas, das wahrscheinlich zu einer noch stärkeren Ungleichheit führen wird. Wenn das eintritt, müssen wir eine Lösung haben, wie wir damit umgehen.

Wenn man den Menschen aber einfach Geld gibt, schafft das verschiedenste politische Probleme. Wenn das Grundeinkommen beispielsweise niedrig ist, ermöglicht es den Menschen einen zwar ausreichenden, aber dennoch relativ niedrigen Lebensstandard. Damit schaffen Sie die derzeitigen Probleme nicht ab.

Ich würde nicht ausschließen, dass eine gewisse Form des bedingungslosen Grundeinkommens eine Möglichkeit ist, aber vielleicht gibt es andere Dinge, die wichtiger sind. Zum Beispiel sicherstellen, dass man sehr gute, kostenlose Gesundheitsversorgung und Bildung bereitstellt. Oder den Bürgern subventionierte, hochqualitative öffentliche Verkehrsnetze und schöne öffentliche Plätze bieten.

Es gibt viele Wege, Menschen mit relativ niedrigen Einkommen einen guten, angenehmen Lebensstandard zu geben, die wichtiger sind als einfach zu sagen „hier hast du etwas Geld.“

Im Endeffekt sind dies alles verschiedene Ansätze, um ein grundsätzliches Problem zu lösen: Nämlich dass wir, wenn wir alles dem freien Markt überlassen, irgendwann eine Einkommensschere haben, die breiter ist, als wir für akzeptabel erachten.

Deutsche Wirtschaft boomt – gemessen am Rest der Eurozone

Die deutsche Wirtschaft bleibt durch ihre Exporterfolge die Konjunkturlok Europas. 0,8 Prozent Quartalswachstum reichen derzeit, um sich in der Währungsunion diesen Titel zu erwirtschaften.

Das Bruttoinlandsprodukt wuchs im dritten Quartal mit 0,8 Prozent überraschend kräftig, wie das Statistische Bundesamt am Dienstag mitteilte. “Die deutsche Volkswirtschaft befindet sich im Höhenflug”, sagte DekaBank-Ökonom Andreas Scheuerle. “Zu verdanken ist das der für deutsche Verhältnisse atemberaubend stabilen Binnennachfrage und dem Anziehen der Weltkonjunktur.” In der Europäischen Union wie auch in der Euro-Zone fiel der Zuwachs mit 0,6 Prozent geringer aus.

“Wir erleben einen Aufschwung auf breiter Basis”, sagte der Hauptgeschäftsführer des Deutschen Industrie- und Handelskammertages (DIHK), Martin Wansleben. Das 13. Quartalswachstum in Folge fiel überraschend stark aus: Ökonomen hatten erwartet, dass es zwischen Juli und September wie schon im zweiten Quartal bei 0,6 Prozent liegt. Im ersten Vierteljahr hatte es zu 0,9 Prozent gereicht.

Das Wirtschaftsministerium erwartet “eine rege Fortsetzung des Aufschwungs im Jahresschlussquartal”. Dafür spricht die jüngste Umfrage unter Börsianern: Deren Konjunkturerwartungen legten im November erneut zu, wie das Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) bei seiner Umfrage unter Analysten und Anlegern herausfand.

Von den großen Volkswirtschaften der Euro-Zone schaffte nur Spanien ein so kräftiges Wachstum, in Frankreich und Italien fiel es mit jeweils 0,5 Prozent etwas geringer aus. “Deutschland bleibt Zugpferd, bekommt aber mehr und mehr Unterstützung”, sagte KfW-Chefvolkswirt Jörg Zeuner.

Impulse kamen im Sommer aus dem Ausland. “Die Exporte legten im dritten Quartal stärker zu als die Importe”, betonte das Statistikamt. Grund ist die verbesserte Weltkonjunktur und nicht zuletzt der Aufschwung in der Eurozone, in die rund 37 Prozent der deutschen Ausfuhren gehen. Wie stark die Unternehmen vom anziehenden Welthandel profitierten, zeigt der Hamburger Hafen- und Logistikkonzern HHLA: Er steigerte seinen Betriebsgewinn in den ersten neun Monaten um fast ein Viertel.

Gerade die steigenden Exportüberschüsse Deutschlands sind jedoch häufig Gegenstand internationaler Kritik. Schließlich basieren sie auf im Verhältnis zur Produktivität relativ niedrigen Löhnen. Das schwächt einerseits die Binnennachfrage und erhöht andererseits den Druck auf ausländische Märkte. Denn alles was irgendwo exportiert wird, muss andernorts importiert werden und verursacht dort Defizite. Vor allem Südeuropa hatte sehr unter dem strukturellen Außenhandelsüberschuss Deutschlands gelitten, was eine der Ursachen der Eurokrise war.

Die meisten Experten erwarten eine jedenfalls eine Fortsetzung des deutschen Booms. “Aufgrund günstiger Rahmenbedingungen wird das hohe Wachstumstempo vorerst anhalten”, sagte der Chefvolkswirt des Bankhauses Lampe, Alexander Krüger. Dazu zählen niedrige Zinsen und auch die geringe Inflation, die die Kaufkraft der Verbraucher stärkt. Im Oktober sank die Teuerungsrate auf 1,6 Prozent, nachdem sie in den beiden Vormonaten bei 1,8 Prozent lag. Sie verharrt damit unter dem Zielwert der Europäischen Zentralbank von knapp zwei Prozent. Jorge Valero, EA/rtr 15

 

 

 

Engpass. Rund 860.000 Menschen in Deutschland haben keine Wohnung

 

Hohe Mieten, zu wenig Angebote für Alleinerziehende und Großfamilien: Immer mehr Menschen haben keine Wohnung, darunter viele Flüchtlinge. Experten fordern mehr Geld und ein Konzept für den sozialen Wohnungsbau von der Politik.

Die Zahl der wohnungslosen Menschen in Deutschland ist stark gestiegen. Wie aus am Dienstag veröffentlichten Zahlen der Bundesarbeitsgemeinschaft Wohnungslosenhilfe hervorgeht, waren im vergangenen Jahr rund 860.000 Menschen in Deutschland ohne Wohnung. Im Vergleich zu 2014 war dies ein Anstieg um etwa 150 Prozent. Hilfsorganisationen und Wohlfahrtsverbände forderten die Politik zum Handeln auf.

Grund für den enormen Zuwachs ist auch die Zahl der wohnungslosen anerkannten Flüchtlinge. Ihre Zahl schätzt die Dachorganisationen der Wohnungslosenhilfen auf rund 440.000. Bis Ende 2018 rechnet die Organisation mit einem weiteren Anstieg auf etwa 1,2 Millionen Wohnungslose in Deutschland.

Die Einwanderung habe die Gesamtsituation dramatisch verschärft, sei aber keineswegs alleinige Ursache der neuen Wohnungsnot, sagte der Geschäftsführer der Bundesarbeitsgemeinschaft, Thomas Specht. Zu den Ursachen zähle vor allem auch die erhöhte Zahl der Einpersonenhaushalte. Zudem seien besonders in den Großstädten die Mieten enorm gestiegen. Es fehle an bezahlbaren Angeboten für Geringverdiener, für Alleinerziehende oder Großfamilien.

Wohnungsbau vernachlässigt

Die Politik habe den sozialen Wohnungsbau in den vergangenen Jahren stark vernachlässigt, sagte Specht. Seit 1990 sei der Sozialwohnungsbestand um etwa 60 Prozent gesunken. Die Bundesarbeitsgemeinschaft Wohnungslosenhilfe forderte einen Wohnungsgipfel sowie einen nationalen Aktionsplan zur Überwindung der Wohnungsnot und mehr finanzielle Mittel.

Der Paritätische Wohlfahrtsverband sprach sich für eine grundlegende Reform des Wohnungsmarktes aus. „Die schnellstmögliche Schaffung preiswerten Wohnraums ist das A und O“, teilte der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbandes, Ulrich Schneider, mit. Aber der Staat müsse auch Wohnraum zurückkaufen und konsequent gegen Leerstände vorgehen, die nur Spekulationszwecken dienten.

Hilfswerke: Politik muss handeln

Auch die beiden kirchlichen Hilfswerke Diakonie und Caritas forderten ein schnelles Eingreifen der Politik. Vor allem in Städten und Ballungszentren, zunehmend aber auch im ländlichen Raum, fehle angemessener und bezahlbarer Wohnraum, hieß es in einer gemeinsamen Stellungnahme. Die Hilfswerke plädierten für ein koordiniertes Vorgehen der politisch Verantwortlichen im Bund, in den Ländern und Kommunen.

Der Deutsche Mieterbund bekräftigte seine Forderung an die Politik, jedes Jahr rund 400.000 Wohnungen neu zu bauen. Davon sollten mindestens 200.000 Mietwohnungen sein und davon 80.000 Sozialwohnungen. Die Zahlen der Wohnungslosenhilfe sollten ein Weckruf für die Politik sein, erklärte der Bundesdirektor des Deutschen Mieterbundes, Lukas Siebenkotten.

Appell an die künftige Bundesregierung

Den Angaben der Bundesarbeitsgemeinschaft zufolge leben rund 52.000 Menschen, die keinen Flüchtlingsstatus haben, ohne jede Unterkunft auf der Straße. Rund zwölf Prozent der Wohnungslosen ohne Berücksichtigung der wohnungslosen Flüchtlinge sind EU-Bürger. Sie leben vor allem in den Großstädten. Die Straßenobdachlosigkeit sei stark durch die EU-Binnenzuwanderung geprägt, hieß es. Für die Wohnungslosigkeit insgesamt treffe dies jedoch nicht zu.

Mit Blick auf die hohe Zahl von Obdachlosen, die zum Großteil aus osteuropäischen EU-Staaten kommen, appellierte die stellvertretende Geschäftsführerin der Wohnungslosenhilfe, Werena Rosenke, an die künftige Bundesregierung, die Einrichtungen der Wohnungslosenhilfe stärker zu unterstützen. „Ganze Dienstleistungssparten sind abhängig von Arbeitskräften gerade auch aus den osteuropäischen Mitgliedsländern“, sagte Rosenke. Angesichts hoher Staatseinnahmen hätte Deutschland die Mittel, die Wohnungslosigkeit zu bekämpfen. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen" #schweigenbrechen: Weg aus der Gewalt!

 

Seit mehr als 30 Jahren setzen sich Menschen am 25. November weltweit für den Schutz von Frauen gegen Gewalt ein. Mit der bundesweiten Mitmachaktion "Wir brechen das Schweigen" ruft das Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen" auch in diesem Jahr dazu auf, Solidarität mit den Betroffenen zu zeigen.

 

Jede dritte Frau in Deutschland erfährt während ihres Lebens mindestens einmal körperliche oder sexuelle Gewalt. Betroffen sind Frauen in allen Schichten und gesellschaftlichen Gruppen. Aber nur jede fünfte Frau sucht sich Hilfe.

Solidarität mit den Betroffenen

Gemeinsam mit dem Hilfetelefon ruft Bundesfrauenministerin Katharina Barley dazu auf, sich an der Mitmachaktion "Wir brechen das Schweigen" zu beteiligen. Anlass ist der "Internationale Tag zur Beseitigung der Gewalt gegen Frauen". Unter dem Motto "Weg aus der Gewalt" zeigen sich viele Menschen solidarisch mit Betroffenen und bestärken sie darin, einen ersten Schritt zu wagen – weg

aus der Gewalt, in ein neues Leben.

"Betroffene sollen wissen, dass sie auf dem Weg aus der Gewalt nicht allein sind und dass es Unterstützungsangebote wie das bundesweite Hilfetelefon gibt", erklärte Barley. "Lassen Sie uns gemeinsam das Schweigen brechen und die Hilfetelefonnummer 08000 116 016 weiter bekannt machen."

Der Hashtag für die Aktion in den sozialen Netzwerken lautet #schweigenbrechen. Doch auch Menschen, die keine sozialen Medien nutzen, können teilnehmen. Auf der Internetseite des Hilfetelefons sind sämtliche Aktionen und Materialien zu finden.

Beratung rund um die Uhr

Das bundesweite Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen" berät rund um die Uhr zu allen Formen von Gewalt gegen Frauen. Es ist wichtig, dass die Betroffenen jederzeit jemanden erreichen können und Hilfe erhalten. Zum Beispiel dann, wenn der Täter gerade nicht zu Hause ist, und sie ungestört telefonieren können.

Unter der Nummer 08000 116 016 bietet das Hilfetelefon seit 2013 eine Erstberatung und Informationen rund um das Thema Gewalt gegen Frauen an. Das kostenlose Angebot ist anonym und barrierefrei und bietet Beratung in 18 Sprachen. Pib 24

 

 

 

Jamaika-Diskussion über Flüchtlinge war falsch. Deutschland braucht ein nationales Antirassismus-Programm

 

Die Bundesrepublik erlebt einen Rechtsruck wie nie zuvor. Trotzdem haben die Jamaika-Parteien vor allem über Flucht- und Migrationsthemen gestritten. Wichtige Fragen zum gesellschaftlichem Zusammenhalt fehlten, müssen aber endlich auf den Tisch. 

„Die Zusammensetzung der 52 Mitglieder der Jamaika-Sondierungsrunde sagt viel darüber aus, wer in diesem Land mitreden darf und wer nicht“, sagt Ferda Ataman, Sprecherin der Neuen Deutschen Organisationen. Ein Blick auf die Teilnehmerliste zeigt: Von den 52 Mitgliedern der Sondierungsrunde hatten lediglich 2 einen Migrationsvordergrund, das sind gerade einmal vier Prozent. „Hier diskutierten vor allem weiße Männer über 50 Jahre, womit sich Deutschland in der kommenden Legislaturperiode beschäftigt“, so Ataman. „Und das ist fatal.“

„Das Scheitern von Jamaika kann auch eine Chance sein. Wir brauchen eine Vision für ein Land, das allen Menschen Heimat und Identität geben kann und keine kleinkarierten Zahlenspielchen mit dem Leben von verfolgten Menschen“, sagt Dominik Wullers, stellvertretender NDO-Sprecher und Mitglied beim Verein Deutscher.Soldat. „Auch jenseits von Sondierungsgesprächen spricht niemand mehr darüber, wie die Einwanderungsgesellschaft gestaltet werden kann. Alle reden über Fluchtursachen und Integration von Neuzuwanderern“, kritisiert Wullers. 

Alle Parteien gehen offenbar von der Prämisse aus, dass die meisten Menschen in Deutschland gegen die Zuwanderung von Geflüchteten sind. Doch Studien zeigen, dass das nicht stimmt und viele Einwohner Zuwanderung optimistisch gegenüber stehen. Umso wichtiger ist die Mitsprache von Menschen aus Einwandererfamilien. Um für mehr Sichtbarkeit zu kämpfen, treffen sich zum ersten Mal am 20. und 21. November Migrantenorganisationen zu einer Bundeskonferenz in Berlin. 46 Organisationen diskutieren hier ihre zentralen Forderungen an die Politik. Die NDO sind auch dabei. https://www.tgd.de/2017/11/09/20-21-november-2017-in-berlin/

„Es ist an der Zeit, über unsere Sorgen zu sprechen“, sagt Ferda Ataman. „Im Gegensatz zu den Flüchtlingsgegnern haben wir begründete Sorgen. Der Rechtsruck betrifft uns. Die Daseinsberechtigung von Menschen, die nicht so aussehen, wie man sich früher Deutsche vorgestellt hat, wird derzeit in Frage gestellt.“ Man müsse ernst nehmen und darüber reden, was gerade in Deutschland passiert. „Wir erleben einen Rechtsruck, wie es ihn noch nie zuvor in der Bundesrepublik gab.“ 

Die Zahl der verbalen und gewaltsamen Übergriffe auf Flüchtlinge und Muslime in Deutschland ist in den letzten Jahren dramatisch gestiegen. „Das ist nicht nur gefährlich für die Betroffenen, das gefährdet auch die Zukunft Deutschlands“, sagt Gün Tank, Geschäftsleiterin der NDO. „Wir brauchen eine Politik, die Rechtpopulismus  und -extremismus entschieden entgegentritt und für eine pluralistische Gesellschaft steht. Deswegen fordern wir ein ernst gemeintes, flächendeckendes, nationales Anti-Rassismus-Programm. Sofort.“

Zu den NDO: Die  NEUEN DEUTSCHEN ORGANISATIONEN sind ein bundesweites Netzwerk von Vereinen und Initiativen, die sich für die Akzeptanz von Vielfalt und gleichberechtigte Teilhabe einsetzen. Die  Geschäftsstelle wird gefördert durch die Stiftung Mercator, Träger: Neue Deutsche Medienmacher e.V.  ndo 20

 

 

 

Studie. AfD-Wahlerfolg in früheren NPD-Bastionen

 

Je höher der Anteil von Nicht- oder NPD-Wählern 2013 in einem Wahlkreis war, desto mehr Zweitstimmen holte die AfD dort. Eine aktuelle Studie zeigt einen Zusammenhang zwischen politischer Entfremdung und Votum für Rechtspopulisten.

Der Wahlerfolg der AfD bei der Bundestagswahl am 24. September hängt einer neuen Studie zufolge eng mit einem guten Abschneiden der rechtsextremen NPD bei der Bundestagswahl 2013 zusammen. Auch ein hoher Anteil von Nichtwählern begünstigte in den jeweiligen Wahlkreisen hohe Zweitstimmenanteile für die AfD. Das ergab eine Untersuchung des Instituts für Demokratie und Zivilgesellschaft im Auftrag der Amadeu Antonio Stiftung, die am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde. Die rechtskonservative Partei hatte bei der Wahl bundesweit 12,6 Prozent der Zweitstimmen erhalten und ist damit drittstärkste Kraft im Bundestag.

Sowohl in Ost- als auch in Westdeutschland habe die AfD in vielen Wahlkreisen von einer politischen Kultur profitiert, in der sich Demokratieverdrossenheit und Rechtsextremismus normalisieren konnten, befanden die Autoren der Studie. Bisherige Untersuchungen hätten vor allem sozioökonomische Betrachtungen wie Arbeitslosigkeit oder wirtschaftlich schwache Regionen als Erklärversuche für den AfD-Wahlerfolg herangezogen, sagte Timo Reinfrank, Geschäftsführer der Amadeu Antonio Stiftung.

Die neue Studie betrachte zusätzlich politisch-kulturelle Zusammenhänge wie Wahlpräferenzen, Zweitstimmen- und Nichtwähleranteile. Zusätzlich zogen die Autoren soziodemografische Aspekte wie Alter, Bildungsstand, Bevölkerungsdichte und Migrationsanteile heran. Basis für die Auswertung waren laut Reinfrank Daten des Bundeswahlleiters aus den 238 west- und 61 ostdeutschen Wahlkreisen.

Normalisierung rechter Gesinnung

Danach lassen sich geografische Räume feststellen, in denen die AfD besonders erfolgreich war. Als Beispiel nennt die Studie den Wahlkreis Sächsische Schweiz/Osterzgebirge, wo die NPD 2013 über fünf Prozent der Zweitstimmen erhielt. 2017 erreichte dort die AfD mit 35,5 Prozent ihr bundesweit höchstes Wahlergebnis. Im bayerischen Deggendorf lag der Nichtwähler-Anteil 2013 bei 39,6 Prozent, die AfD kam 2017 dort auf 19,2 Prozent. Je höher der Nichtwähler- oder der NPD-Wähleranteil in einem Wahlkreis 2013, desto mehr Zweitstimmen holte die AfD dort 2017, heißt es in der Studie.

Die politische Kultur in diesen Räumen sei über lange Zei gewachsen, sagte Studien-Co-Autor Christoph Richter. Durch den teils schon langen Erfolg der NPD habe sich ein Normalisierungseffekt für rechte Gesinnung eingestellt. „Im AfD-Wahlerfolg schreibt sich die demokratische Entkoppelung fort, die mit einer Verharmlosung des Rechtsextremismus und einer Normalisierung der NPD über Jahre begünstigt wurde“, ergänzte Reinfrank.

Flucht nicht Ursache, sondern Anlass für Rechtsruck

Als Gegenbeispiel zogen die Studien-Verfasser das westfälischen Münster heran: Dort kam die NPD 2013 auf nur 0,27 Prozent. Die AfD erzielte dort 2017 mit 4,9 Prozent ihr bundesweit schlechtestes Ergebnis. Die große Fluchtbewegung 2015 sei nicht Ursache, sondern Anlass für den Rechtsruck und die hohen AfD-Wahlergebnisse gewesen, schlussfolgern die Autoren der Studie.

Der frühere Bundestagspräsident Wolfgang Thierse (SPD), Schirmherr der Amadeu Antonio Stiftung, unterstrich, der Wahlerfolg der AfD sei eine „ernste Herausforderung für die Demokratie“. Er warnte vor einer Verharmlosung der Rechtspopulisten und vor einseitigen Ursachenanalysen.

Thierse fordert dauerhafte Demokratieförderung

Thierse appellierte an die Politiker auch seiner eigenen Partei, die tiefe Verunsicherung der Menschen und ihr Heimatbedürfnis vor allem in Ostdeutschland ernst zu nehmen. „Die SPD muss zeigen, dass sie Land und Leute liebt“, sagte Thierse. Er plädierte für eine dauerhafte Demokratieförderung in Regionen mit hohem rechten Wähleranteil.

Reinfrank bekräftigte die Forderung nach einem Demokratiefördergesetz, um die langfristig Demokratie-Arbeit sicherzustellen. Denn die über viele Jahre gewachsene politische Kultur könne nicht binnen einer Legislaturperiode verändert werden. „Die Menschen für einen demokratischen Prozess zurückzugewinnen, wird eine langfristige Herausforderung sein“, sagte er. (epd/mig 22)