Webgiornale 16-30 novembre 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     Migrantes: l’onda lunga della pandemia frena la mobilità italiana. Presentato il Rapporto Italiani nel Mondo. 1

2.     L’emigrazione cala, l’emigrazione cambia: a Roma il 17° RIM.. 1

3.     I nuovi decreti sull’immigrazione e i principi umanitari del diritto internazionale. 1

4.     Stati Uniti. Luci e ombre delle elezioni di Midterm.. 1

5.     Missione del Ministro Tajani al Vertice del Processo di Berlino sui Balcani occidentali e alla Ministeriale G7. 1

6.     Colonia. L’Intercomites Germania focalizza i problemi della comunità italiana. 1

7.     Berlino: all’Ambasciata il 22 novembre il Premio Mercurio 2022. 1

8.     Le recenti puntate di Cosmo, ex-Radio Colonia. 1

9.     Celebrazione al cimitero di Amburgo-Öjendorf il 6 novembre. Discorso del Consigliere CGIE dott. G. Scigliano. 1

10.  Istituita la Giornata degli Emiliano-Romagnoli nel mondo. 1

11.  Il 17 novembre alla Farnesina l’evento conclusivo delle Giornate della Formazione Italiana nel Mondo. 1

12.  Benvenuti a Berlino: il 17 novembre 4° incontro informativo con il Comites dedicato agli artisti 1

13.  Medici altoatesini all’ospedale universitario della “Charité” di Berlino. 1

14.  “Il Diritto della guerra, le ragioni della Pace”: ad Amburgo conferenza del Comites di Hannover. 1

15.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

16.  Concerto ad Amburgo del pianista Costantino Carrara il 18 novembre. 1

17.  Berlino: panel in Ambasciata su “Startups as a creative bridge between Italy and Germany”. 1

18.  USA. I repubblicani non sfondano la ‘diga’ democratica. 1

19.  La Conta dei Numeri 1

20.  “Corriere d’Italia”: Auguri al nuovo Governo e al nuovo Parlamento. 1

21.  Il nuovo governo e gli sbarchi: Forte coi deboli 1

22.  Commissione Ue: “ridurre al massimo il tempo di permanenza delle persone a bordo delle imbarcazioni”. 1

23.  Intanto pagare. 1

24.  Pace e crimini, buona fede e logica. 1

25.  La diplomazia culturale come vettore chiave della politica estera dell’Ue. 1

26.  Ritrovarci 1

27.  Soccorso in mare: manca un patto europeo sul sistema Sar. 1

28.  Insicurezza energetica. L'Appello COMECE alla solidarietà in vista dell'inverno. 1

29.  Mattarella a Maastricht per i 30 anni del Trattato sull’Unione Europea. 1

30.  Alleanze di comodo. 1

31.  Migranti, documento riservato Frontex: "Ong pull factor, senza navi molti rifiutano di partire". 1

32.  Digital Markets Act: le nuove regole dei mercati digitali nell’Ue. 1

33.  Recensione libro di Marco Pappalardo “Cara Scuola ti scrivo…L’attualità di Lettera a una professoressa”. 1

34.  Farnesina. Il piano triennale non soddisfa il fabbisogno di personale. 1

35.  Siciliani all’estero: il Carse scrive al Presidente Schifani 1

36.  Sen. Giacobbe (Pd): “Serve intervento bipartisan per colmare subito vuoti che penalizzano gli italiani all’estero”. 1

37.  Il 18 novembre la presentazione della VII Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. 1

 

 

1.     UN-Klimakonferenz. Schutzschirm für arme Länder gestartet 1

2.     Schengen unter Druck: Slowenien erwägt Einführung von Grenzkontrollen. 1

3.     Italiens Flüchtlingspolitik spaltet Europa erneut 1

4.     Nur Minderheit der Deutschen für eigenständigen Fortbestand von ARD und ZDF. 1

5.     Zwei Millionen Euro. Haushaltsausschuss bewilligt Geld für private Seenotretter 1

6.     Ein wackliges Kartenhaus. 1

7.     EU-Kommission schlägt neue Abgasnormen vor. 1

8.     „Eine Schande“. EU-Parlament will Aktionsplan zur Bekämpfung von Rassismus verlängern. 1

9.     Ankündigung des Entwurfs eines Gesetzes zur Verbesserung der Integration in Hessen. 1

10.  Staatsverschuldung der Mitgliedstaaten: Kommission will flexiblere Regeln. 1

11.  Studie. Vorurteile gegen Migranten und Muslime nehmen zu. 1

12.  Menschenrechtler fordern mehr Maßnahmen gegen ausländische ‚Polizeistationen‘ in EU.. 1

13.  Bedenke das Ende. 1

14.  Wer bezahlt bei Schäden? Fragen und Antworten zum Weltklimagipfel 1

15.  Europas Wald-CO2-Senken schrumpfen rapide. 1

16.  Deutschland zurückhaltend. Hunderte Geflüchtete harren weiter auf Mittelmeer aus. 1

17.  Hohe Gas- und Ölpreise saugen Milliarden Euro aus dem Land. 1

18.  Katholische Aktion zum Klima-Gipfel: Radikale Schritte nötig. 1

19.  Partnerschaft und Demenz: Tipps, damit beide besser zurechtkommen. 1

20.  Schlechtes Zeugnis für Deutschland. Klima-Expertenrat: Zu wenig, zu langsam, zu spät und inkonsequent 1

21.  Sorgenranking: Jeden Zweiten plagen Inflationssorgen, Angst vor militärischem Konflikt nimmt wieder zu. 1

22.  Populismus. Der Yeti der Politik. 1

23.  Armut in Europa „nimmt sehr stark zu“. 1

24.  Mangelnde Strafverfolgung. Neue Welle rassistischer Gewalt befürchtet 1

25.  Meloni will „starke Stimme Italiens“ in Brüssel sein. 1

26.  Abkommen über 80 Mio. Euro. Damit Menschen nicht fliehen – EU finanziert Ägypten Grenzschutz. 1

27.  Handys, Pässe und Schlauchboote. Eine Ausstellung zeigt, was Flüchtlinge bei sich tragen – und warum.. 1

28.  Ausländerbeiräte: Antragsrecht – ein stumpfes Schwert?. 1

29.  Blick nach Osten. 1

30.  Dänemark: Sozialdemokraten so stark wie seit 20 Jahren nicht 1

31.  Frankfurt/M. Der Auftakt des Festivals „Verso Sud“. 1

 

 

 

Migrantes: l’onda lunga della pandemia frena la mobilità italiana. Presentato il Rapporto Italiani nel Mondo

 

L’Italia fuori dall’Italia

È da tempo che i giovani italiani non si sentono ben voluti dal proprio Paese e dai propri territori di origine, sempre più spinti a cercar fortuna altrove. La via per l’estero si presenta loro quale unica scelta da adottare per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali (autonomia, serenità, lavoro, genitorialità, ecc.). E così ci si trova di fronte a una Italia demograficamente in caduta libera se risiede e opera all’interno dei confini nazionali e un’altra Italia, sempre più attiva e dinamica, che però guarda quegli stessi confini da lontano. È quanto emerge dalla XVII edizione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, presentato questa mattina a Roma.

Al 1° gennaio 2022 i cittadini italiani iscritti all’AIRE sono 5.806.068, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia. Non c’è nessuna eccezione: tutte le regioni italiane – si legge nel testo – perdono residenti aumentando, però, la loro presenza all’estero. La crescita, in generale, dell’Italia residente nel mondo è stata, nell’ultimo anno, più contenuta, sia in valore assoluto che in termini percentuali, rispetto agli anni precedenti.

Dal 2006 al 2022 la presenza degli italiani all’estero è cresciuta del 87% passando da 3,1 milioni a oltre 5,8 milioni.

L’onda lunga della pandemia frena la mobilità italiana

L’Italia è irrimediabilmente legata alla mobilità e inevitabilmente chiamata, oggi, a fare i conti con le difficoltà degli spostamenti dovuti alla pandemia, evento globale i cui effetti si stanno sentendo sul lungo periodo con modalità e accenti diversi, sottolinea la Fondazione Migrantes nel Rapporto: questo non significa non spostarsi, non significa essersi fermati, ma aver ridotto gli spostamenti “ufficiali” che, comunque, riguardano un numero consistente di giovani, partiti soprattutto dal Nord Italia alla volta prevalentemente dell’Europa. Molti probabilmente lo hanno fatto ricorrendo all’irregolarità, non ottemperando, cioè, all’obbligo di legge di iscriversi all’AIRE poiché, in tempi di emergenza sanitaria, suona forte – e non potrebbe essere altrimenti – il campanello di allarme relativo alla perdita di assistenza sanitaria che rappresenta, da sempre, il principale motivo che trattiene chi parte per l’estero a iscriversi all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

Le partenze per “espatrio” avvenute lungo il corso del 2021 – sottolinea il Rapporto – sono state 83.781, la cifra più bassa rilevata dal 2014, quando erano più di 94 mila.

Quello che si pensava potesse accadere alla mobilità italiana durante il 2020 è avvenuto, invece, nel corso del 2021: la pandemia, cioè, ha impattato sul numero degli spostamenti dei nostri connazionali, riducendoli drasticamente e trasformando, ancora una volta, le loro caratteristiche. Rispetto al 2021 risultano 25.747 iscrizioni in meno, una contrazione, in un anno, del -23,5% che diventa -36,0% dal 2020.

Chi è partito per espatrio da gennaio a dicembre 2021 è prevalentemente maschio (il 54,7% del totale), giovane tra i 18 e i 34 anni (41,6%) o giovane adulto (23,9% tra i 35 e i 49 anni), celibe/nubile (66,8%). I minori scendono al 19,5%. I coniugati si attestano al 28,1%.

A partire sono stati sempre più i giovani e sempre meno gli anziani (-19,6%) e le famiglie. In drastica riduzione anche il numero dei minori.

Il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio nel corso del 2021 è andato in Europa, il 53,7% (poco più di 45 mila) è partito dal Settentrione d’Italia, il 46,4% (38.757), invece, dal Centro-Sud.

La Lombardia (incidenza del 19,0% sul totale) e il Veneto (11,7%) continuano ad essere, come da ormai diversi anni, le regioni da cui si parte di più. Seguono: la Sicilia (9,3%), l’Emilia-Romagna (8,3%) e la Campania (7,1%). Tuttavia, dei quasi 16 mila lombardi, dei circa 10 mila veneti o dei 7 mila emiliano-romagnoli molti sono, in realtà, i protagonisti di un secondo percorso migratorio che li ha portati dapprima dal Sud al Nord del Paese e poi dal Settentrione all’oltreconfine.

Lo Speciale RIM 2022. La rappresentanza e i Comitati degli Italiani

all’Estero (Comites)

Lo Speciale del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes 2022 è dedicato allo studio dei Comitati degli Italiani all’Estero (Comites) e del loro ultimo rinnovo avvenuto a dicembre 2021. I Comites sono organi elettivi senza fini di lucro ed apolitici che raccolgono e rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all’estero. Questi organi (i cui membri non percepiscono remunerazione per la loro attività di volontariato) si interfacciano nei rapporti con le istituzioni italiane insieme alle quali promuovono, nell’interesse della collettività italiana residente nella circoscrizione, tutte quelle iniziative ritenute opportune in materia di vita sociale e culturale, assistenza sociale e scolastica, formazione professionale, settore ricreativo e tempo libero.

In particolare, sono stati presi in considerazione diciassette paesi del mondo: Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Germania, Irlanda, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svizzera, Tunisia, Ungheria, Uruguay e Venezuela. L’analisi ha riguardato i risultati e le caratteristiche di ogni singolo Comites di ciascuna nazione considerata, mettendo in relazione il passato con il presente, evidenziando mutamenti e recenti innesti, continuità progettuali e nuovi percorsi intrapresi.

Il Comites diventa in queste pagine occasione di analisi e di riflessione sulla mobilità italiana che ha abitato e abita quel luogo – inteso nel duplice significato di nazione e città – e sulla capacità che ha avuto e che ha di intessere relazioni con la comunità italiana lì residente. La presenza di un Comites operativo significa avere una comunità organizzata che accompagna i nuovi arrivi e supporta i lungoresidenti dialogando e confrontandosi per le naturali difficoltà intergenerazionali che si vengono a presentare. Un cammino del fare, quindi, irto di difficoltà dovute al costante mutamento dei protagonisti della mobilità, delle loro necessità e delle condizioni storiche, sociali, politiche, economiche e culturali in cui avviene la migrazione. Vi sono, d’altra parte, Comitati in crisi per gli stessi motivi perché non ritenuti rappresentativi della realtà, ma ancorati a un passato che non ha più senso di esistere se non riletto alla luce dei cambiamenti nel frattempo occorsi.

I Comites possono a ragione essere tacciati di scarsa – o nessuna – rappresentanza quantitativa della comunità, vista la platea estremamente esigua che li ha eletti.

Tuttavia – ed è qui il paradosso – vista la composizione socioeconomica e culturale delle liste è ragionevole affermare una loro forte rappresentanza qualitativa della nuova realtà italiana nel mondo, con l’emergere di nuove generazioni, nuovi profili professionali, comunità di cittadinanza italiana recente, ed una continuità con le strutture della vecchia emigrazione.

Una parte degli elettori italiani, residenti in Italia e fuori dei confini nazionali, resta contraria al voto all’estero così come è stato riformato: permangono, cioè, ancora irrisolte alcune criticità note come la difficoltà di garantire la personalità, la libertà e la segretezza del voto. Sfiducia e opposizione al voto possono trovare nell’astensionismo una forma legittima di protesta. Ma ciò che i dati sull’affluenza suggeriscono è che con il passar degli anni è venuta meno la spinta propulsiva che ha riformato il voto degli italiani all’estero, e la generazione che l’ha promossa. Una parte sempre maggiore di elettori, e tra questi segnaliamo gli italodiscendenti e i neo-immigrati dall’Italia, non ha fatto parte di quella “battaglia” per il voto all’estero e potrebbe sentirsi in qualche maniera slegata dal diritto-dovere di votare. Portare (o riportare) questi elettori alle urne è senz’altro una delle sfide più urgenti per contrastare l’astensionismo crescente.

R. Iaria, de.it.press 8

 

 

 

 

L’emigrazione cala, l’emigrazione cambia: a Roma il 17° RIM

 

Roma. La pandemia da Covid-19, le rotte commerciali sconvolte, le variegate crisi di materia prime, la crisi di manodopera e del lavoro, la guerra, la crisi ambientale. Sono alcuni degli avvenimenti che contraddistinguono il mondo contemporaneo e che accelerano i processi di cambiamento nella società. Ma una questione rimane salda, anche mutando forma, numeri e protagonisti: la mobilità umana. L’Italia è protagonista del fenomeno migratorio fin dagli albori della sua entità statale e anche prima, ma non solo per le entrate nel nostro Paese porta-d’Europa, ma anche e soprattutto per le uscite. L’immigrazione è un fenomeno recente, mentre l’emigrazione è iscritta nella storia degli italiani. Ma restano due fenomeni uniti nel macro contesto della mobilità. Con queste variegate crisi, che stanno portando alla creazione di un mondo interconnesso, l’emigrazione italiana ha visto una frenata nel 2021, che non significa nel modo più assoluto che il fenomeno sia in via di sparizione ma semplicemente che sta mutando: sono infatti 83.781 gli italiani che hanno lasciato il Bel Paese nell’ultimo anno, la cifra più bassa dal 2014. Insomma, quello che ci si aspettava che potesse accadere nel 2020, è accaduto quest’anno. E questo ha portato a una nuova forma di emigrazione con diverse caratteristiche: sono prevalentemente maschi (54,7%) e giovani (41,6% tra i 18 e i 34 anni) quelli che partono, senza famiglia (66,8%) e si stabiliscono principalmente in Europa (78%).

Questi i dati principali che emergono dal 17° Rapporto Italiani nel Mondo realizzato e presentato questa mattina a Roma dalla Fondazione Migrantes.

L’emigrazione non si è fermata, dunque. I numeri presenti nel RIM 2022 spiegano come sia cambiata e come sia sempre più evidente che da una parte si vede un’Italia nei confini nazionali, in una crisi sempre più lampante dal punto di vista demografico, in crisi da spopolamento e in crisi lavorativa; dall’altra si vede un’Italia lontano dai confini, più attiva e dinamica che però non smette di guardare a quegli stessi confini da lontano. E nonostante quest’ultima Italia sia in perenne crescita (5,8 milioni sono gli italiani iscritti all’AIRE nel 2022, 9,8% dei 58,9 milioni di residenti in Italia), la sua rappresentanza politica si è abbassata con la nuova legislatura. Però, al netto di tutto, la partecipazione (non solo in termini politici) è rimasta sempre intatta.

Questi due temi, rappresentanza e partecipazione, sono al centro della nuova edizione del RIM presentato oggi, la cui introduzione è stata realizzata da Francesco Savino, Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha dato il via ai lavori parlando della stretta attualità. Savino si è detto infatti preoccupato per come la politica democraticamente eletta stia trattando dei migranti arrivati sulle coste italiane, bloccati sulle navi Ong ancorate al porto di Catania: “se chiediamo integrazione per i fratelli italiani che emigrano, non possiamo non usare lo stesso vocabolario per chi entra nel nostro Paese. Ho paura quando sento parlare di accoglienza selettiva, non so cosa significa questo aggettivo. E sono preoccupato quando sento parlare di “carichi residuali” quando si parla di persone (il termine è stato utilizzato dal Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ndr). Se non vogliamo che il Mediterraneo diventi sempre di più un cimitero – ha detto -, dobbiamo custodire i migranti e dire che l’Europa aiuti l’Italia. Qui si gioca il futuro del nostro Paese e del Continente. Chiediamo le stesse cose per emigrati e immigrati”.

Passando al RIM, secondo il Vicepresidente della CEI “devono cadere i presupposti ideologici”, perché in questi fenomeni “si incontrano diverse religioni e diversi credi ma la realtà esige democrazia e processi di umanizzazione”. Per questo “non deve prevalere un’ideologia, sennò diventa disumanizzazione”. Infine, Savino si è appellato alla politica per due punti: “ridiscutere la legge Bossi-Fini” e affrontare il “problema giovani”. Giovani che “non hanno bisogno dalla sindrome del capezzale”. Perché “i giovani non sono il futuro, ma il presente. Non scelgono di partire, sono costretti a farlo da esigenze economiche e lavorative. Quelli che se ne vanno non tornano più. Dobbiamo trovare le condizioni per farli restare”. Altrimenti la mobilità italiana resterà sempre “malata”. “Questo studio - ha infine concluso Savino - ci aiuta soprattutto ad osare di più, e dobbiamo farlo per la civiltà e la democrazia. La storia di domani ci giudicherà per come tenteremo di affrontare i fenomeni migratori di oggi”.

A seguire, la moderatrice dell’incontro, Monica Marangoni, ha letto il messaggio che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto mandare per la presentazione e più avanti si è entrati dentro il RIM 2022 con Delfina Licata, Ricercatrice della Fondazione Migrantes nonché curatrice principale del RIM 2022, che ha iniziato il suo intervento con un assunto tanto semplice quanto longevo: “l’Italia è strutturalmente caratterizzata dalla mobilità”. Secondo la ricercatrice, “l’Italia è una repubblica democratica fondata sull’emigrazione. E ce lo dicono i numeri”. Questi numeri hanno fatto osservare come l’onda lunga della pandemia abbia dato il via a un fenomeno uguale, seppur in numero ridotto, ma con protagonisti leggermente diversi: “sono partiti meno italiani in totale, meno famiglie, meno minori (-19,6%); ma sono partiti tanti giovani. Oltre il 78% di loro lo ha fatto in Europa” (dove si sente maggiore sicurezza anche a causa dell’emergenza sanitaria, motivo per il quale spesso non ci si iscrive all’AIRE). Il lavoro è il motivo principale, ma importante sono anche la vivibilità delle città, l’assistenza sanitaria, il rapporto qualità/prezzo, il costo della vita, la qualità dell’aria, il fenomeno culturale e il livello di inclusività. “I giovani italiani non si sentono ben voluti dal proprio Paese e dai propri territori di origine e vanno a cercare fortuna altrove. La via per l’estero si presenta loro quale unica scelta da adottare”. “Questo ci deve far capire dove e come l’Italia sta cambiando”. E anche la mobilità lo sta facendo. È sempre più precaria, incerta, volubile. E sono tanti i giovani che non si iscrivono all’AIRE. Anche per questo la dottoressa Licata ha voluto chiedere “a gran voce” alla politica di creare un “tavolo di discussione per la riforma dell’Anagrafe degli Italiani all’Estero, perché deve rispondere delle nuove esigenze delle nuove forme di mobilità”, dicendosi anche pronta a collaborare a questa riforma.

“Ci siamo chiesti come trasformare mobilità malata in mobilità circolare, per questo dobbiamo riflettere sul tema della rappresentanza – ha spiegato ancora la curatrice del RIM 2022 -. Che non è solo un tema politico. Ciascun uomo e ciascuna donna determinano, invece, la loro influenza sui contesti sociali a seconda di quanto sappiano e riescano a indossare e giocare uno o più ruoli sociali acquisiti, conquistati o affidati loro”. La rappresentanza e la partecipazione si muovono dunque all’interno di uno spazio molto più vasto. Anche per questo la nuova edizione del RIM ha voluto indagare in particolare sul rinnovo dei Comites, allargando la ricerca in 17 paesi per 83 Comitati. Durante la ricerca “si è aperto un mondo di conoscenza”: in particolare è emerso un “parallelismo tra storia e modernità della mobilità. Ci sono Comites che perseguono tradizione ma altri dove si sono innestate le eco-mobilità”. È emerso anche un paradosso: nonostante solo il 2,8% abbia votato per il rinnovo o per la formazione dei Comites (da cui si evince una disaffezione per il voto in generale), i Comites “rappresentano bene le comunità”. Al lavoro nei Comites, infatti, ci sono rappresentate tutte le componenti della mobilità nostrana. Una comunità, quella all’estero, che “non è uniforme né perfetta, ma può e deve essere una comunità che decide per il proprio futuro. Perché è l’unica Italia che cresce”.

Ha preso parola durante la presentazione anche Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche migratorie del MAECI, secondo il quale, quello di oggi e in generale il nuovo volume del RIM, è un “momento importante di riflessione comune sulle nostre collettività”. “Anche le nostre sedi all’estero usano questo rapporto per studiare il fenomeno e le comunità. E i numeri ci sorprendono”. Riguardo il tema di quest’anno, Vignali ha voluto mettere in evidenza un nodo che “va affrontato”: ossia che il corpo elettorale aumenta, ma le procedure per il voto sono rimaste le stesse della Legge Tremaglia (2006). Una legge “che ha rappresentato una conquista, ma che ora va attualizzata”. Per questo il DG Vignali ha esortato “una riflessione del Parlamento” sul tema, dicendosi disponibile ad aiutare. Il rappresentante della Farnesina ha sottolineato poi altre due questioni fondamentali a suo modo di vedere: sicurezza del voto, “per la quale servono stanziamenti e risorse superiori alle attuali” e “multi-modalità del voto”, ossia “far scegliere all’elettore come votare, attraverso seggi o in modo elettronico, appena saremo pronti”. Ma ci sono anche altri livelli di rappresentanza, come ricordato dal DG Vignali, come il CGIE: “stiamo concludendo le nomine dei membri”, ha assicurato. Infine, Vignali ha attirato l’attenzione su un’altra questione: “non tutte le componenti geografiche sono rappresentate a dovere, manca l’Africa e manca buona parte dell’Asia”. Riguardo i Comites, invece, ha spiegato come il mondo degli italiani all’estero sia ben rappresentato dai questi organismi creati e funzionanti su base volontaria e gratuita, in cui le persone che lo compongono si impegnano a dar voce agli italiani all’estero in modo completamente autonomo. Questa, secondo lui, è “una dimensione qualitativa che può essere sviluppata”. “Il Maeci – infatti - li sostiene perché realizzino progetti finalizzati a raccontare la storia, per aiutare la nuova migrazione, per coadiuvare le sedi diplomatico-consolari. Questo aspetto qualitativo è anche un fattore di emancipazione”. Altresì, “è anche vero che hanno bisogno di un ammodernamento per far sì che siano sempre più inclusivi e rappresentativi e che ci aiutino a realizzare il progetto del Turismo delle Radici, un turismo attivo, diffuso nel territorio, che renda protagonisti i borghi, utilizzando sempre meglio i nuovi strumenti”.

Dopo Vignali sono intervenuti diversi rappresentanti della politica, a partire da Toni Ricciardi, della commissione scientifica del RIM e ora deputato del Pd eletto in Europa. Anche secondo lui, parlando di immigrazione, “bisogna superare la Bossi-Fini”. Parlando di emigrazione, invece, ha spiegato che assieme al suo partito si è dato un punto: “sdoganare gli italiani all’estero dal ghetto”. Per questo “non servono commissioni ad hoc per gli italiani all’estero ma bisogna utilizzare le commissioni preposte”. Per concludere ha parlato anche di Turismo delle Radici, definendolo con soddisfazione “un rimborso postumo alla provincia, che è quella che è stata toccata di più dall’emigrazione”.

In seguito ha preso parola anche il deputato di Fratelli d’Italia eletto in Centro e Nord America, Andrea Di Giuseppe, secondo il quale l’immigrazione deve “muoversi in base alle leggi”, e per l’emigrazione la politica, specie quella che rappresenta l’Italia all’estero, deve muoversi da un lato per creare risorse affinché “gli italiani non vadano via dal Paese”, e dall’altro per “cercare di rendere più rilevanti e valorizzare gli italiani all’estero”.

Poi ha detto la sua sul RIM 2022 anche Cristian Di Sanzo, eletto alla Camera con il Pd in Centro e Nord America: “questo rapporto è stato un faro in questi ultimi anni e ogni anno si arricchisce di qualcosa di nuovo. Per noi italiani all’estero e per chi si occupa di questi, è una guida per capire come si evolve il mondo dell’emigrazione”.

Infine Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sud America, secondo il quale “noi politici dobbiamo essere non solo rappresentanti degli elettori all’estero ma anche della mobilità, portando nelle scuole questa storia. Oggi, alla luce della riduzione dei parlamentari, il tema della rappresentanza è un tema ineludibile e urgente. E c’è un problema di messa in sicurezza del voto”.

Prima dell’intervento conclusivo si Pierpaolo Felicolo, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, è intervenuto anche Paolo Masini, Presidente del Comitato di Indirizzo del Museo dell’Emigrazione Italiana di Genova, che ha spiegato come il lavoro del MEI sia un “lavoro in un mondo in continua evoluzione. Non vogliamo parlare solo di migranti storici, vogliamo parlare anche degli attuali migranti. Per questo il RIM è per noi così importante”.

Le conclusioni sono state affidate dunque al Direttore Felicolo, che ha chiosato: “è necessario farci contagiare dalla cultura. Lo studio, quando è rigoroso, aiuta tutti a sciogliere problematiche. Sono parole non teoriche, ma su storie concrete. Storie che danno volto alle persone poiché dietro i numeri ci sono sempre le persone – ha evidenziato il Direttore della Migrantes -. Il percorso migratorio perfetto è fatto di partenze e ritorni. E questo cambio ad oggi ancora non c’è. Il futuro è coi migranti, senza distinzione di cittadinanza. La Chiesa oggi continua a studiare il fenomeno per la vita di tutti, poiché nessuno si salva da solo. Fermare la mobilità è pura utopia. Speriamo che questo strumento sia uno strumento utile per lavorare e per comprendere questo fenomeno”. (luc.matt.\aise 8) 

 

 

 

 

I nuovi decreti sull’immigrazione e i principi umanitari del diritto internazionale

 

I nuovi provvedimenti sugli “sbarchi selettivi” che riconducono le responsabilità di accoglienza agli Stati bandiera delle navi Ong evidenziano un grave vulnus di fronte a un giudizio di legittimità, anche sotto i profili dei principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità. Maurizio Delli Santi 

 

Alla fine hanno prevalso l’umanità e il senso di responsabilità dei sanitari nel riconoscere che anche la sola condizione di precarietà psicologica, in una situazione di confinamento su una nave, non può consentire il respingimento di migranti giunti sulle navi delle Ong, cui si era già ritardata l’indicazione di un porto sicuro. L’ultimo capitolo delle politiche migratorie dei c.d. “sbarchi selettivi” dovrebbe perciò concludersi definitivamente, perché sarà difficile che possa reggere la linea di attribuire le responsabilità dell’accoglienza agli Stati bandiera riconducibili alle navi che soccorrono i migranti. Come è noto, il 4 e 6 novembre sono stati emanati Decreti interministeriali – dei Ministeri dell’interno, dei trasporti e della mobilità sostenibile, e della difesa – con cui si vieta alle navi Humanity1, della ONG SOS Humanity, e Geo Barents, di Medici Senza Frontiere, di «sostare nelle acque territoriali italiane… oltre il termine necessario per assicurare le operazioni di soccorso ed assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti autorità nazionali». Per le altre persone non rientranti in tali situazioni viene riservata «l’assistenza necessaria per l’uscita dalle acque territoriali». Secondo le dichiarazioni ufficiali i provvedimenti si basano sul principio della sovranità territoriale dello Stato di bandiera, ovvero dello Stato di appartenenza ove le navi sono registrate, secondo principi sanciti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convenzione di Montego Bay, United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS 1992).

L’articolo 92 della Convenzione espressamente dispone: «Le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione, nell’alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva». Due punti vanno posti in evidenza. C’è l’aspetto della giurisdizione – si pensi a quella penale – che dunque è già limitata all’ “alto mare”, il che comporta che nelle “acque territoriali” la nave sia sottoposta in ogni caso alla giurisdizione dello Stato costiero. Principalmente rileva il richiamo a “casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione”. L’“eccezionalità” dunque può certamente riferirsi alle situazioni disciplinate dal diritto convenzionale riguardanti il soccorso in mare o anche il diritto di asilo, e in generale le misure di accoglienza dei migranti – quest’ultime riferite in particolare all’ambito dell’Unione europea – beninteso perché tutte queste sono da ricondursi a norme sovraordinate che concernono la tutela dei diritti umani.

A questo proposito, è utile richiamare che per l’ordine liberale e il diritto internazionale lo jus migrandi è un canone della tradizione liberale classica che affonda le origini nella filosofia politica, da Thomas Hobbes a Francisco de Vitoria, per arrivare a Kant che formulò come “terzo articolo per la pace perpetua” il dovere della “universale ospitalità”. Sotto il profilo del diritto positivo vale richiamare la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, ove all’articolo 13 si afferma: “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”. L’articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici delinea la libertà dentro uno Stato dell’“individuo che vi si trovi legalmente”, e questa può essere oggetto di restrizioni per motivi di sicurezza, ordine pubblico e sanità. Ma con un limite: per il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite la legislazione domestica non può derogare agli obblighi internazionali che stabiliscono la prevalenza dei diritti umani, con riferimento ai diritti alla sopravvivenza e alla dignità umana, e quindi pongono oneri correlati per gli Stati per il loro rispetto, anche sotto i canoni dei principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità delle misure amministrative predisposte.

In questa prospettiva vanno perciò inquadrate anche le previsioni circa l’obbligo di soccorso richiamato in particolare dalla Convenzione internazionale SAR di Amburgo, secondo cui esso non si esaurisce nel solo atto di sottrarre i naufraghi dal pericolo del mare, ma comporta l’obbligo di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. place of safety, nozione richiamata anche in Corte di Cassazione, III sez.penale, Sent. 20 febbraio 2020, n. 6626). Quanto alla individuazione del “luogo sicuro”, deve trattarsi di «una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse, e dove: la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie, come cibo, alloggio e cure mediche, possono essere soddisfatte; e può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale» (ex multis, Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare, Ris. MSC.167-78 del 2004, par. 6.12). Sono peraltro fuorvianti le indicazioni che hanno provato a sostenere l’applicazione sulle navi delle procedure di asilo previsto dal Regolamento di Dublino: è solo a terra che possono garantirsi condizioni idonee per l’asilo temporaneo durante la fase istruttoria dell’istanza e l’esercizio del diritto di difesa, anche nel caso di diniego.

Di fronte a questo quadro giuridico essenziale, hanno quindi avuto ragion d’essere gli inviti all’Italia subito rivolti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dall’ Organizzazione internazionale per le migrazioni di «assicurare lo sbarco», nonché dalla Commissione europea l’esortazione a «minimizzare la permanenza delle persone a bordo delle navi». Così come non può non darsi rilievo a quanto rappresentato dalle associazioni di giuristi e umanitarie, fra cui Amnesty International, che sostengono le Ong, le quali hanno richiamato due canoni in particolare: 1) la Risoluzione del Consiglio d’Europa n. 1821 del 21 giugno 2011, secondo cui «la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» (punto 5.2.); 2) l’assoluto divieto di «trattamenti inumani e degradanti» previsto all’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e all’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di quest’ultima non va dimenticato il fondamentale articolo 1: «La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata».

Sulla base di queste osservazioni la scelta dei Decreti sugli “sbarchi selettivi” ha rilevato dunque un vulnus difficilmente superabile. Sarà difficile ad esempio che superi le prove di legittimità, ai vari livelli, una norma che imponga di fatto un respingimento a una nave battente bandiera norvegese o tedesca che soccorre migranti, obbligandola a circumnavigare l’Europa mediterranea e atlantica e a rimanere in balia di eventi metereologici avversi e precarietà fisiche e psicologiche, dei migranti e dell’equipaggio, che non risulterebbero compatibili con i diritti umani, la dignità delle persone e i principi del soccorso in mare e della tutela dei rifugiati.

La strada della cooperazione fra gli Stati dell’Unione europea per i principi di solidarietà previsti dai Trattati va senz’altro ricercata, e tuttavia non sembra questo il percorso compatibile con le norme internazionali poste a tutela dei diritti umani. Più correttamente occorrerà insistere sulla definizione di altre misure di coordinamento e coinvolgimento di tutti gli Stati europei nelle operazioni di soccorso e per le predisposizioni dell’accoglienza e dell’asilo. Ma in questo progetto occorrerà tenere conto di almeno due considerazioni. La prima concerne l’effettivo impatto che la pressione migratoria esercita in ciascun Paese dell’Unione. Ad esempio, l’Italia in atto non appare interessata all’emergenza dei profughi ucraini che in massa, si parla di oltre 5 milioni, insieme a siriani e afghani stanno affluendo soprattutto in altre regioni d’Europa. Per quanto concerne i dati sull’asilo vale poi ricordare che secondo l’Easo, l’Agenzia europea dell’asilo, i Paesi europei che hanno accolto di più nel 2021 sono la Germania, con 191.000 richieste, quasi un terzo del totale, seguita dalla Francia con 121.000, e la Spagna con 65.000, mentre l’Italia è quarta, con 53.000. In rapporto al numero di abitanti, i Paesi che sostengono maggiormente lo sforzo sono Cipro, Austria e Slovenia.

Sarà perciò importante perseguire ancora una equa distribuzione dei flussi e la realizzazione di corridoi umanitari europei, sempre in un’ottica di condivisione delle responsabilità e di affermazione dei valori di civiltà da cui è nata l’Europa dei Trattati di Roma. MicroMega 11

 

 

 

 

Stati Uniti. Luci e ombre delle elezioni di Midterm

 

C’è ancora grande incertezza sull’esito finale delle elezioni di metà mandato – o Midterm, come ci siamo abituati a scrivere anche in Italia – negli Stati Uniti. Il risultato finale è destinato ad avere importanti ripercussioni sulla politica interna americana. Né mancano implicazioni per la posizione degli Stati Uniti nel mondo.

Governo diviso, governo bloccato

Se i Repubblicani dovessero conquistare tutto il Congresso o anche solo la Camera dei Rappresentanti (possibile la prima opzione, probabile la seconda), è lecito aspettarsi un blocco pressocché totale dell’agenda legislativa del presidente Joe Biden, che dipende dalla capacità di trovare maggioranze in entrambe le camere.

In passato non era inusuale che si trovasse consenso tra presidenti e maggioranze al Congresso di partiti opposti, ma la tradizione bipartisan è andata affievolendosi negli anni ’90 e si è inaridita quasi del tutto durante la presidenza di Barack Obama.

Biden dovrebbe quindi governare a colpi di ordini esecutivi – spesso suscettibili di essere contestati in tribunale – e prepararsi a dure battaglie su quelle leggi senza l’approvazione delle quali la macchina governativa non può funzionare.

Tra queste la più rilevante è l’innalzamento del tetto del debito pubblico, una procedura che dovrebbe essere automatica (senza il governo federale andrebbe in default tecnico perché non potrebbe onorare il debito) ma che in passato i Repubblicani hanno usato come arma di ricatto contro Obama.

Inoltre, i Repubblicani possono ricorrere ai poteri di inchiesta del Congresso per complicare la vita all’Amministrazione. Il leader dei Repubblicani alla Camera Kevin McCarthy ha promesso diverse indagini, anche su Hunter Biden, il figlio del presidente. E a destra c’è chi vuole l’impeachment di Biden.

Se i Repubblicani dovessero conquistare anche il Senato avrebbero poi l’autorità di condizionare le nomine presidenziali dei membri del gabinetto, degli ambasciatori e soprattutto dei giudici federali, inclusa l’ultrapotente Corte Suprema.

In definitiva, a meno che ai Democratici non riesca il miracolo di mantenere la maggioranza al Congresso, si prospetta una fase di alta litigiosità interna negli Stati Uniti. Ciò è del tutto in linea con la polarizzazione che si è andata consolidando anche e soprattutto come conseguenza della radicalizzazione del Partito Repubblicano (quello Democratico continua a essere una grande coalizione che include centristi e progressisti di vario genere).

L’immagine di un governo disfunzionale e di un sistema politico perennemente diviso e anche delegittimato dall’interno non è di nessun beneficio alla reputazione e conseguentemente al soft power americano, rendendo più difficile l’azione di Biden in politica estera, un ambito su cui costituzionalmente ha piena autorità.

Luci oltre le ombre

Eppure il quadro non è del tutto negativo per Biden, né per il prestigio degli Stati Uniti. Qualunque sia l’esito finale – e ci potrebbero voler settimane prima di saperlo – alcune conclusioni si possono già trarre dalle elezioni di Midterm che lasciano intravedere un futuro meno fosco.

La tanto annunciata ‘onda rossa’ che avrebbe dovuto travolgere i Democratici (negli Usa il rosso è il colore della destra) non si è materializzata perché l’elettorato progressista si è mobilitato in difesa dell’aborto – che i Repubblicani vorrebbero proibire, a volte in tutti casi – e contro la delegittimazione delle pratiche democratiche da parte dall’ex presidente Donald Trump e dei suoi molti sostenitori, che pur senza prove contestano la regolarità dell’elezione di Biden nel 2020.

È degno di nota che Biden abbia interrotto la ‘tradizione’ in base alla quale il partito del presidente accusa perdite, spesso molto gravi, alle elezioni di metà mandato perché diritti e democrazia sono emersi come moventi altrettanto potenti delle più tradizionali questioni economiche, tanto più in un anno ad alta inflazione come questo.

Non a caso ad arrancare tra le fila dei Repubblicani sono stati proprio alcuni dei candidati sostenuti da Trump, che sono usciti sconfitti in Pennsylvania e potrebbero perdere in Arizona, Nevada e Georgia. Se due su tre restano in mano ai Democratici, le scelte di Trump saranno costate il Senato ai Repubblicani. La stella dell’ex presidente si è pertanto appannata anche in campo conservatore, al punto che molti Repubblicani vogliono che Trump ritardi l’annunciata candidatura alle presidenziali 2024 per evitare un possibile effetto negativo sul ballottaggio in Georgia.

Che protezione del sistema elettorale e del diritto all’aborto siano state questioni decisive lo si evince dal fatto che negli stati in cui effettivamente erano a rischio la performance dei Democratici è stata formidabile, mentre è stata deludente in altri casi.

Nello stato tradizionalmente progressista di New York, per esempio, i Democratici hanno perso diversi seggi alla Camera (che potrebbero risultare decisivi), in linea con le aspettative per il partito di un presidente relativamente impopolare alle elezioni di metà mandato. In Georgia il governatore repubblicano Brian Kemp, che nel 2020 difese la legittimità del voto (lo stato andò a Biden) dagli attacchi di Trump, è stato comodamente rieletto contro una delle stelle del Partito Democratico, Stacey Abrams.

Ma il caso più eloquente è quello della Florida, dove il governatore Ron DeSantis, un ultraconservatore che però non si è mai associato alla narrativa dell’elezione rubata nel 2020 e che ha adottato una posizione più moderata sull’aborto, ha stravinto la rielezione. DeSantis, che ha saputo mettere insieme una coalizione elettorale che abbraccia anche una parte significativa della comunità latina, è l’astro nascente del Partito Repubblicano e il maggiore contendente di Trump per la nomina a candidato presidenziale nel 2024.

L’inizio della fine dell’era dell’iperpolarizzazione?

In conclusione, il messaggio di queste elezioni di Midterm è che l’elettorato americano, là dove i seggi sono effettivamente competitivi, tende a preferire candidati che accettano le regole del gioco democratico, rifuggono da posizioni fondamentaliste su temi come l’aborto, e sono aperti ad articolare in senso meno rigidamente e ideologico l’agenda di partito, progressista o conservatrice che sia.

Si tratta forse di un primo segnale che l’epoca dell’iper-polarizzazione potrebbe aver oltrepassato il punto di massima espansione. Se è così, a beneficiarne non sarà solo Biden, ma gli Stati Uniti nel complesso e conseguentemente i Paesi che in un modo o nell’altro dipendono dagli Stati Uniti per la loro sicurezza, benessere e financo tenuta democratica. Riccardo Alcaro, AffInt 14

 

 

 

 

Missione del Ministro Tajani al Vertice del Processo di Berlino sui Balcani occidentali e alla Ministeriale G7

 

ROMA – Il vice presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, on. Antonio Tajani, è a Berlino la mattinata di oggi per prendere parte al nono Vertice del Processo di Berlino sui Balcani occidentali, e a Münster, nel pomeriggio di oggi e il 4 novembre, per partecipare alla riunione dei ministri degli Esteri del G7.

Lanciato nel 2014 su iniziativa dell’allora cancelliera tedesca, Angela Merkel, il Processo di Berlino si prefigge l’obiettivo di favorire la cooperazione regionale nei Balcani Occidentali e sostenerne le prospettive europee. Il Vertice dei capi di Stato e di Governo dei 16 Stati Membri del Processo di Berlino sarà presieduto dal cancelliere federale Olaf Scholz e si svilupperà in due sessioni di lavoro. Il ministro Tajani parteciperà al Vertice su delega del presidente del Consiglio dei ministri e interverrà nella sessione dedicata alla cooperazione regionale e all’istituzione di un Mercato Regionale Comune nei Balcani Occidentali.

Nel pomeriggio il ministro Tajani si recherà a Münster per partecipare alla seconda riunione formale dei Ministri degli Esteri G7 organizzata dalla Presidenza di turno tedesca. Al centro dei lavori l’aggressione russa in Ucraina, le relazioni con l’Africa, l’area dell’Indopacifico, l’Asia centrale e l’Iran.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, i ministri degli Esteri esamineranno innanzitutto i recenti sviluppi sul terreno, con particolare riferimento ai rischi di escalation, anche in ambito nucleare, e le conseguenze internazionali della sospensione della partecipazione russa all’iniziativa per l’esportazione del grano dai porti ucraini del Mar Nero. Nel ribadire il continuo sostegno ad una “pace giusta” nel rispetto dei principi della Carta ONU, della sovranità e della integrità territoriale dell’Ucraina e la comune volontà di percorrere ogni canale di interlocuzione serio e credibile per giungere a tale soluzione, i Ministri degli Esteri del G7 discuteranno inoltre di sostegno militare, finanziario e alla ricostruzione dell’Ucraina.

Il tema delle relazioni con l’Africa sarà affrontato con alcuni fra i principali rappresentanti nazionali e regionali del Continente africano, con un focus su Sahel, Corno d’Africa e Grandi Laghi, tre aree d’interesse strategico per l’Italia sotto il profilo securitario, migratorio e umanitario. Oggetto della sessione anche le principali sfide strategiche per il G7 e l’Africa, con un particolare riferimento a sicurezza alimentare ed energetica, resilienza democratica, crisi climatica e ripresa post-pandemica.

La sessione sull’Indo-pacifico consentirà ai ministri degli Esteri di affrontare il tema delle relazioni con la Cina, della cooperazione con l’Asean e del rilancio della partnership con gli Stati insulari del Pacifico, con l’obiettivo di mantenere l’Indo-Pacifico uno spazio “libero e aperto”.

I ministri si soffermeranno anche sulla situazione in Iran a fronte dell’inaccettabile repressione delle proteste pacifiche da parte del regime. Anche l’Asia Centrale sarà al centro delle discussioni nell’ottica della crescente rilevanza della regione, con particolare attenzione a stabilità regionale, infrastrutture e connettività, energia e clima.

A margine della riunione di Münster, il ministro Tajani avrà inoltre alcuni incontri bilaterali con i suoi omologhi. (Inform/dip 3)

 

 

 

 

Colonia. L’Intercomites Germania focalizza i problemi della comunità italiana

 

I presidenti dei COMITES Germania e i consiglieri CGIE eletti in Germania, si sono riuniti in una due giorni tenutasi il 22 e il 23 ottobre a Colonia – in modalità ibrida, cioè sia in presenza, sia con collegamento via zoom – su invito della coordinatrice dell’Intercomites Germania, Simonetta Del Favero. Ai lavori erano presenti la consigliera Anna Bertoglio dell’Ambasciata italiana a Berlino, il Segretario Generale del CGIE Michele Schiavone e i deputati eletti all’estero l’On. Simone Billi e l’On. Toni Ricciardi.

All’ordine del giorno alcuni dei temi più sentiti dai rappresentanti degli Italiani in Germania, a cominciare da quello dei servizi e disservizi consolari. Questo primo punto ha dato vita a un acceso, appassionato e lungo dibattito, durante il quale sono stati elencati i principali disservizi con i quali tutti i connazionali residenti in Germania debbono fare i conti nella loro quotidianità. In primis si è trattato il problema degli appuntamenti per il rinnovo della carta d’identità e del passaporto caratterizzato da lunghissimi tempi di attesa che, in alcune circoscrizioni consolari, supera anche i sei mesi. L’impossibilità degli iscritti all’AIRE di ricevere nel proprio comune italiano di provenienza la carta d’identità in formato di tessera elettronica è tra i fattori che non contribuiscono certo a snellire le procedure. La vecchia carta d’identità cartacea crea una serie di problematiche in svariati campi della quotidianità a chiunque voglia in Germania, per esempio, avviare una qualche attività professionale o semplicemente aprire un conto in banca, poiché non viene accettata dalle autorità tedesche. Per questo l’assemblea ha chiesto all’Ambasciata di inviare una comunicazione ufficiale indirizzata a tutta l’amministrazione pubblica tedesca, che confermi la validità dei documenti d’identità cartacei.

I tempi per gli appuntamenti per il rinnovo dei documenti, che come evidenziato dai dati a disposizione dell’Ambasciata divergono molto da Land a Land, dipendono da una serie di fattori. Tra di essi va annoverato un apparato amministrativo sottorganico che non riesce a smaltire le pratiche in essere, in parte a causa della mole di pratiche accumulatesi negli ultimi due anni di pandemia e, per quest’anno, anche dalla concomitanza di due tornate elettorali. Ad aggravare la situazione si aggiunge anche l’importante aumento delle richieste di iscrizioni Aire in alcuni consolati (per es. a Monaco di Baviera).

Altro problema di cui si è fatto portavoce l’Intercomites Germania è la lamentata impossibilità di interloquire fisicamente con qualcuno all’interno dei consolati. Ne deriva una sempre crescente mole di richieste che si riversa sugli sportelli informativi dei COMITES e dei Patronati. Da parte di tutti i presenti si è perciò convenuta la necessità di migliorare al più presto il livello dei servizi consolari. L’Intercomites si impegnerà in modo unitario per dar voce ai tanti disagi vissuti dai connazionali, divenuti ormai insostenibili – senza dimenticare che, all’interno degli uffici consolari, si registrano sempre più spesso atteggiamenti e comportamenti riottosi da parte di alcuni connazionali, perlopiù dettati da rabbia e frustrazione. Più in generale, si registra quantomeno una generale disaffezione da parte degli italiani in Germania nei confronti delle istituzioni e della politica.

L’insegnamento della lingua italiana in Germania: enti gestori e la circolare n. 4/2022

Preoccupante, per non dire desolante, è anche la situazione dei corsi d’italiano per bambini e ragazzini organizzati dagli enti gestori (che oggi sono denominati enti promotori), in particolare dopo la circolare n. 4/2022. Un accurato excursus ha raccontato la storia di come si siano sviluppati i corsi di lingua italiana in Germania offerti dagli enti gestori. Questi enti, che svolgono una preziosissima attività sussidiaria dello stato italiano, si sono trovati con questa nuova circolare applicativa (non visionata prima dal CGIE) davanti a un mostro burocratico. Al momento della riunione dell’Intercomites, molti degli enti gestori non avevano ancora ricevuto i finanziamenti necessari per l’anno scolastico iniziato ormai da tempo. Alcuni responsabili degli enti hanno dovuto garantire personalmente per ottenere i crediti necessari a sostenere le prime spese e, in più casi, non erano stati ancora confermati i corsi e i relativi insegnanti. In questo modo si condannano gli enti gestori alla chiusura (cosa già avvenuta anche in un passato vicino) con la conseguente scomparsa di parte dell’offerta linguistica italiana in Germania. Tutto ciò pur sapendo che, oltre ad essere importanti datori di lavoro – che cercano in tutti i modi di mantenere il personale impegnato nei corsi, che rimane anche per mesi senza stipendio in attesa dell’erogazione del finanziamento da parte del Ministero –, gli enti gestori sono forse l’ultimo baluardo della nostra cultura in Germania. La problematica della scarsa offerta linguistica ne causa anche un’altra, e cioè quella dell’identità delle terze e quarte generazioni che a mala pena parlano italiano e spessissimo soltanto in forma dialettale: l’apprendimento della lingua italiana sarebbe sicuramente un mezzo per ritrovare le proprie origini. Anche in questo caso l’Intercomites Germania ha chiesto alla rappresentanza dell’Ambasciata di fornire con urgenza informazioni circa lo stato in essere dei finanziamenti e della situazione degli enti gestori.

Turismo di ritorno e delle radici nel contesto della Germania

Ha senso per la Germania parlare di turismo di ritorno e delle radici? In che modo potrebbero contribuire i COMITES a questo progetto? Sono queste le domande che si è posto l’Intercomites Germania durante la riunione. Insieme anche agli ospiti presenti alla riunione online si è cercato di capire questo progetto a dir poco nebuloso, di cui non sono chiare le modalità e che dovrebbe portare anche COMITES e associazioni a occuparsene: a quale titolo e in qual forma non è (ancora) dato saperlo. Dopo un vivace dibattito che ha messo in luce la mancanza di strutture chiare e linee guida comprensibili, si è convenuto che questo tipo di progettualità ha sicuramente un senso per i connazionali che vivono al di fuori dell’Europa, ma molto meno per quelli residenti in Germania (se non forse per le prime generazioni) e che certamente i COMITES non possono fungere da agenzie di viaggio o simili. L’Intercomites si prefigge perciò di approfondire il tema per capire l’eventuale ruolo dei COMITES all’interno di questo progetto che è stato dotato di 20 milioni di euro. 

Nuova mobilità e disinteresse alla partecipazione politica dei connazionali

Per poter analizzare meglio la mobilità dei nostri connazionali bisognerebbe avere dei dati certi sulla composizione della comunità italiana in Germania (la seconda comunità al mondo per numero di Italiani e la prima per quanto riguarda i legami con l’Italia). Di questa comunità si sa, in base ai dati a disposizione dell’Ambasciata, in realtà pochissimo. Quando parliamo di terze generazioni non sappiamo quasi nulla di queste persone se si va oltre ai dati anagrafici personali. Conoscere lo sviluppo demografico e sociale e la mobilità della nostra comunità è invece indispensabile per capirne i bisogni. Per questo l’Intercomites ha richiesto alla rappresentanza dell’Ambasciata dati aggiornati per poter fare una serie di riflessioni concrete e, su questa base, cercare proposte costruttive. Ciò potrebbe, per esempio, aiutare a capire la scarsa partecipazione alle più recenti elezioni politiche (affluenza del 21,59% contro il 26,81% della precedente tornata elettorale) e a quelle dei COMITES che avevano registrato nel 2021 un’affluenza bassissima. Uno degli obiettivi che si è prefisso l’Intercomites è anche quello di far conoscere meglio i COMITES alle nostre comunità.    

Riunione di coordinamento consolare 2022

L’Intercomites Germania ha chiesto espressamente di rivedere le modalità di svolgimento della riunione di coordinamento consolare prevista dall’Ambasciata di Berlino in modalità online per l’anno 2022. È importante che le riunioni di questo livello, che consentono un contatto diretto tra i rappresentanti della collettività italiana in Germania (Presidenti Comites e consiglieri CGIE), rete consolare e Ambasciatore, si svolgano in presenza consentendo ai partecipanti uno scambio proficuo di informazioni e di esperienze a favore degli italiani che vivono in Germania. Purtroppo, la modalità online non agevola affatto l’interscambio e dovrebbe pertanto essere usata soltanto in casi in cui non sia assolutamente possibile fare una riunione in presenza. L’Intercomites Germania auspica che l’Ambasciata italiana ritorni quanto prima alla prassi, consolidata ormai da anni, della riunione di coordinamento consolare in presenza. 

Nell’arco dei lavori si è parlato anche di problematiche a latere che da sempre affliggono i COMITES, per esempio quello della mancanza di una chiara entità giuridica per i Comites cosa che in Germania dà vita a una serie di problematiche.

La riunione dell’Intercomites a Colonia è stata caratterizzata da un grande spirito di collaborazione e rispetto tra le parti presenti all’incontro e dall’intento comune di trovare proposte unitarie, pur nella diversità delle problematiche specifiche di ciascun COMITES, e soprattutto efficaci. Un grazie sentito va da parte dell’Intercomites Germania al Console Generale a Colonia Luis Cavalieri per la squisita ospitalità e l’incontro nella serata di sabato 22 ottobre che ha fornito ai presenti interessanti spunti di riflessione. Intercomites, dip 1

 

 

 

 

Berlino: all’Ambasciata il 22 novembre il Premio Mercurio 2022

 

Berlino. Si terrà a partire dalle 17.30 all’Ambasciata d’Italia a Berlino, il prossimo 22 novembre, la cerimonia di assegnazione del Premio Mercurio 2022, a cura dell’Associazione Economica Italo-Tedesca Mercurio.

L’evento prevede un keynote del Delegato del Presidente di Confindustria per l’Europa, Stefan Pan, e la partecipazione delle aziende premiate, ossia Manni Group, Saviola Group, Be Dimensional, Italian Filmfestival Berlin.

Il Premio Mercurio viene assegnato ogni anno ad aziende e iniziative che si sono distinte per progetti particolarmente rilevanti nell’ambito delle relazioni tra Germania e Italia negli ultimi mesi. L’evento in Ambasciata sarà un’occasione di networking e di scambio con rappresentanti di istituzioni e imprenditoria dei due Paesi.

Il programma prevede anche i saluti iniziali a cura di Armando Varricchio, Ambasciatore d’Italia in Germania, seguito poi da quello del Presidente di Mercurio, Eckart Petzold. (aise/dip 3) 

 

 

 

 

 

Le recenti puntate di Cosmo, ex-Radio Colonia

 

04.11.2022. Non solo Amburgo: la Cina alla conquista dei porti europei

Ha fatto discutere il via libera del governo tedesco sulla cessione di una quota del porto di Amburgo all'azienda statale cinese Cosco. Un accordo non solo economico, ma con controversi risvolti politici. Cristina Giordano ricostruisce la vicenda. Cosa potrebbe significare per il porto di Trieste la partecipazione cinese nel porto di Amburgo? Lo spiega il giornalista Paolo Deganutti. Il porto greco del Pireo è l'unico porto europeo in mano cinese: cosa ci insegna? Dalla Grecia l'analisi del giornalista e scrittore Francesco De Palo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/porto-amburgo-cina-trieste-100.html

 

03.11.2022. Vivere in Germania: chi ti aiuta? La Germania è una delle mete preferite per chi decide di lasciare l'Italia. Ma come muoversi appena arrivati? A chi rivolgersi? Il punto con Enzo Savignano. Poi Elisa Pugliese ci spiega in cosa consiste la sua attività di Expat Assistant: aiutare gli italiani a districarsi nella complicata burocrazia tedesca. Laura Sajeva, a Berlino, lavora per "La Red - Vernetzung und Integration e.V.", che offre consulenza gratuita sul riconoscimento dei titoli di studio e professionali per il mercato del lavoro tedesco. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vivere-in-germania-trasferirsi-consigli-lavoro-100.html

 

02.11.2022. Tatort, un mito tedesco

È la serie televisiva più longeva e seguita nella storia della tv tedesca. Enzo Savignano ci racconta la sua storia e le principali caratteristiche. Il critico Ulrich Noller ci spiega i motivi del successo di questa serie poliziesca. Infine la sceneggiatrice Karlotta Ehrenberg racconta come viene realizzato un Tatort.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tatort-mito-100.html

 

31.10.2022. Abbiamo bisogno dell'ora legale? Serve veramente cambiare due volte all’anno le lancette dei nostri orologi? In Europa si discute da anni: il punto con Enzo Savignano. Poi la cronobiologa dell’Università di Monaco di Baviera, Martha Merrow, ci parla di come il cambio dell’ora influisca sul nostro orologio biologico. Infine il giornalista scientifico Elio Cadelo ci parla dei vantaggi economici ma anche di altri svantaggi del cambio dell’ora.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ora-legale-100.html

 

28.10.2022. La Marcia su Roma vista dalla Germania. 100 anni fa, il 28 ottobre 1922, aveva luogo la Marcia su Roma con la quale il fascismo prese il potere. Quel giorno iniziarono gli eventi insurrezionali, che termineranno quattro giorni dopo con l'arrivo delle camicie nere nella Capitale e l'entrata in carica del governo Mussolini che rimarrà al potere per vent'anni, fino al 25 luglio 1943. Giulio Galoppo ripercorre per noi i momenti cruciali che diedero inizio al Ventennio fascista. Con Lutz Klinkhammer, esperto di storia contemporanea, osserviamo lo sguardo tedesco dell'epoca, perché "nulla cambiò nell'ammirazione di Hitler per il suo idolo Mussolini ma i rapporti di forza col tempo cambiarono". Lo storico Francesco Filippi risponde invece alla domanda: quali tracce ha lasciato il fascismo in Italia? https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/marcia-su-roma-vista-dalla-germania-100.html 

 

27.10.2022. Ancora violati i diritti delle donne

La Germania non fa abbastanza per tutelare le donne dalla violenza: lo critica il Consiglio d'Europa in un recente rapporto. E anche in Germania i femminicidi sono all'ordine del giorno, ma c'è meno consapevolezza, anche se il Ministro della Giustizia Buschmann annuncia di voler migliorare le cose. Ce ne parla Giulio Galoppo. Di diritti violati delle donne parla anche il festival "FrauenWelten" a Berlino. E il nuovo governo italiano rimette in discussione le norme sull'aborto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/donne-diritti-violenza-germania-100.html

 

26.10.2022. In Germania si fa poca attività fisica. 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana per prevenire le malattie. È quanto raccomanda l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Ma il 27,5% della popolazione mondiale non raggiunge questo obiettivo. Giulio Galoppo ci illustra il Report, soffermandosi sulla situazione della Germania e dell’Italia. Della decisione di servire solo pasti a base vegetariana nelle scuole dell’infanzia e primarie di Friburgo parliamo con Silke Donnermeyer, direttrice dell'Ufficio per la Scuola e l'Istruzione della cittadina del Baden-Württemberg, mentre la biologa nutrizionista Elena Dogliotti spiega i benefici di un’alimentazione vegetariana, ma non solo. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fitness-alimentazione-100.html

 

25.10.2022. Tutte le novità e i consigli sul Covid in vista dell'inverno

Dopo che, nelle ultime settimane, si erano registrati numerosi focolai in strutture mediche, cliniche, case di riposo e di cura in tutta la Germania, da qualche giorno, il numero delle infezioni da Coronavirus sembra essere lievemente diminuito. Ciò nonostante, il Robert-Koch-Institut avverte che il numero delle infezioni potrebbe riprendere ad aumentere in modo significativo nel corso di questo autunno. Ieri, 24 ottobre, i ministri della Sanità dei Länder si sono incontrati in videoconferenza e hanno ribadito la necessità di un approccio unitario e comune nell’introduzione di un eventuale obbligo di indossare maschere in ambienti chiusi e nel monitoraggio e definizione dei valori di soglia da applicare. Per esempio in che misura il tasso di ospedalizzazione debba essere preso in considerazione. Giulio Galoppo ci illustra quale sia oggi l’andamento pandemico e il suo impatto sulle strutture ospedaliere. A favore dell’obbligatorietà dell’uso delle mascherine in ambienti chiusi è Rudolf Henke, internista, ex parlamentare CDU e presidente dell'Associazione dei medici "Nordrhein", in Nordreno-Vestaflia, che ci spiega il perché. L'epidemiologo Giovanni Rezza, direttore della Prevenzione sanitaria per il Ministero della Salute in Italia spiega, invece, l’importanza del richiamo vaccinale. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/covid-coronavirus-update-100.html 

 

24.10.2022. Quanto costa l'home office? I prezzi dell'elettricità e del gas stanno aumentando rapidamente. La crisi energetica si farà sentire ancora di più non appena arriverà il freddo. Il risparmio è quindi all'ordine del giorno. Tutti cerchiamo di ridurre i nostri consumi: a casa, in home office o in ufficio. In Germania, alcuni esperti sostengono che l’home office possa apportare un contributo al risparmio energetico. Ma in quale misura? E chi pagherà alla fine i maggiori costi di riscaldamento? Giulio Galoppo fa chiarezza sulla questione. Con Paolo Cazzaniga dell’associazione Altroconsumo, abbiamo parlato dei costi dello smart working e di come pesino sui dipendenti. Sul livello di efficacia dell’home office per il risparmio energetico ci siamo invece concentrati insieme a Claudia Kemfert, del Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/home-office-costi-energia-100.html

  

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Musica italiana non stop. Il nostro web channel COSMO Italia inoltre ti offre due ore di musica non stop, che puoi ascoltare 24 ore su 24 sulla nostra pagina internet, sulla app di COSMO e su Spotify.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

Ascolta COSMO italiano

Podcast: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html

App: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/nuova-app-cosmo-100.html

Streaming e radio: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/frequenze-radio-colonia-100.html

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Celebrazione al cimitero di Amburgo-Öjendorf il 6 novembre. Discorso del Consigliere CGIE dott. G. Scigliano

 

Illustrissime autorità, gentili Signore e signori, cari amici, siamo qui riuniti, come ogni anno per commemorare, in questo luogo della memoria, i 5.849 connazionali che hanno perso la loro vita nello Schleswig-Holstein, nella Bassa Sassonia, ad Amburgo, a Brema e nella Westfalia e qui seppelliti.

Mai avrei pensato che l’Europa diventasse nuovamente campo di battaglia. Sono passati solo 77 anni ma sembrano secoli e l’uomo, per certi versi, è diventato sempre più miserabile. Quello che mi colpisce è il constatare che i conflitti sempre più coinvolgono tutti e le vittime sono sempre più civili che vengono torturate, uccise e buttate come stracci nelle fosse comuni.

Con il conflitto della seconda guerra mondiale pensavamo di aver toccato il fondo e dopo la lettura del libro di Primo Levi ci chiedavamo veramente “Se questo è un uomo”, ma c’eravamo sbagliati perché oltre alla cattiveria, l’uomo mette in mostra che gli interessi vengono imposti anche con il rischio di far saltare tutto il pianeta in aria. Una guerra senza esclusione di colpi tra Russia ed Ucraina dove, fino a questo momento, si vedono le stesse brutture e la stessa violenza allora commesse. Una violenza inaudita che lascia perplessi. Mai più, si gridava in tutte le capitali europee ma era solo un sogno non realizzato. La lotta per le materie prime e l’energia, saranno sempre più frequenti questo è un dato di fatto ma essere inumano questa è una scelta che non tiene in considerazione il rispetto per la controparte.

Nell’entrare in questo luogo, oggi per me è molto triste, più ancora delle altre volte perché sono convinto che troppi, troppi esseri umani, nello stesso momento in cui stiamo parlando, stanno subendo le stesse torture di questi eroi qui sepolti.

Quell’odio e quell’accanimento insensato lo sentiamo nei discorsi di molti politici che purtoppo difendono gli interessi di corporazioni e di multinazionali che posseggono il capitale del nostro tempo.

La storia purtoppo spesso non genera più momenti di riflessione ed  i programmi scolastici impostati al presente  con lo sguardo rivolto al futuro, senza   tenere in considerazione il passato, offendono gli eroi che hanno dato la loro vita per la nostra democrazia.

Mi auguro che il buon senso prevalga sugli interessi economici che in un certo senso ci hanno resi schiavi del nostro consumismo e sordi davanti a chi ci chiede aiuto.

 Così come già detto altre volte, queste vittime qui seppellite dovrebbero essere ricordate e servire da monito per non farci commettere gli stessi errori e le stesse brutture del passato ma oggi ho la sensazione che non sarà così.

Qualcuno annuncia l’uso di bombe sporche, altri l’uso di bombe atomiche,

Il nostro pianeta inerte aspetta solo che qualcuno prema un bottone per ripartire da zero….

A tutti voi che avete i vostri cari qui seppelliti va tutta la mia solidarietà ed il rispetto. Come ogni anno, adesso dedico una mia poesia ai caduti qui seppelliti:

Soldati/Soldaten

 

Eppure marcite

nella marcia imposta

dalla scelleratezza

dei vostri capi

eppure crepate

per un'idea altrui

nella macchina

mostruosa della

guerra

il cielo annerito

il mare una distesa

di petrolio

l'olio vi unge

vi annerisce il cuore

il sole vi guarda

non conoscete amore

 

Und doch fault ihr

im Marsch aufgezwungen

von der Ruchlosigkeit

eurer Vorgesetzten

und doch krepiert ihr

für die Idee anderer

in der monströsen

Kriegsmaschinerie

der Himmel geschwärzt

das Meer eine Erdölfläche

das Öl verschmiert euch

es schwärzt euer Herz

die Sonne betrachtet euch

ihr kennt nicht die Liebe

 

Quì voglio ricordare il Console Generale Giorgio Taborri, scomparso di recente, che tanto ha fatto per i familiari dei defunti e per il mantenimento del decoro di questo luogo della memoria. Giuseppe Scigliano, de.it.press 6

 

 

 

 

Istituita la Giornata degli Emiliano-Romagnoli nel mondo

 

La valorizzazione delle relazioni tra gli emiliano romagnoli nel mondo è legge. L’Assemblea legislativa di Regione Emiliano-Romagnoli nel Mondo ha espresso parere favorevole alla proposta dei consiglieri Marco Fabbri (Partito democratico) e Valentina Stragliati (Lega), rispettivamente presidente e vice presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, che istituisce dunque la “Giornata degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo”.

La nuova normativa modifica la legge regionale 5 del 2015 in materia di “Diritti di cittadinanza e politiche di coesione” grazie a un percorso condiviso con la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo e le varie realtà che la compongono: dalle associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo agli enti locali e alle associazioni di promozione sociale presenti sul territorio regionale.

Valorizzare il ruolo e le relazioni tra gli emiliano romagnoli che vivono all’estero proponendo anche l’istituzione, con data 2 luglio, della “Giornata degli Emiliano-Romagnoli nel mondo”, a ricordo dell’emigrazione regionale, per rafforzare l’identità degli emiliano-romagnoli nel mondo e rinsaldare i rapporti con la terra di origine. Sono questi i principali contenuti della legge che ha trovato ampia condivisione.

“Il percorso è stato complesso - ha sottolineato Fabbri - ed è maturato in un contesto di profondi cambiamenti sociali. Fondamentale il lavoro della Consulta e di tutti gli ambienti associativi che con essa collaborano. Era necessario imprimere una svolta rispetto al passato e con lo spostamento della Consulta in Assemblea. In sostanza introduciamo correttivi di tipo procedurale come le nomine, maggiore attenzione alla rappresentanza di genere tra i consultori e l’ingresso di nuovi soggetti che possono concorrere alla vita della Consulta stessa, tra cui le associazioni di volontariato e i consorzi dei produttori. Le proposte per la quasi totalità sono state raccolte dalla voce dei 36 consultori. Da sottolineare l’istituzione della Giornata degli emiliano-romagnoli nel mondo nella data del 2 luglio, anniversario dell’affondamento, avvenuto nel 1940, dell’imbarcazione Arandora Star in cui morirono oltre 800 persone per la maggior parte italiani della nostra regione. Tutte le proposte non comportano maggiori oneri per la Consulta e sono volte a potenziare strumenti che hanno riscosso successo tra i nostri concittadini che vivono all’estero”.

Stragliati ha aggiunto: “I numeri ci restituiscono un dato significativo: la Consulta ha iniziato a fare bandi nel 2017 e sono stati 200 i progetti finanziati e realizzati dalle associazioni di promozione sociale, enti locali, scuole per un totale di oltre 1.800.000 euro, utilizzati per avviare attività in Italia e all’estero essendo le nostre 90 associazioni capillari e radicate in tutto il mondo. I progetti sono rivolti alla promozione della cultura emiliano-romagnola, a partire dall’arte, alla storia e all’enogastronomia. Nella recente riunione della consulta a Piacenza, che ha visto la partecipazione di 36 consultori abbiamo raccolto le modifiche che portiamo oggi in Assemblea. La legge ridefinisce la platea dei destinatari degli interventi inserendo associazioni di volontariato, fondazioni pubbliche e consorzi produttivi. Con questo nuovo quadro normativo la Consulta potrà accogliere nuove sfide tra cui ‘L’anno del turismo delle radici’ che si svolgerà nel 2024 e avrà sicuramente ricadute positive per il nostro turismo. Auspicio che continuino la collaborazione e il confronto costruttivo che ci hanno permesso di raggiungere questo risultato”.

Matteo Daffadà (Pd) ha sottolineato: “Ho fatto parte della Consulta e vengo da un territorio, il parmense, che nel secolo scorso ha assistito a grandi migrazioni. Credo sia stato fatto un lavoro di grande rispetto per chi negli anni ha dovuto lasciare il nostro Paese. Dare continuità a una struttura di questo genere è importante per dare opportunità a chi oggi vive all’estero. Ed è importante da parte di noi tutti consiglieri fare uno sforzo per sostenere chi vorrà creare nuove associazioni. Bene l’introduzione della Giornata il 2 luglio per ricordare le vittime dell’Arandora Star”.

Per Luca Cuoghi (Fdi): “La forza di questa proposta non è tanto dare una risposta a chi all’estero sente la nostalgia del passato ma portare un pezzo di Emilia-Romagna nei luoghi dove ora vivono e lavorano i nostri concittadini. Ciò che contraddistingue gli emiliano-romagnoli è il nostro modo di fare ed essere comunità. Ecco perché tante associazioni aderiscano a un progetto come quello della Consulta. Accolgo molto volentieri il lavoro fatto, importante per creare un legame forte e allargare il nostro senso di comunità”.

“Con questo lavoro è stata rilanciata un’attività importante dell’Assemblea: ha saputo interpretare bene il ruolo della Consulta valorizzandola sia nei contenuti che nell’attività – ha spiegato Federico Alessandro Amico (ERCoraggiosa) -. Vengono messe allo stesso livello le associazioni di volontariato e l’associazionismo di settore che sono ‘animatori’ di una serie di relazioni tra le comunità degli emiliano-romagnoli all’estero. Bene l’aver caratterizzato il lavoro della Consulta anche sul fronte della parità di genere”.

L’assessore alla Cultura Mauro Felicori ha concluso evidenziando: “Questa legge ha potenzialità di sviluppo culturale formidabile. Favorirà le possibilità per gli artisti emiliano-romagnoli di lavorare in Italia, in Europa e nel mondo. La nostra attenzione per gli italiani all’estero e la possibilità di esportare i nostri talenti ed eccellenze deve valere per tutte le filiere. Oggi, oltre a coloro che emigrano per necessità molti scelgono di vivere all’estero per vocazione, per l’evoluzione nel mercato del lavoro e dobbiamo far sì che il cambiamento corrisponda a una crescita della nostra capacità di parlare a questi italiani”. (aise/dip 9) 

 

 

 

Il 17 novembre alla Farnesina l’evento conclusivo delle Giornate della Formazione Italiana nel Mondo

 

ROMA – Giovedì 17 novembre 2022, alle ore 15, si svolgerà alla Farnesina, presso la Sala Conferenze Internazionali, l’evento conclusivo delle Giornate della Formazione Italiana nel Mondo. Alla presenza del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, e del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, verranno presentati il Sistema della Formazione Italiana nel Mondo e le sue relazioni e collaborazioni, con una riflessione sul ruolo strategico e sul potenziale presente e futuro di questa rete di istituzioni educative.

L’evento, moderato dal Vice Direttore dell’ANSA, Stefano Polli, sarà introdotto dal Direttore Generale della Diplomazia Pubblica e Culturale della Farnesina, Pasquale Terracciano e concluso dal Direttore Centrale per la Promozione della Cultura e della Lingua Italiana, Alessandro De Pedys.

Si tratta del primo appuntamento istituzionale dedicato al Sistema della Formazione Italiana nel Mondo: un’opportunità di confronto e dialogo tra tutti gli attori della rete, che include le scuole e le sezioni italiane all’estero, i lettorati e i corsi di lingua e cultura italiana.

Il Sistema della Formazione Italiana nel Mondo include: oltre 300.000 studenti;  7 scuole statali italiane attive all’estero – il nucleo fondante del Sistema, attive ad Addis Abeba, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi, Zurigo; 42 scuole paritarie italiane all’estero – di cui 30 nell’emisfero boreale e 12 in quello australe; 92 sezioni italiane in scuole straniere, bilingui o internazionali, in cui si insegnano sia la lingua italiana, sia materie veicolate in lingua italiana. Più della metà (49) sono frutto di accordi internazionali; 10.979 corsi di lingua e cultura italiana all’estero, organizzati da Enti gestori e da personale docente ministeriale. Gli Enti gestori destinatari di contributi ministeriali sono stati 65 nel 2021, distribuiti in Europa, America del Nord, America Latina, Sudafrica, Australia e Medio Oriente. 130 lettorati d’italiano nelle Università straniere, attivi in 63 paesi;  personale della scuola: 674 fra dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo, gestito dal Maeci e in servizio all’estero

Con la prima edizione delle Giornate della Formazione Italiana nel Mondo, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con l’Agenzia di stampa ANSA, intende dare un nuovo impulso a questa rete di istituzioni educative, promuovendo il confronto tra tutti gli attori su opportunità, sfide e prospettive.

I soggetti del sistema della formazione italiana nel mondo si raccordano con la rete diplomatica e consolare, con gli Istituti di cultura e con gli altri soggetti pubblici e privati attivi nella promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, sulla base di piani Paese pluriennali che tengono conto delle esigenze del contesto culturale, sociale ed economico delle realtà locali. L’iniziativa, che vedrà la partecipazione di studenti, esperti, insegnanti e dirigenti scolastici, nasce dalla consapevolezza che l’istruzione e l’educazione italiana rappresentano un importante strumento di diplomazia culturale e soft power, nel quadro della promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. (Inform/dip 14)

 

 

 

 

Benvenuti a Berlino: il 17 novembre 4° incontro informativo con il Comites dedicato agli artisti

 

Berlino - Nuovo appuntamento con “Benvenuti a Berlino”, il ciclo di incontri informativi organizzato dal Comites della circoscrizione consolare di Berlino, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia Anhalt e Turingia, dall'Ambasciata d'Italia a Berlino e da Il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni, per spiegare ai nuovi arrivati e non, tutto quello che c'è da sapere per una vera integrazione in Germania.

Il prossimo 17 novembre, alle 18.00, si terrà in ambasciata il quarto incontro informativo di quest’anno sul tema “Artisti: risorse e informazioni utili”.

Come i precedenti, l’incontro sarà trasmesso anche in diretta streaming sulla pagina Facebook del Comites Berlino e de "Il Mitte".

Quali i consigli per i professionisti del settore artistico? Quali enti erogano fondi e in che modo gli artisti possono ottenere finanziamenti e a quali condizioni? Cosa è la Künstlersozialkasse, il fondo di previdenza sociale per gli artisti e come si diventa membri?

A queste e a molte altre domande risponderanno: Tatiana Bazzichelli, per anni nella Commissione dell’Hauptstadtkulturfonds, il principale fondo per finanziamenti della capitale, e Valentina Vighetti, consulente di Genossenschaft Smart, cooperativa per freelance, che darà informazioni sul fondo di previdenza sociale per gli artisti, Künstlersozialkasse.

Modera l’incontro Lucia Conti editrice de "Il Mitte".

L’incontro sarà introdotto dalla Consigliera Anna Bertoglio, Capo della sezione per gli Affari Sociali dell’Ambasciata d’Italia a Berlino. Seguirà un saluto da parte del Presidente del Comites di Berlino Federico Quadrelli e un intervento della Consigliera Elettra de Salvo.

Nella prima parte dell’incontro, le ospiti invitate forniranno una serie di informazioni generali sul tema della serata, mentre nella seconda parte si lascerà ampio spazio alle domande da parte del pubblico che potranno essere poste nei commenti del video. (aise/dip 8) 

 

 

 

 

Medici altoatesini all’ospedale universitario della “Charité” di Berlino

 

Gli specializzandi altoatesini possono completare parte o tutta la loro formazione presso l’ospedale universitario della “Charité” di Berlino. Questo grazie a un accordo recentemente siglato dalla Provincia autonoma di Berlino.

Per poter coprire la domanda di assistenza sanitaria calcolata in base alla popolazione altoatesina, nel triennio 2020-23 dovrebbe completare la propria formazione un totale di 429 medici specialisti. I posti di formazione presso istituti rinomati sono, tuttavia, molto richiesti. Per facilitare l’accesso dei sanitari altoatesini alla formazione specialistica presso la “Charité Universitätsmedizin Berlin”, il Dipartimento alla salute della Provincia di Bolzano ha quindi firmato un’intesa per un periodo di 5 anni.

La clinica universitaria della Charité vanta 300 anni di attività e copre l’intera gamma delle specializzazioni della medicina moderna ai massimi livelli. Per questo la formazione specialistica presso questa struttura universitaria è ambìta in tutto il mondo.

“Con questo accordo vogliamo garantire che, anche in futuro, i medici altoatesini abbiano la possibilità di completare parte o tutta la loro formazione specialistica presso questo prestigioso istituto”, sottolinea il presidente della Provincia e assessore provinciale alla Salute, Arno Kompatscher, che ha siglato l’accordo.

L’accordo prevede che i medici altoatesini che stanno seguendo la formazione specialistica possano essere ospitati alla Charité per almeno un anno e fino all’intero periodo di formazione. In questo modo si tiene conto delle esigenze dell’Alto Adige per quanto riguarda il numero e la specializzazione dei posti di formazione. Un impegno di servizio garantisce, poi, che i medici, dopo aver completato la loro formazione specialistica, tornino a svolgere la loro attività in provincia per un determinato periodo di tempo.

I candidati interessati possono completare l’intera formazione specialistica presso l’Ospedale universitario della Charité di Berlino dopo aver superato una procedura di selezione in Alto Adige. Coloro che hanno già completato la loro specializzazione secondo il modello austriaco prestando servizio nell’Azienda sanitaria altoatesina possono invece presentare una semplice domanda di finanziamento all’Amministrazione provinciale per poter concludere la loro formazione alla Charité. Il prerequisito è l’esito positivo di un colloquio da tenere presso la Clinica universitaria. (Inform/dip 10)

 

 

 

 

“Il Diritto della guerra, le ragioni della Pace”: ad Amburgo conferenza del Comites di Hannover

 

Aamburgo. In occasione della giornata delle Forze Armate e nella giornata del ricordo degli I.M.I. (Internati Militari Italiani), il ComItEs di Hannover, insieme all’Associazione “Prima Persona” e alla Missione Cattolica Italiana “Madonna di Loreto” di Amburgo, nell’ambito delle giornate del Caffè Letterario “BOOKAFFÈ”, ha organizzato domenica 6 novembre, una conferenza-dibattito sul tema “Il Diritto della guerra, le ragioni della Pace”.

Sono stati relatori: Pierluigi Vignola, Leiter della Missione Cattolica Italiana in Amburgo, giornalista del Corriere d’Italia e dell’Attualità di Roma già docente di filosofia, logica e filosofia della scienza, etica e bioetica, antropologia culturale ecc. all’Università “La Sapienza” di Roma e all’Università Cattolica del Sacro Cuore e all’Università di Basilicata; Gianfranco Tramonti, consigliere del ComItEs di Hannover e già professore all’Università di Pisa; e Francesco Bonsignore, Vicepresidente del ComItEs di Hannover, segretario della Missione Cattolica, direttore del Patronato ItalUil in Amburgo e con un master honoris causa in Filosofia Cristiana. Ha moderato l’incontro Elena Vannelli, docente di storia medievale all’Università di Kassel.

In questa occasione, il Consigliere Cgie Giuseppe Scigliano ha presentato il libro “Abbiamo detto NO. Dieci internati militari nei campi nazisti 1943-1945”, realizzato a cura del ComItEs di Hannover con il contributo del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale.

La manifestazione, patrocinata dal Consolato Generale ad Hannover, con la collaborazione di Palazzo Italia Bucarest, l’Istituto Italiano di Cultura, il Patronato ItalUil di Germania, inizierà si è tenuta nel salone della Missione Cattolica Italiana. Dopo la conferenza è stata celebrata una Messa, al termine della quale ha avuto luogo un rifresco a cura dell’A.C.I. – Associazione Cuochi Italiani, preparato dalla Executive Chef Enza Barbaro – Presidente dell’Associazione Cuochi Italiani – con il contributo dello Chef e segretario dell’Associazione Giovanni Baldantoni. (dip 7) 

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Scholz promuove il “club del clima” a livello globale Alla Conferenza mondiale sul clima in Egitto, Scholz ha promosso l’idea di un “club del clima globale”, rivolgendo l’invito a tutti gli Stati del mondo. Il tempo ormai stringe e per far fronte al continuo aumento delle emissioni di gas serra serve una nuova “rivoluzione industriale” con cui convertire molti settori industriali all'insegna della sostenibilità ambientale. L'idea della Germania è di concordare insieme regole e standard, in modo che gli ingenti investimenti da attuare non comportino distorsioni nella concorrenza. Il Cancelliere Scholz intende gettare le basi concrete del club del clima già entro la fine di quest’anno, e davanti ai capi di Stato e di governo ha affermato che la cooperazione aumenterà la prosperità degli Stati partecipanti creando posti di lavoro sostenibili. Lo scorso giugno, il gruppo G7 aveva già espresso il suo supporto per i piani avanzati dalla Germania.

L'obiettivo del club del clima è ridurre le emissioni di gas serra, come emerso già nel documento sintetico presentato al vertice del G7 di Elmau in Baviera, oltre a evitare che la produzione industriale venga trasferita in Paesi con requisiti meno severi in fatto di tutela ambientale e, per l’appunto, riconvertire l'industria rendendola sostenibile e rispettosa del clima. I Paesi del G7 puntano anche ad aiutare i Paesi più poveri con partenariati energetici volti alla transizione verso un'economia più attenta e rispettosa della crisi climatica. A margine del vertice di Sharm-el-Sheik ha avuto anche luogo il primo scambio di opinioni personali tra il Cancelliere Scholz e il nuovo Primo ministro italiano Giorgia Meloni. 

   

 Lotta per il reddito di cittadinanza tedesca

 La trasformazione dell'attuale sussidio per i disoccupati di lungo periodo e i soggetti fragili (il cosiddetto “Harz IV”) in un'indennità di cittadinanza unica (non dissimile dal reddito di cittadinanza italiano) sta accendendo un dibattito tra la coalizione di governo e l'opposizione. Il leader della CDU Friedrich Merz ha ribadito la sua critica al piano, che considera un primo passo verso un reddito di base incondizionato per tutti, pur offrendo comunque al governo il sostegno dell'Unione per un rapido innalzamento delle aliquote di base del reddito minimo garantito (Grundsicherung).

Merz ha quindi affermato che tali aumenti vanno applicati il più rapidamente possibile come argine all'inflazione e crisi energetica. I politici dell'Unione mettono quindi in guardia dal ricorso abusivo alle prestazioni in caso di passaggio al nuovo sistema di reddito di cittadinanza, biasimando soprattutto l'assenza di incentivi di reintegro nel mondo del lavoro. La CDU e la CSU potrebbero quindi bloccare il progetto in seno al Consiglio federale, la seconda camera del parlamento.

   

 Il Sindaco di Francoforte destituito dall'incarico

 I cittadini di Francoforte si sono espressi con un risultato plebiscitario pari al 95% nella consultazione popolare che ha destituito il loro sindaco. Peter Feldmann (SPD) è da mesi sotto accusa per il suo presunto ruolo in uno scandalo di corruzione, e da ottobre è sotto processo presso il tribunale di Francoforte. Tra le varie imputazioni, vi è anche una macchina blu messa a disposizione della moglie. Oltre a ciò si aggiungono le varie figuracce durante le occasioni ufficiali e i commenti sessisti che non sono passati inosservati.

L'estate scorsa era stato già esautorato a larga maggioranza dal consiglio comunale, anche con i voti del suo partito, l’SPD. Dato che il sindaco degli scandali non aveva alcuna intenzione di dimettersi, il che è dovuto alla complicata costituzione comunale del Land dell'Assia, tutti i principali partiti si erano impegnati a raccogliere firme per indire un referendum contro di lui. Nella metropoli finanziaria di Francoforte inizierà presto la campagna elettorale per il successore di Feldmann.

   

 Coalizione rosso-verde in Bassa Sassonia

 Circa un mese dopo dalle elezioni regionali, SPD e Verdi hanno siglato la loro unione in Bassa Sassonia. È stata una coalizione voluta, con negoziati che si sono svolti in tempi rapidi. Il governatore in carica Stephan Weil (SPD) è stato rieletto in consiglio regionale per un terzo mandato, e ormai governa il Land dal 2013. Nel fine settimana SPD e Verdi hanno approvato l'accordo di coalizione in occasione dei rispettivi congressi straordinari.

Tra le altre cose, i rosso-verdi prevedono la pianificazione di un biglietto regionale per viaggiare in tutta Bassa Sassonia da 29 euro per studenti, apprendisti e personale addetto al volontariato, un maggiore stipendio d'ingresso per gli insegnanti e la creazione di una società statale per l’edilizia residenziale che metta a disposizione più alloggi a prezzi accessibili. Si parte subito con un progetto miliardario: per contrastare la crisi energetica, SPD e Verdi prevedono un pacchetto di sgravi economici dell’importo di sei miliardi di euro.

   

 Manifesto contro la "follia gender"

 In un manifesto, politici e scienziati della società civile mettono in guardia la società dalla minaccia della politica identitaria di sinistra. “I fondamenti della società libera e della nostra comunità democratica sono minacciati tanto dalla destra populista ed estremista quanto dalla sinistra woke”, si legge nel manifesto pubblicato lo scorso lunedì dal think tank “Republik21”, che si pone l’obiettivo di dare voce alla borghesia moderata. L’istituto è diretto dallo storico tedesco Andreas Rödder, che insegna all'Università di Magonza e collabora anche alla nuova agenda politica della CDU; la sua vice è l'ex Ministro della Famiglia Kristina Schröder (CDU).

Secondo il pensiero del think tank, la “sinistra woke” considera la struttura delle società occidentali come una società razzista in cui gli uomini bianchi discriminano donne, migranti, musulmani e omosessuali. La controparte è una destra radicale che alimenta il risentimento e formula un'ideologia identitaria che, a sua volta, attacca i fondamenti della società aperta e della democrazia liberale. Il gender non deve quindi diventare una costrizione: “La sensibilità linguistica è sempre giusta, le regole linguistiche per tutti sono inaccettabili”, si riporta nel manifesto.

   

Il Qatar fa scalpore sulla tv tedesca

Fanno discutere le dichiarazioni di matrice omofoba di un funzionario del Qatar alla vigilia del Campionato mondiale di calcio. Il ministro della Giustizia Marco Buschmann (FDP) ha chiesto che venga garantita la sicurezza di tutti gli appassionati di calcio: “Se vogliamo una vera comprensione internazionale, allora bisogna accettare tutte le persone così come sono”, ha ammonito Buschmann, “indipendentemente dal loro sesso e da chi amano”. In un documentario dell'emittente televisiva tedesca ZDF, Khalid Salman, uno degli ambasciatori ufficiali della Coppa del Mondo in Qatar, ha definito l'omosessualità un “accidente spirituale”, giustificandone il divieto nel suo Paese, e aggiungendo che i “bambini non dovrebbero vedere persone omosessuali in pubblico”.

Anche altri politici hanno condannato le sue dichiarazioni, e a questi si sono aggiunti calciatori come il famoso ex giocatore della nazionale Thomas Hitzlsperger, che qualche anno fa aveva dichiarato la sua omosessualità, e Leon Goretzka, giocatore del Bayern e della Nazionale, che ha bollato la dichiarazione come “inaccettabile”. “Tutto ciò è già molto preoccupante”, ha dichiarato, definendo l'atteggiamento dell'ambasciatore “una visione dell'essere umano di un altro millennio”.

   

 Cammino sinodale tedesco: il Papa manifesta nuove critiche

 Anche Papa Francesco si è ripetutamente opposto alla “follia gender” e alla “cancel culture”. Durante il suo volo di ritorno dal Bahrain ha rinnovato le sue critiche al “cammino sinodale” della Chiesa cattolica tedesca. “La Germania ha una storia religiosa antica, complicata e piena di lotte. Lì c'è già un’ottima Chiesa evangelica. Non ne vorrei una seconda, non sarebbe mai così buona. Ma voglio che l’altra resti cattolica”. Questa la risposta del Papa alla domanda del giornalista tedesco, che ha anche messo in guardia dal fatto che “a volte perdiamo il senso religioso dell'essere umano e scadiamo in discussioni mondane (…). È invece necessario un ritorno alle radici religiose per trarne ispirazione”, ha detto Papa Francesco riferendosi chiaramente ai tentativi intrapresi dal cammino sinodale tedesco di introdurre cambiamenti di vasta portata nella Chiesa cattolica a livello globale.

A tal riguardo, il Pontefice aveva espresso il suo allarme per una “protestantizzazione della Chiesa cattolica” in Germania. Infatti, tutte le principali questioni relative al cammino sinodale tedesco sono state da tempo realizzate nelle comunità evangeliche tedesche: l'abolizione del celibato, il sacerdozio femminile o la forte democratizzazione delle strutture di governance.

 

Germania: Scholz si difende dalle accuse d’isolamento 

Il terribile aggettivo “arrogante” riferito alla Germania e alle sue relazioni con i partner europei ritorna sulla stampa europea dopo essere stato cancellato per molto tempo grazie agli sforzi della ex Cancelliera Angela Merkel. La Merkel nel corso degli anni aveva saputo intrattenere un rapporto costruttivo e fiducioso con i vari governi che si erano avvicendati negli Stati dell'UE, soprattutto nei confronti dell'Italia e degli ultimi Presidenti del Consiglio, da Enrico Letta a Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, fino a Mario Draghi. Nel 2018 l’ex Cancelliera riuscì persino a coinvolgere il capo del governo Giuseppe Conte dopo la vittoria elettorale del Movimento 5 stelle. Nonostante le controversie in Europa, gli Stati membri della UE hanno sempre potuto contare sull’impegno della Germania per mantenere l’UE unita. Dopo un anno di coalizione semaforo gli “scricchiolii” si avvertono soprattutto nell'asse Parigi-Berlino. A Bruxelles i tedeschi – stando ai rumors che circolano nella Commissione europea – iniziano a perdere per la prima volta credito, per cui il Cancelliere Scholz viene ormai considerato ostile e ostruzionista.

 

Il Presidente francese Emmanuel Macron, queste invece le voci da Parigi, rimane fermo nell’intenzione di continuare a collaborare con Olaf Scholz, nonostante le divergenze. Perché, questa la chiosa meno diplomatica, “isolarsi non è un bene né per l'Europa né per la Germania”. Isolamento? Mancanza di solidarietà? Ostruzionismo? Il Cancelliere Scholz respinge fermamente tutte le accuse, così come le continue critiche rivolte al pacchetto per il contenimento dei costi energetici, ricordando infatti che i 200 miliardi che Berlino intende spendere copriranno un arco temporale di tre anni. Il Cancelliere difende quindi la sua politica: “Se la rapportiamo a questo periodo storico, è esattamente la stessa cosa che fanno Francia, Italia, Spagna e molti altri Paesi, quindi è un'azione giusta.”

   

La questione cinese divide la coalizione

“La Germania non ha imparato nulla dai suoi problemi con la Russia? Il test potrebbe essere la Cina”, si legge nel New York Times, che accusa inoltre il Cancelliere di “cecità geopolitica”. A pochi giorni dal controverso accordo per l'ingresso della compagnia di navigazione statale cinese Cosco al porto di Amburgo, Scholz si prepara alla sua prima visita in Cina. Viaggio controverso e dibattuto tra partiti, media e opinione pubblica, e in grado di scatenare un aspro dibattito nella coalizione di governo. Il nocciolo della polemica sta nel fatto che il Cancelliere Scholz, pur contro le obiezioni di sei ministeri, è riuscito a portare a casa un compromesso che permetterà al gruppo cinese Cosco di insediarsi nel porto di Amburgo. Inoltre, la produzione di chip della società Elmos, con sede a Dortmund, verrà acquisita da una società di proprietà di un gruppo tecnologico cinese.

E infine, poco dopo l '“incoronazione” di Xi Jinping, il Cancelliere si recherà a Pechino da quello che è ormai a tutti gli effetti un sovrano a vita, e non sono certo in pochi nella coalizione di governo a ritenere che l’azione solitaria del Cancelliere, dato anche il momento storico, sia una buona idea. Intanto, nel governo non resta traccia della “strategia globale per la Cina” promessa nell'accordo di coalizione. Di certo tutti concordano sul fatto che la Cina rappresenta la grande sfida per la libertà, il benessere e la sicurezza della Germania, ancor più della Russia. Ma nella coalizione semaforo c'è profondo disaccordo su come affrontare il problema, e anche tra i partner europei l'ennesima iniziativa individuale del Cancelliere ha suscitato disagio.

 

ll discorso del Presidente Steinmeier sullo stato della nazione

 Il monito del Presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha severamente richiamato i tedeschi ai tempi duri di là da venire. “Stiamo vivendo la crisi più profonda che la nostra Germania riunificata abbia mai vissuto”. In un discorso programmatico sullo stato della nazione davanti ai rappresentanti della politica e della società civile nel castello di Bellevue, il Presidente ha descritto la guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina come una “frattura epocale” che ha catapultato anche la Germania in un periodo di incertezza. “Per la Germania inizia un'epoca in controvento. Ci attendono anni molto duri, anni severi”, queste le parole amare del Presidente dello Stato. Proseguendo nel suo discorso, Steinmeier ha affermato che il “dividendo della pace”, di cui la Germania ha beneficiato per molti anni, si è esaurito, e che molte delle preoccupazioni che la guerra in Ucraina e la crisi energetica suscitano nella popolazione appaiono giustificate. I cittadini si troveranno quindi a confrontarsi con pesanti limitazioni.

Attaccando l'Ucraina, il capo del Cremlino Vladimir Putin ha frantumato l'ordine di pace europeo, provocando conseguenze dirette anche per la Germania. “Questa guerra ci riguarda. Non ci serve una mentalità bellica, ma abbiamo bisogno di spirito di resistenza e resilienza”. La Germania, quale Paese forte nel cuore dell'Europa, ha il dovere di contribuire alla difesa delle sue storiche alleanze, queste le ferme parole del Presidente Steinmeier: “Desidero rassicurare i nostri partner sul fatto che la Germania si farà carico delle sue responsabilità, in seno alla Nato e in Europa”, per questo “è nel nostro stesso interesse liberarci dalla dipendenza da un regime che manda i carri armati contro un paese confinante e usa l'energia come arma. È nostro interesse proteggere noi stessi e ridurre la nostra vulnerabilità”. Il discorso riguarda anche le infrastrutture strategiche in Germania, senza mai dimenticare che “anche la nostra democrazia rientra tra le infrastrutture fragili”.

 

Congresso della CSU: l’Unione punta all’offensiva

Al congresso di partito della CSU di Augusta, i due partiti gemelli dell'Unione hanno cercato di lasciarsi alle spalle le antiche discussioni sulla sconfitta elettorale dello scorso anno e di passare all'offensiva politica. Nel suo discorso ai delegati della CSU, il leader della CDU Friedrich Merz ha attaccato duramente Scholz, accusandolo anche di aver improntato il suo operato politico su un’inaudita mancanza di rispetto: “In Germania non abbiamo mai avuto un Cancelliere federale così irrispettoso nei confronti dei partner di coalizione, verso le istituzioni del nostro Stato e che abbia mostrato una tale mancanza di rispetto nei confronti dei nostri vicini europei e dei nostri partner internazionali di tutto il mondo”. Le sue critiche non hanno risparmiato nemmeno i membri della coalizione semaforo, colpevoli di comportamento irrispettoso di fronte alla più alta carica dello Stato, vista la loro assenza in occasione dell'ultimo discorso del Presidente Frank-Walter Steinmeier. Per come sono andate le cose, sembra infatti che né Scholz né i suoi ministri avessero ritenuto necessario presenziare al discorso del Presidente sullo stato della nazione. Il leader dell’opposizione Merz ha inoltre fortemente criticato l’imminente visita in Cina del Cancelliere Scholz, che sarà il primo viaggio di un leader occidentale all’indomani del congresso del partito comunista, e che varrà quindi come conferma del successo della propaganda del dittatore Xi Jinping.

Insieme al Presidente della CSU Markus Söder, il leader della CDU ha richiesto l'unità dei due partiti gemelli. Tornando alla sconfitta elettorale subita dall’Unione lo scorso anno, Merz ha affermato che il 2021 non si ripeterà. I leader dei due partiti di allora avevano combattuto una lotta snervante durata settimane per la candidatura del Cancelliere dell'Unione, e per l’Unione la chiara risposta al disaccordo tra CDU e CSU era stato l’insuccesso elettorale, perché “i partiti divisi non vengono eletti”. “Un annus horribilis che non si ripeterà di certo tra la CDU e la CSU”, ha chiosato Merz, e anche il leader della CSU Söder ha evidenziato la necessità di restare uniti per giungere al successo. Comunione d’intenti quindi per Friedrich Merz e Söder, forti di condividere un'idea e una filosofia comuni sul futuro della Germania. Considerati i risultati dei sondaggi attuali, Friedrich Merz conferma che dopo un anno di opposizione l’Unione è tornata a occupare la prima posizione nelle preferenze.

  

 L'idea dell'FDP per estrarre gas in Germania

 Il leader dell'FDP intravede un grande potenziale nell’estrazione di gas sul territorio tedesco, ma la concretizzazione di quest’idea rende necessaria la scelta del metodo di estrazione denominato fracking, vietato dal 2017. L’SPD e i Verdi sono contrari, mentre il ministro delle Finanze Lindner si è espresso a favore del rapido avvio di questa tecnica estrattiva: “In Germania abbiamo notevoli riserve di gas che possono essere estratte senza compromettere l'acqua potabile”, ha dichiarato il leader dell'FDP.

Ovviamente, bisognerà tenere conto della soddisfazione dei prerequisiti di tutela ambientale ai fini dell'estrazione stessa. Linder comunque è fiducioso che entro pochi anni la Germania potrà soddisfare una quota piuttosto ingente del suo fabbisogno di gas attingendo dai depositi interni. KAS 3

 

 

 

Concerto ad Amburgo del pianista Costantino Carrara il 18 novembre

 

Amburgo – Venerdì 18 novembre, alle ore 20:00, presso la Kulturkirche del quartiere Altona di Amburgo (Bei der Johanniskirche 22) si terrà il concerto del pianista italiano Costantino Carrara. Lo segnala l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

Costantino Carrara insieme al suo pianoforte, ha visitato luoghi mozzafiato come i canyon islandesi o le location originali della serie di James Bond. Costantino Carrara è diventato uno dei pianisti più famosi su YouTube per il suo modo unico di arrangiare canzoni pop in composizioni classiche. Costantino Carrara ha iniziato a suonare il pianoforte all’età di 11 anni e il suo talento è stato celebrato in tutto il mondo da artisti come Coldplay, Rita Ora, Bastille e Giovanni Allevi. Dalle colonne sonore di film popolari alle composizioni originali, dai successi pop agli standard jazz, i suoi spettacoli dal vivo sono un mix spettacolare di musica e luci in cui il pubblico diventa parte dell’esperienza. Nonostante la giovane età, ha già studiato e sperimentato diversi generi musicali. Nel 2016 ha iniziato a studiare pianoforte jazz presso il Conservatorio di Bari, diplomandosi con lode nel 2022. Ogni giorno ispira generazioni di musicisti con la sua musica.

Quello del 18 novembre sarà uno spettacolo di 120 minuti di suono del pianoforte in una delle più grandi location della Città Libera e Anseatica di Amburgo.

I biglietti possono essere acquistati online attraverso il portale eventim.de. (Inform/dip 14)

 

 

 

 

Berlino: panel in Ambasciata su “Startups as a creative bridge between Italy and Germany”

 

Berlino- L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha organizzato, in collaborazione con ITALCAM - Camera di Commercio italo-tedesca, l’evento “Startups as a creative Bridge between Italy and Germany”, panel dedicato a un confronto su prospettive e opportunità del settore per i rapporti economici italo-tedeschi.

È intervenuta l’onorevole Anna Christmann, inviata governativa per le politiche aerospaziali e commissaria del Ministero dell’Economia e la Protezione Climatica per l’economia digitale e le startup. Erano inoltre presenti i rappresentanti di 12 startup italiane dell’industria culturale e creativa, selezionate da ITALCAM e da Villa Vigoni - Centro italo-tedesco per il dialogo europeo.

Nell’intervento di apertura l’ambasciatore Armando Varricchio ha ricordato il grado elevatissimo di integrazione tra i sistemi industriale e manifatturiero di Italia e Germania nelle catene globali del valore e dell'approvvigionamento. Un’integrazione che ha nell’industria automobilistica l’esempio sicuramente più conosciuto, ma che si estende anche ai settori finanziario, agricolo, chimico e farmaceutico, per citarne alcuni. Gli investimenti bilaterali nei due Paesi, ha precisato poi l’Ambasciatore, continuano a crescere e si avvicinano ormai alla somma di 100 miliardi di euro. Anche il commercio italo-tedesco è in continua crescita e ha totalizzato nel 2021 circa 145 miliardi di euro, con una espansione del 25% nei primi sei mesi del 2022. “Numeri che sono un ottimo punto di partenza per portare le relazioni economiche ad un livello ancora maggiore, specialmente nel settore dell’innovazione tecnologica, cruciale per la competitività e per affrontare la sfida delle “transizioni gemelle”: digitalizzazione e sostenibilità”.

Concetti ripresi anche dal segretario generale di ITALCAM, Alessandro Marino, che ha valorizzato i recenti sviluppi dell’ecosistema italiano per le start-up come preziosa opportunità per i giovani imprenditori nazionali e strumento di indirizzo per l’innovazione e la competitività del Paese.

Nel pomeriggio l’Ambasciata ha ospitato anche una “pitch-session” tra le startup italiane e investitori tedeschi. Tre di queste - unexpected italy, golee e open stage - sono state selezionate al termine dell’incontro e premiate con un pacchetto di consulenza, assistenza legale e mentoring per l’inserimento nel mercato tedesco. (aise/dip 14)

 

 

 

 

USA. I repubblicani non sfondano la ‘diga’ democratica

 

Centinaia di primarie in sei mesi, due mesi di campagna elettorale, centinaia di milioni di dollari spesi. E, alla fine, dei 470 seggi in palio tra la Camera (435) e il Senato (35) solo una ventina passano di mano, dai democratici ai repubblicani e viceversa. Al Senato, in attesa del ballottaggio in Georgia a dicembre, un solo seggio cambia partito per il momento: i democratici lo conquistano in Pennsylvania, dove John Fetterman sconfigge il chirurgo Mehmet Oz, una star televisiva, ‘trumpiano’ fino all’osso. Alla Camera, sono una quindicina, 10 a favore dei repubblicani. Arizona e Nevada restano, però, ‘too close to call’.

Basta perché i repubblicani conquistino la maggioranza alla Camera, mentre i democratici mantengono il controllo del Senato. Cifre tutte provvisorie: la conta dei voti non è finita, la litania dei riconteggi, dei ricorsi, delle contestazioni è appena iniziata. Ma il quadro è abbastanza definito: nelle elezioni di Midterm i repubblicani hanno vinto, ma di poco; i democratici hanno perso, ma meno del temuto. E, alla fine, se si confrontano i risultati con le attese, si ha la sensazione che ne escano meglio i democratici dei repubblicani.

Lo tsunami mancato e le prime volte

Non c’è stato né lo tsunami ‘trumpiano’ né l’ ‘onda rossa’. Al più, un po’ di acqua alta. E la diga blu dei democratici ha sostanzialmente tenuto. Se i dati finora emersi dovessero confermarsi a spoglio concluso, sarebbe la peggiore performance di un partito d’opposizione al voto di midterm dal 2002, quando i repubblicani dell’allora presidente George W. Bush trassero vantaggio dal patriottismo indotto dagli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001. “Non è la notte che i repubblicani volevano“, scrive sul New York Times Nate Cohn, il capo degli analisti politici: “Il partito è al di sotto delle aspettative quasi dovunque”.

Anche le statistiche erano dalla parte dei repubblicani: il voto di Midterm, tradizionalmente, ‘punisce’ il partito alla Casa Bianca; e, in questa stessa data, l’8 ottobre 1994, 28 anni fa, i repubblicani conquistarono sia la Camera che il Senato per la prima volta in 40 anni, sotto la spinta dell’allora loro leader Newt Gingrich.

Ci sono tante prime volte: fra le altre, la prima donna senatrice in Alabama; il primo senatore Cherokee in Oklahoma da cent’anni a questa parte; il primo eletto transgender in New Hampshire; il primo governatore nero nel Maryland, la prima donna lesbica governatrice nel Massachusetts. Sarah Huckabee Sanders, repubblicana, ex portavoce di Trump alla Casa Bianca, vince in Arkansas e diventa governatrice (come suo padre). In Ohio, la spunta, per un posto di senatore J.D.Vance, l’autore di ‘Hillbilly Elegy’, un protetto di Trump. Maxwell Alejandro Frost, 25 anni, democratico, ottiene un seggio alla Camera in Florida ed è il primo esponente della generazione Z al Congresso: attivista per la giustizia sociale, è un esponente di March For Our Lives, il movimento che chiede controlli più stringenti sulle armi nato dopo la strage alla scuola di Parkland.

I referendum e i governatori

Dopo quello in Kansas ad agosto, i referendum sull’aborto, dal Michigan al Kentucky e altrove, certificano che gli americani non sono disposti a rinunciarvi, dopo che la Corte Suprema ha levato la tutela federale su questo diritto.

A livello di governatori, occhi puntati sulla Georgia, dove il repubblicano ‘anti-Trump’ Brian Kemp l’ha spuntata, e sullo Stato di New York, dove Ronald Lauder ha speso un sacco di soldi per cercare di riscattare i repubblicani da anni di insuccessi: missione fallita, perché la governatrice in carica, Kathy Hochul, democratica, ne è uscita alla grande.

Per il presidente Biden, la seconda metà del suo mandato si profila difficile: la Camera repubblicana lo costringerà a negoziare ogni scelta e gli impedirà di portare avanti la sua agenda; e c’è una pletora di negazionisti del risultato delle elezioni del 2020 al Congresso – almeno un centinaio di eletti lo considerano un presidente illegittimo, perché il voto sarebbe stato truccato. La linea dell’Amministrazione sull’Ucraina è a rischio: Kevin McCarthy, probabile nuovo speaker della Camera, ha già detto “basta” agli assegni in bianco, economici e militari, a Kyiv; e la sinistra democratica chiede iniziative diplomatiche per innescare un processo negoziale. Per il Washington Post, una vittoria dell’opposizione più netta avrebbe fatto scendere sull’Ucraina “un inverno repubblicano”.

Usa 2024: parte la corsa alle presidenziali

Il voto di midterm non è ancora archiviato e si pensa già alle elezioni del 2024, la corsa alla presidenza. Biden e Trump escono entrambi un po’ ammaccati nelle loro ambizioni di secondo mandato. Gli elettori – diceva un exit poll del Washington Post – sono andati alle urne sostanzialmente scontenti di come va l’Unione e dell’operato di Biden, ma con un’opinione ancora più negativa su Trump.

Il magnate ex presidente vede molti suoi candidati eletti, ma sbaglia mosse cruciali, specie in Pennsylvania, dove due suoi ‘protetti’ perdono sia lo Stato che il seggio del Senato; e soprattutto vede salire, nel firmamento repubblicano, la stella di Ron DeSantis, confermatissimo governatore della Florida, un sodale ora rivale.

I giochi per Usa 2024 si complicano: Trump, che dà appuntamento alla settimana prossima, martedì 15, per annunciare la sua candidatura alla nomination repubblicana, non è affatto sicuro di ottenerla, perché gli cresce contro il prestigio di DeSantis, che ha fatto della Florida un feudo repubblicano. Biden potrebbe ora decidere di non farsi da parte, visto che i democratici sono andati molto meglio del previsto, ma resta un candidato fragile. Nei ranghi democratici, emergono, in prospettiva 2024, due governatori vincenti: Gavin Newsom (California) e Gretchen Whitmer (Michigan). Campane a morto, invece, per le ambizioni di Beto O’Rourke, battuto per la seconda volta in Texas, e di Stacey Abrams, ancora sconfitta in Georgia. Giampiero Gramaglia, AffInt 10

 

 

 

 

La Conta dei Numeri

 

Torniamo a ipotizzare, anche se si sentiamo dei rematori controcorrente, una “riduzione” dei Parlamentari della Repubblica. Ora, i Deputati sono 630. I Senatori 315. Però, mentre il numero dei Deputati è “fisso”, quello dei Senatori può aumentare. Infatti, al numero ”canonico” si aggiunge quello dei Senatori a vita di nomina presidenziale e fanno parte del Senato (sempre a vita) gli ex Capi dello Stato (salvo rinuncia). Con l’imminente Referendum, i numeri del nostro potere legislativo dovrebbero dimezzarsi.

 

Ora, ci sono troppi, membri del Parlamento che militano in partiti che, spesso, sono “alleati” con finalità di una politica, oltre la misura, ”ballerina”. Così, pensiamo a un Parlamento assai più snello. In pratica, un buon 30% in meno di Deputati e stessa percentuale per i Senatori. Passando ai numeri: 44O inquilini a Montecitorio e 220 a Palazzo Madama. Più che sufficienti per dare un assetto politico al Bel Paese.

 

  Le “indennità” parlamentari dovrebbero essere riviste a scendere. Chi è assente ”ingiustificato” alle riunioni in Aula o Commissione dovrebbe essere sanzionato. Nei modi e nei tempi gestiti da una normativa specifica. Nessun vitalizio; perché fare il “parlamentare” non è un mestiere. Nella nostra ipotesi, non tanto impossibile, per la Circoscrizione Elettorale Estero si dovrebbe tracciare nuove possibilità.

 Insomma, Candidati oltre frontiera dovrebbero “correre” (quindi essere votati) per formazioni politiche nate all’estero. Contestualmente, anche il voto postale è da “pensionare”. La valutazione, esercitata direttamente dai Paesi ospiti, dovrebbe essere elettronica.

 

Il meccanismo che abbiamo riportato, tra l’altro, andrebbe a diminuire, di parecchio, le spese attive e passive necessarie per mettere in moto la macchina elettorale. Questa è la nostra idea. Certamente, una delle tante.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Corriere d’Italia”: Auguri al nuovo Governo e al nuovo Parlamento

 

Insediato il nuovo Parlamento, Giorgia Meloni è stata nominata Presidente del Consiglio e ci si augura che sia soprattutto sé stessa e non tema di rompere qualche schema e non si lasci distrarre da più o meno interessati “consigliori”.

Attraversa un momento positivo in termini di popolarità e quindi un (breve) periodo politico di relativa tranquillità, ma all’interno di una coalizione insoddisfatta e soprattutto in una situazione economica che esploderà – temiamo – a tempi brevi.

Costituito il suo nuovo e primo governo non deve aver paura di rompere anche con il passato, perché se la continuità è importante lo è anche la diversità visibile su alcune scelte, il che passa anche attraverso i volti che le declinano. Crediamo che la maggior parte degli elettori che l’hanno votata chieda infatti freschezza, cambio, volti nuovi coniugati alla competenza, non importa se siano persone più o meno gradite agli apparati (o “nipotine” del Cavaliere).

Il momento è economicamente difficile, la “tempesta perfetta” più che essere in agguato è già ben netta all’orizzonte, visto che ci stiamo infilando a testa bassa in un periodo turbolento e che per l’Italia rischia di diventare critico non solo perché il “sistema paese” è logorato e sarà messo alla prova, quanto perché molti saranno tentati  – all’interno e all’esterno – di sparare da subito a palle incrociate sul capo del governo e la sua nuova maggioranza sperando di abbatterla il più presto possibile.

Al di là dei sorrisini, Giorgia Meloni non può risultare molto gradita agli apparati speculativi, alle solide (e a volte torbide) alleanze politica-potere incrostatesi nel tempo a Roma come a Bruxelles.

Dall’altra parte, la gente l’ha votata perché spera, magari considerandola come ultima spiaggia, oppure per protesta, o “perché il resto è anche peggio”. In definitiva tutti hanno un grande senso di aspettativa.

Vale sul fronte interno dove avrà ostili la maggior parte delle fonti di stampa, i partiti avversari, sicuramente la struttura “alta” della piramide che la politica ha messo in piedi nei decenni e che teme di essere a rischio di emarginazione, come è avvenuto durante la campagna elettorale.

All’esterno, il “boccone Italia” è già stato abbondantemente spolpato, ma un po’ di buono c’è ancora e il forte richiamo ai valori nazionali non è stato da subito una bella musica per chi è abituato a considerare l’Italia una realtà debole, piagnucolosa, indebitata e quindi nella “fascia bassa” tra i partner europei più credibili, certamente non tra i VIP dell’Unione.

La Meloni è troppo furba per cadere invece nel tranello del fascismo-antifascismo anche perché è la dimostrazione pratica di una problematica politicamente superata, che non “tira” più alla vigilia del centenario della Marcia su Roma, anche se qualcuno (per ora tacitato) faceva finta di temerlo in campagna elettorale.

Le prime settimane saranno quindi delicate e pericolose, ma necessarie per impostare un nuovo ritmo, se il nuovo Presidente del Consiglio sarà capace di darlo al paese a cominciare dal timing di governo.

Mille i problemi, a cominciare dal PRNN che non è a posto e comunque siamo ancora agli acconti, non alle verifiche di conformità che libereranno il grosso delle risorse. Nell’infinita serie delle priorità ci sarà infine la scelta degli amici internazionali e il mercato non offre molto all’Italia, ma già il fatto che il passaggio con Draghi è stato importante nel colloquio di più di un’ora al termine della cerimonia della campanella, cosa che non è avvenuto con i governi passati, e subito l’incontro con Macron, fanno ben sperare. Scontate le distanze da Orban gli eventuali alleati europei di prima fascia sono tutti da ritrovare. Per schivare le imboscate l’unico vantaggio potrebbe essere allora la velocità nel fissare dei paletti, avere dalla propria parte (almeno) il Quirinale, così come pare ci sia, ma senza perdere in ogni caso la propria identità, con i fatti ed eliminando le questioni di lana caprina che certi personaggi hanno cercato di introdurre.

Da anni alcuni personaggi si riempiono la bocca con il tema delle pari opportunità, eppure… la prima donna installatasi a Palazzo Chigi è una donna di centrodestra e la cosa dà molto fastidio, ed a tal proposito si nota come una certa parte politica mostra di amare molto più l’ideologia che la realtà. E infatti, nonostante tutto, continuano a sostenere che la Meloni è una minaccia per le donne, che la sua designazione a Presidente del Consiglio è un passo indietro rispetto alle conquiste del femminismo e altre amenità del genere. Il Presidente del Consiglio ha subito messo in chiaro alcune cose come quella di usare la formula “il presidente” del Consiglio in occasione delle comunicazioni ufficiali. Apriti cielo! L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini, “la signora della crusca” che, anziché pensare al lavoro quale terza carica dello stato, in maniera ossessiva è stata per anni a martellarci solo sull’importanza di declinare tutto al femminile per rispettare le donne, si è stracciata le vesti. Già la Casellati appena nominata Presidente del Senato disse chiaramente ai giornalisti che le chiedevano se chiamarla la presidente o la presidentessa, lei rispose: io sono il Presidente del Senato.

Ed anche l’Accademia della Crusca, tramite il suo presidente Claudio Marazzini, si è espressa chiaramente: usare la formula al maschile anche per una donna è una preferenza linguistica e dunque chi la utilizza non può essere accusato di aver commesso un errore di grammatica. “Chi preferisce le forme tradizionali maschili ha diritto di farlo”, ha osservato. Quindi la Boldrini può mettersi l’anima in pace, con lei tutti coloro che dovrebbero piuttosto fare un mea culpa e riconoscere che le quote rosa sono piuttosto offensive della dignità della donna oltre che essere una misura assolutamente ideologica e contraria al buon senso.

Giorgia Meloni è arrivata dove è arrivata non per delle quote rosa, ma perché ha saputo farlo. Pertanto, è preferibile che si obietti sui programmi, che si facciano discussioni su come poter far riprendere l’Italia e farla tornare la grande nazione quale era, cercando per quanto possibile di lavorare insieme, invece che continuare a fare discussioni inutili come inutili sono certi personaggi che fanno parte “dell’Arco Costituzionale” come si suol dire e che avrebbero fatto bene a rimanere a casa se non danno nessun apporto alla crescita del Paese Italia…ma secondo l’espressione di un famoso film sono: “solo chiacchiere e distintivo…solo chiacchiere e distintivo”. Pierluigi Vignola, CdI nov.

 

 

 

 

Il nuovo governo e gli sbarchi: Forte coi deboli

 

Non c’è nessuna invasione né emergenza sbarchi, a dimostrarlo sono i numeri dello stesso Viminale. Il braccio di ferro sulle navi delle ONG è solo pura, ignobile, propaganda. Cinzia Sciuto

 

Forse non tutti sanno che negli ultimi dieci giorni sulle coste italiane sono sbarcate regolarmente autorizzate circa 8mila persone salvate in mare. Tutti invece sanno che ce ne sono circa un migliaio a cui non è concesso lo sbarco. Cosa li distingue? Solo il tipo di nave su cui è capitato loro di trovarsi: i primi sono stati soccorsi dalle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza italiane, che naturalmente nessuno si sogna di lasciare al largo per giorni e giorni. Gli altri sono stati salvati da navi private di ong.Partendo da questo dato, crolla totalmente tutta la retorica del “difendiamo i nostri confini”, “non possono sbarcare tutti qui”, “fermiamo l’invasione”, “l’Europa si

le sue responsabilità” e via twittando. Il braccio di ferro ingaggiato dal neoministro Piantedosi è semplicemente la prosecuzione della battaglia propagandistica iniziata qualche anno fa dal suo predecessore e oggi collega di governo Matteo Salvini contro le ong, che qualcuno allora apostrofò con il simpatico appellativo di “taxi del mare” (e no, non era stato Salvini). Il fatto che i numeri smentiscano la teoria secondo la quale la presenza delle navi delle ong farebbe da stimolo alle partenze (ché se vale per loro, a maggior ragione allora dovrebbe valere per le navi della nostra Guardia costiera e Guardia di finanza, che ne salvano parecchi di più), è del tutto irrilevante. Quel che conta è la propaganda. Esattamente come per la storia dei rave party: il fatto che non rappresentino affatto un’emergenza nazionale né che la norma pensata sia nel migliore dei casi inutile, nel peggiore pericolosa è del tutto irrilevante. Quello che serve sono segnali forti da lanciare al proprio elettorato, con buona pace della realtà.

Realtà che dice alcune cose semplici semplici: 1) non c’è nessuna emergenza né invasione. Stando ai dati del Viminale, quest’anno sono arrivate tramite sbarchi sulle nostre coste circa 87mila persone. Per dare il senso delle misure, dal 24 febbraio 2022 (giorno dell’invasione russa dell’ucraina) al 16 agosto, cioè in meno di sei mesi, sono arrivati nel nostro Paese 160mila profughi ucraini e nessuno ha, giustamente, parlato di invasione né invocato di chiudere le frontiere; 3) la retorica dell’Europa che deve aiutarci è diventata francamente stucchevole: i migranti non arrivano solo via mare, anzi. La stragrande maggioranza dei flussi migratori in Europa arriva via terra e i Paesi che ne accolgono di più sono la Germania e la Francia; 4) chi è stato soccorso in mare è un naufrago che ha diritto di sbarcare al più presto nel porto sicuro più vicino; 5) le politiche migratorie non si scrivono a colpi di circolari ministeriali attorno a singoli casi specifici, ma seduti ai tavoli giusti, per esempio quelli per la riforma del Trattato di Dublino che la Lega ha per anni sistematicamente disertato.

È molto facile fare i forti con i deboli mettendosi addirittura a selezionare i “meritevoli” di sbarcare e quelli che invece non lo sono. Negli scorsi giorni ne hanno fatti scendere 144 sui 179 che erano a bordo della Humanity 1. Gli altri 35 (TRENTACINQUE!) sono stati evidentemente giudicati “abili” a rimanere a tempo indeterminato su una nave dopo aver attraversato l’inferno libico prima, e il Mediterraneo poi. Chissà se gli operatori che hanno fatto questa inumana selezione si sono posti anche il problema di non dividere padri da figli, mogli da mariti, fratelli da sorelle o anche solo compagni di viaggio. Dicono che sono stati fatti scendere i “fragili”. Ma le persone che stanno a bordo di quelle navi sono per definizione tutte fragili. Certo mai quanto una classe politica ignobile che non si fa scrupolo di calpestare la dignità delle persone per far mostra del suo, meschino, potere. MicroMega 7

 

 

 

 

Commissione Ue: “ridurre al massimo il tempo di permanenza delle persone a bordo delle imbarcazioni”

 

Bruxelles – “In linea con le norme internazionali ogni sforzo dovrebbe essere fatto per assicurare che sia ridotto al massimo il tempo di permanenza delle persone a bordo di queste imbarcazioni. Il trasferimento ad un posto sicuro dovrebbe prendere in considerazione le circostanze particolari del caso, ogni situazione è differente. Ma da parte nostra incoraggiamo tutte le autorità rilevanti a cooperare nel garantire un luogo sicuro per lo sbarco delle persone a bordo”. Lo ha detto una portavoce della Commissione europea, durante il punto stampa quotidiano a Bruxelles, rispondendo alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni fatte nelle ultime ore dal Governo italiano sulle procedure per permettere gli sbarchi di migranti in modo selettivo. Riguardo ad eventuali procedure selettive per gli sbarchi “ricordo, ancora una volta, che esiste un dovere, che è di competenza degli Stati membri. Raccomandiamo a tutti gli Stati membri di salvare le vite e di rispettare i loro obblighi legali internazionali di assicurare che tutte le persone che sono in pericolo in mare siano soccorse”, ha concluso la portavoce.

“Ancora una volta vorrei sottolineare che c’è un obbligo legale e morale di salvare le vite in mare. C’è un obbligo legale stabilito dalle norme internazionali per gli Stati membri di farlo, indipendentemente dalle condizioni che le hanno portate ad essere in pericolo in mare”. Lo ha detto ancora la portavoce della Commissione europea. “Stiamo seguendo la situazione molto da vicino, attualmente ci sono quattro navi con 573 persone a bordo che hanno chiesto un luogo di sbarco sicuro e stanno aspettando le istruzioni dalle autorità nazionali. Tre navi sono già nelle acque italiane e accogliamo con favore il fatto che ieri sera, verso le 22, 500 migranti sono stati già sbarcati e che l’Italia abbia permesso lo sbarco di queste persone vulnerabili. Sul territorio c’è anche l’agenzia europea per la difesa delle frontiere Frontex per dare sostegno. La Commissione non è responsabile per il coordinamento di queste operazioni in mare e neanche nell’identificare il luogo per lo sbarco”, ha aggiunto.

Papa Francesco: ogni vita va salvata

“Ogni governo dell’Unione europea deve mettersi d’accordo su quanti migranti può ricevere. Al contrario, sono quattro i Paesi che ricevono i migranti: Cipro, la Grecia, l’Italia e la Spagna, che sono quelli più vicini al Mediterraneo”. Lo ha denunciato ieri il Papa, durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Bahrein. Quanto ai migranti del mare, Francesco ha ribadito che “La vita va salvata. Oggi il Mediterraneo è forse il cimitero più grande del mondo”. “La politica dei migranti va concordata fra tutti i Paesi, non si può fare una politica senza consenso, e l’Unione europea deve prendere in mano una politica di collaborazione e di aiuto, non può lasciare a Cipro la Grecia, l’Italia e la Spagna, la responsabilità di tutti i migranti che arrivano sulle spiagge”. Per il Pontefice, che ha risposto alle domande dei giornalisti sull’aereo che lo riportava in Vaticano, “la politica dei Governi fino a questo momento è stata di salvare le vite, questo è vero. Fino ad un certo punto si è fatto così e credo che il governo italiano abbia la stessa politica… i dettagli non li conosco, ma non penso che voglia andarsene via, ma io credo che ha fatto sbarcare già i bambini, le mamme, i malati, per quello che ho sentito, almeno l’intenzione c’era”. Migr.on. 7

 

 

 

 

Intanto pagare

 

La stampa e le televisioni sono gremite dalle opinioni sul comportamento di questo Esecutivo sul fronte del contegno pandemico. Lasciamo agli opinionisti il loro mestiere ed alla scienza la sua parte. Noi preferiamo attenerci a quello che è, lasciando ad altri i giudizi per quello che sarà. Intanto, il Governo dovrà concretare alcuni suoi obiettivi. Alle promesse, devono seguire i fatti. Entro l’autunno. Senza remore e condizionamenti che avrebbero sentore d’incapacità.

 

Le supposizioni su come si andrà a evolvere la situazione Socio/Politica nazionale, in Pandemia, non si contano più. Hanno, però, in comune la scarsa adattabilità per una realtà che non ha le premesse per essere migliorata. La stessa posizione del Primo Ministro resta delicata pure all’interno dell’Esecutivo che, sotto il profilo parlamentare, dovrebbe meglio qualificarsi. Gli Alleati non fanno storia. Anche perché ci sono state “migrazioni” e chi è rimasto, chiede di più di quanto può offrire. Insomma, il Governo dovrà fare, entro fine anno, un bilancio su un mandato che, da subito, abbiamo considerato insolito.

 

 Anche se è lapalissiano che non sarà possibile immaginare altre scelte per la situazione in essere. Mancherebbero le garanzie politiche. Invece, si dovrà provvedere alle questioni la cui rilevanza non giustificherebbe altri rinvii. Tanto per restare in tema, sarà sempre il Popolo italiano a pagare per una situazione nella quale s’è venuta a trovare e con un’economia già minata alla base.

Ci sono ancora parecchie perplessità da colmare. Per ora, abbiamo rilevato riflessioni di circostanza; ma nulla di più. Resta, poi, da gestire la fase pandemica per la quale restano ancora parecchie perplessità. Vedremo, alla prova dei fatti, quanto un “non” allineato, saprà discernere la via per un Esecutivo non sempre in accordo con quei progetti che ci si aspettava. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pace e crimini, buona fede e logica

 

Chi vuole la pace sostiene in ogni modo la resistenza ucraina contro l’invasione imperialista di Putin, il resto è illusione o ipocrisia. di Paolo Flores d'Arcais

 

La manifestazione per la pace di sabato scorso 5 novembre, animata da

Cgil, Acli, Anpi, Arci, Agesci, Comunità di Sant’Egidio, con forte sigillo della

Confederazione Episcopale Italiana (la lettura dal palco di piazza San

Giovanni della lettera del suo presidente, S.E Matteo Zuppi, arcivescovo di

Bologna, è stato un momento clou), è stata una grande, grandissima

manifestazione.

All’Esedra il primo striscione ha cominciato a muoversi verso le 13, alle 15

c’era ancora una notevole folla che non aveva potuto incolonnarsi. Una

grande manifestazione, quasi gigantesca. Piena di entusiasmo, di buona

volontà per la pace.

Ma concretamente, al di là delle migliori intenzioni, per la pace o per la

resa dell’Ucraina all’esercito di Putin, ai ceceni del boia Kadyrov, ai

mercenari di Evgenij Prigožin (milizie Wagner)? Rivolta a uno qualsiasi dei

partecipanti, giovane o vecchio, donna o uomo, credente o miscredente, una

tale domanda avrebbe prodotto solo stupore, incomprensione, o sarebbe

stata considerata una provocazione.

A nessuno, quasi nessuno dei presenti è mai passato o passa per la mente

che gli Ucraini debbano arrendersi a Putin. Tutti, quasi tutti, hanno pensato e

pensano che gli ucraini siano gli aggrediti, le vittime, ci mancherebbe che

debbano arrendersi (anche se molti, troppi, tra quei quasi tutti, ritengono che

un poco se la siano cercata, con certa affabilità verso la Nato, ad esempio:

come certe ragazze stuprate che giravano in minigonna?).

Ma tutte queste persone innamorate della pace, entusiaste per la pace,

non vogliono che vengano mandate armi agli ucraini che resistono a Putin,

Kadyrov, Prigožin. Mai e poi mai. Orrore da guerrafondai. Anatema sit!

Deplorano toto corde, anzi, che ne siano fin qui state mandate. Hanno mai

provato a riflettere per qualche secondo, non di più, cosa comporta

concretamente questa loro maledizione all’invio di armi all’ucraino che

resiste?

Senza queste armi, quanti mesi, quante settimane, quanti giorni l’esercito

ucraino, malgrado il suo coraggio e l’eroismo della popolazione, potrebbe

resistere prima di essere schiacciato dal tallone di Putin? Dunque,

concretamente, se non si mandano armi all’Ucraina che resiste, si consegna

l’Ucraina a Putin. Questo è in grado di capirlo anche un bambino, e

certamente lo capiscono tutti i manifestanti per la pace. Che però hanno

deciso di rimuovere questa consapevolezza per non lacerare in

contraddizioni la propria coscienza colma di buoni sentimenti e vuota di

logica.

Il 24 febbraio l’esercito di Putin invadeva l’Ucraina nella convinzione di

arrivare a Kyjiv in un pugno di giorni, acclamato dalla popolazione (almeno

quella russofona) come un liberatore, costringendo Zelensky alla fuga. Invece

l’esercito e la popolazione, malgrado la ciclopica disparità di forze, resistono

eroicamente. Anche ai bombardamenti contro obiettivi civili, che radono al

suolo città. Quanto avrebbero però potuto resistere, se dopo qualche tempo

non fossero arrivate armi dall’Occidente, a rendere meno gigantesca la

disparità nella potenza di fuoco? Due mesi? Un mese? Chi biasima o bolla di

riprovazione quell’invio di armi concretamente voleva, con la propria azione

(che è tale anche quando azione omissiva) consegnare il popolo ucraino al

tallone di Putin, anche se le sue parole gridavano pace e il suo cuore

grondava di simpatia per l’aggredito contro l’imperialista aggressore.

A questa realtà non ci si può sottrarre. Dire che alle armi deve sostituirsi la

diplomazia è puro insulto, sanguinoso oltraggio, irridente villania per chi con

le armi resiste, fino a che non si riesce preliminarmente a imporre che si

ritirino le armi di chi ha aggredito. Se l’Occidente avesse fornito a fine

febbraio le armi che la resistenza ucraina chiedeva, questa guerra sarebbe

finita da un pezzo, migliaia e migliaia di persone trucidate sarebbero ancora

in vita, deserti di macerie sarebbero ancora città, milioni di donne ucraine non

sarebbero state costrette all’esodo verso ovest per salvare i propri bambini

dai missili di Putin che miravano a scuole ed asili.

Se l’Occidente fornisse oggi tutte le armi che l’Ucraina chiede, missili a più

lunga gittata ed aerei, la guerra finirebbe in poche settimane, migliaia di

persone avrebbero un futuro di vita, che invece saranno spente per sempre.

Ma sul punto di essere costretto a ritirarsi Putin userebbe l’atomica, dice la

migliore buonafede del giovane pacifista e dell’anziano. Che anche in questa

estrema giustificazione di una conclusione di resa dell’aggredito

all’aggressore rinuncia all’uso della ragione.

Se minacciando l’atomica Putin potrà ottenere un premio (e qualsiasi

soluzione che non sia il ritiro dell’aggressore È per l’aggressore un premio)

perché mai non dovrebbe sentirsi incoraggiato a minacciarla di nuovo? Putin

ha infatti dichiarato, nei giorni precedenti il 24 febbraio, più volte e

solennemente, che la sua missione storica è realizzare il Russkiy Mir,

l’annessione alla sua Russia di tutti i territori dove il “da” suona. L’Ucraina è

per Putin solo il primo passo di questa storica e mistica missione.

Consentirgli di realizzarla cosa ha a che fare con la volontà di pace?

Da www.micromega.net. 7

 

 

 

 

La diplomazia culturale come vettore chiave della politica estera dell’Ue

 

L’Unione europea deve dotarsi di un Piano d’azione strategico pluriennale per la diplomazia culturale, soprattutto in un momento di guerra e disgregazione. La cultura può diventare un veicolo importante per la pace e lo sviluppo nel quadro della politica estera e di sicurezza comune europea. È questo il messaggio principale del Parere di iniziativa, approvato alla quasi unanimità (178 voti a favore) dal CESE a fine ottobre scorso, di cui sono stato relatore.

La cultura come vettore della politica estera

La cultura come strumento della politica estera dell’Unione europea è stata all’ordine del giorno delle Istituzioni europee più volte negli ultimi 17 anni, a partire dall’adozione di un’agenda europea per la cultura del 2007, con l’obiettivo di darle un ruolo più sostanziale nell’Unione politica esterna. Ciononostante, la diplomazia culturale non è mai diventata una vera priorità sistemica. Ci provò ancora l’Alto Rappresentante Mogherini, con la Comunicazione nel 2016, che non a caso si intitolava “Verso una strategia UE per le relazioni culturali internazionali”.  Ma ci si è fermati a quel “verso”.

Il Parere del CESE afferma che “è necessario un piano d’azione a tutti gli effetti per la cultura nelle relazioni esterne dell’Ue, con una strategia chiara, rafforzando tutti i partenariati necessari con le organizzazioni internazionali e regionali pertinenti, nonché le organizzazioni intergovernative e non governative (OSC)”. Il piano d’azione dovrebbe rispondere a quattro necessità strutturali: fornire chiarezza nella governance a livello dell’Ue; coordinare e offrire un sostegno sussidiario a livello di Stati membri; chiarire gli aspetti finanziari; promuovere reti di attori culturali interconnessi, che rappresentano una fiorente società civile culturale.

La cultura è un grande tesoro “nascosto” che dovrebbe essere sbloccato nel quadro della diplomazia pubblica dell’Ue e dei 27 Stati membri. La cultura, nelle sue dimensioni di patrimonio materiale e immateriale, diventi un significativo vettore della politica estera dell’Unione europea, con l’obiettivo di rinforzare il dialogo fra le diversità culturali, i diritti umani e la coesione sociale ed economica, basata sulla forza traente per la crescita delle industrie creative e culturali, ma anche e soprattutto promotrice di un approccio che prediliga la condivisione di spazi di coproduzione culturale con i paesi partner, ad ogni livello e soprattutto con gli attori della società civile.

L’importanza di investire nella cultura

La protezione, il restauro e la ricostruzione del patrimonio culturale nelle aree colpite da calamità naturali e nelle aree di crisi e di conflitto, come Afghanistan, Ucraina, Kosovo, Libia, dovrebbero essere una priorità assoluta, come ancora ribadito nelle conclusioni del Consiglio affari esteri dell’Ue del 21 giugno 2021. Necessario è un collaterale rafforzamento della lotta contro il traffico illecito di beni culturali, ma anche dell’impegno nella restituzione dei beni culturali sottratti nel corso dei secoli passati.

Serve un investimento particolare nello sviluppo delle industrie creative, in particolare per quanto riguarda l’arte contemporanea e le nuove tecnologie, con un focus sulle giovani generazioni. Ricordando che la dimensione culturale è cruciale anche per l’Agenda dello sviluppo sostenibile e dovrebbe diventarne il quarto pilastro.

Il parere propone il lancio di progetti pilota in alcune aree, legate alle priorità politiche già individuate in queste regioni: ad esempio Balcani occidentali, Mediterraneo e Medio Oriente, Ucraina, Africa. Si tratta di aree interessate da conflitti, che vivono l’impatto del cambiamento climatico e delle nuove migrazioni.

Raccomandando un accento particolare sul rafforzamento delle capacità della società civile attiva nel settore culturale in ciascun paese, sullo sviluppo di organizzazioni di base indipendenti e delle istituzioni culturali locali, in partenariato con analoghe organizzazioni e istituzioni dei 27 Stati membri dell’Ue.

L’inviato speciale per le relazioni culturali

Il CESE propone infine la nomina di un “inviato speciale dell’Ue per le relazioni culturali” con la creazione di una struttura dedicata all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), che avrebbe la responsabilità generale di guidare questo piano, con dotazioni finanziarie adeguate e un rafforzamento delle competenze culturali nelle Delegazioni Ue.

Questo andrebbe altre sì accompagnato da una mappatura, che renda accessibile l’ampia gamma di azioni e iniziative già in atto, guidate dalle istituzioni e organizzazioni europee, dai singoli stati e dalle numerose organizzazioni della società civile negli Stati membri, nonché quelle stabilite dai vari partenariati internazionali, al fine di creare una Piattaforma dell’Ue per le relazioni culturali internazionali.

La cultura è una forma di capitale che ci permette di illuminare sia il nostro cammino in Europa sia l’immagine che proiettiamo nel mondo. Questo è stato il senso di due rilevanti iniziative italiane, come la Dichiarazione di Roma dei Ministri della cultura del G20, del luglio 2021 e la Dichiarazione di Napoli della prima conferenza dei Ministri della cultura del Mediterraneo, del giugno 2022 e il suo specifico Piano di azione. Fare della cultura un veicolo chiave e strategico della politica estera dell’Unione Europea deve diventare finalmente una vera priorità. Luca Jahier, AffInt. 10

 

 

 

 

Ritrovarci

 

Questi, pochi, mesi che ci separano da fine anno saranno importanti. Importanti perché decisivi a proposito dei contributi economici che l’UE ha deliberato per l’Italia.

 

 A fronte di questo panorama inquietante, resta un Paese coinvolto da tanti problemi socio/economici dei quali non si riesce a porre un valido rimedio. Di fatto, c’è un’economia nazionale in profonda depressione che non potrà, comunque, essere ridimensionata da una politica che ha rivelato tutte le sue discordanze. Le scelte per un “Decreto” salva Italia restano poche e, del resto, condizionate da quella solidarietà europea della quale non siamo stai in grado di “saggiare” le finalità. Non a caso, torna, prepotente, la linea del “sovranismo.

 

Il Bel Paese non riesce a trovare un equilibrio capace di supportare un impegno che investe tutti e non dovrebbe risparmiare nessuno. Il tempo della solidarietà è arrivato. Quello che non s’è fatto prima, lo dovrà essere in tempi brevi. Senza compromessi per nessuno. I “mali” economici nazionali avranno bisogno di tempi assai più lunghi e di una politica coerente che, per ora, non siamo riusciti a focalizzare. Intanto, la politica ha preso la “via” del centro/destra. Solo se gli italiani si “ritroveranno” in percorsi comuni, anche le sorti del Bel Paese potranno avere miglior esito. Insomma, a nostro avviso, resta fondamentale ritrovarci. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Soccorso in mare: manca un patto europeo sul sistema Sar

 

Italia, Cipro, Grecia e Malta hanno assunto una posizione comune su immigrazione e asilo che riguarda anche il ruolo delle ong nel soccorso in mare (Sar – Search and rescue) e la responsabilità degli Stati di bandiera sul loro operato. La dichiarazione congiunta sembra andare verso il coordinamento delle operazioni Sar, sinora assente. C’è da chiedersi perché la Spagna non vi abbia aderito. Potrebbero realizzarsi le condizioni per un patto Sar mediterraneo, che aggreghi il consenso europeo su un tema sinora eluso da Bruxelles.

Ricerche in mare e responsabilità: la storia infinita

I migranti irregolari approdati in Italia negli ultimi trent’anni raggiungono il milione. Tra questi una gran parte è stata soccorsa in mare, venendo poi condotta nel nostro Paese in un “luogo sicuro” (il luogo dove la vita ed i diritti delle persone salvate siano tutelate, secondo i principi stabiliti in specifiche convenzioni internazionali).

Al di là di ogni polemica, può parlarsi a buon diritto di ruolo titanico dell’Italia nel Sar mediterraneo per fronteggiare esodi che, nel periodo 2013-2019, hanno assunto aspetti epocali. In ogni caso, le statistiche sono da mettersi in relazione coi nostri recenti cambi di Governo e con le altalenanti politiche verso la Libia evidenziate dagli accordi degli esecutivi di Berlusconi (2008) e Gentiloni (2017).

In questo quadro, si inseriscono due fatti distinti ma correlati. Da un lato, l’adozione dall’Italia, in forma autonoma e non coordinata con la Ue, di politiche di respingimento in mare (casi Albania 1997 e Libia 2009) cui sono seguiti, come una sorta di pentimento collettivo, periodi di grande impegno nel Sar. Dall’altro, assunzione da parte delle Ong di un ruolo di sussidiarietà nel soccorso in mare rispetto a quello del servizio pubblico (vds. audizione del Procuratore Zuccaro alla Commissione Schengen).

Norme ambigue sul sistema Sar

È noto che il sistema del Sar, disciplinato dalla Convenzione delle Onu sul diritto del mare (Unclos), da quella di Amburgo del 1979 e dalla Solas (Safety of life at sea), mal si adatta al salvataggio dei migranti in mare il cui regime riguarda anche protezione dei diritti umani e riconoscimento dello status di rifugiato.

Nonostante i principi del luogo sicuro configurino un obbligo di far sbarcare i migranti al termine di un salvataggio, non è possibile ipotizzare, dal punto di vista del diritto internazionale, che esista un diritto di ingresso dei migranti in un porto estero.

Quanto al ruolo delle ong, i nodi riguardano sia l’assunzione del coordinamento del loro operato da un’autorità Sar, sia i poteri demandati dall’Unclos agli Stati di bandiera su tutte le attività delle navi iscritte nei loro registri e quindi anche in questa forma di “Sar sistematico”.

L’impegno comune senza Madrid

Con la loro dichiarazione congiunta Italia, Cipro, Grecia e Malta concordano ora su un impegno comune nei confronti delle ong “che agiscono in totale autonomia rispetto alle autorità statali competenti” ed il cui modus operandi “non è in linea con lo spirito della cornice giuridica internazionale sulle operazioni di search and rescue, che dovrebbe essere rispettata. Ogni Stato deve effettivamente esercitare la giurisdizione e il controllo sulle navi battenti la propria bandiera”.

Rilevante è anche che i quattro Paesi ritengano necessaria una “discussione seria su come coordinare meglio queste operazioni nel Mediterraneo“. Ritorna così di attualità il monito di David Sassoli: “a pensare ad un’azione comune dell’Unione europea nel Mediterraneo per salvare le persone, un’azione che tolga terreno ai trafficanti. Occorre un meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare“.

La speranza è quindi di europeizzare finalmente le questioni del Sar e delle ong. La risposta francese non pare al momento favorevole. Ma lascia anche perplessi il fatto che la Spagna non abbia aderito all’iniziativa dei Quattro. Questo si spiega se si pensa alla volontà di Madrid di mantenere un profilo autonomo rispetto all’Italia – che le assicuri i favori di Parigi – sulla base delle sue consolidate e non contestate politiche di contenimento dei flussi verso le Canarie provenienti da Mauritania, Senegal e Marocco. Fabio Caffio, AffInt. 14

 

 

 

 

Insicurezza energetica. L'Appello COMECE alla solidarietà in vista dell'inverno

 

Dichiarazione del Segretariato della Commissione delle Conferenze Episcopali dell'Unione Europea (COMECE) sull’emergenza energetica

 

ROMA. E' stata resa nota dalla CEI la Dichiarazione del Segretariato della Commissione delle Conferenze Episcopali dell'Unione Europea (COMECE) sull’emergenza energetica. Infatti I Vescovi della COMECE hanno espresso la loro "profonda tristezza per le orribili sofferenze umane inflitte ai nostri fratelli e sorelle in Ucraina dalla brutale aggressione militare voluta dalle autorità russe".

Nella loro Assemblea plenaria d'autunno del 2022, i vescovi UE hanno ribadito un accorato appello "agli aggressori, affinché sospendano immediatamente le ostilità, e a tutte le parti affinché si aprano al negoziato su 'proposte serie' per una pace giusta, adoperandosia favore di una soluzione del conflitto che rispetti il diritto internazionale e l'integrità territoriale dell'Ucraina".

"La guerra della Russia contro l'Ucraina sta causando gravi conseguenze sulla popolazione dell'UE e non solo. L'eccessiva dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas da un unico fornitore ha permesso alla Russia di utilizzare le proprie forniture energetiche come un’arma. Ciò ha rafforzando l'insicurezza energetica in tutta Europa. Di conseguenza, l'impennata dei prezzi dell'energia si ripercuote sulla società nel suo complesso, colpendo in particolare i più vulnerabili", scrivono i vescovi.

Nella dichiarazione dei vescovi ci sono diversi punti, alcuni "principi di orientamento dalla prospettiva della Chiesa cattolica". Destinazione universale dei beni: Il diritto naturale all'uso comune di tutti i beni del Creato a beneficio delle generazioni, attuali e future, è il "primo principio di tutto l'ordinamento etico-sociale". L'opzione preferenziale per i poveri. Poi ancora, "giustizia e pace: Una giustizia che consenta uno sviluppo umano integrale è requisito indispensabile per la pace".

"Facciamo appello alla solidarietà collettiva. Siamo reciprocamente connessi e dipendiamo gli uni dagli altri, non solo come singoli individui e come famiglie, ma anche come società e come comunità internazionale. Ognuno di noi è chiamato a contribuire all'espressione concreta di questa solidarietà. In concomitanza al rafforzamento della resilienza energetica dell'UE, perseguire partenariati energetici bilaterali e multilaterali responsabili e basati sui valori e gettare le basi di un nuovo sistema energetico globale governato dai principi di giustizia, solidarietà, partecipazione inclusiva e sviluppo sostenibile", concludono i vescovi. Aci 7

 

 

 

 

Mattarella a Maastricht per i 30 anni del Trattato sull’Unione Europea

 

“I cittadini europei si attendono un’Unione più efficiente, coesa, solidale e rappresentativa. Una vera casa comune”

 

MAASTRICHT – “I cittadini europei si attendono un’Unione più efficiente, coesa, solidale e rappresentativa. Una vera casa comune. Un’Unione a misura di azioni e di interazioni più efficaci anche nei confronti del resto del mondo. Se tutti daremo prova di senso di responsabilità, capacità di visione, di rispetto e di lealtà reciproca, aumenteremo il senso di appartenenza nell’Unione.  Credo che tale sforzo possa essere utilmente indirizzato avendo presente quattro dimensioni fondamentali: l’adesione ai valori comuni; la garanzia della nostra sicurezza e della stabilità del Continente; il ripensamento della politica energetica; il completamento dell’Unione Europea con i processi di adesione”.

Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nell’ambito della visita di Stato nel Regno dei Paesi Bassi, in occasione dei trent’anni del Trattato sull’Unione Europea ha tenuto a Maastricht una prolusione all’House of Government sul futuro dell’Europa.

Il capo dello Stato si è detto “lieto di essere qui, oggi, insieme al vice Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri italiano, a celebrare, in questa città di frontiera e raccordo, i trent’anni di un passo fondamentale, quello del Trattato di Maastricht, che ha rappresentato un salto di qualità coraggioso nella costruzione europea, fra tutti gli elementi, ricordo, l’introduzione del concetto di “cittadinanza europea”.

“Maastricht – ha sottolineato Mattarella – è un esempio di successo, testimonia che il negoziato e il compromesso non sono esercizi “al ribasso”, bensì processi in grado di giungere a soluzioni creative e innovative, a beneficio di tutti gli attori che si impegnano con onesta determinazione sia a sostenere la propria visione sia all’ascolto di quelle degli altri. Più volte, anche negli ultimi anni, i leader europei, posti di fronte a una crisi esistenziale per l’Unione, hanno dimostrato di essere all’altezza. Non dubito che anche negli anni a venire i nostri due Paesi, insieme agli altri Stati Membri e ai Paesi candidati a diventarlo, sapranno offrire all’Europa prospettive alte e ambiziose, trovando ispirazione nel clima che qui animò le discussioni per giungere al Trattato”. (Inform/dip 11)

 

 

 

 

Alleanze di comodo

 

I politici d’oggi si dovrebbero persuadere che, per cambiare in meglio l’Italia, ci sarebbe da affrontare, in modo definitivo, il disordine di governo e le meditazioni che ne sono derivate. L’impegno per un’Italia “diversa” sembra, così, impossibile e i prospettati ”rinnovamenti” non fanno che sostenere le nostre premesse. Tra “Centro” e “Destra” c’è un accordo che potrebbe essere solo temporaneo.

 

Se dovessero essere partoriti provvedimenti incoerenti, il castello di carte, però, capitolerebbe con tutte le speranze del Popolo italiano. In tanti dubbi, abbiamo rivolto la nostra attenzione sugli eventi nazionali che potrebbero avere ancora un loro peso politico. Non ci azzardiamo, anche perché non è nel nostro modo di pensare, a formulare delle previsioni. Del resto, già si evidenziano “tensioni” tra i partiti che ora, gioco forza, dovranno schierarsi.

 

Ancora una volta, vinceranno i compromessi? Insomma, la solita coreografia all’italiana avrà anche ora la meglio? Come a scrivere che potrebbero non esserci effetti “sanatori” per il Paese, almeno entro poco tempo, con l’alleanza di Centro/Sinistra. Ora vedremo se questo Esecutivo, molto atipico, saprà mantenere un’alleanza che dovrebbe portarci a elezioni politiche entro l’anno; dopo la ratifica di una legge in merito più coerente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, documento riservato Frontex: "Ong pull factor, senza navi molti rifiutano di partire"

 

''La presenza delle navi delle ong, soprattutto in navigazione tra Zuara e Zawiya, continua a essere un ulteriore fattore di attrazione'', un "pull factor", per i migranti che partono dalla Libia per raggiungere l'Italia. E' quanto si legge in un documento riservato di Frontex, l'Agenzia europea della vigilanza dei confini, relativo al periodo 1 gennaio-18 maggio 2021, che l'Adnkronos ha potuto visionare. Secondo quanto sottolinea Frontex nel documento, ''i migranti che arrivano dalla Libia dichiarano costantemente'' di aver verificato, prima della partenza, la presenza delle ong nell'area, spiegando che, "in assenza delle navi delle ong nel Mediterraneo, molti rifiutano di partire".

Secondo l'Agenzia europea, per come si sono riorganizzate le rotte dei trafficanti di esseri umani la Libia, e Zuara in particolare, sono diventati un polo d'attrazione e l'imbarco principale verso l'Europa e l'Italia. "La Libia è ancora una volta percepita dai subsahariani come l'ultimo paese di partenza per raggiungere l'Ue", si spiega nel documento riservato. "Il fatto che ad oggi molti di questi migranti segnalati nell'operazione navale europea Themis abbiano bisogno solo di un periodo compreso tra sei e sette mesi per raggiungere l'Italia - sottolinea Frontex - suggerisce che le reti criminali hanno riadattato in modo efficiente il loro modus operandi per 'trafficare' migranti in Libia e oltre in Italia".

In particolare, nel 2021, si legge nel documento riservato Frontex, "Zuara è diventato un hub di traffico e il principale luogo di ultima partenza in Libia e nella regione del Mediterraneo centrale", da cui è partito "circa il 40% di tutti i migranti segnalati nel Mediterraneo centrale". E le informazioni raccolte attraverso le attività di debriefing indicano "sempre più il coinvolgimento diretto delle milizie delle autorità locali nell'attività di 'traffico' a Zuara". "Questa zona - la conclusione dell'analisi di Frontex - continuerà probabilmente ad attrarre migranti che cercano di raggiungere l'Italia dalla Libia".  Adnkronos 8

 

 

 

 

Digital Markets Act: le nuove regole dei mercati digitali nell’Ue

 

Il 1 novembre 2022 è entrato in vigore il Digital Markets Act, la legge dell’Ue sui mercati digitali, che sarà applicabile a partire dal 2023.

Un passo avanti nella regolamentazione di interi mercati digitali, come quello delle applicazioni o dell’e-commerce, considerati da molti un wild west ma monopolizzato da poche grandi aziende. La nuova normativa potrebbe, infatti, interessare direttamente i tech giants, come Google, Meta o Apple. Allo stesso tempo, però, potrebbe toccare anche aziende più piccole e start-up digitali, che potrebbero essere anch’esse attentamente monitorate dalla Commissione europea.

I “guardiani” delle piattaforme digitali

La Legge dell’Ue sui mercati digitali designa in primo luogo i gatekeepers: aziende che offrono piattaforme online come punto di incontro tra utenti commerciali e consumatori, servizio che le mette nella posizione di “dettare regole e creare una strozzatura nell’economia digitale“. Alcuni esempi di gatekeepers sono i servizi di intermediazione online (come Airbnb), motori di ricerca online (come Google), web browsers (come Google Chrome o Safari), o piattaforme di condivisione video (come YouTube).

Per essere definite gatekeepers, però, è necessario che le imprese in questione soddisfino tre condizioni:

1 La loro dimensione ha influenza sul mercato interno. Questa condizione viene misurata in termini di quota di mercato e fatturato annuo (almeno 7,5 miliardi di euro nell’ultimo anno) all’interno dello Spazio economico europeo e in base alla presenza in almeno 3 Stati membri dell’Unione;

2 Offrono una piattaforma di base importante per raggiungere i consumatori finali, fornendo il servizio ad almeno 45 milioni di utenti finali attivi nell’Ue mensilmente e ad almeno 10.000 utenti commerciali nell’Unione attivi annualmente;

3 Hanno (o potrebbero avere) una posizione consolidata e duratura, determinata in base a se il secondo criterio viene soddisfatto in ciascuno degli ultimi 3 anni.

Obblighi, divieti per un obiettivo

L’obiettivo del Digital Markets Act è stabilire delle norme armonizzate per assicurare un mercato digitale “contestable and fair”.

Il concetto di fairness non è una novità nel diritto europeo. Fa riferimento alla concorrenza leale, e non falsata, nel mercato dell’Unione, regolata fin dal Trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio del 1951. Nel caso del DMA, l’obiettivo di stabilire un mercato equo e leale è strettamente legato al vantaggio non proporzionato al servizio offerto, che il gatekeeper trae dallo squilibrio tra i suoi diritti e doveri, e quelli degli utenti commerciali. Il concetto di contendibilità del mercato è legato alle barriere all’entrata, per ridurre gli ostacoli e i costi che le nuove imprese, “più deboli” rispetto ai giganti del mercato, devono affrontare per entrare nei mercati digitali. Se lo si intende come obiettivo di contenere il potere dei gatekeepers, l’inserimento di questo concetto può essere considerato una novità introdotta dal DMA (Bruzzone, 2021).

Per raggiungere il fine principale del DMA, a quelle imprese designate come gatekeepers verranno imposti una serie di obblighi e divieti.

Ad esempio, non potranno preinstallare sui dispositivi determinate applicazioni software e dovranno permettere agli utenti di disinstallarle. Aziende come Google, le cui applicazioni sono preinstallate su dispositivi Android, o come Apple, che fa lo stesso su dispositivi iOS, potrebbero quindi dover rivedere alcune pratiche.

Sempre in linea con l’obiettivo di garantire una concorrenza leale, i gatekeepers non potranno imporre come unica possibilità di pagamento il proprio metodo. Oppure, non potranno promuovere eccessivamente i propri prodotti o servizi, rispetto a quelli di altri operatori.

In linea con una politica iniziata nell’Ue con il GDPR, poi, alcune disposizioni del Digital Markets Act riguardano proprio la protezione dei dati personali degli utenti che utilizzano le piattaforme dei gatekeepers. Ci saranno, infatti, il divieto di processare i dati raccolti tramite terze parti, che si servono della piattaforma del gatekeeper, per offrire servizi di pubblicità; il divieto di combinare i dati personali raccolti sulla piattaforma con quelli raccolti su qualsiasi altra piattaforma del gatekeeper o di terze parti; il divieto dell’uso incrociato di dati personali raccolti su una piattaforma con quelli provenienti da altri servizi offerti separatamente dallo stesso gatekeeper; e infine il divieto di iscrivere automaticamente l’utente ad altri servizi del gatekeeper per combinare i dati personali (ad esempio, il login automatico su YouTube tramite l’account Google).

Altra misura che potrebbe richiedere un particolare impegno da parte delle imprese tech sarà la richiesta di interoperabilità delle piattaforme di comunicazione interpersonale dei gatekeepers con quelle di altre aziende operanti nel settore, qualora esse lo richiederanno. Si potrebbe, quindi, richiedere a Meta, ad esempio, di facilitare lo scambio di informazioni tra la sua piattaforma WhatsApp e altre piattaforme simili.

L’autorità della Commissione

La particolarità che distingue il Digital Markets Act da altre normative antitrust, che in molti casi vengono applicate dalle autorità nazionali, è il monitoraggio della sua applicazione, completamente nelle mani della Commissione europea.

La Commissione può, infatti, imporre rimedi di natura comportamentale, ordinando che le imprese prendano provvedimenti in linea con gli obblighi imposti, o strutturale, che potrebbero comportare persino lo smantellamento del gatekeeper, che potrebbe non essere soltanto una delle big tech che conosciamo oggi, contro le quali la Commissione ha avviato già diversi procedimenti. Inoltre, mentre nella normativa in materia di concorrenza i rimedi comportamentali sono preponderanti, nel DMA i due tipi di rimedi sembrano essere nello stesso piano. 

Particolarmente interessante è anche il potere della Commissione di richiedere l’accesso a dati, algoritmi e informazioni su progetti durante l’indagine di mercato volta a designare i gatekeepers o a identificare pratiche di non conformità con il DMA.

Un freno all’innovazione e altre critiche

In fase di stesura del Digital Markets Act, le aziende che potrebbero subire un impatto diretto delle nuove misure non hanno esitato a far sentire la propria voce, sostenendo che gli obblighi e i divieti previsti freneranno quell’innovazione che invece il DMA mira a proteggere.

Inoltre, la Legge prevede che la Commissione possa condurre ispezioni sul luogo piuttosto intrusive, per accedere alle informazioni necessarie per le sue indagini. La presenza degli uffici fisici dei gatekeepers in più Paesi dell’Unione, o la totale assenza degli uffici più utili a questo fine, potrebbero però rendere necessaria la collaborazione delle autorità nazionali, cosa che va in contrasto con la natura dell’applicazione delle misure, centralizzata nelle mani della Commissione europea. 

Infine, il DMA si colloca a metà strada tra una normativa antitrust e una sulla regolamentazione del mercato, perché prevede, come la prima, ispezioni in caso di sospetta non conformità con la normativa, e rimedi solo successivi a una conferma di non conformità. Come la seconda, invece, impone obblighi, che sembrano volti a regolamentare un mercato considerato non regolamentato. Questo aumenta il rischio che sorgano problematiche relative alla sovrapposizione di norme.

L’applicazione del Digital Markets Act, a partire dal prossimo anno, segnerà senz’altro una svolta nella regolamentazione delle attività di aziende che attualmente controllano, o che potrebbero in futuro controllare, i mercati digitali. Non soltanto fa un passo in più in materia di protezione dei dati personali, ma va anche a regolamentare alcune pratiche che hanno permesso la scalata verso l’oligopolio di quelle che oggi conosciamo come aziende big tech. I suoi effetti potrebbero essere visibili solo tra qualche anno, ma probabilmente uno di questi non sarà il freno all’innovazione, che è l’essenza dei mercati digitali e nell’interesse di competitività delle aziende che operano in questi mercati. Milena Di Nenno, AffInt 7

 

 

 

 

Recensione libro di Marco Pappalardo “Cara Scuola ti scrivo…L’attualità di Lettera a una professoressa”

 

Sono passati più di cinquant'anni dalla pubblicazione di "Lettera a una professoressa", il fortunato libro scritto dagli alunni di Don Milani nella Scuola di Barbiana. Nell’ultimo capitolo scrivono così:

Ora  siamo  qui  a  aspettare  una  risposta. Ci sara` bene in qualche  istituto magistrale qualcuno che ci scrivera`: «Cari ragazzi, non tutti i professori sono come quella signora. Non siate razzisti anche voi. Anche se non sono d’accordo su tutto quello che dite, so che la nostra scuola non va.  Solo una scuola perfetta pu`o permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse.  E la scuola perfetta non esiste.  Non lo `e n´e la nostra n´e la vostra. (…) Aspettiamo questa lettera.  Abbiamo fiducia che arrivera`. Il nostro indirizzo `e:  Scuola di Barbiana Vicchio Mugello (Firenze).

 

La risposta è arrivata nel nuovo libro di Marco Pappalardo (docente di Lettere presso l’I.S. Majorana-Arcoleo di Caltagirone e Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica della diocesi di Catania) dal titolo “Cara Scuola ti scrivo…L’attualità di Lettera a una professoressa”, edito da San Paolo.

«Ho cercato nelle biblioteche e sul web – afferma l’Autore - e, a parte importanti e significativi articoli e saggi, non vi è una lettera di risposta ufficiale e completa. Io ci ho provato ed in queste pagine, quasi fosse un testo a fronte, dopo ogni paragrafo si trovano le mie riflessioni in grassetto. Non sono "una professoressa", ma spero da professore di essere stato comunque all'altezza di così tante ed intense provocazioni. Nel capitolo 28, l'ultimo paragrafo scritto a Barbiana è proprio un invito - con tanto di indirizzo - affinché qualche docente si faccia vivo; certo io arrivo un po' tardi, sono di un'altra generazione, di un altro tipo di scuola, ma credo che gli studenti di Barbiana e le loro parole, con gli insegnamenti di Don Milani, abbiano moltissimo da dire oggi».

Questo libro nasce dall'esperienza di ascolto che da anni il prof. Pappalardo vive a scuola con gli alunni, dalle loro mille e varie domande, dai tanti temi scritti e letti, dai dialoghi in aula, nei corridoi, sui social, dalla lettura condivisa di “Lettera a un professoressa” in una splendida classe quinta: «Non sempre ho le risposte, sicuramente non ho quelle pronte o per l'occasione, però cerco di ascoltare, di dedicare tutto il tempo necessario, di dare a ciascuno lo spazio richiesto. A volte le questioni vengono poste davanti a tutta la classe, altre volte privatamente, in ogni caso non restano in sospeso e, quando utile, ci dedichiamo ore intere». 

Il libro contiene tutto il testo di “Lettera a una professoressa” e ogni questione posta allora dagli otto ragazzi e i compagni collaboratori è seguita da brevi riflessioni dell’Autore, poiché le sue parole non vogliono mai superare il valore ed il peso delle loro, sempre ispirate alle riflessioni lette e con espliciti riferimenti tra virgolette, ma pure con le necessarie attualizzazioni e gli esempi tratti dall'esperienza diretta: «Se io ho molto imparato dalla lettura di "Lettera a una professoressa" – continua Pappalardo -  lo è grazie alla profondità, alla schiettezza, allo stile, all'arte che esprime; da parte mia ho scritto e risposto come se li stessi ascoltando di persona e colloquiando con loro o con i miei studenti, senza l'intenzione di insegnare qualcosa». Dunque, questo libro può essere allo stesso tempo l'occasione per leggere (o rileggere) la lettera degli studenti di Don Milani e per una prospettiva attuale sulla scuola e sulla società. È particolarmente consigliato agli studenti della Secondaria di II grado, a quelli dell’ultimo anno della Secondaria di I grado, ai docenti, agli educatori, ai genitori.

 

Marco Pappalardo è docente di Lettere a Caltagirone presso il Liceo Majorana-Arcoleo. Pubblicista, collabora con L'Osservatore Romano, Avvenire, Credere, La Sicilia e con diversi blog. Ha scritto oltre trenta libri su temi educativi, sociali, religiosi, formativi per le editrici San Paolo, Libreria Editrice Vaticana, Elledici, Effatà, Il Pozzo di Giacobbe, Paoline, alcuni dei quali tradotti in più lingue. È direttore dell'Ufficio per la Pastorale Scolastica della Diocesi di Catania. dip

 

 

 

 

Farnesina. Il piano triennale non soddisfa il fabbisogno di personale

 

“Nei giorni scorsi,  in occasione dello svolgimento dell’informativa dell’Amministrazione degli Esteri alle OO.SS. circa il piano assunzionale di breve periodo,  è emerso in tutta la sua chiarezza lo scollamento sussistente tra fabbisogno formale e fabbisogno sostanziale di personale della Farnesina, con netto schiacciamento del primo sul secondo, nella totale noncuranza degli effetti che il perdurare della penuria di personale potranno determinare sul reale funzionamento del sistema Paese all’estero”. Lo dichiara in una nota, Iris Lauriola, Segretario nazionale del Coordinamento esteri della CONFSAL-UNSA commentando i dati emersi nella citata informativa.

“Stando a quanto riferito dall’Amministrazione – spiega Lauriola – dal 2021 al 2023 sono stati e dovrebbero ancora essere integrati, previo concorso, circa 985 AA.FF tra II area, III area e dirigenti nonchè personale diplomatico, il cui numero non arriva nemmeno a tamponare la copertura delle vacanze generate dalle collocazioni in quiescenza o da eventi avversi che condizionano purtroppo gli impiegati in servizio. Pertanto continuano a mancare all’appello oltre 2000 impiegati rispetto ai valori della dotazione organica MAECI di 10 anni fa, vale a dire prima del blocco del turn-over”.

“Questo piano assunzionale appare insufficiente e non adeguato, - sottolinea la sindacalista - configurandosi come una farsa rispetto al fabbisogno sostanziale dell’Amministrazione degli Esteri che sta combattendo da anni contro una progressiva riduzione dell’ammontare di personale, un innalzamento dell’età media del personale in servizio ed una contrazione drammatica dell’appeal al trasferimento verso le sedi estere che si è palesato, nell’ultima lista di trasferimento, in un misero e preoccupante 27% dei posti coperti dai trasferimenti con la conseguenza di sedi totalmente prive di personale di ruolo”.

“Ci chiediamo seriamente cosa si abbia in mente quando si parla del futuro del Sistema-Paese e delle sfide che questo sarà chiamato a sostenere – evidenzia Lauriola – se a gestire queste sfide saranno solo le buone intenzioni e certamente non le risorse umane che sono tuttora le grandi assenti nel meccanismo operativo della Farnesina. Ritengo che sia indispensabile ragionare anche su soluzioni di emergenza che diano uno sprint al piano assunzionale e che mirino a valorizzare le risorse già operative presso le sedi estere, come gli impiegati a contratto, attraverso concorsi interni sul modello di quanto previsto dalla legge 442 del 2001. Nella prossima legge di bilancio si renderà necessario essere ambiziosi e saper osare, per dimostrare pragmatismo e lungimiranza, nell’auspicio che il nuovo Ministro degli Esteri possa dare un significativo contributo in questa prospettiva”. Conclude Lauriola. Confsal/Unsa 7

 

 

 

 

 

Siciliani all’estero: il Carse scrive al Presidente Schifani

 

Palermo. Il Presidente del Carse, Coordinamento delle Associazioni Regionali Siciliane dell’Emigrazione, Salvatore Augello ha inviato una lettera al nuovo Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, per sottoporgli l’esigenza di un confronto sulle politiche regionali a sostegno dei corregionali emigrati.

“Come Lei sicuramente sa, - scrive Augello – oggi in giro per il mondo ci sono circa 800.000 siciliani iscritti all’AIRE perché in possesso di cittadinanza, mentre gli oriundi sono più numerosi della popolazione residente, purtroppo in continua diminuzione. Da tempo la Regione ignora una legge, la 55/1980, che sarà pure datata, ma che rimane l’unica ancora in vigore, anche se completamente svuotata di efficacia e di operatività”.

“Dal 1999 – ricorda Augello – la Sicilia non ha più una consulta regionale dell’emigrazione e dell’immigrazione prevista dalla legge”; inoltre, “non esiste più da tempo la delega assessoriale dell’emigrazione, mentre per occuparsi di migrazione è stato istituito lo speciale ufficio immigrazione in capo all’Assessorato alla Famiglia”.

Il presidente del Carse – organismo che raggruppa Aitae-Aitef, Anfe Pa, Coes, Crases, Fernando Santi, Ragusani Nel Mondo, Siracusani Nel Mondo, Uim, Usef, Saperi & Sapori Di Sicilia e Valguarneresi Nel Mondo - spiega, poi, che “da tempo le associazioni chiedono una nuova legge che tenga conto delle nuove problematiche che assillano l’emigrazione nuova e vecchia e che metta ordine nella vasta rete associativa istituendo l’albo regionale delle associazioni. Già in altre occasioni – evidenzia Augello – abbiamo chiesto ai presidenti della regione un incontro per un confronto su tutta la vasta problematica dell’emigrazione e su un intervento per evitare che vada disperso il grande patrimonio umano ed economico che la Sicilia ha all’estero. Purtroppo le passate Amministrazioni non hanno ritenuto opportuno affrontare il problema”.

“Conoscendo la Sua sensibilità sui problemi sociali e l’emigrazione sicuramente lo è, - si legge ancora nella lettera – torniamo a chiedere un incontro a Lei, nella speranza di essere convocati per un confronto e per chiarire il nostro pensiero e le attività che abbiamo continuato a svolgere, anche con il sacrificio personale dei presidenti e dei dirigenti delle associazioni che si sono raccolte attorno al CARSE. Alla Sua riconosciuta sensibilità – conclude Augello – ci rivolgiamo nella speranza che voglia fissare un appuntamento ad una nostra delegazione per discutere di un problema che pur nella sua drammaticità offre parecchie occasioni di cui la Sicilia ad oggi non tiene presenti restando assente dai tavoli dove si forma la politica in direzione alle comunità emigrate”. (aise/dip 7) 

 

 

 

 

Sen. Giacobbe (Pd): “Serve intervento bipartisan per colmare subito vuoti che penalizzano gli italiani all’estero”

 

ROMA – “Bisogna intervenire subito per rimediare a una mancanza legislativa che penalizza gli italiani residenti all’estero nei confronti di cittadini di altre nazioni che arrivano in Italia per un breve periodo. La mancanza di copertura sanitaria per i nostri emigrati che rientrano temporaneamente, rappresenta uno dei problemi principali per la comunità già all’estero e per i nostri giovani che intraprendono nuovi percorsi professionali o di studio. E questo problema è emerso in tutta la sua drammaticità nel rapporto della Fondazione Migrantes sugli Italiani nel Mondo rilasciato nella giornata di martedì scorso”.

Il senatore del Pd Francesco Giacobbe, rappresentante eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, sottolinea l’urgenza di un provvedimento che consenta agli italiani all’estero di poter usufruire di una copertura sanitaria temporanea quando tornano in Italia.  “Ho lavorato su un disegno legge che è ormai pronto per essere sottoposto all’esame delle Camere. Mi auguro che quanto emerso dal rapporto della Fondazione Migrantes, ovvero che i nostri giovani hanno dovuto ricorrere all’irregolarità, cioè non si sono iscritti all’AIRE nei nuovi Paesi di residenza per evitare di perdere la copertura sanitaria italiana in tempo di pandemia, sia da stimolo perché la mia proposta passi a larga maggioranza con un sostegno bipartisan”.

Il senatore, inoltre, plaude all’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Il capo dello Stato, nel suo messaggio al presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego, ha posto l’accento sull’obiettivo non solo di fermare l’emorragia verso l’estero di giovani, spesso altamente qualificati, ma anche sulla necessità di far sì che chi vuole possa rientrare in Italia. Questo significa creare condizioni di sviluppo, lavoro e retribuzione altamente competitive con i mercati internazionali. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, come sottolineato dal Presidente Mattarella, rappresenta ‘un punto di riferimento per disegnare e programmare un futuro diverso’, anche per le nostre comunità all’estero e per chi vuole rientrare e dare il proprio contributo al nostro Paese”. “L’impegno politico del Parlamento – conclude il sen. Giacobbe – deve essere indirizzato in questo senso, per consentire agli italiani, senza alcuna distinzione di residenza, di poter non solo sognare, ma realizzare un futuro migliore per sé stessi e i propri figli”. (Inform/dip 10)

 

 

 

 

Il 18 novembre la presentazione della VII Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

 

ROMA – Venerdì 18 novembre alle ore 12.00 si terrà alla Farnesina, presso la Sala delle Conferenze Internazionali, l’evento sulla VII edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo (SCIM), dal titolo “Convivialità, sostenibilità e innovazione: gli ingredienti della cucina italiana per la salute delle persone e la tutela del pianeta”.

All’evento – moderato da Maddalena Fossati Dondero, Direttore de La Cucina Italiana, media partner dell’evento, e aperto dal Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese, Lorenzo Angeloni – interverranno il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio  Tajani, il Ministro dell’Agricoltura, Sovranità Alimentare e Foreste Francesco Lollobrigida, il Ministro della Salute Orazio Schillaci, il Vice Ministro delle imprese e il Made in Italy, Valentino Valentini, insieme a qualificati interlocutori della filiera produttiva agro-industriale italiana, tra i quali Federalimentare, Filiera Italia, FIPE, ICE, ENIT e Slow Food, oltre al noto ristoratore stellato Alessandro Pipero, che interverrà per illustrare la sua filosofia di innovazione nella tradizione gastronomica romana e di apertura ad altre cucine, collegandosi quindi ai temi della candidatura di Roma per Expo 2030.

Giunta alla sua settima edizione, la Settimana della Cucina italiana nel mondo è un’iniziativa di promozione integrata che si propone di valorizzare all’estero le eccellenze del settore enogastronomico italiano, sostenendo le esportazioni, l’internazionalizzazione e i flussi turistici in entrata, attraverso la realizzazione di eventi mirati da parte della rete di Ambasciate, Consolati, Istituti di cultura e uffici ICE.

Sono oltre ottomila le iniziative realizzate in tale contesto dal 2016 ad oggi dalla rete di Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura italiani in più di cento Paesi, che includono seminari di approfondimento sulla dieta mediterranea, incontri con operatori economici di settore, formazione e classi dimostrative, incontri con chef. Tra le oltre mille iniziative in programma per l’edizione 2022, sarà presentata in numerosi Paesi una mostra ideata da Slow Food dal titolo “Eroi del cibo”, incentrata sui temi della sovranità alimentare, oltre a un videocorso sulle identità dei prodotti e delle culture delle regioni italiane, realizzato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

La conferenza rappresenterà quindi un momento di riflessione su temi di grande attualità, quali il dibattito sulle etichettature fronte pacco e la dieta Mediterranea come modello alimentare sano, equilibrato e sostenibile, ma anche occasione per delineare un approccio di sistema su tali tematiche. (Inform/dip 14)

 

 

 

 

 

UN-Klimakonferenz. Schutzschirm für arme Länder gestartet

 

Im Ringen darum, dass reiche Staaten für die klimabedingten Schäden armer Länder bezahlen, ist es ein erster Schritt: Bei der Weltklimakonferenz wurde ein globaler Schutzschirm gegen Klimarisiken gestartet. Betroffene beklagen: Gelder kommen kaum an.

 

Ein globaler „Schutzschirm“ gegen Klimarisiken soll künftig arme Länder bei klimabedingten Katastrophen unterstützen. Im Beisein von Bundesentwicklungsministerin Svenja Schulze (SPD) und dem US-Klimagesandten John Kerry starteten auf der Weltklimakonferenz am Montag in Scharm el Scheich die von der Erderwärmung am meisten betroffenen Staaten das Programm gemeinsam mit Industrieländern: Es geht um eine Art Versicherungssystem für Menschen in den Ländern, die von extremen Wetterereignissen in ihrer Existenz bedroht sind.

Der ghanaische Finanzminister Ken Ofori-Atta sagte, ein solcher Schutzschirm sei längst überfällig. Denn es stelle sich nicht die Frage, wer für die Klimaschäden bezahlt, „wir tun es schon“. Die wirtschaftlichen Schäden durch die Klimakrise allein in Ländern des Globalen Südens kosten jährlich Schätzungen zufolge dreistellige Milliardensummen.

Schulze betonte, Deutschland sehe die weltweiten Probleme und handele. Sie fügte hinzu, das Programm sei keine Taktik, um formale Verhandlungen über eine finanzielle Kompensation bei klimabedingten Verlusten und Schäden zu vermeiden. Es gebe nicht die eine Lösung, sondern es brauche eine Vielzahl von Lösungen.

Schutzschirm für zügige Entschädigung

Der Schutzschirm ist eine gemeinsame Initiative der sieben wichtigsten demokratischen Industriestaaten (G7) mit besonders stark bedrohten Ländern (V20). Er baut auf bereits bestehende Projekte auf. So wurden etwa bereits unter dem Schlagwort „InsuResilience“ in einer bäuerlichen Gemeinde in Ghana die Menschen für kleine Beträge gegen Extremwetter versichert. Wenn dort Starkregen zum Ernteausfall führt, bekommen sie zügig eine Entschädigung. Gleichzeitig werden sie beraten und gewarnt, wenn Extremwetter bevorsteht. Im Senegal gibt es ein ähnliches Programm mit mehr als acht Millionen Versicherten im vergangenen Jahr.

Deutschland hat für den Schutzschirm 84 Millionen Euro zugesagt und weitere 85,5 Millionen für andere Instrumente der Klimarisikofinanzierung. Andere Staaten, darunter Irland und Frankreich, steuern insgesamt mehr als 40 Millionen Euro bei. Die Umsetzung soll nach der Klimakonferenz beginnen. Sie ersten Staaten, für die der Schirm gelten soll, sind Bangladesch, Costa Rica, Fidschi, Ghana, Pakistan, die Philippinen und der Senegal.

Gelder erreichen Betroffene kaum

Der nigerianische Jurist Ademola Oluborode Jegede machte derweil auf einen Knackpunkt aufmerksam. Der Professor der Venda-Universität in Südafrika sagte mit Blick auf Klimahilfen für arme Länder dem „Evangelischen Pressedienst“: „Oft erreichen die Gelder bisher kaum die Betroffenen.“ Denn Staaten würden die Gelder oft für andere Zwecke nutzen. Der Rechtswissenschaftler forderte daher, dass besonders Gemeinschaften, die am meisten unter den Auswirkungen stetig zunehmender Klimaextreme litten, auch ohne staatliche Intervention von den Finanzmechanismen profitieren könnten.

Seit gut einer Woche ringen in Scharm el Scheich Delegierte aus mehr als 190 Ländern um die Umsetzung des Pariser Klimaabkommens von 2015 und um eine Begrenzung der Erderwärmung auf möglichst 1,5 Grad Celsius. Derzeit steuert die Welt nach Einschätzung von Fachleuten auf rund 2,5 Grad Celsius zu. Das Thema Schäden und Verluste steht ebenfalls auf der Agenda. (epd/mig 15)

 

 

 

Schengen unter Druck: Slowenien erwägt Einführung von Grenzkontrollen

 

Der jüngste Anstieg der Migration veranlasste mehrere EU-Länder zur

Wiedereinführung von Grenzkontrollen, was von benachbarten Staaten kritisiert wird. Slowenien erwägt nun die Wiedereinführung von Kontrollen an den südlichen Grenzübergängen, während sich das benachbarte Kroatien auf den Beitritt zum zunehmend beschränkten Schengen-Raum vorbereitet -  Von: Sebastijan R. Marek.

 

Slowenien plant nach dem Beitritt Kroatiens zum Schengen-Raum die Wiedereinführung von Polizeikontrollen an den Grenzübergängen. Man befürchte, dass illegale Migrant:innen wegen der Polizeikontrollen in Österreich in Slowenien hängen bleiben könnten, sagte Außenministerin Tanja Fajon am Montag.

Kroatien soll ab dem 1. Januar 2023 dem grenzenlosen Schengen-Raum beitreten, wenn die Staats- und Regierungschef:innen der EU im Dezember grünes Licht geben. Damit wird Kroatiens Grenze zu Bosnien und Serbien zur neuen Schengen-Außengrenze.

Zagreb sieht sich immer wieder mit Vorwürfen der Gewalt an seinen Grenzen konfrontiert. Aktivist:innen erklärten erst letzte Woche, dass Praktiken fortgesetzt werden, die nach internationalem Recht illegal seien.

Slowenien hatte zuvor erklärt, dass das Schengen-System durch die Polizeikontrollen an den Binnengrenzen gefährdet sei. Ein Beispiel dafür sind die Polizeikontrollen, die Österreich seit der Migrantenkrise 2015 an seiner Grenze zu Slowenien durchführt.

Jetzt ist das Land aber bereit, selbst Kontrollen einzuführen.

„Jetzt, wo Kroatien dem Schengen-Raum beigetreten ist, wollen wir nicht, dass Slowenien durch die Zunahme von Migranten und Flüchtlingen zu einem Einfallstor wird“, sagte Fajon nach der einem Treffen der EU-Außenminister:innen am Montag.

„Slowenien ist bereit, am nächsten Tag, in der nächsten Woche oder in den nächsten Monaten Kontrollen einzuführen, wann immer dies notwendig ist“, fügte die sozialdemokratische Politikerin hinzu.

Die jüngsten Daten von Frontex zeigen, dass die Zahl der illegalen Grenzübertritte über die EU-Außengrenze in den ersten zehn Monaten dieses Jahres um 73 Prozent gegenüber dem gleichen Zeitraum des Vorjahres gestiegen ist. Die Balkanroute, zu der auch Slowenien gehört, ist nach wie vor die wichtigste Einreiseroute.

Fajon sagte, sie hätte ihren EU-Kollegen gegenüber geäußert, dass im Rahmen von Schengen klare Regeln aufgestellt und die Kontrollen innerhalb des Schengen-Raums eingeschränkt werden müssten, wenn sie nicht wirklich notwendig seien. Die Reform, an der seit Jahren gearbeitet wird, müsse endlich umgesetzt werden, da Schengen sonst ernsthaft in Gefahr gerate.

Slowenien ist das letzte der Frontländer auf der Balkanroute, das vor der Entscheidung steht, ob es die Grenzen schließen soll, um die Migration einzudämmen, nachdem seine Nachbarn dies bereits getan haben.

Letzte Woche hat die Slowakei Druck auf die Tschechische Republik ausgeübt, die Grenzkontrollen seit dem 29. September an den Einreisepunkten entlang der 252 km langen Grenze zu lockern, die darauf abzielen, Migranten davon abzuhalten, zu Fuß zu reisen oder in Fahrzeugen geschmuggelt zu werden.

Prag hatte die Kontrollen eingeführt, nachdem die Zahl der Festnahmen illegaler Migrant:innen im Jahr 2022 um das 12-fache auf 12.000 gestiegen war, was oft zu stundenlangen Staus auf den Straßen führte.

In diesem Monat errichtete die slowakische Regierung in der Grenzstadt Kuty ein Lager mit 16 Zelten, um den Zustrom von Migrant:innen zu bewältigen, die von den Kontrollen aufgehalten werden.

Inzwischen werden auch in der Slowakei die Stimmen für eine Schließung der Grenze zum südlichen Nachbarn und Schengen-Mitglied Ungarn immer lauter.

„Wir hätten die Grenzen zu Ungarn schon vor langer Zeit schließen sollen“, sagte der Sprecher des Nationalrats, Boris Kollár. Migranten würden hier  „wie Mäuse über die Felder streifen“, fügte er hinzu.

Vor allem an der Schengen-Außengrenze zwischen dem EU-Mitglied Ungarn und dem Drittstaat Serbien überqueren viele Migrant:innen – in der Mehrzahl Syrer:innen, die nach Deutschland reisen möchten – die Grenze, bevor sie über die Slowakei in die Tschechische Republik gelangen, so die Behörden. EA 15

 

 

 

Italiens Flüchtlingspolitik spaltet Europa erneut

 

Das Thema Migration ist für Roms neue rechte Regierung ein heißes Eisen. Italiens harte Haltung gegenüber den NGO-Rettungsschiffen wird jetzt von anderen Aufnahmeländern des östlichen Mittelmeers wie Griechenland, Malta und Zypern unterstützt. Von: Alice Taylor und Federica Pascale

 

Zuvor hatten sich Frankreich und Deutschland gegen Italiens Flüchtlingspolitik ausgesprochen. Oppositionspolitiker hatten vor einer Isolation ihres Landes gewarnt.

„Wenn Italien einflussreich sein will, ist es besser, wenn es nicht den Einzelgänger gegen alle spielt. Das ist in Europa nie gut, für kein Land“, sagte der Europaabgeordnete Sandro Gozi von Renew Europe, Vertreter von Matteo Renzis Partei Italia Viva, gegenüber EURACTIV Italien.

„Meloni führt eine ideologische Schlacht für den internen Gebrauch und isoliert sich in Europa. Je eher Meloni ihre Schritte zurückverfolgt, desto besser“, fügte er hinzu.

Roms neue Regierung, die von Meloni geleitet wird, hat sich in den letzten zehn Tagen wegen der Ankunft von Migrant:innen vor der italienischen Küste in eine Sackgasse manövriert.

Insgesamt sind vier Boote mit etwa 1000 Migranten an der Küste eingetroffen. Innenminister Matteo Piantedosi erklärte: „Sie müssen außerhalb der Hoheitsgewässer zurückkehren, und der Flaggenstaat muss sich um sie kümmern.“

Während Frauen, Kinder und Menschen mit gesundheitlichen Problemen sofort von Bord gehen durften, führte die tagelange Anwesenheit der anderen an Bord zu Spannungen. Die Schiffe riefen dazu auf, sie alle sofort von Bord zu nehmen, da sich einige im Hungerstreik befanden und andere in ihrer Verzweiflung von den Booten ins Wasser sprangen.

Italiens Forderung, dass der Flaggenstaat des jeweiligen Schiffes für die Umsiedlung der Migranten zuständig sein sollte und nicht Italien oder der Ort, an dem sie ankommen, wurde von Rechtsexperten, Aktivisten:innen, humanitären Gruppen und Politiker:innn erbittert bekämpft.

Die politische Krise zwischen Italien und Frankreich, die durch die Schiffe ausgelöst wurde, scheint sich derweil nicht zu entspannen. Das Schiff Ocean Viking der NGO SOS Mediterranée hat in Toulon angelegt und die 234 an Bord befindlichen Migrant:innen „ausnahmsweise“ an Land gebracht.

Frankreich sagt jedoch, dass es keine weiteren Migranten aufnehmen werde, da diese auf die Mitgliedstaaten verteilt werden sollten, und fordert „alle anderen Teilnehmer“ am europäischen Umsiedlungsmechanismus für Migranten auf, dies ebenfalls zu tun, insbesondere Deutschland.

„Es ist klar, dass dies äußerst schwerwiegende Folgen für unsere bilateralen Beziehungen zu Italien haben wird“, sagte der französische Innenminister Gérald Darmanin, der eine Verschärfung der Grenzkontrollen zu Italien angeordnet und bereits zahlreiche Migrant:innen zurückgewiesen hatte.

Nach Gozi hat Italien eine Krise gegen das nationale Interesse verursacht: „Wir befinden uns in einer großen Krise, und die Verantwortung liegt bei Giorgia Meloni, die Propaganda auf der Haut der Migrant:innen gemacht hat. Italien muss seinen Teil dazu beitragen“.

Gemeinsame Position der östlichen Mittelmeerländer

Doch während Gozi die politische Verantwortung auf Rom abwälzt, unterstützen andere Aufnahmeländer im Mittelmeer Italien in seiner ablehnenden Haltung.

Malta, Zypern und Griechenland haben sich einer von Piantedosi angeführten Initiative angeschlossen, in der die EU aufgefordert wird, in der aktuellen Migrationskrise zu handeln.

In ihrer am Wochenende veröffentlichten Erklärung wiederholten sie ihren Standpunkt, dass sie „die Vorstellung nicht teilen können, dass die Länder der ersten Einreise die einzig möglichen europäischen Anlandeplätze für illegale Einwanderer sind.“

Sie verurteilten auch private Hilfsschiffe, die „völlig unabhängig von den zuständigen staatlichen Behörden“ Migrant:innen retten, die auf dem Meer gestrandet sind, nachdem sie versucht haben, in die EU zu gelangen.

Die Mittelmeeranrainerstaaten stehen jedoch seit langem wegen ihrer Vorgehensweise in der Migrationsfrage in der Kritik.

Malta wurde beispielsweise vielfach dafür kritisiert, dass es Notrufe ignoriert, Reaktionen verzögert und Migrant:innen an die libysche Küstenwache zurückverweist und seit 2020 eine inoffizielle Nicht-Kommunikationspolitik mit den Medien in Bezug auf die Rettung von Migrant:innen verfolgt.

Tausende von Migrant:innen versuchen, von der libyschen Küste aus in fadenscheinigen Booten nach Europa zu gelangen, was zu zahlreichen Todesfällen führt. Allein im Jahr 2022 sind mehr als 1200 Menschen gestorben, insgesamt etwa 25.000 seit 2014.

Malta wurde vielfach dafür kritisiert, dass es Notrufe ignoriert, Reaktionen verzögert und Migranten an die libysche Küstenwache zurückdrängt, wo sie weiterhin der Gefahr von Vergewaltigung, Folter, Inhaftierung, Erpressung und Tod ausgesetzt sind.

Im Jahr 2017 schrieb die europäische Agentur Frontex, dass „alle Parteien, die an Such- und Rettungsaktionen (SAR) im zentralen Mittelmeer beteiligt sind, unwissentlich Kriminellen helfen, ihre Ziele zu minimalen Kosten zu erreichen, um ihr Geschäftsmodell zu stärken, indem sie die Erfolgsaussichten erhöhen.“

Italiens Reaktion

„Italien hat immer seinen Teil getan, wir haben immer alle Vereinbarungen eingehalten, es sind die anderen, die sich nicht daran gehalten haben“, sagte Außenminister und ehemaliger EU-Parlamentspräsident der Forza Italia (EVP) Antonio Tajani und forderte eine europäische Strategie.

In Bezug auf Frankreich sprach der Politiker der Europäischen Volkspartei (EVP) von einer „gutgläubigen Erklärung“ Roms, die von Paris als Provokation interpretiert wurde, das in einer innenpolitischen Angelegenheit mit „übertriebenen Tönen“ reagiert habe.

In Anbetracht der Tatsache, dass keine Lösung auf EU-Ebene gefunden wurde, haben einige EU-Länder im Juni dem Mechanismus der freiwilligen Solidarität zugestimmt. Dieser sieht vor, dass die Mitgliedstaaten anderen EU-Ländern, die stark vom Migrationszustrom betroffen sind, freiwillig entweder durch Umsiedlung oder mit finanziellen Mitteln helfen.

Darüber hinaus haben sich dreizehn Mitgliedstaaten bereit erklärt, „Umsiedlungszusagen“ für über 8.000 Menschen zu geben, während Deutschland, Dänemark, die Niederlande, die Tschechische Republik und die Schweiz angeboten haben, sich finanziell zu beteiligen.

Der Fortschritt bei den Umsiedlungen kommt jedoch nur schleppend voran. Laut Tajani „sind bisher 117 Menschen umgesiedelt worden, davon 36 in Frankreich. Italien hat immer seinen Teil dazu beigetragen, wir haben uns immer an alle Vereinbarungen gehalten, es sind die anderen, die sich nicht daran gehalten haben“, schloss er.

Unglückliche Kommunikationsstrategie

„Wenn Italien aufhören würde, jede Aussage der französischen Regierung zu kontern, könnten sich die Wogen glätten“, sagte Professor Jean Pierre Darnis, der erklärt, dass „die Kommunikation der italienischen Regierung ungeschickt gehandhabt wurde.“

Mit der Ankündigung der Ankunft der Ocean Viking in Frankreich, so Darnis, habe die italienische Regierung Reaktionen französischer Parteien ausgelöst, die Macron dazu veranlassten, seine Haltung zu ändern und den Ton gegenüber Rom zu verschärfen, um die innenpolitischen Spannungen zu beruhigen.

„Ich denke, Meloni hat durch ihre Naivität gesündigt. Es wäre besser gewesen, den politischen Erfolg im Nachhinein zu kommunizieren, nicht vorher“, sagte Darnis.

„Die französische Regierung, die über keine politische Mehrheit verfügt, befand sich zwischen der Linken und der Rechten gefangen. Wenn die italienische Regierung nichts gesagt hätte, wären wir nicht an diesem Punkt angelangt. Die Politisierung des Themas, auf beiden Seiten, führt zu einem Kreislauf extrem negativer Spannungen“, betonte er.

Von Dienstag bis Mittwoch findet der G20-Gipfel in Bali statt, der eine Gelegenheit für eine konstruktive Konfrontation zwischen Meloni und Macron sein könnte, aber laut dem französischen Präsidentschaftspalast, dem Elysée, ist ein Treffen zwischen den beiden Staatsoberhäuptern derzeit nicht auf der Tagesordnung.

„In der gegenwärtigen Situation brauchen Italien und Frankreich einander. Angesichts eines sehr abwesenden Deutschlands in Europa besteht ein großer Bedarf an einem französisch-italienischen Dialog und einer Konvergenz im Rahmen der Union“, sagte Darnis. EA 14

 

 

 

Nur Minderheit der Deutschen für eigenständigen Fortbestand von ARD und ZDF

 

Hamburg – Immer wieder wird in Deutschland über den Fortbestand des öffentlich-rechtlichen Rundfunks (ÖR) diskutiert. Eine Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos zeigt nun, dass nur eine Minderheit der Deutschen dafür ist, dass das öffentlich-rechtliche Rundfunksystem in seiner aktuellen Form weiterbesteht. Lediglich knapp jeder Dritte (30%) spricht sich dafür aus, dass ARD und ZDF wie bisher je ein eigenständiges Fernseh- und Online-Programm bereitstellen sollen. 35 Prozent würden hingegen eine Zusammenlegung der beiden Sender begrüßen. Weitere 35 Prozent sind für eine vollständige Abschaffung des ÖR in Deutschland.

Der Vorsitzende der ARD, Tom Buhrow, hatte kürzlich neben anderen Vorschlägen zur Reform des ÖR die Idee ins Spiel gebracht, die Fernseh- und Online-Programme von ARD und ZDF in einem überregionalen Sender zusammenzulegen.

 

Deutliche Polarisierung zwischen Grünen-Wählern und FDP-Anhängern

Blickt man auf die Parteianhängerschaft der Befragten, zeigen sich deutliche Unterschiede. Während sich unter den Anhängern der Grünen fast die Hälfte (46%) für einen Fortbestand von ARD und ZDF in ihrer jetzigen Form ausspricht, tut dies bei FDP und Union mit jeweils 25 und 28 Prozent nur etwa jeder Vierte. Ein ähnlich großer Anteil der Wählerschaft des bürgerlichen Lagers befürwortet indessen eine vollständige Abschaffung des ÖR (FDP 27%, Union 30%). Unter den Grünen-Anhängern trifft dieser Vorschlag derweil nur bei etwa jedem achten Befragten (13%) auf Zustimmung. Die Unterstützer der SPD ordnen sich dazwischen ein: Von ihnen würden 37 Prozent einen Fortbestand des ÖR in seiner jetzigen Form begrüßen, aber auch 26 Prozent dessen vollständige Abschaffung befürworten.

Besonders beliebt ist jedoch der Vorschlag einer Zusammenlegung der beiden Sender, insbesondere bei den beiden bürgerlichen Parteien. Diesen bevorzugen 48 Prozent der FDP-Anhänger sowie 42 Prozent der Unions-Wähler. Aber auch unter der Anhängerschaft von Grünen und SPD ist dieses Szenario mit 41 und 37 Prozent Zustimmung relativ beliebt.

Sowohl AfD- als auch Linken-Anhänger sprechen sich mit 62 bzw. 37 Prozent überdurchschnittlich oft für eine Abschaffung des ÖR aus, wobei die AfD prozentual deutlich hervorsticht. Unterstützer der Linkspartei stehen zu relativ großen Teilen (37%) auch einer Zusammenlegung der beiden Sender nicht abgeneigt gegenüber.

 

Geringe Unterschiede zwischen Ost und West

Zwischen den Befragten aus Ost- und Westdeutschland zeigen sich dagegen nur geringe Unterschiede, auch wenn in Westdeutschland (31%) etwas mehr Menschen für einen eigenständigen Fortbestand von ARD und ZDF sind als in Ostdeutschland (26%). Einer Abschaffung stehen Ostdeutsche (38%) im Gegenzug leicht positiver gegenüber als Menschen in Westdeutschland (34%). Den Vorschlag einer Zusammenlegung von ARD und ZDF bewerten Ost- und Westdeutsche mit jeweils 37 und 35 Prozent Zustimmung recht ähnlich.

 

Größere Diskrepanzen bei Alter und Einkommen

Während bei den jüngeren und mittelalten Personen im Alter von 18 bis 39 bzw. 40 bis 59 Jahren nur etwa jeder Vierte (24% und 26%) angibt, dass der ÖR in seiner jetzigen Form weiterbestehen soll, tun dies in der Altersgruppe der 60- bis 75-Jährigen ganze 42 Prozent. Für eine Abschaffung sprechen sich indessen bei den beiden jüngeren Gruppen 38 bzw. 36 Prozent der Befragten aus. Unter den Älteren stehen dieser nur 30 Prozent positiv gegenüber.

Beim Einkommen gestalten sich die Unterschiede ähnlich: Personen mit geringerem Haushaltseinkommen bis 2.000 Euro netto im Monat bevorzugen eine Abschaffung des ÖR mit 40 Prozent deutlich stärker als Personen mit höherem Einkommen von mehr als 4.000 Euro im Monat (29%). Ipsos 14

 

 

 

 

Zwei Millionen Euro. Haushaltsausschuss bewilligt Geld für private Seenotretter

 

Das Seenotrettungsbündnis United4Rescue erhält zwei Millionen Euro staatliche Unterstützung. Das Geld soll auch für Rechtsberatung verwendet werden. Private Seenotretter geraten immer wieder in Konflikt mit italienischen Behörden.

Das bislang durch Spenden unterstützte Seenotrettungsbündnis United4Rescue erhält staatliche Unterstützung. Wie der Grünen-Bundestagsabgeordnete Sven-Christian Kindler am Freitag nach der Bereinigungssitzung des Haushaltsausschusses des Bundestags in Berlin mitteilte, soll das Bündnis zwei Millionen Euro vom Bund erhalten. Das Geld soll unter anderem für Rechtsberatung verwendet werden. Die privaten Seenotretter geraten wegen ihres Engagements immer wieder in Konflikt mit Behörden in Italien.

Gerade im Bereich von Menschenrechtsarbeit und humanitärer Hilfe wolle man sich dafür einsetzen, dass Menschen im Mittelmeer gerettet werden, sagte Kindler. Momentan werde versucht, die Seenotrettung zu kriminalisieren, sagte er.

Das Ergebnis der Bereinigungssitzung des Haushaltsausschusses ist maßgebliche Grundlage für die Entscheidung des Parlaments über den Etat für das nächste Jahr. Der Haushalt wird in der übernächsten Woche abschließend im Bundestag beraten.

Zivilgesellschaftliches Bündnis

United4Rescue wurde 2019 von der Evangelischen Kirche in Deutschland initiiert. In dem zivilgesellschaftlichen Bündnis sind mehr als 850 Organisationen und Gruppen verbunden, die sich für die Seenotrettung im Mittelmeer engagieren. Neben Organisationen gehören auch Städte und Gemeinden zu dem Bündnis.

Kürzlich taufte das Bündnis ein neues Schiff, das von der Organisation Sea-Watch betrieben wird, um Bootsflüchtlinge im Mittelmeer zu retten. Eine staatlich organisierte Seenotrettung gibt es nicht. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Ein wackliges Kartenhaus

 

Die Fassade des Systems Putin scheint intakt, doch die Statik im Inneren ist instabil – vom Kremlumfeld bis in die Provinzen herrscht Unzufriedenheit. Ruslan Suleymanov

 

Während die russische Armee in einem blutigen Krieg eine Niederlage nach der anderen erleidet und sich aus immer mehr ukrainischen Gebieten zurückzieht, zerfällt auch im Inneren Wladimir Putins Regime. Jahrelang basierte die russische Autokratie auf der stillen Vereinbarung, dass man, wenn man sich aus der Politik heraushält, von dieser auch einigermaßen in Ruhe gelassen wird. Jeder mochte denken, was er wollte und konnte das im privaten Umfeld gefahrlos äußern. All das wurde von der Regierung nun selbst zerstört. Männer werden gegen ihren Willen zum Kampf in einem Eroberungskrieg gezwungen – kritische Meinungsäußerungen werden auch privat gefährlich. Die russische Gesellschaft wird infolgedessen und durch soziale Verwerfungen durcheinandergewirbelt wie nie seit dem Ende der Sowjetunion. Diese hörte damals ad hoc auf zu existieren – das Gleiche kann nun mit der Ära Putin geschehen.

Laut zahlreicher Leaks in unabhängigen russischen Medien, die inzwischen zum größten Teil wegen der strengen Zensur und Repression aus dem Ausland operieren müssen, war der militärische Einmarsch in die Ukraine am 24. Februar für viele ein Schock – selbst für das Umfeld von Wladimir Putin. Als dieser seine Vertrauten vor vollendete Tatsachen gestellt hatte, wurde es sehr gefährlich, dem sinkenden Schiff entkommen zu wollen. Deswegen scharte man sich notgedrungen um den Anführer der letzten Jahrzehnte. Zu Beginn herrschte noch die Euphorie, einen ähnlichen Triumph wie 2014 bei der Krim einfahren zu können. Sie äußerte sich in einem nationalistischen Hochgefühl. „Jetzt müssen sie Rubel an der Moskauer Börse tauschen, um unser Gas zu kaufen. Aber das ist noch eine Kleinigkeit. Wir werden sie alle f*cken“, zitierte die russische Journalistin Farida Rustamova damals eine leitende Beamtin. Rustamova bescheinigte den westlichen Sanktionen den Effekt, die Stimmung in der russischen Elite eher noch anzuheizen, als sie etwa zu trüben.

Doch der Krieg zog und zieht sich seitdem hin – russische Erfolge bleiben jedoch aus. Als man sich aus zuvor eroberten ukrainischen Gebieten zurückziehen musste, verflog der Enthusiasmus der Putin-Elite komplett. Vor allem die Flucht der russischen Truppen aus der Region Charkiw konnte vom eigenen Verteidigungsministerium kaum kaschiert werden. Dies führte bei vielen Mitgliedern der Politikspitze zu einer Meinungsänderung, glaubt der Politologe Abbas Gallyamov, der Putin und sein Umfeld als früherer Redenschreiber aus eigener Anschauung kennt. „Die meisten Mitglieder der Elite sind Pragmatiker. Sie sind fest entschlossen, alles so schnell wie möglich zu stoppen. Sie waren schon zu Beginn nicht begeistert von diesem Krieg. Jetzt, wo kein Erfolg sichtbar ist, sind sie noch überzeugter, dass er etwas Schlechtes ist“, meint Gallyamov.

Die öffentliche Unterstützung für den Krieg ist jedoch ein Indikator auch für die Loyalität gegenüber dem Kreml-Chef, der ihn ja als eigenes Projekt losgetreten hat. „Es gibt nur eine Person in der russischen Regierung, die wirklich vom Krieg begeistert ist, und das ist Wladimir Putin. Für alle anderen ist die Unterstützung des Krieges nichts anderes als ein formales Zeichen der Loyalität gegenüber dem Anführer“, glaubt Oleg Kaschin, ein prominenter, in London lebender russischer Journalist und Publizist.

Konflikte zwischen verschiedenen Fraktionen in der regierungsnahen Politik brechen zunehmend auf, seit die Misserfolge begonnen haben. So kritisierte der Regionalführer von Tschetschenien und Generalstabsoffizier Ramsan Kadyrow am 1. Oktober scharf den Kommandanten des Zentralen Militärbezirks Lapin und bezeichnete ihn als Schuldigen am Rückzug aus der strategisch wichtigen Stadt Liman. Das Verteidigungsministerium nahm diesen Angriff einfach hin und der einflussreiche Chef der privaten Militärfirma Wagner, Jewgeni Prigoschin, legte sofort ähnlich scharfe Kritik nach. „Für den Kreml wird es immer schwieriger, einen einheitlichen Medienraum zu erhalten. All das ähnelt immer mehr einer Art Anarchie, ja fast einem Bürgerkrieg. Das Massenpublikum spürt das und die Unterstützung für den Krieg bricht ein – die Angst in der Gesellschaft wächst“, ist Abbas Gallyamov überzeugt.

Ebenso schwer wie die Erschütterungen wiegt die Auflösung des russischen Gesellschaftsvertrags. Viele Jahre war man sich unter Putin einig, dass sich die meisten nicht an der Politik beteiligen, bei Wahlen ein vorher bestimmter Sieger gewählt wird und der Staat dafür für Sicherheit und Stabilität sorgt. Vor allem mit der Mobilmachung zerstörte Putin den Gesellschaftsvertrag. Plötzlich reicht stillschweigende Zustimmung auf der Couch nicht mehr aus. Nun wird plötzlich erwartet, dass jeder seine Unterstützung für das Regime öffentlich bekennt, sehr viele sogar mit der Waffe in der Hand und unter Lebensgefahr. „Wladimir Putin selbst nannte die soziale und wirtschaftliche Stabilität in der Gesellschaft seine wichtigste Errungenschaft nach Boris Jelzin. Das Wort ‚Stabilität‘ wurde zum Hauptsymbol seiner Herrschaft. Jetzt ist Putin selbst zu einer Quelle der Instabilität geworden“, meint Alexander Baunow, russischer Politologe und Experte bei Carnegie Endowment. Nach Ergebnissen von Umfragen des nichtstaatlichen Lewada-Zentrums unterstützen die Mobilmachung nur 24 Prozent der Russinnen und Russen, die Unterstützung der Aktionen der russischen Armee sank von März bis Oktober erheblich.

Auch die Annexion von vier neuen Gebieten nach offensichtlichen Pseudo-Referenden sorgte bei der Bevölkerung für keinerlei Begeisterung. Der Effekt der Aktion sei, verglichen mit der Krim-Annexion, sogar genau umgekehrt, glaubt Abbas Gallyamov. „Die Krim war ein Symbol des Sieges, ein Symbol für eine unabhängige Außenpolitik Russlands und ihren Erfolg. In Russland wurde dies mehr gefeiert als auf der Krim selbst. Jetzt gibt es zum einen keinen Sieg. Zum anderen fließt das Blut in Strömen. Zum Dritten ist die Aktion eine zusätzliche Eskalation und die Leute wollen einfach keine Eskalation. Sie wollen, dass alles so schnell wie möglich zu Ende geht“, stellt der Experte fest.

In den ersten Kriegswochen berichteten einige Beobachter und Kommentatorinnen davon, dass in Kreisen rund um Putin, die mit der Aggression gegen die Ukraine besonders unzufrieden waren, eine Verschwörung vorbereitet werde. Es war eine Weile Mode, darüber zu reden, dass Putin das Schicksal einiger Vorgänger an der Spitze Russlands erleiden könnte. Paul I. etwa fand durch einen Schlag mit einer Schnupftabakdose sein Ende. Josef Stalin wurde 1953 vergiftet, wie zahlreiche historische Dokumente belegen. Allerdings hat Putin in den vielen Jahren seiner Herrschaft sehr penibel das Personal ausgewählt, das ihn persönlich umgibt. So gab es bei Kriegsbeginn keinen einzigen Menschen um ihn herum, der ihm überhaupt widersprechen konnte. Stattdessen griff, wie Farida Rustamova schreibt, in Kreml-Kreisen eine suizidale Stimmung um sich.

Aber auch in den russischen Provinzen gibt es potentielle Spannungsherde. Oleg Kaschin nennt hier vor allem den Nordkaukasus, insbesondere Tschetschenien, das schon immer das schwächste Glied im System Putin war. „Ein neuer Krieg im Kaukasus ist möglich. Ich glaube allerdings nicht an so etwas wie einen Bürgerkrieg in Russland zwischen Anhängern und Gegnern Putins. Die regionalen Eliten, die von Putin geschwächt wurden, sind dennoch in der Lage, zu verhandeln und Kriege zu vermeiden, da sie reich sind und in Frieden leben wollen.“

Trotz Kadyrows Maulheldentum ist die Begeisterung für den Krieg in Tschetschenien gering – nicht nur bei den dortigen Provinzfürsten. Die Anzahl der Freiwilligen ethnischen Tschetschenen war nie hoch, schreibt Elena Milashina in der Nowaja Gaseta, fast alle seien Mitarbeiter der örtlichen Strafverfolgungsbehörden, die zum Kriegseinsatz gedrängt wurden. Als ihre Rekrutierung bekannt wurde, ging die Anzahl der Bewerber für diese Behörden stark zurück, obwohl man zuvor sogar Bestechungsgelder zahlen musste, um an die Posten zu gelangen. Kadyrow schloss die Lücken in seinen „Achmat-Spezialeinheiten“ mit ethnischen Russen, die nun bei weitem die Mehrheit in diesen Truppen bilden.

Auch wenn die Fassade noch stabil wirkt, so wird das System Putin überall innerlich immer poröser und zunehmend ausgehöhlt, von der Spitze über die Bevölkerung bis in Krisenregionen. Der Bestsellerautor Alexej Jurtschak hat intensiv den Zusammenbruch des Sowjetsystems erforscht. Er meint in seinem jüngsten Interview, dass der Zusammenbruch des Putin’schen Systems plötzlich kommen und die Fassade schnell fallen werde: „Der wesentliche Unterschied zwischen der UdSSR und Putins Russland besteht darin, dass bis zur Perestroika keiner an einen Zusammenbruch des Sowjetsystems geglaubt hat. Dagegen gibt es jetzt ein deutliches Gefühl, dass das Ende nahe ist.“ EA 11

 

 

 

 

EU-Kommission schlägt neue Abgasnormen vor

 

Die EU-Kommission hat den lang erwarteten Gesetzesentwurf zur Reduzierung der Luftverschmutzung durch PKWs am Donnerstag (10. November) vorgelegt. Die EU-Kommission visiert hierbei eine Verschärfung der Abgasnormen sowie die erstmalige Festlegung von Grenzwerten für Brems- und Reifenabrieb an. Von: Sean Goulding Carroll

 

Nach dem am Donnerstag (10. November) veröffentlichten Vorschlag soll die sogenannte Euro-7-Verordnung ab Juli 2025 für Pkw und Kleinlaster in Kraft treten. Für Lkw und Busse würden die neuen Regeln ab Juli 2027 greifen.

Die Kommission teilte mit, dass sie bei der Erarbeitung des Entwurfs die nötige Reduzierung der Luftverschmutzung durch Verbrenner mit zusätzlich entstehenden Kosten für die Autoindustrie abgewogen habe, da der Umstieg auf emissionsfreie Fahrzeuge bereits hohe Investitionen erfordere.

Laut einer kürzlich erzielten Einigung zwischen EU-Parlament und Mitgliedsstaaten dürfen ab 2035 nur noch emissionsfreie Fahrzeuge verkauft werden, was die Autohersteller faktisch dazu zwingt, auf Elektro- oder Wasserstofftechnologie umzusteigen.

Die EU-Gesetzgeber haben sich am späten Donnerstagabend (27. Oktober) auf eine Vereinbarung geeinigt, die ein Ende des Verkaufs von Autos mit Verbrennungsmotor ab 2035 vorsieht – eine bedeutsame Entscheidung, mit der Europa in eine weitgehend elektrische automobile Zukunft steuert.

Die neuen Euro-7-Standards können nach Ansicht der Kommission mit bereits vorhandener Technologie erreicht werden. Autohersteller bräuchten also keine neuen Prototypen von Verbrennungsmotoren zu entwickeln.

Brüssel wollte auch vermeiden, dass die Anschaffungskosten für neue Fahrzeuge weiter steigen. Nach Schätzungen der EU werden die Euro-7-Normen den Preis für neue PKW oder Transporter um bis zu 0,6 Prozent erhöhen. Bei Lkw und Bussen werden die Auswirkungen mit einem Anstieg von bis zu 3,1 Prozent voraussichtlich noch größer sein.

Die neuen Vorschriften würden eng mit den CO2-Flottengrenzwerten verknüpft, um die Luft in den Städten zu verbessern, sagte Frans Timmermans, Vizepräsident der EU-Kommission.

Angesichts der bevorstehenden Umstellung auf emissionsfreie Technologien wurde die Sinnhaftigkeit neuer Abgasnormen für Pkw vielerorts in Frage gestellt. Laut dem Binnenmarktkommissar Thierry Breton sind die Normen allerdings trotzdem notwendig. Denn diese würden sicherstellen, „dass Autos mit Verbrennungsmotor, die bis 2035 auf den Markt kommen, so sauber wie möglich“ seien, unabhängig davon, wo sie eingesetzt würden, sagte Breton.

Breton schätzte, dass in 2050 etwa 20 Prozent der Fahrzeuge auf den Straßen der EU weiterhin mit Verbrennungsmotoren fahren werden, und dass diese Zahl auf ausländischen Märkten, etwa in Asien und Lateinamerika, noch viel höher sein wird.

Die Normen seien auch notwendig, um die Emissionen von Brems- und Reifenabrieb einzudämmen, die laut Breton durch die Umstellung auf eine vollelektrische Flotte nicht verringert werden.

Während das rekuperative Bremsen – ein Bremsvorgang, bei dem der Elektromotor das Fahrzeug ohne den Einsatz von Bremsbelägen abbremst – dazu beiträgt, die von den Bremsen ausgestoßenen Partikel zu verringern, bedeutet das höhere Gewicht von Elektrofahrzeugen, dass sich mit größerer Wahrscheinlichkeit Partikel von den Reifen ablösen als bei einem vergleichbar großen Fahrzeug mit Verbrennungsmotor.

Neue Standards

Dem Vorschlag zufolge sollen die niedrigsten Abgaswerte, die in Euro 6 enthalten sind, für Pkw und Transporter verbindlich vorgeschrieben werden. Diese Normen werden den realen Fahrbedingungen in Städten, etwa häufigem Bremsen und Anfahren, besser Rechnung tragen.

Für Lastkraftwagen gelten strengere Grenzwerte, da sie voraussichtlich länger auf Verbrenner-Technologie angewiesen sein werden.

Das Zeitfenster für die Einhaltung der Vorschriften wurde für Pkw und Kleintransporter auf 10 Jahre und 200.000 gefahrene Kilometer verlängert. Sie müssen die Euro-7-Vorschriften somit doppelt so lange einhalten wie noch unter Euro 6.

Während eine Norm zur Überwachung des Bremsabriebs vorliegt, gibt es derzeit keine vereinbarte Methodik, die Freisetzung von Mikroplastik aus den Reifen zu messen. Stattdessen werden die Gesetzgeber die Ergebnisse der Diskussionen auf UN-Ebene abwarten, die für 2024 erwartet werden.

Die Gesetzgebung befasst sich auch mit Batterien für Elektrofahrzeuge, die neuen Standards für ihre Lebensdauer entsprechen müssen.

Um eine Wiederholung des Dieselgate-Skandals zu verhindern, bei dem Technologien zur Täuschung von Abgastests eingesetzt wurden, sind Fahrzeuge nach Euro 7 verpflichtet, die Emissionen während der gesamten Lebensdauer des Fahrzeugs mit Sensoren zu messen.

Diese Informationen werden dem Fahrer zur Verfügung gestellt, sodass er gewarnt werden kann, wenn sein Fahrzeug gegen die Abgasnormen verstößt.

Digitale Lösungen können auch eine Lokalisierung des Fahrzeugs ermöglichen, die es Hybridfahrzeugen ermöglichen könnte, beim Einfahren in eine Umweltzone auf den Elektromotor umzuschalten, so ein EU-Beamter.

Scharfe Kritik aus unterschiedlichen Richtungen

Kritik kam sowohl von der Industrie als auch von Umweltaktivisten, allerdings aus unterschiedlichen Gründen.

Der Verband der Fahrzeughersteller ACEA sagte, der Vorschlag werde die Umstellung auf emissionsfreie Fahrzeuge, insbesondere bei Lastkraftwagen, verlangsamen, da er finanzielle Mittel binde.

Die neue Gesetzgebung habe nur einen begrenzten Nutzen für die Umwelt, aber „verteuere die Fahrzeuge erheblich“, sagte Oliver Zipse, Präsident von ACEA und Vorstandsvorsitzender von BMW, in einer Erklärung.

Der deutsche Verband der Automobilindustrie (VDA) argumentierte, dass die in der Verordnung enthaltenen Fristen nicht eingehalten werden können.

„Der heute veröffentlichte Vorschlag der EU-Kommission setzt nicht auf Ausgewogenheit und Machbarkeit, sondern auf unrealistische Extrem-Ziele. Für Pkw und leichte Nutzfahrzeuge sind die Grenzwertsenkungen nominell zwar geringer, allerdings ist das Timing nicht darstellbar“, erklärte Hildegard Müller, Präsidentin des VDA.

Die Umweltorganisation Transport & Environment (T&E) kritisierte die Kommission hingegen dafür, keine strengeren Abgasnormen für Neufahrzeuge festzulegen.

„Die Vorschläge für Autos sind so schwach, dass die Autoindustrie sie selbst verfasst haben könnte“, so Anna Krajinska, Managerin für Fahrzeugemissionen und Luftqualität bei T&E.

„Trotz ihrer Rekordgewinne haben die Autohersteller der Kommission die Lüge verkauft, dass eine ehrgeizige Euro-7-Norm unerschwinglich sei“, fügte sie hinzu. EA 11

 

 

 

„Eine Schande“. EU-Parlament will Aktionsplan zur Bekämpfung von Rassismus verlängern

 

Rassistische Straftaten haben in der gesamten EU zugenommen. Dennoch haben nur zwölf von 27 EU-Mitgliedstaaten den im 2025 auslaufenden EU-Aktionsplan zur Bekämpfung von Rassismus umgesetzt. Das sei eine „Schande“, kritisiert EU-Abgeordnete Incir. Das Parlament fordert Verlängerung des Aktionsplans.

Das Europäische Parlament hat die Kommission aufgefordert, den EU-Aktionsplan zur Bekämpfung von Rassismus zu verlängern. Dieser läuft 2025 aus. Er sieht vor, dass die 27 Mitgliedsstaaten bis Ende 2022 nationale Aktionspläne einführen. Nur zwölf Staaten hätten das bisher getan. Das sei „eine Schande“, sagte die EU-Abgeordnete Evin Incir (S&D) am Donnerstag in Brüssel. Deutschland verfügt über einen Aktionsplan.

Die Agentur der Europäischen Union für Grundrechte (FRA) hatte 2021 gezeigt, dass rassistische Straftaten in der gesamten EU zugenommen hätten. Ethnische Minderheiten und Migranten seien demnach nicht nur auf individueller, sondern auch auf institutioneller und struktureller Ebene Rassismus und Diskriminierung ausgesetzt gewesen.

„Rassismus bleibt präsent“

„Strukturelle Probleme verlangen strukturelle Lösungen“, sagte Incir, die am Donnerstag den ersten umfassenden Bericht über strukturellen und institutionellen Rassismus innerhalb der EU vorlegte. Dieser schlägt neben der Verlängerung des EU-Aktionsplans weitere Maßnahmen vor. Das Parlament nahm ihn mit großer Mehrheit an.

„Rassimus bleibt präsent, zu präsent, in der europäischen Gesellschaft“, bestätigte Helena Dalli, Kommissarin für Gleichstellung, die das EU-Parlament am Donnerstag besuchte. „Das Problem muss auf allen Ebenen angegangen werden.“ (epd/mig 11)

 

 

 

 

Ankündigung des Entwurfs eines Gesetzes zur Verbesserung der Integration in Hessen

 

„Ein Gesetz zur Verbesserung der Integration, das die politische Partizipation von Migrantinnen und Migranten ohne deutschen Pass als eigenständigen Themenkomplex nicht nennt, verdient seinen Namen nicht.“

 

Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen (agah) begrüßt die Ankündigung eines Integrationsgesetzes. Irritierend sind Zeitpunkt und Gestaltung des Beteiligungsprozesses an dem Gesetzentwurf. Dazu erklärt Enis Gülegen, Vorsitzender der agah:

„Der Gesetzentwurf greift viele Errungenschaften und Forderungen zivilgesellschaftlicher, migrantischer Organisationen auf und das ist gut so. Was uns irritiert, ist der Prozess und die Geschwindigkeit, mit der am Ende der Legislaturperiode ein so wichtiges Gesetz auf die Schnelle beschlossen werden soll. Das Beteiligungsverfahren fand in der Sommerpause statt und wurde mit einer unangemessen knappen Frist versehen, eine Fristverlängerung wurde unbegründet abgelehnt.

Zu den großen Schwächen des Entwurfs gehört, dass er seinem Auftrag nicht gerecht wird politische Teilhabe aller zu ermöglichen. Ein Gesetz zur Verbesserung der Integration, das die politische Partizipation von Migrantinnen und Migranten ohne deutschen Pass nicht als eigenständigen Themenkomplex nennt, verdient seinen Namen nicht.

Irritierend ist auch, dass die bestehenden Institutionen der Landesintegrationspolitik - die Ausländerbeiräte und die agah - keine Erwähnung im Gesetzentwurf finden. Als einzige direktdemokratisch legitimierte Institution migrantischer Teilhabe ist die agah gesetzlich verankert, etwa im Hessischen Rundfunkrat. Warum taucht sie im Entwurf des Integrationsgesetzes nicht auf?

Die Landesregierung hatte vier Jahre Zeit, um dieses wichtige Gesetz gemeinsam mit der Zivilgesellschaft zu entwickeln. Diese Chance hat sie verpasst und das merkt man dem Gesetz an.“ Agah 11

 

 

 

 

Staatsverschuldung der Mitgliedstaaten: Kommission will flexiblere Regeln

 

Die EU-Kommission hat am Mittwoch ihre Vorschläge zur Reform der Schuldenregeln vorgelegt. Die Reform sieht individuelle Pläne für jedes EU-Land vor, die zwischen den nationalen Regierungen und der Kommission ausgehandelt werden sollen. Von: Jonathan Packroff

 

In den letzten Jahren waren die EU-Fiskalregeln, die den Spielraum für die Staatsausgaben der Mitgliedsstaaten vorgeben, in die Kritik geraten. Während einige Kritiker:innen sie aufgrund mangelnder Durchsetzung als ineffektiv bezeichnen, finden andere, dass sie die Mitgliedstaaten zu sehr einschränken, vor allem bei Investitionen in den grünen und digitalen Wandel.

Die Kommission hat nun am Mittwoch (9. November) einen Vorschlag vorgelegt, mit dem beide Bedenken adressiert werden sollen.

Den Mitgliedstaaten soll dabei mehr Flexibilität bei der Entscheidung eingeräumt werden, wie sie ihre Staatsverschuldung im Einklang mit den in den EU-Verträgen festgelegten Zielen abbauen wollen. Gleichzeitig soll die Durchsetzung der vereinbarten Zielvorgaben verstärkt werden.

„Wir wollen vor allem die Tragfähigkeit der öffentlichen Verschuldung sicherstellen. Dies erfordert sowohl fiskalische Anpassungen als auch wachstumsfördernde Reformen und Investitionen“, sagte Valdis Dombrovskis, Vizepräsident der Europäischen Kommission zuständig für Wirtschaftsfragen, auf einer Pressekonferenz.

Im Mittelpunkt des Vorschlags steht die Idee, länderspezifische Pläne einzuführen, die individuell zwischen jeder nationalen Regierung und der Europäischen Kommission ausgehandelt werden sollen.

Diese werden einen Pfad zu den „Netto-Primärausgaben“ enthalten, d.h. öffentliche Ausgaben ohne Zinszahlungen oder konjunkturell bedingte Ausgaben für die Arbeitslosenversicherung, aber unter Berücksichtigung diskretionärer Steuererhöhungen, falls eine Regierung beschließt, zusätzliche Ausgaben durch Steuererhöhungen zu finanzieren.

Dadurch, dass die Länder direkt an der Gestaltung der Pläne beteiligt seien, könnten sie sich die Vorhaben stärker zu eigen machen.

„Das ist ein echter Unterschied zur heutigen Situation“, sagte Dombrovskis. Die Mitgliedstaaten könnten dabei ihre Bemühungen zum Schuldenabbau je nach den nationalen Gegebenheiten mit Investitionen zur Steigerung des Wirtschaftswachstums kombinieren, erklärte er.

Abschaffung der 1/20-Regel

Während die Kommission die im EU-Recht verankerten Hauptziele für die öffentlichen Finanzen nicht ändern will, möchte sie eine der Regeln abschaffen, die festlegt, wie die Ziele erreicht werden sollen.

Diese sogenannte 1/20-Regel ist aufgrund der enormen Überschreitungen der Gesamtverschuldung in vielen Staaten unrealistisch geworden.

Wie in der Vergangenheit sollten die Mitgliedstaaten einen Schuldenstand von höchstens 60 Pozent des BIP und ein jährliches Defizit von nicht mehr als 3 Prozent des Bruttoninlandsprodukts (BIP) anstreben.

Die besagte Regel, wonach die Mitgliedstaaten oberhalb der 60-Prozent-Schwelle ihre Staatsverschuldung jedes Jahr um 1/20 der Differenz zur Schwelle reduzieren mussten, soll nun jedoch zugunsten der neuen individuellen Pläne aufgegeben werden.

„Es steht nicht infrage, ob der Schuldenstand auf einen Reduktionspfad in Richtung 60 Prozent des BIP gebracht werden soll. Es geht eher darum, wie jedes Land dorthin kommt, und vor allem, wie die Mitgliedstaaten ihren Weg in einer realistischeren Art und Weise festlegen, als es die derzeitige 1/20-Regel erfordern würde“, sagte Dombrovskis.

Der Vorschlag sieht drei Kategorien von Ländern vor, die im Wesentlichen von der Schuldenquote abhängen, aber auch andere Faktoren berücksichtigen, wie z. B. die voraussichtliche Entwicklung der Staatsverschuldung in den nächsten zehn Jahren.

Die Pläne werden für einen Zeitraum von vier Jahren ausgehandelt. Während hoch verschuldete Länder nachweisen müssen, dass sie spätestens ab Ende des Vierjahreszeitraums mit dem Abbau ihrer Staatsverschuldung beginnen können, haben Länder der mittleren Kategorie drei Jahre länger dafür Zeit.

Die Mitgliedstaaten müssen außerdem nachweisen, dass sie in der Lage sind, innerhalb eines Zeitrahmens von 10 Jahren einen kontinuierlichen Schuldenabbau zu betreiben, wobei es jedoch kein allgemeines Datum gibt, an dem sie eine Schuldenquote von 60 Prozent erreichen müssen.

„Länder mit erheblichen Problemen bei der Staatsverschuldung müssten ihre Schulden immer noch schneller abbauen als Länder mit weniger dringenden Problemen“, so Dombrovskis. Die Mitgliedstaaten können jedoch beantragen, dass sie mehr Zeit bekommen oder ihre Schulden auf einem weniger steilen Pfad abbauen als von der Kommission vorgeschlagen.

Dies wäre „in Gegenleistung für zusätzliche Strukturreformen und Investitionen zur Stärkung der fiskalischen Nachhaltigkeit und des nachhaltigen Wachstums“ möglich und müsste von der Europäischen Kommission und dem Rat der EU-Mitgliedstaaten abgesegnet werden, erklärte Dombrovskis.

Stärkere Durchsetzung der Regeln

„Sobald eine Einigung erzielt wurde, muss jeder Mitgliedstaat seinen Plan während des gesamten Zeitraums einhalten. Das bedeutet eine vollständige Umsetzung“, sagte er und wies darauf hin, dass die Durchsetzung der Vorschriften durch zusätzliche Maßnahmen verstärkt werden wird.

„Wenn wir sehen, dass ein Land seinen Verpflichtungen nicht nachkommt, können wir einen überarbeiteten Plan mit strengeren Pfaden verlangen und auch finanzielle Sanktionen verhängen“, fügte er hinzu.

Die Kommission wird dabei von niedrigeren Sanktionen als in der Vergangenheit Gebrauch machen, was es für die Kommission realistischer machen dürfte, diese auch tatsächlich zu verhängen. Hohe finanzielle Sanktionen haben den Nachteil, dass sie die finanzielle Lage der Mitgliedstaaten, gegen die sie verhängt werden, weiter verschlechtern.

„Wenn diese Sanktionen besser anwendbar sind, können sie milder ausfallen“, sagte EU-Wirtschaftskommissar Paolo Gentiloni auf der Pressekonferenz. „Das ist ein bisschen so, als würde man von Atomwaffen zu konventionellen Waffen wechseln“, fügte er hinzu.

Er hoffe auch, dass die Mitgliedstaaten aufgrund ihrer „größeren Eigenverantwortung“ eher bereit wären, den Schuldenabbaupfad wie vereinbart umzusetzen.

Nachdem die Kommission ihre Pläne zur Überarbeitung der Regeln vorgestellt hat, wird sie ihre Ideen nun mit den Mitgliedstaaten diskutieren und wolle im ersten Quartal des nächsten Jahres einen Gesetzesvorschlag vorlegen, sagte Gentiloni. EA 10

 

 

 

 

Studie. Vorurteile gegen Migranten und Muslime nehmen zu

 

Die Pandemie hat offenbar zu einer Stärkung der Demokratie geführt, heißt es in einer neuen Studie. Zugleich fühlen sich Bürger aber immer ohnmächtiger. Aggressive Einstellungen gegen Migranten, Juden, Muslime sowie Sinti und Roma wachsen: Eine Gesellschaft im Krisenmodus.

Rechtsextreme Einstellungen sind in Deutschland einer Studie zufolge auf dem Rückzug. Zugleich wächst der Hass gegen Migranten, Juden, Muslime sowie Sinti und Roma. Das sind wesentliche Ergebnisse der elften Autoritarismus-Studie der Universität Leipzig, die am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde.

Die Stärkung der Exekutive während der Corona-Pandemie habe zu einer größeren Zufriedenheit mit der Demokratie geführt, sagte der Sozialpsychologe Oliver Decker als Studienleiter. Zugleich hätten die Einschränkungen das Gefühl der eigenen politischen Wirkungslosigkeit sowie „autoritäre Aggressionen“ gegen einzelne Gruppen erhöht. Zudem sei eine Rückkehr zu tradierten Geschlechterrollen in der Krise zu beobachten. Die festgestellte „Fragmentierung der Gesellschaft“ verweise auf eine hohe Polarisierungsbereitschaft, hieß es weiter.

Für die Studie „Autoritäre Dynamiken in unsicheren Zeiten“ waren zwischen März und Mai 2022 bundesweit 2.522 Menschen befragt worden, davon 535 in Ostdeutschland. Mitfinanziert wurde die Untersuchung von der Grünen-nahen Heinrich-Böll-Stiftung und der Otto-Brenner-Stiftung der Industriegewerkschaft Metall.

Mehr Hass auf ‚Andere‘

Demnach ist der Anteil der Menschen, die mit der verfassungsmäßigen Demokratie zufrieden sind, in Ostdeutschland von 65 Prozent im Jahr 2020 auf aktuell 90 Prozent gestiegen. Bundesweit erfährt sie zu 82 Prozent Zustimmung. Aber nur gerade die Hälfte der Befragten sei mit der demokratischen Alltagspraxis einverstanden, so Decker. Die hohe Zufriedenheit mit der Staatsform und der durch die Pandemie gestärkten Exekutive gehe offenbar mit dem Gefühl einher, dennoch keinen politischen Einfluss haben.

Diese „autoritäre Sicherheit“ habe ihren Preis, so die Autoren. Die Ohnmachtsgefühle und die Einschränkungen des eigenen Lebens würden akzeptiert, führten aber auch zu einer Steigerung der Aggressionen. „Deshalb hat die Neo-NS-Ideologie und damit Elemente rechtsextremer Einstellungen gegenwärtig an Bedeutung verloren“, so Co-Studienleiter Elmar Brähler. Laut Studie zeigen nur noch zwei Prozent der Ostdeutschen ein geschlossenes rechtsextremes Weltbild, 2020 waren es noch zehn Prozent. Aber nun würden andere antidemokratische Motive in den Vordergrund treten: „Es sind Vorurteile, der Hass auf ‚Andere‘.“

Ablehnung von Muslimen gestiegen

So ist die Ablehnung von Muslimen in Ostdeutschland im Vergleich zu 2020 gestiegen: 46,6 Prozent stimmen der Aussage „Muslimen sollte die Zuwanderung nach Deutschland untersagt werden“ zu, in Westdeutschland sind es 23,6 Prozent. Sinti und Roma werden von 54,9 Prozent der Ostdeutschen und 23,6 Prozent der Westdeutschen abgelehnt. Mit Blick auf Antisemitismus und den Holocaust heißt es, knapp die Hälfte der Befragten in Deutschland stimme Aussagen des sogenannten „Schuldabwehrantisemitismus“ zu. Dies sei die meistverbreitete Ausdrucksmöglichkeit für Antisemitismus.

Auch die Zustimmung zu antifeministischen Aussagen ist gestiegen: 27 Prozent der Befragten sind der Meinung, dass Frauen, „die mit ihren Forderungen zu weit gehen, sich nicht wundern müssen, wenn sie wieder in ihre Schranken gewiesen werden“. (epd/mig 10)

 

 

 

Menschenrechtler fordern mehr Maßnahmen gegen ausländische ‚Polizeistationen‘ in EU

 

Nach Meldungen über Außenposten der chinesischen Regierung, die zur Überwachung und Verfolgung von Staatsangehörigen in Europa eingerichtet wurden, tauchen nun auch Informationen über ähnliche Operationen weiterer Drittländer in der EU auf. Von: Aneta Zachová, Charles Szumski, Davide Basso, Oliver Noyan, Pekka Vänttinen, Sofia Mandilara und Sofia Stuart Leeson

 

Die Existenz solcher Operationen wird von den Regierungen in Europa oft nur vage bestätigt, ohne dass sie jedoch dagegen vorgehen.

Im September veröffentlichte die Menschenrechtsorganisation Safeguard Defenders einen Bericht über chinesische „Übersee-Polizeistationen“, die aus Sicht der Organisation gegen internationales Recht verstoßen.

Die Zahl der betroffenen Personen ist weltweit beträchtlich. Laut den Autor:innen gibt Peking an, dass 230.000 Betrugsverdächtige zwischen April 2021 und Juli 2022 zur Rückkehr nach China „überredet“ worden seien.

Die Untersuchung hat ergeben, dass 14 der 27 EU-Mitgliedstaaten mindestens eine ausländische Polizeistation beherbergen, sodass die Zahl der in der EU operierenden Polizeistationen auf 32 gestiegen sein dürfte. In Spanien befinden sich die meisten Außenstellen, mindestens neun sind demnach in Betrieb.

Inmitten des Medieninteresses an den Stationen sind Berichte über weitere ausländische Polizeistationen aufgetaucht.

„Offensichtlich ist die chinesische Regierung nicht die einzige, die so etwas tut“, sagte Laura Harth, Kampagnendirektorin von Safeguard Defenders, gegenüber EURACTIV. Laut der Aktivistin führen auch Russland, der Iran und Saudi-Arabien ähnliche Aktivitäten durch – jedoch nicht in gleichem Maße wie die groß angelegten Operationen der Kommunistischen Partei Chinas.

Ausländische Aktivitäten im Auge behalten

In der Tschechischen Republik, die derzeit die rotierende Ratspräsidentschaft innehat, räumt der Sicherheitsinformationsdienst (BIS) die Präsenz von Drittstaaten ein, darunter China, Russland und Länder des Nahen Ostens, die Aktivitäten verfolgen, „um die Kontrolle über ihre eigene Diaspora zu gewinnen.“

„Im Allgemeinen sind nicht-demokratische Regime in diesem Sinne aktiv“, sagte BIS-Sprecher Ladislav Šticha gegenüber EURACTIV.cz.

Die Prager Behörden sagen, sie hätten bisher keine Informationen, dass diese Aktivitäten „Auswirkungen auf die Sicherheit des Staates“ gehabt hätten.

Sollte jedoch der Druck aus Drittländern zu groß werden, beispielsweise im Falle einer versuchten „Entführung“ von Bürgern:innen aus Drittländern, könnten die tschechischen Behörden einschreiten.

Unterdessen stockt die französische Regierung die Mittel für „spezialisierte Dienste“ auf, um „Aktionen ausländischer Dienste oder staatlicher Strukturen“ zu überwachen, die möglicherweise gegen die Gesetze des Landes verstoßen, und „sofort“ zu reagieren, wenn dies der Fall sei, berichtete Le Monde.

Das französische Außenministerium erklärte gegenüber EURACTIV Frankreich, es erwarte, dass Entitäten „die individuellen Freiheiten und die Garantie der Grundrechte der Menschen auf ihrem Territorium“ respektieren.

Obwohl es keine dokumentierten Beweise für inoffizielle Polizeistationen aus China oder anderen Drittländern in Finnland gibt, behauptet der Sicherheits- und Nachrichtendienst (SIS) des Landes, dass seine Pendants aus bestimmten autoritären Ländern deren Bürger:innen in dem nordischen Land überwachen, kontrollieren und schikanieren.

Diese Art von Spionageoperationen zielten typischerweise auf Personen ab, die in ihren Herkunftsländern als politische Gegner wahrgenommen werden oder einer bestimmten ethnischen Minderheit angehören, so der SIS gegenüber EURACTIV.

Die schwedische Regierung hat ebenfalls erklärt, dass mehrere Länder „sicherheitsbedrohende Aktivitäten“ gegen das Land und auf dessen Staatsgebiet durchführten – insbesondere Russland, der Iran und China, wie der schwedische Sicherheitsdienst Säpo gegenüber Aftonbladet bestätigte.

Kaum Reaktionen

Laut Harth von Safeguard Defenders haben jedoch einige EU-Mitgliedstaaten und andere Länder nicht auf die Problematik reagiert.

In Deutschland ist die Existenz solcher Einrichtungen nach Berichten von NDR und WDR der Regierung schon seit einiger Zeit bekannt. Maßnahmen angesichts der Situation wurden noch nicht angekündigt.

In Griechenland wollte sich das Außenministerium auf Anfrage zu dem Thema nicht äußern.

Die Niederlande reagierten ähnlich: Der Allgemeine Nachrichtendienst und Sicherheitsdienst (AIVD) sowie das Außenministerium erklärten, sie könnten sich nicht zu bestimmten Staaten oder Aktivitäten äußern.

Der Sprecher des Außenministeriums, Bo de Koning, erklärte jedoch gegenüber EURACTIV, dass „die entsprechenden Organisationen kontinuierlich an allen Signalen arbeiten, die sie in dieser Hinsicht erhalten.“

Koordinierteres Vorgehen erforderlich

Harth ist überzeugt, dass die ausländischen Polizeiaktivitäten nicht nur ein außenpolitisches Problem, sondern auch eine innenpolitische Bedrohung darstellten.

Ihrer Ansicht nach sollten die Regierungen Strategien in den Innenministerien, der Justiz, der Strafverfolgung, den Universitäten und überall dort umsetzen, wo Netzwerke tätig sind, die Menschenrechte untergraben.

Die Regierungen sollten die Stationen untersuchen, Schutzmechanismen einführen und die lokalen Strafverfolgungsbehörden und Gerichte aufklären, so Harth weiter.

„Wir würden uns ein koordinierteres Vorgehen der demokratischen Nationen im gesamten transatlantischen Bündnis wünschen“, sagte Harth und fügte hinzu, dass die Verhängung von Visabeschränkungen und koordinierte Sanktionen gegen Beamt:innen, die für diese Art von Aktivitäten verantwortlich oder daran beteiligt sind, ein erster Schritt sein könnten. EA 9

 

 

 

Bedenke das Ende

 

Auch wenn es momentan schwerfällt: Um dauerhaften Frieden in Europa zu schaffen, braucht es eine strategische Vision für ein Russland nach Putin. Zanda Martens

 

 „Respice finem“ – Bedenke das Ende. Diese Ermahnung aus einer mittelalterlicher Sagensammlung zu klugem und zielorientiertem Handeln sollten wir uns stets zu Herzen nehmen. Erst recht im Fall des völkerrechtswidrigen Angriffskrieges Russlands, der nun schon seit Monaten viel Tod und Leid über die Ukraine sowie ihre Bevölkerung bringt und sowohl die sozialdemokratische Friedenspolitik als auch die europäische Außen- und Sicherheitspolitik ernsthaft auf den Prüfstand stellt.

Ein Ende der Kämpfe, die Rückeroberung aller besetzten Gebiete, der Sieg der Ukraine scheinen leider immer noch nicht in Sicht. Im Gegenteil, die russische Mobilmachung, die anhaltenden Luftangriffe auf ukrainische Städte, der Ankauf iranischer Waffen und das Verhängen des Kriegsrechts lassen vermuten, dass Putin und der militärisch-industrielle Komplex im Kreml sich auf einen längeren, brutalen Stellungskrieg einstellen.

Ist dann jetzt schon der richtige Zeitpunkt, über ein Ende des Krieges nachzudenken? Dürfen wir dies als Deutschland überhaupt? Ich meine: Wir müssen sogar. So unangenehm es auch sein mag, es ist notwendig, eine konstruktive Vorstellung davon zu entwickeln, wie wir auf absehbare Zeit auch mit unseren Feinden zumindest friedlich koexistieren können.

Wir haben es nicht nur mit einem Krieg zu tun, der allein diese zwei Länder betrifft. Wenn die Ukraine aber in diesem Abwehrkrieg auch die Demokratie in Europa, die europäische Sicherheitsarchitektur und die Prinzipien der internationalen Ordnung verteidigt, so ist auch der Ausgang dieses Krieges nicht nur für diese zwei Länder von Bedeutung, sondern für ganz Europa – vielleicht auch den gesamten Globus.  

Dabei ist klar, die Weltordnung nach dem Krieg darf nicht auf einem der Ukraine aufgezwungenen Diktatfrieden gründen. Auch nicht darauf, dass die Ukraine einen Teil ihres Staatsgebiets in der Hoffnung aufgibt, dass Putin dann endlich die Ukraine und alle Nachbarländer in Ruhe lässt. Deshalb bleibt das Ziel: Putins Russland darf nicht siegen. Die Entscheidungen, die einzig und allein die Ukraine als freies und unabhängiges Land treffen darf, können wir ihr als Westen nicht abnehmen. Wir dürfen nicht diktieren, aber wir müssen strategische Visionen entwickeln.

Es ist zugegebenermaßen schwer, sich derzeit ernsthafte konstruktive Gedanken über die Zukunft eines Landes zu machen, das von einem Kriegsverbrecher geführt wird, der aufs Völkerrecht pfeift, bereit war, ein freies und unabhängiges Land zu zerstören und ihre Zivilbevölkerung zu töten, in seinem eigenen Land junge und kampfunerfahrene Menschen zu mobilisieren und sie für seine krankhaften Fantasien von einem Großrussland in den Grenzen des alten Zarenreichs zu opfern.

Es mag manchem verständlich erscheinen, sich gemeinsam mit der Ukraine nach all der Brutalität ein am Boden liegendes Russland zu wünschen, von dem nie wieder eine Kriegsgefahr ausgehen kann. Aber kann es wirklich im Interesse der Ukraine und im europäischen Interesse liegen, einen Nachbarn zu haben, der wirtschaftlich ruiniert und ausgegrenzt ist und somit anfällig für weitere undemokratische Bewegungen und Herrscher ist? Ein Land, in dem sich keine Demokratie entwickeln und festigen kann und wo jederzeit eine erneute Etablierung eines faschistoiden oder kleptokratischen Regimes droht? Dies scheint kein erfolgreiches Rezept zu sein, um uns den ersehnten Frieden in Europa zu bringen.

Im Gegenteil, einem langfristigen Frieden ist ein demokratisches und prosperierendes Russland viel zuträglicher. Nicht umsonst hat die EU in ihrem Grundlagendokument zur Nachbarschaftspolitik an prominenter Stelle deutlich gemacht, dass „Wohlstand und Frieden in der Nachbarschaft der EU“ von entscheidender Bedeutung für unsere eigene Stabilität sind.

Entgegen aller Unkenrufe ist an unserer sozialdemokratischen Friedens- und Entspannungspolitik kaum etwas auszusetzen. Die Befreiung Polens, des Baltikums und vieler ehemaliger Sowjetrepubliken und auch das geeinte Deutschland wären ohne sie nicht denkbar. Kein Grund also, mit gesenktem Kopf herumirren zu müssen. Der Grund, warum wir diese bisher 70 Jahre lang erfolgreiche Politik nun auf den Prüfstand stellen müssen, liegt in dem Umstand, dass wir uns orientierungs- und prinzipienlos in der neoliberalen Phase durch die Industrie treiben ließen.

Hinzu kommt die Tatsache, dass wir es auf der anderen Seite nicht mehr mit denselben Partnern zu tun hatten – nicht mehr mit einem kontrollierenden Politbüro im machtpolitischen Gleichgewicht, mit Gorbatschows Sowjetunion, Jelzins Russland oder Putins Russland, wie wir es noch aus seiner Rede 2001 im Deutschen Bundestag verstehen wollten. Die naive Fehleinschätzung von Putins totalitärer Herrschaft nach dem Georgienkrieg 2008 und die ausgebliebene Unterstützung der demokratischen Kräfte in Russland waren unsere offensichtlichen Fehler.  

Trotzdem gilt: Bedenke das Ende. Das Ziel darf nicht die Zerstörung Russlands sein, sondern ein demokratisches Russland ohne Putin. Auch wenn dies in der nahen Zukunft nicht zu verwirklichen ist. Deshalb müssen wir heute jede noch so kleine demokratische, zivilgesellschaftliche Anstrengung unterstützen. Und wenn die Situation es endlich erlaubt, müssen wir die Demokratisierung der russischen Zivilbevölkerung offensiv ausbauen, auch wenn an einen baldigen regime change derzeit nicht zu denken ist. Woher sollten sonst die Impulse für ein demokratisches, „post-putinsches“ Land kommen?

Für ein Russland, das in den Kreis demokratischer Staaten zurückkehrt, braucht es eine europäische Demokratieförderung, mit der wir den Aufbau funktionierender demokratischer Strukturen nach den Verirrungen der großrussischen Ideologie und dem faschistischen Irrweg Putins wieder langfristig unterstützen. Dabei ist nicht nur die Unterstützung der demokratischen Bewegungen und der Kampf gegen Korruption und Kleptokratie entscheidend. Genauso wichtig ist die Hilfe bei Aufbau und Festigung der Zivilgesellschaft und des interkulturellen Austauschs unter Jugendlichen, Studierenden sowie Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern. Ebenso notwendig ist die Unterstützung der russischen Initiativen zur Umweltrettung sowie beim Kampf gegen die Klimaerwärmung, die Methankatastrophe oder radioaktive Fallouts durch veraltete Atomkraftwerke.

Es liegt auch in unserem gemeinsamen europäischen Interesse, dass Russland nach Putin wirtschaftlich wieder auf die Beine kommt. Außerhalb der Großstädte hat das Regime das Land teilweise erbarmungslos verarmt. Veraltete Industriestrukturen, niedrige Lebenserwartungen, Perspektivlosigkeit: An vielen Orten haben sich die putinschen Wachstumsversprechen als potemkinsche Dörfer erwiesen.

Daher müssen wir Russland nach Putin auch beim Aufbau einer zukunftsfähigen industriellen Infrastruktur unterstützen, wenn nämlich seine fossilen Rohstoffe (Öl, Gas) nicht mehr nachgefragt werden. Wie überall in Europa brauchen auch die Menschen in Russland eine positive Vision von einer prosperierenden Zukunft. Wenn Öl und Gas nicht nur wegen der negativen Klimafolgen wegfallen, wie sähe es denn mit der Wasserstoff-Produktion in Russland aus? Eignen sich die großen Flächen Russlands für die Produktion von erneuerbaren Energien aus Wind, Wasser, Sonne und Biomasse?

Wir sollten uns ein Ende des Krieges vorstellen, in dem nicht nur die unmittelbaren Fragen nach ukrainischen Reparationsforderungen oder nach der Verfolgung russischer Kriegsverbrecher gelöst sind, sondern auch ein Weg, wie wir ein demokratisches Russland an eine europäische Sicherheitsstruktur anbinden können. Auch wichtig sind Überlegungen, wie Russland einen konstruktiven Beitrag zur Erreichung unserer gemeinsamen Klimaziele leisten kann.

Europa braucht die Russinnen und Russen, die sich schon nach der Perestroika eine ehrliche und positive Entwicklungsperspektive – sozial, ökonomisch und ökologisch – gewünscht haben, in Frieden und in Freiheit. Ebenso die Jüngeren, die sich wünschen, in einem demokratischen und freien Land zu leben. Putin ist 70, allein aus biologischen Gründen brauchen wir eine Vision für die Zeit nach ihm. An diesen Zielen müssen wir unsere heutigen politischen Entscheidungen für eine Zukunft der Ukraine und Russlands ausrichten. IPG 8

 

 

 

 

 

Wer bezahlt bei Schäden? Fragen und Antworten zum Weltklimagipfel

 

In Ägypten wird über den Umgang mit dem Klimawandel beraten. Der Gastgeber präsentiert die UN-Klimakonferenz als afrikanischen Gipfel. Im Mittelpunkt steht eine Gerechtigkeitsfrage: Wer trägt die Kosten für klimabedingte Schäden und Verluste? Von Mey Dudin

 

Zum 27. Mal verhandeln internationale Delegationen bei einer UN-Klimakonferenz über Maßnahmen gegen die Erderwärmung. Diesmal geht es vor allem darum, dass die Hauptverursacher des Klimawandels arme Länder dabei unterstützen, die katastrophalen Folgen zu bewältigen. Nachfolgend Fragen und Antworten zum Weltklimagipfel COP27 vom 6. bis 18. November in Ägypten.

Wie ist die politische Ausgangslage?

Schwieriger als vor einem Jahr. Wegen der Energiekrise infolge des Ukraine-Kriegs haben fossile Energien wieder Konjunktur. Große Industriestaaten wie Deutschland sprechen sich dafür aus, vorübergehend neue Gas-Projekte zu fördern, um unabhängiger von russischem Gas zu werden. Afrikanische Länder wie Senegal und Mosambik beabsichtigen, ihre eigenen Gasvorkommen auszuschöpfen. Hinzu kommen gerade in den armen Ländern Ernährungskrise und Verschuldungskrise sowie die neuen Spannungen zwischen USA und China. Beide Länder hatten 2021 in Glasgow auf der UN-Klimakonferenz Schwung in die Verhandlungen gebracht, indem sie als größte Treibhausgasproduzenten vereinbarten, im Kampf gegen die Erderwärmung stärker zusammenzuarbeiten.

Was sind die Knackpunkte der Weltklimakonferenz in Scharm el Scheich?

Ein zentrales Thema werden Schäden und Verluste durch die Erderwärmung sein, im englischen Jargon bei solchen Konferenzen „Loss and Damage“ genannt. Diese entstehen zum Beispiel durch den steigenden Meeresspiegel, durch anhaltende Dürren, Überschwemmungen oder Stürme. Entwicklungsländer fordern, dass nach dem Verursacherprinzip Industriestaaten und große Öl-Exporteure wie Saudi-Arabien Kosten für klimabedingte Schäden und Verluste in den ärmsten Ländern aufkommen. Es wird schon heute von jährlichen Schadensummen in dreistelliger Milliardenhöhe ausgegangen. Allerdings wehren sich die Industrieländer gegen konkrete Kompensationsforderungen. Ferner geht es darum, bei der CO2-Minderung die bestehenden Ambitions- und Umsetzungslücken zu schließen.

Was verbirgt sich hinter dem Motto der COP27: „Together for Implementation“?

Bei der Weltklimakonferenz 2021 in Glasgow wurde konkreter als im Pariser Klimaabkommen das Ziel formuliert, die Erderwärmung auf 1,5 Grad im Vergleich zum vorindustriellen Zeitalter zu begrenzen. Nun wird unter dem Motto „Gemeinsam für die Umsetzung“ verhandelt, wie der CO2-Ausstoß ganz konkret reduziert wird. Denn mit den bisherigen Zusagen steuert die Weltgemeinschaft auf eine Erderwärmung von deutlich mehr als zwei Grad Celsius zu. Auch Deutschland reist mit einer Umsetzungslücke zur Konferenz, weil der Verkehrssektor wie der Gebäudesektor ihre Zwischenziele verpasst haben.

Finanzzusagen für ärmere Länder für Klimaschutz und Anpassung wurden ebenfalls nicht erfüllt. Was steht dazu auf dem Programm?

Die weltweite jährliche Klimafinanzierung lag nach Angaben der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) im Jahr 2020 bei nur rund 83 Milliarden US-Dollar. Dabei waren mindestens 100 Milliarden an staatlichen und privaten Mitteln zugesagt worden. Diese jährliche Verpflichtung gilt bis 2025. Für die Zeit danach soll es ein neues Ziel geben.

Deutschland will in Ägypten einen „Schutzschirm“ gegen Klimarisiken aufspannen. Was ist das?

Der Schutzschirm greift, wenn Maßnahmen zur Anpassung nicht mehr reichen: Es handelt sich um ein Programm für Klimarisikoversicherungen, über die Schäden und Verluste ausgeglichen werden, die etwa bei Stürmen, Überschwemmungen oder auch bei anhaltender Dürre entstehen. Die G7 haben sich darauf schon verständigt. Im Vordergrund steht dabei die schnelle Finanzhilfe, damit zum Beispiel ein Bauer aus ärmlichen Verhältnissen, dem wegen Dürre sämtliche Einnahmen wegfallen, nicht auch noch den Traktor verkaufen muss.

Ägypten werden immer wieder Menschenrechtsverletzungen bescheinigt. Wie wird bei der Klimakonferenz damit umgegangen?

Menschenrechtsorganisationen fordern in einem gemeinsamen Appell, dass die verhandelnden Staaten in Scharm el Scheich den Schutz von Menschenrechten als maßgeblich im Kampf gegen den Klimawandel anerkennt. Amnesty International fordert die ägyptischen Behörden auf, friedliche Proteste zu erlauben und politische Gefangene freizulassen. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Europas Wald-CO2-Senken schrumpfen rapide

 

Die EU verliert in alarmierendem Tempo Wald als CO2-Senke, was vor allem auf die Nutzung von Holz als Brennstoff zurückzuführen ist. Dies geht aus einer neuen Studie hervor, die am Montag (7. November) veröffentlicht wurde. Von: Frédéric Simon

 

Die 27 Mitgliedsstaaten haben seit 2002 einen steilen Rückgang ihrer Kohlenstoffsenken in Wäldern und auf dem Land verzeichnet oder diese ganz verloren, so eine neue Studie der Partnership for Policy Integrity (PFPI), einer gemeinnützigen Organisation.

Dabei will die EU eigentlich das Ausmaß von CO2-Senken erhöhen. Denn um bis 2050 klimaneutral zu werden, hat sich die EU das Ziel gesetzt, die CO2-Speicherung in Wäldern, Böden und anderen Bodenkohlenstoffsenken zu erhöhen.

Doch bei den derzeitigen Rückgangsraten werden die meisten EU-Länder ihre Ziele für 2030 nicht mehr erreichen, warnt der Bericht.

In Europa sind Wälder derzeit eine Netto-Kohlenstoffsenke, weil sie mehr Kohlendioxid aufnehmen, als sie ausstoßen.

Aber die Kapazität der europäischen Wälder, CO2 zu absorbieren, ist im Laufe der Jahre geschrumpft und muss eigentlich wiederhergestellt werden. Das räumte die Europäische Kommission schon vor zwei Jahren ein, als sie ihren Klimazielplan für 2030 vorstellte.

Auf der Grundlage offizieller Regierungsdaten, die der EU und den Vereinten Nationen vorgelegt wurden, stellte das PFPI fest, dass die EU zwischen 2002 und 2020 etwa ein Viertel ihrer jährlichen Kohlenstoffversenkung verloren habe, was größtenteils auf die Nutzung der Wälder zur Energiegewinnung zurückzuführen sei.

„In einigen Mitgliedstaaten besteht ein klarer Zusammenhang zwischen der Nutzung von Biomasse und dem Verlust von Bodensenken“, heißt es in dem Bericht.

„Regierungsforscher in Finnland legten detaillierte Statistiken über die energetische Nutzung von Holz vor und identifizierten insbesondere die Verbrennung von Rundholz als eine Ursache für den Senkenverlust, während in Estland mehr als die Hälfte der Menge an geschlagenem Holz für die Brennstoff- oder Pelletproduktion verwendet wird“, heißt es weiter.

Die Gesamtnutzung von solider Biomasse war dem Bericht zufolge im Jahr 2020 um 239 Prozent höher als im Jahr 1990, wobei die Nutzung im Energiesektor – Wärme- und Stromerzeugung – in diesem Zeitraum um mehr als 1.000 Prozent gestiegen ist, wie aus den vom PFPI zusammengestellten offiziellen Statistiken hervorgeht.

Der PFPI-Bericht wurde am Montag vorgestellt, wenn die Staats- und Regierungschefs der Welt in Ägypten zu einem UN-Klimagipfel zusammenkommen, bei dem auch die Forstwirtschaft früh auf der Tagesordnung steht.

Auf dem COP27-Treffen werden die Staats- und Regierungschefs die „Forests and Climate Leaders‘ Partnership“ ins Leben rufen – eine Initiative, die darauf abzielt, die Maßnahmen zum Schutz, zur Erhaltung und zur Wiederherstellung der Wälder der Welt zu verstärken.

Auch Bundeskanzler Olaf Scholz hat daran teilgenommen.

Die Europäische Union positioniert sich als weltweit führend beim Schutz der Wälder und hat im vergangenen Jahr eine Verordnung zur Verringerung der Abholzung bei der Einfuhr von Rohstoffen wie Soja, Rindfleisch, Palmöl oder Kaffee vorgelegt.

Die EU-Politik für erneuerbare Energien im Rampenlicht

Laut der PFPI-Studie, die den Rückgang der Kohlenstoffsenken auf dem Land auf die europäische Biomassepolitik zurückführt, die Waldholz im Rahmen der EU-Richtlinie über erneuerbare Energien als kohlenstofffreien Brennstoff anrechnet, ist die EU dabei jedoch kein Vorbild.

Laut dem Bericht hat sich die Verwendung von Biomasse für die Energieerzeugung in der EU seit 1990 mehr als verdoppelt, wobei der größte Teil des Anstiegs seit 2002 zu verzeichnen ist, nachdem die EU ihre erste Richtlinie erlassen hatte, die Biomasse als erneuerbare Energie anerkannte.

Nach Angaben der Europäischen Kommission entfallen derzeit fast 60 Prozent aller erneuerbaren Energien in der EU auf Biomasse – mehr als auf Wind- und Sonnenenergie zusammen.

Es wird erwartet, dass die Nachfrage nach Biomasse in den kommenden Jahren weiter steigen wird, obwohl nur eine begrenzte Menge davon nachhaltig produziert werden kann, erklärte die Forschungsabteilung der Kommission zuletzt gegenüber EURACTIV.

Im September unterstützte das Europäische Parlament Pläne, die Subventionen für Biomasse, die in Kraftwerken verwendet wird, zu beenden und den Großteil der primären Holzverbrennung von den Zielen der EU für erneuerbare Energien auszuschließen.

Der PFPI erklärte jedoch, dass diese Änderungen keine Auswirkungen auf die Holzverbrennung in Privathaushalten haben werden, die den größten Anteil an den erneuerbaren Energien beim Heizen hat.

Während Länder wie Österreich und Deutschland fossile Heizungen demnächst verbieten werden, bleiben Pellet-Heizungen weiterhin erlaubt.

Darüber hinaus haben Länder wie Ungarn, Polen und die Slowakei „die Erhebungsmethoden für die Zählung der Holzverbrennung in Privathaushalten überarbeitet“, heißt es in dem Bericht weiter.

Dies habe in diesen Ländern zu einem „abrupten Anstieg der gemeldeten Biomassenutzung“ geführt, wodurch sie ihre Ziele für erneuerbare Energien erreichen konnten. Eine kreative Nutzung von Biomasse als erneuerbare Energie also.

Für das PFPI braucht es darum ein dringendes Überdenken der EU-Biomassepolitik. „Um Klimastabilität zu erreichen, ist eine viel größere Menge an Kohlenstoffspeicherung in den Wäldern erforderlich, was unmöglich ist, wenn die Abnahme von Biomasse nicht deutlich reduziert wird. Dies ist die wichtigste Botschaft dieses Berichts“, heißt es in der Studie. EA 8

 

 

 

 

Deutschland zurückhaltend. Hunderte Geflüchtete harren weiter auf Mittelmeer aus

 

Hunderte Geflüchtete haben die Schiffe privater Hilfsorganisationen in den vergangenen Tagen im Mittelmeer gerettet. Einige von ihnen konnten nun in Italien an Land gehen - doch viele Menschen müssen vorerst auf den Schiffen bleiben, darunter erkältete Kinder. Die Bundesregierung zeigt sich zurückhaltend.

Hunderte Flüchtlinge, die von Hilfsorganisationen im Mittelmeer gerettet wurden, müssen weiter auf dem Mittelmeer ausharren. Zwar konnten sowohl von der „Humanity 1“ als auch von der „Geo Barents“ einige der aus Seenot geretteten Menschen in Italien an Land gehen. Doch 214 Personen an Bord der von „Ärzte ohne Grenzen“ betriebenen „Geo Barents“ durften das Schiff am Montag vorerst nicht verlassen, wie eine Sprecherin der Hilfsorganisation dem „Evangelischen Pressedienst“ mitteilte. Auch auf der „Humanity 1“ wurde Dutzenden im Mittelmeer geretteten Flüchtlingen und Migranten der Gang an Land zunächst verwehrt.

Die Crew der „Geo Barents“ hatte zwischen dem 27. und 29. Oktober 572 Flüchtlinge und Migranten im Mittelmeer gerettet und seitdem auf die Zuweisung eines Hafens gewartet. Am Sonntag hätten zunächst 357 Menschen das Schiff in Catania verlassen, sagte die Sprecherin von „Ärzte ohne Grenzen“. In der Nacht auf Montag sei eine weitere Person wegen Unterleibsschmerzen evakuiert worden.

Auch von der „Humanity 1“ durften lediglich 144 der 179 geretteten Flüchtlinge in Catania an Land gehen. 35 Schutzsuchende mussten somit nach Angaben der deutschen Organisation „SOS Humanity“ an Bord bleiben. Am Montag habe die Organisation rechtliche Schritte eingeleitet, „um die Ausschiffung zu vollenden“, sagte ein Sprecher von „SOS Humanity“.

Erschöpfte und erkältete Kinder an Bord

Die „Ocean Viking“ des internationalen Verbundes „SOS Méditerranée“ wartete am Montagmittag derweil weiter auf einen Hafen für alle der mehr als 230 im Mittelmeer geretteten Flüchtlinge. Auch „Mission Lifeline“ forderte abermals einen Hafen für 95 Flüchtlinge und Migranten auf der „Rise Above“. „Die Stimmung an Bord ist gedrückt“, erklärte die Dresdner Organisation auf Twitter. Die Menschen seien erschöpft, Kinder erkältet und psychisch angeschlagen.

Bereits in der Vergangenheit mussten im Mittelmeer gerettete Flüchtlinge und Migranten immer wieder tagelang warten, bis sie einen Hafen in Europa zugewiesen bekommen. Es wird befürchtet, dass die neue rechtsgerichtete Regierung in Italien den Kurs gegen die privaten Seenotrettungsorganisationen verschärft.

Bundesregierung zurückhaltend

Die Bundesregierung äußerte sich am Montag zurückhaltend zu der Frage, ob Deutschland weitere Gerettete aufnehmen werde. Ein Sprecher des Innenministeriums wies auf laufende Gespräche hin und darauf, dass Deutschland bereits über den im Juni vereinbarten gemeinsamen Solidaritätsmechanismus 3.500 Menschen aufnehme, die über das Mittelmeer nach Europa gekommen seien. Mitte Oktober habe es einen ersten Transfer aus Italien mit 74 Asylsuchenden gegeben. Zugleich mahnte eine Sprecherin des Auswärtigen Amtes an, dass die zivile Seenotrettung nicht behindert werden dürfte. Es sei eine moralische und rechtliche Verpflichtung, Menschen in Seenot nicht ertrinken zu lassen.

Der SPD-Bundestagsabgeordnete Hakan Demir mahnte Unterstützung für die Flüchtlinge an. „Es ist sehr wichtig, dass wir den Menschen auf den Rettungsschiffen jetzt schnell helfen“, sagte der stellvertretende Sprecher der SPD-Arbeitsgruppe Migration und Integration. Gleichzeitig seien „einzelne Aufnahmen langfristig keine Antwort auf das Problem der Verteilung Geflüchteter innerhalb der EU“. Es brauche eine „solidarische europäische Geflüchtetenpolitik“.

Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten weltweit. Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM) kamen bei dessen Überquerung in diesem Jahr bereits 1.891 Flüchtlinge und Migranten ums Leben oder werden vermisst. Die Dunkelziffer dürfte viel höher liegen. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Hohe Gas- und Ölpreise saugen Milliarden Euro aus dem Land

 

München – Die gestiegenen Gas- und Ölpreise saugen aus der deutschen Volkswirtschaft Milliarden Euro heraus. Für das laufende Jahr schätzt das ifo Institut die Realeinkommensverluste auf etwa 64 Milliarden Euro, das sind 1,8 Prozent der Wirtschaftsleistung. Schon im vergangenen Jahr waren es bereits gut 35 Milliarden Euro oder 1,0 Prozent. „Im nächsten Jahr kommen voraussichtlich noch einmal gut 9 Milliarden Euro oder 0,2 Prozent der Wirtschaftsleistung hinzu“, sagt Timo Wollmershäuser, Leiter der ifo Konjunkturprognosen.

 

„Zusammen beträgt der Realeinkommensverlust knapp 110 Milliarden Euro oder 3,0 Prozent der Wirtschaftsleistung eines Jahres. Nur während der zweiten Ölpreiskrise in den Jahren von 1979 bis 1981 fiel er mit 4 Prozent der Wirtschaftsleistung noch höher aus. Die erste Ölpreiskrise 1973/74 beziffern wir auf minus 1,5 Prozent“, fügt Wollmershäuser hinzu. Die gesamtwirtschaftlichen Kaufkraftverluste der Jahre von 1979 bis 1981 konnten erst im Jahr 1986 wieder ausgeglichen werden, als ein kräftiger Verfall der Ölpreise einsetzte und gleichzeitig die D-Mark spürbar gegenüber dem US-Dollar aufwertete. „Der derzeitige Realeinkommensrückgang dürfte auch in den kommenden Jahren bestehen bleiben. Zum einen werden die Energiepreise mit dem Wegfall Russlands als Lieferant wohl dauerhaft hoch bleiben. Zum anderen wird sich an der Abhängigkeit Deutschlands von importierter Energie so schnell nichts ändern“, so Wollmershäuser.

 

Die Bezifferung der Realeinkommensverluste an das Ausland ist wichtig bei allen Verteilungsdiskussionen. Sie stellen den Teil der in Deutschland erbrachten Wirtschaftsleistung dar, der zur Begleichung der Importrechnung ans Ausland abgegeben werden muss und eben nicht im Inland verteilt werden kann. „So muss bei Lohnverhandlungen berücksichtigt werden, dass die hohen Preise für in Deutschland produzierte Waren und Dienstleistungen nicht Folge eines Booms sind, der die Gewinne der Unternehmen sprudeln lässt. Sie spiegeln vor allem die hohen Kosten wider, die für importierte Energie und Vorprodukte bezahlt werden müssen. Das zwischen Arbeitnehmer*Innen und Unternehmer*Innen zu verteilende Einkommen muss also um die Realeinkommensverluste korrigiert werden“, sagt Wollmershäuser weiter. „Staatliche Unterstützungsmaßnahmen können die Höhe des Realeinkommensverlustes nicht verändern. Sie können lediglich Einfluss nehmen auf den Anteil, den einzelne Bevölkerungsgruppen zu tragen haben. Und sie können die Verluste über die Zeit hinweg auf zukünftige Generationen verschieben, wenn die Maßnahmen etwa durch Schulden oder weniger Investitionen finanziert werden.“

 

Aufsatz: „Zur Bestimmung der Realeinkommensverluste in der gegenwärtigen Energiekrise“, von Wolfgang Nierhaus und Timo Wollmershäuser, in: ifo Schnelldienst 11/2022

Hier verfügbar: https://www.ifo.de/publikationen/2022/aufsatz-zeitschrift/zur-bestimmung-der-realeinkommensverluste-der-gegenwaertigen Ifo 8

 

 

 

 

Katholische Aktion zum Klima-Gipfel: Radikale Schritte nötig

 

„Radikale Schritte sind nötig, um eine ökologische Umkehr, einen Wandel und die Wende hin zu einer ökosozialen Politik und Wirtschaftsordnung voranzutreiben“: Das hat die Katholische Aktion Österreich (KAÖ) - vertreten durch ihr Leitungs-Team Ferdinand Kaineder, Katharina Renner und Brigitte Knell - am Montag in einer Aussendung anlässlich des UN-Weltklimagipfels (COP27) in Sharm el-Sheik (Ägypten) unterstrichen.

Ihr Appell „Wir können nicht weitermachen wie bisher“ richtet sich vor allem an die reichen Nationen, die für die Erderwärmung und deren dramatische Folgen hauptverantwortlich sind.

Die KAÖ-Spitze schloss sich den auf der UN-Konferenz erhobenen Forderungen etlicher Länder des Globalen Südens an, Finanzspritzen für eine Ökologisierung ihrer Wirtschaft und Abmilderung der Folgen von sich häufenden Naturkatastrophen zu erhalten. „Wir erwarten uns von der Politik größere Anstrengungen als bisher, nicht nur den Wandel hier bei uns voranzutreiben, sondern Länder des Globalen Südens, die dafür keine Mittel aufbringen können, bei der Transformation zu unterstützen“, erklärten Kaineder, Renner und Knell. Der Ort der COP27 sei gut gewählt, denn gerade Afrika sei „geschunden von unserer Gier nach Rohstoffen, früher und heute”.

„Fassungslos vor der Katastrophe“

Die Menschheit stehe heute am Ende einer Entwicklung, die in die Sackgasse geführt habe, heißt es in der KAÖ-Aussendung weiter. „Unsere Art zu wirtschaften und damit die Kosten der Zukunft aufzuerlegen, trägt nicht mehr.“ Die Schäden an Pflanzen- und Tierwelt sowie an Menschen, die zu Opfern der Klimaveränderung wurden, seien offensichtlich. Die KAÖ nannte Flutkatastrophen und Dürren als Beispiele für aus dem Gleichgewicht geratene Ökosysteme, ausgerottete Tier- und Pflanzenarten, Hungerkatastrophen und Übersäuerung der Meere. „Fassungslos stehen wir vor der Katastrophe, die wir gemeinsam angerichtet haben und von einzelnen immer noch ignoriert wird.“

Es braucht konkrete politische Vorgaben

Klimagerechtigkeit sei immer auch soziale Gerechtigkeit, betonte die KAÖ-Führung im Einklang mit der immer wieder erhobenen Mahnung von Papst Franziskus. Deshalb brauche es bei der COP27 konkrete politische Vorgaben, „gerade für die reichen Länder, die die meisten Schäden anrichten“. Die Länder des Globalen Südens, die über mehrere Jahrhunderte für den Wohlstand der Industrienationen herhalten mussten, hätten ebenso ein Recht auf einen sozial-gesicherten Lebensstil. Allerdings wäre es nach Überzeugung der Katholischen Aktion verfehlt, würde der „Süden“ die Fehler im Umgang mit den Ressourcen wiederholen. „Diese Zeit haben wir nicht mehr, wenn wir die Erde als lebensfreundlichen Ort bewahren möchten“, warnten Kaineder, Renner und Knell.

Der erforderliche Wandel habe bei genauem Hinsehen längst begonnen. Die Debatte über die Energiewende beherrsche die Medien, Unternehmen und ganze Länder hätten sich Fristen gesetzt, bis zu denen sie klimaneutral sein wollen. Es müsste allerdings schneller gehen, so die KAÖ. Der Wandel und die notwendigen Transformationen müsste zudem „gerecht und ganz konkret“ vorangetrieben werden.

Schöpfungsauftrag richtig verstehen

Die offizielle katholische Laienvertretung wandte sich in ihrer Aussendung auch gegen ein verfehltes Verständnis des biblischen Schöpfungsauftrags „Macht euch die Erde untertan“ (Gen 1,28). Dieser sei als Freibrief interpretiert worden, sich der Erde und ihrer Schätze einfach zu bedienen. Seit der industriellen Revolution beschleunige sich die Ausbeutung und habe zu einer selbstzerstörerischen Haltung geführt, beklagte die KAÖ-Spitze: „Die Anhäufung von Gütern, koste es, was es wolle, und die pure Geldvermehrung ist zum Zweck unseres wirtschaftlichen Handelns geworden.“

Die eigentliche Bedeutung der Aufforderung an den Menschen, sich die Erde untertan zu machen, sei, für die Schöpfung und Mitwelt zu sorgen. „Wir sind verantwortlich für die Erde, für alles, was auf ihr lebt“, hielten Kaineder, Renner und Knell fest. Es gebe auch viel zu gewinnen, „wenn wir für unsere Erde Sorge tragen“, verwies das „PräsidentInnen-Team“ auf das von der KAÖ erarbeitete Dossier zur Mitweltgerechtigkeit.

Das bereits an vielen Orten zu beobachtende Umdenken beziehe sich nicht nur auf den Umgang mit den Ressourcen - es sei ein ganzheitlicher Wandel, der etwa auch ein rein hierarchisches Denken infrage stelle zugunsten neuer Strukturen des Zusammenlebens und des Umgangs miteinander. Als ein „Puzzlestein“ in diesem Paradigmenwechsel sieht die KAÖ den vom Papst angestoßenen Synodalen Prozess der Weltkirche. Die dabei formulierten drei Elemente „Gemeinschaft, Teilhabe und Sendung“ zeigten einen Weg des achtsamen Umgangs mit der Erde auf und bilde einen Kontrapunkt zur noch vorherrschenden Individualisierung und Zukunftsvergessenheit. (Link: www.kaoe.at/dossiers) (kap 7)

 

 

 

 

Partnerschaft und Demenz: Tipps, damit beide besser zurechtkommen

Berlin - Der aktuelle Demenzratgeber des Zentrums für Qualität in der Pflege (ZQP) bietet alltagsbezogene Tipps für Partnerinnen und Partner von Menschen mit Demenz, um die Beziehung und den Alltag möglichst gut zu gestalten.

Die Zahl der Menschen mit Demenz steigt weiterhin: Derzeit leben hierzulande etwa 1,8 Millionen Erkrankte. Die Diagnose betrifft oft die ganze Familie und auch die Partnerschaft. Aufgaben und Rollen ändern sich. Einerseits stehen aufgrund der Erkrankung viele alltagspraktische Herausforderungen im Vordergrund: die Pflege und Betreuung, die Organisation des Haushalts, die Begleitung zu Arztterminen, die sichere Anpassung der Wohnung. Andererseits gilt es, die Situation auch gefühlsmäßig zu bewältigen, etwa Angst vor anstehenden Aufgaben, Trauer oder Wut über den Verlust der gewohnten Beziehung. Körperliche und psychische Belastungen der Angehörigen können sich negativ auf deren Gesundheit, aber auch auf die der pflegebedürftigen Person auswirken. Unterstützung und Entlastung Angehöriger sind daher besonders wichtig.

Der aktuelle Ratgeber des Zentrums für Qualität in der Pflege (ZQP) vermittelt darum kurz und in einfacher Sprache Basiswissen zur Erkrankung und zu Therapieansätzen, gibt aber vor allem Tipps zur Alltags- und Beziehungsgestaltung. „Mit unserem Angebot möchten wir Angehörigen von Menschen mit Demenz – insbesondere Partnerinnen und Partnern – helfen, Bedürfnisse des Gegenübers sowie auch die eigenen besser zu erkennen, um gemeinsame Alltagsherausforderungen möglichst gut zu bewältigen“, erklärt Daniela Sulmann, Geschäftsleiterin und Pflegeexpertin des ZQP.

Ein wichtiger erster Schritt zu einem hilfreichen Umgang ist es, sich fachärztlichen Rat einzuholen, wenn der Verdacht auf Demenz besteht. Eine ärztliche Diagnose, etwa in einer Gedächtnisambulanz, stellt die Grundlage für eine positive Unterstützung dar. Sie bietet die Chance, die Erkrankung besser zu bewältigen, Symptome der Demenz zu lindern und das Fortschreiten hinauszuzögern.

„Sehr bedeutsam für einen guten Umgang sind Verständnis, Akzeptanz und Geduld gegenüber der demenzkranken Partnerin bzw. dem Partner“, meint Sulmann. Dabei hilft es, gut über die Erkrankung informiert zu sein. Zudem gilt es, Bedürfnisse zu verstehen, um darauf eingehen zu können. Verhalten, Körpersprache und Tonfall der erkrankten Person geben bei genauer Beobachtung möglicherweise Aufschluss. Unruhe oder Aggressivität könnten etwa durch Harndrang, Angst oder Schmerzen verursacht werden.

Daneben kann eine veränderte Art der Kommunikation das Zusammenleben erleichtern: „Es wird nötig, die Sprache anzupassen, in einfachen und kurzen Sätzen zu sprechen. Viele Paare verstehen sich zwar oft auch ohne Erklärungen. Dennoch geht die vertraute Kommunikation immer mehr verloren. Darum sind neue Wege zur Verständigung gefragt, etwa über Mimik, Gestik und Berührungen, denn Worte verlieren an Bedeutung“, erläutert Sulmann.

Darüber hinaus gibt der Ratgeber Hinweise, wie die Selbstständigkeit der demenzkranken Partnerin bzw. des Partners gefördert werden kann, beispielsweise mithilfe gezielter Bewegungsübungen oder die Einbindung in gewohnte Alltagsaufgaben. „Durch regelmäßige Aktivitäten werden körperliche und kognitive Fähigkeiten gefördert. Zudem wird das Selbstwertgefühl gestärkt. Allerdings sollte man dabei nicht überfordern“, erklärt Sulmann.

Und nicht zuletzt sei es wichtig, als Partnerin oder Partner eines an Demenz erkrankten Menschen eigene Bedürfnisse wahrzunehmen, auf die eigene Gesundheit zu achten und auch deswegen regelmäßig für Entlastung zu sorgen. Hierfür zeigt der Ratgeber verschiedene Angebote auf.

Der werbefreie Ratgeber kann kostenlos über die Webseite des ZQP bestellt und als PDF-Datei heruntergeladen werden: www.zqp.de/bestellen. GA 7

Ausstieg aus fossilen Brennstoffen bringt ‚enormen‘ Nutzen für Gesundheit

Der Ausstieg aus fossilen Brennstoffen würde der menschlichen Gesundheit „enorm“ zugutekommen, betonten Expert:innen der Weltgesundheitsorganisation (WHO) am Donnerstag (3. November) und forderten „ernsthafte Maßnahmen.“ Von: Giedre Peseckyte und Julia Dahm

Die Expert:innen äußerten sich im Vorfeld des UN-Klimagipfels COP27, der ab nächste Woche (6-18. November) in Scharm El Sheikh stattfindet. Dabei geht es unter anderem um die Reduzierung fossiler Brennstoffe – dem Hauptverursacher nicht nur des Klimawandels, sondern auch vieler vorzeitiger Todesfälle.

„Es gibt viel zu gewinnen, wenn wir den Pariser Vertrag ernsthaft, ehrgeizig und schnell umsetzen und die COP27 erfolgreich ist, aber auch viel zu verlieren, wenn wir das nicht tun“, sagte Maria Neira, Direktorin für Klimawandel und Gesundheit bei der WHO, am Donnerstag (3. November) auf einer Pressekonferenz.

„Die Kosten für die anfangs notwendigen Investitionen sind nichts im Vergleich zu den Vorteilen, die wir in Bezug auf die Gesundheit und die Kosten für das Gesundheitssystem erzielen werden“, betonte sie.

Insgesamt ließen sich heute fast 25 Prozent der vorzeitigen Todesfälle in Europa auf die gesundheitlichen Auswirkungen der Verbrennung fossiler Brennstoffe zurückführen, einschließlich extremer Hitze und Luftverschmutzung durch Verbrennungsmotoren, erklärte Johan Rockström, Direktor des Potsdam-Instituts für Klimafolgenforschung, am Donnerstag gegenüber Journalist:innen in Berlin.

Diarmid Campbell-Lendrum, Leiter der Abteilung Klimawandel und Gesundheit bei der WHO, betonte, dass es nur sechs Jahre dauern würde, bis sich die Investitionen in den Übergang zu sauberer Energie amortisiert hätten.

„Der häufigste Einwand gegen Klimamaßnahmen war bisher die Vorstellung, dass es uns Geld kostet, dass es zu teuer ist, das globale Klima zu schützen. Das hat nie viel Sinn gemacht“, sagte er. Gas in Europa sei zirka neunmal teurer als erneuerbare Energien, fügte er hinzu.

Ein klimafreundlicher Gesundheitssektor

Die Expert:innen betonten auch, dass der Gesundheitssektor, der für fünf Prozent des weltweiten CO?-Fußabdrucks verantwortlich ist und jedes Jahr wächst, bei der Umstellung auf umweltfreundliche Technologien nicht außer Acht gelassen werden dürfe.

„Es ist keine riesige Zahl, aber wenn das Gesundheitssystem ein Land wäre, wären wir die Nummer fünf, was den Beitrag zu den Kohlenstoffemissionen angeht“, sagte Neira.

Eine wesentliche Verringerung der Emissionen im Gesundheitssektor würde eine Überarbeitung der Liefer- und Beschaffungskette sowie eine Energiereform für Krankenhäuser erfordern.

Während der Pressekonferenz in Berlin sagte Bundesgesundheitsminister Karl Lauterbach, er wolle Klimaschutzmaßnahmen in die weitreichende Krankenhausreform einbeziehen, die die Bundesregierung in dieser Legislaturperiode vorlegen will.

Dazu sollten unter anderem Investitionen in eine bessere Energieeffizienz von Krankenhausgebäuden gehören, die derzeit oft alt und schlecht isoliert seien, fügte er hinzu.

Gesundheit und Klima

In den letzten Jahren haben sich die Beweise für den Zusammenhang zwischen dem Klimawandel und der menschlichen Gesundheit mehr und mehr verdichtet. In einer im Oktober im Lancet veröffentlichten Studie wird der Klimawandel als die größte Gesundheitsbedrohung für Europa bewertet.

„Wir haben immer mehr Belege dafür, wie der Klimawandel Dürren und Hitzewellen verursacht, was zu Wasserknappheit führt“ und wiederum „die Lebensgrundlagen von Millionen von Menschen auf der ganzen Welt untergräbt“, sagte Rockström.

Der Klimawandel verursacht nicht nur Naturkatastrophen, sondern führt auch zu einer verstärkten Übertragung von Infektionskrankheiten wie Cholera oder Dengue-Fieber, und zwar auch an Orten, an denen diese bisher nicht vorkamen.

Darüber hinaus seien 99 Prozent der Weltbevölkerung einer Außenluft ausgesetzt, die die Luftqualitätsrichtlinien überschreitet, betonte Campbell-Lendrum.

Die WHO schätzt, dass es in den 2030er Jahren mindestens 250.000 zusätzliche Todesfälle durch den Klimawandel geben wird.

„Alles, was wir jetzt in der realen Welt beobachten, deutet darauf hin, dass wir diese Zahl entweder erreichen oder überschreiten werden“, fügte er hinzu.

Die derzeitige Energiekrise und die geopolitischen Spannungen erweisen sich bereits jetzt als große Herausforderung für die Zukunft des Multilateralismus.

Politischer Wille

Doch trotz der klaren wissenschaftlichen Grundlage fehle es noch immer an politischer Aufmerksamkeit für den Zusammenhang zwischen Klimawandel und gesundheitlichen Auswirkungen, so Neira von der WHO.

„In den Gesprächen über den Klimawandel ging es bisher vor allem um die Gesundheit des Planeten, die Eisbären, die schwindenden Gletscher und die nächste Generation“, sagte sie, aber die sichtbare Umweltverschmutzung in den Städten und Naturkatastrophen wie die Dürre am Horn von Afrika „hätten die Dringlichkeit für die Regierungen erhöht.“

Während der deutschen G7-Präsidentschaft in diesem Jahr hat Bundesminister Lauterbach den Kampf gegen die gesundheitlichen Folgen des Klimawandels zu einer der drei Prioritäten der Gesundheitsagenda erklärt.

„Klimapolitik ist immer auch Gesundheitspolitik“, sagte der Sozialdemokrat während der Pressekonferenz. Zudem sei noch deutlich mehr Forschung über den Zusammenhang zwischen Klima und Gesundheit nötig.

Die deutschen Ministerien zeigten eine „wachsende Offenheit“ für das Thema, sagte auch Martin Herrmann, Vorsitzender der Deutschen Allianz für Klima und Gesundheit (KLUG), während der Pressekonferenz.

„Jetzt müssen wir dranbleiben und dafür sorgen, dass jeder, der in Deutschland Verantwortung trägt, dies verstanden hat und auf der Handlungsebene umsetzt“, sagte er.

Neira von der WHO fügte hinzu, wenn die Politik nicht rasch handele, leide als Erstes die Gesundheit. EA 7

 

 

 

 

Schlechtes Zeugnis für Deutschland. Klima-Expertenrat: Zu wenig, zu langsam, zu spät und inkonsequent

 

Der Klima-Expertenrat stellt Deutschland ein bitteres Zeugnis aus. Die eigenen gesetzlichen Vorgaben werden danach nicht eingehalten - und wenn es so weitergeht, sind weder die selbstgesetzten noch die internationalen Klimaziele zu erreichen.

Anlässlich des Beginns der UN-Klimakonferenz in Ägypten kommt der Expertenrat für Klimafragen zu dem Ergebnis, dass Deutschland seine Klimaziele für 2030 mit einem „Weiter so“ nicht erreichen kann. Das von der Bundesregierung berufene, aber unabhängig arbeitende Gremium legte am Freitag in Berlin sein erstes Gutachten über die Entwicklung der Treibhausgasemissionen und die Wirksamkeit der Klimapolitik vor. Künftig wird der Expertenrat (ERK) alle zwei Jahre Bilanz ziehen.

Klimaverbände kritisierten, die Ampel-Regierung versage beim Klimaschutz. Demgegenüber erklärte der stellvertretende Regierungssprecher Wolfgang Büchner, Klimaschutz sei das zentrale Anliegen der Regierung. „Wir wollen effektive Klimaschutzpolitik als gesamte Bundesregierung umsetzen.“ Dies mache man durch „Entschlossenheit zum Handeln“ deutlich.

Dem Expertenrat zufolge sind die Treibhausgasemissionen von 2000 bis 2021 zwar um rund 27 Prozent gesunken. Verliefe die Entwicklung aber weiter wie bisher, sänken die Emissionen viel zu langsam, um das Ziel einer Minderung um 65 Prozent bis 2030 gegenüber 1990 zu erreichen, wie es das Bundes-Klimaschutzgesetz vorschreibt. Auch das Ausbautempo bei Solar- und Windenergieanlagen sowie von Wärmepumpen oder die Verbreitung von E-Autos reiche nicht, so die Experten, um die Klimaziele auf technischem Weg zu erreichen. Zudem werde deutlich, dass im gleichen Maße der Abbau der fossilen Infrastruktur, beispielsweise von Öl- und Gasheizungen oder die Stilllegung von Verbrenner-Autos notwendig wäre, um die Klimaziele zu erreichen.

Sofortprogramm „völlig unzureichend“

Der ERK-Vorsitzende Hans-Martin Henning bilanzierte, die Minderung der Emissionen müsse gegenüber den vergangenen Jahren mindestens verdoppelt werden. In einzelnen Bereichen sei noch viel mehr zu tun: Im Verkehrssektor müsse die Reduktion der Treibhausgase pro Jahr 14 Mal so hoch ausfallen wie bisher, um die gesetzlich vorgegebenen Schritte einzuhalten. Zuletzt hatte der ERK das Sofortprogramm von Bundesverkehrsminister Volker Wissing (FDP) dazu als völlig unzureichend zurückgewiesen.

Die Hälfte der Minderung von Treibhausgasen zwischen 2000 und 2021 erfolgte dem Gutachten zufolge im Energiesektor. Die Reduktion verläuft in den meisten Bereichen aber nicht stetig. So sanken die Emissionen beispielsweise im Verkehrssektor nur zwischen 2000 und 2010. Vor dem Ausbruch der Corona-Epidemie waren sie sogar wieder angestiegen. Eines der zentralen Probleme sieht der Expertenrat darin, dass die Effekte emissionsmindernder Technik durch Wohlstandszuwachs und Wirtschaftswachstum wieder aufgefressen werden. So machten größere Wohnungen, immer mehr Autos und Verkehr die Effizienzgewinne beim Energieverbrauch durch neue Heizungen, Dämmung oder E-Autos zunichte.

„Beleg für Komplettversagen“

Die Deutsche Umwelthilfe (DUH) sieht in dem Gutachten einen „eindrucksvollen Beleg für das Komplettversagen der Ampel-Regierung im Klimaschutz“, erklärte Bundesgeschäftsführer Jürgen Resch. Die rot-grün-gelbe Regierung halte nicht einmal das Gesetz der Vorgängerregierung unter Kanzlerin Angela Merkel (CDU) ein, geschweige denn, dass sie ihren Beitrag zur Einhaltung des 1,5-Grad-Ziels erbringe. Die Klima-Allianz Deutschland erklärte, Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) werde den anderen Ländern bei der am Sonntag in Ägypten beginnenden 27. UN-Klimakonferenz erklären müssen, warum sein Land nicht entschiedener gegen die Klimakrise vorgehe.

Der unabhängige Expertenrat für Klimafragen, dem fünf Sachverständige angehören, prüft jährlich, ob die Reduktionsziele des Bundes erreicht wurden. Er wurde im Rahmen des Bundes-Klimaschutzgesetzes berufen und legt seine Berichte der Regierung und dem Bundestag vor. Die Prüfungen auf Basis von Daten des Bundesumweltamts umfassen sieben Sektoren, darunter Energiewirtschaft, Verkehr, Gebäude, Landwirtschaft und Industrie. Der Klimawandel und seine Folgen rauben weltweit immer mehr Menschen ihren Lebensraum und zählen inzwischen mit zu den größten Fluchtursachen.

(epd/mig 7)

 

 

 

Sorgenranking: Jeden Zweiten plagen Inflationssorgen, Angst vor militärischem Konflikt nimmt wieder zu 

 

Hamburg – Die Sorgen der Menschen wegen der hohen Inflation haben in Deutschland den dritten Monat in Folge einen neuen Rekordwert erreicht. Inzwischen gibt die Hälfte aller Bundesbürger (50% | +1 im Vergleich zum Vormonat) an, dass die steigenden Preise aktuell zu den drei größten persönlichen Sorgen zählen. Das ist das Ergebnis der monatlich in 29 Ländern durchgeführten Studie »What Worries the World« des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos. Begleitet werden die deutschen Inflationssorgen von einer weitverbreiteten Angst vor Armut und sozialer Ungleichheit (36% | -2).

Auf den Plätzen drei bis fünf im Sorgenranking folgen der Klimawandel (33% | ±0), militärische Konflikte (30% | +5) und Corona (18% | +1). In keinem anderen Land bereiten die Folgen des Klimawandels den Menschen mehr Angst.

 

Große Inflationssorgen in ganz Europa

Weltweit ist die Inflation ebenfalls die mit Abstand größte Sorge der Menschen auch wenn der globale Durchschnittswert (42%) etwas niedriger liegt als in Deutschland. Im Nachbarland Polen beschäftigen die Preissteigerungen sogar noch deutlich mehr Bürger: Sieben von zehn Polen (70% | +3) zählen die Inflation momentan zu ihren drei größten Sorgen. Ungarn (53% | ±0) und Belgien (47% | ±0) verzeichnen ebenfalls überdurchschnittlich hohe Inflationssorgenwerte. Auch in Schweden gibt inzwischen mehr als ein Drittel (37%) Inflation als eine der größten Sorgen an, ein rasanter Anstieg von zehn Prozentpunkten im Vergleich zum Vormonat.

 

Wachsende Angst vor bewaffneten Konflikten

Vor dem Hintergrund des russischen Angriffskrieges gegen die Ukraine wurde im Frühjahr erstmals die Sorge wegen militärischen Konflikten ins Sorgenranking aufgenommen. Obwohl diese Angst in Deutschland im Mai 2022 mit 41 Prozent ihren vorläufigen Höhepunkt erreicht hat, stieg sie zuletzt wieder merklich an. In der aktuellen Umfrage geben drei von zehn Bundesbürgern (30%) an, sich stark wegen militärischen Auseinandersetzungen zwischen Nationen zu sorgen – ein Anstieg von fünf Prozentpunkten im Vergleich zum Vormonat. Lediglich in Polen ist die Angst vor bewaffneten Konflikten noch größer (32% | +5), auf Platz 3 folgt Japan, wo sich momentan jeder fünfte Bürger (20% | +1) stark wegen militärischen Konflikten sorgt. Weltweit zählt dieses Thema aber nur für jeden zehnten Befragten (11%) zu den größten persönlichen Sorgen. Ipsos 7

 

 

 

 

Populismus. Der Yeti der Politik

 

Kaum eine politische Debatte kommt heutzutage ohne den Begriff des Populismus aus. Dabei ist er nicht nur nichtssagend, sondern auch schädlich. Nils Meyer-Ohlendorf

 

Der Populist ist der Yeti der politischen Debatte – alle sprechen über ihn, aber wirklich gesehen hat ihn noch niemand. Für die einen ist ein Populist ein Mensch, der gegen Eliten und das Establishment ist. Der Populist stilisiert sich in diesem Fall als Vertreter des wahren Willens des Volkes – gegenüber einer korrupten Elite. Für andere ist Populismus vor allem ein polarisierender, emotionaler und simplifizierender Kommunikationsstil oder einfach nur eine Ideologie ohne inhaltlichen Kern. Politische Bewegungen zugeschnitten auf eine Führungsperson sind für viele ein weiterer Wesenszug des Populismus.

Diese Definitionsversuche haben eines gemeinsam: Sie sagen praktisch nichts aus. Träfen sie zu, dann wären fast alle Politikerinnen und Politiker Populisten. Elitenkritik ist Teil von Demokratie. Die Behauptung, Interessensvertreter des Volkes zu sein, gehört in das Standardrepertoire der politischen Auseinandersetzung. Vereinfachung ist ein notwendiges Stilmittel, um komplexe Sachverhalte zur öffentlichen Diskussion zu stellen. Emotionen gehören genauso zur Politik wie das rationale Argument. Die Beliebigkeit des Populismusbegriffs ist aber nicht nur ein akademischer Lapsus, sondern ein handfestes Problem – für die Demokratie und den politischen Diskurs. Obwohl es ihn nicht gibt, richtet dieser Yeti ernsten Schaden an.

Der Begriff Populismus verschleiert Angriffe auf die Demokratie. Bei Donald Trump – gemeinhin der Prototyp eines Populisten – ist es weniger ein Problem, dass er vereinfacht, sich als Vertreter der stillen Mehrheit stilisiert oder polarisiert. Das Problem ist, dass er die Demokratie angreift. Er erkennt das Ergebnis demokratischer Wahlen nicht an, diskreditiert Medien, verunglimpft Gerichte und würdigt Minderheiten herab. Dies sind Frontalangriffe auf den Kernbestand der US-amerikanischen Demokratie, die aber hinter der Einordnung Trumps als Populisten verschwimmen. Die Bezeichnung „Populist“ suggeriert, dass Trump etwas Populäres oder Volksnahes tut – nicht etwas Antidemokratisches.

Ähnlich verhält es sich bei Viktor Orbán – einem anderen Populisten aus dem Lehrbuch. Auch hier ist es das kleinere Problem, dass er sich als Verteidiger Ungarns, seiner Kultur, des Glaubens oder von Traditionen geriert. Das eigentliche Problem ist, dass er demokratische Wahlen unterläuft, der Opposition Chancengleichheit verwehrt, Referenden für seine Zwecke missbraucht, den Handlungsspielraum für Zivilgesellschaft einschränkt oder die Unabhängigkeit von Gerichten unterminiert.

Der Begriff Populismus verharmlost aber nicht nur Angriffe auf Demokratie, er spaltet auch und schwächt damit die Demokratie. Es ist der Hauptzweck des Populismusvorwurfs, die andere Seite zu diskreditieren. Der Vorwurf soll die andere Seite etwa als wissenschaftsfremd, anfällig für einfache Botschaften, undemokratisch oder irgendwie unappetitlich abwerten. Er suggeriert einen Gegensatz zwischen dem vernünftigen und liberalen Teil der Gesellschaft und einem frustrierten und emotionalisierten Teil. Diese „Achse von Populismus und Anti-Populismus“ ist mittlerweile eine der großen Trennlinien in westlichen Demokratien.

Ironischerweise pflegt auch der liberale Teil des politischen Spektrums diese Trennlinie. Der Begriff Populismus ist hier weitverbreitet. Übliche Reaktionen auf Populismus sind Formulierungen wie „die Bürger müssen abgeholt werden“ oder „ihre Ängste und Sorgen müssen ernst genommen werden“ –, was in der Regel den unausgesprochenen Subtext beinhaltet, dass diese Sorgen eigentlich unbegründet oder gar fehlgeleitet seien. Dieser pädagogische Politikstil baut keine Brücken, sondern er trennt.

Eine andere Form dieses Paternalismus sind politische Strategien, die maßgeschneidert auf populistische Herausforderungen reagieren sollen. Mit ihrem pädagogischen Blick auf Mitbürger vertiefen auch sie Trennlinien und erschweren offene Debatten auf Augenhöhe. Sie laden dazu ein, über die andere Seite zu sprechen, aber nicht mit ihr. Sie helfen damit ausgerechnet denen, die eine offene Sachdebatte meiden und von den schrillen Gegensätzen der Populismusdebatte leben.

Es ist ein weiteres Problem des Populismusbegriffs, dass er sehr unterschiedliche Gruppen unter einer Überschrift zusammenschnürt. Parteien so unterschiedlich wie etwa die FPÖ in Österreich, die AfD hierzulande, die PiS in Polen, Griechenlands Syriza, oder die italienische Fünf-Sterne Bewegung werden als Populisten bezeichnet. Wenn die Zerschlagung des Establishments einen Populisten definiert, dann wäre Macron einer der erfolgreichsten seiner Generation. Er hat die französische Parteienlandschaft durcheinandergewirbelt. Wenn aber fast überall Populisten lauern, dann erscheint Demokratie von allen Seiten auf diffuse Weise angegriffen. Das verunsichert und macht orientierungslos.

Schließlich untergräbt der Populismus einen Pfeiler von Demokratie: Pluralismus. Der Begriff Populismus suggeriert, dass eine Meinung außerhalb des demokratischen Spektrums steht. Demokratie ist aber ein großes Zelt, in dem sehr viele Meinungen Platz haben. Nur extremistische Positionen, die etwa Hetze gegen Minderheiten oder die Ablehnung demokratischer Institutionen beinhalten, sind undemokratisch und befinden sich deshalb außerhalb des Zeltes. Nationale Gesetze, das Völkerrecht und Resolutionen der UN-Generalversammlung definieren die Grenzen des demokratischen Spektrums auf ziemlich zuverlässige Weise. In seiner Pauschalität und Diffusität geht der Populismusvorwurf aber weit über diese Grenzen hinaus. Damit verengt er das Spektrum zulässiger demokratischer Meinungen und unterläuft Pluralismus.

Der Populismusbegriff ist aber nicht nur schädlich, sondern auch überflüssig. Für die Eigenschaften, die Populisten vorgeworfen werden, gibt es präzisere und politisch schlagkräftigere Begriffe. So ist Antipluralismus die deutlich bessere Bezeichnung, wenn es darum geht, den Alleinvertretungsanspruch des Volkswillens zu beschreiben. Völkisch und identitär sind die richtigen Begriffe, wenn es um einen angeblich homogenen Volkskörper geht. Autoritär passt besser, wenn der Führungskult einer Bewegung kritisiert wird.

Die vielen Probleme des Populismusbegriffs sind beschrieben, aber es werden nur selten Konsequenzen aus diesen Einsichten gezogen. Der Begriff wird weiterhin genutzt, das Problem bleibt also ungelöst. Das Einzige, was hilft, ist, den Begriff in der politischen Debatte nicht mehr zu verwenden. Populismus sollte also zum P-Wort des politischen Diskurses werden. Leserinnen und Leser von Harry Potter würden sagen, dass das P-Wort der Begriff sei, dessen Name nicht genannt werden darf. In der politischen Debatte muss deutlicher zwischen denjenigen Meinungen unterschieden werden, die politisch nicht geteilt werden, und solchen, die undemokratisch sind. IPG 4

 

 

 

 

Armut in Europa „nimmt sehr stark zu“

 

Während die Stabilisierung der Energiepreise und der milde Frühherbst den Europäern eine willkommene Atempause beschert haben, deutet eine neue Umfrage auf eine sich anbahnende Armutskrise hin, die die EU vor weitere Herausforderungen stellen könnte. Von: Clara Bauer-Babef

 

Jeder Vierte gibt an, sich in einer prekären Situation zu befinden. Zudem musste die Mehrheit der Europäer:innen bereits schwierige Entscheidungen wegen finanzieller Schwierigkeiten treffen, wie eine Umfrage der französischen NGO Secours Populaire am Freitag (4. November) ergab.

Secours Populaire, das Umfrageinstitut IPSOS und seine europäischen Partner befragten 6.000 Europäer:innen zum Thema Armut in sechs Ländern: Frankreich, Italien, Griechenland, Deutschland, Polen und das Vereinigte Königreich.

„Es gibt einen sehr starken Anstieg prekärer Situationen in Europa“, sagte die Generalsekretärin von Secours populaire, Henriette Steinberg, gegenüber EURACTIV.

Die Zahl ist in Griechenland mit 51 Prozent besonders hoch, im Gegensatz zu Deutschland, wo sie bei 18 Prozent liegt. In Frankreich, Italien, Polen und dem Vereinigten Königreich liegt sie zwischen 20 und 25 Prozent.

„Es gibt eine wachsende Besorgnis unter den Europäer:innen, dass immer mehr Menschen nicht in der Lage sind, tragfähige Lösungen zu finden, um sich und ihre Familien zu unterstützen“, sagte Steinberg.

Aufgrund der hohen Preise musste eine Mehrheit der Europäer:innen bereits Einschränkungen vornehmen. Einige konnten weniger reisen, andere mussten das Heizen ihrer Wohnungen einschränken, Verwandte um Hilfe bitten oder zusätzliche Jobs annehmen, um über die Runden zu kommen.

„Wir haben festgestellt, dass alle Europäer:innen die gleichen Sorgen haben: Lebensmittel, Gesundheit, Wohnraum und die Versorgung ihrer Kinder – das ist das tägliche Leben von Millionen von Menschen“, sagte Steinberg.

Die jährliche Inflationsrate in der Eurozone wird im Oktober 2022 voraussichtlich 10,7 Prozent betragen, gegenüber 9,9 Prozent im September. Dies geht aus einer ersten Schätzung des europäischen Statistikamts Eurostat hervor.

Für einige Europäer:innen reicht das Sparen nicht aus, denn 42 Prozent der Befragten haben bereits ihre Verwandten gebeten, ihnen Geld zu leihen oder zu schenken, um ihren Lebensunterhalt zu bestreiten.

„Diese Zahl ist ein Warnsignal“, so Steinberg, denn „diese Menschen können es sich schon jetzt nicht mehr leisten“, ihren Lebensunterhalt zu bestreiten.

Der Anteil derer, die sich Geld leihen musste, ist in Griechenland am höchsten (63 Prozent), gefolgt vom Vereinigten Königreich, Italien und Polen (zwischen 40 und 41 Prozent) und schließlich Frankreich (36 Prozent) und Deutschland (35 Prozent).

Langfristig ist die Verschuldung jedoch nicht tragbar. Einerseits, weil „die Menschen sich nicht trauen, ihre Verwandten um Geld zu bitten, oder ihre Verwandten ihnen einfach nicht helfen können“, analysiert die französische Linken-Abgeordnete Aurélie Trouvé, Mitglied des Wirtschaftsausschusses der Nationalversammlung, gegenüber EURACTIV.

Zum anderen, weil auch Verbraucherkredite von Banken, die als Notlösung infrage kämen, durch die steigenden Zinsen teurer werden.

„Das ultimative Risiko wäre das Auftreten einer Bankenkrise wie bei der Finanzkrise 2007 in den USA, wenn die Haushalte nicht mehr zahlungsfähig sind“, erklärte Trouvé und forderte die Wiederherstellung der Kaufkraft der ärmsten Haushalte, um das Wachstum wieder anzukurbeln.

„Wenn die Haushalte keine Kaufkraft mehr haben, ist die Nachfrage auf Halbmast und bricht zusammen. Wenn die Nachfrage einbricht, bricht auch die Produktion ein und damit die Arbeitsplätze“, fügte sie hinzu.

„Es ist ein Teufelskreis. Wir steuern geradewegs auf eine soziale Katastrophe zu,“ sagte sie. EA 4

 

 

 

Mangelnde Strafverfolgung. Neue Welle rassistischer Gewalt befürchtet

 

Brennende Flüchtlingsunterkünfte und Hass auf den Straßen - derzeit wiederholen sich Bilder aus den Jahren 2015 und 2016. Verbände schlagen Alarm. Sie beklagen mangelnde Strafverfolgung: Nicht einmal jeder fünfte Neonazi-Brandanschlag werde aufgeklärt.

Beratungsstellen für Opfer rechter Gewalt in Deutschland warnen vor einer neuen Welle rassistischer und rechtsextremer Gewalt. Vor allem in Ostdeutschland gebe es zunehmend Hetze bis hin zu gewalttätigen Angriffen, sagte der Geschäftsführer der Beratungsstelle RAA Sachsen, Robert Kusche, am Donnerstag in einer Onlinepressekonferenz.

Jüngstes Beispiel sei der Brandanschlag auf eine geplante Flüchtlingsunterkunft im sächsischen Bautzen. Dort hatte es im „Spreehotel“ am Freitag gebrannt, nachdem Fensterscheiben eingeworfen wurden. Vor Ort verschiebt sich nun die Aufnahme von bis zu 200 Menschen auf unbestimmte Zeit. Tage zuvor hatte die AfD eine Kundgebung vor der Unterkunft abgehalten.

„Glaubhaften Paradigmenwechsel“ gefordert

Es brauche „endlich einen glaubhaften Paradigmenwechsel bei Polizei und Justiz in Ostdeutschland in der Strafverfolgung bei rechten Gewalttaten und bei Maßnahmen gegen rechte Aufmärsche“, forderte Kusche. Noch immer sei in Ostdeutschland die Gefahr, Opfer eines rassistisch, antisemitisch oder rechtsextrem motivierten Angriffs zu werden, dreimal so hoch wie in den westdeutschen Ländern.

Unzureichende Strafverfolgung trage dazu bei, dass sich Menschen ermutigt fühlten, mit Hass und Hetze weiterzumachen. „Das kennen wir aus den Jahren 2015 und 2016“, sagte Kusche. So seien 84 Prozent der Ermittlungen zu damaligen Straftaten inzwischen eingestellt worden. Kusche ist Vorstandsmitglied des bundesweiten Verbandes der Beratungsstellen für Betroffene rechter, rassistischer und antisemitischer Gewalt.

Kaum Aufklärung rechtsextremer Anschläge

Laut Verband werden nicht einmal ein Fünftel der Brandanschläge mit einem mutmaßlich rechtsextremen Hintergrund aufgeklärt. 2015 und 2016 seien täglich etwa fünf Menschen in Ostdeutschland und Berlin Opfer rechter Angriffe geworden, hieß es. In den vergangenen Wochen habe es außer in Bautzen auch Brandanschläge auf Flüchtlingsunterkünfte in Mecklenburg-Vorpommern, im bayrischen Krumbach sowie in Großzössen bei Leipzig und in Dresden gegeben.

Auch der Projektkoordinator der Thüringer Beratungsstelle für Opfer rechter Gewalt Ezra, Frank Zobel, fordert eine konsequentere Strafverfolgung: „Wir erleben eine neue Qualität in der extrem rechten und rassistischen Mobilisierung.“ Es gebe zudem einen Schulterschluss zwischen rechtsextremen Gruppierungen und der AfD. Auf der anderen Seite seien Aufklärungsquoten von Straftaten rechtsextremer Gewalt niedrig und Verfahren dauerten viel zu lange.

Sozialpsychologin Lamberty: „Fragile Lage“

Die Sozialpsychologin Pia Lamberty spricht von einer „fragilen Lage“. Die Corona-Pandemie habe tiefe Spuren bei den Menschen hinterlassen. Es gebe sozial-gesellschaftliche Leerstellen, die Rechtsextreme immer wieder für sich nutzten. So fänden unter anderem Verschwörungserzählungen und russische Desinformationskampagnen zum Teil auch in Deutschland Zustimmung.

Eine aktuelle Studie zeige, dass prorussische Propaganda sich insbesondere in Ostdeutschland verfange, sagte Lamberty. Einmal mehr brauche es „eine klare Abgrenzung nach rechts“. Vor dieser Aufgabe stehe nicht nur die Zivilgesellschaft. Auch Politikerinnen und Politiker seien dazu aufgerufen. (epd/mig 4)

 

 

 

Meloni will „starke Stimme Italiens“ in Brüssel sein

 

Auf ihrer ersten Reise nach Brüssel sagte die neue Ministerpräsidentin Italiens Giorgia Meloni, dass sie „die starke Stimme Italiens in die EU einbringen“ werde, unterstützte aber auch die Maßnahmen der Union in Bezug auf den Krieg in der Ukraine, die Energiekrise und die Inflation. Eleonora Vasques

 

Die Reise nach Brüssel war Melonis erste Auslandsreise seit ihrer Ernennung zur Ministerpräsidentin vergangene Woche. „Ich möchte ein Zeichen setzen für unseren Willen, mit der EU zusammenzuarbeiten und unsere nationalen Interessen zu verteidigen“, sagte Meloni am Donnerstag (3. November) vor Journalist:innen.

Sie begrüßte die Schritte, die während des Europäischen Rates im Oktober in der Energiepolitik unternommen wurden, und wies darauf hin, dass die derzeitige Position der EU mit der Agenda ihrer Regierung übereinstimme, nämlich „die Verteidigung unserer Grenzen.“

Nach einem Mittagessen mit EU-Wirtschaftskommissar Paolo Gentiloni traf Meloni die Präsidentin des Europäischen Parlaments Roberta Metsola, die Chefin der Europäischen Kommission Ursula Von der Leyen und den Präsidenten des Europäischen Rates Charles Michel.

Zur Frage des italienischen Konjunkturprogramms, dessen Neuverhandlung Meloni im jüngsten Wahlkampf versprochen hatte, sagte die Ministerpräsidentin vor Journalist:innen, sie diskutiere mit der EU darüber, wie das Programm angesichts der steigenden Inflation umgesetzt werden könnte.

Eine mögliche Neuverhandlung des Plans wurde nicht erwähnt.

Obwohl sie den führenden Politiker:innen der EU die Unterstützung Italiens in den wichtigsten aktuellen Fragen zusicherte, wurde davon ausgegangen, dass die Gespräche, abgesehen von der Verurteilung der russischen Invasion in der Ukraine und dem Bekenntnis zur Notwendigkeit einer geeinten EU, sehr allgemein gehalten waren.

Ein Sprecher der Parlamentspräsidentin Roberta Metsola sagte gegenüber EURACTIV, dass die beiden Politikerinnen die Situation in der Ukraine, die hohen Energiepreise und die Inflation besprochen hätten.

Metsola „erwähnte auch, wie wichtig es ist, die [Energie- und Klima-]Pakete RePowerEU und Fit-for-55 so schnell wie möglich zu verabschieden“, so der Sprecher.

„Wir sind in Bezug auf die Ukraine völlig einer Meinung. Wir werden weiterhin an den Sanktionen festhalten. Und wir sind uns einig darin, unsere Unterstützung für die Ukraine zu bekräftigen“, sagte Metsola in einer Erklärung.

Die Sprecherin betonte außerdem die Notwendigkeit, dass die EU geschlossen auftrete und dass Metsola Meloni eingeladen habe, vor dem Plenum des Europäischen Parlaments zu sprechen.

Auch ihr Vorgänger Mario Draghi sprach im Mai vor den EU-Abgeordneten in Straßburg. Das EU-Parlament verfolgt die Politik, verschiedene EU-Staats- und Regierungschefs zu Plenarsitzungen einzuladen, um über die EU-Politik und die Prioritäten ihres Landes zu sprechen.

„Zusammenfassend hat das Treffen bestätigt, dass Italien seine zentrale Rolle in der Politik der EU beibehalten wird“, sagte Metsolas Sprecher.

Eine stärker transatlantisch ausgerichtete Regierung

Die ersten Anzeichen deuten darauf hin, dass Melonis Regierung, der die rechte Lega-Partei und Silvio Berlusconis Forza Italia angehören, nicht so euroskeptisch sein wird, wie ihre Partei es in der Vergangenheit war.

Insbesondere die Entscheidung, den ehemaligen EU-Kommissar und Präsidenten des EU-Parlaments Antonio Tajani von der Forza Italia zum Außenminister zu ernennen, deutet auf den Willen hin, mit anderen Mitgliedstaaten zusammenzuarbeiten, zumindest bei den aktuellen großen Themen, wie dem Krieg in der Ukraine und seinen Folgen. EA 4

 

 

 

 

Abkommen über 80 Mio. Euro. Damit Menschen nicht fliehen – EU finanziert Ägypten Grenzschutz

 

Um Menschen von der Flucht nach Europa abzuhalten, bezahlt die Europäische Union Ägypten 80 Millionen Euro. Das Land soll seine Grenzen zu Land und Wasser besser bewachen und Geflüchtete zurückholen. Im laufenden Jahr sind wieder mehr Menschen über das Mittelmeer nach Europa geflüchtet.

Die Europäische Union verstärkt ihre Maßnahmen zum Schutz der EU-Außengrenze in Drittstaaten und schließt einen Vertrag mit Ägypten, der Investitionen von 80 Millionen Euro vorsieht. Im laufenden Jahr sollen die ersten 23 Millionen Euro fließen. „Das ist erst der Beginn einer sich vertiefenden Kooperation zur Grenzkontrolle. Wir werden nächstes Jahr ein zweites Paket über 57 Millionen Euro lancieren“, sagte eine Sprecherin der EU-Kommission am Montag in Brüssel.

Eine EU-Delegation hatte das Abkommen am Sonntag in Ägypten unterzeichnet. „Im Rahmen dieses Vertrags werden wir der ägyptischen Küstenwache und dem Grenzschutz Ausrüstung für eine wirksame Grenzüberwachung sowie für Such- und Rettungsmaßnahmen zu Land und zu Wasser liefern“, erklärte EU-Kommissar Olivér Várhelyi am Sonntag in Kairo.

Die Europäische Union sei sich der Notwendigkeit bewusst, die Grenzen Ägyptens „zu sichern und gegen Schmuggelnetzwerke und organisierte kriminelle Gruppen vorzugehen“, sagte Várhelyi in seiner Rede, die er mit „As salamou aleykoum“ begann. Er hoffe, bei seinem nächsten Besuch in Ägypten die „hochmodernen Grenzschutzausrüstungen im Einsatz zu sehen“.

Zahl der Geflüchteten gestiegen

Im Jahr 2022 haben wieder mehr Menschen versucht, über das Mittelmeer nach Europa zu gelangen. Das zeigte eine Analyse, die Mitte Oktober im EU-Bericht zu Migration und Asyl in Brüssel veröffentlicht wurde. Während die EU 2019 und 2021 rund 80.000 irreguläre Grenzübertritte über das Mittelmeer zählte, war diese Zahl mit etwa 120.000 in den ersten neun Monaten 2022 deutlich höher.

Die zentrale Mittelmeerroute blieb laut der Studie der häufigste Fluchtweg nach Europa. Die meisten Menschen wagten die Überfahrt demnach aus Libyen oder Tunesien,16 Prozent kamen über die Türkei. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Handys, Pässe und Schlauchboote. Eine Ausstellung zeigt, was Flüchtlinge bei sich tragen – und warum

 

Handys, Schuhe, Pässe: An vielen Gegenständen hängen Erinnerungen, andere sind für ihre Besitzer lebensnotwendig. Die Schau „Moving Things“ dokumentiert, welche Rolle Dinge bei der Flucht spielen - und erzählt eine andere Geschichte von Migration. Von Reimar Paul

 

Koffer, Schuhe, Smartphones, Pässe, Lebensmittel, ein Schlauchboot: Die Ausstellung mit dem etwas sperrigen Namen „Moving Things. Zur Materialität von Flucht und Migration“ zeigt Gegenstände, die Flüchtlinge auf ihren oft beschwerlichen Reisen mitschleppen und nutzen müssen. Am Donnerstagabend wurde sie im neuen Wissenschaftsmuseum „Forum Wissen“ in Göttingen eröffnet.

Die Schau ist Produkt eines dreijährigen Forschungsprojektes im Grenzdurchgangslager Friedland, an dem das Museum Friedland, das Institut für Ethnologie der Universität Göttingen und das Berliner Ausstellungsbüro „Die Exponauten“ beteiligt waren. Weitere Ergebnisse des von der Bundesregierung finanzierten Vorhabens sind mehrere gedruckte Publikationen, eine Internetseite und ein Veranstaltungsangebot.

Welche Rolle Dinge bei der Flucht spielen

„Wir wollen in der Ausstellung zeigen, welche Rolle Dinge bei der Flucht spielen und welche Emotionen, Hoffnungen und Erwartungen die mitgeführten Gegenstände in sich tragen“, sagt die Göttinger Ethnologie-Professorin Andrea Lauser. „Und wir wollen zeigen, wie über Mensch-Dinge-Beziehungen noch eine andere Geschichte der Migration erzählt werden kann.“ Die Forscherinnen und Forscher hätten sich auch gefragt, was materieller Besitz mit Menschenwürde zu tun habe und was es bedeute, wenn er verloren gehe.

Die Ausstellung behandelt das Thema auf verschiedene Weise, sieben Räume widmen sich in freier Folge bewegten und bewegenden Dingen. Große Röhren aus Pappe, mit Texten beklebt, stehen oder liegen auf dem Boden. „Röhren sind ein Symbol für Infrastruktur“, erläutert Kurator Joachim Baur von den Berliner „Exponauten“ das Konzept. Sie könnten aber auch als Symbol für versperrte Wege gesehen werden.

Ein zehn Meter langes Schlauchboot – ohne Luft

Blickfang der Schau ist ein rund zehn Meter langes Schlauchboot – grau, verschmutzt und ohne Luft. So wie es da liegt, wurde es 2017 von der Hilfsorganisation „Sea-Eye“ auf dem Mittelmeer angetroffen. „Wir wissen nicht, was aus den Menschen geworden ist, die damit unterwegs waren“, sagt Baur. „Es ist nicht ausgeschlossen, dass diese Menschen ertrunken sind.“ Das Boot sei ein „hoch emotionales Exponat und gleichzeitig ein Objekt der Mobilisierung“, so der Ausstellungsmacher.

Info: Die Ausstellung wird bis zum 15. Januar gezeigt. Die Öffnungszeiten sind Dienstag bis Sonntag von 10 bis 18 Uhr. Der Eintritt ist frei.

Von Flucht und Flüchtlingen erzählen auch Koffer und Schuhe. Anders als das Schlauchboot werden sie im „Forum Wissen“ nicht gegenständlich, sondern als Fotografien präsentiert. „Der Koffer ist das Generalbild für die Migration“, weiß Joachim Baur. Aufnahmen von Koffern aus Holz, aus Sperrholz, aus abgewetztem Stoff oder Hartschale sind zu besichtigen. Viele stammen aus dem Fundus des Museums Friedland, das benachbarte Grenzdurchgangslager haben seit Ende des Zweiten Weltkriegs rund 4,5 Millionen Menschen durchlaufen.

Manchmal nützen Dokumente, manchmal schaden sie

Die Schuhe auf der Fotowand gegenüber – Stiefel, Schlappen, ausgetretene Sneakers – hatten Geflüchtete an den Füßen, die auf der italienischen Insel Lampedusa ankamen oder zeitweise im sogenannten „Dschungel von Calais“ lebten – einem „wilden“, immer wieder von der französischen Polizei geräumten Zeltlager, die darin hausenden Migranten wollen nach Großbritannien. „Die Schuhe selbst zu zeigen, wäre uns unethisch vorgekommen“, sagt Baur. „Weil die Schuhe ja mit Körpern verbunden sind.“

Auf den ersten Blick etwas unübersichtlich wirkt eine große Landkarte mit eingezeichneten bunten Linien. Sie dokumentieren die verschlungenen Fluchtwege von drei Menschen, die sich auf den gefährlichen Weg nach Europa machten – und die Wege ihrer Pässe und Ausweispapiere. Denn manche Geflüchtete, erläutert Baur, schickten ihre Pässe „von unterwegs woanders hin, an Freunde oder Kontaktpersonen. Weil sie wissen: Manchmal nützen ihnen die Dokumente, manchmal schaden sie ihnen.“

Ohne Handy „hätte ich die Reise nicht geschafft“

Keine Flucht, kaum ein Flüchtling ohne Smartphone. Die Geräte sind überlebensnotwendig, sie dienen als Telefon, Kamera, zur Navigation, als Foto-, Film und Musikarchiv, als Zugang zum Internet. Der Fotograf Grey Hutton hatte Flüchtlinge gebeten, ihm ihre Handys zu zeigen. Und in ein paar Sätze die Bedeutung dieser Geräte zu schildern.

Huttons Bilder und die Kommentare der Geflüchteten stehen in der Ausstellung nebeneinander. „Ohne das hier hätte ich die Reise nicht geschafft“, wird ein Flüchtling zitiert. „Ich habe es die ganze Zeit benutzt, zu Wasser und zu Land“. Und ein anderer erzählt: „Ich habe das GPS genutzt, um das Boot nach Griechenland zu navigieren, aber nur tagsüber. Nachts hätte die Polizei das Licht sehen können.“ (epd/mig 3)

 

 

 

Ausländerbeiräte: Antragsrecht – ein stumpfes Schwert?

 

Wiesbaden. Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen (agah) hat gemeinsam mit der Hessischen Landeszentrale für politische Bildung (HLZ) am Mittwoch, den 2. November 2022, zur Diskussion in den Kreistagssitzungssaal in Dietzenbach geladen. Volker Igstadt, Präsident des Verwaltungsgerichts Kassel a.D., und Enis Gülegen, Vorsitzender der agah, sprachen als Gastredner. Im Mittelpunkt der Veranstaltung stand die Frage, ob Ausländerbeiräte in ihrem Antragsrecht inhaltlich beschränkt werden dürfen.

Begrüßt wurden die rund 40 Besucherinnen und Besucher von Hüsamettin Eryilmaz, Vorsitzender des Kreisausländerbeirats Offenbach und stellvertretender agah-Vorsitzender: „Wir haben mit Herzblut und voller Hoffnung an der Weiterentwicklung der Ausländerbeiräte gearbeitet. Uns wurde das neue Antragsrecht in der HGO-Änderung als etwas Positives verkauft. Nun erleben wir vor Ort, dass wir ausgebremst werden“.

In seinem anschließenden Eröffnungsvortrag fand Volker Igstadt dazu deutliche Worte: „Eine inhaltliche Einschränkung des Antragsrechts der Ausländerbeiräte lässt sich rechtlich nicht begründen.“ Er appellierte eindringlich an die Mitglieder der Ausländerbeiräte, grundsätzlich von einem uneingeschränkten Antragsrecht auszugehen. Dies ergebe sich aus der einfachen Überlegung, dass es zwar Themen gebe, die nur Ausländerinnen und Ausländer beträfen, jedoch keine Themen, die Ausländer nicht beträfen. Werde das Antragsrecht der Beiräte in Frage gestellt, lohne es sich, so Igstadt, Widerspruch einzulegen. So würden positive Präzedenzfälle geschaffen, auf die sich Ausländerbeiräte später berufen könnten.

Enis Gülegen griff in seinem Vortrag die Einführung der Integrationskommissionen sowie den Entwurf der Hessischen Landesregierung über das „Gesetz zur Verbesserung der Integration und Teilhabe und zur Gestaltung des Zusammenlebens in Vielfalt“, kurz Integrationsgesetz, auf. Integrationskommissionen leiden, so Gülegen, unter einem demokratischen Defizit: Anders als die Ausländerbeiräte werden sie nicht direkt gewählt. „Integrationskommissionen haben schon vor 50 Jahren nicht funktioniert. Seit 50 Jahren bewährt und als beständig erwiesen haben sich: Ausländerbeiräte“, so die abschließende Bewertung des agah-Vorsitzenden. Insgesamt lasse sich eine Tendenz erkennen, die Ausländerbeiräte schwächen zu wollen. Diese Tendenz komme auch im aktuellen Entwurf des Integrationsgesetzes zum Ausdruck. Gülegen kritisierte den Umstand, dass die Ausländerbeiräte im Gesetzentwurf nicht genannt würden. Stattdessen würden Aufgabenbereiche definiert, die aber vollständig dem Profil des Landesausländerbeirats entsprächen: „Soll damit eine Hintertür offengehalten werden, die Ausländerbeiräte übergehen zu können?“ Er kommentierte mit Verweis auf die Stellungnahme der agah zum Integrationsgesetz: „Ein Gesetz zur Verbesserung der Integration, das kein Wort zur politischen Partizipation von Migrant*innen enthält, verdient seinen Namen nicht.“

Das Fernbleiben kommunaler Politikerinnen und Politiker bei der Veranstaltung bedauerte Gülegen: „Hier wird ganz offensichtlich der Diskurs mit uns gescheut. Kann es sein, dass fehlende Argumente dafür ausschlaggebend sind?“

Die anschließende Diskussion bestätigte die Relevanz der angesprochenen Themen. Besonderen Widerhall fand die rechtliche Einschätzung Igstadts zum uneingeschränkten Antragsrecht. Deutlich wurde auch der Wille, die Möglichkeiten direkter politischer Partizipation von Migrantinnen und Migranten auszubauen. Die Veranstaltungsreihe wird am 11. November 2022 in Kassel fortgesetzt. Agah, dip 3

 

 

 

 

Blick nach Osten

 

Die deutsch-französischen Beziehungen befinden sich auf dem Tiefpunkt.

Liegt der Stein des Anstoßes in Deutschlands neuer Osteuropapolitik? Jacques-Pierre Gougeon

 

Die Verschiebung des für den 26. Oktober geplanten deutsch-französischen Ministerrats – ein seit der Schaffung dieses Gremiums in 2003 noch nie dagewesenes Ereignis – ist ein beunruhigendes politisches Zeichen, sowohl im Hinblick auf die deutsch-französischen Beziehungen selbst, da sich die Meinungsverschiedenheiten in letzter Zeit häufen, als auch für die Europäische Union, deren Fortschritte lange Zeit auf deutsch-französische Initiativen zurückgingen. Der Besuch des Bundeskanzlers in Paris am selben Tag kann diesen Eindruck nicht aus der Welt schaffen.

Sicherlich gab es schon immer Spannungen zwischen Frankreich und Deutschland. Doch heute, vor dem Hintergrund des Krieges in der Ukraine und seiner Folgen, treten die Spannungen zwischen beiden Ländern umso schärfer zutage, als die „deutsch-französische Führungsrolle“ innerhalb der Europäischen Union unter anderem von den baltischen Staaten und Polen, dessen Ministerpräsident sogar von einer „Oligarchie“ spricht, in Frage gestellt wird.

Das deutsch-französische Tandem ist durch Kritik von außen geschwächt, insbesondere weil es in der jüngsten Vergangenheit eine zu große Nähe zu Russland gepflegt hat. Es sollte sich nicht auch noch selbst von innen schwächen, mit dem Risiko, dass es implodiert und sich die Europäische Union spaltet. Wenn man die Berichterstattung in der deutschen Presse über den Europäischen Rat vom 21. und 22. Oktober liest, erkennt man, wie dringend mehr deutsch-französische Einigkeit wäre: Die Kommentare über den französischen Präsidenten sind harsch, nachdem er versucht hatte, den deutschen Kanzler zu isolieren, um ihn damit bei der Deckelung des Gaspreises zum Einlenken zu bewegen – was ihm jedoch nicht gelang.

Am 21. Oktober bemerkte Die Welt, der französische Präsident habe versucht, die Vorstellung für sich zu nutzen, dass innerhalb der Europäischen Union „Deutschland als reichstes und größtes Land mit einer speziellen historischen Verantwortung nicht eigensüchtig handeln“ dürfe und „in besonderem Maße zur Solidarität verpflichtet“ sei. Die Zeitung schrieb, Macron „musste im vergangenen Jahr lernen, dass sich ‚cher Olaf‘ vom Charme des Franzosen, seinen großen Gesten und der immerzu feierlichen Betonung der deutsch-französischen Freundschaft viel weniger beeindrucken lässt als die frühere Kanzlerin Angela Merkel“.

Aber über die aktuellen Meinungsverschiedenheiten hinaus muss man die gesamte Entwicklung in Deutschland betrachten, um zu verstehen, dass hier tiefgreifende Umwälzungen stattfinden, die über kurz oder lang die Gleichgewichte in Europa verschieben könnten. Die unmittelbaren Gründe für die Verstimmung sind bekannt. Sie betreffen zwei wesentliche Themen: die Verteidigung und die Energie.

Vor dem Hintergrund der Differenzen zwischen französischen und deutschen Herstellern stecken die gemeinsamen Verteidigungsprojekte fest, wie das Luftkampfsystem der Zukunft (FCAS) oder der Kampfpanzer der neuen Generation (MGCS). Die von Deutschland (ohne Frankreich) geführte Initiative, gemeinsam mit 14 EU-Staaten, die der NATO angehören, einen Flugabwehrschild mit amerikanischem und israelischem Gerät zu errichten, hat in Paris für Verwirrung und Irritationen gesorgt, da dies der angestrebten europäischen Souveränität zuwiderlaufe. Dieses Konzept sollte eigentlich auf beiden Seiten des Rheins das Gleiche bedeuten. Doch das scheint nicht der Fall zu sein.

Im Energiebereich stimmt Deutschland zwar grundsätzlich einem gemeinsamen Einkauf von Gas zu, lehnt aber weiterhin die Einführung einer Preisdeckelung ab. Doch diese Differenzen in einzelnen Teilbereichen, so wichtig sie auch sein mögen, müssen vor dem Hintergrund einer tiefergehenden Entwicklung betrachtet werden, die das gesamte Wesen der deutsch-französischen Beziehungen verändern könnte.

Denn Deutschland richtet seinen Blick zunehmend nach Osten. Ob es uns gefällt oder nicht: Dass sich Deutschland zunehmend seiner zentralen Stellung in Europa bewusst wird und es daher seinen Blick nach Osten richtet, relativiert seine Beziehung zu Frankreich. In seiner Prager Rede zu Europa am 29. August hat Bundeskanzler Scholz Frankreich nicht erwähnt, sondern darauf hingewiesen, dass sich mit der fortschreitenden Erweiterung der EU „das Zentrum Europas nach Osten verlagern wird“. Dies impliziere, dass „Deutschland als Land in der Mitte des Kontinents alles dafür tun wird, um Ost und West, Nord und Süd in Europa zusammenzuführen“.

Am 20. Oktober äußerte der bedeutende CDU-Politiker und ehemalige Bundestagspräsident Wolfgang Schäuble in einem Gastbeitrag in der Frankfurter Allgemeinen Zeitung: „Die Zukunft der Erweiterung findet geographisch im Osten statt, und die Vertiefung hängt politisch von den Osteuropäern ab.“ Das bedeute, dass es somit nicht ohne Polen gehe, da Polen – genau wie Frankreich – „eine zentrale wirtschaftliche, geographische sowie sicherheitspolitische Bedeutung“ hat.

Diese Position, die es bereits unter Angela Merkel gab, ist eine Grundströmung, die auch von Intellektuellen, insbesondere Historikern, vertreten wird. So meint der Politikwissenschaftler Herfried Münkler in seinem Buch Die Macht der Mitte. Die neuen Aufgaben Deutschlands in Europa, dass Deutschland aufgrund seiner wirtschaftlichen Stärke und seiner zentralen Position in Europa „eine quasi-institutionelle Ausgleichsrolle ausüben und die Verantwortung eines Vermittlers wahrnehmen“ müsse, insbesondere zwischen Ost und West. Interessanterweise war es Bundeskanzler Kohl, der bereits Anfang der 1990er Jahre die Osterweiterung ins Auge fasste, die dann auch bald auf die europäische Agenda gesetzt wurde. Diese Strategie ging am 1. Mai 2004 auf.

Geschickt hat Deutschland den Plan für den Beitritt der osteuropäischen Länder zur Europäischen Union mit dem der NATO-Osterweiterung gekoppelt, die Kohl bereits 1993 mit den USA diskutierte. Damit sollte der postsowjetische Raum an Deutschlands Grenzen stabilisiert werden. Damals stellte diese Schlüsselrolle Deutschlands keinen Widerspruch zu der starken deutsch-französischen Beziehung dar. Jetzt aber findet eine Verschiebung der tektonischen Platten statt. In jedem Fall muss die deutsch-französische Beziehung überdacht werden, ohne sie allerdings zu schwächen. IPG 2

 

 

 

 

 

Dänemark: Sozialdemokraten so stark wie seit 20 Jahren nicht

 

Die Dänen haben am Dienstag die Sozialdemokratische Partei mit der Bildung einer neuen Regierung beauftragt. Die Parlamentswahlen wurden als Vertrauensbeweis für den Umgang von Ministerpräsidentin Mette Frederiksen mit der Pandemie und ihre Führungsstärke während des Ukraine-Krieges und der Energiekrise gewertet.

Die Sozialdemokraten erhielten die stärkste Unterstützung seit mehr als zwei Jahrzehnten.

„Danke an alle Dänen, die uns ihre Stimme gegeben haben, das ist ein großer Vertrauensbeweis. Ich weiß, dass einige von Ihnen auf dem Weg dorthin Zweifel hatten“, sagte Frederiksen am frühen Mittwochmorgen.

In einer spannungsgeladenen Wahl stellten zwei unterschiedliche Hochrechnungen der größten Rundfunkanstalten des Landes bis zum letzten Moment in Frage, ob der regierende Linksblock seine Mehrheit behalten könnte.

Die Sozialdemokraten wurden mit 27,5 Prozent der Stimmen erneut die stärkste Kraft im Parlament.

Der Linksblock erhielt 87 Sitze im 179 Sitze zählenden Parlament, was ihm mit Unterstützung eines Mandats auf den Färöer-Inseln und zwei noch zu bestimmenden Sitzen in Grönland, einem souveränen Gebiet Dänemarks, das häufig linke Kandidaten wählt, eine Mehrheit verschaffen würde.

Eine Mehrheit für die linken Parteien dürfte ein Dilemma für Frederiksen darstellen, die für eine breite Koalition über die traditionellen linken und rechten Blöcke hinweg plädiert und argumentiert, dass in einer Zeit der internationalen Unsicherheit politische Einigkeit erforderlich sei.

Die Bildung einer breiten Koalition könnte sich jedoch als schwierig erweisen, da die meisten ihrer linken Verbündeten eine rein linke Regierung vorziehen würden.

Frederiksen hat das Land durch eine der chaotischsten Amtszeiten geführt, die eine dänische Regierung seit Jahrzehnten erlebt hat, und musste sich mit einer Pandemie, einer steigenden Inflation und geopolitischer Unsicherheit auseinandersetzen.

Die Wahl fand nur einen Monat nach der Sabotage zweier Pipelines statt, die Gas von Russland durch dänische Gewässer nach Deutschland transportieren, was bei den Dänen ein noch nie dagewesenes Gefühl der Unsicherheit auslöste.

„In Dänemark haben wir uns viele Jahre lang an den Fortschritt gewöhnt. Jetzt sehen wir uns mit Schwierigkeiten konfrontiert, und mit dem Krieg in Europa, der Energieknappheit, der Inflation und den klimatischen Herausforderungen kommen die Krisen zusammen“, sagte Frederiksen.

Sie sagte, sie werde der Königin am Mittwoch den Rücktritt ihrer Ein-Parteien-Regierung vorlegen und versuchen, eine breite Regierung zu bilden.

Sie könnte Verhandlungen mit dem ehemaligen Ministerpräsidenten Lars Lokke Rasmussen und seiner neuen bündnisfreien Zentrumspartei, den Moderaten, aufnehmen, die sich ebenfalls für eine Koalition der etablierten Parteien eingesetzt haben.

Zu den linken Parteien, auf die sich Frederiksen bei der Bildung einer neuen Regierung verlassen kann, gehören die Sozialistische Volkspartei, die Rot-Grüne Allianz und die Sozial-Liberale Partei, die früher von der EU-Wettbewerbskommissarin Margrethe Vestager geleitet wurde.

Oppositionsführer Jakob Ellemann-Jensen von der Liberalen Partei räumte am frühen Mittwoch eine Niederlage ein. Seine Partei verlor 19 ihrer 43 Sitze im Parlament. EA 2

 

 

 

Frankfurt/M. Der Auftakt des Festivals „Verso Sud“

 

Liebe Festivalinteressierte, vor wenigen Stunden ging der Festivalkatalog für die 28. Ausgabe von VERSO SUD, die von 25.11. bis 7.12. im Kino des DFF in Frankfurt stattfinden wird, in den Druck - es wird trotz Expressdruck noch ein paar Tage dauern, bis der gedruckte Katalog bei uns ausliegt, aber ein PDF des Katalogs mit dem gesamten Festivalprogramm und Texten zu allen Filmen finden Sie vorab nun auch online unter diesem Link: https://www.dff.film/wp-content/uploads/2022/11/dff_versosud28_programmheft-2022_WEB.pdf

 

Der Auftakt des Festivals steht diesmal ganz im Zeichen der schreibenden Zunft: Nachdem Regisseur Andrea Segre kurz vor Katalogdruck wegen verlängerten Dreharbeiten leider absagen musste, freuen wir uns sehr, dass zur Eröffnung am 25.11. stattdessen der Drehbuchautor Marco Pettenello den gemeinsamen Film WELCOME VENICE vorstellen wird. Am 26.11. wird wie geplant die Drehbuchautorin Valia Santella mit ARIAFERMA zu Gast sein. Als weiteren Gast begrüßen wir am 2.12. und 3.12. den deutschen Regisseur Eckhart Schmidt als Mitwirkenden beim Dokumentarfilm ITALO DISCO zu einer kurzen Einführung.

Der Ticketverkauf für alle Filme des Festivals startet wie angekündigt diesen Mittwoch, 9.11., um 15 Uhr sowohl online als auch an der Kinokasse. Reservierungen sind ebenfalls möglich, müssen aber wie in den letzten Jahren bis zwei Tage vor der Vorführung abgeholt werden.

 

Empfehlung: Passend zur diesjährigen Hommage an Monica Vitti ist am Tag des VVK-Starts auch in einer anderen Reihe bei uns ein Film mit Monica Vitti zu sehen - Sie können den Verso-Sud-Ticketkauf also auch mit einem Kinobesuch verbinden und am Mittwoch, 9.11., um 18 Uhr bei uns die französisch-italienische Co-Produktion LE FANTÔME DE LA LIBERTÉ (Das Gespenst der Freiheit, 1974) von Luis Buñuel im französischen Original mit deutschen Untertiteln erleben (weitere Infos: https://www.dff.film/kino/kinoprogramm/filmreihen-specials-november-2022/lecture-film-luis-bunuel/).

 

Wir wünschen viel Freude beim Stöbern im Festivalkatalog und melden uns über diesen Newsletter mit Hinweis und Link, sobald der Online-VVK freigeschaltet ist! Verso Sud, de.it.press