Webgiornale  19 agosto - 1 settembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migranti, Von der Leyen: "Solidarietà non è unilaterale"  1

2.       Mediterraneo: un mare dove il disordine regna sovrano  1

3.       Dialoghi e molologhi (διάλογος ή μονόλογος) 2

4.       In Germania l’integrazione funziona: più del 40% dei rifugiati ha un lavoro  2

5.       Come in Germania lo Stato aiuta la famiglia  2

6.       L’Ambasciatore Mattiolo intervistato da “Il Messaggero”. “Sui migranti la Germania può essere alleata dell'Italia”  2

7.       Von der Leyen a Conte: «Bisogna rivedere criteri di ripartizione dei migranti» in Europa  3

8.       Gli italiani all’estero nell’Annuario della Farnesina  3

9.       L'impatto del Civilian Compact. L’Europa civile: le missioni Ue e il contributo dell’Italia  3

10.   Crisi. Garavini (PD): "Governo scappa da manovra. Spavaldi sulle spiagge, codardi davanti alle responsabilità"  4

11.   La “grande madre” dell’emigrazione italiana in Germania: Teresa Baronchelli 4

12.   Marcinelle. Il contributo “prezioso” degli italiani all’estero  4

13.   Giovanni di Lorenzo, l’italiano che dirige «Die Zeit», intervistato dal Corriere della Sera  5

14.   Il “Mercatino Italiano” ad Heilbronn dal 29 agosto a domenica 1settembre  6

15.   Il 22 agosto all’Ambasciata d’Italia a Berlino l’incontro sul sistema scolastico tedesco  6

16.   Estate italiana a Berlino. Concerti in Ambasciata dal 19 al 30 agosto  6

17.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

18.   A Monaco di Baviera un nuovo sistema per la richiesta del passaporto  8

19.   La Gallerie Nazionali Barberini Corsini a Berlino  8

20.   Linnemann: “I bambini che non parlano tedesco non dovrebbero essere ammessi alle elementari”. È bufera  9

21.   A Friburgo consegnati di diplomi di italiano  9

22.   Il programma “Genitori attivi” della Associazione “Refugio” a Monaco di Baviera  9

23.   Concorso di scrittura: “Wikipedia in italiano a Berlino”  10

24.   Al consolato di Dortmund la mostra “Visioni oltre la terra” fino al 6 settembre  10

25.   Il nuovo premier 'politically incorrect''. Johnson premier: tra la Brexit e il trionfo del ‘trumpismo’ 10

26.   Il Ministro dell’Economia Tria: “La fuga di cervelli all’estero ci costa 14 miliardi di euro”  11

27.   L’opportunità  11

28.   La Camera riduce a 18 anni l’elettorato attivo del Senato  11

29.   “Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità”  11

30.   Crisi d’identità  12

31.   63 anni fa il disastro di Marcinelle, una tragedia simbolo della storia del lavoro italiano nel mondo  12

32.   Disoccupazione ai minimi dal 2012  12

33.   Intervista al Ministro Enzo Moavero. Migranti, il piano italiano  13

34.   Considerazioni ispirate dal 'caso Gozi'. Privazione della cittadinanza italiana e cittadinanza dell’Ue  13

35.   Lo stato occupazionale  14

36.   Geografie umane  14

37.   Schiavone (Cgie) al governo: E’ora di agire! 14

38.   Il ministro Luigi Di Maio ha incontrato a Roma il ministro federale tedesco degli Affari Economici Peter Altmaier 15

39.   Paese diverso  15

40.   Panel tematici: “Italiani all’estero, una storia di successo”  15

41.   Il rimborso della tassazione delle pensioni pagate all’estero  16

42.   Cgie: promozione della lingua e cultura italiana  16

43.   L’audizione del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali 16

44.   Le carte in tavola  17

45.   MAECI: pubblicato l’annuario statistico 2019  17

46.   La situazione del personale della rete diplomatica e consolare  17

47.   Italia povera  18

48.   Il castello di fake-news costruito da Lega e 5Stelle  18

49.   L’audizione dei rappresentanti del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero  18

50.   Nuova Repubblica?  20

51.   La falsificazioni del MAIE sulla cittadinanza  20

52.   Premi alla traduzione di opere italiane in lingue straniere  20

53.   Erasmus+: corsi di lingua gratuiti attraverso la piattaforma online OLS  20

54.   Il concetto di “residenza fiscale”  21

55.   Voto all’estero. Il DDL del senatore Petrocelli (M5S) alla Commissione Affari Costituzionali 21

56.   Fuga dei cervelli all’estero: “vera emergenza italiana” che richiede “rimedi adeguati”  21

57.   Guglielmo Picchi sulla carta di identità elettronica per i connazionali residenti all'estero  21

58.   "Chiarimenti sul rimborso della tassazione delle pensioni Inps pagate all'estero"  22

59.   Il dibattito all’audizione del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali 22

60.   Tedeschi troppo diretti e italiani che non arrivano al dunque? La comunicazione tra due culture diverse  23

61.   Online il questionario sulla vita dei residenti all’estero  23

62.   Interrogazione sull’assegnazione del personale necessario all’avvio delle attività scolastiche all’estero  23

 

 

1.       Italien. „Den Sieg noch nicht in der Tasche“  24

2.       70 Jahren Genfer Konventionen. Rund um die Welt wird das humanitäre Völkerrecht mit Füßen getreten  24

3.       Die Armut des Antipopulismus  25

4.       Wissenschaftler. Italien will Seenotretter kaputtmachen  26

5.       „Realistischer Antikapitalismus statt moralische Umerziehungsversuche“  26

6.       Restitution ist nicht alles. Afrikaner fordern neue Ära der kulturellen Kooperation mit Europa  28

7.       Klima als Verliererthema  28

8.       Mosambik: Unterzeichnung eines historischen Friedensabkommens  29

9.       Rechtsexperte: Seenotrettung ist zunächst eine Staatspflicht 29

10.   Europas Nabelschau begünstigt Russland  29

11.   Neue Ziele: Globale Wanderungsbewegungen  30

12.   Interview. Politikberater Knaus: Den tödlichen Magneteffekt Europas reduzieren  30

13.   Soziale Demokratie. Zurück zu den Wurzeln  31

14.   Für unsere demokratischen Alternativen streiten  32

15.   Tickende Zeitbombe  32

16.   Studie. Anteil der Schulabgänger ohne Abschluss nimmt zu  32

17.   Gesetzliche Neuregelungen im August 2019. Starke-Familien-Gesetz, Gute-Kita-Gesetz und höheres BAföG  33

18.   Arbeitsmarkt. Asylbewerber finden immer häufiger Arbeit 33

19.   Langzeitstudie: Immer mehr Deutsche sorgen sich um Klima und Umwelt 33

20.   Studie. Arme Kinder werden zunehmend abgehängt 34

 

 

 

 

Migranti, Von der Leyen: "Solidarietà non è unilaterale"

"Grande scambio con il premier italiano Giuseppe Conte, su competitività, migrazioni, crescita economica, innovazione e lavoro, specialmente per le regioni in cui il sostegno per rimettersi al passo. All'Ue ed all'Italia serve lo spirito di Alcide De Gasperi". Lo ha scritto su twitter la presidente eletta della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dopo l'incontro a Palazzo Chigi con il premier Conte. "Un primo e proficuo incontro", incentrato su "crescita, lavoro, mezzogiorno, ambiente, migrazione: temi per un’Europa più vicina ai cittadini", ha reso noto dal canto suo il premier in un post.

 "L'incontro - ha scritto successivamente Conte - ha costituito un’ottima occasione per avere uno scambio di vedute sulla nuova legislatura europea che si appresta a entrare nel vivo. Ho avuto modo di ribadire alla neo-Presidente quali sono le priorità dell’Italia, un grande Paese fondatore dell’Unione europea, che in questo nuovo ciclo istituzionale vuole giocare un ruolo da protagonista".

"L’Italia -sottolinea- rivendica un portfolio economico di primo piano, adeguato alle ambizioni e alle responsabilità che siamo pronti ad assumerci. C’è bisogno di un cambio di passo in Europa. La lista delle nostre priorità è molto chiara: crescita economica e sviluppo sociale, politiche attive per il lavoro, in particolare a favore dei nostri giovani, incisivi piani di intervento per le aree più disagiate come il nostro Mezzogiorno. Per il rilancio del nostro Sud pretendiamo il pieno sostegno dell’Europa".

"Ho inoltre riaffermato -prosegue- la nostra posizione sul tema dei flussi migratori, sulla modifica del Regolamento di Dublino per una gestione più efficace, che non può ricadere esclusivamente sulle spalle dei Paesi di primo arrivo. Abbiamo poi affrontato il tema del cambiamento climatico, della protezione della biodiversità: l’Europa deve assumere una posizione di leadership per affrontare queste sfide".

"Occorre riavvicinare l’Europa ai bisogni reali delle persone -rimarca il premier- e rendere ancora più efficaci le Istituzioni europee per evitare il rischio che la sfiducia e la disillusione prevalgano nei cittadini. Vogliamo che le decisioni delle Istituzioni europee siano, e vengano percepite come, sempre più chiare e trasparenti; vogliamo valorizzare ancor più il ruolo del Parlamento europeo dove siedono i rappresentanti eletti direttamente dai cittadini. Su tutti questi temi -conclude- ho garantito alla neo-Presidente che potrà contare sulla mia collaborazione".

L'ex ministra della Difesa tedesca è impegnata in un tour delle capitali europee per preparare il programma della sua Commissione e la composizione del suo collegio, che vorrebbe essere formato per la metà da donne.

VON DER LEYEN - Prima dell'incontro, la presidente Von der Lynen ha parlato di migrazione: "Vorrei proporre un nuovo patto per le migrazioni e l'asilo: abbiamo bisogno di una nuova soluzione, di una nuova boccata d'aria e questo fa parte del nostro mondo globalizzato".

"Sono consapevole che Paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovano in una posizione geograficamente più esposta, sono in prima linea" rispetto alla sfida dei flussi migratori, "di questo dovremo tenere conto", ha sottolineato ancora Von der Leyen. "E' fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale - ha sottolineato - ma se collaboriamo insieme certamente riusciremo a trovare delle soluzioni per il futuro".

Sul tema dei flussi migratori, spiega ancora, "è certamente necessario rivedere il concetto di suddivisione, ripartizione dell'onere". "Noi vogliamo che le nostre procedure siano efficaci, efficienti. Certamente - ha riconosciuto - non è un compito facile da realizzare, ma abbiamo tutti capito che non esistono soluzioni facili né tantomeno risposte facili, soprattutto quando si tratta di una condivisione dell'onere. E' certamente necessario rivedere il concetto di suddivisione, di ripartizione dell'onere".

"Il mio obiettivo politico primario è superare le divisioni nord-sud, est-ovest, Paesi piccoli-grandi. Un'Ue unita ha bisogno di un'Italia forte e prospera e certamente credo che ci sia molto da fare", ha detto. "Sono qui per ascoltare, ma anche per fare domande - ha continuato - per chiedere l'appoggio dell'Italia. L'Ue è il meglio che il nostro continente abbia mai avuto, ma ha bisogno di investimenti, tempo, energia". Secondo la presidente eletta della Commissione, bisogna "offrire una risposta forte unita a tematiche come cambiamenti climatici, migrazioni, digitalizzazione, cambiamento demografico".

"Se le situazioni si complicano, sappiamo di poter contare su una comunità forte, che è quella a cui pensava e che sognava Alcide De Gasperi", ha concluso von der Leyen, ricordando che l'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Ue, "è veramente la culla dell'Europa, rappresenta la pietra miliare del concetto di Europa, lo era a suo tempo ed è vero ancora oggi".

La presidente eletta della Commissione europea sollecita quindi "iniziative più ambiziose" sui cambiamenti climatici. "Io vorrei - dice - che l'Europa fosse il primo continente neutro nel 2050. E' un obiettivo molto ambizioso, sono consapevole il tempo è poco ed è prezioso. Dobbiamo quindi agire, ma che credo ci sono anche tanti aspetti positivi per quanto riguarda le nuove tecnologie ecologiche pulite. Ma dobbiamo poter coinvolgere tutti in questa nuova politica, cercheremo di introdurre un fondo di transizione per aiutare quelle regioni più colpite dalla transizione". Adnkronos 2

 

 

Mediterraneo: un mare dove il disordine regna sovrano

Se la terra, come diceva Carl Schmitt, è il regno del diritto, il mare invece rivela, sempre più, la sua natura anarchica. Ad essere uno spazio senza regole è il mare nella sua globalità, ma soprattutto il Mediterraneo allargato, spazio geopolitico di interesse italiano comprendente Mediterraneo, Mar Nero, Mar Rosso e Golfo Persico, oltre ai relativi choke points come Hormuz e Bab el Mandeb. Alle ricorrenti questioni sul Sar dei migranti e sulle trivellazioni del Mar di Levante, si è aggiunta una pericolosa spirale di sequestri di navi mercantili, anche da parte di Russia e Ucraina, che sembrano inficiare i principi della libertà di navigazione.

Insomma, una marittimizzazione strisciante di dispute e conflitti che vede la Gran Bretagna ricoprire assertivi ruoli marittimi, in sintonia con gli Usa, mantenendo anche, nonostante l’imminente Brexit, un piede nell’Unione europea. Valgano per tutti, le posizioni britanniche contro le pretese energetiche turche e, ora, la proposta di lancio di un’operazione europea dedicata alla protezione del traffico passante per Hormuz.

Guerra al traffico marittimo

Belligeranti e neutrali sono, sul mare, attori che agiscono durante i conflitti secondo regole di condotta volte a contemperare i propri opposti interessi: il traffico neutrale è protetto, anche durante il passaggio negli stretti, a condizione che non sia ostile. Simile lo scenario del tempo di pace, quando in alto mare tutti gli Stati godono di pari diritti e l’interferenza dei Paesi costieri verso la libera navigazione negli stretti è vietata, a meno di violazione della propria integrità territoriale.

Il sequestro operato da Londra nelle acque spagnole di Gibilterra della petroliera Grace 1 (di bandiera panamense ma riconducibile a interessi iraniani) diretta in Siria, costituisce un precedente inedito: l’applicazione delle sanzioni Ue contro la Siria, in assenza di risoluzioni Onu, sembra non suscettibile di applicazione in mare. Altrettanto inquietante è la contromisura del sequestro iraniano della Nave britannica Stena Impero mentre era in transito nelle acque internazionali di Hormuz, trattandosi di pretesa giurisdizione extraterritoriale.

Operazione navale Ue

Impossibilitata ad addivenire a una soluzione diplomatica con l’Iran, Londra prova a giocare la carta dell’Ue proponendo una missione navale di protezione dei mercantili in passaggio da Hormuz. Si ipotizza che si realizzi una sorta di cooperazione rafforzata, forse a guida franco-britannica, cui darebbero sostegno, oltre all’Italia, Polonia, Spagna, Danimarca ed Olanda, nonché la Norvegia.

La proposta è in sé più che legittima perché conforme al diritto delle navi da guerra di tutelare il naviglio commerciale di bandiera. Il problema è che si tratta di una misura preventiva, cui non fa riscontro quel provvedimento iraniano di interdizione globale del passaggio nella via d’acqua che negli anni passati, dopo la Guerra del Golfo, è stato a più riprese minacciato ma mai attuato.

Insomma, la questione, da bilaterale che era, si internazionalizza con tutti i rischi di aggravamento occasionale e senza che le Nazioni Unite abbiano adottato alcuna decisione. Oltretutto, la Russia si è già affacciata sul Golfo, svolgendo esercitazioni navali con l’Iran. Forse per questo, la Germania appare riluttante a partecipare sia alla missione europea, sia alla coalizione di volenterosi a guida statunitense.

Tra l’altro, nessun Paese ha mai definito con l’Iran misure di confidenza reciproca per evitare incidenti in mare, quando invece gli incontri ravvicinati tra Forze navali straniere e unità iraniane (comprese quelle dei Pasdaran) sono ad Hormuz sempre più numerosi.

Questione Azov

Anche Russia ed Ucraina hanno ingaggiato un conflitto marittimo a bassa intensità riguardante sia il traffico nello Stretto di Kerch tra Mar d’Azov e Mar Nero, sia il controllo delle acque antistanti la penisola della Crimea sotto amministrazione russa.

Il 25 luglio, Kiev ha sequestrato nel porto di Ismail del Mar Nero una petroliera russa sostenendo avesse svolto un ruolo nel fermo, avvenuto nel 2018, di tre proprie unità militari in transito nello stretto. Mosca, aveva allora arrestato, per presunte violazioni della sovranità russa, 24 marinai ucraini, ad oggi non ancora scarcerati, nonostante l’ordine impartito dal Tribunale internazionale del diritto del mare.

Anche in questo caso, il conflitto russo-ucraino ha assunto una spiccata connotazione marittima. Di positivo c’è tuttavia che la definizione di tutte le questioni relative alla sovranità sulle acque costiere  della Crimea  e sul regime di transito nello stretto è stata rimessa nel 2016 dall’Ucraina ad un Tribunale arbitrale, avanti al quale Mosca si è regolarmente costituita per far valere le sue ragioni.

Ambizioni turche

Lo scorso 22 luglio Ankara ha annunciato la sospensione dell’accordo con l’Ue (che non ha mai assunto una specifica veste formale) sull’accoglienza – dietro contropartite economico-politiche – dei migranti soccorsi in acque greche e respinti sul suo territorio da Frontex.

L’iniziativa appare essere una reazione alla politica dell’Ue in favore delle pretese cipriote sulla Zona economica esclusiva (Zee) circostante l’Isola che comprende le coste della sedicente Repubblica Turca di Cipro del Nord.

Stati Uniti, Gran Bretagna ed Ue appoggiano le rivendicazioni cipriote come mezzo per diminuire la dipendenza energetica europea dalla Russia. La Turchia, non volendo rimettere la disputa a un organo di giurisdizione, ricerca forme asimmetriche di confronto navale nella Zee contesa; ora è da attendersi anche un incremento di partenze dalle sue coste, verso l’Italia, di migranti irregolari.

A chi giova il disordine

L’ambigua formulazione di molte norme marittime è il fattore sfruttato da tutti quegli Stati che in mare conducono una loro politica di fatti compiuti. La controprova l’abbiamo nel settore del Sar mediterraneo dove l’Italia, con il sostegno di Malta, cerca di introdurre regole come quelle di recente proposte per creare zone franche di sbarco delle persone salvate, in deroga al sistema di Dublino. Ma nulla si dice e si fa nelle organizzazioni internazionali per adattare il sistema del Sar alle emergenze migratorie.

Insomma, l’anarchia dei mari giova a chiunque, attori statali e non, voglia svincolare la sua attività da regole rigide. Ma non certo conviene all’Italia che ne ha tutto da perdere e che sconta la sua arrendevolezza in casi di minaccia agli interessi nazionali. Meglio allora per l’Italia, piuttosto che stare alla finestra,  partecipare a missioni navali in un’area come il Golfo di consolidata presenza, magari concorrendo ad applicare  i piani operativi in modo non provocatorio: la coscienza della marittimità del Paese si rafforzerà e ne beneficerà il nostro profilo internazionale. Fabio Caffio, AFFint 4

 

 

 

 

Dialoghi e molologhi (διάλογος ή μονόλογος)

Se non è vera è ben trovata. Adattissima al personaggio (ma non soltanto a lui). Viene attribuita ad un certo signor Salvini la frase: «Noi dialoghiamo con tutti quelli che la pensano come noi».

La derivazione del termine "dialogare" è sicuramente nota ai più, διάλογος, διά= fra, λογος= discorso. Non cosí sembra il significato attuale. A meno che sia anche questo un risultato del "newspeach", - cioè il capovolgimento orwelliano del significato - dialogare ha sempre significato confrontare opinioni diverse, o almeno informazioni, e conoscenze non comuni fra i parlanti. Dialogare con chi ha le stesse opinioni più che un "dialogo" è una somma di "monologhi" identici, dunque un atto perfettamente inutile poiché non aggiunge nulla a quanto i parlanti già sanno. Inutile e dannoso, poiché riconferma le opinioni esistenti, che possono essere errate. Goebbels insegna che a forza di ripeterle, le menzogne diventano verità. Lo stesso vale per le opinioni diffuse, quelle che i francesi chiamano "idées reçues". È ovviamente il risultato del "pensiero unico", detto con un volgar anglicismo l'eco del pensiero "mainstream", laddove mi appare rischioso addirittura parlare di "pensiero" poiché pensare è un'attività cognitiva che richiede un certo sforzo intellettuale ed una apertura mentale, cosa che nel caso specifico mi sembra di poter del tutto escludere.

Se finisse tutto col signor Salvini poco male, questo neo-Masaniello farà probabilmente la stessa fine del suo noto predecessore. Grave invece è che sono (e ammetto: siamo) in molti a commettere l'errore di cercare spesso il dialogo soltanto con coloro che la pensano più o meno come noi e rifiutarci al confronto con quelli che hanno idee diverse e soprattutto sconfortanti o rivoltanti.

Certo il confronto dialogico "non autoritario" à la di Jürgen Habermasà, resta nella stragrande maggioranza dei casi utopia, ma lo scadimento in tutto il mondo della democrazia all'attuale miserabile finzione e l'avanzare del fanatismo sono esattamente la conseguenza di una mancanza di confronto in cui si accetta l'ida diversa e l'interlocutore non viene squalificato soltanto perché appunto "non la pensa come noi". Anche perché, come dice il proverbio arabo, nessuno possiede la verità intera: Non dire mai "Ho trovato LA verità", ma di piuttosto "ho trovato UNA veritá".

E forse, mettendo insieme tante verità parziali ci si può avvicinare un pochino alla Verità totale (ammesso che esista).

Graziano Priotto - Praga/Costanza, de.it.press

 

 

 

In Germania l’integrazione funziona: più del 40% dei rifugiati ha un lavoro

Berlino – La Germania che rallenta ha un nuovo alleato per ripartire economicamente: i rifugiati. Secondo uno studio dello Iab (Institut für Arbeitsmarkt und Berufsforschung), l’Istituto federale di ricerca sul mercato del lavoro di Norimberga, l’integrazione dei rifugiati nel mondo del lavoro tedesco funziona meglio di quanto era stato previsto dopo l’ondata di fine 2015 e inizio 2016, quando nel Paese, in pochi mesi, arrivarono circa di 880mila migranti, la maggior parte richiedenti asilo dalla Siria flagellata dalla guerra.

«Oggi possiamo dire con certezza che più del 40% dei rifugiati che vivono in Germania hanno un’occupazione», ha spiegato ai media tedeschi il ricercatore dello Iab, Herbert Brücker. In base allo studio dello Iab, il sistema del mercato del lavoro tedesco entro cinque anni riesce ad integrare completamente un rifugiato su due. L’analisi rivela che nel 2019 quasi 400mila rifugiati tra i 15 e i 64 anni in Germania hanno un impiego. Un incremento sensibile rispetto all’anno precedente. Ad agosto del 2018 i rifugiati integrati nel mondo del lavoro erano circa 320mila.

I settori del mercato del lavoro dove trovano più facilmente un’occupazione, sempre secondo lo Iab, sono la gastronomia e la ristorazione, ditte per la pulizia, edilizia, assistenza sanitaria e sociale. Ma non mancano le “eccellenze”. Sono in aumento anche i dati relativi agli operai specializzati ma anche ai medici, ingegneri e informatici. Cosa ha reso possibile questa inattesa e rapida integrazione dei rifugiati in Germania? La risposta è scontata: un mercato del lavoro fondato sul cosiddetto sistema duale introdotto dai primi anni del 2000.

Il sistema si ispira a un principio molto semplice valido per ogni tipo di occupazione dalla più qualificata a quella meno retribuita: in Germania non accedi al mondo del lavoro se prima non hai realizzato un periodo di apprendistato e formazione presso un’azienda. Il sistema mette continuamente in relazione scuole superiori, università e aziende in cerca di lavoratori. La formazione ovviamente in questo caso è rivolta soprattutto agli studenti che frequentano scuole superiori ed università ma anche lo Stato federale, attraverso l’Agenzia federale del lavoro (Arbeitsagentur), con la collaborazione di Länder e Comuni, mette a disposizione corsi di formazione gratuiti per i rifugiati che prevedono anche corsi di lingua tedesca. Secondo l’agenzia federale per il lavoro «nel 2018 si è registrato un aumento del 14,8% del numero dei rifugiati che hanno frequentato corsi di formazione». Nel 2018, si legge tra i dati ufficiali forniti dall’Arbeitsagentur, per esempio solo i siriani e gli afghani richiedenti asilo iscritti ai corsi di formazione in tutto il Paese sono stati 13.900. Nel 2017 erano stati meno di 10mila. Per il 2019 si attende un ulteriore incremento.

Il governo di Berlino dopo il 2016 ha cambiato radicalmente la sua strategia in materia di accoglienza dei rifugiati. Ha inserito quote obbligatorie per gli arrivi dei richiedenti asilo, ha rafforzato i controlli alle frontiere, ha introdotto una nuova legge sull’immigrazione che favorirà soprattutto gli immigrati qualificati. Ma la Germania sta vincendo la sua sfida nell’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo. Secondo lo Iab e molti economisti la loro integrazione nel mercato del lavoro potrà produrre molti benefici all’economia del Paese nel breve e medio periodo, creando aumento della ricchezza, dei consumi ma anche in termini di Prodotto interno lordo. Vincenzo Savignano, Avvenire 9

 

 

 

 

Come in Germania lo Stato aiuta la famiglia

 

Berlino - “In Germania i genitori hanno un alleato nella crescita dei figli fino ai venticinque anni: lo Stato. Se infatti la sfera affettiva resta prerogativa dei genitori, lo Stato provvede mensilmente a rimpinguare le loro tasche – un sostegno necessario, verrebbe da dire con i dati dello Statistiches Bundesamt (l’Ufficio federale di statistica) alla mano: ogni figlio costa più di 160mila euro dalla nascita alla maggiore età, una somma che destabilizzerebbe qualsiasi neo genitore tedesco con un reddito medio, se non fossero a disposizione sussidi e sgravi fiscali a rendere la spesa più sostenibile”. Ne scrive Giulia Zeni su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“Gli aiuti federali alle famiglie si muovono su due binari paralleli: l’assegno familiare (Kindergeld, letteralmente: soldi per i figli) o la riduzione dell’imponibile (Kinderfreibetrag).

I genitori, indipendentemente dal loro reddito, ricevono 204 euro per il primo e per il secondo figlio, 210 per il terzo, e per ogni ulteriore figlio fino ai 18 anni si avranno 235 euro o, in alternativa, avranno diritto a una riduzione dell’imponibile su base annua di 7.428 euro. L’importante è che i genitori facciano richiesta per il Kindergeld alla Familienkasse e che nella dichiarazione dei redditi vengano specificate le spese scolastiche; sarà poi l’Ufficio delle finanze a stabilire quale delle due strade convenga di più alla famiglia.

Nel caso poi in cui il figlio frequenti l’università o inizi un apprendistato, l’assegno familiare viene garantito fino al venticinquesimo anno del ragazzo, ma a certe condizioni. Nella fattispecie, non possono passare più di quattro mesi fra un ciclo di studio e il successivo (ad esempio, fra la laurea triennale e la specialistica) e, nel caso in cui il giovane non venga accettato all’università o per l’apprendistato, va documentato il suo impegno con copia delle candidature ed eventuali lettere di respingimento.

Se l’impegno non c’è, se alla fine del primo ciclo di studi un giovane partisse per il giro del mondo senza essersi prima preoccupato del prosieguo degli studi, il diritto all’assegno famigliare verrebbe meno.

Non sarebbe sospeso, invece, se il figlio frequentasse un corso di lingua all’estero o se partisse per un anno di servizio civile, ma verrebbe sospeso nel caso di un campo lavoro estivo: non sono in pochi i tedeschi a partire per raccogliere frutta o tosare le pecore in Australia.

Molto interessante, specie facendo un raffronto con l’Italia, è il fatto che dal 2012 in Germania gli assegni familiari vengano dati anche nel caso in cui il figlio studi e lavori insieme, risparmiando così alle famiglie i calcoli relativi alla soglia massima di guadagno oltre la quale il figlio non risulterebbe più a carico. Certo, il lavoro non deve superare le venti ore settimanali, oltre le quali lo studio passerebbe in secondo piano, o i settanta giorni per lavori estivi o occasionali, nel qual caso la soglia delle venti ore non gioca alcun ruolo.

E se il figlio è sposato? Nemmeno in questo caso il sussidio è negato, indipendentemente da quando guadagni il coniuge. E se a diciott’anni lascia il nido e va a vivere da solo o in un appartamento condiviso? Nemmeno in questo caso – anzi, a fine anno l’imponibile dei genitori viene abbassato di 934 euro.

Ma se il figlio ha problemi con la giustizia e finisce in prigione? Ecco, in questo caso lo Stato non ha pietà. Decurtazione totale.

Un panorama che nel complesso suscita invidia in molti Paesi europei e in Italia in particolare, dove l’assegno familiare, riservato alle sole famiglie con reddito basso, è di poche decine di euro al mese e dove il costo del mantenimento di un figlio dalla nascita alla maturità è di oltre 275mila euro”. (aise/dip 9

 

 

L’Ambasciatore Mattiolo intervistato da “Il Messaggero”. “Sui migranti la Germania può essere alleata dell'Italia

 

Berlino - L’Italia e la Germania: amore, odio o indifferenza? Da otto mesi a Berlino come ambasciatore italiano, Luigi Mattiolo si è già fatto un'idea molto chiara di quanto siano forti i rapporti tra i due paesi europei. Forti e necessari, visto che condividiamo scambi commerciali da centinaia di miliardi di euro. E non c'è patto franco-tedesco che possa incrinarli. Il diplomatico è a Roma per la Conferenza degli ambasciatori e delle ambasciatrici, un incontro organizzato dalla Farnesina e considerato strategico per la politica estera del nostro Paese. 

Ambasciatore, l'Italia non rischia l'isolamento in Europa vista la stretta vicinanza tra Parigi e Berlino?

«La coalizione franco-tedesca ha radici storiche profonde, si deve pensare allo sforzo di conciliazione e riconciliazione tra i due paesi dopo la guerra. Ma, devo dire, che in questi primi mesi molto intensi di lavoro, ho avuto innumerevoli occasioni per rilevare quanto forte e condiviso nei vari ambienti, sia il desiderio di coinvolgere l'Italia e di allargare il rapporto anche tra Roma e Parigi».

In quale ambito?

«Soprattutto quando si affrontano i nodi per il sistema produttivo europeo, quando si parla di intelligenza artificiale, di mobilità elettrica, e di tutti quei settori dove ci si preoccupa di creare le premesse perché emergano quei giganti economici che possano competere su scala globale con la Cina e con gli Stati Uniti. In Germania abbiamo circa 800 mila italiani registrati. C'è una forte emigrazione giovane - ahimè - di persone molto qualificate nei settori dell'economia e dell'industria creativa».

L'idillio, però, sembra finire quando si tratta di affrontare la questione migratoria.

«L'argomento è molto divisivo. L'Italia è stata lasciata sola. Loro non sono vulnerabili come noi, non hanno frontiere marittime da proteggere. Anche se, come è emerso dall'incontro di Helsinki, è cresciuta la consapevolezza che la Ue non ha una politica migratoria, ma ha unicamente una politica che riguarda la gestione dei richiedenti asilo. E chiaro a tutti che la legislatura europea che si apre in questi mesi dovrà affrontare il tema seriamente. L'Italia può trovare nella Germania un forte alleato, non è sola in Europa».

Però, nel caso del comandante della Sea Watch3, la giovane tedesca Carola Rackete, sembra essere riemerso un forte sentimento anti-italiano.

«Questo è stato un caso clamo- roso. Leggendo gli articoli e le prese di posizione degli opinionisti tedeschi è sempre stato detto che il salvataggio in mare è un dovere, ma che da qui a pensare che possa scaturire la facoltà di contravvenire a delle leggi, ne passa parecchio. La Germania è un paese particolarmente legalitario. Non c'è stata nessuna sovrapposizione, nessuna confusione, tra l'idea del salvataggio di persone in difficoltà e l'idea che le leggi potessero essere facilmente contravvenute sulla base di un impulso etico, di natura diversa. A prescindere dalla pancia o dall'eco mediatico che c'è stato».

In che modo la crisi economica che la Germania sta vivendo potrà incidere sul nostro Paese?

«Berlino è il nostro primo partner commerciale, parliamo di 130 miliardi di euro nel 2018 con l'8 per cento di aumento in questi mesi. Esiste un innegabile rallentamento economico che loro definiscono a breve termine e attribuiscono soprattutto alle incertezze del mercato legate alle minacce delle guerre commerciali. Noi guardiamo con grandissima attenzione a questo andamento, anche perché abbiamo tassi di crescita minori rispetto a quelli tedeschi. Uno starnuto a Berlino è un raffreddore per l'Italia». Il Messaggero, 24.7.

 

 

 

Von der Leyen a Conte: «Bisogna rivedere criteri di ripartizione dei migranti» in Europa

 

Al bilaterale tra il presidente del Consiglio italiano e la presidente eletta della Commissione Europea si discuterà del commissario Ue da assegnare all’Italia. Conte: «Rivendichiamo un portafoglio economico di primo piano» - di Chiara Severgnini

La presidente eletta della commissione europea Ursula von der Leyen è a Palazzo Chigi per un bilaterale con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Prima del pranzo di lavoro, i due leader hanno rilasciato alcune dichiarazioni congiunte. Il tema più caldo, tra quelli al centro dell’incontro, riguarda il Commissario Ue da assegnare all’Italia. «Rivendichiamo un portafoglio economico di primo piano», ha detto Conte (cui Matteo Salvini ha fatto avere una rosa di nomi come possibili candidati graditi alla Lega). La presidente della Commissione ha dato grande risalto al tema delle migrazioni, promettendo «una nuova soluzione» europea: «Bisogna rivedere il criterio di ripartizione», ha detto von der Leyen, «Italia, Grecia e Spagna sono in una posizione geograficamente esposta, ma la solidarietà non può essere unilaterale». L’incontro tra i due è durato oltre un’ora. A quanto si apprende, durante il colloquio Conte avrebbe poi garantito alla presidente eletta che il suo governo realizzando una serie di riforme «che renderanno l’Italia sempre più moderna e competitiva», con particolare riferimento alla riforma della giustizia civile , alla digitalizzazione della Pa e alla riduzione della burocrazia. Secondo il presidente del Consiglio, l'incontro è stato «proficuo». Cds 2

 

 

 

 

Gli italiani all’estero nell’Annuario della Farnesina

 

ROMA - Le iscrizioni all’Aire e i servizi consolari, gli interventi in emergenza e l’assistenza all’estero, ai detenuti ma anche ai minori contesi. Sono solo alcuni dei dati riportati nella sezione dedicata agli italiani all’estero pubblicata nell’Annuario del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale. Questa sezione fa parte del secondo capitolo dell’Annuario, che ormai da 19 anni “racconta” la Farnesina in numeri.

ANAGRAFE CONSOLARE E SERVIZI

Si conferma, anche per il 2018, un incremento del 4% delle collettività degli Italiani all’estero e sono 5.822.159 gli iscritti negli schedari consolari. La comunità più numerosa è quella in Argentina (977.417 Italiani), cui segue quella in Germania, in Svizzera, in Brasile e in Francia. Il Maeci segnala in particolare che gli incrementi più alti rispetto all’anno precedente si sono registrati in Brasile (+ 9,4%), Spagna (+ 9%) e Regno Unito (+ 8,1%).

In aumento quasi tutti i principali servizi consolari erogati dalle sedi: per citarne alcuni, il rilascio di passaporti e carte di identità registra un incremento dell’8%, quello degli atti di stato civile un +13%, e gli atti di cittadinanza + 5%.

In particolare, sono stati rilasciati 370.963 passaporti, emanati 231.916 atti di stato civile, rilasciate 73.136 carte di identità, prodotti 64.968 atti di cittadinanza, 32.991 atti di navigazione, rilasciati 18.245 Etd e 16.364 atti notarili.

INTERVENTI IN SITUAZIONI DI EMERGENZA

Gli interventi effettuati a tutela degli Italiani all’estero sono sia di natura consolare - coordinati quindi dalla Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie - che connessi a situazioni di emergenza gestiti dall’Unità di crisi della Farnesina e dai militari dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 2018 gli interventi di protezione consolare sono stati 48.528, 466 le missioni affidate ai Carabinieri e 661 gli interventi dell’Unità di crisi (fra questi 83 collegati ad attentati, 110 a disastri e calamità naturali e 220 a tensioni socio-politiche).

DETENUTI ITALIANI ALL’ESTERO E MINORI CONTESI

In diminuzione nel 2018 il numero di casi registrati dalle sedi di connazionali detenuti all’estero. C’è da segnalare la persistente difficoltà incontrata nella rilevazione a causa delle norme in materia di privacy che in alcuni Paesi sono molto stringenti e rendono complessa l’acquisizione delle notizie sulla fase processuale/grado di giudizio. Vengono presentati anche i dati inerenti le tipologie di assistenza prestata dal MAECI a minori contesi italiani.

VISTI DI INGRESSO IN ITALIA

In termini di domande di visto trattate e di visti emessi l’Italia, con 1.856.967 visti rilasciati, si colloca al terzo posto dopo la Francia (3.567.856 visti rilasciati) e la Germania (2.170.542). Si registra nel 2018 un lieve incremento delle richieste (+ 0,3%) e dei visti rilasciati (+ 0,5%).

Dall’analisi per area geografica si evince che l’area asiatica è quella con la percentuale maggiore di visti rilasciati (42%), seguita dall’Europa extra UE (35%) e dal Mediterraneo e Medio Oriente (12%).

Nella disaggregazione per finalità, invece, la quota più elevata anche nel 2018 è quella relativa ai visti per turismo (80% sul totale dei visti rilasciati), seguita da affari, studio e motivi familiari.

Da segnalare, tra gli altri, l’aumento dei visti per motivi di ricerca (+39%), quello per motivi di lavoro (+ 22%) e di studio (+ 5%). (aise 25.7.) 

 

 

 

 

L'impatto del Civilian Compact. L’Europa civile: le missioni Ue e il contributo dell’Italia

 

Recentemente la Camera dei Deputati ha concluso un’animata discussione in merito alla proroga della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali e agli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione per l’anno 2019. Le polemiche hanno riguardato in particolare la missione di supporto alla Guardia costiera libica, ma l’impegno dell’Italia approvato per l’anno in corso è ben più vasto: comporta un costo complessivo pari a poco meno di 1,5 miliardi di euro e la consistenza media dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari a circa 6.300 unità. A queste vanno aggiunte le unità di personale civile impegnato in diverse missioni, tra le quali quelle dell’Unione europea (Ue).

Nuovi scenari per la gestione civile delle crisi

La dimensione civile della Politica di Sicurezza e Difesa comune (Psdc) dell’Unione ha conosciuto un considerevole sviluppo in termini di visibilità e di risorse nell’ultimo anno, in seguito all’approvazione da parte degli Stati membri del cosiddetto Civilian Compact lo scorso novembre: un documento di aggiornamento e rilancio della gestione civile delle crisi varato nel contesto dell’attuazione della Strategia Globale dell’Unione presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini nel giugno del 2016.

Il contributo civile ai processi di prevenzione, risoluzione e stabilizzazione dei conflitti è sempre stato il fiore all’occhiello dell’Ue, che dal 2000 ha via via potenziato le sue capacità civili di monitoraggio, capacity-building, consulenza strategica e formazione, e ha dispiegato ben 22 missioni civili, in varie parti del mondo. Le missioni attualmente in corso sono 11 e spaziano dai Balcani (EULEX Kosovo), al Medio Oriente (EUBAM Rafah, EUPOL COPPS, EUAM Iraq), all’Est Europa e Caucaso (EUAM Ucraina, EUMM Georgia) all’Africa (EUBAM Libia, EUCAP Sahel Mali, EUCAP Sahel Niger, EUCAP Somalia). Gli ambiti privilegiati di intervento sono il rafforzamento dello stato di diritto, la promozione dei diritti umani e la riforma del settore di sicurezza.

Ma il Civilian Compact estende il campo delle azioni civili a nuove sfide quali la migrazione irregolare, le minacce ibride, la cyber-security, il terrorismo e la radicalizzazione, e punta in particolare sul rafforzamento delle capacità di controllo e gestione delle frontiere, di sicurezza marittima, di intelligence. Se, da una parte, si presenta oggettivamente il rischio di uno snaturamento della Psdc civile e un ridimensionamento degli sforzi di stabilizzazione a favore di interventi più mirati di gestione della questione migratoria, è innegabile che lo slancio dato dal Civilian Compact abbia quantomeno rianimato l’interesse per la gestione civile delle crisi degli Stati membri, attualmente impegnati nella redazione dei Piani di attuazione nazionali.

Civili in missione: un trend negativo

Se guardiamo all’evoluzione del personale totale impiegato nelle missioni, osserviamo che nel 2010 le missioni civili dell’Ue impiegavano 2.307 esperti, mentre nel 2018 questo dato si è quasi dimezzato passando a 1.247 unità. Dal 2016 ad oggi il trend si è invece assestato all’incirca a 1.200 unità totali impiegate in media annualmente.

Per quanto riguarda invece le tipologie di personale impiegato, quello “seconded” (cioè distaccato e retribuito dagli Stati membri) è costantemente diminuito tra il 2010 e il 2018, passando da 1.848 a 717 unità e dall’80% al 60% del totale. Un trend diverso ha caratterizzato il personale “contracted”, cioè selezionato e retribuito dalle istituzioni Ue, che è rimasto praticamente costante in termini numerici, passando quindi dal 20% al 40% del totale data la contestuale diminuzione della componente “seconded”. Quest’ultima domina nelle missioni in Libia, Kosovo, Ucraina e Georgia, mentre è più limitata nelle altre missioni.

Per quanto riguarda la riduzione complessiva del numero di effettivi, diverse possono essere la ragioni che hanno determinato questo trend nel tempo, dal momento che diverse sono le variabili in gioco. Una prima spiegazione potrebbe essere data dall’evoluzione stessa delle missioni in connessione con l’agenda politica dell’Ue. Tra il 2010 e il 2018, le tre missioni più grandi in termini di organici – EULEX Kosovo, EUMM Georgia e EUPOL Afghanistan – hanno subito successive modifiche al mandato che ne hanno ridimensionato il numero di effettivi impiegati; in altri casi, come EUPOL, la missione è stata chiusa.

Discorso a parte merita l’Africa. Negli ultimi anni, infatti, l’Unione ha dovuto far fronte alla situazione in Sahel, che rappresenta oggi una delle aree più fortemente instabili del continente africano e crocevia dei flussi migratori. L’Ue ha di conseguenza messo in atto una serie di interventi e ha lanciato due nuove missioni civili – EUCAP Sahel Niger (dal 2012) e EUCAP Sahel Mali (dal 2015) – che hanno visto un rafforzamento consistente del proprio organico, segno della accresciuta attenzione verso l’area.

I ‘Big Seven’ e il contributo italiano

Un’altra variabile importante riguarda i contributi nazionali. Nel 2010 i ‘Big Seven’ – cioè i Paesi che contribuivano con più di mille unità di personale – erano nell’ordine Francia, Germania, Italia, Romania, Polonia, Finlandia e Svezia. Questi sette Stati membri da soli rappresentavano il 66% sul totale delle unità seconded. Nel 2018 il maggior contributore risulta essere la Polonia con 118 unità, seguita da Svezia, Germania, Francia e Italia.

Germania e Italia, da sempre nel gruppo di testa dei maggiori contributori della Psdc civile, hanno continuato a fornire esperti seconded in tutte le undici missioni dell’Ue. Si tratta di un trend osservato anche nella componente a contratto. Per l’Italia, le aree di maggiore interesse sono i Balcani, il Mediterraneo e il Medio Oriente. Inoltre, l’Italia può vantare una serie di posizioni apicali nelle missioni: a guida italiana è EUBAM Libia con Vincenzo Tagliaferri; italiana è la responsabile della cellula di coordinamento del progetto di regionalizzazione delle missioni Psdc in Sahel, Natalina Cea; e, a partire da settembre 2018, il generale dei Carabinieri Vincenzo Coppola è comandante delle Operazioni Civili Ue.

I dati mostrano invece un cambio di strategia da parte di Parigi: sebbene la Francia risulti ancora nel gruppo di testa, il contributo francese è principalmente concentrato nell’area del Sahel (le missioni EUCAP Sahel Mali e EUCAP Sahel Niger occupano 53 dei 59 seconded francesi). Inoltre, a partire dal 2016 la componente dei contracted ha superato quella seconded e nel 2018 i contracted francesi erano 70, dispiegati esclusivamente nell’area del Sahel.

In conclusione, negli ultimi dieci anni questi sono le tendenze principali che hanno caratterizzato l’andamento delle missioni civili europee: missioni più piccole, azioni più mirate e meno personale inviato dagli Stati membri. Da est a sud, l’Unione europea può ancora dimostrare il suo valore aggiunto attraverso la gestione civile delle crisi, ma solo se il processo di rilancio avviato con il Civilian Compact porterà a maggiori investimenti politici e finanziari da qui al 2023. Nicoletta Pirozzi, Francesco Musi. AffInt 29.7.

 

 

 

 

Crisi. Garavini (PD): "Governo scappa da manovra. Spavaldi sulle spiagge, codardi davanti alle responsabilità"

 

Roma - "La maggioranza gialloverde è tanto spavalda sui social e sulle spiagge quanto codarda davanti alle responsabilità. Fingono una crisi interna, ma in realtà scappano di fronte alla manovra finanziaria. Prima hanno sperperato tutte le risorse che avevamo stanziato con i nostri Governi Pd, con le misure antievasione e lasciando i conti in ordine. Poi, di fronte alla responsabilità di una manovra lacrime e sangue, gettano la spugna". È quanto dichiara la Senatrice Pd Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa.

"Il bilancio di questa breve legislatura, a guida gialloverde, è ancora più negativo per gli italiani all'estero. Hanno tagliato le risorse per Comites e Cgie, così come i 50 milioni attribuiti precedentemente dal Governo Pd per lingua e cultura. Si sono attribuiti la riapertura delle ambasciate di Santo Domingo e Recife, avvenute invece ad opera del Governo Gentiloni. Hanno escluso i cittadini all'estero da reddito e pensione di cittadinanza e da quota 100. Hanno raddoppiato i tempi delle pratiche di cittadinanza. Hanno proseguito con il piano di assunzioni nei consolati, da noi iniziato, ma hanno reintrodotto il blocco del turnover, congelando le stesse per tutto il 2019. Hanno creato gravi problemi ai familiari degli iscritti Aire modificando il Codice della strada sulle targhe estere in circolazione in Italia".

"Unica nota positiva: con la crisi di Governo salterà la riforma costituzionale che avrebbe tagliato i parlamentari eletti all'estero. Ma non c'è molto da rallegrarsi. In modo del tutto irresponsabile stanno infilando il paese in un tunnel finanziario di cui è difficile pronosticare le conseguenze. Già oggi c'è una nuova impennata dello spread. La Borsa segna già un pericoloso -2,3 per cento. Il Paese rischia di essere esposto tutta estate agli speculatori internazionali. Tutto a causa dell'irresponsabilità della maggioranza". De.it.press 9

 

 

 

 

La “grande madre” dell’emigrazione italiana in Germania: Teresa Baronchelli

 

Francoforte - “Teresa Baronchelli è nata nel 1931 a Villa d’Ognina, in provincia di Bergamo. Ha vissuto in Italia fino al 1956, impegnandosi a fondo in attività parrocchiali e nelle associazioni cattoliche, è emigrata in Svizzera e successivamente, in Germania. Ha lavorato in fabbrica e si è occupata di attività sociali fino al 1973. Si è attivata anche presso altri organismi italiani e tedeschi, a livello sociale ed ecclesiale, coinvolgendo altre nazionalità e gruppi etnici. Nel 1974 ha dato vita a Friburgo, dove vive, a una segreteria delle ACLI. È stata membro del Comites locale e del Consiglio Comunale per gli stranieri ed eletta due volte al Cgie. Ha organizzato per le donne emigrate convegni e seminari. È una personalità, una eccellenza italiana all’estero, definita la “grande madre” dell’emigrazione”. Ad intervistarla è stata Marcella Continanza che a Francoforte dirige “Clic donne”.

D. Le chiedo di raccontare l’esperienza dell’emigrazione.

R. Nel ‘68 arrivai in Germania, come inviata della mia stessa ditta svizzera in una filiale vicino a Tubinga. Avrei dovuto rimanere solo pochi mesi, invece le cose andarono diversamente. In Germania cominciai a incontrare la prima emigrazione femminile, molto povera, fatta soprattutto di donne che venivano dal Sud. Erano state reclutate chissà come, al paese. Erano paurose, spaventate di tutto. Però riuscimmo a creare un gruppo di solidarietà e di accoglienza. Di donne migranti ne arrivarono altre, e la solidarietà diventò quasi una necessità di sopravvivenza. Ognuna era presente per l’altra, tutti i giorni e su tutti i fronti. Qui l’emigrazione cominciò al femminile. Poi cominciarono ad arrivare i mariti, a ricomporsi i nuclei familiari. Cominciò per me l’esperienza del sindacato, della commissione interna...

D. Veniamo al suo lavoro con le donne. Mi parli della cooperativa delle donne disoccupate, che costituì con altri a Friburgo nell’85.

R. Il progetto era rivolto a donne casalinghe e disoccupate, le quali, proprio a causa della loro situazione familiare, per la presenza di bambini, erano escluse dal mercato del lavoro. Il problema era sempre quello della formazione. Queste donne dovevano imparare il tedesco, dovevano imparare l’importanza della qualificazione professionale. Dovevano imparare a fare la contabilità. E dovevano conciliare tutto questo con la famiglia e la casa, con i bambini. La cosa importante di quella esperienza, però, fu il fatto che le donne italiane iniziarono a rendersi conto che non dovevano solo imparare, ma che potevano anche insegnare. Il gruppo era di nazionalità mista, c’erano dentro donne tedesche molto interessate alla cultura ed alla lingua italiana. In questo le donne italiane si sentivano molto realizzate e cominciarono anche a rivalutare il loro modo di vivere, la loro cultura di origine. Importantissimo fu il fatto che, allora, un gruppo di donne emigrate fu il motore di un progetto che invitava le donne a gestirsi da sole e ad avere tra loro un rapporto interculturale paritario. C’era posto per tutte, non ultime, ragazze con handicap che con noi trovavano la possibilità di lavorare.

D. Un’altra domanda riguarda il suo lavoro con le donne in emigrazione, che sono la parte più debole di una “società debole”.

R. La società è debole senza loro. Loro non sono deboli. Sono quelle che hanno fatto e fanno più fatica, quelle che sopportano di più il disagio, quindi le più forti.

D. Cosa ha avuto più bisogno la donna in emigrazione?

R. Ha avuto bisogno di ascolto e di aiuto. Poi, il suo potenziale umano è stato tale da cambiarle. Si sono rese conto che la loro debolezza era più presunta che reale ed è emersa la loro concretezza. È cambiato il volto dell’emigrazione. Oggi le donne trovano un lavoro qualificato, punti di riferimento, centri culturali italiani, esprimono iniziative collettive: sono elette nei consigli comunali, si interessano alla politica.

Ma Teresa Baronchelli è ancora lì, nella sede delle ACLI a Friburgo a lavorare perchè i problemi non mancano e l’integrazione è ancora un cammino.

Marcella Continanza, Clic Donne 2000

 

 

 

 

Marcinelle. Il contributo “prezioso” degli italiani all’estero

 

“Oggi è il 63° anniversario della tragedia della miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, dove perirono 262 minatori, l’8 agosto del 1956. Il disastro resta impresso nella memoria collettiva di noi italiani, perché i compatrioti che vi persero la vita sono stati 136, più della metà del totale. Un dramma terribile, con vittime di undici nazionalità diverse, di cui nove di paesi europei”. Inizia così il messaggio che il Ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi indirizza idealmente a tutti i connazionali in occasione della Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo.

Una “ricorrenza solenne e importante”, celebrata “nel giorno della sciagura di Marcinelle”, che, scrive Moavero, “rende omaggio ai tanti italiani, lavoratrici e lavoratori, che hanno onorato e onorano la nostra Patria, ovunque nel mondo, con il valore della loro opera e del loro ingegno, animati da dedizione e desiderio di affermarsi nei paesi in cui si trovano”.

Il ministro, in particolare, indirizza un “pensiero commosso a tutti coloro che sono caduti mentre lavoravano, durante l’adempimento di un nobile dovere e l’esercizio di un diritto basilare di ogni persona. Morire sul lavoro è un’eventualità tristissima che dobbiamo impegnarci a scongiurare con ogni mezzo. Per questo è necessario agire in via prioritaria, a livello nazionale, europeo e internazionale, per rafforzare il quadro normativo in materia di tutela della sicurezza e di prevenzione degli incidenti sul lavoro. Non dimentichiamo che, proprio dopo quanto accadde a Marcinelle, l’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), fondata cinque anni prima, iniziò ad affrontare anche le questioni relative alla sicurezza sul lavoro, in precedenza trascurate. Del resto, ancora adesso, nell’Unione Europea, l’effettiva attuazione di un quadro omogeneo e coerente di politiche sociali resta carente. Non per nulla continua a comparire fra gli obiettivi da conseguire nell’appena adottata Nuova Agenda Strategica UE 2019-2024”.

“Poiché l’Unione si trova alla vigilia dell’apertura di un nuovo ciclo di legislatura, - annota Moavero – penso sia davvero importante che le Istituzioni UE indichino, rapidamente, le iniziative che intendono portare avanti, scadenzate in un calendario preciso. Le idee e le dichiarazioni d’intenti abbondano, ma di rado sono state concretizzate. Sono convinto che occorra, invece, predisporre un efficace tessuto di normative europee che affrontino, in modo organico, i profili di rilievo sociale più urgenti e indispensabili a ridurre le non più accettabili, anacronistiche asimmetrie tra gli Stati UE. In particolare, bisogna: procedere verso sistemi di assicurazione europei per gli infortuni e le morti sul lavoro e pervenire a una maggiore armonia nelle pronunce giurisdizionali nazionali in materia; garantire il reale livellamento delle ingiustificabili disuguaglianze di trattamento, salariale e previdenziale, fra chi lavora in paesi UE differenti, allineandosi alle migliori regole e prassi vigenti; offrire a tutti una protezione sociale adeguata e moderna; tutelare i più vulnerabili e affermare la parità sostanziale tra donne e uomini, anche nella retribuzione; strutturare un sistema europeo di incisivo supporto a chi non ha un lavoro o desidera una formazione in vista di una riconversione professionale, finanziato dal bilancio dell’Unione; continuare a promuovere un mercato del lavoro europeo equo, dinamico e inclusivo”.

“Naturalmente, - osserva il Ministro Moavero – sono temi rilevanti e su ognuno l’Italia non può non dare il suo contributo propositivo alla riflessione e all’azione comune nelle sedi UE. Lo stiamo facendo da tempo, forti della nostra solida esperienza legislativa, operativa e culturale, corroborata dagli stimoli delle comunità italiane all’estero, una fonte preziosa di ispirazione e un esempio vincente di affermazione sociale ed economica. Trovo che questo sia un modo tangibile per guardare avanti e stringerci al simbolo di Marcinelle in maniera fattiva e forte. Lo dobbiamo a chi morì nella miniera 63 anni fa, al lacerante dolore dei famigliari, alle tante vittime sul lavoro. Lo dobbiamo alla Costituzione della Repubblica, che la battezza “fondata sul lavoro”. Nel medesimo stato d’animo, è impossibile non rievocare gli italiani che, soprattutto fra il XIX° e il XX° secolo, lasciarono le terre natie per cercare lontano un futuro degno, per offrire di meglio ai propri figli. Sovente sono partiti affrontando l’ignoto con vaghe promesse, avventurandosi in viaggi incerti e pericolosi, e trovando condizioni impervie una volta arrivati a destinazione. Come altri europei, siamo stati, fino ai primi anni sessanta del novecento – in fondo, appena ieri – una nazione di emigrazione strutturale nel mondo. Lo testimoniano innumerevoli racconti, libri, film e canzoni”.

“Un flusso immane dall’Italia che, seppure con numeri ben più contenuti, prosegue tuttora, ma con tratti diversi”, ricorda Moavero. “Da un lato, riguarda abbastanza spesso persone qualificate, al punto che si parla di “fuga dei cervelli”; per loro, non di rado, l’esperienza estera consente di integrare il bagaglio professionale e di studi: poi, alcuni rientrano, mentre altri si stabiliscono fuori con una scelta definitiva o quasi. Dall’altro lato, oggi, all’interno dell’Unione Europea, vige il diritto alla libera circolazione e la libertà di risiedere in qualsiasi Stato membro; la stessa cittadinanza UE, che si affianca a quella nazionale, ci fa sentire meno stranieri, laddove un tempo eravamo tali, e il diritto UE ci protegge da ogni tipo di discriminazione. Un’evoluzione indubbia, dei cui frutti non beneficiavano ancora i nostri compatrioti che lavoravano e morirono a Marcinelle”.

“Il mondo attuale è globalizzato e digitale, in continua evoluzione tecnologica, accorcia le distanze fisiche e psicologiche, ci tiene perennemente interconnessi, elimina o assottiglia le barriere, aumenta le opportunità di viaggiare, cercare e trovare un impiego non troppo lontano da casa come su scala pressoché planetaria”, continua il Ministro. “Parallelamente, impone notevoli sfide, può mettere in crisi ruoli e mansioni tradizionali; chi non sa aggiornarsi perde terreno e ne siamo spaventati, ma è una conclusione fallace perché i dati economici mostrano che i posti di lavoro, magari innovativi e inediti, che si creano sono di più di quelli che diventano desueti. Tuttavia, questa ‘nuova mobilità’ transfrontaliera è purtroppo superata di molto, per numero e drammaticità, dagli odierni grandi flussi migratori, buona parte dei quali in direzione dell’Europa. La storia e le cronache ci insegnano che è sempre difficile sapersi inserire, a pieno titolo, in tessuti sociali diversi da quello nazionale di appartenenza, fra non poche ostilità e frequenti prove da superare. Tuttavia, gli italiani emigrati e i loro discendenti hanno dimostrato una straordinaria capacità al riguardo”.

“In questo intenso anno da Ministro degli Esteri, - ricorda ancora Moavero – ho compiuto numerose missioni fuori dall’Italia e ho constatato l’immagine positiva di cui beneficiamo, grazie anche al grande apprezzamento e alla stima di cui godono tantissimi italiani che hanno lavorato e lavorano all’estero. Donne e uomini di cui siamo fieri, che hanno avuto e hanno il merito di arricchire le società in cui si sono inseriti con la loro attività, intellettuale e manuale. Le nostre comunità all’estero, infatti, hanno sempre offerto un contributo fondamentale alla crescita del paese di accoglienza e giocano un ruolo cruciale nella conoscenza dell’Italia, della sua cultura e della sua identità in tutto il mondo”.

“Bisogna riconoscere, con convinta gratitudine e rispetto, il loro inestimabile operato e soprattutto, mai scordarne i sacrifici”, sottolinea ancora il Ministro.

“Cari Amici italiani, ovunque siate nel mondo, dovete essere consapevoli del contributo prezioso che, con il vostro lavoro operoso, fornite al lusinghiero capitale di immagine e reputazione della Patria. Rappresentate – rimarca Moavero – un'essenziale architrave, un’infrastruttura di collegamento, che è nostro dovere potenziare e valorizzare. Siete un concreto ponte fra i vostri Stati di residenza e l’Italia. Nella speciale giornata dedicata a coloro che sul lavoro si sono sacrificati, fino all’estremo costo della vita, desidero indirizzarvi il saluto più sincero e un abbraccio fraterno. Grazie – conclude il Ministro – per l’apporto che quotidianamente offrite alla crescita della Repubblica”. (aise/dip 8

 

 

 

Giovanni di Lorenzo, l’italiano che dirige «Die Zeit», intervistato dal Corriere della Sera

 

«Iniziai da un articolo su Branduardi scritto con una macchina prestata». «Vendiamo 500.000 copie la settimana e i giornalisti da 100 ora sono 140. Il segreto? La qualità» - di Stefano Lorenzetto

 

È l’unico italiano a guidare una testata straniera di prestigio internazionale. Eppure Giovanni di Lorenzo, da 15 anni direttore del settimanale tedesco Die Zeit, manco voleva fare il giornalista. Il suo sogno era diventare psicoanalista come le due zie paterne — una, Silvia, morta nel 2018, piuttosto famosa — o manager come lo zio Giorgio, che fu assunto da Adriano Olivetti. «Pochi mesi prima della maturità, il tutor di matematica mi disse: ”C’è un posto su misura per te”. E mi spedì a fare uno stage in un piccolo giornale di Hannover. Al secondo giorno, mi chiesero un pezzo su Angelo Branduardi. La sera, rincasando sulla mia Fiat 127 scassata, sentii la vocazione». Privo di macchina per scrivere, di Lorenzo si fece prestare una Triumph elettrica più pesante di un’affettatrice. A ogni articolo, cinque rampe di scale per ritirarla e altrettante per restituirla. Alla fine l’amico Heiko, impietosito, gliela cedette per 400 marchi. Fu un ottimo investimento. Infatti, mentre l’editoria mondiale arranca, nei suoi tre lustri di direzione Die Zeit è passato da 460.000 a 500.000 copie e ora è il secondo organo di stampa più venduto in Germania con il tradizionale formato lenzuolo, alle spalle dell’urlatissima Bild. Che nel frattempo è scesa a meno di 1 milione e mezzo di copie: un calo del 66 per cento in un ventennio.

Ha dovuto licenziare?

«Al contrario, grazie a Dio. Erano 100 giornalisti quando arrivai, ora sono 140. Altri 50 lavorano nella redazione online. Faccio le corna tre volte: anche la pubblicità va bene».

Inaudito. Come se lo spiega?

«Non me lo spiego».

La ricetta di Joseph Pulitzer? «Accuratezza, accuratezza e accuratezza».

«Non basta. Penso che c’entri lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Die Zeit non lo asseconda. Molti lettori cercano nei giornali la conferma dei loro pregiudizi. Noi proponiamo qualcosa di audace: il confronto con pareri diversi. A settembre vareremo Streit, litigio, una sezione di quattro pagine, per offrire uno scontro d’idee immune dalla trivialità e dalla premeditazione di chi non vuole capire le ragioni altrui».

Detiene il record di longevità in tv.

«Non so se considerarlo un primato. Conduco da 30 anni “3 nach 9”, il più vecchio talkshow tedesco».

Si è laureato con una tesi su Silvio Berlusconi. Lo ha mai incontrato?

«Più volte. Uomo carismatico. Mi disse una cosa che non ho più dimenticato: “Voi giornalisti pensate che la gente sappia tutto. Invece non sa niente”. Su questo presupposto un po’ cinico ha costruito la propria fortuna».

La frase ha un fondo di verità.

«Me l’ha ribadita un’addetta al controllo dei biglietti che mi ha riconosciuto sul treno Berlino-Amburgo: “Lei mi costa 270 euro l’anno di abbonamento, ma ogni tanto pubblica articoli così difficili da farmi credere che voglia escludermi”. Le ho risposto: si sbaglia, io voglio proprio lei come lettrice».

Abile anche nel marketing.

«Macché. È che a volte non è facile far capire ai giornalisti che bisogna scrivere per i lettori. Una redazione deve rispecchiare la società cui si rivolge. La nostra è formata per metà da donne e abbiamo anche assunto colleghi di origine iraniana, turca, marocchina, polacca, visto che l’immigrazione riguarda un quarto dei tedeschi».

Che cosa cerca in un candidato?

«Una personalità originale e una scrittura avvincente. E non dev’essere un tipo intrigant, non so come si traduca in italiano».

Basta aggiungere una «e».

«L’intrigante avvelena il clima. I colleghi cominciano a occuparsi degli affari loro e viene meno l’energia creativa».

Può sempre licenziarlo.

«In Germania, come in Italia, è molto difficile. Però il periodo di prova dura fino a tre anni. Poi diventa un matrimonio. Di sua volontà non se ne va nessuno. Non so se sia un vantaggio».

Quanto tempo passa al giornale?

«Dalle 8.30 alle 10 lavoro da casa, dove mi è più facile concentrarmi. Poi sto in redazione 12 ore, quando va bene. A volte ci rimango fino a mezzanotte».

Legge i quotidiani italiani?

«Leggo Corriere della Sera, La Repubblica, Marco Travaglio e sempre La Gazzetta dello Sport. Tifo per la Juve».

Nessuno è perfetto.

«Li trovo ben fatti. Ma tutta la stampa tricolore ha un vizio antico: se ti perdi una puntata, non ci capisci più niente. Negli editoriali è imbattibile. I tedeschi forse sono più bravi nei reportage. E nelle interviste: le nostre sono ruvide, le vostre spesso compiacenti».

Nel giornalismo schierarsi paga?

«La partigianeria toglie credibilità».

Ma «Die Zeit» non è di sinistra?

«No, siamo un giornale liberal».

Dirigerebbe una testata italiana?

«In anni recenti me ne hanno offerte due. Ho rifiutato, perché non sarei stato bravo abbastanza. Mi manca la perfetta padronanza della lingua scritta. E poi, non conoscendo l’ambiente, mi avrebbero considerato un marziano».

Segue le nostre vicende politiche?

«Per quello che posso capire. Ho qualche ritegno a commentarle. All’estero l’Italia è vista come folclore anche in questo campo. Sbagliatissimo. È un laboratorio di ciò che accadrà altrove».

Il ritegno da dove scaturisce?

«Da due aspetti che a voi ormai passano inosservati: la volgarità del linguaggio e la delegittimazione delle istituzioni. Anzi, di ogni cosa seria, oserei dire».

Vede un leader nel futuro dell’Italia?

«No, sono miope. E poi ho parlato per cinque minuti con un solo politico, mio vicino di ombrellone in Toscana».

Che cosa le piace dell’Europa?

«Il fatto che sia custode di democrazia, diritti civili e genio. Un contropotere rispetto a Stati Uniti, Cina e Russia».

E che cosa non le piace?

«La deriva dei suoi apparati».

Il sovranismo può distruggerla?

«Certo».

Ma la Lega non ha perso nell’elezione del nuovo commissario Ue?

«Non pensavo a Matteo Salvini, bensì ai nazionalisti dell’intero continente».

Si fida di Ursula von der Leyen?

«Sì, e parlo per conoscenza diretta. È seria, indipendente, molto ben strutturata, disposta a imparare».

Come giudica Angela Merkel?

«Il politico meno vanitoso che abbia mai incontrato. Incorruttibile. Mediatrice internazionale. Ma ha commesso un errore di fondo: nel suo programma non v’era traccia delle decisioni più importanti che poi ha preso. Ciò ha provocato una dissociazione dell’elettorato. Mi riferisco per esempio all’apertura delle frontiere ai profughi. In Germania ne arrivano ancora 170.000 l’anno».

Che cosa pensa di Carola Rackete?

«Difficile esprimere un giudizio, non ci siamo mai parlati. Quando ti dai la missione di salvare vite, non c’è argomento o critica che possano fermarti».

«Die Zeit» si è occupato dei misteriosi tremori della cancelliera?

«Salute e rapporti privati per noi sono tabù. Certo, se un politico antiabortista costringesse la compagna a interrompere la gravidanza, lo scriveremmo».

I tedeschi come vedono gli italiani?

«Tema troppo vasto. Ma l’atteggiamento prevalente è la benevolenza».

Verso i «traditori» dell’8 settembre?

«Semmai i “vigliacchi”. La generazione che nel 1943 ci vedeva così è estinta».

Da italiano ha avuto vita dura?

«All’inizio senz’altro. Quando lavoravo alla Süddeutsche Zeitung, arrivavano lettere di protesta: “Non potevate assumere un giornalista tedesco?”. Nessuno mi ha mai regalato niente. Quel tempo è finito, grazie a Dio».

È la seconda volta che ringrazia il Padreterno. C’entra con il suo lavoro?

«No, però mi onoro di essere supervisore del Rheinische Merkur, settimanale cattolico di Bonn salvato dalla nostra casa editrice e diventato un supplemento di Die Zeit. Lo considero il foglio religioso più interessante d’Europa».

Di che altro va orgoglioso?

«Di aver lavorato al fianco dell’ex cancelliere Helmut Schmidt, che è stato fino alla morte, avvenuta nel 2015, nostro direttore editoriale».

Quanti passaporti ha?

«Due. Italiano per ragioni di cuore. Tedesco per gratitudine: vivo qui da 49 anni».

Teme il ritorno del nazismo?

«Per nulla. La Germania è vaccinata». CdS 7

 



 

 Il “Mercatino Italiano” ad Heilbronn dal 29 agosto a domenica 1settembre

 

Heilbronn- Ancora una volta, la gastronomia italiana fa tappa nel cuore della Germania. Da giovedì 29 agosto a domenica 1settembre 2019 Heilbronn rinnova l’appuntamento annuale all’insegna del buon gusto e la tradizione italiana grazie alla Camera di Commercio Italiana in Germania (ITKAM) che, in collaborazione con l’agenzia Heilbronn Marketing GmbH, organizza il “Mercatino Italiano”, evento che veste di verde, bianco e rosso la famosa Kiliansplatz.

Durante l’arco di quattro giorni, i circa 20.000 visitatori attesi potranno fare un vero e proprio viaggio culinario: dal Nord con le specialità del Friuli Venezia Giulia, speck e salumi del Trentino Alto Adige, le delicatezze del Piemonte e del Veneto, fino ad arrivare al Sud tra i dolci della tradizione siciliana e le pietanze caratteristiche di Puglia e Sardegna. Da non dimenticare la ristorazione toscana con le ricette della cucina massese e l’ampia varietà di vino e formaggi umbri.

La “Dolce Vita” sarà rappresentata anche da un ricco programma di intrattenimento musicale per le serate di venerdì 30 e sabato 31 agosto. Inoltre, il Mercatino Italiano si terrà in concomitanza con la fiera nazionale dell’orticultura BUGA, la più grande esposizione itinerante per il settore florovivaistico tedesco. Quest’anno il mercatino sarà aperto anche la domenica in occasione dell’apertura straordinaria dei negozi del centro, il 1° settembre 2019.

Il mercato, sottolinea ITKAM, rappresenta non solo un’opportunità unica per esporre, vendere e promuovere i prodotti regionali italiani ma anche per avere un contatto diretto con il mercato agro-alimentare tedesco. (aise/dip) 

 

 

 

Il 22 agosto all’Ambasciata d’Italia a Berlino l’incontro sul sistema scolastico tedesco

 

Berlino – Prosegue con l’incontro del 22 agosto, dedicato a scuola e istruzione, il ciclo “Benvenuti a Berlino” organizzato dal Comites della capitale tedesca, il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni e l’Ambasciata d’Italia a Berlino. L’iniziativa è rivolta ai connazionali arrivati da poco nella capitale tedesca, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse.

L’incontro si svolgerà alle ore 18 presso l’Ambasciata d’Italia (Tiergartenstrasse 22), con iscrizione obbligatoria. Moderato da Lucia Conti, direttore de Il Mitte, fornirà nella prima parte una serie di informazioni generali anche con il supporto di esperti sul tema della serata – ancora da definire, - mentre nella seconda metà verrà dato ampio spazio alle domande da parte dei nuovi concittadini che potranno essere rivolte ad un rappresentante dell’Ambasciata d'Italia qualificato, capace di dare un efficace supporto pratico.

I prossimi appuntamenti previsti riguarderanno fisco e tasse (24 ottobre) e il sistema sanitario tedesco (12 dicembre).

Negli ultimi anni un numero crescente di connazionali, tra cui molti giovani, ha scelto di vivere in Germania per cercare un percorso formativo o nuovi sbocchi lavorativi. La migrazione italiana a Berlino è in forte crescita, i dati riportano una percentuale in aumento del 9% nell’ultimo anno verso la capitale, rispetto ad una media in Germania del 4%. Un numero sempre crescente di connazionali sta infatti scegliendo la Germania, ed in particolare Berlino, come nuova opportunità di crescita all’interno dell’Unione Europea.

Gli incontri "Benvenuti a Berlino", resi possibili grazie al contributo ministeriale Maeci (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), sono un punto di partenza sicuro per chiunque decida di intraprendere un nuovo percorso di vita a Berlino, capaci di fornire una base di orientamento informativo ed aiutare i nuovi arrivati (e non) a muoversi con maggiore conoscenza nella realtà tedesca. (dip)

 

 

 

 

Estate italiana a Berlino. Concerti in Ambasciata dal 19 al 30 agosto

 

Berlino - Si terranno nel cortile dell’Ambasciata d’Italia a Berlino dal 19 al 30 agosto una serie di concerti organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura che vedranno protagonista la musica italiana.

Lunedì 19 agosto, alle 20, il primo appuntamento con la musica elettronica di Black Fanfare, il progetto solista di Demetrio Castellucci, che unisce due direzioni diverse ma parallele: da un lato il suono melodico e organico elettroacustico, dall'altro il ritmo degli elementi percussivi. Castellucci, nato nel 1989 a Cesena, attualmente vive a Vilnius dopo aver lavorato a Londra e Berlino.

Mercoledì 21 agosto, alle 20, la volta di Elettra de Salvo, Eva Spagna e Holger Schliestedt con “Se bastasse una sola canzone”, progetto nato da un’idea di Elettra De Salvo per compiere un viaggio nella musica italiana in 70 anni di storia, andando a rispolverare le canzoni meno conosciute, ma non per questo meno rappresentative della nostra storia.

Venerdì 23, alle 20, un concerto per pianoforte di Rosario Mastroserio, artista che si muove agilmente tra interpretazione e improvvisazione, sviluppando temi musicali che spaziano da Bach a Mascagni, da Rota e Piazzolla.

Lunedì 26, alle 20, un viaggio musicale in Italia con le composizioni di Marco Turriziani e la sua Orchestra Cinetica prodotte per il teatro, il cinema e film di animazione. Lo spettacolo vedrà l’esecuzione di brani alternati a narrazioni in vari dialetti italiani, che permetteranno al pubblico di compiere davvero un viaggio musicale e poetico attraverso le

peculiarità delle Regioni d’Italia.

Mercoledì 28 agosto, alle 20, Violetta Zironi, che dopo l’esperienza vissuta nel 2013 sul paco di X Factor, ha calcato le scene di tutto il mondo con la sua chitarra.

Infine, venerdì 30, la chiusura con i pugliesi Rione Junno, musicisti specializzati nelle tecniche e nella magia del tamburello e delle percussioni. Lontano dalle “insidie” della musica folklorica popolare, Rione Junno è considerato uno dei più importanti rappresentanti della musica italiana che ha le sue origini nella tradizione ma è proiettato verso il futuro. (aise/dip) 

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

15.08.2019. Rischio deindustrializzazione per il Sud

La crisi di governo accentua l’incertezza sul futuro di migliaia di lavoratori soprattutto del Sud Italia. L'esempio dello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese nelle parole di Roberto Mastrosimone della FIOM

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/blutec-deindustrializzazione-sud-102.html

 

14.08.2019. Il punto sulla crisi. Martedì prossimo, 20 agosto, il governo Conte riceverà la sfiducia? È pensabile un'alleanza M5S-Pd? Che ruolo sta giocando il presidente Mattarella in questa crisi? Cerchiamo di capire come stanno le cose insieme a Tommaso Pedicini, caporedattore di Radio Colonia

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crisi-governo-analisi-100.html

 

Genova, un anno dopo. Un anno dopo il crollo del Ponte Morandi ci si interroga sulle cause della tragedia che è costata la vita a 43 persone, mentre la città cerca di rinascere. Le testimonianze del giornalista del Secolo XIX Marco Menduni e di Fabrizio Belotti, presidente del Comitato abitanti al confine della zona rossa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ponte-morandi-anniversario-100.html

 

13.08.2019. A misura di bambino. Nel piccolo comune di Bobbio la natalità è esplosa. E questo mentre il resto d'Italia registra il tasso di natalità più basso di sempre. Bobbio invece si prepara ad aprire il suo primo asilo nido. Con l'aiuto di un'azienda che ha deciso di investire sul territorio e sulle giovani famiglie dei dipendenti. L'intervista al sindaco Roberto Pasquali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/bobbio-natalita-102.html

 

I monopattini della discordia. Hanno invaso le città tedesche e alcune italiane. Per molti sono un momento di svago, per altri invece solo di stress e di pericolo. Ma quali sono le regole per utilizzare i cosiddetti "Elektroroller"? E soprattutto sono realmente sostenibili? Il punto di Agnese Franceschini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/monopattini-elettrici-102.html

 

12.08.2019. Un "happy village" per pensionati. Per risolvere il problema dello spopolamento del paese, il sindaco di Fluminimaggiore vuole trasformarlo in una moderna Cocoon. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/happy-village-pensionati-100.html

 

09.08.2019. La maledizione dei leader. Crisi di governo: Salvini si gioca il tutto per tutto puntando a nuove elezioni, ma questo potrebbe essere il suo passo falso - come già accaduto in passato per altri leader. Il vero vincitore di questa crisi potrebbe invece essere il premier Giuseppe Conte. L'analisi del giornalista e autore Luca Telese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maledizione-dei-leader-100.html  

 

Gli occhi dell'Europa sulla crisi. Quali ripercussioni potrebbe avere la crisi di governo sull'economia italiana? E con quali aspettative ci osserva Bruxelles? Ne parliamo con l'economista Veronica De Romanis.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europa-occhi-sulla-crisi-100.html  

 

Quasi amici. Unire solitudini e difficoltà fa trovare soluzioni integrate e risparmiare rispetto alla vita da single. È la scommessa di Auser Abitare Solidale, che interviene sulle fragilità attraverso la coabitazione.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/abitare-solidale-100.html  

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-398.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

08.08.2019. Molembike. Gite in biciletta come strumento di coesione sociale nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles. L'iniziativa è di un italiano, Edoardo Luppari, che abbiamo raggiunto al telefono (ovviamente mentre era in bici).

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/molenbike-100.html

 

07.08.2019. I migranti in Italia arrivano dalla Germania

I dati dimostrano che la maggior parte dei migranti entrano in Italia non via mare, bensì dal nord Europa. Il numero maggiore arriva dalla Germania. Il motivo è la Convenzione di Dublino. Ne parliamo con Alfonso Giordano, docente di Geografia politica alla Luiss di Roma.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sbarchi-migranti-inferiori-ai-dublinanti-100.html  

 

I diari degli italiani all'estero. Frammenti di vita quotidiana, storie di amore, di sofferenza, di guerra, di fede, di politica o di emigrazione. È l‘inestimabile patrimonio d‘umanità conservato all‘Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/diari-italiani-estero-100.html  

 

Addio Berlino, vado in Calabria a produrre seta. La storia di Miriam Pugliese è simile a quella di tanti giovani italiani espatriati a Berlino, dopo la crisi. Ma è proprio durante l'esperienza berlinese che decide di tornare in Calabria e recuperare un'antica tradizione artigianale e produrre seta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/nido-di-seta-100.html  

 

06.08.2019. Il Decreto sicurezza bis nel dettaglio. Il pacchetto di 18 articoli di legge fortemente voluto dal ministero dell'Interno, Matteo Salvini, è stato approvato ieri (05.08) in via definitiva dal Parlamento. Vediamo quali sono i punti principali. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-sicurezza-bis-104.html  

 

Le norme assurde. È online un questionario sui principali problemi che gli italiani residenti all'estero incontrano in ambito burocratico. Il questionario è poi finalizzato a una proposta di legge per facilitare la vita degli expat. A lanciarlo è stato Alessandro Fusacchia deputato di +Europa eletto nella circoscrizione estero che abbiamo raggiunto al telefono.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/fusacchia-disagi-italiani-estero-100.html  

 

I genitori dei cervelli in fuga. In Italia un'intera generazione è in crisi. E ogni anno aumenta vertiginosamente il numero dei trentenni che lasciano il Paese per sempre, mentre i genitori devono abituarsi a vivere lontano dai figli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/genitori-expat-100.html  

 

05.08.2019. Cosa muove le proteste di Hong Kong? Città nel caos, mentre i manifestanti non cedono, la protesta di Hong Kong raggiunge il suo apice: ma quali sono i motivi? E come sta reagendo il governo cinese? Ne abbiamo parlato con Guido Santevecchi, corrispondente da Pechino del Corriere della Sera. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hongkong-proteste-100.html  

 

02.08.2019. "Sarò solo un consigliere". Sandro Gozi, intervenendo a Radio Colonia, chiarisce quale sarà il suo nuovo ruolo politico: esperto per le politiche europee all'interno del governo francese del premier Eduard Philippe.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sandro-gozi-solo-consigliere-100.html

 

Matera, madre nascosta. È il titolo in italiano del documentario "Matera, verborgene Heimat", in onda sabato 3 agosto su Arte, dedicato alla capitale della cultura europea 2019. Ne abbiamo parlato con il produttore del film, Alessandro Melazzini (Alpenway).

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/matera-madre-nascosta-100.html

 

"Fedeltà". Coppie più o meno fedeli, equilibri sentimentali e famigliari che saltano. È questo il tema dell'ultimo romanzo dello scrittore riminese Marco Missiroli, dove anche i sentimenti rispecchiano la precarietà dei nostri tempi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/marco-missiroli-fedelta-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Elisabetta Gaddoni https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-396.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

Eventi italiani in Germania. Il calendario di Elisabetta Gaddoni ti informa sui principali eventi culturali in Germania che, dal venerdì al giovedì successivo, hanno come protagonista l'Italia o persone italiane.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-396.html

 

01.08.2019. La legge contro il riciclaggio. Il governo di Berlino ha dato il via libera ad un pacchetto normativo che punta a limitare l’arrivo nel Paese di denaro sporco spesso investito nel mercato immobiliare tedesco. Dietro ci sarebbero anche organizzazioni criminali e terroristiche. Ma le misure previste non bastano. Ne parliamo con Enzo Savignano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riciclaggio-legge-100.html

 

31.07.2019. L'attualità di Primo Levi. In occasione del centenario dalla nascita ricordiamo l'autore di "Se questo è un uomo" con Fabio Levi che non è parente dello scrittore ma direttore del Centro internazionale di studi Primo Levi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/primo-levi-108.html  

 

"Innamorato dell’Islam, credente in Cristo". Sono passati sei anni dalla scomparsa di Padre Paolo Dall’Oglio e i familiari si sentono lasciati soli. Al governo italiano chiedono maggiore collaborazione e trasparenza. Marina Collaci ha parlato con loro e ci ricorda l’impegno di Padre Dall’Oglio per la pace in Medioriente.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/padre-dalloglio-100.html

 

30.07.2019. Rivoluzione operaia a Prato. Nel distretto tessile più grande d'Italia gli operai si stanno ribellando contro turni massacranti e paghe da fame. Grazie a due giovanissimi sindacalisti. Ascolta il servizio di Alessandra Bartali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/prato-migranti-100.html

 

Ecco i navigator. Parte dalla Sardegna la discesa in campo di queste nuove figure che dovranno aiutare i beneficiari del reddito di cittadinanza a trovare un lavoro. L'economista Carlo Magni cerca di spiegare in cosa consiste la loro attività.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/navigator-magni-100.html

 

29.07.2019. L'agenda verde di Söder. In concomitanza dell'Earth Overshoot Day il ministro presidente della Baviera lancia l'idea di introdurre nella costituzione principi e obblighi per la tutela di ambiente e clima. Ne parliamo con Enzo Savignano. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/soeder-agenda-100.html

 

26.07.2019. Meno tasse per chi rientra in Italia

Una misura inserita nel Decreto crescita offre grossi sconti fiscali a chi torna a vivere in Italia, soprattutto al sud. È pensata soprattutto per il rientro dei cervelli, ma restano dei dubbi. I dettagli da Enzo Savignano. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-crescita-rientro-cervelli-100.html

 

Liberi ma soli. La East Side Gallery, il tratto originale di muro coperto di famosi graffiti e sempre affollato di turisti, è stata per Cristian Luca Andrulli fonte di ispirazione per una raccolta di poesie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/east-side-gallery-cristian-luca-andrulli-100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

A Monaco di Baviera un nuovo sistema per la richiesta del passaporto

 

A poco più di 3 mesi dalla mia ultima comunicazione sul tema desidero informare in merito ai progressi dei servizi consolari della nostra circoscrizione, in particolare riguardo al rilascio dei passaporti.

Come preannunciato, il Consolato Generale di Monaco di Baviera ha introdotto a metà giugno un nuovo sistema per la richiesta dei passaporti. Quest'ultimo prevede l‘invio di una domanda:

https://consmonacodibaviera.esteri.it/consolato_monacodibaviera/resource/doc/2019/06/20190614_formulario_richiesta_appuntamento_passaporto.pdf  

 che, compilata in ogni sua parte deve essere inviata all'indirizzo:

passaporti.monacobaviera@esteri.it  

Verificati i dati e la posizione del richiedente, il Consolato assegna un appuntamento per il rilascio del passaporto.

Al momento i concittadini vengono ricontattati entro 10 giorni e ricevono un appuntamento a circa tre settimane dall'invio della prima richiesta: se si pensa ai molti mesi necessari solo fino a poche settimane fa si tratta certamente di un risultato estremamente positivo!

Purtroppo nei prossimi mesi l'organico del Consolato, subirà una ulteriore riduzione: si spera che questo non impatti nuovamente l'erogazione del servizio e che il Ministero voglia intervenire per assicurare la necessaria copertura in termini di risorse umane agli uffici consolari.

Ho potuto personalmente e casualmente osservare come casi di comprovata necessità ed urgenza siano stati affrontati dagli operatori del Consolato Generale con la dovuta accortezza e sensibilità. Invito quindi i concittadini che si trovino in situazioni di conclamata difficoltà a ricercare un contatto, anche con il nostro Comites. Come noto ci trovate all’indirizzo:

info@comites-monaco.de  o per telefono lasciando un messaggio in segreteria al numero: 089 7213190. Daniela Di Benedetto, de.it.press

 

 

 

 

La Gallerie Nazionali Barberini Corsini a Berlino

 

Berlino. Mercoledì 10 luglio Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma, ha presentato a Berlino il Museo e il nuovo corso da esso intrapreso, in occasione di un incontro con l’ambasciatore italiano in Germania, Luigi Mattiolo, e la direttrice del Museo Barberini di Potsdam, Ortrud Westheider. L’occasione è stata la grande mostra "Wege des Barock. Die Nationalgalerien Barberini Corsini in Rom" al Museum Barberini di Potsdam, aperta al pubblico fino al 6 ottobre, co-curata dai due musei.

Sono esposte a Potsdam 54 opere della collezione delle Gallerie Nazionali, alcune molto note, come il Narciso attribuito a Caravaggio, la Trasfigurazione di Giovanni Lanfranco, l’Amor Sacro e Amor profano di Giovanni Baglione, il San Francesco sorretto dall’angelo di Orazio Gentileschi, accanto ad opere meno conosciute e solitamente non esposte, come il dipinto La volta della Sala della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona, o le allegorie della La Musica e La Poesia di Salvator Rosa.

"La mostra - ha dichiarato Flaminia Gennari Santori - si inserisce nella politica di scambi con musei italiani e stranieri promossa dalle Gallerie volta a rafforzare il ruolo chiave svolto dal museo a livello internazionale, allargando sempre più i rapporti con le istituzioni museali di tutto il mondo".

"Siamo onorati di ospitare in Ambasciata le Gallerie Nazionali Barberini Corsini, per questa loro anteprima tedesca della grande mostra su "Le Vie Del Barocco", che per la prima volta porta al Museo Barberini di Potsdam alcune delle più importanti opere delle collezioni delle Gallerie Nazionali", ha ribadito l’ambasciatore Mattiolo. "Il 2019 è stato un anno davvero eccezionale per la collaborazione fra le istituzioni museali italiane e tedesche e la prossima mostra sul Barocco a Potsdam ne rappresenta una delle più fortunate espressioni".

"Fin dal momento della costituzione del Museo Barberini nel 2017", ha aggiunto Ortrud Westheider, "era nostro desiderio realizzare una mostra con il nostro Museo omonimo a Roma. La nostra esposizione presenta lo sviluppo del Barocco a Roma a partire dal Caravaggio, e la sua diffusione in tutta Europa. L’epoca dei Barberini sarà presentata attraverso prestiti davvero eccezionali".

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica hanno sede a Roma, a Palazzo Barberini e alla Galleria Corsini; contano più di 9.000 mq di percorso espositivo con una collezione che sfiora le 5.000 opere, fra dipinti, sculture e arredi, e circa 1.000 artisti rappresentati. Divenute autonome con la riforma del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo nel luglio del 2015, hanno avviato una nuova visione di rilancio strategico del museo con Flaminia Gennari Santori, direttrice dal novembre 2015, al fine di rendere le Gallerie un museo contemporaneo. Attraverso una collezione costellata di capolavori assoluti, (Annunciazione di Filippo Lippi, La Fornarina di Raffaello, Giuditta e Oloferne di Caravaggio, l’affresco con il Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona, il busto di Urbano VIII di Bernini) e della cultura europea sei-settecentesca, di cui i Barberini e i Corsini e gli omonimi palazzi furono protagonisti, il rinnovamento si concretizza in una migliore e nuova fruizione delle collezioni, grazie al riallestimento delle sale di Palazzo Barberini (l’ala sud del piano nobile è stata riaperta al pubblico nell’aprile 2019, mentre le sale dell’ala nord verranno restituite a inizio dicembre), ad approfondimenti tematici all’interno del percorso, alle grandi mostra, alla nuova illuminazione e ai nuovi sistemi multimediali di Galleria Corsini.

Esposizioni ad alto profilo scientifico, incentrate su una selezione di poche ma significative opere, a fianco a grandi mostre, realizzate in collaborazione con istituzioni italiane e straniere, hanno stimolato la curiosità e l’interesse a visitare Palazzo Barberini e Galleria Corsini, incentivando l’approfondimento delle tematiche proposte.

Da gennaio 2017 a giugno 2019 sono state realizzate un totale di 20 mostre e il riallestimento dell’ala sud del piano nobile di Palazzo Barberini, che hanno portato un notevole incremento di visitatori. Fra le grandi mostre si possono annoverare l’esposizione dello straordinario sipario di Picasso per la mostra realizzata con le Scuderie del Quirinale Picasso e il Salon de Parade (22.09.2017-21.01.2018), Arcimboldo (20.10-2017-11.02.2018) prima mostra dedicata a Roma dell’artista, Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini (18.05-28.10.2018), realizzata in collaborazione con il MAXXI – Museo del XXI secolo, per l’inaugurazione dell’ala sud.

Numerosi sono stati i focus su artisti e tematiche precise, come Il pittore e il gran Signore. Batoni, i Rezzonico e il ritratto d’occasione, (12.01 – 23.04.2017), Mediterraneo in chiaroscuro. Ribera, Stomer e Mattia Preti da Malta a Roma (12.01 – 21.05.2017), o l’approfondimento sul celebre dipinto “La Madonna di Tarquinia” a cento anni dall’attribuzione di Pietro Toesca a Filippo Lippi (17.11.2017-18.02.2018). Molte le riscoperte di opere mai esposte o tenute nei depositi, come nelle esposizioni Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini (20.12.2017 – 22.04.2018), Curiose riflessioni. Jean-françois Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini (7.03 – 10.06.2018).

Grazie alla serie di collaborazioni che il Museo ha avviato con i più importanti musei internazionali, con una politica di prestiti incrociati, è stato possibile valorizzare le rispettive collezioni e promuoverne la conoscenza e lo studio, come nel caso di La stanza di Mantegna. Capolavori dal Museo Jacquemart-André di Parigi (27.09.2018 – 27.01.2019), Guido Reni. I Barberini e i Corsini. Storia e fortuna di un capolavoro (16.11.2018 – 17.02.2019), Gotico americano. I maestri della Madonna Straus (27.09.2018 - 27.01.2019).

La Galleria Corsini, unica quadreria romana settecentesca giunta intatta ai giorni nostri, famosa per essere stata la residenza a Roma della Regina Cristina di Svezia dal 1659 fino alla sua morte nel 1689, si avvarrà dal 1° ottobre di un’applicazione multimediale per garantire un’innovativa e accessibile fruibilità della collezione che tuttavia non disturbi l’allestimento. Fulcro di rinnovato interesse, la Galleria Corsini ha recentemente raddoppiato i visitatori in occasione della mostra Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile (15.03 – 06.10.2019). La funzione di sede di convegni e conferenze delle Gallerie Nazionali è stata mantenuta e arricchita, avendo ospitato più di quaranta eventi volti alla creazione di un luogo di ricerca e studio, tra presentazioni di libri e convegni.

La nuova identità visiva, il nuovo sito web e i profili social sono stati creati con l’intento di rendere più accessibile e diretto il rapporto con il pubblico, i visitatori e gli studiosi, restituendo un’immagine più vivace e coinvolgente di un Museo capace di dialogare costantemente con i propri pubblici. La comunicazione digitale è stata integralmente ripensata, anche in connessione con quella analogica, in modo da garantire una uniformità di indirizzo nella diffusione dei messaggi. Il profilo twitter è stato rilanciato arrivando oggi a circa 15.000 follower, mentre è stato aperto ex-novo il profilo Instagram – molto apprezzato con più di 20.000 fan – ed è stata creata la pagina unitaria Barberini Corsini su Facebook, luogo che più di ogni altro si presta per il dialogo con i propri visitatori “digitali”, reali o potenziali. (aise/dip)

 

 

 

 

Linnemann: “I bambini che non parlano tedesco non dovrebbero essere ammessi alle elementari”. È bufera

 

Berlino - “Hanno fatto scalpore le dichiarazioni di Carsten Linnemann, membro della CDU di Angela Merkel, che ha recentemente sostenuto che i bambini che non parlano tedesco non dovrebbero essere ammessi alle elementari”. Ne parla un articolo pubblicato in prima pagina dal portale d’informazione in lingua italiana di Berlino IlMitte.com.

“Per farla breve - ha dichiarato il politico al Rheinische Post - non c’è ancora posto, alle elementari, per un bambino che a stento parla e comprende il tedesco”.

“Questo problema dovrebbe essere risolto nelle fasi della scuola materna”, ha aggiunto. “Costerebbe soldi, certamente, ma la mancanza di educazione e integrazione, in ultima istanza, sarebbe più costosa”.

Linnemann, membro del parlamento dal 2009 e vicepresidente del gruppo parlamentare CDU/CSU sotto la leadership di Volker Kauder, ha motivato la dichiarazione sostenendo di voler evitare quel gap culturale che produrrebbe un pericoloso squilibrio sociale e in particolare la nascita di “società parallele”, ostacolo a una vera evoluzione collettiva.

Il presidente dell’Associazione Insegnanti Tedeschi, Heinz-Peter Meidinger, ha supportato le dichiarazioni del politico, rilanciando con la proposta di test obbligatori, per bambini di tre o quattro anni, al fine di stabilire se siano o meno in grado di accedere alle elementari.

L’esternazione di Linnemann ha creato in Germania grande scalpore e ricevuto aspre critiche persino dai membri del suo stesso partito, la CDU.

Karin Prien, per esempio, ministro dell’istruzione dello Schleswig-Holstein, ha dichiarato senza mezzi termini alla Süddeutsche Zeitung che l’esternazione di Carsten Linneman è solo “populismo senza senso” e che escludere i bambini da scuola sia un modo “totalmente sbagliato” di risolvere il problema della scarsa integrazione. “I bambini che parlano male in tedesco devono essere aiutati nel regolare ambito della scuola primaria, in classi che magari hanno il tedesco come seconda lingua”, ha chiosato il ministro.

Udo Beckmann, presidente della VBE (Associazione tedesca per l’Istruzione e per la Formazione), ha definito la volontà di escludere dalla scuola primaria i bambini che non parlano bene tedesco “una dichiarazione di bancarotta politica”, che rischierebbe di escludere e dimenticare i bambini con un background di immigrazione. Si dovrebbe, semmai, questa è la posizione ufficiale dell’Associazione, rendere le scuola primarie, le cosiddette Kita, più efficienti nel migliorare il tedesco dei bambini che ancora non lo parlano. Questo, ovviamente, senza procrastinare il loro ingresso nella successiva scuola primaria.

Ma Linnemann ha sviluppato il concetto con argomenti anche più discutibili. In particolare, sempre nell’intervista rilasciata al Rheinische Post, ha parlato dei pericoli futuri della scarsa integrazione riferendosi a un’aggressione perpetrata da un uomo, residente in Svizzera e con un background eritreo, all’interno di una stazione ferroviaria di Francoforte, che ha ucciso un bambino di otto anni spingendolo sotto un treno.

A questo punto è arrivato l’attacco di Katja Kipping, di Die Linke, che ha definito inaccettabile il collegamento, effettuato da Linnemann, tra reati commessi da adulti e bambini che si preparano a iniziare la scuola primaria.

La Kipping ha ricordato inoltre che l’aggressore di cui si parla è “un uomo affetto da un disturbo psichiatrico”, che parla perfettamente tedesco e vive legalmente in Svizzera. “In pratica ha lo stesso background migratorio di Alice Weidel“, ha concluso, Kipping, con un riferimento esplicito alla leader del partito tedesco di estrema destra Afd”. (aise/dip 14)

 

 

 

 

A Friburgo consegnati di diplomi di italiano

 

Friburgo in Brisgovia. - “I corsi delle scuole italiane a Friburgo sono stati riaperti dopo il fallimento del precedente ente gestore per irregolarità finanziarie, adesso avanti così, lavorando per migliorare la gestione dei corsi ed evitare che simili problemi possano accadere di nuovo!” dichiara Simone Billi, deputato della Lega eletto in Europa.

“Il Governo, sensibile alle necessità degli italiani a Friburgo, ha affrontato e risolto questo problema molto velocemente” precisa Billi “anche grazie alla risoluzione che presentai in Commissione Esteri per ottenere la riapertura immediata dei corsi ed evitare che i ragazzi perdessero l’anno scolastico”.

“È stata una grande emozione partecipare alla consegna dei diplomi di italiano sabato 13 Luglio” dichiara Billi “dove ho potuto ringraziare personalmente il dott. Ramaioli, Console a Friburgo, Katy Nataloni, presidente del nuovo ente gestore Vivace, il cavaliere Di Leo, presidente del Comites, il preside dott. Mongero ed i professori per l’impegno e la passione con cui portano avanti gli interessi per la comunità italiana e per le scuole di italiano nella circoscrizione di Friburgo”.

“L’Ente Vivace gestirà 89 corsi con 11 insegnanti e circa 900 bambini, che potrebbero presto aumentare ad oltre 1.000” spiega l’On.Billi “sono particolarmente orgoglioso degli studenti che hanno ricevuto il diploma e faccio a tutti loro i migliori auguri per la continuazione degli studi in italiano”.

“Abbiamo confermato i finanziamenti di circa 16 milioni di euro per la lingua e cultura italiana all’estero” conclude il deputato della Lega “per noi è importante promuovere ed incentivare la cultura e la lingua italiana all’estero”. aise/dip 16.7. 

 

 

 

Il programma “Genitori attivi” della Associazione “Refugio” a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Centro di consulenza e di terapie che opera da decenni in contesti migratori, l’associazione “Refugio” organizza “Eltern Aktiv” (in italiano, “Genitori attivi”), un programma - sia individuale che di gruppo – indirizzato a genitori stranieri residenti a Monaco di Baviera che vogliano riflettere sul loro ruolo in un contesto interculturale, per capire e sostenere lo sviluppo dei propri figli.

I corsi sono in diverse lingue, italiano incluso, e puntano a rimuovere quelle barriere linguistiche e culturali che spesso limitano l’accesso a svariate offerte pubbliche.

Referente per i genitori italiani è Concetta D’Arcangelo, contattabile al numero di telefono 01622626407 o per email all’indirizzo concettadarcangelo@gmail.com. informazioni possono essere richieste anche alla direzione “Muttersprachliche Elterntrainings” di “Refugio”.

Il progetto si sviluppa in diversi incontri – in questo caso in lingua italiana - in cui si affrontano temi quali: consolidare il rapporto con i propri figli, migliorando la comunicazione giornaliera con loro e comprendendo meglio il loro comportamento; affrontare i conflitti con i propri figli e trovare una soluzione insieme con loro; riflettere sui valori e sulle aspettative che si hanno nell’educazione dei propri figli.

E ancora: sistemi educativi e scolastici a confronto, per illustrare come funzionano gli asili nido, scuole materne e scuole in Baviera e cosa essi si aspettano dai genitori. Possibilità di sostegno scolastico ed educativo; uso dei mass media, sviluppo infantile, organizzazione di attività ricreative e sistemi di valori in un confronto culturale. L’associazione Refugio ha un sito web all’indirizzo www.refugio-muenchen.de.  (aise/dip) 

 

 

 

 

Concorso di scrittura: “Wikipedia in italiano a Berlino”

 

Berlino - “Wikipedia in italiano a Berlino” è il nome del concorso di scrittura – organizzato dagli utenti di Wikipedia in italiano in collaborazione con i wikimediani locali del WikiBär e con il supporto di Wikimedia Deutschland, la corrispondente tedesca della Wikimedia Foundation – che punta a coinvolgere la comunità italofona residente a Berlino per creare contenuti in italiano riguardanti la capitale tedesca”. A darne notizia è “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Luisa Conti.

Il progetto si articolerà in 4 incontri tra workshop ed escursioni fotografiche, durante i quali i partecipanti riceveranno un’adeguata formazione sul funzionamento di Wikipedia in modo da avere tutti gli strumenti necessari per editare consapevolmente. Le voci create verranno poi valutate da una giuria di esperti wikipediani, che decreteranno i vincitori.

Wikipedia, l’enciclopedia online libera e collaborativa, è il sesto sito al mondo per numero di visite ed una delle principali fonti di informazione della rete. Presente in oltre 290 edizioni linguistiche, quella in italiano si piazza all’ottavo posto con oltre 1 milione e mezzo di voci.

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, fino ad un massimo di 15 persone. Gli incontri si svolgeranno tutti presso il WikiBär, il punto di ritrovo dei wikipediani di Berlino nella sua nuova sede di Köpenicker Straße 45 a Mitte, in tre sabati pomeriggio dalle ore 15.00 alle ore 18.00.

Il primo incontro si terrà sabato 7 settembre con la presentazione del progetto, una breve lezione teorica e le prime modifiche. Questo incontro sarà anche l’occasione per valutare assieme ai formatori gli argomenti sui quali si concentreranno gli sforzi dei partecipanti, che saranno incentrati su un aspetto particolare della città o un suo Bezirk. Gli altri workshop si terranno nella medesima sede e nello stesso orario il 21 settembre e il 12 ottobre.

Non solo Wikipedia: i partecipanti si cimenteranno anche nella fotografia (caricando le loro immagini su Wikimedia Commons, il repository di file multimediali della famiglia Wikimedia) e nella realizzazione di un itinerario turistico, che verrà specificatamente inserito sull’edizione in italiano di Wikivoyage, uno dei “progetti fratelli” di Wikipedia.

Oltre alle giornate di workshop e di scoperta del territorio, i concorrenti potranno proseguire autonomamente nella realizzazione dei propri articoli fino alla mezzanotte del 31 ottobre. Con l’inizio del mese di novembre tutti i contributi verranno valutati da un gruppo di wikipediani italiani esperti, che li giudicheranno sia nei contenuti che nel rispetto delle regole dell’enciclopedia.

Ma come in ogni concorso che si rispetti, anche “Wikipedia in italiano a Berlino” prevede dei premi: Wikimedia Deutschland mette a disposizione dei primi 3 classificati dei buoni da spendere in ambito culturale, come l’acquisto di libri in italiano o di materiale fotografico, oppure card per l’ingresso ai musei statali di Berlino. A tutti i partecipanti, inoltre, verrà rilasciato un attestato di frequenza che varrà come dimostrazione delle competenze acquisite.

Tutti i dettagli del progetto e le modalità di iscrizione sono consultabili a questo link: https://meta.wikimedia.org/wiki/Expat_Wikipedians/Italians_in_Berlin/it.

Per qualsiasi richiesta di informazione basta scrivere all’indirizzo italiansinberlin@wikipedia.de. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 agosto”. dip 

 

 

 

 

Al consolato di Dortmund la mostra “Visioni oltre la terra” fino al 6 settembre

 

Dortmund – Inaugurata dal Console Franco Giordani, la mostra “Visioni oltre la terra” del fotografo italiano residente a Dortmund Domenico Luzzi resterà aperta fino al 6 settembre. L’esposizione racconta di creature sottomarine poco conosciute che abitano i fondali marini e di relitti carichi di storie umane perdute nel tempo. La passione per il “mondo sommerso” ha permesso a Luzzi di svelare i segreti più remoti delle acque dell’area Asia-Pacifico, consentendo ai visitatori della mostra di ammirare colori e sfumature delle forme viventi presenti negli oceani.

A testimonianza di come la mostra non abbia solo un carattere espositivo, il mare viene presentato come un mondo affascinante e misterioso che merita umile rispetto, e che va gelosamente custodito e salvaguardato. La sensibilizzazione di grandi e piccini verso i temi della protezione del nostro ecosistema e della nostra stessa esistenza futura è motivo trainante del progetto di Domenico Luzzi, capace di far conciliare perfettamente l’amore per l’inesplorato, la passione per la fotografia e l’impegno sociale. Le numerose iniziative eco-ambientali a cui ha partecipato, quali la pulizia dei fondali in zone come Borneo Malese, Isole Komodo, Micronesia, testimoniano la sua dedizione alla causa.

Non a caso, il vernissage “Visioni oltre la terra” è stato patrocinato anche da BRACENET, un’iniziativa privata la cui missione principale è la lotta contro le reti abbandonate negli oceani. BRACENET opera in stretta cooperazione con Nofir, Healthy Seas e Ghost Fishing, tutte impegnate nel creare un ambiente più sostenibile. Domenico Luzzi racconta il suo mondo attraverso le suggestive fotografie esposte in Consolato, un mondo che solo un viaggiatore-fotografo ha la capacità di condividere.

I circa cento ospiti presenti alla serata inaugurale hanno potuto ammirare le illustrazioni fotografiche di Domenico Luzzi gustando i tipici prodotti italiani del buffet offerto dal Consolato e sorseggiando un bicchiere di buon vino italiano, per concludere con le specialità dolciarie siciliane messe a disposizione dalla nuova pasticceria di Dortmund “La Delizia”, cui va il ringraziamento del Consolato per la disponibilità. La manifestazione è stata realizzata con il patrocinio dell’Auslandsgesellschaft di Dortmund (Istituto per le culture straniere), impegnata nel promuovere il pensiero europeo e la pace nel mondo da oltre 70 anni.

La mostra “Visioni oltre la terra” rimarrà esposta al pubblico durante gli orari di apertura del Consolato d’Italia a Dortmund nella Goebenstraße 14 (lunedì, martedì, giovedì e venerdì, ore 9:00-12:30 e mercoledì ore 14:30 – 17:30) fino al 6 settembre 2019. dip 

 

 

 

 

 

Il nuovo premier 'politically incorrect''. Johnson premier: tra la Brexit e il trionfo deltrumpismo’

 

È iniziata l’era di Boris Johnson, neo-leader dei conservatori britannici e nuovo primo ministro del Regno di Sua Maestà. Proprio come i cugini yankee, i britannici hanno deciso di scommettere su una figura eccentrica, col fare da ‘stand-up comedian’ e un biondissimo ciuffo che già da tempo gli ha procurato una serie di soprannomi, tra cui “nicer Donald Trump” e “blonde bombshell” (la bomba bionda).

Non è corretto però parlare di britannici in termini generali. A sceglierlo è stata infatti un’esigua minoranza della popolazione, i 160 mila iscritti al Partito conservatore. Di questi, il 66% ha espresso la propria preferenza in suo favore, relegando l’altro candidato, Jeremy Hunt, ex ministro degli Esteri, al ruolo di eterno secondo con 46 mila voti.

Come da copione, quel piccolo ma decisivo 0.2% dell’elettorato britannico complessivo non poteva che scontentare una parte considerevole dell’opinione pubblica restante, scesa a manifestare davanti a Westminster ancor prima che Johnson venisse formalmente proclamato vincitore. E ancora, subito prima di ricevere l’incarico, ostacolando il suo cammino verso Buckingham Palace.

Dal giornalismo alla politica

Che Alexander Boris de Pfeffel Johnson, nato a New York 55 anni fa, fosse un candidato quanto meno discutibile alla poltrona che fu di Winston Churchill era noto a tutti. E a testimoniarlo c’è una lunga serie di gaffe e spudorate bugie che l’hanno reso (orgogliosamente) pop.

Prima di approdare alla politica, dopo gli studi al prestigioso college di Eton – quello frequentato dai rampolli reali per intenderci – e la laurea a Oxford, si è dedicato all’attività giornalistica, grazie alla quale si è guadato il licenziamento dal Times per avere fabbricato ad arte una dichiarazione. Senza contare gli imbarazzati scivoloni dalle colonne del Telegraph e dello Spectator, sui matrimoni gay e sulle donne musulmane che indossano l’hijab (ha affermato che assomigliano a delle cassette postali o a dei rapinatori di banca).

A questi vanno a sommarsi le bufale diffuse nella campagna referendaria del 2016 – mai ritrattate – sui 350 milioni di sterline da versare ogni settimana nelle casse dell’Ue, per le quali era stato trascinato anche in tribunale, e le scappatelle (anche quelle mai smentite) che si è concesso durante i suoi due matrimoni, prima di fare coppia fissa con l’attuale fidanzata trentunenne Carrie Symonds. Fino all’ultimo episodio durante un comizio a Londra, nel quale brandendo un’aringa sottovuoto ha rimarcato l’inutilità e la dannosità di una legge europea sugli alimenti. Peccato solo che la norma in questione fosse ‘made in Britain’.

Un premier di rottura

La storica vocazione atlantica del Regno Unito si è dunque palesata appieno con Johnson e non solo in campo politico. Un tempo chi abitava al n. 10 di Downing Street era sottoposto a uno screening cavilloso della propria vita pubblica e privata ed era sempre tenuto a rispondere delle proprie parole e azioni di fronte all’opinione pubblica. Ora, il “politically incorrect” può dirsi sdoganato anche nel Regno Unito.

L’elezione di BoJo – un altro dei suoi nickname – sembra così ricordare gli eventi che hanno preceduto quella di Donald Trump il quale nel gennaio 2016 aveva dichiarato: “Potrei sparare a qualcuno sulla Quinta Strada e non perderei nemmeno un voto”.

In linea con il trend mondiale, il Trump britannico si è rivelato pertanto una figura divisiva, e distruttiva, rispetto alla tradizione politica precedente e persino all’interno della sua stessa famiglia. “Quoque tu, Boris?” avrà pensato infatti suo padre, Stanley Johnson, fervente europeista della prima ora e tra i nove fondatori del Club del Coccodrillo, gruppo nato in forma spontanea per riformare le istituzioni comunitarie. E altrettanto suo fratello Jo (ex ministro dei Trasporti) e sua sorella Rachel, giornalista, ex militante del movimento anti-Brexit Change Uk. Il minore Leo, invece, forse proprio per mantenere l’equilibrio familiare, ha scelto di disinteressarsi in toto alla politica.

La Brexit secondo Johnson

Quella auspicata dal platinato premier è una Brexit “senza se e senza ma”. E da brexiteer convinto, annunciando l’inizio di una nuova età dell’oro per il Paese, ha formato una squadra di governo di veri ultras.

Come suo braccio destro al ministero dell’Economia ha nominato Sajid Javid, ex direttore di Deutsche Bank, mentre a Dominic Raab e Priti Patel – entrambi dimissionari dal governo May, l’uno perché contrario alla linea soft tenuta dall’esecutivo, l’altra per non aver dichiarato i contatti avuti con dei funzionari israeliani – ha assegnato gli Esteri e gli Interni. Al ministero per la Brexit ha invece confermato Stephen Barclay, l’ultimo ad aver ricoperto questo ruolo; mentre spicca al dicastero dei rapporti con la Camera dei Comuni il falco Jacob Rees-Mogg.

Il team, epurato dagli elementi più moderati, è dichiaratamente orientato a portare a casa la Brexit: con un accordo migliore di quello di Theresa May, per quanto non ci siano soluzioni concrete all’orizzonte, e rispettando la scadenza del 31 ottobre. “Il no deal sarà scongiurato”, ha ripetuto come un mantra, quasi fosse terrorizzato dal fallimento. Eppure nel suo gabinetto un’uscita dall’Ue senza accordo sembra essere tuttora preferibile alla bozza già confezionata.

Il futuro prossimo del Paese

Dall’imprevedibile Boris ci si può aspettare comunque davvero di tutto. Ogni scenario – dall’eventualità di un nuovo referendum a quella di rivendere il May deal con qualche ritocco esteriore – è ancora aperto. Da Bruxelles, in ogni caso, l’ipotesi di riaprire l’intesa è stata categoricamente esclusa, fatta eccezione per la possibilità di aggiustare la dichiarazione politica annessa alla bozza di divorzio.

La prospettiva delle elezioni anticipate, come aveva pronosticato il suo compagno di merende Nigel Farage, trionfatore alle europee di maggio col Brexit Party, sembra al momento la più quotata. E chi può dire che in tal senso non ci si debba preparare a un altro colpo di scena? Beatrice Vecchiarelli, 29.7.AffInt

 

 

 

 

Il Ministro dell’Economia Tria: “La fuga di cervelli all’estero ci costa 14 miliardi di euro

 

C’è un’ennesima denuncia della perdita di “intelligenze” e questa volta arriva dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Stiamo disperdendo talenti ma anche risorse. La fuga di cervelli all’estero che sta conoscendo l’Italia ci fa perdere circa 14 miliardi all’anno ovvero poco meno dell’1% del pil”, ha detto il ministro nel corso di un convegno sul digitale alla Luiss”, in Canada.  A scriverne per il Corriere Canadese, quotidiano diretto a Toronto da Francesco Veronesi, è Marzio Pelu.

“La fuga dei cervelli all’estero, fenomeno in atto da tanti anni in Italia, costa dunque molto cara come ha sottolineato Tria durante il convegno di Confindustria digitale alla Luiss Business School.

Ma, come il Corriere Canadese ha spesso sottolineato nelle sue inchieste sull’immigrazione, il fenomeno migratorio dall’Italia in Canada sta vivendo il suo periodo più nero in assoluto e probabilmente non sarà questo Paese a usufruire delle “intelligenze” formate a spese dell’Italia e “regalate” a qualche altra Nazione in giro per il mondo.

Negli ultimi tredici anni, a partire dal 2006, il numero degli italiani che hanno ottenuto la residenza permanente – il primo passo concreto per acquisire la cittadinanza – rappresenta una percentuale del tutto residuale all’interno dell’immigrazione nel nostro Paese: a partire dal 2006 fino all’agosto del 2018 in tutto il Canada 3.371.318 stranieri hanno acquisito la residenza permanente e di questi solamente 7.539 hanno la cittadinanza italiana. Il valore percentuale è appena allo 0,19 per cento.

Saranno dunque altri Paesi a ritrovarsi, in dono, “cervelli” formati nelle scuole e nelle università italiane. Magari in Europa.

Proprio di Europa e di economia in generale ha parlato sempre Tria nel corso del convegno alla Luiss. “Come continente Ue – ha detto – stiamo accumulando un ritardo rispetto ad altri player globali. Lo stiamo accumulando sia per la carenza di infrastrutture digitali, sia per la difficoltà delle nostre imprese di innovazione, delle nostre start up a trovare un contesto favorevole per crescere e diventare realtà solide”, ha aggiunto il ministro.

Nella giornata di ieri, poi, il titolare del Mef è stato ascoltato dalle Commissioni Bilancio di Camera e Senato ed è tornato ad affrontare le tematiche relative alle misure da adottare nella manovra e ai rapporti con l’Europa.

“Nel 2020 – ha sottolineato il ministro dell’Economia – i risparmi dal reddito di cittadinanza e quota 100 saranno non trascurabili e saranno destinati a soddisfare le indicazioni del Parlamento, che sono di mantenere gli obiettivi di finanza pubblica e non aumentare la pressione fiscale”.

Anche quest’anno i risparmi di queste due misure “sono stati destinati a questa finalità. È stato deciso da tutto il governo”, ha detto Tria”. (aise 19.7.) 

 

 

 

L’opportunità

 

Abbiamo avuto lo stimolo di leggere i contenuti del “Contratto per il Governo del Cambiamento” stipulato tra Luigi Di Maio nella sua qualità di Capo Politico del “Movimento 5 Stelle” e Matteo Salvini Segretario Federale della Lega. Data l’evoluzione della situazione socio/politica nazionale, c’è sembrato più che appropriato seguire l’ispirazione.

 Il compendiato dell’atto notarile è fitto. Si apre col “Funzionamento del Governo e dei Gruppi Parlamentari” e termina con “Università e Ricerca”. Tra questi due riferimenti, si sviluppano tutti i numerosi aspetti che erano stati proposti, pur se sommariamente, durante la campagna elettorale dai due membri del Governo che dovrebbe essere totalmente operativo entro fine d’anno.

 Senza, per il momento, entrare nel merito specifico, c’è sembrato che la linea messa a punto tra i due leaders della Destra italiana dovrà, dopo la globale applicazione dei contenuti, essere vagliata per costatarne, poi, l’effettiva realizzazione. Certo è che tante nostre perplessità non sono rientrate.

Sarà nostro impegno, una volta studiati gli atti e i loro effetti pratici, esprimere una riflessione su questo “Contratto” del quale abbiamo avuto modo di mettere a fuoco i contenuti principali e le correlate finalità. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

La Camera riduce a 18 anni l’elettorato attivo del Senato

 

La Camera ha approvato all’unanimità il testo di riforma costituzionale che interviene sull'elettorato attivo del Senato, abbassando il limite di età per eleggere i componenti di tale organo da 25 a 18 anni, uniformandolo a quello previsto per la Camera dei deputati. Il provvedimento passa all'esame dell'altro ramo del Parlamento.

Grazie a una proposta del Partito Democratico è stato fatto un passo avanti per porre rimedio a una delle distorsioni del nostro bicameralismo.

Sono particolarmente felice di aver avuto l’occasione, con il mio voto, di rendere possibile questo cambiamento positivo nella vita politica e culturale del nostro Paese. 

Si tratta di un atto dovuto che riguarda il concetto stesso di democrazia parlamentare rappresentativa e che avrà, mi auguro, riflessi positivi anche nella vita delle forze politiche che saranno chiamate ad aprirsi al confronto con una nuova generazione di elettori.

L’Italia ha la necessità di una rivoluzione generazionale per interpretare compiutamente i diritti e i bisogni dei più giovani, ma soprattutto per progettare il suo futuro. Se la politica vuole davvero garantire la partecipazione dei suoi cittadini, infatti, non è più rinviabile quella dei giovani alla vita pubblica. Solo attraverso la loro partecipazione attiva si può costruire un Paese diverso. 

La retorica della disaffezione dei giovani alla vita del paese, d’altronde, non corrisponde alla realtà. Il loro protagonismo è tangibile in ambiti vitali del nostro Paese: sui territori, nelle periferie delle nostre città, sui temi globali che riguardano il futuro del pianeta, dai diritti umani all’ambiente (Greta docet!) – questioni indissolubilmente legate tra loro. Partecipazione ed impegno civili che testimoniano della forte vocazione dei giovani alla condivisione, alla creazione di reti di comunicazione e di scambio di esperienze, dunque, a fare comunità.

Il Partito Democratico, che ha votato convintamente a favore di questa modifica costituzionale, avrebbe voluto un maggiore coraggio, soprattutto da parte del M5S, e vedere accolta la sua proposta di riforma che riguardava anche l'elettorato passivo del Senato, consentendo di essere eletti alla carica di senatore a 25 anni e non più a 40.  

Tale modifica avrebbe consentito di uniformare i requisiti di elettorato passivo per il Senato della Repubblica a quelli previsti per la Camera dei deputati e per le amministrazioni locali. Soprattutto avrebbe completato un percorso a lungo trascurato, ma necessario per coinvolgere nella governance del Paese le generazioni più giovani, dando loro la possibilità di influenzare i processi decisionali in prima persona e allineando l’ordinamento italiano a quello delle legislazioni degli altri paesi europei.  

“Libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber… 

On. Angela Schirò, 31.7.

 

 

 

“Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità”

 

TORINO - Si parla tanto dei giovani che emigrano, ma poco si sa delle loro famiglie. Il volume “Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità” a cura di Valeria Bonatti, Alvise Del Pra’, Brunella Rallo e Maddalena Tirabassi (Centro Altreitalie, ed. Celid, maggio 2019) punta l’attenzione proprio su chi resta: i genitori.

In particolare, analizza le relazioni economiche che si stabiliscono all’interno delle nuove famiglie transnazionali: quanto spendono i genitori per aiutare i figli a conseguire una formazione superiore o a costruirsi una carriera lavorativa soddisfacente in un altro paese? Quanto costa cercare di tenere assieme la famiglia, seppure temporaneamente, per esempio attraverso viaggi e soggiorni dei genitori all’estero e i ritorni occasionali dei figli a casa? E quali sono le prospettive di una futura riunificazione familiare? Ma anche, come cambia la famiglia italiana con questa nuova emigrazione, è vero che sta diventando sempre più cosmopolita? Qui abbiamo genitori che viaggiano all’estero con frequenze mai viste prima, che imparano nuove lingue in età avanzata per dialogare con i nipoti, che consultano la posta elettronica e dialogano disinvoltamente via Skype o WhatsApp.

Attraverso i risultati di un’inchiesta condotta on line tra le famiglie italiane dei giovani migranti e le testimonianze dei diretti interessati (genitori e figli), la ricerca esplora le nuove relazioni familiari, declinate anche in termini economici, confermando l’importanza del sostegno della famiglia, soprattutto nelle fasi iniziali, alla vita dei figli all’estero.

Valeria Bonatti, PhD in Sociologia presso l’University of Illinois Urbana Champaign, è Lecturer presso il Dipartimento di Global Studies dell’University of Illinois Urbana Champaign. Le sue ricerche si concentrano sul ruolo delle donne migranti e delle nuove mobilità nelle green economies in Europa e nel Sud Est asiatico. È ricercatrice per l’Associazione Makran-sinergie per la genitorialità a distanza. Tra le sue pubblicazioni: “Taking out the Garbage: Migrant Women’s Unseen Environmental Work”, European Journal of Women’s Studies, 25/, 2018; e Muniandy, P., “Defiant aspirations: Migrant women’s struggles for stability and upward mobility in Naples and Kuala Lumpur”, Migration Studies (on line).

Alvise Del Pra’ è ricercatore e redattore presso il Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus. Si occupa di temi attinenti alle migrazioni storiche e contemporanee, in particolare di migrazione italiana in Europa e del fenomeno delle “nuove mobilità”. Ha pubblicato tra l’altro: “The New Italian Mobility in Europe”, in Bruno Riccio (a cura di), From Internal to Transnational Mobilities, 2016; La meglio Italia. Le mobilità italiane nel XXI secolo, 2014 (entrambi con Maddalena Tirabassi); “Nuove mobilità europee e partecipazione politica. Il caso degli italiani a Berlino”, Altreitalie, 36-37, 2007.

Brunella Rallo, MA in Sociologia presso la New York University, ha lavorato e condotto ricerche socioeconomiche per Enti e organizzazioni pubbliche e private in Italia principalmente nell’area dei trasporti e della mobilità. Nel 2016 ha fondato il portale mammedicervellinfuga.com, primo sito dedicato alle famiglie dei giovani emigranti italiani e l’Associazione Makran – sinergie per la genitorialità a distanza, di cui è Presidente. È autrice di recenti pubblicazioni sulle famiglie delle nuove mobilità: Rallo e altri, “Genitorialità a distanza: le famiglie degli italiani in mobilità” in Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2017; “Così lontani, così vicini: le aspettative delle famiglie sul rientro dei dei giovani italiani migranti”, Rapporto Italiani nel Mondo 2018.

Maddalena Tirabassi dirige il Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Globus et Locus a Torino e la rivista Altreitalie. È stata professore a contratto all’Università di Teramo e membro del consiglio consultivo del MEI (Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana) e ha collaborato alla mostra “Fare gli Italiani, 150 anni di storia nazionale” a Torino. Ha al suo attivo molte pubblicazioni sui temi delle migrazioni, delle donne e degli italici, tra cui: La meglio Italia. Le mobilità italiane nel XXI secolo, (con Alvise Del Pra’), 2014; I motori della memoria. Le donne piemontesi in Argentina, 2010; Itinera; Paradigmi delle migrazioni italiane, a cura di, 2005; Il Faro di Beacon Street. Social Workers e immigrate negli Stati Uniti, 1990. (Inform/Dip 15.7.)

 

 

 

Crisi d’identità

Sarebbe appropriato cercare le vere cause di quest’Italia del malessere inserita in un’Europa che intende giocare il suo ruolo a livello mondiale. Il solo fatto che l’Euro Zona continui a estendersi, la dice lunga su una serie di considerazioni per le quali la nostra economia si trova compromessa. Dopo anni dal varo della moneta unica, nonostante la deflazione, da noi la crisi economica resta la peggiore in UE. Questa realtà che ancor più si rileva per una situazione politica che sta svelando il suo poliedrico scopo.

L’importante, ora, è evitare di confondere il comportamento di questo Esecutivo di Centro/Destra con quella economica. Le due realtà, pur coesistendo, hanno matrici differenti. Come diverse dovrebbero essere le “cure” per salvare capra e cavoli. Non è più possibile, né auspicabile, tornare agli accordi economici di settore che non tengano conto della globalizzazione di una situazione già ribaltata a livello internazionale. L’incertezza è figlia della sfiducia e quest’ultima trova le sue origini negli affetti governativi che continuano ad avere manifestazioni in negativo nella cronaca.

 E’ il sistema che dovrebbe conformarsi. Puntare sull’alleanza Lega/5S non dovrebbe mostrarsi come l’unica soluzione per i problemi di casa nostra. Da quando abbiamo iniziato ad analizzare la presenza contemporanea della politica con l’economia, il motto che andava per la maggiore era: ” Chi non chiede niente non vale niente”. Ora, questo principio non avrebbe più una sua logica. Anche se siamo consapevoli che l’Italia non è ancora nelle condizioni per fronteggiare i motivi di questa crisi che resta, forse, anche d’identità politica.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

63 anni fa il disastro di Marcinelle, una tragedia simbolo della storia del lavoro italiano nel mondo

 

«In nome dei 139 fratelli italiani sepolti in un’agonia che si teme purtroppo senza scampo e in nome dei loro compagni di ogni Paese fra i quali sono gli stessi figli del Belgio, sentiamo di dover chiedere che i tristi imperi rinnovino tutta la loro tecnica estrattiva, i loro impianti, i loro sistemi di sicurezza, il loro complesso sistema economico e sociale, se non vogliono che la loro ricchezza sia sinonimo di morte e se non vogliono che si debba su di essa stendere la nera bandiera d’un lutto che la civiltà non può accettare e contro il quale è doveroso che la Società stessa insorga condannando quella ricchezza che vive sui funebri cunicoli della morte». Così concludeva il suo bellissimo articolo, «Un amaro pane per gli italiani», Orio Vergani sul «Corriere della Sera» del 9 agosto 1956.

Nella tragedia di Marcinelle morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani.

Marcinelle è per tutti noi, anche se di generazioni lontane da quelle vicende, un richiamo forte del senso di liberazione che l’emigrazione ha avuto per milioni di persone, dello sfruttamento e dell’insicurezza a cui tanti sono stati sottoposti, della svolta in termini di sicurezza sociale che anche quelle tragedie hanno concorso a far maturare.

Chi veniva in miniera dalle campagne del Sud non aveva mai conosciuto questo tipo di lavoro, ma, allo stesso tempo, spesso non aveva conosciuto nemmeno una retribuzione salariale regolare, le protezioni assicurative, le ferie pagate, insomma le prerogative essenziali di un vero e dignitoso contratto di lavoro.

La tragedia del Bois du Cazier, la più grande di una serie purtroppo lunga di eventi che comportarono atroci perdite di vite umane, ha contribuito tuttavia ad una svolta nelle politiche di sicurezza sui luoghi di lavoro e nella costruzione di un welfare di modello europeo, che è stato storicamente uno dei più avanzati del mondo. Un esempio che i lavoratori, i sindacati ed alcuni stati hanno cercato di seguire per dare un segno profondo di giustizia a società in complessa evoluzione.

In senso più lato, con verosimiglianza storica, essa è stato il punto di partenza di un processo di dialogo e di responsabilizzazione degli stati a livello europeo che ha portato, sia pure nel corso di un articolato processo, agli accordi e all’unità che hanno presidiato la pace del vecchio continente e consentito la mobilità entro i suoi confini.

Marcinelle è stata dunque in qualche modo riscattata dal dolore inconsolabile dei familiari e dei compagni di lavoro nelle miniere, ma anche dal fatto che essa è diventata un fermento morale e un impulso di lotta per i lavoratori italiani e non solo. Non retoricamente, dunque, essa è vissuta nelle coscienze e vive nella volontà di tutti coloro che anelano a rendere più giuste le società nelle quali vivono.

Questo universale senso di solidarietà sembra oggi dissolversi di fronte alle chiusure nazionalistiche, alla fatica di vedere riconosciuti e protetti i diritti umani, in sostanza di fronte alla disgregazione dei vincoli tra gli esseri umani e tra i lavoratori.

Dello spirito di Marcinelle, dunque, abbiamo ancora bisogno, oggi più che mai, per ricostruire il nostro profilo di civiltà umana e del lavoro e per ridare all’Europa quella funzione propulsiva nel mondo che è una garanzia per il nostro futuro e per lo stesso equilibrio mondiale.

Una prova della profondità delle radici che l'emigrazione ha messo in Europa e del beneficio che ha recato e arreca al rapporto tra i governi e i popoli si è avuto anche nel recente incontro del gruppo interparlamentare Italia-Benelux con gli ambasciatori dei tre Paesi europei a Roma. I legami di amicizia e di collaborazione che uniscono i nostri Paesi, è stato ribadito, ci consentono di lavorare con comune impegno per rafforzare l’Europa dei popoli, dei diritti e della giustizia sociale. On. Angela Schirò, de.it.press 7

 

 

 

 

Disoccupazione ai minimi dal 2012

Occupazione record dal 2004 e disoccupazione ai minimi dal 2012. Lo scorso mese il tasso di occupazione è arrivato al 59,2%, numero record dal 2004, cioè da quanto hanno inizio le serie storiche dell'Istat. Il tasso di disoccupazione, contemporaneamente, registra i livelli minimi da gennaio 2012, collocandosi al 9,7%. A giugno il tasso di disoccupazione cala al 9,7% (-0,1 punti percentuali).

''L’andamento occupazionale è sintesi'' di una crescita tra le donne (+15 mila) e una diminuzione tra gli uomini (-21 mila); per età sono in aumento i 15-24enni (+10 mila) e i 35-49enni (+5 mila), in calo i 25-34enni (-4 mila) e gli ultracinquantenni (-18 mila). Si registra un’ampia divaricazione delle dinamiche occupazionali per tipologia, con una crescita dei dipendenti, sia permanenti sia a termine (+52 mila nel complesso) e una diminuzione degli indipendenti (-58 mila).

Le persone in cerca di occupazione sono ancora in calo (-1,1%, pari a -29 mila unità nell’ultimo mese). La diminuzione ''è determinata da entrambe le componenti di genere ed è distribuita in tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni''.

Nel trimestre aprile-giugno 2019 aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,8%, +114 mila) sia quelli a termine (+0,6%, +19 mila) mentre calano gli indipendenti (-0,2%, pari a -10 mila); per età si registrano segnali positivi tra i 15-24enni e gli ultracinquantenni e negativi nelle classi d’età centrali.

Il tasso di inattività è invece invariato al 34,3% per il quinto mese consecutivo. La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno è in lieve calo (-0,1%, pari a -14 mila unità), l’andamento è sintesi di un aumento tra gli uomini (+18 mila) e una diminuzione tra le donne (-33 mila).

Bollino verde anche per i giovani disoccupati, che a giugno sono pari al 28,1% della popolazione tra 15 e 24 anni, ai minimi dall'aprile del 2011; mentre il tasso degli inattivi risulta pari al 74,2%, gli occupati sono pari al 18,5%.

Adnkronos 31

 

 

 

 

Intervista al Ministro Enzo Moavero. Migranti, il piano italiano

 

Riprendiamo dal Corriere della Sera del 14.7.19 questa intervista al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

 

Enzo Moavero Milanesi ci lavora dal giorno in cui fu nominato ministro degli Esteri poco più di un anno fa. Ne ha parlato giovedì scorso con il premier Giuseppe Conte e con Matteo Salvini, il ministro dell'Interno, ed esporrà queste idee domani a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri per una riflessione con i colleghi europei. «Usciamo dalla tirannia delle emergenze e dell'emotività - dice - obiettivamente, sui flussi migratori sino ad oggi ogni Paese tende a reagire in maniera sovranista. Ma riusciremo a governarli solo con una vera politica europea equilibrata, fatta di molti elementi».

Ministro, lei sta per presentare idee per un'azione europea sulle migrazioni con il suo collega di Malta Carmelo Abela. Come nascono?

«Negli ultimi tempi, ci sono stati accordi sulla distribuzione dei migranti fra Paesi prima dello sbarco. Ma non possiamo continuare a procedere caso per caso, cercando ogni volta soluzioni d'emergenza. Bisogna trovare un meccanismo strutturato, di carattere stabile».

Va superato il regolamento di Dublino, che obbliga i Paesi di primo sbarco a vagliare le domande di asilo? Molti governi non vogliono.

«Dublino riguarda l'asilo, ma il Trattato Ue contiene norme per regolare le migrazioni in generale, non solo su come verificare le domande di asilo. Questo porta ad allargare la riflessione all'insieme dei flussi migratori: i migranti non cercano la costa italiana, greca o maltese. Cercano l'Europa. Dunque è in una cornice europea che va trovata una soluzione».

Non teme una reazione scettica dagli altri governi? Vi diranno che l'unica politica dell'Italia è chiudere porti.

«Per governare simili flussi occorre una politica comune europea che stabilisca bene cosa si fa, collaborando. Gli Stati non vanno lasciati soli ad affrontare l'emergenza con strumenti parziali e inevitabilmente egoistici. Il Trattato Ue parla di politiche europee sui flussi migratori e, quindi, va oltre il semplice riconoscimento del diritto di chiedere asilo o protezione internazionale».

A cosa pensa?

«II primo livello è fare di più prima che le persone inizino a migrare. Occorrono investimenti maggiori, con finanziamenti sufficienti, nei Paesi dai quali si parte: progetti mirati a rafforzare il tessuto sociale o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Le risorse necessarie sono ingenti e proprio per questo il tema deve entrare nei negoziati sul Quadro finanziario europeo 2021-2027. Per raccoglierle, si può pensare anche all'emissione di appositi titoli europei di debito».

Le persone continueranno comunque a partire, non trova?

«Per questo è giusto che quei migranti che legittimamente chiedono asilo possano farlo in luoghi il più possibile vicini a quelli che sono costretti a lasciare. Per esempio, un rifugiato da un paese in guerra dovrebbe poter far esaminare la sua domanda di asilo presso un ufficio europeo nel più vicino Stato in pace, prima di affrontare un viaggio lungo e sempre drammatico. E se l'asilo viene riconosciuto, il rifugiato dovrebbe viaggiare verso l'Europa attraverso corridoi umanitari senza dover pagare i trafficanti. L'Ue deve garantire trasporti normali, voli charter come ne sono stati fatti anche di recente verso l'Italia per persone di cui si sapeva già che avevano diritto all'asilo. Chi ha diritto all'asilo deve poter viaggiare in condizioni degne, non in mano a criminali».

Significa che ci sarebbe una distribuzione dei rifugiati in Europa?

«Il sistema funziona solo se un numero sufficiente e consistente di Stati Ue aderisce. Specie i più grandi. Perla ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi e chiari. Inoltre, gli uffici europei per la valutazione delle domande di asilo, se funzionano bene, potrebbero anche vagliare domande di lavoro fatte da chi emigra per ragioni economiche o a causa dei radicali mutamenti climatici. Se trovassero offerte di lavoro in qualche Paese europeo, anche queste persone potrebbero cosi viaggiare al sicuro».

Non pensa che ci saranno sempre persone che si metteranno in mano ai trafficanti, aggirando i centri europei di filtro in Africa?

«Per quello ci vuole una seria organizzata lotta al traffico di esseri umani, con più cooperazione fra le forze di polizia e di sicurezza europee».

 

Ciò implica riportare missioni navali europee nel Mediterraneo?

«Sì, ma stabilendo regole idonee. Il salvataggio in mare è un dovere antico, previsto da tutte le convenzioni ed è un obbligo morale. Le missioni europee nel Mediterraneo servono vari obiettivi, ma non possono continuare a prevedere che tutti i salvati siano portati in Italia. Nessun Paese può diventare la piattaforma europea degli sbarchi e, per le regole di Dublino, del vaglio delle domande di asilo e di ogni onere connesso. Senza contare che, nelle more dopo la domanda, molti richiedenti si allontanano, varcando anche la frontiera e creando questioni con gli Stati confinanti».

Il filtro in Italia però è ciò a cui altri Paesi pensano. Come se ne esce?

«C'è una strada per ridurre gli oneri per lo Stato dove sbarcano i migranti. Lo sbarco va scollegato dal concetto di "primo arrivo" stabilito da Dublino e i migranti andrebbero accolti in "aree franche" da crearsi nei vari Paesi Ue».

Non rischiano di diventare centri di detenzione europea sui porti dell'Italia o della Grecia?

«No. Si tratterebbe di centri controllati, un'idea presente già nelle conclusioni del Consiglio europeo di un anno fa. Tutti i Paesi Ue affacciati sul Mediterraneo potrebbero averne. Ma il soggiorno di chi sbarca sarebbe di pochi giorni, perché poi le persone andrebbero subito distribuite anche in altri Stati Ue dove si verificherebbe il loro diritto all'asilo. Così, operando su numeri ripartiti e minori, tutto procederebbe meglio».

Quando le domande d'asilo vengono respinte, i migranti diventano irregolari e non rientrano nei loro Paesi. Perché i governi Ue dovrebbero accettare questo rischio, oggi in gran parte su Italia e Grecia?

«Un punto nodale sono gli accordi di riammissione con i Paesi d'origine dei migranti. Oggi ne abbiamo pochi e con tanti limiti. Ma se fosse l'Unione europea a stipularli, avrebbe molto più peso negoziale. Anche perché potrebbe collegarli ai suoi investimenti nei medesimi Paesi d'origine, di cui dicevo prima».

Lei pensa che ci sia spazio per un accordo del genere oggi in Europa?

«E quello che vogliamo verificare. Per un'azione efficace, bisogna agire alla sorgente e non solo alla foce dei flussi. Questa è una proposta per un approccio europeo: richiede quel salto di qualità finora mai fatto. Perché funzioni, serve una volontà politica solidale che eviti l'arrocco sovrano di ciascuno Stato nel suo `particulare’».

Ministro, teme che il caso Lega-Russia pesi sulla posizione internazionale dell'Italia e sul suo ruolo nell'Alleanza atlantica?

«Non rileva propriamente dei rapporti fra gli Stati. Non ho elementi d'informazione al riguardo. E, come ovvio, non posso commentare una vicenda oggetto di un’inchiesta giudiziaria». Federico Fubini, CdS 14.7.

 

 

 

Considerazioni ispirate dal 'caso Gozi'. Privazione della cittadinanza italiana e cittadinanza dell’Ue

 

Ora che il caso Gozi si è momentaneamente sopito conviene riflettere sulla problematica della perdita e revoca della cittadinanza italiana non solo alla luce del nostro ordinamento, ma anche in relazione alle norme di diritto internazionale  e alle regole dell’Unione europea(Ue). Riassumiamo i termini del problema.

Sandro Gozi, cittadino italiano, si è candidato alle elezioni per il Parlamento europeo (Pe) nelle liste francesi e precisamente nella formazione ‘République En Marche’, che fa capo al presidente Emmanuel Macron. Comportamento perfettamente legittimo poiché le liste per le elezioni europee, formate su basi nazionali, sono aperte anche a cittadini appartenenti ad altri Stati dell’Unione. Gozi non è stato immediatamente eletto, ma è nella lista dei cinque nominativi che dovrebbero accedere al Pe, una volta attuata la Brexit con la conseguente messa a disposizione della Francia di cinque seggi supplementari.

Nell’attesa, Gozi è diventato ‘chargé de mission”’per  l’attuazione del futuro assetto della Commissione europea presso il primo ministro francese Edouard Philippe. A quanto pare, non si tratta dell’assunzione di una carica governativa, quale quella di ministro o sottosegretario, ma solo di una funzione di consigliere, che peraltro è resa politicamente rilevante dall’attuale momento, in cui si discute della configurazione della futura Commissione, e dal fatto che il consigliere risponde direttamente al primo ministro.

In Italia si sono subito sollevate proteste, a livello dei vertici governativi e da parte di esponenti politici della destra, che hanno accusato Gozi di venir meno ai doveri di fedeltà nei confronti della Patria, chiedendone la privazione della cittadinanza. La vicenda ha avuto una discreta eco anche nella stampa francese, ma non mi sembra che ci siano state prese di posizione a livello governativo.

Cosa dispone la legge italiana

La perdita della cittadinanza è disciplinata per legge. Le fattispecie, per quello che qui interessa, sono regolate dall’art. 12 della legge sulla cittadinanza (L. 5 febbraio 1992, n. 91).  A parte il caso in cui l’Italia sia in guerra con un altro Stato, l’art. 12, comma 1 stabilisce che:

“Il cittadino italiano perde la cittadinanza se, avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato o ente pubblico estero o da un ente internazionale cui non partecipi l’Italia, ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all’intimazione che il Governo italiano può  rivolgergli di abbandonare l’impiego, la carica o il servizio militare”.

Quindi la perdita della cittadinanza non è automatica, ma presuppone un’intimazione da parte del governo di abbandonare l’incarico e solo in caso di non ottemperanza il governo può privarlo della cittadinanza. Si tratta pertanto di un atto  per certi aspetti discrezionale, di natura sanzionatoria, ulteriormente disciplinato da un DPR (572/1993, art.9), che stabilisce come l’intimazione sia oggetto di un decreto del ministro dell’Interno. Il primo Decreto Legge Sicurezza ha aggiunto una fattispecie di revoca della cittadinanza nei confronti di chi, naturalizzato italiano, abbia commesso atti di terrorismo o altri reati particolarmente odiosi (L. 1.12. 2018, art. 14).

La cittadinanza non può essere revocata per motivi politici. Il divieto è stabilito dall’art. 22 della Costituzione. Quello di prestare servizio militare è chiaro. Ma cosa s’intende per impiego pubblico o carica pubblica? I due termini, specialmente il primo, si prestano a divergenti interpretazioni e, se intesi con una certa ampiezza, possono avere conseguenze aberranti, che provocano un danno irreparabile per l’interessato. Occorre allora riflettere se un rimedio possa essere trovato nel diritto internazionale e/o nel diritto UE.

Il diritto internazionale

Gli Stati ammettono difficilmente limitazioni alle loro prerogative di disciplinare la cittadinanza e in particolare la sua revoca. Disposizioni elementari possiamo trovarle nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, secondo cui nessuno può essere privato “arbitrariamente” della cittadinanza. Ormai la disposizione ha natura giuridica vincolante e il segretario generale delle Nazioni Unite ha pubblicato un elaborato Rapporto in materia (2013), che esemplifica i casi di privazione arbitraria.

La privazione della cittadinanza può avere come conseguenza l’apolidia, qualora l’individuo non sia fornito di altra cittadinanza. Al fine di contenerne gli effetti negativi, sono state stipulate convenzioni a livello universale e a livello regionale. Quanto alle prime, è da ricordare la Convenzione delle Nazioni Unite sull’apolidia del 1961. Essa consente però a uno Stato contraente di formulare una riserva per il mantenimento in vigore della legislazione nazionale in materia di privazione della cittadinanza per la violazione dei doveri di lealtà verso lo Stato o altre trasgressioni specificamente elencate. Di tale riserva si è avvalsa l’Italia quando ha aderito  alla Convenzione nel 2015.

Quanto alle seconde, viene in rilievo la Convenzione europea sulla nazionalità del 1997. Anch’essa detta disposizioni per limitare i casi di privazione della cittadinanza. Ma la Convenzione non è in vigore per il nostro Paese, che l’ha solo firmata, ma non ratificata (l’Italia ha invece ratificato la Convenzione europea del 1963 sull’eliminazione dei casi di doppia nazionalità).

Alla luce di quanto sopra, credo che le disposizioni nazionali sulla privazione della cittadinanza dovrebbero essere interpretate tenendo conto del divieto di una sua privazione arbitraria. In particolare, si dovrebbe tener conto dell’incidenza dei principi di diritto internazionale sulla legislazione interna, specialmente quando la privazione della cittadinanza dipende da un procedimento che viene messo in moto dall’esecutivo, come avviene per la legge italiana.

L’Unione europea

I cittadini degli Stati membri dell’Ue godono anche della cittadinanza europea. Essa si aggiunge a quella nazionale e non la sostituisce. Tra i diritti attribuiti, rileva il diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni del Pe e a quelle comunali dello Stato membro di residenza. Il legislatore europeo non ha inteso sostituirsi al legislatore nazionale e non ha quindi regolato la cittadinanza negli Stati membri.

Ma la cittadinanza europea produce inevitabili conseguenze sulle legislazioni nazionali. Lo ha ribadito la Corte di Giustizia dell’Ue in una sentenza di quest’anno, che conferma una giurisprudenza precedente. Secondo la Corte, è legittimo per uno Stato membro garantire il rispetto del principio di solidarietà e di lealtà tra se stesso e i propri cittadini. Ma poiché la privazione della cittadinanza nazionale determina la perdita di quella europea, occorre valutarne le conseguenze in base al principio di solidarietà e agli effetti negativi che essa produrrebbe sui diritti garantiti dall’ordinamento dell’Ue, che l’individuo non potrebbe più esercitare.

Sarebbe pertanto assurdo che un individuo, privato della cittadinanza del proprio Paese, ma in procinto di diventare membro del Pe in quanto eletto in un altro Paese dell’Ue, non potesse più diventare parlamentare europeo poiché privato della propria cittadinanza nazionale e, automaticamente, di quella europea.

Potenziali rimedi

Non esiste un unico rimedio, ma si può procedere per gradi allo scopo di evitare conseguenze non conformi al diritto. In primo luogo, occorre evitare che la privazione della cittadinanza si configuri come una privazione arbitraria della stessa, per non incorrere nella violazione della norma internazionale che interdice una tale condotta. L’art. 12 della legge sulla cittadinanza conferisce al governo sufficiente discrezionalità per apprezzare se, nel caso concreto, sussistano elementi di adeguata gravità per la privazione della cittadinanza italiana.  In secondo luogo, occorre tener presente che la privazione della cittadinanza italiana comporta automaticamente anche la decadenza da quella europea, tranne che l’individuo sia dotato di altra cittadinanza di stato membro Ue.

Quindi la privazione della cittadinanza comporterebbe un vulnus particolarmente grave poiché impedirebbe il godimento e l’esercizio di diritti che derivano dall’ordinamento dell’Ue. Il che produce un restringimento dei poteri dello Stato nazionale in materia di privazione della cittadinanza, come espressamente statuito dalla Corte di Giustizia dell’Ue.

Ma a nostro avviso occorre esaminare la questione sotto un profilo più ampio  e differenziare tra impieghi e cariche pubbliche presso Stati Ue, da una parte, e presso Stati terzi, dall’altra. Il processo di integrazione europea fa si che uno Stato membro non possa essere considerato a pieno titolo uno Stato ‘estero’, ma uno Stato con cui noi condividiamo valori essenziali. La visione è che tali valori  siano  destinati a confluire nell’ambito di  uno Stato federale (o confederale), composto dagli attuali Stati Ue.

Stando così le cose, il dovere di lealtà del cittadino europeo dovrebbe essere professato nei confronti dello Stato federale/confederale e non si vede come il singolo possa trasgredire tale dovere se assuma un impiego o una carica pubblica indifferentemente presso uno qualsiasi degli Stati membri. Spingendo all’estremo l’analogia, si potrebbe affermare che, così come attualmente avviene negli Stati federali, dove l’individuo può prestare la propria opera presso il governo locale di qualsiasi Stato membro, altrettanto dovrebbe avvenire nel campo dell’Ue. Ma se così è, il prossimo passo da fare è prevedere una modifica dell’art. 12 della legge sulla cittadinanza, differenziando chiaramente tra Stati esteri, in senso stretto, e Stati membri dell’Ue. Natalino Ronzitti, AffInt 14

 

 

 

Lo stato occupazionale

 

Nell’Esecutivo Di Maio/Salvini si evidenziano problemi che ci stimolano a una realistica valutazione. Guardando troppo all’Europa, ci si è scordati di far bene i conti con una situazione interna nazionale che potrebbe, col tempo, aggravarsi. Ci siamo accorti che col varo dei “Piani di Stabilità” si continua a picconare il sistema vitale del Bel Paese.  Gli equilibri politici nazionali sono tanto precari da evidenziare altre possibili “tensioni”. Anche se nessuno, apparentemente, le fomente. Senza sottovalutare le responsabilità di tutti quei politici che ci stanno portando fuori rotta.

 Ancora una volta, i paragoni con gli altri Stati UE non ci confortano. Da noi, il fisco ingoia, in sostanza, 1/3 del reddito nazionale lordo. Negli altri Paesi, certamente di meno. Pur nel rigore, le incertezze socio/economiche restano. I pasticci non portano, ovviamente, vantaggi alla ventilata riforma dello Stato sociale. Se la “crisi politica” è, temporaneamente, rimandata, c’è da riflettere sul dato di fatto che, forse, non potrà essere evitata. L’attuale maggioranza di governo si regge su congetture precarie. Del resto, anche i nostri conti non tornano. L’economia non riesce a garantire un’organica copertura delle spese pubbliche. Finanche le forze sociali, nelle quali riponevamo la nostra fiducia, si stanno dimostrando possibiliste. Finiti i tempi degli scioperi generali e degli autunni”caldi”, ora si cerca di porre rimedio, più a parole che con i fatti, all’insufficienza occupazionale che mortifica tanti aspiranti lavoratori. Soprattutto giovani.

 Al punto in cui siamo, se è difficile trovare un lavoro, resta il dramma di quelli che l’hanno perduto. C’è chi è riuscito a speculare sulla crisi. Ogni passo falso potrebbe limitare il nostro ruolo in UE. Le attuali proposte del Potere Legislativo non possono essere considerate come un veicolo sicuro per uscire dal degrado di questa prima parte del nuovo Secolo. Diversa sarebbe la nostra realtà se fosse possibile intercambiare i politici nazionali. Ma, giacché non è verosimile, i nostri dubbi per il futuro d’Italia restano ancora tutti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Geografie umane

 

L’innovazione digitale, “con la diffusione dell’uso dell’intelligenza artificiale anche nel mondo della comunicazione, interpella, in maniera intensa, su temi che vengono messi in discussione, come la libertà, la dignità delle persone, la dimensione della riservatezza”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando l’associazione stampa parlamentare, ha tracciato coordinate “geografiche” e, soprattutto, “umane” per vivere con responsabilità le frontiere aperte dal digitale. In particolare, ha evidenziato: “Non esistono ‘non luoghi’: si tratta comunque di spazi, sia pure virtuali, in cui interagiscono persone e si registrano attività umane; e anche la dimensione digitale deve rispettare principi e regole frutto delle conquiste democratiche”.

Il richiamo coinvolge ciascuno in un uso responsabile di ciò che la tecnologia offre: social network, piattaforme digitali, canali multimediali… In gioco, più che la questione tecnica, è l’impegno etico e democratico verso le persone più deboli; è il rispetto per l’altro; è l’appartenenza a una comunità. Sono pensieri che sollecitano riflessioni non più rinviabili. Cercheremo di coglierle nel nuovo anno pastorale. D.Ivan, Ucs

 

 

 

Schiavone (Cgie) al governo: E’ora di agire!

 

Le considerazioni del Segretario Generale Michele Schiavone sulla 43esima Assemblea plenaria del Cgie. Nel corso dei lavori sono stati discussi e approfonditi i vari dossier esposti dalle sette commissioni tematiche. Occorre superare i ritardi accumulati nei servizi consolari e ridefinire le politiche per le comunità italiane all’estero. La nostra partecipazione democratica è vitale per l’Italia.

La 43esima Assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero, svoltasi a Roma nella prima settimana di luglio, ha fatto registrare un forte rilancio dell’iniziativa politica sui grandi temi di attualità attinenti la vita degli italiani residenti all’estero.

In concomitanza con la visita di Stato a Roma di Wladimir Putin, presidente della Federazione Russa, i 63 rappresentanti del Cgie si sono confrontati con il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, con le commissioni Affari esteri in Senato e alla Camera, con il Presidente del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro Tiziano Treu e con diversi rappresentanti delle università, dell’Enit e della pubblica amministrazione.

I DOSSIER ESAMINATI

Nel dibattito generale dei lavori sono stati discussi e approfonditi i vari dossier esposti dalle sette commissioni tematiche:

*la rappresentanza politica degli italiani all’estero (riforma dei Comites e del Cgie, riduzione del numero dei parlamentari della circoscrizione estero, nuove procedure dell’esercizio di voto all’estero);

*l’inasprimento delle regole per il recupero e il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi l’ha persa o è in procinto di acquisirla;

*la promozione e l’interazione della lingua e della cultura italiana, dell’arte e della ricerca tra i diversi soggetti investiti di questa missione;

*il sostegno alla costituzione della rete dei giovani italiani all’estero a pochi mesi di distanza dal seminario di Palermo per favorire il rinnovamento generazionale e la formazione di nuove figure dirigenti;

*la promozione turistica e l’accordo di futura collaborazione tra l’Enit e i Comites nel mondo;

*la semplificazione di alcune procedure in materiale assistenziale e di previdenza sociale per snellire i lavori degli enti e dei patronati;

*il futuro dell’editoria e della stampa italiana all’estero nell’azione rivolta alle sempre più stratificate comunità italiane nel mondo.

LA NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA

Le nuove mobilità, con l’elevato tasso di partenze dall’Italia di accademici, di professionisti e di operai che vanno a ingrossare le anagrafi degli italiani all’estero, mostrano i preoccupanti limiti economici del Paese. Gli squilibri occupazionali, ambientali e demografici che affliggono l’Italia spingono tutti gli attori sociali e istituzionali a impegnarsi per scommettere sul futuro del Paese.

Nell’interlocuzione con il governo e con le rappresentanze istituzionali, l’assemblea del Cgie ha sottolineato l’urgenza di una svolta per evitare i pericoli che contraddistingue, oggi a differenza del passato, l’emigrazione italiana.

Essa rappresenta per il nostro Paese una grave perdita del sapere e della conoscenza, del genio, delle professionalità e della forza lavoro, che vanno ad arricchire gratuitamente i competitors europei e internazionali.

CONVOCARE LA IV CONFERENZA STATO-REGIONI 

I sei milioni di cittadini residenti all’estero, gli italodiscendenti e gli italici, sono consapevoli che nella competizione globale possono svolgere un determinante ruolo aggiuntivo di influencer e stakeholder per favorire il Sistema-Paese nella difficile sfida mondiale.

Perciò il Consiglio generale degli italiani all’estero ha incalzato il governo a convocare entro quest’anno la IV Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE.

Ridefinire le politiche per le comunità italiane nei vari continenti è una priorità per noi e per il Paese. Il CGIE è pronto a formulare le proprie proposte in grado di rispondere alle emergenze dell’emigrazione italiana con interventi, strumenti e tecnologie moderne. Dobbiamo superare i ritardi accumulati nella pubblica amministrazione per fornire servizi di prossimità e a distanza, che oggi sono a portata di smartphone e computer.

Tra i primi interventi attendiamo la concretizzazione della decisione del MAECI di emettere anche all’estero la carta d’identità elettronica e il codice fiscale, di semplificare le pratiche pensionistiche e tutti quegli atti che richiedono servizi consolari vicini ai cittadini. La nuova ed equilibrata ristrutturazione della rete consolare va sostenuta “cum grano salis”.

LE ELEZIONI DEI COMITES NEL 2020

L’assemblea del Cgie ha espressamente chiesto al governo maggiore attenzione alle nostre rappresentanze democratiche territoriali e il rispetto delle scadenze, in primis quella per il rinnovo dei Comites entro l’anno prossimo, con procedure e strumenti fruibili a tutti i cittadini italiani.

Le prossime elezioni per il rinnovo dei Comites dovranno costituire il banco di prova per diradare qualsiasi ombra di dubbio sulla legittimità del voto all’estero e affermarne la trasparenza nel pieno rispetto del dettame costituzionale. Le recenti elezioni europee del 26 maggio scorso devono spingere il governo a invertire la rotta per promuovere la partecipazione popolare.

Al termine dei lavori, il Cgie ha chiesto al governo di compiere tutti gli sforzi per riportare a casa padre Paolo Dall'Oglio e Silvia Romano - tenuti in ostaggio da bande terroristiche - dei quali da lungo tempo non si hanno più notizie.

Loro, come noi, sono cittadini italiani impegnati in opere umanitarie. Il nostro Paese ha il dovere morale e istituzionale di riportarli a casa, agli affetti delle loro famiglie.

Michele Schiavone, Segretario Generale CGIE (dip, 11.7.)

 

 

 

Il ministro Luigi Di Maio ha incontrato a Roma il ministro federale tedesco degli Affari Economici Peter Altmaier

 

ROMA - Il vice presidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio ha incontrato, a Roma, il ministro federale tedesco degli Affari Economici e dell’Energia Peter Altmaier, per discutere i prossimi passi della collaborazione italo-tedesca, soprattutto riguardo al rafforzamento delle più importanti catene strategiche del valore in Europa. 

La tecnologia digitale trasformerà molti settori industriali, fornendo al contempo opportunità inedite alla creazione di valore nell’ambito dell’integrazione fra stabilimenti e catena del valore. L’Italia e la Germania, due primarie potenze manifatturiere, stanno vivendo un cambio di paradigma nelle loro manifatture, con impatti su ogni fase del ciclo di vita del prodotto. 

“La Germania, l’Italia e gli altri Stati membri europei hanno fatto un appello per una strategia industriale europea completa e orientata al futuro, finalizzata - afferma Di Maio - a rafforzare la competitività delle nostre industrie irrobustendo, ampliando e preservando i nostri primati economici e tecnologici. Abbiamo particolarmente bisogno di rafforzare le tecnologie chiave. Le nostre aziende sono già in testa in settori chiave come l’elettronica per il settore automobilistico, la micro e la nanoelettronica e le tecnologie a laser e dei sensori. Noi faremo la nostra parte fornendo sostegno politico per supportare le aziende intenzionate a investire nella produzione delle batterie della prossima generazione”

“Una strategia industriale europea completa e orientata al futuro – ha aggiunto Altmaier - ci aiuterà ad affrontare i cambiamenti nell’economia globale e a preservare la sovranità tecnologia dell’Europa. Creare una produzione europea di batterie è uno dei principali ambiti d’azione, che ci aiuterà a mantenere le catene del valore e i posti di lavoro in Europa. L’invito tedesco a manifestare interesse ha ricevuto un riscontro considerevole. Italia e Germania concordano sul fatto che una produzione di batterie europea è di prioritario interesse per entrambi i Paesi”.

I ministri Di Maio e Altmaier – prosegue la nota diffusa dal Mise in proposito - sono determinati a lavorare a stretto contatto per conseguire l’obiettivo di un IPCEI sull’innovazione nelle batterie nei prossimi mesi. L’Italia e la Germania sono già coinvolte in numerose cooperazioni industriali. Il loro interscambio bilaterale ha raggiunto il primato di 130 miliardi di euro nel 2018. (Inform 22.7.)

 

 

 

Paese diverso

 

Questo millennio ha riservato all’Italia sostanziali trasformazioni e mutamenti politici. Se in “meglio” o in “peggio” preferiamo lasciare il giudizio a chi ci legge. Preferiamo a un’analisi dei fatti alle porte di un’estate che potrebbe essere l’ultima per un Esecutivo che continua a meritare le nostre riflessioni.

 Non ci siamo, per ovvie ragioni, ancora abituati alle alleanze con sfumature “polemiche”. Neppure tanto di poco conto. Se è vero che governare un Paese come il nostro è “difficile”, ci hanno messi nelle condizioni di verificalo con una frequenza che, per il passato, non era neppure prevedibile. Le “alleanze” sul fronte dell’Esecutivo restano “eterogenee”. Neppure nel secolo scorso abbiamo assistito a formule d’”assestamento” politico come quelle partorite dal binomio Lega/5S.

 Il Potere Legislativo resta in parziale tono “polemico”. Intanto, la guida del Paese resta problematica sotto il profilo sociale. Quello che ci ha, da sempre, interessato. Nonostante certe tensioni che non avevamo previsto, restiamo, volutamente, “possibilisti”. Non perché è “meglio”, ma perché è “meno peggio.” L’Italia continua ad avere problemi interni che, strutturalmente, non sembrerebbero ribaltabili a livello comunitario.

 Insomma, a casa propria, ogni Paese ha da affrontare la sua realtà senza contare su mediazioni di altri Stati UE. E’ stato così per il passato e sarà così anche per il futuro. Indipendentemente dalla composizione del Parlamento UE, il nostro Paese rimane in fase d’”assestamento”. Peccato che il “rodaggio” di questo Esecutivo non abbia ancora dato segnali migliorativi socio/economici.

Ci sembra poco opportuno, se non assurdo, sperare in “miglioramenti” che non intravediamo neppure nell’immediato futuro. Eppure, il corso politico d’Italia dovrebbe essere rivisitato. Se, per il passato, il potere logorava chi non lo deteneva, oggi sembra evidenziarsi il contrario. Con l’assenza di un’Opposizione con programmi alternativi, è questa Maggioranza a fornire “direttive” non sempre in sintonia con le necessità reali del Paese.

 Non stonerebbe, almeno a livello informativo, fare dei confronti con ciò che siamo stati; in previsioni di quello che saremo. Insomma, l’Italia politica è “diversa”. Una diversità che, purtroppo, potrebbe condizionare la nostra economia già in recessione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Panel tematici: “Italiani all’estero, una storia di successo”

 

ROMA – “Italiani all’estero, una storia di successo”, uno dei quattro panel tematici previsti dall’evento introduttivo dei lavori della XIII Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici (24-26.7.19), ha visto confrontarsi due ambasciatori, un’esponente del mondo della scienza e una giornalista. Moderati dal giornalista Alberto Matano, si sono alternati Fabiola Gianotti, Direttore Generale del Cern di Ginevra, Cristina Marconi, giornalista e scrittrice da Londra, Teresa Castaldo, Ambasciatrice d’Italia in Francia, Silvio Mignano, Ambasciatore d’Italia in Svizzera. Il tema centrale è stato quello delle eccellenze italiane, ossia di chi nel proprio campo ha saputo raggiungere un traguardo importante.

Fabiola Gianotti ha illustrato il proprio lavoro al Cern di Ginevra dove si studia la fisica delle particelle. “E’ un campo in cui l’Italia è una potenza mondiale. Il Cern è il più grande laboratorio al mondo per la fisica delle particelle: studiare le particelle elementari vuol dire studiare gli elementi costituenti e indivisibili dell’universo. Persino il web fu di fatto inventato al Cern, che oggi attira diciottomila ricercatori da tutto il mondo”, ha rilevato Gianotti parlando di un ambiente molto competitivo nel quale trovano lavoro oltre 2500 ricercatori italiani. “Abbiamo una scuola d’eccellenza nella fisica delle particelle: ricordo l’origine di questi studi risalenti ai famosi ragazzi di via Panisperna, una disciplina poi propagatasi tra generazioni. Lo stesso Istituto nazionale di fisica nucleare è un’eccellenza italiana”, ha aggiunto Gianotti sottolineando come ci sia una forte sinergia coi colleghi che operano in Italia e con la rete diplomatica.

Silvio Mignano, che ha anche avuto esperienze lavorative in Venezuela, ha parlato del ruolo dell’Ambasciatore. “Esserlo a Berna, rappresentando di fatto oltre seicentomila connazionali, vuol dire avere l’orgoglio di essere anche l’interlocutore di cittadini di altissimo livello come la ricercatrice del Cern; al contempo i loro risultati sono comunque il frutto di un lavoro fatto nel corso di generazioni e da tanti emigrati. La Svizzera è il Paese di un’emigrazione sicuramente più recente rispetto a quella storica di fine Ottocento: qui si è cominciato ad arrivare per lo più dal secondo dopoguerra. Fare l’ambasciatore significa però anche rapportarsi con situazioni di grande crisi, come quella in Venezuela. Si è vista la grande capacità del nostro personale di gestire una situazione di crisi, trovando strade per fornire servizi anche primari e lavorando anche  alla risoluzione di casi di particolare gravità”, ha spiegato Mignano.

Cristina Marconi, autrice del libro “Città Irreale”, ha evidenziato come all’immagine dei cervelli in fuga  sia più opportuno sovrapporre quella delle cosiddette “ambizioni in fuga, specialmente tra i più giovani, in una città estremamente accogliente come Londra”. Tuttavia, con la Brexit, quella che poteva essere considerata fino a qualche anno fa come una città aperta, non sembra essere più così rassicurante. “Tendenzialmente la Brexit può rappresentare l’elemento opposto a quello per cui molto spesso gli italiani hanno scelto Londra, ossia proprio per la sua snellezza burocratica. Viviamo comunque l’arrivo del nuovo Premier britannico come un’uscita da uno stallo che durava ormai da tre anni”, ha commentato Marconi. L’ambasciatrice Teresa Castaldo ha infine invitato a guardare alla collettività italiana all’estero senza stereotipi. “Si tratta di una collettività viva e forte: include gli italiani che hanno lasciato l’Italia pur continuando a vivere nel solco delle proprie tradizioni e della propria cultura; poi ci sono le terze e quarte generazioni composte da persone che spesso non parlano neanche l’italiano ma che vogliono comunque avere rapporti con l’Italia; infine c’è la cosiddetta nuova mobilità”, ha precisato Castaldo invitando a vedere le doppie nazionalità come una ricchezza. (Simone Sperduto, Inform/Dip 24.7.)

 

 

 

 

 

Il rimborso della tassazione delle pensioni pagate all’estero

 

Roma  - "Il pensionato che risiede all'estero ha diritto a non dovere pagare le tasse italiane sulla sua pensione Inps, in virtù delle convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali. Ciò nonostante a volte succede, per motivi tecnico-procedurali, che l'Inps tassi comunque la pensione alla fonte. In questo caso il pensionato può richiedere all'Agenzia delle Entrate il rimborso delle tasse pagate all'Italia. In un recente interpello (n. 246/2019) l'Agenzia delle Entrate ha chiarito la normativa e ha illustrato le modalità di rimborso".

"La vigente normativa nazionale stabilisce che le pensioni Inps corrisposte a persone non residenti nello Stato italiano sono imponibili in Italia e che gli enti pensionistici eroganti (Inps) sono tenuti, in qualità di sostituti di imposta, ad operare le ritenute con le modalità previste dalla legge".

"Questa regola però cambia in presenza di una convenzione contro le doppie imposizioni fiscali: infatti la quasi totalità di questo tipo di accordi stipulati dall'Italia stabilisce che le pensioni Inps debbano essere tassate nel/dal Paese di residenza.  Quindi l'Inps come sostituto di imposta può, sotto la propria responsabilità, applicare direttamente l'esenzione o le minori aliquote convenzionali, previa presentazione, da parte dei beneficiari della pensione, della documentazione idonea a giustificare l'esonero (in particolare la certificazione della residenza fiscale all'estero)".

"Tuttavia – ricorda l'Agenzia Delle Entrate - tale prassi amministrativa, avendo carattere facoltativo, non comporta un obbligo di adeguamento per il sostituto di imposta (l'Inps), che, in caso di incertezza sulla sussistenza dei requisiti previsti dalle rispettive convenzioni per evitare le doppie imposizioni, o in caso di omessa domanda di esenzione da parte degli interessati, è tenuto ad assoggettare a tassazione i trattamenti pensionistici da esso corrisposti ai residenti all'estero". 

"Cosa deve quindi fare il pensionato se l'Inps non lo esenta dall'imposta ed effettua una ritenuta fiscale? L'imposta italiana trattenuta dall'Inps all'atto del pagamento della pensione può essere richiesta a rimborso, presentando una specifica richiesta. Le domande possono essere inoltrate, eventualmente avvalendosi dell'aiuto dei patronati, al Centro Operativo dell'Agenzia delle Entrate di Pescara - entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento dell'imposta – secondo le modalità stabilite nel provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 10 luglio 2013". Lo dichiarano i parlamentari Pd eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro. Dip 30

 

 

 

Cgie: promozione della lingua e cultura italiana

 

ROMA- Nel pomeriggio del 4 luglio sono proseguiti presso la Sede del Cnel di Villa Lubin i lavori dell’assemblea plenaria del CGIE. Ad introdurre gli interventi è stato il segretario generale, Michele Schiavone: “sulla promozione della lingua e della cultura italiana ogni volta si aggiungono elementi innovativi per contestualizzare le realtà che viviamo e delle proposte nuove. Per quanto riguarda il lavoro che ha iniziato la quarta commissione (Lingua e Cultura) occorre ancora definire alcuni elementi. In definitiva noi dobbiamo esprimere un parere. Abbiamo sentito tramite le parole del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca che esiste una corresponsabilità che deve dare un respiro lungo alla nuova circolare in modo che questo intervento dello Stato negli enti promotori e nelle scuole diventi un impegno tale sul quale si possa lavorare. Quello di oggi è uno spazio ideale per discuterne”.

Ha preso per primo la parola Roberto Nocella (Dgsp/Maeci): “il dialogo è fruttuoso e il lavoro presentato dalla Commissione è stato preso in considerazione. Vorrei soffermarmi sul tema della cabina di regia. Il nostro sottosegretario aveva dato la disponibilità a co-presiedere questo tipo di incontro. Verosimilmente la riunione, di cui vi faremo sapere la data precisa, avverrà a livello di Direzione generale. La priorità sarà l’avvio dell’anno scolastico. Il discorso sarà focalizzato sull’esercizio delle competenze. Il Ministero sta organizzando la selezione del personale scolastico da destinare all’estero. Poi vorremmo sottoporre altre due questioni: la formazione del personale da mandare all’estero e la costituzione di un sistema di valutazione dell’insegnamento dell’italiano nel mondo. Inoltre abbiamo intenzione di creare un gruppo di lavoro che si incontri per parlare di scuola europea più frequentemente. Vorremmo anche modificare alcune parti della normativa e vedere quali potrebbero essere le competenze esercitate dal Ministero dell’Istruzione. Il compito condiviso è la valorizzazione delle componenti dell’istruzione italiana nel mondo. Tante novità sono già state introdotte anche dal punto di vista tecnologico e per la trasparenza. Per quanto riguarda l’erogazione dei fondi l’intenzione sarebbe quella di seguire gli anni scolastici e non quelli finanziari, individuando nuove scadenze”. Nocella richiama inoltre la necessità di una riflessione sugli enti gestori e sull’erogazione dei contributi tenendo conto del progetto che essi svolgono e promuovendo la loro autonomia. Ribadisce poi la volontà di condividere le iniziative con il Cgie. “Sappiamo che il cambiamento può spaventare ma il segretario generale è stato bravo a mostrare quali opportunità si possano cogliere. Sui Piani Paese si è data l’indicazione di avviare di riunioni periodiche con un processo di natura partecipativa per coinvolgere chi già opera in questo ambito – ha aggiunto Nocella, sottolineando la necessità di articolare un sistema attraverso linee di intervento correlate, risorse adeguate e strumenti che includono anche il materiale didattico. 

Sulla qualità dell’insegnamento interviene Nello Gargiulo (Cile) che ritiene vi debbano essere “delle linea guida e degli indicatori di qualità che permetterebbero agli enti gestori di valutare i risultati perché oggi il sistema si presenta farraginoso”. “Il prossimo passo – aggiunge - potrebbe essere quello della definizione di linee guida per il progetto e per la rendicontazione: questo è il mio suggerimento”.

“Il nostro obiettivo – precisa Nocella -  è capire chi può fare meglio e la qualità dei diversi enti. Bisogna procedere verso una maggiore semplicità, ribadisce Nocella sottolineando la complessità dell’elaborazione delle procedure di valutazione.

Di seguito anche l’intervento di Anna Maria Ginanneschi (Uil) che segnala come il Cgie si sia confrontato in merito alla legge di bilancio 2019 e ai riflessi che essa avrà sui connazionali residenti all’estero; richiama il confronto avuto con il dirigente Inps Salvatore Ponticelli su Quota 100 e la necessità di dare seguito alla convenzione Maeci-Patronati.

L'assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, conclusasi a Roma, “si è confermata una preziosa occasione di approfondimento e dialogo su temi cruciali per gli italiani, quali la rappresentanza, il voto, la lingua e la cultura, la cittadinanza, il ruolo prezioso delle nuove generazioni, la situazione di estrema difficoltà della nostra comunità in Venezuela e altro ancora”. A sottolinearlo è Angela Schirò, deputata del Pd eletta nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa. La parlamentare poi passa a puntualizzare che “nel corso dell’audizione presso il Comitato per gli italiani nel mondo della Camera dei Deputati, sono intervenuta per precisare al Presidente Billi che la nostra opposizione vuole essere costruttiva e non polemica”. In particolare, “sulla rappresentanza parlamentare è giunto il momento – dice Schirò - di lasciarsi alle spalle la  polemica proposta ogni volta dalla maggioranza sulla riforma costituzionale del governo Renzi e sul taglio dei senatori eletti all’estero”. La deputata del Pd conferma poi la sua posizione contrarietà alla riforma costituzionale, attualmente in discussione al Parlamento , che taglia il numero dei parlamentari e, con esso, quello degli eletti all’estero che da 18 passano a 12.

“Su questo tema, del resto, ho sempre sostenuto – fa notare l’on. Schirò -  che i residenti all’estero sono cittadini di pieno diritto e che le diversificazioni, basate sulla residenza, tradiscono lo spirito e la lettera della Costituzione”. Inoltre, aggiunge la deputata , “una rappresentanza ridotta in ripartizioni grandi come continenti rende ancora più problematici i rapporti con l’elettorato e la partecipazione democratica di milioni di persone, inclusi i giovani e i lavoratori che hanno lasciato il nostro Paese in questi ultimi anni e che non vogliono perdere la possibilità di esercitare i propri diritti e il proprio protagonismo nella vita politica, sociale e culturale del nostro Paese”.

Ricorda la deputata dell’estero che oltre alla riforma costituzionale, “c’è poi la proposta di riforma del voto per gli italiani all’estero presentata dal sen. Vito Petrocelli (M5s), presidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama”. Si tratta, afferma Schirò, di “una proposta che ci preoccupa molto perché introduce problematiche su cui, mi auguro, si possa avviare una profonda riflessione comune”. In particolare, la parlamentare si dice contraria “all’introduzione dell’inversione dell’opzione per chi intenda votare all’estero e all’ineleggibilità dei membri dei Comites e  del Cgie”, introdotta dalla proposta di legge.  

 “Negli stessi lavori del Cgie, del resto – continua Schirò - , sono risultati evidenti ed espliciti la contrarietà alla riduzione per la rappresentanza parlamentare e l’allarme per una modifica del sistema di voto che, attraverso l’inversione dell’opzione possa portare a una caduta della partecipazione. Rimettendo in discussione una storica conquista”. Infine, “circa l’introduzione dei Piani Paese per la lingua e la cultura, valuto positivamente il loro rilancio e la loro diffusione, a condizione che non cadano in modo burocratico dall’alto, ma siano il frutto di una vera e ampia partecipazione dei soggetti attivi sul campo”,conclude l’on. Angela Schirò. (M.S.R./Dip, Inform 8.7.)

 

 

 

L’audizione del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni e sulle esigenze delle comunità degli italiani nel mondo, si è tenuta, presso la Commissione Affari Esteri del Senato, l’audizione del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali. L’incontro è stato presieduto dal senatore Vito Rosario Petrocelli. L’obiettivo da cogliere è stato quello di realizzare un’indagine conoscitiva alla quale ha apportato il proprio contributo Vignali, tracciando in primis un identikit di questa nostra numerosa comunità: quasi 6 milioni sono i nostri connazionali all’estero, considerando soltanto le stime degli iscritti all’Aire, ai quali bisogna aggiungere i milioni di italo-discendenti e di oriundi. Si tratta di una platea vasta e composita, sia per estrazione sociale e sia per età anagrafica, alla quale la Farnesina si rivolge con attenzione nel dare assistenza ma soprattutto nel fornire servizi a una comunità che promuove all’estero la nostra economia e cultura nonché il Vivere all’Italiana; poi ci sono le nuove ondate di mobilità verso l’estero, associate non solo al concetto di “fuga dei cervelli”.

“All’estero – ha esordito il Direttore Generale - abbiamo tante situazioni diversificate: se attualmente un  35% è laureato, le ondate migratorie storiche non avevano questi picchi di alta formazione, un altro 30%  è diplomato e un restante 30% non ha raggiunto il diploma. Quindi vi sono italiani che partono alla ricerca di condizioni migliori, senza avere necessariamente alle spalle una formazione scolastica e tecnica adeguata, e purtroppo a volte rischiano di cadere preda di circuiti di sfruttamento nei paesi di accoglienza. E’ dunque una realtà molto diversificata, quella delle nostre comunità all’estero, che ha però un  fattore comune: la consistenza. “Sono infatti – continuato Vignali - quasi 6 milioni i nostri connazionali all’estero, considerando soltanto le stime degli iscritti ai registri consolari, che chiedono servizi a cui bisogna dare risposte. Esiste poi una nuova mobilità: circa un milione di italiani si è recato all’estero negli ultimi cinque o sei anni. Tuttavia questo numero è riferito a coloro che si sono registrati negli schedari consolari, quindi è probabile che siano dati sottostimati”, ha aggiunto Vignali parlando di espatri come di percorsi di vita in grado di arricchire in fatto di cultura e professionalità. “Se però questo flusso è unidirezionale, ossia diretto solo verso l’estero, e non c’è un recupero degli investimenti che il Paese ha fatto sui nostri giovani, questo si traduce in una perdita secca per il Paese. E’ un tema importante di cui è urgente acquisire consapevolezza nel Paese: da qui il valore aggiunto di questa indagine conoscitiva, ossia acquisire consapevolezza per poter dare delle risposte che sono certamente complesse. Per quanto riguarda la nuova mobilità, ad esempio, ciò significa preparare i nostri ragazzi alla partenza anche dal punto di vista linguistico e delle opportunità all’estero: bisogna preparare delle strategie di rientro, bisogna saper valorizzare chi è nato e vissuto all’estero per poterne  ingaggiare le competenze nella promozione del Sistema Paese”, ha rilevato Vignali.

“Dobbiamo dialogare con le nuove mobilità in termini innovativi, ad esempio intercettandole attraverso un linguaggio più familiare e i social network. Dobbiamo poterli accoglierli e in questo senso la rete consolare della Farnesina ha avviato dei progetti di accoglienza. All’estero si recano i giovani, i meno giovani e intere famiglie. Dialogare con queste realtà significa offrire servizi adeguati in termini di rapidità dei servizi consolari: penso ad esempio alla concessione del passaporto e all’iscrizione all’anagrafe consolare. In termini di facilità d’uso delle tecnologie digitali, abbiamo lanciato la piattaforma Fast It, per l’assistenza ai servizi dedicati agli italiani all’estero: in poco più di un anno e mezzo, si sono raggiunte circa 300.000 pratiche registrate e gestite attraverso questo servizio. Esso serve a iscriversi all’anagrafe consolare e a cambiare circoscrizione consolare di appartenenza; a breve vorremmo lanciare un ulteriore servizio, che è quello della presentazione della pratica per il rilascio del passaporto tramite questa piattaforma digitale. Nella gestione dei passaporti abbiamo introdotto un altro strumento importante: le macchinette per la captazione a distanza dei dati biometrici, il tutto in maniera itinerante grazie al consolato onorario. Esso consente, soprattutto nelle grandi circoscrizioni come America Latina e Australia, di poter captare impronte digitali e dati biometrici del volto e di trasmetterle, attraverso le macchinette, ai consolati di riferimento in modo da evitare all’utente lunghi viaggi. Quest’ultimo è un servizio che viene già utilizzato da 13.000 italiani. All’interno del progetto Fast It – ha proseguito Vignali - stiamo in prospettiva anche lavorando a un altra iniziativa: si chiama Pago PA ed è dedicata ai pagamenti a distanza per agevolare l’utenza. Abbiamo poi integrato in Fast It il Sistema Pubblico di Identità digitale (SPID), che serve ad autenticare gli utenti e servirà in futuro a consentire l’accesso a funzionalità ancora più importanti, ad esempio in una prospettiva di possibile voto elettronico per l’estero”, ha precisato Vignali passando poi a spiegare la sperimentazione della carta d’identità elettronica all’estero. “E’ un passo importante anche perché sappiamo che la carta d’identità elettronica sarà molto richiesta in quanto ritenuta più sicura di quella cartacea, soprattutto in quei Paesi che non accettano più il documento d’identità in formato cartaceo. Il progetto per adesso riguarda i Paesi dell’Unione europea ma cercheremo di estendere in futuro la fornitura di questo nuovo documento anche al di fuori dei confini europei. Il tema dei servizi è per noi estremamente importante: per essere credibili verso le nostre comunità estere, infatti, dobbiamo esprimere credibilità già a partire da quello che offriamo ai connazionali che risiedono al di fuori dell’Italia”, ha aggiunto Vignali intervenendo poi sul tema della rappresentanza sollevato dallo stesso Presidente della Commissione, Petrocelli. “ La Farnesina si limita a gestire i processi di rinnovamento degli organi di rappresentanza: aprile 2020 è una data importante che coincide con il rinnovo dei Comites”, ha rilevato il Direttore Generale evidenziando come i Comitati  siano la base della rappresentanza degli italiani all’estero. “I Comites sono un organismo di raccordo tra le comunità e i consolati, quali interlocutori diretti per un confronto con i territori di riferimento. Lanceremo, già a partire da settembre, una campagna informativa forte: vorremmo che fosse una votazione di successo e partecipata, rispetto alla tornata scorsa, coinvolgendo in modo determinante la rete diplomatico- consolare. Vorremmo soprattutto un elevato coinvolgimento delle nuove generazioni, che hanno la giusta energia e la voglia d’impegnarsi, come abbiamo già avuto modo di constatare durante il Seminario dei Giovani italiani nel mondo tenutosi a Palermo: in quell’occasione sono nate tante le idee proposte per mantenere con questi giovani un dialogo costante e fruttuoso. A loro volta i Comites sono determinanti per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero”, ha sottolineato Vignali spiegando che la campagna informativa servirà da una parte a far conoscere le modalità di voto e dall’altra a coinvolgere il più possibile i giovani. “Bisogna tuttavia superare in generale un gap – ha puntualizzato Vignali – ossia la discrasia tra l’aumento del corpo elettorale e le risorse per organizzare delle elezioni: ci troviamo di fronte a un sistema elettorale che deve essere concepito per una platea di quasi 5 milioni di aventi diritto al voto”.

Vignali si è quindi soffermato sulla Brexit, sulla crisi in Venezuela e sulla Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie. “Sulla Brexit il Governo e il Parlamento hanno stanziato notevoli risorse proprio per far fronte all’emergenza dei connazionali residenti nel Regno Unito: un esempio su tutti è nelle nuove assunzioni presso il Consolato Generale di Londra e anche nel percorso di potenziamento della sede consolare a Manchester. Potenziando i servizi consolari nel Regno Unito, soprattutto a Londra, si cerca di fronteggiare nel miglior modo possibile lo scenario futuro che speriamo sia di un accordo tra le parti. Tuttavia il recente cambio di Governo nel Regno Unito lascia aperta la prospettiva di “No Deal”, ha sottolineato Vignali passando all’esame della crisi in Venezuela dove vivono circa 130 mila italiani. “Essi hanno pienamente diritto alla protezione e infatti abbiamo dato notevoli risposte per gli aiuti diretti, ad esempio nel rifornimento di medicinali e di farmaci salva vita, potenziando altresì i servizi consolari al fine di facilitare il rilascio del passaporto: quest’ultimo è un servizio che ha avuto un aumento del 50% rispetto allo scorso anno”, ha aggiunto Vignali concludendo con la Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie. “E’ un appuntamento importante, calendarizzato dal Ministro Stefani, per la fine del prossimo novembre e ci stiamo preparando con temi di grande interesse: per esempio quello del turismo di ritorno, per una riscoperta delle radici e per un sostegno all’economia di tante realtà locali; ma anche il tema della fiscalità per gli italiani all’estero, nonché quello dell’assistenza sanitaria e della formazione per i giovani; infine il tema del rientro. C’è tuttavia un nodo finanziario da risolvere: bisogna trovare le risorse affinché i membri del Cgie possano venire a Roma. abbiamo richiesto un assestamento, che non ci è stato concesso in prima battuta ma insisteremo”, ha precisato Vignali. (Simone Sperduto, Inform 30.7.)     

 

 

 

Le carte in tavola

 

Indipendentemente dall’evoluzione politica in UE, non vediamo presupposti per una ripresa nazionale. Quella che, appunto, dovrebbe modificare anche il nostro incero futuro. E’ meglio scriverlo prima di conoscere i risultati del voto europeo.

 Resta, infatti, da approfondire se le strategie del centro/destra resteranno valide; almeno per evitare possibili declassamenti. Sul fronte politico interno, c’è ancora tanta “nebbia” che non ci consente di vedere oltre i ristretti limiti del presente.

Quello che è venuto a mancare, a nostro avviso, è un polo d’effettivo riferimento sul quale, con buona approssimazione, potessero incontrarsi anche gli incerti che nella Penisola non sono pochi.

Con l’illusione dei “polarismi”, ci siamo perduti nei meandri di un sistema che poco potrà offrire al nostro futuro. Tuttavia, politica ed economia dovrebbero trovarsi in ambiti differenti. Ci sembra inutile proporre scelte per puntellare un sistema che è, obiettivamente, instabile. Le proposte, almeno quelle essenziali, dovrebbero essere rilevate entro l’autunno. Con una pertinente linea esecutiva.

 

 I mesi che ci separano da fine d’anno potrebbero servire per predisporre un dibattito parlamentare con chiari riferimenti per il rilancio del nostro Paese. Per il bene d’Italia, le alleanze non sono statiche. Dopo il voto UE, resterà da verificare la “questione” tra Salvini e Di Maio. I preliminari per cambiare in meglio, forse, potrebbero esserci. Dipenderà anche dalle “carte” che l’attuale maggioranza politica nazionale potrà ancora giocarsi a livello parlamentare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

MAECI: pubblicato l’annuario statistico 2019

 

Roma – 5.822.159 italiani iscritti in anagrafe consolare, 1.856.967 visti di ingresso in Italia rilasciati, 370.963 passaporti emessi dalla rete consolare, 49.655 interventi di tutela e assistenza a favore di connazionali all’estero, 67.720 iscritti ai corsi di lingua italiana presso gli Istituti Italiani di Cultura.

Sono questi alcuni dei dati contenuti nell’ Annuario Statistico 2019 del Ministero degli Affari Esteri e delle Cooperazione Internazionale diffuso nei giorni scorsi. All’azione condotta dal Ministero degli Esteri a favore dell’internazionalizzazione del sistema economico italiano, si accompagna l’attenzione per i connazionali all’estero (quasi 6 milioni, con un aumento del 4% sul 2017) che ha generato – scrive il segretario generale del Ministero, Elisabetta Belloni – “una crescita, sia dei servizi amministrativi erogati (con incrementi che oscillano tra il +3% e il +13% a seconda dei settori), sia del numero di interventi di tutela e assistenza consolare (48.528 in totale, con un aumento del 12% rispetto al 2017), particolarmente delicati in alcune aree del mondo (la crisi del Venezuela ne è un esempio). Il nesso fra cultura, economia e politica acquista per noi – aggiunge –  una valenza particolare per il ruolo di potenza culturale che ci viene riconosciuto”. Nel corso del 2018 la rete ha organizzato e programmato quasi 9.000 eventi (+10% rispetto all’anno precedente) in diversi settori di attività tra i quali la lingua italiana, l’arte contemporanea, l’alta cucina e il design. Tutti segnali “molto incoraggianti che dimostrano l’interesse verso il nostro Paese e lo stile italiano in genere, un interesse testimoniato anche dal crescente numero di visti emessi (poco meno di 1.900.000 nel 2018, l’80% dei quali per turismo)”.

Secondo l’annuario la comunità più numerosa è quella in Argentina (977.417 Italiani), cui segue quella in Germania, in Svizzera, in Brasile e in Francia. Gli incrementi più alti rispetto all’anno precedente si sono registrati in Brasile (+ 9,4%), Spagna (+ 9%) e Regno Unito (+ 8,1%).

Nel testo anche il dato relativo ai detenuti italiani all’estero che è in diminuzione nel 2018  anche se “c’è da segnalare la persistente difficoltà incontrata nella rilevazione a causa delle norme in materia di privacy che in alcuni Paesi sono molto stringenti e rendono complessa l’acquisizione delle notizie sulla fase processuale/grado di giudizio”. (R.I.)

 

 

 

La situazione del personale della rete diplomatica e consolare

 

ROMA – Nell’ultima giornata di lavori della 43^ Assemblea Plenaria del Cgie è intervenuto il Direttore Generale per le risorse e l’innovazione della Farnesina Renato Varriale, che si è detto “onorato di presenziare per la prima volta ai lavori del Cgie”.

Da Varriale è stata illustrata la situazione della rete diplomatico-consolare caratterizzata in questi ultimi dieci anni da sacrifici economici. “Abbiamo pubblicizzato nei giorni scorsi 362 posti disponibili per le sedi estere ma solo un 15% è stato effettivamente assegnato: già in passato, con una copertura oscillante tra il 43% e il 33%, abbiamo lanciato un campanello d’allarme, per capire come mai i nostri dipendenti non volessero andare all’estero. Non sono solamente ragioni legate all’età media, che vede molti over 50, ed è comprensibile che chi ha già girato in diverse sedi non voglia tornare all’estero anche per ragioni di sicurezza o per evitare le aree a rischio. Ci sono anche i tagli economici ad aver prodotto un effetto dissuasivo”, ha spiegato Varriale che ha proseguito “Rispetto ai dati del 2009 – ha illustrato Varriale - la riduzione dell’organico ha riguardato non tanto i diplomatici quanto invece il personale amministrativo. Qui la riduzione ha superato il 30% su un totale a disposizione che ammontava a circa 3000 dipendenti nelle aree funzionali. Anche per la mancanza di turn over e di nuove assunzioni ci siamo ritrovati con circa 1100 unità in meno”.

Varriale è poi passato ad illustrare il lavoro che si sta portando avanti per migliorare la situazione: “ I concorsi porteranno nei prossimi due anni 500-600 nuove unità amministrative di seconda e terza area funzionale:  44 assunzioni sono previste specificamente per l’area dedicata alla promozione culturale. Con il Decreto Concretezza del Ministro Bongiorno potremo avvalerci del concorso senza dover attendere la fase di pensionamento dei dipendenti in uscita: questo permetterà di ridurre i tempi delle assunzioni, le quali richiedono già da sé dei tempi burocratici piuttosto lunghi.”, ha aggiunto Varriale che si è detto ottimista per gli sviluppi futuri.

 “I contrattisti nel 2010 – ha proseguito Varriale - erano 2400 e sono aumentati del 17% diventando circa 2900: è il segno di come, negli ultimi anni, abbia dato i suoi frutti l’ascolto della politica alle richieste pervenute da organismi come appunto il Cgie. In accordo con il Direttore Generale Vignali stiamo inoltre cercando di snellire le procedure per le assunzioni e abbiamo deciso di rompere un tabù per individuare ulteriori mansioni da far svolgere ai contrattisti: ossia il contrattista sarà più autonomo nello svolgere le mansioni; vedremo anche di poter dare delle deleghe ai dipendenti di seconda area”, ha sottolineato Varriale precisando infine il numero delle sedi all’estero, esclusi gli Istituti Italiani di Cultura. “Nel 2009 avevamo una rete estera con 238 sedi; ora siamo scesi a 212. Abbiamo soppresso alcune sedi ma ne abbiamo contestualmente aperte altre in aree strategiche: 31 sono stati gli uffici consolari soppressi a dimostrazione che, purtroppo, è stata la rete consolare a dover pagare maggiormente i tagli e i sacrifici economici che erano inevitabili. Ogni nuova apertura comporta un aumento delle spese: questo vuol dire che non si può aprire una nuova sede senza dover recuperare necessariamente qualcosa altrove”, ha precisato il Direttore Generale Renato Varriale che ha concluso il suo intervento evidenziando come la rete all’estero, dopo anni di affaticamento a causa dei tagli economici, ora stia funzionando in una situazione di ragionevole efficienza. 

Il consigliere Lodetti, lamentando i tagli economici di questi ultimi dieci anni dei quali ha parlato lo stesso Varriale, ha suggerito la necessità di “sbloccare la convenzione tra Patronati e Maeci per alleggerire, soprattutto i consolati, di una parte delle mansioni”.

Andrea Mantione (Paesi Bassi) ha toccato il tema dei servizi marittimi soprattutto in città come Amsterdam e Rotterdam: questi servizi – secondo il consigliere - toglierebbero tempo e risorse ai consolati che, per tale ragione, non potrebbero dedicarsi alle piene esigenze della comunità. “E’ un tema importante ma devo ricordare che c’è una legge dello Stato che obbliga il consolato a offrire servizi ai naviganti – ha replicato Vignali – e pertanto non possiamo decidere in questa sede di abolire quel tipo di sevizio”.

Tony Mazzaro (Germania) ha posto l’attenzione sul sistema di prenotazione per appuntamento al consolato di Monaco; Vignali ha rassicurato precisando che “una volta prenotato l’appuntamento, in caso di successiva disdetta, non si perderà il diritto a fissarne un altro avendo magari diritto a una priorità". Mazzaro ha altresì sollevato, avendone avuto delega, delle problematiche riguardanti Austria e Romania. “In Austria c’è il consolato di Vienna, poi però le aree di Salisburgo e Insbruck non sono coperte se non attraverso i consoli onorari; situazione analoga in Romania dove il consolato è a Bucarest, mentre non c’è nulla a Timisoara e Costanza”, ha aggiunto Mazzaro. E’ stato quindi affrontato il problema delle prenotazioni online: “Stiamo lavorando su una nuova versione che eviti il fenomeno degli intermediari, come accade per esempio in Sudamerica, e che sappia al contempo gestire in modo intelligente le code. Occorre inoltre avviare un dialogo costante con l’utente, attivando ulteriori novità entro la fine dell’anno", ha affermato Vignali. Rispondendo al quesito di Cesare Villone (Brasile) sulle macchinette per la rilevazione dei dati biometrici, il Direttore Generale ha evidenziato come “ne siano state ordinate molte all’Istituto Poligrafico: appena pronte, saranno diffuse anche nella rete onoraria che va considerata un vero valore aggiunto specialmente nelle circoscrizioni molto estese". Anche sulla carta d’identità elettronica ci sono vari sviluppi. “A settembre la testeremo in tre Paesi, poi contiamo di diffonderla dapprima in tutta Europa e quindi nel resto del mondo”, ha precisato Vignali.

Fucsia Fitzgerald Nissoli, deputata di Forza Italia eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, ha chiesto rassicurazioni su alcune segnalazioni provenienti dalle comunità locali. Esse riguardano le tempistiche delle pratiche di rilascio del passaporto ma anche il riconoscimento della cittadinanza, connesso all’interpretazione del codice civile: come spiegato dalla deputata, infatti, ci sarebbe chi teme di perdere la cittadinanza acquisita attraverso gli avi nati prima del 1912. Vignali ha precisato che “non ci sono pratiche in stand by, perché in realtà sono proprio i tempi tecnici a richiedere circa due anni prima del rilascio del documento”, ha chiarito il Direttore Generale aggiungendo che “nessuno, una volta ottenuta, rischia di perdere la cittadinanza”. Per quanto riguarda il Venezuela, sul quale il consigliere Nello Collevecchio ha ulteriormente sottolineato la gravità della situazione socio-assistenziale rivolgendo un accorato appello alle istituzioni, Vignali ha voluto rassicurare sulla bontà dell’assistenza fornita dall’Italia ai nostri connazionali in questi ultimi mesi, anche attraverso la distribuzione di farmaci; in particolare il Direttore Generale ha segnalato la soluzione del caso della novantenne Tommasa Bongiorno segnalato dallo stesso Collevecchio, per quanto riguarda l’erogazione del sussidio, durante la prima giornata di lavori del Cgie  Simone Sperduto/Inform 8.7.

 

 

 

Italia povera

 

Il termine ”povero” si addice perfettamente allo status di questa nostra Repubblica con politica di “facciata” e di poca “sostanza”.  Il significato di quest’aggettivo qualificativo, se applicato alla Penisola, è lapidario: Paese che manca, spesso, dell’essenziale.

 L’attuale politica, purtroppo, non è in grado di modificare questa realtà che stride con lo “status” di Paese UE. Dal 2000, in sostanza in quest’ultimo ventennio, la Penisola ha evidenziato il declino di un sistema che s’è fatto più d’interessi personali, che nazionali. Non si tratta, a questo punto, di cercare delle responsabilità politiche su quanto è accaduto, e ancora accadrà, nel Bel Paese. Non servirebbe.

 Il meccanismo di recessione potrebbe aver superato in punto di “non” ritorno. Negli ultimi dieci anni, avremmo potuto, forse, ritrovare la rotta giusta. Evidentemente, non siamo stati in grado di farlo. Sono gli atti dei politici d’ultima generazione che l’hanno fatto notare. Ora, riconoscerlo non garantirebbe possibili riprese in “autonomia”.

 La stessa posizione dell’attuale Esecutivo resta da capire. Si stanno, infatti, perdendo le mete che l’Alleanza di Centro/Destra aveva garantito per il Paese. Entro l’anno, forse, si tenterà di ritrovare quell’equilibrio, non solo politico, che ci manca.

 I dubbi che nutriamo, però, rimangono. Tanto da terminare queste nostre riflessioni col termine “Povera Italia” che suona ben diverso da quello d’Italia Povera. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Il castello di fake-news costruito da Lega e 5Stelle

 

Nel grande castello di fake-news costruito da Lega e 5Stelle come sistema di lotta politica e di distrazione di massa, per la porta di servizio cerca di entrare anche il MAIE per consolarsi della sua evidente inconsistenza di governo.

L’ultimo esempio:

- 350 nuove assunzioni per la rete consolare / FALSO / Ad oggi, non ce n’è stata nemmeno una per il blocco fino a novembre e nessuna diventerà operativa prima di due anni;

- 50 milioni di euro per la cultura italiana / FALSO, DUE VOLTE FALSO / i 50 milioni del 2019 sono del Fondo per il sostegno della lingua e la cultura italiana nel mondo, istituito dal governo di centro-sinistra con la finanziaria 2017, e ripartiti fin dal luglio 2017. In più, questo governo non ha rifinanziato nel bilancio pluriennale per il 2021 il Fondo quadriennale che scade nel 2020;

- Nuove ambasciate e nuovi consolati / FALSO / L’apertura di nuove sedi in paesi emergenti è una costante del MAECI negli ultimi anni; in più, Panama, mai chiusa ma trasferita logisticamente; Santo Domingo, riaperta con decreto Cons. Ministri (di centro-sinistra) il 4 ottobre 2016; Recife, sottratta all’elenco delle chiusure per intervento dei parlamentari PD;

- Avviata la riforma del voto all’estero / FALSO / Avviata, in realtà, la controriforma del voto all’estero, che prevede la prenotazione per poter votare e che abbasserà drasticamente la partecipazione, mettendo a rischio la sopravvivenza della circoscrizione Estero;

- Carta d’identità elettronica / FALSO / Lavori in corso da quattro anni e finora ancora fase preparatoria.

SVISTE. Sfuggiti, guarda caso, alcuni altri “risultati”:

- Riduzione del numero degli eletti all’estero da 18 a 12 / VERO /

- Esclusione dei cittadini all’estero dal reddito e dalla pensione di cittadinanza, oltre che da “quota 100” / VERO /

- Raddoppio dei tempi ufficiali di esame (da 24 a 48 mesi) delle pratiche di cittadinanza / VERO /

- Modifiche al Codice della strada in materia di targhe estere con grave danno per i familiari degli iscritti all’AIRE, per i frontalieri e per gli stagionali / VERO /

- Freno alla richiesta di cittadinanza per matrimonio con l’introduzione dell’attestazione di conoscenza linguistica a livello B1, difficile e costosa / VERO 

Insomma, ormai è chiaro: MAIE = acronimo di Mai Aspettarsi Informazioni Esatte.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro dip 29.7.

 

 

 

L’audizione dei rappresentanti del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero 

 

ROMA – Si è svolta alla Camera dei Deputati, presso il Comitato sugli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese, l’audizione di una delegazione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

La seduta è stata aperta dal Presidente del Comitato Simone Billi che ha illustrato alcune tematiche all’ordine del giorno, come ad esempio il rinnovo dei Comites nel 2020, lo stato della rete consolare, la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero nel quadro del sistema paese e il rilascio della carta d’identità digitale fuori dall’Europa.

Ha poi preso la parola il segretario generale del Cgie Michele Schiavone: “In  questi giorni al Cgie stiamo parlando in ogni modo della rappresentanza degli italiani all’estero, che è composta dei Comites del Cgie e degli eletti della circoscrizione Estero, con 12 deputati e 6 senatori. La rappresentanza è il tema cardine delle nostre istituzioni”. Schiavone sottolineato come la proposta di riforma costituzionale, attualmente in discussione in parlamento dopo la prima lettura alla Camera e al Senato, preveda una decurtazione degli eletti all’estero decisamente esagerata. “In ragione del fatto – ha spiegato Schiavone - che negli ultimi dieci anni gli italiani nel mondo sono quasi raddoppiati. Il sintomo dell’emigrazione – ha proseguito il Segretario Generale - è la fotografia di un paese in grande difficoltà. Vi è una nuova mobilità verso l’estero con cui il nostro paese dovrà confrontarsi, rafforzando la rappresentanza dei 6 milioni di italiani che vivono nel mondo affinché questi cittadini possano far conoscere al Paese le proprie esigenze”.  In proposito Schiavone ha ribadito come il Cgie, pur essendo favorevole alla riduzione complessiva dei parlamentari, rimanga fermamente contrario alla decurtazione del numero degli eletti della circoscrizione Estero. Schiavone si è poi soffermato sul disegno di legge di riforma delle modalità del voto all’estero presentato dal senatore Petrocelli rilevando come su questa tematica il Cgie abbia elaborato delle linee guida volte a favorire il cambiamento del sistema  elettorale per l’estero. Il Segretario Generale ha inoltre sottolineato, anche alla luce della difficoltà incontrate nelle ultime elezioni europee dove il taglio delle risorse ha portato al dimezzamento dei seggi elettorati presso le ambasciate ed i consolati,  come il diritto del voto degli italiani sia sancito dalla costituzione italiana e non possa  sottostare a problemi di disponibilità finanziaria.   

“Gli italiani all’estero – ha affermato il Vice Segretario Generale del Cgie per i Paesi Anglofoni Extraeuropei Silvana Mangione – sono fondamentali per la bilancia dei pagamenti italiana. La presenza massiccia di italiani italianizza infatti i gusti nei paesi nei quali vivono e quindi promuove l’acquisto dei beni italiani ed un certo tipo di amore nei confronti dell’Italia. Lo dico perché abbiamo la strana sensazione che vi sia poca conoscenza delle nostre realtà e poca conoscenza di quello che gli italiani all’estero sono capaci di fare in favore dell’Italia. Un aspetto che andrebbe tenuto in considerazione in un momento nel quale l’economia nazionale ed internazionale sta subendo dei colpi di arresto”. Silvana Mangione ha poi sottolineato l’importanza della rappresentanza degli italiani all’estero che fa  conoscere in Italia quanto accade presso le comunità. Evidenziata anche la necessità sia di continuare a sostenere l’insegnamento della lingua e dalla nostra cultura all’estero, che italianizza i gusti e traina la promozione del sistema Paese, sia di discutere presso il Cgie le proposte di legge di competenza prima che vengano presentate “in maniera di non dover poi rincorrere la necessità di modificare le parti che secondo noi non attengono o creano problemi per la vita degli italiani all’estero. “In questo senso – ha proseguito Silvana Mangione - la  legge presentata dal senatore Petrocelli sul voto all’estero ci preoccupa perché rovesciando l’opzione del voto si crea, per noi che viviamo in paesi lontani e grandissimi nei quali l’informazione non è capillare,il grande problema di riuscire a raggiungere le persone per far esercitare loro il diritto di voto attraverso questa richiesta di manifestazione di volontà, Siamo italiani – ha concluso il vice Segretario Generale - non dovremmo esprimere una volontà aspecifica per poter votare ed eleggere i nostri rappresentanti”.

Giuseppe Maggio, Vice Segretario Generale del Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord, ha dal canto suo rivendicato l’ottimo lavoro svolto dal Cgie per quanto riguarda la proposta di riforma dei Comites e del Cgie. Un’iniziativa partecipata, partita dal basso con il coinvolgimento delle associazioni e dei Comites nel mondo. Un lavoro, che secondo Maggio, gli organi competenti dovrebbero prendere in considerazione.

E stata poi la volta del Vice Segretario Generale del Cgie per l’America Latina Mariano Gazzola che ha parlato della necessità di affrontare in America Latina , oltre alla questione dei servizi consolari che presenta comunque alcuni miglioramenti, il tema dell’identità e della nostra cittadinanza. “Occorre che la nostra comunità e gli organismi di rappresentanza – ha spiegato Gazzola - affrontino il problema dell’adeguamento dell’istituto della  cittadinanza italiana alla realtà. Noi non siamo contrari all’introduzione di alcuni elementi nuovi per definire la cittadinanza, il famoso ius cultura, ma certamente occorre accompagnarlo con una politica ben definita e sostenuta di formazione civica. Tanti di noi sono nati in America Latina e non abbiamo avuto la possibilità di formarci nei valori della nostra repubblica se si chiede un ulteriore elemento bisogna dare le risorse per portarlo avanti”.

A seguire è intervenuto il componente del Comitato di Presidenza  del Cgie Gianluca Lodetti, in rappresentanza della Commissione di nomina governativa, rilevando come a tutt’oggi siano circa sei milioni i cittadini italiani all’estero con partenze continue di almeno 150.000  connazionali all’anno, senza contare i tanti che lasciano il nostro paese  che non si registrano all’Aire.

“Il discorso sulla rappresentanza diventa ancora più importante – ha affermato Lodetti - nel momento in cui si prende consapevolezza di questo stato di cose dell’emigrazione italiana , oltretutto è da notare che i sei milioni di cittadini italiani all’estero, ma soprattutto la nuova emigrazione nei numeri che ho segnalato, significa spopolamento di intere aree del paese,  e cioè che una parte della nazione viene esportata. Tutto questo – ha aggiunto Lodetti - ha una valenza positiva per certi aspetti, perché la globalizzazione è positiva nel momento in cui c’è la circolazione delle conoscenze, ma vi è anche una valenza molto negativa a cui noi chiediamo di porre rimedio attraverso una strategia complessiva che deve caratterizzare le politiche del Paese”.

E’ stata poi la volta del presidente della Commissione Informazione del Cgie Giangi Cretti che ha in primo luogo sottolineato la necessità di utilizzare nel modo migliore e programmata gli strumenti di informazione italiani all’estero per far si che in occasione delle scadenze elettorali vi sia un’informazione diffusa e puntuale. Cretti si è poi detto soddisfatto per il riconoscimento, da parte del sottosegretario all’Editoria Crimi, di uno momento specifico per la stampa italiana all’estero nel percorso degli Stati generali dell’editoria, in cui vi sarà uno spazio dedicato a questo settore fra settembre ed ottobre. “E’ importante – ha aggiunto Cretti - che in questa fase la politica ci accompagni e ci sostenga”. Cretti ha inoltre chiesto alla politica parlamentare di sostenere la richiesta di ripristino della Commissione consultiva per i contributi alla stampa italiana all’estero ,  un organo non previsto dalla nuova legge sull’editoria,  che,  secondo Cretti , svolgeva invece un  ruolo fondamentale in termini di conoscenza, in quanto rappresentativa degli operatori del mondo delle associazioni presenti sui territori. 

Dal canto suo il componente del Comitato di Presidenza Riccardo Pinna (Sud Africa) ha ricordato come gli italiani all’estero abbiano già avuto negli scorsi anni una decurtazione della rappresentanza con la riduzione dei consiglieri del Cgie. Pinna si è detto decisamente contrario alla riduzione dei parlamentari della circoscrizione Estero anche perché l’alto numero dei nostri connazionali nel mondo che continuano ad aumentare, richiederebbero non una riduzione, ma bensì un aumento di questa rappresentanza parlamentare.    

 “Due mesi fa a Palermo – ha informato Maria Chiara Prodi, Presidente della Commissione Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove - abbiamo creato una rete dei giovani italiani nel mondo. I nostri rappresentanti di base dei Comites e delle associazioni sono riuscite a individuare dei ragazzi motivati e preparati che hanno dimostrato di essere un solo corpo di rappresentanza insieme al Cgie e di essere radicati nelle realtà, con capacità di pensare al futuro in maniera costruttiva e positiva”.

“Questi giovani – ha proseguito Chiara Prodi - sono già rientrati nello loro case restituendo in molti luoghi quanto acquisito fra di noi, stanno costruendo delle reti nazionali in diversi paesi del mondo. Ci pare che questa rete sia un esempio di quanto è essenziale la rappresentanza degli italiani all’estero che è viva e capace di pensare a se stessa in maniera innovativa e guardare al futuro”.  

E’ stata poi la volta del Presidente della Commissione Cultura del Cgie Fernando Marzo che ha sottolineato come la lingua e la cultura italiana rappresentino un pilastro del nostro sistema paese. “Se si vuole usare tutto quanto attiene al marchio Italia – ha aggiunto Marzo - bisogna sostenerlo con il dovuto impegno finanziario”. Il consigliere ha anche rilevato l’esigenza di rinnovare il fondo in scadenza a sostegno alla lingua e cultura italiana, “perché il diritto alla cultura appartiene a tutti”.

Mirko Dolzadelli, vice presidente della Commissione del Cgie “Promozione Sistema Paese” ha evidenziato come la nostra emigrazione possa essere tradotta in una opportunità se gestita attraverso la capacità di fare sistema “ Su questo – ha spiegato Dolzadelli  - abbiamo lavorato in questi anni e riteniamo che ci sia l’opportunità di trasformare questa nuova migrazione in una mobilità circolare che porti una forte attrattività verso il nostro paese in termini di business, ma anche in termini di ricerca di nuove competenze che difficilmente il nostro mercato del lavoro riscese a reperire… Noi crediamo – ha proseguito il consigliere - che la costruzione di una rete globale che veda un nuovo protagonismo dell’italianità nel mondo ci dia la possibilità di generare nuove opportunità per il mondo dell’impresa e soprattutto per la crescita delle competenze dei nostri giovani al fine di farli tornare nel nostro paese e quindi dare all’Italia un impulso di nuova crescita economica”.

Dal canto suo la presidente della Commissione Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria, Anna Maria  Ginanneschi ha rilevato la necessità di seguire i nuovi e vecchi flussi migratori italiani e gli eventuali rientri in Italia attraverso una consulenza basata sulla normativa straniera e italiana. Espressa da Ginanneschi anche preoccupazione per la riduzione della rappresenta degli italiani nel mondo.  

E’ stata poi la volta del deputato del Pd Massimo Ungaro, eletto nella ripartizione Europa, che ha espresso la sua contrarietà a quella parte del disegno di legge Pretrocelli sul voto all’estero che prevede l’inversione dell’opzione di voto . Una scelta che, per Ungaro,  porterà ad un drammatico crollo della partecipazione come già avvenuto nelle ultime elezioni dei Comites.

Il deputato del Pd si è inoltre detto contrario al divieto di candidarsi previsto dalla proposta di legge per i consiglieri del Cgie e dei Comites. Una decisione che, secondo Ungaro, ci priverebbe dell’esperienza di persone che conoscono le comunità. Il deputato della circoscrizione Estero ha comunque espresso la speranza di poter aprire un dialogo su questa tematica con le forze di Governo.

Ungaro ha anche ribadito la sua contrarietà alla riduzione del numero dei parlamentari della circoscrizione Estero previsto dalla riforma costituzionale in discussione al Parlamento. “Dopo la riforma – ha spiegato il deputato –  ciascuno  di noi rappresenterà 700.000 connazionali all’estero con collegi planetari, il legame fra eletti ed elettori sarà inesistente… E’ necessario – ha concluso  Ungaro - avere una pattuglia di eletti della circoscrizione Etero in grado di operare per capire le cause dell’attuale grande esodo dall’Italia ed è sarebbe opportuno che gli eletti venissero dall’estero per aiutare il paese intero a risolvere questi problemi”.

A questo punto del dibattito è intervenuto il Presidente del Comitato Sìmone Billi rilevando in primo luogo le difficoltà ancora connesse all’applicazione della tecnologia del voto elettronico per le elezioni politiche. “Sull’inversione della opzione del voto -  ha proseguito Billi  - anche io non d’accordo e non sono d’accordo nemmeno sul divieto ad eleggere i membri dei Comites e del Cgie , perché questi possono portare competenze specifiche non solo dei paesi di provenienza ma anche sociali e politiche”. Billi ha poi ricordato come l’attuale Governo, nell’ambito delle politiche per gli italiani all’estero, abbia prorogato gli incentivi per il ritorno dei cervelli in Italia e varato gli incentivi per i pensionati. “Queste – ha aggiunto il Presidente del Comitato - sono piccole cose, un granello in un deserto di sabbia, perché la prima cosa che ci deve essere se vogliamo aiutare gli italiani a tornare in Italia è il lavoro,  senza il lavoro non vale nessun incentivo. Per quanto riguarda la riduzione dei parlamentari della circoscrizione Estero – ha continuato Billi - io sono d’accordo che se si riduce questa rappresentanza si indebolisce la forza e la voce degli italiani nel mondo,  è vero però che la riforma taglia tutti i parlamentari”. In proposito Billi ha anche ricordato come nella passata legislatura le forze di opposizione, che ora protestano per la riduzione dei parlamentari, abbiano approvato una riforma costituzionale che di fatto eliminava i 6 senatori della circoscrizione Estero.

Da parte sua di Ilaria Del Bianco (Unaie) ha chiesto di non guardare agli italiani all’estero come cittadini “che vengono qui a chiedere qualche cosa”, ma come una risorsa con un potenziale enorme per il nostro Sistema Paese . Per la Del Bianco bisogna sostenere ogni azione che vada nel senso di rendere strategico questa risorsa : “ Quindi il turismo di ritorno, l’investimento sulla lingua e il coinvolgimento dei giovani chiedono anche nuovi linguaggi da parte nostra e da parte dello Stato italiano”.

E’ stata poi la volta del consigliere Aniello Gargiulo (Cile)  che ha rilevato come gli italiani all’estero siano legati al concetto di patria rispetto al loro paese d’origine e che quindi l’arrivo del plico elettorale rappresenti per loro anche un momento di italianità. Gargiulo ha inoltre auspicato la creazione presso i consolati di registri elettorali per gli italiani all’estero aperti in maniera permanente.  Paolo Brullo (Germania) si è invece soffermato sul contributo che tanti pensionati italiani che rientrano in Italia dalla Germania danno all’economia del nostro paese grazie alle pensioni erogate dall’ente previdenziale tedesco.

 Dal canto suo Andrea Mantione (Paesi Bassi) ha rilevato il rischio che le nuove assunzioni del personale per la rete consolare, anche causa di quota cento e dei tempi necessari per la formazione, possano avere un impatto limitato. Mantione ha anche ribadito la necessità di eliminare il pagamento dell’Imu per la casa in Italia degli italiani all’estero.  

Dopo l’intervento della deputata Pd Angela Schirò, eletta nella ripartizione Europa, che rispondendo al presidente Billi ha sottolineato come sia dovere dell’opposizione segnalare le preoccupazioni che emergono, ha ripreso la parola il Segretario Generale Michele Schiavone che ha ribadito come la questione della rappresentanza “sia uno dei nodi cruciali su cui il Cgie chiede al Governo di intervenire in quanto la rappresentanza è lo strumento per poter dare cittadinanza compiuta ai sei milioni di cittadini all’estero e agli italo discendenti”. “In questa occasione – ha aggiunto Schiavone - abbiamo dato informazione rispetto a quella che è la composita realtà degli italiani nel mondo e speriamo che nei programmi del Governo attuale possano essere prese in considerazione le istanze del Cgie… E’ opportuno – ha concluso il Segretario Generale – che la Conferenza Stato, Regione, Provincie autonome e Cgie si tenga  entro al più presto , perché sono passati undici anni dall’ultima volta che è stata convocata e la legge prevede che la sua convocazione avvenga ogni tre anni”. (G.M./Inform 8.7.)

 

 

 

Nuova Repubblica?

 

C’è chi ritiene che questo sarà l’anno dei “cambiamenti” nazionali. Dati i precedenti, non ci sentiamo, però, d’ipotizzare come procederà questo Esecutivo oggettivamente ”atipico”. Non siamo, per natura, inclini alle “novità” scontate. Se, veramente, si dovessero realizzare i progetti presentati in campagna elettorale, questo Esecutivo sarebbe differente da quelli con i quali abbiamo convissuto in questi ultimi anni.

       Potrebbero, di conseguenza, esserci “novità” anche sul fronte istituzionale. Pure se è difficile ipotizzare intese capaci d’offrire all’Italia un futuro meno scontato. Noi siamo per il “nuovo”; ma per quello di sostanza. Diversamente, sarebbe un altro errore per il Paese che tenta d’uscire dalla crisi economico/sociale che s’è aggravata.

        Le “demagogie” hanno, da sempre, confuso la nostra realtà. Come i troppi partiti. Ora cambiare non sarà facile. Bisognerebbe essere meno deconcentrati e iniziare a ridare segnali di nuova maturità politica. Anche se non riteniamo possibile che, nei “vivai” dei partiti, ci siano uomini capaci d’attivare avvincenti proposte.

        La Penisola è ancora in crisi d’identità. In conclusione, riteniamo che nel Bel Paese non ci siano le condizioni per riconoscere una “nuova” Repubblica. I mesi che abbiamo davanti saranno rilevanti per chiarirci le idee su ciò che L’Esecutivo di Centro/Destra intende portare a buon fine e con un Contratto di Governo da rilevare. Infatti, restano molti i “punti” da chiarire e gli “accordi” da rispettare e, soprattutto, per qualificare questa ipotetica nuova Repubblica.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La falsificazioni del MAIE sulla cittadinanza

 

ROMA - “È triste, ma non sorprendente, vedere che per distogliere l’attenzione dal vuoto assoluto nelle politiche per gli italiani all’estero e dai gravi passi indietro che si stanno facendo in tema di rappresentanza e di lingua e cultura, si usi sistematicamente il metodo della falsificazione delle posizioni degli altri creando casi mediatici destinati ad esplodere come bolle di sapone”. È quanto si legge in una nota della deputata Pd Francesca La Marca, che si riferisce, in particolare, ad un articolo pubblicato da “Italiachiamaitalia”.

“La nota gazzetta di propaganda al servizio del MAIE e del Senatore Merlo”, continua La Marca, pubblica un articolo “sulla cittadinanza e accusa il PD di essere favorevole alla limitazione del riconoscimento a due generazioni. La bolla d’aria sarebbe poggiata su una mia dichiarazione, fatta durante l’assemblea del CGIE, in cui, come risulta dai resoconti delle agenzie e da un mio comunicato, mi sono soffermata su una serie di questioni, tra le quali la cittadinanza”.

“Ebbene, - ricorda La Marca – in quella occasione ho detto chiaramente che parlavo di quell’aspetto della cittadinanza a titolo personale. In secondo luogo, parlavo di una condizione per riaprire i termini per far riacquistare la cittadinanza a chi è nato in Italia e l’ha perduta per ragioni di lavoro all’estero. In terzo luogo, il PD non si è mai espresso ufficialmente nel senso indicato dai gazzettieri né con dichiarazioni politiche né con proposte di legge o di governo. In quarto luogo, le mie stesse proposte di legge ufficialmente presentate parlano di riacquisto per chi è nato in Italia ("Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di riacquisto della cittadinanza", n° 221, 23 marzo 2018) e per le donne che l’hanno perduta, e per i loro discendenti, a seguito di matrimonio con stranieri ("Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di riacquisto della cittadinanza da parte delle donne che l'hanno perduta a seguito del matrimonio con uno straniero e dei loro discendenti", n° 222, 23 marzo 2018). Non altro”.

“A titolo strettamente personale e come stimolo alla discussione, - aggiunge la deputata eletta in Centro e Nord America – ho detto e penso che sia arrivato il momento di una riflessione organica relativa alla normativa sulla cittadinanza in vista di una riforma del sistema. Anche per evitare che la questione sia dilaniata e peggiorata a piacimento, come è accaduto di recente con il decreto Sicurezza per coloro che la richiedono per matrimonio. Una discussione da fare senza tabù e partendo dai diritti, come sono quelli di chi è nato in Italia e l’ha perduta solo perché emigrato. Ma, ripeto, si tratta di stimoli alla discussione e al confronto, di idee personali che riguardano me e non altri, che dunque non possono essere attribuite ufficialmente al partito nel quale milito”.

“Capisco come le idee possano dare inquietudine e spavento a chi, in mancanza di fatti, è costretto a costruire una linea politica sulle falsificazioni. Non sorprende – conclude – quando la politica diventa caciara e propagandismo, ma è triste per la democrazia e per la dignità delle istituzioni”. (aise 8

 

 

 

 

Premi alla traduzione di opere italiane in lingue straniere

 

Il Gruppo di Lavoro consultivo per la promozione della lingua e della cultura italiane all’estero ha approvato le proposte della Farnesina sull’assegnazione di premi e contributi alla traduzione di opere italiane in lingua straniera

ROMA - Il Gruppo di Lavoro consultivo per la promozione della lingua e della cultura Italiana all’estero ha approvato le proposte della Farnesina sull’assegnazione di premi e contributi alla traduzione di opere italiane in lingua straniera.

Da anni il Ministero degli Esteri supporta la diffusione di opere editoriali e cinematografiche italiane all’estero. Gli incentivi alla traduzione, al doppiaggio e alla sottotitolazione in lingua straniera di opere italiane rappresentano uno strumento essenziale per questo scopo, e sono erogati sulla base della fondamentale analisi svolta dalle Ambasciate e dagli Istituti Italiani di Cultura in tutto il mondo.

Nell’approvare le proposte, il Gruppo di Lavoro - composto da rappresentanti del Ministero dei Beni e della Attività Culturali, della Società Dante Alighieri, dell’Accademia della Crusca e delle associazioni di categoria degli editori - ha apprezzato il lavoro di selezione svolto dalla Farnesina, lodando la qualità dei titoli e l’impegno delle case editrici italiane e straniere coinvolte.

A conclusione della riunione, il Gruppo ha accolto 99 richieste di contributi, provenienti da 47 Paesi, e ha stabilito l’assegnazione di due Premi, per un impegno finanziario complessivo di oltre 200.000 euro, che andranno a sostenere la diffusione all’estero della letteratura, della poesia e della produzione audiovisiva italiana. Tali contributi fanno parte della più ampia azione di sostegno alla promozione del libro e degli autori italiani all’estero condotta dalla Farnesina, che comprende, inoltre, l’appoggio alla partecipazione alle fiere internazionali e la presentazione di opere da parte degli autori presso gli Istituti di Cultura, anche nell’ambito della Settimana della Lingua italiana, la cui prossima edizione si svolgerà dal 21 al 27 ottobre prossimi. (Inform 12.7.)

 

 

 

Erasmus+: corsi di lingua gratuiti attraverso la piattaforma online OLS

 

BRUXELLES - I partecipanti al programma Erasmus+ attraverso la piattaforma di apprendimento online (OLS) hanno la possibilità di migliorare la loro conoscenza della “lingua di mobilità”.

Il Sostegno linguistico online (OLS) è una piattaforma gratuita per l’apprendimento delle lingue online concepita appositamente per i partecipanti al programma Erasmus+. La mancanza di competenze linguistiche costituisce una delle barriere principali alla partecipazione all'istruzione a livello europeo, alle opportunità di formazione e di mobilità giovanile. Grazie alla piattaforma, che fornisce sostegno linguistico in modo facile e flessibile, i partecipanti dell’Erasmus+ potranno migliorare la conoscenza della lingua nella quale lavoreranno, studieranno o faranno attività di volontariato. La piattaforma online OLS offre la possibilità di valutare la conoscenza della “lingua di mobilità” prima e durante il soggiorno all’estero. Per accedere alla piattaforma, bisogna attivare l’account utente, inserendo i dati personali e quelli relativi alla mobilità Erasmus+. Una volta creato l’account, i partecipanti all’Erasmus+ possono accedere al test di valutazione per verificare il proprio livello linguistico.

In base ai risultati ottenuti, gli utenti possono decidere di accedere al corso di lingua che comprende il live coaching (tutorato), le tutoring sessions (classi online), i MOOC, un forum moderato e altro ancora. Il corso è disponibile nelle lingue a questo link erasmusplusols.eu/wp-content/uploads/2018/10/Erasmus-OLS-Available-Languages-IT.pdf, ma l'obiettivo è estendere progressivamente il sistema OLS a tutte le lingue ufficiali dell'UE entro il 2020. La piattaforma OLS è compatibile con tutti i browser principali e accessibile sui dispositivi portatili tutti i giorni a qualsiasi ora. Chi può beneficiare dell’Erasmus+ OLS? E’ attualmente disponibile per: studenti universitari che partecipano a una mobilità per studio (3-12 mesi) o tirocinio (2-12 mesi) tra i paesi del programma; Giovani volontari che intraprendono un Servizio Volontario Europeo (SVE) (2-12 mesi). Studenti del programma di Istruzione e Formazione Professionale (leFP) che partecipano a una mobilità di almeno 19 giorni. Dal 2014 Erasmus+ è il programma dell'UE per l'istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport in Europa. Nasce dall’evoluzione dell’Erasmus, il programma di scambio per studenti universitari che dal 1987 ha permesso a più di 4 milioni di ragazzi e ragazze di viaggiare in Europa.  Con un bilancio di 14,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020, Erasmus+ offre l’opportunità di studiare, formarsi, acquisire esperienza lavorativa o di volontariato all'estero, promuovendo al tempo stesso l'apprendimento delle lingue europee. Il programma Erasmus+ offre un ampio ventaglio di possibilità non solo agli studenti ma anche a diverse categorie di persone e organizzazioni.

Inform/dip 12

 

 

 

Il concetto di “residenza fiscale”

 

ROMA – I parlamentari eletti per il Pd nella ripartizione Europa Laura Garavini, Massimo Ungaro e Angela Schirò si soffermano in una nota sul concetto di “residenza fiscale”.

“Un recente parere dell'Agenzia delle Entrate (Risposta n. 203/2019) fa chiarezza su quale sia la residenza fiscale di un soggetto. In base al nostro ordinamento tributario Tuir (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) si considerano residenti nel territorio italiano le persone, indipendentemente dalla loro cittadinanza, che per la maggior parte del periodo di imposta – ossia per almeno 183 giorni -  sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato italiano il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. Queste tre condizioni – precisa la nota - sono alternative, ossia basta il verificarsi di una sola di esse affinché una persona venga considerata fiscalmente residente in Italia, mentre invece solo quando queste tre condizioni sono tutte assenti tale persona non viene ritenuta residente in Italia".

"Per le persone considerate residenti in Italia il Tuir – rilevano Garavini, Ungaro e Schirò - prevede che l'imposta si applica sull'insieme dei redditi percepiti, a prescindere da dove essi siano prodotti, mentre invece per i soggetti non residenti l'imposta si applica solo sui redditi prodotti in Italia. Chi si trasferisce all'estero per lunghi periodi è tenuto ad iscriversi all'Aire per essere considerato fiscalmente residente all'estero".

"Ma cosa succede se, come purtroppo accade frequentemente, in virtù della normativa interna di due Stati un contribuente risulta essere residente fiscalmente in entrambi? Proprio per evitare la doppia imposizione fiscale l'Italia ha innanzitutto inserito nel Tuir (art. 165) – segnalano gli esponenti Pd - la possibilità di applicare un credito per imposte pagate all'estero ma ha inoltre stipulato centinaia di convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali, anche e soprattutto con i Paesi di emigrazione italiana. Le convenzioni dovrebbero risolvere la questione del diritto impositivo determinando il Paese che ne ha la facoltà e le regole per eventuali rimborsi fiscali nei casi in cui il contribuente fosse tenuto a pagare le imposte in tutti e due i Paesi contraenti".

"L'Agenzia delle Entrate – conclude la nota - chiarisce ulteriormente come è determinata la residenza fiscale di una persona nel caso in cui ci fossero dei dubbi o dei conflitti normativi tra le normative nazionali: una persona fisica è considerata innanzitutto residente nello Stato in cui dispone di un'abitazione permanente, e in subordine (laddove disponga di una abitazione permanente in entrambi gli Stati) la residenza è determinata  secondo i seguenti criteri  disposti in ordine decrescente: 1) ubicazione del centro degli interessi vitali; 2) dimora abituale; 3) nazionalità della persona". (Inform 17.7.)

 

 

 

Voto all’estero. Il DDL del senatore Petrocelli (M5S) alla Commissione Affari Costituzionali

 

ROMA - È stato assegnato ieri alla Commissione Affari Costituzionali il ddl del senatore Vito Petrocelli (M5S) “Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero e delega al Governo per l'introduzione del voto elettronico per l'esercizio del diritto di voto all'estero”.

Il testo del ddl inizierà l’iter dalla sede referente e dovrà essere sottoposto ai pareri delle Commissioni Affari esteri, emigrazione, Bilancio e della Commissione parlamentare questioni regionali.

Come scritto da Petrocelli – presidente della Commissione Affari Esteri – nella presentazione del testo, l’obiettivo del ddl è “intervenire sul sistema di voto degli italiani all'estero nell'ottica non di stravolgerne la disciplina, bensì per cercare di apportare quei correttivi che, a partire dal dibattito antecedente all'approvazione della legge n. 459 del 2001 nonché a seguito delle sue prime applicazioni, sono apparsi necessari agli occhi di molte forze politiche, di giuristi ed operatori che si sono trovati, con non poche difficoltà, a rendere effettivo il voto al di fuori dei confini italiani”.

Il ddl “propone di introdurre il cosiddetto sistema di opzione inversa”, cioè “per poter esprimere il voto per corrispondenza dall'estero, si chiede all'avente diritto al voto all'estero di inviare una comunicazione – preferibilmente per via telematica – al comune di ultima residenza” entro 45 giorni prima della votazione. Sarà quindi il Ministero dell’Interno a redigere gli elenchi dei votanti all’estero e a trasmetterlo per tempo al Ministero degli esteri.

“triplice” il risultato immaginato dal senatore: “in primo luogo si chiede ai cittadini italiani residenti all'estero di attivarsi e manifestare il permanere del legame con la comunità politica e sociale italiana; in secondo luogo si semplifica il lavoro degli uffici consolari, che non devono più impiegare forza lavoro e risorse per cercare di reperire gli aventi diritto al voto (poiché al momento dell'esercizio dell'opzione deve ovviamente essere indicato il proprio indirizzo di residenza), per riuscire così a concentrare ogni sforzo e risorsa nella fase di controllo delle operazioni pre-e post-elettorali; in terzo luogo, inviando il materiale elettorale e i plichi solo a chi ha esercitato l'opzione, si risparmiano evidentemente importanti risorse umane ed economiche (partendo dal dato secondo il quale le ultime elezioni politiche all'estero ci sono costate circa 28 milioni di euro)”.

Il risparmio generato dovrebbe “essere destinato a coprire i costi necessari a garantire maggiore trasparenza, maggiori controlli e sicurezza delle operazioni di voto”, investendo risorse “nell'implementazione delle altre innovazioni” proposte nel ddl: “l'introduzione di sistemi di codici a barre o comunque di codici a lettura ottica o di decifrazione sui plichi elettorali nonché sui tagliandi del certificato elettorale” con la concomitante dotazione ai seggi elettorali di “appositi strumenti di lettura ottica dei codici”. Lo scrutinio andrebbe svolto in “quattro sedi, una per ogni ripartizione della circoscrizione estero”.

Inoltre, “per garantire la più alta partecipazione possibile, dovrà essere svolta un'importante campagna di informazione – a cura degli uffici consolari – sulle nuove modalità di esercizio del voto; per tale ragione, abbiamo deciso di posticipare l'entrata in vigore delle disposizioni che disciplinano il nuovo sistema di opzione a un anno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale”.

Con il ddl, “si propone di conferire una delega legislativa al Governo, al fine di introdurre, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un sistema di voto e di scrutinio elettronico limitatamente alle consultazioni di cui alla legge n. 459 del 2001”.

Secondo Petrocelli “il voto elettronico difatti è in grado di offrire, oggi, maggiori garanzie di trasparenza” e “semplifica le operazioni di voto”.

“I princìpi e i criteri direttivi all'interno dei quali deve essere esercitata tale delega sono in sostanza, i seguenti: tutelare la segretezza del voto; garantire la chiarezza e la comprensibilità del sistema di voto; valutare prioritariamente l'introduzione di un sistema di voto attraverso l'utilizzo della piattaforma cosiddetto blockchain, oppure, in caso di impossibilità di utilizzo di tale sistema tecnologico e informatico, introdurre un sistema di voto da remoto per permettere all'elettore di esprimere il voto tramite una qualsiasi macchina connessa alla rete, previa identificazione e autenticazione”.

Tra le modifiche previste dal ddl la possibilità di candidarsi all’estero solo per i residenti all’estero – così come avveniva prima del Rosatellum – l’ineleggibilità per i membri dei COMITES e del CGIE; e la possibilità di sottoscrivere le liste anche con la firma digitale.

Il testo degli articoli è al sito https://www.aise.it/anno/il-voto-allestero-secondo-il-m5s-il-ddl-depositato-in-senato/132554/1 aise 17.7.

 

 

 

Fuga dei cervelli all’estero: “vera emergenza italiana” che richiede “rimedi adeguati”

 

ROMA – I parlamentari del Pd eletti nella circoscrizione Estero Laura Garavini, Angela Schirò, Massimo Ungaro (ripartizione Europa), Francesco Giacobbe e Nicola Carè (ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) e Francesca La Marca (America settentrionale e centrale), tornano sull’impoverimento generato dalla “fuga dei cervelli all’estero”, evidenziato dallo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria alcuni giorni fa nel corso di convegno dedicato al digitale.

“L’Italia perde ogni anno, per la fuga dei cervelli all’estero, non solo energie umane e professionali, ma anche ingenti risorse finanziarie: grosso modo 14 miliardi di euro all’anno, quasi l’1% del Prodotto interno lordo – scrivono in una nota gli esponenti del Pd, segnalando come ciò non sia “certamente una novità”, e sia, anzi, “un dato forse nemmeno rispondente alla realtà delle cose, visto che i riscontri statistici ufficiali sono in genere più bassi della dimensione reale dei fenomeni”. Per Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò e Ungaro, “la perdita dei giovani è la vera grande emergenza italiana di questi tempi”, oscurata tuttavia dal “continuo bombardamento mediatico” sull’emergenza migranti.

La nota segnala inoltre come “l’estensione del sistema degli incentivi al rientro che questo governo ha fatto nel decreto Crescita, ancorché parziale, è certamente una decisione utile, che tuttavia riguarderà le frange più marginali di un fenomeno che invece, come lo stesso Tria ammette, è massivo”. “Le mobilità qualificate in Italia hanno un carattere strutturale e non possono essere curate con i pannicelli caldi – sottolineano Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò e Ungaro, rilevando come l’approccio al tema da parte dell’esecutivo dovrebbe essere di natura strategica e orientato alle “necessità profonde del Paese”.

Le priorità “verso le quali orientare le poche risorse disponibili nelle condizioni concrete delle nostre finanze dovrebbero essere gli investimenti per lo sviluppo innovativo e per lo studio e la ricerca scientifica e tecnologica – scrivono gli esponenti democratici, ribadendo l’urgenza di “preparare un’alternativa culturale, oltre che politica, a questa maggioranza”. (Inform 18.7.)

 

 

 

Guglielmo Picchi sulla carta di identità elettronica per i connazionali residenti all'estero

 

La risposta all’interrogazione presentata dai senatori Pd Laura Garavini, Francesco Giacobbe e Alessandro Alfieri. Dal 20 settembre il rilascio del documento nelle sedi di Vienna, Atene e Nizza, in fase sperimentale e che verrà poi estesa entro la prima metà del 2020

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi ha risposto in Commissione Affari esteri al Senato all’interrogazione presentata dagli esponenti democratici Laura Garavini (ripartizione Europa), Francesco Giacobbe (Africa, Asia, Oceania e Antartide) ed Alessandro Alfieri sull’emissione della carta di identità elettronica per i connazionali residenti all'estero.

Picchi ha ricordato come il decreto del Ministro dell’Interno sulle modalità tecniche di emissione della Carta d’identità elettronica, del 2015, preveda che i Consolati italiani all’estero siano autorizzati all’emissione del documento per i residenti all’estero che ne facciano apposita richiesta, finalità per cui “è stata istituita un’apposita Commissione interministeriale permanente, cui il Maeci ha partecipato da subito, unitamente al Ministero dell’Interno, al Ministero per la semplificazione e la Pubblica amministrazione, al Ministero dell’Economia e Finanze, all’Anci e all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato”. “La complessità del progetto – spiega Picchi - ha richiesto di procedere con gradualità, contemplando due fasi, entrambe attualmente in corso: una prima fase di rilascio della carta d’identità elettronica da parte dei soli Comuni sul territorio nazionale, quasi conclusa; una seconda fase di progettazione che consenta il rilascio all’estero, attualmente in via di finalizzazione”. Il Sottosegretario ha quindi segnalato la recente approvazione del documento tecnico sulle modalità di emissione della carta d’identità all’estero da parte della competente Commissione interministeriale, cui è seguito il decreto adottato in materia e firmato congiuntamente del Ministro dell’Interno e del Ministro degli Affari esteri proprio in questi giorni.

 

Viene quindi prevista una “fase sperimentale” per il rilascio del documento in tre sedi pilota - Vienna, Atene e Nizza, - che “prenderà avvio il 20 settembre, anche con un evento di lancio ad hoc che si terrà a Vienna nel quadro della riunione d’area consolare delle Sedi europee interessate alla prima emissione della Cie, e dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno – afferma Picchi. “Successivamente il progetto verrà ampliato agli uffici della rete diplomatico-consolare operanti nell’Unione Europea e nei Paesi che accettano la Cie come documento di viaggio, atto anche ad assicurare la libertà di circolazione del cittadino, auspicabilmente entro la prima metà del 2020”. Il Sottosegretario rileva dunque come non siano “attualmente previste deroghe alla fase di sperimentazione del processo al di fuori delle sedi individuate” e che tale processo “richiederà l’utilizzo di nuovi supporti tecnici e l’adeguamento degli applicativi informatici dedicati”.

“La principale novità, rispetto all’emissione del documento di identità cartaceo, è rappresentata dalla circostanza che l’Ufficio consolare sarà chiamato ad acquisire i dati biometrici, la firma e la foto del richiedente, per poi inviarli telematicamente all’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, per la successiva produzione della carta e l’inoltro diretto, a mezzo posta, al domicilio dell’interessato – spiega Picchi, ribadendo come sia la complessità di tali operazioni a richiedere una gradualità del procedimento, “che è intenzione di questa Amministrazione comprimere in tempi ragionevolmente brevi, con l’obiettivo di estendere il servizio a tutta l’area geografica interessata entro la prima metà del 2020”. “In prospettiva, la vecchia carta di identità cartacea non potrà più esser rilasciata, anche alla luce di quanto disposto, da ultimo, dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio sul rafforzamento della sicurezza delle carte d'identità dei cittadini dell'Unione. Il citato Regolamento prevede, peraltro, un periodo transitorio pari a 5 anni per sostituire i documenti cartacei: non risulta, quindi, vi siano, allo stato, Paesi (nel territorio di emissione della carta di identità, come attualmente individuato) che non ne riconoscano la validità – afferma Picchi.

“In base alla normativa vigente, la carta di identità (sinora cartacea, presto elettronica) viene attualmente emessa, oltre che nei Paesi dell’Unione Europea, in Svizzera, Norvegia, Principato di Monaco, San Marino, Santa Sede - Città del Vaticano, Islanda, Andorra e Liechtenstein. L’emissione avviene, in tali Paesi, in quanto la carta di identità è in essi riconosciuta come documento che garantisce la libertà di circolazione del titolare – afferma ancora il Sottosegretario, esprimendo la “piena disponibilità a valutare l’opportunità di estendere l’emissione della Cie anche a Paesi diversi da quelli summenzionati, che la accettino come documento valido per l’ingresso nel proprio territorio, ma non anche ai fini della libertà di circolazione”. Disponibilità condizionata però dalle risorse umane e finanziarie a disposizione.

In sede di replica, Garavini segnala di non essere soddisfatta della risposta e ricorda l’impegno del Governo, assunto con il decreto risalente al 2015, per la modernizzazione dei servizi della rete diplomatico-consolare e in particolare per la concessione delle carte di identità elettroniche. Ribadisce pertanto come l’interrogazione abbia anche lo scopo di “spronare l’attuale Esecutivo, al di là degli apprezzabili sforzi esperiti dall’Amministrazione, affinché i Consolati vengano dotati di mezzi moderni che siano in grado di garantire ai concittadini residenti all’estero gli stessi diritti di cui usufruiscono quelli residenti in Italia”. (Inform 22.7.)

 

 

 

"Chiarimenti sul rimborso della tassazione delle pensioni Inps pagate all'estero"

 

ROMA - "Il pensionato che risiede all'estero ha diritto a non dovere pagare le tasse italiane sulla sua pensione Inps, in virtù delle convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali. Ciò nonostante a volte succede, per motivi tecnico-procedurali, che l'Inps tassi comunque la pensione alla fonte. In questo caso il pensionato può richiedere all'Agenzia delle Entrate il rimborso delle tasse pagate all'Italia. In un recente interpello (n. 246/2019) l'Agenzia delle Entrate ha chiarito la normativa e ha illustrato le modalità di rimborso".  Lo dichiarano in una nota i parlamentari Pd eletti in Europa Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro

"La vigente normativa nazionale – proseguono i tre parlamentari Pd - stabilisce che le pensioni Inps corrisposte a persone non residenti nello Stato italiano sono imponibili in Italia e che gli enti pensionistici eroganti (Inps) sono tenuti, in qualità di sostituti di imposta, ad operare le ritenute con le modalità previste dalla legge".

"Questa regola però cambia in presenza di una convenzione contro le doppie imposizioni fiscali: infatti la quasi totalità di questo tipo di accordi stipulati dall'Italia stabilisce che le pensioni Inps debbano essere tassate nel/dal Paese di residenza.  Quindi l'Inps come sostituto di imposta può, sotto la propria responsabilità, applicare direttamente l'esenzione o le minori aliquote convenzionali, previa presentazione, da parte dei beneficiari della pensione, della documentazione idonea a giustificare l'esonero (in particolare la certificazione della residenza fiscale all'estero)".

"Tuttavia – ricorda l'Agenzia Delle Entrate - tale prassi amministrativa, avendo carattere facoltativo, non comporta un obbligo di adeguamento per il sostituto di imposta (l'Inps), che, in caso di incertezza sulla sussistenza dei requisiti previsti dalle rispettive convenzioni per evitare le doppie imposizioni, o in caso di omessa domanda di esenzione da parte degli interessati, è tenuto ad assoggettare a tassazione i trattamenti pensionistici da esso corrisposti ai residenti all'estero". 

"Cosa deve quindi fare il pensionato se l'Inps non lo esenta dall'imposta ed effettua una ritenuta fiscale? L'imposta italiana trattenuta dall'Inps all'atto del pagamento della pensione può essere richiesta a rimborso, presentando una specifica richiesta".

"Le domande – concludono Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro - possono essere inoltrate, eventualmente avvalendosi dell'aiuto dei patronati, al Centro Operativo dell'Agenzia delle Entrate di Pescara - entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento dell'imposta – secondo le modalità stabilite nel provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 10 luglio 2013". (Inform 30)

 

 

 

 

Il dibattito all’audizione del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

 

ROMA - Dopo l’intervento del Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali (vedi sopra) l’audizione alla III Commissione, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni e sulle esigenze delle comunità degli italiani nel mondo, è proseguita con gli interventi del Presidente della Commissione Esteri , Vito Petrocelli, e dei senatori Toni Iwobi (Lega), Alessandro Alfieri (Partito Democratico), Alberto Airola (Movimento 5 Stelle) ed Enrico Aimi (Forza Italia). Petrocelli, già autore di un disegno di legge di riforma del voto all’estero che contiene l’inversione dell’opzione di voto, ha posto a Vignali il quesito circa l’impatto di questo strumento sulla partecipazione alle passate elezioni dei Comites; Vignali ha escluso che la bassa affluenza sia stata determinata da tale fattore quanto piuttosto dalla mancanza di una adeguata informazione. “Con l’inversione dell'opzione si mantiene intatto il diritto di votare all’estero: il connazionale può decidere di votare all'estero purché manifesti tale intenzione. Il sistema ha indubbi vantaggi: consente di avere la certezza del numero dei potenziali votanti e il loro indirizzo aggiornato. Quindi in sostanza si pone un argine al fenomeno della dispersione delle buste elettorali. Dal momento in cui non votano tutti, c’è una riduzione del corpo elettorale e pertanto un risparmio finanziario. Alle scorse elezioni politiche abbiamo impiegato 30 milioni di euro per far votare 4.700.000 italiani; all’atto pratico hanno votato effettivamente solo 1.300.000 italiani.”, ha commentato Vignali sostenendo che la bassa partecipazione alle elezioni dei Comites nel 2015, quando votò circa il 5% degli aventi diritto, non sia stata causata all’opzione  quanto invece dalla mancanza di una campagna informativa adeguata. “All'epoca – ha aggiunto Vignali - non c'erano gli attuali strumenti informatici di registrazione. Vorremmo utilizzare Fast It, che funziona molto bene, per far esprimere l’intenzione di votare ai nostri connazionali. Credo che, pur con l’inversione dell’opzione, le elezioni dei Comites potrebbero essere comunque un successo”, ha aggiunto il direttore generale sottolineando come le elezioni politiche abbiano naturalmente ben altro impatto.

Sono state chieste a Vignali, da parte dei senatori Alfieri e Aimi, delle informazioni sintetiche sulla composizione della nostra collettività all’estero, specificandone la diversificazione tanto anagrafica quanto professionale. Vignali ha quindi ripercorso in parte quanto già illustrato nel suo discorso d’introduzione dei lavori della seduta. “Circa il 35% dei nostri connazionali all’estero è laureato, mentre un altro 30% è diplomato e il restante 30% più o meno ha la terza media. Non sono soltanto giovani poiché vi sono anche italiani più adulti che si muovono: il più alto tasso di aumento va ricercato proprio nella generazione compresa tra 50 e 60 anni. Questa è la fascia anagrafica che negli ultimi anni ha visto una maggiore incidenza di espatri”, ha rilevato Vignali parlando poi delle professioni svolte dai nostri concittadini. “Il livello e la natura occupazionali vengono monitorati dal momento in cui gli italiani all’estero si scrivono all’Aire e non sempre avviene questa iscrizione, dunque si hanno ancora dati parziali. Quel che è innegabile è l’influenza della crisi sulla ripresa dei flussi: a partire dalla crisi del 2007 la mobilità in uscita è aumentata con un’impennata registrata nel biennio 2013 -2014. Ora sembra che il flusso si sia più o meno stabilizzato mentre invece i ritorni restano molto limitati: parliamo solo di alcune decine di migliaia di italiani. Quelli che partono non necessariamente provengono da regioni dove maggiore è l’incidenza della disoccupazione: il maggior numero delle partenze si ha infatti proprio dalla Lombardia e dal Triveneto. Per andare all’estero, soprattutto per chi aspira a trovare opportunità adeguate al proprio ciclo di studi, c'è bisogno di una famiglia alle spalle e del suo sostegno finanziario”, ha sottolineato Vignali spiegando che gli espatri riguardano quindi anche regioni d’Italia tradizionalmente considerate benestanti.

Vignali ha spiegato le difficoltà nel poter elaborare delle stime precise visto che non tutti gli italiani all’estero si iscrivono all’Aire. “In America Latina, per ragioni di distanza ma anche di storicità della collettività italiana, sicuramente la percentuale degli italiani che s’iscrivono all’anagrafe è estremamente elevata. Non lo è invece nei Paesi europei in cui invece la mobilità da e verso l’Italia può essere più facile e dai quali, tutto sommato, può convenire ritornare per usufruire dell'assistenza sanitaria gratuita; questo proprio perché, per esempio, una delle conseguenze dell’iscrizione all’Aire è che si perde il diritto all'assistenza sanitaria gratuita in Italia”, ha spiegato Vignali parlando poi di situazioni particolari presenti in alcuni Paesi. “Situazioni di irregolarità ci sono negli Stati Uniti dove c’è una percentuale, difficile da stimare, di italiani che sono rimasti alla scadenza del visto turistico: essendo in situazione d’irregolarità non possono iscriversi all’anagrafe. Indicativo è anche il caso della Gran Bretagna: qui i dati precedenti alla Brexit ci parlavano di una comunità stimata e registrata di circa 300 mila italiani. Dopo il referendum i nostri connazionali si sono affrettati a iscriversi all’anagrafe per poter dimostrare la loro residenza nel Regno Unito. Abbiamo scoperto che probabilmente nel Regno Unito gli italiani non sono quei 300 mila che pensavamo ma probabilmente quasi 700 mila”, ha sottolineato Vignali.

Per quanto riguarda le mete più ricercate dagli italiani, esse sono situate soprattutto in Europa. “Abbiamo il Regno Unito, nonostante la Brexit; poi la Germania, dove però integrarsi è più difficile, se non altro per ragioni linguistiche e quindi la Francia. Ci sono flussi minori verso il Nord America, mentre abbiamo correnti migratorie più importanti verso il Brasile e l’Australia”, ha precisato Vignali parlando nello specifico degli italiani in Africa, su sollecito del senatore Iwobi. “Nessuno dimentica questi nostri connazionali in Sudafrica, dove abbiamo un’importante collettività composta da 140 mila italiani che ora vivono una situazione delicata. Mi sono recato un anno fa circa in Sudafrica – ha precisato Vignali - proprio per dare un segnale di vicinanza alla nostra collettività: a Johannesburg ho trovato una comunità molto coesa d’italiani all'estero, partecipe della vita del Paese e ben integrata. Devo però dire di averla trovata preoccupata dagli avvenimenti, in particolare dalla criminalità comune. Poi ci sono collettività importanti anche in Senegal, con circa 3 mila italiani, in Kenya, con circa duemila concittadini, e in Etiopia con poco meno di duemila unità. Questi sono i numeri più importanti dell'Africa subsahariana. Ovviamente poi abbiamo l’area del Mediterraneo: circa 7 mila italiani in Tunisia, 6.500 in Marocco e in Egitto. In Nigeria abbiamo due collettività: una più ridotta nella capitale Abuja e una più importante e numerosa a Lagos, per un totale di 1.300 connazionali”, ha evidenziato Vignali.

Il senatore Airola ha infine chiesto a Vignali se un italiano che da lungo tempo vive all’estero, pagando quindi le tasse altrove, abbia l’interesse e il diritto a partecipare alla vita politica del nostro paese attraverso il voto.  In proposito Vignali ha evidenziato come, innanzitutto, non si debba sottovalutare il livello d’interesse che le collettività italiane hanno per il nostro Paese e per quello che accade all’interno dei confini nazionali. “Credo che questa domanda vada rivolta proprio agli italiani e in tal senso l’inversione dell'opzione si traduca proprio nel quesito col quale si domanda agli italiani se siano realmente interessati a esprimersi sul futuro del nostro Paese. Questo – ha concluso il Direttore Generale - è il senso profondo dell’inversione dell’opzione in termini elettorali”.

Simone Sperduto, Inform 31.7.

 

 

 

 

Tedeschi troppo diretti e italiani che non arrivano al dunque? La comunicazione tra due culture diverse

 

Monaco di Baviera - “Sarà capitato probabilmente anche a voi di essere stati spiazzati da risposte od osservazioni troppo dirette, fatte da conoscenti, colleghi o amici tedeschi. Nel ricordo mi riecheggia ancora lo “Ja” secco e duro alla domanda “Störe ich?” (Disturbo?). Avevo telefonato alla mamma di un amichetto di mio figlio verso le 18, per noi ancora pomeriggio ma per loro già orario di cena, e la mia domanda retorica era per me un modo di iniziare cortesemente la telefonata, prevedendone già la risposta, ma non così schietta. Oppure il “Nein” del mio collega alla mia domanda, anche questa retorica, “Hast du Zeit?” (Hai tempo?), che avevo usato come espediente retorico per intavolare una conversazione, senza minimamente sospettare un rifiuto. In quell’occasione la mia reazione è stata di stupore e d’indignazione per una tale mancanza di rispetto e il nostro rapporto è stato troncato sul nascere”. Ne scrive Concetta D’Arcangelo su “Rinascita flash”, bimestrale dell’omonima associazione, diretto a Monaco da Sandra Cartacci.

“Sarà capitato probabilmente anche a voi di sentirvi rinfacciare di parlare troppo: “Komm endlich zum Punkt!” (Arriva al dunque!). Nel mio caso allo stupore iniziale subentrava irritazione, inasprita dal suggerimento successivo “Nehm es nicht persönlich!”. “Non me la devo prendere personalmente?”, mi chiedevo.

È pur sempre una critica rivolta a me, non un’osservazione generica ed impersonale. Con il tempo e grazie ad una serie di seminari ho imparato a decodificare i messaggi senza tralasciarne gli aspetti culturali, che sono spesso la causa di gravi malintesi.

Anche nella mediazione linguistica è a volte opportuno chiarire tali malintesi in una seduta supplementare, a conclusione dell’interpretariato, come nel caso di una signora italiana a colloquio con l’Arbeitvermittler del Job Center (agente di collocamento).

La donna ripeteva le istruzioni e i suggerimenti dell’impiegato, sia per essere sicura di averli capiti correttamente (la sua insicurezza nasceva probabilmente dal fatto che si muoveva in un Paese, ambiente e situazione a lei estranei, essendo appena arrivata in Germania), ma anche per segnalare attenzione ed interesse al suo interlocutore. L’agente l’aveva invece presa per “dura di comprendonio” ed è stato necessario chiarire l’equivoco con qualche delucidazione a riguardo.

Il concetto di alto e basso contesto, per distinguere lo stile di comunicazione di una cultura (high and low context cultures), di cui ho sentito parlare per la prima volta nei seminari d’interculturalità, mi ha aiutata a valutare meglio diverse situazioni comunicative, comprese quelle di cui ho parlato all’inizio. L’idea di fondo è che ci siano culture nelle quali tutto (o quasi) viene esplicitato nella comunicazione e culture nelle quali la comunicazione si basa su un implicito background culturale comune.

La comunicazione a basso contesto è la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

Quella ad alto contesto, invece, dà molto valore agli aspetti extra-linguistici dell’atto comunicativo, come emozioni, luoghi, comunicazione non verbale etc. In una cultura prevalentemente a basso contesto, come quella tedesca, la comunicazione è solitamente esplicita e diretta, a favore dell’efficienza, e viene posta enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema. Meno importanza è data alla scelta delle parole.

In una cultura prevalentemente ad alto contesto, come potrebbe essere quella italiana, la comunicazione indiretta è vista come una forma d’arte. L’informazione è trasmessa non solo attraverso le parole, ma anche attraverso elementi contestuali, come il tono della voce, il linguaggio del corpo e le espressioni facciali. La comunicazione è “ammortizzante”, indiretta e mira a promuovere l’armonia.

Dal momento in cui ho preso coscienza di questa distinzione – a cui però evito di far riferimento in modo rigoroso, altrimenti rischierei di alimentare i miei stereotipi – accetto anche che mi si risponda, “Ja, du störst” (sì, disturbi) senza offendermi. E senza “prendermela personalmente””. (aise/dip 3

 

 

 

 

Online il questionario sulla vita dei residenti all’estero

 

Obiettivo? Presentare una proposta di legge che snellisca le pratiche burocratiche che rendono la vita impossibile agli italiani residenti all’estero. Per farlo, Alessandro Fusacchia, deputato di + Europa eletto nel Vecchio Continente, ha lanciato un questionario online per raccogliere le indicazioni dei connazionali.

“I cittadini italiani che vivono all’estero non hanno vita facile quando devono avere a che fare con la burocrazia italiana. Non tutto però è questione di cattiva amministrazione. Spesso il problema è a monte, e anche ottimi funzionari devono alzare le mani di fronte a leggi sbagliate o scritte male che creano pastoie e lungaggini”, scrive Fusacchia. “Raccontami la tua storia di cittadino italiano che – come residente all’estero – si è ritrovato in una situazione assurda quando ha dovuto interagire con lo Stato italiano. Proveremo a capire quali norme vanno modificate e a promuovere una proposta di legge in Parlamento”.

Gli italiani che risiedono in Europa possono compilare il questionario disponibile qui; i residenti in un Paese extra-europeo possono inviare una e-mail all’indirizzo fusacchia_a@camera.it.

“Nell’ultimo anno ho ricevuto molte segnalazioni, sui casi più diversi: da chi aveva conseguito un dottorato all’estero e voleva partecipare ad un concorso pubblico in Italia e si è ritrovato davanti ad una trafila infinita per farsi riconoscere il titolo; a chi doveva far viaggiare il figlio minorenne; a chi doveva fare un trasferimento di proprietà a seguito di un decesso”, spiega Fusacchia. “Molti di questi casi sono associati alla burocrazia “normale” — tantissimi italiani all’estero hanno sperimentato ad esempio quanto possa essere complicato ottenere anche il banale rilascio di una carta di identità elettronica. Su molte questioni servono più uffici consolari e più funzionari – a maggior ragione dato che l’immigrazione dall’Italia verso gli altri Paesi dell’Unione è in costante aumento. E soprattutto, su quasi tutto servirebbe digitalizzare i rapporti tra cittadini all’estero e Stato italiano. Già solo abbattendo la necessità di appuntamenti fisici e code cambierebbe la vita dei nostri connazionali”.

“Succede però – annota il deputato eletto in Europa – che in molti casi il problema non sia di funzionamento o gestione della pratica da parte di questo o quell’ufficio, ma di leggi dello Stato Italiano. Di fronte alle quali anche il funzionario più bravo e ben disposto deve alzare le mani e arrendersi”.

Mi interessa raccogliere queste storie di complicazione spesso assurda legata ad un problema di leggi vecchie e sbagliate fatte in passato e mai cambiate”, spiega il deputato. “Perché queste leggi si possono cambiare, provando a semplificare. Mi piace pensare che un giorno gli italiani possano vivere in ogni angolo d’Europa come se stessero in Italia, senza complicazioni amministrative e burocratiche aggiuntive, e che lo stesso possa succedere per gli altri europei che si trasferiscono in Italia”. (aise) 

 

 

 

Interrogazione sull’assegnazione del personale necessario all’avvio delle attività scolastiche all’estero

 

Prima firmataria la senatrice del Pd Laura Garavini (ripartizione Europa). Tra gli interroganti  Francesco Giacobbe (Pd) (ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide). Chiesto lo svolgimento degli adempimenti previsti nel rispetto del calendario di apertura delle attività

 

ROMA – I senatori del Pd Laura Garavini (ripartizione Europa) e Francesco Giacobbe (ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) sono tra i firmatari di un’interrogazione rivolta ai Ministri dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale sull’assegnazione del personale necessario all’avvio delle attività scolastiche all’estero.

La richiesta concerne nello specifico il quadro degli adempimenti previsti per il rispetto del calendario di apertura delle attività scolastiche e formative in italiano e domanda, nel caso di ritardi delle assegnazioni, quale sia l'arco temporale entro il quale si pensa di garantire una piena normalizzazione delle attività formative.

Gli interroganti ricordano infatti come tale avvio è previsto nei primo giorni di settembre 2019 nell’emisfero boreale e come tali attività coinvolgono in decine di Paesi “centinaia di migliaia di alunni, sia nelle istituzioni scolastiche all’estero, che nei corsi di lingua e cultura italiana organizzati dagli enti promotori in varie forme e collocazioni”.

“Il rispetto delle tempistiche relative alle operazioni di individuazione delle esigenze di personale da soddisfare per completare annualmente il contingente da inviare all'estero, di selezione con evidenza pubblica delle figure richieste, di assegnazione individuale alle varie sedi e istituti scolastici, nonché ai soggetti promotori di attività formative, rappresenta la condizione essenziale per il regolare avvio dell’anno scolastico, auspicato da famiglie e studenti, nonché una prova di serietà e di efficienza rispetto alle autorità scolastiche locali – si legge nell’interrogazione, in cui si mostra preoccupazione in merito alla “capacità del nostro attuale sistema amministrativo di rispettare il calendario previsto e di corrispondere alle diffuse attese dell’utenza”.

Si ricorda inoltre come “per l'anno scolastico 2019/2020 le nomine da fare, secondo quanto risulta agli interroganti, si aggirerebbero sulle 160 unità, pari a circa un quinto dell'intero contingente, una percentuale certamente non marginale rispetto alle dimensioni complessive delle assegnazioni”. Firmano l’interrogazione anche i senatori Pd Simona Flavia Malpezzi, Roberto Rampi, Vanna Iori e Tatjana Rojc. (Inform/dip 4)

 

 

Italien. „Den Sieg noch nicht in der Tasche“

 

Tobias Mörschel in Rom über Salvinis machtpolitisches Kalkül, die Folgen der Regierungskrise für Europa und eine mögliche Spaltung der Linken. Das Interview führte Claudia Detsch.

 

Matteo Salvini, Vize-Ministerpräsident und Innenminister verlangt Neuwahlen. Anlass sind Auseinandersetzungen mit dem Koalitionspartner „Fünf Sterne“ über Infrastrukturprojekte. Wird es zu Neuwahlen kommen?

Der parteilose Ministerpräsident Conte hat sich nicht dem Druck Salvinis gebeugt, von sich aus zurückzutreten. Er fordert ein Misstrauensvotum im Parlament. Wann genau dieses stattfinden wird, ist noch unklar. Zwischen den Parteien ist ein heftiger Streit über Verfahrensfragen und die parlamentarische Geschäftsordnung entbrannt. Die Lega möchte so schnell wie möglich die (eigene) Regierung stürzen, um das Momentum für sich zu nutzen, während bei den anderen Parteien zusehends der Widerstand wächst, sich dem Zeitdiktat Salvinis zu beugen, und sie auf eine Entschleunigung des Verfahrens drängen. Am heutigen 13. August tritt der Senat nun zu einer Sondersitzung zusammen, um zu entscheiden, wann es zum Misstrauensvotum kommen wird. Wenn Conte das Vertrauen des Parlaments nicht erhält, kommt Staatspräsident Mattarella bei dem weiteren Verfahren eine besondere Rolle zu: Er muss ausloten, ob ggf. eine andere Regierungsmehrheit zustande kommen könnte oder vielleicht für einige Zeit eine Expertenregierung installiert wird, was in Italien bereits eine gewisse Tradition hat. Voraussichtlich werden die Neuwahlen zu Parlament und Senat Ende Oktober/Anfang November stattfinden.

Welche Ziele verfolgt Salvini, wenn er jetzt die Regierung platzen lässt?

Die selbsterklärte „Regierung des Wandels“ aus Lega und Movimento 5 Stelle war von Anfang an ein ungleiches Machtbündnis, das nie wirklich zueinander gefunden hat. Die Kräfteverhältnisse haben sich sehr schnell zugunsten der Lega verschoben, die zwar formal nur Juniorpartner in der Regierung war, aber als politische Profis die unerfahrenen Protagonisten von M5S sehr schnell gekonnt an die Wand gespielt haben. Gleichzeitig mit dem Höhenflug der Lega begann das Verglühen der Sterne. Bei den Europawahlen haben sich die Mehrheitsverhältnisse zwischen Lega und M5S bereits umgekehrt. Dass Salvini jetzt die Regierung platzen lässt, hängt maßgeblich damit zusammen. Manche Umfragen sehen ihn bereits bei 40 Prozent, und aufgrund der Besonderheiten des italienischen Wahlrechts kann es durchaus sein, dass Salvini nach den nächsten Wahlen auf keine Koalitionspartner mehr angewiesen ist.

Der Absturz des populistischen Koalitionspartners Fünf Sterne ist beispiellos. Waren sie schlicht Salvini nicht gewachsen?

Die Fünf Sterne waren, verglichen mit den Profis der Lega, die immerhin aktuell die älteste Partei in Italien ist, geradezu eine Laienspielschar. Mangelnde politische und exekutive Erfahrung, ein fehlender innerer Kompass und inhaltliche Inkohärenzen haben ihr Übriges dazu beigetragen, dass sie die leichte Beute Salvinis wurden.

Salvinis Partei Lega scheint sehr sicher, aus Neuwahlen als Sieger hervorzugehen. Haben sie den Sieg tatsächlich schon in der Tasche?

Ganz so sicher haben sie den Sieg in der Tat noch nicht. In Italien kam schon so mancher Höhenflug vor einem jähen Absturz, wie jüngst das Beispiel von Matteo Renzi wieder lehrte. Salvini ist sich darüber bewußt, dass durchaus die Gefahr seiner Entzauberung besteht, je mehr Zeit ins Land geht bis zu den Neuwahlen. Daher übt er sehr starken Druck aus, die Wahlen so schnell wie möglich abzuhalten. Aber momentan scheint die Situation der Lega nicht zu schaden, und an Salvini prallt ohnehin alles ab. Die mutmaßlichen Mafiaverwicklungen eines engen Vertrauten, 49 Millionen an veruntreuten Steuergeldern seitens der Lega, ein dubioses Finanzgeschäft mit Moskau zur Parteifinanzierung, seine kaum vorhandene Präsenz im Innenministerium bei gleichzeitiger Omnipräsenz auf den Plätzen Italiens, ermöglicht durch die Flugbereitschaft des Ministeriums, all das stört die Italiener nicht wirklich. Viele sehen in ihm den starken Mann, der endlich mal sagt, was Sache ist, und die Dinge anpackt. Sie erliegen seiner Dauerbeschallung in den Sozialen Medien, die geschickt vergessen macht, dass er in der Substanz eigentlich wenig bis nichts vorzuweisen hat.

Wie gut ist das linke Lager und insbesondere die Sozialdemokratie für mögliche Neuwahlen aufgestellt?

Momentan sieht es so aus, dass die Regierungskrise auch zu einer Krise der Partito Democratico werden könnte. Für sie kommt die Wahl eigentlich zu früh. Erst im März wurde mit Nicola Zingaretti ein neuer Parteivorsitzender gewählt. Er hat sich zum Ziel gesetzt, die Partei, die bei der Parlamentswahl 2018 eine herbe Niederlage erlitten hatte, neu zu einen, nach links zu verschieben und ins gesellschaftliche Umfeld zu öffnen. Dieser Prozess hat gerade erst begonnen und bei den Europawahlen einen ersten kleinen Erfolg eingefahren. Es ist also zu früh, um von einer gut aufgestellten Sozialdemokratie sprechen zu können.

Vielleicht wird der Wahlkampf den Erneuerungsprozess befördern, er kann aber auch zentripetale Kräfte in der notorisch zerstrittenen Linken freisetzen. Genau dies scheint gerade zu beginnen. Der Parteivorsitzende Zingaretti fordert zeitnahe Neuwahlen, während der ehemalige Parteivorsitzende und vormalige Regierungschef Matteo Renzi ein geradezu waghalsiges Wendemanöver hinlegt. War er bis vergangenen Sonntag der erbittertste Gegner der Fünfsternebewegung, der jeden Hauch der Annäherung zwischen PD und M5S im Keim zu ersticken suchte, fordert er nun, gemeinsam mit eben dieser Fünfsternebewegung eine Regierung des Übergangs zu bilden. Dieser governo istituzionale solle eine Parlaments- und Wahlrechtsreform verabschieden, den Haushalt 2020 verabschieden und Neuwahlen 2020 ermöglichen.

Auch Beppo Grillo, der Gründungs- und Übervater der Fünfsternebewegung, hat sich für ein solches Vorgehen offen gezeigt, vom Parteivorsitzenden di Maio wird es aber abgelehnt. Recht unverhohlen droht Renzi mit einer Spaltung der Partei, falls sich die Parteispitze seinem Plan widersetzen sollte. Als Name der neuen Renzi-Partei kursiert „Azione Civile“, sie würde aktuell circa 38 Senatoren und 70 Parlamentsabgeordnete hinter sich bringen. Es wird sich erst in den kommenden Tagen zeigen, ob es dem Vorsitzenden der PD gelingt, die Partei zusammenzuhalten, oder ob die PD das erste Opfer der Regierungskrise sein wird. Wenn es zu Neuwahlen kommt, wird ein positiver Nebeneffekt für Zingaretti allerdings auf jeden Fall sein, dass er einen großen Einfluss auf die Besetzung der Listenposten hat und somit die Machtbastion, die bislang die Renzianer in der Fraktion hatten, geschleift wird. Zingaretti wird so bei der Neuausrichtung der Partei mehr Spielräume bekommen.

Welche Bedeutung hat diese erneute Regierungskrise in Italien für die Europäische Union?

Die Auswirkungen auf die EU sind vielfältig: Von den Schwierigkeiten Italiens, nun eine Kandidatin oder einen Kandidaten für die EU-Kommission zu benennen, bis hin zur Herausforderung, einen EU-regelkonformen Haushalt in Zeiten von Regierungskrise und Neuwahlen aufzustellen. Mit großer Wahrscheinlichkeit wird der Wahlkampf der Lega zwei Hauptfeinde haben: Zugewanderte und die EU. Auf der europäischen Bühne selbst spielt Italien ja seit längerem keine aktive Rolle mehr. Aber wenn im Gefolge der Wahlen das Land instabil werden sollte und wirtschaftlich abrutscht, wird dies europaweite Konsequenzen haben. IPG 13

 

 

70 Jahren Genfer Konventionen. Rund um die Welt wird das humanitäre Völkerrecht mit Füßen getreten

Die Genfer Konventionen von 1949 sollen Menschen auch im Krieg vor Grausamkeit und Unmenschlichkeit schützen. Doch rund um die Welt treten Soldaten, Rebellen und Terroristen die Vorschriften mit Füßen.Von Jan Dirk Herbermann

Ein Bus mit Schulkindern fährt über einen geschäftigen Markt in der nordwestlichen Provinz Saada des Bürgerkriegslandes Jemen. Plötzlich gerät er unter Beschuss von Militärjets. Dutzende der jungen Insassen werden getötet, viele weitere schwer verletzt. – Der grausame Angriff auf unschuldige Kinder, der den Streitkräften der von Saudi-Arabien geführten Koalition angelastet wurde, löste im August 2018 weltweit Entsetzen aus. Der Generalsekretär der Vereinten Nationen, António Guterres, verurteilte das Massaker. Er verlangte von allen Konfliktparteien, sie sollten „ihre Verpflichtungen aus dem humanitären Völkerrecht ernst zu nehmen“.

Das Herzstück dieses humanitären Völkerrechtes bilden die Genfer Konventionen. In ihrer heute gültigen Form werden die Abkommen jetzt 70 Jahre alt, sie wurden am 12. August 1949 unterzeichnet und traten im Oktober 1950 in Kraft. Die Konventionen und ihre Zusatzprotokolle sollen die Konfliktparteien zügeln, sie sollen das Abrutschen von Waffengängen in die Barbarei verhindern.

Schutz des Menschen

„Ihr Sinn ist, der Menschlichkeit unter allen Umständen, auch in Kriegszeiten, Raum und Geltung zu verschaffen“, heißt es in einer Schrift des Deutschen Roten Kreuzes über die Konventionen. „Der Schutz des Menschen als solchen, mag er als Verwundeter oder Kranker, als Schiffbrüchiger, Gefangener oder als hilfsbedürftige Zivilperson Opfer des Krieges geworden sein, ist die alleinige und ausschließliche Aufgabe dieser Abkommen.“

Konkret verbieten die Konventionen unter anderem Folter und sexuelle Gewalt in Konflikten. Krankenhäuser und medizinisches Personal dürfen nicht attackiert werden. Verletzte müssen medizinische Hilfe erhalten, Gefangene menschlich behandelt werden. Familien müssen über das Schicksal ihrer Angehörigen informiert werden. Ebenso sollen die Kriegsgegner die Toten mit Würde behandeln.

Kein Anlass zum Feiern

Doch der runde Geburtstag der Genfer Konventionen bietet keinen Anlass zum Feiern. Zu offensichtlich treten Regierungen, Warlords, Soldaten, Milizionäre, Rebellen und Terroristen die Vorschriften mit Füßen: In Afghanistan, im Irak, im Jemen, in Libyen, in der Demokratischen Republik Kongo, im Südsudan, in Syrien oder in der Ukraine, um nur die bekanntesten Brennpunkte aufzulisten. Einige Beispiele aus jüngster Zeit: Anfang Juli schlugen Geschosse in einem Flüchtlingslager nahe der libyschen Hauptstadt Tripolis ein, Dutzende Menschen starben und erlitten Verletzungen.

In Syrien attackieren Militärjets des Assad-Regimes und seiner Verbündeten seit Monaten wieder verstärkt Krankenhäuser. Etliche Mediziner und Patienten fielen der perfiden Taktik bereits zum Opfer. Im Jemen sind seit dem Angriff auf den Bus vor einem Jahr fast 1.000 weitere Kinder getötet oder verletzt worden. Und in Afghanistan erlebten die Menschen den schlimmsten Monat seit mehr als zwei Jahren. Im Juli starben mehr als 1.500 Zivilisten durch Gewalt oder wurden verwundet – laut den UN war es die höchste Opferzahl in dem Bürgerkriegsland seit Mai 2017.

Völkerrechtsverletzungen Rund um die Welt

„Rund um die Welt sehen wir enorme Verletzungen des humanitären Völkerrechts“, klagt der Präsident des Internationalen Komitees vom Roten Kreuz, Peter Maurer. Und er warnt: „Diese Verletzungen können zu der Wahrnehmung führen, dass die Prinzipien niemals respektiert werden und dass sie nicht relevant sind.“

Die eigentliche Geburtsstunde der Genfer Konventionen schlug schon vor 155 Jahren. Der Gründer des Roten Kreuzes, Henri Dunant, gab den Anstoß dazu. Am 22. August 1864 unterzeichneten Vertreter von zwölf Staaten im Genfer Rathaus die erste Konvention zur Linderung der Lage verwundeter Soldaten im Feld.

Ein modernes Gewand

Allein vier Emissäre aus deutschen Staaten waren dabei: aus Baden, Hessen, Preußen und Württemberg. Laut Artikel 7 sollen eine Fahne und eine Armbinde, die ein „rotes Kreuz auf weißem Grund tragen“, die neutralen Lazarette und das neutrale Hilfspersonal kenntlich machen. Damit erlangte das Rote Kreuz einen eigenen internationalen Status. Seine Arbeit in bewaffneten Konflikten beruht bis heute auf den Genfer Konventionen.

1929 gab eine Genfer Staatenkonferenz den Abkommen ein modernes Gewand. Die Gemetzel des Ersten Weltkrieges hatten schmerzlich klar gemacht: Die alten Abkommen zur Pflege der Verwundeten und zum Schutz von Gefangenen mussten dringend erneuert werden. Sie sollten dem modernen Krieg der Maschinengewehre, der Panzer und Materialschlachten angepasst werden.

Nach dem Zweiten Weltkrieg

Nach den Schrecken des Zweiten Weltkrieges dann wurden die Abkommen noch einmal überholt. Der Schutz von Zivilpersonen im bewaffneten Konflikt wurde in einem vierten Abkommen neu verankert. Wiederum in Genf unterzeichneten Staatengesandte am 12. August 1949 die heute gültigen vier Konventionen.

Auch wenn die Abkommen fast täglich verletzt werden – sie gehören zu den wenigen universal ratifizierten Verträgen. „Doch bedeutet die Verletzungen der Abkommen nicht, dass sie ungenügend sind“, bilanziert Rot-Kreuz-Präsident Maurer. „Vielmehr sind die Anstrengungen, die Abkommen zu respektieren, ungenügend.“ (epd/mig 12)

 

 

 

Die Armut des Antipopulismus

 

Das Etikett 'Populismus' wird inflationär genutzt. Damit werden gefährliche Tendenzen verharmlost.

 

Am Vorabend des Tages, an dem die ungarische Philosophin Ágnes Heller im Plattensee ums Leben kam, strahlte der Sender Klubrádió ein grimmiges Interview mit der 90-Jährigen aus. Unter anderem wurde sie nach Europas Populisten gefragt. Heller bestand darauf, dass diese Frage falsch gestellt sei. Die damit gemeinten Politiker sollten nicht als populistisch, sondern ethno-nationalistisch bezeichnet werden.

Einige Tage zuvor, nachdem Präsident Donald Trump und sein Publikum vier Kongressabgeordnete, die Minderheiten angehören, aufgefordert hatten, in ihre Heimatländer zurückzukehren, hatte der Wirtschaftsnobelpreisträger Paul Krugman mit Blick auf die politische Situation in den Vereinigten Staaten Klarheit gefordert: „Dies sollte für jeden, der Trump als ‚Populisten‘ bezeichnet oder behauptet, dessen Zustimmung beruhe auf ‚wirtschaftlichen Ängsten‘, ein Moment der Wahrheit sein. Er ist kein Populist, er glaubt an die Vorherrschaft der weißen Rasse.“

Und genau in der gleichen Woche twitterte der Papst der Populismus-Forschung, der niederländische Politikwissenschaftler Cas Mudde: „Angesichts dessen, dass drei der fünf größten Demokratien rechtsextreme politische Anführer haben und der Linkspopulismus auf der ganzen Welt nahezu irrelevant ist, wird es höchste Zeit, hinsichtlich unserer Terminologie genauer und sorgfältiger zu sein. Trump ist nicht in erster Linie ein Populist, sondern ein Nativist/Rassist.“ Cas Mudde ist überzeugt, dass Begriffe wichtig sind und wir auf unsere Wortwahl achten müssen.

Der unpassende Gebrauch der Begriffe „Populist“ und „Populismus“ wurde nicht erst im Jahr 2019 zu einem Problem. Diejenigen Experten, die die meisten, wenn nicht sogar alle politischen Prozesse unserer Zeit durch die Brille des Populismus betrachten, haben uns nicht geholfen, die Probleme besser zu verstehen. Und sie waren auch nicht hilfreich dabei, wirksame antipopulistische Strategien zu entwickeln. Dieses Versagen deutet darauf hin, dass zu viele Dinge vermischt und die Grenzen, welche Gruppen als populistisch zu bezeichnen sind, manchmal willkürlich gezogen werden.

Der Diskurs über Populismus bleibt an der Oberfläche und konzentriert sich auf Stil, Perspektive und Erscheinungsbild. Auf diese Weise wird nicht nur das Konzept strapaziert. Es werden auch qualitativ unterschiedliche politische Erscheinungsformen vermengt, wie zum Beispiel die äußerste Rechte und die radikale Linke, die eigentlich Erzfeinde sind.

Die Verkümmerung des Vokabulars beginnt schon damit, dass Konzepte wie „Demagogie“ oder „Demagoge“ in Vergessenheit geraten. Wenn Politiker um Zustimmung werben, indem sie die Wünsche und Vorurteile der einfachen Leute bedienen und nicht rational argumentieren, sind sie Demagogen. Im heutigen Diskurs wird stattdessen oft das Wort Populist verwendet.

Der Populismusbegriff hat zum Teil deshalb um sich gegriffen, weil manchen das passendere Wort nicht eingefallen ist. Andere haben ganz bewusst einen euphemistischen Ausdruck gewählt, um der Debatte die Spitze zu nehmen und keine widersprüchlichen Schlussfolgerungen zu ziehen. Auch dieser vorsichtige Ansatz führt zu einer Überbeanspruchung des Begriffs „Populismus“. Infolgedessen sprechen wir nicht genug über Nationalismus, Autoritarismus, (Post- und Neo-) Faschismus und die radikale Rechte.

Das Elend beginnt mit den Begrifflichkeiten – und es endet mit der Schwierigkeit, wie auf Populismus reagiert werden sollte. Wenn Populismus gefährlich ist, müssen wir ihn bekämpfen. Aber solange wir Populismus als Anti-Elitismus definieren (ohne eine genau Analyse der sozialen Strukturen), warum sollte er dann gefährlicher sein als der Elitismus selbst? Deshalb stellt sich die Frage, ob diese gesamte Dichotomie nicht untauglich ist. Um dies zu beantworten, müssen wir zunächst das Konzept und seinen Kontext umfassend unter die Lupe nehmen.

Dass der Populismusbegriff heute überstrapaziert wird, bedeutet zugleich den Missbrauch eines Konzepts, das in der Geschichte der Politik mit einer bestimmten Richtung verbunden ist. Die populistische Bewegung im 19. Jahrhundert in den USA war eine Koalition von Agrarreformern des Mittleren Westen und Südens, die sich für eine Bandbereite ökonomischer und politischer Reformen einsetzte. Die Bewegung hatte in kulturellen Fragen ein konservatives, aber in sozialen Fragen ein progressives Profil.

Der andere wichtige Fall einer „populistischen“ politischen Richtung war das peronistische Argentinien, das Anleihen an Mussolinis Italien nahm. Obwohl Juan Perón keinen faschistischen Staat aufbaute, ist dieser Einfluss unbestreitbar. Wenn man die Dinge aus dem Kontext reißt, kann das dazu führen, Populismus als Euphemismus für Faschismus zu verwenden oder den Populismus als eine weiche (nicht-gewalttätige) Form davon zu beschreiben. Bei der Beurteilung ist es aber wichtig, den politisch-ökonomischen Hintergrund nicht außer Acht zu lassen: Das vorperonistische Argentinien wurde von der globalen Weltwirtschaftskrise schwer getroffen, und die konservative Regierung jener Zeit schützte die Pfründe der Reichen, ohne etwas dafür zu tun, das Leid der armen Bevölkerung zu lindern.

Die Vernachlässigung solcher historischer Ursprünge macht es möglich, dass der Populismusbegriff heute ein Schlagwort für alle Formen von extremistischen Gefahren ist. Zum Beispiel argumentiert der Politologe Jan-Werner Müller, der Kern des Populismus sei die Ablehnung des Pluralismus: Populisten werden immer behaupten, dass nur sie allein die Menschen und ihre wahren Interessen vertreten. Müller spricht auch von etwas, das einem ehernen Gesetz des Populismus gleichkommt – wenn Populisten genügend Macht hätten, würden sie am Ende einen autoritären Staat errichten. Dabei ist klar, dass weder die ursprünglichen Populisten (die amerikanischen Agrarreformer) noch einige der heutigen Vertreter des Populismus (etwa die Fünf-Sterne-Bewegung in Italien) antipluralistisch oder autoritär sind.

Auf der anderen Seite haben alle klassischen Varianten des Populismus, ebenso wie die heutigen Spielarten, sehr wichtige Antreiber in der politischen Ökonomie: zum Beispiel ungleiche Entwicklungen, kapitalistische Krisen und Depressionen, die zu wachsender Ungleichheit führen. Aufgrund der Meinungsunterschiede zwischen Ökonomen und politischen Kommentatoren ist es nicht einfach, diese Dimension anhand von historischen oder aktuellen Beispielen zu verdeutlichen. Dani Rodrik ist einer derjenigen, die an der Überwindung dieser Kluft arbeiten. Er verweist auf die reiche Literatur, die die Kausalität zwischen Handelsschocks (z. B. durch die Einfuhr chinesischer Produkte) und dem Aufkommen sogenannter populistischer Tendenzen in Europa und Amerika belegt.

Wenn die politische Ökonomie mindestens ebenso wichtig ist wie kulturelle Fragen, müssen antipopulistische Strategien diese Einsicht widerspiegeln. Dani Rodrik formuliert es so: „Wirtschaftliche Heilmittel gegen Ungleichheit und Unsicherheit sind von größter Bedeutung.“ Dies gilt auf jeden Fall für die heutige EU, in der wirtschaftliche und soziale Ungleichgewichte, insbesondere in Krisenzeiten, nationalistische Gefühle hervorgerufen haben. Sie haben politische Kräfte geschaffen oder verstärkt, die als „Populisten“ etikettiert wurden.

In unserem europäischen Kontext erscheint der Nationalismus als eine Alternative zu den inhärenten Ungleichgewichten und politischen Misserfolgen der europäischen Integration. Beispielsweise ist der Wohlfahrtschauvinismus als spezifische Form des Wirtschaftsnationalismus ein bedeutender Faktor geworden, der hauptsächlich, wenn auch nicht ausschließlich, in reicheren Ländern existiert und der von der Ablehnung der Arbeitnehmerfreizügigkeit und der EU-Gesetzgebung zur Garantie gleicher Rechte profitiert.

Der heutige Populismus galt lange als zwar beunruhigendes, aber nicht dringliches politisches Problem. Dies änderte sich im Jahr 2016, als der Populismus sich offensichtlich vom politischen Rand ins Zentrum verlagerte. Dieser Schock brachte das Zwillingskonzept „Trump and Brexit“ hervor. Wer diese Formel verwendet, kennt in der Regel die Ursprünge dieser ganz offensichtlich unterschiedlichen Tendenzen nicht. Es handelt sich um die Sprache von Zentristen, über die die Realität hereingebrochen ist, und die, anstatt über die Grenzen ihres Zentrismus nachzudenken, einfach so weitermachen und schließlich bei einer Ideologie des Mainstreams anlangen.

 „Trump und Brexit“-Zentristen sind besonders erstaunt darüber, dass ein im Wesentlichen rechtes politisches Projekt in traditionell linken Wahlkreisen Unterstützung erhält. In Wirklichkeit handelt es sich um überhaupt kein neues Phänomen, weder in den Vereinigten Staaten noch im Vereinigten Königreich. Dass Wählerinnen und Wähler aus der Arbeiterklasse für einen republikanischen Präsidentschaftskandidaten stimmten, war bereits 1980 in den USA zu beobachten. Dasselbe gilt für die Tories in Großbritannien 1979. Zu dieser Zeit wurden Ronald Reagan und Margaret Thatcher oft als Populisten charakterisiert. Im Fall von Margaret Thatcher hatte dies mit dem Konzept des „Volkskapitalismus“ zu tun (z. B. wurde der Eindruck erweckt, dass durch die Verbreitung von Aktienbesitz und die Privatisierung von städtischen Wohngebäuden die Kluft zwischen denjenigen, die Vermögenswerte besitzen und denjenigen, die für andere arbeiten, beseitigt werden könne).

Weil es sowohl in Europa als auch in den Vereinigten Staaten liberale Wissenschaftler sind, die die Populismusforschung dominieren, wird in den entsprechenden Diskussionen häufig der liberale oder neoliberale Populismus übersehen. So beklagen sich Liberale (oder Neoliberale) über überbordende Bürokratie und verstecken ihre deregulatorische Agenda hinter allgemeiner – und in Wahrheit populistischer – Kritik an Bürokraten. Ronald Reagan lieferte ein Lehrstück eines solchen deregulatorischen Populismus, der die Befreiung der Bürgerinnen und Bürger versprach, aber im Wesentlichen die soziale Ungleichheit verschärfte.

Die Beispiele aus den USA und Großbritannien der vergangenen 40 Jahre sollten auch deshalb untersucht werden, um zu verstehen, wie die Notwendigkeit, wirtschaftliche Ungleichgewichte (insbesondere Defizite) und den relativen wirtschaftlichen Niedergang zu beseitigen, verschiedene Formen des Nationalismus hervorruft, einschließlich eines wirtschaftlichen Nationalismus. „Make America Great Again“ ist im Wesentlichen ein nationalistischer und kein populistischer Slogan. In ähnlicher Weise wurden die Trennung des Vereinigten Königreichs vom europäischen Festland und der Brexit nicht vom Populismus, sondern vom englischen Nationalismus vorangetrieben. Andererseits muss man alarmistisch sein, wenn es dafür einen Grund gibt. Und in den USA haben diejenigen, die wirklich Alarm schlagen wollen, über den Faschismus geschrieben und betont, dass die Rückkehr zu einigen dunklen Kapiteln der Geschichte alles andere als unmöglich ist.

Im späten 20. Jahrhundert schufen konservative wie progressive Modernisierer ihre jeweils eigenen politischen Crossover-Angebote, die darauf abzielten, den Raum für politische Alternativen zu verkleinern. Der progressive Zentrismus beruhte auf der Kunst der „triangulation“ (es ging darum, aus Elementen der alten Linken und der neuen Rechten eine neue Linke zu schaffen). Dies trug schließlich dazu bei, dass Sozialdemokraten gelegentlich ihren Charakter und ihr Rückgrat verloren – und sie durch verschiedene andere Parteien ersetzt werden konnten.

Der Zentrismus kann für verschiedene politische Richtungen eine taktische Option sein, auch für die Sozialdemokratie. Der Anti-Populismus jedoch verwandelt den „Mainstreamismus“ in eine Ideologie. Er fördert Ignoranz gegenüber der politischen Ökonomie (besonders der Ursachen und Folgen von Ungleichheit) in der Theorie sowie gegenüber der Notwendigkeit, in der politischen Praxis Alternativen anzubieten. Es waren nicht die heutigen Populisten, sondern es war Margaret Thatcher in den frühen achtziger Jahren, die mit dem Satz berühmt wurde, es gebe keine Alternative.

Der Anti-Populismus zieht eine scharfe Trennlinie zwischen Populisten und Nicht-Populisten. Im europäischen Kontext wird so der Eindruck erweckt, als wäre die radikale Rechte ein Problem, nicht aber das Mitte-rechts-Lager, so als ob es keinen Zusammenhang zwischen der Politik der radikalen Rechten und der Politik der Mitte-rechts-Parteien gebe. Er kann auch zu der falschen Schlussfolgerung führen, dass die Progressiven ein gemeinsames Interesse (oder sogar eine gemeinsame Mission) mit der rechten Mitte und den Neoliberalen daran haben, einen wie auch immer gearteten Mainstream zu verteidigen. Dieser Mainstream wird von den Beobachtern des Populismus meistens nicht näher spezifiziert.

Somit trägt der Anti-Populismus dazu bei, dass Sozialdemokraten zu Verfechtern des Mainstreams (Verteidigern des Status quo ex ante) werden, anstatt sie zu ermutigen, sich an die Arbeit zu machen und eine Alternative zum Neoliberalismus und der rechten Mitte anzubieten. Auf praktischer politischer Ebene öffnet dieser Denkansatz die Tür zum Macronismus (also dem Glauben, dass Progressive sich unter dem breiten, proeuropäischen, aber im Wesentlichen technokratischen und elitären Dach von Emmanuel Macron versammeln sollten, und dass es der Kampf gegen die radikale Rechte erforderlich macht, sich von einer sozialen Agenda zu verabschieden).

Der Mainstreamismus hat daher ein Synonym für „populistisch“ geschaffen, nämlich „illiberal“. Dieses Wort hat einen Mehrwert, da es problematische Fälle in Europa mit nicht- oder halb-europäischen Systemen verbindet, die als hybride angesehen werden, was meistens bedeutet, dass hinter einer demokratischen Fassade ein autoritärer Inhalt existiert. Andererseits können Illiberale wie Victor Orbán das Konzept leicht verdrehen und sogar stolz auf diese Bezeichnung sein, war doch der politische Liberalismus in Europa im vergangenen Jahrhundert eine Minderheitsströmung. Dagegen zu sein ist nicht unbedingt antidemokratisch, es kann sich dabei auch einfach um eine andere Form von Demokratie handeln.

Populismus als Konzept ist nicht irrelevant. Doch sein übermäßiger Gebrauch ist ein Zeichen intellektueller Faulheit. Für trennscharfe politische Analysen benötigen wir ein breiteres Vokabular; spezifische Phänomene müssen exakt beim Namen genannt werden. Es wurde nie richtig erklärt, warum nationalistische, autoritäre, rechtsextreme und neofaschistische Tendenzen nicht als nationalistisch, autoritär, rechtsextrem oder neofaschistisch, sondern als populistisch bezeichnet werden sollten.

Im europäischen Kontext ist es wichtig, zwischen denjenigen zu unterscheiden, die zum Nationalstaat zurückkehren wollen (hauptsächlich im rechten politischen Lager), und denen, die eine weitere und schnellere Integration und Solidarität als Lösung bevorzugen (hauptsächlich im linken Lager). Im rechten Spektrum müssen wir zwischen Euroskeptikern und Europhoben unterscheiden, und wir müssen anerkennen, dass es auch einen linken Anti-EU-Nationalismus gibt.

Nationalismus kann eskalieren, was immer das Risiko von Gewalt und Konflikten erhöht. Es hilft uns jedoch nicht weiter, alles über einen Kamm zu scheren, wenn wir verstehen wollen, wie ernst die Bedrohungen für Demokratie und Menschenrechte sind. Anti-Populisten wollen oft aufrütteln, aber weil sie anstelle der echten Begriffe Euphemismen benutzen, erzielen sie den gegenteiligen Effekt, indem sie die Wurzeln der heutigen rechtsextremen Tendenzen abtrennen.

Der Blick auf die Substanz und nicht nur auf die Stilebene erfordert es, historische Hintergründe und ökonomische Grundlagen zu berücksichtigen. Weniger Morphologie und mehr politische Ökonomie werden den Progressiven dabei helfen, nationalistische und rechtsextreme Tendenzen besser zu analysieren und wirksamere Strategien gegen Rechtsextremismus zu entwickeln – im Namen von Menschlichkeit, Gleichheit und Solidarität. Laszlo Andor, IPG 16

 

 

Wissenschaftler. Italien will Seenotretter kaputtmachen

Der ehemalige Direktor des italienischen Flüchtlingsrates wirft der Regierung vor, mit hohen Geldstrafen private Seenotretter finanziell kaputtmachen zu wollen. Er bezweifelt die Vereinbarkeit der Strafen mit internationalem Seerecht.

Der ehemalige Direktor des italienischen Flüchtlingsrats, Christopher Hein, hat der italienischen Gesellschaft in der Flüchtlingspolitik eine tiefe Spaltung attestiert. „In der öffentlichen Meinung gibt es einen Riss“, sagte der Professor der römischen Privatuniversität Luiss Guido Carli am Mittwoch im WDR5-„Morgenecho“. Es gebe keinen Dialog mehr zwischen den laut Umfragen etwa 40 Prozent der Bevölkerung, die die Flüchtlingspolitik des rechtsgerichteten Innenministers Matteo Salvini unterstützten, und denen, die sie ablehnten. Zu Letzteren gehörten eine „außerordentlich aktive Zivilgesellschaft“ sowie die Kirchen und Verbände.

Das Parlament in Rom hatte am Montagabend ein bislang geltendes Dekret von Salvini zu härteren Strafen für Seenotretter als Gesetz beschlossen. Danach müssen zivile Organisationen zur Rettung von Bootsflüchtlingen und Migranten bis zu einer Million Euro zahlen, falls ihre Schiffe in italienische Gewässer einfahren.

Die Bestrafungen sollen nach Heins Einschätzung vor allem der Abschreckung der zivilen Seenotretter dienen. „Aber die Absicht über diese unglaublich hohe Strafandrohung ist natürlich auch, diese Organisationen finanziell kaputtzumachen, deren Schiffe trocken zu legen und ihnen damit die Arbeit zumindest zu erschweren“, sagte der Wissenschaftler, der an der Universität Luiss Guido Carli in Rom Dozent für Recht und Migrationspolitik ist.

Argumente vorgeschoben

Argumente, dass mit den Maßnahmen Druck auf die EU ausgeübt werden solle, hält Hein für vorgeschoben. Mittlerweile gebe es in der EU einige Staaten, die gemeinsame Lösungen für eine europäische Verteilung von Flüchtlingen finden wollten. „Man kann die Europafrage nicht ausspielen, um damit das Leben von Menschen aufs Spiel zu setzen, wie es im Augenblick geschieht“, kritisierte er.

Hein bezweifelte zudem, dass die härteren Strafen mit dem internationalen Seerecht vereinbar sind. Zwar erlaube das Seerecht, die Einfahrt und Durchfahrt in Küstengewässern zu verbieten, um unter anderem illegale Einwanderung zu verhindern. „Aber hier handelt es sich nicht um illegale Einwanderung. Hier handelt es sich darum, dass Menschen, die aus dem Meer gerettet worden sind, in einen sicheren Hafen ausgeschifft werden müssen“, betonte der Wissenschaftler. (epd/mig 8)

 

 

 

„Realistischer Antikapitalismus statt moralische Umerziehungsversuche“

Der Soziologe Wolfgang Streeck über Europa, Migration, Gendersternchen und die Krise der Linken. Das Interview führte Joanna Itzek

Linke Parteien in Europa und darüber hinaus stehen in der Krise. Inwiefern ist diese von der allgemeinen Krise politischer Massenorganisationen zu trennen? Und von der ideologischen Ratlosigkeit der Konservativen?

Es gibt Gemeinsamkeiten und Unterschiede. Zu den Gemeinsamkeiten gehört, dass keiner traditionellen Partei mehr so etwas wie gesellschaftliche Gestaltungskraft zugetraut oder gar abverlangt wird. Der Unterschied ist, dass andere damit besser umgehen können als die Sozialdemokratie oder die Parteien links von ihr. Nicht-linke, vormals „bürgerliche“ Parteien können Politik nach Sponti-Manier betreiben, etwa wie Merkel es meisterhaft schafft, demoskopiegetriebenen Opportunismus als persönlichen Bildungsroman inszenieren zu lassen. Da ist jeden Tag etwas los, über das die Hofberichterstattung atemlos berichten kann. Was gestern los war, interessiert nicht mehr, bei der CDU bis vor kurzem nicht einmal die Parteimitglieder.

Linke Parteien dagegen haben Mitglieder, die von ihnen einen ideologisch-programmatischen Kern erwarten. Auf den können sie sich allerdings in der Regel nicht einigen, auch weil es ihnen zunehmend an einer realismusfördernden realen Machtperspektive fehlt. Die Wähler, von denen sich viele sowieso erst in letzter Minute, in der Wahlkabine, entscheiden, sehen da nur Chaos. Wenn es den linken Parteien nicht gelingt, an einer auf abwechslungsreichen Nachrichtenverzehr getrimmten Öffentlichkeit vorbei Gehör und Glaubwürdigkeit für einen konsistenten politischen Gestaltungswillen zu finden, der auf eine langfristig nachhaltige, und das heißt: spürbar andere Gesellschaft zielt, werden sie belanglos. Umso mehr, wenn ihre Führungen den begriffslosen Opportunismus der sogenannten „Mitte“ nachzuahmen versuchen. Postdemokratische Politik können die anderen besser.

Ein besonderer Kulminationspunkt der politischen Auseinandersetzung ist die Zukunft der Europäischen Union. Wie nehmen Sie die aktuelle linke Debatte über Europa wahr?

Für Deutschland ist die Europäische Union immer noch eine Bonanza, ökonomisch wie politisch. In Deutschland laufen die wirtschaftlichen Kraftströme der Eurozone zusammen, während die Länder des Mittelmeerraums ausbluten. Hier braut sich ein innereuropäischer Konflikt zusammen, wie wir ihn seit dem Ende des Zweiten Weltkriegs nicht gehabt haben. Das Überstülpen einer Einheitswährung nach deutschem Rezept dient den Interessen der deutschen Exportindustrie einschließlich ihrer Arbeitnehmer, während es Länder wie Italien und Griechenland ruiniert – ein Beispiel, wie zu viel Integration zum Gegenteil, zu Konflikt führt.

Ähnlich verhält es sich in Osteuropa, wenngleich aus anderen Gründen, etwa bei der Flüchtlingspolitik. Politisch steigt Deutschland mit wachsender Zahl und Heterogenität der Mitgliedstaaten der EU zur europäischen Hegemonialmacht auf – zusammen mit, oder besser: versteckt hinter, Frankreich. Dies übrigens nicht zuletzt im Gefolge der ins Auge gefassten Zwei-Prozent-Aufrüstung, durch die der deutsche „Verteidigungs“-Haushalt den russischen weit übertreffen wird. Verwendung findet die neue Militärmacht dann vermutlich im postkolonialen Afrika, wo Frankreich Hilfe gegen islamistische Aufständische braucht, sowie in Osteuropa und auf dem Balkan, wo zur Erhaltung der „Europa“-Freundschaft der Einheimischen Russland in Schach zu halten ist, und vielleicht sogar im Nahen Osten.

Was sind die Folgen dieser deutschen Hegemonie für die Wählerinnen und Wähler in Deutschland?

Hegemonialmacht wird man nicht umsonst; es wird Forderungen der Mittelmeerländer nach regionalem Wirtschafts- und Finanzausgleich sowie der Balkanländer nach Entwicklungshilfe geben, zusätzlich zu der nötigen Schließung der durch den Brexit gerissenen Finanzlücke in der EU und der geplanten konventionellen Aufrüstung in Ergänzung der französischen Atom- und Weltraumwaffen. Nichts davon wird in der deutschen Linken ernsthaft diskutiert. Ihr Hobby ist eine EU-weite Rückversicherung der nationalen Arbeitslosenversicherungen auf Kreditbasis sowie ein sogenannter „europäischer Mindestlohn“ – sogenannt, weil nach dem nationalen Durchschnittseinkommen differenziert.

Vieles spricht dafür, dass Deutschland zu klein ist, um der Rolle eines europäischen Hegemonialstaats gewachsen zu sein, selbst wenn Frankreich sich an den Kosten beteiligen sollte. Wir schaffen es ja nicht einmal, die Einkommensdifferenzen zwischen West- und Ostdeutschland zu verringern, dreißig Jahre nach der deutschen Währungsunion – wie dann die zwischen Bayern und Sizilien? Unerfüllbare Forderungen anderer Länder können, vor allem wenn sie moralisch begründet werden, innenpolitisch durchaus feindselige Reaktionen auslösen. Die „große Europäerin“ Merkel würde dann, um ihre Wähler bei der Stange zu halten, zweifellos wieder die „schwäbische Hausfrau“ aus ihrer PR-Reserve holen. Auch angesichts dieser offenkundigen Gefahr gibt es auf der Linken keinerlei alternative Vision für ein zukünftiges Europa, abgesehen von mehr Umverteilung von Nord nach Süd verbunden mit offenen Grenzen in alle Richtungen – ein todsicheres Selbstschrumpfungsprojekt.

Nicht zuletzt das Thema Migration hat sich für linke Parteien als so schwierig wie schmerzhaft erwiesen. Wie sieht eine überzeugende linke Position für Sie aus?

Die deutschen Unternehmen sind hungrig nach Arbeitskräften, nach qualifizierten ebenso wie nach solchen, die mit der Hälfte des deutschen Mindestlohns, vom Jobcenter auf Hartz IV aufgestockt, zufrieden wären. Eine florierende regionale Wirtschaft wächst schneller als das regional nachwachsende Arbeitsangebot; dieses braucht fast zwei Jahrzehnte, um für Arbeitgeber und Sozialversicherer Gewinn abzuwerfen. Also Einwanderung. Man denke an den Daimler-Mann Zetsche, der im Merkel-Herbst 2015 den „Beginn eines zweiten Wirtschaftswunders“ herbeifabulierte. Ein Zuwanderungsgesetz hat es aber erst vor ein paar Monaten gegeben, so groß war bis dahin der Widerstand sowohl der alten CDU als auch der Gewerkschaften, und für die neoliberale Utopie eines offenen Arbeitsmarkts mit unbegrenztem Arbeitsangebot hätte es ohnehin nicht gereicht.

Da kamen der Syrienkrieg und die Kriege und Bürgerkriege in Afghanistan und Afrika gerade recht: Schutzsuchende muss man, wenn man die Verfassung und das internationale Recht entsprechend auslegt, ungeprüft und unbegrenzt einlassen, auch die niedrig oder gar nicht qualifizierten. Dagegen konnte selbst die von ihren Wählern bedrängte CDU/CSU-Bundestagsfraktion nichts machen, die nicht nur von der Kanzlerin bedrängt wurde stillzuhalten, sondern auch von den Arbeitgebern im Bündnis mit den Kirchen, der SPD, den Grünen...

So bekam die Wirtschaft mit humanitärer Begründung, was sie mit wirtschaftlicher Begründung nicht hatte bekommen können: ein zusätzliches Arbeitsangebot sowohl für qualifizierte Tätigkeiten als auch für den Niedriglohnsektor, aus dem man sich jeweils das Beste heraussuchen und den Rest der Sozialhilfe überstellen kann. Dass „wir“ uns anschließend als „weltoffene“ Nation loben lassen konnten — ein „neues Deutschland“, das „aus seiner Geschichte gelernt“ hat — machte die Linke fast zum Merkel-Fanclub, insbesondere als sie dann die unvermeidliche Gegenbewegung als „neofaschistisch“ bekämpfen durfte. Dabei entging ihr, dass Merkel spätestens im Frühjahr 2016 erfolgreich daran ging, die Grenzen nicht nur Deutschlands, sondern auch Europas wieder dicht zu machen, um so ihr politisches Überleben zu sichern.

Aber stehen nicht weite Kreise auch der bundesdeutschen Öffentlichkeit kontrollierter Einwanderung durchaus offen gegenüber?

Wir wissen wenig über die Reaktion einheimischer Bevölkerungen auf Einwanderungsschübe. Es scheint aber so zu sein, dass auch in den „weltoffensten“ Ländern anfängliche Euphorie, auch nationaler Stolz auf die eigene Hilfsbereitschaft, irgendwann und dann plötzlich in Ablehnung umschlägt — siehe die skandinavischen Länder – und zwar jedenfalls dann, wenn sich der Eindruck ausbreitet, dass die Einwanderung nicht gut verwaltet wird, sei es wegen Unfähigkeit der Regierung oder mangelnder Mitarbeit der Migranten.

In den klassischen Sozialstaaten Westeuropas dürfte die dann entstehende Einwanderungsopposition weniger auf generelle Fremdenfeindlichkeit zurückgehen als auf Sorge um die eigene, als fortschrittlich und gerecht empfundene Lebensweise. Eine egalitär eingestellte Gesellschaft toleriert beispielsweise Ungleichheit nur sehr begrenzt — anders als in Istanbul will man Flüchtlinge in Köln oder München nicht auf Straßen und in Parks übernachten sehen. Damit ein solcher Zusammenbruch der öffentlichen Ordnung nur ausnahmsweise geschieht, müssen Neuankömmlinge rasch befähigt werden, sich als Vollbürger am sozialen Leben zu beteiligen — unter anderem auch durch Erwerb von Arbeitsqualifikationen, mit denen sie mindestens den deutschen Mindestlohn verdienen können.

Das fordert einen gesellschaftlichen, auch fiskalischen Aufwand, der nicht beliebig zu vergrößern ist. Wenn es nicht gelingt, Einwanderung so zu begrenzen, dass die Neuankömmlinge in ein anspruchsvolles einheimisches Leben eingegliedert werden können, also den Zufluss an die dauerhaft verfügbaren gesellschaftlichen Integrationsressourcen anzupassen, werden unvermeidlich Forderungen nach einem erst vorläufigen, dann dauerhaften Ende der Einwanderung laut. Wer dies moralisch verdammt, muss damit rechnen, seinerseits wegen Verletzung anderer gesellschaftlicher Werte moralisch verdammt zu werden.

In Deutschland stritten Sozialdemokraten zuletzt erbittert über das Beispiel Dänemark, wo die Sozialdemokraten auf strikte Migrationsbegrenzung setzen.

Aus dem dänischen Fall kann man lernen, dass eine sozialdemokratische Partei ein hohes Risiko eingeht, wenn sie es zulässt, dass das Ausmaß der Einwanderung die Fähigkeit der Gesellschaft übersteigt, die Eingewanderten in ihre herkömmliche Lebensweise einzugliedern. Dies wirkt sich besonders dann aus, wenn die Partei darauf mit einer „kosmopolitischen“ Rhetorik reagiert, mit welcher die Bürger hinsichtlich dessen umerzogen werden sollen, was sie für moralisch geboten zu halten haben. Sich als Partei aus einer solchen Position in eine zurückzuarbeiten, in der man seine Wähler wieder repräsentiert, mag eine Art von symbolischer Politik erfordern, die Beobachtern von außen schmutzig vorkommen mag. In dem Maße aber, wie die Befürworter unbegrenzter Einwanderung, durchaus auch als Konsumenten, ein Interesse an mehr Ungleichheit haben – um billiger im Restaurant essen und ihre Wohnungen billiger reinigen lassen zu können –, kann dies auf einen realen Konflikt darüber verweisen, was für eine Art Gesellschaft man sein möchte, eine sozialdemokratische oder eine neoliberale.

Ganz anders als in Dänemark scheint es bei den US-Demokraten zu laufen. Was ist aus diesen Vergleichen zu lernen?

Die Demokratische Partei in den USA hat es nie geschafft, sich auf eine glaubhafte Einwanderungspolitik zu einigen. In Reaktion auf Trump haben zurzeit „liberale“ Kräfte die Oberhand, die sich auf zwei nennenswerte Gruppen von Befürwortern de facto offener Grenzen stützen: die schon im Land befindlichen, überwiegend lateinamerikanischen Einwandererfamilien und die Beschäftiger von Niedriglöhnern, etwa den Hunderttausenden, die jeden Morgen ihre stundenlange Reise mit der U-Bahn antreten, um in Manhattan Hotelzimmer zu reinigen und Essen für Einheimische und Touristen zu kochen; abends fahren sie dann stundenlang zurück, weil sie nicht einmal davon träumen können, in der Nähe ihres Arbeitsplatzes zu wohnen. Die Parole, die beide ansprechen soll, heißt „Legalisierung der illegalen Einwanderung“.

Vermieden wird zu sagen, ob „Legalisierung“ bedeutet, dass nach einem demokratischen Wahlsieg alle Einwanderung legal sein soll, oder ob es auch in Zukunft noch illegale Einwanderung geben wird und was zu tun ist, wenn jemand, der auch dann nicht legal einreisen kann, illegal einreist. Wer auch nur einmal als ganz normaler Flugreisender nach glücklicher Landung in den USA die dort ganz normalen Einreisekontrollen hat hinter sich ergehen lassen müssen, müsste sich eigentlich denken können, dass „Legalisierung der Einwanderung“ als freier Zutritt für alle in den USA, vorsichtig gesagt, kein Wahlkampfhit ist, mit dem man einen Trump aus dem Feld schlägt; man bekommt damit wohl nicht einmal eine Mehrheit in der Demokratischen Partei.

Von finanziellen Mitteln zur beruflichen Qualifizierung der Einwanderer oder gar zum Bau menschenwürdiger Wohnungen für sie redet übrigens ohnehin keiner, schon gar nicht die „Legalisierer“; da endet die Großzügigkeit selbst der großzügigsten Demokraten, weil dafür, in der alten Tradition der ungleichsten reichen Gesellschaft der Welt, die Einwanderer bitte selber zu sorgen haben. Kein Modell für Europa.

Sie verweisen immer wieder auf die bedeutsame Rolle des Staats. Braucht die Linke wirklich eine Klärung ihres Verhältnisses zum Nationalstaat?

Aber ja, und dringend. Der Nationalstaat, vor allem der europäische, ist das einzige politische Gebilde von Bedeutung, das demokratisierbar ist. Die Übertragung nationalstaatlicher Kompetenzen an den „Weltmarkt“ oder an supranationale Behörden kommt regelmäßig einer Entdemokratisierung dieser Kompetenzen gleich, wenn man unter Demokratie die Möglichkeit der Verlierer in der kapitalistischen Lebenschancenlotterie versteht, durch Mobilisierung politischer Macht deren Verteilungsergebnisse zu korrigieren.

Umverteilungspolitik geht nur in Nationen; in der Weltgesellschaft gibt es Spenden, von Bill Gates und Konsorten, aber keine Steuern. „Global governance“ ist nicht demokratisch und kann es nicht sein. Oberhalb des Nationalstaats gibt es nur den „freien Weltmarkt“, bestehend aus Großunternehmen, die frei sind zu machen, was sie wollen, und Technokratien wie den IWF oder die EU. Was insbesondere die EU angeht, so wurde diese von Anfang supranational so konstruiert, dass ihre Demokratisierung ausgeschlossen ist oder auf dem Niveau von Herrn Junckers „Volksabstimmung“ über die Abschaffung der Sommerzeit verbleibt. Erinnert sich daran eigentlich noch irgendjemand? Stattdessen wartet jetzt alles darauf, dass Frau von der Leyen dem Klimawandel ein Ende setzt.

Selbst wenn Nationalstaaten und Demokratie miteinander verknüpft sind, zeichnen Nationalstaaten historisch zugleich für Exzesse der Gewalt verantwortlich. Ist das nicht auch Teil des Nationen-Pakets?

Es ist ein Märchen, nicht zuletzt erzählt im Interesse von Nationalstaaten mit imperialen Ambitionen, dass Nationalstaaten als solche nach außen aggressiv und nach innen autoritär sind. Interessanterweise verschwindet die Skepsis gegenüber dem Staat bei den selbsternannten „Pro-Europäern“ wie von Zauberhand, sobald das Konzept auf die europäische Ebene transponiert wird.  Den supranationalen Superstaat, der am Ende der „europäischen Integration“ den europäischen Nationalstaat ablösen soll, hat man sich plötzlich friedlich und demokratisch vorzustellen.

Dass Nationalstaaten ganz anders sein können, zeigt ein Blick auf Skandinavien und die Schweiz, aber auch auf die sechs bis sieben Jahrzehnte der westeuropäischen Nachkriegszeit, nachdem sich der deutsche imperiale Machtanspruch durch die Zerschlagung des Deutschen Reichs erledigt hatte. Aggressiv sind vor allem Imperien, nach innen, wenn sie von ihnen beherrschte Nationen nicht selbständig werden lassen wollen, und nach außen, im Konflikt mit anderen Imperien wie im Ersten Weltkrieg; ebenso Nationalstaaten, die zu Imperien werden wollen, wie Deutschland und Japan im Zweiten Weltkrieg, oder wie die USA in Vietnam, Irak usw. Provokativ formuliert wäre das einzige westeuropäische politische Gebilde, das heute vielleicht imperiale Ambitionen hegen könnte, etwa in Afrika oder im Nahen Osten, eine auf zwei Prozent des europäischen Sozialprodukts, natürlich allein zu Verteidigungszwecken, aufgerüstete EU unter französischer Führung.

Noch einmal zurück zur Schwäche der Linken: Die Debatte bezieht sich oft auf die Verteilung der politischen Aufmerksamkeit zwischen einer kulturellen und einer ökonomischen Konfliktachse. Welche ist aus ihrer Sicht ausschlaggebend? Auf welcher Ebene ist am dringendsten gegenzusteuern?

Ich glaube nicht, dass die beiden Achsen starr rechtwinklig zueinander stehen, also nichts miteinander zu tun haben, in welchem Fall sie tatsächlich für die Linke ein Skylla-und-Charybdis-Dilemma aufwerfen würden. Entstanden ist das Problem meiner Erinnerung nach aus der Ratlosigkeit der „Dritte Weg“-Linken in den 1990er Jahren darüber, was sie nach ihrer globalistischen Wende den Wählern noch anbieten könnten – Schutz vor Marktkräften und internationalem Wettbewerb jedenfalls nicht mehr. Die Antwort war die Propagierung liberal-libertärer, sogenannter post-materialistischer Wertorientierungen, die als im Trend liegend wahrgenommen wurden.

Dadurch wurde die linke Basis gespalten: Diejenigen „neuen Libertären“, die man bis dahin noch ökonomisch hatte einbinden können, sahen nun keinen Grund mehr, nicht gleich zu den aufsteigenden Grünen überzugehen; traditionelle Linkswähler dagegen fanden sich einer Umerziehungsrhetorik ausgesetzt, die ihnen positive Bekenntnisse zu Lebensweisen abverlangte, die ihnen unverständlich, unheimlich oder gar unmoralisch erscheinen. Viele von ihnen wollten deshalb mit Politik nichts mehr zu tun haben. Andere wechselten zu rechtskonservativen oder, in Ermangelung derselben, rechten und rechtsradikalen Parteien.

Wäre das zu vermeiden gewesen?

Ich glaube, dass die meisten Deutschen in kulturell-moralischen Fragen weitgehend zu einer Haltung des „Leben und leben lassen“ neigen, solange andere ihnen gegenüber dieselbe Haltung einnehmen. Ja zu: Jeder soll machen, was er oder sie will, solange sie mich damit in Ruhe lassen; nein zur Durchsetzung einer „celebrate diversity“-Kultur von oben nach unten, von der antitraditionalistischen Einheitsmeinung der liberalen Medienelite bis in die letzten Winkel des Alltagsdenkens und -lebens. Dass man gleichzeitig mit türkischen oder vietnamesischen Nachbarn gut auskommt, wenn auch auf die eher ungesellige deutsche Art, widerspricht dem überhaupt nicht.

Linke Politik kann sich, so denke ich, damit begnügen – sie muss nicht auf eine umfassende Säuberung der öffentlichen Sphäre von Haltungen und Haltungsbekundungen drängen, die aus grüner Perspektive nicht bunt genug sind. Ausgenommen sind hart-braune menschenverachtende Hassbekundungen, für deren Unterdrückung in Deutschland aber glücklicherweise das Strafrecht zur Verfügung steht. Moralische Umerziehungsversuche gegenüber der Masse der Bevölkerung kann die Linke den Grünen überlassen, die sich damit immer wieder die Finger verbrannt haben und deren gegenwärtiger Aufschwung wohl auch darauf zurückzuführen ist, dass sie ihren den Leuten auf die Nerven gehenden Moralismus bemerkbar heruntergekühlt haben.

Wo sehen Sie Raum für Optimismus? Wo strukturelle Stärken der Linken, die in Zukunft stärker genutzt werden könnten?

Ich sehe einen riesigen strukturellen Bedarf nach linker, das heißt die Gesellschaft durch Mehrung ihrer kollektiven, allen gleichermaßen zugutekommenden Güter zusammenhaltender Politik. Ob freilich die Parteien der Linken in ihrer derzeitigen Aufstellung diesen Bedarf decken können, ist eine ganz andere Frage; ich bin da skeptisch. Die gegenwärtige Besoffenheit des links-grünen Spektrums mit symbolischer Exklusionspolitik nach innen, ausgrenzenden Schreib- und Sprachregelungen, moralischer Verurteilung nahestehender Minimalabweichler und so weiter spricht dagegen.

Meiner Meinung nach schreit die gegenwärtige Situation geradezu nach einer Linken, die die dramatisch zunehmenden Defizite unserer kollektiven Infrastrukturen im weitesten Sinn, vom Nahverkehr zum Schulsystem, ebenso entschieden angeht wie die wachsenden Disparitäten zwischen den aufsteigenden Zentren und der zurückfallenden Peripherie. Dies erfordert unter anderem die Entschuldung verschuldeter Kommunen bei gleichzeitiger Dezentralisierung von Entscheidungen, eine nachhaltige Kompetenzsteigerung der vielerorts ausgebluteten öffentlichen Verwaltung, die Förderung von Genossenschaften und unkonventionellen Unternehmensformen mit ortsfestem Kapital, aufwendige Investitionen zum Schutz vor den Folgen des auf absehbare Zeit weiterhin zu erwartenden und lange nicht rückgängig zu machenden Klimawandels, alles verbunden mit einer Abkehr von der „Schwarzen Null“ als fiskalischem Dogma – kurz, einen realistischen Antikapitalismus. Manchmal hat man das Gefühl, als ginge es manchen Linken stattdessen um die möglichst weite Verbreitung von Gendersternchen. IPG 9

 

 

Restitution ist nicht alles. Afrikaner fordern neue Ära der kulturellen Kooperation mit Europa

Frankreich und Deutschland diskutieren verstärkt über den Umgang mit dem kolonialen Erbe in ethnologischen Sammlungen. Afrikanische Experten machen nun klar, dass es ihnen um weit mehr geht als die Rückgabe geraubter Kulturgüter. Von Claudia Rometsch

Beim Anblick der Puppe mit dem liebevoll bestickten Rock steigen Cynthia Schimming Tränen in die Augen. „Diese Puppe wurde einem Kind gestohlen“, sagt die namibische Mode-Designerin. Das Spielzeug ist eines der Objekte in der Sammlung des Ethnologischen Museums Berlin, mit denen sich Schimming beschäftigt. Die Expertin für traditionelle namibische Kleidung erforscht derzeit im Rahmen eines Kooperationsprojektes historische namibische Objekte in der Sammlung des Berliner Museums. Die Arbeit mit den geraubten Kulturgütern sei für sie sehr emotional, sagt Schimming. „Es ist nicht einfach.“

So wie Schimming waren viele afrikanische Experten tief betroffen, wenn sie auf der Konferenz „Museum Collections in Motion“ im Kölner Rautenstrauch-Joest-Museum mit der Geschichte geraubter Kulturobjekte aus ihren Herkunftsländern konfrontiert wurden. Die koloniale Vergangenheit habe in vielen afrikanischen Ländern Traumata hinterlassen, die nie aufgearbeitet wurden, erklärt der senegalesische Wirtschaftswissenschaftler und Restitutions-Experte, Falwine Sarr. Das müsse nun angegangen werden. „Die Rückgabe symbolischer Objekte kann in diesem Prozess eine wichtige Rolle spielen.“

Die Restitution afrikanischer Kulturgüter aus europäischen Museen wird seit dem vergangenen November verstärkt diskutiert, als ein von Frankreichs Präsident Emmanuel Macron in Auftrag gegebener Bericht veröffentlicht wurde. Sarr hatte darin zusammen mit der französischen Kunsthistorikerin Bénédicte Savoy die Modalitäten für die Rückgabe afrikanischer Kunstobjekte ausgelotet. Die beiden Experten forderten die Restitution aller unrechtmäßig nach Frankreich gebrachten afrikanischen Kulturgüter.

Dialog auf Augenhöhe

Auch in Deutschland hatte der Bericht Bewegung in die Debatte um die koloniale Geschichte afrikanischer Objekte in ethnologischen Sammlungen gebracht. Im Mai hatten 26 Museen aus dem deutschsprachigen Raum eine Stellungnahme zur Dekolonialisierung verabschiedet. Zudem nahm im Deutschen Zentrum für Kulturgutverluste der Förderbeirat „Koloniale Kontexte“ die Aufarbeitung der Provenienzen von Objekten aus kolonialen Sammlungen auf. Dem Gremium gehört auch Savoy an. Vor zwei Jahren war die Kunsthistorikerin, die an der TU Berlin lehrt, aus Protest gegen die mangelnde Transparenz bei der Herkunft ethnologischer Ausstellungsstücke aus der Expertenkommission des Berliner Humboldt-Forums ausgetreten.

Die nach Köln angereisten afrikanischen Experten machten klar, dass die Anerkennung der afrikanischen Besitzansprüche geraubter Kulturgüter unerlässlich sei. Allerdings wollen sie weit mehr als die bloße Rückgabe von Kunstobjekten. Vielmehr fordern die Afrikaner einen Dialog auf Augenhöhe. So verlangt der ugandische Kulturexperte Nelson Abiti, bei der Diskussion um die Restitution afrikanischer Objekte, mehr auf die afrikanischen Stimmen zu diesem Thema zu hören. „Wir erwarten mehr Aufmerksamkeit für und Zusammenarbeit mit der Empfängerseite“, sagte der Ethnologe.

Beziehungen reparieren

Sarr fordert, nun ein neues Kapitel der Zusammenarbeit zwischen Afrika und Europa aufzuschlagen. Die Initiative Macrons habe ein „historisches Fenster“ geöffnet. Die gestohlenen afrikanischen Kulturgüter vereinten die gemeinsame afrikanisch-europäische Geschichte in sich. „Sie wurden ihrer Herkunfts-Kultur durch koloniale Gewalt entrissen, aber sie wurden an ihrem neuen Aufbewahrungsort auch willkommen geheißen und gepflegt.“ Damit seien sie Teil einer gemeinsamen Geschichte, die nun neu geschrieben werden könne.

Durch den Raub von Kunst- und Kultobjekten seien afrikanische Völker nicht nur ihrer Kreativität, sondern auch ihres kulturellen Erbes beraubt worden, sagt Sarr. Dies könne nicht allein durch die Rückgabe von Objekten oder durch finanzielle Entschädigungen ausgeglichen werden. Vielmehr müsse auch eine gemeinsame Aufarbeitung der Geschichte geleistet werden. „Entschädigung bedeutet in diesem Fall das Angebot, die Beziehungen zu reparieren.“

Rückkehr befürchtet

Die Anerkennung der Besitzrechte werde nicht die von manchen Museumsleuten befürchtete komplette Rückkehr ethnologischer Sammlungen nach Afrika zur Folge haben, zeigte sich Sarr sicher. Es gehe nur um eine relativ geringe Zahl symbolischer Kulturgüter, die nach Afrika zurückkehren sollten. Viele afrikanische Museumsdirektoren hätten ihm sogar gesagt, dass sie den Verbleib afrikanischer Objekte in europäischen Sammlungen wünschten.

Ein Großteil der Sammlungs-Objekte könne künftig zwischen den beiden Kontinenten zirkulieren, schlägt Sarr vor. „Sie können Mediatoren neuer Beziehungen und einer neuen Ethik der Beziehungen sein.“ (epd/mig)

 

 

 

Klima als Verliererthema

Ein Blick auf die jüngsten Wahlen zeigt: Die Menschen wollen Klimaschutz, aber nicht dafür bezahlen. Von Christopher Gatz

Der Kampf gegen den Klimawandel ist kein Randthema, er dominiert vielmehr international die politische Debatte. Bei der vergangenen Europawahl und verschiedenen Parlaments- und Regionalwahlen in den letzten Monaten war der Klimaschutz ein wahlentscheidendes Thema. Er hat andere Streitfragen wie Migration und Soziale Gerechtigkeit von der Spitze der politischen Agenda verdrängt. Auch in Deutschland versuchen Regierung und Opposition, neue, weitreichende Konzepte auf den Weg zu bringen, um den Klimawandel zu bremsen.

Am intensivsten wird dabei derzeit die Einführung einer CO2-Steuer diskutiert. Sie soll den CO2-Ausstoß verteuern und damit senken. Für die CO2-Steuer spricht, dass sie einfach zu implementieren ist und ihre Lenkungswirkung entfaltet, ohne übermäßig in den Markt einzugreifen. In der Politik mag auch der eine oder andere hoffen, mit der CO2-Steuer ein Thema gefunden zu haben, mit dem sich zukünftige „Klima-Wahlen“ gewinnen lassen. Doch der Blick ins Ausland zeigt, dass eher das Gegenteil richtig sein könnte. Dass die Wählerinnen und Wähler lautstark mehr Klimaschutz fordern, heißt nicht, dass sie bereit sind, dafür mehr zu zahlen. Ein Blick in andere Länder legt eher den Schluss nahe: Wer als Kandidat zusätzliche Kosten ankündigt, erntet Widerstand und verliert am Ende die Wahlen.

Das jüngste Beispiel ist die Parlamentswahl in Australien im vergangenen Mai. Meinungsumfragen zeigen, dass Klimaschutz eines der wichtigsten Themen für die Menschen im Wahlkampf war. Die oppositionelle Labor-Partei hatte ein umfangreiches Klimaschutzpaket vorgestellt, unter anderem mit der Wiedereinführung der CO2-Steuer, die 2014 abgeschafft worden war. Die regierende konservative Liberal Party von Premier Scott Morrison hingegen vertrat den klimapolitischen Gegenentwurf. Sie versprach, nicht aus der Kohle auszusteigen und sogar weitere Kohleminen zu eröffnen. Obwohl Labor über Monate hinweg die Umfragen angeführt hatte, erlitt die Partei bei der Wahl eine überraschende Niederlage. Ihr Konzept hatte Zustimmung in urbanen, wohlhabenden Zentren gefunden, nicht jedoch auf dem Land, wo man höhere Kosten und Arbeitslosigkeit fürchtete. Und das, obwohl der Klimawandel durch Hitzewellen und Trockenheit landesweit bereits spürbar geworden ist.

Auch die Erfahrungen in Frankreich mahnen zur Vorsicht. Die CO2-Steuer war hier bereits 2014 von der letzten sozialistischen Regierung eingeführt worden. Als der neugewählte Präsident Macron sie im Herbst 2018 erhöhen wollte, brachen die gewaltsamen Proteste der gilets jaunes aus. Sie führten dazu, dass die Erhöhung bisher verschoben wurde. Schon die sozialistische Vorgängerregierung war mit ihrer Politik beispiellos unbeliebt gewesen, und auch Macrons Zustimmungswerte sanken im Zuge der Proteste auf Tiefststände.

Die bisherigen Anläufe in Kanada, einen CO2-Preis einzuführen, verliefen mit gemischten Ergebnissen. In Alberta und British Columbia waren bereits 2007 und 2008 entsprechende Regelungen eingeführt worden, andere Provinzen folgten nach. Im Jahr 2018 lebten bereits 80 Prozent aller Kanadier in einer Provinz, die eine CO2-Steuer erhob. Bis im Juni 2018 die konservative Opposition in Ontario die CO2-Steuer als Wahlkampfthema entdeckte – und gewann. Kurze Zeit später schaffte sie die Steuer ab. In der Folge wurde der CO2-Preis auch in anderen Provinzen zum Wahlkampfthema.

Alberta hat sein Bepreisungssystem seitdem wieder abgeschafft, andere Provinzen versuchen, die Einführung zu verhindern. Im aktuell laufenden Wahlkampf hat die Regierung von Premierminister Trudeau eine landesweit gültige CO2-Bepreisung beschlossen, um ihre klimapolitische Glaubwürdigkeit zu unterstreichen. Sie sieht eine pauschale Rückzahlung an alle Haushalte vor, um die Akzeptanz der Steuer zu erhöhen. Bisher jedoch liegt die amtierende Regierung in vielen Umfragen hinter der konservativen Opposition, die sich gegen eine CO2-Steuer ausspricht. Der Ausgang ist ungewiss.

Schließlich sei auch noch Irland erwähnt: Hier führte die Regierung aus Konservativen und Sozialdemokraten im Jahr 2010 im Zuge der Euro-Rettungspolitik eine CO2-Steuer ein, um den Haushalt zu sanieren. Als Ergebnis wurden beide Parteien bei der anschließenden Parlamentswahl abgestraft. Besonders die irische Labour Party traf es hart, sie verlor mehr als zwölf Prozentpunkte.

Natürlich lassen sich Gegenbeispiele finden: In verschiedenen Ländern funktionieren CO2-Steuern sehr gut und sind weitgehend unumstritten. Dazu gehören die skandinavischen Länder, die diese Steuern bereits zu Beginn der 1990er-Jahre einführten und seitdem erhöht haben. Der Erfolg gibt ihnen Recht: Ihr CO2-Ausstoß hat sich trotz Wirtschaftswachstum verringert. Allerdings wurden die CO2-Steuern dort im Zuge groß angelegter Steuerreformen eingeführt, bei denen im Gegenzug andere unbeliebte Steuern wegfielen. Außerdem war das politische Klima damals ein anderes. Debatten über Einkommensungleichheit und eine schwindende Mittelschicht, wie sie seit der globalen Finanzkrise nach 2008 geführt werden, gab es damals noch nicht – oder zumindest nicht in der heutigen Intensität.

Manchen Wählerinnen und Wählern mag die Einführung der CO2-Bepreisung wegen der Einordnung in eine umfassende Steuerreform auch gar nicht wirklich aufgefallen sein. Die neue dänische Premierministerin Mette Frederiksen hat in ihrem jüngsten, erfolgreichen Wahlkampf intensiv für mehr Klimaschutz geworben. Sie konzentrierte sich dabei auf eine Stärkung von Investitionen. Eine Erhöhung der dänischen CO2-Steuer hat sie nicht explizit gefordert.

Besonders die Schweiz wird häufig herangezogen, wenn es um ein Best-Practice-Beispiel für eine erfolgreiche CO2-Steuer geht. 2008 eingeführt, wurde sie seitdem mehrfach ohne Proteste erhöht. Die Einnahmen werden zu zwei Dritteln an die Bevölkerung wieder ausgeschüttet, zu einem Drittel fließen sie in Maßnahmen zur Gebäudedämmung. Wissenschaftlich ist man sich weitgehend einig, dass ein Vorgehen dieser Art die Akzeptanz von CO2-Steuern erhöht. Doch schaut man genauer hin, wird das Schweizer Modell keinen ambitionierten Klimaschützer zufriedenstellen. Die Steuer umfasst nämlich hauptsächlich den Wärmebereich; Mobilität und Strom bleiben außen vor. Benzin ist in der Schweiz nicht teurer als in Deutschland.

Die Höhe der Steuer ist mit 96 Schweizer Franken pro Tonne CO2 weit von den 180 Euro pro Tonne entfernt, die von den Fridays-for-Future-Demonstranten gefordert werden (das gilt im Übrigen auch für Skandinavien). Und: Im Jahr 2015 kam es zu einer Volksabstimmung über eine weiterreichende CO2-Besteuerung, die scheiterte. Es war das zweitschlechteste Abschneiden eines Vorschlages, der in der Schweiz je zur Abstimmung gestellt worden war. 92 Prozent der Abstimmenden votierten damals dagegen, die Mehrwertsteuer durch eine umfangreiche CO2-Steuer zu ersetzen.

Natürlich sind die Beispiele für das Scheitern des Klimaschutzes an der Wahlurne nicht allein auf die CO2-Steuer zurückzuführen: Die Labor-Partei in Australien war mit einem schwachen Spitzenkandidaten geschlagen, und der französische Präsident Macron schaffte vor der Erhöhung der CO2-Steuer die Vermögenssteuer ab, was viele als unfair empfanden. Womöglich hat sich mittlerweile auch der Wind gedreht und der Zuspruch zu CO2-Preisen ist gewachsen.

In Deutschland allerdings sieht es nicht danach aus: Es gibt zwar weitgehende Zustimmung, dass der Klimawandel ein großes Problem sei und etwas dagegen unternommen werden sollte, auch durch eine ökologische Steuerreform. Fragt man aber konkret nach einer CO2-Steuer, gibt es keine Mehrheit, selbst wenn an anderer Stelle Entlastungen versprochen werden: 62 Prozent lehnen eine derartige Steuer ab, 34 Prozent sind dafür. Dass auch Entlastungen keine Trendwende bei der Zustimmung zu CO2-Preisen bringen, ist kein Wunder – wer kann schon sicher sein, ob sie wirklich die Kosten der Steuer ausgleichen? Dann lieber gar keine Steuer einführen, meinen offenbar viele Wahlberechtigte.

Auch andere Aus- und Abgaben zum Klimaschutz sind nicht populär, eine Pkw-Maut beispielsweise findet ebenfalls keine Mehrheit, genauso wenig wie der 100-Milliarden-Investitionsplan der Grünen, den die meisten für zu teuer halten. Lediglich höhere Preise auf Flugreisen finden bei einer großen Mehrheit Zustimmung; das kann aber niemanden überraschen, denn ein Großteil der Bevölkerung fliegt gar nicht oder nur selten. Insgesamt liegen die Hoffnungen der meisten Deutschen auf technischen Innovationen, die den CO2-Ausstoß senken sollen. Das kann man naiv finden oder auch bequem, aber man sollte es zur Kenntnis nehmen, wenn man für eine effektive Klimaschutzpolitik Mehrheiten organisieren will.

Einfache Lösungen für das Problem Klimawandel gibt es nicht. Wahrscheinlich liegt die größte Chance in einem ganzen Bündel unterschiedlicher Maßnahmen. Eine umfassende CO2-Steuer, die Elektrizität, Wärme und Mobilität einbezieht, wird es schwer haben, sich durchzusetzen. Größere Erfolgschancen hätte eine Steuer vielleicht, wenn sie wie in der Schweiz nur einen Teilbereich der Emissionen abdeckt, die Einnahmen rückerstattet werden und sie schrittweise erhöht wird. Das allein wird aber nicht genügen. Diese Teilsteuer muss durch andere Maßnahmen ergänzt werden, die den Menschen einen positiven Ausblick geben. Hier hat der vielkritisierte Kohlekonsens eine bisher ungewürdigte Stärke, da er kommunikativ ein Ziel in den Mittelpunkt rückt, das überwiegend geteilt wird, nämlich den Kohleausstieg. Der Begriff der CO2-Steuern hingegen rückt kommunikativ in den Vordergrund, was eigentlich breit abgelehnt wird: höhere Steuern.

Auch in anderen Bereichen muss ein Konsens gefunden werden, so in der Mobilität, wo der Ausstieg aus dem Zeitalter des Verbrennungsmotors eingeleitet werden muss. Konsense dieser Art haben den Vorteil, dass sie massive Investitionen in eine bessere, ökologischere Zukunft in Aussicht stellen und damit belohnende statt strafende Anreize setzen. Ein Mobilitätskonsens könnte beispielsweise den flächendeckenden Ausbau von Ladesäulen, geringere Preise und bessere Taktung des öffentlichen Nahverkehrs, eine Abwrackprämie für Dieselautos und massive Ausgaben für technische Forschung vorsehen. Konkrete Projekte dieser Art (und nicht nur das Nennen gigantischer Summen) hätten womöglich das Potenzial, die Menschen mit dem Klimaschutz zu versöhnen.

Wer mit den Forderungen von Fridays for Future sympathisiert, dürfte mit alldem höchst unzufrieden sein. Doch die bittere Wahrheit lautet: Die Zustimmung zu höheren CO2-Preisen ist in westlichen Staaten nur bei einem begrenzten Teil der Bevölkerung vorhanden. Die Mehrheit bleibt skeptisch. Wer aus Mitte-Links-Perspektive daher heute umfassende und hohe CO2-Steuern fordert, läuft indirekt Gefahr, Rechtspopulisten im Wahlkampf zu munitionieren. Damit aber droht nicht zuletzt ein gefährlicher Backlash gegen den Klimaschutz selbst. Ipg 5

 

 

 

Mosambik: Unterzeichnung eines historischen Friedensabkommens

Präsident Filipe Nyusi und der Führer der Renamo-Rebellen Ossufo Momade haben an diesem Dienstag ein Friedensabkommen unterzeichnet. Die Zeremonie fand auf dem Friedensplatz in Maputo statt, mehrere afrikanische Politiker nahmen daran teil. Das Abkommen wurde unter anderem in Anlehnung an den bevorstehenden Besuch des Papstes in Mosambik im September unterschrieben.

Bereits vergangene Woche unterzeichneten der Regierungschef und der Ex-Rebellenführer ein Abkommen, das die Modalitäten für den Waffenstillstand zwischen den Parteien festgelegt. Das neue Dokument vom 6. August verpflichtet beide Seiten zur friedlichen Durchführung der Parlamentswahlen vom 15. Oktober. Papst Franziskus wird am 5. September im Land erwartet, sein Besuch in Mosambik steht unter dem Motto „Hoffnung, Frieden und Versöhnung“.

Gewaltanwendung ist keine Lösung

„Wir wollen unserem Volk und der Welt versichern, dass wir die Gewaltanwendung als Mittel zur Lösung unserer Differenzen begraben haben“, sagte Momade nach der Unterzeichnung am 1. August. „Dieses Abkommen eröffnet eine neue Ära in der Geschichte unseres Landes, in der kein Mosambikaner Waffen zur Konfliktlösung einsetzen wird“, äußerte Präsident Nyusi.

Die Befreiungsfront von Mosambik, Frelimo, und der nationale Widerstand, die Renamo, waren Gegner im blutigen Bürgerkrieg , der etwa eine Million Menschenleben forderte. (fides 7)

 

 

 

Rechtsexperte: Seenotrettung ist zunächst eine Staatspflicht

Das Seerecht muss modernisiert werden, meint der Kieler Rechtsprofessor Uwe Jenisch. Er regt ein internationales Symposium an, um die Grundlagen für ein zeitgenössisches Recht der Seenotrettung zu entwickeln. Von Christina Denz

Zwischen ziviler Seenotrettung und den Mittelmeer-Anrainerstaaten kommt es erneut zu Spannungen über die Aufnahme von Bootsflüchtlingen. Dabei gibt es eine Reihe von Seerechtsregelungen zur Seenotrettung. Über deren Auslegung und dringend nötige Neuerungen spricht der Kieler Rechtswissenschaftler Uwe Jenisch vom Walter-Schücking-Institut für internationales Recht an der Christian-Albrechts-Universität zu Kiel im Interview.

Herr Jenisch, die rechtliche Situation für die Seenotrettung ist verworren: Es gibt altes und neues Seerecht, Flüchtlingsrechte, ein Seerechtsübereinkommen, das SOLAS-Übereinkommen, EU-Richtlinien, das Seenotrecht. Und am Ende gibt es noch ein gelebtes Seerecht. Muss man da nicht mal aufräumen?

Uwe Jenisch: Zunächst: Das Recht der Seenotrettung ist uralt und gewohnheitsrechtlich gewachsen. Seine Ursprünge gehen auf die Antike zurück. Damals galt der Seemann als besonders mutiger und ehrenwerter Beruf, weil sie sich in die Hände der Götter begaben und Waren und Personen sorgfältig unter großen Risiken von Land zu Land transportierten. Ihr Schutz war ein Gastrecht, daraus hat sich die Verpflichtung zur Hilfe für Seeleute und Schiffen in Not, also die Seenotrettung, und das das heutige völkerrechtlich bindende Seerecht entwickelt. Danach sind alle Staaten und Kapitäne verpflichtet, Menschen und Schiffen in Seenot zu helfen, auch Skipper von Segelbooten. Einzige Einschränkung: Die Rettung darf das eigene Schiff und die Mannschaft nicht in ernste Gefahr bringen.

Dann ist die Rechtslage für zivile Seenotretter doch nicht so kompliziert?

Uwe Jenisch: Die Verpflichtung der Staaten, Seenotrettungsdienste einzurichten und die Seenotrettung in ihren Sicherheits- und Rettungszonen, also den SAR-Zonen, zu organisieren, ist für ganz normale Seenotfälle entwickelt worden, also wenn ein Fischer in stürmische Gewässer gerät, ein Handelsschiff brennt oder eine Fähre in Seenot gerät. Die Rettungsdienste sind nicht konstruiert, um Migrationsströme zur See in den Griff zu bekommen. Das ist Neuland.

Sie zielen auf eine Modernisierung des Seerechts?

Uwe Jenisch: Eine Weiterentwicklung wäre durchaus nötig. Dazu könnte die Wissenschaft ihren Teil leisten, etwa in einem Symposium oder einer internationalen Seerechtskonferenz. Wir haben ja in Deutschland unter anderem am Internationalen Seegerichtshof in Hamburg und in einigen Universitäten ausgewiesene Experten. Die Ergebnisse der Konferenz könnte die UNO aufgreifen, die EU könnte daraus Verordnungen und Richtlinien für den europäischen Seerechtsraum entwickeln. Allerdings muss neu gedacht werden: Die Schnittstellen der Seenotrettung zum Flüchtlings- und Asylrecht, zu den Menschenrechten und zur Organisation der Küstenwachen wären ebenso weiterzuentwickeln wie insbesondere die regionale Zusammenarbeit der Staaten auf See.

Wie können die zivilen Seenotretter derzeit rechtlich argumentieren?

Uwe Jenisch: Die Seenotrettung ist zunächst eine Staatspflicht. Und sie wird auch erfüllt. Malta und Italien, aber auch die Deutsche Marine, retten bis heute mit eigenen Schiffen in Seenot geratene Flüchtlinge. Die NGOs argumentieren jedoch, dass die staatliche Seenotrettung unzulänglich und überfordert ist. Sie sagen, dort, wo die staatliche Rettung versagt, müssen wir helfen. Das ist von der humanitären Seite her nachvollziehbar. Und auch rechtlich ist das in Ordnung. Sie können sich auf das Seerechtsübereinkommen und das Solas-Übereinkommen von 1974 berufen. Solas steht für ein internationales Übereinkommen zur Schutz menschlichen Lebens auf See. Darin ist für jeden Kapitän niedergelegt, Seenotrettung zu betreiben, sofern er es für sein Schiff verantworten kann.

Welche Pflichten ergeben sich für die NGOs daraus bei der Aufnahme von Flüchtlingen?

Uwe Jenisch: Jeder Seenotfall muss der zuständigen Seenotleitzentrale gemeldet werden. Diese ist zur Koordinierung der Rettungsmaßnahmen verpflichtet. Die Zentren erteilen den Schiffen Anweisungen und können sichere Häfen angeben oder Hilfe wie Hubschrauber organisieren. Patentrezepte gibt es da nicht. In jedem einzelnen Fall muss neu entschieden werden. Es könnte durchaus sein, dass ein Herzinfarkt am Bord es erfordert, zum nächstgelegenen Krankenhaus ausgeflogen zu werden. Und das könnte durchaus Libyen sein. Oder wenn ein Tanker brennt und Öl ausläuft, dann wird man ihn in einen Hafen schleppen, in dem man das Problem am besten bewältigen kann. Diesen weiten Ermessensspielraum nutzen die italienischen Behörden derzeit aus und sagen: Bei uns bitte gerade keine Flüchtlinge anlanden, weil wir das nicht mehr bewältigen können. So kommt es dazu, dass Rettungsschiffe im Mittelmeer herumirren.

Wie bewerten sie die Entscheidung von „Sea-Watch 3“-Kapitänin Carola Rackete, dennoch in den Hafen von Lampedusa einzulaufen?

Uwe Jenisch: Sie hat sich wohl auf die letzte Zufluchtsmöglichkeit berufen, die man als Kapitän nehmen kann, das historisch gewachsene Nothafenrecht. Das heißt: Wenn ein Schiff nicht mehr seetüchtig ist, etwa wenn es zu sinken droht, dann haben die Schiffe das Recht, einen Nothafen anzulaufen. Das Rettungsleitzentrum kann normalerweise diesen Nothafen zuweisen. Aber letztlich bleibt es eine allerletzte Güterabwägung des Kapitäns. Das gilt übrigens auch, wenn das Schiff zum Umweltproblem wird, etwa, wenn die Fäkalientanks überlaufen oder Schwerkranke an Bord sind. Das Nothafenrecht gibt es auch im Völkerrecht. Deshalb müssen Staaten Notliegeplätze bereit halten. Dies hatte Carola Rackete wohl im Auge und gedacht, „Ich kann mir nicht mehr helfen, es geht jetzt nicht mehr anders“. Kommt es zu einer Gerichtsverhandlung wird sicher überprüft, ob der Notfall tatsächlich vorlag. Aus Sicht der Italiener war das angeblich nicht zwingend der Fall, denn sie hatten viele Tage vorher die Notfälle von Bord geholt. Damit war für sie der Notfall vorübergehend abgewendet. Aber meiner Ansicht nach hatte Frau Rackete am Ende gute Gründe, sich erneut auf das Nothafenrecht zu berufen.

Warum stellt sich Italiens Innenminister Matteo Salvini dann quer?

Uwe Jenisch: Dreh- und Angelpunkt dieser Frage ist am Ende natürlich die politische Entscheidung, welches Land die Flüchtlinge endgültig aufnimmt. Man kann für Italien durchaus Verständnis aufbringen. Über Jahre haben sie Hunderttausende von Flüchtlingen mindestens die Erstaufnahme ermöglicht und damit den Löwenanteil der Rettung von staatlicher Seite bewältigt. Dass es dem Land irgendwann zu viel wird und die EU-Solidarität sehr zu wünschen übrig lässt, ist offensichtlich. Bemerkenswert ist aber auch, dass die italienische Zivilgesellschaft und die katholische Kirche sich eindeutig für die Flüchtlingsrettung aussprechen. Selbst die Bevölkerung in Lampedusa hilft immer wieder mit, wenn Flüchtlinge von Bord kommen. Es ist im Grunde der italienische Innenminister und seine Partei, die da die harte Linie fahren.

Aus ihrer Sicht muss also neben einer rechtlichen Bewertung dringend eine politische Lösung stehen?

Uwe Jenisch: Auf alle Fälle. (epd/mig 5)

 

 

 

Europas Nabelschau begünstigt Russland

 

Die EU wird Jahre damit verbringen, ihre internen Probleme zu lösen. Das schwächt sie gegenüber Moskau. Von Fjodor Lukjanow

 

Mehrere voneinander unabhängige Ereignisse in jüngster Zeit deuten darauf hin, dass die Entwicklung Europas in eine neue Phase tritt. Wie diese Phase genau aussehen wird, vermag niemand vorherzusagen. Doch die Ära, in der man ein gesamteuropäisches Haus errichten wollte mit Methoden, die unmittelbar nach dem Kalten Krieg entwickelt wurden, ist augenscheinlich vorbei.

Die Präsidentschaftswahl in der Ukraine fand einen unerwarteten Ausgang, nicht nur, weil der neue Präsident ein ehemaliger Kabarettist und Schauspieler ist, sondern auch weil sein Vorgänger eine krachende Niederlage hinnehmen musste. Egal, was die Menschen von Petro Poroschenko hielten: Er verkörperte jedenfalls eine klare politische Weltsicht und verfolgte geradlinig das Ziel, sich um jeden Preis von Russland zu entfernen und dem Westen anzunähern.

Im benachbarten Moldawien ereignete sich unterdessen ein kleines Wunder. Diverse Gegner des Staatschefs – die sich dafür eingesetzt hatten, ihr Land sowohl nach Russland als auch nach Europa zu öffnen – befreiten das Land gemeinschaftlich von dem Oligarchen, der den Staat im Grunde in Privateigentum überführt hatte. Dieser ungewöhnliche Bund wurde von Moskau, Brüssel und Washington unterstützt.

Nachdem Russland 2014 wegen seiner Verstrickung in der Ukraine sein Stimmrecht in der Parlamentarischen Versammlung des Europarates (PACE) eingebüßt hatte, hatte diese dem Land fünf Jahre lang eine Rückkehr in die Organisation verweigert. Nun vollzog sie plötzlich innerhalb weniger Wochen eine Kehrtwende und hieß Russland wieder in ihrem Kreis willkommen.

Massenproteste in Georgien schließlich, ausgelöst vom verunglückten Auftritt eines russischen Duma-Abgeordneten im georgischen Parlament, zogen nicht etwa die übliche Propagandaschlacht in Russland, der EU und den Vereinigten Staaten nach sich, sondern lediglich müdes Schulterzucken.

Diese Ereignisse bedeuten durchaus nicht, dass nach Jahren der Krise endlich die lang erwartete Annäherung zwischen Russland und führenden europäischen Ländern begonnen hätte. Etwas anderes ist im Gange: Die politische und ideologische Struktur Europas verändert sich.

Nachdem am 1. Juli zwanzig Stunden lang vergeblich versucht worden war, neues Personal für wichtige EU-Posten zu wählen, erklärte der französische Präsident Emmanuel Macron: „Wir müssen unsere Regeln ändern. ... Solange wir unsere zwischenstaatlichen Verfahren nicht reformieren, wird es uns international und vor unserer Wählerschaft an Glaubwürdigkeit mangeln, und wir werden die EU nicht vergrößern können.“

Die jüngsten Wahlen zum Europäischen Parlament gaben der neuen Realität eine äußere Form. Diese ist nicht, wie viele befürchtet hatten, dem Triumph antieuropäischer Kräfte geschuldet. Ursache ist vielmehr die Fragmentierung der politischen Landschaft, die Verfahren behindert. Darüber beschwerte sich Macron nach Gesprächen mit einem nicht enden wollenden Strom von Beteiligten, die alle gehört werden mussten. Das ist vermutlich erst der Anfang, und der EU steht noch ein umfassender Umbau bevor. Dieser Umbau muss nicht bis ins Kleinste geplant sein – vieles wird sich spontan und von selbst ändern.

Die EU wird nun Jahre damit verbringen, ihre internen Probleme zu lösen. Kraft, Bereitschaft und Ressourcen, sich mit der externen Struktur zu befassen, werden dadurch erheblich geschmälert. Die Hauptaufgabe besteht jetzt in einer Minimierung von Risiken und Aufwand.

Man wird somit die Ukraine darin bestärken, eine weniger konfrontative Beziehung zu Russland zu finden, was erfreulicherweise auch dem Wählerwillen entspricht. Die Geschehnisse in Moldawien entsprangen dem Bestreben, staatlichen Institutionen zumindest teilweise wieder Geltung zu verschaffen, damit sie selbstständig funktionieren. Georgien wiederum ist geographisch weit weg und hat keine Priorität.

Es ist nicht so, dass das Interesse Europas völlig erlahmt wäre, es wird nur in eine andere Kategorie überführt. Nach der Logik der europäischen Idee waren die Länder in der „Nachbarschaft“ der EU ein wichtiger Teil des Projekts: Eine für die Stärke der Union wichtige Leistungskennzahl war die stetige Erweiterung der Eurosphäre. Daraus ergab sich eine langwierige Auseinandersetzung mit Russland, das ständig und immer heftiger reagierte, weil es sich in die Tiefen Eurasiens zurückgedrängt fühlte.

Nun hat sich die Motivation verändert. Die EU vertritt eine defensive Position, die mit den Worten des transatlantischen Verbündeten als „EU first!“ beschrieben werden könnte. Dahinter steht kein Isolationismus, sondern Pragmatismus. Im Falle der EU – einem integrierten Bündnis, das auf gemeinsamen Werten gründet –, bedeutet dieser Pragmatismus, dass die Union ihre Kernideen revidiert und die Ausübung von Macht, auch weicher Macht, in den Hintergrund rückt.

In diesem Kontext sind die Geschehnisse in der Parlamentarischen Versammlung des Europarates besonders interessant. In Russland wie auch in der Ukraine (die die Rückkehr der russischen Delegation abgelehnt hatte) wird der Sinneswandel der PACE gern mit rein finanziellen Beweggründen erklärt, denn Russland entrichtet für die Mitgliedschaft jedes Jahr 33 Millionen Euro. Aber es geht nicht nur ums Geld. Russlands Rückzug aus dem Europarat – mit dem das Land gedroht hatte, sollte es seine vollen Rechte nicht zurückbekommen – hätte die gesamte Organisation ihrer Existenzberechtigung beraubt.

Die meisten Mitglieder des Europarats sind entweder in der EU oder sie stehen ihr nahe wie die Balkanländer. Die Probleme Armeniens und Aserbaidschans, ja sogar die der Ukraine, sind zu klein, als dass man eine so große Organisation dafür in Stellung bringen müsste. Nur zwei Staaten im Europarat stiften ständig Unruhe, sodass ihre Teilnahme ihm echte Substanz verleiht: Russland und die Türkei. Der Austritt Russlands hätte für den türkischen Präsidenten Recep Erdogan einen Präzedenzfall geschaffen, den er zu seinem Vorteil hätte nutzen können.

Die Dekonstruktion des „Europäischen Hauses“ macht es erforderlich, diverse Segmente der europäischen Welt zu sanieren. Das gilt umso mehr, als es für einen eventuellen Konflikt mit Russland anders als im Kalten Krieg keine klare Struktur gibt; vermutlich wäre er launenhaft und unbeständig.

Früher galt als Hauptinstrument für diese Art der Kommunikation die OSZE, doch die Zeiten haben sich geändert. Es mag überraschen, doch der Europarat könnte die Rolle der OSZE als einziges Gremium, das alle an einen Tisch bringt und somit als kleinster gemeinsamer Nenner agiert, für sich beanspruchen. Der Europarat wird nicht mehr gebraucht, um Mitglieder zur Einhaltung bestimmter Normen zu zwingen. Er wird gebraucht, um Gemeinsamkeiten zu finden in einer Zeit, in der Europa zunehmend zersplittert.

Wird der strategische Dialog wieder aufgenommen, so wird er jedenfalls zwischen Russland und den Vereinigten Staaten stattfinden. Für alle anderen Fragen aber reicht der Europarat völlig aus, nicht zuletzt, weil Washington mit seinen derzeit eigenwilligen Volten darin keinen Sitz hat.

Die ungewöhnlichen Ereignisse der jüngsten Zeit markieren den Beginn einer neuen Ära, die wieder mehr Selbstbestimmung einfordert. Zuallererst betrifft das Länder, die auf beiden Seiten Nachbarn sind: Sie haben sich daran gewöhnt, im Zentrum einer erbitterten Schlacht zu stehen, und zur Politik gehörte dort stets, dass man sich geopolitisch entscheiden musste, was allzu oft eine Strategie für die eigene Entwicklung ersetzte.

Die Beziehung zwischen Russland und der EU tritt in eine neue Phase ein, in der irgendwelche Ziele so lange irrelevant sind, bis der weltweite Umbau der politischen Landschaft – sowohl global als auch in einzelnen Ländern – zumindest vage Konturen für die Zukunft erkennen lässt. Der Bau eines Hauses mag eingestellt werden, aber vielleicht kommen wir ja jetzt auch ohne Befestigungsmauern zurecht.

Aus dem Englischen von Anne Emmert. CCM/IPG 25.7.

 

 

 

Neue Ziele: Globale Wanderungsbewegungen

 

Rund 750 Millionen Menschen auf der Welt können sich vorstellen, in ein anderes Land zu ziehen. Das geht aus Befragungen des Meinungsforschungsinstituts Gallup hervor, die das Berlin-Institut für Bevölkerung (BIBE) und Entwicklung ausgewertet hat. Doch bei Weitem nicht alle werden nach Europa kommen: Im globalen Wettbewerb um Fachkräfte spielen längst auch Staaten wie China eine Rolle, heißt es in der BIBE-Studie „Europa als Ziel? Die Zukunft der globalen Migration“. Der Trend zur Überalterung mache sich auch in Gesellschaften wie der chinesischen bemerkbar, so Institutsleiter Reiner Klingholz.

Deutschland, Frankreich und das Vereinigte Königreich waren der Studie zufolge für 42, 36 respektive 34 Millionen Menschen attraktive Ziele. Das BIBE betont, dass diese Zahlen Wünsche, aber keine Wirklichkeit widerspiegeln: Letztlich sei es weniger als ein halbes Prozent der erwachsenen Weltbevölkerung – das sind gut 23 Millionen Menschen –, die konkrete Schritte für eine Auswanderung unternehmen, sich etwa Geld oder Visa für die Migration beschaffen. „Entgegen landläufiger Meinung wird Europa nicht von den Armen der Welt überrannt”, so die BIBE-Forscher_innen. Die meisten Menschen in den wenig entwickelten Ländern verfügen nicht über die nötigen Mittel für die Migration. Wanderungen über größere Distanzen werden erst wahrscheinlich, wenn das jährliche Bruttoinlandsprodukt pro Kopf auf etwa 2.000 US-Dollar steigt. Bei 7.000 bis 13.000 Dollar erreichen sie ihren Höhepunkt. „Das bedeutet aber auch, dass sich Migration durch Entwicklung nicht bremsen lässt. Im Gegenteil fördert sie die Wanderungsbereitschaft”, heißt es in der Studie. Wie viele Menschen sich – ungefragt oder angeworben – auf den Weg nach Europa machen, hänge ganz wesentlich auch vom Bedarf in anderen Weltregionen ab. Ähnlich wie Europa seien auch Staaten Nordamerikas, Ostasiens oder der ehemaligen Sowjetunion heute in einer demografischen Situation, in der sie Zuwanderer benötigen. Um Migrant_innen, insbesondere um solche, die attraktive Qualifikationen mitbringen, wie IT-Spezialisten oder Pflegekräfte, ist längst ein internationaler Wettbewerb ausgebrochen. Mit Sicherheit sei „Europa nicht das einzige Wunschziel der Migrationswilligen dieser Welt”, so die Studie.

 Bibe-Studie: https://bit.ly/2GsiXaA 

Forum Migration August 2019

 

 

 

 

Interview. Politikberater Knaus: Den tödlichen Magneteffekt Europas reduzieren

 

Politikberater Gerald Knaus gilt als der Initiator des EU-Türkei-Abkommens 2016, das zur Schließung der Balkan-Route führte. Im Gespräch sagt er, wie eine Lösung für die Mittelmeer-Route aussehen könnte: realistische Einigungen mit den Herkunftsländern. Von Franziska Hein

 

Wie kann man aus der festgefahrenen Diskussion um die Rettung der Flüchtlinge aus dem Mittelmeer herauskommen?

Gerald Knaus: Wir sollten uns keine Illusionen darüber machen, wer ein Interesse daran hat, die Situation zu verändern und wer nicht. Zwar ist die deutsche Debatte über Seenotrettung in den vergangenen Wochen ermutigend, aber das ist nicht überall in Europa so. Der italienische Innenminister Matteo Salvini hat stetig an Beliebtheit gewonnen wegen seiner harten Position. Es ist daher sinnlos, immer nur gesamteuropäische Lösungen und eine europäische Umverteilung der Flüchtlinge zu fordern. Man muss dort ansetzen, wo es Politiker gibt, die etwas tun wollen. Aber Tatsache ist auch: Ohne die Anrainerstaaten im Mittelmeer sind die Möglichkeiten der Bundesregierung begrenzt.

Sind die Argumente, die Salvini vorbringt schlüssig – wie etwa, dass Frankreich auch Häfen öffnen oder man gerettete Flüchtlinge nach Marokko oder Tunesien bringen soll?

Gerald Knaus: Diese Argumente sind für die Mehrheit der Italiener schlüssig. Salvini kritisiert Frankreich regelmäßig. Er bekommt Moralpredigten aus Paris zu hören, während Frankreich seine Häfen nicht öffnet und die Landgrenze zu Italien besser zu kontrollieren versucht, um Menschen dort zurückzuschicken. Dass dies nicht einmal funktioniert, macht Paris nicht weniger angreifbar. In Italien hingegen ist die Zahl der Asylverfahren in den vergangenen Jahren zurückgegangen. Daher hat Italien in Wahrheit kein Interesse an einer fairen Umverteilung der Flüchtlinge, denn dann müsste es mehr Flüchtlinge aufnehmen. Salvini ist auch stark, weil seine Kritiker konfus sind. Wir brauchen Seenotrettung. Und sollten doch auch die Frage beantworten, ob man gerettete Menschen woanders hinbringen kann als nach Europa, um den tödlichen Magneteffekt der EU zu reduzieren.

Gibt es den oft zitierten Pull-Effekt wirklich?

Gerald Knaus: Wenn viele Menschen über Libyen und das Meer die EU erreichen, machen sich mehr auf den Weg. Und dann ertrinken mehr. 2016 haben sich sehr viele Menschen aus Afrika ihre Länder verlassen, von denen kaum einer eine Anerkennung als Flüchtling erhält. Aus Westafrika kamen in einem Jahr rund 100.000. In den letzten fünf Jahren sind allein 45.000 junge Gambier nach Europa gekommen. Das ist jeder 50. Bürger. Die, die es nach Europa schaffen, verbreiten Bilder an ihre Verwandten im Senegal, in Gambia oder in der Elfenbeinküste. Dann machen sich die nächsten auf den Weg. In den letzten zwei Jahren ist der Zustrom aus Gambia trotzdem dramatisch zurückgegangen. Das hatte wenig mit der Seenotrettung zu tun, sondern damit, dass diese Menschen in Libyen festgehalten und misshandelt wurden und danach nach Gambia zurückgeschickt wurden.

Wie sieht für Sie eine gute Lösung aus, um die afrikanische Migration zu regulieren?

„Wenn die Menschen erst einmal in Libyen sind und dann die Gelegenheit haben zu fliehen, machen sie das auch, weil dort die Bedingungen in den Lagern menschenunwürdig sind.“

Gerald Knaus: Wenn die Menschen erst einmal in Libyen sind und dann die Gelegenheit haben zu fliehen, machen sie das auch, weil dort die Bedingungen in den Lagern menschenunwürdig sind. Ziel einer klugen Politik muss es sein, dass sich Menschen nicht nach Libyen begeben. Ein anderes Ziel sollte darin bestehen, die Menschen so schnell wie möglich aus Libyen herauszuholen und zurück in ihre Heimatländer zu schicken, wenn das geht, oder sie in andere Länder zu evakuieren, wo man Asylverfahren durchführen könnte. Die Menschen, die die libysche Küstenwache im Mittelmeer aufgreift, müssten sofort an das UNHCR übergeben werden. Das müsste die Basis einer Zusammenarbeit der EU mit Libyen sein.

Wie kann man das Ziel erreichen, dass Menschen sich gar nicht auf den Weg nach Libyen machen?

Gerald Knaus: Wir brauchen realistische Einigungen mit Herkunftsländern, die im beiderseitigen Interesse sind. Gambia etwa war eines der fünf Hauptherkunftsländer in den letzten fünf Jahren von Menschen, die über Libyen und das Mittelmeer nach Italien kamen. Wir müssten mit der gambischen Regierung ein Abkommen schließen, in dem ein Stichtag festgelegt wird, ab dem die Regierung in Gambia jeden zurücknimmt, der sich auf den Weg macht. Im Gegenzug müsste sich die deutsche Regierung verpflichten, Gambier, die seit 2016 in Deutschland sind und sich integrieren, nicht abzuschieben und ihnen eine Ausbildung zu ermöglichen. Die, die straffällig werden, müsste Gambia aber schnell übernehmen. Außerdem müsste Deutschland in die Entwicklungszusammenarbeit investieren. Bislang gibt es kein einziges Abkommen dieser Art.

Entwicklungsminister Gerd Müller (CSU) wirbt für eine stärkere Zusammenarbeit mit Afrika was die Bekämpfung der Fluchtursachen angeht. Ist das für Sie nicht frustrierend, der Sie seit Jahren der Politik Vorschläge machen für eine bessere Migrationspolitik?

Gerald Knaus: Ich bin nicht frustriert, weil sich gerade viel bewegt. Immer mehr Politiker erkennen, dass es weder Massenabschiebungen in irgendein afrikanisches Land noch eine EU-Umverteilung geben wird. Gäbe es eine Einigung mit Gambia, könnte es gut sein, dass auch andere Länder ernsthaft mit Deutschland kooperieren. Wir brauchen konkrete, umsetzbare humane Migrationsdiplomatie.

Das Thema Migration wird von Populisten politisch instrumentalisiert, um ein angebliches Unvermögen des Staates anzuprangern. Macht diese Tatsache eine konstruktive Migrationspolitik nicht auch zu einem politischen Minenfeld für andere Politiker?

Gerald Knaus: Ich glaube, dass hier für Politiker mit Fokus und Vision greifbare Erfolge auf dem Tisch liegen. Die Wähler haben widersprüchliche Gefühle. Sie wollen einerseits Kontrolle und andererseits nicht, dass Menschen ertrinken. Die Wähler wollen einerseits keine Rückkehr in Zeiten, als Zehntausende Menschen am Tag über die Grenzen der EU kamen, und andererseits wollen sie nicht, dass die EU mit Folterern zusammenarbeitet. Ein Konzept, das Migration auf humane Art und Weise reguliert, wäre mehrheitsfähig. Und letztlich ist das entscheidend für unsere Demokratie: Regierungen, die gewählt werden, müssen anderen Regierungen, die auch gewählt werden, zeigen, dass man auch mit einer humanen Politik Wahlen gewinnen kann. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Soziale Demokratie. Zurück zu den Wurzeln

 

Politik ist ein Kampf um die Themensetzung. Die Sozialdemokratie muss sich glaubwürdig der Zähmung des Kapitalismus widmen. Von Sheri Berman 

 

Zwei der dramatischsten und folgenreichsten Entwicklungen der letzten zehn Jahre waren der Aufstieg der populistischen Rechten und der Niedergang der sozialdemokratischen Linken. Diese Entwicklungen sind, wie bereits mehrfach dargestellt, eng miteinander verbunden. Trotzdem zieht ein verminderter Zuspruch für den Populismus nicht automatisch erneute Erfolge für die Sozialdemokratie nach sich.

Das zeigt sich am Ergebnis der jüngsten Wahl in Dänemark, auch wenn viele Beobachter es als Beleg für genau diese Logik heranziehen. Nach allgemeinem Verständnis gewann die Sozialdemokratische Partei Dänemarks, während die rechtspopulistische Dänische Volkspartei (DF) von 21,1 Prozent im Jahr 2015 auf 8,7 Prozent abstürzte.

Weil es wichtig ist, das Schicksal von Sozialdemokratie und Rechtspopulismus zu verstehen und nachzuvollziehen, wie beide zusammenhängen, lohnt ein genauerer Blick auf die Ereignisse in Dänemark. Beginnen wir mit dem Zusammenbruch des Populismus.

Laut Forschung ist in Dänemark wie auch im Rest Europas die Wählerschaft populistischer Parteien überwiegend monothematisch ausgerichtet: Die Haltung in der Einwanderungspolitik ist der beste Indikator dafür, ob jemand Rechtspopulisten wählt. Die meisten Beobachter erklären dementsprechend den Aufstieg des Populismus mit einer wachsenden Zahl von Immigranten, zunehmender Ausländerfeindlichkeit oder einer Mischung aus beidem.

International betrachtet korreliert die Zahl von Migranten in einem Land beziehungsweise ausländerfeindliches oder nationalistisches Gedankengut nicht sonderlich stark mit dem Erfolg von Populisten. In Ungarn und Polen leben beispielsweise nur sehr wenige Einwanderer, und trotzdem haben beide Länder offen xenophobe Regierungen. Schweden wiederum ist eins der Länder Europas, in denen Ausländerfeindlichkeit und Nationalismus besonders schwach ausgeprägt sind, und trotzdem sind die rechten Schwedendemokraten die drittstärkste Partei im Land. In Irland und Spanien dagegen, in denen beides relativ stark vertreten ist, hat der Populismus keine große Macht.

Auch Veränderungen bestimmter Einstellungen stehen in keinem engen Verhältnis zu populistischen Erfolgen. In einem Großteil Europas hat sich die Haltung zur Einwanderung in den vergangenen Jahrzehnten positiv entwickelt, Rassismus ist im Rückzug begriffen, und doch ist gleichzeitig die Unterstützung für den Populismus gewachsen.

Nicht steigende Einwandererzahlen oder eine zunehmende Ablehnung von Migranten befördern offenbar den Erfolg der Populisten am stärksten, sondern die Tatsache, dass die Einwanderung im Zentrum des politischen Wettstreits steht. In der Nachkriegszeit kreiste die politische Debatte in Europa in erster Linie um Wirtschaftsfragen, weshalb Wähler mit konservativen gesellschaftlichen Ansichten (zum Beispiel viele Mitglieder der Arbeiterklasse) letztere nicht zur Grundlage ihrer Wahlentscheidung machten. In den verganenen Jahrzehnten jedoch rückten im politischen Wettbewerb gesellschaftliche Themen wie Einwanderung und nationale Identität zunehmend in den Mittelpunkt, sodass Wählerinnen und Wähler stärker auf dieser Grundlage entschieden.

Wenn Bedenken gegen die Einwanderung die Debatte beherrschen – wenn also die Immigration politikwissenschaftlich gesprochen eine hohe „Auffälligkeit“ hat –, ziehen Rechtspopulisten einen Vorteil daraus. Das liegt daran, dass in den meisten europäischen Ländern rechtspopulistische Parteien dieses Thema „in Besitz genommen“ haben: Sie werden am ehesten damit assoziiert, und ihre Wählerschaft ist sich in ihren diesbezüglichen Ansichten einig (wohingegen sich die Wählerschaft der Linken zwischen sozial Konservativen und sozial Progressiven aufspaltet). Wenn gesellschaftliche Themen wie Einwanderung im Vordergrund stehen, profitieren Populisten, was erklärt, warum sie so viel Zeit darauf verwenden, diese Themen in den Mittelpunkt der Debatte zu rücken, indem sie Einwanderer dämonisieren, Fakenews verbreiten und so weiter und so fort.

Interessant an der Dänemark-Wahl ist, dass – mit Ausnahme von 2011, als die Finanzkrise das wichtigste Thema war – zum ersten Mal seit zehn Jahren die Einwanderung die Wahlkampfdebatte nicht dominierte. Das liegt überwiegend daran, dass die wichtigste Mitte-Rechts-Partei Venstre die Agenda der Dänischen Volkspartei weitgehend übernahm und auch die Sozialdemokraten ihren Kurs änderten.

Oft heißt es, die dänischen Sozialdemokraten seien eine einwanderungsfeindliche Partei geworden und hätten linke Werte „ausverkauft“. Die Partei behauptet dagegen, sich für die Flüchtlingshilfe einzusetzen. In ihrem Wahlprogramm heißt es zum Thema Immigration anerkennend, dass Dänemark „stark von den Leistungen vieler Menschen profitiert hat, die über die Jahre zu uns gekommen sind. Menschen, die Dänisch gelernt haben, einer Arbeit nachgehen, unsere Werte teilen und heute schlichtweg Dänen sind“. Trotzdem rückten die Sozialdemokraten eindeutig nach rechts, als sie für die „Zahl der Einwanderer, die integriert werden können, Grenzen“ sah und ihre Sorge darüber äußerten, dass „viele Menschen nach Dänemark kommen, ohne ein Teil Dänemarks zu werden“.

Verschiebungen des Mainstream rechts und links schmälerten die Unverwechselbarkeit der Dänischen Volkspartei wie auch die zentrale Bedeutung der Einwanderung für den politischen Wettstreit – woraufhin der Zuspruch für den Populismus einbrach. Wie der Fraktionsführer der DF Peter Skaarup einräumte, war die Partei vielleicht „zu erfolgreich“, ist „das Thema [Einwanderung] möglicherweise heute für die Öffentlichkeit nicht mehr so wichtig“.

Aus der Dänemark-Wahl kann man lernen, dass in Wahlen, die nicht mehr um gesellschaftliche Themen (wie Einwanderung und nationale Identität) kreisen, die Populisten an Boden verlieren. Doch die zweite Lektion lautet, dass Verluste der Rechtspopulisten noch nicht für einen Sieg der Linken ausreichen.

Die Sozialdemokratischen galten zwar als Wahlgewinner, doch ihr Stimmenanteil war sogar geschrumpft, von 26,3 Prozent 2015 auf 25,9 Prozent 2019. Wegen des Einbruchs der Dänischen Volkspartei bekam Venstre, die von 19,5 auf 23,4 Prozent zulegte, im Parlament allerdings keine Regierung zustande. Nur deshalb konnte die Parteichefin der Sozialdemokraten Mette Frederiksen mit Unterstützung zweier kleiner linker und grüner Parteien (der Sozialistischen Volkspartei und der Rot-Grünen Einheitsliste) eine Minderheitsregierung bilden.

Parteien feiern Erfolge, wenn die Themenfelder, auf denen sie im Vorteil sind, die Debatte beherrschen: Populisten profitieren, wenn die Einwanderung im Mittelpunkt steht, grüne Parteien, wenn der Schwerpunkt auf der Umwelt liegt, sozialdemokratische Parteien, wenn sich alles um wirtschaftliche Themen und insbesondere die Nachteile von Kapitalismus und unregulierten Märkten dreht – vorausgesetzt, sie haben dafür spezifische und attraktive Lösungen im Angebot (das war bei vielen sozialdemokratischen Parteien allzu lange nicht der Fall).

Die Wahl in Dänemark sollte uns in Erinnerung rufen, dass Politik in erster Linie ein Kampf um die Themensetzung ist. Wer Populisten besiegen will, muss die Themen, die sie stark machen, aus dem Zentrum der Debatte schieben. Doch damit die sozialdemokratische Linke Erfolge feiern kann, reicht es nicht, die Ängste auszuschalten, die Populisten ausschlachten. Sie muss auch den Blick auf die unzähligen wirtschaftlichen Probleme richten, mit denen unsere Gesellschaften konfrontiert sind, und die Wählerschaft davon überzeugen, dass sie die besten Lösungen hat.

Dieser Artikel ist eine gemeinsame Veröffentlichung von Social Europe und dem IPG-Journal. Aus dem Englischen von Anne Emmert  IPG 29.7.

 

 

 

Für unsere demokratischen Alternativen streiten

 

Wie wollen wir leben? Wie wollen wir Gute Arbeit gestalten? Wir haben am 1. September Gelegenheit, bei der Landtagswahl darüber abzustimmen. Und wenn wir wollen, dass sich was ändert im Land, dann müssen wir uns einsetzen und engagieren.

Bereits zur Europawahl wurde deutlich: Die Zeiten, in denen eine oder zwei Parteien mit großem Abstand an der Spitze standen, sind vorbei. Spannend wird, welche Mehrheiten in Sachsen zu welcher Koalition führen. CDU, SPD, LINKE, Grüne und FDP könnten mehr oder weniger gut miteinander regieren. Allen gemeinsam ist: Sie wollen als demokratische Parteien nicht mit der AfD zusammengehen. Das ist ihr gutes Recht, denn die AfD ist keine Partei wie alle anderen.

Nur mühsam verbirgt sie ihren wahren Charakter als Spalterin unserer Gesellschaft, bringt offen den Rassismus zurück auf die politischen Bühnen. Hinter dem „Alternativ-Konzept“ steckt ein Strauß rückwärtsgewandter Ideen und Ideologien. Wollen wir wirklich so leben, wie es früher nie war?

Wir haben uns die Programme der Parteien zur Landtagswahl genau angesehen. Gerade bei den Themen, die für Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer wichtig sind, klaffen bei der so genannten „Alternative“ erhebliche Lücken. Ob es um Gute Arbeit, Stärkung der Tarifbindung oder ein Bildungsfreistellungsgesetz geht – überall gibt es keine Aussagen oder nur sehr verschwommene. Wenn es aber die Chance gibt, zwischen deutschen Staatsbürgern (und auch damit sind nicht alle gemeint) und Migranten zu unterscheiden, wird die AfD allerdings sehr konkret und sogar sozial. So soll es eine „Willkommenskultur für neu geborene deutsche Babys“ geben – was immer das bedeutet. Auch die Arbeit in den letzten fünf Jahren im Sächsischen Landtag, die im Wesentlichen durch Hetze gegen Migranten und Andersdenkende geprägt war, gibt Anlass für eine kritische Bewertung der AfD.

Dabei gibt es viele Beweggründe, warum sich in Sachsen mehr ändern muss, als in den letzten Jahren angegangen wurde. Bei der Bezahlung der Beschäftigten hinkt Sachsen weit hinter allen anderen Bundesländern her. Die Tarifbindung ist die niedrigste in ganz Deutschland. Eine kürzlich veröffentlichte Studie des DGB Sachsen und des WSI-Tarifarchivs bescheinigt Sachsen eine Tariflandschaft, die eher an „osteuropäische Zustände“ erinnert. Für viele Beschäftigte steht deshalb eine faire, tariflich entlohnte Bezahlung ganz oben auf der Tagesordnung der Probleme, die in Sachsen gelöst werden müssen.

Sachsen kann sich auch keine Abschottung leisten. In den nächsten Jahren bis 2030 werden rund 200.000 Beschäftigte mehr in den Ruhestand gehen, als jüngere nachkommen. Es wird einen massiven Fachkräftemangel geben. Dies wird sich nur durch Zuwanderung lösen lassen. Sachsen muss für Weltoffenheit stehen. Abschottung, geschlossene Grenzen und Vorzugsbehandlung für Deutsche stehen den Herausforderungen der Zukunft diametral entgegen. Damit lässt sich in Sachsen nicht die Zukunft gestalten.

Wir wollen damit auch mit unseren Kolleginnen und Kollegen in den Betrieben und Verwaltungen sprechen. Auch dort gibt es ja Frust und Enttäuschung, weil sich nicht alles so schnell umsetzen lässt, wie das erhofft wird. In der Demokratie ist es gerade nicht so, dass einer die Ansagen macht und alle gehorchen müssen. Und das ist gut so. Demokratie ist manchmal mühsam und dauert. Am Ende von Konflikten stehen immer Kompromisse, die nicht alle zufrieden stellen. Aber dazu gibt es keine Alternative, schon gar nicht für uns Gewerkschaften.

Lasst uns offen streiten für und über unsere Demokratie, darüber, wie wir sie haben wollen. Darüber, was wir nicht (mehr) haben wollen. Darüber, wie wir ein gutes Leben erstreiten. Wir Gewerkschaften stehen keiner Partei nahe, und wir wollen auch nicht wissen, wer wen wählt. Klar ist nur eines: Wir können gemeinsam viel erreichen – gute und verlässlich bezahlte Arbeit für alle, soziale Sicherheit und ein gutes Leben. Das alles wird uns niemand schenken, aber wir brauchen dazu gute politische Rahmenbedingungen. Das alles können wir nur in einem demokratischen System durchsetzen.

Deshalb reihen wir uns mit unserem Gewerkschaftsblock ein, wenn am 24. August in Dresden tausende für Toleranz und Weltoffenheit demonstrieren. Die Überschrift des #unteilbar-Bündnisses „Solidarität statt Ausgrenzung“ spricht gerade uns Gewerkschafterinnen und Gewerkschafter direkt an. Aktive und gelebte Solidarität ist nur in einer demokratischen Gesellschaft möglich. Demokratie ist Leben – das Leben übrigens, für das wir 1989 auf die Straße gegangen sind. Forum Migration August 2019

 

 

 

 

Tickende Zeitbombe

 

Der politische Einfluss der Reichen führt zu wachsender Ungleichheit und bedroht die Demokratie.

 

Die Verringerung der Ungleichheit ist zwar offizielles Ziel der internationalen Gemeinschaft geworden, doch die Einkommensunterschiede haben sich noch vergrößert. Dieser Trend wird allgemeinhin auf Handelsliberalisierung und technologische Fortschritte zurückgeführt, die die Verhandlungsmacht der Arbeit gegenüber dem Kapital geschwächt haben. Das hat in vielen Ländern einen politischen Rückschlag verursacht, wobei die Wähler ihre wirtschaftliche Notlage eher auf „die Anderen” als auf die nationale Politik schieben. Und solche Gefühle verschärfen die sozialen Spannungen natürlich nur noch, ohne die eigentlichen Ursachen für die Zunahme der Ungleichheit anzugehen.

In einem wichtigen neuen Artikel argumentiert der Ökonom José Gabriel Palma von der University of Cambridge, nationale Einkommensverteilungen seien nicht das Ergebnis unpersönlicher globaler Kräfte. Sie würden vielmehr von politischen Entscheidungen beeinflusst, die die Kontroll- und Lobbymacht der Reichen widerspiegeln. Palma beschreibt insbesondere die in jüngster Zeit deutlich gestiegene Ungleichheit in den OECD-Ländern, den ehemaligen sozialistischen Volkswirtschaften Mittel- und Osteuropas sowie Chinas und Indiens als einen Prozess des „umgekehrten Aufholens”. Diese Länder, so Palma, ähneln zunehmend vielen ungleichen lateinamerikanischen Volkswirtschaften, wobei zinsorientierte Eliten die meisten Früchte des Wachstums ernten.

In seiner früheren Arbeit zeigte Palma, wie der Anteil der Einkommen im mittleren und mittleren bis oberen Bereich am Gesamteinkommen in den meisten Ländern im Laufe der Zeit bemerkenswert stabil geblieben ist. Er macht etwa die Hälfte aus. Veränderungen in der Gesamteinkommensverteilung resultierten weitgehend aus Veränderungen der jeweiligen Anteile der oberen 10 Prozent und der unteren 40 Prozent der Bevölkerung (das Verhältnis zwischen diesen Anteilen wird nun als „Palma Ratio” bezeichnet).

Die großen Unterschiede in der Ungleichheit zwischen den Ländern, insbesondere zwischen den Volkswirtschaften mit mittlerem Einkommen, sind also im Wesentlichen das Ergebnis eines Kampfes um etwa die Hälfte des Nationaleinkommens. Daran ist die Hälfte der Bevölkerung beteiligt. Nur in Fällen extremer Ungleichheit (wie in Südafrika) gelang es den obersten 10 Prozent, auch in den Einkommensanteil der Mitte einzugreifen.

Es ist daher ein Irrglaube anzunehmen, steigende Pro-Kopf-Einkommen in Ländern mit mittlerem Einkommen deuteten auf eine allgemeine Verbesserung des Lebensstandards hin. In ungleichen Volkswirtschaften mit mittlerem Einkommen, wie beispielsweise in Lateinamerika, liegen die Einkommen der obersten10 Prozent bereits auf dem Niveau der reichen Länder. Die Einkommen der unteren 40 Prozent liegen dagegen näher am afrikanischen Durchschnitt südlich der Sahelzone.

Treibende Kraft hinter diesen Trends ist die Marktungleichheit, also die Einkommensverteilung vor Steuern und staatlichen Transfers. Die meisten OECD-Länder versuchen beständig, dies durch das Steuer- und Transfersystem abzumildern, was zu einer deutlich geringeren Ungleichheit beim verfügbaren Einkommen führt.

Aber die Fiskalpolitik ist ein komplizierter und zunehmend ineffizienter Weg, um Ungleichheiten zu verringern. Sie stützt sich heute weniger auf eine progressive Besteuerung als vielmehr auf Transfers, die die Staatsverschuldung erhöhen. So machen beispielsweise die Ausgaben der Regierungen der Europäischen Union für Sozialversicherung, Gesundheitsfürsorge und Bildung heute zwei Drittel der öffentlichen Ausgaben aus. Diese aber werden durch eine Steuerpolitik finanziert, die die reichen und großen Unternehmen entlastet, während sie die Mittelschicht stark belastet und zu einer Zunahme der staatlichen Verschuldung führt. Wie Palma es ausdrückt, „ziehen es Unternehmen und die sehr Reichen in ihrem neuen Steuerstatus vor, ihre Steuern und Gehälter teilweise zu zahlen und teilweise zu verleihen.”

In den reichen Ländern haben die Gruppen mit mittlerem Einkommen ihren Anteil am Volkseinkommen weitgehend gehalten. Aber ihr Lebensstandard ist aufgrund der steigenden Kosten für lebenswichtige Güter und Dienstleistungen (wie Wohnen, Gesundheitsversorgung und Bildung), sinkender Realrenten, regressiver Steuern und steigender persönlicher Schulden gesunken. Die meisten Schwellenländer führen unterdessen keine bedeutenden fiskalischen Maßnahmen zur Verringerung der Marktungleichheit durch.

Die dramatische Zunahme der Marktungleichheit spiegelt die Fähigkeit der obersten 10 Prozent wider, eine höhere – und von anderen erzeugte – Wertschöpfung abzuschöpfen und von bestehenden Vermögenswerten zu profitieren, darunter auch solche, die öffentliches Eigentum sein sollten, wie beispielsweise natürliche Ressourcen. Konkret ist diese Wertsteigerung das Ergebnis einer Politik, für die sich die Reichen aktiv eingesetzt haben: Privatisierung; Deregulierung von Aktienrückkäufen, die die Aktienkurse künstlich in die Höhe treiben; Patentgesetze, die Medikamente viel teurer machen; Reduzierung oder Abschaffung der obersten Grenzsteuersätze; und vieles mehr.

All dieses zusätzliche Einkommen für die Reichen hat nicht zu höheren Investitionsraten in der OECD oder in Ländern mit mittlerem Einkommen geführt. Stattdessen begnügen sich die Reichen damit, die tiefhängenden Früchte zu pflücken: Mietausschüttung, Marktmanipulation oder Lobbyarbeit. Hohe Gewinne koexistieren daher mit geringen Investitionen und zunehmender Marktungleichheit in einem sich selbst verstärkenden Kreislauf. Dieser Trend erhöht nicht nur das Risiko von wirtschaftlicher Stagnation und Marktversagen. Die politischen Veränderungen auf der ganzen Welt legen nahe, dass er zu einer tiefgreifenden Bedrohung für die Demokratie geworden ist.

Wenn dieser gefährliche Status Quo verändert werden soll, müssen die Regierungen ihre Steuer- und Regulierungsbefugnisse nutzen, um mehr privates Kapital in die Produktionsausgaben zu lenken und die durch progressive Besteuerung finanzierten öffentlichen Investitionen im Sinne eines Global Green New Deal zu erhöhen. Wenn es der Politik nicht gelingt, eine dem Problem angemessene Antwort zu geben, werden die Reichen weiterhin reicher und die Armen ärmer werden, und das schneller denn je. Wer wird das Problem dann lösen? Jayati Ghosh, Aus dem Englischen von Eva Göllner PS/Ipg 30.7.

 

 

 

 

Studie. Anteil der Schulabgänger ohne Abschluss nimmt zu

 

Der Anteil der Schüler ohne Abschluss ist gestiegen. Das geht aus einer aktuellen Erhebung hervor. Ursächlich ist das Bildungssystem, das die neu eingewanderten Kinder mangelhaft auffange. Teilweise würden Kinder zu spät eingeschult.

Der Anteil der Schulabgänger ohne Hauptschulabschluss ist gestiegen. Bundesweit lag die Quote im Jahr 2017 bei 6,9 Prozent, wie aus einer am Montag veröffentlichten Erhebung des Deutsche Caritasverbandes hervorgeht. Der Anteil war damit einen Prozentpunkt höher als 2015. Bundesweit waren im Jahr 2017 mehr als 52.000 Jugendliche betroffen.

„Die weiter hohe Zahl junger Menschen, die ohne Abschluss ihre Schullaufbahn beenden, macht uns große Sorgen“, sagte Caritasvorstand Eva M. Welskop-Deffaa. Viele von ihnen begegneten dem katholischen Sozialverband später wieder – etwa in der Allgemeinen Sozialberatung, in der Schwangerenberatung oder aber in der Schuldnerberatung. Fehlende Schul- und Berufsabschlüsse seien oft der Anfang sich potenzierender Nachteile. Eine gute schulische Ausbildung komme gerade in Zeiten der digitalen Transformation eine besonders große Bedeutung zu, sagte Welskop-Deffaa.

Eine Erklärung für die Zunahme der Zahl gescheiterter Schulabgänger ist der Studie zufolge die Einwanderung. Für viele eingewanderte Jugendliche sei es eine große Herausforderung, innerhalb kurzer Zeit eine neue Sprache zu lernen und einen Schulabschluss zu machen.

Späte Einschulung

Hinzu komme, dass die schulische Vorbildung der jungen Einwanderer sehr unterschiedlich sei. Ein weiteres Hemmnis gerade auch für geflüchtete Kinder und Jugendliche bestehe darin, dass sie während der Unterbringung in einer Erstaufnahmeeinrichtung häufig nicht sofort eine Schule besuchen könnten.

Die Caritas bietet zur Unterstützung von Schülern unter anderem Schulsozialarbeit, Familien- und Elternarbeit, Lernförderung sowie die Begleitung von schulmüden Jugendlichen an. (epd/mig 30.7.)

 

 

 

Gesetzliche Neuregelungen im August 2019. Starke-Familien-Gesetz, Gute-Kita-Gesetz und höheres BAföG

       

Das sind einige der Neuregelungen, die die Bundesregierung auf den Weg gebracht hat und die jetzt in Kraft treten. Sie investiert damit in Bildung und die junge Generation. Weitere Verbesserungen betreffen Auszubildende oder auch die Integration Geflüchteter in den Arbeitsmarkt.

       

1. Familie. Mehr Unterstützung für Familien mit kleinem Einkommen

Mit höherem Kinderzuschlag und mehr Leistungen für Bildung bekämpft die Bundesregierung Kinderarmut. Das Starke-Familien-Gesetz hilft vor allem Alleinerziehenden. So steigt der Betrag für die Ausstattung mit

Schulbedarf von 100 auf150 Euro pro Schuljahr. Eigenanteile beim Schulessen und der Schülerbeförderung entfallen. Anträge auf Nachhilfe oder Schulausflüge sind nun einfacher zu beantragen.

 

Gute-Kita-Gesetz gestaltet Kita-Beiträge gerechter. Die finanziellen Beiträge der Eltern sind ab dem im August beginnenden Kita-Jahr nach sozialen Kriterien gestaffelt. Das gab es bisher nur in einigen Bundesländern, nun gilt es bundesweit. Außerdem zahlen Familien,

die Wohngeld und Kinderzuschlag erhalten überhaupt keine Kitabeiträge mehr für ihre Kinder.

 

Höheres BAföG für mehr junge Menschen. Der Förderhöchstbetrag steigt von heute 735 Euro auf 861 Euro monatlich im Jahr 2020. Der Freibetrag für das Einkommen der Eltern – Grundlage für die Berechnung des Anspruchs – liegt höher. Damit kommen mehr Studierende in den Genuss von BAföG. Zudem sind die Rückzahlungskonditionen sozial gerechter.

 

2. Verbraucherschutz. Weniger Duftstoffe in Kosmetika. Ab dem 23. August 2019 dürfen kosmetische Mittel mit bestimmten Duftstoffen, die Allergien verursachen können, EU-weit nicht mehr in den Verkehr gebracht werden.

 

3. Justiz. Bessere Vergütung für professionelle Betreuung. Die Vergütung der beruflichen Betreuerinnen und Betreuer ist um durchschnittlich 17 Prozent gestiegen. Zudem sind künftig monatliche Fallpauschalen möglich, die im Vergleich zum bisherigen Einzelabrechnungssystem mehr Möglichkeiten zulassen.

 

4. Inneres. Wohnsitz für Schutzberechtigte. Behörden können für bereits anerkannte Flüchtlinge einen Wohnort für drei Jahre festlegen. Ursprünglich war diese Regelung umstritten und deshalb befristet, diese Befristung wurde nun aufgehoben.

 

Bürgerdienste für mehr Nutzer online verfügbar. Mit der Online-Ausweisfunktion des Personalausweises können sich Bürgerinnen und Bürger schon jetzt einfach und sicher im Internet identifizieren. Nun wird die Gruppe der Nutzer auf Unionsbürger und deutsche Staatsangehörige, die im Ausland leben, erweitert.

 

5. Bildung. Mehr Unterstützung für Azubis. Zum Start des Ausbildungsjahres am 1. August 2019 steigt die Berufsausbildungsbeihilfe für Auszubildende. Der Höchstbetrag für Lebensunterhalt und Wohnen erhöht sich von derzeit 622 Euro auf 716 Euro monatlich. Auch das Ausbildungsgeld für junge Menschen mit Behinderung wird angehoben.

 

Geflüchtete werden frühzeitig gefördert. Am 1. August tritt das Ausländerbeschäftigungsförderungsgesetz in Kraft. Geflüchtete haben damit schneller Zugang zu Integrations- und Sprachkursen. Außerdem erleichtert ihnen das Gesetz den Einstieg in die Berufsausbildung. Ziel ist es, Asylsuchende mit guter Bleibeperspektive schneller in den Arbeitsmarkt zu

integrieren.

 

6. Arbeitsschutz. Mehr Schutz vor UV-Strahlung. Mit einer Änderung der Verordnung zur arbeitsmedizinischen Vorsorge will die Bundesregierung die Gesundheitsgefährdung durch schädliche UV-Strahlung minimieren. Beschäftigte, die intensiver Sonnenstrahlung ausgesetzt sind, haben seit 18. Juli Anspruch darauf, vom Betriebsarzt über ihre individuellen Gesundheitsrisiken beraten und aufgeklärt zu werden. Darüber hinaus sieht die Verordnung Schutzmaßnahmen wie Sonnensegel oder die Verlagerung von Arbeitszeiten vor.

 

7. Arbeitsmarkt. Mehr Fairness am Arbeitsmarkt. Die Bundesregierung geht konsequent gegen Sozialleistungsbetrug und illegale Beschäftigung vor. Mit dem neuen Gesetz gegen illegale Beschäftigung und Sozialleistungsmissbrauch erhält der Zoll mehr Befugnisse und stellt auch mehr Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter ein.

 

8. Mieten. Neue Mietwohnungen künftig steuerbegünstigt. Investitionen für neue Mietwohnungen können vier Jahre lang steuerlich besser geltend gemacht werden. Diese Regelung ist Teil der Wohnraumoffensive der Bundesregierung, die zusätzlich 1,5 Millionen neue Wohnungen und Eigenheime schaffen will.

Dip 1

 

 

 

Arbeitsmarkt. Asylbewerber finden immer häufiger Arbeit

 

Gut jeder Dritte Asylbewerber aus den Hauptherkunftsländern geht inzwischen einer Beschäftigung nach. Das Teil das Nürnberger Institut für Arbeitsmarktforschung mit. Sehr viele arbeiten jedoch lediglich als Zeitarbeitnehmer.

 

Asylbewerber in Deutschland finden nach Angaben des Nürnberger Instituts für Arbeitsmarktforschung (IAB) immer häufiger einen Job. „Unter den seit 2015 aus den acht wichtigen Asylherkunftsländern Syrien, Afghanistan, Irak, Eritrea, Pakistan, Nigeria, Somalia, Iran zu uns gekommenen Erwerbsfähigen gehen etwa 35 Prozent einer Beschäftigung nach“, sagte der kommissarische IAB-Direktor Ulrich Walwei der Zeitung „Die Welt“. „Das sind ungefähr 400.000 Personen, mit steigender Tendenz.“

Allerdings machen von den rund 1,2 Millionen Menschen aus diesen wichtigen Herkunftsländern laut Walwei nur 44.000 aktuell eine Berufsausbildung. „Insgesamt ist die Ausbildungsneigung der Flüchtlinge noch steigerungsfähig“, sagte der Wirtschaftsprofessor. Es dürfe allerdings auch nicht vergessen werden, wie anspruchsvoll eine Ausbildung häufig sei. Deswegen bedürfe es hier noch besserer Unterstützung und Ausbildungsbegleitung.

Einstieg über Zeitarbeit

Unter den 400.000 Asylzuwanderern, die eine Beschäftigung gefunden haben, gehe nahezu die Hälfte einer Helfertätigkeit nach, führte Walwei aus. Sehr viele seien über Zeitarbeitsunternehmen angestellt, die generell eine wichtige Rolle für den Einstieg der Zuwanderer in den Arbeitsmarkt spielten.

 „Zweitens sind die sogenannten wirtschaftlichen Dienstleistungen außerhalb der Zeitarbeit wichtig, das ist oft das Reinigungsgewerbe.“ Auch arbeiteten viele in der Gastronomie und in der Landwirtschaft. Das IAB ist das Forschungsinstitut der Bundesagentur für Arbeit. (epd/mig 31)

 

 

 

Langzeitstudie: Immer mehr Deutsche sorgen sich um Klima und Umwelt

 

Erstärktes Problembewusstsein für grüne Themen. Armut und soziale Ungleichheit auf Platz 1 der größten Sorgen. Vorbehalte gegenüber Einwanderung eher rückläufig. Angst vor Extremismus steigt. Deutsche Ängste unterscheiden sich stark von globalen Sorgen

 

Hamburg. Die große Hitzewelle hat in Deutschland erst einmal eine Pause eingelegt, die Sorge vor den immer spürbarer werdenden Folgen der globalen Erwärmung aber bleibt. Für mehr als jeden vierten Deutschen (26%) gehört der Klimawandel inzwischen sogar zu den besorgniserregendsten Themen im eigenen Land. Das ist das Ergebnis der Langzeitstudie »What worries the World« des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos, die monatlich in 28 Ländern durchgeführt wird. Lediglich in Kanada fürchten sich noch mehr Menschen (29%) vor den Folgen des Klimawandels als bei uns. Auf Platz eins der größten Ängste der Deutschen rangieren jedoch nach wie vor die Themen Armut und soziale Ungleichheit (47%), gefolgt von Einwanderung (34%) sowie Kriminalität und Gewalt (30%).

Verstärktes Problembewusstsein für ›grüne‹ Themen 

Betrachtet man allerdings die langfristige Entwicklung unserer Sorgen im Zeitverlauf, so lässt sich doch ein eindeutiger Trend ablesen: Vermeintlich grüne Themen werden hierzulande immer häufiger als ernstzunehmende Bedrohung wahrgenommen, während Themen der inneren Sicherheit tendenziell von immer weniger Bürgern als prioritäre Probleme angesehen werden. Innerhalb von nur zwei Jahren hat sich in Deutschland der Anteil derer, die den Klimawandel als besonders besorgniserregend einstufen, schlagartig verdoppelt (13% in 2017 vs. 26% in 2019).

Auch in Sachen Umweltschutz ist das Problembewusstsein der Deutschen in letzter Zeit stark angestiegen: Im Mai 2017 sorgte sich lediglich jeder zehnte Bundesbürger (11%) vor den Folgen der Umweltverschmutzung, zwei Jahre später tut dies beinahe jeder Vierte (23%). Nur die Chinesen (41%) fürchten sich noch mehr vor der Zerstörung der Umwelt als die Deutschen. 

Einwanderung wird seltener als Gefahr eingestuft, Angst vor Extremismus steigt

Ein anderes Bild zeichnet sich bei den Ängsten, die das Themenfeld der inneren Sicherheit berühren. Während sich im Oktober 2015 auf dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise noch eine knappe Mehrheit der Bevölkerung (52%) große Sorgen über die Auswirkungen der Einwanderung machte, wird Migration heute nur noch von jedem dritten Deutschen (34%) als eines der dringlichsten Probleme im eigenen Land angesehen. Nichtsdestotrotz wird das Thema Einwanderung in keinem anderen Land häufiger als besorgniserregend eingestuft als bei uns.

Auch die Sorge vor Kriminalität und Gewalt ist in Deutschland tendenziell eher rückläufig. Aktuell fürchten sich drei von zehn Deutschen (30%) davor, niedriger war dieser Wert zuletzt im Jahr 2015. Vergleichsweise groß ist wiederum die Angst vor einer Zunahme des Extremismus: Mehr als jeder fünfte Deutsche (21%) bezeichnet dies als eines besorgniserregendsten Themen im eigenen Land, größer ist die Sorge derzeit nur in Großbritannien (22%).

Deutsche Ängste unterscheiden sich stark von globalen Sorgen

Global gesehen lösen jedoch oftmals ganz andere Probleme die größten Sorgen aus. Vergleicht man die Ängste der Deutschen mit den weltweit am meisten genannten Sorgen, so lassen sich teils drastische Unterschiede konstatieren. Weltweit fürchtet sich beispielsweise jeder dritte Bürger (33%) vor Arbeitslosigkeit oder bemängelt finanzielle und politische Korruption (31%). Jeder Vierte (25%) sorgt sich zudem um das Gesundheitswesen im eigenen Land. In Deutschland werden diese Themen nur von jedem zehnten Befragten als besonders dringliche Probleme eingestuft. In keinem anderen Land sorgen sich die Menschen so wenig vor Arbeitslosigkeit (10%) und Korruption (8%) wie bei uns.

Im Gegenzug werden der Klimawandel (13%) und die Folgen der Umweltverschmutzung (13%) im weltweiten Durchschnitt noch vergleichsweise selten als schwerwiegende Bedrohung eingestuft. Und auch die vermeintlichen Gefahren aufgrund von Einwanderung (14%) oder der Zunahme von Extremismus (9%) spielen global gesehen eine eher untergeordnete Rolle. Ipsos 2

 

 

 

Studie. Arme Kinder werden zunehmend abgehängt

 

Es gibt in Deutschland auch eine soziale Spaltung der Gesellschaft – und die macht selbst vor Kindern nicht halt. Denn Kinder armer Familien werden zunehmend abgehängt, stellen die Autoren einer Studie fest.

Arme Familien können sich das Hobby, den Kinobesuch oder selbst das gelegentliche Eis für ihre Kinder immer seltener leisten. Wie aus einer am Donnerstag in Berlin vorgestellten Studie der Forschungsstelle des Paritätischen Gesamtverbands hervorgeht, werden arme Kinder in Deutschland zunehmend ausgegrenzt. So habe bei den Familien der Konsum über einen Zeitraum von zehn Jahren zwar durchschnittlich moderat und beim obersten Zehntel sogar spürbar zugenommen. Arme Familien hingegen hätten aber real weniger Geld zur Verfügung gehabt, um ihren Kindern Freizeitaktivitäten zu finanzieren. „Arme Kinder werden ärmer und immer weiter abgehängt“, sagte der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbands, Ulrich Schneider.

Während laut Studie die durchschnittlichen Ausgaben für ein Kind bei rund 600 Euro pro Monat lagen, konnten die ärmsten zehn Prozent der Paarhaushalte mit einem Kind nur 364 Euro für ihr Kind zusammenkratzen. Die reichsten zehn Prozent der Familien gaben hingegen für ihr Kind im Schnitt 1.200 Euro im Monat aus. Besonders eklatant seien die Unterschiede bei den Ausgaben für Freizeit, Unterhaltung und Kultur. Dafür hatten die ärmsten Paarhaushalte mit einem Kind gerade einmal 44 Euro pro Monat zur Verfügung, was preisbereinigt fast 30 Prozent weniger war als zehn Jahre zuvor. Bei der durchschnittlichen Familie waren es 123 Euro, bei den reichsten 257 Euro. Mit eingerechnet wurden dabei den Angaben nach auch Sachleistungen, Gutscheine und Rabatte.

Wie bereits aus Zahlen der Arbeitsagentur bekanntgeworden ist, sind von Armut insbesondere Kinder mit nichtdeutscher Staatsbürgerschaft betroffen. Während in Deutschland die Zahl der Kinder, die von Hartz-IV-Leistungen leben, im vergangenen Jahr zurückgegangen ist, stieg die Zahl bei ausländischen Kindern um über 4 Prozent auf 646.704.

Bedarfsorientierte Kindergrundsicherung

Schneider sagte: „Das Gefühl nicht dazu zu gehören, ausgegrenzt zu sein und abseits stehen zu müssen, ist das Lebensgefühl armer Kinder in Deutschland.“ Denn die Standards, wer dazugehört, würden in der Mitte gesetzt. Frust, Resignation, weniger Bildungserfolg und höhere Krankheitsanfälligkeit seien daher sehr häufig die Folgen der Einkommensarmut der Familien. Dabei seien die Probleme durch die Sozial- und Familienpolitik der vergangenen 15 Jahre „hausgemacht“: Die Bestverdienenden seien unter anderem mit dem steuerlichen Kinderfreibetrag, die Mitte mit dem Kindergeld bessergestellt worden, während Kinder von Hartz-IV-Empfängern die Verlierer seien. Sie gingen beispielsweise bei Kindergelderhöhungen regelmäßig leer aus.

Daher müsse es eine einkommens- und bedarfsorientierte Kindergrundsicherung geben, forderte er. Auch müsse es einen Rechtsanspruch auf Teilhabe im Kinder- und Jugendgesetz geben. Gesetze der Bundesregierung zu Verbesserungen im Bereich Bildung und Teilhabe von Kindern aus armen Familien sind zum Anfang August in Kraft getreten, wonach etwa die Mitgliedschaft in einem Sportverein, Schulausflüge oder Klassenfahrten stärker unterstützt werden. Schneider bezeichnete das Regelwerk als „Flop“. Er bemängelte, dass dies ein Zuschusspaket sei, „mehr nicht“. Bei den meisten Rabattpässen etwa müssten die Familien weiterhin zuzahlen, wozu die Ärmsten nicht in der Lage seien. Nötig seien mehr Gratisangebote.

Situation eher noch verschlechtert

Grundlage der Studie sind Daten des Statistischen Bundesamtes, die alle fünf Jahre zusammen mit den Statistischen Landesämtern mit der Einkommens- und Verbrauchsstichprobe (EVS) bei bis zu 60.000 Haushalten erhoben werden. Untersucht wurde der Zeitraum zwischen 2003 und 2013. Nach Angaben des Paritätischen Gesamtverbands dauert die Auswertung und Einordnung mehrere Jahre, daher habe die Erhebung nicht auf Basis aktuellerer Zahlen gemacht werden können. Allerdings habe sich die Situation bei den Einkommen zwischen 2013 und 2016 eher noch verschlechtert und die Schere sich noch weiter geöffnet.

Die stellvertretende Vorsitzende der SPD-Fraktion, Katja Mast, sprach sich dafür aus, Kinderrechte ins Grundgesetz zu bringen. Langfristig sei außerdem eine eigenständige Kindergrundsicherung nötig. Linksfraktionschef Dietmar Bartsch erklärte, die soziale Spaltung bedrohe die Gesellschaft, die auf Zusammenhalt basiere. Die Bundesregierung müsse endlich entschlossen handeln. (epd/mig 2)