WEBGIORNALE  23 APRILE - 6 maggio 2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migranti climatici: una realtà cui non siamo preparati 1

2.       Autostima “fragile”: che cosa posso fare?  1

3.       Populismo: ricetta che mina Unione Europea e America Latina  2

4.       Dov’è la residenza fiscale per i cittadini che emigrano?  2

5.       Difesa europea: non è tutto oro quel che luccica  3

6.       Rafforzare la rappresentanza associativa degli italiani nel mondo come condizione di cambiamento  3

7.       Germania, Spd sceglie Nahles: prima donna a guidare il partito  4

8.       Tenuto a Stoccarda il XII Congresso delle  ACLI  Germania  4

9.       A Berlino la conferenza “Le leggi razziali in Italia - Storie e memorie al femminile”  5

10.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 5

11.   Assistenza alle persone disabili: la guida del Comites di Berlino  6

12.   "La Germania incontra l’Italia": puntata speciale del Deutschlandfunk del 29 aprile  6

13.   "Migrangels": nasce la rivista online di formazione e informazione sociale sui temi dell'integrazione e del dialogo  7

14.   Errare è umano, perseverare diabolico  7

15.   Opzioni e rischi. Siria. Dopo l’attacco, interrogativi su strategia e impatto  7

16.   Ungheria, trionfa Orban  8

17.   Chiarezza politica per il Paese  8

18.   Mattarella: "E' stallo, serve governo"  8

19.   Movimentismo: la domanda politica dei giovani 8

20.   Ocse: "In Italia serve la patrimoniale"  9

21.   Le indecisioni 9

22.   I giovani svizzeri e l’italianità  9

23.   Pd Estero: Per gli italiani all’estero ripartire dalla svolta degli ultimi anni e andare avanti su una linea di riforme  10

24.   Educazione politica  10

25.   Quinta edizione del concorso per cortometraggi sul diritto d’asilo “Fammi vedere”. Scadenza il 15 ottobre 2018  10

26.   Migrantes: maggiore impegno verso il popolo Rom e Sinto, ricercando nuove politiche  10

27.   Giovani e politica internazionale. Al via il Premio IAI 11

28.   Come stiamo?  11

29.   Anche se residenti all’estero, gli ultra75enni possono chiedere l’esenzione dal canone RAI 11

30.   Concorsi. Sei borse di studio e un assegno di ricerca nei settori della creatività e della produzione artistica  11

31.   Reciprocità, partecipazione e “rete”, linee guida della Trentini nel mondo  12

32.   Regione Veneto, varato dalla Giunta il programma annuale per i veneti nel mondo  12

 

 

1.       Geplantes EU-Asylsystem ein „Abbau von Flüchtlingsrechten“  13

2.       Europäischer Gerichtshof. Auch straffällige EU-Bürger haben verstärkten Ausweisungsschutz  13

3.       Ethnische Vielfalt: Die weiße EU  13

4.       Assisi: Angela Merkel erhält am 12. Mai „Lampe des Friedens“  14

5.       SPD.  Wahl zur Parteichefin. Nur 66 Prozent für Andrea Nahles  14

6.       Studie. Deutschland auf Einwanderung ausländischer Arbeitskräfte angewiesen  14

7.       Macrons Marsch auf Europa  15

8.       Die unerträgliche Ruhe der Jugend gegenüber der Kriegsvorbereitungen der  USA und NATO-EU. 15

9.       24 EU-Staaten unterzeichnen Vereinbarung über Künstliche Intelligenz  16

10.   Oberverwaltungsgericht. Rückführung nach Italien zulässig  17

11.   Die komplexe Zukunft der Mobilität 17

12.   Europäischer Gerichtshof. Recht auf Familienzusammenführung für Flüchtlinge erleichtert 18

13.   Die Integration von Migranten in Serbien geht schleppend voran  18

14.   Ausgerechnet Heimat. Ministerium für Heimat ohne Platz für Familie  18

15.   Arbeit 4.0 – Chancen und Risiken  19

16.   Statistikamt. Zahl der Ausländer in Deutschland auf Rekordhoch  19

17.   Europa, deine Alten  19

18.   EU-Vergleich. Deutschland gewährt den meisten Flüchtlingen Schutz  20

19.   Regionale Ungleichheit in Deutschland gesunken  20

20.   Bevölkerung ist für Technik-Einsatz in der Pflege offen  20

21.   60 Jahre Engagement gegen Antisemitismus, Rassismus und Geschichtsvergessenheit 20

22.   Bundestag. Jedes vierte AfD-Büro hat Verbindungen zu Rechtsextremisten  21

23.   Der digitale Wandel und seine Folgen für Arbeitsleben und Gesellschaft 21

24.   Opferbeauftragter. Auch ausländische Terroropfer sollen entschädigt werden  21

25.   Die Städte der Zukunft – Deutschland tut sich schwer 22

26.   Alternative Fakten. Liebe AfD, warum du ausgegrenzt und beschimpft wirst. 22

27.   Hommage an Michelangelo Pistoletto in Berlin  22

 

 

 

 

Migranti climatici: una realtà cui non siamo preparati

 

143 milioni di migranti climatici entro il 2050. Questo il numero stimato dalla Banca Mondiale nel rapporto Groundswell, Preparing for Internal Climate Migration pubblicato lo scorso mese.

Considerando i dati dell’organismo intergovernativo sul clima delle Nazioni Unite (IPCC 2013) – che prevede un innalzamento della temperatura media globale fra 0,3 e 2,5 °C entro metà secolo-, e le stime di crescita della popolazione mondiale – indicata sopra la soglia dei 10 miliardi nei prossimi trenta anni-, c’è da aspettarsi che il numero delle persone costrette a lasciare la propria casa per questioni ambientali aumenti sempre più. La cifra di 143 milioni rappresenta solo lo scenario più allarmante.

Ma chi sono i migranti climatici? Il quadro normativo vigente consente di “accoglierli”? E molto più importante: come si inseriscono nel complesso quadro politico e sociale nazionale e internazionale?

L’Italia, una società impreparata ad accettare i migranti

Partiamo dall’ultima domanda. E’ opinione di molti che i migranti siano state le vittime ultime della campagna elettorale italiana, durante la quale le parole più usate sono state invasione, criminalità, terrorismo, instabilità. Come mostra il rapporto annuale di Amnesty International, la realtà italiana è in perfetta linea con la tendenza, sempre più diffusa tra i leader del mondo, di prospettare scenari “da incubo” per ottenere risultati a breve termine, basati quindi sulle sensazioni molto più che sui dati.

A confermare quanto questo sia vero per il Belpaese c’è anche il rapporto Ipsos 2017, secondo cui l’Italia risulta ai primi posti della classifica mondiale per percezione negativa degli immigrati, con il 66% degli italiani che ritiene che siano troppi e una larga maggioranza che si dice favorevole alla chiusura netta delle frontiere.

È quindi intanto necessaria una riflessione sull’uso improprio di parole e concetti, partendo da due premesse: la prima, che l’Italia non può e non deve chiudere le sue porte sul fronte Mediterraneo, poiché esso costituisce il prolungamento fisiologico ed economico del Paese; la seconda, che i migranti che arrivano sulle nostre sponde rappresentano una percentuale marginale rispetto quella dei migranti dei flussi intra-africani, sviluppati sull’asse Sud-Sud.

Bisogna poi superare la visione, diffusa, del continente nero come mera fonte di materie prime, e arrivare a riconoscere il capitale umano costituito dalle persone che vi abitano. Innanzitutto chiedendosi quali sono le cause degli spostamenti, poiché chi lascia la propria casa lo fa nella maggior parte dei casi perché costretto, quasi mai per scelta.

Migranti climatici, un esempio per capire: il Lago Ciad

Nel solo 2016 risulterebbero 22,5 milioni di profughi ambientali, spinti ad andarsene dai propri Paesi d’origine per fenomeni legati al clima, quali inondazioni, uragani, siccità. Il Lago Ciad è un esempio significativo per il quadro che si sta qui delineando, con una riduzione della sua portata dell’80% negli ultimi 40 anni. Un dato interessante se si tiene conto che nove migranti su dieci che affrontano il disperato tentativo di attraversare il Mediterraneo provengono dalla fascia del Sahel, di cui il Lago Ciad rappresenta il cardine geografico.

La difficoltà a riconoscere il nesso tra cambiamento climatico e migrazione si deve ai cosiddetti “slow-on-set events”, cioè gli eventi a “lenta insorgenza”. Si tratta di quei cambiamenti che testimoniano un progressivo, ma lento, peggioramento del clima, come lo scioglimento dei ghiacciai o la desertificazione del suolo: l’impatto di questi cambiamenti è appena percepibile nell’immediatezza, ma prelude a trasformazioni epocali negli ecosistemi naturali e sociali.

Come messo in luce dall’avvocato e attivista Eugenio Alfano, l’incertezza provocata dai cambiamenti climatici ha inevitabili ricadute di natura conflittuale, contribuendo a creare le dinamiche tipiche del terrorismo e della guerra (non è un caso che i primi settori ad essere preoccupati per il clima siano quelli militari, a partire dal dipartimento di Difesa americano che ha definito il cambiamento climatico un “moltiplicatore di minacce”).

La concatenazione di questi fenomeni con altri di natura sociale, culturale e religiosa è proprio ciò che rende difficile definire in maniera netta l’identità del “migrante climatico”, oggi più che mai intrappolato nel clima di paura alimentato dalla classe politica.

Un fenomeno non regolato dal diritto internazionale

Dal punto di vista giuridico, la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati non contempla la tutela dei migranti climatici: la definizione limitata di profugo in essa contenuta ha fatto sì che il dibattito si sclerotizzasse attorno alla rigida distinzione tra Paesi “sicuri” e “non sicuri” da cui accettare i richiedenti asilo, escludendo ampie fasce di profughi che lasciano il proprio Paese per ragioni complesse, tra cui i fattori ambientali.

A impedire una revisione dei trattati vigenti concorrono le critiche che ruotano attorno l’intero fenomeno migratorio: il rischio di un ipotetico calo della sicurezza, la necessità di salvaguardare le identità nazionali, la mancanza di risorse economiche per soddisfare il fabbisogno di tutta la popolazione.

A proposito di quest’ultima, uno studio di Antonello Pasini, climatologo del Cnr e autore del recentesaggio Effetto serra effetto guerra, conferma che invece, al di là delle dispute etiche o morali, la costruzione di muri sarebbe molto più costosa di una politica improntata all’integrazione e alla cooperazione allo sviluppo. Lo stesso rapporto della Banca Mondiale riporta l’impatto positivo delle migrazioni sui Paesi riceventi, in termini di forza lavoro, apporto di innovazione e alleviamento degli oneri pensionistici.

Risulta quindi inevitabile rivedere certi principi, spingendo per un’applicazione estensiva della Convenzione di Ginevra o per la stipula di un nuovo trattato che tenga conto delle dinamiche attuali. L’Italia ha di recente mosso il primo passo in questa direzione, con il riconoscimento da parte del Tribunale dell’Aquila del rifugiato bengalese Milon quale “migrante climatico”. Ma il solco da colmare è notevole e mancano sufficienti motivazioni plausibili con cui controbattere ai dati scientifici. Recita un proverbio: “il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo miglior momento è adesso”. Federica Bilancioni

AffInt 19

 

 

 

 

Autostima “fragile”: che cosa posso fare?

 

Per autostima intendiamo la valutazione che ognuno di noi dà di se stesso. All’interno di questa valutazione ritroviamo: la soddisfazione per noi stessi, la consapevolezza del nostro valore e la fiducia nella capacità di poter svolgere un determinato compito.

Quando stimiamo noi stessi non mettiamo in discussione la nostra importanza e le nostre capacità, non proviamo eccessivi timori nell’intraprendere attività nuove e difficili, siamo tendenzialmente ottimisti e sicuri di poter attingere alle nostre risorse. Le situazioni difficili non sono percepite come barriere, ma come sfide stimolanti che generano energia e voglia di fare.

Per chi ha una bassa autostima la situazione invece è opposta. Ogni piccola prova può generare ansie e paure che spingono alla fuga piuttosto che ad un maggiore impegno. I dubbi sulle proprie capacità di riuscita influenzano la performance e diminuiscono la spinta motivazionale. Questo stato di tensione favorisce un fallimento (causato dallo scarso impegno e dall’atteggiamento) che rinforza ulteriormente le convinzioni della persona creando un circolo vizioso.

L’autostima ovviamente non è un riflesso reale delle nostre competenze, ma riguarda esclusivamente le convinzioni che noi abbiamo sul nostro s?, che poi influiscono sull’atteggiamento generale nei confronti della vita. In particolare l’autostima è strettamente connessa al rapporto che costruiamo con gli altri: solo se abbiamo rispetto per noi stessi, i nostri bisogni e le nostre potenzialità possiamo costruire un rapporto costruttivo con le altre persone. Quando invece l’autostima è lesa allora anche il rapporto con gli altri ne è profondamente condizionato.

Ecco quindi, in questi casi, che proiettiamo la mancanza di auto-accettazione all’esterno, in una forma di paura di essere rifiutati dagli altri e ci sentiamo non piaciuti, non cercati, non capiti.

Nelle forme più estreme la mancanza di auto-accettazione si manifesta in una sensazione profonda e sottile: il desiderio di “non essere visti”. Non sempre riusciamo a riconoscere in noi stessi questo aspetto: semplicemente facciamo fatica ad uscire di casa, ad accettare inviti, a stare con gli altri. Il desiderio di non essere visti è l’impulso di nascondersi al contatto con gli altri. Ma in fondo parliamo di un desiderio che ha radici profonde e primitive, pensiamo semplicemente alle metafore celate dietro ad alcuni giochi dei bambini come il “nascondino” o le numerose favole dove il protagonista “si perde”. Questo istinto a nascondersi è nutrito dalla sensazione di non essere capaci, di non essere all’altezza.

I principali sintomi che si avvertono quando una persona ha un’autostima “bassa” sono i seguenti:

Ansia cronica: si manifesta quando l’individuo non ha fiducia nelle proprie capacità e vive quindi uno stato di ansia che aumenta sempre di più nel momento in cui ci si trova di fronte a svariate prove.

Senso di autocritica: la persona non si sente all’altezza delle situazioni circostanti e molto spesso tende ad essere ossessionato dal giudizio degli altri. In questo modo le scelte della sua vita sono condizionate più dall’idea di compiacere gli altri anziché perseguire i propri desideri e propensioni.

Invidia verso gli altri: le persone che hanno una bassa autostima tendono ad invidiare gli altri per i loro successi lavorativi e personali (“perché gli altri ce la fanno e io no?”).

Sintomi fisici: a volte possono insorgere delle manifestazioni fisiche quali tachicardia, tremori, balbuzie, rossore e sudorazione.

Per tale motivo è fondamentale trovare le giuste strategie per risolvere/alleviare questo problema e ricercare uno stato di maggior benessere e qualità di vita.

Il primo passaggio è quello di accettare i propri fallimenti e le proprie delusioni pensando che sono soltanto dei momenti passeggeri, ciclici e spesso normali della vita e non un destino ineludibile a cui non possiamo sfuggire. Questo passaggio richiede uno sforzo di uscita dai propri schemi mentali e dal modo che abbiamo di dare significato al mondo e alla vita.

Il secondo passaggio è quello di “imparare” ad esprimere il proprio punto di vista, ritenendolo legittimo e meritevole di essere espresso, anche quando non coincide con quello degli altri. Un passaggio di questo tipo riguarda il sentire, comprendere e accettare che “anche io ci sono e valgo come tutti gli altri”.

Infine, in un’ottica evolutiva, è necessario porre chiarezza dentro se stessi, rispetto a quelli che sono i propri desideri e obiettivi: “Cosa voglio veramente per me? Cosa desidero raggiungere?”. Iniziare a comprendere chi siamo e cosa vogliamo davvero è un passaggio complesso, che pochi di noi sono abituati a fare con consapevolezza, ma che diventa un esercizio di basilare importanza soprattutto per chi ha bisogno di vedere espresse le sue capacità e la propria identità.

È certamente molto difficile questo lavoro, soprattutto per chi vive da sempre questo tipo di disagio interiore e magari ha accumulato una serie di situazioni spiacevoli o “fallimentari” - nella vita personale o professionale - che determinano una biografia di vita spesso dolorosa.

Partendo dal presupposto che non è mai troppo tardi per rimettersi in gioco e cambiare, se non si riesce a farcela da soli, allora il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista che sarà in grado di accompagnarci in una riflessione più profonda, permettendoci soprattutto di vedere tutte le nostre risorse nascoste a cui poter attingere; quelle risorse che non ci eravamo mai accorti di avere: per riconoscerle, valorizzarle e metterle in campo facendole davvero nostre.

"Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso." (Erich Fromm)  Claudia Bassanelli, CdI aprile

 

 

 

 

Populismo: ricetta che mina Unione Europea e America Latina

 

Diversamente da fascismo, nazismo, comunismo, socialismo, per nominarne alcuni, il populismo è sicuramente un ‘ismo’ anomalo, che non ha contenuti ed è quindi difficile da categorizzare. Si tratta di un modus comunicandi, un contenitore stipato di argomenti che necessariamente prendono la sua forma: una visione manichea della società, divisa tra buoni (la maggioranza) e cattivi (l’élite), condita con una sana dose di personalismo politico e di semplificazione della realtà. I movimenti populisti possono quindi essere di destra o di sinistra, inclusivi od esclusivi e sono proprio queste due caratteristiche che rendono l’Unione europea e l’America Latina così vicine ma anche così lontane quando si parla di populismo.

Populismo inclusivo ed esclusivo

Il populismo latino viene spesso tacciato come la causa dei problemi economici e politici più gravi della regione. Tuttavia, molti non lo considerano come la ragione delle spesso scarse performance economiche e politiche dei Paesi dell’area, ma semplicemente come un’inevitabile risposta sociale ad uno stato di inerzia, corruzione diffusa e malessere collettivo. In effetti, diversamente dall’Unione europea, il populismo in America Latina è solitamente di tipo inclusivo, si basa cioè sulla necessità di dotare le masse, al di là della loro religione, razza ed identità nazionale, di un leader carismatico in grado di difendere i loro interessi da un élite corrotta.

Sicuramente, come del resto in America Latina, anche in Europa il populismo nasce a causa di una percepita mancanza di risposte da parte dei partiti più tradizionali e dell’Unione stessa. Tuttavia, il populismo che si vive oggi nei paesi dell’Ue è diverso, forse più cupo, esclusivo e di forte chiusura verso l’esterno. A parte in alcuni sporadici casi nel Sud Europa, vedasi Podemos, Syriza o lo stesso Movimento 5 Stelle, che ha però dei tratti ibridi quando si tratta di immigrazione, il populismo europeo è fortemente nazionalista e si basa soprattutto su un generale senso di insicurezza diffusosi negli ultimi anni vuoi per la crisi migratoria vuoi per gli attacchi terroristici vuoi perché il welfare sociale sembra si stia riducendo.

Elezioni e populismo

Nel corso del 2017, l’Unione europea ha visto partiti populisti nazionalisti conquistare nelle elezioni nazionali un numero senza precedenti di seggi. Nel marzo 2017, in Olanda, il Partito della Libertà olandese (PVV), con una campagna elettorale islamofoba ed anti-europea, ha ottenuto il 13% dei voti, diventando il secondo partito della Seconda Camera del Parlamento olandese.

In Francia, nelle elezioni presidenziali, il Front National ha ottenuto il 33,94% delle preferenze, con oltre 10,6 milioni di voti grazie ad una campagna elettorale basata sulla paura degli immigrati. In Ungheria, Viktor Orban e il suo partito Fidesz hanno vinto per la terza volta le elezioni, accelerando la deriva autoritaria del Paese. In Italia, la Lega, uno dei partiti più euroscettici nello scenario politico nazionale, dopo aver registrato un successo elettorale senza precedenti, sta ora tentando di formare un governo con la coalizione di destra ed il Movimento 5 Stelle.

Anche l’America Latina vedrà diversi appuntamenti elettorali nel corso del 2018 con le elezioni presidenziali previste in Cile, Colombia, Messico e Brasile e diversi leader populisti pronti alla battaglia elettorale. In particolare, in Brasile, dopo l’arresto dell’ex presidente Lula, favorito dai sondaggi ma condannato per corruzione, il candidato di destra Jair Messias Bolsonaro, ex ufficiale dell’esercito, criticato per i suoi ripetuti apprezzamenti sulla dittatura degli Anni 60, è tra i più probabili vincitori delle elezioni di ottobre con un programma che punta al taglio della spesa pubblica. Questo in un Paese dove, secondo i dati dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (Ibge), più di 50 milioni di persone (25% della popolazione) vive al di sotto della soglia di povertà con 4,5 euro al giorno.

Populismo e trend antidemocratici

In generale il populismo in America Latina fa leva su un diffuso disincanto nei confronti della democrazia per la sua incapacità di fare fronte ai problemi sociali, alla corruzione e al crimine interno. Secondo le statistiche, nel corso del 2017, il supporto per la democrazia in America latina è passato dal 66.4% al 57.8% e solo il 49.4% dei messicani e il 52.3% dei brasiliani crede che la democrazia sia un buon sistema politico, mentre il 38% dei cittadini della regione supporterebbe un colpo di stato se questo aiutasse la lotta contro il crimine e la corruzione.

Sicuramente questi sono trend allarmanti a cui i governi dei Paesi della regione cercano di rispondere. In effetti, già nel 1992, con la firma del Protocollo di Ushuaia, i Paesi del Mercosur, l’organizzazione regionale di mercato comune dell’America meridionale, avevano stabilito la cosiddetta “clausola democratica”. Tale clausola prevedeva, la sospensione di quegli Stati che avessero infranto l’ordine democratico interno. Per questo motivo, la membership del Venezuela, Paese accusato di molteplici violazioni dei diritti umani,  è stata sospesa ed il governo Maduro è stato più volete sollecitato a liberare i prigionieri politici ed organizzare elezioni libere nel 2018. Ad oggi, il Venezuela si colloca al 169.o posto nella classifica di Trasparency International, confermandosi come uno dei Paesi più corrotti a livello mondiale e viene definito da Freedom House come Paese non libero.

Nell’Unione europea la situazione non è così drastica. Tuttavia le statistiche mostrano che il 47% degli europei è insoddisfatto del funzionamento corrente della democrazia e che una moltitudine di cittadini sembra sostenere le idee dei partiti nazionalisti, anche a discapito della propria libertà personale, per favorire un maggior controllo dello Stato e promuovere la sicurezza interna.  Inoltre, se nell’Unione europea, il problema della corruzione è meno evidente, registrando picchi solo in alcuni Paesi come Grecia, Bulgaria, Romania e la stessa Italia, l’indice di trasparenza e di stato di diritto di Ungheria, dove è sceso di 10 punti negli ultimi sei anni, o Polonia sta mostrando trend allarmanti, rischiando di erodere non solo la cultura democratica ma anche l’indipendenza del potere giudiziario e la funzione di controllo esercitata dai media.

Un’insidia per l’integrazione

In conclusione, se la crisi economica in Unione europea sembra ormai un dato del passato, i partiti populisti prosperano grazie ad un diffuso sentimento di insicurezza gonfiato anche dalla globalizzazione, dalle crisi migratorie e dal terrorismo. E’ da sottolineare che il populismo, non avendo contenuti, non è di per se buono o cattivo. Il pericolo che sta attanagliando il progetto di integrazione europea quindi non è tanto legato ai partiti populisti di per sé, ma al progressivo trionfo di idee nazionaliste, propagate tramite una comunicazione di stampo populista, che potrebbero fare venir meno il principio di solidarietà su cui si basa lo stesso funzionamento delle istituzioni comuni europee.

Questo favorirebbe e di fatto sta già favorendo atteggiamenti egoistici (come il rifiuto dei Paesi del Visegrad di accettare le quote di richiedenti asilo) e fratture interne che renderebbero praticamente impossibile per l’Unione europea di presentarsi come blocco unico sulla scena internazionale, dove i singoli Paesi membri, perfino la Germania, possono però poco contro le grandi potenze regionali come Stati Uniti, Cina ed India. Inoltre una tendenza nazionalista, rischia di far perdere legittimità al modello europeo che vede proprio nella cooperazione democratica tra Stati membri lo strumento per superare i conflitti interni.

Nel caso dell’America Latina molti dei giochi elettorali si concluderanno nel 2018. La paura è che un ritorno al populismo, in Paesi dove corruzione e criminalità sono già elevati possa avere delle ripercussioni molto forti sulle istituzioni democratiche. Inoltre, una nuova ondata di populismo in America Latina potrebbe creare ulteriori danni economici, spaventando gli investitori internazionali, che preferiscono istituzioni solide.

In entrambe le aree, purtroppo, il panorama politico non è dei migliori. Eleonora Poli, AffInt 13

 

 

 

Dov’è la residenza fiscale per i cittadini che emigrano?

 

ROMA – Sono sempre più numerosi gli italiani, soprattutto giovani, che si recano all’estero alla ricerca di un lavoro, per uno stage, o per studiare. Per periodi di tempo più o meno lunghi. Talvolta, proprio in merito a questi nuovi fenomeni di mobilità, sorgono dubbi riguardo alla residenza fiscale dei nostri connazionali e sul conseguente effetto ai fini delle imposte sui redditi. E’ ovvio che l’individuazione della residenza di un cittadino-contribuente diventa una questione prioritaria e pregiudiziale alla tassazione di ogni suo reddito, visto che un soggetto considerato fiscalmente residente in Italia (art. 3 del Tuir) deve essere ivi tassato per i redditi che ha conseguito ovunque nel mondo (principio della world wide taxation’ adottato dall’Italia) mentre il soggetto fiscalmente non residente nel territorio italiano verrà qui tassato solo sui redditi che ha prodotto in Italia siano essi redditi di lavoro dipendente, lavoro autonomo, redditi di impresa, redditi fondiari, redditi di capitale o redditi diversi (per evitare tuttavia una doppia tassazione sono state stipulate dall’Italia numerose Convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali).  Allora quale legge disciplina esattamente la residenza fiscale? La legislazione fiscale italiana introduce la nozione di residenza fiscale nell’articolo 2 del Tuir (Testo Unico dell’Imposta sui Redditi), in base al quale ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti in Italia le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta, abbiano uno dei seguenti requisiti: 1. Formale: essere iscritte nelle anagrafi della popolazione residente in Italia; 2. Sostanziale: non sono iscritte nelle anagrafi (magari sono iscritte all’Aire), ma hanno nel territorio dello Stato alternativamente il domicilio ai sensi del Codice Civile (Art. 43) cioè hanno ivi stabilito la sede principale dei loro affari ed interessi, anche morali e sociali (es. la famiglia e quindi il coniuge, i figli) oppure la residenza ai sensi del Codice Civile (Art. 43), cioè la loro dimora abituale ossia il luogo nel quale normalmente si trovano. Tali requisiti sono alternativi e non concorrenti: è quindi sufficiente che sussista uno solo di essi perché il contribuente sia considerato fiscalmente residente in Italia.

Si considerano altresì residenti in Italia, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto del Ministero delle finanze da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale.  Quando non sussistono i requisiti sopra elencati, il cittadino si considera fiscalmente residente all’estero e pertanto sarà chiamato a dichiarare e quindi tassare in Italia soltanto i redditi ivi percepiti. Giova ricordare che l’Amministrazione Finanziaria ha fornito nel tempo precisazioni in  merito alla documentazione utile, dovessero esserci dei dubbi, per dare prova dell’effettiva residenza all’estero (oltre all’iscrizione all’Aire): iscrizione ed effettiva frequenza dei figli presso istituti scolastici del Paese estero, stipula di contratti di acquisto, locazione di immobili residenziali, fatture, ricevute di erogazione di gas, luce, telefono pagati nel Paese estero, movimentazione a qualsiasi titolo di attività finanziarie all’estero, eventuale iscrizione nelle liste elettorali, assenza di unità immobiliari tenute a disposizione in Italia o di atti di donazione, compravendita, costituzione di società, mancanza in Italia di significativi e duraturi rapporti di carattere economico, familiare, politico, sociale, culturale e ricreativo.  Facciamo alcuni esempi per chiarire meglio il concetto di residenza fiscale. Un cittadino italiano che si trasferisce all’estero, si cancella dall’anagrafe della popolazione residente, si iscrive all’Aire, non mantiene in Italia la sede principale dei suoi affari ed interessi, anche morali e sociali (es. la famiglia e quindi il coniuge, i figli), non dimora (vive) abitualmente in Italia, è considerato fiscalmente residente all’estero. Un altro cittadino che si trasferisce all’estero, si cancella dall’anagrafe della popolazione residente, si iscrive all’Aire, ma ha in realtà mantenuto la casa, la moglie e i figli in Italia o comunque emergano atti o fatti tali da indurre a ritenere che abbia ancora nei luoghi di origine il centro dei suoi affari ed interessi come ci ha ricordato una recente Sentenza della Corte di Cassazione oggetto di un nostro comunicato – deve considerarsi fiscalmente residente in Italia pur avendo trasferito la propria residenza all’estero e pur svolgendo la propria attività fuori dal territorio nazionale.

Sen. Laura Garavini, deputati Massimo Ungaro e Angela Schirò

(Parlamentari del Pd eletti nella circoscrizione Estero) de.it.press

 

 

 

Difesa europea: non è tutto oro quel che luccica

 

I prossimi mesi saranno cruciali per lo sviluppo della nuova Cooperazione permanente nel settore della difesa europea (Pesco, secondo l’acronimo inglese). Infatti, dopo l’approvazione da parte del Consiglio europeo dei primi 17 progetti collaborativi da sviluppare nell’ambito della Pesco, i Paesi europei dovranno trovare un accordo su un comune pacchetto di regole per sviluppare questi progetti e sulle condizioni che definiranno la potenziale partecipazione di Stati o industrie di Paesi terzi. Queste decisioni avranno un impatto fondamentale sulla posizione dell’Italia in questo processo.

Il coinvolgimento dell’Italia nei progetti comuni

L’Italia partecipa a 15 dei primi 17 progetti comuni, che spaziano dal controllo marittimo alle tecnologie radio, dalla gestione della infrastrutture militari alla lotta contro le minacce cibernetiche, e figura essere il partner europeo più coinvolto. Il framework della Pesco è inoltre strettamente collegato al nuovo Fondo europeo per la Difesa, promosso dalla Commissione europea e che prevede uno stanziamento di 500 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca militare nel quadro del budget pluriennale per il 2021-2027. Anche in questo caso, le industrie italiane sono tra le più coinvolte. Leonardo-Finmeccanica guiderà infatti un consorzio di 42 partner industriali da 15 Paesi europei per coordinare il progetto Ocean 2020, che prevede una serie di ricerche sulla sorveglianza militare dei confini. Le industrie italiane parteciperanno inoltre ad altri due progetti, Acamsii e Gossra, che si occupano di sviluppare nuove tecnologie per la protezione delle forze armate nei teatri di guerra.

Tuttavia, nonostante l’indubbia rilevanza di queste iniziative e l’interesse del governo e delle industrie italiane, vi sono una serie di aspetti problematici della Pesco che meritano una maggiore attenzione.

La volontà politica ‘protezionistica’ franco-tedesca

In primo luogo, l’intero processo è stato principalmente guidato da una forte volontà politica franco-tedesca di proteggere il mercato della difesa europeo. Il Fondo europeo per la Difesa prevede che i soldi europei siano spesi soltanto per sostenere imprese di proprietà europea. Questo pone dei problemi fondamentali per la posizione italiana, con la spinta a rendere possibile l’accesso al Fondo anche a società europee controllate da proprietari non europei.

Come recentemente sostenuto in una lettera dei presidenti di quattro grandi regioni italiane – Piemonte, Liguria, Lombardia e Lazio –, la questione dell’eleggibilità delle industrie non controllate solo da attori europei pone problemi per la salvaguardia degli interessi industriali e occupazionali italiani. Basti pensare ad Avio Aereo, della statunitense Ge Aviation, che conta in Italia 4200 dipendenti, o di Piaggio Aerospace, proprietà del fondo degli Emirati Arabi Uniti Mubadala, che impiega oltre 1200 persone.

In Italia, le aziende del settore della difesa controllate da proprietari non europei “impiegano direttamente oltre 8200 addetti, il 18, 6 % del totale”, numeri che il Paese non può permettersi di lasciare fuori dalla difesa comune.

Al di là degli importanti aspetti occupazioni, anche i big players dell’industria italiana potrebbero subire contraccolpi negativi da questo criterio. Ad esempio, Leonardo-Finmeccanica è preoccupato che Augusta-Westland, di proprietà del gruppo italiano, ma con stabilimenti nel Regno Unito, non possa usufruire di queste opportunità, in funzione dell’esito del negoziato sulla Brexit.

Il ruolo degli Stati Uniti

In secondo luogo, un importante aspetto politico da non sottovalutare riguarda il ruolo degli Stati Uniti in questo processo. Secondo un recente articolo del New York Times, infatti, l’establishment statunitense guarderebbe con sospetto alle recenti iniziative europee nel campo della difesa, preoccupato da un possibile indebolimento della Nato e dalla possibilità che i giganti dell’industria bellica statunitense possano essere marginalizzati nel mercato europeo.

Per l’Italia, viste le tradizionali ottime relazioni con Washington, questo potrebbe generare dei rischi. C’è da sottolineare al riguardo che l’alleanza con i partner dell’industria statunitense è cruciale per l’Italia, come dimostra la recente acquisizione di DRS Technologies da parte del gruppo Leonardo, la partnership tra Lockheed Martin e Fincantieri e il controverso accordo italo-statunitense sugli F-35.

Alcuni aspetti critici di una politica di difesa europea

Infine è doveroso mettere in risalto alcuni aspetti critici dell’intero processo di costruzione di una politica di difesa europea. Anche se negli ultimi due anni sono state promosse diverse iniziative,  rimangono nervi scoperti, difficilmente risolvibili nel breve e medio periodo. Dopo la Brexit, la Francia sarà l’unico “big player” nel contesto europeo, il solo a possedere un deterrente nucleare. Nonostante le ripetute affermazioni di volere assumere un ruolo più significativo nel settore della sicurezza e della difesa, la Germania non sembra ancora essere in grado di sostituire la Gran Bretagna nel ruolo di co-leader di questo processo.

Il  dibattito decennale sulla possibile costruzione di un quartiere militare europeo indipendente dalla Nato è la chiara dimostrazione di come le differenze tra Francia e Germania possono creare dei seri ostacoli al perseguimento di una più effettiva politica di difesa europea. Questi elementi potrebbero contribuire a loro volta a ridimensionare le ambiziose iniziative sviluppatesi in Europa nel settore della difesa negli ultimi due anni.

Per concludere, il governo e le industrie italiane hanno promosso con convinzione i recenti passi significativi compiuti in questo settore. Tuttavia, le iniziative europee pongono dei problemi significativi per la politica militare e industriale italiana. Sarebbe auspicabile, quindi, un’azione politica congiunta per far valere in maniera efficace queste problematiche all’interno del processo politico europeo.

Purtroppo, il voto del 4 marzo e l’incertezza politica conseguente non favoriscono una visione ottimistica del coinvolgimento dell’Italia nella Pesco. In un periodo di molteplici crisi, sia interne che esterne all’Unione, quello della sicurezza è diventato un tema centrale in Europa. Sarebbe il caso che esso venisse trattato con grande attenzione anche dall’establishment politico italiano. Il nuovo governo dovrà sicuramente affrontare nella propria agenda tale problematica. I partner europei stanno già riflettendo su questo. L’Italia saprà fare la sua parte? Antonio Calcara, AffInt 6

 

 

 

Rafforzare la rappresentanza associativa degli italiani nel mondo come condizione di cambiamento

 

ROMA - Il Consiglio Direttivo del Forum delle Associazioni degli italiani nel mondo (FAIM) si è riunito venerdì 6 aprile, a Roma. La discussione si è concentrata su una analisi del quadro sociale e politico e ha approvato le linee di sviluppo organizzativo e operativo proposte dal Comitato di Coordinamento (CD). Alla riunione hanno partecipato i componenti delle diverse federazioni associative italiane e regionali e quelli giunti da Francia, Argentina, Svezia, Australia e Spagna. I lavori sono stati aperti dal presidente del CD, Rodolfo Ricci, che partendo da una valutazione dei risultati del voto all’estero ha evidenziato i cambiamenti strutturali che attraversano le collettività emigrate e la necessità di una riflessione approfondita su come l’associazionismo può al meglio rappresentarle e contribuire a rispondere a bisogni ed aspettative di una popolazione oltre confine che è passata dai circa 3,6 milioni del 2006 agli attuali 5,6 milioni (iscritti all’Aire), oltre ad un altro milione di persone che pur essendo all’estero non figura nelle statistiche ufficiali (Nuova emigrazione).

A fronte di questi numeri, l’elettorato attivo continua a diminuire; solo circa un quarto degli aventi diritto ha votato; ciò mostra che, al netto delle riconfermate inefficienze e difficoltà di gestione del voto per corrispondenza, oltre la metà dei potenziali elettori non si esprime, mentre, allo stesso tempo, la nuova e più recente emigrazione non è in condizione di votare in quanto solo in minima parte è ricompresa negli elenchi Aire. Nella relazione introduttiva a nome del Comitato di Coordinamento, il portavoce Rino Giuliani ha evidenziato gli effetti causati dai cambiamenti sociali, ha illustrato il lavoro svolto in quest’ultimo anno e le prospettive di impegno futuro che ripropongono il FAIM come soggetto di ampia rappresentanza sociale autonoma che ha la responsabilità di assumere la domanda di tutele, di sicurezza e di welfare che emerge dagli italiani all’estero, cui in questi anni non è stata data risposta e che, con la nuova emigrazione, si ripropongono in termini ancora più pregnanti. É stato fatto osservare da molti intervenuti come il voto confermi l’apertura di una nuova fase che modifica assetti e coordinate di riferimento. Essa interroga tutti pur confermando buona parte delle analisi che hanno costituito elemento fondativo del FAIM, che oggi è impegnato a perseguire gli obiettivi affidatigli dal 1° Congresso in un quadro sociale in rapido cambiamento.

“L’obiettivo da perseguire – ha osservato Giuliani – è di mettere a disposizione delle nostre comunità all’estero un forte soggetto associativo sempre più rappresentativo; di costruire, a tal fine, alleanze sociali trasparenti e forti su contenuti condivisi (in particolare con il mondo del terzo settore); di promuovere la crescita delle reti associative FAIM nelle regioni e all’estero”. L’adesione al FAIM di altre 16 associazioni che si aggiungono alle 85 già presenti in assemblea, è un segnale incoraggiante. Le associazioni costituiscono una ricchezza collettiva fondamentale che va tutelata e sostenuta nell’interesse di tutti. Il Consiglio Direttivo, approvando le relazioni integrate dagli interventi che si sono succeduti ha riaffermato la necessità:

di riconoscimento dell’Associazionismo degli italiani nel mondo e di un quadro di sostegno attivo alla propria insostituibile azione, obiettivo che dovrà essere assunto in questa legislatura;

di un sostegno al rilancio qualificato del CGIE e dei Comites, cui il FAIM intende contribuire con l’apertura di confronti positivi sulle questioni prioritarie;

in un contesto di grande crescita della presenza italiana all’estero e di nuova emigrazione, il nuovo Parlamento e il nuovo governo sono chiamati a dare risposte concrete su tutte le materie inerenti. É a tal proposito particolarmente apprezzabile la riconfermata importanza delle leggi di iniziativa popolare – su cui il mondo dell’emigrazione può impegnarsi – condividendo il richiamo alla centralità del Parlamento e al ritorno a una corretta e coerente produzione legislativa come recentemente affermato dal presidente della Camera;

Maeci, Ministero del lavoro e Coordinamento delle Regioni: il FAIM è pronto a confrontarsi e a dare il suo contributo su tutte le più urgenti questioni; il coinvolgimento dell’associazionismo costituisce un indispensabile elemento di rafforzamento delle politiche attive e delle azioni rivolte ai connazionali, a partire dai bisogni di orientamento della nuova emigrazione fino alle opportunità di valorizzazione culturale, formativa ed economica, nella prospettiva del sistema paese;

per tutto ciò il FAIM chiede di partecipare fin d’ora al gruppo di lavoro in preparazione della Conferenza Stato-Regioni-Provincie Autonome-Cgie, e alle altre iniziative in programma.

Il Consiglio direttivo del FAIM, approvando la relazione introduttiva integrata con i numerosi contributi emersi dalla discussione, ha accolto le diverse disponibilità di partecipazione alle attività delle aree e dei gruppi di lavoro (Comunicazione, Nuova Emigrazione, Immigrazione e Internazionalizzazione) attivi nel Comitato di Coordinamento. Si è avviato un percorso di forte impegno organizzativo che sboccherà il prossimo anno nello svolgimento di una “Conferenza di organizzazione” che consentirà di fare un bilancio del lavoro svolto e che preparerà il 2° Congresso all’insegna di un ampio rinnovamento.

Sono intervenuti nel dibattito: Max Civili, Gianni Garbati, Gianni Lattanzio, Massimo Angrisano, Pierpaolo Cicalò, Antonella Dolci, Giuseppe Abbati, Laura Albanese, Franco Dotolo, Roberto Volpini, Carlo Ciofi, Marcela Murgia, Luigi Papais, Giuseppe Mangolini, Guglielmo Zanetta, Goffredo Palmerini. Al termine della riunione il Consiglio Direttivo ha accolto le richieste di adesione di 16 nuove associazioni e approvato il bilancio consuntivo 2017 e preventivo 2018.

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Germania, Spd sceglie Nahles: prima donna a guidare il partito

 

È stata eletta con una percentuale inferiore alle attese: il 66%. Gli analisti politici si attendevano che almeno tre quarti degli oltre seicento delegati tedeschi avrebbero votato per l’ex ministra del Lavoro- di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Andrea Nahles è la prima presidente donna della Spd, dopo 155 anni di storia. È stata eletta però con una percentuale inferiore alle attese: il 66%. Gli analisti politici si attendevano che almeno tre quarti degli oltre seicento delegati tedeschi avrebbero votato per l’ex ministra del Lavoro e attuale capogruppo al Bundestag. 

 

Nahles sconta forse il lungo dibattito che ha lacerato il partito più antico della Germania prima del “sì” ad una nuova Grande coalizione. È la sua collega Brigitte Zypries, ex ministro dell’Economia, a fornire quasi in diretta questa interpretazione, ricordando ai microfoni di Pheonix che è un risultato analogo al referendum dei mesi scorsi tra gli iscritti. Anche lì non più di due terzi avevano votato “sì” alla Grande coalizione.

 

Molti militanti socialdemocratici erano convinti che per innovarsi il partito avrebbe avuto bisogno di restare all’opposizione, rifiutando una nuova coabitazione con Angela Merkel. La neopresidente ha tenuto stamane un discorso appassionato, promettendo un “rinnovamento” della Spd nonostante la partecipazione al governo Merkel. La sua rivale, Simone Lange, ha messo il dito nella piaga mettendo in dubbio “che si possa rinnovare il partito essendo presidente e allo stesso tempo capogruppo” della Spd, dunque “alla ricerca quotidiana di compromessi” con i rivali della Cdu/Csu.

 

Nahles ha promesso di affrontare la sfida della rivoluzione digitale, di voler “creare una cornice per una società più digitalizzata” e di voler aggredire il problema “delle aziende che portano i soldi nei paradisi fiscali”. Sull’Europa ha scandito di voler “applicare alla lettera” i punti del Contratto di coalizione che riguardano l’Europa. Peccato che siano estremamente vaghi, andrebbe aggiunto.

 

Ma la ex ministra del Lavoro ha anche puntualizzato, a proposito del dibattito che sta agitando da settimane la Spd sull’assegno sociale (Hartz IV) che qualcuno vorrebbe cancellare o riformare profondamente, che “se diciamo che vogliamo abolire Hartz IV non diciamo proprio nulla”. Il dibattito va fatto senza tabù, ha aggiunto, ma “con lo sguardo al 2020, non al 2010”. La riforma che ha creato Hartz IV si chiama, appunto “Agenda 2010”. 

 

La sua concorrente Simone Lange ha dedicato un lungo passaggio agli assegni sociali, dicendo che “non si tratta di un dibattito sul passato” e che la Spd non avrebbe reagito a sufficienza al fatto “che ci sono molte persone che sono povere nonostante lavorino. Mi vorrei scusare con essi”, ha aggiunto. LR 22

 

 

 

Tenuto a Stoccarda il XII Congresso delle  ACLI  Germania 

 

Stoccarda. "L'Europa del lavoro e della solidarietà nell'era dell'industria 4.0" il Motto del XII Congresso delle  ACLI Germania, celebratosi  il 14 e 15 aprile scorsi,  nella Tagunshaus di Stoccarda-Hohenheim dell'Accademia Cattolica della Diocesi di Rottemburg-Stoccarda.  Tema ampiamente ripreso, commentato e dibattuto dalle più svariate angolazioni nei numerosi e qualificati interventi succedutisi nel corso dei lavori.

 

Il Congresso, iniziato alle 14:00 di sabato,  è terminato alle 17:00 di domenica, con la proclamazione del Presidente e dei 15 Consiglieri Nazionali, i quali, prossimamente, insieme ai  Presidenti Regionali, eleggeranno l'Esecutivo delle ACLI Germania,  che rimarrà in carica fino al 2022.

 

Ad accogliere al loro arrivo i Congressisti c'erano: il Presidente uscente delle ACLI Germania. Duilio Zanibellato, il Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg, Giuseppe Tabbì, il Presidente delle ACLI nazionali e internazionali Roberto Rossini,  il Membro di Presidenza, Matteo Bracciali e  – non per ultima – la Presidente Emerita delle ACLI Germania, Teresa Baronchelli.

 

Tra gli intervenuti: Il Console Generale Italiano di Stoccarda, Massimo Darchini, Il Delegato per le Missioni Cattoliche Italiane di Germania e Scandinavia, nonché Presidente del mensile Corriere d'Italia e del Webgiornale, Padre Tobia Bassanelli, il Consigliere del CGIE, nonché Direttore dello IAl,  Tony Mazzaro, l'Editore e Direttore delle Testate, Vita e Lavoro e Voce della Baviera, Francesco Messana e altre personalità italiane e tedesche che saranno nominate in occasione dei loro interventi.

 

Presenti le Delegazioni al completo del Nordreno-Westfalia (con il suo Presidente Calogero Mazzarisi), del Baden-Württemberg (con il suo Presidente Giuseppe Tabbì)  e della Baviera (con il suo Presidente Carmine Macaluso). Nel Corso dei lavori – presieduti nel primo pomeriggio da Matteo Bracciali – si sono insediate: la Commissione Verifica Poteri, la Commissione Elettorale e la Commissione Mozioni.

 

Ha aperto i lavori del Congresso Zanibellato che, dopo un breve saluto agli intervenuti,   ha proposto Bracciali come Presidente del Congresso, che – a sua volta – ha salutato i presenti ed esposto e commentato brevemente il programma.

 

È stata quindi la volta del Console Generale Darchini, che, dopo aver salutato i convenuti anche a nome dell'Ambasciata,  e commentato positivamente la coraggiosa  scelta del tema del Congresso, ha illustrato brevemente alcuni momenti di incontro e di collaborazione dell'Amministrazione Italiana con le ACLI, esprimendo anche i suoi apprezzamenti per il lavoro svolto dal Movimento e dal Patronato ACLI.

 

Anche  Mazzaro ha commentato positivamente la collaborazione in atto da decenni tra il CGIE, lo IAL e le ACLI, facendo anche un excursus sull'immigrazione,  sul mondo del lavoro di ieri, di fronte alle sfide alle quali,  oggi, essi vanno incontro  in una società globalizzata e digitalizzata,  auspicandosi, al termine del suo breve discorso, di leggere quanto prima le  decisioni e gli esiti del Congresso sulla stampa d'emigrazione.

 

Articolato e ben preparato anche l'intervento di Norbert Kreuzkamp delle ACLI Germania, che ha presentato e anticipato l'ampio contributo in lingua tedesca da parte dell'Assistente Spirituale della Diocesi di Rottemburg-Stoccarda Christian Gojowzcyk, che ha esposto dettagliatamente alcuni importanti temi di carattere etico-sociali,  che toccano le ACLI, il KAB la Chiesa e la Comunità italiana e non solo.

 

Subito dopo una breve pausa c'è stato poi l'intervento di  Rossini che, dopo aver salutato tutti i convenuti, ha fatto una particolareggiata esposizione sulla storia delle ACLI dal dopoguerra ai giorni nostri, nei quali, in previsione dei nuovi profili professionali che saranno necessari per affrontare il mondo del lavoro dei prossimi decenni, le ACLI dovranno confrontarsi con un'importante sfida, anche perché saranno necessarie delle competenze in campi attualmente inimmaginabili. In conclusione:  "Più ACLI per il futuro", non rimanendo lontani dal tessuto sociale del proprio territorio di appartenenza, ma immergendosi in esso.

 

Anche Bracciali ha ribadito diversi punti inerenti il tema Industria 4.0, soffermandosi su alcuni aspetti della comunicazione, portando a mo' di esempio l'istantaneo modo odierno di comunicare con quello di qualche decennio fa.

 

Quindi, subito dopo i loro interventi, Rossini e Bracciali si sono accomiatati dai Congressisti, dovendo rientrare per tempo in Italia, e  lasciando la Presidenza del Congresso a Teresa Baronchelli.

 

Breve e significativo anche il contributo delle Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, Adriana Cuffaro,  che ha parlato della proficua collaborazione del suo Istituto con le ACLI in questi anni della sua permanenza in Germania.

 

Subito dopo Padre Bassanelli ha parlato delle 80 Comunità presenti in Germania e delle collaborazioni con le ACLI in molte di queste realtà, dell'importanza dei progressi nel mondo del lavoro attuale, delle nuove potenzialità che non dovranno trasformarsi, però, in un maggiore profitto per pochi, ma in nuove opportunità per tutti.

 

Interessanti anche i due brevi contributi di due giovani volontarie del servizio civile, che affiancano da qualche mese gli Operatori del nostro Patronato e così pure quello della giornalista Luciana Mella di Radio Colonia, che ha parlato dell'evoluzione del suo programma per gli italiani in questi ultimi anni, proponendo anche delle nuove possibilità di comunicazione.

 

A conclusione di questa prima giornata, c'è stata quindi un'ottima e ricca cena,  durante la quale i più di 70 convenuti hanno avuto modo di socializzare tra di loro, scambiandosi anche le ultime novità riguardanti i propri circoli.

 

Dopo la S. Messa, celebrata nella St. Antonius Kirche, che ha concluso infine questa prima parte dei lavori, alcuni dei Congressisti si sono intrattenuti nella hall dell'hotel, altri hanno preferito fare una breve passeggiata, altri ancora hanno scelto di concedersi subito un meritato riposo nelle confortevoli camere dell'albergo.

 

Domenica mattina, subito dopo una ricca colazione, alle 8:30, sono ripresi i lavori del Congresso, presieduti da Macaluso,  con un particolareggiato contributo dell'Operatrice del Patronato ACLI, Daniela Bertoldi, che ha fatto un resoconto dell'attuale riduzione dei  contributi concessi ai  Patronati, che ha portato – tra l'altro – alla chiusura della Sede di Augsburg, che, si auspica, in futuro, potrà riprendere – anche  se in forma ampiamente ridimensionata – il suo servizio in favore dei connazionali della Svevia.

 

Quindi, dopo l'ampia panoramica (qui linkata) su quanto fatto dalla Presidenza in questi quattro anni e un'altra  altrettanto vasta esposizione del programma (qui linkata) da parte del Presidente uscente Zanibellato, che ha spiegato  i motivi che lo hanno spinto a ricandidarsi, hanno preso la parola i congressisti che ne avevano fatta richiesta. A cominiciare dall'Aclista Cossu, che ha parlato dell'ampia collaborazione esistente tra le ACLI e il Circolo Sardo di Augsburg.

 

Interessante anche l'intervento di Teresa Baronchelli, che ha parlato della necessità di coinvolgere nei nostri progetti ACLI anche la prima generazione; quello  del Presidente del Circolo ACLI di Kempten, Paolo Franco, che ha parlato di una sua visita ad un Museo dell'Emigrazione visitato da poco; ma anche quello di  Kreuzkamp, che ha parlato della necessità del riconoscimento reciproco dei titoli, non solo accademici, ma anche di quelli intermedi; facendo qualche accenno su alcune sue esperienze di collaborazione con alcuni paesi africani.

 

È stato quindi il momento della presentazione del suo programma da parte dell'altro candidato alla Presidenza: Macaluso, che – in analogia a quanto fatto poco prima da Zanibellato –  ha esposto in modo appassionato e coinvolgente i motivi (qui in parte linkati) che lo hanno spinto, alcuni anni fa,  a dare le dimissioni e adesso a ricandidarsi alla Presidenza.

 

Subito dopo, dietro richiesta di Kreuzkamp e con l'approvazione dell'Assemblea – e in assenza dei due Candidati alla Presidenza – ha avuto luogo una serie di interventi pro e contro e  un breve dibattito  sui programmi da essi presentati.

 

Si sono svolte quindi le elezioni del Presidente e successivamente quelle dei 15 Consiglieri Nazionali. Come Presidente delle ACLI Germania è stato riconfermato Duilio Zanibellatto. Come Consiglieri sono stati eletti  i soci (in ordine alfabetico): Vito Acquavia,  Paola Augelli, Teresa Baronchelli, Daniela Bertoldi, Pasquale Bibbò, Riccardo Cecchi, Barbara Eberle, Salvatore Finazzo, Maria Galitelli, Norbert Kreuzkamp, Patrizia Mariotti, Giuseppe Mazzarisi, Elio Pulerà, Mauro Sansone e Giuseppe Sortino, che, con i tre Presidenti Regionali e il Presidente Nazionale, prossimamente, eleggeranno la Presidenza delle ACLI Germania.

 

Dopo la proclamazione del Presidente e dei Consiglieri i Congressisti rimasti sino alla fine hanno ripreso la strada di casa, con l'augurio di ritrovarsi  nei prossimi anni in seno ad un Movimento e a un Patronato più vitali, come auspicato da Rossini.

Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e del Circolo ACLI di Kempten

 

 

 

 

A Berlino la conferenza “Le leggi razziali in Italia - Storie e memorie al femminile”

 

All'IIC, il 26 aprile, Marcella Filippa presenta alcuni percorsi biografici e esistenziali di donne ebree italiane

 

Berlino – L'Istituto Italiano di Cultura di Berlino ospiterà giovedì 26 aprile alle ore 19 la conferenza su “Le leggi razziali in Italia” a cura di Marcella Filippa, iniziativa promossa nell'80° anniversario delle leggi razziali per ricordare il destino degli ebrei italiani, spesso costretti all’esilio dopo il 1938 e deportati nei campi di concentramento nazisti durante l'occupazione tedesca del 1943-45.

La relatrice presenterà alcuni percorsi esemplari, biografici e esistenziali di donne ebree italiane, come Giorgina Aran Levi, Rita Levi Montalcini, e altre, a partire dai suoi libri e dalle sue più recenti ricerche. Storie di esili e di perdita, ma anche di straordinaria capacità di resistere agli urti della storia.

Nell'ottantenale della promulgazione delle leggi razziali in Italia, attraverso fonti di memoria e autobiografiche, fotografie e testimonianze in gran parte inedite, raccolte da Marcella Filippa negli anni, pubblicate solo in parte nei suoi libri, vengono proposti itinerari biografici e esistenziali di alcune donne ebree italiane, costrette, a partire dal 1938, a lasciare affetti, lavoro, il paese in cui sono nate e vissute, intraprendendo viaggi, percorsi di esilio in Europa e oltreoceano, fughe in cerca di salvezza e rifugio, attraversamenti pericolosi e superamenti di confini. Un approccio di genere e generazionale, che fa emergere intuizione e capacità di elaborare originali strategie di salvezza. Forme di resistenza esistenziale, che trovano in altre figure di donne europee simili modalità di affrontare il destino in maniera creativa e fortemente soggettiva. Storie che continuano a vivere attraverso il racconto, e che possono offrire spunti di riflessione oggi, in un momento così delicato per l'Europa, attraversata da nuovi e vecchi populismi e dal riaccendersi di preoccupanti forme di xenofobia e intolleranza.

Marcella Filippa vive e lavora a Torino in Italia. Saggista, traduttrice, giornalista pubblicista, vincitrice di premi letterari, ha diretto mostre, realizzato sceneggiature per documentari, coordinato progetti europei. Ha al suo attivo numerosi libri di storia del Novecento, in particolare sui temi del razzismo e di storia delle donne, tradotti all'estero, e ha curato molti volumi collettanei. Direttrice della Fondazione Nocentini di Torino, è stata a lungo docente all'Istituto Europeo di Design. Collabora con alcuni importanti istituti culturali internazionali. I suoi ultimi libri: Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie (2017), e Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (2018). La conferenza è in lingua italiana con traduzione simultanea. L'ingresso è libero.

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I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

  

19.04.2018 Insegnanti sotto attacco. Calci, morsi, botte, il bullsimo contro gli insegnanti è una realtà di cui si parla poco anche in Germania. Le autorità competenti spesso minimizzano le aggressioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bullismo-contro-insenganti-102.html

 

Valore del lavoro 4.0. L'Europa del lavoro e della solidarietà nell’era dell'industria 4.0: ecco come le Acli Germania hanno affrontato questo tema al congresso di Stoccarda.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/industria-automazione-102.html

 

18.04.2018. Antisemitismo, istigazione e rap

Ancora un episodio di antisemitismo a Berlino che fa crescere il disagio fra i cittadini di religione ebraica. In che misura il linguaggio antisemita di una parte della scena rap fomenta la violenza e l'aggressività?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/antisemitismo-rap-102.html

 

Due campioni a confront. Luca Toni discute con Karl-Heinz Rummenigge di cosa il calcio tedesco può imparare da quello italiano e viceversa. Due scuole di pensiero, espressioni di due culture, come sottolinea Francesco Ziosi ai nostri microfoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/Luca-Toni-Rumenigge-102.html

 

17.04.2018 Libere Chiese in libero Stato tedesco?

Una sentenza della Corte di Giustizia europea chiede di rivedere il criterio di assegnazione dei posti di lavoro nelle istituzioni religiose in Germania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/chiesa-lavoro-102.html

 

L'Italia Club Brüderlichkeit di Bocholt compie 50 anni. Con una serie di appuntamenti e celebrazioni la comunità italiana di Bocholt, in Nordreno-Vestfalia, festeggia l'importante anniversario. Noi abbiamo sentito il fondatore e presidente dell'associazione, Emanuele Mascolo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italia-bocholt100.html

 

Antonello De Galizia. Se in un futuro ormai prossimo vedremo veicoli circolare autonomamente, lo dobbiamo anche a lui.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/antonello-galizia-100.html

 

16.04.2018. La strategia di Macron. Dopo l'intervento militare in Siria il presidente francese vuole dare alla Francia un nuovo ruolo nello scacchiere internazionale. E tende la mano a Trump e Merkel. Ne parliamo con il corrispondente da Parigi del quotidiano Avvenire, Daniele Zappalà.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/macron-ue-102.html

 

Trent'anni fa l'omicidio Ruffilli

Era il 16 aprile 1988, fu uno degli ultimi attacchi allo Stato da parte delle Brigate rosse. Il senatore della Dc per i terroristi "era il cervello politico del progetto di De Mita". Ne parliamo con l'esperto di terrorismo Gianni Cipriani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ruffilli-br-100.html

 

13.04.2018 Ventimiglia, terra di transito. Sempre più complicata la situazione dell'emergenza profughi a Ventimiglia. Il confine tra Italia e Francia è teatro di drammi quotidiani e di illegalità, spesso per mano delle forze dell'ordine. Daniela Zitarosa, dell'ONG Intersos, ce ne dà un'istantanea allarmante.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ventimiglia-terra-transito-100.html

 

Pizza, che passione! Numeri da record per la 27ª edizione del Campionato Mondiale della Pizza tenutosi dal 9 all'11 aprile a Parma. Filippo Licciardo di Aschaffenburg ha partecipato come membro del team tedesco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/mondiale-pizza-parma-100.html

 

Ricordando Totò. A 51 anni dalla morte del Principe della risata, il giornalista di Radio Vaticana Italia, Rosario Tronnolone, ha intervistato la nipote del grande Antonio de Curtis, in arte Totò.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/ricordando-toto-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-262.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

12.04.2018 Sulla pelle dei siriani. Tensioni tra Stati Uniti e Russia dopo il sospetto attacco chimico a Douma, in Siria, del quale è accusato il regime di Assad. Il commento di Annalisa Perteghella dell’ISPI.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/syrien-160.html

 

Più donne migranti in politica! Un progetto offre seminari di formazione gratuiti a donne di origine straniera che in Germania vogliono impegnarsi in politica a livello locale. Teresa De Bellis, direttrice del progetto e da anni consigliera comunale a Colonia, ne ha parlato con Paola Fabbri.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/teresa-debellis-100.html

 

11.04.2018 Le responsabilità di Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook, ha testimoniato davanti al Congresso degli Stati Uniti sullo scandalo Cambridge Analytica. Il commento di Vittorio Zucconi ai microfoni di Radio Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/zuckerberg-facebook-110.html

 

La strategia europea per la disabilità

È una relazione di inziativa approvata dal Parlamento europeo per l’inclusione attiva e per una vera e piena partecipazione dei disabili nella società. L'obiettivo è creare un'Europa senza barriere per tutti

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/inklusion-eu-100.html

 

Un manuale per l’assistenza ai disabili. A Berlino viene presentata domani la nuova guida dedicata al tema della disabilità per informare gli italiani residenti in Germania su come si accede ai servizi. Ne abbiamo parlato con Luciana Degano Kieser.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/disabilita-germania-100.html

 

10.04.2018. Le opzioni del Colle. Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, ha fissato per giovedì e venerdì le nuove consultazioni per la formazione del governo, nella speranza che si possa superare lo stallo tra il M5S e la Lega. Ne parliamo con Enrico Mentana, direttore del TG LA7.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/consultazioni-100.html

 

Ricordando Nino Rota. A trentanove anni dalla scomparsa le colonne sonore di Nino Rota godono ancora di grandissimo successo. Ripercorriamo la vita del grande compositore nel racconto del nipote Marcello Rota.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/nino-rota-100.html

 

09.04.2018 Follia omicida a Münster: qual è il movente?

Non è ancora chiara la ragione che ha spinto Jens Alexander Rüther a lanciarsi sulla folla con un furgoncino. Esclusa la pista islamica, inconsistente anche quella che vedrebbe l’attentatore-suicida vicino alla destra xenofoba. Dopo il folle gesto suicida che ha ucciso due persone, Münster ancora sotto shock.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/muenster-176.html

 

Ancora un trionfo per Orbán. Il partito di Viktor Orbán, Fidesz, ha ottenuto il 48,8% dei consensi, Il premier conservatore ottiene, così, i due terzi dei seggi del Parlamento e potrà approvare modifiche costituzionali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/orban-110.html

 

06.04.2018 La questione catalana passa dallo Schleswig-Holstein

L'Alta Corte dello Schleswig-Holstein respinge l'accusa di "ribellione" e libera su cauzione il leader indipendentista. Qualora venisse estradato potrà essere processato solo per abuso di fondi pubblici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/questione-catalana-carles-puigdemont-100.html

 

Scherzetto. Un nonno esasperato dal proprio nipotino avverte tutto il peso del fallimento affettivo e creativo della sua vita. Domenico Starnone ci ha parlato della sua crisi esistenziale, degli odiati cliché su Napoli e ancora una volta dice: "Io con Elena Ferrante non c'entro nulla".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/domenico-starnone-scherzetto-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-260.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Assistenza alle persone disabili: la guida del Comites di Berlino

 

È scaricabile dal sito del Comites Berlino la nuova guida “Assistenza alle persone con disabilità in Germania. Piccola guida per orientarsi nel sistema tedesco”. Link di download: http://bit.ly/CBguidadisabilita

 

Nella guida, realizzata dal Comites Berlino con il supporto di Aok Nordost e il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, si trovano informazioni in lingua italiana e di facile consultazione sulle possibilità di cura e assistenza agli italiani diversamente abili in età adulta che risiedono in Germania. I livelli riconosciuti di disabilità, le prestazioni offerte e chi ne può usufruire, gli enti erogatori ai quali rivolgersi, e una esauriente lista di risposte alle domande più frequenti. A questa guida, focalizzata sulle possibilità di assistenza a persone in età adulta (sia nel caso di disabilità permanente che temporanea, causata per esempio da un incidente sul lavoro), seguirà una seconda pubblicazione dedicata invece all'assistenza alla disabilità per minori di 18 anni.

Questa pubblicazione è il frutto di oltre un anno di lavoro e ricerca di vari autori coordinati dalla Dr.ssa Luciana Degano Kieser del Comites Berlino, in collaborazione con il Dr. Francesco Marin dell'Ambasciata d'Italia a Berlino e la Dr.ssa Serena Manno dell'AOK Nordost, e con il contributo di diverse associazioni attive sul territorio quali Salutare e.V., Artemisia e.V. - Inklusion für alle, e Infermieri italiani a Berlino.

Per ricevere una copia cartacea inviare una mail a info@comites-berlin.de. Laura Sajeva, de.it.press

 

 

 

 

"La Germania incontra l’Italia": puntata speciale del Deutschlandfunk del 29 aprile

 

Colonia - "La Germania incontra l’Italia" nel corso della prossima puntata della trasmissione radio in presa diretta della serie "Passeggiata domenicale" del Deutschlandfunk, che andrà in onda dall’Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

L’appuntamento è per domenica 29 aprile, alle ore 11.00: la trasmissione sarà poi in onda dal vivo dalle ore 11.30 alle 13.00. Il programma si potrà ascoltare in qualsiasi momento anche su www.deutschlandfunk.de/sonntagsspaziergang.

Chi conosce veramente, oltre i cliché, l’adorabile Italia? Che cos’è che ai tedeschi piace del nostro Paese? E, viceversa, gli italiani che considerazione hanno dei vicini d’oltralpe?

Nel corso del programma, trasmesso dal vivo in tutta la Germania, interverranno ospiti dei due Paesi che relazioneranno dal proprio punto di vista su paesaggio, cultura, cibo e vino, arte e letteratura, politica e società, ma soprattutto sul senso della vita italiano tanto apprezzato in Germania.

Il programma sarà inoltre accompagnato dalle esibizioni dal vivo di famosi musicisti italiani.

La moderazione sarà in lingua tedesca e italiana: accanto al redattore della Deutschlandfunk, Andreas Stopp, sarà presente la giornalista Cristiana Coletti. I due condurranno insieme la trasmissione, alla quale tutti gli interessati e curiosi sono cordialmente invitati a partecipare. (dip) 

 

 

 

"Migrangels": nasce la rivista online di formazione e informazione sociale sui temi dell'integrazione e del dialogo   

 

Roma - È nata “Migrangels” la rivista di informazione sociale di “Agape srl Impresa sociale” che si propone di promuovere la conoscenza del fenomeno migratorio e della cultura del dialogo e dell’integrazione. La direzione della nuova testata, della campagna di informazione e formazione nelle scuole e dell’ufficio stampa è stata affidata a Carmine Alboretti, giornalista professionista e già vicedirettore del quotidiano di informazione “la Discussione”, fondato da Alcide De Gasperi.

“Il nostro intento - spiega - è quello di  far conoscere il tema delle migrazioni in tutta la sua complessità, ponendo in evidenza la centralità della persona umana. Il tutto realizzando un’azione editoriale ed educativa che mira a coinvolgere studenti e giovani richiedenti protezione internazionale in azioni di sensibilizzazione, informazione e comunicazione sui temi della solidarietà sociale, dell’integrazione e del contrasto a tutte le forme di discriminazione”.

“Siamo convinti - aggiunge Massimo Esposito, amministratore unico di Agape Impresa sociale - facendo leva sulla professionalità dei nostri operatori e sul background del direttore Alboretti di contribuire alla formazione di una nuova sensibilità, anche giornalistica, sul tema delle migrazioni, in linea con i principi della cd. “Carta di Roma”.

I vari numeri di “Migrangels” saranno distribuiti gratuitamente attraverso internet  a istituzioni, cittadini, autorità, associazioni e comunità religiose.

Dal prossimo numero la rivista sarà multilingue e la stessa sarà affiancata da una App per informazioni in tempo reale sull’immigrazione e da una web radio, realizzata anche attraverso la collaborazione dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale ospiti dei Centri di Accoglienza Straordinaria gestiti da Agape. M.o.

 

 

 

Errare è umano, perseverare diabolico

 

Tutti possono commettere sbagli. L’importante è vergognarsi, pentirsene e chiedere scusa. Reazioni che però spesso mancano

 

“Errare humanum est”, dicevano gli antichi Romani che, però, consideravano “diabolicum”, cioè azione tipica del diavolo, il continuare a compiere azioni malvagie ed immorali, come continuare ad uccidere, rubare, stuprare, mentire, invidiare senza vergognarsene. Papa Francesco, durante l'omelia in occasione della Festa della Divina Misericordia, ha scomunicato gli “spudorati” invitandoli a “provare vergogna”. Sentimento del quale non si deve avere paura.

La mancanza della quale, però, può comportare situazioni spiacevoli. Come quella di non sapere ancora, dopo 24 anni, chi ha ucciso il procuratore di Palermo, Paolo Borsellino, ed i 6 agenti di polizia. Il che fa star male, come ha detto sua figlia Lucia, “per il sospetto che uomini dello Stato abbiano potuto tradire un altro uomo dello Stato”. Malvagità riprovevole che dovrebbe far arrossire i responsabili, anche a costo di farsi punire. Guance rosse che, però, non ci sono state.

Probabilmente perché, secondo lo psichiatra e psicoterapeuta Fausto Manara, ciò avrebbe spinto a “sentirsi fuori posto rispetto a certi standard sociali e nei confronti degli altri”. Ma avrebbe permesso di ragionare e curare, di condurre ad una maggiore sensibilità psicologica e di indurre a considerare più benevolmente il prossimo. Sentimento molto diverso da quell’egoismo che spinge a volere solo il proprio benessere fisico ed economico. Il quale, a volte, fa compiere azioni infami. Come hanno fatto quei 4 primari di 2 ospedali milanesi, soci illegittimi di aziende produttrici di medicinali ed attrezzature mediche, poi usati dai medici per curare gli ammalati. Avvalendosi dell’aiuto di una toga importante della Lombardia, l’ex Procuratore Gustavo Coppa, ora indagato per favoreggiamento e abuso di ufficio, in quanto “referente e portavoce” dei loschi affari dei medici, ma incurante del fatto che, a soffrirne, erano i pazienti.

La stessa indifferenza ha spinto tre minorenni napoletani, parenti di famiglie camorristiche, a violentare una ragazza di 15 anni, ad insultarla su Facebook ed a minacciarla, se li avesse denunciati, di bruciarle “la casa”. Aggiungendo, ai gesti ed alle insolenze, un deplorevole “non scherzo” che aggravava la provocazione. Ma non impedì l’arresto, però durato solo 6 mesi.

Scarcerati prima del previsto perché, secondo il Giudice delle indagini preliminari, era meglio “spingerli a lavorare. Dovranno imparare a fare le pizze”. Una “messa in prova che fa sudare, comporta impegno e forse li aiuterà a provare “la vergogna di aver distrutto l'esistenza della ragazzina”. Giudizio ovviamente non condiviso da chi giustamente lo ritiene “un insulto alla giustizia e alla vittima”, in quanto la “violenza sessuale rovina per sempre la vita di una quindicenne” e che “6 mesi di carcere non possono dare idea della gravità del delitto”.

Come quello avvenuto a Marcianise (Caserta), al Centro Commerciale Campania, dove un 44enne è stato arrestato per tentata violenza sessuale ai danni di una bambina di 12 anni che, in un camerino, stava provando i vestiti che voleva comprarsi. Per fortuna, la ragazzina è riuscita a scappare e ad andare dai genitori che hanno fatto arrestare l’aggressore. Impossibile sapere se si siano vergognati della loro azione lui, i tre ragazzini ed i tanti altri che hanno realizzato furti, violenze e stupri. Prepotenze che, purtroppo, avvengono frequentemente.

E c’è da chiedersi se si vergognano i politici che, approfittando della loro posizione, si appropriano, benché già ben pagati dallo Stato, di beni e patrimoni, danno denaro pubblico agli elettori per farsi votare, finanziano illecitamente aziende familiari, violano le leggi a tutela del lavoro di fanciulli ed adolescenti, falsificano i bilanci, diffamano, effettuano bancarotte fraudolente, emettono assegni a vuoto, turbano le aste o truffano a danno del Governo.

Purtroppo sono parecchi i politici (parlamentari, regionali, provinciali e comunali), rinviati a giudizio, condannati o in attesa di sentenza, ma non sempre sospesi all’incarico. Tra questi, ne cito soltanto qualcuno, Penati, Burlando, Errani,  Lusi, Vincenzi, Orsoni, Barracciu, Graziano, Consales, De Luca, De Filippo, Alemanno, Polverini, Bubbico, Alfano, Scajola, Pomicino, Vicino, Paita e, ovviamente, Berlusco- ni e Dell’Utri. Poco importa conoscere il partito cui appartengano. Interesserebbe di più sapere se e chi si sia vergognato dell’abuso commesso.

Obbligatorio condannarli, se veramente colpevoli. Ma soprattutto necessario che si dicano pentiti di ciò che hanno fatto, per restituire onore agli Italiani e all’Italia, da loro presentata all’estero come Stato amministrato con delinquenza e truffa dai politici. Parere che incide negativamente sulla reputazione internazionale della nostra democrazia, basata sul nepotismo e l’immoralità dei governanti. Indifferenti al buon nome del Paese ed alle necessità dei cittadini.  

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Opzioni e rischi. Siria. Dopo l’attacco, interrogativi su strategia e impatto

 

Donald Trump aveva ‘twittato’ che l’ attacco americano alla Siria sarebbe arrivato. E così è stato. Una sorta di riedizione con varianti di quello condotto nell’aprile 2017, contro la base aerea siriana di Shayrat, distruggendo circa il 20% delle forze aeree di Bashar al-Assad. Questa volta, i missili sparati sono stati oltre cento, contro una sessantina, e Gran Bretagna e Francia hanno partecipato all’azione americana contro tre obiettivi – uno a Damasco e due a Homs – collegati alle capacità chimiche delle forze siriane. Gli interessi russi e iraniani nel Paese non risultano colpiti, l’impatto dell’ attacco è minimizzato dalle fonti siriane.

Se Trump avesse scelto di non agire, gli Stati Uniti sarebbero stati presto costretti ad abbandonare il Medio Oriente, con pericoli gravissimi per la loro preminenza strategica – per recuperare il terreno perduto, potrebbero essere obbligati ad una difficilissima guerra contro l’Iran -. Il non intervento sarebbe stato una scelta fallimentare. Un intervento limitato e insufficiente richiederà presto nuovi interventi, in una situazione però sempre più difficile è degradata. Un intervento con la necessaria decisione ed ampiezza di mezzi comporta il rischio di una escalation pericolosa. Se però gli Usa riusciranno a chiarire al mondo quali sono i loro obiettivi irrinunciabili, è possibile che il mondo li ascolti.

Il minimo sindacale della reazione annunciata

Donald Trump ha scelto la strada dell’attacco mirato, limitato agli arsenali chimici siriani. In tal modo ha anche raggiunto una sorta di tacito accordo con la Russia, impegnandosi a non attaccare direttamente il regime di Bashar al-Assad. Ha così soddisfatto il minimo sindacale della reazione annunciata, senza impegnarsi ad accrescere la presenza americana in Siria. Se poi riuscirà anche a ritirare del tutto la presenza militare americana nel Paese lo vedremo nelle prossime puntate.

Molto soddisfatta è la Russia, che si vede confermata come l’unico serio baluardo che tiene in vita il regime siriano: un ruolo che viene guardato con grande interesse anche molto al di là della Siria, da regimi che temono interventi di “regime change”. Chi invece non può essere del tutto soddisfatto sono gli alleati europei, a cominciare naturalmente da Francia e Regno Unito, che hanno contribuito all’intervento militare.

Quali opzioni per Trump nel Medio Oriente

Il problema è quello di sempre: quale sia la strategia americana in Siria e nel Medio Oriente in genere negli anni di Trump. Apparentemente la preferenza del presidente americano sembra quella di affidarsi ad una coalizione di interessi tattici tra Arabia Saudita, Israele ed altri Stati dell’area del Golfo, più forse l’Egitto, contro le grandi organizzazioni terroristiche e contro l’Iran.

Questa linea non può essere condivisa dagli alleati europei, non solo perché fa carta straccia di ogni tentativo di normalizzazione dei rapporti con Teheran, ma perché potrebbe indebolire la politica di non proliferazione nucleare e soprattutto alimentare le tante guerre civili in corso in Iraq, Siria e Libano, accrescendo l’instabilità e probabilmente anche i flussi migratori in direzione dell’Europa. Il fatto che molti di questi profughi verranno intercettati dalla Turchia renderà l’Europa più vulnerabile di fronte agli ultimatum di Ankara, in un momento politico tutt’altro che chiaro.

Il Pentagono è chiaramente a disagio, perché sa benissimo che i suoi attacchi, anche se tecnicamente riusciti, non hanno distrutto tutte le capacità chimiche siriane né la volontà di Assad di continuare ad usare ogni mezzo per riprendere il controllo del paese, ma non vuole neanche impegnarsi in Siria in un’altra guerra senza fine, che si aggiungerebbe alle tante altre cominciate e mai finite, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Somalia all’Africa sub-sahariana ( per non parlare della Corea), che paralizzano importanti e costose risorse militari americane ai quattro angoli del globo.

Di più, questa volta c’è anche il rischio – evitato, nell’ attacco appena compiuto – di un confronto diretto con la Russia, che potrebbe aprire molteplici difficili scenari di crisi, non solo nel Mediterraneo.

Capacità militari e obiettivi strategici

Gli Stati Uniti hanno le capacità militari, politiche ed economiche per dominare la situazione, ma è necessaria una maggiore chiarezza circa gli obiettivi strategici che intendono raggiungere, per evitare che i molteplici e diversissimi interessi degli attori locali finiscano per imbarbarire del tutto la situazione.

Gli europei, d’altra parte, a differenza degli Stati Uniti, non hanno le capacità militari, politiche ed economiche per dominare la situazione, per cui cercano in ogni modo di “reclutare” Washington perché faccia la differenza e consenta alle vecchie ex-grandi potenze europee di continuare a difendere i loro interessi. Ma il gioco si fa sempre più difficile e le preferenze politiche di Trump lo rendono anche sempre più improbabile.

In conclusione, se l’intenzione è quella di bloccare una volta per tutte l’uso di armi chimiche, e di imporre il rispetto del Trattato che le ha abolite, è ormai chiaro che un semplice attacco una tantum, per quanto mirato ed efficace, non basterà: al contrario, potrebbe convincere definitivamente al-Assad e i suoi alleati che hanno mano libera. E la credibilità degli Stati Uniti e degli alleati europei nel conflitto siriano non potrebbe che ridursi ai minimi termini.

Molte altre opzioni sono ulteriormente possibili, a cominciare da attacchi diretti contro le sedi del governo siriano, le residenze di al-Assad e dei suoi ministri, la distruzione sistematica degli stabilimenti militari eccetera. È anche possibile combinare assieme una campagna militare prolungata con sanzioni mirate e altre misure punitive politico-economiche, così da danneggiare più seriamente il regime. È infine possibile, raccogliendo un vasto consenso internazionale, aggirare almeno in parte il veto russo al Consiglio di Sicurezza e puntare direttamente alla incriminazione di al-Assad e dei suoi di fronte alla Corte penale internazionale, quanto meno per la violazione del Trattato sulle armi chimiche.

Il rischio di uno scontro con Mosca e la ridda di incognite

Queste alternative ed altre ancora rimangono sul tavolo, e potrebbero essere riprese in esame una volta che la task force navale della portaerei Truman arriverà nel Mediterraneo orientale. Ma il problema è che nel percorrere queste strade Washington finirebbe per scontrarsi frontalmente con Mosca, almeno se Vladimir Putin continuerà a coprire e garantire il dittatore siriano. In questo caso Trump (e, con lui, anche gli alleati europei) sarebbe costretto a rivedere le sue preferenze politiche, e ad entrare in un nuovo periodo di scontro Est-Ovest.

Non sarebbe il primo presidente degli Stati Uniti costretto ad assumere posizioni più intransigenti del previsto. Ronald Reagan, ad esempio, si trovò di fronte una Unione Sovietica che stava sistematicamente violando buona parte dei Trattati sul controllo degli armamenti, un po’ come sta facendo oggi la Russia, e finì con il prendere atto di questa situazione, denunciandola in dettaglio al Congresso e all’opinione pubblica. In ultima analisi quel chiarimento diede ottimi risultati, portando alla fine della Guerra Fredda. Possiamo sperare che la storia si ripeta?

Oggi purtroppo i governi delle maggiori potenze sembrano tutti infettati dallo stesso virus nazionalista che impazza tra i popoli europei. Questo non è un buon segnale. È forte il rischio di reazioni esagerate, di letture ideologicamente distorte delle mosse altrui, di scatti di orgoglio mal posti e mal indirizzati. Stefano Silvestri,  AffInt

 

 

 

 

Ungheria, trionfa Orban

 

Viktor Orbàn stravince le elezioni in Ungheria conquistando il terzo mandato. Con quasi la totalità delle schede scrutinate, Fidesz, il partito del primo ministro ungherese anti-immigrati, ha ottenuto 133 dei 199 seggi, percentuale che, se confermata, gli darebbe anche la super maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione e approvare le leggi costituzionali.

"Abbiamo vinto, ci siamo dati l'opportunità di un cambiamento per proteggere l'Ungheria", ha detto Orban festeggiando, con una folla di sostenitori a Budapest la vittoria. Il partito di estrema destra, Jobbik, che ha tentato di trasformarsi in una forza centrista anti-corruzione ha ottenuto appena 26 seggi, pur arrivando secondo, e il suo leader Gabor Vona, ha detto che si dimetterà.

Pesante la sconfitta per le opposizioni liberal, che si sono presentate divise, permettendo così la netta affermazione di Fidesz, avvantaggiato dal premio di maggioranza. "Dal tempo del cambiamento di sistema nel 1989 il Paese non ha mai visto una campagna così piena di bugie", ha detto Antal Csardi, candidato di un partito di opposizione che ha vinto un seggio a Budapest, dove la sinistra ha ottenuto più sostegno.

I dati elettorali sono arrivati in ritardo per via del fatto che l'affluenza è stata record e i seggi sono rimasti aperti oltre la chiusura programmata per permettere agli elettori di votare. Per oggi è atteso il rapporto dell'Osce sulle elezioni nel Paese.

 

Orbàn, 54 anni, è stato alla guida del Paese dal 1998 fino al 2002 ed è tornato al potere nel 2010. I critici in Ungheria e nell'Unione europea lo accusano di un sistematico smantellamento delle istituzioni democratiche e di corruzione. Orbàn ha condotto una feroce opposizione all'immigrazione ed è stato protagonista di frequenti scontri con l'Unione europea. Adnkronos 9

 

 

 

 

Chiarezza politica per il Paese

 

Anche dopo le elezioni, l’intento resta lo stesso: frenare l’incertezza economica. Francamente, dalla crisi si potrebbe uscire; però con un valido programma d’investimenti. Almeno, si riuscirà a tutelare il potere d’acquisto interno; ma senza la definitiva soluzione dei mali peggiori di casa nostra. Però le previsioni economiche non sono mai buona scienza. A conti fatti, il futuro Esecutivo, indipendentemente dalla sua composizione, potrebbe modificare l’attuale tendenza. In Italia, però, si continuerà a consumare di meno. Sembra un controsenso: gli istituti di credito traboccano di liquidità, ma nessuno è disposto a favorire gli investimenti; anche a medio termine. Chi ancora si può permettere certi “lussi” sarà maggiormente controllato e i “furbi”, che non sono pochi, potrebbero affrontare tempi difficili. Se il nuovo Palamento dovesse rivedere la politica dei redditi, potrebbe proporre un meccanismo che preveda, almeno, che una parte del salario, e dei vitalizi previdenziali, sia aggiornato al costo reale della vita. Ciò anche tenuto conto che le pensioni, se si escludono quelle d’”oro”, non hanno avuto, in concreto, incrementi con gli obiettivi dei quali abbiamo scritto. Tuttavia, s’è ritenuto di far “lievitare” l’età pensionabile. Tornare indietro sarà un problema.  Mentre i Partiti, quelli che si ritengono vincitori, esternano opinabili “apprezzamenti”, la “deriva” italiana resta una realtà che la politica becera non è riuscita a contenere.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mattarella: "E' stallo, serve governo"

 

"Nessun progresso". Si è concluso con un altro nulla di fatto il secondo giro di consultazioni del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, per la formazione del nuovo governo. Dopo l'arrivo in mattinata del Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, Mattarella ha ricevuto i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, per poi tenere una breve conferenza stampa per tracciare un bilancio sugli incontri di questi due giorni.

Nonostante la settimana trascorsa, "il confronto tra i partiti politici non ha fatto progressi", ma il Paese ha bisogno "di un governo nella pienezza delle sue funzioni". Per questo "attenderò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò in che modo procedere per uscire dallo stallo che si registra", ha spiegato Mattarella.

"Dall'andamento delle consultazioni di questi giorni - ha affermato ancora il presidente della Repubblica - emerge con evidenza che il confronto tra i partiti politici, per dar vita in Parlamento ad una maggioranza che sostenga un governo, non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza del sue funzioni".

"Le attese dei nostri concittadini - ha poi ricordato il Capo dello Stato -, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Unione europea, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia, richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto tra i partiti, per raggiungere quell'obiettivo: quello di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni".

"Attenderò alcuni giorni - ha annunciato in conclusione Mattarella - trascorsi i quali valuterò in che modo procedere per uscire dallo stallo che si registra".

NAPOLITANO - "Parlo per me, ma sono convinto che esprimo un sentimento comune anche ai presidenti di Camera e Senato: siamo tutti accanto al Presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni ed è un compito, come potete immaginare, estremamente difficile, complesso e presenta una sua innegabile urgenza. Per il Presidente è un momento delicato e siamo pienamente solidali con lui", ha affermato stamane Giorgio Napolitano dopo aver incontrato Mattarella. Adnkronos 13

 

 

 

Movimentismo: la domanda politica dei giovani

 

March for Our Lives ha spostato l’asse della protesta sulla richiesta di partecipazione politica dei giovani statunitensi. La manifestazione, innescata dalla strage nel liceo di Parkland in Florida lo scorso febbraio, vuole dare seguito all’esigenza di maggiori controlli sulle vendite delle armi, contrastando le pressioni esercitate in senso opposto dalla National Rifle Association nel circuito politico-elettorale.

La fioritura di movimenti giovanili nell’ultimo decennio, coincisa con la crisi economica, muove dalla necessità di un’azione integrata, condotta sui social media e con manifestazioni in strada, per affrontare problemi sociali complessi e l’insufficiente capacità di risposta istituzionale: da Occupy Wall Street ai giovani indignados spagnoli del Movimento 15-M, la partita ha riguardato lo stretto rapporto tra erosione delle tutele sociali e crescenti diseguaglianze socio-economiche.

Gli Stati Uniti sono l’epicentro del movimentismo, erede diretto della “cultura attivista” consolidatasi in ambito studentesco dai tempi del Free Speech Movement dell’Università di Berkeley (1964). Tra il 2012 e il 2014, gli omicidi di Trayvon Martin (17 anni) e Michael Brown (18) ebbero ampia risonanza nel dibattito pubblico mentre in rete cominciava a circolare l’hashtag #BlackLivesMatter: l’omonimo movimento nato nel 2013 su iniziativa delle trentenni Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi si è ramificato a livello locale, impegnandosi nella lotta al razzismo e alla discriminazione nei confronti della comunità afro-americana. Nuclei di protesta si sono strutturati in organizzazioni rilevanti sul piano politico e mediatico, radicandosi nello spazio pubblico statunitense.

Giovani e partecipazione: il ‘movimento’ nel Vecchio Continente

Il ‘movimento delle piazze’, manifestatosi in Spagna e Grecia tra il 2010 e il 2011, si rivolse all’establishment europeo. All’apice della depressione economica, le fasce sociali più deboli stavano subendo le conseguenze degli squilibri nel mercato del lavoro: stando ai dati Ue (riferiti al 2010-2011), oltre il 20% dei giovani nell’Europa del Sud e in Irlanda risultava non impegnato in percorsi formativi e la crescita del tasso di disoccupazione giovanile raggiunse il massimo storico del 24% (media Ue, 2013).

La propagazione della protesta contro le politiche d’austerità o a difesa dei diritti ha assunto caratteristiche peculiari a livello nazionale. Critiche verso le elité e catalizzatrici delle istanze di disagio socio-economico, le principali forze politiche anti-sistema sono emerse in un clima di sfiducia istituzionale. Syriza, Podemos e M5S, con proposte politiche differenti, hanno raccolto consensi nelle reti sociali giovanili con il contributo di blogger e attivisti sul Web.

La formazione di ‘correnti di opinione’ in Rete si è tradotta in impegno attivo su questioni che dividono governo e opposizioni: da due anni, la difesa del diritto all’aborto coinvolge molte donne e ragazze polacche, mentre in Ungheria giovani volontari delle Ong sono impegnati nel sostegno ai migranti.

L’ultimo report sui giovani europei (Eurobarometro, settembre 2017), rileva un incremento rispetto al primo anno d’indagine (2011) del tasso di partecipazione ad attività politiche – il 64% degli intervistati ha votato in almeno una consultazione elettorale negli ultimi tre anni – e sociali – il 31% ha partecipato ad attività di volontariato nell’ultimo anno. Il campione indagato (d’età compresa tra i 15 e i 30 anni) indica come priorità l’istruzione, l’occupazione, la salvaguardia ambientale e la gestione dei flussi migratori attraverso l’integrazione sociale e la formazione di competenze professionali.

L’iniziativa ‘Nuova narrativa sull’Europa’, promossa dalla Commissione europea, mira a coniugare progetti scientifici e culturali con un coinvolgimento dei giovani cittadini europei nei processi decisionali. Aspetto cruciale nell’affrontare gli obiettivi in agenda, quali contrasto alla disinformazione e alla proliferazione dell’estremismo, ricerca di soluzioni eco-compatibili per la mobilità e relazioni in ambito formativo e lavorativo tra i Paesi dell’Unione europea.

Giovani e organizzazione politica: il caso Hong Kong

Nel settembre del 2014, la ‘Rivoluzione degli Ombrelli‘ acuì la tensione politica tra giovani studenti e attivisti di Hong Kong e governo cinese. Lo statuto speciale della regione, sancito nel 1997 sul principio “one country, two systems”, concede ampie garanzie a tutela dell’autonomia amministrativa, minacciata, secondo i movimenti autonomisti, dalle “eccessive ingerenze” esercitate da Pechino per l’approvazione di una nuova riforma elettorale in vista delle elezioni locali del 2017. I dimostranti contestano la riduzione del numero di candidati alla carica di chief executive e la successiva designazione da parte di una commissione elettorale nominata dall’esecutivo cinese.

Le manifestazioni organizzate dal movimento Occupy Central che si protrarranno per 79 giorni sono dense di simboli: le “fiaccole” di smartphone per coordinare lo svolgimento ordinato dei cortei e condividere contenuti in rete, le magliette nere per richiamare la memoria di Piazza Tienanmen, così come gli ombrelli, impiegati per proteggersi dai gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, sottolineano il carattere non-violento delle iniziative. Un ombrello giallo è presente in aula nel giugno 2015, quando il Consiglio legislativo respinge il progetto di riforma.

Un anno dopo, i giovani partecipano attivamente al voto, contribuendo alla crescita dell’affluenza alle urne (58%, massimo storico, nel settembre 2016). Le giovani organizzazioni politiche si formano nell’esperienza di Scholarism, gruppo studentesco attivo nella ‘Rivoluzione degli ombrelli’, ottenendo 30 seggi in parlamento: ventenni come Joshua Wong, Agnes Chow e Oscar Lai danno vita a Demosisto, partito democratico rappresentato dal giovane deputato Nathan Law, mentre nelle fila di Youngspiration sono eletti i fondatori Yau Wai-ching e Sixtus Leung che invocano un referendum sull’autodeterminazione di Hong Kong entro il 2020.

Un sondaggio svolto nelle stesse settimane mostra che il 40% dei giovani cittadini (tra i 15 e i 24 anni) si dichiara favorevole d un’indipendenza della regione dalla Cina dopo il 2047. Li hanno definiti “localisti” e vogliono una svolta storica, quella che molti giovani nel mondo aspirano ad imprimere nella realtà politica del loro tempo. Michele Valente, AffInt 13

 

 

 

Ocse: "In Italia serve la patrimoniale"

 

In Italia - come nel Regno Unito, negli Usa e nei Paesi Bassi - negli ultimi anni si è registrata un aumento della concentrazione della ricchezza verso l'alto, nel quadro di un generale incremento delle diseguaglianze. Lo sottolinea l'Ocse in un rapporto sulla tassazione sulla ricchezza in cui evidenzia "un rinnovato interesse verso la patrimoniale", anche se questo tipo di imposizione fiscale oggi è applicata solo in 4 Paesi dell'Ocse (contro i 12 del 1990).

"Le scelte di abrogare le imposte patrimoniali sono state spesso giustificate da osservazioni sull'efficienza e dall'osservazione che le patrimoniali hanno spesso fallito nel soddisfare i loro obiettivi redistributivi" con entrate "molto basse, con poche eccezioni".

Ma l'organizzazione riconosce come "di recente, tuttavia, alcuni Paesi hanno mostrato un rinnovato interesse per le imposte sul patrimonio come un modo per aumentare le entrate e affrontare le disuguaglianze" nella distribuzione delle ricchezze.

RICCHEZZA - E le conclusioni del rapporto - spiega l'Ocse - sembrano suggerire le argomentazioni sul ruolo della patrimoniale nell'affrontare l'ineguaglianza della distribuzione della ricchezza, che "è di gran lunga maggiore della diseguaglianza dei redditi".

Peraltro, spiega l'organizzazione, "l'accumulo della ricchezza tende ad auto-sostenersi e ad aumentare in assenza di una tassazione". Ma l'Ocse punta il dito anche sul contributo di ridistribuzione della ricchezza che arriverebbe da una estensione delle tasse di successione.

LO SCENARIO - In ogni caso, si sottolinea, le ragioni di una patrimoniale "non possono essere valutate singolarmente ma dipendono dal sistema fiscale complessivo e dallo scenario complessivo economico e sociale del Paese". Adncronos 12

 

 

 

 

Le indecisioni

 

I partiti, anche dopo le recenti elezioni, continuano a muoversi con scontate strategie. Spesso a discapito di quella chiarezza che sarebbe fondamentale per il Paese. Quando le polemiche vincono su ogni intervento correttivo, qualsiasi ottimismo è tagliato fuori. Al punto in cui ci troviamo, bisognerebbe avere il coraggio d’affrontare i reali motivi della crisi italiana. La voglia di “nuovo” pare, però, lasciare il posto allo “scontato”. Questa impressione ci fa riflettere.

 Non vediamo sbocco politico in grado d’assicurare ciò che più ci preme; vale a dire garanzie di una politica stabile. Sarà, forse, sola un’impressione, ma da noi mancano originali scelte per la governabilità d’Italia.

 Le stesse alleanze elettorali potrebbero non garantire, nel tempo, la vita dell’Esecutivo. Anche perché, con i “politici”, ora alla ribalta, c’è poco da fidarsi. Tant’è che la politica italiana si è trasformata con camaleontica evidenza.

 

 Quindi, per essere più pratici, nel Paese convivono realtà sociali differenti che sperano di “contare” tramite nuove intese. Con la possibilità d’apparentamenti per tentare d’ottenere una composizione politica che possa governare senza compromessi. L’Italia ha bisogno di ben altro. L’Italia delle riforme, che ci hanno portato a mendicare il necessario, è già storia di ieri. Quella di domani sarà tutta da organizzare. Ogni indecisione, ora, andrebbe a ricadere sul Paese. Senza trascurare che gli elettori si sono stancati di una classe politica che non sentono più “loro”.

 

La lezione del passato, che c’è stata propinata senza esclusione di colpi, dovrebbe, almeno, renderci più vigili. Insomma, i tempi “nuovi” ci saranno? Per ora, all’interrogativo non siamo in grado di rispondere. Di fatto, il nuovo Esecutivo, col suo macchinoso ruolo, resta da “verificare”. Potrebbero, infatti, concretarsi errori di percorso capaci di rendere meno “teoriche” le nostre attuali indecisioni.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I giovani svizzeri e l’italianità

 

Secondo l’Istituto di ricerca Gottlieb-Duttweiler, gli svizzeri si spacciano talvolta volentieri per italiani. Alcuni invidiano il mondo dei secondos e perfino dei terzos

 

SAN GALLO - Improvvisamente, Felix M. proclama nel bel mezzo di un party giovanile per il suo compleanno, al culmine del generale divertimento: Hei, io sono comunque un Italo. E poi spiega che la sua bisnonna, a suo tempo, è immi-grata in Svizzera. Persino un “duro” dell’SVP (il partito anti-immigrati - di centro destra di Blocher) come Adrian Ansturz ha dichiarato in una trasmissione televisiva della SRF di avere nostalgia delle feste familiari celebrate in Italia: lui a capotavola e un lungo tavolo pieno di gente a pranzo o cena. Addirittura una pagina web “Heidgenoss” (confederati), viene cliccata da migliaia di giovani che rispondono al quesito. “Se uno svizzero facesse un test del DNA e scoprisse che è italiano al 3%, cosa farebbe?” La risposta è stata generalmente che sarebbe contento di essere un Italo, che potrebbe tifare ai mondiali anche per l’Italia, che potrebbe dire ai suoi amici “waffangulo” o “minkia” e che il suo nome è “Fabio e non Fabian!”. Un secondo di Basilea ha dichiarato sorridendo che alcuni suoi amici svizzeri si posano come “Italos” sebbene il loro italiano non vada oltre alle parole ciao, pizza e spaghetti! Un altro secondo di origine italiana e di professione barbiere-parrucchiere ha dichiarato in un’ intervista che parecchi ragazzini e adolescenti svizzeri chiedono di farsi tingere i capelli di nero o marron scuro, per essere maggiormente scambiati per “ragazzi del sud”: pensano così di aumentare le loro possibilità di “dating” (appuntamento) con le ragazze coetanee. Le quali, a loro volta, vestono ultima moda italiana, usano rossetti rosso-brillante così come le ragazze che hanno incontrato nei luoghi di villeggiatura estiva in Italia. Oggi, l’origine italiana è sentita, non solo dai giovani, come un arricchimento poiché gli svizzeri tendono ad identificarsi con il lato più bello dell’italianità. Prima, venti o trent’anni fa, invece, gli italiani erano ritenuti degli immigrati scomodi e poco puliti, anzi spesso oltraggiati come “tschingge”. D’altronde basti osservare quel che avviene nella nostra città di San Gallo, quando un “party” è organizzato da qualche gruppo giovanile italiano: tantissimi giovani, moltissimi svizzeri poiché il divertimento è assicurato, addirittura orecchiette e spaghetti per tutti, arrivata la mezzanotte. Una ricercatrice sociale del GFS di Berna, J.Cloé, ha dichiarato nell’intervista: “È formidabile che al giorno d’oggi, si possa arricchire la compassata immagine dello svizzero con la gioia di vivere dell’italianità”.

Il direttore di ricerca dell’Istituto Duttweiler riconosce che il “fascino” dell’italianità sta soprattutto nella diametrale diversità con il cliché svizzero: gli italiani sono percepiti in Svizzera come passionali ma non organizzati, lo svizzero è invece ben organizzato ma piuttosto “freddo” nei sentimenti. “In Svizzera non ci sono miti comuni e monumenti di eroi, esistono piuttosto valori astratti come la neutralità la puntualità e la diversità linguistica. Gli svizzeri che si identificano con l’italianità vedono invece la passionalità, l’emozioni, la dolce vita, il calore della famiglia e del paese, il mangiar bene. Valori come la puntualità e l’organizzazione sono invece ritenuti freddi e distanti dalla percezione giovanile. Se gli svizzeri pensassero al loro passato, non penserebbero ad eroi e ardue

 imprese, ma penserebbero alla vita di montagna, ai contadini, che sono immaginazioni alla Heidi, come la cioccolata, il formaggio, gli orologi e le banche”. Rolando Ferrarese – Solidali & Insieme

 

 

 

Pd Estero: Per gli italiani all’estero ripartire dalla svolta degli ultimi anni e andare avanti su una linea di riforme

 

ROMA – “Il difficile impegno di assicurare all’Italia un governo adeguato alla complessità dei problemi interni e internazionali del presente richiede sicuramente tempi di maturazione della situazione politica che il Presidente Mattarella saprà gestire con equilibrio e saggezza. I cittadini italiani all’estero, che con il voto hanno dato ancora una volta una prova di legame e di responsabilità verso il Paese e di consenso per la prospettiva riformatrice e di risanamento delineata dai governi a guida Pd, ne sono consapevoli e sapranno autonomamente valutare svolgimenti ed esiti”. Così in una nota congiunta gli eletti all’estero del Pd: Laura  Garavini, Francesco Giacobbe, Nicola Carè, Francesca La Marca, Angela Schirò, Massimo Ungaro.      

 “Gli elettori italiani all’estero nelle ultime due occasioni nelle quali si sono democraticamente espressi (referendum costituzionale ed elezioni del 4 marzo) – continuano gli eletti all’estero del Pd  dopo aver ricordato il dovere per gli eletti della circoscrizione Estero della maggiore coesione possibile -  hanno dimostrato un chiaro e ampio consenso per le proposte e per la linea adottate dai governi a guida Pd sia nel campo delle politiche internazionali che in quello delle misure rivolte agli italiani all’estero; il Pd è stato a livello mondiale il partito più votato e ha prevalso in 3 ripartizioni su 4, eleggendo propri rappresentanti in ogni ripartizione, cosa che è sempre accaduta da quando esiste la circoscrizione Estero; nella scorsa legislatura, i governi a guida Pd e gli eletti all’estero aderenti ai Gruppi Pd di Camera e Senato sono riusciti ad imprimere una svolta alle politiche dei tempi di crisi, caratterizzate da contenimento della spesa e da tagli lineari. Lo dimostrano la creazione del Fondo quadriennale per la promozione della lingua e cultura dotato di 150 milioni, il consolidamento della spesa storica di 12 milioni per i corsi di lingua, la riforma del sistema di promozione scolastica e culturale all’estero, la destinazione di 4 milioni al miglioramento dei servizi consolari, la riapertura, dopo dieci anni, delle assunzioni di personale nella misura di 290 unità; l’aumento del 50% del sostegno ai periodici italiani all’estero; la forte ripresa dei finanziamenti ai progetti delle Camere di commercio italiane all’estero; la tutela dei pensionati al minimo e altri provvedimenti sui quali non ci soffermiamo”.

“Ci sono ancora – continuano Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò e Ungaro - molte cose da fare o da fare meglio, naturalmente. Tuttavia una base concreta e seria dalla quale ripartire c’è. Gli italiani all’estero con il loro voto hanno dimostrato di saperlo e di condividerla. E di apprezzare ancora di più l’immagine di serietà e di laboriosità che la classe dirigente del Paese ha saputo dare di sé in ambito internazionale. Si tratta di vedere, ora, se il governo e la maggioranza che si formeranno vorranno e sapranno camminare su questa strada o se su molte cose si tornerà indietro, ricadendo in alcune fasi oscure del passato. Tutto da dimostrare”, concludono gli eletti all’estero del Pd. (Inform 13) 

 

 

 

 

Educazione politica

 

La posizione politica dei Connazionali all’estero non può essere equiparata con quella dei cittadini residenti nel Bel Paese. I motivi sono, sostanzialmente, due: la limitata “informazione” per i fatti interni della Penisola e l’integrazione alla realtà socio/politica che è maturata nei Paesi ospiti. Senza, poi, dimenticare che, prima della Legge 459/2001, gli italiani nel mondo hanno dimostrato interesse ai problemi nazionali e lo Stato sosteneva economicamente i loro rientri per l’esercizio del più democratico diritto in Patria. La normativa elettorale denominata “Rosatellum” ha complicato le cose.

 

Ciò premesso, facciamo alcune osservazioni. Intanto, l’interesse alla politica nazionale non è mai venuto meno neppure per le prime Generazioni di Migranti. E’ vero, però, che situazioni contingenti di sopravvivenza non ne avevano favorita l’estensione. Le posizioni si sono evolute proprio in quest’ultimo periodo, quando la rappresentatività formale non bastava più per garantire in Patria d’alcuni fondamentali diritti degli italiani all’estero. Ora la questione sarebbe da rivedere. Ora sono gli eletti nella Circoscrizione Estero a non essere in grado d’affrontare le problematiche d’interesse dei loro elettori. Anche se l’attuale legge elettorale consente a Candidati residenti in Patria di candidarsi nella Circoscrizione estero.

 

 Gli eletti, residenti o meno, nella Circoscrizione Estero, ripartiti nelle quattro ripartizioni geografiche di pertinenza, fanno capo, comunque, ai Partiti nazionali. Ne consegue che la politica nazionale non sostiene le esigenze di chi vive all’estero. Non manca, secondo noi, l’educazione politica degli elettori d’oltre Alpe ma, semmai, l’incoerenza di chi li dovrebbe rappresentare in seno al Parlamento. Solo l’On. Tremaglia’è stato l’unico Ministro per gli italiani all’estero. Tra l’altro, sarebbe interessante, ma anche utile, conoscere l’opinione in merito dei Connazionali che vivono oltre confine. In politica, essere partecipativi è importante. Tante nostre incertezze restano, però, in prima linea. Anche perché la politica italiana dall’estero, comunque, resta un contenitore privo di concreto mutamento. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Quinta edizione del concorso per cortometraggi sul diritto d’asilo “Fammi vedere”. Scadenza il 15 ottobre 2018

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) promuove per il 2018 la quinta edizione del concorso “Fammi vedere” per cortometraggi sul diritto d’asilo. Il bando è rivolto a tutti coloro che intendono raccontare, con linguaggio cinematografico, il complesso mondo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. E’ particolarmente importante la partecipazione e il coinvolgimento dei giovani e delle scuole di cinema che spesso riescono ad offrire un diverso e originale punto di vista.

I cortometraggi, della durata massima di 120 secondi, dovranno essere inviati entro il 15 ottobre 2018.

Ad aggiudicarsi il podio, nella scorsa edizione, sono stati: Irene Conti con Kilimabya, Davide Salucci con Una Storia Tante Storie e Alessandro Bigardi con Consciousness. Nel 2017, Hermes Mangialardo, già vincitore dell’edizione 2015, ha presentato fuori concorso il cortometraggio SandSigns sul tema dei minori stranieri non accompagnati.

L’iniziativa è sostenuta da personalità del mondo della cultura e dello spettacolo che faranno parte della giuria e potranno presentare, fuori concorso, dei contributi sul tema del diritto d’asilo. La giuria è composta da: Laura Delli Colli (presidente), Rachid Benhadj, Carlo Brancaleoni, Ninni Bruschetta, Valerio Cataldi, Teresa Cavina, Loredana Commonara, Pino Corrias, Silvia Costa, Enzo D’Alò, Adriano Coni, Gian Mario Gillio, Marida Lombardo Pijola, Monica Guerritore, Paolo Masini, Luca Lucini, Hermes Mangialardo, Mario Morcone, Marie Thérèse Mukamitsindo, Mimma Nocelli, Ivan Silvestrini, Walter Veltroni. Sono membri della giuria in rappresentanza del Cir, Roberto Zaccaria, Antonella De Donato, Mario Degasperi e Barbara Domeneghetti. Potranno essere eventualmente chiamati a integrare la giuria esponenti del mondo dei rifugiati, delle associazioni, dei media e del mondo scolastico.

I tre corti vincitori del concorso otterranno rispettivamente un premio di 1.000/500/300 euro. La premiazione avrà luogo in una serata di raccolta fondi che si terrà entro la fine dell’anno 2018 a Roma. Lo scorso anno la serata ha avuto grande successo e ha visto la partecipazione di oltre 200 persone. Il Cir inserirà i cortometraggi finalisti sul proprio canale e si riserva di adottare i cortometraggi vincitori del concorso per le proprie campagne di comunicazione sociale e di raccolta fondi sui mezzi radiotelevisivi.

Il Cir propone ad enti e istituzioni interessate di partecipare all’iniziativa con un concorso alle spese per i premi e per l’organizzazione. I sostenitori saranno menzionati nel bando ed in ogni comunicazione attinente al concorso e saranno invitati alla serata finale per la consegna dei premi ai vincitori. Bando di concorso: cir-onlus.org/2018/04/10/cs-fammi-vedere-2018-al-via-la-quinta-edizione-del-concorso-di-cortometraggi-sul-diritto-dasilo-promosso-dal-consiglio-italiano-per-i-rifugiati.   (Inform) 

 

 

 

 

Migrantes: maggiore impegno verso il popolo Rom e Sinto, ricercando nuove politiche

 

ROMA - Ogni anno, l’8 aprile, la Giornata internazionale del popolo Rom e Sinto ci richiama ad una attenzione particolare su questi uomini, donne e bambini spesso ignorati e lontani dai nostri interessi. Si tratta di un popolo che in Europa conta 12 milioni di persone: in Italia circa 170mila, che ancora oggi non sono riconosciuti nel nostro Paese.

Un mancato riconoscimento, come ha più volte sottolineato la Fondazione Migrantes – l’organismo pastorale della Cei che si occupa del mondo della mobilità umana -  che oltre a non aiutare la tutela di alcuni diritti fondamentali, accresce l’apolidia e sempre più, nelle nostre città, produce emarginazione e ghettizzazione.

Da qui la richiesta – dice don Gianni De Robertis, direttore generale della Migrantes – di un maggiore impegno verso questo popolo ricercando strade culturali ed ecclesiali e nuove politiche che evitano l’isolamento e costruiscono una nuova cittadinanza. Strade nuove che aiutano, inoltre, ad abbattere pregiudizi e barriere ideologiche in favore della solidarietà e della misericordia, spiega ancora don De Robertis evidenziando che la giornata dell’8 aprile diventa l’occasione per tutti di un nuovo modo di pensare e di incontrare chi ci sta accanto.

Il direttore della Fondazione Migrantes ieri è stato in Belgio per l’incontro annuale del CCIT (Comité Catholique International pour les Tsiganes) che ogni anno riunisce circa 150 operatori pastorali, religiosi e laici,  che si prendono cura dei Rom e dei Sinti nei loro Paesi. L’organismo pastorale della Cei il prossimo 24 e 25 aprile promuove un incontro di confronto e scambio di esperienze con tutti gli operatori pastorali impegnati con i rom e i sinti nel nostro Paese. (Migrantes online)

 

 

 

Giovani e politica internazionale. Al via il Premio IAI

 

Il ruolo dei giovani nella politica internazionale è da anni oggetto di una crescente attenzione accademica. Ma per un think tank come l’Istituto Affari Internazionali (IAI), i giovani non possono essere semplice oggetto di studio. Alla luce del loro impatto sulle relazioni internazionali, i giovani devono diventare sempre più uno dei soggetti che coinvolgiamo e con i quali lavoriamo e dialoghiamo. Il nuovo premio internazionale IAI ha proprio questo come scopo.

I giovani nelle scienze politiche e nelle relazioni internazionali sono una categoria difficilmente inquadrabile secondo criteri oggettivi. Quando si smette di essere giovani e si diventa adulti? Compiuta una certa età oppure finiti gli studi, trovato un primo lavoro (magari non precario), diventati economicamente indipendenti o formata una nuova famiglia? Fior fiore di studi spiegano perché il dato anagrafico è necessario ma tutt’altro che sufficiente per definire la fumosa categoria dei giovani nelle relazioni internazionali. Essere giovane ha a che fare con quella condizione del “diventare” più che dell’“essere”: una categoria di persone per definizione dinamica in quanto in divenire e non ancora del tutto compiuta.

Tra piazza e urne

Ma questi giovani – a volte adolescenti, altre invece quarantenni – hanno pesato molto nel determinare gli esiti di grandi eventi o dinamiche internazionali. Basta pensare ai giovani nelle proteste di massa degli ultimi anni, dai ragazzi di piazza Tahrir in Egitto a quelli di piazza Maidan in Ucraina, dagli Indignados spagnoli a Occupy Wall Street negli Stati Uniti. Giovani donne e uomini, avvalendosi dei nuovi strumenti della rivoluzione digitale, hanno compiuto o tentato di compiere rivoluzioni vere e proprie, a volte pacificamente, come in Tunisia o in Egitto, e molte altre violentemente, come attestato dal fenomeno jihadista tanto in Europa quanto in Medio oriente.

In altre occasioni, invece, è proprio l’assenza dei giovani a determinare effetti politici di portata storica. Se ci fosse stata una loro maggiore mobilitazione elettorale  – oppure più banalmente se gli over 65 non avessero votato – oggi non avremmo la Brexit e neanche Donald Trump alla Casa Bianca. I giovani, sia attraverso il loro attivismo che la loro passività, pesano eccome nelle relazioni internazionali.

Interlocutori privilegiati

Tutto questo è senz’altro di grande interesse accademico, anzitutto per un think tank qual è lo IAI. Di recente abbiamo concluso, ad esempio, un grande progetto triennale che ha avuto come focus di studio il ruolo dei giovani in Medio oriente: Power2Youth. Ma un think tank deve sì studiare e ricercare, senza tuttavia limitarsi a questo. Se è vero che i giovani svolgono un ruolo crescente nella politica internazionale, è altrettanto vero che un istituto di ricerca deve trovare nuovi canali e strumenti per coinvolgerli. In breve, per un think tank i giovani non possono essere semplice oggetto di studio e di ricerca, ma soggetti privilegiati di interlocuzione.

Tutto ciò rientra nella trasformazione radicale in corso allo IAI così come in molti think tank nostri omologhi in Europa e nel mondo. Da elitario “consigliere del principe”, il think tank è diventato anello di congiunzione tra le “sfere alte” della politica e delle istituzioni e la società civile in senso lato, con un occhio di riguardo proprio ai giovani.

Premiare l’impegno

Questo spiega il lancio di una nuova iniziativa faro dell’Istituto Affari Internazionali: il premio internazionale IAI. Il premio annuale è rivolto agli studenti dai 25 anni in giù, che parteciperanno inviandoci i loro saggi e videoclip. I premiati saranno invitati a discutere le loro idee in un evento pubblico con personalità di alto livello, verranno pubblicati nelle nostre collane e, per il primo classificato, è previsto un tirocinio retribuito in Istituto. Il nostro obiettivo è sì quello di formare queste giovani donne e giovani uomini; ma forse ancor più importante è la nostra ambizione di ascoltare le loro idee e di veicolarle ai mondi della politica e delle istituzioni.

Per iniziare questa nuova avventura dell’Istituto non potevamo che partire dall’Europa. Per l’Istituto fondato da Altiero Spinelli, nell’attuale contesto sociale e politico italiano in cui il sogno europeo rischia di sfumare proprio tra le nuove generazioni, ripartire dall’Europa è un atto dovuto. Dialogare con i giovani che sceglieranno di partecipare, parlando ma soprattutto ascoltando le loro idee, le loro paure ed i loro sogni sull’Europa arricchirà tanto lo IAI quanto – ci auguriamo – i ragazzi, avvicinandoci a raggiungere la missione stessa che ci siamo dati: approfondire la conoscenza, promuovere il dibattito e proporre soluzioni alle grandi sfide della politica europea e internazionale.  Nathalie Tocci, AffInt

 

 

 

Come stiamo?

 

Scrivere sullo stato di salute “economico/sociale” italiana resta difficile. Soprattutto quando si deve dare spazio alla realtà dei fatti quotidiani. Certe prese di posizione politiche non illudono più nessuno. Le imminenti elezioni potrebbero non garantire una diversa evoluzione socio/economica nazionale. Quindi, essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti. Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere che le difficoltà del Bel Paese sono lontane dall’essere risolte. La realtà della Penisola del “malessere” continua a tenere lontana quella del “benessere”.

 

Nel nostro realismo, non ci sono soluzioni al deterioramento nazionale. E’ la politica che sarebbe proprio da mutare. Però, pur con le imminenti elezioni politiche generali, ogni riflessione ha il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.

 

Quando abbiamo salutato il 2018, come l’anno dell’impegno senza benefici, avevamo visto giusto. Con la premessa che non ci siamo sentiti menagrami né, tanto meno, presaghi. Hanno fatto testo le realtà che pesano come macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario rispondere. Eccedenti dubbi che dovrebbero essere chiariti. Sono i politici di “razza” che dovrebbero fare la differenza. Noi non ne conosciamo.

 

Allora: come staremo? Certamente come lo scorso anno. Il 2018 appare già invalidato dai fallimenti irreversibili dell’anno che l’ha preceduto. Per cambiare “registro”, oltre alla determinazione politica, ci vorrebbero uomini nuovi che, purtroppo, non riusciamo a identificare. Questa è la realtà della Penisola che chiede una stabilità governativa. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Anche se residenti all’estero, gli ultra75enni possono chiedere l’esenzione dal canone RAI

 

ROMA - "Sono esenti dal pagamento del canone RAI per il 2018 i cittadini di età pari o superiore ai 75 anni, anche se residenti all’estero, i quali abbiano un reddito inferiore agli 8.000 euro. Ce lo ricorda l’Agenzia delle Entrate con il suo recente Provvedimento del 4 aprile 2018. Con tale provvedimento è stato infatti approvato il nuovo modello di dichiarazione sostitutiva (attestante il possesso dei requisiti di esenzione) che dovrà essere presentato all’Agenzia delle Entrate. I modelli (e le relative istruzioni di compilazione) sono resi disponibili sui siti Internet dell’Agenzia delle Entrate e della RAI. La dichiarazione sostitutiva può essere presentata, unitamente ad una copia di un valido documento di riconoscimento, a mezzo del servizio postale in plico raccomandato, senza busta, al seguente indirizzo: Agenzia delle Entrate, Ufficio di Torino 1, S.A.T. Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino". 

"Giova tuttavia ricordare che i modelli presentati anteriormente alla data di pubblicazione del provvedimento (e cioè il 4 aprile u.s.) si considerano validi a condizione che siano stati resi ai sensi di legge e che contengano tutti gli elementi richiesti. Si ricorda infine che la nuova dichiarazione sostitutiva può essere trasmessa anche mediante posta elettronica certificata o in alternativa consegnata presso un ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate. Ricordiamo che dal 2016 il canone Rai, l’imposta sulla detenzione di un apparecchio televisivo, è stato inserito nella bolletta della luce. Il canone tv quindi viene addebitato direttamente in bolletta dai gestori di fornitura elettrica. La legge di stabilità 2016 infatti ha introdotto la presunzione di detenzione di un apparecchio televisivo in presenza di un’utenza per la fornitura di energia elettrica residenziale. Anche i residenti all’estero devono pagare il canone se detengono un’abitazione in Italia dove è presente la televisione".

È quanto dichiarano Laura Garavini, senatrice Pd e i deputati Angela Schirò e Massimo Ungaro eletti per il Pd nella circoscrizione Estero, ripartizione Europa.

(de.it.press)

 

 

 

 

Concorsi. Sei borse di studio e un assegno di ricerca nei settori della creatività e della produzione artistica

 

Fondazione Adolfo Pini, nuovi bandi destinati ai giovani. E’ possibile inviare le candidature fino al 20 maggio 2018

 

MILANO - Dopo aver già assegnato 60.000 euro a 16 studenti negli ultimi tre anni, prende il via la quarta edizione dei Bandi di concorso promossi dalla Fondazione Adolfo Pini, con cinque borse di studio destinate a studenti e ricercatori nei settori dell’arte e della creatività, e una sesta borsa di studio rivolta a giovani studenti e laureati, per sostenere progetti inediti in ambito artistico. Oltre alle borse di studio, la Fondazione Adolfo Pini propone anche un Bando di selezione per il conferimento di un assegno di ricerca per svolgere un’attività di studio sulla nozione di casa museo e dimora storica, con particolare riguardo al caso della Fondazione Adolfo Pini. Complessivamente, per l’edizione 2018, la Fondazione Adolfo Pini mette a disposizione dei giovani che vorranno partecipare 21.000 euro fra borse di studio e assegno di ricerca, per un valore di 3.000 euro ciascuno.

E’ possibile inviare la propria candidatura fino al 20 maggio 2018, secondo le modalità consultabili online al sito fondazionepini.it

Il progetto, a cura di Dalia Gallico, si inserisce nell’ambito delle attività che vedono la Fondazione Adolfo Pini impegnata nella missione di sostegno e valorizzazione dei giovani talenti nelle diverse discipline culturali. Per statuto infatti la Fondazione sostiene le nuove generazioni attive in tutte le arti: istituisce premi, borse di studio, offerte formative e altre iniziative.

“In uno scenario sempre più interconnesso, anche dal punto di vista culturale, riteniamo molto importante poter offrire ai giovani un’opportunità di confronto con il sistema della cultura a livello internazionale– dichiara Dalia Gallico, curatore del progetto e membro CdA della Fondazione Adolfo Pini - . L’obiettivo è quello di favorire un reciproco scambio di idee e best practice con altre Istituzioni attive nei settori dell’arte e della creatività, partendo da Milano ,oggi sempre più città di riferimento per la creatività e l’innovazione culturale , verso il mondo e viceversa”.

Più nel dettaglio, il Bando per l’assegnazione di cinque borse di studio è rivolto a studenti e ricercatori under 35 di università, scuole d’arte o altri centri di competenza, che avranno la possibilità di effettuare un periodo di formazione o di ricerca/lavoro da realizzarsi presso centri internazionali specializzati, che permetterà di approfondire l’analisi dei modelli delle attività artistiche e di crescita dei centri culturali.

La sesta borsa di studio messa a disposizione dalla Fondazione Adolfo Pini è invece destinata a studenti e laureati nell’anno accademico 2016-2017 o laureati entro la data di scadenza del bando, under 35, con un percorso formativo in ambito artistico, iscritti a istituti di alta formazione, accademie d’arte e università, di Milano, per sostenere, promuovere e valorizzare progetti inediti a vocazione multidisciplinare. La borsa di studio offre l’opportunità di svolgere un’attività di ricerca presso enti nazionali e internazionali, attività finalizzata alla produzione di un progetto inedito che consiste nella realizzazione di una mostra /performance nelle sale della Fondazione Adolfo Pini.

Le sei borse di studio, del valore di 3.000 euro ciascuna, saranno erogate per un periodo di stage o di ricerca di almeno due settimane, da concludersi entro il 30 ottobre 2018. Le borse di studio daranno la possibilità ai vincitori di approfondire l’analisi dei modelli delle attività artistiche e di crescita dei centri culturali nazionali e internazionali nel settore creativo di riferimento (arte, comunicazione, nuovi media, design, musica ecc.), di raccogliere esperienze e best practice che possano essere di supporto ai giovani, all’arte e alla creatività oggi, e di verificare quanto stiano facendo a questo proposito gli altri paesi.È inoltre l’occasione per sostenere l’apertura del “Sistema Milanese” alle competenze e professionalità internazionali nel settore delle arti e di riuscire a comparare le migliori pratiche attivate per la crescita delle attività artistiche.

La Fondazione Adolfo Pini propone inoltre, nel suo ampio programma di sostegno ai giovani nelle diverse discipline culturali, un Bando anche per studenti aventi una formazione in ambito artistico e storico-critico, tramite il conferimento di un assegno di ricerca rivolto a studenti, specializzandi e dottorandi, laureati nell’anno accademico 2016/2017 o entro la data di scadenza del bando, under 35, di istituti di alta formazione e università, di Milano.

L’assegno di ricerca, del valore di 3.000 euro, della durata di cinque mesi, sarà erogato per svolgere un’attività di ricerca che si svilupperà a partire dallo studio e dall’analisi della nozione di casa museo e dimora storica, fino ad arrivare al caso della Fondazione AdolfoPini. L’attività di ricerca dovrà produrre, entro i cinque mesi, contenuti di carattere scientifico presentati sotto forma di elaborato scritto.

Voluta da Adolfo Pini (1920-1986), uomo di scienza e appassionato d’arte, di musica e di letteratura, la Fondazione ha  tra i suoi compiti principali il sostegno delle nuove generazioni in tutte le discipline culturali. Ancora una volta pertanto, tramite questi Bandi la Fondazione Adolfo Pini sostiene i giovani, come già avvenuto per altre iniziative di valore fra cui i progetti dedicati all’arte contemporanea che hanno visto collaborare studenti di NABA e Brera insieme, i giovani pianisti esibitisi in Fondazione durante Piano City Milano, e la costante attenzione anche ai giovanissimi attraverso l’offerta di laboratori d’arte alle scuole materne e primarie. (Inform 12)

 

 

 

Reciprocità, partecipazione e “rete”, linee guida della Trentini nel mondo

 

L’assemblea che si è svolta il 14 aprile a Trento ha condiviso la relazione del presidente Tafner. Approvato il bilancio consuntivo 2017 ed eletti i quindici componenti del Consiglio di amministrazione, che in occasione della sua prima seduta eleggerà il presidente, il vice presidente e gli altri componenti la giunta esecutiva

 

TRENTO - L’Associazione Trentini nel mondo ha un nuovo consiglio direttivo, che rimarrà in carica per il prossimo triennio: i componenti, cinque dei quali non facevano parte del consiglio uscente, sono stati eletti fra i ventuno candidati che si sono presentati all’assemblea che si è svolta il 14 aprile a Trento, presso il Vigilianum. Presidente, vice presidente e gli altri componenti della giunta esecutiva dell’Associazione, saranno eletti in occasione della prima riunione (presumibilmente entro la prima metà del mese di maggio) del nuovo consiglio, che risulta così composto: Graziano Bacca, Claudio Barbacovi, Cesare Ciola, Mauro Dallapè, Aldo Degaudenz, Massimo Fia, Helga La Nave, Armando Maistri, Pio Rizzolli, Vittorino Rodaro, Paolo Rossi, Giovanni Sbetti, Paolo Svaldi, Alberto Tafner, Renzo Tommasi. I consiglieri al loro primo mandato sono Fia, La Nave, Rizzolli, Svaldi, Tommasi.

Lo spoglio delle schede elettorali è stato effettuato dopo la conclusione dei lavori dell’assemblea, durante la quale sono intervenuti prendendo la parola la senatrice Stefania Segnana, il senatore Andre De Bertoldi, l’onorevole Stefania Segnana. il vice presidente del Consiglio Regionale, Lorenzo Ossanna; l’assessore alla cultura del Comune di Trento, Andrea Robol; il sindaco di Borgo, Fabio Dalledonne; il sindaco di Roncegno Terme, Mirko Montibeller; il dirigente generale della Provincia Autonoma di Trento, Sergio Bettotti, che ha portato il saluto del presidente della Giunta, Ugo Rossi; Lucia Maestri, componente della Consulta dell’emigrazione del Consiglio provinciale; Vitale Triches, ella Bellunesi nel mondo; Felice Zambaldi, dell’Unione Nazionale Cavalieri d’Italia e Maurizio Passerotti, Console onorario della Romania per il Trentino Alto Adige – Südtirol.

«Vado fiero delle molte iniziative avviate e dei traguardi raggiunti ma anziché dilungarmi su quanto è stato fatto in passato ritengo più utile concentrare l’attenzione sui problemi ancora aperti, sia nel campo dell’emigrazione storica che sulle problematiche della cosiddetta “nuova emigrazione”, in un momento complicato come quello che abbiamo davanti»: era partito da questa premessa Alberto Tafner, presidente uscente della Trentini nel mondo, nella sua relazione.

Nel mondo dell’emigrazione si stanno sovrapponendo due realtà parallele: la prima è quella rappresentata dai discendenti della vecchia emigrazione, che si riconoscono principalmente nei Circoli e in tutte le strutture presenti ormai da tempo nei Paesi che furono meta dei grandi flussi migratori di fine ’800; la seconda realtà è quella rappresentata dalla “nuova emigrazione” che comprende lavoratori, studenti ed imprenditori che guardano all’estero come un’opportunità professionale e come una possibilità di miglioramento più in generale.

«Trovare il metodo più efficace per rapportarsi sia con i discendenti della “vecchia” emigrazione che con gli emigranti di oggi è diventata la priorità da perseguire» ha affermato Tafner,

In entrambe le situazioni sono presenti problematicità e complessità comuni proprie  del fenomeno migratorio, di qualsiasi epoca e periodo esso sia, con l’aggiunta di qualche complicazione in più per la “nuova emigrazione” in quanto non è ancora stata interpretata nella pienezza della sua fenomenologia.

«Per poter affrontare queste due tematiche con possibilità di successo – ha affermato Tafner - la Trentini nel Mondo deve partire da un assunto imprescindibile e cioè quello di sviluppare costantemente l’uso della memoria, che non si deve però confondere con il rimpianto e la nostalgia»

Per Tafner «l’uso della memoria -in contrapposizione alla tendenza sempre più praticata a dimenticare, per pigrizia o per interessi di bottega rappresenta la chiave di volta per consentire alla nostra civiltà di progredire e svilupparsi in maniera armonica, senza incorrere in inciampi e brusche frenate dovute alla ripetizione di errori  e al susseguirsi di sbagli già fatti nel passato».

Facendo riferimento al fatto che dopo le modifiche statutarie apportate nel 2012, in occasione di questa assemblea per la prima volta anche i settanta Circoli Trentini, che nel frattempo si sono fatti soci, hanno potuto esprimere il loro voto, Tafner ha ricordato che «l’idea di aprire la Trentini nel Mondo ai Circoli, facendoli diventare parte integrante ed attiva, risale all’aprile del 2011 in occasione dell’incontro dei Circoli del Brasile avvenuto a Camboriù, quando è stato introdotto per la prima volta il concetto di reciprocità. Da allora l’elaborazione di questo pensiero si è sviluppata andando ad abbracciare il tema della partecipazione, per arrivare poi a quello della collaborazione e confluire tutti assieme nel concetto della rete».

Da allora la partecipazione sempre più attiva alla vita associativa ha compiuto nuovi e considerevoli passi avanti, grazie anche al lavoro svolto dai Coordinatori di Area, una nuova figura istituita nel 2015 proprio per facilitare il sostegno ed il dialogo tra gruppi territorialmente omogenei di Circoli e l’Associazione. «È un lavoro che si svolge sul campo – ha puntualizzato Tafner - e che ha già prodotto buoni risultati come, ad esempio, la fattiva collaborazione alla buona riuscita di un accordo sottoscritto a Montevideo, tra la Provincia, la Trentini nel Mondo, l’Ateneo di Trento ed alcune tra le principali Università di Uruguay, Argentina e Brasile».

«Ragionando sui risultati ottenuti in questi anni e interpretando il bilancio che oggi viene presentato – ha poi affermato Tafner - si possono scorgere alcune indicazioni su che cosa rappresenta oggi la Trentini nel Mondo su quale ruolo deve svolgere per rendersi sempre più utile al Trentino ed ai trentini di oggi e di domani.  L’Associazione (uscita in modo limpido e trasparente dall’incubo della Corte dei Conti) ha tutte le carte in regola per andare a testa alta e rispondere così con serietà agli inviti di collaborazione che sempre più frequentemente arrivano da Enti pubblici e privati di tutto il mondo» che all’Associazione riconoscono «efficienza, affidabilità e capacità».

Su questo tema il presidente ha poi aggiunto che «la Trentini nel Mondo ritiene di doversi aprire ulteriormente alla collaborazione e al confronto con i soggetti che hanno le medesime finalità» a cominciare dalla Provincia Autonoma di Trento, con la quale «per l’affinità del lavoro e per poter ottimizzare le risorse e le idee, è logico che si debba sviluppare e intensificare una fattiva e costante collaborazione».

«È con lo stesso spirito con cui la Trentini nel Mondo ha iniziato la propria attività che ci si appresta dunque a dare vita ad un nuovo triennio di attività –ha concluso Tafner -, sperando che in questi anni passati si sia riusciti ad accumulare un’eredità da lasciare a chi verrà, in grado di mantenere uno spirito di solidarietà e di collaborazione almeno uguale a quello che ha sempre accompagnato l’Associazione in questi suoi primi 60 anni di vita».

Dopo l’approvazione all’unanimità del bilancio consuntivo 2017, è stata aperta la discussione sulla relazione del presidente, durante la quale sono intervenuti i soci Mauro Dallapè, Vittorino Rodaro, Beppe Zorzi, Aldo Degaudenz e Matteo Bazzocco.

L’assemblea ha eletto anche il Collegio dei revisori dei conti (composto da Bruno Cesconi, Maurizio Setti e Pietro Paolo Mini, con Giuseppe Michelon ed Enrico Lenzi supplenti) e il Collegio dei Probiviri (del quale fanno parte Fabio Casagrande, Luciano Imperadori e Vitale Triches). Inform 16

 

 

 

 

Regione Veneto, varato dalla Giunta il programma annuale per i veneti nel mondo

 

Tra i finanziamenti quelli per master, gemellaggi e soggiorni culturali

 

VENEZIA - La Giunta regionale del Veneto ha approvato, su proposta dell’assessore Manuela Lanzarin, il programma annuale delle iniziative per mantenere i rapporti con i veneti emigrati all’estero e le loro comunità e valorizzare la cultura veneta nel mondo.

Il programma – informa la Regione - finanzierà un concorso per gli studenti delle scuole superiori e una tesi di laurea tra le università del Veneto, per approfondire i temi legati alle migrazioni venete. E sosterrà il rientro, anche temporaneo, di veneti emigrati all’estero, contribuendo alla spesa (sino ad un massimo di 10 mila euro ) per master universitari di primo e secondo livello nelle università venete per oriundi (sino alla quinta generazione) e finanziando soggiorni culturali per anziani che hanno lasciato il Veneto in giovane età, o sono discendenti di emigrati veneti, e desiderano conoscere la terra d’origine (60 mila euro la somma totale stanziata) .

Fondi ulteriori sono previsti per sostenere i comitati, le federazioni e le associazioni dei veneti nel mondo (135 mila euro) e per promuovere gemellaggi culturali e scambi con le comunità dei veneti all’estero (120 mila euro), nonché con i comuni ‘onorari’, cioè quei comuni italiani e di altri Paesi che siano stati meta dell’emigrazione veneta e che ne abbiano conservato memoria.

In totale il programma 2018 degli interventi dispone di una dote finanziaria di 445 mila euro, di cui 75 mila dedicati ai tre appuntamenti ‘istituzionali’ annuali: la celebrazione della Giornata dei veneti nel mondo (in programma a luglio sulla Piana del Cansiglio), la riunione della Consulta dei veneti nel mondo e il concomitante Meeting dei giovani oriundi veneti, in programma entrambi nel prossimo autunno.

Eventuali fondi residui saranno destinati a facilitare il rientro di cittadini veneti e di oriundi dopo anni di emigrazione all’estero, che non dispongono delle necessarie capacità economiche.

“Il  Veneto – sottolinea l’assessore Lanzarin – è stata terra di forte emigrazione e intende conservare memoria viva di questa importante storia collettiva continuando a valorizzare quei legami di  appartenenza comune, valori, lingua e tradizioni che ci legano alle tante comunità estere discendenti dirette dei veneti partiti tra Otto e Novecento”. (dip 19)

 

 

 

 

 

Geplantes EU-Asylsystem ein „Abbau von Flüchtlingsrechten“

 

Die Mitgliedsstaaten der EU verhandeln ein europäisches Asylsystem, das Abschiebungen an tendenziell unsichere Herkunftsländer vorsehen könnte. Grüne und  Linke fordern von der Bundesregierung dem nicht zuzustimmen.

Schon Mitte 2016, im Jahr als die Zahl ankommender Flüchtlinge auf ihrem Zenit war und die EU weit über eine Millionen Asylanträge erfasste, legte die Europäische Kommission zwei Gesetzesentwürfe für ein gemeinsames europäisches Asylsystem vor. Nun, fast zwei Jahre später, versucht Brüssel noch immer, die Mitgliedsstaaten zu einer Vereinheitlichung des Asylrechts zu bewegen.

Die auf dem Tisch liegenden Vorschläge der Kommission enthalten Ansätze, die viele Menschenrechtsexperten aufschrecken. Von einem „völkerrechtlichen Minimum“ ist darin wiederholt die Rede. Allgemein sollen Flüchtlinge konsequenter abgeschoben werden und jene, die bleiben dürfen, mit einem Schlüssel auf die Mitgliedsstaaten verteilt werden. Bisher ist das vor allem aufgrund des Vetos osteuropäischer Staaten gescheitert.

Besonders umstritten ist die Frage, in welche Länder Menschen mit abgewiesenen Asylanträgen abgeschoben werden dürfen. Mit einem Antrag an die Bundesregierung weisen die Fraktionen der Linken und der Grünen daraufhin, dass die derzeitige Debatte im EU-Rat einen dramatischen Verlauf nehme. Sie fordern, dass sich die Bundesregierung gegen die in der EU debattierte mögliche Absenkung von Sicherheitsstandards für Dritt- und Herkunftsländer stark macht.

Das EU-Parlament hat am heutigen Donnerstag den Weg für Trilog-Verhandlungen über eine Reform der Dublin-Verordnung freigemacht.

Verlagerung von Problemen an die EU-Außengrenzen

Welches Land als sicher gilt, ist bisher nicht geregelt. In einer Anhörung des Innenausschusses des Bundestags stand gestern stand die Frage im Raum, ob ein Land Flüchtlinge aufnehmen darf, das zu größten Teilen sicher ist, aber noch gefährliche Regionen aufweist.

Laut Christoph Bernstiel (CDU), Mitglied im Innenausschuss, ist die Rechtslage dazu umstritten: „Einige haben in der Debatte angeführt, dass die Genfer Flüchtlingskonvention nicht komplex genug ausgelegt ist, um die Frage nach Teilgebieten zu beantworten.“

Nicht nur dieser Umstand führt zu unterschiedlichen Positionen. Pro Asyl weist in diesem Punkt auf den Einwand des Asylrechtsexperten Dr. Reinhard Marx hin, wonach Flüchtlinge nur in Staaten abgeschoben werden dürften, die das Abkommen selber unterzeichnet haben und praktisch anwenden, alles andere sei rechtswidrig seitens der EU.

Für die Grünen bedeutet ein Asylsystem, das Abschiebung in nur teilweise sichere Länder vorsieht, ein „Abbauprogramm von Flüchtlingsrechten“. Der zur Anhörung geladene Völkerrechtsexperte Prof. Marcel Kau von der Uni Koblenz widersprach dieser Einschätzung. Wenn die geplanten Asyländerungen das Schutzrecht einschränke, dann höchstens graduell, so sein Urteil.

Im derzeitigen Rechtsrahmen schiebt auch Deutschland Menschen ab. Letztes Jahr wurden knapp 24.000 Flüchtlinge in ihre Heimatländer geschickt, auch nach Afghanistan. Sogar wenige Tage nach dem schweren Anschlag auf das Hotel Intercontinental in Kabul mit mehr als 30 Toten fand ein Transfer mit 19 Männern statt.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat der Europäischen Union Nachholbedarf in der Flüchtlingspolitik bescheinigt. Europa habe „seine Hausaufgaben“ noch nicht gemacht, sagte Merkel in ihrer Sommerpressekonferenz in Berlin.

Die Kanzlerin will sich bei EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker für eine Verlängerung der Grenzkontrollen …

Asylsuchende können sich das Aufnahmeland nicht aussuchen

Nicht nur die Frage der sicheren Drittländer war Thema im Innenausschuss, sondern auch die derzeitige Dublin-Regelung. Die Linke Fraktion fordert, Asylbewerbern das Recht zu überlassen, ihr Aufenthaltsland nach „familiärer, sozialer oder sprachlicher Bindung“ zu wählen. “Das lehnen wir in der CDU strikt ab, die Souveränität der Staaten muss diesbezüglich erhalten bleiben. Das würde das Dublin System ja ad absurdum führen“, so Bernstiel.

Stattdessen müsse man die EU-Außengrenzen stärken, Asylverfahren beschleunigen und die Aufgaben der in Deutschland geplanten sogenannten „Ankerzentren“ in einer Institution bündeln. Bernstiel geht davon aus, dass seine Fraktion und voraussichtlich auch die SPD den Antrag ablehnen werden, gegen den geplanten Entwurf für ein gemeinsames europäisches Asylsystem vorzugehen. Im vergangenen Jahr hat sich die Lage in Deutschland enspannt. Mit weniger als 200.000 Anträgen auf Asyl entfielen nur noch etwa ein Drittel aller Anträge in der EU auf Deutschland. Im Jahr zuvor waren noch 60 Prozent gewesen. Florence Schulz, Euractiv 18

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Auch straffällige EU-Bürger haben verstärkten Ausweisungsschutz

 

EU-Bürger können nach einem zehnjährigen Daueraufenthalt nur im Ausnahmefall ausgewiesen werden. Das entschied der Europäische Gerichtshof. Dies gilt auch dann, wenn sie während der Zehnjahresfrist zeitweise inhaftiert waren.

Straffällig gewordene EU-Bürger können nach einem zehnjährigen Daueraufenthalt nur im Ausnahmefall noch in ihr Heimatland ausgewiesen werden. Ein besonderer Ausweisungsschutz kann im Einzelfall auch dann noch bestehen, wenn ein EU-Bürger die letzten zehn Jahre zeitweise eine Haftstrafe verbüßen musste, wie am Dienstag der Europäische Gerichtshof (EuGH) in Luxemburg urteilte. (AZ: C-316/16 und C-424/16)

Nach EU-Recht haben EU-Bürger ein Daueraufenthaltsrecht in einem EU-Land, wenn sie sich dort fünf Jahre lang ununterbrochen aufgehalten haben. In diesen Fällen ist eine Ausweisung nur aus „schwerwiegenden Gründen der öffentlichen Ordnung oder Sicherheit“ geboten. Bei einem rechtmäßigen Aufenthalt in den vergangenen zehn Jahren genießen EU-Bürger einen verstärkten Ausweisungsschutz. Danach ist die Ausweisung nur aus „zwingenden Gründen der öffentlichen Sicherheit“ gerechtfertigt.

Über die Frage, inwieweit eine Haftstrafe die Zehnjahresfrist unterbricht und eine Ausweisung damit wieder erleichtert wird, hatte nun der EuGH in einem deutschen und einem britischen Fall zu entscheiden. Im ersten Fall hatte ein seit seinem dritten Lebensjahr in Deutschland lebender Grieche 2013 eine Spielhalle überfallen. Der damals 24-Jährige wurde zu einer Haftstrafe von fünf Jahren und acht Monaten verurteilt. Das Regierungspräsidium Karlsruhe wollte ihn daraufhin nach seiner Haft ausweisen. Der zehnjährige Daueraufenthalt sei durch die Haft unterbrochen worden.

Haft unterbricht Daueraufenthalt nicht

Ähnlich begründeten im zweiten Fall britische Behörden ihre Ausweisungsanordnung gegen einen Italiener, der nach Verbüßung seiner Haft wegen der Tötung eines Menschen Großbritannien verlassen sollte.

Doch eine Haft unterbricht nicht automatisch den rechtmäßigen zehnjährigen Daueraufenthalt, wie der EuGH urteilte. Dies hänge vom Einzelfall ab. Ein verstärkter Ausweisungsschutz könne danach weiterbestehen, wenn der EU-Bürger trotz seiner Haft im Aufnahmemitgliedstaat weiter integriert sei. Allerdings müssten auch die Art der Straftat und das Verhalten des Betroffenen während des Vollzugs berücksichtigt werden. (epd/mig 18)

 

 

 

Ethnische Vielfalt: Die weiße EU

 

Für eine Institution, die sich für Vielfalt, Chancengleichheit und Menschenrechte einsetzt, ist die Europäische Union überraschend lasch, wenn es darum geht, diese Ziele auch in die Praxis umzusetzen – insbesondere im Hinblick auf die Beschäftigung ethnischer Minderheiten.

Brüssel ist eine sehr vielfältige Stadt. Von den 1,1 Millionen Einwohnern wurde rund die Hälfte außerhalb Belgiens geboren.

Die Zahl der Angehörigen ethnischer Minderheiten, die in den EU-Institutionen arbeiten, ist jedoch äußerst gering – weniger als zwei Prozent der Beschäftigten in hochrangigen Positionen. Von den aktuell 751 Parlamentsabgeordneten sind weniger als 20 farbig.

„Die EU, eine internationale Organisation mit 28 Mitgliedsstaaten, die stolz verkündet, sie sei „in Vielfalt geeint“, ist nichts dergleichen,“ kritisiert Syed Kamall, Ko-Vorsitzender der Fraktion der Europäischen Konservativen und Reformisten (EKR) und Mitglied des Europäischen Parlaments.

Wenn es um Sprache, Bildung und Arbeit geht, sind Muslime in Westeuropa gut integriert. Dennoch bleiben sie in der Gesellschaft Außenseiter, so eine Studie.

Die EKR ist dabei noch eine der vielfältigsten Fraktionen im Parlament; mit fünf nicht-weißen Abgeordneten von insgesamt 72. Drei der fünf kommen aus dem Vereinigten Königreich, das als das vielfältigste Land in der EU gilt. Die letzte Volkszählung im Jahr 2011 ergab, dass fast 12 Prozent der britischen Bevölkerung einer ethnischen Minderheit angehören.

Ein Großteil der ethnischen Vielfalt, die in den EU-Institutionen besteht, ist auf das Vereinigte Königreich zurückzuführen. Mit dem Brexit dürfte sich dies also ändern.

„Nach meiner persönlichen Erfahrung kommen viele der Menschen, mit denen ich in Bezug auf meine Arbeit in Kontakt komme, aus dem Vereinigten Königreich und aus Frankreich. Nicht so sehr aus anderen Mitgliedstaaten. Und das ist es, was mich glauben lässt, dass Brexit echte Auswirkungen haben könnte,“ sagt Sarah King, Administratorin in der Arbeitnehmerabteilung des Europäischen Wirtschafts- und Sozialausschusses (EWSA).

„Wenn wir im März 2019 austreten, wird es in den Ausschusssitzungen und im Parlament noch weniger Erinnerung daran geben, wie die Welt außerhalb der Brüsseler Blase aussieht. Das sollte die EU beunruhigen,“ so Kamall gegenüber EURACTIV.

Sarah Chander vom Europäischen Netzwerk gegen Rassismus (ENAR), sieht den Ursprung des Problems in der „nichts Böses hören, nichts Böses sehen“-Mentalität in den EU-Institutionen.

„Ehrlich gesagt ist es keine Priorität für die EU, sich damit auseinander zu setzen,“ glaubt Chander. Die EU-Institutionen folgten dem Grundsatz: ‚Wenn wir nicht darüber reden, gibt es das Problem nicht‘.

Die Bundesregierung sieht keinen Grund, gegen Rassismus in Ämtern und der Polizei vorzugehen. Es gibt ihn nämlich nicht, findet sie – es scheine den Betroffenen nur so.

Mitglieder der ENAR-Bezugsgruppe für Farbige treffen sich regelmäßig und teilen ihre Erfahrungen in der Brüsseler Blase. Ein Mitglied sagte, die einzigen anderen Farbigen, die sie in den EU-Institutionen sieht, seien in der Regel Berufseinsteiger.

Der deutsche Kommissar Günther Oettinger hatte 2017 eine neue Charta für Vielfalt und Integration ins Leben gerufen. Die Strategie zielt darauf ab, „einen besseren Arbeitsplatz für alle zu schaffen – einschließlich Frauen, Mitarbeiter mit Behinderungen, Lesben, Schwule, Bisexuelle, Transsexuelle und Intersexuelle (LGBTI) sowie ältere Mitarbeiter“. Die Kommission kündigte außerdem an, bis 2019 mindestens 40 Prozent Frauen in Führungspositionen zu haben.

Nicht erwähnt wurden allerdings Maßnahmen zur Unterstützung ethnischer Minderheiten.

„Die Strategie hat es völlig versäumt, Maßnahmen zur Bekämpfung der Diskriminierung von Menschen aus rassischen, ethnischen und religiösen Motiven einzuführen,“ moniert Soraya Post, schwedische Europaabgeordnete der sozialdemokratischen S&D-Fraktion und Ko-Präsidentin der Interfraktionellen Arbeitsgruppe Anti-Rassismus und Vielfalt (ARDI).

„Gleichheit für einige ist nicht Gleichheit für alle. Die Kommission hat die falsche Botschaft an gegenwärtige und zukünftige Arbeitnehmer aus rassischen, ethnischen und religiösen Minderheiten gerichtet: Nämlich, dass weder sie noch ihre Anliegen eine Priorität der Europäischen Kommission sind,“ kritisiert Post heftig.

Ein Sprecher der Kommission sagte gegenüber EURACTIV hingegen, bei der Einstellung neuer Mitarbeiter werde „konsequent eine Politik der Chancengleichheit anwendet und sich für die Gleichbehandlung aller Kandidaten einsetzt“. Gleichzeitig werde darauf hingearbeitet, „die Vielfalt der Bewerber weiter zu erhöhen.“

„Wir sollten nicht vergessen, dass die selektivste Phase der Einstellung von Beamten (nämlich computergestützte Tests) völlig anonym ist und als solche nicht zu Diskriminierung führen kann. Darüber hinaus werden die Ergebnisse der Auswahlverfahren überwacht, um anormale Ausfallraten von Minderheitengruppenmitgliedern während der Verfahren zu vermeiden und gegebenenfalls Korrekturmaßnahmen zu ergreifen,“ erläuterte der Sprecher weiter.

Gundi Gadesmann, Kommunikationschefin des Europäischen Bürgerbeauftragten, erklärt darüber hinaus: „Die Frage der ethnischen Vielfalt ist natürlich eine wichtige Angelegenheit für die EU-Institutionen, aber wir haben (noch) keine Beschwerden zu diesem Thema erhalten.“

Das Problem beschränkt sich jedoch nicht nur auf Brüssel: Ein anderes Mitglied der ENAR-Gruppe für People of Colour erzählt, in einigen EU-Ländern könne man sich, wenn man farbig ist, fast nicht als Teil dieses Mitgliedstaates oder gar als Europäer fühlen.

In Budapest, Warschau, Prag und Wien finden sich Brüder im Geiste zusammen, die eine andere EU wollen.

„Europa macht einen Schritt zurück, weil es die Vielfalt nicht schätzt“, fürchtet auch Madi Sharma, Unternehmerin und Mitglied des Europäischen Wirtschafts- und Sozialausschusses. Ihrer Ansicht nach müsse jede EU-Institution einen Diversity-Ansatz, demokratischere Prozesse und mehr Transparenz bieten.

„Wenn es in einem Unternehmen oder einer Firma Rassendiskriminierung gibt, werden wir verklagt. Aber wenn man in der Europäischen Kommission oder einer EU-Institution rassistisch diskriminiert, passiert nichts,“ so Sharma.

Die EU-Institutionen erheben Daten über Nationalität, Alter und Geschlecht ihres Personals. Sie sammeln jedoch keine Daten über Rasse, Ethnizität und Religion. Auch viele nationale Regierungen haben keine Statistiken über die Größe ihrer Minderheitengruppen.

In Frankreich ist es für die Regierung illegal, Daten über die Ethnizität ihrer Bürger zu sammeln, da dies als rassistisch an sich gilt. In Deutschland hingegen werden keine Daten über die „Rasse“ erhoben, weil befürchtet wird, unbequeme Erinnerungen an die Nazizeit könnten geweckt werden.

Aus Sicht von Sarah Chander vom ENAR sei es aber eine Möglichkeit, diese Ängste zu zerstreuen, indem die Daten anonym und freiwillig gesammelt würden. Nach wie vor mache der Mangel an Daten es unmöglich, zu sagen, ob es für Farbige schwieriger ist, in einem professionellen Umfeld voranzukommen.

Professionelle Aufstiegsmöglichkeiten gebe es „für jeden, theoretisch“, so Chander. Theoretische Chancengleichheit bedeute aber nicht, dass in der Praxis auch gleiche Ergebnisse beobachtet werden können. Hannah Thomas, EA17

 

 

 

 

Assisi: Angela Merkel erhält am 12. Mai „Lampe des Friedens“

 

Damit würdige der Orden „ihr Versöhnungswerk für ein friedliches Zusammenleben der Völker“, erläuterte Mauro Gambetti, Kustos des Franziskaner-Konvents in Assisi, bei der Bekanntgabe des Datums am Donnerstag vor Journalisten in Rom die Entscheidung seiner Gemeinschaft.

Mit der Überreichung der Lampe ist zudem der Titel „Weltfriedensbotschafterin“ verbunden. Zu der Feier in Assisi wird auch Kolumbiens Staatspräsident Juan Manuel Santos erwartet; er erhielt die „Lampe des Friedens“ Ende 2016. Mit der Auszeichnung würdige der Orden des heiligen Franz von Assisi den Einsatz politisch Verantwortlicher für das Gemeinwohl und gute Beziehungen zwischen den Völkern, sagte Gambetti. Besonders gelte dies derzeit für Europa, das noch einen weiten Weg vor sich habe, um seiner Jugend eine Einheit in Vielfalt zu bieten.

Zu den prominenten Preisträgern der nicht jährlich, sondern nach Anlass vergebenen Auszeichnung zählen unter anderem Lech Walesa, der Dalai Lama, Mutter Teresa, Yassir Arafat, Michail Gorbatschow und Schimon Peres sowie die Päpste Johannes Paul II., Benedikt XVI. und Franziskus. Die „Friedenslampe“ ist eine Nachbildung jener gläsernen Öllampe, die beständig am Grab des heiligen Franz von Assisi brennt. Sie gelte „als Symbol für Liebe und Versöhnung angesichts der von Konflikten verursachten Leiden“, so Gambetti. (kap/pm 12)

 

 

 

SPD.  Wahl zur Parteichefin. Nur 66 Prozent für Andrea Nahles

 

Erstmals in ihrer Geschichte hat die SPD eine Frau an ihre Spitze gewählt: Doch das Ergebnis muss für Andrea Nahles eine Enttäuschung sein.

 

Andrea Nahles ist zur Vorsitzenden der SPD gewählt worden. Sie bekam 66,35 Prozent der gültigen Stimmen. Ihre einzige Herausforderin, die Flensburger Oberbürgermeisterin Simone Lange, kam auf 27, 6 Prozent. In der 155-jährigen Parteigeschichte der SPD ist mit Nahles nun erstmals eine Frau die Vorsitzende.

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Insgesamt hatten 631 Delegierte abgestimmt. Auf Nahles entfielen 414 Stimmen, auf Lange 172. Sieben Stimmzettel waren ungültig. Die neue Parteivorsitzende startet damit geschwächt in ihr Amt. Es war damit gerechnet worden, dass die Fraktionsvorsitzende auf rund 75 Prozent der Stimmen kommen würde.

In ihrer kämpferischen und emotionalen Rede vor den Delegierten hatte Nahles am Sonntagmittag einen Aufbruch versprochen: "Man kann eine Partei in der Regierung erneuern, diesen Beweis will ich ab morgen antreten", sagte die 47-Jährige vor den Delegierten. Nahles forderte die Genossen auf, mit ihr zusammenzuarbeiten. "Eine allein kann es nicht schaffen", sagte sie. "Wir packen das, das ist mein Versprechen."

Der rote Faden ihrer Rede war der Begriff "Solidarität", eine Kerntugend sozialdemokratischer Politik. Nahles forderte Solidarität in allen gesellschaftlichen Bereichen ein, die SPD stehe ihrerseits an der Seite von Arbeitnehmern und kämpfe für die Rechte aller Benachteiligten.

Kritiker nicht überzeugt

Doch damit konnte sie ihre Skeptiker offenbar nicht überzeugen. In den vergangenen Monaten hatte Nahles mit ihrem Einsatz für die GroKo viele in der Partei gegen sich aufgebracht. Das Ergebnis spiegelt den Mitgliederentscheid über die Regierungsbeteiligung mit der Union wider: Damals hatten zwei Drittel der Stimmberechtigten für die GroKo, ein Drittel dagegen gestimmt.

Nahles war schon früher auf Parteitagen abgestraft worden. 2009 wurde sie mit gerade mal 69,6 Prozent zur Generalsekretärin gewählt, vier Jahre später bestätigten sie sogar nur 67,2 Prozent der Delegierten im Amt.

Im Vergleich zu anderen Wahlen zum Parteivorsitz holte Nahles das zweitschlechteste Ergebnis - allerdings traten die meisten Bewerber auch ohne Gegenkandidaten an. Nur Oskar Lafontaine schnitt 1995 mit 62,6 Prozent schlechter ab als Nahles - er hatte damals in einer Kampfkandidatur Rudolf Scharping herausgefordert und gegen ihn gewonnen. Das schlechteste Ergebnis ohne Gegenkandidat erzielte Sigmar Gabriel 2015 mit 74 Prozent der Stimmen.

(Agenturen 22)

 

 

 

Studie. Deutschland auf Einwanderung ausländischer Arbeitskräfte angewiesen

 

Die Integration von Einwanderern in den Arbeitsmarkt ist je nach Herkunftsland sehr unterschiedlich. Einwanderer aus den Balkanländern sind besonders häufig sozialversicherungspflichtig beschäftigt, Einwanderer aus China, Indien und den USA als qualifizierte Fachkräfte tätig.

Um Wachstum und Wohlstand zu sichern, ist die deutsche Wirtschaft zunehmend auf Fachkräfte aus dem Ausland angewiesen. Davon geht das Institut der deutschen Wirtschaft in Köln in seinem aktuellen Kurzbericht aus, die am Mittwoch vorgestellt wurde.

So habe in den letzten Jahren in Deutschland ein Beschäftigungsaufbau stattgefunden, der ohne Einwanderung in dieser Form kaum zu realisieren gewesen wäre. Zwischen Juni 2012 und Juni 2017 ist die Zahl der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten insgesamt um 2,88 Millionen auf 32,16 Millionen, dem bisher höchsten Wert in der Bundesrepublik, gestiegen. Dabei hat die Beschäftigung von Inländern um 1,61 Millionen und die von Ausländern um 1,28 Millionen zugenommen.

Gleichzeitig sei absehbar, dass die Erwerbsbeteiligung von Einheimischen im nächsten Jahrzehnt stark zurückgehen wird. „Scheiden dann nämlich die geburtenstarken Babyboomer-Jahrgänge 1955 bis 1969 altersbedingt aus dem Arbeitsmarkt aus, stehen bei weitem nicht genügend junge Menschen zur Verfügung, um die entstehenden Lücken zu füllen“, so die Prognose des Instituts.

Unterschiede je nach Herkunftsland

Die Integration von Einwanderern aus EU-Ländern gelinge in den deutschen Arbeitsmarkt „hervorragend“. Bei den Drittstaatenangehörigen gebe es jedoch größere Herausforderungen. „Dennoch ist Deutschland auf längere Sicht auf Zuwanderer aus diesen Ländern angewiesen, da auch die anderen EU-Länder vom demografischen Wandel betroffen und die Wanderungspotenziale entsprechend begrenzt sind“, teilt das Institut mit.

Bei näherem Blick zeige sich zudem, dass sich die Beschäftigungssituation von Drittstaatenangehörigen je nach Herkunftsland deutlich unterscheidet. Albaner beispielsweise wiesen mit 67,8 Prozent den höchsten Anteil an sozialversicherungspflichten Beschäftigten aus, gefolgt von Bosniern mit 58,2 Prozent und Serben mit 52,7 Prozent. Für alle Drittstaatenangehörigen liege der Wert bei 37,7 Prozent und für EU-Einwanderer bei 58,8 Prozent.

Experten kommen aus China, Indien und USA

„Insgesamt lässt sich sagen, dass die Beschäftigung von Drittstaatenangehörige aus den Balkanländern nahezu auf demselben Niveau liegt wie die von EU-Ausländern, wohingegen Personen aus den Flüchtlingsherkunftsländern Afghanistan, Irak und Syrien noch vergleichsweise selten einer sozialversicherungspflichtigen Beschäftigung nachgehen“, so das Instiut.

Auch die Anforderungsniveaus der Stellen dieser sozialversicherungspflichtig Beschäftigten, zeigen laut Erhebung deutliche Unterschiede je nach Herkunftsland. Einwanderer aus China, Indien und den Vereinigten Staaten sind am häufigsten als Spezialisten- und Experten tätig. Es folgen Russland und die Ukraine. Die wenigsten Spezialisten und Experten kommen aus den Balkan- und Flüchtlingsherkunftsländern und aus der Türkei. Dabei weist Syrien unter diesen Ländern mit 17,4 Prozent den mit Abstand höchsten Anteil an Spezialisten und Experten auf. Bei den meisten anderen Ländern liegt der Wert unter 10 Prozent.

Institut warnt vor Blaupause

„Diese Anforderungsniveaus der Beschäftigung von Zuwanderern sind mit Blick auf ihre Bedeutung für die Sicherung von Wachstum und Wohlstand nicht unerheblich. Derzeit bestehen in Deutschland nämlich vor allem bei Fachkräften im MINT- und im Gesundheitsbereich Engpässe, während die Zahl der Arbeitssuchenden im Helferbereich deutlich höher ist als die Zahl der offenen Stellen. Auch für die Zukunft ist insbesondere vor dem Hintergrund des technologischen Fortschritts mit einem weiteren Anstieg der Nachfrage nach gut qualifizierten Beschäftigten aus dem Ausland zu rechnen. Hingegen dürfte der Bedarf an an- und ungelernten Beschäftigten auch langfristig mit Inländern und Personen, die aus humanitären Gründen in Deutschland aufgenommen werden müssen, gedeckt werden können“, prognostiziert das Institut weiter.

Vor diesem Hintergrund warnt das Institut davor, die im Jahr 2015 erfolgte Öffnung des deutschen Arbeitsmarkts für Erwerbsmigranten aus den Balkanländern als Blaupause für die Weiterentwicklung der Einwanderungspolitik insgesamt zu sehen. Vielmehr sollte an zwei anderen Stellen angesetzt werden: Förderung der Einwanderung gut ausgebildeter Fachkräfte sowie die Ausbildung von ausländischen Fachkräften in Deutschland. (mig 12)

 

 

 

 

Macrons Marsch auf Europa

 

Kann in Europa gelingen, was schon in Frankreich funktionierte? Von Mark Leonard

 

Anfang April startete der französische Präsident Emmanuel Macron eine neue politische Kampagne auf europäischer Ebene. Macrons jüngstes Projekt ist für seine Präsidentschaft und seine Wahrnehmung der Macht von entscheidender Bedeutung: Der „Grande Marche pour l’Europe“ richtet sich an seinem Programm aus, mit dem er 2017 die dominanten politischen Parteien Frankreichs gestürzt und seine Bewegung La République En Marche! zu einem politischen Machtfaktor gemacht hatte. Innerhalb von sechs Wochen untersuchen zehn Minister und 200 Parlamentarier die Meinung der Franzosen über Europa und europäische Themen. Die Ergebnisse werden dann in die Entwicklung einer Plattform einfließen, die 2019 bei den Wahlen zum Europäischen Parlament die populistischen und euroskeptischen Parteien schlagen soll.

Mit Ausnahme von Ungarn und Großbritannien hat Macron alle anderen EU-Mitgliedstaaten überredet, ähnliche öffentliche Untersuchungen durchzuführen. Er hofft, dass diese eine Grundlage für die EU-Reformen bilden können, die er letztes Jahr bei öffentlichen Auftritten in Athen und an der Sorbonne versprochen hat.

Um Macrons Pläne völlig zu verstehen, müssen wir die Prinzipen berücksichtigen, die seine Weltsicht stützen und hinter seinem politischen Ansatz stehen. Kaum jemand ist mit Macrons Denken besser vertraut als der französische Historiker und Philosoph François Dosse. Dosse war nicht nur Ende der 1990er Macrons Lehrer am Institut d'etudes politiques (Sciences Po), sondern hat ihn auch seinem intellektuellen Mentor vorgestellt, dem französischen Philosophen Paul Ricoeur, für den Macron dann zwei Jahre lang als Forschungsassistent gearbeitet hat.

Dosse hat kürzlich ein Buch über Macron und Ricoeur mit dem Titel Le Philosophe et le President veröffentlicht. Vor ein paar Wochen habe ich ihn in seinem Pariser Apartment getroffen, um mit ihm über sein jüngstes Werk zu sprechen. Er erklärte mir, hinter Macrons Herangehensweise an die europäischen Reformen stehe eine Kombination zweier grundlegender ricoeurischer Konzepte.

Das erste nennt sich „consensus dissensuel“. Dies mag wie eine hochtrabende Version des Sprichworts klingen, dass man seinen Kuchen nicht gleichzeitig essen und behalten kann. Aber in Wirklichkeit geht es laut Dosse darum, aus der Opposition zwischen zwei konkurrierenden Sichtweisen Kraft zu schöpfen – nicht zu verwechseln mit dem Hegelschen Ansatz, der eine Synthese zwischen zwei Polen anstrebt. Dass Macron dem Ricoeur-Modell folgt, lässt sich auch daran erkennen, dass er, wenn er seine parallel laufenden Inlandsreformvorschläge beschreibt, häufig die Phrase „en même temps“ („gleichzeitig“) verwendet.

Auch mit seiner europäischen Vision scheint Macron zu versuchen, das Unvereinbare in Einklang zu bringen: Er plant, sowohl die Souveränität der Mitgliedstaaten zu bewahren als auch die Integration der EU zu vertiefen. In institutioneller Hinsicht bedeutet dies, dass er staatsübergreifende Körperschaften unterstützen will und gleichzeitig versucht, in den Bereichen, in denen die Nationalregierungen Probleme besser lösen können als Brüssel, mehr Flexibilität zu ermöglichen.

In verteidigungspolitischer Hinsicht will sich Macron innerhalb der bestehenden EU-Abkommen bewegen, und er unterstützt Vorschläge für eine Ständige Strukturierte Zusammenarbeit (Permanent Structured Cooperation, PESCO) und einen Europäischen Verteidigungsfonds. Aber ebenfalls hofft er, den aktuellen EU- und NATO-Rahmen hinter sich lassen zu können, um eine Europäische Interventionsinitiative (EII) zu gründen, die mit britischen, US-amerikanischen und anderen alliierten Streitkräften zusammenarbeiten würde.

Im Migrationsbereich will Macron nicht nur die europäischen Außengrenzen sichern, sondern auch dafür sorgen, dass die Last der Aufnahme von Flüchtlingen über die gesamte EU verteilt wird. Kurzfristig strebt er an, dass sich die Mitgliedstaaten auf Flüchtlingsquoten einigen. Aber langfristig unterstützt er die stärkere Harmonisierung der Asylsysteme oder gar die Einführung einer zentralen EU-Asylagentur.

Auch in Bezug auf den Euro hofft Macron, gegensätzliche Ideen miteinander in Einklang bringen zu können. Einerseits strebt er Reformen innerhalb Frankreichs an, die das Risiko finanzieller Krisen verringern. Andererseits setzt er sich aber auch für ein gemeinsames EU-weites Haushalts- und Finanzministerium ein, um die Währungsunion widerstandsfähiger gegen zukünftige Turbulenzen zu machen.

Jenseits dieser Bereiche will Macron auch die digitalen Innovationen fördern, indem er eine europäische Version der US-amerikanischen Agentur für Forschungsprojekte der Verteidigung (Defense Advanced Research Projects Agency, DARPA) einführt. Gleichzeitig will er durch Regulierung und einen gemeinsamen Haushaltsansatz die nationalen Souveränitäten im digitalen Zeitalter fördern.

Das zweite Ricoeursche Konzept, das hinter Macrons Weltsicht steht, ist die Idee einer europäischen „Neugründung“. Während sich die erste Welle europäischer Integration größtenteils auf die Wirtschaft beschränkte, will Macron den Schwerpunkt nun auf Politik und Kultur legen. Damit beginnen will er im nächsten Jahr bei der Wahl zum Europäischen Parlament.

Wenn Macron die politische Bühne der EU unter die Lupe nimmt, sieht er fade Kartellparteien, die genauso reif für einen Sturz sind, wie es die französischem Mainstream-Parteien im Jahr 2017 waren. Beispielsweise hat er die gemäßigte rechte Europäische Volkspartei durch die Frage provoziert, wie eine parlamentarische Gruppe sich christdemokratisch nennen kann, wenn ihr die Parteien des ehemaligen italienischen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi und des ungarischen Ministerpräsidenten Viktor Orbán angehören.

Außerdem erkennt Macron, dass der Niedergang der gemäßigten Linken in Europa – gemeinsam mit dem bevorstehenden Post-Brexit-Exodus der britischen Labour-Parlamentarier – ein enormes Vakuum hinterlässt, das gefüllt werden muss. Dazu überlegt er, eine europaweite „En Marche!”-Bewegung zu gründen, die für die Präsidentschaft der Europäischen Kommission ihren eigenen Spitzenkandidaten nominieren könnte. Tatsächlich wird bereits davon gesprochen, dass die europäische Wettbewerbskommissarin Margrethe Vestager diese Rolle einnehmen könnte.

Ursprünglich hatten die Macronistes geplant, Aussteiger aus anderen Parteien zu rekrutieren und dann mit der linksgerichteten Allianz der Liberalen und Demokraten für Europa zu koalieren. Allerdings könnte die Gründung einer europäischen En Marche!-Bewegung bedeuten, dass dadurch auch diese Allianz an den Rand gedrängt wird. Auf jeden Fall wird die deutsche Kanzlerin Angela Merkel für die Kommissionspräsidentschaft auf einen konservativen Kandidaten bestehen, also könnte Macron versuchen, dies als Druckmittel für Zugeständnisse in anderen Bereichen zu verwenden.

Vieles bleibt abzuwarten, aber klar ist bereits, dass Macron in die europäische Politik eine neue Denkweise eingebracht hat. Seiner Ansicht nach kann sich die Souveränität in Europa nur auf EU-Ebene abspielen. Er führt Frankreich von der Fünften in eine Sechste Republik, die nicht mehr streng franco-francaise ist, sondern wahrhaft europäisch.  Harald Eckhoff  (cPS) IPG 16

 

 

 

Die unerträgliche Ruhe der Jugend gegenüber der Kriegsvorbereitungen der  USA und NATO-EU.

 

Ist die Jugend verblendet oder nur apathisch? Warum die zu erwartende Reaktion gegen die Kriegsvorbereitung nicht, wie  vor 50 Jahren, von der Jugend ausgeht.

 

Jeder darf Russland und China hassen, dafür braucht man keine 

Rechtfertigung, höchstens eine psychologische Beratung und Behandlung wenn 

der Hass grotesk und grundlos ist.

Alleine die unzähligen Widersprüche, die immer neue weitere Widersprüche  

generieren, müsste doch jeder logisch denkende Mensch dazu führen, dass er 

zunächst mal eindeutige Beweise und Klärung der Beschuldigungen verlangt, 

eher er die ihm gelieferte Informationen glaubt. Leider Fehlanzeige: es 

wird alles kritiklos geglaubt, und je unwahrscheinlicher, desto schneller  

und ohne Rückfragen.

 

Dass ein Krieg in Vorbereitung ist, und zwar in Europa, scheint von den 

meisten nicht einmal wahrgenommen zu sein. Und dies obwohl in unserem 

Fall  leicht erkennbare Gründe für die konzertierte Aktion der USA, GB und 

NATO-Vasallen dieser Mächte gibt : es geht um Geld, viel Geld, und Macht: 

die bröckelnde Macht der EU-Oligarchie, Finanz und Waffenindustrie. Und 

das absehbare Ende der wirtschaftliche Dominanz der USA. Der Versuch, 

zunächst Russland zu demontieren, wie mit Jugoslawien erprobt, stößt an 

den Widerstand der russischen Regierung. Daher - so wie damals mit Saddam, 

Gaddafi und zuletzt Assad, zielt die ganze westliche Medienpropaganda 

-unisono- auf die Dämonisierung von Putin.

Das dumme Volk kann man eher manipulieren, wenn man konkrete Hassbilder 

liefert.

Hitler und Göring machten dies mit dem Feindbild „Bolschewicken und  

Juden, der Westen macht das noch viel einfacher: es sind die Russen! 

„Mit Russland werden wir nie Freunde sein“ bellt z. B. eine USA Diplomatin.

Die Diplomatenausweisung ist in der Tat eine Kriegserklärung, genauso wie 

die Sanktionen.

Die Strategie wurde schon woanders erprobt: wirtschaftlich und dann 

militärisch, wenn dies nicht mehr reicht. Und mit entsprechender 

Propaganda zur Volksverdummung begleitet. Jedoch mit nur teilweisem 

Erfolg, wie im Fall der Ukraine.

Ziel waren damals die russischen Militärhäfen auf der Krim. Putin wurde 

gezwungen, um die Umzieglung von der NATO zu blockieren, entweder diese 

letzte Bastion der Landesverteidigung zu retten - was ihm OHNE 

Blutvergießen gelang - oder von seinen Generäle aus der Macht vertrieben 

werden, wie damals ebenfalls wegen des Krim-Geschenk an die Ukraine 

Chruschtschow passierte.

Ansonsten wäre die USA Flotte an der Haustür Russland. Der nächste 

Schritt, nachdem trotz unzähligen Provokationen Russlands Regierung und 

Militär mit Besonnenheit reagiert hatten, ist was jetzt vor unseren Augen 

passiert: USA mit "companion in crime" GB werfen alle angebliche 

demokratische oder auch nur zivilisierte Umgangsformen und Prinzipien über 

Bord, inszenieren Provokationen die kein vernünftiger Mensch mehr glauben 

kann, verlangen von seinen Vasallen der EU jesuitische 

„Kadavergehorsamkeit" und schicken sie in den Krieg.

Und die Bevölkerung reagiert nicht: Was mich (Generation 1945) am meisten 

erschreckt, ist die absolute Gleichgültigkeit der Jugend: 1965-1972 hatten 

wir damals fast kontinuierlich gegen den Vietnam-Krieg demonstriert, und 

einen wesentlichen Beitrag zur Ende jenes  Massakers geleistet. Wie man 

später erfahren hat (Pentagon Papers) war der Vietnam-Krieg auf einen 

riesigen Berg von Lügen konstruiert worden. Dass es heute ebenfalls so 

ist, scheint die Jugend nicht im Geringsten zu interessieren. Für meine 

Generation stehen im Kriegsfall nicht mehr viele Jahre auf Spiel, und doch 

ich sehe, es sind eher meine Altersgenossen, die die Lage kritisch 

betrachten und etwas dagegen versuchen.

Diejenigen, die am meisten zu verlieren haben, die das ganze Le

ben noch vor sich hätten, begnügen sich mit abstrakten Illusionen von 

Internationalismus, sind  gegen die Souveränität ihrer jeweiligen Länder, 

sind eher bereit, für ein Monster wie die EU ("Puls of Europe") zu 

demonstrieren, als gegen die Kriegsvorbereitung, die auf Hochtour laufen 

und deren Preis sie am meisten bezahlen werden.

Graziano Priotto - Prag/Konstanz,  de.it.press 13

 

 

 

24 EU-Staaten unterzeichnen Vereinbarung über Künstliche Intelligenz

 

24 EU-Länder wollen einen „europäischen Ansatz“ für Künstliche Intelligenz, um so mit amerikanischen und asiatischen Technologieriesen konkurrieren zu können.

 

Die entsprechenden Minister unterzeichneten am gestrigen Dienstag eine Erklärung, in der es heißt, die Bereitstellung öffentlicher Forschungsmittel für Künstliche Intelligenz (KI) werde in Betracht gezogen – ohne jedoch einen genauen Betrag an Neuinvestitionen zu versprechen.

Alle EU-Mitgliedsstaaten mit Ausnahme von Zypern, Rumänien, Kroatien und Griechenland verpflichteten sich zur „Modernisierung der nationalen Politik“ als Teil der Bemühungen um die Entwicklung einer größer angelegten KI-Forschung.

Ein Beamter der Kommission sagte, die vier EU-Länder, die nicht unterzeichnet haben, seien nicht gegen die Initiative, müssten aber ihre Unterzeichnung möglicherweise noch formell genehmigen lassen. Auch Norwegen hat die Erklärung unterzeichnet.

Die europäischen Politiker wollen sich somit bemühen, die Arbeit an Künstlicher Intelligenz zu verstärken, indem öffentliche Gelder bereitgestellt und Unternehmen dazu bewegt werden, in Technologien wie Robotik und medizinische Anwendungen zu investieren, die riesige Datenmengen verarbeiten.

Die KI-Investitionen der EU hinken denen in den USA und China bereits hinterher – und die neue Initiative des Blocks könnte immer noch durch den Wettbewerb zwischen den einzelnen Mitgliedstaaten oder durch ihre unterschiedlichen Positionen zur Regulierung behindert werden.

Junge Menschen sind weiterhin optimistisch, was den zukünftigen Einfluss von Robotern und künstlicher Intelligenz auf die Arbeitswelt angeht.

EU-Digitalkommissarin Marija Gabriel wird am 25. April ein Strategiepapier zur Künstlichen Intelligenz veröffentlichen, in dem sie rechtliche Fragen skizzieren will, die die Technologie wahrscheinlich mit sich bringt. Außerdem hat sie angekündigt, auf die Befürchtungen eingehen, dass Roboter Arbeitsplätze zerstören bzw. ersetzen könnten. Gabriel wird in diesem Monat noch keinen Vorschlag für eine verbindliche KI-Gesetzgebung machen, hat aber nicht ausgeschlossen, die Technologie zu einem späteren Zeitpunkt zu regulieren.

Die nationalen Regierungen sind in der jüngsten Vergangenheit in Bezug auf KI vermehrt mit eigenen Vorschlägen vorgeprescht. Frankreichs Präsident Emmanuel Macron veröffentlichte beispielsweise vergangenen Monat einen Vier-Jahres-Plan über insgesamt 1,5 Milliarden Euro an öffentlichen Mitteln für die KI-Forschung. Macron hat sich kürzlich auch mit Führungskräften großer Tech-Unternehmen getroffen, um Arbeitsplätze zu schaffen und private Investitionen nach Frankreich zu locken. Facebook betreibt bereits ein KI-Forschungslabor in Paris.

In ihrem Koalitionsvertrag vom Februar hat sich die neue deutsche Bundesregierung derweil verpflichtet, eine eigene Forschungsstelle sowie ein gemeinsames KI-Zentrum mit Frankreich einzurichten.

Gabriel forderte die EU-Länder auf, stärker zusammenzuarbeiten, um mit größeren Konkurrenten in den Vereinigten Staaten und Asien mithalten zu können: „Die Mitgliedstaaten verfügen in einigen Bereichen über ein gewisses Exzellenzniveau, aber alleine können sie nicht weltweit führend sein. Die EU kann eine treibende Kraft sein“, sagte sie am Rande einer Brüsseler Konferenz über Investitionen in Technologie und Künstliche Intelligenz am Dienstag.

Gabriel erklärte, der Wettbewerb zwischen den einzelnen Mitgliedstaaten um multinationale Unternehmen würde die Gesamt-Bemühungen der EU um eine Koordinierung der Politik und Forschung im Bereich KI nicht gefährden.

„Ich glaube, dass Meinungsverschiedenheiten bei diesem Thema für die EU eher wertvoll sein könnten,“ so die Kommissarin.

Ohnehin bereitet die Digitalisierung vielen Menschen Sorgen. Besonders gruselig wird es, wenn es um künstliche Intelligenz geht. Der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss nahm sich dem Thema an.

Neben den Überlegungen zu Änderungen in der jeweiligen nationalen Gesetzgebung und neuen KI-Investmentfonds haben sich die Minister auch verpflichtet, paneuropäische Forschungszentren zu gründen.

Sie waren sich ebenfalls einig, dass „der Mensch im Mittelpunkt der Entwicklung, des Einsatzes und der Entscheidungsfindung von KI stehen sollte“. Wichtig sei es, die „Schaffung und Nutzung von schädlichen KI-Anwendungen zu verhindern“.

Bei einer Podiumsdiskussion während der gestrigen Konferenz legte Mounir Mahjoubi, Frankreichs Staatssekretär für digitale Angelegenheiten, dar, warum die Investitionszusage über 1,5 Milliarden Euro seines Landes nicht nur im Interesse Frankreichs liege. Er machte deutlich: „Frankreich will, dass Europa bei der Künstlichen Intelligenz führend ist.“

Mehrere Minister betonten außerdem, dass sich die EU auf ethische Standards für KI einigen sollte. Diese könnten europäischen Unternehmen auch einen Vorteil gegenüber Wettbewerbern verschaffen.

„Wir können nicht erwarten, dass China das tut. Das müssen wir tun. Mit einer funktionierenden Demokratie und einem funktionierenden Rechtssystem muss Europa diese Standards als das Wichtigste betrachten. Die Konkurrenz mit China, die Konkurrenz mit den USA ist natürlich wichtig. Aber wenn wir nicht den rechtlichen und ethischen Rahmen schaffen, werden wir sowieso verlieren,“ prophezeite Schwedens Minister für digitale Entwicklung, Peter Eriksson.

In einem separaten Papier, das Ungarn, die Slowakei, Polen und die Tschechische Republik am Dienstag in Umlauf brachten, fordern die Länder gemeinsame Tests neuer Technologien auf EU-Ebene, bevor neue Verordnungen vorgeschlagen werden.

„Auch wenn die Entstehung neuer Gesetze unvermeidlich ist, müssen wir dafür sorgen, dass sie klug formuliert werden,“ erläuterte ein mitteleuropäischer Diplomat. Die  Initiative der vier Visegrad-Staaten sei offen für andere Länder, die diesen Ansatz unterstützen wollen.

Auf Einladung des Tagesspiegel und des Berliner EUREF-Campus diskutierten Experten aus Wirtschaft, Politik und Wissenschaft mit über 1.200 Teilnehmern um die Zukunft der Mobilität.

„Einige Mitgliedsstaaten haben ihre eigene Agenda,“ glaubt hingegen Georgios Petropoulos, wissenschaftlicher Mitarbeiter der Denkfabrik Bruegel. Er verwies dabei auf die Forschungsinitiativen Deutschlands.

Auch deswegen nannte Petropoulos die Erklärung der 24 EU-Mitgliedsstaaten „sehr wichtig“. Sie spiegele ein Verständnis der Minister wider, dass gemeinsame Investitionsprogramme und ein EU-weiter Ansatz für jede künftige Regulierung dem Block helfen werden, mit anderen Regionen zu konkurrieren. „Das Ausmaß der Investitionen, das Ausmaß der Entwicklungen, geht über die Möglichkeiten hinaus, die ein Mitgliedstaat allein hat,“ sagte er.

„Wenn wir als Europa den vollen Nutzen daraus ziehen wollen, brauchen wir gemeinsame Investitionen in einer Größenordnung, die mit denen der USA und Chinas vergleichbar ist, die die Möglichkeiten dieser Technologien tatsächlich bereits nutzen“. Catherine Stupp, EA 11

 

 

 

 

Oberverwaltungsgericht. Rückführung nach Italien zulässig

 

Rückführungen von Flüchtlingen nach Italien sind zulässig. Das hat das niedersächsische Oberverwaltungsgericht in zehn Fällen entschieden. Die Unterkünfte in Italien seien zwar teilweise mangelhaft, schwerwiegende Mängel im Asylverfahren gebe es allerdings keine.

Das niedersächsische Oberverwaltungsgericht hat mit zehn Urteilen entschieden, dass Rückführungen von Flüchtlingen nach Italien zulässig sind. Die Asylverfahren und die Aufnahmebedingungen für Flüchtlinge in Italien wiesen keine schwerwiegenden systemischen Mängel auf, sagte Gerichtssprecherin Andrea Blomenkamp am Montag in Lüneburg. Zwar seien die Unterbringungsbedingungen zum Teil mangelhaft, doch begründeten diese Mängel keine grundlegenden Defizite des gesamten Unterkunftssystems im Land.

Mit seinen Urteilen kippte der 10. Senat des Oberverwaltungsgerichts gegenteilige Entscheidungen der Verwaltungsgerichte in Hannover und Braunschweig. Diese hatten zuvor Klagen gegen Bescheide des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge stattgegeben. Bei den Klägern handele es sich überwiegend um alleinstehende junge Männer, hieß es. Eine Revision zum Bundesverwaltungsgericht ließ das Lüneburger Gericht in allen Verfahren nicht zu.

Zwar halte das Sozialleistungssystem in Italien deutlich weniger Sozialleistungen vor als in Deutschland. Rücküberstellte Flüchtlinge seien deshalb mit „erheblichen Problemen“ konfrontiert. Dennoch hätten Flüchtlinge nach Auffassung des Senats keinen Anspruch darauf, bessergestellt zu werden als inländische Staatsangehörige, sagte Blomenkamp. Auch weil der italienische Staat sichtlich bemüht sei, die Hilfen auch für diesen Personenkreis zu verbessern, habe der Senat keine systematischen Mängel feststellen können. (epd/mig 11)

 

 

 

Die komplexe Zukunft der Mobilität

 

Auf Einladung des Tagesspiegel und des Berliner EUREF-Campus diskutierten Experten aus Wirtschaft, Politik und Wissenschaft mit über 1.200 Teilnehmern um die Zukunft der Mobilität.

Bereits zum achten Mal fand am Montag und Dienstag dieser Woche der Future Mobility Summit in Berlin statt. Die Größenordnung war allerdings neu. „Die Veranstaltung wächst kontinuierlich mit der Bedeutung des Themas. Gerade hier in Berlin, dem Sitz der Regierung, gibt es großes Interesse. Deswegen ist die Veranstaltung so ausgefallen, wie sie ausgefallen ist“, sagte Tagesspiegel-Herausgeber Sebastian Turner gegenüber EURACTIV. Gemeint ist: groß. So umfasste die Sprecherliste der Konferenz 74 Namen, auf dem Programm standen 45 Veranstaltungen, die sich, teilweise parallel, über zwei volle Tage hinzogen.

Gesprächsstoff gab es genug. Dass die Automobilindustrie ein Imageproblem hat ist genauso bekannt wie die Tatsache, dass sie vor großen Umbrüchen steht. Auf der einen Seite stehen Diesel-Skandal, Kartellabsprachen, chronisch überschrittene Feinstaubwerte und drohende Fahrverbote. Auf der anderen technologische Entwicklungen wie die Elektromobilität, autonomes und vernetztes Fahren, Sharing-Modelle und Parkplatz-Apps.

Einer der Redner war Jürgen Resch, seines Zeichens Schreckgespenst der Dieselfahrer. Als Vorsitzender der Deutschen Umwelthilfe (DUH) hat Resch fast 30 Klagen gegen deutsche Städte angestrengt, die die Vorschriften zur Luftqualität nicht einhalten – und bisher alle gewonnen, wie er betont. Ein erstes punktuelles Fahrverbot gilt bereits in Hamburg. Resch erwartet, dass noch im Laufe dieses Jahres weitere folgen werden. Einen Selbstzweck sieht er darin nicht. Es geht ihm darum, den Druck auf die Automobilindustrie zu erhöhen. Hardware-Nachrüstungen an manipulierten Diesel-Fahrzeugen seinen auch ein vielversprechender Lösungsansatz.

Dem stimmt auch Reschs Gesprächspartner auf dem Podium, Hans Peter Wollseifer, der Präsident des Zentralverbandes des Deutschen Handwerks, zu – also der Chef jenes Verbandes, der mit am lautesten gegen die Fahrverbote wettert. Dass er dies tut, vermag nicht zu verwundern. Schließlich beträgt die Dieselquote in der Fahrzeugflotte des Deutschen Handwerks rund 80 Prozent. Fahrverbote sind für ihn der absolute worst case, den es unbedingt zu vermeiden gilt.

Die Verantwortung sieht Wollseifer ebenso bei der Industrie, wie ein weiterer Podiumsteilnehmer: Winfried Hermann, seines Zeichens Umweltminister von Baden-Württemberg, der den Druck begrüßt, den die Klagen der DUH erzeugen. Hermann hält es für einen Skandal, dass betrogene Dieselfahrer in den USA viel besser entschädigt werden als in Deutschland und er will eine Hardware-Nachrüstung, die zu 100 Prozent von der Industrie bezahlt wird. Wollseifer steuert das nötige Expertenwissen bei: Eine Umrüstung sei für 2.000 bis 2.500 Euro zu haben. Eine flächendeckende Umrüstung sei machbar.

Um im Zeitalter selbstfahrender Autos die Verkehrssicherheit nicht aus dem Blick zu verlieren, setzt die Industrie auf sogenannte Schutzranzen für Kinder. Datenschützer schlagen Alarm.

Doch nicht alle anwesenden Landespolitiker wollen die Autoindustrie in die Pflicht nehmen. Niedersachsens Ministerpräsident Stephan Weil sprach sich gegen Diesel-Hardwarenachrüstungen aus. Diese seien „kein Schlüssel zum Erfolg“. Wirksamer für die Luftreinhaltung in den Städten sei die Umsetzung der „konkreten Maßnahmen in den Städten und Kommunen“, die auf dem Dieselgipfel 2017 vereinbart worden seien.

Nach all dem Schimpfen auf die Automobilindustrie stieg am späten Nachmittag des ersten Konferenztages die Spannung, als einer der ganz großen Gäste die Bühne im Gasometer betrat: Daimler-Chef Dieter Zetsche. Was hat der führende Kopf des nach Umsatz zweitgrößten Automobilherstellers dazu zu sagen? Daraus, dass seine Branche ein massives Imageproblem hat, machte er keinen Hehl. Auch nicht daraus, dass sie dafür selbst die Verantwortung trägt. Die Message sollte lauten: Wir haben Fehler gemacht und wir haben daraus gelernt.

So sprach Zetsche viel über die Zukunft, die Daimler mitgestalten will, über autonomes Fahren, neue Sharing-Konzepte und dass sein Unternehmen bis 2022 in jeder Sparte ein Angebot mit Elektroantrieb im Portfolio haben will. Sogar den Jugendtraum vieler Knight Rider-Fans will er erfüllen: Autos mit denen man reden kann. Der K.I.T.T. mit Stern soll automatisch die Temperatur erhöhen, wenn der Fahrer beklagt, dass ihm kalt ist oder ein Restaurant empfehlen, wenn er Hunger hat.

Auf den Diesel will Zetsche trotzdem nicht verzichten. Den brauche man als Übergangstechnologie. Der moderne Diesel sei ja auch ziemlich sauber. Der sei eher Teil der Lösung, als des Problems. Von Hardware-Nachrüstungen will er nichts wissen. Übrigens habe man 2017 mehr Dieselfahrzeuge verkauft als 2016. Will heißen: So groß kann das Imageproblem auch wieder nicht sein.

So bleibt doch fraglich, ob die Branche gut aufgestellt ist, die Konsequenzen aus den Fehlern der Vergangenheit zu ziehen und bei den anstehenden Umbrüchen voranzugehen. Vorreiter sind derzeit andere. Beispielsweise die Kommunen, wenn man den Ausführungen der Hauptgeschäftsführerin des Verbandes kommunaler Unternehmen (VKU), Katherina Reiche, Glauben schenken darf. Sie belegte die starke Rolle die Kommunalbetriebe damit, dass über die Hälfte der gut 9.000 angemeldeten Ladestationen für E-Autos von kommunalen Unternehmen betrieben werden und dass die E-Quote nirgends so hoch ist, wie im Fuhrpark dieser Unternehmen.

Die Digitalisierung ist in aller Munde. Sie wird vieles verändern – auch die Arbeitswelt. Für Arbeitnehmer birgt das viele Risiken – aber auch Chancen, wie eine aktuelle Analyse zeigt.

Dabei beschränkt sich das kommunale Engagement keineswegs auf Elektromobilität: In München werden Sensoren getestet, die abtasten, ob ein Parkplatz frei ist und Parkplatzsuchende im Umkreis per App informieren. In der Breite eingesetzt könnte diese Technologie das Verkehrsaufkommen deutlich reduzieren, da in den Städten rund 30 Prozent der fahrenden Fahrzeuge sich nicht von A nach B bewegen, sondern um Punkt B kreisen um einen Parkplatz zu finden. In Düsseldorf und Stuttgart wird mit elektrisch betriebenen Sharing-Rollern experimentiert, Arnsberg baut eine Teststrecke für autonomes Fahren und in Mainz und Wiesbaden gibt es Pilotprojekte für einen ökologischen Gasantrieb.

Viel Dynamik und Zukunftsorientierung zeigten auch die zahlreichen Start-Ups, die sich auf dem Summit tummelten und sich anschicken, die Zukunft der Mobilität mitzugestalten. Getaway arbeitet an einem virtuellen Fuhrpark, in dem jeder sein Auto kurzfristig vermieten kann, Bicicli bietet Dienstfahrradprogramme und Fahrradflottenmanagement an, InnoZ will Sharing-Systeme verschiedener Verkehrsmittel intelligent vernetzen, inno2grid arbeitet an smart district-Konzepten mit integrierten Mobilitätsstationen, bei denen man per App zwischen ÖPNV, Fahrrad und Auto wählen kann. Die Liste ließe sich lange fortführen.

Die Mobilität der Zukunft wird also heute schon entwickelt. Die Gemengelage der Probleme, der Lösungsansätze und der Akteure ist kaum zu überblicken. Mit dem Future Mobility Summit leistet der Tagesspiegel einen Beitrag, den großen Knoten zu entwirren – und folgt dabei laut Herausgeber Turner zugleich „der Grundidee einer Zeitung“: „Eine Zeitung möchte Orientierung geben, Menschen verbinden, die Debatte fördern und Plattform sein.“ Das habe man mit dem Summit ins Veranstaltungsformat übertragen.

Hintergrund

Der Future Mobility Summit wird im Rahmen der Future Mobility Week ausgerichtet. Die Future Mobility Week ist die Plattform für die nationalen Mobilitätsentscheider und adressiert die wichtigsten Fragen zur Zukunft der Mobilität. Vom 8. bis zum 12. April 2018 dreht sich auf dem EUREF-Campus in Berlin-Schöneberg alles um die Themen Vernetzung, autonomes Fahren, Mobility-as-a-Service, Sharing und Elektromobilität. Die Future Mobility Week ist eine Initiative unter Beteiligung des Tagesspiegels, des Leitmediums der Hauptstadt, der eMO, Berliner Landesagentur für Elektromobilität und des Forschungscampus Mobility2Grid. Steffen Stierle, EA 11

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Recht auf Familienzusammenführung für Flüchtlinge erleichtert

 

Der Europäische Gerichtshof hat die Rechte von unbegleiteten minderjährigen Flüchtlingen gestärkt. Ihr Recht auf Familiennachzug bleibt auch dann bestehen, wenn Sie nach der Einreise volljährig werden.

Unbegleitete minderjährige Flüchtlinge verlieren nach ihrer Volljährigkeit nicht ihr Recht auf Familienzusammenführung. Voraussetzung hierfür ist, dass sie innerhalb einer „angemessenen Frist“ nach ihrer Flüchtlingsanerkennung einen Antrag auf Familienzusammenführung stellen, wie der Europäische Gerichtshof (EuGH) am Donnerstag in Luxemburg urteilte. (AZ: C-550/16)

Nach EU-Recht können unbegleitete minderjährige Flüchtlinge in ihrem Heimatland lebende nahe Angehörigen nachkommen lassen. Das Recht auf Familienzusammenführung ist nicht in das Ermessen der einzelnen EU-Mitgliedstaaten gestellt.

Entscheidend ist Zeitpunkt der Einreise

Im jetzt entschiedenen Fall reiste eine junge Frau im Februar 2014 im Alter von 17 Jahren aus Eritrea in die Niederlande ein. Als sie wenige Monate später 18 Jahre alt wurde und auch einen Aufenthaltstitel erhielt, wurde ihr Antrag auf Zusammenführung mit ihren Eltern und drei minderjährigen Brüdern wegen ihrer Volljährigkeit abgelehnt.

Entscheidend sei aber, ob der Flüchtling zum Zeitpunkt der Einreise noch minderjährig war, urteilte der EuGH. Wenn der Flüchtling im Laufe des Asylverfahrens volljährig wird, verliere er damit nicht sein Recht auf Familiennachzug. Allerdings müsse der Antrag auf Familienzusammenführung im Regelfall innerhalb von drei Monaten ab dem Tag der Flüchtlingsanerkennung gestellt werden, erklärte das Gericht. (epd/mig 13)

 

 

 

Die Integration von Migranten in Serbien geht schleppend voran

 

Migranten im serbischen Adasevac, nahe der serbisch-kroatischen Grenze. Als dieses Bild im Dezember 2017 entstand, suchten noch rund einhundert Flüchtlinge Schutz in einem verlassenen Lagerhaus rund 120 Kilometer von Belgrad entfernt. 

Migranten, die sich in Serbien aufhalten, befinden sich in einer schwierigen Situation. Ihre Integration in die Gesellschaft sollte durch Bildung für Minderjährige und Arbeitsmöglichkeiten für Erwachsene erleichtert werden, sagte ein Vertreter der EU-Delegation in Serbien gegenüber EURACTIV Serbien.

Nicholas Bizel wies darauf hin, dass sich viele der Migranten seit mehr als einem Jahr oder sogar länger in Serbien befinden. Das Land liegt auf der sogenannten Balkanroute und wurde auf dem Höhepunkt der Migrationskrise von tausenden Menschen durchquert. Inzwischen seien die Chancen der im Land verbleibenden Flüchtlinge auf eine Weiterreise in die EU sehr gering, so der EU-Beamte.

Derzeit sind noch etwas mehr als 4.000 Migranten in Serbien. In den ersten beiden Monaten dieses Jahres erklärten mehr als 1.000 von ihnen, sie würden demnächst im Land Asyl beantragen.

„Als EU-Beitrittskandidat ist Serbien Teil der europäischen Migrationslösung und beteiligt sich daher gemeinsam mit den EU-Mitgliedstaaten an der Suche nach einer umfassenden Lösung für Migranten und Flüchtlinge,“ sagte Bizel EURACTIV.rs in einem Interview.

Die EU selbst werde Serbien weiterhin bei der Umsetzung von Maßnahmen zur Integration von Migrantenkindern durch Bildung unterstützen. Darüber hinaus sei für Serbien in der nächsten Zeit kein größerer Zustrom von Migranten erwarten. Jedoch müsse man auch für diese Möglichkeit vorbereitet sein.

Bizel ist der Ansicht, dass die Situation trotz in kleinem Maße noch vorhandener unregulierter Migration inzwischen stabil ist. Er forderte die Behörden dennoch auf, wachsam zu bleiben, da diese Stabilität noch immer nicht als selbstverständlich angesehen werden könne.

Er zeigte sich optimistisch: Aktuell habe Serbien Platz für 6.000 Menschen in Flüchtlingszentren im ganzen Land. Außerdem habe das Land extreme Migrations-Situationen schon einmal erlebt.

Ein Bericht zeigt die Schwächen des Flüchtlings-Deals mit der Türkei. Die Balkanroute hat sich in Richtung Bulgarien verschoben.

In Bezug auf die im Land weilenden Migranten sagte Bizel: „Serbien hat bereits mit der Umsetzung von Maßnahmen im Bildungsbereich begonnen. Die Mehrheit der Minderjährigen kann zur Schule gehen. Es gibt EU-finanzierte Programme zur Integration von Kindern in Schulen, die mit Unterstützung von Organisationen wie UNICEF durchgeführt werden.“

Was die Integration von Erwachsenen betrifft, sei die Lage aber „etwas komplizierter, weil die Beschäftigungssituation in Serbien nicht so einfach ist. Aber die serbische Regierung arbeitet daran und wir erwarten einige Lösungen in der nahen Zukunft.“

Auch ein kürzlich veröffentlichter Bericht des Belgrader Zentrums für Menschenrechte hebt positiv hervor, 2017 sei ein „ernsthafter, positiver Ansatz“ zur Einbeziehung von Migrantenkindern in das Bildungssystem erreicht worden. Da der Unterricht jedoch überall ausschließlich auf Serbisch stattfindet, konnten diese Kinder sich bisher nicht wirklich engagieren.

Darüber hinaus habe es auch Probleme mit dem Einschreiben von Flüchtlingen an den Hochschulen und an den Universitäten gegeben, da von ihnen Studiengebühren für ausländische Studierende verlangt wurden. Auch der mit Gebührenzahlungen verbundene Erhalt einer persönlichen Arbeitserlaubnis übersteige oftmals ihre finanziellen Kapazitäten.

Bizel erklärte, die EU habe seit Beginn der Krise im Jahr 2015 rund 80 Millionen Euro für die Unterstützung von Migranten in Serbien ausgegeben. Es handelte sich vor allem um humanitäre Hilfe in Form von Nahrungsmitteln, Kleidung und kurzfristigen Unterkünften. Die Prioritäten der EU für die Zukunft, so Bizel weiter, seien die Bereitstellung von Unterkünften, die langfristige Lösungen bieten.

In Bezug auf die Aufhebung der Reisevisa für iranische Staatsbürger und die Sorge, dass dies zu einem größeren Zustrom von Migranten aus diesem Land nach Westeuropa führen könnte, sagte Bizel: „Das ist sicherlich ein Problem, mit dem wir uns beschäftigen. Es gibt jetzt Direktflüge von Teheran nach Belgrad. Die serbische Regierung hat zugestimmt, dass EU-Vertreter am Flughafen anwesend sind und die aus Teheran eintreffenden Menschen beobachten, um sozusagen zu überprüfen, was ihr Profil ist. Aber das ist immer noch ein Thema, für das eine Lösung gefunden werden muss.“

Menschen, die länger als drei Monate in Serbien bleiben, werden nicht mehr als Touristen behandelt, sondern gelten dann als illegale Einwanderer. Als solche müssten sie in diesen Fällen dann auch nach dem Gesetz behandelt werden, so Bizel.  Nevena Zari, EA 16

 

 

 

Ausgerechnet Heimat. Ministerium für Heimat ohne Platz für Familie

 

Das neue Heimatministerium will die Familienzusammenführung von Menschen mit subsidiären Schutz weiterhin in vielen Fällen unmöglich machen. Was sagt das über den Begriff der ‚Heimat‘ aus?

 

Heimat bedeutet für mich das Haus, in dem ich aufgewachsen bin, und die umliegenden Felder und Wiesen. Für andere ist es die Stadt, in der sie geboren sind, manch anderer verbindet mit dem Begriff vielleicht auch einen Urlaubsort, der früher oft besucht wurde. Heimat ist also etwas absolut Subjektives: ein Gefühl, oft verbunden mit einer sentimentalen Rückblende.

Politik braucht unterdessen Objektivität: Zustände, die man in der Zukunft ändern will mit Maßnahmen, die man messen kann. Wie Herr Seehofer meine gefühlte zu Heimat organisieren und verwalten möchte, weiß ich nicht. Außerdem möchte ich die Politik doch bitten, sich aus meinen persönlichen Erinnerungen fernzuhalten – herzlichen Dank!

Sich zuhause fühlen

Man könnte ein Heimatministerium aber auch so deuten, dass es eine neue Heimat bieten möchte; einen Ort, an dem man sich geborgen fühlen kann. Ganz so, wie man die eigene Heimat in Erinnerung hat und wie man sich sein Zuhause wünscht. Zuhause fühlen kann ich mich nämlich nicht nur in meiner Heimat; das geht überall, wo Familie und Freunde mich auffangen.

Ohne diese Bezugspersonen fällt es mir allerdings äußerst schwer, mich an einem Ort zuhause zu fühlen und den meisten Menschen auf der Welt geht es wohl genauso. Und so weisen alle Anzeichen darauf hin, dass das Schaffen einer neuen Heimat, oder besser eines neuen Zuhauses, keineswegs ein Ziel des neuen Heimatministers ist. Jedenfalls nicht für die circa 200.000 Menschen, die zurzeit mit subsidiären Schutz in Deutschland leben (IAB, 2017).

Keine Heimat ohne Familie

Subsidiären Schutz bekommen Menschen, die persönlich nicht verfolgt werden, denen aber in ihrem Herkunftsland ein ernsthafter Schaden droht (BAMF, 2016). Das heißt, subsidiär Schutzberechtigte müssen zwar keine Angst haben, dass sie in ihrem Herkunftsland ermordet oder gefoltert werden, weil sie zum Beispiel in der Opposition aktiv sind. Nur hilft es in einem Krieg nicht, dass die auf das Wohnhaus fallende Bombe keinen speziellen Adressaten hat. Der Schaden, bis hin zum Tod, ist der Gleiche, auch wenn er nicht persönlich gemeint war. Deshalb soll der subsidiäre Schutz dafür sorgen, dass Menschen, die vor einem Krieg flüchten, für eine gewisse Zeit in einem sicheren Staat leben können. So lange bis es wieder sicher ist nach Hause zu gehen. Das kann Jahre oder auch Jahrzehnte dauern.

In dieser Zeit sind Menschen mit subsidiären Schutz in Deutschland in vielerlei Belangen (z.B. beim Arbeitsmarktzugang oder bei Sozialleistungen) deutschen Staatsbürgern gleichgestellt (Flüchtlingsrat Niedersachsen, o.d.). Auf ein Zuhause haben sie allerdings scheinbar kein Recht, ist doch der Familiennachzug wohl auch in Zukunft nur für ein paar wenige möglich (ZEIT Online, 2018). Wie gesagt: ohne Familie wird Deutschland für die wenigstens ein Ort, an dem sie leben, zu einem Zuhause.

Ausgerechnet Heimat

Gut möglich, dass genau dieser Zustand das Ziel von Herrn Seehofers Gesetzesvorschlägen zum Familiennachzug ist. Das Ministerium, aus dem diese Vorschläge kommen, ausgerechnet den Begriff ‚Heimat‘ beizufügen, ist allerdings höchst zynisch. Da wäre man doch besser beim schlichten ‚Bundesministerium des Inneren‘ geblieben. Hier kann man wunderbar zwischen ‚Innen‘ und ‚Außen‘ und zwischen ‚deutschen Staatsbürgern‘ und ‚Ausländern‘ unterscheiden, ohne auch noch den bei Rechtsextremen äußerst beliebten und instrumentalisierten Begriff der ‚Heimat‘ zu benutzen.

Meine Vorstellung von ‚Heimat‘, lieber Herr Seehofer, hat stattdessen nichts mit Ausgrenzung zu tun und ich würde mich sehr freuen, wenn ich damit weiterhin vor allem schöne Kindheitserinnerungen assoziieren dürfte. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Arbeit 4.0 – Chancen und Risiken

 

Die Digitalisierung ist in aller Munde. Sie wird in den nächsten Jahren vieles verändern – auch die Arbeitswelt. Für Arbeitnehmer birgt das viele Risiken – aber auch Chancen, wie eine aktuelle Analyse zeigt.

Bis zu 60 Prozent der heutigen Arbeitsplätze werden durch die Digitalisierung potenziell von Computern oder Robotern ersetzbar, sagen Studien. Zugleich entstehen in der Digitalbranche zahlreiche neue Jobs. Eine Entwicklung die nach Einschätzung vieler Experten gravierendere Umbrüche mit sich bring, als die industrielle Revolution des 19. Jahrhunderts.

Das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut (WSI) der Hans-Böckler-Stiftung hat nun eine umfassende Befragung von Betriebsräten vorgenommen und ausgewertet – und zeichnet einen überraschend positiven Blick auf die anstehenden Veränderung. So sehen beispielsweise 38 Prozent der Betriebsräte „viel Potenzial für eine weitere Verbesserung und Humanisierung der Arbeitswelt“.

Um im Zeitalter selbstfahrender Autos die Verkehrssicherheit nicht aus dem Blick zu verlieren, setzt die Industrie auf sogenannte Schutzranzen für Kinder. Datenschützer schlagen Alarm.

Die meisten sehen auch mehr Möglichkeiten, eigenverantwortlich zu arbeiten. Homeoffice und mobiles Arbeiten werden als positive Option gesehen, um Familie und Beruf besser unter einen Hut zu bringen. Bisher arbeiten nur zwölf Prozent der Beschäftigten regelmäßig von zuhause, obwohl das bei 40 Prozent möglich wäre. Dieses Potenzial könnte in Zukunft besser ausgeschöpft werden.

Zugleich sehen die Betriebsräte Risiken. Flexibler arbeiten kann auch mehr arbeiten bedeuten. Permanente Erreichbarkeit kann zu Stress führen und die Gesundheit beeinträchtigen. 78 Prozent der Befragten geben an, dass es in ihrem Betrieb mit der Digitalisierung zu einer Arbeitsintensivierung kommt. Auch verstärkte Leistungs- und Verhaltenskontrolle werden befürchtet.

Mit Arbeit 4.0 gehen also sowohl Chancen als auch Risiken für die Beschäftigten einher. In welche Richtung das Pendel ausschlägt, hängt laut der WSI-Analyse wesentlich davon ab, ob sich die Unternehmen richtig auf die Digitalisierung vorbereiten. Drei von vier Betriebsräten halten in ihrem Betrieb mehr Personal für erforderlich. 70 Prozent fordern Maßnahmen zur Begrenzung der Arbeitsintensität und zur Beschäftigungssicherung. 69 Prozent sehen den Bedarf, den Beschäftigten mehr Qualifizierungsmaßnahmen anzubieten. Sollte sich hier nichts bewegen, wird es nichts mit der Humanisierung der Arbeitswelt.

Allein auf die Eigeninitiative der Unternehmen zu setzten, könnte sich jedoch als naiv herausstellen. Wirtschaftsverbände wie der Bund der Arbeitgeber (BDA) haben einen anderen Plan: „Die Digitalisierung wird auch kurzfristigere Schwankungen der Auftragslage bedeuten. Beschäftigung wird deshalb stärker als bisher den Anforderungen schwankender Auftragslagen folgen müssen. Ein Mittel, dies zu ermöglichen, ist eine flexible Arbeitszeit. Ein anderes Mittel ist die Unterstützung von Zeitarbeit und befristeter Beschäftigung“, heißt es beispielsweise in einem Positionspapier.

Während die Gewerkschaften also die Unternehmen auffordern, die Bedürfnisse der Arbeitnehmer besser zu berücksichtigen, setzen die Unternehmen darauf, den Arbeitnehmern eine Anpassung an ihre Bedürfnisse abzuverlangen. Deswegen wollen die Gewerkschaften es auch nicht bei Appellen an die Unternehmerseite belassen, wie die Autorin der WSI-Studie, Elke Ahlers, im Gespräch mit EURACTIV darlegt. Vielmehr habe auch der Staat eine Verantwortung. Dabei brauche es nicht unbedingt neue Gesetze, sondern vor allem die konsequente Umsetzung der bestehenden, wie dem Arbeitszeit- und dem Arbeitsschutzgesetz. In den Aufsichtsbehörden werde seit 30 Jahren immer mehr Personal abgebaut. Hier müsse umgesteuert werden.

13 Seiten widmen Union und SPD im Koalitionsvertrag der Digitalisierung. Die GroKo hat das Thema offenbar für sich entdeckt. Experten ziehen ein gemischtes Fazit. EURACTIV sprach mit Joachim Jobi.

Mit Blick auf den Koalitionsvertrag von Union und SPD fürchtet Ahlers jedoch, dass der Staat sich unter der nächsten GroKo dieser Aufgabe nicht angemessen annehmen wird. Sie vermisst verbindliche Regeln, durch die die Arbeitnehmer mehr Mitsprache bei der Gestaltung von Arbeitsplätzen und Arbeitszeit bekommen.

Wenn die Arbeitnehmer hier nicht mitreden können besteht die Gefahr, dass sie am Ende die gesamte Anpassungslast der Digitalisierung tragen. Wenn die Arbeit hingegen humaner und besser gemacht werden soll, müssen sich Betriebsräte und Gewerkschaften auf harte Auseinandersetzungen einstellen. Freiwillig werden sich die Arbeitgeber die Gelegenheit nicht entgehen lassen, ihr Personal künftig noch flexibler einsetzen zu können. Die Konkurrenz durch Roboter und Computer spielt den Gewerkschaften nicht gerade in die Hände. Deshalb kann die Digitalisierung in der Privatwirtschaft nicht alleine im sozialen Dialog ausgehandelt werden. Sie braucht politische Gestaltung. Steffen Stierle, EA  

 

 

 

Statistikamt. Zahl der Ausländer in Deutschland auf Rekordhoch

 

In Deutschland leben so viele Ausländer wie noch nie: insgesamt 10,6 Millionen. Hauptgrund für den Zuwachs ist die vermehrte Einwanderung von EU-Bürgern. Die Einwanderung aus Drittstaaten nahm hingegen ab.

In Deutschland leben rund 10,6 Millionen Ausländer und damit so viele wie noch nie. Die Zahl stieg bis Ende 2017 um 585.000 oder 5,8 Prozent im Vergleich zu 2016, wie das Statistische Bundesamt in Wiesbaden am Donnerstag mitteilte. Der Anstieg lag deutlich über dem Schnitt der vergangenen zehn Jahre, der sich auf 388.000 Personen belief.

2016 hatte der Zuwachs noch bei 13 Prozent gelegen. Damit schwächte sich das Wachstum der ausländischen Bevölkerung ab und war etwa so hoch wie 2013, vor dem Beginn der Flüchtlingsmigration. Der Anteil der Ausländer an der Gesamtbevölkerung lag bei knapp 13 Prozent.

Mehr Einwanderung aus EU-Ländern

Als Hauptgrund für die steigende Zahl von Ausländern gibt die Bundesbehörde die Einwanderung aus der Europäischen Union an. Hier gab es 2017 einen Zuwachs von 439.000 Personen. Dabei kamen die meisten aus östlichen Staaten wie Polen, Rumänien und Bulgarien.

Die Einwanderung aus Staaten außerhalb der EU nahm dagegen im vergangenen Jahr ab. Aus diesen sogenannten Drittstaaten wurden 163.000 Personen neu registriert, nachdem es 2016 noch 665.000 waren. Besonders aus Syrien, dem Irak und Afghanistan kamen weniger Menschen nach Deutschland. (epd/mig 13)

 

 

 

Europa, deine Alten

 

Angesichts von Jugendarbeitslosigkeit, unsteten Erwerbsbiographien und immer schlechteren Arbeitsbedingungen auch für qualifizierte Berufseinsteiger steht die Jugend häufig im Mittelpunkt, wenn über die soziale Lage in der EU diskutiert wird. Zurecht. Doch auch bei den Alten ist die Lage zunehmend angespannt.

Sichtbar werden die Probleme der Rentner derzeit vor allem in Spanien. Dort machen sie mobil: Hunderte Kilometer sind viele nach Madrid marschiert, um ihren Unmut in Form eines Sternmarsches zum Ausdruck zu bringen. Hunderttausende gingen jeweils am 22. Februar und am 17. März in den Städten auf die Straße. Für den 16. April sind weitere Aktionen geplant.

Entzündet hat sich der Protest als die Regierung ankündigte, einmal mehr die Renten nur um einen Wert unterhalb der Inflationsrate zu erhöhen – also faktisch zu kürzen. Dabei fallen immer mehr Rentner unter die Armutsgrenze, die in Spanien bei rund 670 Euro im Monat liegt. Die zentrale Forderung der Protestierenden ist eine Mindestrente, die allen Spaniern im Alter das Existenzminimum sichert und bei der auch die Steigerung der Lebensunterhaltskosten berücksichtigt wird.

Die EU-Kommission will mit einer Dienstleistungskarte den bürokratischen Aufwand für Anbieter aus dem EU-Ausland verringern. Verbände und Gewerkschaften wollen die Karte verhindern.

Doch hinter der Wut der Alten steckt allerdings mehr als nur der Ärger über eine weitere Nullrunde. Dass so viele Spanier im Alter kaum noch über die Runden kommen hat auch damit zu tun, dass der spanische Staat in der Eurokrise die Rentenkasse plünderte, um die Schuldenbremse einzuhalten und die Forderungen der Gläubiger zu bedienen. Die Rentner fordern daher ein System, in dem auch Steuergelder verwendet werden und nicht nur die paar Groschen, die noch in der Rentenkasse sind.

Dass die Rentner einen großen Teil der Krisenkosten tragen und am Ende selbst kaum noch über die Runden kommen, ist derweil kein rein spanisches Phänomen, wie ein Blick in die Vereinbarungen zeigt, die einige krisengebeutelte Euroländer mit der Troika aus EU-Kommission, EZB und Internationalem Währungsfonds abgeschlossen haben. Gerade für die Bezieher von Renten und Pensionen muss der Begriff „Rettungsprogramm“ zynisch klingen. Sie treten mit ihren Altersbezügen darin bestenfalls als Retter ihrer Banken auf, keineswegs als Gerettete.

Beispiel Irland: Die irische Krise war im Kern eine Bankenkrise. Irland hatte einen viel zu großen und viel zu spekulativ ausgerichteten Finanzsektor und wurde deshalb besonders hart getroffen, als die globale Finanzkrise aus den USA rüberschwappte. Was Irland hingegen mitnichten hatte, ist ein ausgeufertes Rentensystem. Im Gegenteil, im Vergleich mit anderen EU-Ländern gibt Irland den geringsten Teil seiner Wirtschaftsleistung (6,4 Prozent in 2014) für Rentenleistungen aus.

Trotzdem wurden die Pensionäre gründlich zur Kasse gebeten als es galt, die Staatsfinanzen wieder ins Lot zu bringen. In der Vereinbarung mit der Troika, dem so genannten Memorandum of Understanding, verpflichtete sich Irland, die Pensionen im öffentlichen Dienst um vier Prozent zu kürzen, das Renteneintrittsalter von 65 auf 68 Jahre anzuheben, die Möglichkeiten für Frühverrentungen einzuschränken und während der Programmlaufzeit gänzlich auf Rentenerhöhungen zu verzichten.

Auch in Zypern lagen und liegen die Rentenausgaben deutlich unter dem EU-Durchschnitt. Auch hier hat die Krise viel mehr mit einem ausgeuferten Finanzsektor zu tun als mit ausgeuferten öffentlichen Ausgaben. Die Bilanzen der zypriotischen Banken beliefen sich 2009 auf rund 750 Prozent der Wirtschaftsleistung – der dritthöchste Wert in der EU nach Luxemburg und Irland.

Dennoch mussten Zyperns Rentner tief in die Tasche greifen, nachdem die neue Regierung 2013 ein Maßnahmenpaket der Troika schluckte: Zulagen mussten für alle Renten über 500 Euro abgeschafft werden, das Mindestalter für eine abschlagsfreie Rente wurde ebenso erhöht, wie das reguläre Eintrittsalter und die finanziellen Einbußen bei Frühverrentung. Zudem musste die Kopplung der Rentenentwicklung an die allgemeine Lohnentwicklung aufgegeben werden.

Am heftigsten erwischt hat es jedoch die Rentner und Pensionäre Griechenlands. Zum einen, weil Griechenland das mit Abstand umfassendste Programm über sich ergehen lassen musste – streng genommen drei Programme von denen eins immer noch läuft. Zum anderen, weil die Rentenausgaben im Verhältnis zur Wirtschaftsleitung in Griechenland in der Tat deutlich über dem EU-Durchschnitt lagen. Dazu muss man allerdings wissen, dass viele andere Sozialleistungen so gut wie gar nicht existieren, weswegen in Zeiten hoher Arbeitslosigkeit in sehr vielen Fällen von den Renten der Alten ganze Großfamilien ernährt werden müssen.

Am morgigen Freitag steigt in Göteborg der EU-Sozialgipfel. Dort soll die Europäische Säule Sozialer Rechte mit ihren zwanzig Grundsätzen feierlich proklamiert werden. Ein Interview.

Entsprechend schmerzhaft sind die Einschnitte für breite Teile der Bevölkerung. Die Liste der rentenpolitischen Vereinbarungen mit den Troika-Institutionen ist sehr, sehr lang. Es würde zu weit führen, sämtliche Maßnahmen hier aufzulisten. Beobachter zählen 23 Rentenkürzungen innerhalb von sieben Jahren. Im aktuellen, dritten Programm werden auch noch die Solidaritätszulagen abgeschafft, mit denen die schlimmsten sozialen Folgen von Krise und Krisenpolitik gemildert wurden. Auch diese Maßnahme trifft die Alten mit besonderer Härte.

Wohin man also schaut, wenn es darum geht die Krisenkosten zu verteilen, geraten die Rentner ins Visier. Dabei heißt es in Grundsatz 15 der Europäischen Säule Sozialer Rechte (ESSR) so schön: „Jeder Mensch im Alter hat das Recht auf Mittel, die ein würdevolles Leben sicherstellen.“ Von diesem Anspruch sind die EU und viele ihrer Mitgliedstaaten weit entfernt. Der Unterschied zwischen den Troika-Programmen und den sozialen Grundsätzen der ESSR: Erstere werden in verbindlichen Verträgen festgeschrieben, deren Umsetzung strengstens kontrolliert und mit aller Macht durchgesetzt wird. Bei letzteren handelt es sich um unverbindliche Lippenbekenntnisse, deren Missachtung keinerlei Folgen hat. Der umgekehrte Fall böte für den Lebensabend der meisten EU-Bürger eine bessere Perspektive.  Steffen Stierle, EA 12

 

 

 

EU-Vergleich. Deutschland gewährt den meisten Flüchtlingen Schutz

 

60 Prozent aller positiven Asyl-Entscheidungen innerhalb der EU entfielen im vergangenen Jahr auf Deutschland. Das teilt die EU-Statistikbehörde mit. Es Folgen Frankreich, Italien und Österreich.

 

Deutschland gewährt im EU-weiten Vergleich mit Abstand den meisten Flüchtlingen Schutz. 2017 wurde hierzulande 325.400 Personen ein Schutzstatus zugesprochen, wie die EU-Statistikbehörde Eurostat am Donnerstag in Brüssel mitteilte. Das seien mehr als 60 Prozent der in der Europäischen Union getroffenen positiven Entscheidungen. Auf den weiteren Plätzen des Rankings liegen Frankreich (40.600), Italien (35.100), Österreich (34.000) und Schweden (31.200). Insgesamt erkannten die 28 EU-Staaten rund 538.000 Asylbewerber als schutzberechtigt an.

Das entspricht einem Rückgang um fast 25 Prozent gegenüber dem Jahr 2016, hieß es. Zusätzlich nahmen die EU-Mitgliedstaaten fast 24.000 umgesiedelte Flüchtlinge auf.

Von den betroffenen Personen erhielten 271.600 den Flüchtlingsstatus (50 Prozent aller positiven Entscheidungen), 189.000 subsidiären Schutz (35 Prozent) und 77.500 eine Aufenthaltserlaubnis aus humanitären Gründen (14 Prozent).

Syrer größte Gruppe

Die größte Gruppe waren weiterhin Syrer mit 175.800 Personen oder 33 Prozent aller anerkannt Schutzberechtigten. Darauf folgten Afghanen (100.700, 19 Prozent) und Iraker (64.300, 12 Prozent).

Die Anerkennungsraten fielen je nach Staatsangehörigkeit sehr unterschiedlich aus, erklärten die Statistiker. In Deutschland betrug die Anerkennungsrate in der ersten Instanz insgesamt 50 Prozent, bei Verfahren über den Flüchtlingsstatus und den subsidiären Schutz 42 Prozent. Im EU-Durchschnitt lagen diese Werte bei 46 beziehungsweise 39 Prozent. (epd/mig 20)

 

 

 

Regionale Ungleichheit in Deutschland gesunken

 

München – Die regionale Ungleichheit in Deutschland ist gesunken. Das geht aus einer neuen Analyse des ifo Institutes hervor, die in seiner Zeitschrift Schnelldienst erschienen ist. „Die Wirtschaftskraft der 402 Kreise Deutschlands, gemessen an ihrer Bruttowertschöpfung pro Kopf, war 2014 deutlich gleicher verteilt als im Jahre 2000“, sagt Gabriel Felbermayr, Leiter des ifo Zentrums für Außenwirtschaft. „Das gilt auch für die 1.300 Regionen der EU – wobei allerdings innerhalb der alten EU-15-Staaten ein Anstieg der regionalen Ungleichheit zu beobachten ist“, fügt er hinzu. „Überall gilt: Wegen progressiver Steuern und staatlicher Transfers ist die Ungleichheit der verfügbaren Einkommen deutlich geringer als jene der Bruttowertschöpfung. In Deutschland ist sie um mindestens ein Drittel geringer, und sie hat 2000–2014 deutlich abgenommen. Auch die gelegentlich zu lesende Aussage, Deutschland sei eines der Länder mit den größten regionalen Gegensätzen, trifft nicht zu. Die regionale Ungleichheit der verfügbaren Einkommen ist in Deutschland niedriger als in allen großen EU-Staaten. Die Zahlen stützen also weder die Behauptung, die Globalisierung hätte zu einer immer stärkeren Ungleichheit der regionalen Einkommen geführt, noch bieten sie eine Basis für die Forderung nach mehr regionaler Umverteilung, weder in Deutschland noch in der EU.“

 

Felbermayr ergänzt: „Die Verhältnisse sind auch nicht in Stein gemeißelt. So war zwar die kreisfreie Stadt Wolfsburg sowohl 2000 als auch 2014 die reichste Stadt Deutschlands, gemessen in der Wirtschaftskraft pro Kopf. Aber dahinter hat sich die Top-20-Liste der Kreise bunt durchgemischt. So sank München von Platz 7 auf Platz 13, Düsseldorf von 5 auf 10, der Landkreis München von 2 auf 3, Frankfurt a.M. von 3 auf 5. Gleichzeitig stürmte Ingolstadt von 14 auf Platz 2, Schweinfurt von 11 auf Platz 4 und Coburg von 29 auf 9. Das größte Wirtschaftswachstum fand ganz allgemein in jenen Regionen statt, die im Jahre 2000 noch nicht ganz oben standen.“  dip

 

 

 

Bevölkerung ist für Technik-Einsatz in der Pflege offen

 

Repräsentative ZQP-Studie zeigt: Knapp zwei Drittel der Befragten sehen eher Chancen als Probleme in der Nutzung digitaler Techniken für die Versorgung pflegebedürftiger Menschen.Berlin - Die Zahl von derzeit etwa drei Millionen pflegebedürftigen Menschen in Deutschland wird Demografie bedingt weiter deutlich steigen. Gleichzeitig geht die Zahl derjenigen, die privat oder beruflich pflegen, eher zurück. Daher wird die Nutzung von digitalen Technologien zukünftig eine wichtige Rolle spielen, um gute Pflege sicherzustellen und Pflegende zu entlasten. Mit der Entwicklung entsprechender digitaler Anwendungen ist jedoch unter anderem die Frage verbunden, wie die Akzeptanz eines solchen Technikeinsatzes ist. Darum hat das Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP) in einer repräsentativen Befragung mit 1.000 Teilnehmern untersucht, wie die deutsche Bevölkerung digitale Anwendungen in der Pflege einschätzt.

Demnach scheint die Bevölkerung für den Einsatz von digitaler Technik im Kontext Pflege mehrheitlich offen zu sein. Knapp zwei Drittel (64 Prozent) der Befragten erkennen darin eher Chancen, für ein Viertel (25 Prozent) überwiegen die Risiken. 84 Prozent halten zudem digitale Anwendungen für sinnvoll, um Pflegenden die Arbeit zu erleichtern, und immerhin 74 Prozent glauben, Pflegebedürftige könnten durch technische Unterstützungssysteme unter Umständen ein selbstbestimmteres Leben führen.

„Technologische Potenziale, die zur Unterstützung und sogar Verbesserung des Pflege- und Versorgungsprozesses vorhanden sind, werden oft verkannt – in manchen Debatten auch irrationale Ängste dazu geschürt. Dabei bietet Technik unter anderem die Chance, Pflegende von Routineaufgaben zu entlasten, Prozesse zu vereinfachen, um mehr Zeit für die pflegebedürftigen Menschen zu haben, und die Patientensicherheit zu erhöhen. Unsere Befragung zeigt, dass die meisten Menschen digitale Hilfsmittel in der Pflege nicht ablehnen“, sagt Dr. Ralf Suhr, Vorstandsvorsitzender des ZQP.

Dafür, wie konkrete Einsatzmöglichkeiten von digitalen Anwendungen in der Pflege im Detail beurteilt werden, gibt die Studie ebenfalls Hinweise. So reichen im Einsatzfeld „technische Anwendungen in der Wohnumgebung“ die Zustimmungswerte von 74 Prozent für ein videobasiertes Kommunikationssystem, mit dem Pflegebedürftige ihre Helfer kontaktieren können, bis zu 93 Prozent für einen Rauchmelder mit Herdabschaltung. Auch die Unterstützung von Pflegenden durch „Telepflege-Angebote“ wird mehrheitlich befürwortet: 74 Prozent sprechen sich tendenziell für mögliche Schulungen von Angehörigen zur Pflege über eine Videoverbindung sowie eine Abstimmung aller an einer Pflegesituation Beteiligten per Videokonferenz aus.

Ebenfalls offen zeigen sich die Befragten für die Verwendung von Pflege-Apps: 17 Prozent nutzen bereits eine Gesundheits-App. Im Pflegekontext reicht die Zustimmung der Teilnehmer von 58 Prozent für die Bewegungsförderung in der Pflege durch Smartphone- oder Tablet-Anwendungen bis hin zu 68 Prozent zur Schulung pflegender Angehöriger.

Positiv wird darüber hinaus auch der mögliche Einsatz von ausgereiften „Robotern zur Unterstützung Pflegebedürftiger“ bewertet. 76 Prozent befürworten zum Beispiel einen solchen Roboter, der an die Einnahme von Medikamenten, Speisen oder Getränken erinnert, 74 Prozent einen, der bei der Kommunikation nach außen oder bei geistigem oder körperlichem Training unterstützt. 65 Prozent der Befragten bewerten zudem Roboter positiv, die im Falle eines Sturzes aufhelfen, und 60 Prozent solche, die ins oder aus dem Bett helfen.

Doch es werden auch Bedenken in Bezug auf eine digital unterstützte Pflege geäußert: So stimmen 43 Prozent der Studienteilnehmer „voll und ganz“ und weitere 32 Prozent „eher“ der Aussage zu, dass sie Bedenken bezüglich des Umgangs mit persönlichen bzw. sensiblen Daten haben. 54 Prozent bereitet Sorgen, ob die Technik wirklich verlässlich ist.

Das kann Ralf Suhr gut nachvollziehen: „Datensicherheit ist natürlich eine zentrale Anforderung. Für die breite Akzeptanz digitaler Lösungen ist am Ende entscheidend, dass diese praktikabel und sicher sind.“

Die vollständige ZQP-Analyse steht Ihnen kostenlos auf www.zqp.de zur Verfügung.

Methoden und Vorgehensweise der Untersuchung

Grundgesamtheit der vorliegenden Analyse sind die in Privathaushalten in Deutschland lebenden deutschsprachigen Personen ab 18 Jahren. Die Stichprobe von n = 1.000 Personen wurde im Rahmen einer systematischen Zufallsauswahl als mehrstufige geschichtete Stichprobe gezogen. Teilnehmen konnte nur, wer zur Grundgesamtheit gehörte. Die computergestützten Telefoninterviews anhand eines strukturierten Fragebogens wurden vom 19. Februar bis 7. März 2018 durchgeführt. Die Stichprobe wurde nach Kombinationen von Region, Alter, Geschlecht und formaler Bildung nachgewichtet und ist in diesem Sinne repräsentativ. Die statistische Fehlertoleranz der Untersuchung in der Gesamtstichprobe liegt bei +/- 3 Prozentpunkten. GA 18

 

 

 

60 Jahre Engagement gegen Antisemitismus, Rassismus und Geschichtsvergessenheit

 

Aktion Sühnezeichen Friedensdienste begeht den 60. Jahrestag

 

Seit ihrer Gründung 1958 engagiert sich Aktion Sühnezeichen Friedensdienste mit Freiwilligendiensten, Bildungsarbeit und Kampagnen gegen Antisemitismus, Rassismus und Geschichtsvergessenheit. Über 10.000 junge Menschen haben sich seit 1958 im Rahmen eines Friedensdienstes für Frieden und Verständigung, Menschenrechte und eine sensible Auseinandersetzung mit der nationalsozialistischen Geschichte eingesetzt. Darüber hinaus organisiert Aktion Sühnezeichen Friedensdienste jedes Jahr 20-25 thematische Workcamps.

Am 30. April jährt sich die Gründung von Aktion Sühnezeichen zum 60. Mal.

 

„Wir werden auch weiterhin die kritische und sensible Auseinandersetzung mit den Folgen der nationalsozialistischen Verbrechen ganz besonders im Blick behalten. Wir setzen uns mit aller Kraft dafür ein, dass Deutschland die Verantwortung für seine Geschichte trägt und Geschichtsrevisionismus keinen Platz in unserer Gesellschaft hat. Viele unserer Freiwilligen besuchen Überlebende der Schoa. Ihnen müssen wir versichern, dass die aktuellen rechtspopulistischen Bewegungen nur von einer Minderheit der deutschen Gesellschaft unterstützt werden“, erklärt Dagmar Pruin, eine der beiden Geschäftsführerinnen von Aktion Sühnezeichen Friedensdienste.

 

Geschäftsführerin Jutta Weduwen ergänzt: „Wir sehen in Deutschland und in vielen anderen Ländern, dass Rechtspopulismus, Rassismus und Antisemitismus zunehmen und bis in die Mitte der Gesellschaften wirken. Es bleibt die Aufgabe von ASF, sich entschieden für Vielfalt, Demokratie und Frieden zu engagieren und menschenfeindlichen und ausgrenzenden Bewegungen immer wieder eine Kraft entgegen zu setzen.

 

Vom 25. bis 27. Mai 2018 feiert Aktion Sühnezeichen Friedensdienste mit Gästen aus dem In- und Ausland mit einer Tagung, einem Gottesdienst mit Festakt und einem Ehemaligentreffen in Berlin sein 60jähriges Bestehen. Darüber hinaus wird es bundesweit Veranstaltungen geben.

Aktuelle Infos stets unter www.asf-ev.de/jubilaeum

Seit 1958 setzt sich Aktion Sühnezeichen Friedensdienste für eine kritische und sensible Auseinandersetzung mit den Folgen der nationalsozialistischen Verbrechen ein. Mit Freiwilligendiensten, Bildungsarbeit und Kampagnen engagiert sich der Verein gegen Antisemitismus, Rassismus und andere Formen gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit.

In Freiwilligendiensten und Workcamps engagieren sich jedes Jahr mehrere hundert überwiegend junge Menschen in vielen Ländern Europas, den USA und Israel in Gedenkstätten, in der Begleitung von Überlebenden der Schoa und in der politischen Arbeit für eine inklusive, vielfältige Gesellschaft. Zu den Schwerpunkten des Vereins gehört auch die Auseinandersetzung mit der Vermittlung der NS-Geschichte im Einwanderungsland Deutschland. ASF 16

 

 

 

Bundestag. Jedes vierte AfD-Büro hat Verbindungen zu Rechtsextremisten

 

Mindestens jedes vierte Büro von AfD-Abgeordneten im Bundestag hat einer Recherche zufolge Verbindungen zu rechtsextremen Organisationen. Unter den Angestellten seien ehemalige NPD-Mitarbeiter und Personen aus dem Umfeld der Identitären Bewegung.

Zwischen der AfD-Bundestagsfraktion und der rechtsextremen Szene gibt es nach Recherchen der „tageszeitung“ zahlreiche Verbindungen. Von den 92 Büros der AfD-Abgeordneten im Bundestag hätten mindestens 23 Verbindungen zu extrem rechten Organisationen, schreibt die „tageszeitung“ unter Hinweis auf ihr Rechercheprojekt „Netzwerk AfD“. Die Dokumentation wurde den Angaben zufolge von der gewerkschaftsnahen Otto Brenner Stiftung mitfinanziert. An der Recherche mitgewirkt hätten auch das antifaschistische Archiv apabiz und die Zeitschrift „der Rechte Rand“.

Demnach werde die AfD-Bundestagsfraktion zum Scharnier zwischen extremer Rechter und bürgerlicher Mitte, schreibt die Zeitung. Dieser Einschätzung zugrunde lägen mehrmonatige Untersuchungen, welchen politischen Hintergrund die über 300 Mitarbeiter der Fraktion und die Abgeordneten selbst haben.

NPD-Leute unter AfD-Angestellten

Unter den Angestellten seien etwa ein ehemaliger NPD-Mitarbeiter und Personen aus dem Umfeld der Identitären Bewegung. Mindestens 48 Mitarbeiter hätten Verbindungen zu Organisationen der extremen oder Neuen Rechten. Über ihre Mitarbeiter habe die AfD-Fraktion Verbindungen zu mindestens 30 extrem rechten Organisationen, fast das gesamte Spektrum sei dabei abgedeckt.

In mindestens 36 Fällen gebe es Verbindungen zu Burschenschaften, darunter auch zehn Organisationen, die als rechtsextrem gälten. Auch neurechte Medien wie die „Junge Freiheit“ oder „Compact“ seien gut mit der AfD vernetzt. Unter den neuen Mitarbeitern der Bundestagsfraktion fänden sich auch Schriftsteller und Medienprofis, Menschen aus nichtstaatlichen Organisationen (NGO) und dem Kulturbetrieb. (epd/mig 16)

 

 

 

Der digitale Wandel und seine Folgen für Arbeitsleben und Gesellschaft

 

Wie werden sich Arbeitsbedingungen, Berufe und Wertschöpfungsprozesse verändern, was passiert mit unseren Aufgaben, was mit unserer Gesellschaft im Zuge der Digitalisierung? Auch mit diesen Fragen und Herausforderungen beschäftigten sich die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler des Karlsruher Instituts für Technologie (KIT).   Passend zum laufenden Wissenschaftsjahr standen die „Arbeitswelten der Zukunft“ und die vielfältige Forschung am KIT im Mittelpunkt der Jahresfeier: von der Zusammenarbeit zwischen Mensch und Maschine über Industrie 4.0 bis zu den Chancen und Risiken neuer Technologien.

 

„Die Digitalisierung der Arbeitswelt ist ein Thema, das Emotionen weckt: Begeisterung, aber auch Bedenken und Ängste. Das KIT forscht zu den unterschiedlichsten Facetten dieses Themas: von sich verändernden Arbeitsplätzen, Tätigkeiten und Abläufen bis hin zu den sozialen Auswirkungen dieses Wandels“, so der Präsident des KIT Professor Holger Hanselka. „Wir haben es uns zur Aufgabe gemacht, mit unseren Ergebnissen in Forschung, Lehre und Innovation zum Fortschritt in der Gesellschaft beizutragen, und dazu, die drängenden Fragen der Zukunft zu beantworten. Wir sehen die Herausforderungen – auf der Basis unserer disziplinären Breite – mit besonderem Schwerpunkt bei den Fragen zu Energie, Mobilität und Information. Wenn wir von der Arbeitswelt der Zukunft sprechen, sind es auch Ergebnisse aus genau diesem Themenspektrum, die unsere Gesellschaft und die Arbeitswelt formen und beeinflussen werden.“

 

Die Zukunft zu gestalten, sei eine Aufgabe, die das KIT aus seiner Mission herleite, so Hanselka. „Dafür sind wir bereits sehr gut aufgestellt und haben uns dieser Herausforderung wissenschaftlich angenommen.“ Als Beispiel nannte er die Forschung zur Mensch-Maschine-Schnittstelle in smarten Arbeitsumgebungen, die etwa zeigt, dass Roboter anhand physiologischer Daten das Befinden und die Bedürfnisse von Menschen erkennen und entsprechend unterstützend reagieren können. Teams des KIT arbeiten auch an intelligenten Sensoren für Industrieroboter, an Augmented-Reality-Brillen, die durch das Einblenden von Zusatzinformationen beispielsweise bei Reparaturen unterstützen und an der Weiterqualifizierung und Entwicklung neuer Maßnahmen, die Beschäftigte und Unternehmen Orientierung in der Industrie 4.0 bieten. Nicht zuletzt geht es auch um die Technikfolgenabschätzung, bei der die Wechselwirkungen zwischen neuen Technologien und Gesellschaft im Fokus stehen.

 

„Eine zentrale Rolle in allen diesen Projekten spielt die Information und Informationskompetenz, am KIT immer eng verzahnt mit Energie und Mobilität. Hier ist das KIT ein wichtiger, sehr aktiver Player – und hier werden wir ‚dranbleiben‘ und eine breite Forschung gewährleisten, besonders in Fragen zu Big Data, künstlicher Intelligenz, maschinellem Lernen und IT-Sicherheit“, sagte Holger Hanselka. Eine wichtige Aufgabe sieht er auch darin, die Forschung an autonomen Systemen und künstlicher Intelligenz (KI) weiter voranzutreiben. Zu dem Ergebnis, dass Deutschland sich hier noch stärker engagieren muss, kam die Expertenkommission Forschung und Innovation (EFI) in ihrem im Februar vorgestellten Jahresgutachten. „Wir wünschen uns hier von politischer Seite die Entwicklung einer nationalen KI-Strategie, die die wissenschaftliche und technologische Wettbewerbsfähigkeit Deutschlands stärken wird. Darüber hinaus sehen wir die Notwendigkeit, diese nationale Strategie in eine europäische Strategie einzubetten, um gemeinsam in Europa ein wissenschaftliches und ökonomisches Gegengewicht zu den Forschungseinrichtungen aus USA und China darstellen zu können.“ Kit 20

 

 

 

Opferbeauftragter. Auch ausländische Terroropfer sollen entschädigt werden

 

Dem neuen Opferbeauftragten der Bundesregierung zufolge sollen in Zukunft auch ausländische Opfer von Terrorangriffen finanziell entschädigt werden. Nach bisheriger Rechtslage können nur deutsche Terroropfer finanzielle Hilfen erhalten.

Der neue Opferbeauftragte der Bundesregierung, Edgar Franke (SPD), hat sich für eine bessere Betreuung und Entschädigung von Terroropfern ausgesprochen. Probleme wie beim Weihnachtsmarkt-Anschlag auf dem Berliner Breitscheidplatz im Dezember 2016 dürften sich nicht wiederholen, sagte der Bundesopferbeauftragte am Dienstag in Berlin bei seinem ersten öffentlichen Auftritt. Zwar hoffe er nicht, dass es noch mal einen Terroranschlag gebe. Im Falle eines solchen Angriffs müssten Opfer und Hinterbliebene jedoch schnelle Hilfe bekommen.

Der neue ständige Bundesopferbeauftragte soll dabei als zentraler Ansprechpartner fungieren und unter anderem Hilfen zwischen verschiedenen Institutionen und Behörden koordinieren. Zudem müssten erste finanzielle Entschädigungshilfen rasch – etwa innerhalb von zwei Wochen – aus dem Härtefallfonds gewährleistet werden, betonte Franke. Weitere finanzielle Hilfen von Terroropfern regelten das Opferentschädigungsgesetz sowie die Verkehrsopferleistung.

Entschädigung künftig auch für Ausländer

Künftig sollen zudem alle Opfer – unabhängig von ihrer Nationalität – finanzielle Entschädigungen gewährt bekommen, kündigte der 58-Jährige an. Nach der bisherigen Rechtslage können nur deutsche Terroropfer entsprechende finanzielle Hilfen von der Bundesregierung erhalten. Franke verwies darauf, dass dies in vielen anderen Ländern, etwa in Frankreich, anders gehandhabt werde: „Auch in Deutschland müssen ausländische Staatsbürger in den Schutz mit einbezogen werden.“

Der Opferbeauftragte der Bundesregierung ist künftig für alle unter Terrorismus fallenden Angriffe zuständig, hieß es. Dies seien – in Abgrenzung zu anderen Attacken – Taten, bei denen der Generalbundesanwalt die Ermittlungen übernimmt, also „wenn sich der Straftatgegenstand gegen die staatliche, demokratische Grundordnung richtet“. Bei anderen Gewaltattacken wie zuletzt etwa Anfang April in Münster seien die Landesinnenministerien sowie die Landesopferbeauftragten zuständig. Franke sprach sich dabei für die Ernennung von Opferbeauftragten in allen Bundesländern aus. Bislang gibt es nur in Berlin und in Nordrhein-Westfalen solche Ansprechpartner. „Es ist sicherlich sinnvoll, dass für extremistische Taten alle Bundesländer einen Opferbeauftragten haben“, sagte Franke.

Barley: kein absoluter Schutz

Bundesjustizministerin Katarina Barley (SPD), betonte, dass es „einen absoluten Schutz vor Terroranschlägen in keinem Land der Welt geben wird“. Falls ein Terroranschlag geschehe, sei es „absolut elementar“, dass Opfer und Hinterbliebene schnell einen Ansprechpartner haben. Franke sei mit seiner Biografie und seinen Erfahrungen „genau der Richtige für diese Aufgaben“. Sein Amt ist organisatorisch beim Bundesjustizministerium angesiedelt. Zudem werde er einen eigenen Mitarbeiterstab erhalten, kündigte die Ministerin an.

Das Bundeskabinett hatte in der vergangenen Woche Franke zum Beauftragten der Bundesregierung für die Anliegen von Opfern und Hinterbliebenen von terroristischen Straftaten im Inland ernannt. Neben der zentralen Betreuung von Terroropfern wird der Jurist auch die Betreuung der Opfer des Anschlags vom Breitscheidplatz in Berlin fortsetzen.

Der Bundestagsabgeordnete ist Mitglied des Gesundheitsausschusses im Bundestag und war Gründungsrektor der Hochschule der Gesetzlichen Unfallversicherung in Bad Hersfeld. Franke war von 1999 bis 2009 Bürgermeister im nordhessischen Gudensberg. Seit 2009 ist er Bundestagsabgeordneter. (epd/mig 19)

 

 

 

Die Städte der Zukunft – Deutschland tut sich schwer

 

Die „Smart City“ ist das Idealbild einer innovativen und ressourcenbewussten Stadtentwicklung der Zukunft. Europäische Kommunen können sich für entsprechende Projekte um Fördergelder bewerben. Dennoch hinkt Deutschland im internationalen Vergleich hinterher. Denn die Hürden für Städte sind hoch und am Ende profitieren nicht immer die Bürger – sondern private Unternehmen.

Von E-Carsharing über energieeffizientes Bauen bis hin zu digitalisierter Stadtverwaltung – der Begriff „Smart City“ kann viel bedeuten. An Ideen dazu, wie Stadtentwicklung mithilfe von Technologie nachhaltig gestaltet werden kann, mangelt es nicht. Immer mehr deutsche Kommunen stellen Förderanträge für ihre Projekte. Finanziert werden diese aus Mitteln des Bundes und des europäischen Fonds für regionale Entwicklung (EFRE). Allein im aktuellen Finanzrahmen 2014-2019 stehen 19,2 Milliarden Euro für deutsche Städte und Gemeinden zur Verfügung, dazu kommt der milliardenschwere Innovationsfonds Horizont 2020, der regionale Innovation unterstützt.

Der Zugang zu diesen Geldern ist oft die entscheidende Motivation dafür, warum Städte und Gemeinden überhaupt Smart City Projekte anstoßen, meint Roman Soike vom Deutschen Institut für Urbanistik. Aber bis ein Projekt gefördert wird, gelte es einige Hürden zu überwinden. In vielen Stadtverwaltungen mangele es an Expertise und personellen Ressourcen für die Umsetzung, denn der Aufwand der Projektkoordinierung sei nicht unerheblich und verwaltungstechnische Abläufe oft wenig dynamisch. Einige Projekte scheitern ohnehin schon am Wettbewerb um Förderungsgelder.

In Deutschland fehlt eine klare Strategie

Im Europäischen Vergleich zählt Deutschland bei Weitem nicht zu den europäischen Vorreitern beim Ausbau von Smart Cities. In seiner im Januar veröffentlichten Studie zu dem Thema hat das Deutsche Institut für Urbanistik die zweihundert größten deutschen Städte auf ihr Potential als Smart City untersucht und ist zu dem Schluss gekommen, dass sich nur etwa ein Drittel von ihnen mit fortschrittlicher Informations- und Kommunikationstechnologie in ihrer Stadtentwicklung auseinandersetzt. Darüber hinaus sind viele Ansätze wenig strategisch, findet Soike, der Autor der Studie. Manche Städte hätten einen ganzheitlichen Ansatz, wie etwa das Nachbarschaftsprojekt „Smarter Together München“, während andere einzelne Dienstleistungen oder Apps förderten. Digitalisierung von Städten erfordere immer ein Querschnittsdenken, dass verschiedenste Ressorts einbindet, sagt Soike.

Um Richtlinen für die deutsche Stadtentwicklung der Zukunft aufzustellen, hat das Bundesinstitut für Bau-, Stadt- und Raumforschung (BBSR) letztes Jahr eine sogenannte Smart City Charta veröffentlicht. Obwohl die Charta recht allgemein ist, findet Soike, dass sie ein guter Anhaltspunkt für Kommunen sei. Die Berliner Abgeordnete Katalin Gennburg (Die Linke) sitzt im Ausschuss für Stadtentwicklung und Wohnen und findet das unzureichend. Sie bemängelt, dass überhaupt keine einheitliche Definition und Kriterien für Smart City Förderprojekte bestehen, wobei doch Millionen Euro in sie hineinfließen. In der Antwort auf eine Anfrage von Gennburgs Fraktion stimmt in diesem Punkt selbst  der Bundestag diese Woche zu: „Ein spezielles Bundesförderprogramm im Bereich Smart Cities, das gezielt eine solche strategische Herangehensweise und Umsetzung der Digitalisierung in Kommunen im Sinne der integrierten Stadtentwicklung unterstützen würde, besteht bisher nicht“ liest sich dort.

Digitalisierung lohnt sich vor allem für Unternehmen

Nicht nur das: Gennburg kritisiert, dass die großen Gewinner oft nicht die Bürger, sondern private Techunternehmen seien. Denn mit Projekten wie smarten Straßenlaternen oder datengesteuertem Verkehr tut sich ein riesiger Markt auf. Eine Studie des Internetwirtschaftsverbands „eco – Verband der Internetwirtschaft“  beziffert den Umsatz in diesem Bereich allein in Deutschland für das letzte Jahr auf 20,4 Mrd. Euro und rechnet mit einer Verdoppelung innerhalb von fünf Jahren. Der Bund vergibt außerdem viele  Fördergelder an Firmen wie PricewaterhouseCoopers, die Städte bei ihren Projekten beraten. Gennburg findet, dass hinter vielen Smart City Projekten nicht viel mehr stecke als eine Produkteinführung von großen Unternehmen unter dem Deckmantel der Stadtentwicklung oder des Umweltschutzes. Nicht umsonst seien viele Smart City Gremien mit Vertretern von Digitalfirmen besetzt.

An sich ist das nicht verkehrt, denn Wettbewerbsförderung ist durchaus in den Finanzierungshilfen für regionale Projekte vorgesehen. Der Staatssekretär im Bundesministerium des Innern, für Bau und Heimat, Gunther Adler, betont daher in der Smart City Charta, der Fokus müsse unbedingt darauf liegen, die Zivilgesellschaft in solche Projekte einzubinden. Nur so könne die Stadtentwicklung der Zukunft wirklich nachhaltig sein. Florence Schulz, EA 9

 

 

 

 

Alternative Fakten. Liebe AfD, warum du ausgegrenzt und beschimpft wirst.

 

In Diskussionsrunden, Interviews, Zeitungsartikeln und Facebook-Kommentaren beschwert sich die AfD, sie würde ausgegrenzt und beschimpft. Stephan Anpalagan fasst zusammen, warum das stimmt. Von Stephan Anpalagan

 

Sehr geehrte Damen und Herren von der AfD!

In nahezu allen Diskussionsrunden, Interviews, Zeitungsartikeln und Facebook-Kommentaren beschweren Sie sich darüber, dass Ihre Mitglieder und Wählerinnen ständig und fortwährend als Nazis bezeichnet werden.

Nachdem Sie also das Wort „völkisch“ wieder positiv besetzen möchten, den Leistungen der deutschen Soldaten in zwei Weltkriegen mit Stolz begegnen, eine erinnerungspolitische Wende um 180° fordern, das Denkmal der Schande im Herzen unserer Hauptstadt kritisieren, Deutsche mit zwei deutschen Eltern und vier deutschen Großeltern („Ariernachweis“?!) für die deutsche Leitkultur verpflichtet sehen, von entstellter Kunst („entartete Kunst“?!) sprechen, der tausendjährigen Vergangenheit eine tausendjährige Zukunft vorhersagen und sich zu guter Letzt darüber beschweren, dass Hitler immer als absolut böse dargestellt wird („Aber selbstverständlich wissen wir, dass es in der Geschichte kein Schwarz und Weiß gibt.“)…

… wundern Sie sich tatsächlich? Und – ganz nebenbei – dies ist nur eine vollkommen unvollständige Auflistung, die die Relativierung des dritten Reiches, des Holocausts und der deutschen Rolle an zwei Weltkriegen betrifft. Nicht enthalten sind die zahllosen sonstigen rassistischen Ausfälle:

* „Dem kleinen Halbneger scheint einfach zu wenig Beachtung geschenkt worden zu sein, anders lässt sich sein Verhalten nicht erklären.“

* „Die Leute finden ihn als Fußballspieler gut. Aber sie wollen einen Boateng nicht als Nachbarn haben.“

* „Die deutsche Volksgemeinschaft leidet unter einem Befall von Schmarotzern und Parasiten, welche dem deutschen Volk das Fleisch von den Knochen fressen.“

Erwähnenswert ist auch der Schulterschluss mit der NPD – Die soziale Heimatpartei:

* „Ich gehe nicht davon aus, dass man jedes einzelne NPD-Mitglied als extremistisch einstufen kann.“

* „Die einzige Partei, die immer entschlossen zu Deutschland gestanden hat.“

* „Von der NPD unterscheiden wir uns vornehmlich durch unser bürgerliches Unterstützerumfeld, nicht so sehr durch Inhalte.“

Und nach all diesen Äußerungen, halbherzigen Dementis und noch halbherzigeren Parteiordnungsverfahren gegen Ihre Mitglieder, haben Sie noch die Chuzpe nach Syrien zu reisen und das vom Bürgerkrieg zerrissene Land als sicheren Heimathafen für syrische Frauen, Männer und Kinder darzustellen. Während Sie Schwimmbäder und Basar fotografieren, sterben in derselben Nacht (!), wenige Kilometer entfernt, 86 Menschen durch die Hand des von Ihnen hofierten Regimes. Ohne jeden Skrupel möchten Sie schutzsuchende Menschen lieber in den sicheren Tod deportieren, als sich um das friedliche Zusammenleben in Deutschland verdient zu machen.

Sie und Ihresgleichen sind Nazis, die die Taten ihrer Eltern und Großeltern im Nachhinein rechtfertigen und stützen, Nazis, die mit ihrer rassistischen Gesinnung ebenjene Taten fortführen möchten, Nazis, die mit tatsächlichen und aktuellen Neonazis kooperieren und ihnen Unterschlupf gewähren. Erzählen Sie nicht bei jeder sich bietenden Gelegenheit, dass Sie stolz auf Deutschland seien und dieses Land verteidigen möchten? Da haben wir ja durchaus etwas gemeinsam. Nur, wenn es etwas gibt, worauf wir in diesem Land stolz sein können, dann wohl die verantwortungsvolle und demütige Aufarbeitung unserer Vergangenheit, der daraus resultierenden Schuld, der Reue und der Sühne, unsere Verfassung und ihre kompromisslose Verteidigung der Menschen- und Bürgerrechte.

Es sind genau diese Menschenrechte, die Sie zurzeit allenthalben mit Füßen treten und in Bedrängnis bringen, indem Sie gegen Flüchtlinge und Muslime hetzen, Anschläge auf Asylwohnheime beklatschen und Rassisten in Ihrer Mitte dulden. Und Menschen, die solches tun nennt man nun einmal Nazis.

Herzliche Grüße. Stephan Anpalagan

 

 

 

Hommage an Michelangelo Pistoletto in Berlin

 

Eine Veranstaltungswoche des Italienischen Kulturinstituts Berlin zu und mit Michelangelo Pistoletto. Neue Installation, Ausstellung, Publikumsgespräch, Film   

    

Michelangelo Pistoletto (geb. 1933 in Biella, Italien) feiert 2018 seinen 85. Geburtstag. Er gilt als einer der Wegbereiter und treibende Kraft der Arte Povera. Seine Arbeiten der letzten fünf Jahrzehnte reflektieren in besonderer Weise die Veränderungen in Gesellschaft, Politik und Kunst. Im Mittelpunkt seines Werkes und seiner theoretischen und philosophischen Auseinandersetzungen steht sein Anliegen, Kunst, Gesellschaft und Alltag zu verbinden. Die Partizipation des Publikums ist immer schon ein zentraler Punkt seines Schaffens gewesen.    

 Allein zur Documenta wurde Michelangelo Pistoletto von den verschiedenen Ausstellungsmachern Arnold Bode, Jan Hoet, Okwui Enwezor und Catherine David vier Mal eingeladen (1968, 1992, 1997 und 2002). Auf der Biennale von Venedig zeichnete man den Künstler 2003 mit dem Goldenen Löwen für sein Lebenswerk aus. 2004 erhielt er von der Universität Turin die Ehrendoktorwürde.   

 In den 90er Jahren gründete Michelangelo Pistoletto in seiner Heimatstadt Biella die Cittadellarte, der eine private Kunstuniversität (University of Ideas) angegliedert ist. Ähnlich einer Künstlerkolonie arbeiten hier Künstler und Wissenschaftler zusammen, um mit neuen Design-, Kunst- und Lebensformen zu experimentieren.    

    

 Pistolettos Werk wurde u.a. gezeigt im Palazzo Grassi (Venedig), den Hamburger Deichtorhallen, dem Münchner Lenbachhaus, dem P.S.1 (New York) und zahlreichen anderen Museen weltweit. 2013 richtete der Louvre in Paris Michelangelo Pistoletto eine Einzelausstellung aus und präsentierte zum ersten Mal Terzo Paradiso als Installation auf der Louvre Pyramide.   

    

Michelangelo Pistoletto in Berlin – eine Veranstaltungswoche mit dem Künstler (1.-4. Juni 2018). Die erste Berliner Ausstellung von Michelangelo Pistoletto fand 1978 im Rahmen seines einjährigen Aufenthalts als Gast des DAAD statt. Nach 30 Jahren kehrt der Künstler jetzt mit einer Präsentation ausgewählter Werke im Italienischen Kulturinstitut Berlin und der Italienischen Botschaft erneut in die Stadt zurück. Die Italienische Botschaft zeigt in ihrem Hof eine neue Version der Arbeit Terzo Paradiso als ortsspezifische Installation, die den ganzen Sommer öffentlich zu besichtigen sein wird. Das Italienische Kulturinstitut Berlin präsentiert eine Ausstellung, die zentrale Werke des Künstlers aus über fünf Jahrzehnten vereint. In Berlin zu sehen sein werden u.a. einige Quadri specchianti (Spiegelbilder), die in den 60er Jahren Pistoletto erste internationale Anerkennung verschafften, ebenso wie die Oggetti in meno (Minus-Objekte) und die berühmte Venere degli stracci (Lumpen-Venus). 

 

Unter dem Titel DediKa widmet das Italienische Kulturinstitut Berlin jedes Jahr einer Persönlichkeit des kulturellen Lebens Italiens eine eigene Veranstaltungsreihe. In diesem Jahr ehrt man den italienischen Künstler Michelangelo Pistoletto mit einer ganzen Veranstaltungswoche. Im Rahmen der Hommage lädt das Italienische Kulturinstitut Berlin ein - nicht nur zu einer Ausstellung, sondern auch zu einem Künstlergespräch mit dem Professor für Philosophie Georg Bertram (Freie Universität Berlin), einem Künstlergespräch in der Akademie der Künste und einer Matinee zur Präsentation eines Dokumentarfilmes von Daniele Segre über Pistoletto und sein Schaffen im neuen Berliner Klick Kino.    

 Wir würden uns freuen, wenn Sie auf diese Veranstaltung aufmerksam machen und hinweisen können. Sehr gerne begrüßen wir Sie bei Michelangelo Pistoletto.   IIC-Berlino