WEBGIORNALE  14-27  ottobre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Emigrazione dall’Italia in forte ripresa. Ma con significative differenze rispetto al passato  1

2.       Decreto migranti: «Rimpatri più veloci dall’Italia verso 13 paesi»  1

3.       Andrea Esteban Samà nuovo Console Generale a Francoforte  1

4.       Religioni in Europa: un Erasmus per i “costruttori di pace”. Mogherini: riconoscere il ruolo positivo delle fedi 2

5.       Erasmus, un italiano su tre lavora all’estero dopo l’esperienza in Europa  2

6.       Ismu: dal 2013 hanno perso la vita nel Mediterraneo oltre 19mila persone  2

7.       Il migrante nell’era di internet 3

8.       Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?  3

9.       Il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone sulla riforma che riduce il numero dei parlamentari 3

10.   Commemorazioni. A ricordo della strage del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa  4

11.   Il Presidente Sergio Mattarella al Presidente della Repubblica Federale di Germania Frank-Walter Steinmeier 5

12.   Halle, assalto in sinagoga: chi è «Anon», il killer in divisa neonazista  5

13.   Germania, vietato distrarsi 6

14.   Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse (16-20 ottobre 2019) 6

15.   “Benvenuti a Berlino”. Il prossimo incontro per i neoarrivati il 24 ottobre 2019, su fisco e tasse  7

16.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

17.   Berlino. Bandito il Premio “L’italiano dell’anno”. Segnalazioni ntro il 30 novembre  8

18.   Stoccarda. "FamigliAmore. Workshops 2019-2020"  8

19.   Il 17 ottobre evento sulla (nuova) migrazione e mobilità italiana a Monaco di Baviera  9

20.   Musica Antica & InCoincidenza. Un incontro musicale italiano/tedesco straordinario e unico nel suo genere  9

21.   All’Anuga di Colonia (5-9 ottobre 2019) desk per tutelare il Made in Italy  9

22.   Perchè non ho votato sì al taglio dei parlamentari 10

23.   Schiavone (Cgie): No ad una rappresentanza “di tribuna”  10

24.   Assistenza finanziaria e disinformazione: le forme del sostegno della Russia all’estrema destra in Europa  11

25.   I socialisti stravincono le elezioni in Portogallo: cinque spunti per la sinistra italiana  11

26.   Parlamento Europeo. Contrastare fake news e interferenza elettorale dei Paesi stranieri 12

27.   La casistica dei presidenti sotto accusa. Usa: impeachment, Trump e il contesto storico-costituzionale  12

28.   Voltare pagina  12

29.   Sempre meno personale e investimenti. Sanità: la fuga dei medici stranieri dagli ospedali italiani 13

30.   Senato. Alla III Commissione l’indagine conoscitiva sulle comunità italiane nel mondo  13

31.   Solo supponiamo  14

32.   A Napoli la 5° tappa del roadshow per l’internazionalizzazione  14

33.   Di Maio: "Rimpatri entro 4 mesi, 13 i Paesi interessati"  14

34.   Sociologo Colombo: ragazzi lasciano Italia, non c’è meritocrazia. Investiamo in formazione ma non li tratteniamo  15

35.   Il progetto  15

36.   L’indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze delle comunità italiane nel mondo  15

37.   Il mio primo giorno di scuola  16

38.   Presentato a Roma da Caritas e Migrantes il XXVIII Rapporto Immigrazione 2018-2019  16

39.   Politiche migratorie, Lamorgese: “Serve una risposta coordinata e condivisa a livello europeo”  16

40.   Quel che ci vuole  17

41.   Protocollo per identificare i veri ristoranti italiani e proteggerli dai fake  17

42.   Influenza prima causa di morte per infezione  17

43.   La remunerazione dei fallimenti. Thomas Cook, Atlantia e i principi etici perduti 17

44.   Nessuna scelta  18

45.   I dati sui giovani che espatriano  18

46.   Migranti, il 68 per cento degli italiani a favore del diritto all'accoglienza  19

47.   “Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, a Montecitorio una giornata dedicata all’emigrazione italiana  19

48.   Tenuta a Catanzaro la Consulta regionale dei Calabresi all'estero  20

49.   Blaupause für Europa  21

 

 

1.       Frankreich debattiert Verschärfung der Migrationsregelungen  21

2.       Rechtsextremismus. Bewaffneter Angriff mit zwei Toten vor Synagoge und Döner-Imbiss  22

3.       Asylpolitik. Kein Durchbruch bei Notfallmechanismus für Flüchtlinge  22

4.       Gentiloni erhält breite Zustimmung mit „ehrgeiziger“ EU-Wirtschafts- und Sozialagenda  23

5.       Ganz und gar nicht smart 24

6.       Vereinte Nationen. 2019 starben mehr als 1.000 Bootsflüchtlinge im Mittelmeer 24

7.       EU warnt: Welthandelsorganisation in „kritischer Lage“  25

8.       Lampedusa 2013: Gedenken, Kritik, Hoffnung  25

9.       Es braucht ein ganzes Dorf! 25

10.   Wahlen in Österreich: „Zuwachs der Populisten ist gestoppt“  26

11.   Diplomatie in 280 Zeichen  27

12.   Cecilia Malmström: Warum profitieren Frauen weniger?  27

13.   "Woher kommt der Hass?" Anne Ottos Thesen  28

14.   Studie. Deutschkenntnisse entscheidend für Karrierechancen  28

15.   Historiker Paul Nolte. „Bevölkerung tut sich schwer mit einer bunten Gesellschaft“  28

16.   „Völlig abschaffen“ – Papst und Vatikan über Atomwaffen  29

17.   Statistik. Erstmals über eine Million Kinder mit Migrationshintergrund in Kitas  30

18.   Aus Madrid nach Bremen. Modellprojekt gegen Fachkräftemangel in Kitas  30

19.   20 Jahre "Writers in Exile" Schreiben im deutschen Exil 30

20.   Die Spaltung verstärkt 31

21.   Studie. Ungleichheit in Deutschland auf Höchststand  31

22.   Privatsphäre im Netz: Ausbau ohne Hintertüren! 32

23.   Die Talente der Mitarbeiter sind das Kapital 32

24.   Gericht erlaubt Neonazi-Aufmarsch für Holocaust-Leugnerin  32

25.   Kurz und die Grünen: Die großen Gewinner der Wahlen in Österreich  33

26.   Porträt Anerkannt: Kämpfe um Anerkennung  33

27.   Prozess gegen "Revolution Chemnitz". Sie wollten Ausländer „ausrotten“  34

28.   Ostdeutschland: Wenig Migration, schnelle Integration  34

 

 

 

Emigrazione dall’Italia in forte ripresa. Ma con significative differenze rispetto al passato

 

Roma – L’Italia – scrive il sociologo Enrico Pugliese citato da “Gente d’Italia” – è stata sempre un crocevia migratorio, ma questo carattere è particolarmente evidente oggi. Da paese di emigrazione il nostro è divenuto negli ultimi decenni del secolo scorso paese di immigrazione. Ma un fenomeno nuovo si è andato affermando di recente: la nuova emigrazione italiana all’estero che ha goduto di finora di scarsa attenzione nel discorso pubblico. Altro tema sottovalutato è il consolidamento dell’emigrazione dal Sud al Nord del paese in atto a partire dall’inizio del nuovo secolo. Questa tematica e altre relative ai fenomeni demografici ed economici riguardanti il Mezzogiorno sono state oggetto di diversi contributi presentati al Convegno nazionale della AISRe, appena svoltosi a L’Aquila.

Si può ormai parlare di una nuova emigrazione italiana per diversi motivi. Innanzitutto perché la significativa ripresa del movimento migratorio verso l’estero fa seguito ad alcuni decenni di stasi. In secondo luogo perché essa presenta caratteristiche profondamente diverse da quelle delle grandi migrazioni intra europee dei primi decenni del Dopoguerra. In terzo luogo perché il flusso si è ormai stabilizzato sia per quel che riguarda la sua portata sia per quel che riguarda le caratteristiche dei suoi protagonisti.

Età e livello di istruzione sono connotazioni significative che mostrano il carattere nuovo del fenomeno. C’è nel flusso in uscita una prevalenza della componente giovanile e una rilevante, ancorché non prevalente, componente a elevato livello di scolarizzazione. La composizione sociale e professionale è poi molto complessa sia per la condizione alla partenza che per l’occupazione nei luoghi di destinazione. Infine per quel che riguarda la provenienza e le destinazioni ci sono due aspetti da notare. Il flusso migratorio si concentra su quattro o cinque destinazioni UE che, insieme alla Svizzera, assorbono ben oltre la metà dei nuovi emigranti italiani.

Intanto le regioni italiane che danno il maggior contributo all’emigrazione non sono le regioni più povere del Sud bensì -con l’ eccezione della Sicilia- le regioni più ricche del Centro Nord a partire dalla Lombardia e dal Veneto. Questo interessante paradosso è solo apparente e si spiega con la più complessa composizione del flusso che si origina al Nord e con il fatto che dal Sud parte un canale migratorio con una duplice destinazione: quella maggioritaria verso le regioni del Nord e quella minoritaria verso l’estero.

Entrando nel merito delle implicazioni di questo flusso migratorio e delle differenze con quello precedente l’aspetto di maggior rilievo è quello demografico. L’emigrazione del Dopoguerra ebbe effetti assolutamente positivi nella misura in cui permetteva un alleggerimento della pressione demografica mentre il riequilibrio veniva garantito dalla elevata natalità. Oggi al contrario i movimenti migratori dal Sud hanno luogo in un contesto di invecchiamento della popolazione e di calo della natalità causando un ulteriore aggravamento degli squilibri demografici con l’esito di veri e propri processi di spopolamento nelle aree interne.

Il secondo aspetto riguarda gli effetti sui rapporti di classe e la struttura di potere Mezzogiorno. La grande emigrazione del Dopoguerra contribuì – insieme ad altri eventi – allo sfaldamento di un blocco sociale dominante oppressivo sul piano economico e sociale. Per converso i movimenti attuali hanno una scarsa incidenza sulla struttura sociale delle aree di partenza. Inoltre sul piano delle condizioni di vita nel Dopoguerra fu significativo il miglioramento dei redditi dovuto alle rimesse degli emigranti che alzarono il grado di benessere materiale dei ceti più bassi delle regioni del Sud. Oggi questo non si verifica più. Al contrario si registra una direzione in senso inverso delle rimesse: non sono gli emigranti che inviano il loro contributo alle famiglie ma spesso le famiglie che inviano aiuti ai congiunti emigrati.

Per quel che riguarda il lavoro i protagonisti della emigrazione del Dopoguerra erano di provenienza contadina e proletaria e la destinazione occupazionale era prevalentemente operaia. Si passava dalla precarietà del lavoro artigianale o nell’edilizia a lavori con salari elevati per l’epoca e caratterizzati dalla stabilità propria del modello nordista. Ora le destinazioni occupazionali sono diverse e molteplici – a volte anche di buon livello – ma la cifra che le accomuna è la precarietà.

Un commento finale merita il brain drain. È convinzione comune che i giovani altamente scolarizzati rappresentino la componente di maggior rilievo dell’attuale flusso migratorio. Il che non è vero: gli altamente scolarizzati sono poco più di un quarto del totale dei nuovi emigranti. Eppure su di loro, “sulla fuga dei cervelli”, si concentra l’attenzione tralasciando le altre componenti, come “la fuga delle braccia”. Per queste ultime le condizioni sono più difficili durante l’emigrazione e le prospettive ancora più scarse nell’ipotesi di un rientro nelle condizioni attuali. Askanews 2

 

 

 

Decreto migranti: «Rimpatri più veloci dall’Italia verso 13 paesi»

 

Lo hanno firmato i ministri Di Maio (esteri) e Bonafede (giustizia). I tempi di allontanamento dall’Italia scendono da 2 anni a 4 mesi. Il meccanismo: in mancanza di prove specifiche di persecuzione, la domanda di asilo verrà respinta - di Claudio Del Frate

 

Procedure più veloci per rimpatriare migranti dall’Italia verso 13 paesi: è quanto prevede il decreto presentato questa mattina dai ministri degli esteri Luigi Di maio e da quello della giustizia Alfonso Bonafede. I Paesi inseriti nel nuovo decreto interministeriale che prevede di accorciare i tempi per i rimpatri dei migranti sono Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Di Maio ha sottolineato che con il piano su rimpatri sicuri saranno ridotte da circa due anni a quattro mesi le procedure per valutare le richieste d’asilo che arrivano dopo gli sbarchi. «Nei 14 mesi precedenti non è stato fatto nulla» ha sottolineato il responsabile della Farnesina. «Io non credo che la redistribuzione dei migranti negli altri Paesi europei sia la soluzione definitiva. Dobbiamo fare molto di più sul sistema dei rimpatri», ha aggiunto.

Il nuovo meccanismo: come funziona

Il nuovo meccanismo, in base a quanto dichiarato dai due ministri dovrebbe essere il seguente. Il decreto individua innanzitutto una serie di porti sicuri nei 13 paesi inclusi nell’elenco. Quando un migrante proveniente da uno di essi avanza richiesta di asilo, dovrà presentare prove specifiche di essere stato sottoposto a violenze o persecuzioni. In mancanza di questi requisiti la domanda di protezione verrà subito respinta e viene avviata la procedura di rimpatrio. Secondo quanto affermato dai due ministri il provvedimento in questo modo «inverte l’onere della prova». «Ci sarà una valutazione caso per caso naturalmente - ha spiegato Bonafede - ma avendo individuato dei porti sicuri sarà più semplice esaminare una domanda; sarà diverso il meccanismo dell’onere della prova: non ci sono i presupposti in mancanza di prova contraria».

I dati attuali

Dai 13 paesi compresi nell’elenco è sbarcato circa il 30% delle 7.000 persone arrivate nel 2019 in Italia , dunque lì'obiettivo è snellire le procedure e togliere lavoro ai tribunali. Attualmente nelle aule di giustizia sono pendenti oltre 70.000 richieste di asilo ma l’Italia ha accordi di rimpatrio con un numero molto ridotto di paesi, tra i quali Nigeria, Marocco, Tunisia, Egitto. Secondo i dati diffusi proprio oggi dal l Viminale nel 2019 i rimpatri sono stati 5.261. Di questi, circa 1.000 sono stati allontanati da Milano, come ha precisato il sindaco del capoluogo lombardo Beppe Sala: «Siamo qui a braccia aperte ma facendo rispettare le regole». CdS 4

 

 

 

Andrea Esteban Samà nuovo Console Generale a Francoforte

 

Durante l’ultima seduta di redazione, Andrea Esteban Samà, nuovo Console Generale a Francoforte, ha visitato la sede del Corriere d’Italia. In tale occasione lo abbiamo intervistato per voi.

 

Console Samà ci parli di Lei in modo da poterla presentare ai nostri lettori.

Nel mio percorso lavorativo ho lavorato in numerosi Paesi: in Corea, in Germania a Berlino, in Belgio. Queste tappe nella mia professione sono state per me esperienze molto interessanti e istruttive e che mi hanno insegnato la straordinaria importanza delle nostre comunità all’estero. Ora torno in Germania, al Consolato Generale a Francoforte, dove ho assunto servizio lo scorso 9 settembre quale Console Generale. E’ per me un grande onore poter lavorare a servizio della comunità italiana in un Paese come la Germania e in una città importante e dinamica come Francoforte. I legami fra cittadini italiani e tedeschi sono di un’intensità straordinaria e trovano le loro radici in rapporti umani, culturali ed economici estremamente ricchi e risalenti nel tempo. Mi impegnerò a fondo per intensificare questi rapporti all’interno della mia circoscrizione consolare e per offrire ai connazionali servizi sempre migliori.

Che impressione ha avuto di Francoforte e della sede consolare.

Francoforte è uno dei maggiori snodi economici, logistici, finanziari non solo della Germania, ma dell’intero continente europeo. Nei miei primi giorni ho tratto l’impressione di una città in forte espansione e nella quale la presenza italiana è importante. Vorrei viaggiare molto anche negli altri maggiori centri della circoscrizione consolare di Francoforte, per conoscere le realtà locali e gli italiani che vi risiedono.

Considerando i vari problemi esistenti nel consolato, come per esempio la lunga attesa per un appuntamento per il rilascio della carta d’Identità o passaporto; la mancanza di personale; appuntamenti online che non funzionano ecc…, come intende procedere o quali saranno le sue priorità?

L’Amministrazione sta compiendo molti sforzi per rendere i servizi consolari migliori e più vicini alle esigenze e alle attese dei cittadini italiani. Nei prossimi mesi, ad esempio, è prevista l’introduzione della carta di identità elettronica, ora oggetto di un progetto pilota. Per parte mia posso assicurare il mio massimo impegno personale a favorire servizi sempre migliori. Invito allo stesso tempo tutti i connazionali ad iscriversi all’AIRE qualora non lo abbiano già fatto, ad informare sempre il Consolato di eventuali variazioni dei loro indirizzi, a comunicare eventuali modifiche nella composizione del loro stato di famiglia. Avere un fascicolo aggiornato è infatti un presupposto importante per permettere al Consolato di erogare servizi puntuali e rapidi. Il miglioramento dei servizi consolari non può prescindere, nel XXI secolo, da una maggiore digitalizzazione ed innovazione. Colgo l’occasione, in proposito, per invitare tutti i connazionali ad utilizzare le piattaforme informatiche offerte dal Consolato, in particolare il portale “Fast-It” per le pratiche anagrafiche. Usando “Fast it”, lo stato della propria pratica è tracciabile e verificabile comodamente da casa, in qualunque momento, senza dover chiamare il Consolato.

Quali temi Le interessano particolarmente?

La comunità italiana nella circoscrizione consolare di Francoforte è molto dinamica e ricca di iniziative e di talenti, in campo civile, culturale, economico, scolastico, ecc. Penso che un Console debba essere disponibile a incontrare e dialogare con tutti e pronto ad accompagnare le tante iniziative e progetti dei nostri concittadini. A livello dei servizi consolari, vorrei semplificare il più possibile le procedure, anche se molto è stato già fatto in passato, e far conoscere sempre di più le possibilità e gli strumenti a disposizione per richiedere i servizi a distanza, in quei casi in cui questo sia possibile. Per molti servizi consolari, infatti, non è necessario che il connazionale si rechi di persona in Consolato: invito tutti a consultare il sito internet del Consolato e la “Guida pratica ai servizi consolari”, pubblicata anch’essa sul sito alla voce “Quaderni francofortesi”. Farò il possibile, infine, per aiutare chi risiede nelle zone più lontane dal Consolato ad accedere ai principali servizi consolari con maggiore facilità. CdI ottobre

 

 

 

 

Religioni in Europa: un Erasmus per i “costruttori di pace”. Mogherini: riconoscere il ruolo positivo delle fedi

 

L'Alto rappresentante Federica Mogherini ha lanciato il progetto “Scambio globale di religione nella società”. Dovrebbe essere operativo dalla prima metà del 2020 con fondi del bilancio Ue per la creazione di spazi e momenti di confronto fra persone, realtà, esperienze che si impegnano per l’inclusione

Le istituzioni europee hanno deciso di sostenere le persone e le realtà che si impegnano perché la religione diventi strumento e contributo per una migliore coesione sociale. Lo ha annunciato a settembre l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini, lanciando (nel corso di una conferenza a Bruxelles con rappresentanti di oltre 150 realtà religiose, sociali e istituzionali) lo “scambio globale di religione nella società” (Global Exchange on Religion in Society), “una sorta di Erasmus per attori e attivisti della società civile che lavorano sulla fede e l’inclusione sociale”.

Il dato di partenza è che la religione gioca un ruolo essenziale in quasi tutte le società nel mondo: è il Pew Reserach Center ad aver verificato che circa l’84% della popolazione mondiale dichiara di professare – a vario titolo – una fede. E il secondo dato è che la religione è coinvolta, nel bene e nel male, nella definizione dei grandi temi e dissidi dell’attualità: dalla pace al terrorismo, dall’integrazione alla salvaguardia del creato, dalla giustizia alla libertà.

È da tempo che le Chiese e le comunità di fede cercano di dimostrare quanto significative siano anche sul piano sociale le ricadute del loro impegno. Dopo anni in cui si è tentato di renderle marginali e silenziose in nome di una mal compresa “laicità”, ora molti segnali indicano una inversione di tendenza e il progetto che arriva da Bruxelles ne è un chiaro esempio. Occorre fra l’altro ricordare che in base all’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, viene promosso un dialogo “aperto, trasparente e regolare” tra le istituzioni dell’Unione e le chiese presenti in Europa.

Questo Global Exchange, fortemente voluto dall’Alto rappresentante, punta a sostenere quella “maggioranza silenziosa” che “in tutto il mondo lavora quotidianamente per migliorare le cose”. Il progetto – che dovrebbe essere operativo dalla prima metà del 2020 – mette a disposizione dei fondi dal bilancio Ue per la creazione di spazi e momenti in cui persone, realtà, esperienze che si impegnano per l’inclusione si possano incontrare, confrontare, sostenere, consigliare e così accrescere la loro capacità di generare cambiamento (il famoso e intraducibile “empowerment”) nelle cose che fanno. Il progetto prevede anche che durante questi momenti di scambio gli attivisti possano usufruire di occasioni di formazione con dei workshop per migliorare, ad esempio, la loro visibilità o la loro capacità di comunicazione.

C’è stata un’esperienza pilota tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 che è servita a definire e testare il progetto attraverso due incontri, in Libano e nel Regno Unito, coordinati da un ente terzo, la Fondazione inglese Lokahi: il focus è stato sul dialogo cristiano-islamico, guardando all’identità dell’islam europeo e ragionando sui tratti comuni delle diverse esperienze.

Nel frattempo si è chiusa a fine settembre la fase in cui persone, enti, associazioni hanno potuto manifestare e documentare il proprio interesse e rilevanza per poter essere scelti come “partner” dell’Ue per organizzare e implementare questi scambi, attesi nel corso dei prossimi mesi. “Vogliamo riconoscere il ruolo positivo che la religione sta già svolgendo in alcune parti del mondo, nelle nostre società. Vogliamo riconoscere le soluzioni che vengono dalla base e dal cuore delle nostre comunità”, diceva ancora Mogherini annunciando questa iniziativa. L’Ue sceglie di “concentrarsi sui costruttori di pace, sugli edificatori di ponti” perché “guardare al positivo che già esiste a volte è un modo per prevenire o affrontare le tendenze negative che emergono o si consolidano nel mondo”. Sarah Numico Sir 3

 

 

 

Erasmus, un italiano su tre lavora all’estero dopo l’esperienza in Europa

 

Quasi un terzo dei ragazzi italiani che hanno svolto un periodo di studi o tirocinio con Erasmus+ è rimasto a lavorare all’estero. Il programma cambia la vita a molti giovani europei (Appartamento spagnolo a parte), ma per gli italiani in modo particolare rappresenta una fonte di opportunità professionali. Riccardo Antoniucci

 

I dati dell’Erasmus+

Da quando, nel 2014, la Commissione europea ha aggregato i sette programmi di mobilità esistenti (tra cui il Leonardo e il «vecchio» Erasmus universitario) nel contenitore dell’Erasmus+, sono 31 mila i giovani italiani che hanno intrapreso un’esperienza di mobilità transnazionale, 25 mila hanno svolto tirocini professionalizzanti in aziende europee. A questi vanno aggiunti i 2.500 docenti che ne hanno approfittato per fare un’esperienza di insegnamento all’estero. Questi i dati che l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) ha presentato a Roma in vista dell’inizio della settimana dell’istruzione e della formazione professionale indetta dall’agenzia Erasmus+, tra il 14 e il 18 ottobre.

Opportunità di lavoro all’estero

Il dato più rilevante è certamente quello del numero dei partecipanti per cui l’Erasmus+ rappresenta un trampolino per trovare un lavoro all’estero: l’Inapp stima che siano quasi un terzo del totale. Per la direttrice generale dell’istituto, Paola Nicastro, è un segnale importante, che va letto come antidoto al problema della disoccupazione giovanile, particolarmente forte in Italia: «Le esperienze di Erasmus+ contribuiscono allo sviluppo e al miglioramento delle soft skills, le capacità comunicative, relazionali e di adattamento ai contesti lavorativi e multiculturali, che sono strategiche in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso».

Colmare il divario tra domanda e offerta di lavoro

Sullo sfondo c’è il noto problema del mismatching tra domanda e offerta di occupati, ovvero il mancato incontro la richiesta di risorse umane sempre più specializzate e un’offerta di neolaureati o neodiplomati che escono dal percorso di formazione senza competenze direttamente spendibili sul mercato del lavoro. Si stima che siano 2 milioni di posti i posti di lavoro vacanti in Europa per questa ragione, e l’“allenamento al mondo” offerto dall’Erasmus promette di contribuire a ridurre il divario.

Finanziamenti in crescita

Anche per questo l’Istituto chiede all’Europa di aumentare gli investimenti nel programma. La dotazione finanziaria per Erasmus+ destinata all’Italia è stata di 54 milioni di euro nel 2019 cresciuta, un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. 168 i progetti totali, con un’attenzione accresciuta per le disabilità e delle situazioni di difficoltà economica o sociale. Sono aumentati anche i progetti di mobilità transnazionale che interessano il Sud e le isole (+53,8% rispetto al 2018), anche se il più alto numero di progetti finanziati è nel Nord Italia (69 progetti contro i 53 del Centro e i 46 di Sud e Isole). Forte anche la motivazione dei partecipanti: il 99,6% di loro porta a termine il percorso e oltre il 98% lo consiglierebbe a un amico. L’attrattività dell’Italia «L’Italia è già una dei paesi più virtuosi a livello europeo nell’utilizzo dei fondi, insieme a Francia e Germania. Abbiamo speso il 99,94% dei finanziamenti che ci sono stati destinati», ricorda Paola Nicastro. «Ci auguriamo che la Commissione rispetti l’impegno di raddoppiare le risorse a disposizione nei prossimi 7 anni».

Un paese che attira studenti

L’Italia piace ai giovani europei, che la scelgono come meta dei loro soggiorni. L’analisi dimostra che il nostro paese non è solo virtuoso quanto a mobilità in uscita, ma è anche la quarta destinazione più apprezzata dagli studenti stranieri che ricorrono al programma Erasmus+, dopo Regno Unito, Spagna e Germania. Un dato incoraggiante per un sistema paese maglia nera in Europa per numero di neet, studenti che non studiano e non cercano attivamente lavoro. Resta da capire se le nostre imprese possano avere verso i giovani europei la stessa capacità di attrarre talenti e competenze delle aziende estere per i giovani italiani. CdS 11

 

 

 

Ismu: dal 2013 hanno perso la vita nel Mediterraneo oltre 19mila persone

 

Milano – Domani 3 ottobre ricorre il sesto anniversario della tragedia del 2013 quando al largo dell’isola di Lampedusa 368 migranti persero la vita in uno dei più tragici naufragi avvenuti nel Mediterraneo dall’inizio delle ondate migratorie di questi recenti anni. Dal 2013 al 30 di settembre 2019 sono stati oltre 19mila i migranti morti e dispersi nelle acque del Mar Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Lo ricorda la Fondazione Ismu in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, che si celebra il 3 ottobre.

Nonostante il considerevole calo degli sbarchi di migranti sulle coste europee nel corso dell’ultimo biennio, dovuto soprattutto agli accordi con la Turchia prima e con la Libia successivamente, si continua a morire in mare e resta alto il tasso di mortalità, sottolinea l’Ismu: più di 1000 persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nei primi nove mesi del 2019, 13 ogni mille sbarcati. In particolare il viaggio verso l’Italia è il più pericoloso: due terzi dei morti e dispersi nel Mediterraneo è partito dal Nord Africa ed era diretto in Italia.

Dal 1° gennaio al 29 settembre del 2019 sono sbarcate in Italia 7.453 persone, mentre i morti e i dispersi nella rotta del Mediterraneo centrale (in partenza principalmente dal Nord Africa) verso l’Italia sono stati 669 morti (234 nel solo mese di luglio).

Tra i morti e dispersi ci sono anche numerosi bambini: il recente rapporto IOM Fatal Journeys. Missing Migrant Children affronta il tema dei bambini che intraprendono viaggi pericolosi e spesso fatali e che risultano sempre più numerosi. Secondo il Missing Migrants Project dell’IOM, tra il 2014 e il 2018 sono stati segnalati quasi 1.600 bambini morti o dispersi in tutto il mondo durante la migrazione. I dati disponibili indicano che la maggior parte dei bambini è morta nel Mediterraneo, con 678 decessi documentati tra il 2014 e il 2018. La maggior parte delle morti registrate è avvenuta nel Mediterraneo orientale, dove almeno 443 bambini hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la Grecia dalla Turchia.

La pericolosa traversata del Mediterraneo centrale ha provocato la morte di almeno 200 bambini dal 2014. Tuttavia, questo numero, è “sicuramente sottostimato, poiché le informazioni sull’età sono disponibili solo per il 14% degli incidenti registrati nel Mediterraneo centrale”, spiega la Fondazione Ismu. M.o. 3

 

 

 

Il migrante nell’era di internet

 

Qualcuno si sta cominciando a chiedere se internet non sia un potentissimo ostacolo all’integrazione dei migranti e qualcuno comincia ad investigare come internet stravolga la nozione stessa che avevamo del migrante, persona che era straniera nel paese dove andava ad abitare e diventava straniero in patria. Cent’anni fa chi partiva per le Americhe da Mormanno compiva, salvo rare eccezioni, un viaggio di sola andata. Troppa la distanza, troppi alti i costi di un viaggio, il distacco era definitivo. E le comunicazioni con chi era rimasto si limitavano a qualche rara lettera. In America, fossero gli States o l’Argentina, si trovava conforto tra i connazionali emigrati, si mantenevano delle tradizioni, ma era gioco forza integrarsi nel nuovo mondo, a partire dalla necessità di imparare una nuova lingua, di mutare il proprio cibo, di cambiare il modo di vestire. Cinquant’anni fa chi da Mormanno prendeva la strada del Nord Italia o del Nord Europa non recideva completamente il legame con il suo paese. Ogni anno in agosto tornava a casa. Negli undici mesi in cui viveva al nord molto spesso frequentava compaesani, o comunque conterranei, ma aveva contatti limitati con il paese. La telefonata settimanale ai genitori era un rito, ma non telefonava agli amici che erano rimasti al paese o che erano emigrati altrove. Con questi ci si rivedeva in agosto. Anno dopo anno si diventava stranieri nel proprio paese, un po’ dei turisti. Da settembre a luglio si assimilava inevitabilmente qualcosa della cultura e dei modi di vivere del luogo dove ci si era trasferiti perché il microcosmo dei conterranei era comunque troppo piccolo e i contatti con gli altri erano necessari e vitali. Da qualche tempo a questa parte chi migra e viene, per esempio, in Italia non lascia più il proprio paese. Prima il legame con il proprio paese si è reso più intenso grazie alle antenne paraboliche: stavi in Italia, ma guardavi la TV del tuo paese. Oggi per vedere un film non sei più costretto ad imparare l’italiano, basta che ti colleghi ad internet. Oggi puoi rimanere tifoso della tua squadra di calcio o di cricket perché vedi le sue partite su internet e sei iscritto al gruppo Facebook dei suoi tifosi. Oggi puoi leggere immediatamente il giornale che viene pubblicato nel tuo paese. Oggi con Skype o con WhatsApp dialoghi costantemente con i tuoi familiari e i tuoi amici, sia che siano rimasti al paese sia che siano andati a vivere altrove. E non solo ti parli, ma ti vedi.

Oggi con Facebook o con sistemi similari sei quotidianamente in contatto con gli amici che sono rimasti al paese o che sono andati altrove. Vedi le loro foto, sai cosa hanno mangiato, come gli sta andando, come è diventato grande il loro primo figlio. Entri nelle loro case. Dialoghi con loro ogni giorno e non hai necessità di crearti altri contatti. L’espansione del commercio mondiale non ti costringe più a mutare abitudini nel mangiare o nel vestire. I costi di un viaggio sono diventati molto più accessibili e, anche se arrivi dal Perù o dalle Filippine, è più facile tornare a casa. Sei e rimani uno straniero nel luogo dove sei andato a vivere, ma la cosa finisce per non influire più di tanto, perché sei rimasto e rimani nel tuo paese, grazie a internet. Grazie a quei contatti, che quelli della generazione pre-internet chiamano virtuali, ma che per la nuova generazione sono reali, molto reali, a tal punto reali da costringerci a ripensare alla stessa figura del migrante. Internet ti separa dal paese dove sei andato a vivere e ti mantiene legato al paese da cui provieni. Sembra un paradosso, ma il più potente fra i mezzi della globalizzazione finisce per rendere il mondo meno globale per il migrante. Rende sempre meno necessario avere contatti e mischiarsi con il paese dove ti sei trasferito. Perché mai devi integrarti nel nuovo mondo quando il tuo vecchio mondo ti appare e ti coinvolge ogni giorno dallo schermo di un computer, di un tablet o di un cellulare? E questo, lo abbiamo visto tragicamente nel caso del terrorismo, vale anche per quelle seconde generazioni, che un tempo finivano molto spesso per dimenticare persino la lingua dei padri e delle madri e che oggi, in paesi per nulla accoglienti, rinsaldano il legame non con il proprio paese, ma con quello idealizzato dei padri e delle madri grazie a internet. Raffaele Miraglia, Farenotizie, ottobre 19

 

 

 

Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?

 

Villars Sur Var (Francia), Möckmühl (Germania), Piliscsaba (Ungheria), Cefa (Romania) e Aksakovo (Bulgaria): sono le cinque cittadine europee con cui nell’arco di trent’anni, ha stretto gemellaggi il comune di Cherasco, 9.000 abitanti, in provincia di Cuneo. Nel 2015, per festeggiare i gemellaggi e relativi rinfreschi, il Comune spende 2.524,39 euro, «senza evidenziare le voci di spesa» scriverà la Corte dei Conti nel 2018. Nel 2016: 462,97 euro per l’acquisto di vino e altri 500 per l’acquisto di non meglio precisati gadget.

Quanti cittadini sanno con chi sono gemellati?

Ma a che serve gemellarsi? Vale la pena chiederselo, visto che spesso tutto quello che conoscono i cittadini del Comune interessato inizia e finisce davanti al cartello che lo dichiara alle porte del territorio, sulle strade statali o provinciali. Per esempio, quanti bolognesi sanno che Bologna conta ben 13 gemellaggi? Otto in Europa e 5 altrove: Sant Louis (Senegal), un altro Sant Louis in Missouri (Usa), La Plata (Argentina) e San Carlos (Nicaragua). I milanesi hanno 15 fratelli fra cui Osaka, Shanghai, Melbourne e Tel Aviv. In totale, l’ultima volta che li hanno contati nel 2010, i gemellaggi stretti dall’Italia con i fratelli europei erano 2.755, su 39.508 totali in Europa. Il capoluogo di Regione con più gemellaggi è Firenze, con 21.

Le opportunità

Un buon accordo di gemellaggio può rivelarsi un’operazione assai virtuosa e recare molti benefici a una comunità e alla sua amministrazione comunale: integrazione, unione tra persone provenienti da diverse parti dell’Europa, condivisione dei problemi, scambio di opinioni. Quando il sistema funziona tutto questo si traduce in vantaggi tangibili. Qualche esempio: ad agosto, l’amministrazione comunale di Rieti e il Comitato Gemellaggi e Relazioni internazionali del Comune, hanno pagato il soggiorno di una settimana nelle città gemellate di Nordhorn (Germania) e Saint Pierre Les Elbeuf (Francia) a quattro studenti particolarmente meritevoli delle ultime classi degli istituti di secondo grado dell’anno scolastico 2018/2019. Un’iniziativa simile è stata intrapresa a maggio dal Comune di Vicenza.

Perché l’Europa li finanzia

L’Europa incoraggia i gemellaggi sin dagli anni ’50. Il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, la più grande associazione fra gli enti locali europei, ha anche dato vita ad una piattaforma web, appositamente pensata per far incontrare nuovi potenziali partner. Si chiama twinning.org: un’apposita sezione intitolata «trovare un partner» fornisce tutti i consigli pratici per trovare l’ente giusto con cui iniziare una relazione e dà anche la possibilità di verificare quali siano i Comuni «single» in cerca. Ma, soprattutto, l’Europa li finanzia. Un buon accordo fra gli enti può consentirgli di aver accesso a fondi sino a 25.000 euro per Comune. Nel 2018 il «Programma Europa per i cittadini» ha elargito alle amministrazioni europee un totale di 2.244.025 euro. Per accedere al finanziamento però non bastava solo aver stretto una relazione, serviva e serve anche un progetto di integrazione. L’Italia, l’anno scorso, ha ricevuto dall’Europa 329.420 euro, piazzandosi al primo posto nell’ultimo bando «Gemellaggi fra città» con 21 progetti vincitori. Non ci sono però le nostre grandi città, ma piccoli comuni come Gradoli, Montescudaio, Castegnato, Frascati, Este, Urbania, Galliera Veneta, Nizza di Sicilia, Sulmona, Vallerano, Tavagnasco, Alviano, Gallodoro, Amelia, Seneghe, Tarcento, Vigonovo e Valbrevenna.

Cosa c’entra Ingria con Mayres?

Ma cosa è un buon gemellaggio? Certamente, può aiutare cercare il partner giusto seguendo un’affinità di partenza fra popolazioni residenti, origini comuni, identità politiche, storiche, geografiche. E queste peculiarità dovrebbero essere trasparenti e note, se non altro ai cittadini che vivono nei territori gemellati. Non sempre purtroppo è così. Difficilmente, per esempio, al Comune di Ingria in provincia di Torino – 44 abitanti – sanno spiegare perché ci sia il gemellaggio con il Comune francese di Mayres. Tuttavia nonostante l’incoraggiamento dell’Europa, non sempre scegliamo il partner fra i Paesi europei; dalle grandi città ai piccoli Comuni ci sono gemellaggi le cui motivazioni non sempre sono conosciute anche dai cittadini: dal 1998 Anghiari, provincia di Arezzo, è gemellata con La Plata (Argentina). Peccioli, 4.000 abitanti in provincia di Pisa, ha ben due gemelli nel Ghana. Tarquinia è gemellata con Jaruco (Cuba), Novellara (Reggio Emilia) ha tre gemelli fra Cuba, Israele e Brasile. Naturalmente scegliere un partner fuori dal confine europeo può avere anche una ragione: per esempio San Fele, provincia di Potenza, da 35 anni è gemellato con Canada Bay, cittadina alle porte di Sidney dove molti sanfelesi sarebbero emigrati nel corso del tempo.

Con la scusa del gemellaggio viaggiano gli amministratori

Capita però che il gemellaggio, sconosciuto ai cittadini e magari sganciato da una qualsiasi comunanza fra territori, si traduca in una scusa per far viaggiare gli amministratori comunali a spese della collettività. Qualche anno fa la Corte dei Conti condanna il sindaco di Santa Teresa Riva (Messina) che se n’era andato con la moglie a Fuveau, in Francia, a spese dei cittadini per decretare il gemellaggio. Con lui anche l’assessore al Turismo e consorte, un consigliere comunale e consorte e anche il presidente del comitato per il gemellaggio (anche lui, con consorte al seguito).

La Corte dei Conti chiede conto

Viene avviato un controllo stringente e la Corte detta delle linee guida chiare: le spese per i gemellaggi rientrano fra le spese di rappresentanza solo se si fondano sulla concreta e congrua esigenza di accrescere il proprio ruolo istituzionale in un contesto più ampio, in vista di concrete aspettative di promozione della propria vocazione turistica e culturale, di creazione di nuovi sbocchi commerciali, di ricerca di prospettiva di sviluppo della propria economia. Su queste premesse non si contano i casi in cui la Corte è costretta a richiamare puntualmente le amministrazioni locali, come Val Brembilla, 4000 abitanti in provincia di Bergamo, che fra gemellaggio con Nantua (Francia), «scambio interculturale» e un viaggio della Commissione comunale nel 2017 ha speso 2947,67 euro. Qualche anno prima, la Provincia di Milano aveva speso in pranzi e catering di rappresentanza 4000 euro per l’incontro di gemellaggio con la Provincia di Kotayk, in Armenia. Eppure, scrisse la Corte, «nei casi esaminati, non emerge alcun preventivo collegamento delle iniziative di gemellaggio e cooperazione internazionale intraprese (si suppone, a scopo di sviluppo economico del territorio) con programmi assunti in collaborazione con i Comuni della Provincia» e invitava l’ente a fare attenzione a ed essere più cauto nelle spese. Adele Grossi

CdS 9

 

 

 

 

 

Il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone sulla riforma che riduce il numero dei parlamentari

 

ROMA – L’approvazione della riforma costituzionale che decurta il numero dei parlamentari di Camera e Senato è stata più volte criticata dal Cgie per quanto riguarda la parte che prevede la riduzione della rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo. Mentre infatti da un lato calano da 18 a 12 i parlamentari della circoscrizione Estero dall’altro in questi ultimi anni si registra un aumento esponenziale degli italiani nel mondo. Una dicotomia che preoccupa per le ripercussioni che potrebbe avere sulla effettività della rappresentanza, ma che al contempo pone nuovi quesiti sulla necessità di ricercare rinnovati equilibri fra gli organi di rappresentanza dei nostri connazionali nel mondo. Per approfondire questa tematica e le nuove sfide che essa pone abbiano rivolto alcune domande al Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone.     

 

Nei giorni scorsi è stata approvata a grande maggioranza dal Parlamento la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, compresi quella della circoscrizione Estero. il Cgie si è sempre battuto per scongiurare questa decurtazione della rappresentanza degli italiani all’estero. Cosa ci può dire in proposito?  

 

Il taglio dei parlamentari era un passaggio obbligato per la tenuta dell’attuale Governo, ragion per cui vi è tutta una narrativa ed un passaggio che ha portato a questa decisione. Il Cgie da oltre due anni ha espresso e prodotto su questo tema dei documenti che sono stati consegnati al Governo e ha svolto delle audizioni anche specifiche nelle competenti Commissioni di Camera e Senato. Tuttavia le indicazioni e le richieste avanzate dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero contro la riduzione dei parlamentari della circoscrizione Estero non sono state prese in considerazione. Quindi la decisione assunta con votazione finale dal Parlamento mette in seria difficoltà la rappresentanza degli italiani all’estero. La scelta fatta dal Parlamento di ridurre i parlamentari dovrebbe però portare in primis le Camere e il Governo a prendere in considerazione delle proposte che possano in ogni modo riequilibrare o compensare gli organismi della rappresentanza degli italiani all’estero. Come questo avverrà spetta evidentemente al Governo deciderlo.  Ma noi ci sentiamo di proporre anche delle indicazioni nuove su come questa rappresentanza dovrà essere riequilibrata. Da questo punto di vista la decisione del Parlamento sulla riforma costituzionale impegna il governo a compiere entro la fine dell’anno dei passaggi obbligati per quanto riguarda la riforma della legge elettorale e il riequilibrio della rappresentanza al Senato e alla Camera, nonché per la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali sul territorio nazionale. In questo contesto vi è l’esigenza di una riflessione molto più approfondita volta a capire come rappresentare i sei milioni dei cittadini italiani all’estero che nel tempo diventano sempre più numerosi. E’ un’urgenza, quella della rappresentanza degli italiani nel mondo che va affrontata in questa fase insieme ai passaggi che saranno effettuati per ridefinire il senso della rappresentanza non solo numerica ma anche sostanziale sui territori italiani.

 

Quindi in definitiva lei sta parlando della necessità, dopo l’approvazione di questa riforma costituzionale, di un percorso temporale, quasi in parallelo con quello che si terrà in Italia su questo tema, che ridefinisca la rappresentanza per i connazionali all’estero?

 

Sicuramente, perché poi se si parla di riformare anche la legge elettorale noi sappiamo che a breve nella primavera dell’anno prossimo saranno in scadenza anche le rappresentanze dei Comites e di conseguenza del Cgie. Questo dovrebbe portare il Governo a riflettere su come far interagire i corpi intermedi per arrivare alla costituzione di organismi di rappresentanza più efficaci che evidentemente, una volta potenziati, sarebbero molto più utili a sostenere il lavoro dei futuri 12 eletti della circoscrizione Estero, i quali non potranno sicuramente da soli continuare a svolgere il lavoro impervio che già oggi sostengono i 18 eletti all’estero. Per cui sarà opportuno rivedere la partecipazione, estendere la democrazia fra le comunità, e soprattutto dare strumenti nuovi affinché gli organismi che rappresentano gli italiani all’estero, come il Comites ed il Cgie  possano diventare decisivi nelle politiche per i connazionali nel mondo. Sarebbe necessario da parte del Governo rivedere gli strumenti e le forme per permettere ai sei milioni di italiani all’estero di eleggere i propri rappresentanti nelle forme più moderne possibili, senza dimenticare gli italo discendenti che non hanno il passaporto, ma hanno dei diritti che esulano dalla cittadinanza vera e propria. In proposito il Cgie sta lavorando affinché vi sia un rinnovamento generazionale e delle classi della rappresentanza, ma è necessario, lo ribadisco,  che  l’Esecutivo assuma delle responsabilità affinché vi sia un rafforzamento degli organismi di rappresentanza veri e propri,  perché in caso contrario sarà poi difficile recuperare un rapporto con i cittadini che vivono all’estero in un qualsiasi continente.  Non parliamo infatti solo ed esclusivamente delle prerogative dei nostri cittadini che si trovano nell’Unione Europea, perché abbiamo connazionali che vivono in tutte le parti del mondo,  e a queste nostre comunità noi dobbiamo dare tutte le attenzioni necessarie per metterle nelle condizioni di poter avere rapporti continui con il nostro paese con tutte le modalità e le forme che ritengano opportune in ambito culturale, economico e sociale .

 

Per annullare gli effetti della riforma costituzionale sulla circoscrizione Estero vi è la strada referendaria. Come si pone il Cgie di fronte a questa opzione elettorale?  

 

In ogni modo seguiremo l’evoluzione della riforma costituzionale e se si creassero le condizioni per un referendum noi vorremmo assolutamente partecipare, dando il nostro parere, appoggio e contributo. Io comunque sono del parere che tutto questo rappresenti una nuova sfida complessiva. Oltre al fatto di immaginare che i Comites ed il Cgie possano davvero diventare interlocutori anche politici per quanto riguarda i territori e gli interessi degli italiani all’estero, penso che si potrebbe ad esempio rafforzare il ruolo delle Consulte regionali, che non sempre sono seguite con attenzione dai Presidenti delle Regioni,  attraverso l’inserimento di un loro rappresentante nel Consiglio regionale che possa seguire le attività regionali in giro per il mondo.  Una novità che consentirebbe di rafforzare l’interazione fra le regioni e le comunità regionali all’estero. Questa è una delle tante proposte, credo comunque che bisognerà modernizzare e rendere protagonisti gli italiani che vivono all’estero anche nel ruolo della rappresentanza a livello amministrativo, regionale e nazionale. (G.M.-Inform 10) 

 

 

 

Commemorazioni. A ricordo della strage del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa

 

La mattina del 3 ottobre 2019, nel sesto anniversario della strage del 3 ottobre 2013 in cui perirono centinaia di vittime innocenti, vittime delle mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani, il responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera", Peppe Sini, ha tenuto il discorso commemorativo di cui di seguito si riporta una rastremata sinossi ricostruita a memoria alcune ore dopo.

 

1. La strage continua. La strage avvenuta al largo di Lampedusa il 3 ottobre del 2013 continua ancora ogni giorno nel Mediterraneo. E continuera' finche' i popoli europei, e innanzitutto il popolo italiano, non apriranno gli occhi e decideranno di farla cessare. Perche' siamo noi che abbiamo il potere e il dovere di farla cessare. E su di noi ricade quel diluvio di sangue innocente che muta colore alle onde del mare e innalza il suo grido fino al cielo.

2. La genealogia della violenza. L'indimenticabile padre Balducci ci chiedeva di ricostruire la genealogia della violenza per poterla contrastare efficacemente. E nulla e' piu' rivelatore dell'orrore presente, della strage degli innocenti in corso.Se milioni di esseri umani sono costretti alla fuga dalle loro case, dalle loro famiglie, dalle loro comunita', dai loro paesi, dai loro continenti, una ragione c'e', anzi: piu' d'una. E' che quei paesi e quei continenti sono stati saccheggiati e devastati da secoli e secoli di colonialismo, di imperialismo, di razzismo.E' che quei popoli sono stati rapinati e schiavizzati da secoli e secoli di colonialismo, di imperialismo, di razzismo.

E' che quegli immensi, variegatissimi, preziosi ecosistemi, e con essi l'intera biosfera, sono stati avvelenati e desertificati, e stanno per essere distrutti, annnichiliti, da quella secolare violenza colonialista, imperialista e razzista, che tuttora perdura e si estende in geometrica progressione.

Sovviene quella metafora del ventinovesimo giorno che Lester Brown utilizzo' come titolo ed esempio decisivo in un libro che tutte e tutti abbiamo letto. Del lago coperto di ninfee solo per meta', ma poiche' la presenza di quelle ninfee raddoppia ogni giorno, anche se sembra che siamo solo a meta' del processo che l'intero lago invadera' provocandone la morte, anche se sembra che il pericolo e' lontano, che - come si usa dire - il bicchiere e' mezzo vuoto e mezzo pieno, gia' domani, proprio domani, e non fra un mese o fra un anno, la catastrofe sara' compiuta.

La crisi ecologica, esito di quell'onnidistruttivo sistema di dominazione che la tragedia delle migrazioni denuncia, ci chiarisce quanto grave sia il pericolo che incombe sull'umanita', e quanto sia urgente e necessario che l'umanita' si unisca per fare fronte comune contro la morte non solo di questo o di quell'individuo empirico, ma dell'intera famiglia umana.

 

3. Messaggeri. Le migrazioni ci parlano quindi del nostro comune destino, della sorte dell'umanita' intera: o ci salveremo tutti insieme, o non si salvera' nessuno. Cosi' chiunque capisce che i migranti sono messaggeri, ambasciatori dell'umanita', ospiti sacri: ci recano il messaggio della nostra stessa umanita', che noi che viviamo nelle sempre piu' ristrette aree territoriali e sociali del privilegio (un privilegio frutto anche di quella secolare rapina colonialista, imperialista e razzista) abbiamo in larga misura dimenticato e perso sotto l'urto della narcosi indotta dal consumismo.

E ci recano il messaggio che la casa brucia e che occorre svegliarci, tutte e tutti, e porre mano ai secchi e formare quella catena della solidarieta' che ogni essere umano include nell'impegno comune per la salvezza di tutti, come gia' vide e scrisse Giacomo Leopardi nel suo ultimo immenso capolavoro, quella Ginestra che e' uno dei due piu' luminosi manifesti politici dell'Ottocento, e perenne un appello all'umanita' dell'umanita'.

E ci recano il messaggio del naufragio della civilta' e l'appello alla resistenza necessaria contro il totalitarismo onnidivoratore ed onnicida che l'intera umanita' minaccia di annientamento.

Ci recano il messaggio della solidarieta', l'appello alla solidarieta', che e' il seme e il fulcro degli immortali principi dell'89: liberta', eguaglianza, fraternita' e sororita'.

La strage che ogni giorno si compie nel Mediterraneo, il ripresentarsi in Libia dell'orrore dei lager, la sordita' vile e scellerata dei governanti europei dinanzi al massacro dalle loro stesse stoltissime politiche provocato, come la riduzione in schiavitu' e lo sterminio per guerra e per fame di popoli interi, tutto cio' ci riguarda, tutto cio' e' nostra comune responsabilita'. O fermeremo questi orrori, o tutte e tutti ne saremo travolti.

 

4. La regola aurea. Vi e' una regola antica, la regola aurea di ogni morale, che recita: "Agisci nei confronti delle altre persone cosi' come vorresti che le altre persone agissero verso di te". Questa regola chiama all'impegno a salvare tutte le vite umane, a salvare l'intero mondo vivente. Questa regola deve diventare il fondamento della politica dell'umanita'.

Chi ancora sragiona di confini e barriere, di cavalli di frisia e di blocchi navali, di muri alti piu' della torre di Babele e di fossati colmi di coccodrilli da nutrire di carne umana, di eserciti armati contro esseri umani innocenti ed inermi in fuga dalla fame, dall'orrore e dalla morte, ebbene, chi ancora rumina e latra pensieri come pugnali e parole come denti di drago, costui ha perso il lume della ragione, e nel suo sciagurato delirio nasconde a se stesso la realta' a tutte e tutti evidente: che siamo una sola umanita', in un unico mondo vivente casa comune di tutte le persone, e ci salveremo solo insieme, o insieme periremo, noi e i nostri figli e l'intera umana famiglia, fra i tormenti piu' atroci, nella disperazione piu' abissale.

Molti anni fa padre Balducci ci avvertiva anche delle "tre verita' di Hiroshima": che l'umanita' e' ormai unificata ed ha un unico destino di vita o di morte; che la guerra e' uscita per sempre dalla sfera della razionalita'; che la pace e l'istinto di sopravvivenza ormai coincidono. E ci parlava dell'"essere umano planetario", ovvero della consapevolezza che era giunto il tempo in cui in ogni decisione occorre tener conto del bene comune dell'umanita' intera, in ogni riflessione occorre ricordare che siamo tutte e tutti una sola umanita', che tutte le antiche divisioni di lingua e nazione, di culto e tradizioni, sono ormai obsolete.

 

5. Quid agendum? Cosa dobbiamo fare? Poche cose, semplici e indispensabili.

La prima: riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'; e quindi: soccorrere, accogliere e assistere ogni persona bisognosa di aiuto. E quindi: riconoscere a tutte le persone in fuga dalla guerra e dalla fame, dalle dittature e dalla schiavitu', dal terrorismo dei potenti come dei disperati, dalle devastazioni ambientali, il diritto di giungere in salvo nei luoghi ove quelle minacce non siano, o non siano insostenibili, o perlomeno siano concretamente, adeguatamente, effettivamente contrastate dalle leggi, dai costumi, dal sentire e dall'impegno comune, e di giungervi con mezzi di trasporto legali e sicuri.

Questo, questo sconfiggerebbe una volta per sempre le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani. Questo, e non altro. Questo: che i governi europei, o anche solo uno di essi, e che possa essere per prima l'Italia, decidano di riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro, e di potervi vivere una vita degna di esseri umani tra esseri umani.

Questo e' anche l'appello, la promessa, l'impegno, il valore affermato e la legge scritta negli articoli 2, 3, 10 e 11 della Costituzione della Repubblica italiana, scritta col sangue dei martiri della Resistenza, che sancisce il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani, che impegna a recare aiuto a chi di aiuto ha bisogno, che garantisce il diritto d'asilo, che ripudia la guerra e tutte le uccisioni.

La seconda: abolire ogni forma di riduzione in schiavitu' e di segregazione razzista nel nostro paese; riconoscere quindi a tutte le persone che in Italia si trovano tutti i diritti sociali, civili e politici, a cominciare dal diritto di voto: "una persona, un voto" e' il principio alla base della democrazia; non e' ammissibile lo scandalo che milioni di nostri conterranei siano privati del diritto di voto e di altri diritti umani fondamentali.

La terza: opporsi alle guerre, alle dittature, allo sfruttamento onnidistruttivo. E quindi opporsi alle armi ed alle organizzazioni armate, che sono lo strumento che quelle violenze consente.

Il disarmo e' l'urgenza delle urgenze: le armi sempre sono nemiche degli esseri umani, le armi sempre sono assassine. E nell'eta' inaugurata dalla bomba di Hiroshima Guenther Anders ha chiarito una volta per tutte come l'impegno per il disarmo sia il compito fondamentale cui l'umanita' intera e' chiamata. Solo il disarmo salva le vite; senza disarmo l'umanita' si estingue.

La quarta: estendere in tutto il mondo la pace, la democrazia e i diritti umani cosi' come sancito nei piu' importanti documenti delle Nazioni Unite.

La quinta: fermare la distruzione della biosfera, ed iniziarne subito il risanamento, con un impegno fatto insieme di scelte di vita personali e di decisioni politiche cogenti non piu' rinviabili.

La sesta: condividere il bene ed i beni. Nella condivisione del bene e dei beni e' la chiave di volta dell'edificio della civilta', e' il cuore pulsante della convivenza, e' il nucleo dell'umano consistere.

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6. Il signor Quidam. "Corpo di Bacco, ma questo e' un programma ecologista", dira' il signor Quidam. Si', e' un programma politico ecologista, consapevole che l'umanita' ha dei doveri nei confronti della natura, degli altri esseri viventi, di tutto cio' che vive e la cui vita ha quindi ipso facto un significato e un valore, dell'intero mondo vivente, di cui e' essa stessa parte.

"Perdindirindina, ma questo e' un programma femminista", dira' il signor Quidam.

Si', e' un programma politico femminista, il movimento di liberazione delle donne essendo la corrente calda e l'esperienza storica decisiva della liberazione e della conservazione dell'umanita' e dell'intero mondo vivente; il maschilismo essendo la prima radice e il primo paradigma di tutte le violenze e le devastazioni.

"Per tutti i numi, ma questo e' un programma socialista e libertario, comunista e anarchico", dira' il signor Quidam. Si', e' un programma politico socialista, sollecito del bene comune di tutti gli esseri umani, sollecito della liberazione dell'umanita' intera da ogni menzogna e da ogni oppressione.

"Oh cospetto, ma questo e' un programma tolstoiano, gandhiano, nonviolento", dira' il signor Quidam. Si', e' un programma politico nonviolento, perche' se l'umanita' non si decidera' a contrastare e sconfiggere la violenza, la violenza distruggera' l'umanita'.

Salvare le vite e' il primo dovere.

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7. Parlano le vittime

Ecco, le vittime della strage del 3 ottobre 2013 ci parlano. Ci esortano. Ci convocano alle nostre responsabilita', ai nostri doveri verso l'umanita'.

E con loro ci parlano, ci esortano, ci convocano tutte le vittime di tutte le violenze.

E ci dicono quello che ci dicevano la Rosa Rossa e la Rosa Bianca: di opporci alle guerre, di opporci alle dittature, di opporci alle stragi, di difendere la liberta', la dignita', i diritti e la vita di ogni essere umano.

E ci dicono quello che ci dicevano Virginia Woolf e Simone Weil: di costruire la pace contrastando il maschilismo, il militarismo, le gerarchie che negano l'altrui umanita' e schiavizzano le persone; di esercitare la virtu' dell'attenzione e tutti gli ineludibili doveri verso l'umanita' oppressa e sofferente.

E ci dicono quello che ci dicevano Primo Levi e Hannah Arendt: di contrastare il fascismo che torna, di sentire sempre la responsabilita' per l'altrui vita, di opporci al male radicale e alla banalita' del male.

E ci chiedono quindi di fare la scelta necessaria, di prendere la decisione urgente e impegnativa; e questa scelta, questa decisione, e' la nonviolenza.

La nonviolenza, che e' la lotta nitida e intransigente contro tutte le violenze e le oppressioni.

La nonviolenza, che riconosce e difende e sostiene ogni essere umano e l'intero mondo vivente.

La nonviolenza, che invera il primo dovere di ogni persona: il dovere di opporsi al male senza mai reduplicarlo; il dovere di fare il bene nella coerenza tra mezzi e fini; il dovere di soccorrere, accogliere e assistere ogni persona bisognosa di aiuto. Quel dovere il cui adempimento invera il diritto di ogni persona alla vita, all'aiuto, alla condivisione del bene.

La nonviolenza, che e' "la forza della verita'" (satyagraha) di Gandhi, l'"essere il cuore pensante della baracca" di Etty Hillesum, "la forza dell'amore" di King, il "rispetto per la vita" di Schweitzer, la "vittoria al mondo" di Vinoba, il "potere di tutti" e la "compresenza" di Capitini, la maieutica e il palpitare di nessi di Dolci, la biofilia di Fromm, la convivialita' di Ivan Illich e di Alexander Langer, l'azione terapeutica e liberatrice di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia, l'etica della resistenza di Nelson Mandela e di Germaine Tillion, la testimonianza di Marianella Garcia e di Berta Caceres, di Maria Zambrano e di Rosanna Benzi, di Laura Conti e di Ginetta Sagan, di Ada Gobetti e di Luce D'Eramo, di Emma Thomas e di Hedi Vaccaro; il pensiero e l'azione di Luce Fabbri per realizzare una societa' senza oppressione.

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8. E ripetendolo una volta ancora

E ripetendolo una volta ancora, ancora una volta diciamo quali provvedimenti urgentissimi qui ed oggi occorrono per far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo, per far tornare l'Italia un paese civile, uno stato di diritto, una democrazia fedele alla Costituzione, alla civilta', all'umanita'.

- abrogare immediatamente tutte le misure razziste e persecutorie imposte dal governo razzista recentemente caduto (ma anche le altre imposte dai governi precedenti che hanno aperto la strada all'inabissamento nella brutalita' di quest'ultimo anno);

- ripristinare l'adempimento del dovere di soccorrere chi e' in pericolo;

- che siano processati nei tribunali della Repubblica i responsabili di crimini contro l'umanita' e di attentato contro la Costituzione;

- ripristinare la legalita' costituzionale che il governo della disumanita' da poco caduto ha impunemente infranto per oltre un anno;

- riconoscere il diritto di voto e tutti gli altri diritti sociali, civili e politici a tutte le persone che vivono in Italia, facendo cessare l'effettuale regime di apartheid di cui sono vittima milioni di nostri effettivi conterranei;

- far cessare la strage nel Mediterraneo, riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro.

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9. In questa giornata, tutti i giorni. Questi pensieri suscitati dal ricordo delle vittime della strage del 3 ottobre 2013, sono i pensieri che dovremmo pensare ogni giorno. Queste parole suscitate dal ricordo delle vittime della strage del 3 ottobre 2013, sono le parole che dovremmo dire ogni giorno.

Ed ogni giorno dobbiamo impegnarci per far cessare questa mostruosa strage che ogni giorno continua. Salvare le vite e' il primo dovere. Sii tu l'umanita' come dovrebbe essere.

Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo/de.it.press

 

 

 

Il Presidente Sergio Mattarella al Presidente della Repubblica Federale di Germania Frank-Walter Steinmeier

 

ROMA - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto rivolgere al Presidente della Repubblica Federale di Germania, Frank-Walter Steinmeier, gli auguri per la ricorrenza della Festa Nazionale tedesca e per l’approssimarsi del 30° Anniversario della caduta del muro di Berlino.

“Quel grande evento storico che è stata la riunificazione della Germania ha consentito al nostro continente di avanzare con passo più spedito verso l’approfondimento del processo di integrazione. in tale contesto, la collaborazione fra i nostri paesi potrà facilitare l’adozione di misure politiche ed economiche in grado di sostenere la crescita e di elevare il profilo dell’Europa unita in tutti gli scacchieri di rilevanza globale”.  “Le numerose occasioni d’incontro e di scambio che abbiamo avuto quest’anno, culminate solo pochi giorni orsono nella sua graditissima visita di Stato - ha aggiunto Mattarella -, hanno confermato e rinnovato l’intensità del dialogo tra Germania e Italia, nel segno di un rapporto caratterizzato da vitalità e ampiezza davvero eccezionali, grazie anche al contributo delle rispettive società civili”. dip

 

 

 

 

Halle, assalto in sinagoga: chi è «Anon», il killer in divisa neonazista

 

Stephan Balliet ha agito da solo, la diretta è un manifesto delirante. Ma non è un cane sciolto, nell’insostenibile Est dove ribolle il razzismo - di Marco Imarisio

 

Halle. Alle 18 la Humboldtstrasse è riaperta al traffico ma in strada non c’è nessuno. Le uniche luci sono i lampeggianti della Polizia che circondano la sinagoga e duecento metri più in là, il ristorante kebab dove è stata uccisa un’altra persona. Sarebbe il centro della città più giovane della Sassonia-Anhal, e questa sarebbe la zona degli aperitivi, ma adesso è possibile sentire il rumore dei propri passi.

Stephan Balliet ha ucciso, ma ha fallito. La sua intenzione dichiarata era quella di fare una strage. Non è che si sappia ancora molto di lui. Ha 27 anni, è nato e cresciuto in questa regione, pare frequentasse una palestra vicina ad ambienti della destra che più estrema non si può, è un neonazista dichiarato, convinto che gli ebrei siano la causa di tutti i mali. Aveva scelto il giorno giusto per ucciderne più che poteva, e un bersaglio decentrato per sperare di farcela. la comunità ebraica di Halle non è molto numerosa, al massimo 600 persone, molto più piccola di quelle delle vicine Dresda e Lipsia. La sua sinagoga, che quasi sembra schiacciata tra il lungo viale che le scorre davanti e dietro i palazzi multipiano che si affacciano sulla stazione, è accanto al cimitero. Sul portone chiaro si intravedono due grosse macchie nere. Gli agenti spiegano che sono le tracce lasciate dalle due granate lanciate dall’aspirante stragista.

Poteva succedere ancora, forse ovunque. E lo sapevano tutti. Ma nessuno si stupisce del fatto che l’attacco più brutale degli ultimi anni sia avvenuto qui. Nei giorni scorsi, le autorità avevano avvisato le comunità ebraiche della regione, avvisandole del rischio di possibili attentati. Non era solo una semplice precauzione per l’imminente Yom Kippur, ma una conseguenza dell’aria che tira in questa terra, la Sassonia, che da sempre, fin dal giorno della riunificazione, rappresenta un problema irrisolto, come può esserlo una pentola in continua ebollizione con dentro razzismo, frustrazione, problemi identitari. Il «Wir schaffen das» il celebre «ce la facciamo» lanciato da Angela Merkel quando nel settembre del 2015 decise di aprire i confini ai profughi siriani, da queste parti non ha mai attecchito. Anzi, ha prodotto una reazione contraria senza uguali in Europa.

L’insostenibile Est, così lo chiamano i sociologi tedeschi. Come se il fiume Elba fosse davvero uno spartiacque. Da una parte la «vecchia» Germania, dall’altra una mancata integrazione, che non si traduce solo in Ostalgie, il rimpianto per la vecchia Ddr, ma anche in una rabbia razzista e xenofoba. Tra il 1991 e il 2018 la Sassonia-Anhalt ha subito un crollo demografico del 20 per cento. «Una situazione demografica senza uguali in Europa», si legge in un rapporto del ministero dell’Economia.

Se ne vanno tutti. E chi resta si incattivisce, soprattutto i giovani. Dal 2004 al 2014 questo è stato l’unico Land a portare in Parlamento esponenti dell’estrema destra, a votare formazioni neonaziste portandole fino al 4 per cento. Una tendenza che non sembra fermarsi. Nelle elezioni regionali del 2016 l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) ha ottenuto il 24%.

Dresda, distante 115 chilometri da Halle e dalla sua sinagoga, ospita la sede centrale di Pegida, il movimento di ispirazione nazista che si batte contro l’islamizzazione dell’Occidente.

Il video di Balliet è firmato Anon, che significa futuro ed è l’acronimo di anonymous. Uno come tanti. Uno convinto che l’Olocausto non sia mai avvenuto, che il femminismo e l’immigrazione di massa stanno causando problemi al mondo, e che alla radice di questi problemi ci siano gli ebrei. Questo il senso del suo videomessaggio, registrato mentre guida e intanto prepara le armi, al ritmo di Mask off, un brano del rapper americano Future.

Ha agito da solo, ma non è un cane sciolto, come non può esserlo un neonazista di Halle, una città dove due sabati al mese gli estremisti di destra mettono in scena cortei improvvisati, senza striscioni o cori, piccoli gruppi di un centinaio di persone che marciano sulla Humboldtstrasse, il viale della sinagoga, come una tacita minaccia, per ricordare agli ebrei la loro esistenza, per far sapere loro che qui non sono graditi.

«Viviamo in un clima di intimidazione costante» racconta Aliza, una donna di mezza età che si trovava nella sinagoga al momento dell’attentato, e ha trascorso le ore seguenti preparando thè caldo ai poliziotti di guardia davanti all’ingresso. «Non è facile leggere ogni giorno sul giornale che sei un bersaglio, che c’è in giro qualche matto che vuole farti del male. Siamo tollerati, ma non siamo graditi, questo è chiaro. Non è facile essere ebrei in questa regione».

La prova di quel che afferma, sostiene Aliza, è lei stessa. Racconta che dal 2010 al 2015 lavorava a mezza giornata come guida della sinagoga e del cimitero. Poi ha smesso. Non c’era più bisogno di lei. Non c’erano clienti. «Neanche prima, ad essere sincera». Attenti all’Est della Germania. Attenti a parlare di lupi solitari. CdS 10

 

 

 

 

 

Germania, vietato distrarsi

 

L’odio anti-ebraico non è mai stato sottovalutato. L’impressione, piuttosto, è che siano state affrontate con meno determinazione del necessario le persone sospette, le cellule neonaziste emerse o sommerse, le interazioni micidiali tra questi gruppi e il mondo più «normale» dell’estrema destra

 

L’allarme è risuonato spesso, magari in sordina. Ora, invece, le urla venute

dai fedeli asserragliati dietro le porte sbarrate della sinagoga di Halle nel giorno dello Yom Kippur rimbombano con il frastuono di un terremoto anche nelle orecchie più lontane.Germania in autunno, Germania che si interroga ancora sulle sue malattie, ben sapendo – naturalmente – che il virus non ha confini e non ha solo passaporto tedesco.

 

Va detto che le istituzioni hanno fatto il loro dovere, in un Paese dove la memoria è stata sempre un monito. Rendiamone atto alla cancelliera Angela Merkel, al suo rappresentante speciale per la lotta all’antisemitismo, il diplomatico Felix Klein, agli uomini e alle donne che insegnano a non dimenticare. Ma è anche vero che le ombre oscure annidate nella società sono state spesso scambiate per qualcosa destinato a non materializzarsi, come generalmente fanno le ombre. In questo caso è accaduto il contrario. Hanno anzi impugnato le armi.

Bisogna riconoscere inoltre che in Germania non è stato mai sottovalutato l’odio anti-ebraico. L’impressione, piuttosto, è che siano state affrontate con meno determinazione del necessario le persone sospette, le cellule neonaziste emerse o sommerse, le interazioni micidiali tra questi gruppi e il mondo più «normale» dell’estrema destra. Si è sorvolato sulle complicità che sono affiorate nei servizi di sicurezza e nelle forze dell’ordine. Certo, sgominare non è facile. Ma gli atti di antisemitismo in aumento e il crescere sul web dei sentimenti ostili agli ebrei avrebbero richiesto una discesa nell’inferno più massiccia nel tentativo di bonificarlo. Un’altra cosa da non rimuovere è la battaglia che è stata combattuta contro il negazionismo. Su questo non sono mai stati fatti sconti.

Resta il dubbio che la guardia sia stata troppo debole, invece, contro la revisione aggressivo-nazionalistica del passato, che finisce per diventare una giustificazione «alta» ad una visione distorta della realtà. Non è questione di proibire le idee. Si tratta di evitare che la violenza possa trovare il modo di alimentarsi. Paolo Lepri CdS 9

 

 

 

 

Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse (16-20 ottobre 2019)

 

Francoforte - Si consolida la presenza dell’editoria italiana alla Buchmesse, la principale manifestazione del settore a livello internazionale, in programma a Francoforte dal 16 al 20 ottobre.

Saranno 252 gli editori e agenti letterari italiani presenti. Lo Spazio Italia, stand collettivo italiano, riunirà 134 editori in oltre 500 metri quadrati di spazio espositivo e sarà la vetrina tricolore alla 71ma edizione del più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti editoriali e per la promozione della cultura e dell’editoria italiana all’estero.

Tra gli editori italiani presenti anche 4 aree regionali: Lazio, Piemonte, Sardegna e Veneto.

La Buchmesse attende complessivamente più di 7.300 espositori da oltre 102 paesi, con la Norvegia paese ospite d’onore e un’offerta di circa 4.000 eventi.

La tradizionale collettiva italiana - organizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE), dal Ministero dello Sviluppo Economico e ICE - Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane - si troverà nella Hall 5.0, stand C37 e C38.

All’interno dello stand italiano è stata realizzata un’area incontri di circa 40 metri quadrati grazie al supporto dell’Agenzia Nazionale del Turismo Enit in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura di Colonia e Berlino. In questo spazio si svolgeranno incontri dedicati al pubblico professionale e istituzionale dal mercoledì al venerdì, mentre sarà aperto al pubblico generico nel weekend in un’ottica di avvicinamento al 2023, quando l’Italia sarà l’ospite d’onore.

Sarà il sottosegretario al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo Anna Laura Orrico, accompagnata dal presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi, a inaugurare il padiglione italiano nella giornata di apertura, il 16 ottobre, alle 10.30, insieme a tutti gli editori italiani presenti. Seguirà alle 11.30 la presentazione alla stampa dei dati del Rapporto sullo stato dell’editoria italiana 2019.

"La Fiera del Libro di Francoforte è divenuta per noi negli ultimi anni sempre più importante anche in vista della partecipazione dell'Italia nel 2023 quale Paese Ospite d'Onore alla Fiera. In quella occasione l'editoria nazionale potrà essere protagonista di primo piano per un anno intero sulla scena tedesca e mostrarsi al meglio sul piano internazionale. Per questo motivo, negli ultimi anni stiamo incrementando sempre di più la nostra partecipazione alla Fiera, con il sostegno sia dell'Ambasciata d'Italia, del Consolato Generale d'Italia di Francoforte che dell'Istituto di Cultura di Berlino, ma anche con l'apporto di fondi straordinari che provengono dal nostro Ministero degli Affari Esteri". A presentare il programma della partecipazione italiana alla Buchmesse 2019 è la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, Maria Mazza, in un intervento pubblicato dalla rivista Clic Donne, diretta a Francoforte da Marcella Continanza. Riportiamo di seguito l’articolo, a cura di Valeria Marzoli.

"Siamo presenti alla Fiera anche quest'anno con uno stand che offre una visione d'insieme sulle traduzioni in tedesco realizzate nell'ultimo anno dalle case editrici dell'area tedesca nel padiglione internazionale del Weltempfang. Ma siamo anche presenti nel padiglione dell'editoria italiana dove l'Agenzia ENIT ha messo a nostra disposizione uno spazio per l'incontro con gli autori, gli editori, i protagonisti che girano intorno al mondo dell'editoria italiana, la cosiddetta Piazza Italia.

Avremo quindi ospiti importanti, da Gianrico Carofiglio, che presenterà il suo libro Le tre del mattino, a Stefano Benni, che ci parlerà del suo ultimo volume Prendiluna, da Andrea Molesini (Dove un'ombra sconsolata mi cerca) e Giosuè Calaciura (Borgo vecchio) a Nicola H. Cosentino (Vita e morte delle aragoste), ma anche illustratori di libri per ragazzi come Barbara Jelenkovich.

Con gli scrittori Calaciura e Molesini avremo l'occasione di ripercorrere anche i 50 anni della casa editrice Sellerio, negli ultimi decenni divenuta molto importante anche grazie al successo dei libri del grande scrittore, recentemente scomparso, Andrea Camilleri.

Particolare importanza abbiamo dato quest'anno agli incontri con i protagonisti dell'editoria italiana: dal direttore del Salone del Libro di Torino Nicola Lagioia, che ci racconterà il segreto del successo della maggiore fiera editoriale italiana, a Renata Colorni, straordinaria figura della cultura italiana impegnata dal 1995 con Arnoldo Mondadori per cui dirige I Meridiani, collana di cui ricorrono quest'anno 50 anni. Saranno nostri ospiti presso Piazza Italia nel Settore editoria italiana della Fiera anche i rappresentanti della casa editrice e/o, Sandra Ozzola e Sandro Ferri, che hanno registrato negli ultimi anni uno straordinario successo anche grazie ai libri bestseller di Elena Ferrante.

Le giornate della Fiera offriranno anche un'occasione importante per presentare un progetto editoriale presentato ultimamente alla Triennale di Milano: La nazione delle piante del neurobiologo Stefano Mancuso.

Carlo Sgarzi, assistente curatore dell'omonima mostra alla Triennale, e la direttrice artistica della Triennale Lorenza Baroncelli, saranno nostri ospiti al Weltempfang della Fiera per illustrare i contenuti di Broken Nature, l'iniziativa che ha visto i maggiori designer, artisti, architetti ed intellettuali impegnati a Milano nel rispondere alla pressante domanda sul futuro della nostra terra: Come possono gli artisti contribuire con la loro azione a salvare il mondo? Il Weltempfang, il padiglione internazionale della Fiera, ha infatti quest'anno come tema l'Antropocene, ossia il periodo dello sviluppo della Terra dominato dall'Uomo, con i suoi devastanti effetti sull'equilibrio naturale. Sgarzi, collaboratore di Mancuso, farà il punto insieme alla filosofa francese Catherine Larrère e al pensatore spagnolo Manuel Arias Maldonado, nell'ambito di un evento organizzato da EUNIC Francoforte, sul problema dell'impatto dell'uomo sulla natura.

Piazza Italia sarà anche una vetrina per presentare le nostre Regioni: il Veneto celebrerà ad esempio i 50 anni della scomparsa di Giovanni Comisso, il Lazio presenterà la sua regione come terra di libri.

Moderatore di quasi tutti questi incontri sarà il prof. Luigi Reitani, già direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino, germanista e profondo conoscitore delle realtà editoriali italiana e tedesca, che ha ideato il programma e che con la sua competenza arricchirà la nostra presenza alla Fiera di Francoforte.

Tengo a precisare che abbiamo creato, d'intesa con il Consolato Generale d'Italia di Francoforte, l'Ambasciata d'Italia e l'IIC di Berlino, che naturalmente sostengono tutte queste iniziative, un programma equilibrato di eventi che si svolgono sia all'interno della Fiera, sia all'esterno della stessa, e ciò per dar modo anche a chi non abbia la possibilità di recarsi in Fiera di poter comunque avere l'occasione di incontrare i nostri grandi autori la sera in sale cittadine, rigorosamente ad ingresso gratuito". (aise/dip)

 

 

 

“Benvenuti a Berlino”. Il prossimo incontro per i neoarrivati il 24 ottobre 2019, su fisco e tasse

 

Berlino - Prosegue a Berlino il ciclo di incontri destinato agli italiani arrivati da poco nella capitale tedesca ai nuovi arrivati, al fine di dare loro un pacchetto di informazioni essenziali sui primi passi da compiere per integrarsi all’interno del sistema tedesco, ma rivolti anche ai connazionali che già risiedono in città e vogliano approfondire alcuni temi di loro interesse.

Organizzato da Comites, Il Mitte - Quotidiano di Berlino per italofoni e dall’Ambasciata italiana, il quinto incontro si terrà il 24 ottobre in Ambasciata, dalle 18 alle 20 e sarà dedicato al tema fisco e tasse.

La serata, moderata da Lucia Conti, direttore de Il Mitte, si aprirà con un breve intervento di saluto del nuovo Capo della Cancelleria Consolare, Paola Rosa. A seguire verranno fornite ai presenti una serie di informazioni generali sul tema Fisco e Tasse grazie alla disponibilità dell’Avvocato Simonetta Donà, Presidente del Comites. La serata sarà anche l’occasione per fornire ai partecipanti una serie di informazioni sul sistema di servizi consolari online Fast It.

Infine, spazio alle domande dei concittadini.

Il ciclo di incontri si concluderà il 12 dicembre con un focus su “Il sistema sanitario tedesco”.

Gli incontri "Benvenuti a Berlino", resi possibili grazie al contributo ministeriale della Direzione generale per gli italiani all’estero del MAECI, sono un punto di partenza sicuro per chiunque decida di intraprendere un nuovo percorso di vita a Berlino, capaci di fornire una base di orientamento informativo ed aiutare i nuovi arrivati (e non) a muoversi con maggiore conoscenza nella realtà tedesca.

La partecipazione all’incontro del 24 ottobre è gratuita, ma occorre registrarsi. Maggiori informazioni: www.comites-berlin.de, www.ilmitte.com, www.ambberlino.esteri.it.  dip

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

10.10.2019. "Il giorno della vergogna". Così si è espresso il presidente federale Frank-Walter Steinmeier in visita alla sinagoga di Halle, obiettivo dell’attacco antisemita del 27enne neonazista, Stephan Balliet. L'attentato conferma come il fenomeno dell'estremismo di destra sia stato decisamente sottovalutato in Germania. Ne parliamo con Oliviero Angeli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/halle-vergogna-100.html  

 

09.10.2019. Assalto a una sinagoga ad Halle

Due morti e due feriti gravissimi sono il bilancio di quattro sparatorie ad Halle e nella vicina Landsberg, in Sassonia-Anhalt. Obiettivo dell'attentato la comunità ebraica locale, la matrice sembra di estrema destra.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/halle-attentat-100.html

 

Parlamento (quasi) dimezzato. Approvata in via definitiva la riforma che taglia il numero di deputati e senatori. "Una riforma populista", secondo il costituzionalista Enzo Balboni, con cui analizziamo i prossimi passi. Scettica anche Angela Schirò, deputata del Pd eletta in Europa, che ci spiega perché durante la votazione si è astenuta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riforma-taglio-parlamentari-100.html

 

Diario di bordo della Ocean Viking. La reporter di COSMO, Nele Posthausen, è da qualche giorno sulla nave Ocean Viking in missione nel Mediterraneo alla ricerca di naufraghi. Le sue impressioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ocean-viking-100.html

 

08.10.2019. Sergio Sylvestre, il gigante del soul

Due metri e otto centrimetri d’altezza, un fisico da giocatore di football e una voce potente che porta Sergio Sylvestre ad Amici, e poi nel 2107 a Sanremo. Tiziana Caravante ha incontrato il cantante americano a Düsseldorf.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/sylvestre-100.html  

 

Vita da ridere. Il governo italiano trova un’intesa per garantire maggiori tutele ai rider, ma i sindacati non sono soddisfatti. Michele De Rose, sindacalista di Filt-Cgil ci spiega perché. A Berlino invece Stefano Lombardo, rider per passione e fondatore di una start up, ci racconta perché ha scelto questo mestiere.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rider-104.html

 

07.10.2019. Il sigillo di qualità del made in Italy. Avviata una certificazione che garantisce la genuinità dei ristorani italiani all'estero. Di cosa si tratta? Ce ne parla Fabrizio Capaccioli di Asacert, ente di certificazione aziendale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/sigillo-ristoranti-italiani-estero-100.html  

 

L'inchiesta sul trafficante libico. La ricostruzione del giornalista Nello Scavo svela la presenza di un noto e sanguinoso trafficante di uomini libico, a un incontro ufficiale con le istituzioni italiane. Quale ruolo ha avuto "Bija" nell'accordo che l'Italia strinse con la Libia per arginare i flussi migratori?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bija-inchiesta-trafficante-uomini-100.html

 

04.10.2019. La stretta americana sul made in Italy

Parmigiano e Grana Padano sotto scacco. I dazi americani faranno impennare i loro prezzi, e quelli di altri prodotti. Ma cosa si nasconde dietro la strategia di Trump? E quali rischi corre realmente l'esportazione italiana? Ne parliamo con Carlo Andrea Finotto, del Sole 24 Ore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/stretta-americana-made-in-Italy-100.html

 

"Così allegre senza nessun motivo". Una storia dedicata al mondo femminile, in cui sei donne di origini italiane a Parigi, decidono di incontrarsi per parlare di libri scritti da donne. Un romanzo su tutto quello che del mondo femminile non viene mai raccontato. Rossana Campo ne parla con Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/rossana-campo-cosi-allegre-senza-nessun-motivo-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti:  https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-414.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

02.10.2019. Vinci un viaggio con COSMO - Grenzgänger!

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, COSMO lancia un concorso per regalare ad alcuni ascoltatori un viaggio in una terra di confine, dove ancora oggi la vita quotidiana è segnata da un muro. Scopri qui come fare per partecipare e, con un po' di fortuna, vincere un viaggio unico.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/cosmo-grenzgaenger-italienisch-100.html

 

Il muro salariale, A trent’anni dalla riunificazione tedesca la Germania resta ancora divisa, soprattutto dal punto di vista economico. A confermarlo sono i risultati di uno studio: stessa qualifica, stesse mansioni, ma a Est i lavoratori guadagnano meno.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/divario-salari-est-ovest-germania-100.html

 

Impronte italiane a Colonia. C‘è un angolo nel cuore della città sul Reno dove tre stagioni della vita si incontrano: è il parco Antonio Pizzulli. Uno spazio dove bambini, giovani e anziani convivono in un progetto sociale di armonia. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/parco-antonio-pizzulli-100.html

 

01.10.2019. Il Dieselgate in tribunale. Si è aperto il processo che vede oltre 440.000 consumatori tedeschi contro il colosso automobilistico Volkswagen. Ma quanto è probabile un risarcimento? Cristina Giordano fa il punto sul caso.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vw-class-action-germania-100.html

 

La Bibbia non l'ha detto. Alcune certezze dell'immaginario collettivo non corrispondono affatto al testo biblico originale. A queste "fake news" d'altri tempi Simone Paganini, teologo ad Aquisgrana, ha dedicato un libro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/fake-news-bibbia-100.html

 

30.09.2019. La vittoria di Kurz. Le elezioni austriache regalano a Kurz una chiara vittoria. Ma quali sono le ragioni che hanno portato l'Övp a questo successo? E quali ripercussioni hanno avuto i recenti scandali? Ne parliamo con Gerhard Mumelter, corrispondente dall’Italia per il quotidiano austriaco Der Standard.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-austria-100.html

 

 27.09.2019. Lucano: vi racconto il mio rientro a Riace

L'ex sindaco del paese calabrese, ospite nei nostri studi, ci racconta la sua storia: gli effetti della vicenda giudiziaria e il modello sociale da lui ideato e ormai riconosciuto in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mimmo-lucano-ex-sindaco-riace-100.html  

 

Quanto sono sicuri i medicinali?

Una donna incinta a Colonia perde la vita dopo aver utilizzato un medicinale. Caso che si aggiunge al ritiro dei farmaci contenenti ranitidina. Ne parliamo con Silvio Garattini, presidente dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sicuri-medicinali-nelle-farmacie-100.html

 

Berlino fa rima con vino. Nata e cresciuta a Bardolino, Michela Marchiòri era praticamente destinata ad interessarsi di vino. Esperta di turismo enologico e sommelière diplomata, da aprile lavora in un Wine Bar berlinese.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/berlino-fa-rima-con-vino-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-410.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html RC/de.it.press

 

 

 

 

Berlino. Bandito il Premio “L’italiano dell’anno”. Segnalazioni ntro il 30 novembre

 

Berlino - Ricorre quest'anno la tredicesima edizione del Premio "Italiano dell'Anno" che, promosso dal Comites Berlino con il patrocinio dell'Istituto Italiano di Cultura e dell'Ambasciata Italiana a Berlino, dal 2006, ogni anno, premia due connazionali, una donna e un uomo, che, a qualsiasi titolo, abbiano contribuito in maniera significativa alla promozione ed alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione di Berlino.

I motivi per l'assegnazione del riconoscimento possono comprendere qualsiasi forma di operato che abbia promosso e valorizzato l'italianità, dal sociale all'artistico, dal culturale all'imprenditoriale, linguistico, sportivo, etc. Le personalità segnalate devono essere di nazionalità italiana, maggiori di 18 anni, e stabilmente operative nel territorio di Berlino e della sua circoscrizione, comprensiva anche di Brandeburgo, Sassonia, Alta-Sassonia e Turingia.

Chiunque può partecipare inviando una o più segnalazioni entro il 30 Novembre al Comites Berlino (Sybelstraße 39, 10629 Berlin) oppure via email all'indirizzo info@comites-berlin.de. Le segnalazioni dovranno essere comprensive di: nome della persona segnalata, un contatto, una breve biografia ed i motivi di merito.

Le nomine verranno raccolte dalla segreteria organizzativa che le farà pervenire al Comites Berlino, che a sua volta procederà, come da regolamento, all'assegnazione - ad unanimità - dei due premi entro la fine di dicembre.

La cerimonia di Premiazione si terrà nei primi mesi dell'anno prossimo.

Ai vincitori ogni anno vengono consegnate due opere diverse. Per sceglierle il Comites bandisce – da 5 anni – il concorso “Un’opera per l’Italiano dell’anno”.

Questo concorso creativo – che scade anch’esso il 30 novembre – è rivolto agli artisti italiani di arti visive (pittura, scultura, illustrazione e fotografia) abitanti nel territorio della Circoscrizione di Berlino (Berlino, Brandeburgo, Sassonia, Alta Sassonia, Turingia).

Le due opere vincitrici, che riceveranno ognuna un premio monetario di 500 euro, verranno a loro volta consegnate come premio ai due vincitori del Premio Comites “Italiano dell’anno 2019”. Info e bando di concorso “Un’opera per l’Italiano dell’anno” al sito www.comites-berlin.de. (Dip)

 

 

 

 

 

Stoccarda. "FamigliAmore. Workshops 2019-2020"

 

Stoccarda. Le ACLI Baden-Württemberg hanno il piacere d’invitare alla presentazione del progetto „FamigliAmore“ che si terrà martedi 22 ottobre alle ore 17.00 presso la Bischof-Moser-Haus - Wagnerstraße, 45, a Stoccarda

È il progetto delle ACLI B-W dedicato alle giovani famiglie - in particolare alle donne in gravidanza e/o con bambini piccoli - che si trovano in emigrazione e spesso non hanno una rete a cui affidarsi per domandare, chiarire, risolvere problematiche legate alla gravidanza, nascita del bambino, all’allevamento, alla crescita del bambino.

Il progetto si compone di diversi workshop sui temi sopra accennati.

I workshops si svolgeranno una volta al mese e saranno realizzati con l’aiuto di professionisti (psicologhe_i - osteriche) ed esperti proveniemti da competenti istituzioni come la Caritas, l’Elterseminar, la Croce Rossa tedesca.

È previsto un costante uso dei social-media tramite pagine Facebook e il profilo instagram dell'ideatrice del progetto - Valentina Linzalata – per permettere anche a chi è lontano di seguire nell’approfondimento delle varie tematiche

Le ACLI B-W invitano a questa serata inaugurale e si augurano di potervi salutare personalmente.

 È gradita una conferma della partecipazione, scrivono il Presidente Giuseppe Tabbi e l’ideatrice del progetto Valentina Linzalata. De.it.press

 

 

 

 

Il 17 ottobre evento sulla (nuova) migrazione e mobilità italiana a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Si terrà giovedì 17 ottobre il prossimo evento sulla (nuova) migrazione e mobilità italiana a Monaco di Baviera, in programma dalle ore 18.15 alle 21.30 presso la Ludwig-Maximilians-Universität!

Sulla base dei precedenti Newcomers Network Party, l’evento "Monaco Italiana – Newcomers Networking" unisce la ricerca scientifica su temi dell’emigrazione italiana con consigli pratici sull’inserimento in Germania e rappresenta un momento di incontro tra le diverse realtà esistenti e chi vive da poco in città.

L’evento è organizzato dalla Internationale Forschungsstelle für Mehrsprachigkeit della Ludwig-Maximilians-Universität München con il patrocinio e il sostegno economico del Comites (Comitato degli Italiani all’Estero) e del Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera.

La prima parte dell’incontro avrà un carattere scientifico grazie al contributo di Maddalena Tirabassi del Centro AltreItalie di Torino, che illustrerà il fenomeno delle nuove mobilità e del loro rapporto con l’emigrazione tradizionale. Nella seconda parte della serata avranno luogo diversi workshop della durata di 45 minuti su temi importanti della vita in Germania, tenuti da esperti nel settore: Sistema fiscale tedesco; Ricerca lavoro e CV; AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero); e Assicurazione sanitaria. Per la partecipazione ai workshop è gradita un’iscrizione tramite email al seguente indirizzo: newcomers.muenchen@daf.lmu.de, specificando il titolo del workshop.

Sono invitate a partecipare anche le associazioni interessate a offrire informazioni sulle proprie attività in Germania e/o a Monaco, che a partire dalle ore 17.00 potranno allestire un banchetto informativo presso il Lichthof dell’Università.

Per ulteriori informazioni sulla serata è possibile consultare il sito Internet http://www.newcomers.networking.gwi.uni-muenchen.de/ o rivolgersi all’indirizzo email newcomers.muenchen@daf.lmu.de. La partecipazione è gratuita. (dip)

 

 

 

 

 

 Musica Antica & InCoincidenza. Un incontro musicale italiano/tedesco straordinario e unico nel suo genere

 

A Fraconforte sul Meno, presso il Conservatorio del Dr. Hoch's Conservatory /Sala Clara Schumann (Sonnemannstr. 16), venerdì 8 novembre 2019, dalle ore 18.00  alle 21.00, avrà luogo un incontro italo-tedesco musicale straordinario e unico nel suo genere

L'associazione italiana "Italiener in Frankfurt und Umgebung" è lieta di annunciare che per la prima volta docenti e studenti del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio del Dr. Hoch's si esibiranno insieme

al gruppo musicale InCoincidenza per un vivace e straordinario concerto italo-tedesco. Presentano diversi stili del Medioevo, del Rinascimento e del Barocco, con strumenti a fiato e strumenti storici come il violino e la viola barocca, il violoncello barocco, la viola da gamba, il liuto e il canto. La "Brunnen und Kerbegesellschaft Sachsenhausen 1953" arricchirà il concerto con i suoi abiti storici dell'epoca Biedermeier, nonché con danze di varie epoche.  

Gli ospiti sono cordialmente invitati a partecipare al concerto con abiti di epoche diverse.

In collaborazione: L'Ensemble i n C o i n c i d e n za suona le musiche tradizionali del Sud Italia provenienti da Puglia, Calabria, Napoli e Sicilia.

Antonella Sergi - Canto / Christoph Seehase - Arciliuto,

Chitarra barocca / Yoshio Takayanagi - Chitarra barocca, Chitarrone /

Jane Lazarovic - Violone /Stefani Schleyer - Flauto, Percussione

Qualche anno fa, musicisti provenienti da una grande varietà di background culturali si sono incontrati nella metropoli culturale di Francoforte: dalla Puglia, dalla Florida, dal Giappone e dalla Germania. Suonano musica popolare del Sud Italia degli ultimi 4 secoli, cantano canzoni in vari dialetti del Sud Italia e costruiscono ponti tra la meravigliosa e ricca cultura musicale del Sud Italia e il nostro presente. La composizione musicale delle canzoni, che la cantante Antonella Sergi ha imparato in parte dalla nonna, unisce e fa crescere insieme tutte le diverse coniazioni musicali.

Evento organizzato nel ambito dell'IKW, Settimana interculturali Francoforte 2019 in collaborazione con il Dipartimento di Musica Antica dei Conservatori del Dr. Hoch's Konservatoriums, Musikgruppe/Gruppo musicale „InCoincidenza“, Brunnen und Kerbegesellschaft Sachsenhausen 1953 e.V.,  Historischer Tanzkreis Schwalbach am Taunus, Veranstalter/Organizzatori: Italiani a Francoforte e dintorno/Italiener in Frankfurt und Umgebung IFD ee.V. www.italianiafrancoforte.com & FB. Per ulteriori informazioni:

https://www.vielfalt-bewegt-frankfurt.de/de/veranstaltungen/italienisch-deutsches-konzert-musica-antica-incoincidenza,

https://www.dr-hochs.de/de/content/musica-antica-incoincidenza-eine-aussergewoehnlich-einzigartige-italienisch-musikalische. (de.it.press)

 

 

 

 

All’Anuga di Colonia (5-9 ottobre 2019) desk per tutelare il Made in Italy

 

Colonia. Individuati 10 prodotti “sleali”, per i quali è stata disposta la rimozione dagli scaffali degli stand espositivi in fiera da parte delle autorità giudiziarie: questi i primi risultati del desk contro l'Italian Sounding "Authentic Italian check point" alla fiera Anuga di Colonia, la più grande del mondo dedicata al food&beverage, tenuta dal 5 al 9 ottobre a Colonia.

Istituito all'interno del padiglione ICE, il desk è stato voluto da Federalimentare, in collaborazione con gli avvocati dell'Associazione Italian Sounding (di cui fanno parte, tra gli altri, Confagricoltura, la Camera di Commercio Italo Tedesca di Monaco e Stoccarda e quella italiana per la Germania di Francoforte), per smascherare i casi di prodotti stranieri che, con una comunicazione sleale, millantano una presunta italianità senza avere nulla a che vedere col nostro Paese, imitando l’autentico made in Italy e sottraendo importanti quote di mercato alle nostre eccellenze alimentari.

L'Italian Sounding nel mondo costituisce una delle principali cause della ridotta incidenza dell’export agroalimentare italiano sul fatturato, arrivando a un giro d'affari di circa 90 miliardi di euro.

Il desk gratuito di ascolto, consulenza legale e intervento contro l’Italian Sounding di Federalimentare ha individuato una serie di prodotti falsamente italiani, tra cui pasta di tutti i formati con il packaging del tricolore e prodotti da forno con nomi che rievocano la nostra nazione.

"Il desk contro l'Italian Sounding", ha detto il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, "è uno strumento utile perché, nell'ambito di una fiera tanto importante, è un esempio di come difendere il nostro made in Italy. È chiaro che se tutti ci imitano è perché siamo i più bravi a produrre eccellenze e per questo è giusto anche difenderle. Possiamo farlo, come in questo caso, attraverso l’intervento dell’Autorità giudiziaria in applicazione di precise disposizioni legislative, ma anche esportando in tutto il mondo il nostro cibo attraverso accordi bilaterali che prevedano clausole ad hoc contro questo odioso fenomeno: dove arriva il vero made in Italy, l'Italian Sounding ha vita breve".

 

L’edizione 2019 per Anuga significa festeggiare il traguardo dei 100 anni di storia, avendo esordito a Stoccarda nel 1919. Anche Parma Alimentare può vantare numeri record per quest’anno, perché sono state18 le aziende che hanno preso parte all’esposizione. Rispetto al 1919, quando gli espositori erano esclusivamente tedeschi e l’evento era annuale e itinerante, la manifestazione si è evoluta profondamente: nel 1951 si optò per la cadenza biennale dell’evento e per la sede di Colonia. Quell’anno gli espositori furono 1200, e arrivarono da 34 Paesi; mentre l’ultima edizione della fiera, nel 2017, ha visto invece 7400 espositori e ha richiamato 165.000 visitatori professionali.

La missione business di Parma Alimentare in Germania era composta da 18 aziende, quali Agugiaro & Figna Molini, Cooperativa Casearia Agrinascente, Azienda Agricola Coppini Arte Olearia, Caseificio Gennari Sergio & Figli, Devodier Prosciutti, F.lli Galloni, Gualerzi, La Fattoria di Parma, La Felinese Salumi, Oleificio Speroni, Pomodoro 43044, Rizzoli Emanuelli, Rodolfi Mansueto, Ruliano, San Nicola Prosciuttificio del Sole, Zarotti, Zuarina e Zuccato F.lli.

La massiccia presenza parmense si deve al fatto che Anuga “è una manifestazione trade di rilievo veramente internazionale - ha spiegato Alessandra Foppiano, Executive Manager di Parma Alimentare -. Il 74% dei visitatori è straniero. Più precisamente, 72.500 provengono da Paesi europei diversi dalla Germania e 49.500 dall’area extra UE. Se incrociamo la lista dei primi 10 Paesi di destinazione dell’export alimentare parmense e la top 10 dei Paesi di provenienza dei visitatori di Anuga, le aree di sovrapposizione sono notevoli: ben sei, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna e Belgio, a cui va aggiunta naturalmente la Germania. Numeri e Paesi a parte - ha continuato Foppiano -, rilevante è anche la composizione del pubblico di Anuga. A Colonia convergono i più importanti buyer della distribuzione organizzata (36,3%), del food service e del mercato dei consumi extradomestici (21,1%) e dell’industria alimentare (13,2%). Ad Anuga ci sono quindi tutte le condizioni ideali per siglare nuove alleanze di business. Non a caso è una manifestazione particolarmente apprezzata dagli italiani, che sono il primo espositore, rappresentati da oltre 1.000 aziende”.

Oltre che da numeri importanti, la spedizione di Parma Alimentare a Colonia è stata caratterizzata dalla varietà delle filiere rappresentate. Si spazia dal Parmigiano Reggiano DOP al Prosciutto di Parma DOP, dalle conserve ittiche ad altri salumi tipici come Coppa di Parma IGP e Salame Felino IGP, dalle conserve di pomodoro ad altre conserve vegetali, dalle farine all’olio extravergine di oliva. “Anche se il core business delle 18 aziende al nostro fianco ad Anuga è diverso, ci sono vari fattori che le accomunano - ha affermato ancora l’Executive Manager di Parma Alimentare -. Penso al posizionamento premium, all’innovazione di prodotto e all’elevato contenuto di servizio. Senza dimenticare il forte legame identitario con il territorio della Food Valley: un elemento che ci può aiutare a valorizzare la vocazione turistica di Parma, prima realtà in Italia a potersi fregiare dello status di UNESCO Creative City of Gastronomy”.

All’appuntamento con Anuga, il sistema alimentare parmense si è presentato in buona salute. Nel 2018, considerando i primi 10 Paesi di destinazione, l’export ha raggiunto quota 1,49 miliardi di euro. Da sottolineare il fatto che la Germania, con 270,5 milioni di euro (una quota pari al 18,1% del totale), sia risultato nel 2018 il principale partner commerciale di Parma, superando la Francia, per quanto riguarda il mondo Food & Beverage.

Ma Anuga è anche “un osservatorio privilegiato per guardare all’evoluzione del mondo food & beverage - ha specificato Foppiano -. Oggetto di particolare attenzione sono stati gli alimenti “free from”, che nel 2018 hanno inciso per il 23% dei nuovi lanci di prodotto, i cibi certificati Halal e Kosher, rispettosi rispettivamente delle regole alimentari islamiche e dei dettami della religione ebraica, e i cosiddetti superfood, che coniugano proprietà nutrizionali e benessere, cresciuti del 12% annuo tra il 2014 e il 2018”.

Con l’obiettivo di evidenziare il legame con il territorio e di fare cultura di prodotto, per tutta la durata di Anuga, Parma Alimentare ha organizzato nel suo spazio degustazioni di prodotto e showcooking. L’attività è stata gestita da Parma Quality Restaurants, il Consorzio espressione della migliore cucina ducale. A cucinare sono stati gli chef Enrico Bergonzi del Ristorante Al Vedel; Filippo Cavalli dell’Osteria dei Mascalzoni; Francesco Dall'Argine, dell’Antica Hostaria Tre Ville; e Roberto Paoletti.  (Aise/Dip 10)

 

 

 

 

 

Perchè non ho votato sì al taglio dei parlamentari

 

Non mi sono sentita di votare favorevolmente la legge costituzionale che riduce di un terzo il numero dei parlamentari, compresi quelli eletti nella circoscrizione Estero. Per lealtà verso gli elettori all’estero e verso i circoli del Partito Democratico sui territori, con i quali ho condiviso questa scelta, e per coerenza con le dichiarazioni che in merito avevo già fatto nel precedente passaggio alla Camera.

 

Con il mio voto di astensione, non ho potuto fare a meno di distinguermi per la prima volta da quando sono deputata e non senza disagio, dal mio gruppo – il PD – che ha contribuito a vararla dopo gli accordi di governo e dopo avere avuto le garanzie che richiedeva di altri provvedimenti di salvaguardia della rappresentatività democratica.

 

La ragione che mi ha spinto a operare in questo senso è che il taglio lineare dei parlamentari aggrava pesantemente uno squilibrio di rappresentatività della circoscrizione Estero. Uno squilibrio già esistente al momento della sua costituzione e della sua organizzazione normativa.

 

I dati di fatto, purtroppo, sono incontrovertibili. Il corpo elettorale degli iscritti all’AIRE, da quando si vota per la circoscrizione Estero, è cresciuto del 56%. Dopo questa riforma, invece, per eleggere un deputato in Italia ci vorranno poco più di 150.000 cittadini elettori, mentre per eleggerlo all’estero ce ne vorranno 688.000. Per eleggere un senatore in Italia ci vorranno 302.000 elettori, all’estero ce ne vorranno 1.375.000.  

 

Non ho accettato, né potrò mai farlo, che siano fatte discriminazioni sul piano dei diritti di cittadinanza, distinguendo i cittadini sulla base della loro residenza, un criterio che non esiste in nessuna parte della Costituzione. Sono in Parlamento perché ho assunto di fronte ai miei elettori e, più in generale, al mio mondo di provenienza, un impegno preciso: difendere i diritti dei cittadini italiani all’estero che - lo ricordo ancora una volta - sono cittadini di pieno diritto, a tutti gli effetti.

 

Non si tratta di una presa di posizione corporativa, ma di un orientamento giusto e anche utile per il Paese. Mentre l’emigrazione è ripresa seriamente e gli italiani regolarmente residenti all’estero stanno toccando i sei milioni, con questo provvedimento noi rischiamo di inviare un messaggio negativo, scoraggiante, proprio quando per il nostro Sistema Paese aumenta il bisogno di internazionalizzazione e di una forte proiezione a livello globale.

 

Per questo, nella mia dichiarazione di voto alla Camera ho detto a tutti, parlamentari e governo, di non considerare la mia posizione come un caso di coscienza, ma come un appello convinto e accorato affinché tutti, senza distinzione, considerino con maggiore lungimiranza e convinzione la presenza di milioni di italiani, di passaporto e di origine, disposti a sostenere il Paese.

 

Un’opportunità di sviluppo e di proiezione nel mondo di oggi che può accompagnare l’Italia nel suo difficile cammino e aiutarla ad avere l’accreditamento internazionale di cui ha bisogno. On Angela Schirò (PD), de.it.press 8

 

 

 

 

 

Schiavone (Cgie): No ad una rappresentanza “di tribuna”

 

ROMA - Un esito scontato, che, ovviamente, non può soddisfare le comunità italiane all’estero. Così il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, commenta con l’Aise il voto definitivo alla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari di ieri pomeriggio alla Camera.

La riforma che riduce da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori incide pesantemente sugli eletti all’estero che da 18 diventano 12, 8 alla Camera e 4 al Senato. Indispensabile, a questo punto, ripensare alla struttura di questa rappresentanza, non solo intervenendo sulla distribuzione territoriale delle quattro ripartizioni, ma anche rafforzando il ruolo dei Comites e istituendo organismi diversi all’interno del Parlamento – come una commissione bicamerale – per non ridurre il ruolo degli eletti all’estero ad una “rappresentanza di tribuna”. Detto questo, il Cgie, annuncia Schiavone, sarà in prima linea nella raccolta firme a sostegno del referendum sulla riforma appena approvata.

“Il passaggio di ieri alla Camera ha avuto un esito scontato. Diversamente avremmo assistito all’ennesimo terremoto parlamentare. Eravamo preparati, anche se questa decisione non soddisfa le comunità degli italiani all’estero”, ribadisce Schiavone.

“Negli ultimi due anni, - ricorda il segretario generale – noi avevamo già cominciato prima, abbiamo rivendicato il mantenimento del numero degli eletti all’estero, ne abbiamo discusso nelle audizioni con le commissioni esteri di Camera e Senato”.

Per il Cgie “questa riduzione, avvenuta in maniera così drastica, non corrisponde alle esigenze degli italiani che vivono all’estero” che, tra l’altro, “aumentano sempre di più”.

“Logica vorrebbe quindi che quel numero, che già all’inizio fu una soluzione “al ribasso”, venisse almeno mantenuto. Ci aspettavamo un trattamento diverso”, conferma Schiavone. “Ora, nel momento in cui bisogna affrontare la revisione e la riorganizzazione dei territori dal punto di vista elettorale e della rappresentanza, pensiamo che sia giunto il momento di approfondire e fare una riflessione diversa” così che gli italiani all’estero “possano essere rappresentanti da un numero cospicuo di eletti, non solo a livello nazionale, ma anche regionale”.

Una riflessione che deve necessariamente coinvolgere Comites e Consiglio generale degli italiani all’estero, cioè gli organismi di “rappresentanza intermedia” che l’anno prossimo “verranno rinnovati. A maggior ragione, quindi, sarebbe opportuna una riconsiderazione di questi organismi, in maniera tale che venissero rafforzati non solo nella forma, ma anche nella sostanza, affinchè ai futuri 12 parlamentari si possa dare un sostegno qualificato e soprattutto dei presidi con i quali collaborare. Se così non fosse, - osserva Schiavone – diventerà un’impresa ardua, se non impossibile, il lavoro dei 12 che sarebbero ridotti ad una rappresentanza “di tribuna”, nel senso che questi numeri consentirebbero solamente di riscaldare la sedia, senza avere la possibilità di fare proposte su cui legiferare”.

Ora, visto che la riforma costituzionale non è stata approvata dai due/terzi dei parlamentari e che l’articolo 138 della Costituzione dà la possibilità di chiedere un referendum confermativo, il Cgie, annuncia Schiavone all’Aise, “sarà in prima fila nella raccolta delle firme necessarie” per richiederlo, anche per richiamare l’attenzione del Paese sugli italiani all’estero. Un’attenzione scemata negli anni in un Paese “che guarda e pensa solo all’immigrazione, un fenomeno quantificabile e percepito”, quando il numero di quelli lasciano l’Italia ogni anno sale sempre di più.

Quanto al nuovo Esecutivo e agli appuntamenti che il Cgie aveva fissato con il precedente Governo Conte – in primis la Conferenza Stato Regioni Province Autonome Cgie – tutto è messo in stand by: “la copertura finanziaria, nonostante le nostre richieste di aggiornamento, non c’è”, conferma Schiavone. “Ad oggi alla Farnesina non sono state distribuite le deleghe a viceministri e sottosegretari”. Il Cgie “ha già incontrato il Ministro per le questioni regionali e le autonomie Francesco Boccia, che al di là di un impegno a portare a termine il lavoro che abbiamo cominciato negli ultimi tre anni non è andato. Ma non dipende solo da lui. Serve una decisione del Governo”.

“Noi”, aggiunge il segretario generale, “siamo molto meravigliati perché il Presidente del consiglio è lo stesso: lui aveva delegato l’ex ministro Stefani, ma l’iter ora è bloccato. Quindi che ci sia una sottovalutazione e probabilmente una mancanza di volontà a convocare la conferenza è un dato di fatto”. La Conferenza, ricorda Schiavone, “per legge dovrebbe essere convocata ogni tre anni e invece non viene organizzata da oltre 10”. Ora, con il nuovo Governo, “abbiamo fatto in modo che tutti i ministeri coinvolti fossero rimessi in condizione di capirne gli obiettivi, di conoscerne le scadenze e di avere consapevolezza della necessità di recuperare il tempo perduto. Ma – aggiunge Schiavone – per essere franco e sincero ho la sensazione che la macchina governativa deve ancora partire”.

Stessa sorte per la seconda plenaria del Cgie: “all’inizio dell’anno noi abbiamo preso posizione, scrivendo anche al Presidente della Repubblica Mattarella, rispetto alla somma insufficiente di risorse definita in finanziaria. Rispetto all’anno scorso, - ricorda il segretario generale – ci sono stati assegnati il 40% di fondi in meno, cosa che non ci mette in condizione di tenere tutti gli appuntamenti previsti dalla legge. Non ci sarà neanche la seconda tornata di commissioni continentali”.

In vista della prossima sessione di bilancio, che comincerà a breve, il Cgie ha “già iniziato le prime interlocuzioni con i responsabili alla Farnesina. Abbiamo ribadito alle diverse Direzioni generali la necessità di aumentare i fondi almeno di 200mila euro, diversamente diventerà solo un alibi che permetterà di realizzare una parte degli appuntamenti previsti dalla legge. Abbiamo perfino dovuto reclamare la necessità di personale di segreteria amministrativa”.

Un altro segnale di un’attenzione “che va scemando”, cui il Consiglio generale non può rassegnarsi. Per questo Schiavone ribadisce “la volontà, la necessità di interloquire con i rappresentanti del Governo affinchè questo passaggio di riforma, con la legge che ha dato mandato al Governo di riformare la composizione e le ridefinizioni delle ripartizioni, diventi una opportunità per capire meglio la necessità di una rappresentanza rafforzata degli italiani all’estero”, anche pensando “a strumenti nuovi come una commissione bicamerale, che tra l’altro abbiamo sempre richiesto, perché – spiega Schiavone – oggi come oggi questi numeri sono insufficienti anche per intervenire normalmente nelle due Aule del Parlamento”.

Il Cgie tonerà a riunire il Comitato di Presidenza dal 5 al 7 novembre, allargandolo ai presidenti delle Commissioni. Contro la disattenzione, bisogna far sentire la propria voce. Manuela Cipollone, aise 

 

 

 

 

Assistenza finanziaria e disinformazione: le forme del sostegno della Russia all’estrema destra in Europa

 

La strategia di information warfare della Russia consta di una serie di strumenti parte di un approccio integrato che vanno dalla disinformazione all’ingerenza nella politica di altri Paesi (al fine di condizionarne le policy), dall’indebolimento della fiducia popolare e nelle istituzioni democratiche (soprattutto euro-atlantiche) fino a campagne coordinate per influenzare uno o più aspetti specifici delle politiche dell’Unione europea e della Nato.

La narrativa della disinformazione contro le istituzioni euro-atlantiche si sviluppa a partire da due presupposti principali: “l’Ue è la patria dell’avidità, delle false credenze, del degrado morale e della russofobia“, mentre “la Russia è l’unico custode dei valori conservatori europei”; e “la Nato è una finzione, uno strumento di espansione militare verso l’Est e l’incarnazione vivente di un cinico tradimento delle promesse fatte all’Unione sovietica”. Per diffondere questa narrazione, il Cremlino ha iniziato ad avere come interfaccia quei partiti europei che cercano di compromettere la coesione politica all’interno dell’Ue e dell’Alleanza atlantica, spezzando i legami di queste organizzazioni con i Paesi limitrofi e infiammando i sentimenti antioccidentali.

Così facendo, l’establishment politico russo ha costruito i suoi legami con la Lega in Italia, il Front National in Francia, Jobbik in Ungheria, il Partito della Libertà (Fpö) in Austria, Alba Dorata in Grecia e altri partiti o movimenti di estrema destra in Europa. Ma, come detto, non si tratta solo di assistere finanziariamente le forze politiche di destra in tutta Europa, ma anche, più in generale, di interferire negli affari politici interni dei Paesi occidentali, come nel caso del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna dell’accordo di Prespa tra Atene e Skopje.

Il caso Lega/Savoini in Italia

In riferimento all’Italia, attualmente la procura di Milano sta indagando su uno schema illecito tra la Russia e la Lega dell’ex vicepremier Matteo Salvini per ottenere finanziamenti in vista della campagna elettorale per le europee del maggio 2019. Il finanziamento doveva essere fornito attraverso operazioni di esportazione di petrolio russo artificialmente sottocosto, lasciando spazio per un’allocazione di “valore aggiunto” ad un falso intermediario, che poi doveva essere segretamente convogliato alla Lega. Secondo i media italiani e BuzzFeed – che per prima ha rivelato la rete di contatto – questo schema è stato discusso tra un rappresentante della Lega (Gianluca Savoini) personalità russe strettamente legate al Cremlino durante un incontro a Mosca, all’Hotel Metropol. Nella registrazione audio ottenuta da BuzzFeed, si può sentire Savoini promettere sostegno politico alla Russia per “interessi comuni” tra il Cremlino e i partiti di estrema destra europei.

Non sappiamo come si evolverà l’indagine su Savoini e la Lega. Ma l’affinità ideologica tra il Cremlino e il Carroccio è evidente. Mosca ha a lungo incoraggiato sentimenti nazionalisti e anti-Ue in Europa per erodere la fiducia e la cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione. Questa politica è stata condivisa da Matteo Salvini, che ha continuato a promuovere una narrazione basata su una presunta necessità di “riprendere” il controllo da Bruxelles, enfatizzando le virtù della sovranità nazionale su quelle del multilateralismo e dell’integrazione europea.

Dietro l’Ibiza Gate in Austria

Un altro caso di rilievo è quello dell’Austria, dove alcuni mesi fa, appena una settimana prima delle elezioni europee, il governo è caduto sotto i colpi di uno scandalo russo, il cosiddetto Ibiza Gate. Il cancelliere Sebastian Kurz ha chiesto nuove elezioni a seguito della pubblicazione di un video che mostra Heinz-Christian Strache, allora suo vice e leader dell’Fpö, tentare di scambiare appalti pubblici con donazioni di un oligarca russo. Proprio in questi giorni Strache ha annunciato la volontà di lasciare la politica, dopo un crollo di circa 10 punti percentuali nelle elezioni anticipate del 29 settembre.

L’intesa di Strache con il Cremlino risale al 2016, anno in cui Russia Unita, il partito di Putin, e l’Fpö conclusero un accordo di collaborazione. Il testo è stato firmato da Strache e Sergey Zheleznyak, segretario generale aggiunto di Russia Unita, il quale figura nell’elenco delle persone colpite dalle sanzioni europee per l’annessione russa della Crimea. A suo parere, Strache è stato tra quelli che hanno sostenuto il referendum in Crimea e non hanno avuto paura di cooperare con la Russia ed essere critici nei confronti delle politiche dell’Unione.

In realtà, prima di questo scandalo, e precisamente nel 2017, i russi stavano già interferendo negli affari austriaci con l’obiettivo politico di indebolire il partito di Kurz in vista delle elezioni presidenziali. La campagna ha coinvolto i siti Facebook e YourNewsWire.com che hanno postato foto e video che accusavano il leader dei popolari di sostenere l’immigrazione dai Paesi islamici.

L’ingerenza nell’accordo fra Grecia e Macedonia del Nord

L’11 luglio 2018, la Nato ha invitato la Macedonia del Nord ad avviare i colloqui di adesione per diventare il trentesimo membro dell’Alleanza. Un mese prima, e cioè il 12 giugno 2018, la Grecia e l’allora ex Repubblica jugoslava di Macedonia avevano siglato l’accordo di Prespa, risolvendo una disputa trentennale sul nome di quest’ultima e aprendo la strada all’adesione della Macedonia del Nord sia alla Nato sia all’Ue. Questa è stata una vittoria chiave sia per Skopje sia per l’Occidente, ma in Russia è stata percepita piuttosto come una sconfitta. Nel corso dei negoziati, Mosca ha infatti tentato di influenzare l’esito del referendum e impedire alla Macedonia di allinearsi ulteriormente con l’Occidente.

Nel Paese balcanico, alcuni funzionari hanno accusato gruppi online sostenuti dalla Russia di diffondere fake news e post su Facebook per aumentare le divisioni sociali, ridurre la partecipazione e amplificare la rabbia pubblica. Nel periodo precedente la firma dell’accordo di Prespa e il referendum sul nome, centinaia di nuovi siti web hanno fatto appello al boicottaggio della consultazione e decine di post su Facebook hanno esortato gli elettori a bruciare le schede elettorali. Allo stesso tempo, la Russia ha sostenuto le attività di destra e le cosiddette associazioni patriottiche come la Fratellanza Cristiana, il Moto Club Night Wolves e il partito politico filorusso United Macedonia.

Secondo le autorità greche, la Russia avrebbe usato i tentativi di Atene di risolvere la questione del nome per frammentare il governo di coalizione di Syriza guidato da Alexis Tsipras e sostenere finanziariamente i partiti dell’estrema destra come Alba Dorata. Mosca avrebbe poi usato la Chiesa greco-ortodossa per amplificare l’opera di creazione del dissenso in Grecia sulla questione del nome. Particolarmente problematico è stato inoltre il denaro russo ai monaci della penisola del Monte Athos volto ad assicurare la loro fedeltà alla causa russa. In seguito a questo episodio, Atene ha interdetto l’accesso a quattro diplomatici russi dopo averli accusati di fomentare la propaganda dell’opposizione.

Obiettivo creare sfiducia nelle istituzioni

Questi sono solo alcuni esempi dell’ingerenza russa negli affari europei. Molto di più può essere detto a proposito dell’attivismo del Cremlino per la promozione di campagne di disinformazione su questioni come il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue, il voto di indipendenza della Catalogna o le elezioni federali tedesche del 2017.

Nel corso degli anni, il sostegno della Russia a partiti, gruppi e associazioni di estrema destra è stato funzionale al rafforzamento della posizione degli euroscettici in tutta Europa al fine di indebolire le istituzioni euro-atlantiche e allargare le divisioni politiche all’interno di queste organizzazioni; ma anche al cambio di passo dell’approccio dell’Unione europea verso il regime di Putin, nella speranza di contribuire al graduale ritorno di Bruxelles al business-as-usual con Mosca. L’obiettivo generale, però, resta quello di fomentare la sfiducia e compromettere la fede nelle istituzioni democratiche e nella democrazia stessa.

Traduzione dall’originale in inglese a cura di Flavia Fusco, stagista del programma Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI. Nona Mikhelidze, AffInt 4

 

 

 

 

I socialisti stravincono le elezioni in Portogallo: cinque spunti per la sinistra italiana

 

In Portogallo la sinistra è più forte che mai: ecco la ricetta socialista di Costa che potrebbe essere un modello per altri paesi europei - Di Luca Telese

 

Elezioni in Portogallo, stravincono i socialisti: 5 spunti per la sinistra italiana

Non c’è l’azzurro, ma il rosso, sulle bandiere dei socialisti portoghesi. Non ci sono fiori, o derivati botanici, nel loro simbolo, ma un pugno chiuso. Che ieri era agitato sul palco da un signore di mezza età visibilmente entusiasta.

In passato abbiamo celebrato il “modello spagnolo” di José Luis Zapatero, quello brasiliano di Luis Ignazio da Silva detto Lula, e adesso è il momento di poggiante lo sguardo su un modello tutto nuovo, il “modello portoghese” di Antonio Costa: la sinistra italiana, eternamente priva di profeti in patria, i suoi leader di riferimento li cerca fuori casa, e ha almeno cinque lezioni da imparare dal modello portoghese.

Certo, il voto di Lisbona ha prodotto una vittoria che non consente di contare su una maggioranza assoluta, ma date le condizioni di partenza – un paese a pezzi, una economia distrutta – i portoghesi hanno tributato un vero riconoscimento al primo ministro uscente.

Chi è dunque il socialista che ha restituito al paese dignità economica e politica dopo gli anni bui della recessione profonda e l’umiliazione dell’ intervento di “salvataggio” dell’ Unione Europea e del Fondo monetario internazionale? Quale ricetta gli ha consentito di ottenere un risultato migliore di Alexis Xipras, sconfitto nelle ultime elezioni politiche in Grecia per il contraccolpo delle politiche di rigore?

Intanto i numeri del voto, molto importanti: ci dicono che i socialisti sono primi con il 36,7 per cento, quattro punti in più del 2015, circa 100 seggi su 230. Non potranno governare da soli, dunque, e dovranno riproporre il modello della coalizione di sinistra con cui hanno governato il paese.

Il centrodestra, che in Portogallo è incardinato intorno al Partito socialdemocratico di Rui Rio è rimasto al palo, e si è fermato al 28,01 per cento (74 seggi): la destra ha perso quasi nove punti rispetto al 2015 (quando era allargata con il Centro Democratico Social) e quando, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa, non riuscì a formare il governo. La prima lezione del Portogallo, dunque, è utile anche per l’Italia: chi riesce a costruire una coalizione che tiene insieme anime diverse diventa competitivo e può vincere.

Quando nacque l’alleanza messa in piedi da Costa, a Lisbona, era così poco quotata da essere definita in modo dispregiativo: la sua maggioranza era chiamata una “accozzaglia” di sinistra, dissero, in cui il rapporto con la Coalizione Democratica Unitaria che univa comunisti ed ecologisti (ieri è passata dall’8,14 per cento al 6,36 per cento) e con il Blocco di Sinistra, più moderato (dopo un leggerissimo calo ora è al 9,66 per cento) era considerata una follia suicida. Come si vede l’accozzaglia ha addirittura drenato consensi verso i socialisti.

La seconda lezione – inaspettata – dunque è: contrariamente a quello che si è detto in questi anni, se si fanno delle cose governare paga. I prossimi temi già posti sul tavolo dalla campagna elettorale sono gli stipendi pubblici e il salario minimo (sembra davvero l’Italia) a cui Costa dice che metterà mano appena nasce il nuovo governo.

Terza lezione portoghese: la maggioranza di governo crede malgrado il successo del cosiddetto Pan (che sta per “Persone-Animali-Natura”), una formazione ecologista che in perfetto “mood” gretino raddoppia i suoi voti (e passa dall’ 1,37 per cento al 3,25 per cento. E malgrado la nascita di un nuovo soggetto di sinistra radicale (la Livre) che entra in parlamento con questo voto, malgrado l’agguerrits concorrenza che c’è in quella area elettorale.

Una “accozzaglia” virata di rosso-verde, dunque, con nuovi soggetti che entrano o che escono potrebbe essere tecnicamente possibile, anche perché Costa in campagna elettorale si era tenuto le mani libere dicendo che avrebbe governato “con qualsiasi coalizione fosse stata resa possibile dal voto dei portoghesi” (una sorta di teorema Di Maio). Adesso lo spazio per muoversi è più largo.

E qui c’è la quarta lezione portoghese: Lo spazio del governo cresce grazie a quattro anni di straordinari risultati economici, controtendenza malgrado la crisi. I 78 miliardi ottenuti dalla Ue e dal Fmi sono costati lacrime e sangue ai portoghesi, ma la crescita dell’economia è stata prodigiosa. Mentre il Pil europeo frenava, quello portoghese andava avanti, passando dallo 0,19 per cento del 2014 al 2,1 per cento del 2018.

La Spagna di Sanchez non trova il suo punto di equilibrio (ovvero la sua coalizione di governo) perché il Psoe e Podemos non riescono a sottoscrivere un accordo: e così a Madrid si torna alle urne per la quarta volta (in quattro anni!).

Il Portogallo invece, proprio in quegli stessi quattro anni ha costruito un percorso di stabilità politica che ora si prolunga con la riconferma ottenuta in questa consultazione.

L’onda nazional-populista non ha toccato Lisbona. Fatto molto sorprendente date alcune scelte davvero controcorrente del Governo Costa: ad esempio sul terreno delle politiche migratorie dove il governo – invece di chiudere i porti – ha varato politiche di integrazione e ha fatto la campagna elettorale spiegando che vuole abolire il sistema delle quote che bloccava gli ingressi. La quinta lezione, dunque, è che se hai la fiducia degli elettori puoi azzardare scelte controcorrente.

La sesta lezione – invece -riguarda il futuro: Costa ha impostato la sua campagna elettorale, e ha giustificato queste scelte agitando un concretissimo spettro demografico: su tutte le piazze ha ripetuto che la popolazione del Portogallo potrebbe crollare per effetto del crollo delle nascite, riducendosi quasi del 40 per cento nei prossimi ottant’anni. E ha dunque chiesto aiuto portoghesi di sostenere il sistema di welfare in ogni modo. Uno degli effetti collaterali di questa strategia – ben noto agli italiani sono le politiche di “seduzione fiscale” seguite con successo, nel tentativo di attrarre pensionati (tra questi molti italiani) sul territorio nazionale.

Le cinque lezioni portoghesi non sono invenzioni politiche stupefacenti, non sono un terremoto politico. Sono però la prova che nel tempo della crisi gli elettori non cedono necessariamente alle sirene della demagogia, non chiedono solo miracoli, sono disposti a fare sacrifici, ma in cambio di una ragionevole speranza di futuro, considerano un valore l’aspirazione alla giustizia sociale e alla redistribuzione della ricchezza che sono stati il mantra di Costa nella risposta ai vincoli indotto dalla crisi.

Questo a Lisbona, di sicuro. Ma forse anche a Roma. Tpi 8

 

 

 

 

Parlamento Europeo. Contrastare fake news e interferenza elettorale dei Paesi stranieri 

 

Necessarie delle norme pe prevenire le minacce ibride. 998 casi di disinformazione attribuiti alla Russia quest’anno 

 

Le ingerenze elettorali straniere sono una minaccia per le democrazie europee e gli unici a beneficiarne sono i movimenti anti-UE e le forze estremiste e populiste.

Nella risoluzione non legislativa adottata giovedì, con 469 voti favorevoli, 143 contrari e 47 astensioni, i deputati hanno sottolineato come i tentativi di influenzare i processi decisionali negli Stati membri mettano a rischio le società democratiche europee.

Finanziamenti illeciti ai partiti politici

Il PE ha evidenziato che l’interferenza di Paesi stranieri nelle elezioni nazionali e europee è ormai sistematica e può assumere forme diverse: campagne di disinformazione sui social media, attacchi hacker contro infrastrutture elettorali critiche o sostegno finanziario diretto e indiretto ad attori politici. Nella maggior parte dei casi, queste ingerenze favoriscono candidati anti-UE, estremisti e populisti.

Nonostante la maggioranza dei Paesi UE abbia vietato, in tutto o in parte, le donazioni estere ai partiti politici e ai candidati, alcuni attori stranieri riescono a eludere le leggi e a offrire sostegno ai propri alleati.

Nel testo si rimanda anche ai casi denunciati da Der Spiegel e Süddeutsche Zeitung nei confronti del Partito della libertà austriaco, da Buzzfeed e L'Espresso (il 10 luglio 2019) nei confronti della Lega per Salvini Premier e alle denunce della stampa britannica a proposito della campagna Leave.EU.

Forte aumento della propaganda russa

I deputati affermano di essere estremamente preoccupati dal “carattere altamente pericoloso della propaganda russa”, la principale fonte di disinformazione in Europa. I casi di fake news attributi a fonti russe sono infatti più che raddoppiati dal gennaio 2019 (998) rispetto allo stesso arco di tempo nel 2018 (434).

Inoltre, nella risoluzione si condannano fortemente le “azioni sempre più aggressive” compiute da attori statali e non statali di paesi terzi che cercano di compromettere la sovranità di tutti i Paesi candidati all'adesione all'UE nei Balcani occidentali e nei Paesi del partenariato orientale.

Come rispondere

Per far fronte alla situazione, il PE chiede che la task force East StratCom sia potenziata, divenga una struttura permanente e riceva una maggiore dotazione finanziaria. Si invitano inoltre i social media a cooperare nella lotta contro disinformazione, senza compromettere la libertà di espressione, mentre l’UE dovrebbe elaborare un quadro giuridico che possa far fronte alle minacce ibride (attacchi informatici e disinformazione).

Contesto

L'UE si occupa attivamente di disinformazione dal 2015, da quando è stata istituita la Task Force East StratCom nell'ambito del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE), con l’obiettivo di comunicare correttamente le politiche e le decisioni dell'UE ai vicini Paesi orientali. Nell’ottobre 2018, prima delle elezioni europee, Facebook, Google, Twitter e Mozilla hanno aderito al Codice di condotta (dal 2019 anche Microsoft), accordandosi volontariamente su standard di autoregolamentazione per combattere la disinformazione. Nel dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato un Piano d’Azione contro la Disinformazione

Entro il 2020, saranno più di 50 le elezioni che si svolgeranno negli Stati membri, tra elezioni presidenziali, nazionali, locali o regionali. PE

 

 

 

 

La casistica dei presidenti sotto accusa. Usa: impeachment, Trump e il contesto storico-costituzionale

 

Nelle discussioni che hanno preceduto il varo della Costituzione degli Stati Uniti, traspare chiaramente il timore dei padri fondatori che l’impeachment potesse essere usato come uno strumento politico, nonché lo sforzo di garantire uno standard che salvaguardasse il presidente da impeachment mossi da fazioni politiche, passioni o interessi di parte. A loro avviso, tale procedura doveva essere invocata solo qualora ci fosse il più ampio consenso sul fatto che il presidente aveva gravemente abusato dei suoi poteri.

Casi di impeachment abortiti o mancati

L’avvio di un procedimento d’impeachment contro il presidente è un evento storicamente raro, quasi eccezionale. Finora, un solo presidente è stato effettivamente giudicato nell’ambito di una procedura d’impeachment, vale a dire il diretto successore di Abraham Lincoln, Andrew Johnson, il quale fu però assolto per un solo voto. Inoltre, solo altri due presidenti sono stati indagati nell’ambito di tale procedura: Richard Nixon e Bill Clinton. In genere, anche nei casi in cui una proposta d’impeachment sarebbe stata legittima, il Congresso ha agito con grande moderazione, sia per una questione di diritto costituzionale, sia per opportunità politica. Gli esempi, da questo punto di vista, non mancano.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, fino all’approvazione del Lend-Lease Act, vendere armi ad altre nazioni era vietato dalla legge. Nonostante ciò, però, il presidente Franklin Delano Roosevelt trasferì clandestinamente e illegalmente in Gran Bretagna ingenti quantità di armi e munizioni, mentendo ripetutamente al Congresso e al popolo americano.

Circa venti anni dopo, ingannando il Senato e l’intera Nazione, il presidente Dwight Eisenhower descrisse come impegnato in una missione di meteorologia il ricognitore strategico U-2 abbattuto dai sovietici sul loro territorio e, probabilmente violando la legge, arrivò anche a inviare armi all’Indonesia, allora considerata governo ostile.

Neppure quando emerse che il presidente John Kennedy aveva numerose relazioni sessuali, una delle quali con una donna legata a un alto esponente della criminalità organizzata, l’avvio di un procedimento d’impeachment non fu mai seriamente preso in considerazione.

Con una decisione che all’epoca ebbe non poco rilievo, la Camera si rifiutò di considerare come legittima l’accusa di impeachment fondata sulla presunta evasione fiscale commessa dal presidente Richard Nixon in quanto, sebbene difficilmente giustificabile, essa non costituiva un abuso dell’autorità distintamente presidenziale. E all’indomani della dimissioni di Nixon si diffusero voci riguardanti un possibile accordo segreto tra quest’ultimo e il suo successore, Gerald Ford. Tuttavia, neanche l’acceso clima del momento fu sufficiente per avviare un procedimento d’impeachment nei confronti del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Infine, a metà degli Anni Ottanta, l’indagine condotta da un procuratore indipendente su un’illegale triangolazione di armi e denaro che spaziava dall’Iran al Nicaragua produsse circa sette incriminazioni e quattro condanne, che arrivano a coinvolgere funzionari del ramo esecutivo di alto livello. All’epoca, molti ritennero che il presidente Ronald Reagan non potesse non essere personalmente coinvolto in tali atti illeciti. Eppure, nessuna procedura d’impeachment fu mai avviata nei sui confronti, né tanto meno contro l’ex vicepresidente di Reagan, e successivamente presidente lui stesso, George W. H. Bush, parimenti coinvolto in tale traffico di armi.

Anche in questo caso, un’indagine d’impeachment non sarebbe stata difficile da immaginare. Tuttavia, tale procedura non emerse mai come concreta possibilità.

Una nuova tendenza costituzionale

A onore del vero, non è per nulla chiaro come interpretare quest’elenco di mancati impeachment. Manca una spiegazione univoca e autorevole del perché in questi casi l’impeachment non sia stato preso sul serio, l’unica certezza è che in passato gli Stati Uniti non hanno percorso la via dell’impeachment anche quando avrebbero potuto farlo.

Date queste premesse, è forse possibile avanzare l’ipotesi che il senz’altro minor livello di cautela con il quale si è arrivato a invocare l’impeachment nei confronti prima del presidente Clinton, e ora del presidente Donald Trump,  sia un sintomo, più che delle specifiche circostanze, di un’ambizione di rinnovamento istituzionale, conseguibile anche solo su base consuetudinaria, la quale conduca di fatto a un sistema parlamentare in cui il capo dell’esecutivo può essere rimosso dal suo incarico con un voto di sfiducia. Lucio Martino, AffInt 8

 

 

 

 

Voltare pagina

 

Data lo stato socio/economica che si rileva in Italia, c’è venuta, spontanea, una domanda: perché si è voltata pagina politica? Una domanda che c’è balenata alla mente, anche tenuto conto dell’”accordo” tra PD e M5S della cui “stabilità” dubitiamo. Dare un assetto alla vita politica del Paese non è impresa facile, né prevedibile. Noi, però, ci siamo mossi, già da qualche tempo, prospettando una susseguente considerazione, per tentare d’offrire un diverso panorama in questa Penisola dove, non sempre, il termine ”politico” fa rima con “possibile”. Essere andati “oltre” a, questo punto, non significa destinare al Paese l’occasione per un futuro meno indeterminato.

 

 Basta con un Parlamento sempre più impelagato nei fatti dei singoli rispetto a quelli della comunità. Dato che i segnali ci sono stati, e ancora ci sono, punteremmo su un partito, indipendente dalle vecchie pastoie, nel quale potrebbero confluire, col voto, gli italiani, ovunque residenti, che intendono, essere partecipi ai destini della Penisola in modo differente e verificabile.

 

Per tentare di dare al Paese nuove risorse, ciascuno dovrebbe fare la sua parte. L’invito al dialogo è possibile. Il nostro concetto, però, è chiaro: prima di cambiare la politica, sarebbe necessario rimpiazzare chi la esercita. Ciò tramite un confronto elettorale costruttivo che consenta a tutti d’essere parte attiva di un programma. Ora, un tale concetto non sembra realizzabile. L’importante, però, è non perdere di vista certe priorità che, ora, paiono sminuite. Certo è che per cambiare apparato bisognerebbe, prima di tutto, poter far conto su politici “preparati” che, però, non siamo stati in grado d’individuare. “Voltare” la pagina della politica, nella Penisola resta un’utopia. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sempre meno personale e investimenti. Sanità: la fuga dei medici stranieri dagli ospedali italiani

 

La fuga dei medici stranieri dagli ospedali in Italia è sempre più marcata: secondo le stime dell’Amsi, l’Associazione Medici di origine straniera in Italia, circa il 25% dei medici stranieri sta tentando di rientrare nel Paese di origine, deluso dalla situazione italiana, a cominciare dagli scarsi livelli retributivi.

Stipendi non adeguati

“Essenzialmente – ha detto il fondatore di Amsi Foad Aodi – circa 70 medici si sono rivolti all’Amsi dal gennaio 2019 segnalando situazioni di lavoro sottopagate. La paga oraria scende perfino a sette euro contro un minimo di 18 da contratto“.

I numeri sono impietosi e fotografano un quadro dove, a fronte di una crescente domanda di personale sanitario specializzato, si fatica a reclutare medici. Basti pensare che alla sola Amsi in un anno sono giunte tremila richieste di medici stranieri da parte delle Regioni italiane, e appena il 25% è stato assunto.

Oltre alla bassa paga oraria, a peggiorare la situazione in corsia è la prevalenza di contratti a tempo determinato, la maggior parte dei casi della durata di pochi mesi. A questo, poi, si aggiunge una burocrazia sempre più frenante.

Le stime per il futuro

Nonostante tutto, la domanda per i prossimi anni non accenna a diminuire: si parla di circa 10mila medici, 70mila infermieri e tremila fisioterapisti di cui ci sarà richiesta nel pubblico come nel privato entro il 2026, stando sempre alle stime a disposizione dell’Amsi.

A guardare la situazione regione per regione si ha la percezione esatta della situazione: soltanto in Emilia Romagna nel 2025 ci sarà bisogno di ottomila medici. Nel Lazio, fra le regioni con più strutture sanitarie pubbliche e private e policlinici universitari, di 15mila. Solo da gennaio 2018 a maggio 2019 dal Lazio sono giunte all’Amsi 400 domande di medici, 300 di infermieri e 150 di fisioterapisti.

Seguono Veneto e Piemonte con diecimila richieste, seguite dalla Lombardia. E, dopo l’Emilia Romagna, si posizionano Puglia, Toscana, Campania, Sicilia, Molise, Abruzzo, Liguria, con richieste dalle ottomila per la prima fino alle tremila dell’ultima. Chiudono la classifica Umbria, Marche, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Basilicata, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige che vanno dalle tremila alle mille.

A creare una forte domanda di camici bianchi c’è ovviamente l’esercito di medici che si appresta ad andare in pensione: secondo i sindacati dei medici, da oggi al 2025 andranno in pensione 52mila medici. Cosa fare per ristabilire un più giusto equilibrio fra domanda e offerta?

Le proposte dell’Amsi

Aodi ha le idee chiare: “Bisogna creare le condizioni favorevoli nell’ambito lavorativo e della ricerca universitaria, urgono 10mila borse di specializzazione e assunzioni di medici specializzandi”, aggiungendo che “è necessario abbreviare il periodo del riconoscimento dei titoli di studio esteri e consentire ai medici stranieri, i quali hanno esercitato la professione in Italia da più di cinque anni e non possiedono la cittadinanza italiana, di potere sostenere concorsi pubblici”.

La questione dei concorsi pubblici non è del resto affatto secondaria: dati alla mano, sono circa 19mila i medici stranieri presenti in Italia, di cui il 65% non dispone della cittadinanza italiana o di un Paese comunitario. Se poi si guarda ai professionisti della salute presenti in Italia, il numero sale a 80mila.

La qualità delle cure necessita di personale competente che ha bisogno di essere riconosciuto con giusta retribuzione e incentivato da percorsi più agevoli nell’accesso al mondo del lavoro.

La fuga dei cervelli in camice bianco

Anche perché, se i medici stranieri faticano ad accedere alle corsie italiane e decidono di tornare nei loro Paesi, sono anche parecchi i medici italiani che fanno le valigie: in dieci anni, nel periodo 2005/2015, secondo i dati contenuti nel Rapporto Eurispes, più di 10mila medici italiani hanno lasciato l’Italia. Destinazioni preeferiytete: Svizzera, Germania, Gran Bretagna. Ma anche Belgio e Francia. I dati forniti dalla Commissione europea lo confermano: il 52% dei medici europei che abbandonano il loro Paese in cerca di fortuna altrove è rappresentato proprio da italiani.

Il problema della mancanza di personale specializzato è stato ‘mappato’ regione per regione dall’Anaao-Assomed, l’associazione dei medici dirigenti: moltissime le specializzazioni ‘carenti’ in Sicilia (ben 11 su 13 prese in esame), poi la Toscana (10), la Puglia (nove), la Lombardia e il Piemonte (sette ciascuna), la Campania (6).

Mancano soprattutto medici specializzati in medicina d’urgenza, pediatria, medicina interna, anestesia, rianimazione e terapia intensiva, chirurgia generale. Anche per questo, i medici stranieri in Italia costituiscono senza dubbio una risorsa preziosa per arginare un serio problema destinato a far sentire sempre di più il suo peso nei prossimi anni. Elena Paparelli, AffInt 4

 

 

 

 

Senato. Alla III Commissione l’indagine conoscitiva sulle comunità italiane nel mondo

 

L’audizione del Direttore Generale uscente del Maeci per la promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. Posti dai senatori Airola (M5S) e Garavini (Italia viva) quesiti su scuole italiane all’estero, canale Rai in lingua inglese e enti gestori

 

ROMA – Nell’audizione tenutasi in Senato, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze delle comunità italiane nel mondo, Vincenzo De Luca, Direttore Generale uscente per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, si è soffermato sulla necessita di gestione integrata tra tutti gli attori coinvolti nella promozione del Sistema Paese. “Dal 2017 stiamo portando avanti lo sviluppo di un piano di promozione culturale integrato che coinvolge il Maeci, gli Istituti Italiani di Cultura, gli Enti gestori e promotori, la Dante Alighieri e la Rete diplomatico-consolare”, ha spiegato il direttore ricordando lo stanziamento di 150 milioni di euro per il quadriennio 2017-2020, che ha offerto per la prima volta la possibilità di una vera programmazione diluita nel tempo. Quindi si è parlato di ‘Made in Italy’, da coniugare come valore culturale aggiunto, per una promozione a tutto campo del ‘Sistema Paese’, che possa contare sulla condivisione di tutto il mondo politico italiano e di una rinnovata Rete diplomatico-consolare. “Quando si parla di industria culturale, si parla in realtà anche e soprattutto di economia: essa produce infatti 90 miliardi annui che corrispondono a circa il 6% di Pil e al 14% delle esportazioni. Abbiamo un nostro ‘soft power’ da poter esercitare all’estero, che ci fa apprezzare da partner importanti”, ha aggiunto De Luca analizzando infine il settore della formazione e della lingua italiana: un settore primario tra quelli in grado di produrre ben 9 mila eventi culturali ogni anno. “Possiamo contare su 84 Istituti Italiani di Cultura, di cui 2 nuovi inaugurati fuori dall’Europa, precisamente ad Abu Dhabi e Dakar. Abbiamo inoltre nel mondo ben 50 Scuole, di cui 42 paritarie e 8 statali; infine 406 Comitati della Dante Alighieri. Siamo riusciti a riunire in questo piano di sviluppo anche gli Enti gestori e promotori. La lingua è fondamentale come strumento di  divulgazione della nostra cultura”, ha precisato De Luca menzionando appuntamenti clou come la ‘Settimana della lingua italiana’ e gli ‘Stati generali della lingua italiana’.

 

Ha poi preso la parola il senatore Alberto Airola (M5S) che ha ricordato l’importanza delle scuole italiane soprattutto in zone come quella del Corno d’Africa. “In talune zone la presenza delle nostre scuole può rappresentare anche uno strumento a disposizione delle popolazioni locali per combattere al meglio il terrorismo: è importante che si diano alternative di formazione a tanti giovani. Per quanto riguarda invece il canale in lingua inglese della Rai, ritengo inaccettabile la non realizzazione del suddetto canale, non fatto partire per una mancanza di fondi benché richiesto dal contratto di servizio”, ha affermato Airola. De Luca ha rassicurato sul ruolo delle scuole nel Corno d’Africa, ricordando per esempio i due presidi scolastici di Addis Abeba e Asmara. “Teniamo molto a queste scuole statali, proprio per il significato che possono avere e quale punto di riferimento per i tanti giovani di questi Paesi. Condivido poi l’esigenza assoluta di avere questo canale Rai in inglese. Da parte nostra è sempre stato sollecitato e sostenuto: attendiamo il nuovo pano industriale dell’azienda e ne abbiamo già parlato con il presidente Foa in occasione della recente Conferenza degli Ambasciatori”, ha aggiunto De Luca.

 

La senatrice Laura Garavini (Italia Viva), eletta nella ripartizione Europa, si è detta soddisfatta per il netto miglioramento della nostra presenza culturale e per la proiezione economica-turistica dell’Italia nel mondo. “In particolare è da apprezzare il lavoro svolto dalle cosiddette ‘antenne’ che abbiamo sul territorio, con un plauso all’ottimo lavoro svolto dalla rete degli Istituti Italiani di Cultura anche se con mezzi spesso modesti.  Ritengo inoltre auspicabile da un lato l’apertura di nuove sedi nel mondo con un ruolo strategico, ma dall’altro lato sarà altresì importante che ciò non vada a penalizzare tutti quei punti di riferimento che abbiamo in Europa, perché ricordo che Paesi tradizionalmente amici e vicini come Francia e Germania continuano ad avere sete di lingua, cultura e Made in Italy”, ha spiegato Garavini parlando poi del Fondo cultura integrativo previsto dalla legge di bilancio del 2017 ma non reintegrato nella scorsa legge di bilancio: “un Fondo che va assolutamente rilanciato”, ha puntualizzato la senatrice analizzando poi l’aspetto del finanziamento degli Enti gestori e del problema relativo ai periodi di traslazione rispetto all’anno di bilancio. “Qual è lo stato dell’arte rispetto all’inizio dell’anno scolastico, soprattutto per l’arrivo degli insegnanti?”, è stata in ultimo la domanda della senatrice rivolta a De Luca che, in sede di replica, ha voluto rassicurare sul concetto che avere nuovi istituti non significhi indebolire quelli già esistenti. “Avremo a breve del nuovo personale da innestare in organico per un’ottimale stabilizzazione della rete degli Istituti di Cultura”, ha rilevato il direttore generale menzionando la questione del rinnovato assetto di competenze tra Maeci e Miur in ambito scolastico dove occorre un’ottimizzazione gestionale per quanto riguarda le graduatorie degli insegnanti. Infine De Luca è intervenuto sugli Enti gestori sottolineando problemi relativi spesso alla rendicontazione: “coinvolgiamo la nostra rete per aiutare quegli Enti in difficoltà, ma sulla rendicontazione deve però esserci trasparenza ed efficienza perché altrimenti non possiamo trasferire risorse; per poter divenire poi Ente promotore serve anche una certa capacità di svolgere attività autonome”, ha concluso De Luca. (Simone Sperduto/Inform 7)

 

 

 

Solo supponiamo

 

Ammettiamo, tanto per non sembrare indifferenti ai “problemi” d’Italia, che il binomio PD/M5S per una serie d’alchimie politiche, possa mantenere l’accordo.

  Concediamo, sempre per eccesso d’ottimismo, che la Legislatura sia rinvigorita da un programma di “salvamento” per la Penisola. In un’ottica fantascientifica, ed è scrivere poco, il Conte “bis” potrebbe mantenere il suo ruolo. Lo scriviamo in via suppositiva perché, almeno per quanto c’è dato sapere, non ci sono opportunità d’allearsi con altri Partiti del “vecchio” sistema ancora presenti in Parlamento.

 

 Però, tanto per rimanere in tema, supponiamo che uno spiraglio sia ammissibile. In ogni caso, meglio sarebbe chiamarlo ”breccia” per i coinvolgimenti che andrebbe a determinare nell’Esecutivo. Col rischio di sgretolamento della Maggioranza. La conseguenza, oltre al caos politico, che ne deriverebbe, sarebbe l’ingovernabilità d’Italia. Tenuto anche conto che non ci sono concrete premesse per il varo, almeno entro l’anno, di un programma economico razionale.

Il buon senso, nonostante tutto, dovrebbe avere la meglio. Come a scrivere: Il Parlamento potrebbe dare attuazione a provvedimenti indispensabili per il Paese. Al punto in cui siamo, anche le presunzioni, non proprio ipotetiche, potrebbero avere un loro valore politico.

 

Senza altre garanzie, non ci resta che la politica delle ipotesi. Non è di questa, certamente, di cui ha bisogno l’Italia per ritrovare un ruolo che le consenta di frenare lo “slittamento” in UE e l’affidabilità politica all’interno. E’ vero che queste restano, per ora, nostre supposizioni; ma non troviamo altra condizione per ridare alla Penisola la fiducia smarrita. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

A Napoli la 5° tappa del roadshow per l’internazionalizzazione

 

NAPOLI - Quella di Napoli è stata la 5^ tappa del Roadshow del 2019 per l’internazionalizzazione, la 66^ del progetto voluto dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzato con la collaborazione di organizzazioni territoriali e di rappresentanza delle imprese italiane.

 Il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale Manlio Di Stefano, l’assessore con delega alle Startup, Innovazione e Internazionalizzazione della Regione Campania, Valeria Fascione, il presidente dell’Agenzia ICE, Carlo Ferro,  il presidente della Camera di Commercio di Napoli, Ciro Fiola, hanno anche inaugurato oggi la sede del nuovo Desk ICE presso la Camera di Commercio di Napoli,  una nuova iniziativa che porta i consulenti ICE per internazionalizzazione delle imprese sul territorio nazionale, assicurando una presenza settimanale al servizio delle imprese in ogni regione, nell’ambito di una collaborazione di sistema ICE, CDP, Camere di Commercio.

Oltre 200 aziende partecipanti a questo Roadshow - con Camera di Commercio di Napoli e Regione Campania nel ruolo di partner prioritari - hanno potuto incontrare le organizzazioni presenti, consentendo a ministeri, ICE, SACE SIMEST di fornire aggiornamenti sugli strumenti pubblici nazionali e regionali a sostegno dell’internazionalizzazione. In particolare riguardo a servizi di assistenza, promozione, formazione, prodotti e servizi assicurativi e finanziari.

Tra le aziende presenti , i principali settori rappresentati sono: agroalimentare e vini, elettronica e informatica, edilizia, tessile-abbigliamento, meccanica strumentale plurisettoriale, servizi. Molte di esse sono imprese globali, presenti su mercati tradizionali come l’Unione Europea ma anche in America e in Asia; vanno incoraggiate ad espandere la loro presenza in quei paesi dove il potenziale di crescita è maggiore.

“Il sostegno pubblico all’internazionalizzazione delle imprese è un obiettivo cruciale anche per le imprese campane. La Campania e la provincia di Napoli partono infatti da una posizione di indubbio vantaggio. Con un volume di esportazioni di oltre 10,8 miliardi di Euro nel 2018, la Campania è stata la nona regione italiana per volume di export e la prima del Mezzogiorno italiano” ha dichiarato Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale.

 

Nel commentare la recente attribuzione alla Farnesina delle competenze in materia di commercio internazionale, il Sottosegretario ha evidenziato come “la riforma entrata in vigore lo scorso 22 settembre dà vita a un modello di governance unico e integrato per la gestione della politica commerciale, la promozione del Made in Italy e il sostegno all’internazionalizzazione del sistema produttivo. Nell’operazione di passaggio, non ci sarà alcun rallentamento o criticità. Il Ministero degli Esteri eredita una struttura che resterà operativa senza soluzione di continuità. E grazie alla riforma, le imprese potranno interfacciarsi con un’architettura istituzionale più snella, efficiente ed efficace. Con la sua rete di 128 Ambasciate, 80 Consolati e 78 uffici dell’Agenzia ICE all’estero, la Farnesina rappresenterà il principale referente istituzionale a sostegno degli operatori economici per penetrare e conquistare i mercati esteri”.

“La Campania è per tradizione una Regione export oriented, che proprio nell’ultimo anno ha sfondato il muro dei 10 miliardi, registrando un +2,1% rispetto al 2017.Ottime le performance in comparti strategici, come la farmaceutica e i mezzi di trasporto. La nostra sfida per il futuro è diventare sempre più competitivi sul digital export, settore che richiede un cambio nel business model delle imprese. Per raggiungere tale obiettivo intendiamo focalizzare la nostra strategia su strumenti e supporti specifici”. Così ha commentato Valeria Fascione, assessore all’internazionalizzazione, startup e innovazione della Regione Campania

“La 66ma tappa del Roadshow per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, oggi qui a Napoli, coincide con una nuova attenzione a migliorare l’accesso delle imprese, particolarmente le PMI, ai servizi che il sistema Paese offre alle imprese - ha sottolineato il presidente dell’Agenzia ICE, Carlo Ferro -  Abbiamo firmato ieri il 29mo accordo fra ICE e Camere di Commercio per offrire tramite la rete camerale i servizi ICE alle imprese. Ho annunciato che apriremo nei prossimi mesi anche a Napoli in collaborazione con CDP, il desk regionale che renderà disponibile un giorno alla settimana un punto di accesso ai servizi ICE in ogni Regione, dopo quello già avviato a Taranto. Vogliamo portare sul territorio l’accessibilità ai servizi di promozione all’internazionalizzazione offerti da ICE ed integrarli con l’offerta di supporto da parte degli altri attori di sistema per essere più vicini alle PMI e al mezzogiorno, per tradurre l’eccellenza del Made in Italy in un più elevato numero di imprese esportatrici”.

 

“Il sostegno all’export con l’ausilio di strutture competenti” - ha affermato Ciro Fiola, presidente della Camera di Commercio di Napoli - “è una priorità che avvertiamo e di cui ci siamo fatti carico grazie ad una collaborazione strategica e istituzionale con l’Agenzia ICE. Sono certo che le nostre imprese sapranno cogliere l’opportunità di costruire missioni commerciali e attività di incoming di valore. Lo stesso Palazzo della Borsa si candida ad ospitare numerosi futuri incontri B2B per conciliare la valorizzazione dei beni culturali, imprese e Made in Naples a tutto tondo”

Ad oggi con il progetto Roadshow, nel quinquennio 2014-2018, sono state coinvolte oltre 8.000 aziende e organizzato oltre 13.000 incontri con tutti i partner, 2.000 dei quali con ICE, che definisce con le aziende piani di formazione e assistenza personalizzati. I risultati sono positivi: nel solo 2017, il 94% delle aziende che si sono sedute ai tavoli ICE durante il Roadshow ha continuato la relazione con la nostra Agenzia usufruendo di servizi dedicati all’internazionalizzazione, di formazione o di ricerca di un partner estero, valore che, nel 2018, raggiunge il 100%.

L’allestimento di un tavolo congiunto tra ICE e Amazon ha consentito alle imprese partecipanti di conoscere i dettagli della recente collaborazione tra ICE e Amazon, finalizzata ad offrire ulteriori opportunità di esportazione attraverso l’e-commerce. Per tutte le prossime tappe del Roadshow 2019, la presenza del tavolo ICE e Amazon consentirà alle imprese italiane che parteciperanno di conoscere i dettagli dell’accordo e i benefici che potrebbero trarne.

Nel corso del Roadshow è stato annunciato l’Accordo Programmatico tra la Camera di Commercio di Napoli e l’Agenzia ICE, firmato ieri, al fine di consolidare la programmazione camerale delle iniziative di sostegno all’ internazionalizzazione delle PMI e ampliare il bacino di Aziende interessate ad operare sui mercati esteri  Il progetto del Roadshow continuerà nel 2019 con altre 3 tappe in tutta la penisola, il calendario dettagliato sul sito roadshow.ice.it (Inform)

 

 

 

Di Maio: "Rimpatri entro 4 mesi, 13 i Paesi interessati"

 

Rimpatri in 4 mesi, di fatto una stretta. E' decreto targato Luigi Di Maio sui migranti (LEGGI). Sono 13 i Paesi per i quali si accorciano le procedure. Si tratta di Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Capoverde, Kosovo, Ghana, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina, ha annunciato il ministro degli Esteri nel corso di una conferenza stampa alla Farnesina con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per il quale "con questo decreto, che prevede un elenco di paesi sicuri per i rimpatri, si dimezzano i i tempi per l'esame delle domande di protezione internazionale nei tribunali". Su un totale di 7.087 arrivi in Italia al 27 settembre 2019, "oltre un terzo appartengono come nazionalità ad uno di questi Paesi", ha proseguito Di Maio, secondo il quale "per molte di queste persone dobbiamo attendere due anni e questo ha bloccato i meccanismi di rimpatrio". "Questa lista può essere sempre aggiornata", ha poi specificato.

"È un decreto che non urla, ma che fa i fatti", ha dichiarato incora il titolare della Farnesina. Decreto che è un "primo step", ha spiegato Di Maio, sottolineando che è il frutto di un lavoro di squadra al quale hanno lavorato il ministero dell'Interno, della Giustizia e la Farnesina. "Sui rimpatri siamo all'anno zero - ha ribadito Di Maio - le cifre sono stazionarie. I meccanismi di rimpatrio non sono stati implementati negli ultimi 14 mesi, anche se ci sono stati miglioramenti".

Questo "è un primo passo importante che rende il nostro Paese meno burocratizzato per quanto riguardo le procedure" sui rimpatri, ha dichiarato il ministro degli Esteri per il quale "è facoltà dello Stato accelerarle": l'"importante è fermare le partenze" e questo avviene "con la cooperazione, con meccanismi di rimpatrio, ma anche con una grande azione diplomatica che punta a stabilizzare la Libia".

"Voglio dire anche per quanto riguarda il secondo decreto sicurezza che non c'è nessuna volontà di metterlo in contrapposizione ad altri provvedimenti", ha dichiarato ancora Di Maio aggiungendo che "per quanto riguarda quelle normative (del decreto sicurezza bis, ndr) c'erano osservazioni del presidente della Repubblica che andranno recepite ma non riguardano questo genere di decreti". "Nella prossima legge di bilancio vogliamo potenziare il fondo rimpatri" che serve a "stimolare gli accordi internazionali nell'ambito della cooperazione allo sviluppo", ha dichiarato ancora Di Maio. Questo fondo, che attualmente può arrivare a 50 milioni di euro, "secondo noi" può crescere "ancora di più", ha spiegato, sottolineando che "sono soldi che possiamo usare per accelerare i rimpatri" e "l'obiettivo è favorire i rimpatri veloci attraverso accordi mirati".

''Firmo un decreto che ha ricadute sul sistema giustizia'', ha spiegato il Guardasigilli, riferendosi al testo sottoscritto insieme con i ministri Di Maio e Lamorgese. Le domande di protezione internazionale ''sono in aumento e di fatto occupano grande spazio nei Tribunali''. ''Naturalmente ci sarà una valutazione caso per caso ma sarà diverso il meccanismo dell'onere della prova - ha chiarito - ossia non ci sono i presupposti per la protezione internazionale in mancanza di prova contraria . Tutto il sistema sarà più semplice e più celere''.

Intanto, il pre accordo sui migranti raggiunto nel corso del vertice a cinque tra Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia, e che sarà esaminato a Lussemburgo martedì 8 ottobre durante il Consiglio europeo degli Affari interni, "è un work in progress". A dirlo è il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, parlando con la stampa a margine del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, oggi in Prefettura a Milano.

"Quella a Lussemburgo sarà una presentazione dell’accordo - continua Lamorgese -. Noi lo presenteremo e poi ogni Stato dovrà verificarlo, non è prevista una firma il giorno dopo. E' un work in progress. Raggiungeremo un risultato se si arriverà a un numero di Stati (aderenti, ndr) tale da garantire una gestione complessiva del fenomeno a livello europeo".

Sulla questione rimpatri, spiega ancora, "io sono d’accordo" con Di Maio. l’ordine e la sicurezza pubblica, oggi in Prefettura a Milano. "Ritengo che il risultato di Malta - dice Lamorgese - sia semplicemente un inizio. Ne rilevo il valore politico, perché è stato messo nero su bianco il principio delle quote obbligatorie per Stati ed è caduto il tabù della rotazione dei porti, anche se è volontaria. Ma su quel pre accordo non ho mai usato toni trionfalistici perché la strada è lunga e difficile. Parlare solo di redistribuzione significa affrontare in maniera semplicistica un tema complesso perché questa è solo una delle tematiche, accanto a cui ci sono i corridoi umanitari, la necessità di migliorare le condizioni nei Paesi di partenza, in primis Libia e Tunisia. Io non mi prendo attestati di merito per Malta, vedremo come va". Adnkronos 4

 

 

 

 

Sociologo Colombo: ragazzi lasciano Italia, non c’è meritocrazia. Investiamo in formazione ma non li tratteniamo

 

Roma – I Italia c’è un popolo in fuga: sono i giovani che si trovano a disagio in un paese “che non dà risposte alla richiesta di meritocrazia. Per Per Asher Colombo, docente di Sociologia delle migrazioni internazionali all’università di Bologna, lo “scandalo” è che – dice a La repubblica – “prima il Paese spende per l’istruzione e la formazione dei suoi giovani e poi non si preoccupa di trattenerli, né tantomeno di farli tornare a casa”.

Ma l’Italia non è stato sempre un Paese d’emigrazione? “Sì, ma quella di oggi è un’emigrazione ben diversa da quella degli anni 50. Qui non partono i più poveri, ma sempre più spesso chi ha una formazione medio-alta e aspirazioni di crescita non soddisfatte dal Paese in cui vive”.

Cosa cercano all’estero i nostri giovani? “Il merito. In Italia è infatti cresciuta una generazione che alla domanda di una maggiore meritocrazia nel mondo del lavoro, non riceve risposta. Sono ragazzi che accettano la sfida di lasciare casa per andare all’estero, dove le relazioni e le parentele contano un po’ meno”.

Ma poi tornano in Italia? “La circolazione dei giovani è tipica del mondo anglosassone e dei Paesi del Nord Europa: si va fuori, si fa esperienza e poi si torna ai luoghi d’origine. Da noi il rientro è molto più difficile, perché si rischia di non poter valorizzare quanto si è fatto all’estero”.

Cosa rischia di perdere il nostro Paese? “Perde un capitale umano fondamentale. Il nostro Paese investe per istruire questi ragazzi. La formazione in Italia, anche a livello universitario, resta infatti molto competitiva”.

Chi prende il posto di chi va via? Gli immigrati? “Assolutamente no. I giovani che vanno via non vengono sostituiti dagli immigrati, che continuano a svolgere mansioni scarsamente qualificate. La verità è che questi restano due mercati del lavoro completamente diversi”. Askanews 2

 

 

 

 

Il progetto

 

Con effetti discutibili, la partita politica PD/M5S continua. Comunque, da quanto è emerso, il quadro istituzionale potrebbe ancora cambiare.  Il Potere Legislativo è stato varato ma con palesi difficoltà. Quello esecutivo è ancora da assimilare; ma già è motivo d’attrito tra i partiti d’”opposizione”. Di più non è possibile evidenziare proprio perché non sono ancora operativi tutti i contenuti degli accordi.

 

 Nella foga della disamina, resta da chiarire come andrà a essere gestita la politica della formazione di “centro/sinistra” con possibili aperture esterne di sostegno. Non è neppure da escludere, però, la cobelligeranza dei partitini che, all’occorrenza, potrebbero fare “numero” nel mucchio.

La strategia di governo sarà il banco di prova per la “tenuta” di un Esecutivo il cui Primo Ministro “bis” dovrà fare i conti con un Parlamento diverso da quelli passati.

 

Date le ammissibili “novità”, potrebbe avere buon gioco anche una sorta di “fiducia” con voto segreto. Se l’accordo attuale non dovesse essere condiviso da una certa ala parlamentare, non ci sarebbero altre occasioni. Il Potere Legislativo continuerà almeno al varo di una nuova legge elettorale.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’indagine conoscitiva sulle condizioni e le esigenze delle comunità italiane nel mondo

 

L’audizione del Direttore Generale uscente del Maeci per la promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. La novità è nella gestione integrata di tutti gli attori coinvolti nella promozione culturale, ma serve continuità

 

ROMA – Si è tenuta, presso la Commissione Affari Esteri ed Emigrazione del Senato presieduta da Vito Petrocelli, l’audizione di Vincenzo De Luca, Direttore Generale uscente per la Promozione del Sistema Paese del Maeci: l’audizione si pone quale approfondimento rispetto all’indagine conoscitiva già avviata sulle condizioni ed esigenze delle comunità italiane nel mondo. De Luca ha esordito parlando della novità in questo campo rappresentata dalla capacità di attivare una gestione integrata tra tutti gli attori coinvolti nella promozione del Sistema Paese. “Da 2017 stiamo portando avanti lo sviluppo di un piano di promozione culturale integrata che coinvolge il Maeci, gli Istituti Italiani di Cultura, gli Enti gestori e promotori, la Dante Alighieri e la Rete diplomatico-consolare”, ha spiegato il direttore ricordando lo stanziamento di 150 milioni di euro per il quadriennio 2017-2020, che ha offerto per la prima volta la possibilità di una vera programmazione diluita nel tempo. “E’ dunque per noi una novità poter contare su un piano e su una programmazione con delle priorità ben precise da valorizzare: in più possiamo condividere il tutto in modo inclusivo verso le nostre comunità estere”, ha aggiunto De Luca evidenziando come si sia partiti dalla conferenza del 2016 al Maeci con tutti i direttori degli istituti culturali.

Quindi si è parlato di Made in Italy, da coniugare come valore culturale aggiunto, per una promozione a tutto campo del Sistema Paese, che possa contare sulla condivisione di tutto il mondo politico italiano e di una rinnovata Rete diplomatico-consolare. “Ben il 33% dell’industria mondiale del design è prodotto in Italia: non dimentichiamo poi altri settori per noi fondamentali come la moda, il cinema e ogni espressione della creatività. Sono ambiti dove sappiamo da sempre coniugare al meglio tradizione, innovazione e patrimonio”, ha precisato De Luca soddisfatto della nostra capacità di portare le imprese all’estero e di presidiare i mercati, valorizzando allo stesso tempo il cosiddetto modello del ‘Vivere all’Italiana’, che racchiude cultura, creatività e sostenibilità. “Quando si parla di industria culturale, si parla in realtà anche e soprattutto di economia: essa produce infatti 90 miliardi annui che corrispondono a circa il 6% di Pil e al 14% delle esportazioni. Abbiamo un nostro ‘soft power’ da poter esercitare all’estero, che ci fa apprezzare da partner importanti”, ha aggiunto De Luca analizzando infine il settore della formazione e della lingua italiana.

De Luca ha ricordato i 6 mila eventi prima del 2016 in campo culturale e di promozione linguistica; oggi siamo ad oltre 9 mila, con un incremento significativo. “Possiamo contare su 84 Istituti Italiani di Cultura, di cui 2 nuovi inaugurati fuori dall’Europa, precisamente ad Abu Dhabi e Dakar. Abbiamo inoltre nel mondo ben 50 Scuole, di cui 42 paritarie e 8 statali; infine 406 Comitati della Dante Alighieri. Siamo riusciti a riunire in questo piano di sviluppo anche gli Enti gestori, strutture molto collegate alle nostre comunità all’estero” che, per De Luca, possono, oltre a gestire i corsi di lingua italiana, svolgere anche funzioni di promozione ampliando il bacino.

 La lingua è fondamentale come strumento di  divulgazione della nostra cultura – ha sottolineato De Luca – ed è infatti proprio questo il settore dove nel lontano 2001 per primo è arrivato l’appuntamento della cosiddetta ‘Settimana di promozione della lingua italiana’: negli ultimi 6 anni, ogni due anni convochiamo inoltre gli ‘Stati generali della lingua italiana’ con il patrocinio del Presidente della Repubblica”, ha aggiunto De Luca evidenziando la cifra importante degli oltre 2 milioni di studenti della lingua italiana nel mondo risultati dalla ricognizione del 2018. Le statistiche danno la lingua italiana tra le prime quattro lingue più studiate al mondo. Secondo l’analisi di De Luca bisognerebbe tuttavia incrementare le sezioni di lingua italiana nelle scuole internazionali. Da migliorare ci sarebbe anche il trend relativo alla percentuale di studenti stranieri nelle scuole italiane: l’Italia si ferma al 4% contro una media Ocse dell’8%. Vanno decisamente meglio le accademie di alta formazione, con un 13% di studenti stranieri. (Simone Sperduto/Inform 2)

 

 

 

 

 

Il mio primo giorno di scuola

 

Il ricordo del primo giorno di scuola, quando le scuole si riaprivano il 1°ottobre, me lo porto dietro come un vecchio santino nel portafoglio che ogni tanto spunta tra le carte, logoro ma ben custodito, che si accarezza con lo sguardo e si ripone con cura. Mi rivedo per mano a mia madre, con una vecchia cartella di cuoio, dono di parenti generosi, più grande del necessario, come se mi dovesse bastare per una lunga carriera. Dentro la cartella sguazzavano matite e pastelli alla rinfusa.

La scuola era in un edificio ricavato in un antico convento di frati francescani, fuori le vecchie mura di cinta del villaggio - Assergi, alla falde del maestoso Gran Sasso aquilano -, un antico castello medievale di cui si conservavano due delle porte di accesso. Le poche centinaia di metri che percorsi quel primo giorno per recarmi a scuola furono una piccola marcia trionfale: tante persone, soprattutto donne anziane, mi facevano gli auguri, come se avessi vinto un concorso e mi accingessi a ricevere il premio. Ebbi la chiara coscienza che per me cominciasse la vera vita, l'inizio di una sfida da lungo tempo attesa.

Un po' di rimpianto nel lasciare mia madre e subito, tra il confuso viavai di mamme e maestre e dopo aver attraversato un piccolo mare di grembiulini neri e nastri blu, mi ritrovai in una piccola aula che sarebbe stata la stessa per tutti e cinque gli anni del corso. Scoprii che la nostra classe era poco numerosa: in tutto tre femminucce e sei maschietti. Mancava all'appello una bambina di nome Teresa, che era emigrata in Australia con la famiglia, mentre un altro bambino, di nome Peppino, sarebbe partito di lì a poco in America. Erano gli ultimi scampoli dell’ultima ondata migratoria, quella del secondo dopoguerra.

La maestra, ancor giovane e assai graziosa, si chiamava Irma Castri in Vespa. Qualche anno dopo scoprimmo che era la madre di un ragazzo assai bravo a scuola e che aveva cominciato molto presto a scrivere nella redazione aquilana su un importante giornale romano (adesso, è da decenni un noto volto televisivo). I banchi erano ancora di legno e si scriveva con un pennino intinto nell'inchiostro liquido.

La prima lezione di quel primo giorno consistette nel tracciare con la matita delle aste sulla prima pagina di un quaderno. In questa prima prova fui poco brillante. Il disegno non è mai stato il mio forte. Fu nei giorni seguenti, a contatto con le prime letterine dell'alfabeto, che cominciai a sentirmi a casa mia, e da quella casa non sono più uscito... Giuseppe Lalli, de.it.press

 

 

 

 

Presentato a Roma da Caritas e Migrantes il XXVIII Rapporto Immigrazione 2018-2019

 

ROMA – E’ stato presentato presso la Chiesa di San Francesco Saverio del Caravita, nel cuore della Capitale, il XXVIII Rapporto Immigrazione 2018-2019 di Caritas e Fondazione Migrantes, i due organismi della Cei. La presentazione è avvenuta in questa chiesa in concomitanza con la mostra “Exodus” di Safet Zec, ospitata lungo le pareti della navata della Chiesa di via del Caravita - mostra incentrata proprio sul dramma delle migrazioni - ma soprattutto a pochissimi giorni dalla 105ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrata nell’ultima domenica di settembre in Piazza San Pietro da Papa Francesco, che ha invitato a riflettere su un concetto ben preciso: “Non si tratta solo di migranti”. Lo stesso Pontefice ha più volte chiesto a fedeli e non credenti, al mondo politico e alle istituzioni, di vedere nel migrante anzitutto la persona che vi è dietro. Il Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, partendo da questa via maestra, ha inteso ancora una volta stilare le tendenze più aggiornate – basate sui dati Onu 2017 – in tema di mobilità umana a livello mondiale ed europeo. I migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale e – stando sempre ai suddetti dati – sono Asia ed Europa ad ospitarne in numero maggiore. In Europa è la Germania a guidare questa classifica, seguita da Regno Unito, Italia, Francia e Spagna.

 

Focus privilegiato della ricerca è naturalmente il contesto italiano e i fattori che derivano dalla convivenza tra cittadini italiani e stranieri in ogni ambito: lavoro, famiglia, scuola, salute, criminalità, religione. Il curatore del volume, Simone Varisco, ha quindi illustrato a grandi linee il lavoro e il modus operandi per la realizzazione di un rapporto sull’immigrazione esaustivo che analizza e affronta diverse problematiche. In Italia i cittadini stranieri regolarmente residenti rappresentano l’8,7% della popolazione: tra questi i più consistenti sono romeni, albanesi e marocchini; per la maggior parte sono concentrati nelle regioni più sviluppate del Centro-Nord e, non a caso, le due città più coinvolte dal fenomeno migratorio sono Roma e Milano. Dai dati Istat 2018 emergono alcuni fenomeni relazionati proprio alla presenza di cittadini stranieri sul territorio italiano. Persiste tra gli stranieri la questione dell’over-education, ossia una preparazione scolastica superiore rispetto alle reali mansioni lavorative; aumentano gli infortuni sul lavoro per gli stranieri; il volume delle rimesse monetarie inviate dall’Italia ammonta a oltre 6 miliardi di euro; nella scuola abbiamo un 63% degli alunni con cittadinanza non italiana, che è nato in Italia ed è un aspetto che deve evidentemente richiamare la politica a trovare una soluzione alla questione della cittadinanza; nelle carceri il 34% dei detenuti è rappresentato da stranieri, sebbene nel complesso le pene inflitte denotino una minore pericolosità sociale da parte degli immigrati. Dal punto di vista dell’appartenenza religiosa, i dati del 2019 documentato una presenza consistente, in aumento, di stranieri musulmani per una stima di 1 milione e mezzo di individui; in decrescita, invece, gli stranieri cristiani (cattolici, ortodossi ed evangelici) sebbene la soglia sia di quasi 3 milioni di persone; in fortissima crescita risultato infine gli stranieri atei e agnostici.

 

Un problema invece molto serio è risultato essere quello relativo alla disinformazione relativa agli stranieri e quindi agli immigrati. Come sottolineato dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018 si sono registrate oltre settecento dichiarazioni che hanno avuto come bersaglio proprio gli immigrati. Queste problematiche che sono state affrontate da tre “ospiti illustri” all’interno del Rapporto Immigrazione: la senatrice Liliana Segre, il sociologo della comunicazione Mario Morcellini e il filosofo Massimo Cacciari. “No alla deriva ideologica che spinge a vedere nell’altro un ostacolo e perfino un nemico”, è il monito di Segre; “attenzione alla fabbrica della paura”,  è il campanello d’allarme lanciato da Morcellini; “occorre un lessico depurato dai linguaggi della contrapposizione che portano all’odio, ma serve anche una politica europea che guardi al Mediterraneo”, è la riflessione di Cacciari.

 

Nel corso della presentazione del volume, Francesco Soddu, Direttore della Caritas Italiana, ha rilanciato le parole usate da Papa Francesco sull’idea di “non considerare queste persone solo come dei migranti”. Dunque è stato ribadito il concetto di “rimettere al centro la persona e di rivedere in modo particolare la questione della cittadinanza perché – come precisato da Soddu – esiste un’alterazione della realtà, che vede in Italia la presenza di tantissimi figli di cittadini stranieri, nati per l’appunto nel nostro Paese, che mantengono pur tuttavia la cittadinanza d’origine, con tutti i problemi che ciò comporta per un percorso che sia pienamente integrativo”. Il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), parlando del rapporto che si ha coi migranti ha criticato la “società dell’indifferenza globalizzata che vede il perpetuarsi della distinzione tra ‘noi e loro’, mentre serve una nuova cultura basata sull’incontro e sulla ricerca solidale del bene comune”, ha commentato Bassetti sottolineando l’aspetto culturale-antropologico che si cela dietro a tutti i fenomeni migratori, che non devono in alcun modo essere strumentalizzati. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, parlando delle migrazioni ha ravvisato la presenza di “un fenomeno globale che interessa anche tanti italiani all’estero, dunque un fenomeno da dover leggere e saper interpretare nel modo giusto come un segno dei tempi tutt’altro che accidentale, bensì frutto di cambiamenti significativi”, ha rilevato Di Tora richiamando a sua volta il messaggio di Papa Francesco nonché quello più propriamente biblico. “Si tratta di fenomeni che avremo probabilmente per i prossimi trent’anni e che a quel punto cambieranno sicuramente l’assetto geopolitico globale”, ha aggiunto Di Tora. E’ stato infine proiettato un estratto del documentario di Vito D’Ettorre, giornalista di TV2000, dal titolo “Corridoi di Vita” e incentrato sui corridoi umanitari. (Simone Sperduto/Inform)     

 

 

 

 

 

Politiche migratorie, Lamorgese: “Serve una risposta coordinata e condivisa a livello europeo”

 

Sul problema del fenomeno migratorio, il Ministro dell’Interno ha riferito in Senato, in vista del prossimo Consiglio Ue su giustizia e affari interni

 

ROMA – “Solo una risposta coordinata e condivisa a livello europeo permetterà di elaborare una strategia comune in grado di coniugare il rigore nella lotta al traffico di esseri umani e il rispetto dei diritti umani e della solidarietà, base dell'integrazione”, così il Ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha riferito in Senato nell’audizione davanti alle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Politiche europee, in vista del Consiglio Ue su giustizia e affari interni in programma il 7 e l’8 ottobre in Lussemburgo.

Durante il vertice di Malta sui migranti, “i lavori si sono svolti in una rinnovata collaborazione europea ed è emersa l'unanime volontà di risposte condivise”, ha confermato il Ministro che ha “apprezzato i segnali concreti di una significativa disponibilità da parte dei partner europei in merito alle soluzioni proposte dal nostro Paese”. Per quanto riguarda i rimpatri, il responsabile del Viminale ha riferito che è necessario far crescere il tasso dei rientri di chi non ha titolo a restare in Europa. “Bisogna promuovere ogni  iniziativa a livello europeo – ha sostenuto Lamorgese - per favorire nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine dei flussi e implementare quelli già in vigore”. (Inform/dip 4)

 

                                              

 

 

 

 

Quel che ci vuole

 

A ben osservare, l’Italia sta vivendo una realtà differente da quella che potevamo ipotizzare. Prima, avevamo contato su possibili ”cambiamenti”. Poi, ci siamo impensieriti. Certo è che abbiamo capito, anche perché l’hanno fatto intendere, che i governi “ordinari” cadevano e risorgevano con gli stessi atteggiamenti politici. Con la fine dell’estate, il nostro quadro d’osservazione è, progressivamente, mutato. La realtà del Paese resta, però, patologica; i costi reali sono ancora alti e a carico delle classi che meno sono in grado di tollerarli. Mentre il concetto di “liberalizzazione” ha difficoltà a radicare in un Paese più conservatore di quanto fosse immaginabile, sul fronte dei partiti non ci sono novità degne di nota. Ora è tornata una maggioranza di centro/sinistra a governare e in Parlamento ci sarà un partito in più.

 

Resta, in ogni caso, una realtà socio/economica ancora da delimitare e il “contenimento” prevede altri sacrifici. In Italia, i “miracoli” non ci sono mai stati. Si tira avanti come si può. Insomma, ci si arrangia. I tempi “migliori” restano sempre lontani. La disoccupazione non frena e i nuovi posti di lavoro sono ancora pochi. Quello di cui si sente la necessità sono le riforme. Quelle che, se andassero in porto, potrebbero cambiare la Repubblica. Le cordate per “salvare” il Paese non fanno più storia. Ai politici, vecchia maniera, non crede più nessuno e il rimpianto ha lasciato il posto alle difficoltà del quotidiano.

 

Le crisi politiche, ipotetiche o reali, sono sempre destinate a risolversi. Quelle economiche assai meno. Quando i sacrifici non aprono spiragli alla speranza, allora andare avanti si rivela un problema. Adesso l’Italia, che stenta mantenere il suo ruolo UE, potrebbe restare il fanalino di coda della situazione evolutiva del Vecchio Continente. Forse, ritrovato il varco delle scelte, anche i nostri politici riusciranno a risollevarsi dall’apatia che è figlia dell’emulazione. Basta con le farse da salotto buono. Dopo i sacrifici, c’è da guardare al futuro con uno spirito rinnovato.

 

 Quello che occorre, e francamente manca, è una classe d’uomini di governo capaci di dimostrare al Paese d’essere più statisti che politici. Impresa certamente ostica, forse anche impossibile, per chi ha saputo più pretendere che dare. Anche in economia ”spicciola", resta un problema promettere una manciata d’euro in più per, poi, riprenderli da chi ha avuto la capacità di mantenere un certo livello di redditività. Insomma, il “rinnovamento” d’Italia non è prossimo né, purtroppo, prevedibile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Protocollo per identificare i veri ristoranti italiani e proteggerli dai fake

 

Bologna - “ITA0039 | 100% Italian Taste Certification” è il protocollo ideato da ASACERT e Coldiretti per identificare i veri ristoranti italiani e proteggerli dai fake, siglato a Bologna il 27 settembre scorso, alla presenza del ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

L’idea di questa certificazione, che si pone l’obiettivo di garantire il Made in Italy nel mondo della ristorazione, nasce da ASACERT – ente di certificazione e ispezione con esperienza pluriennale e accreditamenti internazionali – che ha deciso di unire la propria competenza nel campo della certificazione e l’esperienza maturata all’estero per ideare un inedito schema di certificazione volto a verificare e valorizzare l'Italian Taste contro il fenomeno dell’Italian Sounding.

“La certificazione ITA0039 | 100% Italian Taste è nata dalla necessità di difendere, promuovere e valorizzare il patrimonio agroalimentare italiano, non solo a livello di prodotto – oggetto di clamorose falsificazioni e acclarati casi di contraffazione, ma già oggetto di innumerevoli strumenti di analisi e tutela grazie anche all’operato attento di Coldiretti – ma anche sul piano della distribuzione enogastronomica” afferma Fabrizio Capaccioli, managing director di ASACERT.

L’innovativo protocollo di verifica ha già debuttato nel Regno Unito certificando una delle più note “bandiere” italiane d’oltremanica: San Carlo Group, presente a Londra, Manchester, Birmingham, Liverpool, Bristol, Leeds e Leicester, attraverso i brand San Carlo, Cicchetti, Fumo, Bottega, Signor Sassi, Gran Cafe e Flying Pizza.

“Un progetto – continua Capaccioli - che ha subito trovato come suo alleato naturale Coldiretti, da sempre impegnata nella promozione e nella tutela dei prodotti italiani. Un lavoro di squadra che garantirà i produttori italiani, non più solo nella GDO, ma anche nella distribuzione capillare del prodotto nei ristoranti all’estero che intendono essere davvero italiani".

L’italian sounding è un fenomeno sempre più in crescita che va contrastato in tutte le sue forme.

All’estero l’uso del tricolore, di nomi o di segni distintivi e denominazioni geografiche che evocano l’Italia ma che con il nostro Paese non hanno nulla a che fare, è sempre più in crescita. Così come lo sono le aziende alimentari estere che utilizzano impropriamente scenari, colori e icone italiane, ingannando il consumatore. Un fenomeno che inevitabilmente colpisce il settore della ristorazione: sono sempre più numerosi i ristoranti all’estero che di italiano hanno solo il nome e la “facciata” ma non la “sostanza”, ovvero le materie prime, lo staff e soprattutto la tradizione culinaria e la proposta enogastronomica.

Per questo l’iter di certificazione messo a punto da ASACERT e Coldiretti verifica che dietro quei simboli ci sia un autentico ristorante italiano, attraverso un protocollo basato sulla rispondenza dei fornitori, dei menù e della carta dei vini. (aise) 

 

 

 

Influenza prima causa di morte per infezione

 

L'influenza non è una malattia banale. E' infatti la prima causa di morte per infezione e ogni anno colpisce quasi 8,2 milioni di italiani, con non pochi rischi di complicanze, soprattutto per gli over 65, e un bilancio nella stagione passata di 5 o 6 mila decessi collegati. "Fondamentale dunque vaccinarsi, a partire dal 15 ottobre quando partirà la nuova campagna vaccinale", hanno ricordato gli esperti riuniti oggi a Roma per la presentazione della campagna di comunicazione sociale #UnaSceltaVincente realizzata da Italia Longeva, la rete del ministero della Salute sull'invecchiamento e la longevità attiva, con il patrocinio delle società scientifiche Sigg, Simg, Siti e Responsabilità sociale Rai, per sensibilizzare sull'importanza delle vaccinazioni in età adulta.

 

Secondo i dati raccolti dal ministero della Salute, nell'ultima stagione antinfluenzale si è vaccinato il 53% degli over 65, con una grande variabilità delle coperture tra le diverse regioni. "La percentuale di copertura vaccinale - ha spiegato Claudio D'Amario, direttore generale Prevenzione sanitaria del ministero - è ancora troppo bassa rispetto all'obiettivo minimo che abbiamo dato alle Regioni, del 75% per gli ultra 65enni. L'Organizzazione mondiale della sanità addirittura raccomanda la copertura al 90%".

Ma la copertura "è anche molto bassa per la fascia adulta e giovanile - ha aggiunto D'Amario - che presenta comunque possibilità di complicanze e disagi legati all'assenteismo sul luogo di lavoro". Con alcune insospettate aree 'virtuose', come ad esempio gli atleti professionisti: "Nelle squadre di calcio la vaccinazione si fa. Anche ai miei tempi", ha ricordato Marco Tardelli, protagonista dello spot al centro della campagna presentata oggi a Roma.

"Non si deve fare l'errore di sottovalutare l'influenza - ha concluso Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all'Università di Firenze e coordinatore scientifico del Calendario per la vita - I rischi di complicazioni sono elevati, in particolare negli anziani per i quali aumenta del 6% il rischio di ictus durante i picchi di epidemia. Aumentano inoltre i rischi, che già crescono con l'età, di polmonite e di attacchi cardiaci. Vaccinarsi, quindi, è di fondamentale importanza". Adnkronos 3

 

 

 

 

La remunerazione dei fallimenti. Thomas Cook, Atlantia e i principi etici perduti

 

Il recente fallimento della Thomas Cook e le attuali vicende di Atlantia, anche in relazione al salvataggio di Alitalia, impongono alcune considerazioni sulla nostra società civile e i suoi principi etici, compresi quelli di natura economica e fiscale.

La società Thomas Cook è fallita perché il management non ha capito per tempo com’era cambiato il mercato del turismo, ma questo non ha impedito che lo stesso management incassasse negli ultimi anni milioni di sterline per emolumenti di vario tipo. Solo l’amministratore delegato svizzero Peter Fankhauser, in carica dal 2014, ha incassato oltre 8,3 milioni di sterline, incluso un bonus di quasi 2,9 milioni nel 2015.

Giovanni Castellucci ha guidato Atlantia per molti anni senza accorgersi che, a quanto risulta dalle prime indagini, la manutenzione di strade e viadotti non veniva fatta col rigore richiesto dal contratto di concessione con lo Stato italiano. Malgrado questo ha lasciato la società ricevendo un compenso di oltre 13 milioni di euro.

Giancarlo Cimoli uscì da Alitalia con alcuni milioni di euro di liquidazione per poi essere condannato nel 2015 a otto anni di reclusione per bancarotta, avendo causato perdite per oltre quattro miliardi di euro alla compagnia di bandiera.

Negli ultimi vent’anni c’è stata un’escalation nei compensi di molti top manager di grandi imprese, compensi che hanno raggiunto cifre iperboliche, alimentando quell’aberrazione della società odierna rappresentata dalle disuguaglianze sociali.  Quella società che Paolo Ercolani, nel suo libro ‘Figli di un io minore’, definisce società ottusa, come evoluzione della società aperta. Una società dominata dalla finanza e dalle tecnologie, dove l’essere umano non è più al centro del sistema ma diventa solo una ruota dell’ingranaggio.

Le teorie liberiste degli Anni Ottanta

Il dominio della finanza è iniziato negli Anni Ottanta con le politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, convinti che non si dovessero mettere vincoli al mercato perché esso era capace di autoregolarsi. Il mercato si è regolato favorendo la finanza speculativa e la concentrazione della ricchezza in mano a pochi, creando così una situazione di disuguaglianze sociali che rappresenta una delle principali cause della mancata ripresa dell’economia mondiale, soprattutto dei Paesi industrializzati, dopo la crisi iniziata nel 2007 e non ancora finita.

In questo contesto si sono persi alcuni principi etici fondamentali dell’attività economica; tra questi il principio che un’impresa privata è un’entità sociale che non appartiene solo agli azionisti, liberi di disporne a loro piacimento per i loro interessi particolari. Un’impresa è un fatto sociale che appartiene a tutti gli stakholders che comprendono, si, gli azionisti, ma anche tutti quelli che vi lavorano, i fornitori, le banche e lo Stato al quale si pagano le giuste imposte che verranno impiegate per i servizi ai cittadini. La sua patologia è la patologia di tutta la società che vi ruota attorno. Il fallimento delle Thomas Cook ha coinvolto hotel, resort e tutti quei servizi che negli ultimi anni avevano collaborato con il tour operator britannico per attrarre viaggiatori.

E’ allora chiaro che anche gli alti emolumenti al top management dimostrano che si è persa la dimensione sociale dell’impresa e dei suoi valori etici.

Principi etici e aspetti fiscali

In relazione a tutto questo non possono mancare alcune considerazioni di carattere fiscale, molto attuali in questo momento in Italia. Negli Anni Settanta, al tempo dei due shock petroliferi, in Gran Bretagna la progressione dell’imposizione sulle persone fisiche raggiungeva l’83%. Questo, in parte scoraggiava le retribuzioni eccessive e, nel caso venissero concesse, faceva in modo che una buona parte andasse allo Stato. Anche ai giorni nostri, in alcuni Paesi del Nord Europa, la tassazione personale raggiunge aliquote ben più alte della massima vigente in Italia.

Penso che i due principi etici stabiliti dall’articolo 53 della nostra Costituzione – capacità contributiva e criteri di progressività – rendano giustificabile una progressività delle aliquote sui redditi delle persone fisiche che possa raggiungere, se non l’80%, almeno il 60%. Ovviamente si parla di emolumenti superiori al milione di euro. Forse in valore assoluto non si tratta di una somma elevatissima incassata dallo Stato, ma almeno si persegue il giusto principio dell’equità sociale. Solo ignorando la Costituzione si può proporre una flat tax sui redditi delle persone fisiche perché una tale tassa piatta rappresenta un’ingiustizia sociale e potrebbe favorirebbe l’evasione fiscale se proposta nei termini in parte già attuati.

Il problema fiscale è enorme e deve essere risolto a livello dell’Unione europea. Idealmente si dovrebbe avere una legge fiscale europea valida per tutti i Paesi dell’Unione (magari con qualche margine di flessibilità), eliminando lo scandalo dei paradisi fiscali come il Lussemburgo, le Channel Island per la Gran Bretagna, le Antille Olandesi per l’Olanda, Andorra per la Spagna, Monaco-Montecarlo per la Francia, Liechtenstein per la Germania e San Marino per l’Italia. Un tale sistema (che per ora appare utopico) eliminerebbe quelle distorsioni della concorrenza rappresentate da aliquote fiscali diverse, praticate per attrarre le attività o le sedi legali e fiscali delle società verso un Paese piuttosto che un altro. Come ha fatto la Fca spostando la sede legale in Olanda e la sede fiscale in Gran Bretagna.

Liberalizzazioni, privatizzazioni e ritorno a Keynes

Infine, un altro disastro provocato dal liberismo sono state le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici, nelle quali ci si è buttati dopo gli anni ottanta, senza assicurarsi, almeno in Italia, che i privati che acquisivano le società di Stato avessero fondi sufficienti per l’acquisto e per i futuri investimenti. Basta citare le privatizzazioni di Telecom e di Aeroporti di Roma consegnati a privati che avevano solo un intento speculativo. Infatti acquistarono facendo debiti che furono poi addossati alle società privatizzate. I mancati investimenti negli anni successivi alla privatizzazione sono stati la conferma di questo. Senza dimenticare il disastro di Alitalia ceduta ai famosi “capitani coraggiosi” che l’hanno distrutta in pochi anni.

Rispetto alla grande crisi del 1929, la crisi iniziata nel 2007 è stata meglio controllata grazie ai sistemi di comunicazione in tempo reale, evitando così le tragedie umane che si verificarono soprattutto negli Stati Uniti dopo il 1929 con molti suicidi. Tuttavia, anche in considerazione di quanto brevemente esposto in precedenza, molti economisti cominciano a chiedersi se non si debbano rispolverare i testi di John Maynard Keynes col suo liberismo che deve coniugarsi con la giustizia sociale. Per Keynes lo Stato deve intervenire a sostegno dell’economia per assicurare l’equilibrio del mercato. I principi di Keynes segnarono la ripresa dei Paesi europei dopo la seconda guerra mondiale, assicurando un lungo periodo di sviluppo economico che ha permesso la creazione di uno stato sociale che tutto il mondo ci invidia.

Alfredo Roma, AffInt 8

 

 

 

 

Nessuna scelta

 

Il Conte “bis” arranca. Col “consenso” di un Potere Legislativo variegato. Le novità ci saranno anche al Potere legislativo. Il Primo Ministro ”bis” dovrà fare i conti con una schiera di partiti che remano contro questa maggioranza parlamentare. Ora, ma non comprendiamo come, l’Esecutivo spera in un rafforzamento di quelle posizioni proprie del nuovo alleato di Governo. Cioè il PD. Partito che già s’è scisso. Infatti, la governabilità appare ancor più complessa e, indubbiamente, macchinosa. Tutto dipenderà, ancora una volta, dal comportamento dei Partiti che s’identificano al “centro” della politica italiana. Oggi, però, è meglio non far conto su nessuno.

 

Una maggioranza “atipica” ha lasciato posto all’attuale. Ma chi contava ieri vuole contare anche oggi. E’ umano, lo comprendiamo, però non lo motiviamo. “Maggioranza” e “Opposizione” hanno, nel Nuovo Millennio, una concretezza differente da quella degli ultimi decenni del 1900. Dal 2008 a oggi, n’è passata d’acqua sotto i ponti, e la sinistra non è più quella di un tempo. Nel contesto, si muovono, anche se in modo disarticolato, le formazioni di Centro. Guidate da uomini che hanno un passato politico incerto o neppure quello. Come si può far conto su un Esecutivo, dove la reazione della parte centrista potrebbe deviare l’ago della governabilità?

 

 Il nostro futuro prossimo sarà ancora rappresentato da un equilibrio “instabile”. Con conseguenze preoccupanti per un’economia che ha bisogno di stabilità per potersi riprendere quel tanto per non essere inglobata dai dictat di un’UE che è madre e matrigna per tutti i suoi Figli. I tempi per le congetture sono maturati, ma il nostro Primo Ministro non può “garantire” anche le tattiche degli altri uomini della sua squadra e della maggioranza Parlamentare che, sino ad ora, lo puntella.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

I dati sui giovani che espatriano

 

Il Rapporto 2019 della Fondazione Moressa, dedicato quest’anno alla cittadinanza globale della generazione “millennials”, ci ripropone, con chiarezza pari alla drammaticità delle cifre, i termini del maggiore problema della società italiana: quello dei giovani.

 

Sono poco meno di 250.000 i giovani tra i 15 e i 34 anni che hanno lasciato il Paese negli ultimi dieci anni. Come se una città delle dimensioni di Verona si fosse inabissata. E questo mentre si delinea sullo sfondo un declino demografico tra i più severi che la società italiana abbia mai conosciuto.

 

Se fossero rimasti a lavorare in Italia, avrebbero prodotto 16 miliardi di euro di valore aggiunto, più di un punto di PIL. Il fattore di rottura, come sappiamo, è il lavoro. Il tasso di occupazione nell’UE a 28 è al 75%, in Italia al 54,6%; il tasso di occupazione nell’UE è al 9,2%, in Italia al 19,7%; coloro che non studiano e non lavorano in Europa sono il 17,1%, in Italia il 30,9%.

 

I numeri parlano da soli, non serve aggiungere parole.

I giovani: il maggiore problema dell’Italia per il presente e per il futuro. Per un futuro non si sa quanto lungo.

 

Per fronteggiare l’emergenza sociale servono certo sostegni di primo impatto, ma se non si risana e rilancia l’economia, creando posti di lavoro soprattutto nei settori innovativi, e se non si fanno maggiori e più qualificati investimenti nella formazione, continueremo a pagare un costo sociale elevatissimo. Il programma del nuovo governo, pur con i pesanti vincoli di ordine finanziario che da tempo ci trasciniamo, sembra avere presente questa necessità, soprattutto nella prospettiva in senso ecologico del nostro sistema.

 

Non sarà, tuttavia, una cosa facile né breve. Per questo, vivendo in Germania e da testimone diretta dell’arrivo dei nuovi migranti, dico che non bastano gli incentivi ai rientri, ma occorre predisporre un’articolata rete di servizi a sostegno di chi parte, dal momento in cui matura la sua decisione di espatrio, fino all’insediamento e all’integrazione nelle nuove realtà. Con un occhio particolare rivolto alla scolarizzazione dei figli degli expat e delle coppie miste, che pongono esigente di formazione multilinguistica e interculturale diverse dal passato.

 

Non dare risposta magari parziali, ma concrete significa continuare a coltivare margherite di parole sulla bocca di un vulcano che rischia di tracimare.

On. Angela Schirò, de.it.press 9

 

 

 

 

Migranti, il 68 per cento degli italiani a favore del diritto all'accoglienza

 

Ricerca Ipsos per la WeWorld onlus: nonostante una percezione falsata della presenza reale di stranieri, l'immigrazione è solo al quarto posto tra le preoccupazioni dei cittadini - di Alessandra Ziniti

 

Il 68 per cento degli italiani è ancora ben disposto nei confronti dei rifugiati e a favore del diritto all'accoglienza. Nell'Italia che durante i 14 mesi di Salvini al Viminale è stata lacerata da un rigurgito di odio e razzismo, è sorprendente l'esito della ricerca su italiani e migranti condotta dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli per WeWorld Onlus e presentata questa mattina a Bologna.

 

Un risultato ancor più sorprendente se si considera che gli italiani hanno comunque una percezione falsata della presenza reale dei migranti in Italia, convinti come sono che costituiscano il 31 per cento della popolazione mentre in realtà sono solo il 9 per cento. E comunque l'immigrazione non è certo in cima alla lista delle preoccupazioni degli italiani che la mettono solo al quarto posto dopo disoccupazione, situazione economica e tasse.

Un terzo degli intervistati sostiene che non è più possibile accogliere rifugiati e migranti e che quindi vanno chiuse le frontiere. I giudizi nei confronti dell'operato di istituzioni e società civile nella gestione dei movimenti migratori non sono confortanti. Quasi unanime, l'84 per cento, è la richiesta all'Unione europea di svolgere un ruolo più centrale a sostegno dell'Italia.

 

Quasi un italiano su due ritiene che l'immigrazione stia dividendo la società in fazioni opposte e per questo sia negativa. L'aspetto lavorativo-occupazionale è uno di quelli che più alimenta le paure nei conronti dei migranti. Da un lato è ampiamente condivisa l'idea che siano vittime spesso sfruttate del mercato del lavoro ( 75 per cento), che svolgono mestieri che gli italiani non vogliono più fare ( 55 per cento) e che il mercato del lavoro dovrebbe riconoscere le loro competenze ( 56 per cento), ma la metà degli intervistati è convinta che le aziende dovrebbero dare la precedenza nelle assunzioni ai lavoratori italiani. Per quanto riguarda la sicurezza, la metà degli intervistati è convinta che l'Italia necessiti una maggiore protezione e diffusa tra un italiano su tre è l'idea che la gran parte dei crimini siano opera di stranieri. 

 

Il sondaggio è stato presentato da Pagnoncelli e da Marco Chiesara, presidente della Onlus che promuove progetti di cooperazione e aiuti umanitari, in occasione della tredicesima edizione di Terra di Tutti film festival, rassegna di cinema sociale che si tiene a Bologna da oggi al 13 ottobre.

 

"Questi dati - dice Marco Chiesara - mostrano come il clima d'odio costruito e promosso negli ultimi anni abbia generato percezioni distorte, che alimentano paure infondate verso chi arriviva in Italia in cerca di accoglienza. Paure che diventano prioritarie rispetto a problemi più concreti e reali". LR 10

 

 

 

 

“Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, a Montecitorio una giornata dedicata all’emigrazione italiana

 

ROMA – Si è tenuta, presso la Sala “Aldo Moro” della Camera dei deputati, l’incontro “Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, organizzato dalla senatrice Laura Garavini (Italia Viva), eletta nella ripartizione Europa. Sono pervenuti i saluti da parte del Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.  “In più occasioni ho voluto dare sostegno alle eccellenze nazionali, all’ingegno, all’inventiva e più in generale alla cultura italiana: tutto questo è la più preziosa delle nostre materie prime. In tale prospettiva, giornate come questa sono occasioni per riflettere sulle storie di successo italiane riconosciute in tutto il mondo, nel campo della scienza, della medicina, dell’economia, dell’editoria e dell’arte. Questi momenti di confronto – scrive il Presidente del Senato - servono anche a capire le linee da intraprendere a livello legislativo per offrire ai nostri giovani ciò di cui hanno bisogno, perché possano esprimere al meglio il proprio potenziale e inseguire con fiducia le proprie aspirazioni. Investire sui giovani vuol dire investire sul futuro della Nazione”. Il messaggio è stato letto dalla senatrice Garavini che ha poi preso la parola.  

L’emigrazione di tanti italiani all’estero è, per la Garavini, un segnale di risposta alla volontà di ricercare condizioni di vita migliori, nell’ambito privato e in quello professionale. “Riteniamo che andare all’estero – ha affermato la senatrice - non sia una fuga e per questo motivo dobbiamo sfatare il mito dei ‘cervelli in fuga’. Se queste partenze però sono soltanto in uscita, come avvenuto in questi ultimi anni, si potrebbe creare una desertificazione delle risorse umane per il nostro Paese. La nostra sfida è nella messa in campo di progettualità e proiezione di buone prassi in Italia importante dall’estero. Tuttavia tanti nostri giovani concittadini – ha continuato Garavini - emigrano sempre più anche per crearsi una famiglia al di fuori dei confini nazionali; non soltanto, quindi, per avere prospettive di lavoro migliori. Occorre giungere ad avere un Paese maggiormente a misura di cittadino, attraente e vivibile, a fronte di questi consistenti flussi migratori”, ha evidenziato la senatrice introducendo la novità rappresentata dal “Family Act” per il sostegno ai nuclei familiari: uno strumento spiegato dal Ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti. “Ho sempre trovato parziale la narrazione dell’emergenza dei  ‘cervelli in fuga’, che tuttavia è sinonimo di un disagio al quale la politica è chiamata a dare delle risposte. Non possiamo però neanche più ritenere il contesto europeo come straniero per le giovani generazioni, se vogliamo davvero parlare di Europa unita. Tutto questo deve iniziare dalle nostre scuole, con un approccio linguistico-culturale e con un’attenzione all’integrazione. Il disagio s’innesca non quando si va all’estero per una crescita, per esempio in campo accademico, ma quando si emigra per far fronte a dei problemi altrimenti non risolvibili in Italia”, ha spiegato Bonetti illustrando l’idea del pacchetto chiamato “Family Act”. Si tratta in sostanza di un misure d’investimento per le pari opportunità e per le famiglie: quindi sono misure a sostegno delle giovani generazioni, anche di quelle che optano per la mobilità, finalizzate al superamento del ‘gender gap’ attualmente ancora presente in Italia.

 

Il Vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, ha richiamato il dato dei 7 miliardi di euro di rimesse dei nostri connazionali dall’estero verso il nostro Paese; ricordando come si tenda invece a parlare sempre delle rimesse degli stranieri presenti in Italia verso i Paesi d’origine. “Al di là delle cifre però ci sono storie e persone che emigrano. Non dimentichiamo che gli italiani nel mondo sono in ogni caso ambasciatori del nostro Paese con dei benefici che vanno ben oltre le rimesse: penso al settore della ricerca e delle università. Interroghiamoci però sul perché tra il flusso in uscita e quello in entrata ci sia un divario così ampio. Stessa analisi servirebbe sui motivi che spingono le persone a trovare lavoro oltre confine. Costruiamo quindi le condizioni per permettere a chi vuole restare qui di poterlo fare”, ha concluso Rosato. Piero Benassi, Consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio, ha ricordato come l’espressione ‘cervelli in movimento’ sia simile all’idea di ‘intelligenze senza confini’. “Accompagnando il Presidente del Consiglio – ha proseguito Benassi - ho il privilegio di vedere dal vivo quanto sia ricca e variegata la nostra collettività all’estero, sia quella di vecchia migrazione e sia quella dei cosiddetti nuovi arrivi. Abbiamo 5,3 milioni di iscritti all’Aire ma sappiamo che le cifre reali sono diverse perché l’iscrizione a questa anagrafe non corrisponde alla totalità delle presenze all’estero; ben 2,8 milioni sono gli iscritti in Europa, soltanto in Germania risultano 820 mila italiani residenti”, ha continuato Benassi sottolineando come la qualità dell’emigrazione in Germania sia molto elevata, con una stratificazione di generazioni e di competenze per le quali sarebbe anche auspicabile una possibilità di rientro.     

Nel corso del dibattito è intervenuto il Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche migratorie del Maeci Luigi Maria Vignali. “Questa è una giornata molto importante per creare consapevolezza sul fenomeno: tanti sono gli italiani che se ne vanno. E’ importante conoscere le cifre: l’Istat ci parla di circa 120 mila espatri annuali e dagli schedari consolari risulta che negli ultimi sei anni abbiamo un milione in più di italiani all’estero. I laureati e i diplomati rappresentano un 60% della popolazione che emigra: questi sono dati che si devono conoscere per dare delle risposte più efficienti, mettendo il tutto in rete per un dialogo più costante con questi nostri alfieri del ‘Vivere all’Italiana’ nonché promotori dell’economia e della cultura del nostro Paese”, ha commentato Vignali ricordando come il ruolo delle istituzioni debba essere, al di là di studiare le condizioni di questi flussi migratori, anche quello di offrire servizi e di preparare i cittadini alla partenza per non farli trovare sprovvisti degli strumenti necessari. “Bisogna evitare che una volta all’estero questi connazionali cadano preda di situazioni di disagio e di marginalità peggiori di quelle che hanno lasciato in Italia. In questo senso la rete diplomatica e consolare può fare molto – ha aggiunto il Direttore Generale - come già sta facendo per esempio in Germania per orientare i nuovi arrivati e facilitarne l’integrazione. Oggi restare in contatto con il proprio Paese e con la propria famiglia è facilitato dai moderni strumenti di comunicazione; quindi è nell’integrazione sul posto che vanno aiutati i nostri connazionali, con servizi informativi sempre più all’avanguardia. Occorre poi creare una rete con i tanti giovani preparati e talentuosi che abbiamo all’estero per incrementare questo ‘soft power’ italiano e recuperare magari quanto investito su questi ragazzi, lavorando infine per consentire in futuro un loro rientro in Italia”, ha concluso Vignali soffermandosi sul concetto di ‘emigrazione circolare’.

 

Nell’ambito del convegno  “Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, si è tenuto il panel dedicato alle eccellenze italiane e alla cosiddetta cittadinanza mobile. L’incontro, svoltosi presso la Sala “Aldo Moro” della Camera dei deputati, è stato moderato da Marco Ludovico, giornalista de Il Sole 24 Ore. Angela Gallorini, funzionaria agenzia europea di Colonia, ha parlato della propria esperienza di cittadina emigrata all’estero, ritenendola comune a quella di tanti altri connazionali. “Mi sono sempre sentita una cittadina europea: il trasferimento non è facile perché comporta lasciare le proprie radici e gli affetti. In Germania la maggiore difficoltà è sicuramente quella linguistica. Dal mio punto di vista la mobilità è un fenomeno inarrestabile e normale ed è anche una fonte di allargamento di vedute e di contaminazione. Tuttavia per l’Italia il saldo è negativo, mentre in Germania c’è una mobilità maggiormente circolare; per tanti tedeschi che escono ci sono altrettanti stranieri che arrivano”, ha spiegato Gallorini. 

E’ poi intervenuto Michele Valentini, Portavoce gruppo Controesodo di Londra. “Il gruppo Controesodo ha due obiettivi: il primo è fornire assistenza fiscale sul tema degli incentivi per il rientro e il secondo è rappresentare la community rientrata agli occhi delle istituzioni, sempre per questioni di natura fiscale. Siamo mille iscritti e facciamo tutto su base volontaria. Il controesodo è un sogno, quello di far tornare tutti i talenti per i quali sono stati spesi soldi per la loro formazione. Il costo di questa emorragia è stato quantificato in circa 14 miliardi di euro: significa che la ‘fuga dei cervelli’ corrisponde a metà finanziaria, che perdiamo ogni anno”, ha sottolineato Valentini che vede con ottimismo il potenziamento e l’allungamento nel tempo degli incentivi fiscali proprio per consentire un rientro e un radicamento permanente sul territorio da parte del contribuente.  Elisabetta Cassina Wolf, Professoressa associata in storia presso l’Università di Oslo, si occupa da tempo delle questioni degli italiani all’estero attraverso il mondo dell’associazionismo, anche in qualità di presidente del Comites. “Negli ultimi tre anni – ha spiegato spiegato Cassina Wolf   - abbiamo portato avanti un progetto che si chiama ‘Scienza senza confini’ per la costruzione di un network tra ricercatori, professionisti e accademici impegnati stabilmente o temporaneamente in Norvegia e in Islanda. All’interno di questo network vi sono motivazioni differenti, vi sono quelle  tipo familiari e personali, professionali ma vi sono anche motivazioni di tipo esistenziale, ovvero nel credere che la qualità della via sia migliore all’estero che non del nostro paese”. La Presidente del Comites ha poi rilevato come le positive politiche portate vanti dai paesi del nord europa nel campo della parità di genere, dell’alfabetizzazione digitale e della conoscenza della lingua straniera, rendano più difficile l’eventuale ritorno in Patria dei nostri connazionali.   

 

Giuseppe Sommario, Ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, ha segnalato come tutta la sua attività di ricerca, che va avanti da otto anni, si basi sulla convinzione profonda che “gli emigrati italiani, di qualunque estrazione, possano essere una grande risorsa economica e culturale per il nostro Paese”. Sommario ha ricordando come i suoi primi viaggi tra le comunità italiane all’estero siano quelli intrapresi in Argentina. “In Argentina, dove ho diversi parenti, ho riscoperto racconti sul mio paese d’origine in Calabria, il borgo di Paludi, che ormai non sentivo più da tempo. Quindi per ricostruire una storia d’identità nazionale bisogna ripartire dai nostri migranti che devono essere considerati in tutto e per tutto parte integrante del ‘Sistema Paese’. Sommario ha poi sollevato una riflessione sulle rimesse attuali dei nostri connazionali. “Si è più volte detto (nel corso della giornata, ndr) che i nostri emigrati aiutano l’Italia con le rimesse; a quanto mi risulta non è vero e stiamo assistendo a una sorta di paradosso. Negli anni ’60 e ’70 i migranti con le rimesse hanno effettivamente contribuito alla rinascita economica di questo Paese; oggi, poiché a partire sono soprattutto i giovani, mi risulta che siano i loro genitori a inviare aiuti dall’Italia verso l’estero e non viceversa. Inoltre dall’ultimo rapporto Svimez risulta che dal 2002 al 2017 dal Sud sono partiti 2 milioni di cittadini, praticamente un’intera regione come la Calabria. Dalla Calabria va via oltre il 50% dei laureati, dalla Lucania oltre l’80%”, ha aggiunto Sommario ricordando infine come sia necessario raccontare l’emigrazione al di là delle cifre ed è quello di cui si occupa il Piccolo Festival delle Spartenze, del quale Sommario è ideatore: uno strumento che consente ai giovani, tra loro molti ricercatori, un confronto tra chi è partito e chi è rimasto ricucendo così uno strappo identitario e di conoscenze reciproche.    

Claudio Di Maio, Docente in Diritto e Politiche dell’Ue presso l’Università di Roma Tre, ha trattato il tema giuridico degli elementi della cittadinanza: “cosa determina oggi la figura del cittadino?”, si è chiesto Di Maio soffermandosi sui cambiamenti odierni e sul modello assunto dallo Stato italiano, risalendo alle basi gettate dalla Costituzione nell’immediato dopoguerra per definire il concetto di cittadinanza in un’epoca in cui più che governare i flussi migratori occorreva per lo più giungere ad un’autodeterminazione. Anna Prodi, Dirigente multinazionale di Essen, ha chiuso il panel con un invito a una sempre maggiore sinergia per un cambio di passo, superando la rassegnazione e invertendo la rotta di una narrazione finora pessimistica. “Per far questo però occorre, al di là della singola manovra legislativa, una visione politica d’insieme a medio e lungo termine”, ha evidenziato Prodi che anche suggerito alcune iniziative a beneficio del mondo dell’emigrazione, ad esempio, nell’ambito dell’educazione civile,  insegnare nelle scuole cosa sono i Comites e il Cgie , oppure procedere ad una modernizzazione dell’Aire, o infine promuovere un progetto volto ad avvicinare i nipoti all’estero e ai nonni rimasti in Italia, attraverso la permanenza per un mese nelle scuole italiane di questi ragazzi.

 

Si è tenuto, dell’incontro “Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, il panel dedicato alle eccellenze italiane nel mondo in ambito medico e ospedaliero. Ha moderato il dibattito Laura Aprati, giornalista Rai. E’ intervenuta per portare i propri saluti la Sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, che ha invitato i presenti a mandare proposte e spunti di riflessione. “Il lavoro da fare – ha esordito Zampa - è molto e la macchina organizzativa deve ancora mettersi in moto; tuttavia c’è l’impegno a fare bene che è la priorità. Il tema che affrontiamo oggi è di grande rilievo e attualità. L’emigrazione è un fenomeno complesso e allo stesso modo lo è il genio: esso non ha confini così come non ne ha la cultura. Pensiamo a un Leonardo Da Vinci, tanto per fare un esempio. Non c’è un angolo della terra dove non si trovi un italiano di successo. Chi resta qui non può che sentirsi onorato di chi ce la fa all’estero. E’ altrettanto vero che un Paese saggio dovrebbe offrire ai suoi giovani l’opportunità di passare un periodo di studio proprio all’estero e senza escludere nessuno; allo stesso modo non si dovrebbe costringere alcuno a partire per mancanza di opportunità. Occorre inoltre creare le condizioni per il rientro, così da mettere a frutto quello che si è appreso”, ha spiegato Zampa.

Maria Cristina Polidori, Specialista in Medicina dell’Invecchiamento del Policlinico universitario di Colonia, ha parlato della carenza dei medici in Italia. “In Italia c’è carenza di medici: stando a quanto riportano i media esteri. Non è comprensibile il fatto che abbiamo carenze fondamentali nel sistema”, ha affermato Polidori che ha poi parlato di medici, che vivono e lavorano in America, che si stanno riunendo per affrontare il problema della mancanza di personale sanitario in Italia. “Ci sono medici americani che s’interessano della situazione italiana: sembra un paradosso, ma è così”, ha aggiunto Polidori. Federico Caobelli, Specialista in Medicina Nucleare e Capoclinica diagnostica cardiovascolare dell’Ospedale universitario di Basilea, ha testimoniato l’opportunità avuta in Germania. “Non sono scappato dall’Italia ma in Germania ho avuto l’opportunità di una prospettiva di crescita professionale; tutto questo mentre in Italia sarei rimasto invischiato nella routine. In Germania ho avuto modo di pubblicare testi scientifici, ossia di specializzarmi e di vedere gratificato il mio lavoro. In Germania, in buona sostanza, ho avuto l’impressione di contare qualcosa: qui il mio lavoro era importante e finalmente valorizzato”, ha spiegato Caobelli parlando anche dell’attuale esperienza in Svizzera. “In Svizzera la prospettiva di carriera che mi è stata offerta è molto vantaggiosa. Mi sono domandato quindi se, rimanendo in Italia, avrei mai potuto raggiungere tutti questi obiettivi”, ha aggiunto Caobelli.

 

Luisa Mantovani, Direttrice divisione oncologia ed ematologia dell’Ospedale San Georg di Lipsia, ha messo in guardia sugli ostacoli che si incontrano all’estero dove non è tutto Eldorado. “Indubbiamente in alcune situazioni all’estero è più semplice, ma ci sono a volte molti ostacoli da superare prima di arrivare al successo. A Lipsia abbiamo vissuto l’epoca successiva alla caduta del Muro di Berlino come una svolta epocale. La formazione ricevuta in Italia negli anni di studio è stata sicuramente per me fondamentale…La mancanza di meritocrazia è proprio quello che mi impedisce di poter anche solo pensare di tornare in Italia”, ha spiegato Mantovani. Giosia Saverio, Chirurgo generale presso l’ASL di Teramo: “Non ho fatto grandi cose all’estero, ma sono da molti anni nel settore e mi sono fatto un’idea di come vanno le cose nel nostro Paese. Troppi medici italiani non si muovono: vuoi perché hanno famiglia o perché non hanno ambizione, magari anche perché è più facile fare gli impiegati delle ASL invece che fare sacrifici all’estero. Dall’altra parte ci sono quelli che in Italia non verranno mai, perché purtroppo il nostro non è un sistema attrattivo”, ha lamentato Saverio. Laura Surace, Ricercatrice in Immunologia all’Istituto Pasteur di Parigi, che ha lasciato la sua Reggio Calabria a soli 17 anni per andare a studiare a Pavia. “Da lì sono andata all’estero, ma non per fuggire: solo per fare esperienza pratica. Sono stata formata nel mio ambito di ricerca senza troppi problemi”, ha raccontato Surace ricordando come quest’anno il Maeci, con la Commissione VII del Cgie, abbia organizzato il seminario di Palermo. “Con il loro supporto, sono stati fatti partire vari progetti a costo zero. Ho partecipato anche io nella rappresentanza giovanile e nella rete dei ricercatori italiani”, ha aggiunto Surace. Giuseppe Preziosi, Chirurgo generale al Margarete Hospital di Londra, ha chiuso il panel parlando della sua formazione avvenuta completamente in Inghilterra. “Conosco l’appeal dei medici italiani che vengono a lavorare nel Regno Unito. In Italia non ci sono molte posizioni apicali disponibili poiché il sistema è piuttosto piramidale; in Inghilterra le cose sono diverse. La Brexit sta complicando non po’ le cose, ma le porte per gli italiani saranno sempre aperte”, ha commentato Preziosi.

 

Si è tenuto nel corso dell’incontro “Italiani all’estero: intelligenze senza confini”, svoltosi alla Camera dei Deputati, il panel  incentrato su imprenditoria e professioni, moderato dalla giornalista Rai  Benedetta Rinaldi. Si è iniziato dal collegamento via web di Andrea Ciaffi, ingegnere impiantista presso Arup a Sydney. “Ho studiato a Roma, ho lavorato in Azerbaijan e infine a Sydney. All’inizio non parlavo neanche inglese mentre oggi svolgo il lavoro dei miei sogni. Mi occupo di impianti idraulici antincendio e sono diventato cittadino australiano da due settimane. In cinque anni mi sono trovato a progettare impianti per grattacieli e musei. E’ stata una sfida complessa, che mi è mancata in Italia a causa di processi molto lenti. Qui guadagno tra i 120 e i 140 mila dollari annuali, ossia circa 6 mila euro al mese. Per questo, attualmente, non ho in programma di rientrare”, ha rilevato Ciaffi.  Florinda Saieva, ideatrice di Farm Cultural Park a Favara, ha parlato del suo trasferimento da Parigi al paese di origine, dove ha quindi deciso di investire. “E’ stata una scommessa, quella di fare impresa culturale in Italia: non è facile se confrontiamo la nostra condizione con quella degli altri Paesi europei. Abbiamo dimostrato che le cose si possono fare e abbiamo generato una possibilità; tuttavia la mentalità italiana è dura da cambiare”, ha spiegato Saieva. Ambrogio Invernizzi, Amministratore delegato Inalpi, si è invece trasferito a Nizza. “Quando studiavo, mi sono trovato in difficoltà con le lingue. Per questo ho cercato un posto che permettesse ai miei figli di avere dalla loro parte un vantaggio per il proprio futuro”, ha commentato Invernizzi. Andrea Pappalardo, avvocato internazionale di Mentha Avocats a Ginevra, è riuscito a restare legato, grazie alla sua professione, alla città di appartenenza che è Napoli. “Ho avuto un percorso formativo come molti altri, ma poi non ho resistito alla tentazione dell’estero. Ho avviato una libera attività a Ginevra, staccandomi dal mio territorio; ma non è stata una frattura vera e propria con l’Italia, perché la mia attività all’estero può essere uno strumento utile per l’internazionalizzazione dei colleghi italiani”, ha precisato Pappalardo. Laura Tolettini, Digital Integration Manager presso Feralpi a Dresda, ha chiuso il panel sottolineando questa sua scelta di trasferirsi in Germania per amore della lingua tedesca. “Durante l’Erasmus ho capito che l’estero era la mia frontiera, nonostante prima non fossi mai uscita dall’Italia se non per brevi periodi. Ho sempre lavorato in Feralpi: prima a Brescia, poi a Lipsia e infine a Dresda. Non sono arrabbiata con l’Italia, ma l’esperienza all’estero credo sia necessaria per tutti i professionisti che intendano arricchire il proprio bagaglio”. (Simone Sperduto/Inform 1)

 

 

 

 

Tenuta a Catanzaro la Consulta regionale dei Calabresi all'estero

 

CATANZARO – “Nel corso di questi anni c’è stato un rapporto molto più intenso tra la Calabria e i suoi figli nel mondo e ciò è stato fatto attraverso la Consulta, ma anche per il tramite della presenza della Regione nei paesi dove lavorate, dove vi siete insediati con le vostre famiglie. La presenza dei calabresi all’estero è una grande risorsa a cui la Regione deve guardare con attenzione, ma verso cui la Regione stessa deve saper sempre di più in futuro intensificare le relazioni. Questo non è solo un dovere di carattere etico, per consolidare i rapporti sul piano umano, ma è utile per determinare condizioni di crescita, di sviluppo, di collocazione in un sistema di relazioni che ormai è un dato da cui non si può prescindere”. Così il presidente della Regione Oliverio nel suo messaggio di benvenuto ai partecipanti alla riunione plenaria della Consulta regionale dei Calabresi all'estero nella Sala Oro della Cittadella regionale. Una due giorni, apertasi il 30 settembre e che si è chiusa il 1° ottobre, con protagonista l’organismo consultivo e propositivo presieduto dal presidente della Regione e composto da 30 cittadini calabresi e 15 giovani, tutti residenti all’estero.

“Avete saputo conquistare posizioni di prestigio - ha proseguito Oliverio rivolto ai presenti-, di rispetto, rilevanti sia nelle istituzioni che nell’economia e nel tessuto sociale laddove vivete: è la prova che i calabresi dove hanno applicato la loro intelligenza, le loro competenze e la loro intraprendenza, dove sono stati messi alla prova o dove si sono messi alla prova, hanno saputo dare risultati e conseguire obiettivi di primo piano”. “Nel corso di questi anni - ha ribadito il presidente della Regione - abbiamo cercato di intensificare i rapporti e ciò ha contribuito a determinare risultati degni di essere citati: ad esempio sulla linea della internazionalizzazione della Calabria, sulla quale abbiamo investito,  siamo stati presenti ad appuntamenti ed occasioni di rilievo in vari continenti, e abbiamo avuto ritorni sul piano del turismo. Oggi - ha ricordato al proposito - la Calabria cresce in modo progressivo: per le presenze, abbiamo realizzato il record nel 2017 e nel 2018 abbiamo avuto ulteriori incrementi a due cifre, mentre per quest’anno si profila un nuovo consistente aumento. Al riguardo sono due i dati che più emergono: l’allargamento della stagionalità  e una presenza internazionale  raddoppiata. Circostanze che si devono anche agli investimenti che abbiamo realizzato per rendere meglio accessibile la Calabria. Oggi l’aeroporto di Lamezia Terme è collegato con scali extranazionali in un numero notevolmente superiore al passato: nel 2014 era solo 9 o 10 i collegamenti, oggi sono circa 70. Anche gli altri aeroporti cominciano a collegarsi perché abbiamo costituito la società unica per la gestione unitaria. Non solo: aver investito nella internazionalizzazione ha consentito, per quanto riguarda ad esempio il settore agroalimentare, di incrementare le esportazioni, nelle quali un peso importante lo ha il pacchetto dei prodotti agroalimentari”.

 

“Aprire la Calabria ad un vasto sistema di relazioni significa costruire il futuro perché la nostra terra deve fare leva sulle nostre risorse. Abbiamo imboccato questa strada, un percorso in c’è qualcosa che si muove, e con fermento” ha puntualizzato Oliverio che ha voluto fare un esempio in riferimento alla ‘notte dei ricercatori’, l’appuntamento che tutte le università italiane ed europee organizzano contestualmente, di recente tenuto: “nelle nostre università- ha informato-  c’era un grande spazio per i giovani che hanno investito attraverso la ricerca per la innovazione, in start up. È stato davvero entusiasmante ed emozionante vedere decine di giovani che sostenuti dagli investimenti della Regione hanno realizzato risultati importantissimi. Qualcosa si muove nel profondo della società calabrese. Dobbiamo credere in questo, con l’apporto di abita qui ma anche di chi si trova in un altro luogo del mondo”.

“ Il vostro-  ha concluso il presidente Oliverio parlando ai consultori -  è stato un apporto importante. I problemi che abbiamo dovuto affrontare, la limitazione delle risorse, ci hanno messo nelle condizioni di non poter realizzare tutto quello che avremmo voluto ma abbiamo imboccato comunque una strada giusta. Questa strada credo debba proiettarci nel futuro, guardando soprattutto ai nostri giovani che ne sono la parte essenziale. Vi dico grazie poiché siete un grande punto di riferimento. Attraverso voi abbiamo tenuto e consolidato il filo dei rapporti con le nostre comunità. La Calabria è una, tutti i calabresi che vivono qui e che sono nel mondo sono figli di questa terra. Una terra di cui dobbiamo essere orgogliosi e che dobbiamo sentire la necessità di servire, ognuno con il proprio piccolo contributo. Perché con il contributo di ognuno di noi la Calabria può crescere e può guardare al futuro con fiducia”.

Il consigliere regionale delegato all’emigrazione Orlandino Greco ha ringraziato il presidente Oliverio “per aver investito nella Consulta”, i consultori, “che secondo uno spirito volontaristico svolgono un ruolo importante a supporto della Regione per la politica che riguarda i calabresi nel mondo, agli uffici” e “quanti hanno contribuito e collaborato  per riuscire a cambiare quella che era una tendenza negativa nell’ottica del rispetto dell’identità dei calabresi nel mondo”

Greco ha tracciato l’azione della Consulta nel periodo dal 2016 al 2019, per fare il bilancio dell’esperienza dalla quale trarre spunti per il futuro. “Sono stati tanti - ha affermato - i progetti di cui oggi parliamo:  dalla legge 8 in materia di relazioni tra Regione, i calabresi nel mondo e loro comunità da noi fatta per la prima volta, progetti che hanno privilegiato la meritocrazia,  sugli scambi culturali, destinati ai giovani come i corsi di lingua italiana, l’aver incentivato il turismo di ritorno attraverso una legge regionale che contribuisce per le spese di viaggio, fuori dal periodo luglio/agosto”. 

 

Altri interventi di saluto sono venuti dalla dirigente del Settore Affari generali ed Istituzionali del Dipartimento Presidenza, Gina Aquino, e dal deputato eletto nella circoscrizione Estero, Nicola Carè.

A chiudere la prima parte della due giorni della Consulta sono stati la relazione su “Calabresi nel mondo e Regione Calabria: le strategie del nuovo rapporto interattivo” di Toni Galati, vicepresidente della Consulta e presidente del Comitato direttivo, e quindi un focus sul ruolo dei calabresi nel mondo nell’economia globale con i contributi dei presidenti della Camera di Commercio di Reggio Calabria, Antonino Tramontana, della sezione Turismo di Unindustria Calabria, Demetrio Metallo, e dell’Unpli Calabria,  Filippo Antonio Capellupo.

I lavori della Consulta, nel pomeriggio, dopo un saluto di Anna Barcellini e l’intervento del dirigente generale del dipartimento Urbanistica e Beni Culturali Domanico Schiava sul progetto della Regione riguardante i Borghi, hanno tra l’altro riferito sul corso di lingua e cultura italiana con il docente dell’Università della Calabria Luciano Romito e la testimonianza dei ragazzi che hanno frequentato le lezioni. In chiusura della prima giornata, i risultati della ricerca “Esperienza dei Calabresi all’Estero”, condotta dal docente Unical Carlo De Rose ed un approfondimento sulle radici dell’emigrazione del prof. Giuseppe Sommario dell’Università Cattolica.

L’ultimo giorno i lavori sono ripresi nella Sala Oro della Cittadella regionale con il “Piano annuale degli interventi. Presentazione della proposta della Giunta Regionale: obiettivi, modalità di attuazione e piano di riparto delle risorse” dettagliato dalla dirigente Gina Aquino. La giornata è proseguita con riunione della Consulta, del comitato direttivo su argomenti specifici e relazioni dei consultori. (Inform/dip 2)

 

 

 

 

Blaupause für Europa

 

Von den Portugiesen lernen, heißt siegen lernen – was die europäischen Sozialdemokraten sich von Portugal abschauen können. Von Maria João Rodrigues

 

Die portugiesischen Sozialisten (PS) unter der Führung von Antonio Costa haben bei den Parlamentswahlen einen außergewöhnlichen Sieg errungen und 106 der 230 Sitze des Parlaments gewonnen. Dies ist eine Anerkennung ihrer bemerkenswerten Arbeit in den letzten vier Jahren, bei der sie die Austeritätspolitik hinter sich gelassen und damit dem europäischen konservativen und neoliberalen Status quo getrotzt haben. Die rechten Parteien der EVP, die die Sparprogramme durchführten, die dem Land von der Troika aus Europäischer Kommission, Europäischer Zentralbank und Internationalem Währungsfonds auferlegt worden waren, wurden mit klaren Niederlagen bestraft, auch wenn die Mitte-Rechts-Partei die wichtigste Oppositionspartei bleibt.

Insgesamt gibt es eine klare Mehrheit für linke Parteien. Dabei ist die Situation ganz anders als in Spanien. Die größte Partei links der PS, der Linke Block, erreichte nur 9,7 Prozent der Stimmen und die Kommunistische Partei kam nur auf 6,5 Prozent. Die PS mit ihren 36,6 Prozent führt also auf der linken Seite klar und wird bald eine eigene Regierung bilden.

Neben diesen positiven Nachrichten lassen sich auch in Portugal Trends beobachten – wenn auch im Anfangsstadium –, die wir in ganz Europa beobachten können: höhere Stimmenthaltung und demokratische Passivität sowie mehr Pluralismus der politischen Parteien. Grüne und Liberale, aber auch Nationalpopulisten werden erstmals Abgeordnete ins Parlament entsenden - neben den traditionellen portugiesischen Parteien, die den politischen Familien von S&D, EVP und GUE angehören.

Alle Sozialisten, Sozialdemokraten und Progressiven in Europa und der ganzen Welt können erneut sehen, dass sich der von den portugiesischen Sozialisten eingeschlagene Weg auszahlt. Diese Parteien sind bestrebt, Lehren aus der portugiesischen Erfahrung zu ziehen und fragen immer wieder, wie das portugiesische Ergebnis möglich wurde.

Der erste Grund ist klar und einfach: die portugiesischen Sozialisten haben wirklich sozialistisch regiert – mit einer fortschrittlichen, aktuellen und ehrgeizigen Vision für das Land. Gleichzeitig waren sie sehr darauf bedacht, tatsächliche Lösungen für die verschiedenen Probleme der portugiesischen Bürgerinnen und Bürger zu finden und dabei die Führung der Linken zu behalten.

Der zweite Grund war die Entschlossenheit der portugiesischen Sozialisten, eine falsche Wirtschaftspolitik zu ändern, die darauf ausgerichtet war, alles dem Austeritätsprinzip unterzuordnen, mit harten Kürzungen bei Löhnen und Renten. Für die portugiesischen Sozialisten war eine Rückkehr zum früheren Lohn- und Rentenniveau vorrangig. Dadurch wurde die Inlandsnachfrage gestärkt, das Wachstum gefördert und rund 350 000 meist stabile Arbeitsplätzen geschaffen werden. Auch die schmerzhafte Abwanderung der jungen Generation wurde gestoppt. Durch die höhere Wachstumsrate wurde es möglich, die öffentliche Defizit- und Schuldenquote viel schneller zu senken, einen ausgeglichenen Haushalt zu vorzulegen und die Ratings portugiesischer Anleihen auf den internationalen Märkten anzuheben.

Dieser neue Maßnahmenkatalog gilt inzwischen als anerkanntes Rezept, das eine tiefgreifende Überarbeitung des Konsenses von Washington und Brüssel erzwingt.

Meiner Meinung nach gibt es einen dritten und weniger bekannten Grund. Dies ist die Fähigkeit dieser Sozialistischen Partei unter der erfahrenen Führung von Antonio Costa, eine Politik auf mehreren Ebenen und mit mehreren Interessengruppen zu betreiben. Mit anderen Worten, die Fähigkeit, ein politisches Ziel zu erreichen, indem ein politischer Plan erstellt wird, an dem alle relevanten Akteure auf allen relevanten Ebenen, von der lokalen und nationalen über die internationale und europäische Ebene, beteiligt sind. Dies war der Fall, als die Austeritätspolitik überwunden werden sollte. Es wurden intensive politische Maßnahmen ergriffen, zunächst um sich den europäischen Sanktionen gegen Portugal zu widersetzen und dann die europäische Wirtschaftspolitik im Hinblick auf den Stabilitäts- und Wachstumspakt, den Gemeinschaftshaushalt und die Wirtschafts- und Währungsunion zu ändern.

Daher ist dieser große politische Sieg der Sozialisten in Portugal auch ein starker Aufruf zu einer stärkeren Zusammenarbeit der europäischen Sozialisten und Sozialdemokraten. Die Umgestaltung des europäischen Rahmenwerks ist von entscheidender Bedeutung, um die vollständige Umsetzung  sozialistischer Politikansätze auf nationaler Ebene zu ermöglichen. Die Bekämpfung wirtschaftlicher und sozialer Ungleichheiten und die Umsetzung der Europäischen Säule der sozialen Rechte werden von entscheidender Bedeutung sein, nicht nur, um den Gemeinsamen Markt und die Eurozone zum Wohle aller funktionieren zu lassen, sondern auch, um auf die neu entstehenden Herausforderungen des Klimawandels und der digitalen Transformation zu reagieren. Dies sollte unser gemeinsames Ziel für die kommenden Jahre sein.

Aus dem Englischen von Claudia Detsch. IPG 10

 

 

 

Frankreich debattiert Verschärfung der Migrationsregelungen

 

Bei der jüngsten Debatte in der französischen Nationalversammlung über das Thema Migration sahen sich Teile der Regierung zur Forderung veranlasst, die Kriterien für die Familienzusammenführung „zu verschärfen“. EURACTIV Frankreich berichtet.

 

Die französische Regierung hat am Montag eine Debatte über die französische und europäische Migrationspolitik eingeleitet, insbesondere um „auf die Sorgen der französischen Bürgerinnen und Bürger einzugehen“, wie Premierminister Edouard Philippe betonte. In seiner Rede rief er die wenigen anwesenden Abgeordneten auf, sie sollten sich „auch nicht scheuen“, erneut über die vielfach diskutierten Migrationsquoten nachzudenken.

Der Premier machte deutlich, er wolle das Asylrecht nicht antasten. Insbesondere die Regularien für die Familienzusammenführung schien er aber ins Auge gefasst zu haben und engagierter angehen zu wollen. Dieses Recht ermöglicht es Personen, die sich bereits rechtmäßig in Frankreich aufhalten, ihre Familienmitglieder nachziehen zu lassen. Im Jahr 2018 wanderten auf diese Weise rund 90.000 Menschen legal in Frankreich ein.

„Wir müssen gegen Missbrauch und Betrug kämpfen und die Kriterien verschärfen, wo es notwendig ist,“ fügte Philippe hinzu. Damit machte er angedeutete Zusagen und einen deutlichen Schritt in Richtung der französischen Rechten, während seine Ministerinnen und Minister dann mit etwas zurückhaltenderen Erklärungen folgten.

In der „großen nationalen Debatte“ in Frankreich wird jetzt wieder über Migrationsquoten diskutiert – dabei verstoßen diese gegen die Verfassung und gelten als unwirksam.

Frankreich als „Sonderfall“

„Die Migrationsströme nach Europa flauen ab,“ räumte beispielsweise Außenminister Jean-Yves Le Drian ein. Zeitgleich lasse sich aber auch eine Zunahme der Asylanträge in Frankreich feststellen: Im Jahr 2018 seien 120.000 Anträge eingereicht worden; die Zahl habe sich 2019 aber um 29 Prozent erhöht.

Auf europäischer Ebene ist die Zahl der Immigranten laut Eurostat tatsächlich drastisch gesunken, von rund zwei Millionen Personen im Jahr 2015 auf 602.000 im Jahr 2018.

„Frankreich hat somit etwas Kurioses an sich: Es gibt einen Anstieg der Asylanträge. Und diese werden insbesondere von Asylbewerbern gestellt, die bereits einen Antrag in anderen Teilen Europas gestellt haben, und von Menschen aus Ländern, die als sicher gelten,“ erläuterte der Minister. Er fügte allerdings auch hinzu: „Frankreich ist jedoch im Verhältnis zur Einwohnerzahl bei weitem nicht das führende EU-Land bei Asylanträgen.“

Viele Anträge aus Georgien und Albanien

Seit Januar ist in Frankreich ein deutlicher Anstieg von Asylbewerberinnen und -bewerbern aus Georgien und Albanien zu verzeichnen. Da beide Staaten aus Sicht der EU-Mitglieder jedoch als sichere Länder gelten, werden Asylanträge von georgischen und albanischen Staatsangehörigen nur in wenigen Ausnahmefällen gewährt.

Frankreichs Innenminister Christophe Castaner warnte, dass „einige der Außengrenzen der EU, die sogenannten grünen Grenzen, immer noch schlecht kontrolliert werden“.

Er fügte außerdem hinzu: „Wir haben keine wirksamen Instrumente und Regelungen zwischen den Mitgliedstaaten, wenn es um Asylpolitik geht.“

Damit verwies er vor allem auf den Fakt, dass in Frankreich rund 30 Prozent der Asylanträge von Personen gestellt werden, für die bereits in anderen Teilen Europas Verfahren eingeleitet oder abgeschlossen wurden.

Nach Jahren des Stillstandes haben Deutschland, Frankreich, Italien und Malta eine vorläufige Einigung zur systematischen Verteilung von aus Seenot geretteten Flüchtlingen erzielt.

Gesundheitsministerin Agnès Buzyn wies derweil darauf hin, dass Asylsuchende keine erheblichen Kosten für das französische Sozialsystem verursachen. Einige Mitglieder der Regierung seien jedoch der Ansicht, dass die staatliche medizinische Hilfe missbraucht werde und es zu „Medizintourismus“ komme, räumte sie ein.

Als Antwort auf diese Hypothese schlug die Ministerin vor, „eine Wartezeit einzuräumen, in der lediglich die Notfallversorgung abgedeckt sein sollte.“ Eine ähnliche Regelung bestehe schließlich schon für französische Bürgerinnen und Bürger, die aus dem Ausland zurückkehren.

Frankreich den Franzosen?

Jean-Christophe Lagarde von der konservativen Union der Demokraten und Unabhängigen (UDI) forderte während der gestrigen Debatte nicht weniger als eine Verfassungsänderung: Er wolle verhindern, dass Frankreich weiterhin „Doppelasylanträge“ überprüfe, was tatsächlich eine französische Besonderheit ist.

Darüber hinaus sollten die Regelungen für Touristenvisa geändert werden, so Lagarde. Diese würden von den meisten Asylbewerberinnen und Asylbewerbern als erste Einreise-Möglichkeit nach Frankreich genutzt.

Die französische Rechte bemühte sich, derartige Forderungen mit möglichst radikalen Aussagen zu überbieten: „Einwanderung oder Invasion: Wir fragen uns, was das hier eigentlich ist,“ kritisierte beispielsweise Guillaume Larrivé, der dem rechten Flügel der konservativen Republikaner angehört. Er lehnt unter anderem das generelle „Recht von Ausländern, nach Frankreich einzuwandern“ ab.

Und Larrivé ist sich sicher: „Damit Frankreich Frankreich bleibt, müssen wir die Kontrolle wiedererlangen.“ Aline Robert [Bearbeitet von Zoran Radosavljevic und Tim Steins] EA 9

 

 

 

Rechtsextremismus. Bewaffneter Angriff mit zwei Toten vor Synagoge und Döner-Imbiss

 

Im sachsen-anhaltischen Halle sind am Mittwoch zwei Menschen erschossen worden. Die Schüsse fielen in der Nähe einer Synagoge und vor einem Döner-Imbiss. Ein Verdächtiger wurde festgenommen. Bundesinnenminister Seehofer spricht von einem antisemitischen Angriff.

Entsetzen nach Todesschüssen in der Nähe eine Synagoge in Halle: Während die Stadt in Sachsen-Anhalt nach dem gewaltsamen Tod zweier Menschen am Mittwoch vorübergehend im Ausnahmezustand war, blieben die Hintergründe der Tat zunächst unklar. Am Abend erklärte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU): „Nach dem derzeitigen Stand der Erkenntnisse müssen wir davon ausgehen, dass es sich zumindest um einen antisemitischen Angriff handelt.“ Nach Einschätzung des Generalbundesanwalts gebe es zudem „ausreichend Anhaltspunkte“ für einen möglichen rechtsextremistischen Hintergrund, ergänzte Seehofer.

Der Generalbundesanwalt hatte nach den tödlichen Schüssen rasch die Ermittlungen übernommen. Hintergrund sei, dass es sich um Mord handele und der Fall eine besondere Bedeutung habe, weil die innere Sicherheit der Bundesrepublik Deutschland betroffen sei, sagte eine Sprecherin der Bundesanwaltschaft in Karlsruhe.

Steinmeier: „Tag des Leids“

Nach Polizeiangaben fielen in Halle mehrere Schüsse. Zunächst wurde von mehreren Tätern ausgegangen, nach denen mit Hochdruck gefahndet wurde. Am frühen Nachmittag vermeldete die Polizei die Festnahme einer Person. Am Abend berichteten NDR, WDR und „Süddeutsche Zeitung“ unter Berufung auf Ermittlungskreise, dass es sich um einen Einzeltäter aus Sachsen-Anhalt handele. Die Bevölkerung in Halle war am Mittwoch vorübergehend aufgerufen worden, Wohnungen und Gebäude nicht zu verlassen. Am Abend wurde die Gefährdungslage aufgehoben.

In Politik und Gesellschaft sorgte die Tat für Bestürzung. Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier, der im benachbarten Leipzig die Gedenkveranstaltungen zum 30. Jahrestag der friedlichen Revolution besuchte, sagte dort: „Aus einem Tag der Freude ist ein Tag des Leids geworden.“ Außenminister Heiko Maas (SPD) erklärte: „Ich bin es leid, immer wieder entsetzt und erschüttert sein zu müssen.“

Angriff am jüdischen Feiertag Jom Kippur

Die CDU-Vorsitzende Annegret Kramp-Karrenbauer äußerte im „Tagesspiegel“ Trauer und Wut: „Ein solcher Angriff am höchsten jüdischen Feiertag ist ein Alarmzeichen, das niemanden in Deutschland unberührt lassen kann.“ Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Reiner Haseloff (CDU) sagte, die Tat sei auch ein feiger Anschlag auf das friedliche Zusammenleben im Land: „Mein Mitgefühl gilt den Angehörigen der Opfer.“

Gläubige Juden feierten am Mittwoch Jom Kippur, den höchsten jüdischen Feiertag. Der sogenannte Versöhnungstag ist für viele Juden der heiligste Tag im Jahr. Die Tat an diesem Feiertag „hat unsere Gemeinschaft auf das Tiefste in Sorge versetzt und verängstigt“, sagte der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster. Seehofer kündigte an, gemeinsam mit Schuster und dem Antisemitismusbeauftragten der Bundesregierung, Felix Klein, am Donnerstag nach Halle zu fahren, auch um mit Mitgliedern der jüdischen Gemeinde zu sprechen.

Toter am Döner-Imbis

Der Vorsitzende der Jüdischen Gemeinde zu Halle, Max Privorozki, sagte der „Stuttgarter Zeitung“ und den „Stuttgarter Nachrichten“: „Wir haben über die Kamera unserer Synagoge gesehen, dass ein schwer bewaffneter Täter mit Stahlhelm und Gewehr versucht hat, unsere Türen aufzuschießen.“ Der oder die Täter hätten außerdem versucht, das Tor des jüdischen Friedhofs aufzuschießen, sagte er.

Nach Medienberichten gab es auch Schüsse in einem Döner-Imbiss, wo der Täter einen Mann tötete. Auch im mehrere Kilometer entfernten Landsberg im Saalekreis soll es Schüsse gegeben haben. Eine Polizeisprecherin wollte am Mittwochnachmittag dazu jedoch mit Verweis auf die Bundesanwaltschaft keine weiteren Angaben machen. Auch zu Spekulationen zu einer Explosion auf einem jüdischen Friedhof in Halle gab es keine Angaben.

Vertreter von Religionsgemeinschaften entsetzt

Der Zentralratsvorsitzende Schuster sagte: „Dass die Synagoge in Halle an einem Feiertag wie Jom Kippur nicht durch die Polizei geschützt war, ist skandalös.“ Diese Fahrlässigkeit habe sich bitter gerächt. „Wie durch ein Wunder ist nicht noch mehr Unheil geschehen“, erklärte er.

Auch die Spitzenvertreter von evangelischer und katholischer Kirche sowie Muslimen äußerten Entsetzen und Trauer. „Ich bin entsetzt und fassungslos angesichts dieser Gräueltat“, erklärte der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm. „Wir sind den Juden in unserem Land, unseren Schwestern und Brüdern, gerade in diesen Stunden eng im Gebet verbunden“, betonte der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Reinhard Marx.

Der Generalsekretär der Islamischen Gemeinschaft Milli Görü?, Bekir Alta?, sprach von einem Angriff „auf die Gesamtgesellschaft“. Aiman Mazyek, Vorsitzender des Zentralrats der Muslime, nahm am Mittwochabend an einer spontanen Solidaritätsversammlung an der Synagoge in der Oranienburgerstraße in Berlin. Dazu hatte die Berliner Staatssekretärin Sawsan Chebli auf Twitter aufgerufen. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Asylpolitik. Kein Durchbruch bei Notfallmechanismus für Flüchtlinge

 

Helsinki, Paris, Vittoriosa, Luxemburg: Über den Notfallmechanismus für Flüchtlinge wurde seit dem Frühsommer an unterschiedlichsten Schauplätzen gesprochen. Eine breite Mehrheit konnte das Vorhaben in der EU aber nicht gewinnen.

 

Beim EU-Innenministertreffen in Luxemburg ist ein Durchbruch in der Frage des Notfallmechanismus für Flüchtlinge ausgeblieben. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sprach nach dem Treffen am Dienstag von einem Dutzend weiterer Länder, die dem von Deutschland, Frankreich, Italien und Malta vereinbarten Verteilmechanismus für aus Seenot gerettete Flüchtlinge wohlwollend gegenüberstehen. Konkrete Zusagen, künftig stets Migranten zu übernehmen, oder feste Aufnahmequoten gibt es demzufolge aber nicht.

„Wir haben eine Reihe von Ländern, die bisher schon mitgemacht haben und wohl auch künftig mitmachen, wie Luxemburg, Irland, Portugal; Litauen hat sich auch sehr positiv eingelassen“, erklärte Seehofer nach den Verhandlungen. Eine weitere Gruppe von Ländern wolle sich zunächst über die „technische Umsetzung“ der Malta-Vereinbarung informieren, was am Freitag passieren solle. Eine dritte Gruppe schließlich halte die Vereinbarung für gut, habe aber wie beispielsweise Spanien selbst so großen Migrationsdruck, dass sie nicht mitmachen könne.

Seehofer zufolge kämen zu den vier Staaten der Malta-Vereinbarung damit potenziell noch rund ein weiteres Dutzend hinzu. „Ich kann Ihnen aber jetzt nicht sagen, dass am Schluss auch zwölf mitmachen.“ Deutschland, Frankreich, Italien und Malta fühlten sich dessenungeachtet an ihre Vereinbarung gebunden. Wenn also ein neues Schiff mit aus Seenot Geretteten auftaucht, würde mit ihnen nach dieser Vereinbarung verfahren, kündigte Seehofer an.

Seehofer: Mechanismus freiwillig

Der vor zwei Wochen auf Malta vereinbarte Mechanismus soll die Anlandung und Verteilung von auf dem zentralen Mittelmeer geretteten Migranten in geordnetere Bahnen lenken. Rettungsschiffe sollen nicht mehr Tage bis Wochen auf See ausharren müssen, bis sie in einen Hafen einlaufen dürfen. Deutschland hat bereits zugesagt, jeweils ein Viertel der Menschen aufzunehmen. Zugleich betonte Seehofer in Luxemburg, dass der Mechanismus freiwillig sei und Deutschland jederzeit aussteigen könne, wenn die Zahlen der Ankömmlinge stark steigen würden.

EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos sagte in Luxemburg, die Diskussion über den Verteilungsmechanismus laufe weiter. Es sei unklar, wie viele Länder sich beteiligen würden, er hoffe, so viele wie möglich.

Grüne: „Schritt in die richtige Richtung“

Die Grünen-Politikerin Luise Amtsberg bewertete die Ergebnisse des Treffens als „Schritt in die richtige Richtung“. Ähnlich urteilten die stellvertretenden SPD-Fraktionsvorsitzenden Eva Högl und Achim Post: „Jetzt kommt es darauf an, nach und nach weitere Staaten zur Zusammenarbeit bei der Aufnahme und Verteilung von aus Seenot geretteten Flüchtlingen zu bewegen.“

Kritik übte dagegen Österreich. Innenminister Wolfgang Peschorn deutete in Luxemburg an, dass der Notfallmechanismus von bisherigen EU-Beschlüssen abweiche. Eigentlich habe man in Europa doch festgelegt, dass es geordnete Asylverfahren geben, die Außengrenzen geschützt und illegale Schlepperei bekämpft statt belohnt werden sollte, sagte Peschorn.

Griechenland, Zypern und Bulgarien unzufrieden

Griechenland, Zypern und Bulgarien zeigten sich unterdessen unzufrieden, dass durch die Debatte ihre eigene Situation aus dem Blick geraten sei. „Die östliche Mittelmeer-Route wurde nicht angemessen angegangen“, heißt es in einem gemeinsamen Papier der drei aus Anlass des Treffens. Es stellt die Zahlen der Ankünfte auf der zentralen Mittelmeerroute – also von Libyen nach Italien und Malta, um die sich der Notfallmechanismus dreht – den Zahlen im Osten und Westen gegenüber. So seien allein zwischen 2. und 9. September auf der zentralen Route 480 Ankünfte von Migranten gezählt worden, auf der westlichen aber 736 und auf der östlichen 2.707.

Die Aufmerksamkeit solle sich deshalb wieder dem Osten zuwenden, fordern Griechenland, Zypern und Bulgarien. Sie wollen einen „wirksamen Umverteilungsmechanismus“ für Ersteinreiseländer „auf allen Migrationsrouten“, einen EU-Mechanismus für Rückführungen und mehr Geld. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Gentiloni erhält breite Zustimmung mit „ehrgeiziger“ EU-Wirtschafts- und Sozialagenda

 

Paolo Gentiloni erhielt am Donnerstag die Zustimmung des Europäischen Parlaments, EU-Kommissar für Wirtschaft zu werden. Mit seinen ehrgeizigen Plänen zur Freigabe von Steuervorschlägen und zur Gestaltung des europäischen Arbeitslosenrückversicherungssystems überzeugte er die Europaabgeordneten.

In seiner Rede vor den Mitgliedern des Ausschusses für Wirtschaft und Währung, Beschäftigung und Haushalt des Europäischen Parlaments betonte der ehemalige italienische Ministerpräsident seine „ehrgeizige“ Haltung, um den vielfältigen Herausforderungen, die vor ihm liegen, zu begegnen, darunter der Verlangsamung der EU-Wirtschaft.

Nach seiner Anhörung entstand ein seltener Konsens unter den größten Parteien, die sein Programm lobten, im Gegensatz zu den holprigen Anhörungen, die in den letzten Tagen im Parlament stattgefunden haben.

Gentiloni, ein Mitglied von Partito Democratico (S&D), empfahl Ländern mit Steuerspielraum, darunter Deutschland, mehr zu investieren, um die „grüne“ und „technologische“ Umgestaltung voranzutreiben.

Der monetäre Stimulus, bisher die wichtigste Reaktion auf die Gefahr einer Rezession in der Eurozone, „reicht nicht aus“, sagte er wiederholt vor den Europaabgeordneten.

Die vorgeschlagenen Mitglieder der Kommission von Ursula von der Leyen werden vom EU-Parlament zwischen dem 30. September und dem 8. Oktober in einer Reihe von Anhörungen zur Beurteilung ihrer Eignung für den jeweiligen Job „gegrillt“. In unserem Live-Blog können Sie …

Der ehemalige italienische Minister forderte jedoch auch eine Haushaltsdisziplin, wo dies erforderlich ist. „Ich werde mich auf den Abbau der öffentlichen Schulden konzentrieren“, versprach er zudem. 

Eine seiner ersten Aufgaben wird es sein, den italienischen Haushalt für 2020 zu validieren. Der von Rom vorgelegte Entwurf des Plans übertraf leicht das Ziel eines Defizits von zwei Prozent des BIP, das mit Brüssel vereinbart wurde, um die massive Staatsverschuldung Italiens (132 Prozent des BIP) zu senken.

Seine Nationalität wurde weder für die Mitglieder des Europäischen Parlaments noch für seine angeblichen Interessenkonflikte als ein wichtiges Thema angesehen, nachdem der Italiener die ihm gehörenden Amazon-Aktien verkauft hatte. 

Nach der Anhörung stimmte eine Mehrheit der Fraktionen seiner Kandidatur mit einem „breiten Konsens“ zu, wie die Vorsitzende des ECON-Ausschusses des Parlaments, Irene Tinagli, und ein anderes PD-Mitglied, mitteilten.  

„Es ist klar, dass Paolo Gentiloni ein erfahrener Politiker ist. Obwohl wir die vage Formulierung seiner Antworten bedauern, können wir ihn im Großen und Ganzen bestätigen“, sagte Markus Ferber, Sprecher der EVP-Fraktion von ECON.

Die rumänische Kommissionskandidatin Rovana Plumb ist soeben von einer deutlichen Mehrheit im Rechtsausschuss des EU-Parlaments abgelehnt worden.

„Gentiloni hat die Werte, die Erfahrung und die Fähigkeit bewiesen, seine Aufgabe als Wirtschaftskommissar erfolgreich auszuführen“, erklärte Luis Garicano, Koordinator von Renew Europe im selben Ausschuss, gegenüber EURACTIV.

„Wir haben ein sehr gutes Verhältnis aufgebaut, und ich setze große Hoffnungen auf Ihre Arbeit in dieser Legislaturperiode“, fügte er hinzu. Er begrüßte sein „klares Engagement“ für die Einführung eines europäischen Arbeitslosenrückversicherungssystems. 

Der Europaabgeordnete Sven Giegold, finanz- und wirtschaftspolitischer Sprecher der Grünen, würdigte demnach auch das Engagement von Gentiloni im Steuerbereich. 

„Gentiloni hat glaubwürdig erklärt, dass er sich persönlich für die Fortsetzung der Steueragenda der EU-Kommission einsetzt. Es ist gut für Europa, dass der Kampf gegen das Steuerdumping weitergeht“, betonte Giegold.

Die französische Regierung hat es nicht geschafft, ihre Vorschläge für eine Finanztransaktions- sowie eine Digitalsteuer auf EU-Ebene durchzubringen.

Für Manon Aubry, ECON-Koordinatorin der linken GUE/NGL-Fraktion, war seine Anhörung „relativ schwach“, insbesondere in Fragen der Steuergerechtigkeit.

„Er gab nur vage Antworten, aber keine feste Zusage, die Liste der Steueroasen zu überprüfen oder schädliche Steuerpraktiken zu bekämpfen“, sagte sie gegenüber EURACTIV.

Gentiloni betonte des Weiteren die Bedeutung der „Zusammenarbeit“ und des „gegenseitigen Vertrauens“ zwischen den Mitgliedstaaten in den nächsten Jahren angesichts der Initiativen, die er ergreifen muss.

Hier sind einige der während der Anhörung angesprochenen Themen.

Die Europäische Kommission bereitet die Einleitung eines neuen Defizitverfahrens gegen Italien vor.

Italien

Auf die Frage, wie er mit dem italienischen Haushalt umgehen werde, wies Gentiloni darauf hin, dass es keine Bevorzugungen geben werde.

„Ich möchte klarstellen: Ich werde nicht der Vertreter einer Regierung sein. Ich werde der Wirtschaftskommissar sein.“

Angesichts der wohlwollenden Behandlung, die Rom wegen seiner öffentlichen Ausgaben erhielt, sagte er, sein „persönliches Engagement“ werde darin bestehen, dass „es keine Doppelmoral gegenüber irgendeinem Land geben wird“.

Er erinnerte daran, wie er die EU-Finanzvorschriften verteidigte, auch wenn sie in seinem Land angesichts der damit verbundenen Ausgabenkontrolle nicht sehr beliebt waren. 

Die EU-Kommission ist zu dem Schluss gekommen, Italien verstoße nicht mehr gegen die EU-Finanzvorschriften. Die Regierung in Rom hatte in letzter Minute die öffentlichen Ausgaben um 7,6 Milliarden Euro gekürzt.

Haushaltsinstrument

Der designierte Kommissar wies darauf hin, dass das Haushaltsinstrument für Konvergenz und Wettbewerbsfähigkeit „ernsthaft finanziert“ werden müsse. Die Stabilisierungsfunktion, die bisher aufgrund des Widerstands einer Gruppe von Ländern ausgeschlossen war, sollte ebenfalls berücksichtigt werden.

In diesem Zusammenhang verpflichtete er sich, eine „ernsthafte Nachbereitung“ des Instruments vorzunehmen.

Auch die Klimakriterien sollen bei der Umsetzung des Haushaltsinstruments berücksichtigt werden.

EZB-Präsident Mario Draghi hat die EU-Gesetzgeber am Montag erneut aufgefordert, eine gemeinsame „Fiskalkapazität“ zu schaffen.

Arbeitslosenrückversicherungssystem

Dieses Instrument ist eine der wichtigsten Initiativen der Kommission von Ursula von der Leyen und einer der kniffligsten Vorschläge für Gentiloni.

Das künftige Instrument werde nicht auf dauerhaften Transfers basieren oder Strukturreformen schwächen und keine automatischen Auszahlungen ermöglichen. Seiner Meinung nach sollte es sich auf erhebliche externe Schocks konzentrieren.

Eine seiner ersten Aufgaben nach der Amtsübernahme wird die Gestaltung dieses neuen steuerlichen Instruments sein. „Diese Debatte ist sehr relevant“, sagte er den Abgeordneten. Dabei hat er versprochen, „sehr schnell“ daran zu arbeiten, und beabsichtigt, bis Ende dieses Jahres Vorschläge zu unterbreiten.

Die Pläne von Bundesfinanzminister Olaf Scholz für eine EU-Arbeitslosenrückversicherung stoßen beim Koalitionspartner auf Ablehnung.

Die beiden Optionen, die bei der Ausgestaltung der Regelung auf dem Tisch liegen, sind Darlehen und direkte Unterstützung der nationalen Haushalte. 

Angesichts des derzeitigen Kontextes der niedrigen Zinsen erklärte er, dass Kredite ein „schwächeres“ Instrument darstellen, aber schneller in die Praxis umgesetzt werden könnten, während die direkte Unterstützung der nationalen Haushalte „komplizierter“ wäre.

Er bestand jedoch darauf, dass „wir ehrgeizig sein sollten, auch in diesem Bereich“. Beide Optionen seien nicht unbedingt widersprüchlich, fügte er hinzu. Es sei möglich, mit einer zu beginnen und mit einer anderen fortzufahren, so seine Einschätzung. 

Überprüfung des Stabilitäts- und Wachstumspakts

In dieser Frage, die derzeit zwischen den Mitgliedstaaten diskutiert wird, versprach Gentiloni einen „ehrgeizigen Ansatz“, um durchsetzbarere Regeln zu erreichen, die auch besser darauf ausgerichtet sind, die Länder in schlechten Zeiten zu unterstützen. Er beabsichtigt, bis Ende dieses Jahres Ideen zu entwickeln.

Gentiloni verteidigte eine ordnungsgemäße Überprüfung der Steuervorschriften der EU. Allerdings war er sich derjenigen bewusst, die die Büchse der Pandora nicht öffnen wollen – eines Prozesses, von dem niemand weiß, wie er enden könnte, angesichts der unterschiedlichen Positionen der Mitgliedstaaten.

Vor diesem Hintergrund erinnerte Gentiloni daran, dass der SWP nicht alle Probleme der Eurozone lösen wird, und fügte hinzu: „Wir müssen bei der Festlegung der Prioritäten sehr selektiv vorgehen“.

Einer der Bereiche, auf die er sich konzentrieren möchte, ist der Schuldenabbau. Er gab zu, dass der SWP in dieser Hinsicht nicht sehr erfolgreich war.

Durch die Flüchtlingskrise kommt auch der Streit um die Ausgestaltung des Stabilitäts- und Wachstumspakts (SWP) zwischen den EU-Mitgliedsstaaten erneut auf: Auf der einen Seite stehen die Verfechter einer strengen Haushaltsdisziplin wie Deutschland, auf der anderen Seite stehen Länder wie Frankreich und Italien, die eine flexiblere Regelauslegung wollen. Die eigentlich bis zum Jahresende geplante Einigung rückt in weite Ferne. EURACTIV Brüssel berichtet.

Steuerwesen

Der ehemalige italienische Premierminister versprach, die derzeitige Pattsituation bei den EU-Steuerinitiativen nicht zu tolerieren, da das Bewusstsein der Öffentlichkeit für die Bedeutung dieser Themen wächst.

Aus diesem Grund verpflichtete er sich, die Mehrheit für einige Vorschläge zu empfehlen, obwohl er die rechtlichen und politischen Schwierigkeiten bei der Verletzung der Einstimmigkeitsregel zur Kenntnis nahm. Die Einführung von „Passarelle-Klauseln“ zur Einführung von Mehrheitsentscheidungen in bestimmten Bereichen muss ebenfalls im Konsens beschlossen werden.

Was die digitale Steuer betrifft, so sagte Gentiloni den Europaabgeordneten, dass er „ziemlich optimistisch“ sei, im nächsten Jahr eine Einigung auf internationaler Ebene zu erzielen. Sollte dies nicht der Fall sein, werde er mit der Arbeit an einem neuen EU-Vorschlag im Herbst nächsten Jahres beginnen.

Der italienische Kandidat betonte auch, dass die gemeinsame konsolidierte Körperschaftsteuer-Bemessungsgrundlage (GKKB) während seiner Amtszeit eine „absolute Priorität“ sein wird. Dieser Vorschlag, der seit Jahren auf dem Tisch liegt, wird als Schlüssel zum Kampf gegen aggressive Steuern in einigen EU-Ländern angesehen.

Der französische Wirtschafts- und Finanzminister Bruno Le Maire hat sich für weniger Wettbewerb und mehr Kooperation zwischen den EU-Staaten ausgesprochen.

„Wir können diesen internen Wettbewerb zwischen den Mitgliedsstaaten nicht beibehalten“, ließ er verlauten.

Nach seinen Worten werde er nicht warten und neue Ideen vorlegen, um den Vorschlag am Tisch des Rates auf den Weg zu bringen.

„Wir werden daran arbeiten und Lösungen finden“, versprach er.

Im Hinblick auf den Kampf gegen Steueroasen räumte er ein, dass „mehr getan werden muss“. Die Europaabgeordneten sollten jedoch die erzielten Fortschritte anerkennen, einschließlich der Genehmigung von schwarzen Listen unkooperativer Gerichtsbarkeiten. Er argumentierte, dass die Auswirkungen der Schwarzen Listen „signifikant“ seien, auch wenn sie nur als „weiches“ Instrument betrachtet würden. Von Jorge Valero  [Bearbeitet von Britta Weppner] EA 4

 

 

 

Ganz und gar nicht smart

 

Ethische und nachhaltige Ziele spielen bei der Gestaltung des digitalen Wandels kaum eine Rolle. Das muss sich ändern. Von Maja Göpel, Benno Pilardeaux

 

Die Digitalisierung von Wirtschaft und Gesellschaft orientiert sich bislang kaum an Nachhaltigkeitszielen. Daran ändert auch der allgegenwärtige Verweis auf die verlockende smarte Zukunft nichts: Von Smart-Cities, Smart Agriculture, Smart Grids bis hin zu Smart Homes reichen die Versprechen, dass Digitalisierung per se Nachhaltigkeit befördert und das Leben einfacher macht – vorausgesetzt wird natürlich ein entsprechend ausgestatteter Smart Citizen. Doch bislang wirkt der digitale Wandel eher als Brandbeschleuniger für nicht-nachhaltige Entwicklungen – und das ist ganz und gar nicht smart. Der rasant steigende Energieverbrauch von Serverparks und digitalen Endgeräten beispielsweise schlägt mit ähnlichen CO2-Emissionen zu Buche wie der Flugverkehr.

Weder Steigerungen der Energieeffizienz noch der Ausbau der Erneuerbaren Energien haben bisher dem Anstieg des Energieverbrauchs entgegenwirken können. Die Berge an Elektroschrott und toxischem Abfall, die in Entwicklungsländern abgeladen werden, wachsen. Ähnlich sieht es beim Abbau seltener Erden für diese elektronischen Geräte aus, was wiederum die Ökosysteme zerstört, in denen sie lagern. Lange bekannte Umweltprobleme der extraktiven Wirtschaftsweise werden so ständig verschärft. Dabei sind Wege zur Einhegung dieser Probleme längst bekannt.

So wäre die Einführung einer konsequenten Kreislaufwirtschaft von der Wiege bis zur Bahre ein großer Schritt nach vorn. Dafür müssten Ziele wie schonende Ressourcennutzung, Langlebigkeit, Reparaturfreundlichkeit und Recycling bereits in Geschäftsmodelle und Produktdesigns integriert werden. Klare Regulierung und Anreize, gesellschaftliche Verankerung sowie eine Forschungsoffensive könnten helfen, Potenziale zu heben, die gerade die digitale Technik selbst entlang des gesamten Produktzyklus bereits bietet.

Digitale Lösungen ermöglichen das Management schwankender erneuerbarer Energien und können damit auch Mini-Grids mit erhöhter Energiesicherheit in netzfernen Regionen befördern. Dem entgegen stehen allerdings direkt und indirekt durch die Digitalisierung ausgelöste Steigerungen der Energienachfrage. In Zeiten einer dringend notwendigen Trendwende bei den CO2-Emissionen wird es nicht ausreichen, möglichst schnell den Ausbau erneuerbarer Energien zu fördern. Fragen nach der absoluten Senkung des Energieverbrauchs gehören mit auf den Tisch.  

Digital gestützte Innovationen im Verkehrsbereich werden derzeit in vielen Städten erprobt. Allerdings liegt auch die Lösung des weltweit drohenden Verkehrskollaps in den Städten nicht allein im technologischen Bereich. Sie wird sich vielmehr an der passenden Einbettung digitaler Möglichkeiten in übergreifende Konzepte nachhaltiger urbaner Mobilität entscheiden. Dazu gehört die Frage, warum Menschen so viele Kilometer zurücklegen und wie Stadt- und Raumplanung darauf einwirken können. Wie digitale Vernetzung dezentrales Arbeiten ermöglichen kann, ist ein weiterer zu klärender Punkt. Nur so werden hohe CO2- und Luftschadstoffemissionen, Flächenverbrauch, Lärmbelastung, steigende Fahrt- und Transportzeiten sowie Unfallrisiken gesenkt werden können.

Soziale Fragen müssen ebenfalls bei der Gestaltung der Digitalisierung im Sinne der Nachhaltigkeit bedacht werden. Digitale Technologien können dabei helfen, Armut zu reduzieren und die Gesundheitsversorgung und gesellschaftliche Teilhabe zu verbessern. So bieten etwa Smartphones universelle wie dezentrale Informationskanäle und Zugang zu Zahlungsmitteln und Märkten. Blockchain-Technologien ermöglichen neue Vertragsformen und die Bekämpfung der Korruption.

Ob sich diese Ziele erreichen lassen, hängt allerdings davon ab, für wen digitale Lösungen prioritär entwickelt werden. Hier entscheidet sich, ob neue Angebote Trends der Ungleichheit und der gesellschaftlichen Spaltung entgegenwirken oder sie weiter verschärfen. Dies könnte etwa geschehen, wenn die internationale Arbeitsteilung durch Plattformen neu gemischt wird und nationale Sozialsysteme sowie die Sicherung von Arbeitnehmerrechten unter Druck geraten. Innovationen, die sich allein an Quartalsgewinnen, Kaufkraft und Werbeeinnahmen orientieren, werden solche Trends eher verstärken.

Wirtschafts- und Forschungsförderung müssen hier entsprechend angepasst werden. Grundsätze der unternehmerischen Verantwortung und Besteuerung sowie Anti-Monopolbildung und der Schutz von personenrelevanten Daten sollten zügig auf den digitalen Raum übertragen werden. Nur so lassen sich Prinzipien einer sozialen Marktwirtschaft und Gemeinwohlorientierung erhalten. Hierzu gehört auch die Vermeidung der Totalüberwachung, die Risiken inadäquat angewandter algorithmischer Entscheidungsfindungen oder Scoring-Verfahren. Dann kann beispielsweise ein hoch entwickeltes und transparentes System öffentlicher Daten, Informationen, Dienste und Standards in der Vision bürgernaher nachhaltiger Städte dazu beitragen, Daten- und Umweltschutz mit sozialer Teilhabe und resilienten Wertschöpfungsketten zusammenzuführen.

Insgesamt bieten digitale Technologien vielfältige Instrumente und Methoden, mit denen der Wandel zum nachhaltigen Wirtschaften und Leben effektiver und effizienter gelingen kann. Ohne aktive politische Gestaltung wird es aber nicht möglich sein, die Digitalisierung systematisch zur Lösung von Nachhaltigkeitsproblemen einzusetzen.

In der globalen Perspektive wird deutlich, dass Digitalisierungsdynamiken massive Auswirkungen auf die Erreichbarkeit aller 17 Nachhaltigkeitsziele der Vereinten Nationen (SDGs) und der Agenda 2030 haben. Die Debatte um die Umsetzung der SDGs kann nicht mehr ohne ein entsprechendes Verständnis der Potenziale und Risiken der Digitalisierung geführt werden. Dennoch findet sich diese Verknüpfung weder in der 2015 im Rahmen der UN verabschiedeten Agenda 2030 noch in der deutschen Nachhaltigkeitsstrategie von 2017. Die treibenden Akteure des digitalen Wandels sind bisher kaum in ethische und nachhaltigkeitsorientierte Debatten eingebunden.

Digitalpolitik folgt dem konventionellen Verständnis von wirtschaftlichem Wachstum und einem Wettlauf der technologischen Machbarkeit. Initiativen für den Aufbau einer auf IKT-Berufe bezogenen Professionsethik wie etwa die globale Initiative „Ethically Aligned Design. A Vision for Prioritizing Human Wellbeing With Artificial Intelligence and Autonomous Systems” sind hier vielversprechend, aber nicht ausreichend, solange die Preisgestaltung unserer Marktwirtschaften weiter zur Externalisierung sozialer und ökologischer Kosten antreibt. Ohne eine Veränderung politischer Rahmenbedingungen bleiben Akteure der Nachhaltigkeit Nischen- und nicht Massenanbieter, das zeigt die Bilanz nach 30 Jahren Nachhaltigkeitspolitik eindrücklich.

Die Zielsetzungen von zukünftig erfolgreichem Wirtschaften und Nachhaltigkeit können nur gemeinsam gelingen. Gerade im Kontext der großen Klimabewegung und der Diskussionen um einen Green New Deal in Europa kann eine technologische Agenda nicht mehr getrennt von diesen übergeordneten Zielen verstanden und behandelt werden. Vielversprechende technologische Durchbrüche schlummern in der Schublade, weil Märkte und Konsumenten sie unter aktuellen Bedingungen nicht aufnehmen oder sie mangels Investitionen nicht zu den Konsumenten gelangen, die sie am nötigsten hätten.

Um in dieser Gemengelage von Potenzialen und Risiken des digitalen Wandels und seiner Einbettung in Nachhaltigkeitspolitik mehr Klarheit zu gewinnen, bedarf es international der Verständigung auf eine gemeinsame Vorstellung über eine nachhaltige, digital gestützte Zukunft – also eine Verständigung auf gemeinsame Prinzipien, regulatorische Rahmenbedingungen und ethisch begründete Grenzen. Das könnte in Form einer Charta geschehen, wofür der Wissenschaftliche Beirat der Bundesregierung Globale Umweltveränderungen einen Entwurf vorgelegt hat. Der Blick muss dabei bereits auch auf eine Post-2030-Agenda gerichtet sein, also über das Zieljahr der derzeitigen globalen Entwicklungsziele hinausreichen.

Eine digitalisierte Nachhaltigkeitsgesellschaft lässt sich am Ende aber nur erreichen, wenn es dafür geeignete robuste Governance-Strukturen gibt, allen voran im System der Vereinten Nationen. Das High-level Panel on Digital Cooperation des UN-Generalsekretärs hat in seinem jüngst vorgelegten Bericht „The Age of Digital Interdependence“ anlässlich des 75. Gründungsjahres im Jahr 2020 für die Vereinbarung eines „Global Commitment on Digital Coperation“ plädiert. Ergänzt um die Perspektive globaler Nachhaltigkeitspolitik könnte diese Verpflichtung die dringend notwendige Kurskorrektur einleiten. IPG 7

 

 

 

Vereinte Nationen. 2019 starben mehr als 1.000 Bootsflüchtlinge im Mittelmeer

 

Im sechsten Jahr zufolge sind bei der gefährlichen Überfahrt über das Mittelmeer mehr als 1.000 Menschen gestorben. Seit 2014 haben der UN zufolge dort mindestens 15.000 Flüchtlinge ihr Leben verloren.

Bei der gefährlichen Überfahrt über das Mittelmeer sind seit Anfang des Jahres laut UN vermutlich mehr als 1.000 Migranten und Flüchtlinge gestorben. Damit werde 2019 das sechste Jahr in Folge mit mehr als 1.000 Todesopfern im Mittelmeer sein, teilte die Internationale Organisation für Migration der UN am Dienstag in Genf mit.

Seit 2014 seien auf dem Mittelmeer mindestens 15.000 Migranten und Flüchtlinge gestorben, die meisten seien ertrunken. Von Januar bis September 2019 seien 994 gestorbene Migranten und Flüchtlinge offiziell erfasst worden. Ein Schiffsunglück vor der Küste Marokkos am vorletzten Wochenende wird noch untersucht, die IOM rechnet mit 40 Todesopfern.

Die meisten Migranten und Flüchtlinge verlassen ihre Heimatländer, um Armut und Gewalt zu entkommen. Sie stammen aus afrikanischen Staaten wie Eritrea und Nigeria und aus asiatischen Ländern wie Afghanistan und Syrien. Viele der Schlepperboote, die für die Überfahrt über das Mittelmeer benutzt werden, sind nicht seetauglich. (epd/mig 7)

 

 

 

EU warnt: Welthandelsorganisation in „kritischer Lage“

 

Die EU-Mitgliedstaaten haben am Dienstag debattiert, wie die „kritische Lage“ der Welthandelsorganisation (WTO) angegangen werden kann. Der Hintergrund: Die USA blockieren weiterhin die Neubesetzung der WTO-Berufungsinstanz, die für das Funktionieren der Institution von entscheidender Bedeutung ist. Von Jorge Valero

 

Die allgemeinen Handelsbeziehungen zwischen der EU und den USA sowie die WTO-Reform wurden während des gestrigen Arbeitsessens der EU-Handelsminister ausführlich diskutiert.

Das Berufungsgremium der WTO wird am 10. Dezember seine Arbeit einstellen, es sei denn, es werden zwei neue Kandidatinnen oder Kandidaten ernannt, um die erforderliche Mindestgrenze von drei Personen zu erreichen. Die USA haben die europäischen Bemühungen zur Neubesetzung oder Umgestaltung der Institution bisher jedoch blockiert.

Das Gremium ist dafür zuständig, multilaterale Abkommen durchzusetzen und Streitigkeiten zwischen einzelnen Staaten oder Institutionen beizulegen. Somit ist es für das Funktionieren der Welthandelsorganisation essenziell wichtig.

Die EU-Kommission hat neue Sanktionen gegen Staaten vorgeschlagen, die „vorsätzlich und wiederholt“ gegen WTO-Regelungen verstoßen. Hintergrund sind die Handelsstreitigkeiten mit den USA.

Die „kritische Lage“ der WTO war ein zentraler Punkt in der Diskussion des Handelsrates, bestätigte der finnische Minister für Entwicklung und Handel, Ville Skinnari, dessen Land aktuell den rotierenden Vorsitz der EU innehat. Die EU-Mitgliedstaaten seien nach wie vor fest entschlossen, „das multilaterale Handelssystem zu verteidigen und zu reformieren“, fügte er hinzu.

„Die Situation ist besorgniserregend“, so die scheidende Handelskommissarin Cecilia Malmström. Die EU sei zwar „völlig geeint“ und bereit, eine Lösung zu finden; angesichts der aktuellen Lage sei sie aber „nicht sehr optimistisch“.

„Es könnte sein, dass Mitte Dezember die Berufungsinstanz ihre Arbeit einstellt,“ warnte die schwedische Kommissarin.

Zollstreit

Die Bemühungen der EU um eine Erneuerung des Berufungsgremiums und die Modernisierung der WTO insgesamt stehen auch vor dem Hintergrund des seit längerem andauernden Zollstreits zwischen Brüssel und Washington. Es scheint, dass sich dieser in den kommenden Tagen und Wochen noch verschärfen könnte.

So wird erwartet, dass die WTO bald den Umfang der Zölle bekannt gibt, die die USA den EU-Exporteuren als Reaktion auf die Subventionen der europäischen Regierungen für den Flugzeugbauer Airbus auferlegen dürfen. Diese Zölle könnten sich auf Waren im Wert von rund acht Milliarden Dollar auswirken.

Die europäische Seite hatte zuvor versucht, eine Verhandlungslösung mit der US-Regierung zu finden. Schließlich ist zu erwarten, dass der EU ähnliche „Ausgleichsrechte“ für die von Washington an den amerikanischen Airbus-Konkurrenten Boeing gewährte Finanzhilfe erhält. US-Präsident Donald Trump hat jedoch das europäische Angebot abgelehnt. Zu diesem gehörte auch die komplette Streichung der Subventionen für den Luftfahrtsektor.

Malmström betonte, sie habe „die Hoffnung noch nicht aufgegeben“, dass sich die beiden Länder einigen und so Strafsanktionen vermeiden können. „Vergeltungsmaßnahmen sind für beide Seiten schädlich“, merkte sie einmal mehr an.

Wenn die USA aber beschließen sollten, weitere Zölle zu erheben – wonach es aktuell aussieht – sei die EU „bereit“, mit einer „starken Antwort“ zu reagieren, kündigte die Kommissarin an.

Wenig Fortschritt

Das jüngste Kapitel des gut 15 Jahre andauernden Airbus-Boeing-Streits könnte auch die europäischen Bemühungen gefährden, mit der Trump-Administration eine „positive Agenda“ (so der nächste EU-Handelskommissar Phil Hogan) zu erarbeiten. Mit dieser sollen die transatlantischen Beziehungen wieder verbessert werden.

Faktisch wurden seit Juli 2018 jedoch nur geringe Fortschritte, beispielsweise bei der Abschaffung von Industriezöllen, erzielt. Auch die Einführung einer „Harmonisierung der Rechtsvorschriften“ in mehreren Sektoren kommt nicht recht voran.

Ein großes Hindernis ist nach wie vor die Forderung der USA, die Landwirtschaft in die Handelsgespräche einzubeziehen.

Ein „selbstbewussteres“ Europa, das seine Wettbewerbsfähigkeit und Souveränität in einer zunehmend feindseligen Welt verbessern kann: Dies sind die wichtigsten Leitlinien der designierten Präsidentin Ursula von der Leyen für ihr neues Kommissionsteam.

Derweil versucht die EU auch, mit den USA und Japan zusammenzuarbeiten, um die WTO zu modernisieren und insbesondere neue Regeln für die Bekämpfung von Industriesubventionen und den erzwungenen Technologietransfer zu entwickeln. Dies ist ein gemeinsames Anliegen von Brüssel und Washington, da beide die unlauteren Geschäftspraktiken Chinas angehen wollen.

Malmström erklärte, beim Thema Industriesubventionen hätten die Verhandlungsführer „sehr gute Fortschritte“ erzielt. Sie gehe davon aus, dass diese Ergebnisse bald den anderen WTO-Mitgliedern mitgeteilt werden können.

In Bezug auf den erzwungenen Technologietransfer der Chinesen erklärte sie hingegen, dieses Thema sei „etwas kniffliger“. Man benötige dafür noch mehr Zeit. EA 3

 

 

 

Lampedusa 2013: Gedenken, Kritik, Hoffnung

 

Auf Lampedusa ist am Donnerstag mit einem Gedenkmarsch an das Bootsunglück von 2013 mit mehr als 360 ertrunkenen Migranten erinnert worden. Die italienische Direktorin der globalen Kinderrechtsorganisation „Save the children“ übte derweil Kritik an der mangelnden EU-Hilfe in den letzten Jahren.

An der Kundgebung auf der Mittelmeer-Insel nahmen laut Medienberichten viele Einwohner und Schüler, aber auch Vertreter von Polizei und öffentlichen Institutionen teil. Am 3. Oktober 2013 war vor Lampedusa ein Kutter mit rund 545 Flüchtlingen aus Somalia und Eritrea gesunken. 155 Menschen wurden gerettet. Der 3. Oktober wird seit 2016 in Italien als nationaler „Tag des Gedenkens und der Aufnahme“ begangen.

Unterdessen brachte Italiens Küstenwache in der Nacht zum Donnerstag laut Medienberichten 72 kurz zuvor gerettete Migranten nach Lampedusa, darunter zwei Frauen und ein Kind. Die meisten von ihnen sollen aus Bangladesch stammen. Das Erstaufnahmezentrum der Insel ist weiter überlastet. Wie die Zeitung „Giornale di Sicilia“ berichtet, überschritt der sogenannte Hotspot mit einer Kapazität von 95 Plätzen bereits am Mittwoch die Zahl von 300 Migranten. Die Transfers auf das Festland halten nicht mit neuen Ankünften Schritt.

Seenot: 15.000 Menschen seit 2013 gestorben

Raffaela Milano, Direktorin von „Save the Children“ in Italien, richtete derweil scharfe Worte gen Brüssel: „Vor sechs Jahren sagte Europa vor den Hunderten von Leichen der Opfer des tragischen Schiffbruchs vom 3. Oktober 2013 in Lampedusa: „Nie wieder“. Aber von 2013 bis heute haben mehr als 15.000 Menschen, darunter viele Kinder und Jugendliche, ihr Leben verloren“. Europa habe im Laufe der Jahre zunehmend auf Such- und Rettungseinsätze verzichtet und „sich für den Schutz der Grenzen und nicht der Menschen entschieden“, sagte die Direktorin der Kinderrechtsorganisation.

Hoffnung macht Milano aber die jüngst von Deutschland, Frankreich, Italien und Malta beschlossene Übergangslösung zur Seenotrettung.  „Der jüngste Gipfel in Malta könnte der erste Schritt zur Einleitung einer gemeinsamen europäischen Aktion sein“ – vorausgesetzt, dass der für den 7. und 8. Oktober geplante EU-Innenministerrat die Mitgliedstaaten konkret verpflichtet, die uneingeschränkte Einhaltung des Völkerrechts zu gewährleisten und anzuerkennen, dass Libyen „in keiner Weise ein sicherer Hafen“ sei. (kna / pm 3)

 

 

 

 

Es braucht ein ganzes Dorf!

 

Die freiwillige Aufnahme von Flüchtlingen in europäischen Kommunen sorgt für eine demokratische Wiederbelebung von unten. Von Gesine Schwan, Malisa Zobel

 

Vor einiger Zeit haben wir argumentiert, dass die vermeintliche Flüchtlingskrise in Europa auch als Chance für eine ökonomische und kulturelle Weiterentwicklung der Kommunen gestaltet werden könnte, wenn man die Aufnahme und Integration von Geflüchteten freiwillig und dezentral mit den Kommunen organisiert und mit einer Investitionsinitiative verbindet. In einer Replik auf unseren Beitrag schreibt Nils Heisterhagen, dass die Entscheidung über die Verteilung von Flüchtlingen beim Nationalstaat verbleiben muss, ohne jedoch einen Vorschlag zu machen, wie die ‚Verteilungs-Blockade‘ zwischen den europäischen Nationalstaaten, die nun schon seit über drei Jahren andauert, auf nationalstaatlicher Ebene gelöst werden könnte.

Die beiden Beiträge spiegeln eine größere Debatte innerhalb der europäischen Sozialdemokratie wider. Sie folgt der Frage, ob eine progressive und solidarische Politik nur innerhalb des Nationalstaats möglich ist oder ob sie auch europäisch, also transnational zu verfolgen und durchzusetzen ist. Am Beispiel der europäischen Flüchtlingspolitik: Die nationalen Regierungen Europas haben es trotz großer Anstrengungen der Europäischen Kommission und des Europäischen Parlaments nicht geschafft, sich auf eine solidarische Verantwortungsteilung für die Aufnahme und Integration der ankommenden Schutzsuchenden zu einigen.

Das Verharren in einer intergouvernementalen Logik europäischer Integration, auf der Heisterhagen beharrt, hat die Krise nicht gemindert, sondern eher verschärft. Bisher ist jeder Appell an die Solidarität zwischen den Mitgliedstaaten verhallt, während sich auf der Ebene der Kommunen Städte wie Amsterdam mit Athen solidarisch gezeigt haben und Asylsuchende aus der einen Stadt in der anderen aufgenommen haben.  

Unser Vorschlag, die Gemeinden zu stärken und zugleich die Asylblockade innerhalb der EU lösen zu können, basiert auf der Überzeugung, dass Europa eine wirtschaftliche und demokratische Wiederbelebung ‚von unten‘ benötigt. Viele Bürgerinnen und Bürger der Europäischen Union haben nach der Finanzkrise 2008 die Erfahrung gemacht, dass die kommunale Infrastruktur verfällt, dass Schwimmbäder, Schulen und Straßen reparaturbedürftig bleiben und der öffentliche Nahverkehr zu wünschen übrig lässt. Hinzu kommt in vielen Mitgliedstaaten noch eine rigorose Spar- und Austeritätspolitik im sozialen und kulturellen Bereich, die es vielen Menschen erschwert hat, die eigene Selbstwirksamkeit zu spüren.

Das Verbinden der Aufnahme und Integration von Schutzsuchenden mit Investitionen in die kommunale Infrastruktur ist deshalb auch keine rein ökonomische Transferaktion, wie Heisterhagen unseren Vorschlag interpretiert. Es schafft vielmehr die Grundlagen dafür, dass Menschen keine Angst vor Konkurrenz um knappe Ressourcen zu haben brauchen, sondern Solidarität mit anderen leben können. Das Zusammenleben von Menschen in einem Gemeinwesen ist immer geprägt von Aushandlungsprozessen darüber, was als gerecht empfunden wird.

Unser Vorschlag beinhaltet deshalb nicht nur Investitionen im Gegenzug für die Aufnahme, sondern auch eine Partizipationsinitiative durch die Bildung von beratenden Multi-Stakeholder-Beiräten auf kommunaler Ebene. Unter Beteiligung aller wichtigen Stakeholder einer Gemeinde sollen diese in einem deliberativen Verfahren eine Empfehlung erarbeiten, ob die Gemeinde zur Aufnahme bereit ist und auch wie sie diese gestalten will. Das gibt den Bürgerinnen und Bürgern die Möglichkeit, ihre  Selbstwirksamkeit zu erfahren, indem ihnen ein Mitspracherecht gegeben wird und sie zudem noch mitbestimmen können, wofür die zusätzlichen Mittel verwendet werden können. Das schafft eine Kommune, die unter Beteiligung möglichst vieler Perspektiven versucht, alle mitzunehmen, und gleichzeitig auch die Mittel hat, das zu tun.

Die Weiterentwicklung der repräsentativen Demokratie auf kommunaler Ebene durch beratende Multi-Stakeholder-Beiräte und Bürgerhaushalte ist eine mögliche Antwort auf die Legitimationskrise der gegenwärtigen liberalen Demokratien. Das hat nichts mit ‚postmoderner Profilierungssucht‘ zu tun, sondern besinnt sich auf die Kommune als Zentrum demokratischer Aushandlungsprozesse und als Ort, wo Staatlichkeit für die meisten Bürgerinnen und Bürger fassbar ist: Hier wird die Daseinsvorsorge geleistet und hier findet auch Integration konkret statt. Die Kommunen übernehmen die Hauptaufgaben der Integration in den Arbeitsmarkt, der Versorgung mit Wohnraum, Organisation von Sprachkursen, sowie Gewährleistung des Kita- und Schulzugangs. Im Sinne des Subsidiaritätsprinzips ist es deshalb nicht verwunderlich, dass sie zunehmend selbstbewusster ein größeres Mitspracherecht einfordern. 

Zudem gibt es nach internationalem (Genfer Flüchtlingskonvention und Zusatzprotokoll), europäischem und nationalem Recht in Deutschland zwar keinen Anspruch auf die Erteilung einer Aufenthaltserlaubnis für Geflüchtete, durchaus aber auf die Prüfung des Schutzanspruches. Das heißt, der Nationalstaat ist hier völlig unabhängig von kommunalen Zusagen und Angeboten verpflichtet, ein Verfahren zur Prüfung durchzuführen. Genau das ist jedoch das Dilemma, in dem Europa sich mit den bisher geltenden Dublin-Richtlinien befindet: Sobald ein schutzsuchender Mensch in Europa ankommt, ist faktisch der Ersteinreisestaat für das Verfahren zuständig.

Die EU-Mitgliedstaaten waren bisher nicht in der Lage, zu einer fairen Verteilung der Verantwortung zwischen den Mitgliedstaaten zu gelangen. Wir sehen in dem Angebot der freiwilligen Aufnahme durch die europäischen Kommunen deshalb eine Chance für die Nationalstaaten der EU, einen Ausweg aus der momentanen politischen Blockade zu finden. Anstatt weiterhin auf einem top-down Politikverständnis zu beharren, könnten die Mitgliedstaaten, die prinzipiell willens sind eine solidarische und gemeinsame europäische Asyl- und Migrationspolitik zu verfolgen, das Angebot ihrer Kommunen annehmen und somit zu einer nachhaltigen und solidarischen Aufnahme gelangen. Dass Kommunen, die zusätzlich Verantwortung übernehmen, finanziell gestärkt und nicht mit den Kosten alleingelassen werden sollten, ist nicht ‚latent undemokratisch‘ oder ‚unklug‘, sondern elementarer Bestandteil einer nachhaltigen und vernünftigen Politik im Dienste der Gerechtigkeit.

Heißt, die europäischen Kommunen stärken im Folgeschluss auch, dass diese zukünftig eigenmächtig über den Atomausstieg bestimmen können (wie Heisterhagen suggeriert)? Natürlich nicht, denn auch hier gilt: Kommunen sollen dort als relevanter politischer Akteur kooperativ aktiv werden können, wo sie auch die Hauptaufgaben übernehmen. Durch die Einbeziehung aller wichtigen Akteursgruppen in den Aufnahme- und Integrationsprozess und da die Entscheidung auf freiwilliger Basis ‚von unten‘ und nicht ‚top-down‘ erfolgt, wird die demokratische Legitimation kommunaler Aufnahme nicht ausgehöhlt, sondern gestärkt.

Darüber hinaus erlaubt dieser Vorschlag es, Integration als ganzheitlichen Prozess zu begreifen, der sowohl Neuankömmlinge als auch Ortsansässige betrifft. Die freiwillige dezentrale Ansiedlung von Geflüchteten bietet Kommunen die Chance zu einer partizipativ und gemeinsam gestalteten Entwicklung, den Geflüchteten bietet sie Mitbestimmung bei der Entscheidung, wo sie sich niederlassen sowie Wissen und Informationen über ‚ihren‘ Ort von Beginn an. Das fördert Teilhabe und ein Gefühl des ‚Willkommen-Seins‘.

Heisterhagen sieht in unserem Vorschlag die Gefahr der Stärkung der Rechten und der Spaltung der Gesellschaft. Wir denken, die Kombination von Freiwilligkeit, Partizipation und Investitionen ist zentral, um die Spaltung der Gesellschaft zu verhindern. Indem wir Bürgerinnen und Bürger an Entscheidungen partizipieren lassen, anstatt die Aufnahme zu verordnen, geflüchtete Menschen mitentscheiden können, wo sie sich niederlassen wollen, und durch finanzielle Mittel die Grundlagen geschaffen werden, dass Menschen sich wieder überlegen können, was für sie eine lebenswerte Stadt oder Gemeinde ausmacht und wie die Zukunft gemeinsam gestaltet wird, entziehen wir den Rechten ihre Mobilisierungsgrundlage.

Menschen ernst zu nehmen, ihnen zuzutrauen, dass sie sich für ihr Gemeinwesen engagieren, wenn sie die materiellen Grundlagen dafür haben, den Menschen Mut, statt Angst zu machen, das sind die Mittel, mit denen wir den sozialen Zusammenhalt stärken. Deswegen stellen wir Heisterhagens Beitragstitel ‚es braucht kein Dorf‘ unseren Titel ‚es braucht ein ganzes Dorf!‘ entgegen. IPG 1

 

 

 

 

Wahlen in Österreich: „Zuwachs der Populisten ist gestoppt“

 

Die Wahlen in Österreich haben gezeigt, dass der Vormarsch populistischer Parteien in Europa zunächst einmal zu einem Halt gekommen ist. Eine Regierungsbildung werde dennoch „schwierig“, sagte im Interview mit Radio Vatikan Erich Leitenberger, Sprecher des Ökumenischen Rates der Kirchen in Österreich (ÖRKÖ).

 

Das erste und positive Ergebnis der Wahl sei, dass „der viel diskutierte Zuwachs für populistische Parteien gestoppt ist“, meint Leitenberger. Dies sollte man für Österreich, aber auch darüber hinaus beachten, „weil es zeigt, dass die Wähler nachdenken. Und das ist ein sehr positives Zeichen“, so der Sprecher des ÖRKÖ. Die „Ibiza-Affäre“ rund um den FPÖ-Chef Strache habe dabei jedenfalls nur eine marginale Rolle gespielt, das habe auch das Ergebnis der kurz nach Bekanntwerden der Affäre abgehaltenen Europawahlen gezeigt, analysiert Leitenberger: „Jetzt hingegen glaube ich, dass eine andere Geschichte eine große Rolle gespielt hat. Wenige Tage vor den Wahlen sind üppige Spesen des früheren Parteivorsitzenden bekannt geworden. Da ging es einerseits um eine sehr großzügige Beihilfe zum monatlichen Mietzins der Villa und es ging auch darum, dass sehr sehr großzügige Spesenabrechnungen von der Partei beglichen worden sind.“

Die Freiheitliche Partei sei allerdings oft als „die Partei des kleinen Mannes“ aufgetreten: „Und der kleine Mann, der berühmte, der es oft gar nicht so leicht hat, mit seinem Monatsbudget durchzukommen, wundert sich dann natürlich, wenn er solche Zahlen liest und solche Berichte hört. Und das könnte tatsächlich einen Einfluss ausgeübt haben.“

Klimakrise führte zum guten Abschneiden der Grünen

Davon profitiert hätten auch die „Grünen“, die mit ihrem respektablen Ergebnis nun wieder ins Parlament einzögen, meint Leitenberger: „Das hängt sicher auch damit zusammen, dass wir seit einigen Monaten in der öffentlichen Diskussion – weit über das unmittelbare tagespolitische oder parteipolitische Geschehen hinaus – ein zentrales Thema haben, an dem niemand vorbeikann, und das ist die Umweltkrise, die Klimakrise. Das ist natürlich das zentrale und Herzensthema der Grünen.“ Das habe mit dazu geführt, dass es bei der jetzigen Nationalratswahl in Österreich auch zwei Sieger gegeben habe: ÖVP und Grüne. Diese hätten im Parlament auch in der Vergangenheit schon oft eine positive Rolle gespielt, „indem sie die anderen Parteien gezwungen haben, sich mit Themen zu befassen, die früher nicht auf der tagespolitischen Agenda standen“, meint Leitenberger.

Eine Koalition werde dennoch nicht leicht sein, denn zwischen den beiden ehemaligen Koalitionspartnern ÖVP und FPÖ gebe es mittlerweile wohl „zu viel verbrannte Erde“, während eine Koalition mit der zweitstärksten Kraft SPÖ sowohl aus menschlichen wie auch politischen Gründen sehr schwierig sei: „Es spricht nicht viel dafür, aber ich würde es nicht ausschließen“, schmunzelt Leitenberger. Was nun Koalitionen mit den anderen Kräften angehe, müsse man sehen; sowohl Grüne als auch Neoliberale hatten im Anschluss an die Bekanntgabe der Wahlergebnisse Gesprächsbereitschaft signalisiert.

“ Ökumenische Wahlhilfe ist gut angekommen ”

Der Ökumenische Rat der Kirchen hatte auch in diesem Jahr christlichen Wählern zur Nationalratswahl eine Wahlhilfe mit an die Hand gegeben, in der die einzelnen Parteiprogramme mit Blick auf zentrale Fragen durchleuchtet wurden. „Da wird natürlich keinerlei Wahlempfehlung für niemanden ausgesprochen, sondern es werden einfach ein paar Fragen vorgelegt und die Gläubigen werden eingeladen, sich diese Fragen genau anzuschauen und daran eine ihrem Gewissen entsprechende Entscheidung treffen“, erläutert Leitenberger, der katholischerseits auch Sprecher des Rates ist.

„Ich glaube, das ist bisher immer und auch dieses Mal sehr gut angekommen. Die Leute nehmen das sehr ernst. Wir wissen natürlich, wie hoch oder wie niedrig der Prozentsatz der praktizierenden Gläubigen – wie überall in Europa so auch in Österreich – ist, aber bei denen, denen die Kirchen etwas wert sind, die am Sonntagsgottesdienst teilnehmen, werden diese Fragen schon sehr ernstgenommen.“ Ausgehend von einer Bibelstelle werden konkrete Fragen abgeleitet und Konsequenzen vor Augen gehalten, die beachtet werden sollten, wenn man eine „vernünftige und gewissensmäßig begründete Wahlentscheidung treffen“ wolle, meint der Kirchenrats-Sprecher.

„Ich nenne nur ein Beispiel. Da wird aus Psalm 24 zitiert „Dem Herrn gehört die Erde“, und daraus werden drei interessante Fragen abgeleitet: Welchen Stellenwert hat der umfassende Schutz des Lebens in den Parteiprogrammen und in der Praxis der Parteien? Welchen Stellenwert haben die natürlichen Lebensgrundlagen? Welchen Stellenwert hat der Klimaschutz?“

Der Vorstand des Ökumenischen Rates der Kirchen in Österreich habe sich intensiv mit den aktuellen Problemen befasst, so Leitenberger. Das habe auch dazu geführt, dass die Orientierungshilfe „Fragen zur politischen Verantwortung“ im Vorfeld der Nationalratswahlen „sehr gut angenommen“ worden sei: „Ich habe erstaunlich viele positive Reaktionen auf diese Orientierungshilfe bekommen“, meint Leitenberger.

Kirchen hoffen auf vernünftige Migrationspolitik

Eine große gemeinsame Erwartung der Kirchen an die neue Regierung sei nun die Umsetzung einer „vernünftigen Migrationspolitik“, drängt Leitenberger, der dazu auch eine präzise Position des Papstes verortet, „gegen politische Tendenzen der Xenophobie, Stigmatisierung, Nationalismus, Gleichgültigkeit gegenüber der Situation von Menschen, die zur Flucht gezwungen sind“.

Interessant sei in diesem Zusammenhang, dass der höchstwahrscheinlich wieder ins Amt tretende Kanzler Sebastian Kurz am Anfang seiner politischen Karriere als Staatssekretär für Integration im Innenministerium frische und positive Ideen umgesetzt habe: „Es gibt die Hoffnung, dass er zu diesen Ansätzen seiner großen politischen Tätigkeit zurückkehrt.“

“ Pflege wird ein ganz zentrales politisches Problem sein ”

Doch ein weiterer großer und wichtiger Komplex, mit dem sich die neue Regierung zwangläufig auseinandersetzen müsse, sei das Thema Pflege, unterstreicht Leitenberger, der auch Sprecher von „Pro Oriente“ ist: „Wir haben uns bisher damit beholfen, dass Pflegepersonal vor allem aus der Slowakei und aus Rumänien zu relativ geringen Sätzen nach Österreich geholt worden ist, aber das kann natürlich nicht die Dauerlösung sein, dass wir das auslagern in Gebiete, wo man sagt: ,Gut, die haben da sowieso wenig Chancen, die sind froh, wenn sie in Österreich eine Zeit lang etwas verdienen können.‘ Aber das ist nicht die Lösung. Pflege wird ein ganz zentrales politisches Problem sein.“ VN 30

 

 

 

Diplomatie in 280 Zeichen

 

Über die Folgen von Twitter für diplomatische Arbeit und Außenbeziehungen: Rainer Breul vom Auswärtigen Amt im Gespräch.  Interview von Joanna Itzek

 

US-Präsident Trump umgeht mit seinen impulsiven Tweets regelmäßig das diplomatische Protokoll – und damit Prozesse, deren Stärke es ist, den Informationsfluss zu verlangsamen und drohende Konflikte zu entschleunigen. Welche Folgen hat Twitter für die diplomatische Arbeit?

Twitter hat sich als Medium in der diplomatischen Arbeit inzwischen fest etabliert. Fast alle Staaten nutzen die Plattform, sei es, um aktuelle politische Botschaften zu senden, ihr Land zu präsentieren oder um sich mit anderen Akteuren auszutauschen. Das kann der Dialog mit Bürgerinnen und Bürgern sein oder der schnelle Austausch innerhalb einer bestimmten Fach-Community.

Wichtig dabei ist, dass Twitter nicht für sich allein steht, sondern eingebettet ist in andere Formen der Kommunikation und des diplomatischen Austauschs. Ein Tweet kann und soll nicht persönliche Treffen zwischen Diplomatinnen und Diplomaten ersetzen, ebenso wenig wie die Kommunikation über Außenpolitik in den traditionellen Medien. Er kann diese Kanäle aber gut ergänzen: Twitter macht unsere Arbeit transparenter und zugänglicher, fast in Echtzeit können die Follower bei diplomatischen Verhandlungen dabei sein. Und natürlich können über Twitter auch eigene Impulse gesetzt werden.

Ist Transparenz per se gut? Inwieweit werden die geschützten Räume der Diplomatie beschädigt, wenn alles in Echtzeit in die Öffentlichkeit gespielt wird? Man denke nur daran, wie Donald Trump kürzlich die Friedensverhandlungen mit den Taliban via Tweet beendete.

Grundsätzlich ist Transparenz gut, auch für die Diplomatie. Denn Transparenz schafft Vertrauen. Und gegenüber den Bürgerinnen und Bürgern wollen wir zeigen, woran wir arbeiten und damit auch Interesse wecken für Außenpolitik, informieren und Hintergründe bieten. Natürlich gibt es aber weiter Themen in der Diplomatie, bei denen besondere Vertraulichkeit geboten ist, gerade in schwierigen Verhandlungssituationen. Da ist dann auch nicht die Twitterdiplomatie gefragt, sondern die klassische Diplomatie mit ihren Instrumenten. Ein Twitterkanal kann keine Botschaft vor Ort oder die persönlichen Kontakte zwischen Regierungen ersetzen.

Donald Trump ist nicht der erste Regierungschef, der bei Twitter für Kontroversen sorgt. Vor ihm lieferten sich dort schon etwa die Präsidenten von Estland und Ruanda Auseinandersetzungen mit den Medien. Allerdings ist Trump der einzige Politiker mit rund 65 Millionen Followern. Inwiefern verändert der U.S.-Präsident die Spielregeln?

Es stimmt, der US-Präsident Donald Trump sorgt für Kontroversen und hat in gewisser Weise den Tonfall auf Twitter verändert. Gleichzeitig lässt sich beobachten: diese Art zu kommunizieren verfängt in der internationalen Gemeinschaft nicht. Wenn man sich die Twitter-Accounts anderer Regierungen anschaut, sieht man, dass wenige direkt auf Trumps Äußerungen reagieren. Da sieht man, dass sich diplomatische Beziehungen nach wie vor auf anderen Kanälen abspielen. In jedem Fall erhöhen die Kontroversen aber die Aufmerksamkeit dafür, dass man sensibel mit dem Medium umgehen sollte.

97 Prozent aller UN-Mitgliedsstaaten sind in irgendeiner Form offiziell auf Twitter präsent. Werden diplomatische Beziehungen fragiler, weil nun so viele Staats- und Regierungschefs tweetend ihre Agenda setzen können und damit unmittelbar eine globale Öffentlichkeit erreichen?

Ich glaube nicht, dass die diplomatischen Beziehungen fragiler werden. Wie gesagt: Twitter steht nicht für sich allein. Soziale Medien erweitern unsere Möglichkeiten, Beziehungen zu pflegen und zu kommunizieren, aber sie machen die traditionellen Kanäle nicht obsolet. Das sieht man im politischen Tagesgeschäft wie auch in der Medienlandschaft. Die Beziehungen werden nicht fragiler, sondern vielfältiger und das macht sie in der Regel stärker. Wir haben jetzt einfach mehr Möglichkeiten, miteinander in Kontakt zu treten – aber sollten diese natürlich auch verantwortungsvoll nutzen.

Dennoch haben manche Tweets massive politische Auswirkungen. Die kanadische Außenministerin etwa kritisierte auf Twitter die Regierung Saudi-Arabiens für die Verhaftung von Aktivisten und forderte deren Freilassung. Einen Tag später verwies die saudische Regierung den kanadischen Botschafter des Landes, strich Flüge nach Kanada und setzte studentische Austauschprogramme aus – alles wegen eines Tweets. Hier lässt sich doch ein erhöhtes Risiko für diplomatische Spannungen beobachten. Wie bewerten Sie das?

Ja, Äußerungen auf Twitter können ganz reale politische Konsequenzen haben und manchmal sogar für Spannungen zwischen Ländern sorgen. Tweets sind eben kein Tagebucheintrag, sondern ein Mittel der schnellen, sehr direkten Kommunikation für eine potentiell globale Öffentlichkeit. Diplomatische Konsequenzen nach öffentlichen Äußerungen von Regierungsmitgliedern hat es aber auch vor Twitter gegeben. Man denke nur an Günter Schabowski, der vor fast 30 Jahren vor laufenden Fernsehkameras die neuen Reiseregelungen für die Menschen in der DDR verkündete und damit zur Öffnung der Mauer und zu weitreichenden politischen Veränderungen beitrug. Davon abgesehen ist es auch oft nicht der Tweet selbst, der die Spannungen verursacht. Meistens gibt es ja tiefere Ursachen für Spannungen, die auch schon länger bestehen. Ein Tweet kann diese Spannungen dann aber zuspitzen.

Welche Vorteile bietet Twitter als diplomatisches Tool im Vergleich zu traditionellen Formen der Diplomatie?

Twitter hat unseren Instrumentenkasten erweitert: politische Arbeit ist transparenter geworden für die breite Öffentlichkeit, man kann direkter, schneller, unmittelbarer nachvollziehen, was gerade passiert. Und wir erreichen die Generation, die sich zunehmend ausschließlich über das Internet politisch informiert. Außerdem bildet Twitter auch mal Raum für den humorvollen Austausch, wenn es sich anbietet, das gilt natürlich genauso für Instagram und Facebook. Und: über die sozialen Medien können Politikerinnen und Politiker nicht nur senden, sondern auch zuhören und in den direkten Austausch mit den Menschen treten. Das ist auch für uns als Ministerium wichtig.

Welche Erfahrungen hat das Auswärtige Amt in den vergangenen Jahren mit Twitterdiplomatie konkret gemacht?

Mit Twitter sind wir 2011 in die Welt der sozialen Medien gestartet, inzwischen folgen dem Auswärtigen Amt auf Twitter, Instagram und Facebook mehr als 1,2 Millionen Menschen. Wir decken auf Twitter, wie auch auf unseren anderen Plattformen, eine große Bandbreite an Themen ab: von „harten“ politischen Nachrichten über Einblicke in die Arbeit des Auswärtigen Amts und der Auslandsvertretungen bei einem 24-stündigen Twitter-Marathon bis hin zu gemeinsamen Kampagnen mit anderen Außenministerien ist alles dabei. Im letzten Jahr haben wir unsere Kommunikation weiter ausdifferenziert. Wir sind in so vielen Bereichen aktiv, dass nur ein Bruchteil unseres außenpolitischen Engagements auf unseren Kanälen Platz gefunden hat. Um unsere Arbeit noch transparenter zu machen und die Diskussion zu bestimmten Fachthemen zu ermöglichen, haben sechzehn Führungskräfte bei uns eigene Twitterkanäle gestartet. Sie sind regional fokussiert oder setzen thematische Schwerpunkte wie Brexit, humanitäre Hilfe, Kulturdiplomatie oder Vereinte Nationen.

Gibt es ein Twitter-Protokoll, mit dem das AA arbeitet?

Wir haben keine starren Regeln, denn Twitter wird international ganz unterschiedlich genutzt. Jede Community hat ihren eigenen Stil, jeder Account funktioniert dadurch ein auch bisschen anders. Grundsätzlich ist aber jeder Tweet auch eine Äußerung in der Öffentlichkeit, bei der es für die Bundesregierung und Beamte Grenzen gibt - wie etwa das Gebot der parteipolitischen Neutralität. Die Regeln gelten für Interviews genauso wie für Posts in den sozialen Medien.

Welche strategischen Ziele verfolgt das AA mit seiner Social-Media-Kommunikation?

Hier sind Transparenz und Dialog zwei wichtige Stichworte. Wichtig ist dabei, dass wir nicht nur senden: wir wollen vor allem auch in den Dialog treten mit den Bürgerinnen und Bürgern. Wir werben dabei aktiv für ein weltoffenes Deutschland, das international Verantwortung übernimmt, für die europäische Integration und für gemeinsames, multilaterales Handeln in der internationalen Staatengemeinschaft.

Das versuchen wir je nach Kanal auf unterschiedlichem Wege. Twitter ist traditionell der Kurznachrichtendienst für tagesaktuelle politische Botschaften, Instagram dagegen soll mit Einblicken hinter die Kulissen eine zumeist jüngere Zielgruppe erreichen und für Außenpolitik begeistern. Auf Facebook arbeiten wir zunehmend mit Videos. Auch fast alle unserer Auslandsvertretungen sind in den sozialen Medien präsent. IPG 30

 

 

 

Cecilia Malmström: Warum profitieren Frauen weniger?

 

Ursula von der Leyen wird die erste weibliche Chefin der Europäischen Kommission. Darüber hinaus wird es ihr mit zwölf weiteren Frauen und 14 Männern (höchstwahrscheinlich) gelingen, zum ersten Mal Geschlechterparität in der EU-Exekutive zu erreichen. Frauen spielen auf EU-politischer Ebene auf Augenhöhe; in Bereichen wie Wirtschaft und Handel ist dies aber nach wie vor anders, schreibt Cecilia Malmström.

Cecilia Malmström ist Wirtschaftskommissarin in der scheidenden EU-Kommission von Jean-Claude Juncker. Davor war sie EU-Kommissarin für Innenpolitik.

Die designierte Präsidentin Ursula von der Leyen wird die erste weibliche Kommissionspräsidentin sein. Darüber hinaus ist es ihr gelungen, das erste geschlechtergerechte EU-Führungsteam zu bilden. Frauen sind wieder auf der EU-Agenda.

Das ist ein wichtiger Schritt nach vorne; aber wir dürfen jetzt nicht nachlassen. Jedes Mitglied der neuen EU-Führung muss sich gut überlegen, wie sie zur Weiterführung dieses Prozesses beitragen können.

Es ist eine allgemein bekannte Tatsache, dass internationaler Handel Wohlstand bringt. Es ist ebenso bekannt, dass die Gewinne aus dem Handel nicht immer gleichmäßig verteilt sind.

In den letzten Jahren hat die EU Abkommen mit einigen der größten Volkswirtschaften der Welt abgeschlossen. Seit 2014 sind Abkommen mit 15 Ländern in Kraft getreten, darunter Japan, Kanada und viele mehr. Unternehmen und ihre Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer in der EU profitieren davon, Teil des heute größten Handelsnetzes der Welt zu sein.

Dennoch scheint es, dass einige mehr profitieren als andere.

Nach unseren Forschungsergebnissen sind rund 36 Millionen Arbeitsplätze in Europa an die EU-Exporte geknüpft. Aber von diesen 36 Millionen Arbeitnehmenden sind nur 37 Prozent Frauen. Warum?

EU-Studien zeigen auch, dass Männer bei Jobs im Zusammenhang mit Exporten in der Regel durchschnittlich 17 Prozent mehr verdienen. Bei Frauen sinkt diese „Lohnprämie“ bei exportorientierten Tätigkeiten jedoch auf 13 Prozent. Es zahlt sich für Frauen also immer noch aus, im Bereich Handel zu arbeiten – aber weniger als für Männer. Warum?

Mit diesen Daten im Hinterkopf werde ich heute [30. September 2019] die zweite internationale Konferenz der EU über Handel und Geschlechterfragen mit dem Titel „Trade for Her“ ausrichten. Wir werden uns diesen und weiteren Fragen widmen und dafür internationale Expertinnen und Experten, Regierungen, Geschäftsleute und Nichtregierungsorganisationen zusammenbringen, um zu diskutieren, warum Frauen nicht in solchem Maße vom internationalen Handel profitieren wie Männer, und was wir tun können, um diesen „Gap“ zu schließen.

Dieses Thema geht natürlich weit über die Grenzen der EU hinaus: Frauen in Entwicklungsländern stehen vor ganz anderen Herausforderungen als Frauen in Europa. Unsere Arbeit muss eine globale Perspektive haben. Deshalb haben wir Teilnehmerinnen und Teilnehmer aus der ganzen Welt eingeladen.

Es gibt auch eine klare wirtschaftliche Begründung für die Stärkung der Rolle von Frauen in der Wirtschaft: Laut einem Bericht von McKinsey könnte ein solches Empowerment bis 2025 bis zu 28 Billionen US-Dollar zum globalen BIP beitragen. Frauen Zugang zu den Dingen zu verschaffen, die sie für eine Geschäftstätigkeit benötigen – Land, Kapital, Chancen – fördert das Wirtschaftswachstum.

Und nicht nur das: Laut OECD und anderen Sachverständigen neigen Frauen dazu, mehr in ihre [lokalen] Gemeinschaften zu investieren – in Dinge wie die Ernährung und Bildung ihrer Kinder.

Seit der letzten Konferenz im Jahr 2017 haben wir nicht Däumchen gedreht: Die EU hat Grundlagen dafür geschaffen, wie eine fortschrittliche Handels- und Geschlechterpolitik aussehen könnte. Priorität Nummer eins war es zunächst, relevante Daten zu erhalten. Neben den oben genannten Zahlen werden wir heute einen neuen Bericht unserer Partner vom International Trade Centre (ITC) vorstellen.

Dieser ITC-Bericht hebt unter anderem hervor, dass Frauen eher in kleineren Unternehmen arbeiten als Männer. Kleinere Unternehmen benötigen mehr Unterstützung beim Zugang zu ausländischen Märkten, weil sie oftmals nicht über die Ressourcen verfügen, um den komplizierten Verwaltungsaufwand zu bewältigen.

Unser kürzlich abgeschlossenes Abkommen mit Japan hat diese Bürokratie enorm vereinfacht und enthält einen ganzen Abschnitt, der sich damit befasst, kleinen und mittleren Unternehmen dabei zu helfen, das Beste aus ihren Möglichkeiten zu machen. Wir haben inzwischen spezielle KMU-Kapitel in alle unsere Handelsabkommen aufgenommen.

Darüber hinaus betrachten wir Gender-Fragen in allen von uns durchgeführten Folgenabschätzungen, und wir haben in unsere jüngsten bilateralen Abkommen verbindliche Verpflichtungen zur Gleichstellung der Geschlechter aufgenommen.

Auf internationaler Ebene haben wir in der Welthandelsorganisation die Erklärung über Handel und wirtschaftliche Stärkung von Frauen unterzeichnet. Insgesamt 121 Mitglieder haben sich darin verpflichtet, alles zu tun, um die Beteiligung von Frauen am internationalen Handel zu erhöhen.

All dies ist ein guter Start, aber es muss noch mehr getan werden.

Wir sind nicht so naiv, zu glauben, dass wir auf unserer heutigen Konferenz alle Lösungen finden werden. Der internationale Handel ist ein Teil eines größeren Puzzles. In Zukunft muss sich die Arbeit auf eine ganze Reihe von Faktoren konzentrieren, darunter Bildung, Zugang zu Finanzen und auch soziale Einstellung bezüglich Frauen, um nur einige zu nennen.

Warum haben so viele von uns eine ausgewogene Kommission gefordert? Es war nicht nur um der Sache willen. Es liegt auch darin begründet, dass Frauen die Hälfte der Gesellschaft ausmachen. Und es gibt eine Menge Talente, die übersehen oder ignoriert werden.

Wenn bei den Anhörungen [der designierten Kommissionsmitglieder durch das EU-Parlament, Anm. d. Übers.] in dieser Woche alles gut geht, wird die neue Präsidentin über zwölf talentierte weibliche Kommissarinnen verfügen. Damit bildet die Kommission die Gesellschaft im Allgemeinen besser ab, und ich bin fest davon überzeugt, dass sie auch zu einer besseren Entscheidungsfindung führen wird, was für uns alle gut ist.

Das gleiche Prinzip gilt für die Weltwirtschaft. Es sind nicht nur Frauen, die Chancen verpassen, sondern wir alle. Der internationale Handel kann und muss ein Teil der Lösung sein.  Cecilia Malmström EA 30

 

 

 

 

"Woher kommt der Hass?" Anne Ottos Thesen

 

Ständiges Bewerten führt auch zum Abwerten.

 

Wir leben in einer Gesellschaft, in der Menschen einander permanent bewerten – das reicht von ständiger Begutachtung von Kandidaten in TV-Formaten bis zur Aufwertung der eigenen „gebildeten“ Gruppe gegenüber „Ostdeutschen“ oder „Ungebildeten“. Hier gedeiht ein Boden für Abgrenzungs- und Abwertungs-Mechanismen, die bis zu einem bestimmten Punkt menschlich sind – aber nur dann unbedenklich bleiben, wenn man noch mitbekommt, dass man andere benutzt, um sich selbst gut und selbstbewusst zu fühlen. Das sollte nicht darüber hinwegtäuschen, dass es hierzulande auch handfeste Rassisten und Menschenfeinde gibt – die glauben, das Recht zu haben, andere für weniger wertvolle Menschen zu halten. Studien sagen, dass bis zu 20 Prozent der Bevölkerung einer „gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit“ zustimmen, also verschiedenste Minderheiten kategorisch und willkürlich ablehnen.

Zu viele Gefühle  machen uns kopflos.

Ein toxisches Gebräu aus Wut, Panik, Empörung und Verschwörungstheorien feuert den aktuellen Rechtsruck an. Hass und Wut sind bei vielen Rechten dominant. Viele AfD-Wähler fühlen sich darüber hinaus erwiesenermaßen ohnmächtig und benachteiligt – diese Gefühle sind aber oft subjektiv, stimmen nicht unbedingt mit der Lebenssituation/sozioökonomischen Situation überein. Psychologen gehen davon aus, dass diese Menschen auf „Ohnmacht“ gepolt sind – und sich radikalisieren, um Angst abzuwehren und vermeintlich die Kontrolle über die Situation zu behalten. Außerdem wichtig: Wir alle sind heute anfälliger für Empörungsreflexe. Die überhitzte Stimmung macht kopflos – und spielt Rechtspopulisten in die Hände.  

Die Wurzeln rechtsextremer Einstellungen liegen in der Psyche.

Nicht Einkommen, Status, Alter, Wohnort und/oder Geschlecht sagen voraus, ob jemand rechtspopulistischen Ideen zustimmt. Entscheidend ist primär ein psychologischer Faktor: Ob die Person autoritär eingestellt ist oder nicht. Wer autoritär tickt, teilt beispielsweise andere Menschen danach ein, ob sie schwächer sind und man ihnen gegenüber aggressiv und abwertend sein „darf“. Oder ob sie stärker und autoritärer sind und man ihnen deshalb gehorsam und angepasst begegnet – und von ihnen Führung erhofft. Die autoritäre Einstellung ist bis heute weit verbreitet und verträgt sich zum Beispiel nur schlecht mit Empathie/Mitgefühl gegenüber Schwächeren wie Geflüchteten.

Die Taschenspielertricks der Populisten sind leicht zu durchschauen.

Populistische Politiker benutzen in ihren Argumentationen rhetorische und emotionale Tricks, die schon immer von Agitatoren verwenden wurden. Wichtig sind zum einen Feindbilder, die aktiv gefördert werden. Der Hass auf äußere Feinde (beispielsweise Geflüchtete) und innere Feinde (zum Beispiel Eliten) wird nicht nur geschürt, sondern  zum Teil aus dem Nichts geschaffen. Dazu kommen als weitere Stilmittel hemdsärmelige Beleidigungen politischer Gegner oder „fremder“ Gruppen sowie emotional negativ aufgeladene Sprachbilder, zum Beispiel „Flüchtlingswelle“. Besonders perfide ist die Einführung von rechtsextremem Vokabular in normale Debatten, etwa Wörter wie „Lügenpresse“: Dieser Begriff wurde in der NS-Zeit verwendet und war nie reine Medienkritik, sondern hatte immer auch einen antisemitischen Beiklang.

Wann es lohnt, mit Rechten zu reden.

Politische Diskussionen im privaten Umfeld, mit Freunden, Bekannten und Verwandten machen viel Sinn. Wichtig ist, dass man bestimmte Gesprächsregeln einhält. Manche Experten in Sachen politischer Bildung nennen als wichtige Haltung die „radikale Höflichkeit“ – man bleibt ruhig und höflich den Menschen gegenüber und diskutiert in der Sache konsequent und klar. So kann man zumindest Verunsicherte oft wieder „zurückgewinnen“. Menschenfeindliche Aussagen braucht man ohnehin nicht einfach so stehenzulassen – hier hilft es, sich abzugrenzen und anderen die rote Karte zu zeigen.

Selbstreflexion und der Blick nach innen helfen.

Steckt in jedem von uns ein kleiner Rechter? So extrem ist es vielleicht nicht. Doch hilft es durchaus, mit Hilfe von Selbstreflexion und/oder einem Blick in die eigene Familiengeschichte herauszufinden, an welchen Stellen man selbst autoritär, abwertend, rassistisch oder unbewusst loyal mit „Rechten“ ist. Das hilft nicht nur, sich selbst besser zu verstehen – man wird auch selbstbewusster, klarer und mitfühlender im Kontakt mit anderen.

Anne Otto Woher kommt der Hass?

Die psychologischen Ursachen von Rechtsruck und Rassismus

ISBN: 978-3-579-01486-9

€ 22,00 [D] inkl. MwSt. € 22,70 [A] | CHF 30,90 (empf. VK-Preis) dip

 

 

 

 

Studie. Deutschkenntnisse entscheidend für Karrierechancen

 

Migranten mit guten Deutschkenntnissen haben am deutschen Arbeitsmarkt gleiche Chancen wie Einheimische. Das ist das Ergebnis einer Studie des Kölner Instituts der deutschen Wirtschaft.

 

Bei gleichem Bildungsstand und gutem deutschen Sprachniveau erzielen Migranten einer Studie zufolge gleich hohe Löhne wie Einheimische. Dementsprechend geht höhere Erwerbslosigkeit bei Einwanderern in Teilen auf ein geringeres Sprachniveau zurück, wie es in einer am Montag veröffentlichten Studie des Kölner Instituts der deutschen Wirtschaft (IW) heißt. „Der Spracherwerb ist somit der Schlüssel zur erfolgreichen Integration in den Arbeitsmarkt“, schreiben die Forscher.

Um den Spracherwerb noch besser zu fördern, empfehlen die Wirtschaftsforscher, die Qualität der Integrationskurse zu verbessern und sie allen Einwanderern zu ermöglichen. Des Weiteren sollte das Angebot an weiterführenden Sprachkursen ausgebaut und der Kontakt zu Muttersprachlern gefördert werden.

Sprachförderung auch für Deutsche

Die Wissenschaftler weisen zudem darauf hin, dass die Sprachförderung auch die einheimische Bevölkerung in den Blick nehmen müsse. Denn niedrigqualifizierte Arbeitnehmer ohne Migrationshintergrund schnitten schlechter in der deutschen Sprache ab als eingewanderte Akademiker. Deswegen brauche es passgenaue Grundbildungsangebote.

Für die IW-Studie werteten die Wissenschaftler den Angaben zufolge Daten vom Nationalen Bildungspanel, dem „Programme for the international Assessment of Adult Competencies“ und dem Sozio-oekonomischen Panel (SOEP) aus. Während die ersten beiden Studien Deutschkenntnisse mittels standardisierter Tests ermittelten, basiere das SOEP auf Selbsteinschätzungen zum Sprachniveau. Auch seien die Erhebungszeitpunkte unterschiedlich, hieß es. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Historiker Paul Nolte. „Bevölkerung tut sich schwer mit einer bunten Gesellschaft“

 

Vor 30 Jahren führte die friedliche Revolution in der DDR zur deutschen Einheit. Der Historiker Paul Nolte erklärt im Gespräch die Aufarbeitung und die heutige Situation im Osten. Er sieht einen „nationalistischen Rückschlag“ in den früheren kommunistischen Staaten. Von Corinna Buschow

 

Herr Nolte, der Mauerfall jährt sich im November zum 30. Mal. Die Unzufriedenheit der Ostdeutschen im vereinten Deutschland scheint so groß wie nie, blickt man auf die Wahlergebnisse. Haben Sie dafür eine Erklärung?

Paul Nolte: Die Diagnose teile ich nicht. Ich glaube nicht, dass die Unzufriedenheit so hoch ist wie nie zuvor. Wir sehen eher verschiedene Wellen. In einer Posteuphorie Anfang der 90er Jahre fragten die Menschen bereits, wo die versprochenen blühenden Landschaften sind. Es gab gewaltsame Ausschreitungen gegen Ausländer in Rostock-Lichtenhagen und anderswo. Auch das waren schon Phänomene von Verwundungen und Enttäuschungen. Zudem will ich nicht von „dem“ Osten sprechen. Auch 25 Prozent AfD-Wähler sind nicht „der“ Osten. Darin spiegeln sich letztlich Unzufriedenheit und Entwicklungen, die wir auch anderswo in postkommunistischen Transformationsgesellschaften sehen, beispielsweise in Polen und Ungarn, aber auch im Westen, wo die AfD zehn bis zwölf Prozent erreicht. Bei der großen Mehrheit der Ostdeutschen ist die Normalität der Ankunft im Westen und in der Demokratie in meinen Augen so groß wie nie zuvor.

Der Ostbeauftragte Christian Hirte sagte, der Osten erlebe vielleicht gerade das, was die Bundesrepublik 1968 erlebt hat. Ist da was dran?

Paul Nolte: Ja und nein. Es lohnt sich auf jeden Fall, in diesen Zeiträumen zu denken und zu schauen, was sich 25 bis 30 Jahre nach solchen Zäsuren tut. Durch die nächste Generation kommt oft ein Backlash. Im Moment sehen wir in Polen, Ungarn und auch anderen früheren kommunistischen Staaten – auch der früheren DDR – einen solchen nationalistischen Rückschlag. Das historisch eindrücklichste Beispiel dafür ist die Situation der USA nach dem Bürgerkrieg. 30 Jahre danach, Mitte der 1890er Jahre, kam in den Südstaaten der Widerstand gegen die Überformung aus dem Norden, gegen die liberalen Zumutungen auf und auch der Rassismus erreichte einen neuen Höhepunkt. Etwas Ähnliches sehen wir in Deutschland seit 1989: mit der asymmetrischen Situation der Regelsetzung durch den „Sieger der Geschichte“, den mentalen Wunden und der illiberalen Gegenreaktion. Der Vergleich mit 1968 hinkt eher, weil das ein liberaler, progressiver Aufbruch war. Aber richtig ist: Teile der Bevölkerung tun sich noch immer schwer mit einer bunteren Gesellschaft – das freilich nicht nur im Osten.

Gibt es ein Rezept gegen den Backlash?

Paul Nolte: Dafür muss man noch genauer hinschauen. Bei der Wahlgeografie in Brandenburg und Sachsen ist auffällig, dass es eine West-Ost-Differenz in den Ländern selbst gibt. Die Zahl der AfD-Wähler ist im Osten, weiter weg von den Städten und den Verkehrsachsen nach Westen, höher. Wir sollten den Blick auf diese Ebene richten und nicht von „dem“ Osten sprechen. Denn auch in den „neuen Ländern“ gibt es viele prosperierende Gebiete. Dazu zählen große Städte oder die Ostsee-Küste, wo der Tourismus enorm wichtig ist. Die östliche Peripherie ist politisch und kulturell in besonderer Weise vernachlässigt worden, und ökonomisch benachteiligt. Dort fühlen sich die Menschen abgehängt. Das ist nicht nur ein deutsches Problem, sondern ein europäisches, immerhin ist das die Nahtstelle zu Polen. Da braucht es eine deutsch-polnische, eine europäische Initiative, um zu schauen, was man in dem Grenzsaum auch infrastrukturell auf die Beine stellen kann.

Ihr Schwerpunkt ist die Neuere Geschichte. Wo bewegt sich da die DDR: Schon Geschichte oder noch mitten in der Aufarbeitung?

Paul Nolte: Man muss unterschieden zwischen Aufarbeitung, also den Fragen von Schuld und Verstrickung, und geschichtswissenschaftlicher Beschäftigung. Bei der DDR ging die Aufarbeitung sofort los – ein Unterschied zur Zeit des Nationalsozialismus. Im Rückblick muss man sagen: Es war nicht falsch, da nicht erst mal zehn Jahre den Mantel drüber zu breiten. Die Aufarbeitung geht in Einzelfällen immer noch weiter, aber wir sind doch in einer gewissen Endphase, einer Befriedung. Die historische Erforschung steht auf einem anderen Blatt. Mit dem Ende der DDR hat die Soforthistorisierung eingesetzt, obwohl man in unserem Fach eigentlich sagt, dass man einen gewissen Sicherheitsabstand braucht. Da kann sich noch einiges tun. So ist die Geschichtswissenschaft ein Prüfstein dafür, auch ostdeutsche Lebensgeschichten vorkommen zu lassen. Dazu kommt: Auch die Post-DDR-Zeit ist mittlerweile Geschichte, der sich Historiker annehmen müssen.

Bundespräsident Steinmeier beklagte jüngst, dass die Erfahrungen Ostdeutscher nicht in das gesamtdeutsche „Wir“ eingeflossen sind. Woran liegt das?

Paul Nolte: Es gibt eine dominierende westdeutsche Erzählung, die ein Stück weit dem Verlauf der Dinge geschuldet ist. Die Asymmetrie ist unvermeidlich, denn der Kommunismus hatte abgewirtschaftet und nicht die Ordnung des Grundgesetzes. Aber die Frage nach Siegern und Verlierern ist nicht die einzige und tritt sogar zunehmend in den Hintergrund. Wir müssen aus der normativen Falle herauskommen: Lebensgeschichten der DDR zu erzählen und plausibel zu machen, heißt ja nicht, das Honecker-Regime zu rechtfertigen.

Trotzdem geht es bei der Erinnerung immer wieder um die Schrecken der SED-Diktatur. Ist es erlaubt und nötig, auch an Positives aus der DDR zu erinnern?

Paul Nolte: Es ist erlaubt, man darf dabei nur die gesellschaftlichen Zwangsmechanismen nicht wegblenden. An mancher Stelle könnte das der Osten sogar selbstbewusster von sich sagen, etwa bei der Frage der Gleichberechtigung der Geschlechter, der Berufstätigkeit von Frauen oder der Kinderbetreuung. Da haben wir in den vergangenen 30 Jahren in ganz Deutschland vom Osten gelernt.

Immer wieder flammt auch die Diskussion darüber auf, ob der 3. Oktober als Feiertag richtig gewählt ist. DDR-Bürgerrechtler bringen oft den 9. Oktober, den Tag der großen Montagsdemonstration in Leipzig, ins Spiel. Könnten Sie einer Änderung etwas abgewinnen?

Paul Nolte: Ich finde den 3. Oktober in Ordnung, auch wenn ich selbst eine Präferenz für Feiertage habe, die eher aus der Bewegung kommen. So ist es etwa der 14. Juli in Frankreich, der Tag des Sturms auf die Bastille zu Beginn der Französischen Revolution. Die Amerikaner haben den 4. Juli, den Tag der Unabhängigkeit. Das ist zwar nicht der Tag eines Volksaufstandes, aber schon eher ein Revoluzzer-Moment als etwa der Tag der Unterzeichnung der Verfassung. Trotzdem würde ich am 3. Oktober nicht rütteln, zumal der 9. Oktober in der kollektiven Erinnerung ja ebenfalls eine Rolle spielt. Man braucht nicht immer einen gesetzlichen Feiertag. Manch einer wird auch noch wissen, was der Buß- und Bettag ist, obwohl er in fast allen Bundesländern kein Feiertag mehr ist, und dass der 27. Januar – der Tag der Befreiung von Auschwitz – wichtig ist.

Sie sind Präsident der Evangelischen Akademie zu Berlin. Wie bewerten Sie die Rolle der Kirchen bei der friedlichen Revolution?

Paul Nolte: Sie hatten eine starke Rolle in den ganzen sozialen Bewegungen der 80er-Jahre in Ost und West. Mich ärgert sogar, wenn man die Formel hört, die DDR-Opposition habe sich „unter dem Dach der Kirche“ versammelt. Das klingt, als ginge es da nur um die Gebäude. Das unterschätzt für mich die inhaltliche Dimension, die religiöse Motivation vieler Akteure und die persönlichen Netzwerke in den Kirchen, die das damals möglich gemacht haben. (epd/mig 30)

 

 

 

 

„Völlig abschaffen“ – Papst und Vatikan über Atomwaffen

 

Papst Franziskus besucht im Rahmen seiner Japanreise am 24. November die Schauplätze der Bomben auf Hiroshima und Nagasaki und richtet sich von dort aus in einer Botschaft über Nuklearwaffen an die Welt. Der Papst, der als junger Jesuit gerne nach Japan gegangen wäre, hat sich bereits mehrfach zu den Gefahren der Atomwaffen für Mensch und Umwelt geäußert. Dabei warnte er eindringlich nicht nur vor den verheerenden Folgen eines Atomkrieges, sondern auch vor dem riskanten Besitz der Massenvernichtungswaffen und der damit verbundenen „Logik der Abschreckung“. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

In einer Ansprache an Teilnehmer einer Anti-Atomkonferenz im November 2017 Vatikan verband der Papst den Kampf gegen Atomwaffen mit den Stichworten Entwicklung und soziale Gerechtigkeit. Aufrüstung gehe auf Kosten der Ärmsten und Benachteiligten in der Welt und setze im Blick auf den Menschen einen völlig falschen Fokus. Geld, Wissenschaft und Technik müssten dagegen für Frieden und nachhaltigen Fortschritt, für Bildung, Gesundheit und Gerechtigkeit eingesetzt werden, so Franziskus. In diese Richtung äußerte er sich bereits in seiner Umweltenzyklika „Laudato si“ mit Blick auf die Umwelt.

https://www.vaticannews.va/de/papst/news/2019-10/franziskus-thailand-japan-reise-programm.html

 

Besitz von Atomwaffen "irrational"

Der Papst machte in der Ansprache seinen Standpunkt klar, dass Atomwaffen völlig vernichtet werden müssten und wandte sich entschieden gegen die „Logik der Abschreckung“. Der Besitz von Atomwaffen gebe eine „trügerisches Gefühl der Sicherheit“ und leiste einer „Logik der Angst“ Vorschub, „die nicht nur die Konfliktparteien, sondern das ganze Menschengeschlecht betrifft“. Internationale Beziehungen dürften nicht durch „gegenseitige Einschüchterung“ dominiert werden. Eine solche Logik könne keine Basis für ein friedliches Zusammenlebens der Menschheit sein, so der Papst. Heute gelte weiter, was einer seiner Vorgänger, Papst Johannes XXIII., in seiner Enzyklika „Pacem in terris“ betonte: „nicht nur die Waffenarsenale“ bräuchten „eine völlige Abrüstung“, sondern auch „die Gemüter, damit sich die Kriegspsychose komplett auflöse“. Johannes XXIII. habe „klar das Ziel einer völligen Abrüstung vorgegeben“.

 

Zum Thema äußerte sich Franziskus ebenfalls explizit während seines Rückfluges von Bangladesch nach Rom im Dezember 2017. Von einem Journalisten auf die Nordkorea-Krise angesprochen, äußerte der Papst, eine Politik der nuklearen Abschreckung wie zu Zeiten des Kalten Krieges sei heute nicht mehr vertretbar. Schon den bloßen Besitz von Atomwaffen halte er für „irrational“. Der Papst antwortete damit auf die Frage eines mitreisenden Journalisten, was sich seit den 80er Jahren in der Welt verändert habe. Papst Johannes Paul II. (1978-2005) habe noch 1982 in einem Brief an die UNO-Vollversammlung geschrieben, die Politik der nuklearen Abschreckung sei insofern „moralisch gerechtfertigt“, als sie damals einen Krieg verhindert habe und die beteiligten Partner daran arbeiteten, sie abzubauen.

 

Vatikan drängt auf schnellere Abrüstung

Auf Ebene der Diplomatie arbeitet der Vatikan konsequent auf das Ziel einer atomwaffenfreien Welt hin. So waren zu einer Vatikankonferenz für atomare Abrüstung am 10. und 11. November 2017 auch Vertreter der Atommächte Russland, USA und Iran sowie Spitzenvertreter der UNO und NATO eingeladen. Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin drängte die Staatengemeinschaft zuletzt am 26. September 2019 in New York zum unverzüglichen Handeln: alle Staaten müssten sich entschiedener für eine weltweite Abrüstung einsetzen und die entsprechenden internationalen Verträge ratifizieren, so die „Nummer Zwei“ des Vatikan. Parolin nannte im Blick auf die atomare Gefahr als aktuelle Brennpunkte den Nahen Osten und Korea.

 

Im Dezember 2017 machte Papst Franziskus mit einer Postkarten-Aktion auf die Schrecken des Atomkrieges aufmerksam. Unter dem Titel „Die Frucht des Krieges“ ließ es ein erschütterndes Foto in Postkartengröße verbreiten, das Opfer des Zweiten Weltkrieges in Japan zeigt. Den Schauplatz des Schreckens wird er zwei Jahre später nun selbst aufsuchen.  (vn 2)

 

 

 

 

Statistik. Erstmals über eine Million Kinder mit Migrationshintergrund in Kitas

 

Die Zahl der Kinder mit Migrationshintergrund, die in Kindertageseinrichtungen betreut werden, ist erstmals über eine Million gestiegen. Auch die Zahl der U3-Kinder mit Migrationshintergrund ist stark angestiegen.

 

Die Zahl der Kinder mit Migrationshintergrund, die in einer Tageseinrichtung betreut werden, hat zum Stichtag 1. März 2019 erstmals die Zahl von einer Million überschritten (1.015.500). Das teilte das Statistische Bundesamt in Wiesbaden auf Anfrage des MiGAZIN mit. Im Vorjahr waren es noch 980.323 Kinder.

Wie das Statistikamt außerdem mitteilt, wird inzwischen mehr als jedes dritte Kind unter drei Jahren in Deutschland in einer Kita betreut. Zum Stichtag lag die Betreuungsquote bundesweit bei 34,3 Prozent (2018: 33,6 Prozent). Die Zahl der Mädchen und Jungen unter drei Jahren in Kindertagesbetreuung stieg gegenüber dem Vorjahr um rund 28.900 auf 818.500. Davon haben 176.504 Kinder unter drei Jahren mindestens einen Elternteil mit ausländischer Herkunft. Im Vorjahr betrug diese Zahl noch 165.221. Das ist ein Anstieg um 6,83 Prozent und deutlich höher als die Gesamtzuwachsquote von 3,7 Prozent.

Sachsen-Anhalt mit höchster Betreuungsquote

Bei U3-Kindern in Betreuung zeigen sich dem Bundesamt zufolge große Unterschiede zwischen Ost- und Westdeutschland: In den westdeutschen Bundesländern betrug die Betreuungsquote durchschnittlich 30,3 Prozent, in den ostdeutschen einschließlich Berlin lag sie bei 52,1 Prozent. Bei der Betreuungsquote handelt es sich um den Anteil der in Kindertageseinrichtungen oder in öffentlich geförderter Kindertagespflege tatsächlich betreuten unter Dreijährigen an allen Kindern dieser Altersgruppe.

Die höchste Betreuungsquote bundesweit hatte im März 2019 den Angaben zufolge Sachsen-Anhalt mit 58,2 Prozent. In den Stadtstaaten Hamburg (46,6 Prozent) und Berlin (43,8 Prozent) waren Kinder unter drei Jahren ebenfalls überdurchschnittlich häufig in einer Kindertagesbetreuung. Unter den westdeutschen Flächenländern erreichte Schleswig-Holstein (34,8 Prozent) die höchste Quote. Bundesweit am niedrigsten war sie in Bremen (28,4 Prozent) und Nordrhein-Westfalen (28,2 Prozent).

 

Altersgruppen sehr unterschiedlich

In den einzelnen Altersgruppen sind die Betreuungsquoten nach Angaben der Statistiker sehr unterschiedlich: So waren bundesweit 1,9 Prozent der Kinder unter einem Jahr in Kindertagesbetreuung. Dagegen nahmen die Eltern von gut einem Drittel der Einjährigen (37,1 Prozent) ein solches Angebot in Anspruch, bei den Zweijährigen waren es schon fast zwei Drittel (63,2 Prozent). Seit dem 1. August 2013 gibt es für Kinder ab dem vollendeten ersten Lebensjahr einen bundesweiten Rechtsanspruch auf einen öffentlich geförderten Betreuungsplatz.

Anfang März 2019 gab es den Angaben zufolge bundesweit insgesamt 56.708 Kindertageseinrichtungen. Das waren 775 Einrichtungen mehr als zum gleichen Zeitpunkt des Vorjahres (plus 1,4 Prozent). Die Zahl der dort als pädagogisches Personal oder als Leitungs- und Verwaltungspersonal beschäftigten Personen stieg um 4,2 Prozent auf 653.800. Gleichzeitig erhöhte sich auch die Zahl der Tagesmütter und -väter leicht um 553 auf 44.734 (1,3 Prozent). (epd/mig 4)

 

 

 

Aus Madrid nach Bremen. Modellprojekt gegen Fachkräftemangel in Kitas

 

In ganz Deutschland suchen Kitas händeringend nach qualifiziertem Personal. Wie in der Pflege entdeckt die Branche jetzt Fachkräfte aus dem Ausland. Die 23jährige Paulina ist aus Spanien nach Bremen-Borgfeld gekommen.

Ordentlich Farbe mit einer Walze auf einer Druckvorlage verteilen, ein Papier auflegen, kräftig pressen – fertig ist der Linoldruck. Magnus strahlt. Fast ganz alleine hat der Sechsjährige in der evangelischen Kita Bremen-Borgfeld ein kleines Kunstwerk geschaffen. Paulina hat sich dabei im Hintergrund gehalten und nur da eingegriffen, wo Magnus nicht weiter wusste. Mit vollständigem Namen heißt die 23-jährige Spanierin Paulina de los Ángeles Guajardo Serra – und ist eine von sieben ausländischen Erzieherinnen, die derzeit an einem Modellprojekt in Bremen teilnehmen.

„Gewinnung und Qualifizierung ausländischer Fachkräfte bei der Bremischen Evangelischen Kirche“ lautet der etwas sperrige Titel des Programms, zu dem Paulina im Frühjahr in die Hansestadt gekommen ist. Seit Anfang Mai arbeitet sie in der Kindertagesstätte und wird von ihr auch bezahlt. Wenn alles gut geht, hat sie bald beste Jobperspektiven als staatlich anerkannte Erzieherin, die dann besser verdient.

Hohe Jugendarbeitslosigkeit in Spanien

Pädagogisches Personal für Kitas und Krippen ist derzeit in Deutschland und natürlich auch in Bremen hoch gefragt, der Arbeitsmarkt ist leer gefegt. „Alleine bei uns sind derzeit etwa 30 Stellen vakant“, sagt Carsten Schlepper, Chef des Landesverbandes Evangelischer Tageseinrichtungen für Kinder.

In Spanien sieht die Situation ganz anders aus. Paulina de los Ángeles Guajardo Serra hat zwar ein abgeschlossenes Studium der Elementarpädagogik absolviert, kommt also keinesfalls als Praktikantin, sondern als ausgebildete Fachkraft. Aber feste und gut dotierte Stellen gibt es für sie in ihrem Heimatland nicht, die Jugendarbeitslosigkeit dort ist hoch.

Spanische Kitas stark verschult

Als die junge Frau aus Madrid über das Internet von dem Projekt in Bremen erfahren hat, hat sie sich deshalb sofort dafür interessiert – auch aus inhaltlichen Gründen, wie sie sagt: „Die Arbeit in den spanischen Kitas ist stark verschult, die Kinder haben nicht viel Zeit zum Spielen.“

In der Borgfelder Kita läuft das ganz anders. „Wir haben ein offenes Konzept“, erläutert Leiterin Elke Meiners. Gruppenstrukturen werden zeitweise aufgelöst, die Kinder können vielfach selbst entscheiden, wie sie ihren Tag gestalten. Die Erzieherinnen machen Angebote. „Wow, diese Freiheit, das ist alles neu für mich“, beschreibt Paulina ihren ersten Eindruck. Sie hätte nicht gedacht, dass das funktionieren könne. Dass es doch gehe, „das ist eine Überraschung für mich“.

EU-mitfinanziertes Modellprojekt

Für die Umsetzung des EU-mitfinanzierten Modellprojektes sorgt die Auslands- und Fachvermittlung der Bundesagentur für Arbeit. Mit eingebunden ist „PractiGo„, ein Dienstleister, der in Bremen die soziale Integration begleitet und den Deutschunterricht organisiert. Der begann für Paulina de los Ángeles Guajardo Serra mit 700 Stunden schon in Spanien und wird hier intensiv fortgeführt. Schließlich ist die Sprache das wichtigste Handwerkszeug der Erzieherinnen. Ab Herbst bekommt die junge Spanierin dann nach Bedarf zusätzlichen Fachunterricht.

„Wir haben in Spanien feste Kooperationspartner und ein ausgebautes Netzwerk, über das wir Kontakte anbahnen und die Sprachschulung organisieren“, sagt Agentur-Koordinator Guido Klemm. Ähnliche Projekte – allerdings für sozialpädagogische Assistenzen – laufen im niedersächsischen Umland in den Regionen Oldenburg, Stuhr und Weyhe.

Sprachprüfung, Kolloquium, Anerkennungsjahr

Nächstes Jahr muss Paulina eine Sprachprüfung, ein fachliches Kolloquium und ein halbes Anerkennungsjahr meistern, dann wäre sie voll anerkannte Kita-Erzieherin. „Wir hoffen natürlich, dass alle Projektteilnehmerinnen bestehen und bei uns bleiben“, sagt Landesverbands-Chef Schlepper und fügt hinzu: „Mit dem Einsatz ausländischer Fachkräfte kommt Europa in der Kita an.“

Kinder und ihre Familien, Kolleginnen in den Kitas – sie alle werden es seiner Einschätzung nach als anregende Bereicherung erfahren, wenn andere Sitten und Gebräuche, andere Umgangsformen in der Erziehung durch die ausländischen Fachkräfte in die Kitas getragen werden. „So können innere und äußere Grenzen überwunden werden.“

… und dann vielleicht noch ein anderes Land

Schon jetzt erntet Paulina de los Ángeles Guajardo Serra viel Lob. Sie könne bereits ziemlich gut Deutsch, sagt Kita-Leiterin Meiners. „Dabei muss sie für die Kinder ein Gegenüber sein, sonst wird sie nicht ernst genommen“, ergänzt ihre Anleiterin Petra Diendarra.

Paulina ist froh, dass sie den Schritt gewagt hat. Mut, nein, Mut habe es dazu nicht gebraucht. „Motivation ist wichtig – und ein Ziel vor Augen“, sagt die junge Frau und beschreibt, wo sie hin will: Mit ihrer nachträglichen Qualifikation will sie erst einmal ein paar Jahre in Deutschland arbeiten und dann vielleicht noch ein anderes Land entdecken. „Ich bin sehr neugierig“, sagt sie mit einem Lachen. (epd/mig 7)

 

 

 

20 Jahre "Writers in Exile" Schreiben im deutschen Exil

       

Krieg, Gewalt, politische Verfolgung – weltweit sind Millionen Menschen auf der Flucht, unter ihnen auch zahlreiche Autorinnen und Autoren. Das Stipendiatenprogramm "Writers in Exile" des PEN-Zentrums Deutschland

bietet ihnen Zuflucht und Arbeitsmöglichkeiten in der Bundesrepublik. Bei einem Empfang im Bundeskanzleramt zum 20-jährigen Bestehen des Programms hat sich Kulturstaatsministerin Grütters mit Stipendiatinnen und Stipendiaten ausgetauscht.

    

Für geflüchtete Kulturschaffende bedeutet das Exil eine große Herausforderung: Frühere Erfolge und die Anerkennung im Heimatland spielen auf einmal keine Rolle mehr, Autorinnen und Autoren müssen sich auf eine neue Sprache, ein neues Publikum und ein neues Umfeld einstellen. Zudem gilt es, die Besonderheiten des deutschen Kulturbetriebs kennenzulernen.

 

Das Stipendienprogramm "Writers in Exile" ermöglicht seit 1999 Schriftstellerinnen und Schriftstellern bis zu drei Jahre lang einen Aufenthalt in Deutschland sowie finanzielle Unterstützung, Orientierungshilfe im Alltag und Kontakte zu anderen Autorinnen und Autoren. Insgesamt 57 Stipendiatinnen und Stipendiaten waren bislang in dem Programm.

 

Bund fördert Exilkunst

Finanziert wird "Writers in Exile" aus dem Etat der Kulturstaatsministerin, 2019 mit rund 585.000 Euro. Dazu erklärte Monika Grütters in ihrer Rede bei dem feierlichen Empfang: "Gerade Deutschland trägt aufgrund seiner Vergangenheit eine große Verantwortung dafür, die Freiheit der Kunst zu schützen. Deshalb helfen wir verfolgten Künstlerinnen und Künstlern, damit sie bei uns in Freiheit arbeiten können und mit ihrer Stimme Gehör finden – in Deutschland, in ihren Heimatländern und weltweit."

 

Den Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern des PEN-Zentrum dankte die Kulturstaatsministerin für ihren hohen persönlichen Einsatz, bei dem sie angesichts der politischen Verfolgung der Stipendiatinnen und Stipendiaten

oftmals selbst großen psychischen Belastungen gegenüberstehen.

 

Das PEN-Zentrum Deutschlandist eine der weltweit über 140 Schriftstellervereinigungen, die im PEN International vereint sind. PEN setzt sich weltweit für den Schutz und die Freiheit von Kultur ein. Die Abkürzung steht für Poets, Essayists, Novelists.

 

Neue Studie zum Exil in Deutschland

Bei der heutigen Veranstaltung stellte Grütters zudem die Studie "Exil in der Bundesrepublik Deutschland" der Universität Osnabrück vor. Die Kulturstaatsministerin hatte die Untersuchung Anfang 2019 in Auftrag

gegeben, um ein genaueres Bild der Lebenssituation verfolgter Schriftstellerinnen und Schriftsteller im Exil zu erhalten.

 

Die Studie zeigt: Deutschland bietet bereits viele Fördermöglichkeiten. Bundesweit richten sich 65 Kulturprojekte speziell an Exilkünstlerinnen und -künstler. Zugleich empfiehlt die Studie konkrete Maßnahmen, um deren Arbeits- und Lebensbedingungen noch weiter zu verbessern. Dazu gehören erleichterte Visaverfahren, eine höhere Diversität im deutschen Kulturbetrieb, etwa bei der Besetzung vonJurys, und es wird die Einrichtung von Anlaufstellen empfohlen, die über die Besonderheiten der deutschen Kulturförderung informieren.

Sachbericht Exil in der Bundesrepublik Deutschland Bedingungen und Herausforderungen für Künstlerinnen und Künstler - PDF, 1 MB, nicht barrierefrei

[https://www.bundesregierung.de/resource/blob/997532/1679502/e980bb18d01461c074531330c4caf09d/2019-10-08-bkm-studie-exil-data.pdf?download=1]

Link zur Meldung im Webangebot: https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/writers-in-exile-1679490 pib

 

 

 

 

Die Spaltung verstärkt

 

Kommentar von Ayman Qasarwa, Geschäftsführer Dachverband der Migrantenorganisationen in Ostdeutschland

 

Deutschland ist ein Einwanderungsland und ein Land der Vielfalt. Aktuell weist jede_r fünfter Einwohne-r_in Deutschlands einen Migrationshintergrund auf, auch im Osten nimmt die Zahl der Migrant_innen zu. Aus diesem Grund brauchen wir eine Politik, die die vielfältige Gesellschaft anerkennt und gestaltet. Wir brauchen keine Politik, die die Gesellschaft spaltet. In der deutschen Demokratie herrschen Freiheit und Gleichheit aller Menschen vor dem Gesetz. Allen voran gehört dazu die Würde des einzelnen Menschen.

Es ist eine Realität geworden, dass es in Ostdeutschland eine Verschiebung der politischen Machtverhältnisse gibt. Eine rechtsgerichtete Partei hat massiv an Stimmen gewonnen, dies wurde in den letzten Wahlen in den neuen Bundesländern bestätigt. Wir sind in tiefster Sorge über die Ergebnisse der Landtagswahlen in Sachsen und Brandenburg. Dort hat die AfD mit 27,5 bzw. 23,5 Prozent historisch hohe Zweitstimmenergebnisse erzielt. Wir erinnern an dieser Stelle an die Landtagswahlen in Sachsen-Anhalt 2016, in denen die AfD mit 24,3 Prozent der Stimmen in den Landtag einzog und in Mecklenburg Vorpommern, wo sie 2016 ebenfalls 20,8 Prozent der Stimmen erhielt. Im Oktober folgen die Wahlen in Thüringen, wo ein ähnliches Ergebnis ansteht.

Wir befürchten eine weitere Verschlechterung der Lebensbedingungen von Menschen mit internationaler Biografie in den neuen Bundesländern. Die Wahlergebnisse zeigen, dass sich die gesellschaftliche Spaltung in Deutschland verstärkt hat.

Dass in den neuen Bundesländern zum Teil über ein Viertel der Wähler_innen bei der AfD mit ihrer antipluralistischen und menschenfeindlichen Rhetorik ihr Kreuz machen, ist nicht mit „Protest gegen etablierte Parteien“ zu erklären. Rassismus, Diskriminierung, Antisemitismus, Islamfeindlichkeit und die Ablehnung zentraler demokratischer Grundwerte sind in einigen Regionen fest etabliert.

Wir appellieren an die über 70 Prozent der Menschen, die ihr Kreuz nicht bei der AfD gemacht haben: Lasst uns weiterhin lautstark und sichtbar für eine starke, bunte und demokratische Gesellschaft eintreten. Sorgen wir gemeinsam dafür, dass sich alle Menschen in allen Regionen Deutschlands sicher und wohlfühlen. 70 Prozent ist eine große Mehrheit der (Ost-)Deutschen, die für zentrale demokratische Grundwerte einstehen. Auch Politiker_innen müssen klar und deutlich Stellung gegen Ausgrenzung, Diskriminierung und jede Form von Menschenfeindlichkeit beziehen und dies muss sich in ihrer Politik niederschlagen.

Wir wünschen uns jetzt, dass die Politiker_innen die Teilhabe von Menschen mit internationaler Biografie an der Gestaltung der Gesellschaft fördern und stärken. Diversität ist eine Stärke und sollte entsprechend unterstützt werden – und zwar ganz konkret: Es ist ein gutes Zeichen für die Demokratie, wenn alle Menschen, die in der Bundesrepublik leben, unabhängig von dem Aufenthaltsstatus, an Wahlen teilnehmen können.

Die Bundespolitik muss endlich die besonderen Verhältnisse in den neuen Bundesländern anerkennen und gezielt darauf reagieren. Es reicht nicht, kurz vor Wahlen in die ländlichen Räume  Brandenburgs oder Sachsens zu schauen.

Wir wünschen uns auch, dass die Medien, die Diskussion über die Wahlen auch mit den Menschen mit internationaler Biografie in Ostdeutschland führen. Wir wünschen uns weiterhin einen konkreten Aktionsplan für die Bekämpfung von jeglicher Art von Rassismus, Diskriminierung und die Ablehnung zentraler demokratischer Grundwerte in der Bundesrepublik Deutschland.

Die Politiker_innen müssen erkennen, dass die unabhängigen Beratungsstellen für Opfer von rassistischer Diskriminierung unbedingt notwendig sind. Sie müssen mit Fachleuten besetzt werden, die rechtlichen Rat und psychologische Unterstützung geben können und zeigen wie die Betroffenen gegen Täter vorgehen können.

Für die Landtagswahlen in Thüringen möchten wir alle  Wahlberechtigten mit und ohne Migrationshintergrund dazu aufrufen, zur Wahl zu gehen und ein Zeichen für Demokratie, Menschenrechte und für eine offene und solidarische, gleichberechtigte Gesellschaft zu setzen. Stimmen Sie nur für Parteien, die sich gegen Rassismus, Hass, Diskriminierung und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit stellen. Er-

teilen Sie den rassistischen und nationalistischen Parteien eine Absage. Erheben Sie Ihre Stimme gegen die Spaltung der Gesellschaft, für ein offenes Land mit freien Menschen. Forum Migration Oktober 2019

 

 

 

Studie. Ungleichheit in Deutschland auf Höchststand

 

Die Kluft zwischen den Einkommen ist laut einer Untersuchung in Deutschland so groß wie nie zuvor – trotz der guten wirtschaftlichen Entwicklung in den vergangenen Jahren. Experten fordern mehr Deutschkurse für Migranten.

Die Einkommen sind laut einer Erhebung der Hans-Böckler-Stiftung in Deutschland so ungleich verteilt wie noch nie. Der Gini-Koeffizient, das gängigste Maß für Einkommensungleichheit, habe Ende 2016 mit einem Wert von 0,297 um zwei Prozent höher gelegen als 2005, wie eine am Montag in Düsseldorf veröffentlichte Studie des Wirtschafts- und Sozialwissenschaftlichen Instituts der gewerkschaftsnahen Stiftung zeigt. Im Vergleich zum Ende der 1990er-Jahre sei die Kennzahl sogar um rund 19 Prozent gestiegen. Politiker der SPD und der Linkspartei sehen Handlungsbedarf.

Der Gini-Koeffizient kann Werte von 0 bis 1 annehmen. Bei einem Wert von 0 besitzen alle gleich viel, während der Wert 1 für maximale Ungleichheit steht, bei der eine Person alles besitzt.

Trotz der über Jahre guten wirtschaftlichen Entwicklung wächst die Ungleichheit der Einkommen in Deutschland der Studie zufolge weiter. Das liege vor allem an zwei Faktoren: Gruppen mit hohen Einkommen hätten „von sprudelnden Kapital- und Unternehmenseinkommen profitiert“. Zugleich seien die 40 Prozent der Haushalte mit den geringsten Einkommen zurückgefallen. Die Mittelschicht habe dagegen von der guten Arbeitsmarktlage und Lohnsteigerungen profitiert.

Politiker und Ökonomen liegen falsch

Die Armutslücke ist der Studie zufolge zwischen 2011 und 2016 preisbereinigt um 29 Prozent gewachsen und um 779 Euro auf 3.400 Euro gestiegen. Diese Summe beziffert den Betrag, der armen Haushalten im Kalenderjahr rechnerisch fehlt, um die Armutsgrenze von 60 Prozent des mittleren Einkommens zu überschreiten. Die Studie basiert auf der repräsentativen Befragung von 25.000 Menschen.

„Die aktuellen Daten zeigen, dass all jene Politiker und Ökonomen falsch liegen, die Entwarnung geben wollten, weil sich der rasante Anstieg der Einkommensspreizung nach 2005 zunächst nicht fortgesetzt hat“, sagte Dorothee Spannagel, eine der Autorinnen der Studie. Zwar wachse die Ungleichheit aktuell tatsächlich deutlich langsamer. „Alles in allem haben wir den riskanten Weg zu größerer Ungleichheit immer noch nicht verlassen“, warnte sie.

Experten fordern Deutschkurse für Migranten

Um die Ungleichheit der Einkommen am unteren Ende einzudämmen, sind den Experten zufolge nicht nur zusätzliche finanzielle Leistungen notwendig. Genauso wichtig sei es, dass Haushalte am unteren Ende der sozialen Leiter im Bedarfsfall unbürokratisch und zielgerichtet unterstützt und beraten werden. „Dazu gehören etwa der Zugang zu psychosozialer Beratung, Deutschkurse für Migranten, aber auch passgenaue arbeitsmarktbezogene Maßnahmen wie Umschulungen oder Weiterbildungen“, heißt es in der Studie

Der Vorsitzende der Linksfraktion im Bundestag, Dietmar Bartsch, bezeichnete die zunehmende Ungleichheit als „Gift für den Zusammenhalt unserer Gesellschaft“: „Das ist nur zu beenden, wenn die Löhne spürbar steigen, Kapital- und Vermögenseinkünfte angemessen besteuert werden und eine große Steuerreform kleine und mittlere Einkommen spürbar entlastet.“

Paritätische fordert Kindergrundsicherung

Auch der SPD-Politiker Karl Lauterbach äußerte sich scharf: „Unser jetziges Wirtschaften produziert sozialen Unfrieden zu Lasten der Umwelt und unserer Kinder“, schrieb er auf Twitter: „Eine gleichere Gesellschaft hätte eine bessere Lebensqualität.“

Ulrich Schneider, Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbandes, forderte angesichts der neuen Erhebung auf Twitter die Einführung einer Kindergrundsicherung und eine Grundrente. Der Paritätische fordert die Anhebung der Regelsätze in Hartz IV um mindestens 37 Prozent auf 582 Euro monatlich für alleinstehende Erwachsene. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Privatsphäre im Netz: Ausbau ohne Hintertüren!

 

Warum der jüngste Vorschlag zur End-to-End-Verschlüsselung von Messengern von Facebook ausnahmsweise einmal Sinn macht und warum „Hintertüren für die Guten“ dagegen nicht. von Christian Schnaubelt

 

Wer am Freitagabend die Tagesthemen – Sendung verfolgt hat, ist wahrscheinlich auch über einen Beitrag gestolpert: USA, Großbritannien und Australien wenden sich gegen den Vorschlag von Facebook-Chef Mark Zuckerberg die End-to-End-Verschlüsselung bei den Messenger-Diensten auszuweiten. Wie die „ZEIT“ berichtete, will „Facebooks WhatsApp und Messenger sowie die Kommunikationsfunktion von Instagram auf eine gemeinsame technische Plattform mit sogenannter Ende-zu-Ende-Verschlüsselung umstellen.“ Bei dieser „Komplettverschlüsselung“ sind Inhalte grundsätzlich nur für den Absender und den Empfänger sichtbar, auch Facebook kann nicht mehr mitlesen. Eine solche Verschlüsselung ist derzeit bereits bei WhatsApp möglich und lässt sich beim Facebook Messenger für einzelne Konversationen einschalten.

Diese „End-to-End“-Verschlüsselungstechnik will Facebook nun innerhalb seiner Konzern-Dienste weiter ausbauen. Diese Entscheidung von Mark Zuckerberg macht auf den ersten Blick skeptisch. Warum will ein Unternehmen, welches zuletzt wegen seiner Datensammelwut und mehreren Datenskandalen mehr denn je in der Kritik stand, freiwillig auf Daten verzichten? Eine denkbare Antwort wäre, das Facebook bereits genügend Geld mit den Personen-Metadaten im Facebook-Imperium verdient und daher die persönlichen Nachrichten keinen hohen Verkaufswert haben. Eine andere Erklärung wäre, dass Facebook seine Reputation bei den Usern wieder steigern will, indem der US-Konzern mit der stärkeren Verschlüsselung auf Datenschützer-Forderungen eingeht. So oder so ist die Grundaussage von Mark Zuckerberg richtig. Ausnahmsweise! Denn das Netz braucht mehr Privatsphäre und dies kann - wie bereits der Whistleblower Edward Snoden betonte – am besten über Verschlüsselung erreicht werden. Jeder Userin und jeder User hat ein Recht auf eine sichere Kommunikation, die nicht mitgelesen wird. Dieses nach Art 5 GG (Meinungsfreiheit) und Art 10 GG (Postgeheimnis) verankerte Bürgerrecht gilt auch im digitalen Raum (Web) und sollte nicht weiter ausgehöhlt werden. Auch nicht von den „Guten“!

Auch die „Guten“ sollen keine Hintertür für Messenger-Dienste erhalten

Denn anstatt Applaus schlug dem Vorschlag von Mark Zuckerberg prompt Kritik entgegen. Die USA, Großbritannien und Australien forderten ihn in einem offenen Brief auf, die Pläne einzustellen, wenn den Staaten kein Zugriff über eine „Hintertür“ eröffnet wird. Damit sollen vornehmlich Straftaten wie Kinderpornographie verhindert werden. Dies ist zwar lobenswert und der Einsatz gegen die Kinderpornographie im Netz sollte meiner Meinung nach unbedingt ausgeweitet werden, aber wer kontrolliert den ungehinderten Zugang der „Guten“ zu den Messenger-Diensten? Der von Edward Snowden aufgedeckte Datenskandal der NSA zeigt, dass auch im Namen des „Guten“ eine enorme Datensammelwut herrscht und es keine (externe) Kontrolle der „Guten“ gibt.

Übrigens forderte Innenminister Horst Seehofer laut „ZEIT“ im Mai 2019 ebenfalls den Zugang von Nachrichtendiensten zu End-to-End-verschlüsselten Nachrichten zu gewähren. Und obwohl die Bundesregierung offiziell keine Verschlüsselungsverbote aussprechen möchte, will sie formal doch einen Zugang auf die Messenger-Daten der deutschen Bürgerinnen und Bürger durch die „Hintertür“. Und dies obwohl bereits jetzt per richterliche Anordnung Handys und Laptops beschlagnahmt und Provider zur Herausgabe von Verbindungs- und Nutzerdaten gezwungen werden können.

Ein Verzicht auf eine „End-to-End“-Verschlüsselung in Messenger-Diensten würde die Userinnen und User nicht „beschützen“, wie es die Befürworter behaupten, sondern im Gegenteil mehr gefährden. Denn ungesicherte Kommunikation kann auch von den „Bösen“ abgefangen, manipuliert und sogar gegen die „Guten“ eingesetzt werden. Daher wendeten sich zahlreiche Organisationen, wie der Chaos Computer Club, auch gegen die Forderung der Bundesregierung für „Hintertüren“.

Mein Fazit lautet: Wir brauchen mehr Privatsphäre im Netz und das ohne Hintertüren! Kath.de 5

 

 

 

Die Talente der Mitarbeiter sind das Kapital

 

Mitarbeiter sind der höchste Wert eines Unternehmens. Jedoch müssen die Unternehmen die Talente erst zur Entfaltung bringen. Geschieht das, vervielfacht sich der Unternehmenswert und führt zu einer zufriedenen Mitarbeiterschaft.

Der Blick des Unternehmens wie auch von Non-Profit-Einrichtungen richtet sich meist darauf, dass Mitarbeiter möglichst reibungslos ihre Arbeit erledigen. Ob in den einzelnen besondere Begabungen schlummern, liegt eher am Rande des Blickwinkels. Aber genau sie sind das Potential, das die Einrichtung, das Unternehmen nach vorne bringt. Erst wenn Mitarbeiter ihre Talente und Begabungen ins Unternehmen einbringen, sich so auch als Personen weiter entwickeln können, kann das Unternehmen auf die tieferliegenden Schätze, die es gar nicht erst erwerben muss, zurückgreifen.

Mitarbeiter,  die das verwirklichen können, was aus ihnen heraus zur Entfaltung drängt, bereichern das Unternehmen und ermöglichen ihm Weiterentwicklung. Finden Mitarbeiter im Unternehmen den Platz, an dem sie ihre Begabungen einbringen können, übernehmen sie auch Verantwortung dafür, das Unternehmen zukunftsfähig zu halten.

Begabungen entdecken

Jeder hat einzigartige Begabungen, gleichzeitig einen besonderen Blick auf die Welt. Diese müssen erst entdeckt werden, damit sie sich verwirklichen können. Dafür brauchen sie einen offenen Raum, in den hinein sie sich entfalten können. Mit den Begabungen ist es wie bei einem Samenkorn. Es braucht ein individuelles Umfeld, einen spezifischen Boden, besondere Düngung, genügend Wasser und Sonne, damit es sich entwickeln und wachsen kann. Stimmen die Bedingungen nicht, geht das Samenkorn nicht auf oder die Pflanze kann nicht ihre ganze Schönheit und Fruchtbarkeit entwickeln. Als Mitarbeiterin brauche ich im Unternehmen, in der Einrichtung einen spezifischen Platz, individuelle Anforderungen, die meine Begabungen herauslocken, damit ich das Beste aus  mir und für die Einrichtung mache. Führungskräfte, die den Blick auf meine Talente werfen, mich in meinen Begabungen erkennen, gewinnen eine einzigartige Qualität, denn wenn ich mit meinen Möglichkeiten arbeiten kann, bin ich mit meinem ganzen „Herzblut“ dabei. Ich lege mich richtig „ins Zeug“, weil ich spüre, dass es das ist, was ich immer schon wollte.

Warum ist einzigartig, was ich mitbringe?

Unsere Begabungen, unser besonderer Blick auf die Welt machen uns einzigartig. Wir sind nicht austauschbar. Wenn ich mit meinem Körper so einmalig bin, dass es niemanden auf der Welt gibt, mit dem ich genetisch verwechselt werden kann, wenn ich eine einzigartige Iris, einen unverwechselbaren Daumenabdruck und eine ganz eigene DNA habe, dann habe ich auch in meiner Person etwas Einzigartiges, das von niemandem gelebt werden kann. Die Führungskräfte, die meine Einzigartigkeit erkennen, ihr den Platz einräumen,  investieren direkter in Qualität als die oft komplizierten Qualitätsmaßnahmen, die oft genug auf Ablehnung stoßen. Mitarbeiter, die sich entfalten können, haben von sich aus ein Interesse an der Weiterentwicklung des Unternehmens, denn sie können selbst nicht wachsen, wenn das Unternehmen die Zukunft nicht im Blick hat. Diese Qualität können Kunden spüren, sie erkennen sie an der hohen Motivation und Zufriedenheit der Mitarbeiter.

Warum brauche ich die Verwirklichung

Meine Lebenszufriedenheit hängt davon ab, ob ich das verwirklichen kann, wofür ich in diese Welt gestellt bin. Denn mit meiner Einzigartigkeit habe ich auch einen einzigartigen Auftrag, den nur ich umsetzen kann. Deshalb ist es von hoher Bedeutung, ob ich in ein Arbeitsumfeld komme, in dem ich mit dem, was mich ausmacht, gefragt bin. Unternehmen und Einrichtungen, die aufmerksam darauf schauen, dass jeder mit seinen Talenten seinen Platz findet, unterstützen auch mich in meiner Motivation, in meiner Arbeitsfreude, wie in meiner Zuverlässigkeit. 

Warum braucht die Welt die Verwirklichung jeder Begabung?

Wir sind nicht umsonst in diese Welt zu dieser Zeit und mit diesen Begabungen hineingeboren. Es muss einen Sinn machen, dass wir jetzt leben, nicht vor hundert Jahren. Wir sind aufgefordert, uns an der Weiterentwicklung der Welt in unserem kleinen Rahmen, mit unseren jetzt gefragten Möglichkeiten zu beteiligen. Ich soll mich mit meinen Talenten an dem Ort, wo ich tätig bin, einbringen, dazu beitragen, dass sich wie bei einer Perlenkette die eine unverwechselbare Perle an die andere anschließt. Es geht um das Ganzwerden der Welt, die Vielfalt, die Buntheit, die Vernetzungen. Dazu kann ich meinen einzigartigen Beitrag leisten. Fehlt mein Beitrag, gibt es Lücken in der Kette. Unternehmen und Einrichtungen, die das erkennen, werden die Welt und die Menschen nicht ausbeuten, sondern Mitarbeiter mit besonderer Achtung für ihre Begabungen einsetzen.  Milliarden junger Menschen fordern weltweit den Raum, um das zu verwirklichen, was sie mitbringen. Die Älteren brauchen diese Begabungen dringend, denn jeden Tag legen Klimaforscher neue Daten auf den Tisch, dass es so nicht weitergeht. Jutta Mügge Kath.de 27

 

 

 

 

Gericht erlaubt Neonazi-Aufmarsch für Holocaust-Leugnerin

 

Unter dem Motto „Freiheit für Ursula Haverbeck“ will die Partei „Die Rechte“ am 9. November in Bielefeld auf die Straße gehen. Die Polizei forderte eine Verlegung. Das Verwaltungsgericht Minden sieht dafür aber keine ausreichenden Gründe.

 

Eine für den 9. November in Bielefeld angemeldete Kundgebung für die inhaftierte Holocaust-Leugnerin Ursula Haverbeck darf stattfinden. Das entschied das Verwaltungsgericht Minden in einem Eilverfahren, wie eine Gerichtssprecherin am Montag mitteilte. (AZ: 11 L 886/19) Der Demonstrationszug der Partei „Die Rechte“ ist einen Tag nach dem Geburtstag Haverbecks geplant, die am 8. November 91 Jahre alt wird. Die mehrmals verurteilte Holocaust-Leugnerin sitzt derzeit ein Haftstrafe in der Justizvollzugsanstalt in Bielefeld ab. Das Motto des rechten Kundgebung lautet „Freiheit für Ursula Haverbeck“.

„Die Rechte“ hatte gegen eine Auflage des Polizeipräsidiums Bielefeld Rechtsmittel eingelegt. Die Behörde hatte die angemeldete Demonstration zwar erlaubt, aber aufgrund des Gedenkens an die Novemberpogrome von 1938 gefordert, dass die Partei grundsätzlich einen anderen Veranstaltungstag wählen solle.

Polizei will Rechtsmittel ausschöpfen

Die 11. Kammer des Verwaltungsgerichts Minden sah im Gegensatz zur Polizeibehörde keine ausreichenden Gründe für eine Beschränkung der „Rechten“-Kundgebung gegeben. Das benannte Thema der geplanten Demonstration weise keine Stoßrichtung gegen das Gedenken an die nationalsozialistische Gewaltherrschaft auf, hieß es in dem am Montag veröffentlichten Beschluss. Eine solche ergäbe sich auch nicht aus sonstigen Umständen. Der Beschluss ist noch nicht rechtskräftig, gegen ihn ist eine Beschwerde zum Oberverwaltungsgericht für das Land Nordrhein-Westfalen in Münster möglich.

Ein Polizeisprecher sagte dem „Evangelischen Pressedienst“, das Polizeipräsidium werde alle Rechtsmittel ausschöpfen. „Wir stellen uns aber auf eine Demonstration ein.“ Ein gesellschaftliches Bündnis hat bereits eine Gegendemonstration für den 9. November angekündigt.

Polizei in der Kritik

Haverbeck verbüßt seit Mai 2018 in Bielefeld-Brackwede eine zweijährige Haftstrafe wegen Volksverhetzung, die vom Landgericht Verden verhängt wurde. Das Detmolder Landgericht hatte sie zu einer weiteren Freiheitsstrafe von 14 Monaten verurteilt. Haverbeck hatte unter anderem bestritten, dass das Konzentrationslager Auschwitz ein Vernichtungslager war.

Im November vergangenen Jahres waren 6.000 Menschen in Bielefeld gegen eine rechte Kundgebung für Holocaust-Leugnerin auf die Straße gegangen. Die Polizei Bielefeld war im Nachhinein für ihren Einsatz scharf kritisiert worden. Das „Bielefelder Bündnis gegen Rechts“ warf der Polizei ein aggressives Vorgehen vor. Mit Wasserwerfern, Räumpanzern und Hundertschaften sei der friedliche Protest „unverhältnismäßig“ erschwert worden. Die Gegendemonstranten seien zudem entgegen vorheriger Absprachen weiträumig von den Neonazis abgesperrt worden. (epd/mig 1)

 

 

 

Kurz und die Grünen: Die großen Gewinner der Wahlen in Österreich

 

Die konservative ÖVP von Sebastian Kurz hat die österreichischen Wahlen klar gewonnen. Auf Platz zwei landen die Sozialdemokraten, deutlich vor der Rechtspartei FPÖ. Sie fuhr ein schlechteres Ergebnis ein als in den vergangenen Wochen erwartet – eine erneute Regierungsbeteiligung ist unwahrscheinlich. Großer Gewinner des Abends sind die Grünen. Sie erreichten ihr historisch bestes Ergebnis bei einer Nationalratswahl. Eine Koalition Kurz-Grün? Vielleicht. 

Ibiza. Eine angebliche russische Oligarchennichte. Vodka-Redbull. Korruptionsfantasien des damaligen Vizekanzlers und Bundesparteiobmann der Koalitionspartei FPÖ, Heinz-Christian Strache. Mitte Mai veröffentlichten die deutschen Medien Süddeutsche Zeitung und Der Spiegel einen Videomitschnitt, der die österreichische Regierung sprengte und ein politisches Erdbeben im Land auslöste.

Zuerst folgte der Bruch der Regierungskoalition zwischen ÖVP und FPÖ, dann kam das Misstrauensvotum des Parlaments, das Sebastian Kurz und seine neue Minderheitsregierung aus dem Amt entließ. Und heute: Neuwahlen.

Schon seit der Amtsenthebung Ende Mai schien klar, dass Sebastian Kurz die ÖVP erneut auf Platz eins bringen würde. Die Reihenfolge danach war bis zuletzt offen: Könnte die FPÖ trotz Skandal-Serie Nummer zwei werden? Wie stark würde die ungeschickte Kommunikation von SPÖ-Chefin Pamela Rendi-Wagner den Sozialdemokraten schaden? Und würden die Grünen wie erwartet ihr Comeback feiern können?

Jetzt sind die Ergebnisse da: Die ÖVP gewinnt weitere 5,7 Prozent dazu und kommt auf 37,1 Prozent. Die SPÖ landet auf Platz zwei mit 21,8 Prozent. Die FPÖ verliert in nahezu allen Gemeinden des Landes – bundesweit um 9,9 Prozent – und kommt damit auf 16 Prozent. Und die Grünen landen mit einem Plus von 10,2 Prozent bei 14 Prozent. Die liberale Partei NEOS kommt auf 7,8 Prozent.

Der Ball liegt zunächst beim Bundespräsidenten Alexander Van der Bellen, der einer Partei den Auftrag zur Regierungsbildung erteilen wird. Traditionell – und das wird auch dieses Mal so sein – wendet er sich an die stimmenstärkste Partei. Doch anders als letztes Mal kündigte Van der Bellen im Vorfeld an, sich dieses Mal stärker in die Regierungsbildung einbringen zu wollen. Die Forderung des ehemaligen Grünen: Ein starker Fokus auf den Klimaschutz.

 

Mit zweistelligen Werten in vielen großen europäischen Ländern erzielten die Grünen Rekordgewinne bei den EU-Wahlen.

Von der Hochkonjunktur der Klima-Frage konnten die Grünen deutlich profitieren. 14 Prozent: Es war das historisch beste Ergebnis der Partei bei einer Nationalratswahl. Schon bei den Europawahlen im Mai konnten sie über 14 Prozent erreichen. Doch mit einem ähnlichen Ergebnis bei den Nationalratswahlen hatte die Partei nicht gerechnet.

Damit wird rein rechnerisch eine stabile Koalition zwischen ÖVP und Grünen möglich. Und dazu sei man durchaus bereit, lässt Grünen-Chef Werner Kogler durchklingen. Allerdings müsse sich sehr vieles radikal ändern im Vergleich zum Regierungskurs der vergangenen zwei Jahre. Vor allem in den Bereichen Klimaschutz, Korruptionsbekämpfung und Kinderarmut brauche es eine 180-Grad-Drehung.

Im Bundesland Tirol steht die Regierungskonstellation ÖVP-Grüne bereits seit 2013. Jetzt gelte es zu sehen, ob man sich auch mit der Bundes-ÖVP auf eine gemeinsame Linie einigen können wird, heißt es aus der Partei. Allerdings ist die Skepsis groß. Die Unterschiede zwischen der Tiroler ÖVP und der Bundespartei sind beträchtlich.

Koalition mit der FPÖ noch möglich – aber unwahrscheinlich

Der große Verlierer des Abends heißt FPÖ. Das kommt trotz Skandal-Serie überraschend. Denn bis zuletzt war es noch für möglich gehalten worden, dass die FPÖ vor der SPÖ auf Platz zwei landen könnte. Dass man jetzt nur knapp die dritte Stelle vor den Grünen erreichen konnte, ist eine große Enttäuschung für die Partei. Als Grund für die Verluste nennt sie eine weitere Enthüllung, die erst vergangene Woche publik wurde: Heinz-Christian Strache soll sich über viele Jahre hinweg auf Kosten der Partei ein luxuriöses Leben geleistet haben. Jetzt wird über einen Parteiausschluss spekuliert. Davon konnte sich die Partei nicht mehr rechtzeitig erholen, so die FPÖ.

Jedenfalls sei das heutige Ergebnis kein Auftrag für eine Regierungsbeteiligung der FPÖ, meint der ehemalige FPÖ-Innenminister Herbert Kickl. Und auch Parteichef Norbert Hofer sagt, er bereite sich auf die Oppositionsrolle vor. Dort wolle man die Partei komplett neu aufstellen, fügt er hinzu: „Es wird eine modernere Partei, lassen Sie sich überraschen.“

 

Rechtspopulistische Parteien haben bei der Europawahl viele Stimmen dazugewonnen. Ein neues, rechtes Bündnis soll sich im Parlament formen. Wie groß ist der Einfluss rechter Parteien von jetzt an wirklich? Eine Analyse.

Deutliche Einbußen musste auch die SPÖ hinnehmen – sie steckte ein Minus von 5,1 Prozent ein. Dennoch meint die Spitzenkandidatin Pamela Rendi-Wagner, die Themen richtig gesetzt zu haben. Die Richtung stimme, hier gehe man weiter, sagte sie kurz nach Bekanntwerden der Ergebnisse.

Im Vorfeld war noch spekuliert worden, was eine mögliche Wahlniederlage für Rendi-Wagners Position an der Parteispitze bedeuten könnte. Doch jetzt scheint erst einmal ausgeschlossen, dass eine Personaldebatte folgt, erklärte Wiens Bürgermeister Michael Ludwig.

Das wäre strategisch auch sehr unklug, analysiert der Politologe Peter Filzmeier. Denn in den kommenden Monaten stehen gleich mehrere Landtagswahlen an: Vorarlberg, Burgenland, Steiermark und schließlich Wien. Hier wollen die Sozialdemokraten um jeden Preis punkten. Ein erneuter Austausch der Parteispitze sei da wenig ratsam. Alicia Prager EA 30

 

 

 

Porträt Anerkannt: Kämpfe um Anerkennung

 

„Ignorant“ sei lange Zeit mit Menschen mit ausländischer Berufsqualifikation umgegangen worden, sagt die Beraterin Claudia Welke. Heute nehme die Politik das Thema ernster. Doch Anerkennungen zu erlangen, sei noch immer oft ein langer Weg, mit vielen Stolperfallen.

Ihre Klient_innen, das sind Menschen wie die Architektin aus Ägypten, eine hoch qualifizierte Frau, alleinerziehend. Fünf Jahre lang hat Claudia Welke, Pädagogin, ausgebildete Therapeutin, vor allem aber: Berufsberaterin, sie begleitet. Im vergangenen Monat hat die Ägypterin ihren Arbeitsvertrag unterschrieben. „Es war ein Kampf“, sagt Welke: Mit den Behörden und der Architektenkammer, die zusätzliche Ausbildungsstunden forderte, die wiederum Geld kosten. Mit den Architektenbüros, die sagten: ‚Ihr Deutsch ist gut, aber Sie beherrschen die Fachsprache nicht.‘ Solche Kämpfe könne nur gewinnen, wer „dranbleibt und hartnäckig“ sei, sagt Welke – sie als Beraterin und natürlich auch die Klient_innen selbst, die sich nicht entmutigen lassen dürfen. Es ist nicht so, dass das, was Welke tut, immer schon als wichtig galt. „Ignorant“ und „nachrangig“, so habe die Politik die Hilfe für Migrant_innen auf dem Weg in den Beruf einst behandelt, sagt Welke. Seit über zehn Jahren arbeitet sie bei Job Service Leverkusen. Schon lange, bevor 2015 plötzlich sehr viele Flüchtlinge nach Deutschland kamen, beriet sie dort Menschen, die im Ausland einen Beruf gelernt hatten und nun wissen wollten, was ihre Kenntnisse in Deutschland wert sind. „Die erste Runde waren die, die nach dem Jugoslawienkrieg kamen.“ Job Service Leverkusen hatte zunächst berufsorientierte Sprachkurse angeboten, die Berufsberatung lief parallel zum Unterricht. „Es ging immer darum, was machen wir mit den Schulabschlüssen und den Ausbildungen.“ 2014 hat Welke dann beim DGB Bildungswerk eine Weiterbildung zum Thema absolviert. „Ich wurde genau rechtzeitig fertig, als es richtig losging“, sagt sie, „ich hatte das Knowhow zum richtigen Zeitpunkt“. Denn unter denen, die 2015 kamen, waren „viele junge Menschen, es ist gut, wenn man dann fachlich breit aufgestellt ist“, sagt Welke. Und dass sie der festen Überzeugung sei, etwas Positives bewirken zu können. „Sonst könnte ich hier nicht arbeiten.“ Zu ihr kommen heute Mechatroniker, Krankenschwestern, Bauingenieure und Büroangestellte. Man muss nicht, wie Welke, ausgebildete Therapeutin sein um Flüchtlingen und Menschen aus anderen Kulturen zu helfen, in Deutschland Arbeit zu finden. Aber es kann helfen auf entsprechendes Handwerkzeug zurückgreifen zu können.„Sie können sich vorstellen, wie viele traumatisierte Leute ich hier sitzen habe.“

Mittlerweile hat sie weit über 70 erfolgreiche Anerkennungsverfahren begleitet. Am schwierigsten sei die Vermittlung oft in technischen Berufen. „Automechaniker können schrauben, aber die Technik, die wir heute in unseren Autos verbaut haben, das sind Welten.“ Vielen rate Welke, „lieber nochmal eine Ausbildung zu starten, wenn sie nicht so alt sind“. Die kritische Grenze dafür liegt nach ihrer Erfahrung bei „32, 33 Jahren“. Nach den Flüchtlingsankünften ab 2015 gab es Geld für viele neue Projekte im Anerkennungsbereich. Jetzt gehen die Zahlen der Neuankömmlinge zurück, das mache sich auch bei den Hilfsmaßnahmen bemerkbar, sagt Welke. Einige Förderprogramme seien rückläufig.

Ihre Arbeit erleichtere, dass die Politik das Thema heute ernster nehme. Seit 2015 sei „ein Zugzwang dahinter“, sagt sie. Und auch bei den Betrieben habe sich die Haltung teils verändert: „Es gibt einige Unternehmer, die sagen, ich nehme das als meine gesellschaftliche Verantwortung an.“ Gleichwohl habe sie in ihrer Arbeit „viel mit Vorurteilen zu tun“, sagt Welke. Manche denken: „Wer weiß, was die wirklich können.“ Dagegen helfe nur Aufklärungsarbeit und die Vermittlung von Praktikant_innen. Kürzlich habe sie eine Veranstaltung besucht, bei der sich Handwerksbetriebe sich zu Best Practices bei der Einstellung von Migrant_innen ausgetauscht hätten. „Das hätte ich mir schon 2015 gewünscht.“

Forum Migration Oktober 2019

 

 

 

Prozess gegen "Revolution Chemnitz". Sie wollten Ausländer „ausrotten“

 

In Dresden stehen acht mutmaßliche Rechtsextremisten vor Gericht. Sie sollen einen „Systemwechsel“ geplant haben und wollten Ausländer „ausrotten“. Bundesanwaltschaft wirft den Beschuldigten Bildung einer terroristischen Vereinigung vor.

Vor dem Oberlandesgericht in Dresden hat am Montag der Prozess gegen die mutmaßliche rechtsextreme Terrorgruppe „Revolution Chemnitz“ begonnen. Den acht Männern im Alter von 21 bis 32 Jahren würden die Gründung einer terroristischen Vereinigung sowie die Mitgliedschaft darin vorgeworfen, sagte der Vertreter der Bundesanwaltschaft, Kai Lohse, am Montag in Dresden. Den Vorwurf eines Verteidigers, die Ermittlungen sein politisch motiviert, wies er entschieden zurück.

Die Anklage sei nicht wegen einer Gesinnung, sondern aufgrund von Straftaten erhoben worden. Lohse betonte: „Dies ist kein politischer Prozess, sondern wir knüpfen allein an Handlungen und Aktionen an, die möglicherweise politisch motiviert waren.“

Die Vereinigung „Revolution Chemnitz“ sei darauf ausgerichtet gewesen, in Chemnitz und an anderen Orten Mord und Totschlag zu begehen, heißt es in der Anklageschrift. Christian K. soll sich als Rädelsführer betätigt haben. „Revolution Chemnitz“ sei auf unbestimmte Zeit angelegt worden. Grundlage sei eine nationalsozialistische und ausländerfeindliche Gesinnung.

Gruppe wollte Ausländer „ausrotten“

Die Mitglieder der Gruppe hätten sich bereits zuvor gekannt und gemeinsam Straftaten begangen. Sie seien in der rechtsextremen Szene und in der Hooliganszene gut vernetzt und hätten sich fortlaufend radikalisiert, hieß es. Beim Verlesen der Anklage zitierte der Vertreter der Bundesanwaltschaft, Michael Glaser, aus Chatprotokollen der Vereinigung.

Darin heißt es, dass die Mitglieder von „Revolution Chemnitz“ Andersdenkende und Ausländer „ausrotten“ und dazu „auf die Pirsch gehen“ wollten und „Jagd machen“. Deutlich äußere sich die Gruppe zudem in den Chats gegen die Bundesregierung und ausdrücklich gegen Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU).

„Revolution mit allen Konsequenzen“

Laut Anklage plante die Gruppe zum Tag der Deutschen Einheit am 3. Oktober 2018 in Berlin einen „Systemwechsel“, eine „Revolution mit allen Konsequenzen“. Der „Historische Tag“ war der Bundesanwaltschaft zufolge als „Wendepunkt in der Geschichte der Bundesrepublik Deutschland“ geplant.

Dafür gab es am 14. September 2018 einen „Probelauf“ in Chemnitz. Er sollte ein Test sein, wie die Gruppe miteinander agiere. Auf den Einsatz tödlicher Waffen sei zunächst verzichtet worden. Teilweise hätten die Beteiligten jedoch Schlaghandschuhe mit sich geführt. Es seien Personen bedroht und verfolgt worden, heiß es. Ein Mann erlitt der Anklage zufolge eine Platzwunde am Kopf.

Umsturz geplant

Zur Planung ihrer Vorhaben hätten sich die Beteiligten am 10. September 2018 zur Gruppe „Revolution Chemnitz“ in einem Chat zusammengeschlossen. Für den geplanten Umsturz hätten sie sich um Waffen bemüht und bereits den Preis erfahren. Die Anklage basiert auf Chatprotokollen aus der Zeit zwischen dem 10. und 14. September 2018. Bei der Verhaftung waren Handys sowie unter anderem ein Baseballschläger mit der Aufschrift „Revolution Chemnitz“ sichergestellt worden.

Einen Antrag des Verteidigers des mit 21 Jahren jüngsten mutmaßlichen Rechtsterroristen, die Öffentlichkeit vom Prozess auszuschließen, lehnte das Gericht ab. Ein Ausschluss der Öffentlichkeit sei nicht geboten, sagte der Vorsitzende Richter Hans Schlüter-Staats. Der Grundsatz der Öffentlichkeit müsse den Vorrang behalten. Nur so könne nachvollzogen werden, wie verhandelt werde. (epd/mig 1)

 

 

 

Ostdeutschland: Wenig Migration, schnelle Integration

 

Die AfD hat bei den Landtagswahlen in Sachsen und Brandenburg rund ein Viertel der Stimmen erhalten. Bei den im Oktober anstehenden Wahlen in Thüringen wird es ähnlich sein. Das Wahlergebnis zeigt auch, dass Rassismus dort besonders gut gedeiht, wo nur wenige Migrant_innen leben. Was sonst noch bekannt ist über Einwanderung und Integration in den drei Bundesländern haben wir hier zusammengefasst.

Nach einer Erhebung des Mediendienst Integration liegt der Anteil von Deutschen mit Migrationshintergrund, Ausländer_innen und Flüchtlingen bundesweit bei insgesamt 25,5 Prozent. In Sachsen und Brandenburg sind es hingegen nur 8,2 Prozent in Thüringen 7,3 Prozent.

Die Zahl der Ausländer_innen ist dort in den vergangenen Jahren allerdings deutlich gestiegen. In Sachsen wäre die Bevölkerung ohne Migration zwischen 2012 und 2018 um knapp zwei Prozent geschrumpft, so der Mediendienst. Eine Folge: Der Anteil von Geflüchteten an der ausländischen Bevölkerung ist in den drei Bundesländern vergleichsweise hoch. Etwa jede_r dritte dort lebende Ausländer_in ist als Schutzsuchende_r eingereist. Bundesweit war das bei etwa jedem Sechsten der Fall.

Auch die Zahl der ausländischen Beschäftigten ist in allen drei Bundesländern gestiegen. Das liegt vor allem am Zuzug von Arbeitskräften aus EU-Staaten. In Brandenburg zum Beispiel machen Pol_innen die Hälfte aller ausländischen Arbeitnehmenden aus. Menschen ohne deutschen Pass fassen auf dem Arbeitsmarkt in den drei Bundesländern heute deutlich besser Fuß als noch vor fünf Jahren. So lag die Beschäftigungsquote von Ausländer_innen im vergangenen Jahr in Thüringen bei 44,2 Prozent – 10,8 Prozentpunkte mehr als 2013. Auch in?Brandenburg stieg die Beschäftigungsquote in diesem Zeitraum von rund 33 auf fast 43 Prozent. In Sachsen verläuft die Arbeitsmarktintegration nicht ganz so positiv: Hier haben heute 36,7 Prozent aller Ausländer_innen eine Arbeit, 7,7 Prozentpunkte mehr als 2013. Zum Vergleich: Bundesweit liegt die Beschäftigungsquote von Ausländer_innen bei 47,8 Prozent, davon sind Thüringen und Brandenburg nicht mehr weit entfernt. Und: Bundesweit war dieser Wert in den letzten fünf Jahren nur um 6,8 Prozentpunkte gestiegen. In allen drei Ost-Ländern lief die Arbeitsmarktintegration also überdurchschnittlich schnell.

In den ostdeutschen Landtagen sind Menschen mit Migrationshintergrund derweil deutlich unterrepräsentiert. In Brandenburg hatten nach den?Zahlen des Mediendienstes in der vorigen Legislaturperiode nur 1,1 Prozent der Abgeordneten einen Migrationshintergrund, in Sachsen waren es 0,8 Prozent der Parlamentarier_innen, in Thüringen gab es keine Politiker_innen mit Migrationshintergrund im Parlament.

Für die Einstellung zu Migration und der AfD ist es unerheblich, ob der eigene Wohnort Flüchtlinge aufgenommen hat oder nicht. Das hat eine Studie vom Wissenschaftszentrum Berlin, dem Mannheimer Zentrum für Europäische Sozialforschung und der New York University ermittelt. Die Forscher_innen befragten 1.320 Ostdeutsche und untersuchten das Wahlverhalten in deren 236 Heimatorten. Das Ergebnis: Zwar gewann die AfD 2017 fast überall deutlich an Wählerstimmen dazu, der Anstieg unterschied sich aber in den Orten mit und ohne Flüchtlinge nicht. Auch die Zustimmung zu rechtsgerichteten Aussagen unterschied sich nicht in Orten mit und ohne Flüchtlingsaufnahme.

Derweil nahm die Intensität von?Angriffen auf Flüchtlinge vor allem im Osten zu. Die Polizei registrierte laut der Antwort auf eine Anfrage der Linksfraktion im Bundestag im ersten Halbjahr dieses Jahres insgesamt 609 Angriffe auf Flüchtlinge. Weit über ein?Drittel davon ereigneten sich in Brandenburg, Thüringen und Sachsen, obwohl hier nicht einmal ein Zehntel der Bundesbürger_innen lebt. Forum Migration Oktober 2019