WEBGIORNALE  18-28   giugno  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Conte da Macron: "Cambiare regolamento Dublino"  1

2.       “Io non sto con Salvini”  1

3.       Ue: rimandata riforma asilo e regolamento di Dublino  1

4.       Germania, tensioni nel governo per la crisi dei migranti 1

5.       G7 Canada. Trump manda tutto all’aria, Conte se la cava  1

6.       “Uniti nella diversità” (UE). Migranti: Attenzione Razzismo! 2

7.       Vertice Singapore. Corea: Trump-Kim, un accordo più farsa che storia  2

8.       Aquarius, l'esperto: "Illegale il respingimento collettivo di donne incinte e bambini, l'Italia rischia"  3

9.       Migranti, battaglia nell'Ue su riforma Dublino  3

10.   CGIE: politiche immediate a favore degli italiani all'estero  3

11.   Governo Conte. Quanto conta l’Italia in Europa  4

12.   Un progetto per raccontare gli italiani in Germania  4

13.   Calcio in Festa 2018, la domenica italiana a Berlino  4

14.   Rinnovo dell’intesa tra Italia e Land Assia sull’offerta bilingue presso le scuole locali 5

15.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 5

16.   Kaufbeuren. Il Gruppo Folk Acli festeggia il 30° di vita  6

17.   Una vita di impegno contro xenophobia e razzismo. Intervista a Giovanni Pollice, Presidente dell’associazione La mano gialla  6

18.   Al 20° anniversario il gemellaggio tra San Vincenzo (Livorno) e Pfarrkirchen  7

19.   La Festa della Repubblica a Mannheim   7

20.   A Berlino il 28 giugno “L’Ambasciata incontra… cinema, tv e fotografia”  7

21.   Dal discorso del Presidente del Com.It.Es. Daniela Di Benedetto alla Festa della Repubblica a Monaco di Baviera  7

22.   Gourmet’s Italia, La Puglia a Monaco di Baviera  8

23.   Il problema Tedesco in Europa e la trappola mediatica  8

24.   Parlamentari PD Estero: no ad una Italia più piccola, isolate e xenofoba  8

25.   “Die Welt”: nessuno può criticare l‘Italia  8

26.   Il G7, Trump e Merkel che bacchetta Conte sulla Russia al G8: «Stop alle sanzioni? Era meglio parlarne prima»  9

27.   Incontro storico Kim-Trump  9

28.   La vicenda dell’Aquarius. Migranti: non crisi, ma flusso, l’Italia non si isoli in Europa  10

29.   Con il nuovo Governo si mette a regime l’attività parlamentare dei 18 eletti all’estero  10

30.   Il contratto  10

31.   Aquarius, scontro Roma-Parigi. Vertice a rischio  11

32.   "In arrivo la quattordicesima per i pensionati all'estero"  11

33.   Farnesina. Rete di supporto per le imprese all’estero  11

34.   La decisione  12

35.   “Aprite i porti”. Appello ai sindaci 12

36.   Governo Conte: il nazionalismo filo-russo di Lega e M5S  12

37.   Non usare la vita delle persone per esibizioni di diplomazia muscolare  13

38.   Garanzia  13

39.   Aquarius, mano tesa dalla Spagna  13

40.   Presentato il XIII Rapporto “Osservatorio Romano sulle Migrazioni”  13

41.   Cresce in Danimarca il sentimento anti migranti, dopo il burqa si vuole proibire anche la circoncisione  14

42.   Dal XIII Rapporto “Osservatorio Romano sulle Migrazioni”. Le presenze stabili di stranieri a Roma Capitale  14

43.   La vaghezza politica  15

44.   Nominati sottosegretari agli Esteri Ricardo Merlo (Maie) e Guglielmo Picchi (Lega) 15

45.   Lo scrittore Catozzella: "Chi odia i migranti è perché ci ritrova se stesso"  16

46.   Casa in Italia. “Ridurre la tassa sui rifiuti per gli iscritti Aire”. Presentata proposta di legge sia al Senato che alla Camera"  16

47.   L’associazionismo  16

48.   CGIE: le congratulazioni a Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo  16

49.   Stampa all’estero. Il Presidente della Fusie augura un lavoro costruttivo con Crimi e Merlo  17

50.   Il caso senza precedenti della nave Aquarius  17

51.   Forum Associazioni: Novità positiva la nomina di Ricardo Merlo a Sottosegretario agli Affari Esteri 17

52.   Distacchi nella UE. Introdotte maggiori tutele e parità di trattamento  17

53.   Migranti. La denuncia di Orlando contro l'Europa "l'Italia lasciata sola dagli amici di Salvini”  18

54.   Il gelato con il dito dentro, l’immagine della nostra vergogna  18

55.   Nasce a Bari il progetto Radici per il mondo  18

56.   Disponibile il modello per regolarizzare le somme  non dichiarate in Italia  18

 

 

1.       Showdown. EU-Gipfel soll eine europäische Lösung im Asylstreit bringen  18

2.       Ist Migration die bessere Entwicklungshilfe?  19

3.       Papst: Migranten sind Menschen und keine Zahlen  19

4.       Italien/EU: Der Fall Aquarius ist „eine Niederlage der Politik“  19

5.       Italien sperrt sich gegen CETA  20

6.       Fall Aquarius verweist auf fehlende solidarische EU-Asylpolitik  20

7.       Sexbomb. Der Machogipfel von Trump und Kim   21

8.       Ärzte ohne Grenzen. Flüchtlingspolitik moralische Bankrotterklärung  22

9.       Nach dem Spiel ist vor der Politik  22

10.   Flüchtlingspolitik. Italien sperrt Häfen für Rettungsschiff. Spanien springt ein. 22

11.   Spanien nimmt Flüchtlinge auf, das Boot liegt noch vor Sizilien  23

12.   Conte will neue Flüchtlingspolitik und Ende des Sparkurses  23

13.   EU. Erst Peitsche, dann Zuckerbrot 23

14.   Bundesfinanzhof. Selbstständige EU-Bürger können monatsweise Kindergeld beanspruchen  24

15.   Ein kleiner Schritt Richtung Paris  24

16.   CSU entfacht erneut Grundsatzstreit in der Asylpolitik  24

17.   Brenner-Transit sorgt für dicke Luft 25

18.   Die Kunst des positiven Denkens  25

19.   Italien: „Migranten einfach rausschmeißen geht nicht“, sagt Kardinal Montenegro  25

20.   Kurz statt Integrationsgipfel 26

21.   „Die EU muss eine Krisenstrategie entwickeln“  26

22.   Gros: Italienischer Europa-Minister Savona „bestätigt Deutschlands schlimmste Befürchtungen“  27

23.   Bundeskongress. Migranten fordern mehr gesellschaftliche Beteiligung  27

24.   Räumliche Ballung behindert die Integration von Migrantenkindern  27

25.   Wachstumsstörung  27

26.   Streit mit Merkel? Seehofer sagt Präsentation von Paket zur Asylpolitik ab  28

27.   Umfrage. Mehrheit wünscht kulturelle Anpassung von Migranten  28

28.   Mehr Bildung für Kinder auf der Flucht gefordert 28

29.   Bayern. Kabinett beschließt Asylplan  29

30.   Regierungsbefragung. Merkel verteidigt Entscheidungen in Flüchtlingspolitik  29

31.   BAMF-Förderprogramm. Strukturförderung von Migranten-Organisationen gescheitert 29

32.   Soziologe. Medien übernehmen die Sprache der AfD  29

33.   Integrationsgipfel. Für ein weltoffenes und vielfältiges Deutschland  30

34.   Freiwilligendienst. Sonderprogramm Flüchtlinge endet dieses Jahr 30

35.   Jeder zweite Berufstätige denkt über Jobwechsel nach  30

36.   Familiennachzug–Gesetz zwischen Balance und Inhumanität 31

37.   Krebs-Studie. Migranten nutzen selten palliativmedizinische Angebote  31

38.   20 Jahre Städtepartnerschaft zwischen Pfarrkirchen und San Vincenzo. 31

39.   World Vision fordert Nachzugsrecht auch für Geschwisterkinde  31

 

 

 

 

Conte da Macron: "Cambiare regolamento Dublino"

 

Pace fatta tra Italia e Francia. "C'è una perfetta intesa" con Emmanuel Macron, "ci siamo perfettamente chiariti", ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al termine dell'incontro all'Eliseo con il presidente francese dopo le tensioni sulla vicenda Aquarius. Tra Roma e Parigi, ha aggiunto, "ci sono stati dei giorni un po' turbolenti", ma "c'è stata una telefonata" e "il fatto che io sia qui - ha osservato Conte - è abbastanza eloquente".

Parlando della questione migranti, il premier ha sottolineato: "Il regolamento di Dublino deve cambiare". "L'Italia è profondamente contraria alla proposta attualmente in discussione di riforma del regolamento di Dublino (il compromesso preparato dalla presidenza bulgara, ndr) e - ha annunciato - sta preparando una propria proposta, che non vede l'ora di condividere con gli amici francesi e con gli altri partner europei, in modo da finalizzare questa proposta a livello europeo sotto la presidenza austriaca" del Consiglio Ue, cioè entro fine anno.

 

"Sul tema dell'immigrazione - ha aggiunto Conte - è arrivato il momento di voltare pagina, e su questo c'è pieno accordo con l'amico Emmanuel. I fatti mostrano che dobbiamo cambiare strategia e realizzare un sistema davvero coerente con i valori europei, rafforzando la protezione della vita umana, la salvaguardia dei diritti fondamentali, in un quadro di legalità e di tutela della sicurezza".

"Dobbiamo rivedere il regolamento di Dublino - ha proseguito Conte - non solo nell'interesse dell'Italia, fino ad oggi lasciata sola, ma anche per avere un'Europa più forte, dove siano rafforzati i vincoli di solidarietà". "Pensiamo ad un radicale ripensamento del regolamento di Dublino - ha aggiunto - il pericolo non inizia solo quando si accendono le tv, ma quando le tv non ci sono e muovono queste persone in difficoltà, dai Paesi di origine. Cercheremo di avere dei presidi di protezione fuori dall'Europa". "Il problema delle risorse economiche esiste, ma l'Italia non ne ha mai fatto un problema economico: c'è un problema di tutela delle persone, dei diritti fondamentali, di dignità delle persone e di solidarietà. La solidarietà economica esiste, ma forse è l'ultimo dei nostri problemi", ha osservato.

Conte ha anche sottolineato la necessità di "creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare anche i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo dei migranti. Il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa". "Quello che proponiamo - ha continuato - è un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali. Bisogna rafforzare, a livello europeo, il rapporto con i Paesi di origine e di transito dei migranti. In questo modo dobbiamo prevenire i viaggi della morte, e tutta l'Europa deve avvertire su di sé questa responsabilità". "Dobbiamo consolidare - ha aggiunto - il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell'emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell'uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana".

Macron, in conferenza stampa, ha sottolineato: "La Francia e l'Italia devono oggi gestire questa crisi migratoria: noi dobbiamo dare delle risposte insieme", ha detto . "Tutta la nostra discussione - ha aggiunto - ha permesso prima di tutto di illustrare questa volontà comune, di avere contemporaneamente più umanità ed efficacia nell'affrontare questa materia".

I Paesi Ue, ha ricordato, "dovranno prendere delle decisioni strutturali" nel Consiglio Europeo di fine giugno su diversi temi di interesse comune. "Desidero profondamente - ha dichiarato Macron - che nei prossimi giorni, settimane e mesi la Francia e l'Italia lavorino mano nella mano, insieme, per contribuire, agire e proporre delle soluzioni europee, in particolare con la Spagna, la Germania e tutti gli altri Paesi, per apportare iniziative europee concrete, al fine di rispondere a queste due sfide maggiori, che sono le migrazioni e la convergenza e lo sviluppo economico della zona euro".

La riforma del regolamento di Dublino Tre , di cui oggi è tornato a parlare Conte, è in discussione da molto tempo nel Consiglio Ue: finora i tentativi fatti dalle presidenze che si sono succedute (Slovacchia, Malta, Estonia, Bulgaria) non sono riuscite a trovare una sintesi accettabile per tutti i Paesi. Il Parlamento Europeo ha definito la sua posizione nello scorso novembre e attende che il Consiglio definisca la propria, per poter iniziare i negoziati (Parlamento e Consiglio sono colegislatori): il capogruppo dell'Alde Guy Verhofstadt ha detto che il Parlamento Europeo dovrebbe considerare la possibilità di deferire il Consiglio in Corte per 'inazione'. Adnkronos 15

 

 

“Io non sto con Salvini”

Basta usare il pretesto degli scafisti per chiudere i nostri porti. La verità è che noi i migranti non li vogliamo. Abbiamo almeno il coraggio di parlare chiaro e di assumerci le nostre responsabilità. Abbiamo saccheggiato l’Africa per secoli, l’abbiamo occupata militarmente, diamo protezione alle multinazionali che continuano a depredarla. Il risultato è disoccupazione, caos e povertà. E dopo averla ridotta in macerie, ora i loro profughi non li vogliamo.

Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha dichiarato guerra ai più poveri, mentre vuole abbassare le tasse ai più ricchi, che ne hanno sempre pagate poche. Mi terrorizza la superficialità e il qualunquismo che vedo crescere. Mi auguro che ci sia rimasto un barlume di civiltà per capire che quest’emergenza umanitaria non si risolve con la repressione e con le armi, ma con la capacità di soccorso e con la volontà di aggredire le cause economiche e sociali che producono malessere. Maurizio Benazzi, dip

 

 

 

Ue: rimandata riforma asilo e regolamento di Dublino   

 

Bruxelles - Salta la proposta della presidenza bulgara per la riforma dell’accordo di Dublino sul sistema d’asilo. E, paradossalmente, una riforma che tutti i Paesi Ue sembravano invocare trova contrari una dozzina di governi. Così che, per ragioni diverse, la riforma non si fa, almeno per ora. Tutti vincenti, quindi, tutti perdenti. La riunione dei ministri degli Interni a Lussemburgo non è stata in grado, riferisce il Sir, di trovare un punto di equilibrio per cambiare le regole di ingresso e accoglienza dei richiedenti asilo. I Paesi Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) non ne vogliono sapere di accogliere rifugiati, alleggerendo il peso che grava sui mediterranei. Questi ultimi (Italia, Malta, Cipro, Grecia) chiedono la solidarietà degli altri Stati, ma viene negata. La Spagna con il neo governo deve ancora definire compiutamente la sua posizione; l’Italia non vede presente il suo ministro Salvini. Contrari alla bozza bulgara anche Germania (dapprima disposta a trattare, assieme alla Francia), Svezia, Paesi Bassi e i tre Baltici. Così la questione appare rinviata: passerà, senza esiti, al Consiglio europeo del 28-29 giugno, e sarà poi presa in carico dal governo austriaco, che finora ha posto l’accento sulla chiusura muscolare delle frontiere, dicendo no alla solidarietà verso i Paesi mediterranei, pur annunciando una “rivoluzione copernicana” in materia. Mo 5

 

 

 

Germania, tensioni nel governo per la crisi dei migranti

 

Il ministro dell'Interno Horst Seehofer, falco della Csu bavarese, minaccia di spaccare l'alleanza con la cancelliera: nodo del contendere i respingimenti dei migranti che si hanno presentato asilo in altri Paesi

 

BERLINO - La crisi dei migranti mette a rischio la tenuta del governo di Angela Merkel: secondo il giornale baverese Augsburger Allgemeine la Csu bavarese sta prendendo in considerazione l'ipotesi di rompere l'alleanza parlamentare con la Cdu della Merkel.

 

La crisi che vede contrapposti la cancelliera Angela Merkel e i suoi alleati della branca bavarese Csu guidati dal ministro dell'Interno Horst Seehofer, entrambi parte del governo di Grosse Koalition con i socialdemocratici della Spd, è incentrata sul tema immigrazione: oggetto del contendere è la decisione di domenica di Merkel di bloccare un maxi-progetto di riforma della politica di asilo in 63 punti presentato da Seehofer. Il ministro vorrebbe il respingimento dei migranti che arrivino in Germania dopo essersi precedentemente registrati in un altro Paese Ue, mentre Merkel rifiuta questa misura in nome del diritto e dei principi di solidarietà europei; in particolare la cancelliera teme che questa mossa possa essere vista in Ue come se la Germania danneggiasse Paesi come Italia e Grecia su cui gravano i flussi provenienti dal Mediterraneo, e per questo ha chiesto di attendere il Consiglio Ue di fine giugno per una risposta negoziata europea

 

Oggi sono falliti i negoziati interni al blocco conservatore, composto appunto dalla Cdu di Merkel e dalla Csu, e a questo punto in questione è proprio il futuro della cancelliera. A metà giornata, fatto raro, il Bundestag ha sospeso la seduta per permettere delle riunioni di emergenza dei gruppi parlamentari conservatori Il tabloid Bild, il giornale più letto del Paese e sostenitore di una linea dura sull'immigrazione, pone apertamente la questione dell'avvenire politico di Merkel, che ha avviato il suo quarto mandato a marzo dopo sei mesi di negoziati per la formazione della GroKo: "Se non viene raggiunto un accordo, Angela Merkel deve affrontare un voto di fiducia e ogni deputato deve decidere...se continuare ad andare avanti con Merkel o affrontare un'avventura chiamata nuove elezioni", scrive il giornale. LR 14

 

 

 

 

 

G7 Canada. Trump manda tutto all’aria, Conte se la cava

 

Il professor Giuseppe Conte, presidente del Consiglio italiano, esordiente sulla scena internazionale, senza nemmeno un minimo di rodaggio nazionale, è rimasto fuori dalla foto simbolo del Vertice del G7, svoltosi in Canada, nel Quebec, a Charlevoix, e conclusosi con Donald Trump che ha mandato tutto a catafascio con un tweet a cose fatte, dopo avere cercato di mandare tutto in tilt con un tweet prima dell’inizio.

La foto è quella scattata da Jesco Denzel, fotografo ufficiale della delegazione tedesca. L’immagine è una sintesi e un racconto della burrascosa riunione, con tutta la sua dinamica: il presidente Usa Donald Trump è in versione generale Custer, con due fedelissimi – John Bolton e Larry Kudlow – accanto, ‘assediato’ da una torma di europei, un’aggressiva Angela Merkel, Emmanuel Macron, Theresa May; il premier giapponese Shenzo Abe, preso in mezzo, cerca di scomparire.

Il Vertice dei Grandi è stato proprio così: gli europei a premere su Trump perché riveda la posizione sui dazi; e lui e tenere duro – un po’ come l’anno scorso a Taormina sul riscaldamento globale, sei contro uno, ma con toni più accesi -. Dov’era finito, in quel momento, il professor Conte? Stava fuori obiettivo; e, quindi, stava nel posto sbagliato. Ma altri scatti, meno icastici, della stessa scena lo mostrano dietro Trump; e quindi pure dalla parte sbagliata!

Il professor Conte, un esordiente ‘navigato’ e fortunato

Fortuna, a questo punto, che Denzel non l’abbia ripreso: l’immagine gli avrebbe fatto torto, perché lo avrebbe tramutato in uno scherano dell’Amministrazione statunitense. Invece il professor Conte, il premier esordiente, è stato – a sorpresa – fra quanti sono usciti meno peggio da un G7 confuso e con il finale convulso e il veleno nella coda. Nessuno se ne aspettava nulla, né ne pretendeva nulla: zero gaffes e zero errori, era l’obiettivo. Lui è invece riuscito a districarsi tra Trump e gli europei, s’è preso gli elogi del magnate (e un invito alla Casa Bianca) senza rompere con i partner dell’Ue. Conte e il giapponese Abe – i giapponesi sono maestri nel defilarsi in queste circostanze – sono gli unici tornati a casa senza le ossa rotte dal disastro diplomatico di Charlevoix, Quebec, Canada.

In questo contesto teso e increspato, il professor Conte è riuscito a costruirsi un suo G7 particolare: da neofita, ne giudica il bilancio “molto positivo” e afferma che non c’è conflitto “nel rapporto dell’Italia con Usa ed Ue”; constata che Trump mostra “attenzione e apertura” per il suo governo; e si barcamena sulla Russia (“Ha un ruolo cruciale, ci vuole dialogo”), sulle missioni militari italiane all’estero (“Le valuteremo, ma non c’è nessun disimpegno”), sui dazi (“Non ne siamo contenti, sono svantaggiosi per l’Italia e l’Ue”).

Senza avere accanto gli angeli custodi Salvini e Di Maio, vice-premier ingombranti, il premier pare più sicuro di sé al Vertice che non nel chiedere la fiducia al Parlamento. Conte abbocca, all’inizio, alla polpetta avvelenata del presidente Trump, che apre al ritorno della Russia fra i Grandi nel G8, senza che il tema sua all’ordine del giorno, ma roiesce a schivare, almeno questa volta, le ramanzine sul debito dei partner e delle istituzioni (la signora Lagarde non gli esprime le preoccupazioni quasi rituali dell’Fmi per l’Italia), in attesa di momenti di confronto più specifici e più dettagliati. A fine mese, lo attende il Vertice dell’Ue a Bruxelles; a luglio, quello della Nato, sempre a Bruxelles.

Il Vertice? Un flop

Che cos’è dunque successo a Charlevoix? Sabato mattina, Trump aveva lasciato il Vertice prima delle conclusioni, per volare a Singapore dal dittatore nord-coreano Kim Jong-un. E ‘da remoto’ con un tweet ha mandato all’aria il documento – sbiadito e indolore – di un G7 che aveva già provato a sabotare, ponendo in extremis la questione del ritorno della Russia fra i Grandi. La bomba era poi stata disinnescata dallo stesso presidente russo Vladimir Putin: “Ho altri progetti”, aveva risposto, partecipando, con Cina, India, Pakistan e altri Paesi, a una riunione dell’ ’Organizzazione di Shanghai’ – tre volte il G7, demograficamente parlando -.

A lavori ultimati, il magnate se la prende col padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau, “debole e disonesto”, e straccia metaforicamente le conclusioni messe a punto in sua assenza (ma presente il suo sherpa) sul commercio internazionale – quasi acqua fresca -. Le colpe di Trudeau? Avere aperto i lavori della seconda giornata senza aspettarlo e avere poi definito, in conferenza stampa, “un insulto” i dazi degli Usa sull’acciaio e l’alluminio europei e canadesi.

Così facendo, Trump sancisce l’inadeguatezza dei Vertici dei Grandi e forse ne accelera il tramonto. La Casa Bianca si sente “pugnalata” da Trudeau, gli europei si sentono presi in giro dagli americani. Le reazioni sono irritate e velenose: la Merkel parla di “fiducia tradita” e di “credibilità del G7 distrutta”; Macron invita a evitare che “scoppi d’ira determinino l’agenda” dei leader; l’Ue s’attiene al testo concordato. In un’analisi, il New York Times nota che Trump ha messo un cuneo tra gli Stati Uniti e i loro alleati, lasciando vacante il suo posto – lo fece pure al G7 di Taormina, quando rimase isolato sul clima, e l’ha rifatto in Canada, isolato sul commercio – e abdicando alla propria leadeship.

Che sia calcolo – ma quale? – o impuntatura, interesse nazionale leso o ego personale ferito, ancora una volta, Trump spariglia i giochi: il compromesso raggiunto a Charlevoix è nullo e non avvenuto; e le dichiarazioni rese dagli altri leader a fine lavori sono tutte basate su una presunzione di accordo sul commercio internazionale cancellata da Trump ex post. Un testo quasi surreale: un impegno anti-protezionismo, proprio mentre l’America conduce una crociata protezionistica contro partner e alleati. Giampiero Gramaglia AffInt 12

 

 

 

 

 “Uniti nella diversità” (UE). Migranti: Attenzione Razzismo!

 

Grazie alla pressione crescente della propaganda la percezione diffusa riguardo i migranti è di sospetto, diffidenza, discriminazione, razzismo.

Si grida all’emergenza migranti, pur non avendo la questione ormai nulla di straordinario ed improvviso e pur mantenendosi i flussi migratori degli ultimi anni relativamente stabili e prevedibili.

Si afferma stiamo assistendo a un’invasione di migranti o, addirittura, a una sostituzione etnica della popolazione, pur essendo i migranti appena il 7% della popolazione dell’Unione Europea.

Si dice i migranti tolgono il lavoro agli italiani, anche se è noto che essi svolgono prevalentemente lavori non qualificati che gli italiani non sono disposti ad accettare.

Si dichiara la crisi economica è colpa dei migranti, anche se sono consistenti i benefici economici prodotti dagli stranieri in rapporto ai costi, incluse le spese di giustizia e sanitarie.

Si accusano i migranti di essere nullafacenti e delinquenti anche se i residenti in Italia danno un contributo culturale, economico, previdenziale, demografico, molto positivo.

Si minaccia di rispedirli subito a casa al grido non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano, senza valutare le catastrofiche conseguenze sociali, economiche e di violazione dei diritti umani, per loro e per il nostro Paese.

Si minaccia la pacchia è finita ai migranti nonostante esistano testimonianze e rapporti sulle condizioni di grave violazione dei diritti umani dei profughi che sostano in Libia e dei molti paesi di provenienza.

Si sente ripetere regalano trenta euro al giorno ad ogni immigrato ma la verità è che ricevono 2,5 euro al giorno e che il resto va alle strutture che assicurano i servizi di accoglienza.

Si dice macché poveri e disperati; questi sono falsi profughi, non sono poveri e non scappano dalla guerra né dalla fame, nonostante molti di loro abbiano diritto, in base agli standard internazionali, allo status di rifugiato.

Si dice genericamente migrante omettendo, in un’ottica assimilazionista, l’identità nazionale dei profughi, nonostante ciascuno di loro vanti una nazione e/o una comunità di provenienza con caratteristiche precipue.

Si parla di accoglienza ai migranti in chiave dispregiativa gridando all’assistenzialismo come fenomeno degenerativo della politica di sostegno promossa dallo stato, omettendo l’enorme impegno profuso fino ad oggi nei soccorsi e nell’accoglienza.

Si assicura un collegamento sempre più intenso tra migrazione e terrorismo nonostante la quasi totalità degli attentati terroristici compiuti in Europa siano stati eseguiti da cittadini europei.

Si pongono questioni francamente razziste come: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate, nonostante il tragico passato razzista dell’Italia.

Si gridano falsi allarmi come l'immigrazione minaccia l'Europa e la cultura cristiana, e l’Unione Europea deve concentrare l'attenzione sulla protezione dei suoi confini, nonostante le infauste ombre di un passato nazi-fascista gravi sull’Europa.

Si progetta di formare un asse Berlino, Vienna, Roma contro l'immigrazione irregolare (vi ricordate?), o di creare centri comuni fuori dai confini dell'Unione Europea destinati ai migranti, con sinistri richiami al recente passato.

Si urla no al traffico di esseri umani, no al business dell’immigrazione clandestina facendo credere che politiche precedenti non abbiano rincorso i medesimi obiettivi e che slogan semplicistici possano sostituire la complessità della politica e dei negoziati.

Si chiudono illegalmente i porti alle navi cariche di migranti, giocando con la vita e la morte delle persone e utilizzando la loro sofferenza, dichiarando di risolvere un problema politico.

 

Tutto questo si dice e si fa interpretando, manipolandolo,  il pensiero del popolo italiano e, per così dire, agendo in suo favore. Sono orgogliosamente populista si dice esaltando in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di questi nuovi valori esaltati come positivi ma che sono una dilatata e diffusa percezione di sospetto, diffidenza, discriminazione, razzismo.

Tutto questo si dice e si fa, anche se potrebbe comportare la violazione di norme nazionali e internazionali che regolano il salvataggio delle persone in mare e la gestione dei flussi migratori, la Costituzione italiana e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Sotto la pressione della descritta crescente propaganda falsa e razzista che sta diventando una nuova pericolosa verità popolare, alcune istituzioni italiane ed europee sembrano rigettare i loro stessi principi fondanti nati dalle ceneri della Shoah e della Seconda Guerra Mondiale. Non dimentichiamo che cacciate, espulsioni, ghetti, confini, insieme a tentativi di assimilazione e integrazione forzate, sono stati sperimentati innumerevoli volte nel corso dei secoli in occidente con effetti disastrosi.

Ci appelliamo alle istituzioni e all’opposizione affinché prevalga la verità oggettiva e non il pregiudizio e perché si avvii una riflessione seria, basata sul principio del federalismo culturale, che valorizzi il principio di vivere uniti nella diversità, secondo le indicazioni dell’Unione Europea.

Valentina Sereni, Committee for Human Rights

 

 

 

 

Vertice Singapore. Corea: Trump-Kim, un accordo più farsa che storia

 

Il vertice di Singapore tra Donald Trump e Kim Jong-un sembrerebbe avere tutti i titoli per essere definito ‘storico’. Stati Uniti e Corea del Nord hanno alle spalle una relazione di recriminazioni, ostilità e minacce. I due Paesi hanno combattuto una guerra feroce agli inizi degli Anni 50, quando gli Usa intervennero sotto l’egida dell’Onu per respingere l’invasione della Corea del Sud da parte del Nord.

Le condizioni per parlare di evento ‘storico’

L’antagonismo non si è esaurito con la fine della Guerra Fredda. Al contrario, il programma nucleare della Corea del Nord ha dato filo da torcere a ogni presidente americano da Bush padre in poi, dal momento che ha minato la tenuta del regime di non-proliferazione e trasformato l’Asia nordorientale – punto di congiuntura tra grandi potenze come Russia, Cina, Giappone e Usa – in un’area geopolitica ad alto rischio.

Il rischio di una guerra è sembrato meno remoto che mai non più tardi dell’anno scorso, quando l’Amministrazione Trump ha persuaso i suoi partner in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (quindi anche Russia e Cina) ad adottare sanzioni draconiane in risposta ai continui test missilistici e nucleari del Nord e lo scontro retorico tra Washington e Pyongyang si è caricato di minacce e insulti personali tra Trump e Kim.

Alla luce di tutto ciò, la dichiarazione congiunta in cui Trump e Kim hanno riaffermato il comune impegno alla denuclearizzazione della penisola coreana, suggellata da una stretta di mano in mondovisione, ha tutta l’aria di un passaggio epocale. Lo smantellamento del programma nucleare nord-coreano sarebbe un colossale successo di non-proliferazione, e l’avvio di rapporti cordiali tra Stati Uniti e Corea del Nord eliminerebbe un costante elemento di rischio in Asia nordorientale.

Valutare bene quanto è accaduto prima di celebrare

Prima di stappare lo champagne, tuttavia, è opportuno valutare per bene quello che è successo. In sostanza, la novità di rilievo è che Trump ha accettato di vedere Kim. Così facendo, ha dato legittimità a un regime totalitario che gli Stati Uniti e non solo hanno sempre trattato alla stregua di una banda di gangster. Kim torna a casa circondato dell’aura mistica di un Vertice faccia-a-faccia con il leader della massima potenza militare del mondo.

Per settant’anni i leader della Corea del Nord hanno cercato un’interlocuzione diretta con gli Usa, e dagli Anni 90 in poi un incontro col presidente americano. Kim Jong-un è riuscito dove suo nonno e suo padre avevano fallito. Impossibile esagerare l’importanza di questo successo per il consenso interno al giovane leader (Kim ha solo 34 anni, nonostante sia al potere già da sette).

Ma c’è di più. Kim torna a casa con una legittimità internazionale che prima non aveva. Ora sarà difficile negare alla Corea del Nord lo status di potenza nucleare – per quanto, sulla carta, in via di disarmo -. Ancora più difficile sarà mantenere intatto il regime di sanzioni, che è ancora in piedi. La Corea del Sud, a cui va il merito di avere creato le condizioni per il Vertice con l’apertura al Nord in occasione delle Olimpiadi invernali, è più che disposta ad allentare la stretta economica su Pyongyang. E la Cina, il principale (se non l’unico) partner commerciale del Nord, nonché il suo unico fornitore di energia, non mancherà di allentare i controlli sui traffici. Le sanzioni resteranno in vigore, ma l’attuazione lascerà un po’ a desiderare.

Pyongyang centra alcuni suoi obiettivi storici

Ma c’è ancora di più. Pur non facendone menzione nella dichiarazione congiunta, Trump ha promesso di sospendere le esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud (definendole, prendendo a prestito i termini dalla propaganda nordcoreana, “provocatori giochi di guerra”). Il presidente americano ha anche accennato alla possibilità in futuro di riportare in patria le truppe schierate in Corea del Sud.

La sospensione delle esercitazioni militari Usa-Sud è un altro degli obiettivi storici del Nord, nonché della Cina e della Russia, che non gradiscono la massiccia presenza militare americana in Asia nordorientale. Per lo stesso motivo, il ritiro delle truppe Usa dal Sud è la massima aspirazione strategica dei tre Paesi nell’area. Per essere più precisi, Pyongyang ha sempre interpretato la denuclearizzazione della penisola coreana come un processo che includa non solo il disarmo nucleare del Nord, ma anche la fine dell’alleanza tra Washington e Seul.

Ricapitolando, Kim ha ottenuto dal vertice: consenso interno; legittimità internazionale; allentamento della stretta economica; promessa di sospensione delle esercitazioni militari Usa-Sud. Si tratta di risultati significativi. Kim oggi è più sicuro internamente e ha più spazio di manovra internazionale. Ma il suo maggiore successo è che ha conseguito tutto questa senza concedere granché.

Precedenti non incoraggianti

Non è la prima volta che la Corea del Nord si impegna solennemente a lavorare per la denuclearizzazione della penisola coreana. In passato l’aveva già fatto in numerose occasioni, soprattutto nel 1994 e nel 2005, quando l’impegno alla denuclearizzazione era stato inserito in accordi e dichiarazioni congiunte tra Nord e Usa. In ogni occasione la Corea è ritornata sui suoi passi – anche se l’accordo del 1994 ha tenuto fino ai primi 2000 ed è comunque saltato anche per responsabilità americana -.

Il testo della dichiarazione di Singapore è anche più blando degli accordi del passato. Non si parla di ‘disarmo completo, irreversibile e verificabile’, la formula che l’amministrazione Usa aveva usato nei mesi precedenti al Vertice. Non si fa parola della produzione di materiale fissile, né si allude al possibile ritorno degli ispettori internazionali. Nessuna menzione per l’arsenale balistico della Corea, né per le sue ampie dotazioni di armi biologiche e chimiche. E non si stabilisce alcun calendario per i prossimi negoziati.

In sostanza, Trump ha concesso molto, tanto, a Kim, e ne ha ottenuto in cambio poco, pochissimo. Anche se il clima più disteso rispetto all’anno scorso è senz’altro uno sviluppo positivo, siamo solo all’inizio. E se l’investimento personale dei due leader fa pensare che non vorranno fare fallire il negoziato, la vaghezza della dichiarazione di Singapore fa temere che il negoziato si protragga indefinitamente producendo risultati modesti su questioni minori.

Insomma, per il momento – ma è giusto sottolineare che è un giudizio provvisorio – l’incontro di Singapore ha più l’apparenza che la sostanza di un evento storico. Se un vertice senza precedenti alla fine farà da cornice a un accordo al ribasso, avremo assistito a uno spettacolo mediatico (che può ben essere il principale obiettivo di Trump) in cui la tediosa vicenda del nucleare nord-coreano si è ripetuta una volta ancora. E come diceva Marx, la storia non si ripete se non come farsa. Riccardo Alcaro, AffInt 13

 

 

 

Aquarius, l'esperto: "Illegale il respingimento collettivo di donne incinte e bambini, l'Italia rischia"

 

Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell'asilo all'Università di Palermo: "E' come si si trovassero su suolo italiano, violato l'articolo 19 del Testo unico sull'immigrazione. Potrebbe intervenire la Corte europea dei diritti umani". E ci sono anche le "responsabilità penali internazionali" paventate dalla ministra spagnola Delgado - di Fabio Tonacci

 

Uno spinosissimo caso legale si è aperto nel mezzo del Mediterraneo. Stando a quel che segnalano diversi esperti di diritto internazionale e di convenzioni marittime, la storia dell'Aquarius e dei suoi 629 passeggeri potrebbe non finire con l'approdo nel porto di Valencia. E non solo per quell'ipotesi di "responsabilità penali internazionali a carico dell'Italia per violazione dei trattati sui diritti umani", paventata dalla ministra spagnola della Giustizia Dolores Delgado. A bordo della Aquarius, infatti, sono saliti 134 minorenni e 7 donne incinte. Non è un dettaglio, questo. "Nei loro confronti la chiusura dei porti italiani ispirata dal ministro dell'Interno Salvini configura un respingimento collettivo, che è vietato dalla legge anche in presenza del successivo trasferimento tra paesi dell'Unione europea", spiega Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell'asilo all'Università di Palermo.

 

In che senso respingimento collettivo?

"Per quanto concordata con la Spagna, la rendition a Valencia equivale al respingimento di migranti irregolari dal territorio italiano al territorio spagnolo. Siamo di fronte a una macroscopica violazione dell'articolo 19 del Testo unico sull'immigrazione in vigore in Italia: donne incinte e minorenni non possono mai essere respinti, vanno accolti".

 

Il principio vale anche se non c'è stato alcun ingresso fisico dentro i nostri confini?

"Sì, perché le motovedette che li hanno recuperati in mare, per poi trasbordarli sulla Aquarius, appartengono alla nostra Capitaneria. Battono bandiera italiana, quindi formalmente sono territorio italiano. L'Italia diventa così paese di primo ingresso e ne assume la giurisdizione. A maggior ragione ora che hanno spostato 400 migranti dell'Aquarius sulla Orione della Marina e sulla Dattilo della Guardia Costiera. In teoria, se chi si trova a bordo di queste due navi chiedesse l'asilo il comandante dovrebbe riportarli in Italia".

 

E' una violazione da codice penale?

"No, l'illecito è amministrativo e internazionale. Può però intervenire la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, come già accaduto in passato: nel 2014 l'Italia è stata condannata per aver respinto verso Patrasso un traghetto di linea che portava decine di minori e che era giunto ad Ancona".

 

La ministra spagnola, però, parla di "violazioni penali internazionali". A che si riferisce?

"Al fatto che l'Italia rischia di finire anche davanti al Tribunale internazionale all'Aja, se il trattamento inflitto ai migranti dell'Aquarius, minorenni e maggiorenni, violi diritti fondamentali della persona riconosciuti dai Trattati".

 

E' stato presentato un esposto in procura a Roma, secondo cui il governo italiano ha infranto palesemente la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare. Non concedere lo sbarco è illegale?

"Dipende dai singoli casi. Qui però entriamo nel campo delle convenzioni marittime, citate spesso ma non sempre a proposito. Le linee guida dell'Imo (l'Organizzazione internazionale marittima dell'Onu che definisce i principi normativi della navigazione, ndr) stabiliscono che il porto sicuro dove sbarcare i naufraghi deve essere interno al Paese che ne gestisce il soccorso. Per l'Aquarius, quindi, sarebbe l'Italia. La dottrina, tuttavia, è divisa sul punto: qualche autore di diritto internazionale osserva che tali linee guida non hanno lo stesso valore cogente delle Convenzioni sul diritto del mare, quella di Montegobay nel 1982 e quella di Amburgo del 1979, entrambe ratificate dall'Italia. E questo lascia margini di manovra agli stati, che possono accordarsi tra loro per scegliere un porto sicuro alternativo". LR 14

 

 

 

Migranti, battaglia nell'Ue su riforma Dublino

 

Si rischia lo scontro sul regolamento di Dublino. A essersi detti contrari alla riforma, oltre all'Italia con il neo ministro dell'Interno Salvini (assente per il voto di fiducia al governo) che aveva annunciato nei giorni scorsi il "no alle nuove politiche di asilo", anche la Germania oggi si è detta contraria. "Aperti ad una discussione costruttiva" sulla proposta della presidenza bulgara in materia di riforma del diritto di asilo e in particolare del regolamento di Dublino "ma non pronti ad accettarla" nella sua attuale forma, ha dichiarato il sottosegretario Stephen Mayer al suo arrivo a Lussemburgo per prendere parte al vertice dei ministri dell'Interno dell'Unione. "Non è solo l'Italia ad essere contraria", ha affermato Mayer.

Nel frattempo si profila un asse tra l'Italia e l'Austria che considera il governo italiano un "alleato forte" in materia di immigrazione, ha detto il ministro dell'Interno austriaco, Herbert Kickl, a Lussemburgo. "Non credo che abbiamo una possibilità realistica di compromesso qui", sono le parole di Kickl riportate dai quotidiani Standard e Kurier, che fanno riferimento ad un colloquio telefonico in programma oggi tra il ministro austriaco e Matteo Salvini. "Sono felice per ogni alleato che metta l'interesse degli stati membri al centro delle riflessioni", ha detto Kickl.

 

Con l'imminente presidenza austriaca dell'Ue, Kickl punta ad un "cambiamento di modello" in materia di immigrazione, "forse qualcosa di simile ad una piccola rivoluzione copernicana del sistema di asilo". "La protezione dei confini esterni rappresenta una componente -ha affermato il ministro austriaco- ma non l'intera verità". E' indispensabile, ha ribadito, evitare un compromesso che lascerebbe tutti insoddisfatti e, parallelamente, non verrebbe rispettato: "A volte è meglio evitare di compiere una sciocchezza e prendersi un po' di tempo". Adnkronos 5

 

 

 

 

 

CGIE: politiche immediate a favore degli italiani all'estero   

 

Roma – “L’alto numero di italiani all’estero richiede oramai interventi di politiche continue e immediate, di prevenzione per chi intende trasferirsi all’estero e di un’attenzione politica costante e mirata per chi vive all’estero; una rinnovata politica inserita nel progetto di società e di governo per valorizzare quelle già straordinarie potenzialità, che contribuiscono in termini economici, sociali, culturali e scientifici a potenziare il suo soft power. Quanto più forti sono l’impatto e gli effetti degli italiani all’estero sullo sviluppo del nostro paese per una valorizzazione virtuosa, tanto più concreta ed urgente risulta la richiesta di affidare la politica per gli italiani all’estero direttamente ad un ministro impegnato esclusivamente in questo ambito, così come già avviene in diversi paesi europei confrontati con lo stesso fenomeno migratorio”. E’ quanto afferma oggi il  Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Chiesa) in una nota nella quale prende atto “dell’esito positivo della lunga fase di stallo, che per quasi tre mesi ha tenuto in sospeso l’agibilità del Governo del nostro Paese” augurando “ i migliori successi al nuovo Governo insediatosi in Italia”. Il CGIE coglie l’occasione perché si arrivi, a diciassette anni di distanza dall’approvazione del voto all’estero, all’istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale che lavori “espressamente per regolamentare gli aspetti più essenziali tesi a governare la vita delle Comunità italiane costituite fuori dai confini nazionali, tenendole legate ad un filo di interessi e di rapporti positivi”. Nella nota  il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero dà il “benvenuto” al nuovo Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, che assume anche la presidenza del CGIE “mettendosi a piena disposizione per sostenere con uno spirito di squadra programmi e progetti di breve e medio termine, con l’auspicio di una sana e proficua collaborazione per favorire un ritorno dell’Italia nei massimi consessi mondiali”.

Nel comunicato il CGIE ringrazia i Presidenti del Consiglio della legislatura appena terminata e i ministri degli Esteri e della Cooperazione Internazionale succeduti: “il loro lavoro e il servizio di promozione del nostro Paese nei diversi ambiti della vita nazionale e delle istituzioni internazionali sono serviti a rafforzare in Italia e all’estero i valori costituenti della Repubblica italiana, caratterizzata da una forte attenzione per gli italiani che vivono all’estero”. Raffaele Iaria, mo  5

 

 

 

 

Governo Conte. Quanto conta l’Italia in Europa

 

Quanto conta l’ Italia in Europa? Di fronte a una domanda del genere, si è tentati di rispondere: molto, ma non abbastanza. Prima di dire che la risposta è esatta, attenti all’ambiguità non casuale: “non abbastanza” vuol dire che dovremmo contare di più, ma anche che ci sono limiti a ciò che possiamo chiedere o nel caso minacciare. Una delle affermazioni più stucchevoli del dibattito è: “E’ ora di battere i pugni sul tavolo”. L’abbiamo sentita varie volte in passato, recentemente da parte di Renzi: chi non ricorda “cambiamo verso all’Europa” e la bandiera europea improvvisamente sparita nelle conferenze stampa?

Sappiamo che poi i risultati non indifferenti (17 miliardi di flessibilità, progressi sul fronte dell’immigrazione, o sul fronte dei negoziati commerciali) sono stati ottenuti da Renzi e Gentiloni grazie al paziente lavoro di interpretazione delle regole all’interno del sistema di Padoan, Calenda e Minniti. Prima di noi batterono i pugni sul tavolo con molta più forza De Gaulle e la Thatcher: fecero molti danni, ma ottennero molto poco. Osservo la politica europea dell’Italia da vari decenni; ho visto molti errori, ma mai un governo “supino” di fronte alla volontà dei partner. Certo, ogni governo può legittimamente sperare di far meglio del precedente, ma denigrarlo è sempre controproducente.

Un parallelo con la Gran Bretagna

Per capire meglio i problemi italiani in Europa, suggerisco una lettura inabituale: il parallelo con la Gran Bretagna. Può sembrare strano, ma è interessante interrogarsi sulle similitudini fra il Paese da sempre più euroscettico e quello che in breve periodo è passato dall’essere il più entusiasta al più tiepido fra i 27 membri dell’Ue residui. Per aiutarci, ricorro a un brutto termine che il dibattito politico ha importato dall’America: narrativa. A volte mi chiedo se le due “narrative”, quella italiana e quella britannica, non siano profondamente anche se specularmente sbagliate.

Prendiamo la finalità stessa del progetto europeo. Ai cittadini britannici è stato detto per anni che l’Europa aveva essenzialmente bisogno di un mercato comune, ma che purtroppo l’idea era inquinata da un’insana volontà di alcuni Paesi del continente di volere un’impossibile unione politica, con inaccettabili trasferimenti di sovranità e progetti insensati come l’euro. Agli italiani è invece stato raccontato il sogno di Ventotene, quello di una palingenesi europea, dove le nazioni si fonderanno in una federazione.

Non è affatto un brutto sogno, può darsi che un giorno ci si arriverà, ma ha poco a che fare con l’Europa reale: il processo pragmatico e gradualista iniziato nel 1950 con le proposte di Jean Monnet. Per molto tempo la politica europea dell’Italia ha evoluto in una specie di dissociazione cognitiva: da un lato il sogno (l’unione politica), dall’altro la paziente ricerca di compromessi concreti nell’ambito delle strutture esistenti. Ora la crisi e la percezione di vantaggi decrescenti hanno creato un corto circuito nella testa di elettori a cui era sempre stata raccontata un’Europa immaginaria. La gente dice: “Se non si realizza il sogno non mi va più bene quello che c’è”; su questo corto circuito giocano abilmente quelli che vogliono una rottura con l’Europa.

Problemi specifici e non comuni ad altri

La seconda narrativa sbagliata è quella di credere che i problemi che il Paese incontra in Europa non solo siano principalmente la conseguenza di difetti della costruzione europea, ma che siano anche comuni a molti altri Paesi, nel nostro caso il sud dell’Europa. Nessuno nega che l’Ue abbia commesso errori e debba essere riformata. Sono in corso importanti negoziati a questo fine. Tuttavia i problemi che ha incontrato la Gran Bretagna prima e l’ Italia oggi sono specifici ai due Paesi e sono solo in piccola parte attribuibili a insufficienze nel funzionamento dell’Unione.

Basti pensare, per quanto riguarda l’ Italia, alle divergenze strutturali in termini di crescita e produttività rispetto a tutti gli altri Stati membri, anche quelli come la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda che hanno affrontato la crisi in condizioni molto peggiori delle nostre. Il populismo, peraltro con caratteristiche spesso diverse, cresce ovunque ma (almeno a Ovest) vince solo da noi.

Un’organizzazione basata sul compromesso

L’Ue è un’organizzazione basata sulla costante ricerca del compromesso, ma pone limiti invalicabili a tutto ciò che potrebbe compromettere la sua stessa natura o rimettere in discussione accordi fondamentali. Lo dovette scoprire Cameron nel corso del suo sfortunato rinegoziato. Cominciò con richieste di “riforma dell’Unione”, ma si trovò isolato e dovette ripiegare su concessioni specifiche che peraltro non gli permisero di vincere il referendum. Allo stesso modo, se il nuovo governo italiano si presentasse a Bruxelles con richieste di riforma globale chiedendo di cambiare radicalmente le regole di bilancio, modificare lo statuto della Bce o monetizzare il debito pubblico come fanno pensare alcuni scritti dei nuovi ministri, si troverebbe di fronte a un muro insormontabile.

Esistono invece margini per fare valere interessi specifici, ma sempre nei limiti della compatibilità con il sistema nel suo insieme. È ciò che ha fatto, con incontestabili successi, il governo Gentiloni. C’è ovviamente non solo la possibilità, ma il diritto di partecipare ai negoziati sulla riforma a condizione che siano ricercate le necessarie alleanze. Dopo le note proposte di Macron, ora anche Angela Merkel ha iniziato a definire la posizione tedesca; i binari del negoziato cominciano quindi a emergere. Ciò è in primo luogo vero per quanto riguarda l’immigrazione, terreno su cui le posizioni italiane possono trovare, sulla scia di quanto già fatto da Minniti, molti sostegni.

In campo economico, più che le posizioni che saranno espresse sulla riforma dell’eurozona, conterà la prossima legge di stabilità, da cui si capirà se e quanto il nuovo governo intenda rispettare le regole esistenti. Pari rilievo avranno le compatibilità con il mercato comune e le sue regole di concorrenza e sugli aiuti di Stato: quindi questioni cruciali di politica economica, come l’Ilva, la Tap, il futuro di Alitalia e di Mps, o la posizione da prendere in risposta al protezionismo americano. Nei prossimi importantissimi negoziati sul bilancio dell’Ue, l’ Italia dovrà decidere se privilegiare i nuovi “beni comuni”, in primo luogo l’immigrazione  e il controllo delle frontiere, o arroccarsi nella difesa dei sussidi agricoli.

La natura del rapporto franco-tedesco

Veniamo alla terza narrativa sbagliata. La Gran Bretagna e l’ Italia danno l’impressione di non aver mai compreso fino in fondo la natura del rapporto franco-tedesco all’interno dell’Ue. I britannici hanno sprecato energie per decenni nella vana speranza di staccare la Germania dalla Francia. La tentazione dell’Italia è speculare: trovare un’intesa italo-francese in funzione anti-tedesca. È un’impresa che si è già in passato rivelata velleitaria; l’illusione non è destinata a cambiare con gli ammiccamenti di Macron al nuovo governo. Per fare solo un esempio, le riforme macroniane si stanno muovendo in una direzione di crescente compatibilità con la Germania e sono comunque molto lontane nella loro ispirazione da alcune idee espresse nel contratto di programma del nuovo governo italiano.

Ciò non vuol dire che dobbiamo abbandonare il perseguimento di una ‘politica francese’ che del resto il governo Gentiloni aveva iniziato con il progetto di un ‘trattato del Quirinale’. Ciò che non da oggi manca all’ Italia, tranne brevi parentesi con De Gasperi, Emilio Colombo, Monti e Napolitano, è una ‘politica tedesca’. Lacuna tanto più strana se si pensa che, accanto a fondate divergenze da risolvere, abbiamo anche numerosi punti di convergenza: dalla comune posizione di grandi esportatori, a interessi simili in materia d’immigrazione, alle comuni difficoltà storiche ad aumentare la spesa militare. La triste realtà è che è difficile immaginare due Paesi membri dell’Ue le cui reciproche percezioni siano così distanti e distorte.

L’Italexit non un pericolo imminente

C’è una questione importante su cui il confronto con la Gran Bretagna rischia di non volgere a nostro favore. Per quanto il divorzio possa rivelarsi conflittuale, la comunanza di valori fra la Gran Bretagna e l’Europa non sarà mai messa in discussione. Ciò vale in particolare per la fedeltà ai valori occidentali. Alcune pulsioni filorusse di membri dell’attuale governo italiano legittimano invece dubbi che potrebbero avere vaste ripercussioni. Sulle spalle di Enzo Moavero grava quindi un grande peso.

Il parallelo con la Gran Bretagna, che ha peraltro dato vita in passato a velleitari tentativi di asse italo-britannico, voleva in questa sede soprattutto essere una provocazione; non credo che Italexit sia un pericolo imminente. I paletti messi dal presidente Mattarella sono importanti; la realtà lo sarà ancora di più. Volevo soprattutto sottolineare i danni che può provocare il fatto di non raccontare ai propri cittadini una versione veritiera dell’Europa e la necessità che l’ Italia mantenga una stretta concordanza fra gli obiettivi della politica europea e i comportamenti interni.

Ci sono due modi per rischiare Italexit. Il primo è di volerla; questo sembra scongiurato. Il secondo però è perseguire l’illusione di un’Europa incompatibile con quella reale, per poi assumere comportamenti che renderebbero a termine Italexit un pericolo attuale. Brexit, che fino a pochi anni fa sembrava impossibile, è in primo luogo il risultato di aver martellato per anni l’opinione pubblica con una visione distorta dell’Europa. Riccardo Perissich, AffInt 4

 

 

 

 

Un progetto per raccontare gli italiani in Germania

 

ROMA – Dopo il successo di “Italiani del Belgio”, Lorenzo Colantoni e Riccardo Venturi si apprestano a realizzare la terza parte del loro progetto (cominciato con “Italians and the UK), finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e in collaborazione con National Geographic Italia.

Questo nuovo capitolo sarà dedicato agli italiani in Germania e, a quanto risulta, è nelle fasi ultime di preparazione prima della pubblicazione, che dovrebbe avvenire nel giro di pochi mesi. Una panoramica, la loro, sulla capacità di adattarsi dei nostri connazionali nei contesti più disparati e in fasi differenti della storia migratoria italiana.

La Germania, in particolare, ha sempre rappresentato per gli italiani una meta di lavoro, ma per alcuni è stata la terra promessa in cui fuggire, negli anni Sessanta, da una cultura nostrana di tipo ancora eccessivamente cattolico e conservatore. In alcuni casi, la Germania si è rivelata madre amorevole, in altri un po’ meno.

Abbiamo incontrato Lorenzo Colantoni, autore dei testi anche per i precedenti due libri (Riccardo Venturi si è occupato delle foto), ma il riserbo su quest’ultima fatica è ancora molto. “Ci saranno storie molto interessanti – è una delle poche rivelazioni – questa volta, abbiamo avuto moltissima scelta. Molta di più di quanta ne abbiamo avuta in Belgio”.

Non resta dunque che attendere pazientemente, nella certezza che anche questo capitolo sarà una finestra attraverso cui osservare la quotidianità (a volte ordinaria, a volte straordinaria) degli italiani che hanno scelto di trasferirsi in Germania. (focus\ aise)

 

 

 

 

Calcio in Festa 2018, la domenica italiana a Berlino

 

Grande partecipazione domenica scorsa 3 giugno alla seconda edizione della grande festa d'estate "Calcio in festa. Una domenica italiana", organizzata dal Comites Berlino presso la Sportanlage Westend.

 

Non solo sport ma anche gastronomia, musica e cultura a "Calcio in Festa, una domenica italiana", che ha visto, in una giornata alternata tra nuvole e sole, una grande partecipazione di bambini e di circa 1.000 persone visitare gli stand, seguire il torneo e le attività in programma.

 

La giornata si è aperta con l'esibizione di Adriano Mottola che ha coinvolto i bambini in canti della tradizione italiana, per poi proseguire con il duo Sasha e Michaela che hanno saputo coinvolgere in pubblico per tutta la durata della manifestazione anche in danze e canti all'insegna dell'allegria e dell'italianità. Al pomeriggio si è esibito in due spettacoli il Clown Dolchu che ha divertito grandi e piccini con i suoi sketch a tema calcistico. Altro punto della giornata, il salotto letterario organizzato da Alessandro Brogani de Il Deutsch-Italia che ha visto la presentazione del libro “Le rovine di Babele” di Edoardo Laudisi e la tavola rotonda "Fare impresa a Berlino, due realtà di successo" con Clorinda De Maio e Marco Zaccaria. A conclusione della giornata c'è stata anche una apprezzata performance del duo di Rosanna Torrisi. 

 

Il torneo amatoriale di calcio a 7, con 13 squadre partecipanti, ha visto la vittoria della squadra "Club Italia over 40" capitanata dal Presidente Giovanni Bruno, che si è aggiudicata il Wanderpokal "Calcio in Festa". Secondo posto per il team "Norfolk Enchants" e terza classificata la squadra cilena "Marea Roja". Il premio fair play è andato invece alla squadra "Le Balene possono volare", co-organizzatrice del torneo assieme a Club Italia - Berlin United. Le quattro squadre premiate hanno ricevuto inoltre un buono che potranno consumare presso i ristoranti Pizzare, I Due Emigranti e Rosso Alternative Pizza.

 

Grande partecipazione ed entusiasmo anche al Camp calcistico per bambini e ragazzi che ha visto la partecipazione di circa 50 giovani giocatori in erba. Il camp è stato seguito da Giulio Rosati e Kevin Lentz con la coordinazione di Giuliano Ansanti, allenatore professionista che dal Tennis Borussia Berlin Verein ricopre ora il ruolo di Kleinfeldkoordinator al Berlin United, una società sportiva che, sostenuta dal Presidente Stefan Teichmann, crede molto nei giovani talenti, con la grande ambizione di portare la loro prima squadra, allenata dall’ex campione del mondo Thomas Häßler in Bundesliga, assieme all'FC Union Berlin e l'Hertha Berlin.

 

A divertire i più piccoli ci ha pensato l'associazione bocconcini di cultura, che ha offerto delle postazioni di gioco durante tutta la giornata: dal gioco delle biglie ad una postazione tattile, infine un percorso a piedi scalzi, attività creative ed un laboratorio di tagliatelle. I bambini hanno anche potuto divertirsi al gonfiabile messo a disposizione dal Comites.

 

Per la gioia del palato l'area street food ha saputo deliziare i presenti con antipasti e gnocchetti sardi, polenta in vari gusti, panini alla porchetta, waffeln, granita, vero gelato artigianale ed espresso italiano grazie alle eccellenti offerte gastronomiche di Caffè e Gelato, Pettirossi, Pizzare Prenzlauer Berg, PolentOne, Prometeo e Lino Depalmas.

 

Protagonisti della giornata anche gli stand delle associazioni italiane a Berlino: Artremisia, Emergency, Emilia Romagna in Berlin, Mafia Nein Danke, Salutare EV e UIM. Il Comites Berlino ringranzia Il Deutsch-Italia, Il Mitte e Berlino Magazine per il sostegno in qualità di Media Partner, Infermieri italiani a Berlino per il primo soccorso offerto in loco, e AOK Nordost per la partecipazione. Un ringraziamento particolare va inoltre ad HypoVereinsbank - Unicredit, che ha offerto ai partecipanti un concorso a premi con in palio uno Startkonto FC-Bayern con 200 euro in attivo, una maglietta e un pallone ufficiali del FC-Bayern autografati dai giocatori.

 

Una giornata con un ricco programma, all'insegna dell'italianità e della cultura italiana, che ha visto anche la partecipazione dell'Ambasciatore d'Italia Pietro Benassi e del Consigliere Susanna Schlein. www.comites-berlin.de (de.it.press)

 

 

 

 

Rinnovo dell’intesa tra Italia e Land Assia sull’offerta bilingue presso le scuole locali

 

Wiesbaden - Nei giorni scorsi, a Wiesbaden, il console generale d’Italia a Francoforte sul Meno, Maurizio Canfora, e il Ministro dell’Istruzione dell’Assia, R. Alexander Lorz, hanno proceduto alla firma del Protocollo d’Intesa sulla collaborazione relativa all’offerta bilingue presso scuole locali, primarie e secondarie.

La firma è avvenuta in occasione di una cerimonia informale tenutasi presso una delle nuove scuole entrate a far parte del programma, alla presenza del corpo docente italiano e tedesco, dei dirigenti scolastici, dei rappresentanti di CGIE e Comites, dell’associazione dei genitori “biLiS”, con la partecipazione degli alunni delle classi bilingui.

La collaborazione in materia scolastica tra Italia e Land Assia ha avuto inizio con la firma di un primo Protocollo nel 1997, per poi proseguire con ulteriori intese nel 2004 e nel 2010.

Il testo firmato apporta una serie di migliorie alla collaborazione in atto, anche alla luce dell’esperienza ventennale maturata: l'iniziativa è formalmente estesa ad una terza scuola primaria, la Willemerschule; l’offerta formativa è inoltre ampliata attraverso l’inserimento di una 'Realschule' (che assicura in Germania la formazione tecnico-professionale); attraverso le previsioni di un apposito regolamento applicativo si pongono infine le basi per una maggiore flessibilità nella dislocazione dei docenti inviati dall’Italia tra le diverse scuole partecipanti al programma. (dip)

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

 

14.06.2018. Braccio di ferro sui rifugiati

La CDU di Angela Merkel e la CSU di Horst Seehofer sono sempre più divise su migranti e rifugiati. I gruppi parlamentari si incontrano separatamente e studiano strategie diverse. Ne parliamo con Enzo Savignano 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rifugiati-unione-100.html

 

13.06.2018. Bufera sullo stadio della Roma

L'imprenditore Parnasi e politici di spicco sono stati arrestati a Roma dai Carabinieri nell'operazione "Rinascimento". Al centro della vicenda la costruzione del nuovo stadio di Tor di Valle. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/stadio-roma-100.html

 

Savona: sì all’Euro! Ieri alla stampa estera il neoministro agli Affari Europei Paolo Savona ha ribadito il suo europeismo. Ascolta il servizio di Marina Collaci.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/savona-economia-100.html

 

12.06.2018. Migranti in cambio di flessibilità?

È il presunto accordo del governo Renzi con l'Ue per ottenere maggiore flessibilità sui conti pubblici in cambio della disponibilità ad accogliere rifugiati salvati nel Mediterraneo. Ne parliamo con l'ex ministro e senatore, Mario Mauro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migranti-flessibilita-100.html

 

Incontro storico ma non decisivo

Donald Trump e Kim Jong-un hanno firmato un documento comune per una prospettiva di denuclearizzazione della penisola coreana. Ne parliamo con l'esperto di estremo Oriente della rivista Limes, Francesco Sisci.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/usa-nordkorea-100.html

 

Ghemon si racconta. Metà cantautore, metà rapper, Gianluca Picariello, in arte Ghemon, si racconta nel suo ultimo album attraverso le canzoni che più hanno segnato la sua vita artistica e personale. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ghemon-picariello-100.html

 

11.06.2018. L'Odissea dell'Aquarius. Sarà la Spagna ad accogliere la nave con a bordo 629 migranti. L'Ue e l'agenzia Onu per i rifugiati avevano fatto appello a Malta e all'Italia per lo sbarco immediato

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aquarius-rifugiati-100.html

 

08.06.2018. Lo scandalo Bamf

Fa ancora parlare il caso dei 1200 migranti che avrebbero ricevuto asilo in Germania, pur non avendone diritto. Mentre la procura indaga sui responsabili, si fanno sentire gli effetti politici, si guarda ai futuri centri di identificazione ed espulsione e a una riforma del diritto di asilo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scandalo-bamf-100.html

 

Il giornale rende liberi. Originale esperimento di due comunità alloggio che ospitano giovani detenuti. Con il benestare del ministero della Giustizia è stato avviato un progetto editoriale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giornale-rende-liberi-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-278.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

07.06.2018. G20: illegittimo il fermo di un italiano

Da Amburgo arriva una sentenza che dà ragione a un italiano fermato durante il G20: la polizia non aveva elementi per procedere al fermo. Cristina Giordano ha parlato con il protagonista e ci riassume la vicenda. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/g20-illegittimo-fermo-italiano-100.html

 

Arrivano le scuse. Le parole pesano e in certi momenti storici sono come macigni. Nelle scorse settimane i media tedeschi hanno calcato la mano. Ma in un'occasione ufficiale il Console generale di Colonia ha fatto lo stesso. Poi le scuse. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/console-ferraro-scuse-100.html

 

06.06.2018. Gli italiani e la Svizzera

Il 22 giugno 1948, Italia e Confederazione Elvetica siglarono un accordo per esportare manodopera italiana in Svizzera. Un patto che riscrisse la storia delle due nazioni. Ce lo racconta il libro dello storico Toni Ricciardi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiani-svizzera-100.html

 

Un discorso molto vago. Tante promesse e buone intenzioni negli interventi del neo-premier Giuseppe Conte al Senato e alla Camera: riforma della giustizia, lotta alla corruzione, crescita sociale ed economica. Ma nessun riferimento alle risorse finanziarie. E i mercati tremano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/conte-fiducia-100.html

 

05.06.2018. Cambio d’immagine

Gli schiaffi mediatici della stampa tedesca contribuiscono a modificare la percezione che si ha dell’Italia? Abbiamo raccolto alcune delle opinioni degli italiani che vivono in Germania: tra imbarazzi e speranze.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italiani-germania-neogoverno-100.html

 

Non chiamateli riders. Senza nessun tipo di assicurazione, con retribuzioni a cottimo e con turni incasellati in una classifica decisa dal datore di lavoro, i lavoratori delle piattaforme di consegna di cibo a domicilio escono dal silenzio. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riders-100.html

 

04.06.2018. Italia, frontiera d'Europa. Alla vigilia del vertice europeo che punta alla riforma del regolamento di Dublino, il neo-ministro degli Interni Matteo Salvini rilancia il suo piano per ridurre gli arrivi in Italia. E questo potrebbe piacere all'Europa, secondo il giornalista Federico Fubini.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/salvini-migranti-europa-100.html

 

La mafia dietro al caporalato? Dopo l'omicidio del giovane maliano Soumaila Sacko, si fa sempre più concreta la pista mafiosa. Ma quali sono gli intrecci tra mafia e sfruttamento dei migranti? Ne parliamo con il giornalista Leonardo Palmisano. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/soumaila-sacko-mafia-caporalato-100.html

 

01.06.2018. Un piano economico realizzabile?

Flat tax, reddito di cittadinanza, rinegoziazione dei trattati europei. Quanto è realizzabile il piano economico del neo governo Conte? Punto per punto ne parliamo con l'economista della Bocconi Carlo Altomonte.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/piano-economico-realizzabile-100.html

 

E i diritti civili e umani? Famiglia, omosessualità, aborto, migranti. Sulle aspettative del nuovo governo Lega-M5S il giudizio della giornalista Concita De Gregorio. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/diritti-civili-e-umani-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-276.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Kaufbeuren. Il Gruppo Folk Acli festeggia il 30° di vita

 

Kaufbeuren. In occasione del suo 30° anniversario di fondazione (1988-2018),  Gruppo folclorico Folk-ACLI presenta nella sala comunale di Kaufbeuren,  Augsburgerstrasse 2,  il concerto-musical  “FOCUAMMARI” (Wenn das Meer brennt) sabato 30 giugno 2018

in due atti, con inizio alle ore 18,00, ingresso alle ore 17,00.

Un acquarello siciliano, con musiche dal vivo (fisarmonica, chitarre, flauti, clarinetto, violino, percussioni), coreografie, danze e costumi tradizionali per un quadro di intense emozioni. I canti in originale sono introdotti da un narratore per la generale comprensione del pubblico italiano e tedesco.

È la storia di un paese di pescatori e contadini che nella stagione della vendemmia sono impegnati nel lavoro nei campi e della pesca e di due giovani innamorati confrontati con il loro futuro e, nei loro sentimenti, con lo sbarco, lungo la costa di profughi.

L’ingresso è gratuito. Gradite e benvenute sono le eventuali, libere offerte.

Alla manifestazione sono invitati anche i membri del Gruppo, che nel corso di questi decenni hanno collaborato (oltre cento!) e consentito che il Folk-ACLI sia apprezzato e seguito non solo a Kaufbeuren ma anche oltre i confini tedeschi.

„Il Folk-ACLI  di  Kaufbeuren – scrive il Presidente delle ACLI  Baviera Comm. C. Macaluso - rappresenta una sfida raccolta e riuscita ai fini di una integrazione necessaria ed indispensabile in un contesto  europeo, per cui, il recupero e mantenimento delle identitá  culturali d’origine ne costituiscono  le colonne portanti”. De.it.press

 

 

 

 

Una vita di impegno contro xenophobia e razzismo. Intervista a Giovanni Pollice, Presidente dell’associazione La mano gialla

 

"Mio padre, come tutti i lavoratori nella sua stessa situazione e le loro famiglie, alla loro venuta in Germania subirono discriminazioni umilianti e tremende." - di Monia Rota

 

Giovanni Pollice, Lascio che sia lei a presentare la sua storia. Sappiamo che è figlio di emigranti molisani in Germania, per cui le chiedo come la sua storia personale abbia influito sulla scelta di impegno politico.

La vita da figlio di emigranti non è stata facile. A 12 anni raggiunsi mio padre che lavorava in Germania già da sei anni. La felicità di essere tornati vicini si trasformò presto in un trauma: non conoscevo nessuno, non sapendo la lingua non potevo comunicare né interagire. Fu questa la molla che mi spronò a imparare velocemente il tedesco e a capire il mondo nuovo in cui mi trovavo a vivere.

Mio padre, come tutti i lavoratori nella sua stessa situazione e le loro famiglie, alla loro venuta in Germania subirono discriminazioni umilianti e tremende. Nella stessa situazione era facile vedere persone che si chiudevano e non era cosa scontata trovare chi aiutasse i nuovi arrivati. Pur in situazioni di disagio estremo, io iniziai ad occuparmi dei lavoratori italiani e ad aiutarli come potevo, soprattutto nelle incombenze quotidiane dove una lingua così diversa dalla nostra poteva essere davvero un ostacolo a tutto. Li accompagnavo dal medico, negli uffici, dagli avvocati e così via. Il mio impegno sociale sorse così, dalla vita che conducevamo.

Appena ne ebbi l’età iniziai un tirocinio nell’azienda dove lavorava mio padre a Gernsbach, in quella formula di formazione professionale tipicamente tedesca in cui tre giorni erano di lavoro e due nelle aule della Scuola Professionale. Già nel corso del tirocinio mi sono adoperato in sede aziendale per i più deboli e a 18 anni sono stato il primo non tedesco a essere eletto come rappresentante dei giovani. Nel ‘74 divenni Presidente della Rappresentanza dei Giovani in quella industria che contava 700 dipendenti. Fino al 1980 sono stato Funzionario giovanile del Sindacato Industriale dei Settori Chimico, Carta, Ceramica e membro della Commissione Contrattuale del Land Baden-Württemberg. Dopo anni di corsi d’aggiornamento e lavoro, dopo la modifica della legge sullo Statuto Aziendale che permise ai non-tedeschi di ricoprire cariche direttive nel 1975 fui eletto membro del Consiglio Aziendale della summenzionata azienda, poi nel 1981 vice-Presidente del Consiglio Aziendale a tempo pieno e Presidente dei fiduciari sindacali nella stessa azienda.

Da lì in poi il mio impegno è sempre stato costante.

Elenco velocemente i ruoli che ha coperto, un breve curriculum vitae per dare il giusto valore alla storia del suo operato:

* 1988-1994: Direttore dell'Ufficio centrale italiano della Segreteria Nazionale della Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) Düsseldorf

* 1994-1998: Responsabile della Sezione "Migrazioni" del Dipartimento Internazionale della Segreteria Nazionale sempre della DGB Düsseldorf

* 1998-2004: Segretario politico del Dipartimento "lavoratori stranieri" della Segreteria Nazionale del Sindacato Industriale dei Settori Minerario, Chimico ed Energetico (IG BCE) Hannover poi fino al 2014 Direttore del Dipartimento "Migrazioni/ Integrazione" sempre dell’IG BCE Hannover

* Dal 2004 Membro del direttivo del Consiglio Interculturale Tedesco, Darmstadt e Membro del direttivo del Consorzio addetto alla Cura della Cultura del Settore minerario, Herne. Dal 2006 co-Presidente del Consiglio Interculturale Tedesco a Darmstadt e sempre nel 2006 candidato alle elezioni del Parlamento italiano, circoscrizione Europa.

* Dal 2008 Presidente dell’associazione nazionale dei Sindacati Tedeschi contro la Xenofobia, il Razzismo e l’Estremismo di Destra “Non toccare il mio Compagno, la mano gialla”, Düsseldorf.

* È anche socio fondatore e membro del direttivo di alcune associazioni italo-tedesche e cofondatore e membro del consiglio di amministrazione della fondazione per le settimane internazionali contro il razzismo.

È evidente come per tutta la vita ho tenuto i contatti con il mondo del lavoro in Germania ma anche con i sindacati italiani.

La sua è una storia importante riconosciuta con il conferimento, lo scorso anno, della Croce di Merito, una rarissima onorificenza assegnata dal Presidente della Repubblica Federale Tedesca al valore soprattutto per il suo impegno come Presidente dell’associazione “La mano gialla”. Ci spiega di cosa si occupa la sua associazione?

Non posso negare che la Croce al Merito mi abbia fatto un grandissimo piacere. Mi è stato detto che dal 1949, anno in cui fu creata, è stata conferita solo a circa lo 0,2% della popolazione tedesca.

La mano gialla è il nostro stemma: la scritta sulla mano significa “Non toccare il mio compagno”. L’associazione nazionale fondata dal Movimento giovanile dei Sindacati Tedeschi esiste in Germania dal 1986. È una delle prime associazioni di questo genere. Essa ha origine in Francia dove fu fondata il 1984 con il nome: “SOS Racisme - Touche pas à mon pote”. Trapiantata anche in Germania l’associazione è sostenuta dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) e gli otto sindacati di categoria affiliati come pure dai circa 1800 soci sostenitori, tra cui ministri, deputati e altre personalità della società tedesca. Come soci sostenitori abbiamo anche il movimento giovanile del sindacato austriaco (ÖGB) in più un’azienda italiana di Milano ed una turca.

Io ne sono Presidente dal 2008. Insieme ai Sindacati Tedeschi e ad altre forze democratiche lottiamo contro la xenofobia, il razzismo e l’estremismo. Lavoriamo per una società umana che rispetti la diversità, l’integrazione e che crei pari opportunità e cultura. Il razzismo esiste purtroppo dovunque: quello contro gli italiani era più accentuato negli anni di prima immigrazione (1960-’70), oggi è rivolto più verso i musulmani e i rifugiati.

Credo che l’impegno sociale sia l’elemento portante della società e continuerò sempre a lottare contro il razzismo e il populismo di destra e battermi per i diritti umani e la democrazia. Nel discorso di ringraziamento alla cerimonia del premio ho ribadito quello in cui credo: l’esempio. Ho esortato tutti i presenti a dare l’esempio sulla via dell’integrazione.

Moltissimi dei soci sostenitori dell’associazione lo diventano così, valutando il nostro operato, ascoltando quel che abbiamo da dire e comprendendo quanto sia fondamentale percorrere questa strada per creare una società più giusta.

Le faccio ora una domanda più specifica: l’immigrazione nel corso dei decenni è cambiata o è un fenomeno che resta sempre uguale a sé?

È cambiata moltissimo. Prima ad esempio l’immigrazione in Germania era puramente di manodopera ed era regolata secondo accordi bilaterali risalenti al 1955. Gli aspiranti erano raccolti a Verona, dove subivano tre giorni di visite mediche scrupolosissime: raggi, controllo ai polmoni, controlli di tutti i generi, perfino ai denti: se non ottenevi un certificato di salute e robusta costituzione non entravi. Era una trafila umiliante, ma allora era così, era la regola.

Invece ora abbiamo l’Europa unita, che è una grande risorsa, una conquista di grande valore. Ci si sposta senza problemi per cercare lavoro e conoscenza, le frontiere non ci fermano più. Con queste premesse però si è verificato un fenomeno diverso: l’immigrazione di manovalanza è sempre minore, a differenza del personale qualificato e specializzato che cerca qui una svolta per la propria carriera.

Poi ci sono i profughi, ma questa è un’immigrazione diversa. La costituzione tedesca garantisce il diritto di asilo a chi ne ha diritto e quindi si deve cercare di integrare queste persone, ma questa emigrazione “di fuga” ha fatto cambiare il modo di pensare della gente e il loro concetto di politica: in tutta Europa le forze xenofobe fomentano l’odio contro questo tipo di immigrati e parlano di invasione.

Fermiamoci a pensare un attimo però: la mia generazione ha vissuto e sta vivendo in un’Europa senza conflitti bellici. Noi viviamo in un buon periodo, pacificamente e in un contesto in cui possiamo crescere culturalmente. Certo i problemi esistono e vanno risolti, specialmente quelli sociali. Ma in generale possiamo dire che siamo fortunati e la gente, ed in modo particolare i giovani, dovrebbero capirlo. La destra invece fa leva sulle paure della gente. Non offre alternative, visioni di collaborazione, ma mina la fiducia. Cita Trump e Salvini e il loro: “prima veniamo noi!”.

Se non c’è unità e rispetto per le persone non si progredisce, ma per ottenerli bisogna educare la gente. Dobbiamo fare formazione politica nelle aziende e nelle scuole. Ad esempio, da poco abbiamo accordi con un’azienda chimica e una di trasporti per fare corsi di prevenzione dove formiamo i giovani e i professionisti. Ancor più questo andrebbe fatto nelle scuole.

La nostra speranza sono i giovani quindi? Come per tutti i cambiamenti dobbiamo agire su di loro?

Sì. Dobbiamo iniziare dalle scuole. Noi essendo un’organizzazione del sindacato, con i rappresentanti sindacali e i membri delle commissioni interne stiamo lavorando in questo senso sia nelle aziende che nelle scuole professionali, ma bisogna coinvolgere anche tutte le altre scuole perché se ne parli e si possa capire.

Lei parla spesso di discriminazione tra i discriminati. È davvero possibile che chi è stato emarginato surclassi e odi chi vive ora la stessa situazione che loro hanno subito? Perché?

Lo dico da sempre e la trasmissione di Gad Lerner “La difesa della razza” lo conferma ampiamente. Lerner al Bar Italia ‘90 e ai cancelli della Ford di Colonia parla con alcuni vecchi lavoratori italiani delle prime ondate migratorie e con gli operai di oggi: molti sono arrabbiati contro i nuovi immigrati. “Non vogliono fare sacrifici, non rispettano le regole, sono sfaticati: noi non eravamo così”, dicono. È un dato di fatto che molti italiani di prima generazione in Germania detestino i nuovi immigrati. Che questa gente viene da guerre e fame non lo considerano; loro scappano per necessità. Io affermo sempre che nessuno lascia il proprio Paese con piacere se non ne è obbligato, neanche loro che vennero alla fine degli anni 50 inizi 60 lo fecero. Ma gli xenofobi qui fanno leva sull’esasperazione e molti di loro affermano di essere razzisti senza vergognarsene.

Da cosa nasce tutto questo odio?

Principalmente perché si sentono minacciati nella loro esistenza. I nuovi immigrati, i profughi sono potenziali concorrenti in più per chi è in cerca di lavoro o di case ad affitto economico. Non sono visti come colleghi o pari grado, ma come rivali. Seppure loro stessi abbiano subito o subiscano angherie, non sono solidali con i nuovi venuti e li trattano ancor peggio di quanto siano stati trattati loro. Per di più esiste da anni ormai un discorso mediatico e politico negativo sulla religione islamica e i musulmani. L’Islam viene visto soprattutto come pericolo, come fonte di criminalità e terrorismo. Questa visione stereotipata e negativa fa crescere le paure e fa sorgere l’odio, separa invece di unire la società e anche tra gli italiani ci sono questi risentimenti islamofobici.

Purtroppo, le difficoltà per alcuni ci sono anche in un Paese stabile come la Germania e questo non si deve nascondere, ma il messaggio che deve passare è che il passato non si deve ripetere. Gli immigrati di prima generazione devono ricordare come essi non siano stati accolti a braccia aperte e contribuire a migliorare la situazione per i nuovi arrivati.

Noi lotteremo sempre affinché i diritti umani vengano rispettati.

Dottor Pollice, la ringrazio per la sua disponibilità e per il suo impegno che è un esempio da seguire. Lombardinelmondo.org

 

 

 

Al 20° anniversario il gemellaggio tra San Vincenzo (Livorno) e Pfarrkirchen

 

Roma - “Un gemellaggio è il modo migliore per riuscire a far nascere, anche nelle nuove generazioni - il seme dell'appartenenza all’Unione Europea e della condivisione degli ideali europeisti. Perchè si parte dal basso. Coinvolgendo le persone.

E` il modo migliore per dare vita alla identità europea, perchè nasce dalla conoscenza e dal confronto diretto tra gli individui. E aiuta a superare l’idea dell'Europa delle nazioni per arrivare all' Europa della gente, dei popoli”.

Lo ha detto Laura Garavini, senatrice del Pd, celebrando il ventesimo anniversario del gemellaggio tra San Vincenzo (Livorno) e Pfarrkirchen, cittadina della Baviera tedesca. De.it.press 11

 

 

 

 

La Festa della Repubblica a Mannheim

 

Mannheim - Presieduta da Camerlo Caccamo, l'associazione AMICI di Mannheim il 2 giugno scorso ha organizzato la celebrazione della Festa della Repubblica in collaborazione con la città di Mannheim, la Missione Catttolica Italiana e i rappresentanti Comites di Stoccarda, Pietro Terrazzino, Maurizio Sciurba e Roberto Privitera.

All’evento ha partecipato anche il nuovo console onorario di Mannheim, Jurgen Kütemeyer, che si è presentato alla comunità italiana intervenuta come al solito in maniera numerosa. La serata è stata allietata da numerosi bambini che hanno cantato delle canzoni e gli inni nazionali Italiani ed europeo.

“Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita dell'evento sia dal punto di vista organizzativo che di partecipazione”, scrive il presidente Caccamo. “Un grazie particolare ai bambini del coro Arcobaleno guidato da Gloria Anselmi e accompagnato al pianoforte da Silvie Bertolucci e al duo Carma per gli interventi musicali. Grazie ancora da parte mia e di tutta la comunità al Signor Kütemayer per avere accolto il nostro invito e per essere stato con noi”.

Ringraziamenti anche dai consiglieri del Comites, Privitera, Sciurba e Terrazzino, “a tutti coloro che con il loro impegno hanno permesso la riuscita dell'evento”. dip 

 

 

 

 

A Berlino il 28 giugno “L’Ambasciata incontra… cinema, tv e fotografia”

 

Quattro giovani italiani che lavorano nel settore dell’audiovisivo raccontano le  proprie esperienze lavorative e personali tra Italia e Germania

 

Berlino – È in programma giovedì 28 giugno alle ore 18.30 all'Ambasciata d'Italia a Berlino il prossimo incontro della serie “L'Ambasciata incontra...” dedicato questa volta ai giovani italiani in Germania che lavorano nel settore dell’audiovisivo.

Nel corso dell'iniziativa verranno illustrate le condizioni di lavoro nel settore delle produzioni televisive e cinematografiche in Germania, le modalità di accesso ai finanziamenti pubblici per organizzare una rassegna o per girare un documentario e le prospettive di lavoro del settore.

Ad accogliere quattro giovani professionisti italiani stabilitisi a Berlino e che racconteranno le  proprie esperienze lavorative e personali sarà l'ambasciatore d'Italia, Pietro Benassi.

Di seguito i nomi degli ospiti, che interverranno con la moderazione di Harald Pignatelli, giornalista di rbb, l’emittente televisiva pubblica di Berlino e del Brandenburgo.

Dario-Jacopo Laganà, napoletano, è fotografo a Berlino dal 2010, dove si interessa di progetti fotografici di indagine delle relazioni tra storia e società tedesca. Dopo aver dedicato alcuni anni alla fotografia di viaggio (in particolare in Medio Oriente) e al fotogiornalismo, decide di approfondire l'indagine artistica con progetti di ritratti sperimentali. Attualmente lavora e collabora con diversi artisti e clienti internazionali, oltre a coordinare e tenere workshop di Social Art.

Antonio Padovani, originario di Viareggio, dopo gli studi in Dams e al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, nel 2012 si è trasferito a Berlino e ha iniziato a lavorare su set cinematografici e televisivi tedeschi e internazionali (tra cui il noto serial poliziesco "Tatort") e presso varie case di produzione e distribuzione locali. Nel 2017 fonda la società LattePlus Berlin Film Production, tramite la quale si occupa personalmente di produzione cinematografica, teatrale, VFX Service e location management.

Chiara Sambuchi, nata a Pesaro, è laureata in filosofia e diplomata in chitarra classica in Italia; ha studiato storia del cinema a Berkeley. Ha lavorato come producer presso l'ufficio di corrispondenza della RAI di Berlino, dove nel 2001 ha co-fondato la casa di produzione Lavafilm. Ha curato la regia di film documentari e reportage per emittenti televisive come Ard, Zdf, Yle, Rai e history channel, ricevendo diversi premi e nomination.

Cecilia Valenti, originaria di Busto Arsizio, ha studiato filosofia estetica e teoria del cinema all’Università Statale di Milano, all’Universität Bremen e alla Freie Universität Berlin. Si è addottorata presso la Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf e insegna alla facoltà di Filmwissenschaft della Freie Universität Berlin. L’attività di ricercatrice è stata affiancata dal 2009 a quella di curatrice di cinema; ha organizzato rassegne a Berlino, Francoforte, Vienna e Londra come parte del collettivo "The Canine Condition".

L’incontro – con ingresso gratuito su prenotazione – avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano (senza interpretariato), aperta alle domande dei partecipanti. (Inform/dip)

 

 

 

 

Dal discorso del Presidente del Com.It.Es. Daniela Di Benedetto alla Festa della Repubblica a Monaco di Baviera

 

In democrazia essere cittadini vuol dire godere di diritti e assumersi responsabilità: la responsabilità della scelta e della accettazione serena delle scelte democratiche;

La responsabilità della condivisione. In una Repubblica Democratica si condivide molto, si prende quando si é deboli, si da quando si é forti.

La debolezza é spesso transitoria. A chi di noi non é capitato o non capiterá di essere bambino, genitore, disoccupato, malato, anziano, migrante, terremotato, povero, emarginato? 

In una societá solida e solidale lo Stato garantisce alla persona il supporto necessario alla sussistenza e alla salvaguardia della dignità.

C’è ancora una responsabilità di cui é intrisa la Democrazia: la comunicazione, che é sempre piú veloce, estemporanea, coinvolge destini, ferisce e talvolta distrugge vite senza portare un reale contributo. Non si distingue più una critica da un insulto, nemmeno quando viene rivolto alla piú alta carica dello Stato, al Presidente della nostra Repubblica.

In Democrazia la qualitá della comunicazione determina una evoluzione. O involuzione.

La politica si é vestita trasversalmente di malcostume ma oggi piú che mai sobrietà, capacità di incontro e ascolto sono per la politica una necessità.

La politica é bella, é vita quotidiana ed é visione che guarda lontano, non amministra la mera contingenza. Il sistema di valori su cui si basa è inciso nella nostra bella e lungimirante Costituzione!

Oggi non si puó parlare di Repubblica Italiana senza parlare di Europa. Prendendo spunto dal discorso in Senato del nostro Presidente Mattarella desidero concludere con alcune citazioni che ripropongono il senso della nostra Europa e alcune visioni:

“Quando l'Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio", Giuseppe Saragat 1967

Nessuno è chiamato a scegliere tra l'essere in Europa e essere nel Mediterraneo, poiché l'Europa intera è nel Mediterraneo, Aldo Moro 1973

Wir wollen ein friedfertiges Europa schaffen. Ein Europa, das stark genug ist, den Frieden auf unserem Kontinent zu sichern, kann auch einen aktiven Beitrag zum Frieden der Welt leisten. Helmut Kohl, 1979

Dieses Europa darf keine Festung werden, in der wir uns von den anderen abschotten. Es muss offen sein, Helmut Kohl 1991

Diese sind alles politische Visionen, die vielleicht vom Gemeinschaftsgefühl weit entfernt sind, bis wir eben diese Visionen im Poesie umwandeln:

Visioni politiche, forse lontane dal sentire comune, potrebbe dire qualcuno…. finché non le tramutiamo in quella poesia che qualche volta ci ha emozionato:

 

 

 

 

 

Gourmet’s Italia, La Puglia a Monaco di Baviera

 

La Germania è il primo mercato turistico della Puglia: ad oggi rappresenta il 22,5 del mercato estero in Puglia e mostra un trend di crescita dal 2010 del +47% e una permanenza media di 5,4 notti

 

BARI - Dopo la proficua partecipazione all'Ulissefest di Rimini, il Festival del viaggio organizzato da Lonely Planet, con la Puglia  tra le destinazioni sponsor, l'equipe di Pugliapromozione si è diretta a Monaco dove ha partecipato, in co-marketing con Air Dolomiti, all'evento della Camera di Commercio italo tedesca, Gourmet's Italia.

Il pubblico tedesco a Monaco ha apprezzato anche quest'anno la presenza della Puglia che si è presentata in grande stile, puntando sul coinvolgimento del pubblico tedesco, grazie anche all'enogastronomia pugliese. I visitatori del Gourmet's hanno potuto assaggiare taralli, carciofi sott'olio, patè di olive e tanti altri "stuzzichini" pugliesi. E’ stata organizzata anche una degustazione di vini per una ventina di operatori turistici tedeschi ai quali è stata presentata la destinazione turistica e la guida di Air Dolomiti su Bari. E alla fine della giornata lotteria con estrazione di soggiorni offerti da operatori pugliesi!

La Germania è il primo mercato turistico della Puglia: ad oggi rappresenta il 22,5 del mercato estero in Puglia e mostra un trend di crescita dal 2010 del +47% e una permanenza media di 5,4 notti. Vieste, Ugento, Peschici e Fasano accolgono più del 50% dei pernottamenti dalla Germania in Puglia. Le altre località pugliesi maggiormente visitate dai tedeschi sono proprio del Salento: Porto Cesareo, Gallipoli, Nardò, Otranto e Lecce. Ai turisti tedeschi piace combinare il soggiorno balneare con esperienze culturali e del gusto, a contatto con la natura.

"Guardiamo sempre con molto interesse al mercato tedesco. Un mercato incoraggiante per la buona destagionalizzazione dei flussi: i picchi di arrivi e presenze in Puglia di turisti tedeschi premiano i mesi spalla giugno e settembre- ha commentato l'assessore all'Industria Turistica e Culturale, Loredana Capone - Importante è anche il turismo business, anche perché sono molte le aziende tedesche che operano in Puglia. I voli diretti rappresentano sicuramente un volano per il flusso turistico dalla Germania, che è storicamente il primo mercato per l'incoming in Puglia". (Inform)

 

 

 

Il problema Tedesco in Europa e la trappola mediatica

 

Berlino - “La recente instabilità politica Italiana ha riproposto il problema tedesco in Europa, almeno per noi italiani. La Germania avrebbe esercitato nuovamente la sua forza dominatrice influenzando la formazione del governo a Roma. Eppure non c’è traccia di alcuna ingerenza, né diretta né indiretta. In un’intervista alla “Frankfurter Allgemeine am Sonntag” di domenica scorsa Angela Merkel ha sottolineato di non avere alcun pregiudizio nei confronti del governo italiano, e si è detta pronta a un dialogo proficuo nel rispetto dei rispettivi interessi, convinta che con il dialogo si sono sempre trovate soluzioni ai problemi in Europa”. Inizia così l’articolo che Ubaldo Villani Lubelli firma per “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“La crisi dei rapporti Italo-tedeschi, del resto, non riguarda le relazioni diplomatiche e istituzionali quanto, piuttosto, le rispettive opinioni pubbliche. Mentre l’ultima delle provocazioni provenienti dalla Germania, una copertina dello Spiegel, contribuiva a mettere in discussione quel poco di reciproca fiducia rimasta, sempre la cancelliera Angela Merkel si congratulava con il nuovo Presidente del Consiglio, ricordando come Italia e Germania fossero legate da relazioni strette e amicali in ogni settore politico, economico e culturale. E aggiungeva: Essendo membri fondatori dell’Unione europea, la nostra cooperazione si fonda sui nostri comuni valori europei. A far passare del tutto inosservata la dichiarazione ufficiale del governo tedesco ci ha pensato proprio la copertina del settimanale tedesco “Der Spiegel”, la reazione alla quale ha dimostrato come ci sia una profonda scissione tra le relazioni tra i governi e le rispettive istituzioni da una parte e, dall’altra, le società dei due Paesi, fortemente influenzate dalle provocazioni della stampa.

I media tedeschi faticano a leggere e interpretare la politica italiana per la cronica instabilità politica e non di rado cedono ad una certa superficialità dovuta, forse, anche ad una irrazionalità delle dinamiche politiche italiane.

Insomma nulla di nuovo rispetto al passato, ma la conferma della tradizionale ambiguità delle relazioni italo-tedesche, caratterizzate, storicamente, da amore e odio. Ciò che preoccupa è la crescente lontananza culturale, ormai consolidata, che riemerge nelle fasi storico-politiche più controverse. E così nella logica della contrapposizione nazionale, gli italiani sono scrocconi e inaffidabili e i tedeschi sarebbero presuntuosi, rigidi e, naturalmente, in fondo, sempre un po’ nazisti.

Non è così né per gli uni né per gli altri. Semplicemente entrambi sono caduti, con non poca ingenuità, nella solita trappola mediatica. Prendiamo l‘ultimo numero dello “Spiegel”. Il settimanale tedesco è noto per le sue copertine spesso provocatorie e, soprattutto, per essere molto più efficaci rispetto al contenuto degli articoli. In Italia non esiste più quest’arte nella realizzazione delle copertine. In Germania (e non solo) esse vengono curate nei minimi dettagli e sono finalizzate, ovviamente, a vendere. E per vendere devono far discutere, devono essere provocatorie e divisive. Altrimenti passano inosservate.

È la stessa logica dietro la quale c’è la copertina del “The Economist”, per certi versi forse anche più cattiva rispetto a quella dello “Spiegel” o quella, ancora più severa, e di cui nessuno ne ha parlato in Italia, del principale giornale economico tedesco, “Handelsblatt”.

Insomma, al netto della normale dialettica tra giornalisti, opinionisti e commentatori tra Italia e Germania, noi italiani dovremmo non cadere nella trappola mediatica per cui una copertina o un articolo di un giornale straniero rappresenti la posizione ufficiale di un Paese o il pensiero di un intero popolo. Questo accade sempre nel caso della Germania (curiosamente non avviene con altri Paesi). Dovremmo imparare a relativizzare tali giudizi, spesso impietosi, ma che certo non rispecchiano l’intera società tedesca.

L’eccessiva e ossessiva attenzione che dedichiamo a ciò che viene affermato sul nostro Paese all’estero è il segno di un certo provincialismo della classe dirigente e politica italiana, di una subalternità culturale e, soprattutto, dell’incapacità del giornalismo italiano di elaborare un dibattito pubblico autonomo e indipendente. Forse è proprio questa la peggiore delle tante crisi italiane. (aise 5) 

 

 

 

 

 

Parlamentari PD Estero: no ad una Italia più piccola, isolate e xenofoba

 

Il voto contrario al governo Lega-5Stelle, che abbiamo manifestato al Senato e che ci accingiamo a confermare alla Camera, al di là di qualsiasi pregiudizio politico si lega ai motivi profondi di cui ci sentiamo portatori come espressione del mondo dell’emigrazione e della nuova italianità nel contesto globale. Di questi valori di apertura internazionale, di rafforzamento dell’immagine e del ruolo dell’Italia, di incontro tra popoli e culture diverse, di governance degli strutturali processi di migrazione, di promozione del Sistema Paese nel mondo, di interculturalità e di solidarietà umana non esistono tracce visibili nel contratto di governo né nel discorso programmatico del Presidente Conte.

 

Un discorso, pronunciato in un ‘aula senatoriale trasformata in una specie di palazzetto dello sport, che si risolve in un lungo elenco di generiche intenzioni e di slogan verniciati di nuovismo, per nessuno dei quali è indicato un qualche elemento di compatibilità finanziaria e di gradualità operativa. L’idea di Paese che ne esce è quella di una società dominata da preoccupazioni assistenzialistiche, pronta a interpretare i vincoli europei in termini conflittuali e polemici, senza alcuna visione multilaterale, inconsapevole delle reti di promozione che pure possiede nel mondo sul piano linguistico-culturale, imprenditoriale e professionale, commerciale, grazie anche alle decine di milioni di persone d’origine. Un’Italia, insomma, che ha scelto i suoi nuovi alleati: in Europa Orbàn e nel mondo Putin.

 

I cinque milioni di cittadini italiani all’estero sono finalmente evocati in un discorso programmatico, ma come protagonisti di brogli elettorali e di criticità, che naturalmente il governo si propone di stroncare. Di fronte all’esperienza di partecipazione democratica realizzata con la circoscrizione Estero vengono i brividi, sarebbe stato mille volte meglio essere ignorati.

 

“Non siamo e non saremo mai razzisti”, ha proclamato enfaticamente Conte, dopo due giorni di raggelante silenzio sulla morte del povero Sacko, difensore di braccianti sfruttati. Ma più del programma recitato, pesa il programma reale della “pacchia è finita” e dell’”esportazione di galeotti”, così come le posizioni di altri ministri sulla famiglia, sulle questioni di genere, sui vaccini e altro ancora.

 

Governare significa programmare, fare, realizzare. Gli italiani all’estero in questi anni sono stati destinatari di scelte, politiche, azioni di governo consolidate nel tempo. Vedremo, al di là delle parole di autolegittimazione e di autoconsolazione, quali saranno le proposte e i fatti. Pronti con spirito costruttivo a stimolare, a suggerire, a concorrere al miglior esito delle azioni da mettere in campo, ma anche a giudicare e a levare con fermezza una voce critica quando gli interessi degli italiani all’estero lo richiedano.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

 

 “Die Welt”: nessuno può criticare l‘Italia

 

Berlino - "La nave Aquarius dovrebbe stare viaggiando verso il porto di Valencia, in Spagna, accompagnata da imbarcazioni italiane con a bordo viveri, medici e personale Unicef. L’arrivo nella città spagnola sarebbe previsto per il fine settimana. Purtuttavia dalla nave si sono rifiutati inspiegabilmente di lasciar scendere donne e bambini (per evitare separazioni familiari, dicono). Il vicepremier spagnolo, Calvo, è già a Valencia per coordinare le misure necessarie in vista dell’arrivo dell’Aquarius con il suo carico di migranti". Se ne occupa Luciano Barile in un articolo pubblicato oggi in primo piano dal giornale on line DeutschItalia.com, diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

Barile riferisce di un articolo apparso sulla "die Welt" in difesa dell’Italia.

"Ringraziamenti all’Italia anche da parte del Commissario Ue Avramopuolos. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha affermato che la questione migrazione è strategica perché è a rischio l’intera UE; se non si affronta e non si risolve questo problema si rischia di veder fallire tutto il progetto".

Di seguito il testo integrale dell’articolo.

""L’Italia chiude i suoi porti e nessuno può criticarla" è il titolo di un articolo a firma dell’esperto di politica estera Klaus Geiger, che il quotidiano tedesco "die Welt" dedica alla situazione creatasi nell’Unione Europea dopo la decisione del ministro italiano degli Interni Matteo Salvini di chiudere i porti italiani all’attracco della nave Aquarius, con a bordo 629 migranti provenienti dal continente africano.

Stando alle ultime notizie, la nave con il suo carico umano dovrebbe ora poter trovare accoglienza in Spagna, ammesso che riesca a raggiungere il porto di Valencia. Il viaggio è lungo e durerà da 3 a 5 giorni, a seconda delle condizioni meteo.

Ideale sarebbe che i Paesi della UE riuscissero a compiere un grosso sforzo accordandosi prossimamente su un modello di cooperazione nel problema dei migranti da affrontare alla radice, in modo da evitare la partenza delle imbarcazioni dirette verso le sponde italiane.

"È da molto tempo – esordisce l’articolista della "die Welt" – che l’Italia chiede all’Unione Europea un maggior appoggio nel problema dell’accoglimento dei migranti africani". Ora il governo di Roma ha deciso che la misura era decisamente colma. "Ciò sarebbe del tutto comprensibile", prosegue Klaus Geiger, "perché Bruxelles e Berlino si sono ben guardate sinora dal dare una mano".

Il risultato è che ora l’Italia ha chiuso i suoi porti e una nave carica di migranti si è trovata a vagare senza una precisa meta nel Mediterraneo. "Una situazione, oltretutto, che vede assegnati ai vari protagonisti ruoli ben definiti: il cattivo sarebbe il governo italiano con la sua componente di destra nazionale, i buoni invece sarebbero quelli che predicano umanità, l’Unione Europea, l’Onu e la Cancelliera tedesca Merkel". La quale ultima – stando ad altri osservatori dell’economia tedesca – insisterebbe in modo sempre meno credibile nel suo ruolo di esponente politico umanitario, avendo invece ben chiare in mente le difficoltà di riuscire a trovare sul mercato internazionale persone in grado di occupare gli oltre 500mila posti di lavoro che ogni anno restano vacanti in Germania, come risultato dello sviluppo demografica tedesco degli ultimi decenni.

Tornando alle vicende della nave Aquarius, secondo "die Welt" non ci sarebbero né i buoni né i cattivi, "bensì soltanto una politica di migrazione che da almeno un decennio è caratterizzata da superficialità e comodità".

Secondo Klaus Geiger, le vicende dell’Aquarius evidenziano l’epilogo di una tragedia mediterranea in atto da molti anni. "Da molti anni la Germania e l’Europa hanno lasciato sola l’Italia, prima terra di approccio per i migranti africani. Quando Silvio Berlusconi criticò il sistema di Dublino che aveva accollato il peso dell’emigrazione sui Paesi costieri del Mediterraneo, nessuno gli prestò ascolto. E quando per un breve spazio di tempo Matteo Renzi fece lo stesso, con toni più diplomatici, anch’egli fu ignorato. L’Italia per un po’ cercò di esercitare pressioni sull’Unione Europea indirizzando gli emigrati verso l’Europa del Nord, in cambio di adeguate controprestazioni UE. Le reazioni da Berlino e da Bruxelles furono sempre molto contenute".

Lo scorso anno il governo italiano aveva cercato di raggiungere un accordo con la Libia, ma era già troppo tardi come le vicende dell’Aquarius ora evidenziano. Il nuovo governo italiano con Salvini alla guida della Lega e Di Maio a quella del Movimento 5 stelle inscena con stile marcatamente trionfalistico la sua minaccia: se l’Unione Europea non ci aiuta non faremo altro che dare via libera agli emigranti in direzione Nord Europa.

L’articolo della "die Welt" giunge così alla sua conclusione: "La rabbiosa reazione di Roma potrebbe anche essere un’opportunità. Potrebbe aiutare l’UE a trovare rapidamente una più equa politica di emigrazione. Quest’ultima dovrebbe basarsi su tre elementi. Primo: difesa dei confini esterni. Secondo: rimpatrio di quegli emigranti che non hanno diritto ad asilo politico. Terzo: una corretta distribuzione di migranti con diritto di asilo. Sarebbe questa la migliore risposta che la UE potrebbe dare al nuovo governo italiano: Stato di diritto e solidarietà, invece di insistere sui concetti di buono e cattivo"". (aise 13)

 

 

 

 

Il G7, Trump e Merkel che bacchetta Conte sulla Russia al G8: «Stop alle sanzioni? Era meglio parlarne prima»

 

Al termine della due giorni in Quebec è chiaro che a The Donald tutto quello che non è «Quanto vale? Quanto mi dai?» non interessa - di Giuseppe Sarcina, inviato a Quebec City (Canada)

 

Due giorni e due notti per dare, faticosamente, un senso al G7 del Quebec. Un paio di tweet per distruggere tutto e far precipitare al minimo storico i rapporti tra Stati Uniti e Canada. «Il ritiro via tweet è ovviamente deludente e anche un po' deprimente», dirà poi la cancelliera tedesca Angela Merkel facendo riferimento alla decisione di Trump di ritirare la firma dalla dichiarazione comune del G7. Ne avrà anche per il nostro premier Giuseppe Conte e sul suo cinguettio per la Russia nel G8: «Ha reagito velocemente. Sarebbe stato bello se ci fossimo parlati prima».

Alle 16 del pomeriggio di sabato 9 giugno, il padrone di casa, il primo ministro Justin Trudeau, tiene la conferenza stampa finale. Ha in tasca il documento comune sottoscritto dai leader dei 7 Paesi più industrializzati del mondo, compreso il recalcitrante Donald Trump. Niente di che: è la sommatoria delle diverse posizioni sui dazi e sui commerci.

Gli Stati Uniti non hanno cambiato idea: restano le tariffe aggiuntive sull'import di acciaio e di alluminio a carico degli alleati più stretti: Canada, Messico, Unione europea. Le distanze, dunque, rimangono invariate, ma almeno non c'è stata una rottura clamorosa. Trudeau scarica la sua frustrazione rispondendo a un giornalista: «Il nostro Paese prende molto sul serio i dazi su acciaio e alluminio, perché danneggiano le nostre industrie. E inoltre prende molto sul serio il fatto che queste misure siano state adottate dal governo degli Stati Uniti in base a «ragioni di sicurezza nazionale». Però i nostri soldati hanno combattuto fianco a fianco con gli americani dalla prima Guerra mondiale in avanti. Adesso sentir dire che siamo una minaccia per la sicurezza nazionale degli Usa, mi sembra un insulto».

In quel momento Trump è già sull'Air Force One, in viaggio verso Singapore dove martedì 12 giugno vedrà il dittatore nord coreano Kim Jong-un. Il vertice canadese sembra alle spalle. Archiviato. Il presidente americano ha fatto di tutto per minimizzarne la portata, tra tweet, minacce e ritardi. Ma le parole di Trudeau scatenano la reazione più imprevista e furibonda. Alle 19 di sabato, tre ore dopo la conclusione ufficiale del summit, il presidente americano annuncia che ritira la firma dal documento finale.

Poi punta «Justin», attingendo alla collaudata riserva dell'attacco personale: «Debole, disonesto, meschino, bugiardo». A Quebec City, i funzionari canadesi, che stavano già pregustando una domenica di riposo dopo due nottate insonni, restano impietriti. Ma Trump insiste e anzi ora minaccia di imporre dazi anche sull'import di auto «che sommerge il mercato americano». Come se non bastasse, stamattina il consigliere economico della Casa Bianca, Larry Kudrow, in un'intervista alla Cnn, è ancora più pesante: «E' stato un tradimento. Davvero, è come se Trudeau ci avesse pugnalato alle spalle». Certo, linguaggio inaudito, senza precedenti nel rapporto tra due Paesi così uniti. Ma l'escalation dello scontro era una possibilità concreta.

Il tema del commercio è parte sostanziale della dottrina Trump. E il G7 canadese, forse, è servito almeno a una cosa: chiarire ai partner degli americani che, finché The Donald resterà alla Casa Bianca, non serve a nulla la pantomima delle formule verbali di compromesso. Inutile perdere il sonno per cercare la frasetta, l'aggettivo giusto. Il negoziato sul trade è di una chiarezza selvaggia: «Quanto vale? Quanto mi dai?». Per Trump tutto il resto, tradizioni e amicizie secolari comprese, non conta. CdS 10

 

 

 

Incontro storico Kim-Trump

 

L'appuntamento con la storia inizia puntuale. Sono passate da poco le 9 a Singapore (le 3 di notte in Italia) quando il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si stringono la mano. E' un summit storico, il primo faccia a faccia tra i leader dei due Paesi, che si sono incontrati al Capella Hotel, nell'isoletta di Sentosa.

 

L'INCONTRO - Kim e Trump si sono tesi la mano, sullo sfondo le bandiere con la stella rossa della Corea del Nord e quella statunitense a stelle e strisce. Poi il presidente americano ha appoggiato la mano sinistra sulla spalla di Kim e ha parlato: "Mi sento alla grande. Avremo un'ottima conversazione e sarà un incredibile successo". "Non è stato facile arrivare qui - ha replicato Kim - ci sono stati degli ostacoli ma li abbiamo superati e ora siamo qui".

FACCIA A FACCIA - Dopo essersi mostrati in pubblico, i due si sono seduti allo stesso tavolo per un meeting one-to-one. Un colloquio a porte chiuse, solo con i due interpreti. 40 minuti più tardi Kim e Trump sono usciti insieme raggiungendo le rispettive delegazioni per un pranzo di lavoro e si sono stretti di nuovo la mano davanti alle telecamere. Con Trump c'erano il segretario di Stato Mike Pompeo, John Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale e John Kelly.

"Molti penseranno che sia un fantasy, un film di fantascienza" avrebbe detto Kim a Trump, secondo quanto riferisce la Cnn. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha fatto sapere che l'incontro è andato "meglio di quanto chiunque potesse immaginare. Il massimo". E' "un uomo di grande talento" che "ama moltissimo il suo paese" ha detto Trump parlando del leader nordcoreano. Quindi ha annunciato che visiterà Pyongyang al momento opportuno. Anche Trump ha invitato Kim alla Casa Bianca e l'invito è stato accettato.

IL DOCUMENTO - Kim e Trump hanno firmato un "documento completo", come definito dallo stesso presidente Usa. "Siamo onorati" di firmarlo, ha affermato Trump. Poi, rispondendo alla domanda di un giornalista, il presidente americano ha rimarcato che il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord "inizierà molto velocemente". La Penisola Coreana vedrà un "cambiamento", ha aggiunto Trump, sottolineando di avere instaurato un "legame speciale" con Kim.

Secondo quanto riferisce la Bbc, in uno dei quattro punti principali della dichiarazione firmata a Sentosa, Pyongyang si impegna a una "completa denuclearizzazione". "Riaffermando la Dichiarazione di Panmunjon del 27 aprile 2018 - si legge - la Corea del nord si impegna a lavorare in direzione di una completa denuclearizzazione della penisola coreana".

Oltre alla denuclearizzazione della penisola coreana, tra i punti del documento figurano l'impegno a "stabilire nuove relazioni bilaterali che rispecchino il desiderio dei popoli dei due paesi di pace e prosperità", lo sforzo comune "per costruire uno stabile e duraturo regime di pace nella penisola coreana", l'impegno a recuperare le spoglie dei soldati americani dichiarati Missing in action (Mia) durante la guerra di Corea, e l'immediato rimpatrio delle spoglie di quanti sono già stati identificati.

Nella dichiarazione congiunta figura inoltre l'impegno dei due Paesi a tenere "alla prima data possibile" ulteriori negoziati guidati dal segretario di Stato americano Mike Pompeo e da un funzionario di alto livello della Corea del Nord. Trump, si legge ancora nel documento, si impegna a fornire "garanzie di sicurezza" alla Corea del Nord.

LE PAROLE DI KIM - "Abbiamo avuto un incontro storico - ha osservato il leader nordcoreano - abbiamo deciso di lasciarci passato alle spalle". "Il mondo vedrà un grande cambiamento" ha quindi ribadito Kim, che ha ringraziato Trump "per aver reso possibile questo incontro".

Dopo aver firmato il documento, i due leader hanno lasciato Sentosa, l'isoletta in cui si è svolto il vertice, diretti a Singapore. Il convoglio con a bordo la delegazione del presidente americano si è diretto verso la strada che collega l'isola a Singapore. Anche il convoglio di auto della delegazione del presidente nordcoreano ha lasciato Sentosa. Kim ripartirà da Singapore entro poche ore, mentre alle 19 (ora locale) l'Air Force One decollerà per iniziare il viaggio di ritorno.

LE PAROLE DI TRUMP - A conclusione del vertice, Trump ha convocato una conferenza stampa. "Io qui sono un emissario del popolo americano e consegno un messaggio di pace" ha detto il presidente americano, annunciando che "le sanzioni" alla Corea del Nord "rimangono in vigore" ma "verranno sospese quando saremo sicuri che il patto sarà stato rispettato". Secondo Trump "le sanzioni hanno avuto un ruolo importante".

Il presidente Usa ha parlato ai giornalisti dell'impegno di Kim a smantellare in particolare un sito missilistico, aggiungendo che il processo di denuclearizzazione di Pyongyang verrà verificato. "Ci saranno verifiche internazionali e americane", ha assicurato. Trump si è detto convinto del fatto che il leader nordcoreano "onorerà gli impegni presi". Poi, in riferimento ai costi del processo di denuclearizzazione dell'arsenale nordcoreano, Trump ha assicurato che gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone daranno un contributo.

 

Parlando con i giornalisti, il leader della Casa Bianca ha detto che Kim "avvierà il processo appena tornato a casa" e ha annunciato la fine delle esercitazioni militari congiunte Stati Uniti-Corea del Sud. "Abbiamo ottenuto tanto" ha scandito il presidente Trump, ammettendo di non aver "rinunciato a nulla". E se il Maresciallo non tenesse fede alle proprie promesse? Alla domanda di un giornalista a Singapore Trump ha risposto di credere alla sincerità di Kim: "No, credo che lo farà, veramente lo credo". Certo, ha aggiunto "potrei sbagliare, potrei ritrovarmi davanti a voi tra sei mesi e dover dire 'mi sono sbagliato". "Non so se potrei ammetterlo, ma troverei comunque qualche tipo di scusa".

Infine, ricordando Otto Warmbier, lo studente americano arrestato in Corea del Nord, incarcerato dal regime e rientrato negli Stati Uniti in coma, Trump ha evidenziato che "non è morto invano". Senza Otto Warmbier ha aggiunto il presidente americano, tutto "questo non sarebbe accaduto". Adnkronos 12

 

 

 

La vicenda dell’Aquarius. Migranti: non crisi, ma flusso, l’Italia non si isoli in Europa

 

In un’Europa già frammentata dai diversi effetti della crisi economica e di sicurezza, il flusso di migranti ha creato profonde divisioni, limitando l’efficacia degli sforzi collettivi come la vicenda dell’Aquarius sta mostrando -. Secondo i dati dell’UnHcr, nel 2017 il numero di arrivi sulle coste europee dal Mediterraneo è stato di 173.301 persone. A giugno del 2018, il numero si è ridotto a 37 mila di cui la metà all’incirca (15 mila) è sbarcata in Italia, mentre il resto si è diviso tra Grecia (12 mila circa) e Spagna (10 mila circa).

Se gli arrivi sono in calo, così come il numero dei morti nel Mediterraneo, sicuramente il problema non è risolto. In questo frangente critico, l’Italia non può e non deve agire da sola. In effetti, la magnitudine della situazione e la sua complessità deve portare ad una risposta europea e non nazionale. Al di là dell’orientamento politico, questo era ed è lo spirito in cui sia il nuovo ministro dell’Interno Salvini che il suo predecessore Minniti hanno cercato di fare fronte al problema. I metodi applicati, così come la retorica politica, sono pero diversi.

Metodi e retorica politica diversi

Durante il suo mandato, Minniti ha cercato di coniugare l’azione italiana all’interno di uno sforzo che doveva però essere di matrice europea. Ad esempio, l’accordo messo in atto dall’ ex ministro dell’Interno con la Libia, che prevedeva cooperazione nel contrasto all’immigrazione tramite il completamento del sistema di controllo dei confini libici, supporto tecnico agli organismi locali incaricati di contrastare il traffico di esseri umani e finanziamento italiano ed europeo ai centri di accoglienza, è stato criticato dall’Onu per le condizioni disumane in cui vengono trattati i migranti nei campi libici, ma è stato di per sè ben accolto dall’Ue. Lo stesso vale per il codice di condotta della Ong, che aveva l’intento di sanzionare un possibile traffico di vite umane messo in atto tra contrabbandieri e organizzazioni non governative.

E’ indubbio che l’efficacia di tali azioni è limitata. La crisi migratoria più che una crisi è un trend che durerà nel corso degli anni. Tuttavia la cooperazione con i partner europei rimane l’unica via. Il nuovo ministro dell’Interno ne è sicuramente consapevole, ma la retorica sovranista adottata nel caso Acquarius, che vede l’Italia vittima degli sbarchi dal Mediterraneo, mentre l’Unione guarda altrove, sebbene contenga degli elementi di verità, non porterà a risultati migliori nel lungo termine. Anzi. Inoltre, gli attacchi ricevuti dalla Francia sul comportamento tenuto dal governo, definito “vomitevole”, lasciano il tempo che trovano, ma non hanno una mancanza di fondamenta totale.

Come si è arrivati a questo punto

E’ stata l’Italia, durante il governo Renzi, ad avere formalmente accettato con Triton, in cambio di maggiore flessibilità nell’ambito delle politiche economiche nazionali, di fare sbarcare i migranti nei suoi porti. Dopo la missione Mare Nostrum, messa in atto dal governo Letta nel 2013 e che gravava solo sulle spalle italiane con un costo di 114 milioni di euro (9,5 al mese), la missione europea Triton, che costava meno di tre milioni di euro al mese, poi sostituita dalla missione Eunavfor Med, hanno come mandato non tanto il soccorso in mare quanto il pattugliamento delle acque, ma prevedono che le navi dei Paesi europei che sorvegliano il Mediterraneo portino i migranti eventualmente soccorsi in Italia.

L’Italia ha di fatto formalmente accettato di ricevere i migranti, ma c’erano poche altre scelte. La vicinanza geografica con la Libia la rende il Paese più facile su cui spingersi e sbarcare, da dove le possibilità di raggiungere il Nord Europa, con il suo welfare più sviluppato, sono maggiori. L’Italia ha sicuramente le sue colpe, ma dal resto d’Europa c’è stata ben poca solidarietà, soprattutto dalla Francia, che ha ripetutamente espulso i migranti irregolari sul confine a Ventimiglia.

Le soluzioni sono sul tavolo di Bruxelles

Le soluzioni per l’Italia rimangono però sempre sul tavolo di Bruxelles. Dal punto di vista istituzionale, l’Italia deve cercare di modificare la Convenzione di Dublino. Tuttavia, come dimostra il recente fallimento bulgaro, questa via è più facile a dirsi che a farsi. L’accordo di Dublino sancisce l’obbligo per i migranti a presentare richiesta di asilo politico nel Paese europeo di arrivo.

Questo mette l’Italia in prima linea sia nel processare le domande di asilo (nel 2017 ci sono state circa 129 mila domande di asilo in Italia, 223 mila in Germnia e solo 79 mila in Francia e 26 mila in Spagna) sia nell’effettuare gli eventuali rimpatri di tutti quei migranti che non si qualificano come detentori del diritto di asilo ma come semplici immigrati economici, pratica quest’ultima che richiede anni. Inoltre l’intesa Dublino non prevede nessun obbligo per i Paesi europei di accettare il ricollocamento di richiedenti asilo dall’Italia o dalla Grecia, che rimane una pratica che molti Paesi, tra cui proprio i Visengrad, non accettano.

Le controindicazioni dell’alleanza con il Gruppo di Visegrad

Per questo motivo, l’intenzione di Salvini di cercare un’alleanza con i Paesi del Gruppo di Visegrad sembra lasciare il tempo che trova e non è chiaro che cosa l’Italia potrebbe ottenere da tale relazione. Probabilmente sarebbe più utile riuscire a fare fronte comune con i Paesi del Mediterraneo, tra cui la Spagna e la Francia, che ora disapprovano l’Italia, ma soffrono e hanno sofferto di problemi comuni, e non solo nell’ambito dei flussi migratori, ma anche nel porsi in maniera critica verso le politiche di austerità.

Questa però non sembra essere la via che il governo giallo-verde vuole adottare. Al contrario, il ministro Salvini ha ribadito che nonostante i rapporti con la Francia possano essersi deteriorati, la Germania rimarrà un buon alleato italiano. Di fatto, però, Berlino non metterà in pericolo il binomio franco-tedesco o i suoi interessi nazionali per l’Italia.

Il ruolo del Consiglio europeo e i nodi politici

L’Italia deve affrontare il problema non bilateralmente ma nel Consiglio europeo: sono i capi di Stato dei Paesi dell’Ue ad avere la legittimità politica, istituzionale e democratica per superare il problema. Quest’ultimi, però, hanno poca o forse nessuna intenzione di rischiare il proprio mandato a livello nazionale, accettando politiche migratorie che siano percepite sì di solidarietà verso l’Italia ma svantaggiose a livello nazionale. Con il nazionalismo in aumento in tutti i Paesi europei e il prezzo alto da pagare per il partiti tradizionali, soprattutto quelli di sinistra, che sono spariti dai governi di quasi tutti i Paesi europei, fatta eccezione per Spagna, Portogallo, Svezia e pochi altri, nessuno vuole mettere repentaglio la propria legittimità politica per una questione spinosa come quella migratoria.

In questo frangente, sta all’Italia rimettere il tema sul tavolo e spingere per una soluzione condivisa. Le prove di forza servono a riaccendere l’attenzione e possono avere risultati di breve termine, ma non porteranno a soluzioni sostenibili, di lunga durata e vantaggiose per l’Italia, che al contrario rischia di trovarsi isolata. Eleonora Poli, AffInt 13

 

 

 

Con il nuovo Governo si mette a regime l’attività parlamentare dei 18 eletti all’estero

 

ROMA - Con il governo che dopo la fiducia delle due camere è ormai nel pieno dei suoi poteri, si intensifica l’attivita parlamentare in generale e , in particolare, quella dei parlamentari eletti all’estero che finalmente possono trovare nel governo il loro interlocutore istituzionale e nel lavoro legislativo lo sbocco naturale del loro lavoro. Intanto al neo Ministro degli Esteri Moavero Milanesi è arrivato un fuoco di fila di interrogazioni. A lui si è rivolto il deputato Luis Roberto Di San Martino Lorenzato, eletto in Sud America nella lista della LEGA, per sottoporre all’attenzione del Governo i problemi connessi con le procedure di prenotazione online per i passaporti. Difficoltà emerse in Brasile dove, secondo le notizie giunte a Di San Martino, sembra che a causare i disservizi sia l'operato di aziende specializzate e consulenti privati che venderebbero il servizio di prenotazione on line, altrimenti gratuito, ed interferirebbero, saturando con appositi software il traffico sul sito ufficiale gestito dalle autorità consolari nelle ore e nei giorni migliori. Il Governo è a conoscenza di tali circostanze? - ha chiesto Di San Martino – e quali iniziative intenda assumere per ovviare alla situazione di grave disagio e se non ritenga opportuno considerare il ritorno al metodo delle prenotazioni personali in consolato.

La deputata Elisa Siragusa, unica eletta del M5S all’estero, insieme alla collega Tiziana Ciprini, ha invece chiesto al responsabile della Farnesina di chiarire eventuali incompatibilità tra l’elezione nei Comites e le cariche nei patronati italiani all’estero. Le due deputate nella loro interrogazione diretta anche al Ministro del Lavoro Di Maio, citano alcuni casi di violazione dei diritti dei lavoratori impiegati presso taluni patronati oltre confine, la cui gestione è affidata a persone che sono nel contempo responsabili di patronato e anche consiglieri dei Comites locali, in violazione della legge e in palese conflitto di interessi. Ai due ministri, in sostanza, le parlamentari del M5S chiedono di sapere quali provvedimenti, per quanto di loro competenza, intendano adottare in merito alla disciplina dei Comites e dei loro rapporti con i patronati e, inoltre, se si intenda avviare una istruttoria sulle violazioni dei diritti dei lavoratori a cui si è fatto riferimento nei fatti denunciati in relazione al patronato Inca Cgil di Monaco di Baviera.

Riprendere l’iter per aggiornare l’accordo di sicurezza sociale tra Italia e Usa: questa, in estrema sintesi, la priorità indicata da Fucsia Nissoli, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America, nella sua interrogazione ai ministri del lavoro e degli esteri, Di Maio e Moavero Milanesi.

La Nissoli ricorda la mozione sulla previdenza sociale, a sua prima firma, ed approvata dall'Assemblea della Camera con parere favorevole del Governo il 19 marzo 2015, che impegnava l’esecutivo, tra l'altro, ad aggiornare le convenzioni internazionali di sicurezza sociale con i Paesi terzi che risultassero obsolete. Tra gli accordi bilaterali da aggiornare vi è anche l'accordo bilaterale di sicurezza sociale Italia-Stati Uniti, del 1973, che non contempla alcune categorie di lavoratori. D’altra parte oggi sono presenti nel mondo del lavoro italiano in Usa nuove figure professionali e quindi risulta importante lavorare per introdurre nella convenzione Italia- Stati Uniti quelle categorie di lavoratori finora escluse. Ed è questo, in sostanza, che l’on. Nissoli chiede a Di Maio e Moavero, ovvero se intendano fornire indicazioni circa l'iter e quindi anche i tempi previsti per aggiornamento dell'accordo.

Ancora di previdenza, in questo caso di prestazioni accessorie, si sono interessati la senatrice Laura Garavini e i deputati Laura Schirò e Massimo Ungaro, tutti del PD, annunciando che sono “circa 50.000 i pensionati nel mondo in procinto di ricevere il pagamento della quattordicesima sulla pensione”. I parlamentari ricordano che la 14ma, introdotta dal Governo Prodi nel 2007, fu estesa anche ai pensionati italiani residenti all’estero grazie all’attività in Parlamento del PD e l’appoggio del sindacato. La 14ma, chiariscono Garavini, Schirò e Ungaro è erogata a favore dei pensionati ultra sessantaquattrenni titolari di uno o più trattamenti pensionistici in presenza di determinate condizioni reddituali personali. Per il 2018 il reddito complessivo individuale, compresi i redditi esteri, deve essere al massimo di 13.192,92 euro. Il calcolo sul reddito è individuale, vale a dire che non è comprensivo di quello del coniuge. La prestazione sarà pagata in una unica soluzione nel prossimo mese di luglio.

La senatrice Garavini e i deputati Schirò e Ungaro si sono anche occupati delle decine di migliaia i cittadini italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia, Costoro devono pagare la TARI (tassa sui rifiuti) sebbene la loro casa in Italia sia disabitata e nessuno vi produca immondizia, tranne nei brevi periodi in cui essi rientrano in Italia per ferie. Per porre rimedio a questa ingiustizia. i tre parlamentari Pd hanno depositato due proposte di legge, contemporaneamente al Senato e alla Camera, a prima firma rispettivamente Garavini e Schirò, sottoscritte anche dai loro colleghi eletti all’estero del Pd, Giacobbe, La Marca, Carè ed Ungaro, con cui chiedono di estendere a tutti i cittadini italiani iscritti all’AIRE proprietari di immobili in Italia, la riduzione di due terzi della tassa sui rifiuti (TARI)".

“Lavoriamo insieme per un’Italia migliore”. Questo in estrema sintesi è stato l’appello lanciato dall’onorevole Francesca La Marca (PD), in occasione della celebrazione della Festa della Repubblica a Toronto. “La lunga crisi che si è appena conclusa, ha osservato Francesca La Marca, è una conferma che la capacità di superare le difficoltà è una delle caratteristiche migliori del popolo italiano. Con questo nuovo governo, voglio dirlo con chiarezza, le cose non saranno facili. Molte sfide ci attendono”. Da qui il suo appello: “ l’Italia ha bisogno di noi, dei sessanta milioni di italiani di origine che sono nel mondo per promuovere la sua lingua, per valorizzare e affermare il suo ricco patrimonio culturale e sostenere la sua economia attraverso l’interscambio e il turismo.” “Per quanto mi riguarda, ha ricordato, io sto facendo la mia parte per rappresentare con dignità gli italiani del Nord e del Centro America, ma non posso fare da sola. Ho bisogno, ha sottolineato Francesca La Marca, di voi, delle vostre idee e dei vostri suggerimenti per contribuire in modo determinante a costruire un futuro migliore dell’Italia e di noi tutti”. (focus/aise 11)

 

 

 

Il contratto

 

Tra rinvii con esternazioni senza tempo, la partita politica Salvini/Di Maio sembra conclusa. Comunque, da quanto è emerso, il quadro politico potrebbe ancora cambiare.  Il Potere Legislativo è stato varato senza palesi difficoltà. Quello esecutivo è ancora tutto da capire; ma già è motivo d’attrito tra i partiti che non lo avevano messo a fuoco. Di più non è possibile evidenziare proprio perché non sono ancora operativi i contenuti del contratto di governo. Del quale dovrebbe essere garante il Capo dello Stato.

 

 Nella foga della disamina, resta da chiarire come andrà a essere gestita la politica della formazione di “centro/destra” con possibili aperture esterne di sostegno. Non è neppure da escludere, però, la cobelligeranza dei partitini che, all’occorrenza, potrebbero fare “numero” nel mucchio.

Entro il mese, il contratto elettorale, sarà il banco di prova per la “tenuta” di un Esecutivo il cui Primo Ministro dovrà, fare i conti con un Parlamento assai dissimile da quello passato.

 

Date le ammissibili “novità”, potrebbe avere buon gioco anche una sorta di “fiducia” con voto segreto. Lega e Cinque Stelle faranno di tutto per non “mollare”. Se il contratto non dovesse essere condiviso da una qualificata maggioranza parlamentare, non ci sarebbero altre opportunità. Il Potere Legislativo è nelle condizioni di discutere e approvare una nuova legge elettorale.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Aquarius, scontro Roma-Parigi. Vertice a rischio

 

E' scontro tra Francia e Italia sulla vicenda della nave Aquarius. Emmanuel Macron parla di "irresponsabilità e cinismo" e Palazzo Chigi reagisce: "L'Italia non può accettare lezioni ipocrite". Al punto che è in bilico il vertice di venerdì a Parigi tra il presidente francese e il premier Giuseppe Conte

 

FRANCIA - Le parole pronunciate da Macron in Consiglio dei ministri sono state riferite dal portavoce del governo Benjamin Griveaux, rispondendo alla domanda di chiarimento di un giornalista. "Quando vi sostituite alle autorità libiche e prendete in carico una nave nelle acque territoriali libiche e quando si avvicina alle vostre coste non gli permettete di accostare si può parlare di irresponsabilità e cinismo", ha dichiarato.

Il portavoce ha quindi sottolineato la necessità di "dare prova di solidarietà", ha ricordato che si tratta di "un tema di diritto internazionale", e ha detto che "non è il caso di creare un precedente". "Bisogna dar prova di solidarietà, cosa che non ha fatto l'Italia", ha affermato, parlando di "strumentalizzazione politica fatta dal governo italiano". Il tema della crisi dei migranti, ha poi reso noto, sarà venerdì sul tavolo dell'incontro tra il primo ministro italiano Giuseppe Conte e il presidente francese Emmanuel Macron che lo accoglierà a Parigi.

Il premier francese Edouard Philippe ha assicurato oggi che la Francia è "pronta ad aiutare" la Spagna per "accogliere" i migranti della nave Aquarius. "Siamo ovviamente pronti ad aiutare le autorità spagnole ad accogliere e a valutare la situazione di coloro che, su questa nave, potrebbero beneficiare dello status di rifugiato", ha detto il primo ministro all'Assemblea nazionale, dicendosi "felice" per la decisione dalla Spagna di aprire il porto di Valencia.

L'ATTACCO DEL PARTITO DI MACRON - Durissime contro l'Italia le parole di Gabriel Attal, portavoce di En Marche, il partito del presidente francese. "Io per primo ho un pensiero per i 629 uomini, donne e bambini che si trovano sulla nave - ha detto Attal intervistato da 'Public Sénat' - Perché parliamo di persone. Parlare di migranti è disumanizzante. Su quelle navi ci sono delle persone, delle donne incinte, dei bambini. Ed è a loro che dobbiamo pensare prima di tutto". Quindi ha aggiunto: "Credo che la posizione, la linea del governo italiano sia vomitevole. E' inammissibile fare della politica spicciola con delle vite umane. Trovo che sia immondo".

PALAZZO CHIGI - A Parigi ha replicato il governo italiano. "Le dichiarazioni intorno alla vicenda Aquarius che arrivano dalla Francia sono sorprendenti e denunciano una grave mancanza di informazioni su ciò che sta realmente accadendo - si legge in una nota di Palazzo Chigi - L'Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall'altra parte".

"Preso atto del rifiuto di Malta a collaborare e a permettere lo sbarco delle persone a bordo dell'Aquarius, abbiamo accolto un inedito gesto di solidarietà arrivato dalla Spagna. Lo stesso gesto non è arrivato invece dalla Francia, che anzi ha più volte adottato politiche ben più rigide e ciniche in materia di accoglienza" ha rimarcato Palazzo Chigi. "Si ricorda - ha precisato ancora la Presidenza del Consiglio - che due navi italiane si sono occupate del trasbordo dei migranti dall'Aquarius e le stesse li accompagneranno in tutta sicurezza a Valencia".

SALVINI E DI MAIO - Il primo a replicare alla Francia è stato Luigi Di Maio. "Proprio loro parlano..." ha detto il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, interpellato dai cronisti. "Francia e Spagna hanno chiuso i loro porti da tempo. La Spagna ha praticato addirittura i respingimenti a caldo che sono stati anche condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - ha scritto poi Di Maio su Facebook - La Francia respinge quotidianamente i migranti a Ventimiglia e tutti ci ricordiamo cosa è successo qualche mese fa a Bardonecchia. È imbarazzante che oggi i rappresentanti di questi Paesi vengano a farci la morale soltanto perché chiediamo a tutti i nostri partner europei di condividere con l'Italia diritti, doveri e solidarietà".

A rispondere alla Francia anche il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. "Ringraziamo il presidente #Macron per aver mostrato inedita sensibilità circa il tema migranti - ha scritto su Twitter - A questo punto gli chiediamo di aprire i suoi porti e partecipare a questa nuova stagione di condivisione europea del problema". Mentre Matteo Salvini è intervenuto su Facebook: "La #Spagna ci vuole denunciare, la #Francia dice che sono 'vomitevole'. Io voglio lavorare serenamente con tutti, ma con un principio: #primagliitaliani".

MADRID ALL'ITALIA: RISCHI PENALI - Dolores Delgado, neo ministra spagnola della Giustizia, ha lanciato un monito all'Italia sul caso Aquarius, intervistata stamane da Radio CadenaSer nel corso del programma 'Hoy por Hoy'. Delgado ha infatti sottolineato che, adottando misure come quelle del governo italiano che si è rifiutato di concedere lo sbarco della nave nei suoi porti, l'Italia "potrebbe avere responsabilità penali internazionali" in base ad accordi e trattati sui diritti umani. Per Delgado la risposta alla crisi migratoria dovrà essere "coordinata". "La soluzione - ha affermato - deve essere data non solo da uno Stato, ma da tutti quelli che sono frontiera dell'Unione europea e quelli che non lo sono".

LA SPAGNA SI MOBILITA - La Spagna è pienamente mobilitata per accogliere i 629 migranti a bordo della nave Aquarius. Una dozzina di governi regionali e oltre 200 comuni, fra cui Madrid e Barcellona, si sono resi disponibili ad ospitare i migranti, mentre il governo di Madrid ha impegnato sulla vicenda sei ministri: della Presidenza, Esteri, Difesa, Sviluppo, Interno, Lavoro e Migranti, riferisce El Mundo.

La vicepresidente del governo spagnolo, Carmen Calvo, si trasferirà probabilmente già da giovedì a Valencia per coordinare l'accoglienza ai migranti, che dovrebbero arrivare sabato nel porto della città. L'esecutivo socialista di Pedro Sanchez ha deciso di dare la massima priorità alla tutela dei 123 minori a bordo della nave, mantenendo unite le famiglie.

Il governo Sanchez, spiega El Mundo, si pone due obiettivi. Il primo è rispondere all'emergenza umanitaria, di fronte alla quale "non si può rimanere impassibili", come spiegano fonti della Moncloa. Il secondo è quello di sottolineare come quella dei migranti sia una questione che riguarda tutta l'Europa. Come ha spiegato il nuovo ministro degli Esteri Josep Borrell, la Spagna intende presentare al Consiglio Europeo di fine giugno una proposta di armonizzazione delle politiche migratorie. Adnkronos 12

 

 

 

 

"In arrivo la quattordicesima per i pensionati all'estero"

 

Roma - "Sono circa 50.000 i pensionati nel mondo in procinto di ricevere il pagamento della quattordicesima sulla pensione. Introdotta dal Governo Prodi nel 2007 ed estesa anche ai pensionati italiani residenti all’estero, grazie all’attività svolta dai parlamentari del PD e dal sindacato, la 14ma sarà pagata in una unica soluzione nel prossimo mese di luglio. L’importo della quattordicesima varia da un minimo di 336 euro a un massimo di 665 euro. Una buona parte dei pensionati italiani residenti all’estero in possesso dei requisiti avrà diritto, per motivi legati alla loro limitata anzianità contributiva in Italia, ad un importo medio di 437 euro.

Per beneficiare della quattordicesima i pensionati residenti all’estero devono soddisfare due requisiti fondamentali: uno legato all’età anagrafica e l’altro al reddito. Infatti la 14ma è erogata a favore dei pensionati ultra sessantaquattrenni titolari di uno o più trattamenti pensionistici in presenza di determinate condizioni reddituali personali. Per il 2018 il reddito complessivo individuale, compresi i redditi esteri, deve essere al massimo di 13.192,92 euro. Va specificato che il calcolo sul reddito è individuale, ovvero non è comprensivo di quello coniugale.

Nel caso in cui si rientri nei requisiti richiesti, la quattordicesima spetta ai pensionati, anche se residenti all’estero, in maniera automatica, senza che il beneficiario presenti richiesta all’INPS. Secondo le norme vigenti, è riconosciuta la quattordicesima mensilità sui seguenti trattamenti previdenziali: pensione di anzianità; pensione di vecchiaia; pensione di reversibilità; assegno di invalidità; pensione anticipata. È consigliabile rivolgersi a un patronato di fiducia per verificare l’eventuale diritto e gli importi spettanti, così da potere fare domanda nel caso in cui l’Inps non liquidasse d’ufficio la prestazione".

È quanto dichiarano la senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Angela Schirò e Massimo Ungaro, eletti all'estero, ripartizione Europa. De.it.press 6

 

 

 

 

Farnesina. Rete di supporto per le imprese all’estero

 

ROMA - Nel contesto internazionale attuale, il rafforzamento della rete diplomatico-consolare è una necessità imprescindibile, oltre che per i cambiamenti geopolitici in atto, per l’impatto sull’export e sui posti di lavoro e per i servizi per i nostri connazionali all’estero

Nasce da questa considerazione lo studio di Unioncamere del Veneto e del CGIA di Mestre sulla Farnesina e la sua rete estera in relazione al tessuto produttivo nazionale, presentato oggi all’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Sono intervenuti per l’occasione il presidente dello IAI, ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, il presidente Unioncamere Veneto, Mario Pozza, il direttore del CGIA di Mestre, Renato Mason e il presidente del Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri, Francesco Savero De Luigi.

È stato il primo lavoro multisettoriale sull’argomento che abbia preso in considerazione la consistenza, anche rispetto agli altri Paesi, della presenza istituzionale italiana all’estero e il quadro emerso non è molto rassicurante.

Nell’introdurre la presentazione, il presidente dello IAI, Ferdinando Nelli Feroci, ha evidenziato che lo studio non solo giunge in un momento di significativi mutamenti geopolitici che richiedono sempre più impegno e investimenti in politica estera, ma ha anche sottolineato la grave e crescente contraddizione tra l’attuale dimensione della Farnesina e il suo crescente ruolo vitale per il sostegno alle esportazioni, soprattutto per quanto riguarda le PMI, e per l’assistenza alla collettività italiana all’estero, oggi pari a circa 5,3 milioni di persone rispetto ad esempio agli 1,8 milioni della Francia.

Tale contraddizione è resa più evidente dal confronto con le risorse finanziarie e di personale di cui dispongono altri Paesi europei, come si evince nello studio.

Le risorse destinate alla Farnesina per le sue attività istituzionali (escludendo gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo e finanziamenti obbligatori come ad esempio i contributi all’ONU), sono oggi pari allo 0,10% del Bilancio dello Stato (rispetto allo 0,14% del 2011), corrispondente allo 0,005% del PIL, in costante diminuzione e in controtendenza rispetto alle esigenze del “Sistema Paese”. Anche dal punto di vista della dotazione di risorse umane negli ultimi anni si è assistito a un calo sensibile, dalle 4852 unità di personale di ruolo del MAECI del 2008 si è passati alle 3825 unità del 2016.

Francesco Saverio De Luigi, presidente del Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri (SNDMAE), che ha sostenuto lo studio, ha parlato di una perdita costante di circa 100 dipendenti non diplomatici l’anno: “Nel giro di pochi anni abbiamo perso quasi mille dipendenti. Chiediamo quindi assunzioni”.

“Allo stato attuale – ha proseguito – non siamo neanche in grado di formare il personale prima che vada all’estero”.

Parlando di imprenditoria, il direttore del CGIA di Mestre, Renato Mason, ha sottolineato quanto la natura diffusa e internazionale della nostra imprenditoria richieda che l’azione di sostegno all’internazionalizzazione sia sostenuta da strutture sempre più specializzate, efficaci e con maggiori risorse, in quanto per coprire più bisogni occorre rivolgersi contemporaneamente a molti più soggetti. In Germania, per assistere il 50% delle esportazioni (che a sua volta è superiore del 50% del totale delle esportazioni italiane) è sufficiente lavorare con sole 50 imprese; per arrivare alla stessa percentuale in Italia si lavorerà con quasi 1000 imprese, più piccole e con richieste di sostegno, quindi, ben più articolate.

“pochissime sono le imprese – ha detto Mason - che possono disporre di una propria “diplomazia aziendale” in grado di operare con i Governi esteri e le istituzioni internazionali, tra cui l’UE, dove si decidono le regole del mercato interno comunitario. Tutte le altre imprese devono fare un affidamento comparativamente maggiore sulla presenza istituzionale all’estero e in particolare sulla rete diplomatico-consolare”.

Sulla stessa falsariga, il presidente di Unioncamere Veneto, Mario Pozza, ha sostenuto: “A differenza dei nostri principali partner le aziende italiane che esportano presentano delle dimensioni contenutissime. Si pensi che il 93,7% delle 195.000 imprese che vendono i propri prodotti all’estero hanno meno di 50 addetti. Realtà piccole e micro che possono contare solo sulle proprie forze e sulla qualità dei propri manufatti. A differenza delle imprese produttive più strutturate che, invece, possono contare su filiali commerciali o catene distributive anche fuori confine, le piccole sono aziende che hanno bisogno di strutture in grado di studiare i nuovi mercati, di stabilire i contatti in loco e di promuovere anche le politiche e i servizi post-vendita. Specificità che la diplomazia economica deve continuare a offrire perché la qualità del servizio fino ad ora erogato, grazie alle risorse umane a disposizione, presenta livelli di eccellenza non riscontrabili altrove”.

Nel suo intervento, Mario Pozza ha anche evidenziato che per effetto dei “tagli” operati nell’ultimo decennio, c’è una grave carenza di personale sulla rete diplomatico-consolare italiana rispetto a quella di altri Paesi nostri “competitors”: presso una grande Ambasciata italiana all’estero, quella di Pechino, lavorano in tutto 11 diplomatici, mentre ve ne sono 30 presso quella francese e 51 presso quella tedesca.

Tale disparità si riscontra su tutta la rete estera, sulla quale incide tra l’altro l’aggravio di lavoro – particolarmente oneroso per le sedi di ridotta dimensione – determinato dalla complessa normativa amministrativo-contabile italiana, costituita da quasi 6000 articoli, spesso difficilmente applicabile in contesti radicalmente diversi dal nostro.

“L’internazionalizzazione dell’economia – ha aggiunto Mason - si accompagna sempre più alla richiesta di un efficace sostegno istituzionale in favore dei rispettivi sistemi economici, rilanciando l’importanza della diplomazia economica, chiamata a difendere in modo sempre più attivo i nostri interessi”.

In quasi il 50% delle Ambasciate italiane lavorano al massimo 2 funzionari diplomatici e nel 23% dei casi ve ne presta servizio solo 1 e la situazione comparata fornisce anche in questi casi risultati analoghi. Ad esempio in Svezia, con cui l’Italia ha un interscambio bilaterale di circa 8 miliardi di euro e ha ricevuto investimenti esteri (IDE) che assicurano tra i 150.000 e i 200.000 posti di lavoro, la nostra Ambasciata ha 2 funzionari diplomatici, mentre la Francia ne ha 7, la Spagna 6 e la Germania 13.

Al riguardo il Presidente del SNDMAE, Francesco Saverio De Luigi, ha ripreso ancora i dati della perdita di dipendenti da parte della Farnesina: “Sono numeri piccoli a livello nazionale, ma dirimenti per la posizione dell’Italia nel mondo e per gli interessi delle imprese e dei cittadini”.

A suo avviso, oltre a mantenere il concorso diplomatico e allargare subito la relativa pianta organica, occorre procedere con almeno 1200 assunzioni di personale di ruolo non diplomatico e procedere senza ulteriori esitazioni, a una politica di formazione dedicata ed efficace in vista degli incarichi da svolgersi all’estero. “Un diplomatico inglese che venga trasferito in un Paese arabo passa un anno di previa formazione al Cairo: non possiamo sognare la luna, ma 3 mesi di formazione dedicata a Roma, prima della partenza, è un atto dovuto. Andare avanti come ora – ha concluso De Luigi – è inverosimile”. Gianluca zanella 

 

 

 

La decisione

 

Quando si stabilisce di fare delle scelte politiche, in definitiva, si prendono delle “decisioni”. L’assioma sembrerebbe pressoché normale. Eppure, il caso, questa volta, è più complesso di quanto possa apparire.

 

 Intanto, ogni decisione implica l’apparente certezza d’aver fatta la scelta giusta. Scriviamo apparente perché non sempre l’evolversi dei fatti conforta questa premessa. Se lo segnaliamo, è perché è capitato, più volte, di rilevare incongruenze su fatti che ritenevamo degni di decisioni politiche per nulla scontate.

 

 In questi ultimi dieci anni, in Italia sono mutate tante scelte che d’incrollabile non avevano nulla. Ora, ci troviamo nuovamente a un bivio. Siamo in balia di un Governo potenzialmente “tecnico”. Noi preferiamo anticipare le nostre sensazioni senza, per altro, tentare d’influenzare quelle degli altri. Prima di prendere atto delle strategie del potere esecutivo, però, resterebbero da chiarire alcuni punti dei quali si è dibattuto molto; ma senza un’organica soluzione. Le deleghe politiche restano, in ogni caso, da non sottovalutare. Come non saranno da sottovalutare i compromessi delle fazioni politiche figlie di una stessa coalizione.

 

 Se cambiamento ci sarà, vedremo quanto reggerà. Sempre che ciascuno sia libero di fare le proprie scelte; ma senza interferire, o condizionare, quelle degli altri. Dato che in politica un simile comportamento non è ammissibile, le decisioni importanti potrebbero, allora, essere assunta dall’”Alto”. Con molte conseguenze politiche correlate. A questo punto, saranno le decisioni varate in Parlamento a determinare la vita del “neonato” Esecutivo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Aprite i porti”. Appello ai sindaci

 

“Oggi pomeriggio Matteo Salvini ha rifiutato l’attracco ai porti italiani dell’imbarcazione di soccorso Acquarius” scrive sulla sua pagina Facebook Baobab Experience.

“A bordo della nave Aquarius, l’unica Ong al momento presente nel Mediterraneo, vi sono 629 migranti tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, partiti dalla Libia e soccorsi in varie operazioni nel corso della notte.

Una decisione senza precedenti nel nostro paese, adottata d’intesa dai Ministri dell’Interno e delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che viola la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e che offende il senso d’umanità che dovrebbe sempre guidare i rappresentanti delle istituzioni. Quello che chiediamo è un gesto politico e umano. Lo chiediamo ai Sindaci delle città portuali, che aprano i porti all’umanità in modo simbolico. Lo chiediamo alla politica, lo chiediamo ai cittadini, non chiudetevi all’umanità.

“Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU.

In rispetto della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dell’umanità che dovrebbe sempre indirizzare le scelte di una società civile, chiediamo ai Sindaci di aprire i porti alle imbarcazioni di soccorso ai migranti”.

All’appello hanno già risposto i sindaci di Napoli De Magistris, di Messina Accorinti, di Palermo Orlando, di Taranto Melucci e di Reggio Calabria Falcomatà.

“Napoli è pronta, senza soldi, a salvare vite umane. Se un ministro senza cuore lascia morire in mare donne incinte, bambini, anziani, esseri umani, il porto di Napoli è pronto ad accoglierli” ha dichiarato De Magistris.

“La nave Aquarius doveva attraccare a Messina, noi siamo pronti ad accoglierla anche contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini” gli ha fatto eco Accorinti.

E da Palermo si è unito il sindaco Orlando, dichiarando: “Palermo è stata e sarà sempre pronta ad accogliere le navi, civili o militari che siano, impegnate nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. Quelle navi e quegli uomini che rispettano la legge del mare e la legge internazionale, sottraendo alla morte uomini, donne e bambini che alcuni vorrebbero consegnare nelle mani della criminalità internazionale. A violare la legge internazionale, quella che impone come priorità assoluta il salvataggio delle vite umane, è il Ministro dell’Interno italiano che, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha dato ulteriore dimostrazione della natura culturale dell’estrema destra leghista.”

Anche il sindaco di Taranto Melucci si è detto disposto ad accogliere la nave Aquarius: “Taranto  è pronta ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma” ha dichiarato.

“C’è una nave in mezzo al Mediterraneo con 629 persone a bordo, fra cui 11 bambini e sette donne incinte, in condizioni molto precarie di salute. Di fronte a uomini, donne e bimbi che hanno bisogno di essere curati, la strategia non può essere quella di chiudere i porti senza un criterio”  ha scritto il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà su Facebook.

“Lo diciamo chiaramente: anche oggi Reggio Calabria si rende disponibile ad accogliere chi salva vite umane in mezzo al mare. Così come in passato abbiamo dato degna sepoltura a 45 disperati migranti morti nel Mediterraneo. Il nostro cuore è grande, più grande di chi vuole speculare senza un briciolo di umanità. Noi restiamo umani”. (de.it.press 11)

 

 

 

Governo Conte: il nazionalismo filo-russo di Lega e M5S

 

La nascita dell’Esecutivo presieduto dall’avvocato Giuseppe Conte ha suscitato, in Italia come all’estero, non poche perplessità circa le politiche che verranno poste in essere nel prossimo futuro. Nel contratto di governo sottoscritto fra il Movimento Cinque Stelle e la Lega, sono infatti declinati diversi aspetti di presa delle distanze dalle politiche dell’Unione europea: fra questi, una nuova ed esplicita linea di avvicinamento alla Federazione Russa, nel segno d’una sorta di nazionalismo filo-russo. Tale tema è stato espresso varie volte dai due partiti che sostengono la nuova maggioranza, anche se non formalizzato propriamente fino alla stesura dell’accordo fra le parti per la nascita del nuovo Esecutivo.

Per la Russia, con amore

Due sezioni del contratto danno una precisa definizione della politica estera delineata dalla maggioranza giallo-verde: ‘Difesa’ ed ‘Esteri’. Nella prima, appaiono generici riferimenti alla tutela dell’industria militare italiana ed al potenziamento delle forze armate. Ma ciò che colpisce realmente è la rivalutazione della “nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale”.

Tale dato viene esplicitato con ancora maggior precisione nella successiva sezione, dove è scritto: “L’impegno è realizzare una politica estera che si basi sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla promozione a livello bilaterale e multilaterale”. A un primo impatto tale frase potrebbe sembrare una mera constatazione della centralità degli interessi nazionali rispetto alla politica estera; ma l’affermazione esprime una presa di posizione ben più forte: la rivalutazione di prospettive che potremmo definire nazionalistiche.

Tale nazionalismo è però del tutto particolare, poiché vi sono passaggi in cui l’attenzione sembra essere rivolta più agli interessi della nazione russa che a quelli della italiana. Per essere più precisi, sempre all’interno della sezione ‘Esteri’ – dopo un breve cenno all’appartenenza all’Alleanza atlantica – viene specificato che la Russia rappresenta un “partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”: motivo per cui, a parere dei sottoscriventi, è necessario eliminare le sanzioni verso la Russia e collaborare con il presidente Vladimir Putin per “la risoluzione di crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)”.

Filorussi senza ‘l’oro di Mosca’

A parte la dubbia consequenzialità con cui il contratto passa dal definire la Russia un partner economico al considerarla capace di risolvere crisi internazionali, èpossibile fare alcune considerazioni su queste proposte:

1) Come l’onorevole Matteo Salvini ben sa, essendo stato membro del Parlamento europeo, l’abolizione delle sanzioni verso la Russia è una decisione che può essere presa esclusivamente all’interno delle istituzioni comunitarie, rendendo pertanto questo punto difficile da realizzare se non con un’estesa collaborazione europea (o a seguito di un’uscita dall’Ue, per altro esclusa nella presentazione del programma di governo al Parlamento);

2) Il presidente Putin ha ripetutamente dimostrato che il suo primario, quanto legittimo, interesse è il mantenimento della sfera d’influenza russa in alcune aree strategiche. Legittimarne il ruolo internazionale per la risoluzione di conflitti molto diversi fra loro (come Siria, Yemen e Libia) non farebbe che mettere in primo piano gli interessi russi che raramente coincidono con quelli italiani ed occidentali.

Escludiamo a priori che questa linea di sostegno alla Federazione Russa sia dettata da finanziamenti alla Lega o al Movimento Cinque Stelle. Non vi sono prove che la Russia stia portando avanti politiche di sostegno finanziario diretto ai partiti italiani, come faceva, invece, nella Guerra Fredda, l’Urss con partiti come il Pci o il Psiup. Bisogna quindi trovare altre motivazioni a quello che abbiamo precedentemente definito nazionalismo filorusso.

Un nazionalismo a specchio

Questo desiderio di legittimare in maniera netta la Russia come partner fondamentale per gli interessi italiani sembra essere dettato da una volontà di imitazione più che da una reale utilità per il nostro Paese. Se prendiamo, ad esempio, il caso libico, Italia e Russia si trovano a sostenere campi (pur se non formalmente) opposti. Quello italiano sembra un nazionalismo speculare a quello russo: fuor di metafora, appoggiare gli interessi russi per una questione meramente mediatica e per volontà di imitazione sembra condurre all’opposto degli interessi italiani, favorendo la strategia espansiva russa sia nel Medio Oriente che nel Mediterraneo.

La più forte concessione fatta in questo senso nel contratto è la seguente: “Non costituendo la Russia una minaccia militare, ma un potenziale partner per la Nato e per l’Ue, è nel Mediterraneo che si addensano più fattori di instabilità”. Come se l’Italia dovesse concedere più spazio alla Russia nel Mediterraneo, trasformando la politica di vicinato in una sorta di lassismo nei confronti del presidente Putin e del suo espansionismo, dimenticando l’irrisolta questione ucraina e il relativo conflitto.

Le problematicità delle posizioni espresse nel contratto di governo non paiono pertanto legate al ritorno di un nazionalismo novecentesco, ma anzi al sorgere di un nuovo nazionalismo – presente tanto nei Cinque Stelle qualto nella Lega -, fortemente interessato all’immagine mediatica, a fregiarsi dell’amicizia di leader stranieri muscolari che parlino il linguaggio della realpolitik e piacciano al pubblico per il loro decisionismo.

Bisogna però ricordare che oltre alla mediaticità ed ai consensi elettorali, esistono anche interessi reali che un atteggiamento del genere non tutela, poiché mette completamente in secondo piano fattori determinanti per l’interesse nazionale italiano ed elargisce favori a Putin. Che probabilmente ringrazierà per l’eventuale applicazione di una politica tanto favorevole quanto generosa, vista l’assenza di qualsivoglia vantaggio, se non molto limitato, per il nostro Paese. Leone Radiconcini, AffInt 11

 

 

 

 

Non usare la vita delle persone per esibizioni di diplomazia muscolare

 

629 persone, di cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, raccolte al largo della Libia dalla nave Aquarius, sono il simbolo innocente e dolente della prova di forza che il Ministro Salvini e il governo Conte hanno voluto intraprendere nominalmente con Malta e indirettamente con i partner europei. In non casuale coincidenza con la consultazione elettorale amministrativa.

 

629 persone: vite umane, usate cinicamente come oggetto di polemica bilaterale e confronto internazionale e come pretesto di propaganda elettorale. Da parte di forze che hanno sempre chiesto di riaffermare le radici cristiane dell'Europa al posto della sua tradizione di laicità e di libertà e che non si vergognano di esibire simboli religiosi in manifestazioni elettorali. E in nome di un paese che, con il suo 2,4 per mille, ha la percentuale più bassa di richiedenti asilo su mille abitanti tra tutti i paesi europei.

 

Non ci interessano i cavilli avvocateschi che consentirebbero in alcuni casi di derogare agli obblighi internazionali di accoglienza sanciti da trattati ai quali l'Italia ha aderito da decenni. Ci interessa che le persone siano messe al sicuro e che ad esse si applichino con umanità ed equità i criteri di selezione in vigore per i richiedenti asilo.

 

Ci interessa ancora di più che il nome degli italiani, che in trenta milioni sono stati emigranti e hanno riempito con il loro nome le tragedie del mare e del lavoro in tutto il mondo, non sia associato ad operazioni che scambiano persone e destini con trattative diplomatiche o, peggio ancora, con esibizioni muscolari.

 

Il problema degli immigrati è certamente il maggior fattore di tensione nei rapporti comunitari e lo si affronti con la necessaria fermezza con i nostri partner. Non mettendo in gioco, tuttavia, vite umane, ma, allo stesso tempo, perseguendo la linea di freno e controllo nei luoghi di partenza, già adottata dal governo Gentiloni e dal ministro Minniti, con risultati obiettivamente significativi.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

 

Garanzia

 

In Italia persiste il ridotto livello occupazionale. I dati ISTAT non fanno che confermare l’evoluzione di questo pernicioso fenomeno sociale. Mentre nel Paese i sacrifici continuano a gravare anche sull’economia spicciola, sul fronte dell’occupazione si continua a vedere ”buio”. Un buio preoccupante. Dati recenti offrono una visione d’insieme che non promette migliori attese. Più del 9% dei giovani (tra i 18 e i 25 anni) non è ancora riuscito a trovare un’occupazione stabile.

 

 Ma la realtà potrebbe essere peggiore se si prendesse in considerazione anche chi è occupato solo per pochi mesi l’anno. Promuovere l’occupazione non è solo un impegno politico; implica anche delle profonde implicazioni sociali. Se, dalle percentuali, si passa ai numeri, il quadro occupazionale è sconcertante: più di un milione di senza lavoro e oltre quattrocentomila i sottoccupati (meno di venti ore settimanali d’attività retribuita). Ma non solo. E’ aumentato il numero d’ore di cassa integrazione a fronte di una crescita della produzione industriale sotto il 3%.

 

 Dietro la recessione, indubbiamente, c’è da ricercare una gestione errata delle risorse, favorita da una politica sempre meno interessata alla tutela del sociale. L’evento, ora, ha una valenza generale e i giovani sono in difficoltà più che per il passato proprio per l‘auspicato rientro sul lavoro dei licenziati in età non ancora pensionabile. Certo è che dal 2010 in poi trovare un’occupazione stabile è sempre più difficile.

 

In economia spicciola, non sempre la proiezione dei grandi numeri trova oggettivo riscontro nel quotidiano. Pur senza voler fare del pessimismo a buon mercato, la fibrillazione economica nazionale continua. Sul fronte politico, dopo le ultime elezioni, ogni previsione resta un azzardo sul quale preferiamo non cimentarci. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Aquarius, mano tesa dalla Spagna

 

Aquarius sbarcherà a Valencia. I 629 migranti a bordo della nave verranno infatti accolti nel porto spagnolo, ad annunciarlo nel pomeriggio, il neo premier Pedro Sanchez: "E' nostro dovere contribuire ad evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone". L'annuncio è arrivato mentre sulla vicenda era in corso un braccio di ferro tra Italia e Malta. Stando agli aggiornamenti che arrivano da Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranee Germania, la nave si trova ora in attesa di una comunicazione ufficiale dai centri di coordinamento italiani o spagnoli.

L'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aveva lanciato un appello ai governi coinvolti per consentire uno sbarco immediato. Anche la Commissione europea aveva chiesto che i migranti fossero fatti sbarcare "il prima possibile". Nel pomeriggio finalmente il passo avanti della Spagna.

MSF - "Abbiamo appreso dai media che il primo ministro spagnolo Pedro #Sanchez ha offerto #Valencia come porto di sbarco per la nave #Aquarius. Non abbiamo ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito da parte dei centri di coordinamento dell’Mrcc di Italia o #Spagna". E' quanto si legge in un tweet sull'account di Medici senza frontiere Italia. Stessa segnalazione dall'account Twitter di Sos Mediterranee Germania: "Aggiornamento 1. Aquarius è ancora in standby tra Malta e Italia. Non sono state fornite ulteriori istruzioni o assegnato un porto sicuro. Le 629 persone soccorse sono a bordo da quasi due giorni".

CONTE - "La Spagna accoglie l'Aquarius, avevamo chiesto all'Europa un gesto di solidarietà, di farsi carico" del problema dei flussi migratori "e non lasciarci soli. Il gesto fatto" dagli spagnoli "va in questa direzione, non posso non ringraziare le autorità spagnole per aver accolto il nostro invito". Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ad Accumoli, commenta la decisione della Spagna. Il premier ha quindi rivolto un ringraziamento speciale ai ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini, in prima linea nella gestione di questa emergenza.

"Sin da ieri - ha aggiunto - abbiamo affiancato all'Aquarius due motovedette, affinché la vicenda venisse gestita in assoluta sicurezza". "Abbiamo assicurato dal primo momento soccorso e intervento sanitario - va avanti - intervento medico e approvviggionamento. Ci siamo resi inoltre disponibili a prelevare donne in stato di gravidanza, bambini o persone che mostrassero segni di disagio, ma nessuna notizia in questo senso è arrivata dall'Aquarius".

"La vera emergenza - ha poi sottolineato il presidente del Consiglio - è la gestione dei flussi migratori. Noi abbiamo chiesto una modifica del regolamento di Dublino in direzione di un'Europa solidale ed equa nella ripartizione dei flussi migratori. Ho un incontro con Macron venerdì e lunedì con Merkel", annuncia Conte.

Si tratta di due impegni "fissati e a cui andrò ben volentieri. Continuerò a chiedere con forza la modifica del regolamento di Dublino". A chi gli chiede se non sia stato innescato un braccio di ferro sulla pelle dei migranti, "non mi interessano le polemiche - risponde - operiamo" per cambiare le cose.

MALTA - Da Catania, la presidente di Malta, Marie-Louise Coleiro Preca, ha affermato che "Italia e Malta sono due Paesi confinanti dell’Europa e devono lavorare insieme per i flussi migratori e non fare polemiche tra di loro. Noi siamo uniti e dobbiamo continuare ad esserlo. Questo è un impegno non soltanto della politica ma dei cittadini maltesi e italiani".

"Ringrazio il premier spagnolo Sanchez per aver offerto accoglienza all'Aquarius dopo che l'Italia ha infranto le regole internazionali e ha causato una situazione di stallo", ha poi accusato in un tweet il premier maltese Joseph Muscat. "Malta - ha aggiunto - invierà nuovi rifornimenti alla nave. Dovremo sederci e discutere come evitare che una situazione simile si verifichi di nuovo. Questa è una questione europea".

 

PARLAMENTO UE - Il Parlamento Europeo discuterà dopodomani nella plenaria a Strasburgo dell'emergenza umanitaria nel Mediterraneo, evidenziata dal caso della nave Aquarius. Lo ha deciso l'Aula, accogliendo a maggioranza (212 a favore e 62 contrari) la proposta del gruppo dei Verdi/Ale e dei Socialisti e Democratici. Il dibattito, dedicato all'emergenza umanitaria nel Mediterraneo e alla solidarietà nell'Ue, si terrà quindi mercoledì 13 giugno. Adnkronos 11

 

 

 

 

Presentato il XIII Rapporto “Osservatorio Romano sulle Migrazioni”

 

Il Lazio è la seconda regione italiana, dopo la Lombardia, per residenti stranieri e la terza, dopo Emilia Romagna e Lombardia, per incidenza di questi sulla popolazione. Il Lazio, è però anche regione di partenza di italiani che vanno all’estero: sono in 58.115 ad essersi cancellati per l’estero tra il 2008 e il 2016 (il 9,3% dei 623.885 italiani cancellati dall’Istat nello stesso periodo) e 10.956 solo nel 2016

 

ROMA – Presentato oggi a Roma , presso l’Auditorium di via Rieti, il XIII Rapporto “Osservatorio Romano delle Migrazioni” realizzato  dal Centro Studi e Ricerche Idos con il sostegno dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.

L’Osservatorio Romano sulle Migrazioni con questa tredicesima edizione – la terza sostenuta dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – torna a raccontare il Lazio, le sue province e Roma attraverso le migrazioni. E torna a dare voce alle tante iniziative promosse dal basso, per lo più dall’associazionismo, dal terzo settore e dal volontariato, ma anche da numerosi Enti locali.

 

Movimenti migratori e presenze stabili nel Lazio

Il Lazio si conferma la seconda regione italiana, dopo la Lombardia, per residenti stranieri e la terza, dopo Emilia Romagna e Lombardia, per incidenza di questi sulla popolazione. Al 1° gennaio 2017 se ne contano 662.927, il 51,9% dei quali donne, il 13,1% degli stranieri residenti in tutto il Paese. Rispetto alla popolazione totale, 11 residenti ogni 100 sono stranieri (11,2%; in Italia: 8,3%).

L’incremento tra il 2015 e il 2016 è dello 0,4% (+17.768), mentre la popolazione complessiva è diminuita dello 0,1%. A questo andamento hanno contribuito diverse voci: tra quelle in entrata, vanno considerati i nuovi nati da genitori stranieri (7.314 nel  2016, il 15,4% di tutti i bambini nati in regione) e i nuovi iscritti in anagrafe dall’estero (30.643, l’11,7% delle iscrizioni dall’estero registrate in Italia), che hanno generato un saldo migratorio con l’estero positivo (+27.433); tra le voci in uscita, la più consistente è quella delle acquisizioni di cittadinanza italiana, che nel 2016 sono state 11.856, il 5,9% delle 201.591 acquisizioni avute in tutta Italia.

Latina è la seconda provincia del Lazio per residenti stranieri: 50.067, il 7,6% del totale regionale. L’incidenza sulla popolazione è dell’8,7%. Nonostante prevalgano gli uomini (53,6%), è al secondo posto anche per numero di nati stranieri (658 nel 2016, il 13,7% di tutti i nati). È infine la seconda provincia più attrattiva dopo Roma, con 2.995 iscrizioni anagrafiche di stranieri dall’estero e un saldo migratorio annuo (+2.729) inferiore solo alla Città Metropolitana di Roma.

La provincia di Viterbo è terza per residenti stranieri (30.046, il 4,5% degli stranieri in regione) ma prima per loro incidenza sulla popolazione (9,4%). Nel 2016 vi si sono registrati 348 nati stranieri (il 15,3% di tutti i nati dell’anno) e 1.253 stranieri provenienti dall’estero che hanno prodotto un saldo migratorio di +898 unità.

Segue la provincia di Frosinone, quarta per residenti stranieri (24.551, il 3,7% degli stranieri nel Lazio) e con un’incidenza sulla popolazione del 5,0%. Nel 2016 vi sono nati 285 bambini stranieri, il 7,2% delle nascite complessive. Gli stranieri iscrittisi in anagrafe dall’estero sono stati 1.468 e il saldo migratorio con l’estero è stato di +1.190 unità.

Ultima è la provincia di Rieti, con 13.307 residenti stranieri (il 2,0% del totale in regione) e un’incidenza sulla popolazione dell’8,5%. Nel 2016 vi si sono registrate 125 nascite da genitori stranieri (circa il 12% di tutti i nati nella provincia) e 805 iscrizioni anagrafiche di stranieri dall’estero, con un saldo migratorio con l’estero di +658 unità.

Gli stranieri non comunitari soggiornanti nel Lazio sono 406.983, l’11% della presenza in Italia. Il 50,5% ha un permesso di lungo periodo (60,7% in Italia) e il 49,5% un permesso a scadenza. I nuovi permessi rilasciati nel 2016 sono stati 24.462, il 10,8% del totale nazionale (226.934), e tra di essi sono prevalsi i ricongiungimenti familiari (49,5%, a fronte del 45,1% in Italia), i motivi umanitari (19,8% a fronte del 34,3%), i permessi per residenza elettiva, religione e salute (13,1% contro 7,3%) e i motivi di studio (12,5% a fronte del 7,5%).

Il Lazio è però anche regione di partenza di italiani che  vanno all’estero: sono in 58.115 ad essersi cancellati per l’estero tra il 2008 e il 2016 (il 9,3% dei 623.885 italiani cancellati dall’Istat nello stesso periodo) e 10.956 solo nel 2016.

 

La Città Metropolitana di Roma

La Città Metropolitana di Roma, con 544.956 residenti stranieri a inizio 2017, pari al 10,8% di quelli residenti in Italia (5.047.028), è la prima provincia per numero di immigrati. Nel corso del 2016 i residenti stranieri sono aumentati di 15.558 unità, l’incremento più alto tra le province italiane, con un ritmo di crescita superiore a quello medio nazionale (+2,9% contro +0,4%).

Nel 2016 sono stati registrati in anagrafe 5.898 nuovi nati da genitori stranieri (circa un sesto dei nati in provincia), mentre 650 stranieri sono stati cancellati per morte. Pertanto il saldo naturale tra gli stranieri è risultato positivo (+5.248), anche se in contrazione per il terzo anno. Ciò nonostante, come nei 4 anni precedenti, il saldo complessivo (italiani e stranieri) tra nascite e morti è risultato negativo (-5.086).

A trainare la crescita di residenti stranieri è stato il saldo delle migrazioni con l’estero (+21.958), il più alto in Italia a fronte di un saldo migratorio estero negativo per gli italiani (-6.194).

Sono stati invece cancellati dalle liste dei residenti stranieri 9.479 persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana, cifra che colloca la Città Metropolitana di Roma al terzo posto in Italia dopo quelle di Milano e Torino. Negli ultimi otto anni (2008- 2016) sono circa 51mila gli stranieri residenti nel territorio dell’Urbe diventati italiani.

Dopo la Capitale, che concentra circa il 70% degli stranieri residenti in provincia, i comuni con più stranieri sono Guidonia Montecelio (11.641), Fiumicino (9.709), Pomezia (7.870), Ladispoli (7.615), Tivoli (7.565), Ardea (6.349), Fonte Nuova (6.198), Anzio (6.193) e Nettuno (5.198).

L’incidenza media sulla popolazione totale è del 12,5%, ma è superata in 32 comuni su 121: oltre a Roma Capitale (13,1%), 11 comuni con meno di 5mila abitanti e 20 comuni medio-grandi.

Il 54,2% degli stranieri residenti nella Città Metropolitana è europeo e, tra questi, prevalgono i comunitari (78,5%). Il secondo continente è l’Asia (26,2%), seguito da Africa (10,9%), America(8,6%) e Oceania (0,1%). Al primo posto si collocano i romeni (181mila, il 33,3% del totale), seguiti da filippini (43.663), bangladesi (33.259), cinesi (21.619), ucraini (19.538), polacchi (18.675), albanesi (16.251), peruviani (15.593), indiani (15.521), egiziani (14.140).

Resta estremamente lieve l’aumento dei non comunitari con permesso di soggiorno (+0,6%), che ammontano a 345.897 unità. Ma mentre i permessi a termine diminuiscono di 3.798 unità (-2,2%), passando da 173.979 a 170.181, i permessi di lungo periodo aumentano di 5.938 (+3,5%), raggiungendo le 175.716 unità e portando l’incidenza dei lungo soggiornanti sul totale al 50,8%.

Rispetto all’anno precedente calano fortemente i permessi per motivi di lavoro (-13,4%, circa 10mila unità in meno) e i permessi rilasciati per altri motivi (-2,8%), mentre crescono i soggiornanti per ragioni familiari (+4,8%), per motivi di studio (+16,0%) e, soprattutto, per asilo e motivi umanitari (+19,5%, 2.933 in più rispetto al 2015). Ne risulta che la quota dei permessi per motivi di lavoro è del 38,7% (nel 2014 gli stessi soggiornanti superavano la metà), appena al di sopra del dato nazionale (37,6%); i permessi rilasciati per motivi familiari sono il 34,8% (nel 2014 erano un quarto), contro un valore medio nazionale del 42,1%; i permessi per asilo/motivi umanitari incidono per il 10,5% (13,5% nella media nazionale).

Il numero di rifugiati e richiedenti asilo nella Città Metropolitana di Roma è in assoluto il più alto (17.939): vi vive il 9,1% dei rifugiati e richiedenti asilo soggiornanti in Italia.

I permessi rilasciati per la prima volta durante il 2016, che in Italia sono calati di circa il 5% rispetto al 2015, nella Città Metropolitana di Roma sono aumentati dell’1,7% (316 primi rilasci in più) e ammontano a 19.078 (l’8,4% del totale nazionale): il 53,3% è stato rilasciato per motivi di famiglia (10.167), il 14,6% per studio (2.783), il 14,5% per altri motivi (2.762) e il 12,4% per asilo/motivi umanitari (2.359). I nuovi rilasci per lavoro si sono invece ridotti ulteriormente (-676 rispetto al 2015) e la quota sul totale dei primi rilasci è scesa intorno al 5%.  (Inform)

 

 

 

Cresce in Danimarca il sentimento anti migranti, dopo il burqa si vuole proibire anche la circoncisione

 

Dopo il recente divieto del velo che copre il volto, si prepara una proposta di legge per vietare la pratica prevista per i maschi dalla religione musulmana ma anche da quella ebraica. Raccolte le 50mila firme necessarie a imporre il voto in Parlamento - di ANDREA TARQUINI

 

Cresce senza sosta in Danimarca, considerato uno die paesi più felici al mondo, il sentimento di ostilità e diffidenza verso i migranti. Dopo il recente divieto del burqa e del niqab (ovvero il velo che copre integralmente il volto), si prepara una proposta di legge per vietare la circoncisione, pratica prevista dalla religione musulmana ma anche da quella ebraica. Sono state infatti raccolte le 50mila firme necessarie a imporre al Folketing, il Parlamento del regno, di votare sulla richiesta. E appare molto probabile agli osservatori che questa venga approvata, visto l'orientamento politico generale. Dominato dalla linea dura del premier conservatore Lars Lokke Rasmussen, dal partito ritenuto xenofobo Dansk Folkeparti (Partito del popolo danese) ma assecondato anche da posizioni sempre piú severe verso i migranti adottate anche dall'opposizione socialdemocratica nell'evidente tentativo di riguadagnare consensi.

 

La raccolta di firme per vietare la circoncisione non ha ancora suscitato commenti ufficiali, a quanto risulta, né dalla comunità musulmana né da quella ebraica. Appare comunque un nuovo passo contro “l'Islam che consideriamo una barriera contro l'integrazione”, come ha recentemente affermato Mette Frederiksen, leader dell´opposizione socialdemocratica. Il divieto del burqa era stato approvato con una sanzione di una multa di 10mila corone (oltre mille euro) per chi lo viola.

 

La settimana scorsa poi il premier conservatore aveva rivelato che è in avanzato stato di discussione con altri paesi europei – tra i quali ha menzionato solo l'Austria – per un progetto per deportare migranti e richiedenti asilo respinti in un luogo sul suolo europeo, ma un luogo particolarmente sgradevole e scomodo. Lo scopo apparente dell'idea è far passare la voglia d'Europa alle maree migratorie. Anni fa era stata passata una discussa norma che imponeva ai migranti la consegna di valori (eccetto effetti personali come gioielli familiari e fedi nuziali) come pegno al loro arrivo in territorio danese. LR 11

 

 

 

Dal XIII Rapporto “Osservatorio Romano sulle Migrazioni”. Le presenze stabili di stranieri a Roma Capitale

 

Sono 377.217 gli stranieri residenti nella città di Roma a inizio 2017, per il 52,7% donne, e rappresentano il 13,1% della popolazione totale.

Quasi la metà proviene dal continente europeo e, tra questi, il 75% dall’area comunitaria, in particolare dalla Romania (i cui residenti sono aumentati del 2,5% rispetto al 2015). Questi sono in assoluto i più numerosi (90.959, un quarto della popolazione straniera), seguiti nell’ambito dell’area europea da ucraini (15.070, quasi +5% in un anno) e polacchi (12.360, -0,2%).

Il secondo continente è quello asiatico, con 125.600 residenti (oltre il 33% degli stranieri), in crescita del 5,3% rispetto al 2015. Invariate le posizioni delle prime tre collettività, che continuano a crescere e a rappresentare circa il 73% della popolazione asiatica: filippini (41.685: +1,9%), bangladesi (30.770: +6,3%) e cinesi (18.721: +8,2%). In netto aumento anche gli indiani (+7,7%).

Registrano una forte crescita i cittadini dell’Africa, in particolare di Nigeria (+8,4%), Egitto (+6,4%) e Marocco (+2,7%). Calano invece gli americani, che costituiscono il 10,3% degli stranieri e tra i quali i più numerosi sono i peruviani (13.445, -2,5%) e gli ecuadoriani (8.182, -0,4%). La concentrazione più elevata si registra in tre municipi che accolgono oltre un terzo degli stranieri: il municipio I (45.162), il VI (44.452) e il V (40.680). Rispetto al 2015, l’incremento maggiore  si è avuto nell’area Sud-Est di Roma, in particolare nel municipio VII (+5,1%). Le cittadinanze più numerose nella Capitale sono quelle romena, filippina, bangladese e cinese.

I nuovi nati iscritti in anagrafe nel 2016 sono, tra italiani e stranieri, 22.435, con un trend decrescente non solo per i nati da madri italiane (quasi il 3% in meno del 2015), ma anche da madre straniera: queste nell’ultimo triennio hanno cumulato un decremento di oltre 5 punti percentuali. Nel complesso, le nascite nel 2016 calano così del 2,8%, anche se le donne straniere mantengono una propensione più che doppia a mettere al mondo un figlio rispetto alle italiane.

 

Il contributo al mercato del lavoro dipendente

Nella Città Metropolitana di Roma Capitale la ripresa degli indicatori economici e occupazionali registrata a partire dal 2014 si è consolidata nel corso del 2016. Tra il 2008 e il 2016 la base occupazionale si è ridotta numericamente solo nel 2009, ma negli  anni successivi, diversamente dal livello nazionale, si è avuto un costante, anche se moderato, andamento positivo e nel 2016 un incremento di occupati dell’1,5% (in Italia +1,3%). Ne risulta che il bilancio complessivo degli occupati fra il 2008 e il 2016 è positivo per la Città Metropolitana di Roma (+9,3%) e negativo per la media nazionale (-1,4%). Il tasso di occupazione dei 15-64enni nel 2016 è tornato ai livelli pre-crisi, attestandosi sul 62,6%.

Determinante per questo trend è stato il contributo dei lavoratori stranieri che hanno registrato un aumento di occupati del 98,1% fra il 2008 e il 2016, a fronte del +0,9% dei lavoratori italiani.

Tuttavia, la parziale tenuta dell’occupazione è derivata anche da politiche di riduzione dell’orario di lavoro che hanno favorito l’aumento del part-time (volontario e soprattutto involontario) e della Cassa integrazione, estesa a settori e tipologie di aziende in precedenza escluse.

Attualmente il numero dei senza lavoro si aggira a Roma attorno alle 194mila persone ed è di oltre 3 milioni in Italia. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione ha ripreso a crescere, raggiungendo un massimo storico nel 2014 (11,3%), per scendere nel 2016 al 9,8%, valore in ogni caso superiore ai valori pre-crisi (5,8% nel 2007). Fra i giovani di 15-24 anni, inoltre, il tasso di disoccupazione a Roma raggiunge il 40,2%.

Gli occupati a Roma nel 2016 sono 1 milione e 796mila, il 75% dei quali lavora nei servizi ma, considerando anche il commercio, la percentuale sale all’87,8% (in Italia è al 70%). e in Italia del 10,5%. In valori assoluti i lavoratori stranieri occupati nel Lazio sono 335.274 (su un totale di 2.335.947), di cui 281.234 nella Città Metropolitana di Roma (su un totale di 1.796.932 occupati). Il loro tasso di occupazione, nonostante un calo più forte che tra gli italiani (-2,6 punti percentuali), resta decisamente più alto: 66,8% a fronte del 46,2%. Inoltre, alla diminuzione dei tassi di occupazione ha corrisposto, anche fra i cittadini stranieri, un notevole aumento del tasso di disoccupazione, che ha raggiunto l’11,4% a fronte del 9,5% degli italiani.

Nella maggioranza dei casi le occupazioni degli stranieri si concentrano in posti di lavoro a bassa qualificazione e spesso non corrispondenti ai livelli di istruzione e formazione: nella Città Metropolitana di Roma gli stranieri lavorano per il 43,7% in professioni qualificate (a fronte del 6,5% tra gli italiani), per il 28,5% in professioni qualificate nei servizi (italiani: 17,7%), per il 16,3% come operai (italiani: 11,0%), mentre registrano quote decisamente basse nelle professioni tecniche/impiegati (6,3% a fronte del 37,2% tra gli italiani), nelle alte specializzazioni (4,0% vs 21,7%) e come dirigenti e imprenditori (1,2% vs 3,5%).

 

Il lavoro autonomo

Solo sul territorio di Roma Capitale si contano ben 48.563 imprese gestite da lavoratori di origine straniera, pari all’8,5% di tutte le aziende a guida immigrata registrate dalle Camere di Commercio italiane a inizio 2017 (oltre 571mila). La percentuale sul totale sale all’11,4% nell’intera Città Metropolitana, dove le imprese guidate da immigrati sono 63.052, e arriva al 13,0% nel Lazio (74.067): valori di spicco che fanno di Roma la prima provincia italiana per numero di attività indipendenti “immigrate” (seguita da Milano: 9,1%, 52.150) e del Lazio la seconda regione, preceduta solo dalla Lombardia (19,3%, oltre 110mila).

A fronte di un valore medio nazionale che nell’ultimo quinquennio si è attestato al +25,8% (pari a 117mila imprese immigrate  in più), nel Lazio l’incremento dal 2011 è stato del 46,0% e del 49,8% nella Città Metropolitana di Roma. Anche stringendo l’attenzione sull’ultimo anno, la media nazionale del +3,7% sale a +5,1% nel Lazio e a +5,5% nell’area metropolitana romana.

Tra le imprese gestite da immigrati spicca la quota di pertinenza delle società di capitale, pari al 20,1% del totale nella Città Metropolitana e al 21,9% nel comune di Roma (in Italia: 12,2%).

Gli imprenditori romeni e marocchini sono i più numerosi nei comuni della provincia, a differenza di quanto si registra a Roma, dove a distinguersi sono innanzitutto i bangladesi (pari al 36,0%di tutti gli immigrati titolari di ditte individuali), seguiti da romeni (10,9%), cinesi (8,6%), egiziani (8,1%) e marocchini (4,5%). (Inform 7)

 

 

 

 

La vaghezza politica

 

Tra poco, non mancheranno le previsioni sulla “vita” dell’Esecutivo made “Di Maio/Renzi. Non osiamo fare delle previsioni sul suo futuro; certo, non durerà per i canonici cinque anni.

 

Nel frattempo, sempre che il Potere Legislativo si attivi, si potrebbe cambiare il meccanismo del “Rosatellum”. Sarà la volta buona? L’interrogativo si pone proprio per la necessità operativa correlata a questo 2018 con tanti problemi che potevano essere evitati.

 

Questo non sarà l’anno dei mutamenti; ma, forse, dei segnali di ripresa per un’economia la cui malattia da “perniciosa” potrebbe evolvere in “cronica”. Se lo scriviamo, è perché non ci sentiamo per nulla tranquilli per un Esecutivo di “contratto”Anche questo rappresenta un altro segnale di un sistema lontano dalle esigenze di un Popolo sempre meno disponibile a giustificare gli “errori” socio/economici dei politici di turno. In definitiva, quelli di sempre.

Anche perché le “malattie” di casa nostra non sono state repentine. C’era tutto il tempo per affrontare l‘ambascia. Di fatto, però, s’è preferito lasciare le decisioni ad altri. Solo in apparenza qualificati a definire il futuro nazionale.

 

L’Italia potrà riprendersi solo se si andranno a concretare certi progetti che evitino maggioranze “anomale” in un Esecutivo che si mostra già eterogeneo. Girare pagine si può. Ma solo se si vuole. Il 2018, secondo le ultime “grida” ufficiali, non sarà l’anno della svolta. Che sia vero non lo sappiamo e le ipotesi le lasciamo esternare ad altri. Certamente più competenti a esprimere pareri; anche se di parte.

 

Ci riserveremo, invece, d’analizzare il “contratto”, mese per mese, per verificare gli effetti socio/politici di questa Terza Repubblica che, dopo aver sbaragliato il limbo politico per un Esecutivo d’emergenza, dovrebbe avere il tempo per maturare di più e illudere di meno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Nominati sottosegretari agli Esteri Ricardo Merlo (Maie) e Guglielmo Picchi (Lega)

 

Emanuela Claudia Del Re, Manlio Di Stefano, Guglielmo Picchi e Ricardo Merlo: sono loro i 4 sottosegretari al Ministero degli Esteri nominati il 12 giugno dal Consiglio dei Ministri.

 

ROMA – Il senatore e presidente del Maie Ricardo Merlo è stato nominato sottosegretario agli Esteri. Merlo, è il primo eletto della circoscrizione Estero ad assumere questo incarico. Nato il 25 maggio del 1962 a Buenos Aires (Argentina) Merlo si è laureato in Scienze Politiche all’Università del Salvador di Buenos Aires ed ha perfezionato i suoi studi in Italia presso l’Università di Padova. Molto attivo nel mondo dell’associazionismo italo-argentino, è stato eletto membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e nel 2004, è stato eletto presidente del Comites di Buenos Aires. Nell’anno 2005, ricopre il ruolo di presidente dell’Intercomites Argentina.

E’ stato eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, dai nostri connazionali delle ripartizione America Meridionale, nel 2006 nella lista Associazioni Italiane in Sud America, un movimento politico fondato da Luigi Pallaro. Nel 2007 fonda il movimento politico denominato Movimento Associativo Italiani all’Estero. Viene rieletto, sempre alla Camera dei Deputati, con il Maie nelle elezioni politiche del 2008 e del 2013. Con le elezioni del 4 marzo 2018 approda in Senato. Ieri la svolta con la nomina a sottosegretario agli Esteri con il Governo Conte.

Tra le file dei nuovi sottosegretari del Maeci vi è anche un altro parlamentare, che pur essendo stato eletto alle elezioni del 4 marzo in Toscana nel collegio plurinominale di Prato Pistoia Lucca e Massa Carrara, ha alle spalle un passato politico nella circoscrizione Estero. Si tratta del deputato della Lega Guglielmo Picchi. Nato a Firenze il 26 aprile 1973, Picchi si è laureato con lode in Economia presso l’Università di Firenze e con un Master of Business Administration della Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi. Nel 2002 Picchi, che ha già iniziato la sua carriera politica in Toscana con Forza Italia, comincia a lavorare a Londra in una banca di investimento. Nell’aprile 2006 Picchi viene  eletto alla Camera dei deputati nella ripartizione “Europa” con la lista di Forza Italia. Nel 2008 viene rieletto, sempre nel collegio “Europa” con il Pdl. Il 25 febbraio 2013 riceve nuovamente il consenso degli elettori della Ripartizione Europa, presentando con la lista  Popolo della Libertà - Centrodestra Italiano. Nel marzo 2016 decide di continuare il suo impegno politico con la Lega Nord. Ora viene nominato sottosegretario agli Esteri nel Governo Conte.

 

I Parlamentari PD Estero Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro scrivono: “Esprimiamo gli auguri di buon lavoro al Senatore Ricardo Merlo e all’Onorevole Guglielmo Picchi per la nomina a Sottosegretari agli affari esteri e alla cooperazione internazionale. È positivo che tale responsabilità tocchi a chi ha una conoscenza diretta della vita e dei problemi delle nostre comunità all’estero. Su questo piano, anche se per noi le distanze dalle posizioni generali di questo governo e, in particolare, dalle opzioni di politica estera restano grandi, non mancheranno i nostri costruttivi suggerimenti e la nostra costante sollecitazione a ben operare. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: gli interessi degli italiani all’estero vengono prima di tutto. Per quanto ci riguarda, resteremo fedeli a questa scelta, pur nelle difficili condizioni date.

Al di là dei risvolti personali, comunque, in questa fase di impostazione degli indirizzi politici del nuovo esecutivo – continuano I Parlamentari esteri del PD - ci preme ribadire un orientamento di fondo che, con impegno e non senza fatica, si è cercato di far maturare in questi anni: gli italiani all’estero non sono una categoria da assistere ma una delle principali leve strategiche che l’Italia ha nelle mani per internazionalizzare il suo Sistema Paese e per realizzare una sua presenza attiva a livello globale. Sarebbe un grave errore se, parafrasando uno degli slogan più ascoltati durante la campagna elettorale, in nome di una nominale priorità, fossero rimessi in un ghetto o in una trincea assistenzialistica e difensiva.

In questa ottica – concludono - l’esperienza ci dice che non bastano le buone intenzioni: nulla è scontato e nulla è ipotecato, ma tutto deve essere costruito con la chiarezza e la credibilità delle proposte, con l’unità delle forze e con le scelte che riguarderanno l’intero Paese, all’interno e nella sua proiezione internazionale”.

 

“Per la prima volta gli italiani all’estero avranno il “loro” Sottosegretario agli Esteri”:  l’Associazione Bellunesi plaude alla nomina “a questa prestigiosa carica”. del sen. Ricardo Merlo, origini trevigiane. “Grande soddisfazione” dunque, da parte dell’Associazione  e del suo presidente Oscar De Bona per la nomina: “Conosco Ricardo da tanti anni, fin dal suo ingresso nella Consulta dei Veneti nel Mondo”. De Bona vuole sottolineare come “Ricardo sia una persona da sempre attaccata alle sue radici venete e in particolar mondo a Treviso e a Belluno. E’ stato il vero ispiratore del Maie, una realtà che ha unito gli italiani all’estero”. ”Personalmente – conclude De Bona – non posso che esprimere soddisfazione e plauso per chi ha fatto questa nomina. Avere un rappresentante degli italiani all’estero con questa carica ci permetterà di dare ancora più voce ai nostri emigranti”.

 

“La nomina del senatore Ricardo Merlo come sottosegretario per gli italiani all'estero è un premio enorme che dobbiamo saper valorizzare e allo stesso tempo difendere”. A sostenerlo è Adriano Cario, senatore eletto in Sud America, entrato da qualche settimana nel gruppo Maie a Palazzo Madama. La nomina di Merlo, scrive Cario, “è stata possibile soprattutto perché in Senato si è formata una componente di senatori indipendenti disposti ad appoggiare la nascita di questo governo politico”. Ora, puntualizza Cario – che ha lasciato l’Usei dopo che Sangregorio alla Camera è entrato nel gruppo di “Noi con l’Italia” e votato “no” alla fiducia al Governo Conte – “aldilà delle critiche ricevute in quel momento, la scelta di far parte di questa componente con il neo sottosegretario Merlo, è stata fondamentale”. “Ora, al lavoro”, continua Cario. Avere un sottosegretario eletto all’estero “deve intendersi come uno strumento politico da dove spingere i cambiamenti destinati a migliorare le condizioni di tutti gli italiani all'estero. Sarà fondamentale convocare tutti i parlamentari eletti all'estero a partecipare e lavorare per portare avanti le iniziative che sono più o meno comuni a tutti”.

 

“Un primo passo importante per tentare di portare, finalmente, maggiore attenzione sui milioni di nostri concittadini che vivono fuori dall'Italia e che non possono essere ignorati”. Così la senatrice di Forza Italia Francesca Alderisi, eletta nel Circoscrizione Estero, ripartizione Nord e Centro America, ha commentato la nomina a sottosegretario agli Affari Esteri di Ricardo Merlo, il più votato nella Circoscrizione Estero ed unico tra gli eletti oltre confine ad aver fatto parte di quattro legislature. La senatrice, che con Merlo ha condiviso l’impegno all’interno del MAIE, ha poi continuato: “Pur avendo posizioni diverse e avendo preso decisioni differenti rispetto al nuovo Governo, è per me motivo di grande soddisfazione che uno di noi diciotto parlamentari eletti all’estero possa ricoprire un ruolo nell'Esecutivo”.  A distanza di un mese dalla riunione informale degli eletti nella Circoscrizione Estero, a cui anche il senatore Merlo aveva partecipato e che mirava proprio alla concertazione tra le diverse forze politiche presenti nel Parlamento su alcune iniziative legislative di comune ed alto interesse, “questo risultato assume un significato rilevante”, ha precisato Alderisi, che ritiene “sia cruciale e fondamentale continuare a percorrere la strada della collaborazione e della cooperazione tra noi eletti oltre confine”. “Spero”, ha concluso la parlamentare eletta all’estero, “che questo risultato possa presto trasformarsi in azioni concrete per il bene degli italiani nel mondo e sono certa che il senatore Merlo saprà ricoprire con competenza ed energia il ruolo affidatogli”. (de.it.press)

 

 

 

Lo scrittore Catozzella: "Chi odia i migranti è perché ci ritrova se stesso"

 

Nei suoi libri Giuseppe Catozzella ci ha consegnato una visione diretta delle tragedie delle migrazioni. All'Espresso spiega perché nel nostro Paese sia così difficile l'accettazione e quali politiche potrebbero essere messe in campo per affrontare il fenomeno. Senza risparmiare critiche a tutte le forze in Parlamento, da Minniti a Salvini passando per il M5s - DI CHRISTIAN DALENZ

 

Ha scritto che l’Italia oggi è “un Paese dalla mentalità asfittica”. Che cosa intende? E siamo sempre stati così o lo siamo diventati? E se lo siamo diventati, quando è avvenuto, come, perché?

Lo siamo sempre stati, fin dall'Unità, credo. Siamo un paese contadino e segnato dalla miseria che non ha conosciuto la "rivoluzione" borghese o liberale, al contrario dei grandi Stati nazionali europei, cioè non è mai stato in grado di costruirsi una identità culturale e collettiva, e un disegno del futuro slegato dalla materia, dalla terra, dal bisogno. Abbiamo conosciuto un benessere economico per pochi decenni, dalla fine del secondo dopoguerra fino a una decina di anni fa. Ma in mancanza di strutture culturali diffuse, di un senso collettivo di nazione e partecipazione e di uno slancio culturale verso il futuro, non abbiamo potuto che interpretare e utilizzare quel breve benessere in chiave privata, familistica, materialistica. L'italiano ha imparato che il tertium non esiste, che la Giustizia non esiste, che per sopravvivere occorre "fottere" il prossimo e lo Stato, perché lo fanno tutti, Stato incluso. Che non vige la certezza della pena ma l'unica certezza che più gravi per la collettività saranno i reati e meno verranno puniti. 

Da questo non può che risultare un paese asfittico, senza aria, senza visione, senza speranza e, di fatto, senza futuro, visto che anche l'emigrazione non si è mai fermata e anzi è aumentata negli ultimi anni (ricordo infatti che lo scorso anno 180.000 ragazzi italiani hanno lasciato l'Italia per trovare un lavoro degno di loro). Domina una visione chiusa, gretta, aridamente materialistica, utilitaristica all'eccesso: la guerra di tutti contro tutti, dei poveri contro i poveri.

 

Oggi il “senso comune” in Italia non è certo aperto nei confronti dell’accoglienza e dei migranti. Non era così, fino a pochi anni fa. Di chi sono le maggiori responsabilità?

Non era così forse finché a ricevere migranti o stranieri erano principalmente i Paesi che hanno conosciuto la rivoluzione degli Stati nazione, i Paesi ricchi quindi: Francia, Inghilterra, Germania, USA su tutti. Fino a pochissimi anni fa gli emigranti veri eravamo noi italiani, e come ricordavo prima stiamo tornando ad esserlo. In Australia siamo i "wog", in America i "wop", termini più che dispregiativi. Adesso che a ricevere stranieri siamo anche noi, non siamo preparati. Non siamo pronti culturalmente. E non lo siamo nemmeno economicamente. Non abbiamo una visione del futuro per noi, figurarsi per i nuovi arrivati. 

 

Questo genera un sentimento presente e vivo nelle fasce meno avvantaggiate della popolazione, ovvero la grande maggioranza. Se questi sentimenti privati, intimi, di insicurezza e invasione vengono poi alimentati ad arte da chi detiene il megafono, ovvero politica e media, che usano slogan per atterrare spettatori o clic, allora accade che un sentimento di vergognoso rancore privato ottenga un riconoscimento pubblico, e questo è molto pericoloso. La vergogna privata facilmente si trasforma in appartenenza, in orgoglio. E da lì in diritti negati, in un nazionalismo negativo, privo di un vero disegno culturale costruttivo. E poi in odio. Odio sociale, collettivo.

 

Questo “senso comune” impaurito e quindi xenofobo si può ribaltare secondo lei? E come? Quali sono le caratteristiche e i perimetri di questa battaglia culturale?

È difficilissimo. Se la battaglia è culturale, come lo è, allora è già quasi persa in partenza. Stiamo parlando di un Paese, il nostro, dove pochissimi leggono (1 su 10), e dove molti, moltissimi sono ancora analfabeti o analfabeti funzionali. Le battaglie culturali da noi non funzionano, perché il senso comune italiano è pre-culturale o addirittura anti-culturale. Questo non significa che bisogna arrendersi, certo. Significa solo che è molto difficile. Occorre più di tutto una grande politica indirizzata alla Scuola. Lì si gioca ogni cosa. Copiamo la Francia se non abbiamo idee. Ma quei soldi che ci sono vanno messi nella Scuola e nei libri.

 

Manifestazione a Napoli seguita ad alcuni episodi di violenza che hanno coinvolto anche immigrati

 

Il suo ultimo romanzo, E tu splendi, affronta il tema della difficile integrazione di un gruppo di africani in Italia, più precisamente in un piccolo paese del Sud. Quali sono oggi gli ostacoli culturali principali per l’integrazione? E quali?

Lo straniero, ad un popolo come noi italiani, attiva una reazione molto intima e che vogliamo rimuovere: un senso di vergogna. Vergogna perché, data la nostra storia rurale di miseria e di immigrazione, lo straniero ci porta necessariamente a riconoscerci in lui. Di fronte allo straniero penso: questo sono io. Perché se non sono migrati i nostri genitori, i nostri nonni o i nostri bisnonni, magari siamo migrati noi, o i nostri figli. Tutto ciò, unito ad un presente di povertà, genera quel senso di odio collettivo di cui parlavo anche prima. Tutto questo impedisce una risposta razionale al più grande fenomeno del nostro tempo, che è quello delle migrazioni. Che pure conosciamo molto bene perché ha visto e vede protagonisti gli italiani per primi.

 

Cosa ne pensa del caso del sindaco di Riace, Domenico Lucano, e delle sue politiche di integrazione che hanno fatto parlare tutto il mondo? E' un modello che potrebbe essere applicato anche in altre parti d'Italia e d'Europa? 

Secondo me sì. È naturale che ogni territorio, ogni comune ed ogni regione abbiano proprie caratteristiche geografiche, storiche, economiche e sociali. Ma io credo che quell'esempio sia non solo illuminato ma anche, in un certo senso, avanguardia. 

Se uno smette di guardare soltanto nel breve raggio delle prossime elezioni politiche, o al breve o lungo destino dell'azienda privata in cui lavora, e inizia a guardare con una gittata più lunga a quello che sarà di necessità il "tessuto" del mondo dentro e dopo questa enorme era di spostamenti globali, quello che vede è giocoforza un genoma sempre più misto, un arricchimento della complessità culturale e sociale. I movimenti, le migrazioni, i Viaggi non si possono fermare. Non è mai stato possibile, e mai lo sarà. Chi dice il contrario è un truffatore oppure un cattivo osservatore della complessità della nostra epoca. Mantenendo fermo il dato della necessità delle migrazioni, occorre un disegno per strutturarle. Quello di Riace mi pare un disegno coraggioso e pionieristico: occorre studiarlo e capirne per bene le ragioni del successo, perché è un disegno non soltanto bello, ma necessario. LR 11

 

 

 

 

Casa in Italia. “Ridurre la tassa sui rifiuti per gli iscritti Aire”. Presentata proposta di legge sia al Senato che alla Camera"

 

Roma - "Chi più sporca, più deve pagare. Non è giusto che chi vive in Italia solo per poche settimane debba pagare per i rifiuti gli stessi importi di chi ci vive tutto l’anno".

"Sono decine di migliaia i cittadini italiani residenti all’estero proprietari di immobili in Italia che devono pagare la TARI (tassa sui rifiuti) sebbene la loro casa in Italia sia disabitata e nessuno vi produca immondizia, tranne nei brevi periodi in cui essi rientrano in Italia per ferie. Si tratta di una ingiustizia. Ecco perché con due leggi, depositate contemporaneamente al Senato e alla Camera, prima firma rispettivamente Garavini e Schirò, sottoscritte anche da tutti i colleghi eletti all’estero del Pd, Giacobbe, La Marca, Carè ed Ungaro, chiediamo di estendere a tutti i cittadini italiani iscritti all’AIRE proprietari di immobili in Italia, la riduzione di due terzi della tassa sui rifiuti (TARI)".

"Già nel 2015, grazie al Governo Pd, avevamo ridotto di due terzi il pagamento della TASI e della TARI ai pensionati, titolari di pensione estera o in convenzione internazionale proprietari di una abitazione in Italia. Intervento che è andato a beneficio di migliaia di nostri connazionali anziani. Adesso chiediamo che venga estesa la riduzione della tassa sui rifiuti (TARI) per tutti i nostri connazionali, a prescindere dalla titolarità di una pensione, perché riteniamo che debba essere introdotto il principio della parità di trattamento e perché pensiamo sia giusto che i comuni facciano pagare, nel rispetto di una legge nazionale, la TARI in base al periodo di residenza in Italia e soprattutto alla quantità di immondizia prodotta".

È quanto dichiarano la senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Angela Schirò e Massimo Ungaro, eletti all'estero, ripartizione Europa. (de.it.press)

 

 

 

 

L’associazionismo

 

Essere propositivi è, al punto in cui siamo, una necessità. O si condividono certe tesi, oppure è inutile rifletterci sopra. A fronte dei recenti risultati elettorali e a un Parlamento tutto da “capire”, intendiamo offrire ai Lettori nuovi aggiornamenti più rapidi e specifici. Mentre un Esecutivo valido è ancora da venire. Questa concezione incoraggerà anche l’interesse degli italiani residenti all’estero. La proposta, che andremo a sviluppare nel tempo, è stata predisposta per superare il concetto d’associazionismo “passivo” che ha accompagnato, con pochi risultati, la nostra Comunità, anche oltre frontiera, almeno da una trentina d’anni.

 

 Il nostro fine sarà dare impulso a una sorta di coinvolgimento “dinamico” che superi l’usuale rappresentatività italiana nel mondo. I primi segnali di disponibilità, per la cronaca, non sono mancati; almeno per il recente passato.

Però, siamo certi che altre novità matureranno nei prossimi mesi. Essere promotori di una nuova forma d’Associazionismo adesso è avvincente. Al momento, come movimento d’opinione; poi, si vedrà.

 

 Chi intende dare un contributo d’idee è inviato a prendere contatto con noi. Desideriamo, infatti, palesare una differente via all’italianità anche oltre confine. Abbiamo, però, bisogno di un segno di partecipazione che, tra l’altro, sarebbe importante per restituire piena operosità a una politica che sia meno vincolata alle questioni interne del Paese e, di conseguenza, tenga anche conto delle problematiche correlate ai milioni di Connazionali residenti all’estero.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

CGIE: le congratulazioni a Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo

 

ROMA – “Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) – per voce del suo segretario generale Michele Schiavone - si felicita vivamente per la nomina a sottosegretario di Stato del senatore Ricardo Antonio Merlo e gli formula i più sentiti auguri di successo per l’impegno ed il lavoro, che si appresta a compiere a sostegno del nostro Paese ed in particolare per le comunità italiane, che a distanza di anni finalmente si vedono rappresentate nell’Esecutivo di governo dell’Italia. La bella notizia –prosegue Schiavone - riporta il tema dell’emigrazione italiana nell’alveo della storia del nostro Paese e, contestualmente, lo rilancia per inquadrarlo nel discorso pubblico generale, che vede la mobilità umana subordinata a quella delle merci, del commercio e del mondo finanziario. La globalizzazione dei servizi e dei mercati sostenuti dalle nuove tecnologie ha raggiunto aspetti di eccellenza, mentre la globalizzazione dei diritti e le forme per renderli fruibili su vasta scala continuano ad essere evocati e ristretti negli ambiti locali. Perciò la presenza del nuovo sottosegretario di Stato per gli italiani all’estero, Ricardo Antonio Merlo, rappresenta uno spartiacque con il passato e suscita nuove aspettative di indirizzo politico, civile e sociale per chi continua a guardare all’Italia come la patria degli avi, il Paese del gentil pensiero e della bellezza.

Il nostro augurio al sottosegretario per gli italiani nel mondo Ricardo Merlo, recepisce lo spirito, i sentimenti e le attese di milioni di cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali ai quali la nomina fa enorme piacere e con essa vedono aprirsi inedite prospettive di valorizzazione della “diplomazia emigratoria italiana”. Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, del quale il nuovo sottosegretario Ricardo Antonio Merlo, è stato per anni protagonista, confida su una stretta collaborazione progettuale, coordinata e continuativa delle politiche promosse dal Sistema Paese italiano e si mette a disposizione per realizzarle.

Nel suo nuovo ruolo il sottosegretario per gli italiani nel mondo troverà nel CGIE – assicura Schiavone -  il partner ideale per la realizzazione di quelle che sono state da sempre le sue battaglie, per favorire l’integrazione delle nostre comunità sia nella vita del nostro Paese, sia nei luoghi in cui sono impegnati professionalmente e nei quali, oltre a creare ricchezza materiale, si fanno portatori dei più alti e diffusi interessi e sentimenti dell’italianità.

La prossima assemblea plenaria del CGIE è imminente e in quell’occasione l’organismo avrà il piacere e l’onore di accogliere il nuovo sottosegretario per gli italiani nel mondo, Ricardo Antonio Merlo, per avviare il cammino che ci accingiamo a percorrere assieme”, conclude il segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. (Inform 15)

 

 

 

Stampa all’estero. Il Presidente della Fusie augura un lavoro costruttivo con Crimi e Merlo

 

ROMA - La cronaca politica degli ultimi mesi c’insegna che nulla è granitico: ciò che ieri sembrava inciso nella roccia, oggi può essere rivisto e rimodellato in considerazione dei nuovi scenari che si vanno via via delineando. Sulla scorta di questo insegnamento, preso atto che Sottosegretario con la delega all’editoria è stato nominato il Senatore 5 Stelle Vito Crimi, senza indugiare in un esercizio di dietrologia, registriamo le sue dichiarazioni rilasciate subito dopo il giuramento. “Sapete che la revisione del finanziamento pubblico ai giornali è sempre stato un nostro cavallo di battaglia, su quello ovviamente punteremo. Non è nel contratto di governo ma ci ragioneremo”.

Per quanto ci compete, confrontati con le novità introdotte dalla nuova legge sull’editoria diventata operativa all’inizio dell’anno, esprimiamo l’auspicio che in questo ragionamento il ruolo storico e del tutto peculiare svolto dalla stampa italiana edita e diffusa prevalentemente all’estero, venga tenuto nella giusta considerazione.

A tal fine, manifestiamo sin d’ora la nostra disponibilità, sempre per quanto ci compete, a fornire il nostro contributo alla riflessione che il Sottosegretario vorrà aprire.

In quest’ambito, siamo certi di potere fare affidamento sul sostegno del neo nominato Sottosegretario agli Esteri, senatore Ricardo Merlo, che, in quanto parlamentare eletto nella Circoscrizione estero e per la sua storia di impegno politico e sociale, siamo certi saprà intervenire con cognizione di causa.

Ai due Sottosegretari, ribandendo la nostra fattiva disponibilità, come Federazione unitaria della Stampa Italiana all’Estero, indirizziamo gli auguri per un lavoro costruttivo.

Giangi Cretti, presidente Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero 

 

 

 

 

Il caso senza precedenti della nave Aquarius

 

A poco più di una settimana dalla sua formazione, il nuovo governo sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega ha messo in pratica la nuova politica nei confronti dei migranti, aprendo un caso senza precedenti per l’Italia.

 

Nella serata di ieri, il ministro degli Interni Matteo Salvini, in accordo con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Movimento 5 Stelle Danilo Toninelli, ha annunciato la chiusura dei porti italiani alle ong che trasportano migranti, impedendo a una nave con oltre 600 persone a bordo di attraccare in Italia. L’Aquarius della ong SOS Méditerranée ospita 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte e diverse persone che hanno bisogno di assistenza medica, secondo Medici senza frontiere.

 

La chiusura dei porti ha provocato la dura reazione di Malta, dove secondo il governo italiano si sarebbe dovuta dirigere Aquarius. In un’intervista rilasciata in esclusiva a TPI dall’ambasciatore di Malta in Italia Vanessa Frazier ha dichiarato che il suo paese non avrebbe accolto l’imbarcazione, rivendicando la decisione come “una questione di principio”.

 

Nella giornata di oggi il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, anche lui nominato negli scorsi giorni, si è detto disponibile a far attraccare la nave a Valencia paese, dopo che anche i sindaci di diverse città italiane avevano offerto pubblicamente la propria disponibilità ad accogliere la nave in risposta all’ondata d’indignazione esplosa nell’opinione pubblica e sui social.

In un caso che ha fatto discutere, il sindaco di Livorno Filippo Nogarin del Movimento 5 Stelle ha annunciato la volontà di accogliere l’imbarcazione in un post che è poi stato rimosso.

 

Orlando: Palermo pronta ad accogliere. "Palermo, la città che a partire dal proprio nome è ‘tutta un porto’, è stata e sarà sempre pronta ad accogliere le navi, civili o militari che siano, impegnate nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. Quelle navi e quegli uomini che rispettano la legge del mare e la legge internazionale, sottraendo alla morte uomini, donne e bambini che alcuni vorrebbero consegnare nelle mani della criminalità internazionale. A violare la legge internazionale, quella che impone come priorità assoluta il salvataggio delle vite umane, è il Ministro dell’Interno italiano che, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha dato ulteriore dimostrazione della natura culturale dell’estrema destra leghista.” Lo dichiara Leoluca Orlando commentando la notizia della volontà di chiudere i porti italiani alla nave Acquarius, espressa dal Ministro dell'Interno Matteo Salvini. (de.it.press)

 

 

 

 

Forum Associazioni: Novità positiva la nomina di Ricardo Merlo a Sottosegretario agli Affari Esteri

 

A nome del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo formulo gli auguri di buon lavoro al sottosegretario Ricardo Merlo. La scelta del Presidente del Consiglio di affidare l’impegnativo incarico a persona eletta all’estero e proveniente dal mondo associativo rappresenta una novità positiva ed è motivo di soddisfazione.

 

Promuovere il rilancio del protagonismo delle nostre comunità all’estero, collegare non sporadicamente la madrepatria all’Italia più larga che è fuori dai confini è obiettivo di carattere generale per il quale anche come FAIM ci sentiamo impegnati.

 

Gli oltre 5.000.000 italiani all’estero, in quanto parte integrante della più complessiva comunità nazionale, da anni si aspettano dalla più generale azione del Parlamento e del Governo e nei peculiari provvedimenti che verranno promossi e assunti dal MAECI, l’attenzione dovuta alle loro aspettative ed alle loro esigenze.

 

Le molte questioni irrisolte nel passato e i non pochi dossier aperti costituiscono un banco di prova impegnativo per tutti.  Due questioni fra tutte alla sua evidenza:

Una: i giovani che emigrano.

Da diversi anni l’Italia è ridiventato un paese di costante emigrazione, soprattutto di giovani qualificati con problemi che riguardano la precarietà, la dequalificazione e la riduzione delle tutele welfaristiche nei paesi di accoglienza, in specie in quelli europei.

 

L’altra, la richiesta, che anche il CGIE avanza, dell’’indizione della Conferenza degli italiani nel mondo, con la partecipazione attiva dei protagonisti della realtà migratoria, un obiettivo che, dopo tanti anni, può fornire all’azione di Governo un quadro rinnovato e condiviso delle linee di indirizzo per porre in essere le politiche verso gli italiani all’estero, recuperando e rinsaldando il necessario rapporto fra istituzioni e società. Dip 16

 

 

 

Distacchi nella UE. Introdotte maggiori tutele e parità di trattamento

 

Roma - "Tra due anni al massimo le imprese in Europa non potranno più distaccare i propri dipendenti in un altro paese, con l’obiettivo di pagarli meno. Qualche giorno fa, infatti, il Parlamento Europeo ha approvato una legge (modifica alla Direttiva europea 96/71/CE sul distacco transnazionale) con cui mira ad arginare il “dumping sociale” e introduce l’obbligo di parità salariale e di parità di trattamento delle condizioni di lavoro tra i lavoratori distaccati dalle imprese e i lavoratori dello Stato ospitante. Gli Stati membri hanno due anni di tempo per uniformarsi alla nuova legislazione".

"Il distacco è lo strumento, previsto dalla normativa comunitaria, con cui un datore di lavoro in uno Stato membro invia almeno un dipendente a lavorare in un altro Stato membro. I dipendenti sono definiti lavoratori distaccati. Le regole finora esistenti avevano creato disparità di trattamento retributivo tra i lavoratori “distaccati” e i lavoratori “locali” favorendo fenomeni di concorrenza sleale (dumping sociale) tra le imprese e consentito usi impropri, talvolta fraudolenti, della disciplina del distacco. Ora invece, in linea generale, il principio sarà che i lavoratori che lavorano nella stessa impresa e nello stesso Paese avranno diritto allo stesso trattamento economico e occupazionale (o più favorevole se del caso)".

"In pratica, si impedisce alle imprese di utilizzare il distacco dei lavoratori per pagare stipendi più bassi. Gli Stati membri saranno obbligati ad applicare ai lavoratori distaccati le stesse regole che si applicano ai lavoratori “locali”, indipendentemente dalla legge che regola il rapporto di lavoro. In particolare, ai lavoratori distaccati si applicheranno le norme del Paese ospitante in materia di retribuzione; la durata del distacco viene ridotta a 12 mesi con possibile proroga di altri 6 mesi; ai lavoratori distaccati dovranno applicarsi anche le norme sui periodi massimi di lavoro e minimi di riposo e sulla durata minima dei congedi retribuiti; viene ridotto infine a 12 mesi il periodo in cui il lavoratore distaccato mantiene il regime previdenziale del Paese di provenienza".

"L’utilizzo del distacco lavoratori è aumentato nella UE di quasi il 70 per cento tra il 2010 e il 2016, anno in cui i dipendenti distaccati hanno raggiunto quota 2,3 milioni. Per quanto riguarda l’Italia: sono quasi 120mila i lavoratori italiani distaccati all‘estero, di cui una buona parte in Germania, Francia e Svizzera. Sono invece oltre 60mila i lavoratori di origini europee distaccati in Italia, più della metà provenienti da Germania, Francia e Spagna. Fino al momento del recepimento della nuova Direttiva, il distacco transnazionale continuerà ad essere regolato dalle disposizioni vigenti".

È quanto dichiarano la senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Massimo Ungaro e Angela Schirò, eletti nella circoscrizione Estero-Europa. De.it.press 14

 

 

 

 

Migranti. La denuncia di Orlando contro l'Europa "l'Italia lasciata sola dagli amici di Salvini”

 

La mancata attuazione da parte dell’Unione Europea, delle sue istituzioni e dei loro rappresentanti, di modalità legali di accesso al territorio europeo per presentare una richiesta di protezione internazionale; i respingimenti di fatto delegati alle polizie dei paesi di transito, frutto dei processi di esternalizzazione dei controlli di frontiera e degli accordi con paesi terzi; tutto ciò impedisce il fondamentale diritto sancito dall’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, la libertà di emigrazione, e nega l’effettivo esercizio del diritto di asilo, configurando palesi violazioni della Convenzione di Ginevra, degli articoli 18 e 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, delle Direttive n. 32 e 33 del 2013 in materia di Protezione internazionale, non da ultimo dell’art. 10 della Costituzione italiana."

 

È questo uno dei punti salienti della denuncia che Leoluca Orlando ha presentato a dicembre dello scorso anno alla Corte penale internazionale, al Parlamento europeo e alla Procura nazionale antimafia contro i comportamenti tenuti dalla UE nella gestione delle politiche migratorie e di accoglienza.

 

"Su una cosa posso essere d'accordo con Matteo Salvini e cioè sul fatto che l'Italia è stata lasciata sola in questi anni a svolgere quella funzione che tutta l'Unione Europea avrebbe dovuto svolgere non soltanto per etica ma anche per adempiere a quanto previsto dai propri documenti costitutivi.

Quello che però Matteo Salvini omette volutamente di dire è che l'Europa che ha lasciato sola l'Italia è l'Europa dei suoi amici, l'Europa del premier ungherese Orbàn, l'Europa del Quartetto di Visegrad, l'Europa che ha empatia e legami con la destra più violenta ed estrema e che oggi Matteo Salvini indica come modello."

 

"Da oggi, da qualche ora, grazie al comportamento e alle dichiarazioni irresponsabili del nuovo Governo, L'Italia ha perso credibilità internazionale e uno dei pochi primati che poteva vantare, quello di essere il paese dell'accoglienza umanitaria e del rispetto delle leggi internazionali". Lo ha dichiarato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Pietro Galluccio

 

 

 

Il gelato con il dito dentro, l’immagine della nostra vergogna

 

Un signore compra un gelato. Nel cono. Lo compra in un bar di Palermo. Zona Passo di Rigano, oltre la circonvallazione. Se lo porta a casa. Comincia a mangiarlo. E ci trova dentro un dito.

Non è la scena di un film di Tarantino. Anche se sembra. I Carabinieri della Stazione di San Lorenzo sono andati in quel bar. E hanno trovato un uomo di 40 anni, italiano, a cui mancava la falange di un dito. Quattro giorni fa, è accaduto l’incidente. Nessuno l’ha denunciato. Né il lavoratore che lavorava in nero. Né i colleghi che hanno visto. Né il datore di lavoro. Né la moglie, la sorella, il fratello. C’era questo uomo che prepara gelati con la mano menomata.

Ma tutti hanno fatto finta di non vedere.

In gioco c’era, per tutti, il lavoro. Quel lavoro di certo cercato spasmodicamente. Trovato dopo una angoscia infinita. Presentato come un favore. Un privilegio. Guai a perderlo, quel lavoro. Magari stagionale. Magari sottopagato. Piuttosto, mi taglio un dito e sto zitto. Il signore palermitano che ha trovato un dito dentro il suo gelato, è andato dai carabinieri. E adesso quel dito, io credo, indica la nostra vergogna. Antonella Boralevi

 

 

 

Nasce a Bari il progetto Radici per il mondo

 

Sarà istituito il Premio “Radici” che sarà conferito agli imprenditori di origine italiana ed ai loro discendenti che si siano distinti nelle loro attività nei Paesi di emigrazione

 

BARI -  Si è riunito a Bari, in occasione della annuale Festa della Repubblica, il Comitato Promotore del "Progetto Radici”, diretto a promuovere l’immagine delle Regioni del Sud Italia presso i nostri connazionali emigrati in vari Paesi del Mondo ed a favorire il cosiddetto “turismo di ritorno” nei paesi d’origine attraverso la conoscenza del territorio, dei prodotti dell’agroalimentare, dell’ospitalità rurale e delle tradizioni culturali e religiose.

Il Comitato, oltre ad avvalersi del dr. Gregorio De Luca, presidente dell’Associazione Movimento Sud, da sempre impegnato in attività promozionali per gli Italiani all’estero, è composto da autorevoli esponenti quali il dr. Antonio Peragine, direttore del Corriere Nazionale, la dr. Francesca Di Lorenzo, già responsabile del settore Turismo della Regione Puglia, la dr. Maria Catalano, già funzionaria delle Belle Arti presso il Mibact, l’arch. Giovanni Sebastiani, esperto di conservazione e valorizzazione delle bellezze paesistiche e artistiche del territorio, il dr. Pasquale Minichino, esperto di opere artistiche, la prof. Silvana Virgilio, da sempre impegnata nel mondo della scuola e dei giovani, il dr. Giuseppe Carenza, esperto delle Imprese agricole e l’avv. Mario Pavone, ideatore del Progetto, il comm. Giorgio Brignola, esperto di emigrazione e coordinatore dell'Osservatorio degli Italiani nel Mondo, oltre ad altri esponenti del mondo dell’Associazionismo, della stampa specializzata e degli eventi promozionali all’estero.

Il Comitato ha affidato al dr. Peragine la direzione della rivista “RadiciI”, organo ufficiale dell’Associazione, allo scopo di diffondere il Progetto ai nostri connazionali residenti all’estero anche avvalendosi dei nuovi strumenti di comunicazione, oltre alla versione cartacea che sarà disponibile a breve in occasione della prossima Fiera del Levante di Bari. La rivista si avvarrà di uno staff di collaboratori, specializzati nei settori innanzi indicati e di grande esperienza e professionalità su tutto il territorio nazionale ed estero, di un Comitato scientifico e di un Comitato d'Onore.

La rivista si occuperà, inoltre, per conto dell’Associazione, dell’Ufficio stampa e delle pubbliche relazioni, delle conferenze stampa, dell’organizzazione e preparazione di workshop, dell’organizzazione di convegni e meeting, delle strategie di marketing turistico, culturale ed enogastronomico, viaggi di studio per i giovani, cooperazione internazionale e gemellaggi con realtà esteri di grande pregio e della realizzazione, su richiesta, di servizi di comunicazione per Associazioni di categoria e no profit, Enti ed Imprese e di monografie per enti pubblici e aziende private.

Il Comitato, allo scopo di valorizzare l’impegno professionale dei nostri conterranei nei Paesi d’emigrazione, ha anche deciso di istituire il Premio “Radici” che sarà conferito agli imprenditori di origine italiana ed ai loro discendenti che si siano distinti nelle attività professionali, industriali e commerciali nei Paesi di Emigrazione, contribuendo con il proprio lavoro ad avvalorare l’immagine dell’Italia all’Estero.

Inoltre, tutti i prodotti forniti dalle Aziende d’eccellenza, partner dell’Associazione, saranno connotati dal Logo “Radici”, allo scopo di meglio caratterizzare l’origine dell’iniziativa. L’Associazione avrà sede in Bari in Viale della Repubblica n.71/n presso la direzione del giornale “Il Corriere Nazionale”, a cui gli interessati potranno rivolgersi per ogni informazione. (Inform 11)

 

 

 

 

Disponibile il modello per regolarizzare le somme  non dichiarate in Italia

 

Roma. "Sul sito dell’Agenzia delle Entrate è disponibile il modello per regolarizzare le somme  non dichiarate in Italia ma detenute su conti correnti e su libretti di risparmio all’estero – nonché proventi derivanti da vendita di immobili detenuti all’estero – da parte di frontalieri e iscritti all’Aire che siano rientrati in Italia e non abbiano adempiuto alla corretta dichiarazione dei redditi nel periodo dal 2007 al 2016.

In base al principio adottato dal sistema tributario italiano della “World Wide Taxation”, i residenti  fiscali in Italia (tra i quali ex Aire e frontalieri) devono dichiarare i loro redditi “mondiali” in Italia anche se hanno già pagato le tasse nel Paese dove hanno prodotto il reddito ( i frontalieri in Svizzera sono quelli maggiormente interessati da questo provvedimento). In base alla legge italiana infatti le tasse pagate all’estero verranno poi dedotte dalle tasse italiane. La dichiarazione dei redditi sui proventi conseguiti all’estero deve essere fatta annualmente altrimenti si incorre in sanzioni.

Proprio per evitare che questo accada, grazie ad un intervento del PD in occasione dell’ultima legge di bilancio, si è prevista una sanatoria per regolarizzare tutti coloro che dal 2007 al 2016, sebbene fiscalmente residenti in Italia, non abbiano presentato la dichiarazione dei redditi in Italia sui redditi conseguiti e detenuti all’estero. La procedura di regolarizzazione prevede il versamento del 3 per cento, a titolo di imposte, sanzioni ed interessi, del valore delle attività e della giacenza al 31 dicembre 2016. Il termine ultimo per l’invio del modello è il prossimo 31 luglio. Il software è intitolato “Istanza di regolarizzazione attività depositate e somme detenute all’estero” ed è accessibile al seguente indirizzo web dell’Agenzia delle Entrate:

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/schede/istanze/regolarizzazione+attivita+finanziarie+all+estero+per+ex+frontalieri+ex+aire/sw+compilazione+ex+aire

É consigliabile verificare i propri obblighi od eventuali violazioni fiscali presso esperti della materia (CAF, patronati, commercialisti)".

Lo dichiarano la senatrice del Pd Laura Garavini e i deputati Pd Angela Schirò e Massimo Ungaro. De.it.press 12

 

 

 

 

 

Showdown. EU-Gipfel soll eine europäische Lösung im Asylstreit bringen

 

Im deutschen Streit um Zurückweisungen von Asylbewerbern an der Grenze beharrt Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) auf einer europäischen Lösung. Ort und Zeit für die nächste Chance darauf stehen fest: Am 28. und 29. Juni tagen die EU-Staats- und Regierungschefs in Brüssel. MiGAZIN beantwortet die wichtigsten Fragen vor dem Gipfel. Von  Phillipp Saure

 

Worum geht es beim Gipfel?

Der Gipfel behandelt mehrere große Themen wie den EU-Haushalt und den Brexit. Ein Hauptgegenstand ist das Gemeinsame Europäische Asylsystem (GEAS). Die Staats- und Regierungschefs selbst haben sich den Gipfel als Frist gesetzt. Im Oktober 2017 vereinbarten sie, man werde „einen Konsens in der ersten Jahreshälfte 2018 anstreben“.

 

Was liegt auf dem Tisch?

Die EU-Kommission hat 2016 sieben Vorschläge zur Reform des GEAS geliefert. Darunter finden sich ein Gesetz zur Vereinheitlichung der Asylverfahren in Europa und der Plan einer EU-Asylagentur. Die Arbeiten an den Vorhaben sind verschieden weit gediehen. Größter Streitfall ist die Reform der Dublin-Verordnung. Sie regelt, welcher EU-Staat für einen Asylbewerber zuständig ist.

 

Was sind die Knackpunkte?

Aktuell trägt in der Regel das Land der Ersteinreise die Verantwortung, also vor allem Griechenland und Italien. Die EU-Kommission wollte diese durch die Reform entlasten. Ihr Vorschlag wurde mehrfach überarbeitet, auch der aktuelle Plan des bulgarischen EU-Ratsvorsitzes sieht eine Entlastung vor. Demnach würde der Grundsatz des Ersteinreise-Staates zwar beibehalten. Zugleich könnte in einem Krisenfall – wenn besonders viele Asylbewerber ankommen – der Rat eine verpflichtende Umverteilung auf die übrigen Mitgliedsländer beschließen.

 

Wie verlaufen die Fronten?

Grundsätzlich hat sich am Widerstand von Polen, Ungarn, Tschechien und der Slowakei nach Diplomatenangaben nichts geändert: Sie sperren sich gegen die Möglichkeit der verpflichtenden Umverteilung. Doch auch Italien würde den Angaben zufolge dem aktuellen Vorschlag nicht zustimmen. Die dortige Regierung meine, dass sie im Normalfall die Verantwortung für Asylbewerber zu lange schultern müsse. Darüber hinaus äußerte sich zuletzt die österreichische Mitte-Rechts-Regierung grundsätzlich skeptisch. Deutschland und andere Länder wollen noch einzelne Punkte am bulgarischen Vorschlag ändern.

 

Was passiert, wenn die Gipfel-Einigung scheitert?

Formal können die GEAS-Gesetze einschließlich der Dublin-Verordnung durch Mehrheitsentscheidung beschlossen werden. Nicht zuletzt die Bundesregierung hat aber betont, dass bei dem heiklen Thema ein Konsens anzustreben sei. Einen Tag nach dem Gipfel endet der bulgarische EU-Ratsvorsitz. Die Bulgaren haben sich laut Diplomatenangaben „sehr konstruktiv und engagiert“ um die Dublin-Reform bemüht. Am 1. Juli übernimmt Österreich die Präsidentschaft. FPÖ-Innenminister Herbert Kickl sprach vergangene Woche bereits von einem „Paradigmenwechsel“ in der Asylpolitik. Er wolle sich statt auf die Verteilung der Flüchtlinge auf den Außengrenzenschutz und EU-Engagement in Drittländern konzentrieren.

 

Was folgt bei einer Einigung?

Mit Blick auf die verhärteten Fronten erscheinen die Chancen auf eine Einigung als nicht sehr groß. Der erfahrene luxemburgische Außenminister Jean Asselborn witzelte vor wenigen Tagen: „Für Ostern haben wir einen Kompromiss – ich weiß nur nicht, in welchem Jahr.“ Doch selbst wenn die Einigung beim Gipfel gelänge, wäre die Dublin-Reform damit nicht perfekt. Denn die GEAS-Gesetze werden vom Europäischen Parlament gleichrangig mitverabschiedet. Regierungen und Parlament müssten also einen Kompromiss finden. Die Parlamentsposition zu Dublin steht seit November fest – sie ist meilenweit von dem Vorschlag entfernt, der derzeit unter den Regierungen beraten wird. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Ist Migration die bessere Entwicklungshilfe?

 

Der 16. Juni ist der Internationale Tag der Geldüberführungen an Angehörige. Was sehr speziell klingt lohnt einen näheren Blick: Denn Überweisungen von Migranten in ihre Heimatländer sind längst zu einem Wirtschaftsfaktor geworden.

Der öffentliche Diskurs über Migration wird derzeit in Europa vor allem von Fragen zu Abschottung und Rückführung bestimmt: So diskutiert man in Deutschland heftig über Horst Seehofers Ankerzentren für Asylbewerber, der neue italienische Innenminister Matteo Salvini möchte illegale Migranten so schnell wie möglich aus Italien abschieben und selbst im beschaulichen Slowenien gewinnt eine einwanderungsfeindliche Partei die Parlamentswahlen.

Dabei gibt es durchaus auch die Stimmen, die differenziertere Positionen bei den Themen Flucht und Migration einbringen. Dazu zählen auch einige Ökonomen, die vor allem das gigantische Entwicklungspotential von Geldsendungen von Migranten an ihre Familien in Entwicklungs- und Schwellenländern betonen. Sie sehen diese Rücküberweisungen als die effektivste Entwicklungsintervention. Müsste dieses Potential in Zeiten, in denen zunehmend kontrovers über den Nutzen von Entwicklungszusammenarbeit zur Bekämpfung von Fluchtursachen diskutiert wird, nicht besser genutzt werden? Anders gefragt: Sind Rücküberweisungen die bessere Entwicklungshilfe?

Will die EU ihre eigenen Ziele zur Entwicklungshilfe erreichen, müsste sie im nächsten Haushaltsrahmen 40 Mrd. Euro mehr zahlen. Das ist unrealistisch, denn schon jetzt hinkte sie hinterher. Was kann man stattdessen tun?

Führt man sich die Zahlen vor Augen, könnte man dies meinen: Nach Angaben der Weltbank haben Migranten im Jahr 2017 etwa 466 Milliarden US-Dollar in die Länder des globalen Südens überwiesen. Das ist mehr als das Dreifache der gesamten Mittel der internationalen Entwicklungshilfe, welche in diese Länder geflossen ist. Dabei ist das tatsächliche Volumen der Rücküberweisungen wohl noch um einiges größer – wenngleich auch unbekannt, denn viele Migranten senden das Geld an ihre Verwandten nicht über Banken oder Geldtransferunternehmen wie Western Union, sondern transferieren es direkt „von Hand zu Hand“ oder über Mittelsmänner.

Rücksendungen gehen nicht mit Wirtschaftswachstum einher

Es geht auch nicht nur um reine Zahlenspiele. Wichtig ist ebenso die Frage, wofür das Geld von den Empfängern schlussendlich ausgegeben wird. Das alte Klischee, es handle sich hauptsächlich um „demonstrativen Konsum“ – also vor allem auf das Beeindrucken von Mitmenschen angelegten Erwerb von teuren Uhren, Mobiltelefonen oder ähnlichem – ist so nicht haltbar. Rücküberweisungen werden durchaus für Gesundheitsausgaben und Bildung ausgeben. Zudem werden sie auch häufig reinvestiert. Dadurch entfalten sie auch positive wirtschaftliche Effekte über den eigentlichen Empfängerkreis hinaus. Nicht umsonst hat auch die Entwicklungszusammenarbeit wie auch Teile der wissenschaftlichen Auseinandersetzung mit dem Thema Migration die Geldsendungen von Migranten für sich entdeckt. Die Vereinten Nationen haben den 16. Juni gar zum International Day of Family Remittances ernannt.

Aufgrund des Brexit und neuer Prioritäten strukturiert die EU ihren Haushalt ab 2021 neu. 

Die Annahme, dass Rücküberweisungen Entwicklungshilfe quasi ersetzen könnten und Migranten die eigentlichen oder besseren Entwicklungshelfer seien, ist allerdings irreführend. Trotz aller positiven Effekte tun sich Ökonomen schwer damit, einen signifikanten Effekt zwischen Rücküberweisungen und nationalem Wirtschaftswachstum festzustellen. Die vermeintliche Rolle der Geldsendungen als Triebfeder wirtschaftlichen Wachstums muss also kritisch betrachtet werden. Und auch Versuche, wie es sie zum Beispiel in Mexiko gibt, Gelder von Migranten zu mobilisieren, um diese in lokale Entwicklungsprojekte in ihren Heimatkommunen zu lenken, sollten in ihrer Wirkung nicht überbewertet werden.

Rücküberweisungen sind in erster Linie private Transfers, die Bereitstellung, Förderung und Erhalt öffentlicher Infrastrukturen von Gesundheit über Bildung bis hin zu Straßenverkehr nicht einfach ersetzen können. Und auch auf der Mikroebene haben Rücküberweisungen nicht nur uneingeschränkt positive Effekte. So können sie die Ungleichheit in den Herkunftsländern erhöhen, nämlich zwischen jenen Haushalten, die Geld empfangen und denen, die keines bekommen.

Transfer von Wissen und Expertise

Eine allzu funktionalistische Betrachtungsweise von Geldsendungen blendet zudem aus, dass dieses Geld häufig unter sehr schwierigen Bedingungen verdient wird. Ausbeutung sowie harsche Lebens- und Arbeitsbedingungen gehören leider zum Alltag für viele Migranten weltweit. Vielleicht kann der derzeit verhandelte Global Compact on Migration hier wichtige Impulse setzen, um dies langfristig zu ändern. Dabei geht es um eine (nicht-verbindliche) Konvention, die im Sinne der UN-Nachhaltigkeitsziele Regeln für eine „sichere, reguläre und geordnete“ internationalen Migration etablieren möchte. Gerade zivilgesellschaftliche Organisationen setzen sich hier maßgeblich für einen besseren Schutz von Migranten ein.

Die Entwicklungshilfe-Community erwartet mit Spannung die Überarbeitung des EU-Entwicklungsbudgets sowie die zur Umsetzung bereitgestellten Instrumente.

Fest steht, dass bessere Lebens- und Arbeitsumstände für Migranten nicht nur zu (noch) höheren Rücküberweisungen führen könnten. Sie würden auch anderen positiven Effekten von Migration zu größerer Geltung verhelfen. Dazu gehört etwa der Transfer von  durch Migranten erworbenem Wissen und Expertise in ihre Herkunftsländer oder auch die Rolle von Migranten als Mittler des wirtschaftlichen, gesellschaftlichen oder politischen Austauschs zwischen zwei Ländern. Auch dies macht das positive Entwicklungspotential von Migration aus. Bei all der Diskussion um Abschottung oder Rückführung sollten wir – neben den Rücküberweisungen – auch diese entwicklungsfördernden Beiträge von Migration nicht aus den Augen verlieren. Benjamin Schraven | Deutsches Institut für Entwicklungspolitik (DIE) 13

 

 

 

Papst: Migranten sind Menschen und keine Zahlen

 

Wir sollten Migranten nicht als Ziffern betrachten, sondern als Menschen, die Rechte und Würde besitzen. Das betonte der Papst an diesem Donnerstag in einer Botschaft an die Konferenzteilnehmer eines Kolloquiums im Vatikan zwischen dem Heiligen Stuhl und Mexiko zum Thema Migration. Mario Galgano

 

Vatikanstadt. Migranten bedürfen immer der Hilfe und Unterstützung, und jegliche Mauern müssten abgebaut werden, so der Papst. Mit Mauern meinte er nicht nur materielle Absperrungen sondern auch „die Mittäterschaft durch Bequemlichkeit und Untätigkeit“.

Die Konferenz im Vatikan wurde vom Sekretariat für die Beziehungen zu den Staaten des vatikanischen Staatssekretariats organisiert in Zusammenarbeit mit der mexikanischen Botschaft beim Heiligen Stuhl. Auch die Päpstliche Akademie für Wissenschaften und die Abteilungen für Migranten und Flüchtlinge des vatikanischen Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen wirkten beim Kolloquium mit.

Diese Menschen sind unsere Geschwister

„In der Migrationsfrage geht es nicht um ein Zahlenspiel, sondern um Menschen mit ihren persönlichen Geschichten, ihren Kulturen, ihren Gefühlen und ihren Hoffnungen“, so der Papst in seiner Botschaft. Diese Menschen seien „unsere Geschwister und bedürfen der ständigen Hilfe, unabhängig von ihrem Migrationsstatus“.

Ein besonderes Augenmerk müsse Kindern und Jugendlichen auf der Flucht gelten. Auch ihre Familien und all jene, die in den Händen von Menschenhändlern sind, bräuchten besonders viel Unterstützung, führte Franziskus aus.

Fluchtursachen bekämpfen

Konflikte und Naturkatastrophen seien die Hauptursachen der Flucht. Diesen Herausforderungen könne man nur durch eine gemeinsame Zusammenarbeit auf internationaler Ebene entgegentreten, so der Pontifex. VN 14

 

 

 

 

Italien/EU: Der Fall Aquarius ist „eine Niederlage der Politik“

 

Kirchenvertreter in Italien haben sich gegen die neue Linie der Regierung gewandt, Mittelmeerflüchtlingen den Zutritt zum Land zu verwehren. Italiens Innenminister und Lega-Sekretär Matteo Salvini hatte die Abweisung eines Rettungsschiffes als „erstes Signal“ für eine Wende in der italienischen Immigrationspolitik bezeichnet. Anne Preckel – Vatikanstadt

 

Die EU-Bischöfe fordern vor dem Hintergrund des Falls ein Umdenken in der Flüchtlingspolitik der gesamten Staatengemeinschaft. Italien und Malta hatten das Rettungsboot „Aquarius“ mit über 600 Flüchtlingen nicht einlaufen lassen; das Schiff soll derweil im Hafen von Valencia anlegen dürfen. Mit Ankunft wird am Samstag gerechnet.

 

Erzbistum Valencia will Flüchtlingen helfen 

Der Erzbischof der spanischen Hafenstadt, Kardinal Antonio Canizares, forderte angesichts des Streits um die Aufnahme der Migranten eine offenere europäische Flüchtlingspolitik. „Europa muss die Tore öffnen für jene, die nach Hilfe zum Überleben suchen", sagte er am Mittwoch. Zugleich bot er den Betroffenen auf dem Schiff, das sich zurzeit auf dem Weg nach Spanien befindet, Hilfe an. Man müsse diese Personen mit „großer Freundlichkeit und viel Liebe" empfangen, die Erzdiözese Valencia werde alles in ihrer Macht Stehende unternehmen, um zu helfen.

Canizares war 2015 landesweit zum Gegenstand einer Debatte geworden. Mit Blick auf die Flüchtlingskrise hatte er damals von einer „Invasion der Einwanderer" gesprochen, die sich als „Trojanisches Pferd" erweisen könne. Dies brachte ihm Rücktrittsforderungen mehrerer spanischer Politiker ein. 

Europäische Solidarität auf dem Prüfstand

 

„Unschuldige aufs Meer zu verbannen, kann nie als politische Strategie verstanden werden, sondern bleibt unmissverständlich eine Verletzung der Menschenrechte, auf die wir antworten müssen“, kommentierte Pater Camillo Ripamonti, Präsident der kirchlichen Anlaufstelle für Flüchtlinge in Rom „Centro Astalli“, die Entscheidung von Innenminister Matteo Salvini. Mit Blick auf den Fall müsse die Frage der Solidarität in Europa „dringend“ thematisiert werden, unterstrich Pater Ripamonti im Interview mit Vatican News, jeder Mitgliedsstaat müsse „seiner eigenen Verantwortung nachkommen“.

Dass das Rettungsschiff der NGO „SOS Mediterranée“ mit 629 Migranten an Bord, darunter 134 Kinder und 7 schwangere Frauen, jetzt in Spanien einlaufen darf, begrüßte die Internationale Organisation für Migration (IOM). Sie erinnerte an die 800 im Mittelmeer ertrunkenen Flüchtlinge allein im Jahr 2018.

Niederlage der Politik

 

Kardinal Francesco Montenegro, der Erzbischof von Agrigent und Präsident der italienischen Caritas, bezeichnete den Fall Aquarius gegenüber der Presse als „Niederlage der Politik“. Europa müsse sich klar darüber werden, dass niemand die Migrationsbewegungen aufhalten könne. Es handle sich um ein epochales Problem, dass nicht gelöst werde, indem man die Türen verschließe und die Verantwortung ablehne, eine Lösung dafür zu finden.

Es sei jetzt an der Zeit, „Egoismen und Teilinteressen beiseite zu schieben. Man muss sich auf eine multiethnische, multireligiöse und multikulturelle Welt vorbereiten, und nicht Türen und Fenster schließen“.

Die katholische Basisgemeinschaft Sant’Egidio richtete sich mit einem Aufruf an Italien, „jenen Prinzipien der Menschlichkeit treu zu bleiben, die in seiner Tradition verankert sind“. Dazu gehöre die Pflicht, gefährdete Menschenleben zu retten, der Italien in den letzten Jahren tausendfach auf dem Mittelmeer nachgekommen sei.

 

Kein Abrücken von der Menschlichkeit

Das große Phänomen der Immigration müsse „mit Weisheit“ angegangen werden, so Sant'Egidio-Sprecher-Roberto Zuccolini im Interview mit Vatican News. Es gebe „präzise Gründe“ dafür, warum diese Menschen ihre Heimatländer verließen, deshalb müsse auch über konkrete Lösungen nachgedacht werden. Als Beispiel nannte Zuccolini die Vergabe regulärer Arbeitsvisen für Migranten in der EU, etwa im Bereich der Altenpflege oder der Landwirtschaft.

Sant'Egidio organisiert in Zusammenarbeit mit dem Vatikan im Rahmen des Projektes der sog. „humanitären Korridore“ die legale Einreise von Kriegsflüchtlingen nach Italien und Frankreich.

 

EU-Bischöfe fordern Umdenken in der Flüchtlingspolitik

Den Ursachen der Migration nachzugehen, forderte auch der Präsident der EU-Bischofskommission COMECE. „Die Flüchtlingsfrage muss anders gestellt werden: Was können wir tun, damit keine Flüchtlinge mehr kommen?", sagte Erzbischof Jean-Claude Hollerich der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) am Mittwoch in Luxemburg. In der Flüchtlingspolitik sei ein Umdenken erforderlich, die Menschen hätten ein Recht auf ein menschenwürdiges Leben in ihrer Heimat.

Natürlich müsse man Menschen aufnehmen, die in Not seien. „Aber die Frage ist, wer Schutz braucht und wer nicht." Wichtig sei, dass die Außengrenzen mit Respekt für die Menschenwürde gesichert würden.

Der Erzbischof von Luxemburg sagte zudem, Italien und Griechenland dürften mit den Flüchtlingen nicht alleingelassen werden. Im Konflikt mit den mittel- und osteuropäischen Ländern bei der Flüchtlingsumverteilung forderte er mehr Dialog. „Hier wäre es wichtig, mehr miteinander zu reden, ohne den anderen zu verurteilen", so Hollerich. Europa sei immer ein Resultat von Kompromissen gewesen. „Wenn man diesen Weg verlässt, dann wird die europäische Idee sehr geschwächt", so der COMECE-Präsident.

 

EU-Kommission: Dublin-System reformieren

Die EU-Kommission wertete die Auseinandersetzung um das an der Einfahrt in italienische Häfen gehinderte Flüchtlingsschiff „Aquarius“ derweil als weiteren Ansporn dafür, rasch den Streit über die Reform des europäischen Asyl-Regelwerks beizulegen. Innenkommissar Dimitris Avramopoulos forderte am Dienstag, den Grundsätzen von Solidarität und Verantwortung gerecht zu werden. Dazu gehöre neben einem wirksameren Schutz der EU-Außengrenzen und der Zusammenarbeit mit Transit- und Herkunftsländern von Flüchtlingen auch eine Lastenteilung.

EU und Mitgliedstaaten dürften es nicht zulassen, dass der Streit um die Migrationspolitik eine „spalterische Angelegenheit“ werde, welche „die Zukunft unseres gemeinsames europäischen Hauses“ in Frage stelle, zitierte die „Frankfurter Allgemeine Zeitung“ Avramopoulos. Auch wenn er nicht bestritt, dass die EU-Verträge Mehrheitsbeschlüsse der Regierungen zur Asylpolitik vorsehen, sprach sich der Kommissar dafür aus, auf einen Konsens aller Staaten zu setzen. Mit den sogenannten Dublin-Regeln werden sich die Staats- und Regierungschefs auf ihrem Gipfeltreffen Ende des Monats befassen.

(vatican news/kna/faz 13)

 

 

 

Italien sperrt sich gegen CETA

 

Das CETA-Handelsabkommen zwischen EU ist zwar schon inkraft, doch unter der neuen italienischen Regierung steht es erneut auf der Kippe.

Denn ratifiziert ist das Abkommen bisher nur auf EU-Ebene. Seither wird es „vorläufig angewendet“. Damit es endgültig inkraft treten kann, muss es auch auf der nationalstaatlichen Ebene ratifiziert werden. Doch genau das will die neue Regierung Italiens nicht tun.

„Wir werden das Freihandelsabkommen mit Kanada nicht ratifizieren“, kündigte Landwirtschaftsminister Gian Marco Centinaio in einem Interview an. Der Lega-Politiker begründete dies damit, dass nur ein „kleiner Teil unserer Produkte“ mit den Siegeln „geschützte geografische Angabe“ und „geschützte Ursprungsbezeichnung“ gesichert werde. Damit werden besondere Traditionen und Qualitäten von in der EU hergestellten Lebensmitteln geschützt – etwa Parma-Schinken oder Parmesan-Käse. Das ist für ein Land wie Italien mit zahlreichen geografischen Spezialitäten natürlich besonderes Problem.

Die Liste der Kritikpunkte ist aber deutlich länger. So war das Abkommen von Anfang an auch wegen der regulatorischen Kooperation, dem Investorenschutz und den befürchteten Auswirkungen auf Umweltstandards und Arbeitnehmerrechte umstritten. Selbst die Ratifizierung auf EU-Ebene drohte 2016 am Widerstand der belgischen Provinz Wallonien zu scheitern.

Am 26. Juni will der EU-Ministerrat das umstrittene Handelsabkommen JEFTA mit Japan ratifizieren. Am heutigen Donnerstag wurde dazu und zum EU-Kanada-Abkommen CETA im Bundestag diskutiert.

Die EU-Kommission äußerte sich nicht direkt zu der Drohung aus Rom. Man arbeite mit allen Mitgliedsstaaten zusammen, um sicherzustellen, dass die eigene Handelspolitik für alle vorteilhaft sei, sagte ein Sprecher. Der Rest müsse auf Ebene der Mitgliedsländer – also des Europäischen Rates – diskutiert werden. Die Brüsseler Behörde übernimmt für die Mitgliedsländer die Verhandlungen von neuen Außenhandelsverträgen.

Umstritten ist die Ratifizierung auch in anderen Ländern, beispielsweise Deutschland. Hier wird noch eine Prüfung des Bundesverfassungsgerichtes abgewartet. Die Zustimmung im Bundestag gilt als sicher. Uneinigkeit besteht jedoch darüber, ob auch der Bundesrat zustimmen muss, da auch Länderzuständigkeiten berührt werden. Dort könnte es knapp werden.

Hintergrund

Das EU-Parlament hatte den Weg für das Freihandelsabkommen der Europäischen Union mit Kanada (CETA) bereits im vergangenen Jahr frei gemacht. Bis alle Vereinbarungen gelten, müssen jedoch alle 28 EU-Länder zustimmen. Kern des Abkommens ist der Abbau von 98 Prozent der Zölle zwischen beiden Wirtschaftsräumen. Nach Berechnungen der EU-Kommission ergeben sich dadurch für europäische Exporteure Einsparungen von rund 590 Millionen Euro jährlich. Außerdem sollen sich Unternehmen an öffentlichen Ausschreibungen beteiligen können. Zudem wird den EU-Ländern erlaubt, mehr Käse und Wein nach Kanada zu exportieren, während umgekehrt mehr Schweine- und Rindfleisch in die EU geliefert werden darf. EA mit Agenturen 15

 

 

 

Fall Aquarius verweist auf fehlende solidarische EU-Asylpolitik

 

Das Debakel um das Flüchtlingsschiff Aquarius ist nicht nur Auftakt einer Kehrwende in der italienischen Immigrationspolitik. Der Fall ist auch Symptom einer EU-Staatengemeinschaft, die es bis heute nicht schafft, ein europäisches Asylsystem nach dem Prinzip der Lastenteilung aufzubauen. Das sagt Christopher Hein vom Italienischen Flüchtlingsrat (CIR) im Interview mit Vatican News. Hein ist auch als Dozent für Asyl- und Immigrationsfragen an der römischen Privat-Uni LUISS tätig.

 

Vatican News: Italien wollte sie nicht, Malta wollte sie nicht, schließlich können sie in Spanien an Land gehen – die über 600 Mittelmeerflüchtlinge vom Schiff Aquarius. Was sagt Ihnen dieser Fall zur aktuellen Flüchtlingspolitik der EU?

 

Hein: Diese Flüchtlingspolitik ist in Italien und der EU derzeit nicht unbedingt dieselbe… Die neue italienische Regierung hat klar gemacht, dass sie eine Veränderung in der Flüchtlings- und Migrationspolitik einschlagen will, und der Fall Aquarius ist nur das erste konkrete Zeichen dafür. Eigentlich kann von einer europäischen Immigrations- und Asylpolitik derzeit gerade keine Rede sein, es gibt keine europäische Antwort. Und das ist auch einer der Gründe des Problems und des Leidens der Menschen an Bord dieses Schiffes und auch anderer Schiffe.

Christopher Hein (CIR) im Gespräch mit Anne Preckel

Die Menschen sind gezwungen, sich auf diese Boote zu begeben

 

Es gibt auf der einen Seite keine wirkliche Möglichkeit, legal als Flüchtling oder als Asylbewerber in die EU einzureisen, d.h. die Menschen sind gezwungen, sich auf diese Boote zu begeben und die Schlepper zu bezahlen und ihr Leben dabei zu riskieren, mit allen Konsequenzen. Und auf der anderen Seite gibt es auch keine klare europäische Regelung über die Verantwortung für die Menschen, die ankommen.

 

Es fehlt eine solidarische Antwort Europas

Insofern hat Italien Recht, zu sagen: Warum sollen nur wir immer unsere Häfen aufmachen für Menschen, die gerettet werden? Nur weil wir diese geografische Lage gegenüber von Nordafrika haben? Das ist keine rein italienische Angelegenheit, und es fehlt eine solidarische Antwort Europas, wie sie auch im Lissabonner Vertrag gewünscht ist. Mit Blick auf Italien muss man allerdings auch sagen: Es ist sehr widersprüchlich, wenn die italienische Regierung auf der einen Seite die europäische Solidarität einfordert, auf der anderen Seite aber gemeinsame politische Sache macht mit den Regierungen von Ungarn oder Polen, die genau die andere Richtung, nämlich eine anti-europäische Richtung, einschlagen wollen...

 

Vatican News: Wenn Italien Flüchtlinge fortan tatsächlich regelmäßig abstößt, wie im Fall Aquarius geschehen, welchen Effekt wird das auf andere EU-Staaten und die europäische Asylpolitik haben?

 

Der schwarze Peter wird von einem zum nächsten geschoben

Hein: Wir haben in der jüngsten Geschichte immer gesehen: Wenn ein Land die Türen zumachte, dann werden sich notwendigerweise die Flüchtlinge und Migranten andere Wege suchen, noch gefährlichere und noch weitere Wege. Und das bedeutet, dass Länder wie etwa Spanien auch stärker betroffen sein werden. Jetzt hat Spanien diese wichtige Geste gemacht, die Migranten von dem Aquarius-Schiff aufzunehmen. Wir haben aber auch gesehen, dass in den letzten 12 Monaten die Zahl derer, die über das Meer nach Spanien gekommen sind, angestiegen ist. Das ist klar: Wenn es keine europäische Lösung gibt und jedes Land seine eigene Politik macht, dann bedeutet das, dass der schwarze Peter von einem zum nächsten geschoben wird.

 

Vatican News: Bis Ende Juni wollten sich die EU-Mitgliedsstaaten doch eigentlich einigen, wie fortan mit Asylsuchenden in der EU umgegangen werden soll und wo sie Asyl beantragen dürfen. Derzeit geht das ja nur in dem Land, das sie als erstes betreten. Wenn man sich den derzeitigen Streit der EU-Länder in Asylfragen ansieht – wie wahrscheinlich ist es da, dass es tatsächlich bald mal einen Durchbruch bei der Reform der jetzigen Regeln, des Dublin-Verfahrens, geben wird?

 

Ich glaube nicht an einen baldigen Durchbruch

Hein: Ich halte das für außerordentlich unwahrscheinlich. In der letzten Woche gab es eine Konferenz der Innen- und Justizminister in Brüssel genau zu der Frage der Reform des Dublin-Systems. Da ist keine Einigung erzielt worden. Es ist ja bekannt, dass einige Länder im östlichen Teil des Kontinents, Ungarn, Tschechische Republik, Polen und Slowakei, sowieso jede auch nur Andeutung der Übernahme von Asylbewerbern aus anderen Ländern total ablehnen und damit auch die Vorschläge der Kommission zu einer Umverteilung von Flüchtlingen aus den Erstaufnahme-Ländern praktisch gescheitert ist. Ich glaube nicht, dass es in einer Woche da einen Durchbruch geben wird.

Vatican News: Wenn wir uns die Bootsflüchtlinge ansehen - die Mittelmeeranrainer Italien, Griechenland haben bisher eine Lastenteilung bei der Aufnahme dieser Menschen gefordert, die osteuropäischen Länder sind strikt gegen so einen Ansatz. Was die Kriegsflüchtlinge aus Syrien betrifft, also Menschen mit internationalem Schutzstatus, gab es aber bis September 2017 ein solches Umverteilungs-Programm – warum hat man daran nicht festgehalten?

 

Verpasste Chance, ein europäisches Asylsystem zu entwickeln 

Hein: Das Umverteilungsprogramm, das 2015 während der großen Flüchtlingskrise aufgesetzt wurde, hat ja nur sehr mager funktioniert. Aus Italien sind innerhalb von zwei Jahren nicht einmal 12.000 Asylbewerber umgesiedelt worden, wohingegen im gleichen Zeitraum etwa 250.000 Asylbewerber angekommen sind. Das heißt, es hat keinen wirklichen Einfluss gehabt auf die Lage. Aus verschiedenen Gründen hat dieses System der Umsiedlung nicht funktioniert, und es wird auch jetzt noch weniger funktionieren, seitdem eine Reihe von Regierungen schon gesagt haben, dass sie absolut nicht daran denken werden, an einem solchen Programm teilzunehmen.

Vatican News: Dabei ließe sich der Ansatz doch weiterdenken in Richtung eines europäischen Asylsystem...

Hein: Das ist genau das, was vom Europäischen Parlament im letzten Oktober mit großer Mehrheit beschlossen wurde: ein Vorschlag zur Dublin-Reform. Der darin besteht, dass, wenn ein Asylbewerber ankommt irgendwo in Europa, er seinen Asylantrag nicht so sehr an Deutschland, die Schweiz oder Italien stellt, sondern an die Europäische Union und dass es dann Mechanismen gibt, wonach das dann von den jeweiligen Zuständigkeiten geregelt wird. Das ist ein sehr weit gehender, europäischer Solidarvorschlag, der aber gegenwärtig von keiner einzigen Regierung wirklich unterstützt wird!

 

Solidargemeinschaft? Der Wind steht derzeit ganz anders...

Vatican News: Unterm Strich also ein negatives Fazit: eine Reform des Dublin-Systems wird blockiert von verschiedenen Seiten. Würden Sie sagen, der Vorschlag lässt sich langfristig vergessen?

Hein: Nein, das darf man auf keinen Fall vergessen. Europa muss da auf die eine oder andere Weise weitergehen. Im Augenblick ist der politische Wind aber außerordentlich ungünstig, das muss man feststellen. Aber das bedeutet nicht, dass damit die Probleme gelöst werden wenn jeder nur auf seine nationalstaatlichen Interessen und Eigenheiten zurückgeht und wenn man die EU als Solidargemeinschaft auf dem europäischen Kontinent außeracht lässt. Das ist eine schwierige Zeit, durch die man aber durch muss.

 

Stimme der Kirche wichtig, finde aber kaum Gehör

Vatican News: Die katholische Kirche stellt sich in der Debatte im Allgemeinen auf Seite der Schutzsuchenden und plädiert für mehr Aufnahmebereitschaft und Menschlichkeit auf Seiten der Europäer. Wie bewerten Sie diese Statements der Kirche zum Thema? 

Hein: Also wir haben gesehen, dass vom Papst selbst und - gerade auch in diesen Tagen - von einer Reihe von Kardinälen ganz klare Erklärungen gemacht wurden, auch in Bezug auf die Schließung der Häfen gegenüber dem Aquarius-Schiff. Die Kirche ist sicher eine ganz wichtige Stimme, aber ich bin skeptisch, dass diese Stimme im gegenwärtigen politischen Zusammenhang politisches Gehör finden wird...

Vatican News: Auf der einen Seite erstarken Bewegungen in Europa, die Einwanderung gegenüber überwiegend negativ eingestellt sind – jüngstes Beispiel. Italien. Auf der anderen Seite nimmt man diese Unfähigkeit der Staatengemeinschaft wahr, ein gemeinsamen Vorgehen bei der Lebensrettung, Asylpolitik und Grenzsicherung zu finden. Sehen Sie da einen Zusammenhang?

 

Die Zivilgesellschaft Europas war in den letzten Jahren blauäugig 

Hein: Wir sehen in allen Ländern, dass dieselben Parteien oder Bewegungen, die sich europaskeptisch oder sogar antieuropäisch ausdrücken, gleichzeitig die Parteien und Bewegungen sind, die ausländerfeindlich sind, die keine Flüchtlinge in Europa aufnehmen wollen. Das geht in allen Fällen zusammen, das kann man in Frankreich sehen, in Polen, hier in Italien und auch in den skandinavischen Ländern. Das heißt, es gibt offenbar eine Übereinstimmung dieser beiden Politikvorstellungen: zurück auf den Nationalstaat und die nationalen Interessen auf der einen Seite - und gleichzeitig die Schotten dicht zu machen gegenüber Flüchtlingen.

Die Zivilgesellschaft in Europa und auch die flüchtlingsfreundlichen Bewegungen und Parteien sind in den letzten Jahren eher blauäugig vorgegangen und haben keine wirklichen alternativen Modelle vorgeschlagen, die auch eine breitere Akzeptanz in der Bevölkerung finden können. Ich bin nicht der Meinung, dass wir zurückgehen sollten zum Zustand, wo wir in jedem Jahr Tausende von Toten im Mittelmeer haben, ohne zu sagen, was der Grund dafür ist: nämlich dass die Grenzen Europas zugemacht wurden in Bezug auf legale Einreisemöglichkeiten.

Die Fragen stellte Anne Preckel.  VN 13

 

 

 

 

Sexbomb. Der Machogipfel von Trump und Kim

 

Der Machogipfel von Trump und Kim war ein diplomatisches Spektakel. Was bleibt, wenn sich die Testosteronwolke verzieht? Von Sascha Hach 

 

Mit ihrer Two-Men-Show haben Trump und Kim die Zuschauer weltweit in Atem gehalten und in Staunen versetzt. Wer hätte gedacht, dass amerikanische und nordkoreanische Flaggen in Farbe und Motiv eine so harmonische Kulisse bilden würden für eine nicht weniger harmonische Begegnung des mächtigsten Mannes der Welt mit dem Außenseiter der internationalen Beziehungen schlechthin. Ein unerhörtes, historisches Zusammentreffen und, so scheint es, ein Paradigmenwechsel in den internationalen Beziehungen.

Man mag entgegnen, dass Trump und Kim das Außenseiterdasein eint. Bei näherer Betrachtung jedoch ist kaum abzustreiten: sie sind keine Außenseiter, sondern anerkannte Protagonisten und zugleich Dreh- und Angelpunkt der Weltpolitik. Um diese Gemeinsamkeit sicherzustellen, ließ es Trump zum Auftakt des historischen Singapur-Gipfels noch einmal richtig krachen. Per Tweet setzte er die Abschlusserklärung der G7 in La Malbaie zum Hintergrundrauschen herab und lenkte die geballte Aufmerksamkeit auf jene Bühne, die er zum Großen Welttheater auserkorene hatte. Das Publikum dankte mit Furor und wurde wie gewohnt mit Superlativen belohnt.

Nicht weniger als einen grundlegenden Wandel der Weltpolitik verkünden beide Staatschefs in ihren jeweils abschließenden Pressekonferenzen.  Zwei Männer, zwei Macher,  zwei volle Münder. Es stellt sich aber die Frage, worin dieser Wandel genau bestehen soll und was davon bleibt, wenn sich die befriedende Testosteronwolke und der Rausch von Singapur verzogen haben. Trump und Kim als Pioniere einer pazifistischen Zeitenwende? Die Atombombe als friedensstiftender Same für die Verständigung der Völker, in Freiheit, Eintracht und Wohlfahrt?

Trump bietet Nordkorea Sicherheitsgarantien, Kim verspricht die „feste und unerschütterliche Denuklearisierung“. Viel wichtiger am Ergebnis aber ist die Ankündigung neuer Beziehungen und der Fortsetzung des Dialogs. Darin enthalten auch erste konkrete vertrauensbildende Maßnahmen, die den weiteren Austausch vermutlich positiv begleiten werden. Beide Länder verpflichten sich, die sterblichen Überreste von Kriegsgefangenen und Vermissten des Koreakrieges zurückzuführen. Das ist die gute Nachricht aus Singapur: Wer redet, schießt nicht. Trump und Kim wollen im Gespräch bleiben. Kaum war die Einladung ins Weiße Haus vom US-Präsidenten ausgesprochen, hat sie der nordkoreanische Machthaber bereits angenommen.

Und da es sich um ein Gentlemen-Agreement handelt, gibt es einen Bonus obendrauf. Trump verspricht das Ende der teuren und provokativen Militärmanöver mit Südkorea. Frei heraus, ganz ohne vorheriges Geschnatter mit den davon betroffenen Partnern Japan und Südkorea. Dabei stellt er sogar in Aussicht, das amerikanische Militär ganz aus Südkorea abzuziehen. Da sich die amerikanische Militärpräsenz vor allem gegen das Reich der Mitte richtet, ist es für Peking ein unverhofftes Geschenk. So kurios sein Zustandekommen ist, es möge dauerhaft zu einer Entspannung beitragen. Die riskante Transition vom amerikanischen zum chinesischen Zeitalter in Südostasien könnte um einen gefährlichen Eruptionsfaktor befreit worden sein. China frohlockt bei so viel Großzügigkeit und schlägt noch am selben Tag vor, die Sanktionen gegen Nordkorea zu lockern oder auszusetzen. Scham vor Übermut war gestern.

Kim muss lediglich zustimmen, auf eine Denuklearisierung der koreanischen Halbinsel hinzuarbeiten, ohne sich auf ein verbindliches Zeitfenster festlegen zu müssen. Damit ist er wohl der größte Gewinner der vierstündigen Bromance auf der Insel Sentosa. Denn das hatte er längst dem südkoreanischen Präsidenten Moon Jae-in zugesagt. Als Gegenleistung winken eine üppige Friedensdividende aus Seoul und die Befreiung aus der Isolation. Alles freilich in Absprache mit China, was Kim vor dem Gipfel gleich zwei Abstecher wert war. Mehr Recycling als Neuschöpfung also.

Trifft wenigstens für das Selbstverständnis und die Beziehungen zwischen USA und Nordkorea die Proklamation eines Paradigmenwechsels zu? Mitnichten. Die nukleare Abrüstungspolitik von Trump und Kim ist nichts anderes als die Fortsetzung ihrer machistischen Abschreckungspolitik mit anderen Mitteln. So unterstreicht und festigt das Singapurer Treffen, dass in der Weltordnungspolitik nur gilt, wer mit ultimativer Gewalt droht. Nordkorea erfährt eine beispiellose Aufwertung und Anerkennung als Atommacht. Kim weiß, wenn er die Atomwaffen aufgibt, ist er in Trumps Augen ein Schwächling, über dessen Schicksal die Laune frei verfügen darf.

Trump und Kim wirken wie Karikaturen zweier von Männlichkeitskomplexen geplagter Staatenlenker. Doch das Problem liegt viel tiefer. Die internationale Sicherheitspolitik insgesamt ist auf ein bestimmtes Verständnis von Maskulinität fokussiert und wird von diesen Rollenbildern dominiert. Trump und Kim sind so gesehen lediglich Paradebeispiele für die geltenden Spielregeln. Wer mit welcher Glaubwürdigkeit sprechen darf, ist davon abhängig, wie gut er oder sie diese sozialen Erwartungen erfüllt. Dies gilt umso mehr für Atomwaffen. Die Demonstration von Macht und Überlegenheit zu scheuen, bedeutet schwach sein. Es bedeutet unvernünftig oder gar verantwortungslos zu handeln. Im schlimmsten Fall sieht man sich dem Vorwurf der Emotionalität ausgesetzt. Um sich in diesem Umfeld zu behaupten, müssen Frauen ihre männlichen Kollegen in Härte und schonungslosem Misstrauen überbieten.

Kein anderes Politikfeld ist so sehr von patriarchaischen Strukturen geprägt wie die Atomwaffenpolitik. Es ist dieser Männlichkeitswahn und die ihm zugrunde liegende Angst, als Weichei wahrgenommen zu werden, welche die nukleare Aufrüstung ins Unermessliche aufschwellen ließ. Der entgrenzte nukleare Potenzvergleich hat die Welt mit tausenden in ständiger Einsatzbereitschaft aufgerichteten Atomsprengköpfen bespickt. Ein jeder mit der dutzenden oder gar hundertfachen Sprengkraft von Fat Man and Little Boy.

Dass die moderne Atombombe schon in ihrer Gestalt phallische Züge hat, ist wohl der konkreteste Ausdruck ihrer in ihrem Grundwesen veranlagten Sexualität. Die gesamte Rhetorik der Nuklearpolitik dreht sich um die Beschwörung von Männlichkeit. Als Indien 1998 erfolgreich Atomwaffen testete, sahen sich nationalistische Politiker darin bestätigt, der Welt bewiesen zu haben, keine „Eunuchen“ zu sein. Nachdem Kim Anfang 2018 in Richtung USA damit drohte, dass auf seinem Schreibtisch immer ein Atomwaffenknopf stehe, konterte Trump, seiner sei „größer und mächtiger“. Die nukleare Grammatik ist beherrscht von Deklinationen der Einschüchterung, Dominanz und Unterwerfung. Das gilt auch für die vermeintliche Abrüstungspolitik von Trump und Kim. Wenige Tage vor dem Gipfel prahlte Trumps Anwalt Giuliani, Kim habe auf Händen und Knien um das Treffen gebettelt.

Die Faszination für die Zerstörungskraft der Atombombe offenbart den kompensatorischen Charakter nuklearer Abschreckungspolitik. Durch die Vergötterung des nuklearen Phallus soll der Mangel an Selbstbewusstsein und Vertrauen in die eigene Gestaltungsfähigkeit von internationalen Beziehungen ausgeglichen werden. Lineares, einströmiges Denken und Handeln, Misstrauen und der Rückgriff auf Gewaltmittel  sind die gefährlichen Folgen für die internationale Sicherheitspolitik.

Was bedeutet dies für die Ergebnisse des großen Atomgipfels? Was bleibt, wenn der nuklearen Abrüstungspolitik von Trump und Kim das gleiche psychologische Verhaltensmuster wie ihrer Abschreckungspolitik zugrunde liegt? Es bleibt die Hoffnung, dass hinter dem Spektakel von Singapur vor allem ein Mensch steht: der südkoreanische Premierminister Moon Jae-in. Er soll noch am Vorabend des Treffens ein vierzig minütiges Telefonat mit dem US-Präsidenten geführt haben. Die Abschlusserklärung entspricht ganz seinem Konzept der Annäherung durch Entgegenkommen und Einbindung. Die Konservativen in Südkorea kritisieren ihn scharf für seine „weiche Linie“. IPG 13

 

 

 

 

Ärzte ohne Grenzen. Flüchtlingspolitik moralische Bankrotterklärung

 

„Ärzte ohne Grenzen“ geht mit der EU hart ins Gericht. Das Leid der Flüchtlinge vor der Haustür werde bewusst in Kauf genommen, um den Zustrom zu begrenzen. Die Not der Geretteten auf dem Schiff „Aquarius“ sei nur ein Beispiel von vielen.

 

Die Hilfsorganisation „Ärzte ohne Grenzen“ hat die Flüchtlingspolitik der Bundesregierung und der Europäischen Union scharf kritisiert. Um weitere Menschen von einer Flucht nach Europa abzuhalten, werde menschliches Leid vor unserer Haustür bewusst in Kauf genommen, kritisierte der Geschäftsführer der deutschen Sektion des Hilfswerks, Florian Westphal, am Dienstag in Berlin bei der Vorstellung des Jahresberichtes. Das Ganze sei „eine moralische Bankrotterklärung für die EU“.

Neben dem aktuellen Fall der 629 aus Seenot geretteten Flüchtlinge auf dem Rettungsschiff „Aquarius“, die derzeit auf dem Mittelmeer festsitzen, weil das Schiff keine italienische Häfen anlaufen darf, verwies Westphal auf die dramatische Situation im Flüchtlingslager Moria auf der griechischen Insel Lesbos. Das für 3.000 Menschen ausgelegte Lager sei mit derzeit mehr als 7.400 Insassen „heillos überbelegt“, die Lebensumstände seien katastrophal. Rund ein Drittel der Insassen seien Kinder, von denen viele Trauma- und Stresssymptome zeigten, etwa als Bettnässer oder durch Selbstverletzungen.

Gesundheitssystem zusammengebrochen

Viele der Flüchtlinge steckten seit Monaten oder sogar Jahren in Moria fest, die Asylprozesse dauerten viel zu lange und seien vollkommen intransparent. Die Zahl der Neuankömmlinge habe sich in den ersten fünf Monaten dieses Jahres gegenüber 2017 um 50 Prozent gesteigert. So seien im Mai phasenweise rund 100 Menschen täglich auf Lesbos angekommen, darunter viele Frauen und Kinder aus Syrien, Afghanistan und dem Irak. Sechs- bis achtköpfige Familien hätten in dem Lager in der Regel nur so viel Platz wie in einem Zugabteil. „Ärzte ohne Grenzen“ betreibt derzeit gegenüber dem Lagereingang eine Kinderklinik und in der Insel-Hauptstadt Mytilini eine Klinik für Folteropfer.

Einen der größten Einsätze hatte die Hilfsorganisation vergangenes Jahr jedoch im Jemen. Das Gesundheitssystem in dem kriegszerstörten Land sei völlig zusammengebrochen, sagte der Vorstandsvorsitzende, Volker Westerbarkey. Es fehle an Essen, sauberem Wasser, Strom, Benzin und Medizin. 22 der 27 Millionen Einwohner seien laut den Vereinten Nationen auf humanitäre Hilfe angewiesen. „Der Bedarf an medizinischer Hilfe ist riesig, der Großteil der medizinischen Einrichtungen ist zerstört“, sagte Westerbarkey. Zuletzt wurde in der Nacht zu Dienstag ein Cholera-Behandlungszentrum der Hilfsorganisation dem Erdboden gleichgemacht.

Kinder akut mangelernährt

Viele Kinder seien akut mangelernährt, als Folge von Krankheiten wie Diphtherie, die durch Impfungen eigentlich vermieden werden könnten. Derzeit sei „Ärzte ohne Grenzen“ im Jemen mit mehr als 1.900 Mitarbeitern in landesweit 13 Krankenhäusern und Gesundheitszentren aktiv, 20 weitere Einrichtungen würden unterstützt. Der größte Teil der Einnahmen und Spendengelder floss 2017 in das Land. Seit Beginn des Konfliktes 2015 hat „Ärzte ohne Grenzen“ dort laut Westerbarkey mehr als 72.000 Patienten behandelt und über 54.000 Operationen durchgeführt.

Ingesamt leistete „Ärzte ohne Grenzen“ 2017 in rund 70 Ländern weltweit Nothilfe. Die deutsche Sektion finanzierte mit 136 Millionen Euro Projekte in mehr als 40 Einsatzländern. Die Gesamtausgaben lagen bei 154,6 Millionen Euro, die Gesamteinnahmen bei 153,6 Millionen Euro. Davon waren 147,7 Millionen Euro private Spenden und Zuwendungen, knapp 15 Millionen mehr als im Vorjahr. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Nach dem Spiel ist vor der Politik

 

Schauen Sie besser genau, wer bei der Fußball-WM übers Feld läuft: Aus zahlreichen Fußballern sind später Politiker geworden. Von Oliver Philipp

In Ihrem Kinderzimmer zierten keine Poster von Gerd Müller oder Lothar Matthäus die Wände? Die Idole Ihrer Jugend hießen Willy Brandt oder Michail Gorbatschow? Für Sie ist die Fußball-Weltmeisterschaft die schlimmste Zeit des Jahres und Sie sind schon am überlegen, an welchen entlegenen Ort Sie für vier Wochen auswandern, um dem Fußball-Wahnsinn zu entgehen? Das müssen Sie nicht. Wir verraten Ihnen, warum die Fußball-WM auch für Sie interessant sein könnte.

Fußball ist Fußball und Politik ist Politik. Dass dieser Satz nicht immer zutrifft, zeigte zuletzt die Debatte um das gemeinsame Foto der deutschen Nationalspieler Ilkay Gündogan und Mesut Özil mit dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan. So holt die Politik den Fußball immer wieder ein. 60 EU-Parlamentarier fordern in einem offenen Brief den Boykott der WM in Russland und die Debatte um Putins Politik wird die kommenden vier Wochen stets begleiten. Von Seiten der Nationalmannschaft hört man erwartbare Sätze hierzu. Der Bundestrainer Joachim Löw erklärt, dass an einer WM teilzunehmen nicht bedeute, sich „mit einem System, Regime oder Machthaber gemein  zu machen“, denn egal wo die deutsche Fußballnationalmannschaft spiele, stehe sie immer für ihre Werte ein: „Vielfalt, Offenheit, Toleranz“. Und der Teamchef der deutschen Nationalmannschaft, Oliver Bierhoff, betonte sogar, dass seine Spieler mündig seien und politisch sein dürften.

Dass Ballakrobaten keine Wortakrobaten sind, sind gängige Clichés, die im Zusammenhang mit Fußballern gerne bemüht werden. Bisher galt es hierzulande, sich bereits in jungen Jahren zu entscheiden: Ruhm, gesellschaftliche Anerkennung, Millionen auf dem Konto und die Figur halten – oder in die Politik gehen. Die Beispiele des Abwehrschranks von Rhenania Würselen 09, Martin Schulz, (immerhin B-Jugend Vizemeister 1972) sowie des Sturmtanks Gerhard „Der Acker“ Schröder zeigen, dass hoffnungsvolle Talente dem Fußball verwehrt blieben, weil sie sich für die Politik entschieden.

Daher lässt der nächste deutsche Spitzenpolitiker mit Länderspiel-Erfahrung wohl noch auf sich warten. Andere Länder sind da schon weiter. In Afrika ist ein einstiger Weltfußballer Staatschef und in Brasilien begibt sich das Idol einer ganzen Generation auch politisch nach Rechtsaußen. Wir präsentieren als Einstimmung auf die kommende Weltmeisterschaft in Russland vier Fußballer, die sich nach ihrer aktiven Karriere in der Politik versucht haben.

Fangen wir mit dem vielleicht prominentesten Beispiel an: George Weah. Fußballfans in Paris und Mailand feierten ihn für seine Tore und die FIFA würdigte ihn 1995 als ersten und bis jetzt einzigen afrikanischen Weltfußballer des Jahres. Gefeiert wurde Weah auch 2017, diesmal von Anhägern in seinem Heimatstaat Liberia. Er gewann die Präsidentschaftswahlen und sorgte für den ersten friedlichen Machtwechsel seit 1944.

Die Politikkarriere von Hakan Sükür könnte man dagegen unter der Überschrift „Vom Fußballhelden zum Staatsfeind“ zusammenfassen. Als Mitglied der goldenen türkischen Generation, die 2002 überraschend den dritten Platz bei der Weltmeisterschaft in Japan und Südkorea belegte, gehört er zu den bekanntesten und beliebtesten türkischen Fußballspielern. Diese Popularität nutze er bei den Präsidentschaftswahlen 2014, als er für die AKP ins türkische Parlament einzog. Allerdings erklärte er 2016 seinen Austritt aus der Erdogan-Partei, da er ihr feindliche Schritte gegen die Gülen-Bewegung vorwarf. Es folgte eine Anklage wegen Präsidentenbeleidigung nach einem angeblichen Tweet über Präsident Erdogan und eine Fahndung wegen „Mitgliedschaft in einer bewaffneten Terrororganisation“. Seit 2015 lebt Sükür in den USA und musste aus der Ferne zusehen, wie ihm seine Vereinsmitgliedschaft bei Galatasaray Istanbul, dem Verein, mit dem er acht türkische Meisterschaften und sogar den UEFA-Cup holte, entzogen wurde.

Sogar zweimal zum Fußballer des Jahres wurde Ronaldinho gekürt. Kaum einem Fußballer hat man beim Dribbeln so gern zugesehen wie dem berühmten Brasilianer mit dem Pferdeschwanz. Geschockt war daher nicht nur die Fußballwelt, als dieses Jahre Schlagzeilen zu lesen waren wie „Der Weltfußballer und der Faschist“. Der Hintergrund war die Ankündigung Ronaldinhos, für Jair Bolsonaro Politik machen zu wollen - einen offenen Rassisten, der bei den Präsidentschaftswahlen im Oktober 2018 ein ernstzunehmender Kandidat ist.

Aber es gibt auch andere Beispiele aus Brasilien. Romario etwa, ebenfalls Weltfußballer, ebenfalls Weltmeister, ist Mitglied des brasilianischen Kongresses als Senator für Rio de Janeiro und kämpft dort gegen Korruption und für die Gleichstellung von Menschen mit Behinderung.

Auch für die größten Fußballmuffel und Politiknerds hat die WM also etwas zu bieten. Denn wer weiß, welch zukünftiger Staatschef da auf dem Spielfeld bereits zu beobachten ist. Alle anderen, die bei der WM einfach mal Politik Politik sein lassen wollen, mögen uns diese Zeilen verzeihen. Allen wünscht die IPG-Redaktion eine spannende Fußballweltmeisterschaft! IPG 12

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Italien sperrt Häfen für Rettungsschiff. Spanien springt ein.

 

Dass Italien nicht für alle Mittelmeer-Flüchtlinge zuständig sein will, ist nicht neu. Rettungsschiffe nicht an Land zu lassen, hingegen schon. Helfer sprechen von Populismus auf dem Rücken der Migranten. Spanien springt ein.

Spanien will das Rettungsschiff „Aquarius“ mit 629 Flüchtlingen an Bord einlaufen lassen, nachdem Italien sich geweigert hat, die Migranten aufzunehmen. Der spanische Ministerpräsident Pedro Sánchez habe entsprechende Anweisungen gegeben, hieß es in einer Regierungserklärung am Montag. Der Präsident der Regionalregierung von Valencia, Ximo Puig, erklärte, die Stadt sei bereit, das Schiff anlegen zu lassen. An Bord der „Aquarius“ befinden sich laut „Ärzte ohne Grenzen“ mehr als 100 Minderjährige, sieben Schwangere und mehrere Verletzte.

Die Fahrt nach Valencia kann laut SOS Mediterranée, die das Schiff betreibt, zwei bis drei Tage dauern. Eine entsprechende Anweisung durch die Seenot-Rettungsleitstelle in Rom, die den Einsatz koordiniert, stehe noch aus.

„Sieg! Erstes Ziel erreicht!“

Der italienische Innenminister und stellvertretende Ministerpräsident Matteo Salvini von der rechtspopulistischen Lega hatte am Sonntagabend angekündigt, keine Flüchtlingsschiffe mehr in die Häfen seines Landes zu lassen. Unter dem Hashtag „Wir schließen die Häfen“ kritisierte er, Malta nehme keine Flüchtlinge auf, Frankreich weise Migranten an der Grenze zurück, Spanien verteidige seine Grenzen mit Waffen.

„Von heute an wird auch Italien Nein zum Menschenhandel, Nein zum Geschäft der illegalen Einwanderung sagen“, erklärte Salvini. Zugleich drohte er, das Schiff der deutschen Organisation Sea-Watch, das derzeit im Rettungseinsatz ist, am Anlegen zu hindern. Nach der Bekanntgabe der Aufnahme durch Spanien twitterte er „Sieg! Erstes Ziel erreicht!“

Appell aus Berlin

Die EU-Kommission begrüßte die Entscheidung Spaniens. Das sei gelebte Solidarität, erklärte Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos. Zuvor hatte die Kommission die Beteiligten dazu aufgerufen, für eine schnelle Anlandung der Geretteten zu sorgen. Der Sprecher der Bundesregierung, Steffen Seibert, appellierte derweil in Berlin „an alle Beteiligten, ihrer humanitären Verantwortung gerecht zu werden“. Die UN hatten Italien und Malta dazu aufgerufen, einen Hafen zu öffnen. Die Vorräte an Bord gingen langsam zur Neige.

Amnesty International erklärte, Italien und Malta hätten ihre Verpflichtungen nach internationalem Recht missachtet. Je länger ein Schiff darauf warten müsse, anlegen zu können, desto weniger Schiffe könnten weitere Flüchtlinge retten.

Verständnis mit Italien

Die Organisationen, die Rettungsschiffe betreiben, äußerten Verständnis für die Forderung Italiens, mit der Versorgung der Flüchtlinge nicht allein gelassen zu werden. „Wegen der Dublin-Regelungen sind die anderen EU-Staaten mitverantwortlich“, sagte Ruben Neugebauer von Sea-Watch. „Wenn aber Salvini an der Lage etwas ändern möchte, sollte er sich Lösungen überlegen und das Problem nicht einfach auf die abwälzen, die am wenigsten dafür können.“

Auch Verena Papke von SOS Mediterranée sieht ein Problem darin, dass laut EU-Politik immer das Land für einen Flüchtling zuständig ist, in dem er in die EU eingereist ist. „Aber Italien ist zuständig, wenn im Mittelmeer gerettet wird.“ Die Einsätze der „Aquarius“ seien mit der italienischen Seenot-Rettungsleitstelle in Rom abgesprochen, die dem Schiff bislang immer einen Hafen zugewiesen habe.

Ein populistisch politisches Manöver

Die medizinische Situation der Geretteten ist laut „Ärzte ohne Grenzen“, die die Flüchtlinge auf der „Aquarius“ versorgt, stabil. Aber die Verzögerung sei ein Risiko für die Schwangeren, 15 Patienten mit chemischen Verbrennungen und mehreren mit kritischen Unterkühlungen. Die Geflohenen an Bord der „Aquarius“ stammen laut Papke aus afrikanischen Ländern südlich der Sahara und wurden aus internationalen Gewässern vor der libyschen Küste gerettet.

Neugebauer betonte, die „Sea-Watch 3“ sei derzeit auf Anfrage der Seenot-Rettungsleitstelle in Rom vor der libyschen Küste. „Was wir hier erleben, ist ein populistisch politisches Manöver.“ Zugleich hießen italienische Städte sie immer wieder willkommen. „Theoretisch könnten wir auch in einem Hafen in Frankreich oder Spanien anlegen.“ Aber das sei eine zusätzliche Belastung für die oftmals geschwächten Geretteten. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Spanien nimmt Flüchtlinge auf, das Boot liegt noch vor Sizilien

 

Nach einem Streit zwischen Italien und Malta über die Aufnahme von 629 Migranten darf das im Mittelmeer liegende Schiff in Spanien anlegen. Noch liegt es allerdings vor Sizilien, vermeldet „Ärzte ohne Grenzen“.

Eine neue Episode des Flüchtlingsdramas im Mittelmeer: Die „Aquarius“ mit 629 Migranten an Bord, darunter 123 unbegleitete Minderjährige, elf andere Kinder und sieben Schwangere, wurde auf dem Mittelmeer gerettet. Bilder von SOS Mediterranee zeigen Hunderte von Afrikanern, die dicht gedrängt an Bord stehen. Die Menschen sind nach Aussagen der Hilfsorganisation bei verschiedenen Aktionen aufgenommen worden. Auch Schiffe der italienischen Marine hätten Personen gerettet und dann zum Weitertransport zur „Aquarius“ gebracht.

Bloß, wohin mit den Flüchtlingen? Malta und Italien stritten über die Zuständigkeit. Beide Länder wollten das Boot nicht anlegen lassen. Nun gab Spaniens neuer Premierminister Pedro Sanchez die Antwort. Er habe den Hafen von Valencia angewiesen, das Boot einlaufen zu lassen, teilte sein Büro am gestrigen Montag mit. Es sei seine Pflicht, eine humanitäre Katastrophe abzuwenden. Die „Aquarius“ der Organisation SOS Mediterranee wartete nach einer Rettungsaktion in internationalen Gewässern zwischen Italien und Malta auf die Genehmigung, einen Hafen ansteuern zu dürfen.

Italiens neuer Innenminister, Matteo Salvini, zeigte sich erfreut. Es zahle sich aus, dass Italien die Stimme erhoben habe. Zugleich dankte er Spanien für die „Großherzigkeit“. Die EU könne sich auf solche Gesten allerdings nicht verlassen. Salvini hatte vor der spanischen Entscheidung erklärt, die Seerettung sei eine Pflicht, aber Italien in ein großes Flüchtlingslager zu verwandeln nicht. Die EU-Kommission und das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR warnten davor, den Clinch auf dem Rücken der Menschen an Bord auszutragen.

„Das Rettungsschiff „Aquarius“ mit 629 aus Seenot geretteten Menschen an Bord befindet sich weiterhin zwischen Malta und Sizilien“, meldete allerdings die Hilfsorgaisation Ärzte ohne Grenzen am Dienstagvormittag. Weiter heißt es in der Erklärung: „Die Besatzung der Aquarius ist mit den Seenotrettungsleitzentralen in Rom und Madrid in Kontakt. Bis Dienstagmorgen hat sie keinen sicheren Hafen von diesen zugewiesen bekommen. Es ist nun die Absicht der italienischen Seenotrettungsleitstelle, die Mehrzahl der Geretteten auf italienische Schiffe zu transferieren und alle nach Spanien zu bringen. Das würde bedeuten, dass die Menschen vier weitere Tage auf See verbringen müssen.“

Hintergrund

In den vergangenen fünf Jahren haben mehr als 600.000 Menschen Italien mit Booten erreicht, die sich überwiegend von Afrika aus auf den Weg nach Europa machten. Tausende kamen bei der Überfahrt ums Leben. EA/rtr 12

 

 

 

Conte will neue Flüchtlingspolitik und Ende des Sparkurses

 

Italiens neuer Ministerpräsident Giuseppe Conte hat in seiner ersten Rede vor dem Senat eine „populistische“ Politik angekündigt, mit der er in der EU anecken dürfte.

Bevor er am Dienstag in der Parlamentskammer die Vertrauensfrage stellte und gewann, sprach sich Conte für eine populistische Linie aus: „Wenn Populismus bedeutet, in der Lage zu sein, auf die Bedürfnisse der Menschen zu hören, dann fordern wir ihn“, sagte Conte vor dem Senat in Rom. Damit reagiert er auch auf einen öffentlichen Diskurs, in dem Populismus – und damit eine Politik, die sich am Willen er Bevölkerung orientiert – als etwas Negatives darstellt.

Der Jurist war nach wochenlanger politischer Unsicherheit am Freitag als Italiens neuer Regierungschef vereidigt worden. Der weitgehend unbekannte Politikneuling wird von der Koalition der beiden Wahlgewinner, der Fünf-Sterne-Bewegung und der Lega, unterstützt.

Bundeskanzlerin Merkel hat ihre Vorstellungen zu den anstehenden Euro-Reformen präsentiert. Sie reduziert die Visionen des französischen Präsidenten auf einen Bruchteil – und rückt eine Einigung in den Bereich des möglichen.

Conte bekannte sich zu „unserem Haus“ Europa als „unser Haus“ und zur NATO. Das dürften die Zugeständnisse gewesen sein, die Staatspräsident Sergio Mattarella verlangte, der Conte zunächst den Regierungsauftrag verweigerte und eine Technokratenregierung einsetzen wollte.

In seiner Rede vor dem Parlament kündigte Conte auch Widerstand gegen die EU-Einwanderungspolitik an und forderte eine „verbindliche“ und „automatische“ Umverteilung von Asylbewerbern in der EU. Die sogenannten Dublin-Regeln müssten überarbeitet werden, um eine „faire Verteilung der Verantwortlichkeiten“ zu erreichen. Die Dublin-Verordnung sieht vor, dass Migranten in dem Land ihren Asylantrag stellen müssen, in dem sie zum ersten Mal EU-Boden betreten haben. Hauptankunftsländer wie Italien oder Griechenland tragen daher eine besonders große Last.

Das Thema Einwanderung sei die erste Nagelprobe für „unsere neue Form des Dialogs mit der EU“, sagte Conte. Seine Regierung wolle „dem ‚Business‘ mit der Einwanderung ein Ende setzen, das im Schatten einer falschen Solidarität übermäßig zugenommen“ habe. Den EU-Partnern warf Conte vor, viele von ihnen hätten Italien mit „eigennützigen Grenzschließungen“ geschadet.

Auch in der Haushaltspolitik kündigte Conte einen Kurswechsel an. Sein Land sei zum Schuldenabbau bereit, sagte der Regierungschef. Allerdings solle dieser „durch Wachstum und nicht mit der Hilfe von Sparmaßnahmen“ erreicht werden.

Conte wandte sich überdies gegen den EU-Kurs gegenüber Russland. „Wir werden die Initiatoren für eine Überprüfung des Sanktionssystems sein“, erklärte der 53-Jährige. Er wolle eine „Öffnung“ gegenüber Moskau.

Der Bundestagsabgeordnete Fabio de Masi kritisiert die Einmischungen in die ilalienische Regierungsbildung und Mattrallas Veto gegen eine Koalition von Fünf-Sterne-Bewegung und Lega.

Conte trat an der Seite der Vize-Ministerpräsidenten Luigi Di Maio und Matteo Salvini auf, welche die Koalitionspartner Fünf-Sterne-Bewegung und Lega als Parteichefs führen und Ministerposten im neuen Kabinett innehaben. In seiner Rede vor dem Senat bezeichnete sich Conte als „Garant“ des „Vertrags der Veränderung“ der neuen Regierungskoalition. Er sei sich der „Vorrechte“ bewusst, die die italienische Verfassung dem Regierungschef einräume, sagte Conte mit Blick auf Warnungen, er sei nur eine Marionette von Di Maio und Salvini.

Conte präsentierte sich als Repräsentant beider Koalitionspartner: Mit seiner Ankündigung einer strikteren Einwanderungspolitik und einer niedrigen Einkommenssteuer von 15 bis 20 Prozent („flat tax“) vertrat er Kernideen der Lega, mit seiner Absage an eine Sparpolitik und seinem Bekenntnis zu einem Bürger-Grundeinkommen trat er für Ziele der Fünf Sterne ein. EA/AFP 6

 

 

 

EU. Erst Peitsche, dann Zuckerbrot

 

Wie die EU mit einer neuen Strategie versucht, ihr unsoziales Wirtschaftsmodell durchzusetzen. Von Dominika Biego?

 

Die Europäische Kommission ist eine Meisterin der politischen Einflussnahme. Gekonnt beherrscht sie die verschiedenen Mittel der Machtausübung und schafft es so ihren Einfluss schrittweise auch in Politikfeldern auszubauen, in denen ihr die europäischen Verträge nur begrenzte Eingriffsrechte zugestehen. Besonders gut gelingt ihr das im Bereich der Wirtschaftspolitik. Die jüngsten Vorschläge der europäischen Kommission zur Stabilisierung der Wirtschafts- und Währungsunion illustrieren dies meisterhaft und lassen einen Strategiewechsel erahnen.

Zunächst versuchte es die Europäische Kommission auf die harte Tour: Die nach der Wirtschafts- und Finanzkrise eingeführten neuen Instrumente der wirtschaftspolitischen Steuerung – insbesondere die Verschärfung des Stabilitäts- und Wachstumspaktes durch das Sixpack und Twopack und das makroökonomische Ungleichgewichtsverfahren – folgten dem gleichen Muster: Die Kommission sah die Ursache für die 2008 einsetzende Wirtschafts- und Finanzkrise in einer zu laxen Haushaltspolitik und in einem renitenten Reformunwillen der Mitgliedstaaten, der zu Lasten der Wettbewerbsfähigkeit ging. Folgerichtig entschied man sich daher, die Haushalts- und Wirtschaftspolitik der Mitgliedstaaten noch stärker zu überwachen und Regelverstöße rascher zu sanktionieren.

Allerdings war dieses sanktionsbasierte System der wirtschaftspolitischen Steuerung, das mit dem Stabilitäts- und Wachstumspakt seinen Anfang nahm und nach der Krise schrittweise verschärft wurde, wenig effektiv. Die Kommission verhängte keine Sanktionen, obwohl die Mitgliedstaaten wiederholt gegen Vorgaben verstießen. Und die Mitgliedstaaten halten sich bis heute kaum an die im Europäischen Semester empfohlenen Strukturreformen. Zu groß ist der politische Widerstand in vielen Mitgliedsländern.

Zudem hat der Aufstieg populistischer, anti-europäischer Bewegungen gezeigt, dass die politischen Kosten dieser sanktionsbasierten, wirtschaftspolitischen Steuerung zu groß sind. In vielen Ländern wurden die Sparauflagen der EU als Diktat empfunden, was anti-europäische Ressentiments schürte. In Italien lässt sich das derzeit eindrücklich beobachten. Die bedingungslose Europaeuphorie der vergangenen italienischen Regierungen und die Unterordnung unter das europäische wirtschaftspolitische Regime, das den italienischen Interessen widersprach, bereiteten den Boden für die derzeitige nationalistische Gegenreaktion.

Mittlerweile scheint die Kommission ihre Strategie geändert zu haben. Anstatt der Peitsche holt sie nun das Zuckerbrot hervor. Ideal lässt sich das an dem Reformhilfeprogramm ablesen, das die Europäische Kommission in dem nächsten EU-Budget verankern möchte. Sie verspricht Mitgliedstaaten eine finanzielle Belohnung, wenn sie sich dazu verpflichten, Strukturreformen umzusetzen, die den EU-Vorgaben entsprechen. Angela Merkel hat in einem Interview mit der Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung bereits Zustimmung für das Reformhilfeprogramm signalisiert. In eine ähnliche Richtung zielt auch das neu vorgeschlagene Instrument zur Abfederung länderspezifischer, wirtschaftlicher Schocks, die sogenannte „Investitionsstabilisierungsfunktion“. Nach Vorstellungen der Kommission sollen Mitgliedstaaten in wirtschaftlichen Abschwüngen Kredite erhalten, um ihre öffentlichen Investitionen stabil zu halten und so eine antizyklische Wirtschaftspolitik zu ermöglichen. Ein solches europäisches Instrument der koordinierten Investitionsförderung fordern Gewerkschaften seit langem. Doch auch hinter diesem Reformvorhaben verbergen sich strikte makroökonomische Konditionalitäten. Mitgliedstaaten sollen nur dann Zugang zu den Geldern erhalten, wenn die Wirtschaftspolitik in den zwei Jahren davor weitestgehend im Einklang war mit den europäischen haushaltpolitischen und makroökonomischen Vorgaben. Nur dann haben sie, praktisch als Belohnung, Anspruch auf die Gelder zur Stabilisierung ihrer öffentlichen Investitionen.

Diese Technik der politischen Machtausübung ist sicher subtiler, Belohnungen rufen nicht so viele Gegner auf den Plan wie Bestrafungen. Dennoch sind die geplanten Instrumente der Kommission aus drei Gründen höchst problematisch.

Erstens kann je nach finanzieller Lage ein Entzug von Geldern bei Nichterfüllung der politischen Auflagen schnell wirken wie eine Peitsche und die Mitgliedstaaten hart treffen. Das lässt sich gut am Beispiel der Kredite des Europäischen Stabilitätsmechanismus (ESM) illustrieren. Auch der ESM funktioniert nach dem Prinzip „Geld gegen Strukturreformen“ und die drakonischen Anpassungsprogramme der Troika lassen vermuten, welche politischen Auflagen der EU vorschweben. Nicht zuletzt deshalb hat Anne Karras (ver.di) die hinter dem Reformhilfeprogramm stehende Idee pointiert als „Troika für alle“ zusammengefasst. In ihrer finanziellen Not waren die Krisenländer de facto gezwungen, jeglichen Bedingungen zuzustimmen.

Zweitens erhöhen die von der Kommission vorgeschlagenen Instrumente die politische Verbindlichkeit des Economic Governance Regimes der EU. Mitgliedstaaten werden sich zukünftig gründlich überlegen, ob sie die länderspezifischen Empfehlungen der Kommission ignorieren, wenn ihnen dadurch ein Entzug von Geldern im Rahmen des Reformhilfeprogramms droht und wenn ihnen in wirtschaftlichen Abschwüngen möglicherweise der Zugang zur Investitionsstabilisierungsfunktion verwehrt bleibt. Damit wird der wirtschaftspolitische Handlungsspielraum der Mitgliedstaaten erheblich eingeschränkt.

Schließlich werden die von der Kommission empfohlenen Strukturreformen weitestgehend auf technokratischem Weg ohne parlamentarische Beteiligung formuliert. Noch immer haben weder die nationalen Parlamente noch das europäische Parlament ein Mitentscheidungsrecht bei den länderspezifischen Empfehlungen, die im Rahmen des Europäischen Semesters formuliert werden. Die Erfahrung zeigt, dass die von der Kommission empfohlenen Strukturreformen häufig den Interessen der Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern widersprechen. Außer auf dem Wege informeller Gespräche zwischen den Gewerkschaften und der Kommission haben sie keine Möglichkeit, ihren Unmut darüber auf demokratischem Weg zu äußern. 

Anders als beim Fiskalpakt und beim ESM, die als intergouvernementaler Anbau das Economic Governance Regime verschärfen, hat das Europäische Parlament beim Reformhilfeprogramm  und bei der Investitionsstabilisierungsfunktion die Möglichkeit, den Vorschlag der Kommission abzuwenden beziehungsweise zu ändern. Es sollte seine politische Macht sinnvoll nutzen. IPG 12

 

 

 

Bundesfinanzhof. Selbstständige EU-Bürger können monatsweise Kindergeld beanspruchen

 

Selbständige EU-Bürger, die einige Monate in Deutschland arbeiten, können Anspruch auf Kindergeld haben. Das entschied der Bundesfinanzhof im Fall eines polnischen Bauarbeiters.

Arbeiten EU-Bürger als Selbstständige einige Monate in Deutschland, können sie für diese Zeit Kindergeld beanspruchen. Entscheidend für den Anspruch ist, in welchem Monat die gewerbliche Tätigkeit erbracht worden ist und nicht, wann der Gewerbetreibende seine Einnahmen erhalten hat, entschied der Bundesfinanzhof (BFH) in einem am Montag veröffentlichten Urteil in München im Fall eines selbstständigen polnischen Bauarbeiters. (AZ: III R 5/17)

Der klagende Bauarbeiter lebt mit seiner Familie in Polen. Von 2011 bis 2015 war er als Selbstständiger monatsweise auf unterschiedlichen Baustellen in Deutschland tätig. Dabei wohnte er in Unterkünften seines Auftraggebers. Für seine zwei in Polen lebenden Kinder verlangte er deutsches Kindergeld, unter anderem für den im Streit stehenden Monat Mai 2012.

Die Familienkasse lehnte dies ab. Entscheidend sei für den Kindergeldanspruch, wann das Einkommen aus der selbstständigen Tätigkeit zugeflossen ist. Dies sei hier der August 2012 gewesen. Für diesen Monat habe der Bauarbeiter aber bereits aus anderen Gründen einen Kindergeldanspruch erhalten. Zusätzlich für den Monat Mai stehe ihm nichts zu.

Zeitpunkt der Tätigkeit entscheidend

Der polnische Kläger hat jedoch auch für den Streitmonat Anspruch auf Kindergeld, urteilte der BFH. Bei einem zeitweise inländisch selbstständig Tätigen komme es für den Kindergeldanspruch darauf an, wann die Tätigkeit erbracht worden ist und nicht zu welchem Zeitpunkt die Einnahmen aus der Tätigkeit zugeflossen sind. Anderenfalls würde der Kindergeldanspruch von Zufälligkeiten abhängen.

Bei nicht selbstständig tätigen Saisonarbeitern hatte der BFH bislang allerdings für den Kindergeldanspruch darauf abgestellt, wann dem Arbeiter die Einkünfte zugeflossen sind. Inwieweit der BFH noch daran festhält, ließ er mit der aktuellen Entscheidung offen. (epd/mig 5)

 

 

 

Ein kleiner Schritt Richtung Paris

 

Angela Merkel hat ihre Perspektiven zur Zukunft der EU weiter präzisiert. In Sachen Eurozon übernimmt sie die Vorschläge des französischen Präsidenten Emmanuel Macron – und verkleinert sie auf einen Bruchteil.

Zumindest eins dürfte nun vorbei sein: die ewige Debatte über die visionären Vorschläge des Franzosen und die fehlende Antwort aus Berlin. Berlin hat geantwortet, und zwar in Person der Bundeskanzlerin. Zwar nicht annähernd so spektakulär wie Macron, der für seine großen Europa-Reden Kulissen wie die Athener Akropolis, die Pariser Sorbonne oder zumindest das Straßburger EU-Parlament wählte. Bei Merkel geht es auch eine Nummer kleiner: erst ein Zeitungsinterview, dann eine Rede vor dem Nachhaltigkeitsrat.

Die Symbolik passt, denn um ein vielfaches kleiner sind auch ihre Vorschläge. Vor allem zwei Ideen aus den aktuellen Reformdebatten hat sie aufgegriffen: den Europäischen Währungsfonds (EWF) und das Investitionsbudget für die Eurozone. Beides soll der Stabilisierung der Gemeinschaftswährung dienen – der EWF indem er Ländern in Krisensituationen, ähnlich wie bisher der ESM, einerseits Kredite gewährt und andererseits Reformen abverlangt; das Investitionsbudget, indem aus der gemeinsamen Kasse dort Investitionen finanziert werden, wo die wirtschaftliche Entwicklung es gerade besonders nötig erscheinen lässt.

Doch während der Währungsfonds, wie ihn die EU-Kommission vorgeschlagen hat und ihn sich wohl auch die SPD vorgestellt hat, als sie den Koalitionsvertrag unterschrieb, Teil der EU-Verträge ist, ein Budget hat, über den er eigenständig entscheidet und zudem als Backstop für die Bankenunion dient, ändert sich bei Merkel vor allem der Name. Wie der ESM soll der EWF zwischenstaatlich geregelt sein. Die Kompetenzen blieben bei den Nationalstaaten und die Unterstützung wäre an strenge Auflagen gebunden. Damit kommt Merkel auch den Kritikern in ihrer eigenen Partei entgegen.

Beim Investitionsbudget übernimmt sie Marcons Kernforderung – einen eigenen Haushalt für die Eurozone – und teilt ihn durch zehn. Ein Volumen „im niedrigen zweistelligen Milliardenbereich“ könne sie sich vorstellen, damit künftig in Krisen nicht nur gekürzt, sondern auch investiert wird. Macron sprach von einer „dreistelligen Milliardensumme“.

Die EU-Kommission will Finanzmittel bereitstellen um reformwillige Mitgliedsstaaten unter die Arme zu greifen. Die Ökonomin Anne Karrass spricht von einer „Troika für alle“.

Sicher, andere europapolitische Bereiche sind einfacher. Etwa in Fragen der gemeinsamen Sicherheits- und der Migrationspolitik liegen Berlin und Paris nicht so weit auseinander. Auch das wurde im FAS-Interview und beim Nachhaltigkeitsrat klar. Doch die Vorschläge für die Währungsunion sind in Macrons Agenda zentral und angesichts weiterhin großer wirtschaftlicher Ungleichgewichte und einer schlummernden Finanzkrise auch akut.

Merkels kleine Schritte Richtung Paris rücken die angepeilte Einigung über die nächsten Reformschritte beim Eurogipfel Ende des Monats zumindest wieder in den Bereich des möglichen. Besonders strittig wird dort allerdings die Frage sein, auf welcher Ebene die politischen Kompetenzen geballt werden sollen. Merkel will zwischenstaatliche Lösungen, damit die Entscheidungsgewalt in den Mitgliedsstaaten verbleibt. Macron hingegen will eine Konzentration der Zuständigkeiten auf Ebene der Währungsunion.

Die EU-Kommission will die Zuständigkeiten weder in den Nationalstaaten belassen, noch eine neue Struktur auf Euroebene zulassen. Vielmehr sollen die Kompetenzen in den Brüsseler EU-Institutionen angesiedelt werden, wie die jüngsten Vorschlägen für eine Reformhilfe- und eine Stabilisierungfunktion erneut bekräftigten. Dahinter steckt auch die Frage, wer am Ende welchen Teil der Kosten für die weitere Eurostabilisierung trägt.

Und dann ist da ja auch noch Italien – in der drittgrößten Volkswirtschaft hat gerade eine eurokritische Regierung das Ruder übernommen. Fraglich, ob Rom überhaupt für eine Vertiefung der Währungsunion zur Verfügung steht. Gegen Italien werden jedoch weder die deutschen noch die französischen Pläne durchsetzbar sein.

Positionen

Florian Hahn (MdB, CDU/CSU): "Dankbar sind wir auch für die eindeutigen Worte zu solidarischem Verhalten in der EU. Denn dem Drang zur ungebremsten Vergemeinschaftung müssen wir widerstehen. Risiko und Haftungsverantwortung sind aus unserer Sicht zuvorderst nationale Aufgaben und untrennbar miteinander verbunden. Ein starkes Europa zeichnet sich dadurch aus, dass sich Eigenverantwortung und Gemeinschaftsaufgaben, nationale Souveränität und europäische Zusammenarbeit sowie Subsidiarität und Solidarität die Waage halten."

Achim Post (MdB, SPD): "Dass sich jetzt auch Kanzlerin Merkel an die Umsetzung der europapolitischen Reformvorhaben aus dem Koalitionsvertrag machen will, ist zu begrüßen, auch wenn ich mir schon deutlich früher ein europapolitisches Lebenszeichen von ihr erhofft hätte. Der europäische Reformeifer der Kanzlerin sollte sich natürlich nicht in einem Zeitungsinterview erschöpfen." Steffen Stierle | EURACTIV.de EA 5

 

 

 

 

CSU entfacht erneut Grundsatzstreit in der Asylpolitik

 

Die CSU will Asylsuchende an der deutschen Grenze zurückweisen. Bundeskanzlerin Angela Merkel ist dagegen, sie setzt auf eine europäische Lösung. Wann der Streit beigelegt wird, ist offen. So lange bleibt wohl auch Seehofers angekündigter Masterplan in der Schublade. Von Corinna Buschow

Es dauerte nur knapp drei Monate bis zum ersten großen Streit. Als am 14. März die Bundesregierung vereidigt wurde, lag ein Koalitionsvertrag vor, der vor allem die Differenzen in der Flüchtlingspolitik geklärt haben sollte. Über Kompromisse in diesem Kapitel wurde besonders hart und lange verhandelt, versicherten Beteiligte danach immer wieder. Mitte Juni wirkt es rückblickend wie ein Burgfrieden. Mit ihrer Forderung nach einer Zurückweisung Asylsuchender an der deutschen Grenze hat die CSU einen Grundsatzstreit über die Asylpolitik wieder entfacht.

Das Abweisen von Flüchtlingen, die über das System Eurodac bereits in einem anderen EU-Staat registriert wurden, sollte Teil des „Masterplans Migration“ von Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) werden. CSU-Landesgruppenchef im Bundestag, Alexander Dobrindt, bestätigte am Dienstag in Berlin, dass seine Partei diesen Punkt als wesentlichen Bestandteil des angekündigten Pakets sieht, als „Teil der Neuordnung des Asylsystems“. „Wir setzen den Punkt durch“, zeigte sich Dobrindt überzeugt.

Gegen den Willen von Merkel

Durchsetzen hieße in diesem Fall gegen den Willen von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), die Zurückweisungen an der Grenze bislang ablehnt und auf eine europäische Lösung hofft. Erst am Sonntag hatte sie in einem Fernsehinterview einseitig nationale Maßnahmen abgelehnt. Der dritte Koalitionspartner SPD steht dabei hinter Merkel. „Es wäre fatal, wenn wir die Fehler aus dem Herbst 2015 wiederholten und die Lösung des Problems wieder nur einigen wenigen Staaten überlassen und diese damit überfordern“, sagte der innenpolitische Sprecher der SPD-Fraktion, Burkhard Lischka, dem epd.

Dobrindt äußerte sich unterdessen überzeugt davon, dass auch Teile der CDU hinter Seehofers Forderung nach einer Zurückweisung an der Grenze stehen. Die Ministerpräsidenten von Sachsen und Sachsen-Anhalt, Michael Kretschmer und Reiner Haseloff (CDU), signalisierten in der „Welt“ (online) Unterstützung für Seehofer. „Natürlich müssen die Menschen, die in der Bundesrepublik Deutschland keine Chance haben auf Asyl, an der Grenze wieder zurückgewiesen werden“, sagte Kretschmer. Die Linken-Abgeordnete Ulla Jelpke lehnte das dagegen ab. Dies würde den Beginn vom Ende der EU-Freizügigkeit markieren, sagte sie.

Zurückweisung zentraler Streitpunkt

Inwieweit das Thema am Dienstag in der Sitzung der Unionsfraktion diskutiert werden sollte, blieb zunächst offen. Formell wurde der Punkt Dobrindt zufolge gestrichen, nachdem Seehofer auch die öffentliche Präsentation des Masterplans aufgrund des Streits mit dem Kanzleramt am Montag kurzfristig abgesagt hatte. Die Spitzen von Partei und Fraktion würden nun darüber reden, sagte Dobrindt. Der parlamentarische Geschäftsführer der Unionsfraktion, Michael Grosse-Brömer (CDU), sagte, er hoffe auf eine schnelle und einvernehmliche Lösung.

Die Frage der Zurückweisung an der Grenze ist ein zentraler Streitpunkt in der Flüchtlingspolitik, der letztlich auch an die Obergrenzen-Debatte erinnert. Die Forderung der CSU nach einer starren Grenze führte damals zwangsläufig zu der Frage, was mit Flüchtlingen oberhalb dieser Zahl an der Grenze passieren soll. Die Unionsparteien fanden nach langem Streit einen Kompromiss. Im Koalitionsvertrag mit der SPD heißt es, dass die Zahl der Zuwanderer pro Jahr die Spanne von 180.000 und 220.000 nicht übersteigen soll. Bis Ende April kamen erst rund 55.000 neue Flüchtlinge nach Deutschland.

Streitende offen

Dennoch dringt die CSU jetzt auf die Zurückweisung an der Grenze. Er wolle nicht warten, bis wieder so viele Menschen an der Grenze stünden, sagte Dobrindt. 2015 dürfe sich nicht wiederholen.

Wann der Streit beigelegt wird, ist offen. Es gebe keinen „aktiven Endpunkt“, sagte Dobrindt. Laut Grosse-Brömer soll beim anstehenden Besuch des österreichischen Bundeskanzlers Sebastian Kurz ebenfalls über das Thema gesprochen werden. Für Dienstagabend war ein Treffen mit Merkel geplant, für Mittwoch eines mit Seehofer. Der CSU-Chef wird danach nicht am Integrationsgipfel der Kanzlerin teilnehmen, wie das Bundesinnenministerium bestätigte. Er lässt sich dort vom parlamentarischen Staatssekretär Marco Wanderwitz (CDU) vertreten. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Brenner-Transit sorgt für dicke Luft

 

Der für den 12. Juni in Bozen geplante Gipfel zum Transitverkehr auf der Brenneroute droht zu platzen.

 

Die 166 Kilometer lange Autobahnstrecke von Kufstein über Innsbruck nach Bozen, die so genannte Brennerroute, gehört zu den meist frequentierten Straßen Europas. Im vergangenen Jahr wurden hier 2,25 Millionen LKW gezählt. Allein in den ersten fünf Monaten des heurigen Jahres wurde eine Zunahme um fast 20 Prozent registriert. Die Lärm-, Feinstaub- und CO2-Belastung hatte nicht nur die allgemeine Einführung von Tempo 100 zur Folge sondern führt nun an verkehrsstarken Tagen auch zur so genannten Blockabfertigung, bei der nur 250 Trucks pro Stunde von Bayern nach Tirol einreisen dürfen. Was vor allem die Frächter auf die Palme treibt, weil Transport-Verzögerungen Kosten verursachen. Das wiederum kümmert nicht die Bevölkerung im Inn-, Wipp- und Eisacktal. Für sie hat die Verkehrslawine ein Ausmaß erreicht, das nach Lösungen verlangt.

In Südtirol ticken die politischen Uhren anders als im Rest von Italien. Das zeigt eine Analyse der Wahlergebnisse.

Daher hat die Politik für kommenden Dienstag zu einen Brennergipfel nach Bozen geladen. Die Spitzenvertreter von Deutschland, Österreich und Italien sowie von Tirol, Südtirol und dem Trentino sollen bei diesem Treffen nach Möglichkeiten der nachhaltigen Verkehrsentlastung suchen. Allen voran geht es dabei um die Verlagerung des LKW-Verkehrs von der Straße auf die Schiene. Und hier liegt offensichtlich ein Problem. Denn die Angebote des Bahntransports von Rosenheim bis Verona beziehungsweise von Wörgl bis zum Brenner wurden zwar kapazitätsmäßig ausgebaut, werden aber von den Frachtunternehmen immer weniger genutzt.

Nun steht der Transitgipfel an der Kippe. Der deutsche Verkehrsminister Andreas Scheuer (CSU) hat nämlich seine Teilnahme abgesagt. Als Grund nennt er sein Meeting mit dem österreichischen Amtskollegen Norbert Hofer (FPÖ) am Mittwoch in Brüssel. Scheuer: „Nach dem Gespräch ist mir klar geworden, dass das Land Tirol an einer kurzfristigen Lösung nicht interessiert ist“. Denn, so Scheuer, Tirol will an den Blockabfertigungen festhalten, „wir aber wollen in Europa Lösungen für den freien Warenverkehr und nicht regionale Engstirnigkeit“.

Der Brexit wird für Regionen, die viel nach Großbritannien exportieren, viele sehr praktische Konsequenzen haben. Nur wenige haben bislang eine Strategie.

Diesen Vorwurf lässt freilich Tirols Landeshauptmann Günther Platter nicht auf sich sitzen, wirft Scheuer einen schlechten Stil, Überheblichkeit und eine Ignoranz der Probleme vor, die die Bevölkerung bewegen. Und er weist auf Versäumnisse hin, deren Verantwortung in München und Berlin liegt: „Seit Jahren drängen wir auf die Verlagerung des Verkehrs auf die Schiene und investieren Milliarden in den Brennerbasistunnel und die Zulaufstrecken“. Der Tiroler Landeschef beruft sich dabei auf eine Vereinbarung von 2012 zwischen Deutschland und Österreich, „bei der klar zum Ausdruck gebracht wurde, dass der viergleisige Ausbau der Bahn zeit- und fachgerecht auch in Bayern durchgeführt wird. Bislang ist aber diesbezüglich wenig bis gar nichts passiert“.  Herbert Vytiska EA 8

 

 

 

 

Die Kunst des positiven Denkens

 

Eine Anleitung zum Schönreden der neuen italienischen Regierung von New York Times-Kolumnist Roger Cohen.

 

Steve Bannon freut sich über die Bildung einer anti-europäischen und migrantenfeindlichen Regierung in Italien, zu deren Wahlerfolg er möglicherweise sogar beitrug. Die französische Rechtsaußen-Politikern Marine Le Pen ist ebenfalls begeistert und nennt die neue Koalition „einen Sieg der Demokratie über die Einschüchterungen und Drohungen der Europäischen Union“. Und auch ich bin froh.

Nun sind Bannon und Le Pen nicht der politische Umgang, den ich normalerweise pflege. Ich möchte daher zunächst klarstellen, dass die siegreichen Parteien, die jetzt in Italien an die Regierung gelangen – die fremdenfeindliche Lega Nord und die gegen die alte politische Ordnung eintretende Fünf-Sterne-Bewegung – Engstirnigkeit und Unvermögen auf ein ungewöhnliches Maß hochschrauben. In meinen Augen sind sie ein erbärmlicher Haufen, der von einer globalen antiliberalen Welle getragen wird.

Aber sie sind siegreich aus den Wahlen hervorgegangen und die Ergebnisse demokratischer Wahlen muss man akzeptieren. Ich habe enormen Respekt vor der Weisheit der Wähler, auch wenn sie in diesem Fall nur schwer zu erkennen ist und ich mit der Entscheidung der Wählerschaft ganz und gar nicht einverstanden bin. Am Anfang der Woche, als der italienische Präsident Sergio Mattarella mit seiner Ablehnung des vorgeschlagenen, für einen Euro-Ausstieg Italiens plädierenden Finanzministers die Regierungsbildung und damit die Umsetzung des Wählerwillens zu verhindern schien, verzagte ich.

Die Europäische Union, die langweiligste Friedensbringerin aller Zeiten, liegt mir sehr am Herzen. Ich kann es nicht ausstehen, wenn Migranten oder Außenseiter leichtfertig für die Probleme eines Landes verantwortlich gemacht werden. Diese Art von Sündenbock-Denken hat in Europa eine entsetzliche Geschichte hinter sich und greift jetzt in Donald Trumps Amerika um sich. Ich bin sehr für ernsthafte und zielstrebige Regierungen, und das schließt finanzielle Versprechungen aus, für die es keine Mittel gibt. Kurz gesagt, ich kann weder bei der Lega noch bei der Fünf-Sterne-Bewegung etwas erkennen, was bei mir keinen Abscheu hervorruft.

Und dennoch ist festzuhalten, dass Matteo Salvini, Parteichef der Lega, der zum neuen Innenminister wird, und Luigi Di Maio, Spitzenkandidat der Fünf-Sterne-Bewegung, der das Ministerium für Arbeit und wirtschaftliche Entwicklung übernimmt (und nie zuvor einen nennenswerten Posten innehatte), Recht haben. Sie haben einen wunden Punkt getroffen und wurden dafür gewählt, genauso wie Trump gewählt wurde, weil er eine sich ausbreitende Wut wahrnahm, die von zu vielen Politikern links der Mitte ignoriert worden war.

Sie haben Recht damit, dass in fast drei Jahrzehnten Globalisierung nach dem Ende des Kalten Krieges zu viele Menschen in zu vielen westlichen Demokratien auf der Strecke geblieben sind. Diese Menschen wurden ihrer Hoffnungen beraubt, sie können nicht mehr mitreden und ihnen drängt sich der Eindruck auf, dass das System von den Eliten in Brüssel oder in anderen Metropolen manipuliert wurde. Die Finanzkrise von 2008 und die anschließende Eurokrise kamen und gingen, aber die dafür Verantwortlichen blieben nahezu straffrei. Bis die westlichen Demokratien sich mit ihren Versäumnissen auseinandersetzen, wird die Welle des Volkszorns nicht abebben.

Die Reaktion Jean-Claude Junckers, des Präsidenten der Europäischen Kommission, auf die neue italienische Regierung war so katastrophal, wie man es sich nur vorstellen kann. Sie versinnbildlichte die Art von Arroganz, die Anti-Establishment-Parteien an die Macht und Volksparteien an den Abgrund bringt. Junker erklärte, dass die Schuld nicht länger der Europäischen Union zugeschoben werden dürfe und sagte: „Die Italiener müssen sich um die armen Regionen Italiens kümmern. Das bedeutet mehr Arbeit, weniger Korruption, mehr Ernsthaftigkeit.“

Also bitte: Korrupte, unseriöse, faule Italiener – kann man noch mehr dumme Stereotype in einen einzigen Satz gießen? Juncker entschuldigte sich später, aber der Schaden war bereits angerichtet. Dieser Lapsus war ein deutlicher Hinweis auf Probleme.

Die Europäische Union hat Italien im Stich gelassen, denn die versprochene Solidarität, Italien Migranten abzunehmen, die über die Mittelmeerroute nach Europa gelangen, wurde kaum in die Tat umgesetzt. Im Jahr 2017 nahm Italien über 60 Prozent dieser Migranten auf. Die EU hat Italien im Stich gelassen, weil sich die mit der Zugehörigkeit zur Eurozone einhergehenden strengen Haushaltszwänge – die auferlegt wurden, um sicherzustellen, dass Italiens Laschheit in der Haushaltspolitik und Ineffizienz in der Verwaltung nicht zu einem Problem für die Deutschen werden – als unhaltbar erwiesen und einen wachsenden Groll gegen Angela Merkel erzeugten.

Natürlich hat Italien selbst einiges verschuldet. Teile des Landes wirken wie die New Yorker U-Bahn in Großformat: eine Lektion, was passiert, wenn Müll überhandnimmt und nötige Investitionen aufgeschoben werden.

Sollen sich Salvini und Di Maio sowie Giuseppe Conte, der neue Ministerpräsident, dessen inflationäre akademische Qualifikationen nicht zur Beruhigung beitragen, doch an diesem Chaos abarbeiten. Es ist viel besser, wenn sie mittendrin scheitern, als wenn sie von außen wettern. Es ist besser, wenn sie aufgrund ihres Scheiterns Unterstützung verlieren, als wenn sie mit ihrem Wutgeschrei Unterstützung gewinnen.

Der Euroskeptiker Paolo Savona, der zunächst als Finanzminister vorgesehen war, wurde auf einen unbedeutenderen Posten versetzt und zum Minister für europäische Angelegenheiten ernannt. Das war ein cleverer Schachzug, der nicht nur die Koalition gerettet, sondern auch die Demokratie gestärkt hat. In Demokratien kann man die Nichtsnutze wieder abwählen, wenn sie alles vermasseln, aber man kann sie nicht davon abhalten, die Macht zu übernehmen, die ihnen die Wähler übertragen haben.

Mir ist durchaus bewusst, dass Hitler 1933 nach einer demokratischen Wahl zum Reichskanzler ernannt wurde. Wachsamkeit ist unerlässlich, vor allem in diesen schwierigen Zeiten, in denen unabhängige Justizwesen und eine freie Presse ständigen Angriffen ausgesetzt sind. Aber eines der schönsten Dinge an der Europäischen Union ist, dass ihre ineinandergreifenden Institutionen so entworfen sind, dass kein Land einen Sonderweg beschreiten kann, wie es die Deutschen immer wieder gern betonen, also kein Land auf den Abweg von Nationalismus, Mystizismus und Rassismus geraten kann, der Deutschland und ganz Europa einst in den Ruin führte.

Italien hat eine wirklich schlechte Regierung, was sich aber letztlich als gut für Europa erweisen könnte.

Ich denke eher an die Wirkung für die Zukunft. Ein Hoch darauf.

Aus dem Englischen von Ina Görtz. TNYT/IPG 5

 

 

 

 

Italien: „Migranten einfach rausschmeißen geht nicht“, sagt Kardinal Montenegro

 

Der Erzbischof von Agrigent, Kardinal Francesco Montenegro, meldet Kritik an Äußerungen des neuen italienischen Innenministers zum Umgang mit Mittelmeer-Flüchtlingen an. Die Toten wiegen „schwer auf den Gewissen aller“, so der Kardinal, zu dessen Bistum die Insel Lampedusa gehört.

Gudrun Sailer und Alessandro Guarasci – Vatikanstadt

 

Das Problem der Migration brauche klarerweise eine Lösung, sagte Montenegro. „Aber wenn diese Lösung lautet: ,wir schmeißen sie raus´, wird es problematisch, denn das sind Menschenleben, die kann man nicht einfach entsorgen“, so der Kardinal im Gespräch mit Vatican News.

 

Neuer Innenminister favorisiert Abschottungspolitik

Italiens neuer Innenminister Matteo Salvini von der Rechtspartei Lega hatte davor gesagt, Italien werde nicht länger „das Flüchtlingslager Europas” sein. Er wolle eine „noch wirksamere Politik der Kontrolle, Entfernung und Vertreibung“ von Migranten betreiben als sein Vorgänger. In allen italienischen Regionen will Salvini Abschiebezentren einrichten. Italien ist für Wirtschaftsmigranten und Asylbewerber die derzeit wichtigste Route nach Europa. 

 

Kardinal fordert Lastenteilung in Europa bei Asylfragen

„Bisher warten wir darauf, was der Minister wirklich tun will“, sagte Kardinal Montenegro und gab zu bedenken, dass überhitzte Stellungnahmen wenig hilfreich seien. „Jetzt, wo Salvini an einem Schreibtisch sitzt und Entscheidungen treffen wird, meine ich: Man soll nach diesen Entscheidungen urteilen, nicht bloß aufgrund von Wahlversprechen oder Wunschvorstellungen.“

 

“ Entscheidungen beurteilen, nicht Wahlversprechen ”

Deutlich sprach sich Kardinal Montenegro für ein gemeinsames Vorgehen der EU in der Frage Migration und Asyl aus. „Wer weiß, warum die Politik nicht den Mut hat, diese Buchseite aufzuschlagen. Die Lösung kann nicht einer einzigen Nation anvertraut werden.“ Die Frage der Migration sei komplex und müsse endlich auf gesamteuropäischer Ebene angegangen werden. „Bisher war das eher der Versuch, den jeweils anderen die Schuld in die Schuhe zu schieben.“

Die neue italienische Regierung aus rechtspopulistischer Lega und Fünf-Sterne-Bewegung war am Freitag angetreten. Während der chaotischen Regierungsbildung hatten die Parteien europakritische Töne abgegeben.

(Vatican News  5)

 

 

 

 

Kurz statt Integrationsgipfel

 

Asylpolitik treibt Merkel und Seehofer weiter auseinander

Zwei Welten treffen derzeit in Berlin aufeinander. Und es scheint nicht mehr nur um die Frage von Zurückweisungen zu gehen. Während Kanzlerin Merkel Weltoffenheit predigt, schmiedet Seehofer eine neue Achse für seine Asylpolitik. Von Corinna Buschow und Mey Dudin

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) sind Nachbarn. Von seinem Ministerbüro kann Seehofer in den Garten des Kanzleramts sehen. Spätestens seit dem neuen Krach in der Asylpolitik trennen beide aber mehr als Sicherheitszäune. Während Seehofer an neuen Bündnissen mit denen schmiedet, die Europa abschotten wollen, redet Merkel über Weltoffenheit und Integration. Welten scheinen zwischen der CDU-Chefin und dem Vorsitzenden der Schwesterpartei CSU zu liegen.

Es ist Mittagszeit, als Seehofer gemeinsam mit dem österreichischen Bundeskanzler Sebastian Kurz vor die Presse tritt. Beide verlangen einen stärken Schutz der europäischen Außengrenzen, um Flüchtlinge zu stoppen. Das ist auch Konsens mit der Kanzlerin, die Kurz am Dienstag traf.

Gegen Merkels Kurs

Was sie noch verkünden, dürfte aber gegen Merkels Kurs sein. Seehofer berichtet von einem Telefonat mit dem italienischen Innenminister Matteo Salvini und dessen Wunsch nach einer stärkeren Kooperation der Regierungen in Berlin, Wien und Rom bei Fragen der Migration. „Ich habe das angenommen“, sagte Seehofer. Salvini ist ausgerechnet der Minister, der Schlagzeilen machte, weil wegen seiner Weigerung, weitere Rettungsschiffe an italienischen Häfen anlegen zu lassen, seit Tagen das Boot „Aquarius“ im Mittelmeer ausharren muss.

Kurz, Chef der konservativen Österreichischen Volkspartei (ÖVP) und von Beginn an Kritiker von Merkels Flüchtlingspolitik, spricht von einer „Achse der Willigen“. Ziel sei eine weitere Reduzierung der illegalen Migration.

Merkel für Weltoffenheit

Etwa zeitgleich zum Treffen von Kurz und Seehofer diskutieren nebenan im Kanzleramt Vertreter von Ländern, Wirtschaft, Gewerkschaften und Migrantenorganisationen beim 10. Integrationsgipfel. Seehofer hatte seine Teilnahme abgesagt, weil ihm ein Kommentar einer teilnehmenden Journalistin über seine Heimatpolitik missfiel. Als Merkel nach dem Gipfel vor die Presse tritt, sitzt neben ihr die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung Annette Widmann-Mauz (CDU) – und eben jene Journalistin, die Seehofer so verärgert hat: Ferda Ataman.

Die Kanzlerin sagt nach dem Treffen, Deutschland wolle ein „weltoffenes“ Land sein. Freiheit, Respekt, Würde aller Menschen, der Rechtsstaat, die Gleichberechtigung von Mann und Frau seien grundlegende Werte, „die uns leiten und ohne die ein gesellschaftlicher Zusammenhalt undenkbar ist“. Bis zum Ende der Legislaturperiode soll unter Federführung der Integrationsbeauftragten ein Nationaler Aktionsplan Integration erarbeitet werden, den Ferda Ataman mit Blick auf Seehofers Asyl-Masterplan ironisch als „Masterplan Integration“ bezeichnet.

Merkel verteidigt „Heimat“

Merkel sagte, sie wolle widersprechen, wenn der Eindruck erweckt werde, dass Heimat ein Ausgrenzungsinstrument sei. „Das ist es ausdrücklich nicht.“ So habe das von Horst Seehofer geführte Heimatministerium auch die Aufgabe, sich nicht nur mit „starren Dingen“ wie dem Bauen oder der Zahl der Wohnungen zu befassen, sondern auch mit der Frage: „Was hält uns zusammen?“ Der Heimatbegriff sei somit ein „offenes Angebot des gemeinsamen Gestaltens unserer Gesellschaft“.

Ataman, die ebenfalls an der Pressekonferenz im Anschluss an den Integrationsgipfel teilnahm, sagte, eine Wertedebatte unterstelle, dass Migranten keine Werte hätten. Sie wies darauf hin, dass jedes dritte Kind in einer Einwandererfamilie lebe und betonte: „Man kann neu zugewanderte Flüchtlinge nicht am Aussehen erkennen.“ Die Debatte um Überfremdungsängste grenze viele aus, die Deutschland schon lange als ihre Heimat betrachteten.

„Achse der Willigen“

Angesprochen auf die „Achse der Willigen“ sagt Merkel, es gebe mehrere Länder, in denen viele Migranten ankämen. Neben Italien seien das auch Griechenland und Spanien. Daher müsse es viele solcher Kooperationsformen geben, nicht nur diese eine. Auf die Frage, ob es nachvollziehbar sei, dass der Innenminister wegen einer freien Meinungsäußerung in einem Artikel dem Treffen ferngeblieben sei, sagte sie: „Wir haben ja viele Freiheiten in Deutschland.“ Es sei aber sicherlich bedauerlich, „dass hier auch Gefühle geweckt wurden in diesem Kommentar“. Seehofer hatte seine Absage damit begründet, dass Ataman seine Strategie für Heimat mit dem Heimatbegriff der Nationalsozialisten in Zusammenhang bringe.

Ungelöst bleibt derweil zwischen Merkel und Seehofer auch der Streit über die Zurückweisungen bereits in einem anderen Land registrierter Flüchtlinge an der deutschen Grenze, die der Innenminister durchsetzen will. Dazu äußern wollte sich Seehofer am Mittwoch nicht. Er sagte nur, der Konflikt werde in dieser Woche weiter besprochen und nach Möglichkeit gelöst. (epd/mig 14)

 

 

 

„Die EU muss eine Krisenstrategie entwickeln“

 

Italien sorgt mit einer populistischen Regierung und einigen EU- sowie eurokritischen Ministern nicht nur in Brüssel für Unruhe. EURACTIV sprach mit Andreas Khol.

 

EURACTIV: Herr Khol, vor einem Jahr noch versuchte Matteo Renzi, damals in Folge des Brexit, Italien neben Deutschland und Frankreich als „big player“ in der EU ins Spiel zu bringen. Nun besteht mit der Bildung der neuen Regierung die Gefahr, dass mit Italien ein Pfeiler der EU das gesamte Unionsgebäude ins Wanken bringt.

Khol: Die EU hat jahrelang zugesehen, wie große Länder, vor allem Frankreich, Spanien und Italien die Grundbedingungen des Maastrichter Vertrags nicht eingehalten haben, die für die Einführung des Euro verbindlich vereinbart waren. Frankreich unter Macron hat gerade dieser Tage versprochen, erstmals seit fast zehn Jahren wieder die Verträge einzuhalten! Die EU-Kommission und der Rat haben kleineren Ländern wie Österreich immer sofort auf die Finger geklopft, bei den großen vorbeigeschaut und eklatante Vertragsverletzungen einfach geduldet. Weil Frankreich eben Frankreich ist, meinte der Kommissionspräsident entschuldigend.

Wenn jetzt die EU Italien kritisiert, ist das zu spät. Die ganz entscheidend wichtigen Sanktionsbestimmungen zur Sicherung des Euro hat die Kommission durch diskriminierende Nichtanwendung zerstört.

Was wäre jetzt angesagt, dass die EU tut?

Die EU muss jetzt sehr schnell eine Krisenstrategie entwickeln – die griechische Medizin wird bei Italien nicht helfen! Mehr europäischer Zentralismus, die Verwirklichung der Macron-Vorschläge für die Finanzen der EU und die Banken gehen völlig in die falsche Richtung. Sie sind auch inzwischen schon Geschichte, wie man am Ausbruch von EU-Hassgefühlen in Italien erkennen kann.

Im Vorfeld des Eurogipfels Ende Juni hat die EU-Kommission Vorschläge für ein Reformhilfeprogramm und eine Stabilisierungsfunktion vorgelegt. So soll die Währungsunion vertieft, aber auch erweitert werden.

Bezüglich der weiteren, künftigen Entwicklung der EU gibt es verschiedene Überlegungen. Juncker hat im vergangenen Jahr fünf Szenarien vorgestellt. Emmanuel Macron will mehr Kompetenzen in Brüssel sehen. Und Sebastian Kurz plädiert für mehr Subsidiarität. Welchen Wegweisern sollte man folgen?

Die europäische Entwicklung seit 1945 ist immer wieder in Phasen erfolgt: einmal war die Zeit reif für weitere Schritte der Integration, dann folgten Zeiten der Ermüdung und der nötigen Konsolidierung. Mit der Einführung des Euro und der großen Erweiterung der EU um die neuen mittel- und osteuropäischen Demokratien wurde ein gewaltiger Integrationsschub ausgelöst, der bis heute noch nicht wirklich verdaut ist. Die nächsten Jahre müssen zur Konsolidierung der Erweiterung und der gemeinsamen Währung im Zeichen des Subsidiaritätsprinzips genützt werden. Auf der Grundlage der geltenden Verträge also Korrekturen anbringen: Aufgaben, die nur die Union erfüllen kann ausbauen, Fleißaufgaben unterlassen, die Staaten in ihren Aufgaben unterstützen und nicht konkurrenzieren oder verdrängen – Stichwort Sozialunion. Jetzt ist nicht die Zeit für große Sprünge.

Als 2000 in Österreich die ÖVP eine Regierung mit der FPÖ bildete, hat die EU ein so genanntes Sanktionenregime über die Alpenrepublik verhängt und die Kontakte mit Wien auf ein Mindestmaß reduziert. Damals war man nicht zimperlich.

Die EU selbst ging nicht gegen Österreich vor. Die so genannten Sanktionen waren eine konzertierte Aktion der anderen Mitgliedsstaaten, wobei der Anstoß dazu aus Österreich kam. Bei einer Sitzung der Sozialistischen Internationale anlässlich der Holocaust-Konferenz der von 24. bis 26. Januar 2000 berichtete der damalige glücklose Bundeskanzler Viktor Klima von der bevorstehenden Koalition aus ÖVP und FPÖ. Die dort vertretenen führenden Sozialisten und Sozialdemokraten beschlossen eine gemeinsame Aktion der Staats- und Regierungschefs außerhalb der Organe der EU als vorbeugende Maßnahme gegen weitere Machtübernahmen und Regierungsbeteiligungen rechtsextremer Parteien.

Was aber war aber damals für den konservativen französischen Staatspräsidenten Jacques Chirac das Motiv, dabei eine tragende Rolle zu spielen?

Darüber kann nur spekuliert werden, aber der rechtsextreme Front National entwickelte sich in Frankreich zu einer großen politischen Kraft, der damit begegnet werden sollte. Im Übrigen war die gaullistische Partei breit unterstützt durch die große, bedeutende und stets staatstragende israelitische Gemeinde in Frankreich und stets glaubwürdig im Kampf gegen den Antisemitismus.

Die über Österreich verhängten Sanktionen wurden rasch zurückgenommen, nachdem sich zeigte, dass die von Wolfgang Schüssel geführte Regierung einen Pro-EU-Kurs fährt. Seither hat es eine ganze Reihe von Regierungen gegeben, die weiter vom EU-Kurs abweicht. Darauf hat die EU bislang sehr lahm reagiert. Warum eigentlich?

Hier gibt es mehrere Probleme: wer stellt fest, dass ein Land vom Weg abgewichen ist? In der politischen Debatte steht es jedem frei, seine Meinung dazu zu äußern, aber für über das Politische hinausgehende Schritte bedarf es unabhängiger, gleichsam richterlicher Feststellungen und Bewertungen. Manches an den Entwicklungen vor allem in Polen und Ungarn ist objektiv bedenklich und gefährlich, manches ist aber eine vom Standpunkt des Kritikers abweichende politische Meinung im Rahmen des politisch zulässigen Spektrums.

Der Bundestagsabgeordnete Fabio de Masi kritisiert die Einmischungen in die ilalienische Regierungsbildung und Mattrallas Veto gegen eine Koalition von Fünf-Sterne-Bewegung und Lega.

Die Union hat in den Verträgen zwar ein Verfahren zum Schutz der europäischen Werte festgelegt, doch es braucht hierfür die Einstimmigkeit aller anderen Mitgliedsstaaten. Wenn sich zwei Länder gegenseitig diesbezüglich Hilfe zusichern, ist das Verfahren zum Scheitern verurteilt. Hier besteht Handlungsbedarf! Die EU hat derzeit nur zahnlose Rechtsmittel zur Verfügung und ist sich dessen bewusst. Man will sich nicht noch einmal blamieren.

Trotzdem wird man es beim Zusehen und Abwarten nicht belassen dürfen. Zu den Sorgenkindern Polen und Ungarn kommt nun auch Italien.

Die EU muss erst eine neue Strategie entwickeln und darf nicht noch einmal den Fehler begehen, den in den Medien wiedergegebenen Absichten einer Regierung gleich den Prozess machen. Also erst mit den neuen Leuten reden, in den Organen der EU mit ihnen diskutieren. Polen und Ungarn sind im Übrigen unterschiedliche Fälle. Viktor Orban hat letztlich Vorgaben der EU immer wieder, wenn auch manchmal zähneknirschend erfüllt. In Polen reagiert die Regierung völlig ablehnend und nimmt die EU nicht wirklich ernst. Die vorsichtige, aber entschlossene Haltung der Union ist die einzig zur Verfügung stehende Strategie.

Sie selbst sind ein gebürtiger Tiroler und haben auch in den Verhandlungen bezüglich der Festigung der Südtiroler Autonomie eine wichtige Rolle gespielt, wie beurteilen Sie im Umfeld dieser Regierungsbildung die Situation für Südtirol?

Für Südtirol ist das Alles sehr beunruhigend. Jene Kräfte Italiens, welche in den 25 Jahren seit der Streitbeilegung die Autonomie weiterentwickelt und gestützt haben, sind in der Krise: der linke Flügel der Christdemokraten, die Sozialdemokraten, Sozialisten und Kommunisten. Der neue Star der alten Lega Nord ist nicht autonomiefreundlich, und auch die Fünf-Sterne-Bewegung scheint kein neuer Garant zu werden. Sie erklären den Italienern, die Südtiroler hätten unverdiente Privilegien! Südtirol kann sich aber auf Österreich verlassen. Und zum Glück haben wir ein gutes, freundschaftliches und vertrauensvolles Verhältnis zu Italien entwickelt, das belastbar ist. All das kommt nun auf den Prüfstand. Wollte man dieses Verhältnis ohne Not belasten, Stichwort Doppelstaatsbürgerschaft, wäre man auf einem gefährlichen Holzweg. Herbert Vytiska (Wien), EA 4

 

 

 

Gros: Italienischer Europa-Minister Savona „bestätigt Deutschlands schlimmste Befürchtungen“

 

Brüssel/München - Ein Plan zum Euro-Austritt Italiens, der früher vom neuen italienischen Europa-Ministers Paolo Savona unterstützt wurde, „scheint Deutschlands schlimmste Befürchtungen zu bestätigen“. Das ergibt eine neue Analyse für das Forschungsnetz EconPol, die Daniel Gros geschrieben hat, der Direktor des Brüsseler Center for European Policy Studies (CEPS). „Was besonders erstaunlich ist, ist die offene Absicht, die Kosten eines Schuldenschnitts dem Ausland aufzubürden, vor allem den Euro-Partnern“, schreibt Gros in dem Papier "How to exit the euro in a nutshell – ‘Il Piano Savona’ (EconPol Opinion No.8 ) Demnach strebt Savona in seinem „Plan B“ von 2015 nicht nur den Euro-Austritt Italiens an, sondern auch eine massive Abwertung der neuen Lira und einen Schuldenschnitt von ungefähr 50 Prozent. Dieser Schuldenschnitt soll aber nicht nur Italien Staatsschulden umfassen, sondern auch die Überziehungskredite, die Italien beim Eurosystem offen hat („Target2-Salden“). Gleichzeitig sollen aber reiche Italiener ihre Euro-Anlagen im Ausland steuerfrei behalten dürfen, schreibt Gros unter Berufung auf die „Praktische Anleitung zum Austritt aus dem Euro“ (Guida Pratica all’uscita dall’euro). Nicht den Schuldenschnitt bezahlen soll allerdings der Internationale Währungsfonds (IWF).

Gros kritisiert, Savona bezeichne den „Plan B“ als Verhandlungswerkzeug, als Abschreckung, aber ohne zu sagen, welche Zugeständnisse von den Euro-Partner damit erzwungen werden sollen. Savona wolle ihn daher offenbar ohnehin umsetzen, egal, ob die Euro-Partner Italien entgegenkommen oder nicht. Vorgesehen sei eine Entscheidung der Regierung, nicht aber eine Parlamentsbeteiligung, was „eine kuriose Sicht auf die Demokratie“ sei, so Gros.

Papier: How to exit the euro in a nutshell – ‘Il Piano Savona’ von Daniel Gros, EconPol Opinion No. 8; nachzulesen hier: www/econpol.eu/

und hier: https://www.ceps.eu/publications/how-exit-euro-nutshell-il-piano-savona. www.econpol.eu  ifo 12

 

 

 

 

Bundeskongress. Migranten fordern mehr gesellschaftliche Beteiligung

 

Migrantenorganisationen in Deutschland fordern mehr gesellschaftliche Teilhabe sowie einen „Partizipationsrat“. Aktuell werde der Verfassungsgrundsatz Chancengleichheit rechtspopulistischen Forderungen untergeordnet.

 

Migrantenorganisationen in Deutschland haben eine größere gesellschaftliche Teilhabe für Menschen mit Einwanderungsgeschichte gefordert. „Wir haben ein Demokratiedefizit, wenn 23 Prozent unserer Bevölkerung im Kabinett und weiteren gesellschaftlichen Bereichen kaum repräsentiert sind“, erklärten Vertreter der Bundeskonferenz der Migrantenorganisationen am Montag in Berlin. Sie fordern unter anderem einen „Partizipationsrat Einwanderungsgesellschaft“, vergleichbar mit dem Deutschen Ethikrat. Der Partizipationsrat sollte künftig an der Erarbeitung von Gesetzestexten wie etwa zum Familiennachzug mitwirken.

Die aktuellen politischen Entwicklungen zeigten, dass der Verfassungsgrundsatz, allen Menschen gleichen Zugang zu Ressourcen zu ermöglichen, rechtspopulistischen Forderungen nach Ausgrenzung untergeordnet werde, hieß es zum Auftakt einer zweitägigen Tagung des Bundeskongresses in Berlin-Neukölln. Zu der Tagung wurden unter anderem Bundesfamilienministerin Franziska Giffey (SPD) und die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU), erwartet.

Die Bundeskonferenz der Migrantenorganisationen ist ein 2017 gegründeter Zusammenschluss von derzeit fast 60 Organisationen und Institutionen. Beteiligt sind daran unter anderem die Türkische Gemeinde in Deutschland, der Zentralrat der afrikanischen Gemeinden in Deutschland, die Iranische Gemeinde in Deutschland und der Bundesverband russischsprachiger Eltern.

Polnischer Sozialrat fordert bessere Förderung

Die Vorsitzende des Polnischen Sozialrates, Marta Neüff, sprach sich für eine bessere Förderung von Migrantenorganisationen aus. „Wir müssen besser ausgestattet werden, um bei wichtigen Themen mitwirken zu können“, sagte sie. Migranten wollten mehr Verantwortung übernehmen. Das Potenzial sei noch längst nicht ausgeschöpft. Fast jeder Vierte im Land habe einen Migrationshintergrund, sagte Neüff, die auch Sprecherin des Verbandes für interkulturelle Wohlfahrtspflege, Empowerment und Diversity ist.

Marianne Ballé Moudoumbou, Sprecherin des Bundeselternnetzwerkes der Migrantenorganisationen für Bildung und Teilhabe, sagte, die Vielfalt in der Gesellschaft sei Realität und nicht zu übersehen. Deshalb müsse die Politik die gesellschaftliche Teilhabe aller Bevölkerungsgruppen in den Mittelpunkt des Handelns stellen. Auch der Vorsitzende der Türkischen Gemeinde in Deutschland, Gökay Sofuo?lu, betonte, Vielfalt sei eine Tatsache in Deutschland, die endlich auch gelebt werden müsse.

Verbände wollen sich vernetzen

Ziel der Tagung des Bundeskongresses sei es, ein deutliches Zeichen für mehr Demokratie und Teilhabe zu setzen, hieß es. Außerdem wollen sich die Verbände besser vernetzen und inhaltlich abstimmen. „Deutschland ist ein Einwanderungsland“, hieß es in einer Erklärung zum Auftakt. Auch wenn das Bekenntnis dazu im aktuellen Koalitionsvertrag nicht auftauche, bleibe diese Tatsache eine gesellschaftliche Realität. Zur Gestaltung der Gesellschaft brauche es mehr „als die integrationspolitische Maxime der Koalitionsparteien vom Fordern und Fördern“.

Die Organisationen sprechen sich unter anderem auch für ein Partizipationsgesetz auf Bundesebene aus, dass die gleichberechtigte Teilhabe von Menschen aus Einwanderungsfamilien festschreibt. Zudem brauche es eine konsequente Antidiskriminierungspolitik und Arbeit gegen Rassismus, „damit die Werte des Grundgesetzes im Alltag für alle Menschen spürbar durchgesetzt werden“. (epd/mig 5)

 

 

 

Räumliche Ballung behindert die Integration von Migrantenkindern

 

München – Eine räumliche Ballung kann die Integration von Kindern mit Migrationshintergrund gefährden. Dies zeigt eine neue Studie des ifo Instituts. Eine höhere regionale Konzentration von Migranten aus demselben Heimatland hat dazu geführt, dass die Kinder der Gastarbeiter schlechter Deutsch lernten und eher die Schule abbrachen. „Damit die Integration von Kindern mit Migrationshintergrund langfristig gelingt, müssen wir eine Ghettoisierung vermeiden“, sagt ifo-Bildungsexperte Ludger Wößmann, einer der Autoren der Studie. Die Studie untersucht die Gastarbeiter, die in den 1960er und 1970er Jahren nach Deutschland kamen.

 

„Eine wesentliche Ursache für den negativen Effekt ethnischer Konzentration auf den Spracherwerb der Kinder liegt in den geringeren Deutsch-Kenntnissen der Eltern“, ergänzt ifo-Forscher Marc Piopiunik, der ebenfalls an der Studie beteiligt war. Demgegenüber spielten wirtschaftliche Bedingungen oder fehlende Kontakte zu Einheimischen keine Rolle für den Effekt der Enklaven auf die Kinder.

Wößmann ergänzt: „In der aktuellen Diskussion über die Rolle der regionalen Verteilung für die Integration von Flüchtlingen müssen zwei Faktoren abgewogen werden. Einerseits wird oftmals betont, dass eine Ansiedlung in Zentren Netzwerke der jeweiligen Herkunftsländer ermöglichen könnte, die etwa den Zugang zum Arbeitsmarkt erleichtern. Die neuen Befunde deuten dagegen darauf hin, dass sie andererseits zu einer Ghettoisierung führen kann, die Spracherwerb und Integration erschweren.“  

 

Die beiden ifo-Forscher haben die Studie gemeinsam mit Alexander Danzer und Carsten Feuerbaum von der Katholischen Universität Eichstätt-Ingolstadt verfasst. Ifo 12

 

 

 

 

 

Wachstumsstörung

 

Ein Jahrzehnt nach der Finanzkrise krankt das Wirtschaftssystem immer noch und sollte in gesunde Bahnen gelenkt werden. Von Alfie Stirling | 29.05.2018

In diesem Sommer jährt sich das folgenreichste wirtschaftliche Ereignis in modernen Friedenszeiten zum zehnten Mal. Die Finanzkrise 2007/2008 erschütterte die gesamte Weltwirtschaft, und von 2008 auf 2009 ging das jährliche Bruttoweltprodukt zum ersten Mal seit dem Zweiten Weltkrieg zurück. Die wirtschaftliche Erholung verläuft seither in so gut wie allen größeren Volkswirtschaften langsam wie selten zuvor.

Unmittelbar nach der dramatischen Krise wurden naturgemäß vor allem kurzfristige Fragen laut, allen voran die, warum Ökonomen und Politiker den Einbruch nicht vorhergesehen hatten.

Heute scheint es undenkbar, doch der Finanzsektor spielte bis 2007 in den modernsten und komplexesten Modellen der weltweit einflussreichsten Ökonomen praktisch keine Rolle. Die meisten Zentralbanken sahen im Finanzmarkt kaum mehr als einen Kanal, den andere wirtschaftliche Effekte durchliefen. Dass der Finanzmarkt selbst existenzielle Risiken in sich bergen könnte, galt als unmöglich.

Diese methodischen Mängel sind zwar folgenschwer und nach wie vor weitgehend ungelöst, doch mittlerweile überwiegen eher grundlegende Fragen zum Gefüge unserer Wirtschaft und zum „Kapitalismus“ selbst.

Besonderes Kopfzerbrechen bereitet die wirtschaftliche Erholung. Das Lebensblut des Kapitalismus sind die Ausgaben, oder, wie Ökonomen sagen, die „gesamtwirtschaftliche Nachfrage“. Das Geld bewegt sich in der Wirtschaft im Kreise: Ausgaben und Investitionen für Waren und Dienstleistungen werden zu Steuern, Löhnen und Gewinnen, ehe sie von Staaten, Unternehmen und Familien wieder in Ausgaben verwandelt werden.

Im Kapitalismus müssen die Ausgaben steigen, von Quartal zu Quartal, von Jahr zu Jahr. Wenn steigende Ausgaben der Brennstoff sind, so braucht es zum Anfachen des Feuers allerdings auch Vertrauen.

Das Vertrauen darauf, dass die Ausgaben steigen, bringt Menschen dazu, sich Geld zu leihen und es zu investieren, es also von der Zukunft in die Gegenwart zu verlagern. Vertrauen hilft, positive Erwartungen Realität werden zu lassen. Doch auch das Gegenteil ist wahr: Angst vor der Zukunft bremst in der Gegenwart die Ausgabenbereitschaft.

Seit 2008 waren in den meisten Volkswirtschaften lebenserhaltende Maßnahmen notwendig, um Vertrauen zu schaffen und Ausgaben zu ermöglichen. Von den USA über Europa bis nach Japan haben die Zentralbanken alles Erdenkliche unternommen, um die Weltwirtschaft am Laufen zu halten. Das Rezept waren extrem niedrige Zinsen (in Ländern wie Japan und der Schweiz sogar Negativzinsen), die Haushalte und Firmen dazu veranlassen sollten, Kredite aufzunehmen.

Zum ersten Mal jedoch verliert auch das ständige Absenken der Zinsen seine Wirkung, und der Zinssatz nähert sich der „effektiven Zinsuntergrenze“. Zinssätze unterhalb dieser Grenze haben noch bestenfalls marginale positive Effekte auf die Ausgaben.

Geld umsonst?

Als Medizin gegen dieses Problem gilt die sogenannte „quantitative Lockerung“: Man versucht, die Problematik der effektiven Zinsuntergrenze zu umgehen, indem man aus dem Nichts neues Geld schafft und in Finanzmärkte investiert, um die Schuldzinsen zu senken. Damit soll der Effekt simuliert werden, der ansonsten durch die (ausbleibende) Zinssenkung unterhalb der effektiven Zinsuntergrenze erreicht würde.

Größeren Anlass zur Sorge gibt jedoch ein ganz anderer Verdacht: Die geringen Ausgaben und der Mangel an Vertrauen könnten nicht nur ein Überbleibsel der Finanzkrise sein, sondern eine eher strukturelle Problematik widerspiegeln, die langfristig und durchaus dramatisch ist. Einige Ökonomen verweisen auf eine beunruhigende Tendenz sinkender Nachfrage, die im Kapitalismus nicht Jahrzehnte, sondern Jahrhunderte andauert.

Die Ursachen für diese erst kürzlich wieder aufgebrachte These von der „säkularen Stagnation“ bleiben umstritten. Genannt wird zum einen der Hang des Kapitalismus, durch wachsende Ungleichheit die Nachfrage selbst zu behindern. Da die Menschen mit dem höchsten Einkommen mutmaßlich nicht all ihre Ressourcen ausgeben – Ökonomen sprechen von einer „niedrigen marginalen Konsumneigung“ –, sinken mit zunehmender Konzentration von Reichtum und Einkommen die Gesamtausgaben.

Andere Kandidaten für die Ursache der über die Jahrhunderte sinkenden Nachfrage sind unter anderem der Schuldenüberhang in den westlichen Ländern, die Sparschwemme in aufsteigenden Volkswirtschaften wie China und eine alternde Bevölkerung in den entwickelten Ländern, verbunden mit einem global abflauenden Bevölkerungswachstum.

Ein Problem für den Kapitalismus liegt darin, dass all diese Kräfte von Natur aus langfristig wirken. Die Folgen waren vor 2007 zeitweise womöglich nur einfach nicht sichtbar.

So finanzierten beispielsweise die USA und das Vereinigte Königreich vor der Krise einen nicht nachhaltig hohen Konsum anderer Länder, indem sie dem Rest der Welt Vermögenswerte (Land, Eigenkapital, Schulden) verschacherten. Doch als der Wert dieser Vermögenswerte in der Finanzkrise zusammenbrach, löste sich die Illusion in Luft auf.

Ein anderes Problem für den Kapitalismus ist, dass Exportnationen wie Deutschland, Japan und China ebenso anfällig sind für die säkulare Stagnation: Schließlich gehen ihre Exportüberschüsse mit nicht nachhaltigen Handelsdefiziten anderer Länder einher.

Nachfrage schaffen für Dinge, die wirklich gebraucht werden

Die Frage lautet nun: Was für Alternativen haben wir? In der New Economics Foundation beginnen wir in Kürze ein neues Projekt, in dem zwei miteinander zusammenhängende Lösungsansätze erforscht werden: eine Neuausrichtung des Wachstums und eine bessere Verteilung der Löhne und Gewinne, die durch Wachstum generiert werden. Auf beiden Wegen soll erreicht werden, dass die Wirtschaft den Menschen mehr bringt.

Erstens: Dass die gesamtwirtschaftliche Nachfrage nicht nur ein Niveau und eine Wachstumsrate aufweist, sondern auch eine Richtung, wird von den meisten Ökonomen und Politikern übersehen. Alle gehen im Grunde davon aus, dass Nachfrage nur eine Achse kennt: Entweder wächst das Bruttosozialprodukt, heißt es, oder es wächst eben nicht. Welche Dinge gekauft und verkauft werden, welchen Wert sie für die Gesellschaft haben und welche Probleme Technologie und Wirtschaft für die Menschen lösen: All das ist bestenfalls sekundär.

Diese Sichtweise ist allerdings leicht zu widerlegen. Mit Erkenntnissen aus der Verhaltensökonomie, der Umweltökonomie und komplexen Systemen lässt sich nachweisen, dass die Gesamtheit individueller Entscheidungen, wenn sie auf unzureichenden Informationen gründen, selten, wenn überhaupt, die für die Gesellschaft besten Ergebnisse erbringt.

Wenn das Sinken der Ausgaben strukturell mit dem Altern der Bevölkerung zusammenhängt und der Kapitalismus dafür bislang keine Lösung bieten konnte, dann sollten politische Entscheidungsträger die Wirtschaft auf eine industriemäßige Produktion und einen hohen Verbrauch in den Bereichen Gesundheit, Mobilität und Alterssozialfürsorge ausrichten. Und wenn die größte existenzielle Bedrohung die Umweltverschmutzung darstellt, sollten politische Entscheidungsträger die Wirtschaft umweltfreundlicher gestalten.

Statt sich zu stark auf Zinsen zu verlassen, sollten Politiker gezielter auf eine aktive Zinspolitik, ein staatliches Bankensystem, Industriestrategien und eine entsprechende Steuer- und Ausgabenpolitik zurückgreifen, um neben den Märkten die Nachfrage zu steuern.

Wenn wir die Nachfrage auf das ausrichten, was wir bereits über die Zukunft wissen, können Niveau und Wachstum der gesamtwirtschaftlichen Nachfrage auch langfristig eher nachhaltig sein. Werden darüber hinaus mehr Waren und Dienstleistungen lokal oder zumindest in derselben Währung angeboten und konsumiert, lassen sich zudem nicht nachhaltige Handelsüberschüsse und -defizite international minimieren.

Zweitens: Wenn der Kapitalismus seine eigene Nachfrage von innen zerstört, müssen politische Entscheidungsträger die Wirtschaft so umstellen, dass die Früchte ihrer Produktion besser verteilt werden. Ein Teil der Lösung liegt in der Behandlung der Symptome, das heißt, dass Reichtum höher und Einkommen viel stärker progressiv besteuert werden müssten (sodass Menschen mit niedrigem Einkommen einen kleineren Anteil abführen als solche mit höherem Einkommen).

Doch die Wirtschaft muss auch schon vor der Besteuerung die Erträge besser verteilen und im Verhältnis zum Gewinn höhere Löhne und Gehälter zahlen. Geeignete Maßnahmen wären ein höherer Mindestlohn, größere Produktivität und eine bessere Mitsprache der Belegschaft sowie eine gleichmäßigere Verteilung des Firmeneigentums durch mehr Genossenschaften und Gegenseitigkeitsgesellschaften.

Ein Jahrzehnt nach der Finanzkrise sticht ins Auge, wie wenig sich die Grundlagen des kapitalistischen Modells verändert haben. Wir können nur hoffen, dass es nicht noch eine Krise braucht, um den erforderlichen Wandel in Gang zu setzen. Aus dem Englischen von Anne Emmert IPG 5

 

 

 

 

Streit mit Merkel? Seehofer sagt Präsentation von Paket zur Asylpolitik ab

 

„Einige Punkte müssen noch abgestimmt werden“: Die Absage der Präsentation von Seehofers „Masterplan“ zur Asylpolitik klingt harmlos. Doch offenbar steckt dahinter ein handfester Streit mit der Kanzlerin.

 

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat die Vorstellung seines „Masterplans Integration“ abgesagt. Der für Dienstag geplante Termin sei verschoben worden, teilte das Bundesinnenministerium am Montag in Berlin mit. „Einige Punkte müssen noch abgestimmt werden“, hieß es. Konkrete Punkte wurden nicht genannt. Offenbar steckt hinter der Absage ein Streit um die Frage, ob Flüchtlinge an der deutschen Grenze zurückgewiesen werden sollen, was bislang nicht geschieht.

Am Sonntagabend hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) die Meinungsverschiedenheit mit CSU-Parteichef Seehofer indirekt in der ARD-Sendung „Anne Will“ bestätigt. Merkel sagte, es gebe noch „intensive Gespräche“ über diesen Punkt und betonte, europäisches Recht habe Vorrang vor deutschem Recht. Das bedeute, man müsse das heutige Dublin-System reformieren, „aber dass wir nicht einseitig national agieren“, sagte sie. Am Montagmittag bestätigte ihr Sprecher Steffen Seibert in der Bundespressekonferenz, dass es immer noch Gespräche gebe.

Nur wenige Stunden später meldete das Boulevardblatt „Bild“, dass der für Dienstag in der Bundespressekonferenz geplante Termin abgesagt worden sei. Kurz darauf teilte dies auch die Bundespressekonferenz ihren Mitgliedern mit. Seehofer wollte seinen Masterplan gemeinsam mit Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) präsentieren, weil das Paket auch entwicklungspolitische Aspekte enthält.

Zentraler Streitpunkt

Die Frage von Zurückweisungen an der deutschen Grenze ist eine der zentralen Streitpunkte in der Flüchtlingspolitik, der seit 2015 auch immer wieder zwischen den Chefs der Unionsparteien – Merkel und Seehofer – aufflammte. Derzeit gilt: Wer an einer deutschen Grenze um Asyl bittet, wird auch ins Land gelassen. Kanzlerin Merkel hielt an diesem Grundsatz auch während heftiger Kritik an ihrer Flüchtlingspolitik fest und setzte auf eine Reform des europäischen Asylsystems.

 

Vertreter der CSU forderten wiederholt eine andere Praxis an der deutschen Grenze. Seit einigen Tagen wird diskutiert, dort Flüchtlinge zurückzuweisen, für deren Verfahren nach der sogenannten Dublin-Verordnung ein anderer Mitgliedstaat zuständig wäre.

Spanne nicht erreicht

Entscheidend für die Frage von Zurückweisungen an der deutschen Grenze könnte die Zahl neuer Asylsuchender in Deutschland sein. Die große Koalition hat vereinbart, dass die Zahl der Zuwanderung die Spanne von 180.000 bis 200.000 pro Jahr nicht übersteigen soll. Bis Ende April wurden nach der Statistik des Bundesinnenministeriums knapp 55.000 Flüchtlinge in Deutschland registriert. Rechnet man diese Zahl auf ein Jahr hoch, würde die Spanne noch nicht erreicht.

Wann mit der Präsentation des Maßnahmenpakets von Seehofer, das auch die sogenannten Ankerzentren enthalten sollte, zu rechnen ist, ist nun zunächst wieder offen. „Ein neuer Termin steht noch nicht fest“, hieß es in der Mitteilung des Ministeriums. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Umfrage. Mehrheit wünscht kulturelle Anpassung von Migranten

 

Die Hälfte der Deutschen wünscht sich, dass sich Einwanderer der Mehrheit anpassen. Ein Drittel möchte dagegen, dass Kulturen zusammenwachsen – bei jüngeren Altersgruppen ist es sogar die Mehrheit. Das zeigt eine Sonderauswertung unseres Religionsmonitors.

Die meisten Deutschen wollen einer Umfrage zufolge, dass hier lebende Migranten sich an die Mehrheitskultur anpassen. 50 Prozent der Menschen in Westdeutschland und 60 Prozent der Menschen in Ostdeutschland wünschten sich, dass das Zusammenleben durch eine solche kulturelle Anpassung der Zugewanderten geprägt ist, heißt es in einer Studie der Bertelsmann-Stiftung. Für die repräsentative Studie hatte die Stiftung 1.500 Menschen aus dem ganzen Bundesgebiet dazu befragt, wie das „Zusammenleben in kultureller Vielfalt“ gelingen soll.

Vor allem das Alter der Befragten wirkt sich demnach auf die Einstellung aus. Während zwei Drittel der Befragten über 69 Jahre für die Anpassung von Migranten an die Mehrheitsgesellschaft sind, sind es bei Befragten zwischen 16 und 24 Jahre gerade einmal 22 Prozent. In dieser Altersgruppe gibt mit 55 Prozent mehr als jeder Zweite dem Zusammenwachsen der Kulturen den Vorzug.

Kaum Einfluss der Religion

Weniger bedeutend ist der Einfluss der Religionszugehörigkeit auf die Einstellung. Unter Christen sprechen sich 55 Prozent für die kulturelle Anpassung von Migranten an die Mehrheitsgesellschaft aus, unter Konfessionslosen 48 Prozent und unter Muslimen 39 Prozent. Mit 43 Prozent bevorzugt der Großteil der Muslime das Zusammenwachsen der Kulturen.

Die Befragten konnten wählen, ob sie eine kulturelle Anpassung der Migranten an die Mehrheitsgesellschaft wünschen, ein Zusammenwachsen der Kulturen, ein Nebeneinander der Kulturen oder die kulturelle Anpassung der Mehrheitsbevölkerung an Migranten. Die Studie, Teil des Religionsmonitors 2017, wird an diesem Donnerstag veröffentlicht. Die Daten wurden nach Angaben der Stiftung Anfang 2017 erhoben. (epd/mig 8)

 

 

 

 

 

Mehr Bildung für Kinder auf der Flucht gefordert

 

World Vision überreicht Petition mit über 18.000 Unterschriften an Auswärtiges Amt

 

Berlin – Eine Petition mit über 18.000 Unterschriften hat die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision an den Staatsminister im Auswärtigen Amt, Niels Annen, vor dem Reichstag in Berlin überreicht. Die Unterzeichner fordern, dass die Bundesregierung deutlich mehr für die Bildung von Kindern auf der Flucht tut.

Allein vor dem Krieg in Syrien sind über 2,5 Millionen Kinder geflüchtet. Davon sind 740.000 im Schulalter – aber sie können keine Schule besuchen. Diese Situation führt dazu, dass eine „verlorene Generation“ heranwächst, die mangels Qualifikation auch kaum Möglichkeiten hat, Syrien nach dem Krieg wiederaufzubauen. Bildung wirkt zudem psychisch stabilisierend und schützt Kinder in Krisensituationen vor Übergriffen und Missbrauch.

Investitionen in die Bildung dieser Kinder sind deshalb auch Investitionen in Nothilfe und Wiederaufbau“, erklärte der Vorsitzende von World Vision Deutschland, Christoph Waffenschmidt. Und weiter: „Zusammen mit über 18.000 Unterzeichnern der Petition fordern wir deshalb, dass zum Beispiel in den Flüchtlingslagern rund um Syrien viel mehr und bessere Bildungsangebote finanziert werden. Das kann und muss auch die Bundesregierung unterstützen.“

World Vision hatte im März mit einem Mahnmal aus 740 Teddybären auf dem Berliner Gendarmenmarkt auf die Situation geflüchteter Kinder aufmerksam gemacht. Mit der Petition unter dem Motto „jede Kindheit zählt“ werden die Forderungen von World Vision jetzt auch an die Politik herangetragen.

Christoph Waffenschmidt: „Wir werden nicht aufhören, Druck auf die Politik auszuüben. Die Bundesregierung muss innerhalb der humanitären Hilfe deutlich mehr Geld für Bildung ausgeben und erkennen, dass Bildung eine absolut notwendige Maßnahme ist!“

World Vision fordert deshalb, dass die Bundesregierung den weltweiten Fonds „Education Cannot Wait“ mit jährlich 50 Millionen Euro unterstützt. Der Wert lag 2017 bei einmalig 17 Millionen Euro. Außerdem soll in den Budgets für humanitäre Hilfe ein Zielwert von 8 Prozent für Bildung festgelegt werden. Bislang gibt es keinen Zielwert.

Im Rahmen einer internationalen Kampagne unter dem Titel „Jeder Einzelne zählt, um Gewalt gegen Kinder zu beenden“ (englisch: „It takes a world to end violence against children“), kümmert sich World Vision besonders um Kinder in Brennpunkten und auf der Flucht. Die Programme unterstützen Bildung, Beteiligung und Kinderschutzmaßnahmen sowie Rehabilitationshilfen und eine Betreuung in Kinderzentren, in denen Mädchen und Jungen während einer Krise zur Ruhe kommen und lernen können. Mehr Informationen finden Sie unter: www.worldvision.de/jede-kindheit-zaehlt  Wv 15

 

 

 

 

Bayern. Kabinett beschließt Asylplan

 

Schnellere Abschiebungen in bayerischen Chartermaschinen, Umwidmung von Erstaufnahmeeinrichtungen in Anker-Zentren, mehr Abschiebehaftplätze und Förderung der freiwilligen Ausreise. Das Bayerische Kabinett hat seinen Asylplan beschlossen.

Die bayerische Staatsregierung hat am Dienstag ihren Asylplan beschlossen. Ministerpräsident Markus Söder (CSU) sagte nach der Kabinettssitzung in München, damit mache man „Tempo für eine Asylpolitik, die Probleme nicht auf die lange Bank schiebt, sondern anpackt und löst“.

Innenminister Joachim Herrmann (CSU) ergänzte, mit dem „beschlossenen Maßnahmenpaket fahren wir in Bayern in Sachen Asyl einen klaren Kurs“. Kernpunkte des Asylplans sind eigene bayerischen Abschiebeflüge, die Einrichtung von einem „Anker“-Zentrum pro Regierungsbezirk sowie die Ausweitung „gemeinnütziger Arbeitsgelegenheiten“ für Asylsuchende.

Söder sagte, man wolle zeigen, dass der Rechtsstaat in Bayern funktioniere und damit als Freistaat „auch Vorbild in Deutschland sein“. Der Staat müsse schneller entscheiden, wer Anspruch auf Asyl habe und wer nicht. „Wer nicht schutzbedürftig ist, muss unser Land so schnell wie möglich verlassen“, sagte der Regierungschef. Deshalb werde man künftig neben der Beteiligung an Sammelabschiebungen mit den anderen Bundesländern und EU-Staaten auch selbst Flugzeuge chartern. Um „personelle und organisatorische Engpässe beim Bund zu vermeiden“, werde die Landespolizei eigene Beamte schulen und als Sicherheitspersonal auf den Abschiebe-Charterflügen einsetzen.

Mehr Abschiebehaftplätz

Darüber hinaus soll die Zahl der Abschiebehaftplätze von derzeit 131 deutlich aufgestockt werden. Bis 2022 soll in Passau eine neue JVA mit bis zu 200 Abschiebehaftplätzen entstehen, in Hof noch einmal 150.

Zudem würden bestehende Programme zur Förderung der freiwilligen Ausreise mit einem Volumen von insgesamt 500.000 Euro zu einem Rückkehrprogramm gebündelt. Auch sollen die Asylsuchenden in Bayern fortan ihre Sozialleistungen „wo irgend möglich und rechtlich zulässig“ als Sach- und nicht als Geldleistungen erhalten. Zu den 3.000 bestehenden gemeinnützigen Arbeitsgelegenheiten für Asylbewerber und Geduldete sollen 5.000 weitere hinzukommen.

Neue Polizeidirektion für Grenzsicherung

Zu „Anker“-Zentren (Ankunft, Entscheidung und Rückführung) umgewandelt werden sollen die bisherigen Erstaufnahmeeinrichtungen in Manching, Zirndorf, Deggendorf, Regensburg, Bamberg, Schweinfurt sowie Donauwörth. Die einzelnen Asyl- und Abschiebezentren sollen maximal mit 1.000 bis 1.500 Personen belegt sein und vom Freistaat betrieben werden.

Ebenfalls beschlossen hat das Kabinett das Konzept für die schon mehrfach angekündigte Bayerische Grenzpolizei. In Passau soll eine neue Polizeidirektion entstehen, die für die Grenzsicherung in einem 30-Kilometer-Streifen entlang der Grenze zu Tschechien und zu Österreich zuständig ist. Sie soll bis 2023 rund 1.000 Beamte haben. (epd/mig 6)

 

 

 

Regierungsbefragung. Merkel verteidigt Entscheidungen in Flüchtlingspolitik

 

Erstmals hat sich Kanzlerin Merkel persönlich der Regierungsbefragung im Bundestag gestellt. 30 Abgeordnete konnten in der festgelegten Stunde Fragen loswerden – auch zur Flüchtlingspolitik und Missständen im Asyl-Bundesamt.

Bei ihrer ersten Befragung im Bundestag hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) erneut die Flüchtlingspolitik verteidigt. Seit der Fluchtbewegung 2015 sei vieles verändert worden und es müsse weiter an Verbesserungen gearbeitet werden, sagte die Regierungschefin am Mittwoch im Bundestag. Zusätzlich betonte sie: „In der humanitären Ausnahmesituation hat sich Deutschland verantwortlich verhalten.“ Merkel stellte sich erstmals persönlich der Regierungsbefragung im Parlament. Eine Stunde musste sie den Abgeordneten Fragen beantworten, 30 Fragen wurden es am Ende.

Von den Abgeordneten angesprochen wurden viele Themen, die Flüchtlingspolitik war nur ein Teil. Merkel dankte vor dem Parlament den Mitarbeitern der Asyl-Bundesamts. Sie hätten angesichts des Andrangs Asylsuchender in einer „außergewöhnlich schwierigen Situation“ in der Behörde gearbeitet. Das sei eine „große Leistung“ gewesen. Zudem dankte sie dem früheren Bamf-Leiter Frank-Jürgen Weise, der auf dem Höhepunkt der Fluchtbewegung 2015 die Leitung der Behörde übernahm. Er habe geordnet und gesteuert und sei wegen der Schwierigkeiten überhaupt erst geholt worden, entgegnete Merkel dem Vorwurf, nicht ausreichend auf den Andrang reagiert zu haben.

Merkel über die BAMF-Affäre

Zu den Vorwürfen gegen die Bremer Außenstelle des Asylbundesamts, wo positive Asylbescheide ohne ausreichende Rechtsgrundlage ergangen sein sollen, sagte Merkel, die Aufklärung dieses Falls sei eine Sache. Eine andere Frage sei, wie das Bundesamt künftig noch besser arbeiten könne. Die Affäre um die Bremer Außenstelle des Bundesamts hat längst eine Debatte über zentrale Entscheidungen der gesamten Flüchtlingspolitik seit 2015 ausgelöst. An diesem Donnerstag berät der Bundestag über Anträge von AfD und FDP, die jeweils einen Untersuchungsausschuss zur Asylpolitik fordern.

In der ersten halben Stunde der Befragung ging es um den bevorstehenden G7-Gipfel – ein von der Regierung vorgegebenes Thema. In der offenen Fragerunde erkundigten sich die Abgeordneten unter anderem zu Haltung und Details zur Arbeitsmarktpolitik, beim Klimaschutz oder zum Frauenanteil in den Parteien. Verfolgt wurde die Debatte von zahlreichen Besuchern auf den Tribünen im Reichstagsgebäude. Darunter war auch der ehemalige Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU), der sich für eine Belebung der Fragestunden eingesetzt hatte.

Grüne zufrieden

Die Grünen werteten die Befragung von Merkel als ihren Erfolg. Die parlamentarische Geschäftsführerin der Grünen-Fraktion, Britta Haßelmann, sagte, ihre Partei habe Jahre dafür gestritten, dabei sei das „eine Sache, die dem Parlament gut tut, die dem Parlament selbstverständlich sein sollte“. Die Reform der Fragestunde, die wieder mehr Interesse für diesen Standard im Parlament wecken soll, sei für sie damit nicht beendet. Sie forderte unter anderem, dass auch Minister häufiger in die Fragestunde kommen sollten, in der sie oft von Staatssekretären vertreten werden. Zudem verlangte sie, dass das Parlament die Themen für die Befragung festlegen sollte.

Merkel selbst soll nun dreimal im Jahr dem Parlament Rede und Antwort stehen. Als am Mittwoch die vorgegebene Stunde um war, protestierten Abgeordnete in den Reihen, die noch Fragen loswerden wollen. „Ich komme ja wieder“, versuchte Merkel zu beruhigen. (epd/mig 7)

 

 

 

BAMF-Förderprogramm. Strukturförderung von Migranten-Organisationen gescheitert

 

Seit 2019 fördert das BAMF Migrantenselbstorganisationen mit dem Ziel, sie finanziell auf eigene Beine zu stellen. Wie die Bundesregierung jetzt mitteilt, ist das Vorhaben gescheitert. Die Grünen werfen der Großen Koalition vor, keine Strategie zu haben.

Das Förderprogramm des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) zur Professionalisierung von Migrantenselbstorganisationen hat sein Ziel verfehlt. Das geht aus einer bislang unveröffentlichten Antwort der Bundesregierung auf eine parlamentarische Anfrage der Grünen im Bundestag hervor, die dem MiGAZiN vorliegt. Die Grünen fordern Nachbesserungen und nachhaltige Etablierung von Migrantenorganisationen.

Seit 2009 fördert das BAMF die Qualifizierung und Professionalisierung von Migrantenselbstorganisationen. Erklärtes Ziel der Strukturförderung ist es laut Bundesregierung, Migrantenorganisationen als kompetente Ansprechpartner des Bundes zu etablieren und ihre Rolle als lnteressensvertretung zu stärken. Ein weiteres Ziel der Strukturförderung ist es, die Verbände finanziell auf eigene Beinen zu stellen.

„Nicht gelungen“

Ohne Erfolg, wie die Bundesregierung jetzt mitteilt. „Eine komplett unabhängige Finanzierung der Geschäftsstellen ist den Migrantenorganisationen, die strukturgefördert werden, bislang nicht gelungen“, heißt es in der Antwort.

Gefördert worden wurden auch Verbände ohne Bezug zu einem spezifischen Herkunftsland wie „Deutsch Plus“ oder „Neue deutsche Medienmacher“, teilt die Bundesregierung weiter mit. Letztere allein hat laut Vorlage zwischen 2013 und 2017 mehr als 1,23 Millionen Euro erhalten, 557.000 Euro davon für das Projekt „Handbook Germany„.

Regierung prüft Förderung

Die Bundesregierung sei sich der Tatsache bewusst, dass die eigenständige finanzielle Sicherung von Organisationsstrukturen für die Migrantenselbstorganisationen eine Herausforderung darstellt. „Derzeit wird geprüft, unter welchen Voraussetzungen und in welchem Umfang Migrantendachorganisationen langfristig gefördert werden können“, so die Bundesregierung weiter. Mit allen Organisationen, deren bisherige Strukturförderung 2018 ausläuft, würden hierzu Gespräche geführt.

Filiz Polat, integrationspolitische Sprecherin der Grünen im Bundestag, mahnt die Bundesregierung, Migrantenselbstorganisationen „endlich“ als gleichberechtigte Akteure neben den etablierten Verbänden wahrzunehmen. „Es müssen Wege der strukturellen Förderung gefunden werden, um ihren wichtigen Beitrag auf Dauer zu sichern. Integration und Teilhabe gelingen nur wenn die Migranten auch selbstbestimmt beteiligt sind“, erklärte Polat dem MiGAZIN. Die Große Koalition habe auch nach zehn Jahren keine Strategie, wie sie die Migrantendachorganisationen langfristig fördern sollten. (es 4)

 

 

 

Soziologe. Medien übernehmen die Sprache der AfD

 

Politiker, Medien und Bürger haben nach Überzeugung des Soziologen Welzer die Sprache der AfD übernommen. Federführend sei Bundesinnenminister Horst Seehofer gewesen. Ihm seien Christian Lindner, Sahra Wagenknecht und Andrea Nahles gefolgt.

Der Soziologe Harald Welzer kritisiert die Übernahme von Sprache der AfD. Viele Politiker und Bürger hätten Wörter und Teile von Erzählungen einfach übernommen, sagte der Sozialpsychologe am Mittwochabend in Frankfurt am Main. Dazu hätten auch die Medien einen Großteil beigetragen, kritisierte Welzer bei einem Symposium an der Frankfurt University for Applied Sciences unter dem Titel „Populismus! Gefahr für die Demokratie in Europa.“

Federführend war dabei nach Wenzels Worten Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU). Der frühere bayerische Ministerpräsident habe nach der Flüchtlingswelle im Spätsommer 2015 erstmals davon gesprochen, dass die Stimmung im Land kippe. Teile dieser „Story“ hätten dann nach und nach auch andere Politiker wie Christian Lindner (FDP), Sahra Wagenknecht (Linke) und Andrea Nahles (SPD) übernommen, sagte der Direktor der gemeinnützigen Stiftung „Futurzwei. Stiftung Zukunftsfähigkeit“.

Sicherheit wird auf Flüchtlinge zugespitzt

Niemand wundere sich außerdem, dass es nun so etwas wie ein Heimatministerium gebe, sagte Welzer. Die Begriffe und Bilder hätten den Wahrnehmungshorizont der Menschen verändert.

Viele Zeitungen würden zudem monothematisch über Flüchtlinge berichten, sagte Welzer. Jedes Thema wie etwa die Innere Sicherheit werde im Endeffekt auf Flüchtlinge zugespitzt. (epd/mig 15)

 

 

 

Integrationsgipfel. Für ein weltoffenes und vielfältiges Deutschland

 

Beim 10. Integrationsgipfel im Bundeskanzleramt ging es um den Zusammenhalt von Menschen mit und ohne Migrationshintergrund. Ein gelungenes Beispiel, wie Integration gelingen kann: ein Fußballplatz in Berlin. Die Mädchen des SV Rot-Weiß Viktoria 08 Mitte trainieren unter den Augen der Bundeskanzlerin.

 

Dem Verein ist die Integrationsarbeit sehr wichtig. Rot-Weiß ist ein anerkannter Stützpunkt des Programms "Integration durch Sport".

"Es war sehr beeindruckend und ein gutes Zeichen welche Rolle Sport bei der Integration spielt", sagt Bundeskanzlerin Angela Merkel. Und: "Denjenigen, die das hier auf die Beine gestellt haben, gebührt ein wirkliches Dankeschön."

Integrationsgipfel im Kanzleramt

Beim anschließend stattfindenden Integrationsgipfel beschäftigten die Kanzlerin und die anderen Teilnehmerinnen und Teilnehmer grundsätzliche Fragen: Welche Werte sind uns wichtig? Was bedeutet Heimat? Wie können wir Demokratie und Zusammenhalt stärken, wie Teilhabe sichern? Antworten auf

diese Fragen soll unter anderem ein Aktionsplan Integration geben, den die Integrationsbeauftragte

der Bundesregierung, Staatsministerin Anette Widmann-Mauz, entwickeln wird.

Nationaler Aktionsplan IntegrationZiel ist, das Erreichte zu erkennen, Integrationsmaßnahmen zu bündeln und bei Bedarf nachzusteuern.

Länder und Kommunen, die Zivilgesellschaft und die Migrantenorganisationen sollen sich aktiv beteiligen. Der Prozess werde über die gesamte Legislaturperiode angelegt sein.

"Bei der Integration ist viel geschafft, aber es liegt noch viel Arbeit vor uns", so Widmann-Mauz. Alle Phasen der Integration müssen in den Blick genommen, Angebote besser aufeinander abgestimmt werden. "Unmittelbar nach dem Ankommen brauchen wir Kurse, die Werte und Erwartungen vermitteln,

unabhängig von Aufenthaltsdauer und  Status", so die Integrationsbeauftragte.

Mehr Qualität, mehr miteinander statt nebeneinander sind weitere Ziele. "Alle die hier leben, müssen ihre Potenziale einbringen können. Das müssen wir fördern, fordern es aber auch ein", so Widmann-Mauz.

Gemeinsame Werte achten und leben

Nach dem Gipfel sagte die Kanzlerin: "Wenn es um das Zusammenleben geht, geht es zu allererst um die gleichen Chancen auf Teilhabe-  und das im umfassenden Sinne", so Merkel. Es fange bei der Bewerbung an, wo unterschiedliche Namen keinen Unterschied machen sollten. Es gehe weiter mit

Ausbildung, Arbeitsmarkt und dem Zugang zum Öffentlichen Dienst.

Es sei wichtig, Haltung zu zeigen. Freiheit sowie der Respekt vor der Würde aller Menschen und die Achtung vor dem Rechtsstaat, die Gleichberechtigung von Mann und Frau - das seien grundlegende Werte, die uns leiten und ohne die gesellschaftlicher Zusammenhalt undenkbar sei, so die Kanzlerin.

 

"Es gibt Regeln, die nicht verhandelbar sind", stellte Merkel zudem klar. Die

freiheitlich-demokratische Grundordnung gelte für alle – unabhängig von Herkunft oder Aufenthaltsdauer. Die Missachtung von Gesetzen könne nicht geduldet werden, sei man sich einig gewesen. "Wir wollen ein weltoffenes und ein vielfältiges Deutschland sein", so Merkel.

In die Gesellschaft einbringen

Wenn Zusammenleben gelingen soll, darf man auch nicht diejenigen aus dem Blick verlieren, die schon sehr lange hier leben. Man muss aber auch  diejenigen, die vor kurzem zu uns gekommen sind, in den Blick nehmen. Es gehe dabei nicht nur um Teilhabe. "Es geht auch darum, dass sich viele aktiv in die Gesellschaft einbringen und sie mit gestalten", so Merkel.

Das Kanzleramt lädt seit 2006 regelmäßig zum Integrationsgipfel ein. Vertreter von Ländern, Wirtschaft, Gewerkschaften und Migrantenorganisationen diskutieren dort, wie der Zusammenhalt der Gesellschaft in Deutschland gestärkt werden kann. Pib 13

 

 

 

 

Freiwilligendienst. Sonderprogramm Flüchtlinge endet dieses Jahr

 

Das Sonderprogramm zur Flüchtlingshilfe im Rahmen des Bundesfreiwilligendienstes soll Ende 2018 auslaufen. Das teilt die Bundesregierung mit. Das Kontingent von 10.000 Freiwilligenstellen pro Jahr sei nicht ausgeschöpft worden.

Das Sonderprogramm zur Flüchtlingshilfe im Rahmen des Bundesfreiwilligendienstes wird nicht verlängert. Das geht aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage der grünen Bundestagsfraktion hervor, die der Bundestag am Donnerstag veröffentlichte. Nach Angaben des zuständigen Bundesfamilienministeriums wurde das Kontingent von 10.000 Freiwilligenstellen pro Jahr nie ausgeschöpft. Das bis Ende 2018 befristete Programm, das Einheimischen und Flüchtlingen mit guter Bleibeperspektive offensteht, laufe daher wie vorgesehen am 31. Dezember aus.

Von Dezember 2015 bis Mai 2018 wurden dem Bundesfamilienministerium zufolge insgesamt 11.040 Vereinbarungen geschlossen, 4.274 davon mit Geflüchteten. Die Bundesfreiwilligen halfen in Flüchtlingsunterkünften, in Kindergärten, Schulen und bei Freizeitgestaltungen für Kinder. Von den Geflüchteten im Freiwilligendienst waren knapp ein Drittel auch in Arbeitsfeldern jenseits der Flüchtlingshilfe engagiert.

Das Sonderprogramm war vom Bund und den Ländern im Herbst 2015 beschlossen worden. Ausschlaggebend für das Angebot von 10.000 Plätzen pro Jahr seien die hohen Zuwanderungszahlen sowie das enorme Engagement in der Bevölkerung gewesen, heißt es in der Antwort der Bundesregierung. Für dieses Jahr stehen 40 Millionen Euro zur Verfügung. Im Haushalt 2019 ist keine Förderung mehr vorgesehen. (epd/mig 11)

 

 

 

Jeder zweite Berufstätige denkt über Jobwechsel nach

 

- Bessere Bezahlung zählt zu den Top-Gründen für wechselwillige

Mitarbeiter

- Zufriedene Beschäftigte schätzen vor allem faire Arbeitszeiten

 

Eschborn - Zu wenig Geld, zu wenig Wertschätzung, ein

schlechtes Betriebsklima: 50 Prozent der angestellten Mitarbeiter

sind mit ihrem Arbeitsplatz so unzufrieden, dass sie sich nach einem

neuen Job umsehen. Wer in Zeiten des Fachkräftemangels gutes Personal

an sich binden will, sollte deshalb auf breiter Ebene über das

Wohlbefinden seiner Beschäftigten nachdenken. Unter anderem zu diesem

Ergebnis kommt eine repräsentative Bevölkerungsbefragung der

ManpowerGroup Deutschland.

 

Die gute Nachricht: Die Hälfte aller Befragten ist mit den

Bedingungen am Arbeitsplatz derzeit noch zufrieden. Dabei steht für

45 Prozent der angestellten Mitarbeiter im Vordergrund, dass die

vereinbarten Arbeitszeiten eingehalten werden. 44 Prozent sehen die

Bezahlung als fair an und 37 Prozent schätzen die flexiblen

Arbeitszeitmodelle des Arbeitgebers. 34 Prozent der Befragten freuen

sich darüber, dass es regelmäßig Weiterbildungen gibt. Immerhin noch

31 Prozent erachten das eigene Unternehmen als familienfreundlich.

 

Wechselgründe: Mehr Geld und mangelnde Anerkennung

Dass es für Unternehmen, die gute Mitarbeiter an sich binden wollen,

schon jetzt einiges zu tun gibt, belegen folgende Zahlen: 50 Prozent

der Studienteilnehmer würden den Job gern schon innerhalb der

nächsten zwölf Monate wechseln. Der Hauptgrund für die

Unzufriedenheit ist finanzieller Natur. So geben 22 Prozent der

Befragten an, eine Position mit besserer Bezahlung zu suchen. Und

auch mangelnde Wertschätzung motiviert zum Jobwechsel: Immerhin 15

Prozent der Angestellten haben das Gefühl, dass ihre Leistungen im

Betrieb nicht ausreichend anerkannt werden. Zwölf Prozent wollen

kündigen, da sie Abwechslung und andere Projekte suchen. 

 

Gutes Betriebsklima bindet Mitarbeiter

Als fast ebenso wichtig empfinden viele Beschäftigte ein angenehmes

Miteinander im Betrieb: Zwölf Prozent der Befragten beklagen ein

schlechtes Arbeitsklima und schauen sich deshalb nach einem neuen Job

um. Dazu trägt auch die immer noch mangelnde Vereinbarkeit von

Familie und Beruf bei. Neun Prozent der Deutschen geben an, dass sie

eine Tätigkeit suchen, bei der sie beides besser miteinander

verbinden können. "Die Ergebnisse zeigen, dass das Gehalt den

Mitarbeitern zwar wichtig ist, aber nicht der einzig entscheidende

Faktor, der Menschen an ein Unternehmen bindet", sagt Herwarth Brune,

Vorsitzender der Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland. "Vor

dem Hintergrund des Fachkräftemangels muss in den Führungsetagen

somit vermehrt darüber nachgedacht werden, wie die Mitarbeiter mehr

Wertschätzung erfahren und das Betriebsklima deutlich verbessern

werden kann." de.it.press 7

 

 

 

 

 

Familiennachzug–Gesetz zwischen Balance und Inhumanität

 

Der am Freitag vom Bundestag verabschiedete Gesetzentwurf soll ab August den Familiennachzug von 1.000 Personen pro Monat ermöglichen.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) nannte den Entwurf, der bei namentlicher Abstimmung eine deutliche Mehrheit fand, eine „wichtige Maßnahme zur besseren Steuerung und Ordnung im Rahmen der migrationspolitischen Gesamtstrategie der Bundesregierung“. Zudem schaffe das Gesetz eine „Balance zwischen Integrationskraft der Gesellschaft, Humanität und mehr Sicherheit“.

Prälat Jüsten: Das erschwert die Integration

Deutliche Kritik kam jedoch von den Grünen und der Partei „Die Linke“ sowie vom Dachverband deutscher Nichtregierungsorganisationen (Venro), der die Regelung für Flüchtlinge mit eingeschränktem Schutzstatus - das sind derzeit vor allem Syrer - als „zutiefst inhuman“ bewertete.

Der Vertreter der katholischen Bischöfe in Berlin, Prälat Karl Jüsten, urteilte, dass die Regelung die Integration erschwere und dem „Grundrecht auf Ehe und Familie“ nicht gerecht werde.

Die AfD-Fraktionsvize Beatrix von Storch forderte die komplette Abschaffung des Familiennachzugs und die Schließung der Grenzen.

Schon im Koalitionsvertrag hatten sich Union und SPD auf Grundzüge der Regelungen verständigt: Angehörige der Kernfamilien - Ehepartner, Eltern minderjähriger Kinder und ledige Minderjährige – sollen nachziehen dürfen. Die Zahl der Nachzügler wird auf bis 60.000 geschätzt. Die Auswahl soll das Bundesverwaltungsamt nach humanitären Kriterien treffen. (kna 16)

 

 

 

 

Krebs-Studie. Migranten nutzen selten palliativmedizinische Angebote

 

Krebskranke Menschen aus anderen Kulturkreisen nehmen Angebote der Palliativmedizin bislang kaum wahr. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie. Wünsche blieben aufgrund bürokratischer Hürden oder aufenthaltsrechtlicher Fragen unerfüllt.

Krebskranke Menschen mit Migrationshintergrund finden in der letzten Phase ihres Lebens kaum Zugang zur Angeboten der Palliativmedizin. Das belegt eine Studie von Wissenschaftlern der Universitätsmedizin Göttingen, die die Deutsche Krebshilfe am Freitag vorstellte. Die Forscher führten Interviews mit Betroffenen, Angehörigen und Ärzten. Demnach nehmen Menschen aus anderen Kulturkreisen die Angebote der Palliativmedizin bislang kaum wahr.

Die Forscher um Professor Friedemann Nauck, Direktor der Klinik für Palliativmedizin der Universitätsmedizin Göttingen, ermittelten die Gründe für den fehlenden Zugang zu den verschiedenen Hilfs- und Beratungsangeboten: „In vielen Fällen erschweren ihnen die fehlenden Sprachkenntnisse, sich zu informieren oder entsprechende Hilfe anzunehmen. Sie sind auf die Hilfe etwa von mehrsprachigen Angehörigen, Übersetzern oder dem Engagement von Versorgern angewiesen“, berichtete Nauck.

Bürokratische Hürden

Zu dieser Abhängigkeit von anderen Personen komme hinzu, dass viele Patienten ihre Erkrankung als einen Statusverlust erleben. Schon die Migration haben sie bereits als Bruch in der Biografie erlebt, da sie ihre Position aus früheren beruflichen und sozialen Strukturen aufgeben mussten. Eine schwere Krebserkrankung verursacht zusätzlich Angst und Schamgefühle, den Angehörigen oder dem Gesundheitssystem zur Last zu fallen.

Hinzu komme, dass die betroffenen Familien in dieser schwierigen Situation häufig mit Hindernissen konfrontiert werden, die sie selbst nicht überwinden können. „So scheitern Rückkehrwünsche von Patienten an bürokratischen und medizinischen Hürden oder aufenthaltsrechtliche Fragen an politisch-rechtlichen Kenntnissen.“

Kulturelle Unterschiede erschweren Betreuung

Auch das medizinische Personal und die Pflegekräfte stellt diese komplexe Pflegesituation oftmals vor Hindernisse. „Insbesondere wenn diese Probleme der Patienten und ihrer Angehöriger vom medizinischen Personal als Ausdruck von kulturellen Unterschieden verstanden werden, entstehen Missverständnisse, die eine angemessene Betreuung erschweren.“

Gerd Nettekoven, Vorstandsvorsitzender der Deutschen Krebshilfe, die die Untersuchung mit 272.000 Euro gefördert hat, betont: „Auch Menschen aus anderen Kulturkreisen sollten im Falle einer Krebserkrankung und bei Bedarf Zugang zu einer adäquaten palliativmedizinischen Versorgung erhalten. Ziel müsse es sein, auch ihnen „zukünftig die bestmögliche Versorgung bieten zu können“.

18.5 Millionen Menschen haben Migrationshintergrund

Die Palliativmedizin hat zum Ziel, unheilbar kranke Menschen in ihrer letzten Lebensphase zu begleiten und zu unterstützen. Speziell ausgebildete Ärzte und Pflegekräfte sowie Mitarbeiter weiterer Berufsgruppen lindern belastende Krankheitssymptome und kümmern sich um die seelischen Bedürfnisse der Betroffenen und ihrer Angehörigen.

Laut aktuellen Daten des Statistischen Bundesamtes leben in Deutschland rund 18,5 Millionen Menschen, die einen Migrationshintergrund haben. Das sind 22,5 Prozent der Gesamtbevölkerung. (epd/mig 4)

 

 

 

20 Jahre Städtepartnerschaft zwischen Pfarrkirchen und San Vincenzo.

 

Seit 20 Jahren gibt es die Städtepartnerschaft zwischen Pfarrkirchen und San Vincenzo. Gefeiert wird dies jetzt in der toskanischen Stadt. Am Donnerstagabend fand der Empfang der Rottaler Delegation im dortigen Rathaus statt.

In aller Kürze wurden die Gäste von Bürgermeister Alessandro Bandini begrüßt. Auf große Reden verzichteten er und Amtskollege Wolfgang Beißmann. Diese folgen beim Festakt.

An die 80 Pfarrkirchner sind in das etwa 850 Kilometer entfernte San Vincenzo aufgebrochen. Vier Tage lang werden sie dort das Jubiläum mitfeiern. Zum Programm gehören auch besondere Ehrungen. Dip

 

 

 

World Vision fordert Nachzugsrecht auch für Geschwisterkinde

 

Friedrichsdorf/Berlin – Der Deutsche Bundestag beschließt an diesem Freitag die künftige Regelung des Familiennachzugs zu subsidiär Schutzberechtigten in Deutschland. Die Kinderhilfsorganisation World Vision kritisiert, dass der Gesetzentwurf Eltern in eine verzweifelte Lage bringt. Denn ein Nachzugsrecht für Geschwisterkinder ist nicht vorgesehen.

 

Der Gesetzentwurf der Bundesregierung sieht vor, den derzeit ausgesetzten Nachzug ausländischer Mitglieder der Kernfamilie zu eingeschränkt Schutzberechtigten aus humanitären Gründen ab Anfang August dieses Jahres für 1.000 Personen pro Monat zu gewähren. Mit dem Gesetzentwurf wird geregelt, unter welchen Voraussetzungen Angehörige der Kernfamilie nach Deutschland nachziehen können.

Mitglieder der Kernfamilie sind demnach Ehepartner, Eltern minderjähriger Kinder und ledige minderjährige Kinder, nicht jedoch Geschwisterkinder. Dies führt dazu, dass bspw. eine geflüchtete Mutter mit Kleinkind in Deutschland zwar ihren Ehemann nachholen kann, nicht jedoch das Geschwisterkind.

Gudrun Schattschneider, Leiterin Politik bei World Vision Deutschland: „Das bringt Eltern in die Situation, sich zwischen ihren Kindern entscheiden zu müssen. Diese Regelung ist nicht kinderrechtskonform und unzumutbar. Das Recht, mit der eigenen Familie zusammen zu leben ist ein Menschenrecht.“

Die Kinderhilfsorganisation World Vision fordert deshalb alle Parteien des Bundestages auf, gemäß der UN-Kinderrechtskonvention zu entscheiden und ein Zusammenleben von Geschwisterkindern und ihren engen Familienmitgliedern zu ermöglichen.

 

Das Wohl des Kindes ist in allen politischen Entscheidungen, die Kinder betreffen, vorrangig zu berücksichtigen, so die UN-Kinderrechtskonvention, die auch Deutschland unterzeichnet hat. Beim Familiennachzug bleibt das Wohl der betroffenen Kinder aber bisher auf der Strecke.

 

Im Rahmen einer internationalen Kampagne unter dem Titel „Jeder Einzelne zählt, um Gewalt gegen Kinder zu beenden“ (englisch: „It takes a world to end violence against children“), kümmert sich World Vision besonders um Kinder in Brennpunkten und auf der Flucht. Die Programme unterstützen Bildung, Beteiligung und Kinderschutzmaßnahmen sowie Rehabilitationshilfen und eine Betreuung in Kinderzentren, in denen Mädchen und Jungen während einer Krise zur Ruhe kommen und lernen können. Mehr Informationen finden Sie unter: www.worldvision.de/jede-kindheit-zaehlt Wv 14