WEBGIORNALE  11-24   novembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Anniversari: 30 anni fa. Muro di Berlino: luci e ombre, l’Europa è ancora incompiuta  1

2.       L’Europa dell’est dopo il Muro di Berlino: punti fermi e interrogativi 1

3.       Strada in salita per Ursula von der Leyen. Ue: Commissione cercasi, le difficoltà del progetto europeo  2

4.       La Terza Rivoluzione industriale è ecologica e popolare  2

5.       Europa sociale: le politiche sociali dell’Unione Europea. Le tante sfide  2

6.       Istituzioni comuni e Stati membri. Ue: Commissione europea, nomine e garanzie democratiche  3

7.       L’ultimo giorno di Draghi 4

8.       Mattarella: “Mario Draghi è stato autorevolmente al servizio di un’Europa più solida e inclusiva”  4

9.       Vincolo di mandato  5

10.   Aperta la sessione pubblica della 28esima Convention mondiale delle CCIE, Camere di Commercio Italiane all’Estero  5

11.   Seminario UNAIE: “Europa di domani: 5 scenari per il nostro futuro”. 5

12.   La promozione della scrittura della migrazione  6

13.   Conte scrive alle CCIE, a sostegno delle imprese italiane nel mondo  6

14.   Ospite a “L’Italia con Voi” il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali 6

15.   Scuole italiane all’estero: manca un docente su tre  6

16.   A Francoforte educazione alimentare e cultura del Gusto. I primi due eventi a Francoforte  7

17.   All’Ambasciata d’Italia a Berlino “Gustare l’Italia”, il meglio della Food Valley di Regione Emilia-Romagna  7

18.   Martedì 19 novembre in Senato il seminario: “Berlino, trenta anni fa la caduta del Muro”  7

19.   All’IIC di Amburgo la mostra "Our days of gold" con le fotografie di Assunta Ruocco  8

20.   Ecco i recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  8

21.   Celebrazione al cimitero d’onore Amburgo-Öjendorf il 3 novembre  9

22.   Al Waldfriedhof di Monaco di Baviera il primo novembre  9

23.   A Karlsfeld la riunione del Consiglio regionale delle Acli Baviera  10

24.   Paladini dell’antimafia: a Stoccarda incontro con Franco La Torre  10

25.   Assurde polemiche sull’antisemitismo  10

26.   Elezioni Umbria, Di Maio: "Alleanza non ha funzionato"  11

27.   L'uccisione del capo dell'Isis. Al-Baghdadi: la fine d’un simbolo e il futuro delle milizie islamiche  11

28.   La decisione di Trump e l'attacco curdo. Siria: Gibson, ritiro Usa “una sconfitta morale e strategica”  12

29.   Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"  12

30.   Più poveri?  12

31.   Riunito alla Farnesina il Comitato di Presidenza del Cgie  13

32.   La sfida della manovra finanziaria. Italia/Ue: governi e previsioni economiche errate  13

33.   Aumentare il peso delle esportazioni 14

34.   FVG/Germania. I territori tornino protagonisti in Europa  14

35.   Referendum: tante le perplessità  15

36.   "Confermati gli incentivi 'Resto al Sud'. Sostegno a giovani imprenditori, unico vero volano per Meridione"  15

37.   I Curdi sono nostri fratelli 15

38.   La situazione  16

39.   Proposta di legge per l’istituzione di una bicamerale sull’emigrazione  16

40.   Migranti: con Progetto Form@ 3.600 ricongiungimenti familiari assistiti 16

41.   L’estinzione del Movimento 5 stelle non può essere fermata  17

42.   Il rinnovamento  17

43.   Legge di bilancio. Sugli italiani all’estero serve una svolta  17

44.   Forum economico italo-tedesco a Venezia  18

45.   Fca-Peugeot, nasce nuovo colosso dell'auto  18

46.   Sintetizzando  19

47.   Di Maio frena: "Alleanza con Pd? Non ci sono i presupposti"  19

48.   Frontex cerca 700 doganieri (stipendi da 2.700 euro): requisiti e come candidarsi 19

49.   Voltare pagina  19

50.   Sergio De Caprio, il carabiniere più famoso d’Italia  20

51.   La questione dell'eredità online  20

52.   Il rinvio della politica  21

53.   "Muro caduto in Germania, rinato in altri luoghi"  21

54.   Evitare che la legge di bilancio contenga misure penalizzanti per gli italiani all’estero  21

55.   Gli stereotipi cinematografici verso gli emigrati italiani 21

 

 

1.       Federica Mogherini erhält Theodor-Wanner-Preis 2019  22

2.       Hat der Mauerfall Europa sicherer gemacht?  22

3.       Im zweiten Frühling. Der Nahe Osten ist wieder im Aufruhr. 23

4.       Migranten, Caritas, Reform: Malteser-Großkanzler v. Boeselager im Interview   24

5.       Neun Punkte. Bundesregierung beschließt Paket gegen Rechtsextremismus  25

6.       Heiliger Stuhl: Verbrechen gegen Menschlichkeit beenden  25

7.       Brexit, Flextension und das ewige Warten  25

8.       Das Ende des Trump-Booms  26

9.       Vatikan: Aufruf gegen Rassismus und Fremdenhass  26

10.   Warum die „Interkulturelle Woche“ neu gedacht werden muss  27

11.   REGI-Vorsitzender: “Wenn von der Leyen ein Ziel für Europa hat, muss sie ein Ziel für den Zusammenhalt haben”  27

12.   Einwanderung. Armutsrisiko für kinderreiche Familien gestiegen  28

13.   Wahlergebnis in Thüringen „sollte uns sehr zu denken geben"  28

14.   Nach Thüringen. Menschen ernst nehmen  29

15.   Bundeskanzlerin Merkel zeichnet „IQ Apotheker für die Zukunft“ mit Nationalem Integrationspreis 2019 aus  29

16.   Verletzungen im Osten – Distanz im Westen  29

17.   Die Zukunft der Arbeitswelt ist bunt und weiblich  30

18.   Kanzlerin Merkel: Elektromobilität durch Kaufprämien und Ladeinfrastruktur fördern  30

19.   Regierungsbeauftragt. „Neuer Höhepunkt“ des Antisemitismus  31

20.   Recht auf Arbeit statt Hartz IV  31

21.   Elektromobilität richtig machen  32

22.   Digital-Gipfel der Bundesregierung. Regeln für Mensch und Maschine  32

23.   „Wir brauchen Zivilcourage in diesem Land“  32

24.   Strategiewechsel. Seehofer: Sicherheitsbehörden zu stark auf „Islamismus“ gerichtet 33

25.   Sparen war gestern  33

26.   Regierung beschließt Deutsch-Pflicht für Imame  34

27.   Bundesregierung geht gegen Rechtsextremismus und Hasskriminalität vor 34

28.   Internet-Doku. Migranten in der DDR erzählen  35

29.   Medizinische Hilfsmittel von der Steuer absetzen  35

30.   Studie. Deutschkurse im Ausland wecken Interesse für Deutschland  35

31.   Deutsche schätzen Mauerfall mehrheitlich als positives Ereignis ein  36

32.   Zufriedenheitsrekord. Laut Glücksatlas sind Deutsche so zufrieden wie nie  36

33.   Deutschpflicht für Imame  36

34.   Soziologin Foroutan. Migranten werden systematisch benachteiligt 37

 

 

 

Anniversari: 30 anni fa. Muro di Berlino: luci e ombre, l’Europa è ancora incompiuta

 

La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, ha segnato la fine della Guerra Fredda e della divisione in due dell’Europa, decisa dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Tra le sue conseguenze più immediate, ci fu il crollo dello stato comunista tedesco-orientale e la riunificazione della Germania all’interno della Repubblica federale tedesca: meno di 11 mesi dopo, il 3 ottobre 1990.

Si trattò di un processo inevitabile e inarrestabile, che tuttavia poneva il problema della rinascita della Germania come maggiore potenza europea occidentale, sia in termini economici che di popolazione: una prospettiva che modificava gli equilibri tra i Paesi membri dell’Unione europea. Era anche chiaro, a quel punto, che il rapido disfacimento dell’impero comunista e della stessa Unione sovietica avrebbe obbligato l’Europa occidentale ad allargarsi verso Est, includendo le nuove democrazie ex-comuniste, e che ciò avrebbe richiesto un’attenta strategia per gestire al meglio i rapporti con la nuova Russia.

Questo doppio appuntamento con la storia era chiaro a molti, ma non era di facile soluzione. Non si può dire che le scelte fatte sino a oggi siano state del tutto soddisfacenti.

L’evoluzione della costruzione politica europea

Alcuni leader politici, come ad esempio François Mitterrand e Giulio Andreotti, furono particolarmente espliciti nel sottolineare la necessità che la nuova Germania riunificata venisse più strettamente integrata all’interno dell’Europa, secondo un modello quanto meno confederale, che potesse gestire questa fase storica così delicata evitando il ritorno degli antichi nazionalismi. Da qui nacquero una serie di progetti politici e istituzionali, che però non hanno ancora raggiunto il loro compimento.

Il Consiglio europeo di Maastricht, nel dicembre 1991, lanciò la politica monetaria europea che, nel 2002, portò all’introduzione dell’euro come nuova moneta unica. Questo fu in pratica il prezzo politico chiesto alla Germania, in cambio dell’appoggio concesso dagli altri Stati europei al processo di riunificazione e alla successiva politica di allargamento verso Est. Tuttavia alla unificazione monetaria non seguì un’equivalente unificazione delle politiche economiche e fiscali, mantenendo in vita una difficile e pericolosa tensione all’interno della stessa area monetaria tra Paesi ‘forti’ e Paesi ‘deboli’.

Ugualmente incompleto fu il tentativo di rafforzare le istituzioni comunitarie (il cosiddetto approfondimento). Nel 2001, il Consiglio europeo di Laeken convocò una convenzione europea con il compito di elaborare un progetto di Costituzione che poi sfociò in una conferenza intergovernativa conclusasi con l’approvazione di un trattato costituzionale.

Ma il processo di ratifica degli Stati membri si scontrò con due sconfitte referendarie, in Francia e in Olanda, che obbligarono l’Unione a seguire la strada più tradizionale di un nuovo Trattato intergovernativo di modifica dei Trattati europei esistenti. Esso fu approvato a Lisbona, nel 2007.

Tuttavia, benché il nuovo Trattato riprendesse la quasi totalità delle misure previste da quello costituzionale, mancava la sostanza principale ed essenziale: era un nuovo trattato intergovernativo e non l’atto fondante di una nuova costituzione europea destinata a superare gli Stati nazionali, i quali restano così al centro di tutti i processi decisionali, con tutte le loro differenze e diffidenze.

La Brexit, le continue sospensioni della libera circolazione delle persone, il forte ritorno del nazionalismo, sono almeno in parte figli di questo fallimento.

I difficili rapporti con la Russia

Non molto migliore è la storia dei rapporti con la Russia. Il rapido allargamento della Nato ai Paesi europei dell’ex Patto di Varsavia e alle tre Repubbliche baltiche – che facevano parte della vecchia Unione sovietica -, seguito dall’ingresso di molti di questi Paesi nell’Ue, era di fatto inevitabile, ma non venne accompagnato da analoghe aperture nei confronti della Russia, salvo la costituzione di un Consiglio Nato-Russia che però non ha mai svolto un ruolo significativo: le politiche occidentali non vennero mai seriamente concordate con Mosca.

Di più, le ripetute crisi e guerre seguite alla dissoluzione della Jugoslavia portarono ad una contrapposizione tra Occidente e Russia: l’accordo di Dayton, del 1995, sul nuovo assetto istituzionale della Bosnia-Erzegovina, non vide la partecipazione della Russia. La successiva guerra del Kosovo, tra il 1996 e il 1998, portò la Nato ad intervenire militarmente, e massicciamente, contro la Serbia, malgrado il dissenso russo che venne solo parzialmente sanato a guerra finita, con un accordo in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In questa situazione, non è quindi sorprendente la progressiva chiusura nazionalista russa e in particolare la violenta reazione militare di Mosca nei confronti della Georgia e dell’Ucraina, che ufficialmente aspirano all’ingresso nella Nato e nell’Ue. Queste azioni militari hanno portato alla occupazione dell’Ossezia meridionale e dell’Abkazia, a danno della Georgia, e all’annessione alla Russia della Crimea, nonché all’appoggio ai separatisti filo-russi, a danno dell’Ucraina. Tutte mosse inaccettabili dal punto di vista del diritto internazionale, ma viste da Mosca come una necessaria reazione difensiva rispetto all’invadenza occidentale in un’area di vitale interesse strategico per la Russia.

In conclusione però sarebbe sbagliato pensare che la caduta del Muro di Berlino, e tutto ciò che ne è conseguito, sia stata un fatto negativo. Al contrario, abbiamo visto la fine di un’assurda spaccatura in due dell’Europa e l’affermarsi della democrazia al posto di durissimi regimi dittatoriali, tenuti in vita dai carri armati sovietici. Oggi il quadro della sicurezza europea è certamente complesso e delicato, ma è ben lungi dalla drammaticità e pericolosità degli anni della Guerra Fredda. La riunificazione tedesca è avvenuta pacificamente e nelle forme e nei modi della democrazia. Forse per la prima volta nella storia un grande impero si è dissolto senza necessità di una guerra aperta.

La nuova Europa e il nuovo rapporto con la Russia lasciano molto a desiderare e presentano molti pericoli, che sarebbe sciocco sottovalutare. Ma esiste la possibilità di fare meglio. Il futuro è ancora da scrivere.

Stefano Silvestri, AffInt. 8

 

 

 

 

L’Europa dell’est dopo il Muro di Berlino: punti fermi e interrogativi

 

In moltissime città d'Europa sono in corso le celebrazioni che ricordano i fatti del 9 novembre 1989. Crollava, assieme al muro che divideva in due Berlino dal 1961, il sistema sovietico. Gli Stati ex comunisti, ritrovata libertà e democrazia, fecero subito domanda di adesione alla Comunità europea. Trascorsi 30 anni, a che punto si trovano i Paesi dell'Europa centro-orientale? Quali le condizioni politiche, sociali e culturali? Elites e popoli hanno fatto i conti con la storia?

Di Gianni Borsa

 

In ogni Paese europeo sono state avviate, o appaiono imminenti, iniziative per celebrare il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino: la data simbolo è il 9 novembre. In effetti la storia racconta che quel giorno ha rappresentato una tappa del più ampio e generale processo di implosione del sistema sovietico e del Patto di Varsavia che teneva legati all’Urss i “Paesi satelliti” dell’Europa centro-orientale. La posta in gioco era la fine dei regimi comunisti che avevano caratterizzato dal secondo dopoguerra e fino a quel momento, la parte orientale del vecchio continente; inoltre tale processo avrebbe posto fine alla “guerra fredda”, cioè a quel prolungato “conflitto sotto traccia” tra il blocco sovietico e l’alleanza atlantica basato sulla deterrenza nucleare.

Al 9 novembre 1989 non si arrivò per caso.

Benché oggi quegli anni appaiano lontani quanto un’era geologica, non si può trascurare il significato delle numerose e decisive tappe di “avvicinamento”: l’avvento di Solidarnosc (il sindacato fondato in Polonia nel settembre 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica, guidato inizialmente da Lech Wa??sa e sostenuto dalla Chiesa) nella Polonia del generale Jaruzelski; la “perestroika” di Gorbaciov, cioè il complesso di riforme avviate dalla dirigenza dell’Unione Sovietica a metà degli anni Ottanta, finalizzate alla riorganizzazione dell’economia e della struttura politica e sociale del Paese. Non si può nemmeno dimenticare l’azione riformista del governo Nemeth in Ungheria. Rilevante fu inoltre la diffusione del pensiero democratico di tanti intellettuali di allora come Vaclav Havel, politico, drammaturgo e poeta ceco, dissidente e perseguitato politico. Oppure il coraggio di studenti e operai che, con azioni dimostratrici in tante città dell’est, indicavano la via di una ribellione, seppur pacifica.

Le celebrazioni della caduta del Muro potrebbero quindi contribuire, in questi giorni, non solo a ricordare quella svolta storica, ma anche a fare il punto della situazione sui mutamenti – politici, sociali, culturali – intervenuti nei Paesi centro-orientali, ma anche a verificare il rapporto tra questi e gli Stati occidentali, e con l’Unione europea.

Di certo oggi si registra, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Slovacchia ai Baltici fino alla Bulgaria e ai Balcani, una crescita economica impressionante rispetto alle condizioni in cui si trovavano i sistemi produttivi dell’immediato post- comunismo: l’occupazione è a livelli altissimi, benché le retribuzioni medie siano piuttosto modeste. Gli standard di vita (misurabili, ad esempio, con l’aumento dell’aspettativa di vita o il livello di istruzione oppure con la diffusione di internet) stanno rincorrendo quelli di Germania, Francia o Italia, dove, al tempo stesso, continuano a dirigersi flussi migratori considerevoli in partenza da Romania, Polonia, Bulgaria, Ucraina, Moldavia… Come non ricordare poi l’accelerazione del processo di secolarizzazione in atto in queste società, mentre il potere politico è poco stimato dai cittadini (secondo innumerevoli sondaggi e stando a taluni, non tutti, risultati elettorali). Il nazionalismo è radicato in quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale; la corruzione è un problema dilagante (lo confermano le proteste di piazza); la democrazia è più volte offesa (azioni contro la libertà di stampa, leggi che imbrigliano l’attività della magistratura…), tanto da far pensare a democrazie tuttora fragili. Ma soprattutto, si chiudono le porte ai rifugiati provenienti sia dal corridoio mediterraneo che dalla rotta balcanica, dimenticando invece il flusso emigratorio che da questi Paesi si muove verso le mete dell’Europa occidentale.

Quale, dunque, il bilancio di questi trent’anni?

Il 9 novembre 2019 potrebbe, come si diceva, essere colto come opportunità per una riflessione collettiva su ciò che è seguito al superamento della Cortina di ferro, suscitando qualche serio interrogativo. A Varsavia come a Budapest o Sofia si sono fatti veramente i “conti con la storia”, anche per definire responsabilità ed eredità dei regimi (quello stesso processo che ha segnato, con contrasti aperti e complici silenzi il dopoguerra della Germania ex nazista e dell’Italia ex fascista)? Si è compreso – come insegna il crollo del Muro di Berlino – che la libertà non può essere imbrigliata e nessun popolo può essere represso senza che, prima o poi, si ribelli? Le ritrovate libertà e democrazia, assieme allo sviluppo materiale, come vengono interpretate e messe in gioco oggi? E quel Muro che divideva i berlinesi, crollato assieme alle macerie delle ideologie e delle dittature, può oggi venir nuovamente eretto, magari per tener lontani migranti che a loro volta cercano libertà, democrazia, lavoro e benessere?

Il posto delle nazioni dell’est nell’Europa odierna e di domani dipende anche dalle risposte a queste e altre domande. Chiamando d’altronde in causa le nazioni dell’ovest e del nord del continente, spesso afflitte dagli stessi “mali” e a loro volta attese a un serio esame di coscienza con la storia. Sir 6

 

 

 

Strada in salita per Ursula von der Leyen. Ue: Commissione cercasi, le difficoltà del progetto europeo

 

E’ difficile ricordare tempi così deprimenti e complicati, sul piano politico-istituzionale europeo, all’avvio di una nuova legislatura. A esserne colpita è innanzitutto la Commissione europea che ha dovuto, per la prima volta nella storia dell’Unione, rinviare di almeno un mese il proprio insediamento. La causa, come è noto, è la bocciatura da primato, da parte del Parlamento europeo, di ben tre candidati commissari e la reticenza dei governi, che li avevano indicati, fra cui quello francese, ad accettare il diktat di Strasburgo proponendo rapidamente altri nominativi. Non è davvero questo un buon inizio per Ursula von der Leyen, che è costretta a rinviare i progetti che aveva a cuore, con il rischio di perdere parte dello slancio iniziale, appena eletta presidente.

La scarsa legittimazione parlamentare

In attesa che il nuovo governo di centro-destra romeno fornisca il suo nuovo nominativo, aggiungendosi alle seconde scelte già annunciate da Ungheria (Oliver Varhelyi) e Francia (Thierry Breton), si cominciano a valutare le difficoltà che il dialogo fra le istituzioni incontrerà nei prossimi mesi ed anni. Tutto ha naturalmente inizio con le elezioni del Parlamento europeo. I quasi-festeggiamenti di scampato pericolo per non avere assistito, come s’era temuto, a un’affermazione maggioritaria delle forze nazionaliste sono durati ben poco.

Già l’elezione della von der Leyen con una risicatissima maggioranza (solo nove voti) ha fatto scattare un primo campanello d’allarme sulla tenuta dei partiti pro-europeisti, usciti fortemente ridimensionati dall’ultima tornata elettorale. La controprova si è avuta qualche settimana dopo nel corso di un voto parlamentare sulla risoluzione in favore dell’apertura dei porti alle navi delle Ong, respinta anche se con un margine ristretto di soli due voti. Ciò significa che i sentimenti nazionalisti non sono confinati nell’arco dei movimenti dichiaratamente tali, ma che su alcune questioni, come l’immigrazione, il fronte pro-europeo è facilmente penetrabile. Al contrario, i sovranisti, anche se divisi fra di loro, riescono a trovare una forte coesione allorché si affrontano battaglie anti-europee.

Il conflitto tra Parlamento e Consiglio sui candidati

A complicare ulteriormente il quadro politico futuro è lo scontro aperto fra il Parlamento e il Consiglio. Il rifiuto appena ricordato dei tre candidati di Francia, Ungheria e Romania ne è il primissimo segnale. La ragione, oltre che per le questioni specifiche relative ai tre casi in questione, è da ritrovare nella quasi unanime decisione dei governi dell’Unione di non utilizzare la procedura dei cosiddetti ‘spitzenkandidaten‘ che avrebbe dovuto, come nel caso precedente di Jean-Claude Junker, ‘obbligare’ il Consiglio europeo ad accettare il capolista del partito più votato dagli elettori (Manfred Weber del Ppe).

Fra i contrari a questa procedura, in prima linea è apparso il presidente francese Emmanuel Macron. Facile quindi sospettare che nella bocciatura del suo primo candidato, Sylvie Goulard, abbia pesato anche lo ‘sfregio’ patito dal Parlamento. Teoria magari un po’ estrema, anche perché Manfred Weber era poco apprezzato dalle stesse forze dell’attuale maggioranza parlamentare (Ppe, S&D, Renew Europe).

Tuttavia questo inizio di braccio di ferro fra Parlamento e Consiglio non è una buona notizia, anche perché esso sarà difficilmente sostenibile in futuro, proprio alla luce della frammentazione partitica uscita dalle recenti elezioni e della conseguente difficoltà di mettere assieme solide maggioranze. Si aggiunga poi la minore legittimazione politica della stessa Commissione, che ha visto il nome della propria presidente uscire dal cilindro di un accordo imposto dall’alto, con ‘un’operazione di palazzo’ come si direbbe dalle nostre parti, dettata ancora una volta dalla coppia franco-tedesca.

Le difficoltà di un’Unione frammentata

Il dialogo inter-istituzionale si profila quindi come particolarmente complesso, certamente più difficile di quanto non sia stato negli anni passati. Malgrado gli avvisi di interdizione sulle nomine lanciati dal Parlamento, appare infatti abbastanza evidente da queste prime mosse che l’agenda politica verrà essenzialmente dettata dal Consiglio europeo.

Una Commissione indebolita politicamente e un Parlamento meno coeso avranno vita molto difficile nel costruire un fronte unito e propositivo verso i capi di Stato e di governo. Sembra davvero che le tendenze verso un’Unione sempre più intergovernativa non siano destinate a modificarsi nella prossima legislatura. I primi segnali in questa direzione si avranno a breve con la grande battaglia sul futuro bilancio comunitario.

Il fatto che la precedente Commissione Junker non abbia avuto la forza di chiudere un accordo prima dell’insediamento della nuova lascia una patata bollente nelle mani della von der Leyen. Su questo tema specifico assisteremo infatti al solito balletto delle contrapposizioni fra i governi dell’Ue, largamente basate sulle singole analisi dei costi e benefici nazionali, a scapito di una visione d’assieme.

Il rischio, quindi, è che la nuova Commissione si trovi schiacciata fin dall’inizio dalla volontà del Consiglio, dovendo confrontarsi con un bilancio largamente intergovernativo dove lo spazio per le sue dichiarate ambizioni di politiche comuni finisca per essere ridotto ai minimi termini. Ma un’Unione sempre meno ‘comune’ e sempre più intergovernativa non potrà avere un grande futuro. Sarebbe quindi più che mai necessario un forte contrappeso da parte di una Commissione autorevole, sostenuta con decisione dal Parlamento: ma questo è uno scenario che, alla luce dei primissimi passi della nuova Commissione, è davvero difficile intravvedere. Gianni Bonvicini, AffInt 5

 

 

 

La Terza Rivoluzione industriale è ecologica e popolare

 

L’età della pietra non è finita per mancanza di pietre. E così sta avvenendo anche per l’età dei combustibili fossili. È quanto sostiene Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro “Un Green New Deal globale”, edito da Mondadori. Si tratta di un libro illuminante, straordinario in lucidità, ricchezza di informazioni e progetti. Indicazioni preziose per comprendere il “Green New Deal”, che si prospetta come «l’opportunità economica più promettente della nostra vita». Jeremy Rifkin è un economista, sociologo, attivista e saggista statunitense, nonché presidente della “Foundation on Economic Trends” con sede a Bethesda, nello Stato del Maryland. Autore di numerosi best-seller, è considerato a ragione una delle personalità più influenti nel campo dell’economia e dell’ambiente. Nel suo libro Rifkin spiega chiaramente che siamo giunti al termine della civiltà dei combustibili fossili e che il mondo necessita di un “Green New Deal” che porterà enormi benefici ambientali, economici e sociali. Il libro illustra le spinte convergenti per porre fine alle emissioni inquinanti dell’economia basata sul carbonio. Un’economia de-carbonizzata con un ambiente più sano è la domanda che proviene sia dai governi, dalle istituzioni e dalle imprese, sia dai giovani che manifestano nelle piazze di tutto il mondo. Rifkin spiega che siamo nel mezzo di una Terza Rivoluzione industriale, nata e accelerata dall’utilizzo di Internet, che ha moltiplicato in modo esponenziale la raccolta dati e le diffusione di informazioni. Sta emergendo un nuovo “Internet delle cose” (“Internet of Things” in inglese), dove piattaforme tecnologiche polifunzionali possono massimizzare, integrare e utilizzare i dati per intervenire e rendere più efficienti le attività umane, con enormi benefici dal punto di vista economico, occupazionale, ecologico e sociale. Nel caso specifico della produzione e distribuzione di energia, per esempio, la Seconda Rivoluzione industriale ci ha lasciato infrastrutture antiquate, con grandi impianti che producono energia e la distribuiscono in modo poco flessibile, al punto che, in molte ore del giorno, l’energia prodotta immessa nel sistema viene scarsamente utilizzata. L’immissione sul mercato dell’energia solare, eolica, geotermica sta innescando un cambiamento epocale. Già ora il costo di un megawattora generato da un impianto eolico o solare costa meno dello stesso megawattora prodotto da centrali a gas, a carbone o da reattori nucleari. Nel giro di qualche anno, eolico e solare saranno più economici anche dell’energia prodotta dal petrolio. C’è da aggiungere che, se i costi di eolico e solare incidono sulla costruzione di impianti per la distribuzione, la “materia prima” è invece gratuita, visto che sole e vento non si pagano. Per questo motivo, già adesso, sono milioni i micrositi di produzione di energia solare ed eolica che si stanno aprendo nel mondo. Per raccogliere e gestire il flusso di elettricità proveniente da innumerevoli microcentrali eoliche, solari e geotermiche, c’è bisogno di riconfigurare la rete, che attraverso “l’Internet delle cose” diventerà più efficiente. Infatti l’energia potrà dirigersi dove serve, secondo differenti orari, e potrà raggiungere anche i luoghi più sperduti grazie a un impianto eolico e solare installato nella propria abitazione o nel posto più vicino al luogo di consumo. Consentendo, con ciò, di gestire in modo più intelligente sia la produzione che i flussi energetici. Anche da un punto di vista sociale, l’energia, così prodotta e distribuita, costituirà un vantaggio per i moltissimi che diventeranno produttori all’interno di una rete i cui costi e profitti saranno trasparenti a tutti. A questo proposito, Rifkin ha scritto che «il passaggio dai combustibili fossili all’energia verde significa “power to the people” perché consente a centinaia di milioni di persone di divenire produttori della propria energia ed elettricità. È l’inizio della grande democratizzazione del potere nelle comunità di tutto il mondo…». Antonio Gaspari, direttore orbisphera 3

 

 

 

Europa sociale: le politiche sociali dell’Unione Europea. Le tante sfide

 

L'Europa vanta il miglior sistema di protezione sociale al mondo e si posiziona tra i primi per la qualità della vita e il benessere.

Allo stesso tempo però, si trova ad affrontare gli effetti della crisi, che si fanno ancora sentire in molti stati membri. Inoltre le disparità sociali all’interno dell’Unione persistono nonostante i segnali di ripresa. Il tasso di disoccupazione è in generale diminuzione, anche se differiscono molto da paese a paese.

Anche l’invecchiamento demografico e i profondi cambiamenti del mercato del lavoro costituiscono una sfida per l’UE.

Entro il 2030 i cittadini europei saranno tra le popolazioni più anziane del mondo e le basse percentuali di natalità mettono alla prova la sostenibilità dei sistemi di welfare, mentre il progresso tecnologico, la globalizzazione e la crescita del settore dei servizi hanno portato a una trasformazione del mondo del lavoro, che si riflette nella crescita dell’economia di condivisione e delle sue forme di impiego più flessibili.

 

Le competenze dell'UE in ambito sociale e quelle dei governi nazionali

La dimensione sociale in Europa si è sviluppata progressivamente durante tutto il processo di integrazione europeo con la creazione di leggi, fondi economici e strumenti comunitari per coordinare e monitorare le politiche nazionali. L'Unione Europea ha sempre incoraggiato gli Stati membri a condividere le proprie strategie nei settori quali l'inclusione sociale, la povertà e le pensioni e sostenuto le diverse proposte da parte della Commissione.

Tuttavia le competenze dell'Unione europea in campo sociale sono limitate poiché, per quanto riguarda l’occupazione e le politiche sociali, sono i governi nazionali a giocare un ruolo principale. Questo significa che sono i governi nazionali e non l’Unione a decidere sulle politiche salariali, e quindi su temi quali il salario minimo, gli accordi collettivi, le pensioni e le indennità di disoccupazione.

Alcuni dei principi fondamentali come la parità di retribuzione tra le donne e gli uomini e il diritto dei lavoratori di muoversi liberamente all'interno dell'UE erano già inclusi nei Trattati di Roma del 1957. In seguito, per facilitare lo spostamento dei lavoratori all’interno del territorio europeo, sono state introdotte nuove leggi per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio, garantire il trattamento medico all'estero ed assicurare che i diritti pensionistici già acquisiti in patria non vadano perduti nel nuovo paese di impiego.

Ci sono inoltre regole europee sulle condizioni di lavoro, sull’orario di lavoro o sul part-time, e anche leggi per combattere la discriminazione sul luogo di lavoro e per assicurare la sicurezza e la salute dei lavoratori.

Sin dai primi passi dell’integrazione europea il Parlamento ha chiesto a più riprese una politica più attiva in materie sociali e ha sostenuto le azioni della Commissione in questo senso.

L’UE integra e supporta gli stati membri nel loro sforzo per organizzare l’assistenza sanitaria e migliorare la salute dei cittadini europei attraverso finanziamenti e normative su una vasta sfera di argomenti, quali prodotti e servizi sanitari, sicurezza alimentare, lotta alle malattie, aria pulita o salute sul posto di lavoro.

Nel novembre 2017 il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione hanno presentato il Pilastro europeo dei diritti sociali, che ha lo scopo di promuovere nuovi e più efficaci diritti per i cittadini e di creare un mercato del lavoro e dei sistemi di welfare più equi e ben funzionanti. Il Pilastro si basa su venti principi chiave e comprende diverse iniziative, di natura legale, incentrate principalmente su tre aree: uguali opportunità e accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; protezione sociale adeguata e sostenibile.

Sin dai primordi dell'integrazione europea, il Parlamento europeo ha spesso richiesto una politica più attiva nel campo sociale e ha sostenuto le proposte della Commissione relative a questo tema.

 

I diritti sociali dei cittadini europei che lavorano all'estero

Il coordinamento dei regimi di sicurezza sociale nell'UE permette ai cittadini più “mobili” di mantenere i propri diritti sociali quando si trasferiscono in un altro paese dell’Unione.

Nel 2019 il Parlamento ha approvato la decisione che dispone la creazione di un'Autorità europea del lavoro che garantisca un chiaro ed equo rispetto delle norme europee in tema di mobilità del lavoro e di coordinamento dei regimi di sicurezza sociale.

Nel 2018 il Parlamento ha approvato la nuova legislazione in merito ai lavoratori distaccati per assicurare retribuzioni eque nello stesso posto.

 

Assistenza ai disoccupati e ai giovani

Istitutio nel 1957, il Fondo sociale europeo è lo strumento principale dell’Unione europea per la promozione dell’occupazione e dell’inclusione sociale. Ha aiutato milioni di persone a acquisire nuove competenze e di conseguenza a trovare lavoro. Gli eurodeputati sono ora al lavoro per una versione semplificata del fondo con una specifica attenzione per i bambini e i giovani. Il Fondo sociale europeo plus riunirà diversi programmi e fondi già attivi così da offrire un sostegno meglio indirizzato e integrato.

Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione fornisce un supporto a quei lavoratori che perdono l’impiego a causa di cambiamenti dei modelli di commercio globali. Questo ad esempio avviene quando un’azienda chiude oppure delocalizza la produzione al di fuori dell’Europa. Gli eurodeputati sono al lavoro al momento su nuove regole che rendano il fondo più accessibile e pronto a rispondere alle sfide del futuro per il periodo post-2020. Il FEG potrà così essere utilizzato anche per problemi legati alla digitalizzazione e ai cambiamenti dell'ambiente (come la transizione all’economia a basse emissioni di carbonio).

Si pronuncia EURES, si legge Rete europea di servizi per l’impiego. Si tratta di una rete per la mobilità lavorativa che fornisce informazioni, orientamento e servizi di reclutamento a persone in cerca di impiego e imprese in cerca di personale.

Per combattere la disoccupazione giovanile, nel 2013 gli stati membri hanno approvato il lancio del programma Garanzia per i giovani, un'iniziativa europea che offre a tutti i giovani al di sotto dei 25 anni proposte di lavoro di qualità, formazione, tirocinio, apprendistato entro quattro mesi dalla fine degli studi o dall’inizio del periodo di disoccupazione.

Il Corpo europeo di solidarietà, lanciato ufficialmente alla fine del 2016, ha l’obiettivo di creare opportunità di volontariato o lavoro per giovani in progetti di sostegno alle comunità in tutta Europa.

Le condizioni di lavoro

Nel 2019 il Parlamento europeo ha adottato nuove norme che garantiscono nuovi diritti minimi per le condizioni di lavoro per proteggere tutti i lavoratori europei, inclusi anche i più vulnerabili, come quelli della gig economy (economia dei lavoretti, ossia dei lavoratori impiegati nelle forme di impresa nate con l’epoca digitale) che godono di contratti atipici o prestano servizio per lavori non standardizzati. 

Gli eurodeputati aggiornano costantemente le regole per proteggere le persone nei luoghi di lavoro, per esempio imponendo dei valori limite più severi di esposizione alle sostanze chimiche nocive.

 

Parità di genere

L’UE ha adottato normative, pubblicato raccomandazioni e buone prassi per migliorare la parità di genere  a lavoro, in politica o altri campi. Il Parlamento europeo, con la commissione permanente sui diritti della donna, ha sempre difeso strenuamentela causa, e ogni anno sensibilizza sul tema organizzando diversi eventi per celebrare la Giornata internazionale delle donne.

Il Parlamento europeo ha più volte chiesto alla Commissione europea di proporre nuove misure volte a ridurre il divario di genere nelle retribuzioni e nelle pensioni. Nel 2018 sono state anche introdotte delle proposte che contrastino le molestie sessuali nei luoghi di lavoro.

Il Parlamento chiede anche misure per una migliore conciliazione fra carriera e vita privata. Nel 2019 gli eurodeputati hanno adottato nuove norme per far conciliare lavoro e vita privata e rafforzare i diritti dei genitori e di chi svolge le funzioni di cura nelle famiglie.

 

Con le sue risoluzioni, il Parlamento richiama l’attenzione anche sul bisogno di combattere specifiche forme di violenza contro le donne, come le molestie sessuali o lo stalking online e la necessità di migliorare la coerenza delle politiche per la parità di genere e altre politiche come quelle commerciali, migratorie e di sviluppo.

 

Miglioramento della salute pubblica

L’UE regola l’autorizzazione e la classificazione dei farmaci attraverso la Rete normativa europea del farmaco. Una volta sul mercato, la sicurezza dei prodotti autorizzati continua ad essere monitorata.

La legislazione dell’UE stabilisce dei requisiti minimi di salute e sicurezza per i luoghi di lavoro: disposizioni relative all’uso delle attrezzature, la protezione di lavoratori giovani e donne incinte, e l’esposizione a rumori o sostanze specifiche, come quelle cancerogene e mutagene.

L’UE, inoltre, ha delle norme che garantiscono un alto livello di sicurezze a tutti i livelli del processo di produzione e distribuzione alimentare.

Nel 2018, un nuovo regolamento sui farmaci veterinari è stato adottato per frenare l’uso di antibiotici negli allevamenti e contrastare la diffusione dagli animali agli umani.

I batteri nelle acque di balneazione vengono monitorati dagli stati dell’UE attraverso la direttiva sulle acque di balneazione.

La tessera di assicurazione sanitaria europea assicura ai cittadini residenti in UE l’accesso ai sistemi sanitari pubblici durante un soggiorno temporaneo in tutti gli stati dell’Unione europea.

Un mercato del lavoro inclusivo

Il Parlamento ha proposto un insieme di misure per assicurare una migliore transizione fra l’assenza per malattia e il ritorno al lavoro e per includere nel mercato del lavoro anche i malati cronici e le persone con disabilità.

Nel 2019 gli eurodeputati hanno anche approvato l'Atto europeo sull'accessibilità con cui si intende rendere accessibili per le persone disabili e gli anziani nell'UE prodotti d'uso quotidiano e servizi importanti come gli smartphone, i computer o gli e-book, le biglietterie automatiche e gli sportelli bancomat. PE 1

 

 

 

 

Istituzioni comuni e Stati membri. Ue: Commissione europea, nomine e garanzie democratiche

 

L’Unione europea spesso è criticata perché ritenuta poco democratica. Le motivazioni più ricorrenti riguardano: i ridotti poteri del suo Parlamento; la sostanziale inesistenza di partiti politici a livello europeo; la distanza delle istituzioni dai cittadini e, infine, gli eccessivi poteri assegnati alla Commissione europea, considerata l’esecutivo dell’Unione ma dotata di natura tecnocratica.

Tutte osservazioni in parte condivisibili, tranne una: l’ultima.

Procedure e nomine

La Commissione europea non solo è un organo politico nel pieno senso della parola, ma la procedura attraverso la quale essa è nominata appare molto più convincente in termini di democraticità sostanziale di quelle seguite negli Stati membri per la formazione degli esecutivi nazionali. Una riprova ci viene da quanto sta accadendo in questi giorni con la nascente Commissione, diretta dalla tedesca Ursula von der Leyen.

In breve, la procedura di nomina dell’esecutivo europeo, prevista nell’articolo 17 del Trattato sull’Unione europea (Tue), si sviluppa in tre fasi. La prima, vede l’elezione del presidente designato da parte del Parlamento europeo, che si pronuncia su un candidato sottopostogli dal Consiglio europeo, il quale, tuttavia, è tenuto a proporlo alla luce dei risultati delle elezioni del Parlamento stesso. La seconda, riguarda l’individuazione dei commissari: tale compito spetta al presidente designato in accordo con il Consiglio e sulla base delle segnalazioni avanzate dagli Stati membri. La terza, e ultima fase, prevede una seconda deliberazione degli eurodeputati, chiamati a pronunciarsi sull’intero collegio dei commissari.

A completare il quadro, a partire dalla V legislatura europea (1999-2004), il Parlamento ha previsto nel suo Regolamento il meccanismo delle audizioni pubbliche dei candidati alla carica di Commissario, che da allora sono chiamati a presentare una relazione scritta e a rispondere alle domande formulate dagli europarlamentari prima di essere sottoposti al volto finale dell’Assemblea di Strasburgo.

Impegni e requisiti: strumenti di monitoraggio

Oggi le audizioni di candidati Commissari sono disciplinate nell’Allegato VII del Regolamento del Parlamento europeo, intitolato “Approvazione della Commissione e monitoraggio degli impegni assunti durante le audizioni”. Nell’Allegato è contemplata una procedura molto articolata volta a verificare il possesso dei requisiti previsti per ricoprire la carica di commissario. I candidati non devono trovarsi coinvolti in conflitti di interessi finanziari, devono possedere competenze generali relative al portafoglio assegnato, impegno europeo e indipendenza personale.

A vagliare la sussistenza di tali requisiti sono chiamate le Commissioni permanenti del Parlamento: la Commissione affari giuridici verifica l’esistenza di eventuali conflitti di interessi di ogni candidato; quindi, in base ai portafogli, le altre Commissioni permanenti sottopongono i futuri commissari ad una verifica scritta e orale sui rimanenti requisiti, valutando anche la visione generale sulla gestione dei portafogli e sulla cooperazione con il Parlamento.

Al termine delle audizioni, che sono pubbliche e disponibili su internet, le relazioni redatte vengono sottoposte alla Conferenza dei presidenti di commissione e alla Conferenza dei presidenti, organi collegiali di vertice del Parlamento. Sta a loro decidere se procedere con ulteriori audizioni o sottoporre l’intero collegio al voto dell’Assemblea parlamentare. Gli impegni assunti e le priorità enunciate durante le audizioni sono oggetto di esame da parte di ciascuna Commissione competente non solo nell’ambito della procedura di nomina, ma vengono tenute in considerazione per tutto il corso del mandato di ciascun commissario.

Si tratta di un meccanismo complesso, ma ben funzionante, che consente al Parlamento di esercitare un controllo effettivo sulla competenza e sugli orientamenti dei singoli componenti della Commissione; controllo che viene attuato sia prima che durante lo svolgimento delle funzioni dell’esecutivo europeo.

Che si tratti di uno strumento efficace, ce ne stiamo rendendo conto in questi giorni. I parlamentari europei, infatti, non hanno avuto timore di bocciare il candidato ungherese László Trócsányi e la rumena Rovana Plumb per conflitto di interessi e, addirittura, Sylvie Goulard – la favorita del presidente francese Emmanuel Macron – costretta a ritirarsi per sospetta non indipendenza e per eccesso di potere.

Le assemblee legislative negli esecutivi nazionali

Cosa accade invece con i governi degli Stati membri? In particolare, che ruolo esercitano le assemblee legislative nel vagliare e valutare la correttezza, l’affidabilità, la competenza e l’impegno dei componenti dei rispetti esecutivi nazionali?

Limitandoci al caso italiano (anche se sul piano sostanziale il quadro non muta molto, guardando agli altri Paesi della Ue), la marginalità del Parlamento nel processo di formazione del governo appare evidente. L’art. 92 della Costituzione si limita a prevedere che “il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”. La prassi costituzionale e i regolamenti parlamentari aggiungono poco o niente. Tanto che, addirittura, una volta prestato giuramento di fronte al presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e i ministri assumono le loro funzioni senza bisogno di ottenere la fiducia delle Camere, essenziale per la prosecuzione in vita del governo, ma non per la sua immediata costituzione.

In Germania e in Spagna il meccanismo è molto simile a quello italiano, mentre in Francia, dopo l’investitura presidenziale, non c’è neppure bisogno della fiducia parlamentare.

E’ chiaro, quindi, che negli ordinamenti nazionali, i Parlamenti, formati da rappresentati eletti direttamente dai cittadini, svolgono un mero ruolo di conferma politica di quanto deciso, in totale riserbo, dai capi partito. Preclusa ogni possibile valutazione ex-ante, l’azione parlamentare si esaurisce in un prendere o lasciare, che non consente di entrare nel merito dei requisiti e delle competenze personali dei candidati, né permette di valutare i programmi e le visioni sulle politiche che sono a loro affidate. Fabio Raspadori, Aff Int 31

 

 

 

 

L’ultimo giorno di Draghi

 

Francoforte - “Sono davvero molto lieto di essere anche io qui oggi per ringraziare il Presidente Mario Draghi per il suo straordinario impegno al servizio dell’Europa e per formulare alla Presidente entrante, Christine Lagarde, i migliori auguri ed esprimerle grande fiducia per l’incarico che si appresta a svolgere”. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che oggi è volato a Francoforte per partecipare alla cerimonia di commiato del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che, dopo 8 anni, lascia la guida della Bce. A succedergli, come noto, la francese Christine Lagarde.

Presenti a Francoforte anche la cancelliera tedesca Merkel, il presidente francese Macron e la presidente della Commissione Ue von der Leynen. Presente anche il Ministro dell’economia italiano Gualtieri.

“La cerimonia di oggi rappresenta anche un’occasione di riflessione: sono, infatti, trascorsi ormai venti anni dalla nascita della Banca Centrale Europea e il bilancio che ne possiamo trarre è sicuramente positivo”, ha osservato Mattarella, prima di ricordare che Draghi ha raccolto il testimone da Jean-Claude Trichet “in un momento di grande cambiamento, dopo i primi dieci anni di Unione monetaria caratterizzati da condizioni economiche relativamente stabili con una crescita moderata e costante che la Banca ha favorito e accompagnato. Un primo decennio nel quale l’Istituzione è riuscita a costruire la sua credibilità intorno all’obiettivo di contenimento dell’inflazione assicurando – coerentemente con l’obiettivo prefissato – che essa si mantenesse intorno al 2%”.

“Nel 2011 tuttavia, l’impatto della crisi finanziaria imponeva all’Unione, e alla Banca in primo luogo, un “cambio di passo”. La sfida, infatti, - ha ricordato ancora il Presidente – era presto divenuta esistenziale: sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso Eurosistema. Una possibilità e un rischio che oggi possiamo considerare sconfitti. Alla crisi dei debiti sovrani, con i suoi effetti su banche e imprese – e, più di recente, al livello eccessivamente basso dell’inflazione - la Banca ha, infatti, saputo rispondere con strumenti talvolta innovativi; che sono stati più volte ampiamente dibattuti”.

“Rifiutando di configurarsi come un’entità rigidamente limitata da meccanismi predefiniti, quali che siano le situazioni che si presentano, ma dimostrando, rispetto ad esse, intelligenza e capacità di reazione, senza subirne passivamente le conseguenze. Sempre mantenendosi, rigorosamente, nell’ambito del mandato assegnatole”, ha riconosciuto il Capo dello Stato. “Mai è venuta meno la consapevolezza dei limiti della politica monetaria e, allo stesso tempo, l’invito pressante ad agire attraverso “altre” leve come la politica fiscale e le riforme strutturali. Perché - come il Presidente della Banca ha sovente sottolineato - non è possibile porre sulla politica monetaria un fardello eccessivo. Usciti dalla fase più buia occorreva che l’Unione “mettesse in sicurezza” l’economia europea e, soprattutto, ne accompagnasse il definitivo recupero, sul piano della crescita e del sostegno all’occupazione”.

Le risposte, ha sottolineato Mattarella, “sono state importanti e molteplici, prendendo atto della necessità di iniziative da parte di tutte le Istituzioni dell’Unione. L’architettura complessiva della moneta unica si è irrobustita, si sono opportunamente rafforzate le regole comuni relative ai bilanci pubblici, si è creato il Meccanismo di Stabilità, si è posto mano al sistema bancario, con la sorveglianza unica, impostando, al contempo, sia il Meccanismo di Risoluzione delle crisi bancarie sia una salvaguardia al livello europeo dei depositi sebbene resti ancora da completare un loro sistema comune di assicurazione”.

Mario Draghi, ha aggiunto il Presidente, “in questi otto anni è stato autorevolmente al servizio di un’Europa più solida e inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione. Con coraggio. Un coraggio razionale, perché sempre sostenuto dall’analisi e dagli approfondimenti che venivano dall’Istituzione stessa, dal Consiglio nella sua collegialità; in un contesto che è, per sua natura, caratterizzato da incertezza nelle reazioni dei singoli e dei mercati. Coraggio associato alla capacità di ascoltare il dissenso, le voci critiche ma anche di valorizzare il contributo di chi sa sfidare visioni consolidate”.

“Oggi possiamo dire che il sistema economico europeo è più solido. L’occupazione è cresciuta ed è mediamente più alta che nel 1999. Il sistema bancario è più compatto. L’integrazione tra le economie, e quindi la convergenza tra gli Stati Membri, è elevata, ma soprattutto - e questo rappresenta uno dei più grandi risultati di questi anni - il sostegno popolare all’Euro è tornato a essere particolarmente alto. L’incontro di oggi – ha osservato Mattarella – è anche un’occasione per riflettere sullo stato di questo grande cantiere che è l’Europa, e in particolare su ciò che ancora rimane da fare, in particolare per rafforzare l’eurozona. Non possiamo dimenticare che la competizione con le grandi aree economiche del mondo è divenuta fortissima, che la dimensione è – ancor più che in passato – elemento imprescindibile per poter influenzare il corso degli avvenimenti a tutela della nostra società e dei nostri cittadini. Completare il “cantiere europeo” diviene – nell’attuale contesto – necessità esistenziale se l’Unione intende concretamente divenire “attore globale””.

Il presidente ha quindi ricordato che “il 22 febbraio scorso l’Università di Bologna, ha conferito a Mario Draghi la laurea honoris causa. Vorrei ripetere alcune delle parole della sua lectio magistralis:” Nel mondo di oggi le interconnessioni (tecnologiche, finanziarie, commerciali) sono così potenti che solo gli Stati più grandi riescono ad essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente”. E aggiungeva: “l’Unione Europea è la costruzione istituzionale che in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente”. Vorrei far mie queste affermazioni perché nell’Unione risiede la tutela della sovranità dei paesi europei. La quantità e la qualità dei passaggi e degli interventi necessari per far fronte alla nuova condizione internazionale ha bisogno di un ulteriore e responsabile “cambio di passo”, al quale non può essere estraneo il Parlamento Europeo, espressione dei popoli europei”.

“Dobbiamo, tutti, avere coraggio”, ha ribadito con forza il Presidente. “Non credo sia stato facile per il Presidente Draghi, nel pieno della crisi, affermare: “whatever it takes”. Tutto ciò che è necessario, finché è necessario, per il bene dell’Europa e delle generazioni future. È quel che dobbiamo tutti assolutamente fare. Professor Draghi, caro Mario, - ha concluso - come cittadino europeo desidero dirle grazie”. (aise/dip 28) 

 

 

 

 

Mattarella: “Mario Draghi è stato autorevolmente al servizio di un’Europa più solida e inclusiva”

 

Francoforte – “Caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rivolto a Mario Draghi intervenendo oggi a Francoforte  alla  cerimonia di fine mandato del presidente della Bce, che passa il testimone a Christine Lagarde,

“Mario Draghi, in questi otto anni, è stato autorevolmente  - ha rimarcato Mattarella - al servizio di un’Europa più solida e inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione. Con coraggio. Un coraggio razionale, perché sempre sostenuto dall’analisi e dagli approfondimenti che venivano dall’Istituzione stessa, dal Consiglio nella sua collegialità; in un contesto che è, per sua natura, caratterizzato da incertezza nelle reazioni dei singoli e dei mercati. Coraggio associato alla capacità di ascoltare il dissenso, le voci critiche ma anche di valorizzare il contributo di chi sa sfidare visioni consolidate”.

“Oggi – ha detto Mattarella -  possiamo dire che il sistema economico europeo è più solido. L’occupazione è cresciuta ed è mediamente più alta che nel 1999. Il sistema bancario è più compatto. L’integrazione tra le economie, e quindi la convergenza tra gli Stati Membri, è elevata, ma soprattutto - e questo rappresenta uno dei più grandi risultati di questi anni - il sostegno popolare all’Euro è tornato a essere particolarmente alto”.

“L’incontro di oggi – ha aggiunto il capo dello Stato - è anche un’occasione per riflettere sullo stato di questo grande cantiere che è l’Europa, e in particolare su ciò che ancora rimane da fare, in particolare per rafforzare l’eurozona”. “Non possiamo dimenticare – ha detto - che la competizione con le grandi aree economiche del mondo è divenuta fortissima, che la dimensione è , ancor più che in passato,– elemento imprescindibile per poter influenzare il corso degli avvenimenti a tutela della nostra società e dei nostri cittadini. Completare il ‘cantiere europeo’ diviene , nell’attuale contesto, necessità esistenziale  se l’Unione intende concretamente divenire ‘attore globale’”.

“Nell’Unione risiede la tutela della sovranità dei paesi europei” ,ha rimarcato Mattarella avvertendo che “la quantità e la qualità dei passaggi e degli interventi necessari per far fronte alla nuova condizione internazionale ha bisogno di un ulteriore e responsabile ‘cambio di passo’, al quale non può essere estraneo il Parlamento Europeo, espressione dei popoli europei”. (Inform/dip 28)

 

 

 

Vincolo di mandato

 

In Italia il caos politico è anche favorito per la “nascita” di movimenti politici che nascono con grande rapidità. Deputati e Senatori lasciano il Partito nel quale sono stati eletti dal cittadino e migrano in altre formazioni, “vecchie” o “nuove”; magari con programmi e finalità differenti da quelle manifestate durante la loro campagna elettorale.

Così, uomini di “sinistra”, migrano al “centro” e uomini di “centro” trasmigrano in nuovi partiti meno sinistrorsi o viceversa.

 

Sembra un’incongruenza; ma tutto è in perfetta regola. Lo prevede l’art. 67 della nostra Carta Costituzionale. Esso stabilisce che gli eletti all’esercizio del potere legislativo possano svolgere il loro mandato senza obbligo alcuno nei confronti dei partiti d’originaria appartenenza, dei programmi elettorali e nei confronti dei loro elettori. Insomma, i nostri Parlamentari, anche quando saranno ridimensionati nel numero, continueranno a non avere alcun vincolo socio/politico nei confronti di nessuno.

 

Già per il passato, avevamo segnalato il “controsenso” che, ora, s’è fatto ancor più articolato. Avevamo suggerito, pur se inascoltati, di procedere alla modifica dell'art. 67 della nostra Costituzione. Magari tramite un Referendum correlato alla riduzione del numero dei Parlamentari. In breve: chi intende cambiare partito dovrebbe dare le dimissioni da Parlamentare e proporre, se del caso, la sua candidatura nel nuovo partito di militanza. Un dovere che riteniamo primario anche nei confronti dell’Elettorato che, ora, ritrova suoi eletti in un partito magari “lontano” da quello per il quale erano stati votati. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Aperta la sessione pubblica della 28esima Convention mondiale delle CCIE, Camere di Commercio Italiane all’Estero

 

180 delegati provenienti da 55 Paesi del mondo. Oltre 130 imprese iscritte per realizzare quasi 500 incontri d’affari. Export italiano previsto in crescita: si sfioreranno i 500 miliardi di euro già nel 2020 e si supereranno i 540 miliardi nel 2022. Forte la sinergia tra il sistema camerale in Italia e all’estero: oltre 70 mila le aziende che si sono avvalse dei servizi delle CCIE solo nel 2018

 

TREVISO - Assocamerestero - l’Associazione di cui fanno parte le 78 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) e Unioncamere - dà il via oggi 28 ottobre alla sessione pubblica della XXVIII Convention mondiale delle CCIE dal titolo "Collaborazioni di business e network globali nuova frontiera di opportunità per l'internazionalizzazione di imprese e territori".

Al centro del dibattito le opportunità offerte dall’internazionalizzazione di impresa delle PMI italiane, il potenziamento dei servizi del sistema camerale italiano all’estero nonché gli scenari aperti dalle nuove rotte dell’export e dall’evoluzione delle catene globali del valore.

L’iniziativa è organizzata con il Nuovo Centro Estero Veneto e con le Camere di Commercio di Treviso-Belluno, di Venezia Rovigo e di Padova che hanno permesso - per la prima volta quest’anno - di realizzare un evento itinerante su tre città (Treviso, Venezia e Padova) con il coinvolgimento diretto di 180 delegati esteri e di oltre 130 imprese ed esponenti delle Istituzioni e del mondo economico, locali e nazionali.

Le CCIE si confermano anche nel 2018 come una rete in grado di facilitare le partnership  transnazionali, step fondamentale per realizzare business all’estero. Oltre 70 mila le aziende che si sono avvalse dei servizi delle CCIE, di cui il 95% ha dai 3 ai 49 addetti, mentre il 45% di queste sono aziende del settore terziario.

Al primo posto tra i servizi maggiormente richiesti alle CCIE quelli di business scouting per il posizionamento sul mercato estero (pari al 41% delle prestazioni fornite), seguiti dalle attività di networking (19%) e dall’organizzazione di missioni di buyer esteri in Italia (16%). L’attività svolta in questi anni ha determinato un impatto positivo in termini di riconoscibilità e notorietà del lavoro svolto dalle CCIE a supporto del business italiano all’estero.

Importante il coordinamento con il sistema camerale italiano: per Unioncamere sono circa 50 mila le imprese potenziali od occasionali esportatrici, con un fatturato medio intorno ai 3 milioni, che potrebbero diventare esportatrici abituali. Questa potenzialità, se colta, può valere per il Paese circa 30 miliardi in più di export.

Positive le prospettive del settore: nonostante le incertezze e il clima generalizzato di tensione geopolitica, nei prossimi anni l’export italiano sembra destinato ad avanzare (+3,4 % nel 2019 e +4,3 % nel 2020-2022) sfiorando i 500 miliardi di euro già nel 2020 e superando i 540 miliardi nel 2022. 

Nel quadriennio 2019 – 2022 le migliori performance di crescita si registreranno in Asia, con tassi superiori al 7% in media per Vietnam, Cina e India. Altrettanto positive sono le prospettive per il Qatar, che cresce con una media del 6,4%, e per il Sudafrica (+4,7%) in primo luogo per i settori della gomma e plastica e della metallurgia. Proseguiranno nello stesso periodo a ritmi sostenuti anche le già ben note destinazioni del Made in Italy – Stati Uniti, Russia, Repubblica Ceca, Messico e Brasile – che da sole origineranno quasi 14 miliardi di maggiore export. Tra i Paesi UE che presenteranno maggiori tassi di crescita si evidenziano infine Spagna e Portogallo.

La Convention è anche il momento in cui si conferma la forte sinergia tra Camere italiane all’estero e sistema camerale italiano per proporre alle imprese servizi innovativi come ad esempio il progetto “Italian Hub”, un incubatore che sarà realizzato negli USA con focus agroalimentare e che vedrà la collaborazione con la Italy-America Chamber of Commerce.

 “L’autostrada che collega le imprese con l’estero ha due caselli: uno in Italia, le Camere di commercio; l’altro nel mondo, la rete delle Camere italiane all’estero”. E’ quanto ha sottolineato il Presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, che ha aggiunto “insieme lavoriamo per la crescita delle imprese attraverso reti di servizi, di tecnologie e di uomini. È questa la missione del sistema camerale”.

“Vista la specificità del sistema italiano, nel modello delle piccole e medie imprese, le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono l’unico strumento, assieme al sistema camerale italiano,  per accompagnarle nei nuovi mercati e per rafforzare la loro rappresentanza all’estero” ha dichiarato Mario Pozza, Presidente di Unioncamere Veneto e della Camera di Commercio di Treviso-Belluno. “È una scommessa che dobbiamo vincere essendo il made in Italy il più copiato al mondo e quindi con una potenzialità di crescita che non ha limiti. Per quanto riguarda l’Italian sounding le Camere di Commercio all’Estero sono un’importante struttura capace d’arginare il fenomeno”.

“Le CCIE sono una rete unica nel sistema di promozione e, grazie al loro radicamento sui territori, riescono non solo a cogliere le opportunità che il mercato pone quotidianamente, ma anche a “guardare oltre” anticipando trend, criticità e occasioni di business, dando cosi alle imprese, soprattutto piccole e medie, il tempo per preparare la loro “discesa in campo” e fornendo loro naturalmente il giusto kit di strumenti d’attacco. Questa Convention infine testimonia la fortissima collaborazione con il sistema camerale italiano e la scelta di fare tappa in Veneto è anche frutto della sempre più articolata presenza delle imprese di questo territorio all’estero”, ha spiegato Gian Domenico Auricchio, Presidente di Assocamerestero.

L’attenzione al business si concretizzerà anche nella sessione pomeridiana che vedrà la partecipazione di oltre 130 aziende in incontri B2B per un totale di circa 500 appuntamenti in programma.

La giornata conclusiva della XXVIII Convention mondiale si svolgerà domani e sarà suddivisa in una mattinata a Venezia incentrata sulle nuove azioni di finanziamento della Regione Veneto per la promozione turistica, cui farà seguito nel pomeriggio un incontro a Padova presso la sede di InfoCamere – la società delle Camere di Commercio italiane per l’innovazione digitale – dedicato ai principali incubatori veneti di start up innovative. (Inform 28)

 

 

 

 

Seminario UNAIE: “Europa di domani: 5 scenari per il nostro futuro”.

 

VERONA - Si è svolto quest’anno a Riva del Garda, con l’organizzazione della Trentini nel Mondo, il seminario EZA – UNAIE che ha avuto per oggetto “Europa di domani: 5 scenari per il nostro futuro”. Al convegno hanno partecipato i rappresentanti delle principali associazioni regionali di emigrati italiani nel mondo aderenti ad UNAIE nonché studiosi e ricercatori sui temi del lavoro, associazioni di categoria, sindacati e patronati provenienti da diversi paesi europei. Le molte interessanti relazioni sono state vivacizzate di uno stimolante e partecipato dibattito che ha fornito ulteriori spunti di approfondimento e riflessione.

Così come tradizione, nell’occasione del Convegno si sono anche svolti i lavori del Consiglio direttivo e dell’Assemblea di UNAIE, ambedue aperti dalla Presidente Ilaria Del Bianco con un ricordo di Patrizio de Martin, già tesoriere dell’Associazione e direttore “storico” dei Bellunesi nel mondo.

Alla presenza di una ventina di rappresentanti delle Associazioni nazionali dell’emigrazione (dalla Sicilia al FVG all’area lombardo - piemontese) si è ampiamente discusso sia delle questioni inerenti l’ambito economico-amministrativo (con l’approvazione del bilancio e la discussione in merito all’’adeguamento al Nuovo Codice del Terzo Settore) sia delle linee di indirizzo dell’attività per l’anno 2020 che si rafforza grazie anche all’ampliamento della base stessa delle associazioni attive in seno ad UNAIE.

Sarà riproposto, declinato in modo specifico nei vari territori, un bando di concorso nelle scuole medie superiori sul tema dell’emigrazione, come già svolto lo scorso anno, e proseguirà l’impegno nello sviluppo di attività ed iniziative legate al Turismo delle Radici, che quest’anno ha visto Bellunesi, Trentini, Giuliani, Friulani e Lucchesi nel Mondo insieme a Montreal in occasione dell’iniziativa, svoltasi alla Casa d’Italia, che ha avuto il sostegno dello stesso MAECI, ed in particolare della Direzione per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie. Inoltre sarà avviato un rapporto di collaborazione con Rai Italia, per offrire alle associazioni aderenti ed al lavoro da loro svolto una maggiore visibilità.

Ampio spazio è stato poi dedicato alla discussione dei rapporti legati alla rappresentanza degli Italiani nel Mondo (Comites, CGIE e riduzione del numero dei Parlamentari eletti all’estero) nonché a riflessioni in merito al FAIM, cui UNAIE aderì all’atto della sua costituzione, unitamente a molte associazioni di emigrazione a livello nazionale.

Un dibattito a 360 gradi, quindi, con interventi dei presidenti e dirigenti dei vari sodalizi (Dario Locchi, Ilaria Del Bianco, Aldo Degaudenz, Luigi Papais, Nicola Stivala, Lia Di Menco, Sebastiano D’Angelo, Maria Antonia Triulzi, Alberto Bidin, Paolo De Gavardo, Fabio Ziberna, Stefano Veronese, Alberto Tafner, Patrizia Burigo), che si è poi aperto ad una disanima approfondita su progetti ed iniziative delle nostre realtà attive all’estero dal Sud Africa, al Brasile, Argentina, Australia, Canada, USA nonché quelle europee di Francia, Germania e Belgio: in particolare, è stato affrontato il tema dei nuovi flussi migratori italiani e del necessario adeguamento del mondo dell’associazionismo di emigrazione nel prospettiva del coinvolgimento sia delle nuove generazioni di oriundi italiani all’estero, sia dei “nuovi emigrati”. (aise/dip 28) 

 

 

 

La promozione della scrittura della migrazione

 

ROMA  - Bologna, Roma e Palermo. Sono queste le città che tra novembre e dicembre ospiteranno tre convegni dedicati alla promozione delle “scritture migranti”, per rafforzare il riconoscimento degli autori e delle autrici con background migratorio nel mondo della cultura, dell’informazione e della comunicazione, dal titolo “Words4link – scritture migranti per l’integrazione”.

Partirà da Bologna il prossimo 8 novembre la serie di incontri organizzati dalla cooperativa Lai-momo, dal Centro Studi e Ricerche IDOS e dall’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), con l’adesione della Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e delle associazioni Eks&Tra, Razzismo Brutta Storia e Le Réseau.

Il progetto è finalizzato all’individuazione delle strategie più adeguate nella promozione del ruolo degli autori e delle autrici di origine migrante in Italia: tre convegni in cui gli stessi protagonisti del panorama letterario e giornalistico transnazionale in Italia si confronteranno sul ruolo delle cosiddette “scritture migranti” e su come intervenire per promuoverne la conoscenza e, quindi, valorizzarne il potenziale critico e conoscitivo. Gli incontri, basati su un approccio partecipativo, rappresentano un momento di confronto e di scambio di buone pratiche e si terranno in tre importanti città e poli culturali del Paese.

La prima tappa, il prossimo 8 novembre a Bologna, si svolgerà presso la Sala Conferenze della biblioteca Salaborsa, alle ore 16.00. E il focus centrale sarà dedicato a “Le scritture migranti e la rappresentazione dell’altro nell’immaginario collettivo”, cui parteciperanno tre importanti rappresentanti del panorama letterario interculturale italiano: Christiana de Caldas Brito, Livia Claudia Bazu e Gassid Mohamed.

A seguire, il convegno di Roma, in programma il prossimo 19 novembre presso la Sala Stampa Estera, alle ore 10.30, si focalizzerà invece sul mondo del giornalismo e della comunicazione, interrogando i presenti su “Il ruolo (reale e potenziale) dei giornalisti con background migratorio nel dibattito pubblico italiano”. L’incontro vedrà la partecipazione di tre voci di rilievo, tutti giornalisti: Ejaz Ahmad (Azad), Paula Boudet Vivanco (Associazione Nazionale Stampa Interculturale) e Brahim Maarad (AGI).

Infine, l’incontro di Palermo, fissato al 10 dicembre presso i Cantieri Culturali alla Zisa, alle ore 10.00, sarà dedicato a “L'interazione tra l'Italia mediterranea e la produzione letteraria degli scrittori di origine straniera”, un tema affrontato e discusso a partire dalla partecipazione di Paola Caridi, scrittrice e divulgatrice per le multiculturalità, e Karim Hannachi dell’Università Kore di Enna, coordinati da FaridAdly, giornalista e partner di progetto. Tutti sono invitati a partecipare, a partire dagli operatori culturali e sociali, i rappresentanti del mondo della comunicazione, gli attori e i rappresentanti istituzionali. Durante gli incontri sarà distribuita a tutti i partecipanti una scheda per segnalare iniziative ed esperienze finalizzate alla promozione degli/lle autori/rici di origine migrante e delle loro opere. (aise/dip 28) 

 

 

 

 

Conte scrive alle CCIE, a sostegno delle imprese italiane nel mondo

 

ROMA - “Sono particolarmente lieto di avere l’occasione di salutarvi per essere convenuti in questa vostra Convention manifestando a tutti voi il più vivo apprezzamento per la vostra operosa presenza nel mondo, come rete capace di aggregare le comunità di affari per contribuire a sostenere l’Italia nelle delicate prove che ci attendono in uno scenario mondiale sempre più complesso”. Inizia così il messaggio che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inviato ai delegati delle Camere di Commercio italiane all'estero, riunite nella 28esima convention, che quest’anno è ospitata in Veneto.

“Il nostro governo – scrive Conte – persegue un progetto riformatore, che mira a far rinascere il Paese nel segno dello sviluppo, dell’innovazione, dell’equità sociale e che dovrà affrontare molte sfide, capaci di indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile, pur in un quadro macroeconomico internazionale caratterizzato da profonda incertezza. Dobbiamo creare le premesse e le condizioni affinché le imprese che vogliano crescere e competere più a largo raggio, possano farlo consolidando la propria posizione anche nei mercati globali. Significa favorirne l’internazionalizzazione in senso ampio e, quindi, incentivare anche il nostro export”.

“Su questo fronte – assicura il Presidente del Consiglio – il Governo attuerà una strategia di integrale rafforzamento di tutti gli strumenti che consentono alle nostre aziende di navigare meglio nella competizione globale. Promuoveremo ancor più intensamente il nostro made in Italy universalmente apprezzato; coinvolgeremo le nostre ambasciate e quindi tutto il Sistema Italia rappresentato anche dalla importante rete delle camere italiane presenti all’estero che ne sono consapevole, possono dare un loro contributo specifico ed apprezzato in questa articolata strategia; porremo le basi per potenziare tutte le connesse attività di sostegno alle nostre imprese esportatrici e i loro prodotti, che rappresentano anche lo stile di vita italiano apprezzato dai consumatori di tutto il mondo”.

“Voi Camere italiane all’estero, grazie alla vostra base imprenditoriale, - sottolinea il Premier – siete una rete importante diffusa in modo capillare in 55 Paesi, non solo per far crescere la nostra presenza nel mondo, ma anche per diffondere un’immagine non convenzionale di un’Italia che produce, innova, ha una leadership in tanti settori non solo dell’industria, ma dei servizi, del turismo, della cultura, dell’agroalimentare e dell’enogastronomia. Ho avuto modo di conoscere la vostra attività e personalmente credo che dovremmo dedicare maggiore attenzione al vostro contributo – nell’ambito del ridisegno delle competenze in materia di internazionalizzazione – ponendo una maggiore enfasi del Governo sulla vostra azione, perché siete un network prezioso e unico, vicino alle imprese in Italia e nel mondo, che spesso altri paesi nostri competitor ci invidiano e sul quale – conclude – intendiamo puntare in questa fase di rilancio dello sviluppo”. (aise 28) 

 

 

 

 

Ospite a “L’Italia con Voi” il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

 

Si è parlato delle nuove tecnologie digitali adottate dalla Farnesina per migliorare i servizi consolari in favore dei connazionali all’estero

 

ROMA – Il Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, è stato intervistato nella puntata di oggi del programma “L’Italia con Voi”: tema centrale dell’intervista è stato l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali adottate dalla Farnesina per migliorare i servizi consolari per i connazionali all’estero. “Sono servizi che vanno a toccare la vita quotidiana di un bacino ampio arrivato alla soglia dei 6 milioni di individui: se gli italiani all’estero fossero una regione a sé, questa sarebbe la seconda regione italiana dopo la Lombardia, seguita da Lazio e Campania. Gli italiani all’estero sono sempre di più anche in virtù della nuova mobilità e delle nuove ondate migratorie: ogni anno partono almeno 120 mila connazionali dal nostro Paese per cercare migliori opportunità all’estero. E’ una comunità in continua crescita e alla quale dobbiamo dare le giuste risposte”, ha esordito Vignali sottolineando come si tratti comunque di cifre parziali poiché riconducibili agli schedari consolari e alle iscrizioni all’Aire, senza contare i milioni di italo-discendenti.

“I connazionali all’estero chiedono alla Farnesina, alle Ambasciate e alla rete consolare sostanzialmente dei servizi, rapidi ed efficienti. Proprio sui servizi vogliamo puntare, rendendoli sempre più semplici e digitalizzandoli così da accedervi addirittura dal proprio smartphone. Per questa ragione – ha proseguito Vignali - abbiamo creato il portale consolare Fast-It che serve appunto per iscriversi all’Aire: funziona molto bene e già 317 mila italiani si sono iscritti tramite questo strumento. Abbiamo inoltre introdotto la captazione a distanza dei dati biometrici per il passaporto: questo è stato molto utile soprattutto nelle grandi circoscrizioni consolari, come le Americhe o l’Australia, e abbiamo già rilasciato 18 mila passaporti attraverso tale meccanismo. Inoltre, per la prima volta all’estero, stiamo rilasciando la carta d’identità elettronica: abbiamo iniziato a Vienna, Atene e Nizza con una fase sperimentale che contiamo di estendere a breve anche ad altri Paesi. Infine ricordo la recente applicazione chiamata Mappamondo”, ha aggiunto il Direttore Generale spiegando in cosa consiste questa nuova applicazione dotata anche di un geolocalizzatore, che consente di individuare il consolato più vicino.

“Si tratta – ha spiegato Vignali - di un’applicazione fondamentalmente informativa con tre aree: la prima è  ‘Viaggiare’, volta a fornire informazioni ad esempio su come ottenere un passaporto; quindi c’è l’area più utilizzata che è ‘Vivere’ che serve  a dare informazioni sulle modalità dei servizi dei consolati. La terza area è ‘Studiare’, pensata soprattutto per chi vuole ottenere una borsa di studio o per sapere quale opportunità ci sono all’estero da studenti. L’applicazione è collegata a Fast It dove, oltre all’iscrizione all’Aire e il cambio di circoscrizione, puntiamo ad inserire anche le richieste per il passaporto”, ha proseguito Vignali ricordando come già 10 mila utenti abbiamo scaricato Mappamondo mentre a breve sarà lanciata una campagna informativa per promuovere ulteriormente questo strumento. “Il digitale – ha concluso il Direttore Generale - è la nuova modalità di dialogo con gli italiani in patria e all’estero, in questo ambito  ricordiamo loro anche quali i doveri che hanno,  ad esempio che si devono iscrivere all’Aire, ma gli offriamo anche dei servizi. Anche attraverso la APP Mappamondo si può dialogare e intercettare soprattutto queste fasce di nuova mobilità all’estero e comprendere come porsi al servizio dei nostri connazionali all’estero”. (Simone Sperduto/Inform 29) 

 

 

 

 

Scuole italiane all’estero: manca un docente su tre

 

ROMA - “Su 764 unità di contingente estero, al momento sono assenti oltre 170 docenti, uno su tre aspetta la nomina. Dopo due mesi, due Ministeri, Miur e Maeci, non sono stati in grado di mandare nessun docente. È ormai chiaro a tutti il totale fallimento delle procedure concorsuali avviate dal MIUR relative alla selezione del personale dirigente scolastico, docente e Ata di ruolo da destinare alle scuole italiane all’estero. Una modifica che ha trasformato l’istituto dell’insegnamento all’estero in un vero “reclutamento” introdotto, impropriamente, dalla Legge 107”. È quanto dichiara il segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi, richiamando la necessità dello “sblocco immediato dei decreti di nomina” del personale mancante.

“Alla mistica dei concorsi che dovrebbero garantire equità e merito, si sono aggiunti gli effetti negativi del “sinergico coordinamento” tra MIUR e MAECI che hanno prodotto un “mostro” di cavilli procedurali e burocratici con il risultato che a due mesi dall’inizio delle lezioni le scuole all’estero sono ancora prive del personale e rischiano la chiusura”, denuncia Turi, precisando che “sul contingente di docenti all’estero di 674 unità, una su tre aspetta la nomina per andare ad insegnare nelle scuole italiane all’estero”.

Dunque, secondo il sindacalista, “per la prima volta dall’istituzione delle scuole italiane all’estero rischia la chiusura di scuole che rappresentano l’immagine migliore dell’Italia all’estero. C’è voluta una riforma che, sostituendo la contrattazione alla legge, mette in discussione l’esistenza stessa di queste scuole. Si deve tornare all’applicazione delle norme contrattuali che disciplinano la mobilità professionale del personale della scuola all’estero. L’Invalsi, intanto, per questi istituti parla di valutazione, di un disegno riformatore da applicare. Ecco la facciamo noi la valutazione: una bella bocciatura per come stanno portando allo sfascio le nostre scuole all’estero”.

Per Turi è “necessario un confronto urgente con i Ministri dell’Istruzione e degli Esteri per un immediato intervento, per consentire il ripristino dell’istituto delle supplenze che non possono essere sostituite da improbabili contratti locali con docenti improvvisati, peraltro cassati da una recente sentenza. È doveroso evitare questa ennesima brutta figura e restituire alle nostre istituzioni scolastiche italiane il prestigio che si sono conquistate negli anni, con la possibilità di svolgere la loro funzione essenziale di promozione della nostra lingua e – conclude – della nostra cultura nel mondo”. (aise 29) 

 

 

 

 

A Francoforte educazione alimentare e cultura del Gusto. I primi due eventi a Francoforte

 

Francoforte sul Meno - Si apre a Francoforte con un doppio evento il ciclo di iniziative ideate e pensate dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte e collegate alla IV Settimana della cucina italiana nel mondo. Prendendo spunto dal tema annuale, che tocca le importanti questioni dell’educazione alimentare e della cultura del gusto, il 13 e 14 novembre sarà ospite a Francoforte la prof.ssa Stefania Ruggeri, nutrizionista e ricercatrice del CREA di Roma, centro di ricerca dell’agroalimentare italiano, con un settore dedicato proprio ad alimentazione e nutrizione. Il 13 novembre, alle ore 19:00, in Sala Europa (Kettenhofweg,1) si terrà l’incontro su “La scienza nel piatto: cosa sapere e come orientarsi nel mondo della (dis)informazione alimentare”.

Viviamo oramai immersi in un mondo fatto di cibo e di notizie sul cibo: i programmi televisivi con chef e gare di cucina, i racconti dei food blogger, le innumerevoli foto postate sui social e le immancabili news sulle più importanti testate  giornalistiche, che ci informano sui risultati “stravolgenti” dell’ultima ricerca scientifica. E poi, i veri e i falsi nutrizionisti che propongono  la loro nuova dieta miracolosa, panacea di tutti i nostri mali, che ci salverà da tutte le malattie e ci farà vivere  più a lungo. Le notizie, le informazioni che riceviamo oggi sono tante, troppe e  spesso, purtroppo anche contrastanti tra loro. Non sappiamo più davvero che pesci prendere. Tuttavia, anche se non siamo scienziati e nutrizionisti, abbiamo qualche possibilità per riuscire ad orientarci in questo mondo della (dis)informazione alimentare: distinguere una notizia “vera” da una falsa, riconoscere le fonti attendibili e capire se il risultato di una ricerca  scientifica  può  davvero diventare una nostra nuova abitudine alimentare  quotidiana. Questo è lo scopo della serata.

Il giorno dopo, 14 novembre, invece la professoressa Ruggeri incontrerà gli studenti delle classi bilingui del liceo italo-tedesco Freiherr vom Stein e della Scuola Europea per parlare con loro di “Cibi, diete ed integratori: tutte le bugie e le verità” per una corretta alimentazione in età scolastica ed adolescenziale: perché la corretta alimentazione in adolescenza si crea attraverso una buona educazione e conoscenza degli alimenti e dei loro effetti sull’organismo; perché nutrirsi non è solo un atto biologico. Michele Santoriello

 

 

 

 

All’Ambasciata d’Italia a Berlino “Gustare l’Italia”, il meglio della Food Valley di Regione Emilia-Romagna

 

L’11 e 12 novembre degustazioni ed eventi gastronomici, scientifici e cinematografici nel magico mondo di Federico Fellini e Pellegrino Artusi

 

BERLINO - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ospiterà l’11 e il 12 novembre “Gustare l’Italia”, il meglio della Food Valley di Regione Emilia-Romagna, in una manifestazione che combinerà seminari scientifici, eventi culturali e cinematografici, degustazioni e master class. L’evento, realizzato in collaborazione con Regione Emilia Romagna, Istituto italiano di Cultura di Berlino, Enit - Agenzia Nazionale del Turismo, Agenzia Ice e con le due Camere di Commercio italiane in Germania, si tiene nel quadro della quarta Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, iniziativa di rete promossa dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e dedicata alla cucina italiana di qualità. Tema dell’edizione di quest’anno è “Educazione Alimentare: Cultura del Gusto”, con oltre 1.000 iniziative in quasi 300 Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura.

L’evento si aprirà lunedì 11 novembre alle ore 13.45 con il seminario “The Extraordinary Italian Taste: Buy Authentic Italian, Get More”, dedicato alla lotta all’Italian Sounding, un fenomeno che vale circa 54 miliardi di euro l’anno, e che riguarda quasi due terzi dei prodotti commercializzati all’estero con un richiamo a una presunta italianità che non trova riscontro nell’origine del prodotto. Interverranno fra gli altri Gabriele Graziano, presidente dell’Associazione tedesca Italian Sounding, costituita nel 2015 per impedire che prodotti non italiani vengano venduti come autentici, con il suo vice presidente Rodolfo Dolce, e con il presidente del BVL - Bundesamt für Verbraucherschutz und Lebensmittelsicherheit Helmut Tschiersky.

 

Alle 15.45 è previsto un workshop sull’educazione nutrizionale, dove sarà discusso il ruolo della dieta mediterranea quale base di uno stile di vita sano ed equilibrato sia per la persona, sia per il pianeta, in ragione del suo livello di emissioni di anidride carbonica ridotto rispetto ad altri regimi alimentari di stampo più continentale. Sarà presente il presidente di Federalimentare Ivan Vacondio, esperti di nutrizione e operatori del settore. 

Alle ore 18 l’IIC organizza la proiezione “La Notte non fa più paura” di Marco Cassini, sul terremoto che nel 2012 ha colpito la Regione Emilia-Romagna, causando 28 morti e 300 feriti, 45 mila persone sfollate e danni per 13,2 miliardi di euro. Il presidente di Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, la presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna Eugenia Bergamaschi e il vice presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano Guglielmo Garagnani introdurranno il tema, illustrando le storie di solidarietà e di contributo alla ricostruzione che hanno riguardato un’area vasta che nel 2012 contava oltre 760.000 residenti nelle province di Modena, Ferrara, Bologna e Reggio Emilia. Sette anni dopo, i numeri dicono tale zona marcia ancora più veloce di prima, con fabbriche, capannoni e strutture nuove, più sicure ed efficienti, 115 mila imprese attive, che danno occupazione a oltre 450 mila lavoratori, creando valore per oltre 38 miliardi di euro. Non solo: dal 2011 sono 22mila i posti di lavoro in più, pari ad un incremento del 5,1%, in linea con il +5,6% regionale. E tutto ciò equivale a circa il 27% del valore aggiunto regionale e rappresenta il 2,4% del Pil nazionale.

 

Alle ore 20.15 la cerimonia inaugurale della Settimana della Cucina Italiana in Germania sarà incentrata sul magico mondo di Federico Fellini, celebre per il suo aforisma “La vita è una combinazione di magia e pasta”. In vista del centenario della sua nascita, si discuterà del legame fra cinema e cultura del gusto, nel quadro delle iniziative che la promozione culturale all’estero di Regione Emilia-Romagna sta portando avanti in questi mesi, con la mostra digitale “Il cibo nei disegni di Federico Fellini” e con la mostra “A Tavola con Fellini”. Seguirà, alle 20.45, l’inaugurazione della mostra sullo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi, con una serie di pannelli sulla storia del grande “narratore” della cucina italiana, in vista delle celebrazioni del suo bicentenario nel 2020, affiancata da una degustazione curata dallo chef Alberto Bettini.

Martedì 12 novembre  i lavori proseguiranno dalle ore 12 alle ore 17 a Markthalle Neun con cinque master class e prove di showcooking, grazie alle quali sarà possibile degustare, in purezza e in abbinamento con specialità emiliano-romagnole, alcuni dei 44 prodotti DOP e IGP della Regione, preparati dalla chef di Casa Artusi Carla Brigliadori e raccontati da Sandro Ciani. (Inform/dip 7)

 

 

 

Martedì 19 novembre in Senato il seminario: “Berlino, trenta anni fa la caduta del Muro”

 

ROMA – “Il trentennale dalla caduta del Muro di Berlino è una festa. Ma a metà. Perché mentre celebriamo una data così significativa per l’Europa, assistiamo alla rinascita di tanti piccoli muri nel nostro continente e nel mondo. Alcuni ideologici. Altri, purtroppo, reali. Muri fisici che puntano a dividere. Vendendo l’illusione di una maggiore sicurezza. Quando invece l’unica cosa che accrescono è l’intolleranza". È quanto dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente gruppo Italia Viva, annunciando il convegno “Berlino, trenta anni fa la caduta del Muro”, da lei promosso martedì 19 novembre 2019 dalle ore 9.30 alle ore 13 in Senato. In collaborazione con il centro studi Vision&Global Trends, International Institute for Global Analyses. “In questo momento storico - aggiunge la senatrice -, l’unico modo per celebrare il trentennale della caduta del Muro è alzare la voce contro l’imbarbarimento della mentalità comune. Per Laura Garavini un esempio sconcertante di questo è che “a partire da oggi la senatrice Segre vive sotto scorta a causa delle minacce ricevute. Non potremo sentirci liberi fino a quando non avremo sanato le divisioni che ancora affliggono la nostra cultura. Fino a quando, anche nel nostro paese ed in Europa, verrà messo in discussione un dolore per il quale si dovrebbe nutrire solo un rispetto indiscutibile, come quello di una donna scampata alla Shoah”. Al convegno sulla caduta del Muro di Berlino prenderanno parte il Vicepresidente della Camera dei Deputati, Ettore Rosato, il Presidente del Gruppo di amicizia parlamentare Italia Germania, Axel Schäfer, e vari relatori del mondo dell’informazione e della cultura. dip

 

 

 

 

All’IIC di Amburgo la mostra "Our days of gold" con le fotografie di Assunta Ruocco

 

Amburgo - Venerdì 8 novembre presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo è stata inaugurata la mostra "Our days of gold" con le fotografie di Assunta Ruocco, in presenza dell’artista e del curatore Dan T Wheeler.

La mostra rimarrà aperta fino al 31 gennaio 2020 ed è possibile visitarla negli orari di apertura della galleria, dal lunedì al giovedì dalle ore 9.30 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 16.00 ed il venerdì dalle ore 9.30 alle ore 13.00, così come su appuntamento.

"Our days of gold" è il frutto di una collaborazione tra l’artista italo-belga Assunta Ruocco e il fotografo inglese Dan T Wheeler. Da un archivio comprendente migliaia di scatti, realizzati da Assunta Ruocco in Italia tra il 2002 e il 2007, Dan T Wheeler ha scelto e stampato a mano in camera oscura una selezione che gli permette di creare una sua lettura e interpretazione dell’archivio.

Il progetto mette in discussione i limiti tradizionali dell’autorialità, condivisa tra i due artisti che si sono impegnati in modi diversi e in diversi momenti nella costruzione del progetto. Le immagini raccontano le vicende di una famiglia dell’Italia Meridionale. Tra scene immaginate e vita quotidiana, animali, piante persone e cose sono immerse in una luce cangiante che scandisce le stagioni e gli anni. Un elemento che ritorna più e più volte, la tavola sul terrazzo adorna di frutta, ha catturato l’attenzione di Wheeler che la vede come un dispositivo centrale intorno a cui i personaggi si muovono, a volte allontanandosi verso il giardino o nelle profondità dell’aranceto, ma dove ritornano sempre.

Il progetto sembra fuori dal tempo ma mette in contatto tecnologie e modalità di percezione di temporalità diverse, tra l’obsolescenza dell’analogico e la condivisione/moltiplicazione dell’immagine digitale.

Ruocco ha iniziato a pubblicare tutte le immagini del suo archivio nel 2017 su Instagram, come @ourdaysofgold. Negli ultimi anni paradossalmente Instagram, una piattaforma social digitale, è diventato un mezzo di comunicazione per fotografi che si interessano alla fotografia analogica. Dan T Wheeler è impegnato nella promozione e preservazione delle tecniche della fotografia analogica nella città di Nottingham dove gestisce un laboratorio che è diventato un punto di riferimento per una nuova generazione di fotografi.

Assunta Ruocco è un’artista di base a Nottingham, UK. Lavora con pittura, disegno, incisione, installazione e tecnologie digitali. Il suo lavoro è stato esibito internazionalmente in gallerie e istituzioni. Ha recentemente portato a temine il dottorato di ricerca in pratica artistica all’università di Loughborough, nel Regno Unito. Aise/dip

 

 

 

Ecco i recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

07.11.2019. Ilva: senza futuro?

Mentre i lavoratori protestano, si susseguono gli incontri fra governo, sindacati e proprietari per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Taranto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ilva-taranto-futuro-100.html  

 

Balotelli e gli altri. Gli episodi di razzismo nel calcio italiano sono sintomo di un fenomeno diffuso che richiede misure decise. E se tutti i calciatori si rifiutassero di giocare? L'analisi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calcio-razzismo-balotelli-100.html  

 

06.11.2019. Quando il mondo cambiò

"Nell'89 la campana suonò per tutti, non solo per i comunisti". Achille Occhetto, ex segretario dei comunisti italiani, ricorda la caduta del muro di Berlino e le conseguenze, non solo per il PCI, di questo evento.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/occhetto-caduta-muro-100.html  

 

Più difficili le sanzioni per chi rifiuta un lavoro

La decisione di lunedì della Corte costituzionale tedesca, per la quale le sanzioni inflitte dai Jobcenter a chi riceve Hartz IV e non accetta un'offerta di lavoro sono in parte incostituzionali, ha riacceso il dibattito in Germania sul sussidio sociale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hartz-vier-sanzioni-100.html  

 

Vita da studenti. Il mercato immobiliare è in stallo ma gli affitti per universitari sono in costante aumento. A Firenze, ad esempio, se si vuole abitare in centro, occorre abbassare drasticamente gli standard di vivibilità. O vivere a quattro stelle nello Student Hotel.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/studenti-caro-affitti-100.html

 

05.11.2019. A spese del clima. La decisione di Trump di uscire dall'accordo di Parigi sul clima potrebbe avere conseguenze nefaste sul clima del nostro pianeta. L'analisi del giornalista e geografo Emanuele Bompan.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trump-accordo-parigi-100.html  

 

Investire in cultura. Il Rapporto annuale della Federculture evidenzia luci e ombre nel consumo culturale degli italiani. Ma il trend è positivo, secondo il presidente Andrea Cancellato.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/federculture-rapporto-100.html  

 

Pinocchio parla due lingue anche al nido. Da settembre è attivo a Francoforte il primo asilo nido italo-tedesco. Fa parte della scuola d’infanzia Pinocchio, l’asilo bilingue che il prossimo anno compirà 50 anni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/francoforte-asilo-italotedesco-100.html  

 

04.11.2019. Contro l’odio e il neonazismo in rete

Minacce di morte per i verdi Özdemir e Roth. Le misure del governo tedesco contro il neonazismo in rete e la proposta del deputato Marattin (Italia Viva) contro l’odio nel web in Italia. L’opinione di due esperti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/neonazismo-odio-rete-italia-germania-100.html  

 

31.10.2019. Mahmood – la star del momento

Il successo non si ferma per Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, che con la sua "Soldi" ha vinto il Festival di Sanremo ed è arrivato secondo all'ESC. Adesso Mahmood è in giro per l'Europa e domenica suonerà a Berlino. Tiziana Caravante lo ha raggiunto prima del suo unico concerto in Germania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/mahmood-102.html

 

Un matrimonio d'interesse. Le nozze tra la Fiat Chrysler (Fca) e il gruppo francese Peugeot Citroen (Psa) sono ufficiali. Nasce così il quarto gruppo automobilistico mondiale. Roberto Lo Vecchio del periodico Quattroruote ci parla delle prospettive future del nuovo colosso automobilistico.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fiat-chrysler-peugeot-citroen-fusione-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-422.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

30.10.2019. L'Isis può sopravvivere ad al-Baghdadi?

Lo abbiamo chiesto a Stefano Silvestri. Il presidente emerito dell’Istituto Affari Internazionali ed editorialista del Sole 24 Ore analizza per noi il ruolo di Stati Uniti, Turchia e curdi nell'operazione e descrive i possibili sviluppi geopolitici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/al-baghdadi-100.html  

 

"L'altro. Una storia mediorientale". È il libro di Marina Ergas. La scrittrice, in questi giorni in Germania, ai nostri microfoni racconta la sua scelta di vivere per 50 anni in Israele e i motivi che l'hanno spinta a tornare in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/storia-mediorientale-100.html

 

Fuga dall'Italia. Più di un milione di italiani hanno lasciato il Bel Paese negli ultimi sei anni. Nel 2018 gli espatriati sono stati 128.583. A dircelo è la XIV edizione del “Rapporto Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/fuga-italia-100.html  

 

29.10.2019. Missione impossibile? La formazione di un governo in Turingia si dimostra essere estremamente complicata e resa difficile soprattutto dalle riserve ideologiche di CDU e FDP nei confronti della Linke. L'analisi di Agnese Franceschini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turingia-governo-difficile-100.html  

 

Una carbon tax per l'Italia? Una delle misure adottate da diversi Stati per rallentare il riscaldamento globale è la tassa sulle emissioni di anidride carbonica. Edoardo Ronchi, ex-ministro dell'Ambiente, chiede ora una carbon tax per l'Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/carbon-tax-italia-100.html  

 

A tutto libro! Dopo il successo della prima edizione, torna la Festa del libro italiano per i bambini e ragazzi di Colonia e dintorni. Ne parliamo con Chiara Milanese, ideatrice e organizzatrice.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/libri-bambini-colonia-100.html

 

28.10.2019. In Umbria vince il centrodestra. Il risultato elettorale in Umbria rappresenta una sconfitta soprattutto per il capo politico dei 5 Stelle, Di Maio. L'analisi di Gianfranco Pasquino dell'università di Bologna.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/umbria-elezioni-100.html  

 

25.10.2019. L'addio di Mario Draghi

Si è tenuta ieri, 24 ottobre 2019, l'ultima conferenza stampa di Mario Draghi alla BCE. La cerimonia di commiato è prevista per lunedì prossimo, 28 ottobre. È tempo di fare un bilancio di questi suoi anni a dir poco turbolenti a Francoforte e lo facciamo con Federico Fubini, giornalista del Corriere della Sera.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/addio-mario-draghi-100.html

 

Oscar alla Wertmüller. Hollywood rende omaggio alla regista classe 1928 con l'assegnazione dell'Oscar alla carriera.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/lina-wertmueller-102.html

 

Dall'altra parte del Muro. Lucia Grimaldi, milanese ma ormai berlinese d'adozione, ha trascorso gli anni dell'adolescenza a Berlino-Est. Il cosiddetto "Tränenpalast", oggi museo, era uno dei punti di confine che lei e la sorella attraversavano regolarmente per recarsi al ginnasio a Berlino Ovest.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/altra-parte-del-muro-berlino-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-420.html

 

Anticipazioni. Scopri già i principali concerti ed eventi italiani in Germania dei prossimi mesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Celebrazione al cimitero d’onore Amburgo-Öjendorf il 3 novembre

 

Amburgo - “Ricordare è un dovere collettivo, per evitare il rischio della dimenticanza di fronte ai 5.849 italiani caduti nella bassa Sassonia, Amburgo, Nord della Germania. Di loro, oggi, resta un nome scolpito sul marmo, per altri neppure quello. È bene non dimenticare il sacrificio di molte giovani vite che, spinte da ideali e valori nobili hanno combattuto. Con il loro sacrificio abbiamo la libertà nel nostro Paese, in Europa”. Lo ha detto il presidente del Comites di Wolfsburg Luigi Cavallo intervenendo domenica 3 novembre presso il Cimitero d’onore di Öjendorf, ad Amburgo, alla cerimonia per i caduti italiani in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Presenti autorità tedesche, militari, il console generale Giorgio Taborri, il capitano di Fregata Massimo Tozzi, il presidente del Comites di Hannover Giuseppe Scigliano.

“Assicurare un futuro di pace, di benessere e di diritti, è il sogno che ci chiedono con forza, le nuove generazioni. Consiglio questa riflessione – ha proseguito il presidente del Comites di Wolfsburg - perché talvolta corriamo il rischio di dimenticare il lungo periodo che viviamo in una società pacifica, Senza Pace non vi è democrazia, diversità, scienza e progresso. Soprattutto deve essere il loro sacrificio a farci sperare che una simile tragedia non si verifichi mai più. Raccogliere questo sogno è quel grido. Sono qui per questo insieme al rappresentante diplomatico del governo e altri; è oggi il miglior modo di rendere onore a chi è caduto per la patria e per rispettare tanto sangue versato”. Cavallo ha rivolto infine un “grazie sincero anche a tutti quelli che oggi, con la loro presenza hanno contribuito a mantenere vivo il ricordo di tutti gli eroi di guerra di ogni popolo è di ogni nazione”.

 

Ecco in sintesi l’intervento del Presidente del Comites di Hannover

Dr. Giuseppe Scigliano: “Illustrissimo Sig. Capitano di fregata  Massimo Tozzi, Ill.mo Sig. Console Generale Giorgio Taborri, gentili Signore e signori, cari amici, qui presenti per commemorare le vittime della seconda guerra mondiale qui seppellite. Anche quest’anno ricorre l’anniversario di una pagina orrenda della nostra storia.

In questo luogo della memoria, sono seppelliti 5.839 connazionali che hanno perso la loro vita nello Slewig-Holstein, nella Bassa Sassonia, ad Amburgo, a Brema e nella Westfalia. Questi sono semplicemente una piccola parte delle tante vittime di quei tempi e questo è uno dei tanti luoghi della memoria lasciati in eredità alle nuove generazioni.

La storia, una volta considerata dai Romani Magistra Vitae, inserita nell’attuale processo formativo, non genera più momenti di riflessione. Ovunque prevalgono programmi  che mettono al centro gli interessi nazionali.

Quo vadis Europa è la domanda che più mi pongo negli ultimi tempi

e spero solo che il buon senso e l’altruismo  prevalgano sull’ egoismo dei singoli e sugli interessi delle caste che sono al centro di tutti i conflitti.

Quante brutture ancora oggi si vedono sulla terra, quante lacrime, quanto dolore  e quanti lutti ancora vivono altri esseri umani. Chi non riesce a vedere il filo sottile  che lega il proprio perbenismo ed il proprio benessere alla fame  ed alla povertà dell’altra parte del pianeta, e chi non riesce a vedere il nesso tra la frase che segue con la fatidica frase che precede: io non sono razzista ma…è veramente vittima del sistema ed è paragonabile a tutti coloro che allora si sono resi complici dei carnefici  attivamente o solamente  tacendo per paura.

Mi auguro che il buon senso prevalga sugli interessi economici che in un certo senso ci hanno resi schiavi del nostro consumismo e sordi davanti a chi ci chiede aiuto.

Queste vittime qui seppellite devono essere ricordate e devono servire da monito per non farci commettere gli stessi errori e le stesse brutture del passato.

Il grande poeta italiano Ugo Foscolo scrisse: “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna” ed io sono sicuro che i familiari portano queste persone nel cuore e voi parenti qui presenti ne siete la testimonianza. Le istituzioni però, ognuno nel proprio ruolo, hanno il dovere di mantenere questo luogo con il giusto decoro e si devono far carico di far arrivare in loco i fondi necessari per poterlo curare.  A tutti voi che avete qui seppellito i vostri cari va tutta la mia solidarietà ed il mio rispetto”.  Dip 4

 

 

 

 

Al Waldfriedhof di Monaco di Baviera il primo novembre

 

Numerosissimi í Connazionali, che lo scorso 1. Novembre,  hanno preso parte a due momenti veramente significativi per la nostra Comunità nel Waldfriedhof di Monaco di Baviera:  la Commemorazione di tutti i Santi,  dei Defunti, dei Caduti in Guerra, la Celebrazione della Festa dell'Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate.

Gremita la Camera Ardente del Cimitero; tanto è vero che diversi intervenuti, durante la S. Messa,  ivi celebrata da Padre Gabriele Parolin e da Padre Vincenzo Armotti della Missione Cattolica Italiana di Monaco,  sono restati in piedi o sono dovuti rimanere sul piazzale antistante. Suggestiva la Prima Lettura tratta dall'Apocalisse e coinvolgente il Brano Evangelico delle Beatitudini proclamato da Padre Vincenzo e commentato da Padre Gabriele.

Alle 11:30, però, durante la seconda parte delle Commemorazioni,  tutti i presenti hanno trovato posto nel Cimitero Militare Italiano d'Onore, che occupa una superficie di circa 35.000 mq., suddiviso in sei settori, e in cui riposano le spoglie di 3249 Caduti della 1° e 2° Guerra Mondiale. Il Sacrario è situato nella parte nuova del Waldfriedhof e si trova a qualche centinaio di metri dalla Camera Ardente. Qui sono continuate le Celebrazioni con la deposizione delle Corone sul Cippo e l'omaggio sugli attenti davanti alla nostra Bandiera.

Significativo il discorso del Dr. Alfredo Casciello, Vicario del Console Generale  d'Italia in Baviera, che, dopo aver formulato i saluti alle Autorità e ai  Connazionali presenti,  commentando con compiacimento il ripristino delle Celebrazioni nella stessa giornata della Commemorazione dei Defunti, dei Caduti, della Festa dell'Unità Nazionale e della Giornata delle Forze Armate, ha sottolineato l'imprescindibilità di un dovuto omaggio ai nostri cari Defunti e – non da ultimi –  ai Caduti di tutte le Guerre che hanno sacrificato  la loro vita per la nostra Patria e per il bene comune. Sacrifici che hanno reso possibile, al termine della Prima Guerra Mondiale, il completamento dell'Unità della nostra Patria e, dopo la  Seconda, la nascita di un'intesa più stretta in Europa e il ripristino di un lungo periodo di pace.

Il Diplomatico non ha dimenticato, inoltre,  di parlare delle migliaia di nostri Soldati e delle Forze di Polizia che – tra gravi rischi – continuano ad adoperarsi, per  il ristabilimento della pace nel mondo e per la nostra sicurezza nazionale, spesso  a costo della propria vita. 

Al termine dell'incontro, dopo alcuni scambi di ricordi e di notizie tra gli intervenuti e alcune foto ricordo, abbiamo lasciato questo luogo pieno di memorie... e molti di noi ci siamo riproposti – come sempre del resto – di ritornarci l'anno prossimo.

Nelle foto che seguono alcuni momenti delle cerimonie, alle quali erano presenti, oltre alle persone citate, tra gli altri: le Consorti di alcuni Ufficiali e Sottufficiali, Il Generale di Squadra Aerea Salvestroni, il Colonnello degli Alpini Cavalli,  il Corrispondente Consolare Comm.  Tortorici,  il Corrispondente Consolare, nonché Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Dr. Grasso, il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Macaluso e Consorte, il Presidente Emerito delle ACLI, Cav. Rende e Famiglia, l'Assessore per la Scuola e la Gioventù di Karlsfeld, M.A. Venera Sansone e Consorte, il Rag. Franco, Presidente del Circolo ACLI di Kempten,  Rappresentanti di Associazioni d'Arma, di Enti,  gli Alpini dell'ANA di Monaco con gli immancabili Riccardo e Bosso che, puntualmente, onorano la Cerimonia con la loro presenza e tanti, tanti altri...

Fernando A. Grasso, Corrispondente Consolare Kempten

 

 

 

 

A Karlsfeld la riunione del Consiglio regionale delle Acli Baviera

 

Si è svolta nei giorni scorsi a Karlsfeld la riunione del Consiglio regionale delle Acli Baviera. Erano presenti il presidente Carmine Macaluso, anche nelle vesti di presidente del Circolo Acli di Kaufbeuren-Marktoberdorf; il revisore dei conti Salvatore Finazzo; Ursula Macaluso del Circolo di Kaufbeuren; il presidente del Circolo Acli di Karlsfeld  Mauro Sansone; il vicepresidente vicario delle Acli Baviera e Kempten, Fernando A. Grasso, corrispondente consolare per il Circondario di Kempten; il presidente del Circolo Acli di Kempten, Paolo Franco, nonché segretario amministrativo delle Acli Baviera e il presidente del Nucleo Acli di Augsburg, Francesco del Libano. Presenti inoltre: il presidente emerito delle Acli Baviera, Giuseppe Rende e, nella prima parte dell’incontro, Venera Rende in  Sansone, assessore per la Gioventù e lo Sport di Karlsfeld. Macaluso, dopo i saluti e le formalità di rito, ha fornito alcune informazioni relative a recenti incontri riguardanti il futuro del Movimento e del Patronato – scrive Fernando Grasso - anche in riferimento ai tagli avvenuti e all'eliminazione e ridimensionamento di alcune sedi di Patronato, come quello di Augsburg, che dopo un breve periodo di apertura ridotta, attualmente, è nuovamente chiuso. A questo proposito il Presidente ha accennato al fatto che, in futuro, alcuni servizi offerti dal Patronato richiederanno un piccolo pagamento, nei primi tempi, volontario. Nel frattempo sono state fissate alcune tariffe, che terranno anche conto dell'appartenenza alle Acli.  

Macaluso – prosegue Grasso - ha delineato quindi, a grandi linee, il calendario delle attività future, tra cui il prossimo Consiglio regionale, che potrebbe avvenire, in caso di disponibilità da parte del locale Circolo, a Holzkirchen e alle ultime teleconferenze intercorse a livello di Acli Germania. A questo proposito ha sottoposto all’approvazione dei presenti un documento in cui – tra le altre cose – si propone alle Acli Germania una diversa e più equa ripartizione delle quote di tesseramento, vista anche la possibilità di effettuare teleconferenze al posto di dispendiosi incontri. 

Si è passati poi alle relazioni sulla situazione dei vari circoli – rileva Grasso, - a cominciare da quello di Karlsfeld, di cui sono state rilevate delle difficoltà, nonché la scarsa attenzione delle altre associazioni. Soddisfacente è invece stato definito il numero dei tesserati del Circolo di Kaufbeuren, così come le attività svolte, a cominciare dal Gruppo Folk-ACLI, che continua a esibirsi con successo ormai da più di un trentennio. Continua inoltre la consulenza settimanale in favore della comunità locale. Il presidente Macaluso, in vista delle prossime elezioni comunali del 2020, si è poi augurato un maggiore coinvolgimento dei giovani Acli non solo nelle amministrazioni locali, ma anche in occasione del rinnovo delle presidenze Acli nel 2022.

 

Per quanto riguarda Augsburg si è messa in luce la difficoltà incontrata per trovare nuove adesioni, anche per via della soppressione del servizio di Patronato, mentre del Circolo di Kempten si sono messi in luce i rapporti con la Missione Cattolica Italiana locale, con il Consiglio Pastorale, e la diminuzione delle adesioni, nonostante il Circolo continui ad offrire una serie di fondamentali servizi ai connazionali e la reperibilità costante di Grasso, che riceve i connazionali settimanalmente anche come corrispondente consolare e come consulente del Patronato, in appoggio alla presenza mensile dell’operatore sociale di Monaco, Claudio Baltolu.  

In ogni caso – continua Grasso - il Circolo è sempre presente alle attività svolte dalla Missione, anche perché il Rettore della Missione, Padre Bruno Zuchowski, oltre ad essere il consigliere spirituale delle Acli Baviera e Kempten, è socio del Circolo di Kempten, insieme alla segretaria Pina Baiano, segretaria per l’organizzazione del Circolo, e al presidente del Consiglio Pastorale della Missione, Giampiero Trovato, in qualità di segretario amministrativo. Grasso ha inoltre segnalato con soddisfazione che, dopo tre anni di pausa, è stata ripristinata la commemorazione dei defunti e dei caduti insieme alla Festa dell'Unità Nazionale e della Giornata delle Forze Armate, grazie anche all’interessamento delle Acli che ne avevano fatto espressa richiesta al nuovo console generale di Monaco di Baviera in occasione di un una loro prima visita dopo qualche settimana dal suo insediamento. 

Si è proceduto quindi alla chiusura del tesseramento 2019, che sarà perfezionato con i vari Circoli e Nuclei nei prossimi giorni, evidenziando un leggero calo in percentuale, rispetto agli anni scorsi. I tesserati Acli in Baviera rimangono, comunque, in una più che buona posizione rispetto alle altre realtà regionali in Germania, non è così, però se ci si confronta con la Svizzera o la Francia – rileva Grasso.

Nel corso della riunione è stata anche ribadita l’importanza di consultare gli aggiornamenti presenti nel sito internet delle Acli, curato dallo stesso Grasso. Macaluso ha auspicato inoltre un più diretto coinvolgimento delle Acli da parte del locale Comites e una maggiore partecipazione al voto per il rinnovo di quest’ultimo. Fernando Grasso, de.it.press

 

 

 

 

 

Paladini dell’antimafia: a Stoccarda incontro con Franco La Torre

 

Stoccarda. Le ACLI Baden-Württemberg hanno il piacere d'invitare nuovamente all'incontro con Franco La Torre. Proseguendo sul tema " Per una cultura della legalità", con il prof. La Torre si discuterà dei "Paladini dell'Antimafia". L'incontro si terrà venerdi 06 dicembre alle ore 18:30 presso l'Hospitalhof - Johannes Reuchlin Saal - Büchsenstrasse 33, 70174 Stuttgart.

Il tema "I paladini dell'antimafia" ha il suo filo conduttore nell'incredibile storia che ha avuto come protagonista Antonello Montante presidente di Confindustria Sicilia: „Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e vicepresidente nazionale con delega alla “legalità” dell’associazione degli industriali italiani per molti anni è stato considerato il paladino dell’antimafia per eccellenza. Per un decennio, ha ammaliato politici, giornalisti, associazioni, amministrazioni pubbliche.

Nel momento in cui (nel 2006) Confindustria Sicilia annuncia che saranno cacciati dall'associazione tutti gli imprenditori scoperti a pagare il pizzo a Cosa nostra, Antonello Montante e Ivan Lo Bello diventano i paladini di questo atto rivoluzionario.

Il 9 febbraio 2015 i giornalisti di Repubblica Attilio Bolzoni e Francesco Viviano in un articolo sulla prima pagina di Repubblica  svelano l’indagine per mafia a carico del paladino dell’antimafia, e pongono diversi interrogativi sulla genuinità di quella “rivoluzione”.

Antonello Montante, il finto paladino dell’antimafia andato a processo per vari reati e tuttora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha subito recentemente una pesante condanna di primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico!“

Franco La Torre spiegherá come questa storia non è una storia siciliana, ma ha dimensioni nazionali.

Il presidente delle Baden-Württemberg Acli Giuseppe Tabbi si augura una bella partecipazione, per un dibattito attuale e importante. De.it.press 9

 

 

 

Assurde polemiche sull’antisemitismo

 

Un Paese diviso su tutto. L’astensione al voto del centrodestra al disegno di legge di Liliana Segre. Legge che sarebbe utile per tutte le religioni

 

L’antisemitismo è la paura o l’odio verso i Giudei, cioè gli Ebrei. In Europa i pregiudizi relativi agli Ebrei sono di vecchia data, basti pensare in Italia alle leggi razziali fasciste precedute in Germania dalla politica razziale nazista. Oggi il fenomeno dovrebbe essere superato, ma invece non lo è per tutti.

 

Come affermato dal Capo dello Stato, non si deve trascurare questo problema, dato che «le duecento minacce al giorno nei confronti della senatrice Segre segnano una deriva che coltiva purtroppo i germi di un antisemitismo”, spesso dimostrato dalla “sinistra italiana, che non esita a sfilare, ogni 25 Aprile tra fischi e urla”, insultando “sistematicamente la Brigata Ebraica”.

Per questi motivi la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ai lager nazisti, già un anno fa aveva proposto l‘istituzione di una Commissione. “Io che sono stata vittima dell’odio dell’Italia fascista sento che, dopo anni, sta ricrescendo una marea di razzismo e di intolleranza che va fermata in ogni modo” erano state le sue parole il giorno della presentazione del disegno di legge. Quest’ultimo è composto da tre articoli: il primo istituisce la Commissione bicamerale di indirizzo e controllo sui “fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo”; il secondo specifica i compiti della commissione; il terzo riguarda il funzionamento della stessa commissione.

Nei giorni scorsi il disegno di legge è giunto al Senato ed ha ottenuto il primo sì.  Ma mentre il Senato dà il via all’istituzione della Commissione straordinaria contro l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo e l’istigazione all’odio e alla violenza, l’aula di Palazzo Madama non è riuscito a inviare al Paese un segnale di compattezza su tematiche drammaticamente attuali. La proposta di legge, prima firmataria Liliana Segre, senatrice a vita, è passata con 151 voti a favore. Ma il numero che deve far riflettere è un altro: 98 astenuti, 98 senatori che hanno scelto di mettere le ragioni politiche della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia davanti alla memoria della Shoah e al destino di un Paese intero.

Il segretario della Lega Matteo Salvini ha motivato in questo modo il “non voto” dei suoi: “Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero “prima gli Italiani”.”

 

Invece il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, ha motivato l’astensione del suo gruppo perché il testo presentato “ricalca fedelmente la mozione a suo tempo proposta da Laura Boldrini: non una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica”.

L’atteggiamento scelto dalle opposizioni è però destinato a far discutere a lungo. Per la sinistra “al Senato è andata in scena la vergogna. Il comportamento scelto dal centrodestra rimarrà una macchia indelebile per la nostra storia parlamentare. Su questi temi non sono accettabili pelosi distinguo e manovre politiche di basso conio! L’astensione di tutto il centrodestra è un’offesa al Paese e alla Memoria”.

 

Della crescente e diffusa intolleranza, del razzismo, della violenza del linguaggio tutti siamo responsabili”, se “non siamo in grado di combatterlo… istituire una Commissione parlamentare di inchiesta è dunque necessario”, perché solo cosí si possono ridurre ed eliminare. Altrimenti possono comportare sofferenze psichiche e dolore fisico. Conseguenze che, secondo la legge in questione, devono essere risarcite da chi, in una sinagoga o in luogo pubblico, offende con ingiurie riferite ad oggetti di culto, con multe da 1000 a 5000 euro, ovviamente in base alla gravità dell’insulto, quindi dell’offesa. È inclusa anche la prigione fino a due anni, se “intenzionalmente si distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto”.

Secondo noi una buona legge che dovrebbe essere ampliata e applicata a chi offende anche altre religioni, cattolica compresa.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Elezioni Umbria, Di Maio: "Alleanza non ha funzionato"

 

"Voglio innanzitutto fare gli auguri alla nuova governatrice dell'Umbria, Donatella Tesei", "per me il voto è sacro e non si discute". Così il capo politico del M5S e ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un'intervista a SkyTg24. Quello tentato in Umbria dalle forze di maggioranza " era un esperimento - sottolinea - Non ha funzionato questo esperimento. Tutta la teoria per cui si diceva che se ci fossimo alleati con un'altra forza politica saremmo stati un'alternativa, non ha funzionato. Abbiamo visto che si tratta di una strada non praticabile". Di Maio dice anche "che il M5S va meglio quando va da solo", sbarrando dunque la strada ad altre alleanze in vista di nuovi tagliandi elettorali.

Domani pomeriggio, in vista delle elezioni del prossimo gennaio in Calabria ed Emilia-Romagna, "ci sarà un incontro con gli eletti" M5S di entrambe le Regioni, annuncia il capo politico del M5S, spiegando che "la terza via, secondo me, il Movimento la può creare al di fuori dei due poli, non entrando nei due poli" perché, ribadisce, "va meglio quando va da solo".

La sconfitta in Umbria, però, "non ferma il governo", che "lavora per portare avanti il programma", quindi da qui a fine legislatura: "Sto lavorando per far durare il governo altri tre anni e poi per farlo valutare dagli italiani, il voto arriverà. Saranno gli italiani, a quel punto, a dire se avremo lavorato bene o male". "Al governo siamo una squadra - osserva Di Maio - si vince e si perde insieme. Questo governo è nato quest'estate, ha mantenuto la promessa sul taglio dei parlamentari e la promessa di evitare l'aumento dell'Iva, ha approvato misure che nei prossimi mesi daranno frutti e miglioreranno la vita degli italiani, ma ora - ribadisce - serve innovare e migliorare il programma, perché ci possono essere delle migliorie".

Quanto alla manovra, "questo testo deve definire dove vanno i soldi per le famiglie che fanno i figli, quale sia lo strumento per erogare le risorse. C'è la questione delle partite Iva, bisogna capire a chi va il taglio del cuneo fiscale e poi c'è tutta la questione legata ai meccanismi plastic tax. Non vorrei trasmettere un messaggio sbagliato: sono d'accordissimo con la sugar tax e la plastic tax, ma altri tipi di intervento sulle entrate vanno visti bene e avremo modo di discuterne".

Secca la replica al leader della Lega. Matteo Salvini ha detto 'mai più insieme'? "Le dico di più, Salvini è l'ultima cosa a cui penso" risponde il capo politico del M5S.

Di Maio torna poi sul voto in Umbria in un lungo post su Facebook. "In Umbria ci abbiamo provato, quello delle alleanze con altre forze politiche in occasione delle regionali era un tema che ci portavamo avanti da troppi anni. Adesso abbiamo la certezza che non rappresenta la soluzione" scrive Di Maio. Il voto in Umbria "certifica che quest’esperimento" delle alleanze sul territorio "non ha funzionato. Ci abbiamo provato perché era troppo tempo che si sosteneva che andando insieme avremmo rappresentato un’alternativa, ma è emerso un dato di fatto: che allo stesso modo, sia che stiamo con il Pd che con Lega al governo, il MoVimento perde consenso. Succede perché non abbiamo mai considerato l’ipotesi di governare con altre forze politiche, ma è anche vero che, per evitarlo, sarebbe servito il 51%".

"Questo dato però non deve abbatterci - suona la carica ai suoi il capo politico del M5S - Quando nel 2013 dicevamo 'in parlamento ci alleeremo con chi ci sta sui nostri temi', il MoVimento ha sempre rivendicato il suo ruolo di movimento post ideologico, provando ad oltranza a far capire che non esistono idee di destra o di sinistra, bensì solo idee valide o meno valide. E per me si deve continuare ad oltranza a far passare questo concetto".

"Siamo la terzia via, che va oltre la destra e la sinistra. E questa diversità - secondo Di Maio - dobbiamo rimarcarla di più: da sempre rappresenta il nostro punto di forza". Per il capo politico dei pentastellati, "adesso non possiamo che pensare con umiltà al MoVimento 5 Stelle. Abbiamo diverse occasioni per ricominciare con lo spirito giusto. Dobbiamo azzerare tutte le aspettative e ricominciare da zero. A me non interessa la percentuale, a me interessa che quando presentiamo una lista alle comunali o alle regionali, permettiamo a cittadini che combattono battaglie importanti per il loro territorio di entrare nelle istituzioni. Senza sacrificare ciò in cui crediamo".

Poi la manovra. "Dobbiamo dare maggiore chiarezza sulla legge di bilancio. In queste settimane, mentre giravo per i mercati, gli umbri mi hanno chiesto delucidazioni sulla manovra. Stava passando un messaggio sbagliato sul pos, sulle partite iva e su tanto altro. Non mi interessa se siamo stati accusati di andare contro la lotta all’evasione, per noi la lotta all’evasione non è criminalizzare commercianti, artigiani e professionisti con pos, carte di credito e abolizione del regime forfettario" sottolinea Di Maio.

"Più ascolto le persone più capisco che il governo deve agire con una voce univoca che non crei dubbi e perplessità tra la gente - dice il ministro - E per fare questo vanno chiarite il prima possibile tutte le misure in manovra. Così da evitare fraintendimenti o strumentalizzazioni. Forse serve anche un programma di governo più dettagliato, che ci permetta di indicare le cose da fare e che implicitamente contenga anche quelle che non vanno mai fatte".

"Penso ad esempio a Quota 100. Come ho avuto modo di ribadire nei giorni scorsi questa misura rimarrà intatta. Ma in svariate circostanze è stata messa in discussione, generando confusione anche tra la gente - osserva Di Maio - Se avessimo avuto un contratto di governo, ciò che non c’era scritto non si sarebbe potuto neanche ipotizzare e quindi alcune incomprensioni magari non si sarebbero nemmeno verificate". Adnkronos 28

 

 

 

 

L'uccisione del capo dell'Isis. Al-Baghdadi: la fine d’un simbolo e il futuro delle milizie islamiche

 

La mattina del 27 ottobre 2019, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la morte del leader del sedicente Stato islamico (Isis), Abu Bakr al-Baghdadi, uccisosi durante un blitz delle forze speciali Usa nei pressi di Barisha, nella provincia siriana di Idlib.

Le scomparse dei leader delle organizzazioni jihadiste sono spesso causa di controversie. I casi di Amadou Koufa, o del ‘plurideceduto’ Mokhtar Belmokhtar, dimostrano che il rischio di fare brutta figura, sia per i leader politici che per gli analisti, è sempre dietro l’angolo. Lo stesso Al-Baghdadi era stato dato per morto svariate volte. Il sedicente Stato islamico non ha ancora confermato la morte del leader e gli account social dell’organizzazione sono rimasti per lo più silenti. In questo caso, però, la notizia sembra avere fondamenta solide. Difficilmente Trump si sarebbe esposto in tal modo senza certezze.

Chiaramente, l’uccisione di al-Baghdadi è un successo per l’Amministrazione Usa, se non altro per il suo impatto mediatico e simbolico: a due settimane dal controverso ritiro delle truppe dalla Siria, un blitz Usa ha eliminato il leader dell’Isis. Per molti elettori americani, probabilmente, la mera sequenza temporale è sufficiente per mettere gli eventi in correlazione causale, nonostante sia stato negato un nesso tra le due questioni.

La morte di al-Baghdadi pone una serie di domande sul futuro dell’organizzazione. La portata simbolica del suo decesso è enorme. Da un punto di vista sostanziale, invece, l’impatto sarà limitato. Sebbene la storia non ripeta necessariamente se stessa, la morte di un leader jihadista difficilmente causa la fine del gruppo cui apparteneva. Anzi, in molti casi, è vero l’esatto opposto.

Il significato della morte di un leader

La storia di Al-Qaida, ma anche quella delle diverse e precedenti declinazioni del sedicente Stato islamico, lo conferma. La morte di Bin Laden non ha causato la fine di Al-Qaida, ma ha solo accelerato il processo di trasformazione di un movimento che è di fatto risorto. Per l’Isis, la morte dei suoi leader ha sempre rappresentato l’anticamera di fasi di ulteriore espansione e istituzionalizzazione: la fine di Al-Zarqawi, infatti, coincise con l’inizio di una fase di rafforzamento ‘nazionale’ – basato sulla centralità dell’elemento iracheno – e di istituzionalizzazione.

Cardine di questo progetto fu il successore di Al-Zarqawi, Abu Omar al-Baghdadi. La sua uccisione nel 2010 aprì una nuova fase nello sviluppo dell’organizzazione. Il gruppo si è andato trasformando fino a farsi promotore di un nuovo califfato auto-proclamato, sfruttando le Primavere arabe e in particolare la guerra civile siriana che gli ha fornito sia una nuova base territoriale, sia un fenomenale magnete per attrarre aspiranti jihadisti da tutto il mondo, come fu l’Afghanistan negli Anni 80.

Ora, la morte di al-Baghdadi, da un lato, non significherà la fine dell’Isis, ma aprirà semplicemente una nuova fase di sviluppo dell’organizzazione. Dall’altro, la sua morte non avrà, però, neanche un effetto immediato sulle operazioni dei differenti gruppi legati al movimento. Al-Baghdadi e la leadership, infatti, non dettavano le logiche delle operazioni quotidiane. Nonostante la catena di comando fosse nettamente più verticale, centralizzata e iracheno-centrica rispetto a quella più diffusa e meno gerarchica che Al-Qaida aveva costruito negli ultimi 20 anni, una serie di limitazioni logistiche e gli effetti della campagna militare in Siria e Iraq avevano di fatto accresciuto l’indipendenza strategica, logistica e finanziaria dei suoi gruppi locali.

L’esperienza dell’Isis nei Paesi dell’Africa mediterranea, occidentale e del Sahel suggerisce, pertanto, che da tempo essi agissero in sostanziale indipendenza. Da un punto di vista tattico e contingente, non vi saranno cambiamenti significativi, al netto dei tentativi di organizzare attacchi per vendicarne la morte.

Una successione che divide

In questa logica, il momento fondamentale per capire l’evoluzione dell’organizzazione sarà la nomina formale del nuovo leader. Per una serie di motivi: in primis, il giuramento di lealtà (Bay’ah) è personale, non ‘istituzionale’. Quindi, la morte di al-Baghdadi implica che tutti i leader delle diverse province dovranno offrire nuovamente il loro giuramento. Da questo punto di vista, un nuovo leader non accettato da tutte le province può essere fonte di un nuovo processo di frammentazione. Inoltre, la scelta del successore dirà molto anche sulle dinamiche di sviluppo territoriale dell’organizzazione e delle relazioni con al-Qaida. Molti dei nomi emersi nelle ultime ore sono tutti legati al teatro iracheno, ma non è detto che il nuovo leader provenga necessariamente da lì. In tal senso, è interessante richiamare un dibattito emerso due anni fa.

Nell’estate del 2017 – quando vi furono speculazioni sulla morte di al-Baghdadi – il franco-tunisino Mohammed ben Salem al-Ayouni (Jalaluddin al-Tunisi), all’epoca emiro della Provincia di Tripoli, fu individuato come potenziale successore. Tale idea considerava la crescente centralità delle province libiche, il fatto che al-Ayouni avesse anche un passaporto europeo – essendo cittadino francese – e fosse, quindi, naturale elemento di attrazione per gli jihadisti europei, e i buoni rapporti che intratteneva con elementi qaidisti regionali. Questo dibattito, però, provocò la ribellione di alcuni gruppi, che vedevano in esso il segno di divisioni crescenti. Questi passaggi non sono necessariamente indolori e potrebbero riemergere nel dibattito sulla successione, lasciando fuori alcuni gruppi pronti poi a muoversi in maniera più indipendente.

Almeno a livello teorico, l’idea di un leader non iracheno non è tabù e le logiche presenti dietro tale dibattito potrebbero essere ancora valide, specialmente se si guarda all’evoluzione – e rafforzamento – dell’organizzazione in Africa, non solo nei territori già citati, ma anche in Mozambico e nella Repubblica Democratica del Congo.

Qualora il successore di al-Baghdadi dovesse provenire da qui, e non dal teatro siro-iracheno, ciò segnerebbe la formalizzazione della crescente centralità dell’Africa per l’organizzazione. Nell’evoluzione di Al-Qaida da ‘base’ afgana a organizzazione globale, il suo sviluppo in Africa negli Anni 90 rappresentò un passaggio cruciale. La storia non ripete necessariamente se stessa ma è bene ricordala, soprattutto quando si parla di organizzazioni resilienti, come le organizzazioni radicali jihadiste. Dario Cristiani, AffInt 28

 

 

 

La decisione di Trump e l'attacco curdo. Siria: Gibson, ritiro Usa “una sconfitta morale e strategica”

 

“Il ritiro degli Stati Uniti dal nord della Siria è un disastro morale e strategico. Perché invia il terribile messaggio che l’America non sostiene i suoi alleati; e la rende terribilmente debole in un momento in cui vi è una sorta di rinascita russa nella regione”.  Per Bryan Gibson, autore del libro “Sold Out? US Foreign Policy, Iraq, the Kurds, and the Cold War”, professore di Storia all’Università delle Hawai del Pacifico, la decisione di Donald Trump di abbandonare il territorio siriano è una sorta di punto di non ritorno nella storia delle relazioni tra Washington e il Medio Oriente. AffarInternazionali ha raccolto le sue dichiarazioni prima della notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi ad opera di un commando americano.

Professor Gibson, il 24 ottobre il Parlamento europeo ha fermamente condannato l’intervento del presidente turco Tayyip Recep Erdogan e ha chiesto il ritiro di tutte le truppe turche dal territorio siriano. È un buon segno, ma cosa deve fare l’Europa per riavere dell’influenza nella regione…

Bryan Gibson – Il fatto che l’Ue condanni la Turchia e avverta che l’operazione militare è una violazione del diritto internazionale è un buon segno perché sottolinea la serietà della situazione. Detto questo, l’Europa può esercitare delle vere e proprie pressioni sulla Turchia solo attraverso le sanzioni economiche. Purtroppo, la decisione del 23 ottobre dell’amministrazione Trump di ritirare le sue ‘sanzioni’ contro la Turchia mina qualsiasi ripercussione che una qualsivoglia sanzione europea possa avere, in attesa che si adottino azioni più dure. Ma l’Europa deve essere molto chiara con Erdogan nel dichiarare che non lo premierà per ciò che sta facendo.

Il ritiro americano dal nord della Siria, che ha de facto dato il via libera a Erdogan, segna un punto di non ritorno nella storia delle relazioni tra gli Usa e il Medio Oriente?

Gibson – Il ritiro dalla Siria invia, a tutti gli alleati americani nella regione, il terribile messaggio che gli Stati Uniti non sostengono i loro alleati. Tutti sanno che i curdi hanno avuto un ruolo centrale nella sconfitta dello Stato islamico, eppure Trump ha loro voltato le spalle. Peggio ancora: tutto questo rende gli Stati Uniti incredibilmente deboli, in un momento di rinascita russa, in una regione in cui gli l’America ha trascorso quasi 75 anni nel tentativo di tenerne lontani i russi. È un disastro morale e strategico.

Le relazioni tra Stati Uniti e curdi hanno avuto alti e bassi per decenni però… Per quale motivo Washington è sempre stato reticente nel sostenere l’indipendenza curda?

Gibson – I curdi sono un gruppo di persone senza sbocco sul mare, circondati da tutte le parti da potenze ostili come la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria. Il problema è che il Kurdistan, per potere sviluppare attività economiche, dovrà sempre fare affidamento sulla carità di poteri esterni dal momento che non avrà mai uno sbocco al mare.

Per più di un decennio gli Stati Uniti, insieme all’Iran e a Israele, hanno sostenuto i curdi in Iraq. Qual era la loro strategia?

Gibson – Gli Stati Uniti, Israele e l’Iran hanno aiutato i curdi durante tutta una fase della loro ribellione contro vari regimi nazionalisti arabi di Baghdad che è andata dal ’61 al ’75. Questo sostegno riposava su una strategia ben precisa, che mirava a tenere impegnato l’esercito iracheno a gestire i problemi interni – in questo caso i curdi – per evitare che fosse schierato su altri fronti esterni come quello iraniano, israeliano e di altri alleati americani nella regione, come il Kuwait.

Dopo il ’75 cosa è successo?

Gibson – Nel 1974, scoppiarono importanti combattimenti tra l’esercito iracheno e i curdi, portando a importanti interventi iraniani e israeliani nel nord dell’Iraq. Tuttavia, a differenza dei precedenti round di combattimenti, l’esercito iracheno fu in grado di avanzare anche durante i mesi invernali, portando lo Scià iraniano a concludere che i curdi “non avevano più il fegato per combattere”. Questo condusse lo scià a siglare un accordo, noto come ‘Accordo di Algeri’, con Saddam Hussein, a margine di una conferenza dell’Opec nel marzo 1975.

Quali sono state le conseguenze dell’Accordo di Algeri?

Gibson – In breve, l’accordo ha eliminato il sostegno iraniano (e quindi americano e israeliano) ai curdi, in cambio di una concessione di frontiera minore lungo la via navigabile dello Shatt al-Arab (che va da Bassora al Golfo), da sempre desiderato dallo Scià. Questo ha permesso all’Iraq di scatenare il suo esercito contro i curdi, che sono stati massacrati, sono fuggiti in Iran o sono stati presi in ostaggio e infine giustiziati dal regime di Saddam Hussein. Francesca Caruso, AffInt 27

 

 

 

Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"

 

La commissione per gli Affari costituzionali a Bruxelles: "Ogni Paese ha un idioma ufficiale, l'Irlanda il gaelico" – di ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA. È la lingua franca dell'Europa, oltre che del mondo intero. Ma quando la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea, l'inglese potrebbe scomparire come lingua della Ue. L'avvertimento non è uno scherzo: viene da Danuta Hubner, presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, di cui è deputata in rappresentanza della Polonia. È vero che i popoli dell'Unione, nei corridoi di Bruxelles e di Strasburgo così come in qualunque altro luogo si incontrino, per comprendersi continueranno probabilmente a comunicare nel linguaggio di Shakespeare - o per meglio dire in "broken English", l'inglese sgrammaticato di chi lo mastica come seconda lingua, come ironizzò una volta il principe Carlo d'Inghilterra: l'idioma globale, dal web alla scienza, dalla finanza al turismo, è quello. Ma l'Unione Europea ha attualmente 24 lingue, afferma la presidente Hubner, tra cui l'inglese perché la Gran Bretagna lo identifica come propria lingua ufficiale: per cui, nel momento in cui la Gran Bretagna esce dalla Ue, è inevitabile che esca almeno ufficialmente anche l'inglese.

 

Qualche avvisaglia che corresse rischi simili era trapelata nei giorni scorsi, quando è girata voce che il capo negoziatore prescelto da Bruxelles per la trattativa con il Regno Unito su Brexit, l'ex ministro degli Esteri francese Michel Barnier, preferirebbe utilizzare la propria lingua madre nelle discussioni e nei documenti ufficiali, sebbene parli perfettamente l'inglese. Theresa May ha reagito con sdegno, non prendendo nemmeno in considerazione l'ipotesi. Invece adesso ritorna fuori. Magari non si parlerà francese nel negoziato su Brexit. Ma si potrebbe non parlare più inglese nella Ue, perlomeno a livello ufficiale.

 

"Abbiamo una norma in base alla quale ogni Paese membro della Ue ha diritto di scegliere una lingua ufficiale", ha detto la presidente degli Affari costituzionali dell'Unione. "Gli irlandesi hanno scelto il gaelico. Malta il maltese. Soltanto la Gran Bretagna ha scelto l'inglese. Perciò, se nella Ue non ci sarà più la Gran Bretagna, non ci sarà più neanche l'inglese". Elementare, Watson, potrebbe commentare qualcuno, in qualunque lingua. Forse nel commento della deputata polacca c'è un pizzico di animosità: l'eccesso di immigrati dalla Ue, in particolare polacchi, è in testa alle ragioni che hanno spinto gli inglesi a votare per Brexit. Ma in teoria il ragionamento tiene. Hubner riconosce che l'inglese è "la lingua dominante" fra i funzionari dell'Unione, aggiungendo tuttavia che per cambiare la regola "una lingua a Paese" serve un voto unanime di tutti i Paesi membri. Anche questa, come molte norme Ue, è interpretabile: Irlanda e Malta scelsero gaelico e maltese perché l'inglese, quando entrarono nella Ue, era già una sua lingua ufficiale, per la Gran Bretagna. In futuro, non è escluso che si opti per permettere più di una lingua a Paese, e allora l'inglese, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra. Ma la Commissione europea ha già cominciato a usare di più francese e tedesco nelle sue comunicazioni con l'esterno, riporta il Wall Street Journal.

Non per questo l'inglese subirà un declino analogo a quello della sterlina, ma non c'è dubbio che sia un altro effetto di Brexit. CdS 27

 

 

 

 

Più poveri?

 

Nel caso in cui l’evasione fiscale fosse effettivamente sbaragliata, anche la nostra Economia potrebbe avere una stampella di meno e reggersi più autonomamente anche nei confronti della Banca Centrale Europea (BCE). Il concetto da sormontare è semplice: tenere sotto tiro i grossi capitali e favorire, fiscalmente, i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Se non saranno più prospettati “condoni” o “scudi fiscali”, gli evasori dovranno fare meglio i loro conti. Con queste premesse, però, la situazione, di là dalle apparenze, è tesa e la fiducia politica all’Esecutivo potrebbe essere rivista per evitare ripercussioni al momento di mettere le carte in tavola. Un conto è l’austerità interna, un altro è il pareggio di bilancio preteso a livello europeo. E’ vero che l’inflazione non è aumentata, ma solo per una contrazione anomala dei consumi e della deflazione. Del resto, questo Conti “bis” non può garantire più di tanto.

 

Quindi, sulla quantità si può anche puntare al ribasso, ma sul quotidiano, visto il progetto delle liberalizzazioni, nessuno sembra volerci stare. Invece di “filosofare” sul fronte economico, i politici dovrebbero affrontare le riforme istituzionali. Una volta”salvata” l’economia, il tunnel della regressione potrebbe essere più breve. Tutto dipenderà dalla Commissioni del futuro Parlamento in materia.  Così l’italiano, che non è stata mai “cicala”, affronterà il suo ruolo di “formica”. Risparmiare sembra impossibile e molti hanno già dissipato capitale e interesse per far fronte alle necessità. Secondo noi, ci sono ancora troppi compromessi da ridimensionare per tornare a pretendere l’affidabilità economica che dipende, però, da quella politica.

 

 Prima di tutto, la coerenza degli eventi dovrebbe tener in maggior considerazione i segnali di regresso generale. Suggerimento mai tenuto in debito apprezzamento dai precedenti esecutivi. Così Il popolo italiano si è trovato più povero.

 Attenzione: più povero non meno ricco. Perché i ricchi d’Italia, anche nella situazione di palese declino nazionale, rischiano sempre poco. Per costoro l’attesa in tempi migliori non è mai venuta meno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riunito alla Farnesina il Comitato di Presidenza del Cgie

 

Il Segretario Generale Michele Schiavone: In finanziaria chiediamo più attenzione per le politiche degli italiani all’estero

 

ROMA – Si è tenuta alla Farnesina la conferenza stampa di chiusura del Comitato di Presidenza del Cgie, che ha concluso oggi i suoi lavori. Il punto della situazione, dopo tre giorni intensi di lavoro e di confronti con esponenti politici in rappresentanza del Governo, è stato tracciato dal Segretario Generale, Michele Schiavone, che non ha nascosto le preoccupazioni per un futuro che sembra assai incerto all’orizzonte per ciò che riguarda le politiche del Governo verso gli italiani all’estero. I lavori hanno visto in questi giorni il confronto con diversi esponenti politici e istituzionali come il Sottosegretario agli Esteri, Ricardo Merlo, il Sottosegretario delegato all’Editoria, Andrea Martella, il Sottosegretario delegato al Lavoro, Stanislao Di Piazza, il Presidente di Enit, Giorgio Palmucci, il Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca, il Direttore Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali.

Si è trattato, anzitutto dal punto di vista tecnico, di un Comitato di Presidenza inedito poiché aperto, per la prima volta, ai Presidenti delle Commissione Tematiche in vista del percorso di avvicinamento all’attesissima Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie. E’ un appuntamento che per legge dovrebbe essere permanente – ha evidenziato Schiavone – ma che invece non viene convocato da dieci anni. Fin dall’inizio di questa consigliatura, il Cgie sta lavorando per organizzare questo evento tanto che si era arrivati persino a una data, ossia 20-21 novembre, sulla quale lo stesso Premier Conte si era impegnato nel precedente esecutivo. La Conferenza comunque si farà – ha aggiunto senza mezzi termini Schiavone – e con gli altri attori coinvolti abbiamo in programma di riuscire a tenerla tra la fine di febbraio e la metà di marzo del 2020. Tuttavia manca una data certa: tutto dipenderà dalle coperture finanziarie, ha precisato il Segretario Generale lamentando risorse in generale insufficienti all’interno della finanziaria per quanto riguarda le politiche destinate ai connazionali all’estero. Fino a pochi giorni fa avevamo avuto numeri rassicuranti per il Cgie, ossia una copertura di 1 milione e 16 mila euro; poi improvvisamente abbiamo appreso che la cifra era divenuta pari a 607 mila euro. Per svolgere tutte le funzioni previste dalla stessa legge istitutiva del Cgie, 607mila euro annui non sono sufficienti: non possiamo più accettare che gran parte del lavoro delle rappresentanze ricada quasi esclusivamente sull’impegno volontario. Anche i Comites non sono più in condizione di rispondere e di organizzarsi secondo le programmazioni che si erano dati: per questo la nostra richiesta al Governo è quella di trovare risorse aggiuntive.

 

L’emigrazione deve rientrare a pieno titolo nelle programmazioni politiche del Paese. Tutto questo mentre invece l’art. 101 della manovra finanziaria prevede un raddoppio del contributo per le pratiche di cittadinanza, con un aumento che metterebbe in ginocchio intere comunità soprattutto nelle aree del mondo con situazioni di crisi”, ha puntualizzato con rammarico Schiavone facendo riferimento alla proposta di aumentare da 300 a 600 euro la cosiddetta tassa di cittadinanza. Introiti che andrebbero comunque al Mef per una tassa che viene criticata anche al Vicesegretario per l’America Latina, Mariano Gazzola, che l’ha rilevato come  questa tassa non abbia come contropartita “l’incremento di un servizio”. C’è da ricordare poi come anche la questione legata alla possibilità di rivedere l’esenzione Tasi-Imu per gli iscritti all’Aire pensionati all’estero abbia notevolmente contribuito in questi giorni ad accendere gli animi politici, benché per i pensionati italiani residenti all’estero si tratti di diritti ormai acquisiti che verrebbero in tal modo ingiustamente rimessi in discussione. Si è parlato anche di problemi relativi all’indebolimento della rappresentanza, ossia della riduzione dei parlamentari eletti all’estero, una riforma costituzionale ormai divenuta legge: parteciperemo convintamente alla raccolta firme per il referendum, ha annunciato Schiavone sottolineando altresì la necessità imminente di approvare la riforma di Comites e Cgie, proposta dallo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. L’obiettivo è quello di dare ai due organismi più peso e prerogative e al tempo stesso ribattere a chi nel Governo e nei Ministeri vorrebbe ridurre la nostra rappresentanza ha puntualizzato Schiavone respingendo le motivazioni della bassa partecipazione al voto degli italiani all’estero e di conseguenza le ragioni del risparmio economico come pretesto per indebolire organismi democratici.

 

Come già anticipato, diversi sono stati gli esponenti politici e istituzionali che si sono confrontati con il Cgie durante questi tre giorni di lavori. Con il Sottosegretario delegato all’Editoria, Andrea Martella, abbiamo parlato di come l’applicazione delle nuove regole volute dalla riforma dell’editoria, di fatto, porterà l’esclusione dai contributi di diversi editori all’estero; con il Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca, abbiamo discusso dei corsi di lingua e cultura, alla luce del fatto che il Fondo Cultura scadrà nel 2020 e sarebbe opportuno rinnovarlo per altri 4 anni, ha ricordato Schiavone sollecitando la suddetta Direzione Generale al coinvolgimento anche di Comites e associazioni nei progetti e nelle iniziative. Con il Presidente dell’Enit, Giorgio Palmucci, il Comitato di Presidenza del Cgie ha invece ufficializzato un protocollo d’intesa per fare dei Comites dei presidi di promozione del turismo. Il Sottosegretario delegato al Lavoro, Stanislao Di Piazza, è intervenuto sulle questioni che riguardano il mondo del lavoro italiano all’estero. Al Ministero del Lavoro chiediamo politiche attive affinché ci sia un freno alle partenze che, spopolando intere parti del territorio, impoveriscono il Paese, ha aggiunto Schiavone tornando poi per l’ultima volta sulla questione delle elezioni dei Comites e delle risorse. Qualsiasi escamotage al ribasso non è più sostenibile. Il diritto di voto non è questione di spesa: non lo è in Italia e non deve esserlo neanche all’estero. Per tentare di porre rimedio a questa situazione che si sta creando, il Cgie sentirà i parlamentari eletti all’estero: abbiamo bisogno di dialogare con loro per costruire proposte in linea con le nostre esigenze. Non vogliamo regali da nessuno, ma il minimo necessario per fare il nostro lavoro, ha rimarcato il Segretario evidenziando come l’unica nota positiva sia nei giovani e nella loro energia specialmente dopo la rete costituitasi all’indomani del Seminario di Palermo, che ha riscosso davvero molto successo tra le nuove leve all’estero.

 

Il Vicesegretario per i Paesi anglofoni extra Ue, Silvana Mangione, è quindi tornata sul tema della lingua e cultura per spiegare alcuni problemi riscontrati. Non tutti i fondi destinati all’insegnamento dell’italiano all’estero per il 2019 sono stati né spesi né assegnati. Ciò crea grandi problemi in tutto il mondo, perché gli enti gestori o promotori all'estero hanno avuto gli anticipi solo ad agosto. A ciò si aggiunga che si sta lavorando da un anno e mezzo alla cosiddetta circolare 13 che definisce le procedure ministeriali per l’erogazione di questi fondi: c’è la possibilità che si passi dal sistema attuale, con la gestione dei fondi che segue l’anno fiscale, ad un’identificazione del ciclo fiscale con l’anno scolastico. Questa evenienza potrebbe causare non poche difficoltà nei Paesi dove l’anno scolastico ha tempi diversi, basti pensare solamente alla differenza tra i due emisferi, ha spiegato Silvana Mangione. Il Consigliere Cgie per il Sud Africa, Riccardo Pinna, ha parlato di una situazione ormai divenuta insostenibile. Siamo frustrati e non possiamo più sentire gli attacchi in Parlamento con la solita storia che noi italiani all’estero non paghiamo le tasse e sfruttiamo l’erario: se il Made in Italy è il terzo marchio più influente nel mondo, il Paese lo deve agli italiani all’estero….Per i Comites e Cgie servono adeguate coperture finanziarie, ha ammonito Pinna. Gianluca Lodetti, in rappresentanza dei consiglieri Cgie di nomina governativa, è tornato sull’incontro con il Sottosegretario Di Piazza. Abbiamo chiesto politiche attive che invertano la rotta o che, quanto meno, siano di accompagnamento ai connazionali che decidono di emigrare: accompagnamento che deve essere fatto di servizi e informazioni sulle esigenze della vita, ha rilevato Lodetti evidenziando l’importanza della valorizzazione della rete dei patronati ma anche la risoluzione delle questioni transfrontaliere, poiché lo Statuto dei lavoratori transfrontalieri ha avuto uno stop in virtù della caduta in estate del precedente Governo. Simone Sperduto/Inform 7

 

 

 

 

La sfida della manovra finanziaria. Italia/Ue: governi e previsioni economiche errate

 

La crescita rallentata dell’economia italiana è un serio problema che si trascina da anni; e altrettanto comuni sono gli errori nelle previsioni economiche da parte del governo italiano, che spesso sovrastima la crescita. Così, come già successo ad aprile, quando i dati delle proiezioni economiche del Documento di economia e finanza (Def) erano stati ridimensionati rispetto a quanto ipotizzato a fine 2018, il governo italiano si è ora trovato a dovere dimezzare le previsioni di crescita.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, infatti, avevano stimato, nel Def presentato ad aprile, una crescita del Prodotto interno lordo (Pil) reale dello 0,2% per il 2019, dello 0,6% per il 2020, dello 0,7% per il 2021. Nonostante l’aumento dell’occupazione, la crescita stimata era molto modesta.

Ma per quanto limitata una proiezione della crescita pari allo 0,2% per quest’anno si è rivelata troppo positiva; il governo Conte bis ha dovuto ritoccare ulteriormente le previsioni, presentando una crescita del Pil reale pari allo 0,1% per il 2019 e mantenendo la proiezione iniziale per i due anni successivi.

La base della manovra finanziaria

A fine settembre, Conte e l’attuale ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri hanno presentato la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef), indicando i nuovi obiettivi che il Paese si pone nel medio termine e la strategia economico-finanziaria per attuarli. La Nadef rappresenta un momento importante per ogni Stato: essa mette nero su bianco i numeri della manovra finanziaria e costituiva il punto di partenza del documento programmatico di bilancio per il 2020 presentato alla Commissione europea e all’Eurogruppo il 15 ottobre e della legge di bilancio proposta alle Camere entro il 20 ottobre.

La Nadef prevede oggi contenuti miglioramenti nel quadro di finanza pubblica per il prossimo triennio. Secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani (Cpi), “tali miglioramenti, compresa la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil, sono principalmente dovuti alla prevista riduzione della spesa per interessi e a un aumento del tasso di inflazione”.

Cosa sono gli errori di previsione e perché si verificano

Si definisce previsione economica quel processo che ha lo scopo di predire una condizione economica futura. Il processo si basa sulla deduzione: parte dalle situazioni e dai dati economici, correnti o passati, e fa riferimento alle linee guida metodiche di congettura. La cosa difficile in questo approccio è che, mentre estrapolare le informazioni correnti è un compito piuttosto accurato e affidabile, ciò che riguarda il futuro è totalmente incerto.

Innanzitutto, quando si pensa al futuro, si devono includere tutte le variabili coinvolte, che contribuiscono all’incertezza delle previsioni. In secondo luogo, ci sono elementi imprevedibili e imponderabili, specialmente nelle previsioni economiche, dove comportamenti non stabili sono all’ordine del giorno. Come affermavano Clement e Hendry, “è a causa delle cose che non sappiamo di sapere che il futuro è in gran parte imprevedibile”.

A tale proposito, gli errori di previsione avvengono ad esempio a causa di shock macroeconomici che colpiscono l’economia dei Paesi in un periodo di tempo successivo a quello in cui viene fatta la previsione. Ogni anno, nella presentazione del Def, i governi devono tener conto di tali eventualità e variabili che possono alterare le condizioni di stabilità, come ad esempio un cambiamento nella tecnologia, nella politica o nella legislazione, nei consumi privati ??e pubblici, nella domanda interna, nel deflatore del Pil e nell’import/export, oggi minacciati dai dazi Usa.

Inoltre, l’introduzione nell’Ue della procedura di infrazione per i disavanzi eccessivi ha reso necessario un approccio coordinato degli Stati membri dell’Unione nello sviluppo di strategie per uscire dalla situazione di disavanzo eccessivo durante gli anni della crisi finanziaria; questo approccio mira anche a ripristinare la stabilità nel settore finanziario, garantendo la sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche e potenziando il Pil.

Le priorità attuali

Le priorità finanziarie che il governo si pone oggi per i prossimi tre anni riguardano il rilancio della crescita economica, assicurando allo stesso tempo la sostenibilità dei conti pubblici. Più precisamente, tra queste vediamo la riduzione del debito pubblico in rapporto al Pil – per il quale è prevista una diminuzione dal 135,7 per cento nel 2019 al 135,2 nel 2020 – e il contrasto alla disoccupazione. Ciononostante, per quest’ultima viene previsto nella Nadef un leggero aumento nel corso del 2020, passando dal 10,1 per cento al 10,2, per poi diminuire nel 2021 e raggiungere un livello pari al 9,8 per cento.

Ulteriori promesse economiche che il governo si impegna a mantenere vedono un aumento degli investimenti pubblici e privati e la lotta all’evasione fiscale, con una forte proiezione europea nella strategia politico-economica del Paese e con l’obiettivo di un deficit (indebitamento netto) fissato al 2,2 per cento del Pil. Il valore della manovra per il 2020 di aggira quindi attorno ai 30 miliardi, rafforzato anche dai tagli alle spese.

Il primo giudizio della Commissione europea sulla legge di bilancio italiana (e degli altri Stati membri) è atteso per il 30 novembre. Angela Marzorati, AffInt 26

 

 

 

Aumentare il peso delle esportazioni

 

Su Il Sole 24 Ore del 5.11.2019 un articolo del Sottosegretario agli Esteri

Ivan Scalfarotto: “L'intervento una strategia per aumentare il peso delle esportazioni”

 

I grandi mutamenti che a livello globale stanno interessando il commercio internazionale da un lato e le opportunità e sfide che emergono per il nostro Paese a seguito del passaggio delle competenze dal Mise alla Farnesina dall'altro, mi inducono ad alcune riflessioni.

Negli anni in cui dal Mise ho avuto l'onore di lavorare con le imprese e con tutte le componenti del "Sistema Italia", ho potuto toccare con mano l'importanza che il tema del commercio estero riveste per la nostra vita. Da esso derivano le possibilità di scelta che abbiamo ogni giorno quando ci sediamo a tavola, ci vestiamo o facciamo un acquisto: comprare da uno scaffale o da un computer può sembrare un'opzione banale ma in realtà è una scelta dietro la quale si celano temi essenziali come la tutela dei lavoratori, dell'ambiente e della salute. ll commercio internazionale è inoltre per noi una componente essenziale dell'interesse nazionale. Nonostante la stagnazione economica, infatti, l'export ha fornito l'unico apporto positivo alla crescita negli ultimi 8 anni: senza il contributo delle esportazioni, il Pil italiano sarebbe oggi inferiore di quasi 7 punti percentuali rispetto al 2010. Nel 2018 l'export inoltre, nonostante le criticità congiunturali e le incertezze geopolitiche, è cresciuto in valore del 3,4% arrivando a rappresentare il 32% del Pil e contribuendo a un saldo positivo della bilancia commerciale di 44 miliardi di euro, pari al 2,25% del medesimo Pil. Non a caso l'Italia è il nono esportatore mondiale di prodotti e il sesto per surplus commerciale.

In prospettiva, dopo un 2018 positivo in cui le nostre esportazioni hanno registrato segnali di crescita quasi ovunque (fa eccezione in particolare la Cina dove purtroppo, nonostante gli sforzi del governo precedente, siamo passati da un +22% di export nel 2017 a un -2% nel 2018), una serie di sfide e di possibili rischi si stagliano all'orizzonte: dal rallentamento della crescita tedesca e cinese alla Brexit, dalle tensioni protezionistiche alla situazione di difficoltà dei fora multilaterali come l'Omc, dal perdurare di focolai di instabilità in Medio Oriente e Nord Africa alle tensioni su mercati come quelli dell'America Latina. Si tratta di situazioni potenzialmente in grado di mettere a rischio il livello di interscambio e di conseguenza la crescita globale.

Veniamo ora agli obiettivi che siamo chiamati a porci e soprattutto, agli strumenti che potrebbero aiutarci a conseguirli.

 

Per ciò che riguarda i primi, io credo che dovremmo cominciare a misurare i nostri risultati attraverso 5 "Key Performance Indicators": 1) aumentare la quota di mercato dell'export italiano a livello mondiale, passando dall'attuale 2,7 al 3% ; 2) accrescere il peso dell'export sul Pil fino al 37% (attualmente intorno al 33%); 3) aumentare la quota dell'export verso l'area extra-Ue in grado di assicurare maggiori margini di crescita; 4) invertire il trend negativo degli ultimi anni e raggiungere il numero di 138mila imprese esportatrici (+12 mila rispetto alle 126 mila attuali), anche attraverso un maggior dinamismo delle aziende del Mezzogiorno; 5) elevare il valore medio delle esportazioni a 4,5 milioni (rispetto ai 3,3 attuali).

In tale contesto il Governo è chiamato a muoversi sia su un piano "difensivo" che "offensivo". La fase più "difensiva" a tutela delle nostre produzioni, dei nostri marchi, delle Indicazioni Geografiche e della proprietà intellettuale, deve essere giocata sui vari tavoli multilaterali in cui è in ballo il nostro interesse nazionale ed in primis nell'Ue e nell'Omc. Il Governo deve presidiare questi tavoli con continuità, competenza e senza pregiudizi ideologici. Pur consapevoli delle complessità della globalizzazione e degli interventi cui siamo chiamati sia per sostenere i cittadini e le imprese più vulnerabili che per evitare rischi di dumping sociale e ambientale, resta innegabile come l'interesse nazionale di un Paese con una struttura produttiva come l'Italia, sia strettamente legato all'apertura dei mercati e agli scambi commerciali. Di questo dovremmo ricordarci anche in sede di ratifica degli accordi commerciali stipulati dall'Unione europea, soprattutto quando dimostrano di essere strumenti di espansione delle nostre esportazioni e di garanzia per la tutela delle nostre produzioni.

 

Parallelamente, siamo chiamati a sviluppare la nostra azione "offensiva", come abbiamo fatto a partire dal 2015 con la creazione di un "Piano Straordinario per la Promozione del Made in Italy" sui mercati emergenti e a maggior tasso di crescita. È fondamentale a tal proposito che la legge di bilancio assicuri un rifinanziamento del piano almeno all'altezza degli anni precedenti rendendolo in prospettiva uno strumento di promozione non più straordinario ma strutturale. Allo stesso tempo dobbiamo assicurare all'Ice la possibilità di poter tornare ad assumere personale garantendo il fisiologico rinnovamento degli organici, messo a rischio da un pluriennale blocco del turn-over.

In generale il settore delle esportazioni ha un bisogno crescente di professionalità ed è in grado di offrire ai nostri giovani posti di lavoro qualificati e numerosi. L'esperienza del Temporary Export Manager sviluppata al Mise negli ultimi anni è una valida base di partenza sulla quale è opportuno costruire strutturati percorsi di istruzione superiore, anche di tipo duale con alternanza tra studio e lavoro come avviene in Germania.

 

Penso inoltre che debbano essere defiscalizzate le attività di sviluppo di know how specifico su export, sul modello dell'esperienza di "Impresa 4.0", ivi compresi gli investimenti in formazione. Analogamente, allo scopo di promuovere la presenza sui mercati esteri delle imprese meno sviluppate internazionalmente, dovremmo sin da subito considerare, per le aziende che acquisiscono lo status di esportatore abituale, un meccanismo di deducibilità automatica del 50% del fatturato estero incrementale rispetto a quello degli anni precedenti.

Il commercio internazionale è insomma una materia al cuore dei nostri interessi, strategica per le nostre famiglie e per le nostre imprese e alla quale il Governo - in forza di una strategia unitaria e coerente, che sia all'altezza dell'indiscutibile autorevolezza del nostro Paese sui mercati internazionali - dovrà assicurare la massima attenzione. Ivan Scalfarotto, Il Sole 24 Ore, 5 novembre

 

 

 

 

FVG/Germania. I territori tornino protagonisti in Europa

 

Udine - "I territori locali devono tornare protagonisti in Europa e, allo stesso tempo, gli Stati centrali, in primis l'Italia, devono imparare a utilizzare meglio le risorse europee per valorizzare le comunità e rivolgere maggiori attenzioni alle periferie". Questo il concetto espresso ieri a Udine dall'assessore alle Finanze del Friuli Venezia Giulia, Barbara Zilli, che a Palazzo D'Aronco ha incontrato l'ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, al quale ha portato i saluti del governatore Massimiliano Fedriga, impegnato nella visita istituzionale con il presidente del Senato, Elisabetta Casellati.

"L'Italia, come la Germania, ha un'identità composita, che si manifesta nella varietà e particolarità delle sue regioni. È nella valorizzazione delle specificità che si può trovare una nuova ricetta politica anche per l'Europa", ha evidenziato Zilli.

Nel corso dell'incontro, l'assessore ha ricordato il forte legame economico e sociale tra Friuli Venezia Giulia e Germania che si manifesta nel primato tedesco tra i partner commerciali della regione, così come nelle presenze turistiche, ma anche nei legami creati nei decenni passati dai corregionali emigrati in Germania.

Il diplomatico tedesco, dal canto suo, ha espresso l'interesse del proprio Paese ad approfondire i legami e le relazioni con Regioni, Comuni, Università italiane per favorire una nuova vicinanza tra Europa e cittadini.

La Germania, ha riferito Elbling, è convinta che non possa esistere un'Europa senza l'Italia e che allo stesso tempo serva un'Europa più coesa. A questo proposito, l'ambasciatore sta svolgendo un viaggio tra le regioni e i comuni per conoscere le realtà maggiormente attive negli scambi internazionali e nel rafforzamento della circolazione di idee affinchè si rinnovi il concetto di “Europa delle persone”.

Zilli ha quindi illustrato all'ambasciatore tedesco le iniziative di natura fiscale che la Regione ha voluto introdurre per creare una fiscalità di sviluppo che renda il territorio regionale più attrattivo per le imprese "anche se - ha evidenziato l'esponente della Giunta Fedriga - il problema più rilevante resta la scarsa competitività del sistema italiano rispetto alla facilità di creare impresa e ad una burocrazia più snella nei Paesi confinanti come Slovenia e Austria". (aise 6) 

 

 

 

 

 

Referendum: tante le perplessità

 

Potrebbe essere prossimo il varo di un Referendum Costituzionale per un Parlamento “ridotto” nei numeri. Un preambolo che ha destato anche le perplessità di Lettori “altrove”. Intanto il provvedimento, in caso d’approvazione, andrebbe a modificare, sostanzialmente, il nostro Potere Legislativo riducendo il numero dei parlamentari e, indirettamente, il ruolo dei partiti sotto il profilo delle alleanze e nella formazione del Potere Esecutivo. Come già scritto, il Referendum, in ogni caso, sarà “confermativo”. Perché, nel caso specifico, non è prevista l’incognita del “quorum”.

 

  Disertare l’appuntamento o votare scheda “bianca” non andrebbe a influenzare i risultati referendari. Avrà la “vittoria” il numero maggiore dei “Sì” o dei “No”. Insomma, se il Referendum ci farà, sarà una”conta” aritmetica che non sminuisce certe nostre perplessità.

Dato che il Referendum non è stata ancora ufficialmente deciso, restiamo disponibili a uno scambio d’opinioni sul futuro legislativo della nostra Repubblica. Con una premessa, che abbiamo fatto nostra da sempre: non ci sforzeremo di giustificare i vantaggi politici di un Parlamento ridotto.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

"Confermati gli incentivi 'Resto al Sud'. Sostegno a giovani imprenditori, unico vero volano per Meridione"

 

Roma - "Il Meridione rinasce solo se sono i suoi giovani a farlo ripartire. Ecco perché abbiamo fortemente voluto che fosse confermata la misura 'Resto al Sud', da noi introdotta. Volta a promuovere la costituzione di nuove imprese nelle regioni di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia e nelle zone colpite dal sisma nel 2016 e del 2027 di Lazio, Umbria e Marche". È quanto dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente vicario del gruppo Italia Viva-Psi.

Possono usufruire dei finanziamenti agevolati giovani sotto i 45 anni che risiedono nelle regioni del Sud interessate o che trasferiscono ufficialmente lì la residenza entro sessanta giorni dall'assegnazione delle risorse. I benefici valgono anche per chi risiede all'estero e rientra, e trasferisce lì la residenza entro centoventi giorni, mantenendola al Sud per tutta la durata del finanziamento. In particolare, possono accedere coloro che non hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato durante il finanziamento, non sono già titolari di un'altra impresa, non risultino titolari di una partita Iva in un'attività analoga a quella per la quale presentano la domanda, nei dodici mesi precedenti".

"Resto al Sud prevede un finanziamento fino a 50mila euro per ogni richiedente, fino a un massimo di 200mila euro per le società. Il finanziamento copre il 100 per cento delle spese ammissibili e consiste in un contributo a fondo perduto pari al 35 per cento dell'investimento complessivo e un finanziamento bancario pari al 65 per cento dell'investimento complessivo, garantito dal Fondo di Garanzia per le Piccole e medie imprese". 

"Le domande possono essere presentate da soggetti già costituiti in impresa al momento della presentazione o che si costituiscano entro sessanta giorni, oppure entro centoventi giorni se residenti all'estero. Sono ammesse le imprese individuali e le società, comprese le società cooperative. Le domande, corredate da tutta la documentazione sul progetto imprenditoriale, devono essere presentate attraverso lo spazio apposito su www.invitalia.it - il sito istituzionale del soggetto gestore Invitalia, l'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa".

"Resto al Sud è una misura che fino adesso ha già dimostrato di funzionare bene. Solo in Sicilia ha portato alla creazione di 2.213 posti di lavoro grazie all'approvazione di 581 progetti, la metà dei quali nel settore turistico culturale. Il Sud sta vivendo da anni un forte spopolamento. Sia verso il nord Italia, che verso l'estero. Con nuovi picchi negli ultimi dieci anni. Con Resto al Sud fermiamo questa emorragia. Perchè - conclude la senatrice - è questa l'unica vera emergenza migratoria del nostro Paese".  De.it.press 8

 

 

 

 

I Curdi sono nostri fratelli

 

Ipotesi, tra Storia e Mito, dello studioso Felice Vinci, autore di “Omero nel Baltico” e neo Presidente onorario della Fondazione Levi Pelloni.

 

Perché i Curdi sono nostri fratelli? Andiamo con ordine. In un articolo uscito qualche anno fa su una importante rivista di filologia classica, intitolato “Ancient Curetes and the Western Baltic tribe of Kuri”, la professoressa Ilze Rimniece mostra alcuni suggestivi paralleli a supporto dell’ipotesi che vi sia un rapporto fra gli antichi Cureti della mitologia greca ed i Curi o Curoni, una tribù di guerrieri e navigatori del mondo baltico. Questi ultimi, chiamati Curetes dallo storico medievale danese Saxo Grammaticus (1150 c. – 1220 c.), hanno dato il loro nome alla Curlandia, una regione della Lettonia che corrisponde alla Curetia di Saxo. Ora, se consideriamo che proprio nel Baltico orientale si trova la figura di un dio supremo, chiamato Dievas in lituano e Dievs in lèttone, che nel folklore ha le caratteristiche sia del dio cristiano che del greco Zeus, sembra effettivamente naturale collegare queste Curi baltici del Medioevo con i misteriosi Cureti (Kouretes) della mitologia greca, adoratori di Zeus ed in particolare protagonisti del mito della sua nascita sul monte Ida a Creta: Omero ne parla come una popolazione bellicosa in conflitto con gli Etoli (oltretutto Dievas è quasi identico a Di(v)os, il nome di Zeus in greco nel caso genitivo).

 

  D'altra parte, il filologo tedesco Walter F. Otto ha trovato analogie tra Zeus e Teshub, il grande dio della tempesta degli Hurriti (o Khurriti, un popolo che verso il XVI secolo AC era stanziato in Anatolia, imparentato con i Mitanni, che parlavano una lingua indoeuropea). Un'altra analogia con la mitologia greca si riferisce all'assalto all'Olimpo da parte di due giganti, Oto ed Efialte, raccontato nell’Odissea, paragonato da Robert Graves al mito hurrita in cui due fratelli divini attaccano il Monte Hazzi. E sempre ad un mito hurrita viene accostato il racconto, contenuto nella Teogonia di Esiodo, della castrazione di Urano, avo di Zeus. Insomma, date queste singolari convergenze tra le rispettive mitologie, si può legittimamente ipotizzare una sorta di continuità tra i Cureti omerici e gli Hurriti-Khurriti anatolici, presumibilmente riconducibile alla diaspora indoeuropea. Ma ciò che è più sorprendente, e che ci porta all'ultimo anello di questa catena di corrispondenze, è che il paese degli antichi Khurriti si sovrappone quasi esattamente a quello dei Curdi di oggi!

 

  Il Kurdistan è una vasta regione che si estende tra la Turchia centrale e in particolare quella orientale, l'Iran occidentale, l'Iraq settentrionale e la Siria settentrionale. Va anche notato che nella leggenda curda più famosa, quella di "Kawa il fabbro", il nome del protagonista è identico a quello del kaves (o koes), il sacerdote dei mitici Cabiri della mitologia greca, probabilmente legati ai misteri di metallurgia. Inoltre, in un racconto curdo tradizionale troviamo una chiara allusione al mito di Ulisse (tuttavia esso è più vicino alla versione celtica, intitolata Merugud Uilix maic Leirtis, che indica che probabilmente non deriva dall'Odissea omerica, ma piuttosto da una tradizione indoeuropea parallela). Ma, in ogni caso, un confronto tra il DNA dei Curdi e quello degli attuali Curlandesi può verificare la validità di questa catena che si estende attraverso i secoli, dai Cureti omerici agli Curdi odierni, e confermare se questi due popoli siano davvero connessi.

 

  Ma se già un possibile rapporto con il mondo dell’antica Grecia ci fa sentire i Curdi molto più vicini di quanto non potesse pensare, una relazione non meno inaspettata e forse ancor più stretta si può stabilire con il mondo dell’antica Roma. Cominciamo col dire che un appellativo degli antichi Romani era “Quirites”: secondo un’antica tradizione, questo termine era una corruzione di Curites (dal nome della città sabina di Cures), ossia il nome della tribù di Sabini originariamente stanziati sul Quirinale e devoti al dio Quirino. All'origine della storia dell’Urbe i Curiti, dopo essersi scontrati con i Latini di Romolo – il leggendario episodio del Ratto delle Sabine – si fusero con essi diventando un solo popolo e condividendo coi Latini il governo della neonata Roma, al punto che il loro re Tito Tazio regnò insieme con Romolo: da qui derivò ai Romani l'appellativo di Quiriti. Non solo: il secondo re di Roma, Numa Pompilio, genero di Tito Tazio, era anch’egli originario di Cures. E che vi sia un rapporto diretto tra Roma, Cures e i Cureti ce lo attesta la capra Amaltea, figlia del curete Haimonios, anch’essa legata, come i Cureti, al mito della nascita di Zeus, del quale fu la nutrice sul monte Ida: infatti, secondo l’autorevole testimonianza di Agostino, essa era effigiata nel primitivo Campidoglio.

 

  Ma ora andiamo a Cures, la città più importante dei Sabini, che sorgeva nei pressi dell’attuale Passo Corese, frazione di Fara in Sabina, a poco più di 30 km dal centro di Roma. Non lontano, si erge nella pianura il monte Soratte, che fu utilizzato come luogo di culto dai Sabini, dai Capenti, dai Falisci e dagli Etruschi. Tale vocazione si tramandò ai Romani con il culto di Soranus Apollo. Soranus era un'antica divinità italica, venerata da varie popolazioni dell'Italia centrale: il centro del suo culto era sul Soratte; i suoi sacerdoti, chiamati Hirpi Sorani ("Lupi di Sorano"), nel corso delle cerimonie camminavano sui carboni ardenti, reggendo le interiora delle capre sacrificate (che a questo punto potrebbero forse essere messe in rapporto con Amaltea, la capra di Zeus). E, non a caso, nei pressi del Soratte, a qualche chilometro da Cures e da Passo Corese, vi era il Lucus Feroniae, il bosco sacro della dea Feronia, paredra di Sorano.

 

  Ma perché abbiamo tenuto a soffermarci sul Soratte e su Sorano? Perché, dopo aver trovato un fitto reticolo di corrispondenze tra il mondo classico, i Cureti, i Khurriti e i Curdi, scopriamo un collegamento diretto proprio fra questi ultimi ed il primitivo mondo romano-sabino: infatti “Sorani” è il nome del “curdo centrale” (Kurdîy nawendî), ossia la lingua curda parlata dalle popolazioni curde dell'Iraq settentrionale e dell'Iran occidentale. Per inciso, le tre lingue curde – il Kurmanji (Curdo settentrionale), il Sorani (curdo centrale) e il Palewani (curdo meridionale) – appartengono al ramo iraniano della famiglia indo-europea. Il termine “Sorani” – una delle due lingue ufficiali dell'Iraq insieme all’arabo, parlata da circa 9-10 milioni di persone e semplicemente indicata come "curdo" nei documenti politici – prende il nome da Soran, un emirato musulmano sunnita curdo del Kurdistan. A sua volta questo nome sembra essere legato al clan ariano di Soren, che durante il regno di Yazdgerd di Persia governò quello che oggi è noto come Kurdistan iracheno. “Soran” è anche un distretto del governatorato di Erbil del Kurdistan iracheno, al confine con l'Iran e la Turchia; la sua città principale è Diana, che è anche chiamata Soran.

 

  Da tutte queste convergenze, che sarebbe arduo ritenere casuali, possiamo arguire che l’antico popolo dei Cureti, inizialmente abitanti nel nord, durante la diaspora indoeuropea abbia preso strade diverse: alcuni sono rimasti sulle rive del Baltico, dove erano stanziati già nei tempi omerici (sono infatti citati nell’Iliade, come abbiamo rilevato nel saggio Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, in cui abbiamo ricostruito l’originario mondo omerico, identificabile con l’età del bronzo nordica); altri hanno finito per stanziarsi nella penisola anatolica; un terzo gruppo ha passato le Alpi e, scendendo per la penisola italiana, infine si è fermato nel Lazio, dove ha dato un importantissimo contributo alla storia della Roma arcaica.

 

  È ragionevole aspettarsi che analisi mirate sul DNA delle popolazioni che vivono in Curlandia, nel Kurdistan e nell’area della Sabina diano una conferma al sorprendente quadro che qui abbiamo cercato di delineare, da cui intanto possiamo dedurre che i Curdi, e così pure i Curlandesi, sono nostri fratelli: siamo tutti figli dell’Europa. Felice Vinci, de.it.press 30

 

 

 

 

La situazione

 

L’insofferenza è palese. La frenata politica anche. L’attuale situazione ha solo accelerato i tempi per una situazione della quale non siamo ancora in grado di stimare gli effetti. Chi azzarderebbe negarlo?

 

 Non è ancora chiara quale tattica politica escogiterà l’accoppiata PD/M5S. Il mistero resta fitto. Dopo gli abbagli per un’Italia meno povera, si è tornati  a fare i conti con un’economia assai variegata. I servizi sociali, quelli di pubblica utilità, sono stati i primi a soffrirne. Tutto il resto, che non è poco, non è stato risparmiato. L’idea di uno Stato protezionista si è tramutata nell’immagine di un Paese delle presunte riforme.

 

Intanto, gli altri politici continuano a essere comparse su una scena la cui potenzialità non può essere trascurata. Ciò che à stato impossibile alle loro alleanze di cordata, sembra raggiunto, almeno nella sua fase iniziale, da due compagini che, sino all’anno scorso, non avevano loro uomini in “gioco”. Ora non ci sarebbero le premesse per un rinnovamento senza dover ricorrere alle solite alchimie politiche. La situazione resta in evoluzione. I problemi del Paese ci sono ancora tutti e, forse, se ne aggiungeranno degli altri. Non è il caso d’ipotizzare miglioramenti che potrebbero non esserci.

 

Potrà sembrare strano, ma anche da noi si stanno schematizzando, pur senza una tattica concordata, due “fronti”. Come a scrivere che chi è da una “parte”non potrà, poi, transitare all’”altra”. Nel Paese era successo. Purtroppo, più di una volta. Da noi, la politica del “passaggio” non è una novità. La situazione potrebbe evolversi proprio col prossimo anno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Proposta di legge per l’istituzione di una bicamerale sull’emigrazione

 

Non possiamo accettare senza reagire che la riduzione del numero dei parlamentari assegnati alla circoscrizione Estero, ingiusta e dannosa, apra una deriva di sfiducia e di rassegnazione sulla rappresentanza degli italiani all’estero. È necessario avviare una riconsiderazione coraggiosa e profonda sugli istituti di rappresentanza per evitare di perdere gli spazi conquistati in decenni di impegno e di lotte e per aggiornare le forme di dialogo tra il nostro complesso mondo e le istituzioni italiane.

 

Per questo, come primo passo in questa direzione, ho presentato una proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare bilaterale sull’emigrazione e sulla mobilità degli italiani nel mondo, che tiene conto della riflessione che già nella scorsa legislatura aveva fatto a tale proposito il collega del PD Gianni Farina.

 

L’idea che ne ho è quella di una commissione con poteri reali di indagine e di proposta sulle tematiche delle nostre comunità e sulle nuove mobilità, una specie di osservatorio capace di monitorare costantemente i cambiamenti che si determinano nell’emigrazione consolidata e nelle nuove emigrazioni. Cercando di rilevare con prontezza i problemi più acuti.

La vedo composta dagli eletti all’estero, ma non solo: essa deve avere proporzionalmente i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, per avvicinare il nostro mondo alla politica italiana, ed essere presieduta da una personalità di alto profilo scelta dai Presidenti delle due Camere, con un peso significativo nella politica italiana. E tanto per tentare già un raccordo con le altre istanze, con una presenza, a titolo consultivo, di componenti del CGIE, che va comunque salvaguardato nella sua autonomia e rafforzato.

 

Registro con soddisfazione la disponibilità trasversale di esponenti di altri gruppi parlamentari ad avviare quanto prima l’esame delle proposte di legge esistenti su questo tema. Il mio contributo, come dimostra la presentazione della proposta di legge, è convinto e partecipe. On. Angela Schirò, Dip 8

 

 

 

 

Migranti: con Progetto Form@ 3.600 ricongiungimenti familiari assistiti

 

Consentire l'abbraccio e la ricostituzione dell'unità perduta, permettere a famiglie di cittadini extracomunitari di ritrovarsi e ricongiungersi in Italia, allestendo un percorso di assistenza e formazione civica e culturale unico nel suo genere. Sono questi gli obiettivi che hanno animato il progetto Form@ (Formazione orientamento ricongiungimento familiare), cofinanziato dal fondo Fami (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione), dal ministero dell’Interno in veste di autorità responsabile, dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali come autorità delegata e con il sostegno del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

 

Il progetto, che è stato gestito dai quattro patronati del Ce.Pa, Inca Cgil, Inas Cisl, Ital Uil e Patronato Acli affiancati da Anolf Cisl, Angi (Associazione Nuova Generazione Italocinese), Ils (International Language School) e Unirama, si è chiuso oggi, con un seminario a Roma, durante il quale sono stati presentati i risultati.

 

"Un progetto importante -ha detto ad Adnkronos/Labitalia Michele Pagliaro, presidente nazionale Inca Cgil- e sicuramente significativo, in cui il ruolo dell'Inca è stato fondamentale. Un progetto che abbiamo sviluppato attraverso un bando del ministero del Lavoro e ci ha visto, nel ruolo di patronato capofila, lavorare insieme all'Inas, all'Ital Uil e ad Acli e che ha prodotto qualcosa come 3.600 richieste di ricongiungimento, che hanno attraversato tutti i Paesi della fascia subsahariana del Nord Africa, il Perù, la Cina e molte altre nazioni. Un progetto che ha consentito la ricostruzione delle famiglie e in cui l'Inca ha avuto un ruolo fondamentale, a partire dalla preparazione alla conoscenza della lingua italiana e del patrimonio culturale e valoriale italiano".

Il percorso di 'ricongiungimento familiare assistito' si attiva in Italia, al momento della richiesta del nullaosta presso una delle sede territoriali dei patronati aderenti (2.800 sedi in tutta Italia). I destinatari del percorso formativo 'pre-partenza' sono figli, coniugi, e genitori dei cittadini stranieri che già vivono in Italia provenienti da questi Paesi: Albania, Ucraina, Moldavia, Marocco, Egitto, Senegal, Tunisia, Ecuador, Cina, Perù e India (Punjab).

"In particolare, l'aspetto linguistico è un passaggio cruciale -spiega Pagliaro- perché imparare un po' di lingua del paese dove si va a vivere 'libera' le persone e prova ad emancipare le famiglie che si ricongiungono nel nostro Paese". L'esperienza di Form@ è stata una crescita professionale anche per gli operatori coinvolti, in Italia e all'estero.

"Ci ha fatto comprendere -ricorda Pagliaro- certe dinamiche. A volte, infatti, la ricongiunzione delle famiglie che vengono da fuori nel nostro Paese è un passaggio di vita molto importante, perché non c'è solo l'aspetto culturale, ma anche quello di innestarsi nella nuova dimensione sociale di questo paese. L'aspetto che mi ha colpito di più è che hanno aderito molte donne, che si sono rivolte a noi per conoscere la lingua e la socialità dell'Italia, perché spesso sono famiglie in cui il padre lavora in Italia e i figli lo vedono solo durante le festività. Quindi si deve lavorare per costruire un nuovo equilibrio familiare e poi si deve lavorare per costruire un nuovo equilibrio familiare in un Paese straniero".

"Questa era la nostra mission -conclude il presidente dell'Inca Cgil- che pensiamo di aver svolto dando una prospettiva all'immigrazione perché, nel terzo millennio, non si può immaginare un mondo libero per le cose e non per le persone. Se questo si realizza applicando le buone prassi, quella che chiamiamo integrazione, sarà un percorso molto più facile, molto più positivo e molto più virtuoso".

Al seminario di Roma, sono intervenuti anche i presidenti dei Patronati Inas Cisl, Ital Uil e Acli, rispettivamente Gianluigi Petteni, Romano Bellissima e Emiliano Manfredonia. Per Petteni, "i Patronati hanno messo in campo soggetti anche eticamente preparati e hanno realizzato un percorso veramente utile". "Ora è anche arrivato il momento di dire al ministero del Lavoro e a chi di dovere: 'In Italia c'è ancora bisogno o no di soggetti come i Patronati che interagiscono in questo modo e che sono figli, non di interessi particolari ma della cultura di questo Paese? E se la risposta è sì, occorre che le istituzioni facciano scelte conseguenti", ha detto Petteni.

Bellissima ha sottolineato "lo scopo sociale di grande importanza del progetto che ha raggiunto una vasta platea di persone alla vigilia di un grande cambiamento della loro vita", mentre Manfredonia ha messo in luce "il rapporto fiduciario che si è instaurato tra i nostri operatori e i cittadini stranieri e che ha permesso il successo del progetto Form@". All'iniziativa a Roma hanno anche partecipato rappresentanti delle istituzioni coinvolte nel progetto nonché Mohamed Saady (presidente Anolf), Pina Foti, presidente Ils e Ming Chen dell'Angi. Adnkronos 31

 

 

 

 

L’estinzione del Movimento 5 stelle non può essere fermata

 

Solo un anno e mezzo fa il M5S, con una campagna elettorale scandita da “onestà, onestà!” e incentrata sulla lotta alle diseguaglianze, alla corruzione, alle mafie, alla spartizione partitocratica di Rai e altri mille enti a nomina politica, otteneva quasi undici milioni di suffragi, il 32,68% alla Camera e il 32,22% al Senato.

 

Contro ogni logica e ogni decenza, Di Maio si accordava con Salvini per spartirsi le poltrone nel governo Conte (1 giugno 2018), e il 1 luglio un sondaggio Ipsos dava la Lega già sopra il M5S, che rapidamente sarebbe tracollata perdendo un elettore su due (17,2% alle europee del maggio 2019).

 

Era ovvio. Del resto al primo occhiolino tra Di Maio e Salvini, il 21 marzo 2018, avevo scritto: “Senza ricorrere a Nostradamus: i cinquestelle perderebbero tutti i voti dei cittadini in rivolta per giustizia e libertà, gli resterebbero solo gli enragés delle partite Iva, ma in quest’orizzonte Salvini (e Berlusconi!) sono i pesci nell’acqua, i grillini di ‘onestà!’ finirebbero naufraghi”. E infatti.

 

Conclusa al Papeete l’esperienza abominevole, Di Maio ruota il M5S da Salvini a Zingaretti (benché non volesse l’accordo sul Conte 2, come Zingaretti, d’altronde), e anzi ufficializza la nuova alleanza con il “cheese!” di Narni. Risultato delle elezioni in Umbria, il M5S al 7,4%. Perciò Di Maio capriola di nuova, mai più candidati comuni alle Regionali, in Emilia-Romagna andiamo da soli. Se davvero, allora, senza scomodare Nostradamus, ripeterà il risultato a una cifra.

 

Di Maio sembra una mosca intrappolata in un bicchiere rovesciato. Può provare a inventarsi tutti i numeri da circo che vuole, non servirà. L’estinzione del M5S è in corso e non può essere fermata. Perché le sue ragioni strutturali sono due, e a nessuna di esse Di Maio, o Casaleggio, o perfino Beppe Grillo, sono in grado di rinunciare.

 

Le avevo indicate anni e anni fa, quando il MoVimento mieteva i suoi primi successi: l’assurda pretesa di non essere né di destra né di sinistra, e una selezione dei suoi dirigenti con “procedure da X Factor o ‘Amici’ della De Filippi”.

 

L’osceno connubio M5S-Salvini non poteva funzionare perché Salvini costituiva da sempre la destra lepenista (oggi si dovrebbe dire che è il lepenismo a costituire il salvinismo francese), la vocazione al governo pre-fascista, mentre Di Maio continuava a illudersi di poter mantenere il M5S nella sua ambiguità di essere “oltre”. E così tra una forza coerente (la Lega di Salvini) e una “né carne né pesce” l’egemonia non poteva che finire interamente nelle mani della prima.

 

Ma andando con il Pd questa ambiguità mortale del M5S resta. Qui ovviamente non parliamo (non ne parliamo più da anni) di “destra” e “sinistra” nel senso politicoso e partitocratico (e spesso anche giornalistico, ahimè), ma in quello sostanziale dei valori e interessi di riferimento, insomma dello schieramento che difende privilegi e promuove illibertà, dove Berlusconi, Meloni e Salvini sono solo varianti becere o ancor più becere (e Renzi la versione presentabile), o di quello che promuove eguaglianza e libertà, più eguaglianza e più libertà, ogni giorno.

 

Ogni politica fa pendere la bilancia su uno dei due versanti, non esiste l’interesse e il bene generale che accontenta tutti. E le destre, quanto più sono estreme tanto più fanno pendere la bilancia verso le garanzie per il privilegio e l’hybris di illibertà. I fascismi questo sono: dove la patina (o anche la polpa) sociale serve a proteggere i privilegi sviando la collera popolare su capri espiatori (l’ebreo, il migrante) anziché sulle radici di classe.

 

Oggi l’unica forza che manca, nella geografia della politica organizzata, è proprio una forza giustizia-e-libertà, ma il M5S non potrà mai convertirsi in tale forza, l’unica che potrebbe fornirgli un futuro, essendo tutti gli altri spazi compiutamente occupati (con non poche sovrapposizioni). Non potrà perché la sua selezione a roulette, la sua non-democrazia dei likevoti, non consente che nasca al suo interno una classe dirigente con la cultura e la tempra necessarie.

 

Il M5S non potrà che continuare ad allearsi col Pd, checché cianci in contrario, perché l’opzione “ruota di scorta” di Salvini è tramontata per sempre. Ma è un’alleanza tanto obbligata quanto fatale, una modalità della sua estinzione. A meno che di tale necessità non faccia invece una virtù: rendendo coerente la sua vocazione antipartitocratica ed egualitaria delle origini, e prospettando per l’alleanza M5S-Pd una immersione rigeneratrice integrale e prolungata nella società civile delle lotte di questi decenni e di quelle che forse si profilano, ambientaliste e non solo.

Con relativo scioglimento dei rispettivi apparati di potere e apparizione di una classe dirigente nuova al novanta per cento. Miracolo difficilmente pensabile. Paolo Flores d'Arcais, Micromega 4 nov.

 

 

 

Il rinnovamento

 

Il passato è passato. Insomma, c’è bisogno di un’arte del governo “coerente” che oltrepassi gli sbarramenti della precarietà. Ma non sarà questo Esecutivo a ridare fiducia al Paese.  Basta con le promesse non mantenute, con gli obiettivi che non consentono sbocco all’inventiva. Non è sufficiente, di conseguenza, contare su una maggioranza parlamentare solo “numerica” per avere un Governo privo di contraddizioni. La questione è, e resta, politica.

 

La crisi non è finita, ma neppure ridimensionata. Sulla scena politica italiana è in atto un mutamento di uomini e d’idee. Non intendiamo, però, disconoscere globalmente il nostro passato, perché qualche iniziativa valida c'è stata. Però, sono mancati gli uomini capaci di portarla a compimento totale.

 

Gli accordi di facciata non possono salvare il Bel Paese. Gli italiani quando potranno decidere del loro futuro? Oltre tanti impedimenti, l’onestà, nelle sue variegate manifestazioni, resta una carta che si può sempre giocare e, se non si bara, può essere vincente. Più che su i partiti c’è da puntare sugli uomini. Sono state, infatti, le crisi d’identità a vincolare, a nostro avviso, l’evoluzione nazionale.

 

 Per andare oltre, ci vogliono idee e, soprattutto, elementi capaci di concretarle. L’incoerenza, in ogni caso, non dovrebbe gravare sulle spalle del cittadino. Solo la “buona fede”, almeno questa volta, sia appropriata. Frazionare il potere non giova e la disgregazione delle strategie è stata una delle concause che ci hanno portato dove siamo. L’abbinata PD/M5S può garantire un “porto” sicuro per il Paese?  Per cambiare le sorti nazionali ci vuole ben altro spessore politico.

 

Ogni “incertezza”ci farebbe retrocedere. L’Italia godrà del credito che saprà guadagnarsi anche a  livello UE. Nulla di più. Chi mantiene attiva l’incoerenza, dovrebbe scomparire dall’affollato quadro politico nazionale. Rilevando, però, che la questione non è di numeri ma d’idee. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Legge di bilancio. Sugli italiani all’estero serve una svolta

 

Roma- “Gli oltre 5 milioni di italiani residenti all’estero sono una risorsa per il nostro Paese che va valorizzata e richiedono politiche certe, coraggiose e di lungo respiro”. Così Luciano Vecchi, nuovo responsabile per gli italiani nel mondo del Partito Democratico, in merito alla sessione di bilancio appena iniziata.

“In una situazione economica difficile, - continua l’esponente democratico – la Legge di Bilancio sottoposta dal Governo alle Camere, non solo ha sventato l’aumento dell’Iva, per un importo di ben 23 miliardi, ma è stata fondata su un impianto positivo, centrato sulla promozione di investimenti di qualità, sullo sviluppo sociale ed ecologicamente sostenibile, sulla riduzione del carico fiscale sul lavoro, sull’equità sociale e territoriale”.

“Per questo –aggiunge Vecchi - appare indispensabile che, nel confronto parlamentare, si valorizzino e, laddove necessario, si correggano alcuni aspetti del disegno di Legge di Bilancio che toccano direttamente i nostri connazionali e le nostre Comunità nel mondo”.

“Mi pare che nell’immediato – annota il responsabile del Pd Mondo – occorra garantire il mantenimento dell’esenzione da TASI e IMU per la prima casa dei pensionati residenti all’estero, il contenimento degli oneri consolari per il rilascio di documenti e le richieste di cittadinanza, il pieno rifinanziamento – anche per gli anni successivi al 2020 – del Fondo per la diffusione della lingua e della cultura italiana, il sostegno alla rete consolare e delle rappresentanze, avviando anche un rapido processo di riforma di COMITES e CGIE che devono essere messi in grado di svolgere in pieno la loro importante funzione”.

“È tempo che – conclude Vecchi – il nostro Paese si doti di una strategia complessiva verso gli italiani nel mondo, come anche messo in evidenza, da ultimo, dal recente Rapporto della Fondazione Migrantes, e come richiesto con forza dalle nostre Comunità all’estero”. (aise/dip 7) 

 

 

 

 

Forum economico italo-tedesco a Venezia

 

Venezia - German-Italian smart business conference: la settima  edizione del Forum italo-tedesco organizzato da Itkam-Camera di Commercio Italiana per la Germania e.V., si terrà a Venezia come evento inaugurale della Venice Innovation Week organizzata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. L’appuntamento con il Forum sui trend economici italo-tedeschi è programmato per martedì 12 novembre (dalle ore 9:30 alle ore 18:30) presso l’Auditorium Santa Margherita. L’evento è realizzato grazie al patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania e del Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni, in stretta cooperazione con la Fondazione Università Ca’ Foscari di Venezia e il supporto di Unioncamere del Veneto.  ‘Collaborare per Innovare’ è il filo conduttore che – si sottolinea da Unioncamere del Veneto-  consolida il dialogo bilaterale tra due Paesi leader europei. L’evento coinvolge un vasto pubblico composto da aziende internazionali con sede in Italia e/o Germania, membri della business community italo-tedesca, personalità del mondo dell’economia e della scienza, nonché rappresentanti della stampa e delle istituzioni di entrambi i Paesi. Esperti di settore provenienti sia dall’Italia che dalla Germania si confronteranno su tre tematiche principali: Panel I: Smart Logistics – Come implementare soluzioni innovative di distribuzione? ; Panel II: Smart Enterprise – Intelligenza Artificiale: la strategia per l’evoluzione?; Panel III: Smart Partnership – Un nuovo modello di business vincente?. Il successo delle edizioni precedenti, evidenzia Unioncamere del Veneto, è giustificato dalla presenza di oltre 1.800 partecipanti, tra esperti di settore, imprenditori e personalità istituzionali. (Inform/dip 4)

 

 

 

Fca-Peugeot, nasce nuovo colosso dell'auto

 

Via libera al nuovo colosso dell'auto mondiale Fca-Psa. ''Il Consiglio di Sorveglianza di Peugeot S.A. e il Consiglio di Amministrazione di Fiat Chrysler Automobiles N.V. hanno concordato all'unanimità di lavorare a una piena aggregazione dei rispettivi business tramite una fusione paritetica (50/50). Entrambi i consigli hanno dato mandato ai rispettivi team di portare a termine le discussioni per raggiungere nelle prossime settimane un Memorandum of Understanding vincolante'', si legge in una nota congiunta.

''Il piano relativo all’aggregazione dei business di Groupe PSA e di FCA fa seguito a intense discussioni tra i management team delle due società. Entrambi condividono la convinzione che ci sia una logica convincente in una mossa così audace e decisiva, che creerebbe un gruppo leader nel settore con le dimensioni, le capacità e le risorse per cogliere con successo le opportunità e gestire efficacemente le sfide di questa nuova era della mobilità''.

''L'aggregazione proposta creerebbe il 4° costruttore automobilistico al mondo in termini di unità vendute (8,7 milioni di veicoli), con ricavi congiunti di quasi 170 miliardi di euro e un utile operativo corrente di oltre 11 miliardi di euro, sulla base dell’aggregazione dei risultati del 2018 ed escludendo Magneti Marelli e Faurecia. L’importante creazione di valore risultante dall’operazione è stimata in circa 3,7 miliardi di euro in sinergie annuali a breve termine. Tali sinergie deriverebbero principalmente da una più efficace allocazione delle risorse per gli investimenti di larga scala in piattaforme veicoli, sistemi di propulsione e tecnologie e dalla maggiore capacità di acquisto insita nella nuova dimensione del gruppo risultante dalla fusione. Tali stime di sinergie non si basano su alcuna chiusura di stabilimenti'', continua la nota.

''Si prevede che l’80% delle sinergie siano raggiunte dopo 4 anni. Il costo una tantum per raggiungere tali sinergie è stimato in 2,8 miliardi di euro -continua la nota congiunta Fca e Psa-. Gli azionisti di ciascuna società deterrebbero il 50% del capitale del nuovo gruppo risultante dalla fusione e, pertanto, i benefici derivanti dall’aggregazione sarebbero equamente divisi. L’operazione verrebbe effettuata in forma di fusione sotto una capogruppo olandese e la struttura di governance della nuova società sarebbe bilanciata tra gli azionisti, con una maggioranza di consiglieri indipendenti''.

''Il consiglio di amministrazione sarebbe composto da 11 membri. Cinque membri del consiglio di amministrazione sarebbero nominati da FCA (incluso John Elkann in qualità di Presidente) e cinque da Groupe PSA (incluso il Senior Independent Director e il Vice Presidente). Carlos Tavares sarebbe Chief Executive Officer, oltre che membro del Consiglio di Amministrazione, per un mandato iniziale di cinque anni''. Le stime di sinergie, sottolinea la nota, non si basano su alcuna chiusura di stabilimenti.

''La nuova capogruppo con sede in Olanda sarebbe quotata su Euronext (Parigi), Borsa Italiana (Milano) e al New York Stock Exchange e continuerebbe a mantenere una importante presenza nelle attuali sedi operative centrali in Francia, Italia e negli Stati Uniti - spiega ancora la nota congiunta -. Lo statuto della nuova società risultante dalla fusione dovrebbe prevedere che il sistema di loyalty voting operi in modo tale da non assegnare a alcun azionista voti in Assemblea in misura eccedente il 30%4 del totale voti espressi. Si prevede inoltre che non ci sia alcun trasferimento dei diritti di doppio voto esistenti, ma che i nuovi diritti di doppio voto speciale maturino dopo un periodo di detenzione delle azioni di tre anni dal perfezionamento della fusione''.

''Un periodo di standstill di 7 anni a partire dal perfezionamento della fusione troverebbe applicazione in relazione alle partecipazioni azionarie di EXOR N.V., Bpifrance Participations SA, DFG e la famiglia Peugeot. EXOR, Bpifrance Participations e la famiglia Peugeot sarebbero inoltre soggetti ad un periodo di lock-up di 3 anni in relazione alle rispettive partecipazioni. Unica eccezione, alla famiglia Peugeot sarebbe concesso di aumentare del 2,5% la propria partecipazione nella società risultante dalla fusione nei primi 3 anni successivi al closing, esclusivamente acquisendo azioni da Bpifrance Participations e DFG'', continua la nota.

''Prima del perfezionamento dell’operazione, FCA distribuirebbe ai propri azionisti un dividendo speciale di 5,5 miliardi di euro, nonché la propria partecipazione in Comau. Inoltre, sempre prima del perfezionamento dell’operazione, Peugeot distribuirebbe ai propri azionisti la partecipazione del 46% detenuta in Faurecia. Ciò consentirebbe agli azionisti del gruppo risultante dalla fusione di condividere equamente le sinergie e i benefici derivanti da una fusione, riconoscendo nel contempo il valore significativo della piattaforma differenziata di FCA in Nord America e la sua forte posizione in America Latina, compresi i suoi margini ai vertici del settore in quelle regioni. Ciò rifletterebbe anche il valore aggiunto che i marchi globali di fascia alta di FCA, Alfa Romeo e Maserati, apporterebbero grazie al loro notevole potenziale di sviluppo. Il portafoglio esteso coprirebbe tutti i segmenti di mercato con marchi iconici e prodotti competitivi basati su piattaforme razionalizzate e sull’ottimizzazione degli investimenti'', spiega la nota.

''La proposta sarebbe sottoposta al processo di informazione e consultazione dei competenti organismi di rappresentanza dei lavoratori e soggetta alle consuete condizioni di closing, tra cui le approvazioni finali da parte dei rispettivi consigli di amministrazione del Memorandum of Understanding vincolante e l’accordo sulla documentazione definitiva'', conclude la nota Fca-Psa.

TAVARES - "Questa convergenza crea un significativo valore per tutti gli stakeholder e apre a un futuro brillante per la società risultante dalla fusione. Sono soddisfatto del lavoro fatto finora con Mike e sarò molto felice di continuare a lavorare con lui per costruire insieme un grande gruppo". E' il commento di Carlos Tavares, l'ad di Psa e prossimo Ceo di Fca-Psa.

MANLEY - "Sono contento di avere l'opportunità di lavorare con Carlos e il suo team su questa aggregazione che ha il potenziale di cambiare il settore. Abbiamo una lunga storia di cooperazione di successo con Groupe PSA e sono convinto che, insieme a tutte le nostre persone, potremo creare una società leader nella mobilità a livello globale". Lo sottolinea il Ceo di Fca Mike Manley.

"Ci stiamo muovendo verso una fusione paritetica con Groupe Psa con l’obiettivo di creare un gruppo leader a livello mondiale, che avrà dimensioni, talento e risorse per competere e vincere in un’industria in trasformazione", scrive il ceo di Fca in una lettera ai dipendenti per spiegare le ragioni dell'aggregazione con il gruppo automobilistico francese.

"Ci auguriamo - continua la lettera - di portare a termine i nostri colloqui e raggiungere un Memorandum of Understanding nelle prossime settimane. Dopo di che, ci vorrà un po’ di tempo per accordarci sulla documentazione finale e completare le necessarie consultazioni e ottenere l’approvazione degli azionisti. Nel frattempo, è di vitale importanza che continuiamo a lavorare come un gruppo forte e indipendente, realizzando il nostro piano industriale e raggiungendo i risultati che abbiamo fissato". "Unire aziende e culture è qualcosa che sappiamo fare bene. Fca è il frutto della nostra capacità di trasformare le differenze in punti di forza, abbracciare la sfida della diversità e puntare insieme verso i risultati. L’unione che abbiamo in mente con Groupe Psa si baserà su questo successo", assicura Manley.

LA MAIRE - "Questa operazione risponde alla necessità per il settore auto di consolidarsi per far fronte alle sfide della mobilità del futuro. Permetterebbe la creazione del quarto gruppo auto mondiale”. Così il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire in una nota accogliendo “favorevolmente l’avvio delle trattative in esclusiva tra Fca e Psa per creare un leader mondiale del settore”. La Francia, aggiunge, “deve essere orgogliosa della sua industria auto che ha fatto la dimostrazione della sua capacità di ricerca e di innovazione tecnologica, in particolare nell’ambito della mobilità elettrica e ibrida”. In questo nuovo scenario, rileva, Fca e Psa "con i loro partner rispettivi si collocherebbero così tra i primi 4 costruttori auto".

CONTE - “Non posso giudicare l’accordo visto che non conosco dettagli e contenuti. Quel che ci preme, come governo, e che venga garantita la produttività in Italia, quindi la continuità aziendale, se ci sono economia di scale ben vengano. Ma l’importante è che garantiamo il livello di occupazione qui in Italia”. Così il premier Giuseppe Conte, arrivando a Confitarma, commenta l’accordo tra Fiat-Chrysler e Peugeot.

“Non siamo riusciti a parlarci, c’è stato un contatto telefonico mancato con i vertici Fiat - ci aggiorneremo con i vertici, con John Elkann per conoscere i dettagli di quest’operazione, fermo restando che è un’operazione di mercato fermo restando che il Governo non può rimanere indifferente rispetto a un progetto industriale così importante”.

Rispetto alla sede in Olanda, “si tratta di una decisione presa un po’ di tempo fa - dice ancora Conte - Quel che posso dire é che ho scritto, prima delle elezioni europee, una lettera che ho indirizzato sia ai rappresentanti europei che ai miei omologhi”. Il senso della missiva, ricorda il premier “é che noi dobbiamo lavorare affinché, in uno spazio comune europeo, non ci siano agevolazioni fiscali tali da rappresentare delle forme indirette di concorrenza sleale”.

SAPELLI - "Una mossa giusta e inevitabile ma piena di incertezze". Così Giulio Sapelli, economista e a lungo professore di Storia economica all'Università Statale di Milano definisce l'accordo di fusione fra Fca e Peugeot. La fusione fra i due gruppi, spiega Sapelli contattato dall'Adnkronos, "era inevitabile, vista la profonda trasformazione che sta vivendo il settore dell'auto. Anche per l'affacciarsi dell'elettrico come sistema di propulsione di massa, il punto di break even si è drammaticamente alzato da 6 a 8 milioni di vetture" La fusione con Renault, tentata dai vertici di Fca nei mesi scorsi, "era più improbabile e non è andata in porto, anche per la complessità dell'azionariato del gruppo francese". L'integrazione con Peugeot era "in qualche modo inevitabile e anche Umberto Agnelli aveva indicato in Peugeot Citroen come uno dei possibili sviluppi per Fiat". La fusione "non avrà cattive conseguenze" e se c'è un problema di sovraccapacità "è perché tassiamo il diesel e puntiamo sull'elettrico". Il problema, continua l'economista, "è dovuta all'incertezza", anche a livello delle politiche industriali. Fca beneficerà dell'operazione anche perché il livello dei suoi manager "è molto basso, mentre Carlos Tavares è un manager in gamba che ha fatto miracoli, come anche Carlos Ghosn. I 'francesi', i manager che lavorano per i gruppi francesi, sono bravissimi e per la managerialità di Fca sarà una boccata di aria fresca", conclude Sapelli.

SCARPA - La fusione con Peugeot è "estremamente positiva" per Fca, perché va a colmare alcune lacune di produzione del gruppo italoamericano, come quella sull'elettrico, e perché porta competenze manageriali di qualità, a partire dal ceo Carlos Tavares. E' il giudizio di Carlo Scarpa, professore di Economia politica all'Università di Brescia ed esperto di industria, energia e trasporti, contattato dall'Adnkronos. La scelta di Psa, continua, "fa bene a Fca ed è una buona scelta, migliore dell'opzione Renault. Peugeot, ad esempio, è ben posizionata in alcuni segmenti innovativi in cui Fca è assente, come l'elettrico". Inoltre il ceo del gruppo francese, il portoghese Tavares, è "indubbiamente bravo e anche su questo punto Fca ha fatto un buon affare". Infine la fusione, aggiunge Scarpa, "porta in qualche modo a compimento i piani di Marchionne, che aveva visto il consolidamento in atto nel settore e la necessità di razionalizzare le strutture". Il mercato europeo dell'auto è in difficoltà e la fusione fra Fca e Peugeot presenta problemi di sovracapacità e sovrapposizioni, che renderanno necessaria una razionalizzazione della produzione. La fusione fra i due gruppi è positiva per i mercati extraeuropei, perché, spiega Scarpa, "Peugeot è forte in Estremo Oriente e Fca è meglio posizionata in Nord America. Resta invece un interrogativo rispetto all'Europa, un mercato non brillante e con prospettive poco incoraggianti". In Europa, continua l'economista, "c'è e si presenterà un problema di sovraccapacità e immagino che il nuovo gruppo dovrà razionalizzare qualche cosa", con la chiusura o lo snellimento di produzioni e stabilimenti. "Il rischio c'è e il gruppo dovrà procedere a ritocchi non banali". E' ancora presto però per dire "se la razionalizzazione colpirà l'Italia. Il rischio c'era già quando la Fiat era tutta italiana, c'era poi quando è diventata Fca, mezza americana, e ci sarà ancora di più adesso. Il problema non è solo la perdita del radicamento nazionale, ma -conclude Scarpa- la necessità di procedere a una razionalizzazione" su un mercato poco brillante. Adnkronos 31

 

 

         

 

Sintetizzando

 

Dato che non mancheranno “novità” sul fronte socio/politico nazionale, ci sembra opportuno evidenziare ciò che può essere utile presentare agli italiani, in Patria e all’estero, alcune considerazioni fondamentali. Su quattro principi, tutti ragguardevoli, non sono state ancora evidenziate posizioni politiche che riteniamo pertinenti.

 

1. Il vincolo di mandato: nessun eletto può cambiare schieramento politico senza, prima, dare le dimissioni da parlamentare.

2. Intervento dei cittadini per la nomina del Capo dello Stato.

3. Cancellazione dei Senatori a vita.                    

4. Rinnovamento della “rappresentatività” politica dei Connazionali all’estero .

 

Terminiamo questo breve intervento rilevando che sarebbe essenziale non confondere il futuro nazionale con gli effetti incerti dall’attuale Esecutivo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Di Maio frena: "Alleanza con Pd? Non ci sono i presupposti"

 

Alleanza duratura tra M5S e Pd o i presupposti per il governo vengono meno? A Zingaretti "rispondo col sorriso. Siamo passati dal 'mai col M5S' all''alleanza strutturale col M5S'. Io dico soltanto che in questi giorni ho fatto incontri con i rappresentanti del territorio, di Regioni come la Calabria, l'Emilia Romagna, ho sentito tanti attivisti e non c'è la volontà di fare alleanze strutturali col Pd". Lo dice il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, rispondendo alle domande dei cronisti in Senato. "Il M5S è post ideologico", ha sottolineato il ministro degli Esteri, che ha aggiunto: "Stiamo realizzando un programma" al governo, "ma da qui a parlare di alleanze strutturali... io credo non ci siano proprio i presupposti".

 "Con Zingaretti - spiega ancora Di Maio - lavoro benissimo, con Franceschini lavoro benissimo... in questo governo si riesce a lavorare con molta più serenità del precedente. Non è una questione contro questo Pd. Ma sono 10 anni che ci dicevano 'mettetevi insieme che potrete rappresentare un'alternativa per questo Paese'. E invece il voto umbro, ahimé, dimostra esattamente il contrario" ovvero "che quando ti metti insieme ad uno dei due poli, c'è una parte di chi ti votava che o decide di votare per l'altro polo o non ti vota più". "Il M5S è stato creato come altro e quindi deve mantenere la terza via. L'Umbria - insiste il titolare della Farnesina - ci ha fatto capire che non è quella la strada".

"Ho letto di qualche raccolta firme, di non so quante persone, che mi chiedono di restare e fare le alleanze strutturali col Partito democratico. Ma secondo me - aggiunge il capo politico 5S - non serve raccogliere le firme per chiedere al M5S di allearsi col Pd, basta andare a chiedere ai nostri attivisti, ai gruppi sul territorio. Vediamo cosa rispondono". In Emilia Romagna e Calabria, quindi, "abbiamo deciso che si va da soli", il che "non significa non mettersi insieme a delle liste civiche, a dei movimenti civici. Non significa non ambire a un candidato presidente che possa rappresentare un respiro oltre il Movimento, ma nell'ambito di una terza via che rappresenta il M5S".

"Le persone vorrebbero sapere non come incide sul governo un'elezione regionale, ma come incide sulla loro vita la manovra di bilancio", replica Di Maio a chi gli chiede se una eventuale vittoria della Lega in Emilia Romagna rappresenti una minaccia per la tenuta del governo.

Se mi sento insidiato da Conte nella leadership del M5S? "Sono ormai 7 anni che sto in Parlamento in questi 7 anni continuamente si metteva qualcuno contro di me. Abbiamo iniziato con Grillo, poi continuava con Di Battista, con Fico, adesso con Conte. Io non solo non mi sento insidiato ma credo che questo governo sia una squadra che deve portare avanti insieme il programma di governo". "Se facciamo squadra - aggiunge Di Maio -, i cittadini potranno comprendere quello che stiamo facendo. Altrimenti è difficile anche far comprendere quello che facciamo di buono". Adnkronos 30

 

 

 

Frontex cerca 700 doganieri (stipendi da 2.700 euro): requisiti e come candidarsi

 

L'agenzia frontaliera continentale cerca 700 funzionari da impiegare in tutta Europa. Requisiti e candidatura

 

Magari per molti non sarà il lavoro dei sogni, ma è molto ben pagato e, soprattutto, permette di stare a contatto con le persone tutto il giorno. Se queste due caratteristiche sono più che sufficienti per voi, allora non potete farvi sfuggire l’annuncio di lavoro pubblicato da Frontex sul proprio sito web.

Frontex è l’agenzia creata dall’Unione Europea per il controllo e la gestione unificata e coordinata dei confini dei 28 Paesi membri (quasi 27, vista la Brexit sempre più imminente). E, con l’annuncio di lavoro appena citato, punta a creare il primo “corpo in uniforme” sovranazionale europeo. Nello specifico, Frontex cerca i primi 700 agenti di frontiera dell’Unione Europea: verranno impiegati a supporto dei colleghi dei corpi di polizia nazionali o, in casi speciali, anche al di fuori dei confini europei, collaborando con le polizie di frontiera dei Paesi che hanno sottoscritto accordi con l’UE.

 

Cosa faranno i doganieri dell’Unione Europea

Nel bando pubblicato da Frontex sul proprio sito web vengono specificate le mansioni che i doganieri continentali saranno chiamati a svolgere. Come detto, il loro sarà un lavoro di supporto alle polizie di frontiera nazionali, con le quali collaboreranno sia per il controllo delle frontiere esterne sia per quelle interne. I selezionati saranno a tutti gli effetti dei pubblici ufficiali nei Paesi in cui opereranno e potranno dunque chiedere i documenti e identificare persone sospette; rifiutare l’ingresso nel Paese ed essere parte attiva nelle operazioni di recupero e salvataggio di persone in pericolo.

I doganieri europei indosseranno un’uniforme distintiva, saranno dotati di una pistola di servizio ed equipaggiati con strumentazione elettronica di ultima generazione.

Requisiti del bando Frontex per la polizia di frontiera europea

Trattandosi di un lavoro di responsabilità, i requisiti per candidarsi al ruolo di doganiere europeo sono molto elevati. Dovranno avere un’età massima di 47 anni e, preferibilmente, esperienza pregressa in un corpo di polizia. In particolare, Frontex cerca personale che abbia esperienza come doganiere, guarda costiera e guardia di frontiera, servizi d’emergenza, gestione di crisi civili, militare anche in congedo.

Il bando, nello specifico, è rivolto a tre differenti figure professionali: funzionari di frontiera di livello base; funzionari di frontiera di livello intermedio e funzionari di frontiera di livello avanzato. I primi avranno bisogno di un diploma universitario di primo livello (laurea triennale) o esperienza lavorativa equivalente; i secondi un diploma di istruzione secondaria e almeno tre anni di “appropriata” esperienza lavorativa; i terzi dovranno avere una laurea specialistica.

Lo stipendio massimo per un funzionario di livello base è di 2.710 euro mensili, ai quali potranno aggiungersi varie indennità.

Come candidarsi al bando Frontex

Per candidarsi al bando Frontex si dovrà seguire la procedura web presente sul sito dell’agenzia comunitaria. Chi vuole candidarsi come funzionario di livello base dovrà accedere a questa pagina e inserire le informazioni richieste; i candidati alla carica di funzionario di livello intermedio dovranno accedere a questa pagina e completare la procedura; i candidati a funzionario di livello avanzato dovranno seguire la procedura presente a questa pagina.

Processo di reclutamento doganieri Frontex

Le candidature possono essere inviate a partire dal 24 ottobre fino al 16 dicembre 2019, mentre le procedure di selezione termineranno nel marzo 2020. Tra maggio e novembre 2020 verrà svolto un periodo di formazione e tirocinio, mentre nel gennaio 2021 entreranno in servizio i primi doganieri europei.

Ovviamente, il Paese di destinazione verrà deciso da Frontex e non è detto che coincida con la propria nazione. quifinanza

 

 

 

 

Voltare pagina

 

Dato lo stato socio/economica che si rileva in Italia, c’è venuta, spontanea, una domanda: perché si è voltata pagina politica? Un interrogativo che c’è balenata alla mente, anche tenuto conto dell’”accordo” tra PD e M5S della cui “solidità” dubitiamo. Dare un assetto alla vita politica del Paese non è impresa facile, né prevedibile. Noi, però, ci siamo mossi, già da qualche tempo, prospettando una susseguente considerazione, per tentare d’offrire un diverso panorama in questa Penisola dove, non sempre, il termine”politico” fa rima con “possibile”. Essere andati “oltre”, a questo punto, non significa destinare al Paese l’occasione per un futuro meno indeterminato.

 

 Basta con un Parlamento sempre più impelagato nei fatti dei singoli rispetto a quelli della comunità. Dato che i segnali ci sono stati, e ancora ci sono, punteremmo su un movimento indipendente dalle vecchie pastoie, nel quale potrebbero confluire, col voto, gli italiani, ovunque residenti, che intendono, essere partecipi ai destini della Penisola in modo differente e verificabile.

 

Per tentare di dare al Paese nuove risorse, ciascuno dovrebbe fare la sua parte. L’invito al dialogo è possibile. Il nostro pensiero è chiaro: prima di cambiare la politica, sarebbe necessario rimpiazzare chi la esercita. Ciò tramite un confronto elettorale costruttivo che consenta a tutti d’essere parte attiva di un programma. Ora, tale concetto sembra realizzabile. L’importante, però, è non perdere di vista certe priorità che, al momento, paiono sminuite. Certo è che per sostituire l’apparato bisognerebbe, prima di tutto, poter far conto su politici “preparati” che, però, non siamo stati in grado d’individuare. Così, “voltare” la pagina della politica italiana resta un’utopia. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Sergio De Caprio, il carabiniere più famoso d’Italia

 

Chi è Sergio De Caprio? Dal 15 gennaio 1993 è il Carabiniere più famoso d’Italia. Quel giorno, con il grado di Capitano ed insieme alla sua squadra investigativa CRIMOR - composta da agenti “straccioni” come lui stesso li definiva –  arrestò il boss mafioso Totò Riina, latitante da 24 anni.

Non so quanti di voi, cari connazionali nati e cresciuti negli USA, conoscano Sergio De Caprio, ora Colonnello. Suppongo abbiate ricevuto informazioni filtrate e o manipolate dalla nostra stampa italiana e dal “potere corrotto” che questo Combattente ha sempre analizzato, mappato e colpito.

L’arresto del boss Riina gli ha dato sicuramente notorietà!

Su di lui sono stati scritti libri: il primo nel 1995 “Ultimo, il Capitano che arrestò Totò Riina” di Maurizio Torrealta e a maggio 2019 Pino Corrias ha pubblicato il suo libro intervista dal titolo “Fermate il Capitano Ultimo!” di cui cito un passaggio: “Com’è che per 23 anni nessuno è stato capace di catturare il re dei Corleonesi, mentre Ultimo, con i suoi uomini, ci è riuscito in sei mesi? Iniziò subito a girare la velenosa insinuazione che la cattura di Riina fosse il frutto di un accordo segreto[…]”

Hanno anche prodotto una saga televisiva dal 1998 al 2018, interpretata dall’attore italiano Raoul Bova, che ha amplificato esponenzialmente il mito dell’eroe.

Tuttavia il Colonnello De Caprio non si è mai fatto illusioni sul suo destino. Consapevole che i troppi onori portano sempre guai, ha subito le minacce dei cattivi, le invidie dei buoni e le velenose frustrazioni dei mediocri.

Dopo l’arresto di Totò Riina, non si sono fermate le sue indagini e  per vent'anni ha fatto tremare i palazzi del potere. Fino a quando il potere si è vendicato accusandolo per screditarlo professionalmente e umanamente. Ma gli oppressori e i suoi nemici non si sono limitati a questo. Infatti, con l’unico scopo di indebolirlo ed isolarlo, per ben due volte hanno smembrato la sua squadra investigativa e gli hanno tolto la scorta!

Non c’è risarcimento possibile per ciò che ha subito.

È da 26 anni che nasconde il suo viso dietro un passamontagna per garantirsi l'invisibilità e poter fare i pedinamenti, condannandosi a una vita da braccato e a un'esistenza sempre in pericolo.

Eppure, anche adesso che per l’ennesima volta le istituzioni lo hanno abbandonato,  il Capitano Ultimo continua a difendere i valori che per lui rappresentano, o meglio che dovrebbero rappresentare, le istituzioni stesse.

 

Continua Pino Corrias nel suo libro:

“Lo hanno accusato di avere inscenato la cattura di Riina, assecondando l'accordo tra Bernardo Provenzano e i carabinieri: il vecchio boss fuori controllo in cambio della tregua.

Lo hanno accusato di non avere perquisito la villa di Riina, dando il tempo ai mafiosi di ritirare e nascondere le sue carte.

Lo hanno accusato di avere partecipato alla trattativa Stato-mafia che ha garantito la sopravvivenza dei Corleonesi dopo le stragi.

Lo hanno accusato di avere una squadra di carabinieri a sua immagine e somiglianza che finisce per rendersi troppo autonoma rispetto alle alte gerarchie e alle procure.

Lo hanno accusato, al contrario, di essere uno strumento in mano a Henry John Woodcock, il pubblico ministero «che ha intercettato mezza Italia» con inchieste spericolate.

Lo hanno accusato per alcune delle sue indagini finite con l'assoluzione degli imputati dopo i tre gradi di giudizio, come se lui fosse il titolare del processo.

Lo hanno accusato di avere danneggiato gli affari di Finmeccanica e dunque dell'Italia, durante l'inchiesta che generò l'arresto del suo vertice.

Lo hanno accusato di avere attaccato la Lega di Bossi, Maroni e Salvini e di averla danneggiata con l'arresto del tesoriere Belsito e di essere troppo intrusivo nelle indagini.

Lo hanno accusato di avere attaccato il mondo delle cooperative, quando ha indagato sulla Cpl Concordia e di avere arrestato il suo presidente, assolto a Napoli, condannato a Modena.

Lo hanno accusato di avere complottato contro Matteo Renzi.

Lo hanno accusato di essere un carabiniere esagitato, esaltato, anzi un carabiniere eversivo.”

E lui, il Capitano Ultimo, si esprime molto chiaramente in merito: “Se arresti zingari e tossici va bene, di più no perché diventi un pericolo per le lobby e cominciano i guai. Ma quello che mi fa più male è la rappresaglia contro i miei uomini. Era già accaduto dopo Riina. Lo hanno rifatto vent’anni dopo.”

Il Colonnello, come tutti gli Uomini e le Donne che hanno scelto questa missione da combattenti sul campo, è sempre stato consapevole delle possibili conseguenze, soprattutto quelle scaturite dall'aver avuto successo lì dove altri non avevano o non volevano agire.

Il libro da lui stesso scritto “Lotta anticrimine - Intelligence e azione” più che un libro è una traccia, un riferimento per quelli che verranno e che avranno il privilegio di continuare una lotta che non deve finire!

Il Popolo italiano, i civili che lo sostengono, attuano la loro protesta contro lo Stato che, con il ritorno della sinistra al governo, gli ha tolto nuovamente la scorta.

Siamo persone comuni che, attraverso pacifiche affermazioni, manifestano il proprio sostegno e ringraziamento, non solo verso il Colonnello De Caprio ma anche verso coloro che, pur non essendo noti o conosciuti come lui, scelgono di sacrificare la propria esistenza per difenderci.

L'insegnamento più ammirevole del Capitano Ultimo è di aiutare i più deboli, motivo per il quale ha fondato un’associazione (www.volontaricapitanoultimo.it).

Il suo messaggio più forte è di non arrendersi al sopruso ed è per questo che è nostra intenzione far arrivare potente il messaggio agli oppressori che una voce civica e civile esiste e non abbassa lo sguardo, rassegnandosi.

Perché si chiama Ultimo? Concludo questo mio articolo facendo parlare direttamente lui, il nostro Capitano: “Mi chiamo Ultimo perché sono cresciuto in un mondo dove tutti volevano essere primi.  Detestavo quelli che a scuola si sedevano al primo banco per mettersi in mostra. E detesto quelli che hanno continuato a farlo nella vita.” #iostoconcapitanoultimo, Elisa Rossi, de.it.press

 

 

 

La questione dell'eredità online

 

Vita post-mortem sui social: immortalità o trappola digitale?

Facebook è un cimitero digitale con almeno 50 milioni di profili di persone decedute. Chi è entrato in questa bolla da dieci anni, ha lasciato dietro di sé migliaia e migliaia di tracce della sua vita, scritti, immagini, commenti e interventi di qualsiasi genere. Con il Digital Ethics Forum, Sloweb ha riunito esperti del digitale al Talent Garden della Fondazione Agnelli, la più grande piattaforma fisica in Europa di networking e formazione per l’innovazione digitale: conta 23 campus in Albania, Austria, Danimarca, Italia, Irlanda, Lituania, Romania e Spagna.

I tre giorni di seminari si sono conclusi con la necessità di affermare in rete la cultura dei diritti della persona, che non si riduce al solo diritto all’oblio. Se le leggi sul fine vita, pur diseguali in Europa, consentono più o meno larghi margini di manovra sulle scelte personali rispetto a malattia e morte, la grande rete vede l’individuo pressoché privo di strumenti per tutelarsi. Davide Sisto, professore di filosofia teoretica, impegnato in Italia in tanatologia, in merito alla riflessione sulla morte nell’epoca dei social, è più propenso, allo stato attuale, a vedere nel web sì uno scrigno tecnologico dei ricordi, ma soprattutto una gabbia da cui è difficile uscire anche quando abbiamo lasciato la vita terrena.

Il problema della successione ereditaria social

Che cosa può fare, ad esempio, un genitore riguardo ai profili social del figlio morto? Una presenza che non soltanto rischia di interferire pesantemente nell’elaborazione del lutto, ma anche sulla memoria del defunto, che continua a vivere virtualmente. “Il problema del diritto all’oblio – aggiunge Sisto – è legato alla nostra incapacità di gestire tutto quello che facciamo online”. Si afferma la necessità di regolamentare la propria eredità digitale, problema che, a sua volta, si connette a quello della memoria.

Con una differenza: l’eredità ha un mittente che decide come e a chi lasciarla; la memoria è patrimonio collettivo che sfugge al controllo di colui o colei di cui si fa memoria. E la memoria è la base della storia che, nella catena delle civiltà, è alla base delle identità dei popoli. Il web ingloba, annacqua, trasforma e immagazzina milioni, miliardi di dati che non fanno memoria e non fanno storia.

Sul primo aspetto, l’eredità digitale, l’Unione europea si è già mossa con la General Data Protection Regulation (Gdpr) dell’aprile 2016, cui l’Italia si è adeguata nel 2018 con un decreto legislativo che consente di lasciare un testamento nel quale indicare la persona incaricata di gestire i propri dati personali digitali. Profilo social, password, post, messaggi sono beni materiali al pari di lettere o diari e come tali vanno trattati. Fa scuola il pronunciamento della Corte di Cassazione tedesca di Karsruhe che nel luglio 2018 ha chiuso un contenzioso durato anni e che ha visto contrapposti la famiglia di una ragazza minorenne deceduta e Facebook. La Corte ha sentenziato riconoscendo il diritto degli eredi a rivendicare l’accesso all’account.

La piattaforma eLegacy prepara un inventario dei nostri beni in digitale, distinguendo ciò che deve rimanere segreto, ciò che va in successione agli eredi e ciò che può essere destinato liberamente. “In passato pensavo che il digitale fosse una questione di tecnologie – ha osservato Pietro Jarre, ingegnere ricercatore, che insieme alla scrittrice Elena Lowenthal, a Riccardo Magi, membro della Commissione Affari Costituzionali, e all’avvocato Alessandro D’Arminio Monforte ha animato un dibattito sulle problematiche connesse al web –, ma sempre più mi convinco che sia un problema di diritti. In merito al fine vita abbiamo diritti sui nostri organi, il nostro corpo, i nostri beni. Con un approccio integrato si possono offrire soluzioni valide e facilmente praticabili in modo da favorire l’esercizio di questi diritti”.

Il ruolo e l’importanza della memoria

L’altro versante, invece, quello della conservazione della memoria, è più complesso. La crescente quantità di dati contenuti in Internet è continuamente a rischio di overdose e ciò non aiuta a conservare e trasmettere la memoria, né agevola i processi di comprensione della storia, collettiva e individuale. La memoria è fatta anche di selezione, di letture incrociate. È scientificamente dimostrato che l’eccesso di ricordi è insano e produce cortocircuito. Che il digitale stia causando una mutazione antropologica è confermato anche dall’attenzione sul tema di esperti di scienze mediche e di scienze umane, di filosofi e teologi, oltre che di storici e genetisti.

Conquistata l’immortalità, magari attraverso cloni virtuali o robotizzati, quanto ancora conteranno le religioni? Sarà un mondo più pacifico? Jarre prevede uno scenario inquietante: “Oggi siamo spiati in continuazione. Alcuni dicono che è il prezzo da pagare per essere più sicuri. Non sono d’accordo – ha detto a Cybersicurity Trends e ha ribadito ad AffarInternazionali – Se oggi si sia più liberi grazie alle spie digitali dovremmo chiederlo agli studenti di Hong Kong. Chiedere loro perché si sono riversati su Telegram dell’esule russo Pavel Durov, lasciando altri social network americani. Dovremmo chiederlo alle prossime vittime dell’olocausto che si consumerà in poche ore grazie ai big data. Quello degli ebrei richiese qualche anno, quello del Ruanda 100 giorni. Oggi con l’uso delle tecnologie digitali il prossimo genocidio si concluderà in poche ore, perché troveranno in pochi secondi figli, genitori e amici. E con una pennellata di fake news tutto sarà dimenticato dopo dieci tweet e quattro like”.

La mutazione antropologica del digitale non sta modificando le pulsioni più recondite di violenza, anzi può favorirle. Spogliata della memoria, l’umanità replica se stessa all’infinito, più di quanto già non faccia. Se la memoria oggi è divisiva – per fare un esempio recente, basta pensare ai contenziosi politici e giudiziari conclusisi il 24 ottobre con il trasferimento della salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caidos al cimitero di Mingorrubio El-Pardo – e fa fatica a diventare occasione di riconciliazione, la sua assenza genererebbe mostruosità più grandi. Emmanuela Banfo, Aff Int 30

 

 

 

Il rinvio della politica

 

Comunque s’evolva la politica nazionale, i redditi da stipendio e vitalizi saranno penalizzati. I rincari, proprio perché a tutto campo, non concederanno a nessuno di poterli eludere. Nonostante la deflazione, l’imminente giro di vite, costerà alle famiglie italiane almeno Euro 1000 in più rispetto alla cifra del corrente anno. A conti fatti, il 2020 sarà un anno difficile. Sul fronte dell’occupazione, proprio per il degrado economico, la Cassa Integrazione funzionerà a ritmo serrato. Sul fronte politico potrebbe andare anche peggio.

 

 Non si riuscirà, tuttavia, a riciclare le migliaia di senza lavoro. Senza troppa convinzione sulle percentuali dell’ultima ora, è alla ricerca di un’occupazione il 10% degli aspiranti lavoratori. Coloro che aspirano a un primo impiego (età compresa tra i 18 e i 25 anni) sono milioni. L’Italia ha bisogno di materie prime per poterle lavorare. I prezzi per il loro acquisto sarebbero ancora sostenibili; ma non è diminuito il costo del lavoro. Se l’Esecutivo non modificherà rotta, ci sarà sempre meno da produrre e da immettere sui mercati esteri. Solo nel settore agro/alimentare la situazione potrebbe essere meno sfavorevole. Ma sempre nel corretto rispetto delle normative comunitarie nel settore.

 

 Dove non ci ha pensato il Governo, hanno provveduto le regole comunitarie che vincolano le produzioni agricole e i generi correlati. Le nostre eccedenze, non esportate non hanno utile mercato. Sul prezzo alla pompa dei combustibili per autotrazione, il “giallo” è totale. Siamo sempre più poveri e non ci resta che modificare l’indispensabile dall’utile. Il superfluo lo abbiamo lasciato già da qualche tempo. Tra sacrifici e promesse non mantenute, il Popolo italiano tira avanti come può. Meglio, sarebbe, farci un esame di coscienza e chiedere a chi non abbiamo eletto, ma ci governa, d’aggiustare il “tiro”. Come a scrivere che, per tornare alla coerenza, la volontà dei pochi non basta più e la pazienza è al limite. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

"Muro caduto in Germania, rinato in altri luoghi"

 

Martedì 19 novembre in Senato il seminario: 'Berlino, trenta anni fa la caduta del Muro'

 

Roma  - "Il trentennale dalla caduta del Muro di Berlino è una festa. Ma a metà. Perché mentre celebriamo una data così significativa per l'Europa, assistiamo alla rinascita di tanti piccoli muri nel nostro continente e nel mondo. Alcuni ideologici. Altri, purtroppo, reali. Muri fisici che puntano a dividere. Vendendo l'illusione di una maggiore sicurezza. Quando invece l'unica cosa che accrescono è l'intolleranza". È quanto dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente gruppo Italia Viva, annunciando il convegno 'Berlino, trenta anni fa la caduta del Muro', da lei promosso martedì 19 novembre 2019 dalle ore 9.30 alle ore 13.00 in Senato. In collaborazione con il centro studi Vision&Global Trends, International Institute for Global Analyses.

"In questo momento storico - aggiunge la senatrice -, l'unico modo per celebrare il trentennale della caduta del Muro è alzare la voce contro l'imbarbarimento della mentalità comune. Venti di destra soffiano in Italia, nella stessa Germania ed in tutta Europa. Un esempio sconcertante: a partire da oggi la senatrice Segre vive sotto scorta a causa delle minacce ricevute. Non potremo sentirci liberi fino a quando non avremo sanato le divisioni che ancora affliggono la nostra cultura. Fino a quando, anche nel nostro paese ed in Europa, verrà messo in discussione un dolore per il quale si dovrebbe nutrire solo un rispetto indiscutibile, come quello di una donna scampata alla Shoah".

Al convegno sulla caduta del Muro di Berlino prenderanno parte il Vicepresidente della Camera dei Deputati, Ettore Rosato, il Presidente del Gruppo di amicizia parlamentare Italia Germania, Axel Schäfer, e vari relatori del mondo dell'informazione e della cultura. L'evento è aperto al pubblico, ma è necessario accreditarsi scrivendo a barbara.laurenzi@senato.it. De.it.press

 

 

 

 

Evitare che la legge di bilancio contenga misure penalizzanti per gli italiani all’estero

 

Scrive in una nota l’on. Angela Schirò del PD: “Ci vorrà un grande impegno per fare quadrare i conti degli italiani all’estero nella legge di bilancio per il 2020 e per il triennio 2020-2022. Le politiche assistenzialistiche del precedente governo e la stagnazione dell’economia hanno determinato tensioni finanziarie che hanno prodotto restrizione di risorse, destinate purtroppo a durare.

A una prima lettura, affiorano aspetti che richiedono un impegno comune di modifica. Il primo riguarda l’eliminazione dell’esenzione dall’IMU dei pensionati esteri, ottenuta anni addietro proprio da esponenti del PD. La ragione è dovuta a una procedura di infrazione avviata dall’UE su questa misura, ma credo che prima di prenderne atto sia necessario cercare ogni strada per difendere, anche nei confronti dell’Europa, una soluzione profondamente giusta, oltre che utile a prolungare un legame con l’Italia. Vediamo che succede su questo nel passaggio al Senato, ma una cosa è certa: se non si risolve prima, il mio emendamento alla Camera è già pronto, ci sarà.

 

Un secondo aspetto riguarda la modifica al rialzo che il MAECI ha fatto della tabella delle percezioni consolari, che subiscono un appesantimento generalizzato, ad iniziare dal raddoppio della tassa per le domande di richiesta di cittadinanza.

Così non va, non può andare. Non può andare che ogni volta che si verifichi una stretta finanziaria, al Ministero degli esteri le prime voci che ne subiscono le conseguenze, con il mantra delle spese rimodulabili, sono quelle riguardanti gli italiani all’estero.

 

Ci sarà, dunque, da lottare – conclude l’on. Schirò - per fronteggiare queste misure e per cercare di ottenere miglioramenti su altri fronti, sui quali non mancherò di dare informazioni nei prossimi giorni. Intanto, però, stringiamo le fila e cerchiamo di superare al meglio anche questo difficile passaggio”.

 

A sua volta nota Laura Garvini: "La nostra posizione come Italia Viva è chiarissima: non vogliamo degli aumenti di tasse. Neanche per gli italiani all'estero. All'Ufficio di presidenza del CGIE mi sarei aspettata rassicurazioni da parte del Sottosegretario Merlo. Invece niente, nessuna dichiarazione sulle questioni dell'Imu e dei rincari consolari per gli italiani all'estero. È una delusione.

Dal Sottosegretario responsabile per gli italiani del mondo mi sarei aspettata delle garanzie sul fatto che le agevolazioni introdotte dal Governo Renzi qualche anno fa vengano mantenute ed estese e non invece cancellate. Con il Governo Renzi avevamo introdotto l'esonero Imu per i pensionati residenti all'estero, già a partire dal 2015. Il nostro obiettivo oggi deve essere estendere questa esenzione a tutti i connazionali fuori dall'Italia. Non certo abolire l'esenzione, come si prefigura nel testo attuale della Legge di bilancio.

Sono delusa del fatto che il Sottosegretario Merlo al CGIE non si sia espresso chiaramente neanche contro un aumento dei costi per i servizi consolari. Noi di Italia Viva daremo battaglia in aula contro gli aumenti di tasse. Anche all'estero vogliamo un servizio pubblico che dia di più e prenda di meno. Dal Sottosegretario responsabile ci aspettiamo un sostegno senza riserva. Tacere su questi argomenti, come il Sottosegretario ha fatto al CGIE, è l'atteggiamento sbagliato”, conclude la senatrice Laura Garavini, di Italia Viva, a latere dei lavori del Cgie, riuniti a Roma in Ufficio di Presidenza, lavori aperti dal sottosegretario agli Esteri Merlo. De.it.press 55

 

 

 

 

Gli stereotipi cinematografici verso gli emigrati italiani

 

ROMA – Il Rapporto Italiani nel Mondo 2019, realizzato dalla Fondazione Migrantes, ha un capitolo dedicato allo studio degli stereotipi e dei pregiudizi sorti, nel corso dei decenni, nei confronti degli emigrati italiani; a rendere il tutto molto particolare è, tuttavia, lo strumento attorno al quale è costruito lo studio: l’occhio della macchina da presa. A raccontare questo legame, tra cinema ed emigrazione italiana, è il ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Giuseppe Sommario, altresì fondatore del Piccolo Festival delle Spartenze. Il cinema, come introduce Sommario nella sua ricerca, è un poderoso strumento di trasmissione di conoscenze storico-sociali e anche di manipolazione delle coscienze: un film ci racconta sempre dell’ideologia e della società del periodo in cui viene prodotto. D’altronde il cinema contribuisce a creare miti e simboli che incidono profondamente nel modo di essere, di pensare e di agire delle persone. L’Italia ha raccontato la storia della sua stessa emigrazione attraverso il neorealismo impegnato di Rosi nel film “I magliari” (1959), che narra la triste realtà del Paese, o ancor prima già per mezzo della più leggera commedia di Fabrizi intitolata “Emigrantes” (1948) che parla di una famiglia emigrata in Argentina. Entra poi in scena anche l’impegno politico, con la pellicola cult di Montaldo dedicata ai due anarchici italiani ingiustamente condannati a morte negli Usa: l’omonimo “Sacco e Vanzetti” (1971). Un decennio dopo, con Verdone, l’emigrazione torna a essere vista in maniera ironica in “Bianco, Rosso e Verdone” (1981). Il cinema italiano tratta dunque il tema dell’emigrazione raccontando vizi, a volte anche virtù, dei nostri connazionali in cerca di fortuna altrove.

E’ tuttavia lo star-system per eccellenza, ossia Hollywood, ad idealizzare uno stereotipo, per lo più negativo, dell’italo-americano che avanza spesso parallelamente alla rincorsa del cosiddetto ‘sogno americano’. Quell’immagine cinematografica degli italiani, incrostata di stereotipi poco edificanti, di cui ci parla Sommario, trova del terreno fertile in una società già abituata a queste schematizzazioni semplicistiche; infatti già dagli inizi del ‘900, con le prime ondate migratorie di massa, gli Usa mostrano un atteggiamento ostile verso gli emigrati italiani: come ricorda la ricercatrice Caterina Ferrini dell’Università per Stranieri di Siena, sempre all’interno del RIM 2019, la più famosa testimonianza della costruzione linguistica dell’emigrante in negativo è la relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano nel 1912. Qui gli italiani vengono definiti “di piccola statura e pelle scura, non amanti dell’acqua e soliti indossare indumenti maleodoranti”; si dice che “parlino lingue incomprensibili, forse antichi dialetti” e che siano “residenti in baracche ai margini delle città, spesso con molti figli che faticano a mantenere” nonché “dediti al furto e, se ostacolati, violenti”. Dunque l’identikit stereotipato di persone che facilmente potrebbero delinquere o comunque dedicarsi al malaffare.

 

Tornando al cinema della ricerca di Sommario, l’opera che più di altre ha saputo elevare a capolavoro artistico questo legame tra gangster, mafia e italiani è sicuramente la trilogia “Il Padrino” di Coppola (1972, 1974 e 1990): è la saga di Don Vito Corleone (Marlon Brando) e del figlio Michael Corleone (Al Pacino) ossia la storia di una delle più potenti famiglie mafiose di origini siciliane di New York. Da una parte c’è la terra d’origine – in questo caso la Sicilia - quella degli affetti più genuini legati a una civiltà contadina edificata sulla religione, sulle tradizioni e su un codice d’onore arcaico; dall’altra abbiamo l’America che diviene la terra d’approdo e degli affari. Come ravvisa Sommario c’è da dire che, la ricostruzione della Little Italy presente nella pellicola di Coppola, si ispiri al film “The Italian” (1915) di Ince e Baker; per l’idea dell’italiano tutto baffi, fazzoletto al collo, giocatore di carte e bevitore di vino bisogna invece rifarsi a “The Black Hand” (1906) di Porter: sarebbe proprio quest’ultima pellicola, infatti, a segnare l’esordio assoluto della malavita italiana sui set americani. 

Perché proprio il cinema, dunque, per parlare di stereotipi verso gli italiani emigrati? “Perché come tutte le forme di rappresentazione, il cinema si presta a certi cliché che a volte sono sfociati in veri pregiudizi verso i connazionali. Volevo capire quanto fosse stato il cinema a generare o alimentare certi stereotipi oppure quanto, al contrario, il medium si fosse limitato a registrare fenomeni già presenti nella società”, ha spiegato in un’intervista il ricercatore Giuseppe Sommario. “Certamente il cinema ha una gran forza persuasiva ed è portatore dell’ideologia di quello stesso contesto sociale che lo produce . Non dimentichiamo però – ha aggiunto - che se da una parte il cinema può fondare o rafforzare dei miti, al contempo può anche essere strumento di una contro-narrazione: in ogni caso non è un registratore passivo degli eventi e della storia ma ne è uno dei protagonisti, arrivando a condizionare i comportamenti sociali”, ha evidenziato Sommario. Simone Sperduto, Inform/dip 4

           

 

 

 

Federica Mogherini erhält Theodor-Wanner-Preis 2019

 

Verleihung durch ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) am 18.12.19 in Berlin Laudatio: Heiko Maas, Bundesaußenminister / Federal Foreign Minister

 

Stuttgart/Berlin – Federica Mogherini, scheidende Hohe Vertreterin der Europäischen Union für Außen- und Sicherheitspolitik, wird mit dem Theodor-Wanner-Preis 2019 des ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) ausgezeichnet.

Prof. Dr. Dr. h.c. Ulrich Raulff, Präsident des ifa:

„Mit Federica Mogherini als Preisträgerin des Theodor-Wanner-Preises 2019 wird in diesem Jahr eine herausragende europäische Politikerin gewürdigt, die sich nicht nur für Frieden und Verständigung engagiert, sondern mit ihrer Strategie zur Bedeutung der Kultur in den Außenbeziehungen der Europäischen Union auch ein wichtiges Signal gesetzt hat.“

Ronald Grätz, Generalsekretär des ifa:

„Damit hat die Preisträgerin die konstruktive Rolle, die Kultur in internationalen Angelegenheiten - nicht zuletzt in Friedensprozessen, im Bereich der Integration Europas und in der Ansprache von Zivilgesellschaft - spielen kann, bedeutend gestärkt und gleichzeitig einen substantiellen Beitrag zur interkulturellen Verständigung innerhalb der Union geleistet.“

Die Preisverleihung findet am 18.12.2019 um 17:30 Uhr im Allianz Stiftungsforum Pariser Platz statt. Die Laudatio hält Bundesaußenminister Heiko Maas.

Seit 2009 verleiht das ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) den Theodor-Wanner-Preis an Personen, die mit ihrem wissenschaftlichen, sozialen, gesellschaftspolitischen, künstlerischen oder unternehmerischen Engagement Herausragendes für Frieden, Völkerverständigung und den Dialog der Kulturen leisten. Der Preis erinnert an Theodor Wanner (1875–1955), auf dessen Initiative 1917 das Deutsche Ausland-Institut (DAI), das heutige ifa, gegründet wurde.

Der Theodor-Wanner-Preis ist mit € 10.000 Euro dotiert. Das Preisgeld ist zweckgebunden und fließt jeweils in ein von der Preisträgerin bzw. dem Preisträger ausgewähltes Projekt.

Schirmherr des Theodor-Wanner-Preises ist der Bundesaußenminister. Preisträgerinnen und Preisträger der vergangenen Jahre waren Daniel Barenboim, Generalmusikdirektor der Staatsoper Berlin und Leiter des West-Eastern Divan Orchestra; Carla Del Ponte, ehemalige Chefanklägerin der Internationalen Strafgerichtshöfe in Den Haag für Ruanda und das ehemalige Jugoslawien; Jacques Delors, ehemaliger Präsident der Europäischen Kommission; Ernesto Cardenal, Befreiungstheologe, Kulturpolitiker und Dichter; Yoko Ono, Multi-Media-Künstlerin und Friedensaktivistin; Human Rights Watch als  Menschenrechtsorganisation und Königin Silvia von Schweden.

Über Theodor Wanner

Theodor Wanner (1875-1955) war ein Stuttgarter Bürger, Mäzen, Patriarch und zugleich umtriebiger Manager. Sein Name steht für schwäbisches Unternehmertum. Motiviert durch die eigene Auslandserfahrung begründete und etablierte er zahlreiche kulturelle Initiativen, so den Verein württembergischer Kunstfreunde, die Württembergische Gesellschaft zur Förderung der Wissenschaften und das Deutsche Ausland-Institut (DAI), das heutige ifa (Institut für Auslandsbeziehungen). Theodor Wanner war langjähriger Vorsitzender des Handelsgeographischen Vereins, aus dem das Staatliche Museum für Völkerkunde, heute Linden-Museum, in Stuttgart entstand. Theodor Wanner verkörpert nachhaltiges persönliches Engagement für den Dialog der Kulturen.

* Über das ifa (Institut für Auslandsbeziehungen)

Das ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) ist die älteste deutsche Mittlerorganisation und feierte 2017 sein 100-jähriges Bestehen. Es engagiert sich weltweit für ein friedliches und bereicherndes Zusammenleben von Menschen und Kulturen. Seine Programme verfolgen fünf Kernthemen: Kunst- & Kulturaustausch, Dialog der Zivilgesellschaften, Flucht & Migration, Kultur & Konflikt und Europa. Das ifa fördert den Kunst- und Kulturaustausch in Ausstellungs-, Dialog- und Konferenzprogrammen und agiert als Kompetenzzentrum der Auswärtigen Kultur- und Bildungspolitik. Es ist weltweit vernetzt und setzt auf langfristige, partnerschaftliche Zusammenarbeit. 

Das ifa wird gefördert vom Auswärtigen Amt, dem Land Baden-Württemberg und der Landeshauptstadt Stuttgart.  www.ifa.de.  Dip 8

 

 

 

Hat der Mauerfall Europa sicherer gemacht?

 

Nur jeder Dritte meint, Europa sei durch den Mauerfall sicherer. Unsicherheitsgefühl in Deutschland besonders groß. Zweifel, ob Ost- und Westeuropa gemeinsame Ziele teilen. Deutschland für viele inzwischen zu mächtig. Polen profitieren vom Mauerfall, Russen leben schlechter als 1989

 

Hamburg – Es finden sich keine Mehrheiten, wenn es um die Frage geht, ob Europa durch den Fall der Berliner Mauer und den Zusammenbruch des Kommunismus sichererer geworden ist. Etwa ein Drittel (29%) der von Ipsos repräsentativ befragten Bürger in 16 Ländern meinen, Europa sei durch den Mauerfall sicherer geworden, etwa ebenso viele (31%) sind vom Gegenteil überzeugt oder unentschieden (40%) in dieser Frage. 

Unsicherheitsgefühl in Deutschland besonders groß

In Deutschland (42%), Russland (43%) und Belgien (44%) ist der Anteil derjenigen, die Europa heute als weniger sicher empfinden als während der Zeit der deutschen Teilung besonders ausgeprägt. Türken (45%), Polen (41%) und Briten (36%) empfinden das heutige Europa dagegen überdurchschnittlich häufig als sicherer im Vergleich zur Zeit des Eisernen Vorhangs.

Ältere bemängeln häufiger die heutige Sicherheitslage 

Vor allem ältere Mitbürger zeigen sich besorgt über die derzeitige Sicherheitslage in Europa. Etwa jeder zweite Deutsche ab 50 Jahren (49%) denkt, dass Europa vor dem Fall der Berliner Mauer sicherer war als heute, bei den jüngeren Befragten bis 35 Jahren (33%) und der Altersgruppe der 35- bis 49-Jährigen (29%) sagt dies nicht einmal jeder Dritte. Ein ähnliches Bild ergibt sich auch in Russland und anderen osteuropäischen Ländern wie z. B. Ungarn.

Zweifel, ob Ost- und Westeuropa gemeinsame Ziele teilen

Selbst 30 Jahre nach dem Ende der DDR ist nur jeder vierte Deutsche (25%) der Ansicht, dass Osteuropa und Westeuropa inzwischen gemeinsame Ziele teilen. Beinahe vier von zehn Bundesbürgern (38%) bezweifeln das – mehr als in jedem anderen befragten Land. In Großbritannien (35%), Polen (35%) und Rumänien (34%) denkt mehr als jeder dritte Befragte, dass sich die Interessen der verschiedenen europäischen Nationen seit der Abschaffung der kommunistischen Systeme in Mittel- und Osteuropa weitestgehend angeglichen haben. Anders in Ungarn: Hier sagt nicht einmal jeder Fünfte (18%), dass Ost- und Westeuropa mittlerweile die gleichen Ziele verfolgen.

Deutschland für viele inzwischen zu mächtig

Geteilter Meinung sind die Menschen bei der Frage, ob Deutschland seit dem Fall der Berliner Mauer zu mächtig geworden ist. Global gesehen finden drei von zehn Personen (30%), dass die Bundesrepublik im Laufe der letzten Jahrzehnte eine zu mächtige Rolle in Europa eingenommen hat – etwa ebenso viele Befragte (29%) stimmen dem nicht zu. In Spanien (60%), der Türkei (60%) und Italien (54%) vertritt sogar eine klare Mehrheit der Bevölkerung die Auffassung, dass Deutschland zu mächtig geworden ist. Auch in Rumänien, Schweden, Russland und Ungarn überwiegt ebenfalls der Anteil derer, für die Deutschland inzwischen zu viel Macht besitzt.

Polen profitieren vom Mauerfall, Russen leben schlechter als 1989

Nur jeder vierte Deutsche (27%) ist der Ansicht, dass das Leben in der Region, in der er lebt, seit der Wendezeit vor 30 Jahren besser geworden ist – mehr als jeder dritte Bundesbürger (34%) ist gegenteiliger Auffassung. Lediglich in Russland (17% Zustimmung – 43% Ablehnung) werden die Auswirkungen des Mauerfalls für die eigene Region negativer bewertet als hierzulande.

Besonders positiv wird der Fall der Berliner Mauer dagegen in Polen gesehen. Hier denkt immerhin jeder zweite Befragte (50%), dass sich das Leben seit dem Jahr 1989 verbessert hat, nur etwa jeder Fünfte (21%) widerspricht dieser Aussage. Bemerkenswert: Während in Deutschland und Russland der Anteil der Mauerfall-Skeptiker bei älteren Menschen (ab 50 J.) höher ist als bei Personen im jungen oder mittleren Alter, ist in Polen vor allem die ältere Generation der Überzeugung, dass sich die Verhältnisse in der eigenen Region gebessert haben (59%). Nur jeder siebte Pole im fortgeschrittenen Alter (14%) findet, dass sich das Leben eher verschlechtert hat.

Dr. Robert Grimm, Leiter der Ipsos Sozial- und Politikforschung, zu den Studienergebnissen: »Der Fall der Mauer hatte Konsequenzen, die weit über die deutschen Grenzen hinausgingen. Leider folgten dem Zusammenbruch der sozialistischen Ordnung im Osten neue und teilweise blutige, nationalistisch geprägte Konflikte, die bis heute anhalten. Darüber hinaus war die deutsche Einheit der Anfang der europäischen Erweiterung und der NATO-Osterweiterung. In der Folge verschlechterte sich das Verhältnis zwischen den europäischen Staaten und Russland – vor allem in den letzten Jahren – spürbar und auch die Flüchtlingskrise hat die sicherheitspolitischen Schwachstellen der EU deutlich aufgezeigt. Es ist deshalb nicht verwunderlich, dass einige Menschen die heutigen Verhältnisse als weniger sicher empfinden als das Europa vor 30 Jahren. Auch die Wahrnehmung des vereinten und mächtiger gewordenen Deutschlands im Herzen des Kontinents hat sich mit dem Mauerfall verändert. In den ›Club Med‹-Staaten assoziieren viele Bürger strenge europäische Budgetvorgaben mit der Sparpolitik der Bundesrepublik und auch der Brexit wurde teils von einem ›Anti-German sentiment‹ getrieben. Es erscheint aus heutiger Sicht paradox, dass das Ende der deutschen – und europäischen – Teilung zu weiteren bitteren Konflikten in Europa geführt hat.« Ipsos 8

 

 

 

 

 

Im zweiten Frühling. Der Nahe Osten ist wieder im Aufruhr.

 

Die Jugend begehrt auf gegen Korruption und mangelnde Perspektiven. Europa sollte genau hinsehen. Von Jannis Grimm

 

Die jüngsten Bilder aus Beirut, Algier, Khartum und Bagdad liefern ein Déjà Vu: Demonstrierende übernehmen den öffentlichen Raum, liefern sich Straßenschlachten mit der Polizei. Graffitis zieren die Mannschaftswägen überforderter Sicherheitskräfte, die oft ebenso brutal zurückschlagen wie vor acht Jahren. Sogar der ikonische Schlachtruf „Brot, Freiheit, soziale Gerechtigkeit, Menschenwürde“ ist zurück.

Angesichts der verblüffenden Ähnlichkeiten der neuen Proteste mit denen von 2011 verstummten zuletzt jene Stimmen, die in den vergangenen Jahren das unwiderrufliche Ende sozialer Bewegungen und das Scheitern des sogenannten „Arabischen Frühlings“ im Nahen Osten und Nordafrika diagnostiziert hatten. Die Umbrüche, die 2011 nahezu alle Länder der Region erfassten, destabilisierten damals besonders republikanisch verfasste Regime, deren Machthaber ihren Alleinherrschaftsanspruch nicht auf eine historisch-dynastische Erbfolge zurückführen konnten und deren Elitennetzwerke durch den Druck der Straße zerbrachen.

Einige Republiken entgingen diesem Schicksal nur aufgrund eines tiefsitzenden gesellschaftlichen Traumas infolge vorheriger Gewalterfahrungen in der jüngeren Vergangenheit. Anders als Tunesien oder Ägypten hatten sowohl Algerien als auch der Irak, Libanon und der Sudan in den letzten Jahrzehnten gewaltsame politische Krisen in Form von Bürgerkriegen und externen Militärinterventionen erfahren. Die schmerzhafte Erinnerung daran sorgte für bestenfalls gedämpfte Begeisterung für neue politische Umwälzungen. Blickt man dieser Tage auf die Region, so scheint es, als gehe der Arabische Frühling nun gerade in diesen Staaten in die zweite Runde.

Wiederaufgenommen wurde der Kampf um Mitbestimmung, soziale Gerechtigkeit und ein würdevolles Leben ausgerechnet im Sudan, wo die letzte Welle innerstaatlicher Gewalt nur wenige Jahre zurückliegt: Im Dezember 2018 brachte die inflationäre Entwicklung der Lebenshaltungskosten und die Kürzung von Brot- und Benzinsubventionen tausende Menschen auf Khartums Straßen. Alle Versuche, die Bevölkerung durch kosmetische Reformen zu befriedigen, scheiterten. Der Despot Omar al-Bashir wurde am 11. April 2019 vom Militär gezwungen, sein Amt zu räumen – nach über 30 Jahren an der Macht.

Mitte Februar 2019 folgte Algerien, wo sich die Proteste an der Kandidatur des ebenfalls seit Jahrzehnten regierenden und mittlerweile greisen Abdelaziz Bouteflika für eine fünfte Amtszeit entzündeten. Im Herbst traf es dann weitere Republiken: Im Irak mündeten spontane Massenproteste im Oktober in mehrtägigen Unruhen, nachdem die Sicherheitskräfte mehr als hundert Demonstranten erschossen und tausende verletzt hatten. Blutige Auseinandersetzungen treiben seitdem eine Gewaltspirale an.

Nahezu zeitgleich stehen der Libanon und seine „Oktoberrevolution“ im Rampenlicht: Hier regte sich der Widerstand der Straße zunächst gegen die Finanzpolitik und absurde Steuerpläne der Regierung. Innerhalb kürzester Zeit mutierten die Demonstrationen zu den größten Massenprotesten seit dem Ende des Bürgerkriegs. Selbst Ägypten, wo der Kampf um soziale und politische Teilhabe eigentlich bereits als verloren galt, ist betroffen: Obwohl (oder gerade weil?) Al-Sisis Sicherheitskräfte routiniert mit massiven Repressionen gegen Demonstrierende vorgehen und Dissidenten foltern und verschleppen, forderten Tausende im September erstmals seit Jahren wieder den Sturz des Regimes.

Zwar gelang es der Staatssicherheit, die Bewegung durch Repression unter Kontrolle zu bringen, doch wirkt das Land seitdem nicht mehr so stabil, wie zuvor angenommen. Das gilt auch für einige der Monarchien, die die Umbrüche 2011 durch einen Mix aus Repression und selektive Reformen überstanden hatten. Jordanien erlebte beispielsweise im September den bis dato längsten Streik des öffentlichen Sektors in der Geschichte des Landes. Mehr als 100 000 streikende Lehrerinnen und Lehrer stürzten die Regierung in eine tiefe politische Krise.

Eine neue Welle des Arabischen Frühlings also? Vieles spricht dafür. Die Protestierenden sind ähnlich divers, vereinen Arbeiter, Jugendorganisationen und Oppositionsparteien. Angeführt werden sie von Studierenden und Jugendlichen, oftmals Frauen, die anders als ihre Elterngeneration nicht von Bürgerkrieg und der Gewalterfahrung des „ersten“ Arabischen Frühlings geprägt sind. Gleichzeitig sind innerhalb der Protestkoalitionen nur wenig klare Organisationsstrukturen erkennbar.

Wie bereits 2011 wirken die Protestierenden damit teilweise „führungslos“. Sie bauen dafür aber auf mittlerweile erprobte Protestrepertoires und skandieren altbekannte Slogans. Mit einem entscheidenden Unterschied: Die Triebkräfte sind dieses Mal primär sozio-ökonomischer Natur. Freiheits- und Gleichheitsrechte bleiben zwar bedeutsam, im Zentrum stehen aber Korruption und die soziale Frage.

Die neuen Proteste treibt vor allem der Vertrauensverlust der jungen und größtenteils arbeits- und perspektivlosen Generation in die herrschende politische Klasse an. Auch acht Jahre nach der „Arabellion“ bestehen wirtschaftliche Missstände fort – sie haben sich sogar noch verschärft. Die Lage in Algerien ist hierfür emblematisch. In dem eigentlich reichen Land, das 70 Prozent seines gesamtwirtschaftlichen Verbrauchs durch Importe deckt, fielen die Devisenreserven nach dem Ölpreiseinbruch in den letzten fünf Jahren um zwei Drittel.

Auch die irakische Wirtschaft litt bereits 2011 an den Folgen mehrerer Dekaden von Konflikt. Der Ausbruch des Bürgerkriegs im Nachbarland Syrien und der Vormarsch des Islamischen Staates in Mosul gossen zusätzliches Öl ins Feuer. Der proklamierte Sieg über die Dschihadisten brachte 2017 keinen Neuanfang, sondern zementierte die Elitennetzwerke in Bagdad. Ähnliches gilt für den Libanon: Auch hier herrscht infolge von konfessionellen Konflikten, Bürgerkrieg und Misswirtschaft eine schwere Wirtschafts- und Finanzkrise. Das Land steht kurz vor dem Bankrott, gleichzeitig blockieren oligarchische Strukturen notwendige Reformen.

Auch im Rest der Region sind Devisenknappheit, Währungsverfall oder die Inflation der Lebenshaltungskosten Symptome von Vetternwirtschaft, dysfunktionaler Rentenökonomien und grassierender Korruption. Kein Zufall also, dass sich Proteste immer wieder an Ereignissen entzünden, welche die kleptokratischen Eliten besonders eindrucksvoll vorführen. So etwa im Libanon, wo der Informationsministers eine Steuer auf Internet-basierte Kurznachrichtendienste wie Whatsapp bekanntgab, die bis dato das Monopol einflussreicher Familienklans im Telekommunikationssektor untergraben hatten. Oder in Ägypten, wo ein Bauunternehmer, der sich jahrelang als Subunternehmer der Armee an Staatsaufträgen bereichert hatte, per Videobotschaft aus dem Exil pikante Details über die Veruntreuung von Staatsgeldern in Milliardenhöhe preisgab.

Wie 2011 gezeigt hat, ist der Ausgang derartiger spontaner Mobilisierung kaum vorhersehbar. Umso mehr wären Regierungen – nicht nur in der Region – gut beraten, sich vorzubereiten. Zumal die „zweite Welle“ des Arabischen Frühlings anderen Eskalationsmustern folgen dürfte als ihr Vorgänger. Denn beide Seiten haben dazugelernt. Nach dem Arabischen Frühling zogen zunächst die autoritären Regime in der Region Lehren aus ihren Protesterfahrungen, indem sie voneinander Repressionstaktiken abschauten, ihre Sicherheitsapparate systematisch aufrüsteten und durch kosmetische Reformen und Kooptierung Präventionsmaßnahmen zur Vorbeugung neuer Mobilisierung trafen. Wie die Massaker an Zivilistinnen und Zivilisten im Irak und im Sudan zeigen, setzte sich dabei nicht die Ansicht durch, dass Repressionen nur begrenzt dazu taugen, sozialen Widerstand zu brechen.

Gleichzeitig lernten aber auch die arabischen Zivilgesellschaften dazu. Dies äußert sich nicht nur auf der taktischen Ebene. Die wichtigste Lektion des Arabischen Frühlings ist vielmehr die Einsicht, dass der Erfolg einer Revolution sich nicht am Sturz des Diktators messen lässt. Vielmehr bildet dieser erst den Auftakt für tiefergehende Transformationen. In Algerien blieben Protestierende auch sechs Monate nach Bouteflikas Abdanken noch auf der Straße und ringen mit der Armee um einen strukturellen Wandlungsprozess anstelle kosmetischer Reformen.

Im Sudan zog sich die Bewegung trotz brutaler Repression erst zurück, als ein Abkommen zwischen den zivilen Akteuren und dem Militär über eine dreijährige Transitionsphase ausgehandelt war. Und auch im Libanon sahen Hundertausende im Rücktritt von Premierminister Saad al-Hariri gegen den Willen seines Koalitionspartners, der einflussreichen Hizbollah, nur einen Etappensieg. Als nächsten Schritt fordern sie nun die Einsetzung einer Technokratenregierung und mittelfristig die komplette Abschaffung des konfessionellen Proporzsystems, nach dem in der libanesischen Demokratie bislang die wichtigsten Staatsämter verteilt werden. Der lange Atem der Protestierenden schlägt sich nicht zuletzt auch in den Protestchören nieder, etwa dem populären Slogan „entweder wir siegen, oder wir werden Ägypten“.

Ob es den  Massenbewegungen so gelingen wird, die über Jahrzehnte etablierten oligarchischen Herrschaftsstrukturen in der Region nachhaltig zu verändern, ist offen.  Europa sollten ihre Durchhalteparolen indes aufhorchen lassen. Denn sie deuten an, dass die Region so schnell nicht zur Ruhe kommen wird. Der Westen reagiert bisher sehr zurückhaltend. Angesichts der ernüchternden Bilanz des „ersten“ Arabischen Frühlings, ist der Enthusiasmus der internationalen Gemeinschaft gebremst. Man sorgt sich in Berlin und Brüssel, dass der Sudan zu einem zweiten Libyen wird, dass Algerien dem ägyptischen Szenario folgt.

Auch die Ratlosigkeit in der europäischen Migrationspolitik trägt nicht dazu bei, dass Entscheidungsträger hierzulande den neuen Protestbewegungen unter die Arme greifen. Nicht zuletzt ist das europäische Echo auf die Proteste auch deshalb so verhalten, da die etablierten Demokratien derzeit selbst mit Nationalismus und einer Erosion demokratischer Spielregeln zu kämpfen haben. Wenn das eigene Haus brennt, ist der Blick über das Mittelmeer vernebelt. Diese Habachtstellung ist verständlich, jedoch gefährlich. Sie riskiert, dass andere Player ihren autoritären Fußabdruck auf dem ohnehin wenig regulierten Spielfeld des Nahen Ostens und Nordafrikas noch vergrößern. Russland sendet durch sein militärisches Engagement in Syrien bereits seit Jahren die Botschaft, dass es im Gegensatz zum Westen seine Verbündeten in der Region nicht im Stich lässt.

Saudi-Arabien und die Vereinigten Arabischen Emirate investieren ebenfalls massiv in den Aufbau und die Absicherung verbündeter Autokraten – obgleich sie nicht einmal selbst von Volksaufständen betroffen waren. Die Früchte dieser Politik kann man in Ägypten beobachten, wo eine Konterrevolution tausende Tote und zehntausende politische Gefangene forderte. Oder in Libyen, wo ein ehemaliger Militärgeneral seit dem Frühjahr einen Feldzug gegen die – auch von Deutschland – anerkannte Zentralregierung führt. Von Jemen und Syrien ganz zu Schweigen.

Wie die Regime und Aktivisten in der Region, so müssen auch die politischen Entscheidungsträger in Europa aus den Fehlern der Vergangenheit lernen: Etwa, dass Generäle keine verlässlichen Partner für demokratische Transitionen abgeben; dass Aktivistinnen und Aktivisten zur leichten Beute für Sicherheitsdienste werden, sobald der Schutz von Massenprotesten wegfällt; dass neoliberale Strukturanpassungsreformen die sozialen Krisen in der Region nur verschärfen; und dass aus Protest-Repressionsdynamiken rasend schnell gewaltsame Konflikte in Europas Nachbarschaft erwachsen können, die auch für die europäischen Gesellschaften irreversible Folgen haben.

Ob zweiter Frühling oder nicht – die aktuellen Mobilisierungsmomente bieten Europa eine zweite Chance: Um entschlossen sozio-ökonomische und politische Teilhabe zu unterstützen, wo man 2011 zu zaghaft war; um dort genauer hinzusehen, wo man sich 2012 und 2013 allzu leicht auf die Demokratieversprechen geläuterter Monarchen oder militärgestützter Übergangsregierungen verließ; und um mit finanzieller und technischer Unterstützung zur Seite zu stehen, wo Machthaber echte Bereitschaft zeigen, den Gesellschaftsvertrag mit ihrer Bevölkerung grundlegend neu zu verhandeln. Diese historische Chance darf sich Europa nicht entgehen lassen. IPG 5

 

 

 

 

Migranten, Caritas, Reform: Malteser-Großkanzler v. Boeselager im Interview

 

Das Phänomen von Flucht und Migration wird „uns noch Jahrzehnte begleiten“. Das sagte der Großkanzler des Souveränen Malteserordens, Albrecht Freiherr von Boeselager, an diesem Donnerstag im Interview mit Radio Vatikan in Rom. Stefan von Kempis - Vatikanstadt

 

„Die Zahl der Flüchtlinge und Vertriebenen – sei es solcher, die ihre Länder verlassen haben, oder solcher, die innerhalb der Länder ihre Heimat aufgeben mussten – ist seit 2015 noch einmal stark gestiegen. Also, weltweit ist das Problem keineswegs erledigt!“

Albrecht von Boeselager, der seit 2014 Großkanzler des Ordens ist, wies in diesem Zusammenhang auf das starke Engagement der Malteser bei der Hilfe für Migranten und Flüchtlinge hin.

„Wir sind präsent in Herkunftsländern der Flüchtlinge; wir begleiten sie an vielen Stellen auf ihrem Weg und haben große Hilfsprojekte in den Zielländern. In Afrika oder in Konfliktregionen versuchen wir, den Menschen zu helfen – auch dabei zu helfen, Strukturen aufzubauen, die es Menschen ermöglichen, zu bleiben. Hier in Italien sind unsere Ärzte und freiwilligen Helfer auf den Schiffen der italienischen Marine und Küstenwache aktiv, um die aufgefischten Migranten oder Flüchtlinge medizinisch zu versorgen. Und in den Aufnahmeländern wie z.B. in Deutschland betreiben wir Aufnahme-Einrichtungen, entwickeln Integrationsprojekte. In Deutschland haben wir die Idee der Integrationslotsen eingeführt, und das geht sehr erfolgreich.“

Frage: Freiherr von Boeselager, der Großmeister des Malteserordens war vor kurzem auf Staatsbesuch in Deutschland. Was war das Besondere daran?

“ Großreich der Nächstenliebe ”

von Boeselager: „Es war der erste offizielle Besuch des Großmeisters in Deutschland nach der Aufnahme diplomatischer Beziehungen zwischen der Bundesrepublik Deutschland und dem Malteserorden. Insofern hatte dieser Besuch schon eine große Bedeutung. Allerdings – zusätzlich zum offiziellen Besuch in Berlin, der einen Tag gedauert hat - hat der Großmeister über mehrere Tage Aktivitäten des Malteser-Ordens und Malteser-Hilfsdienstes in Deutschland besucht. Er war sehr angetan von dem, was er gesehen hat – von der Vielfalt und Unterschiedlichkeit der Aktivitäten, vom Engagement sowohl der Ehrenamtlichen als auch der hauptamtlich Beschäftigten.“

Frage: Von einem „Großreich der Nächstenliebe“ hat Bundespräsident Steinmeier beim Besuch des Großmeisters gesprochen. Ist das eine passende Definition für den Orden?

von Boeselager: „Ich hoffe, ja! Es gehört zu unserem Gründungscharisma und Gründungsauftrag, durch die Hilfe für Bedürftige und Menschen in Not die Liebe Christi den Menschen gegenüber erfahrbar zu machen.“

Frage: Was ist es denn, was den Maltesterorden von einer ,alten NGO' unterscheidet?

von Boeselager: „Also, der Begriff NGO wird heutzutage sehr missbraucht – in gewisser Hinsicht ist Caritas auch eine NGO. Aber im Sprachgebrauch, der sich in der Kirche eingebürgert hat, ist NGO ein Begriff für Organisationen, die säkular arbeiten und keinen christlichen Auftrag ausführen, und insofern besteht der Unterschied darin, dass die Tätigkeit des Malteserordens einfach auf dem Gebot der Nächstenliebe fußt und das in der Welt umsetzen möchte.“

Frage: Wir sitzen hier im römischen Palazzo Magistrale; der Orden schleppt eine jahrtausendealte Geschichte hinter sich her. Hier stehen sogar Ritterrüstungen… Ich will jetzt nicht fragen: Ist das noch zeitgemäß – aber was hilft es dem Orden, was bringt es dem Orden, und was bringt es anderen, dass der Orden diese Geschichte und diese Erfahrung hat?

“ Die Tradition schafft Vertrauen ”

von Boeselager: „Wir haben mal vor einigen Jahren einen Wettbewerb beim Malteser-Hilfsdienst ausgeschrieben, was ein Motto für die Arbeit des Malteser-Hilfsdienstes sein könnte. Da kamen verschiedene Vorschläge auf – einer davon hieß: Aus Tradition modern. Das heißt also: treu zu der Tradition, aufbauend auf der Tradition, unsere Hilfe und alles, was wir tun, immer den Nöten und Möglichkeiten der Zeit und der Gegend, wo wir arbeiten, anzupassen. Ich glaube: Weil uns das gelungen ist über die knapp tausend Jahre seit unserer Gründung, sind wir noch präsent und können unsere Aufgaben noch wahrnehmen. Die Tradition schafft Vertrauen; eine Organisation, die es geschafft hat, über so lange Zeit diesem Anspruch mehr oder weniger zu genügen, schafft Vertrauen. Das merken wir besonders in Gegenden, wo Konflikte herrschen oder Katastrophen sind: Die Menschen vertrauen uns, dass wir wirklich nur da sind, um zu helfen, und nicht, um irgendwelche verborgenen Absichten auszuführen.“

Frage: Was sind denn die Schwerpunkte der Hilfe, wo ist der Orden besonders aktiv?

von Boeselager: „Das ist schwer mit wenigen Sätzen zu sagen, weil wir eben keinen Schwerpunkt für den gesamten Orden haben, sondern durch unsere Helfer und Mitglieder vor Ort versuchen herauszufinden, was die lokalen und besonders dringenden Nöte sind, um darauf zu reagieren. Das kann also sehr unterschiedlich sein – und was wir in einem entwickelten, hochindustriellen europäischen Land tun, ist unterschiedlich zu dem, was wir in einem Land südlich der Sahara tun. Ein genereller und traditioneller Schwerpunkt liegt auf Hilfen, die mit medizinischen Hilfen zu tun haben – aber immer mehr geht es uns auch darum, soziale Felder abzudecken.“

Frage: Was tut der Malteserorden denn im Fall von Flüchtlingen und Migranten? Das ist ja eines der großen Phänomene unserer Zeit.

von Boeselager: „In der Hilfe für Migranten und Flüchtlinge sind wir sehr engagiert. Wir sind präsent in Herkunftsländern der Flüchtlinge; wir begleiten sie an vielen Stellen auf ihrem Weg und haben große Hilfsprojekte in den Zielländern. In Afrika oder in Konfliktregionen versuchen wir, den Menschen zu helfen – auch dabei zu helfen, Strukturen aufzubauen, die es Menschen ermöglichen, zu bleiben. Hier in Italien sind unsere Ärzte und freiwilligen Helfer auf den Schiffen der italienischen Marine und Küstenwache aktiv, um die aufgefischten Migranten oder Flüchtlinge medizinisch zu versorgen; das tun wir seit vielen Jahren. Und in den Aufnahmeländern wie z.B. in Deutschland betreiben wir Aufnahme-Einrichtungen, entwickeln Integrationsprojekte. In Deutschland haben wir die Idee der Integrationslotsen eingeführt, und das geht sehr erfolgreich. Also, wir sind in diesem ganzen Bereich sehr engagiert und glauben auch, dass das eine Problematik ist, die uns noch Jahrzehnte begleiten wird.“

Frage: Noch Jahrzehnte? Ist nicht seit 2015/16, in Anführungszeichen, das Schlimmste vorbei, wenn man deutschen Zeitungen glauben kann?

von Boeselager: „Die Zahl der Flüchtlinge und Vertriebenen – sei es solcher, die ihre Länder verlassen haben, oder solcher, die innerhalb der Länder ihre Heimat aufgeben mussten – ist seitdem noch einmal stark gestiegen. Also, weltweit ist das Problem keineswegs erledigt!“

Frage: Kommen wir noch einmal zurück zum Großmeister-Staatsbesuch in Deutschland. Was sind denn Projekte oder Ideen, die sich daraus ergeben haben?

von Boeselager: „Ein Großmeister-Besuch ist nicht in erster Linie dazu da, neue Ideen zu entwickeln. Es geht eher darum, dem Großmeister zu ermöglichen, mit eigenen Augen zu sehen, was geschieht, und mit Helfern und denjenigen, denen geholfen wird, zu sprechen. Berichte oder Artikel lesen ist immer etwas anderes, als solche Projekte mit eigenen Augen gesehen zu haben. Das ist für uns alle in der Regierung des Ordens immer wieder notwendig, damit wir aus eigener Anschauung die Problematik kennen. Damit schaffen wir die Grundlage, hier die richtigen Entscheidungen zu treffen.“

Frage: Was zeichnet aus Ihrer Sicht die deutschen Malteser aus?

“ Berufungen kann man nicht machen – die werden vom Himmel geschenkt ”

von Boeselager: „Deutschland ist das Land, in dem die umfassendsten Aktivitäten des Malteserordens ausgeführt werden und wohl auch die breiteste Palette an Hilfen ausgebaut worden ist. Insofern ist Deutschland für den Orden ein ganz wichtiges Land.“

Frage: Der Malteserorden ist durch eine schwierige Umbauphase gegangen. An welchem Punkt stehen wir jetzt – mit dem neuen Statut, mit dem Großmeister, mit dem Reformprozess, der ja auch mehr Profess-Berufungen im Orden wecken soll?

von Boeselager: „Wir haben eine Reihe von Schritten geschafft, aber einen längeren Prozess noch vor uns. Wenn man so eine alte Organisation reformieren will, muss man das manchmal mit Vorsicht machen, sonst reißt man irgendwo eine Wand ein und weiß nicht, welche andere Wand möglicherweise einstürzt, die man gar nicht einreißen will. Das verlangt viel Kommunikation, viel Beratung. Insbesondere was den sogenannten Ersten Stand angeht, also die Mitglieder des Ordens, die Mönchsgelübde ablegen, welche wir Profess nennen, ist natürlich auch eine Abstimmung mit dem Vatikan notwendig, weil insofern der Malteserorden natürlich dem Heiligen Vater untersteht. Da sind wir im Gespräch – wie lange das noch dauert, ist schwer vorherzusagen. Wir hoffen schon, dass dieser Prozess bzw. das Ergebnis dazu führt, dass wir wieder mehr Berufungen in den Ersten Stand haben werden. Aber Berufungen kann man nicht machen – die werden vom Himmel geschenkt.“

Frage: Was sind denn die Schritte, die schon gelungen sind?

“ In Finanzfragen haben wir keine Leichen im Keller - das ist schon mal gut ”

von Boeselager: „Es sind teilweise ganz banale Schritte, die aber gar nicht einfach sind. Die gesamte Finanz- und Vermögensverwaltung ist modernisiert worden, wir haben jetzt externe Audits, die uns auch bestätigt haben, dass unsere Finanzverwaltung in Ordnung ist. Insofern haben wir keine Leichen im Keller, das ist schon mal gut! Und das ist modernisiert, so dass wir auch Menschen, die mit modernem Rechnungswesen vertraut sind, beweisen und klarmachen können, dass bei uns die Finanzen in Ordnung sind.

Es sind das erste Mal Frauen in Entscheidungsgremien gewählt worden bei den letzten Kapiteln; daran haben auch Frauen teilgenommen. Frauen sind ein ganz wichtiger Faktor in unserer Hilfe, weil sie einfach andere Talente und andere Charismen in unsere Arbeit mit einbringen. Deswegen sollen sie auch an Führungspositionen beteiligt werden.

Wir haben eine in vielen Teilen der Welt sehr stark wachsende Jugendarbeit und Interesse von Jugendlichen am Malteserorden – das muss sich ja auch in neuen Strukturen wiederfinden. Also, da ist schon eine ganze Menge passiert.“

Frage: Jetzt mal eine Frage aus deutscher Perspektive. Malteser und Johanniter haben sich gespalten, haben aber eigentlich dasselbe Ideal vor Augen. Kann man die nicht irgendwann einmal ökumenisch zusammenführen? Oder ist das naiv gedacht?

von Boeselager: „Also, man wird sie ökumenisch zusammenführen können, wenn es auch eine Wiedervereinigung der Kirchen gibt! Die Johanniter sind in ihre evangelischen Kirchen eingebunden, wir sind Bestandteil der katholischen Kirche, insofern können wir nicht von unseren Kirchen separate Wege gehen. Das hindert uns aber nicht, zusammenzuarbeiten. Wir haben regelmäßige Treffen; alle drei Jahre treffen wir uns mit den vier verschiedenen, protestantischen Johanniterorden.“

Frage: Hat es gewissermaßen sogar etwas Gutes, dass es die Malteser, so gesehen, zweimal gibt?

von Boeselager: „Naja – wenn man die Leistungen und Hilfen zusammenrechnet, kommt sehr viel mehr raus, als wenn wir alleine wären…“

Frage: Wenn Sie jemandem, der vom Malteserorden noch nie gehört hat, erklären müssten, warum es ihn geben muss – was würden Sie sagen?

von Boeselager: „Also, der Malteserorden ist einer der vier ältesten Orden der Kirche – und der erste, der die karitative Arbeit zum Zentrum seiner Mission gemacht hat. Inzwischen gibt es viele Orden, die sich um karitative Arbeit generell oder spezialisiert auf bestimmte Felder konzentriert haben. Aber ich glaube, dass wir doch noch einen sehr wichtigen – ich will nicht sagen ‚unersetzbaren‘, aber im Moment doch einzigartigen – Auftrag haben. Das liegt auch daran, dass der Malteserorden eine Doppelnatur hat: Er ist einerseits ein religiöser Orden und andererseits ein souveränes Subjekt des Völkerrechts mit diplomatischen Beziehungen zu über hundert Staaten und Beobachterstatus bei der UN. Das ermöglicht es uns vor allem in Krisenregionen, häufig tätig zu werden, wo andere nur schwer tätig werden können und wo wir auch direkten Zugang zu den politischen Entscheidungsträgern haben. Auch werden wir von den Menschen als vollkommen unabhängig wahrgenommen, also nicht mit irgendeinem Staat verbunden. Das ist gerade in Konflikten sehr vorteilhaft.“

(rv 1)

 

 

 

 

Neun Punkte. Bundesregierung beschließt Paket gegen Rechtsextremismus

 

Meldepflicht für Drohung im Netz, besserer Schutz für Kommunalpolitiker, sichere Finanzen für Prävention: Mit einem Neun-Punkte-Paket will die Regierung der Gefahr durch Rechtsextremismus begegnen. Die Bedrohung sei hoch, sagt Innenminister Seehofer. Oppistion und Experten sind skeptisch. Von Corinna Buschow

 

„Mehr Sicherheit und mehr Prävention“ – so fasste Bundesfamilienministerin Franziska Giffey (SPD) das Maßnahmenpaket gegen Rechtsextremismus zusammen. Drei Wochen nach dem Anschlag in Halle beschloss das Bundeskabinett am Mittwoch in Berlin neun Punkte, die Betroffene von Hass und Drohungen im Netz, aber auch real vor der Haustür besser schützen sollen. Bei der Bestürzung über die Tat in Halle dürfe man nicht stehen bleiben, sagte Bundesjustizministerin Christine Lambrecht (SPD). Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) bezeichnete Rechtsextremismus als „sehr ernste Problematik“. Die Bedrohung sei hoch.

Die drei Ressortchefs präsentierten das Paket gemeinsam. Die meisten Maßnahmen fallen in die Zuständigkeit der Justizministerin, unter anderem die geplante Verschärfung des Netzwerkdurchsetzungsgesetzes. Betreiber sozialer Netzwerke sollen künftig Straftaten, insbesondere Morddrohungen und Volkshetzungen, melden, anstatt sie nur zu löschen oder zu sperren. Der Straftatbestand der Beleidigung soll zudem geändert werden, um den speziellen Bedingungen des Internets – große Reichweite und hohe Aggressivität – besser gerecht zu werden.

Änderungen im Waffenrecht

Seehofer hob vor allem die Pläne im Waffenrecht hervor. Eine Regelanfrage bei den Verfassungsschutzämtern soll dafür sorgen, dass Mitglieder verfassungsfeindlicher Vereinigung gar nicht erst an Waffen kommen. Lambrecht zufolge sollen auch rückwirkend Waffenscheine entzogen werden. Eine Änderung im Melderecht soll dazu führen, dass von Gewalt bedrohte Personen leichter eine Auskunftssperre über ihre private Adresse erwirken können.

Mehr Schutz soll es künftig auch für Kommunalpolitiker geben. Sie höre immer häufiger, dass Verantwortliche vor Ort Beschimpfungen nicht mehr ertragen, sagte Lambrecht. Das dürfe eine wehrhafte Demokratie nicht zulassen. Der Strafrechtsparagraf 188, der üble Nachrede und Verleumdung gegen Personen des öffentlichen Lebens ahndet, soll künftig ausdrücklich auch für Kommunalpolitiker gelten. Im gleichen Zug soll auch der strafrechtliche Schutz für Ärzte und Sanitäter verbessert werden, was nicht direkt mit Rechtsextremismus zusammenhängt, nach Ansicht von Bundesgesundheitsminister Jens Spahn (CDU) aber dringend geboten ist.

Keine dauerhafte Sicherung für befristete Projekte

Bundesfamilienministerin Franziska Giffey (SPD) konnte sich für das Paket noch nicht mit ihrer Forderung nach einem Demokratie-Fördergesetz durchsetzen, das Initiativen gegen Extremismus eine dauerhafte Sicherung über befristete Projektgelder hinaus geben soll. Giffey und Seehofer sagten, sie seien über mögliche rechtliche Grundlagen noch im Gespräch.

Gesichert ist Giffey zufolge aber die Finanzierung des Bundesprogramms „Demokratie leben“ für die nächsten Jahre auf dem gleichen Finanzniveau wie bislang, nämlich mindestens 115,5 Millionen Euro pro Jahr. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU), erklärte, auch sie arbeite an einer Lösung, wie die von ihr mitgeförderten mobilen Beratungsteams gegen Rechtsextremismus und Opfer-Beratungsstellen weiter gefördert werden können.

Opposition skeptisch

Teile der Opposition im Bundestag sind skeptisch, ob die Maßnahmen der Regierung ausreichend sind. Der FDP-Innenpolitiker Benjamin Strasser sagte, das Paket sei nicht der große Wurf. Ihm fehlen Schwerpunkt-Staatsanwaltschaften gegen Hasskriminalität und Vereinsverbote in den Plänen. Die Grünen begrüßten die geplante Schaffung einer zentralen Stelle beim Bundeskriminalamt zur Verfolgung von Hass im Netz. Die Abgeordneten Renate Künast und Konstantin von Notz befürchteten zugleich aber auch, die Betreiber von Plattformen würden noch mehr in die Rolle von „Hilfssheriffs“ gedrängt.

Die Gewerkschaft der Polizei und der Deutsche Städtetag begrüßten die Pläne. Der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) beklagte indes, dass neben dem Schutz von Kommunalpolitikern nicht auch stärkerer Schutz für Journalisten vorgesehen ist, die Ziel von Drohungen sind. Die Amadeu Antonio Stiftung kritisierte, viele Maßnahmen im Paket blieben „zu vage“. (epd/mig 31)

 

 

 

Heiliger Stuhl: Verbrechen gegen Menschlichkeit beenden

 

Verbrechen gegen die Menschlichkeit sollten ein Fall für Geschichtsbücher werden. In der Gegenwart aber seien sie zu verurteilen und zu beenden, forderte Erzbischof Bernardito Auza vor den Vereinten Nationen in New York.

Der Vatikandiplomat äußerte sich besorgt darüber, dass die Welt weiterhin von „politischer, religiöser und ethnischer Gewalt“ geprägt sei. „Wegen politischer, religiöser und ethnischer Zugehörigkeit geschlagen, getötet, versklavt, vergewaltigt, verbrannt oder verkauft zu werden“, sei eine reale Angst vieler, so der Erzbischof. Er sprach auf der 74. Tagung der UN-Generalversammlung am Donnerstag.

Schutz von Migranten und Flüchtlingen

Der Heilige Stuhl unterstütze die Arbeit der Völkerrechtskommission, ein neues internationales Übereinkommen zum Thema Verbrechen gegen die Menschlichkeit zu schaffen. Besonders begrüßte er den Grundsatz der Nichtzurückweisung. „Niemand“, so Erzbischof, „sollte an einen Ort zurückgeführt werden, an dem er Opfer von Verbrechen gegen die Menschlichkeit werden kann.“ Auza weiter: „Flüchtlinge und Migranten, die vor Verfolgung fliehen, sollten willkommen geheißen, geschützt, unterstützt und integriert werden“.

Internationale Zusammenarbeit

Zwei Punkte schlug der Heilige Stuhl vor, die bei der Ausarbeitung der neuen Konvention berücksichtigt werden sollten: Die zukünftige Konvention sollte erstens allen Menschen die Möglichkeit geben, sich auf internationaler Ebene Gehör zu verschaffen. Zweitens müsse das Übereinkommen die Notwendigkeit schaffen, Staaten mit fragilen oder schwachen Justiz- und Sicherheitssystemen zu unterstützen.  (vatican news 2)

 

 

 

Brexit, Flextension und das ewige Warten

 

Die Botschafter der 27 verbleibenden EU-Mitgliedstaaten haben sich am heutigen Montag darauf geeinigt, die Brexit-Prozesse um weitere drei Monate bis zum 31. Januar zu verlängern. Dabei soll das Vereinigte Königreich sofort aussteigen können, sobald das von Boris Johnson ausgehandelte Austrittsabkommen ratifiziert wird.

 

Die Ankündigung kam nur wenige Tage vor dem 31. Oktober, dem bisherigen Brexit-Datum, und bevor das britische Unterhaus über den Vorschlag von Premierminister Boris Johnson abstimmen soll, im Dezember Neuwahlen abzuhalten. Johnson selbst versucht weiterhin, seinen Brexit-Deal vom Parlament genehmigen zu lassen.

Während die EU-Institutionen bereits Anfang Oktober deutlich machten, dass eine solche Verlängerung erforderlich sei, um einen „No Deal“ zu vermeiden, zeigte sich vor allem die französische Führung skeptisch und nicht gewillt, eine länger angelegte Verlängerung ohne konkretes Ziel zu genehmigen. Vor allem lehnte es Paris ab, eventuell erneut Änderungen am Austrittsabkommen vorzunehmen.

Angesichts der Blockade im britischen Unterhaus haben sich die EU-Staaten für eine erneute Verschiebung des Brexit ausgesprochen.

In der Erklärung der EU-27 heißt es dementsprechend deutlich, das einzige Ziel einer Verlängerung bestehe darin, den Ratifizierungsprozess sowohl in London als auch in Brüssel abzuschließen. Der Inhalt des Abkommens stehe nicht mehr zur Diskussion.

Das Vereinigte Königreich kann somit nach Abschluss einer Ratifizierung am ersten Tag des Folgemonats aus der EU austreten.

Zusammen mit den jüngsten Entwicklungen im Vereinigten Königreich – insbesondere der Unterstützung der Schottischen Nationalpartei und der Liberaldemokraten für eine Abstimmung im britischen Parlament, die Neuwahlen wahrscheinlicher macht – reichte diese Zusicherung offenbar aus, damit Frankreich eine erneute Brexit-Verzögerung doch unterstützen wollte, so Diplomaten.

„Am Ende war es ein diplomatischer Prozess und der Dialog hat sich gelohnt,“ kommentierte einer der Diplomaten.

Doch kein Brexit am 31. Oktober? Die EU hat Großbritannien einen flexiblen Aufschub gewährt. Bis zum ersten Dezember oder ersten Januar hat das vereinte Königreich nun Zeit, die EU zu verlassen – vorausgesetzt, das Unterhaus stimmt dem Austrittsabkommen zu.

Allerdings werden die EU-Mitgliedstaaten die getroffene Entschließung ihrerseits erst dann förmlich annehmen, wenn das Vereinigte Königreich die Verlängerung ebenfalls akzeptiert.

Die gewährte Verlängerung steht jedoch im Einklang mit dem Benn Act; daher dürfte auch die britische Regierung ihre Zustimmung zum dreimonatigen Aufschub erteilen.

Die Führung in London habe während des gesamten Prozesses in ständigem Kontakt mit den übrigen Mitgliedstaaten und den Institutionen gestanden, hieß es in Brüssel. Die EU-27 seien daher zuversichtlich, dass die britische Regierung in den nächsten Stunden grünes Licht für den Aufschub geben wird.

Britischer Kommissar benötigt

Wie bei anderen Gelegenheiten zuvor wird auch in der aktuellen Erklärung zur weiteren Verlängerung der Prozesse nach Artikels 50 betont, dass das Vereinigte Königreich, solange es ein EU-Mitgliedstaat ist, den gleichen Rechten und Pflichten unterliegt wie jedes andere Land.

Wenn also das Vereinigte Königreich am 1. Dezember, wenn die neue Kommission von Ursula von der Leyen die Arbeit aufnehmen soll, noch Teil des Blocks ist, muss daher auch ein oder eine britische Kommissarin ernannt werden. Wird das Austrittsabkommen von allen Seiten vorher ratifiziert, wäre dies hingegen nicht notwendig.

Die britische Regierung hat bisher keine Kandidaten vorgeschlagen, die das derzeitige britische Kommissionsmitglied Julian King ersetzen könnten.

Thierry Breton, der neue Kandidat von Präsident Emmanuel Macron für den französischen Sitz in der EU-Kommission, könnte Gefahr laufen, von den Europaabgeordneten wegen möglicher Interessenkonflikte abgelehnt zu werden.

Auf die Frage, ob es politisch nicht problematisch wäre, das Vereinigte Königreich zu „zwingen“, ein Kommissiosnmitglied für einen Zeitraum von zwei Monaten zu ernennen, erklärte ein Diplomat in Brüssel lediglich, „vor ein paar Monaten“ sei es auch noch „unmöglich erschienen“, überhaupt EU-Wahlen im Vereinigten Königreich abzuhalten.

Die Ernennung eines britischen Kommissionsmitglied wäre eine neue potenzielle Hürde für die gewählte Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen, deren Amtsantritt bereits durch die Ablehnung von drei ihrer designierten Kommissionsmitglieder durch das Europäische Parlament verschoben werden musste.

Aktuell muss von der Leyen darüber hinaus Gespräche mit den von Frankreich (Thierry Breton) und Ungarn (Olivér Várhelyi) neu nominierten Kandidaten führen. Auch diese neuen Kandidaten sind alles andere als unumstritten.

Rumänien, das immer noch mit den Folgen des Regierungszusammenbruchs vor einigen Wochen zu kämpfen hat, hat darüber hinaus ebenfalls noch kein potenzielles Kommissionsmitglied benannt. Beatriz Rios, EA 29

 

 

 

 

Das Ende des Trump-Booms

 

Die boomende Konjunktur schien Trumps Weg in eine zweite Amtszeit zu ebnen. Doch jetzt lässt die Wirtschaft ihn im Stich. Von Paul Krugman

 

Wohl noch im Frühjahr gingen Donald Trump und seine engsten Vertrauten davon aus, dass seine Wiederwahl gesichert ist. Zum einen hatte Trump die Gefahr eines politisch fatalen Skandals überstanden: Der lang erwartete Mueller-Report über die russische Einmischung in die US-Wahl war zwar ein Schlag für ihn, aber ein doch sehr gedämpfter. So kamen zwar belastende Details ans Licht, politische Folgen hatten sie jedoch nicht. Zum anderen war Trump überzeugt, dass die boomende Wirtschaft seine Kandidatur beflügeln würde. Wenngleich seine Behauptung schnell widerlegt war, dass er die beste Wirtschaftsleistung in der Geschichte der Menschheit erreicht hatte, die wirtschaftliche Realität schien zumindest gut genug, um sie als großen Erfolg zu verkaufen.

Doch welchen Unterschied ein paar Monate machen können, zeigt die aktuelle Situation, in der sich Trump befindet. Derzeit verfolgt jeder das Amtsenthebungsverfahren und ich habe dem nicht viel hinzuzufügen, außer einer Warnung: Zu jedem Zeitpunkt dieses Prozesses haben die Republikaner bewiesen, dass sie sich für wirklich kein noch so verblüffendes Verhalten zu schade sind. Oder konnte irgendjemand den Versuch der republikanischen Abgeordneten vorhersehen, die geheime Untersuchung des Repräsentantenhauses mit echtem Körpereinsatz zu stören? Mein Punkt ist: Je enger sich die Schlinge um Trump zieht, desto hässlicher wird die Antwort der Republikaner sein. Hässlicher als wir alle es uns jemals haben vorstellen können.

Was derzeit verständlicherweise weniger Aufmerksamkeit bekommt, ist die Tatsache, dass Trumps Narrativ der wirtschaftlichen Stärke ebenfalls auseinanderfällt. Um fair zu sein eines vorab: Der allgemeine Zustand der Wirtschaft ist noch immer ziemlich gut. Die Arbeitslosenquote ist sehr niedrig und das Beschäftigungswachstum hält an. Und auch, wenn es am Ende eine landesweite Rezession geben wird – der Wirtschaftszyklus wurde noch nicht gänzlich unterbrochen – ist es gut möglich, dass diese erst nach der Wahl im nächsten Jahr beginnt.

Trotzdem schwächeln wichtige Teile der Wirtschaft schon heute. Die verarbeitende Produktion ist im letzten Jahr zurückgegangen; zusammengenommen mit der Schwäche im Transport und den schweren Zeiten für die Landwirtschaft befindet sich effektiv etwa ein Fünftel der Wirtschaft bereits jetzt in der Rezession. Die Beschäftigung im verarbeitenden Gewerbe in Michigan, Wisconsin und Pennsylvania ist zurückgegangen – Staaten, die Trump 2016 mit verschwindend kleinen Mehrheiten gewählt und ihm damit den Sieg bei den Wahlmännern gesichert haben, obwohl nicht die Mehrheit der Amerikaner für ihn gestimmt hatte.

Und auch wenn das allgemeine Wirtschaftswachstum noch positiv ist, verlangsamt es sich eindeutig: Aufschlussreich sind hier „nowcasts“‑Systeme, die unvollständige Daten nutzen, um die Konjunkturentwicklung vorherzusagen. Sie prognostizieren ein wenig beeindruckendes Wirtschaftswachstum von weniger als zwei Prozent. Da die Wachstumsrate der Wirtschaft eher die Wahl beeinflussen wird als Daten zur Arbeitslosenquote – Ronald Reagan erzielte 1984 einen deutlichen Wahlsieg bei einer Arbeitslosenquote von über sieben Prozent –, sind das keine guten Nachrichten für die Republikaner.

Was jedoch wohl noch schwerer wiegt, ist die dramatische Abnahme der Zuversicht unter den Unternehmern, die fast einem Kollaps gleicht. Dieser Kollaps zeigt sich auf unterschiedliche Weise, eine davon sind Umfragen unter Führungskräften. Demnach äußerten sich diese in den ersten beiden Regierungsjahren Trumps sehr zuversichtlich und sind nun bemerkenswert pessimistisch gestimmt.

Ein weiterer Hinweis ist der Anleihenmarkt, der ein sehr viel besserer Indikator für ökonomische Erwartungen ist als der Aktienmarkt. Langfristige Zinssätze neigen dazu, hoch zu sein, wenn Investoren eine boomende Wirtschaft erwarten. In diesem Fall verknappt die US-Notenbank die Geldmenge, um eine Inflation abzuwenden. Wenn Investoren hingegen eine langanhaltende ökonomische Schwäche und günstige Kredite erwarten, sind die Zinssätze eher niedrig.

Und genau das ist passiert: Die Zinssätze für auf zehn Jahre gebundene Anleihen sind gefallen, von über drei Prozent im letzten Jahr auf aktuell 1,75 Prozent. Das letzte Mal, dass wir einen solchen Abfall beobachten konnten, war in den Jahren 2010-2011. Damals bemerkten die Investoren endlich, dass die Genesung von der Großen Rezession langsam und schmerzhaft werden und eine rasche Erholung ausbleiben würde.

Was ist also aus dem „Trump-Boom“ geworden? Die Zuversicht begann Ende letzten Jahres zu bröckeln als deutlich wurde, dass Trump es ernst meinte mit dem Handelskrieg gegen China; dies setzte sich fort, als sich die Beweise verdichteten, dass die Steuersenkung von 2017 im Sande verläuft, weil sie das Investment nicht ankurbelte, sondern der Wachstumsrate höchstens ein kurzes Hoch bescherte.

Doch in Wahrheit haben sogar Pessimisten der Steuersenkung mehr positive und dem Handelskrieg weniger negative Kraft zugesprochen, als sie im Endeffekt hatten. Warum haben sich die Dinge so dürftig entwickelt? Eine Antwort, die ich unterscheiben würde, lautet, dass der Handelskrieg nicht nur einen direkten Einfluss auf die US-Exporte und Unternehmen hatte, die auf chinesische Zulieferer angewiesen sind. Er hat noch dazu eine schädliche Grundstimmung geschaffen. Auf globale Lieferketten angewiesene Unternehmen werden Investitionen zurückhalten aus Angst, dass sich der Handelskrieg noch verschlimmern könnte. Aber auch Unternehmen, die in der Lage wären einzuspringen und Importe zu ersetzen, halten ihre Investitionen zurück, weil sie fürchten, dass Trump am Ende doch nachgibt.

Meine Vermutung ist, dass noch viel mehr dahinter steckt. Unternehmer haben es zwar lange geleugnet, aber erkennen jetzt die Realität an: Trump und sein Team sind sehr seltsame Menschen, die keine Ahnung von dem haben, was sie da tun – und genau dieser Umstand bringt eine enorme Unsicherheit mit sich. Bedenkt man, dass der Handelskonflikt mit China das Herzstück von Trumps Wirtschaftspolitik ist, beunruhigt der Fakt umso mehr, dass sein Hauptstratege in diesem Konflikt, Peter Navarro, sich auf eine Quelle bezieht,  die er „Ron Vara“ nennt. Er zitiert diese Quelle auch mehrfach in seinen Büchern. Und doch existiert dieser imaginäre Freund nicht. Sein Name ist lediglich ein Anagramm von „Navarro“.

Die Wahlen im nächsten Jahr sollten Trumps Bruch seines Amtseides zum Thema machen. Aber realistisch gesehen wird eine gewichtige Rolle die Tatsache spielen, dass die Wirtschaft wohl nicht mehr auf seiner Seite steht.

Aus dem Englischen von Marius Mühlhausen. TNYT/IMG 31

 

 

 

 

Vatikan: Aufruf gegen Rassismus und Fremdenhass

 

Angesichts neuer Formen von Rassismus und Fremdenhass hat der Vatikanvertreter bei der UNO, Erzbischof Bernardito Auza, zu verstärkter Wachsamkeit gerufen.

 

Diese Aggressionen richteten sich derzeit zunehmend gegen Migranten und Flüchtlinge, führte der Diplomat am Dienstag bei einer Sitzung der Vereinten Nationen zum Thema aus. Es brauche eine „verstärkte Wachsamkeit“, um diesem Phänomen zu begegnen, so Erzbischof Auza. Rassistisches und fremdenfeindliches Verhalten träfen gerade Flüchtlinge, die ohnehin schon ein schweres Los hätten, es verursache nur noch „mehr Leid und Angst“.

Zweitens gerieten immer mehr Menschen und Gruppen allein aufgrund ihres Glaubens ins Visier, fuhr Auza fort. Hier sei ein „beunruhigender Anstieg“ von Intoleranz und Diskriminierung zu beobachten. Die Verfolgung von Christen, aber auch anderer Religionsgemeinschaften mit oft tödlichem Ausgang bereiteten dem Heiligen Stuhl große Sorge.

“ Ein beunruhigender Anstieg von Intoleranz und Diskriminierung ”

Vor diesem Hintergrund ruft der Vatikan zur vollumfänglichen Umsetzung der Religions- und Glaubensfreiheit auf. Mit Toleranzbekundungen und schlichter Abwesenheit von Diskriminierung sei es nicht getan, so Auza, es brauche es einen verbindlichen Schutz: „Eine oberflächliche Toleranz kann kein Alibi sein, um Religionsfreiheit zu leugnen oder diese nicht zu garantieren“, formulierte der Vatikanvertreter.

Weiter rief der Vatikanvertreter zu mehr Dialog und interreligiöser Verständigung auf, um die Gleichgültigkeit gegenüber Diskriminierungen  abzubauen und um gegen Ängste vorzugehen, die im Zusammenhang mit Migration und Flucht entstünden. (vn31)

 

 

 

 

Warum die „Interkulturelle Woche“ neu gedacht werden muss

 

Die „Interkulturelle Woche“ hat einen zutiefst christlichen Hintergrund, was jedoch überspielt wird. Gleichzeitig wird an der Begehung an christlichen Orten festgehalten, andere Gruppen in zentralen Entscheidungspositionen werden nicht gleichmäßig beteiligt. Das ist äußerst bedauerlich. Von Sarah Wohl

 

Begegnungen mit anderen ermöglichen oft einen neuen Blick auf das Eigene. Erst das Geschenk ihres Blicks, wenn sie so großzügig sind ihren Eindruck mit uns zu teilen, ermöglicht es uns, uns selbst mit neuen Augen zu sehen. Dann können wir Fehlwahrnehmungen korrigieren, vormals blinde Flecken bemerken, vielleicht auch Liebenswertes entdecken, das wir bislang nicht sehen konnten. Was uns selbstverständlich scheint, wird oft erst durch Begegnungen mit anderen bemerkt und hinterfragt: in Begegnungen lernen wir nicht nur die „Anderen“, sondern auch uns selbst kennen.

Einen solchen Prozess der Begegnung wünsche ich der Interkulturellen Woche Deutschland. Denn aktuell wird der zutiefst christliche Hintergrund der „Interkulturellen Woche“ (IKW) überspielt, während gleichzeitig an der Begehung an christlichen Orten festgehalten, andere Gruppen in zentralen Entscheidungspositionen nicht gleichmäßig beteiligt werden. Das ist äußerst bedauerlich. Nicht, weil die christliche Perspektive nicht wertvoll ist. Sondern, weil gerade in einem interkulturellen Kontext, in einer pluralen Gesellschaft klar sein muss, dass sie eine Perspektive unter mehreren ist und eine vielfältige Gesellschaft durch sie alleine weder ausreichend erfasst noch ausreichend beschrieben werden kann. Deshalb ist Kritik an der Interkulturellen Woche kein akademischer Streit um den richtigen Kulturbegriff. Es ist ein Streit darum, in welcher Gesellschaft wir leben wollen, ein Streit um gleichberechtigte Teilhabe in einer pluralen Gesellschaft – und ihre gleichberechtigte Deutung und Gestaltung.

Seit 44 Jahren ist die „Interkulturelle Woche“ (IKW) eine alljährliche ökumenische Initiative der evangelischen, katholischen und griechisch-orthodoxen Kirchen in Deutschland, hervorgegangen aus der „Woche des ausländischen Mitbürgers“. Seit 44 Jahren findet die IKW in der gleichen Woche des Kirchenjahrs statt (vor dem Erntedankfest), ohne dass die Feiertage kleinerer Religionen in Deutschland berücksichtigt werden.  Während all dieser Zeit waren der ehrenamtliche Ökumenische Vorbereitungsausschuss ganz überwiegend und die kleine hauptberufliche Geschäftsstelle ausschließlich mit Christ*innen besetzt, mit personellen Überschneidungen zu PRO ASYL, das in den 80er Jahren einen „Tag des Flüchtlings“ in den Zeitraum der IKW legte (abweichend vom UN-Weltflüchtlingstag, der seit dem Jahr 2001 am 20. Juni begangen wird).

Umgesetzt aber wird die IKW mit tatkräftiger Unterstützung vieler Kommunen und weiterer, oft ehrenamtlicher Gruppen, die nicht gleichberechtigt an der Entscheidung für das jährlich wechselnde Motto der Woche, an der Formulierung des „Gemeinsamen Worts“ oder der Ausrichtung der bundesweiten Vorbereitungstagung für die Woche beteiligt sind. Unterstützt von Menschen, die Jahr für Jahr geduldig an ökumenischen Eröffnungsfeiern teilnehmen oder multireligiöse Feiern in Kirchen mit durchführen, obwohl ihnen selbst der christliche Rahmen fremd ist – oder teilweise ihrem Glauben oder ihrer Weltanschauung widerspricht. Aus der Perspektive vieler dieser Menschen ist die interkulturelle Woche nicht einfach eine neutral auf Verständigung und gelebte Vielfalt ausgerichtete Veranstaltung, sondern eine christliche Veranstaltung, insbesondere, so lange die zentralen Entscheidungen in der Hand der Kirchen bleiben.

Die Einsicht, dass eine christliche Perspektive nicht neutral ist, wirkt bislang noch nicht ausreichend in die Praxis der Interkulturellen Woche hinein. Jenseits von grundlegenden kritischen Anfragen (Ist der Begriff der „Interkulturalität“ noch zeitgemäß? Ist die Auseinandersetzung mit dem Zusammenleben in einer pluralen Gesellschaft im Rahmen einer herausgehobenen Woche wirklich angemessen aufgehoben?) wäre es schön, die Verantwortlichen hinter der „Interkulturellen Woche“ könnten sich als christliche Interkulturelle Woche mit allen Konsequenzen erkennen und positionieren. Sie könnten sich dann entweder zum christlichen Charakter des Projekts „Interkulturelle Woche“ ausdrücklich bekennen und damit Raum schaffen für andere Perspektiven neben der christlichen. Oder sie könnten ein breiteres Trägerbündnis anstreben, mit dem anderen religiösen sowie areligiösen Perspektiven eine gleichberechtigte Beteiligung auf Augenhöhe ermöglicht und dadurch die christliche Perspektive ergänzt wird. Damit würden sie dem eigenen Anspruch, dem Eintreten für Grund- und Menschenrechte in einer Gesellschaft der Vielfalt, besser gerecht. MiG 31

 

 

 

REGI-Vorsitzender: “Wenn von der Leyen ein Ziel für Europa hat, muss sie ein Ziel für den Zusammenhalt haben”

 

Das Europäische Parlament akzeptiert keine Kürzungen des Haushalts der Kohäsionspolitik und erwartet, dass die Europäische Kommission und ihre neue Präsidentin auf ihrer Seite stehen, so der Europaabgeordnete Younous Omarjee.

Younous Omarjee ist ein französischer Abgeordneter und Vorsitzender des Ausschusses für regionale Entwicklung (REGI) des Europäischen Parlaments für die linke GUE/NGL-Fraktion. In einem Interview mit EURACTIV spricht er über die Zukunft der Kohäsionspolitik und ihren Zusammenhang mit einem dynamischen Haushalt für den Programmplanungszeitraum 2021-2027 sowie über die Risiken der noch laufenden Verhandlungen.

Welche Erwartungen haben Sie an die neue Europäische Kommission?

Ich hoffe, dass diese Kommission eine Kommission sein wird, die sich dem Zusammenhalt verpflichtet fühlt. Wir haben die gewählte Kommissarin Elisa Ferreira [in der Anhörung] befragt, und der REGI-Ausschuss hat seine Ambitionen zum Ausdruck gebracht. Die Europäische Union braucht mehr denn je den Zusammenhalt. Der territoriale und soziale Zusammenhalt ist der beste Impfstoff gegen Dislokationen. Und was wir der designierten Präsidentin von der Leyen sagen, ist, dass sie, wenn sie ein Ziel für Europa hat, ein Ziel für den Zusammenhalt haben muss.

Das bedeutet, dass wir zum einen wollen, dass die Kommission auf unserer Seite im Kampf um einen ehrgeizigen Haushalt für den Kohäsionsfonds steht. Wir können keine Kürzungen akzeptieren, wie von einigen wenigen in Betracht gezogen wird. Es ist ein unmittelbarer Kampf, wir sind alle mobilisiert. Das Europäische Parlament hat einen Standpunkt, und wir werden alles daran setzen, diese Kürzungen abzulehnen. Warum? Denn wir können traditionelle Politiken wie die Gemeinsame Agrarpolitik (GAP) oder die Kohäsionspolitik nicht für die Finanzierung neuer Prioritäten oder neuer Politiken opfern. Europa muss über einen politischen Haushalt verfügen, der „kämpferisch“ ist und die Ergebnisse der Europawahlen widerspiegelt. Es ist nicht möglich, eine neue Dynamik zu schaffen, wenn wir das Budget reduzieren. Im Gegenteil, durch die Kürzung des Haushalts der GAP und des Zusammenhalts würden die Staatschefs den Europhoben und Nationalisten Anerkennung zollen. Das ist genau das Gegenteil von dem, was getan werden sollte.

Zweitens stellen wir fest, dass wir vor neuen Herausforderungen stehen, insbesondere vor dem notwendigen Energiewandel. Die Kohäsionspolitik kann zu diesem Ziel beitragen. Die Regionen müssen alle Arten von fossilen Brennstoffen, insbesondere Kohle, aufgeben und sich auf erneuerbare Energien konzentrieren, aber dieses Ziel kann nur erreicht werden, wenn wir über zusätzliche Mittel verfügen. Ich bin sehr an diesem neuen gerechten Übergangsfonds interessiert. Wir müssen die Regionen bei diesem Übergang begleiten und die sozialen und wirtschaftlichen Kosten ausgleichen. Auch neue Ziele und Richtlinien müssen mit neuen zusätzlichen Mitteln einhergehen.

Was wir auch von der Europäischen Kommission erwarten, ist eine neue städtische Ambition. Deshalb habe ich Vizepräsident Timmermans im Rahmen des New Green Deal einen großen Plan zur Aufforstung und Revitalisierung von Städten vorgeschlagen: das Pflanzen von Millionen von Bäumen in europäischen Städten. Dies wird eine Gelegenheit sein, die Auswirkungen von Hitzewellen zu mildern, Ökosysteme wiederherzustellen und die Luftqualität zu verbessern. Es ist eine Herausforderung in jeder europäischen Stadt.

Darüber hinaus erwarten wir eine neue Strategie für die Inseln, ein Whitepaper für die Inseln, da die Inseln vor besonderen Schwierigkeiten stehen: einem sehr begrenzten Markt, einer geografischen Isolation und besonderen Merkmalen, die spezifische, angepasste Maßnahmen rechtfertigen würden.

Da die designierte Präsidentin von der Leyen schließlich sagte, sie sei „für das Initiativrecht des Parlaments“, erwarten wir, dass die Europäische Kommission dieses Versprechen einlöst. Sie könnte beispielsweise damit beginnen, die bereits vom Europäischen Parlament verabschiedeten Berichte weiterzuverfolgen. Allein der REGI-Ausschuss hatte viele Berichte und Initiativen initiiert, von denen die meisten „tote Briefe“ blieben.

Unsere Botschaft ist klar: „Hier ist Ihre Arbeitsgrundlage, eine Fülle von Ideen, von Vorschlägen. Setzen Sie sie in Vorschriften um“.

Das Parlament sagt, dass es keine Kürzungen des Kohäsionshaushalts akzeptieren wird, aber die Mitgliedstaaten scheinen nicht die Absicht zu haben, den Vorschlag der Kommission zu ändern. Wie sehr sind Sie bereit, dafür zu kämpfen? Glauben Sie, dass alle Fraktionen bis zum Ende miteinander in Einklang stehen werden?

Ja, ich glaube schon. Dies wird zumindest für unseren REGI-Ausschuss der Fall sein. Es ist sehr interessant zu sehen, dass wir trotz Parteigrenzen, politischer Differenzen alle den Zusammenhalt und einen starken Haushalt für den Zusammenhalt verteidigen. Fast alle von uns. Das ist sehr wichtig, und deshalb hatten wir im Plenum eine sehr starke Position. Wir sind in der Lage, parteiische Spaltungen in Bezug auf spezifische Ziele zu überwinden; wir sind in gewisser Weise Aktivisten für den Zusammenhalt. Und das Europäische Parlament war schon immer ein Freund des Zusammenhalts.

Das Problem liegt beim Rat. Dort erwarte ich, dass zunächst Frankreich und Präsident Macron den Zusammenhalt verteidigen. Das sollte auch Deutschland tun, zumindest mit der gleichen Energie wie bei der Verteidigung der GAP. Denn so sehr wir eine starke GAP brauchen, so sehr brauchen wir auch eine starke Kohäsionspolitik: Diese beiden sind miteinander verbunden.

Wir werden versuchen, durch unsere politischen Positionen, aber auch durch die Nutzung der Machtverhältnisse, die Verhandlungen abzuwägen. Obwohl eine Verhandlung eine Verhandlung bleibt, sind wir zwei, und wir entscheiden nicht allein. Das Europäische Parlament ist heute ein stärkeres Parlament als zuvor, es hat seine Stärke bewiesen, indem es Frau Goulard abgelehnt hat, Frau von der Leyen eine schwierige Abstimmung mit einem Spielraum von nur neun Stimmen gewährt hat, und es scheint sicherlich nicht bereit zu sein, einfach irgendetwas zu akzeptieren. Darüber hinaus haben die Mitglieder des BUDG-Ausschusses in der Haushaltsfrage deutlich gemacht, dass sie Nein zu einem ungünstigen Haushalt sagen werden.

Was den Rest der Verhandlungen betrifft, so glaube ich, dass ein gemeinsamer Wunsch nach Fortschritten besteht.  Der Rat und das Europäische Parlament versuchen, an möglichst pragmatischen, möglichst einfachen Lösungen zu arbeiten, damit die Programmplanung für den Zeitraum 2021-2027 so effizient wie möglich durchgeführt werden kann.  Es gibt manchmal unterschiedliche Ansätze, aber ich denke, wir werden sie überwinden können. 

Der komplizierteste Aspekt sind die Ressourcen, denn ohne Mittel können wir nichts tun.  Sagen Sie uns also nicht, dass „wir mit weniger besser werden können“. Das ist nicht möglich.  Weniger Geld bedeutet in der Tat weniger Unterstützung für die lokale Regierung und lokale Projekte, weniger für KMU, weniger Erasmus-Austausche, weniger Mittel für die Infrastruktur und größere “territoriale Brüche”.

Inseln waren noch nie eine der obersten Prioritäten der Regionalpolitik. Wird sich das ändern?

Die Inseln sind das große Thema dieses Jahrhunderts. Wie wir bei den Klimaverhandlungen gesehen haben, sind die Inseln unvermeidlich. Auf den Inseln konzentrieren sich nämlich alle aktuellen globalen Herausforderungen: Energie, die Probleme des Ozeans, die biologische Vielfalt, die Versorgung mit Lebensmitteln, Wasser, die Abfallwirtschaft und so weiter. Darüber hinaus können wir zeigen, dass es möglich ist, neue Lösungen für die Inseln zu entwickeln. So können wir beispielsweise die Energieautonomie viel leichter erreichen. Dies gilt insbesondere für die europäischen Inseln. So können wir allen gewählten Vertretern der Welt ein Beispiel geben: 75-80 Prozent der AKP-Länder sind in der Tat Inselstaaten.

Deshalb muss die Europäische Union verstehen, dass die Inseln allein schon eine beträchtliche Macht darstellen. Natürlich haben Inseln Grenzen, aber in dieser neuen Welt ist es auch von Vorteil, eine Insel zu sein. Bei einem Treffen mit der designierten Präsidentin von der Leyen werde ich sie über die Verwirklichung eines großen ozeanischen Ziels nachdenken lassen, denn dieses Jahrhundert wird das der Ozeane sein. In den tiefen Ozeanen haben Sie zweifellos die Antworten auf die Nahrungsmittel- und die Energieprobleme. Die Ozeane sind sicherlich eine neue Grenze für die Menschheit; es ist an der Zeit, eine große Zielvorgabe für die Ozeane zu setzen, so wie Europa seine große Zielvorgabe für den Weltraum verwirklicht hat.

Wir müssen die Verzögerung, die wir gegenüber anderen Großmächten haben, ausgleichen. Die europäischen Inseln sollten wieder in den Mittelpunkt des europäischen Projekts rücken. Dabei geht es nicht nur um die Verteidigung unserer kleinen Interessen, denn davon wird die Europäische Union als Ganzes profitieren.

Wir können nicht nur die bestehenden Angelegenheiten regeln. Die Welt verändert sich rasant. Europa muss neue Ambitionen hervorbringen, die Grenzen überschreiten. Und die Situation ist bei Brexit bereits schwierig, mit dem Aufkommen von Nationalismus und Euroskeptizismus. Wir dürfen mit Sicherheit nicht um neue Ideen und Ambitionen trauern.

Du kommst aus einem Gebiet in äußerster Randlage. Die Regionen in äußerster Randlage haben durch die Kohäsionspolitik eine Reihe von Vorteilen erhalten. Glauben Sie, dass die griechischen Inseln einen ähnlichen Status erhalten sollten?

Die Regionen in äußerster Randlage sind in den Verträgen durch Artikel 349 abgedeckt, der es ihnen ermöglicht, eine abweichende Politik zu verfolgen. Meiner Meinung nach gibt es eine gemeinsame Haltung bei Herausforderungen und Problemen, die sowohl die europäischen Inseln als auch die äußersten Inseln betreffen.

Artikel 174 TFUE garantiert die besondere Lage der Inseln. Artikel 174 muss seine größte Bedeutung in den Verordnungen erhalten, und als Vorsitzender der Triloge tue ich genau das. Es gibt eine Reihe von Vorschlägen der Inselkommission und der KPKR, die wir berücksichtigen und zusammen mit den Ko-Berichterstattern übersetzen, um diese Positionen in den Verordnungen entschieden zu vertreten. Das ist sehr wichtig.

Darüber hinaus müssen wir jedoch mit einem Whitepaper für die Inseln beginnen. Das Prinzip der Insellage muss in allen Politikbereichen berücksichtigt werden, nicht nur in der Regionalpolitik. Das Gleiche gilt für die Wettbewerbspolitik in Bezug auf staatliche Beihilfen; dieser Grundsatz muss umgesetzt werden und unterschiedlich vorangetrieben werden können.

Die designierte Kommissarin Ferreira sagte, sie wolle maßgeschneiderte Maßnahmen. Nun, man braucht maßgeschneiderte Maßnahmen für die Inseln. Denn die Probleme der griechischen Inseln zum Beispiel sind nicht die gleichen wie die der Regionen, die auf dem Kontinent liegen. Es ist überhaupt nicht dasselbe. Wie wir gesehen haben, sind die Inseln aus einer Reihe von Gründen oft stärker von den Krisen betroffen.

Darüber hinaus gibt es den Tourismus, wo auch angepasste Politiken eindeutig erforderlich sind. Ich denke, wir müssen den Wettbewerb zwischen den Regionen beseitigen: Berggebiete, dünn besiedelte Regionen, Inselregionen, Regionen in äußerster Randlage. Es gibt einen gemeinsamen Kampf. Zweitens müssen wir gemeinsam vorankommen: Randregionen, kontinentale Inseln und Inseln in äußerster Randlage. Und wir werden gemeinsam eine Reihe von Initiativen ergreifen.

Die Kommission muss zur Kenntnis nehmen, dass es eine Einheit von Vorgehensweise und Kampf gibt. Wir werden zusammen mit den Inseln in Italien, Griechenland, Kroatien usw. stärker sein, und genau das werde ich meinen Kollegen aus den Regionen in äußerster Randlage sagen. Wir sind im Europäischen Rat stärker, und wir sind im Europäischen Parlament stärker. Wir müssen also gemeinsam vorankommen.

Sie kämpfen für die Aufrechterhaltung von INTERREG Europe und URBACT. Aber es gibt eine finanzielle Lücke von 500 Millionen Euro. Was glauben Sie, woher dieses Geld kommen kann, wenn das Budget nicht erhöht wird?

Ich bin nicht dieser Ansicht. Vorerst. Im Moment kämpfen wir noch. Sofia Elanidou, Ea 28

 

 

 

Einwanderung. Armutsrisiko für kinderreiche Familien gestiegen

 

Im Jahr 2018 betrug die Armutsrisikoquote von Paaren mit drei oder mehr Kindern 30 Prozent. Vor zehn Jahren lag diese Quote noch bei 24,5 Prozent. Das Sozialministerium begründet die Entwicklung mit der gestiegenen Einwanderung. Linke kritisiert: Armut von Familien sei „politisch verursacht“.

 

Kinderreiche Familien sind häufiger von Armut bedroht als in den vergangenen Jahren. Die Armutsrisikoquote von Paaren mit drei oder mehr Kindern stieg in den Jahren 2011 bis 2018 von 22,4 auf 30 Prozent, wie aus einer Antwort des Arbeits- und Sozialministeriums auf eine Anfrage der Linken im Bundestag hervorgeht.

Die Risikoquote für Familien mit mindestens drei Kindern wuchs den Daten zufolge in den vergangenen sieben Jahren kontinuierlich um insgesamt 7,6 Prozentpunkte. Im gleichen Zeitraum erhöhte sich die Armutsrisikoquote für die Gesamtbevölkerung lediglich um 0,5 Prozentpunkte auf 15,5 Prozent im vergangenen Jahr.

Das Sozialministerium führt die Entwicklung auf die gestiegene Zuwanderung zurück. Neu Zugewanderte sortierten sich Wissenschaftlern zufolge „zunächst eher am unteren Ende der Einkommensverteilung ein“, schrieb die Parlamentarische Staatssekretärin Anette Kramme (SPD). Es sei plausibel, dass dies auch bei Paaren mit drei oder mehr Kindern eine Rolle spiele. Wissenschaftliche Untersuchungen lägen dazu allerdings nicht vor.

Linke: Armut „politisch verursacht“

Die Staatssekretärin hob hervor, dass die Armutsrisikoquote eine „statistische Maßgröße für die Einkommensverteilung“ sei und nichts über die individuelle Bedürftigkeit einer Familie aussage. Die von den Statistikämtern in Bund und Ländern errechnete Quote basiert auf einer jährlichen amtlichen Befragung von Haushalten, dem sogenannten Mikrozensus.

Die Linken-Sozialpolitikerin Sabine Zimmermann warf der Bundesregierung vor, sie spiele benachteiligte Gruppen gegeneinander aus. Armut von Familien sei „politisch verursacht“. Kinderreiche Familien seien auf dem Arbeitsmarkt benachteiligt und ihnen fehlten Betreuungsangebote, sagte Zimmermann dem epd. Vor allem seien die staatlichen Leistungen zu gering. Nötig seien eine eigenständige Grundsicherung für Kinder und „gute Löhne“. (epd/mig 28)

 

 

 

 

 

Wahlergebnis in Thüringen „sollte uns sehr zu denken geben"

 

Der Leiter des katholischen Büros in Erfurt sagte über die Landtagswahl in Thüringen, das Ergebnis „sollte uns sehr zu denken geben". Die AfD wurde zweitstärkste Kraft, Spitzenkandidat Björn Höcke will mitregieren. Claudio Kullmann vom katholischen Büro in Erfurt sieht im kämpferischen Auftreten der Partei eine große Gefahr, wie er im Gespräch mit dem Kölner „Domradio“ sagte.

 

DOMRADIO.DE: Vor fünf Jahren habe ich mit Ihrem Vorgänger im Katholischen Büro gesprochen, der nicht so richtig glücklich darüber war, dass er künftig von Bodo Ramelow regiert wird. Heute wäre man fast froh über den Wahlausgang von 2014 – was denken Sie?

Dr. Claudio Kullmann (Leiter des katholischen Büros in Erfurt): Das ist vielleicht nicht ganz die richtige Kategorie, aber Sie haben natürlich Recht. Wenn die jetzige Regierungskoalition auch weiter das Mandat der Wählerinnen und Wähler bekommen hätte, hätte man jetzt eine stabile Regierungsperspektive. Das ist nun nicht so. Im Moment werden natürlich viele Farbenspiele gemacht. Aber es fehlen vielen Beobachtern – so auch mir – im Moment noch die Fantasie, sich vorzustellen, auf was das Ganze hier in Thüringen hinauslaufen soll.

DOMRADIO.DE: Den Auftrag zur Regierungsbildung hat Bodo Ramelow. Sie sind jetzt seit zwei Jahren im Amt und kennen auch den Ministerpräsidenten. Wie ist Ihr Eindruck?

Kullmann: Er ist natürlich ein Mitglied seiner Partei, das ist klar. Man kann schon sagen, dass die Linke an sich hier in Thüringen – und der Ministerpräsident noch einmal im Besonderen – sicher nicht das Bild eines Politikers der Linken, wie man es landläufig haben mag, abgibt. Die Linke ist fast eine Art bürgerliche Partei. Der Ministerpräsident hat ein Image des Landesvaters aufgebaut, sodass er auch in Kreisen und von Menschen wählbar ist, die sonst wirklich nicht Parteigänger der Linken wären.

“ Er ist niemand, der sein Christsein vor sich herträgt. Aber er lebt es ”

DOMRADIO.DE: Er ist evangelischer Christ. Vereinfacht das Ihre Arbeit als Leiter des Katholischen Büros in Thüringen?

Kullmann: Ich denke schon. Er ist niemand, der sein Christsein vor sich herträgt. Aber er lebt es – und ich denke schon auch glaubwürdig. Er sagt auch immer wieder, dass er ansprechbar für kirchliche Themen ist. Das merke ich schon auch in meiner Arbeit.

DOMRADIO.DE: Wo könnten Sie ihn zum Beispiel als Partner gewinnen?

Kullmann: Da fällt mir spontan unser letztes Ringen um die Sicherung des Religionsunterrichts ein. Wir haben hier in Thüringen sehr besondere Bedingungen. Das sind extreme Diasporasituationen, vom Eichsfeld einmal abgesehen. Da konnten wir in der Vergangenheit mit seiner Hilfe doch manche Widerstände überwinden, um Modellprojekte zur Fortentwicklung des Religionsunterrichts umzusetzen. Das sind beispielsweise der online-gestützte Religionsunterricht oder auch die konfessionelle Kooperation im Religionsunterricht.

“ Wir erleben die AfD als eine Partei, die die Gesellschaft spaltet ”

DOMRADIO.DE: Während die sogenannten Volksparteien zum Teil sogar zweistellig verloren haben, konnte die AfD zweistellig dazugewinnen. Können wir von einem Rechtsruck bei der Wahl in Thüringen sprechen?

Kullmann: Man hat es ja erwartet, dass es so kommt. Das starke Abschneiden kann uns natürlich absolut nicht gleichgültig sein und sollte uns sehr zu denken geben. Mit Björn Höcke ist ein Protagonist des mittlerweile auch vom Verfassungsschutz beobachteten völkisch-nationalistischen Flügels in Thüringen sehr stark geworden. Wir erleben die AfD als eine Partei, die die Gesellschaft spaltet. Sie hat mit ihrer Kampfansage gegen die vermeintliche "political correctness" die Anstandsgrenzen in diesem Land verschoben.

Sie löst aber auf der anderen Seite keine Probleme. Aus der speziell kirchlichen Sicht muss man sagen, sie hat sich hier auch sehr kämpferisch geriert. Die AfD hat gegen unsere Schulen gehetzt, uns als Teil der Asyl-Lobby bezeichnet und will unseren Einfluss beenden. Da können wir letztlich nicht sehr froh sein – eben auch nicht über das Abschneiden der AfD.

DOMRADIO.DE: Ein Wort noch zur Wahlbeteiligung. Sie ist deutlich besser als 2014. Würden Sie sagen, dass Politik wieder interessiert?

Kullmann: Wir haben uns natürlich sehr gefreut, dass die Wahlbeteiligung so stark auf 65 Prozent angestiegen ist. Das ist ein sehr gutes Signal, dass Menschen sich doch zunehmend wieder mit politischen Beteiligungsformen beschäftigen. Ich würde mir nur wünschen, dass dieses Interesse jetzt auch anhält, wenn es um die politische Sacharbeit geht und viele Menschen weiter Anteil an den Fragen und den politischen Prozessen nehmen, die unser Land betreffen.

Das Interview führte Tobias Fricke. (Domradio 28)

 

 

 

 

 

Nach Thüringen. Menschen ernst nehmen

 

Jeder vierte Wähler in Thüringen hat bei der Landtagswahl die rechtsradikale AfD gewählt. Wie sollen wir damit und den AfD-Wähler umgehen? Ein Erklärungsversuch. Von Michael Groys

 

Die Wähler der AfD wollen mit ihren Ängsten und vor allem menschenverachtenden Aussagen gegenüber geflüchteten Menschen ernst genommen werden. Sie haben recht. Man muss es wirklich tun und sie ernst nehmen. Dabei gelangt man sehr schnell zur folgenden Erkenntnis: Wer Rechtsextremisten wählt, ist kein Protestwähler, sondern ein Wähler, der Rechtsextremisten wählt.

Wut ist grundsätzlich keine schlechte Angelegenheit. Man spricht dabei manchmal Dinge aus, die man sonst verschweigen würde. Mit der AfD kommen nun Dinge ans Licht, die offenkundig viele Menschen im Hinterkopf gehabt haben und schon immer sagen wollten. Es sind schreckliche Dinge, wenn man sie zu Ende denkt und danach handelt.

Wenn man noch vor fünf Jahren gesagt hätte, worüber wir in diesem Land heute überhaupt erst diskutieren und was zur Debatte steht, wäre man vermutlich in die Nervenklinik eingeliefert worden. Heute muss man sich damit auseinandersetzen, und zwar überall, im Freundeskreis, in der Kneipe und auch in den Parlamenten.

Die AfD hat es geschafft, das Unanständige wieder populär zu machen: Sie hat rechtsextremes Gedankengut als Teil der regulären politischen Auseinandersetzung etablier. Es ist nicht mehr so ganz schmuddelig, über Ausländer schlecht zu sprechen und Menschen aufgrund ihrer Hautfarbe Fähigkeiten abzusprechen.

Man muss sich heute auch erklären, wieso man Antifaschist ist. Ich meine gar nicht, dass man Teil von irgendwelchen Organisationen oder Vereinigungen ist, sondern lediglich aus Überzeugung, Nazis schlecht findet. Für die Wähler der AfD reicht Wut schon als Argument aus, um anschließend Menschenhass jeglicher Form zu reproduzieren.

Wer heute die AfD wählt, will genau das, was die Partei tagtäglich verkündet: Gut oder mindergut verpackten Rassismus und verklausulierte völkische Ideologie. Die Leute denken so und haben andere Menschen gefunden, die es ebenso so tun. Das muss man intellektuell begriffen und anerkannt haben, um damit entsprechen umzugehen.

Bei Worten allein wird dies aber nicht bleiben. Faschismus ist nämlich in erster Form auch Aktivismus. Dass heute im Tagestakt geflüchtete Menschen und Flüchtlingsunterkünfte angegriffen werden, ist nur die logische Folge des Faschismus. Im nächsten Schritt wird versucht, aus der Gewalt, Recht zu machen. Die Demokratie ist dabei das nützliche Mittel zur Macht. Die Nationalsozialisten, die geistigen Vorväter von Höcke, haben das mit Bravour hinbekommen.

Ist alles hoffnungslos und verloren? Kann diese Demokratie sich nicht wehren? Das ist auf jeden nicht der Fall. Man muss nur Recht und Ordnung konsequent gegenüber allen durchsetzen und auch denen, die Hitlergrüße in Chemnitz zeigen und meinen, dass sowieso nichts passiert. Auch für manch ein Hasskommentar bei Facebook sollte es Konsequenzen geben. Bei alledem ist der Rechtsstaat heute zu schwach. Das Ergebnis haben wird schon einst gesehen.

Ich plädiere dazu, Menschen, die AfD wählen, ernst zu nehmen und ihnen darzustellen, wohin ihr Denken und Wählen führen wird. MiG 29

 

 

 

 

Bundeskanzlerin Merkel zeichnet „IQ Apotheker für die Zukunft“ mit Nationalem Integrationspreis 2019 aus

 

Träger ist dieses Jahr das Projekt „Integration durch Qualifizierung - Apotheker für die Zukunft“ der Landesapothekerkammer Rheinland Pfalz.

 

Eine unabhängige Jury aus Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens hat sich für das Projekt entschieden, da es herausragende Beispiele erfolgreicher Integration zeigt. Die Landesapothekerkammer Rheinland-Pfalz bildet, gemeinsam mit dem Träger Medici in Posterum, ausländische Apothekerinnen und Apotheker aus, die in ihrem Heimatland Pharmazie studiert haben oder dort in diesem Beruf

gearbeitet haben. Mit drei Säulen führt das Projekt die Teilnehmer zur deutschen Approbation:

1. Integrierter Fach- und Sprachunterricht

2. Arbeit in Apotheken

3. Einzelbetreuung durch einen Tutor (ehrenamtlicher Apotheker)

Alle ehemaligen Kursteilnehmer konnten dank der Projektunterstützung die anspruchsvolle Fachsprachprüfung und pharmazeutische Kenntnisprüfung bestehen. Damit trifft das Projekt den diesjährigen thematischen

Schwerpunkt „Mitgestalten“.

Die im Ausland erworbenen Qualifikationen konnten in Deutschland anerkannt und die Approbationen erteilt werden.

Alle Absolventinnen und Absolventen arbeiten mittlerweile erfolgreich in öffentlichen Apotheken und Krankenhaus-Apotheken. Die Beispiele zeigen, dass Neuzugewanderte mit guter Ausbildung hochwertige Arbeitsplätze erreichen können.

Ein Großteil der ehemaligen Kursteilnehmer arbeitet außerhalb der Großstädte und Ballungszentren im ländlichen Raum und sichert dort den langfristigen Bestand von Apotheken und die Patienten-versorgung in strukturschwachen Regionen.

 

Hintergrund zum Nationalen Integrationspreis

Das Bundeskabinett hat am 24. und 25. Mai 2016 bei seiner Klausur in Meseberg die "Meseberger Erklärung zur Integration" beschlossen und in diesem Rahmen den Nationalen Integrationspreis ins Leben gerufen. Der Preisträger soll als Vorbild für andere dienen, sich ebenfalls zu engagieren. Die 33 vorschlagsberechtigten Institutionen konnten einzelne Personen, Personengruppen, Organisationen oder Kommunen nominieren. Der Preis

ist mit 10.000 Euro dotiert.

 

Bundeskanzlerin Merkel verleiht den Nationalen Integrationspreis am 11. November 2019 zum dritten Mal. Die für drei Jahre (bis 2019) von der Bundeskanzlerin berufene Jury besteht aus der Berliner

Integrationsforscherin Naika Foroutan, dem Fußballprofi Sami Khedira, dem Autor Ahmad Mansour, der langjährigen Frankfurter Oberbürgermeisterin Petra Roth sowie dem ehemaligen Vorsitzenden der Bundesagentur für Arbeit und ehemaligen Leiter des BAMF, Frank-Jürgen Weise, der zugleich Jury-Vorsitzender ist. Bip 8

 

 

 

 

 

 

 

Verletzungen im Osten – Distanz im Westen 

 

Interviewprojekt „Generation 1975 – Mit 14 ins neue Deutschland“ hat mit der Auswertung des Materials begonnen – Projektinitiatorin an der Universität Konstanz zieht erste BilanzIm Projekt „Generation 1975 – Mit 14 ins neue Deutschland“, das mit 26 Zeitzeuginnen und -zeugen aus Ost- und Westdeutschland untersucht, ob dreißig Jahre nach dem Mauerfall – mit den Worten Willy Brandts – zusammengewachsen ist, was zusammengehört, sind nun alle Interviews „im Kasten“. Die Zwischenbilanz der Projektinitiatorin, der Juniorprofessorin Dr. Christiane Bertram von der Universität Konstanz, lautet: Wir müssen miteinander reden – darüber, dass der Transformationsprozess nach dem Fall der Mauer für viele aus dem Osten Deutschlands geradezu traumatisierend war. Und auch darüber, dass für viele in der alten BRD die DDR und das, was danach in den Neuen Bundesländern passierte, weit weg war und kaum als eigene Geschichte verstanden wurde. Die Historikerin und Bildungsforscherin Bertram wird am 9. November 2019, dem Gedenktag 30 Jahre Mauerfall, in Berlin eine Podiumsveranstaltung mit zwei der Interviewten leiten.  

Eine der beiden ist in einer Familie in Brandenburg groß geworden, in der „der Sozialismus geglaubt und gelebt worden ist“, wie sie selbst sagt. Ihre Mutter war Lehrerin, der Vater Mitarbeiter des Staatssicherheitsdienstes. Ihr erstes Wort als Kind soll „Sozialismus“ gelautet haben. Wie viele ihrer Generation berichtet sie von einer glücklichen Kindheit in der DDR, vom Gefühl der Geborgenheit und der Gemeinschaft. Der andere Zeitzeuge, der am 9. November auf dem Podium sitzen wird, kommt aus Baden-Württemberg. Die westdeutschen Interviewten stammen aus dem südlichen Bundesland und aus Westberlin. Im Video erzählt er eine kuriose Geschichte. Als Jugendlicher machte er eine Reise in die DDR. Als es darum ging, Postkarten an seine Mitschüler zu schicken, hat er absichtlich Ansichten in Schwarzweiß ausgesucht: Damit alles so richtig „runtergewirtschaftet“ aussieht, wie er im Video erklärt.  

Traumatischer Transformationsprozess im Osten Deutschlands

Ein weiterer Zeitzeuge, nun wieder aus dem Osten, erinnert sich, wie er als Jugendlicher nach dem Mauerfall in Westberlin dabei zusah, wie aus einem Lastwagen heraus Bananen an seine Landsleute verteilt wurden. Diese Erinnerungen von Jugendlichen sind für die Historikerin Bertram bezeichnend: „Die Leute im Osten haben eine Herablassung gespürt. Und sie haben sich nach 1989 völlig allein gelassen gefühlt.“ Viele der Generation 1975 haben in ihren Familien und in der Nachbarschaft die Zeit nach der Wiedervereinigung als einen häufig traumatischen Transformationsprozess erlebt, auch wenn sie selbst als Jugendliche den völlig unerwarteten Fall der Mauer und das Ende der Beschränkungen in der DDR meist als einen persönlichen Glücksfall erlebten.    

Zerstörte Lebensentwürfe im Osten – große Distanz im Westen

Das eine sind die Gefühle, das andere die Tatsache, dass viele Lebensentwürfe im Osten zerstört wurden, was im Westen kaum Thema war. „Wenn heute der Braunkohlebergbau in Ostdeutschland abgewickelt wird, werden Sozialpläne aufgestellt, und man macht sich Gedanken, was aus den Leuten werden soll, die ihre Arbeit verlieren. Das war 1989/90 nicht der Fall. Kaum jemand im Westen hat wirklich mitgefühlt mit den Menschen, die im Osten ihren Job verloren haben“, so Christiane Bertram. Die Zeitzeuginnen und -zeugen aus Baden-Württemberg klingen in der Tat distanziert, wenn sie von der Zeit berichten, als sie im Fernsehen sahen, wie die Menschen aus der DDR in den Westen strömten. Man habe sich gefreut, dass sie jetzt auch reisen dürfen, sagt eine Zeitzeugin. „Mal gucken, wie das noch ausgeht“, habe ihre Oma gesagt. Christiane Bertram: „Dass die Wiedervereinigung im Osten anders wahrgenommen wurde als im Westen, war bekannt. Dass das aber in dieser Deutlichkeit heute noch der Fall ist, hat mich überrascht.“ Auch ganz persönlich. Vor dieser Studie hatte sie, die seit vielen Jahren enge familiäre Kontakte in die neuen Bundesländer hat, den Eindruck, dass sich die Lebensverhältnisse angeglichen und normalisiert hätten. „Dass diese traumatischen Verletzungen immer noch da sind, wird sicherlich ein neues Ergebnis der Studie sein.“ 

Vorwiegend positive Erinnerungen an die Kindheit in der DDR

Ein weiterer Befund der Studie: Die Interviewten aus Ostberlin und Brandenburg, woher die Interviewten aus Ostdeutschland kommen, erinnern sich überwiegend positiv an ihre Kindheit in der DDR. Die Aussage der eingangs erwähnten Zeitzeugin, sie habe eine glückliche Kindheit in der DDR erlebt, wird von vielen der ostdeutschen Zeitzeuginnen und -zeugen geteilt. „Die Gesellschaft in der DDR hat, so erscheint es in diesen Interviews, den Kindern sehr viel Sicherheit und Orientierung gegeben. Und was macht ein glückliches Leben für Kinder aus? Sicherlich nicht, alles kaufen zu können oder überallhin reisen zu können, sondern sich aufgehoben zu fühlen in einer Gemeinschaft“, so Christiane Bertram. Zumindest solange sie nicht an die Grenzen und die Doppelbödigkeit des Systems stießen.  

Die eingangs erwähnte Zeitzeugin berichtet auch, wie sie als Vertreterin der Schülerschaft miterlebte, wie zwei Mitschüler, die in die FDJ eintreten wollten, überredet werden sollten, dann auch in den Bund der „Deutsch-sowjetischen Freundschaft“ einzutreten. Der Druck, der auf die Freunde ausgeübt wurde, hat die von der DDR überzeugte damalige Jugendliche nachhaltig erschüttert. Diese Sensibilität für Ungerechtigkeit ist typisch für 13-/14-Jährige. Häufig beginnen Oppositionsgeschichten in der Pubertät, wie die Website www.jugendopposition.de der Robert-Havemann-Stiftung zeigt.  

Viele Bewerbungen

Christiane Bertram ist sehr zufrieden mit dem Verlauf des künstlerisch-wissenschaftlichen Projektes, einer Kooperation der Universität Konstanz mit der Stiftung Berliner Mauer, dem Archiv Deutsches Gedächtnis der Fernuniversität Hagen sowie einer Videokünstlerin und einem Videokünstler. Ihr Aufruf im Frühjahr 2019 an im Jahr 1975 Geborene aus Brandenburg, Ost- und Westberlin sowie Baden-Württemberg, sich für ein Interview zu melden, stieß auf große Resonanz. Ina Rommel und Stefan Krauss, die beiden Videokünstler, hätten beträchtlich mehr als die 26 Personen zu ihrer Sicht auf die Bundesrepublik Deutschland und die Deutsche Demokratische Republik vor und nach dem Mauerfall interviewen können. Ihre Video-Installation, bei der die Zeitzeuginnen und -zeugen auf acht Monitoren miteinander „kommunizieren“ werden, wird im Gedenkjahr „30 Jahre Wiedervereinigung 2020“ zunächst von der Stiftung Berliner Mauer in Berlin gezeigt, danach soll die Installation in den beteiligten Landeshauptstädten Stuttgart und Potsdam zu sehen sein.  

Vielfältige Verwendung der Interviews

Aktuell werden zu verschiedenen Schwerpunktthemen Videos geschnitten, die in das didaktische Angebot der Stiftung Berliner Mauer aufgenommen werden wird. Im Archiv Deutsches Gedächtnis an der Fernuniversität Hagen mit seinem Schwerpunkt DDR-Geschichte werden die lebensgeschichtlichen Interviews, das Rohmaterial, gespeichert, um es für Oral History-Projekte zur Verfügung zu stellen. An der Universität Konstanz wiederum werden die Erzählmuster der Videointerviews in einer Abschlussarbeit mit Hilfe der qualitativen Inhaltsanalyse ausgewertet. Außerdem wird Christiane Bertram das Material in einer Fachdidaktik-Veranstaltung im nächsten Semester nutzen, um mit Studierenden zu erarbeiten, welche empirische Aussagekraft die Interviews haben und wie sie im Geschichtsunterricht eingesetzt werden können. Schließlich finden die Interviews im Kontext einer Zeitzeugenstudie Verwendung, die von der Deutschen Forschungsgemeinschaft (DFG) gefördert wird, ein Kooperationsprojekt von Christiane Bertram mit Kolleginnen und Kollegen am Hector-Institut für Empirische Bildungsforschung an der Universität Tübingen. 

 

Faktenüberblick:

* Erste Bilanz des multimedialen Interviewprojekts „Perspektiven der Generation 75 – Mit 14 ins neue Deutschland“ 

* Videointerviews mit 26 ZeitzeugInnen aus Baden-Württemberg, Brandenburg sowie Ost- und West-Berlin ergeben starke Unterschiede in der Sichtweise der west- und ostdeutschen Interviewten auf die Ereignisse nach dem Mauerfall

* Kooperationsprojekt der Binational School of Education (BiSE) der Universität Konstanz, der Bundesstiftung Berliner Mauer, des Archivs Deutsches Gedächtnis der Fernuniversität Hagen und der VideokünstlerInnen Ina Rommel und Stefan Krauss

* Projektinitiatorin ist Juniorprofessorin Dr. Christiane Bertram an der Binational School of Education (BiSE) der Universität Konstanz

* Gefördert durch die Bundesstiftung Aufarbeitung der SED-Diktatur 

* Weitere Information zum Interviewprojekt: https://uni.kn/aktuelles/Ost-und-West-Perspektiven

* Weitere Informationen zur Podiumsdiskussion: https://30jahre.stiftung-berliner-mauer.de/events/die-generation-1975-und-die-umbrueche-ab-1989/  UK 8

 

 

 

 

Die Zukunft der Arbeitswelt ist bunt und weiblich

 

Kommentar von Naciye Celebi-Bektas, DGB Niedersachsen

 

Der Begriff ist gerade in Mode, das Phänomen aber ist alt: „Intersektionalität“ nennt man die Überschneidung von verschiedenen Diskriminierungsformen in einer Person. Intersektionelle Diskriminierung gibt es dann, wenn eine Person aufgrund verschiedener, zusammenwirkender Persönlichkeitsmerkmale Opfer von Diskriminierung wird. So wie Frauen mit Migrationsbiografie auf dem Arbeitsmarkt.

Dass gerade viel über „Intersektionalität“ gesprochen wird, ist eine gute Nachricht. Denn diese Schnittstelle der Diskriminierung von Frauen oder Migrant_innen wurde lange vernachlässigt – auch von und in den Gewerkschaften. Das ändert sich nun langsam. Die empirischen Befunde, die zu dem Thema etwa vom sozialwissenschaftlichen Institut der Hans-Böckler-Stiftung erhoben wurden, zeichnen ein klares Bild: Frauen mit Migrationsbiografie sind oft doppelt benachteiligt, wenn es darum geht, eine angemessen bezahlte und qualifikationsgerechte Beschäftigung zu finden – nicht nur aufgrund des Geschlechts, sondern auch aufgrund ihrer Herkunft. Ihnen fehlen häufig die Ressourcen für eine erfolgreiche Stellensuche. Sie haben oft keine ausreichenden Netzwerke und Kontakte. Häufig entsprechen ihre Deutschkenntnisse nicht dem geforderten Niveau. Auch Diskriminierung spielt eine wesentliche Rolle, genauso wie die fehlende Anerkennung von im Heimatland erworbenen Qualifikationen und (aufenthalts-)rechtliche Einschränkungen.

Die OECD hat im vergangenen Jahr herausgefunden, dass in den ersten fünf Jahren nach ihrer Ankunft in Deutschland nur etwa 15 Prozent der geflüchteten Frauen Arbeit finden. In Schweden liegt der Wert mit 30 Prozent etwa doppelt so hoch. Beschäftigte mit Migrationshintergrund verdienen im Durchschnitt schlechter, arbeiten häufiger im Niedriglohnbereich – und öfter in Teilzeit: Mehr als 3 Millionen Frauen mit Migrationshintergrund sind ausschließlich geringfügig beschäftigt.

Sie können oft nicht anders, denn es fehlt unter anderem an Kinderbetreuung. Und sie sind kulturell geprägten Rollenbildern unterworfen, in denen keine reguläre Erwerbsarbeit von Frauen vorgesehen ist. Daraus folgt auch: Viele Männer weigern sich, Familienpflichten mit zu übernehmen.

Ganz allgemein konzentrieren sich Frauen auf eine schmale Auswahl von Berufen, vorrangig im Bereich Büro, Soziales und Dienstleistungen. Diese Beschränkung ist bei Frauen mit Migrationshintergrund stärker ausgeprägt. So arbeiten 74 Prozent der einheimischen erwerbstätigen Frauen in den Bereichen Sprachen, Wirtschaft, Soziales und Gesundheit. Bei den Frauen mit Migrationshintergrund sind es 78 Prozent. Umgekehrt hat nur eine von fünf einheimischen erwerbstätigen Frauen eine Ausbildung in Technik oder Naturwissenschaft – bei den Frauen mit Migrationshintergrund sind es nur 16 Prozent. Bei den Männer hingegen sind es genau vier Mal so viele – und zwar sowohl unter jenen mit als auch ohne Migrationshintergrund.

Das alles muss nicht so bleiben. Hemmnisse für erfolgreichen Berufsverlauf lassen sich aus dem Weg schaffen. Durch mehr und bessere Informationen über den Zugang zum Arbeitsmarkt – vor allem in den Feldern hoch qualifizierter Beschäftigungen und Weiterbildungen. Durch fachspezifische Sprachkurse und Schulungen, durch schnelle und umfassende Anerkennung der Qualifikationen. Frauen mit Migrationsbiografie brauchen gesonderte Empowerment-Räume, um ihre eigenen Bedürfnisse und Stärken zu definieren und innovativ handeln zu können. Betriebe, Verwaltung und Verbände müssen ihre interkulturelle Kompetenz erhöhen – und Frauen mit Migrationsbiografie auch dorthin lassen, wo Entscheidungen getroffen werden.

Davon profitieren sie selbst ganz direkt: Innovation und Kreativität sind in gemischten Teams deutlich höher als in homogenen. Mit Migrantinnen kann es außerdem leichter gelingen, neue Märkte und Zielgruppen zu erschließen. Sie bieten mit ihren Fähigkeiten, Qualifikationen und Kenntnissen viele verborgene Schätze, die Arbeitgeber und Organisationen nutzen sollten.

Zur Stärkung der Situation von Frauen mit Zuwanderungs-biografie hat der DGB Niedersachsen – Bremen – Sachsen-Anhalt im Februar 2019 das „NeMiA-Netzwerk Migrantinnen und Arbeitsmarkt“ gegründet: https://niedersachsen.dgb.de/nemia. Forum Migration November 2019

 

 

 

 

Kanzlerin Merkel: Elektromobilität durch Kaufprämien und Ladeinfrastruktur fördern

       

Die Bundesregierung will gemeinsam mit der Autoindustrie den Wandel in der Mobilität vorantreiben. Sie berät über die Zukunft des Verkehrs in der „Nationalen Plattform Mobilität“, wie Bundeskanzlerin Angela Merkel in

ihrem wöchentlichen Video-Podcast sagt. Außerdem werde es dazu am Montag zum zweiten Mal im Rahmen der Konzertierten Aktion Mobilität den strategischen Dialog mit der Automobilindustrie geben.

 

Merkel nennt für das Treffen drei Kernbereiche: Zum einen die Förderung alternativer Antriebe, zum Beispiel durch eine Kauf-Prämie, an der sich die Bundesregierung und die Automobilfirmen beteiligen. Zum anderen den

Ausbau der Ladeinfrastruktur. „Hierfür wollen wir eine Million Ladepunkte bis zum Jahr 2030 schaffen, und hieran wird sich auch die Industrie beteiligen.“ Das dritte Themenfeld betreffe die Auswirkungen auf die Arbeitswelt in der Automobilwirtschaft. Dazu seien nicht nur die Hersteller, sondern auch die Zulieferer am Tisch. „Wir werden darüber reden, wie Menschen die Transformation vom klassischen Verbrennungsmotor hin zur Elektromobilität schaffen können“, unterstreicht die Bundeskanzlerin. „Wir wollen unsere Fachkräfte mitnehmen auf den Weg in eine moderne klimafreundliche Zukunft.“

 

Die Zukunft der Mobilität werde viel vernetzter gedacht, so Merkel. Menschen könnten Plattformen nutzen, um zu entscheiden, wie sie am klimafreundlichsten von einem Ort zum anderen gelangen. Bei den neuen Antriebstechnologien werde neben der Elektromobilität auch Wasserstoff eine strategische Rolle spielen. Die

Kanzlerin betont auch, dass in der Zukunft autonom fahrende Fahrzeuge eine größere Rolle spielen werden.

„Hier spielt natürlich die Digitalisierung und der Umgang mit Daten eine ganz wesentliche Rolle, auch Datenschutz und Datensouveränität“, sagt Merkel.

Neue Technologien veränderten die Mobilität in Deutschland gravierend. Mobilität solle künftig klimafreundlich, flexibel, kostengünstig und bequem sein.

Hinweis: Der Video-Podcast ist heute, Sonntag, ab 10:00 Uhr unter www.bundeskanzlerin.de abrufbar. Unter dieser Internetadresse ist dann auch der vollständige Text zu finden. Pib 3

 

 

 

 

Regierungsbeauftragt. „Neuer Höhepunkt“ des Antisemitismus

 

Eine neue Studie zeigt: Antisemitisches Denken nimmt in Deutschland zu. Der Regierungs-Beauftragte Klein zeigt sich alarmiert. Zentralratspräsident Schuster fordert, bei judenfeindlichen Äußerungen klar zu widersprechen, auch im Freundeskreis.

 

Der Antisemitismus-Beauftragte der Bundesregierung, Felix Klein, sieht einen „neuen Höhepunkt“ des Antisemitismus in Deutschland. „Antisemitismus war in bürgerlichen Kreisen in Deutschland immer vorhanden. Doch heute äußern sich die Menschen offener“, sagte Klein den Zeitungen der Funke Mediengruppe (Freitag). Der Präsident des Zentralrates der Juden in Deutschland, Josef Schuster, rief zu mehr Zivilcourage auf. „Im Freundeskreis, am Stammtisch – überall, wo Judenwitze gemacht oder auch fremdenfeindlich geredet wird“, müsse deutlich widersprochen werden, sagte Schuster am Donnerstagabend im München.

Nach den Worten des Antisemitismus-Beauftragten Klein sind die Hemmschwellen gesunken, „zum Beispiel durch die Verbreitung von Hass und die Verrohung im Internet.“ In der politischen Kultur sei der Umgang ebenfalls rauer geworden, wozu auch die AfD beigetragen habe.

Jeder Vierte denkt antisemitisch

Klein reagierte auf eine neue Studie des Jüdischen Weltkongresses, wonach 27 Prozent aller Deutschen antisemitische Gedanken hegen. „Die bisherigen Umfragen gingen davon aus, dass rund 15 bis 20 Prozent der Deutschen latent antisemitische Einstellungen haben“, erklärte Klein. „Der Israel-bezogene Antisemitismus in Deutschland liegt mit 40 Prozent sogar noch deutlich höher.“ Hier würden zum Beispiel die Handlungen der heutigen israelischen Regierung mit dem gleichgesetzt, was die Nationalsozialisten der jüdischen Bevölkerung in Europa angetan hätten.

Schuster rief dazu auf, antisemitischen Äußerungen klar entgegenzutreten. Es gehöre nicht sehr viel Mut dazu, bei solchen Worten anderen Menschen „mal den Spiegel vor die Nase zu halten“, sagte der Zentralratspräsident bei einem Podiumsgespräch in München: „Ich glaube, dass man damit schon ein ganzes Stück weiterkommt.“ (epd/mig 28)

 

 

 

 

Recht auf Arbeit statt Hartz IV

 

Das Urteil des Bundesverfassungsgerichts über die Rechtmäßigkeit von Hartz IV-Sanktionen geht die problematischsten Kürzungsgründe überhaupt nicht an. Wer einen Job oder eine Maßnahme ablehnt, dem dürfen künftig nur noch bis zu 30 Prozent des Regelsatzes gestrichen werden. Letztes Jahr wurden aber nur rund 10 Prozent der Sanktionen deswegen verhängt. Die Symbolwirkung des Urteils ist daher groß, weil die Sanktionen häufig so drastisch ausfielen. Aber: Niemand hat die Auswirkungen der Sanktionen bisher umfassend erforscht. von Felix Nau

 

Der Hartz IV-Regelsatz soll das Existenzminimum darstellen. Zum Leben zu wenig, zum Sterben dann doch ein bisschen zu viel. Eine menschenwürdige Existenz ist ein Grundrecht und Grundrechte kann man bekanntlich nicht teilen oder einschränken. Auf den ersten Blick sollten die Sanktionen ganz allgemein also dem deutschen Grundgesetz widersprechen. Dennoch ist die Sanktionierung von Hartz IV-Beziehern nun weiterhin möglich. Dieser Gedankengang ist natürlich nicht neu. Von einigen Politikern und Kommentatoren wird er seit Jahren bemüht und das auch nicht zu Unrecht.

Mehr Arbeitslose als freie Stellen

Was führen die Gegner dieser Argumentation an? FDP-Chef Christian Lindner sprach etwa davon, die Sanktionen seien ein Zeichen der Fairness gegenüber dem Steuerzahler. Sie sollen, mit anderen Worten, das Strafbedürfnis der sogenannten Solidargemeinschaft befriedigen. Damit wird ein Narrativ bedient, nach dem sich Arbeitslose eben einfach nicht genug anstrengen und deshalb das Geld derer, die täglich zur Arbeit gehen dann eben nicht verdient haben. Um zu wissen, dass diese Geschichte so nicht stimmt, muss man nur die Anzahl freier Arbeitsplätze der Zahl an Arbeitslosen gegenüberstellen: Im Jahr 2019 kommen 2,3 Millionen Menschen ohne Arbeit auf knapp 787.000 freie Stellen.

Bedenken sollte man bei dieser Gegenüberstellung freilich ebenfalls, dass die Arbeitslosenstatistik nicht alle tatsächlich Arbeitslosen umfasst. Bekanntlich sind in ihr zum Beispiel keine Menschen erfasst, die sich momentan in einer Weiterbildung oder einem „Ein-Euro-Job“ befinden. Das lässt folgenden einfachen Umkehrschluss zu: Viele dieser Menschen können schlichtweg überhaupt keinen Job finden, so sehr sie es auch wollen. Warum sie sollte man sie also gängeln? In Deutschland herrscht keine Vollbeschäftigung, im Gegenteil: Man muss nur den Fernseher einschalten, um über den nächsten Stellenabbau bei einem großen Unternehmen informiert zu werden.

Arbeit ermöglicht soziale Teilhabe

Wirtschaftliche Entwicklungen sind niemals so alternativlos, wie sie gerne verkauft werden. Der Staat nimmt diese Arbeitslosen bewusst in Kauf, um seine eigene Konjunktur nicht zu gefährden. Deshalb ist es nur gerechtfertigt, wenn er auch die Verantwortung für sie übernimmt. Und da wir von Konjunktur – im besten Falle – alle profitieren, sollten auch die Arbeitenden die Solidargemeinschaft ernst nehmen und die schwächsten Glieder der Gesellschaft nicht abhängen, sondern ihnen ein menschenwürdiges Leben ermöglichen.

Noch wünschenswerter wäre aber natürlich ein anderes Szenario: Wenn es nämlich kein Recht auf Arbeitslosengeld gäbe, sondern ein Recht auf Arbeit. Arbeit ist in unserer Gesellschaft nicht nur ein Mittel zum Broterwerb, sondern ermöglicht auch soziale Teilhabe. Durch das Geld, dass man verdient, kann man etwa an Aktivitäten teilnehmen. Durch den sozialen Kontakt am Arbeitsplatz überwindet man Isolation, kann sogar Freunde finden. Arbeitslose müssen zusätzlich zu ihrer ökonomischen Benachteiligung häufig auch mit einem starken sozialen Stigma kämpfen, doch wer arbeitet, hat eine bessere Stellung innerhalb der sozialen Hierarchie.

Was in der Politik zudem immer noch unterschätzt wird: Digitalisierung ist nicht nur eine segensbringende Technik, die vorangetrieben werden müsste. Sie führt auch dazu, dass es künftig und schon jetzt immer weniger Erwerbsarbeit geben und diese zudem immer weniger sinn- und identitätsstiftend sein wird. Die Maschinen und Künstliche Intelligenz werden immer besser, so schnell kann kein Mensch hinterherkommen, nicht nur, weil es viel zu wenige Fortbildungen bzw. Umschulungen gibt. Es wird wohl kaum ohne irgendeine Art von (bedingungslosem) Grundeinkommen gehen. Angesichts dessen wirken Hartz IV und die damit verbundenen Sanktionen für Menschen, die nicht arbeiten können, geradezu wie aus der Zeit gefallen.

Sanktionen erschweren Jobsuche

Aber selbst, wenn es Arbeitsplätze für alle gäbe, wäre die Kürzung von Leistungen trotzdem mit der Menschenwürde unvereinbar. Nicht immer findet sich schließlich ein Arbeitsplatz, für den man qualifiziert ist, an dem Ort, an dem man aus diesen oder jenen Gründen gerne bleiben möchte oder sogar muss. Und: indem man Menschen diese Leistungen kürzt, ihnen ihr Existenzminimum nimmt, versetzt man sie ganz klar in eine Lage, in der es für sie deutlich schwieriger wird, überhaupt einen Job zu finden. Wer sich permanent Gedanken über die kleinsten Ausgaben machen muss, oder gar über die nächste Mahlzeit, der hat natürlich deutlich weniger Kapazitäten frei, um sich am Arbeitsmarkt umzuschauen.

Kritiker des Sozialstaats verweisen gern darauf, dass einige Menschen überhaupt nicht arbeiten wollen, sprechen sogar von „Sozialschmarotzern“. Abgesehen davon, dass diese Menschen wahrscheinlich eine Minderheit darstellen: Was erwartet man von jemandem, der auf dem Arbeitsmarkt nichts als Frust und ein Gefühl von Wertlosigkeit kennen gelernt hat? Oder dieses Gefühl schon von den eigenen Eltern vermittelt bekommt? Das Gerede von „Sozialschmarotzern“ und Kürzung von Sozialleistungen tragen herzlich wenig dazu bei, solche Menschen aus ihrer Perspektivlosigkeit heraus zu holen.

Wirksamkeit der Sanktionen nie erforscht

Das Urteil des Bundesverfassungsgerichts tut wenig für diese Menschen. 77 Prozent aller Sanktionen werden für sogenannte „Meldeversäumnisse“ verhängt, wenn also jemand seinen Termin bei Amt oder Arzt nicht wahrgenommen hat. Man stelle sich vor, wie ein normaler Arbeitnehmer reagieren würde, wenn man seinen Lohn wegen eines versäumten Amtstermins um zehn Prozent kürzt. Diese Sanktionen wurden vom Bundesverfassungsgericht überhaupt nicht angetastet.

Doch das gehört alles zum Konzept des „Förderns und Forderns“ mittels Sanktionen. Ob die aber überhaupt irgendeine Wirkung haben, wusste noch nicht einmal der stellvertretende Präsident des Bundesverfassungsgerichts, Stephan Harbarth, zu sagen. Er stellte in der Ausführung des Urteils fest, dass in den 15 Jahren seit der Einführung von Hartz IV niemand die Auswirkungen der Sanktionen jemals umfassend erforscht habe. Kath.de 8

 

 

 

 

Elektromobilität richtig machen

 

Von Alexander Ulrich, Fraktion DIE LINKE im Deutschen Bundestag

 

Das E-Auto kann einen wichtigen Beitrag zur Einhaltung der Klimaziele leisten. Reichen wird das aber nicht. Vielmehr muss der kollektive Verkehr gegenüber dem individuellen Verkehr aufgewertet werden, schreibt Alexander Ulrich, industriepolitischer Sprecher der Fraktion DIE LINKE im Deutschen Bundestag.

Die Zukunft gehört der Elektromobilität, das Aus des Verbrennungsmotors ist nur noch eine Frage der Zeit. Die Frage E-Mobilität, ja oder nein ist längst entschieden. Jetzt geht es um das Wie. Schließlich zeichnet sich ab, dass die Herstellung von Batterien und damit betriebenen Fahrzeugen zu einer zentralen Säule der deutschen und der europäischen Volkswirtschaft heranwächst. Umso wichtiger, frühzeitig einen sinnvollen, regulatorischen Rahmen zu setzen.

Dazu gehört zunächst, die E-Mobilität nicht auf das E-Auto zu reduzieren, wie es in der öffentlichen Debatte gerne geschieht. Das E-Auto kann einen wichtigen Beitrag zur Einhaltung der Klimaziele leisten. Reichen wird das aber nicht. Vielmehr muss der kollektive Verkehr gegenüber dem individuellen Verkehr aufgewertet werden. Etwa durch besser getaktete und kostengünstige öffentliche Nahverkehrssysteme, insbesondere im Bereich der Anbindung ländlicher Regionen an die Städte. Auch hier spielt E-Mobilität eine wichtige Rolle. Während die deutschen Autokonzerne bei den E-Autos langsam in die Gänge kommen, passiert auf dem Feld der Entwicklung von E-Bussen reichlich wenig. Hier wären gezielte, industriepolitische Maßnahmen sehr sinnvoll. Ebenso sollte die öffentliche Hand ein Programm auflegen, um in den Städten E-Fahrradflotten bereitzustellen und so den Autoverkehr insgesamt zu reduzieren.

Dann gilt es, den Übergang zur E-Mobilität auch beschäftigungspolitisch zu gestalten. Von der Autoproduktion sind in Deutschland Millionen Beschäftigte mit ihren Familien abhängig. Sie können nichts dafür, dass die Konzerne den Wandel so lange verschlafen haben. Es kann nicht angehen, dass diese nun mit Arbeitsplatzverlusten oder dem verstärkten Einsatz von Leiharbeit die Kosten tragen. Bestehende Industriestandorte müssen umgebaut und die Beschäftigten qualifiziert werden. Auch können Stellenverluste durch Arbeitszeitverkürzungen bei vollem Lohnausgleich sozialverträglich kompensiert werden.

Weiter muss die Frage beantwortet werden, welche Autos zukünftig gebaut werden sollen. Dabei geht es nicht nur um die Antriebstechnologie. Der ökologische Nutzen von E-Autos wäre begrenzt, wenn weiterhin immer mehr große und schwere PS-Monster fabriziert würden. Vielmehr braucht es insgesamt kleinere und leichtere Fahrzeuge, die durch Qualität, nicht durch Geschwindigkeit, überzeugen. Die Fahrzeuge müssen robust sein, damit der Lebenszyklus verlängert wird. Schließlich ist nicht nur die Nutzung umweltbelastend, sondern auch die Produktion und Entsorgung. E-Autos haben nur dann eine bessere Klimabilanz, wenn sie lange genutzt werden.

In Betracht gezogen werden muss auch der Ressourcenverbrauch, vor allem bei der Produktion der Batterien. Wirtschaftspolitik ist es sinnvoll, die Ansiedlung von Produktionsstätten in Europa zu fördern. Doch muss die politische Steuerung auch genutzt werden um soziale und ökologische Standards zu setzen, insbesondere im Umgang mit kritischen Rohstoffen wie Lithium oder Kobalt, deren Abbau in vielen Regionen katastrophale Folgen für Mensch und Umwelt bedeutet. Die Politik hierzulande muss daher verstärkt die Forschung zu Methoden fördern, den Einsatz dieser Rohstoffe zu reduzieren. Außerdem sollte ein Zertifizierungssystem aufgebaut werden, durch das die Arbeitsbedingungen und die Einhaltung von Umweltstandards entlang der gesamten Lieferkette kontrolliert und verbessert werden.

Weiterer politischer Handlungsbedarf besteht etwa beim Ausbau und der Anpassung der Stromnetze, der Vergrößerung des Anteils erneuerbarer Energien am Strommix sowie der Errichtung einer öffentlichen Ladestruktur, die Voraussetzung für einen flächendeckenden Übergang zur E-Mobilität ist. Es reicht nicht aus, wenn die Bundesregierung rein quantitative Ziele definiert, nach denen dann und dann so und so viele E-Autos auf der Straße sein sollen. Es reicht auch nicht aus, wenn die Autokonzerne zunehmend auf E-Motoren setzen, sich aber außer der Antriebstechnologie nichts ändert. Der Übergang muss sinnvoll gesteuert werden. Anders sind die sozialen und ökologischen Ziele nicht zu erreichen. EA 30

 

 

 

Digital-Gipfel der Bundesregierung. Regeln für Mensch und Maschine

    

Beim Digital-Gipfel der Bundesregierung in Dortmund hat Kulturstaatsministerin Grütters dazu aufgerufen, Online-Plattformen stärker in die Pflicht zu nehmen, um auch im digitalen Zeitalter eine demokratische Debattenkultur zu gewährleisten. "Unsere Aufgabe ist es, mit entsprechenden Regeln dafür sorgen, dass digitale Technologie unserer Demokratie dienen kann", erklärte Grütters.

       

Im Fokus des 13. Digital-Gipfel der Bundesregierung stand in diesem Jahr das Thema "Digitale Plattformen". In zehn Diskussionsplattformen beleuchtete das Fachpublikum zentrale Handlungsfelder in Politik und Wirtschaft im Zuge des digitalen Wandels und der damit verbundenen Plattformökonomie.

 

Dass diese nicht nur die wirtschaftliche Wettbewerbsfähigkeit Deutschlands und Europas beeinflusst, sondern auch grundlegende Fragen der demokratischen Meinungsbildung und des öffentlichen Diskurses berührt, zeigte am zweiten Gipfeltag eine Diskussionsrunde zu der Frage "Welche Verantwortung tragen Digitale Plattformen in der Demokratie und politischen Diskussion?". Teilnehmer waren Vertreterinnen und Vertreter aus Medienwirtschaft, Kultur, Journalismus und des Bundesjustizministeriums.

 

Der Digital-Gipfel der Bundesregierungist eines der wichtigsten Foren für die Zusammenarbeit von Politik, Wirtschaft, Wissenschaft und Gesellschaft bei der Gestaltung des digitalen Wandels. Der Gipfel findet immer an zwei Tagen statt, in diesem Jahr am 28. und 29. Oktober.

 

Öffentlicher Diskurs verroht

Zur Eröffnung nahm Kulturstaatsministerin Monika Grütters in ihrem Vortrag die hinter der Plattformökonomie stehenden Algorithmen in den Blick. Deren Allgegenwart habe bisher "eher nicht" zu einer demokratischen Debattenkultur beigetragen.

 

Diesen Eindruck bestätigt auch eine kürzlich veröffentlichte Allensbach-Studie, wonach nur 17 Prozent der Befragten das Internet als Forum des freien politischen Meinungsaustauschs betrachten. "Angesichts der Radikalisierung der Sprache, der Verrohung des öffentlichen Diskurses, der Abwertung anderer Sichtweisen und der überproportionalen Hör- und Sichtbarkeit extremistischer Positionen im Netz dürfte das niemanden überraschen", erklärte Grütters.

 

Herausforderungen für die Demokratie

Die Verlagerung der öffentlichen Meinungsbildung ins Internet und die algorithmische Sortierung des Informationsangebots auf digitalen Plattformen fordern nach Ansicht der Staatsministerin für Kultur und Medien daher nicht nur etablierte Geschäftsmodelle heraus, sondern auch die Demokratie.

 

Deren Kern sei der vermittelnde Ausgleich zwischen unterschiedlichen Interessen und Weltanschauungen. Aktuell förderten Debatten im Netz aber eher Polarisierung als Verständigung, so Grütters. "Daraus erwachsen nicht nur Gefahren, sondern auch neue Energien für den öffentlichen Diskurs. Jedenfalls verändert sich damit unsere Demokratie."

 

Plattformen tragen Mitverantwortung

Für diese Entwicklung seien die Betreiber digitaler Plattformen mitverantwortlich - und selbstverständlich müsse auch die Politik hier gestaltend eingreifen, erklärte die Staatsministerin weiter.

 

Als Handlungsschwerpunkte nannte sie ein eigenes Leistungsschutzrecht für Presseverleger, um die Vielfalt unabhängiger Medien zu sichern. Zudem einen stärkeren Jugend- und Verbraucherschutz, der Anbieter von audiovisuellen Inhalten - und somit auch Videoplattformbetreiber - in die Pflicht nimmt. Und für den Erhalt kultureller Vielfalt ein modernes Urheberrecht, "das sicherstellt, dass man auch in Zukunft von geistiger und kreativer Arbeit leben kann." Pib 29

 

 

 

 

 „Wir brauchen Zivilcourage in diesem Land“

 

Politik und Religion diskutierten über wachsenden Antisemitismus in Europa

 

Ein stärkeres gesellschaftliches Engagement und einen besseren Zusammenhalt der Gesellschaft hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, anlässlich des wiedererstarkenden Antisemitismus in Deutschland und Europa gefordert. Das sei eine gemeinsame Sorge von Christen und Juden, die „sich niemals mehr voneinander trennen werden“, so Kardinal Marx auf einem Podium in Berlin gestern Abend (3. November 2019). Bei der von der Deutschen Bischofskonferenz und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands durchgeführten Veranstaltung fragte der Kardinal, wie künftig eine offene Gesellschaft aussehen könne. „Ich bin in großer Sorge, weil ich unsere Gesellschaft erlebe, in der es immer mehr ‚closed shops‘, Blogs und Ideologien von Menschen gibt, die sich nicht belehren lassen, die sich in Verschwörungstheorien ergehen und rasch einen Resonanzboden für dumpfe Parolen des Antisemitismus finden.“

 

Der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Dr. Josef Schuster, erläuterte, dass die Ereignisse von Halle in den vergangenen Wochen an der jüdischen Gemeinschaft gezehrt und zu Verunsicherung geführt hätten. Hier sieht er auch künftig eine hohe Verantwortung bei den  Sicherheitsbehörden. In Deutschland sei es möglich geworden, Dinge – vor allem antisemitischer Natur – auszusprechen, was es vor einigen Jahren so noch nicht gegeben hätte. „Das ist ein Verschieben von roten Linien“, so Schuster. Die vielen Solidaritätsbekundungen seien ein hoffnungsvolles Zeichen gewesen. „Was wir brauchen, ist sehr kostengünstig zu haben: Wir brauchen Zivilcourage eines jeden Einzelnen. Zivilcourage kann unser Land verändern. Dann wäre eine Menge erreicht.“

 

Zur Zivilcourage gehört nach Auffassung von Rabbiner Julian-Chaim Soussan, Beiratsmitglied der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands, vor allem Bildung auf allen Ebenen. „Die Möglichkeit für geistige Brandstifter beim Antisemitismus hat Formen angenommen, die niemand für möglich gehalten hätte. Deshalb muss ein Konsens der gesellschaftlichen und politischen Mitte gestärkt werden, eine Mitte, die sich auf Demokratie und Werte verständigt“, so Soussan. Weil Antisemitismus die „Qualität“ habe, immer und überall und zu jeder Zeit zu funktionieren, sei es Aufgabe der Erzieher in den Bildungsbereichen hier zu antworten: „Es darf keine Bagatellisierung von Antisemitismus in den Schulen geben. Deshalb brauchen wir ein Miteinander, das Begegnung möglich macht, das Kennenlernen der jeweils anderen Religion“, forderte Soussan.

 

Diesen Aspekt griff der nordrhein-westfälische Ministerpräsident Armin Laschet auf: Es sei Empathie gefragt, um Kinder und Jugendliche zu erreichen, auch um ihnen Erinnerungskultur zu vermitteln. Er erinnerte an den Jugendaustausch der Bundesländer mit Yad Vashem in Jerusalem und eine Reise mit muslimischen Jugendlichen nach Auschwitz. „Gerade dann, wenn die Barbarei sich Bahn bricht, müssen wir junge Menschen gewinnen, die dagegen aufstehen. Das ist eine Investition in die Zukunft“, sagte Laschet. Gleichzeitig warb er für ein Reden über Religion: „Religion muss im öffentlichen Raum stattfinden, sonst wird es bald eine radikale Säkularisierung geben. Wenn wir nicht mehr über Religion reden – und zwar vom Kindergarten an –, dann wird man künftig religiöse Symbole nicht mehr verstehen und das Reden über Religion noch schwieriger.“ Der Antisemitismus, so Ministerpräsident Laschet, sei seit 1945 nie ganz verschwunden. „Er war immer da, er hat sich nur unterschiedlich artikuliert. Deshalb muss der Kampf gegen den Antisemitismus – überall in Europa – in jeder Generation bei Null beginnen.“

 

Diese Forderung bekräftige die Antisemitismusbeauftragte der Europäischen Kommission, Katharina von Schnurbein: „Jede Generation sei verpflichtet, ja wir alle müssen aufstehen, um jeder antisemitischen Hassrede zu widersprechen. Die hochkomplexe Situation in Europa macht es notwendig, sich auf gemeinsame Standards – auch in der Definition von Antisemitismus – zu verständigen.“

 

Kardinal Marx betonte den religiösen Aspekt, mit dem Antisemitismus häufig argumentiere. „Da müssen wir uns als Christen kritisch fragen: Dürfen wir das zulassen? Durch das Zweite Vatikanische Konzil ist mit der Erklärung Nostra aetate viel erreicht worden. Manchmal bin ich aber überrascht, wie viel Unwissen es in unseren eigenen Reihen beim Thema des Verhältnisses zu den anderen Religionen gibt.“ In der Diskussion betonte Kardinal Marx, ob nicht Aspekte des theologischen Verständnisses zwischen Christen und Juden stärker in die Priester- und Rabbinerausbildung integriert werden müssten. „Vielleicht ist jetzt die Zeit da, wo man sich in der Ausbildung austauscht und besucht, um einander kennenzulernen. Antisemitismus ist ein Angriff auf uns alle! Christen und Juden werden sich niemals mehr voneinander trennen. Auch das muss in unseren Ausbildungsstätten deutlich werden. Wir brauchen Begegnung und Sensibilität auf diesem Feld“, so Kardinal Marx. Er erinnerte an die jüdisch-christliche Tradition: „Wir können nicht Christen ohne die Juden sein. Und ohne die jüdische Tradition des Alten Testamentes könnten wir Jesus nicht begreifen. Das ist eine Selbstverständlichkeit unseres eigenen Glaubens, die bei einigen offensichtlich noch nicht angekommen ist. Wir, Juden und Christen, sind aneinander gebunden. Wir waren oft nicht gut aneinander gebunden. Die Geschichte muss jetzt weitergehen: Wir sind freundschaftlich und uns gegenseitig bereichernd verbunden. Das sollte bis in die Pfarreien hinein deutlich werden“, so Kardinal Marx.

 

An der Veranstaltung in der Katholischen Akademie Berlin nahmen mehr als 300 Gäste teil. Das ursprüngliche Thema „Ist Europa alt, müde und kraftlos geworden“ orientierte sich aufgrund der aktuellen Ereignisse stärker an der Frage des Antisemitismus in Deutschland. Das Podium war die erste gemeinsame Veranstaltung der Deutschen Bischofskonferenz und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz. Dbk 4

 

 

 

Strategiewechsel. Seehofer: Sicherheitsbehörden zu stark auf „Islamismus“ gerichtet

 

Bundesinnenminister Seehofer fordert im Hinblick auf rechtsextreme Terroranschläge einen Strategiewechsel. Der Fokus in den Sicherheitsbehörden sei zu stark auf den „Islamismus“ gerichtet. Rechtsextremismus und Antisemitismus müssten mit derselben Intensität angegangen werden.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat dazu aufgerufen, Rechtsextremismus und Antisemitismus mit derselben Intensität anzugehen wie den islamistischen Terrorismus. Die Bedrohungslage durch Antisemitismus und Rechtsterrorismus in Deutschland sei hoch, sagte Seehofer am Dienstag in München am Rande eines Treffen der Innenminister der sogenannten G6-Gruppe von Deutschland, Frankreich, Italien, Spanien, Großbritannien und Polen sowie der EU-Kommissare für Sicherheit und für Inneres.

Die Sicherheitsbehörden selbst seien der Auffassung, dass sie ihre Strategien verändern müssten, die in der Vergangenheit stark auf den Islamismus gerichtet gewesen seien, sagte Seehofer. Der Islamismus bleibe dabei im Blickfeld, man mache hier „keine Abstriche“. Bei der Beschäftigung mit dem Rechtsterrorismus wiederum müssten verstärkt potenzielle Einzeltäter, die sich isoliert radikalisieren könnten, beobachtet werden.

Seehofer wies am Rande der Konferenz, bei der es unter anderem auch um Migration ging, auch auf ein Paket hin, dass das Bundeskabinett am Mittwoch verabschieden wolle. Dieses reiche vom besseren Schutz der Synagogen bis zur Umorganisation des Bundeskriminalamtes und zur Stärkung der Extremismus-Prävention. Ob und inwieweit auch Moscheen in Zukunft besser geschützt werden sollen, ließ Seehofer offen.

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) will, dass Asylanträge künftig bereits an den EU-Außengrenzen einer „Erstprüfung“ unterzogen werden. Dabei solle ermittelt werden, ob ein Antragsteller „überhaupt eine Aussicht“ auf Erhalt eines Schutzstatus habe, sagte Seehofer am Dienstag in München am Rande eines Treffens mit den Innenministern aus Frankreich, Italien, Spanien, Polen und Großbritannien, der sogenannten G6-Gruppe. Die abgelehnten Menschen sollten von den Außengrenzen direkt in die Herkunftsländer abgeschoben werden.

Es brauche für die Erstprüfung europaweit einheitliche Regeln, abgelehnte Bewerber müssten sich zudem rechtsstaatlich wehren können, sagte Seehofer. Bereits an den Außengrenzen sollten die Antragsteller zudem einer Sicherheitsprüfung unterzogen werden. Erst im nächsten Schritt sollten die Menschen in der EU verteilt werden und im jeweiligen Aufnahmeland in einem Asylverfahren die endgültige Entscheidung fallen, erklärte der Innenminister. Ob dabei grundsätzlich alle Länder Asylbewerber aufnehmen müssten, ließ Seehofer offen. Er verwies auf die Idee, dass sich manche Länder auch durch Geld oder Personal an der Asylpolitik beteiligen können.

Jelpke: Menschenfeindlicher Unsinn

Derzeit gilt die sogenannte Dublin-Verordnung, wonach jeweils der Ersteinreisestaat für einen Asylbewerber zuständig ist, und zwar nicht nur für eine Vorprüfung, sondern das gesamte Verfahren. Dieses System sei gescheitert, sagte Seehofer. Seit Jahren wird in der EU als Alternative eine Umverteilung der Antragsteller auf die übrigen EU-Staaten diskutiert. Dies scheiterte aber bisher daran, dass manche Länder keine Flüchtlinge aufnehmen wollen. Die designierte EU-Kommissionschefin Ursula von der Leyen hat einen Neuanfang in der Migrationspolitik angekündigt.

Für die Linken-Politikerin Ulla Jelpke sind Seehofers Pläne „menschenfeindlicher Unsinn“, die das Recht auf Asyl untergraben würden. „Statt ein neues Lagerarchipel zu schaffen, sollten Schutzsuchende ihren Asylantrag in einem EU-Staat ihrer Wahl stellen können, zu dem sie beispielsweise sprachliche und persönliche Bindungen haben“, erklärte die innenpolitische Sprecherin der Bundestagsfraktion. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Sparen war gestern

 

Nordische Haushaltsdisziplin greift zu kurz. Finnlands Sozialdemokraten plädieren für eine gemeinsame aktive europäische Fiskalpolitik. Von Tytti Tuppurainen

 

DPA Geld so einsetzen, dass den eigenen Worten Taten folgen.

Die jüngsten Statistiken aus Deutschland lösten Alarm aus: Die deutsche Industrieproduktion geht so schnell zurück wie seit 2009 nicht mehr. Deutschland ist das wichtigste Zielland für finnische Exporte. Die Probleme in Deutschland werden entsprechend bald auch Finnland erreichen. Zwar besteht kein Anlass, eine neue Krise heraufzubeschwören; wirtschaftliche Rezessionen führen nur selten zu einer richtigen Depression. Dennoch: Dass die deutsche Wirtschaft langsamer wächst, gibt Anlass zur Sorge, zumal Finnland sich noch nicht vollständig von der letzten Finanzkrise erholt hat.

Dabei sind Rezessionen nicht unvermeidlich. Wir besitzen Mittel, um ihre Auswirkungen abzumildern. Die Instrumente der Geldpolitik haben sich dabei als vergleichsweise unkompliziert erwiesen: Bei der Abwehr der schlimmsten Folgen der Finanz- und Eurokrise spielte die Europäische Zentralbank eine Schlüsselrolle. Am 12. September 2019 stellte die EZB ihre Handlungsbereitschaft erneut unter Beweis, als sie den Zinssatz für Einlagen von Geschäftsbanken auf -0,5 Prozent senkte und ihn damit noch tiefer ins Negative verschob. Gleichzeitig beschloss die EZB, mehr Geld in Umlauf zu bringen und Staatanleihen am Kapitalmarkt zu kaufen.

Jedoch könnte sich die Geldpolitik als weniger effektiv erweisen als erhofft. Liegen die Zinsen einmal unter null, kann der Preis des Geldes ganz offensichtlich nicht das zentrale Hindernis für Investitionen und Wachstum sein. Wir brauchen also etwas anderes. Die Zentralbank weiß, dass die von ihr kontrollierte Geldpolitik nicht allmächtig ist. Das geht aus einer von EZB-Präsident Mario Draghi herausgegebenen Erklärung hervor. Er forderte die Länder der Eurozone darin auf, über die Fiskalpolitik ihren Teil der Verantwortung zu übernehmen. Mario Draghi zufolge ist aktuell nicht der richtige Zeitpunkt, um bei den öffentlichen Ausgaben und Steuern die Daumenschrauben anzuziehen. Stattdessen sollten die Länder fiskalpolitische Maßnahmen verfolgen, die die Nachfrage stimulieren.

Die Finanzpolitik ist politisch eine schwierige Angelegenheit. Hier in Finnland - aber auch in Deutschland, den Niederlanden und in vielen anderen Ländern - ist es sicherer zu fordern, alle Staaten sollten im Rahmen ihrer finanziellen Möglichkeiten agieren. Wir sind vorsichtig, wenn es darum geht, neue Kredite aufzunehmen. Es stärkt unser Sicherheitsgefühl, Schulden zu vermeiden. Zudem sollten wir bedenken, dass Volkswirte die Sprache der Ökonomie sprechen, wenn sie Fiskalpolitik bewerten. Politiker hingegen sind sich darüber im Klaren, dass Steuern auch Fragen der Fairness aufwerfen und dass Wohlfahrtsgesellschaften auf staatliche Ausgaben angewiesen sind. Somit beeinflussen politische Erwägungen die Art und Weise, wie Fiskalpolitik zum Einsatz kommt.

Für die EU - oder die Eurozone - mit ihren vielen Mitgliedstaaten ist die Fiskalpolitik besonders schwierig. Um erfolgreich zu sein, muss sie für die gesamte EU passen. Wenn sich zum Beispiel Finnland Geld leiht, um die eigene Wirtschaft anzukurbeln, wird ein Teil dieser Schulden die wirtschaftliche Erholung unserer Handelspartner finanzieren. Dass dieses Geld einfach versickert, trifft selbst für große EU-Länder zu. Die Auswirkungen auf die Nachfrage erstrecken sich also auf den gesamten Wirtschaftsraum, während der Kreditnehmer die Schulden alleine tragen muss.

Diese fiskalpolitischen Herausforderungen können jedoch bewältigt werden. Eine besonders volatile Komponente der staatlichen Ausgaben sind Investitionen. Eine Regierung kann in Boom-Zeiten Investitionsentscheidungen auf den nächsten Abschwung verschieben. Und auch das Steuersystem enthält Elemente, mit denen die Nachfrage vorrübergehend reguliert werden kann.

Eine größere Herausforderung ist es, die Fiskalpolitik zwischen den Mitgliedstaaten zu regulieren. Nötig ist eine koordinierte, gemeinsam implementierte Fiskalpolitik: Wenn wir alle gleichzeitig unsere Volkswirtschaften ankurbeln, wird der Nachfrageimpuls nicht von unseren Nachbarn absorbiert. Wir müssen daher über die Koordinierung der Fiskalpolitik nicht nur nachdenken und sprechen, sondern sie tatsächlich in die Tat umsetzen.

Der schwierigste Teil der Finanzpolitik besteht darin, das Geld so einzusetzen, dass den eigenen Worten Taten folgen. Nehmen wir die heutige Situation. Wir respektieren unsere Vereinbarungen und achten sorgsam darauf, die Verschuldungsgrenzen des Stabilitäts- und Wachstumspakts nicht zu überschreiten. Für sich genommen ist die Forderung nach Haushaltsdisziplin leicht nachvollziehbar. Während der Eurokrise haben wir aus gutem Grund befürchtet, dass wir im gemeinsamen Währungsraum für die Schulden anderer haften müssten.

Um die Situation besonnen einschätzen zu können, bedarf es aber einer eingehenderen Analyse. Nur in Grienchenland ließ sich eine übermäßige Verschuldung auf das Missmanagement der öffentlichen Finanzen zurückführen. In Spanien und vor allem in Irland entstand die Finanzkrise, weil die Probleme des Privatsektors auf die Banken übersprangen.

Und selbst wenn wir die Ursachenanalyse als spitzfindig abtun und nur das Endergebnis betrachten - eine erhöhte Staatsverschuldung -, bedeutet eine aktive Fiskalpolitik per se keine gesamtschuldnerische Haftung. Die Koordinierung der Fiskalpolitik ändert nichts an dem Grundsatz, dass jeder Staat für seine eigenen Schulden einsteht. Dieses Prinzip gilt in den Vereinigten Staaten, die ein föderales Land sind. Umso mehr sollte es in der Europäischen Union gelten, die ein Verbund unabhängiger Staaten ist.

Für Finnland kommt dies einer politischen Zeitenwende gleich. Wir haben uns die solide Haushaltspolitik in der EU immer als Nullsummenspiel vorgestellt. Aber wenn die nächste Rezession über die Welt hereinbricht, wird sie auch uns treffen. Geraten die Volkswirtschaften der wichtigsten Importeure von Investitionsgütern wie China ins Wanken, werden Länder wie Finnland einen großen wirtschaftlichen Schock erleiden. Eine effektive EU-weit koordinierte Fiskalpolitik ist für uns daher besonders wichtig.

Das Regierungsprogramm von Premierminister Antti Rinne unterstreicht unsere Absicht, das Europäische Semester zu stärken, also die Fiskalpolitik enger zu koordinieren. Eine solche Koordinierung wird spätestens dann dringend erforderlich sein, wenn die Gefahr einer Rezession Realität wird.

Aus dem Englischen von Harald Eckhoff.   IPG

 

 

 

Regierung beschließt Deutsch-Pflicht für Imame

 

Religiöses Personal aus dem Ausland soll nach Plänen der Bundesregierung genügend Sprachkenntnisse für die Arbeit in Deutschland nachweisen. Das Bundeskabinett beschloss die Deutsch-Pflicht auf dem Verordnungsweg. Muslime warnen vor Vorurteilen.

Die Bundesregierung will dafür sorgen, dass Geistliche aus dem Ausland nur mit ausreichenden Deutschkenntnissen in Deutschland tätig sind. Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums bestätigte am Mittwoch in Berlin, dass das Bundeskabinett eine entsprechende Änderung der Aufenthalts- und Beschäftigungsverordnung beschlossen hat. Für eine Übergangszeit sollen dem Sprecher zufolge einfache Deutschkenntnisse für den Aufenthalt in Deutschland genügen.

Nach einem Bericht des „Redaktionsnetzwerks Deutschland“ (RND), das unter Berufung auf die Vorlage für das Kabinett zuerst über den Entwurf berichtete, sollen bessere Sprachkenntnisse, die im Wesentlichen eine Verständigung im Alltag verlangen, innerhalb von weniger als einem Jahr nachgewiesen werden. Die Deutsch-Pflicht für Imame geht nach Worten des Sprechers auf eine Vereinbarung im Koalitionsvertrag zurück.

Begründet wird die Maßnahme integrationspolitisch. „Aus religiösen Gründen Beschäftigte übernehmen in ihren Gemeinden oft eine prägende Rolle“, heißt es laut RND in dem Entwurf. Sie hätten „kraft Amtes eine Vorbild- und Beraterfunktion“, die für ein friedliches Zusammenleben verschiedener Kulturen und Religionen sowie für erfolgreiche Integration neu Zugewanderter in Deutschland wichtig sei.

Muslime warnen vor falschem Eindruck

Viele Imame in deutschen Moscheegemeinden stammen aus dem Ausland. Nach einer im März von der Konrad-Adenauer-Stiftung vorgelegten Studie sind es 80 bis 90 Prozent. Der größte deutsche Moschee-Verband Ditib beschäftigt beispielsweise vorwiegend Imame aus der Türkei. Eigenen Angaben zufolge absolvieren Imame, die nach Deutschland kommen wollen, in der Türkei Sprachkurse.

Der Generalsekretär der Islamischen Gemeinschaft Milli Görüs, Bekir Alta, warnt davor, die Pläne der Bundesregierung „auf Imame verkürzt und fokussiert“ widerzugegeben. Es entstehe der Eindruck, als könnten Imame in Deutschland kein Wort Deutsch. „Das ist falsch und wird unserer Lebensrealität in Deutschland nicht gerecht“, so Alta.

Bischofskonferenz skeptisch

Die Beschäftigungsverordnung sieht für ein Visum „vorwiegend aus karitativen oder religiösen Gründen“ bislang keine Bedingungen vor. Das würde sich ändern und nicht nur muslimische Gemeinden, sondern alle Religionsgemeinschaften betreffen. Auch viele christliche Gemeinden – Auslandsgemeinden oder die katholische Kirche – beschäftigen Geistliche aus dem Ausland.

Sie reagierten im März skeptisch auf die geplante Deutsch-Pflicht. Von der katholischen Deutschen Bischofskonferenz hieß es damals, die Anforderungen dürften nicht dazu führen, dass die Einreise unmöglich gemacht wird. Die Beschäftigungsverordnung gilt für Ausländer aus Staaten außerhalb der EU. Verordnungen beschließt die Bundesregierung. Der Änderung muss der Bundesrat noch zustimmen, der Bundestag allerdings nicht.

Polat: Ankündigungen der Islamkonferenz mit Leben füllen

Der Religionssoziologe Rauf Ceylan begrüßte die Pläne, hält sie aber für zu spät. Die Diskussion um eine Deutschpflicht hätte schon geführt werden müssen, als die ersten Imame in den 80er Jahren nach Deutschland kamen, sagte er dem „Evangelischen Pressedienst“. Inzwischen sei eine solche Pflicht eher eine „Minilösung“. „Anstatt Ressourcen dafür zu verschwenden, über eine Deutschpflicht zu sprechen, sollte lieber darüber nachgedacht werden, wie die hier ausgebildeten Imame eingestellt werden können“, sagt er.

Auch die migrationspolitische Sprecherin der Grünen, Filiz Polat, forderte, die Ankündigungen der Islamkonferenz in puncto Imam-Ausbildung in Deutschland „mit Leben zu füllen“. „Die vom Bundesinnenministerium geplante Änderung der Einreisebestimmung für Geistliche wird den offensichtlichen Bedarf islamischer Geistlicher, der bisher nicht aus Deutschland heraus gedeckt werden kann, verschärfen“, befürchtet die Bundestagsabgeordnete. (epd/mig 8)

 

 

 

Bundesregierung geht gegen Rechtsextremismus und Hasskriminalität vor

 

Hass, Rechtsextremismus, Antisemitismus und andere Formen gruppenbezogener Menschenfeindlichkeit haben keinen Platz in Deutschland. Die Bundesregierung ist fest entschlossen, unsere freiheitliche Demokratie dagegen zu verteidigen. Dazu hat das Bundeskabinett ein umfassendes Maßnahmenpaket beschlossen.

      

Das Maßnahmenpaket gründet auf einem gemeinsamen Entwurf von Bundesinnenministerium und Bundesjustizministerium. Das Kabinett wird nun zeitnah die notwendigen Schritte für die Umsetzung der Maßnahmen ergreifen.

 

Meldepflicht bei Hasskriminalität im Netz

Betreiber von Online-Plattformen müssen strafrechtlich relevante Beiträge wie Morddrohungen oder volksverhetzende Inhalte künftig zentral melden. Dazu soll eine spezielle Stelle im Bundeskriminalamt eingerichtet werden. Dabei sollen die Provider dazu verpflichtet werden, auch die IP-Adressen der Absender solcher Postings zu übermitteln. Festgeschrieben wird die Meldepflicht im

Netzwerkdurchsetzungsgesetz

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/hasskriminalitaet-effektiv-bekaempfen-470922].

 

Hetze und Beleidigung ist strafbar - auch im Internet

Bereits jetzt ist die Anstiftung zu konkreten Straftaten und die sogenannte Volksverhetzung strafbar. Das Maßnahmenpaket sieht nunmehr im Hinblick auf die besonderen Erscheinungsformen im Internet eine Erweiterung

der unter Strafe gestellten Handlungen vor. Die Strafverfolgungsbehörden sollen so eine bessere Handhabe gegen das Phänomen der Hasskriminalität im Internet haben. Konkret geplant ist in diesem Zusammenhang beispielsweise eine Anpassung des Tatbestands der Beleidigung.

 

Besserer Schutz von Kommunalpolitikern

Politikerinnen und Politiker sind strafrechtlich besonders geschützt. Dieser Schutz soll nun auch auf ehrenamtlich tätige Politikerinnen und Politiker auf kommunaler Ebene erweitert werden. Dazu soll der im Strafgesetzbuch enthaltene Tatbestand der üblen Nachrede gegen Personen des politischen Lebens angepasst

werden. Unter übler Nachrede wird grundsätzlich das Verbreiten einer unwahren Aussage verstanden, die dazu geeignet ist, eine andere Person herabzuwürdigen. Eine bloße Meinungsäußerung fällt nicht hierunter. Vielmehr geht es - vereinfacht gesagt - um die Verknüpfung von falschen Tatsachenbehauptungen und Beleidigung.

 

Schärferes Waffenrecht

Bevor Waffenbehörden einen Waffenschein ausstellen, müssen sie künftig bei den Verfassungsschutzbehörden anfragen, ob diesen Erkenntnisse zu der Person vorliegen, die dagegen sprechen. Dadurch soll sichergestellt werden, dass Mitglieder von verfassungsfeindlichen Vereinigungen keine Waffen mehr erhalten. Auch soll Extremisten, die bereits im Besitz einer Waffe sind, die Waffe durch Erkenntnisse des Verfassungsschutzes entzogen werden können.

 

Besserer Schutz für Ärzte und Sanitäter

Wer im ärztlichen Notdienst oder in der Notfallambulanz arbeitet, leistet einen wichtigen Dienst für unsere Gesellschaft. Gleichzeitig sind Sanitäter und Co. auch Gewalttaten ausgesetzt. Um sie besser zu schützen, soll das Strafgesetzbuch entsprechend angepasst werden. Bereits heute gibt es Regelungen zum besonderen Schutz von Vollstreckungsbeamten, Feuerwehrleuten, Hilfskräften des Katastrophenschutzes oder eines Rettungsdienstes. Dieser Schutz soll nun auf medizinisches Personal ausgeweitet werden.

 

Kontinuierliche Präventionsarbeit

Neben der Strafverfolgung setzt die Bundesregierung auch auf Prävention, um gegen Rechtsextremismus, Antisemitismus, Rassismus und Menschenfeindlichkeit vorzugehen. So wurde im Juli 2016 die"Strategie zur

Extremismusprävention und Demokratieförderung"

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/die-demokratie-verteidigen-1528300] vorgelegt. Ziel ist, diejenigen zu fördern und zu stärken, die sich vor Ort aktiv für die Demokratie einsetzen und sich damit gegen Extremismus jeglicher Art wenden. Diese Präventionsarbeit soll fortgeführt und ausweitet werden. Pib 31

 

 

 

Internet-Doku. Migranten in der DDR erzählen

 

Eine Web-Dokumentation zeigt Migranten, die als Vertragsarbeiter oder Studierende in die DDR kamen. Menschen aus Äthiopien, Chile, Mosambik, der Türkei und Vietnam erzählen von ihren Erfahrungen und von ihren Kämpfen.

Das Leben von Migranten in der DDR steht im Mittelpunkt einer neuen Web-Dokumentation des Zentrums für Antisemitismusforschung der Technischen Universität Berlin. Unter dem Motto „Eigensinn im Bruderland“ berichten darin Zeitzeugen von ihren Erfahrungen in der DDR, wie die TU Berlin mitteilte.

Zwischen 1951 und 1989 studierten etwa 70.000 junge Menschen aus mehr als 125 Ländern in der DDR. Etwa die Hälfte kam aus sogenannten befreundeten Staaten wie Vietnam, Mosambik, Kuba oder Chile. Neben Studierenden und politisch Verfolgten bildeten „ausländische Werktätige“ die größte Gruppe von Migranten. Ende 1989 lebten den Angaben zufolge etwa 190.000 Migranten in der DDR. Davon waren 90.000 sogenannte Vertragsarbeiter, fast 60.000 von ihnen kamen aus Vietnam.

Realität oft anders als vereinbart

Bilaterale Abkommen sollten den Vertragsarbeitern eine qualifizierte Aus- und Weiterbildung garantieren, doch die Realität habe nicht selten anders ausgesehen, hieß es zur Vorstellung der Dokumentation. Unterstützt wurde das Projekt von der Bundesstiftung zur Aufarbeitung der SED-Diktatur und der Rosa-Luxemburg-Stiftung.

Nach der deutschen Vereinigung konnten den Angaben zufolge Studierende meist ihr Studium abschließen, Vertragsarbeitern drohte hingegen der Verlust des Arbeits- und Wohnheimplatzes und damit die zwangsweise Rückführung. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Medizinische Hilfsmittel von der Steuer absetzen

 

Neustadt a.d. Weinstraße - Blutdruckmessgerät, Rollstuhl, Prothese: Wie Sie sogenannte medizinische Hilfsmittel richtig von der Steuer absetzen, erklären wir Ihnen hier.

Per Definition sind Hilfsmittel „sächliche medizinische Leistungen, die von zugelassenen Leistungserbringern abgegeben werden“. Hinter dieser nüchternen Beschreibung verbergen sich nützliche Alltagshelfer kranker Menschen oder Menschen mit Behinderung wie eine Gehhilfe, eine Prothese oder ein Rollstuhl, aber auch eine Sehhilfe oder eine Hörhilfe gehören dazu. Diese medizinischen Hilfsmittel sollen den Alltag erleichtern und gesundheitliche Defizite ausgleichen.

Haben die medizinischen Hilfsmittel einen nachweisbaren therapeutischen Nutzen, übernimmt in der Regel die Krankenkasse die Kosten. Alle medizinischen Hilfsmittel, die die Krankenkasse zahlt, sind im sogenannten Hilfsmittelverzeichnis des Spitzenverbands der Krankenkassen aufgelistet.

Zahlt die Kasse nicht, können die Kosten gegebenenfalls abgesetzt werden

Kosten für medizinische Hilfsmittel, die die Krankenversicherung nicht zahlt, können Sie als außergewöhnliche Belastung in Ihrer Steuererklärung eintragen und absetzen – sofern sie die sogenannte zumutbare Eigenbelastung überschreiten. Allerdings unterscheidet der Fiskus zwischen Hilfsmitteln im engeren Sinne und Hilfsmitteln im weiteren Sinne.

Hilfsmittel im engeren Sinne

Bei medizinischen Hilfsmitteln im engeren Sinn ist die Sachlage einfach: Kosten dafür können grundsätzlich als außergewöhnliche Belastung von der Steuer abgesetzt werden. Denn zu den medizinischen Hilfsmitteln im engeren Sinne zählen Gegenstände, die ausschließlich von kranken Menschen oder Menschen mit Behinderung angeschafft werden, um ein Leiden zu lindern. Für einen gesunden Menschen bringen diese Hilfsmittel keine Vorteile.

Ein Hilfsmittel im engeren Sinne ist beispielsweise:

* eine Sehhilfe wie eine Brille

* eine Hörhilfe wie ein Hörgerät

* ein Rollstuhl

* eine Prothese

* orthopädische Hilfsmittel wie Schuheinlagen oder Gehhilfen

* ein Treppenlift

Die Kosten für medizinische Hilfsmittel im engeren Sinne können Sie zusätzlich zum Behinderten-Pauschbetrag von der Steuer absetzen.

Hilfsmittel im weiteren Sinne

Im Gegensatz dazu sind Hilfsmittel im weiteren Sinne Dinge, die nicht nur von kranken Menschen oder Menschen mit Behinderung genutzt werden, sondern auch gesunden Menschen den Alltag erleichtern oder zur Gesundheitsvorsorge eingesetzt werden. Die Kosten für medizinische Hilfsmittel im weiteren Sinne erkennt das Finanzamt nur als außergewöhnliche Belastung an, wenn die medizinische Notwendigkeit bereits vor dem Kauf durch ein Attest des Amtsarztes oder eine Bescheinigung des Medizinischen Dienstes nachgewiesen wurde. Wenn sich die Krankenkasse an den Ausgaben beteiligt, gelten die Kosten übrigens auch als genehmigt.

Ein Hilfsmittel im weiteren Sinne ist beispielsweise:

* ein Paar Gesundheitsschuhe

* ein Massagegerät

* ein Fahrradergometer

* ein wirbelsäulengerechtes Bett

* ein Spezialbett mit motorgetriebener Oberkörperaufrichtung

Sie sind sich unsicher, wie Sie medizinische Hilfsmittel richtig in Ihrer Steuererklärung eintragen? Unsere Beraterinnen und Berater sind gerne für Sie da und erstellen Ihre Steuererklärung. Finden Sie hier eine Beratungsstelle in Ihrer Nähe: Beratersuche.

Quellen. Hilfsmittelverzeichnis des Spitzenverbands der Krankenkassen. Datum 04.07.2018. Über die VLH. Der Lohnsteuerhilfeverein Vereinigte Lohnsteuerhilfe e.V. (VLH) ist mit mehr als 900.000 Mitgliedern und rund 3.000 Beratungsstellen Deutschlands größter Lohnsteuerhilfeverein. Die VLH stellt außerdem die meisten nach DIN 77700 zertifizierten Berater: Von drei zertifizierten Beratern aller Lohnsteuerhilfevereine sind zwei von der VLH. Gegründet im Jahr 1972, erstellt die VLH für ihre Mitglieder die Einkommensteuererklärungen im Rahmen der gesetzlichen Beratungsbefugnis nach § 4 Nr. 11 StBerG. GA1

 

 

 

Studie. Deutschkurse im Ausland wecken Interesse für Deutschland

 

Die Anwerbung von qualifizierten Fachkräften aus dem Ausland läuft für Deutschland im internationalen Vergleich eher schleppend. Wie eine Studie jetzt zeigt, können Deutschkurse im Ausland die Motivation erhöhen, nach Deutschland zu kommen.

Deutsch-Sprachkurse im Ausland erhöhen laut einer Studie die Motivation qualifizierter Arbeitskräfte, nach Deutschland zu kommen. Außerdem verbesserten Sprachkurse im Ausland die Deutschkenntnisse der Teilnehmer deutlich. Das erleichtert Migranten die Suche nach einem Arbeitsplatz in Deutschland, wie aus einer aktuellen Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) hervorgeht.

In den vergangenen 15 Jahren wurden in einer Reihe von Ländern Goethe-Institute eröffnet. Dies hat nach Erkenntnissen des IAB die Deutschkenntnisse der Migranten aus diesen Herkunftsländern erkennbar verbessert. Dagegen verfüge ein Großteil der Personen aus Herkunftsländern ohne Goethe-Institut über nahezu keine deutschen Sprachkenntnisse bei der Einreise nach Deutschland, heißt es in der Studie.

Gute Sprachkenntnisse seien wichtig für die Arbeitsmarktintegration, betont das IAB. Migranten, die über gute Sprachkenntnisse bei ihrem Zuzug nach Deutschland verfügen, nehmen laut IAB im Schnitt schneller eine Erwerbstätigkeit auf als diejenigen, die ohne oder mit geringen Sprachkenntnissen angekommen sind. „Von den zwischen dem Jahr 2000 und 2014 eingewanderten Personen mit guten Sprachkenntnissen waren im ersten Jahr nach dem Zuzug rund 60 Prozent beschäftigt, von denjenigen mit schlechteren Deutschkenntnissen dagegen 50 Prozent“, schreibt das IAB. (epd/mig 5)

 

 

 

Deutsche schätzen Mauerfall mehrheitlich als positives Ereignis ein

 

Nur wenige Jüngere urteilen negativ. Bessergebildete und Einkommensstärkere urteilen positiver. Reisefreiheit wichtiger als Meinungsfreiheit. Wessis klagen über Kosten, Ossis über Einkommensunterschiede

 

Hamburg – Die Deutschen in Ost und West schätzen den Mauerfall mehrheitlich als positives Ereignis ein. Von den 57 Prozent im Osten und 54 Prozent im Westen sind sogar 29 (Ost) bzw. 24 Prozentpunkte (West), die den Mauerfall „sehr positiv“ sehen.

Nur etwa jeder siebte Bundesbürger (Ost: 14% - West: 15%) zählt sich zu den Kritikern, die den Mauerfall negativ beurteilen. Knapp ein weiteres Drittel der Bevölkerung in Deutschland (Ost: 29% - West: 32%) verhält sich bei der Einschätzung neutral, kann sich nicht zwischen positiver oder negativer Bewertung entscheiden.

Nur wenige Jüngere urteilen negativ

Ein Blick auf die Altersgruppen zeigt, dass auch jüngeren Menschen unter 34 Jahren, die die Zeit vor dem Mauerfall nicht oder zumindest nicht bewusst miterlebt haben, das Ereignis überwiegend positiv beurteilen (50%). Allerdings liegt bei dieser Gruppe der Anteil der neutralen Einstufung mit 39 Prozent -gegenüber 32 Prozent im Bundesdurchschnitt - relativ hoch. Die Bilanz ist aber eindeutig: Auf fünf Befürworter der Wiedervereinigung kommt bei den Jüngeren nur circa ein Gegner.

Bessergebildete und Einkommensstärkere urteilen positiver

Insbesondere in Ostdeutschland hängt die Beurteilung stark von der formalen Schulbildung und noch stärker vom Einkommen der Bürger ab. Personen, die in Haushalten mit einem Nettoeinkommen von unter 1.500 Euro im Monat leben, sehen den Mauerfall deutlich kritischer als der Durchschnitt, 28 Prozent haben eine negative Meinung, gegenüber 27 Prozent die positiv über den Mauerfall denken.

Was zusammengehört: Warum der Mauerfall positiv bewertet wird

Für Befragte, die den Mauerfall positiv beurteilen, gibt es zwei Hauptgründe: Ein gemeinsames Deutschland und Freiheit. Vier von zehn ostdeutschen Mauerfall-Befürwortern nennen den Freiheitsaspekt (41%) und meinen damit eher die Freiheit, sich frei bewegen zu können und Reisefreiheit, als Meinungsfreiheit. Im Westen steht der Einheitsaspekt im Mittelpunkt der Begründungen. Jeder zweite (52%) der Mauerfall-Befürworter äußert sich bei der offenen Frage in diese Richtung (Deutschland gehört zusammen, die Grenze ist weg, Wiedervereingung etc.). Im Osten begründen 38 Prozent ihre positive Bewertung mit diesem Argument.

Mauerfallgegner: Wessis klagen über Kosten, Ossis über Einkommensunterschiede

Bei den Gegnern des Mauerfalls unterscheiden sich die Begründungen deutlich stärker zwischen Ost- und Westdeutschen. Diejenigen, die den Mauerfall negativ beurteilen, beklagen in Westdeutschland vor allem die mit der Vereinigung verbundenen hohen Kosten und Steuern (33%) mit Aussagen wie „hat Milliarden gekostet“, „wir zahlen immer noch“ etc. Jeder fünfte (20%) im Westen hadert mit der vermeintlichen Mentalität der Ostdeutschen („haben nichts dazugelernt“, „sind nie zufrieden“ etc.). Dem schließen sich allerdings auch 15 Prozent der Ostdeutschen selbst an.

Ansonsten sehen ostdeutsche Mauerfallgegner vor allem die immer noch bestehenden Unterschiede zwischen Ost und West hinsichtlich Einkommen und Renten kritisch. Jeder Vierte (25%) macht den Wegfall der Mauer auch für die Arbeitslosigkeit in seiner Region verantwortlich. In geringem Ausmaß werden im Osten auch die hohe Kriminalitätsrate sowie die hohe Zahl der Ausländer beklagt. Bezogen auf die Gesamtbevölkerung in Ost und West liegen die Anteile dieser negativen Begründungen allerdings auf einem niedrigen Niveau. 

Ipsos Projektleiter Hans-Peter Drews zu diesem Ergebnis: „Insgesamt zeigt unsere Umfrage, dass die Meinungen zum Mauerfall zwischen Ost- und Westdeutschen gar nicht so weit auseinanderliegen. Wir messen damit einhergehend auch in unserem Nationalen WohlstandsIndex für Deutschland eine starke Annäherung des subjektiv empfundenen Wohlergehens im Osten an das hohe Niveau des Westens.“

Die Bilanz von Zukunftsforscher Professor Horst Opaschowski: „Der Mauerfall ist ein Glücksfall. Ost- wie Westdeutsche genießen die neuen Freiheiten der deutschen Vereinigung - von der Familienzusammenführung über erweiterte Reisemöglichkeiten bis zu neuen Möglichkeiten beruflicher Mobilität.“ Ipsos 5

 

 

 

 

Zufriedenheitsrekord. Laut Glücksatlas sind Deutsche so zufrieden wie nie

 

Während AfD-Wahlerfolge auf eine wachsende Unzufriedenheit der Wähler zurückgeführt werden, zeigt der aktuelle Glücksatlas einen Zufriedenheitsrekord. Treibender Faktor ist demnach die steigende Lebenszufriedenheit – ausgerechnet in Ostdeutschland.

AfD-Wahlerfolge werden oft auf die Unzufriedenheit der Wähler zurückgeführt, vor allem in ostdeutschen Bundesländern. Wie der aktuelle Glücksatlas 2019 jetzt allerdings zeigt, sind Deutsche – und insbesondere Ostdeutsche – zufrieden wie nie zuvor. 30 Jahre nach dem Mauerfall liege die Lebenszufriedenheit der Menschen in Deutschland auf einem Allzeithoch, heißt es im „Deutsche Post Glücksatlas 2019“, der am Dienstag in Berlin vorgestellt wurde. Die wissenschaftliche Studie untersucht seit neun Jahren in Folge das Glücksniveau der Bundesbürger.

Demnach stieg die individuelle Lebenszufriedenheit in Deutschland aktuell auf den Wert von 7,14 Punkten auf einer Skala bis zehn. Das sei der höchste Wert seit 1989, betonte der Leiter des Forschungszentrums Generationenverträge der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg (FZG), Bernd Raffelhüschen.

Grund für den neuen Rekordwert sei die überdurchschnittlich gestiegene Lebenszufriedenheit in Ostdeutschland. Demnach erhöhte sich das ostdeutsche Glücksniveau um 0,11 auf 7,0 Punkte – dem höchsten Wert seit dem Mauerfall. Der aktuelle Glücksabstand zwischen West- und Ostdeutschland habe sich damit auf 0,17 Punkte verringert.

Schleswig-Holsteiner am glücklichsten

Der Glücksatlas, der von der Deutschen Post in Auftrag gegeben wird, misst die individuelle Lebenszufriedenheit anhand von Faktoren wie Arbeit und Einkommen, Gesundheit und Alter, Familie, Sicherheit, Freizeit und Medien und Wirtschaftswachstum. Zusätzlich wurde in diesem Jahr das Thema Geschlechtergerechtigkeit als Schwerpunkt in die Untersuchung miteinbezogen.

Mit Blick auf die einzelnen Bundesländer leben laut „Glücksatlas“ die glücklichsten Deutschen wie schon in den Vorjahren in Schleswig-Holstein. Mit einem Wert von 7,44 Punkte liege hier die Lebenszufriedenheit auf Vorjahresniveau. Platz zwei belegt erstmals Hessen mit 7,31 Punkten. Danach folgt Hamburg mit 7,27 Punkten. Schlusslicht im sogenannten Glücksranking bildet erneut Brandenburg mit 6,76 Punkten.

Hohe Zufriedenheit in AfD-Hochburgen

Das Mittelfeld bilden westdeutsche Regionen mit geringem Abstand voneinander. Das südliche Bayern belegt Platz fünf. In Ostdeutschland leben die glücklichsten Menschen demnach in Thüringen (7,09). Am stärksten gestiegen sei hier allerdings die Zufriedenheit in Sachsen um 0,07 auf 6,98 Punkte. Bei den letzten Landtagswahlen erzielt die AfD in diesen beiden Bundesländern 23,4 (Thüringen) bzw. 27,5 Prozent (Sachsen). Mecklenburg-Vorpommern (6,87) sei wieder auf den 18. Platz abgerutscht.

Die Daten für den „Glücksatlas 2019“ stammen den Angaben zufolge aus dem Sozio-ökonomischen Panel (SOEP) sowie einer Allensbach-Umfage mit mehr als 5.000 repräsentativ ausgesuchten Teilnehmern ab 16 Jahren. (epd/mig 6)

 

 

 

Deutschpflicht für Imame

 

Die deutsche Bundesregierung will eine Deutschpflicht für ausländische „Religionsbedienstete“ wie Imame einführen. Wie die Frankfurter Allgemeine Zeitung am Donnerstag berichtete, hat das Bundeskabinett einen entsprechenden Entwurf am Mittwoch beschlossen.

Imame hätten „kraft Amtes eine Vorbild und Beraterfunktion“, die für ein friedliches Zusammenleben verschiedener Kulturen und Religionen sowie für die erfolgreiche Integration neu Eingewanderter in Deutschland wichtig sei. Aus diesem Grund müssen sie bereits bei der Einreise nach Deutschland über deutsche Sprachkenntnisse verfügen, so der Entwurf der Beschäftigungs- und Aufenthaltsverordnung von Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) und Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU). Die Sprache für ihre religiösen Handlungen dürfen Religionsbedienstete aber selbst wählen, heißt es weiter.

Religionsbedienstete, die „wegen ihrer Staatsangehörigkeit auch für einen Aufenthalt, der kein Kurzaufenthalt ist, visumsfrei in das Bundesgebiet einreisen und sich darin aufhalten dürfen, sind vom Erfordernis der Sprachkenntnis befreit“, so der Entwurf laut FAZ.

Hintergrund. 80 bis 90 Prozent der in Deutschland beschäftigten Imame in Moscheegemeinden stammen aus dem Ausland. Etwa tausend Betroffene beantragen jährlich einen Aufenthaltstitel als „Religionsbedienstete“. (faz 7)

 

 

 

Soziologin Foroutan. Migranten werden systematisch benachteiligt

 

Türkische Schüler bekommen bei gleichen Leistungen schlechtere Noten, Frauen mit Kopftuch erhalten seltener Einladungen zum Vorstellungsgespräch – Soziologin Naika Foroutan bemängelt eine systematische Benachteiligung von Migranten.

 

In Deutschland werden der deutsch-iranischen Migrationsforscherin Naika Foroutan zufolge vor allem Muslime benachteiligt. Auch wenn viele das Gefühl hätten, tolerant und offen zu sein, sehe die Realität etwa in Schulen und in Unternehmen anders aus, sagte die Soziologin am Donnerstag in Frankfurt am Main. Unter dem Titel „Bembel und Baklava – Zugehörigkeiten in der postmigrantischen Gesellschaft“ waren dort Wissenschaftler, Politiker und Pädagogen auf Einladung des hessischen Sozialministeriums zusammengekommen.

Studien zufolge bekommen etwa türkische Schüler bei der gleichen Leistung andere Noten, wie die Professorin für Integrationsforschung und Gesellschaftspolitik an der Humboldt-Universität zu Berlin erklärte. Auch auf dem Arbeitsmarkt hätten Tests ergeben, dass Frauen mit ausländischem Namen oder einem Kopftuch weniger Einladungen für ein Vorstellungsgespräch erhalten.

Es sei Aufgabe der Politik, Integration nicht nur auf Migranten zu beschränken. Auch Ostdeutsche fühlten sich ähnlich wie Muslime als „Bürger zweiter Klasse“, sagte die Sozialwissenschaftlerin. Sie forderte, Chancengleichheit als Staatsziel einzuführen. Außerdem sollten Institutionen über eine Quote für Menschen mit Migrationshintergrund nachdenken. „Es ändert sich nicht von alleine“, sagte Foroutan mit Blick auf den Kampf um die Frauenquote. (epd/mig 8)