Webgiornale 1-15 marzo 2024

Inhaltsverzeichnis

1.     Barriere e protezionismo mettono a rischio la pace. 1

2.     Futuro dell’Europa: “Usa il tuo voto” per far sentire la tua voce. 1

3.     Armamenti e ironia della Storia. 1

4.     Parlamento Ue: "Navalny, simbolo di lotta del popolo russo per libertà e democrazia”. 1

5.     Elezioni Sardegna. Eletta Alessandra Todde: "Rotto tetto di cristallo". 1

6.     In Sardegna vince l’alleanza progressista. “Un voto anche di protesta, contro l’autonomia differenziata”. 1

7.     Zelensky a Berlino, patto sulla sicurezza tra Ucraina e Germania. 1

8.     Due anni di guerra in Ucraina: chi sta pensando al dopo?. 1

9.     Un conflitto senza fine. 1

10.  Arrestata a Berlino l’ex terrorista della Raf Daniela Klette: aveva il passaporto italiano. 1

11.  Interventi controcorrente. Germania: da locomotiva economica a ... carro armato arrugginito?. 1

12.  Approvata la riforma di legge sulla cittadinanza tedesca. 1

13.  Intervista al Console di Francoforte dr. Darchini. Esperienze, sfide, e progetti futuri 1

14.  Berlinale: Italia “Country in Focus” all’European Film Market 1

15.  Berlinale: l’Ambasciata celebra il cinema italiano con un ricevimento. 1

16.  A Francoforte il 14 marzo: “Design per innovazione, sostenibilità e inclusione nello spazio”. 1

17.  Consolato a Francoforte: “Intelligenza artificiale nello spazio: opportunità e sfide”, conferenza di G. De Canio (ESA) 1

18.  Le recenti puntate di Cosmo, ex radio Colonia. 1

19.  Visioni e progetti della Freiherr-vom-Stein-Schule di Francoforte. 1

20.  All’IIC di Amburgo tornano le “Storie in valigia” per i più piccini 1

21.  Il cinema italiano si fa valere al Festival di Berlino. 1

22.  “Torino-Francoforte, andata e ritorno”, il 21 febbraio presentazione online del libro di Liana Novelli 1

23.  La mostra fotografica “Sander Sardinia 1927” all’IIC di Amburgo (23 febbraio -17 maggio) 1

24.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

25.  Idrogeno, investimenti e internazionalizzazione: il Fvg incontra la Baviera. 1

26.  La Germania si scopre povera: niente pensione, i tedeschi preferiscono continuare a lavorare. 1

27.  Berlino. Ricevimento in Ambasciata per la Berlinale e serata musicale con NSO.. 1

28.  Bayer Leverkusen, la rivincita dei perdenti. Così le “aspirine” possono sfatare il sortilegio e prendersi la Bundesliga. 1

29.  "Anti-rassisti" e "Diversi". Le pizze impegnate tedesche. 1

30.  SKY Sport Germania seleziona l’ultima tecnologia di Lawo. 1

31.  La presidenza italiana e la credibilità internazionale del Paese. 1

32.  100 giorni alle elezioni europee: pericolo fake news. Duch, “scelta che riguarda il futuro”. 1

33.  Privilegi territoriali 1

34.  Incubo. Terza guerra mondiale. 1

35.  Accordo Albania-Italia: un segno di incapacità di un Paese a gestire il diritto d’asilo. 1

36.  La Giornata internazionale della lingua madre. 1

37.  Qualcosa si muove. 1

38.  Enti gestori e formazione italiana nel mondo. Chiesto un “tavolo di lavoro”. 1

39.  La comunità italiana in Svizzera è stata fondamentale nel passato. Che cosa succederà negli anni a venire?. 1

40.  Arriva l’adolescenza: come cambiano il corpo e la mente?. 1

41.  Interrogativi e speranze. 1

42.  Ucraina, due anni dopo. 1

43.  Le sei tendenze dell'IA generativa in campo educativo per il 2024. 1

44.  Migranti, da Lampedusa a Cutro: in 10 anni sono quasi 30mila le vittime del mare. 1

45.  Ora anche in Svizzera le sedi consolari senza servizio notarile?. 1

46.  La realizzazione di un progetto. 1

47.  “Cerchiamo di aiutare i nostri connazionali oltreconfine”. Intervista a Fabrizio Ferragni, direttore di Rai Italia. 1

48.  La tua chat di gruppo privata è tutt'altro che privata! 1

49.  Commissione Esteri Camera, indagine conoscitiva sul commercio internazionale: audizione dei rappresentanti di Simest. 1

50.  La coerenza. 1

51.  Naufragio Cutro, candele per ricordare vittime. Superstiti: "Faremo causa allo Stato". 1

52.  La comunità italiana in Svizzera in difesa dei corsi di lingua e cultura italiana: l'incontro di GIR. 1

53.  50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo”. 1

54.  Aumentano i fondi per i circoli sardi: ok al Programma annuale 2024. 1

55.  “A fianco dei migranti, ieri e oggi. ‘Emigrano i semi sulle ali dei venti’. 1

 

 

1.     EU-Ombudsfrau fordert neue Regeln für Grenzschutzagentur Frontex. 1

2.     Dank aus der Ukraine für Papstgesandten Zuppi 1

3.     Bayern. Umstrittener Pilotversuch mit Bezahlkarte für Geflüchtete startet 1

4.     Vatikan warnt vor Eskalation in Ukraine-Krieg. 1

5.     PRESSEMITTEILUNG. 1

6.     Verteidigung der Demokratie. 1

7.     Neues Bündnis gegen Armut in Stuttgart gegründet 1

8.     Kein Blankoscheck. 1

9.     Zwei Millionen Vertriebene. Flucht nach Goma – Der Konflikt im Ostkongo. 1

10.  Rassisten im Gegenwind. Umfragewerte von AfD wieder abgesackt 1

11.  Hinterbliebene des Bootsunglücks von Cutro wollen italienische Regierung verklagen. 1

12.  Bezieher von Grundsicherung müssen Deutschland-Aufenthalt beweisen. 1

13.  Rassismus, Gaza, Raubkunst. Berlinale 2024: Politisch bis zum Schluss. 1

14.  Wieso die Deutschen jetzt reicher sind als die Italiener. 1

15.  Riskantes Lotteriespiel 1

16.  Zwei Jahre Ukraine-Krieg. Zahl der Zuzüge aus der Ukraine deutlich zurückgegangen. 1

17.  Humanitäre Ordnungshüterin. 1

18.  Neuer Höchststand. Immer mehr Anträge auf Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse. 1

19.  Zwei Jahre Krieg in der Ukraine: Bis wann noch?. 1

20.  Zahl der Angriffe auf Flüchtlinge 2023 verdoppelt 1

21.  Nur jeder Vierte hält Sieg der Ukraine noch für realistisch, Waffenlieferungen bei Deutschen umstritten. 1

22.  Behörden „langsam, langsam“. Das lange Warten ukrainischer Flüchtlinge auf Anerkennung. 1

23.  Traurige Statistik. Jeder vierte Eingewanderte spricht zu Hause keine Muttersprache mehr 1

24.  Höhepunkt der Repression. 1

25.  Rassistische Parolen. Neue Internet-Challenge: Volksverhetzung. 1

26.  „Wir machen weiter“. Tausende gedenken in Hanau der Opfer des rassistischen Anschlags. 1

27.  Attentat von Hanau hinterlässt kaum zu heilende Wunde. 1

28.  DAAD unterstützt Hochschulen beim Einsatz gegen Antisemitismus und Rassismus. 1

29.  Justitia et Pax: Ukraine-Krieg nicht erst vor 2 Jahren begonnen. 1

30.  Warnstreik im ÖPNV: Busse und Bahnen stehen still 1

31.  Renovabis-Chef zu Ukraine-Krieg: „Frieden um jeden Preis wäre fatal“. 1

32.  Onkel Putins Geschichtsstunde. 1

33.  Armut, Hunger, Klimawandel. Kritik an Kürzung des Entwicklungsbudgets hält an. 1

34.  „Die Hamas zu vernichten, ist kein realisierbares Ziel“. 1

35.  Hessen. Vier Jahre nach dem Attentat von Hanau. 1

36.  Nicht nur Kreuzchen setzen. Wie Migranten politisch mitmischen können. 1

 

 

 

 

Barriere e protezionismo mettono a rischio la pace

 

La globalizzazione moderna ha rivelato eccessi, limiti e distorsioni ma anche prodotto enormi benefici, garantendo prosperità, progresso e un buon grado di stabilità e pace a gran parte del mondo

 

Da qualche tempo tuttavia la globalizzazione sembra aver perso slancio. La ritirata della globalizzazione è metaforicamente rappresentata da quella delle acque del canale di Panama, il cui livello si è abbassato a causa della siccità, in tal modo limitando il passaggio di navi in uno dei punti nevralgici del commercio mondiale.

Il clima nei confronti della globalizzazione è cambiato. In molti paesi è diminuito il sostegno popolare, e quindi anche quello della politica. Gli obiettivi di libera circolazione di merci e servizi, lavoro e capitali, persone e idee, tecnologia e innovazione che hanno caratterizzato la globalizzazione moderna sono entrati in crisi. Ed è in corso un forte ripensamento sui vantaggi della globalizzazione mentre cresce la domanda di protezione in tutti gli ambiti.

È in corso soprattutto un forte ritorno al protezionismo in campo economico. Esigenze di sviluppo locale, tutela dell’occupazione domestica e difesa delle industrie nazionali tendono a prevalere su obiettivi di apertura dei mercati, integrazione economica, concorrenza. Di conseguenza rallentano commercio internazionale e delocalizzazione, si regionalizzano gli scambi e cambiano configurazione le Gvc, aumentano i controlli su movimenti di capitale e investimenti diretti esteri, cresce la regolamentazione del settore dei servizi finanziari. Anche parte della teoria economica sostiene questa tendenza e – con la teoria del commercio strategico - mette in discussione i principi di libero scambio enunciati da Smith e Ricardo.

Il protezionismo è spesso utilizzato dalla politica per rispondere a un malessere economico o sociale. Non è un caso che a seguito della crisi finanziaria del 2008 è iniziato un periodo caratterizzato da barriere, tariffarie e non, ristagno di accordi commerciali multilaterali, aumento di controlli su movimenti di capitali e restrizioni su investimenti diretti esteri.

Il ritorno al protezionismo: alcuni casi

Il capitalismo di stato cinese mostra molte caratteristiche protezioniste. Il piano Made in China 2025, lanciato nel maggio 2015, si propone di sviluppare ulteriormente il settore manifatturiero domestico al fine di ridurre il grado di dipendenza della Cina da fornitori stranieri, soprattutto in ambito tecnologico. E nel 2020, con il lancio della politica della “doppia circolazione”, Pechino ha confermato l’obiettivo di rendere l’economia meno dipendente dall’estero e più concentrata sul proprio mercato interno.

Non molto diverso lo spirito dello slogan populista America First con il quale Trump ha scatenato una guerra doganale nel corso della sua presidenza. E l’Amministrazione Biden ha dato continuità a gran parte delle misure protezionistiche introdotte dal predecessore, seppur con toni più moderati e riducendo le tensioni con gli alleati. Particolarmente significativo il Build Back Better Act del 2021 che, anche in reazione alla crisi prodotta dalla pandemia, contempla investimenti complessivi per circa 1,2 trilioni di dollari e contiene diversi elementi protezionistici. Il piano è diviso in tre parti - Rescue Plan, Jobs Plan, Families Plan – e prevede investimenti in strade e ponti, porti e aeroporti, sistemi idrici e rete elettrica, trasporto pubblico e servizi ferroviari, banda larga, veicoli elettrici e tutela ambientale. Anche il piano strategico per facilitare la transizione energetica - Inflation Reduction Act (IRA) del 2022 – contiene forti elementi protezionisti. Le centinaia di miliardi di dollari di agevolazioni fiscali, sussidi e finanziamenti stanziati hanno l’obiettivo di favorire la transizione energetica ma anche di rilanciare le capacità manifatturiere interne e ridurne la dipendenza dalla Cina di materiali critici.

Nella stessa direzione vanno le recenti decisioni del governo indiano di bloccare le esportazioni di grano (per contrastare l’inflazione interna sui generi alimentari) e limitare quelle di zucchero (per dirottarle alla produzione di etanolo). E con il piano Make in India, New Delhi si pone l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei settori manifatturieri dall’estero e stanzia 10 miliardi di dollari per creare un’industria nazionale di semiconduttori. Anche l’Ue cerca di costruire un’“autonomia strategica” e cresce la tentazione di perseguire quella che il Nobel per l’economia Maurice Allais ha definito «préférence européenne»: difendere le aziende europee dall’avanzata di multinazionali americane nel digitale e cinesi nella manifattura.

Il ritorno al protezionismo è un dato di fatto e l’impatto negativo che questo trend può avere non va sottovalutato. Infatti, la storia ci insegna che i rischi vanno ben al di là del costo economico. È importante ricordare quanto accaduto dopo la Grande depressione del 1929, quando ogni paese aveva cercato di uscire dalla propria crisi a spese degli altri innescando un’ondata di protezionismo. L’introduzione nel 1930 dello Smoot-Hawley Tariff Act da parte degli Usa produsse dapprima a una guerra commerciale tra nazioni, con conseguente impoverimento generale, e successivamente a una guerra mondiale.

La speranza è che la storia non si ripeta. Perché, come sosteneva l’economista francese Frederic Bastiat “dove non passano le merci, passeranno gli eserciti”. di Marco Magnani, docente di International Economics in Luiss a Roma e Università Cattolica a Milano. Autore de “Il Grande Scollamento. Timori e speranze dopo gli eccessi della globalizzazione”, Bocconi University Press

AffInt 26

 

 

 

Futuro dell’Europa: “Usa il tuo voto” per far sentire la tua voce

 

Alla guida delle istituzioni dell'Unione europea ci sono i cosiddetti "top job", incarichi importanti come i presidenti di Parlamento, Commissione e Consiglio. La cui scelta dipende anche dall'esito delle elezioni per il rinnovo dell'Euroassemblea (in Italia si voterà nei giorni 8 e 9 giugno). Da qui il peso che ciascun cittadino può svolgere nel cammino futuro dell'integrazione comunitaria – di Gianni Borsa

 

Con l’annuncio della ricandidatura di Ursula von der Leyen per un secondo mandato alla guida della Commissione europea, si è aperta questa settimana la corsa ai cosiddetti “top job”, i “posti di comando” dell’Unione europea.

Si tratta, in particolare dei presidenti di Consiglio europeo (ad oggi il belga Charles Michel), Commissione (appunto la tedesca Von der Leyen), Europarlamento (la maltese Roberta Metsola), Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (lo spagnolo Josep Borrell). Nel “gioco” degli incarichi figura inoltre il presidente della Banca centrale europea (Christine Lagarde, francese). Ruoli che peraltro hanno differente durata nel tempo. Ritenuti di minor rilevanza sono invece altri ruoli come i presidenti del Comitato economico e sociale e del Comitato delle Regioni.

La procedura per ognuna di queste cariche è particolare.

Soffermandoci sulle prime tre si può osservare che il presidente del Parlamento europeo viene eletto dagli eurodeputati alla prima riunione (sessione plenaria) dopo le elezioni. Il presidente del Consiglio europeo è scelto dai 27 capi di Stato e di governo che si ritrovano dopo le elezioni dell’Euroassemblea. Gli stessi leader nazionali indicano un candidato alla presidenza della Commissione europea tenendo conto dell’esito delle elezioni parlamentari. In questo caso la scelta dovrebbe ricadere – proprio per rispetto del voto dei cittadini – sullo Spitzenkandidat (capolista) del gruppo politico che ha raccolto più voti in Europa. Il presidente indicato dal Consiglio per la guida della Commissione dovrà poi presentarsi al Parlamento europeo illustrando il suo programma e raccogliere attorno a sé la maggioranza degli eurodeputati.

Più complessa la costruzione del collegio dei commissari: indicati ciascuno dal governo del proprio Paese, dovranno superare le audizioni (sorta di esami) del Parlamento europeo e a loro volta raccoglierne il voto favorevole.

Da questa pur sommaria indicazione delle procedure per identificare i “top job” – per i quali si considera in genere anche un equilibrio tra forze politiche, l’equilibro tra Paesi grandi e piccoli, e naturalmente anche l’equilibrio di genere – ci si rende conto quanto sia complessa la procedura che prenderà avvio dopo il 9 giugno, alla luce dei risultati del voto popolare.

Anche per tale ragione si smentisce l’ipotesi – sostenuta spesso da voci populiste – secondo cui tali ruoli europei non godano di “legittimità democratica”. Il Parlamento europeo è in fatti eletto direttamente dai cittadini; in Consiglio siedono i rappresentanti dei governi, espressione degli elettori; la Commissione passa al vaglio sia del Parlamento che del Consiglio.

Da ciò si deduce un altro, essenziale punto fermo: ciascun cittadino con il voto alle prossime elezioni europee può influire su questo processo e, più in genere, sull’orientamento politico – più o meno “europeista” – delle istituzioni Ue. Da qui il valore di ogni singolo voto. Non a caso la campagna istituzionale per invitare alle urne gli europei è “Usa il tuo voto”. Uno slogan davvero appropriato. Sir 23

 

 

 

Armamenti e ironia della Storia

 

L’Italia si appresta a partecipare a una missione militare europea per proteggere il traffico navale nel Mar Rosso dagli attacchi del movimento Houthi, mentre pochi anni fa interrompeva le esportazioni militari proprio contro i Paesi – Arabia Saudita ed Emirati – che all’epoca contrastavano gli Houthi in Yemen, arrecando un grave e ingiustificato danno alla credibilità del Paese in campo internazionale.

La sospensione delle esportazioni militari italiane verso Arabia Saudita ed Emirati

Il 29 luglio 2019, l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento del Ministero degli affari esteri (UAMA) sospendeva le licenze di esportazione per bombe d’aereo destinate ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Governo Conte 1 con Ministro degli esteri Moavero Milanesi), rilasciate fra il febbraio 2012 e quello 2015 (Governi Monti, Letta e Renzi). La motivazione era il loro utilizzo contro la popolazione civile dello Yemen da parte delle aeronautiche dei due Paesi, negli interventi a sostegno del Governo di quel Paese, contro il movimento Houthi, cominciata all’inizio del secolo.

Il 22 dicembre 2020 la Commissione esteri della Camera approvava una risoluzione, col parere favorevole del Governo (Conte 2 con Ministro degli esteri Di Maio), in cui invitava il Governo a revocare definitivamente le licenze verso Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti “relative alle esportazioni di bombe d’aereo e missili, che possono essere utilizzati per colpire la popolazione civile” e a ”mantenere la sospensione della concessione di nuove licenze per i medesimi materiali e Paesi e a valutare la possibilità di estendere tale sospensione anche ad altre tipologie di armamenti”.

Il 29 gennaio 2021 il Ministro degli esteri Di Maio comunicava, con grande clamore, la sua decisione di revocare le licenze verso i due Paesi, nonostante il Governo fosse dimissionario dal 26 gennaio e, quindi, era in carica solo per il disbrigo degli affari correnti. Oltre tutto, il previsto cambio di maggioranza avrebbe dovuto suggerire, anche per questo, il rinvio di ogni decisione. Per altro, le risoluzioni delle Commissioni parlamentari rappresentano un messaggio politico al Governo, un “invito” in termini formali, e quindi non costituivano atti giuridicamente vincolanti. Ma, ancora una volta, ha prevalso la brutta abitudine italiana di utilizzare strumentalmente la politica internazionale a fini politici ed elettorali interni.

Questa decisione scatenò immediatamente, come prevedibile, un “effetto valanga”, danneggiando i rapporti con i due Paesi amici. Il risentimento, soprattutto degli emiratini, nei  confronti dell’Italia per una scelta inaspettata e, ai loro occhi, inspiegabile, è legato a diverse motivazioni: coinvolgimento diretto della monarchia locale che gestisce il governo; colpiti dall’embargo quando già avevano chiuso l’intervento militare nel conflitto yemenita; offesi nel loro orgoglio nazionale, costringendoli a mettere a terra i velivoli italiani della loro pattuglia acrobatica per la mancata fornitura di parti di ricambio; additati di fatto al mondo come colpevoli di crimini contro l’umanità; traditi da un Paese che ritenevano amico, in cui avevano registrato ingenti perdite su investimenti “patrocinati” dal governo italiano (Alitalia, Piaggio, ecc.).

In questo quadro, la reazione emiratina non si fece attendere, con la chiusura nel giugno 2021 della base italiana di Al Minhad e, nello stesso mese, la mancata autorizzazione al sorvolo nei confronti del velivolo che trasportava in Afghanistan i giornalisti al seguito del Ministro della difesa Guerini per la chiusura della missione italiana. Ma, soprattutto, ha comportato l’esclusione delle imprese italiane dalle possibili commesse dei due Paesi e compromesso l’immagine dell’Italia sul mercato internazionale come fornitore affidabile in campo militare, anche grazie al sapiente utilizzo mediatico da parte dei concorrenti europei e non.

Il cambio di rotta del governo italiano

Già dopo sei mesi comincia la marcia indietro italiana. Il 5 luglio 2021 UAMA comunica la sospensione della sua decisione di chiedere un End User Certificate “rafforzato” ai due Paesi per la fornitura di altro materiale militare (escluso dall’embargo): una formale dichiarazione che non sarebbe stato utilizzato nel conflitto in corso nello Yemen. Una richiesta “originale”, tenendo conto che ogni Paese ha un diritto alla difesa riconosciuto da tutti i trattati internazionali e che nessuno – soprattutto nelle aree più destabilizzate – è in grado di prevedere cosa potrebbe avvenire anche nel breve-medio periodo. Un mese dopo, il 5 agosto 2021, il Governo Draghi prende atto che “l’impegno militare degli Emirati Arabi Uniti in Yemen era cessato”.

Ma la speranza che questi segnali potessero accontentare i due Paesi si è subito dimostrata vana. Solo dopo due anni si è cominciato seriamente a porre rimedio alle precedenti decisioni italiane.

Il 17 aprile 2023 il governo Meloni comunica che, “considerati i nuovi elementi, ha dato attuazione a quanto stabilito dal precedente governo e dunque attesta che l’esportazione di materiali d’armamento negli Emirati Arabi Uniti non ricade più tra i divieti stabiliti dall’articolo 1, commi 5 e 6, della legge 9 luglio 1990 n. 185”.

Un mese e mezzo dopo, il 31 maggio, il governo prende un’analoga decisione verso l’Arabia Saudita, comunicando che “le motivazioni alla base di tali provvedimenti sono venute meno. Da aprile 2022, anche grazie alla tregua convenuta fra le parti, le attività militari sono fortemente rallentate e circoscritte. La significativa riduzione delle operazioni belliche comporta un’attenuazione altrettanto significativa del rischio di uso improprio di bombe d’aereo e missili, in particolare contro obiettivi civili”. Pertanto, “su questo sfondo e alla luce della mutata situazione del conflitto, in linea con la scelta fatta nell’aprile scorso nei confronti degli E.A.U.”, si attesta “che l’esportazione di bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita non ricade nei divieti di esportazione stabiliti dall’articolo 1, commi 5 e 6, della legge 9 luglio 1990 n. 185, essendo conforme alla politica estera e di difesa dell’Italia”.

L’ironia della Storia

Questa lunga ricostruzione evidenzia come le decisioni di sospendere o, a maggior ragione, annullare i contratti di fornitura di equipaggiamenti militari ad un Paese debbano essere molto attentamente valutate, considerandole nelle loro implicazioni dirette e indirette e nella loro proiezione temporale. Una valutazione sugli effetti per il sistema-Paese che deve essere fatta a livello interministeriale e portare a decisioni assunte al massimo livello politico.

Per superare la competenza esclusiva al Ministro degli esteri è, quindi, necessario ricostituire quel Comitato Interministeriale per gli Scambi di materiali di armamento per la Difesa (CISD), voluto dal legislatore nella legge 185 originaria e sciaguratamente soppresso nel 1993, nel quadro della semplificazione dell’attività del governo (buttando via anche il bambino insieme all’acqua sporca). Di qui, l’apprezzabile proposta del Governo Meloni dell’agosto 2023 di ricostituirlo, attualmente all’esame del Parlamento. Peccato che si sia persa l’occasione per “aggiornare” tutta la normativa che risente pesantemente dei 35 anni trascorsi, un periodo dove tutto è cambiato nel mondo della difesa. E doppio peccato perché la soluzione proposta desta qualche perplessità: dall’esclusione del Ministero dell’Economia all’incarico di Segretario del Comitato assegnato al Sottosegretario alla Presidenza che, invece, avrebbe dovuto essere indicato come possibile delegato del Presidente del Consiglio e, infine, alla cancellazione di quell’Ufficio di supporto al CISD e al Presidente del Consiglio che la legge originaria aveva istituito per dare al Governo una propria mini-struttura con la necessaria autonomia e competenza. In ogni caso, la riforma attualmente in discussione avrebbe il beneficio di inibire future improvvide decisioni politiche da parte di un singolo ministro che sacrificano gli interessi e la credibilità del Paese per miopi calcoli politici interni.

Infine, bisognerebbe riflettere sull’ironia della storia. Nel 2019 l’Italia, che si è eretta a giudice quando a bombardare gli esponenti del movimento Houthi erano Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, adesso paga le pesantissime conseguenze economiche del blocco ad opera degli stessi Houthi del traffico navale sulla rotta indo-mediterranea, spostatosi su quella attorno all’Africa con il relativo aumento dei tempi e dei costi e col rischio di indirizzarlo verso i porti del Nord Europa. E, insieme, le paga l’Egitto, la cui stabilità dovrebbe essere messa fra i primi posti delle preoccupazioni occidentali.

A meno di cinque anni di distanza dalle lezioni impartite agli altri, rischiamo di doverci impegnare in prima persona per contrastare gli Houthi. Indispensabile farlo sotto la bandiera europea, ma ricordiamoci che al suo fianco ci sarà quella tricolore. Michele Nones, AffInt 26

 

 

 

 

Parlamento Ue: "Navalny, simbolo di lotta del popolo russo per libertà e democrazia”

 

Bruxelles. “Noi, leader dei gruppi politici del Parlamento europeo, esprimiamo la nostra indignazione per l’omicidio del vincitore del Premio Sakharov 2021 Alexei Navalny in una colonia penale siberiana oltre il Circolo Polare Artico mentre stava scontando una pena detentiva ingiustificata. Rendiamo omaggio alla sua memoria ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze a sua moglie Yulia Navalnaya e ai loro figli, a sua madre, alla famiglia e agli amici, ai suoi collaboratori e agli innumerevoli sostenitori in Russia”. La dura presa di posizione viene dalla Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo (il presidente e i leader dei gruppi politici), sottoscritta oggi a Bruxelles all’unanimità.

La notizia si accompagna con una breve nota della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, la quale chiarisce che la prossima settimana, alla plenaria di Strasburgo, terrà un discorso proprio la vedova di Navalny, Yulia. “Insieme onoreremo l’eredità” del dissidente morto in circostanze da chiarire, afferma Metsola.

Nella nota sottoscritta da tutti i gruppi politici al Parlamento europeo si legge ancora: “La piena responsabilità di questo omicidio ricade sullo Stato russo e in particolare sul suo presidente Vladimir Putin. Chiediamo un’indagine sulle circostanze esatte della morte di Alexei Navalny. La verità deve essere detta, la responsabilità deve essere garantita e la giustizia deve essere servita. Chiediamo che il corpo di Alexei Navalny venga immediatamente restituito alla sua famiglia. Ogni ulteriore ritardo aumenta ancora di più la responsabilità delle autorità russe per la morte di Alexei Navalny. Chiediamo un’indagine internazionale e indipendente sulle circostanze esatte della morte di Alexei Navalny”.

“Alexei Navalny è diventato l’incarnazione della lotta del popolo russo per la libertà e la democrazia”, si legge ancora nella dichiarazione della Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo. “La sua morte non fa che sottolineare l’importanza della sua lotta per una Russia diversa. Dal suo arresto” Navalny “è stato sottoposto a maltrattamenti, torture, punizioni arbitrarie e pressioni psicologiche. Sebbene detenuto in condizioni disumane, Alexei Navalny ha continuato instancabilmente e coraggiosamente la sua lotta, denunciando la corruzione del regime”.

“Noi leader dei gruppi politici restiamo uniti nella condanna di questo crimine del regime russo e delle sue politiche imperialiste e neocoloniali. L’Ue, i suoi Stati membri e i partner che la pensano allo stesso modo in tutto il mondo devono continuare a dare sostegno politico, economico e militare l’Ucraina”. In quest’ottica “accogliamo con favore il recentissimo tredicesimo pacchetto di sanzioni adottato dal Consiglio. Per onorare l’eredità di Alexei Navalny, dobbiamo schierarci con la società civile russa indipendente e l’opposizione democratica, chiedendo continuamente il rilascio di tutti i prigionieri politici”.

“Ci sentiamo incoraggiati dalle notizie sui cittadini russi che rendono omaggio ad Alexei Navalny nelle città e nei Paesi di tutta la Russia. Esprimiamo la speranza che azioni simili continuino a dimostrare che il popolo russo non sta con un regime che sostiene la repressione draconica all’interno del Paese e una brutale guerra di aggressione contro l’Ucraina. La vita, il lavoro politico e la morte di Alexei Navalny sono una testimonianza della lotta contro l’apparente apatia, indifferenza e resa. Possa continuare a incoraggiare e ispirare” il popolo russo. Gianni Borsa, sir 21

 

 

 

Elezioni Sardegna. Eletta Alessandra Todde: "Rotto tetto di cristallo"

 

La presidente appena eletta, candidata del Campo largo di centrosinistra, ribadisce: "Orgogliosa di essere la prima donna presidente della Regione". Il candidato di centrodestra: "Cagliari ha votato contro di me"

 

"Sono orgogliosa e felice di essere la prima donna presidente della Sardegna. Dopo 75 anni siamo riusciti a rompere questo tetto di cristallo ed avere un ruolo che nessuno di noi era riuscito ad avere". Così Alessandra Todde, la candidata del Campo largo, neo presidente della Regione Sardegna in conferenza stampa per commentare il successo elettorale aggiungendo il ruolo "importantissimo che hanno avuto nella squadra le donne che mi hanno supportato" e il ruolo "delle donne che sono andate a votare e hanno fatto la differenza". Todde ha anche ringraziato tutti per aver atteso 16 ore "il testa a testa che è stato lungo e faticoso. Ma come tutte le cose lunghe e faticose hanno dato un risultato importante".

Con il 45,4% Todde, candidata del Campo largo di centrosinistra, ha battuto Paolo Truzzu , candidato del centrodestra, fermo al 45% con 1824 sezioni scrutinate su 1844. Renato Soru (Coalizione sarda) si è fermato all'8,6% mentre Lucia Chessa (Sardigna R-esiste) è all'1%.

"Oggi si deve iniziare a lavorare per la Sardegna, dobbiamo rendere pratico il nostro programma elettorale, partire dalla sanità, dall'assalto eolico che stiamo subendo, dai giovani che emigrano e non hanno occasioni per rimanere in Sardegna", ha detto ancora Todde aggiungendo: "Vorremo un'isola moderna, pulita, meta per chi vuole vivere in un contesto del terzo millennio: mi impegnerò e ci impegneremo perché questa isola rinasca e cambi faccia". Quanto alla "giunta si distinguerà per competenze e capacità, vogliamo essere efficaci".

"Io credo che la Sardegna non sia un laboratorio perché i sardi non sono delle cavie", ha proseguito. "Sono molto contenta che questo progetto di unione possa aver trovato in Sardegna un progetto solido e saldo per dimostrare che la nostra alleanza può funzionare", ha quindi aggiunto. Riferendosi allo sfidante del centrodestra Truzzu: "Mi ha detto che ci saremmo visti in consiglio e gli ho risposto che visto che la Sardegna dovrà avere molti progetti trasformativi che devono includere tutti i sardi e io voglio essere presidente di tutti i sardi, sarà importante trovare la modalità per poter lavorare insieme. Ho aggiunto che tra persone perbene, e lo ritengo tale, non ci saranno difficoltà".

"Mi hanno molto colpito i fatti che sono accaduti a Pisa - io ho studiato a Pisa - e quello che è capitato a dei ragazzi ci deve ricordare che i diritti non sono scontati, che nulla deve essere dato per assodato. Io sono felice che i sardi si siano ricordati della loro storia e abbiano risposto ai manganelli con le matite", ha detto poi la neo presidente della Regione Sardegna.

Truzzu ammette sconfitta: "Mia responsabilità"

La responsabilità "è del sottoscritto e di nessun altro", ha detto Paolo Truzzu, candidato del centrodestra, in conferenza stampa dopo la sconfitta. ''A Cagliari mi pare che ci sia stato più un voto contro di me che per Todde'', ha quindi aggiunto.

Conte e Schlein, la reazione alla vittoria

Con la vittoria di oggi, il Movimento 5 Stelle elegge per la prima volta un governatore. Non accadeva peraltro dal 2015 che il centrosinistra riuscisse a strappare al centrodestra una regione in cui il centrodestra governava. Dopo una prima breve dichiarazione in solitaria, Todde si è presentata alla stampa che affollava il suo comitato elettorale a Cagliari stretta in un abbraccio con il leader del M5S Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein.

"Sono date storiche. Prima donna presidente della Regione Sardegna e anche, devo dire con orgoglio, la prima volta che il M5S esprime un presidente di Regione. E' stato fatto un gran lavoro dalle forze politiche e da quelle civiche, che hanno lavorato qui territorialmente per elaborare un progetto serio e credibile per i cittadini sardi", ha detto Conte, sorridente nella notte davanti ai cronisti, sottolineando che un risultato così sorprendente "fa ben sperare per futuro". Più tardi posta su X un video che lo ritrae intento a palleggiare in compagnia di un cronista di Agorà che conta sei rimbalzi del presidente pentastellato per la vittoria di Todde in Sardegna.

Anche Schlein è sorridente. "Sono molto emozionata perché come dice Alessandra questa è una vittoria dei sardi, di questa straordinaria candidata che ha fatto una campagna splendida e che ridà speranza a questa terra. E' la vittoria di una coalizione e di un progetto convincente e credibile. Siamo molto felici di questo", ha sottolineato. "C'era chi non scommetteva che saremmo arrivati fino a qui...", ha aggiunto, rispondendo convinta a un cronista che le chiedeva se "cambia il vento": "Sì, cambia il vento".

"Erano sicuri di vincere, son venuti qui a Cagliari in pompa magna, con premier e vicepremier, e la Sardegna ha risposto. Ha perso Truzzu, ha perso Giorgia Meloni che l’ha imposto con una forzatura, e ha perso pure Matteo Salvini", ha scritto poi Schlein su Facebook. "Era dal 2015 che non si vinceva una regione in cui governa la destra. Fra due settimane possiamo vincere anche in Abruzzo con Luciano d’Amico -ha aggiunto la segretaria del Pd - Una cosa è certa: l’alternativa c’è. Come Segretaria, a un anno esatto dalle primarie, non potevo sperare in una ragione più bella per festeggiare! Dimostra che la direzione intrapresa è quella giusta e che essere testardamente unitari porta i suoi frutti. Lo saremo anche in vista di altre sfide ugualmente importanti, perché oggi abbiamo dimostrato che la destra si può battere! Forza Sardegna e forza Alessandra!".

Pd partito che ha ottenuto maggior numero di voti

E' il Pd il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti (94.238), con il 13,8% delle preferenze, alle elezioni regionali in Sardegna, quando sono state scrutinate 1822 sezioni su un totale di 1844. Di poco dietro Fdi con 92.963 voti che raggiunge il 13,6%. Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto 53.005 voti pari al 7,8%. Si ferma invece al 3,8% la Lega con 25.589 voti.

Ecco i dati partito per partito della coalizione di centrosinistra: Movimento 5 Stelle 53.005 (7,8%), Demos democrazia solidale 4.647 (0,7%), Progressista 20.721 (3%), Partito Socialista Italiano-Sardi in Europa 11.500 (1,7%), Sinistra futura 20.399 (3%), Fortza Paris 5.943 (0,9%), Partito democratico della Sardegna 94.238 (13,8%), Orizzonte Comune 20.798 (3%), Uniti per Alessandra Todde 27.252 (4%), Alleanza verdi e sinistra 31.815 (4,7%).

Ecco i dati partito per partito della coalizione di centrodestra: Riformatori sardi 48.228 7,1%, Udc Sardegna 19.035 2,8%, Lega Salvini Sardegna 25.589 3,8%, Partito Sardo D'azione 36.958 5,4%, Forza Italia Berlusconi-Ppe 43.149 6,3%, Sardegna al Centro 20 Venti 37.158 5,4%, Alleanza Sardegna-Partito Liberale Italiano 27.884 4,1%, Fratelli d'italia con Giorgia Meloni 92.963 13,6%, Democrazia Cristiana con Rotondi 2.086 0,3%. Adnkronos 27

 

 

 

In Sardegna vince l’alleanza progressista. “Un voto anche di protesta, contro l’autonomia differenziata”

 

A fare la differenza nel voto in regione è stato il bisogno dei cittadini sardi di reagire “al peggioramento della vita e in particolare della sanità” secondo Camilla Soru del Partito democratico, “e la protesta per le conseguenze che l’autonomia differenziata avrà sulla Sardegna”. Decisiva, per costituire l’alleanza politica, è stata l’esperienza di comune opposizione durante il governo Solinas. Per Alessadra Maiorino (M5S) “Meloni voleva bastonare, è stata bastonata. Lavoriamo per una società alternativa a quella delle destre”. Federica D'Alessio

 

Da poche ore Alessandra Todde, deputata del Movimento 5 stelle, già viceministro allo Sviluppo economico nel governo Conte II, imprenditrice sarda nel campo della tecnologia, è la nuova Presidente della Regione Sardegna. Lo sconfitto per una manciata di voti è Paolo Truzzu, attuale sindaco di Cagliari, candidato fortemente voluto dalla Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. “L’alleanza che ci ha portati all’esito desiderato si è forgiata in una opposizione dura e difficile che abbiamo portato avanti insieme, Partito democratico e Movimento 5 stelle, al peggior governo regionale nella storia dell’autonomia sarda, quello di Christian Solinas”, è il commento a MicroMega di Camilla Soru, consigliera del Partito democratico di Cagliari, all’indomani delle elezioni nella sua regione. “Non è mai stata decisa da Roma, come hanno sostenuto alcuni (in particolare il padre Renato Soru, candidato del “terzo polo” che ha ottenuto l’8,6% dei voti, ndr). Non siamo stati e non siamo un esperimento, ma dopo questa vittoria possiamo essere un esempio”.

Il peggioramento della vita e l’autonomia differenziata

“Le cittadine e i cittadini sardi che hanno scelto Todde hanno espresso un bisogno radicale di miglioramento della qualità di vita. E in Sardegna, una delle regioni con più anziani del mondo, molti dei quali affetti da malattie croniche, questo bisogno ha un nome molto chiaro: sanità, pubblica e di qualità”, commenta Soru. “In questi cinque anni di amministrazione Solinas, in cui abbiamo assistito a una gestione amorale della cosa pubblica, la sanità sarda è crollata in efficienza. In generale, abbiamo sperimentato un peggioramento delle condizioni di vita: impoverimento economico, continuità territoriale inesistente quindi separamento forzato dal resto del Paese, e il taglio delle autonomie scolastiche ci hanno dato il colpo di grazia. Tutto questo su due piani intrecciati: la pessima gestione regionale da un lato, e la legge nazionale sull’autonomia differenziata dall’altro”.

Secondo Soru, è proprio il tema dell’autonomia differenziata ad aver avuto un ruolo importante nella scelta di tante cittadine e cittadini di voltare le spalle alla destra. “Si è trattato di un argomento d’interesse che non ha occupato le prime pagine dei giornali o dei salotti Tv, ma che ha coinvolto moltissimo le persone. Sul territorio di Cagliari ci sono state tante iniziative di discussione, è stato un argomento sentito, vissuto con grande preoccupazione da tanti cittadini, perché la legge sulle autonomie differenziate colpisce la forza dell’autonomia sarda”. Se infatti lo statuto speciale della regione sarda ha trovato storicamente la sua ragion d’essere negli svantaggi strutturali che la condizione isolana comportava – e dunque andava nella direzione di quel “regionalismo solidale” previsto dalla Costituzione di cui ha più volte parlato su MicroMega Gaetano Azzariti – la legge di Calderoli sull’autonomia differenziata “dà vantaggi alle regioni più ricche e incrementa lo svantaggio per le regioni più povere, compresa la Sardegna. È un’idea di differenziazione e autonomia che va nella direzione di incrementare le disuguaglianze, non certo di ridurle”.

La vittoria di Todde, per Soru, ha assunto dunque anche il carattere di voto di protesta, malcontento e preoccupazione per una spoliazione della Sardegna che è prima di tutto economico-sociale ed è prima di tutto bisogno di cura del bene pubblico. “La sanità sarà il nostro primo banco di battaglia concreto”, ripete. “C’è bisogno di spesa pubblica per il bene pubblico, non è certamente un capitolo su cui potremo pensare di tagliare la spesa o di incentivare il privato; ma è innanzitutto dall’efficienza e dalla ricognizione che dobbiamo partire, perché la verità è che la spesa sanitaria pro-capite in Sardegna è già oggi la più alta del Paese. E siamo anche la regione con il più alto numero di medici. Nonostante questo, le carenze nel servizio ai cittadini si sono moltiplicate. La ragione è principalmente una: dobbiamo rafforzare la medicina territoriale; usare la nostra autonomia per migliorare ulteriormente il trattamento economico del personale sanitario, e dislocarlo sul territorio in modo che non si debba necessariamente, in una regione così grande e con una rete stradale così malfunzionante, ricorrere a spostamenti difficilissimi nei capoluoghi per potersi curare. Qualità della vita non è abitare tutti a Cagliari, qualità della vita è vivere tutti meglio nelle tante e diverse comunità che compongono un territorio. Su questo ora dobbiamo metterci subito al lavoro”.

Presupposti per un’alleanza stabile

“In Sardegna c’era bisogno di un riscatto, dopo anni di malgoverno della destra, e la vittoria di Alessandra Todde e della sua idea di Sardegna accogliente e inclusiva è testimone proprio di questo”, commenta a MicroMega Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento 5 Stelle. Un riscatto che è anche quello delle opposizioni al governo. “La strada del campo giusto come lo chiama Giuseppe Conte, non del campo largo a tutti i costi, è una strada in cui personalmente credo molto: si forgia sulla condivisione di valori essenziali, di una visione della società, che si costruisce poi attorno alle persone; in questo caso Alessandra Todde, che rappresenta un’identità sarda radicata nel territorio e al tempo stesso un’esperienza di politica alta, ai massimi vertici istituzionali, ha saputo fungere da anello di congiunzione ottimale fra tanti àmbiti diversi, di realtà del territorio così come di realtà politiche”. Per Maiorino, la vittoria ottenuta mette i presupposti per costruire una alleanza stabile, “che sui territori può avere una maggiore elasticità – in Abruzzo l’alleanza elettorale attorno al candidato Luciano D’Amico comprende uno spettro più ampio di forze, che vede convergere anche Italia Viva e Azione – ma che da un punto di vista nazionale chiarisce chi sono i nostri interlocutori: il Partito democratico di Elly Schlein, l’Alleanza Verdi e sinistra. Con loro lavoriamo per candidarci, da subito dopo le prossime europee, a essere l’alternativa al governo Meloni, per costruire una società diversa rispetto a quella che vorrebbero le destre”.

La destra non è né unita né egemone

Certamente, il risultato delle elezioni in Sardegna lascia cadere alcuni miti riguardo alla destra. Il primo è quello di una presunta “egemonia culturale” che da quando hanno ottenuto la maggioranza relativa, la destra eserciterebbe nel Paese, e dalla quale deriverebbe un consenso solido. Caro soprattutto al ceto intellettuale o medio-intellettuale del Paese, il refrain dell’egemonia culturale ignora, deliberatamente, ciò che i dati hanno sempre affermato in modo chiaro, ovvero che le maggioranze con cui si formano i governi nel presente sono sempre più ristrette da un punto di vista dei numeri, ma anche labili nelle preferenze. Cambiano a grande velocità. L’altro mito che cade è quello della solida e invincibile allenza di ferro fra le anime della destra. “Meloni in Sardegna è partita per bastonare, ma è stata bastonata”, commenta Maiorino, riferendosi all’infelice sorte di Paolo Truzzu. “Umiliando il candidato della Lega, Salinas, e dunque anche i vertici del partito suo alleato, Meloni avrebbe dovuto incassare una vittoria per tenere in piedi la sua coalizione. Così non è stato”. Ora in Abruzzo, dove il candidato Marco Marsilio – attuale Presidente e favorito per la vittoria – è un uomo di punta della cerchia dei Fratelli d’Italia, arriverà un’altra prova importante. “Questa maggioranza è divisa su tantissimi dossier che scottano: dal terzo mandato dei sindaci fino al Premierato, la verità è che si danno botte da orbi”, secondo Maiorino. “A noi ora spetta rinsaldare il nostro progetto condiviso e portarlo avanti”.

L’ago della bilancia di questa possibilità, colei che si trova nella posizione più delicata e più difficile, è Elly Schlein. A un anno dalla sua elezione a segretaria del Partito democratico, porta a casa la prima grande prova superata. “La sua bravura nell’ascoltare il territorio, non imporci alcuna scelta ma favorire il percorso iniziato a livello regionale, con i suoi tempi e il nostro bisogno di discussione, ha fatto la differenza in Sardegna”, commenta Soru. “Siamo arrivati alla decisione di proporre Alessandra Todde come candidata unitaria attraverso questo tipo di percorso; il suo profilo va sicuramente anche nella direzione di un rinnovamento di leadership, che lascia più spazio alle donne, che lascia più spazio in generale alla libertà di fare politica, di praticare la politica.” Una direzione in cui non ha creduto l’altro Soru, Renato, ex Presidente della Regione Sardegna, padre di Camilla, che durante la campagna elettorale ha attaccato più volte Todde, definendola anche “usata da una classe politica di soli uomini per fingere il cambiamento”. “Le scelte di Soru hanno indubbiamente creato un percorso in salita per Todde, che ha dovuto sconfiggere due avversari. Sono ragioni di tristezza. Da parte sua abbiamo registrato un abbarbicamento al passato, con atteggiamenti da vecchio signore patriarcale”, è il pensiero di Maiorino. “Anche questo è il tipo di politica che dobbiamo superare”. Per Soru, il padre “Ha fatto le sue scelte. Sono contenta di averne fatte altre”. MicroMega 28

 

 

 

 

Zelensky a Berlino, patto sulla sicurezza tra Ucraina e Germania

 

Truppe russe sono riuscite a prendere il controllo della principale via di rifornimento per la città assediata di Avdiivka, in Ucraina orientale. «Il rifornimento di Avdiivka e l'evacuazione dalla città sono ora più difficili, ma usiamo un’arteria logistica approntata per tempo», ha detto il portavoce militare ucraino Dmytro Lykhoviy, parlando alla televisione di Kiev. La linea del fronte, ha spiegato, è in movimento e alcune unità ucraine hanno dovuto ritirarsi su «posizioni più favorevoli», mentre in altri luoghi hanno respinto più indietro le forze russe. Da diversi giorni sia i blogger militari ucraini che quelli russi riferiscono di avanzate dei russi, particolarmente a nord est della città.

«C'è un forte bisogno di coordinare le nostre spese sulla difesa - ha sottolineato l'ex premier Mario Draghi - per evitare i duplicati e gli sprechi. D'altra parte dobbiamo investire su alcuni settori della difesa e tutto questo è possibile solo con una visione comune della difesa e della politica estera».

L'affondamento della nave da sbarco russa Caesar Kunikov, avvenuta ieri a largo della Crimea, avrà un forte impatto sulla logistica della Flotta del mar Nero e dei trasporti fra la terraferma russa e la Crimea. Lo scrive l’intelligence militare britannica nel suo bollettino sulla guerra in Ucraina, sottolineando che, su dieci navi da sbarco della classe Ropucha, gli ucraini ne hanno già affondare tre.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si recherà oggi a Berlino e poi a Parigi per firmare accordi bilaterali di sicurezza e chiedere un maggiore sostegno militare per il suo Paese in difficoltà di fronte all'offensiva della Russia. Questo mini tour diplomatico porterà il presidente ucraino anche alla 60esima Conferenza di Monaco sulla sicurezza, l'incontro annuale chiamato anche "la Davos della Difesa" che si svolge nella città meridionale tedesca. Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo terzo anno e la situazione sul campo di battaglia è «estremamente complessa», secondo il nuovo comandante in capo dell'esercito ucraino, mantenere la mobilitazione degli alleati è una priorità per Kiev. LS 16

 

 

 

Due anni di guerra in Ucraina: chi sta pensando al dopo?

 

I due anni di guerra della Russia contro l'Ucraina iniziati il 24 febbraio 2022 hanno consolidato il Paese, ma anche aperto nuove ferite e paradossi all’interno della sua eterogenea società. Oggi che il patriottismo iniziale si sta spegnendo, quasi fosse alla fine di un processo naturale, lasciando spazio al dolore strumentalizzato da un nuovo tipo di risentimento nazionalista, la politica, l’esercito e la cittadinanza si trovano di fronte a scelte decisive per il futuro del Paese. Nel difendere ogni centimetro di territorio dall’espansionismo russo, Kyiv deve evitare di diventare una nuova Mosca.

 

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, gli ucraini non sono sicuri che il paese si stia muovendo nella direzione giusta. È questo il risultato del ventiseiesimo campione del Rating Monitoring, un sondaggio ripetuto periodicamente per testare gli umori della cittadinanza. I dati pubblicati lo scorso 19 febbraio segnalano come quasi una persona su due (il 46%) ritenga che l’Ucraina abbia intrapreso una direzione sbagliata. Per rendere l’idea, lo scorso febbraio, a ridosso del primo anniversario di guerra, le risposte negative erano appena il 9%, quelle positive il 77%. Una differenza abissale che solleva numerosi punti di analisi sull’andamento della resistenza ucraina all’invasione russa, giunta oggi al suo settecentotrentesimo giorno di fila.

Con tutti i limiti dei sondaggi condotti in un paese in guerra, l’85% continua a credere nella vittoria contro la Federazione Russa, sebbene il 79% ritiene questa eventualità impossibile qualora dovesse chiudersi definitivamente i rubinetti del sostegno occidentale. Quest’ultimo appare il principale timore della popolazione ucraina, e soprattutto dell’élite politica.

La percezione di tradimento dopo un biennio di retorica occidentale sulla lotta per la libertà e democrazia, mentre il sostegno all’Ucraina è retrocesso al livello di uno dei tanti temi della pre-campagna elettorale statunitense, cresce a dismisura all’interno del paese. I suoi effetti, se prolungati, saranno imprevedibili: in modo particolare se la situazione al fronte dovesse ancora peggiorare, dopo la recente e caotica ritirata ad Avdiivka, nei sobborghi occidentali della città di Donec’k.

La scorsa estate il giornalista e storico Mychajlo Dubinjans’kij – penna ‘controcorrente’ dell’Ukrainska Pravda – delineava i rischi politici e sociali di una ‘vittoria mutilata’ dell’Ucraina, nel caso cioè Kyiv non fosse riuscita, alla fine della guerra, a riconquistare tutti i territori occupati, comprensivi delle repubbliche autoprocalmate dell’est e della Crimea. Con un paragone diretto alla condizione italiana in seguito alla Grande guerra, Dubinjans’kij avvertiva i lettori dei rischi di un risentimento nazionalista che avrebbe potuto degenerare nell’instaurazione di un governo autoritario di estrema destra a Kyiv.

* Queste ipotesi erano formulate nel pieno dell’ottimismo per la controffensiva ucraina della scorsa estate. In seguito al fallimento di quest’ultima, le prospettive sono cambiata (…) Andrea Brashchayko, MicroMega 21

 

 

 

 

Un conflitto senza fine

 

Fra pochi giorni, l’Operazione Militare Speciale lanciata da Vladimir Putin all’assalto dell’Ucraina concluderà il suo secondo anno di guerra. Malgrado il gran numero di morti, combattenti e civili, le enormi distruzioni e l’altissimo costo economico sopportato da ambedue le parti, non sembra affatto che questo conflitto si avvicini ad una conclusione, né ad una lunga tregua.

Il fatto è che nessuno dei contendenti è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: la Russia non ha né conquistato né domato l’Ucraina e quest’ultima non è riuscita a cacciare le truppe degli invasori da una larga fascia, circa il 20%, del suo territorio nazionale. Teoricamente, questa potrebbe essere la premessa per un compromesso che, pur senza arrivare ad una pace stabile, consenta l’instaurarsi di un lungo armistizio (quella che in gergo viene definita la “soluzione coreana”). Ma il problema è che questo conflitto ha assunto una valenza politico-strategica che va molto al di là delle, relativamente, semplici questioni territoriali.

Gli obiettivi strategici di Putin in Ucraina

Il dittatore russo ha più volte spiegato come egli attribuisca a questa guerra un grande valore strategico. Si tratta, a suo avviso, di difendere e riaffermare il ruolo ed il rango di grande potenza della Russia nei confronti del mondo occidentale, degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea, respingendo, e possibilmente annullando, l’allargamento verso Est di questo sistema, verificatosi a partire dal 1989. A tal fine è necessario, in primo luogo, assicurare il controllo dell’Ucraina da parte di Mosca.

Aver alzato la barra ad un tale livello non lascia spazio per raggiungere un compromesso equilibrato. Dopo due anni di guerra, Putin sembra puntare ancora alla pura e semplice sconfitta dell’Ucraina. Ma una tale inflessibilità e un tale massimalismo obbligano anche l’Occidente a definire con maggior chiarezza quali siano i suoi obiettivi, al di là della solidarietà nei confronti degli aggrediti e della loro strenua resistenza contro l’invasore.

È probabile che a Mosca si pensi che gli alleati occidentali dell’Ucraina, o almeno una loro parte, non diano a questa guerra la stessa importanza sistemica attribuitale da Putin. Se così fosse, essi potrebbero finire per accettare un compromesso squilibrato a favore della Russia. Al Cremlino, ad esempio, potrebbero sperare che un’eventuale rielezione di Donald Trump alla Presidenza americana renda questa ipotesi plausibile.

Cresce l’incertezza per il futuro dell’Ucraina

In un tale scenario, quali sarebbero gli interessi europei e quali le prospettive di farli prevalere?

L’allargamento dell’Europa verso Est è stata una delle più significative scelte politiche, sia in ambito Nato che per l’Ue. Rimettere in discussione questa scelta significherebbe anche minare la credibilità di queste istituzioni e, in genere, del concetto stesso di “Occidente”. Il fatto che tale politica si scontri con la decisa opposizione della Russia è probabilmente anche conseguenza di errori e sottovalutazioni, ma ciò non giustificherebbe un improvviso cambiamento di rotta.

Ad oggi, il bilancio del conflitto è piuttosto positivo. La deterrenza ha funzionato, non solo a favore della Russia, che ha sinora evitato che il conflitto si estendesse in profondità sul suo territorio, ma anche a favore dell’Ucraina, che non ha subito attacchi nucleari, e dell’Occidente, che ha potuto continuare indisturbato ad imporre sanzioni alla Russia e a rifornire di armamenti l’Ucraina. Lo scontro convenzionale non ha visto una vittoria ucraina, ma neanche un successo dei russi, che al contrario hanno subito ingenti perdite.

C’è però una crescente incertezza circa il futuro: quanto potrà durare ancora questa situazione? Le risorse umane e militari russe sono molto superiori a quelle degli ucraini, che possono colmare tale deficit solo grazie agli aiuti degli alleati, ma che comunque sopportano da soli il costo delle perdite umane e l’impatto della sistematica distruzione delle loro città e infrastrutture. La domanda è se gli alleati dell’Ucraina siano disposti a continuare a sostenere questo sforzo a tempo indeterminato, fino a quando l’Ucraina vorrà e potrà combattere o la Russia rinuncerà alle sue ambizioni.

Il ruolo dell’Unione europea nel conflitto

Molti ritengono che l’Europa non avrebbe le capacità necessarie, senza il determinante contributo americano, e che quindi l’intera partita si giocherà a Washington, tra Casa Bianca e Congresso, e forse con le prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, tale posizione riduce l’intera realtà politica europea ad un semplice ruolo di comparsa ed in pratica finisce per delegare a Washington e a Mosca (e forse ad altri ancora) il compito di definire cosa accadrà ai nostri paesi.

La questione Ucraina diviene quindi un essenziale banco di prova per le ambizioni di “autonomia strategica” dell’Europa o anche, più concretamente, per definire la natura del nuovo sistema di sicurezza europea. In questa direzione vanno molti discorsi e proposte avanzate in queste settimane dalle istituzioni europee ed atlantiche, nonché i pronunciamenti di alcuni governi, quali ad esempio quelli di Francia e Germania. Rimane però la necessità di concretizzare tali affermazioni con i necessari impegni sia in termini di bilancio che in termini di politica industriale.

Prolungandosi nel tempo e rimanendo irrisolto, il conflitto in Ucraina ha visto crescere la sua importanza politica. Visto inizialmente come il tentativo russo di riaffermare la primazia di Mosca sui territori della vecchia Urss, è diventato centrale per il futuro del sistema occidentale e quindi anche degli equilibri globali. Stefano Silvestri, AffInt 19

 

 

 

 

Arrestata a Berlino l’ex terrorista della Raf Daniela Klette: aveva il passaporto italiano

 

L’identificazione grazie alle impronte digitali – di Jeanne Perego

 

Ieri sera nel quartiere di Kreuzberg a Berlino, dopo oltre 30 anni di latitanza e di ricerche infruttuose della polizia, è stata arrestata Daniela Klette, ex terrorista del gruppo di estrema sinistra tedesco Rote Armee Fraktion (RAF), uno dei gruppi terroristici più famosi e più violenti del secolo scorso, noto nel periodo iniziale anche come “banda Baader-Meinhof”, dai cognomi dei suoi due membri più noti, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, morti suicidi nel carcere di Stoccarda. La notizia dell’arresto è stata comunicata oggi dalla Procura di Verden, in Bassa Sassonia: «abbiamo arrestato la signora Klette», ha dichiarato il procuratore capo di Verden, Koray Freudenberg. La Klette, 65 anni, era ricercata insieme ai due complici Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub, quest’ultimo ritenuto anche suo compagno di vita. Sui tre pendono le accuse di un attentato dinamitardo al Centro tecnico della Deutsche Bank di Eschborn nel 1990, di un tentato omicidio nel 1993 e di rapine a furgoni portavalori e supermercati nel periodo tra il 1999 e il 2016. I tre fanno parte di quella che è stata chiamata la terza generazione della RAF, la formazione di guerriglia urbana antimperialista ispirata ai Tupamaros uruguayani, che si macchiò di 34 omicidi di leader politici, economici e amministrativi, dei loro autisti,di poliziotti, ufficiali e soldati americani, e del ferimento di oltre 200 persone. Il gruppo si sciolse il 20 aprile 1998 con un semplice comunicato.

La terza generazione della RAF si formò attorno al 1993 con nuovi obiettivi, pianificati anche in collaborazione con altri gruppi terroristici dell’Europa occidentale, come le Brigate Rosse e Action Directe in Francia. Il gruppo è accusato, tra gli altri crimini, dell’omicidio nel 1989 di Alfred Herrhausen, presidente della Deutsche Bank, e di quello, nel 1991, di Detlev Karsten Rohwedder, presidente della Treuhand, l’ente nato dopo la riunificazione tedesca con il compito di privatizzare le aziende statali dell’ex DDR. Tuttora ci sono dubbi su quali furono gli autori dei singoli crimini, visto che tutti i membri della RAF si sono attenuti alla regola del silenzio assoluto. La Klette con Staub (ora 69enne) e Garweg (55 anni) sono scomparsi nel nulla dopo lo scioglimento del gruppo terroristico nel 1998. Ma gli esami del DNA rivenuto sulle scene del crimine hanno portato gli investigatori a arrivare alla conclusione che i tre potrebbero essere responsabili di rapine a bancomat e supermercati avvenute tra il 1999 e il 2016 in varie località della Bassa Sassonia e della Renania Settentrionale-Vestfalia e dell’attentato dinamitardo del 1993 al penitenziario di Weiterstadt. La traccia genetica trovata in quell'attacco corrisponde a quelle lasciate nella rapina a un camion portavalori a Duisburg -Rheinhausen nel 1999, in cui fu rubato un milione di marchi tedeschi. La procura di Verden ipotizza che le rapine compiute dai tre non avessero una motivazione politica, ma che il trio si sia dato alla piccola criminalità per finanziare la propria vita clandestina dopo lo scioglimento della RAF.

La Procura di Verden e l'Ufficio di Polizia Criminale della Bassa Sassonia da decenni cercavano anche con l’ausilio di foto segnaletiche “invecchiate” artificialmente quelli che sono stati definiti i tre “pensionati della RAF”. La ministra dell'Interno della Bassa Sassonia Daniela Behrens oggi, commentando l’arresto dell’ex terrorista, ha parlato di un “grande successo” e di una “pietra miliare nella storia criminale tedesca”, e ha detto che l’arresto della Klette dimostra che i terroristi non potranno mai sentirsi al sicuro in Germania. Secondo la Polizia criminale della Bassa Sassonia e la procura di Verden, al momento dell’arresto Daniela Klette non ha opposto resistenza. Nell’appartamento dove si trovava sono state ritrovate munizioni e due caricatori per una pistola, secondo lo Spiegel gli investigatori avrebbero sequestrato anche un passaporto italiano. Con riferimento alla cattura della ex terrorista la polizia criminale di Hannover ha comunicato l’arresto anche di un uomo che avrebbe la stessa età di uno dei due terroristi della RAF, Ernst-Volker Staub e Burkhard Garweg, ricercati da anni insieme alla Klett. L’identificazione dell’uomo però non è ancora stata completata e potrebbe richiedere diverse ore. La polizia tedesca aveva inserito Klette, Staub e Garweg nella lista delle persone più ricercate d'Europa stilata dall'Europol. Per chi avesse fornito informazioni che portassero all'arresto dei tre c'era una taglia di 150mila euro. LS 27

 

 

 

Interventi controcorrente. Germania: da locomotiva economica a ... carro armato arrugginito?

 

"Was ihr den Geist der Zeiten heißt,

Das ist im Grund der Herren eigner Geist,

In dem die Zeiten sich bespiegeln.“

(Goethe, Faust II)

     “Quello che chiamate lo spirito delle epoche,

       è fondamentalmente lo spirito dei dominatori,

       nel quale le epoche si rispecchiano."

 

Se sostituiamo spirito con opinione dominante abbiamo

la definizione di Marx –Engels nella Deutsche Ideologie (1845-46):

 

„Die Gedanken der herrschenden Klasse

sind in jeder Epoche herrschende Gedanken“

   “Le opinioni della classe dominante

     sono in ogni epoca le opinioni dominanti”

 

E se consideriamo che il modo più efficace per diffondere ed imporre opinioni è creare e coltivare pregiudizi ecco il sintetico giudizio di Vladimir Ilic Lenin:

     “Le guerre sono incoraggiate dai pregiudizi

       sistematicamente coltivati da un popolo contro l'altro."

 

Pace possibile e guerre evitabili

Che l’inganno passi poi attraverso false promesse è una costante storica e quindi eccoci arrivati all’origine della più recente fase del secolare conflitto fra USA e UDSSR prima e Federazione Russa poi, cioè alla colonizzazione dell’Ucraina con il dichiarato scopo di utilizzare cinicamente quello sventurato popolo per una guerra esclusivamente finalizzata agli interessi anglo-americani. La parte più vergognosa venne e viene tuttora recitata dal vassallo europeo, l'Unione Europea che con un contratto capestro imposto al presidente Janukovic nel 2013  (l’adesione all’Unione Europea era condizionata dall'interruzione della cooperazione economica con la Federazione Russa)  aveva posto le premesse per la rivolta di piazza Maidan a Kiev, dove facevano la spola uno dopo l’altro tutti i ministri degli esteri europei e il vice presidente Biden era presenza costante insieme ad altri falchi guerrafondai statunitensi.

 Le false promesse di benessere con l’adesione all’UE avevano ingannato cinicamente una popolazione già spogliata dalle privatizzazioni selvagge e dalla corruzione spaventosa degli oligarchi, che al contrario di quanto avvenuto in Russia nel “dopo Jeltsin”, si erano impadronitisi totalmente dopo del patrimonio collettivo anche del potere politico.

Economicamente l’Ucraina - che prima dello smembramento dell'Unione sovietica era la repubblica più avanzata economicamente - già all'inizio degli anni 2000 era divenuta la più disastrata: milioni di ucraini erano già emigrati in tutta Europa, inizialmente soprattutto in altri Paesi dell'Europa dell'Est.

Si può sintetizzare il recente dramma ucraino con una contrapposizione di termini che in inglese così suona: " welfare – warfare" ecco l’origine dell’ultimo tragico atto negli anni 2013-14: la gente intendeva "welfare" (benessere), gli Stati Uniti e l’Unione Europea intendevano warfare ("guerra").

La falsità della narrazione anglo-americana e dei vassalli europei è documentatamene smentita dagli stessi attori: prima avevano convinto il legittimo presidente Janukovic a non liquidare le proteste con la forza in cambio di una promessa di regolamento pacifico del problema (posporre la firma del trattato per l’adesione all’UE a nuove elezioni) ma il giorno seguente i ribelli evidentemente non troppo pacifici avevano inscenato una strage nella piazza, invaso il parlamento e il presidente era fuggito per evitare la morte.

 Furono allora gli emissari USA a dettare la composizione del nuovo governo fantoccio di Kiev, anche contro le timide proposte della Unione Europea, liquidate col noto volgarissimo “F…k you EU” dalla rappresentante USA Victoria Nuland in una telefonata divenuta pubblica. Alcuni ministri di provenienza straniera e di fede atlantica ricevettero il passaporto ucraino un paio d’ore prima del giuramento del nuovo governo filo USA.

Il governo russo avrebbe allora potuto, volendolo invadere senza sforzo l’intera Ucraina, ma questa intenzione benché ripetuta a iosa dal coro dei vassalli occidentali e dai loro padroni non è mai stata un’opzione per la Russia, per evidenti motivi che gli osservatori anche occidentali ben conoscono: un Paese disastrato economicamente e col più alto tasso di corruzione mondiale, costruito artificialmente mettendo insieme etnie diverse e territori espropriati ad altri Stati (Romania, Ungheria e Polonia) non è  mai stato gestibile da alcuna forza di occupazione.

Lo stesso presidente UDSSR Krushiev per tenere buoni i nazionalisti ucraini (cioè gli eredi dei collaboratori hitleriani, seguaci del criminale Stepan Bandiera coinvolto in massacri di ebrei e polacchi ma dichiarato dal 2014 eroe nazionale ucraino!) aveva addirittura regalato loro la Crimea, territorio da secoli sempre russo. Ed infatti a prova di questa ingovernabilità le ribellioni contro il governo fantoccio USA iniziarono immediatamente nell’Est del Paese, nel Donbass.

Se la Russia avesse occupato la parte occidentale si sarebbe trovata in quelle aree nell’identica situazione degli attuali governi ucraini con le aree orientali russofone. Ne gli uni né gli altri avrebbero potuto unificare il Paese rispettivamente con un’egemonia ucraina o russa.

L’unica possibilità era e resta una federazione con ampie autonomie locali ed il rispetto delle lingue e tradizioni tutte (non solo del russo ma anche di polacco, ungherese e rumeno nelle rispettive aree). Sarebbe stata una soluzione con tutti vincenti, “win-win” come si dice scimmiottando l’inglese. Ma evidentemente questa non era l’intenzione di coloro che come gli USA avevano per stessa loro pubblica ammissione già investito 5 miliardi di dollari per creare un loro vassallo ulteriore in Europa.

Ed infatti i due accordi di Minsk, firmati dal governo fantoccio di Poroshenko e dai rappresentanti delle province indipendentiste dell’Est (Donbass) nel 2014 col patrocinio e l’impegno a farli rispettare di Francia e Federazione Russa e recepiti anche dall’ONU erano stati concepiti da parte ucraina e USA/Germania e Francia come volgare inganno e finzione, uno stratagemma per guadagnare tempo per armare l’Ucraina. Ne abbiamo pubblica dichiarazione nel 2022 da parte sia del Presidente ucraino di allora, Pietro Poroshenko che della cancelliera tedesca Merkel (il presidente Holande è nel frattempo sparito nella “poubelle de l’histoire” e quindi non val la pena interrogarlo).

Dunque l’Occidente voleva la guerra e la stava preparando: eccola.

Ma la guerra non è soltanto uno scontro per procura USA-Russia in territorio altrui, ma come sempre meglio si comprende, un rafforzamento del dominio anglosassone in Europa (l’uscita della Gran Bretagna dall’UE non è stata estranea a questa strategia).

Un obiettivo tanto evidente quanto impossibile ed assurdo sia per gli USA che per la NATO: sconfiggere l’armata russa: un’illusione sulla quale concordano tutti gli osservatori internazionali con conoscenze in materia militare e anche alti militari che furono in passato consiglieri di presidenti USA e come dimostrano i fatti sul terreno.

Guerre ed economia

 Ma le illusioni belliche hanno anche una spiegazione e giustificazione economica, e questa sì che è reale e dimostrata: sono i profitti del “complesso militar industriale”, che per riprendere un vano ammonimento del generale Eisenhower, 34mo presidente degli USA è divenuto in Occidente il vero potere decisionale dal 1945 in poi.

Come è noto e abbiamo constatato più volte ancora nell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo funziona ciclicamente e necessita periodi di crisi per sopravvivere, essendo la molla del sistema il profitto. Le crisi economiche possono avere varie origini commerciali che le scatenano (che siano bolle immobiliari, speculazioni borsistiche sulle tecnologie digitali, crisi da scarsità di materie energetiche) ma tutte queste hanno limiti che nei momenti più difficili del ciclo possono purtroppo essere superate solo passando ad economie di guerra.  Anche su questo aspetto la storia non manca di esempi eloquentissimi.

 Evidentemente però, quelli che per le popolazioni sono costi e lutti, per le industrie e i mercanti di morte sono profitti facili poiché non c’è necessità di battere la concorrenza: i prezzi degli armamenti li dettano direttamente i produttori, senza discussioni da parte dei governi che li pagano … coi soldi dei contribuenti. Nulla di più facile e redditizio che produrre armi, questo lo si sa da sempre.

Ancora una volta si dimostra purtroppo vera la constatazione di Jean Jauré, politico francese contrario alla guerra ed assassinato nel 1914: «Le capitalisme porte en lui la guerre comme les nuages portent la pluie.» “Il capitalismo porta la guerra dentro di sé come le nuvole portano la pioggia”. (1)

 Il passaggio da un’economia da civile ad una bellica consente indubbiamente guadagni favolosi ma unicamente a pochi settori selezionati. Ad esempio dopo l'inaugurazione del nuovo stabilimento per la produzione di munizioni e altri armamenti della Rheinmetall, le azioni di questa società in una settimana sono salite del circa 20 % (e già si erano quasi raddoppiate nel corso dell'ultimo anno). E questo è solo uno dei numerosi casi di profitti bellici. Come nel triennio coviciano l'industria farmaceutica, ora tocca a quella militare far bottino.

La corsa al profitto facilita almeno inizialmente il pieno impiego ed è quindi una scelta vitale per la Germania, ed in parte per gli altri Paesi europei per fronteggiare la disoccupazione conseguente allo smantellamento ed alla de-localizzazione in USA o in Cina delle industrie chimiche e di quelle ad esse direttamente collegate che potevano sopravvivere solo grazie a gas e petrolio a buon prezzo.

Ma ciò non avviene senza una contestuale distruzione della società a tutti i livelli: culturalmente per l’imposizione di una censura ed un pensiero unico controllato, socialmente per la diffusione di paure e comportamenti obbligati ad uniformarsi al diktat dei governi, ed economicamente con costi elevati sia per le classi mediche sono destinate ad un impoverimento continuo ed inarrestabile, che per i ceti meno abbienti ai quali vengono ridotti gli aiuti sociali ed assistenziali.

 Tutti gli investimenti non redditizi dalle scuole agli ospedali sono soggetti a tagli di spesa. Per gli ospedali in particolare la situazione diviene tragica: in Germania ad es.  molti sono già stati chiusi e circa la metà è a rischio di eliminazione. Motivo: non producono reddito, non consentono profitti. Sembra assurdo che il sistema debba trarre profitto anche dai malanni, ma questo è il neoliberismo. Che non si ferma qui poiché come abbiamo visto di recente se i malanni reali non sono sufficienti se ne creano di artificiali.

I fondi per le armi si devono pur trovare e sempre in Germania, non potendo più contare sulle massicce esportazioni del periodo fra l’introduzione euro e l’inizio della guerra USA/NATO contro la Russia in Ucraina, i governanti devono preparare i cittadini ai sacrifici bellici inventando tutte le giustificazioni necessarie codificate quasi un secolo or sono dal nipote di Freud, Edward Bernais (2) : come modellare la pubblica opinione scientificamente con l’ingegneria del consenso, la teoria di quella che in letteratura è stata poi descritta da Orwell nel suo romanzo distopico”1984”.

Ciò richiede educazione all’obbedienza e fede nelle decisioni governative, per assurde che esse siano. Ovviamente con gradualità: nel 2022 il cancelliere parlava di inviare 5000 elmetti in Ucraina, ora si è arrivati ai missili a 500 km di gittata con testate esplosive di 1,4 tonnellate. La Germania già ora sopporta il maggior sforzo economico rispetto a tutti gli altri stati europei per l’invio di armi nel poligono di tiro ucraino ed il cancelliere fa la spola continuamente a Washinton per ricevere ordini dal presidente Biden.

La stampa ed i media tedeschi tutti (analogamente a quasi tutti gli altri Paesi europei) non hanno che un’unica narrazione: difendendo l’Ucraina (cioè il governo fantoccio USA che per anni ha bombardato i connazionali nelle regioni russofone ed ha messo fuori legge la loro lingua) si difende anche la libertà in Europa. Una discorso che avevamo sentito ripetere per 20 anni già a proposito dell’invasione occidentale dell’Afganistan (la cancelliera Merkel non perdeva occasione per ripetere che “la Germania si difende anche in Afganistan” “Am Hindukusch werde auch für die Sicherheit in Deutschland gekämpft”. (3)

Abbiamo visto come è andata a finire in quel martoriato Paese: 176.000 Afgani morti di cui 46.319 civili secondo le stime più prudenti, per la sola Germania 12 miliardi di euro di costi e  la democrazia  colà è tornata … coi Talibani.

Nord Stream

 L’atto terroristico col quale la Germania è stata privata dell’energia russa a buon mercato era stato annunciato pubblicamente dal presidente statunitense in presenza per non dire in faccia al Cancelliere Scholz. Costui,  interrogato da una giornalista a proposito delle dichiarazioni di Biden,  altro non aveva saputo dire che “facciamo tutto insieme” (non sappiamo se  era distratto o non aveva capito la domanda ma certamente non avrebbe potuto contestare, poiché altrimenti non avrebbe atteso la domanda ma sarebbe stato suo dovere chiedere al presidente USA come si permetteva di annunciare la distruzione di un gasdotto costruito con fondi tedeschi e  di vitale importanza per l’economia della Germania (4).

 Per completezza di informazione e per spiegare il comportamento supino del cancelliere tedesco va tuttavia ricordato che con 20 basi e 35.000 militari USA perennemente stazionati sul territorio tedesco difficilmente una colonia statunitense come la Germania può rischiare disobbedienza agli ordini del Paese dominante. E non si può chiedere coraggio a chi non ce l’ha e sa che cosa rischia a disobbedire: non tutti hanno la schiena diritta come ad esempio Aldo Moro e sappiamo che gli è costata la vita.

E di questi tempi non è più sufficiente pagare come fece ad esempio il Cancelliere Kohl in occasione della prima Guerra del Golfo, nel 1991: a ragione della totale opposizione del popolo tedesco all’aggressione dell’Irak per liberare il Kuwait, aveva ottenuto dal Presidente degli Stati Uniti l’autorizzazione a non inviare in guerra soldati tedeschi ma aveva dovuto pagare 6,6 miliardi di dollari agli USA (5).

Trasformare l’economia civile europea in economia di guerra e preparare le popolazioni alla guerra dichiarata inevitabile contro la Russia (e la Cina): questo infatti è l’obiettivo chiaro e indiscutibile dei signori della guerra, cioè degli anglosassoni. Il segretario NATO ha già calcolato anche i tempi (frai 5 e gli 8 anni, altri governanti hanno nominato cifre analoghe.

Nessuno ha protestato contro questa follia poiché questo è il destino ed il compito dei vassalli europei. Esponenti di tutti i partiti dell’attuale coalizione governativa tedesca, Verdi in testa per ferocia guerriera, insistono per inviare in Ucraina missili con portata di 500 km per far colpire in profondità il territorio russo, unica illusoria possibilità di evitare la disfatta totale dell’esercito ucraino dei suoi numerosi mercenari stranieri vista la mancanza di soldati locali  (un’intera generazione di ucraini è stata infatti sacrificata, oltre 400 mila secondo le stime degli osservatori militari statunitensi) (6)  e non potendo far rientrare in Ucraina tutti quelli che per loro fortuna hanno scelto in tempo la via dell’ esilio, i guerrafondai pensano di  sconfiggere l’armata russa con armi sempre più letali. Illusione anche questa poiché come tutti gli osservatori internazionali e anche alti militari che furono in passato consiglieri di presidenti USA dichiarano apertamente impossibile fermare l’armata russa che dispone di armamenti nucleari, cosa che i guerrieri da salotto dimenticano.

I veri problemi in Germania messi sotto il tappeto

 I contadini protestano in tutta Europa ma in particolare in Germania, il governo tedesco in piena crisi e che sente il terreno sfuggirgli sotto i piedi (tutti i partiti dell’attuale coalizione sono in perdita nei sondaggi), per distrarre dalla massiccia protesta dei contadini ha lanciato una campagna mediatica di demonizzazione dell’unico vero partito di opposizione (AfD, Alleanza per la Germania) incitando i cittadini a manifestare contro un fantomatico “pericolo per la democrazia” proveniente da una non meglio definita “destra” ma concretamente indicando appunto questo partito presente in parlamento che nei sondaggi risulta in crescita vertiginosa.

Chiunque nutra simpatie per le aspirazioni di quella che fu la “sinistra” dei primi decenni dopo il 1945 (e di cui non è rimasta traccia) e si ricorda della libertà e vivacità del dibattito e confronto politico e culturale di quell’epoca (di cui non rimane che il ricordo), non trova in un partito come la AfD alcun elemento positivo, né nell’interesse dei lavoratori e delle classi subalterne né in un’ottica di progresso civile e sociale. C’è soltanto la difesa di privilegi e status quo, con qualche concessione ai più disagiati. Il programma di questo partito è conservator – liberale. È vero sí, che di questi tempi questa posizione è già “tutto grasso che cola” come dicevano i nostri nonni. In verità la AfD era l’unico partito che si era opposto alle misure demenziali e liberticide della psicopandemia ed in particolare all’obbligo vaccinale con una sostanza rivelatasi nel caso più ottimistico perfettamente inutile alle finalità dichiarate (non immunizzava né impediva il contagio). I partiti della coalizione poi andata al governo avevano sì a loro volta promesso altrettanto, ma appena al potere avevano capovolto la loro posizione presentando congiuntamente una legge per imporre l’obbligo vaccinale: il caso (o il buon senso) volle che la loro ipocrita proposta di legge-voltagabbana non venne approvata in parlamento, ironia della storia.

Dunque il tragico della situazione è che l’unico partito di opposizione vera sia a sua volta poco appetibile e difficilmente giunto al potere potrebbe mantenere nemmeno le poche promesse accettabili: chiunque vada al governo è e rimane un vassallo di una potenza occupante (7).

 Proteste aizzate dal governo contro gli oppositori ovvero la Stasi rediviva

Ma ciò detto, almeno le apparenze democratiche andrebbero difese e quindi non c’è nulla che giustifichi lo spionaggio al quale i membri di questo partito sono stati sottoposti da parte di un organo chiamato “Verfassungsschutz”, (“Difesa della Costituzione”), organo teoricamente indipendente ma di fatto e documentatamente agli ordini dell’esecutivo.

Si ripete cioè da parte del potere dominante e delle proprie marionette collocate alle leve politiche di comando la medesima speculare demonizzazione alla quale erano sottoposti coloro che mezzo secolo or sono in Germania si definivano di “sinistra” e che appunto venivano spiati e schedati come pericolosi nemici dell’Ordine Democratico  (benché come ad es. nel Baden-Württemberg un Presidente si dovette dimettere dopo che venne reso noto che era stato un giudice zelantissimo nel pronunciare condanne a morte nel periodo nazista.  E non si contavano i casi analoghi anche nel resto della Germania. Un sospetto di comunismo non poteva nemmeno lavorare come postino!

Interessante notare l’uso vergognosamente di parte del citato “Verfassungsschutz”, che invece della Costituzione evidentemente viene usato dal governo per difendere … sé stesso. Anche questa non è una novità: il precedente presidente di questo Organo, Hans-Georg Maaßen, era stato deposto dalla cancelliera Merkel nel 2015 per aver contestato dichiarazioni governative non suffragate dai fatti in materia di immigrazione.

In questi giorni stanno emergendo dettagli sulla campagna mediatica delirante contro il partito AfD: un incontro privato ma non segreto in un hotel al quale partecipavano esponenti del partito AfD (ma ancor più numerosi Cristiano Democratici della CDU!!) era stata definita in un articolo della testata “Korrektiv” come una ripetizione della conferenza tenuta al Wannensee del delfino di Hitler, Heydrich per lo sterminio degli ebrei. “Korrektiv” appartiene ad un’organizzazione ufficialmente finalizzata a combattere le “fake news” e che si dichiara indipendente ma che è invece finanziata con fondi governativi.

Non solo: nei giorni precedenti l’incontro suddetto (novembre 2023) vi era stato, come ora è emerso, anche un incontro dei redattori del citato “Korrektiv” col Cancelliere Scholz.

E siccome nei locali dove si era svolto l’incontro fra politici ed imprenditori da parte appunto dell’Organo per la difesa della Costituzione erano state installate spie per registrare i colloqui, evidentemente per poter nel caso ricattare i partecipanti, appartenenti tutti a partiti di opposizione, a scandalo si aggiunge scandalo e infatti si accavallano le denunce. E per colmare la misura il Presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier in un discorso trasmesso a reti unificate dalla TV ha definito pubblicamente “ratti” i simpatizzanti del citato partito di opposizione.

Infine la ministro degli interni Nancy Faeser (partito socialdemocratico SPD) per non essere da meno ha proposto non solo la schedatura ma anche il blocco dei conti bancari dei simpatizzanti del citato partito d’ opposizione: evidentemente il presidente canadese Trudeau ha fatto scuola congelando i conti bancari dei camionisti che protestavano per le misure liberticide in periodo di pandemia.

Ma come tutti i tentativi disperati di un governo che ha perduto l’appoggio completamente popolare, anche questa mossa autoritaria e liberticida della coalizione governativa tedesca attuale ha sortito l’opposto risultato.

Curiosamente il metodo di spionaggio e demonizzazione di un governo contro le opposizioni richiama infatti alla memoria il procedere della polizia segreta della ex-Germania comunista, cioè della RDT: se ne sono accorti immediatamente i cittadini della Germania orientale che hanno riconosciuto il metodo loro ben noto fino al 1989 della “Stasi” (Staatssicherheit) cioè dell’apparato repressivo preudocomunista cioè della polizia segreta.  Ed infatti proprio in quelle regioni il partito di opposizione AfD, in mancanza di migliore alternativa, è in forte crescita in tutti i sondaggi.

Noterella finale sugli incollati

 Da notare in questo contesto come tutti i venditori di fumo della “transizione ecologica” e segnatamente i seguaci illusi della cosiddetta “ultima generazione” che amano incollarsi per protestare contro il traffico o imbrattano opere d’arte per garantire l’immutabilità del clima ben si guardino da proferire anche una sola mezza parola contro il riarmo forsennato.

Nelle attuali manovre della NATO ai confini con la Russia (se non sono provocazioni queste …!) sono coinvolti 90mila soldati, 1.100 veicoli da combattimento, 80 aerei ed elicotteri e 50 navi da guerra: evidentemente se si tratta di preparare la guerra contro la Russia la CO2 non è più un problema.

 La miseria dei tempi che corrono è proprio questa. Esattamente 100 anni or sono moriva Kafka: nei suoi scritti (come in quelli di tanti altri letterati dell’epoca) il dramma attuale dell’umanità era descritto in profondità, ma purtroppo anche la letteratura e non solo la storia è grande maestra ma non ha scolari.

Graziano Priotto, Konstanz-Prag, February 2024

 

(1) https://www.unsere-zeit.de/der-kapitalismus-traegt-den-krieg-in-sich-wie-die-  wolke-den-regen-44741/

(2) Edward L. Bernais: Cristallizing Public Opinion (1923)   e

    (Id.): The engineering of Consent (1955)

(3) https://www.zeit.de/politik/deutschland/2010-04/merkel-afghanistan-3

(4) Although they did not contribute any forces, (…) Germany made financial contributions totaling (…) $6.6 billion.

(5) https://www.dw.com/en/biden-promises-no-nord-stream-2-if-russia-invades-ukraine/a-60684640).

(6) https://infobrics.org/post/39192/

(7) Wolfgang Bittner: Die Eroberung Europas durch die USA (2017)

de.it.press 22

 

 

 

Approvata la riforma di legge sulla cittadinanza tedesca

 

La recente approvazione della riforma di legge sulla cittadinanza tedesca rappresenta un passo significativo verso una maggiore integrazione e uguaglianza per gli immigrati in Germania. I consiglieri del CGIE-Germania hanno accolto con favore questa nuova legge, evidenziando che anche grazie all’impegno quotidiano di sensibilizzazione, a vario titolo, dei rappresentanti della collettività italiana, a livello locale, nella società civile, nei partiti e nel sindacato tedesco si è arrivati ad una riforma del diritto di cittadinanza che offre agli immigrati prospettive a lungo termine.

La nuova legge, approvata dalla coalizione di governo il 19 gennaio 2024 al Bundestag e prevista per entrare in vigore ad aprile, introduce importanti cambiamenti nel processo di naturalizzazione. Gli stranieri residenti legalmente in Germania da almeno cinque anni possono ora richiedere la cittadinanza tedesca. In precedenza, erano necessari otto anni. Inoltre, coloro che dimostrano una particolare integrazione nella società, attraverso risultati eccellenti nel campo professionale o scolastico o attraverso l'impegno nel volontariato, possono richiedere il passaporto tedesco dopo soli tre anni di residenza. La doppia o plurima cittadinanza è consentita.

Con la nuova legge, viene rafforzata la cittadinanza per nascita. I bambini nati in Germania da almeno uno dei genitori residenti legalmente nel paese da almeno 5 anni otterranno automaticamente la cittadinanza tedesca, rafforzando così il loro senso di appartenenza e promuovendo una maggiore integrazione nella società tedesca fin dalla prima generazione.

La legge riconosce anche il contributo della "generazione dei Gastarbeiter" alla società tedesca, semplificando il processo di naturalizzazione per coloro che hanno lavorato duramente nel paese.

Per loro l'esame di naturalizzazione è stato eliminato e non viene richiesta la certificazione B1 ma sono sufficienti competenze linguistiche orali.

In linea di principio, la cittadinanza tedesca è concessa solo a chi può provvedere al proprio sostentamento e a quello dei familiari a carico con risorse proprie. Nonostante le stringenti regole riguardanti il sostentamento, la legge dimostra anche flessibilità e comprensione per casi particolari.

Sono previste disposizioni speciali per gli anziani e per coloro che, per motivi di salute o altri impedimenti, non possono soddisfare i requisiti standard.

Attualmente, circa il 14% della popolazione in Germania non possiede un passaporto tedesco, mentre circa 5,3 milioni di persone vivono nel paese da almeno dieci anni. Questi dati evidenziano l'importanza di una legislazione che promuova l'integrazione, l'uguaglianza e la partecipazione politica per tutti i residenti in Germania, indipendentemente dalla loro origine.

In conclusione, l'approvazione di questa legge segna un importante passo avanti verso una società tedesca più inclusiva e equa, riflettendo gli sforzi per creare un ambiente in cui tutti possano sentirsi parte integrante della comunità nazionale.

Auspichiamo che anche in Italia si possa compiere un simile cammino di riforma legislativa sulla cittadinanza, verso una maggiore inclusività e giustizia sociale.

Consiglieri CGIE Germania Tommaso Conte, Gianluca Errico, Silvestro Gurrieri, Marilena Rossi, Giuseppe Scigliano, Giulio Tallarico (de.it.press 19)

 

 

 

 

Intervista al Console di Francoforte dr. Darchini. Esperienze, sfide, e progetti futuri

 

Dall’integrazione alla cultura: uno sguardo su compiti, ruoli e prospettive di Massimo Darchini, nuovo Console Generale d’Italia a Francoforte - di Licia Linardi

 

Quando arriva un nuovo Console Generale, la curiosità non manca come le “voci di corridoio”. Si dice, per esempio, che Lei sia di lingua madre tedesca e che conosca la Germania come le Sue tasche. Potrebbe condividere con i nostri lettori le tappe professionali che effettivamente ha già assolto in questo Paese?

Grazie per questa opportunità. Sono molto felice di trovarmi nella redazione del Corriere d’Italia. È vero, questa mia nuova esperienza a Francoforte fa seguito a diverse altre mie esperienze professionali in Germania. Ho iniziato al Ministero nel 1999 e dopo due anni ne ho trascorso altri quattro in una sede extraeuropea e cioè nello Sri Lanka. Successivamente, dopo Colombo, ho trascorso tre anni e mezzo a Norimberga. Anche se ora non abbiamo più un consolato in quella città, all’epoca quella sede copriva tutta l’area della Franconia, cioè la parte settentrionale della Baviera. Dopo l’esperienza a Norimberga, sono tornato a Roma, dove ho lavorato per circa quattro anni nell’Ufficio di uno dei Sottosegretari agli Esteri. Dal 2012 al 2017, sono stato Consigliere per l’Emigrazione per gli Affari sociali presso l’Ambasciata a Berlino. È stata un’esperienza molto stimolante e che mi ha permesso di conoscere da vicino la rete consolare in Germania. Dopo Berlino, mi è stata data l’opportunità di diventare Console e di trasferirmi a Stoccarda, che ho accettato volentieri. Nel Baden-Württemberg opera un Consolato Generale che segue le attività di una comunità molto numerosa con circa 195.000 iscritti all’AIRE. Successivamente, sono rientrato al Ministero a Roma, e ora si è presentata l’opportunità di tornare in Germania. Dal 9 ottobre scorso, ho assunto la funzione di Console Generale a Francoforte. È evidente che la Germania è un Paese in cui mi trovo a mio agio. Trovo il lavoro consolare molto stimolante e apprezzo il contatto quotidiano con le persone. Inoltre, c’è anche il fattore linguistico. Mia madre è austriaca, e anche se in famiglia non parlavamo tedesco, ho approfondito la conoscenza della lingua durante frequenti visite in Austria. Ho anche avuto un’esperienza di studio a Graz e ho continuato a studiare il tedesco durante gli anni universitari. Quindi, effettivamente anche dal punto di vista linguistico, in Germania mi sento veramente a mio agio.

Dal mese di ottobre 2023, Lei è Console Generale d’Italia a Francoforte. Vuole fare entrare i nostri lettori nel Suo nuovo Consolato? Per esempio: quali sono le forze a Sua disposizione? Come è organizzato il servizio al pubblico? Come è dislocato il Suo personale nei singoli reparti?

Il Consolato a Francoforte è una realtà molto stimolante, come ho potuto constatare in questi tre mesi. La circoscrizione si estende su tre Bundesländer, Assia, Rheinlandpfalz, Saarland e su parte della Franconia con la zona di Würzburg, dove ho ritrovato contatti che avevo già allacciato quando ero a Norimberga tra il 2005 e il 2008. Queste sono coincidenze che ogni tanto accadono nel corso della nostra carriera. La realtà consolare di Francoforte è effettivamente molto complessa poiché implica proprio contatti con 4 diversi Bundesländer. Attualmente, la collettività iscritta all’AIRE in quest’area conta un totale di 176.000 unità, rendendo la realtà estremamente corposa e diffusa su un’area geografica di ben 53.000 chilometri quadrati. Abbiamo quindi, in pratica, una comunità di 176.000 abitanti, simile a un comune o una città, su un territorio estremamente vasto. Al momento, per cercare di soddisfare le esigenze dei nostri connazionali, siamo poco più di 30 persone, di cui alcune provenienti dal Ministero ed altre, per la maggior parte, assunte localmente come contrattisti, che svolgono un ottimo lavoro. Nonostante la vastità della collettività e le complesse esigenze, la struttura consolare funziona molto bene. Il consolato occupa un intero piano di un edificio, con spazi ampi e luminosi, sia per il pubblico, come le sale di attesa, sia per il backoffice, per chi lavora nella struttura. Naturalmente, se fossimo in più, potremmo fare ancora di più. Tuttavia, osservando la struttura consolare durante le ore di apertura al pubblico, vedo che le persone sono generalmente soddisfatte del servizio offerto. Si tratta di un servizio al pubblico principalmente orientato verso l’emissione di documenti di viaggio, con appuntamenti che seguono il sistema ormai diffuso in tutte le strutture della pubblica amministrazione. Comunque, ci sono margini di flessibilità nel sistema di appuntamenti per coloro che hanno esigenze specifiche, come urgenze o difficoltà digitali, ad esempio per gli over 65. La digitalizzazione ha influenzato anche i contatti con la pubblica amministrazione, e molte pratiche, come l’iscrizione all’AIRE, il trasferimento di residenza e alcune pratiche di Stato Civile, possono essere svolte comodamente da casa. Esiste, per esempio, il programma chiamato “Fast-It” che consente al connazionale di monitorare la propria situazione anagrafica da casa, senza la necessità di recarsi in consolato. Attualmente, la gestione degli appuntamenti per il consolato avviene attraverso un altro programma chiamato “Prenot@mi,” un’evoluzione di un precedente programma chiamato “Prenota Online.” Attraverso questo sistema, il connazionale può selezionare uno slot libero per un appuntamento e presentarsi in consolato per pratiche come il rilascio di passaporto o carta d’identità. Va notato che il passaporto viene emesso e prodotto direttamente in consolato, mentre per la carta d’identità elettronica, i dati biometrici vengono raccolti dal consolato, trasmessi a Roma e il documento viene inviato direttamente dall’Italia all’indirizzo del connazionale.

Parliamo ancora dei servizi consolari. Quali sono attualmente i tempi di attesa per ottenere un appuntamento per passaporti o per una CIE?

Il programma Prenot@mi funziona su un periodo di finestra, la cui lunghezza è decisa dalla sede. Attualmente, ad esempio, abbiamo appuntamenti disponibili che vanno oltre l’estate. Tuttavia, abbiamo effettuato una prova campione dei tentativi come operatori in backoffice per monitorare i tempi di attesa. Se provasse ora a prendere un appuntamento online, sia per il settore passaporti che per la carta d’identità, noterebbe che il primo appuntamento libero è previsto intorno a maggio. Potrebbe sembrare un tempo di attesa lungo, ma ritorno un po’ ai dati che ho fornito in precedenza. Considerando il numero di connazionali e la disponibilità di risorse umane, tutto sommato i tempi di attesa sono nella media. Inoltre, due precisazioni: in primo luogo, riguardo al dato che ho fornito prima di circa 30 unità di personale a disposizione, credo sia noto che questo dato include anche sezioni del consolato che non forniscono direttamente servizi consolari ai connazionali, come l’Ufficio scuola e l’Ufficio culturale. Questo dato non spiega completamente quale sia il rapporto tra il connazionale che richiede il servizio consolare e le risorse umane dedite a quella specifica attività. In secondo luogo, se ci sono connazionali con esigenze particolari, ad esempio la necessità di un viaggio urgente o la difficoltà nel prenotare un appuntamento su Prenot@mi a causa della scarsa dimestichezza con i mezzi digitali, ci sono modalità per venire incontro a queste esigenze. Cerchiamo di adottare un margine di flessibilità per rispondere a tali situazioni, il che ritengo sia giusto.

E la nuova sede? È vera la notizia che lo Stato italiano ha acquistato da anni uno stabile nel centro di Francoforte ma che è ancora lì, vuoto, in attesa di essere ristrutturato?

Il processo di trasferimento immobiliare è un procedimento molto complesso, ma consentirà al consolato di avere una sede e un edificio demaniale, eliminando soprattutto l’onere di pagare affitti onerosi. Credo che Lei ne sia più al corrente di me, che Francoforte ha un mercato immobiliare estremamente costoso come altre città tedesche. Quindi, già qualche anno fa, è stata presa la decisione di valutare la possibilità di abbandonare l’edificio in affitto, il cui canone stava diventando sempre più esoso per l’amministrazione, e di considerare la possibilità di acquistare un immobile. Il mio predecessore ha seguito attentamente questa pratica, individuando l’immobile a cui lei fa riferimento, e in realtà è stata poi espletata una gara europea per i servizi di progettazione, comprendente sia la progettazione preliminare che quella esecutiva. Attualmente, siamo pronti per avviare la fase di ristrutturazione dell’immobile, che al momento è vuoto ma richiede una completa ristrutturazione. Ho avuto l’opportunità di visitarlo nel mese di dicembre, e, sebbene ci sia molto lavoro da fare, sono fiducioso che diventerà un immobile estremamente interessante. Nel corso di quest’anno, ci concentreremo sulla fase di esecuzione dei lavori. La futura sede è situata in una zona di prestigio nel centro della città. Abbiamo già visionato la progettazione grafica dell’edificio, che si presenta all’avanguardia sia in termini di impianti, sicurezza ed efficienza energetica. Attualmente, ci troviamo in una sede temporanea in cui paghiamo un affitto notevolmente inferiore rispetto a quello della sede precedente. Come già accennato, questa temporanea sede offre ampi spazi luminosi e sale d’attesa adeguate per i connazionali, ma non è centralmente posizionata come lo sarà, una volta che i lavori di esecuzione saranno terminati, la nuova sede.

Quanto tempo approssimativamente sarà necessario per insediare la nuova sede consolare?

Non posso fornirle una risposta precisa in termini di tempistiche, ma approssimativamente si stima un periodo di circa 12 – 18 mesi. Attualmente, sono in corso lavori che richiedono una valutazione continua e una serie di eventuali interventi che le autorità competenti, seguendo una prospettiva tecnica di progettazione, potrebbero ritenere opportuni anche durante l’avanzamento dei lavori. È importante considerare che l’edificio ospiterà diverse decine di persone ogni giorno, con un costante flusso di pubblico. Pertanto, la struttura dovrà essere adeguata non solo in termini di sicurezza, ma anche dal punto di vista ergonomico. In questo contesto, è preferibile dedicare qualche mese aggiuntivo, per assicurarsi che tutti i criteri siano adeguatamente soddisfatti.

2024: Elezioni europee e Fiera del Libro a Francoforte con l’Italia Paese ospite. Pronti ad affrontare le due importanti sfide?

I due grandi eventi che ha evidenziato si aggiungeranno al già notevole carico di lavoro del consolato. Nel primo semestre, nel mese di giugno, sono fissate le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Per il consolato di Francoforte, ciò rappresenterà un impegno significativo, specialmente perché le procedure per le elezioni europee differiscono da quelle delle elezioni politiche nazionali o di referendum. Nel caso di queste ultime, si applica la legge 459 del 2001 e si svolgono elezioni per corrispondenza. Per le elezioni europee, invece, le procedure sono diverse: i consolati sono tenuti a predisporre dei seggi in cui i connazionali che intendono votare possono recarsi personalmente e questo metodo è completamente diverso rispetto al voto per corrispondenza. Inoltre, riguardo a questi seggi, ho avuto esperienza nel 2019 in Baden-Württemberg e questi seggi devono cercare di soddisfare le esigenze dei connazionali che si trovano distanti dalla sede del consolato. Di conseguenza, i seggi dovranno essere il più possibile compatibili con la distribuzione della collettività sul territorio, cercando di evitare lunghi spostamenti. Va peraltro notato che ci troviamo in Germania, un paese in cui, tutto sommato, i collegamenti funzionano. Se un connazionale intende votare, avrà la possibilità di utilizzare un mezzo di trasporto per recarsi al seggio più vicino.

I seggi elettorali saranno sparsi su tutta la circoscrizione di Francoforte?

Stiamo valutando se riproporre la dislocazione dei seggi, che fu fatta nella precedente elezione europea. Probabilmente seguiremo questa modalità per permettere a tutti coloro che desiderano votare di avere il seggio in un’area facilmente raggiungibile. Il secondo impegno cui ha fatto riferimento riguarda la seconda metà dell’anno, nel mese di ottobre, con la partecipazione alla Fiera del libro. L’ultima volta che l’Italia fu ospite d’onore alla Fiera del libro di Francoforte risale al lontano 1988, un’epoca in cui la Germania era un mondo completamente diverso. Questa rappresenta un’importante opportunità e una sorta di vetrina promozionale per mostrare l’eccellenza italiana, specialmente nel settore del libro e dell’editoria, ma non solo. Si prevede, inoltre, di proporre una serie di eventi e iniziative a latere della “Buchmesse” per valorizzare la cultura italiana. In questo senso, come ha avuto modo di dire di recente l’Ambasciatore a Berlino, si intende creare un percorso che culminerà nella partecipazione alla Buchmesse. Pertanto, ogni struttura consolare e l’intero sistema Paese Italia in Germania è chiamato ad organizzare una serie di iniziative per promuovere il nostro Paese. Qui, a Francoforte, ci concentreremo in particolare sulla programmazione; in queste settimane stiamo delineando le attività anche concentrandoci sul cinema -non dimentichiamo che quest’anno si celebra il centenario della nascita di Marcello Mastroianni- e intendiamo dedicare momenti di approfondimento a questo grande personaggio del cinema italiano. Ci concentreremo anche sul teatro, sulla storia, sulla scienza e sulla musica. In particolare, per questi ultimi tre settori, stiamo ideando una rete di eventi chiamata “Voci italiane a…”. I puntini di sospensione indicano che non vogliamo concentrarci solo su Francoforte, ma desideriamo organizzare eventi anche in altre città della circoscrizione consolare, come Würzburg e Darmstadt. Stiamo inoltre valutando altre possibili realtà. Mi recherò probabilmente nel mese di marzo in visita in Saarland, a Saarbrücken. Non dimentichiamo che il consolato segue anche questo Land, che ha una dimensione abbastanza ridotta ma una collettività italiana molto importante. Fino a qualche anno fa, a Saarbrücken, avevamo una struttura consolare completa, ora disponiamo di uno Sportello Consolare che funziona molto bene. Lavora in sintonia con le autorità locali e con il Comites locale, così come facciamo con il Comites qui a Francoforte. Anche in Saarland vorremmo portare qualche evento culturale per promuovere la cultura italiana, sempre avendo come punto di riferimento la presenza alla Buchmesse di Francoforte.

Quali sono gli altri progetti previsti per il 2024?

In realtà, ce ne sono molti. Le accennavo del teatro e alla collaborazione con la “Physikalischer Verein” qui a Francoforte, dove abbiamo già realizzato due eventi grazie alla presenza a Darmstadt di un gruppo di ricercatori e di scienziati italiani molto impegnati nell’ambito dello spazio presso l’ESA. Certamente ripeteremo questa esperienza. Inoltre, vorremmo concentrarci su archeologia e territorio, sfruttando una collaborazione già esistente e che vogliamo portare avanti con l’”Archeologisches Museum” di Francoforte. Ho già avuto l’opportunità di incontrare il Direttore, una persona molto attenta all’Italia, appassionato di cultura e della lingua italiana e che parla bene l’italiano e con lui abbiamo già alcuni progetti in corso. Quindi, le iniziative non mancheranno.

Vuole fare un saluto ai nostri lettori?

Sì, assolutamente. Sono felice di essere arrivato a Francoforte e invito sempre i nostri connazionali, la nostra collettività, a seguirci, soprattutto attraverso il sito internet del consolato, che viene costantemente aggiornato e non solo per quanto riguarda le informazioni sui servizi consolari ma anche in particolare sugli eventi culturali a cui facevo riferimento prima. Il sito del consolato è uno strumento per dare al connazionale un’opportunità per comunicare con noi. Sul sito sono indicate anche diverse e-mail a cui è possibile fare riferimento, per particolari necessità o soprattutto per ottenere ulteriori informazioni sulla programmazione culturale. CdI febbraio

 

 

 

 

Berlinale: Italia “Country in Focus” all’European Film Market

 

Berlino – L’Italia è “Country in Focus” per l’edizione 2024 dell’European Film Market 2024 che si è aperta il 15 febbraio, e proseguirà fino al 21 febbraio, in concomitanza con il 74° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Sarà la senatrice Lucia Borgonzoni, Sottosegretario al Ministero della Cultura, con delega per il cinema e l’audiovisivo, il diritto d’autore e le imprese culturali e creative, a rappresentare l’Italia alla manifestazione. Per celebrare il ruolo di protagonista dell’Italia all’interno dell’EFM 2024, la facciata dell’Ambasciata d’Italia a Berlino sarà illuminata con i colori della bandiera e il logo dell’EFM per tutta la durata della manifestazione. L’Ambasciatore Armando Varricchio ha partecipato ieri all’inaugurazione della Berlinale, alla presenza della Ministra di Stato per la Cultura e i Media della Germania Claudia Roth, con il film d’apertura “Small Things Linke These” di Tim Mielants. Nella giornata di oggi, l’Ambasciatore Varricchio aprirà inoltre la presentazione del sistema cinematografico italiano “Film and Audiovisual Funding in Italy“, che vedrà la partecipazione del Direttore di EFM Dennis Ruh, nonché di Ferdinando Fiore, Direttore dell’Ufficio ICE di Berlino, Nicola Maccanico, Amministratore Delegato di Cinecittà, Roberto Stabile, Head of Special Projects, Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, Rossella Gaudio, analista della Direzione Generale Cinema e Carmen Diotiaiuti, Vicedirettrice di “Italy for Movies”. A seguire, l’Ambasciatore visiterà il Padiglione Italia, lo spazio professionale promosso dalla Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura e ICE-Agenzia e progettato, allestito e gestito da Cinecittà, che raccoglie 48 espositori, tra i quali 15 Film Commission e vari rappresentanti del Ministero della Cultura, di Cinecittà, ANICA e ICE -Agenzia. Lunedì 19 febbraio, l’Ambasciatore presenzierà infine all’evento “Celebrating Connections“, durante il quale la Sottosegretaria Borgonzoni presenterà il cinema italiano tramite realtà immersiva. L’iniziativa è volta a promuovere i numerosi talenti italiani del settore dell’audiovisivo e creare nuovi contatti tra produttori italiani e internazionali. L’EFM è uno dei mercati leader a livello mondiale per contenuti audiovisivi di alta qualità, una piattaforma di scambio e fonte di ispirazione per le tendenze e le innovazioni in corso. È anche una delle principali piattaforme di networking del settore che funge da barometro per il prossimo anno cinematografico e commerciale. Per l’occasione sono attesi in città più di 11.500 partecipanti tra espositori, titolari di diritti, produttori, acquirenti e investitori. (Inform/dip 16)

 

 

 

 

Berlinale: l’Ambasciata celebra il cinema italiano con un ricevimento

 

Berlino - L’Ambasciata d’Italia in Germania ha ospitato, in occasione della 74ª Berlinale, un ricevimento per celebrare il cinema italiano, la sua capacità di dialogare con il pubblico internazionale e il consolidamento dei legami culturali e produttivi tra Italia e Germania.

Due sono i film italiani quest’anno in concorso: “Another end” del regista Piero Messina e “Gloria!”, debutto alla regia dell’attrice e cantautrice Margherita Vicario.

In apertura al ricevimento sono intervenuti: Claudia Roth, ministra di Stato per la Cultura e i Media in Germania; Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al Ministero della Cultura; Carlo Chatrian, direttore artistico della Berlinale; Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà; e Juergen Boos, direttore della Frankfurter Buchmesse. Tra gli ospiti presenti anche numerosi rappresentanti delle istituzioni, del mondo del cinema italiano e distributori presenti all’European Film Market (EFM), che quest’anno vede l’Italia come “Country in Focus”.

L’ambasciatore Armando Varricchio ha rivolto un saluto agli ospiti ricordando come l’Italia rappresenti un set cinematografico ideale, grazie alle sue bellezze naturali e al suo patrimonio artistico-culturale, ma anche alla professionalità di artigiani e lavoratori qualificati in tanti campi, dal suono alla musica, dalla moda al make-up. A ciò si aggiunge l’attenzione posta dalle autorità italiane alle industrie culturali e creative, che costituiscono uno dei “motori della nostra economia, ma anche e soprattutto uno dei punti più qualificanti della nostra identità”, ha sottolineato Varricchio. “La cultura è il fil rouge che unisce cinema e letteratura, in vista della Frankfurter Buchmesse 2024, appuntamento che”, ha poi ricordato, “vedrà l’Italia in qualità di ospite d’onore”.

L’ambasciatore ha inoltre partecipato ieri, all’EFM, al “Pitch event Books@Berlinale” del Berlinale Co-Production Market, nell’ambito del quale è stato presentato il titolo “La storia di Cesare” della scrittrice italiana Valentina Mastroianni tra i 10 finalisti. (aise/dip 19)

 

 

 

 

A Francoforte il 14 marzo: “Design per innovazione, sostenibilità e inclusione nello spazio”

 

Francoforte - In occasione dell’Italian Design Day 2024, il Consolato generale a Francoforte organizza il 14 marzo “Design per innovazione, sostenibilità e inclusione nello spazio”, conversazione con Annalisa Dominoni e Benedetto Quaquaro alle 18.30 presso la Frankfurter Kunstverein (Markt 44- FFM).

 

Cosa significa progettare per lo spazio e che cosa implica?

In un ambiente extra-terrestre caratterizzato da confinamento e gravità ridotta cambiano le leggi fisiche, si alterano le relazioni psicofisiologiche, posturali e percettive, e bisogna applicare altri parametri progettuali. L’aspetto più innovativo che riguarda la progettazione spaziale è la capacità di “prevedere” l’impatto dei nuovi ambienti ed equipaggiamenti in relazione a chi li userà in condizioni sconosciute, di cui non abbiamo esperienza.

Annalisa Dominoni e Benedetto Quaquaro – esperti di architettura e design per lo spazio e creatori del primo corso di Space Design supportato dall’Agenzia Spaziale Europea alla Scuola del Design del Politecnico di Milano – condurranno i presenti sulla Stazione Spaziale Internazionale per proiettarli, attraverso una serie di progetti visionari, in quello che sarà il futuro dell’esplorazione al di fuori del nostro pianeta, dai primi insediamenti sulla Luna e su Marte al turismo spaziale e oltre.

Dal loro racconto emergerà il ruolo del design – ponte fra scienza, tecnologia e bellezza – capace di generare innovazione attraverso progetti sostenibili e inclusivi, anche nello spazio, in grado di stimolare nuove riflessioni. È possibile costruire serre per la coltivazione, trasformazione e conservazione di microalghe sulla superficie lunare? O progettare oggetti protesici per estendere le performance di astronauti e parastronauti con disabilità motorie partendo dal presupposto che nello spazio siamo tutti disabili? In una dimensione interplanetaria saremo mutanti nello spazio e nel tempo?

Annalisa Dominoni e Benedetto Quaquaro sono architetti, designer e Ph.D. tra i massimi esperti di architettura e design per lo spazio. Sono professori al Politecnico di Milano dove hanno creato e dirigono dal 2017 il primo e unico corso di Space Design supportato dall’Agenzia Spaziale Europea. Nel 2011 fondano lo studio (a+b) dominoni quaquaro.

Nel 2022 nasce ESA_LAB@PoliMi_Design. I loro progetti sono stati esposti in diverse mostre prestigiose, tra cui l’ultima 23a Triennale Internazionale “Unknown Unknowns. An introduction to mysteries” (Milano 2023). Sono ospiti di livello in convegni internazionali, eventi scientifici e trasmissioni televisive.

L’incontro è organizzato dal Consolato in collaborazione con il Politecnico di Milano – Department of Design, Frankfurter Kunstverein/FFM, ESA_LAB PoliMI_Design. (aise/dip) 

 

 

 

 

Consolato a Francoforte: “Intelligenza artificiale nello spazio: opportunità e sfide”, conferenza di G. De Canio (ESA)

 

Francoforte sul Meno. Sentiamo tutti i giorni parlare di intelligenza artificiale, sia in positivo che in negativo, sia essa una macchina dialogante generativa o un sistema intelligente di controllo. Insomma, una nuova classe di sistemi interattivi sempre più presenti e permeanti che ormai giocano un ruolo importante nella vita di tutti i giorni anche pensando solo ad applicazioni nei nostri cellulari o nei nostri navigatori in auto. Sono sistemi utilizzati per interagire con persone fisiche o nel settore dell’automazione ovvero per generare contenuti di varia natura che vanno dai testi, alle immagini, all’analisi di dati complessi in svariati settori, dalla finanza alla medicina, dal giornalismo all’editing o alla lettura di testi ed immagini, dalla progettazione alla realizzazione di oggetti e materiali o nuove prestazioni di robot intelligenti nei settori della produzione industriale. Anche nel settore dell’esplorazione dello spazio l’intelligenza artificiale è diventata via via un alleato cruciale, con il proposito di rendere le missioni più sicure, efficienti e complete. Domani 22 febbraio, alle ore 19, presso il Physikalischer Verein di Francoforte (Robert Mayer Str.2), per il ciclo Sidereus Nuncius – Dialoghi italo-tedeschi sulla scienza, l’ufficio culturale del Consolato Generale d’Italia a Francoforte – in collaborazione con il club culturale italiano ESOC- EUMETSAT –   ha organizzato una conferenza  proprio su come l’intelligenza artificiale viene (e verrà) utilizzata più diffusamente nei prossimi anni in settori strategici dell’attività spaziale, ambiti che  riguardano la pianificazione, la realizzazione, il controllo di una missione, così come l’ analisi dei dati provenienti delle missioni interplanetarie robotiche o quelle prossime con la presenza di astronauti. Sarà il Dr. Gabriele De Canio, ingegnere aerospaziale che dal 2018 lavora all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) nel settore ricerca e sviluppo, a parlare sul tema “Intelligenza artificiale nello spazio: opportunità e sfide in questo settore”. Da oltre tre anni Canio è responsabile di un progetto per apportare automazione alle operazioni delle missioni spaziali attraverso l’IA, curando e gestendo lo sviluppo di una roadmap valida dal punto di vista commerciale e tecnologico per automatizzare ulteriormente le operazioni spaziali sfruttando l’intelligenza artificiale. Da quest’anno ne gestisce anche l’attuazione. Infatti la Direzione delle Operazioni dell’Agenzia Spaziale Europea presso il Centro Europeo per le Operazioni Spaziali (ESOC) di Darmstadt è da anni pioniera nell’uso dell’IA per le operazioni spaziali.

Nel 2021 è stato compiuto un grande sforzo per consolidare i possibili casi d’uso e definire una chiara direzione strategica per garantire che l’IA potesse essere adottata su scala più ampia. Ciò ha portato alla creazione della roadmap sull’intelligenza artificiale per l’automazione delle operazioni nello spazio.  L’attuazione della roadmap A2I ha comportato e comporta lo studio e lo sviluppo di applicazioni basate sull’IA per, tra l’altro, automatizzare e supportare la prognostica e la diagnostica, la pianificazione e la programmazione di tali operazioni, così come la reportistica o l’analisi di dati provenienti dalle missioni nel sistema solare. Ciò significherà l’utilizzo di diversi tipi di IA, tra cui anche l’IA generativa. L’intervento del Dottor De Canio fornirà una panoramica sulle opportunità, le sfide dello sviluppo e dell’implementazione di applicazioni di intelligenza artificiale presso l’ESOC dell’ESA facendoci avvicinare quindi ai settori dove ora gradualmente verrà implementata la fase operativa e di attuazione della roadmap.  Ambiti quali – solo per citare alcuni dei primi cinque individuati – l’autonomia delle missioni, intesa come pianificazione delle rotte, la navigazione, la simulazione di varie casistiche, la gestione delle risorse primarie e persino prendere decisioni in tempo reale durante le missioni senza dover attendere il comando da Terra. Inoltre il controllo in autonomia dello stato di salute e di funzionamento del satellite. Così come l’analisi di dati provenienti dalle sonde di esplorazione robotica su pianeti inospitali o asteroidi anche grazie ad esperimenti scientifici in loco dei materiali prelevati oppure la risoluzione di situazioni limite e complesse nelle operazioni di un rover in superficie. Un settore affascinante e ricco di forti sviluppi futuri anche per le missioni di questo decennio che prevedono la presenza di astronauti sulla luna o su un modulo lunare oppure nel prossimo decennio in viaggio verso Marte. (Inform/dip 21)

 

 

 

Le recenti puntate di Cosmo, ex radio Colonia

 

16.02.2024 Vittorio Emanuele: vita, morte e guai giudiziari

La vita di Vittorio Emanuele di Savoia, scomparso di recente, è costellata di eventi drammatici e vicende giudiziarie: tra cui il caso dell'omicidio del giovane tedesco Dirk Hamer. Ce le riassume Cristina Giordano. La storia è raccontata anche in una serie Netflix. Ne parliamo con Marco Ponti, produttore artistico della serie "Il principe" che dice «Per Birgit Hamer, è una ferita ancora aperta». Con il giornalista e scrittore tedesco Norbert Loh parliamo della passione dei tedeschi per le vicende delle famiglie reali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vittorio-emanuele-vita-morte-guai-giudiziari-100.html

 

15.02.2024 Fra mito e crisi: il KaDeWe di Berlino

Meta turistica e protagonista dell'immaginario berlinese del Novecento, di libri e serie tv: il KaDeWe, il Kaufhaus des Westens di Berlino, grande magazzino di lusso dalla lunga storia, è insolvente. Cristina Giordano ci spiega perché ha affascinato tante generazioni. Ma la sua crisi, legata all'impero e agli affari di René Benko, è comune ad altri nomi storici della grande distribuzione in Germania: ne parliamo con Sandro Castaldo, docente di marketing alla Bocconi ed esperto del tema, dando uno sguardo anche all'Italia e al futuro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/kadewe-berlino-crisi-mito-storia-shopping-germania-100.html

 

14.02.2024 La Germania e la direttiva UE contro la violenza sulle donne

La storica direttiva per contrastare la violenza di genere in Europa viene snaturata eliminando il passaggio sulla violenza sessuale: molto criticato il blocco di Germania e Francia, allineate con Paesi come l'Ungheria. Ma quali i motivi e il significato di questa novità? Ce ne parla Cristina Giordano, mentre l'avvocata Marcella Pirrone della rete D.i.r.e. commenta per noi la posizione tedesca e le motivazioni politiche di questa scelta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/violenza-donne-stupro-europa-germania-italia-100.html

 

13.02.2024 Perché ci sono così tanti medici italiani in Germania?

Negli ultimi 20 anni 130.000 medici hanno lasciato l'Italia, mentre in Germania, nel 2022, erano 60.000 i dottori provenienti dall’estero. Numeri questi che spiegano in parte la grande presenza di medici italiani in Germania. Cristina Giordano ci spiega le ragioni di questa emigrazione di massa. Gian Marco Rizzuti e Maria Brigadeci, entrambi medici siciliani in Germania, ci raccontano, invece, i motivi delle loro scelte e la quotidianità nella sanità tedesca, attualmente anch’essa in crisi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/perche-medici-italiani-vengono-in-germania-100.html

 

12.02.2024 Perché ci sono così tanti medici italiani in Germania? Negli ultimi 20 anni 130.000 medici hanno lasciato l'Italia, mentre in Germania, nel 2022, erano 60.000 i dottori provenienti dall’estero. Numeri questi che spiegano in parte la grande presenza di medici italiani in Germania. Cristina Giordano ci spiega le ragioni di questa emigrazione di massa. Gian Marco Rizzuti e Maria Brigadeci, entrambi medici siciliani in Germania, ci raccontano, invece, i motivi delle loro scelte e la quotidianità nella sanità tedesca, attualmente anch’essa in crisi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/perche-medici-italiani-vengono-in-germania-100.html  

 

09.02.2024 Il Festival di Sanremo 2024 visto dalla Germania. Si sta avviando alla conclusione la 74esima edizione del festival di Sanremo con le sue canzoni e tutto il condensato di polemiche e gossip che da sempre accompagna questa kermesse musicale. Enzo Savignano riassume numeri e fatti principali di questa edizione. Il critico musicale Jacopo Tomatis fa una disamina delle principali canzoni in gara. Mentre Luca Paglia dell'associazione Mondo aperto di Colonia ci racconta come la comunità italiana si stia preparando a seguire l'ultima serata del festival.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/festival-sanremo-visto-dalla-germania-100.html  

 

07.02.2024 Speciale: Manuel Gava, un italiano al Bundestag. Rappresentare le persone comuni: è questo uno degli obiettivi principali di Manuel Gava, deputato italo-tedesco della SPD eletto alle ultime elezioni per il Bundestag. Ripercorriamo con Enzo Savignano la sua storia di figlio di migranti veneti e parliamo con lui delle sue motivazioni, ma anche di crisi dell'SPD, di doppia cittadinanza e molto altro. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manuel-gava-deputato-spd-bundestag-italia-germania-100.html

 

06.02.2024 L'autonomia differenziata spiegata bene. Il Senato ha di recente approvato la riforma che vuole introdurre in Italia la cosiddetta autonomia differenziata. Con Enzo Savignano proviamo a chiarirne i dettagli, mentre con l'economista Gianfranco Viesti analizziamo le possibili ricadute della riforma in un Paese già molto diviso e diverso tra Nord e Sud. Con il costituzionalista Jens Woelk cerchiamo, infine, di capire le differenze tra il federalismo tedesco e l'autonomia differenziata italiana.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/federalismo-italia-germania-100.html

 

05.02.2024 Ondata di scioperi in Germania, diritti e doveri di chi viaggia

Scioperi a raffica nei giorni scorsi in Germania, particolarmente aspro il confronto tra macchinisti e Deutsche Bahn, ce ne parla Enzo Savignano. Con l’ex sindacalista Giovanni Pollice abbiamo parlato della regolamentazione del diritto di sciopero in Germania. A cosa ho diritto se la mia corsa o il mio volo vengono annullati, e quali doveri ho come lavoratore? Lo abbiamo chiesto a  Beatrix Kaschel, della Verbraucherzentrale.

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Visioni e progetti della Freiherr-vom-Stein-Schule di Francoforte

 

Intervista al direttore scolastico Procolino Antacido, preside del liceo con sezione bilingue di italiano Freiherr-vom-Stein di Francoforte - a cura di Anna Tikhomirov e Maximilian Beck. Anna e Maximilian sono due studenti dell’undicesima classe della Freiherr-vom-Stein-Schule che hanno fatto nella redazione del CdI il praktikum previsto dal programma scolastico. Hanno intervistato il loro preside, Procolino Antacido, che da due anni è alla direzione del liceo (CdI).

Cosa volevate cambiare quando siete arrivato in questa scuola?

All’inizio sono venuto qui senza voler cambiare nulla, sono venuto per conoscere questa scuola. Ho capito subito che la scuola ha due obiettivi principali: MINT (Mathematik, Informatik, Naturwissenschaft und Technik)) e BILI (sezione bilingue con italiano). La maggior parte dei genitori, degli studenti e dei colleghi sono consapevoli dell’obiettivo MINT. Ma questa consapevolezza non c’era sul BILI. Per questo motivo ho pensato che dovessimo fare uno sforzo per portare all’attenzione di tutti il BILI, perché è un focus importante per il Freiherr-vom-Stein e desidero che questa scuola diventi un centro per la comunità italiana di Francoforte, o almeno, di Francoforte Sud.

Ci sono progetti che vuole implementare nella nostra scuola?

Ci sono molti progetti. Dobbiamo guardare cosa possiamo fare con le risorse che abbiamo e queste sono relativamente limitate. Si potrebbe pensare di espandere l’attenzione linguistica che abbiamo con il Bili anche ad altre lingue.

Chi o che cosa l’ha ispirato a diventare insegnante e poi preside?

Diventare insegnante mi è stato chiaro fin da subito. Può sembrare un po’ melenso, ma quando vidi il film “L’attimo fuggente”, ero in undicesima o dodicesima classe, ho pensato che fosse così bello e che volevo diventare insegnante anch’io. Ho scoperto presto che le scuole non sono come quelle del film/romanzo, ma il lavoro in sé, mi dà molta soddisfazione. Sono poi diventato preside solo perché in questa posizione si hanno maggiori opportunità di organizzare una scuola rispetto a un insegnante.

Perché è così contrario a ogni forma di discriminazione ed esclusione, per esempio la scuola ha organizzato un giorno della memoria per la Notte dei cristalli (Reichspogromnacht) e ha esposto una bandiera LGBTQI+ per il Christopher Day Street “CSD”?

Noi tutti abbiamo avuto esperienze di discriminazione nella nostra vita, purtroppo. L’esclusione è una sensazione molto spiacevole. Nessuna persona esclusa si sente bene e non ci sono eccezioni. Non c’è motivo di escludere le persone né per il colore della pelle, della “razza”, dell’orientamento sessuale, della religione e così via. Ecco perché siamo una scuola senza razzismo, una scuola con coraggio (Schule ohne Rassismus, Schule mit Courage). E poiché è così, è molto importante per noi, l’intero collegio docenti, la maggior parte degli studenti e i loro genitori, dire chiaramente che non vogliamo razzismo in questa scuola. E non vogliamo tollerarlo. Ecco perché è naturale che noi, in tali anniversari, come la Notte del Pogrom, organizziamo un evento che richiede la consapevolezza di ciò che l’ha causato. E questo è un compito per noi: migliorare la situazione oggi. Avete sicuramente notato che ora stiamo vivendo discussioni sulla cosiddetta reimmigrazione, “Reimigration”, e su chi è effettivamente tedesco e chi no. I tedeschi, per così dire, sono quelli che sono di origine etnica o ce ne sono forse altri allora o no? Questo confine è tornato nuovamente ad essere discusso: da molte parti della società è visto criticamente, ma da alcuni invece viene visto con un certo grado di approvazione. I migranti che sono nati in Germania, ma con genitori che potrebbero essere venuti da noi da altri paesi, specialmente qui nella zona dei Bili, si chiamano italiani, quindi di lingua italiana con passaporto tedesco, sono anche veri tedeschi o sono tedeschi quasi “etnicamente impuri”? Torniamo rapidamente a una discussione sul razzismo che conosciamo dai tempi del nazionalsocialismo ed è per questo che dobbiamo ricordarlo in un modo speciale perché noi come scuola, come comunità scolastica, dobbiamo dire di no. Non è così che vogliamo la scuola e il mondo. Questo è anche il motivo per cui abbiamo la bandiera dell’orgoglio al CSD, perché è anche un gruppo che è escluso a causa del suo orientamento sessuale, dove non c’è motivo di escluderlo.

C’è stato un evento commemorativo nel giorno della Reichspogromnacht. Ce ne saranno simili in futuro?

Sì, certamente. Siamo aperti anche ad altri eventi commemorativi. Dobbiamo solo fare attenzione a non organizzare tali eventi troppo spesso, altrimenti perdono il loro effetto. Sarebbero troppo inflazionati. Dovremmo pensare con attenzione a ciò che vogliamo enfatizzare e a ciò che vogliamo commemorare e come.

È soddisfatto dello stato attuale della scuola o vorrebbe cambiare qualcosa?

Sono principalmente soddisfatto, ma un po’ anche no. Desidero altro, per esempio che ci siano meno atti di vandalismo. Oggi ero nel bagno dei ragazzi e il coperchio del termosifone è stato strappato e piegato nel bagno. Mi chiedo chi lo fa e perché? Adesso ridete e in qualche modo pensate che sia divertente, e posso capirlo, ma vi dico che non è per niente divertente, perché è molto costoso e inutile. Inoltre vorrei poter cambiare molto, per esempio vorrei avere più insegnanti per dare più lezioni. Vorrei che i miei colleghi non fossero così gravati da così tanti compiti che devono svolgere. L’amministrazione, anche la comunicazione con i genitori è diventata molto più difficile: scrivere lettere, metterle nei file, e così via. Sono cose in realtà tutte importanti ma ci manca il personale. Manca il tempo per preparare le lezioni, per dare un feedback sul rendimento degli studenti in un colloquio individuale. Il giorno ha solo 24 ore, ed è per questo che vorrei avere più risorse.

Che cosa pensa dell’intelligenza artificiale e del fatto che gli studenti usino l’intelligenza artificiale come ChatGPT per fare i compiti a casa?

È un fatto che ChatGPT venga utilizzata, anche se non mi piace. La domanda è: gli studenti imparano ugualmente bene? Se do un compito, ad esempio un’interpretazione, e poi lo studente usa la ChatGPT, che cosa ha capito, quali sono le sue competenze? Se si usa l’IA in questo modo, per non fare i “compiti sgradevoli”, non è utile per l’apprendimento. Quindi, se non si fanno questi compiti, non si impara. Ma naturalmente ci sono anche opportunità in cui ha senso usare l’IA. Ora dobbiamo valutare dove ciò sia possibile. Come scuola, non possiamo permetterci di essere ostili alla tecnologia, la tecnologia è parte di essa. L’unica domanda è come usare l’IA in modo responsabile. Voi state registrando la conversazione e probabilmente in seguito inserirete la registrazione audio in un programma per semplificare il processo di scrittura. La domanda che sorge è perché si ha imparato a scrivere. Non farlo ha delle conseguenze nello sviluppo della persona. In breve, ciò significa che vogliamo e dobbiamo integrare questi progressi tecnologici in classe in modo sensato.

Perché è così severo sulla regola di non usare i cellulari?

Non importa se mi piace o no, devo insistere sul rispetto delle regole. Così è nella vita comune, abbiamo regole che dobbiamo seguire. Durante il Covid-19 con le videoconferenze gli studenti erano spesso distratti dai videogiochi. È questo un uso del cellulare che non ci piace, perché le scuole che lo lasciano utilizzare non sono più in dialogo con i loro studenti, che sono presenti fisicamente ma non stanno attenti. Inoltre, in particolare con i piccoli, è molto importante che si sfoghino, corrano e siano attivi durante la pausa e che non si fissino sui loro cellulari. È questo il motivo per cui non vogliamo i cellulari nella scuola. Ci sono stati inoltre casi spiacevoli in cui studenti hanno filmato i compagni e poi hanno cambiato le immagini e le hanno condivise in una chat di classe così che gli studenti sono stati mobbizzati virtualmente. Tutto questo succede con il cellulare. Durante la lezione può essere utilizzato solo ai fini della lezione altrimenti non va usato. (Anna&Max hanno trascritto e tradotto da soli) CdI febbraio

 

 

 

 

All’IIC di Amburgo tornano le “Storie in valigia” per i più piccini

 

Amburgo. Martedì 20 febbraio, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo tornano le “Storie in valigia – Geschichtenkoffer” con il secondo incontro di letture animate in italiano per bambini, a cura di Silvia Ferioli e Francesca Parenti.

L’appuntamento è dalle ore 15:30 alle 16:30 per i bambini di età da 0 a 3 anni, che possono prenotare a questo link, e dalle ore 16:30 alle 17:30 quelli dai 3 ai 7 anni, con prenotazione a questo link.

Una volta al mese la valigia piena di storie di Silvia e Francesca aspetta i bambini dai 0 ai 7 anni all’Istituto di Cultura di Amburgo per un meraviglioso viaggio sulle ali della fantasia e fra le pagine di splendidi albi illustrati.

Con l’anno nuovo si è deciso di sperimentare un nuovo formato, “Filastrocche in Valigia”, rivolto ai bambini fino ai 3 anni, per favorire l’apprendimento immersivo dell’italiano fin dalla primissima infanzia. Per questa fascia di età si utilizzeranno fantasiose filastrocche, divertenti canzoncine e i primi cartonati; verrà dedicato anche uno spazio speciale alla coccola della lettura con i genitori. Al termine della prima mezz’ora ci sarà una pausa per i bimbi con uno spuntino portato da casa, durante la quale i genitori avranno la possibilità di consultare una bibliografia di libri per l’infanzia e guide pratiche di supporto al bilinguismo, nonché naturalmente di confrontarsi e di scambiare informazioni con le relatrici, gli altri genitori e lo staff dell’Istituto.

Dalle 16.30 tornano invece le “Storie in Valigia” con il formato consueto di lettura animata accompagnata da un laboratorio creativo. La valigia è pronta e noi siamo impazienti di riprendere con voi il magico viaggio nel mondo delle storie! Insieme a Silvia e a Francesca i bambini potranno ammirare le prodezze di Hogard, draghetto tutto cuore, aiutare il pericolosissimo coccodrillo Hugo a trovare nuovi amici, scoprire cosa possa mai farci un Rinofante sul tetto, andare alla ricerca del meraviglioso Cicciapelliccia e viaggiare fra gli splendidi paesaggi di Bimba Landmann alla scoperta degli amici immaginari! Sognare con le più belle storie di Gianni Rodari, Beatrice Alemagna e di tanti altri autori, sapientemente illustrate da Alessandro Sanna, Marianna Balducci e altri grandi illustratori per bambini e ragazzi del panorama italiano contemporaneo.

Silvia e Francesca propongono letture animate a due voci, con Kamishibai e altre tecniche: storie in italiano avventurose, tenere, divertenti, esilaranti. Sarà un’occasione per incontrare nuovi amici fra le pagine dei libri e sul simpatico tappetone, e per trovare storie che accomunano i piccoli e i più grandicelli. Storie per ridere a crepapelle, storie per sognare ad occhi aperti e storie per crescere forti e sicuri. Dopo la lettura, ispirati dalla storia ed equipaggiati con carta, colori, colla e i materiali più disparati, i bambini potranno creare paesaggi, personaggi e piccole opere d’arte che ricorderanno loro il pomeriggio passato insieme.

Silvia Ferioli è architetta viaggiatrice con la passione della fotografia di viaggio e della lettura. Divisa tra Milano e Amburgo, dalla nascita del suo bimbo ha viaggiato insieme a lui e a tanti piccoli italo-amburghesi sulle pagine degli albi illustrati più disparati, alla ricerca di storie sempre nuove. Ha frequentato corsi di lettura ad alta voce dedicati a gruppi di lettura per l’infanzia e dal 2012 è attiva nella promozione alla lettura, inserendosi nel circuito amburghese di “Gedichte für Wichte” come conduttrice di un gruppo di lettura per bambini in lingua italiana. È una delle organizzatrici delle letture de “Il Circolino dei Folletti”.

Francesca Parenti è traduttrice e insegnante d’italiano, appassionata di illustrazione e letteratura per l’infanzia. Grazie ai suoi figli ha scoperto la lettura ad alta voce e quel magico legame che si crea tra lettore e piccolo ascoltatore. Si è formata con corsi e workshop sui temi del libro per l’infanzia e della lettura ad alta voce, iniziando a dedicarsi ad attività legate alla promozione della lettura e del bilinguismo. È stata fondatrice e organizzatrice del gruppo “L’Arca dei Cuccioli”.

I prossimi appuntamenti di Storie in Valigia si terranno il 12 marzo, il 9 aprile, il 14 maggio e il 18 giugno 2024, sempre di martedì e con gli stessi orari sopra indicati.

Le letture mensili sono organizzate dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con “Storie in valigia”. (aise/dip 16)

 

 

 

 

Il cinema italiano si fa valere al Festival di Berlino

 

Tanto cinema italiano alla Berlinale 2024 e non si tratta solo della quantità di pellicole presentate al festival cinematografico della capitale tedesca (un numero decisamente superiore alla media), ma anche e soprattutto della loro buona qualità.

Per ragioni di spazio ci concentriamo in questa sintesi sui due film che hanno partecipato alla sezione “Wettbewerb”, quella più prestigiosa, gareggiando per la conquista dell’Orso d’oro, ovvero Another End di Piero Messina e Gloria!, opera prima della musicista e cantautrice Margherita Vicario:

Prodotto da Rai Cinema, Another End (“Un’altra fine”) è l’opera seconda di Piero Messina, realizzata a quasi dieci anni di distanza dal suo esordio con “L’attesa” del 2015. L’attore messicano Gael García Bernal interpreta Sal, un uomo tormentato dal senso di colpa e dal ricordo della moglie molto amata di nome Zoe (Renate Reinve), rimasta uccisa in un incidente stradale. Prova a consolarlo, ma senza troppo successo, la premurosa sorella Ebe (Bérénice Bejo). La vicenda è ambientata in un futuro prossimo, in una città non identificabile, un mondo in cui le persone in lutto hanno una grande possibilità: salutare chi non c’è più per un’ultima volta, grazie a una tecnologia che riporta in vita l’anima dei defunti all’interno del corpo di persone ancora vive che fungono da ospiti. In questo modo, il dolore del distacco viene alleviato e si ha più tempo per potersi dire addio per sempre. Ed è a questo rimedio cui si rivolge Sal, anche per la speranza di superare il trauma di cui egli si sente direttamente responsabile, avendo causato il decesso della moglie in un incidente stradale dovuto ad un paio di bicchieri di troppo.

La pellicola di Messina mostra di avere grande fascino e un’ambizione piuttosto rara nel cinema italiano contemporaneo. In questo universo distopico ciò che interessa al regista è soprattutto ragionare sul tema del distacco dalle persone amate e sul sottile confine che separa la vita dalla morte. Mescolando melodramma e fantascienza, il film riesce a suscitare forti emozioni. La scelta che deve compiere Sal è piena di risvolti etici che coinvolgono lo spettatore e inducono a riflettere, senza che dalla pellicola stessa esca una posizione unilaterale e definitiva.

Gloria! è una pellicola completamente differente, ma non meno interessante e avvincente. La regista Margherita Vicario ambienta la vicenda nella Venezia dell’anno 1800, al cambio di secolo dopo il terremoto politico e culturale della Rivoluzione francese e l’ascesa di Napoleone. Nel Collegio di Sant’Ignazio, un orfanatrofio fatiscente e decrepito, vivono trovatelle e giovani ragazze con o senza padri legittimi o illegittimi, sotto un regime monacale dove a comandare sono le suore e un anziano maestro di cappella don Perlina (Paolo Rossi) in crisi di ispirazione e ormai del tutto incapace di comporre nuovi brani. La protagonista è la giovane Teresa (Galatea Bellugi) che si finge muta e che possiede un talento musicale straordinario grazie al quale percepisce l’armonia dell’universo e lo rimodella in una musica innovativa e fuori dai canoni dell’epoca. Per la visita del nuovo Pontefice Pio VII, si organizza un concerto che si trasformerà -grazie anche all’arrivo di uno strumento sconosciuto, il pianoforte, destinato di lì a poco a sostituire il clavicembalo e il fortepiano-, in una festa allegra e surreale. La regista ha voluto dedicare il suo film «a tutte quelle donne che facevano musica, molto libere creativamente, che si trovavano nelle corti o nei collegi, donne di talento che preferivano farsi suore pur di continuare a suonare, e che sono state dimenticate». Gherardo Ugolini, CdI online 23 febbraio

 

 

 

 

“Torino-Francoforte, andata e ritorno”, il 21 febbraio presentazione online del libro di Liana Novelli

 

Francoforte sul Meno. L’Associazione ReteDonne e.V organizza per mercoledì 21 febbraio alle 20.30, in streaming su Zoom, la presentazione del libro autobiografico di Liana Novelli “Torino – Francoforte, andata e ritorno” (Sardini Editrice, Bornato in Franciacorta, 2023). In dialogo con Luciana Mella (presidente di ReteDonne e.V.), Liana Novelli (presenterà il suo libro leggendone alcuni brani.

Scrive il saggista Alberto Cavaglion nella prefazione al libro: “Questa autobiografia è la storia di un percorso di doppia emigrazione: la prima, vissuta da bambina e adolescente, segnata dalla non aderenza ai ruoli consueti all’interno della famiglia stessa, che in età adulta ha portato l’autrice ad un atteggiamento critico verso la società italiana e i suoi modelli educativi. Di qui il carattere che queste pagine esprimono, di un espatrio consapevole, che supera i confini delle culture. L’asse Torino-Francoforte, che dà il titolo al mémoir, prevede deviazioni, nel periodo della clandestinità, delle persecuzioni razziali, quando le vie di fuga rendono meno lineare il cammino. Il terzo lato del triangolo è dato da Trieste (un po’ anche dall’Istria), dove si colloca una parte importante della vita di Liana Novelli; la Trieste degli empori e dei commerci, ma anche la Trieste e gli anni della psicoanalisi. […] Ci si congeda da queste pagine con la stessa sensazione che si prova ritornando a casa dopo un lungo viaggio. Un libro che guarda al passato, ma ci avvolge nel tepore del presente. Quel presente, per adoperare le famose parole di Svevo, che è per Novelli «una verità intangibile» in cui si può «segregarsi e starci caldi».  

Liana Novelli-Glaab nasce a Torino, dove studia e si laurea in Storia e Filosofia. Agli inizi degli anni Settanta si trasferisce in Germania, a Francoforte, insegnando inizialmente nelle classi di inserimento dei figli dei Gastarbeiter, per poi passare alla cattedra di Storia delle Donne- Frauenforschung (dal 1986 al 2006) nella J.W. Goethe-Universität di Francoforte. Per alcuni anni ha fatto parte del direttivo di ReteDonne e.V. Dal 2004 è presidente del Coordinamento Donne Italiane di Francoforte. Nel corso dell’ultima edizione della Frankfurter Integrationsbuchmesse (2023) ha anche ricevuto il Premio Integrazione per il suo impegno a favore dei diritti umani, della coesione e contro il razzismo. Il link per partecipare alla presentazione è disponibile sulla pagina Facebook di ReteDonne e.V. (Inform/dip 16)

 

 

 

 

La mostra fotografica “Sander Sardinia 1927” all’IIC di Amburgo (23 febbraio -17 maggio)

 

Amburgo – “Sander Sardinia 1927”: è il titolo della mostra fotografica che verrà inaugurata nella galleria dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo venerdì 23 febbraio, alle ore 19:00. Sarà presente il curatore Florent To Lay.

La mostra è organizzata dagli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo, Colonia, Strasburgo e Montréal in collaborazione con “Die Photographische Sammlung / SK Stiftung Kultur – August Sander Archiv di Colonia” (La collezione fotografica della Fondazione culturale SK August Sander di Colonia). Nel 1927, quando il fotografo tedesco August Sander, uno dei più riconosciuti maestri della fotografia moderna, si reca in Sardegna e realizza le fotografie in mostra, l’isola si prefigura nell’immaginario collettivo come un mondo a parte, una terra fuori dal tempo e dalla storia. L’isola al centro del Mediterraneo era invece all’alba di importanti cambiamenti. August Sander si pone di fronte alla Sardegna con l’attitudine del fotografo documentarista e riesce abilmente a trasformare la sua testimonianza in un racconto fuori dal tempo, conferendo al progetto, rimasto misteriosamente inedito durante la sua vita, una straordinaria modernità. Il suo progetto infatti non ebbe successo, anche se Sander tentò di pubblicarlo attraverso stampe e ingrandimenti, organizzati in portfolio fino agli anni Cinquanta. Per lui la Sardegna era stata un’occasione unica di viaggiare all’estero e confrontarsi con un’altra cultura fino a quel momento a lui completamente estranea. Sander con il suo stile documentaristico ha immortalato ritratti di abitanti delle città e delle campagne nel loro modo di essere, senza idealizzarli; inoltre, ha catturato con precisione e in modo inaspettato la vita urbana e rurale dell’isola insieme alla sua architettura. Insomma ha prodotto un racconto collettivo che raccoglie la storia e le microstorie di uomini e paesaggi attraverso fotografie, ormai testimonianze, che rinnovano l’invito ad esplorare una terra che, ancora oggi, incontra le aspettative dei viaggiatori più appassionati. Seguendo l’obiettivo di Sander (e i suoi passi), veniamo invitati a non soffermarci davanti ai singoli scatti, ma a immergerci oltre ed esplorare anche il fuori campo ed inoltre il fotografo con il suo stile è riuscito a raccontare un momento cruciale per la Sardegna, il momento in cui l’isola iniziava a confrontarsi con un emergente sviluppo industriale ed economico. Il progetto espositivo presenta 40 fotografie poco conosciute e rari autocromi di August Sander (1876-1964), selezionate da un gruppo di circa 300 negativi da lui scattati nella primavera del 1927 in Sardegna. Per la mostra è stato realizzato un catalogo in quattro lingue (italiano-inglese-francese-tedesco), a cura di Florent To Lay, con 22 scatti dell’artista, un’intervista a Oliviero Toscani ed estratti dai testi di Sander, Ludvig Mathar ed Elio Vittorini. La mostra, ad ingresso gratuito, potrà essere visitata presso la galleria dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo fino al 17 maggio in concomitanza con gli eventi in Istituto oppure dal lunedì al giovedì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.00 e il venerdì dalle 10.00 alle 13.00. La partecipazione al vernissage è gratuita, ma richiede la registrazione tramite il portale Eventbrite: Sander_Sardinia.eventbrite.de. (Inform/dip 19)

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

La Germania si rifiuta di inviare truppe in Ucraina

Raramente governo e l’opposizione sono stati così uniti: la proposta di Macron di inviare truppe di terra europee in Ucraina ha incontrato un rifiuto unanime in Germania, dato che equivarrebbe a una guerra frontale diretta con Mosca. Immediata la reazione di Scholz (SPD): “Ieri a Parigi abbiamo convenuto sul fatto che tutti devono fare di più per l’Ucraina. Il Paese ha bisogno di armi, munizioni e difesa aerea. Ci stiamo lavorando. Ciò che è chiaro è che non ci saranno truppe di terra degli Stati europei o della NATO. Questo è quanto.” 

Nel frattempo, numerose manifestazioni pubbliche hanno ricordato il secondo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Scholz ha chiesto maggiori sforzi in Germania e in Europa per garantire una difesa efficace, perché: “La Russia non attacca soltanto l’Ucraina, ma distrugge l’ordine di pace dell’Europa”. L’Ucraina continuerà quindi a essere sostenuta dalla Germania nella sua autodifesa “per tutto il tempo in cui ciò sarà necessario”, ha ribadito Scholz. “Noi, la Germania e l’Europa dobbiamo fare di più per assicurarci una difesa efficace”. Concetti come “deterrenza” e “prontezza alla difesa” possono risultare parole insolite se pronunciate dalla bocca di un Cancelliere tedesco, per giunta socialdemocratico, ma rappresentano un compito importante: “Insieme ai nostri alleati, dobbiamo essere così forti da far sì che nessuno osi attaccarci. Solo così riusciremo a provvedere alla nostra sicurezza e a difendere la pace in Europa”. La migliore garanzia al riguardo rimane la NATO: “su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha sottolineato il Cancelliere alludendo a Donald Trump.

 

Scholz dice no alla consegna di missili tedeschi

La discussione interna sulla fornitura di missili tedeschi Taurus a Kiev non accenna a diminuire, con il Cancelliere Scholz che continua a difendere la sua linea di rifiuto. Non ci saranno quindi soldati delle forze armate tedesche sul suolo ucraino, anche perché la fornitura di missili Taurus renderebbe necessaria la loro presenza per il funzionamento e il controllo del bersaglio degli stessi. Il Cancelliere Scholz ha quindi dichiarato che “ciò che all’Ucraina manca sono munizioni di tutte le lunghezze e distanze possibili, ma non per prima cosa i missili provenienti dalla Germania”. Queste sue esternazioni hanno attirato fortissime critiche non solo da parte dell’opposizione, ma anche dai partner della coalizione.

Nel mentre, il ministro degli Esteri Annalena Baerbock si è recata a Odessa, sul Mar Nero per presenziare al secondo anniversario dell’attacco russo, insieme al ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba. È il suo sesto viaggio in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Durante la visita, nonostante tutte le misure di sicurezza, il ministro degli Esteri e la sua delegazione di Berlino sono stati costretti a interrompere anticipatamente la visita a Mykolayiv, nell’Ucraina meridionale, a causa di un drone da ricognizione russo che ha inseguito il loro corteo.

 

Steinmeier invita i cittadini alla difesa della democrazia

Da settimane in Germania si verificano ripetutamente manifestazioni contro l’estremismo di destra e l’AfD. Ma spesso gli appelli degli organizzatori si rivolgono generalizzando “contro le destre”, senza fare alcuna differenziazione politica, atteggiamento questo che ha incontrato il biasimo del Presidente dello Stato Frank-Walter Steinmeier, per il quale “un’alleanza per la democrazia deve essere ampia dal punto di vista sociale se vuole essere forte”. “L’impegno a favore della nostra democrazia liberale e dell’ordine dei valori derivante dalla Legge fondamentale (Grundgesetz) non fa distinzione tra democratici conservatori, liberali o socialisti. Tutti ne fanno parte. C’è bisogno di tutti”. L’alleanza è quindi indirizzata contro l’estremismo di destra e “i nemici della Costituzione che non hanno alcun riguardo della dignità umana”, ha messo nero su bianco Steinmeier. 

Il nodo è tracciare una linea netta di demarcazione tra i democratici e coloro che disprezzano e attaccano la democrazia. Ciononostante, il capo dello Stato è dell’avviso che la situazione delle manifestazioni in strada stia degenerando, alludendo con ciò alle violente proteste degli agricoltori. “Laddove i politici vengono personalmente minacciati, dove gli eventi vengono impediti con blocchi, dove non si cerca il dialogo democratico, ma è invece impossibilitato, non si contribuisce in alcun modo alla democrazia”, queste le critiche espresse da Steinmeier. Le questioni politiche possono dare adito a discussioni controverse, “ma noi dobbiamo essere uniti quando si tratta di ciò che riguarda tutti noi, della democrazia stessa”.

 

Forti critiche per la legalizzazione della cannabis

Il Bundestag ha deliberato la legalizzazione parziale della cannabis grazie all’approvazione della maggioranza della coalizione di governo. CDU/CSU avevano combattuto fino all’ultimo contro tale legge, e ora la CSU intende fare tutto il possibile – querele incluse – per bloccarla. Poiché ciò sembra improbabile, il governatore bavarese Markus Söder ha già ha dichiarato che la Baviera continuerà a essere una regione fortemente ostile nei confronti dei consumatori di cannabis: “Chi vorrà consumare felicemente cannabis, lo dovrà fare altrove, ma non in Baviera. Lo garantiamo”. Il governo regionale di Monaco di Baviera sta valutando la possibilità di intentare una causa contro la base legale che porterà alla legalizzazione parziale della cannabis. “La Baviera prenderà parte a qualsiasi azione volta a invalidare, ritardare o ad attuare in forma differente questa legge”, ha annunciato il leader del partito CSU. “Stiamo esaminando tutte le vie legali, dal requisito legato all’approvazione al danno generale. E oggi posso già dire che applicheremo questa legge in modo estremamente restrittivo”.

Dopo la delibera della liberalizzazione controllata della cannabis, gli sguardi sono ora puntati sull’ultimo ostacolo in Consiglio federale (Bundesrat), la seconda camera del parlamento dove l’approvazione non è garantita. Oltre alle critiche delle associazioni mediche, dei giuristi e dei politici, anche i  Länder hanno sollevato obiezioni sul fatto che la legalizzazione e le relative modifiche dovranno entrare in vigore già a partire dal 1° aprile prossimo.

 

Parigi: Marine Le Pen respinge l’AfD                       

La visita a Parigi è diventata un autogol, e l’armonia ha ceduto il posto allo “schiaffo” che il partito della destra populista “Rassemblement National” (RN) di Marine Le Pen ha dato al partito alleato tedesco dell’AfD, chiedendogli un “impegno scritto” che garantisca che l’idea di “remigrazione” dei tanti cittadini con origini straniere non diventi mai parte del programma del partito. Martedì scorso, durante un pranzo a Parigi la leader di AfD Alice Weidel ha incontrato Marine Le Pen e il suo Presidente di partito Jordan Bardella. La Co-presidente dell’AfD ha scritto di questo incontro: “Abbiamo discusso di molte questioni politiche e abbiamo riscontrato di perseguire gli stessi approcci risolutivi sui grandi problemi odierni”. 

Weidel aveva voluto considerare il pranzo parigino come un segno di riavvicinamento dopo che a gennaio Le Pen aveva preso le distanze dall’AfD. La ragione era stata la divulgazione di un incontro di politici dell’AfD, imprenditori di destra, quadri del movimento identitario “Identitäre Bewegung”, membri dell' ‘Unione dei valori' (Werteunion) e altri populisti di destra. Le Pen aveva risposto pubblicamente di non essere assolutamente d’accordo con l’idea di un’espulsione di massa di stranieri e cittadini “non assimilati”, affermando che se l’AfD avesse sostenuto tale idea, il contrasto tra i due partiti sarebbe insanabile.

 

La Polizia arresta una terrorista di sinistra          

Come le “Brigate Rosse” in Italia, anche in Germania ci sono ancora dei terroristi di sinistra latitanti. Dalla fine degli anni ‘70 agli anni ‘90 la “Rote-Armee-Fraktion” (RAF) ha sconvolto la Germania commettendo omicidi politici e massacri. Ora la terrorista della RAF Daniela Klette, ricercata tra le altre cose per tentato omicidio, è stata arrestata a Berlino, in un appartamento condominiale nel quartiere di Kreuzberg, dove sarebbero state trovate anche munizioni.

Gli inquirenti l’avevano identificata dalle impronte digitali. Secondo la magistratura, Klette avrebbe utilizzato un passaporto italiano e vissuto nel quartiere di Kreuzberg con il nome di Claudia. Per guadagnare denaro, avrebbe dato lezioni private di matematica agli studenti. 

 

Cammino sinodale tedesco: il Vaticano ricerca un dialogo con i vescovi tedeschi

Il 22 marzo una delegazione di vescovi tedeschi incontrerà i rappresentanti dei dicasteri romani per discutere del futuro del Cammino sinodale tedesco: potrebbe essere l’ultimo tentativo prima di una rottura. Dopo vari ammonimenti che non lasciavano dubbi, il Vaticano era intervenuto poco prima dell’assemblea generale di primavera della Conferenza episcopale tedesca ad Augusta, per ribadire la sua contrarietà al “Consiglio sinodale”, che permetterebbe alla Chiesa tedesca di prendere importanti decisioni per il suo futuro. Secondo il diritto canonico in vigore, ciò è da ritenersi nullo.

Nel frattempo, sabato 2 marzo il Cancelliere Scholz si recherà in Vaticano per la prima volta dall’inizio del suo mandato, più di due anni fa. I colloqui riguarderanno principalmente la guerra in Ucraina, la situazione a Gaza e il cambiamento climatico. Per Scholz – che si definisce non credente – è la prima visita da Papa Francesco.

 

Luoghi in Germania: Königssee                                

È considerata una delle più belle aree di sport invernali della Germania, ma dalla prossima stagione non si svolgerà più alcuna attività sciistica nel comprensorio di Jenner am Königssee. La decisione per il più grande comprensorio sciistico del Berchtesgadener Land (ubicato nella punta sud-orientale della Baviera) arriva prima del previsto. Con soli 700 biglietti venduti, non c’è più domanda, spiegano i responsabili per giustificare la decisione.  Il risultato è che la preparazione delle piste sul Jenner verrà interrotta e in futuro non ci sarà nemmeno più neve artificiale.

A inizio marzo si concluderà quindi un’era decennale per lo sci alpino. Uno dei motivi principali di questa dismissione è il cambiamento climatico: le settimane in cui c’è una quantità di neve sufficiente a coprire le piste da sci si riducono sempre di più.

 

L'omicidio di Navalny scuote la conferenza sulla sicurezza di MonacoPer tre giorni Monaco di Baviera è stata al centro dell’attenzione globale: i potenti di tutto il mondo si sono dati appuntamento all’annuale Conferenza sulla sicurezza (MSC). Raramente l’incontro si è svolto in circostanze così sfavorevoli sul piano internazionale: la guerra di aggressione di Mosca contro l’Ucraina e le sue ripetute minacce di uso di armi nucleari. Il pericolo di un attacco russo agli Stati baltici e alla Polonia. Il pericolo di una escalation in Medio Oriente. La strategia terroristico-sovversiva del regime dei mullah iraniani. Il blocco del traffico marittimo nel Corno d’Africa da parte dei ribelli Houthi dello Yemen. L’influenza che la Russia esercita in Africa centrale e subsahariana. L’influenza che la Russia esercita in Africa centrale e subsahariana. Il timore del ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Tra tutte queste tensioni globali la notizia dell’assassinio dell’oppositore del regime russo Alexei Navalny ha provocato grande sgomento. Il Cancelliere Scholz (SPD) ha definito tragica la morte di Navalny, lodando il suo grande coraggio per essere tornato in Russia. Coraggio che ha pagato “con la vita”, per questo “ora si ha piena consapevolezza di che tipo di regime ci sia a Mosca”. La chiosa del Cancelliere: “Ormai la Russia non è più una democrazia”. Anche l’ex Cancelliera Angela Merkel (CDU) ha voluto far sentire la sua voce: “La notizia della morte di Alexei Navalny mi riempie di grande sgomento. È stato vittima delle repressioni esercitate dal potere russo. È terribile pensare che la sua voce impavida, che si è battuta per il proprio Paese, sia stata messa a tacere con metodi terribili. Il mio pensiero va a sua moglie, ai suoi figli, ai suoi amici e ai suoi collaboratori”. Christian Lindner (FDP), ministro delle Finanze e leader dei Liberali, ha dichiarato: “Alexei Navalny ha combattuto per una Russia democratica. Putin lo ha torturato a morte per questo”, per cui questa è solo un’ulteriore testimonianza del “carattere criminale di questo regime. Dopo la sua morte, Navalny continuerà a dare speranza a tutti coloro che hanno combattuto per un’altra Russia”. Il leader della CDU Friedrich Merz si è espresso con parole simili: “Il sistema Putin ha mostrato ancora una volta il suo volto disumano. Non dimenticheremo Alexei Navalny”. Michael Roth (SPD), Presidente della Commissione per gli Affari esteri del Bundestag: “Putin agisce come un padrino della mafia, proprio sulla scia della tradizione di Stalin: di tanto in tanto un omicidio su commissione per intimidire gli spiriti critici che mettono in discussione la sua onnipotenza”.

 

Il ministro Pistorius chiede più finanziamenti per gli armamenti

La minaccia all’Europa libera da parte del regime di Putin e la possibile uscita degli Stati Uniti dalla NATO, se Donald Trump dovesse tornare alla Casa Bianca, caratterizzano sempre più il dibattito politico in Germania. Per i prossimi anni il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) prevede una necessità di spesa per la difesa ancora maggiore rispetto al 2% del prodotto interno lordo deliberato dagli Stati membri della NATO. “Sono abbastanza realista da riconoscere che nei prossimi anni ciò non basterà”, ha dichiarato il ministro alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Non si tratta tanto di cifre, quanto di avere “fondi sufficienti” a disposizione.

L’obiettivo del 2% era stato fissato durante un vertice della NATO nel 2014. Quest’anno la Germania raggiungerà per la prima volta quest’obiettivo grazie al fondo speciale approvato a seguito della guerra in Ucraina. Nel frattempo CDU/CSU intendono presentare al Bundestag una mozione per il prolungamento degli aiuti militari all’Ucraina. La proposta richiede anche la consegna di missili cruise Taurus a Kiev, che il Cancelliere Scholz ha finora rifiutato di consegnare.

 

Elezioni europee: Ursula von der Leyen si ricandida per un secondo mandato

Anche se vi erano pochi dubbi, lei aveva rinviato la sua decisione il più a lungo possibile. Ora invece si è certi che Ursula von der Leyen si ricandiderà di nuovo: il direttivo della CDU ha nominato all’unanimità l’attuale Presidente della Commissione Europea, che aveva dichiarato la sua disponibilità a presentarsi per un secondo mandato, candidata principale per le elezioni europee. “In questi cinque anni è cresciuta non soltanto la mia passione per l’Europa, ma anche la mia esperienza di quanto questa Europa possa fare per i suoi cittadini”, ha dichiarato von der Leyen a Berlino. Dopo le elezioni europee di giugno, la posizione al vertice della Commissione a Bruxelles dovrà essere riassegnata. Sarà nominato un candidato della famiglia di partiti europei che avrà ottenuto i risultati migliori alle Europee. Nei sondaggi il PPE è risultato finora in testa, per cui le probabilità che von der Leyen possa rimanere Presidente sono alte. Si prevede quindi che, oltre a Forza Italia, anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che intrattiene relazioni amichevoli con la Presidente della Commissione, sosterranno la rielezione di von der Leyen.

Prima del suo passaggio a Bruxelles, la cristiano-democratica è stata, tra le altre cose, ministro della Difesa sotto l’allora Cancelliera Angela Merkel (CDU). Von der Leyen, madre di sette figli, ha conseguito un dottorato in medicina. Von der Leyen è nata a Bruxelles nel 1958, l’anno in cui Walter Hallstein divenne Presidente della Commissione. Per quest’ultimo ha lavorato il padre di von der Leyen, Ernst Albrecht, poi futuro governatore della Bassa Sassonia (CDU). La figlia ha frequentato la Scuola europea, motivo per cui parla bene anche francese e inglese.

 

Il Mossad mette in guardia la Germania dagli attentati

Il Mossad, il servizio di intelligence esterno di Israele, ha messo in guardia le autorità di sicurezza di Germania, Danimarca e Paesi Bassi dagli agenti di sabotaggio iraniani. I media tedeschi hanno riferito che diversi commando speciali di Teheran si trovano infatti in missione segreta nell’Europa occidentale per spiare obiettivi ebraici oggetto di possibili attacchi. In caso di attacco militare all’Iran, seguirà quindi un’azione di rappresaglia volta ad attaccare e distruggere gli obiettivi prescelti. Negli ambienti legati alla sicurezza l’informazione è ritenuta molto plausibile.

Tra gli obiettivi oggetto di possibili rappresaglie iraniane ci sono, tra gli altri, l’ambasciata, i consolati, le sinagoghe e le istituzioni d’istruzione ebraici facenti capo a Israele. Secondo quanto affermano le autorità di sicurezza, i Servizi segreti iraniani in Germania e nei Paesi limitrofi reclutano anche musulmani di altri Stati, che vengono poi inviati a svolgere “mandati di osservazione”. In questo momento, soprattutto i pachistani sembrano essere particolarmente adatti al reclutamento.

 

L’FDP esprime la preferenza a governare con CDU/CSU

I Liberali stanno pianificando l’uscita dalla coalizione semaforo? Alcune affermazioni sembrano confermare questa opzione. Il Segretario generale dell’FDP Bijan Djir-Sarai ha espresso critiche a SPD e Verdi e ha sottolineato i punti in comune con la CDU e la CSU, affermando che l’SPD e i Verdi “non dispongono dei metodi giusti per combattere la crisi climatica. (…) Chi vuole una trasformazione ecologica, chi vuole sistemi di sicurezza sociale funzionanti come i nostri partner di coalizione, deve rendersi conto che la premessa di cui abbiamo bisogno è il successo economico di questo Paese”, ha dichiarato Djir-Sarai in un’intervista. “Se in Germania non si prende in considerazione l’economia come punto di partenza, si fallirà in tutti i settori della politica. I Verdi, invece, non l’hanno ancora capito”. Le critiche più dure sono state rivolte al ministro dell’Economia nonché Vicecancelliere Robert Habeck (Verdi). Il Segretario generale dell’FDP ha comunque lasciato volutamente intendere che tali divergenze di principio potrebbero portare a una rottura della coalizione.

C’è solo un problema: al momento CDU/CSU e FDP non avrebbero la maggioranza dei seggi nel Bundestag. Il leader della CDU Friedrich Merz ha ricordato all’FDP che un’alleanza non è al momento possibile: “L’FDP deve garantire con le proprie forze alle prossime elezioni federali il fatto di poter disporre di una maggioranza aritmetica insieme a noi. Allora potremmo parlarci”. Attualmente nella maggior parte dei sondaggi l’FDP si trova al di sotto della “magica” soglia di sbarramento del 5% per entrare nel Bundestag.

 

Hans-Georg Maaßen fonda a destra un nuovo partito di protesta

Congiuntura favorevole in Germania per la fondazione di nuovi partiti di protesta. Ha lasciato la CDU solo a gennaio scorso e ora l'ex ribelle della CDU ha già fondato un nuovo partito. L’ex Presidente dei Servizi segreti interni, Hans-Georg Maaßen ha fondato insieme a circa 20 sostenitori Werteunion (Unione dei valori), un nuovo partito di destra nato originariamente come associazione. Il gruppo capitanato da Maaßen è la seconda nuova fondazione di personalità politiche di spicco del 2024.

All’inizio dell’anno, l’altra ex politica ribelle della Sinistra aveva dato vita al partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW). L‘“Unione dei valori” vuole presentarsi alle elezioni regionali di settembre che si svolgeranno in Brandeburgo, Sassonia e Turingia, ma non ha intenzione di partecipare alle elezioni europee di giugno. Negli ultimi anni Maassen era entrato ripetutamente in conflitto con i vertici della CDU e aveva denunciato la “svolta a sinistra” dei Cristiano-democratici, allora guidati dalla Cancelliera e leader della CDU Angela Merkel.

 

Sinodo tedesco: il Vaticano considera 'il balzo in avanti tedesco' incompatibile con il diritto canonico

L’avvio dell’Assemblea generale di primavera della Conferenza episcopale tedesca ad Augusta non è stato un successo. Il motivo è l’obiezione dell’ultimo minuto presentata da Papa Francesco nei confronti della Commissione sinodale, che mira a consolidare il percorso speciale del Sinodo tedesco con l’obiettivo di istituire il Consiglio sinodale. Originariamente, nella loro riunione i vescovi tedeschi si erano posti l’obiettivo di votare lo statuto della Commissione sinodale, ma ora hanno dovuto togliere questo punto dall’ordine del giorno per via delle pressioni giunte da Roma.

Nella lettera del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin è stato messo nero su bianco il fatto che il Vaticano considera il balzo in avanti tedesco incompatibile con il diritto canonico. “Se ci portiamo avanti col programma e votiamo ora, i colloqui potrebbero diventare obsoleti”, ha ammesso il vescovo Georg Bätzing, capo della Conferenza episcopale: “Ma ci tengo a sottolineare che spesso aspettiamo mesi, più di sei mesi, prima che si fissino gli appuntamenti”, ha denunciato il vescovo, che spedisce alla Curia le seguenti parole: “Lo dico onestamente, potremmo essere molto più avanti. I colloqui avrebbero potuto tenersi molto tempo fa, e la responsabilità del ritardo è chiaramente da imputare a Roma”.

 

Luoghi in Germania: Grünheide

La piccola località (7.500 abitanti) nella profonda provincia del Land Brandeburgo, situata in mezzo a vaste foreste di pini, non offre nessun tipo di attrazione turistica né monumenti. Ciononostante, il villaggio ha attirato l’attenzione dei media perché qui un paio di anni fa è sorto il più grande stabilimento Tesla al di fuori degli Stati Uniti. Ora Elon Musk ha intenzione di espandere lo stabilimento di produzione delle sue auto elettriche, e ciò comporterebbe la distruzione di 100 ettari di bosco per fare posto a una stazione ferroviaria, magazzini e altri edifici. Gli abitanti del villaggio si sono ovviamente mobilitati e con un referendum una netta maggioranza degli stessi si è espressa contro questi piani. Musk e il governo tedesco, che ha sostenuto il progetto, dovranno ora trovare altre soluzioni. Kas 23

 

 

 

 

 

Idrogeno, investimenti e internazionalizzazione: il Fvg incontra la Baviera

 

Udine. Filiera dell'idrogeno, attrazione investimenti e internazionalizzazione delle imprese: questi gli argomenti trattati nel corso dell'incontro che l'assessore alle Attività produttive di Regione Friuli Venezia Giulia, Sergio Emidio Bini, ha avuto con il sottosegretario all'Economia, allo sviluppo regionale e all'energia del Land della Baviera, Tobias Gotthard.

All'incontro, che si è svolto presso il ministero dell'Economia della Baviera, erano presenti anche la presidente della Camera di Commercio Italo-Tedesca, Annamaria Andretta, il segretario generale della Camera di Commercio Italo-Tedesca, Alessandro Marino, e il Console generale d'Italia a Monaco di Baviera, Sergio Maffettone.

Nell'occasione l'esponente della Giunta ha ripreso le interlocuzioni avviate dal governatore Fedriga a maggio dell'anno scorso, durante la sua ultima visita in Baviera.

Sul tema idrogeno, l'assessore Bini ha discusso del progetto della Valle transfrontaliera dell'idrogeno e dell'importanza che questa nuova fonte di energia avrà nell'immediato futuro per la Germania e in particolare per la Baviera, interessata a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico.

"La Germania - ha spiegato Bini - e in particolare la Baviera rappresentano partner commerciali di primaria importanza per la nostra Regione e possono contare su relazioni istituzionali di lungo corso, che è nostra intenzione approfondire". L'export del Friuli Venezia Giulia, è stato ricordato, verso la Germania vale oltre 2,5 miliardi di euro, a fronte di importazioni pari a 1,5 miliardi di euro (valori aggiornati al 2022), con un saldo commerciale positivo per il Fvg.

Secondo le ultime rilevazioni del centro studi della Camera di Commercio di Pordenone-Udine, la Germania è al secondo posto della classifica dei principali partner commerciali del Fvg (la regione esporta il 12,2% del totale delle merci), superata solo dagli Stati Uniti (13,7%).

"Proprio in virtù di questo forte legame - ha spiegato Bini - è stato avviato il dialogo per riprendere la collaborazione tra cluster regionale della metalmeccanica Comet e il corrispettivo bavarese, interrotta a causa della pandemia, per la formazione del personale altamente specializzato e per sviluppare reciproche occasioni di business e internazionalizzazione delle imprese".

Sul fronte dell'attrazione investimenti, l'assessore ha ricordato la richiesta avanzata al governo italiano per il riconoscimento della zona logistica semplificata in Friuli Venezia Giulia, che auspicabilmente porterà nuove agevolazioni fiscali e dal punto di vista burocratico per le aziende che vorranno venire ad insediarsi in Regione. Inoltre, sono state ricordate le potenzialità di crescita del porto di Trieste, in un'ottica di accorciamento delle catene produttive, tema quanto mai attuale dopo la pandemia e il cambiamento degli scenari geopolitici e della logistica internazionale. (aise/dip 19) 

 

 

 

 

La Germania si scopre povera: niente pensione, i tedeschi preferiscono continuare a lavorare

 

Vitalizi troppo esigui: nella fascia tra i 63 e i 67 anni sempre più persone scelgono di rimanere occupate. I numeri della crisi e le analogie con l’Italia - Jeanne Perego

 

Monaco di Baviera. Le persone in età pensionabile che in Germania scelgono di rimanere al lavoro sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni. Secondo le ultime statistiche elaborate da Destatis, l'Ufficio federale di statistica, sono sempre di più i 63-67enni che rinunciano a godersi il tempo libero, i nipotini e le attività personali per continuare a lavorare. Un fenomeno in qualche modo analogo a quello dell’Italia che, secondo l’ultimo report dell’Istat sulle “Condizioni di vita dei pensionati” relativo agli anni 2020-2021, indica per il 2021 un aumento complessivo del 13,3% dei percettori di pensione che fanno conto ogni mese anche su un reddito da lavoro, circa 444mila individui sui 16 milioni di pensionati. E nel 2024 saranno probabilmente mezzo milione.

Secondo i dati Destatis, il numero di persone tra i 63 e i 67 anni che in Germania tra il 2020 e il 2023 hanno continuato a essere parte del mondo del lavoro è passato da 1,31 milioni a 1,67 milioni, con un aumento del 26,2% in tre anni. In media i tedeschi vanno in pensione a 64 anni, ma molti continuano a lavorare anche dopo tale età, e molti lo fanno perché hanno un disperato bisogno di rimpinguare una pensione spesso troppo esigua, con cui è quasi impossibile campare: in media poco meno della metà, il 42,3%, dei circa 15 milioni di pensionati nel Paese a fine mese arriva a percepire 1.250 euro, e in alcune città e regioni anche meno di tale cifra. I dati sono stati forniti in risposta a un’interrogazione parlamentare presentata dal partito di sinistra Die Linke.

Ma non è solo per il reddito quasi irrisorio che tanti tedeschi continuano a lavorare pur potendo godere della pensione, Destatis cita anche un altro gruppo che tende a rimanere al lavoro più a lungo: le persone con un alto livello di istruzione. «I titoli di studio più elevati spesso vanno di pari passo con una più lunga partecipazione al mercato del lavoro», dice l’istituto. «Lavorare in età pensionabile può significare, da un lato, partecipare attivamente e più a lungo alla vita sociale e, dall'altro, contrastare la minaccia della povertà in età avanzata». Per circa il 40% degli ultrasessantacinquenni che continuano a lavorare l’attività rappresenta la principale fonte di reddito, ma per la maggioranza si tratta di una fonte di reddito aggiuntiva alla pensione e ad altri redditi finanziari.

L'età pensionabile standard in Germania è attualmente fissata a 66 anni, ma aumenterà gradualmente a 67 anni entro il 2031. Chi vuole andare prima in pensione può farlo, ma in genere è penalizzato. Per chi ha versato almeno 45 anni di contributi pensionistici ci sono particolari eccezioni. Prima i nati nel 1953 o prima potevano andare in pensione a 63 anni dopo aver versato 45 anni di contributi, poi la pensione è stata portata a 64 anni e quattro mesi per i nati nel 1960, mentre per i nati successivamente sarà portata a 65 anni entro il 2029. Guardando ai pensionati che continuano a lavorare in Germania emerge anche un altro dato che fa riflettere: secondo l'Ufficio federale di statistica, negli ultimi anni la partecipazione alla forza lavoro delle persone di età compresa tra i 60 e i 64 anni è aumentata più di qualsiasi altra fascia d'età: dal 47% nel 2012 al 63% nel 2022. Nella fascia di età 65-69 anni, la percentuale di persone occupate è aumentata dall'11% nel 2012 al 19% nel 2022. LS 19

 

 

 

Berlino. Ricevimento in Ambasciata per la Berlinale e serata musicale con NSO

 

Berlino. L’Ambasciata ha ospitato in occasione della 74ª Berlinale un ricevimento per celebrare il cinema italiano, la sua capacità di dialogare con il pubblico internazionale e il consolidamento dei legami culturali e produttivi tra Italia e Germania. Due sono i film italiani quest’anno in concorso: “Another End” del regista Piero Messina e “Gloria!”, debutto alla regia dell’attrice e cantautrice Margherita Vicario. In apertura al ricevimento sono intervenuti Claudia Roth, Ministra di Stato per la Cultura e i Media in Germania; Lucia Borgonzoni, Sottosegretario al Ministero della Cultura; Carlo Chatrian, Direttore artistico della Berlinale; Chiara Sbarigia, Presidente di Cinecittà e Juergen Boos, Direttore della Frankfurter Buchmesse. Tra gli ospiti presenti anche numerosi rappresentanti delle istituzioni, del mondo del cinema italiano e distributori presenti all’European Film Market (EFM), che quest’anno vede l’Italia come “Country in Focus”. L’Ambasciatore d’Italia a Berlino Armando Varricchio ha rivolto un saluto agli ospiti ricordando come l’Italia rappresenti un set cinematografico ideale, grazie alle sue bellezze naturali e al suo patrimonio artistico-culturale, ma anche alla professionalità di artigiani e lavoratori qualificati in tanti campi, dal suono alla musica, dalla moda al make-up. A ciò si aggiunge l’attenzione posta dalle autorità italiane alle industrie culturali e creative, che costituiscono uno dei “motori della nostra economia, ma anche e soprattutto uno dei punti più qualificanti della nostra identità”, così l’Ambasciatore. “La cultura è il fil rouge che unisce cinema e letteratura, in vista della Frankfurter Buchmesse 2024, appuntamento che vedrà l’Italia in qualità di ospite d’onore”. L’Ambasciatore ha inoltre partecipato presso l’EFM al “Pitch event Books@Berlinale” del Berlinale Co-Production Market, nell’ambito del quale è stato presentato il titolo “La storia di Cesare” della scrittrice italiana Valentina Mastroianni tra i 10 finalisti.

 

Serata musicale in Ambasciata a Berlino il 20 febbraio scorso. In occasione della tappa berlinese del tour europeo della National Symphony Orchestra (NSO) del John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington, diretta dal Maestro Gianandrea Noseda, l’Orchestra si è esibita in concerto in Ambasciata.

Il trio, composto da Daniel Foster, prima viola della NSO, Loewi Lin al violoncello e Jing Qiao al violino, ha offerto un’anteprima del repertorio del tour, eseguendo musiche di Luigi Boccherini e Ludwig van Beethoven.

Il tour europeo si è aperto il 16 febbraio e proseguirà sino al 28 con tappe in Spagna, Germania e Italia. Il programma in Germania è iniziato ieri, 21 febbraio, con un concerto presso la Berliner Philarmonie con musiche di Alban Berg, Ludwig van Beethoven e Franz Schubert. Seguono altre date a Norimberga, Francoforte, Colonia e Amburgo. Il 26 febbraio è in programma un concerto al Teatro alla Scala di Milano.

Nel suo intervento l’ambasciatore d’Italia in Germania, Armando Varricchio, ha ricordato “l’instancabile impegno del Maestro Noseda nella diffusione della cultura italiana nel mondo”, in riconoscimento del quale, nel 2018, è stato insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel grado di Commendatore. “Il Maestro Noseda, ormai alla sua settima stagione alla direzione musicale della National Symphony Orchestra, ha portato l’Orchestra ad un notevole successo internazionale”, ha aggiunto Varricchio. “Mi fa quindi particolarmente piacere che questo tour, che segna anche il ritorno del Maestro alla Scala, tocchi ben cinque città tedesche dove l’Orchestra sarà certamente accolta da un pubblico conoscitore e amante della musica classica e dell’Italia”, ha concluso. (aise/inform/dip 20)

 

 

 

 

Bayer Leverkusen, la rivincita dei perdenti. Così le “aspirine” possono sfatare il sortilegio e prendersi la Bundesliga

 

La squadra di proprietà dell’azienda farmaceutica si porta dietro il soprannome Neverkusen, gli eterni perdenti. Stavolta, però, può prendersi la rivincita sull’imbattibile Bayern di Monaco. O forse no, anche perché i precedenti mettono paura - di Luigi Panella

 

La Bundesliga la vincerà ancora il Bayern Monaco? Dopo aver visto la gara della settimana scorsa alla BayArena la risposta è un no secco. Il Bayer Leverkusen non solo ne ha fatti tre ai vincitori degli ultimi 11 Meisterschale, ma li ha dominati tecnicamente, tatticamente, atleticamente, caratterialmente. E, particolare fondamentale, ha scavato un solco in classifica. Ma nel campionato tedesco il seme del dubbio ci mette un amen a germogliare. Lo dice una storia zeppa di beffe che è congruo definire atroci. Già, perché in fondo il Bayern il campionato lo aveva perso anche lo scorso maggio: doveva vincere a Colonia contro una squadra pronta a dare il 200% e sperare che il Dortmund non battesse in casa, spalleggiato da un impressionante muro di tifo, un Mainz in gita dopo aver raggiunto la pace dei sensi. Il 200% dato dal Colonia non è bastato, perché allo scadere il talentino Musiala ha regalato la vittoria al Bayern. E, cosa ben più grave, il Dortmund si è aggrovigliato nelle proprie paure non andando oltre un misero pari.

Già, il Bayern. Il campionato lo aveva perso anche da padrone del proprio destino. Nel 2001 Bastava un pari ad Amburgo, solo che al 90’ l’Hsv, la squadra dell’orologio che ne segnalava la permanenza eterna in Bundesliga (dismesso, ormai sono 6 anni che sta in Zweite) fece gol a tutto vantaggio dei tifosi dello Schalke, che a loro volta aspettavano l’evento dal 1958. Lo aspettano ancora, visto che il Bayern all'ultimo secondo del recupero rimise le cose a posto. A proposito, il Bayern il campionato lo aveva praticamente perso pure all’alba del nuovo millennio. Lo stava per vincere proprio il Leverkusen, che stava da quasi un secolo sulla carta geografica del calcio grazie ai marchi della Bayer, la casa farmaceutica che sulla cartina ci aveva messo anche una città destinata all’anonimato al cospetto delle vicine Dusseldorf e Colonia. Invece basta prendere un’aspirina e scatta la preponderante associazione di idee. Al giorno della verità il Leverkusen era arrivato con una peggiore differenza reti rispetto ai soliti bavaresi, ma anche con 3 punti di vantaggio. Un pari a Unterhaching, sobborgo proprio di Monaco, e sarebbe stata festa: tutto perfetto, a iniziare proprio dal Bayern, che aveva perso il treno affondando nel derby con il 1860 (roba improponibile ai giorni d’oggi).E invece niente. Michael Ballack, il giocatore più rappresentativo della squadra, pensò bene di sbagliare porta, mentre Ulf Kirsten, uno che a Dresda segnava già prima della caduta del muro, non fece centro. A conti fatti, 2-0 per l’Unteraching e film horror da notte degli oscar.

E’ forse quello lo spartiacque delle aspirine, il momento in cui si è insinuato il dubbio invisibile di una maledizione che nessun farmaco può curare. Anche perché il 2000 è niente rispetto al 2002, anno di nascita del Neverkusen, termine adoperato per sottolineare il destino da eterni sconfitti di quelli del Leverkusen. E qui il Bayern Monaco neanche c’entra niente. In un impeto di vera democrazia, il Leverkusen buttò infatti un campionato anche a vantaggio del Borussia Dortmund. Cinque punti di vantaggio a 3 giornate dal termine: alla terz’ultima, per qualche minuto, combinazione di risultati e aspirine campioni di Germania. Poi il Dortmund segnò e soprattutto il portiere rigorista Butt, il rigore più importante della carriera lo sbagliò aprendo la strada ad una vittoria del Werder, che, combinata con lo scivolone del turno seguente a Norimberga (questa Baviera proprio non porta bene) risulterà fatale. Il Neverkusen nasce per altri due fattori: oltre alla Bundesliga infatti viene infatti gettata alle ortiche la Coppa di Germania e persa (ma qui ci poteva anche stare) la Champions League contro il Real Madrid, nella finale del gol antologico di Zidane. A cosa aggrapparsi per sfatare il sortilegio? Forse all’allenatore Xabi Alonso, uno che anche quando giocava andava dritto all’obiettivo. Aveva il senso dell’estetica, mai però fine a sé stessa, raramente incompiuta. Xabi Alonso inoltre conosce il nemico dall’interno, avendo giocato tre anni a Monaco. E’ stato una scommessa, per ora vinta con gli interessi: scovato nella Real Sociedad B, ha trasformato la miseria di 5 punti in 8 gare raccolti da chi c’era prima in gioco, punti, spettacolo. Ha mancato la finale di Europa League sbattendo contro un muro senza precedenti – ma assai efficace – messo su da José Mourinho nella semifinale di ritorno con la Roma. Potrebbe essere lui l’uomo del destino perché non ha il senso dell’incompiuto dei predecessori. A Unterhaching in panchina c’era Christophe Daum, che un capolavoro lo aveva compiuto vincendo la Bundesliga con lo Stoccarda dopo un incredibile sprint a tre nell’ultima giornata contro Eintracht Francoforte e Dortmund (per una volta il Leverkusen non c’entra). Ma l’anno seguente, in Champions, aveva buttato via la qualificazione contro il Leeds sbagliando il numero degli stranieri possibili da schierare. Allenatore innovativo, di personalità, ma tradito dalle sue debolezze: la federazione tedesca lo aveva scelto per affidargli la nazionale, poi però si scoprì che faceva uso di cocaina. Ad avanzare i primi sospetti fu un giornale di Monaco, e il potentissimo Uli Hoeness, che già cavalcava poltrone lussuose del Bayern e che tendenzialmente gli affari suoi non sempre se li è fatti, ci saltò su stringendo il cerchio intorno a Daum. L’esame dei capelli fluenti fu una sentenza, e per il tecnico, almeno ad altissimi livelli, fu la fine.

Il Neverkusen invece era guidato da Klaus Toppmoeller, un passato da bomber del Kaiserslautern e una carriera da allenatore di livello ma nelle squadre minori. Un gioco organizzato, tante idee degne di una famiglia creativa come la sua. Una figlia cantante - ZaraNina il nome d’arte -, e uno dei due figli maschi chiamato Dino in onore nientemeno che di Zoff. Dino in seguito avrebbe fatto a sua volta l’allenatore, e di alto livello. Attualmente è all’Eintracht Francoforte. Daum e Toppmoller, tanto bravi ma non vincenti. Probabilmente più bravi degli unici due che hanno vinto trofei a Leverkusen. Uno è Dragoslav Stepanovic che si prese la coppa di Germania 31 anni fa anche con un pizzico di buona sorte. Basta pensare che la finale fu contro la seconda squadra dell’Hertha Berlino. L’altro è colui cui è legato il successo più emozionale. Erich Ribbeck, tipico allenatore tedesco di un tempo, magari non tanto spettacolare ma concreto al punto tale di guadagnarsi le panchine di Bayern Monaco e Nazionale. La sua serata perfetta fu il 18 maggio 1988, due settimane dopo una sconfitta rovinosa per 3-0 al Sarria di Barcellona (quello di Italia-Brasile 3-2) che non lasciava praticamente speranze al ritorno. Era la finale della Coppa Uefa, che nel calcio che fu si disputava in due gare. Difficile fare gol agli spagnoli, che in porta avevano il mito Thomas N’Kono: eppure le aspirine prima ristabilirono l’equilibrio, poi diedero il colpo di grazia ai rigori. Curiosità, in un calcio ancora già globalizzato ma non troppo, il gol del 3-0 lo segnò il coreano Cha Bum, che 8 anni prima aveva deciso un’altra finale di Coppa Uefa trascinando l'Eintracht Francoforte. Prodezze che gli valsero la nomina a giocatore asiatico del secolo. Stepanovic e Ribbeck: Xabi Alonso ha il loro pragmatismo ma ha più creatività. Inoltre ha una squadra assai più forte. La Bundesliga la vincerà ancora il Bayern Monaco? Forse. O forse no…LR 16

 

 

 

 

"Anti-rassisti" e "Diversi". Le pizze impegnate tedesche

 

Prodotti surgelati e diffusi nei supermercati tedeschi, ma realizzati dalla friulana Roncadin di Meduno. Messaggi forti sulle confezioni contro pregiudizi e razzismo. E poi una percentuale del ricavato delle vendite va in beneficenza  -di Jeanne Perego

 

Come chiamereste una coloratissima pizza con pomodori, spinaci, peperoni, cipolla rossa e mais? Vegetariana, probabilmente, ed è comprensibile perché così abitualmente sono presentate le pizze con verdura in quasi tutte le pizzerie. Ma si può andare oltre, chiamarla “Diversi” e farne un messaggio sociale. È quello che accade in Germania, dove, nei banchi dei surgelati dei supermercati Rewe, da qualche mese ha fatto capolino una pizza biologica con questo nome, “Diversi” che sulla confezione strilla anche: "Vielfalt ist ein Natur-Gesetz”, letteralmente "La diversità è una legge di natura".

Perché questa buona pizza - la scrivente l’ha provata - oltre a soddisfare il palato soddisfa la voglia di impegnarsi per una giusta causa. L’1% del ricavato dalle vendite del prodotto viene devoluto a #Queeramnesty, il gruppo di Amnesty International Germania che si batte per i diritti delle persone queer, dedicandosi in particolare alla protezione delle persone perseguitate o minacciate a causa della loro identità sessuale, a sostenere le procedure di asilo per le persone queer la cui sicurezza è minacciata nel loro Paese d'origine a causa della loro identità sessuale, e a sostenere il trattamento delle persone sieropositive o affette da AIDS nel rispetto dei diritti umani. “Per noi è chiaro che è giunto il momento che le aziende prendano posizione su questo importante tema e diano l'esempio per una società più colorata e rispettosa”, dice la Followfood, l’azienda di Friedrichshafen che ha avuto l’idea di questa operazione che rientra nella sua filosofia di concentrarsi esclusivamente su alimenti sostenibili e trasparenti e di supportare progetti sociali e attività ecologiche.

La pizza biologica “Diversi” non è infatti un caso unico rivolto al sociale dell’azienda del Baden-Württemberg, le fa buona compagnia la pizza biologica surgelata “Antirassisti” (un po’ di italian sounding non fa mai male quando si parla di pizze), con pomodori secchi piccanti e mozzarella, che invita a una coesistenza rispettosa.  Per ogni vendita di questa pizza, l'1% del ricavato va all'associazione Exit Deutschland, che aiuta le persone che vogliono abbandonare la scena estremista di destra e le famiglie che vogliono aiutare i parenti ad allontanarsi da questa scena.

Sulla confezione della pizza da 310 gr. il messaggio è chiaro: “Impegnati per la tolleranza”, con il bel gioco sulla parola “scharf” che significa anche piccante, come il gusto del prodotto. In tutta questa storia c’è anche un pizzico d’Italia: entrambe le pizze sono prodotte a mano e cotte in forno a legna nel nostro Paese con energie rinnovabili, con “acqua dalle Prealpi italiane”, “da un’impresa familiare”, che se lascia immaginare ai tedeschi una famiglia di pizzaioli nel proprio locale in realtà si riferisce alla friulana Roncadin di Meduno, 155 milioni di fatturato nel 2022 e oltre 700 dipendenti, realtà industriale di successo nel settore delle pizze surgelate, che distribuisce all’estero l’81% della propria produzione. LS 20

 

 

 

SKY Sport Germania seleziona l’ultima tecnologia di Lawo

 

SKY Sport Deutschland, uno dei principali fornitori di trasmissioni sportive in Germania, ha avviato una completa revisione tecnica, con le attrezzature di Lawo al centro di questa trasformazione.

Infrastruttura basata su IP per flussi di lavoro ottimizzati

SKY Sport sta installando un totale di dodici console di mixaggio broadcast native IP Lawo diamond per ottimizzare la sua copertura sportiva e i flussi di lavoro televisivi. Basate sugli standard di rete Audio-over-IP aperti AES67/RAVENNA, le console diamond sono di conseguenza anche conformi a ST2110-30/-31 e ST2022-7. La configurazione comprende inoltre unità Lawo Power Core come motori DSP e per fornire alle console diamond una connettività I/O espandibile per sorgenti e destinazioni AES67, MADI, analogiche, AES3 e Dante®. Per il controllo della trasmissione, SKY utilizza il rinomato sistema VSM (Virtual Studio Manager), una soluzione di controllo e flusso di lavoro completa per infrastrutture di trasmissione basate su IP che offre integrazione senza soluzione di continuità e supporto per flussi di lavoro personalizzati.

Come è iniziato tutto – e cosa c’è dopo

Il team di progetto SKY – Christian Barth (Direttore delle Piattaforme di Produzione, Origination & Distribution), Florian Hennig (Capo dell’Architettura di Produzione) e Chris Hermann (Senior Manager dell’Architettura di Produzione) – è responsabile per la selezione e l’implementazione della nuova infrastruttura. Wolfgang Götz di promediatools ha fornito servizi di consulenza per conto di Lawo. Il processo di selezione si è basato su una sessione di prova del concetto a cui erano stati invitati diversi produttori. Il team SKY ha infine scelto la console di mixaggio broadcast diamond di Lawo per applicazioni radio e TV lanciata alla fine del 2021, insieme all’interfaccia software grafica VisTool e VSM. La ragione di questa decisione era in parte basata sul desiderio di Sky di implementare flussi di lavoro più efficienti e sul fatto che una nuova infrastruttura backbone permette di sfruttare appieno il potenziale di VSM.

Christian Barth spiega la situazione iniziale: “L’infrastruttura deve fornire il più alto grado possibile di integrazione tecnologica. Anche la scalabilità ha giocato un ruolo importante, poiché le console di mixaggio previste dovevano coprire qualsiasi cosa, dalle assegnazioni mono per voice-over alle produzioni Dolby Atmos, pur essendo facili da operare. La diamond rende facile mappare i flussi di lavoro personalizzati di SKY.” – “La console di mixaggio Lawo si adatta bene al nostro panorama tecnologico,” conferma Florian Hennig. “SKY ha sviluppato uno stack di elaborazione audio strettamente integrato. Ha quindi senso, ad esempio, che l’ingegnere del suono ascolti l’effetto di come i loro mix colpiscono le successive fasi di elaborazione audio nella catena di monitoraggio, e di regolare di conseguenza le impostazioni sulla console di mixaggio. Con la sua offerta DSP versatile, la diamond elimina le precedenti limitazioni dei flussi di lavoro audio. Inoltre, alla luce della migrazione verso scenari di produzione sempre più remoti, diversi piani temporali con talvolta significativi offset devono essere allineati – e la diamond lo fa molto bene.”

La nuova infrastruttura, che è stata progettata dal team di Chris Hermann in collaborazione con Wolfgang Götz, mira a fondere diverse posizioni: “Oltre alla funzionalità, l’efficienza era un’altra considerazione importante. Mentre in precedenza solo un tipo di sport poteva essere trasmesso per console, la diamond può ospitare fino a quattro eventi sportivi per console,” conferma Florian Hennig. Oltre alle classiche regie, verrà allestita una regia di monitoraggio. Dotata di un Power Core come unità di monitoraggio e conversione, sarà utilizzata per livellare e monitorare tutte le altre regie, come descrive Chris Hermann: “Questo significa che molte informazioni possono essere visualizzate o recuperate centralmente come ‘unica fonte di verità’; inoltre, il sistema di intercomunicazione sarà operato da qui.”

Passo dopo passo

Dopo aver deciso sul sistema, definito i flussi di lavoro, completato l’implementazione tecnica e le sessioni di formazione approfondite alla fine del 2023, l’installazione e la messa in servizio sono previste per il 2024. Fino al completamento della trasformazione tecnica, la nuova configurazione funzionerà in parallelo con l’infrastruttura esistente.

Rivedendo come è andato finora il progetto, Christian Barth riferisce: “I preparativi per l’installazione hanno richiesto circa un anno, durante il quale tutti i flussi di lavoro sono stati esaminati e l’intera infrastruttura e funzionalità così come il controllo VSM sono stati impostati da zero. Durante questo periodo, il nostro team ha conosciuto così bene il sistema che ora è in grado di gestire l’intera configurazione da solo.”  Wolfgang Götz aggiunge: “SKY Sport voleva avere l’esperienza in casa, motivo per cui Lawo ha posto grande enfasi sulla formazione e sul supporto durante l’implementazione del progetto.” Christian Barth conclude: “La nostra soluzione diamond/Power Core riflette e serve ora perfettamente le nostre esigenze.” Monitoro-radiotv.it 19

 

 

 

La presidenza italiana e la credibilità internazionale del Paese

 

Mai come nel caso del G7 a presidenza italiana, le riunioni previste sono state svolte in un contesto simile a quello attuale, con due conflitti – contro l’Ucraina e in Israele e Palestina – e una crisi straordinaria come quella causata dagli attacchi armati degli Houthi contro il transito delle navi nel Mar Rosso, per citare solo alcuni gravi episodi che accadono in Europa o in aree non lontane.  Quale sarà a giugno l’evoluzione di queste gravi vicende? È auspicabile che si arrivi almeno a un cessate il fuoco, se non addirittura a ipotesi di armistizi. Ma sarà così o si tratta di una spes contra spem?

La principale riunione del G7 si terrà a Borgo Egnazia, in Puglia, dal 13 al 15 giugno, poco dopo l’esito delle elezioni europee che, per l’Italia, si terranno l’8 e 9 giugno, mentre a livello europeo potranno comunque svolgersi tra il 6 e il 9 giugno. Questo contesto non potrà non influenzare i meeting del G7, che si potrebbero anche svolgere “in vitro”. Probabilmente, in quei giorni, si continuerà a discutere sugli esiti elettorali e sulle possibili formazioni dei nuovi organi dell’Unione. Senza citare poi altre vicende internazionali, come la campagna per l’elezione del Presidente degli Usa o l’elezione del Presidente della Russia. Si stima che quasi metà della popolazione globale andrà alle urne quest’anno. Sotto alcuni aspetti, potrebbe anche essere un vantaggio dover svolgere le riunioni del foro nel fuoco di problemi che incidono in corpore vili e, dunque, inducono a fare i conti con realtà tangibili e incombenti.

Il G7 a presidenza italiana dovrebbe ambire alla concretezza

Il programma di tutto il G7 è ambizioso. Con esso, la presidenza italiana gioca anche una carta per la propria credibilità internazionale, ma naturalmente all’aumento delle aspettative scaturenti dai temi in discussione corrisponderà, poi, una rigorosa valutazione dei risultati. Rappresenterebbe già un esito importante poter concludere il meeting di giugno se non con decisioni operative – che sarebbe un’illusione – con almeno impegni che, pur scontando altri numerosi e non facili passaggi, risultino meno distanti dall’attuazione di quanto solitamente accade in tali organismi che finiscono, volens nolens, con il limitare la loro funzione al sostanziale scambio di informazioni.

Naturalmente, non bisogna trascurare gli altri formati di incontri che caratterizzeranno il G7, a partire da quello dei Ministri finanziari, per i contributi che potranno offrire nelle loro aree d’interesse. In materia bancaria e finanziaria, sarebbe importante valutare come raccordare l’azione dei sette con quella delle principali Banche centrali, nel presupposto della reciproca autonomia. La premier Giorgia Meloni ha sottolineato la posizione dell’Italia quale ponte tra l’Atlantico e l’Indopacifico, ponendo in primo piano i temi della cooperazione internazionale e i rapporti con i Paesi in via di sviluppo, con le economie emergenti, soprattutto con l’Africa e, in questo quadro, sottolineando le urgenze per le politiche migratorie.

Energia e cambiamento climatico non potranno non avere un ruolo centrale in tutti gli incontri. Ma saranno in evidenza pure i temi della sicurezza, della finanza e dello sviluppo. La preparazione, come sempre, sarà decisiva anche per la selezione, nei numerosi incontri, dei temi prioritari. È importante, soprattutto nella riunione dei Grandi, concentrarsi sui temi che meritano un’assoluta priorità. Si deve tener conto che, come accennato, il contesto in evoluzione potrà sollecitare a dare la precedenza a nuovi argomenti. La concretezza dovrebbe essere uno degli obiettivi-vincolo.

Anche le linee di fondo non sono meno importanti. Pur con tutti i limiti di rappresentatività del G7  rispetto al G20, e pur con la contezza delle difficoltà del progetto, anche per non incorrere in un mero sforzo di fantasia,  sarebbe una scelta apprezzabile iniziare a definire le linee di un nuovo ordine internazionale (formula molto spesso agitata, senza mai fare, però, i conti con la realtà) o, almeno, sostenere il multilateralismo e introdurre antidoti a chiusure che potrebbero sopravvenire (si pensi a cambi di rotta negli Usa a seguito delle presidenziali o a impatti delle politiche cinesi e dei rapporti con la Russia).

Un’opportunità di rinnovamento per le istituzioni finanziarie ed economiche internazionali

Apprezzabile sarebbe anche un riesame critico della struttura e dell’azione delle istituzioni finanziarie ed economiche internazionali.  Nate in un lontano e un ben diverso contesto internazionale, esse necessitano di una sostanziale revisione istituzionale e organizzativa. A seguito degli attuali eventi bellici, in questa fase della vita dell’Occidente (e non solo) si pongono temi di grande spessore, quali l’adeguatezza, la concretezza, la cogenza del diritto internazionale e umanitario, nonché delle branche ad essi collegate, come il diritto della navigazione, il diritto marittimo e quello del mare.  Ma si pone anche il tema del livello di adesione al diritto stesso e dell’adeguatezza dell’insieme delle Corti con giurisdizione transnazionale.

Ovviamente, non è immaginabile che il G7 affronti il merito di queste complesse tematiche, come di quella della moratoria del debito dell’Africa, che richiama discussioni e impegni sulla remissione del debito dei Paesi poveri in occasione del Giubileo del Duemila. Tuttavia, non è eccessivo sperare che il G7 dia almeno una spinta ad affrontare questi temi straordinari e particolarmente complessi, anche in ragione dei solleciti che provengono dalla giusta esigenza di regole globali per l’epocale fenomeno dell’intelligenza artificiale.

Il quadro internazionale è oggi particolarmente complicato, pur se a vicinanze tra Russia e Cina e tra Russia e Iran potrebbe fare da contrappeso un orientamento per uno scambio telefonico tra Biden e Xi Jinping nel prossimo mese di marzo. Anche se, per ora, si tratta di un accenno e nulla di più. Bisognerà vedere quale sarà la situazione al momento del più importante incontro del programma, qual è il meeting di giugno.

Come accennato, una fase costituente di un nuovo ordine internazionale non è realistica, ma non per questo si deve abbassare la spinta innanzitutto ideale.  Ci si aspettano, come si è prospettato, risultati non epocali ma concreti, anche se delimitati. Perciò, nella preparazione degli incontri più importanti, sarebbe un segnale coinvolgere sin d’ora anche saperi, specialismi ed esperienze pure al di fuori dei canali istituzionali. Angelo De Mattia. AffInt 19

 

 

 

 

100 giorni alle elezioni europee: pericolo fake news. Duch, “scelta che riguarda il futuro”

 

Con il direttore della comunicazione del Parlamento europeo, Jaume Duch, ci soffermiamo sull'importanza delle elezioni del 6-9 giugno e sul valore che rappresentano per la vita dei cittadini dei 27 Stati membri. "L'Ue è diventata fondamentale per le nostre vite e se qualcuno non se ne fosse accorto 5 anni fa, probabilmente lo ha appreso" dopo Brexit, Covid e con la guerra in Ucraina. Ma c'è il pericolo disinformazione... Infine un messaggio ai giovani

 “Usa il tuo voto”: è lo slogan adottato dal Parlamento europeo per invitare i cittadini dei 27 Paesi membri dell’Ue a partecipare alle elezioni del 6-9 giugno (in Italia si voterà sabato 8 e domenica 9). A 100 giorni esatti dal voto, abbiamo intervistato Jaume Duch, direttore generale della comunicazione dell’Euroassemblea.

Perché un cittadino dovrebbe recarsi alle urne tra 100 giorni?

Perché partecipare alle elezioni significa utilizzare il proprio voto per decidere. Ma decidere cosa? Prima di tutto stabilire chi mi rappresenterà nel Parlamento europeo, chi saranno cioè i deputati che assumeranno decisioni importanti anche nel mio nome. Allo stesso tempo si tratta di compiere una scelta che riguarda le priorità e le soluzioni politiche più vicine al proprio pensiero. L’Unione europea, come sappiamo, è una democrazia: le stesse ragioni che sono valide per votare nelle elezioni locali o nazionali, valgono per il rinnovo del Parlamento europeo.

Una democrazia che ha un peso rilevante per la vita dei cittadini?

L’Unione europea è diventata fondamentale per le nostre vite e se qualcuno non se ne fosse accorto 5 anni fa, probabilmente lo ha appreso con il tempo. Quando, ad esempio, ha visto come l’Unione europea ha affrontato la Brexit; oppure come ha lavorato per contrastare la pandemia Covid-19; quando ha visto in azione l’Unione nel creare unità intorno all’Ucraina aggredita dalla Russia. Ci si è progressivamente resi conto che l’Unione europea gioca ormai un ruolo fondamentale nelle nostre vite.

La comunicazione istituzionale, con lo slogan “Use your vote” deve raggiungere milioni e milioni di cittadini…

Dobbiamo arrivare a parlare a 370 milioni di persone che godono del diritto di voto per il rinnovo dell’Europarlamento. E questo, ovviamente, è molto difficile. Abbiamo dunque bisogno di aiuto, direi prima di tutto il sostegno dei media. I media con il loro lavoro possono informare sulla politica europea e anche segnalare l’importanza delle stesse elezioni europee. Ma anche noi, come istituzione, proviamo a metterci in contatto con i cittadini, per esempio tramite i social media. I quali sono divenuti assolutamente importanti perché ci sono milioni di cittadini che assumono informazioni (ma anche disinformazione…) attraverso i social. E poi ci sono dei giovani che ci aiutano, ci sono delle associazioni, organismi ed enti, la Commissione europea, molti Stati membri… Si tratta di una campagna che dev’essere condotta non soltanto dal Parlamento europeo, ma da diversi altri protagonisti.

Previsioni per l’affluenza elettorale?

A 100 giorni dalle elezioni europee se guardiamo ai sondaggi, se consideriamo le informazioni che ci arrivano, il messaggio di fondo è che questa volta ci sarà ancora più gente disposta a votare. Nel 2019 c’era stato un incremento della partecipazione abbastanza significativo: 9 punti in più rispetto al 2014: il 51% dei cittadini europei ha votato cinque anni fa. Ma siamo convinti che si possa fare ancora meglio. È per questo che le 15 settimane che mancano al voto sono importanti per fare in modo che tutti i cittadini che adesso dicono “sì, io andrò a votare” alla fine non lo dimentichino e si rechino ai seggi.

Si diffonde la sensazione che disinformazione e fake news possano mettere in pericolo il momento democratico. Cosa ne pensa?

Certo, la disinformazione è un vero problema, l’abbiamo visto in questi ultimi anni anche nei processi elettorali nazionali in diversi Paesi. La circolazione della disinformazione, delle fake news, delle bugie tramite i social media ha avuto conseguenze dal punto di vista politico. Dunque dobbiamo essere pronti a lottare contro la disinformazione a livello europeo.

E questo è un compito assai arduo. È un lavoro che dobbiamo affrontare tutti insieme come parte della nostra responsabilità civica. Ciò vale per i mass media, le istituzioni pubbliche, i fact-checkers, e per tutti coloro che lavorano nel campo della lotta contro la disinformazione. Comprese i giganti di internet, i quali hanno l’obbligo, grazie alla legislazione europea, di controllare i contenuti che fanno circolare tra i cittadini europei.

Se dovesse mandare – tramite il Sir – un messaggio ai giovani chiamati al voto, cosa direbbe?

Io direi che le elezioni europee questa volta saranno importanti per decidere dove andiamo: se procediamo insieme oppure se andiamo ciascuno per la sua strada, per i prossimi 5 anni ma anche oltre. Se c’è una parte della società che probabilmente subirà le conseguenze, positive o negative, di questo voto e di tali decisioni, questi sono i giovani, soprattutto i più giovani, quelli che voteranno per la prima volta. Giovani che sono anche la parte di popolazione “più europea”, perché sono nati in un ambiente europeo, dove tutto ciò che è “europeo” è “normale”. Ma occorre rendersi conto che quello di cui disponiamo oggi, anche grazie all’Unione europea, non sappiamo se lo avremo ancora fra 5 o 10 anni. Basta vedere quello che è successo nel Regno Unito, con la Brexit, dove i giovani britannici non hanno più quei vantaggi e quelle opportunità su cui voi, giovani europei, potete contare. Dunque sì, le elezioni europee sono importanti e, probabilmente, sono allo stesso livello di un’elezione nazionale. Gianni Borsa e Marco Calvarese, Sir 27

 

 

 

Privilegi territoriali

 

Nonostante la crisi socio/economica, da noi continuano a sussistere delle realtà che non dovrebbero avere più senso. Invece ci sono e non sembra che non ci sia la volontà per eliminarle.

 Ci riferiamo alle Regioni a statuto Speciale che, dati i tempi, appaiono anacronistiche e con privilegi, di molteplice natura, che lo Stato non dovrebbe più permettere. Per queste entità territoriali, è garantita una certa autonomia amministrativa. Come a scrivere che un’alta percentuale dei tributi nei territori interessati resta in “casa”.

 

L’istituto dell’autonomia, nato in tempi superati, non giova certamente allo Stato e rivela una dicotomia con la situazione economica del Paese. Col tempo, si è venuta a determinare una “differenza” di trattamento tra i cittadini della Repubblica. Per chi vive nelle zone a statuto speciale, i “privilegi” ci sono ancora. Nonostante il giro di vite che ci ha inquadrato tutti e ci ha reso più bisognosi. Anche sotto il profilo fiscale, le differenze si notano e incidono sulle nostre risorse. Le autonomie locali hanno fatto il loro tempo.

 

 Migliorerebbe, se non altro, l’economia della Penisola e si eliminerebbero facilitazioni riconosciute per legge. Se lo Stato ha bisogni di liquidi, ha da essere messo nelle condizioni di poter contare, con stesso peso e misura, su tutti i contribuenti del Bel Paese. I “sostegni” fiscali territoriali dovrebbero essere unicamente investiti, dove si sono prodotti. Cambiare si può; ma solo se, politicamente, si vuole. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Incubo. Terza guerra mondiale

 

Entrati con affanno e preoccupazione nel 2024, ci chiediamo come sia possibile uscire indenni dal moltiplicarsi delle crisi e delle guerre nel mondo. Secondo il Crisis Group il numero dei conflitti in corso o potenziali ha raggiunto la preoccupante soglia di 55, di cui almeno dieci sono già definibili come guerra o scontro armato. Ad aggravare questo stato di cose si calcola che il 90% delle vittime sia di incolpevoli civili. Insomma, siamo davvero nel pieno di quella che Papa Bergoglio ha definito come Terza guerra mondiale a pezzi.

Quello che più impressiona è che gli sforzi diplomatici, quando ci sono, non riescono davvero a portare ad una soluzione degli scontri in atto. Solo a seguito di grandi sforzi si ottengono piccoli, anche se importanti, risultati nel campo degli interventi umanitari, come un limitato scambio di prigionieri, la distribuzione temporanea di cibo e medicinali o, come nel caso russo-ucraino, il passaggio nel Mar Nero di navi per portare il grano nei paesi più poveri. Ma la politica non riesce a spingersi oltre. Molti, troppi, leader nazionali preferiscono ricorrere all’uso delle armi per far prevalere i propri interessi.

L’evoluzione dei conflitti dal Secondo dopoguerra

Non che nel passato, dopo la Seconda guerra mondiale, non si siano manifestati conflitti in molte parti del mondo (basti pensare al Vietnam o alla Corea), ma in un modo o nell’altro si riusciva ad arrivare ad un cessate il fuoco e ad un successivo accordo. Vi è stato poi un periodo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, durante il quale il numero delle guerre è notevolmente calato. Questa fortunata pausa è durata però solo una decina di anni, fino al 2001, con l’attacco terroristico alle due torri e le conseguenti, sproporzionate reazioni di Washington con la guerra in Afghanistan e la successiva, ancora più disgraziata, contro l’Iraq. Sono poi seguite, nel 2011, le cosiddette primavere arabe, che hanno dato origine a rivoluzioni civili in Libia, Egitto, Siria e Yemen.

Da allora è stato un moltiplicarsi di crisi, in gran parte trascinate da quello che il grande politologo americano Samuel Huntington aveva previsto: lo scontro di civiltà. Si spiegano con ciò le lunghe stagioni del terrorismo mediorientale, da Al Qaeda all’Isis, tutte dirette contro l’Occidente cristiano. Oggi questo scenario di confronto culturale/religioso si riproduce con inaudita violenza fra Hamas e Israele e rischia di propagarsi in tutta la regione, con mezzo mondo incapace di trovare una via d’uscita da questa tragedia.

Vi sono diverse ragioni dietro questa impotenza a esercitare un grande e collettivo sforzo per far cessare i conflitti che vanno dall’Ucraina al Medioriente, dal Sudan all’Etiopia, dall’Azerbaijan all’Armenia, per citare quelli più trattati dai mass media. La prima essenziale ragione è che l’organismo deputato per le mediazioni e le soluzioni ai conflitti ha clamorosamente fallito. Le Nazioni Unite, nate a San Francisco nel 1945, non sono mai state in grado di imporre le decisioni necessarie. Neppure ai tempi del confronto ideologico/politico fra Usa e Urss sono riuscite ad entrare nei giochi delle due superpotenze. Solo dall’accordo bipolare fra Washington e Mosca potevano nascere accordi di pacificazione.

Dall’unipolarismo americano ad un sistema mondiale multipolare

Con la scomparsa dell’Urss è toccato all’America erigersi a gendarme del mondo: è il periodo, piuttosto recente, del cosiddetto unipolarismo. Unipolarismo che ha finito per indebolire Washington, come è stato clamorosamente confermato dalla rovinosa uscita dall’Afghanistan dei Talebani. Uno stato di fatto che è anche all’origine della decisione di Vladimir Putin di aggredire l’Ucraina allo scopo di ribadire che la Russia conta ancora e che la sua influenza si estende al di là dei confini nazionali.

Solo che oggi non è possibile ristabilire il vecchio equilibrio fra l’America e la Russia. Il pollaio dei conflitti odierni è infatti affollato di ben altri galli, a cominciare dalla grande e potente Cina, che si è di fatto sostituita alla vecchia Urss nella competizione con Washington. Ma accanto a Pechino sono nati numerosi altri attori che i politologi odierni hanno collocato nel cosiddetto Global South: dalla emergente India al Brasile, dall’Iran all’Arabia Saudita, dalla Turchia al Sud Africa. Quest’ultimo ha addirittura portato Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio. Anche se poi la sentenza della Corte mantiene tutte le ambiguità di questa guerra con la richiesta ad Israele di evitare atti di genocidio, ma non gli impone di interrompere le azioni militari.

Poiché tutte le crisi e i conflitti, anche più lontani e minori, hanno riflessi internazionali, è abbastanza comprensibile come dal divergere degli interessi degli attori in campo sia quasi impossibile trovare il bandolo di possibili soluzioni negoziali. Insomma, questo mondo ormai multipolare e quasi tutto schierato contro il vecchio Occidente non garantisce un bel nulla ma, anzi, non fa altro che moltiplicare le occasioni di nuovi conflitti.

L’unico punto di speranza per evitare lo scoppio di un terzo conflitto mondiale è che l’interesse delle grandi potenze – Usa, Cina e magari Russia – sia quello di non trascinare le situazioni di tensione fino ad uno scontro diretto fra di loro. Il rischio è però quello di perdere il controllo della situazione e di arrivare alla soglia di un possibile incidente che finisca per condurci a conseguenze fatali. È quindi più che mai necessario ritornare a rifondare un diverso sistema multilaterale che si basi su meccanismi efficaci e democratici di gestione delle crisi, togliendo di torno quell’antistorico diritto di veto che blocca ogni decisione dell’Onu, rendendola fin dalla sua nascita una scatola vuota. Gianni Bonvicini,

AffInt 26

 

 

 

 

Accordo Albania-Italia: un segno di incapacità di un Paese a gestire il diritto d’asilo

 

“Oggi il Senato ha approvato l’accordo Albania-Italia per il trattenimento di migranti che la Guardia costiera salverà in mare. Seicentosettantantatre milioni di euro in dieci anni in fumo per l’incapacità di costruire un sistema di accoglienza diffusa del nostro Paese, al 16° posto in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo rispetto al numero degli abitanti. Seicentosettantatre milioni di euro che potevano rigenerare non solo la vita di molte persone (3.000), ma la vita anche delle nostre comunità. Seicentosettantatre milioni di euro che avrebbero significato posti di lavoro e un indotto economico. Seicentosettantatre milioni di euro veramente ‘buttati in mare’ per l’incapacità di governare un fenomeno – quello delle migrazioni forzate - che si finge di bloccare, ma che cresce di anno in anno, anche per politiche economiche che non favoriscono – se non con le briciole – lo sviluppo dei Paesi al di là del Mediterraneo. Seicentosettantatre milioni spesi anche perché guardiamo maggiormente a vendere armi - le spese per gli armamenti sono aumentate del 3,7% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 2240 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato (SIPRI) - e a finanziare conflitti - sono 56 gli Stati che nel 2022 si trovavano in situazioni di conflitto armato, 5 in più dell’anno precedente (SIPRI)-, piuttosto che a costruire pace. Uno spreco di risorse pubbliche. Un nuovo atto di non governo delle migrazioni, di non tutela degli ultimi della terra. Una nuova sconfitta della democrazia”. È quanto scrive mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo, Presidente Cemi e Migrantes della CEI.

Anche il Centro Astalli esprime “seria preoccupazione” per l’approvazione in Senato dell’accordo Italia-Albania in materia di gestione dei flussi migratori. “Deportare” naufraghi salvati in mare in appositi centri di detenzione – si legge in una nota – “non è una risposta umanitaria alle tragedie del mare e al fenomeno migratorio, ma rappresenta l’ennesimo tassello di un programma volto a punire le persone migranti e a intaccare il diritto di asilo. Preoccupano in particolare le modalità su come verrà effettuato lo screening volto all’individuazione dei soggetti vulnerabili, condizioni molto difficili da accertare su una nave; preoccupa la mancanza di garanzie per il diritto di difesa e di informazione delle persone migranti; preoccupa la discriminazione giuridica tra chi verrà portato in Albania e chi in Italia”. P. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli, sottolinea: “L’accordo è l’ennesimo tentativo in corso da anni in molti Stati europei di non fare arrivare le persone sul suolo europeo, o di spostarle in un altro Paese per la valutazione della domanda d’asilo. Tutto questo, non solo è uno spreco di risorse, come sottolineato anche da Mons. Gian Carlo Perego, Presidente della Commissione per le Migrazioni della Conferenza Episcopale Italiana e della Fondazione Migrantes, ma anche l’ennesima spallata per demolire il diritto di asilo. Il fenomeno migratorio per essere affrontato ha bisogno di idee e soluzioni che rispettino le persone e i loro diritti, non che le mortifichino relegandole in “non luoghi” o le respingano in Paesi che non sono sicuri come si vorrebbe far credere. Quando la politica saprà fare questo salto di qualità?”. Ancora una volta convenzioni internazionali e diritti umani “ne escono calpestati. Ancora una volta le persone migranti vengono equiparate a merci; individui irregolari da cui difendersi, senza che mai assurgano alla dignità di persone”, sottolinea il Centro Astalli che ” torna a chiedere urgentemente la promozione di un approccio comune e corresponsabile alla gestione dei flussi migratori, che si impegni ad ampliare e a realizzare vie sicure di ingresso, azioni di ricerca e salvataggio in mare delle persone, senza criminalizzare le ONG, e combatta le reti criminali dei trafficanti. A chi è in cerca di protezione occorre garantire dignità e sicurezza”.

“Il Governo e la sua maggioranza hanno ancora una volta rinunciato alla creazione di un sistema di accoglienza diffusa ed integrata”. Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, ha commentato il voto del Senato con cui è stato definitivamente ratificato l’accordo fra Italia ed Albania per la creazione di due Cpr in territorio albanese dove accogliere fino a 3.000 migranti soccorsi in acque italiane.

Le Acli condividono il parere di mons. Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Commissione per le migrazioni della Cei, che ha parlato di “673 milioni di euro in dieci anni andati in fumo”, ricordando come l’Italia sia al 16° posto in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo rispetto al numero degli abitanti. “Si preferisce una soluzione di vetrina che è indice dell’incapacità di affrontare quella che non è più da tempo un’emergenza, ma un fenomeno strutturale da governare senza demagogie né isterismi”, ha continuato Manfredonia. “Non si può continuare a fare propaganda sulla pelle delle persone, specie di quelle deboli e povere: è ora di agire con serietà e realismo”.

(de.it.press 16)

 

 

 

La Giornata internazionale della lingua madre

 

ROMA – “La lingua italiana racchiude valori identitari in cui si riflettono tradizioni, costumi e le culture che uniscono la nostra comunità. È un intenso elemento di coesione, generatore di quel senso di appartenenza che accomuna anche i tanti connazionali all’estero e quanti riconoscono nella lingua e nella cultura italiane un valore universale”.  Lo scrive il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato in occasione della seconda edizione del Festival “LaLinguaMadre – La Lingua che conviene”. “Un patrimonio culturale vivente e dinamico, – continua Mattarella – che si rinnova a fronte delle trasformazioni globali, custodendo, al contempo, la memoria del passato. Nell’esprimere apprezzamento – conclude il Capo dello Stato – al Festival ‘LaLinguaMadre – La Lingua che conviene’ per il proposito di divulgare l’idea della lingua italiana oltre il ruolo di mero strumento di comunicazione, rivolgo a tutti i presenti il mio saluto”.

“Il 21 febbraio 1952 alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan. Nel novembre del 1999 l’UNESCO ha proclamato il 21 Febbraio come Giornata internazionale della lingua madre al fine di promuovere la diversità linguistica e culturale ed il poliglottismo come valore fondamentale”. Lo ricorda in una nota sui social il Cgie che prosegue “Il Consiglio Generale degli italiani all’estero vuole ricordare, in questa occasione, come le lingue siano lo strumento più potente di conservazione e sviluppo del nostro patrimonio culturale, tangibile ed intangibile. Le iniziative delle comunità degli italiani all’estero tese a promuovere la lingua italiana sono elementi fondamentali nello sviluppare la piena consapevolezza delle tradizioni linguistiche e culturali del nostro Paese. Esse giocano un ruolo importante nell’incoraggiare la diversità linguistica e l’istruzione multilingue nei Paesi ospitanti, stimolando la solidarietà, fondata sulla comprensione, la tolleranza ed il dialogo”. (Inform/dip 21)

 

 

 

 

Qualcosa si muove

 

Sul fronte “Rappresentatività” delle Comunità italiane all’estero qualcosa sembra muoversi. Partendo dalla “coda”, non è detto che non s’arrivi alla “testa” di un sistema elettorale postale nato con la Legge 459/2001. Però, se le novità ci  fossero veramente state non ci saremmo limitati a scrivere alcune nostre riflessioni che, invece, potranno avere una loro valenza proprio per certi aspetti correlati alla normativa ancora in vigore.

 

A questo punto, non ci sono scuse che tengano. Chi non vota non potrà essere giustificato. Almeno nel senso più concreto del termine. Infatti, la Legge 118/2012 prevede anche la possibilità di un voto “remoto”. In parole più semplici, si potrà continuare a votare anche da casa, ma tramite il computer. Quindi, voto elettronico. Sistema che, da tempo, abbiamo indicato come il migliore per evitare “contrattempi” della più varia natura. A più di un anno dall’attuazione effettiva del progetto, non è mancata la solita levata di scudi. Le novità, pur se marginali, fanno paura. Le giustificazioni sono parecchie. Dalla “lontananza” dei seggi dagli elettori o dalla difficoltà d’utilizzare il computer da parte dei Connazionali non proprio di “primo pelo”. Senza dimenticare che siamo nel Nuovo Millennio, tutto si può apprendere e non è detto che i seggi non “virtuali” siano, poi, così lontani dalla residenza degli aventi diritto. C’è, anche da considerare, il risparmio economico da parte dello Stato italiano. Con i tempi che corrono, è un fatto che non può essere sottovalutato. Se, poi, c’è chi teme che lo stesso meccanismo sia esteso alle prossime consultazioni elettorali politiche, lo espliciti. Anche per farci conoscere i motivi di una possibile ansietà. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Enti gestori e formazione italiana nel mondo. Chiesto un “tavolo di lavoro”

 

ROMA - La Farnesina intende “proseguire il confronto costruttivo con gli attori interessati facenti parte del sistema della formazione italiana nel mondo”. Ad assicurarlo è stata la sottosegretaria agli esteri Maria Tripodi che, nella seduta di ieri in Commissione Esteri, ha risposto all'interrogazione con cui Federica Onori (Azione) chiedeva al Ministero di istituire un “tavolo di lavoro” per confrontarsi con gli enti gestori, messi in difficoltà dalla circolare 4.

Un confronto che, ha detto Tripodi, esiste già: “le innovazioni progressivamente introdotte nella fase di attuazione della nuova normativa sugli Enti gestori sono anche il frutto di una costante interazione con tutte le parti coinvolte. In alcuni casi, sono state elaborate sulla base di stimoli degli stessi Enti”.

“Alcuni soggetti hanno incontrato qualche difficoltà di adattamento alla mutata normativa”, ha ammesso il sottosegretario. “Ma – lo stiamo osservando – si consolidano sempre più le buone prassi attuate da un numero crescente di Enti gestori” che “sono in grado di diversificare le proprie entrate grazie a una gestione manageriale delle risorse, pur mantenendo la natura “no profit”. Il principio alla base della riforma è proprio questo”.

“Riconosciamo agli Enti gestori un ruolo più ampio rispetto al passato”, ha assicurato ancora Tripodi. “Alle tradizionali funzioni di assistenza alle collettività italiane, si sovrappone il ruolo di attori della promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Questo anche in risposta alla diffusione delle collettività italiane in Paesi che non rientrano tra quelli tradizionalmente meta di emigrazione e al crescente interesse di cui la cultura italiana è oggetto. A riprova dell'efficacia del nuovo impianto normativo, osserviamo un significativo aumento del numero di Enti potenzialmente beneficiari di contributi, anche in quei contesti nei quali vogliamo intercettare la crescente domanda d'italiano da parte di studentesse e studenti stranieri in età scolare”.

Nell'esercizio finanziario 2023, ha informato Tripodi, “sono stati erogati complessivamente circa 12 milioni e 200 mila Euro, a beneficio di 84 iniziative proposte da 63 Enti gestori. Per il 2024 gli Enti che hanno presentato domanda di contributo, tutt'ora in corso di esame, sono aumentati a 71”.

Il sottosegretario ha quindi ricordato che “il più recente decreto attuativo del 29 settembre scorso, che ha recepito parte delle richieste degli Enti, ha introdotto importanti novità. Esse includono l'erogazione di un anticipo, pari al 20 per cento del contributo assegnato, a seguito della sola acquisizione – da parte del Ministero – della rendicontazione finale del contributo ricevuto nell'esercizio finanziario precedente. E non a seguito della formale approvazione della stessa, come avvenuto in precedenza. Questa innovazione è stata introdotta proprio per velocizzare i tempi ed andare incontro alle difficoltà segnalate da alcuni soggetti assegnatari”.

Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha concluso, “intende proseguire il confronto costruttivo con gli attori interessati facenti parte del sistema della formazione italiana nel mondo. Attraverso questo confronto vogliamo anche individuare le modalità più opportune per risolvere eventuali, residue criticità”.

Nella sua replica, Onori si è detta “insoddisfatta della risposta del Governo, che non ha avviato alcun tavolo di confronto il lavoro tra i competenti uffici del MAECI ed i principali attori interessati per risolvere le criticità esistenti, più volte segnalate all'attenzione degli eletti all'estero. Benché alcuni enti gestori abbiano dimostrato una notevole resilienza alle difficoltà economico-finanziarie, - ha aggiunto la deputata – l'Esecutivo sembra dimostrare una totale assenza di strategia per affrontare il problema in maniera strutturale, contraddicendo, di fatto, l'obiettivo, più volte ribadito, di promuovere la conoscenza della lingua e della cultura italiana nel mondo. In particolare, manca una chiara consapevolezza delle finalità dei corsi di lingua, originariamente indirizzati alla formazione dei figli degli emigranti e divenuti nel tempo uno strumento per la promozione del sistema-Paese”. (aise/dip 22) 

 

 

 

La comunità italiana in Svizzera è stata fondamentale nel passato. Che cosa succederà negli anni a venire?

 

La velocità della Confederazione nell’adattarsi ai flussi migratori sarà fondamentale per il suo futuro. Spunti di riflessione alla presentazione del volume di Limes “Svizzera, la potenza nascosta” a Zurigo - di Dario Furlani

 

È una sala gremita quella che accoglie il direttore Lucio Caracciolo e il vicedirettore Fabrizio Maronta della rivista Limes, a un evento organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura a Zurigo lo scorso 12 febbraio.

Non è un caso. Quando si parla di geopolitica – e Limes è da 30 anni la rivista italiana di riferimento in questo campo- non sono poche le orecchie a drizzarsi. L’incontro inoltre riguarda direttamente il pubblico presente: cosa fa della Svizzera la potenza che è?

Quali sono i meccanismi e le caratteristiche che consentono alla Confederazione di rimanere quella paradossale oasi di pace in un mondo percepito come sempre più burrascoso?

In occasione del numero di dicembre, Limes ha dedicato un intero volume all’Elvezia, cercando di svelare i cardini di un paese la cui intera strategia politica si basa sul rimanere in disparte. Il titolo del numero non potrebbe essere infatti più calzante: “Svizzera: la potenza nascosta”.

Sul palco a discutere questi temi centrali per la vita di ogni svizzero ci sono Caracciolo e Maronta, rispettivamente direttore e vice della rivista, e Monica Dell’Anna, presidente della Camera di commercio italiana per la Svizzera, che ha contribuito alla stesura del volume.

Fin dall’inizio del dibattito c’è però, secondo Caracciolo, una premessa da fare.

“Il rischio quando parliamo di Svizzera è di ricadere negli stereotipi, cioè di immaginare che esista qualche essenza svizzera che comincia con Guglielmo Tell e dura fino a oggi. Per fortuna il tempo passa e questa è invece una fase storica in cui le cose si muovono molto più velocemente del solito. Il pubblico italiano non ha quasi nessun tipo di conoscenza di che cosa sia la Svizzera e, cosa ancora più grave, gliene importa piuttosto poco. L’obiettivo fondamentale del numero è di stimolare un discorso italo-svizzero, in modo di andare oltre alle cose che amiamo ripetere, e che magari superi il confronto sterile che riduce il rapporto tra i due paesi alle questioni lombardo-ticinesi”.

Nel corso della discussione sembrano essere tre le parole d’ordine a imporsi sul dibattito: neutralità, demografia e velocità di adattamento.

La neutralità sembra quasi essere una forma mentis incastonata nella mentalità elvetica ed è un pilastro a cui nessun cittadino vuole rinunciare. Ma, secondo Fabrizio Maronta, questa volontà di sottrarsi ad ogni questione spinosa esterna si basa sulla presenza implicita di un attore esterno più potente in grado di mantenere l’ordine. “Il mito svizzero della neutralità si basa sul diritto internazionale la cui sede è appunto a Ginevra. Tuttavia non esiste lo Ius senza l’Imperium. Puoi scrivere tutte le norme che vuoi ma se non c’è qualcuno che ha una clava da dare in testa a chi non rispetta le regole, il rispetto della norma è affidato alla mera buona volontà. Chi ha tenuto la clava fino ad ora? Dalla fine della Guerra Fredda sono stati gli USA ma una delle caratteristiche del mondo attuale è l’appannarsi della leadership americana e della sua capacità di essere il ‘poliziotto del mondo’. Cosa c’entra questo con la neutralità? Il presupposto di vivere in un mondo con dei soggetti regolatori ci sta scomparendo sotto i piedi, e se la Svizzera può continuare ad essere neutrale dipende anche dal futuro dell’alleanza militare da cui è geograficamente circondata. Sto parlando ovviamente della NATO. Se Trump dovesse tornare alla Casa Bianca, probabilmente non uscirebbe dalla NATO come prospetta, ma fino a pochi anni fa era impensabile che il presidente americano dicesse una cosa simile”.

Un altro aspetto interessante del dibattito riguarda la demografia svizzera e la velocità del paese nell’adattarsi ai flussi migratori. Questi due aspetti diventano cruciali soprattutto se considerati nel lungo periodo e tracceranno entrambi il profilo della Svizzera del futuro.

L’immigrazione ha giocato e gioca tutt’ora un ruolo fondamentale nell’economia locale e nello sviluppo del paese, basti solo pensare alla comunità italiana. Secondo Dell’Anna “l’elemento che determinerà lo sviluppo del paese è il tema dell’integrazione e dell’omologazione dei nuovi migranti. Ricordo che il 25% della popolazione svizzera è straniera e un ulteriore 19% possiede la doppia cittadinanza. La Svizzera ha una grande capacità di omologazione, ma forse la soluzione ai problemi interni non è che tutti diventiamo più svizzeri, bensí che riusciamo ad assorbire degli impulsi in grado di dare una certa velocità e flessibilità nell’affrontare sfide future”.

Nel volume di Limes la Svizzera si conferma come un paese dalle mille qualità e una potenza nascosta, ma al tempo stesso si delineano le problematiche di una nazione spesso fin troppo restia al cambiamento. La Confederazione ha sempre puntato sulla propria stabilità tanto da farne un caposaldo della propria esistenza. Sarà quindi interessante vedere se questo posizionamento rimarrà tale nei burrascosi anni che ci attendono. corriereitalianita.ch 17

 

 

 

 

Arriva l’adolescenza: come cambiano il corpo e la mente?

 

L’adolescenza (dal latino adolescere, che significa “crescere”) è una fase di grandi cambiamenti, dove avviene la transizione dall’infanzia all’età adulta - di Claudia Bassanelli

 

Gli adolescenti non hanno ancora una piena maturità, ma stanno gradualmente acquisendo le competenze e gli strumenti per affrontare la futura vita adulta.

In questa fase avvengono importanti trasformazioni nella mente e nel corpo, le esperienze affettive e sociali si rivoluzionano ed emergono nuove capacità intellettive e cognitive, che portano ad acquisire modalità di pensiero e di comportamento più complesse.

L’adolescenza è un momento davvero particolare, dominato da tempeste emotive, contraddizioni, instabilità, delusioni, esaltazioni e grandi idealismi. Grazie alla curiosità per la vita e al desiderio di sperimentare cose nuove, gli adolescenti percorrono un cammino che li porterà alla ricerca di sé e alla costruzione di una propria identità.

Le fasi dell’adolescenza

L’adolescenza si suddivide in tre fasi:

1. preadolescenza o prima adolescenza, che va dai 10 ai 12 anni

2. seconda adolescenza, che va dai 13 ai 15 anni

3. terza adolescenza, che va dai 16 ai 19 anni.

Secondo alcuni, si potrebbe considerare che la preadolescenza abbia inizio anche a 9 anni e la fine dell’adolescenza potrebbe protrarsi fino ai 25-26 anni, per poi lasciare spazio alla fase del “giovane adulto”.

Cambiamenti nel corpo

L’adolescenza inizia con il periodo di sviluppo puberale, nelle femmine intorno ai 10-12 anni e nei maschi intorno ai 12-14.

La statura aumenta e compaiono i caratteri sessuali secondari.

Per le femmine l’esordio è segnato dal menarca, la prima mestruazione, insieme alla crescita del seno, l’aumento della larghezza del bacino e la ridistribuzione dell’adipe su fianchi, cosce e glutei.

I maschi sperimentano la comparsa della barba, il cambiamento del tono della voce che si fa più profonda, l’aumento della massa muscolare, l’ingrossamento del pomo di Adamo e lo sviluppo dei testicoli e del pene.

Cambiamenti neurologici

Grazie agli studi di neuroimaging, è stato dimostrato che vi sono dei processi cerebrali del tutto fisiologici che spiegano i comportamenti e i cambiamenti psichici degli adolescenti. La comprensione dei meccanismi del cervello degli adolescenti è fondamentale per comprendere le trasformazioni che avvengono in loro a livello emotivo, cognitivo e sociale.

Nella fase dell’adolescenza nel cervello avvengono diversi fenomeni, tra cui:

1. La potatura sinaptica, che consiste nella riduzione del numero complessivo di neuroni e di connessioni sinaptiche, precedentemente prodotti in eccesso durante l’infanzia. Se da un lato vengono create nuove connessioni cerebrali e vengono rafforzate le più utilizzate, dall’altro vengono eliminate moltissime sinapsi inattive, con una conseguente maggiore specializzazione cerebrale.

2. La mielinizzazione, nonché la formazione della mielina, un materiale di rivestimento dei neuroni. Questo porta a una maggiore velocità del flusso elettrico cerebrale e una migliore efficienza nella comunicazione tra neuroni. È per questo che in questo periodo della vita l’efficienza e la rapidità nei processi cognitivi aumentano a vista d’occhio.

3. La potatura e la mielinizzazione portano ad un completo sviluppo della corteccia prefrontale solo verso la fine adolescenza, in maniera tardiva rispetto alle altre aree cerebrali. La corteccia prefontale è responsabile di funzioni cognitive complesse, come il riconoscimento delle proprie emozioni, le capacità empatiche, la regolazione dei comportamenti impulsivi e la presa di decisioni in accordo con i propri obiettivi. L’asincronia nello sviluppo di quest’area è uno dei fattori fisiologici legati all’impulsività degli adolescenti.

4. Il sistema limbico, area deputata alle emozioni, è iperattivo. Questo, insieme alla mancanza di controllo emotivo determinato dai cambiamenti della corteccia prefrontale, porta all’esuberanza emotiva tipica degli adolescenti. In uno studio di neuroimaging è stato dimostrato che, quando si mostra agli adolescenti la foto di un volto con un’espressione neutra, si attiva l’amigdala (parte del sistema limbico che fa generare la rabbia e la paura), mentre la stessa foto agli adulti fa attivare la corteccia prefrontale. Ciò significa che, anche di fronte a situazioni neutre, gli adolescenti sono più propensi ad avere reazioni intense e comportamenti dirompenti, mentre gli adulti mediano le proprie emozioni con il controllo razionale della corteccia cerebrale.

5. Aumenta l’attività del sistema di ricompensa nel nucleo accumbens e nell’area tegmentale ventrale. Si tratta di un sistema di neuroni dopaminergici, che liberano la dopamina in seguito a una gratificazione, che funge da rinforzo. È stato osservato che durante l’adolescenza è presente di base meno dopamina rispetto alle altre fasi della vita, ma quando viene rilasciata in seguito a un’esperienza gratificante è molto maggiore che. Ciò significa che la spinta a ricercare la gratificazione è particolarmente accentuata, e questo spiega anche la sottovalutazione dei rischi e i comportamenti impulsivi e rischiosi tipici di quest’età.

6. L’elevato grado di plasticità sinaptica tipico di questa fase fa sì che il cervello sia molto adattabile e responsivo agli stimoli, ma anche vulnerabile ai fattori stressanti e traumatici. È per questo che l’adolescenza è un momento così delicato per molti.

Cambiamenti psicologici

Uno dei processi psicologici principali dell’adolescenza è il consolidamento dell’identità.

L’adolescente non è più un bambino ma non è ancora del tutto indipendente dai genitori e non ha terminato la maturazione sessuale. Così, grazie alla sperimentazione di molti stimoli e al confronto con i coetanei, cercherà di identificare un nuovo sé indipendente, individuale e sociale.

Secondo lo psicoanalista tedesco Erik Erikson, il tentativo di superamento della confusione e dell’ambivalenza porta a una “crisi di identità”, dalla quale sorgerà una nuova identità adulta, più stabile, integrata e coerente. Questo processo avverrebbe grazie all’esplorazione di più modi di essere e di comportarsi, prevede l’identificazione con i pari o con altri adulti e risente anche dei vissuti infantili.

Un altro processo importante si verifica sul piano cognitivo, con la maturazione del pensiero.

L’adolescente inizia a ragionare in modo astratto e creativo, acquisisce la capacità critica e l’abilità di ragionare per ipotesi, sviluppa il pensiero riflessivo e l’autoconsapevolezza. Un meccanismo cognitivo tipicamente adolescenziale è l’intellettualizzazione, che consiste nell’uso del ragionamento logico per giustificare i propri comportamenti e desideri, spesso al fine di avere il controllo o poter fare ciò che si vuole (per esempio nei lunghi discorsi di convincimento, a volte un po’ manipolatori, con cui un ragazzo vuole ottenere un permesso per fare qualcosa).

Cambiamenti emotivi

Gli adolescenti vengono travolti da vere e proprie tempeste emotive, generate sia dall’iperattivazione del sistema limbico sia dallo stato ormonale. Ogni emozione provata si presenta intensamente e la gestione emotiva è una grande impresa.

Gli adulti dovrebbero riconoscere le tempeste emotive adolescenziali come effetti di un rimodellamento cerebrale, parte del cammino verso l’autoregolazione, l’autonomia e la maturità.

Cambiamenti nella sessualità

Gli adolescenti si trovano a fare i conti non solo con un nuovo corpo, ma anche con nuove sensazioni.

Si apre infatti la porta della sessualità, dominata da emozioni associate al desiderio, stati di eccitazione e moltissime sfide. Infatti, non è facile vivere serenamente una nuova corporeità adulta e sessuata e dargli un senso. Capita che il corpo venga percepito come un nemico o come una parte estranea al sé. Gli adolescenti devono “mentalizzarsi” riguardo a questa dimensione, conoscerla e dargli una consistenza psicologica.

La sessualità, insieme all’impulsività, la sottovalutazione dei rischi e la voglia di sperimentare, rendono di estrema importanza l’educazione sessuale per gli adolescenti.

Adolescenza e contesto sociale

L’esperta Alexa C. Curtis definisce l’adolescenza come un concetto dinamico e in costante evoluzione, caratterizzato da tre dimensioni interconnesse: biologica, psicologica e socioculturale.

Infatti, mentre in passato l’adolescenza veniva considerata come la mera conseguenza del processo biologico di cambiamento ormonale, oggi sappiamo che si tratta di un fenomeno psicofisico strettamente influenzato dalla cultura e dal contesto sociale di appartenenza. A seconda dell’ambiente culturale, l’adolescenza si manifesta in modo diverso.

Inoltre, è stata stabilita una correlazione tra la natura dell’adolescenza e il grado di complessità della società in cui si vive. In una società complessa, come quella occidentale, l’adolescenza è particolarmente lunga e conflittuale. Inoltre, risente di molti fattori come l’educazione ricevuta, il sistema di valori, la scolarizzazione, l’impatto delle tecnologie, etc.

Nella società attuale, la maggior parte dei ragazzi ricevono un’educazione sicuramente meno rigida rispetto a una volta, basata sull’affettività e a volte sulla mancanza di regole. I valori predominanti sono l’avere una bella immagine di sé e l’essere capaci di adattarsi in un mondo in continua evoluzione.

Questo ovviamente fa sì che il percorso della costruzione identitaria e lo sviluppo psicologico degli adolescenti sia molto diverso rispetto a come era in passato o a come avviene in altri contesti antropologici.

Cambiamenti nel rapporto con gli altri

L’adolescenza comporta una rivoluzione del legame di attaccamento con i familiari. La necessità di autonomia e indipendenza porta a un distacco graduale dei genitori. La separazione è sia fisica che psicologica. Da una parte si trascorre meno tempo in casa, dall’altra si mettono in discussione parzialmente i valori e i modelli familiari.

È così che avviene una “rinascita” come soggetto sociale: il gruppo di amici, compagni di avventure ed esplorazioni, comincia a prevalere rispetto alla famiglia. I coetanei diventano il punto di riferimento principale, dove trovare nuovi modelli identificatori, approvazione e consenso. Il gruppo dei pari fornisce supporto nella separazione dalla famiglia e un nuovo senso di appartenenza.

Problematiche e rischi legate all’adolescenza

La grande vulnerabilità degli adolescenti può portare a dei disagi emotivi e mentali. Le problematiche più comuni in questa fase della vita sono ansia sociale, disturbi del comportamento alimentare, depressione, ansia, problemi legati alla sessualità e conflitti familiari.

Anche l’abuso di sostanze è diffuso in questa fase, correlato a fattori individuali (come l’impulsività e la ribellione), comunitari (come l’uso di sostanze tra i coetanei) e familiari (come stili genitoriali disfunzionali e storia di uso di sostanze nei genitori).

Un recente studio americano ha evidenziato declino della salute mentale tra gli adolescenti degli ultimi anni, soprattutto in seguito alla pandemia di Covid. Infatti, mentre 30 anni fa i rischi più comuni per gli adolescenti erano l’abuso di alcol, la guida in stato di ebbrezza e le gravidanze indesiderate, oggi è il tasso di patologie mentali a preoccupare maggiormente.

Nel 2019, il 13% degli adolescenti ha dichiarato di aver sofferto di depressione, le visite per autolesionismo e disturbi d’ansia e dell’umore sono sempre più frequenti e i tassi di suicidio sono aumentati del 60% negli ultimi 10 anni.

Secondo Charmet, studioso esperto dei compiti evolutivi dell’adolescenza, le crisi adolescenziali e la sofferenza mentale in questa fase deriverebbero dall’incapacità di realizzare tali compiti (separazione dalla famiglia, integrazione dell’identità sessuale, costruzione di nuove identificazioni, nascita sociale e uso adeguato delle capacità di simbolizzazione).

Come chiedere aiuto da adolescenti?

Se sei un adolescente e senti di aver bisogno di un sostegno, non esitare a chiedere aiuto. Avvicinati a una persona adulta di fiducia con cui ti senti a tuo agio, come un insegnante o un familiare, ed esprimi apertamente ciò che stai vivendo e quali sono le tue preoccupazioni con onestà e chiarezza. Ti aiuterà a trovare una soluzione o un supporto psicologico adeguato.

Esistono molte risorse e servizi professionali che ti aiuteranno a rimetterti in carreggiata.

Ricorda che non sei solo e molte persone affrontano delle sfide e delle difficoltà durante l’adolescenza.

Come aiutare un adolescente se si è un adulto?

Se sei un adulto e cerchi di aiutare un adolescente, ecco dei consigli:

1. Crea uno spazio sicuro, in cui il ragazzo potrà fidarsi ed esprimersi senza sentirsi giudicato.

2. Pratica l’ascolto attivo, senza interromperlo, se il caso facendo domande per comprendere meglio e mostrando un interesse genuino. Mostra empatia e rispetto e cerca di capire davvero le sue prospettive.

3. Offri un sostegno emotivo e comunica che sei la tua porta è sempre aperta e che sei disponibile ad ascoltarlo e supportarlo.

4. Mantieni la riservatezza evitando di divulgare le sue informazioni personali senza consenso.

5. Fornisci informazioni utili e risorse che potrebbero aiutarli, come articoli, siti web, libri o suggerisci di iniziare un percorso psicologico. A volte è utile un intervento insieme ai genitori per affrontare situazioni di crisi. CdI febbraio

 

 

 

Interrogativi e speranze

 

Facendo riferimento al complesso gioco politico che già abbiamo avuto l’opportunità di intravedere, l’Esecutivo Meloni “durerà” .  Su come si evolverà, poi, la situazione politica, non ne abbiamo sentore. Senza essere profeti, questo 2024 resterà un anno complesso, di controllo delle regole; ma anche di plausibile “stallo”. Il nuovo potere legislativo avrà bisogno di “tempo” per riattivarsi seriamente.

 

 L’era dei “tecnici” è finita. L’interrogativo principale resta la reazione dei politici, in generale, al complesso d’interventi che dovrebbero traghettare l’economia nazionale verso lidi più sicuri. Rimangono, in ogni caso, i dubbi circa i contenuti programmatici della politica che il patto di “centro/destra” ha fatto suoi.

 

Questo Esecutivo dovrà dimostrare una maturità operativa d’emergenza sulla quale poter fare assegnamento e in collaborazione con l’Europa stellata. Evitando ogni segnale di “sovranismo”. Per ora, interrogativi e dubbi si sovrappongono. La “partita” resta, comunque, tutta da “giocare”. I “dubbi”, dati gli eventi, ci sono ancora tutti. Auspichiamo che, quanto prima, tanti “interrogativi” si mutino in “certezze”col riavvio della macchina economica, già fragile, che s’è fermata. Sempre non pretendendo dal nuovo Primo Ministro provvedimenti che non sono tipici del suo essere politico.  In Italia, l’epopea delle “alleanze” ufficiali di “Centro/Sinistra” sono tramontate. Ritorneranno? Un interrogativo che poniamo perché ha una sua ragion d’essere. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Ucraina, due anni dopo

 

Il 24 febbraio 2022, il presidente russo Putin ordinava, non provocato, l’aggressione militare dell’Ucraina, invadendo con il suo esercito il territorio di un paese sovrano. Due anni dopo, Severino Dianich riflette su questa tragica guerra ancora aperta nel cuore dell’Europa.

 

L’8 marzo del 2022, tredici giorni dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina, dopo averne già occupata la Crimea, un cittadino qualsiasi, non un esperto di strategie militari, non uno storico delle relazioni Russia-Ucraina, non un competente in geopolitica, ma un semplice osservatore dei fatti accaduti negli ultimi otto decenni, che ama conservarne la memoria e rifletterci, postava in rete una sua considerazione (Il Sismografo 8 marzo 2022).

«Chi potrebbe negare – scriveva – a un popolo aggredito il diritto di difendersi anche con le armi? Eppure non posso evitare di domandarmi: quando? sempre? a quali costi? con quali previsioni?». Diceva, quindi, di essere andato a leggersi il Catechismo della Chiesa cattolica e di aver rilevato che, per la dottrina cattolica, neppure la guerra di difesa poteva essere ritenuta giusta a qualsiasi condizione. Fra queste, se ne poneva una che, a dire il vero, è nient’altro che puro buon senso, cioè «che ci siano fondate condizioni di successo» (n. 2309).

Egli quindi si domandava:

«L’Ucraina aggredita ha davvero davanti a sé “fondate condizioni di successo”?… Al di là delle propagandistiche proclamazioni della propria futura vittoria da ambedue le parti, è ben difficile pensare che l’esercito ucraino possa prevalere sull’enorme potenza militare della Russia. Stati Uniti e Comunità Europea stanno fornendo di armi l’Ucraina, contribuendo a prolungare il conflitto e aumentare il numero dei morti, da ambedue le parti, ma con non pochi dubbi sull’esito della guerra».

Sarà ancora lunga

Ora, a due anni dall’inizio della guerra, si comincia a temere che l’incompetente cittadino qualsiasi possa aver avuto ragione sulla politica dei governanti e l’arte degli strateghi di tutti e due i fronti, convinti (o forse solo impegnati a convincere) che avrebbero vinto la loro guerra in un tempo ragionevolmente breve.

Si vadano a risentire le loro dichiarazioni rese ai media e i discorsi pubblici di quei primi mesi. Mi si risvegliano brutti ricordi di quando il Duce ci faceva cantare «Vincere, vincere, vincere, e vinceremo in cielo, in terra, in mare!», mentre l’Italia stava andando allo sfacelo.

Ci si continua a dire, senza pudore, perché abbiamo ad armarci di una fiducia incrollabile di una vittoria, sempre più lontana, che la guerra sarà ancora lunga. Quanto? Un anno? Due anni? Tre anni? E quanti ragazzi ucraini dovranno ancora lasciare il lavoro, gli studi, la fidanzata, la famiglia per andare al fronte, abbandonando tutti gli altri loro sogni, pronti ad immolarsi per la patria?

Domandare dei ragazzi russi non si può, perché significa essere pro Putin. Per ora, la conclamata controffensiva ucraina è fallita. La guerra si svolge in una logorante e drammatica alternativa: ora ha la meglio una parte ora l’altra.

A tempi lunghi, sta accadendo quello che, osservando come stanno andando tutte le guerre di questi ultimi decenni, era facile prevedere: una guerra di stallo di cui non si vede la fine. Quel che bisogna indovinare, ma che viene accuratamente nascosto da ambedue le parti, è proprio il dato che dovrebbe essere decisivo, sia per chi decide il da fare, sia per l’opinione pubblica che vorrebbe potersi fare un giudizio corretto, è il prezzo che si sta pagando, il numero dei morti.

Vatican News, in un lungo, ben articolato e documentato articolo sulla situazione di Guglielmo Gallone, dà come seriamente credibile un totale di soldati, fra ucraini e russi, morti o feriti di circa 500.000 morti. Già che si dica «circa» e non si abbia il numero esatto delle vittime, come se uno più uno meno non cambiasse nulla, è di una vergognosa immoralità. Le vittime militari russe sarebbero quasi 300.000 (120.000 morti e 170.000 feriti), mentre quelle ucraine si aggirano intorno ai 70.000 morti e ai 120.000 feriti.

Il martirio di un popolo

Quel che impressiona maggiormente, però, è la sproporzione fra il bacino di risorse umane utilizzabile dalle due parti, cioè il numero delle vittime da sacrificare sull’altare della patria di cui i due governi possono disporre nel continuare la guerra: Kiev conta circa 500.000 soldati, tra truppe in servizio attivo, di riserva e paramilitari, Mosca ne vanta 1.330.000.

Che l’Ucraina possa continuare a oltranza la sua guerra di difesa, per più che legittima essa sia, di fronte all’esecrabile invasione della Russia, sembra impossibile.

Così l’affollarsi delle domande conduce inesorabilmente al loro annodarsi intorno alla questione fondamentale, che sorge là dove nella guerra si giocano i valori fondamentali della coscienza dell’uomo: ha un senso plausibile condurre un popolo a immolarsi per la pura proclamazione dei valori della libertà e della democrazia?

Il cristianesimo conosce ed esalta il martirio: dare la vita per l’adorazione di Dio. Vera e propria immolazione, pura dossologia, priva di effetti concreti a salvaguardia della fede. Ma davanti a Dio, il creatore e il custode supremo della dignità dell’uomo. Il martirio, inoltre, è una scelta della persona che si compie nel profondo della propria coscienza. È un’esperienza della persona, non dei popoli.

Il martirio per la Patria è stato costruito sulla sacralizzazione della nazione e dei suoi valori e solo nell’esasperazione di questi valori provocata dai nazionalismi esasperati che abbiamo ben conosciuto si sono consacrati altari alla Patria sui quali si sono condotte all’immolazione fosse di martiri. Severino Dianich, SettNews 24

 

 

 

Le sei tendenze dell'IA generativa in campo educativo per il 2024

 

L'Università Aperta della Catalogna - UOC (Universitat Oberta de Catalunya) - ha diffuso nelle scorse settimane un grafico che riassume le 6 tendenze dell'IA generativa in campo educativo per il 2024

GIOVANNI TRIDENTE

 Nelle scorse settimane, l’Università Aperta della Catalogna (UOC) ha riassunto in un grafico quelle che sono ritenute le 6 tendenze dell’Intelligenza Artificiale generativa in campo educativo per il 2024, segnalando di ciascuna di esse anche le opportunità e i rischi.

Vediamole nei dettagli.

Prima tendenza: video multilingue con Avatars

L'IA generalizzata sarà utilizzata per creare video con avatar, interpretati da persone reali o immaginarie, che parlano in modo naturale in diverse lingue.

Ed esempio, strumenti come HeyGen o Synthesia consentiranno la creazione di rappresentazioni umane generative, migliorando l’esperienza educativa a livello globale.

Questa tecnologia permette ai docenti di creare avatar che insegnano nella lingua madre degli studenti, anche se i docenti stessi non la parlano, superando così barriere geografiche o linguistiche appunto.

Seconda tendenza: ausilio nella progettazione dei corsi

I docenti adotteranno la tecnologia generativa come supporto nella preparazione delle materie, in diverse fasi del processo educativo e di apprendimento.

Chat conversazionali come ChatGPT e strumenti come ChatPDF aiuteranno nella pianificazione del corso, ricerca e indicizzazione di informazioni, e suggeriranno risorse educative online.

Ciò migliorerà senz’altro anche le metodologie didattiche e i criteri e gli strumenti per la valutazione.

Terza tendenza: disponibilità di servizi educativi tramite API

Emergono aziende specializzate in IA che sviluppano API per l’educazione, permettendo un grado di automazione nella creazione di contenuti, valutazione degli studenti e gestione delle lezioni.

Nuove applicazioni consentiranno agli utenti di creare strumenti educativi personalizzati, “democratizzando” di fatto l’educazione assistita.

Emergeranno nuovi metodi di insegnamento più interattivi e adatti alle esigenze della classe.

Quarta tendenza: integrazione nella formazione artistica

L'IA diventa un importante strumento creativo nello studio delle arti visive, facilitando la creazione di opere d'arte innovative.

Piattaforme come Midjourney, DALL·E o Runway, ad esempio consentono la creazione di immagini e video ad alta complessità, utilizzate anche da professionisti. Sta facendo molto parlare di se in questi giorni anche l'annunciata Sora di OpenAI.

Quinta tendenza: esperienze di apprendimento personalizzate

L’apprendimento adattivo basato sull'IA arriverà nel settore educativo, ottimizzando l’istruzione in base alle specifiche esigenze di ciascuno studente.

L’obiettivo è creare o adattare materiali ed esperienze di apprendimento in modo personalizzato, basandosi sui punti deboli e valorizzando quelli in cui si eccelle.

Ciò incoraggerà anche l’autonomia degli studenti, migliorando inevitabilmente i risultati.

Sesta tendenza: creazione di risorse educative con risparmio di sforzi

La creazione di risorse educative in varie forme, come infografie, presentazioni e glossari, ridurrà la necessità di sforzi materiali.

Ad esempio, strumenti come SlidesAI o Tome aiuteranno i docenti a ridurre costi ed “esternalizzazioni”, risparmiando tempo nella creazione dei contenuti.

Tutte queste tendenze, che offrono evidentemente numerose possibilità, non sono esenti da altrettanti pericoli e sfide.

Il documento ne elenca alcuni, tra i più comuni e prevedibili:

L’automazione eccessiva potrebbe rendere superflui alcuni compiti - comunque imprescindibili - dei docenti.

I rischi di bias degli algoritmi potrebbero influenzare la qualità dei materiali generati.

La sicurezza dei dati personali potrebbe essere minacciata.

La sofisticazione nella creazione di avatar e voci potrebbe portare a disinformazione o furto di identità.

L’integrazione dell’IA nel processo artistico solleva questioni sulla proprietà intellettuale, oltre a ridefinire il concetto di processo creativo.

Cosa fare?

Sicuramente, in questo contesto, sarà essenziale avere bene a mente le sfide etiche che lo sviluppo dell’IA generativa comporta anche in campo educativo, garantendo la responsabilità nell’uso delle nuove tecnologie e promuovendo una opportuna alfabetizzazione a tutti i livelli.

In questo modo si potrà evitare la riduzione di valore dell’interazione umana e del pensiero critico nell’educazione.

La collaborazione tra docenti, studenti e sviluppatori resterà fondamentale per la piena integrazione di tutte queste possibilità che si aprono nel campo dell’istruzione.

In questo 2024 ma anche nell’immediato futuro. Anima digitale 19

 

 

 

 

 Migranti, da Lampedusa a Cutro: in 10 anni sono quasi 30mila le vittime del mare

 

Un anno fa, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, un caicco partito dalla Turchia naufraga davanti alle coste di Steccato di Cutro: a bordo ci sono 180 migranti, 94 muoiono in mare. La tragedia scuote l'Italia e solleva numerose polemiche sui soccorsi. Il governo Meloni a pochi giorni di distanza vara una serie di nuove norme con una stretta per gli scafisti. Non è la prima volta che l'Italia si trova a fare i conti con un naufragio così tragico, ce ne sono stati alcuni con un numero di vittime anche più alto di Cutro. Complessivamente, a quanto apprende l'Adnkronos, negli ultimi 10 anni sono stati quasi 30mila i morti nel Mediterraneo.

Proprio dieci anni prima di Cutro l'Italia viene toccata da una delle tragedie più gravi nella storia del 'mare nostrum', ricordata come la 'strage di Lampedusa'. Evento che segna una svolta nella percezione sul dramma dei migranti lungo la rotta per l'Europa. E' il 2 ottobre del 2013 quando un peschereccio libico salpato dal porto di Misurata colmo di rifugiati eritrei prende fuoco a poche miglia dalla costa di Lampedusa, affondando davanti all'Isola dei Conigli. A bordo dell'imbarcazione oltre 500 persone: le vittime sono 368, più del triplo rispetto a Cutro, e 155 i superstiti. Al governo in quel momento c'è Enrico Letta mentre il ministro dell'Interno è Annamaria Cancellieri.

Cutro, un anno dopo: Elly Schlein depone una corona di fiori sotto la pioggia

Pochi giorni dopo, l'11 ottobre, un altro naufragio: un peschereccio con a bordo 480 siriani cola a picco sempre al largo di Lampedusa. La sera prima, poco dopo la partenza, l'imbarcazione era stata intercettata da una motovedetta libica che aveva sparato raffiche di mitra. Al mattino lo scafo forato aveva cominciato ad affondare: annegano 268 rifugiati tra cui almeno 60 bambine. Anche in quell'occasione esplodono le polemiche sui soccorsi, arrivati con due ore di ritardo.

Un altro anno drammatico è il 2016, quando al governo c'è Matteo Renzi e al Viminale Angelino Alfano. Anno che fa registrare il numero più alto di morti in mare con 5.136 vittime in tutto il Mediterraneo. In Italia il 26 maggio si contano 215 tra morti e dispersi in un naufragio nel Canale di Sicilia e il 2 novembre davanti a Lampedusa si registrano ancora 128 morti. Il 14 luglio 2014 sono 109 le vittime nel canale di Sicilia e l'11 febbraio 2015 100 quelle a Lampedusa.

Ma in effetti i naufragi in questi dieci anni non hanno riguardato solo l'Italia: migranti muoiono in mare soprattutto al largo delle coste libiche, dove si registra il maggior numero di vittime, ma anche davanti alla Grecia, alla Turchia, in acque maltesi e in Egitto. In totale dal 3 ottobre 2013 al 20 settembre 2023 sono 28.800 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo. Il numero più alto di morti in mare si raggiunge nel 2016 con 5.136 vittime e il più basso nel 2020 con 1.449. Dall'inizio del 2023 al 20 settembre le vittime sono 2.356, nel 2022 sono 2.406, nel 2021 2062, nel 2020 1449, nel 2019 1885, nel 2018 2337, nel 2017 3189, nel 2015 4055 e nel 2014 3289. LS 25

 

 

 

Ora anche in Svizzera le sedi consolari senza servizio notarile?

 

Ginevra - Corre voce che si voglia abrogare o diminuire drasticamente il servizio notarile nella rete diplomatica in Svizzera. Quali sarebbero le ripercussioni negative di questo importante servizio per gli italiani in Svizzera?

Attualmente, in alcune sedi consolari in Europa come in Austria, Belgio, Lettonia e Germania, in attuazione dell'art. 28 del D.Lgs. 71/2011 e successive modifiche, gli Uffici consolari non esercitano le funzioni notarili già dal 2012.

Questo orientamento normativo si basa principalmente sull'esistenza di convenzioni bilaterali o multilaterali che hanno eliminato la necessità di legalizzazione o apostille per gli atti provenienti da tali Paesi e in secondo luogo sul fatto che i Notariati presenti in tali Paesi hanno aderito all'Unione Internazionale del Notariato (U.I.N.L.), elemento ritenuto idoneo a garantire la presenza in loco di servizi notarili adeguati.

Per quanto riguarda la Svizzera, benché non faccia parte della Comunità Europea, potrebbe adeguarli in tal senso.

Non è detto che sia un passo negativo poiché ogni cittadino italiano potrebbe rivolgersi a qualsiasi notaio svizzero, ma rimane comunque essenziale l'abolizione della apostille, che è la conferma amministrativa delle funzioni del notaio svizzero. Rimane da capire se i costi dei servizi erogati dai notai svizzeri siano in linea con quelli consolari. In Svizzera, l'apostille, la legalizzazione di sigillo e firme ufficiali vengono apposte a livello cantonale.

Tale circostanza è anche giustificata dal fatto che se il servizio venisse sospeso le risorse professionali potrebbero essere utilizzate per migliorare altri servizi consolari, come i passaporti e le carte d'identità ed altro. Per avere efficacia in Italia, gli atti dovranno comunque essere tradotti se non predisposti in lingua italiana.

Il provvedimento prevede inoltre che il capo dell'Ufficio Consolare continui in ogni caso a ricevere, su richiesta dei cittadini italiani, testamenti pubblici, segreti o internazionali. Egli può inoltre ricevere, previa verifica dell'oggettiva e documentata impossibilità da parte del connazionale di rivolgersi a un notaio in loco, atti che rivestono carattere di necessità e urgenza, quando il ritardo potrebbe causare pregiudizio al cittadino.

È pertanto consigliabile far predisporre dal notaio italiano rogante il testo completo della procura da esibire al notaio svizzero al fine di consentire a quest'ultimo di procedere alla mera autenticazione notarile della firma o comunque a redigere l'atto nel modo più conforme possibile.

Si ricorda che se l'atto fosse redatto dal notaio svizzero nella sola lingua francese/tedesca o dovesse contenere la formula di autenticazione in lingua francese, questo dovrebbe essere tradotto in italiano per la sua validità in Italia. La traduzione deve essere eseguita da un traduttore con firma depositata presso il Consolato di competenza e legalizzata.

Abbiamo chiesto al segretario generale del CGIE, Michele Schiavone, alcune precisazioni nel caso in cui la Svizzera si allineasse alle nazioni sopra elencate.

D. Segretario Schiavone, come valuta la possibilità della sospensione del servizio notarile nelle sedi diplomatiche in Svizzera?

R. Ho avuto modo di acquisire i pareri di molte associazioni e connazionali, i quali hanno manifestato una diffusa contrarietà verso questa proposta. Quest'ultima, tra l’altro, non tiene conto della specificità svizzera, né delle differenze legislative esistenti tra i 26 cantoni. Tra la Svizzera e l’Italia, per 50 anni, sono stati applicati accordi bilaterali iniziati nel 1974, che solo recentemente sono stati riformati dal Governo Draghi. Dal 1974, i rapporti della Svizzera con sindacati, associazioni e attori dell’emigrazione sono migliorati, Questo importante risultato, ultimamente sembra non godere della giusta considerazione; perciò, questa richiesta appare priva di fondamento, poiché i diretti interessati sono stati esclusi.

D. Cosa farà il CGIE se questa decisione venisse confermata?

R. Il CGIE, che è l’organo consultivo eletto dagli italiani all’estero, ha il dovere di difendere le nostre comunità. In risposta a questa proposta, organizzerà iniziative con i Comites e i principali attori delle rappresentanze degli italiani in Svizzera, al fine di individuare proposte alternative che possano semplificare e contribuire al miglioramento dei servizi dalla rete diplomatica in Svizzera.

Grazie al segretario generale Michele Schiavone per la sua disponibilità. La SAIG rimarrà vigile sull'argomento e continuerà ad aggiornare sui nuovi sviluppi. Carmelo Vaccaro, coordinatore SAIG (aise/dip 22)

 

 

 

La realizzazione di un progetto

 

 Riceviamo segnali d’interesse per il nostro impegno al servizio dei Connazionali all’estero. Ne prendiamo atto; ma è meglio non confondere. Le nostre finalità di riferimento per gli italiani “altrove” sono ancora in aumento. Lo scriviamo per evitare una sorta di confusione che vorremmo evitare. La realtà degli italiani nel mondo è una condizione che intendiamo seguire a fondo.

 

 Situazione per la quale ci siamo impegnati già da parecchi anni. Ma il nostro impegno vuole essere di più e di meglio coinvolgendo anche gli aspetti socio/organizzativi della nostra Comunità nel mondo. Certo che ci vuole impegno e coerenza per essere integralmente presenti sul piano informativo. Questa premessa la chiariamo da subito. I seguiti politici li rimandiamo in “seconda” battuta e solo se necessari.

 

 Però, tra il “progetto” e la sua “realizzazione” è stata considerata una serie d’adempimenti indispensabili per mantenere lo spirito di un programma nato per informare.  Da parte nostra, cercheremo d’essere concreti anche quando gli argomenti da trattare da “politici” si evolveranno in “economici”. I contenuti di questo quotidiano internazionale saranno utili anche ai Lettori che lo seguono dal Bel Paese.

 

 Non mancheranno, tuttavia, parecchie novità che andremo a prospettare. Però, ci vuole pazienza. Attivarsi in modo improprio potrebbe vanificare il nostro l’impegno per gli italiani che vivono all’estero. Per attuare il nostro “progetto”, oltre che le idee, è indispensabile l’appoggio di chi “crede” nell’italianità.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

“Cerchiamo di aiutare i nostri connazionali oltreconfine”. Intervista a Fabrizio Ferragni, direttore di Rai Italia

 

“Con la nostra programmazione proviamo a far mantenere agli emigrati italiani all’estero il legame con il proprio territorio di origine, considerando anche che molti di loro continuano a partecipare alla vita politica italiana attraverso il voto elettorale, con cui scelgono 12 deputati e 6 senatori”, afferma - di Cristina Penco

 

Da focolare catodico che, nel secondo dopoguerra, riuniva parenti, amici e vicini, ad attuale rete a raggiera, fisica e virtuale, che, in un mondo globalizzato, in costante movimento e in frenetica trasformazione, aiuta gli italiani con la valigia a mantenere saldo il legame con le proprie radici. E cerca di far conoscere agli stranieri l’inestimabile patrimonio made in Italy, dalle eccellenze artigianali ai beni storici, artistici e culturali. In settant’anni, a partire da quel 3 gennaio 1954 che ha segnato il debutto ufficiale della televisione nello Stivale, attraverso il servizio pubblico della Rai – Radio Televisione Italiana, quella scatola magica guardata inizialmente con ambivalenza, ora con stupore e fascinazione, ora con diffidenza e perplessità, ha accompagnato l’evoluzione del popolo tricolore, nelle sue esigenze e nei suoi costumi.

Ha però continuato a esercitare una funzione fondamentale: quella di unificazione, un tempo principalmente linguistica, ora soprattutto culturale, affettiva e morale – ma non meno importante – invitando chi è andato via a “non disunirsi”, per citare una celebre espressione tratta dal film È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

‘Il Corriere dell’italianità’ ha intervistato Fabrizio Ferragni, direttore di Rai Italia, attualmente visibile in 40 milioni di case nel pianeta, con la copertura di 174 Paesi e un bacino di utenza pari a 80 milioni di oriundi e 250 milioni di italici (inclusi i discendenti dei connazionali emigrati altrove). Già disponibile attraverso quattro canali in America del Nord, America del Sud, Africa, Asia e Australia, da poco Rai Italia è sbarcata anche in Gran Bretagna e in Spagna, nell’ambito di un accordo di distribuzione tra Rai Com e World Stream in cui, in prospettiva, rientreranno anche altri territori europei tra cui la stessa Svizzera.

C’è un filo invisibile che continua a legare passato e presente?

«La Rai ha accompagnato la crescita dell’Italia da quando ci si riuniva nelle piazze o nei bar del paesino o si andava a casa dei vicini a vedere le prime trasmissioni sui primi televisori. All’epoca dei suoi esordi e nei primi decenni di attività la tv pubblica è stata un punto di riferimento fondamentale per il nostro popolo. Adesso siamo in piena rivoluzione, con il digitale, che ha già trasformato tutto enormemente. C’è stata una notevole frammentazione, non solo per quanto riguarda il pubblico, a fronte dei tanti soggetti che si sono aggiunti nel settore (per cui, per fare un esempio, i 30-40 milioni di spettatori di un tempo, con il 30-40% di share, registrati dal ‘Tg1’ o da speciali come ‘TV7’, adesso sono numeri impensabili), ma anche relativamente ai sistemi di comunicazione. Ormai siamo completamente in un’altra era, in cui la tv va in onda anche sul computer, sul tablet o sul cellulare. È giusto guardare al passato, però bisogna anche pensare a come rapportarsi al futuro in quanto servizio pubblico, capendo in che modo, oggi, possiamo avere altre occasioni di far crescere la collettività, visto che non siamo mossi dall’interesse commerciale di una sola parte, ma, per l’appunto, come suggerisce la definizione che ci caratterizza, siamo al servizio di tutti».

Ai giorni nostri la comunità tricolore è sempre più espansa nei cinque continenti. Quali sono le vostre sfide attuali?

«La presenza degli italiani nel mondo è già molto cambiata e sta ulteriormente cambiando, soprattutto rispetto alla prima emigrazione di inizio Novecento, poi a quella dopo la Seconda Guerra Mondiale e, ancora, a quella avvenuta durante la ripresa economica degli anni Sessanta e Settanta, con esodi a frotte verso destinazioni relativamente vicine come il Belgio, la Germania, la Svizzera (dovuti in gran parte alla povertà e alle tensioni politiche dell’epoca nello Stivale, ndr). Adesso si contano annualmente migliaia di ragazzi tra i 18 e i 34 anni (il rapporto Censis 2023 parla di 36.125 giovani con un’alta percentuale di laureati, ndr) che lasciano la Penisola per svariati motivi, tra cui il desiderio di conseguire un’alta specializzazione professionale e quello di trovare un’occasione lavorativa che sia più premiante rispetto a ciò che offre il Paese natale. Da una parte, con la nostra programmazione, cerchiamo di aiutare i nostri connazionali trapiantati oltreconfine – gli ultimi dati parlano di 6 milioni di persone iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) – a mantenere il legame con il proprio territorio di origine, considerando anche che molti di loro continuano a partecipare alla vita politica italiana attraverso il voto elettorale, con cui scelgono 12 deputati e 6 senatori. Dall’altra parte, ci sono anche gli italiani che, a vario titolo, girano il mondo da tanti anni. Per tutti loro abbiamo pensato a una programmazione in doppia lingua con sottotitoli in inglese e in spagnolo in molte trasmissioni, come ci hanno chiesto in più circostanze e a più riprese, affinché possano coltivare le loro radici. Utilizziamo anche i prodotti bilingui per avvicinare gli stranieri verso l’Italia, impegnandoci a dare loro l’opportunità di conoscere il Paese. E così differenziamo la programmazione non solo per fasce orarie di messa in onda, ma anche per la tipologia di contenuti rispetto all’area in cui sono trasmessi, per esempio con palinsesti più focalizzati sul food e sull’alta tecnologia in Nord America o sulle eccellenze italiane come la moda e il canto lirico nel Sud-est asiatico. Quello che abbiamo cercato di fare nell’ultimo anno e mezzo, oltre a offrire il meglio delle reti generaliste del servizio pubblico, è stato dare una forte connotazione di tipo identitario a Rai Italia, con produzioni originali e su misura per il canale e i suoi telespettatori».

Educare, intrattenere, far sognare: erano questi gli obiettivi principali del neonato servizio pubblico. Dopo sette decenni di attività, cosa ci si propone?

«Le linee direttrici sono sicuramente mutate e si stanno ulteriormente evolvendo. Credo che adesso la televisione debba soprattutto informare in profondità e dare consapevolezza. Uno dei progetti recenti su cui stiamo lavorando punta ai cosiddetti cervelli in fuga, che noi, però, vogliamo tenere uniti in una rete, in modo che abbiano sempre una connessione con il nostro Paese. Mostriamo anche quali sono le opportunità per chi volesse considerare di rientrare in Italia. È pure un modo per far sentire la vicinanza della propria terra d’origine, per non abbandonare quelle risorse che peraltro abbiamo contribuito a formare, sul fronte delle competenze e dal punto di vista economico, attraverso tasse e contributi. Potrebbe essere un mezzo per mostrare agli stranieri che fossero interessati le capacità dei nostri sistemi di formazione. È una missione in cui crediamo fortemente, da portare avanti insieme al Ministero del Lavoro, al Ministero dell’Istruzione e alla ricerca scientifica e universitaria».

 

Rispetto alla fuga dei cervelli, dall’ultimo report InterNations l’Italia risulta l’ultima in Europa per attrattività. I progetti che avete in cantiere potrebbero aiutare a rivedere questa prospettiva?

«I numeri di ricerche come quella citata sono veri, però sarei meno pessimista. La rotta può essere invertita. L’Italia ha bellezze e ricchezze uniche al mondo, con 59 siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Parlavamo prima di università: abbiamo quella di Bologna, la più antica del mondo occidentale, e poi la Scuola Superiore Normale di Pisa, quella di Padova, La Sapienza di Roma, i Politecnici di Milano e di Torino, solo per citarne alcune. Il Bel Paese, poi, è sempre stato un motore per l’Europa e per il mondo. Lo si è visto distintamente durante la pandemia, quando, per esempio, il settore automobilistico globale si è fermato perché dalla Penisola non arrivavano più i componenti per le vetture, uno dei fiori all’occhiello della nostra produzione. Dobbiamo essere consci di tutto ciò e trovare sempre più opportunità e modi per valorizzare questi aspetti. Rai Italia farà la sua parte. Ho in mente anche il nostro nuovo programma ‘On The Road – Verso il Giubileo 2025’ di Monsignor Walter Insero: girato in esterna, mostra al pubblico le bellezze e le curiosità di tutti quei luoghi collegati all’Anno Santo che richiamerà in Italia – secondo le attuali stime – 40 milioni di presenze turistiche. Siamo uno dei centri del pianeta per molti motivi. Abbiamo basi forti, consolidate, indiscutibili. Facciamole conoscere e apprezzare sempre di più». corriereitalianita.ch 17

 

 

 

La tua chat di gruppo privata è tutt'altro che privata!

 

Molti vedono l'avvento della tecnologia come una benedizione, ma c'è un lato pericoloso in tutto questo. Pensi che le tue chat di gruppo 'private' siano sicure e riservate? Ripensaci. La verità potrebbe sorprenderti.

Fatti e miti sulla privacy

C'è una percezione diffusa che le chat di gruppo rimangano nascoste agli occhi indiscreti. Tuttavia, secondo Steffan Black, esperto di tecnologia presso ZenShield, questa convinzione si basa più su miti che sulla realtà.

"Non è così semplice," avverte Black. "Nell'era digitale di oggi, non esiste la privacy assoluta. Le tue chat di gruppo, nonostante le etichette 'private', non sono così sicure come potresti pensare."

Black ha ulteriormente spiegato che molti servizi di chat conservano i dati sui server e, una volta che i tuoi dati sono memorizzati, potrebbero essere accessibili.

I rischi dietro le quinte

Le chat di gruppo private sulle piattaforme di social media non sono immuni agli attacchi informatici. Gli hacker possono infiltrarsi in questi canali sfruttando qualsiasi debolezza nel sistema di sicurezza della piattaforma. Ancora peggio, a volte gli addetti ai lavori, inclusi gli amministratori di sistema, hanno accesso non autorizzato alle chat private.

Nel 2020, le piattaforme di social media sono state responsabili del 56% di tutti i tentativi di frode digitale, secondo Gitnux. Questo sottolinea la necessità per le persone nelle chat di gruppo private di essere vigili e di prendere misure per proteggersi da potenziali tentativi di hacking.

L'intercettazione dei dati è un rischio legato alle chat di gruppo private. Gli hacker possono utilizzare tattiche avanzate per catturare informazioni sensibili durante la trasmissione.

L'attacco malware è un altro rischio associato alle chat di gruppo private. I cybercriminali spesso prendono di mira le chat di gruppo per diffondere malware o attacchi di phishing.

Consigli per migliorare la sicurezza della chat

Black suggerisce le seguenti misure per migliorare la sicurezza delle tue chat di gruppo:

Cripta le tue chat: Attiva la crittografia end-to-end, assicurando che solo le persone coinvolte nella chat di gruppo possano leggere i messaggi.

Usa password forti: Un modo efficace per migliorare la sicurezza è creare password robuste e uniche. Secondo Norton, più dell'80% delle violazioni confermate sono legate a password rubate, deboli o riutilizzate.

Fai attenzione alle tue informazioni: Pensa due volte prima di condividere dati sensibili, anche in chat apparentemente 'private'.

Informati: nessuna garanzia sulla privacy

È importante capire che le minacce e le misure di sicurezza delle chat di gruppo sono il primo passo per garantire la tua privacy. Black di ZenShield sottolinea l'importanza dell'auto-educazione in materia di sicurezza digitale.

"Non dovremmo fare affidamento sulle etichette di privacy per evitare il potenziale pericolo," avverte Black. "Dovremmo invece informarci sui rischi coinvolti e implementare le misure di sicurezza necessarie."

La privacy digitale è un argomento di attualità, ampiamente dibattuto per la sua rilevanza e il suo impatto. Dobbiamo accettare che, in questo mondo digitalizzato, l'idea di privacy assoluta è più un mito che una realtà pratica. Non tutto ciò che sembra 'privato' lo è veramente. La chiave è ricordarlo quando ci connettiamo online e comportarci di conseguenza. Come consiglia Black ai nostri lettori, "La sicurezza prima di tutto; perché non tutte le chat di gruppo 'private' sono private."

Se decidi di utilizzare queste ricerche, per favore cita: https://zenshield.com/

Diego Alcazar, de.it.press 19

 

 

 

Commissione Esteri Camera, indagine conoscitiva sul commercio internazionale: audizione dei rappresentanti di Simest

 

ROMA – Si è svolta presso la Commissione Esteri alla Camera l’audizione dei rappresentanti Simest in merito all’indagine conoscitiva sulle dinamiche del commercio internazionale. Ad occuparsi dell’audizione è stato il Comitato permanente sul Commercio Internazionale, presieduto da Andrea Di Giuseppe (FDI – ripartizione America Settentrionale e Centrale) che ha introdotto i lavori illustrando in breve il ruolo di Simest. Simest è la società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti che dal 1991 sostiene la crescita delle imprese italiane all’estero. Simest opera attraverso finanziamenti per l’internazionalizzazione ed è partner delle principali istituzionali finanziarie internazionali. Ha poi preso la parola Regina Corradini (Direttore Generale Simest) ce ha ricordato a sua volta come la Simest nasca nel 1991 per essere partner delle imprese italiane nel mondo; nel 1999 a questa attività si affianca quella di gestore dei fondi pubblici nazionali per l’internazionalizzazione. Un ulteriore allargamento arriva nel 2004 con l’avvento del Fondo Venture Capital che si affianca ai capitali Simest nei processi di internazionalizzazione delle imprese. Corradini ha inoltre rimarcato la cooperazione che c’è tra Simest, Sace e Ice. “Noi entriamo nel capitale delle imprese sempre in minoranza, perché la governance rimane agli imprenditori italiani. Siamo un socio istituzionale nel dialogo con le imprese e sempre più le imprese ci dicono che questo è un valore aggiunto ogni volta che vogliono penetrare mercati nel mondo”, ha spiegato Corradini sottolineando che il tempo di permanenza dell’azione di Simest in supporto a un’impresa è di otto anni, definito come un tempo adeguato per lo sviluppo industriale. “Tutto il vantaggio derivante dall’operatività rimane all’impresa italiana”, ha precisato Corradini aggiungendo che sta crescendo l’interesse per i mercati extracomunitari e soprattutto per quello statunitense. “Il quadro mondiale è cambiato e la globalizzazione non è più quella di una volta”, ha spiegato Corradini sottolineando il concetto della cosiddetta ‘globalizzazione 2.0’, evidenziando che le imprese italiane, per essere competitive nel mondo, devono sempre più strutturarsi per mettere in atto le transizioni richieste nella sostenibilità e nel digitale. È stato anche rilevato che la maggior parte dei partner di Simest è rappresentato da piccole e medie imprese. Corradini ha parlato di circa 800 milioni di operazioni nel settore degli investimenti partecipativi per circa 700 partner. Segnalata anche l’importanza del Fondo 394 che prevede finanziamenti della durata massima di sei anni. Corradini ha anche ricordato come sia stato però necessario un adeguamento di questi strumenti tenendo in conto che il mondo post Covid non poteva essere uguale a quello precedente: l’anno scorso quindi il Fondo 394 si è allargato nelle sue stesse finalità orientate alle diverse transizioni oltre ad essersi aperto anche alle filiere. “Il 90% delle richieste arriva dalle PMI e il 25% arriva dal Sud”, ha evidenziato Corradini sottolineando poi l’attenzione rivolta all’imprenditoria giovanile ma anche a quella femminile. È stata quindi avviata una riflessione sul potenziale interesse verso il tessuto economico dei Balcani Occidentali, anch’essi in prevalenza trainati da piccole e medie imprese come l’Italia. Si è poi parlato anche di un’offerta specifica all’interno del cosiddetto ‘Piano Mattei’ per l’Africa. Vi è inoltre il Fondo 295 che è invece destinato alle grandi commesse strategiche estere: in questo caso Simest si affianca a Sace. Nel corso del dibattito Fabio Porta (PD- ripartizione America Meridionale) ha ricordato come nell’America Latina vi sia una comunità d’affari italiana molto importante sottolineando come le collettività italiane che vivono in quest’area del mondo chiedano una maggiore incisività strategica, soprattutto per le piccole e medie imprese. Dal canto suo Emanuele Loperfido (FDI) ha evidenziato come sia fondamentale il concetto di “cooperazione sistemica” chiedendo conferma del fatto che l’apertura del fondo a una platea più grande, tra filiere e grandi aziende, comporti comunque il mantenimento della percentuale inizialmente prevista per le PMI. La conferma è arrivata da Corradini che ha precisato come un 70% minimo inamovibile sia per le PMI. Il Presidente Di Giuseppe ha poi sollevato il quesito relativo al fatto che l’internazionalizzazione non debba però essere per l’azienda un punto di partenza verso una futura delocalizzazione. Rispondendo a Porta, Corradini ha confermato che ci sono delle geografie strategiche di riferimento e che nel 2024 il Sudamerica sarà al centro dell’attenzione, con un’apertura assai probabile in Brasile. Rispondendo infine a Di Giuseppe, Corradini ha rassicurato sul fatto che per le aziende che usufruiscono dei fondi la finalità è internazionalizzare ed aumentare l’export e che comunque la delocalizzazione non è possibile perché la non chiusura dell’attività in Italia viene posta formalmente in sede di co-obbligazione per l’impresa che ha Simest come partner. (Inform/dip 18)

 

 

 

La coerenza

 

Dal vocabolario della lingua italiana, al vocabolo “coerenza” leggiamo: “stato manifesto d’idee e propositi”. Definizione che può, almeno secondo noi, lasciare perplessi solo quelli che concetti chiari in merito non ne hanno. Invece, nella sua logicità, il termine merita maggiore attenzione; soprattutto dopo gli eventi correlati all’evoluzione politica nazionale. L’Esecutivo Draghi dovrà affrontare un semestre difficile. Perché tra “imporsi” e “governare” il passo resta tutt’altro che scontato.

 

Con questo Esecutivo, gli equilibri resteranno in primo piano. Ma le verifiche non mancheranno. Sarà, se non altro, una garanzia democratica nell’attesa di conoscere i provvedimenti legislativi che saranno dibattuti entro l’anno.

 L’esempio, però, dovrà esserci fornito dal nostro Potere Esecutivo che rappresenta, sino a prova contraria, la volontà politica maggioritaria.

 

 Del resto, quest’alleanza resta correlata dai tempi e dalle esigenze di una Penisola nella quale i “controsensi” fanno parte di una nostra, scontata, cultura. Insomma, resterà da verificare la “compattezza” dell’attuale maggioranza parlamentare che andrà, ovviamente, a vincolare la condotta del Governo e del suo Primo Ministro.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Naufragio Cutro, candele per ricordare vittime. Superstiti: "Faremo causa allo Stato"

 

L'annuncio dei familiari e dei sopravvissuti: "Saranno valutate anche eventuali responsabilità Frontex". Veglia all'alba per ricordare i 94 morti della strage

Cinquanta famiglie delle vittime e superstiti al naufragio di Steccato di Cutro intenteranno una "causa civile risarcitoria contro lo Stato italiano" per "l'omissione di soccorso e i gravi patimenti dei nostri cari successivi al naufragio". "In quella causa saranno valutate anche le eventuali responsibilità di Frontex". Lo ha annunciato Gul Jamshidi, afghano che ha perso nel naufragio di Cutro il nipote. "Perché noi sappiamo che le istituzioni sapevano da prima che la barca 'Summer Love' si trovava in mare vicino alle coste e che era in pericolo, ma non ha fatto nulla per diverse ore", ha aggiunto parlando con i giornalisti nel corso di una affollata conferenza stampa in corso a Crotone. "Vorrei ringraziare tutte le persone italiane che ci hanno aiutato in quest'anno e anche l'ambasciata che ci è stata vicina per risolvere le procedure burocratiche".

Subito dopo ha preso la parola l'avvocato Stefano Bertone, dello studio legale che si occuperà dell'esposto che "sarà presentato non prima che siano chiuse le indagini" penali, precisa il legale. "La prima denuncia la presenteremo a Roma dove ha sede la Presidenza del consiglio dei ministri e la seconda a Catanzaro". "Cosa ha fatto Frontex delle informazioni arrivate quella notte? - chiede il legale - Non ci sono solo le responsabilità delle ultime ore, ma c'è un sistema che non ha funzionato. Frontex si tiene le informazioni e facilita il compito delle autorità italiane di sbagliare, che permettono un reato gravissimo. Se fossero stati avvisati prima avrebbero commesso lo stesso errore o no?".

E annuncia: "Presenteranno richieste risarcitorie alla Presidenza del consiglio dei ministri, al Ministero delle Infrastrutture e al Ministero delll'Economia e finanze. Decideremo poi, sulla base di ciò che emergerà, se ampliare la platea dei soggetti convenuti anche a Frontex e alle istituzioni europee".

Veglia all'alba per ricordare le 94 vittime del naufragio

Questa mattina all'alba, nell'ora in cui è avvenuto il naufragio, si è tenuta una veglia per ricordare le 94 vittime della strage. Oltre trecento persone, tra cui i parenti delle vittime e alcuni dei superstiti, hanno partecipato all'incontro organizzato dal giornale on line 'Crotone news'. Presente anche Khaled Ahmad Zekriya, Ambasciatore della Repubblica Islamica e dell'Afghanistan a Roma. Alle 4.30, l'orario del naufragio, la madre di due minori che hanno perso la vita, ha gettato in mare una corona di fiori. Alcuni familiari hanno srotolato una striscione con le fotografie a colori delle vittime. Sulla spiaggia sono stati sistemati i peluche che l'anno scorso furono lasciati dai cittadini al Palamilone, il palazzetto dello sport che ospitò le salme. Dopo un momento di preghiera islamica, sono state accese 94 candele, tante quante le vittime della strage di migranti. Presenti anche 36 studenti dell'Istituto dei Nobili di Catanzaro, che si sono organizzati da soli, con una insegnante, Caterina Mazzuca, noleggiando un pullman.

Adnkronos 26

 

 

 

La comunità italiana in Svizzera in difesa dei corsi di lingua e cultura italiana: l'incontro di GIR

 

Basilea - Si è tenuto sabato scorso, 10 febbraio, a Basilea, in Svizzera, il convegno “Corsi di lingua e cultura italiana nel mondo: problemi e prospettive” promosso dal GIR – Giovani Italiani in Rete – e patrocinato dal Comites di Basilea, Fondazione ECAP, FLC-CGIL Scuola, Colonia Libera Italiana e Circolo ACLI locali.

Alla presenza della Console d’Italia a Basilea, Benedetta Romagnoli, e degli Onorevoli eletti all'estero, Toni Ricciardi (Pd) e Simone Billi (Lega), quest’ultimo collegato da remoto come il Segretario Generale del CGIE, Michele Schiavone, si sono susseguiti numerosi interventi di famiglie, docenti ed Enti gestori.

Ad aprire l'evento Katia Di Pinto, madre di due alunne dei corsi di Lenzburg, che ha sottolineato la qualità didattica dei corsi legata alla trasmissione sia delle competenze linguistico-grammaticali, sia della preziosa cultura italiana, chiosando con una forte preoccupazione legata ai tagli.

Ha proseguito poi Caterina Rizzo, madre di una allieva dei corsi di Arlesheim, che ha posto l’attenzione sull’insegnamento della lingua italiana in un Paese come la Svizzera in cui questa figura tra le lingue nazionali, quale supplemento strategico alla formazione e anche alle chance dei nostri ragazzi.

Poi, Guglielmo Bozzolini, Direttore Nazionale della Fondazione ECAP, e Domenico Chindamo, Direttore dell’Ente CASLI di Zurigo, hanno riferito degli aspetti più tecnici relativi al quadro normativo entro cui operano i corsi. Le criticità introdotte dall’ultima circolare, i tagli cospicui, l’anticipo finanziario imposto agli Enti e la volontarietà del contributo delle famiglie, sono state le problematicità rilevate da entrambi gli Enti insieme alla forte preoccupazione per una norma che non tiene conto delle specificità territoriali, ma che tende, malamente, ad uniformare il mondo.

Anche i docenti dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera hanno preso parola attraverso gli interventi di Gino Bongiovanni, rappresentante di FLC-CGIL scuola e Alessandra Minisci dei corsi ECAP di Basilea. La qualità dei corsi di lingua italiana che sono “scuola”, è stato il perno delle loro argomentazioni, definiti come presidi culturali di italianità e una risposta costituzionalmente doverosa ad una storia di emigrazione anche attuale. “I corsi sono scuola perché sono crescita e sviluppo di un pensiero critico per gli alunni e non palliativi o iniziative promozionali spot” hanno chiosato. Sugli ultimi interventi normativi che hanno incluso la promozione della lingua nel capitolo a sostegno del Made Italy, sono intervenuti sia Bozzolini che il Segretario Generale del CGIE Schiavone, sottolineando il grave atto di declassare il sapere a mera imprenditorialità che poco concerne la crescita culturale degli italo-discendenti sparsi per il mondo.

Hanno concluso il dibattito, rispondendo alle sollecitazioni emerse, l’On. Billi, da remoto, che ha espresso interesse all’argomento e al consesso per gli spunti importanti emersi, e l’On. Ricciardi che si è assunto l’impegno, da condividere anche con le forze di governo, di presentare le istanze e le richieste di modifica della normativa vigente presentate dall’utenza e dagli Enti dei corsi di lingua italiana.

L’utenza, gli Enti e i docenti dei corsi di Lingua e Cultura Italiana si preparano ora ad un altro importante appuntamento che sarà il prossimo 2 marzo su iniziativa dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera. (aise/dip 16) 

 

 

 

 

50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo”

 

Sabato 22 e domenica 23 giugno rievocheremo il 50° anniversario del Monumento “Ai Piemontesi nel mondo” di S.Pietro Val Lemina. Stanno concretizzandosi numerose iniziative per solennizzare il 50° del Monumento inaugurato il 13 luglio 1974, dedicato alla fiumana immensa di corregionali che lasciarono nel corso di vari decenni il nostro Piemonte per emigrare, quasi sempre con dolore, sofferenza, rimpianto; moltissimi se ne andarono come esuli della miseria, ricchi però di un patrimonio di tradizione e valori che hanno caratterizzato la loro nuova realtà di pellegrini, costruttori di un mondo dai nuovi confini.

Sono previsti, tra l’altro, incontri con figli e nipoti di emigrati provenienti da vari Paesi; incontri tra Comuni gemellati in varie parti del mondo, con scambio di esperienze (ricordiamo, tra gli altri, gli oltre 60 gemellaggi – i primi risalenti a 35 anni fa – tra Comuni piemontesi ed Argentini patrocinati dall’Associazione Piemontesi nel mondo); si terranno incontri istituzionali, approfondimenti culturali, dibattiti di attualità e proiezioni sul futuro; si scambieranno idee e proposte per interscambi, collaborazioni, progetti turistici identificati da una precisa connotazione “il turismo delle radici”, per la migliore accoglienza di coloro che vorranno assaporare il gusto e il profumo delle origini; non potranno mancare alcuni momenti musicali per riproporre sentimenti, sensazioni, nostalgie in musica, vecchi canti delle nostre tradizioni coronati dall’inno ufficiale dei Piemontesi nel mondo: “Noi soma piemontèis”.

Nell’incontro davanti al nostro Monumento confermeremo ancora una volta e trasmetteremo al futuro, alle nuove generazioni anche con gli strumenti e metodi di comunicazione attualizzati, il senso di appartenenza, l’unione e il senso di fraternità indipendente dalle distanze geografiche, la conferma di valori risalenti alle origini del fenomeno emigratorio, tuttora validi ed insiti nel nostro orgoglio “piemontese” aperto al mondo, all’umanità, messaggeri di concordia sull’esempio dei nostri emigrati, come descritto dal nostro grande poeta piemontese Nino Costa nella poesia “Rassa nostrana - Ai Piemontèis ch’a travaja fòra d’Italia”: Tut ël Piemont ch’a va a cerchesse ‘l pan, tut ël Piemont con sua parlada fiera, che ‘nt le bataje dël travaj uman a ten auta la front… e la bandiera.

Michele Colombino, Presidente Associazione Piemontesi nel Mondo, aise/dip 18

 

 

 

 

Aumentano i fondi per i circoli sardi: ok al Programma annuale 2024

 

Cgliari - La Consulta dell'Emigrazione della Sardegna, presieduta dall’assessore regionale del Lavoro, Ada Lai, si è riunita nei giorni scorsi in modalità videoconferenza. Alla riunione, a cui hanno partecipato tutti i circoli sardi nel mondo, è stata approvato, all’unanimità, il Programma Annuale 2024, che sarà approvato successivamente dalla Giunta regionale.

Uno stanziamento pari a oltre 3 milioni di euro, incrementato di un milione rispetto all’anno precedente, di cui € 1.266.414,66, in favore dei circoli, mentre per le Federazioni, le Associazioni di tutela e i Circoli senza Federazioni, le risorse ammontano rispettivamente €100.000,00, € 50.000,00 e €.20.000,00. Un adempimento formale finalizzato all'acquisizione della delibera da parte della Giunta Regionale per la concessione dei contributi annuali per la realizzazione di progetti di promozione dell’isola nel mondo.

La Consulta, composta dai Consultori rappresentanti delle comunità in Svizzera, Italia, Argentina, Danimarca, Brasile, Olanda, Germania, Spagna, Canada, Australia, Belgio, Gran Bretagna, Francia, USA, dagli esponenti delle Associazioni di Tutela e dei Sindacati e da tre esperti nominati dal Consiglio Regionale, ha espresso soddisfazione per l’aumento degli stanziamenti.

Durante la riunione è stata ribadita l’importanza dei circoli dei sardi nel mondo, formalmente riconosciuti dalla Regione e operativi sul territorio nazionale e internazionale, che rivestono un importante ruolo storico di assistenza e informazione delle comunità sarde all'estero, di promozione economica degli operatori economici sardi al di fuori del territorio regionale e di valorizzazione della cultura, tramite i quali si mantengono vivi i valori culturali, etnici e linguistici.

Nel corso del 2023 sono stati riconosciuti 7 nuovi circoli: Domodossola, Gorizia, Pescara, Pordenone, Trieste, Tolmezzo, Valencia. In favore dei nuovi Circoli è disposto un contributo una tantum a fondo perduto, pari al 50% del contributo ordinario riconosciuto per l’anno 2024. (aise/dip 20) 

 

 

 

“A fianco dei migranti, ieri e oggi. ‘Emigrano i semi sulle ali dei venti’.

I Missionari Scalabriniani e le migrazioni dal 1887 ai giorni nostri”

 

Online il volume del Cser-Centro Studi Emigrazione Roma

 

Roma. “A fianco dei migranti, ieri e oggi. ‘Emigrano i semi sulle ali dei venti’. I Missionari Scalabriniani e le migrazioni dal 1887 ai giorni nostri”: disponibile online il volume del Cser-Centro Studi Emigrazione Roma pubblicato nel 2023, in occasione del primo anniversario della canonizzazione di San Giovanni Battista Scalabrini. Il libro è a cura del presidente del Cser padre Lorenzo Prencipe, dello storico Matteo Sanfilippo coordinatore editoriale Studi Emigrazione, e del direttore dello “Scalabrini International Migration Institute” padre Graziano Battistella.

Il Cser mette l’opera a disposizione del grande pubblico in occasione della Giornata dell’Immigrante italiano in Brasile, che si celebra ogni anno il 21 febbraio. Data che nel 2024 assume un significato ancora più importante: quest’anno infatti cadono i festeggia i 150 anni dell’immigrazione italiana nel Paese.  “La data del 21 febbraio – scrive Prencipe sul sito del Cser –   ricorda il giorno del 1874 nel quale il primo gruppo di 386 lavoratori italiani con le loro famiglie giunse nel paese americano a bordo del vapore Sofia. Si vuole così rendere omaggio al contributo che l’emigrazione italiana ha fornito alla cultura, all’economia e al carattere nazionale del Brasile. Da quel lontano 1874 più di un milione e mezzo di italiani sono stati protagonisti dello sviluppo del Paese sudamericano. Oggi, in Brasile risiede la più grande collettività di italo brasiliani al mondo, stimata in circa 32 milioni di persone, cui si aggiungono, al 31 dicembre 2022, circa 680.000 cittadini con passaporto italiano. Come per gli altri Paesi di destinazione dell’emigrazione italiana, una delle prime azioni organiche di assistenza religiosa, sociale e culturale verso gli emigrati in Brasile è dovuta al vescovo Giovanni Battista Scalabrini che ha inviato, nel 1888, i primi missionari scalabriniani ad accompagnare religiosamente e socialmente gli immigrati italiani, salariati agricoli nelle fazendas degli Stati di São Paulo e Espírito Santo oppure coloni negli Stati di Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul.  In questa data particolare e significativa per il mondo dell’emigrazione italiana vogliamo presentare al grande pubblico l’ultima pubblicazione del Centro Studi Emigrazione sul cammino congiunto di migranti e Congregazione Scalabriniana in 140 anni di storia. Nel leggere i testi e nel visualizzare le foto di questa pubblicazione possa il lettore scoprire che l’emigrazione non significa solo minaccia o pericolo, come politica e media al suo servizio vogliono far credere, ma soprattutto coesione sociale, spirituale ed umana vissuta e condivisa”.  Il libro in Pdf è disponibile sul sito  www.cser.it.  (Inform/dip 28)

 

 

 

 

EU-Ombudsfrau fordert neue Regeln für Grenzschutzagentur Frontex

 

Im vergangenen Jahr ertranken Hunderte Menschen beim Untergang eines überfüllten Fischkutters vor der griechischen Küste. Brisant: Die EU-Küstenwache Frontex wusste Stunden vorher von seiner Existenz. Die europäische Bürgerbeauftragte fordert nun neue Regeln in der EU.

Die Europäische Bürgerbeauftragte Emily O’Reilly fordert neue Regeln für die Grenzschutzagentur Frontex bei Such- und Rettungsoperationen im Mittelmeer. Frontex führe den Begriff „Küstenwache“ im Namen, aber das derzeitige Mandat und die Mission blieben klar dahinter zurück. „Wenn Frontex die Pflicht hat, Leben auf See zu retten, aber die dafür erforderlichen Mittel fehlen, dann ist dies eindeutig eine Angelegenheit für die EU-Gesetzgebung“, sagte O’Reilly am Mittwoch in Brüssel. Insbesondere kritisierte sie die fehlende Unabhängigkeit von den Mitgliedsstaaten.

Nachdem im Sommer 2023 über 600 Schutzsuchende bei dem Schiffsunglück der „Adriana“ im Mittelmeer starben, richtete O’Reillys Ombudsstelle eine Untersuchung zur Rolle von Frontex bei Such- und Rettungsoperationen ein. „Wir müssen uns fragen, warum ein so offensichtlich hilfsbedürftiges Boot nie Hilfe erhalten hat, obwohl eine EU-Agentur von seiner Existenz wusste“, erklärte O’Reilly.

Spannung zwischen Leben retten und Grenzkontrolle

Die Untersuchung habe gezeigt, dass Frontex den griechischen Behörden vier verschiedene Angebote zur Unterstützung bei der Luftüberwachung der „Adriana“ gemacht, aber keine Antwort erhalten habe. Nach den derzeitigen Regeln sei es Frontex nicht gestattet gewesen, sich ohne Erlaubnis der griechischen Behörden zu den entscheidenden Zeitpunkten an den Standort der „Adriana“ zu begeben.

Die Ombudsfrau forderte Frontex auf, diese und andere Unzulänglichkeiten zu beheben. Die Pflicht, Leben zu retten und die Pflicht, die Grenzkontrolle der Mitgliedstaaten zu unterstützen, würden ein offensichtliches Spannungsfeld erzeugen.

Ombudsfrau fordert unabhängige Untersuchungskommission

Die Ombudsfrau forderte das Europäische Parlament, den Rat der Europäischen Union und die Kommission dazu auf, eine unabhängige Untersuchungskommission einzurichten, um die Gründe für die hohe Zahl der Todesopfer im Mittelmeer zu ermitteln und Lehren aus dem Schiffbruch der „Adriana“ zu ziehen.

Emily O’Reilly ist seit 2013 Europäische Bürgerbeauftragte. Als solche kann sie die verschiedenen Einrichtungen der EU zur Rechenschaft auffordern.

(epd/mig 29)

 

 

 

 

Dank aus der Ukraine für Papstgesandten Zuppi

 

Die humanitären Bemühungen von Kardinal Matteo Zuppi, dem päpstlichen Sondergesandten für den Ukraine-Krieg, tragen Früchte. In einem am Mittwoch veröffentlichtem Bericht der italienischen Tageszeitung „L'Avvenire" hat die ukrainische Regierung dem italienischen Kardinal für seinen Einsatz bei der Rückführung von nach Russland verschleppten Kindern gedankt.

Die Dankbarkeit der Ukraine spiegelt sich in den Worten von Mikhailo Podolyak wider, dem Berater von Präsident Wolodymyr Selenskyj. Podolyak lobte Zuppis Arbeit als „ertragreich" und betonte die Wertschätzung des Heiligen Stuhls durch das ukrainische Volk. Dieser Dank markiert eine bemerkenswerte Wendung, da Podolyak in der Vergangenheit den Vatikan wegen einer als zu russlandfreundlich empfundenen Haltung kritisiert hatte.

Entführte Kinder sehen Familie wieder

„Die Arbeit des Kardinals Zuppi ist für uns von großem Wert, und wir schätzen die Unterstützung des Heiligen Stuhls sehr", sagte Podolyak gegenüber „L'Avvenire". Der italienischen Zeitung zufolge wurden in den letzten Wochen zahlreiche ukrainische Kinder dank diplomatischer und humanitärer Vermittlungen von Russland an Hilfsorganisationen sowie an Gesandte des Vatikans übergeben. Das vatikanische Staatssekretariat und die Apostolische Nuntiatur in Kiew waren ebenfalls daran beteiligt. Die meisten dieser Kinder waren während der ersten Monate des Krieges nach Russland verschleppt worden.

Auszeichnung von Präsident Selenskyj

Die jüngsten Erfolge in der Ukraine haben dazu geführt, dass Präsident Wolodymyr Selenskyj im Dezember ein Dekret unterzeichnete, um Kardinal Pietro Parolin und Kardinal Matteo Maria Zuppi eine besondere Auszeichnung zu verleihen. Dies erfolgte als Anerkennung für ihren persönlichen Beitrag zur Stärkung der zwischenstaatlichen Zusammenarbeit und zum Schutz der Souveränität der Ukraine sowie zur Förderung des ukrainischen Staates weltweit.

(kna/l'avvenire 29) 

 

 

 

Bayern. Umstrittener Pilotversuch mit Bezahlkarte für Geflüchtete startet

 

Die Bezahlkarte statt Bargeld für Asylbewerber soll die Zahl der Geflüchteten senken. Bayern prescht mit einem umstrittenen Pilotprojekt vor. Experten sehen das kritisch. Ein populistischer und untauglicher Versuch? Die wichtigsten Fragen und Antworten zum Vorhaben. Von Michael Donhauser

 

Der Freistaat Bayern will im März damit starten, Asylbewerbern und Flüchtlingen statt Bargeld eine Bezahlkarte auszuhändigen. Damit soll der Missbrauch von Leistungen begrenzt werden. Das Verfahren ist weiter umstritten. Die wichtigsten Fragen und Antworten zum Thema.

Wie soll das Verfahren in Bayern starten?

Die Bezahlkarte wird nach Darstellung des zuständigen Innenministeriums zunächst in den drei Landkreisen Fürstenfeldbruck, Günzburg und Traunstein sowie in der kreisfreien Stadt Straubing ausprobiert. Dabei sollen Erfahrungen gesammelt und mögliche Schwächen ausgemerzt werden. Später soll das Verfahren landesweit ausgerollt werden – Termin bisher noch offen. Zielmarke ist aber das zweite Quartal dieses Jahres. Ministerpräsident Markus Söder zeigte sich den Zeitplan betreffend noch am Montag zuversichtlich. Man sei näher an der Präsentation, als daran, einen Arbeitskreis zu gründen sagte er süffisant.

Was bezweckt der Staat mit der Bezahlkarte?

Grundlage ist die Annahme, dass ein Teil der Asylbewerber das ihnen in Deutschland ausgehändigte Geld ins Ausland transferiert – entweder zur Unterstützung der Familien zu Hause. Oder aber sogar zur Bezahlung von illegalen Menschenhändlern, sogenannten Schleusern. Mit der Bezahlkarte soll dem ein Riegel vorgeschoben werden.

Ist diese Hoffnung realistisch?

Das Innenministerium sagt Ja! Andere sehen das kritischer. „Die Annahme der Existenz von wirtschaftlichen Pull-Faktoren ist wissenschaftlich nicht haltbar“, sagt Johanna Böhm vom bayerischen Flüchtlingsrat. „Dass Geflüchtete während ihres Verfahrens nennenswerte Beträge an die Familie ins Ausland überweisen, ist nicht belegt und eher abwegig.“

Der Deutschland-Chef des Kreditkartenanbieters MasterCard, Peter Robejsek, glaubt ebenfalls nicht an die Wirkung der Bezahlkarte. Es gebe keine wissenschaftliche Untersuchung, die einen negativen Zusammenhang zwischen Flucht und Bezahlmethode hergestellt habe, sagte er der „Augsburger Allgemeinen“. „Wenn es mir wirklich schlecht geht und ich sehe mich gezwungen, meine Heimat zu verlassen, oder weil ich mir woanders ein besseres Leben aufbauen will, dann fällt es mir sehr schwer zu glauben, dass Menschen davon Abstand nehmen, nur weil es Bezahlkarten gibt“, sagte Robejsek. Auch der Migrations-Sachverständige Hans Vorländer betonte, Sozialleistungen seien kein entscheidender Pull-Faktor.

Wie genau soll die Karte funktionieren?

Die Bezahlkarte wird strengen Regeln unterworfen. Sie ist nur in einem bestimmten Postleitzahlbereich einsetzbar – in Geschäften außerhalb der vorgesehenen Region sind damit keine Zahlungen möglich. Die staatlichen Stellen können auch Händlergruppen oder einzelne Läden sperren. Gäbe es etwa den Verdacht, dass ein Asylbewerber zum Beispiel den Besuch in einer Shisha-Bar für illegale Zahlungen nutzt, könnte dies unterbunden werden.

Konkret erhält ein Asylbewerber, der etwa in einer Gemeinschaftsunterkunft lebt, 460 Euro pro Monat auf seine Karte gespielt. Davon wird er in Bayern nur 50 Euro in bar abheben können – etwa für Kleineinkäufe beim Bäcker oder in Läden ohne Kartenlesegerät. Online-Käufe werden ausgeschlossen.

Sind die Einschränkungen zu streng?

Der bayerische Flüchtlingsrat hält die Maßnahme für Gängelei. Die Einschränkung auf bestimmte Postleitzahlgebiete etwa könne dazu führen, dass im Einzelfall nicht bezahlt werden kann. Auch bei der Nutzung des öffentlichen Personennahverkehrs könne es zu Problemen kommen.

„Bayern will künftig bestimmen, was und wo Geflüchtete einkaufen“, sagt Johanna Böhm. Ihre Kollegin Katharina Grote glaubt, die Karte sei eher ein Signal an die einheimische Bevölkerung: „Das Signal ist: Wir behandeln Geflüchtete schlecht“, sagt Grote und fügt hinzu: „Das ist eine Politik, die an Schäbigkeit schwer zu überbieten ist.“

Was kostet die Einführung der Bezahlkarte?

Das bayerische Innenministerium hat nach einer Ausschreibung den Freisinger Dienstleister PayCenter mit der Umsetzung der Bezahlkarte beauftragt. Wie hoch genau die Kosten sind, darüber herrscht Stillschweigen. Das Ministerium verweist auf „vertragliche und gesetzliche Geheimhaltungspflichten“. Getragen werden die Kosten aber vom Freistaat, die Kommunen müssen sich nicht beteiligen. Der Verwaltungsaufwand werde sogar geringer, argumentiert das Ministerium.  (dpa/mig 28)

 

 

 

Vatikan warnt vor Eskalation in Ukraine-Krieg

 

Nato-Bodentruppen in der Ukraine? Der Vorstoß des französischen Präsidenten Emmanuel Macron hat am Dienstag auch im Vatikan Sorgenfalten ausgelöst. Stefan von Kempis 

 

Vatikanstadt - „Das ist ein Szenario, das Angst macht“, sagte Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin am Rand einer Preisverleihung in Rom. „Das würde diese Eskalation bedeuten, die wir von Anfang an immer zu verhindern versucht haben. Das wäre – ich sage nicht ‚apokalyptisch‘, weil das vielleicht übertrieben wäre, aber es wäre furchtbar. Furchtbar.“

Der französische Staatschef hatte am Montag bei einem Solidaritätsgipfel westlicher Staaten für die Ukraine in Paris geäußert, eine „Niederlage Russlands“ sei „für die Sicherheit und Stabilität Europas unerlässlich“. Darum dürfe man eine Dynamik, die zur Entsendung von Bodentruppen in der Ukraine führe, nicht von vornherein ausschließen. Für diese Bemerkung auf einer Pressekonferenz handelte sich Macron querbeet aus allen politischen Lagern in Frankreich, aber auch international etwa vom deutschen Bundeskanzler umgehend eine Abfuhr ein.

 „Es gibt derzeit keine Aussicht auf eine Verhandlungslösung“

Auf die Frage, wie es aus seiner Sicht zu solchen Gedankenspielen mit Bodentruppen komme, sagte der Chefdiplomat des Vatikans: „Ich weiß es nicht. Vielleicht hat es damit zu tun, dass dieser Krieg jetzt schon zwei Jahre dauert, ohne irgendeine Aussicht auf eine Lösung. Auch nicht auf eine militärische Lösung – denn auf dem Schlachtfeld verharren die Kräfte mehr oder weniger in derselben Position. Es gibt derzeit auch keine Aussicht auf eine Verhandlungslösung. Dabei wäre das wirklich ideal: einen Weg finden, der dazu führt, dass beide Seiten miteinander reden und verhandeln. Ich glaube, wenn man erst einmal miteinander spricht, dann findet man auch eine Lösung.“

Es habe doch schon „Vorschläge für Friedenslösungen“ gegeben, fuhr Kardinal Parolin fort. „Das Wichtige ist, dass es auch den Willen dazu gibt.“ An dem mangelt es aber sowohl bei der überfallenen Ukraine, die vor Scheinlösungen à la Minsk warnt, als auch beim Aggressor Russland, dessen Bekenntnisse, man sei zu Verhandlungen bereit, kaum für bare Münze genommen werden können.

Gaza: Parolin fordert Feuerpause

Der engste Mitarbeiter von Papst Franziskus äußerte sich vor Journalisten in Rom auch zum Krieg im Nahen Osten. „Auch hier würden wir es gerne sehen, dass ein Dialog in Gang käme… dass man einen Weg fände, der zunächst vor allem zu einer Befreiung der Geiseln führt, zu humanitärer Hilfe in einer weiter sehr angespannten Lage (im Gazastreifen). Der einzige Weg ist der einer Feuerpause!“

Ansonsten bemühte sich Kardinal Parolin bei seinem Auftritt in Rom am Dienstag, einen Streit mit der israelischen Botschaft beim Heiligen Stuhl hinter sich zu lassen. Parolin hatte Israel Mitte Februar gemahnt, bei seinem Vorgehen in Gaza auf „Verhältnismäßigkeit“ zu achten, und geäußert, angesichts 30.000 toten Palästinensern sei solche Verhältnismäßigkeit sicher nicht gegeben. Israels Vatikanbotschafter Raphael Schutz hatte diese Bemerkungen in einer Erklärung als „bedauernswert“ bezeichnet, war kurz darauf aber zurückgerudert.

„Es hat keine Weiterungen gegeben“, so Parolin nun auf die Frage einer Journalistin. „Wir haben zur Kenntnis genommen, was der Botschafter gesagt hat… vielleicht sind die Polemiken auch gewissermaßen gerechtfertigt durch die Leidenschaft, die dieser Krieg auf beiden Seiten geweckt hat. Natürlich muss man über diese Dinge mit etwas mehr Ruhe und kühlem Kopf nachdenken…“

(vns 28) 

 

 

PRESSEMITTEILUNG

Ehrengast Italien 2024: Plakatmotiv von Comiczeichner Lorenzo

Mattotti auf der Buchmesse „Testo“ in Florenz vorgestellt

Mauro Mazza: „Dialog frei von Zensur und Zäsur“.

 

Florenz, 27. Februar 2024 - „Förderung der italienischen Literatur und des Lesens“ – so lautet der Titel der Veranstaltung, mit der am 27. Februar in Florenz die dritte Ausgabe von „Testo“ eröffnet wurde. An der von Todo Modo konzipierten und von Pitti Immagine in Zusammenarbeit mit der Stazione Leopolda organisierten Veranstaltung über das zeitgenössische Verlagswesen nahmen bis zum 25. Februar 150 Verlage teil.

Die Beiträge im Rahmen der ersten, von Laura Pugno koordinierten Begegnung in der

Arena Olivetti der Stazione Leopolda stammten von Annalena Benini, Direktorin der

Internationalen Buchmesse Turin, Innocenzo Cipolletta, Vorsitzender der Associazione

Italiana Editori, Adriano Monti Buzzetti, Präsident des italienischen Zentrums für Bücher

und Lesen (Centro per il libro e la lettura), Alessandro De Pedys, Generaldirektor für

öffentliche und kulturelle Diplomatie des Ministeriums für auswärtige Angelegenheiten

und internationale Zusammenarbeit (MAECI) und Mauro Mazza, Sonderbeauftragter der

Regierung für die Koordination rund um den Ehrengastlandauftritt Italiens auf der 76.

Frankfurter Buchmesse. Und auch Juergen Boos, der Direktor der Frankfurter

Buchmesse, richtete eine Videobotschaft an alle Referenten und Teilnehmer.

2024 wird ein unvergessliches Jahr für die italienische Literatur, die im Oktober genau

36 Jahre nach der letzten Gelegenheit auf der wichtigsten internationalen Buchmesse

Europas und vermutlich der Welt wieder im Mittelpunkt steht.

Ein großartiger Anlass für unsere Kultur im Allgemeinen, die sich darauf vorbereitet, ihre

Konfrontations- und Dialogfähigkeiten gleichermaßen unter Beweis zu stellen. Das ist

der erklärte Zweck des Programms, an dem der Sonderbeauftragte Mauro Mazza mit

seinem Team arbeitet: „Niemand will irgendjemanden überzeugen oder gar

konvertieren. Aber wir möchten uns besser kennen und kennenlernen, aufeinander

zugehen und vertrauter miteinander ins Gespräch kommen als jemals zuvor – und zwar

ganz ohne Zensur oder Zäsur“, wie Mauro Mazza erklärte. Für Mazza „wird sich der

Dialog lohnen, sofern er auch von persönlichen Treffen zwischen Schriftstellern und

Lesern begleitet wird“. Während des Treffens im Rahmen von „Testo“ wurde das aus der

Feder des italienischen Comiczeichners Lorenzo Mattottis stammende Plakatmotiv, das

Italien als Ehrengast flankieren soll, erstmals der breiten Öffentlichkeit vorgestellt: „Eine

junge Leserin, die sich auf einer als Lesemöbel gezeichneten Blume ihrem Buch widmet

und die Welt beobachtet, bereits reich an Erfahrungen und bereit, sich mit ihren

Mitmenschen auszutauschen, um gemeinsam zu versuchen, eine bessere Welt zu

erschaffen“, erklärt Mazza. Der Außerordentliche Beauftragte erinnert daran, dass das

vollständige Programm der italienischen Teilnahme an der nächsten Buchmesse, wie mit

den Organisatoren vereinbart, in einer Pressekonferenz Ende Mai in Frankfurt

veröffentlicht wird. Ein Aspekt, den auch Innocenzo Cipolletta, Vorsitzender des

Projektpartners „Associazione Italiana Editori“, betonte: „Es ist uns noch nicht möglich,

die Namen der italienischen Autoren, die im Oktober auf der Buchmesse anwesend sein

werden, preiszugeben. Das besonders hohe Engagement der von uns einbezogenen

Verlage stellt jedoch die Anwesenheit zahlreicher Autoren und Persönlichkeiten in

Frankfurt sicher“. Cipolletta hob außerdem „die erfolgreiche Zusammenarbeit, die der

außerordentliche Beauftragte der Regierung Mauro Mazza mit uns und den Verlagen

ermöglicht hat“ hervor, und bezeichnete sie als „Schlüssel für den Erfolg der Teilnahme

Italiens als Ehrengast 2024 an der Frankfurter Buchmesse“.

Die nächsten Termine auf dem Weg zur 76. Buchmesse werden sowohl in Italien als

auch in Deutschland im Rahmen der Initiative „Destinazione Francoforte“ (Destination

Frankfurt) stattfinden. Ab heute wird die italienische Annäherung an die wichtigste

Buchmesse Europas zudem von Mattottis Zeichnung begleitet, die das Motto

„Verwurzelt in der Zukunft“ auch visuell zum Ausdruck bringt.

Lorenzo Mattotti ist ein italienischer Comiczeichner und Illustrator, der am 24. Januar

1954 in Brescia, Italien, geboren wurde. Er ist bekannt für seine lebendige und

ausdrucksstarke Kunst, die die traditionellen Grenzen des Comics überschreitet und

Elemente der Malerei, des Designs und der Illustration integriert. Mattottis Arbeiten, die

sich durch ihre lebendigen Farben und fließenden Linien auszeichnen, zieren nicht nur

die Seiten von Graphic Novels und Comics, sondern sind auch in internationalen

Zeitschriften, wie Cosmopolitan, Vogue, The New Yorker, Le Monde und Vanity Fair, in

Kinderbüchern sowie in der Modebranche erschienen, was seine Vielseitigkeit und

seinen großen Einfluss auf die bildende Kunst belegt.

Pressekontakt

Italien Ehrengast 2024 Internationale Buchmesse Frankfurt

press.italyfrankfurt2024@cultura.gov.it

+39 347 607 8069

 

 

 

Verteidigung der Demokratie

 

Der „Geheimplan gegen Deutschland“ mobilisiert Millionen. Doch ist das Narrativ einer zweiten Wannseekonferenz ein probates Mittel gegen rechts? Maria-Sibylla Lotter

 

Durch den Bericht des Journalistennetzwerks Correctiv hat sich in den letzten Wochen die Vorstellung verbreitet, die AfD habe auf einer Art zweiten Wannseekonferenz einen „Geheimplan gegen Deutschland“ entwickelt und plane nach der Machtergreifung die millionenfache Deportation von Menschen allein aus rassistischen Gründen. Das wirft Fragen auf. Hat Correctiv eine reale Gefahr aufgedeckt? Und welcher Umgang mit rechten Parteien wäre mit Blick auf die Stärkung der demokratischen Streitkultur angebracht?

Nüchtern betrachtet hatte das von einem rechtsradikalen Zahnarzt in Potsdam organisierte Treffen von 20 bis 25 Personen, wo Martin Sellner von der österreichischen Identitären Bewegung über das Thema „Remigration“ referierte, wohl keine allzu große Relevanz für das politische Geschehen in Deutschland. Es war schließlich kein Geheimtreffen der führenden AfD-Politiker, sondern ein Vernetzungstreffen von Geld- und Ideengebern im konservativen bis rechtsextremen Milieu. Zweifellos bieten Veranstaltungen dieser Art Grund zur Sorge. Solche Diskussionen sind aber weder ein neues, noch ein spezifisch deutsches Phänomen. Seit 20 Jahren finden Vorträge über die Theorie des „großen Austauschs“ vor viel größerem Publikum im neurechten Thüringer Institut für Staatspolitik statt. Überall in Europa sind rechte Parteien im Aufwind, in Italien ist sogar eine rechtsextreme Partei an der Regierung. Die Demokratie wird dort trotzdem nicht abgeschafft werden. In einer Zeit, in der sich kein europäisches Land die Abkoppelung von der EU leisten kann, ist dies nicht zu befürchten.

Die enorme Wirkung des Berichts und die Angst um die Demokratie, die durch das große Echo in Presse und Politik ausgelöst wurde, gehen vor allem auf den suggestiven Titel und einen Vergleich zurück. Erstens ist der Bericht mit „Geheimplan gegen Deutschland“ überschrieben, als sei dort ein Umsturz geplant worden. Und zweitens – der eigentliche Trigger – wird auf die historische Wannseekonferenz verwiesen. Daraus wurden die Behauptungen abgeleitet, die AfD hege geheime Pläne zur verfassungswidrigen, millionenfachen Deportation von eingebürgerten Deutschen nach rassistischen Kriterien. Dies sei nicht zufällig in räumlicher Nähe zur historischen Wannseekonferenz geplant worden, sei also quasi ein erster Schritt auf dem Weg zur massenmörderischen Wiederholung der Nazi-Vergangenheit.

Am Wannsee trafen sich 1942 jedoch keine rechten Zahnärzte und mittelständischen Unternehmer mit zweitrangigen Politikern zu Vorträgen, sondern ranghohe Regierungsvertreter, um die Organisation der endgültigen Vernichtung der europäischen Juden zu planen. Es ist aber offenkundig die Assoziationskette Remigration–Wannseekonferenz–Nazi-Pläne zur Ermordung von Millionen Menschen, die spezifisch deutsche Emotionen geweckt und die die von den Journalisten angestrebte Mobilisierung beträchtlicher Teile der Bevölkerung erzielt hat.

Auch im rechten europäischen Lager löste der Bericht erhebliche Rückwirkungen aus, insbesondere gegenüber der AfD. Zwar ist die Idee, Deutsche mit Migrationshintergrund allein aufgrund rassistischer Kriterien wieder auszubürgern, gar nicht vereinbar mit dem Parteiprogramm der AfD, das eine Unterscheidung von Staatsbürgern erster und zweiter Klasse nach völkischen Kriterien explizit ausschließt. (Wie viele AfD-Mitglieder dieses Programm tatsächlich vertreten und wie viele eher völkisch denken, ist allerdings unbekannt.) Gleichwohl ging die französische Rechtsnationalistin Le Pen öffentlich auf Distanz und verlangte von der AFD eine schriftliche Distanzierung vom Gedankengut der „Remigration“.

Schon seit Monaten war vorher in Regierungs- und Journalistenkreisen darüber diskutiert worden, wie man den Zulauf zur AfD stoppen kann. Den Bericht von Correctiv verstehe ich als Versuch, eine von den beteiligten Journalisten vermutlich als durchaus real eingeschätzte Gefahr von rechts mit einem Nazi-Illusionstheater zu bekämpfen, weil man die Bevölkerung nicht für schlau oder mündig genug hält, diese Gefahr selbst zu erkennen. Das „Theater für einen guten Zweck“ erinnert an die staatsdienlichen Märchen – auch als „edle Lügen“ bezeichnet – in Platons Hauptwerk Der Staat. Sokrates argumentiert dort, dass Märchen in der Politik mitunter nötig und gerechtfertigt seien. Ein staatsdienliches Märchen ist eine Lüge oder irreführende Rede, die nicht zum Eigennutz, sondern altruistisch zum Wohle der Gemeinschaft ersonnen wird. Es dient dazu, diejenigen, die selbst nicht fähig sind, die Wahrheit zu erkennen, auf den richtigen Weg zu bringen.

In Platons idealem Staat werden solche Märchen von den herrschenden Philosophen erfunden, um möglichen Unzufriedenheiten und Revolten der unteren Klasse vorzubeugen, indem die Klassengesellschaft als natürlich ausgegeben wird. Platon wollte damit jedoch keineswegs sagen, dass jeder, der sich für klüger als andere Teile der Bevölkerung wähnt, Märchen in die Welt setzen sollte. Sein Modell galt nur für einen idealen Staat, in dem nicht diejenigen regieren, die sich nur für weise halten, sondern diejenigen, die es wirklich sind.

Eine Demokratie baut jedoch auf anderen erkenntnistheoretischen Voraussetzungen auf, zu denen die Annahmen gehören, dass niemand einen privilegierten Zugang zur Wahrheit hat und dass eine gute Politik der wahrheitsorientierten und vielseitigen Diskussion aller Bürger mit ihren unterschiedlichen Perspektiven entspringt. Daher ist nicht anzunehmen, dass das edle Märchen von der Gefahr einer Wiederholung der Geschichte (Wannseekonferenz) wirklich etwas Gutes anrichtet. Die Gegenwart stellt uns vor andere politische und moralische Herausforderungen als die weit zurückliegende Vergangenheit. Darüber hinaus liegt in der Verteufelung „rechter“ Positionen eine Gefahr für die demokratische Streitkultur. „Rechts“, so wie der Begriff bei den Demonstrationen „gegen rechts“ verwendet wird, bezeichnet in Deutschland, anders als in anderen Staaten, heute eine politische Haltung, dessen Träger zunehmend nicht mehr als legitimer Gegner im politischen Wettbewerb, sondern als Feind der Demokratie betrachtet wird. Die Bedeutung von „rechtsradikal“ oder „rechtsextrem“ färbt sozusagen auf alle Positionen im konservativen Spektrum ab, die damit unter den Verdacht des verfassungsfeindlichen Rechtsextremismus gestellt werden. Umgekehrt ist für die Wählerschaft der AfD auch „linksgrün“ geradezu ein Schimpfwort geworden.

Tendenzen zur politischen Polarisierung sind auch in anderen westlichen Demokratien unübersehbar. In den USA hat sich eine Feindschaft zwischen zwei sich radikalisierenden politischen Lagern entwickelt, die die politische Stabilität gefährdet. Während der Präsidentschaft von Donald Trump schien der innenpolitische Gegner als größere Gefahr wahrgenommen zu werden als die äußere Bedrohung durch Russland: Trump provozierte seinen demokratischen Gegner, indem er den russischen Machthaber Putin öffentlich aufforderte, ihm belastendes Material über Familienmitglieder von Joe Biden zu liefern. Diese Erosion der Debattenkultur hat ihren Ursprung in der Verwechslung von politischer Gegnerschaft mit Feindschaft.

In einer Demokratie stehen sich Andersdenkende und politische Gegner als Konkurrenten um politischen Einfluss gegenüber, die den politischen Raum unterschiedlich gestalten wollen. Sie sind aber keine Feinde, sondern zugleich Verbündete in dem gemeinsamen Bemühen, demokratische und freiheitliche Verhältnisse zu erhalten und weiterzuentwickeln. Daraus ergibt sich eine kulturelle Aufgabe für jede Demokratie: Sie muss eine Streitkultur entwickeln, in der keine platonischen Illusionen kognitiver Überlegenheit gepflegt werden und in der der Antagonismus zwischen den politischen Gegnern entschärft wird. Der politische Diskurs muss insbesondere auf die Dämonisierung des Gegners verzichten. In den USA ging die politische Polarisierung bei den letzten Präsidentschaftswahlen so weit, dass ein erheblicher Teil der unterlegenen Partei nicht mehr bereit war, das Wahlergebnis und damit das demokratische Verfahren selbst anzuerkennen. Lieber schürte man in der eigenen Wählerschaft ein generelles Misstrauen in die demokratischen Institutionen, welches man für die eigenen Interessen instrumentalisieren konnte. So wurde schließlich eine alteingesessene Partei – die Republikanische Partei – zu einer echten Gefahr für die Demokratie.

Vor diesem Hintergrund erscheint es auch nicht unproblematisch, dass sich Regierungsmitglieder an den Demonstrationen „gegen rechts“ beteiligen. Der Anlass sind ja nicht rechtsradikale Verbrechen wie etwa die rassistischen Morde durch den NSU oder der Anschlag von Hanau. In solchen Fällen ist die Beteiligung von Politikern unverzichtbar, um zu zeigen, dass rechtsradikale Bedrohungen auf höchster Ebene sehr ernst genommen werden. Im Falle des Potsdamer Treffens geht es jedoch um politisch rechte Meinungsäußerungen, die vom Recht auf Meinungsfreiheit geschützt sind. Freilich sollte man eine derartige Vernetzung von Rechtsextremen mit Geldgebern aus dem konservativen Milieu nicht auf die leichte Schulter nehmen. Daraus folgt jedoch noch nicht, dass es eine gute, der Demokratie dienliche Politik ist, solche Meinungsbildungsprozesse schon wie Planungen zu rechtsradikalen Verbrechen zu behandeln, geschweige denn auf der Ebene der Wannseekonferenz.

Die Frage muss doch umgekehrt lauten: Was macht ausgerechnet die völkisch denkende Rechte für Menschen aus der bürgerlichen Mitte attraktiv? Was erwarten sich mittelständische Unternehmer von einem identitären Aktivisten wie Martin Sellner, der sich nicht einmal selbst als großen Intellektuellen bezeichnen würde?

Die Antwort ist banal: Ein sehr großer Teil der Bevölkerung ist mit der Migrationspolitik seit 2015 unzufrieden. Viele Menschen machen sich Sorgen, unter anderem wegen der Gefahr islamistischer Anschläge, wegen der unzureichenden Infrastruktur für eine menschenwürdige Unterbringung und Integration von Flüchtlingen sowie wegen des erhöhten Sicherheitsrisikos für Frauen. Sie haben auch den Eindruck, dass die jetzige Regierung – ebenso wie die vorherige – nicht ausreichend bereit ist, die vielen verschiedenen Probleme, die sich aus der sehr hohen Zuwanderung ergeben, offen zu diskutieren, sondern sie eher „wegredet“. Und in der Tat scheint die Regierung den Bürgern – obwohl sie nicht nur 2015 gezeigt haben, dass sie heute alles andere als fremdenfeindlich sind – nicht wirklich zuzutrauen, diese Probleme offen und pragmatisch zu diskutieren.

Auch nicht wenige Journalisten beteiligen sich an dieser Strategie, indem sie Migrationskritik mit rassistischem Denken gleichsetzen. Auch diese Strategie der Tabuisierung anstatt des Ausdiskutierens von Problemen lässt ein aristokratisches Selbstmissverständnis vermuten: Die Vorstellung, die meisten Menschen seien mit der Komplexität der Materie überfordert und müssten durch die moralischen Märchen einer kleinen Schicht akademisch Besserwissender angeleitet werden, ist jedoch irreführend und wenig erfolgversprechend. Themen, über die nicht mehr gesprochen werden darf, werden dadurch nicht aus der Welt geschafft. So erzeugt man immer wieder neu die Geschäftsgrundlage, von der die neue Rechte lebt, wie auch die Zunahme an AfD-Mitgliedschaftsanträgen nach der „Aufdeckung“ des „Geheimplans gegen Deutschland“ zeigt. Denn so kann die völkisch denkende Rechte einen sicheren Raum anbieten, in dem die Probleme der Migration und der Wunsch nach weniger Zuwanderung frei diskutiert, nun aber eben auch für rechte Politik instrumentalisiert werden können. So entsteht, was man heraufbeschwört: eine wachsende Gefahr von rechts. IPG 27

 

 

 

Neues Bündnis gegen Armut in Stuttgart gegründet

 

Stuttgart gilt als Stadt der Luxusautos. Doch auch in der reichen Landeshauptstadt Baden-Württembergs gebe es zunehmend Armut, eher im Verborgenen. Ein neues Bündnis will sich dieser annehmen.

„Stuttgart stellt sich als glänzende Metropole dar“, sagt Julia Friedrich, Regionsgeschäftsführerin des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB) Baden-Württemberg. „Auch in dieser reichen Stadt leben viele Menschen in Armut.“

„Gemeinsam gegen Armut in Stuttgart“

Ein neues Bündnis mit dem Titel „Gemeinsam gegen Armut in Stuttgart“ ist deshalb am Montag gegründet worden. Der Zusammenschluss von Sozialverbänden, Gewerkschaften, Kirchen und Hilfevereinen will „Armut sichtbar machen“. Die Pressekonferenz dazu fand an einem Ort statt, an dem Armut ins Auge fällt: der evangelischen Leonhardskirche in Stuttgart. Sie ist von Mitte Januar bis Anfang März sieben Wochen lang zur Vesperkirche umgestaltet, in der Bedürftige ein Essen bekommen und sich ausruhen können.

8,9 Prozent an der Armutsgrenze

„Stuttgart sieht sich selbst gerne als die Stadt der Luxusautos und des bürgerlichen Wohlstands“, sagte Friedrich mit Blick auf die Autobauer Porsche und Mercedes-Benz. „Zur Stadt gehört aber auch, dass 8,9 Prozent der Menschen in Armut leben oder armutsgefährdet sind.“ Die Landeshauptstadt steht damit noch relativ gut da: Laut Statistischem Bundesamt ist rund ein Fünftel der Bevölkerung Deutschlands von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht. Nach den neuesten verfügbaren Zahlen waren das 2022 gut 17,3 Millionen Menschen oder 20,9 Prozent der Bevölkerung der Bundesrepublik.

Mietpreise steigen

In Stuttgart werde bezahlbarer Wohnraum inzwischen selbst für Angehörige der Mittelschicht immer knapper. „Die permanent steigenden Mieten fressen immer größere Teile des Einkommens auf - auch ohne Energiepreisexplosion und Renovierungen“, so das Bündnis. Jeder fünfte Einwohner müsse inzwischen mehr als 40 Prozent seines verfügbaren Einkommens für Miete ausgeben.

„Wir registrieren, dass für viele Menschen in den vergangenen zehn Jahren die finanzielle Situation brenzliger geworden ist“, sagte Friedrich der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Die Zunahme der Armutsgefährdung geschehe also „eher im Verborgenen und schleichend“.

Weniger gesellschaftliche Teilhabe

Hans-Georg Schwabe vom Erwerbslosenausschuss der Gewerkschaft Verdi nennt als Armutsgrund zusätzlich den „immer weiter ausufernden Billiglohnsektor“. Michael Görg von der Katholischen Betriebsseelsorge Stuttgart berichtet: „Immer wieder kommen Menschen in die Beratung, die ihre Arbeit wegen einer körperlichen oder psychischen Erkrankung aufgeben müssen.“ In Teilzeit oder ohne Arbeit, fürchten sie dann, ihre Wohnung in Stuttgart für sich und ihre Familie nicht mehr bezahlen zu können.

Die Folgen erscheinen zunächst banal, Aussagen Betroffener zeigen aber, dass mit zu wenig Geld auch die Teilhabe am gesellschaftlichen Leben schwindet. Das gemeinsame Bier in der Eckkneipe – „nicht möglich, weil ich zu arm bin“. Einen Badeausflug an den Baggersee – „nicht möglich, weil ich mir kein Auto leisten kann, denn anders kommt man dort nicht hin“.

Im Kampf gegen Armutsfallen

Armut berge auch die Gefahr, das Vertrauen in die Verlässlichkeit demokratischer Verfahren zu erschüttern. „Armutsbekämpfung ist deshalb Arbeit für die Demokratie“, betont das Bündnis. Dazu gehören neben der Vesperkirche das Sozialunternehmen Neue Arbeit, die Straßen-Universität Stuttgart, die Schwäbische Tafel, der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB), Verdi, der Kirchliche Dienst in der Arbeitswelt (kda), die Katholische Betriebsseelsorge und der Verein „Ambulante Hilfe“.

Miteinander wollen sie mehr Verständnis für Armutsfallen wecken. Gerade in einer Zeit, in der gegen Bürgergeld-Bezieher und Menschen mit Migrationserfahrung „billig Stimmung gemacht“ werde. „Wir beobachten mit Sorge, dass der gesellschaftliche Ton rauer wird.“

Ein ganzes Maßnahmenpaket sei nötig. Trotz der Erhöhung des Bürgergeldes reichten etwa angesichts der hohen Lebenshaltungskosten in Stuttgart die bundesweit einheitlichen Regelsätze nicht aus. Notwendig sei eine kommunale Großstadtzulage wie in München. Außerdem müsse eine niedrigschwellige Beratungs- und Anlaufstelle geschaffen werden, um etwa bei Anträgen an Ämter behilflich zu sein. „Die Inanspruchnahme von Unterstützungsleistungen darf kein Hindernisrennen sein.“ (kna 27)

 

 

 

Kein Blankoscheck

 

Notwendige Solidarität: Ja. Blindheit gegenüber der Kriegsführung in Gaza: Nein. Deutschland braucht eine andere Israel-Politik. Peter Lintl

 

Die deutsche Israelpolitik ruht auf zwei Säulen: einerseits auf einer partikularen historischen Verantwortung, die aus der Schoah erwächst, und andererseits auf universalistischen Prinzipien deutscher Außenpolitik wie Völkerrecht und Menschenrechten sowie auf der Orientierung an demokratischen Prinzipien und Friedenspolitik. Zwischen diesen beiden Säulen herrscht eine gewisse Spannung, die insbesondere im letzten Jahrzehnt zugenommen hat. Israelische Politiken, wie der umfassende Siedlungsbau, die Legalisierung der selbst nach israelischem Recht illegalen Außenposten oder die Debatte, ob man weite Teile oder sogar das ganze Westjordanland annektieren solle, standen zunehmend im Widerspruch zu den universalistischen Prinzipien deutscher Außenpolitik. Dies erzeugte eine zunehmende Dissonanz. Diese gipfelte mit dem Antritt der aktuellen israelischen Regierung, die im ersten Satz ihres Koalitionsvertrags einen Anspruch auf das ganze Land westlich des Jordanflusses erhebt und die in ihrem angestrebten Umbau der Justiz dem Parlament absolute Machtfülle geben wollte. Damit wurde die Kluft zwischen der Verpflichtung Deutschlands für Israel und den allgemeinen Leitlinien deutscher Außenpolitik so groß wie noch nie zuvor.

Diese Situation änderte sich am 7. Oktober: Die in diesem Konflikt präzedenzlosen Terrorattacken und die Geiselnahmen durch die Hamas drängten die Differenzen zur israelischen Regierung in den Hintergrund. Der israelische Schriftsteller Amos Oz hat in seinem Buch Deutschland und Israel sinngemäß geschrieben, Deutschland könne Israel kritisieren wie jedes andere Land auch. Aber im Rahmen einer existenziellen Bedrohung müsse Deutschland an Israels Seite stehen. Man kann durchaus argumentieren, dass der 7. Oktober ein solcher Moment war.

Wenn die Begriffe „historische Verantwortung“, „Freundschaft“ oder auch „Staatsräson“ nicht inhaltsleer sein sollen, war und ist es angebracht, sich mit Israel angesichts dieser Terrorattacken solidarisch zu zeigen. Dies gilt umso mehr, als Teile der Welt – insbesondere im sogenannten Globalen Süden – diese Massaker nicht verurteilten oder im Extremfall noch verteidigten. Internationale Wellen hat etwa die Erklärung von zahlreichen Studierendenorganisationen der Harvard-Universität geschlagen, die Israel die Alleinschuld für die Attacken der Hamas zuweist.

Seitdem sind mehr als vier Monate vergangen, in denen Krieg im Gazastreifen herrscht(e). Ein Krieg, dessen Motivation nachvollziehbar ist, denn ein Land muss sich gegen Angriffe dieser Art schützen können. Es ist auch ein Krieg, der denkbar schwierig zu führen ist, da sich die Hamas in Gaza 20 Jahre lang in einem weitverzweigten Tunnelsystem eingraben konnte und gezielt zivile Infrastrukturen und menschliche Schutzschilde nutzt. Laut eigenen Aussagen ist sie bereit, eine enorme Anzahl ziviler Opfer in Kauf zu nehmen.

Gleichwohl kann es für deutsche Entscheidungsträgerinnen und -träger nicht egal sein, welche Ziele in diesem Krieg verfolgt werden und wie dieser Krieg geführt wird. Es zeichnet sich ein verheerendes Bild ab: Es gibt fast 30 000 Tote, mehr als 1,5 Millionen Binnenvertriebene, eine krasse humanitäre Notlage und die massive Zerstörung von ziviler Infrastruktur. Schätzungen gehen davon aus, dass zwischen 60 und 70 Prozent der Wohneinheiten zerstört oder stark beschädigt sind. Große Teile des Gazastreifens sind wohl auf lange Zeit nicht mehr bewohnbar. Angesichts dieses Ausmaßes sprach selbst Joe Biden von „willkürlichen Bombardements“ und davon, dass die Zahl der getöteten Unschuldigen zu groß sei und dies aufhören müsse.

Diese massive Zerstörung muss zudem im Kontext dessen gesehen werden, dass es zu diesem Zeitpunkt unklar ist, ob und wie die beiden zentralen Kriegsziele – den militärischen Flügel und die Führung der Hamas unschädlich zu machen sowie die Geiseln zu befreien – militärisch erreicht werden können. Zudem weigert sich die israelische Regierung, sich über Nachkriegsszenarien zu unterhalten, die irgendeine Form eines politischen Horizonts für die Palästinenser enthalten. Vielmehr drängen führende Stimmen wie Verteidigungsminister Joaw Galant und jüngst auch Ministerpräsident Benjamin Netanyahu darauf, dass der Wiederaufbau zwar international geleistet werden solle, alle anderen Fragen – auch wer Gaza regiere – solle man Israel überlassen. Netanyahus Papier betont zudem, dass Israel die Kontrolle über alle Gebiete westlich des Jordans, inklusive Gazas, behalten müsse.

Dabei hat der Ansatz gegenüber Gaza auch mit dem spezifischen Charakter dieser historisch rechtesten, in Teilen rechtsextremen israelischen Regierung zu tun. Zwar spielen sicherheitspolitische Überlegungen eine zentrale Rolle, gleichzeitig ist die Regierungspolitik aber beeinflusst von ideologischen Hardlinern, die keine humanitäre Hilfe in den Gazastreifen lassen wollen, permanent von einer Wiederbesiedlung reden und eine Vertreibung der Palästinenser anstreben. Auch Netanyahu selbst erschwert Lösungen: Es ist nicht nur sein politischer Überlebenskampf, der ihn radikale Stimmen tolerieren lässt; vielmehr sind es auch seine eigenen Überzeugungen, die einen politischen Horizont für die Palästinenser verhindern. Dabei betonen auch israelische Militäranalysten, dass ohne politische Alternative die Hamas wieder an die Macht kommen wird.

All das muss eine deutsche Politik viel stärker einbeziehen. Trotz der notwendigen Solidarität kann es keinen Blankoscheck für Israels Kriegsführung, die politische Verweigerungshaltung und die mitunter offen zur Schau gestellte Radikalität von Teilen der israelischen Regierung geben. Vielmehr müssen eine Analyse und eine Bewertung der Situation auch vor dem Hintergrund eigener Werte und Überzeugungen geschehen.

Denn ein guter Freund kann nur sein, wer einen eigenen Standpunkt hat. Das soll keine Aufforderung sein, „Israelkritik“ unter dem Deckmantel des Freundschaftsbegriffs auszuüben, sondern vielmehr ein Aufruf zur Rückbesinnung auf die fundierenden Werte der deutschen Außenpolitik. Diese müssen auch in der Wahrnehmung der historischen Verantwortung eine Rolle spielen. Nur so gewinnt sie eine Bedeutung, die auch selbstreflexiv ist und nicht nur der israelischen Politik das Wort redet. Sie läuft andernfalls Gefahr, zu einer Israelpolitik zu werden, die dem folgt, was ein konservativer Journalist mal als Leitlinie ausgegeben hat: „U-Boote liefern, Klappe halten.“

Die Aufrufe unterschiedlicher Vertreterinnen und Vertreter der deutschen Regierung, das humanitäre Völkerrecht einzuhalten und den Zugang für humanitäre Hilfe substantiell zu verbessern, verpufften weitestgehend im Verlauf des Kriegs. Zu anderen Streitfragen, etwa zur Art der Kriegsführung oder auch zu den zahlreichen Aussagen israelischer Ministerinnen und Minister, die selbst der israelische Richter Aharon Barak am Internationalen Gerichtshof als „Anstachelung zum Völkermord“ einstufte, erfolgt kaum eine klare Stellungnahme von offizieller deutscher Seite. Selbst Joe Biden war hier viel deutlicher. Es fehlen Aussagen, die nicht im Diplomatendeutsch untergehen. Jüngst hat Außenministerin Annalena Baerbock erste Schritte dahingehend unternommen, als sie vor einer humanitären Katastrophe bei einem Einmarsch in Rafah warnte.

Zudem erscheint die deutsche Politik im aktuellen Konflikt oftmals widersprüchlich: Einerseits wird die humanitäre Hilfe im Gazastreifen vervielfacht, andererseits gilt das auch für die Waffenlieferungen an Israel. Laut Medienberichten diskutiert die Koalition auch eine Lieferung von Panzermunition an Israel. Das wäre nicht nur eine Abkehr von der lange geltenden Leitlinie für den Rüstungsexport nach Israel („was schwimmt, geht“ – als Zeichen dafür, die Besatzung nicht zu unterstützen), es wirkt auch so, als ob die beiden Sachverhalte nichts miteinander zu tun hätten.

Auch gegenüber den Positionen der israelischen Regierung scheint es keinen klaren Faden zu geben: Einerseits verurteilt die Bundesregierung eine Veranstaltung der politischen Rechten, bei der eine Wiederbesiedlung des Gazastreifens gefordert und eine Vertreibung der Palästinenser insinuiert wird, „auf das Schärfste“. Andererseits plante ein deutscher Minister, auf einer Veranstaltung zu sprechen, auf der auch der israelische Diasporaminister Amichai Chikli prominenter Redner sein sollte. Letzterer war einer der bekanntesten Teilnehmer auf eben jener israelischen Konferenz, die von Deutschland verurteilt wurde. Deutsche Politik muss hier klare Zeichen in Bezug auf ihre eigenen roten Linien setzen. Selbst wenn Chikli letztlich von den Veranstaltern wieder ausgeladen wurde: Man kann nicht im Namen der historischen Verantwortung den Radikalismus hofieren.

All das wird auch international genau beobachtet. Spricht man mit ausländischen Diplomaten, bekommt man oft zu hören, dass man nachvollziehen kann, dass Israel in Deutschland eine Sonderrolle hat. Aber das Ausbleiben jeglicher Kritik an Israels Kriegsführung führt zu Unverständnis. Immer wieder wird betont, dass Deutschland gegenüber anderen Staaten die Bedeutung von Völkerrecht und Menschenrechten hervorhebt, aber in Bezug auf Gaza dazu wenig zu sagen hat. Um nicht falsch verstanden zu werden: Das soll nicht heißen, dass man anderen Ländern das Wort reden muss, die – wie etwa im Falle Südafrikas – eine historisch-ideologisch geprägte Ablehnung Israels pflegen. Aber wenn es nicht gelingt, die historische Verantwortung mit Deutschlands außenpolitischen Grundlagen zu verbinden, verlieren beide Aspekte an Überzeugungskraft und mit ihnen die deutsche Außenpolitik.

Deutsche Außenpolitik muss sich ehrlich machen: Das Prisma der historischen Verantwortung für den Staat Israel kann und soll Teil deutscher Israelpolitik sein – gerade nach dem 7. Oktober. Aber dieses Prisma alleine kann ja nicht anders als blind sein für Israel als Akteur im Konflikt, als Akteur in diesem Krieg. Und daher ist es notwendig, dass die universalistische Säule deutscher Außenpolitik viel stärker zum Tragen kommt – ansonsten verliert Deutschland nicht nur international an Glaubwürdigkeit, sondern auch ein Stück weit die eigene Integrität. IPG 27

 

 

 

 

Zwei Millionen Vertriebene. Flucht nach Goma – Der Konflikt im Ostkongo

 

Die Welt blickt auf die blutigen Konflikte im Nahost und in der Ukraine. In Ostkongo wütet die Gewalt ebenfalls - Flüchtlingselend und blutige Konflikte sind in dem Land schon seit Jahrzehnten trauriger Alltag. Doch nun eskaliert die Lage. Eine Rebellenarmee steht kurz vor der Provinzhauptstadt Goma. Von Eva Krafczyk, Dido Kayembe und Saul Butera

 

Noch ist sie offen, die Straße von Sake in die gut 20 Kilometer entfernte Provinzhauptstadt Goma im Osten der Demokratischen Republik Kongo. Hunderttausende Einwohner haben Sake bereits verlassen und sind mit allem, was sie tragen konnten, Richtung Goma marschiert oder gefahren. Doch auch in der Hauptstadt der Provinz Nord-Kivu verfolgen die Menschen täglich voller Sorge die Nachrichten: Haben die Regierungstruppen, die Soldaten der UN-Mission Monusco und ihrer Verbündeten noch die Kontrolle über Sake, oder ist die Miliz M23 mit ihren seit Wochen andauernden Angriffen nun doch erfolgreich?

Im vergangenen Jahr waren die Kämpfer der M23 nach jahrelangem Stillstand wieder aktiv geworden, zum Jahresende hatten sich die Angriffe deutlich intensiviert. Nach wochenlangem Vormarsch aus dem Norden ist Sake nun die letzte Stadt vor Goma, die noch unter Regierungskontrolle steht.

Immer mehr Flüchtlinge und schwierige Versorgungslage

„Das Leben in Goma wird von Tag zu Tag komplizierter“, klagt ein Einwohner. „Wir leben in der ständigen Ungewissheit, was morgen sein wird.“ Das gilt besonders für die Versorgung mit Lebensmitteln und anderen Dingen des täglichen Bedarfs, denn mit dem Vorrücken der M23 wurden auch die Transportwege abgeschnitten. Es sind nun vor allem Waren aus der ruandischen Grenzstadt Gisenyi, die noch auf dem Markt und in den Geschäften Gomas verkauft werden. Doch die Preise haben sich teils verdreifacht in der Stadt am Fuße des Vulkans Nyiragongo. In Giseny hingegen sei von dem Konflikt jenseits der Grenze nichts zu spüren, berichten Anwohner.

Besonders dramatisch ist die Situation in den Flüchtlingslagern, in denen schon vor der Eskalation der vergangenen Wochen Hunderttausende lebten, die vor den Kämpfen weiter nördlich geflohen waren: Hatte Goma ursprünglich rund 600.000 Einwohner, ist die Bevölkerung aufgrund der Binnenvertriebenen auf etwa zwei Millionen gestiegen. Die Lager könnten Neuankömmlinge nur noch notdürftig versorgen, warnen Hilfsorganisationen. „Die Situation ist katastrophal geworden“, sagt Christopher Mutaka, Vertreter einer kongolesischen Menschenrechtsorganisation in Goma. Die Geflüchteten lebten „unter unmenschlichen Bedingungen“.

Wer ist die M23?

Die M23 ist eine von mehr als 130 Rebellengruppen, die im Osten des Kongos kämpfen. Doch während viele dieser Gruppen nur in einem kleinen Gebiet die örtlichen Warlords sind, kontrolliert M23 nun wichtige Gebiete und Verbindungsstrecken in der Provinz Nord-Kivu und verfügt offensichtlich über ein beträchtliches Waffenarsenal: In den vergangenen Wochen kam es wiederholt zu Bombeneinschlägen, auch in den äußeren Bezirken der Provinzhauptstadt Goma sowie am Flughafen von Goma, die der M23 zugeschrieben werden.

Die kongolesische Regierung wirft dem Nachbarland Ruanda vor, die M23 zu unterstützen. Auch internationale Experten haben wenig Zweifel daran, dass die M23-Kämpfer Waffen und andere Unterstützung aus Ruanda erhalten. Die Regierung in Kigali bestreitet dies und erhebt ihrerseits Vorwürfe gegen die kongolesische Regierung. Sie habe in die kongolesischen Streitkräfte Milizen integriert, die einst in den Völkermord in Ruanda und Angriffe auf ethnische Tutsi im Ostkongo involviert waren.

Rohstoffe und anhaltende Unsicherheit

Die Demokratische Republik Kongo verfügt vor allem im Osten über reiche Rohstoffvorkommen. Besonders Kobalt und Coltan sind stark gefragt – etwa für die Herstellung von Batterien für Elektroautos, Smartphones und Laptops. Trotz des Wohlstands im Boden des zweitgrößten afrikanischen Landes leben die meisten Menschen in Armut.

Die Rohstoffe wecken auch Begehrlichkeiten bei den Milizen und bewaffneten Gruppen. Auch dies trägt zur anhaltenden Unsicherheit in der Region bei. Die kongolesische Regierung hat zudem in der Vergangenheit mehrfach dem rohstoffarmen Ruanda vorgeworfen, mit Hilfe der M23 seinen Rohstoff-Hunger zu stillen.

Ein Proxy-Konflikt? Die Rolle Ruandas

Der Konflikt reicht Jahrzehnte zurück in die Zeit des Völkermords in Ruanda. Ab April 1994 ermordeten Hutu-Milizen in Ruanda mindestens 800.000 ethnische Tutsi und gemäßigte Hutu. Die heute aktive M23 besteht überwiegend aus ethnischen Tutsi. Der Genozid endete, als aus dem ugandischen Exil die Ruandische Patriotische Front mit ihrem Führer – und heutigem Präsidenten Ruandas – Paul Kagame in Ruanda einmarschierte und die Regierungstruppen besiegte.

Damals flohen viele der „génocidaires“ (Beteiligte am Völkermord an den Tutsi) mit ihren Familien über die Grenze nach Goma. Bewaffnete Hutu-Milizen, insbesondere die FDLR, setzten vom Ostkongo aus Angriffe auf Ruanda und auf örtliche Tutsi fort. Ruanda wiederum bewaffnete Tutsi-Milizen in der Kivu-Provinz. Im Jahr 1996 marschierten ruandische Truppen in den Osten des damaligen Zaire ein. In den zwei Kongo-Kriegen, an denen unter anderem auch Uganda und Burundi beteiligt waren, starben in den Jahren 1996/97 und 1998 bis 2003 Millionen von Menschen. Zur genauen Zahl der Opfer gibt es unterschiedliche Angaben. Die beiden Kongo-Kriege gelten jedoch als der tödlichste Konflikt seit dem Zweiten Weltkrieg.

Die Spannungen zwischen der Demokratischen Republik Kongo und Ruanda dauern an. Im Wahlkampf hatte der im Dezember gewählte kongolesische Präsident Félix Tshisekedi Kagame mit Adolf Hitler verglichen. Die ruandische Regierung hatte der Regierung Tshisekedi wiederum vor wenigen Tagen „Hassrede und kruden Tribalismus“ vorgeworfen und betont, Ruanda behalte sich das Recht vor, alle legitimen Mittel zu ergreifen, „um unser Land zu verteidigen“. Und in einer Rede im Januar hatte Kagame mit Blick auf den Völkermord von 1994 und FDLR-Mitglieder in den Reihen der kongolesischen Truppen erklärt: „Wenn man uns je in eine Situation bringt, in der wir denken, es geht zurück in jene Zeit, dann haben wir nichts zu verlieren. Wir werden kämpfen wie Leute, die nichts zu verlieren haben. Jemand wird den Preis bezahlen – und das werden nicht wir sein.“

Bintou Keita, die UN-Sondergesandte in der DR Kongo, hat angesichts der Eskalation im Ostkongo vor dem UN-Sicherheitsrat bereits vor dem Risiko einer regionalen Ausweitung des Konflikts gewarnt. Die Situation um Sake und Goma sei „zutiefst besorgniserregend“. Mit dem Ende der UN-Mission und dem Abzug der Monusco-Blauhelme bis zum Jahresende dürften die Aussichten auf Frieden in der Region nicht besser werden. (dpa/mig 27)

 

 

 

 

Rassisten im Gegenwind. Umfragewerte von AfD wieder abgesackt

 

Der Verfassungsschutz beäugt die AfD. Bald könnte sie vom Verdachtsfall hochgestuft werden zu „gesichert rechtsextrem“. Aber nicht nur das. Auch der Höhenflug der Partei in den Umfragen ist erst einmal vorbei. Woher kommt das? Und hat das überhaupt etwas zu bedeuten? Von Anne-Béatrice Clasmann und Verena Schmitt-Roschmann

 

Vor Monaten noch schraubte sich die AfD in Umfragen immer höher. Bis zu 24 Prozent Zustimmung erreichte sie bundesweit. Nun sind die Werte wieder abgesackt. Ob das so bleibt, ist offen. Aber vorerst hat die AfD Gegenwind. Seit Wochen demonstrieren Zehntausende gegen die Rechtsaußenpartei. Wirtschaftsverbände warnen, sogar die katholischen Bischöfe. Die neue Konkurrenz des Bündnis Sahra Wagenknecht zielt auf ihre Wähler. Und auch das Bundesamt für Verfassungsschutz behält die Partei fest im Blick.

Die „Süddeutsche Zeitung“ berichtete am Montag, das Bundesamt arbeite an einem Gutachten zur Bewertung der AfD insgesamt als „gesichert extremistische Bestrebung“. Neben der bekannten Einschätzung der Behörde zu Rassismus und Autoritarismus enthalte der Entwurf einen neuen Punkt: „Verhältnis zu Russland“. Zum SZ-Bericht erklärte das Bundesamt am Montag zwar: „Zu behördeninternen Arbeitsabläufen nimmt das BfV grundsätzlich keine Stellung.“ Doch hieß es auch: „Damit ist keine Aussage getroffen, ob der Sachverhalt zutrifft oder nicht.“

Seit 2021 als Verdachtsfall eingestuft

Das Bundesamt für Verfassungsschutz hatte die Gesamtpartei im März 2021 als rechtsextremistischen Verdachtsfall eingestuft – eine Einschätzung, die rund ein Jahr später in erster Instanz durch das Verwaltungsgericht Köln bestätigt wurde. Die AfD setzt sich dagegen juristisch zur Wehr. Vor dem Oberverwaltungsgericht in Münster soll es Mitte März eine mündliche Verhandlung geben.

Es ist üblich, dass der Verfassungsschutz bei einem Verdachtsfall innerhalb von etwa zwei Jahren prüft, ob sich der Verdacht erhärtet hat – es sich also um eine gesichert extremistische Bestrebung handelt – oder nicht. Im Fall der AfD ist zu erwarten, dass diese Entscheidung erst nach Abschluss des Gerichtsverfahrens fallen wird. Verfassungsschutzpräsident Thomas Haldenwang sagt aber auch öffentlich, dass er die Partei kontinuierlich auf dem Weg „nach rechtsaußen“ sieht. Bereits die Einstufung als Verdachtsfall ermöglicht seiner Behörde den Einsatz nachrichtendienstlicher Mittel. Dazu zählen die Observation und das Einholen von Auskünften über Informanten aus der jeweiligen Szene.

Für die Landesämter für Verfassungsschutz in Thüringen, Sachsen und Sachsen-Anhalt ist die Sache schon geklärt: Sie stufen die jeweiligen AfD-Landesverbände als gesichert rechtsextremistisch ein und beobachten sie.

Fast kein Tag ohne Demo gegen rechts

Auch über Vernetzungstreffen zwischen bekannten Rechtsextremisten und der AfD berichten Verfassungsschützer schon länger. Trotzdem scheinen diese erst kürzlich ins öffentliche Bewusstsein getreten zu sein – mit dem Bericht des Medienhauses Correctiv über ein Treffen radikaler Rechter in Potsdam im November. Seit der Veröffentlichung Anfang Januar vergeht kaum ein Tag ohne Demonstrationen, die sich auch gegen die AfD richten. Am Wochenende waren wieder Zehntausende auf der Straße, in Hamburg, Dresden und anderswo.

Der Ostbeauftragte der Bundesregierung, Carsten Schneider, sieht das als Wendepunkt. „Ich gehe davon aus, dass die AfD wieder an Zustimmung verliert“, sagt der SPD-Politiker der Deutschen Presse-Agentur. „Ich halte sie für ausmobilisiert.“ Er bezog dies auch auf die für Herbst geplanten Landtagswahlen in Thüringen, Sachsen und Brandenburg. Als Argument führte Schneider auch den europäischen Asylkompromiss an, der die Zahl der Ankommenden senken werde. Damit hätte die AfD ein Thema weniger.

„Die AfD-Anhänger waren laut, sie haben den öffentlichen Diskurs bestimmt an der Bushaltestelle, in der Bahn, in der Kneipe und auf Arbeit“, sagt Schneider, der selbst aus Thüringen stammt. „Sie taten so, als wären sie die Mehrheit. Aber die Demonstrationen gegen rechts zeigen: Die AfD-Anhänger sind die Minderheit. Jetzt widersprechen viele und fühlen sich bestärkt.“ In Wahlumfragen für Thüringen und Sachsen lag die AfD im Januar bei mehr als 30 Prozent, in Brandenburg bei 28 Prozent. Ob sich der Trend dort ändert, ist unklar. Aber selbst diese Zahlen zeigen: Etwa zwei Drittel der Befragten würden die AfD nicht wählen.

Wagenknecht freut sich über Wechselwähler

Die frühere Linken-Politikerin Sahra Wagenknecht glaubt nicht an eine Wirkung der Demonstrationen – sie sieht die bröckelnden AfD-Umfragewerte eher als Verdienst ihres neuen Bündnis Sahra Wagenknecht. „Meinen Sie im Ernst, dass die Demonstrationen AfD-Wähler beeindrucken?“, fragte sie im Interview der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“. „Die Umfragen zeigen eher, dass diejenigen, die aus Wut die AfD gewählt haben, jetzt zu einem gewissen Teil BSW wählen wollen. Das freut uns.“

Mit Forderungen wie Begrenzung der Migration und Senkung der Energiepreise sowie nach Friedensverhandlungen mit Russland und der Ablehnung von Waffenlieferungen an die Ukraine hat sie teils ähnliche Themen wie die AfD. Allerdings hat Wagenknecht auch andere Schwerpunkte, darunter Rente, Steuern und Mindestlohn. Die Mischung und die Person Wagenknecht scheinen auch Menschen anzusprechen, die vorher eine Stimme für die AfD in Erwägung zogen.

Le Pen lehnt Foto mit Weidel ab

Die AfD selbst ist seit Wochen bemüht, das alles herunterzuspielen – und scharf dagegenzuhalten. Als jüngst die katholischen Bischöfe von einer Stimme für die AfD abrieten, sprach der Bundestagsabgeordnete Stephan Brandner von einem „Anbiederungsversuch der katholischen Kirche an das linke Establishment“. Partei- und Fraktionschefin Alice Weidel nannte die Correctiv-Recherchen und die darauffolgenden Proteste gegen die AfD eine „beispiellose Verleumdungskampagne“.

Gleichzeitig bekam die AfD plötzlich ein Problem: Das französische Rassemblement National von Marine le Pen, im Europaparlament Partner der AfD, grenzte sich klar von „Remigrations“-Thesen ab, wie sie aus Potsdam berichtet wurden. Vergangene Woche traf sich Weidel in Paris mit Le Pen, um die Wogen zu glätten. Auf ein gemeinsames Foto hatte Le Pen allerdings keine Lust.

Weidel machtlos gegen ihre Rassisten

Die Rolle der Schlichterin fiel Weidel auch am Wochenende in Rottweil zu, wo ein AfD-Landesparteitag im Organisationschaos unterzugehen drohte. Dass ihre Leute den Machtkampf im Landesverband Baden-Württemberg gewannen, geriet da fast in den Hintergrund.

Eigentlich führt Weidel mit ihrem Co-Vorsitzenden Tino Chrupalla die AfD im Bund recht geräuschlos – anders als frühere Führungsduos. Beide sind bei den Mitgliedern populär und versuchen, der Partei ein bürgerliches Image zu geben. Beobachter der Partei sehen jedoch Grenzen ihrer Macht: Gegen den Willen der Rechtsaußen-Strömung des Thüringer AfD-Landesvorsitzenden Björn Höcke können sie kaum Entscheidungen treffen. (dpa/mig 27)

 

 

 

Hinterbliebene des Bootsunglücks von Cutro wollen italienische Regierung verklagen

 

Vor einem Jahr ertranken bei dem Bootsunglück von Cutro vor der italienischen Küste 94 Menschen. Die Angehörigen der Opfer wollen die italienische Regierung wegen unterlassener Hilfeleistung verklagen. Damit gerät auch die europäische Einwanderungspolitik in die Kritik.

Vor genau einem Jahr, am 26. Februar 2023, sank ein Holzboot mit Migranten in den frühen Morgenstunden vor dem Strand von Cutro an der Küste Kalabriens. 94 Menschen starben, darunter 35 Kinder und Jugendliche.Zum Jahrestag des schrecklichen Unglücks fanden in der kalabrischen Stadt Cretone mehrere Gedenkveranstaltungen statt, an denen auch Hinterbliebene teilnahmen. Mohammed, ein Überlebender, äußerte seine Verzweiflung über das Bootsunglück: „Ich weiß nicht, warum ich noch lebe, ich leide, weil ich die Kinder nicht retten konnte“.

Die Familien der Opfer und Überlebenden kritisierten, dass kein Regierungsmitglied an dem Gedenken teilgenommen habe und kündigten die „Zivilklage auf Schadensersatz“ gegen die italienische Regierung an, wie die Zeitung „La Repubblica“ berichtete. Der Anwalt Stefano Bertone erklärte, dass die Klage „erst nach Abschluss der strafrechtlichen Ermittlungen“ eingereicht werde.

Einer der vier angeklagten Schlepper verurteilt

Rund um den Fall laufen bereits Ermittlungen und Gerichtsprozesse. Vor Kurzem hatte das Gericht der Stadt Crotone einen der vier angeklagten Schlepper zu zwanzig Jahren Haft und einer Geldstrafe von drei Millionen Euro verurteilt. Die Behörden ermitteln zudem gegen die Finanz- und Küstenwache. Es wird geprüft, warum die Hilfe für die Menschen auf dem Holzboot erst so spät eintraf. Nach dem Unglück verschärfte die italienische Regierung ihre Maßnahmen gegen Schlepperei.

Italienischer Pfarrer wirft Regierung „gigantische Heuchelei“ vor

Der landesweit bekannte Pfarrer Luigi Ciotti kritisierte stark die europäische und italienische Einwanderungspolitik. Er kritisierte, das „Dekret Crotone“ ziele nur auf den Schutz der Grenzen und nicht auf den Schutz von Menschenleben ab. Es herrsche eine „gigantische Heuchelei“, schrieb Ciotti, der als Mafia-Gegner bekannt ist, in einem Gastbeitrag für die Zeitung „La Stampa“. Einerseits würden zivile Seenotretter beschuldigt, Menschenhandel zu erleichtern, andererseits träfen die Regierungen Abmachungen mit Ländern, die direkt in diesen Handel verwickelt seien und Geschäfte mit der Mafia machten. (kna / vn 26)

 

 

 

Bezieher von Grundsicherung müssen Deutschland-Aufenthalt beweisen

 

Wer Grundsicherung bezieht, muss im Zweifel beweisen können, dass er sich nicht im Ausland aufgehalten hat. Das hat das Landessozialgericht Niedersachsen-Bremen im Falle eines nigerianischen Paares entschieden. Laut Jobcenter befand sich das Paar mehrjährig im Ausland.

Bezieher einer staatlichen Grundsicherung müssen laut einem Urteil des Landessozialgerichts Niedersachsen-Bremen im Zweifel den Behörden ihren Aufenthaltsort nachweisen können. Die Beweislast liege bei ihnen und nicht etwa beim Jobcenter, entschied das Gericht im Falle eines nigerianischen Paares, das in Bremen gemeldet war, wie ein Sprecher in Celle mitteilte. (AZ: L 13 AS 395/21)

Das Paar hatte den Angaben zufolge seit 2014 vom Jobcenter Grundsicherungsleistungen bezogen. Die Bundespolizei habe es dann 2018 bei der Einreise am Flughafen Bremen kontrolliert, wobei die Stempel in den Pässen auf einen mehrjährigen Auslandsaufenthalt schließen ließen. Das Jobcenter habe daraufhin die Leistungen eingestellt und eine Erstattung gefordert. Der Mann und die Frau hätten sich ohne Zustimmung außerhalb des Bereichs aufgehalten, von dem aus sie für eine Eingliederung in Arbeit zur Verfügung gestanden hätten.

Rückzahlung von 33.000 Euro

Das Paar klagte laut Gericht dagegen. Es benannte Zeugen für einen Aufenthalt in Deutschland und verlangte einen Gegenbeweis vom Jobcenter, ohne Erfolg. Insgesamt müsse das Paar rund 33.000 Euro zurückzahlen, teilte das Gericht mit. Laut Beweisaufnahme gebe es für einen Aufenthalt in Deutschland keine belastbaren Nachweise. Die vom Jobcenter finanzierte Wohnung in Bremen sei nicht bewohnt worden, und es sei zu zahlreichen Meldeversäumnissen gekommen.

Der Mann besäße einen Mitarbeiterausweis einer nigerianischen Transportfirma sowie eine Steuerkarte, seinen Reisepass habe er nachträglich manipuliert, hieß es weiter. Die Frau habe eine Zulassung als Rechtsanwältin in Nigeria. Ein Aufenthalt in Deutschland sei auch insoweit nicht glaubhaft, weil alle Kinder in Nigeria zur Schule gingen. (epd/mig 26)

 

 

 

Rassismus, Gaza, Raubkunst. Berlinale 2024: Politisch bis zum Schluss

 

Die Berlinale begann politisch und endete politisch – auch künstlerisch: Ausgezeichnet wurde eine Doku über Raubkunst mit dem Goldenen Bären - also mit dem wichtigsten Preis. Auch der Gaza-Krieg war bis zum Schluss präsent. Von Peter Claus und Sabrina Szameitat

 

Die 74. Berlinale blieb sich bis zum Finale treu: Geprägt von politischen Botschaften haben die Filmfestspiele ihre Auszeichnungen vergeben. Zum zweiten Mal in Folge gewann am Samstagabend ein Dokumentarfilm den wichtigsten Preis, den Goldenen Bären: Der Film „Dahomey“ von der in Frankreich geborenen Regisseurin Mati Diop setzt sich mit der Rückgabe von Raubkunst auseinander.

Bei der Preisgala ging es auch immer wieder um den Gaza-Krieg, der seit dem Terrorangriff der Hamas vom 7. Oktober 2023 tobt. Auf der Bühne wurde teils deutliche Kritik am Vorgehen Israels in dem palästinensischen Gebiet geäußert. Dies wiederum stieß im Nachgang bei mehreren Politikern auf Widerspruch.

Protest-Zettel auf der Bühne

Die Berlinale war in diesem Jahr besonders stark von politischen Debatten geprägt – bereits bei der Eröffnungsgala hatten viele Filmschaffende etwa gegen Rechtsextremismus protestiert. Andere forderten ein Ende der Kämpfe in Gaza zwischen Israel und der Hamas. Bei der Preisverleihung trugen mehrere Menschen auf der Bühne einen Zettel mit der Aufschrift „Ceasefire Now“ (etwa: „Feuerpause jetzt“).

Der palästinensische Filmemacher Basel Adra forderte Deutschland auf, keine Waffen mehr an Israel zu liefern. Adra hatte mit drei anderen Filmemachern die Dokumentation „No Other Land“ gedreht und dafür den Dokumentarfilmpreis gewonnen. Der Film dreht sich um die Vertreibung von Palästinenserinnen und Palästinensern in den Dörfern von Masafer Yatta, südlich von Hebron im Westjordanland.

Scharfe Kritik kam auch von Grünen-Politiker von Notz, nachdem – an anderer Stelle der Berlinale-Gala – der Filmemacher Ben Russell im Zusammenhang mit dem Gaza-Krieg von „Genozid“ gesprochen hatte. „Es ist schlicht ekelhaft und eine perfide Täter-Opfer-Umkehr. Solche Auftritte sind unerträglich, schrieb von Notz bei X.

Der stellvertretende Vorsitzende des Bundestagskulturausschusses, Marco Wanderwitz (CDU), schrieb bei X: „Diese @berlinale müssen wir als Bundeskulturpolitik sehr genau auswerten.“ Auf der Bühne und aus dem Publikum habe „es leider mehrfach unwidersprochen antiisraelische Statements“ gegeben, die nicht zu akzeptieren seien.

Schauspieler Lars Eidinger sagte nach der Preisverleihung, er könne sich „kaum an Zeiten erinnern, die derart politisch waren“. Es wäre aber „fatal, wenn man das komplett ausblenden oder ausklammern würde für so eine Veranstaltung“, meinte Eidinger. Die Berlinale gilt seit jeher als politischstes der weltgrößten Filmfestivals. 2023 hatte der Dokumentarfilm „Sur l’Adamant“ den Goldenen Bären gewonnen.

Rückgabe von Kunstobjekten – auch aus Deutschland

In dem in diesem Jahr mit dem Goldenen Bären ausgezeichneten Film „Dahomey“ setzt sich Regisseurin Diop, die senegalesische Wurzeln hat, mit Kunstschätzen auseinander, die 1892 aus dem westafrikanischen Benin – damals Dahomey – geraubt wurden. Sie folgt 26 Statuen auf der Reise aus Frankreich in deren Ursprungsland. Insgesamt wurden vor rund 130 Jahren Tausende Kunstwerke gestohlen, die sich noch heute in Frankreich befinden.

Die experimentelle Doku fesselt mit poetischen Passagen – zum Beispiel spricht mehrmals eines der Kunstwerke aus dem Off. Ein Teil des Films zeigt eine Diskussion in Benin unter überwiegend jungen Menschen. Dabei streiten sie darüber, ob die Rückgabe als Fortschritt oder als postkoloniale Arroganz zu werten ist. Diskutiert werden zudem aktuelle Probleme des Landes wie Armut und Bildungsnotstand.

Die Rückgabe von Kunstobjekten ist in Frankreich und auch in Deutschland schon länger Thema. 2018 teilte der französische Präsident Emmanuel Macron mit, die 26 Objekte an Benin zurückzugeben. Bei den Artefakten handelt es sich unter anderem um Statuen, Schmuck und einen Thron. Der beninische Präsident Patrice Talon sprach sich für die Restitution weiterer Werke aus. Schätzungen zufolge hortet Europa mehr als 90 Prozent des afrikanischen Kulturerbes. „Zurückzugeben heißt, Gerechtigkeit zu üben“, sagte Diop, als sie den Preis entgegennahm.

Menschen träumen von meinem Film: Preisträger Matthias Glasner

Vergeben wurden auch mehrere Silberne Bären. Einer ging an den deutschen Regisseur Matthias Glasner für das Drehbuch seines emotional aufgeheizten Dramas „Sterben“. In dem Film mit Corinna Harfouch und Lars Eidinger in Hauptrollen hat der Regisseur die komplexe Beziehung zu seiner Familie verarbeitet. Glasner hatte vorab die Sorge, das Drama sei vielleicht zu persönlich.

Doch viele Leute habe es bewegt. „Ich werde wirklich seit Tagen alle paar Meter angehalten von Menschen, die sagen: „Toller Film, hat mich so berührt, ich träum‘ davon“„, sagte Glasner am Samstagabend der Deutschen Presse-Agentur. Und ergänzte: „Das hat sich irgendwie gelohnt, dass wenn man sich selber so doll öffnet, dass andere sich dann auch öffnen.“

„Verstehe nicht, was Sie in meinem Film sehen“ – Regie-Veteran Hong Sangsoo

Der Große Preis der Jury ging an die melancholische Komödie „Yeohaengjaui pilyo“ („A Traveler’s Needs“) des südkoreanischen Regie-Veteranen Hong Sangsoo mit Isabelle Huppert in der Hauptrolle. „Ich verstehe nicht, was Sie in meinem Film sehen“, sagte Sangsoo sichtlich bescheiden zur Jury auf der Bühne.

Der rumänisch-US-amerikanische Schauspieler Sebastian Stan wurde zum besten Hauptdarsteller für seine Leistung in der Tragikomödie „A Different Man“ gekürt. Die Britin Emily Watson erhielt den Preis für die beste Nebenrolle in „Small Things Like These“. Die 57-Jährige kam wegen eines gebrochenen Fußes mit einer Krücke auf die Bühne.

Der Franzose Bruno Dumont erhielt den Preis der Jury für die Sci-Fi-Parodie „L’Empire“. Den Silbernen Bären für die beste Regie gewann Nelson Carlos De Los Santos Arias für „Pepe“, einen Experimentalfilm über ein totes Nilpferd in Kolumbien. Für seine herausragende künstlerische Leistung im Historiendrama „Des Teufels Bad“ wurde der österreichische Kameramann Martin Gschlacht geehrt.

Neue Berlinale-Spitze ab April

Für das Leitungsduo Mariette Rissenbeek und Carlo Chatrian war dies die fünfte und damit letzte Berlinale in ihrer Funktion. Ab April übernimmt Tricia Tuttle. Die US-Amerikanerin saß bei der Preisverleihung strahlend im Publikum. Mit einem Publikumstag ging das Festival am Sonntag zu Ende. (dpa/mig 26)

 

 

 

Wieso die Deutschen jetzt reicher sind als die Italiener

 

Vor zehn Jahren bescheinigten Statistiken den Italienern ein höheres Vermögen als den Deutschen. Nun ist es umgekehrt – und hat zwei Gründe - von Nadine Oberhuber

 

Vor noch nicht allzu langer Zeit sagten die Statistiken aus, dass Menschen in Italien ziemlich reich seien – zumindest im Durchschnitt und verglichen mit dem Vermögen deutscher Haushalte. Damals, 2013, sprachen die Regierungen gerade über Rettungspakete für Europas Süden. Die Zahlen der Statistikbehörde Eurostat sorgten da einmal mehr für Streit. Einige nordeuropäische Verhandler fragten sich, warum sie den Ländern im Süden Geld geben sollten, wenn das Nettovermögen der italienischen Haushalte im Median rund 132.300 Euro höher lag als das der deutschen Haushalte mit nur 70.800 Euro. 

Inzwischen aber hat sich das Bild gewaltig gedreht. Neue Daten für 2023 zeigen, dass deutsche Haushalte nun die italienischen Nachbarn beim Vermögen überholt haben. 

n den neuen Statistiken fällt sowohl das durchschnittliche Gesamtvermögen pro Haushalt hierzulande höher aus – also die Summe aus Geldvermögen, Sachvermögen und Betriebsvermögen, als auch das Nettovermögen. Dieses ergibt sich, wenn man die Schulden für Kredite und Hypothekendarlehen vom Gesamtvermögen abzieht. Es liegt hierzulande bei rund 413.000 Euro im Durchschnitt, in Italien bei 405.600 Euro. Für alle europäischen Länder beträgt das Nettovermögen laut EZB-Auswertungen im Schnitt 292.000 Euro, der Median liegt bei 123.500 Euro. 

Schaut man genauer auf den Medien-Wert, fällt auf: Im Median beträgt das Nettovermögen in Deutschland nur 157.000 Euro. Die Hälfte aller Bundesbürger lebt also in einem Haushalt, der weniger als 157.000 Euro Nettovermögen hat, die andere Hälfte besitzt mehr. In Italien liegt das Nettovermögen bei knapp 186.000 Euro.

Rentenansprüche nicht mit einbezogen

Beim Median schneiden also nach wie vor die italienischen Haushalte besser ab als die deutschen. Das bedeutet: Es gingen hierzulande einige sehr große Vermögen in die Statistik ein, die den rechnerischen Durchschnitt stark nach oben hievten – nicht aber den Mittelwert. Dagegen fielen in Italien sehr viele gemeldete Vermögen insgesamt höher aus, wodurch sich in einer Statistik stets auch der Median nach oben verschiebt. Dort scheint das Vermögen also etwas gleichmäßiger verteilt zu sein. Darauf lassen zumindest die erfassten Beträge schließen, die jeweils einige tausend Befragten pro Land meldeten.

Was nicht in die Berechnungen eingegangen ist – damals wie heute –, waren die gesetzlichen Rentenansprüche der Bürger in den jeweiligen Ländern. Erfasst sind also nur die privaten Policen. Aus diesem Grund wurden schon die Zahlen von 2013 kritisiert. Gerade deutsche Einzahler in öffentliche und berufsständische Rentenkassen besitzen zum Teil hohe Ansprüche an Altersvorsorgekassen, das verzerre den hiesigen Wohlstand. 

Die Werte der deutschen Bundesbank weichen zwar deutlich von den Eurostat-Erhebungen ab: Demnach lag das hiesige Haushalts-Nettovermögen 2021 im Schnitt bei 316.500 Euro. Der Median lag demnach bei 106.600 Euro. Beachtlich ist, wie stark das Vermögen zugelegt haben soll: Seit 2010 legte das deutsche Nettovermögen laut Bundesbank nominal – also zu jeweils im entsprechenden Jahr gültigen Preisen – um 62 Prozent zu, selbst seit 2017 betrug der Anstieg stolze 36 Prozent. Der Median lag 2010 bei 51.400 Euro und betrug 2017 gut 70.800 Euro.

Deutschlands Immobilienboom sorgt für mehr Vermögen

Wodurch dieser große Anstieg kommt? Vor allem durch den Immobilienboom, den die Bundesrepublik seitdem erlebt hat. Er begann nach 2010 und hievte die Preise für Wohneigentum in vielen Großstädten um das Doppelte bis Dreifache in die Höhe. Natürlich besitzt längst nicht jeder Haushalt hierzulande eine eigene Immobilie, sondern nur knapp jeder zweite. Dennoch sind die Hauswerte der verbreitetste, größte Vermögenswert in der Statistik. Das Betriebsvermögen von Unternehmern, Freiberuflern, Selbständigen und Gewerbetreibenden ist ebenfalls hoch, jedoch auf viel weniger Fälle konzentriert. Deswegen hebt es den Median weniger stark an.

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Bei Haushalten mit Immobilienbesitz ist das Sachvermögen hierzulande im Median rund 364.000 Euro groß. Mieterhaushalte dagegen kommen laut Statistik aktuell nur auf 16.200 Euro Sachvermögen, das dürfte in der Regel der aktuelle Fahrzeugwert dieser Haushalte sein. Das Wohneigentum einzeln betrachtet habe demnach eine Wert von 278.800 Euro im Median, 2010 betrug der Immobilienwert im Median nach Schulden 168.000 Euro.

Hauswerte in Italien dümpeln

In Italien ist der Boom ausgeblieben: Laut italienischer Statistik erhöhten sich die Immobilienwerte dort seit 2010 und 2015 kaum, sie wuchsen lediglich von rund 203.000 Euro auf rund 219.000 Euro. 

Warum? Weil in Italien die Wohneigentümerquote ohnehin schon sehr hoch ist, sie beträgt gut 68 Prozent, das liegt noch weit überm EU-Schnitt von 60 Prozent. Wo so viele Menschen bereits ein Haus besitzen, kam es selbst infolge der langen Niedrigzinsphase nicht zu einem nennenswerten Ansturm auf Immobilien und damit auch nicht zu derartigen Preissteigerungen wie hierzulande. Zugleich bedeutet die hohe Eigentümerquote: Die Immobilienwerte sind bereits recht gleichmäßig in die Statistik „eingepreist“, deshalb weichen hier Durchschnitt und Median auch viel weniger voneinander ab.

Neben den Immobilienwerten stiegen auch die übrigen Vermögensposten, insbesondere die Finanzanlagen. Während der Coronakrise sparten die Menschen viel Geld, weil sie kaum Geld ausgeben konnten. Zudem liefen auch die Börsen in den vergangenen Jahren prächtig, mit Ausnahme des Jahres 2022. Doch wenn man es in Relation sieht, machen die Finanzanlagen nur einen geringen Teil des Gesamtvermögens aus:

Hier sagt die EZB-Statistik: Deutsche Haushalte verfügen im Schnitt über 64.500 Euro auf Sparkonten, im Median sind es 54.400 Euro. Das ist weit mehr als in Italien, wo der Schnitt bei 52.700 Euro liegt, der Median aber nur bei 24.000 Euro. Menschen in Deutschland sind also viel stärker ein Volk von Sparern, das scheint sich sehr breit und üppig durch alle Haushalte zu ziehen. In Italien sind zwar die Sparsummen, wenn sie auf Konten liegen, ebenfalls recht hoch – aber viel weniger Haushalte bauen solche Rücklagen auf.

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Italiener haben mehr Geld in Fonds

Beim Fondsvermögen sieht es ähnlich aus: Deutsche Haushalte besitzen im Schnitt 22.100 Euro an Fondsanteilen, italienische sogar 27.100 Euro. Die Mittelverteilung beträgt aber in Deutschland 7380 Euro und nur 2590 Euro in Italien. Anders ausgedrückt: Wenn die Haushalte mit Fonds sparen, dann sind es vorwiegend die wirklich Vermögenden, das belegen auch die Durchschnittszahlen der 10 Prozent Bestverdiener – und da stechen die begüterten Italiener die Deutschen locker aus: Die obersten 10 Prozent der Vermögenden verfügen hierzulande über Portfolios von durchschnittlich gut 155.000 Euro, in Italien sind es 228.000 Euro.

Insgesamt aber tragen die paar zehntausend Euro, die jeder Zweite in der Bevölkerung – in Deutschland ebenso wie in Italien – in Aktien, Fonds oder auf dem Sparkonto hortet, nur rund 10 Prozent zum Nettogesamtvermögen bei. Der überwältigende Großteil des Privatvermögens besitzen die Menschen in Form von Immobilien.

Allerdings müssten die Immobilienbesitzer diesen Wertgewinn auch monetarisieren können, um davon wirklich zu profitieren – und nicht nur auf dem Papier reicher zu sein. Das jedoch können die allermeisten Selbstnutzer von Wohneigentum nicht, da sie ihre Häuser und Wohnungen selbst bewohnen. Zudem gilt die Vermögensvermehrung eben nur für jeden zweiten Haushalt und Bundesbürger, weil rund die Hälfte bis heute gar kein Wohneigentum besitzt. Zumindest in dem Punkt ist uns Italien auf unabsehbare Zeit deutlich voraus. Capital.de 20

 

 

 

 

Riskantes Lotteriespiel

 

Drei Schlüsselfaktoren führten zum Einmarsch Russlands in die Ukraine. Hätte der Krieg verhindert werden können? Nickolay Kapitonenko

 

Manche Kriege in der Geschichte lassen die Forschung bis heute nicht los. Zwei Fragen treiben dabei die Wissenschaft um: Was waren die Ursachen? Und: Hätte der Krieg sich verhindern lassen? Es ist sehr gut möglich, dass der Krieg zwischen Russland und der Ukraine den klassischen Beispielen wie dem Peloponnesischen Krieg und dem Ersten Weltkrieg – zumindest im europäischen Kontext – ein weiteres Exempel hinzufügt.

Wie zahlreiche Kriege der Vergangenheit resultierte dieser Krieg daraus, dass auf unterschiedlichen Ebenen bestimmte Umstände und Ursachen zusammentrafen – angefangen von strukturellen Krisen der internationalen Ordnung bis hin zur Weltsicht der russischen Staatsführung. Einzelne Umstände hätten auch anders sein können, doch die Gesamtentwicklung war schon bald unumkehrbar. Zufälle, Gesetzmäßigkeiten, strategische Fallen und selbsterfüllende Prophezeiungen verbanden sich zu einem explosiven Gemisch und kamen zur Detonation. Für die Welt bedeutete dies eine Krise der internationalen Sicherheit und für die Ukraine den Kampf ums Überleben.

Hugo Grotius, einer der Begründer des modernen Völkerrechts, hielt Kriege für unsinnig. Für ihn waren Kriege die Folge inkompatibler staatlicher Interessen und somit ein natürliches Phänomen. In den meisten Fällen waren Kriege in Grotius‘ Augen ein verfehltes und ineffektives Instrument der Staatspolitik. Er hielt es grundsätzlich für besser, Widersprüche und Konflikte auf nicht-kriegerischem Weg zu lösen: durch ein Schiedsgericht, durch Vermittlung oder gar durch das Los oder ein symbolisches Duell. Unter dem Strich komme in etwa dasselbe Ergebnis dabei heraus – allerdings zu einem ungleich niedrigeren Preis.

Viele Menschen, die nicht so berühmt wurden wie Hugo Grotius, dachten ähnlich wie er. Fast vor jedem großen Krieg meldeten sich Denker zu Wort und legten überzeugend dessen Sinnlosigkeit dar. Historisch betrachtet steigt der Preis, der für einen Krieg zu zahlen ist, immer weiter und ist durch die Erfindung der Atomwaffen noch einmal sprunghaft in die Höhe geschnellt. Die Welt wächst zusammen und ist immer stärker miteinander verflochten – wozu gibt es dann Krieg in dieser Welt?

Obwohl sie irrational sind und ihre Sinnlosigkeit mitunter eklatant zutage tritt, brechen immer wieder Kriege aus. Deshalb gibt es auch andere Meinungen als die von Grotius. Die Theorie des Realismus etwa empfiehlt, dass Staaten sich an den Kräfteverhältnissen und einer realistischen Bewertung der internationalen Sicherheitslage orientieren sollten, statt sich nur von den eigenen Wünschen und idealistischen Vorstellungen leiten zu lassen. Staaten können nur das tun, was das vorhandene Gleichgewicht der Kräfte ihnen ermöglicht, und Fehleinschätzungen können einen Staat, der den Grundsatz von der Gleichheit der Staaten zu wichtig nimmt, überaus teuer zu stehen kommen. Nicht zufällig legen die Verfechter dieser realistischen Sicht der Dinge so großes Gewicht auf den Umstand, dass der Westen mit dem, was anfänglich „Ukraine-Krise“ hieß, falsch umgegangen sei. Sie meinen, der Westen habe durch die Versprechungen, die Tür zur NATO stehe offen, der Ukraine zu viele falsche Hoffnungen gemacht und damit bewirkt, dass die ukrainische Außenpolitik sich von der trostloseren Realität abgekoppelt habe. Dadurch habe der Westen zum einen zu viele Risiken für Kiew geschaffen. Zum anderen habe der Westen durch die Missachtung der russischen Interessen das Kräftegleichgewicht zerstört und die Ukraine alleingelassen mit einer Situation, in der ihre Existenz unmittelbar infrage gestellt wurde.

Für Realisten besteht das oberste Ziel eines Staates darin, für die eigene Sicherheit zu sorgen. Unter anderem sollte er außerdem Kriege vermeiden – zumal dann, wenn die Siegchancen gering sind – und dafür durchaus auch Zugeständnisse in Kauf nehmen. Nach dieser Logik ist die Frage, ob man den Krieg als Instrument zum Einsatz bringt, eine Frage des Risiko-Chancen-Verhältnisses. Wenn mit diesen Risiken richtig umgegangen wird, ist dies eine gute Basis für die internationale Sicherheit und kann die Zahl der Kriege verringern, weil diese die Staaten – vor allem großen, besonders angriffslustigen Staaten – zu teuer zu stehen kommen.

Dem russischen Präsidenten Wladimir Putin schien der Preis für seine Invasion der Ukraine vermutlich nicht zu hoch – und das ist die erste Lektion aus den beiden vergangenen Jahren. Moskau hatte aus dem Sommer 2014 gelernt, als es unter dem Druck der Sanktionsdrohungen das Risiko minimieren und sich zurückziehen musste – im Februar 2015 folgte dann das Minsker Abkommen. Acht Jahre lang arbeitete Russland daran, seine Widerstandsfähigkeit gegen westliche Wirtschaftssanktionen zu stärken. Durch den Erfolg dieser Bemühungen stieg die Risikobereitschaft des Kremls erheblich.

Die zweite Erkenntnis, die die Russen gewinnen konnten, war diese: Der Westen war offenbar nicht bereit, sich die Sicherheit der Ukraine allzu viel kosten zu lassen. In den acht Jahren zwischen 2014 und 2022 ging die Annäherung der Ukraine an den Westen nie auch nur ansatzweise so weit, dass von einem bündnisartigen Verhältnis die Rede sein konnte. Die NATO-Mitgliedschaft war ein Thema für Wahlkampfslogans und diplomatische Rhetorik, aber keine reale Perspektive.

Die von US-Präsident Donald Trump initiierten Waffenlieferungen waren eher ein symbolischer Akt und als Ersatz für reale Sicherheitsgarantien gedacht. Für das „patron’s dilemma“ – die „Zwickmühle des Schutzherren“ – wählten die USA die einfachere Lösung: Statt die Option von Sicherheitsgarantien ernsthaft in Betracht zu ziehen, unterstützten sie die Ukraine mit Geld. Die Ukraine blieb sicherheitspolitisch in einer Grauzone stecken und wurde für Russland zu einem ziemlich schwachen und bequemen Gegner.

Die dritte Lehre für die Russen war, dass ihre groß angelegte Strategie zur Schwächung der Ukraine im Großen und Ganzen aufzugehen schien. Als die Realisten im Kreml erkannt hatten, dass es eine Rückkehr zu einer russlandfreundlichen Ukraine auf absehbare Zeit nicht geben würde, wurde diese Strategie sogleich ausbuchstabiert. Das hieß: Russland stufte die Ukraine als Bedrohung ein und versuchte, ihr Verteidigungs-, Wirtschafts- und Sozialpotenzial maximal zu ruinieren. Der Kulminationspunkt dieses Versuchs war schließlich die Invasion.

An dieser Stelle lassen sich viele historische Parallelen ziehen, von der Konfrontation zwischen Sparta und Athen bis zum Krieg zwischen dem deutschen Kaiserreich und Frankreich. Doch sobald das Verhältnis zwischen Staaten eine solche Entwicklung nimmt, steigt durch die Logik des Sicherheitsdilemmas die Kriegswahrscheinlichkeit. Dass erstens die Beziehungen zwischen Russland und der Ukraine sich in der beschriebenen Weise entwickelten, dass zweitens Kiew ohne Verbündete dastand und drittens der Westen nicht in der Lage war, den von Russland zu zahlenden Preis für den Krieg in die Höhe zu treiben, gab die Rahmenbedingungen vor, unter denen der Kreml sich zur Invasion entschloss.

Die Anhänger von Hans Grotius‘ Ansichten hätten vermutlich geltend gemacht, dass man selbst unter solchen Rahmenbedingungen einen Krieg noch hätte verhindern können, indem man das Gespräch sucht. Die Grundlage dafür hätte natürlich das Minsker Abkommen in der einen oder anderen Interpretation sein müssen. Die für die Ukraine beste Interpretation dieses Abkommens hätte bedeutet, dass Kiew formell die Kontrolle über die besetzten Gebiete im Osten wiedererlangt hätte unter der Bedingung, dass de facto Russland die Kontrolle behalten hätte und weiterhin in der Lage gewesen wäre, sich in die politischen Prozesse in der Ukraine einzumischen. In diesem Szenario wäre die „Krim-Frage“ ausgeklammert worden – mit allen Vorteilen, die sich daraus für Russland ergeben hätten. Theoretisch hätten Verhandlungen eine Alternative zum Krieg sein können, doch in der Praxis standen gravierende Hindernisse im Weg. In fast acht Jahren des Verhandelns konnten die beiden Parteien noch nicht einmal so viel Vertrauen zueinander fassen, dass sie sich auf einen Waffenstillstand hätten einigen können. Aus strategischen Gründen konnte keine der beiden Seiten sich mit dem Minsker Kompromiss als abschließender Lösung abfinden. Die Annexion der Krim durch Russland hatte langfristige destruktive Folgen nicht nur für die bilateralen Beziehungen, sondern auch für deren Sicherheit und das politische Umfeld. Seit 2014 gab es keine Plattform und keinen Pfad mehr, auf denen die beiden Staaten zu einer Vereinbarung hätten kommen können.

Da konnten auch die internationalen Partner keine effektive Rolle mehr spielen. Die Vermittlungsbemühungen Deutschlands und Frankreichs im Normandie-Format halfen aus verschiedenen Gründen nicht weiter. Das Vertrauen in diese Bemühungen war nicht groß genug; und die Vermittlungsbemühungen krankten daran, dass sie nicht mit entsprechenden Machtressourcen und Einflussmöglichkeiten unterfüttert waren. Insgesamt hat die EU die Bewährungsprobe des Russland-Ukraine-Konflikts nicht bestanden und steht deshalb heute vor weitaus gravierenderen Sicherheitsproblemen. Für gehaltvolle Verhandlungen, die in dieser Situation eine Alternative zum Krieg hätten sein können, hätten viele Faktoren zusammenkommen müssen, von denen jeder einzelne für sich schon ziemlich unwahrscheinlich war.

Krieg ist für alle Beteiligten ein riskantes Lotteriespiel. Putin ging ins Risiko, indem er den Einsatz erhöhte und erst recht indem er beschloss, in die Ukraine einzumarschieren. Auch der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskyj ging ins Risiko, indem er sich dem Druck, den Drohungen und Forderungen des Kremls widersetzte – sei es, weil er Russlands Kriegsbereitschaft unterschätzt oder weil er die Bereitschaft seiner Partner, die Ukraine zeitlich unbegrenzt zu unterstützen, überschätzt hat. Oder weil er überzeugt war, dass Zugeständnisse das Rezept für die Niederlage seien, und sich relativ gute Erfolgschancen ausrechnete, falls es zum Krieg kommt. Wer in dieser Lotterie wie viel verliert, wird die Zeit zeigen.

Letztendlich kam dieser Krieg durch das Zusammentreffen dreier Schlüsselfaktoren zustande: Durch die Annexion der Krim im Jahr 2014 war Russland strategisch in eine Sackgasse geraten; Putin war sich nicht sicher, für wen die Zeit arbeitet; und die Ukraine strandete in einer „Grauzone“ ohne Verbündete und ohne Sicherheitsgarantien. Es hätte zwei Möglichkeiten gegeben, den Krieg zu verhindern: Entweder hätte es schnelle und verlässliche, echte Sicherheitsgarantien für die Ukraine geben müssen, die nur die USA hätten bieten können. Oder die Ukraine hätte so weitreichende Zugeständnisse an Russland machen müssen, dass sie ihre eigene Staatlichkeit gefährdet hätte. Dieser Preis war für Kiew unendlich viel zu hoch – und zudem wäre Moskau vermutlich nur bis zu einem bestimmten Zeitpunkt bereit gewesen, diese Zugeständnisse überhaupt anzunehmen. Ab Mitte 2021 war es bereits zu spät.

Aus dem Russischen von Andreas Bredenfeld IPG 23

 

 

 

 

Zwei Jahre Ukraine-Krieg. Zahl der Zuzüge aus der Ukraine deutlich zurückgegangen

 

Mit dem Beginn des Ukraine-Kriegs flüchteten viele Ukrainer auch nach Deutschland. Im zweiten Jahr des Kriegs nahm die Zahl der neu Geflüchteten deutlich ab. Heute leben knapp 1,2 Millionen Ukrainer in Deutschland.

Im Jahr 2023 sind deutlich weniger Menschen aus der Ukraine nach Deutschland gezogen als im Vorjahr. Wie aus Zahlen des Statistischen Bundesamts (Destatis) in Wiesbaden hervorgeht, zogen 277.000 Menschen aus der Ukraine nach Deutschland und 156.000 zurück. „Daraus ergibt sich eine Nettozuwanderung von 121.000 Menschen“, teilte Destatis am Donnerstag mit.

2022, im Jahr des Beginns des russischen Angriffs auf die Ukraine, zählte das Bundesamt 1,1 Millionen Zuzüge und 138.000 Fortzüge (Nettozuwanderung: 960.000). Auch mit dem starken Rückgang im vergangenen Jahr lag die Zuwanderungszahl aus der Ukraine höher als in den Jahren vor dem russischen Angriffskrieg (2021: 6.000, 2020: 5.000, 2019: 7.000).

Großer Teil war weiblich und minderjährig

Mit 60 Prozent war ein großer Teil der Zugewanderten weiblich – auch viele Minderjährige kamen nach Deutschland (34 Prozent). Nach vorläufigen Ergebnissen von Destatis waren rund 40 Prozent der bis Mitte 2023 Zugewanderten Alleinerziehende und deren Kinder.

Die hohe Zuwanderung aus der Ukraine führte dazu, dass die Bevölkerung mit ukrainischer Staatsangehörigkeit in Deutschland von 138.000 Menschen im Januar 2022 auf 1,15 Millionen Menschen im Oktober 2023 anwuchs. Der Anteil der Ukrainer an der Gesamtbevölkerung stieg Destatis zufolge im selben Zeitraum von 0,2 Prozent auf 1,4 Prozent.

Zahl der Ukrainer versiebenfachte sich

Von Januar 2022 bis Oktober 2022 stieg die Zahl der ukrainischen Staatsangehörigen in Deutschland von 138.000 auf 1,02 Millionen Menschen, was einem Anstieg um mehr als das Siebenfache oder 639 Prozent entspricht. Im Vergleich dazu war der Zuwachs von Januar bis Oktober 2023 von 1,07 Millionen auf 1,15 Millionen Menschen (7 Prozent) deutlich geringer.

„Ukrainische Staatsangehörige waren damit im Oktober 2023 nach türkischen Staatsangehörigen (1,6 Prozent oder 1,39 Millionen) die zweitgrößte ausländische Bevölkerungsgruppe in Deutschland“, teilte Destatis mit.

Anteil der ukrainischen Bevölkerung in Hamburg und Berlin am höchsten

Die meisten Ukrainer lebten im Oktober 2023 in den bevölkerungsreichsten Bundesländern Nordrhein-Westfalen (234.000), Bayern (168.000), und Baden-Württemberg (159.000). Anteilig – gemessen an der Gesamtbevölkerung im jeweiligen Bundesland – lebten die meisten in Hamburg (1,7 Prozent) und Berlin (1,6 Prozent). Die wenigsten Ukrainer lebten dagegen in Rheinland-Pfalz, Schleswig-Holstein und Brandenburg (je 1,2 Prozent). (dpa/mig 23)

 

 

 

 

 

Humanitäre Ordnungshüterin

 

Die EU-Asylreform ermöglicht Migrationssteuerung, ohne die Rechte Geflüchteter zu beschneiden. Gefragt ist die Solidarität der Mitgliedstaaten. Sebastian Hartmann

 

Die Europäische Union ist im Inneren wie im Äußeren gefordert. Insbesondere durch den brutalen russischen Angriffskrieg ist das Migrationsgeschehen wieder stärker auf die politische Agenda und auch in das öffentliche Bewusstsein gerückt. Doch die EU zeigt Handlungsfähigkeit – unabhängig vom heraufziehenden Europawahlkampf – oder im positiven Sinne: Genau deswegen. Denn es ist gelungen, tragfähige Lösungen zu entwerfen und die Schwebe des vergangenen Jahrzehnts zu überwinden, ohne dabei vor rechten Strömungen zu kapitulieren oder gar Extremisten das Zepter zu übergeben.

Im Vergleich zur Regierungsphase Angela Merkels hat sich das politische Umfeld in Europa massiv verändert. Mehr populistische und konservative bis nationale Regierungen führen heute europäische Mitgliedstaaten. Und trotzdem lag die Gesetzgebung beim Gemeinsamen Europäischen Asylpaket (GEAS) lange Jahre brach. Die Chance hätte viel früher genutzt und das GEAS reformiert werden müssen. Die Rolle Deutschlands und das Agieren der Regierung Merkel verdienen in dieser Hinsicht eine genauere Betrachtung. Denn als EU-Staat mit einer Vielzahl von Binnengrenzen zu anderen Mitgliedstaaten wurde sich viel zu lange bequem zurückgelehnt und EU-Außengrenzstaaten die Verantwortung überlassen. Denn solange die Zahlen der Asylsuchenden mit dem Zielstaat Deutschland im Rahmen blieben, wurden beide Augen zugedrückt. So wurden die betroffenen Länder wie Griechenland oder Italien sehr lange Zeit mit den Ankommenden und den sich daraus ergebenden Problemen alleine gelassen.

Spätestens nach den Jahren 2015/2016 stand erkennbar fest, dass die bisherigen Regelungen und insbesondere die der Dublin-III-Verordnung, welche das Zuständigkeitsregime und unter anderem die Zuständigkeit des Ersteinreiselandes in der EU festschreibt, gescheitert waren. Ein gemeinsames (!) europäisches Asylsystem, das die Verantwortung schutzberechtigten Menschen gegenüber auf nur wenige EU Staaten verteilt, kann nicht funktionieren. Doch erst als die Fluchtmigration auch Staaten wie Deutschland und Frankreich in großem Umfang betraf, wurde plötzlich auch ein allgemeiner Handlungsbedarf erkannt. Dennoch versandeten die Reformbemühungen in der letzten EU-Wahlperiode trotz jahrelanger Verhandlungen aufgrund politischer Blockaden und scheiterten letztlich. Diese Kritik gilt auch in Richtung der EU-Kommission unter Leitung von Ursula von der Leyen, denn auch hier ging viel Zeit ins Land und bis zuletzt war nicht absehbar, ob eine Einigung zustande kommen würde.

Ein Rückschritt in Nationalismus und einzelstaatliche Lösungen erscheinen einerseits angesichts des Voranschreitens der europäischen Einigung sowie unbestreitbarer Vorteile von offenen Binnengrenzen und des Binnenmarkts wenig attraktiv. Zum anderen belegen Ankunftszahlen in Großbritannien und die Verhärtung der dortigen innenpolitischen Debatten die Nachteile des EU-Austritts deutlich. Denn Migration findet statt und ist historisch betrachtet ein Regelfall. Konkret Fach- und Arbeitskräftemigration ist in weiten Teilen gewollt und notwendig. Es kommen jedoch auch immer mehr Menschen auf der Suche nach Schutz oder einem besseren Leben in der EU und in der Konsequenz auch in Deutschland an. Wir brauchen auf kurzfristige Problemstellungen langfristige Strategien, denn internationale Krisen – gerade über die europäischen Grenzen hinaus – sind nur bedingt steuerbar und selten vermeidbar. Wir sind mit einer Lage konfrontiert, in der wir nicht kurzfristig Abhilfe schaffen können. Insbesondere Fluchtursachenbekämpfung, die für die Sozialdemokratie ein wichtiger Baustein im Umgang mit Fluchtmigration ist, gelingt nur auf lange Sicht.

Um die aktuellen Herausforderungen zu meistern, brauchen wir ein Zusammenspiel verschiedener Maßnahmen auf unterschiedlichen Ebenen und vor allen Dingen: Eine geschlossene Politik der Humanität und Ordnung in der EU. Ausgehend vom Leitgedanken, dass kein Nationalstaat die aktuellen Probleme alleine lösen kann, gilt: Eine belastbare und tragfähige Lösung gibt es nur gemeinsam mit allen Partnern in der EU. Auch die deutsche Bundesregierung und allen voran Bundesinnenministerin Nancy Faeser haben einen großen Anteil daran, dass wir auf europäischer Ebene im Dezember 2023 eine historische politische Einigung des Rats der Europäischen Union und des Europäische Parlaments erreicht haben mit einem Neustart beim Umgang mit Geflüchteten.

Merkmal jedes politischen Handelns ist der Kompromiss. Zu viele unterschiedliche Interessen prallen aufeinander, insbesondere von Mitgliedstaaten, die Außengrenzen haben und zurecht entlastet werden wollen, und von EU-Staaten ohne Außengrenzen, von denen wiederum mittlerweile die wenigsten ein Interesse daran haben, Geflüchtete aufzunehmen. Doch die Lösung kann kein „weiter so“ sein, kein „entweder oder“ zwischen dem Sperren des Zugangs zum Asyl und der unregistrierten Weiterleitung der Ankommenden quer durch Europa. Ob Geflüchtete ein faires Asylverfahren bekommen, darf nicht davon abhängen, wo sie in der EU ankommen. Natürlich gibt es jetzt bereits EU-weite Mindeststandards für die Durchführung der Asylverfahren, die Zuständigkeit, die Unterbringung und die Versorgung Schutzsuchender. Sie werden bisher jedoch von wenigen Mitgliedstaaten angewendet. Ziel ist die Durchsetzung von Steuerung und Ordnung – ohne dass die Rechte Geflüchteter auf ein faires Asylverfahren darunter leiden. Zugleich sind Zuzugszahlen durch die klare Trennung zwischen Schutz- und Nichtschutzberechtigten zu reduzieren und andere Migrationsmotive auf geordnete Verfahren der Arbeitskräftemigration entlang von Bedarf und Kapazität zu verweisen.

Deutschlands Ziel der Begrenzung der irregulären Migration bedeutet nicht im Umkehrschluss, dass weniger Menschen in die EU kommen dürfen, um hier Schutz zu suchen. Sie müssen nur besser auf die Mitgliedstaaten verteilt werden – geordnet, strukturiert, bewältigbar. Im Ergebnis überfordert es niemanden in der EU mit ihren insgesamt etwa 450 Millionen Einwohnerinnen und Einwohnern, eine Million Menschen pro Jahr aufzunehmen und menschenwürdig unterzubringen. Es müssen nur alle mitmachen und sich an der Aufnahme Geflüchteter beteiligen. Im Umgang mit der Ukraine ist es Europa gelungen, Einigkeit und Zusammenhalt zu demonstrieren. Mit dem Beschluss der Richtlinie über den vorübergehenden Schutz 2022 haben die EU-Mitgliedstaaten unter Beweis gestellt, dass es auch anders geht – wenn nur der Wille da ist.

Die GEAS-Reform beinhaltet verschiede Bausteine, um weiterhin der humanitären Verantwortung gegenüber Schutzsuchenden gerecht zu werden und gleichzeitig irreguläre (Sekundär-)Migration zu begrenzen. Besonders die sich aus der Screening-Verordnung ergebende Verpflichtung, wonach die Identität der Personen, aber auch etwaige Gesundheits- und Sicherheitsrisiken festgestellt und alle Drittstaatsangehörigen rasch dem anzuwendenden Folgeverfahren zugeführt werden müssen sowie der Ausbau von EURODAC zu einer echten Migrationsdatenbank, die verpflichtende Prüfung von Anträgen auf internationalen Schutz in bestimmten Fällen bereits an den europäischen Außengrenzen – insbesondere bei geringer Aussicht auf Erfolg –und die Vereinbarung eines dauerhaften, verbindlichen und auf einem fairen Schlüssel beruhenden Solidaritätsmechanismus sind Instrumente, die auch auf Dauer wieder Recht und Ordnung in die EU-Migrationspolitik bringen können. EU-Mitgliedstaaten, die unter besonderem Migrationsdruck stehen, werden von anderen EU-Mitgliedstaaten entlastet – im Gegenzug wird die irreguläre Weiterwanderung von Menschen durch Asylverfahren bereits an den Außengrenzen eingedämmt.

Die Kommission beobachtet stetig die Lage und legt für jedes Jahr einen Bericht vor, der die erwarteten Migrationsbewegungen und den sich daraus ergebenden Migrationsdruck für die Mitgliedstaaten erfasst. Mitgliedstaaten, die unter Migrationsdruck stehen, können sich auf die Solidarität der anderen Mitgliedstaaten verlassen. Dafür wird ein sogenannter Solidaritätspool eingerichtet, aus dem dann Entlastungsmaßnahmen an die begünstigten Mitgliedstaaten erfolgen. Wichtig ist, dass alle Mitgliedstaaten sich hieran beteiligen müssen und zwar anhand eines auf der Bevölkerungsgröße und dem Bruttoinlandsprodukt der Mitgliedstaaten basierenden Referenzschlüssels. Auch wenn dabei die Aufnahme von Geflüchteten nicht verpflichtend ist, sondern der Beitrag zum Beispiel auch finanzieller Art sein kann, ist das ein großer Fortschritt zum Status quo. Nicht nur in Deutschland, sondern überall in der EU gibt es Kommunen, die gerne Geflüchtete aufnehmen würden. Eine geeignete Maßnahme zu ihrer Unterstützung wäre der finanzielle Ausgleich der Kosten aus dem EU-Haushalt oder auch die Berücksichtigung der geleisteten Aufwendungen bei der Berechnung der an den EU-Haushalt zu zahlenden Mittel der betreffenden Mitgliedstaaten.

Klare Regeln und rechtsstaatliche Standards gelten überall in der EU – ebenso wie die gemeinsamen Mindeststandards für die Aufnahme, Unterbringung und Versorgung von Schutzsuchenden. Dies ist auch ein wichtiger Zwischenschritt zur Wiederherstellung der Rechtsstaatlichkeit überall in der EU. Den unhaltbaren Zuständen an den europäischen Außengrenzen und in einigen Mitgliedstaaten ist eine klare Absage erteilt worden. Ein Monitoring soll sicherstellen, dass sich die Mitgliedstaaten unter anderem bei den Verfahren an den Außengrenzen an die geltenden Regeln halten. Dazu richtet jeder Mitgliedstaat einen unabhängigen Mechanismus ein, der die Einhaltung des EU-Rechts und des Völkerrechts, insbesondere im Hinblick auf den Zugang zum Asylverfahren und den Grundsatz der Nichtzurückweisung überwacht und sicherstellt, dass Verstöße untersucht und geahndet werden.

Hier gibt es allerdings auch eine klare Erwartungshaltung an die Europäische Kommission im Umgang mit Staaten wie Ungarn und anderen, und der Frage, wer welche Rechtsakte wie befolgt. In Zeiten, in denen Staaten wie Russland und Belarus die Instrumentalisierung Geflüchteter als Teil der Kriegsführung benutzen, bekommt die Frage, ob die EU ein Rechtsraum ist, in dem wir Menschenrechte verteidigen, eine neue Bedeutung. Die EU-Kommission wird zukünftig gefordert sein, die Einhaltung des GEAS noch stärker zu prüfen und Verstöße zu sanktionieren.

Mit der vorliegenden Verständigung auf die GEAS-Reform kommen wir einen entscheidenden Schritt weiter. Anstelle eines ineffizienten bis dysfunktionalen Systems, nationaler Abschottung und insbesondere an Teilen der EU-Außengrenzen weiterhin ungeregelten Verhältnissen bringen wir ein neues und gerechteres System an den Start als Grundlage einer neuen, solidarischen Migrationspolitik in der EU. Migration kann gesteuert und geordnet werden und humanitäre Standards für Geflüchtete werden so geschützt.

Der Erfolg der Vereinbarungen hat direkte Rückwirkungen auf die Konzeption Europas als Raum der „offenen (Binnen-)grenzen“. Die verstärkte Ankündigung und Durchführung von Binnengrenzkontrollen muss daher wieder zum absoluten wie zeitweiligen Ausnahmefall werden. Denn selbst Deutschland griff zu diesem drastischen Mittel mit Blick auf Polen, Tschechien oder Österreich. Hierzu müssen die neuen Regelungen nun schnell umgesetzt werden. Die Anwendung europäischen Rechts fußt auf der zentralen Überzeugung, diese Rechtssetzung als „eigenes“ Recht zu begreifen. Damit hängt der Erfolg zwingend von der Disziplin und Solidarität jedes EU-Mitgliedstaats ab. Deutschland wird eine Vorbildfunktion einnehmen müssen und zugleich sehr stark davon profitieren. IPG 23

 

 

 

Neuer Höchststand. Immer mehr Anträge auf Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse

 

Deutschland ist auf Fachkräfte aus dem Ausland angewiesen. Die Anerkennung von Berufsqualifikationen ist da ein wichtiger Punkt. Die Antragszahlen steigen und doch gibt Verbesserungspotenzial - an anderer Stelle.

Immer mehr Menschen wollen sich ihre im Ausland erworbenen Berufsabschlüsse in Deutschland anerkennen lassen. Im Jahr 2022 sei mit rund 49.500 neuen Anträgen ein jährlicher Höchststand erreicht worden, sagte Bundesbildungsministerin Bettina Stark-Watzinger (FDP) am Mittwoch zur Vorstellung eines neuen Berichtes zu diesem Thema im Kabinett in Berlin. „Der Fachkräftemangel ist eine der größten Herausforderungen, vor der wir stehen. Umso erfreulicher ist es, dass die Berufsanerkennung so stark nachgefragt wird wie noch nie“, sagte sie. Die Gesamtzahl der Anträge habe sich seit dem letzten Anerkennungsbericht aus dem Jahr 2019 nahezu verdoppelt.

Seit dem 1. April 2012 gibt es in Deutschland einen Rechtsanspruch auf die Überprüfung der ausländischen Berufsqualifikation – und zwar unabhängig von der jeweiligen Staatsangehörigkeit und der Herkunft der Abschlüsse. Seit dem Inkrafttreten dieses Gesetzes bis Ende 2022 wurden insgesamt rund 365.000 Anträge zur Anerkennung von bundesrechtlich oder landesrechtlich geregelten Berufen gestellt. Dabei hätten Berufe im Gesundheitswesen die größte Rolle gespielt, heißt es in dem neuen Bericht. Es geht etwa um Krankenpfleger und Ärzte. Aber auch Ingenieursberufe machten einen großen Anteil aus.

Knapp jedes zweite Verfahren endet mit Anerkennung

Nicht immer steht am Ende des Verfahrens eine Anerkennung der Qualifikationen: Von den Verfahren zu bundesrechtlich geregelten Berufen endeten laut dem Bericht im Jahr 2022 rund 47 Prozent mit der Bestätigung der vollen Gleichwertigkeit. Bei 41 Prozent wurde eine Auflage erteilt, um eine Gleichwertigkeit zu erreichen. Bei 10 Prozent wurde nur eine teilweise Gleichwertigkeit festgestellt – bei zwei Prozent keine Gleichwertigkeit.

Die gesetzlichen Fristen für die Bearbeitung der Anträge liegen laut Bericht bei zwei und vier Monaten. Im Jahr 2022 wurden 76 Prozent der Verfahren, die Berufe nach Bundesrecht betrafen, innerhalb dieser Frist abgeschlossen. Insgesamt sei die Bearbeitungszeit kürzer geworden, obwohl die Zahl der Anträge zugenommen habe, hieß es. Stark-Watzinger sagte: „Unser Ziel muss sein, dass ausländische Fachkräfte noch einfacher und schneller bei uns arbeiten können.“ Zusammen mit den Bundesländern solle der Vollzug der Anerkennungsverfahren noch einmal verbessert werden. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Zwei Jahre Krieg in der Ukraine: Bis wann noch?

 

Nach zwei Jahren Krieg in der Ukraine: Nach den zahllosen Bombardierungen und Leid fragt man sich, was noch geschehen muss, damit die Aggression aufhört und sich alle an einen Tisch setzen können, um einen gerechten Frieden auszuhandeln. Andrea Tornielli (Chefredakteur von Vatican News)

 

Auch wenn die schrecklichen Nachrichten, die in den letzten Monaten aus dem Heiligen Land kamen, und jetzt der Tod des russischen Dissidenten Navalny die Kriegsmeldungen aus der Ukraine überschattet haben, wollen wir uns heute an den Krieg in der Ukraine erinnern. Wir tun dies in diesen Tagen, indem wir den Zeugen eine Stimme geben, denjenigen, die der Logik des Hasses nicht nachgeben, denjenigen, die weiter beten und weiter handeln, um das Leid einer Bevölkerung zu lindern, die seit vierundzwanzig Monaten unter Bombardierungen leidet.

Wir haben dies getan, indem wir die Zahlen sprechen ließen, denn die blanke Realität des Geschehens, oft weit weg vom Rampenlicht, beschreibt die absurde Unmenschlichkeit dieses Krieges. Zehntausende von Menschenleben werden geopfert, um ein paar Kilometer Territorium zu erobern, Zehntausende von jungen und alten Männern werden verletzt oder verstümmelt, ganze ukrainische Städte wurden dem Erdboden gleichgemacht, Millionen von Vertriebenen leben im Ausland, Tausende von Minen sollen das zukünftige Leben der unschuldigen Bevölkerung untergraben... Was muss noch geschehen, damit die Aggression aufhört und man sich an einen Tisch setzen kann, um einen gerechten Frieden auszuhandeln?

Zwei Jahre Krieg in der Ukraine

Die unzähligen Appelle von Papst Franziskus, die Aufmerksamkeit auf die „gemarterte Ukraine“ zu lenken, sind auf taube Ohren gestoßen. Krieg und Gewalt scheinen das Mittel der Wahl zu sein, um Streitigkeiten zu lösen. Der Rüstungswettlauf mit Blick auf künftige Kriege ist inzwischen eine Selbstverständlichkeit, die auch als unausweichlich akzeptiert wird. Das Geld, das für den Bau von Kindergärten und Schulen, für eine funktionierende Gesundheitsversorgung, für die Bekämpfung des Hungers oder für die Förderung des ökologischen Wandels im Sinne der Erhaltung unseres Planeten nicht aufzutreiben ist, steht immer dann zur Verfügung, wenn es um die Aufrüstung geht. Die Diplomatie erscheint stumm angesichts der kriegerischen Sirenen. Worte wie Frieden, Verhandlung, Waffenstillstand, Dialog werden mit Misstrauen betrachtet. Europa hat sehr wenig gehört, abgesehen von einigen wenigen einzelnen Politikern.

Niemals mehr als in diesem Augenblick ist es notwendig, der Logik des Krieges nicht nachzugeben. Es ist notwendig, Gott weiterhin um die Gabe des Friedens zu bitten, wie es der Nachfolger Petri unermüdlich tut, der es versteht, die Glut der Hoffnung zu erkennen, die unter der immer dicker werdenden Asche des Hasses schwelt. Es bedarf einer neuen prophetischen, kreativen und freien Führung, die fähig ist, etwas zu wagen, auf den Frieden zu setzen und die Zukunft der Menschheit in die Hand zu nehmen. Es bedarf des verantwortungsvollen Engagements aller, um der Stimme derjenigen, die sich nicht der „Kain“-Logik der „Kriegsherren“ beugen, die uns in die Selbstzerstörung zu führen droht, mit Kraft und Entschlossenheit Gehör zu verschaffen. (vn 24)

 

 

 

Zahl der Angriffe auf Flüchtlinge 2023 verdoppelt

 

Flüchtlinge in Deutschland wurden im vergangenen Jahr doppelt so häufig Opfer von Angriffen wie im Jahr zuvor. Straftaten gegen Flüchtlingsheime ist von 70 auf 180 angestiegen. Linke macht die ressentimentgeladene Debatte über die Asylpolitik verantwortlich. Rassisten seien bestärkt worden.

Die Polizei hat im vergangenen Jahr deutlich mehr Angriffe auf Flüchtlinge und deren Unterkünfte verzeichnet. Die Sicherheitsbehörden registrierten 2.378 entsprechende Taten, wie aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Frage der Linken-Abgeordneten Clara Bünger hervorgeht, über die die „Neue Osnabrücker Zeitung“ berichtete und die auch dem MiGAZIN vorliegt. Das ist fast eine Verdopplung im Vorjahresvergleich: 2022 gab es 1.248 Übergriffe gegen Flüchtlinge.

Von den 2.378 mutmaßlich politisch motivierten Straftaten 2023 waren 313 Gewalttaten. 219 Menschen wurden verletzt. Nach Angaben der Linken-Abgeordneten wurden zuletzt 2016 mehr Straftaten gegen Flüchtlinge gezählt.

180 Straftaten gegen Flüchtlingsunterkünfte

Laut Innenministerium verzeichneten die Sicherheitsbehörden außerdem 180 Straftaten gegen Flüchtlingsunterkünfte. 2022 lag die Zahl der Attacken auf solche Einrichtungen bei 70.

Clara Bünger verwies auf härtere Abschieberegeln der Bundesregierung und die Zustimmung zur AfD und sagte: „Es ist kein Wunder, dass Rassisten sich in einer solchen gesellschaftlichen Lage bestärkt fühlen, die allgegenwärtigen Ressentiments in die Tat umzusetzen und Geflüchtete anzugreifen.“ Sie forderte eine konsequente Verfolgung rechter Straftaten, Schutzkonzepte für Flüchtlingsunterkünfte sowie ein klares Bekenntnis zum Recht auf Asyl.

(epd/mig 22)

 

 

 

 

Nur jeder Vierte hält Sieg der Ukraine noch für realistisch, Waffenlieferungen bei Deutschen umstritten

 

Hamburg – Am 24. Februar jährt sich zum zweiten Mal die Invasion russischer Truppen in die Ukraine. Eine aktuelle Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos zeigt nun, dass nur jeder vierte Deutsche (25 %) glaubt, dass die Ukraine den Krieg gegen Russland noch gewinnen kann. 40 Prozent der Befragten halten einen Sieg der Ukraine nicht für realistisch, mehr als jeder Dritte (35 %) ist sich unsicher.

 

Ostdeutsche pessimistischer als Westdeutsche

Klare Unterschiede im Antwortverhalten zeigen sich dabei zwischen Ost- und Westdeutschland. Während im Osten nur jeder Fünfte (20 %) an die Möglichkeit eines ukrainischen Sieges glaubt, tun dies im Westen immerhin 26 Prozent der Befragten. Eine Niederlage der Ukraine hält dagegen fast die Hälfte (46 %) der Ostdeutschen für realistisch, im Westen teilen nur 39 Prozent diese Ansicht.

 

Grüne glauben am ehesten an ukrainischen Sieg, AfDler am skeptischsten

Noch größer fallen die Unterschiede beim Blick auf die politischen Präferenzen der Befragten aus. Fast die Hälfte der Grünen-Anhänger (47 %) ist der Überzeugung, dass die Ukraine noch Chancen auf einen Sieg im russischen Angriffskrieg hat – lediglich 21 Prozent zweifeln daran. Auch die Wählerschaft der FDP äußert sich mit 45 Prozent Zustimmung überdurchschnittlich optimistisch. Allerdings glauben anders als bei den Grünen fast ebenso viele FDP-Sympathisanten (41 %), dass die Ukraine nicht mehr gewinnen kann. Die Anhänger von SPD, Union und Linken bewegen sich bei dieser Frage im Mittelfeld. Unter ihnen meint jeweils etwa ein Drittel (SPD 37 %, Union 32%, Linke 32 %), dass die Ukraine die russischen Truppen noch besiegen kann.

Deutlich hervor stechen die Alternative für Deutschland und das Bündnis Sahra Wagenknecht. Unter ihren Anhängern hält jeweils nur jeder Zehnte (11 %) einen ukrainischen Sieg für realistisch. Eine klare Mehrheit der AfD-Wähler (69 %) und BSW-Anhänger (62 %) sind davon überzeugt, dass die Ukraine den Krieg gegen Russland nicht mehr gewinnen kann.

Zwei von fünf Deutschen befürworten weitere Waffenlieferungen

Auch bei der Frage, ob Deutschland weiterhin Waffen an die Ukraine liefern sollte, zeigen sich Unterschiede in der Parteienlandschaft sowie zwischen Ost und West. 39 Prozent der Bundesbürger halten weitere Waffenlieferungen an die Ukraine grundsätzlich für richtig. Ein etwas größerer Teil der Bevölkerung (43 %) ist jedoch der Meinung, dass Deutschland keine weiteren Waffen mehr liefern sollte, weitere 18 Prozent sind unentschlossen.

In Westdeutschland ist der Anteil der Befürworter mit 42 Prozent deutlich höher als in den ostdeutschen Bundesländern, wo sich nicht einmal jeder Dritte (30 %) für weitere Waffenlieferungen ausspricht. Gegen weitere Waffenlieferungen sind im Westen 40 Prozent und im Osten 54 Prozent der Befragten.

Auch beim Thema Waffenlieferungen ist die Unterstützungsbereitschaft bei der Grünen-Wählerschaft am stärksten ausgeprägt. Unter ihnen halten 72 Prozent weitere militärische Hilfen für richtig, lediglich 13 Prozent lehnen sie ab. Bei den Anhängern von SPD, Union und FDP befürworten dies nur jeweils knapp die Hälfte der Befragten (SPD 55 %, Union 53 %, FDP 52 %). Die Wählerschaft der Linken ist sich bei dieser Frage uneinig, hier werden Waffenlieferungen zu gleichen Teilen (je 38 %) begrüßt bzw. abgelehnt. Abermals heben sich die Anhänger des BSW und der AfD deutlich von den anderen Befragten ab, die Waffenlieferungen nur zu 20 Prozent (BSW) bzw. 13 (AfD) Prozent zustimmen. Acht von zehn AfD-Wählern (81 %) und drei Viertel der BSW-Anhängerschaft (73 %) lehnen weitere militärische Hilfen für die Ukraine ab.

Expertenkommentar: Kriegsmüdigkeit lässt sich nicht mehr leugnen

Dr. Robert Grimm, Leiter der Politik- und Sozialforschung bei Ipsos, sieht dringenden Handlungsbedarf: »Zwei Jahre Ukraine-Krieg haben Deutschland zutiefst bewegt. Bis zum 24. Januar 2022 basierte unsere Identität auf einem pazifistisch-europäischen Grundverständnis, Außenbeziehungen waren eher von Wirtschafts- als von Verteidigungspolitik geprägt. Die von Kanzler Scholz ausgerufene Zeitenwende bedeutet nun: Kriegstüchtigkeit schaffen, den Verteidigungsetat aufstocken, die Truppenstärke anheben. Erstmals seit 1945 rollen deutsche Panzer in Osteuropa an die Front, es wird ernsthaft über atomare Aufrüstung und die Wiedereinführung der Wehrpflicht debattiert. Dass der Albtraum so schnell nicht vorüberzieht, zeigen die jüngsten Fortschritte der Russen an der Front und der unerwartete Tod des russischen Regimekritikers Nawalny. Die Ukraine benötigt dringend Unterstützung, doch die internationale Gemeinschaft bröckelt. Vielerorts stolpert die Ukrainehilfe über innenpolitische Gemengelagen, wie z. B. in den USA, wo die Zusage für ein umfangreiches Hilfspaket weiterhin am amerikanischen Wahlkampf scheitert. Und auch in Deutschland zeigen Ipsos-Daten, dass der Rückhalt für den pro-ukrainischen Kurs der Regierung allmählich schwindet. Noch sprechen sich die Spitzen der Ampel und der Union für Rüstungslieferungen aus, auch wenn Scholz die Lieferung von Taurus-Marschflugkörpern an Kiew bislang ausbremst. Die Politik muss den Bürgern besser erklären, warum die weitere Unterstützung der Ukraine wichtig für unsere Demokratie ist. Die Kriegsmüdigkeit unter den Deutschen lässt sich nicht mehr leugnen, und sollte sie weiter steigen, kann sich der Umgang mit dem Krieg zu einem wichtigen Wahlkampfthema entwickeln und den politischen Rändern weiter in die Hände spielen.« Ipsos 22

 

 

 

 

Behörden „langsam, langsam“. Das lange Warten ukrainischer Flüchtlinge auf Anerkennung

 

Zwei Jahre nach Beginn des russischen Angriffskrieges wollen viele Flüchtlinge aus der Ukraine in Deutschland einen Neuanfang wagen. Doch die Hürden für einen Job oder eine Wohnung sind hoch, die Mühlen der Behörden „langsam, langsam“. Vier Geflüchtete berichten aus ihrem Leben in Germersheim. Von Alexander Lang

 

Iana Kalynovska will Busfahrerin werden – und endlich ankommen. „Ich mache einen Quereinstieg über das Jobcenter und bewerbe mich bei der Deutschen Bahn“, sagt die 53-jährige Ukrainerin in gutem Deutsch. Vor zwei Jahren flüchtete die studierte Tierärztin nach Deutschland, als die russischen Angreifer ihre Heimatstadt Kiew beschossen. „Ich hatte Angst“, sagt sie. Ihr Mann kämpft an der Front, ihr Sohn ist Militärarzt. Kalynovska lebt in Germersheim, besucht Sprachkurse und will nicht länger Bürgergeld beziehen. „Ich möchte Geld verdienen für mein Leben.“

Doch viele bürokratische Hürden machen es ukrainischen Kriegsflüchtlingen noch immer nicht leicht, in ihrer neuen Heimat Fuß zu fassen, kritisiert Olga Prigorko. Die russische Sozialarbeiterin kümmert sich im „Haus der Diakonie“ in der pfälzischen Kleinstadt am Rhein um Iana Kalynovska und andere Geflüchtete aus der Ukraine. Unter ihnen sind viele Frauen mit Kindern. Rund 1,1 Millionen Ukraine-Flüchtlinge leben derzeit in Deutschland, nach letzten offiziellen Zahlen waren es in Rheinland-Pfalz rund 48.000.

Mühlen der Behörden „langsam, langsam“

Diakonie-Mitarbeiterin Prigorko hilft bei der Suche nach einer Wohnung, Kita oder einem Sprachkurs. Sie dolmetscht und berät bei der Jobsuche. „Es kommen mindestens fünf Anfragen pro Tag.“ Am meisten fehle den Neuangekommenen die Anerkennung, wie die Sozialarbeiterin sagt – dass ihre Zeugnisse und Ausbildungsabschlüsse auch in Deutschland gelten. Viele Ukrainer seien seit dem Kriegsbeginn in ihre Heimat zurückgekehrt, sagt Prigorko. Aber viele wollten auch im Land bleiben.

Die Lehrerin und Sozialarbeiterin Olena Helman hat bereits einen Minijob bei der Lebenshilfe. Gerne würde sie als Erzieherin arbeiten. Doch „langsam, langsam“ drehten sich die Mühlen der Behörden, erzählt die Frau aus Cherson. Die erforderlichen Genehmigungen stünden noch aus. Ihr Partner Andrei Nebywailov ist Busfahrer – aber noch sind seine Deutschkenntnisse zu schlecht, als dass er hierzulande einen Bus lenken dürfte.

Stimmungsmache gegen ‚faule‘ Ukrainer

Der Krieg hat auch das Leben von Juliia Suhak auf den Kopf gestellt. Die alleinerziehende Mutter will Sozialarbeit studieren, doch die Anerkennung ihrer Dokumente hängt seit zwei Jahren in der Warteschleife. Suhak hilft anderen ukrainischen Flüchtlingen in einem Netzwerk. Sie begleitet sie zu Behörden, hat eine Telegram-Gruppe zum Informationsaustausch eingerichtet, dolmetscht für die kirchliche Flüchtlingshilfe. „Man ist nicht allein, wenn man Hilfe braucht, kann man sie bekommen“, sagt Suhak.

Sozialarbeiterin Prigorko ärgert sich über „eine Stimmungsmache in Politik und Bevölkerung gegen ‚faule‘ ukrainische Flüchtlinge“, die den Staat ausnutzten. Vieles müsse schneller gehen, damit die häufig gut ausgebildeten Fachkräfte eine Arbeit aufnehmen könnten, appelliert sie. Dabei sollten deren Kenntnisse genutzt werden – nicht alle Ukrainer könnten oder wollten etwa in der Pflege arbeiten.

Krieg wird noch lange dauern

Nur ungern sprechen die vier ukrainischen Flüchtlinge aus Germersheim über den Krieg, es schmerzt zu sehr. Ob die Ukraine dem immer stärkeren militärischen Druck Russlands standhalten könne? Zu dieser Frage wollen sie sich nicht äußern. „Es muss am Ende das Gute gewinnen“, sagt Busfahrer Nebywailov vorsichtig.

Der Krieg wird noch lange dauern, glaubt Juliia Suhak. Friedensverhandlungen mit dem russischen Machthaber Wladimir Putin, der die Ukraine auslöschen wolle, seien derzeit sinnlos. „Ich möchte hier bleiben, für meine Tochter und mich ein neues Leben aufbauen“, sagt Suhak. Iana Kalynovska nickt traurig. „Ich hätte gerne, dass mein Mann und mein Sohn hierherkommen, aber das ist momentan nicht möglich.“ (epd/mig 21)

 

 

 

 

Traurige Statistik. Jeder vierte Eingewanderte spricht zu Hause keine Muttersprache mehr

 

An diesem Mittwoch ist Welttag der Muttersprache. Seit dem Jahr 2000 wird die Bedeutung, Förderung und Nutzung der Muttersprache angemahnt. In Deutschland wird an diesem Tag daran erinnert, wie viele Einwanderer zu Hause immer noch kein Deutsch sprechen.

Die meisten in Deutschland lebenden Menschen mit Einwanderungsgeschichte sprechen zu Hause neben ihrer Muttersprache Deutsch. Das teilte das Statistische Bundesamt am Dienstag unter Berufung auf Ergebnisse des Mikrozensus 2022 mit. Knapp 24 Prozent der rund 20,2 Millionen Personen mit Einwanderungsgeschichte in Deutschland sprachen demnach nur noch ausschließlich Deutsch zu Hause, mehr als die Hälfte (knapp 54 Prozent) Deutsch sowie mindestens eine weitere Sprache. Bei immerhin knapp 23 Prozent der Menschen läuft die Kommunikation zu Hause noch ausschließlich mittels einer oder mehrerer anderer Sprachen.

Unter den Personen, die zu Hause vorwiegend nicht Deutsch reden, war Türkisch mit 14 Prozent die am häufigsten gesprochene Sprache. Danach folgten Russisch (12 Prozent), Arabisch (10 Prozent), Polnisch (7 Prozent), Englisch (6 Prozent) und Rumänisch (5 Prozent). In Deutschland wird das Sprechen der deutschen Sprache zu Hause trotz zahlreicher Nebenwirkungen und Nachteilen als Integrationsfaktor gewertet.

Sprache in vierfünftel aller Haushalte ausschließlich Deutsch

Eine Person hat für die Statistiker eine Einwanderungsgeschichte, wenn sie selbst oder beide Elternteile seit dem Jahr 1950 nach Deutschland eingewandert sind. Deutliche Unterschiede bei der Nutzung der deutschen Sprache gibt es den Angaben zufolge zwischen Eingewanderten der ersten Generation (73 Prozent) und deren Nachkommen (90 Prozent).

Wenn alle Privathaushalte Deutschlands betrachtet werden, sprachen im Jahr 2022 knapp 79 Prozent der Menschen zu Hause ausschließlich Deutsch. Knapp 16 Prozent nutzten mindestens eine weitere Sprache, wie das Bundesamt mitteilte. Anlass der Veröffentlichung ist der Internationale Tag der Muttersprache an diesem Mittwoch (21. Februar).

Welttag zur Förderung und Nutzung der Muttersprache

Die Idee, den Internationalen Tag der Muttersprache zu begehen, geht auf eine Initiative Bangladeschs zurück. Er wurde auf der UNESCO-Generalkonferenz 1999 beschlossen und wird seit 2000 weltweit begangen. Hauptmotivation ist die Förderung und Nutzung der Muttersprache.

In?Deutschland?wird in einer Reihe von?Lesungen,?Vorträgen,?Theater-, Musik-?und Filmvorführungen?in verschiedenen Sprachen, Beratungsangeboten, Fachdiskursen?und Podiumsdiskussionen?die Bedeutung der Mehrsprachigkeit hervorgehoben. Beteiligt sind UNESCO-Angaben zufolge Schulen, Kultur- und Schulämter, Volkshochschulen, Bibliotheken, Vereine und?weitere Kultur- und Bildungsinstitutionen. (dpa/epd/mig 21)

 

 

 

Höhepunkt der Repression

 

Nawalnys Tod ist ein tiefer Schlag für die russische Opposition. Doch noch ist nicht alles verloren. Kann seine Frau in seine Fußstapfen treten? Alexey Yusupov

 

Der Tod von Alexej Nawalny im Strafgefangenlager IK-3, im Permafrostgebiet hinter dem Polarkreis ist ein dramatisches, finsteres Ereignis. Kaum überraschend, und dennoch kaum zu glauben. Wenige Tage vor dem ukrainischen Rückzug aus Awdijiwka und kurz vor dem Jahrestag der Ermordung von Boris Nemzow liest sich die Meldung über Nawalnys Ableben wie ein schlechter Scherz.

Der Tod von Alexej Nawalny ist die dritte Erschütterung des spätputinschen Systems in kurzer Zeit. Fast zwei Jahre nach dem Überfall auf die Ukraine und acht Monate nach der Wagner-Revolte wird in diesen Tagen ein abermaliger Beweis dafür erbracht, wie sehr das öffentliche Geschehen in Russland durch plötzliche, schockierende, klandestin zustande kommende Ereignisse dominiert wird. Gewalt scheint der letzte verbleibende Modus der Politik zu sein. Der russischen Gesellschaft bleibt nichts anderes übrig, als Putin, Prigoschin und Nawalny bei ihren Triumphen wie Tragödien zuzuschauen.

Seit einem Vierteljahrhundert arbeitet der Kreml daran, tatsächliche Mechanismen der Macht hinter einer dichten Nebelwand von Inszenierungen und Manipulationen zu verbergen, zuvorderst vor den eigenen Bürgerinnen und Bürgern. Politik ist Theater in Russland. Eine erprobte Strategie, die Zynismus nährt und Apathie fördert. Allerdings sind die besagten, sich häufenden Erschütterungen zu wuchtig, um ihre Auswirkungen durch Zensur und Propaganda sauber unter Kontrolle halten zu können. Jedes Mal offenbart sich nolens volens eine bis dato unterschätzte Schwäche des Systems.

So glaubte man lange an den kollektiven Charakter der Entscheidungsfindung in der russischen Führung. Eine populäre These lautete, Putin wäre vor allem deswegen so langlebig und unangefochten akzeptiert, weil er gekonnt als Schiedsrichter zwischen unterschiedlichen Gruppierungen in der Elite manövrieren und vermitteln konnte. Nach dem 24. Februar 2022 haben Russland und die Welt jedoch gelernt, dass richtungsweisende Entscheidungen in einem sehr viel engeren Kreis als gemeinhin angenommen getroffen werden, womöglich gar in Gänze selbstherrlich. Ein System, das von einem Mann derartig dominiert wird, ist fatal eng an seinen Lebenszyklus gebunden.

Auch der Aufstand der Wagneristen rüttelte an einem alten russischen Machtaxiom: Russland ist ein starker Staat, weil sein Gewaltmonopol so kostenintensiv und exzessiv organisiert ist. Über ein Dutzend zuständiger Dienste, Behörden und zuarbeitende private Sicherheitsfirmen, mehrere Millionen Männer unter Waffen, stetig steigende Sicherheitsetats – und trotzdem stellt sich nicht ein einziger Uniformierter aus freien Stücken und genuinem Pflichtbewusstsein der Prigoschin-Kolonne in den Weg, solange aus Moskau keine unmissverständlichen Anweisungen kommen. Dauerte es womöglich so lange, eben weil der Kreis der finalen Entscheider so klein geworden ist? Und sind nicht auch Angehörige der Polizei und Armee alles andere als immun gegen den lähmenden Einfluss der allgegenwärtigen Politikinszenierung?

Der Tod von Alexej Nawalny entgleitet aber der Deutungshoheit des Kremls. Von weiten Teilen der russischen Gesellschaft wird er als Mord verstanden, nicht verwunderlich angesichts des unwürdigen Versteckspiels um seinen Leichnam und der eindeutigen Inkaufnahme eines tödlichen Ausgangs durch die kontinuierlich verschärften Haftbedingungen. Auch ein tatsächlicher, wiederholter Anschlag auf sein Leben ist denkbar, gleichwohl man die Wahrheit vermutlich nie erfahren wird. Dies ist jedoch nicht mehr wichtig, genauso wenig wie die Frage, ob Prigoschins Flugzeug wirklich ganz von allein vom Himmel gefallen ist. Die Leute glauben das unwiderlegbar Intuitive. In einem System der inszenierten, unechten Politik ist nur noch wichtig, was die Leute glauben. Und für die allermeisten lief es folgendermaßen ab: Wladimir Putin, der Alleinherrscher Russlands, hat seinen wichtigsten Widersacher Nawalny erst so weit weg wie nur möglich versteckt und dann hinrichten lassen. Wirkt das als Zeichen der Stärke und Souveränität, vor allem in den Augen der herrschenden politischen Elite?

Die Antwort lautet: Ja. Der Tod von Alexej Nawalny ist eine tiefe Entmutigung für russische Dissidentinnen und Dissidenten, die im Exil wie in Russland selbst an seiner Person Halt und Orientierung gefunden haben. Nawalny hatte wie kein anderer erspürt, wie viel Dynamik und Protestpotential in der nur vermeintlich apathischen russischen Gesellschaft stecken. Er hat eine erfolgreiche Allianzbildung der zersplitterten Opposition praktiziert, öffentliche Politik durch Straßenwahlkampf und Debattenformate wiederbelebt, Massendemonstrationen mitinspiriert und immer wieder Innovationen erfunden, die junge, nicht-zynische Unterstützer angesprochen haben – mal auf YouTube, mal durch ein Netzwerk aktivistischer Stäbe.

Er hat sich nicht dazu verleiten lassen, ein hauptstädtischer, Moskauer Politiker zu werden, sondern stets Kontakte in unterschiedlichste Teile des Landes mit viel Zeit- und Krafteinsatz gepflegt. Am wichtigsten, er hat dem Fatalismus der Enttäuschten und der Älteren immer wieder funktionierende Strategien entgegengesetzt, sich fast zum Bürgermeister von Moskau wählen lassen und damit anschaulich gezeigt, warum Handeln nicht sinnlos ist. Kurzum – er hat einer ganzen Generation seiner Landsleute genau das aufgezeigt, was der Kreml zu verstecken versuchte, nämlich wie eine zukunftsorientierte, republikanische, hoffnungsfähige, dialogbereite Politik aussehen könnte.

Nawalny hat auch Lernfähigkeit hinsichtlich seiner frühen, nationalistischen Geschmacklosigkeiten gezeigt, während einer Inhaftierung von kirgisischen Mitinsassen ein paar Brocken ihrer Landessprache gelernt und sich zuletzt für Rechte von diskriminierten muslimischen Strafgefangenen eingesetzt. Sein Wirken und sein Leben sind fortan eine öffentlich zugängliche didaktische Ansammlung von konkreten Beispielen dafür, dass Russland keinem unausweichlichen, kulturellen Fluch von Autokratieanfälligkeit unterworfen ist und keine demokratieunfähige Untertanengesellschaft bleiben muss.

Der Kreml hat diese Fähigkeiten und Strategien erkannt – und diese als Gefahren richtig eingeschätzt. Die Organisation von Nawalny ist brutal zerschlagen worden. Weitere Ermittlungen und Verfahren gegen ihre Angehörige sind zu erwarten. Der Tod von Alexej Nawalny ist in dieser Hinsicht ein folgerichtiger Höhepunkt der Repression, eine finale Absage an Duldung von potenziell wirkmächtigen Alternativen.

In einem Monat ereignet sich die planmäßige plebiszitäre Amtsbestätigung Putins als Präsident der Russländischen Föderation. Laut der durch ihn selbst modifizierten Verfassung wird er noch bis 2036 Zeit haben, um alles zu verwirklichen, was er noch vorhaben könnte. Seine öffentlichen, mit Elan vorgetragenen, historisierenden Ausführungen sind ein deutlicher Hinweis darauf, dass selbst ein Ende des russisch-ukrainischen Krieges mitnichten auch die Befriedigung der geopolitischen Neuordnungsambitionen Putins bedeuten muss.

Womit er sich offensichtlich nicht mehr viel beschäftigen wollte, ist die Feinsteuerung des innenpolitischen Machtapparats: Die Wahlkampagne wird recht behäbig von seiner Präsidialadministration geführt, der Wahlzettel ist so kurz wie noch nie und selbst das Experimentieren mit einem quasi-alternativen Kandidaten wie Boris Nadeschdin wurde schnell wieder ad acta gelegt.

Und jetzt das: Ein Schattenspiel von Gerüchten und Mutmaßungen, die nicht mehr aufzuklären und einzufangen sind, ein neuer Zweifel an der Qualität der Entscheidungen von ganz oben (in der UdSSR hätte man Vorkehrungen getroffen, um so einen VIP-Häftling nicht „aus Versehen“ zu verlieren), ein Märtyrer kurz vor dem Wahltermin. Zudem eine energische, authentische Statthalterin des politischen Vermächtnisses Nawalnys jenseits des Zugriffs der russischen Geheimdienste. Der fulminante, ideal inszenierte Auftritt Julia Nawalnajas wird in die Geschichte politischer Manifeste eingehen: Sie schafft es, nicht nur die Trauer und den Schock ihres millionenfachen Publikums auf- und anzunehmen. Sie scheut auch nicht davor zurück, an Wut, Zorn und sogar Hass zu appellieren, die so viele der Anhängerinnen und Anhänger Nawalnys derzeit empfinden. Therapeutisch gesprochen ist das ein unerlässlicher Schritt auf dem Weg aus der Hoffnungslosigkeit zu neuem Mut. Niemand aus der russischen Opposition hatte bisher die Glaubwürdigkeit, die Kommunikationsfähigkeit, das Team, die Ressourcen und das richtige Timing für ein derartiges Konsolidierungsangebot.

Der linke Soziologe und Philosoph Grigori Judin zitiert in seinem Nachruf auf Nawalny Theodor Adorno (der wiederum Christian Grabbe zitiert) mit dem Ausspruch: „Denn nichts als nur Verzweiflung kann uns retten“. Man müsse Illusionen abschütteln, die tiefste Stufe der Mutlosigkeit und Verzweiflung erreichen, bevor man wieder zu Handlungsfähigkeit finden kann, bevor man sich nicht mehr aufhalten lässt durch Selbstberuhigungen – „wie alt kann Putin schon noch werden“, „der Krieg ist eh bald vorbei“, „was kann ich als Einzelner ausrichten“.

Nawalny pflegte über seine Frau zu sagen: „Sie ist viel härter als ich“. Die Härte kann sie gut gebrauchen. Sie steht zwar nicht auf dem Wahlzettel, aber plötzlich ist sie so etwas wie eine Präsidentschaftskandidatin des alternativen Russlands. Drei Tage nach dem Tod ihres Mannes. Als hätte sie in der Zeit Adorno gelesen. IPG 20

 

 

 

Rassistische Parolen. Neue Internet-Challenge: Volksverhetzung

 

Zwei Schüler sollen im Klassenzimmer fremdenfeindliche Parolen gerufen haben. Ein Einzelfall ist das aber nicht, im Gegenteil: Das LKA warnt vor einem Trend. Eine neue Internet-Challenge ruft in sozialen Medien Schüler dazu auf, an Schulen rassistische Lieder anzustimmen.

Das hessische Landeskriminalamt warnt vor einem Trend in sozialen Netzwerken, der Ermittlungen gegen zwei Jugendliche wegen des Verdachts auf Volksverhetzung ausgelöst haben soll. Wie das LKA mitteilte, stehen die beiden 16-Jährigen im Verdacht, an einer Schule im Lahn-Dill-Kreis „fremdenfeindliche“ Parolen gerufen zu haben. Der Vorfall Anfang Februar sei der Polizei erst kürzlich bekannt geworden, nun ermittelt der Staatsschutz gegen die beiden Jugendlichen.

Nach bisherigen Erkenntnissen habe ein Zehntklässler aus einem Unterrichtsraum der Schule in das Treppenhaus solche Parolen gerufen. Ein weiterer Schüler habe daraufhin vor Mitschülerinnen und Mitschülern sowie einem Lehrer während des Musikunterrichts ebenfalls Parolen angestimmt. Die Lehrkräfte hätten die beiden 16-Jährigen jeweils umgehend auf ihr inakzeptables und strafbares Handeln angesprochen.

Volksverhetzung als Trend in sozialen Medien

Ihr Verhalten stehe offensichtlich im Zusammenhang mit einem aktuellen Trend in sozialen Medien, so das LKA. Im Rahmen dieser sogenannten Challenge würden Videos veröffentlicht, bei denen Menschen zu einem bekannten Popsong solche Parolen rufen.

„Was die Jugendlichen anscheinend als harmlosen Spaß abstempeln, ist kein Kavaliersdelikt, sondern kann den Straftatbestand der Volksverhetzung erfüllen und polizeiliche sowie staatsanwaltschaftliche Ermittlungen zur Folge haben“, warnte das LKA. Nicht selten würden dabei auch die Smartphones der mutmaßlichen Täter sichergestellt.

LKA-Rat an Eltern: Handy-Nutzung im Blick haben

„Gerade rechtsextremistische Gruppierungen nutzen die sozialen Medien, um ihre rassistischen oder fremdenfeindlichen Ideologien mit hoher Reichweite unter jungen Menschen zu verbreiten. Hierbei nutzen sie gezielt Trends, die gerade bei Kindern oder Jugendlichen ‚in‘ sind“, so das Landeskriminalamt. Das internetfähige Mobiltelefon habe zweifellos Vorteile, könne jungen Menschen aber auch die Tür zu Gewalt und menschenverachtenden Inhalten bis hin zur Pornografie öffnen.

Das LKA empfahl Eltern und Erziehungsberechtigten, die Handy-Nutzung im Blick zu haben, klare Regeln festzulegen und ihre Kinder dabei zu unterstützen, ihre Medienkompetenz zu entwickeln. Insbesondere brauchten sie Unterstützung bei der Bewertung kritischer oder extremistischer Ideologien. (epd/mig 20)

 

 

 

 

„Wir machen weiter“. Tausende gedenken in Hanau der Opfer des rassistischen Anschlags

 

Bei einer Demonstration kurz vor dem vierten Hanau-Jahrestag erinnern die Teilnehmenden an die Toten - und wollen ein Zeichen setzen. Die Form des Gedenkens steht ebenso in der Kritik, wie die Politik. Ataman: Hinterbliebene fühlen sich alleingelassen. Die Polizei ermittelt wegen eines Hitlergruß - am Rande der Demo.

Kurz vor dem vierten Jahrestag des rassistischen Anschlags von Hanau haben am Samstag mehrere Tausend Menschen in der Stadt der Opfer gedacht und gegen Rassismus und Rechtsextremismus demonstriert. „Hanau – das war Mord. Widerstand an jedem Ort“, skandierten Teilnehmende bei dem Protestzug. Die nach Angaben der Polizei rund 5.000 Menschen hatten sich im Stadtteil Kesselstadt in der Nähe eines der beiden Tatorte versammelt und zogen dann – mit einem Zwischenstopp an dem anderen Tatort – weiter Richtung Marktplatz.

Bei der dortigen Abschlusskundgebung forderten Rednerinnen und Redner Konsequenzen aus dem Anschlag. „Wir geben keine Ruhe, bis es eine lückenlose Aufklärung gibt und politische Verantwortung übernommen wurde“, sagte Newroz Duman von der Initiative 19. Februar, in der sich Angehörige und Betroffene des Anschlags sowie Unterstützer zusammengeschlossen haben. Die offizielle Gedenkstunde des Landes Hessen und der Stadt findet an diesem Montag (11.00 Uhr) auf dem Hanauer Hauptfriedhof statt.

Am 19. Februar 2020 hatte ein 43-jähriger Deutscher neun Menschen mit Einwanderungsgeschichte erschossen und weitere verletzt. Anschließend erschoss er seine Mutter und nahm sich selbst das Leben. Der Vater des Täters lebt bis heute in Hanau.

Bruder von Anschlagsopfer: „Wir machen weiter“

Bei der Abschlusskundgebung schilderten Angehörige der Opfer ihren Verlust, ihr Leid und ihre Wut und warnten vor einem zunehmenden Rechtsextremismus und Rassismus in Deutschland. Çetin Gültekin, dessen Bruder Gökhan bei dem Anschlag getötet wurde, verwies auf einen wachsenden Zulauf für die AfD, der mittlerweile größer sei als vor vier Jahren. „Wir müssen uns fragen: Was machen wir falsch?“ Er rief zu einem entschiedenen Vorgehen gegen Rechtsextremismus auf. Es müsse bei der Aufarbeitung des Anschlags zudem Schluss sein mit „Vertuschung, Ausreden und Lügen“, forderte Gültekin. „Erinnern heißt verändern“, betonte er und schloss seine Rede mit den Worten: „Wir machen weiter.“

Wie viele andere Rednerinnen und Redner kritisierte Ajla Kurtovic, die Schwester des Anschlagsopfers Hamza Kurtovic, die Arbeit des Untersuchungsausschusses des hessischen Landtags zu dem Anschlag. Der Ausschuss, der im Dezember seinen Abschlussbericht vorgelegt hatte, habe zwar Behördenversagen aufgedeckt, sei aber ohne politische Folgen geblieben. „Veränderung kann es nur geben, wenn es Aufklärung und Gerechtigkeit gibt“, sagte sie.

Kein offizielles Gedenken wegen „Undankbarkeit“?

Emis Gürbüz, die Mutter des getöteten Sedat Gürbüz, kritisierte, dass es in diesem Jahr kein offizielles Gedenken gemeinsam mit den Familienmitgliedern und Freunden auf dem Marktplatz gebe, weil bei der Veranstaltung im vergangenen Jahr Reden von Angehörigen von offizieller Seite als „undankbar empfunden“ wurden. Zugleich bekräftigte sie die Forderung nach einem dauerhaften Mahnmal auf dem Marktplatz. Diesen Standort hält die Stadt jedoch für ungeeignet und favorisiert ein Mahnmal am geplanten Zentrum für Demokratie und Vielfalt wenige Gehminuten vom Tatort Heumarkt entfernt.

Der Hanauer Oberbürgermeister Claus Kaminsky (SPD) wies auf Anfrage den Vorwurf zurück, dass Ärger über Undankbarkeit der Grund für die diesjährige Form des offiziellen Gedenkens gewesen sei. Dem sei nicht so, sagte er. „Alles muss seinen Platz haben. Wir finden die Balance“, sagte er und verwies auf die zahlreichen Veranstaltungen in der Stadt rund um den 19. Februar, die in diesem Jahr angeboten werden.

Faeser erinnert an die Opfer

Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) hat ebenfalls an die neun Todesopfer des rassistischen Anschlags in Hanau vor vier Jahren erinnert. Die Mahnung, die aus dem rassistischen Terror vor vier Jahren in Hanau folge, könne nicht aktueller sein, sagte Faeser am Sonntag in Berlin. Diese Mahnung heiße: „Alle demokratischen Kräfte müssen die Bedrohung, die der Rechtsextremismus für viele Menschen in unserem Land bedeutet, ernst nehmen und handeln.“

Auf die Angst und die Ausgrenzung, die Rechtsextreme verbreiteten, müsse mit mehr Menschlichkeit und Solidarität geantwortet werden. „Mehr als 20 Millionen Menschen in unserem Land haben eine Einwanderungsgeschichte. Nicht wenige fragen sich in diesen Tagen nach den Enthüllungen über rechtsextreme Netzwerke und ihre Vertreibungsfantasien, ob sie in Deutschland noch sicher sind. Die Antwort darauf kann nur sein: Wir schützen euch, wir stehen an eurer Seite!“

Ataman: Hinterbliebene fühlen sich alleingelassen

Die Bundesbeauftragte für Antidiskriminierung, Ferda Ataman, hat scharfe Kritik am Umgang mit Hinterbliebenen und Betroffenen geübt. Der Anschlag habe gezeigt, wie akut die Bedrohung durch Rechtsextreme sei, sagte Ataman den Zeitungen der Funke Mediengruppe. Staat und Behörden hätten die Pflicht, daraus Konsequenzen zu ziehen, damit sich solche Taten nicht wiederholen. „Leider muss man sagen: Deutschland hat darin bisher versagt.“ Auch vier Jahre nach dem Terroranschlag fühlten sich viele Betroffene und Angehörige von den Institutionen alleingelassen.

Noch immer gebe es keine offizielle Entschuldigung des hessischen Innenministers für die dokumentierten Fehler der Polizei im Kontext des Anschlages, hob Ataman hervor. „Noch immer gibt es kein offizielles Mahnmal für die Opfer auf dem zentralen Marktplatz der Stadt. Noch immer werden Angehörige vom Vater des Täters drangsaliert.“

FDP blockiert Demokratiefördergesetz

Ataman mahnte mehr Sensibilität von den Parteien der Mitte an. Der Zusammenhang zwischen migrationsfeindlichen Debatten und Rassismus müsse allen klar sein, sagte sie. „Man kann kritische Migrationsdebatten führen, ohne Muslime und Migranten zu Sündenböcken für die Probleme im Land zu erklären. Trotzdem geschieht genau das immer wieder.“ Menschen mit Migrationsgeschichte würden auch nach dem Anschlag von Hanau „noch öffentlich stigmatisiert“. Das müsse ein Ende haben. „Migration und Vielfalt gehören zu Deutschland wie die Bratwurst und Schrebergärten“, betonte die Antidiskriminierungsbeauftragte.

Im geplanten Demokratiefördergesetz sieht Ataman ein zentrales Instrument zur Extremismusprävention. Bundesinnenministerin Nancy Faeser (SPD) und Bundesfamilienministerin Lisa Paus (Grüne) wollen mit dem Vorhaben eine verlässliche finanzielle Grundlage für Träger politischer Bildung und von Projekten schaffen, die sich für die Stärkung von Demokratie, Akzeptanz von Vielfalt und Extremismusprävention einsetzen. Doch um das Gesetz gibt es Streit. Die FDP-Bundestagsfraktion will ihm ohne eine Extremismusklausel nicht zustimmen. „Gerade jetzt, in diesen Tagen, ist das ein beschämendes Signal an Millionen von Menschen, die sich in Deutschland gegen Extremismus engagieren“, sagte Ataman

Autofahrer soll Hitlergruß gezeigt haben

Am Rande der Demonstration gab es laut Polizei einen Zwischenfall. Wenige Hundert Meter vom Versammlungsort der Demonstrierenden im Stadtteil Kesselstadt entfernt soll ein Mann aus einem Auto heraus einen zum Hitlergruß gesteckten Arm gezeigt haben. Der Verdächtige sei ermittelt. Gegen ihn sei ein Strafverfahren eingeleitet worden, teilte die Polizei mit. (epd/dpa/mig 19)

 

 

 

Attentat von Hanau hinterlässt kaum zu heilende Wunde

 

Am 19. Februar 2020 hatte ein damals 43 Jahre alter Deutscher in Hanau neun Menschen aus rassistischen Motiven erschossen. Vier Jahre danach sind die Wunden weiter tief und spürbar, berichtet der katholische Pfarrer von Hanau gegenüber dem Kölner Domradio.

„Eine Wunde, die kaum zu heilen scheint“ – so beschreibt der katholische Pfarrer von Hanau, Andreas Weber, die Folgen des rassistischen Attentats am vierten Jahrestag. Am 19. Februar 2020 hatte ein damals 43 Jahre alter Deutscher in Hanau neun Menschen mit Migrationshintergrund aus rassistischen Motiven erschossen.

Auch das aktuelle Wiedererstarken rassistischen Gedankenguts in Deutschland verstärke die Sorge, betonte der Geistliche im Interview des Kölner katholischen Internetportals domradio.de an diesem Montag: Die tiefe und spürbare Wunde in der Stadtgesellschaft werde „immer neu geschürt durch diese Gemengelage mit rechtsextremen Tendenzen, die wir in unserer Gesellschaft spüren“.

Große Schockwelle

Das Attentat vor vier Jahren sei „eine große Schockwelle gewesen“, die bis heute nachwirke: „Bei den Opferfamilien spüren wir immer noch eine tiefe Wunde, eine große Unzufriedenheit, große Vorwürfe an die Politik, an die Polizei und an die Stadt. Obwohl die Stadt sich sehr bemüht. Diese Wunde ist scheinbar kaum zu schließen.“

Auch in den katholischen Pfarreien in der Stadt gebe es sehr viele Gläubige mit Migrationshintergrund. Diese bunte Vielfalt präge die Stadt, ergänzte Weber. Und das Attentat habe bewirkt, dass man stärker zusammenstehe. Beeindruckt habe ihn - gerade mit Blick auf das aktuelle Erstarken rechtsextremer Positionen - ein Zitat junger Erwachsener aus seiner Gemeinde: „Der Täter hat allein gehandelt. Wir aber sind vereint in Nächstenliebe und Solidarität und gemeinsam gegen Hass und Rassismus.“

„Wir aber sind vereint in Nächstenliebe und Solidarität und gemeinsam gegen Hass und Rassismus.“

Dieser Satz begleite die Anschlags- und Erinnerungstage und drücke die Position der Christen in der Stadt gut aus: „Hass und Rassismus haben keinen Platz bei uns, auch nicht in der Gemeinde. Trotzdem spüren wir, dass viele in diese Richtung tendieren. Rechtsextremismus ist stark zu verurteilen und das tun wir auch.“

Jahrestag im Zeichen der Stille

Nach mehreren Veranstaltungen und Reden am Wochenende soll der Jahrestag an diesem Montag selbst auf Wunsch der Opferangehörigen vor allem ein Tag des stillen Gedenkens sein. Geplant sind unter anderem eine Kranzniederlegung und ein gemeinsames Gebet. Zum zentralen Gedenken von Stadt und Land ab 11 Uhr auf dem Hauptfriedhof werden neben anderen der stellvertretende hessische Ministerpräsident Kaweh Mansoori, Oberbürgermeister Claus Kaminsky und Bundesinnenministerin Nancy Faeser (alle SPD) erwartet. (domradio/kna 19)

 

 

 

DAAD unterstützt Hochschulen beim Einsatz gegen Antisemitismus und Rassismus

 

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) baut seine Unterstützung deutscher Hochschulen bei der Betreuung und Integration internationaler Studierender aus. Im „Kombinierten Stipendien- und Betreuungsprogramm (STIBET)“ stehen ab sofort rund 14 Millionen Euro aus Mitteln des Auswärtigen Amts zur Verfügung. Erstmalig sind darin auch eine Million Euro Fördermittel für Aktivitäten gegen Antisemitismus und Rassismus enthalten.Bonn. „Wir haben in den vergangenen Wochen erlebt, dass antisemitische und rassistische Äußerungen und Übergriffe auch vor den Hochschulen nicht Halt machen. Wenn Studierende aufgrund ihrer Religion oder Nationalität an den Hochschulen Angst um ihre Sicherheit haben müssen, ist dies völlig inakzeptabel und mit unseren Werten unvereinbar. Die großen und anhaltenden Demonstrationen von hunderttausenden Bürgerinnen und Bürgern in den letzten Tagen und Wochen zeigen im Übrigen, dass unsere Gesellschaft das Wertefundament unserer freiheitlich-demokratischen Grundordnung unter allen Umständen verteidigen will“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee in Bonn.

„Als Deutscher Akademischer Austauschdienst stehen wir für den friedlichen, toleranten und weltoffenen Austausch von Studierenden und Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern. Wir unterstützen daher die jüngsten Stellungnahmen der Hochschulrektorenkonferenz und der Allianz der Wissenschaftsorganisationen gegen die aktuellen rechtsextremistischen Umtriebe, die Gegenstand einer breiten Berichterstattung geworden sind, mit Nachdruck und lassen unseren Worten Taten folgen. Mit der Erhöhung des STIBET-Budgets wollen wir als Förderorganisation ein klares Zeichen gegen Rassismus und Antisemitismus und für Toleranz und Vielfalt setzen“, so Mukherjee.

STIBET-Programm

Das vom Auswärtigen Amt finanzierte STIBET-Programm zielt darauf ab, die Betreuung und Integration internationaler Studierender und Promovierender zu verbessern. Es ermöglicht den Hochschulen verschiedene Unterstützungsleistungen, wie Beratungen, Veranstaltungen und Betreuungsangebote, darunter auch für geflüchtete ukrainische Studierende, Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler. Hochschulen können im Programm zudem Stipendien an internationale Studierende vergeben, um internationale Partnerschaften im Rahmen der Internationalisierungsstrategie der Hochschulen auszubauen. Darüber hinaus erhalten die Hochschulen im Rahmen von STIBET Fördermittel, um herausragende und engagierte internationale Studierende oder Promovierende mit dem „DAAD-Preis“ auszuzeichnen. Daad 19

 

 

 

Justitia et Pax: Ukraine-Krieg nicht erst vor 2 Jahren begonnen

 

Am 24. Februar jährt sich der Beginn des russischen Angriffskriegs auf die Ukraine zum 2. Mal. Stefan Lunte, Generalsekretär von Justitia et Pax Europa, sagt im Interview mit Radio Vatikan, es ging eigentlich schon früher los. Lunte war selbst erst kürzlich mit einer Delegation in Lwiw in der Ukraine. Er berichtet von einer Stadt, in der trotz weiter Entfernung von der Frontlinie, der Krieg immer wieder Einzug hält. Stefanie Stahlhofen

 

Vatikanstadt - Im Gespräch mit Radio Vatikan berichtet der Generalsekretär von Justitia et Pax Europa auch von einem Treffen der verschiedenen nationalen Kommissionen voriges Wochenende in Berlin:

Stefan Lunte, Generalsekretär von Justitia et Pax Europa: Wir haben uns zusammengesetzt, wie wir das einmal im Jahr tun, als Generalsekretäre der verschiedenen nationalen Justitia Pax Kommission aus ganz Europa. 20 Nationen waren vertreten. Wir haben uns ausgetauscht, haben aber auch den Kontakt gesucht mit Flüchtlingen aus der Ukraine, die jetzt schon seit einiger Zeit bei uns leben und sich arrangieren und darauf hoffen und davon träumen, dass der Krieg zu Ende geht und dass sie wieder nach Hause können.

Radio Vatikan: Welche Möglichkeiten gibt es für Frieden zwischen der Ukraine und Russland? Das Recht auf Verteidigung ist unbestritten. Aber das klingt nicht nach einem Ende des Krieges, wenn immer weiter sich alle gegenseitig bekämpfen...

Lunte: Ich glaube, da müssen wir als Außenstehende, das heißt nicht Ukrainer, sehr vorsichtig sein. Sie haben ganz richtig gesagt Der Angriff ist unproportional, illegitim, ungerechtfertigt seitens Russlands erfolgt und da sind wir als Justitia Pax Kommission ganz auf derselben Linie. Es gibt das Recht auf Selbstverteidigung. Es gibt auch das Recht von befreundeten Nationen, dem angegriffenen Staat zu Hilfe zu kommen. Aber es gibt auch die Erfahrung des unmenschlichen Leids, das dieser Krieg verursacht. Es gibt die Berichte der Caritas Direktorin Tetiana Stawnychy, Präsidentin von Caritas Ukraine, die uns von all dem Leid berichtet hat, das in diesem Land jetzt herrscht.Und man steht dann zweifelnd davor. Das Einzige, das Erste, was man sagen kann, ist, dass natürlich jeder Ausweg zunächst einmal Vorschlag die Zustimmung der Ukrainer finden muss. Wir können, glaube ich, schlecht auch aus Perspektive der katholischen Soziallehre sagen nun, diese oder jene Friedenslösung wäre die angemessene, sondern wir müssen akzeptieren formal, dass diese Lösung, wenn nicht vorgeschlagen, zumindest aber dann unterstützt wird von dem angegriffenen Land.

Radio Vatikan: Justitia et Pax trägt Gerechtigkeit und Frieden schon im Namen. Es stellt sich immer wieder die Frage: Wie kann ein gerechter Friede aussehen?

Lunte: Beim Begriff des gerechten Friedens muss man zunächst einmal in Rechnung stellen, dass der Geschichte Rechnung getragen wird. Der Krieg hat ja nicht vor zwei Jahren begonnen. Wenn Sie in der Ukraine Gespräche führen, kommt immer auch zum Ausdruck, dass es nicht nur erst seit zwei Jahren so ist, sondern dass das Ganze schon mit der Revolution der Würde, der Revolution of Dignity, auf dem Maidan 2014 begonnen hat.

Und davor gibt es die lange Geschichte des Leidens der Ukrainer und auch die lange Geschichte, die im Holodomor 1932 Ausdruck gefunden hat, wo das stalinistische Regime schreckliches Leid, Elend, Tod und Verzweiflung über die Ukraine und die Ukrainer gebracht hat.

„Wenn wir über gerechten Frieden sprechen, dann muss die Gerechtigkeit auch vor der Geschichte Bestand haben“

Ich glaube, wenn wir über gerechten Frieden sprechen, dann muss die Gerechtigkeit auch vor der Geschichte Bestand haben. Man kann darüber hinaus sagen, dass man auch das Leid, und die Kriegsverbrechen, die während des Krieges jetzt verursacht werden, nicht vergessen darf und dass es auch einer Gerechtigkeit nach dem Krieg bedarf, das heißt eine Aufarbeitung der Kriegsverbrechen vor entsprechenden Tribunalen. Das wird sicher dazugehören, angemessene Entschädigungsleistungen.

Aber ich bin sehr vorsichtig und ich glaube, das müssen wir wirklich alle sein, die wir eben nicht aus der Ukraine kommen, da irgendwelche territorialen oder wie auch immer Vorschläge zu machen, wie so eine gerechte Friedenslösung aussehen könnte.

Radio Vatikan: Sie waren selbst nun auch in der Ukraine. Welche Eindrücke haben Sie von dort mit zurückgenommen?

Lunte: Wir waren vor allen Dingen im Westen. Wir waren in Lwiw. Wir waren Gäste der Katholischen Universität der Ukraine, wurden dort vom früheren Rektor und jetzigen Vizepräsidenten des Senates, dem griechisch-katholischen Priester Bohdan Prach empfangen. Wir waren beim Erzbischof von Lwiw,  Ihor Wosnjak, und wir haben mit der  Präsidentin von Caritas Ukraine gesprochen, Tetiana Stawnychyi, und natürlich mit unseren Freunden der Partnerkommission Familie und Gesellschaft der griechisch katholischen Kirche in der Ukraine. Bei all diesen Gesprächen kam immer wieder durch, was wir auch auf den Straßen gesehen haben und erlebt haben: Es gibt eine Form der Normalität, sich mit dem Alltag zu arrangieren, mit dem Kriegsalltag zu arrangieren.

„Es gibt eine Form der Normalität, sich mit dem Alltag zu arrangieren, mit dem Kriegsalltag zu arrangieren“

Und dann fahren wir an den Häusern vorbei und betrachten Häuser, in denen riesige Schlaglöcher klaffen von russischen Raketeneinschlägen. Oder wir fahren etwas weiter und und kommen an Militärfriedhof auf dem - stellen Sie sich vor - seit Februar 2022 700 Gräber ausgehoben wurden. Der Eindruck hat uns alle sehr, sehr beschäftigt.So viele Schicksale von jungen Männern, auch etwas älteren schon, deren Familien trauern.

„Ein Militärfriedhof auf dem - stellen Sie sich vor - seit Februar 2022 700 Gräber ausgehoben wurden. Der Eindruck hat uns alle sehr, sehr beschäftigt“

Also es gibt diese Spannung: Einerseits eine relativ normal lebende Stadt aber, die immer wieder auf Alarm und und Angriffe vorbereitet ist. In der Nacht nach unserer Abreise, wurde ein Gebäude getroffen von einem russischen Raketeneinschlag - eine Schule, zwei Kindergärten, schwer beschädigt. Das sind so sehr gemischte und widersprüchliche Erfahrungen in einer Stadt, die weit, weit von der Frontlinie entfernt ist. (vn 18)

 

 

 

Warnstreik im ÖPNV: Busse und Bahnen stehen still

 

Millionen Menschen sind von den Arbeitsniederlegungen betroffen, während die Beschäftigten bessere Arbeitsbedingungen und höhere Gehälter fordern. Weitere Warnstreiks sind möglich.

Täglich nutzen Millionen von Menschen Busse, Straßenbahnen und U-Bahnen, um zur Arbeit, zur Schule, zur Universität oder zu Freizeitaktivitäten zu gelangen. Am Freitag könnte das Fahrrad oder das Auto in den meisten Städten die bessere Option sein, da aufgrund von Zugausfällen und gestrichenen Flügen viele Busse, Straßenbahnen und U-Bahnen nun in den Depots bleiben.

Die Mitarbeiter im ÖPNV streben nach besseren Arbeitsbedingungen, und in einigen Bundesländern geht es auch um eine Gehaltserhöhung. Hier finden Sie eine Zusammenfassung der wichtigsten Fragen:

Was fährt, was fährt nicht?

In über 80 Städten werden voraussichtlich kaum Busse, U-Bahnen und Straßenbahnen fahren. Lediglich einige Busse, die ohnehin von privaten Subunternehmern auf den Linien der Verkehrsbetriebe unterwegs sind, können weiterhin fahren. Der Bahnverkehr wie Regionalzüge, S-Bahnen und ICEs ist nicht von dem Warnstreik betroffen.

Laut eigenen Angaben hat die Gewerkschaft Verdi bundesweit etwa 90.000 Beschäftigte in über 130 kommunalen Nahverkehrsbetrieben zum Warnstreik aufgerufen. In der Regel wird ganztägig gestreikt. Die Arbeitsniederlegungen sollen in der Regel am Freitagmorgen mit dem Schichtbeginn zwischen 3 und 4 Uhr beginnen. Bei Betrieben mit Nachtschichten könnten sie sich bis in den Samstag hineinziehen.

Der Streik beim größten Nahverkehrsunternehmen in Deutschland, den Berliner Verkehrsbetrieben (BVG), wird bereits um 10.00 Uhr beendet. In Bayern wird nicht gestreikt, da derzeit keine Tarifverhandlungen für den Nahverkehr stattfinden.

Wo gibt es Informationen über Ausfälle?

Die kommunalen Verkehrsbetriebe teilen im Internet und in ihren Apps Informationen über den Warnstreik und seine Auswirkungen mit. Sie verweisen auch auf die Fahrplanauskunft. An den Haltestellen mit Anzeigetafeln sollen ebenfalls Informationen angezeigt werden.

Darf ich wegen des Warnstreiks auf der Arbeit oder in der Schule fehlen?

Nein. Der Arbeitnehmer trägt das sogenannte Wegerisiko. Es ist auf jeden Fall von Vorteil, frühzeitig mit dem Arbeitgeber Absprachen zu treffen – zum Beispiel über die Möglichkeit, an diesem Tag ins Homeoffice zu wechseln oder Überstunden abzubauen. Schüler haben in solchen Fällen weiterhin Schulpflicht, wie das Schulministerium in Nordrhein-Westfalen mitteilte. Eltern müssen sicherstellen, dass ihre Kinder zur Schule kommen. Einige Schulen in Berlin und Brandenburg planen, die Zeugnisausgaben, die für Freitag geplant waren, um einen Tag vorzuziehen.

Worum geht es in dem Tarifkonflikt?

In den meisten Bundesländern dreht sich alles um die Arbeitsbedingungen: Verdi fordert kürzere Arbeitszeiten ohne finanzielle Einbußen, längere Ruhezeiten zwischen den Schichten, mehr Urlaubstage oder mehr Urlaubsgeld. Dadurch sollen die Mitarbeiter entlastet und der Beruf attraktiver gemacht werden. Die Arbeitgeber in Nordrhein-Westfalen argumentieren hingegen, dass ein zusätzlicher freier Tag letztendlich zu einer Mehrbelastung der vorhandenen Mitarbeiter führen würde. Sie kritisieren auch den Warnstreik kurz nach dem Beginn der Verhandlungen als übertrieben.

In Brandenburg, im Saarland, Sachsen-Anhalt und Thüringen wird ebenfalls über eine Erhöhung der Löhne und Gehälter verhandelt. In Brandenburg fordert Verdi eine Erhöhung um 20 Prozent – jedoch mindestens um 650 Euro – für die Beschäftigten. Verdi schlägt eine Laufzeit des Tarifvertrags von einem Jahr vor. In Hamburg wird über einen neuen Haustarifvertrag für die Verkehrsbetriebe verhandelt.

Drohen in den kommenden Wochen dann noch weitere ÖPNV-Warnstreiks?

Ja, es ist wahrscheinlich, dass es in den Bundesländern, in denen über höhere Entgelte verhandelt wird, weitere Warnstreiks geben wird. Es besteht auch die Möglichkeit, dass Verdi erneut eine bundesweit koordinierte Arbeitskampf-Aktion startet. In einem Bundesland sind weitere Warnstreiks erst dann ausgeschlossen, wenn dort neue Tarifverträge unterzeichnet wurden. Bisher gibt es jedoch keine konkreten Ankündigungen für weitere Warnstreiks im ÖPNV.

„Der Film ‚Inception‘ wurde im Jahr 2010 von Christopher Nolan produziert. Er handelt von einem Dieb, der in die Träume anderer Menschen eindringen kann, um Informationen zu stehlen. Die Hauptrolle wird von Leonardo DiCaprio gespielt. Der Film war ein großer Erfolg an den Kinokassen und erhielt positive Kritiken von den Kritikern.“ dpa/newsflash24.de 17

 

 

 

Renovabis-Chef zu Ukraine-Krieg: „Frieden um jeden Preis wäre fatal“

 

Ein trauriger Jahrestag: Am 24. Februar vor zwei Jahren begann der russische Angriffskrieg in der Ukraine, dem mittlerweile immer mehr Zivilisten zum Opfer fallen. Ein Ende ist nicht in Sicht, während die internationale Aufmerksamkeit angesichts anderer Brandherde weltweit schwindet. Renovabis setzt sich seit Kriegsbeginn für das Wohlergehen der Betroffenen ein. Wir sprachen mit dem Leiter Thomas Schwartz und fragten ihn, wie genau das kirchliche Hilfswerk in der Ukraine hilft.

Thomas Schwartz (Leiter Renovabis, Osteuropa-Hilfswerk der Katholischen Kirche in Deutschland): „Zunächst haben wir versucht, viel humanitäre Hilfe zu leisten, mussten das ja auch tun, weil das gerade am dringendsten war. Mittlerweile merken wir aber, dass diese Menschen, die von diesem Krieg wirklich in millionenfacher Zahl traumatisiert sind, neue Formen der Hilfeleistung brauchen. Da geht es jetzt nicht mehr darum, dass man Schutzräume schafft oder mobile Küchen aufbaut, sondern wir sind jetzt dabei, Rehabilitationsmaßnahmen mit zu finanzieren. Und wir helfen, dass die Menschen, die von sehr jugendlichem Alter an - ebenso wie die Kriegsteilnehmer als Soldatinnen und Soldaten und die Familien - wirklich schwerst traumatisiert sind, lernen, mit diesem furchtbaren und millionenfachen Leid umgehen zu können. Auch wenn der Krieg natürlich weiter fortgesetzt wird durch die Aggression der Russischen Föderation.“

Radio Vatikan: Es gibt sehr viele Todesopfer zu beklagen, darunter eine steigende Anzahl ziviler Todesopfer in den letzten Wochen, wie das auch Quellen der Vereinten Nationen bestätigen. Wie gehen Sie bei der Hilfe für die Bevölkerung auf diese Problematik ein?

Thomas Schwartz: „Das ist eine ganz schwierige Angelegenheit, weil tatsächlich die Soldatinnen und Soldaten natürlich durch eigene Instanzen oder Institutionen, mit denen sie in Kontakt stehen und die sich um sie kümmern, auch direkte Ansprechpartner haben. Die zivilen Opfer sind aber oft alleingelassen. Da sind wir froh, dass wir wirklich ein großes kirchliches Netzwerk haben in den Pfarreien der griechisch-katholischen, aber auch der römisch-katholischen Kirchen und auch der orthodoxen Pfarreien, die nicht mit Moskau uniert oder verbunden sind. Sie alle teilen uns mit, wo Not am Mann ist. Dort versuchen wir dann, wie es uns auch wirklich möglich ist, zu helfen.

Radio Vatikan: Welches sind denn die wichtigsten Projekte, die Sie in diesen zwei Jahren Hilfe auf die Beine gestellt haben?

Thomas Schwartz: „Wir haben einerseits die Krankenhäuser verstärkt, die sich um die Opfer dieses Krieges im Militärischen, wie aber auch ganz besonders im zivilen Bereich kümmern, wir haben versucht, zerstörte Schulen wieder aufzubauen, um Kindern eine Zukunft zu geben, wir haben Tausende von Studien Stipendien für Studenten an der katholischen Universität Lviv gegeben, damit auch diese jungen Menschen an ihrer Zukunft trotz des Krieges weiterarbeiten können, und wir sind jetzt dabei, Rehabilitationsmaßnahmen zu unterstützen, um dabei zu helfen, die millionenfachen Traumatisierungen, die die Menschen in diesem Land natürlich haben, überwinden zu können, Verwundungen heilen zu können.“

„Wir wollen verhindern, dass dieser Krieg zu einem vergessenen und eingefrorenen Krieg wird“

Radio Vatikan: Sie haben das kirchliche Netzwerk in der Ukraine angesprochen, aber auch in Deutschland sind mit Renovabis und anderen Aktionen die Spender ja sehr aktiv. Wie erleben Sie die Hilfsbereitschaft in Deutschland zwei Jahre nach Kriegsausbruch?

Thomas Schwartz: „Dadurch, dass in den letzten Monaten ja auch wiederum andere Konfliktherde ins Bewusstsein gekommen sind, namentlich eben der Nahe Osten und das Heilige Land, der Gazastreifen, müssen wir immer wieder um die Aufmerksamkeit kämpfen. Auch um den Gewöhnungsfaktor, der immer mit einem solchen langwierigen Krieg und Konflikt verbunden ist, zu überwinden und das Bewusstsein dafür wachzuhalten, dass die Menschen eben noch mehr und noch andauernder Hilfe brauchen. Wir wollen verhindern, dass dieser Krieg zu einem vergessenen und eingefrorenen Krieg wird, der sozusagen geführt wird, ohne dass es uns noch bewusst ist. Wir müssen also da immer mehr und immer weiter Aufmerksamkeit zu generieren versuchen. Das gelingt uns noch, eben weil die Ukraine doch ein Land ist, das uns eigentlich nahe ist. Aber Sie haben recht, wir müssen da noch mehr tun. Und die deutsche Bevölkerung, wie viele andere, ist tatsächlich durch die Vielzahl der furchtbaren Nöte, die es in dieser Welt gibt, natürlich auch geneigt, mitunter das eine gegen das andere auszuspielen oder sich mehr um das Aktuelle zu kümmern als um das, was tatsächlich auch wesentlich ist. Und das ist im Blick auf die Freiheit Europas natürlich dieser furchtbare Krieg.“

„Ein Frieden um jeden Preis hätte in der Tat fatale Folgen“

Radio Vatikan: Selbst wenn der Krieg morgen aufhören würde, sind die Wiederaufbaukosten bereits jetzt astronomisch und eigentlich ist gar nicht abzusehen, wo das alles noch hinführt. Trotzdem sagt Renovabis: Nein, ein Frieden um jeden Preis, das darf nicht sein…

Thomas Schwartz: „Ein Frieden um jeden Preis hätte in der Tat fatale Folgen, weil er im Grunde andere Machthaber dazu einladen könnte, ihre machtpolitischen Spielchen in dieser Welt zu treiben und dann einen Frieden anzubieten, der im Grunde ein Diktat-Frieden wäre und die internationale Rechtsordnung aufheben würde. Und das Vertrauen darin, dass man sich tatsächlich an internationale Verträge halten wird, weil sie mit der Kraft auch von Sanktionen, auch im Waffenbereich und mit militärischen Hilfsmitteln dann Eingriff eingefordert werden können, dass man das verliert. Also ich glaube, Frieden ohne Gerechtigkeit, ohne Gerechtigkeit für die Opfer, für die Angegriffenen, wäre ein Zeichen der Schwäche für die ganze Welt.“

Radio Vatikan: Welchen Appell setzt Renovabis nun zu diesem traurigen 2. Jahrestag ab?

Thomas Schwartz: „Vergesst die Menschen in der Ukraine nicht. Gewöhnt euch nicht an diesen Krieg, der so viel Leid hervorruft. Gewöhnt euch nicht an das Leid vor unserer Haustür, sondern seid euch dessen bewusst, dass jede Hilfe, die ihr leistet, um den Menschen in der Ukraine Unterstützung zu gewähren, auch ein Stein für das Gebäude der Sicherheit und der Demokratie in ganz Europa ist.“ Die Fragen stellte Christine Seuss (vn 16)

 

 

 

Onkel Putins Geschichtsstunde

 

Die absurden Ausschweifungen im Interview mit Tucker Carlson sind ein PR-Desaster für den Mann im Kreml – die Selbstinszenierung bröckelt. Jakob Berding

 

Als Putin in Minute 18 seiner insgesamt halbstündigen Geschichtslektion zu erklären versuchte, wie sich aus der Herrschaft der Saporoger Kosaken im Jahre 1654 der jetzige Anspruch Russlands auf die Ukraine ableite, musste sogar Tucker Carlson kurz lachen. Zu absurd war die Geschichtsstunde des russischen Präsidenten. Aber das missglückte Interview war mehr als eine vertane PR-Chance, sondern auch ein weiterer Beweis für den Abstieg der Person Putin. Um die Tragweite dieses Auftritts zu verstehen, lohnt es sich, das Interview im Kontext einer Welt zu betrachten, die Putin über Jahrzehnte erbaut hat, in der er sich aber selbst immer weniger zurechtzufinden scheint.

Über Putins Vergangenheit und Leben abseits der Politik ist relativ wenig bekannt, er schirmt sein Privatleben rigoros von der Öffentlichkeit ab, um die Anzahl und Identität seiner Kinder ranken sich zahlreiche Gerüchte. Enthüllungen über Paläste und Reichtümer lassen schon lange an der Inszenierung des bescheidenen Staatsdieners zweifeln. Daran aber, dass Putin über viele Jahre Agent des sowjetischen Geheimdienstes KGB gewesen ist, meldete über die Jahre kaum irgendjemand Zweifel an. Zu sehr passt er in das gemeingeläufige Bild des Geheimagenten: schweigsam, berechnend, kühl. Selbst Putins ungewöhnlicher Gang ist ein Überbleibsel seiner Vergangenheit. Der KGB Walk, bei dem der rechte Arm starr an der Hüfte verweilt, sollte im Ernstfall ein schnelles Ziehen der Waffe ermöglichen.

Was sich also selbst in die Art Putins, sich zu bewegen, eingebrannt hat, wirkt bis weit in die Politik hinein. Stück für Stück hat der russische Präsident seinen Staatsapparat nach dem Vorbild des früheren Geheimdienstes umgebaut, einen Posten nach dem anderen mit ehemaligen Weggefährten besetzt. Obwohl die Auflösung des KGB bereits mehr als 30 Jahre zurückliegt, muss man mit Blick auf die Männer im innersten Regierungszirkel des Kremls feststellen: Der ehemalige Geheimdienst ist kein Staat im Staate mehr, er ist der Staat.

Diese Gruppe der in Russland als Silowiki bezeichneten Politiker mit Putin an ihrer Spitze teilen neben ihrer Macht und ihrem Reichtum vor allem eins: Sie alle wurden in jungen Jahren durch den sowjetischen Geheimdienst sozialisiert. Damit einher geht nicht nur eine bestimmte Sicht auf die Rolle, die Russland in der Welt spielen sollte, sondern auch auf die politischen Mittel, mit denen diese Rolle erreicht werden soll.

Neben den klassischen Vergiftungsfällen, Erschießungen und unerklärlichen Fensterstürzen geht es vor allem um politische Einflussnahme. Zu Ruhm brachte es die Internet Research Agency in Sankt Petersburg, besser bekannt als Trollfabrik, gegründet von Jewgeni Prigoschin, der mittlerweile nach einem gescheiterten Putschversuch selbst in einem mysteriösen Flugzeugabsturz ums Leben gekommen ist. Ihren Ruf hat sich die Trollfabrik über die Jahre hart erarbeitet. Auf sie gehen die umfangreichen Desinformations- und Manipulationsprojekte etwa im Vorfeld des Brexit-Referendums sowie der Präsidentschaftswahlen in den USA und Frankreich zurück.

Doch neben der technischen Umsetzung derartiger größer angelegter strategischer Operationen verlieh der Kreml und vor allem Putin dieser Politik auch immer eine ganz persönliche Note. Denn Putin war über Jahrzehnte die seriöse, staatsmännische Verkörperung einer Politik, die sonst eher den Eindruck eines außer Kontrolle geratenen Geheimdienstes machte als die eines normal funktionierenden Staates. Man mag den russischen Präsidenten über die Jahre womöglich als schwer zu durchschauen, vielleicht auch als ein wenig unheimlich wahrgenommen haben, doch die Inszenierung des starken Mannes im Staat, der alles unter Kontrolle und für alles einen sorgfältig durchdachten Plan hat, war über Jahre perfekt. Die Bewunderung, die viele Rechte in den USA wie auch in Deutschland für diesen Mann viele Jahre lang hegten, ist sicherlich kein Zufall.

Und ebenso ist es sicherlich kein Zufall, dass Putin mit einer bestimmten Art von Mensch, genauer gesagt Mann, immer ganz besonders gut zu können schien. Die Liste derer, die in Europa fast ein Jahr nach der Invasion der Ukraine noch Weihnachtsgrüße von Putin erhielten, spricht für sich: Schröder, Orbán, Berlusconi. Man muss sich nicht allzu weit aus dem Fenster lehnen, um hinter den Männerfreundschaften, die Putin pflegt, ein gewisses Muster zu erkennen. Doch egal mit wem, Putin schien immer viel daran gelegen zu signalisieren, wer in diesen Beziehungen die Hosen an, wer die Kontrolle hatte.

So auch in dem Interview mit Tucker Carlson, der über Jahre auf dem rechtskonservativen Fernsehsender Fox News vor einem Millionenpublikum gegen Einwanderer, Linke und den Deep State hetzte. Im Vorfeld des Interviews sendete Carlson Grüße aus Moskau und erklärte sich zum Retter des unabhängigen Journalismus. Außer ihm wolle Putin niemand die Chance geben, sich einem westlichen Publikum zu erklären. Lustigerweise widersprach der Kreml umgehend und ließ verlautbaren, man erhalte ständig Interviewanfragen westlicher Medien, man lehne nur eben ab.

Der Grund dafür, dass nun ausgerechnet Tucker Carlson eine Audienz bei Putin gewährt wurde, dürfte wohl eher in dessen gezeigter Bereitschaft liegen, Positionen des Kremls zu übernehmen, als in seiner Kompetenz als kritischer Journalist. Putin bekam also das, was man in den USA als Softball-Interview bezeichnet. Carlson kniff zwar über weite Strecken des Interviews kritisch die Augen zusammen, hielt es aber auch dann nicht für nötig nachzuhaken, als Putin in seiner Geschichtsstunde Polen zum Hauptverantwortlichen des Zweiten Weltkriegs erklärte.

Putin hatte zwei volle Stunden zu seiner freien Verfügung, um ungefiltert zur amerikanischen Bevölkerung und vor allem zur ihm ohnehin wohlgesonnenen Trump-Anhängerschaft zu sprechen. Diese aber ist von Fox News schnelle Schnitte, starke Emotionen und leicht zu merkende Slogans gewohnt: Stop the Steal, Build the Wall, Make America Great Again. Und was macht Putin? Hält einen 30-minütigen Sermon über mittelalterliche Völkerwanderungen und neuzeitliche Königreiche, von denen 90 Prozent der Adressaten noch nie etwas gehört haben dürfte. Stellen Sie sich einmal vor, Sie hätten zwei Stunden Zeit, um auf einem der Propagandakanäle des Kremls zur russischen Bevölkerung zu sprechen. Würden Sie ihre Einlassungen mit der Eroberung des Langobardenreichs durch Karl den Großen 774 nach Christus beginnen, um die Position des Westens im Ukrainekrieg zu erklären?

Und damit kommen wir auf die kurze, aber vielsagende Reaktion Tucker Carlsons während des Interviews mit Putin zurück, in dem dieser den Impuls, über die absurden Ausführungen Putins zu lachen, nicht unterdrücken konnte. Denn sie zeigt Risse in der jahrzehntelang erfolgreichen Inszenierung Putins, der, auch wenn er sich in seiner Gestik und seinem Ton noch so sehr bemühte, Autorität zu vermitteln, nicht mehr viel mit dem kühlen, aber planvollen Strategen der letzten Jahrzehnte gemein hatte. Statt das Geschenk Carlsons anzunehmen, wurde er Opfer seiner eigenen Eitelkeit und konnte der Versuchung nicht widerstehen, dem „dummen Amerikaner“ eine russische Geschichtslektion zu erteilen. Dass Putin glaubte, seiner Geschichtsinterpretation Nachdruck verleihen zu können, indem er Carlson stolz einen grauen Ordner mit kopierten Dokumenten aus dem 17. Jahrhundert präsentierte, zeigt auch, wie wenig Einfluss Putins Berater offenbar noch auf den russischen Präsidenten haben.

Putin kann auch Opfer seiner Gier werden, das hat er mit der Invasion der Ukraine bewiesen. Sei es nun die Gier nach Ruhm – durch den Krieg in einer Reihe mit den großen Zaren des russischen Kaiserreichs in die Geschichtsbücher einzugehen – oder die Gier danach, Zugriff auf die umfangreichen Ressourcen der Ukraine zu erhalten. Und auch in seiner De-facto-Kriegserklärung an die Ukraine im Februar 2022, als er mit wütendem Blick die militärische Spezialoperation ausrief und sich dabei mit beiden Händen an seinem Schreibtisch festklammern musste, hatte er weder das Bild eines zufriedenen noch das eines emotional stabilen Menschen gezeichnet.

Kurzum: Putin ist mittlerweile selbst zu einem der egogetriebenen Männer geworden, die er so lange nach allen Regeln der Kunst des KGB zu manipulieren wusste. Nach Jahrzehnten, umgeben von Ja-Sagern, fällt es ihm offensichtlich immer schwerer, sein eigenes Ego hinter strategisch-politische Überlegungen zurückzustellen. Dass selbst ein eitler Polit-Clown wie Carlson nach dem Interview auf X mitteilte, er sei von den Erzählungen Putins genervt gewesen, sollte ihm zu denken geben. Für Putin heißt es in Zukunft, sich in Acht zu nehmen. Alle, die er um sich geschart und in ihre heutigen Machtpositionen gehievt hat, haben dieselben Lehrbücher studiert und in denselben Seminaren gesessen. Sie werden Schwäche erkennen, wenn sie welche sehen. IPG 16

 

 

 

Armut, Hunger, Klimawandel. Kritik an Kürzung des Entwicklungsbudgets hält an

 

Die weltweite Armuts- und Hungerkrise ist größer als je zuvor. Dennoch hat die Bundesregierung für 2024 Kürzungen bei der humanitären Hilfe und der Entwicklungszusammenarbeit mit den Ländern des Südens beschlossen. Frühere Spitzenpolitiker fordern eine Umkehr.

Eine Gruppe früherer Bundespolitiker aus verschiedenen Parteien warnt die Bundesregierung vor einer einseitigen Fokussierung auf Militärausgaben und weiteren Kürzungen bei der Entwicklungshilfe. „Sicherheit in Deutschland und der Welt beruht neben Investitionen in die Verteidigungsfähigkeit genauso auf Investitionen in die globale Entwicklung“, heißt es in dem am Donnerstag veröffentlichten Appell, der unter anderem vom frühen Bundespräsidenten Horst Köhler und den beiden ehemaligen Entwicklungsministern Heidemarie Wieczorek-Zeul (SPD) und Gerd Müller (CSU) unterzeichnet wurde.

Der Aufruf, über den zunächst der „Spiegel berichtet hatte, erfolgt anlässlich der am Freitag beginnenden Münchner Sicherheitskonferenz und wurde von der Entwicklungsorganisation One initiiert. „Armut, Hunger und der Klimawandel müssen aktiv bekämpft und mehr Mittel in Bildung und Gesundheit investiert werden, insbesondere in Ländern des Globalen Südens“, mahnten die Beteiligten die Ampel-Regierung. Deutschland spiele dabei eine Schlüsselrolle und müsse weiter seine internationale Verantwortung wahrnehmen.

Entwicklungsministerin Schulze begrüßt Initiative

Bundesentwicklungsministerin Svenja Schulze (SPD) begrüßte die Initiative. Gerade jetzt, wo die Entwicklungspolitik von rechts angegriffen werde, sei der Grundkonsens unter den demokratischen Parteien wichtig: „Unser Engagement ist Ausdruck globaler Verantwortung UND Basis für Sicherheit und Wohlstand in Deutschland“, erklärte sie im Internetdienst X (vormals Twitter). Sie bedankte sich bei allen, „die mit mir dafür kämpfen“.

Zu den Unterzeichnerinnen und Unterzeichnern gehören neben Köhler, Wieczorek-Zeul und Müller der einstige Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU), die frühere Verteidigungsministerin Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU) und Ex-Außenminister Sigmar Gabriel (SPD). Auch der Vorsitzende der Münchner Sicherheitskonferenz, Christoph Heusgen, und die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, haben sich dem Vorstoß angeschlossen.

Initiative fordert Aufstockung des Entwicklungsbudgets

Die Unterzeichnerinnen und Unterzeichner fordern, die bei den Vereinten Nationen vereinbarte ODA-Quote einzuhalten. Sie sieht Ausgaben für Entwicklungshilfe in Höhe von 0,7 Prozent der Wirtschaftsleistung vor. „Wir fordern eine Rückkehr zum 0,7-Prozent-Ziel und eine Aufstockung des Entwicklungsbudgets“, heißt es im Aufruf. Andernfalls drohten Rückschritte, die weltweit Menschenleben und Wohlstand gefährdeten.

Trotz gravierender Krisen und steigendem Hunger weltweit hat die Ampel-Regierung bei der humanitären Hilfe und der Entwicklungszusammenarbeit für 2024 deutliche Einschnitte beschlossen. Allein das Entwicklungsministerium soll in diesem Jahr rund eine Milliarde Euro weniger bekommen als 2023, etwa 11,2 Milliarden Euro. Die für die humanitäre Hilfe eingeplanten Mittel betragen etwas mehr als 2,2 Milliarden Euro, rund 500 Millionen Euro weniger als 2023. Zugleich sind die Ausgaben für Verteidigung zuletzt deutlich gestiegen.

(epd/mig 16)

 

 

 

 

„Die Hamas zu vernichten, ist kein realisierbares Ziel“

 

Der palästinensische Außenminister Riyad al-Maliki über die Vertreibung aus Gaza, Israels Kriegsziele und einen möglichen Waffenstillstand.

Die Fragen stellte Alexander Isele.

 

Vier Monate nach Beginn des Gaza-Krieges hat Israel eine Bodenoffensive in der Stadt Rafah angekündigt. Die deutsche Außenministerin Annalena Baerbock warnt eindringlich und bezeichnet die drohenden Angriffe als humanitäre Katastrophe. Wie beurteilen Sie die aktuelle Lage im Gazastreifen?

Ich bin mit Annalena Baerbock der Meinung, dass die Situation katastrophal ist – ja, mehr als katastrophal. Bislang üben die Länder sich in Zurückhaltung und scheuen sich, das, was seit über 130 Tagen in Gaza passiert und aus unserer Sicht ein Völkermord ist, beim Namen zu nennen. Der Angriff auf Rafah wird den Beweis liefern, dass hier ein Genozid stattfindet. Am Sonntag hat die israelische Armee bei dem Versuch, zwei Geiseln zu befreien, an einem Tag 126 Palästinenser getötet, die meisten davon Kinder und Frauen. Allein in Rafah wurden mehr als 200 Menschen verletzt und 50 Ziele unter Beschuss genommen. Es ist ganz offensichtlich, dass Israel seine völkerrechtlichen Verpflichtungen nicht erfüllt und Verbrechen aller Art verübt, um seine Ziele zu erreichen. Die Situation weitet sich zu einer humanitären Katastrophe aus, die die Welt am Fernsehschirm live miterleben kann. Es ist sehr wichtig, dass die Länder nicht nur Stellungnahmen abgeben, sondern aktiv werden. Durch Stellungnahmen werden die unschuldigen Menschen in Gaza die Sicherheit und den Schutz, den sie dringendst brauchen, nicht bekommen.

Während die Welt auf Gaza schaut, gerät das Westjordanland aus dem Blickfeld. Wie ist dort die Lage?

Im Westjordanland terrorisieren die Besatzungstruppen, die israelische Armee und bewaffnete Siedlergruppen die Zivilbevölkerung und verüben Verbrechen verschiedenster Art. Sie nutzen aus, dass die Aufmerksamkeit der Weltöffentlichkeit sich auf Gaza fokussiert. Gewalttaten sind an der Tagesordnung: Grund und Boden werden beschlagnahmt, Häuser zerstört, Bäume entwurzelt, Unschuldige getötet und Familien oder Schulkinder terrorisiert. Bei diesen Verbrechen arbeiten Soldaten und Siedler nahtlos Hand in Hand: Die Soldaten sind stets zur Stelle, um einzugreifen und die Siedler vor den Reaktionen der einheimischen Palästinenser zu schützen. Am Ende sind es immer die Palästinenser, die Schläge einstecken oder inhaftiert werden oder deren Hab und Gut konfisziert wird. Das muss aufhören. Jede Reaktion der internationalen Gemeinschaft muss auch die Situation im Westjordanland thematisieren.

Israels erklärtes Ziel ist die Vernichtung der Hamas. Was bleibt Israel anderes übrig nach den Massakern vom 7. Oktober?

Es gibt erklärte Ziele, und es gibt unausgesprochene Ziele. Israels erklärte Ziele sind nicht zu erreichen. In den ersten Tagen sprachen die Israelis davon, dass sie die Hamas auslöschen werden. Später war davon die Rede, die Hamas solle handlungsunfähig gemacht werden. Inzwischen heißt es, die Hamas solle entwaffnet werden. Die Hamas zu vernichten, ist kein realisierbares Ziel. Die Geiseln lebend zu befreien, auch nicht. Das weiß Israel auch.

Die unausgesprochenen Ziele hingegen – Gaza unbewohnbar zu machen, die Palästinenser mit Gewalt aus Gaza zu vertreiben, die palästinensische Bevölkerung und insbesondere Kinder und Frauen massenhaft zu töten, den totalen Zusammenbruch der öffentlichen Versorgung, des Gesundheits- und des Bildungswesens herbeizuführen – hat die israelische Armee schon in den ersten Monaten erreicht. Trotzdem führt sie weiter Krieg.

Das bedeutet, dass die Hamas auch weiterhin ein politischer Akteur bleiben wird. Wie schätzen Sie die Zukunft der autonomen palästinensischen Regierung ein? Werden Fatah und Hamas über eine Technokratenregierung verhandeln? 

Zwischen Westjordanland und Gaza gibt es keinen Unterschied, die Palästinenserbehörde ist für beide Gebiete verantwortlich. Wir als Palästinenserbehörde sind zu keinerlei Gesprächen bereit, solange der Krieg nicht zu Ende ist und es keinen dauerhaften Waffenstillstand gibt. Erst danach können wir darüber sprechen, wie wir die Versorgung wiederaufnehmen und unser Personal in Gaza mobilisieren. Damit wir unsere Verantwortung als Regierungsbehörde in Gaza wieder wahrnehmen und daran denken können, die Versorgungsleistungen, auf die die Menschen am dringendsten angewiesen sind, allmählich wieder anlaufen lassen, kommt es entscheidend darauf an, dass die internationale Gemeinschaft Druck aufbaut und auf einen Waffenstillstand und auf die Beendigung des Krieges drängt.

Wie könnte eine sichere Nachkriegsordnung für Gaza aussehen? Und wie kann die Hamas kontrolliert werden?

Das ist ein Punkt, bei dem wir gesprächsbereit sind – unter der Prämisse, dass die Palästinensische Autonomiebehörde die uneingeschränkte Entscheidungsgewalt nicht nur über die Versorgung der Bevölkerung hat, sondern auch für die Herstellung sicherer Verhältnisse. Natürlich müssen wir die Kapazitäten erst neu aufbauen und Leute ausbilden und schulen. Dafür sind wir auf Unterstützung aus vielen Ländern angewiesen. In der Frage, wie das geschehen kann, sind wir offen. Vielleicht wird es eine Übergangsphase brauchen, bevor wir in der Lage sind, die Verantwortung für die Sicherheit voll zu übernehmen, aber am Ende muss die Palästinenserbehörde in Kontrolle sein. Die Palästinenserbehörde ist die einzige Repräsentantin der Menschen in Gaza und im Westjordanland.

Was brauchen Sie von Ihren internationalen Partnern in der arabischen Welt und im Westen?

Von der arabischen Welt benötigen wir politische und finanzielle Unterstützung beim Wiederaufbau nach dem Krieg. Die arabischen Länder und insbesondere die Golfstaaten stehen zu ihrer Verantwortung. Doch neben einem „Marshallplan“ für Gaza braucht es noch etwas anderes: eine gemeinsame Zukunftsvision. Wir arbeiten eng mit den Arabern zusammen, koordinieren uns mit ihnen und suchen nach einer Möglichkeit, wie wir ausgehend von der jetzigen Situation dorthin gelangen, wo wir mit der ganzen Region in der Zukunft hingelangen wollen. Die arabischen Staaten können ihren Einfluss geltend machen, um eine solche politische Vision den USA und der EU zu vermitteln – und die Vereinigten Staaten und die Europäer können daraufhin bei den Israelis darauf hinwirken, dass sie mit uns über die Zukunft reden. IPG 16

 

 

 

Hessen. Vier Jahre nach dem Attentat von Hanau

 

„Auch vier Jahre nach dem Attentat von Hanau sind keine personellen, sachlichen und strukturellen Konsequenzen gezogen worden. Aufgabe der neuen Landesregierung ist es, diesen Missstand umgehend zu beheben.“

 

Am 19. Februar 2024 jährt sich das rassistisch motivierte Attentat auf neun Menschen in Hanau zum vierten Mal. Im Dezember 2023 wurde das Ergebnis des parlamentarischen Untersuchungsausschusses präsentiert. Dazu erklärt Enis Gülegen, agah-Vorsitzender:

 

„Bis heute erschüttert das Leid, das ein einzelner Mensch so erbarmungslos neun unschuldigen Menschen und ihren Angehörigen zugefügt hat. Es ist das Verdienst der vielen engagierten Menschen der „Initiative 19. Februar“, dass bis heute ihre Namen nicht vergessen sind. Es ist das Verdienst der Angehörigen, dass der parlamentarische Untersuchungsausschuss der Perspektive der Opfer große Beachtung eingeräumt hat.“

 

Die Ergebnisse des Untersuchungsausschusses haben gezeigt, dass neben persönlichem Versagen, auch die Strukturen der Behörden und der gesellschaftlich verankerte Rassismus die Tat in der Form ermöglichten.

 

„Angesichts einer erstarkenden rassistischen und völkischen Bewegung ist es heute notwendiger denn je, unsere Demokratie gegen ihre Feinde zu verteidigen. Auch vier Jahre nach dem Attentat von Hanau sind keine personellen, sachlichen und strukturellen Konsequenzen gezogen worden. Aufgabe der neuen Landesregierung ist es, diesen Missstand umgehend zu beheben,“ so Gülegen weiter.

 

„Heute aber ist der Tag des Erinnerns - an Gökhan Gültekin, Sedat Gürbüz, Said Nesar Hashemi, Mercedes Kierpacz, Hamza Kurtovi?, Vili Viorel P?un, Fatih Saraço?lu, Ferhat Unvar und Kaloyan Velkov. Unsere Gedanken und unser Mitgefühl sind bei ihren Angehörigen. Wir werden nicht nachlassen ihrer gerechten Sache zu dienen, damit sich so eine Tat niemals wiederholt“ so Gülegen abschließend. Agah 16

 

 

 

 

Nicht nur Kreuzchen setzen. Wie Migranten politisch mitmischen können

 

Mehr als vier Millionen Menschen in Baden-Württemberg haben eine Migrationsgeschichte. Doch in den Gemeinderäten spiegelt sich das kaum wider. Vor den Kommunalwahlen wollen Migrantenvertreter gezielt werben. Von Marco Partner

Fehlendes Wahlrecht für Nicht-EU-Bürger, wenig Mitbestimmung und politische Teilhabe auf kommunaler Ebene: Menschen mit Einwanderungsgeschichte sind in deutschen Rathäusern stark unterrepräsentiert. Mit der Gründung einer Politischen Akademie für Menschen mit (familiärem) Migrationshintergrund möchte man in Heidelberg zu mehr Vielfalt und Partizipation animieren. Tatsächlich kandidieren nun zwei Teilnehmer für die Kommunalwahl im Juni. Und doch ist das Pilotprojekt nur ein erster Schritt.

Die Quizfrage, die Jaswinder Pal Rath stellt, hat es in sich: „Wie viele Oberbürgermeister mit Migrationshintergrund gibt es?“, möchte der Vorsitzende des Heidelberger Migrationsbeirats wissen. Es sind nur vier, bezogen auf ganz Deutschland. „Das wissen viele nicht, egal ob sie eine Migrationsgeschichte haben oder nicht“, zeigt er auf, und landet schon bei der Intention der Politischen Akademie, die viel Aufklärung, aber noch mehr Aufarbeitung beinhaltet.

Mehr als jeder dritte Mensch im Südwesten hat Migrationsgeschichte

Auch der Landesverband der kommunalen Migrantenvertretungen Baden-Württemberg hatte beklagt, dass in den Kommunalparlamenten zu wenige Menschen mit Migrationshintergrund säßen. Integrationsbeiräte in Städten und Gemeinden sollten vor den Kommunalwahlen am 9. Juni sichtbarer werden und gezielt andere Menschen mit Migrationshintergrund ansprechen. Laut dem Statistischen Landesamt lebten im Jahr 2022 rund 4,1 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund in Baden-Württemberg – mehr als ein Drittel der Bevölkerung.

In Heidelberg kamen bei den ersten Workshops im Herbst 2023 rund 30 Teilnehmer zusammen, um für Politik vor Ort sensibilisiert zu werden. Migranten der ersten, zweiten oder dritten Generation. Es ging etwa um die Fragen: Wie funktioniert das kommunale Wahlrecht, wie sieht Lokalpolitik im Alltag aus? Welche Entscheidungen werden überhaupt in Heidelberg getroffen – und von wem? Sitzungen der Ausschüsse und des Gemeinderats wurden besucht und ein möglichst praxisnahes Demokratieverständnis aufgebaut.

Der Anstoß für das Projekt kam aus den Gemeinderatsfraktionen, die erkannten, dass in ihren Parteien kaum Menschen mit Migrationsgeschichte vertreten sind. „Wir wollen Zugänge schaffen und zur politischen Teilhabe ermutigen“, erläutert der Leiter des Amtes für Chancengleichheit, Danijel Cubelic. „Es gibt nicht nur die Möglichkeit zu wählen, sondern auch gewählt zu werden.“

Aber auch jene, die nicht wählen dürfen, sollen nicht außen vor bleiben. „Wir wollen aufzeigen, wie sie dennoch Entscheidungsprozesse mit beeinflussen können“, sagt Cubelic. Das betreffe vor allem die Politik der kleinen Dinge wie ein Mitspracherecht bei der Gestaltung des Spielplatzes vor der Haustür. Die Verwaltung lerne dabei, dass sie oft Mitursache für eine politische Zurückhaltung ist.

Sozialbürgermeisterin froh über Gespräche mit statt über Migranten

Wenn Sahar Marzieh Beheshti das Wort Ausländerbehörde hört, wird sie emotional: „Das war immer ein schwerer Schritt. Es war ein Ort, an dem ich mich sehr diskriminiert gefühlt habe“, sagt die 39-Jährige. „Alle zwölf Monate musste ich da hin und bin mit Ärger wieder rausgekommen.“ Seit 2009 lebt die Iranerin in Deutschland, inzwischen hat sie die deutsche Staatsbürgerschaft und das Wahlrecht.

Als Teilnehmerin der Akademie lernte sie die Behörden von einer anderen Seite kennen. „Wenn man wie ich als Erwachsene migriert, ist es wichtig, die Grundlagen kennenzulernen, die Strukturen zu verstehen. Viele wissen nicht, an wen sie sich überhaupt wenden sollen, etwa bei Erfahrungen auf dem Wohnungsmarkt. Wie und wo melde ich Diskriminierung?“, betont sie. Das führe zu Frust, aber auch zu Resignation. Die Workshops seien ein geschützter Rahmen gewesen, um auch mal „dumme Fragen“ zu stellen. „Jetzt weiß ich mehr und kann Multiplikator sein. Nicht für alle Migranten, aber jeder hat seine Bubble.“

Sozialbürgermeisterin Stefanie Jansen (SPD) ist dankbar für die Kritik: „Wir, die wir nicht euer Leben haben, glauben die Welt sei in Ordnung. Für uns ist sie das auch, wir sehen bestimmte Probleme – aber nicht unbedingt die, die ihr seht.“ Daher sei es wichtig, „dass möglichst viele Perspektiven und Erlebenshintergründe Eingang in die Politik finden“. Sie sei froh, dass nicht länger über, sondern mit Migranten gesprochen werde.

„Politische Partizipation bedeutet mehr, als alle vier Jahre Kreuzchen machen“

Teilnehmerin Sara Tot wird nun sogar für die Linken kandidieren. Obwohl sie diesen „Erfolg“ nicht unbedingt der Akademie zuschreiben möchte. Die Einführungskurse habe die 29-Jährige eher als von „oben herab“ empfunden. „Nur weil ich einen Migrationshintergrund habe, muss ich nicht erklärt bekommen, was Politik ist“, macht sie klar. So habe man einen Großteil, vor allem Migranten der ersten Generation verloren. Lediglich junge, gebildete Frauen seien geblieben. „Es ging viel um Zahlen und Fakten. Ich dachte, es geht konkret um den Zugang zu Initiativen, darum Engagement zu wecken“, kritisiert sie.

Als Fünfjährige floh sie mit ihrer Großmutter und Tante wegen des Jugoslawienkriegs nach Deutschland. An ihrem Gymnasium im Allgäu gewann sie Politikpreise. Ihre Wahlerlaubnis aber entschied sich erst zu ihrem 18. Geburtstag mit der Einbürgerung. „Ich war so wütend“, blickt sie zurück. „Ich dachte: Was, wenn Bundestagswahlen sind und ich nicht wählen darf, nur weil ich am falschen Ort geboren wurde? Da könnte ich jetzt noch ausrasten.“

Im Migrationsbeirat sitzen immer noch viele Mitglieder ohne Wahlrecht. „Das ist bitter, aber sie sind dennoch kommunalpolitisch aktiver als ich es je war“, sagt Tot. „Sie haben eine Vorbildfunktion, die kaum wahrgenommen wird. Politische Partizipation bedeutet mehr, als alle vier Jahre ein Kreuzchen machen“, hat sie an der Akademie gelernt.

Doch wo das Kreuz gemacht wird, ist für Jaswinder Pal Rath ein markanter Richtungsweiser: „Ich hoffe, nicht nur bei Müller, sondern auch bei Ahmed.“ Politische Partizipation könne nicht einseitig funktionieren, sondern setze gegenseitiges Vertrauen voraus. (dpa/mig 16)