Webgiornale,
maggio 2026
Ridisegnare il medioriente. La strategia di Netanyahu
Molti osservatori
hanno sottolineato il ruolo di Netanyahu nell’aver scatenato l’ondata di
violenze che sta travolgendo il Medio Oriente. A 76 anni, il primo ministro
israeliano più longevo si trova a fare i conti con la propria eredità politica.
Da quando è salito al potere trent’anni fa, ha trascorso più della metà di quel
tempo in carica, riuscendo ripetutamente a sopravvivere alla politica
israeliana, spesso conflittuale, e rimodellando al contempo il Paese come
entità politica.
Più che una
questione di sopravvivenza politica, la guerra attuale rappresenta il culmine
di un lungo percorso che Netanyahu ha tracciato nel corso della sua vita
politica. Tre dimensioni sono alla base di questa traiettoria.
Dimensioni della
strategia di Netanyahu
In primo luogo, la
sua preferenza per la coercizione rispetto a un vero negoziato e la sua
disponibilità a sfruttare la potenza militare statunitense per affrontare le
minacce regionali percepite.
In secondo luogo,
la sua capacità di manovrare dall’interno la politica americana, culminata
nell’intesa raggiunta con Donald Trump, che è alla base della guerra.
In terzo luogo, il
perseguimento di tre obiettivi interconnessi: impedire la creazione di uno
Stato palestinese; eliminare la minaccia strategica regionale rappresentata
dall’Iran e dai suoi alleati; e normalizzare le relazioni con gli Stati arabi.
La carriera
politica di Netanyahu è stata caratterizzata dalla resistenza a compromessi
significativi, contraddistinta da un mix di pressioni, manovre tattiche e
repentini dietrofront.
Sebbene abbia
firmato accordi con i palestinesi, come il Protocollo di Hebron del 1997 e il
Memorandum di Wye River del 1998 – entrambi durante il suo primo mandato come
primo ministro –, si è trattato di mosse tattiche volte a fare apparenti
concessioni, rafforzando al contempo il controllo israeliano sulla
Cisgiordania.
Le sue azioni
negli ultimi trent’anni documentano in modo inequivocabile la sua sistematica
opposizione alla creazione di uno Stato palestinese. In qualità di leader
dell’opposizione, quando il primo ministro Yitzhak Rabin portò avanti gli
Accordi di Oslo, Netanyahu mobilitò le forze di destra contro il processo di
pace, contribuendo al clima politico teso in cui Rabin fu infine assassinato
nel 1995. Un decennio dopo, si dimise dalla carica di ministro delle Finanze
nel governo di Ariel Sharon per protestare contro il ritiro di Israele da Gaza.
In seguito alla guerra civile che ha contrapposto Fatah a Hamas, ha
intensificato la sua politica di interlocuzione con quest’ultimo, volta a
indebolire l’Autorità Palestinese e a minare le prospettive di uno Stato palestinese.
Relazioni con gli
Usa e pressioni regionali
Inoltre, su
questioni regionali chiave, Netanyahu ha mostrato propensione verso soluzioni
radicali sotto l’ombrello della sicurezza americana e ha cercato di spingere
Washington verso azioni volte a eliminare gli avversari di Israele. Un esempio
chiave è il suo sostegno all’intervento americano in Iraq, come esemplificato
nel suo editoriale del 2002 sul Wall Street Journal, “The Case for Toppling
Saddam” (I motivi per rovesciare Saddam). Il suo sostegno alla campagna di
“massima pressione” lanciata da Donald Trump nel 2018 rientra nello stesso
schema.
Gli Stati Uniti
sono stati il partner strategico di Israele sin dai primi anni della sua
storia, ma l’esperienza personale di Netanyahu gli ha permesso di acquisire una
comprensione particolarmente approfondita dei meccanismi del sistema politico
statunitense. In totale, ha vissuto quasi vent’anni nel Paese, da alcuni
periodi della sua infanzia fino al suo incarico come vice capo missione di
Israele a Washington e ambasciatore presso le Nazioni Unite.
Tale conoscenza
gli ha permesso di trarre vantaggio dalla polarizzazione politica statunitense,
provocando regolarmente le amministrazioni democratiche e sfruttando i profondi
legami con il Partito Repubblicano. I suoi discorsi del 2015 e del 2024 al Congresso
a maggioranza repubblicana – è il leader straniero che si è rivolto più volte
al Congresso, superando Winston Churchill – sono avvenuti entrambi in un clima
di forte tensione con le amministrazioni Obama e Biden. Tali passate
controversie con i presidenti democratici hanno certamente aiutato Netanyahu a
guadagnarsi i favori di Donald Trump.
Il rapporto di
Netanyahu con quest’ultimo – è di gran lunga il leader straniero che ha
incontrato più spesso durante il suo secondo mandato, con sette incontri –
segna quindi il culmine di uno sforzo decennale volto a plasmare la politica
statunitense in Medio Oriente.
Influenza su Trump
e obiettivi strategici
Ma il modo in cui
Netanyahu ha persuaso Trump a impegnarsi in un intervento militare merita
un’attenta analisi, poiché Trump è senza dubbio il presidente che ha esercitato
la maggiore capacità di pressione su Israele. Inoltre, il presidente americano
ha denunciato le guerre senza fine, ha espresso la preferenza per un negoziato
con l’Iran e ha perseguito una politica estera “America First”.
Eppure Trump sta
conducendo una guerra in cui lui e la sua amministrazione si schierano
apertamente con Israele, affermando che la nuova leadership iraniana dovrebbe
“trattare bene gli Stati Uniti e Israele” e dicendo che deciderà insieme a
Netanyahu quando la guerra finirà.
Questo cambiamento
può essere interpretato come il risultato delle manovre di Netanyahu, grazie
alle quali egli ha saputo sfruttare due dinamiche fondamentali che hanno
plasmato il secondo mandato di Trump.
Una caratteristica
degna di nota del discorso inaugurale di Trump è stata il suo tono religioso:
ricordando l’attentato a cui era sopravvissuto durante la campagna elettorale,
ha dichiarato di essere stato «salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America».
Questa affermazione trasmetteva un senso di missione più ampio che avrebbe
permeato la sua presidenza. In questo contesto, Israele – una questione
simbolicamente potente nella politica statunitense – e l’Iran, associati sia
nella mente del presidente che nella psiche americana a un senso di umiliazione
nazionale sin dalla crisi degli ostaggi del 1979-1981 (e dalla fallita missione
di salvataggio), hanno offerto a Trump due terreni su cui dare seguito a quanto
aveva promesso nel suo discorso inaugurale: che la sua elezione sarebbe stata
«la più grande e significativa elezione della storia” degli Stati Uniti,
suscitando rispetto in tutto il mondo.
Un secondo
elemento è una rinnovata tendenza all’espansionismo americano, strettamente
legata alla ricerca di risorse naturali, unita a una forte fiducia nella
potenza militare statunitense come strumento efficace di politica estera.
L’intervento in Venezuela ha mostrato questa logica nella pratica:
un’operazione rapida ha rimosso un leader ostile e insediato un governo più
favorevole agli interessi statunitensi, in particolare nel settore petrolifero,
senza smantellare il regime né impegnarsi nella ricostruzione del Paese. Lo
stesso Trump ha indicato l’episodio venezuelano come un possibile modello per
affrontare la futura leadership iraniana nel dopoguerra.
Obiettivi
convercenti di Netanyahu
La guerra in corso
in Medio Oriente ha coinvolto più di una dozzina di paesi, causando migliaia di
vittime e costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dalla più
intensa campagna aerea degli ultimi decenni. Dalle ceneri di questa conflagrazione,
Netanyahu cerca di ridisegnare il Medio Oriente sulla base di tre obiettivi
convergenti.
Il primo riguarda
l’eliminazione dell’idea di uno Stato palestinese – un obiettivo per il quale
la guerra in corso, il consolidamento dell’alleanza con gli Stati Uniti e il
sostegno di altri paesi occidentali offrono una copertura diretta. Nei
territori palestinesi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti
umani ha descritto le misure e gli atti di violenza contro i civili come
«motivo di preoccupazione per una possibile pulizia etnica». In Cisgiordania,
una risoluzione della Knesset del luglio 2025 e due disegni di legge
dell’ottobre 2025 a sostegno dell’annessione del territorio sono stati seguiti
da una decisione del gabinetto di sicurezza del febbraio 2026 che ha modificato
le norme in materia di edilizia e proprietà terriera a favore dei coloni,
indicando un processo in atto di annessione strisciante.
Il secondo
riguarda la graduale escalation contro l’«Asse della Resistenza» guidato
dall’Iran, di cui l’attuale guerra rappresenta il culmine. Avvalendosi di una
chiara superiorità in termini di intelligence, tecnologia e forza aerea
rispetto ai propri avversari, Netanyahu ha progressivamente modificato le
regole d’ingaggio con questa coalizione, superando successive soglie operative
e psicologiche. L’attacco dell’aprile 2024 al consolato iraniano a Damasco ha
segnato l’inizio di una campagna che si è presto estesa agli omicidi mirati di
personalità di spicco – tra cui il leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran
(luglio) – nonché agli attacchi diretti di Israele sul territorio iraniano
nell’ottobre 2024 e, infine, alla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.
La terza e ultima
dinamica riguarda la normalizzazione con gli Stati arabi, primo fra tutti
l’Arabia Saudita. Negli ambienti israeliani è stata espressa la speranza che
l’attuale guerra possa incentivare gli Stati della regione a cercare una più
stretta cooperazione con Israele, nel tentativo di protegtersi dai missili
iraniani e di valutare possibili ritorsioni. Ciò, a sua volta, favorirebbe
l’allineamento tra Israele e gli Stati del Golfo, contribuirebbe a rompere
l’isolamento di Israele nella regione e oltre, e rilancerebbe gli Accordi di
Abramo.
Conclusione:
eredità e pace impossibile
In conclusione,
l’attuale deflagrazione dovrebbe essere interpretata, in parte, come il
tentativo di Netanyahu di assicurarsi un posto tra le figure più influenti
della storia del movimento sionista, al fianco del suo fondatore, Theodor
Herzl, e del primo Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion. Di fronte alla
resistenza degli Stati della regione, resta da vedere se i tre obiettivi sopra
elencati saranno raggiunti, garantendo così il dominio di Israele e degli Stati
Uniti nella regione per gli anni a venire. In mezzo a tali grandi manovre,
umiliazione e “morte e distruzione”, la pace rimane improbabile. Akram Zaoui,
AffInt 21
In Germania servizio militare anche per gli italiani con doppia
cittadinanza
Registrazione
obbligatoria per i giovani con cittadinanza tedesca, servizio volontario ma
nuove regole che riguardano anche molti figli di famiglie italiane residenti
nel Paese - di Licia Linardi
Dal 1° gennaio
2026 la Germania introduce ufficialmente il nuovo modello di servizio militare
voluto dal ministro della Difesa Boris Pistorius. Non si tratta del ritorno
della leva obbligatoria, ma di una riforma che cambia comunque il rapporto tra
Stato e giovani cittadini; il servizio resta volontario, ma viene reintrodotto
un sistema strutturato di registrazione, valutazione e possibile impiego delle
nuove generazioni in ambito difensivo.
La riforma nasce
in risposta alla nuova situazione di sicurezza europea dopo la guerra in
Ucraina e punta a rafforzare la Bundeswehr sia sul piano delle forze attive sia
su quello della riserva. Il Parlamento federale ha approvato la legge il 5
dicembre 2025 e il Bundesrat il 19 dicembre, con entrata in vigore fissata al
1° gennaio 2026.
Tutti i giovani
riceveranno al compimento dei 18 anni una comunicazione ufficiale con QR-Code
che rimanda a un questionario online. La compilazione è obbligatoria per i nati
dal 2008 in poi, mentre resta facoltativa per donne e persone di altro genere.
Nel questionario vengono richiesti dati personali, titoli di studio,
qualifiche, disponibilità e informazioni utili a valutare l’idoneità al
servizio. Successivamente, alcuni candidati potranno essere convocati per un
colloquio di selezione o per la visita medica di idoneità.
Il nuovo sistema
prevede diverse forme di servizio. Da un minimo di sei mesi fino a undici mesi
di impegno volontario, oppure, a partire dai dodici mesi, lo status di soldato
a tempo determinato, con migliori condizioni salariali e previdenziali. Lo stipendio
iniziale è fissato ad almeno 2.600 euro mensili. In caso di permanenza più
lunga, il servizio può arrivare fino a 25 anni e offrire una carriera militare
completa. Tutti i partecipanti entrano inoltre automaticamente nella riserva,
rafforzando la capacità di mobilitazione futura della Bundeswehr.
Uno degli aspetti
più rilevanti per le comunità straniere, e in particolare per gli italiani in
Germania, riguarda la doppia cittadinanza. Il sistema si basa infatti sulla
cittadinanza tedesca, chi la possiede, anche insieme a quella italiana, rientra
pienamente nel sistema di registrazione. Molti giovani figli di famiglie
italiane nati o cresciuti in Germania saranno quindi coinvolti direttamente,
riceveranno la comunicazione e saranno obbligati a compilare il questionario.
Non è previsto alcun ricorso preventivo per evitare l’invio della richiesta.
Un elemento
particolarmente significativo riguarda la dimensione della cittadinanza
multipla. Secondo il Zensus 2022, in Germania vivono circa 6,1 milioni di
persone con più cittadinanze, una realtà sempre più diffusa nel Paese. In
questo contesto, la normativa chiarisce anche il principio giuridico di
riferimento: „…non è la seconda cittadinanza a determinare gli obblighi, ma il
luogo di residenza principale e il centro della vita della persona“. In base al
cosiddetto Europaratsübereinkommen, una persona è soggetta agli obblighi
militari solo nello Stato in cui vive stabilmente. Per molti giovani
italo-tedeschi residenti in Germania, dunque, sarà la Germania a stabilire
eventuali obblighi di registrazione e valutazione.
Il nuovo modello
non riguarda però solo i residenti interni. I cittadini tedeschi e quelli
italo/tedeschi, che vivono all’estero non vengono registrati durante il periodo
di permanenza fuori dal Paese, ma rientrano automaticamente nel sistema al
momento del ritorno in Germania. Il possesso della cittadinanza resta quindi
l’elemento decisivo, indipendentemente dal Paese di residenza temporaneo.
Nei mesi scorsi
aveva suscitato forte preoccupazione una disposizione che sembrava imporre agli
uomini tra i 17 e i 45 anni di richiedere un’autorizzazione per soggiorni
all’estero superiori a tre mesi. Il Ministero della Difesa è però intervenuto
chiarendo che verrà introdotta una deroga generale: „i soggiorni all’estero
resteranno liberi e non sarà necessaria alcuna autorizzazione né comunicazione
preventiva“. Il ministro Pistorius ha ribadito che, allo stato attuale, per i
cittadini non cambia nulla nella vita quotidiana e che nessuno può essere
costretto al servizio militare in tempo di pace, proprio perché il modello
resta volontario.
Il governo ha
inoltre precisato che solo i riservisti o i soggetti già inseriti nel sistema
di difesa potrebbero avere obblighi di comunicazione in caso di trasferimenti,
come già avviene in altri sistemi militari europei.
La Germania,
dunque, non reintroduce la leva obbligatoria, ma costruisce un sistema di
preparazione e monitoraggio più strutturato, pensato per garantire una rapida
espansione della Bundeswehr in caso di crisi. La coscrizione resta prevista
dalla Costituzione e potrebbe essere riattivata solo in caso di stato di difesa
o tensione internazionale.
Per le famiglie
italiane in Germania il punto centrale è la gestione della doppia cittadinanza.
Chi possiede anche il passaporto tedesco deve aspettarsi di essere coinvolto
nel sistema di registrazione e valutazione. Il nuovo Wehrdienst non rappresenta
quindi una chiamata alle armi immediata, ma un ritorno a una logica di
pianificazione militare più strutturata, che tocca direttamente una parte
significativa della popolazione giovane con radici migratorie. CdI 20
Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al
peggio non c’è mai fine!
Il XIX secolo è
l’epoca di uno dei più consistenti spostamenti di popolazioni dell’età moderna:
l’emigrazione dall’Europa verso le Americhe. Dal 1815 al 1840, 70 milioni di
persone cambiano continente, provenienti soprattutto dall’Europa. Dal 1840 al
1914 circa cento milioni di Europei emigrano in un altro continente. E dalla
sola Italia, dal 1861 allo scoppio del primo conflitto mondiale emigrano quasi
16 milioni di persone che per raggiungere la loro meta, percorrono gli
itinerari imposti dalle grandi compagnie di navigazione e soggiacciono alla
pressione di una rete di “agenti reclutatori” senza scrupoli.
Il 15 dicembre
1887 Francesco Crispi, che allora accentrava in sé le cariche di Presidente del
Consiglio, Ministro dell’Interno e Ministro degli Esteri, presenta un disegno
di legge sull’emigrazione che si riduce, però, ad alcune misure di carattere
repressivo.
La Commissione
parlamentare, presieduta da Rocco De Zerbi, presenta nel marzo 1888 un
controprogetto. Il dibattito intellettuale che ne segue è ampio e vede come
protagonista anche Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza,
che – con una lettera aperta all’on. Paolo Carcano – da un lato, critica il
progetto governativo fondato sul solo controllo poliziesco voluto
dall’aristocrazia agraria preoccupata della perdita di manodopera, e, d’altro
lato, apprezza il progetto della commissione, anche se lo ritiene favorire
troppo l’azione degli agenti di emigrazione.
Emigranti italiani
deportati e rimpatriati
Scalabrini
propone, invece, di sostituire alla privatizzazione degli espatri - e
quindi ai mali di un’emigrazione incentivata – un esodo disciplinato. Lo Stato
dovrebbe intervenire sia per limitare i costi delle partenze provocate dagli
“agenti di emigrazione”, sia per fermare l’esodo verso luoghi pericolosi o
comunque privi di reali possibilità di lavoro. “Libertà di emigrare, non di far
emigrare” è il motto del vescovo piacentino, che si basa su un’analisi
comparata delle legislazioni degli altri paesi europei, dove non sono ammessi o
sono molto più controllati gli agenti di emigrazione. Inoltre, Scalabrini non
vuole che la legge si fermi soltanto a quanto precede la partenza e l’imbarco,
ma invoca protezione e assistenza per i migranti anche dopo l’arrivo,
attraverso appositi patronati, istituendo scuole e ospedali all’estero.
E, riprendendo il
discorso sulla libertà – data dalla legge del 1888 – agli “agenti di
emigrazione”, causa delle speculazioni sulla pelle degli emigranti, Scalabrini
scrive nel 1898 in occasione della seconda conferenza sull’emigrazione di
Torino: “quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che
poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo
che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano
annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di
emigrazione… Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34
ed i subagenti che nel 1892 erano 5.172 sono diventati 7.169 nel 1896 e saranno
certamente aumentati in questi due anni”.
Nel ribadire che
tali agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, formano, ormai, un
vero esercito di parassiti della miseria, Scalabrini sostiene che non basta
sostenere la libertà di emigrare, ma allo stesso tempo è doveroso opporsi alla
libertà di far emigrare perché i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale
sia di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari che di impedire che
venga sorpresa la buona fede dei poveri lavoratori da ingordi speculatori.
Noi e i “nuovi
agenti di re-migrazione”
Dopo 140 anni
dagli eventi che hanno visto Scalabrini, nel frattempo riconosciuto santo
patrono dei migranti dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, lottare contro i
“vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora oggi spettatori, nostro
malgrado, di un altro tentativo politico di “legittimare e legalizzare” i
“novelli agenti di re-migrazione”.
Questi ritrovati
attori dei processi migratori, al soldo (615€ per obiettivo raggiunto) dei
governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni
di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro
assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, si adoperino nel convincerli
ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello
stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.
È la conseguenza
dell’articolo 30bis, introdotto nell’ennesimo (benché la Costituzione li limiti
a “casi straordinari di necessità e urgenza”) decreto sicurezza dell’attuale
governo italiano – per emendare il Testo unico sull’immigrazione del 1998 -,
decreto-legge già votato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei
deputati per approvazione definitiva (oggi il voto finale - ndr), ma non
troppo!
Infatti, in
seguito alle proteste del Consiglio nazionale forense, in rappresentanza degli
avvocati, dell’Associazione nazionale dei magistrati, dei partiti d’opposizione
e di qualche esponente della maggioranza disponibile a limature di facciata,
oltre naturalmente ai rilievi di incostituzionalità fatti filtrare dalle parti
della Presidenza della Repubblica, si propende a far approvare dal Parlamento
non uno, ma due decreti sicurezza, con il secondo che modifichi il primo in
modo da disinnescare, ampliandoli, gli effetti dell’articolo 30bis.
Estendendo,
allora, il compenso per il rimpatrio non solo agli avvocati ma anche a
mediatori e associazioni comincerà la fase organica di reclutamento
generalizzato degli aspiranti “agenti di re-migrazione”, novelli “cacciatori di
taglie” a vocazione “collaborazionista e delatoria”, desiderosi di allontanare
quanti più immigrati possibile dal Bel Paese.
In realtà quando,
a tutti i livelli – compreso quello politico - , la sicurezza (e/o
l’immigrazione) diventa ossessione si tende a sfornare provvedimenti sempre più
duri e implacabili (contro la droga e i rave, contro gli scafisti, contro le
baby gang, contro i maranza, contro gli irregolari… e poi contro genitori che
picchiano insegnanti e medici o contro figli che accoltellano insegnati e
alunni a scuola o contro i social in mano ai minori… ), si moltiplicano i reati
pensando di poterli contrastare con la sola forza e si finisce, invece, per
generare un senso generale di insicurezza per tutti.
Il paradosso
dell’ossessione sicurezza/immigrazione che si trasforma in diffusa insicurezza
sta nel fatto che le parole non corrispondono più ai fatti. E quando il
ministro dell’Interno dichiara alla Camera dei deputati che in Italia si
registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi
irregolari e più rimpatri, limitando la questione sicurezza all’immigrazione,
sembra sottovalutare che violenze familiari, femminicidi, atti delinquenziali
e/o criminali commessi, spesso, da minori non sono necessariamente causati
dall’immigrazione o dall’origine etnica e nazionale dei soggetti. Ma hanno
bisogno di spiegazioni e rimedi diversi, più profondi e complessi, di quelli
puramente repressivi.
In realtà, sia per
garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni, in entrata e in uscita,
è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori come l’applicazione
di leggi fondate sull’uguaglianza e la dignità delle persone, il perseguimento
del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e
internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i
diritti-doveri di tutti, ma soprattutto di coloro – i più poveri e impoveriti –
che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.
Senza mai
dimenticare, allora, che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli
dalla legge del più forte. E anche se, oggi, il mondo sembra aver imboccato la
strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni
Battista Scalabrini – non possiamo rassegnarci, senza continuare a lottare,
alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!
Infatti, come
ripeteva il santo patrono dei migranti ai missionari scalabriniani, religiosi e
laici, “le idee avanzano molto lentamente, specialmente quando toccano
interessi e passioni. Comunque, il loro cammino è progressivo e graduale
soprattutto quando le idee proposte sono vere ed utili. Bisogna, allora,
perseverare, perché ogni lentezza raggiunge il suo scopo se la fatica non
sconfigge la volontà di continuare a proporre queste idee”. p. Lorenzo
Prencipe, direttore Cser (dip 23)
Riunito a Norimberga l’InterComites Germania
Norimberga. Si è
tenuto sabato 18 e domenica 19 aprile a Norimberga, nella sala messa a
disposizione dal Consolato Onorario, l'incontro dell'Intercomites Germania che
ha visto la partecipazione dei presidenti Comites, dei consiglieri e della
segretaria generale CGIE, della consigliera d’Ambasciata, oltre a
rappresentanti politici e istituzionali, italiani e tedeschi.
Tra i temi
trattati sono emerse importanti discussioni sulle elezioni dei Comites 2026,
sulle difficoltà relative ai servizi consolari, sulle problematiche degli Enti
Gestori e su iniziative culturali e sociali come la presentazione della Guida
“Primi Passi in Germania”.
Elezioni Comites
2026: urge un intervento per garantire la partecipazione
Uno dei punti
principali dell'incontro ha riguardato le elezioni dei Comites, previste per la
fine del 2026. Durante l'assemblea è emerso che le risorse destinate a
garantire una partecipazione adeguata sono decisamente insufficienti. Con soli
14 milioni di euro disponibili (di cui 2 milioni destinati alle elezioni del
CGIE) diventa impossibile garantire l’ampia partecipazione degli oltre 5
milioni di italiani all’estero aventi diritto. Preoccupazioni sono state
inoltre sollevate circa l’alto numero di firme richieste per la presentazione
delle liste elettorali, che in alcune circoscrizioni arriva a 400 firme,
creando un ostacolo significativo alla partecipazione e il mantenimento della
preregistrazione obbligatoria per ricevere il plico elettorale, ulteriore grave
impedimento.
In risposta a
queste problematiche sono state avanzate alcune proposte concrete come la
decentralizzazione della raccolta firme, prevedendo una cooperazione con
Ambasciata e Consolati sul territorio creando momenti di incontro per
raccogliere le adesioni, utilizzando anche i Consolati onorati, per es. Lipsia
per la circoscrizione di Berlino, o Norimberga per la Baviera, per raggiungere
le comunità più distanti. Suggerito anche l’intervento diretto dei
rappresentanti politici in Parlamento affinché il numero di firme richieste
venga ridotto. Un numero minimo di firme è necessario, ma con un’entità
ragionevole. La partecipazione è stata ridotta già l’ultima volta, e con le
risorse disponibili e le attuali modalità di iscrizione al voto sarà ridotta
anche per la prossima tornata elettorale. È stato inoltre suggerito che le
registrazioni avvenute nella tornata precedente vengano considerate valide
anche per le elezioni 2026, così che i votanti precedenti risultino già
nell’anagrafe degli aventi diritto, con l’unica necessità di registrarsi per i
nuovi elettori. Questa misura aiuterebbe sia i Consolati sia i Comites,
garantendo una base solida di partecipazione e semplificando le operazioni.
Nel corso
dell’incontro è stato evidenziato un problema strutturale e una volontà
politica di danneggiare il ruolo dei Comites. Regole sempre più stringenti
andranno a diminuire ulteriormente la partecipazione non perché non ci sia
l’interesse da parte della comunità ma per oggettivi ostacoli posti
dall’amministrazione.
Situazione
finanziamenti Comites: una situazione di difficoltà persistente
La questione
relativa alla situazione dei Comites è stata un altro argomento centrale.
Nonostante un lieve aumento delle risorse nella legge di bilancio, le
difficoltà rimangono critiche. I bilanci preventivi vengono ignorati e a volte
anche quelli consuntivi, i finanziamenti sono erogati in ritardo o solo
parzialmente, compromettendo sostanzialmente la gestione ordinaria nonché
l'efficacia delle attività dei comitati – a oggi alla maggior parte dei Comites
non è comunque ancora pervenuto il finanziamento ordinario per il 2026. L’on.
Ricciardi e il sen. Crisanti hanno ribadito l’importanza di un intervento
immediato per risolvere questa situazione e hanno sollecitato pressioni
politiche a livello parlamentare per un incremento dei fondi destinati ai
Comites.
Servizi Consolari:
scadenza della CIC e domanda di CIE e la carenza di personale
La consigliera
d’Ambasciata Silvia Santangelo ha aggiornato i partecipanti sull’andamento dei
servizi consolari, evidenziando l'alta domanda di carte d'identità elettroniche
(CIE) a causa della scadenza delle CIC (carte d’identità cartacee) fissata a
inizio agosto 2026. Nonostante gli sforzi per potenziare i servizi la mancanza
di personale nei Consolati rimane un freno importante, con ritardi nei servizi
che stanno compromettendo la qualità del supporto ai connazionali. Sono stati
suggeriti interventi mirati, come l'incremento delle risorse umane e
l'organizzazione di giornate dedicate esclusivamente alla CIE. Alcuni
Consolati, come quelli di Berlino e Monaco, stanno riuscendo a mantenere un
buon livello di efficienza, mentre altri, come Francoforte, Stoccarda e
Colonia, affrontano gravi difficoltà.
Enti Gestori e la
promozione della lingua italiana: necessità di un nuovo approccio
Altro tema
rilevante è stato il collegamento tra gli Enti Gestori e la rete dei Comites.
Il presidente del Comites di Friburgo, Andrea Gatti, ha sottolineato che la
promozione della lingua e cultura italiana non risponde adeguatamente alle
esigenze delle comunità italiane in Germania. Tra le criticità emerse si
segnala la mancanza di tempi di finanziamento adeguati e una scarsa
progettualità nell'insegnamento della lingua italiana.
Parallelamente al
tavolo tecnico MAECI-CGIE che inizierà i suoi lavori il 29 aprile, sarebbe
auspicabile lavorare in maniera più capillare sul territorio coinvolgendo gli
enti gestori, la rete consolare e didattica, i Comites, il CGIE ma anche altri
operatori linguistici, dalle scuole bilingui alle università. Questo è
fondamentale, poiché i corsi di lingua e cultura rappresentano solo uno dei
pilastri che reggono il più ampio tema della valorizzazione istituzionale e
politica della lingua italiana, oggi in sofferenza. “È necessario fare squadra
e individuare obiettivi comuni. Gli Enti Gestori dovrebbero poter essere dei
veicoli del sistema Italia”.
Presentazione
della guida “Primi Passi in Germania”
Un’altra
iniziativa rilevante è stata la presentazione della guida “Primi Passi in
Germania” che fornisce informazioni pratiche e dettagliate per chi arriva in
Germania e per chi già ci vive. La guida, al suo terzo aggiornamento e
disponibile in formato digitale e cartaceo, è stata completamente aggiornata.
Copre tutti gli aspetti del sistema sociale, scolastico, lavorativo, sanitario
nei diversi Länder tedeschi e si propone come strumento essenziale per
facilitare l’arrivo e l’integrazione dei nostri connazionali in un sistema
molto diverso da quello italiano. Il progetto è stato finanziato dai Comites,
con il supporto grafico finanziato dall’Ambasciata italiana a Berlino.
L'incontro
dell'Intercomites di Norimberga ha messo in luce sfide rilevanti ma anche
spunti concreti per affrontarle e saranno un tema centrale dell’impegno dei
Comites nei prossimi mesi. I temi discussi sono cruciali per il futuro della
comunità italiana in Germania e per garantire una rappresentanza e un supporto
più adeguati per i cittadini italiani all'estero. (aise 27)
Ungheria, finisce l'era Orban. Trionfo Magyar: "Vittoria storica,
liberato il Paese"
Tisza conquista la
maggioranza dei due terzi in Parlamento. Il premier uscente: "Risultato
doloroso ma chiaro". Mosca: "Tempesta perfetta sull'Europa"
"Ce l'abbiamo
fatta, Tisza e l'Ungheria hanno vinto le elezioni. Non con un piccolo margine,
ma con un margine molto ampio. Insieme abbiamo liberato l'Ungheria". Peter
Magyar parla dal palco allestito a Budapest per celebrare la vittoria dopo il
voto che ha messo fine all'era di Viktor Orban durata 16 anni. "Avremo una
maggioranza dei due terzi in Parlamento", esulta il leader di Tisza al
termine di una giornata che ha segnato un'affluenza record alle urne. Il
partito di Magyar, a spoglio terminato, si aggiudica 138 seggi mentre Fidesz si
ferma a 55.
"Insieme -
scandisce il leader 45enne dell'opposizione parlando davanti alla folla -
abbiamo fatto cadere il regime di Orban. Abbiamo liberato l'Ungheria, abbiamo
riconquistato la nostra patria". "Abbiamo sconfitto una
tirannia", rivendica ancora davanti ai suoi sostenitori, che "hanno
detto no alla paura, hanno detto no al tradimento". "Siamo partiti in
pochi, eravamo Davide contro Golia e alla fine, con il potere dell'amore,
abbiamo ottenuto una vittoria storica", scandisce Magyar, che si rivolge
poi a coloro che non lo hanno votato, incoraggiando uno spirito di "unità
nazionale".
Orban ammette la
sconfitta sottolineando il risultato "chiaro" delle elezioni vinte da
Tisza di Magyar. "Un risultato doloroso ma chiaro - dice in un breve
discorso il premier uscente - La responsabilità e l'opportunità di governare
non ci sono state date". "Serviremo il nostro Paese e la nazione
ungherese dall'opposizione", aggiunge, dopo aver ringraziato i 2,5 milioni
di elettori che hanno votato per Fidesz e promettendo di "non deluderli
mai". Nei 30 anni alla guida del partito, "abbiamo vissuto anni difficili
e facili, belli e tristi", conclude, ribadendo che "non si arrenderà
mai, mai, mai".
Le reazioni
"Congratulazioni
per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano
augura buon lavoro", scrive in un post sui social la premier Giorgia
Meloni. "Italia e Ungheria sono nazioni legate da un profondo legame di amicizia
- sottolinea la presidente del Consiglio - e sono certa che continueremo a
collaborare con spirito costruttivo nell'interesse dei nostri popoli e delle
comuni sfide a livello europeo e internazionale". Meloni su X saluta il
premier ungherese uscente: "Ringrazio il mio amico Viktor Orban per
l'intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione
continuerà a servire la sua Nazione".
"Il cuore
dell'Europa stasera batte più forte in Ungheria", il primo commento,
scritto in inglese e in ungherese, della presidente della Commissione europea
Ursula von der Leyen. Poi, in un altro post: "L'Ungheria ha scelto
l'Europa. L'Europa ha sempre scelto l'Ungheria. Insieme siamo più forti. Un
Paese riprende il suo percorso europeo. L'Unione si rafforza". La
presidente della Commissione europea ha telefonato a Magyar per congratularsi.
Lo ha scritto sui social la portavoce di von der Leyen, Paula Pinho, precisando
che "hanno concordato di cooperare strettamente". A Bruxelles si
aspettano che uno dei primi atti del prossimo premier sia lo sblocco del
prestito da 90 miliardi di euro per l'Ucraina su cui Orban aveva messo il veto.
Emmanuel Macron è
stato tra i primi a congratularsi con Magyar per la sua vittoria. In un post su
X il presidente francese scrive: "Ho appena avuto un colloquio con Peter
Magyar per congratularmi con lui per la sua vittoria in Ungheria! La Francia saluta
la vittoria della partecipazione democratica, dell'attaccamento del popolo
ungherese ai valori dell'Unione Europea e per l'Ungheria in Europa".
"Insieme - conclude Macron - facciamo avanzare un'Europa più sovrana, per
la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra
democrazia".
"L'Ungheria
ha deciso. Congratulazioni per la vittoria alle elezioni caro Peter
Magyar", il post su X del cancelliere tedesco Friedrich Merz, dicendosi
"impaziente a una cooperazione per un'Europa forte, sicura e soprattutto
unita".
"Congratulazioni
a Peter Magyar per la vittoria elettorale. Questo è un momento storico, non
solo per l'Ungheria, ma per la democrazia europea. Non vedo l'ora di lavorare
con lui per la sicurezza e la prosperità di entrambi i nostri Paesi", la dichiarazione
sui social del premier britannico Keir Starmer.
Volodymyr Zelensky
si è congratulato con Magyar per "la schiacciante vittoria" alle
elezioni in Ungheria, dopo le tensioni e le crisi diplomatiche delle settimane
scorse sull'asse Kiev-Budapest, con il premier uscente filorusso Orban che ha
bloccato gli ultimi aiuti all'Ucraina. "È importante quando prevale un
approccio costruttivo - scrive il presidente ucraino sui social - L'Ucraina ha
sempre cercato relazioni di buon vicinato con tutti in Europa e siamo pronti ad
avanzare nella nostra cooperazione con l'Ungheria".
"L'Europa e
ogni nazione europea devono rafforzarsi, e milioni di europei cercano
cooperazione e stabilità. Siamo pronti per incontri e a un lavoro congiunto
costruttivo a beneficio di entrambe le nazioni, nonché per la pace, la
sicurezza e la stabilità in Europa", conclude Zelensky.
Una vittoria per
la democrazia. Così l'ex presidente americano Barack Obama ha commentato i
risultati delle elezioni ungheresi. "La vittoria dell'opposizione in
Ungheria ieri, come le elezioni polacche del 2023, è una vittoria per la
democrazia, non solo in Europa ma nel mondo intero", ha scritto su X. Il
risultato dimostra la resilienza e determinazione del popolo ungherese e
rappresenta "un monito per tutti noi a continuare a lottare per l'equità,
l'uguaglianza e lo stato di diritto". Alle elezioni parlamentari in
Polonia del 15 ottobre 2023, l'opposizione europeista guidata da Donald Tusk
ottenne la maggioranza dei seggi.
Mosca:
"Sull'Europa si forma tempesta perfetta"
"Sull'Unione
Europea si sta formando una tempesta perfetta. Il risultato delle elezioni in
Ungheria è una vittoria tattica per Bruxelles che non eviterà una prossima
sconfitta strategica dell'Ue che si trova ad affrontare problemi in crescita a
valanga". E' affidato al vice presidente del Consiglio della Federazione
Kostantin Kosachev il primo commento della Russia alla disfatta dell'alleato
del Cremlino Vitktor Orban, testa di ponte di Mosca nell'Ue.
"Il blocco
dovrà prima di tutto trovare 90 miliardi di euro per l'Ucraina, denaro che
Bruxelles non ha e che men che meno hanno le capitali. In secondo luogo, i
prezzi del carburante alle stazioni di servizio e delle forniture energetiche
domestiche non faranno che aumentare nei Paesi dell'Unione europea a causa di
quello che sta accadendo in Medio Oriente, e questo aggraverà il pessimismo sia
dei consumatori che dei governi", ha scritto Kosachev su Max, il servizio
di messaggistica introdotto dalle autorità in Russia per sostituire Telegram.
L'Ue "sarà
costretta a far contento Donald Trump con altre spese militari. Il risultato
sarà una economia anti europea diversificata introdotta per far comodo alle
necessità degli Usa che aggraverà i problemi che l'Ue si trova già di fronte,
sotto pressione per il suo percorso anti russo". "Orban se ne sta
andando ma i problemi rimarranno. Anzi, cresceranno come una valanga", ha
concluso Kosachev. Adnkronos 13
Hormuz, l’ultimatum e il diritto: quando la minaccia entra nel campo dei
crimini di guerra
Donald Trump ha
ribadito ieri sera, in conferenza stampa, un ultimatum diretto a Teheran:
riaprire lo Stretto di Hormuz entro martedì (7 aprile, ore 20 di Washington),
oppure affrontare attacchi “senza precedenti” contro infrastrutture civili
iraniane, inclusi ponti e centrali energetiche. Alla minaccia ha affiancato
parole ancora più esplicite: l’Iran potrebbe essere “interamente distrutto in
una sola notte” – e un messaggio sui social particolarmente ingiurioso, perfino
per gli standards di questa presidenza: “Tuesday will be Power Plant Day, and
Bridge Day… Open the F—ing
Strait, you crazy b—s, or you’ll be living in Hell…” (“Martedì sarà il giorno delle centrali elettriche e dei
ponti… Aprite questo fottuto Stretto, bastardi pazzi, oppure vivrete
all’inferno…”).
Collocato tra il
Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, tra Iran e penisola arabica, lo Stretto di
Hormuz è uno dei principali choke point energetici del mondo: vi transita oltre
un quinto del petrolio mondiale via mare. Qualsiasi interruzione ha effetti immediati
sull’economia globale. Non sorprende, quindi, che Teheran lo utilizzi come leva
di pressione – se non come strumento di ‘guerriglia internazionale’ nel
confronto asimmetrico con Stati Uniti e Israele.
Ma come si
configurano, dal punto di vista giuridico, queste minacce?
Il diritto
internazionale umanitario – le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli
aggiuntivi – si fonda su una regola essenziale: distinguere sempre tra
obiettivi militari e beni civili. Gli attacchi contro beni civili sono vietati.
Un’infrastruttura può essere colpita solo se contribuisce in modo effettivo
all’azione militare e la sua distruzione offre un vantaggio militare concreto e
diretto: non basta che sia “strategica” o economicamente rilevante.
A ciò si
aggiungono limiti ulteriori. Il principio di proporzionalità vieta danni civili
eccessivi rispetto al vantaggio militare atteso. Il principio di precauzione
impone di ridurre al minimo i danni alla popolazione. Soprattutto, sono vietati
gli attacchi contro beni indispensabili alla sopravvivenza dei civili – acqua,
energia, sistemi alimentari – salvo condizioni molto restrittive.
Queste regole sono
in larga parte diritto consuetudinario, cioè norme che vincolano tutti gli
Stati perché derivano da una pratica generale accettata come diritto,
indipendentemente dall’adesione formale a un trattato. Trovano espressione
anche nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, che qualifica
come crimini di guerra gli attacchi intenzionali contro beni civili e quelli
sproporzionati.
In questo quadro,
una minaccia generalizzata di colpire infrastrutture civili, senza riferimento
a obiettivi militari specifici, appare difficilmente compatibile con il diritto
umanitario. Se attuata nei termini annunciati, potrebbe integrare un crimine internazionale,
in particolare un crimine di guerra.
Il problema è che
questa qualificazione resterebbe, con ogni probabilità, senza seguito. La Corte
penale internazionale non ha giurisdizione automatica: né gli Stati Uniti né
l’Iran sono parti dello Statuto di Roma. Per raffronto, l’attività della Corte sul
conflitto di Gaza si fonda sul rinvio della Palestina, che ha conferito alla
Procura il potere di indagare e perseguire crimini commessi sul suo territorio;
una giurisdizione, peraltro, fortemente contestata, in primis da Israele e
dagli Stati Uniti.
Un intervento del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che può a sua volta deferire una
situazione alla Corte, appare altamente improbabile, anche per il diritto di
veto dei membri permanenti, inclusi gli Stati Uniti. Non esistono tribunali ad
hoc competenti su questo conflitto. In teoria, alcuni Stati potrebbero
ricorrere alla giurisdizione universale; in pratica, si tratta di strumenti
raramente attivati, soprattutto quando sono coinvolte grandi potenze.
Sul piano interno
statunitense, i meccanismi di controllo esistono ma appaiono difficilmente
attivabili. Il Congresso dispone di leve rilevanti – dall’autorizzazione
all’uso della forza alla supervisione e al controllo dei finanziamenti, fino
alle audizioni e alle commissioni d’inchiesta – che nella prassi recente si
sono rivelate deboli o tardive. Anche l’extrema ratio dell’impeachment resta
uno strumento eminentemente politico, che richiede maggioranze qualificate
difficili da raggiungere in un contesto fortemente polarizzato.
Quanto all’uso
della forza, la prassi riflette una progressiva espansione dell’autonomia
dell’esecutivo a Washington: operazioni militari vengono avviate senza
preventiva autorizzazione legislativa, sulla base dei poteri presidenziali e di
letture estensive di mandati pre-esistenti. In questo quadro, un’azione contro
l’Iran priva di avallo formale e di concertazione con gli alleati non
rappresenterebbe un’eccezione, bensì l’apice di una tendenza unilaterale che
accentua il divario tra iniziativa presidenziale e controllo democratico.
Questa vicenda
conferma, in filigrana, la distanza tra la retorica muscolare – amplificata
anche da una certa rappresentazione mediatica internazionale – e quella che si
puo’ considerare una duplice debolezza sempre più evidente nel caso americano.
La prima riguarda la tenuta del sistema, che fatica a disciplinare sé stesso e
mostra l’erosione di anticorpi istituzionali a lungo considerati tra i più
solidi al mondo nel contenere derive, anche personalistiche, del potere
esecutivo. La seconda investe l’azione politica: dietro la retorica della forza
emerge un quadro fatto di contraddizioni, arretramenti, improvvisazione che,
specialmente nei dossier più complessi, restituisce una certa impressione di
inettitudine. Lo si è visto sull’Ucraina. Lo si osserva oggi sull’Iran
Resta infine un
dato di fondo: l’appello di Trump alla rivolta. La ferocia del regime e il
sacrificio già pagato dal popolo iraniano non sono in discussione. Ma un regime
sotto attacco si arrocca, si radicalizza e colpisce innanzitutto i propri
cittadini. La popolazione finisce così stretta tra repressione, rischio di
escalation e una linea esterna segnata da improvvisazione e incoerenza;
chiedere a un popolo di esporsi fino al sacrificio richiederebbe, come minimo,
credibilità del sostegno e solenne rispetto della parola data – proprio ciò che
l’azione di questa amministrazione sembra aver metodicamente svuotato di ogni
significato. Paolo Proli, AffInt. 14
La continuità e la forza culturale della nostra lingua
Una lingua non è
soltanto un mezzo di comunicazione: è una forma di continuità nel tempo e nello
spazio. Nel caso della nostra lingua, questa continuità assume un carattere
peculiare, che la distingue nel panorama europeo e ne spiega la capacità di
irradiazione culturale.
La nostra lingua
si presenta come un caso di particolare interesse non solo per la sua origine,
ma per le modalità della sua evoluzione. A differenza di altri contesti
europei, segnati da stratificazioni dovute a migrazioni e sovrapposizioni di
popoli, nella penisola italiana si osserva una linea di sviluppo che affonda le
proprie radici nella latinità e si dispiega senza fratture radicali.
Nella nostra
penisola, la lingua non si è succeduta: si è trasformata. Questa continuità
geografica e storica, rara nel panorama europeo, ha consentito al latino di
evolversi senza interrompersi, mantenendo un legame diretto con il proprio
spazio originario. Altrove, il latino si è diffuso sovrapponendosi a lingue
preesistenti; qui si è sviluppato nello stesso luogo in cui era già radicato.
Il mutamento
linguistico è una caratteristica universale: tutte le lingue cambiano. Ma non
tutte cambiano allo stesso modo. Nel caso della nostra lingua, il passaggio dal
latino non è stato una sostituzione, bensì una trasformazione progressiva. Il
latino non è scomparso: continua nella nostra lingua come sua evoluzione
storica.
Il confronto con
altre lingue europee rende evidente questa specificità. La Lingua francese, pur
derivando dal latino, si è sviluppata attraverso stratificazioni multiple; la
Lingua inglese, di origine germanica, ha incorporato nel tempo una vasta componente
lessicale di origine latina, spesso mediata dal francese. In questi casi, il
latino entra come strato; nella nostra lingua, invece, continua come sviluppo.
Se nel francese il
latino si manifesta come continuità diretta, la sua presenza nell’inglese e in
altre lingue testimonia una straordinaria capacità di propagazione lessicale.
Una parola che attraversa più lingue non dimostra soltanto origine: dimostra forza
di irradiazione.
Questa continuità
non è soltanto strutturale, ma anche culturale. La lingua è il luogo in cui si
formano e si trasmettono modelli di pensiero. Nel nostro caso, essa porta con
sé una tradizione che comprende il diritto, la misura, l’equilibrio e il senso della
forma. Non è solo un sistema di segni: è una forma di civiltà.
Il rapporto con la
cultura greca non si configurò come una semplice influenza, ma come un
incontro. La tradizione romana ne riconobbe il valore, selezionandone e
rielaborandone i contenuti. Non si trattò di una trasmissione passiva, ma di un
processo attivo di assimilazione.
Parallelamente, la
nostra lingua ha esercitato una notevole capacità di irradiazione. Nei
linguaggi della musica, dell’arte e della cultura del gusto, essa ha fornito
termini e categorie divenuti universali. L’influenza di una lingua non dipende
tanto dalla sua struttura, quanto dalla capacità di esportare lessico nei campi
di maggiore prestigio culturale. In questo senso, la nostra lingua si colloca
tra le più influenti.
Tale presenza si
estende anche oltre l’Europa. Pur non incidendo sulla struttura delle lingue
lontane, essa è presente nei loro codici culturali. Anche attraverso l’inglese
globale, che incorpora una vasta componente di origine latina, elementi della
nostra tradizione continuano a circolare nel mondo.
Una conferma
storica di questa centralità si trova nel fenomeno del Grand Tour. Pur
denominato con un’espressione francese, esso si svolgeva prevalentemente nella
penisola italiana, riconosciuta come luogo imprescindibile di formazione
culturale per le élite europee.
Alla luce di
queste considerazioni, la nostra lingua può essere intesa non soltanto come un
sistema di comunicazione, ma come una forma di continuità e di civiltà. Essa è
un organismo che si è trasformato nel tempo senza interrompersi, mantenendo un
legame profondo con le proprie origini.
La grande bellezza
non risiede soltanto nei monumenti: vive nella nostra lingua.
Essa non si limita
a descrivere il mondo: contribuisce a costruirlo. Giuseppe Tizza, de.it.press
27
“Democrazia” e
“Libertà” sono due effettività che non possono fare a meno l’una dell’altra.
Intanto, come “Democrazia” s’intende la gestione della Sovranità al Popolo che
la esercita tramite suoi Rappresentanti. La “Libertà”, di conseguenza, è un
principio di vita ordinata da leggi dello Stato ideate in Democrazia. Conviene,
ancora una volta, rilevarlo.
In prima analisi, quindi, Libertà e Democrazia
sono due soggetti inscindibili. Tanto per essere, da subito, chiari: senza
Libertà, non ci può essere vera Democrazia e viceversa. I due nessi non sono,
però, sempre abbinati come dovrebbero. Anche se l’uno ha da essere il naturale
effetto dell’altro.
Ci sembra, quindi,
opportuno chiarire una concezione fondamentale. La Democrazia è il risultato di
una scelta che, una volta raggiunta, è da mantenere. La Libertà ha un valore,
altrettanto sostanziale, perché figlia dalla Democrazia.
Infatti, il concetto di “Libertà” può essere
influenzato da posizioni politiche che, per una serie di motivi, ne può
limitano i fini. Insomma, essere “liberi”, ma tutti ”liberi”, può essere
difficile come per il passato. Basta riflettere sulle agitate realtà del mondo.
Là dove prevale la
Democrazia, invece, la Libertà è il naturale diritto garantito da una politica
capace di dare sviluppo ai fatti nella società nella quale sono maturati. Certo
è che una Libertà non ufficializzata da Norme democraticamente condivise, scivola
verso il disordine; che non à mai figlio della Democrazia. A questo punto, il
binomio di “Democrazia” e “Libertà” acquista un particolare valore che non può
essere reso secondario da nessuno e per nessun motivo.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Monaco di Baviera 25 aprile. Le Acli Baviera. Festa della Liberazione
Le ACLI Baviera
desiderano contribuire a rendere questa memoria storica, la Liberazione
dall'oppressione nazi-fascista, responsabilità comune, diffusa e popolare,
radicata negli uomini e donne di buona volontà, perché costituiscono il
fondamento e i valori della Costituzione attuale della Repubblica italiana, che
senza quell’esperienza di sacrificio ed abnegazione non sarebbe fiorita dalle
ceneri della guerra e della dittatura imperante. La Resistenza incarna la
volontá precisa, un impegno di coraggio ad opporsi al regime fascista
persecutorio e vile. Esso non produsse
singoli responsabili di episodi efferati; dietro ai sicari, una moltitudine che
quei delitti ha coperto con il silenzio e una codarda rassegnazione, una classe
dirigente sospinta dall’inettitudine e dalla colpa verso la totale rovina.
Le Acli Baviera, a
distanza di oltre 80 anni, intendono onorare il ruolo svolto dalle
truppe alleate in Italia , Americani,
Inglesi, Polacchi e quanti altri, che
nella fase finale della seconda guerra
mondiale, a partire dal settembre 1943, sostenuti dal movimento
partigiano, una Resistenza fondamentale nel recupero di una dignità nazionale
antifascista, hanno creato le condizioni ,in Italia, per la riaffermazione
della libertà e democrazia.
Se gelosamente
conservata, la memoria, sarà capace di generare nuova passione umana e civile
per nutrire una speranza condivisibile per il futuro. Ma il ricordo interpella anche il ruolo delle
Istituzioni, perché ad esse è affidato precipuamente il compito di sostenere e
forse anticipare la coscienza collettiva di una Comunità, nei loro gesti
vi è una valenza pedagogica
irrinunciabile. La memoria costituisce il debito inestinguibile da
pagare verso questi Eroi e Martiri della democrazia, avversari ,a costo della
propria vita, di tutte le forme di dittatura, razzismo e genocidio. Essa non ci rende prigionieri del
passato, se riappropriarsi del ricordo del patire e delle speranze spinge ad
impegnarsi per una nuova stagione di libertà e liberazione.
Il Presidente
regionale ACLI Baviera Carmine Macaluso
Saarbrücken. Il
Comites Saar accoglie con “grande soddisfazione” l’introduzione del nuovo
collegamento aereo diretto tra Saarbrücken e Trapani. Per la prima volta
il Saarland è collegato direttamente con la Sicilia occidentale, creando,
evidenzia il Comites, un impulso significativo per la mobilità, il
turismo e la cooperazione tra le due regioni.
“Il nuovo
collegamento diretto Saarbrücken–Trapani rappresenta un passo fondamentale per
la mobilità tra il Saarland e la Sicilia. Rafforza gli scambi tra le nostre
comunità e apre nuove prospettive per il turismo, l’economia e la
collaborazione culturale”, afferma Patrizio Nicola Maci, Presidente del Comites
Saar. “Per la comunità italiana nel Saarland, la nuova rotta significa un
miglioramento concreto: visite familiari, progetti culturali e iniziative
economiche diventano più semplici e veloci. Allo stesso tempo, il collegamento
offre al Saarland nuove opportunità turistiche in una delle regioni più
affascinanti d’Italia”.
“Questo volo non
collega soltanto due punti geografici, ma persone, famiglie e culture. È un
segno forte di vicinanza e di riconoscenza verso la nostra comunità italiana”,
aggiunge Maci. Durante la conferenza stampa, i rappresentanti delle istituzioni
e del settore hanno sottolineato l’importanza strategica della nuova rotta:
Marcel Pouchain Meyer, Manager & Head of Communications DACH di Ryanair, ha
evidenziato il valore della nuova destinazione: “Siamo lieti di collegare il
Saarland con Trapani, una regione ricca di potenziale turistico e culturale.
Questa rotta è un vantaggio per entrambe le realtà e contribuisce
all’ampliamento della nostra rete in Germania”.
In un colloquio
con Maci, Pouchain Meyer ha inoltre manifestato apertura a valutare ulteriori
destinazioni future, tra cui anche regioni come la Puglia, sottolineando al
tempo stesso un aspetto strategico per la sostenibilità del servizio: “Per
garantire collegamenti efficienti e competitivi, è fondamentale monitorare con
attenzione i costi operativi e le tasse aeroportuali. Solo mantenendo questi
fattori sotto controllo possiamo continuare a offrire ai passeggeri un servizio
accessibile e di qualità”.
Jürgen Barke,
Ministro dell’Economia, Innovazione ed Energia del Saarland e Presidente del
Consiglio di Sorveglianza dell’Aeroporto di Saarbrücken, ha sottolineato
l’impatto economico: “Questo nuovo collegamento rafforza l’aeroporto di
Saarbrücken e l’intero Saarland. Crea nuove opportunità per il turismo, il
commercio e la cooperazione internazionale”.
Thomas Schuck,
Direttore Generale dell’Aeroporto di Saarbrücken, ha messo in evidenza il
valore aggiunto per la mobilità regionale: “Con Trapani ampliamo la nostra
offerta con una destinazione molto attrattiva, importante sia per i viaggiatori
sia per la comunità italiana del Saarland”.
Uwe Conradt,
Sindaco della città di Saarbrücken, ha richiamato l’attenzione sui vantaggi
turistici: “Questo collegamento è un invito a scoprire il Saarland e la sua
capitale. Chi arriva a Saarbrücken trova cultura, natura e ospitalità – e siamo
pronti ad accogliere con piacere sempre più visitatori dalla Sicilia” Giacomo
Santalucia, rappresentante del DIBK – Deutsch-Italienischer Bildungs- und
Kulturverein, ha sottolineato il valore culturale e formativo della nuova
rotta: “Questo collegamento non favorisce soltanto il turismo, ma apre nuove
possibilità per gli scambi educativi, culturali e giovanili tra il Saarland e
la Sicilia. È un’opportunità concreta per rafforzare i progetti di cooperazione
e per avvicinare ancora di più le nostre comunità”.
Il Comites Saar ringrazia “tutte le
istituzioni e i partner che hanno reso possibile questo importante traguardo”
sottolineando che “la nuova rotta rappresenta un ulteriore passo verso
un’Europa più connessa, in cui la mobilità costruisce ponti e avvicina le
persone”. (Inform/dip 2)
Italia e Germania celebrano il 75° anniversario della ripresa delle
relazioni diplomatiche
ROMA - Italia e
Germania celebrano oggi, 4 aprile, il 75° anniversario della ripresa delle
relazioni diplomatiche, avviate nel secondo dopoguerra e sviluppatesi in un
partenariato strategico solido e articolato.
Dalla cooperazione
economica al dialogo politico, dagli scambi culturali al contributo delle
società civili, i due Paesi hanno costruito un legame che ha contribuito in
modo significativo a un’Europa più unita, forte e competitiva.
Italia e Germania,
ha evidenziato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, “sono oggi partner che
collaborano a stretto contatto guidati dai comuni valori europei e
transatlantici e da una forte sintonia politica, pragmatismo e ottimi rapporti
personali tra i nostri leader e mio con il Ministro degli Esteri Johann
Wadephul”.
Per l’occasione è
stato realizzato il logo “75 – una storia che diventa futuro”, che accompagnerà
nel corso dell’anno un calendario di iniziative ed eventi in Italia e in
Germania, dedicati a innovazione, cultura e società civile.
Il logo è stato
lanciato lo scorso gennaio dagli Ambasciatori Fabrizio Bucci e Thomas Bagger, a
pochi giorni dal Vertice intergovernativo italo-tedesco del 23 gennaio a Roma.
Nel corso
dell’anno è previsto un ricco calendario di eventi, in Italia e in Germania,
volto a valorizzare tutte le dimensioni del rapporto bilaterale.
I primi mesi del
2026 hanno segnato l’avvio delle celebrazioni, con appuntamenti dedicati al
turismo in occasione della fiera ITB di Berlino e alle arti, in vista della
Biennale d’Arte di Venezia. Tra gli eventi principali della primavera figurano
gli Stati Generali della Ricerca Italiana in Germania, con un evento dedicato
alle tecnologie quantistiche.
A giugno, in
concomitanza con la Festa della Repubblica Italiana, si terrà su tutto il
territorio tedesco la prima edizione dell’“Italian Week 2026”: una settimana di
eventi dedicati all’Italia in tutte le sue dimensioni, dall’arte all’economia,
dall’aerospazio all’enogastronomia.
Le celebrazioni
proseguiranno nella seconda metà dell’anno, con ulteriori iniziative dedicate
ai rapporti bilaterali nei settori dell’economia, dell’innovazione, della
tecnologia, della lingua, della cultura e della società civile, valorizzando al
contempo il contributo della numerosa e qualificata comunità italiana in
Germania. Un percorso che attesta la vitalità e la profondità delle relazioni
tra Italia e Germania, proiettandoci con slancio verso i prossimi 75 anni.
(aise/dip 4)
Il commercio italo-tedesco torna a crescere. L'Italia alla Fiera di
Hannover
Nel 2025 il volume
degli scambi commerciali bilaterali tra Germania e Italia ha raggiunto circa
158 miliardi di euro, a conferma della ripresa delle relazioni economiche. Alla
Fiera di Hannover, l’Italian Trade Agency, insieme a 13 PMI, presenta soluzioni
innovative per la produzione industriale, dalle classiche tecnologie di
subfornitura alle applicazioni di IA e XR.
Berlino/Hannover,
20 aprile 2026 – Con un volume di scambi bilaterali pari a 157,8 miliardi di
euro, secondo l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2025 il
partenariato economico italo-tedesco ha acquisito maggiore slancio, registrando
una ripresa dopo l’andamento negativo dell’anno precedente. Le esportazioni
italiane sono cresciute a 72,2 miliardi di euro (+2,4%), mentre le importazioni
sono aumentate a 85,6 miliardi di euro (+2,9%).
“La Germania è e
rimane il principale partner commerciale dell’Italia, seguita dalla Francia e
dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, l’Italia consolida la propria posizione
al sesto posto tra i principali partner economici della Germania. Questo
stretto e consolidato partenariato è un motore fondamentale per la crescita,
l’innovazione e la competitività in Europa”, spiega Ferdinando Fiore,
responsabile dell’ufficio ITA di Berlino.
Secondo
Confindustria, la principale associazione italiana dei datori di lavoro e
dell'industria, la forza dell'industria manifatturiera italiana risiede nella
sua struttura peculiare: le piccole e medie imprese caratterizzano il tessuto
industriale e sono sinonimo di specializzazione, flessibilità e capacità
innovativa. A questa base si aggiungono le grandi imprese altamente produttive.
Questa combinazione garantisce la competitività dell'Italia, in particolare nei
settori high-tech quali l'automazione, la subfornitura industriale e le
tecnologie digitali.
Dal 20 al 24
aprile si terrà la Fiera di Hannover, la fiera leader a livello mondiale nel
settore delle tecnologie industriali. All’insegna del motto «think tech
together», la manifestazione presenta un’ampia gamma di tematiche lungo tutta
la catena del valore industriale. L’Italian Trade Agency (ITA) sarà presente
con uno stand collettivo, dove presenterà 13 aziende italiane operanti nel
settore della subfornitura industriale.
Le aziende
espositrici presentano la varietà e la forza innovativa dell'industria italiana
e coprono un ampio spettro di settori chiave fondamentali. Tra questi figurano,
tra l'altro, la meccanica, l'idraulica, la filtrazione industriale, la
lavorazione di precisione dei metalli, l'elettronica e le tecnologie
aerospaziali. Il portafoglio è completato da soluzioni innovative nel campo
delle piattaforme industriali digitali, della realtà estesa e dell'intelligenza
artificiale, nonché da componenti per l'ingegneria meccanica e per molteplici
applicazioni industriali.
Lo stand
collettivo dell'ITA si trova nel padiglione 17, stand A26, e offre ai
visitatori specializzati l'opportunità di entrare in contatto diretto con le
aziende italiane e di scoprire le ultime tecnologie e soluzioni. È possibile
scaricare l'elenco completo degli espositori.
Hannover Messe è
il secondo evento strategico in Germania selezionato dal Ministero degli Affari
Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) nell’ambito della campagna
di comunicazione «OpportunItaly». Il programma di promozione economica, avviato
dal Ministero degli Esteri e realizzato da ITA, mira a rafforzare il «Made in
Italy» sui mercati internazionali. A tal fine, acquirenti, distributori e
imprenditori stranieri vengono messi in contatto con il know-how italiano e
l’eccellente qualità.
Nell’ambito della
fiera, all’interno dello stand istituzionale dell’ITA verrà allestita un’area
personalizzata, gestita da due collaboratori. Qui verranno presentati sia la
piattaforma digitale di matchmaking che il Buyers’ Club. Quest’ultimo è uno
spazio esclusivo per visitatori professionali internazionali e offre accesso a
contenuti speciali, assistenza su misura e la possibilità di partecipare a
missioni commerciali in Italia.
In collaborazione
con la Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM) si terrà inoltre il
“GERMAN-ITALIAN INNOVATION TALK”, dedicato alla cooperazione bilaterale per
un’economia sostenibile. Ospite d’onore sarà il Console Generale d’Italia ad
Hannover, Piero Vaira. L’evento è in programma per il 21 aprile alle ore 17:00
sul palco centrale dell’Hydrogen + Fuel Cells Europe Public Forum nel
padiglione 11. Il programma prevede brevi interventi da parte del mondo
imprenditoriale, una tavola rotonda con aziende italiane e tedesche e
presentazioni di alcune aziende selezionate.
Informazioni
sull'Italian Trade Agency (ICE/ITA): L'Agenzia italiana per il commercio estero
(ITA) ha il compito di sviluppare e promuovere le relazioni economiche e
commerciali con l'estero, nonché di sostenere la commercializzazione di beni e
servizi sui mercati internazionali. Inoltre, è responsabile a livello mondiale
della promozione dell'immagine del «Made in Italy» e dell'Italia come
destinazione per gli investimenti esteri.
Per promuovere il settore agroalimentare italiano, l'ITA realizza
numerose iniziative in tutto il mondo, tra cui partecipazioni a fiere,
presentazioni e workshop bilaterali. In Germania, l'ufficio di Berlino
organizza eventi promozionali con regioni, province, camere di commercio,
associazioni di produttori e aziende private italiane, nonché le partecipazioni
collettive italiane alle fiere internazionali. ICE online: www.ice.it. Ice/dip 20
Nel lontano 1961,
avevamo principiato un percorso sul fronte dell’informazione anche per i
Connazionali all’estero. Potevamo stare dalla “parte” di quelli che erano in
grado di darci “buona sorte”; oppure con gli “altri”. Abbiamo preferito gli
“altri”. Con l’impegno di provare a essere di una qualche utilità nei confronti
dei milioni d’Italiani lontani dalla Patria. In allora, l’Emigrazione era un
fenomeno sociale non privo d’incognite. Non avevamo, però, un progetto
predefinito. Ci premeva, tuttavia, cominciare.
La nostra
occasione ha avuto inizio così. Pressoché come una sfida per mettere alla prova
i nostri limiti e per offrire ciò che poteva essere d’utilità per gli italiani
che vivevano altrove. Gli anni sono passati. Ma non siamo ancora certi d’essere
pervenuti nell’intento. Intanto, però, ci siamo ancora; dopo oltre sessant’anni
di comunicazione attiva.
Il nostro
obiettivo d’ampliare, come servizio, il panorama dell’informazione per gli
italiani d’oltre confine ha fornito risultati che non avremmo osato sperare. Ci
siamo sentiti parte di un tutto che ha rafforzato le nostre giustificazioni.
Abbiamo fatto nostro l’impegno sul fronte della notizia. Nello spirito della
reale collaborazione internazionale. Di là dei legami politici che logorano.
Ciò che scriviamo, che è quello in cui
crediamo, intendiamo renderlo condivisibile. Resta nostro impegno continuare.
Potevamo “venderci”. Le occasioni non sono mancate. Abbiamo preferito, invece,
restare padroni delle nostre idee. Il tempo ci ha fatto capire che è stata una
scelta corretta. Ogni altra scelta ci avrebbe condizionato. Anche perché le
crisi politiche si superano; gli ideali, quando ci sono, mai.
Giorgio Brignola,
de.it.press 23
L’interscambio economico tra Italia e Germania
Riprende slancio
l’interscambio economico tra Italia e Germania, che nel 2025 supera i 157
miliardi di euro, registrando una crescita dell’1,2% rispetto all’anno
precedente e mantenendosi su livelli tra i più elevati di sempre. Un segnale di
stabilità che conferma la resilienza delle relazioni economiche bilaterali
anche in un contesto internazionale complesso.
A trainare questa
dinamica è soprattutto la ripresa delle esportazioni italiane, con un recupero
di circa 1,2 miliardi rispetto al 2024, mentre le importazioni dalla Germania
si mantengono sostanzialmente stabili intorno agli 85 miliardi di euro. Un andamento
che evidenzia un progressivo riequilibrio degli scambi.
Sul piano
settoriale, il commercio continua a essere sostenuto da comparti chiave come
metalli e prodotti in metallo (15%), macchinari (13,4%) e mezzi di trasporto
(12,8%), che rappresentano le principali voci dell’export italiano verso la
Germania. Seguono il settore agroalimentare (12,1%), in forte crescita, e
comparti come tessile-moda (7,8%) e chimica (7,3%), a conferma della
diversificazione e competitività dell’offerta italiana.
Dal lato delle
importazioni prevalgono mezzi di trasporto e prodotti chimici, seguiti da
macchinari e metalli, mentre sul fronte dell’export italiano si distinguono
agroalimentare e siderurgia, in crescita.
Nonostante questi
segnali incoraggianti, il contesto resta caratterizzato da incertezze
macroeconomiche e geopolitiche, che invitano alla cautela sulle prospettive
future. In questo quadro, il rapporto bilaterale resta comunque uno dei più
solidi in Europa, con la Germania che si conferma primo partner commerciale
dell’Italia e l’Italia tra i principali mercati per l’export tedesco. Itkam 77
Scienziati italiani e tedeschi all’Ambasciata d’Italia a Berlino
BERLINO –
L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha celebrato la Giornata della Ricerca Italiana
nel Mondo con due iniziative: la riunione degli Stati Generali della Ricerca
Italiana in Germania, dedicata a presenza, ruolo e prospettive della comunità
scientifica italiana, e un focus sulle tecnologie quantistiche intitolato
“Quantum Research, Industry and the Arts”. L’evento – riferisce la Farnesina –
è stato organizzato insieme alle associazioni SIGN di Berlino e FAI di Colonia.
In Germania vivono circa 15.000 studenti, 5.800 ricercatori e 350 professori
italiani, “un patrimonio umano e strategico di straordinario rilievo”, come ha
ricordato l’Ambasciatore Fabrizio Bucci, sottolineando l’importanza di
coordinamento e dialogo con le istituzioni. Gli Stati Generali, mirati a
rafforzare la cooperazione scientifica e formativa tra Italia e Germania, si
sono articolati in due sessioni: la prima sull’“Ecosistema della ricerca e
cooperazione Italia–Germania”, con interventi di Mara Thiene, Matteo Alvaro,
Francesca Toma e Marzia Traverso, moderati da Vito Gironda; la seconda su
“Ambiti scientifici, innovazione e valorizzazione culturale”, moderata da
Gianaurelio Cuniberti, con contributi di Giorgio Metta, Paolo Pavan, Tommaso
Calarco, Claudia Crocini ed Elisa Ferrando May. Nei saluti iniziali, l’Ambasciatore
ha richiamato il valore strategico della ricerca in un contesto globale in cui
competitività e sviluppo dipendono dalla capacità di generare conoscenza,
attrarre talenti e trasformare l’eccellenza scientifica in impatto economico e
sociale. L’evento “Quantum: Research, Industry and the Arts” ha ospitato tre
personalità di spicco del settore: Christiane Koch (Freie Universität Berlin),
Fabio Sciarrino (La Sapienza) e Bettina Kames (LAS Art Foundation). Le
tecnologie quantistiche sono al centro di nuovi programmi europei, tra cui la
strategia “Quantum Europe” adottata nel 2025 e il futuro Quantum Act previsto
per il 2026–2027. Il 22 aprile l’Italia ha celebrato la IX edizione della
Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo, nata in ricordo di Rita Levi-Montalcini.
L’edizione 2026 ha posto l’accento su quattro temi: la cooperazione scientifica
multilaterale con il Polo di Trieste, l’eredità del Prof. Antonino Zichichi, le
esplorazioni italiane ai Poli nel centenario della spedizione di Umberto Nobile
e la candidatura italiana a ospitare l’Einstein Telescope nel sito di Sos
Enattos. (Inform/dip 27)
La pensione tedesca in Italia: non va tassata due volte
ROMA – Il deputato
del Pd Toni Ricciardi, eletto nella ripartizione Europa, ha presentato,
al Ministro dell’economia e delle finanze, un’interrogazione a riposta in
Commissione, riguardante i numerosi cittadini italiani residenti in Italia che
percepiscono trattamenti pensionistici erogati dalla previdenza tedesca
(Deutsche Rentenversicherung). “Ai sensi dell’articolo 18 della Convenzione tra
la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania per evitare le
doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, firmata
il 18 ottobre 1989, – si legge nell’interrogazione – le pensioni e le
remunerazioni analoghe sono imponibili, di regola, nello Stato di residenza del
percettore; il Protocollo allegato alla Convenzione, al paragrafo 14,
lettera a), lettera e), disciplina specificamente il trattamento
fiscale delle pensioni di fonte tedesca, prevedendo che una quota delle stesse
possa essere considerata esente o determinata secondo criteri propri
dell’ordinamento tedesco; in attuazione di tali disposizioni, l’amministrazione
fiscale tedesca (Finanzamt Neubrandenburg) sta trasmettendo comunicazioni
ufficiali ai pensionati, attestando che una quota pari al 16 per cento della
pensione non è soggetta a imposizione, in quanto riconducibile al sistema di
esenzione previsto dal diritto tedesco; l’ordinamento fiscale tedesco riconosce
ai pensionati che vivono in Germania una «grundfreibetrag» (franchigia di base)
pari a circa euro 12.348 annui per i singoli e 24.696 per le coppie, che
consente di escludere da imposizione una parte significativa del reddito
complessivo; tale meccanismo non trova un corrispondente riconoscimento nel
sistema tributario italiano, con la conseguenza che i pensionati italiani che
rientrano in Italia e percepiscono una pensione tedesca sono assoggettati
all’Irpef ordinaria sull’intero ammontare della pensione; ne deriva – continua
l’interrogazione – una asimmetria applicativa della Convenzione, in quanto la
quota di reddito che, secondo il sistema tedesco e il richiamato Protocollo,
non concorre alla formazione della base imponibile, viene invece di fatto
attratta integralmente a tassazione in Italia; tantissimi connazionali
pensionati che di fatto vivono per la maggior parte in Italia, non hanno mai
cancellato l’iscrizione Aire proprio per evitare la tassazione italiana; tale
situazione incide in modo significativo su soggetti con redditi pensionistici
modesti (in larga parte inferiori a euro 1.029 mensili), determinando effetti
economici rilevanti e potenzialmente in contrasto con le finalità di equità
sottese alla Convenzione”. Alla luce di questa premessa il deputato Ricciardi
chiede al Ministro interrogato “se sia a conoscenza delle criticità derivanti
dall’applicazione combinata dell’articolo 18 della Convenzione Italia-Germania
e del paragrafo 14 del Protocollo, in relazione alla tassazione in Italia delle
pensioni di fonte tedesca e quali siano i dati aggiornati in possesso
dell’amministrazione finanziaria circa: a) la distribuzione degli
importi delle pensioni tedesche percepite in Italia; b) il gettito
fiscale derivante dalla loro tassazione; c) il numero dei
contribuenti interessati suddivisi per classi di reddito e se non si ritengano
necessarie iniziative normative al fine di escludere dalla base imponibile ai
fini dell’Irpef, in coerenza con la ratio della Convenzione, la quota
di pensione qualificata come non imponibile secondo il diritto tedesco e
attestata dall’autorità fiscale tedesca, anche valutando l’introduzione,
nell’ordinamento interno, di meccanismi di franchigia o esenzione specifici per
le pensioni estere, analoghi a quelli previsti dal sistema tedesco, al fine di
garantire un trattamento equo ai pensionati rientrati in Italia”. (Inform 12)
L’“Italia invisibile” in Germania: un milione di cittadini senza voce
politica
Berlino. Esiste
una realtà italiana grande quanto una metropoli, ma assente dal dibattito
politico nazionale. È la comunità italiana in Germania: oltre 800.000 cittadini
(più di un milione considerando le persone di origine italiana) che lavorano,
producono reddito, pagano le tasse e contribuiscono ogni giorno al rapporto
strategico tra Italia e Germania.
Eppure, a fronte
di questo peso economico e sociale, emerge un dato difficilmente contestabile:
questa comunità resta sostanzialmente priva di una rappresentanza politica
efficace.
Il triplo vuoto di
rappresentanza
Il paradosso è
evidente. Gli italiani in Germania costituiscono uno dei gruppi più numerosi
della Circoscrizione Estero-Europa, ma la loro capacità di incidere nei
processi decisionali appare estremamente limitata.
Nel Parlamento
italiano, il sistema della Circoscrizione Estero aggrega realtà molto diverse,
finendo spesso per diluire le specificità della comunità italiana in Germania.
Le questioni concrete — fisco, pensioni, servizi consolari — raramente trovano
una rappresentanza strutturata e continuativa.
Nel Bundestag,
nonostante una presenza storica e un forte radicamento sociale, la comunità
italiana non esprime una presenza politica proporzionata al proprio peso. A
differenza di altre comunità migratorie, che negli anni hanno sviluppato una
rappresentanza nei principali partiti tedeschi, quella italiana rimane
marginale nei livelli decisionali.
Nel Parlamento
Europeo, infine, si avverte la mancanza di figure capaci di interpretare
concretamente la condizione degli italiani residenti in Germania, proprio nel
cuore dell’asse politico ed economico dell’Unione.
Una rappresentanza
debole anche negli organismi dedicati
Organismi come
COMITES e CGIE, nati per rappresentare gli italiani all’estero, svolgono un
ruolo istituzionale importante, ma faticano a incidere in modo visibile e
concreto sulle scelte politiche.
Il risultato è una
percezione diffusa: esiste una struttura formale di rappresentanza, ma manca
una reale capacità di influenza.
Da “emigrazione” a
comunità europea
L’immagine dell’emigrazione
italiana come fenomeno marginale o nostalgico non corrisponde più alla realtà.
In Germania vive una comunità composta da professionisti, imprenditori,
lavoratori qualificati e giovani altamente formati.
Una comunità
integrata, dinamica e centrale nel rapporto tra i due Paesi, che tuttavia non
trova un corrispondente riconoscimento politico.
La questione
aperta
La domanda che
emerge è inevitabile: come è possibile che una delle più grandi comunità
italiane all’estero resti priva di una rappresentanza politica chiaramente
riconoscibile?
Non si tratta solo
di un problema della comunità italiana in Germania. È anche un limite per
l’Italia, che rinuncia di fatto ad avere una presenza politica strutturata in
uno dei Paesi più influenti d’Europa.
Senza un
ripensamento della rappresentanza e senza un investimento reale nella
costruzione di una classe dirigente radicata sul territorio, questa realtà
rischia di rimanere ciò che è oggi: numericamente forte, economicamente
rilevante, ma politicamente marginale.
Resto a
disposizione per eventuali adattamenti editoriali o revisioni.
Ringraziandovi per
l’attenzione, porgo cordiali saluti,
Giuseppe Tizza
Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad
Siamo di fronte a
una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del
contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto
internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono
le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del
Consiglio d’Europa.
Il mondo viene
trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto
della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in
un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte
e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato
senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago.
Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali:
nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi
della guerra ibrida.
«Questa guerra non
è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari
elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi
islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra
religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare
attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei
media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e
questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva
della realtà».
Professoressa
Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora
iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?
Come io riesco a
capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa,
sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri
tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e
Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai
media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente
della diaspora.
Come stanno
raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e
cosa non viene capito?
Bisogna
distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in
Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la
“liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si
dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è
un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne
purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media
alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del
conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media
mainstream.
Quello che non
viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni
all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei
media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle
sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il
successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che
protestavano, e anche per la guerra.
Nei media
alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei
vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media
mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa
immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.
Il patrimonio
culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei
conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a
colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi,
la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano
e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già
perduto?
L’Iran è pieno di
siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del
patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al
momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo
Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è
stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del
Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella
regione del Lorestan.
Quando è stata
presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui
il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono
andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più
emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più
importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra
l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le
città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.
Da decenni,
giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un
contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei
loro percorsi di vita?
Mi pare che ne
venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di
genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della
libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei
media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una
venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste
immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è
molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi
europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che
gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.
Che ruolo hanno le
comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia
solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone
migranti?
Faccio parte di un
gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la
diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura
esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività
religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio
antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le
radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia
alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone
migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore
assolutamente da escludere.
Quali prospettive
intravede per la popolazione iraniana della diaspora?
Per gran parte
della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a
essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di
persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in
bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato
loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non
si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica.
Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana.
Simone Varisco, “Migranti
Press” 3-4 2026
In questi tempi
d’incertezza e di guerre, si confonde, spesso, e non a caso, “Libertà”, con
“Disordine”. I due termini, neppure in apparenza, hanno aspetti comuni tali da
farli confondere. Sempre che non si voglia, scientemente, farlo. Anche se il
“disordine” è figlio dell’incertezza dei tempi; come, appunto, quelli che
stiamo vivendo.
La “Libertà”,
individuale e collettiva, è regolata da norme di vita che nascono da una logica
generale. Il “disordine” è tutto l’opposto e, se s’insinua con la “libertà”,
allora ne deriva il caos; con tutte le sfumature più negative che possono far
parte della natura umana. Migliore, di conseguenza, conservare una netta
distinzione tra i due termini che, comunque, non hanno nulla in comune.
Da noi, il confine
tra “libertà” e “disordine” s’è fatto complesso. Quando le esigenze non hanno
più limiti circoscritti e la “Libertà” sconfina nel “Disordine”, allora ci sono
principi da rivedere e situazioni da modificare. Ben sapendo che non sarà facile.
Ma di necessità è opportuno fare virtù. Anche perché, purtroppo, sotto questo
profilo tutto il mondo è Paese e l’Italia si trova in un periodo di particolare
fragilità psicologica. Insomma, la “politica” ha da focalizzare meglio il suo
ruolo e non solo nella Penisola. Con la
speranza che non resti solo un nostro augurio.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Dal 5 al 15 novembre 2026 il Festival della Migrazione, sulle donne nei
percorsi migratori
Si è tenuta a Roma
presentazione dell’XI edizione del Festival della Migrazione, in programma dal
5 al 15 novembre 2026 in diverse città italiane dal titolo “Donne migranti –
Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture”. Promosso dalla Fondazione
Migrantes, Porta Aperta di Modena e da una rete ampia e qualificata di Atenei
universitari e di altri enti e organizzazioni, il Festival rappresenta uno
degli appuntamenti di riferimento a livello nazionale sul tema delle
migrazioni, affrontato attraverso molteplici linguaggi e prospettive: tavoli di
confronto, incontri nelle scuole, workshop, presentazioni, mostre e spettacoli.
«Il Festival è
un’occasione importante – ha detto nell’occasione mons. Giancarlo Perego,
presidente della Fondazione Migrantes – per narrare la realtà della migrazione,
al di là delle questioni ideologiche. Le donne migranti in Italia sono
soprattutto provenienti da Ucraina, Romania e Filippine, ma anche le italiane
emigrate sono molte, il 48,6% degli oltre 6 milioni di italiani nel mondo.
Oltre il 20% delle nascite in Italia le dobbiamo a madri straniere e oltre il
50% delle nuove cittadinanze italiane sono al femminile. Le donne migranti crescono
di più come imprenditrici rispetto agli uomini e mandano nei loro Paesi
d’origine più rimesse, divenendo soggetto prezioso di cooperazione allo
sviluppo. Tuttavia le donne straniere sono più vulnerabili, anche sul piano dei
diritti nel mondo del lavoro, così come quando si parla di donne che subiscono
violenze».
Edoardo Patriarca,
presidente dell’associazione Festival della Migrazione, ha ricordato la genesi,
i pilastri e gli obiettivi dell’iniziativa: «Il Festival è un’esperienza che
continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale
perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte
integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro
Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire
una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in
quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere
affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e
orientate al futuro».
Importante la
presenza, tra gli interventi introduttivi, di Sergio Durando – direttore
dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino e del Festival dell’Accoglienza
-, che ha presentato a sua volta il programma e lo spirito della prossima
edizione dell’iniziativa piemontese, che si legherà al tema della “mitezza”,
mettendo le basi di un possibile gemellaggio tra le due belle esperienze.
Il professor
Maurizio Ambrosini, presidente del comitato scientifico, ha sottolineato:
«L’agenda del Festival della Migrazione propone un programma possibile con
diverse proposte. Tra queste le proposte per il lavoro, oltre a potenziare i
canali legali per gli ingressi (come i corridoi umanitari, per le persone
bisognose di protezione). Favorire i ricongiungimenti familiari è un altro
importante tema, proprio per prevenire comportamenti potenzialmente a rischio.
E poi c’è il tema della libertà religiosa e, terza declinazione, la lotta
contro le discriminazioni, che nel nostro Paese sono attualmente un buco nero».
Milena Santerini,
professoressa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega: «Questo è il
Festival dell’intercultura, che chiedono un cambiamento culturale in chi
arriva, in chi accoglie. Occorre uno scambio vero, a volte drammatico o
pesante, che richiede uno sforzo. Abbiamo bisogno di politiche interculturali e
non della paura o della sicurezza (o insicurezza). L’Agenda del Festival è
innovativa: né assimilazione, né relativismo, ma uno scambio che crei uno
spazio terzo. Ci sono sfide aperte, tra queste il fallimento della cittadinanza
per bambini e ragazzi nati qui, e poi le politiche dell’insicurezza, che
aumentano la chiusura dei gruppi in se stessi. Tra le sfide vinte la crescita
significativa delle imprese femminili e, più in generale, i dinamismi delle
seconde generazioni».
Sonny Olumati,
vice presidente del comitato “Italiani senza cittadinanza” e membro del
comitato scientifico del Festival, porta una testimonianza: «Sto vedendo nei
giovani, specie nelle seconde generazioni ma non solo, un grande fermento. I
giovani nel nostro Paese stanno riscoprendo un sentimento di uguaglianza anche
a livello spirituale, hanno un desiderio di rivalsa verso i potenti, infine
hanno un sentimento di giustizia che stanno riscoprendo. Ci sono i presupposti
per costruire qualcosa di migliore, c’è una gioventù pronta a reagire e che
vuole essere coinvolta».
È stato dato
spazio anche alla presentazione dei “Quaderni del Festival”, collana diretta da
Orsetta Giolo, professoressa associata di Filosofia del diritto all’Università
di Ferrara, e Thomas Casadei, professore ordinario di Filosofia del diritto
all’Università di Modena e Reggio Emilia. Il primo di questi quaderni si
intitola “I diritti oltre i confini” ed è edito da Pacini Giuridica.
I lavori sono
stati conclusi da S. Em. il card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero
per il Servizio dello sviluppo umano integrale: «Vogliamo che le collettività
migranti abbiano spazi di visibilità, per dirci che è possibile convivere in
armonia. Dobbiamo costruire una società di miti, che si offrano a servizio
degli altri, perché nessuno resti indietro». In questo senso, il Festival -ha
continuato il card. Baggio – «è una iniziativa importantissima per i contenuti
che propone. Questo evento favorisce la cultura dell’incontro, come diceva Papa
Francesco, e poi si rivolge alle comunità di persone che vengono da altri paesi
e che spesso sono isolate, anche per paura o vergogna. Il terzo gruppo di
persone sono quelli che hanno colto la chiamata a essere presenti in questo
mondo e a servizio degli altri. E poi il quando. Sulla migrazione ci si ferma
sempre sul presente, “migrante” è participio presente. Ma esistono anche il
passato e il futuro; il Festival ci permette di ragionare anche su questo, per
togliere i motivi di migrazione per obbligo (e lasciarla come scelta libera) e
un futuro per far sì che da qui agli anni a venire la società sia migliore».
Migrantes 9.4.
Cgie. “Italiano e multilinguismo: costruire ponti linguistici per le nuove
generazioni”
ROMA – Si è svolto
nei giorni scorsi il webinar “Italiano e multilinguismo: costruire ponti
linguistici per le nuove generazioni”, organizzato dalla Commissione IV del
Cgie. Ha aperto l’incontro il Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi.
“Nel 2026 – ha esordito Prodi – festeggiamo i 40 anni dell’insediamento
dei primi Comites, 35 dall’insediamento del Consiglio Generale e 30 dalla
conferenza di Monte Catini, dove il Cgie già poneva tutta una serie di temi
sull’italofonia, sull’apprendimento e l’insegnamento della lingua. Con la
professoressa Campanale – ha proseguito Prodi – abbiamo potuto constatare che
il tema centrale è lo stesso di all’ora. Le proposte fatte per trasmettere la
nostra lingua sono ancora in parte quelle che proponiamo oggi, sia dal puto di
vista della concezione, che per quanto riguarda e sfide tra pubblicato e
privato, comunità ed identità. Ma ci sono anche nuove tematiche, come la
digitalizzazione ed il plurilinguismo, che sono i temi che appartengono alle
nuove generazioni e rappresentano delle nuove sfide. Questo incontro – ha
proseguito Prodi – è fondamentale, perché grazie al lavoro degli esperti, della
IV Commissione del Cgie e della Direzione Generale, abbiamo veramente
un’occasione di dialogo con le famiglie, gli insegnanti e chi mette in opera
delle politiche pubbliche”. Il Segretario Generale ha concluso ricordando
che dal 11 al 15 di maggio ci sarà l’Assemblea del Cgie . Ha poi preso la
parola Livia Campanale Presidente della Commissione IV. “Per me è un grande
piacere partecipare a questo webinar – ha affermato Campanale – che è
dedicato ad un tema di straordinaria attualità: la rilevanza del multilinguismo
ed il ruolo della lingua italiana nel mondo. In qualità di Presidente della
Commissione Lingua e Cultura del Cgie, sin dall’inizio della consigliatura
insieme agli altri consiglieri, che sono oggi collegati con noi, abbiamo
considerato prioritario ampliare lo sguardo del nostro lavoro, che, anche prima
di questa consigliatura, era stato sempre improntato a sostenere e monitorare
le attività degli enti gestori e promotori della lingua italiana nel mondo.
Abbiamo dunque sentito la necessità – ha continuato Campanale – di aprirci a
nuove prospettive, perché la cultura come sappiamo ha un significato molto
ampio e abbiamo cercato di capire che cosa volesse dire apprendere la cultura e
la lingua italiana oggi, quindi più in linea con le trasformazioni delle nostre
comunità”. “C’è un altro anniversario che celebriamo quest’anno, -ha continuato
la Presidente – e cioè i 30 anni dalla conferenza di Monte Catini del
96’, che è stata promossa dal Cgie insieme al Ministero degli Affari Esteri. A
30 anni da quell’occasione, siamo chiamati a riflettere su un’eredità
importante. Quell’incontro aveva rappresentato un momento fondativo per la
formazione della visione strategica per la diffusione della lingua e cultura
italiana nel mondo, mettendo al centro il bisogno di un’azione mirata,
strutturata e lungimirante. Molte delle riflessioni messe in rilievo all’ora,
dalla centralità delle comunità italiane all’estero, al valore del bilinguismo
come risorsa, sono ancora oggi molto attuali, ma allo stesso tempo il nostro
contesto è cambiato. Oggi, oltre a quelle priorità, – ha aggiunto
Campanale – siamo chiamati a confrontarci con varie dimensioni, come quella
della cittadinanza globale, che definisce il rapporto tra lingua, identità ed
appartenenza, e con l’impatto della digitalizzazione che ha trasformato in modo
radicale tutti i modi di apprendimento, di conoscenza e di trasmissione linguistica.
È proprio in questo intreccio tra continuità e cambiamento che si inserisce la
riflessione che vogliamo avviare oggi. Infatti, ci confrontiamo sempre di più
con contesti plurilingui e multiculturali”. “In questo scenario -ha poi
rilevato Campanale – emerge con forza la volontà di accompagnare e sostenere la
trasmissione della lingua italiana alle nuove generazioni, valorizzando al
contempo la ricchezza linguistica che la caratterizza. Il webinar di oggi – ha
concluso la Presidente – nasce con l’obiettivo di riflettere insieme su come
rendere l’italiano sempre più inclusivo, efficace e capace di conoscere e
valorizzare le competenze linguistiche di ogni studente. Credo che il
plurilinguismo sia sempre di più una sfida da gestire, ma anche una risorsa da
coltivare, che, se è adeguatamente sostenuta, può diventare un ponte tra
culture, generazioni ed identità. A seguire è intervenuta Antonella
Sorace, professoressa di Linguistica all’Università di Edimburgo, che ha
illustrato i risultati di una ricerca sul bilinguismo nei bambini. La
professoressa ha evidenziato come dall’indagine emerga che i bambini riescono a
distinguere le varie lingue fin dalla tenera età, favorendo il processo di
apprendimento di altre lingue. Sorace ha anche sottolineato come i bambini
bilingui apprendano più in fretta le altre lingue rispetto ai loro coetanei
monolingui, ed evidenzino una tendenza ad avere meno disturbi dell’attenzione
all’interno della quotidianità. Sorace ha quindi rilevato come la conoscenza di
più lingue possa portare dei benefici, a prescindere dalle lingue
acquisite: “Questi benefici – ha spiegato – non sono automatici, perché le
esperienze bilingui sono molto diverse. Nella ricerca cerchiamo di capire come
interagiscono tra di loro e come influenzino il bilinguismo, ad esempio gli
atteggiamenti verso le lingue, la distanza tipologica tra le lingue, l’uso
delle lingue nelle comunità. Quindi invece di classificare le persone come
monolingui o bilingui, dovremmo veramente classificarli come meno bilingui o
più bilingui su una dimensione continua, che dipende da molti fattori. Quello
che è importante per questi effetti positivi sia linguistici che generali per
la vita quotidiana – ha aggiunto – è la percezione delle lingue, è fondamentale
che entrambe le lingue siano apprezzate e valutate dalla famiglia e dalla
comunità, in modo che il bambino si renda conto che entrambe le lingue siano
valide, prestigiose e piacevoli da parlare, ma soprattutto che entrambe le
lingue si possano parlare in tutte le situazioni. Quindi bisogna creare
un contesto in cui il bambino può crescere con questa percezione del
bilinguismo e quindi mantenere la prima lingua in famiglia
Da segnalare anche
l’intervento della Dottoressa Karin Martin: “Vorrei spostare l’attenzione dal
piano scientifico a quello più quotidiano riguardanti le famiglie italiane
all’estero, soprattutto per quanto riguarda il rapporto famiglia – scuola. Il
multilinguismo – ha spiegato Martin – non nasce solo a scuola o solo in
famiglia, ma si costruisce nella relazione e quindi anche nella possibilità di
sostegno attorno ai bambini o ai genitori : quando le comunità collaborano, la
lingua di famiglia non resta una parte fragile, ma diventa un repertorio per il
bambino”. “Quando parliamo di famiglie italiane all’estero, – ha poi rilevato
l’esperta – non parliamo di un gruppo omogeneo, ma parliamo di famiglie con un
solo genitore italiano, con due genitori italiani, bambini e bambine nati
all’estero, emigrati con i genitori a diverse fasce di età, quindi cambiano le
condizioni iniziali, e cambiano anche la quantità di italiano disponibile a
seconda delle regioni in cui ci troviamo e cambia anche il rapporto emotivo
con le lingue. Eppure in queste situazioni emerge sempre il problema di come
poter mantenere la lingua senza scontrarsi con la lingua locale. Questo
riguarda la vita quotidiana, e in molti casi l’italiano resta una lingua
confinata solo dentro casa, mentre fuori domina la lingua o le lingue
utilizzate nelle scuole e nel posto. Quando una lingua vive solo nello spazio
domestico senza essere considerata utile o desiderabile, il suo mantenimento
diventa molto più difficile. Spesso il peso di mantenere la lingua italiana –
ha continuato Martin – ricade su un solo genitore e quindi il
mantenimento dell’italiano diventa una responsabilità quasi individuale, che
richiede costanza, energia, competenze educative che devono essere distribuite
in modo equo e questo può generare stanchezza, conflitti, anche un senso di
fallimento. La seconda difficoltà che ho riscontrato è quella dei messaggi
contrastanti, dove da un lato i genitori riconoscono che mantenere la lingua di
famiglia è importante, soprattutto per il legame affettivo e lo sviluppo
dell’identità, dall’altra parte si sentono dire che troppe lingue confondono,
che possono causare difficoltà. Questo è un falso mito perché il bilinguismo
non è causa di confusione ed il mantenimento della lingua di famiglia non ostacola
l’apprendimento della lingua scolastica. La terza difficoltà che ho riscontrato
nelle famiglie italiane è che i bambini non riconoscono il valore della lingua
di famiglia, ovvero se l’italiano è parlato solo dentro casa senza una presenza
sociale, culturale o scolastica, viene percepita come meno utile rispetto alla
lingua del paese. In questo caso non basta parlare italiano con i bambini,
bisogna costruire attorno a questa lingua un forte senso di appartenenza e di
opportunità”.
È poi intervenuto
il Professor Saverio Carpentieri del Dipartimento di Scienze della Traduzione
dell’Università di Innsbruck. Carpentieri ha promosso un progetto di
bilinguismo all’interno di una scuola pubblica in Austria. “Questa forma
scolastica – ha spiegato – viene portata avanti in una scuola primaria nella
città di Innsbruck, ed è più di un semplice progetto di sostegno linguistico,
ma è diventato un componente fondamentale dell’identità scolastica austriaca.
L’iniziativa è sostenuta da un team pedagogico e da un programma didattico
differenziato e realizzata in collaborazione con le famiglie e partner esterni.
Il tutto prende il via – ha ricordato Carpentieri – nel 1998, anno in cui
nasce una istituzione che favorisce la cooperazione regionale tra il Tirolo,
l’Alto Adige ed il Trentino. Questa collaborazione si sviluppa soprattutto nei
primi anni nel campo socio – economico, ma a partire dal 2004 vengono
sviluppati dei programmi educativi, tra cui uno dei primi è quello delle classi
bilingue tedesco – italiano. Dal 2005 comincia questo progetto
scolastico. Nel 2006 viene istituito un accompagnamento scientifico del
progetto. Nell’anno scolastico 2020 – 2021, il progetto viene trasferito in
un’altra scuola più grande, dove a partire dal 2023 – 2024 nasce anche un
progetto parallelo di scuola europea accreditata. Orientativamente – ha poi
spiegato Carpentieri – le categorie di bambini che frequentano questo progetto
sono bilingui simultanei, quindi bilingui che crescono in un ambiente bilingue tedesco
– italiano fin dalla nascita ed utilizzano entrambe le lingue nella vita
quotidiana a seconda della situazione. Poi vi sono dei bilingui consecutivi,
cioè quelli che hanno acquisito la lingua italiana in età prescolare e che la
utilizzano anche nella vita quotidiana”. Il docente ha anche segnalato una
terza categoria, quella degli alunni di provenienza altoatesina prevalentemente
germanofoni che hanno un contatto con l’italiano molto diversificato, nonché la
presenza di gruppi di bambini monolingui italiani e austriaci che nella fase
prescolare hanno acquisito la conoscenza dell’italiano in una scuola d’asilo.
Infine vi un’ultima categoria, quella dei bambini plurilingue nell’ambito di
un’altra lingua romanza. Carpentieri ha concluso la sua riflessine ricordando
che in questo anno scolastico 2025 – 2026 si celebrano i 20 anni del progetto.
Ha infine preso la parola Joseph Lo Bianco, Professore Emerito di Educazione
Linguistica e dell’Alfabetizzazione presso la Melbourne Graduate School of
Education dell’Università di Melbourne. Lo Bianco ha spiegato che il suo lavoro
consiste nel trasformare, tramite il metodo scientifico, le varie idee
volte a facilitare la diffusione delle lingue nella vita reale e
quotidiana. “La situazione in cui ci troviamo ora – ha affermato Lo Bianco – è
quella di un multilinguismo crescente e normalizzato, quindi l’italiano e la
sua promozione nel mondo, deve trovare il suo spazio all’interno di un contesto
plurilinguistico, dove la tecnologia facilita il processo del multilinguismo”.
Il professore ha poi rilevato l’importanza della lingua italiana in Australia,
in quanto questo paese detiene un numero importante e di studenti attivi che
studiano la nostra lingua. Secondo i dati riportati da Lo Bianco, l’età
media degli italiani che sono emigrati nel secondo dopoguerra in Australia è
intorno 72 anni, mentre il 64% degli italo australiani nati in Australia, ha 40
anni o più. “La chiara conseguenza a questo fenomeno – ha spiegato il docente –
è la diminuzione dell’uso dell’italiano in ambito famigliare, quindi un minor
numero di bambini crescono con l’italiano o un suo dialetto. Questa
rappresentazione sociologica ha un effetto reale e concreto che comporta una
grande sfida. Per far fronte a questo problema – ha aggiunto Lo Bianco –
si deve pensare all’importanza degli italofoni, che sono coloro che parlano la
nostra lingua o che semplicemente la comprendono. Quindi i gruppi sono: i
parlanti che hanno l’opportunità di un uso regolare della lingua, poi abbiamo
chi comprende la lingua, che ha una capacità passiva o ricettiva, l’ultimo
gruppo sono le nuove generazioni che attraverso i primi due gruppi riscoprono
la lingua”. Lo Bianco ha poi sottolineato la necessità di tutelare in Australia
sia la lingua italiana che le lingue aborigene. Un lavoro, quello di preservare
le lingue, che si sta cercando di portare avanti. “Il multilinguismo – ha
continuato Lo Bianco – emerge come necessità politica e conseguenza della
globalizzazione, e bisogna integrare anche la tecnologia ed una nuova concezione
linguistica, da cui sviluppare metodi e programmi per permettere di raggiungere
questo obiettivo. Una lingua sana viene trasmessa a casa e a scuola tramite
l’insegnamento. Per rendere sana una lingua a rischio di estinzione globale o
locale, abbiamo bisogno di agire a livello scolastico nei programmi di scuola,
creare opportunità per l’uso della lingua , ma allo stesso tempo bisogna anche
promuovere e far venire il desiderio di usare quella lingua. Per quanto
riguarda l’italiano non è a rischio, poiché è insegnato in tantissime scuole a
tantissimi bambini, ma necessita di rimanere una lingua sana”. Lo Bianco ha
infine segnalato che l’italiano ha bisogno di un piano internazionale per
riuscire a propagarsi nel mondo .
Lorenzo Morgia,
Inform/dip 19.4.
Con la Comunità italiana all’estero la nostra
intesa è buona. Soprattutto con quella di seconda e terza Generazione. Ci siamo
anche resi conto che la maggioranza è contraria all’immobilismo politico. Non
solo nel Vecchio Continente. Siamo, quindi, favorevoli, non da ieri, sul fronte
della rappresentatività informativa; vale a dire di militanza.
Anche se abbiamo
preferito, per una serie di motivi organizzativi, verificare quali contenuti
del nostro programma siano meglio difendibili. Intendiamo, così, essere un polo
d’opinione per lasciare ai Lettori, anche dall’estero, la più ampia opportunità
per rendere pubblici i loro consigli, dubbi e perplessità. Ma anche i loro
pareri di vita. Questi sono, da sempre, stati i nostri progetti.
La nostra
posizione non è marginale. E’ utile per avere, anche se in tempi diversi, una
visione interpretativa su quanto i diretti interessati sentono il bisogno di
comunicare. Per pretendere efficaci cambiamenti sul fronte politico nazionale,
il parere degli italiani all’estero non può essere il fanalino di coda di una
realtà, non solo politica, che coinvolge milioni di Connazionali ”altrove.”
Segno, evidente, che non è sufficiente promettere molto e mantenere poco. In
politica, quindi, bisogna metterci la faccia se si ritiene d’essere nel giusto.
Anche le critiche, se validamente motivate, troveranno un’attenta valutazione.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Riforma della legge elettorale in Italia
Nel dibattito tra
i partiti sulla riforma elettorale, dopo il fallito referendum sulla giustizia,
il problema di come attribuire il premio di maggioranza alla coalizione che, in
base al voto arriva prima alla Camera e al Senato, comincia ad avviarsi ad una
soluzione chiara ed essenziale.
L’esperienza
insegna che il premio di maggioranza è uno strumento politico delicato: serve a
favorire la governabilità, ma, se costruito male, rischia di restringere la
rappresentatività e di alterare il principio di uguaglianza del voto.
Proprio per le
ragioni esposte, la scelta degli eletti all’interno della coalizione vincente è
importante, perché non si tratta di un semplice dettaglio tecnico, ma di
mettere alla prova la qualità democratica dell’intero impianto.
Una prima
alternativa, è la lista interamente bloccata: l’elettore vota il simbolo e l
’ordine degli eletti è deciso dai vertici del partito. E’ una soluzione che
nella sua semplicità, garantisce coerenza politica, ma presenta un costo
evidente che è quello di ridurre drasticamente la possibilità per i votanti di
incidere sulla selezione della classe dirigente, rafforzando le dinamiche di
cooptazione e il clima di distanza e sfiducia, già da tempo presenti
nell’elettorato.
La giurisprudenza
costituzionale è molto chiara in proposito. Con la sentenza nr. 1 del 2014 che
ha smantellato il cosiddetto “Porcellum“, la Corte Costituzionale ha censurato
le liste bloccate lunghe, ritenendole lesive
del principio di rappresentanza.
Principio ribadito
nella sentenza nr. 35 del 2017 sull’ “Italicum”, dove la Corte ha ammesso forme
parziali di liste bloccate, purché circoscritte e in grado di restituire agli
elettori un effettivo potere di scelta.
L’altra
alternativa sarebbe una lista interamente basata sul voto di preferenza, con
non pochi problemi, anche se offre all’elettore la possibilità di scegliere
candidati e non solo simboli; problemi che sono tutti da ricondurre alla
competizione interna tra candidati dello stesso partito, che può produrre
campagne costose, personalistiche, non di rado opache, accentuando
diseguaglianze e gravi distorsioni.
Di qui, la scelta
difficile di una soluzione ibrida, mantenendo il capolista bloccato e
assegnando i seggi successivi sulla base di una preferenza, oppure scegliere,
senza Se e senza Ma, una delle due opzioni.
La soluzione
ibrida, teoricamente forse la più equilibrata, non è stata mai preferita,
perché tende a gerarchizzare gli eletti e a produrre forti tensioni all’interno
dei partiti; perciò si usa la lista bloccata “corta“ a condizione che esistano
nel partito, veri meccanismi di selezione democratica all’interno di esso.
Proprio per quanto
sinora si è detto, la scelta del modello di lista per costruire il premio di
maggioranza non è pura questione tecnica, ma è sottolineare ancora una volta
cosa si intende per democrazia e cosa si può fare per rafforzare il legame di
fiducia tra i cittadini e istituzioni in un Paese, come il nostro, segnato da
un grave astensionismo elettorale.
Angela Casilli,
de.it.press 7
Brevi di politica e cronaca tedesca
La politica
energetica provoca tensioni nella coalizione di governoIl dossier energetico
proposto dalla ministra dell’Economia Katherina Reiche (CDU) per il riordino
del sistema elettrico ha suscitato le forti critiche della SPD, aprendo un
serio confronto tra i partner di governo. Al centro della discussione vi è la
revisione degli incentivi alle energie rinnovabili, con la proposta di
collegarli in modo più stringente alla capacità della rete di assorbire
l’energia prodotta. Secondo la SPD questa impostazione potrebbe rallentare gli
investimenti e mettere a rischio gli obiettivi climatici.
Le divergenze
riguardano anche altri dossier chiave, come la modernizzazione delle reti
elettriche, il ruolo delle centrali a gas e il prezzo dell’energia per
l’industria. Il ministero delle Finanze guidato da Lars Klingbeil ha espresso
riserve su diversi punti, evidenziando possibili effetti negativi sulla
prevedibilità degli investimenti. Dal canto suo, la CDU sottolinea la necessità
di contenere i costi energetici e garantire la sostenibilità economica del
sistema in tempi brevi. La SPD ribadisce invece l’urgenza di accelerare la
transizione verso le rinnovabili. Secondo il Cancelliere Merz, i progressi su
dossier chiave – tra cui politica fiscale, pensioni e competitività industriale
– risultano insufficienti. Il leader della CDU ha invitato il partner di
coalizione a rimuovere i blocchi politici che rallentano l’azione di governo.
La SPD ha respinto
le critiche, rivendicando il proprio contributo e sottolineando la necessità di
mantenere un equilibrio sociale nelle riforme. Il confronto evidenzia una
crescente divergenza di priorità all’interno della coalizione.
Pistorius presenta
la prima strategia militare
Berlino definisce
per la prima volta una strategia militare organica. Boris Pistorius ha
presentato al ministero della Difesa un documento che segna un passaggio
significativo nell’evoluzione della politica di sicurezza.
Il documento
individua nella Russia la principale minaccia alla sicurezza europea e descrive
un ambiente segnato non solo da rischi militari convenzionali, ma anche da
forme di conflitto ibride, tra cui cyberattacchi, sabotaggi e campagne di
disinformazione. In questo quadro, il governo federale intende rafforzare in
modo progressivo le capacità dell'esercito, la Bundeswehr, con l’obiettivo
dichiarato di renderla la forza convenzionale più forte in Europa.
Il documento segna
una traiettoria di sviluppo che combina rafforzamento immediato della prontezza
operativa, ampliamento delle capacità nel medio periodo e investimenti nel
vantaggio tecnologico sul lungo termine. Sul piano quantitativo, resta
confermato l’obiettivo di circa 260.000 militari attivi, integrati da un ampio
bacino di riservisti.
La strategia
sottolinea inoltre che la sicurezza non riguarda più soltanto le forze armate,
ma richiede il coinvolgimento dell’intera società. Il documento viene definito
dallo stesso Pistorius come dinamico e pronto a recepire i cambiamenti dettati
dal mutato scenario internazionle, alla luce delle rapide trasformazioni
tecnologiche e geopolitiche, in particolare nel campo dell’intelligenza
artificiale e dei sistemi automatizzati.
Hannover: tutti
pazzi per i robot umanoidi alla Fiera mondiale per l’industria
manifatturiera
Alla Fiera
mondiale per l'industria manufatturiera di Hannover, i robot umanoidi hanno
conquistato il pubblico internazionale. Nel corso dei cinque giorni di
manifestazione, l’evento ha richiamato oltre 130.000 visitatori internazionali
e circa 4.000 espositori, trasformando la città in un hub globale
dell’innovazione con un indotto economico stimato in centinaia di milioni di
euro. Sul piano tecnologico, i robot umanoidi segnano un cambio di paradigma:
grazie a sensori avanzati e intelligenza artificiale, sono in grado di
adattarsi a contesti variabili e collaborare con gli esseri umani, superando i
limiti dei robot industriali tradizionali.
Allo stesso tempo,
la fiera conferma la crescente competizione sull’industria tedesca da parte
della Cina che presentano soluzioni spesso più economiche e rapide da
implementare, mettendo in discussione il tradizionale vantaggio tecnologico
europeo. Resta tuttavia centrale l’importanza strategica della Hannover Messe,
considerata un indicatore chiave dello stato dell’industria globale e delle
trasformazioni legate a digitalizzazione, automazione ed energia.
Infine, la
partecipazione del Brasile come Paese partner sottolinea la presenza di nuove
opportunità di cooperazione industriale, in particolare nei settori energetici
e delle materie prime, strategici per la competitività europea.
Marie-Louise Eta
prima allenatrice donna nella Bundesliga
Marie-Louise Eta
guiderà la squadra di calcio dell'Union Berlino fino alla fine del campionato:
prima di lei nessuna donna aveva allenato una squadra maschile in uno dei
grandi campionati di calcio europei. Secondo la ex calciatrice Carolina Morace
è una «scelta temporanea ma non simbolica». Nel 2023, quando era stato nominato
allenatore Marco Grote, Eta aveva svolto anche il ruolo di vice allenatrice
dell’Union Berlino: anche in quel caso fu una prima volta per una donna.
Negli altri grandi
campionati europei, come la Serie A, la Premier League inglese e la Liga
spagnola, ancora nessuna donna è mai stata allenatrice della prima squadra
maschile.
La decisione
risponde a esigenze sportive immediate, con l’obiettivo di raggiungere la
salvezza a fine campionato. L'esempio tedesco potrebbe aprire la strada in
altri Paesi. Resta ora da valutare l’impatto sul rendimento della squadra nelle
prossime settimane.
Caro energia: Merz
punta su agevolazioni per i pendolari, contraria la SPD
L’impennata dei
prezzi dei carburanti in Europa si colloca nel contesto della crisi energetica
globale, innescata dalla guerra in Iran e dalle tensioni nello Stretto di
Hormuz, passaggio strategico per le forniture di petrolio. Le interruzioni del
traffico marittimo e l’instabilità regionale continuano a riflettersi sui
mercati, con effetti diretti sui prezzi alle stazioni di servizio anche in
Germania.
In questo quadro,
il cancelliere Friedrich Merz sta valutando misure di alleggerimento mirate,
tra cui un aumento della "Pendlerpauschale" - agevolazione fiscale
per i pendolari - fino a 45 centesimi al chilometro e una possibile riduzione
della tassa sull’elettricità. L’approccio mira a sostenere in particolare i
lavoratori pendolari e le aree meno servite, combinando responsabilità fiscale
e immediati interventi strutturali. Divergono tuttavia le posizioni nella
coalizione.
La SPD esprime
riserve proponendo invece strumenti più diretti di contenimento dei prezzi,
inclusa la tassazione degli extraprofitti nel settore energetico.
Berlino: Merz
incontra il presidente siriano Ahmed al-Scharaa
In occasione della
recente visita a Berlino del presidente ad interim siriano Ahmed al‑Scharaa,
il cancelliere Merz ha indicato come obiettivo, nel medio periodo, il possibile
ritorno in Siria di una quota significativa dei rifugiati siriani presenti in
Germania, stimata fino all’80%.
Merz ha
sottolineato che tale prospettiva resta strettamente legata all’evoluzione
della situazione sul campo: il rientro dovrà avvenire su base volontaria e
soltanto in presenza di condizioni di sicurezza, stabilità politica e garanzie
minime per la popolazione civile. L’orientamento espresso si inserisce in una
strategia più ampia che mira a collegare la politica migratoria con la politica
estera.
In questo quadro,
il governo federale ha ribadito il proprio impegno a sostenere la Siria nel
percorso di stabilizzazione, ricostruzione economica e sviluppo istituzionale,
anche attraverso cooperazione internazionale e sostegno mirato.
L’approccio
delineato evidenzia il nesso tra prospettive di rientro e miglioramento delle
condizioni nel Paese d’origine, ponendo l’accento su condizioni quadro
sostenibili che possano favorire, nel lungo periodo, soluzioni durature per i
rifugiati siriani presenti in Germania.
AfD: a rischio la
sorveglianza come partito anti costituzionale
La recente
decisione del Tribunale amministrativo di Colonia nel rapporto tra l’AfD e il
Verfassungsschutz, l’Ufficio per la protezione della Costituzione, fissa un
limite chiaro: la sorveglianza basata sul semplice sospetto non può essere
protratta indefinitamente. Se questo orientamento dovesse essere confermato nel
giudizio di merito, il servizio di intelligence interno sarebbe costretto a
prendere una decisione netta: procedere a una classificazione più severa oppure
abbandonare l’attuale status intermedio.
Il tribunale ha
riconosciuto l’esistenza di un “forte sospetto” di tendenze anti-costituzionali
all’interno del partito, ma ha ritenuto le prove insufficienti per definirlo un
caso di estremismo accertato. Una soglia giuridica elevata che, secondo molti osservatori,
rischia di restringere il margine d’azione preventiva del Verfassungsschutz, il
cui compito è proprio quello di intervenire in fase precoce a tutela della
democrazia. La classificazione come “caso sospetto”, per sua natura
provvisoria, non può trasformarsi in una condizione permanente. Il sospetto
deve consolidarsi in una valutazione definitiva oppure essere abbandonato.
In questo
equilibrio tra garanzie dello Stato di diritto e difesa dell’ordine
democratico, il dibattito assume un rilievo sempre più politico. In attesa
della decisione nel merito e di un possibile riesame da parte dei giudici di
grado superiore, resta un dato: l’AfD continuerà a essere osservata, ma entro
limiti giuridici e temporali sempre più stringenti.
Google Maps: in
Germania sedi CDU rinominate “Eierhaus”
Tra l’8 e il 9
aprile 2026 numerose sedi locali della CDU in Germania sono state
temporaneamente rinominate “Eierhaus” (“casa delle uova”) su Google Maps, in
quella che appare come un’azione coordinata di manipolazione digitale. Il
fenomeno è stato registrato in diverse aree del Paese: tra i casi documentati
figurano città della Mecklenburg-Vorpommern (come Schwerin e Stralsund),
Nordrhein-Westfalen (tra cui Düsseldorf, Moers, Viersen e Brüggen), oltre a
Berlino e Amburgo.
Le modifiche,
visibili soprattutto nella mattinata dell’ 8 aprile, sono state in gran parte
corrette nel giro di poche ore. Secondo esponenti della CDU, si tratta di un
uso improprio delle funzioni collaborative della piattaforma, che consentono
agli utenti di suggerire cambiamenti ai nomi dei luoghi.
Non sono tuttavia
chiari né i responsabili né le motivazioni dell’azione. Lo slogan “Merz, leck
Eier” emerso nel contesto di manifestazioni contro il possibile ritorno del
servizio militare, è stato richiamato da alcuni osservatori come una possibile
chiave interpretativa dell’episodio. Gli autori dell’azione restano ad oggi
ignoti. Kas 10
Emigrazione: l'Italia è un paradosso che perde attrattività
ROMA - L’Italia
non è semplicemente un paese che soffre di emigrazione giovanile, ma un caso
anomalo in Europa. Questo lo si evince dalla ricerca (quantitativa) sul
"capitale umano in movimento" realizzata dall’Eurispes su 22 paesi
dell’Unione, costruita su 16 indicatori armonizzati Eurostat nel periodo
2016-2023, che ha classificato le economie europee in cluster strutturali. Il
risultato è quello che è stato definito come un "paradosso" italiano,
un Paese che da solo rappresenta un gruppo unico, perdendo 34.500 giovani
l'anno che vanno a vivere all'estero e 1,7 miliardi di PIL.
Il paradosso
italiano
L’analisi
individua tre raggruppamenti. Il primo, che comprende Germania, Francia, Paesi
Bassi, Svizzera, Svezia e altri sei paesi, registra un saldo migratorio netto
dei giovani tra 18 e 39 anni di +13,6 per mille: sono le destinazioni
principali dei giovani in movimento. Il secondo raggruppa i paesi dell’Est e
del Sud Europa, ancora periferici ma in convergenza, con un saldo positivo di
+4,5 per mille. L’Italia, con +7,5 per mille, si colloca nel mezzo, ma il dato
aggregato nasconde un’emorragia qualitativa che i numeri strutturali rendono
chiaramente visibile.
L’Italia registra
il 22% dei NEET (15-29 anni), quasi tre volte la media del cluster nord-europeo
(8,7%); il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i
paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%); il part-time involontario fa
registrare la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%); la
percentuale di laureati (25-34 anni) si trova quattordici punti sotto la media
dei paesi in convergenza. Il paradosso italiano è tutto in questi numeri. Con
un PIL pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi
dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati
condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione
dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in
convergenza. Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice
97 contro 132 dei paesi emergenti dell’Est. Un segnale di impoverimento
strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato
nella ricerca.
L’Italia appare
dunque come un paese con PIL da economia avanzata e condizioni per i
giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una
condizione strutturale.
Ma quanto “vale”
l’emigrazione dei giovani italiani? L’analisi effettuata dall’Eurispes parte
dal saldo migratorio netto dei cittadini italiani nella fascia 20-39 anni
rilevato da Eurostat nel periodo 2019-2023: 294.606 uscite verso l’estero,
120.884 rientri, con un saldo netto di -173.722 giovani, equivalente a una
media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno. A questi flussi vengono applicati
tre parametri: 1) tasso di occupazione (62-66%): l’applicazione dei tassi
effettivi per ciascun anno fornisce una stima degli “occupati potenziali
persi”; 2) PIL per occupato: misura il valore medio generato da ciascun
lavoratore nell’economia italiana; 3) Aliquota media sul lavoro (30%):
applicata alle retribuzioni lorde per stimare il mancato gettito fiscale e contributivo.
I risultati
complessivi indicano dunque che gli occupati mancanti stimati sono circa
111.000 persone (22.000 lavoratori/anno); la perdita di PIL è pari a 8,28
miliardi di euro totali con media annua di 1,66 miliardi. L'impatto sul PIL in
termini relativi è oscillante, ossia tra lo 0,05% del 2021 e lo 0,11% del 2019
e 2023, con media dello 0,09% annuo. Il tutto per un mancato gettito fiscale e
contributivo pari a 945 milioni di euro totali (189 milioni/anno).
Sebbene le
percentuali possano apparire contenute, ha spiegato l'Eurispes, si tratta di
perdite "permanenti e cumulative": "ogni anno di emigrazione
netta sottrae al sistema economico risorse produttive che non saranno più
recuperate, determinando un effetto di trascinamento sugli anni
successivi".
Per verificare la
robustezza delle stime, l'Eurispes ha costruito scenari alternativi variando i
parametri chiave: anche nello scenario più conservativo, la perdita resta
superiore ai 6,8 miliardi, mentre in quello più sfavorevole raggiunge i 9,8
miliardi, confermando la validità dell’ordine di grandezza.
Queste stime si
riferiscono esclusivamente al quinquennio analizzato, non incorporando gli
effetti cumulativi di lungo periodo, considerano solo gli effetti diretti su
produzione e reddito da lavoro, escludendo quelli indiretti (minore creazione
d’impresa, perdita di reti professionali, ridotta capacità innovativa, minore
attrattività per investimenti, consumi mancati, ecc.) e non contabilizzano il
costo della formazione sostenuto dal sistema pubblico. Devono quindi essere
interpretate come un limite inferiore dell’impatto effettivo.
Anche per quanto
riguarda il dato demografico, l’Eurispes ha lanciato un allarme, stimando una
popolazione mancante di circa 1 milione e 130mila persone: 192.500 imputabili
ai flussi già avvenuti tra il 2019 e il 2023, quasi 942.000 derivanti dai
flussi futuri se il trend non cambia. Nello scenario in cui l’emigrazione fosse
stata azzerata dal 2019, l’Italia conterebbe 55,83 milioni di abitanti nel 2050
invece dei 54,7 previsti da Istat. Se il flusso venisse dimezzato dal 2024, si
recupererebbero 663.000 persone. La popolazione “mancante” non è casualmente
distribuita per età, ma si concentra nelle età centrali e infantili/giovanili,
con un duplice effetto: 1) sul rapporto di dipendenza. Una maggiore presenza di
20-64enni migliora infatti il rapporto tra popolazione attiva e anziani, con
ricadute sulla sostenibilità del sistema pensionistico e del welfare; 2) sul
potenziale di crescita. Una base più ampia di popolazione in età lavorativa e
scolare rende più probabile la presenza di forza lavoro qualificata (innovatori,
imprenditori, ricercatori, medici).
L’Est supera
l’Italia
Tra i confronti
più significativi effettuati nell’analisi dell’Eurispes emerge quello con il
Portogallo, paese che condivideva con l’Italia tassi di emigrazione record
durante la crisi del 2008-2013 e che da allora ha invertito la rotta: le
riforme strutturali hanno ridotto gli espatri e trasformato il paese da
esportatore a polo di attrazione di talenti, con saldo migratorio oggi a +8,5
per mille.
Cipro (+16,5 per
mille) ed Estonia (+8,2 per mille), entrambi nel cluster dei paesi in
convergenza, attraggono giovani più efficacemente dell’Italia, nonostante un
PIL pro capite sensibilmente inferiore.
Le peculiarità
italiane non sono riconducibili a congiunture sfavorevoli né a singole
politiche mancate. Riflettono una configurazione strutturale del sistema
economico, occupazionale e istituzionale che si discosta in modo sistematico da
tutti gli altri 21 paesi esaminati. Una anomalia che, se non affrontata,
trascinerà con sé effetti cumulativi per i decenni a venire.
"Le
migrazioni internazionali qualificate non sono necessariamente negative",
ha spiegato Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, secondo il quale
"in molti contesti rappresentano una componente fisiologica
dell’integrazione economica europea. La mobilità può generare benefici
individuali e collettivi quando produce circolazione di conoscenze,
trasferimento di competenze, collaborazione scientifica e imprenditoriale
transnazionale. Il nodo critico non è “la mobilità in sé”, ma la “capacità” di
un paese di trasformare i flussi in un processo che generi ritorni per
l’economia e la società, riducendo gli effetti problematici legati alla perdita
netta di giovani in età attiva e favorendone quindi anche il possibile
rientro".
Il Presidente
dell’Eurispes ha poi voluto sottolineare che le esperienze di altri paesi
indicano che i risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di
interventi "coerenti e duraturi", più che con "singole misure
isolate". Per l’Italia, secondo Fara, "l’obiettivo realistico non è
l’azzeramento dell’emigrazione – né desiderabile in un contesto europeo di
libera circolazione – ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita
netta e permettano una partecipazione attiva alla “circolazione dei cervelli”.
Ciò implica politiche di attrazione e retention combinate a politiche per
rendere la circolazione produttiva". (aise 2.4.)
Siamo lontani da
quei presupposti essenziali per uscire dalla crisi socio/economica che è
evidente. Intanto, il Governo si prepara a rendere operativo il “Piano Salva
Italia”. Le coperture finanziare saranno Europee. Ma avranno un costo; anche
politico. Però, senza voler togliere merito a nessuno, non è ancora possibile
fare delle previsioni attendibili. Sarebbe, infatti, un grossolano errore che
potrebbe azzerare i pochi aspetti concreti di questa tribolata situazione
nazionale.
Se la linea
“Meloni” resterà al suo posto, lo dobbiamo anche a una sorta di sinergia “al
contrario” che ha evidenziato la tortuosa via di un accordo programmatico
certamente improponibile per il passato. Eppure, sarebbe importante capire
quali sviluppi socio/economici s’evolveranno in questo 2026.
In primo piano,
almeno sulla carta, resta il problema dell’occupazione e dell'economia. Entro
l’anno, si dovranno rivedere i dispositivi sulla competitività produttiva.
Comunque, se le promesse contano qualcosa, si dovrebbero evidenziare i primi
seguiti operativi entro la prossima estate. Però, noi che viviamo la politica
più a livello epidermico che strategico, non ci lasceremo confondere da certe
“promesse” politiche.
Stabilità
economica e politica sono figlie di un’unica genesi. Meglio restare in una
posizione d’allerta. Con la premessa che, anche così, non si potrà fare fronte
ai tanti problemi già in essere. Dato la situazione, c’è solo da monitorare le
reazioni politiche. Le “illusioni” d’Italia sono tramontate già da qualche
tempo. Il futuro del Bel Paese dipenderà anche dalla coerenza politica di
questo Esecutivo di Centro/Destra.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Giuseppe Tizza: un ponte culturale tra Italia e Germania
Lingua, Didattica
e Impegno Civile nell'Esperienza di un Intellettuale a Düsseldorf
Nel panorama della
diaspora intellettuale italiana, la figura di Giuseppe Tizza emerge come un
punto di riferimento per la comunità residente in Germania, in particolare a
Düsseldorf. La sua traiettoria umana e professionale non rappresenta solo un
caso di integrazione riuscita, ma incarna una missione precisa: trasformare la
condizione di "italiano all'estero" in una risorsa dinamica di
interscambio culturale e civile.
1. Il Profilo
Professionale: La Precisione del Traduttore Giurato
Giuseppe Tizza ha
consolidato la sua autorevolezza nel campo della mediazione linguistica
operando come traduttore e interprete legale per la lingua tedesca. Il suo
ruolo, riconosciuto ufficialmente presso i tribunali tedeschi, va ben oltre la
semplice trasposizione di parole:
* Competenza
Giuridica: La sua attività è cruciale nel garantire il diritto alla difesa e la
corretta interpretazione di atti complessi, fungendo da garante tra il sistema
normativo tedesco e i cittadini italiani.
* Mediazione
Istituzionale: In un contesto burocratico rigoroso come quello della Renania
Settentrionale-Vestfalia, Tizza facilita il dialogo tra istituzioni e privati,
abbattendo le barriere che spesso isolano i migranti.
2. L'Educazione
come Vocazione: Il Contributo a Atuttascuola
Un pilastro
fondamentale della sua attività è la divulgazione didattica. La collaborazione
pluriennale con portali educativi come Atuttascuola ha reso disponibili risorse
preziose per migliaia di studenti e docenti.
"La lingua
non è un contenitore vuoto, ma il veicolo attraverso cui una comunità definisce
se stessa."
I suoi contributi
si articolano principalmente su due fronti:
1. Analisi
Grammaticale e Linguistica: Strumenti pratici per l'apprendimento
dell'italiano, progettati con la chiarezza di chi conosce le difficoltà di chi
apprende una lingua straniera.
2. Riflessione
Pedagogica: Scritti che analizzano il ruolo della scuola come motore di
integrazione e la necessità di preservare l'italofonia tra le nuove generazioni
di italiani nati all'estero.
3. Letteratura e
Memoria: Il Legame con la Sicilia
Originario della
Sicilia, Tizza non ha mai reciso le radici con la sua terra. Al contrario, la
sua produzione narrativa e saggistica è intrisa di una sicilianità universale.
* Narrativa
dell'Emigrazione: Attraverso racconti e riflessioni, esplora la dicotomia tra
la nostalgia del "vecchio mondo" e le sfide della modernità tedesca.
* Valorizzazione
Regionale: La sua attività di traduttore e promotore culturale mira spesso a
far conoscere le eccellenze letterarie e storiche siciliane al pubblico di
lingua tedesca, operando una vera e propria operazione di diplomazia culturale
dal basso.
4. Impegno Civile
e Rappresentanza
Oltre alla penna e
alla parola, Tizza si distingue per l'attivismo sociale. La sua voce si alza
spesso nel dibattito pubblico riguardante i diritti dei cittadini italiani in
Germania (comunità che conta circa 900.000 persone).
* Inclusione:
Partecipa attivamente a forum e consultazioni per migliorare la rappresentanza
degli italiani negli organismi locali e nazionali.
* Visione Europea:
La sua proposta non è mai nostalgica o isolazionista; promuove invece
un'identità italo-tedesca che sia parte integrante della cittadinanza europea,
dove la pluralità linguistica è vista come un vantaggio competitivo.
Sintesi
dell'Eredità Culturale
Ambito. Contributo
PrincipaleGiuridico. Mediazione legale e traduzioni certificate presso i
tribunali.Didattico. Creazione di materiali per l'insegnamento dell'italiano
(L2/LS).Sociale. Difesa dei diritti della comunità italiana a Düsseldorf.
Letterario. Racconti
e saggi sull'identità siciliana ed europea.
Conclusione
Giuseppe Tizza
rappresenta l'evoluzione dell'emigrazione italiana in Europa: non più solo
forza lavoro, ma forza intellettuale. Attraverso il suo lavoro costante, egli
dimostra che vivere "tra due mondi" non significa appartenere a
nessuno di essi, ma avere il privilegio di costruire un ponte solido su cui
altri potranno camminare. La sua opera rimane una testimonianza vitale di come
la cultura italiana possa fiorire e rinnovarsi anche lontano dai confini
nazionali. De.it.press 2
Ambasciata di Berlino, la Diplomazia della crescita
BERLINO – A
distanza di un anno dall’ultimo incontro G2B – Public-Private Partnership for
Growth, l’Ambasciata italiana a Berlino è tornata ad ospitare un momento di
dialogo e scambio per consolidare la presenza delle imprese del nostro Paese in
Germania.
L’iniziativa
tenutasi, “Support for Italian Companies Operating in Germany: Solutions for
International Growth, provided by Italy’s institutional framework”, ha visto
dopo i saluti dell’Ambasciatore Fabrizio Bucci, tre interventi di Alice Piazza,
Relationship Manager – SACE International Network, Viola Di Caccamo, Senior
External Relations – SIMEST e Riccardo Honorati Bianchi, Responsabile Supporto
Iniziative Sistema Paese – CDP.
Come lo stesso
Ambasciatore Fabrizio Bucci aveva sottolineato già nel 2025, il formato G2B
vuole essere un forum permanente di discussione come tassello di quella
diplomazia della crescita sostenuta dal Vice Presidente del Consiglio e
Ministro deli Affari Esteri On. Antonio Tajani. “Non risparmiamo alcuno sforzo
per promuovere il dialogo tra le imprese italiane e le istituzioni impegnate a
sostenerne la crescita e lo sviluppo” ha rimarcato ieri sera nel suo saluto
iniziale l’Ambasciatore.
Nel corso
dell’appuntamento l’Ambasciata ha voluto presentare nel dettaglio alle imprese
partecipanti quali sono i programmi e i canali con i quali Cassa depositi e
Prestit, SACE e SIMEST possono favorirne il percorso di internazionalizzazione.
Attualmente sono presenti circa 2.200 aziende italiane in Germania e negli
ultimi anni si registra una crescita degli investimenti dal nostro Paese in
tutti i principali settori tedeschi. In particolare, al centro delle
presentazioni dei tre esperti come pure delle domande successive ci sono stati
gli strumenti finanziari a sostegno delle imprese operanti nel mercato tedesco.
“Il Piano d’azione
per l’export italiano, lanciato lo scorso anno, si pone l’ambizioso obiettivo
di raggiungere i 700 miliardi di euro di esportazioni entro il 2027. A tal
fine, il ‘Sistema Italia’ sta mobilitando competenze, know-how e risorse,
mettendoli al servizio delle imprese italiane in tutto il mondo” ha
sottolineato l’Ambasciatore, che ha ribadito anche come l’attuale fase sia
“caratterizzata da una crescita storica delle acquisizioni e degli investimenti
italiani in tutti i principali settori della Germania”. (Inform 23)
Eurispes, Italia perde 34.700 giovani l'anno e 1,7 mld pil a causa
emigrazione
Dato emerge
dall'analisi comparativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi europei
''L’Italia perde
almeno 34.700 giovani ogni anno e 1,66 miliardi di pil'' a causa
dell'emigrazione. E' un caso unico in Europa''. E' quanto emerge dall'analisi
comparativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi europei, che ''rivela una
particolare configurazione strutturale: l’Italia forma da sola un cluster, con
mercato del lavoro giovanile peggiore dei paesi dell’Est Europa e un conto
demografico destinato a salire fino a 1,13 milioni di persone mancanti entro il
2050''. ''L’Italia non è semplicemente un paese che soffre di emigrazione
giovanile. È un caso anomalo in Europa'', si sottolinea. La ricerca
quantitativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi dell’Unione è costruita su 16
indicatori armonizzati nel periodo 2016-2023.
Dallo studio
emerge che ''l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni
occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei
neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in convergenza''.
Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice 97 contro 132
dei paesi emergenti dell’Est. ''Un segnale di impoverimento strutturale delle
famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca''.
''L’Italia appare
dunque come un paese con Pil da economia avanzata e condizioni per i giovani da
periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione
strutturale'', secondo l'Eurispes. L’analisi parte dal saldo migratorio netto
dei cittadini italiani nella fascia 20-39 anni nel periodo 2019-2023: 294.606
uscite verso l’estero, 120.884 rientri, con un saldo netto di -173.722 giovani,
equivalente a una media di circa 34.700 giovani-adulti l’anno.
A questi flussi
vengono applicati tre parametri: tasso di occupazione (62-66%); pil per
occupato; aliquota media sul lavoro (30%). I risultati complessivi indicano:
occupati mancanti stimati circa 111.000 persone (22.000 lavoratori/anno);
perdita di pil per 8,28 miliardi di euro totali, con media annua di 1,66
miliardi; impatto sul pil in termini relativi oscillante tra lo 0,05% del 2021
e lo 0,11% del 2019 e 2023, con media dello 0,09% annuo; mancato gettito
fiscale e contributivo per 945 milioni di euro totali (189 milioni/anno).
''Il nodo critico
non è la mobilità in sé, ma la capacità di un paese di trasformare i flussi in
un processo che generi ritorni per l’economia e la società, riducendo gli
effetti problematici legati alla perdita netta di giovani in età attiva e
favorendone quindi anche il possibile rientro'', spiega il presidente
dell'Eurispes, Gian Maria Fara. ''Le esperienze di altri paesi indicano che
risultati migliori si ottengono attraverso pacchetti di interventi coerenti e
duraturi, più che con singole misure isolate. Per l’Italia, l’obiettivo
realistico non è l’azzeramento dell’emigrazione ma la costruzione di condizioni
che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva alla
circolazione dei cervelli. Ciò implica politiche di attrazione e retention
combinate a politiche per rendere la circolazione produttiva''. Adnkronos 2
L’Europa deve rilanciare sulla diplomazia con l’Iran
Delle tante
tragedie legate alla guerra in Iran, quella che riguarda gli europei – in
particolare Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) – è tinta di amara
ironia, poiché indirettamente hanno contribuito alla catena di eventi sfociata
nel conflitto.
Non-proliferazione
e stabilità regionale
Per anni l’Europa
ha impostato la propria politica verso l’Iran sul duplice obiettivo di evitare
la proliferazione nucleare nel Golfo e prevenire un conflitto regionale.
Quando, durante il suo primo mandato, Donald Trump è uscito dall’accordo
nucleare del 2015 – che, dal punto di vista degli E3, aveva centrato gli
obiettivi – gli europei si sono trovati in una situazione progressivamente
insostenibile. La politica di massima pressione americana (mai del tutto
abbandonata da Joe Biden e poi ripresa da Trump II) ha screditato la fazione
più pragmatica nella leadership iraniana, favorendo la definitiva ascesa
dell’ala più oltranzista. Il programma nucleare è tornato a espandersi e l’Iran
si è fatto più aggressivo nel Golfo e più repressivo sul piano interno.
Relazioni
transatlantiche e sicurezza europea
Per gli europei,
difendere l’opzione diplomatica è diventato secondario rispetto ad altre
priorità. Soprattutto sotto Trump II, il timore è stato che un disallineamento
da Washington si ripercuotesse negativamente su dossier più urgenti, dalle
tariffe alla tenuta della Nato fino al sostegno all’Ucraina. Alla luce anche
del supporto militare iraniano alla guerra russa in Ucraina e delle repressioni
interne, l’Europa si è progressivamente allineata alle posizioni di Stati Uniti
e Israele, pur senza condividerne la belligeranza.
Per esempio, nella
primavera 2025 sono stati gli E3 a richiedere all’Agenzia internazionale per
l’energia atomica (Aiea) un rapporto sullo stato del programma nucleare
iraniano, che prevedibilmente avrebbe messo in luce, fra le altre cose, livelli
di arricchimento dell’uranio incompatibili con funzioni civili. L’intento era
quello di rafforzare la mano di Washington, allora impegnata in negoziati
diretti con Teheran. Ma l’effetto è stato l’opposto: il rapporto dell’Aiea è
stato invocato dal premier israeliano Binyamin Netanyahu e dall’Amministrazione
Trump per giustificare la campagna di bombardamenti di giugno 2025.
Nuovi assunti
La guerra dei
dodici giorni ha rimodulato gli assunti alla base della preferenza europea per
il compromesso e la diplomazia: la prospettiva di una bomba atomica iraniana è
diventata più lontana infatti senza che la regione fosse trascinata nel
conflitto. Gli europei hanno tratto la conclusione che l’Iran fosse entrato in
una fase di debolezza strutturale e che un’apertura diplomatica dovesse quindi
essere subordinata a richieste molto stringenti. Minacciando il ripristino
delle sanzioni Onu utilizzando uno speciale meccanismo dell’accordo nucleare
del 2015, gli E3 hanno preteso che l’Iran desse conto di tutto l’uranio
arricchito sul territorio, riaprisse il programma nucleare alle ispezioni
dell’Aiea e riprendesse i negoziati con gli Stati Uniti. In sostanza, gli E3
hanno trasformato in precondizioni concessioni che l’Iran, appena uscito da
un’aggressione e minacciato di punizione per mezzo di un accordo violato in
primo luogo dagli Stati Uniti, avrebbe potuto realisticamente fare durante e
non prima di un negoziato.
Invece di cercare
un’intesa con gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza per
estendere i tempi di ripristino delle sanzioni e creare uno spazio negoziale,
gli E3 hanno optato per la sola pressione. Ciò ha anche evitato loro il costo
politico di interagire con un regime sempre più screditato in Europa. Dopo il
bagno di sangue in cui il governo ha represso le proteste di gennaio 2026, l’Ue
ha designato come organizzazione terroristica i Guardiani della Rivoluzione
Islamica, il corpo paramilitare che controlla la politica di sicurezza
iraniana.
Questo quadro di
condanna normativa, pressione economica e allineamento con Stati Uniti e
Israele è entrato in crisi quando l’Iran è stato nuovamente attaccato mentre
erano in corso negoziati con Washington a fine febbraio 2026.
L’aggressione
israelo-americana ha innescato quel conflitto regionale che l’Europa voleva
evitare. La chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture
energetiche hanno destabilizzato i mercati, generando pressioni
inflazionistiche e rischi di rallentamento economico, se non di recessione, in
alcuni paesi europei. Il regime iraniano, ormai dominato dalle Guardie
rivoluzionarie, si è dimostrato capace non solo di mantenere il controllo dello
stato ma di perseguire una strategia di guerra asimmetrica ben pianificata,
senza che ci siano avvisaglie di un prossimo collasso. L’attacco ha aumentato
le probabilità che il governo iraniano, non più frenato dalla cautela dell’ex
Guida Suprema Ali Khamenei uccisa dagli israeliani, si lanci in un programma
nucleare militare.
Infine il
legittimo e ragionevole rifiuto di sostenere una guerra illegale e su cui non
sono stati consultati dagli americani ha però confermato i pregiudizi di Trump
sull’inaffidabilità degli europei. Gli strali sempre più frequenti e avvelenati
del presidente hanno intossicato il discorso sul valore della relazione
transatlantica in parte dell’establishment di politica estera americana.
Da qualunque
angolo la si guardi – strategico e di sicurezza, energetico ed economico o
normativo – la guerra contro l’Iran ha quindi fortemente danneggiato gli
interessi europei. Al momento, le possibilità di ovviare alla situazione sono
limitate. Israele a parte, l’amministrazione Trump è impervia a influenze
esterne e non sembra orientata verso una de-escalation – piuttosto il
contrario.
Realismo,
diplomazia e inclusione
Ciò non implica
però inattività. È nell’interesse europeo coordinarsi internamente e cercare
un’intesa con paesi arabi del Golfo, Egitto, Turchia, Pakistan e altri per
promuovere un cessate il fuoco. Allo stesso tempo, è essenziale fare di questo
solo il primo passo di un processo diplomatico di lungo periodo.
Una prima opzione
è continuare a puntare sull’esclusione permanente dell’Iran, che però comporta
una postura militare dagli alti costi finanziari senza necessariamente mettere
al riparo da rischi di nuovi conflitti. La seconda è la costruzione di un
sistema regionale in cui gli interessi di sicurezza ed economici di tutti siano
resi interdipendenti.
Gli elementi
costitutivi di questo sistema, da perseguire in successione o simultaneamente
su diversi tavoli, includono fra gli altri: un nuovo accordo nucleare; un patto
di non aggressione tra Stati Uniti e Iran e fra Israele e Iran da estendersi
anche al Libano; un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente
sullo Stretto di Hormuz i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle
infrastrutture energetiche; il rilancio di scambi accademici e culturali e la
facilitazione dei viaggi in Europa per gli iraniani ordinari; e altro ancora.
Si tratta di un
progetto che richiede il protagonismo dei paesi della regione, ma anche il
contributo esterno europeo in termini diplomatici, finanziari e tecnici. Oggi
appare poco realistico, ma può diventarlo man mano che le alternative
continuano a dimostrarsi fallimentari e Trump sente di più la pressione di
chiudere una guerra dagli alti costi economici e politici. Sostenendo questa
via, gli europei darebbero una direzione alla loro politica verso l’area che
sia in linea con i loro interessi di sicurezza e stabilità economica. E
guadagnerebbero in visibilità, recuperando parte della credibilità
internazionale che le loro continue oscillazioni ed esitazioni in politica
estera hanno contribuito ad affossare. Riccardo Alcaro, AffInt 7.4.
Quando il linguaggio anticipa la storia: il caso Germania 1989
Ci sono momenti
nella storia in cui i numeri non bastano. Non perché siano inutili, ma perché
arrivano dopo. Prima arrivano i segnali: il tono, le pause, le esitazioni, i
cambiamenti quasi impercettibili nel modo di parlare.
Il 1989 in
Germania è uno di questi casi.
Per chi osservava
da lontano, la divisione tra Est e Ovest appariva solida, concreta, quasi
definitiva. Quarantacinque anni di stabilità istituzionale, confini rigidi,
equilibri internazionali consolidati. I numeri, in questo senso, confermavano
una realtà: il sistema reggeva.
Eppure, qualcosa
stava cambiando.
Non nei dati
economici — che pure mostravano segnali — ma nel linguaggio. E chi, per
mestiere, vive nel linguaggio, poteva coglierlo prima degli altri.
Come interprete,
ho imparato che non sono le parole a dire tutto, ma il modo in cui vengono
pronunciate. Un leader può dire le stesse frasi di sempre, ma se cambia il
tono, cambia tutto. È lì che si intravede la rottura.
Quando Michail
Gorbaciov iniziò a parlare, a muoversi, a relazionarsi con l’Occidente, era
evidente che non si trattava di continuità. Non servivano analisi complesse:
bastava osservare. Il sorriso, la disponibilità al dialogo, l’assenza di
rigidità ideologica — erano segnali incompatibili con il sistema precedente.
Eppure, quasi
nessuno trasse le conseguenze fino in fondo.
In Germania Ovest
si era sviluppata una forma di adattamento mentale: la divisione era diventata
normale. Anche molti cittadini dell’Est, pur con speranze latenti, vivevano in
una dimensione di stabilità accettata. La convinzione diffusa era semplice: nulla
cambierà, e comunque non rapidamente.
Questo è il punto
decisivo.
Non è che
mancassero tensioni o contraddizioni. È che non erano percepite come imminenti.
La storia, però, non segue sempre la percezione collettiva. Quando cambia una
condizione chiave — in questo caso la volontà politica sovietica di non
intervenire — anche un sistema stabile può crollare in tempi brevissimi.
Ed è esattamente
ciò che è accaduto.
La caduta del Muro
non è stata una rivoluzione nel senso classico. Non ci sono stati scontri, né
repressioni nel momento decisivo. È stato un collasso improvviso di un
equilibrio che fino a pochi mesi prima sembrava intoccabile.
Questo rende il
1989 un caso unico.
Se confrontiamo
questo processo con altri contesti storici — come quello siciliano tra il 1816
e il 1861 — emerge una differenza fondamentale. In Sicilia il cambiamento è
stato continuo, conflittuale, segnato da rivolte e repressioni. In Germania,
invece, abbiamo una lunga stabilità seguita da una rottura improvvisa e
incruenta.
Due modelli
opposti.
Il punto, allora,
non è scegliere quale sia “più giusto”, ma capire come funzionano. E qui il
linguaggio torna centrale. Perché prima che i sistemi cambino, cambiano le
parole, i toni, gli atteggiamenti.
Chi lavora con le
lingue lo sa: il cambiamento si sente prima di vedersi.
Giuseppe Tizza,
de.it.press 16
Tasse sulle pensioni tedesche in Italia: Ricciardi (Pd) interroga Giorgetti
ROMA - La
tassazione in Italia delle pensioni percepite dai connazionali che hanno
lavorato in Germania non rispetta quanto previsto dalla Convenzione stipulata
dai due Paesi per evitare la doppia imposizione fiscale. Questo, in estrema
sintesi, quanto denunciato dal deputato Pd Toni Ricciardi in una interrogazione
al Ministro dell'economia e delle finanze Giorgetti.
“Numerosi
cittadini italiani residenti in Italia percepiscono trattamenti pensionistici
erogati dalla previdenza tedesca (Deutsche Rentenversicherung)”, spiega il
deputato eletto in Europa nella premessa. “Ai sensi dell'articolo 18 della
Convenzione tra la Repubblica italiana e la Repubblica federale di Germania per
evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e sul
patrimonio, firmata il 18 ottobre 1989, - ricorda Ricciardi – le pensioni e le
remunerazioni analoghe sono imponibili, di regola, nello Stato di residenza del
percettore; il Protocollo allegato alla Convenzione, al paragrafo 14, lettera
a), lettera e), disciplina specificamente il trattamento fiscale delle pensioni
di fonte tedesca, prevedendo che una quota delle stesse possa essere
considerata esente o determinata secondo criteri propri dell'ordinamento
tedesco”.
“In attuazione di
tali disposizioni, - riporta il deputato – l'amministrazione fiscale tedesca
(Finanzamt Neubrandenburg) sta trasmettendo comunicazioni ufficiali ai
pensionati, attestando che una quota pari al 16 per cento della pensione non è
soggetta a imposizione, in quanto riconducibile al sistema di esenzione
previsto dal diritto tedesco; l'ordinamento fiscale tedesco riconosce ai
pensionati che vivono in Germania una “grundfreibetrag” (franchigia di base)
pari a circa euro 12.348 annui per i singoli e 24.696 per le coppie, che
consente di escludere da imposizione una parte significativa del reddito
complessivo; tale meccanismo – chiarisce il parlamentare – non trova un
corrispondente riconoscimento nel sistema tributario italiano, con la
conseguenza che i pensionati italiani che rientrano in Italia e percepiscono
una pensione tedesca sono assoggettati all'Irpef ordinaria sull'intero
ammontare della pensione”.
“Ne deriva una
asimmetria applicativa della Convenzione, in quanto la quota di reddito che,
secondo il sistema tedesco e il richiamato Protocollo, non concorre alla
formazione della base imponibile, viene invece di fatto attratta integralmente
a tassazione in Italia; tantissimi connazionali pensionati, che di fatto vivono
per la maggior parte in Italia, - annota il parlamentare dem – non hanno mai
cancellato l'iscrizione Aire proprio per evitare la tassazione italiana; tale
situazione incide in modo significativo su soggetti con redditi pensionistici
modesti (in larga parte inferiori a euro 1.029 mensili), determinando effetti
economici rilevanti e potenzialmente in contrasto con le finalità di equità
sottese alla Convenzione”.
Al Ministro,
Ricciardi chiede di sapere “se sia a conoscenza delle criticità derivanti
dall'applicazione combinata dell'articolo 18 della Convenzione Italia-Germania
e del paragrafo 14 del Protocollo, in relazione alla tassazione in Italia delle
pensioni di fonte tedesca e quali siano i dati aggiornati in possesso
dell'amministrazione finanziaria circa: a) la distribuzione degli importi delle
pensioni tedesche percepite in Italia; b) il gettito fiscale derivante dalla
loro tassazione; c) il numero dei contribuenti interessati suddivisi per classi
di reddito” e “se non si ritengano necessarie iniziative normative al fine di
escludere dalla base imponibile ai fini dell'Irpef, in coerenza con la ratio
della Convenzione, la quota di pensione qualificata come non imponibile secondo
il diritto tedesco e attestata dall'autorità fiscale tedesca, anche valutando
l'introduzione, nell'ordinamento interno, di meccanismi di franchigia o
esenzione specifici per le pensioni estere, analoghi a quelli previsti dal
sistema tedesco, al fine di garantire un trattamento equo ai pensionati
rientrati in Italia”. (aise/dip 2)
Perché il nostro amore diventa così spesso possessivo?
L’amore raramente
proclama la sua metamorfosi. Non dichiara quando trasforma la propria natura.
Inizia dolcemente, come una presenza silenziosa, un calore non detto, un
sentimento che non cerca attenzione ma che viene donato, per così dire,
spontaneamente. L’amore, nella sua forma più pura, è libero. Non mira a
controllare, definire o limitare. Esiste semplicemente, come una luce diffusa
in uno spazio vuoto. Tuttavia, a un certo punto del percorso, lo stesso
amore comincia a soffocare. Il sentimento di libertà si trasforma gradualmente
in sentimento di controllo. Ciò che sembrava fiducia, inizia a dubitare. E ciò
che concedeva spazio, inizia a temerlo. Non è un caso che questo sia un
cambiamento silenzioso dell’amore in possessività. È profondamente legato alla
condizione umana. La vera domanda, tuttavia, non è perché l’amore diventi
possessivo, ma cosa in noi rende possibile tutto questo.
Le comprensioni
psicologiche: la paura nel nome dell’amore
La radice della
possessività è la paura: sottile, inespressa, ma estremamente potente. L’amore
puro non è codardo. Né è appiccicoso, poiché non si aspetta di perdere. Ma la
paura non risparmia gli esseri umani. Siamo consapevoli dell’impermanenza, cioè
sappiamo che tutto ciò che apprezziamo può esserci tolto. È da questa
consapevolezza che nasce l’ansia. Quando amiamo qualcuno, quella persona
acquisisce importanza per la nostra stabilità emotiva. La sua presenza ci fa
sentire confortati, significativi e completi. Ma è proprio questa importanza a
renderci vulnerabili. La paura di perderla diventa una fonte di
ansia. Psicologicamente, la possessività si sviluppa come un meccanismo di
difesa. È un tentativo di trattenere ciò che appare insicuro. Osserviamo di
più, dubitiamo di più, stringiamo di più, non perché amiamo di più, ma perché
temiamo di più. In questo senso, la possessività non manifesta amore; è una
reazione al panico che l’amore può generare.
Attaccamento e la
trappola del possesso
L’attaccamento
determina le relazioni umane. Fin da piccoli, impariamo ad attaccarci, a
dipendere, a trovare sicurezza negli altri. Su questi legami si costruisce il
nostro mondo emotivo. Tuttavia, essi creano anche un’illusione: quella che ciò
a cui siamo legati ci appartenga. Questa illusione è particolarmente forte
nell’amore. Iniziamo a parlare con linguaggio possessivo: il mio partner, la
mia persona, mio. Anche se può sembrare innocente, è un modo sottile di
costruire l’idea che l’altro sia un’estensione di noi stessi. È qui che
l’amore inizia a perdere la sua purezza filosofica. L’amore non appartiene a
nessuno; è un riconoscimento. È il riconoscimento dell’altro come individuo,
indipendente e libero. Tuttavia, quando l’attaccamento si trasforma in
possesso, iniziamo a confondere la connessione con il controllo. Secondo
la filosofia sethiana, l’amore non è trattenere, ma uno stato di comprensione.
Non riguarda il possedere, ma il vedere. Non teme la distanza, perché sa che la
verità non viene consumata dallo spazio. Questa visione ci invita a considerare
le relazioni non come qualcosa da possedere, ma da valorizzare. Quando
questo equilibrio non viene mantenuto, nasce la possessività.
Il ruolo dell’ego:
l’identità dell’amore
Un altro livello
di questo cambiamento risiede nell’ego umano. L’amore non esiste come emozione
pura; si integra nella nostra personalità. Quando siamo amati, ci sentiamo
valorizzati; quando amiamo, ci sentiamo significativi. Diventa una relazione
legata alla percezione di sé. Quando questo accade, la posta in gioco
cambia. Non è più solo connessione, ma validazione. La perdita della persona
amata inizia a sembrare come la perdita di una parte di noi stessi. È qui
che la possessività si intensifica. Non temiamo solo di perdere l’altro, ma
anche la versione di noi stessi che esiste attraverso quella persona. L’ego
resiste a questa perdita. Cerca di proteggere la propria identità, spesso
tentando di dominare la relazione. Nel pensiero sethiano si riconosce che,
per quanto l’amore sia una benedizione, non può definirci completamente.
L’amore è un compagno del sé, non la sua base. Quando dimentichiamo questo,
iniziamo ad aggrapparci non per amore, ma per dipendenza.
Insicurezza e
fragilità della fiducia
L’amore si fonda
sulla fiducia, uno degli aspetti più delicati. Richiede fede, non solo nell’altro,
ma anche in se stessi. La mancanza di questa fiducia genera
insicurezza. L’insicurezza distorce la percezione. Ci fa interpretare
l’ambiguità come pericolo, la distanza come rifiuto e l’indipendenza come
infedeltà. Sotto la sua influenza, cerchiamo costantemente rassicurazioni:
prove di fedeltà, di dedizione, di permanenza.
Uno dei modi per
ottenere questa rassicurazione è la possessività. Tentiamo di ridurre
l’incertezza limitando la libertà dell’altro. Ma questa è una strategia
fallimentare. La fiducia non può essere imposta; deve essere offerta. La
filosofia sethiana invita ad accettare l’incertezza. Riconosce che nulla può
essere completamente controllato o garantito. In amore, ciò significa accettare
che l’altro abbia libertà, e quindi anche la possibilità di cambiare. Un amore
che non accetta questo è condizionato.
Amore e libertà:
uno scontro filosofico
Il conflitto tra
amore e possessività è, in fondo, uno scontro tra due desideri fondamentali: il
desiderio di connessione e quello di sicurezza. La libertà è essenziale
all’amore. Richiede spazio, individualità e scelta. La possessività, invece,
desidera certezza, stabilità e controllo. Questi desideri non sono
facilmente compatibili. Amare con libertà implica rischio: la possibilità di
perdere, cambiare, affrontare l’imprevedibile. Essere possessivi significa
cercare di eliminare questo rischio, anche a costo dell’altro. Questo
solleva una domanda: l’amore può esistere senza rischio? La filosofia
sethiana risponde con l’accettazione. L’amore non elimina l’incertezza; vive
dentro di essa. Non è il controllo a proteggerlo, ma la fiducia a nutrirlo. È
la realtà dell’amore, non la sua permanenza, a renderlo bello.
Forze culturali e
sociali
Oltre alla
psicologia individuale, anche la cultura influenza il modo in cui viviamo
l’amore. Molte culture idealizzano passione, gelosia, ossessione ed esclusività
come segni di grande amore. Queste narrazioni confondono passione e
possesso. Suggeriscono che amare intensamente significhi temere di perdere.
Così, la possessività non viene sempre vista come un problema, ma talvolta come
prova di impegno.
Tuttavia, questa
visione ignora una verità: l’intensità non è profondità. La profondità
dell’amore non si misura da quanto tratteniamo qualcuno, ma dalla nostra
capacità di lasciarlo libero.
Il carattere
silenzioso dell’amore autentico
Una ragione per
cui la possessività spesso prevale è che è più visibile. Si manifesta in
azioni, domande, restrizioni, richieste. L’amore puro, invece, è silenzioso.
Non ha bisogno di essere continuamente dimostrato.
Questo silenzio
può essere frainteso. Possiamo credere che, se non imponiamo attivamente la
nostra presenza, non stiamo facendo abbastanza. Questo vuoto percepito viene
riempito dalla possessività. La filosofia sethiana valorizza questo
silenzio. Riconosce che la verità non ha bisogno di continue verifiche. L’amore
non deve essere costantemente dimostrato; deve essere vissuto in modo
silenzioso e persistente.
Lasciare andare:
la differenza essenziale
Alla base, la
differenza tra amore e possessività si manifesta in un gesto semplice ma
profondo: lasciare andare. Nella possessività, temiamo di perdere e quindi
stringiamo più forte. Confondiamo il trattenere con l’impegno. La libertà
appare come perdita. L’amore, invece, agisce diversamente. Offre spazio,
anche lo spazio per andare via. Non trattiene, ma accoglie. Non misura la
propria forza dalla capacità di trattenere, ma dalla grazia nel
lasciare. Se è vero amore, non si perde nella libertà. Torna, non per
obbligo, ma per scelta.
Dalla possessività
alla consapevolezza
Comprendere perché
l’amore diventa possessivo è il primo passo verso il cambiamento. La
possessività non è una condizione permanente, ma un atteggiamento che può
essere riconosciuto e trasformato. Il cambiamento inizia con la
consapevolezza di sé. Dobbiamo distinguere tra amore e paura, tra connessione e
controllo. Quando sentiamo il bisogno di trattenere, possiamo chiederci: è
fiducia o ansia? È necessario anche sviluppare stabilità interiore. Più ci
sentiamo sicuri in noi stessi, meno dipendiamo dagli altri per il nostro
valore. Questo riduce il controllo e aumenta la fiducia. Dobbiamo imparare
a convivere con l’incertezza. L’amore non può essere garantito né forzato. Può
solo essere vissuto nel presente, con apertura e accettazione.
Conclusione: amore
senza possesso
L’amore non è
destinato a diventare possessivo; è la fragilità umana che lo rende tale.
Desideriamo connessione, ma temiamo di perderla. Cerchiamo intimità, ma
fatichiamo ad accettare l’insicurezza. La possessività è un tentativo di
risolvere questa tensione, ma al costo della libertà, che è essenziale
all’amore. Non possedere non significa non amare, ma amare
consapevolmente. Significa riconoscere che l’altro non è nostro, ma
un’esperienza da vivere. La sicurezza non nasce dal controllo, ma dalla
fiducia.
Nella visione
sethiana:
La possessività
trattiene,
nel silenzio della
paura.
L’amore lascia
andare,
nella fiducia
della verità.
Non abbandona mai
davvero.
E forse questa è
la verità finale…
L’amore non
trattiene,
rimane, anche
quando sa
di non poter
trattenere.
Krishan Chand
Sethi, de.it.press 8.4.
Migranti, il modello “Italia-Albania” al bivio: cosa cambia dopo il parere
della Corte Ue
Cosa ha detto
l'avvocato generale della Corte di Giustizia dell'Unione europea Nicholas
Emiliou
Il 23 aprile 2026
è una data che potrebbe segnare una svolta decisiva nelle politiche migratorie
europee. Nicholas Emiliou, avvocato generale della Corte di Giustizia
dell’Unione europea (Cgue), ha depositato le sue attese conclusioni sul
Protocollo Italia-Albania, firmato originariamente il 6 novembre 2023. Il
verdetto, seppur non ancora definitivo, suona come un “sì condizionato”:
l’impianto italiano è giudicato compatibile con il diritto dell’Unione, ma a
patto che non diventi una zona d’ombra per i diritti umani.
L’origine del caso
Tutto nasce dal
trasferimento di due migranti in territorio albanese, in centri assoggettati
alla giurisdizione italiana. La Corte d’Appello di Roma aveva inizialmente
negato la convalida del loro trattenimento, ravvisando un contrasto tra la
normativa nazionale e quella europea. Da qui, il ricorso della Corte di
Cassazione alla Cgue per ottenere un’interpretazione definitiva.
Il protocollo
prevede la creazione di un’enclave giurisdizionale italiana in territorio
albanese (nei porti di Shengjin e Gjader) per gestire le domande di asilo
provenienti da “Paesi di origine sicuri” tramite procedure accelerate.
Il parere di
Emiliou: “In linea di principio, è possibile”
La tesi
dell’avvocato generale è chiara: il diritto dell’Unione non vieta a uno Stato
membro di istituire centri di trattenimento al di fuori del proprio territorio.
Questo è il pilastro su cui il governo italiano ha costruito la sua difesa.
Tuttavia, Emiliou pone dei paletti invalicabili:
1. Lo Stato resta
obbligato a garantire gli stessi standard europei come se il migrante si
trovasse in Italia.
2. Deve essere
assicurato l’accesso all’assistenza legale, linguistica e ai contatti con i
familiari.
3. Minori e
persone fragili devono avere pieno accesso a cure mediche e istruzione.
4. Un punto a
favore della linea governativa chiarisce che il diritto di restare nello Stato
durante l’esame della domanda non implica necessariamente il diritto di essere
riportati in territorio italiano, purché le garanzie siano rispettate altrove.
La questione dei
Paesi sicuri
Nonostante sia
arrivato il parere favorevole dall’avvocato generale della Corte europea, il
modello di gestione dei migranti tra Italia e Albania ha destato non poche
perplessità negli anni. La criticità principale rintracciata riguarda la
definizione di “Paesi di origine sicuri”. La Cgue ha precedentemente stabilito
che uno Stato non può essere considerato sicuro se non lo è uniformemente in
tutto il suo territorio e per tutte le persone (da Lgbtqi+ ad oppositori
politici).
Il caso di
migranti provenienti da Bangladesh ed Egitto – Paesi inizialmente inclusi nella
lista italiana ma contestati dai tribunali – dimostra quanto sia fragile
l’accelerazione delle procedure quando si scontra con la realtà dei diritti
individuali. Inoltre, i costi (stimati in 830 milioni di euro in cinque anni) e
i rischi logistici, come i tre giorni di navigazione necessari per raggiungere
l’Albania, potrebbero sfociare in quei trattamenti degradanti criticati dalle
Ong e che lo stesso avvocato auspica che non si verifichino.
La reazione della
politica: tra “verità” e attesa
Il governo ha
accolto le parole di Emiliou come una vittoria politica. La premier Giorgia
Meloni ha definito il parere “incoraggiante”, lamentando come le “letture
giudiziarie forzate” degli ultimi due anni abbiano rallentato una soluzione
innovativa per la gestione dei flussi. Sulla stessa linea, il ministro per gli
Affari Europei Tommaso Foti e il co-presidente del gruppo dei conservatori
(Ecr) al Parlamento europeo Nicola Procaccini hanno parlato di una smentita
autorevole alle “critiche ideologiche” mosse da parte della magistratura.
Dall’Albania, il
premier Edi Rama ha ribadito il legame di “fratellanza” con l’Italia:
“Migrazione europea e migrazione italiana sono due cose diverse per noi.
Abbiamo una lunga storia d’amore con l’Italia – ha ricordato Rama -. Quando
l’Italia ci ha chiesto di valutare la possibilità di realizzare centri per il
processamento dei migranti, abbiamo detto sì. Perché all’Italia diciamo sempre
sì. Ancor più difficile dire no quando il premier è una donna”. Roma, infine,
ha sottolineato come Roma “non chieda spesso, ma quando lo fa rispondiamo di
sì”, ricordando il sostegno ricevuto dall’Italia “in un periodo molto
difficile” e parlando di un “legame speciale” tra i due Paesi.
Cosa succede ora?
È fondamentale
sottolineare che le conclusioni dell’avvocato generale non sono vincolanti.
Esse indicano una strada, ma la decisione finale spetta ai giudici della Corte
di Giustizia, che inizieranno ora a deliberare.
Se la Corte
dovesse confermare questa impostazione, il “modello Albania” diventerebbe un
precedente legale per tutta l’Unione. Se invece dovesse emergere che le “misure
organizzative e logistiche” non garantiscono un tempestivo riesame
giurisdizionale, le autorità italiane sarebbero obbligate a riportare
immediatamente i migranti in Italia e rilasciarli. La partita, dunque, resta
aperta fino alla sentenza definitiva. Adnkronos 24
L’incerto impatto inflattivo della guerra
La deflagrazione
del conflitto in Iran ha rapidamente fatto sentire i suoi effetti sul mercato
dei beni energetici, portando a un incremento del prezzo di petrolio e gas. Da
questo aumento di costo derivano rilevanti rischi per l’economia europea, posta
la perdurante dipendenza del vecchio continente da fonti energetiche fossili
importate dall’estero. In tal senso, alcuni analisti e membri delle istituzioni
hanno ventilato la possibilità di assistere nei mesi a venire a una crescita
dell’inflazione che potrebbe dar vita a una dinamica simil-stagflattiva. Uno
scenario che, qualora dovesse concretizzarsi, genererebbe importanti
ripercussioni economico-sociali, ponendo la Banca Centrale Europea davanti a
scelte non certo facili.
Un nuovo shock
energetico?
Dal momento
dell’attacco israelo-americano nei confronti di Teheran, il prezzo del petrolio
ha sperimentato notevoli oscillazioni, passando da 65/70 dollari al barile a un
massimo di 120 dollari; andamento affine è quello registrato dal gas, giunto
sul mercato TTF di Amsterdam a toccare un picco superiore ai 60 euro al
megawatt/ora. Questi dati sono diretta conseguenza della chiusura – quantomeno
parziale – dello stretto di Hormuz e degli attacchi lanciati nei confronti di
varie infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo, che, nonostante l’arrivo
sul mercato di nuovi competitor (su tutti, gli Stati Uniti), continuano a
giocare un ruolo fondamentale nelle catene di approvvigionamento globale
dell’energia. L’Unione europea, dopo aver ridimensionato i suoi legami con la
Russia, si trova particolarmente esposta alle tensioni del quadrante
medio-orientale e vede traslare in modo pressoché immediato gli incrementi di
costo sui propri cittadini e imprese — di particolare impatto risultano a tal
riguardo i costi alla pompa di benzina, con il diesel che è tornato a lievitare
fino a livelli prossimi ai 2 euro al litro. Un prolungamento del conflitto in
Iran, e un protrarsi delle interruzioni nelle linee di fornitura, andrebbe ad
aggravare questa dinamica, portando a ulteriori incrementi dei costi. Da ciò,
potrebbe pertanto derivare un aumento dei prezzi non dissimile a quello vissuto
fra il 2022 e il 2023, quando il tasso di inflazione annuo dell’Eurozona,
sospinto dalla “separazione energetica” con Mosca, giunse a toccare il 10,6%.
Il contesto
economico europeo
Queste tensioni
sui prezzi di gas e petrolio si palesano in una fase in cui il tasso di
inflazione dell’area euro risulta essere in linea con l’obiettivo statutario di
Francoforte (1,9% nel mese di febbraio); una fase in cui, però, le principali
economie dell’Ue arrancano, faticando a coniugare efficacemente crescita della
produttività e contenimento del debito. Gli acciacchi del motore franco-tedesco
sono in quest’ottica la perfetta rappresentazione delle difficoltà del vecchio
continente. Da un lato, Parigi, con i suoi claudicanti governi di minoranza,
stenta a ridurre il proprio deficit di bilancio, assiste a un aumento del
debito pubblico (giunto in prossimità del 120%) e registra comunque, a fronte
di una politica fiscale espansiva, una modesta crescita del Pil (intorno all’1%
all’anno). Dall’altro, Berlino esce da tre anni di stagnazione economica e
cerca, con programmi di spesa senza precedenti, di rilanciare il proprio
sistema industriale, tentando di rivisitare un modello economico eccessivamente
votato all’export. In questo contesto, è quindi difficile pensare che nuovi
aumenti dei tassi di interesse verrebbero accolti con favore da parte degli
esecutivi dei due Paesi — così come da quelli di altre Nazioni (come l’Italia)
—, posto il rischio di assistere a un nuovo raffreddamento del lato della
domanda e quello di registrare un incremento degli interessi pagati sul debito
sovrano.
Un altro
grattacapo per la BCE
La fiammata
inflazionistica vissuta in seguito all’invasione russa dell’Ucraina è durata
diversi mesi e ha indotto la Banca Centrale Europea a deliberare, fra il 2022 e
il 2023, marcati innalzamenti dei tassi di interesse. Tali aumenti del costo
del denaro hanno suscitato nel mondo politico-economico reazioni di segno
opposto: qualcuno ha accusato la Bce di essersi mossa con ritardo, aggravando
la crisi inflattiva; qualcun altro, alla luce della natura esogena dello shock,
ha invece sostenuto come l’azione di Francoforte sia stata sproporzionata.
Queste divergenze di vedute rendono ben chiaro come, di fronte a un aumento dei
costi dell’energia, l’istituto di emissione si trovi in un campo minato,
all’interno del quale anche i diversi manuali di scienza economica non riescono
a fornire indicazioni univoche. Procedendo con un innalzamento dei tassi, pur
nella consapevolezza che l’aumento dei prezzi non è dettato da fattori endogeni
al sistema, c’è il rischio di rallentare il ciclo economico; rimanendo però fermi,
c’è la possibilità che crescano le aspettative sull’inflazione e che
l’andamento del rapporto di cambio euro-dollaro (di fondamentale importanza,
visto che i beni energetici sono denominati in divisa americana) possa acuire
l’effetto inflattivo della crisi. Insomma, una situazione che ogni banchiere
centrale eviterebbe volentieri di dover affrontare.
Due punti fermi
In questo
complicato scenario ci dovrebbero tuttavia essere almeno due punti fermi. Il
primo: la Bce, nell’assumere le sue decisioni, non può non tenere in conto
analisi geopolitiche e, in quest’ottica, dialogare con soggetti che sappiano
fornire stime ben ponderate sulla possibile evoluzione del conflitto;
d’altronde, essendo questo uno shock esogeno, i tempi della sua possibile
“rimozione” hanno centrale rilevanza nella determinazione dei tassi. Il
secondo: di fronte a questo rischio inflattivo, governi e parlamenti non devono
demandare totalmente la questione a Francoforte, bensì adottare anche dal canto
loro dei provvedimenti, come le domeniche ecologiche o la riduzione
dell’illuminazione pubblica, che possono facilitare il contenimento del prezzo
di gas e petrolio — decisioni già assunte negli anni ’70 che, oltre a
contribuire a una riduzione parziale dei costi, presenterebbero indiscutibili
benefici di carattere ambientale (ammesso che questo tema interessi ancora a
qualcuno). Matteo Bursi, AffInt 14
Tempi inquieti. Custodire la speranza quando tutto sembra fragile
Una riflessione
sui giorni che viviamo tra crisi economica, tensioni globali e fiducia da
ritrovare - di Licia Linardi
C’è qualcosa di
profondamente simbolico nella Pasqua di quest’anno. Arriva mentre l’Europa vive
una stagione inquieta, la Germania attraversa una fase di incertezza economica
e politica, e il mondo è scosso da conflitti che fino a poco tempo fa sembravano
appartenere a un’altra epoca. In questi giorni, più che mai, la Pasqua ci
ricorda che la speranza non nasce quando tutto va bene, ma quando tutto sembra
perduto.
La Germania
attraversa una delle fasi più complesse degli ultimi anni, sospesa tra
rallentamento economico, tensioni internazionali e riforme annunciate ma ancora
lontane dall’essere concretamente definite. Il Paese che per oltre un decennio
è stato percepito come la locomotiva stabile d’Europa si ritrova oggi a fare i
conti con un mix di crisi che mette sotto pressione governo, imprese e
cittadini. Negli ultimi mesi, la situazione è al centro dell’attenzione di
tutti: giornali come Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Die
Welt, così come telegiornali e talk show, discutono apertamente delle
difficoltà strutturali del Paese e delle conseguenze delle riforme che
colpiscono più duramente famiglie e cittadini comuni. Anche noi, dal nostro osservatorio,
continuiamo a raccontare come le decisioni politiche impattino concretamente
sulla vita quotidiana.
L’economia, da
tempo sotto pressione, dà segnali di rallentamento: settori chiave
dell’industria soffrono, gli investimenti si fanno cauti e l’export, da sempre
motore della locomotiva tedesca, fatica a ripartire con vigore. La dipendenza
dalle dinamiche globali espone il Paese a shock esterni più profondi di quanto
si ricordasse negli ultimi decenni. Non è solo una questione di numeri, è
cambiato l’umore collettivo. Molti cittadini avvertono che modelli di stabilità
una volta scontati come il lavoro sicuro, la crescita costante, l’accesso
regolare all’energia, non lo sono più. Le discussioni politiche si fanno più
aspre e la fiducia nelle istituzioni sembra un bene da conquistare ogni giorno.
Come se non
bastasse, il contesto internazionale contribuisce ad alimentare l’incertezza.
La guerra in Ucraina continua a pesare sull’Europa, non solo dal punto di vista
militare ma anche economico ed energetico. Da un paio di settimane, poi, lo
scenario mediorientale è radicalmente cambiato dopo l’attacco militare degli
Stati Uniti all’Iran; le forniture di petrolio, già fragili, risultano di fatto
bloccate, e i mercati delle materie prime sono in subbuglio. In Germania, come
nel resto d’Europa, il prezzo del carburante ha raggiunto livelli mai visti da
anni, colpendo famiglie e imprese e aggravando il costo della vita in un
momento in cui l’economia fatica già a riprendersi.
In questo scenario
anche gli italiani che vivono in Germania, lavoratori, famiglie, pensionati,
giovani arrivati da poco, si pongono la stessa domanda: dove stiamo andando?
La Pasqua non
offre risposte politiche né soluzioni economiche. Offre però uno sguardo
diverso. La tradizione cristiana racconta di una rinascita che avviene dopo la
notte più buia. Non prima. Dopo. È un messaggio sorprendentemente attuale.
Viviamo un tempo
in cui la fiducia sembra merce rara. Si diffonde la sensazione che il futuro
sia più fragile del passato. Ma la storia degli italiani all’estero insegna
proprio il contrario. Le nostre comunità sono nate nelle difficoltà, nelle
partenze dolorose, nelle crisi economiche, nelle guerre e nelle ricostruzioni.
E ogni volta abbiamo saputo reinventarci, anche nei momenti più difficili.
Anche oggi, mentre
la Germania cerca una nuova direzione economica e l’Europa affronta tensioni
geopolitiche che credevamo appartenere al Novecento, resta una certezza e cioè
che le società non si salvano solo con le riforme o con i mercati, ma con le persone.
Con la capacità di restare comunità.
Pasqua significa
anche questo, non lasciare che la paura diventi l’unico linguaggio pubblico.
Continuare a costruire relazioni, solidarietà e partecipazione civile. Guardare
al futuro senza ingenuità, ma senza cinismo.
Forse non è il
tempo delle grandi certezze. È però il tempo della responsabilità quotidiana,
nel lavoro, nell’impegno associativo, nella famiglia, nel volontariato, nella
presenza attiva degli italiani in Germania e nel mondo. La speranza, oggi, non
è ottimismo facile. È una scelta. Ed è proprio quando sembra mancare che
diventa più necessaria. CdI aprile
Certamente abbiamo
le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il
Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione
sconnessa. Ora, pur non essendo nostro costume fare delle anticipazioni, ci
sentiamo nella condizione d’esprimere un’opinione. Torniamo ad ipotizzare il
varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE).
In questa fase
politica, ci vuole chiarezza. Chiarezza per evitare, in tempo, altri errori.
Partendo dal presupposto che la “rotta” politica potrebbe mutare proprio strada
facendo. Il fine resta la governabilità; ma anche la tutela della nostra
Comunità “altrove”. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Per
ridare fiducia al Popolo italiano, anche per quello che vive fuori dalla
Penisola, sarebbe necessaria la volontà rinnovatrice di questo Potere
Esecutivo. Sentiamo ancora la mancanza di “normalità”. Quella normalità di cui
sentiamo, prepotente, la necessità.
Non ci sono più baluardi da difendere. Se
d’aspetti sfavorevoli si deve scrivere, lo si faccia con cognizione di causa.
Non ci sono le condizioni per sopportare altri “bisticci” di bottega e
affrontare le beghe di Palazzo con accordi che hanno dell’assurdo. Certo è che
dare valenza ai milioni d’italiani “altrove” sarebbe una prova di ritrovata
coerenza. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere valutazioni
precipitose. Ma questa realtà nazionale ci lascia dubbiosi. Pur con l’impegno
di questo Esecutivo di Centro/Desta, in un Paese dove l’incertezza è abitudine
e il dialogo è figlio dell’adattamento, avrebbe valenza il varo di un DIE
(Dipartimento per gli italiani all’Estero). Ci sarebbero, ora, le premesse e le
condizioni. Manca, ancora, d’accertare la volontà politica per vararlo.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Cent'anni di
Lufthansa, visti da chi ci lavora
(16.04) Un'intera
settimana di scioperi sta accompagnando i festeggiamenti per i cent'anni della
compagnia aerea Lufthansa. Ma perché il personale è così insoddisfatto? Diamo
uno sguardo allo stato di salute della compagnia tedesca. Di crisi globali, ma
anche innovazione e opportunità parliamo con Dora Macovei, manager di Lufthansa
Systems. Intanto, per l'anniversario la compagnia riconosce le sue
responsabilità durante il nazismo.
Dopo il voto
ungherese, crisi delle destre in Italia e Germania?
(15.04) L'uscita
di scena di Viktor Orbán potrebbe aprire una nuova stagione di convergenza tra
Ungheria e istituzioni europee dopo anni di veti incrociati, ma si può parlare
di una crisi delle destre sovraniste in Europa? Di certo è l'ennesima cattiva
notizia per Giorgia Meloni che aveva appoggiato, insieme agli USA, il premier
uscente durante la campagna elettorale. Ne parliamo con Enzo Savignano e con il
direttore di Repubblica Maurizio Molinari.
La Germania come
modello per rifondare il calcio italiano?
(14.04) La terza
mancata qualificazione di seguito ai mondiali è il punto di non ritorno
raggiunto dal sistema calcio italiano. Una rifondazione a questo punto è
inevitabile ma su quale modello va fatta? Il percorso intrapreso negli anni
scorsi in Germania per rilanciare un movimento in crisi sembra aver portato i
suoi frutti, a livello di nazionale e di club. Può essere un esempio per
ltalia? Ne parliamo con Agnese Franceschini, Thomas Hürner della Süddeutsche
Zeitung e Valerio Piccioni di Domani.
La svolta di Merz
sul caro benzina, cosa cambia in Germania
(13.04) Dopo le
polemiche dei giorni scorsi il governo tedesco approva finalmente un pacchetto
di misure per rispondere al forte aumento dei prezzi del carburante in
Germania, ne parliamo con Agnese Franceschini. Queste misure, adottate anche in
Italia, basteranno? E quali saranno le conseguenze sui consumatori? Lo abbiamo
chiesto a Federico Fubini, giornalista economico del Corriere della Sera.
Francesca Albanese
su Palestina, crisi dell'ONU e memoria storica tedesca
(10.04) La
Relatrice speciale dell'ONU per i Territori palestinesi è un personaggio
divisivo, e sa di esserlo. Eppure, è soprattutto grazie al suo lavoro se i
massacri a Gaza e gli altri crimini commessi da Israele a danno dei palestinesi
sono al centro della discussione in Europa. Per questo le sue apparizioni
pubbliche, specie in Germania, sono caratterizzate da manifestazioni
contrapposte di chi la sostiene e di chi la accusa addirittura di
antisemitismo. Francesco Marzano l'ha intervistata per noi.
Tessere NSDAP: l’archivio
nazista messo online dagli USA
(09.04) Il governo
statunitense ha reso liberamente consultabile online un enorme archivio di
tessere di iscrizione al Partito nazionalsocialista tedesco (NSDAP). L’archivio
fu sequestrato dall’esercito americano alla fine della Seconda guerra mondiale.
La vicenda ha riaperto il dibattito sul passato nazionalsocialista della
Germania. Ne parliamo con Enzo Savignano e con lo storico Carlo Gentile.La
grande crisi della socialdemocrazia in Germania
(01.04)Sconfitte
storiche per la SPD tedesca alle ultime due regionali e a Monaco. Minimi
storici anche nei sondaggi. Cosa sta succedendo e cosa c'entrano le riforme
approvate e previste dal governo nero-rosso? Ce ne parla Giulio Galoppo.
Dall'interno del partito sentiamo Daniela Di Benedetto, da anni impegnata in
politica locale a Monaco. Infine, problemi e prospettive dell'SPD nel governo
Merz nell'analisi di Mara Gergolet, corrispondente da Berlino per il
"Corriere della Sera".La Germania contro abusi online e deepfake
(31.03)La denuncia
di Collien Fernandes contro l'ex marito, personaggi dello spettacolo molto noti
in Germania, ha suscitato un'ondata di solidarietà in piazza e in rete, ma
anche odio e minacce di morte nei confronti dell'attrice e presentatrice. Quali
sono le accuse e quali le lacune della legge tedesca? Ce ne parla Giulio
Galoppo. Gli abusi digitali non sono nuovi, ma l'IA li porta ad un nuovo
livello: perché e come contrastarli? Ne parliamo con Silvia Semenzin, sociologa
ed esperta di odio online.E se ti licenziano in Germania?
(30.03)Quando e
perché ti possono licenziare, secondo la legge tedesca? Quali sono le tutele e
le differenze tra aziende piccole e grandi? Di licenziamento in tronco o con
preavviso, ma anche di categorie protette e scadenze da non perdere parlano
Francesco Marzano e Luciana Mella. L'avvocato del lavoro Rodolfo Dolce ha poi
alcuni consigli su casi particolari e su come muoversi se arriva il
licenziamento, primo fra tutti non perdere tempo e farlo verificare subito a
qualcuno che se ne intende.Mattia Garau, uno psicologo per gli italiani a
Bonn
(27.03)Di origine
veneta e da dieci anni residente a Bonn, Mattia Garau unisce esperienza
internazionale e sensibilità interculturale. Psicologo clinico ed esperto in
emergenze, lavora con persone che affrontano lutti, traumi e cambiamenti
profondi, offrendo supporto professionale anche attraverso la rete. È il nostro
ospite del venerdì. Come cambia ora lo Schufa in Germania?
(26.03)Lo Schufa,
questo sconosciuto! Una sensazione condivisa da molti in Germania in passato.
Ma ci sono novità e d'ora in poi sarà più facile tenerlo d'occhio per evitare
brutte sorprese e difficoltà nella vita di tutti i giorni, spiega Cristina
Giordano. Mirjana Ilic di "Miri ti aiuta" ha consigli ed esperienze
di suoi clienti italiani, e Roman Schlag, consulente per la gestione del debito
della Caritas diocesana di Aquisgrana, mette in guardia: ceto medio e giovani
più indebitati.Perché la cultura tedesca si ribella a Weimer?
(25.03)Dal
tentativo d'ingerenza alla Berlinale al premio negato a tre librerie di
sinistra senza chiara motivazione, il ministro della cultura Wolfram Weimer è
al centro di aspre critiche. Ce ne parla Cristina Giordano, senza dimenticare
un grosso conflitto d'interessi. Per Tonia Mastrobuoni, corrispondente da
Berlino per "la Repubblica", Weimer sta danneggiando un bene
importante per la Germania, la cultura, con le posizioni reazionarie da cui
anche media conservatori hanno messo in guardia.Cosa cambia con la
Grundsicherung, il nuovo sussidio sociale
(24.03)Da luglio
il Bürgergeld verrà sostituito dalla Grundsicherung: non si tratta solo di un
cambio di nome per il sussidio sociale su cui fanno affidamento milioni di
persone in Germania. Cristina Giordano elenca le novità della riforma e le
reazioni del mondo politico e delle parti sociali. A Norma Mattarei, sociologa
che lavora per l'Ufficio politiche sociali del Comune di Monaco, chiediamo
invece un giudizio sulla riforma ed esempi concreti di famiglie che
sopravvivono grazie al sussidio.Bullismo nelle chat di classe delle scuole
tedesche
(23.03)I
giovanissimi sempre più a disagio nelle scuole tedesche, dove crescono bullismo
digitale e pressioni psicologiche, ce ne parla Cristina Giordano. Tiziana
Miceli, insegnante nella Gesamtschule Papa Giovanni XXIII di Pulheim, ci
racconta la sua esperienza quotidiana. Con la psicoterapeuta Elena Colombo
abbiamo parlato di rischi collegati al bullismo digitale e di come
prevenirli.Un italo-nigeriano ambasciatore dell'olio pugliese a Berlino
(20.03)Denis
Okore, trentenne cresciuto a Verona, si è trasferito in Germania nel 2016 per
fare un corso di formazione da idraulico. L'impatto con la Turingia, primo
luogo d'approdo in Germania, è però segnato da episodi di razzismo. Poi Denis
si trasferisce a Berlino, dove si ambienta velocemente e, assieme ad altri due
amici italiani, fonda una start up che esporta l'olio biologico pugliese in
Germania e nel nord Europa. Ai microfoni di Luciana Caglioti Denis Okore ci
racconta la sua storia.SPECIALE: 70 anni di italiani in GermaniaHai già
ascoltato il nostro speciale e guardato i 7 video? Scopri subito tante storie
di italiani e italiane di diverse generazioni e professioni, che raccontano
come la Germania ha cambiato la loro storia - la nostra storia.
Libri. „Ho sempre chiesto perché”.
L’autobiografia di Roberto Giardina
Il suo libro più
conosciuto, soprattutto tra gli italiani in Germania, è Guida per amare i
tedeschi (Rusconi 1994), un ironico ritratto del popolo tedesco che a uno
sguardo attento e ironico si rivelava essere non troppo diverso da quello
italiano, ben lontano dai classici stereotipi che rappresentano la Germania
come una specie di caserma tutta ordine e disciplina. Di Gherardo Ugolini
Quel libro,
tradotto anche in tedesco con Anleitung, die Deutschen zu lieben (Argon Verlag
1996), ha segnato una piccola rivoluzione nel modo di guardare alla realtà
tedesca da parte italiana scalfendo durevoli pregiudizi e consolidati cliché, e
a distanza di tre decenni si conferma un calzante strumento d’analisi valido
ancora oggi. Ma Roberto Giardina, classe 1940, palermitano di nascita e
berlinese d’adozione, ha fatto molto altro nella sua vita. È stato ed è innanzi
tutto un giornalista, un cronista che si è avviato giovanissimo al mestiere e
l’ha esercitato in varie sedi, per gran parte della vita come inviato e
corrispondente dall’estero (Amburgo, Parigi, Bonn e Berlino). E non ha mai
smesso di esserlo, tant’è che ancora oggi, raggiunta da tempo la pensione,
decano dei corrispondenti in Germania, continua a pubblicare un pezzo al giorno
sul quotidiano ItaliaOggi, una rubrica che rappresenta una finestra aperta su
quanto accade nel mondo tedesco. È stato ed è un autore, capace di firmare
saggi e romanzi in gran numero, sempre scritti con arguzia e con uno stile
ironico e comprensibile. Molti dei suoi libri offrono uno sguardo incrociato
tra Italia e Germania. Basti pensare a Stampa e mezzi d’informazione nella
Germania Occidentale (Guanda, 1976), Biografia del marco tedesco (Giunti,
1996), Pizza con crauti (Colorado noir, 2006), Berlin liegt am Mittelmeer
(Avinus, 2014), Lebst du bei den Bösen? Deutschland – meiner Enkelin erklärt
(Launenweber Verlag, 2017), Il muro di Berlino, 1961-1989. Il racconto di un’epoca attraverso le storie dei grandi e
piccoli protagonisti (Diarkos 2019). Ed è stato ed è un infaticabile
viaggiatore, in giro per il mondo per lavoro o per piacere: a lui si devono
anche godibilissimi libri di viaggio come L’altra Europa. Itinerari insoliti e
fantastici di ieri e di oggi (Bompiani, 2002) e L’Europa e le vie del
Mediterraneo: da Venezia a Istanbul, da Ulisse all’Orient express (Bompiani,
2006).
L’ultima fatica
s’intitola Ho sempre chiesto perché con sottotitolo Vita da giornalista
-scrivere tra due secoli» (Torri del Vento, 2025), un libro che si presenta
come un’autobiografia, ma che in verità è molto più di un’autobiografia.
Partiamo dal titolo: quella frase, che Giardina vorrebbe un giorno incisa come
epigrafie esistenziale accanto al suo nome, è una formula che riassume il senso
di una vita dedicata a capire quello che succede, è il filo rosso della
narrazione. Chiedersi il perché dovrebbe essere la base del mestiere di
giornalista, almeno quello di una volta, ma non è sempre così. Per Giardina la
ricerca dei perché è sempre stato un imperativo etico imprescindibile, la
chiave di un’intera esistenza trascorsa a interrogare la realtà senza accontentarsi
delle apparenze.
Il libro si
configura come un mosaico volutamente disordinato, in cui ricordi privati,
episodi professionali e riflessioni sul mestiere si alternano senza una rigida
scansione cronologica. Non è un saggio sul giornalismo, né un’operazione
nostalgica su un mondo perduto; è piuttosto un diario involontario, in cui
memoria privata e storia collettiva si intrecciano. Dall’infanzia palermitana,
trascorsa tra case piene di libri e l’enciclopedia tedesca del nonno, fino ai
grandi snodi del secondo Novecento europeo, Giardina costruisce il ritratto di
una vocazione precoce e tenace: fare il giornalista, ancor prima che lo
scrittore. Dalla Palermo dell’infanzia alle redazioni torinesi (Gazzetta del
Popolo e La stampa), da Roma a Berlino passando per Amburgo, Parigi e Bonn,
emerge un percorso coerente nella sua irrequietezza: quello di un cronista che
ha fatto del movimento – geografico e intellettuale – la propria condizione
naturale. Le città attraversate non sono semplici sfondi, ma luoghi vissuti
fino in fondo, osservati con attenzione quasi antropologica, tra politica,
costume e vita quotidiana. Non solo dunque un’autobiografia personale, scandita
da ricordi che l’autore conserva nella mente, ma anche un racconto avvincente
di storia del giornalismo. Giardina restituisce con concretezza il senso del
lavoro giornalistico tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i Venti
dell’attuale. Racconta la gavetta, le redazioni, le scadenze, le notti passate
a rifinire un articolo, ma anche quell’universo fatto di viaggi continui e
camere d’albergo che diventano una seconda casa. È un mondo “intriso di odore
d’inchiostro”, regolato da un’etica severa e da un’idea artigianale del
mestiere, oggi in larga parte scomparsa. In questo senso, il libro assume anche
il valore di una testimonianza storica: un vero e proprio atlante del
giornalismo italiano ed europeo dal dopoguerra a oggi. Al centro resta sempre
la figura del cronista, intesa non tanto come opinionista o protagonista, bensì
come testimone. Giardina insiste su un principio semplice e radicale: scrivere
ciò che si pensa, senza piegarsi alle mode o alle convenienze. Non significa
dire tutto, ma non dire mai il falso. È una posizione che oggi suona quasi
controcorrente, soprattutto in un’epoca in cui il confine tra informazione e
opinione appare sempre più sfumato.
Le pagine dedicate
alla formazione sono tra le più vive. C’è il ragazzo che a otto anni tenta di
scrivere un romanzo western; c’è lo studente rimproverato per lo «stile
squallido da giornalista», troppo asciutto per i gusti di una professoressa
amante degli aggettivi; c’è il giovane che rivendica il diritto di scegliere
“il proprio secolo” come tempo migliore in cui vivere. Episodi minimi, che
rivelano però un tratto costante: l’ostinazione a pensare con la propria testa,
anche a costo di pagare un prezzo.
Ma il libro è
anche un libro di storia in cui le vicende tedesche si intersecano con quelle
italiane. Il racconto della carriera è scandito da incontri e momenti cruciali.
Giardina ha intervistato Albert Speer, Willy Brandt, Helmut Kohl, Günter Grass,
Heinrich Böll, Markus Wolf, Egon Krenz e la rievocazione di questi (e tanti
altri) personaggi riflette il privilegio – ma anche la responsabilità – di chi
ha osservato la storia da vicino. E tuttavia, ciò che colpisce è l’assenza di
ogni compiacimento: anche gli scoop, quando ci sono, vengono ridimensionati,
perché destinati a svanire rapidamente o a rivelarsi ambigui. Particolarmente
efficaci sono le pagine dedicate alla Germania, paese che Giardina conosce in
profondità come pochi altri. Qui il memoir si fa anche racconto europeo:
un’analisi dei mutamenti politici e sociali, ma soprattutto un tentativo di
cogliere l’anima di una nazione attraverso dettagli minimi, conversazioni
quotidiane, impressioni dirette. È il contrario del giornalismo “da scrivania” che
l’autore critica apertamente: quello che pretende di capire il mondo senza
muoversi, affidandosi esclusivamente alla rete. Un altro nodo centrale del
libro è il rapporto tra giornalismo e letteratura. Giardina riflette con
lucidità sulla differenza tra i due linguaggi: il cronista deve essere chiaro,
essenziale, quasi invisibile; lo scrittore può permettersi ambiguità e
deviazioni. Eppure, nella sua esperienza, i due registri si contaminano
continuamente. La sua prosa, asciutta e priva di ornamenti superflui, nasce
proprio da quella disciplina appresa in redazione, dove ogni parola ha un peso
preciso.
Sullo sfondo,
emerge anche una dimensione più intima e malinconica: il rapporto con la
famiglia, a partire da quello con il padre professore e senatore della
Repubblica, con la madre che lo protegge mentre le bombe dei liberatori
americano cadono sulla Sicilia, l’orgoglio silenzioso, i rimpianti per le
parole non dette; la consapevolezza che un’autobiografia è anche un atto di
vanità, ma forse necessario per lasciare una traccia. Scrivere è «un gioco
contro la morte», confessa l’autore: un modo per fermare il tempo, per ripetere
– come nel gioco infantile con la madre – parole e gesti già vissuti. Ho sempre
chiesto perché è dunque un libro duplice: da un lato il racconto di una vita e
una carriera, dall’altro una riflessione sul senso stesso del raccontare. Ma
soprattutto è un invito al dubbio. In un panorama mediatico dominato da
certezze immediate e spiegazioni semplificate, Giardina ricorda che il compito
del giornalista – e forse di ogni lettore – non è trovare risposte definitive,
ma continuare a porsi le domande giuste. Anche quando sono scomode. Anche
quando non hanno una risposta.
CdI 31.3.
Rimborso Irpef per chi dall’estero rientra in Sicilia
PALERMO - Rimborso
dell’Irpef del 50 per cento per chi, dall’estero, si stabilirà in Sicilia,
trasferendo il proprio domicilio fiscale in un Comune dell’Isola. È quanto
prevede, in attuazione di una norma dell’ultima legge di Stabilità, il decreto
dell’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, approvato ieri, 9 aprile, dalla
giunta regionale.
“Con questa misura
– dichiara il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani – offriamo un
incentivo sia agli stranieri che scelgono di vivere in Sicilia, magari per
beneficiare del suo stile di vita, sia agli emigrati, e in particolare i più
giovani, che vogliono tornare a vivere nell’Isola”.
Come previsto
dalla legge, si potrà accedere al beneficio nel caso in cui i nuovi residenti
producano un reddito, anche da lavoro autonomo o d’impresa, oppure siano
titolari di una pensione e, oltre al trasferimento in Sicilia, acquistino un
immobile abitabile oppure dimostrino di realizzare interventi edilizi su una
proprietà situata nel territorio regionale. La residenza in Sicilia dovrà
essere mantenuta almeno fino al 31 dicembre dell’anno successivo a quello del
trasferimento.
Nel caso di
trasferimento in Comuni con meno di 5 mila abitanti, l’ammontare del contributo
potrà salire fino al 60 per cento dell’Irpef versata, ma sempre entro i 100
mila euro l’anno per ciascuno dei tre anni di durata dell’intervento. Il
contributo sarà riconosciuto dalla Regione a fronte dell’effettivo pagamento
dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.
“Questa forma di
payback dell'Irpef, rivolto a lavoratori, nomadi digitali, professionisti e
imprenditori, è una iniziativa pensata per l’attrazione di nuovi residenti ed è
– afferma l’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino – attualmente
unica in Italia. Rientra nel pacchetto di interventi del governo Schifani
destinati a favorire la crescita del capitale umano in Sicilia. Puntiamo a
innescare un circuito virtuoso e si stima non solo che sia a costo zero per la
Regione, ma che possa anzi generare nuove entrate fiscali: il contributo sarà
infatti più che compensato dal maggiore gettito Irpef che i nuovi residenti
verseranno nelle casse regionali”.
"Un risultato
particolarmente apprezzabile, frutto di un’intuizione del governo Schifani e di
un confronto con l’assessore Dagnino", sottolinea Vincenzo Arcobelli,
rappresentante al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e Presidente
Emerito della Confederazione Siciliani Nord America. "Un’iniziativa che
abbiamo sostenuto sin dalla sua gestazione, proprio per le sue potenzialità di
ripopolamento dei borghi". (aise/dip 10)
Ucraina. Da una guerra in corso a una tregua stabile
All’inizio del
2025, spinti dalla spinta dell’amministrazione Trump verso un accordo di pace
in Ucraina, la Francia e il Regno Unito hanno avviato discussioni sulle
garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito della cosiddetta «Coalizione
dei volenterosi». Per l’Europa, questo è stato un modo per dimostrare a Trump
che gli europei erano seriamente intenzionati a mettersi maggiormente in gioco,
nella speranza di partecipare ai negoziati. La questione chiave in queste
discussioni era come si potesse costruire un futuro cessate il fuoco tra Russia
e Ucraina in modo tale da dissuadere la Russia dall’attaccare nuovamente
l’Ucraina nel giro di pochi anni. Come si possono evitare in futuro gli errori
del passato?
Per molti versi,
la discussione è stata un esercizio utile in quanto ha delineato in dettaglio
alcune precondizioni per una pace futura stabile. I colloqui internazionali
sulle garanzie di sicurezza hanno portato per la prima volta i funzionari
civili e militari delle capitali occidentali a immaginare e pianificare
seriamente il futuro impegno dei loro paesi con, intorno e in Ucraina. Allo
stesso tempo, tuttavia, queste discussioni hanno sofferto – e continuano a
soffrire – di quattro difetti.
In primo luogo, le
discussioni e i negoziati sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina hanno –
almeno finora – contribuito ben poco a porre fine alla guerra. Varie proposte
concrete avanzate sulla futura sicurezza dell’Ucraina, come quelle relative a
una “forza di rassicurazione” o all’integrazione dei sistemi di difesa aerea
del fianco orientale della NATO con quelli dell’Ucraina, hanno suscitato
reazioni positive a Kiev. Tuttavia, gli effetti su Mosca della definizione dei
piani occidentali per aiutare l’Ucraina a proteggersi in futuro – sia
attraverso un impegno militare diretto che attraverso la cooperazione
militare-industriale – sono stati e continuano ad essere negativi.
Paradossalmente,
la ricerca di un cessate il fuoco stabile ha reso più lontana la fine dei
combattimenti. I suggerimenti di ampia portata avanzati da paesi come il Regno
Unito e la Francia – non da ultimo riguardo allo stazionamento di truppe della
Coalizione dei Volenterosi nell’Ucraina occidentale – hanno aumentato la posta
in gioco e la diffidenza del Cremlino riguardo agli sviluppi postbellici. Ciò
ha ridotto la disponibilità della Russia – già scarsa – a cercare un
compromesso e a fare concessioni. Tali annunci hanno ulteriormente ridotto la
disponibilità del Cremlino a cessare i combattimenti prima di ottenere un
chiaro vantaggio sul campo di battaglia e hanno aumentato il suo desiderio di
una pace di vittoria (Siegfrieden) piuttosto che di un accordo di pace
(Verständigungsfrieden).
Infatti, la Russia
ha categoricamente respinto l’idea di truppe straniere in Ucraina. Come ha
affermato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nel marzo 2025: “La
presenza di truppe dei paesi della NATO sotto qualsiasi bandiera, sul suolo
ucraino, rappresenta la stessa minaccia [dell’adesione dell’Ucraina alla NATO].
Non la accettiamo in nessuna circostanza”.
In secondo luogo,
i vari piani per garantire la sicurezza futura dell’Ucraina contengono ben poco
di concreto che abbia rilevanza materiale immediata. Al contrario, le tanto
discusse garanzie di sicurezza sono un insieme di intenzioni, scenari e
promesse che, se attuate, migliorerebbero in parte la sicurezza dell’Ucraina
attraverso una presenza simbolica di truppe, pattugliamenti aerei e così via. I
piani occidentali non prevedono un miglioramento sostanziale né
dell’integrazione internazionale né della difendibilità militare dell’Ucraina.
Al contrario, i negoziati ufficiali si concentrano sull’istituzione, le
condizioni, la formulazione e la ratifica di determinati futuri meccanismi di
reazione multilaterali qualora Mosca dovesse inasprire nuovamente la situazione.
L’idea – di per sé
nobile – delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina propone semplicemente che
Kiev si affidi a un certo algoritmo di future azioni occidentali di portata
limitata. Essa presuppone inoltre, in modo ottimistico, che Mosca creda nella
fattibilità e nella consequenzialità dell’algoritmo reattivo proposto.
Tuttavia, le garanzie di sicurezza finora previste non prevedono alcuna
struttura organizzativa, come la NATO, a sostenerle. Né includono una presenza
militare significativa di truppe occidentali di stanza lungo la futura linea di
contatto russo-ucraina. In assenza di solide basi istituzionali e di
sufficienti risorse materiali, né Kiev né Mosca possono prendere sul serio le
garanzie di sicurezza per l’Ucraina.
Ciononostante,
l’Ucraina potrebbe essere costretta a seguire il “principio della speranza” e
ad accettare le garanzie di sicurezza che può ottenere piuttosto che quelle di
cui ha bisogno. In tal caso, tuttavia, qualsiasi futuro cessate il fuoco
potrebbe rivelarsi semplicemente un interregno fino alla ripresa dei
combattimenti su larga scala. Inoltre, costituirebbe una pausa nella guerra a
vantaggio della Russia, poiché consentirebbe a Mosca di scegliere un momento
opportuno per una nuova escalation durante, ad esempio, un’escalation militare
parallela nel Mar Cinese Meridionale o altrove.
Al contrario, la
leadership ucraina – sperando che almeno alcune delle promesse fatte
nell’accordo di sicurezza vengano mantenute – sarà condannata a una futura
passività militare e a spiacevoli sorprese. In un certo senso, un tale scenario
sarebbe una ripetizione dell’esperienza dell’Ucraina dal 2014 del ormai
famigerato “Memorandum sulle garanzie di sicurezza” del 1994. Kiev ha firmato
il Memorandum di Budapest sebbene, nel 1993, ci fosse stata una richiesta
ucraina e una bozza di trattato completo tra l’Ucraina e il P5 che avrebbe
obbligato ciascun membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad
adottare le “misure necessarie”, qualora uno Stato dotato di armi nucleari
avesse compiuto una “minaccia o uso della forza o minaccia della stessa in qualsiasi
forma contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina”.
In terzo luogo,
l’attuale dibattito rimane teorico nella misura in cui non può prevedere la
situazione concreta sul campo in cui le garanzie di sicurezza saranno alla fine
fornite all’Ucraina. Il modo esatto e le condizioni in cui termineranno i
combattimenti ad alta intensità determineranno la natura e la sostenibilità di
un futuro cessate il fuoco. La posizione sul campo di battaglia e la condizione
socio-economica di entrambi i paesi nel momento in cui le armi taceranno
determineranno principalmente la stabilità e la durata della tregua.
Anche il contenuto
e la formulazione delle future garanzie di sicurezza avranno certamente un
ruolo. Tuttavia, le eventuali garanzie future non solo dovranno essere adattate
al contesto esistente in cui vengono fornite, ma la loro rilevanza per i
fornitori occidentali, i destinatari ucraini e i potenziali fattori scatenanti
russi dipenderà più dagli sviluppi nel mondo reale che dalle promesse fatte
sulla carta. La posizione dell’Ucraina nei confronti della Russia e viceversa
determinerà il significato di qualsiasi garanzia di sicurezza, così come le
relazioni di ciascun paese con attori terzi.
Più la situazione
militare, economica e internazionale dell’Ucraina sarà vantaggiosa al momento
dell’inizio del cessate il fuoco, meno probabile sarà che le garanzie
occidentali per la sicurezza ucraina debbano essere applicate. Al contrario,
più la situazione generale dell’Ucraina sarà difficile al termine dei
combattimenti, più probabile sarà una nuova escalation e più plausibile
potrebbe essere una richiesta ucraina di attuare garanzie di sicurezza.
Infine, ma non
meno importante, il dibattito pubblico occidentale sulle future garanzie di
sicurezza per l’Ucraina nell’ultimo anno è stato caratterizzato da incoerenze,
contraddizioni e ritrattazioni. Il ruolo esatto degli Stati Uniti come
fornitori di un “back-stop” mal definito per le garanzie è ancora poco chiaro.
Le dimensioni, l’ubicazione, il tipo e persino la mera possibilità di una
“forza di rassicurazione” occidentale in Ucraina rimangono oggetto di
controversia.
Più recentemente,
l’amministrazione Trump ha introdotto nuova incertezza nella pianificazione
europea per un cessate il fuoco in Ucraina quando ha annunciato il proprio
desiderio di annettere la Groenlandia danese e ha avviato colloqui con Mosca
sulla futura cooperazione economica. Data la disponibilità degli Stati Uniti a
confrontarsi con uno stretto alleato e a collaborare con un nemico
tradizionale, i leader europei, compresi quelli ucraini, sono diventati
diffidenti nei confronti delle assicurazioni statunitensi di aiutare ad attuare
future garanzie di sicurezza.
In conclusione, il
dibattito occidentale sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, iniziato nel
2025, è un passo nella giusta direzione ma prematuro e potrebbe persino
funzionare come una forma di evasione. Discutere della seconda fase – garantire
il cessate il fuoco – senza un piano chiaro su come realizzare la prima –
ottenere quel cessate il fuoco – potrebbe distrarre dal problema anziché
aiutare a risolverlo. Ciò è particolarmente vero poiché il successo del secondo
passo – l’effetto deterrente delle garanzie di sicurezza sulla Russia – sarà
determinato principalmente dalla natura del primo passo – il modo e le
condizioni in cui i combattimenti in Ucraina giungeranno al termine.
Né la conclusione
della guerra attuale né la stabilità di un futuro cessate il fuoco saranno
determinate in primo luogo da come le garanzie di sicurezza per l’Ucraina
saranno formulate sulla carta. Piuttosto che questo o quel impegno verbale dei
paesi occidentali, la situazione concreta sul campo – in ambito economico e sul
campo di battaglia – è decisiva oggi e rimarrà cruciale domani. Il tipo di
aiuto materiale e finanziario di cui Kiev ha bisogno per porre fine ai
combattimenti in modo accettabile sarà per molti versi simile al tipo di
sostegno di cui l’Ucraina avrà bisogno una volta concordato il cessate il fuoco
per proteggersi da un nuovo attacco. Andreas Umland. AffInt 7
Tournée in Germania dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa
Cecilia
FRANCOFORTE SUL
MENO – Tre sono le tappe tedesche che una delle più prestigiose istituzioni
sinfoniche europee, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha
in programma in Germania in questi giorni come protagonista di attesissimi
concerti che si concluderanno con una esibizione all’Alte Oper Frankfurt, nella
Großer Saal, sabato 18 aprile 2026, alle ore 20:00. Dopo la tappa di ieri a
Colonia e di domani a Baden Baden, salirà nuovamente sul podio, questa volta
della Alte Oper, il direttore musicale Daniel Harding che guiderà l’orchestra –
ormai fiore all’occhiello della cultura italiana e di tutto il Paese – in
un programma di grande intensità espressiva, affiancato dal pianista Igor
Levit, tra i più acclamati interpreti della scena internazionale, apprezzato
per la profondità delle sue interpretazioni e l’impegno artistico e culturale.
Il concerto si
aprirà con il Concerto per pianoforte n. 1 in re minore op. 15 di Johannes
Brahms, pagina monumentale del repertorio romantico, caratterizzata da una
tensione drammatica di rara intensità e da un dialogo serrato tra solista e
orchestra.
La nascita del
Primo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms fu lunga e tormentata, e
avvenne per fasi successive a partire dal 1852, con esibizioni non sempre ben
accolte ed anzi bisognerà aspettare il 1861 per la sua definitiva pubblicazione
e successive acclamazioni del pubblico.
Frutto di
un’ossessione, il concerto è espressione di una ricerca accompagnata da un
forte spirito di autocritica. La conseguenza fu una contraddizione risolta con
un compromesso: uno schema tradizionale per un modello alternativo.
Non stupisce
quindi che il destino del Concerto fosse contrastato e difficile. Molti dei
rilievi che gli vennero mossi dai primi ascoltatori (e non bisogna dimenticare
che Brahms ebbe fin dall’inizio ascoltatori assai attenti) sono in parte
comprensibili. In effetti il Concerto in re minore è lontano dalle convenzioni
del concerto per strumento solista, in quanto il pianoforte e l’orchestra sono
posti su un piano di assoluta parità: il che lo fece sembrare una Sinfonia con
pianoforte. L’evidente ambizione di rifarsi al Beethoven drammatico ed eroico
(soprattutto a quello del Terzo Concerto in do minore) si scontra con
l’insistenza di passaggi divaganti ed eterei (come un phantasieren romantico
alla Schumann) così come con il contenuto eterogeneo, appassionato,
malinconico, giocoso, dei temi.
Insomma esso ci
appare come un lavoro di sperimentazione che solo a posteriori avrebbe trovato
la sua giustificazione e la sua esatta collocazione nella storia del concerto
per pianoforte. Sarà il quanto mai rinomato e virtuoso pianista Igor Levit a
dare corpo e interpretazione al tessuto musicale da solista e a duettare con
l’orchestra. A seguire verranno eseguite le celebri Variazioni Enigma op.
36 di Edward Elgar, un affascinante ciclo orchestrale che, attraverso una
scrittura raffinata e ricca di colori, costruisce una serie di ritratti
musicali di sorprendente vividezza.
Eseguite per la
prima volta a Londra a st. James Hall nel 1899, queste quattordici Variazioni
– così complesse, ben meditate e mature – nacquero per puro caso.
Una sera dell’ottobre 1898 Elgar improvvisava sul violino alcuni passaggi
melodici senza uno scopo. La moglie l’interruppe ammirando la bellezza di una
melodia, della quale egli non si era neppure accorto. Sorpreso e affascinato
dall’entusiasmo della consorte, Elgar, ritrovata la melodia, la perfezionò, e
poi chiese. «Ti fa pensare a qualcuno?», «Certo, a Billy Baker che esce dalla
stanza».
In quella serata
in famiglia le Variazioni presero vita. Alla moglie Elgar (C.A.E.) dedicò la
prima variazione, a Billy Baker, William Meath Baker (W.M.B) la quarta. E da
tutte e quattordici ancora ci arriva il calore e l’intesa umana simpatia, di
quotidiana familiarità e amicizia, nonchè di umorismo da cui avevano preso le
mosse e l’ispirazione. Fu naturale quindi che il compositore Elgar le dedicasse
“a tutti gli amici che sono qui ritratti”. Da un secolo non c’è più nessun
enigma nelle iniziali dei nomi, perché i dedicatari sono stati identificati
tutti. Ma un altro enigma non è stato sciolto e forse non lo sarà mai. Nelle
note di programma per la prima esecuzione l’autore dichiarò che «lungo e sopra
la costruzione ‘procede’ [goes] un altro tema più ampio che non si suona», e
che nessuno ha individuato. Con numerose esecuzioni di successo di queste
Variazioni, che si estesero prestissimo in tutta l’Europa, si dovette da allora
credere, come aveva sentenziato G. B. Shaw, che anche in Inghilterra si creava
musica buona e perfino eccellente. Fondata nel 1908, l’Orchestra
dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è tra le più antiche e rinomate
compagini sinfoniche italiane, riconosciuta a livello internazionale per
l’eccellenza artistica e la versatilità del suo repertorio. Nel corso della sua
storia ha collaborato con i più grandi direttori e solisti, affermandosi come
ambasciatrice della tradizione musicale italiana nel mondo. Il finale a
Francoforte sarà quindi per il pubblico internazionale della città della Banca
Centrale Europea un evento di grande rilievo. Un pubblico attento e raffinato
che avrà l’opportunità di ascoltare una delle più autorevoli ed acclamate
orchestre italiane in un programma dal ricco fascino musicale ed
interpretativo.
Michele
Santoriello, Ufficio Affari culturali e comunicazione del Consolato Generale
d’Italia a Francoforte sul Meno
Svizzera. No all’iniziativa antistranieri. Vota No il 14 giugno
L’iniziativa «No a
una Svizzera da 10 milioni» non è che l’ultimo tassello di una tradizione
discriminatoria che ha inizio con le famigerate iniziative Schwarzenbach degli
anni Settanta. Già allora, l’associazionismo migrante denunciava con forza come
lo scandalo non fosse la sola iniziativa, bensì una politica che sfruttava
lavoratrici e lavoratori negando loro dignità e diritti fondamentali,
incolpandoli al contempo dei mali di uno sviluppo mal governato a beneficio di
pochi. Oggi come allora, respingiamo l’idea che le persone migranti diventino
il capro espiatorio universale per ogni problema del Paese: dalla crisi
abitativa al consumo di suolo, dalle carenze del sistema scolastico alla crisi
climatica.
L’iniziativa mina
innanzitutto i diritti fondamentali, indebolisce la protezione dei lavoratori e
delle lavoratrici migranti, limita il ricongiungimento familiare e rischia di
svuotare il diritto d’asilo. Si aprono così nuove forme di ingiustizia sociale,
con lavoratrici e lavoratori trattati come manodopera temporanea senza pieni
diritti. Un ritorno a logiche di esclusione e precarietà che la Svizzera ha già
conosciuto e che pensavamo superate.
Anche oggi il
punto è chiaro e va al cuore del problema: il sistema svizzero è fondato su una
migrazione di lavoro e le implicazioni dell’iniziativa avrebbero delle
ripercussioni su tutti i lavoratori e su tutte le lavoratrici.
Allo stesso tempo,
verrebbero colpiti i pilastri dello Stato sociale. Ridurre la popolazione
attiva significa ridurre i contributi a AVS e assicurazioni sociali, aggravando
squilibri già esistenti in una società che invecchia. Ma l’impatto non è solo
economico!
Anche le relazioni
con l’Europa sono a rischio. Non meno preoccupanti sono le conseguenze per le
relazioni tra Svizzera ed Europa. La disdetta della libera circolazione e con
essa degli strumenti di controllo dei salari, e poi inseguito attraverso la «clausola
ghigliottina», dell’intero sistema di accordi con l’Unione europea, con effetti
devastanti su economia, occupazione, sicurezza, stabilità giuridica e coesione
sociale.
La migrazione è
ricchezza sociale, culturale, economica
Le comunità
migranti in Svizzera ci ricordano che la migrazione non è riducibile a una
questione economica o numerica, ma rappresenta una straordinaria ricchezza
culturale e sociale. Da generazioni, le cittadine e i cittadini migranti
contribuiscono in modo determinante allo sviluppo del Paese: dal lavoro nelle
infrastrutture e nell’industria, fino al settore sanitario, alla ristorazione,
alla cultura e alla ricerca.
La presenza
italiana, ad esempio, ha arricchito la Svizzera con lingua, tradizioni,
creatività e spirito imprenditoriale, diventando parte integrante del tessuto
sociale. Le seconde e terze generazioni sono oggi pienamente inserite nella
società svizzera e costituiscono un ponte importante verso l’Europa.
La migrazione non
è un problema da ridurre a mera soglia rigida, ma una componente essenziale
della prosperità e della coesione sociale della Svizzera.
Per queste
ragioni, invitiamo a votare convintamente NO il 14 giugno e a mobilitarci
insieme aderendo al Comitato delle Organizzazioni italiane per il NO
all’iniziativa antistranieri «No ad una Svizzera da 10 milioni»
Difendiamo insieme
i diritti, la dignità e il futuro!
PD SVIZZERA – AVS
SVIZZERA – ACLI SVIZZERA – FCLIS –SPI CGIL SVIZZERA – UNIA – SYNA
Ulteriori
informazioni a questo link https://fcli.ch/no-alliniziativa-del-caos-delludc-difendiamo-diritti-dignita-e-futuro/
(de.it.press 27.4.)
La diplomazia del bene: cinque nuovi Giusti al Viale della Farnesina
Da Sofia 1877 a
Santiago 1973, il MAECI consacra la memoria di chi ha saputo scegliere da che
parte stare
ROMA — Un atto di
memoria, un esercizio di responsabilità civile, un omaggio al coraggio
silenzioso di chi ha indossato l’abito del diplomatico senza dimenticare quello
dell’uomo: la cerimonia tenutasi il 23 aprile 2026 nel piazzale antistante la
Farnesina, a poche ore dalle celebrazioni della Liberazione, ha aggiunto cinque
nuovi nomi al “Giardino dei Giusti della Farnesina”, l’angolo verde inaugurato
nel marzo 2024 e ormai parte integrante del paesaggio simbolico della
diplomazia italiana. Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro degli Affari
Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, il Sindaco di Roma
Capitale Roberto Gualtieri e il Presidente della Fondazione Gariwo Gabriele
Nissim, promotore originario del progetto. Per il Ministro l’esempio dei Giusti
rappresenta un “monito quotidiano” su cosa significhi servire lo Stato tenendo
sempre la persona al centro.
I cinque nuovi
cippi inaugurati per l’occasione commemorano figure tanto diverse per epoca
quanto coese nel valore. C’è Vito Positano (Noicàttaro 1833 – Yokohama 1886),
Vice Console a Sofia, che nel dicembre 1877 si rifiutò di obbedire
all’intimazione di Osman Pascià e, insieme ai colleghi francese e
austro-ungarico, salvò la futura capitale bulgara dall’incendio. C’è Francesco
Babuscio Rizzo (Potenza 1897 – Roma 1983), Incaricato d’Affari presso la Santa
Sede tra il 1943 e il 1944, che nei mesi dell’occupazione nazifascista di Roma
sottrasse alla deportazione centinaia di esuli e perseguitati. C’è Tito Spoglia
(Atina 1923 – Elisabethville 1960), Vice Console nel Katanga in piena rivolta
secessionista, caduto il 10 luglio 1960 mentre tentava di organizzare
l’evacuazione dei connazionali e insignito post mortem della medaglia d’oro al
valor civile. C’è Giorgio Giacomelli (Milano 1930 – Roma 2017), Primo
Segretario a Léopoldville durante la rivolta dei Simba del 1964, che si accodò
alle truppe governative per mettere in salvo decine di italiani altrimenti
destinati al massacro. E c’è Piero De Masi (Roma 1937 – Roma 2021), Incaricato
d’Affari a Santiago del Cile nel settembre 1973, che nelle ore drammatiche del
golpe di Pinochet aprì la sede di Calle Miguel Claro a chi bussava: circa
settecentocinquanta gli asilados che da quella scelta personale e non
autorizzata trovarono via di salvezza, una pagina che il cinema di Nanni
Moretti ha restituito al grande pubblico con Santiago, Italia nel 2018.
Sindaco e
Presidente della Fondazione Gariwo hanno declinato, ciascuno dal proprio
osservatorio, lo stesso filo. Il Sindaco Gualtieri ha rivendicato l’orgoglio
per una tradizione diplomatica in cui tante personalità hanno saputo compiere
una “scelta etica” in momenti particolarmente difficili; il Presidente Nissim,
che proprio in occasione del primo allestimento del 2024 aveva coniato la
formula della “diplomazia del bene”, ha ribadito come l’Italia, con i suoi
oltre duecento Giardini, sia oggi tra i Paesi più impegnati nel ricordare i
propri Giusti e nel farne un patrimonio civile esportabile.
Con queste cinque
nuove targhe i nomi commemorati salgono a quattordici, dopo i nove
dell’allestimento iniziale del marzo 2024, fra i quali Guelfo Zamboni, Tommaso
de Vergottini, Pierantonio Costa e l’Ambasciatore Luca Attanasio. La selezione
è opera della Commissione dei Giusti della Farnesina, istituita dal MAECI nel
2024 e coordinata dal Ministro Plenipotenziario Stefano Baldi, unico componente
attualmente in servizio, affiancato dagli Ambasciatori a riposo Maria Assunta
Accili, Emilio Barbarani, Carlo Maria Oliva e Ludovico Ortona. A questo organo
spetta l’esame post mortem dei fascicoli storici, con il rigore documentale che
la materia impone. Ma il senso ultimo dell’iniziativa va oltre la
commemorazione: il Giardino è pensato come strumento formativo permanente, non
solo per i giovani diplomatici che entrano in carriera — cui si offre un
repertorio di esempi concreti di servizio civile — ma anche per i cittadini,
gli studenti, chiunque attraversi quel viale e ne legga i nomi. Una pedagogia
per immagini, dove la memoria non è monumento ma esercizio.
È in questa
cornice che si comprende la frase con cui Tajani ha aperto la cerimonia:
“Ricordare i Giusti è un atto di responsabilità civile”, il modo in cui una
comunità sceglie i propri riferimenti morali. Quattordici cippi, sotto i
platani che fronteggiano il piazzale della Farnesina, ci ricordano —
silenziosamente — come la diplomazia italiana, prima ancora che corpo
professionale, sia stata e continui a essere una tradizione di coscienze.
Arturo Varè, Dip 26
Il falso mito della middle class in crisi
Nella società
moderna così frammentata e polarizzata il ceto medio, da tempo frammentato,
sembra essere in crisi, anche se i numeri lo smentiscono se allarghiamo lo
sguardo comparativo al mondo.
Nel Sud-Europa,
come in Italia, la crisi economica e le successive crisi politiche, quasi
sempre consequenziali della prima, negli ultimi quindici anni hanno
moltiplicato il rischio di povertà nelle forme che conosciamo.
Disoccupazione,
sottoccupazione e deprivazione hanno interessato un’ampia fascia di ceti
medio-bassi, anche perché nei Paesi del Sud-Europa, compreso il nostro, al
basso valore aggiunto di settori tradizionali si è unito l’effetto del labour
saving, del risparmio di manodopera, dovuto alle nuove tecnologie.
Nell’Europa del
Nord, al contrario di quanto detto, c’è stata una crescita dei ceti medi
contraddistinti da competenza e competitività individuali, con un andamento
costante di rendimento che non ha mancato di incidere positivamente sul reddito
nazionale.
Lo Stato sociale,
in questi Paesi, ha continuato a proteggere redditi ed occupazione, così da
permettere ai ceti medi di resistere all’erosione del loro scudo protettivo -
molti erano i pensionati tra di loro - e, nel contempo, sostenere “gente nuova“
con nuove professionalità.
Gli Stati Uniti,
invece, hanno fatto registrare una crisi dei ceti medi molto prima che nel
Sud-Europa, dovuta allo straordinario impatto del digitale, che nasce e si
sviluppa esprimendo nuovi poteri planetari con l’industrializzazione della
comunicazione, che ha visto la rapida ascesa dei ceti medi “tech“, innovatori più che inventori, e il pericolo
di sostituzione automatica e d’impoverimento per i ceti medi tradizionali.
Se in Europa e
anche in Canada i ceti medi resistono, negli Stati Uniti dimagriscono e si
trasformano, nell’America Latina ristagnano, mentre in Cina e in India vivono
una stagione sfolgorante di espansione, di pari passo con crescita economica e
benessere.
Certo si tratta di
stime, ma sono molti gli osservatori internazionali, come molte agenzie di
rating, che ritengono la classe media cinese superiore in numero a quella
americana perché ha lavoro e retribuzione stabile, anche se a forte
competizione interna per far carriera e guadagnare posti nelle gerarchie del
Partito Comunista.
In Cina, viceversa
di quanto accade in Occidente, la carriera è un valore, spinge a migliorare, a
progredire, come dimostrano il terziario e i servizi che rafforzano il mercato
interno e i ceti medi, leader del consumo.
Anche in India a
guidare i consumi sono i ceti medi, ma le differenze tra grandi città e
periferie, in termini di salari e costi, sono enormi e la povertà si fa
sentire. Nelle megalopoli è però cresciuta, si potrebbe dire a dismisura, la
classe media, che è quella che fa turismo di lusso sulle spiagge più eleganti
dell’Asia e anche da noi in Italia.
La classe media
rappresenta un modello di ascesa sociale, dopo l’industrializzazione, per
centinaia di milioni di asiatici che aspirano ad appartenervi.
In fin dei conti,
la middle class nel mondo non gode di cattiva salute, anzi appare in brillante
ascesa in Cina e India; in Occidente, fa ben sperare il rinnovamento dei ceti
medi con le nuove professioni, dopo la lenta erosione del prestigio dei “colletti
bianchi“ e la forte contrazione della piccola borghesia del lavoro autonomo.
Viviamo un tempo
in cui è molto più facile immaginare scenari distopici che futuri desiderabili,
ma la speranza, come dicevano gli antichi, è l’ultima a morire.
Angela Casilli,
de.it.press 22
In Italia popolazione stabile grazie alle migrazioni
ROMA -
Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i
decessi. Prosegue in Italia il calo della fecondità, comune a molti Paesi
europei: nel 2025 scende a 1,14 figli per donna. Nel panorama europeo l’Italia
è uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita: nel 2025 arriva a 81,7
anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Le immigrazioni dall’estero sono
440mila, le emigrazioni per l’estero 144mila. Mobilità internazionale in
flessione ma il saldo migratorio rimane ampiamente positivo: nel 2025 è pari a
+296mila unità.
Al 1° gennaio 2026
la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila
unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta
a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.
Le coppie con
figli costituiscono il 28,4% delle famiglie, quelle senza figli il 20,2%.
Questi, in sintesi, i dati diffusi oggi dall’Istat, che oggi ha pubblicato gli
Indicatori demografici - Anno 2025.
I DATI
POPOLAZIONE IN
CRESCITA AL NORD E IN CALO NEL MEZZOGIORNO
Al 1° gennaio 2026
la popolazione residente è pari a 58 milioni 943mila individui (dati
provvisori), risultando stabile rispetto alla stessa data dell’anno precedente
(-636 unità). Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la
popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per
mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille).
Nel 2025 le
nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024. I decessi sono
652mila, in calo dello 0,2%. Il saldo naturale (ovvero la differenza tra
nascite e decessi) è ampiamente negativo (circa -296mila unità), peggiorato
rispetto al 2024 quando risultò pari a -283mila.
Le immigrazioni
dall’estero, 440mila, pur diminuendo di 12mila unità rispetto al 2024 (-2,6%)
si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del
Paese. Scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero, 144mila, ben 45mila
in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo
migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296mila) e tale da
compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma
cresce anche di 33mila unità sul 2024.
Risultano, infine,
in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente
hanno coinvolto un milione e 455mila cittadini.
QUASI 190MILA
STRANIERI RESIDENTI IN PIÙ E ALTRETTANTI ITALIANI IN MENO
Al 1° gennaio 2026
la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila
unità, in aumento di 188mila individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente,
con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione
straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero
(+348mila), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo
(+36mila). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti (ma meramente da
un punto di vista definitorio, essendo riferita a individui che continuano a
risiedere nel Paese) è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza
italiana che si attestano a 196mila.
La presenza
straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3 milioni 230mila
individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza
rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%. Nel Centro risiedono un
milione 344mila stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più
contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 986mila unità
(17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa
area geografica.
La popolazione di
cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila
individui rispetto al 1° gennaio 2025 (-3,5 per mille). Il bilancio negativo
dei residenti italiani si deve principalmente a un saldo naturale ampiamente
negativo (-333mila), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero
che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di -53mila. Il calo di
residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel
Mezzogiorno con 118mila connazionali in meno (-6,3 per mille).
Nel 2025 le
acquisizioni di cittadinanza italiana (come detto 196mila) risultano in
diminuzione rispetto ai livelli degli anni precedenti (214mila nel 2023 e
217mila nel 2024). Il calo è da imputare principalmente alle modifiche del
quadro normativo introdotte dal D.L. 36/2025 (convertito nella Legge n.
74/2025) che prevede restrizioni all’acquisizione della cittadinanza italiana
iure sanguinis. Ciononostante, il Paese mantiene un maturo livello di
integrazione dei cittadini stranieri residenti, tale da consentire ogni anno a
decine di migliaia di individui di diventare italiani. Un elemento, questo, che
sul piano quantitativo attenua la progressiva diminuzione della popolazione di
cittadinanza italiana.
Nel 2025 i
cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di
acquisizioni (rispettivamente 26mila e 23mila casi), seguiti dai cittadini
rumeni (16mila) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale
delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.
Il confronto anno
su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce
variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano
forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6mila), i
marocchini (-4mila), i brasiliani (-3mila), gli indiani (-3mila) e i moldavi
(-2mila). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di
cittadini pakistani (+2mila), filippini (+1500) e rumeni (+1000).
IL NUMERO MEDIO DI
FIGLI PER DONNA SCENDE A 1,14
In base a dati
ancora provvisori, i nati residenti in Italia sono 355mila nel 2025, 6,0 ogni
mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024
le nascite diminuiscono di 15mila unità (-3,9%). Un nato su otto ha
cittadinanza straniera, nel complesso 48mila, in calo del 5,6% sul 2024.
Il numero medio di
figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. La
regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna.
In base a dati
provvisori, nel 2025 i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario
passaggio preliminare alla nascita di un figlio, sono 165mila, 8mila in meno
sul 2024. Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%)
e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%). Il tasso di
nuzialità è pari a 2,8 per mille (2,9 nel 2024) e il valore più alto continua a
osservarsi nel Mezzogiorno (2,9 per mille). Nel Nord e nel Centro è pari a,
rispettivamente, 2,8 e 2,7 per mille
LA FAMIGLIA
UNIPERSONALE È LA PIÙ DIFFUSA
Nel biennio
2024-2025 le famiglie in Italia sono 26 milioni e 600mila, oltre 4 milioni in
più rispetto all’inizio degli anni Duemila. Questa crescita dipende dalla
progressiva semplificazione delle strutture familiari, determinata soprattutto
dall’aumento delle famiglie unipersonali, attualmente la forma familiare più
diffusa.
Oggi oltre un
terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), mentre venti
anni fa questa tipologia rappresentava appena un quarto delle famiglie (25,9%).
Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una
relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Queste famiglie
sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%), per molti anni il
modello prevalente di famiglia, ma anche quello interessato dalla diminuzione
più consistente.
Le coppie senza
figli sono stabili nel tempo e rappresentano un quinto del totale (poco più del
20%). Nel corso degli anni sono aumentate le famiglie monogenitore, che
rappresentano oggi una famiglia su 10. Si tratta principalmente di madri sole
(8,6%), ma sono evidenti anche casi di padri con figli (2,2%). Le famiglie
costituite da due o più nuclei e quelle senza nucleo (persone sole escluse, ad
esempio due fratelli conviventi) si confermano nel loro insieme una tipologia
residuale (3,5%).
IN AUMENTO I
TRASFERIMENTI DI RESIDENZA TRA COMUNI, NORD FAVORITO
Nel 2025 i
trasferimenti di residenza tra Comuni ammontano a 1 milione 455mila, in aumento
del 5,1% rispetto al 2024. La crescita è sostenuta soprattutto dalla mobilità
dei cittadini stranieri (284mila trasferimenti, +14,8%), mentre gli spostamenti
degli italiani (1 milione 171mila) registrano un incremento più contenuto
(+3,0%).
I movimenti
migratori tra le ripartizioni territoriali continuano a evidenziare un saldo
positivo per il Centro-Nord, pari a 45mila unità (+1,2 per mille). L’area
maggiormente avvantaggiata è quella del Nord-ovest (+20mila, +1,3 per mille),
seguito dal Nord-est (+19mila, +1,6 per mille). Il Centro mostra un saldo
migratorio interno più contenuto (+6mila, +0,5 per mille). A livello regionale,
i saldi positivi più consistenti in valore assoluto si registrano in Lombardia
e in Emilia-Romagna (+10mila), seguite da Piemonte (+7mila) e Veneto (+5mila).
Al contrario, il
Mezzogiorno continua a registrare perdite migratorie sul versante interno,
mostrando un saldo negativo di 45mila unità (-2,3 per mille). La perdita è
particolarmente marcata nel Sud (-34mila, -2,6 per mille) e più contenuta nelle
Isole (-11mila, -1,8 per mille). A livello regionale, le maggiori perdite in
valore assoluto si registrano in Campania (-17mila), Sicilia (-11mila),
Calabria e Puglia (entrambe -7mila). In termini relativi, i tassi migratori più
negativi si osservano in Basilicata (-5,5 per mille), Calabria (-3,8 per
mille), Molise (-3,3 per mille) e Campania (-3,0 per mille), mentre Sicilia
(-2,4 per mille) e Puglia (-1,7 per mille) presentano valori più contenuti.
IMMIGRAZIONI IN
LIEVE CALO E FORTE RIDUZIONE DEGLI ESPATRI DEI CITTADINI ITALIANI
Le immigrazioni
dall’estero sono circa 440mila nel 2025, in lieve diminuzione rispetto all’anno
precedente (-2,6%). Il calo interessa sia i cittadini stranieri (383mila
ingressi, -2,5%) sia gli italiani di ritorno dall’estero (56mila rimpatri,
-3,4%). Gli ingressi diminuiscono soprattutto per i cittadini stranieri
provenienti dall’Europa centro-orientale (60mila, -15,4%), in particolare
dall’Ucraina (-33,9%), e dai Paesi dell’Unione europea (38mila, -8,4%).
Si riducono anche
gli ingressi dall’America centro-meridionale (55mila, -15,7%) e, in misura più
contenuta, dall’Africa (110mila, -2,9%) anche perché rimangono consistenti le
immigrazioni dei cittadini stranieri provenienti da Marocco, Egitto e Tunisia (complessivamente
76mila ingressi).
In controtendenza
i flussi dall’Asia, che raggiungono 116mila ingressi, registrando una crescita
significativa (+18,6%), soprattutto grazie ai flussi dal Bangladesh (37mila,
+22,0%), dall’India (17mila, +22,7%) e dal Pakistan (26mila, +20,0%). Gli
italiani che rientrano nel Paese provengono prevalentemente (oltre la metà del
totale) dall’Unione europea (31mila, +2,3%).
Nel 2025 risultano
in forte diminuzione le emigrazioni verso l’estero, che si attestano a 144mila
unità (-23,7% sul 2024), il valore minimo dell’ultimo decennio. La contrazione
riguarda sia gli espatri dei cittadini italiani (109mila espatri, -22,7%) sia
le emigrazioni degli stranieri (35mila, -26,5%).
A parziale
motivazione del contenimento degli espatri nel 2025 va ricordato che nel 2024 è
stato registrato un numero eccezionale di iscrizioni all’AIRE, in seguito
all’introduzione di norme più stringenti su tale fronte. In parte, quindi,
l’effetto normativo ha determinato uno shock i cui effetti si riversano sulla
variazione del 2025 sul 2024.
La diminuzione
degli espatri dei cittadini italiani interessa quasi tutte le principali aree
di destinazione. L’Unione europea si conferma tuttavia il principale polo
attrattivo con 68mila espatri (-27,7%). Nel dettaglio dei principali Paesi di
destinazione, diminuiscono soprattutto gli espatri verso la Germania (13mila,
-37,1%) e il Regno Unito (11mila, -38,4%). Al di fuori dell’Europa,
diminuiscono i flussi degli italiani verso gli Stati Uniti (-6,5%) e
l’Australia (-9,3%).
Il saldo
migratorio complessivo con l’estero, pari a circa +296mila unità, è il
risultato di due dinamiche opposte: da un lato, il guadagno dovuto alle
immigrazioni di cittadini stranieri (+348mila), dall’altro la perdita di
cittadini italiani (-53mila). In termini relativi, il tasso migratorio con
l’estero è pari a +5,0 per mille abitanti, più elevato al Nord e al Centro,
rispettivamente pari al 5,8 e al 5,2 per mille, più contenuto nel Mezzogiorno
dove si ferma al 3,7 per mille.
La mobilità dei
cittadini nazionali è fenomeno diffuso in tutta Europa, al punto che in molti
Paesi il saldo migratorio dei propri cittadini è negativo.
Secondo gli ultimi
dati Eurostat, nel 2024 l’Italia presenta un tasso migratorio dei propri
cittadini pari a -1,5 per mille, un valore in linea con quello osservato in
diversi Paesi dell’Europa occidentale, come il Belgio (-1,4) e la Svizzera
(-1,2), e meno negativo rispetto a quello di un Paese importante come la Svezia
(-2,1). Anche tra gli altri principali Paesi europei si osservano tassi
migratori dei connazionali negativi, seppur su livelli più contenuti rispetto
all’Italia, come in Germania (-1,1), Francia (-0,9) e Austria (-0,8), mentre la
Spagna rappresenta un’eccezione, con un tasso positivo ma prossimo allo zero
(0,2).
SI RIDUCE A
QUATTRO ANNI IL DIVARIO DI GENERE PER LA VITA MEDIA
Nel panorama
europeo l’Italia è notoriamente uno dei Paesi con la più alta aspettativa di
vita. In base ai dati Eurostat relativi al 2024, gli ultimi disponibili per un
confronto, gli uomini italiani si collocano al secondo posto grazie a una
speranza di vita di 81,5 anni, superati dai soli svedesi con 82,6 anni a fronte
di una media Ue27 di 79,2 anni. Le italiane, a loro volta, si collocano al
terzo posto con 85,6 anni, superate dalle francesi (85,9) e dalle svedesi
(86,5), per una media Ue27 di 84,4 anni.
La speranza di
vita è stimata in 81,7 anni per gli uomini (2 decimi di crescita) e in 85,7
anni per le donne (un decimo in più). Ciò fa sì che nel 2025 la differenza di
genere sia scesa ad appena 4 anni, un livello che per ritrovarlo indietro nel
tempo occorre risalire al 1953.
A livello
regionale è il Trentino-Alto Adige la regione in cui si vive più a lungo, con
82,8 anni per i maschi e 86,8 per le femmine. In fondo alla graduatoria
continua a collocarsi la Campania con, rispettivamente, 80,1 e 84,1 anni.
PER IL PESO DI
OVER 65ENNI L’ITALIA È IL PAESE PIÙ ANZIANO DELLA UE27
Al 1° gennaio 2026
si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di
mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. Il Centro si
conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra
la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane
la ripartizione più giovane (46,4 anni).
La popolazione
fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo
di 168mila unità rispetto al 2025. La popolazione in età attiva (15-64enni)
ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila
individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1%
del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli
ultra-ottantacinquenni che raggiungono i 2 milioni 511mila individui (+101mila)
e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari
ammontano a 24mila e 700 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno
precedente.
Il processo di
invecchiamento interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso
della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli
individui sopra i 65 anni.
Al 1° gennaio
2025, nell’Ue27, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il
14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%.
Le quote più
elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia
(16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la
maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell’età mediana,
pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media Ue27
(44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che presenta il
valore minimo.
(aise/dip 1.4.)
Anche il Nulla non è mai vuoto: una riflessione sulla coscienza nella
Filosofia Sethiana
Il proverbio
“nulla nasce dal nulla assoluto” non è, nella Filosofia Sethiana, una semplice
proposizione contemplativa, ma un fatto che può essere vissuto e osservato.
Esso mette in discussione una convinzione molto radicata nella mente umana:
l’idea che il vuoto significhi assenza totale, e che il nulla sia un vuoto in
cui non esiste alcuna presenza. Secondo questa prospettiva filosofica, ciò che
comunemente consideriamo “nulla” non è una non-esistenza, ma una presenza più
sottile, che non può essere percepita attraverso una percezione ordinaria,
poiché non è formata, identificata o posseduta. L’essenza di questa intuizione
risiede nella teoria della continuità silenziosa della consapevolezza: un filo
di silenzio ininterrotto su cui si costruisce ogni esperienza.
Gli esseri umani
ricorrono spesso alla meditazione nella ricerca di significato e pace, convinti
che l’obiettivo finale sia raggiungere uno stato di vuoto. Questo vuoto viene
solitamente immaginato come la fine di ogni pensiero, la scomparsa di tutte le identità
e dell’io stesso, come un’assenza indeterminata. Tuttavia, questa è un’ipotesi
che il pensiero sethiano invita a riconsiderare. Se uno stato di nulla assoluto
potesse davvero essere raggiunto, non ci sarebbe nessuno a esserne consapevole.
La stessa consapevolezza del vuoto annulla l’idea di un’assenza totale. Anche
nel silenzio più profondo esiste qualcosa: non come oggetto, non come
“qualcosa” definito, ma come coscienza.
Questa
consapevolezza non va e viene come i pensieri o le emozioni. È silenziosa e
collega ogni momento al successivo. È questa continuità che rende coerente
l’esperienza umana. Senza di essa, sarebbe impossibile percepire, ricordare o
provare un senso di identità. Questa comprensione si rivela spesso, nella
Filosofia Sethiana, attraverso la semplice osservazione della vita quotidiana.
Si consideri una stanza completamente silenziosa. Entrandovi, si potrebbe
pensare che non vi sia nulla. Ma osservando più a fondo, si comprende che
questa affermazione è limitata: la stanza non è vuota nel senso assoluto.
Esiste lo spazio, esiste il silenzio e, soprattutto, esiste la consapevolezza
di quel silenzio.
Ciò che appare
come nulla è, in realtà, una presenza delicata, una presenza percepibile solo
quando il rumore dell’attività si placa. Questa comprensione va oltre la
meditazione e si estende all’intero ambito della conoscenza umana. Nulla esiste
in isolamento. Idee ed esperienze acquisiscono significato attraverso la
relazione. La verità, ad esempio, è spesso considerata assoluta, ma viene
riconosciuta in relazione alla falsità. Senza la possibilità della menzogna, la
verità non assumerebbe lo stesso valore. Allo stesso modo, il bene è compreso
in relazione al male, l’autenticità rispetto all’imitazione e la realtà
rispetto all’irreale.
Questa natura
relazionale non diminuisce il valore delle idee, ma ne rivela la struttura: il
significato emerge attraverso il contrasto e la relazione, non in isolamento.
Anche il silenzio è percepito grazie al suono. L’immobilità è riconosciuta
grazie al movimento. In questo senso, nulla è completamente indipendente: ogni
esperienza implica una relazione. Tuttavia, all’interno di questa
interdipendenza, la consapevolezza occupa un ruolo speciale. Non necessita di
opposizione per esistere. È presente nella verità e nella falsità, nella
comprensione e nell’incomprensione. Non cambia in base a ciò che osserva: è
stabile, testimone silenzioso del flusso di pensieri ed emozioni.
Questo si
chiarisce attraverso un’esperienza personale:
Ricordo una sera
in cui sedevo da solo dopo una giornata lunga e difficile. Nella stanza regnava
un silenzio quasi inquietante. Un pensiero attraversò la mia mente: “Qui non
c’è nulla.” Ma subito sorse un’altra intuizione: se davvero non ci fosse nulla,
come potrei saperlo? Il fatto stesso di esserne consapevole non poteva essere
negato. Non era qualcosa di evidente o rumoroso, ma c’era. In quel momento
compresi che il silenzio non è assenza, ma uno spazio in cui la consapevolezza
diventa più evidente. Queste intuizioni, pur semplici, sono profonde. Rivelano
che ciò che appare come vuoto è in realtà una porta verso la comprensione della
continuità della consapevolezza. Questa continuità è evidente anche nelle
reazioni emotive. Gli esseri umani tendono a identificarsi con pensieri ed
emozioni. La Filosofia Sethiana propone un cambiamento sottile:
dall’identificazione all’osservazione.
Un’altra
esperienza lo chiarisce:
Durante una
conversazione, ricevetti una critica inaspettata. La reazione fu immediata:
difesa, irritazione, il desiderio di proteggermi. In passato, questa reazione
avrebbe definito completamente il mio stato mentale. Ma questa volta fu
diverso. Oltre alla reazione, vi era anche l’osservazione della reazione. Essa
era presente, ma non era più l’intera esperienza. Esisteva uno spazio di
consapevolezza silenziosa che non reagiva. La reazione non scomparve, ma cambiò
il mio rapporto con essa.
Questa distinzione
tra esperienza e consapevolezza è essenziale. La consapevolezza non elimina
pensieri o emozioni, ma offre uno spazio in cui essi possono esistere senza
totale identificazione.
In questo senso,
il concetto di “non possesso” assume un significato più profondo. Non implica
il rifiuto del mondo materiale, ma l’abbandono dell’attaccamento psicologico a
oggetti, pensieri e ruoli. Il possesso, quindi, non riguarda solo la proprietà,
ma la relazione. Un oggetto può essere utilizzato senza diventare fonte di
identità. Lo stesso vale per pensieri ed emozioni: quando osservati, diventano
esperienze temporanee nella consapevolezza.
Questo principio
si estende al senso di identità. L’identità non è fissa, ma dinamica,
influenzata da esperienze, relazioni e memoria. Tuttavia, al suo interno esiste
una continuità: la coscienza che osserva il cambiamento. Questa continuità
permette di collegare passato e presente. Senza di essa, l’esperienza sarebbe
frammentata e priva di significato. Essa si manifesta anche in momenti comuni
come l’attesa. Ciò che sembra vuoto spesso genera ansia. Ma osservando
attentamente, si scopre che non è vuoto: vi sono sensazioni, suoni, movimenti
sottili e, soprattutto, la consapevolezza che li unisce.
Quando
l’attenzione si sposta dall’attesa all’osservazione, il momento cambia qualità.
L’attesa diventa presenza silenziosa. Questo cambiamento è ciò che la Filosofia
Sethiana definisce “direzione implicita dell’essere”. Non è frutto di sforzo,
ma emerge naturalmente quando la coscienza è chiara. Così, la vita trova un
senso spontaneo. Come un seme cresce senza sforzo consapevole, anche l’essere
umano possiede una naturale capacità di comprensione. Tuttavia, questo flusso
viene spesso ostacolato da pensieri e attaccamenti.
In presenza della
consapevolezza, anche le decisioni diventano più semplici. Le azioni si
armonizzano non per controllo, ma per chiarezza. Questo non implica inattività,
ma un’azione più consapevole, equilibrata e priva di conflitto inutile.
Ritornando all’idea che nulla esiste isolatamente, la Filosofia Sethiana
riconosce la natura relazionale dell’esistenza, pur individuando nella
consapevolezza la continuità che la sostiene. Verità, bontà e realtà possono
essere comprese per contrasto, ma la consapevolezza non dipende da opposizioni.
Non necessita di condizioni. È una dimensione stabile dell’esperienza.
Pertanto,
l’affermazione che nulla nasce dal nulla assume un significato più profondo:
tutto è vissuto nella coscienza. Anche quando si cerca il vuoto, ciò che si
incontra è una presenza sottile. La meditazione, dunque, non mira al nulla, ma
alla consapevolezza di ciò che rimane quando tutto il resto svanisce.
In conclusione, la
Filosofia Sethiana propone un cambiamento di prospettiva: dall’isolamento alla
relazione, dal vuoto alla presenza, dall’identificazione all’osservazione. La
vita non è una serie di eventi scollegati, ma un flusso continuo sostenuto dalla
coscienza. Nulla esiste in isolamento. La relazione genera significato. E al
centro di questa rete vi è una presenza silenziosa e costante. Riconoscerla non
significa apprendere qualcosa di nuovo, ma rendersi conto che è sempre stata
lì. E in quella percezione non si trova un vuoto sterile, ma una quiete
profonda: una vita consapevole, una quiete pienamente cosciente. Krishan Chand
Sethi, de.it.press 22
Giornata del Made in Italy: raggiunto il traguardo dei 1000 Marchi Storici
ROMA – Il Registro
Speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale ha raggiunto il traguardo
dei 1000 Marchi Storici iscritti: un ecosistema composto da 780 imprese
titolari che generano un volume d’affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e
garantiscono l’occupazione di 363.201 addetti. È quanto emerge dal rapporto
“L’Italia dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale. Numeri, territori e
prospettive di un patrimonio industriale del Made in Italy”, presentato oggi a
Palazzo Piacentini in occasione della Giornata del Made in Italy, alla presenza
del Ministro Adolfo Urso. L’evento è stato anche l’occasione per illustrare il
nuovo strumento finanziario introdotto con la riforma del Fondo Salvaguardia
Imprese, pilastro della nuova strategia della crescita e del consolidamento
delle imprese Marchio Storico di Interesse Nazionale.
“Celebriamo oggi
il lavoro di generazioni di imprenditori che hanno contribuito a costruire
l’identità economica e manifatturiera del nostro Paese. Un traguardo
significativo aver raggiunto i Mille Marchi Storici di Interesse Nazionale. Un
risultato che, peraltro, giunge a ridosso della Giornata nazionale del Made in
Italy 2026 e ne rafforza il valore”. Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese
e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso. “Parliamo, dunque, di un traguardo che
va oltre il valore simbolico e conferma la vitalità del nostro patrimonio
industriale e manifatturiero, capace di coniugare tradizione, qualità,
innovazione e competitività, dimostrando come la storia produttiva italiana non
sia un retaggio del passato, ma una leva strategica per affrontare le sfide di
un contesto globale sempre più complesso”. “Il traguardo dei 1000 Marchi
Storici di Interesse Nazionale rappresenta un risultato di grande valore per il
sistema produttivo italiano. Non è solo un numero, ma il riconoscimento
concreto di un patrimonio industriale che continua a generare occupazione,
competitività e identità per il Paese”, ha commentato Massimo Caputi,
Presidente dell’Associazione Marchi Storici d’Italia. “In un contesto di
tensioni protezionistiche e nuovi accordi internazionali come il Mercosur, i
Marchi Storici sono tra gli asset più esposti: senza adeguate clausole di
salvaguardia nei trattati europei che ne certifichino l’autenticità, rischiamo
un’erosione della nostra identità e del valore del Made in Italy. In questa direzione,
la nascita del nuovo Strumento Finanziario che favorisce la crescita dei Marchi
Storici segna un cambio di paradigma, trasformandosi da strumento difensivo in
leva di sviluppo industriale. Grazie alla possibilità di co-investire per
acquisizioni intra-filiera, favoriamo la nascita di poli di Marchi Storici
solidi e competitivi, capaci di rafforzare le filiere e mantenere il valore
ancorato al territorio.” Il cuore pulsante di questo sistema è rappresentato
dalle “4 A” del Made in Italy (Agroalimentare, Automazione, Abbigliamento,
Arredo), che da sole valgono 76,1 miliardi di euro (l’81,3% del totale
economico rilevato), con una netta prevalenza della filiera agroalimentare
(53,7 mld €). “Il Rapporto evidenzia con chiarezza che i Marchi Storici non sono
solo un patrimonio identitario, ma una componente strutturale dell’economia
italiana. Parliamo di imprese radicate nei territori, capaci di generare valore
economico e occupazione e di presidiare le principali filiere del Made in
Italy.” Ha aggiunto, Gianluca Brozzetti, Consigliere Vicepresidente
dell’Associazione Marchi Storici d’Italia. “Allo stesso tempo, emerge
l’esigenza di accompagnare questo patrimonio in una nuova fase di sviluppo: le
imprese chiedono maggiore visibilità, strumenti di valorizzazione condivisi e
una più forte capacità di fare sistema, anche sui mercati internazionali. È su
questo passaggio che si gioca la competitività futura dei Marchi Storici”. La
distribuzione regionale conferma la forza dei poli manifatturieri del Nord: la
Lombardia guida la classifica per fatturato (49,1%) e numero di marchi (28,3%),
seguita da Veneto (14,2%) e Piemonte (12,9%). Emerge tuttavia un radicamento
profondo in tutto il Paese, con sistemi regionali come l’Emilia-Romagna, il
Veneto e la Toscana che mostrano un’incidenza delle “4 A” vicina o superiore
all’80%. Sotto il profilo settoriale, il Registro ha una natura strutturalmente
industriale: l’88% delle imprese opera nel manifatturiero, dove
l’Agroalimentare (44% del totale) e l’Automazione-Meccanica (25%) mantengono il
ruolo di pilastri economici e numerici. L’80% delle imprese assegna al Marchio
Storico un valore strategico elevatissimo. Il 70% lo integra nei materiali
istituzionali e il 46% direttamente sul packaging. Nonostante l’uso della
versione internazionale “Italian Historical Trademark” sia ancora limitato al
25%, quasi la metà delle imprese (46%) ne prevede un utilizzo futuro,
segnalando una forte volontà di crescita sui mercati globali come strumento di
contrasto all’Italian Sounding. “Guardiamo al futuro dei Marchi Storici nel
mondo: dobbiamo preservare una tradizione e allo stesso tempo renderla
attuale”, commenta Armando De Nigris, Vicepresidente Vicario dell’Associazione
Marchi Storici d’Italia e Presidente Gruppo Giovani dei Marchi Storici. “Siamo
fiduciosi sull’adozione sempre più diffusa dell’Italian Historical Trademark
così come auspichiamo un sempre maggior ricambio generazionale che valorizzi
l’heritage. I giovani imprenditori e manager hanno oggi la responsabilità di
trasformare il patrimonio industriale italiano in una leva di sviluppo, con
nuove competenze, nuovi linguaggi e una maggiore apertura internazionale. È
così che i Marchi Storici possono continuare a essere protagonisti anche nei
prossimi decenni”. (Inform/dip 15.4.)
Farnesina: bando per Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali
ROMA – La
Farnesina comunica che è aperto il bando per la presentazione delle candidature
a 47 posizioni del Programma Giovani Funzionari delle Organizzazioni
Internazionali, noto anche come Programma JPO. 14 posizioni sono state
attribuite a diverse entità del Segretariato delle Nazioni Unite e 33 a 25
organizzazioni internazionali per un totale di 24 sedi. 45 posizioni sono state
assegnate a candidati di nazionalità italiana e 2 posizioni a candidati da
paesi in via di sviluppo. Le job descriptions delle posizioni JPO per le quali
è possibile presentare la propria candidatura sono reperibili presso il sito
web www.undesa.it. La scadenza per l’invio online delle candidature
all’edizione 2026 del Programma JPO italiano è martedì 5 maggio 2026 alle ore
15:00 (ora italiana). Il Programma JPO è un’iniziativa finanziata dal Governo
italiano attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e
curata dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite
(UN/DESA). Il Programma permette a giovani qualificati di acquisire
un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali per
un periodo di due anni, con la possibilità di un’eventuale estensione di un
anno. Lo scopo del Programma è duplice: a) favorisce le attività di
cooperazione delle organizzazioni internazionali associando giovani talenti ad
iniziative di sviluppo; b) consente a giovani professionisti che aspirano a una
carriera internazionale di maturare esperienze rilevanti che potrebbero
ampliarne le possibilità di reclutamento da parte delle organizzazioni stesse o
in ambito internazionale.
Gli interessati
dovranno accedere all’apposita piattaforma online e, seguendo le istruzioni
indicate, potranno presentare la propria candidatura per la posizione
prescelta. Sarà possibile candidarsi ad un massimo di due posizioni.
Per i candidati di
nazionalità italiana i requisiti generali necessari per l’ammissione
all’edizione 2026 del Programma JPO sono i seguenti: Essere nati il o dopo il
1° gennaio 1995 (1° gennaio 1994 per i laureati in medicina; 1° gennaio 1992
per i laureati in medicina che abbiano già conseguito un diploma di
specializzazione in area sanitaria); Possedere la nazionalità italiana
(passaporto italiano); Avere un’ottima conoscenza delle lingue inglese e
italiana (nelle quattro aree Read, Speak, Write, Understand); Avere ottenuto
uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza del bando: Laurea
specialistica/magistrale; Laurea magistrale a ciclo unico; Master
universitario, a seguito di una laurea/laurea triennale; Master universitario,
a seguito di un Bachelor’s degree. Per l’ammissione al Programma JPO finanziato
dall’Italia i candidati da paesi in via di sviluppo dovranno soddisfare i
seguenti requisiti generali: Possedere la nazionalità di uno dei paesi in via
di sviluppo considerati idonei per la posizione; Essere nati il o dopo il 1°
gennaio 1995 (1° gennaio 1994 per i laureati in medicina; 1° gennaio 1992 per i
laureati in medicina che abbiano conseguito un diploma di specializzazione in
aerea sanitaria); Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese (nelle
quattro aree Read, Speak, Write, Understand); Avere ottenuto uno dei seguenti
titoli accademici prima della scadenza del bando: Laurea
specialistica/magistrale; Laurea magistrale a ciclo unico; Master
universitario, a seguito di una laurea/laurea triennale; Master universitario,
a seguito di un Bachelor’s degree. Per i candidati sia italiani che stranieri
ammessi al programma, i requisiti specifici delle singole posizioni – ad
esempio gli anni di esperienza professionale, la conoscenza di lingue
aggiuntive, i titoli accademici o formativi specifici, le competenze
comportamentali, ecc. – sono indicati nei termini di riferimento (Job
descriptions) pubblicati online. La Farnesina invita gli interessati a
consultare attentamente la pagina web How to Apply prima di iniziare la
compilazione del formulario elettronico. Le domande di partecipazione dovranno
essere inviate online attraverso il sistema di “Online Web Application” (OWA)
dell’ufficio UN/DESA di Roma raggiungibile dal sito www.undesa.it. Non verranno
accettate domande pervenute attraverso altri canali. Per ulteriori informazioni
consultare www.undesa.it o a scrivere a JPOinfo@undesa.it
(Inform/dip 7.4.)
INPS, prorogato al 2026 l’incentivo al posticipo del pensionamento
ROMA – L’INPS, con
la circolare n. 42 del 3 aprile 2026, chiarisce l’ambito di applicazione
dell’incentivo al posticipo del pensionamento, prorogato dalla legge di
Bilancio 2026 in favore dei lavoratori dipendenti che maturano entro il 31
dicembre 2026 i requisiti per la pensione anticipata. L’incentivo era già
riconosciuto, sulla base della normativa previgente, ai lavoratori che avevano
maturato entro il 31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata
flessibile o per la pensione anticipata ordinaria e avevano scelto di
proseguire l’attività lavorativa dipendente. La misura consente ai lavoratori
dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) e alle forme
sostitutive ed esclusive, che decidono di continuare a lavorare pur avendo
maturato i requisiti pensionistici, di rinunciare all’accredito contributivo
della quota dei contributi previdenziali a proprio carico relativa
all’assicurazione per invalidità, vecchiaia e superstiti (IVS). A seguito
dell’esercizio della facoltà di rinuncia, il datore di lavoro non è più tenuto
al versamento della quota di contribuzione IVS a carico del lavoratore, a
partire dalla prima decorrenza utile per il pensionamento successiva alla
scelta effettuata. Dalla stessa data, la quota di contribuzione a carico del
lavoratore è corrisposta direttamente in busta paga. In base a quanto previsto
dal Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR), tali importi non concorrono
alla formazione del reddito di lavoro dipendente ai fini fiscali. La facoltà di
avvalersi dell’incentivo, come già indicato nella circolare n. 19 del 25
febbraio 2026, riguarda: 1.i lavoratori dipendenti che hanno maturato entro il
31 dicembre 2025 i requisiti per la pensione anticipata flessibile; 2.i
lavoratori dipendenti che maturano entro il 31 dicembre 2026 i requisiti per la
pensione anticipata ordinaria, pari a 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le
donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Restano ferme le specifiche
condizioni previste per alcune categorie di lavoratori iscritti a gestioni previdenziali
particolari, tra cui il Fondo volo e il settore autoferrotranvieri, nonché le
disposizioni relative ai casi di cessazione dell’incentivo secondo la normativa
vigente. La misura si inserisce nel quadro degli strumenti volti a favorire la
permanenza volontaria nel mercato del lavoro dei lavoratori che hanno già
maturato i requisiti per il pensionamento, garantendo al tempo stesso
continuità contributiva per la quota a carico del datore di lavoro e maggiore
flessibilità nelle scelte individuali. Per accedere al beneficio, il lavoratore
interessato deve presentare apposita richiesta all’INPS, che provvede alla
verifica dei requisiti e comunica l’esito della domanda al lavoratore e al
datore di lavoro attraverso il servizio di “Comunicazione bidirezionale”. Solo
a seguito dell’accoglimento della domanda il datore di lavoro può applicare la
misura e adeguare i relativi adempimenti contributivi. Restano ferme le
istruzioni operative già fornite dall’Istituto con le circolari n. 82 del 2023,
n. 102 del 2025 e n. 19 del 2026, cui si rinvia per gli aspetti di dettaglio.
Per ulteriori dettagli si rimanda alla consultazione della circolare INPS n. 42
del 3 aprile 2026 pubblicata sul sito istituzionale dell’Istituto www.inps.it
(Inform/dip 8.4.)
Nasce la Giornata internazionale della Moka
Il 21 aprile 2026
viene istituita una celebrazione globale dell'icona del design italiano, che ha
portato il rito del caffè nelle case di tutto il mondo.
La moka non è un
semplice utensile. È un simbolo di convivialità che unisce generazioni, oltre
che icona di inconfondibile stile italiano. La moka è un rito. Un piccolo,
instancabile altare domestico dove ogni mattina si celebra una liturgia fatta
di gesti semplici e antichi, tramandati di generazione in generazione, eppure
sempre carichi di una misteriosa solennità.
Nata
dall’intuizione di Alfonso Bialetti nel 1933, la moka è diventata negli anni
una presenza familiare, affettiva, nelle cucine italiane e, nel mondo, ne sono
state vendute oltre 500 milioni di unità.
A partire da
quest’anno, il 21 aprile sarà la giornata per celebrare la sua unicità in tutto
il mondo: il Moka Day.
La scelta della
data non è casuale, ma coincide strategicamente con la Giornata Mondiale
della Creatività e dell’Innovazione e in concomitanza con l’apertura
della Milano Design Week 2026, a sottolineare il legame indissolubile tra
la moka e il genio industriale italiano.
L’evoluzione di un
rito: dalla Napoletana all’espresso domestico
Sebbene la moka
sia un’icona di modernità, le sue radici affondano nella tradizione. Lo
strumento nasce infatti come evoluzione tecnica della caffettiera
napoletana, trasformando il metodo a caduta in un sistema a pressione. Grazie
alla pressione generata dal vapore, la moka garantisce un’estrazione intensa e
corposa, più veloce rispetto alla “cuccumella” e la più vicina in assoluto a
quella del caffè del bar, rendendo democratico un piacere che prima era
confinato esclusivamente all’interno dei locali pubblici. Fino ai primi anni
‘30 infatti, il caffè in stile espresso richiedeva grandi macchine
professionali presenti quasi esclusivamente nei bar. L’invenzione divenne
rapidamente un punto fermo delle case italiane, diffondendosi infine in tutto
il mondo.
Nel corso dei
decenni, la moka è entrata nelle collezioni permanenti dei principali musei di
design, tra cui il MoMA di New York, diventando un raro esempio di oggetto
industriale che ha cambiato le abitudini quotidiane ovunque nel mondo. La sua
risonanza culturale ha raggiunto persino palcoscenici globali: quest’anno,
durante la cerimonia delle Olimpiadi Invernali, la moka è apparsa come simbolo
della creatività italiana.
I numeri di un
successo globale
Oggi la moka
rimane uno dei metodi di preparazione del caffè più diffusi a livello globale,
con oltre 500 milioni di unità vendute in ogni continente. Più che un semplice
oggetto, è diventata un simbolo del “buon vivere italiano”: in Italia è
presente in quasi il 90% delle case, dove preparare il caffè con la moka resta
un rito quotidiano condiviso tra generazioni. Il mercato globale della moka
continua a crescere, con un tasso medio annuo di circa il 7%, spinto dal
crescente interesse per i rituali del caffè domestico e per i modi più
autentici di prepararlo.
Il settore del
caffè in polvere per moka gode di ottima salute. Infatti, ben il 64% del
caffè venduto in Italia è macinato (dati 2024 - fonte Comitato Italiano del
Caffè di Unione Italiana Food), contro il 24% di caffè in cialde e capsule,
mentre la restante percentuale si divide tra caffè solubile (4%) e in grani
(8%).
“La moka resta il
cuore pulsante del consumo domestico” afferma Michele Monzini,
Vicepresidente del Comitato Italiano Caffè di Unione Italiana Food,
l’Associazione di categoria aderente a Confindustria. “In Italia, il caffè
in polvere per moka rappresenta ancora quasi il 70% del mercato retail in
volume. È un rituale che non teme il tempo: nonostante l’avvento di nuove
tecnologie, il consumatore cerca l’autenticità che solo questo strumento sa
offrire”. Sebbene le cialde/capsule abbiano guadagnato terreno (circa 3
miliardi di capsule usate l’anno), la moka resta lo strumento principale per
preparare il caffè per oltre 7 italiani su 10.
I 5 segreti per la
Moka Perfetta
C’è qualcosa di
profondamente poetico nel suo funzionamento: l’acqua che attende silenziosa
nella caldaia, il caffè macinato che riposa nel filtro come una promessa scura
e fragrante, la fiamma che lentamente accende il processo, invisibile e
inesorabile. Poi, all’improvviso, il borbottio. Quel suono inconfondibile,
quasi una voce roca e domestica, che annuncia l’arrivo del caffè come una
rivelazione.
Il profumo si
diffonde, caldo, avvolgente, persistente. È un aroma che sa di casa, di mattine
lente, di giornali sfogliati con le dita ancora intorpidite dal sonno. Un
profumo che si insinua nelle stanze e nei ricordi, che attraversa le epoche
senza perdere intensità.
Per celebrare il
Moka Day, il Comitato Italiano Caffè ha stilato un breve vademecum per
un’estrazione impeccabile:
L’acqua:
utilizzare acqua minerale naturale o filtrata; riempire la caldaia
rigorosamente fino al bordo inferiore della valvola di sicurezza, mai oltre.
Il caffè:
scegliere una miscela con la giusta granulometria (macinatura specifica per
moka, più grossa rispetto a quella per l’espresso).
Quantità: riempire
il filtro generosamente, ma senza pressare la polvere, per permettere all’acqua
di fluire uniformemente.
Fuoco dolce: la
moka va scaldata a fiamma bassa; una risalita lenta preserva gli aromi e
previene il sentore di bruciato.
Il tocco finale:
appena il caffè ha terminato di uscire, spegnere il fuoco e mescolare il
contenuto nel raccoglitore con un cucchiaino per uniformare il corpo e l’aroma
delle diverse fasi dell’estrazione.
Il Moka Day nel
mondo
In occasione di
questa prima edizione, bar, ristoranti e appassionati di caffè in tutto il
mondo serviranno esclusivamente caffè preparato con la moka. A Milano in
occasione del Salone del Mobile, installazioni pop-up nei distretti del design
offriranno il caffè del risveglio preparato esclusivamente con le celebri
caffettiere in alluminio.
Il 21 aprile,
preparate la vostra moka, ascoltate il tipico gorgoglio, inebriatevi del
profumo che avvolgerà la stanza e condividete il vostro rito con
l’hashtag #MokaDay.
IL COMITATO
ITALIANO DEL CAFFÈ
Il Comitato
italiano del caffè è parte di Unione Italiana Food, l’Associazione di categoria
aderente a Confindustria, ed è il portavoce delle principali aziende di
torrefazione e delle imprese dei servizi collegati, garantendo rappresentanza
nei rapporti con le Istituzioni nazionali, europee e internazionali, con la
Federazione Europea del Caffè e con le diverse componenti sociali. Riunisce più
di 65 aziende, pari a circa l’80% del mercato nazionale. Sedici sono i soci
aggregati, tra importatori di caffè verde, operatori della logistica,
produttori di macchine per espresso e tutte le altre realtà del mondo del caffè
in Italia. Il Comitato è presieduto da Giuseppe Lavazza e le imprese che ne
fanno parte includono grandi marchi e piccole e medie realtà fortemente
radicate nei territori, accomunate dalla capacità di portare nel mondo il
valore e la qualità dell’espresso italiano. Il Comitato ha, inoltre,
l’obiettivo di promuovere il settore, l’immagine e la cultura del
caffè, attraverso un programma di comunicazione continuativo, per educare
il consumatore e informare la comunità scientifica sui benefici del caffè per
l’organismo e il ruolo di questa bevanda nei moderni stili di vita.
Unione Italiana
Food (Unionfood), aderente a Confindustria, è la maggiore Associazione italiana
per rappresentanza diretta di categorie merceologiche alimentari e una delle
più rilevanti a livello europeo. L’Associazione promuove e tutela le imprese, i
prodotti e i settori che costituiscono l'eccellenza della nostra industria
alimentare, supportandole nell’affrontare le sfide dei mercati globali. Oggi
Unionfood rappresenta oltre 530 aziende appartenenti a 26 categorie
merceologiche, per un totale di oltre 100.000 addetti e un fatturato
complessivo di 58 miliardi di euro, di cui 23 miliardi generati
dall’export. De.it.press 17
Webinar Cgie: presentata la ricerca della Migrantes “Crescere Expat”
ROMA – Si è svolto
nei giorni scorsi il Webinar, promosso dalla VII Commissione Tematica del Cgie
“Nuove emigrazioni, generazioni nuove”, volto alla presentazione
della ricerca “Crescere Expat – famiglie italiane in giro per il mondo”, curata
da Eleonora Voltolina e promossa dalla Fondazione Migrantes. L’incontro si è
posto l’obiettivo di gettare uno sguardo specifico sulle famiglie italiane
all’estero, analizzando dimensioni educative, lavorative e identitarie della
mobilità contemporanea. L’evento online è stato introdotto da Matteo Bracciali,
Presidente della VII Commissione tematica del Cgie . “Il Webinar di oggi – ha
esordito Bracciali – è un approfondimento particolare sulla vita italiana
all’estero. La scelta di far conoscere il lavoro di Eleonora Voltolina,
ricercatrice che ha lavorato in precedenza con la Commissione VII, si
pone in continuità con il lavoro che abbiamo svolto in questi anni”. Ha poi
preso la parola la Segretaria Generale del Cgie Maria Chiara Prodi che ha
parlato della necessità : “di raccontarci a vicenda le esperienze che noi
facciamo all’estero , per riuscire ad integrare tutte queste storie all’interno
dei canali, che sono propri del Cgie. Cioè la capacità di proporre dei
consigli, delle leggi, degli strumenti, per far sì che gli italiani all’estero
possano essere collegati con i connazionali in Italia, in una circolarità che
poi è quella delle esperienze e del desiderio di contribuire allo sviluppo del
nostro Paese, che ci accomuna tutti aldilà delle stagioni delle emigrazioni e
della vita. È molto importante – ha aggiunto Prodi – fare approfondimenti,
perché le tipologie dell’emigrazione sono diverse e per riuscire a fare il
nostro lavoro abbiamo bisogno di entrare nei dettagli, e riuscire attraverso
queste storie ad avere il controllo della situazione, anche se è difficile
farlo sempre compiutamente; quindi, tutti coloro che si impegnano in questo
campo sono compagni di viaggio ed in particolare persone competenti come
Eleonora Voltolina”. Prodi ha poi ricordato l’accordo siglato tra il CGIE ed il
CNEL, dove è stato lanciato un sondaggio sui giovani Expat dai 18 ai 35 anni.
“Questo lavoro – ha rilevato la Segretaria Generale – sarà utile questo autunno
per avere dei dati, per avere un ascolto più significativo da parte delle istituzioni
italiane”, in modo da promuovere un ragionamento sugli italiani all’estero “di
sistema”. È poi intervenuto il Monsignor Pierpaolo Felicolo Direttore
Generale della Fondazione Migrantes. “ la ricerca della dottoressa Voltolina –
ha spiegato Felicolo – si inserisce all’interno di un complesso di lavoro, che
la Fondazione Migrantes dedica all’emigrazione degli italiani. Siamo chiamati
dagli anni 80’ come Fondazione a studiare, analizzare il fenomeno migratorio,
ma anche ad accompagnarlo. Il Rapporto degli italiani nel mondo è il nostro
lavoro più conosciuto, e sento la necessità di nominare la memoria di Michele
Schiavone, amico della Migrantes e del RIM, insieme all’attuale Segretaria
Prodi, sempre attenta dalla realtà delle nostre missioni. È dalle missioni – ha
proseguito il Direttore Generale – da cui bisogna partire, ovvero dai luoghi di
accoglienza storici e del presente, in cui i nostri migranti si recavano e si
recano tutt’oggi, per risolvere le varie problematiche, tra cui la necessità di
una casa, di un lavoro, la soluzione delle problematiche linguistiche, la
compilazione modulistica oltre alla necessità di essere accompagnati come
uomini, donne e famiglie”. Felicolo ha poi ricordato sia il ruolo
fondamentale della Chiesa all’interno del fenomeno migratorio, sia come
l’Italia negli ultimi 50 anni, nonostante le varie problematiche globali,
continua ad essere un paese in evoluzione in cui gli italiani proseguono
la loro emigrazione. “Dal 2006 al 2024 si sono avuti dall’Italia verso
l’Europa poco più di 1 milione e 200mila espatri, il 76% del totale complessivo
degli espatri negli ultimi 20 anni, da cui proviene circa il 60% dei rimpatri
488mila, all’interno dell’Unione Europea”, ha poi rilevato Felicolo
sottolineando come gran parte delle uscite e degli squilibri per i ripatri dei
cittadini italiani, avvenga all’interno dello spazio europeo di libera
circolazione, mentre nel resto del mondo questo fenomeno è meno presente .
“Fuori dall’Europa – ha proseguito il Direttore generale – le destinazioni
oltre mare rimangono attrattive, ma su una scala più contenuta. Il Nord America
ha una totalità di 102mila espatri e 54mila rimpatri, mentre l’Oceania conta
36mila espatri e 14mila rimpatri. In Asia lo squilibro è modesto 65mila
partenze e 60mila rientri, per il continente africano il saldo è positivo
complessivamente +16mila e potrebbe essere interpretato come mobilità circolare
o temporanea. In America centro meridionale i numeri sono alti in entrambe le
direzioni, il saldo complessivo è leggermente positivo +4mila. Bisogna
comunque ricordare che molto spesso queste traiettorie comprendono quote di
nuovi italiani provenienti da comunità italodiscendenti molto forti, che
ottengono la cittadinanza Iure Sanguinis”. Per quanto riguarda invece gli
ultimi anni Felicolo ha spiegato come le partenze riguardino molto l’Europa:
Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna, da soli raccolgono circa il
59% di tutti gli espatri. Oltre l’Atlantico spiccano gli Stati Uniti e Brasile.
In sintesi un quadro di lungo periodo dice che la destinazione più gettonata è
l’Europa che concentra sia i flussi sia le perdite nette, il Nord America ed
Oceania rimangono luoghi attrattivi ma secondari, America Latina, Africa ed in
parte l’Asia mostrano invece una situazione quasi al pareggio o inattivo,
segnandoci un rapporto di rientro più elevato rispetto alle uscite. Per quanto
riguarda le regioni di provenienza dei nostri flussi Migratori il Direttore
Generale ha poi segnalato come la Lombardia, con saldo negativo , sia in testa,
seguita delle Regioni del nord Est e da quelle del Mezzogiorno, dove i rientri
pur consistenti non riescono a tamponare l’emigrazione. Felicolo ha
inoltre spiegato che la ricerca effettuata da Eleonora Voltolina si è basata
sulle famiglie italiane all’estero, per evidenziare anche le problematiche per
cui al giorno d’oggi i giovani italiani emigrano all’estero o prendono tempo
per creare una famiglia in patria. Ha infine preso la parola l’autrice della
ricerca Eleonora Voltolina che ha evidenziato l’importanza di approfondire le
problematiche dei genitori italiani all’estero, un tema di cui, secondo
l’autrice- non si è parlato in maniera dettagliata poiché la maggior
parte delle notizie sull’emigrazione riguardano soprattutto il momento della partenza
e dell’arrivo a destinazione. “Tutte le esperienze successive, le difficoltà,
le gioie sono poco visibili. Noi invece pensiamo – ha aggiunto l’autrice
–che ci sia una grande ricchezza nell’Italia diffusa all’estero e che ci sia
bisogno di creare una rete per scambi culturali. Si potrebbe anche costruire
una proposta da far arrivare in Italia, proprio grazie alle esperienze che
stiamo facendo all’estero”. Voltolina ha poi parlato della sua esperienza in
cui è passata dal raccontare le vite degli italiani che emigrano al vivere in
prima persona all’estero. Esperienze, quelle dei nostri connazionali nel momdo
, che si differenziano per ogni individuo. “Questa ricerca – ha affermato
l’autrice – ha dato voce a queste famiglie all’estero, trovando forza nel fatto
di poter approfondire temi che di solito non vengono considerati”. Uno dei temi
affrontati nella ricerca – ha riferito Voltolina- è quello dei genitori che
dopo essersi creati una famiglia all’estero, rischiano di allontanarsi dal
Paese di origine, con i figli nati nel Paese di accoglienza che crescono senza
poter creare legami profondi con la propria famiglia rimasta in patria. In
questo ambito dall’indagine è emerso il prezioso contributo dato , al
superamento di questo problema, dalle nuove tecnologie di comunicazione. Un
altro problema affrontato dalla ricerca è stato quello della lingua d’origine.
In proposito sono state evidenziate dall’autrice le maggiori difficoltà che
incontrato le famiglie all’estero con un solo genitore italiano a mantenere presso
i figli la nostra lingua. Voltolina ha poi spiegato come dalle interviste
rivolte ai nostri connazionali sia emersa, oltre all’importanza delle
facilitazioni concesse all’estero per la creazione di una famiglia, la
necessità di promuovere anche nel nostro Paese un’adeguata assistenza post
parto dal punto di vista fisico e psicologico, che segua la famiglia anche dopo
il rientro a casa dall’ospedale. Un altro tema evidenziato è quello della
centralità dell’estensione del congedo di paternità che consenta a entrambi i
genitori un’adeguata cura dei figli. L’autrice ha infine
sottolineato come spesso chi emigra all’estero inizialmente tenda a
creare legami in loco e, solo dopo la nascita del primo figlio, riscopra la
necessità di ritrovare le proprie radici. (Lorenzo Morgia – Inform/dip 26)
Studie. Deutschland profitiert von
gesunden Einwanderern – und macht sie krank
Zugewanderte starten in Deutschland oft mit besserer
Gesundheit als die übrige Bevölkerung. Doch dieser Vorteil geht mit den Jahren
verloren. Eine SVR-Auswertung zeigt: soziale Ungleichheit, Barrieren im
Gesundheitssystem und Diskriminierung spielen eine zentrale Rolle.
Wer neu in Deutschland ankommt, bringt oft mehr mit als
einen Koffer, Papiere und Hoffnungen. Viele bringen auch etwas mit, das in der
politischen Debatte über Migration selten vorkommt: Gesundheit. Gerade in den
ersten Jahren nach ihrer Ankunft schätzen Zugewanderte ihren Gesundheitszustand
auffallend häufig als gut oder sehr gut ein. Doch dieser Vorsprung hält nicht.
Je länger Menschen in Deutschland leben, desto mehr schwindet er. Im Alter
verkehrt er sich sogar ins Gegenteil.
Das zeigt eine neue Auswertung des Sachverständigenrats für
Integration und Migration (SVR). Der wissenschaftliche Stab hat dafür Daten aus
dem SVR-Integrationsbarometer 2024 ausgewertet. Das Ergebnis ist brisant:
Menschen mit Migrationsgeschichte schätzen sich im Schnitt zunächst gesünder
ein – und später oft kränker.
Nach den Daten bezeichnen 38 Prozent der Befragten mit
Migrationsgeschichte ihren Gesundheitszustand als „sehr gut“. Bei Menschen ohne
Migrationsgeschichte sind es 29 Prozent. Besonders deutlich ist der Unterschied
bei jenen, die erst seit höchstens fünf Jahren in Deutschland leben: Rund 79
Prozent berichten von einer sehr guten oder guten Gesundheit. Bei Personen, die
länger als zehn Jahre in Deutschland leben, sind es noch 67 Prozent. In der
Bevölkerung ohne Migrationsgeschichte liegt der Wert bei 66 Prozent.
Auswanderer vergleichsweise gesünder
Der Befund passt zu einem bekannten Muster der Forschung:
Wer auswandert, ist häufig zunächst vergleichsweise gesund. Migration verlangt
Kraft, Planung, Belastbarkeit und oft auch Unterstützung aus dem Umfeld. Wer
schwer krank ist, macht sich seltener auf den Weg. Forschende sprechen deshalb
vom „Healthy Migrant Effect“, also vom Gesundheitsvorteil Zugewanderter.
Doch dieser Vorteil ist kein Schutzschild. Er nutzt sich ab.
Besonders deutlich wird das im höheren Alter. Während Menschen mit
Migrationsgeschichte in jüngeren Altersgruppen häufiger von sehr guter
Gesundheit berichten als Menschen ohne Migrationsgeschichte, kippt das Bild bei
den über 65-Jährigen. In dieser Altersgruppe geben nur noch 12 Prozent der
Befragten mit Migrationsgeschichte an, sehr gesund zu sein. Bei Menschen ohne
Migrationsgeschichte sind es 18 Prozent.
Soziale Ungleichheit und Hürden im Gesundheitswesen
Dieser Befund führt zur nächsten Frage: Was passiert in
Deutschland, dass dieser Vorteil verloren geht? Die Antwort der SVR-Auswertung
ist eindeutig: Es geht vor allem um soziale Ungleichheit. Viele Menschen mit
Migrationsgeschichte arbeiten überdurchschnittlich häufig in körperlich
belastenden Berufen, leben häufiger mit geringeren Einkommen, sind stärker von
Armut betroffen und haben schlechtere Bildungs- und Aufstiegschancen.
Hinzu kommen Hürden im Gesundheitswesen. Wer Ärzte nicht gut
versteht, wer Formulare nicht einordnen oder ausfüllen kann, wer nicht weiß,
welche Vorsorgeangebote es gibt oder welche Rechte Patienten haben, kommt
später oder seltener im System an. Der SVR verweist auch darauf, dass Menschen
mit Migrationsgeschichte bestimmte Gesundheitsleistungen tendenziell seltener
nutzen – etwa Gesundheitschecks, Impfungen oder Früherkennungsuntersuchungen.
Diskriminierung im Gesundheitswesen
Besonders schwer wiegt ein weiterer Befund: Diskriminierung
im Gesundheitswesen. Insgesamt berichten etwa acht Prozent der Befragten mit
Migrationsgeschichte von Diskriminierung im Gesundheitsbereich. Betrachtet man
nur jene, die in den vergangenen fünf Jahren nach eigener Aussage wegen ihrer
Herkunft benachteiligt wurden, nennt mehr als jede fünfte Person auch das
Gesundheitswesen als Ort solcher Erfahrungen.
Besonders betroffen sind Menschen, die wegen ihres
Aussehens, ihres Akzents oder ihres Namens als „ausländisch“ wahrgenommen
werden.
Diskriminierung führt zu Meidung des Gesundheitssystems
Maximilian Müller, wissenschaftlicher Mitarbeiter in der
SVR-Geschäftsstelle und Autor der Kurzinformation fast die Folgen zusammen:
„Wer beispielsweise in der ärztlichen Praxis Diskriminierung oder Rassismus
erlebt, vermeidet dann aus Angst vor Benachteiligungen weitere Begegnungen.
Nach unseren Daten reagieren so mehr als vier von zehn Befragten.“ In der Summe
könnten sich so Wechselwirkungen zwischen den Effekten der sozialen Lage,
Diskriminierungserfahrungen und eingeschränktem Zugang zum Gesundheitssystem
gegenseitig verstärken.
Das Ergebnis ist ein gesundheitspolitisches Warnsignal: Wer
Vorsorge meidet, Krankheiten später behandeln lässt oder medizinische Hilfe
hinauszögert, hat ein höheres Risiko für schwerere Verläufe. Aus einer
schlechten Erfahrung kann so ein gesundheitlicher Nachteil werden. Aus einem
Nachteil kann über Jahre eine strukturelle Ungleichheit wachsen.
Sachverständige Gesundheitssystem nicht auf vielfältige
Gesellschaft ausgerichtet
Die SVR-Auswertung zeigt einen Kreislauf: Soziale
Benachteiligung belastet die Gesundheit. Barrieren erschweren den Zugang zur
Versorgung. Diskriminierung schwächt Vertrauen. Wer misstraut oder Angst hat,
meidet das System. Am Ende steht ein Befund, der für ein reiches Land mit einem
ausgebauten Gesundheitssystem unbequem ist: Deutschland profitiert von der
Gesundheit vieler Zugewanderter – aber es schützt sie offenbar nicht
ausreichend.
Der SVR verweist deshalb auf frühere Handlungsempfehlungen:
Gesundheitseinrichtungen müssten ihre Regelversorgung stärker auf eine
vielfältige Gesellschaft ausrichten. Gesundheitsinformationen sollten
verständlicher, mehrsprachiger und besser zugänglich werden. Sprachmittlung
müsse verlässlich finanziert werden. Außerdem brauche es mehr Forschung zu
Rassismus und Diskriminierung im Gesundheitswesen. (mig 29)
Umfrage. Mehrheit will Sozialhilfe
für Migranten an Arbeitsjahre knüpfen
Wenn es um Sozialleistungen für Zugewanderte geht, ist die
Mehrheit für strengere Regeln. Bei mehr Arbeit oder Kürzungen im eigenen
Sicherungssystem endet die Reformbereitschaft deutlich schneller. Das geht aus
einer aktuellen Umfrage hervor.
Laut einer Umfrage im Auftrag des WDR finden es 66 Prozent
richtig, wenn Migranten künftig nur noch dann Sozialleistungen in Deutschland
bekommen, wenn sie hier längere Zeit gearbeitet haben. Jeder Vierte (26
Prozent) fände das falsch, wie der WDR am Montag mitteilte. In der
repräsentativen Erhebung befragte das Institut infratest dimap im April
bundesweit 2.084 Menschen aus der deutschsprachigen Bevölkerung ab 16 Jahren.
Im Januar hatte die Kommission zur Sozialstaatsreform der
Bundesregierung unter anderem empfohlen, sich auf EU-Ebene dafür einzusetzen,
den Zugang von EU-Ausländern zu Sozialleistungen in Deutschland künftig an eine
umfassendere Beschäftigung zu knüpfen. Mehrheitliche Zustimmung erfährt dieser
Vorschlag unter Sympathisanten der AfD (91 Prozent), der Union (79 Prozent)
sowie der SPD (63 Prozent). Mehrheitlich dagegen sind Menschen, die sich am
ehesten der Linken (55 Prozent) beziehungsweise den Grünen (64 Prozent) nahe
fühlen.
Mehrheit gegen mehr Arbeit
Forderungen, die Deutschen müssten mehr arbeiten, um den
Wohlstand im Land zu sichern, werden den Angaben nach von 63 Prozent abgelehnt.
Jeder Dritte (32 Prozent) stimmt der Aussage hingegen zu. Insgesamt könnte
knapp jeder Zweite (47 Prozent) persönliche Einschnitte nachvollziehen, um die
Sozialsysteme für die Zukunft zu sichern. Ebenso viele könnten das nicht
nachvollziehen, hieß es.
Bei einer Reform der Sozialsysteme unterstützen die
Befragten am ehesten Einschnitte in die Arbeitslosenversicherung: Jeder Dritte
(33 Prozent) fände Einschnitte an dieser Stelle in der aktuellen Situation
richtig. 18 Prozent befürworten Einschnitte in die Krankenversicherung, 16
Prozent in die Rentenversicherung und 13 Prozent in die Pflegeversicherung. Gut
die Hälfte (52 Prozent) lehnt Einschnitte in die Sozialsysteme generell ab.
(epd/mig 28)
Trump & Co gegen den Papst: Der Konflikt mit Leo XIV.
offenbart Brüche in Amerikas religiöser Rechten – mit politischen Folgen für
die USA. Reinhard Krumm
Die Zusammenarbeit hätte nicht besser sein können. Der
Sicherheitsberater des amerikanischen Präsidenten und der Papst im
geopolitischen Gleichschritt. Ein kongeniales Paar, beide kommunizieren sogar
in derselben Sprache. Und sie haben ein gemeinsames strategisches Ziel: die
Ideologie des Gegners zu Fall zu bringen. So geschehen vor etwa einem halben
Jahrhundert. Der Sicherheitsberater war Zbigniew Brzezi?ski, der Papst Johannes
Paul II., die gemeinsame Sprache war Polnisch und das strategische Ziel die Beendigung
des Marxismus-Leninismus. Was auch gelang.
Seit dem Ende des Zweiten Weltkrieges haben die Präsidenten
der USA und die Oberhäupter der Katholischen Kirche vorausschauend und
pragmatisch zusammengearbeitet. Die USA öffneten sich, übernahmen
internationale Verantwortung, und für das Weiße Haus war der Vatikan ein
strategischer außenpolitischer Partner. Menschenrechte und ein friedliches
Miteinander verband die beiden. Sicherlich gab es auch Unstimmigkeiten, wie
sollte es auch anders sein, wenn weltliche und religiöse Ansätze
aufeinanderprallen.
Von diesen Gemeinsamkeiten ist nun nur noch die Sprache
geblieben. Ansonsten liegen die beiden prominentesten Amerikaner weltweit im
Streit. Der amerikanische Präsident ist nicht der Meinung, dass Papst Leo XIV.
„einen guten Job machen würde“, stattdessen solle er sich lieber
„zusammenreißen“. Und überhaupt sei er „kein Fan von Papst Leo“. Trumps Vize J.
D. Vance, mit der Autorität eines erst vor sieben Jahren zum Katholizismus
Übergetretenen, riet dem Papst gar, er „solle vorsichtig sein, wenn er über theologische
Fragen spricht“. Der Papst erwiderte kühl, er habe keine Angst vor der
Trump-Administration.
Dieser persönliche Zwist ist wenig verwunderlich. Leo XIV.
ist nicht das konservative Kirchenoberhaupt, das sich das vor allem weiße
Christentum in den USA vorgestellt hat. Im Gegenteil: Für das Weiße Haus ist
Leo der Anti-Papst, ein Liberaler, vielleicht sogar ein Linker. Denn der als
Robert Francis Prevost Geborene steht genauso wie sein Vorgänger im Amt der
Befreiungstheologie nahe, die sich global für soziale Gerechtigkeit einsetzt
und seine Wurzeln in Lateinamerika hat. Er steht für die Ideen einer multilateralen
Ordnung und nicht für eine Welt der großen Militärmächte, die, wie im Falle der
USA, diese Ordnung sogar religiös zu untermauern versuchen.
Das religiös-politische Beben hat Auswirkungen auf die
Innenpolitik der USA. In diesem Jahr feiern die USA ein Vierteljahrtausend
Staatlichkeit. Was eigentlich als ein Triumph für die Präsidentschaft von
Donald Trump in die Geschichte eingehen sollte, droht nun überschattet zu
werden von einem Duell zwischen Präsident und Papst. Es ist eine Abkehr von der
Politik der Republikaner, die sich unter der Präsidentschaft von Ronald Reagan
in den 1980er Jahren mehr und mehr in eine religiöse Rechte verwandelt hatten.
Sie erkannten in der damals sehr konservativen katholischen Kirche einen
genuinen Partner. Präsident George W. Bush verlieh Papst Johannes Paul II.
sogar die Freiheitsmedaille, die höchste Auszeichnung für einen Zivilisten.
Viele amerikanische Katholiken zählen zur religiösen
Rechten, zu der auch weiße christliche Nationalisten gehören. Unter diesen
dominieren die Evangelikalen sowie konservative und bibeltreue Christen. Sie
wählten Trump zu einem nicht geringen Teil ins Amt. Dafür hat er in seiner
ersten und zweiten Amtszeit geliefert. Er berief sehr konservative Richter ins
Oberste Gericht, wodurch die Rücknahme einer Entscheidung von 1973 möglich
wurde, die es Frauen freistellte, eine Abtreibung vorzunehmen. Außerdem hat er
unweit des Oval Office im Weißen Haus ein Glaubensbüro eingerichtet und zudem
eine Sondereinheit gegen antichristliche Vorurteile ins Leben gerufen. Sie soll
dafür sorgen, dass die Diskriminierung christlicher Überzeugungen geahndet
wird.
Und dennoch: Es sind Teile der 53 Millionen erwachsenen
Katholiken in den USA – die noch vor zwei Jahren bei den Präsidentschaftswahlen
zu 60 Prozent Trump unterstützt hatten –, die nun das aus ihrer Sicht empörende
Verhalten und das skandalöse Vorgehen des Präsidenten kritisieren. Zum einen
aufgrund seiner Äußerungen zum Iran, als er die Auslöschung einer ganzen
Zivilisation androhte, zum anderen aufgrund des brutalen Vorgehens gegen
Immigranten, aber auch aufgrund der von Trump verbreiteten KI-Bilder, die ihn
sowohl als Jesus Christus zeigen als auch als Papst. Das sind keine Zufälle.
Seit dem Attentat auf ihn kurz vor den Präsidentschaftswahlen sieht seine
engste Gefolgschaft ihn als einen Auserwählten – er selbst tut das offenbar
auch. Die Leiterin seines Glaubensbüros, Pfarrerin Paula White Cain, vergleicht
ihn mit Jesus Christus. Trump sei „betrogen und fälschlich angeklagt worden“,
ähnlich wie „unser Herr und Retter“.
Umfragen und Statistiken zeigen, dass die hartgesottenen
religiösen Unterstützer des Präsidenten ihm ihre Gefolgschaft nicht aufkündigen
– trotz all seiner Widersprüche. Dies sind vor allem weiße christliche
Nationalisten, für die weiße Maskulinität mit amerikanischem Individualismus
und christlichem Glauben zusammenkommt. Gewalt, ob sprachlich oder physisch,
ist nicht unbedingt ausgeschlossen, sofern sie gegen den Anderen, gegen den
Feind gerichtet ist. Trump tut dies verbal. Und sein Kriegsminister Pete Hegseth
erwartet das von seinen Kriegern. So predigt er „überwältigende Gewalt gegen
diejenigen, die keine Barmherzigkeit verdienen“. Die Wählerschaft, für die
diese Worte gemünzt werden, wohnt vor allem in Wahlbezirken, die ohnehin klar
für die Republikaner stimmen.
Dabei ist es völlig unwichtig, dass nach einer aktuellen
Umfrage von Pew Research sieben von zehn Amerikanern der Meinung sind, Trump
sei nicht sehr oder gar nicht religiös. Gleichwohl: Anders sieht dies bei den
katholischen Wählern aus, insbesondere bei den weißen Katholiken. Sie machen
etwa mehr als zehn Prozent der Gesamtbevölkerung aus, sind aber in einigen
Swing States überrepräsentiert. Das gilt für Pennsylvania und Wisconsin mit
einem doppelt so hohen prozentualen Anteil. Sie sind Teil einer Wechselwählerschaft,
die der Wahlanalyst Elliott Morris als „geborgte Wählerinnen und Wähler“
bezeichnet, die jederzeit zu den Demokraten zurückkehren könnten. Bei ihnen hat
die Zustimmung zu Trump abgenommen, über die Hälfte stimmen mit seiner Politik
im Iran sowie mit der Behandlung von Migranten und dem Streit mit dem Papst
nicht mehr überein. Diese Entwicklung könnte gravierende Auswirkungen auf die
Zwischenwahlen haben.
Die Kritik des Papstes, dass das „Herz unseres Vaters nicht
mit den Bösen, den Arroganten und den Stolzen ist“, trifft die Administration
hart. Zumal sowohl Vizepräsident Vance sowie Außenminister und
Sicherheitsberater Rubio als auch sechs von neun Richtern des Obersten Gerichts
Katholiken sind. Als der polnische Papst Johannes Paul II. 1979 bei seinem
Besuch im kommunistischen Polen den Boden küsste, kommentierte Ronald Reagan,
ein Jahr vor seinem Amtsantritt, süffisant, dass „Religion möglicherweise die sowjetische
Achillessehne“ sein könnte. Während der Papst in dem Mittel aus Zu- und
Ablehnung bei den Amerikanern bei plus 34 Punkten liegt, kommt der Präsident
auf minus 12 Punkte. Könnte es sein, dass Papst Leo und die katholische Kirche
die Achillessehne für Donald Trump sind? IPG 27
EU-Abschiebequote steigt auf
Rekordhoch
In der EU steigt laut Migrationskommissar Brunner die Quote
von Abschiebungen deutlich. Das reicht ihm aber nicht. Die angestrebte neue
Verordnung zum Thema Asyl sei dennoch notwendig, meint der konservative
Politiker. Kirchen und Menschenrechtler kritisieren. Von Susanne Rochholz
In der Europäischen Union sind nach Darstellung von
EU-Migrationskommissar Magnus Brunner im vergangenen Jahr mehr als ein Viertel
der Ausreisepflichtigen abgeschoben worden. Ihr Anteil sei auf 28 Prozent
gestiegen, sagte der österreichische Kommissar der „Welt am Sonntag“. Das sei
„der bisher höchste Wert in diesem Jahrzehnt“, erklärte der Politiker der
konservativen ÖVP.
In absoluten Zahlen waren 2025 nach Brunners Darstellung
491.000 Personen ausreisepflichtig, von denen rund 135.000 zurückgeführt worden
seien. Im Jahr 2024 betrug der Anteil der Abgeschobenen an den
Ausreisepflichtigen den Angaben zufolge 24 Prozent, in absoluten Zahlen seien
es damals 112.040 Menschen gewesen.
Brunner pocht auf EU-Rückführungsverordnung
Zufrieden ist Brunner nach eigenen Worten mit den Zahlen für
2025 noch nicht. Die bisherigen Regeln zur Abschiebung sogenannte „irregulärer“
Personen in der EU „funktionieren einfach nicht gut genug“, sagte der
zuständige EU-Kommissar. Er nannte es „umso wichtiger“, dass die sogenannte
Rückführungsverordnung nun rasch beschlossen werde.
Die EU-Kommission hatte 2025 verschiedene
Rechtsverschärfungen vorgelegt. Die sogenannte Rückführungsverordnung soll
regeln, wie mit Menschen ohne Aufenthaltsrecht in der EU umgegangen wird,
darunter vor allem abgelehnte Asylsuchende, aber auch Personen ohne gültige
Papiere. Sie sieht unter anderem vor, dass Mitgliedsländer
Rückkehrentscheidungen gegenseitig anerkennen, ohne ein neues Verfahren
einzuleiten. Das soll Ausreisepflichtigen signalisieren, dass sie Abschiebungen
nicht durch den Wechsel in einen anderen EU-Staat umgehen können.
Kirchliche Kommission: „Symbolpolitik der Härte“
Scharfe Kritik an der Rückführungsverordnung äußerte der
Generalsekretär der Kommission der Kirchen für Migranten in Europa, Torsten
Moritz. Die vorgesehenen Maßnahmen seien „teuer, ineffektiv und untergraben
Rechte“, sagte Moritz dem Evangelischen Pressedienst (epd). Am Ende drohe „eine
Symbolpolitik der Härte – und wenig tatsächliche Wirkung“.
Nach Einschätzung des Politikwissenschaftlers geht die
Verordnung an der Realität vorbei. In vielen Fällen wisse der Staat selbst,
dass eine Abschiebung nicht möglich sei, etwa weil den Betroffenen im
Herkunftsland Gefahr drohe oder notwendige Papiere fehlten. „Wer nicht
zurückgeführt werden kann, kann auch durch strengere Regeln nicht zurückgeführt
werden“, sagte Moritz. Verschärfungen wie häufigere Inhaftierungen können nach
seinen Worten sogar kontraproduktiv sein, weil Betroffene sich dem Verfahren entziehen
und untertauchen.
EU-Kommissar: Entscheidungen treffen und durchsetzen
EU-Kommissar Brunner unterstrich dagegen, die Bestimmungen
der Rückführungsverordnung schüfen „strengere Regeln für Straftäter, klare und
verbindliche Pflichten für Personen mit Abschiebebescheid und bringen mehr
Effizienz in die Zusammenarbeit der Mitgliedsstaaten“. Er nannte als Ziel „ein
System, das Entscheidungen nicht nur trifft, sondern auch durchsetzt – fair,
rechtsstaatlich und konsequent“.
Große Zweifel an der Rechtsstaatlichkeit äußerte jedoch Pro
Asyl. Die Flüchtlingshilfsorganisation teilte am Samstag mit, sie dokumentiere
Rechtsbrüche, verteidige Grundrechte und unterstütze Betroffene. Die
Vorsitzende der Bundesarbeitsgemeinschaft, Halima Gutale, kündigte an, Pro Asyl
werde gegen Menschenrechtsverletzungen infolge der Umsetzung der verschärften
EU-Regeln „vor nationalen und internationalen Gerichten klagen. Diese Politik
der Abschreckung, Ausgrenzung und Entwürdigung muss gestoppt werden“,
unterstrich sie. (epd/mig 23)
Als Träume zum Alptraum wurden
40 Jahre nach dem GAU im Tschernobyl: ein Rückblick auf
einen Besuch vor Ort.
Selten ist der Zeitpunkt, an dem die Hybris der Menschen die
Welt für immer verändert, so exakt zu bestimmen wie in der Nacht zum 26. April
1986. Um 1:23 Uhr vor nunmehr genau 40 Jahren geriet ein Versuch, die
Sicherheit eines Kernkraftwerks wie im ukrainischen Tschernobyl zu beweisen,
zur Katastrophe: Nach der absichtlichen Stromabschaltung schmolzen beim größten
anzunehmenden Unfall im Block 4 die Uran-Brennstäbe in einer unkontrollierbaren
Kettenreaktion und katapultierten nach der Explosion radioaktive Partikel 1.200
Meter hoch in die Atmosphäre über der damals noch existenten Sowjetunion. Der
GAU im Osten Europas verseuchte unseren Kontinent.
Erst Tage später dämmerte den Menschen, dass geschehen war,
was nach offiziellen Beteuerungen technologie-vernarrter Politiker (vielleicht
besser: Lobbyisten) nicht möglich hätte sein dürfen. Nicht nur in
sozialistischen Regimen dauerte es wohl gerade deshalb, bis die volle Wahrheit
allmählich ans Licht sickerte. Den GAU im sozialistischen Bruderland gestand
das Fernsehen der DDR erst drei Tage danach ein. Auch der seinerzeitige
westdeutsche Bundesinnenminister Friedrich Zimmermann (CSU) beschwichtigte in der
abendlichen „Tageschau“, eine Gefährdung der deutschen Bevölkerung sei
"absolut auszuschließen".
Der GAU zwang alle zum Umlernen
Welch fatale und riskante Verfälschung der Lage. Von jetzt
auf gleich lernten die Menschen die Schattenseite des Tech-Wunders Kernkraft
kennen: Schulkinder paukten Messwerte wie Becquerel und Sievert, Isotop-Namen
wie Caesium-137 oder Jod-131. Sie lernten deren Wirkung auf die Gesundheit
abzuschätzen. Ihr Spiel in der Sandkiste war plötzlich davon abhängig. Diese
Zahlen und Namen bestimmten auch den Einkauf ihrer Mütter für die Mahlzeiten.
Wildfleisch und Pilze aus Bayern, wo Regen die Cäsium-Ionen aus der Luft
gewaschen und im Boden angereichert hatte, blieben tabu. Den Kauf von Milch
bestimmten nicht mehr Mark und Pfennig, sondern die Tabellen der überall
gegründeten Umwelt-Initiativen, deren Labore zum Kompass fürs gesunde Essen
mutierten.
Als damals junger Journalist, der das Glück genoss eine neue
Umweltzeitschrift mit aufbauen zu dürfen, waren die Tage nach dem GAU in
Tschernobyl ein prägendes Lehrstück. Über Nacht warf der Chefredakteur eine
schon fertige Ausgabe in den Papierkorb. Mit Enthusiasmus schrieben wir neue
Texte, die zu erklären versuchten, was geschah und was auf uns alle zukommen
könne. Wir sprachen mit Wissenschaftlern, interviewten Politiker,
recherchierten mit Aktivisten – das knüpfte ein Netzwerk, in das ich noch heute
verwoben bin und das mir kaum fünf Jahre nach der Explosion in Tschernobyl auch
die Tür aufstieß, um das Sperrgebiet besuchen zu können: Bei der Recherche
durch aufgelassene Dörfer und in verwaisten Hütten traf ich wenige alte Bauern.
Sie weigerten sich – der Strahlengefahr zum Trotz – ihre Heimat zu verlassen.
Gemeinsam mit Ärzten besuchte ich Krankenhäuser, in den sie Strahlenkranke
pflegten oder sammelte mit Wissenschaftlern Boden- und Holzproben, um deren
Verstrahlung zu analysieren.
Skepsis gegenüber faustischem Gebaren
Das hinterließ Spuren – und prägte meine Haltung zu
jeglicher euphorischen Machbarkeitsillusion. Der Besuch in den Wäldern um
Tschernobyl, in den Ruinen der Dörfer und bei den Menschen, die ihre ohnehin
kargen Habseligkeiten durch den Atom-GAU im Kernkraftwerk, das ihnen eine
goldene Zukunft verheißen hatte, verloren, festigte meine Haltung: Jedes
faustische Gebaren, mit dem Menschen sich die Welt als machbar erträumen,
trügt. Sie vergessen, dass es auch im Alptraum enden kann – und den will
niemand erleben.
Gerd Pfitzenmaier, ÖDP 24
EU-Bischöfe an EU-Gipfel auf
Zypern: Europa soll Friedenskraft bleiben
Europa hat global gesehen eine einzigartige Rolle für den
Frieden und soll sie bewahren. Diesen Appell hat der Vorsitzende der
EU-Bischofskommission COMECE, Bischof Mariano Crociata, aus Nikosia an den
EU-Gipfel gerichtet, der noch bis diesen Freitag in Zypern tagt.
„Europa bleibt im Moment der einzige Kontinent – oder besser
gesagt die einzige Gemeinschaft von Staaten –, der fähig ist, globale
Entwicklungen zu betrachten und dabei den Frieden in den Mittelpunkt zu
stellen, statt Interessen oder andere Ziele“, sagte Crociata der italienischen
Agentur sir. „Das Risiko, dass Europa diese Fähigkeit verliert, es selbst zu
sein, ist daher lebenswichtig, so würde ich sagen, für den Weg der Menschheit,
zumindest in dieser historischen Phase, die von weit verbreiteten Bedrohungen
für Freiheit und Demokratie geprägt ist.“
Die COMECE-Bischöfe tagen derzeit in der zypriotischen
Hauptstadt Nikosia. Unweit davon, in Agia Napa, beraten bei einem informellen
Gipfel die EU-Staats- und Regierungschefs über den Iran- und den Ukrainekrieg,
steigende Energiepreise und den EU-Haushalt.
„Ihre Berufung ist es, ein Projekt des Friedens zu sein“
Crociata verwies auf die ursprüngliche Ausrichtung der EU.
„Ihre Berufung ist es, ein Projekt des Friedens zu sein“, erklärte er.
Natürlich müsse das „auf realistische Weise“ geschehen. „Das bedeutet die Suche
nach einem Gleichgewicht zwischen gemeinsamer Verteidigung und
Sicherheitsgarantien auf der einen Seite und der bevorzugten, wenn nicht
ausschließlichen Nutzung von Diplomatie und Dialog zur Lösung von Konflikten
auf der anderen Seite.“
„Nutzung von Diplomatie und Dialog zur Lösung von
Konflikten“
Hintergrund
In den vergangenen Tagen hatten die EU-Bischöfe der
zyprischen EU-Ratspräsidentschaft eine Resolution übergeben. Die Bischöfe
beziehen sich insbesondere auf die groß angelegte Invasion der Ukraine durch
Russland, die „weiterhin unermessliches menschliches Leid verursacht und die
europäische und globale Sicherheit destabilisiert“. Sie appellierten, „die
diplomatischen Bemühungen um einen gerechten, umfassenden und dauerhaften
Frieden auf der Grundlage des Völkerrechts zu intensivieren“.
In Bezug auf den Nahen Osten schrieben die Bischöfe in der
Resolution, sie hätten Verständnis für die „Notwendigkeit einer besseren
Vorbereitung und Verantwortung in Sicherheits- und Verteidigungsfragen“.
Dennoch solle die EU ihrer Gründungsvision treu bleiben. „Investitionen in die
Verteidigung müssen notwendig, verhältnismäßig und angemessen sein und dürfen
nicht auf Kosten der Bemühungen zur Förderung der Menschenwürde, der
Gerechtigkeit, der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung und der Bewahrung der
Schöpfung gehen.“ (sir 24)
Italien: Ein Zuhause in einem
Netzwerk der Hoffnung
In Bologna unterstützen geweihte Männer und Frauen Migranten
auf ihrem Weg zu einer Unterkunft und zu zwischenmenschlichen Beziehungen. Es
ist eine gemeinsame Erfahrung der Hilfe zur Selbsthilfe. Von Ilaria Ballò CMV
In vielen europäischen Städten sind existentielle
Randgebiete nicht nur geografische Orte, sondern Lebensräume, in denen
benachteiligte Menschen Zuhören und Präsenz brauchen. Dort kann die Aufnahme,
mit Konstanz und Diskretion angeboten, ein Zuhause schaffen und Hoffnung
wecken.
Eine diskrete Präsenz inmitten urbaner Verletzlichkeit
In Bologna, in den Winkeln einer Stadt, die von Mobilität,
prekären Wohnverhältnissen und neuer Armut geprägt ist, nimmt diese Erfahrung
Gestalt an durch das Leben von geweihten Männern und Frauen, die mit Migranten
eine schwierige Lebensphase teilen. Es ist eine diskrete Gegenwart, die mehr
vom Zuhören als von Worten, mehr von Nähe als von sofortigen Antworten geprägt
ist. Eine Präsenz, die darin besteht, den Weg des anderen zu teilen.
Es geht nicht um große Zahlen und große Einrichtungen,
sondern um konkretes Leben. Wohnungen, die zu Übergangsräumen werden, zu einer
„Pufferzone" zwischen den institutionellen Auffangstrukturen und einer
neuen Phase der Selbstständigkeit. Wohnungen, die nicht nur ein Dach über dem
Kopf bieten, sondern ein Beziehungsnetzwerk; Räume, in denen man wieder
Bindungen und Vertrauen aufbauen kann, die Erfahrung, dass ein
geschwisterliches Zusammenleben möglich ist.
Begleitung auf dem Weg zur Selbstständigkeit
An diesem Weg ist die Missionsgemeinschaft von Villaregia
beteiligt, bestehend aus Schwestern und Brüdern, die ihr Leben in den Dienst
von Migranten stellen. Zu ihnen gehört Alessia Gattamelata, eine Missionarin,
die sich in Wohnprojekten für junge Migranten engagiert, die zwar arbeiten,
aber trotzdem Schwierigkeiten haben, eine Wohnung zu finden. Ein immer häufiger
auftretendes Paradox: Arbeit, die nicht ausreicht, um Stabilität zu
gewährleisten, und Wohnungsmangel, der eine schwer zu überwindende Hürde bleibt.
Genau dort, an diesem wunden Punkt, setzt das Projekt der Aufnahme und
Begleitung auf dem Weg zur Selbstständigkeit an.
„Hinter der unmittelbaren Not verbirgt sich oft eine
Geschichte voller Wunden, von einem beschwerlichen Weg und einem tiefen
Verlangen nach Leben und Zukunft“
„Hinter der unmittelbaren Not verbirgt sich oft eine
Geschichte voller Wunden, von einem beschwerlichen Weg und einem tiefen
Verlangen nach Leben und Zukunft", erklärt Alessia. Genau hier wird aus
Hilfe Begleitung: Ressourcen wertschätzen, Vertrauen zurückgewinnen,
unterstützen, ohne die Eigeninitiative zu blockieren. An der Seite stehen, ohne
zu urteilen, damit jeder Mensch wieder die Kraft findet, seinen Weg
weiterzugehen.
Das Projekt „SoStare", das 2023 in Bologna als Reaktion
auf die Kältekrise ins Leben gerufen wurde und sich ab 2024 zu einer Hilfe zur
Unterkunftsfindung entwickelte, arbeitet im Netzwerk mit sozialen und
kirchlichen Einrichtungen sowie unter Einbeziehung von Freiwilligen. Die Arbeit
erfolgt im Team, in einem gemeinsamen Gefüge, das in der Region zur Aufnahme
anderer einlädt.
Neben dem Wohnen werden örtliche Integration und das
Erlernen der italienischen Sprache gefördert, im Rahmen des Knüpfens fester
Beziehungen. Das Haus wird so zu einem Ort der interkulturellen Begegnung, an
dem jeder Mensch mit seiner Geschichte und Würde angenommen und anerkannt wird;
an dem der Begriff „Migrant" kein Etikett mehr ist, sondern sich in
Gesichtern, Geschichten und Lebenswegen spiegelt.
„Oft sind wir es, die sich aufgenommen fühlen“
Das geweihte Leben als Zeichen von Beziehung und Hoffnung
Auf diesem Weg ist die Aufnahme zweigleisig. „Oft", so
vertraut Alessia uns an, „sind wir es, die sich aufgenommen fühlen." Sie
erinnert sich an ein Abendessen, das Aziz Zamir, ein afghanischer Mann, der die
beschwerliche Reise über die Balkanroute hinter sich gebracht hatte und im
Projekt aufgenommen wurde, mit Sorgfalt zubereitet hatte. Als Künstler und
Zeichner hatte Aziz den Tisch für die Gemeinschaft sorgfältig gedeckt:
gefaltete Servietten, Papierrosen, Liebe zum Detail. Eine einfache Geste, die
die üblichen Logiken auf den Kopf stellt und Würde zurückgibt, indem sie einen
Gott offenbart, der überrascht.
Einmal pro Woche kommen Mitglieder des Aufnahmehauses und
der Missionsgemeinschaft zum Gebet zusammen. Das gemeinsame Alltagsleben, das
Gebet, das gemeinsam gehörte Wort Gottes, das nach der Feier in familiärer
Atmosphäre genossene Abendessen, die miteinander verwobenen Geschichten fließen
in die Liturgie ein, und die Liturgie wird im Leben wieder lebendig. Die Wunden
der Welt werden nicht ausgesperrt: Sie sind in der Gemeinschaft präsent,
stellen den Glauben auf die Probe und erweitern den Blick.
Auch inmitten bürokratischer Mühen und diskriminierender
Äußerungen, an denen es leider nicht mangelt, kehrt die Motivation zurück, wenn
Gesten der Solidarität, Freundschaften zwischen Freiwilligen und Gästen sowie
Beziehungen entstehen, die Schönheit und Dankbarkeit entstehen lassen. So wird
in der täglichen Stille eines gemeinsamen Hauses die Aufnahme wieder zu dem,
was sie sein soll: keine gelegentliche Geste, sondern ein Raum, in dem die
Hoffnung wirklich ein Zuhause finden kann.
Gott wirkt weiter, lässt Leben keimen, knüpft Bindungen,
eröffnet Räume der Schönheit dort, wo es nur Unsicherheit zu geben schien. Ein
diskretes, aber reales Zeichen eines Evangeliums, das in der Zerbrechlichkeit
und im gegenseitigen Vertrauen Fleisch annimmt.
#sistersproject 24
Ukrainer in Deutschland schlecht
bezahlt
Viele Geflüchtete aus der Ukraine haben Arbeit gefunden.
Doch fast jede zweite Vollzeitstelle liegt im Niedriglohnbereich. Das teilt die
Bundesregierung auf Anfrage der AfD mit. Die Rechtspopulisten formen daraus ein
politisches Narrativ über Kosten und Abhängigkeit.
Viele Geflüchtete aus der Ukraine haben inzwischen einen
Arbeitsplatz in Deutschland gefunden – überdurchschnittlich viele von ihnen
sind aber im Niedriglohnbereich beschäftigt. Fast die Hälfte der
vollzeitbeschäftigten Ukrainerinnen und Ukrainer (49,8 Prozent) bekamen 2025
nur ein Gehalt im Niedriglohnbereich: Dies geht aus einer Antwort des
Bundesarbeitsministeriums auf eine Anfrage der AfD-Bundestagsfraktion hervor.
Im Durchschnitt aller ausländischen Beschäftigten lag die Quote der
Niedriglohn-Beziehenden bei 30,5 Prozent, bei deutschen Beschäftigten waren es
12,5 Prozent.
Auch jene ukrainischen Vollzeitbeschäftigten, die als
Fachkraft tätig waren, erhielten den Zahlen zufolge ein unterdurchschnittliches
Gehalt. Rund 65 Prozent der ukrainischen Vollzeit-Fachkräfte bekamen demnach
ein monatliches Bruttogehalt, das unter dem mittleren Gehalt von deutschen
Vollzeitbeschäftigten lag, die einer Helfertätigkeit nachgingen. Bei allen
ausländischen Fachkräften traf dies auf rund 43 Prozent zu, bei deutschen
Fachkräften auf 25 Prozent.
Den Zahlen des Ministeriums zufolge waren im Juni 2025 rund
285.500 Ukrainerinnen und Ukrainer in Deutschland sozialversicherungspflichtig
beschäftigt. Davon arbeiteten etwa 182.100 in Vollzeit und rund 103.400 in
Teilzeit.
Altersarmut vorprogrammiert
Der AfD-Bundestagsabgeordnete René Springer, der die Anfrage
beim Bundesarbeitsministerium gestellt hatte, wies auf Missstände hin: „Die
Beschäftigungsquote von Ukrainern ist zu niedrig, viele arbeiten im
Niedriglohnbereich“, erklärte Springer. „Das führt schon heute zu einer
Abhängigkeit von aufstockenden Leistungen – und morgen zwangsläufig in die
Altersarmut.“
Die Beschäftigungssituation der Ukrainerinnen und Ukrainer
hat auch Auswirkungen auf die Rentenversicherung. Bei ihnen lag den Zahlen
zufolge das durchschnittliche Alter bei Entrichtung des ersten Rentenbeitrags
bei rund 40 Jahren – und damit über dem entsprechenden Durchschnittsalter aller
Beschäftigten aus dem Ausland. Diese zahlen im Schnitt mit 29 Jahren erstmals
in die Rentenkasse ein.
Neun von zehn ohne ausreichendes Gehaltsniveau für Rente
2024 erreichten den Zahlen zufolge etwa neun von zehn
ukrainischen Vollzeitbeschäftigten in Deutschland kein Gehaltsniveau, das ihnen
für die Zukunft eine Rente ohne Grundrentenzuschlag nach 25 Beitragsjahren
garantieren würde.
Der AfD-Abgeordnete Springer warnte vor Folgen für die
Sozialsysteme. „Wer dauerhaft wenig einzahlt und perspektivisch auf staatliche
Unterstützung angewiesen ist, belastet unsere Sozialsysteme langfristig
erheblich“, erklärte er.
Anfrage mit Intention
Springers Äußerungen decken sich mit Struktur und Aufbau der
parlamentarischen AfD-Anfrage, in der es offensichtlich nicht um eine neutrale
Bestandsaufnahme geht. Schwerpunkt der Anfrage sind Beschäftigungsquoten,
Niedriglohn, Lohnabstände, Leistungsbezug, Rentenperspektiven und Kosten für
den Bund. Dabei werden ukrainische Beschäftigte Deutschen, anderen
ausländischen Beschäftigten oder bestimmten Herkunftsgruppen gegenübergestellt.
Fragen zu möglichen Ursachen wie institutionellen Hürden,
Nicht-Anerkennung von Abschlüssen, fehlender Kinderbetreuung oder die Folgen
des Krieges stellt die AfD nicht. (afp/mig 24)
Die Wahl des Generalsekretärs steht bevor. In Zeiten
geopolitischer Umbrüche entscheidet sie über die Zukunft der Vereinten
Nationen. Matthias Jobelius
Es ist Wahljahr für die Weltgemeinschaft. Gesucht wird ein
neuer Generalsekretär beziehungsweise eine neue Generalsekretärin für die
Vereinten Nationen. Die bislang vier Kandidierenden veranstalten in dieser
Woche ihr erstes Schaulaufen auf der großen Bühne der UN-Generalversammlung:
Michelle Bachelet aus Chile; Rafael Grossi aus Argentinien; Rebeca Grynspan aus
Costa Rica; und Macky Sall aus dem Senegal. Doch bis zur Wahl Ende des Jahres
bleibt noch viel Raum für Überraschungen im komplexen diplomatischen Ringen um
den Spitzenposten. Für die Welt steht dabei viel auf dem Spiel. Angesichts der
geopolitischen Epochenwende wird die Wahl zu einer strategischen Frage für die
Staatengemeinschaft. Die Vereinten Nationen sind das wichtigste Forum für das
kollektive Handeln der Menschheit zur Lösung ihrer gemeinsamen Probleme.
Sichert man den UN ihr institutionelles Überleben oder lässt man sie langsam in
die Bedeutungslosigkeit sinken? Die anstehende Wahl wird einen Teil der Antwort
liefern.
Schon klar: Ein UN-Generalsekretär verändert die Ordnung der
Welt nicht. Zugleich beeinflusst jede Änderung der Weltordnung den
Handlungsspielraum eines Generalsekretärs. Daher ist die Frage, wer ein guter
UN-Chef ist, leicht zu beantworten: Es ist die Person, welche die politische
Fähigkeit besitzt, eine kritische geopolitische Lage in eine Möglichkeit zu
verwandeln, die UN-Charta zu schützen und zu stärken. Getreu dem Goethe’schen
Motto: Auch aus den Steinen, die einem in den Weg gelegt werden, kann man etwas
Schönes bauen.
Vielen UN-Generalsekretären gelang dies herausragend: Dag
Hammerskjöld baute zwischen 1953 und 1961 auf der politischen Amtsführung
seines Vorgängers Trygve Lie auf und verwandelte die Vereinten Nationen von
einem Konferenz-Organisator zu einer handelnden Organisation. Er schuf die
Grundlagen für das, was wir heute unter multilateraler UN-Diplomatie verstehen.
Als die Welt während der Kubakrise in den nuklearen Abgrund blickte, war es
Hammerskjölds Nachfolger U Thant, der Kennedy und Chruschtschow den Weg zur
Deeskalation ebnete. Javier Perez de Cullear, Generalsekretär ab 1982, schaffte
es, die UN mit Geduld und Beharrlichkeit am Ende des Kalten Krieges wieder
glaubwürdig zu machen. Er übergab seinem Nachfolger Boutros Boutros-Ghali eine
Organisation, die bereit war für die neue Ordnung der 1990er Jahre. Dank Kofi
Annan blieben die UN während des „unipolaren Moments“ Anfang des 21.
Jahrhunderts relevant, da er sie politisch und konzeptionell modernisierte und
für neue Akteure öffnete. Er verwandelte das Amt des Generalsekretärs in ein
diplomatisches Power House.
In der aktuellen Situation sind die Herausforderungen für
jeden neuen Generalsekretär nicht weniger groß als für alle diese Vorgänger.
Das Vertrauen in die Fähigkeiten multilateraler Verhandlungen schwindet rund um
den Globus, und bei vielen Verhandlungen zur Lösung der tobenden Kriege und
Konflikte sitzen die UN gar nicht mehr am Tisch. Wer Antonio Guterres
nachfolgt, übernimmt eine politisch geschwächte und finanziell ausgeblutete
Institution. Wild gewordene Großmächte und taktierende Regionalmächte blockieren
allzu oft jegliche Lösung.
Der oder die Neue an der Spitze wird daher frühzeitig eine
umfassende Reformagenda verfolgen müssen. Als größter Staatenverbund der Welt
sind die UN eine Organisation, die von Routinen geprägt ist. Das hat viele
Vorteile. Es führt dazu, dass die Vertreter der Staaten auch dann noch
zusammenkommen, um über Hochseeschutz oder Tiefseebergbau zu verhandeln, wenn
in der einen oder anderen Weltregion die Kanonen donnern. Aber die Routinen
machen die Organisation auch träge. Das Pendel schlägt immer Richtung Status
quo. In einer Phase, in der die UN sich wandeln müssen, um überleben zu können,
führt das Festhalten am Bekannten in die Bedeutungslosigkeit. Vom neuen
Generalsekretär verlangt dies, die Autorität des Amtes aktiv einzusetzen, um
eine Weltorganisation zu konzipieren, die in einer geopolitisch rauen Zeit zur
Lösung einer wachsenden Zahl grenzüberschreitender Probleme beitragen kann.
Eine Überprüfung der UN-Charta gemäß Artikel 109 erscheint dabei unerlässlich,
und wird von mehr und mehr Regierungen und Staatsführungen gefordert. „Was die
Welt heute braucht, ist ein neuer ‚San Francisco-Moment‘. Ein Moment, wo die
Führer der Welt zusammenkommen …, um die internationalen Organisationen zu
reformieren, die uns seit dem Zweiten Weltkrieg gut gedient haben“, erklärte
etwa Finnlands Präsident Stubb jüngst während seiner Rede zur Eröffnung des
Raisina-Dialogs in Indien. Recht hat er.
Viele Stimmen in der UN-Reformdebatte fordern ein Back to
basics, eine institutionelle Rosskur und einen Fokus auf eine Kernmission
Frieden und Sicherheit. In einer kriegsgebeutelten Welt ist die Forderung
eingängig – und dennoch falsch. Sie ignoriert nämlich, dass die Probleme der UN
weniger mit ineffektiven und ineffizienten Institutionen, mit zu vielen
Mandaten oder mit mangelnden Prioritäten zu tun haben, als mit politischen
Blockaden. Würden sich die UN ausschließlich auf Frieden und Sicherheit konzentrieren,
würden sie ihre Gestaltungsansprüche in all jenen Feldern aufgeben, die für das
Zusammenleben von Staaten und Menschen im 21. Jahrhundert wichtig sind – vom
Klimawandel über KI bis zu Pandemien und Artenverlust. Zugleich würde sie
weiterhin dieselben politischen Blockaden erleben, die sie auch aktuell bei der
Konfliktlösung so zahnlos erscheinen lässt: kein Geld für Peacebuilding, kein
Respekt vor dem Gewaltverbot, keine Reform des Sicherheitsrats. Es bleibt die
Erkenntnis: Institutionen effizienter zu machen, Doppelstrukturen abzubauen und
Mandate zu verschlanken, ist gut und richtig. Aber auf politische Probleme gibt
es keine administrativen Antworten. Die Vereinten Nationen brauchen eine
politisch versierte Führungsperson, keinen Amtsleiter.
Viele Staaten und zivilgesellschaftliche Organisationen
finden: Den Job muss eine Frau machen. Nach neun Männern in diesem Amt wäre es
an der Zeit. Bei den fünf ständigen Mitgliedern des Sicherheitsrats, die über
ein Vetorecht bei der Kandidatenauswahl verfügen, verfängt diese Forderung
allerdings kaum. Dennoch ist sie richtig. Eine Frau an der Spitze würde ein
Signal der Erneuerung an die Öffentlichkeit senden.
Ob Mann oder Frau, eine der großen politischen
Herausforderungen für die neue UN-Spitze wird die abnehmende Bindekraft der
Charta sein. Auch für die europäischen Staaten, die gerne von sich behaupten,
auf der Seite des internationalen Rechts zu stehen, scheint die Frage, ob sie
im Konfliktfall für die UN-Charta eintreten, vor allem davon abzuhängen, wie
ihre Beziehung zu den jeweiligen Konfliktparteien ist. So fand etwa der
deutsche Bundeskanzler die juristische Bewertung der Maduro-Entführung
„komplex“. Eine völkerrechtliche Einordnung des Kriegs im Iran unterließ er
gleich ganz, sie würde ja ohnehin „wenig bewirken“. Eine UN-Charta, die solche
Freunde hat, braucht keine Feinde mehr.
Aber ohne wirkliche Freunde ist die Charta nicht
überlebensfähig. Ein neuer Generalsekretär wird sein politisches Kapital auch
dafür einsetzen müssen, Regierungschefs zu erklären, dass ihr Land nur sicher
ist, wenn sie das Gewaltverbot als universell gültig begreifen und verteidigen.
Nach den Verheerungen zweier Weltkriege war die globale Verankerung des
Gewaltverbots vielleicht die bedeutendste normative Entwicklung des 20.
Jahrhundert. Ob sie im 21. Jahrhundert Bestand haben wird, hängt von vielem ab –
auch von der anstehenden Wahl in New York. IPG 23
Türke in Deutschland, Deutscher in
der Türkei
Wer immer nur fragt, ob jemand deutsch oder türkisch ist,
verfehlt die Wirklichkeit. Herkunft und Prägung sind keine Gegensätze. Sie
können gleichzeitig tragen, fordern und einen Menschen schärfen. Von Timur
Kumlu
Im Juli 2020 bin ich als Bundesprogrammlehrkraft in die
Türkei gekommen. Im Juli 2026 werde ich das Land wieder verlassen. Sechs Jahre
liegen dann dazwischen. Sechs Jahre voller Erfahrungen, Begegnungen, Höhen und
Tiefen – aber vor allem sechs Jahre, die mich verändert haben.
Wenn ich heute zurückblicke, kann ich keinen einzelnen
Moment benennen, der alles geprägt hat. Es war vielmehr ein Prozess. Viele
kleine Situationen, Beobachtungen und Gefühle, die sich nach und nach zu einem
klareren Bild zusammengefügt haben. Eine der wichtigsten Erkenntnisse für mich
war: Ich habe in der Türkei verstanden, wie deutsch ich eigentlich bin.
In Deutschland habe ich mich oft eher als „türkisch“
wahrgenommen. Hier war es plötzlich umgekehrt. Im beruflichen Alltag, in meiner
Art zu arbeiten, zu denken, zu organisieren, habe ich gemerkt, wie sehr ich von
deutschen Strukturen geprägt bin. Gleichzeitig wurde mir aber auch klar: Ich
kann diese beiden Seiten nicht voneinander trennen. Ich bin beides. Und ich
werde auch beides bleiben. Lange habe ich versucht, das irgendwie einzuordnen.
Heute habe ich es einfach angenommen. Und ich merke, dass genau darin auch eine
Stärke liegt.
Gesellschaftlich habe ich die Türkei als ein Land erlebt,
das sich nicht einfach einordnen lässt. Für mich ist sie nicht entweder modern
oder konservativ, nicht entweder laizistisch oder religiös – sie ist all das
gleichzeitig. Unterschiedliche Lebensweisen, Werte und Überzeugungen existieren
nebeneinander und prägen den Alltag.
Oft wird versucht, dieses Land auf Gegensätze zu reduzieren
– auf westlich oder traditionell, auf unterschiedliche politische oder
gesellschaftliche Leitbilder. Aber so einfach ist es nicht. In meinen Augen
liegt genau darin die eigentliche Herausforderung: dass die Türkei viele
Realitäten gleichzeitig in sich trägt und diese nicht immer miteinander in
Einklang gebracht werden.
Ich habe Menschen erlebt, die sehr unterschiedlich denken,
leben und glauben – und doch alle überzeugt sind, das Richtige für ihr Land zu
wollen. Gleichzeitig habe ich gesehen, wie schwer es fällt, die jeweils andere
Perspektive stehen zu lassen. Oft geht es weniger darum zu verstehen, sondern
eher darum, sich voneinander abzugrenzen.
Und trotzdem gibt es etwas, das viele verbindet: ein starkes
Nationalgefühl. Unabhängig davon, wie unterschiedlich Lebensweisen oder
Überzeugungen sind – in Momenten äußerer Bedrohung oder in großen Krisen
entsteht sehr schnell ein gemeinsames „Wir“. Dann rücken Unterschiede in den
Hintergrund, und es zeigt sich ein tief verankertes Gefühl, das eigene Land zu
schützen und zusammenzustehen. Diese Fähigkeit habe ich immer wieder
wahrgenommen und sie hat mich beeindruckt.
Gerade im Bildungsbereich sehe ich einen entscheidenden
Ansatzpunkt. Schule kann dazu beitragen, die tatsächliche Vielfalt des Landes
sichtbar zu machen – dass unterschiedliche Lebensweisen, Hintergründe und
Perspektiven Teil derselben Realität sind. Diese Vielfalt ist da, sie gehört
zur Türkei, und sie sollte auch so vermittelt werden.
Dazu gehört aus meiner Sicht auch, dass Themen wie Empathie,
Perspektivwechsel und der Umgang mit Konflikten bewusst Raum im Schulalltag
bekommen. Wenn solche Kompetenzen früh gestärkt werden, wirkt sich das
langfristig auch auf das gesellschaftliche Miteinander aus.
Ich war in einer Zeit hier, die von großen Ereignissen geprägt
war: die Pandemie, internationale Konflikte, Präsidentschaftswahlen, das
schwere Erdbeben. In solchen Momenten habe ich gesehen, wie stark die
Gesellschaft polarisiert sein kann, wie schnell Diskussionen emotional und
ideologisch werden. Gleichzeitig habe ich aber auch erlebt, wie groß der
Zusammenhalt sein kann, wenn es wirklich darauf ankommt. In Krisen können
Menschen hier sehr schnell alles beiseitelegen und füreinander da sein. Diese
Fähigkeit hat mich besonders beeindruckt.
Für mich ist die Türkei ein Land mit enormem Potenzial.
Dynamisch, vielfältig, voller Energie. Gleichzeitig ist es auch ein Land mit
einer hohen Lebensqualität – das Klima, das Meer, das Essen, eine gewisse
Leichtigkeit im Alltag. All das sind Qualitäten, die dieses Land auszeichnen.
Die geografische Lage, die junge Bevölkerung und die
kulturelle Vielfalt bieten große Chancen. Entscheidend wird sein, ob es
gelingt, diese Vielfalt wirklich als Realität anzunehmen und miteinander zu
leben – und nicht gegeneinander.
Beruflich waren diese sechs Jahre für mich eine intensive
Entwicklungsphase. Ich bin als Lehrkraft gekommen und habe im Laufe der Zeit
immer mehr Verantwortung übernommen. Ich habe gelernt, Gruppen zu führen,
Menschen zu erreichen, Prozesse zu gestalten und Verantwortung zu tragen.
Gleichzeitig war diese Zeit auch geprägt von vielen
Begegnungen. Ich habe im Laufe der Jahre viele Schulen kennengelernt – sowohl
private als auch staatliche, in unterschiedlichen Regionen, unter anderem auch
in Istanbul – und dabei mit unterschiedlichsten Menschen zusammengearbeitet:
mit Lehrkräften, Schulleitungen, aber auch mit Vertretern aus Verwaltung sowie
mit Menschen aus Institutionen wie Konsulat oder kulturellen Einrichtungen.
Diese Vielfalt an Perspektiven hat meinen Blick erweitert und mir gezeigt, wie
unterschiedlich Systeme funktionieren – und wie wichtig es ist, zwischen ihnen
zu vermitteln.
Ein besonderer Teil meiner Arbeit waren Projekte:
Fortbildungen, Wettbewerbe, Austauschformate. Gerade der Schüleraustausch hat
für mich eine besondere Bedeutung bekommen. Als ich mit Schülerinnen und
Schülern aus der Türkei nach Deutschland zurückgekehrt bin – an meine eigene
alte Schule – war das ein Moment, der mich sehr bewegt hat. Es war mehr als nur
ein Austausch. Es war, als würden zwei Teile meines Lebens aufeinandertreffen.
Ich habe gemerkt, wie wichtig es mir ist, ein anderes Bild
von der Türkei zu zeigen. Ein differenzierteres. Eines, das nicht nur von
Vorurteilen geprägt ist. Ohne es groß auszusprechen, hatte ich oft das Gefühl:
Ich möchte zeigen, was dieses Land kann. Welche Stärken es hat. Welche Menschen
es hat.
Und vielleicht hängt das auch mit meinen eigenen Erfahrungen
in Deutschland zusammen. Ich habe dort immer wieder gespürt, wie präsent
Vorbehalte gegenüber der Türkei oder dem Islam sein können – medial, aber auch
im Alltag. Das hat mich oft beschäftigt. Vielleicht war genau deshalb dieser
Wunsch in mir so stark, ein vollständigeres Bild zu zeigen. Nicht als
Gegenreaktion, sondern eher als Ergänzung.
Was mich im beruflichen Kontext jedoch auch begleitet hat,
war eine gewisse Ambivalenz in der Wahrnehmung von Wertschätzung. Ich habe mich
über die Jahre intensiv eingebracht, Verantwortung übernommen und sowohl
gestaltet als auch mitgestaltet. Dabei habe ich mich oft sehr stark
eingebracht, auch über das unmittelbare Aufgabenfeld hinaus. Gleichzeitig hatte
ich nicht immer das Gefühl, dass diese Arbeit in der Tiefe wirklich gesehen
wird. Wertschätzung wurde oft ausgesprochen – freundlich, direkt und im Moment
passend –, aber sie wirkte auf mich teilweise eher situativ, anlassbezogen und
auch an Interessen gebunden.
Das ist kein Vorwurf, sondern eher eine Beobachtung, die
mich nachdenklich gemacht hat. Vielleicht auch, weil ich selbst Wertschätzung
anders verstehe – weniger im Moment, dafür nachhaltiger und verbindlicher.
Was mich in diesem Zusammenhang auch beschäftigt hat, ist
eine Erfahrung, die mich schon aus Deutschland begleitet hat – und die ich hier
in gewisser Weise wiedergefunden habe. Ich hatte oft das Gefühl, dass ich mehr
leisten muss, um dieselbe Anerkennung zu bekommen. In Deutschland habe ich das
als jemand mit türkischem Hintergrund erlebt. Ich habe mich dort oft als
„türkisch“ wahrgenommen – und wurde in vielen Situationen auch so wahrgenommen,
im Alltag, aber auch im beruflichen Kontext. Dieses Gefühl, sich immer wieder
beweisen zu müssen, hat mich lange begleitet. Lange habe ich gedacht, dass es
vor allem dort eine Rolle spielt.
In der Türkei habe ich jedoch gemerkt, dass sich dieses
Gefühl auf eine andere Weise wieder zeigt. Sowohl im Umgang mit türkischen als
auch mit deutschen Kolleginnen und Kollegen in verantwortlichen Positionen
hatte ich teilweise den Eindruck, dass ich mehr geben, mehr zeigen und mich
stärker beweisen muss, um Vertrauen und Anerkennung aufzubauen.
Vielleicht hat das auch damit zu tun, dass ich in gewisser
Weise zwischen den Erwartungen stehe: In Deutschland nicht als „deutsch“
wahrgenommen, in der Türkei aber gleichzeitig auch nicht als jemand, der
einfach selbstverständlich dazugehört. Dadurch entsteht ein Raum, in dem man
sich immer wieder neu beweisen muss. Das ist keine einfache Erkenntnis, und
vielleicht auch keine, die sich eindeutig erklären lässt. Aber sie hat mich
begleitet.
Gleichzeitig war Anerkennung für mich nie der eigentliche
Antrieb. Ich habe die Dinge immer deshalb gemacht, weil ich davon überzeugt
war, dass sie sinnvoll sind, dass sie funktionieren können und dass sie einen
Mehrwert haben. Das war für mich immer der Maßstab. Und vielleicht liegt genau
darin auch mein Umgang damit: weiterzumachen, Dinge aufzubauen, Verantwortung
zu übernehmen – unabhängig davon, wie sie von außen bewertet werden.
Gleichzeitig habe ich auch im schulischen Alltag gesehen, wo
Grenzen liegen. Viele Schülerinnen und Schüler sind kreativ, haben Ideen und
großes Potenzial. Aber dieses Potenzial wird nicht immer vollständig gefördert.
Strukturen, Erwartungen oder auch Einflüsse von außen setzen manchmal Grenzen.
Und genau dort sehe ich große Entwicklungsmöglichkeiten.
Am meisten hat mich diese Zeit aber persönlich geprägt. Am
Anfang war vieles neu. Ich war damit beschäftigt, anzukommen, mich einzufinden,
meinen Platz zu finden. Die Einsamkeit kam nicht sofort. Sie kam mit der Zeit.
Mit der Zeit habe ich gemerkt, dass mir etwas fehlt. Nicht unbedingt ein Ort –
sondern Menschen. Menschen, die mich lange kennen. Freunde, mit denen ich groß
geworden bin. Beziehungen, die über Jahre gewachsen sind.
Hier habe ich oft gespürt, dass ich anders bin. Dass ich
Zeit brauche, um mich wirklich auf Menschen einzulassen. Dass vieles
oberflächlicher bleibt, als ich es gewohnt bin. Und daraus ist irgendwann auch
ein Gefühl von Einsamkeit entstanden.
Nicht, weil ich allein war. Sondern weil mir Tiefe gefehlt
hat. Diese Erfahrung hat mir gezeigt, was Heimat für mich bedeutet. Heimat ist
nicht nur ein Ort. Heimat sind Menschen. Menschen, die dich verstehen, ohne
dass du viel erklären musst. Menschen, die mit dir durch Höhen und Tiefen
gegangen sind.
Heute weiß ich: Ich möchte weder auf Deutschland noch auf
die Türkei verzichten. Ich bin beides. Emotional und familiär bin ich türkisch
geprägt. Beruflich und in meiner Denkweise bin ich deutsch geprägt. Und genau
darin liegt meine Stärke.
Ich habe viele Menschen gesehen, die genau daraus etwas
machen. Die die Struktur und Disziplin aus Deutschland mitbringen und
gleichzeitig die Flexibilität und Spontanität aus der türkischen Kultur leben.
Gerade in einer Welt, die sich ständig verändert, ist das ein großer Vorteil.
Wenn ich auf diese sechs Jahre zurückblicke, dann war diese
Zeit für mich mehr als nur eine berufliche Station. Sie hat mich geprägt,
herausgefordert und in vielerlei Hinsicht bereichert. Ich bin dankbar für die
Erfahrungen, die ich machen durfte, für die Menschen, denen ich begegnet bin,
und für die Möglichkeit, in einem anderen System zu arbeiten und zu leben.
Gleichzeitig habe ich in dieser Zeit beide Seiten meiner
Identität noch einmal bewusster erlebt – meine deutsche und meine türkische.
Ich habe gelernt, mit dieser Spannung umzugehen und sie nicht mehr als
Widerspruch zu sehen, sondern als Teil von mir.
Ich fühle mich heute in vieler Hinsicht gewachsen –
beruflich, aber auch persönlich. Wenn ich auf diese sechs Jahre zurückblicke,
dann sehe ich keine einfache Geschichte. Ich sehe Entwicklung. Ich sehe
Reibung. Ich sehe Wachstum. Und ich sehe ein Land, das voller Gegensätze ist –
und genau darin seine Kraft hat.
Diese Zeit hat mich nicht zu einem anderen Menschen gemacht.
Aber sie hat mir klarer gezeigt, wer ich bin. (mig 23)
Amnesty-Jahresbericht. Deutschland
trägt Mitschuld an Menschenrechtskrise
Der neue Amnesty-Bericht beschreibt eine globale Krise der
Menschenrechte – und Deutschland steht darin nicht am Rand. Kritisiert werden
Wegsehen, politische Doppelmoral und ein Kurs, der Rechte oft nur dann
verteidigt, wenn es bequem ist. Von Christoph Meyer und Jörg Blank
Die Menschenrechtsorganisation Amnesty International erhebt
schwere Vorwürfe gegen US-Präsident Donald Trump. Das erste Jahr seiner zweiten
Amtszeit mit gezielten Attacken auf Justiz, Medien und Minderheiten sei
desaströs verlaufen, bilanzieren die Aktivisten in ihrem Jahresbericht. Doch
auch die Bundesregierung trage Verantwortung.
Die Regierung des Republikaners im Weißen Haus wirke als
„Brandbeschleuniger“ für eine weltweite Krise der Menschenrechte, erklärte
Amnesty zu ihrem Bericht über die weltweite Lage im vergangenen Jahr.
Verschärft werde die Krise durch autoritäre Praktiken von Regierungen auf der
ganzen Welt. „Sie üben rücksichtslos militärische Gewalt aus, unterdrücken
friedliche Proteste, missachten die Rechtsstaatlichkeit und verletzen
systematisch die Rechte schutzbedürftiger Menschen“, heißt es weiter.
Vorwurf der Appeasement-Politik
Verantwortlich seien „aber auch Regierungen, die Appeasement
betreiben, statt dieser Entwicklung eine andere Politik entgegenzusetzen“,
sagte die Generalsekretärin von Amnesty Deutschland, Julia Duchrow, bei der
Vorstellung des Berichts in Berlin. „Dazu gehören die allermeisten
EU-Mitgliedsstaaten, insbesondere die Bundesregierung“, fügte sie hinzu.
Mit Appeasement wird die Politik des damaligen britischen
Premierministers Neville Chamberlain in den 1930er Jahren bezeichnet, der
versuchte, einen Krieg abzuwenden, indem er die Annexion des zur
Tschechoslowakei gehörenden Sudetenlands durch Nazi-Deutschland absegnete.
Wirtschaft und Sicherheit wichtiger als Menschenrechte?
In der Außenpolitik stelle die Bundesregierung Wirtschafts-
und Sicherheitsinteressen über das Völkerrecht und über den
Menschenrechtsschutz, kritisierte Duchrow. Das sei sehr problematisch, weil es
die Menschenrechte und die internationalen Regeln, die nach dem Zweiten
Weltkrieg geschaffen worden seien, schwäche. „Die Axt wird an diese Institution
und das Völkerrecht gesetzt.“
Als Beispiele nannte Duchrow die völkerrechtswidrigen
Angriffe auf Venezuela und Iran, die Unterstützung der israelischen Regierung,
das Schweigen zu Chinas Unterdrückung der Uiguren oder die Zusammenarbeit mit
menschenrechtsfeindlichen Regierungen zur Migrationsabwehr.
Angriffe auf Rechtsstaatlichkeit und Demokratie
US-Präsident Trump habe unmittelbar nach seinem Amtsantritt
eine beispiellose Zahl von Maßnahmen ergriffen, die „Rechtsstaatlichkeit
aushöhlten, auf willkürliche Machtausübung hindeuteten und autoritären
Charakter hatten“, heißt es in dem Länderbericht zu den USA.
Dazu gehörten Angriffe auf Justiz, Medien und politische
Gegnerinnen und Gegner. Verurteilte Anhänger der Regierung seien hingegen
begnadigt worden. Kritisiert wurde zudem der Umgang mit Migranten und
Minderheiten und deren Rechten.
Unter anderem die Razzien der Einwanderungsbehörde ICE im
Kampf gegen irreguläre Migration zogen die Kritik der Menschenrechtsaktivisten
auf sich. ICE habe massenhaft Menschen inhaftiert. Tausende seien dadurch in
überbelegten Einrichtungen unter unmenschlichen Bedingungen festgehalten
worden, heißt es in dem Bericht.
Polizeigewalt gegen friedliche Demonstrantinnen?
Im Hinblick auf Deutschland prangert Amnesty unter anderem
angeblich unverhältnismäßige Gewalt gegen friedliche Teilnehmer von
Pro-Palästina-Demonstrationen an.
Besorgt sind die Aktivisten auch über Einschränkungen der
Meinungsfreiheit, etwa wenn bei Demos pauschal das Rufen arabischer oder
hebräischer Slogans untersagt werde. Das Verbot des Rufs „From the River to the
Sea“ und dessen Durchsetzung wird von Amnesty als „pauschale Kriminalisierung“
kritisiert.
Deutschland habe mit der Abschiebung von 83 Menschen nach
Afghanistan und einer Person nach Syrien gegen den Grundsatz der
Nicht-Zurückweisung verstoßen.
Stigmatisierende Äußerungen schüren Ängste
Die Menschenrechtsorganisation wirft einzelnen Vertretern
des deutschen Staats zudem vor, mit stigmatisierenden Äußerungen Minderheiten
zu verunsichern. Demnach wachse dadurch die Angst vor Hassverbrechen.
Die Zahl von Verbrechen mit rassistischem, antisemitischem
und antimuslimischem Hintergrund oder solcher, die gegen die LGBTQ+Community
und andere Minderheiten gerichtet waren, habe sich laut vorliegenden Zahlen
seit der Zeit vor der Pandemie mehr als verdoppelt.
Auch das Erreichen der Klimaziele werde aufs Spiel gesetzt,
kritisierte die Menschenrechtsorganisation.
Harsche Kritik an Israel
Ebenfalls im Fokus der Kritik durch Amnesty steht weiterhin
Israel. Dessen Kriegsführung im Gazastreifen wird als Völkermord angeprangert –
ein Vorwurf, der derzeit vor dem Internationalen Gerichtshof in Den Haag
verhandelt wird und von vielen westlichen Staaten, darunter Deutschland,
kategorisch abgelehnt wird.
Die Menschenrechtsaktivisten werfen Israel auch ein
Apartheidssystem vor, das etwa Zwangsumsiedlungen im besetzten Westjordanland
nach sich ziehe. In der Vergangenheit wurde die harsche Kritik von Amnesty
International an Israel teils als antisemitisch ausgelegt. Die Organisation
weist das zurück.
Auch Menschenrechtsverletzungen durch die iranische
Regierung werden von Amnesty deutlich kritisiert. So prangern die Aktivisten im
vergangenen Jahr die höchste Zahl an Hinrichtungen in der Islamischen Republik
seit 1989 an. Auch das brutale Vorgehen gegen Demonstranten und Verletzungen
des humanitären Völkerrechts durch Raketenangriffe auf zivile Ziele in Israel
wurden deutlich kritisiert. (dpa/mig 22)
Polizeiliche Kriminalstatistik
Bundesinnenminister Dobrindt inszeniert die Polizeiliche
Kriminalstatistik öffentlichkeitswirksam auf der Bundespressekonferenz – und
verknüpft die Zahlen mit Migration. Expertin warnt vor Fehlinterpretation der
Zahlen. Die Türkische Gemeinde sieht eine deutliche Schieflage.
Die Polizei hat 2025 bundesweit weniger Straftaten
registriert. Doch schon der politische Umgang mit den neuen Zahlen zeigt, wie
umkämpft die Polizeiliche Kriminalstatistik (PKS) weiter bleibt. Denn
Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU) stellte den Rückgang auch in
Zusammenhang mit dem Rückgang von Migration.
Kriminologinnen und Verbände warnen dagegen davor, aus der
PKS einfache Wahrheiten über Kriminalität oder Migration abzuleiten. Die
Statistik erfasst das Hellfeld, also Straftaten, die der Polizei bekannt
wurden. Sie erfasst außerdem Tatverdächtige und nicht Verurteilte. Das
bedeutet: Die Statistik gibt keinen Aufschluss darüber, wie viele Strafanzeigen
nicht angezeigt wurden und wie viele Tatverdächtige für schuldig erklärt und
verurteilt wurden – beides wichtige Faktoren im Umgang mit der Statistik, wie Experten
wiederholt mahnen.
Insgesamt, so die Statistik, wurden 2025 rund 5,5 Millionen
Straftaten registriert, 5,6 Prozent weniger als im Vorjahr. Ohne
ausländerrechtliche Verstöße lag der Rückgang bei 4,4 Prozent. Die Zahl der
Gewaltverbrechen sank auf rund 212.300 Fälle, also um 2,3 Prozent. Einfluss auf
die Statistik hatten mehrere Sondereffekte: die Teillegalisierung von Cannabis
sowie weniger Verstöße gegen Aufenthalts-, Asyl- und Freizügigkeitsrecht.
Expertin warnt vor Fehlinterpretation der Zahlen
Aufgeladen ist der Blick auf den Anteil nicht deutscher
Tatverdächtiger, weil Dobrindt ihn ausdrücklich ansprach. Er lag 2025 bei 35,5
Prozent, wenn ausländerrechtliche Verstöße herausgerechnet werden. Genau hier
setzen Fachleute mit ihrer Kritik an.
Die Kriminologin Susann Prätor warnt vor
Fehlinterpretationen: In die Gruppe der nichtdeutschen Tatverdächtigen fallen
auch Menschen ohne Wohnsitz in Deutschland, etwa Touristen oder Saisonarbeiter.
Zudem ist die Gruppe im Schnitt jünger und männlicher als die
Gesamtbevölkerung. Beides erhöht das statistische Risiko, in der PKS
aufzutauchen, ohne dass damit schon etwas über Ursachen gesagt wäre.
Mehrfach verzerrte Statistik
Hinzu kommt das Anzeigeverhalten. Prätor verweist auf
Forschung, nach der Gewaltdelikte deutlich häufiger angezeigt werden, wenn ein
Opfer beim Tatverdächtigen eine ausländische Herkunft vermutet. Konkret:
Menschen, die als „fremd“ wahrgenommen werden, tragen ein dreifach höheres
Risiko, angezeigt zu werden, als Menschen, die als „deutsch“ wahrgenommen
werden. Während bei deutschen Tätern und Opfern nur in 7,9 Prozent der Fälle
die Polizei eingeschaltet wird, steigt die Anzeigequote bei nichtdeutschen Tatverdächtigen
auf 22,4 Prozent.
Die Aufteilung der Statistik nach Deutschen und Ausländern
gibt aber auch schon deshalb ein verzerrtes Bild ab, weil bei der Einbürgerung
eine Auslese stattfindet: Wer kein sauberes Führungszeugnis hat oder andere
kriminalitätsbegünstigende Faktoren wie Arbeitslosigkeit aufweist, wird nicht
eingebürgert. Umgekehrt bekommen nur Personen einen deutschen Pass, die
statistisch gesehen ein vergleichsweise niedriges Kriminalitätsrisiko
aufweisen. Auch das verschiebt die Statistik zugunsten der „Deutschen“ und zum
Nachteil der „Ausländer“.
Türkische Gemeinde: Dobrindt nutzt PKS zur Stimmungsmache
Die Türkische Gemeinde in Deutschland (TGD) wirft Dobrindt
deshalb vor, die PKS politisch zu inszenieren. Mehtap Ça?lar sagt: „Die
Veröffentlichung des polizeilichen Tätigkeitsberichts wird immer dazu genutzt,
Stimmung gegen Menschen mit Migrationsgeschichte zu machen.“ Es sei bekannt,
dass Kriminalität primär soziale Ursachen hat, erklärt TGD-Bundesvorsitzende
Ça?lar.
Tatsächlich beweisen Dunkelfeldstudien, dass die
Migrationsgeschichte keine Rolle spielt, sobald Faktoren wie der Bildungsweg
oder der sozioökonomische Hintergrund vergleichbar sind. „Wenn wir also
ernsthaft über Kriminalität in Deutschland reden wollen, brauchen wir Studien,
die die Sozialstrukturen von Menschen beleuchten und keine Strichlisten der
Polizei oder eine irreführende Aufteilung zwischen ausländischen und deutschen
Straftätern.“
Kritik am Umgang mit Studien
Kritik erntet Dobrindt auch wegen seines Umganges mit einer
Studie über Rassismus in deutschen Behörden. Sein Ministerium hatte die
langjährig und aufwändig erstellte Studie kurz vor den Osterfeiertagen am
Freitagnachmittag kommentarlos auf der Internetseite des Ministeriums unter
Publikationen abgelegt. Anders als üblich gab es weder eine Pressekonferenz
noch eine schriftliche Presserklärung. Öffentlich bekannt die Studie eher
zufällig.
Die TGD wirft Dobrindt deshalb vor, die PKS öffentlich zu
inszenieren, die großangelegte Rassismus-Studie in Behörden jedoch zu
ignorieren. „Dieses Signal kommt in den Communitys auch so an“, so Ça?lar.
(dpa/mig 21)
Ob Iran oder Ukraine: Die jüngsten Kriege verstärken die
fatale Botschaft, dass im Ernstfall nur Atomwaffen schützen. Von Georgia Cole
Der Krieg der USA und Israels gegen Iran findet zu einer
Zeit statt, in der das globale nukleare Nichtverbreitungsregime, insbesondere
der Atomwaffensperrvertrag (NVV), bereits erheblich unter Druck steht. New
START, der letzte bilaterale Atomwaffenkontrollvertrag zwischen den USA und
Russland, lief im Februar ohne Nachfolger aus. China modernisiert und erweitert
derzeit sein Atomwaffenarsenal. Frankreich hat ebenso eine Ausweitung seines
Atomwaffenprogramms und eine engere nukleare Zusammenarbeit mit europäischen
Partnern angekündigt.
In mehreren Nicht-Atomwaffenstaaten wie der Türkei, Polen
und Südkorea scheint sich die öffentliche Meinung zunehmend zugunsten des
Aufbaus eigener nuklearer Kapazitäten zu verschieben, da die Lehren aus dem
Kalten Krieg und die Erinnerung an die verheerenden Folgen von Atomwaffen aus
dem kollektiven Gedächtnis verschwinden. Diese Entwicklungen vollziehen sich
vor dem Hintergrund wachsender Zweifel an der Fähigkeit Washingtons, seine
erweiterten Abschreckungs- und Sicherheitsverpflichtungen gegenüber seinen
Verbündeten aufrechtzuerhalten. Insbesondere könnten die Berichte über eine
Verlegung eines Teils der US-amerikanischen Terminal High Altitude Area
Defense (THAAD, eines Systems zur Bekämpfung von ballistischen Raketen) von
Südkorea in den Nahen Osten den US-Verbündeten in Ostasien Anlass zur Sorge
geben.
Die Belastungen für das Nichtverbreitungsregime bestanden
bereits vor dem Iran-Krieg und vor den Berichten über die THAAD-Verlegung. Doch
sie drohen, das Regime genau in dem Moment zu zerbrechen, in dem sich die
internationale Gemeinschaft dies am wenigsten leisten kann. Es besteht die
Gefahr, dass viele Staaten, die diese Entwicklungen beobachten, zu einem
einfachen Schluss kommen: Atomwaffen schrecken Angriffe auf eine Weise ab, wie
es konventionelle Fähigkeiten nicht können.
Diese Überzeugung war bereits durch den russischen Einmarsch
in die Ukraine gestärkt worden. Manche sahen ihn als Bestätigung dafür, dass
Kiew durch die Aufgabe seines nuklearen Arsenals aus der Sowjetzeit schutzlos
geworden war. Der Aufbau einer unabhängigen ukrainischen nuklearen Abschreckung
wäre sicherlich erheblichen praktischen Hindernissen begegnet, beispielsweise
bezüglich Fragen der Einsatzfähigkeit sowie der Führung und der Kontrolle. Doch
es scheint unwahrscheinlich, dass Russland eine groß angelegte Invasion gegen
eine nuklear bewaffnete Ukraine gewagt hätte. Wie die Ukraine wurden auch Irak
und Libyen, die ihre Nuklearwaffenprogramme aufgegeben hatten, zum Ziel
militärischer Angriffe. Im Gegensatz dazu hat das nuklear bewaffnete Nordkorea
bisher militärische Aktionen gegen sich vermeiden können.
Die USA und Israel haben ihre Angriffe auf Iran unter
anderem damit begründet, dass sie Teheran daran hindern wollten, in Zukunft
Atomwaffen zu entwickeln. Beobachter könnten daraus jedoch die Lehre ziehen,
dass der Iran eben nicht angegriffen worden wäre, hätte er bereits über eine
nukleare Abschreckung verfügt. Zudem wurde Iran während zweier aktiver
Verhandlungsrunden über die Beschränkung seiner nuklearen Ambitionen
angegriffen – zuerst im Juni 2025 und dann erneut Ende Februar 2026. Für
Staaten, die abwägen, ob sie diplomatische Beziehungen zu Washington aufnehmen
sollen, sind diese Präzedenzfälle von Bedeutung. Der Dialog hat Iran nicht
geschützt.
Laut Reuters argumentieren nun seit Beginn des Krieges
prominente Stimmen innerhalb des iranischen Regimes, Teheran solle aus dem
Atomwaffensperrvertrag austreten und die Bombe entwickeln. Der neue oberste
Führer Irans, Mojtaba Khamenei, vertritt angeblich eine härtere Linie als sein
Vater und Vorgänger. Sein Vater hatte eine Fatwa gegen Atomwaffen erlassen und
Berichten zufolge hochrangigen iranischen Militärführern, die sich für die
Bombe aussprachen, Widerstand geleistet.
Sollte Iran ein Atomwaffenprogramm entwickeln, könnten die
Folgen für die regionale Verbreitung schwerwiegend sein. Saudi-Arabiens
Kronprinz Mohammed bin Salman hat wiederholt seine Ablehnung von Atomwaffen
bekräftigt. Allerdings hat er unter anderem in einem Interview aus dem Jahr
2023 gewarnt, dass das Königreich versuchen würde, eine Atomwaffe zu erwerben,
sollte Iran dies tun. Ein solcher Schritt könnte wiederum in einer ohnehin
schon instabilen Region andere Staaten dazu anregen, Atomwaffenprogramme zu
entwickeln.
In Ostasien ist die Lage ähnlich besorgniserregend. In Japan
und in Südkorea wird seit mehreren Jahren ernsthaft über den Erwerb eigener
Atomwaffen debattiert. Diese Debatten werden angeheizt von Chinas fortgesetztem
nuklearem Aufbau, von Nordkoreas wachsendem Arsenal und von Bedenken
hinsichtlich der Verlässlichkeit der US-amerikanischen Sicherheitsgarantien.
Die Stationierung von THAAD-Raketenabwehrsystemen in Südkorea im Jahr 2017 war
ein sichtbares Symbol für das Engagement der Vereinigten Staaten in der Region.
Sie bekräftigte Washingtons Absicht zur Verteidigung seiner Verbündeten im
Falle eines Angriffs, gegebenenfalls auch unter Einsatz seiner Atomwaffen.
Washington hält weiterhin an der Verteidigung Südkoreas im
Rahmen des gegenseitigen Verteidigungsvertrags von 1953 fest und unterhält eine
starke militärische Präsenz in Ostasien. Die Berichte über eine Verlegung von
THAAD-Systemen deuten jedoch darauf hin, dass Washington seinen Engagements im
Nahen Osten möglicherweise Vorrang vor seinen Verpflichtungen im
indopazifischen Raum einräumen könnte. Dies zeigt, dass die Fähigkeiten der
USA, an mehreren Fronten gleichzeitig zu agieren, begrenzt sind, und es birgt
für Washingtons Partner das Risiko, dass andere die Gelegenheit ausnutzen
könnten, dass die Vereinigten Staaten anderweitig abgelenkt sind, um sie
anzugreifen.
Der Iran-Krieg hat zudem Fragen hinsichtlich der Fähigkeit
der USA aufgeworfen, ihre Verbündeten zu verteidigen. Zwar haben
US-Verteidigungssysteme viele iranische Raketen abgeschossen, doch war
Washington nicht in der Lage, seine Partner im Nahen Osten vollständig vor
Irans Vergeltungsschlägen zu schützen. Vor diesem Hintergrund könnten
nicht-nukleare Partner der USA versuchen, eigene nationale nukleare
Abschreckungskapazitäten aufzubauen.
Nichts davon macht die Verbreitung von Nuklearwaffen
unvermeidlich oder strategisch rational. Die potenziellen Kosten für das
Streben nach einer Atomwaffe bleiben hoch: umfassende Sanktionen, der
Ausschluss aus internationalen Finanzsystemen und der Zusammenbruch von
Sicherheits- und Handelsbeziehungen, deren Aufbau Jahrzehnte gedauert hat. Eine
glaubwürdige erweiterte Abschreckung bietet weiterhin eine zuverlässigere
Garantie als der Aufbau eines anfälligen nationalen Programms. Der Weg zur
nuklearen Abschreckung ist weder schnell beschritten noch kostenlos – ein
Staat, der sich eine Waffe beschaffen will, wird zunächst eher präventive
Maßnahmen auf sich ziehen, als diese abzuschrecken.
Leider werden diese Argumente gerade untergraben und sogar
widerlegt. Das Auslaufen des New-START-Vertrags zwischen den USA und Russland
hat aus der Sicht anderer Länder die Argumente für Zurückhaltung geschwächt. Im
vergangenen Monat warfen die USA Russland und China vor, Atomtests
durchzuführen. Zuvor hatte US-Präsident Donald Trump das Pentagon angewiesen,
zum ersten Mal seit 30 Jahren wieder Tests aufzunehmen. Und während Trump 2016
die Verbreitung von Atomwaffen als das „größte Problem“ der Welt bezeichnet
hatte, schloss er im selben Interview nicht aus, dass Japan und Südkorea eigene
Waffen erwerben könnten, und sagte, dies sei „etwas, worüber wir sprechen
müssen“.
Diese Zweideutigkeit und die Signale, die die jüngsten
Ereignisse aussenden, bergen die Gefahr, dass etwas normalisiert werden könnte,
was lange Zeit als grundlegende rote Linie galt. Die Wiederherstellung der
Glaubwürdigkeit der Nichtverbreitungsnorm erfordert Maßnahmen an mehreren
Fronten, und zwar dringend. Washington muss der Stärkung seiner erweiterten
Abschreckungsverpflichtungen gegenüber den ostasiatischen Verbündeten Priorität
einräumen. Sichtbare Zusicherungen – durch Truppenstationierungen, gemeinsame
Übungen und formelle Bekräftigungen – sind ebenso wichtig wie die zugrunde
liegenden militärischen Fähigkeiten. Die Verbündeten der USA müssen erkennen
können, dass der Abzug von THAAD eine operative Entscheidung war und kein
Signal für nachlassendes Engagement, und dass die dadurch entstandene Lücke
wieder geschlossen wird.
Die bevorstehende Konferenz zur Überprüfung des
Atomwaffensperrvertrags bietet eine wichtige Gelegenheit, die nukleare
Verbreitungsdebatte zu führen. Die Staaten sollten sie nutzen, um ihre
Nichtverbreitungsverpflichtungen gemeinsam klar zu bekräftigen und zu
signalisieren, dass ihnen allen die Aushöhlung der Rüstungskontrollarchitektur
Sorge bereitet. Koordinierter diplomatischer Druck kann die politischen Kosten
der Verfolgung eines Atomwaffenprogramms erhöhen. Die fünf Kernwaffenstaaten im
NVV sollten unmissverständlich klarstellen, dass nukleare Proliferation reale
Konsequenzen nach sich zieht. Sie sollten nicht auf abstrakte Prinzipien
verweisen, sondern auf die gelebte Realität der anhaltenden Isolation
Nordkoreas, die seinem Volk großes Leid verursacht hat.
Staaten, die eine eigene nukleare Abschreckung erwägen,
sollten auch die konventionellen Alternativen ernsthaft abwägen. Die Fähigkeit
zu Präzisionsschlägen großer Reichweite kann einige der abschreckenden
Wirkungen nicht-strategischer Atomwaffen nachahmen, und zwar ohne die damit
verbundenen Kosten, ohne nukleare Eskalationsrisiken und ohne die
internationalen Konsequenzen. Die Stärkung der konventionellen Streitkräfte
bietet einen glaubwürdigen Weg zu mehr Sicherheit, der zugleich das
Nichtverbreitungsregime aufrechterhält. Das Nichtverbreitungsregime hat
schon in der Vergangenheit schwierige Zeiten überstanden. Es kann jedoch nicht
auf unbestimmte Zeit bestehen bleiben, wenn die Großmächte weiterhin durch ihr
Handeln signalisieren, dass Atomwaffen die einzige verlässliche
Sicherheitsgarantie sind. Das Zeitfenster, um diese Botschaft zu entkräften,
wird immer kleiner. IPG 20
Integrationsparadox. Ein Vorbild im
Betrieb, ein Problem bei der Behörde
Er arbeitet, spricht Deutsch, hat Familie und einen Betrieb,
der ihn halten will. Doch statt Sicherheit bekommt Hakeem Noono weiter nur
Unsicherheit. Der Fall zeigt, wie schnell gelungene Integration an
Behördenzweifeln hängen bleibt. Von Uwe Pollmann
Vor zehn Jahren kam Hakeem Noono als Jugendlicher über das
Mittelmeer nach Europa. Der heute 28-jährige Ghanaer schlug sich bis nach
Bielefeld durch, lernte Deutsch, fand schnell Freunde und begann eine
Ausbildung in einer Tiefbaufirma. „Die Gesellenprüfung als Straßenarbeiter habe
ich vor vier Jahren abgeschlossen“, erzählt er stolz. „Meine Firma will, dass
ich dort bleibe.“ Doch das ist unsicher. Denn Noono hat kein dauerhaftes
Aufenthaltsrecht.
„Hakeem Noono könnte jungen Zugewanderten Vorbild und
Inbegriff von Integration sein“, sagt die Ausbildungsbetreuerin seiner Firma,
Maja Gehle. „Betrachtet man jedoch den behördlichen Verlauf, so mag es in
jungen Menschen eher die Sinnfrage aufbringen.“ Denn seit über anderthalb
Jahren wird Noonos Identität überprüft. Bisher ohne Ergebnis.
Aufenthalt nur bis April verlängert
2023 hat Noono von der ghanaischen Botschaft einen Pass
erhalten. „Nach vielen Bitten davor“, beteuert er. „350 Euro Gebühr kostete
es.“ Das Dokument und eine Geburtsurkunde übergab er dem Ausländeramt, das aber
die Richtigkeit bezweifelte und die deutsche Botschaft in Ghana um Hilfe bat.
Währenddessen bekam Noono 2024 durch das Chancenaufenthaltsrecht eine
Aufenthaltserlaubnis für 18 Monate, in der die Angaben geprüft werden sollten.
Das kostete ihn weitere 500 Euro. Die Zeit ist mittlerweile abgelaufen, der
Aufenthalt wurde nur bis April verlängert.
„Wir haben Zweifel an manchen Aussagen“, berichtet
Amtsleiter Andreas Turow. Denn Hakeem Noono ist nach seiner Erinnerung im
frühen Kindesalter mit seinem Onkel von Ghana nach Libyen gegangen, weil die
Eltern gestorben waren. Als der Onkel für die Regierung unter Diktator Gaddafi
arbeitete, ging der Junge zur Schule. Doch 2015 wurde der Ziehvater anscheinend
entführt, der Junge flüchtete.
„Es gibt keine Informationen über den Onkel, keine Dokumente
aus Libyen“, erklärt Turow. „Noono konnte nichts präsentieren. Und wie ist er
plötzlich an das Dokument gekommen? Über Jahre war das ja nicht möglich.“ Da
müssten die Hintergründe der Passerstellung verfolgt werden.“ Aus Ghana komme
jedoch nichts zurück, erklärt der Amtsleiter: „Wir drängeln da schon.“
Reihenhaus für die Familie gekauft
Hakeem Noono will aber nicht nur wegen der Arbeit bleiben.
Mit seiner deutschen Freundin hat er ein Kind. „Ich will heiraten und die
Vaterschaft anerkennen lassen. Das geht bisher nicht.“ Ohne das „Go“ vom
Ausländeramt läuft beim Standesamt nämlich nichts. Doch mit seinem Pass konnte
Noono einen Führerschein machen und günstig ein Reihenhaus für die Familie
kaufen.
„Seine jetzige Situation belastet das ganze Team“, klagt
sein Arbeitgeber, der ihn unbedingt halten will. „Mit seiner Klarheit, Güte,
seinem Witz wie auch seinem Verantwortungsbewusstsein ist Hakeem aus unserem
Team nicht wegzudenken.“
Auch die Handwerkskammer Ostwestfalen-Lippe unterstützt das:
„Wir würden es sehr begrüßen, wenn Herr Noono als handwerkliche Fachkraft
dauerhaft in Bielefeld bleiben könnte.“ Ähnlich äußern sich Berufsschule,
Sportverein, seine Kirchengemeinde und viele Unternehmen und Bürger in
Bittbriefen an die Stadt.
Handwerk und Flüchtlingsrat: Chancenaufenthaltsrecht muss
bleiben
Murisa Adilovic, stellvertretende
Integrationsausschussvorsitzende Bielefelds und im Vorstand des
Landesintegrationsrats NRW, spricht gar von „Schikane“: „Hakeem Noono hat doch
längst seine Berechtigung für den Aufenthalt bewiesen. Den brauchen wir. Der macht
einen Beruf, zu dem wenige bereit sind.“ Dass in dem Fall das
Chancenaufenthaltsrecht noch nicht erfolgreich war, sollte nach Ansicht von
Adilovic aber nicht gegen das Gesetz sprechen, das Ende 2025 ausgelaufen ist.
Für eine Verlängerung des Rechts spricht sich auch Birgit
Naujoks vom Flüchtlingsrat NRW aus: „Mit einem verlängerten Aufenthaltstitel
haben Flüchtlinge mehr Chancen auf dem Arbeitsmarkt. Und sie haben mehr Zeit,
ihren Pass zu beschaffen, was in vielen Ländern sehr schwierig ist.“ Das sieht
der Zentralverband des Deutschen Handwerks ebenso: „Das Chancenaufenthaltsrecht
hat sich als Übergangsregelung bewährt, um geflüchteten Menschen für einen
bestimmten Zeitraum den Zugang zum Arbeitsmarkt zu erleichtern.“
87.000 Menschen mit Aufenthaltstitel aufgenommen
Bis Ende Oktober wurden rund 87.000 Menschen im
Chancenaufenthaltsrecht aufgenommen, mehr als 25.000 hatten aus dieser Phase
heraus bisher einen Folgeaufenthaltstitel erhalten, wie das Amt der
Integrationsbeauftragten der Bundesregierung mitteilt. Verlängert werde das
Recht aber nicht, es werde eine „neue Bleiberechtsregelung für geduldete
Personen“ geben: „Inwieweit diese Regelung ehemalige Inhaber des
Chancenaufenthaltsrechts einschließt, ist derzeit aufgrund fehlender Details
zur Ausgestaltung noch nicht absehbar.“
Der Leiter des Bielefelder Ausländeramtes, Andreas Turow,
hält das abgelaufene Recht ohnehin für überflüssig: „Die Ausländerbehörden
würden erwarten, dass sich jeder sofort um seine Identitätsklärung bemüht.“ Ein
Chancenaufenthaltsrecht brauche es da nicht. Er hofft aber, dass es für Hakeem
Noono bald eine Nachricht aus Ghana gibt: „Die deutsche Botschaft dort haben
wir mehrmals erinnert.“ (dpa/mig 20)
Europäischer Gerichtshof. Bayerns
Familiengeld diskriminiert EU-Ausländer
Bayern kürzte das Familiengeld für Kinder im EU-Ausland.
Dieser Praxis hat der EuGH nun eine klare Grenze gezogen: Wer in Deutschland
arbeitet und Abgaben zahlt, darf beim Familiengeld nicht schlechter gestellt
werden, nur weil das Kind im Ausland lebt.
Der Europäische Gerichtshof hat Deutschland wegen der Praxis
beim Bayerischen Familiengeld verurteilt. Die sogenannte Indexierung – also die
Kürzung der Leistung je nach Wohnort des Kindes im EU-Ausland – verstößt gegen
EU-Recht, entschied das Gericht am Donnerstag in Luxemburg (C-642/24).
In Bayern gibt es seit 1. September 2018 Familiengeld. Es
beträgt für Kinder, die vor dem 1. Januar 2025 geboren wurden, 250 Euro pro
Monat für das erste und zweite Kind und 300 Euro pro Monat ab dem dritten Kind.
Es wird vom 13. bis zum 36. Lebensmonat gezahlt, also über 24 Monate.
Für Kinder, die in bestimmten EU-Staaten leben, wurde das
Familiengeld jedoch abgesenkt – auf 125 Euro in Bulgarien und Rumänien sowie
187,50 Euro in vielen anderen osteuropäischen Mitgliedstaaten. Die Europäische
Kommission sah darin eine unzulässige Ungleichbehandlung, erhob Klage und bekam
nun vor dem Gerichtshof Recht.
EuGH sieht mittelbare Diskriminierung
Der EuGH stellte klar, dass pauschale Familienleistungen
nicht vom Wohnort des Kindes abhängig gemacht werden dürfen. Arbeitnehmer aus
anderen EU-Staaten, die in Deutschland Steuern und Sozialabgaben zahlen,
müssten die gleichen Leistungen erhalten wie Inländer. Die bayerische Regelung
benachteilige damit nicht nur einzelne Familien, sondern nach Auffassung des
Gerichts im Kern mobile EU-Beschäftigte.
Besonders ins Gewicht fällt, dass die Kürzungen gerade jene
Gruppen trafen, deren Kinder häufig im Herkunftsland leben. Betroffen waren vor
allem Familien aus Ost- und Südosteuropa – besonders stark aus Bulgarien und
Rumänien, aber auch aus Polen, Kroatien, Ungarn, der Slowakei oder Tschechien.
Formal knüpfte die Regelung zwar an den Wohnort des Kindes an. Tatsächlich
wirkte sie aber vor allem zulasten ausländischer Arbeitnehmer und wurde deshalb
als mittelbare Diskriminierung wegen der Staatsangehörigkeit gewertet.
Eine Rechtfertigung mit niedrigeren Lebenshaltungskosten im
Wohnstaat der Kinder ließ das Gericht nicht gelten. Gerade weil das
Familiengeld eine pauschale Leistung ist und nicht den konkreten Bedarf im
Einzelfall decken soll, darf es nach Auffassung des EuGH nicht je nach Land
gekürzt werden.
Warnsignale lagen seit Jahren vor
Brisant ist der Fall auch deshalb, weil die
europarechtlichen Zweifel nicht neu waren. Bereits 2022 hatte der EuGH eine
sehr ähnliche Regelung in Österreich für unionsrechtswidrig erklärt. Die
Europäische Kommission hatte Deutschland schon 2021 auf die bayerische Praxis
hingewiesen, 2023 nachgelegt und 2024 schließlich Klage erhoben.
Das Urteil ist deshalb mehr als eine technische Korrektur im
Sozialrecht. Es zeigt, wie schnell rechtliche Grenzverschiebungen zulasten von
Menschen vorgenommen werden, die zwar hier arbeiten und Abgaben zahlen,
politisch aber oft weniger sichtbar sind. Im Ergebnis wurden Familien, die sich
auf die europäische Freizügigkeit verlassen, in Bayern schlechter gestellt als
andere. (epd/mig 17)
Vatikan mahnt bei Afrika-Konferenz
nachhaltige Ernährungssysteme an
Im Rahmen der 34. Sitzung der Regionalkonferenz für Afrika
(ARC) in Nouakchott, Mauretanien, hat der Ständige Beobachter des Heiligen
Stuhls bei der FAO, dem IFAD und dem WFP, Erzbischof Fernando Chica Arellano,
die Position des Vatikans zur Transformation der Agrarsysteme dargelegt. In
seinem Beitrag zum 10. Tagesordnungspunkt betonte er die Dringlichkeit, auf die
zunehmenden globalen Krisen zu reagieren, welche die Nahrungsmittelversorgung
des Kontinents gefährden. Von Mario Galgano
Erzbischof Arellano verwies auf Herausforderungen wie
bewaffnete Konflikte, extreme Wetterereignisse und wirtschaftliche
Erschütterungen. Diese Faktoren üben erheblichen Druck auf Anbauflächen,
Wasserressourcen und die biologische Vielfalt aus. Laut dem UN-Bericht über den
Zustand der Ernährungssicherheit (SOFI 2025) litten im Jahr 2024 rund 673
Millionen Menschen an Hunger.
Besorgniserregend sei die Prognose, dass bis zum Jahr 2030
etwa 512 Millionen Menschen chronisch unterernährt sein könnten, wobei 60
Prozent der Betroffenen in Afrika leben. Der Vatikanvertreter forderte dazu
auf, alle verfügbaren Energien im Geiste der Solidarität zu mobilisieren,
„damit niemand auf der Erde die notwendige Nahrung vermisst, sowohl in Bezug
auf die Quantität als auch auf die Qualität“.
Notwendigkeit einer systemischen Erneuerung
In seinem Redebeitrag zitierte Arellano Papst Leo XIV., der
bereits im Juni 2025 vor der FAO erklärt hatte, dass die bloße Produktion von
Nahrungsmitteln nicht ausreiche. Es sei vielmehr entscheidend, die Systeme so
zu gestalten, dass sie gesundheitsfördernde Ernährung für alle zugänglich
machen. Erzbischof Arellano forderte ein Überdenken der aktuellen Logik:
„Es geht darum, unsere Ernährungssysteme in einer
solidarischen Perspektive neu zu denken und zu erneuern, indem wir die Logik
der wilden Ausbeutung der Schöpfung überwinden und unser Engagement besser auf
die Bewirtschaftung und den Schutz der Umwelt und ihrer Ressourcen ausrichten“.
„Logik der wilden Ausbeutung der Schöpfung überwinden“
Strategien für die Zukunft Afrikas
Um das Potenzial des afrikanischen Kontinents voll
auszuschöpfen, schlägt der Vertreter des Heiligen Stuhls gezielte
Investitionen, Innovationen und die Förderung von Kompetenzen vor. Besondere
Bedeutung komme dabei der Schaffung von Arbeitsplätzen für die Jugend, der
Stärkung von Frauen und der Verbesserung des Marktzugangs zu. Zudem müssten die
Ursachen von Migration an ihrer Wurzel bekämpft werden.
Abschließend unterstrich Erzbischof Arellano, dass jeder
Prozess der Optimierung fest in der Achtung der unveräußerlichen Menschenwürde
verankert sein müsse. Nur auf dieser Grundlage ließen sich Ernährungssysteme
aufbauen, die „widerstandsfähiger und gerechter“ seien – sowohl zum Wohle der
bedürftigen Menschen als auch der Schöpfung. (vn 16)
Der Hormus-Schock legt offen, wie stark viele Länder von
Energieimporten abhängig sind. Wer auf Erneuerbare setzt, ist klar im
Vorteil. Von Laura Carvalho
Die Sperrung der Straße von Hormus hat eine vom
Internationalen Währungsfonds als „global, aber asymmetrisch“ beschriebene
Störung ausgelöst, die den Fluss von rund einem Viertel des Öls, einem Fünftel
des Flüssigerdgases und von einem Drittel des Düngemittelangebots unterbricht.
Die Energie- und Düngemittelpreise sind gestiegen, Lieferketten wurden
umgeleitet, und die finanzielle Lage hat sich – weltweit ungleichmäßig –
verschärft.
Importabhängige Volkswirtschaften in Asien, Afrika und
Teilen Europas sind am stärksten betroffen; viele sind mit höheren
Anleihe-Spreads und Herabstufungen ihrer Bonität konfrontiert. Während die
Zentralbanken ihre Reaktionen auf die steigenden Kraftstoff- und
Lebensmittelpreise abwägen, schränkt der Anstieg der globalen Zinssätze den
ohnehin schon geringen fiskalischen und politischen Spielraum der
Entwicklungsländer weiter ein.
Doch wenn der „Hormus-Schock“ wirtschaftliche Schwachstellen
offenbart hat, so hat er auch etwas anderes deutlich gemacht: die krassen
Unterschiede dabei, wie Länder Turbulenzen verkraften. Eine der markantesten
Trennlinien in der heutigen Welt verläuft nicht einfach zwischen Öl
exportierenden und Öl importierenden Ländern, sondern zwischen Ländern, deren
Energiesysteme sie angreifbar machen, und solchen, die schon lange vor Beginn
der Krise begannen, auf die Sicherheit ihrer Energieversorgung hinzuarbeiten.
Spaniens Revolution im Bereich der erneuerbaren Energien
zeigt am deutlichsten, was möglich ist. Das rasante Wachstum bei Wind- und
Solarenergie hat den Anteil der Stunden, in denen Gas den inländischen
Strompreis bestimmt, von 75 Prozent im Jahr 2019 auf nur noch
19 Prozent im Jahr 2025 gesenkt – der stärkste Rückgang unter den großen
gasabhängigen Strommärkten Europas. Während die Großhandelspreise für Strom in
Deutschland und Italien während des Hormus-Schocks deutlich über 150 Euro pro
Megawattstunde lagen, wird für Spanien für 2026 ein durchschnittlicher
Großhandelspreis von 60 bis 70 Euro pro Megawattstunde prognostiziert.
Brasiliens umfangreiche Biokraftstoff-Infrastruktur hat,
wenn auch auf anderem Weg, einen ähnlichen Puffer geschaffen. Millionen
brasilianischer Autofahrer können zwischen 100-prozentigem Ethanol aus
Zuckerrohr oder Benzin mit 30 Prozent Biokraftstoffanteil wählen,
unterstützt durch eine der weltgrößten Flotten von Flex-Fuel-Fahrzeugen. Da das
heimische Benzin einen erheblichen Biokraftstoffanteil enthält, ist der vom
staatlichen Energiekonzern Petrobras raffinierte Kraftstoff deutlich billiger
geblieben als importierte Benzinäquivalente, was die Verbraucher vor den
Schwankungen des globalen Ölmarktes schützt. Die brasilianischen Benzinpreise
stiegen im März nur um fünf Prozent, verglichen mit rund 30 Prozent in den
USA, und Mexikos Präsidentin hat öffentlich Interesse an Brasiliens
Ethanol-Technologien bekundet, etwa an der Produktion auf Agavenbasis.
Auch China hat sich als widerstandsfähiger erwiesen, als
viele vermutet hätten. Nach einem Jahrzehnt der Investitionen machen
erneuerbare Energien fast 40 Prozent der Stromerzeugung aus, gegenüber
26 Prozent vor zehn Jahren, und das Land hat strategische Erdölreserven
von mehr als 1,2 Milliarden Barrel angehäuft. Infolgedessen hat Goldman Sachs
seine Prognose für Chinas BIP-Wachstum nur halb so stark nach unten korrigiert
wie die für die USA, und es hat die Dominanz erneuerbarer Energien als einen
der „Schutzschilde“ der chinesischen Wirtschaft identifiziert.
Es ist daher kein Wunder, dass Energieanalysten den
Iran-Krieg als „Asiens Ukraine-Moment“ bezeichnen. So wie die russische
Invasion in der Ukraine im Jahr 2022 Europa zwang, seine Abhängigkeit von
Erdgas zu verringern, setzt der Hormus-Schock die asiatischen Länder unter
Druck, ihre Ölabhängigkeit zu reduzieren. Darüber hinaus sind sauberere
Alternativen heute deutlich billiger und leichter verfügbar als noch im Jahr
2022.
Die Lehre ist klar: Anfälligkeit ist eine Funktion
struktureller und politischer Entscheidungen, nicht nur der Handelsbilanzen.
Jedes Land muss sich fragen, wie viel Kontrolle es über sein Energiesystem hat,
wie stark seine Versorgung diversifiziert ist und ob es seine Bevölkerung
ausreichend gegenüber den Entwicklungen auf den globalen Rohstoffmärkten
abgesichert hat. Für von fossilen Brennstoffen abhängige Volkswirtschaften, die
die Energiewende vernachlässigt haben, gilt eine zusätzliche Warnung: Wenn diese
Krise den Umstieg anderer Länder auf erneuerbare Energien beschleunigt, könnten
gestrandete Vermögenswerte und schrumpfende Exportmärkte die Folgen künftiger
Schocks noch verschärfen.
Während viele Regierungen darauf warten, dass die
multilateralen Institutionen reagieren, verändert sich die Realität vor Ort
rasant. Gleichzeitig bietet sich Öl- und Gasproduzenten eine seltene Chance.
Wie die Ökonomen Isabella M. Weber und Gregor Semieniuk von der University of
Massachusetts Amherst argumentiert haben, sind Preisschocks bei fossilen
Brennstoffen Umverteilungsereignisse: Die Kosten werden der gesamten
Bevölkerung auferlegt, während die Gewinne nur den Aktionären zufließen.
Deshalb sind Steuern auf Zufallsgewinne, wie sie kürzlich von fünf
EU-Finanzministern befürwortet wurden, so dringend erforderlich.
Die zusätzlichen Einnahmen könnten zwei dringenden
Prioritäten dienen. Die erste ist der Verbraucherschutz. Höhere Energiepreise
sind eine regressive Steuer für die Armen. Ohne aktives Eingreifen wird diese
Krise die Ungleichheit in den Öl exportierenden Ländern vertiefen, genau wie
anderswo. Kurzfristige Subventionen, gezielte Energiegutscheine und
Preisstabilisierungsmechanismen sind legitime Verwendungszwecke für
Zufallsgewinne, gerade weil der Schock vorübergehender Art ist und die
Einnahmen nicht von Dauer sein werden.
Die zweite Priorität sind strukturelle Investitionen.
Staatliche Unternehmen wie Petrobras haben bereits begonnen, in Biokraftstoffe
und kohlenstoffarme Technologien zu investieren, und die Hormus-Krise könnte
ihnen zusätzliche Mittel für diesen Zweck verschaffen.
Ebenso bieten Staatsfonds einen bewährten Mechanismus zur
Institutionalisierung der Verbindung zwischen Zufallsgewinnen und den
langfristigen Zielen der Energiewende. Der malaysische Staatsfonds
beispielsweise hat 1,5 Milliarden RM (378 Millionen US-Dollar) für die
Dekarbonisierung von Industrieparks bereitgestellt und baut grüne
Investitionsplattformen auf, die auf erneuerbare Energien, Speicherung und
E-Mobilität zielen. Indonesiens neuer Staatsfonds Danantara hat Vereinbarungen
zur Entwicklung von Anlagen für erneuerbare Energien und grünen Wasserstoff
geschlossen und verbindet damit den Rohstoffreichtum direkt mit
Wertschöpfungsketten für saubere Technologien.
Selbst Senegal, ein relativ kleiner Produzent, hat über sein
Staatsfonds-Vehikel FONSIS einen Fonds für erneuerbare Energien und
Energieeffizienz eingerichtet. Er mobilisiert Kapitalbeteiligungen im Bereich
der erneuerbaren Energien in der gesamten Westafrikanischen Wirtschafts- und
Währungsunion und positioniert sich zudem so, dass künftige Gaseinnahmen in die
grüne Industrialisierung fließen.
Auf diese Weise schaffen Länder den Übergang von der
Abhängigkeit zur Autonomie: Sie wandeln die Rentenerträge von gestern in das
Kapital von morgen um. Diese Chance zu nutzen bedeutet, vorübergehende Gewinne
in dauerhafte Vermögenswerte umzuwandeln und eine grüne Industriestrategie als
unverzichtbar für die nationale Widerstandsfähigkeit zu behandeln. Die Länder,
die jetzt handeln, werden froh darüber sein, wenn die nächste Krise kommt.
PS/IPG 16
Kabinett beschließt Meldepflicht
für „Ausländer-Vereine“
Mit strengeren Meldepflichten beabsichtigt das
Innenministerium Geldflüsse an Vereine mit mehrheitlich ausländischen
Mitgliedern zu verhindern. Offiziell geht es um Kampf gegen Spionage- und
Extremismus, praktisch trifft es aber die unbescholtene Zivilgesellschaft.
Die Bundesregierung will Vereine mit mehrheitlich
ausländischen Mitgliedern zu mehr Transparenz verpflichten – vor allem was
finanzielle Zuwendungen aus dem Nicht-EU-Ausland betrifft. Einen dazu vom
Bundesinnenministerium vorgelegten Entwurf zur Änderung des Vereinsgesetzes hat
das Kabinett beschlossen, wie das Ministerium mitteilte.
Er sieht unter anderem vor, dass „unmittelbar oder mittelbar
von Drittstaaten oder mit ihnen verbundenen Organisationen erhaltene
Mitgliedsbeiträge, Spenden oder sonstige Zuwendungen, die einzeln oder, bezogen
auf einen Zuwendungsgeber, in der Summe eines Kalenderjahres mindestens 10.000
Euro betragen“, gemeldet werden müssen.
Außerdem soll eine gesetzliche Grundlage geschaffen werden,
um die Verarbeitung und Übermittlung personenbezogener Daten und sonstiger
Angaben, die dem Bundesverwaltungsamt als registerführender Stelle von den
Ländern übermittelt werden, zu erleichtern.
Einflussnahme ausländischer Regierungen?
Mit der geplanten Änderung wolle die Bundesregierung nach
öffentlicher Verlautbarung gegen die Einflussnahme ausländischer Regierungen
vorgehen. Für die Sicherheitsbehörden werde es, wenn das Vorhaben entsprechend
umgesetzt werde, einfacher, Finanzströme nachzuvollziehen, heißt es seitens des
Bundesinnenministeriums. Verdeckte Zuwendungen über nicht registrierte
Barspenden oder das sogenannte Hawala-Banking könnten so gezielter bekämpft
werden.
Das diene auch dazu, extremistischen und terroristischen
Bestrebungen die finanzielle Grundlage zu entziehen. Bei auslandsbezogenem
Extremismus und Spionage spiele die Finanzierung eine zentrale Rolle, sagte
Bundesinnenminister Alexander Dobrindt (CSU). Ihm gehe es darum, solche
Transaktionen aufzudecken und abzustellen.
Kritik an Sonderregeln für Vereine
Kritik an dem Entwurf ist gleichwohl absehbar. Denn die
geplante Meldepflicht knüpft nicht an einen konkreten Verdacht wegen Spionage,
Extremismus oder Terrorfinanzierung an, sondern an die Zusammensetzung eines
Vereins und an Geldflüsse aus Drittstaaten. Damit geraten in der Praxis vor
allem Migrantenorganisationen, Kulturvereine, Diaspora-Initiativen oder
religiöse Zusammenschlüsse in den Blick – also zivilgesellschaftliche Akteure,
die mit Sicherheitsbehörden nichts zu tun haben.
Brisant ist das auch deshalb, weil das Vereinsrecht schon
heute eine Sonderregel für sogenannte Ausländervereine kennt. Gemeint sind
Vereine, deren Mitglieder oder Leiter überwiegend Nicht-EU-Staatsangehörige
sind. Für sie gelten bereits besondere Anmelde- und Auskunftspflichten. 2022
waren im sogenannten Ausländervereinsregister 14.690 Vereine erfasst.
Meldung wegen Datenschutz in der Kritik
Seit Anfang 2023 werden wegen datenschutzrechtlicher
Bedenken keine neuen Meldungen mehr aufgenommen. Der Bundesbeauftragte für den
Datenschutz hatte ausdrücklich bemängelt, dass für die Datenverarbeitung keine
ausreichende Rechtsgrundlage bestehe.
Dass die Bundesregierung nun ausgerechnet diese Sonderlogik
absichern und ausbauen will, dürfte den Vorwurf nähren, nicht zielgenau gegen
Spionage oder Terrorfinanzierung vorzugehen, sondern eine ohnehin ungleich
behandelte Vereinslandschaft weiter unter Druck zu setzen
Warnungen aus dem Ausland
Ein Blick in andere Länder zeigt, wie umstritten solche
Transparenzgesetze sein können. In Ungarn erklärte der Europäische Gerichtshof
2020 ein Gesetz für unionsrechtswidrig, das zivilgesellschaftliche
Organisationen bei Finanzierung aus dem Ausland zu Registrierung, Erklärung und
Veröffentlichung verpflichtete. Das Gericht sprach von diskriminierenden und
ungerechtfertigten Beschränkungen.
Noch deutlicher fiel die Kritik in Georgien aus. Dort warnte
die Venedig-Kommission des Europarats, Gesetze zur „foreign influence“
stigmatisierten Nichtregierungsorganisationen und unabhängige Medien,
gefährdeten ihre Glaubwürdigkeit und könnten kritische Stimmen abschrecken. Die
Kommission empfahl, das Gesetz in seiner damaligen Form aufzuheben.
USA knüpft Transparenz nicht an Pass an
In den USA gibt es mit dem Foreign Agents Registration Act
(FARA) zwar ebenfalls Transparenzpflichten. Sie knüpfen aber nicht an Vereine
mit mehrheitlich ausländischen Mitgliedern an, sondern daran, dass jemand im
Auftrag, auf Ersuchen oder unter Kontrolle eines ausländischen Auftraggebers
politische oder öffentlichkeitswirksame Arbeit übernimmt.
Genau an dieser Stelle dürfte sich auch die Debatte über den
deutschen Entwurf entscheiden: ob er verdeckte Einflussnahme wirksam und
verhältnismäßig bekämpft – oder ob er vor allem jene Vereine unter
Generalverdacht stellt, die für migrantische Selbstorganisation und
gesellschaftliche Teilhabe stehen.
(dpa/mig 16)
Regierung plant kleinere Änderungen
für Schutz vor Diskriminierung
Die Koalition reformiert das Allgemeine
Gleichbehandlungsgesetz – zur Umsetzung fristgebundener EU-Vorgaben. Das nun
vorliegende Entwurf ist entsprechend dünn: Er sieht kleinere Anpassungen vor
und bleibt weit hinter den Erwartungen zurück. Ataman warnt vor einer
„halbgaren“ Reform. Von Christina Neuhaus und Corinna Buschow
Die Bundesregierung geht die angestrebte Reform des
Antidiskriminierungsrechts an, allerdings nur mit punktuellen Änderungen. Ein
am Dienstag veröffentlichter Entwurf sieht unter anderem eine längere Frist für
Ansprüche nach dem Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz (AGG) vor: Sie müssen
bisher binnen zwei Monaten nach einer mutmaßlichen Diskriminierung geltend
gemacht werden. Künftig sollen die Betroffenen vier Monate Zeit haben – die
Antidiskriminierungsstelle des Bundes hatte mindestens zwölf Monate gefordert.
Vorgesehen ist außerdem, den Schutz vor sexueller
Belästigung zu verbessern. Derzeit greift das AGG in solchen Fällen nur, wenn
sich die Vorfälle am Arbeitsplatz abgespielt haben. Künftig soll es auch für
Bereiche wie Wohnungsmarkt, Zugang zu Gütern und Dienstleistungen sowie das
Bildungswesen gelten. Betroffene sollen dadurch leichter zivilrechtlich gegen
die Belästigung vorgehen können.
Ataman: Reform muss echte Verbesserungen bewirken
Der gemeinsam von Justiz- und Familienministerium verfasste
Entwurf zielt darauf ab, der Antidiskriminierungsstelle des Bundes neue
Aufgaben zu geben. Sie soll künftig ein Streitschlichtungsverfahren anbieten,
das alle nutzen können, die ihre Rechte aus dem AGG verletzt sehen. Auch soll
die Antidiskriminierungsstelle in Gerichtsverfahren als Beistand von
Betroffenen auftreten und Stellungnahmen einreichen können.
Die unabhängige Antidiskriminierungsbeauftragte Ferda Ataman
erklärte am Dienstag, sie werde sich den Entwurf genau anschauen und darauf
hinwirken, dass die Reform am Ende eine echte Verbesserung für Betroffene
bringe. „Es darf keine halbgare Reform geben“, sagte Ataman, die seit Längerem
umfassendere Änderungen fordert.
Das erwarte auch eine große Mehrheit der Bevölkerung,
ergänzte Ataman: „Rund 80 Prozent halten den Schutz vor Diskriminierung für
eine wichtige politische Aufgabe.“ Länder und Verbände werden mit der
Veröffentlichung des Entwurfs um Stellungnahme gebeten, für die sie allerdings
nur bis Freitag Zeit haben.
Justizministerium wollte weitergehende Reform
Aus dem Bundesjustizministerium hieß es am Dienstag, das
Ressort habe sich „im Rahmen der regierungsinternen Abstimmungen intensiv für
eine weitergehende AGG-Reform eingesetzt“. Darüber sei jedoch keine Einigkeit
erzielt worden. Gleichzeitig habe Zeitdruck bestanden, weil fristgebundene
EU-Vorgaben umgesetzt werden müssten. Deshalb sei die jetzige Fassung ins
weitere Verfahren gegeben worden. Nach der Anhörung und möglichen Änderungen
muss der Entwurf noch vom Kabinett gebilligt und anschließend im Bundestag
behandelt werden.
CDU, CSU und SPD hatten im Koalitionsvertrag eine AGG-Reform
vereinbart, allerdings ohne Details. Ataman hatte sich in der Vergangenheit
dafür ausgesprochen, weitere mögliche Diskriminierungsmerkmale ins AGG
aufzunehmen, unter anderem die Staatsangehörigkeit und den sozioökonomischen
Status. Dazu kommt es nun offenbar nicht. (dpa/mig 16)
Der Widerrufsbutton kommt –
Verträge künftig so einfach widerrufen wie abschließen
Ab 19. Juni 2026 soll der Widerruf von Online-Verträgen
deutlich einfacher werden: Online-Händler müssen künftig einen gut sichtbaren
sogenannten „Widerrufsbutton“ auf ihrer Website bereitstellen. Wie
Verbraucherinnen und Verbraucher diese neue Funktion nutzen können und was es
für grenzüberschreitende Online-Käufe bedeutet, erklärt das Europäische
Verbraucherzentrum (EVZ) Deutschland in einem neuen Webartikel. Für welche
Verträge gilt der Widerrufsbutton?
Die Neuregelung gilt für Fernabsatzverträge, die über eine
Online-Benutzeroberfläche wie eine Webseite oder eine App geschlossen werden.
Verträge, die ausschließlich per Telefon oder E-Mail zustande kommen, sind
nicht erfasst.
Ob der Vertrag direkt bei einem Online-Shop oder über eine
Vermittlungsplattform geschlossen wird, spielt keine Rolle. Entscheidend ist,
dass tatsächlich ein gesetzliches Widerrufsrecht besteht (mehr zum
Widerrufsrecht bei Online-Käufen).
Grundlage ist die Richtlinie (EU) 2023/2673, die von den
Mitgliedstaaten in nationales Recht umgesetzt werden muss. Der deutsche
Gesetzgeber hat die Umsetzung bereits beschlossen. Die Neuregelung tritt am 19.
Juni 2026 in Kraft. Auch weitere Mitgliedstaaten sind bereits tätig geworden.
Nach der Umsetzung in allen Mitgliedstaaten profitieren alle Verbraucherinnen
und Verbraucher in der EU von der Regelung.
Wann müssen auch ausländische Online-Shops den
Widerrufsbutton anbieten?
Auch ausländische Online-Shops können ab dem 19. Juni 2026
verpflichtet sein, einen Widerrufsbutton bereitzustellen. Maßgeblich ist, ob
die Richtlinie im jeweiligen Staat dann bereits umgesetzt wurde oder ob sich
das Angebot gezielt an Verbraucherinnen und Verbraucher in Deutschland richtet
und daher deutsches Recht anwendbar ist. Deutsches Recht ist regelmäßig bei
einer .de-Domain, deutschsprachigen Inhalten oder spezifischen Lieferangeboten
nach Deutschland anwendbar, sodass die Pflicht zur Bereitstellung eines
Widerrufsbuttons greift.
So funktioniert der Widerruf über den „Button“
Für Verbraucherinnen und Verbraucher wird der Widerruf
dadurch deutlich vereinfacht.
In einem ersten Schritt müssen sie den Widerrufsbutton
betätigen. In der Regel wird es sich um eine Schaltfläche (Button) handeln.
Denkbar ist auch ein Link. Erforderlich ist eine klare und eindeutige
Beschriftung, z. B. mit „Vertrag widerrufen“.
Anschließend sind in einer Eingabemaske in der Regel
folgende Angaben zu machen:
* Name
* Angaben zur Identifizierung des Vertrags (z. B.
Bestellnummer)
* ein Kommunikationsmittel für die Eingangsbestätigung
In einem zweiten Schritt ist dann ein weiterer Button zu
aktivieren. Auch dieser muss eine eindeutige Beschriftung tragen, wie z. B.
„Widerruf bestätigen“.
Erst mit der Aktivierung dieses zweiten Buttons ist der
Widerruf erklärt. Verbraucherinnen und Verbraucher müssen anschließend
unmittelbar eine Eingangsbestätigung erhalten; der Eingang dieser Bestätigung
sollte unbedingt kontrolliert werden.
Die Zwei-Schritt-Lösung soll verhindern, dass der Widerruf
versehentlich ausgelöst wird.
Wichtig: Der Button muss während der gesamten Widerrufsfrist
von 14 Tagen leicht auffindbar, hervorgehoben platziert und eindeutig
beschriftet sein. Er darf nicht versteckt oder irreführend gestaltet sein.
Was tun, wenn es keinen Widerrufsbutton gibt?
Auch ohne Widerrufsbutton können Verbraucherinnen und
Verbraucher ihren Widerruf weiterhin auf anderem Weg erklären, z. B. per
E-Mail.
Für Unternehmer kann ein fehlender Widerrufsbutton ab dem
19. Juni 2026 jedoch rechtliche Konsequenzen haben. Das Fehlen der gesetzlich
vorgeschriebenen Funktion kann Abmahnungen nach sich ziehen.
Kommt es bei Online-Einkäufen im EU-Ausland zu Problemen mit
dem Widerrufsrecht, die nicht selbst gelöst werden können, steht das EVZ
Deutschland Verbraucherinnen und Verbrauchern kostenlos zur Seite. EV 16
Bär: „Hochschulbildung ‚made in
Germany‘ ist weltweit gefragt“
Die Bundesregierung fördert über den Deutschen Akademischen
Austauschdienst (DAAD) weltweit Programme der transnationalen Bildung mit
starkem Deutschlandbezug. Bonn/Berlin.
Bundesforschungsministerin Dorothee Bär hat anlässlich einer Konferenz zu
transnationaler Bildung des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) in
Berlin Vertreterinnen und Vertreter von sieben binationalen Hochschulen
getroffen, die Teil des Netzwerks sind. Derzeit sind rund 38.000 Studierende an
41 Hochschulstandorten in 28 Ländern in Europa, Afrika, dem Nahen Osten, Asien
und Lateinamerika eingeschrieben.
Dazu erklärt die Bundesministerin für Forschung, Technologie
und Raumfahrt, Dorothee Bär:
„Wir erleben derzeit neben geopolitischen Veränderungen auch
einen intensiven Wettbewerb um Talente aus aller Welt. Zugleich wächst weltweit
der Bedarf an hochwertiger Hochschulbildung. Transnationale Bildung ist ein
wichtiges Instrument für Deutschland. Sie stärkt die internationale
Sichtbarkeit unserer exzellenten Hochschulen, schafft Bildungsangebote vor Ort
und eröffnet neue Wege für qualifizierte Fachkräfte. So entstehen nachhaltige
Kooperationen, von denen sowohl Deutschland als auch unsere Partnerländer
langfristig profitieren. Hochschulbildung ‚made in Germany‘ ist zu Recht
weltweit stark nachgefragt, wie auch der Wissenschafts- und Forschungsstandort
Deutschland. Mit unserem 1.000-Köpfe-Plus-Programm, auf Englisch Global Minds
Initiative, machen wir daher exzellenten internationalen Wissenschaftlerinnen
und Wissenschaftlern ein starkes Angebot, ihre Arbeit in Deutschland
fortzusetzen, gemeinsam mit hervorragenden Partnern wie dem DAAD.“
Dazu ergänzt DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee:
„Transnationale Bildung ist seit mehr als zwei Jahrzehnten
ein Markenzeichen der deutschen Hochschulen. Gemeinsam mit unseren Partnern
weltweit schaffen wir Studienangebote, die wissenschaftliche Exzellenz mit
regionalen Bedarfen verbinden. Programme, die deutsche Studienabschlüsse in
Vietnam ermöglichen oder praxisnahe Ausbildung mit Deutschlandbezug an der
‚Deutsch-Jordanischen Hochschule‘ zeigen, wie nachhaltig unser kooperativer
Ansatz wirkt. Gerade in Zeiten weltweiter Umbrüche stärken wir damit Deutschlands
Wissenschaftsnetzwerke, qualifizieren Fachkräfte und leisten einen Beitrag zur
resilienten Entwicklung von Hochschulsystemen weltweit.“
Hintergrund
Transnationale Bildung ist ein zentraler Baustein der
internationalen Hochschulzusammenarbeit Deutschlands. Sie umfasst
Studienangebote deutscher Hochschulen im Ausland – von einzelnen Studiengängen
bis hin zur Gründung und Förderung binationaler Hochschulen. Kennzeichnend für
den deutschen Ansatz sind die enge Zusammenarbeit mit Partnerhochschulen, die
Orientierung an lokalen Bedarfen sowie die Einbindung von Deutschlandbezügen,
etwa durch Sprachangebote oder Praxisphasen.
Weltweit fördert das BMFTR über den DAAD derzeit sieben
binationale Hochschulen und ein Hochschulzentrum sowie über 300 Studiengänge
mit deutscher Beteiligung. Sie reichen von Ingenieurwissenschaften und
Wirtschaft bis hin zu Angeboten zu Künstlicher Intelligenz oder
Medienkompetenz.
Auf der Berliner Konferenz diskutierten internationale
Expertinnen und Experten vom 13. bis 15. April über die Rolle transnationaler
Bildung im Kontext von Fachkräftemangel, geopolitischem Wandel und globaler
Hochschulkooperation.
Daad 15
Orbáns Ab-Sturz. Europas Rechte
verliert ihre wichtigste Leitfigur
Viktor Orbán war für Europas Rechte mehr als ein Verbündeter:
Er war Vorbild und Bauplan dafür, wie sich Demokratie von innen aushöhlen
lässt. Seine Abwahl trifft AfD, FPÖ, PiS und Le Pen politisch weit härter als
nur symbolisch.
Nicht nur AfD-Chefin Alice Weidel posierte gerne auf Fotos
mit Viktor Orban. Für viele Rechtspopulisten in Europa war Ungarns nun
abgewählter Regierungschef eine Ikone. Sie bewunderten ihn für das technische
und organisatorische Geschick, mit dem er sein Land zur „illiberalen
Demokratie“ umbaute. Und dafür, dass er sich 16 Jahre lang an der Macht hielt.
Das ist nun vorbei. Und Europas Rechte müssen den Verlust ihres Vorbilds und
politischen Bezugspunkts erst einmal wegstecken.
Deutschland
Für die AfD ist Orbans Wahlniederlage ein Schlag in die
Magengrube. Parteichefin Weidel, die ein enges Verhältnis zu ihm pflegt und von
ihm kurz vor der Bundestagswahl 2025 in Budapest fast wie ein Staatsgast
empfangen worden war, suchte lange nach den richtigen Worten und schrieb
schließlich erst am Nachmittag nach dem Wahltag bei X: „Herzlichen Glückwunsch
an die Partei Tisza zum Wahlsieg in Ungarn. Vielen herzlichen Dank an Viktor
Orbán. Die Leistungen für sein Heimatland und seine Verdienste um Europa bleiben
uns Ansporn, weiter für einen Kontinent der souveränen Nationen einzutreten.“
Ein Bild mit Orban von Weidels Treffen in Budapest ziert weiterhin ihr Profil
bei X.
Andere AfD-Politiker gaben ihrer Enttäuschung über das
Ergebnis bei X Ausdruck. Benedikt Kaiser, rechter Vordenker im AfD-Umfeld,
schrieb, auch in Deutschland werde eine in der polnischen Rechten populäre
These relevanter: „Die freiwillige Selbstbindung an einen harten Trumpismus
schadet der jeweils heimischen Rechten bei den Wählern kolossal.“
Frankreich
Für Frankreichs Rechtsnationale Marine Le Pen ist Orbans
Niederlage persönlich und strategisch enttäuschend. Seit Jahren haben Le Pen
und Orban ein enges Verhältnis. Vor wenigen Wochen erst nannte sie ihn bei
einer Versammlung rechtsnationaler Kräfte in Budapest einen Freund, einen
Pionier und einen Ausnahme-Politiker. Nach der Wahl sprach sie nun davon, dass
er den Machtwechsel mit Eleganz vollzogen habe.
Im Rassemblement National träumt man davon, dass Le Pen oder
Parteichef Jordan Bardella im nächsten Jahr französisches Staatsoberhaupt
werden – und dann den Kampf gegen die EU-Kommission entschieden führen. Dafür
ist den Euroskeptikern mit Orban nun ein wichtiger Mitspieler verloren
gegangen. Dass Le Pen und Bardella aber innenpolitisch unter Orbans Niederlage
leiden, ist unwahrscheinlich. Zu sehr schaut man in Frankreich auf sich selbst.
Polen
Die Abwahl von Orban ist für Polens rechtskonservative
Oppositionspartei PiS ein schwerer Schlag. Der Ungar war strahlendes Vorbild
für die Partei, deren Chef Jaroslaw Kaczynski bereits 2011 schwärmte,
irgendwann werde es ein „Budapest in Warschau“ geben. Damit kündigte er an, was
später die PiS-Regierung von 2015 bis 2023 in puncto Rechtsstaatlichkeit,
Demokratie und Zoff mit der EU umsetzte – bis sie abgewählt wurde.
Polens rechter Präsident Karol Nawrocki reiste im März zu
Orban, um diesem Wahlkampfhilfe zu leisten. Am Tag nach der Wahl gratulierte er
zwar Wahlsieger Peter Magyar, befand aber, es sei nicht die Rolle von Polens
Staatsoberhaupt, Wahlergebnisse zu kommentieren. Derweil ging die PiS-Spitze
zunächst auf Tauchstation. „Die PiS muss sich jetzt erst mal selbst sortieren“,
sagt die Politologin Agnieszka Lada-Konefal vom Deutschen Polen-Institut.
Polens Rechte, die ständig ihre Nähe zu US-Präsident Donald Trump betone, müsse
auch darüber nachdenken, dass Orban die Wahl angesichts der Unterstützung
Trumps verloren habe. „Vermutlich werden sie Trump nicht mehr in jedem zweiten
Satz loben“, so Lada-Konefal.
Italien
Für Italiens rechte Ministerpräsidentin Giorgia Meloni war
Orban über die vergangenen Jahre ein wichtiger politischer Bezugspunkt und
strategischer Verbündeter in mehreren Fragen. Die beiden schätzen einander und
haben im Laufe der Zeit eine enge Beziehung aufgebaut. In ihrem
Glückwunsch-Post für Magyar bei X betonte Meloni ausdrücklich ihren Dank an
ihren „Freund Viktor Orban“ für die „intensive Zusammenarbeit“ – sie wisse, er
werde auch aus der Opposition heraus seinem Land weiter dienen.
Trotz der grundsätzlichen Nähe haben sich im Laufe der Zeit
bedeutende Unterschiede herauskristallisiert: Seit ihrer Wahl zur
Regierungschefin hat Meloni den Ton stark gemäßigt, tritt in der EU als
verlässliche Partnerin auf und auch in Bezug auf Russlands Krieg gegen die
Ukraine standen sie und Orban zuletzt weit auseinander. Für Meloni dürfte
Orbans Niederlage kurzfristig daher keine dramatischen Folgen haben. Magyar
gibt sich als Konservativer, gilt als prowestlich und nicht russlandnah –
Schnittmengen dürfte es zwischen ihm und Meloni also geben.
Österreich
Für die rechte österreichische FPÖ war Orban bislang ein
Vorbild und enger Verbündeter. Nun versucht die Oppositionspartei, die
Ungarn-Wahl für die Mobilisierung der eigenen Anhänger zu nutzen: Parteichef
Herbert Kickl und andere Politiker argumentieren, dass die EU an Orbans
Niederlage Schuld sei: EU-Mittel für Ungarn seien zurückgehalten worden, um ihm
zu schaden. Kickl warnte auch, dass ohne Orban nun „Irrsinns-Projekte Brüssels
gegen den Willen und zum Nachteil der Bevölkerung leichter ausgerollt werden
könnten als bisher“. Die FPÖ, die seit Jahren stimmenstärkste Partei
Österreichs, hält also Orban auch nach dessen Niederlage die Treue.
Europäische Union
Das Rechtsaußen-Bündnis in der Europäischen Union, Patrioten
für Europa (PfE), verliert mit Orbans Abwahl den einzigen Regierungschef aus
den eigenen Reihen. Die politische Gruppe sicherte Orban und Fidesz nach der
Wahl volle Unterstützung zu und verwies in einem Statement auf die Bedeutung
der „Verteidigung der nationalen Souveränität und der konservativen Werte in
Europa“. Zur PfE gehören unter anderem auch Politiker von Rassemblement
National, der italienischen Lega und der FPÖ. Die Gruppe stellt im Europäischen
Parlament derzeit mit 85 Abgeordneten die drittstärkste Fraktion.
Manfred Weber, der Vorsitzende der christdemokratischen
Europäischen Volkspartei (EVP), sprach von einer massiven Schwächung der
Populisten. „Mit der Niederlage von Viktor Orban haben die Rechtspopulisten
auch europaweit ihre Symbolfigur, ihre Anführer-Figur verloren“, sagte er dem
ARD-Europastudio Brüssel. Die EVP stellt mit 184 Abgeordneten die größte
Fraktion im Europäischen Parlament und mehrere europäische Regierungschefs.
Grossbritannien
Für den britischen Rechtspopulisten und Brexit-Vorkämpfer
Nigel Farage, dessen Reform-Partei noch immer die Umfragen anführt, war der
abgewählte ungarische Regierungschef schon seit längerem toxisch geworden.
Spätestens seit dem Beginn des russischen Angriffskriegs in der Ukraine hielt
der Brite sich mit Sympathiebekundungen für Orban, den er einst als Vorbild
gepriesen hatte, deutlich zurück. Der Schmusekurs Orbans mit Moskau kam selbst
bei eingefleischten EU-Gegnern auf der Insel nicht gut an. (dpa/mig 15)
Orbáns Niederlage zeigt: Rechtspopulisten lassen sich
durchaus besiegen – aber nur unter bestimmten Bedingungen. Fünf Lehren aus
Ungarn. Ernst Hillebrand
Jetzt ist der „Autokrat“ also abgewählt. Nur noch knapp 38
Prozent der ungarischen Wählerinnen und Wähler wollten Viktor Orbán weiterhin
als Premierminister sehen. Der Rest hatte nach 16 Jahren genug von der
Pfründen- und Vetternwirtschaft des seit 2010 ununterbrochen regierenden
Fidesz-Chefs und seiner Partei.
Nun ist Ungarn nicht der Nabel der Welt. Das Land hat in
etwa das Bruttosozialprodukt des Bundeslandes Berlin. Dennoch starrte die
politische Öffentlichkeit Europas in den vergangenen Tagen fasziniert auf das
Flachland im südlichen Mittelosteuropa. Der Grund ist klar: Mit Viktor Orbán
stand der Godfather des westlichen Rechtspopulismus zur Wiederwahl. Die Frage
drängt sich daher auf, ob sich aus seiner Niederlage Schlussfolgerungen für den
weiteren Umgang mit dem Rechtspopulismus in Europa ziehen lassen.
Die Antwort lautet entschieden: Jein.
Nein, weil ein Teil der Niederlage schlicht der Tatsache
geschuldet war, dass hier eine Partei zur Wiederwahl antrat, die nach 16 Jahren
permanenter Machtausübung konzeptionell ausgebrannt und personell ausgelaugt
war. Das kennt man auch aus anderen Ländern. Immerhin, das muss man fairerweise
anerkennen, erhielt Fidesz immer noch einen deutlich höheren Stimmenanteil als
die CDU nach 16 Jahren Merkel. Doch die Ermüdung und der Überdruss bei den
Wählern sowie das Fehlen neuer Ideen und Konzepte waren vergleichbar. Viele,
gerade jüngere Menschen, wollten Veränderung und andere Köpfe.
Des Weiteren hatte das Misstrauensvotum viel mit der
Fidesz-Amigowirtschaft zu tun und mit dem protzigen Statuskonsum der neuen
Eliten und ihrer mit dem Ferrari durch Budapest bretternden Söhne. Dieser Unmut
machte sich nicht zuletzt in den traditionellen ländlichen Hochburgen von
Fidesz bemerkbar, die fast alle verloren gingen. Und zwar nicht, weil man dort
mit der Haltung von Fidesz zur Europäischen Staatsanwaltschaft unzufrieden wäre
oder der Ukraine besonders gerne Kredite gewähren wollte. Sondern weil im
kleinteiligen politisch-administrativen Raum der Provinz die Mischung aus
Arroganz und Selbstbedienung der neuen Fidesz-Elite sehr konkret sichtbar und
erfahrbar war.
Zudem erfolgte die Abwahl der Regierung in einer
wirtschaftlichen Schwächephase, für welche die ungarische Regierung nur
begrenzt Verantwortung trägt. Ungarns Wirtschaft ist eng mit der deutschen
verflochten, vor allem über den Automobilsektor. Wie es dem gerade geht, ist
bekannt. Hinzu kommen die Folgen stark gestiegener Energiepreise infolge des
Ukrainekrieges. Wirtschaftskrisen treffen weltweit in der Regel die jeweils
Regierenden, unabhängig davon, ob sie die Ursachen zu verantworten haben oder
nicht.
Allerdings gibt es durchaus wichtige Lehren, die sich aus
dem erfolgreichen Wahlkampf des Orbán-Herausforderers Péter Magyar ziehen
lassen.
Zunächst einmal: Es lohnt sich, für ein gutes Verhältnis zur
EU sowie für europäische Integration und Zusammenarbeit einzutreten. Die
meisten Menschen, gerade in Mittelosteuropa, wissen zu schätzen, welche
Sicherheiten und Möglichkeiten Westbindung, NATO-Integration und europäische
Integration bieten. Das gilt insbesondere für jüngere Menschen, die mit
überwältigender Mehrheit für die TISZA-Partei Péter Magyars gestimmt haben. Die
zunehmend konfrontative Haltung von Fidesz gegenüber dem Feindbild „Brüssel“ fand
bei den Wählern immer weniger Rückhalt.
Der zweite Punkt betrifft den Umgang mit dem wichtigsten
Mobilisierungsthema des europäischen Rechtspopulismus: Migration. Magyar hat –
wie zuvor Donald Tusk bei seinem Sieg gegen die PiS 2023 – keinen Zweifel daran
gelassen, dass es mit ihm keine Hinwendung zu einer
Laissez-faire-Migrationspolitik geben werde. Im Gegenteil: TISZA will sogar die
gesteuerten Gastarbeiterprogramme von Fidesz einschränken, da sie der
ungarischen Bevölkerung nichts brächten. Dieses Thema zu entschärfen, erscheint
im Lichte der Wahlen in Ungarn wie in Polen – beides Länder, in denen starke
und angeblich „tief verankerte“ rechtspopulistische Kräfte relativ problemlos
abgewählt wurden – als eine Grundvoraussetzung für ein erfolgreiches
Zurückdrängen des Rechtspopulismus.
Der dritte Punkt ist für die europäische Linke womöglich
noch schmerzhafter: In vielen Ländern kann derzeit offenbar nur die Rechte den
Rechtspopulismus zurückdrängen. Péter Magyar ist ein Mann, der sein gesamtes
erwachsenes Leben im Umfeld von Fidesz verbracht hat und nie Zweifel an seinen
konservativen Wertvorstellungen gelassen hat. Ehemalige linke Politiker haben
bei TISZA praktisch Hausverbot. Doch vermutlich war genau dieser demonstrative
Konservatismus die Voraussetzung dafür, dass eine signifikante Zahl ehemaliger
Fidesz-Wähler (Fidesz wurde traditionell von Frauen stärker gewählt als von
Männern) aus dem Lager Orbáns herausgebrochen werden konnte. Der Linken war
dies bei den Wahlen 2014, 2018 und 2022 nicht gelungen.
Ähnliches lässt sich auch für Polen feststellen: Nur ein
Konservativer wie Donald Tusk konnte als Frontmann des Anti-PiS-Lagers
reüssieren. Natürlich muss das nicht dauerhaft so bleiben und kann sich das in
anderen Ländern anders entwickeln. Entscheidend ist letztlich die politische
Positionierung der linken Mitte sowie das Ausmaß des Vertrauensverlusts in
ihren traditionellen Wählermilieus. In vielen Ländern, in denen
rechtspopulistische Parteien längst die eigentlichen Kleine-Leute-Parteien
sind, ist dieser Vertrauensverlust durchaus beträchtlich.
Die vierte Lektion hat mit der Art und Weise zu tun, wie
Politik kommuniziert wird. Péter Magyar hat nach eigenen Angaben in den letzten
zwei Jahren mehr Zeit auf Straßen und Plätzen als in seiner Wohnung verbracht.
Er hat zwei Jahre lang das Land kreuz und quer bereist und den direkten Kontakt
mit den Bürgerinnen und Bürgern gesucht. Das hat auch mit dem ungarischen
Wahlrecht zu tun, denn die Direktmandate in den Einzelwahlkreisen der Provinz
sind entscheidend für die Mehrheitsbildung. Doch unabhängig von den Motiven
gilt: Die konsequente direkte Ansprache der Menschen in den Kleinstädten und
Dörfern hat nach Einschätzung vieler Beobachter den Ausschlag dafür gegeben,
dass viele Wähler dort dem durchaus nicht unarrogant wirkenden
Upperclass-Schnösel aus der Budapester Bourgeoisie dennoch ihre Stimme gegeben
haben.
Hier ging es nicht um „Narrative“, sondern um Präsenz und um
das Zeigen von echtem (oder zumindest gut geheucheltem) Interesse für die
Probleme der Menschen vor Ort. „Politics is a contact sport“, heißt es in
Großbritannien. Gemeint sind damit oft die Härten des politischen Geschäfts.
Doch es gilt auch im übertragenen Sinn: Politik muss im direkten Kontakt mit
den Wählern stattfinden, wenn man sie davon überzeugen will, dass Populismus
nicht die einzige politische Form ist, die ihre Sorgen und Probleme ernst
nimmt.
Die fünfte Lektion lautet schließlich: Am Ende entscheiden
die klassischen bread and butter-Themen über Erfolg oder Misserfolg einer
Partei. Umfragen zeigten klar, dass sich die Mehrheit der Ungarn weniger um
abstrakte demokratietheoretische oder verfassungsrechtliche Fragen sorgte und
auch nicht primär um die unausgewogene Medienlandschaft. Die Kritik an Fidesz
bezog sich vielmehr auf konkrete Defizite im Gesundheitswesen, im
Bildungssystem, in der öffentlichen Infrastruktur sowie auf die sinkende
Kaufkraft von Löhnen und Gehältern.
Magyar war klug genug, seine Kampagne auf diese Themen zu
konzentrieren und die Mobilisierungsthemen der liberalen chattering
classes nicht in den Vordergrund zu stellen. Will man den Rechtspopulismus
packen, dann nicht an den Themen, die den Elfenbeinturm faszinieren, sondern
bei den konkreten Defiziten seiner Politik und bei ihren Folgen im Leben der
Durchschnittsbevölkerung. Wer glaubt, dem Rechtspopulismus allein mit dem
Hinweis auf seine Gefahren für die Demokratie das Wasser abgraben zu können,
liegt vermutlich falsch. Dieses Argument spielte für einen Teil der
Wählerschaft sicherlich auch eine Rolle, entscheidend war es jedoch nicht.
So bleibt eine gemischte Bilanz dieser Wahlen. Der
„Diktator“, um die weinselige Formel eines ehemaligen EU-Kommissionspräsidenten
zu bemühen, wurde ganz und gar undiktatormäßig durch demokratische Wahlen
abgewählt. Möglich gemacht hat dies ein geschmeidiger liberal-konservativer
Politiker, dem viele noch immer misstrauen, weil unklar bleibt, wofür er
langfristig steht. Die ungarische Linke hingegen liegt in Trümmern. Sie ist aus
einem Parlament verschwunden, in dem nun nur noch drei rechte Parteien vertreten
sind. Wie viel Anlass zur Freude dieses Ergebnis wirklich bietet, wird sich
erst zeigen. Lernen lässt sich daraus dennoch einiges. IPG 14
Demografie. Jeder Vierte hat eine
Einwanderungsgeschichte
Mehr als jede vierte Person in Deutschland hat eine
Einwanderungsgeschichte. Die neuen Zahlen zeigen nicht nur Vielfalt, sondern
auch, wie stark Zuwanderung Alterung und Schrumpfung der Gesellschaft abfedert.
Von Thomas Krüger
Mehr als ein Viertel der in Deutschland lebenden Menschen
ist eingewandert oder Kind von aus dem Ausland zugezogenen Eltern. Im
vergangenen Jahr lebten in Deutschland rund 21,8 Millionen Menschen mit
Einwanderungsgeschichte, was einem Anteil von 26,3 Prozent an der gesamten
Bevölkerung entspricht. Ein Jahr zuvor hatte der Anteil noch 25,8 Prozent
betragen, wie das Statistische Bundesamt am Montag in Wiesbaden mitteilte. Weil
Zuwanderung das Geburtendefizit künftig nicht mehr ausgleiche, werde die Bevölkerungszahl
in Deutschland in den nächsten Jahren sinken, sagt das Institut der deutschen
Wirtschaft (IW) voraus.
Seit einigen Jahrzehnten sterben in Deutschland mehr
Menschen als Kinder geboren werden. 2025 habe die Differenz bei 350.000
gelegen, erläuterte das IW. Dass die Bevölkerung dennoch bisher nicht
geschrumpft sei, habe daran gelegen, dass mehr Menschen nach Deutschland
einwanderten, als das Land verlassen haben.
Bevölkerung von 81 Millionen für 2045 vorhergesagt
Im vergangenen Jahr seien jedoch lediglich 250.000 Personen
mehr ins Land gekommen als weggezogen. Die Bevölkerung sei so insgesamt um
100.000 auf 83,5 Millionen Einwohner zurückgegangen. Laut einer IW-Prognose
wird sich der Trend fortsetzen und die Bevölkerung in Deutschland bis 2045 auf
rund 81 Millionen Menschen schrumpfen.
Das arbeitgebernahe Institut rechnet mit wachsendem Druck
auf den Arbeitsmarkt und die Sozialsysteme durch den Bevölkerungsrückgang. Es
forderte die Politik auf, die Einwanderung qualifizierter Fachkräfte zu
erleichtern. Das könne etwa durch schnellere Visaverfahren und eine einfachere
Anerkennung ausländischer Abschlüsse geschehen.
Der Anteil der Bevölkerung mit Einwanderungsgeschichte an
der Gesamtbevölkerung stieg zwischen 2005 und 2025 den Angaben des
Statistischen Bundesamtes zufolge um rund 10 Prozentpunkte. Eine
Einwanderungsgeschichte haben nach der zugrundeliegenden Definition Menschen,
die entweder selbst oder deren beide Elternteile seit 1950 nach Deutschland
eingewandert sind.
Zahl der Eingewanderten steigt langsamer
Etwa jede fünfte im Jahr 2025 in Deutschland lebende Person
(19,8 Prozent) war selbst eingewandert. Das entspreche 16,4 Millionen
Eingewanderten im Jahr 2025 und 1,7 Prozent mehr als 2024, erläuterte das
Bundesamt. Damit habe sich die Zahl der Eingewanderten deutlich schwächer als
in den Jahren zuvor erhöht. Im Zeitraum von 2021 bis 2024 sei die Zahl der
Eingewanderten pro Jahr um durchschnittlich 6,2 Prozent gestiegen.
Von den 16,4 Millionen im vergangenen Jahr in Deutschland
lebenden Eingewanderten wurden 6,3 Millionen (39 Prozent aller Eingewanderten)
in einem dieser fünf Länder geboren: Polen (1,5 Millionen), Türkei (1,5
Millionen), Ukraine (1,3 Millionen), Russische Föderation (1,0 Millionen) und
Syrien (1,0 Millionen). (epd/mig 14)
Global vernetzt, ideologisch klar: Die radikale Rechte ist
überlegen. Wie Progressive das Kräfteverhältnis drehen können. Von Thomas
Greven
Die radikale Rechte ist weltweit auf dem Vormarsch. Das ist
keine zufällige Parallelentwicklung, es handelt sich um eine strategisch
agierende, grenzüberschreitende soziale Bewegung. Sie nutzt gemeinsame Frames
und Narrative zur Selbstidentifikation sowie zur Beschreibung ihrer „Feinde“
und finanziert eine Infrastruktur von Konferenzen und Thinktank-Netzwerken. Ihr
gemeinsames Projekt: die liberale Weltordnung zerstören und durch nationale
Souveränität, antipluralistische Hypermajorität (bis hin zur Autokratie) und
„traditionelle“ Werte ersetzen.
Selbstverständlich ist der Aufstieg der radikalen Rechten
nicht unaufhaltsam. Auch wenn sie transnational agiert, die nationale
politische Bühne bleibt das entscheidende Schlachtfeld. Orbán hat die Wahl in
Ungarn am 12. April verloren, obwohl er das Wahlsystem zugunsten seiner
Fidesz-Partei umgebaut hatte. Mutmaßlich verliert nun das internationale
Netzwerk zur Verbreitung seiner „illiberalen Demokratie“, das nicht zuletzt das
Trump’sche Project 2025 inspiriert hat, seine staatliche Unterstützung.
Doch die Gegner der radikalen Rechten sind gut beraten, auch
international dagegenzuhalten. Insofern ist es zu begrüßen, dass es mit der
Global Progressive Mobilisation nun einen Gegenentwurf gibt. Die
Auftaktveranstaltung findet auf Einladung von Spaniens sozialistischem
Ministerpräsidenten Pedro Sánchez am 17. und 18. April in Barcelona statt.
Beteiligt sind unter anderem der brasilianische Präsident Lula, viele
europäische Sozialdemokraten, Gewerkschaften, progressive Thinktanks, NGOs und
Stiftungen. Eine solche Initiative ist laut Raphaël Glucksmann überfällig:
„Paradoxerweise hat es die nationalistische extreme Rechte geschafft, sich über
Grenzen hinweg besser zu koordinieren als wir. Sie handeln international,
während wir, die selbsternannten Internationalisten, fragmentiert bleiben.
Dieser Widerspruch muss enden, sonst werden wir weiter verlieren.“
In Barcelona soll die Fragmentierung überwunden und ein
geschlossenes progressives Signal gesendet werden. Nach dem Vorbild der
Conservative Political Action Conferences (CPAC), die die radikale Rechte seit
Jahren weltweit organisiert, geht es um Austausch über digitale Kommunikation
und um Fragen der Mobilisierung. Doch damit dieses progressive
Vernetzungsprojekt der globalen radikalen Rechten effektiv etwas entgegensetzen
kann, müssen deren Transnationalisierungsanstrengungen genau analysiert werden.
Denn sie verfügt über organisatorische, ideologische und kommunikative Vorteile
– und profitiert von einem erheblichen Mobilisierungsgefälle.
Der organisatorische Vorteil der radikalen Rechten betrifft
die großzügige Finanzierung durch wohlhabende Förderer und
Unternehmensstiftungen. Noch wichtiger ist, dass die rechten Treffen gewöhnlich
nicht von quasi-diplomatischen Vorverhandlungen und protokollarischen
Absprachen gelähmt werden. Zwar achten deren Veranstalter darauf, auch
prominente Redner und Amtsträger zu gewinnen, doch das Gros der aktiven
Teilnehmer sind „organische Intellektuelle“, wie Antonio Gramsci jene mit
wichtigen gesellschaftlichen Strömungen verknüpften Bewegungsorganisatoren
genannt hat. Bei den internationalen Treffen der radikalen Rechten wird eine
große Bandbreite von Positionen toleriert, bis hin zu Hassrede und
Verschwörungserzählungen. So können proisraelische Redner scharf gegen
propalästinensische Studentenproteste attackieren, während sich auf den Fluren
die antisemitischen Groypers tummeln, die inzwischen das Personal der
US-Republikaner prägen. Internationale progressive Treffen erstarren allzu oft
in Formelkompromissen, wenn sie sich auf möglichst hochrangige Teilnehmer
fokussieren statt auf Menschen mit besonderer Begabung für Mobilisierung, auch
wenn sie kontroverse Positionen vertreten. Es fehlt der Mumm, Kontroversen und
ihre Protagonisten um der Mobilisierungseffekte willen auszuhalten.
Dieses Problem wird durch den Hang progressiver Akteure
verschärft, den Fokus auf Policy-Lösungen zu legen. Dagegen hat die radikale
Rechte verstanden: „Der öffentliche Marktplatz der Meinungen ist nicht dasselbe
wie ein Ökonomieseminar. Symbolische Politik ... kommuniziert besser als
substantieller politischer Inhalt, auf wessen Seite eine Partei steht.“
Zweifellos braucht es verantwortungsvolles Regieren, aber weil viele
Interessengruppen „bedient“ werden müssen, kommt es im Streit um die beste
Politik oft zu komplizierten, als „faul“ wahrgenommenen Kompromissen. Die
Befürworter einer liberalen Gesellschaft wirken zerstritten, während die
radikale Rechte in ihrer Ablehnung von „Globalismus“, „Wokeismus“ und
„korrupten liberalen Eliten“ vergleichsweise geschlossen auftritt. Kein Wunder:
Ihre Policy-Lösungen stehen ja immer schon fest. Waren für Neoliberale
Steuersenkungen und Privatisierung Allheilmittel, so ist es für die radikale
Rechte die Bekämpfung von Einwanderern, LGBTQ-Personen und „korrupten Eliten“.
Darüber hinaus haben progressive Akteure ein
Kommunikationsproblem. Ein Motto für das Treffen in Barcelona ist: „Democracy
is worth defending“. Mobilisierung funktioniert aber besser mit
Angriffsrhetorik: Es ist leichter, pauschal „Globalismus“ und „Wokeismus“
anzugreifen, als komplexe Realitäten differenziert zu verteidigen – ebenso wie
es einfacher ist, Institutionen zu diskreditieren, als für sie einzutreten.
Nicht zuletzt ist es in der heutigen Aufmerksamkeitsökonomie aussichtsreicher,
mit Gerüchten und Desinformation identifizierbare „Feinde“ anzugreifen als mit
rationalen Argumenten und Fakten zu überzeugen. Politische Mobilisierung findet
heute unter verhärteten Bedingungen statt, die nicht zu den Idealen von
Selbstermächtigung und „herrschaftsfreiem Diskurs“ passen. Es geht um
mobilisierbare Emotionen, und progressive Akteure haben dabei regelmäßig das
Nachsehen. Angst, Wut und Statusverlustängste rechter Wähler sind authentisch.
Man sollte sie nicht pathologisieren, aber man kann sie den Menschen auch nicht
ohne Weiteres rational nehmen. Die Wut gilt dem Status quo, den Progressive oft
mitverantworten – sei es auf nationaler oder globaler Ebene.
Diejenigen, die am ehesten zur aggressiven Konfrontation in
der Auseinandersetzung mit der radikalen Rechten bereit sind, neigen dazu, die
Faschismuskeule zu schwingen. Doch der Versuch, den Menschen Angst vor dem
Faschismus zu machen, kann sogar kontraproduktiv sein, wenn die Angesprochenen
mit Trotz reagieren. Nicht zuletzt werden so die für die Verteidigung der
Demokratie notwendigen Koalitionen mit Konservativen belastet – hier ist also
gerade jene Differenzierung gefragt, die eine emotionale, hyper-politische
Mobilisierung erschwert.
Bleibt die Hoffnung – ebenfalls eine starke Emotion. Doch
die sozialdemokratische Vision einer gerechten Gesellschaft mobilisiert derzeit
kaum – aus verschiedenen Gründen: In weiten Teilen Europas fehlt weiten Teilen
der Bevölkerung wohl die Erfahrung mit einer zutiefst ungerechten Gesellschaft;
die sozialen Errungenschaften werden für selbstverständlich gehalten, der Kampf
um sie ist vergessen.
Umso deutlicher zeigt sich das grundlegende Problem: das
Mobilisierungs- und Motivationsgefälle. Kurz: Die politische Energie liegt
derzeit eindeutig rechts. Den „reaktionären Revolutionären“ der radikalen
Rechten gelingt es erfolgreich, die zunehmende Demokratieskepsis und die
Transformationsmüdigkeit in ein grundsätzliches Misstrauen gegenüber „dem
System“ zu verwandeln, um eine revolutionäre Stimmung zu erzeugen. Der Sturm
auf das US-Kapitol zeigte, welchen Preis derart mobilisierte Menschen zu bezahlen
bereit sind – sie konnten ja nicht wissen, dass Trump sie begnadigen würde.
Allerdings können auch die radikalen Rechten diesen „revolutionären Geist“
nicht simulieren. Die diesjährige US-CPAC in Texas im März war ein
bemerkenswerter Reinfall. Trump fehlte; die MAGA-Bewegung zeigte sich
gespalten. Kein Wunder: An der Macht ist alles anders. Die oppositionelle
Dringlichkeit entfällt, es gibt Streit um Regierungsentscheidungen, hinzu kommt
das unvermeidliche Postengerangel.
Progressive Mobilisierung kann selbstverständlich nicht
davon abhängig gemacht werden, dass man sich in der Opposition befindet, zumal
angesichts der Radikalität der Rechten unklar ist, ob die demokratischen
Institutionen Bestand haben werden – Timothy Snyder warnt anlässlich der
US-Zwischenwahlen im November vor einem Staatsstreich. Die entscheidende Frage
lautet daher: Wie lassen sich die strukturellen Vorteile der radikalen Rechten
ausgleichen? Eine silver bullet gibt es sicher nicht, gefordert ist hartnäckiges
Organisieren in der Gesellschaft, ein langer Atem. Proteste und Demonstrationen
sind sichtbar, aber sie ersetzen keine dauerhafte Verankerung. Progressive
müssen wieder in die Gesellschaften hineinwirken, vor Ort präsent sein –
Hegemonie erlangen. Denn welche „Frames“ tragen, entscheidet sich nicht am
Reißbrett, sondern in der sozialen Praxis: im direkten Kontakt, in Konflikten,
in der alltäglichen Kommunikation. Sicher ist es ratsam, sich nicht an den
Memes, Bildern und Verschwörungserzählungen des Gegners abzuarbeiten
(„Kettensäge“), sondern eine eigene plakative Bildsprache zu entwickeln, die
nah an der Lebensrealität der Menschen ist: intelligent, witzig und klar. Es
geht weniger um austarierte Policy-Lösungen als um die grundlegende Frage, in welcher
Welt wir leben wollen. Die große Mehrheit der Menschen weltweit wünscht sich,
in Gerechtigkeit und Freiheit leben zu können – ein progressives Narrativ, das
diesen Wunsch mit einer globalen Perspektive aufgreift, wäre der radikal
rechten Vision rücksichtslos konkurrierender Nationalstaaten politisch wie
moralisch überlegen. Darauf lässt sich doch aufbauen. IPG 14
Drei Jahre Krieg. Sudans
vergessenes Leid: Stillstand nach der Flucht
Während die Welt auf andere Kriege blickt, versinken
Familien aus West-Darfur im Lager Aboutengé in Stillstand. Der Sudan-Krieg hat
sie vertrieben, die Hilfskürzungen nehmen ihnen nun auch noch die letzten
Zukunftschancen. Von Eva Krafczyk
Dicht an dicht sitzen die Frauen auf einer Strohmatte unter
einem Schattendach, ihre bunten Kleider und Kopftücher ein Kontrast zu der
staubtrockenen Halbwüste rund um das Lager Aboutengé im Osten des Tschad.
Gerade einmal 50 Kilometer trennen sie hier vom Sudan, aus dem sie flohen, als
dort im April 2023 der Bürgerkrieg begann. Die meisten von ihnen kommen aus
Dörfern und Städten in der Region West-Darfur. Seitdem führen sie ein Leben im
Stillstand, dem Krieg entkommen, aber nicht wirklich sicher.
Aboutengé ist vor allem ein Lager der Frauen und Kinder, sie
stellen die Mehrheit der gut 47.000 Lagerbewohner. Der Tschad in Zentralafrika,
selbst ein bitterarmes Land, hat rund 920.000 Flüchtlinge aus dem östlichen
Nachbarland Sudan aufgenommen. Insgesamt gibt es nach UN-Angaben knapp 11,6
Millionen Vertriebene durch den seit nunmehr drei Jahren andauernden Krieg im
Sudan, 4,5 Millionen Menschen haben Zuflucht im Ausland gesucht.
Die Vereinten Nationen sprechen von der größten humanitären
Krise der Welt. Zugleich stehen der Krieg und seine Opfer im Schatten des
Nahost-Krieges und erfahren viel weniger Aufmerksamkeit. Der Machtkampf
zwischen De-facto-Staatschef Abdel-Fattah al-Burhan und seinem ehemaligen
Stellvertreter Mohamed Hamdan Daglo, zwischen der Regierungsarmee SAF und
Daglos Miliz RSF, spaltet das Land. Den Preis zahlt die Zivilbevölkerung.
Keine Gnade selbst für Babys
Yeman Mohamat Ramadan lässt den Blick über die Gruppe der
Frauen schweifen, als sie von den Tagen der Flucht erzählt, damals, als die
Kämpfer der Miliz Al-Dschunaina, die Hauptstadt von West-Darfur angriffen und
dort Massaker an den Menschen der Volksgruppe der Massalit verübten.
„Sie haben die Männer und die älteren Jungen nicht gehen
lassen, sondern sie geschlagen und getötet“, sagt sie. Die Frauen und Mädchen,
die aus der brennenden und zerstörten Stadt flohen, wurden misshandelt und
ausgeraubt. „Sie sind uns mit ihren Wagen gefolgt, immer wieder“, erzählt
Ramadan. „Mädchen wurden vor den Augen ihrer Familie vergewaltigt. Es gab
schwangere Frauen, bei denen angesichts des Stresses die Wehen einsetzten. Dann
haben die Dschandschawid gewartet, bis das Baby geboren war. Wenn es ein Junge
war, haben sie ihn getötet.“
Ramadan und die anderen Frauen sprechen nicht von der RSF,
sondern setzen die Miliz mit den Dschandschawid gleich, jenen arabischen
Reitermilizen, die bereits während des Genozids vor mehr als 20 Jahren
Angehörige der nicht-arabischen Volksgruppen in Darfur töteten, misshandelten,
vertrieben. Sexuelle Gewalt war schon damals eine Kriegswaffe, so wie jetzt
gegen die Frauen und Mädchen der Massalit, Zaghawa oder Fur.
Kinder malten nur Feuer und Gewehre
Viele Menschen in Aboutengé haben Furchtbares erlebt, sind
traumatisiert. Die Kinderrechtsorganisation Plan International betreibt hier
neben psychosozialer Arbeit für Betroffene sexueller Gewalt zwei Schutzorte für
Kinder, in denen die jüngsten Lagerbewohner lernen können, wieder Kinder zu
sein.
Wer die Räumlichkeiten heute besucht, sieht singende und
tanzende Kinder, andere basteln oder malen. „Als wir hier mit der Arbeit
begannen, haben sie Flammen und Gewehre gemalt“, sagt Nothilfekoordinator Kefa
Mayange. Manchmal erzählten sie: von brennenden Städten, von Männern, von
Waffen. Dass sie gesehen haben, wie Menschen ins Feuer geworfen wurden. „Heute
malen sie Blumen“, sagt Mayange.
Und doch – insbesondere viele Jungen haben Augen, aus denen
ein unkindlicher Ernst blickt. Anfangs sei es ständig zu Prügeleien gekommen,
erzählt ein Betreuer. Die Jungen, die so viel Gewalt gesehen hatten, mussten
lernen, Konfrontationen ohne Gewalt zu lösen. Auf vielen lastet der Druck, in
jungen Jahren bereits der „Mann der Familie“ sein zu müssen, das Wissen, dass
ihre Mütter und Schwestern auf der Flucht von niemandem geschützt werden
konnten.
„Wie sollen wir für unsere Familien sorgen?“
Hinzu kommt die Perspektivlosigkeit – Aboutengé hat
mittlerweile zwei Grundschulen, eine dritte ist im Bau. Doch es leben rund
30.00 Kinder und Jugendliche bis 17 Jahre in dem Lager. Eine höhere Schule gibt
es nicht, Ausbildungsstätten ebenso wenig. Und die Agrarnomaden in der
Nachbarschaft sind selbst bitterarm. Die kleine Grenzstadt Adré bietet wenige
Arbeitsmöglichkeiten.
Viele Jungen überlegen bereits im Alter von 13 oder 14
Jahren, ob sie nicht den gefährlichen Weg nach Libyen und über das Meer
versuchen sollen. „Ich will nach Brasilien, um meine Familie unterstützen zu
können“, erzählt ein Junge, auch wenn er nicht recht weiß, wo Brasilien
eigentlich ist.
Das Gefühl, festzuhängen, während anderswo das Leben
weitergeht, kennt Azraa Mustafa nur zu gut. Die zierliche junge Frau
koordiniert die Arbeit im Schutzort. Die Arbeit mit den Kindern macht ihr
Freude, doch ihre eigentlichen Zukunftsvorstellungen sehen anders aus. „Ich
habe drei Jahre lang Medizin studiert, doch durch den Krieg musste ich das
Studium unterbrechen.“ Inzwischen frage sie sich, ob ihr Weg je wieder an eine
Universität und zu ihrem Traumberuf als Ärztin führt. „Wir sind die Mütter von
morgen. Wie sollen wir für unsere Familien sorgen, wenn wir keinen Beruf lernen
können?“ fragt sie.
„Nach drei Monaten habe ich meiner Mutter gesagt, was
passiert ist“
Ihrer Familie helfen – das wollte auch die 17 Jahre alte
Wahiba, die ihr vier Monate altes Baby im Arm wiegt. Ihr Vater wurde im Krieg
getötet, der ältere Bruder verletzt und ist nicht arbeitsfähig. Wahiba suchte
sich deshalb Arbeit in Adré, formte Lehmziegel – eine Arbeit, die vor allem von
Frauen gemacht wird. Doch dann kam der Tag, an dem ihr zwei maskierte Männer
auflauerten, sie in ein leerstehendes Gebäude verschleppten.
Sie warfen ihr einen Sack über den Kopf, vergewaltigten sie
stundenlang. Irgendwann verlor Wahiba ihr Zeitgefühl, wie sie erzählt. Am
nächsten Tag setzten die Täter sie auf der Straße aus. Wahiba schwieg. Wie
viele junge Frauen aus einer konservativen Gesellschaft war sie nicht
aufgeklärt worden. Als ihre Periode ausblieb, wusste sie die Zeichen einer
Schwangerschaft nicht zu deuten. „Nach drei Monaten habe ich meiner Mutter
gesagt, was passiert ist“, erzählt sie. „Sie sagte, warum bist du nicht sofort zu
mir gekommen?“ Es war zu spät, etwas gegen die Schwangerschaft zu unternehmen.
Wahibas Mutter steht fest an der Seite ihrer Tochter, doch
sexuelle Gewalt ist im Sudan stark mit Stigma verbunden. „Mein Onkel sagte, ich
gehöre nicht mehr zur Familie. Meine Cousins haben meine Kleider vor die Hütte
geworfen“, sagt Wahiba mit leiser Stimme. „Aber dann hat der Sheik ihnen
gesagt, dass sie mir Unrecht tun und mich nicht so behandeln dürfen.“
Schweigen und Stigma durchbrechen
Der Sheik, das ist Ousman Yacoub Osman, der Chef der
Flüchtlingsselbstverwaltung. Doch vor allem sind es die Frauen in Aboutengé,
die Stärke und Solidarität zeigen, die Mauer des Schweigens durchbrechen und
deutlich machen wollen, dass es nicht die Überlebenden sexueller Gewalt sind,
die sich schämen müssen.
Yeman Mohamat Ramadan etwa gehört dem Komitee
„genderbasierte Gewalt“ an, das unter dem Motto „Keine Gewalt“ aufklärt,
Übergriffe und Risiken identifiziert. Etwa, dass Frauen und Mädchen nicht
alleine das Lager verlassen sollen, um Feuerholz zu suchen, sondern stets in
kleinen Gruppen.
Es mangelt an fast allem
Doch nicht alle Probleme lassen sich durch Gespräche lösen.
Aboutengé gilt im Vergleich zu den weiter im Hinterland gelegenen Lagern als
gut ausgestattet. Dabei mangelt es nicht nur an Schulen. Die internationalen
Hilfskürzungen machen sich auch hier bemerkbar. Wasser- und
Lebensmittelrationen sind geschrumpft. Viele Frauen und ältere Mädchen klagen,
dass es viel zu wenig Hygieneprodukte gibt. Ein Mädchen in der Grundschule
erzählt mit leiser Stimme, dass es sich eine Schuluniform wünscht, wie sie die
Schüler der regulären Schulen in der Stadt haben. „Ich habe doch nur ein
einziges Kleid“, sagt sie und streicht über den sauberen, aber abgetragenen
Stoff.
Die Lehrer der Schule wissen selbst nicht, wie sie den
Kindern Zuversicht vermitteln sollen angesichts eines Krieges, der nun in sein
viertes Jahr geht. Jeder, der in Aboutengé lebt, hat jemanden verloren. Und die
Nachrichten über die Kämpfe und Angriffe wie im vergangenen Jahr gegen die
belagerte Stadt Al-Faschir und das Flüchtlingslager Samsam oder nun in Kordofan
wecken schlimme Erinnerungen und Alpträume.
„Es muss Gerechtigkeit geben“, sagt Gamar Khatir Yaya, einer
der Lehrer. Einst arbeitete der Mann im langen weißen Gewand im
Erziehungsministerium. „Der Internationale Strafgerichtshof muss ermitteln und
die Täter zur Verantwortung ziehen.“
Zwischen Hoffen und Bangen am Grenzübergang
Noch ganz frisch sind die Erinnerungen bei den Menschen, die
auf dem Gelände des Roten Kreuzes am Grenzübergang Adré unter Bäumen auf
Strohmatten sitzen, die wenigen Habseligkeiten um sich verteilt. Viele wirken
erschöpft, gezeichnet von den Strapazen der Reise und den Erlebnissen.
Eine Frau, die mit ihren Kindern und ihrer Schwester aus
West-Darfur gekommen ist, schwankt zwischen Hoffen und Bangen. „Ich hoffe, hier
ist es besser für uns“, sagt sie. „Aber meine Eltern sind noch im Sudan. Wenn
wir hier einen Ort zum Bleiben finden, will ich zurück und sie zu uns holen.“
Sie streicht ihrem kleinen Sohn über den Kopf. „Die Kinder schreien nachts im
Schlaf. Ich hoffe, hier kommen sie zur Ruhe.“
„Ich habe keine Wahl. Der Krieg lässt mir keine.“
Eine verhärmt aussehende Frau greift in den kleinen
Plastiksack auf ihrem Schoß und zieht eine kleine Metallschüssel für Wasser
oder Essen heraus. „Das ist alles, was sie uns gelassen haben“, sagt sie
bitter. Sie kommt aus Al-Faschir, hinter ihr liegt eine Odyssee aus Hunger,
Gewaltszenen und Straßen voller Leichen. Nun hofft sie, im Tschad Hilfe für
ihren Mann zu finden, der nach einer Schussverletzung seine linke Körperhälfte
nur mühsam bewegen kann.
Ein alter Mann, der in den vergangenen Jahren immer wieder
auf der Flucht war, zählt die Stationen auf: „Samsam, Al-Faschir, Tawila.“ Es
sind Namen, die für einige der schlimmsten Orte des Krieges stehen. Wehmütig
blickt er auf den Sendeturm wenige hundert Meter entfernt, schon auf der
sudanesischen Seite. „Es gibt keinen besseren Platz, als im eigenen Land zu
sein“, sagt er. „Aber ich habe keine Wahl. Der Krieg lässt mir keine.“ (dpa/mig
13)
Sachsen. DGB kritisiert ungleiche
Löhne: Ausländer verdienen deutlich weniger
Sachsens Betriebe brauchen ausländische Arbeitskräfte immer
dringender. Doch während ihr Anteil steigt, zeigt sich bei Löhnen und
Niedriglohnquote eine harte Schieflage – besonders bei Beschäftigten aus Polen
und Tschechien. Der DGB kritisiert.
Immer mehr Betriebe in Sachsen setzen auf ausländische
Arbeitskräfte. Von den landesweit 102.900 Betrieben beschäftigte voriges Jahr
jeder Vierte (25 Prozent) Mitarbeiter mit ausländischem Pass, wie die
Regionaldirektion der Bundesagentur für Arbeit informierte. Die Zahl ist über
die Jahre gestiegen: 2015 waren es noch knapp 11.700 (10,2 Prozent), 2020 rund
19.300 (18 Prozent). Trotzdem liegt Sachsen im Bundesvergleich deutlich zurück:
Deutschlandweit haben 4 von 10 Betrieben ausländische Mitarbeiter, in
Baden-Württemberg und Hessen liegt der Anteil sogar bei fast 50 Prozent.
Trotz zuletzt lahmer Konjunktur sei der sächsische
Arbeitsmarkt auf Zuwanderung angewiesen, betonte der Chef der Regionaldirektion
Klaus-Peter Hansen. Grund ist, dass mehr Menschen altersbedingt aus dem
Berufsleben ausscheiden, als junge Arbeitskräfte nachwachsen. So kann den
Angaben zufolge in den kommenden fünf Jahren jeder Dritte der rund 180.000
Altersabgänge wegen fehlenden Nachwuchses nicht nachbesetzt werden.
Deswegen sei erfreulich, dass mehr Unternehmen auf
ausländisches Personal setzen. „Dennoch sehe ich Luft nach oben“, erklärte
Hansen. „Letztendlich ist entscheidend, dass ein Mitarbeiter für den
Unternehmenserfolg und als wertvolles und gleichberechtigtes Mitglied einer
Mannschaft arbeitet – unabhängig von der Herkunft, Hautfarbe, Religion oder
Sprache.“
DGB kritisiert ungleiche Behandlung bei der Bezahlung
In vielen Betrieben gehörten Menschen mit ausländischen
Wurzeln schon zur Normalität, konstatierte DGB-Landesvize Ralf Hron. Allerdings
kritisierte der Gewerkschafter eine Ungleichbehandlung bei der Bezahlung. So
verdienten Arbeitskräfte aus Polen in Sachsen im Mittel 816 Euro weniger im
Monat, Beschäftigte aus Tschechien 957 Euro weniger. Arbeitskräfte aus diesen
Nachbarländern seien viel häufiger im Niedriglohnbereich tätig als Beschäftigte
mit deutschem Pass. Hron kritisiert: „Wer auf eine nachhaltige Fachkräfteentwicklung
in seinem Unternehmen setzt, muss ausländischen Beschäftigten echte
Perspektiven bieten, statt sie nur als Lückenfüller einzusetzen.“
Insgesamt gehen in Sachsen rund 151.000 Ausländer einer
sozialversicherungspflichtigen Arbeit nach. Der Medianlohn lag zuletzt bei
2.733 Euro und damit niedriger als bei deutschen Beschäftigten (3.469 Euro),
wie die Regionaldirektion mitteilte.
Regionaldirektion: keine Verdrängung deutscher Arbeitnehmer
Eine Verdrängung deutscher Arbeitnehmer sehen die Experten
nicht. Der Anstieg kompensiere den demografisch bedingten Rückgang der
deutschen Bevölkerung, so die Regionaldirektion. Die Migration sorge vielmehr
dafür, dass frei werdende Stellen überhaupt nachbesetzt werden könnten. Die
Beschäftigungsquote der Deutschen liege trotz des Zuwachses ausländischer
Arbeitnehmer stabil bei 70 Prozent.
Im Hinblick auf Unternehmen mit internationalen
Belegschaften zeigen sich regional in Sachsen allerdings große Unterschiede.
Den höchsten Anteil gibt es in Leipzig und Dresden. In beiden Städten hat rund
jeder dritte Betrieb Mitarbeiter mit ausländischem Pass. Im Erzgebirgskreis
sind es dagegen nur 16 Prozent. Damit ist die Region Schlusslicht in Sachsen.
Dass Unternehmen bisher keine Fachkräfte aus dem Ausland
beschäftigen, liegt laut Regionaldirektion nicht nur an Vorurteilen. Häufig
gebe es Unsicherheiten mit Blick auf Sprachbarrieren, kulturellen Unterschieden
und rechtlichen Fragen. Die Erfahrung zeige aber, dass Betriebe, die einmal
anfangen, ausländische Mitarbeiter einzustellen, oft weitere einstellen.
(dpa/mig 10)
Aus Krise wächst Hoffnung: Wie Autoritarismus und Klimachaos
neuen demokratischen Aufbruch befeuern. Von Chiara Cordelli
Wir leben in einer Welt sinnlosen Leidens und drohender
Katastrophen, in der es unverständlich geworden zu sein scheint, an moralischen
Fortschritt zu denken. Zwei epochale Krisen belasten die heutigen
Gesellschaften: der Aufstieg antidemokratischer Kräfte und der Klimawandel.
Doch was wäre, wenn sich die heutigen Tragödien als Quelle der Hoffnung
erweisen würden?
Der rechtspopulistisch angeheizte autoritäre Trend bedroht
Demokratien auf der ganzen Welt, darunter sogar traditionsreiche wie die der
Vereinigten Staaten, wo Präsident Donald Trumps Machtmissbrauch keine Grenzen
zu kennen scheint. Selbst Trumps gemäßigtere europäische Verbündete versuchen
ständig, die Rechtsstaatlichkeit zu untergraben. Zuletzt wollte die
italienische Ministerpräsidentin Giorgia Meloni die Unabhängigkeit der Justiz
durch ein nationales Referendum einschränken. Glücklicherweise gingen die Italiener
massenhaft zur Wahl, um ihre Verfassung zu schützen.
Die Krise der Demokratie verschärft die Klimakrise. Unter
Trump haben sich die Vereinigten Staaten aus dem Pariser Klimaabkommen
zurückgezogen und unzählige Umweltschutzmaßnahmen wurden abgeschwächt oder
gestrichen. Meloni hat beim Green Deal der Europäischen Union einen Kurswechsel
vollzogen und lehnt strengere Emissionsziele ab. Der ungarische
Ministerpräsident Viktor Orbán hat wiederholt Klimagesetze auf EU-Ebene
blockiert oder verzögert.
Die mangelnde Bereitschaft der Politik, die Klimakrise
anzugehen, hat das Schicksal des Planeten in die Hände privater Investoren
gelegt, deren Bereitschaft zur Einführung nachhaltiger Technologien oft
begrenzt ist. Die Regierungen schaffen bestenfalls Anreize für solche
Investoren, nehmen die Investitionen jedoch selten selbst in die Hand. Aus
diesem Grund gibt es – abgesehen von China – nur unzureichende Finanzmittel für
erneuerbare Energien, während zugleich die Investitionen der Big-Tech-Giganten
in künstliche Intelligenz in die Höhe geschossen sind.
Die Irrationalität und die Gewalt von Trumps Politik der
letzten Monate – von der Brutalität der Morde in Minneapolis und seinem
absurden Plan für den Wiederaufbau des Gazastreifens bis hin zu seiner
imperialistischen Invasion in Venezuela und der atemberaubenden Torheit seines
Krieges gegen den Iran – haben den tragischen Charakter unserer Zeit noch
verstärkt. Die Politik scheint von bloßer Gewalt diktiert zu sein, während
moralische Ideale, von einer gesunden Demokratie bis hin zur ökologischen
Nachhaltigkeit, lächerlich erscheinen. Der Raum für prinzipiengeleitetes
Handeln scheint verschwunden zu sein.
Doch all das haben wir schon einmal erlebt. Albert Camus
argumentierte bekanntlich, dass wir selbst in einer sinnlosen Welt durch
Rebellion eine Form der Hoffnung schaffen können. Hannah Arendt fand Hoffnung
in der menschlichen Fähigkeit zum Neubeginn selbst im Angesicht des
Völkermords. Martin Luther King Jr. betonte, dass Leiden zu moralischem
Fortschritt und kollektiver Transformation führen könne. Mein kürzlich
verstorbener Kollege, der Philosoph Jonathan Lear, erklärte, wie Verlust die
Quelle „radikaler Hoffnung“ auf eine gute Zukunft sein kann, auch ohne dass man
genau beschreiben oder sich vorstellen könnte, wie diese gute Zukunft aussehen
würde.
Die jüngsten Ereignisse scheinen solche Denker zu
bestätigen. Man betrachte das beginnende Wiedererwachen der Zivilgesellschaft
als das schlagende Herz der Demokratie und das wertvollste Bollwerk gegen
Autoritarismus. Wir sehen es in den USA bei den No Kings-Protesten, an denen
Millionen von Menschen teilgenommen haben. Wir sehen es auch an der
außergewöhnlich hohen Wahlbeteiligung beim italienischen Referendum,
insbesondere an der Beteiligung einer beträchtlichen Anzahl junger Menschen,
die in der Vergangenheit zu Hause geblieben waren.
Solche Prozesse des Wiedererwachens lassen sich nicht allein
darauf zurückführen, dass die Lage heute so schwer wäre oder dass die heutigen
rechten Regierungen so autoritär wären. Apathie kann selbst angesichts
ungeheuerlicher Taten fortbestehen. Prozesse des Wiedererwachens der
Zivilgesellschaft erfordern mehr: ein erneuertes Gefühl für die Möglichkeiten.
In den Jahrzehnten vor Trump hatte sich in den USA und in
Europa ein Gefühl von Stagnation und Ohnmacht breit gemacht. Viele Menschen
begannen zu glauben, dass es keine Rolle spiele, wer sie regiere, da sich
ohnehin nichts ändern werde. Rechte und linke Regierungen würden letztendlich
alle dasselbe tun und sich den Diktaten des Neoliberalismus beugen. Die
Fähigkeit, den Kurs zu ändern, schien aufgrund externer und interner Zwänge –
von verfassungsrechtlichen bis hin zu fiskalischen – begrenzt zu sein.
Selbstverständlich gab es Momente, die Hoffnung auf
Veränderung weckten. Barack Obamas Wahl zum US-Präsidenten im Jahr 2008 war
einer davon. Doch seine Präsidentschaft endete in einer Enttäuschung. Unter
Obama erhielten die Wall-Street-Banken nach der globalen Finanzkrise massiv
Rettungsgelder, während Millionen Amerikaner ihre Häuser verloren. Die
Drohnenangriffe in Pakistan, Jemen und Somalia wurden ausgeweitet. Es wurden
mehr Einwanderer abgeschoben als unter jedem Präsidenten zuvor. Wie die
Mitte-links-Regierungen in Europa regierte Obama letztlich innerhalb desselben
Rahmens wie seine Vorgänger.
Trump hingegen ist der lebende Beweis dafür, dass eine
einzige Person mit politischer Macht das Schicksal der Welt verändern kann –
und zwar im Handumdrehen. Es lohnt sich daher, dafür zu kämpfen, dass diese
Macht in die richtigen Hände gelangt oder zumindest nicht in die Hände von
Diktatoren oder Wahnsinnigen. Die Leichtigkeit und die Willkür, mit der ein
Autokrat die Innen- und die Außenpolitik verändern kann, hat einen neuen
demokratischen Aktivismus hervorgebracht – und damit einhergehend: neue Hoffnung.
Gleiches gilt für die Klimakrise. Wer hätte gedacht, dass
die einzige Hoffnung auf eine erfolgreiche Energiewende aus einem sinnlosen
Krieg heraus entstehen könnte? Und doch ist genau das der Fall. Auch wenn der
Ausgang des Irankriegs ungewiss bleibt, könnten grüne Technologien und
erneuerbare Energien zu den größten Nutznießern gehören. Schließlich hat Trumps
Krieg die Anfälligkeit derjenigen Volkswirtschaften offenbart, die stark von
fossilen Brennstoffen abhängig sind, weil die faktische Sperrung der Straße von
Hormus zu einem sprunghaften Anstieg der Energiepreise geführt hat.
Wie einige Kommentatoren angemerkt haben, täte China gut
daran, eine Koalition williger Länder zu schmieden, um einen globalen Vorstoß
für grüne Investitionen zu starten und so die Nachfrage nach den Produkten
seiner Industrie anzukurbeln. Für die europäischen Länder wäre dies attraktiv,
ebenso wie für viele andere (darunter sogar die Golfstaaten). Aus der Tragödie
eines sinnlosen Krieges entsteht so die Hoffnung auf eine sauberere Atmosphäre
und eine nachhaltig intakte Umwelt.
Ironischerweise brauchte es Tragödien, damit neue Hoffnung
auf moralischen und politischen Fortschritt keimen konnte. Allein
der Glaube an diesen linearen moralischen Fortschritt reicht offenbar
nicht aus, damit die Menschen aus vergangenen Fehlern lernen und ihre
Wiederholung vermeiden. Die Wiedergeburt der Demokratie und die Rettung des
Planeten hängen von jenem Fortschritt ab. PS/IPG 10
Bamf-Studie. Wirtschaftlicher
Nutzen entscheidet über Familiennachzug
Familie ist geschützt – aber nicht für alle gleich. Das
zeigt eine neue Bamf-Studie mit Zahlen zu Wartezeiten, Aussetzungen und einer
Politik der Menschen und Familien nach Nützlichkeit sortiert, bevorzugt und
benachteiligt. Von Birol Kocaman
Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) hat eine
aufschlussreiche Studie zum Familiennachzug veröffentlicht – bemerkenswert
unauffällig. Das Papier erschien am 2. April 2026 auf der Bamf-Website, also
unmittelbar vor den Osterfeiertagen – ohne öffentliche Bekanntmachung, ohne
Pressemitteilung. Dabei beschreibt die Studie ein politisch heikles System:
Entscheidend ist oft nicht die familiäre Bindung, sondern die Frage, ob jemand
für Deutschland als Fachkraft nützlich erscheint. Danach richtet sich vielfach
auch der Aufenthaltsstatus – denn wer ökonomisch gebraucht wird, erhält
leichter einen Aufenthaltstitel und damit auch bessere Chancen auf
Familiennachzug.
Das ist einer der wichtigsten Befunde der Untersuchung zum
Familiennachzug, den das Bamf als Teil des Europäischen Migrationsnetzwerks
(EMN) zur großen EU-Vergleichsstudie beigetragen hat. Danach ist das Recht auf
Familie zwar grund- und menschenrechtlich geschützt. Zugleich stellt die Studie
klar, dass daraus weder nach deutschem noch nach europäischem Recht automatisch
ein Anspruch folgt, die Familie durch Einreise nach Deutschland herzustellen.
Der Staat darf steuern, begrenzen und unterscheiden – und genau das tut er. So
ist ein System entstanden, in dem manche Gruppen begünstigt werden und andere
mit deutlich höheren Hürden leben müssen.
Ein System mit Privilegien für einige und Hürden für andere
Die Studie zeigt, dass Deutschland den Familiennachzug
längst nicht einheitlich behandelt. Für bestimmte Fachkräfte wurden die Regeln
erleichtert. Anerkannte Schutzberechtigte sind ebenfalls in Teilen
privilegiert. Bei sogenannten subsidiär Geschützten verlief die Entwicklung
dagegen in die entgegengesetzte Richtung: erst Kontingentierung auf 1.000
Personen pro Monat, dann eine mehrjährige Aussetzung.
Das ist mehr als eine juristische Feinheit. Es zeigt eine
politische Logik: Familienleben wird in Deutschland nicht für alle gleich
geschützt, sondern nach migrationspolitischer Erwünschtheit abgestuft. Wer als
ökonomisch nützlich gilt, bekommt Erleichterungen. Wer einen politisch
umkämpften Schutzstatus hat, muss mit Beschränkungen leben. Schon die Studie
beschreibt den Familiennachzug als „Spannungsfeld zwischen menschenrechtlichen
Grundsätzen, integrationspolitischen Interessen und Interessen der Migrationssteuerung“.
Der europäische Vergleich macht dieses Muster noch
deutlicher. Die große EMN-Vergleichsstudie zeigt für viele Staaten seit 2017
eine doppelte Bewegung: Erleichterungen für Hochqualifizierte und ihre
Familien, strengere Anforderungen für andere Gruppen. Deutschland wird darin
ausdrücklich als Beispiel genannt. Seit dem 1. März 2024 wurde hier der
Familiennachzug für Eltern und Schwiegereltern bestimmter Hochqualifizierter
erweitert. Gleichzeitig nennt dieselbe Studie Deutschland als Land, in dem die
neue Regierungskoalition eine erneute Aussetzung des Familiennachzugs für
subsidiär Geschützte plant. Deutschland steht damit exemplarisch für einen
europaweiten Trend: Offenheit dort, wo der Staat Nutzen erwartet, Restriktion
dort, wo Schutzmigration politisch unter Druck steht.
Das Recht besteht oft nur auf dem Papier
Und selbst dort, wo Familiennachzug rechtlich möglich ist,
scheitert er oft an der Praxis – sofern die Migration politisch nicht erwünscht
ist. Die deutsche Studie benennt die Verfahrensdauer als zentrales Problem.
Mehrere für das Papier befragte Stellen verweisen auf lange Wartezeiten schon
für den Termin zur Antragstellung. Amnesty bewertet diese langen Wartezeiten
laut Studie als Regelfall. Besonders brisant: Während sich die meisten
Mitgliedstaaten selbst Fristen für die Bearbeitung solcher Anträge gesetzt
haben, gibt es in Deutschland und Schweden laut der Studie keine eigene
Fristsetzung.
Wie drastisch das für die Betroffenen sein kann, zeigen die
Beispiele im Bamf-Papier. In einer Antwort der Bundesregierung von September
2024 auf eine parlamentarische Anfrage der Linken wurden mehrere
Auslandsvertretungen mit Wartezeiten von über 52 Wochen genannt, darunter Addis
Abeba, Beirut, Dhaka, Erbil, Islamabad, Lagos, Rabat, Teheran und Tunis. Für
afghanische Antragstellende bei der Botschaft in Teheran nennt die Caritas in
ihrer Stellungnahme zur Studie sogar 2,5 Jahre. Das Auswärtige Amt räumt selbst
ein, dass diese Dauer eine „erhebliche Belastung“ für die betroffenen Familien
darstelle.
Wer über Familiennachzug spricht, darf deshalb nicht nur
über Gesetze reden. Man muss auch über eine Verwaltung sprechen, die familiäre
Trennung oft über Monate oder Jahre hinauszögert und damit auch verhindert.
Genau hier liegt einer der größten Widersprüche dieses Systems: Das Recht auf
Familie bleibt formal bestehen, wird in der Praxis aber durch Wartezeiten,
Dokumentenprobleme und überlastete Auslandsvertretungen faktisch ausgehebelt.
Auch der europäische Vergleich stützt diesen Befund. Die
EMN-Studie für Europa spricht von anhaltenden Verzögerungen, hohen Kosten und
administrativen Belastungen, besonders für Menschen aus Konfliktregionen. Sie
nennt Deutschland zwar als Beispiel für Digitalisierung und
Familienunterstützungsprogramme, verweist aber zugleich auf lange
Bearbeitungszeiten und bürokratische Hürden als fortbestehende Probleme. Mit
anderen Worten: Deutschland modernisiert Verfahren, ohne das Grundproblem der
langen Wartezeiten zu lösen.
Kein Massenphänomen, trotz lauter Debatte
Die Studie räumt zugleich mit einem politischen Zerrbild
auf. Familiennachzug ist relevant, aber kein Massenphänomen. Für 2023 nennt die
deutsche EMN-Studie 108.505 Zuzüge aus familiären Gründen. Davon entfielen
79.905 auf den Nachzug zu Drittstaatsangehörigen. Der Anteil an der gesamten
Zuwanderung aus Drittstaaten lag 2023 bei 9,6 Prozent; im Durchschnitt der
Jahre 2017 bis 2023 bei 12 Prozent.
Besonders wichtig ist dabei ein weiterer Befund: Der
überwiegende Teil des Familiennachzugs zu Drittstaatsangehörigen erfolgt nicht
zu subsidiär Geschützten, sondern zu Personen mit anderen Aufenthaltstiteln
oder zu deutschen Staatsangehörigen. Von 2018 bis 2023 machte der politisch
besonders umstrittene Nachzug zu subsidiär Geschützten laut Studie nur 6
Prozent des gesamten Familiennachzugs zu Drittstaatsangehörigen nach
Deutschland aus. Die lauteste Debatte dreht sich also seit Jahren um einen
vergleichsweise kleinen Ausschnitt.
Der europäische Vergleich ordnet auch die absoluten Zahlen
neu ein. Deutschland lag 2023 mit 168.536 ersten Aufenthaltstiteln aus
familiären Gründen für Angehörige von Nicht-EU-Bürger:innen an der Spitze der
EU. Pro 1.000 Einwohner:innen lag Deutschland mit 2,0 aber lediglich über dem
EU-Schnitt von 1,4 – deutlich hinter Staaten wie Zypern mit 6,8, Malta mit 4,5,
Luxemburg mit 4,4, Slowenien mit 3,5, Finnland mit 3,2 oder Schweden mit 3,1.
Deutschlands hoher Wert sagt also vor allem etwas über seine Größe und seine
migrationspolitische Bedeutung aus, nicht über besondere Großzügigkeit.
Deutschland ist kein liberaler Vorreiter
Gerade im EU-Vergleich wirkt Deutschland nicht wie ein
Vorreiter eines liberalen Familiennachzugs, sondern eher wie ein Land mit
doppeltem Gesicht. Einerseits gibt es Erleichterungen für wirtschaftlich
erwünschte Migration. Andererseits gehört Deutschland zu den Staaten, die
Integrationsauflagen und materielle Anforderungen weiter hochhalten und auch
auf diesem Wege Schutzsuchende mit subsidiärem Status restriktiver behandeln.
So beschreibt die europäische Vergleichsstudie ausdrücklich einen Trend zu stärker
formalisierten Anforderungen bei Wohnraum, Einkommen, Krankenversicherung und
Integration – mit wachsender Differenzierung nach Status.
Die deutsche Studie bestätigt: Der Familiennachzug in
Deutschland ist grundsätzlich an Bedingungen wie gesicherten Lebensunterhalt,
Wohnraum und teils Sprachkenntnisse geknüpft. Von diesen Anforderungen wird
gerade nicht für alle gleich abgesehen, sondern für privilegierte Gruppen. Das
unterstreicht den Kernbefund beider Studien: Deutschland ist beim
Familiennachzug weder schlicht großzügig noch schlicht restriktiv. Es ist
selektiv.
Eine Verwaltungsperspektive mit blinden Flecken
Die EMN-Studien sind aufschlussreich, aber sie haben auch
Grenzen. Die europäische Vergleichsstudie beruht überwiegend auf
Länderbeiträgen, Dokumentenanalysen und amtlichen Daten; sie ist ausdrücklich
keine Primärforschung. Die deutsche Studie stützt sich zusätzlich auf eine
Literaturauswertung und die Befragung von elf Expert:innen aus Verwaltung und
Organisationen. Das macht beide Studien stark als Rechts- und
Verwaltungsvergleich – aber schwächer dort, wo es um die konkrete
Lebensrealität betroffener Familien geht. Gerade deshalb sind ihre Befunde
politisch brisant. Denn auch ohne große Betroffenenberichte zeigen die Studien
ziemlich klar, wie das System funktioniert.
Die eigentliche Pointe der Bamf-Studie liegt deshalb nicht
in einer spektakulären Enthüllung, sondern in ihrer Nüchternheit. Ausgerechnet
ein Papier aus dem Umfeld des Bundesamts zeigt, wie ungleich Familiennachzug in
Deutschland organisiert ist. Nicht die Familie steht im Zentrum, sondern ihr
Status, ihre wirtschaftliche Verwertbarkeit. Und nicht die Zahl der
Nachziehenden ist das Hauptproblem, sondern ein System, das Familienleben
politisch als erwünscht und unerwünscht markiert, es staffelt und bürokratisch
verhindert. Kurz vor Ostern veröffentlicht, fast geräuschlos, sagt diese Studie
mehr über die Wirklichkeit des Familiennachzugs in Deutschland aus als viele
laute Debatten der vergangenen Jahre. (mig 9)
Leben im Flüchtlingsheim zermürbt
Menschen
Drei Tote nach Alkoholvergiftung, Suizide und schwere
Konflikte: Tempelhof zeigt nicht nur individuelle Krisen, sondern auch, wie
Enge, Isolation und Perspektivlosigkeit das Leben in großen Unterkünften für
Geflüchtete belasten.
In der Großunterkunft für Flüchtlinge auf dem Gelände des
ehemaligen Flughafens Tempelhof hat es bereits mehrere Todesfälle gegeben.
Unter anderem seien im vergangenen Jahr drei Geflüchtete nach einer
Alkoholvergiftung gestorben, sagte ein Sprecher des Landesamts für
Flüchtlingsangelegenheiten (LAF) auf dpa-Anfrage. Außerdem habe es zwei Suizide
gegeben, einen 2025 und einen weiteren in diesem Jahr, beide außerhalb der
Flüchtlingsunterkunft.
In diesem Jahr sei es außerdem zu zwei Suizidversuchen
gekommen. Zuerst hatte der „Tagesspiegel“ darüber berichtet. In der
Notunterkunft auf dem ehemaligen Flughafengelände gebe es eine Gruppe von 50
bis 60 Menschen, die insbesondere mit dem Konsum von Alkohol Probleme hätten,
sagte der Sprecher. Dabei handle es sich in der Regel um ältere Menschen mit
einer „längeren Historie“ beim Thema Alkoholmissbrauch.
Die Senatorin für Arbeit, Soziales und Integration, Cansel
K?z?ltepe (SPD) versicherte auf dpa-Anfrage: „Alle Vorfälle werden
dokumentiert, jeder Vorfall wird konsequent aufgearbeitet.“ Nur so sei es
möglich, gegen Missstände vorzugehen.
K?z?ltepe: „Keine guten Voraussetzungen“
„Wir wissen, dass Notunterkünfte wie in den Tempelhofer
Hangars keine guten Voraussetzungen für die Integration geflüchteter Menschen
sind“, räumte K?z?ltepe ein. „Weil wir die Einrichtung aber aktuell nicht
schließen können, haben wir im Rahmen der Möglichkeiten eine Reihe von
Verbesserungen umgesetzt, die den Menschen dort das Leben erleichtern sollen.“
Zum einen seien mehr Beschäftigte eingestellt worden, die
Russisch und Ukrainisch sprechen. „Es gibt aufsuchende Beratung für Menschen,
die viel Alkohol trinken.“ Es seien inzwischen auch mehr in der Ukraine
ausgebildete Psychologinnen und Psychotherapeutinnen im Einsatz, die
insbesondere Menschen mit Traumata unterstützen sollen. „In den Containern
leben nur noch maximal drei Menschen, nicht mehr vier wie früher.“
Bei Auseinandersetzungen ist oft Alkohol im Spiel
Nach Angaben des Sprechers sind in Containern in den Hangars
und davor derzeit rund 1.050 Menschen untergebracht. Neben dieser Notunterkunft
gibt es noch Tempohomes genannte Wohncontaineranlagen mit rund 775 weiteren
Geflüchteten.
An der Situation für Geflüchtete auf dem Flughafengelände
gab es unter anderem wegen der beengten Verhältnisse in der Vergangenheit immer
wieder Kritik. Streit und Frustration eskalieren dort regelmäßig.
Jeden Monat eine gravierende Auseinandersetzung
Im Durchschnitt einmal im Monat komme es zu
Auseinandersetzungen, sagte der LAF-Sprecher. „Das sind die Fälle, die so
gravierend sind, dass sie direkt an das LAF gemeldet werden wie zum Beispiel
beim Einsatz eines Messers.“
„Wenn es zu Auseinandersetzungen kommt, dann ist oft auch
Alkohol mit im Spiel“, so der Sprecher weiter. „Wir reden hier über harten
Alkohol. Das ist wirklich eine Herausforderung für die Leute, die da arbeiten.“
Alkoholkonsum in der Unterkunft ist nicht erlaubt – aber außerhalb des Geländes
nicht zu kontrollieren. (dpa/mig 8)
Merz hat mit seiner 80-Prozent-Ansage zur Rückkehr von
Syrern nicht nur eine neue Migrationsdebatte entfacht. Er liefert der AfD
wieder einmal Futter – und einen neuen Benchmark für die nächste Wahl. Von Sven
Bensmann
Ganz egal, ob ein Deutscher eine migrantisch gelesene Frau
virtuell vergewaltigt, ob internationale Diplomatie, ob Krieg oder
Gesundheitsreform, die AfD hat zu solchen Debatten eigentlich nichts
beizutragen. Und das, was sie zu sagen hat, entlockt selbst erhärteten
Ideologen kaum mehr als ein Augenrollen. Und weil die AfD nur in dem Maße
existiert, in dem sie Lärm verursachen kann, schadet ihr nichts mehr, als sich
nicht mit ihr beschäftigen zu müssen.
Gut, dass es da den Merz gibt. Der entblödete sich nämlich
nicht, angesichts der Ulmen-Affäre verlautbaren zu lassen, dass, ja, es diesmal
zwar ein Deutscher war, aber eigentlich ist der nur ein Einzeltäter und die
Ausländer sind eh viel schlimmer. Und eigentlich lebt der ja wohl
zwischenzeitlich auch in Spanien und ist damit ja eigentlich auch sowas wie ein
Migrant und Ausländer. Deutsche Männer jedenfalls tun so etwas nicht – schon
deshalb stimmte Merz vor 30 Jahren gegen Strafbarkeit von Vergewaltigung in der
Ehe. Und schwups, war die AfD wieder im Gespräch: Ausländer, da kennt sich die
Partei schließlich aus.
Wer sich hingegen nicht um Ulmen oder Fernandez schert, war
zuletzt wohl mit der Gesundheitsreform beschäftigt. Da ist zwar sowieso immer
jeder dagegen, weil die Politik in Sachen Gesundheit stets nur unser Bestes
will: unser Geld. Aber für die AfD ist genau deshalb hier kein Blumentopf zu
gewinnen. Und zack!, spielt die AfD ihren Joker: den Pik-Buben aus dem
Sauerland. Weil der sich nämlich ein neues Hobby zugelegt hat. Neuerdings lädt
sich der jüdisch-christliche Konservative gern islamistische Terroristen ins
Bundeskanzleramt ein, um das Abendland zu retten. Und das sticht direkt ins
Herz der Bundesrepublik.
„Immerhin können wir jetzt doch wieder über Ausländer statt
über die öde Gesundheitsreform sprechen.“
Hatte die Bundesregierung zuvor schon die Taliban geadelt,
damit diese zukünftig auch in Deutschland Jagd auf afghanische Demokraten und
andere Oppositionelle machen können, so war diesmal das neue syrische
Terroristenregime dran. Und weil dabei nicht viel Konkretes herausgekommen ist
und es überhaupt kaum jemand zur Kenntnis genommen hätte, musste der Fritz
einfach mal spontan ordentlich einen raushauen: Innert 3 Jahren sollen 80
Prozent der Syrer weg. Das habe der syrische Oberterrorist so gefordert, obwohl
das die deutsche Wirtschaft das kleine bisschen Wachstum kosten würde, was uns
für die nächsten Jahre überhaupt prognostiziert wird. So ein dreister kleiner
Gotteskrieger! Und dann will er auch noch gerade die Fachkräfte zurück, die,
die wir am Dringendsten brauchen. Das konnte ein Kanzler so ja nun mal nicht
stehen lassen.
Und dann das: Die Syrer lassen dementieren, die Forderung
und die Zahlen stammen von Merz und dem sind die Auswirkungen auf die deutsche
Wirtschaft auch noch völlig egal, weil er ja eh reich ist und reich bleiben
wird. Peeeeiiiinlich.
Immerhin können wir jetzt doch wieder über Ausländer statt
über die öde Gesundheitsreform sprechen. Und passend zu den anstehenden Wahlen
hat die AfD jetzt auch gleich noch einen völlig nutzlosen Benchmark, der weder
machbar noch wünschenswert ist, an der sie den Kulturkämpfer Merz bei den
nächsten Wahlen aber dennoch wird messen können. Denn – davon kann man ausgehen
– die AfD wird behaupten, sie hätte diese Zielmarke erreicht, wenn man sie nur
gelassen hätte. Dabei könnte wohl nicht einmal die US-amerikanische ICE, die
die AfD ja auch in Deutschland will, durch ihre Methoden samt Erschießen von
Menschen, samt Hausfriedensbruch, samt willkürlicher Entführungen, dieses Ziel
erreichen.
„Syrer haben, trotz aller Hindernisse, eine
Beschäftigungsquote von 60 Prozent – gar nicht so weit von den 71 Prozent, die
für die Deutschen erfasst wurden.“
Wie sehr die Trump-treuen Bauern durch das Fehlen der
billigen Arbeitskräfte schon jetzt erledigt sind, lange bevor durch Trumps
völkerrechtswidrigen Überfall auf den Iran auch die Preise für Düngemittel noch
massiv steigen werden, das wird hierzulande leider nicht berichtet, weshalb man
wohl von Merz nicht erwarten kann, eine Ahnung davon zu haben, dass solche
Massendeportierungen Folgen für die Wirtschaft hätten. Allenfalls Schlagworte
wie „Affordability“ machen es ja noch über den Ozean, während hierzulande eher
Firmenbosse rein hypothetisch darüber schwafeln dürfen, wie schlimm es mit der
AfD werden könnte.
Dabei müsste eigentlich selbst einer Partei, für die
Wirtschaftskompetenz bedeutet, Lobbytreffen stets mit einer braunen Nase zu
verlassen, klar sein, dass es diese Zahlen in sich haben:
Knapp eine Million Menschen lebt derzeit in Deutschland, die
aus Syrien gekommen sind. Wer Hoffnungen in das neue Regime setzt, ist vielfach
bereits zurückgekehrt. Von den verbleibenden Syrern haben diejenigen, die schon
etwas länger hier sind, eine Beschäftigungsquote, die trotz aller Hindernisse
mit 60 Prozent gar nicht so weit von den 71 Prozent entfernt ist, die für die
Deutschen erfasst wurden. Und verbleibende Syrer bedeutet hier auch: Wer z. B.
wegen eines Jobs bereits einen deutschen Pass hat, ist nicht einmal in den 60
Prozent miterfasst.
Knapp ein Viertel der syrischen Beschäftigten arbeitet dabei
in sogenannten Engpassberufen, also da, wo ihr Fehlen maximalen
wirtschaftlichen Schaden verursachen würde und wo händeringend nach Personal
gesucht wird. Würden 80 Prozent derer, die noch keinen deutschen Pass haben,
also tatsächlich abgeschoben werden, dann könnte der Schaden für die deutsche
Wirtschaft am Ende womöglich ähnlich hoch ausfallen, als würden, ich weiß
nicht, beispielsweise deutsche Autobauer den Umstieg auf elektrische Antriebe
verschlafen, weil selbsternannte Experten ihnen eingeredet haben, Deutschland
könnte „technologieoffen“ und mit Verbrennern einen CO?-neutralen
Individualverkehr erreichen oder auch nur ansatzweise so energieeffizient
fahren, wie mit einem E-Auto – aber zum Glück war ja kein Politiker so dämlich,
so etwas ernsthaft zu kommunizieren.
War doch? Und jetzt haben wir eine Wirtschaftskrise? Und
weil derselbe Scheiß bei Heizungen abgezogen wurde, konkurrieren jetzt auch
noch Autos und Heizungen um denselben knappen Rohstoff Öl? Das treibt doch den
Preis nur noch weiter nach oben! Warum hat das niemand bedacht?! Hat einer,
aber der wurde dafür von der braunen Boulevard-Bubble „Bild“ bis „Kopp“ nach
Kopenhagen vertrieben? Wo waren denn damals die sogenannten „seriösen“ Medien?
Ich ziehe die Frage zurück.
„Nicht einmal ein Kanzler Merz ist schließlich so schlecht,
dass er zu gar nichts taugt.“
Na ja, aber dann können wir ja nun wirklich auch noch die
Syrer abschieben, zumindest könnten wir es so in die Big 3 der größten
selbstauferlegten Wirtschaftskrisen der Neuzeit schaffen – neben dem Brexit,
der wohl größten selbstauferlegten Wirtschafts- und Zollsanktion aller Zeiten
und dem russischen Überfall auf die Ukraine, der Russland von wichtigen
Absatzmärkten isolierte (wobei auch die USA durchaus auf bestem Wege sind,
direkt an die Spitze zu stürmen). Dann wäre das zumindest nicht alles völlig umsonst.
Nicht einmal ein Kanzler Merz ist schließlich so schlecht, dass er zu gar
nichts taugt – und sei es nur als warnendes Beispiel.
Und weil die USA ja so gerne Nummer 1 in der Welt sind, gibt
es heute zum Abschied mal keine große Pointe, sondern ein kleines Bisschen
online-Aktivismus, mit dem jeder von uns den USA ganz oben auf die Liste
verhelfen kann: #BuyEU #DIDit
Der Merz ist eh nicht mehr zu retten. (mig 7)
Neues israelisches Gesetz zur
Todesstrafe stößt international auf Kritik
Israels Parlament hat ein Gesetz beschlossen, das die
Todesstrafe für palästinensische Täter zur Regel machen soll. Nun liegt bereits
eine Klage beim Obersten Gericht – und die internationale Kritik wächst rasant.
Auch aus Deutschland gibt es schwere Vorwürfe.
Ein international heftig kritisiertes Gesetz in Israel über
die Einführung der Todesstrafe, die faktisch nur Palästinenser betrifft, könnte
nun vor einer Prüfung durch das höchste Gericht des Landes stehen. Eine
entsprechende Klage liegt vor, aber eine Entscheidung oder Verhandlung ist noch
nicht bekannt. Ein juristischer Experte geht davon aus, ein Gerichtsverfahren
könnte den kontroversen Vorstoß kippen.
Das israelische Parlament hatte das Gesetz am Montag mit
knapper Mehrheit gebilligt. Es sieht vor, dass bei terroristisch motiviertem
Mord mit dem Ziel der Vernichtung des Staates Israel die Todesstrafe oder
lebenslange Haft verhängt werden kann. Vor israelischen Militärgerichten in den
palästinensischen Gebieten ist die Todesstrafe in solchen Fällen sogar
zwingend, sie muss bei Verurteilung binnen 90 Tagen durch Erhängen durch einen
Gefängniswärter vollstreckt werden.
Kritiker sehen das Gesetz als rassistisch an, weil es
sich ausschließlich an Palästinenser richtet, die Juden angreifen. Der
Vorstoß von der Partei des rechtsextremen Polizeiministers Itamar Ben-Gvir,
wird auch vom von Finanzminister Bezalel Smotrich sowie dem rechtskonservativen
Ministerpräsident Benjamin Netanjahu unterstützt.
Ben-Gvir: „Wir haben Geschichte geschrieben“
Die von Ben-Gvir vorangetriebene Ausweitung der Todesstrafe,
„die de facto ausschließlich Palästinenser betrifft und im Schnellverfahren
ohne Ermessensspielraum erfolgen soll, offenbart den zutiefst rassistischen
Charakter dieser Politik“, so die Grünen-Vorsitzende. Worte allein reichten
daher nicht mehr aus.
Ben-Gvir und Gleichgesinnte feierten nach Verabschiedung des
Gesetzes überschwänglich und schenkten Sekt in Plastikgläsern aus. „Wir haben
Geschichte geschrieben“, sagte er anschließend in einer Videobotschaft. „Ein
Terrorist, der zum Töten geht, soll wissen: Er wird an den Galgen kommen“,
sagte der Polizeiminister. „Und ich sage den Vertretern der Europäischen Union,
die Druck ausgeübt und Israel bedroht haben: Wir haben keine Angst, wir geben
nicht nach. In unserem Land, mit unserer Souveränität, werden wir unsere Bürger
schützen.“
Heftige internationale Kritik
International gab es scharfe Kritik an dem Gesetz. Auch die
Bundesregierung sieht die Verabschiedung mit „großer Sorge“. Die Ablehnung der
Todesstrafe sei ein grundsätzliches Merkmal der deutschen Politik, teilte
Regierungssprecher Stefan Kornelius in Berlin mit. Die Bundesregierung sei
zusätzlich besorgt, dass ein solches Gesetz „wohl ausschließlich auf
Palästinenser in den palästinensischen Gebieten Anwendung finden würde“, fügte
Kornelius hinzu. „Deshalb bedauert sie die Entscheidung der Knesset und kann
sie nicht gutheißen.“
Die Präsidentin der Parlamentarischen Versammlung des
Europarates, Petra Bayr, teilte mit, die Abstimmung gefährde Israels
Beobachterstatus bei der Parlamentarischen Versammlung der
Menschenrechtsorganisation „ernsthaft“. Die Mitglieder würden voraussichtlich
am 22. April bei ihrer Debatte über die Abschaffung der Todesstrafe auch über
das neue Gesetz sprechen, kündigte Bayr an. Israel entferne sich von den Werten
des Europarates, der sich entschieden gegen die Todesstrafe ausspreche.
EU-Kommission kritisiert Gesetz
Auch die EU-Kommission hat die Entscheidung des israelischen
Parlaments deutlich kritisiert. Der Beschluss stelle zusammen mit dem
diskriminierenden Charakter des Gesetzes einen „deutlichen Rückschritt“ dar,
sagte ein Sprecher der Brüsseler Behörde. Die Entscheidung sei „sehr
besorgniserregend“ und eine negative Entwicklung bei der Achtung der
Menschenrechte. Man lehne die Todesstrafe unter allen Umständen ab und habe
darüber auch mit Israel gesprochen.
Deutschland, Frankreich, Italien und Großbritannien hatten
bereits vor der Abstimmung „tiefe Besorgnis“ über den Gesetzentwurf geäußert
und die Todesstrafe als unmenschlich, erniedrigend und wirkungslos bezeichnet.
Ihre Aufforderung, die Pläne aufzugeben, blieb jedoch erfolglos.
Reaktionen aus Deutschland
Grünen-Chefin Franziska Brantner sieht die Bundesregierung
in der Pflicht, mehr als nur Kritik zu äußern. Sie dürfe nicht „nicht länger
wegschauen, sondern muss handeln“, sagte Brantner dem „Spiegel“. Nötig seien
jetzt zumindest gezielte Sanktionen gegen Polizeiminister Itamar Ben-Gvir und
Finanzminister Bezalel Smotrich. Beide Politiker würden mit ihrer Politik von
Vertreibung und Gewalt Menschenrechte mit Füßen treten.
Auch in der Linkspartei sorgte die Entscheidung aus Israel
für Empörung. Co-Parteichef Jan van Aken sagte dem „Spiegel“: „Dass die rechte
Mehrheit im Parlament die Todesstrafe für Straftaten einführen will, die de
facto nur Palästinenser begehen können, ist ebenso diskriminierend wie
rassistisch.“ Das neue Gesetz werde die Region weiter spalten, so van Aken.
CDU-Politiker: Gesetz wird Vorwürfe gegen Israel verstärken
Der außenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Jürgen
Hardt (CDU), sagte dem „Tagesspiegel“, die Todesstrafe sei eine unmenschliche
und erniedrigende Art der Bestrafung ohne jegliche abschreckende Wirkung. „Der
faktisch diskriminierende Charakter des Gesetzentwurfs wird die internationalen
Vorwürfe gegen Israels Behandlung der Palästinenser verstärken.“
Der außenpolitische Sprecher der SPD-Fraktion, Adis
Ahmetovic, sagte der Zeitung: „Diese Entwicklung widerspricht klar
fundamentalen Prinzipien der Menschlichkeit, demokratischer Rechtsstaatlichkeit
und internationalem Recht.“ Besonders problematisch sei die diskriminierende
gezielte Ausweitung gegen Palästinenser.
Amnesty: Gesetz festigt „System der Apartheid“
Amnesty International forderte die sofortige Aufhebung des
Gesetzes und rief die internationale Gemeinschaft zu „maximalem Druck“ auf
Israel auf. Wenn sie gegen Palästinenser in den besetzten Gebieten verhängt
würden, könnten Todesurteile auch Kriegsverbrechen gleichkommen, erklärte
Amnesty-Regionaldirektorin Erika Guevara-Rosas.
Israel hatte die Todesstrafe für Mord im Jahr 1954
abgeschafft und nur in Ausnahmefälle, etwa gegen NS-Verbrecher oder bei Verrat
in Kriegszeiten, beibehalten. Die Hinrichtung des deutschen NS-Verbrechers
Adolf Eichmann im Jahre 1962 war die letzte Vollstreckung. Amnesty sprach von
einer „Zurschaustellung von Grausamkeit, Diskriminierung und absoluter
Missachtung der Menschenrechte“ und warf Israel vor, ein „System der Apartheid
gegen Palästinenser“ zu festigen.
Experte: Höchstes Gericht könnte Gesetz kippen
Aus dem Zwang zur Verhängung der Todesstrafe ergibt sich
nach Ansicht von Experte Amir Fuchs vom israelischen Demokratie-Institut ein
juristisches Problem. „So etwas gibt es in keiner demokratischen Rechtsordnung:
Eine Todesstrafe, die zwingend ist“, sagte Fuchs dem israelischen TV-Sender
N12. „Es muss immer einen Ermessensspielraum für das Gericht oder die
Staatsanwaltschaft bei der Strafbeantragung geben“, sagte er. Das neue Gesetz
gehöre daher für ihn zu „den Dingen, die Gerichte in der Regel aufheben“. Selbst
in demokratischen Staaten mit Todesstrafe, wie den USA, gebe es keine
Todesstrafe als Zwang.
Das neue Gesetz richte sich ausschließlich gegen
Terroristen, die Juden angreifen, erklärte Fuchs weiter. Seinen Worten zufolge
würde diese Bestimmung einer gerichtlichen Überprüfung wegen Diskriminierung
nicht standhalten. Eine Klage des israelischen Bürgerrechtsverbands liegt
bereits beim höchsten Gericht.
Vertreter der Opposition hatten den Mitgliedern von
Netanjahus rechtsreligiöser Regierung vorgeworfen, sie schadeten mit dem Gesetz
wissentlich und ohne Not dem internationalen Ansehen Israels – obwohl es auch
ihnen klar sei, dass das höchste Gericht es mit hoher Wahrscheinlichkeit kippen
werde.
Vertreter israelischer und jüdischer Organisationen in
Deutschland, die sich üblicherweise zu Entwicklungen in Israel äußern,
kommentierten das umstrittene Gesetzesvorhaben bislang nicht. (dpa/mig 2)