Webgiornale, giugno 2026
In Germania la prima edizione della “Italian Week”
BERLINO -
Valorizzare la presenza culturale dell’Italia in Germania e rafforzare il
dialogo tra i due Paesi, che nel 2025 celebrano anche il 75° anniversario delle
relazioni diplomatiche tra Italia e Germania. Nasce con questo obiettivo
l’Italian Week, manifestazione ideata dall’Ambasciata d’Italia a Berlino e che
si terrà in questa sua prima edizione tra la fine di maggio e l’inizio di
giugno.
In questo periodo
e in occasione delle celebrazioni per la Festa Nazionale italiana, che
quest’anno segna l’80° anniversario della Repubblica, prenderà forma in tutta
la Germania un ricco programma di eventi culturali dedicati all’Italia. Mostre,
concerti, proiezioni, incontri e iniziative speciali animeranno numerose città
tedesche, offrendo al pubblico un percorso attraverso il patrimonio artistico,
la creatività contemporanea e le molteplici espressioni della cultura italiana
di oggi.
Mettendo in rete
istituzioni, partner culturali e realtà del territorio, la “Settimana italiana”
si propone come uno spazio di incontro e di scambio; un’occasione per scoprire,
approfondire e condividere una cultura in continua evoluzione, capace di coniugare
tradizione e innovazione.
Questa prima
edizione segna l’avvio di un progetto che l’Ambasciata d’Italia a Berlino
intende sviluppare e consolidare negli anni, con l’ambizione di farne un
appuntamento noto e riconoscibile per la promozione dell’Italia in Germania.
Le iniziative
promosse dalla rete diplomatico-consolare italiana e degli Istituti Italiani di
Cultura in Germania, in raccordo con partner istituzionali tedeschi, sono
raccolte all’interno di un sito internet dedicato, sviluppato per offrire
al pubblico una panoramica completa del programma e delle attività.
A Berlino il
calendario di iniziative comprenderà, tra gli altri appuntamenti, una mostra di
opere della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Festa di Strada sulla
Hiroshimastraße con spettacoli e specialità italiane, l’Italian Short Film
Days, l’Italian Street Food Festival, l’apertura straordinaria al pubblico
dell’edificio dell’Ambasciata per ammirare le opere d’arte attualmente esposte
e una serie di visite guidate dei capolavori italiani alla Gemäldegalerie.
“Abbiamo voluto
dare vita a un’iniziativa diffusa e aperta, per condividere le celebrazioni
dell’Italia e dei rapporti bilaterali con il maggior numero possibile di
connazionali e amici tedeschi”, ha sottolineato l’ambasciatore d’Italia in
Germania, Fabrizio Bucci, durante la conferenza stampa di presentazione
dell’Italian Week. “Questa scelta si inserisce nel percorso avviato per rendere
l’Ambasciata una vera e propria “Casa Italia”: un luogo aperto e partecipato,
in cui sentirsi accolti, incontrarsi e confrontarsi, promuovendo nuove
occasioni di dialogo culturale e di collaborazione. Un luogo che vuole essere
non solo uno spazio di rappresentanza istituzionale, ma anche un punto di
riferimento per affrontare insieme le sfide del presente e rafforzare il senso
di una comune appartenenza europea”.
“Quest’anno”, ha
aggiunto l’ambasciatore, “celebreremo la Festa Nazionale insieme alla Regione
Piemonte e al Land Norhein-Westfalen, a testimonianza della profondità dei
legami che uniscono i nostri territori e le nostre comunità. Abbiamo infatti
voluto dare a queste celebrazioni una dimensione ampia: nazionale, certamente,
ma anche europea, regionale e profondamente radicata nella società civile,
valorizzando il contributo di istituzioni, realtà culturali, associazioni e
cittadini italiani e tedeschi”.
Gli Highlight
dell’Italian Week
Nell’ambito
dell’Italian Week sono previste iniziative dedicate ad arte, musica e
teatro, cinema, lingua e
letteratura, gastronomia e diplomazia della crescita, che si
svolgeranno in numerose città su tutto il territorio, tra
cui Amburgo, Berlino, Brema, Colonia, Darmstadt, Dresda,
Dortmund, Francoforte, Friburgo, Hannover, Monaco, Stoccarda, Wolfsburg e Wuppertal.
Tra le iniziative
previste a Berlino, si segnala la Festa di Strada su
Hiroshimastrasse. sSbato 30 maggio, dalle ore 11.00 alle ore 17.00, la
Hiroshimastrasse sulla quale si affaccia l’Ambasciata si animerà con
intrattenimento culturale e gastronomia, con un programma anche per i più
piccoli. Sarà inoltre possibile partecipare a visite guidate dell’edificio
storico dell’Ambasciata e della collezione di arte contemporanea.
In occasione della
Festa Nazionale, l’Ambasciata ospiterà la mostra “Ore Piccole: opere dalla
collezione Sandretto Re Rebaudengo”, con lavori, tra gli altri, di Maurizio
Cattelan, Vanessa Beecroft, Nan Goldin, Wolfgang Tillmans, Roberto Cuoghi,
Carsten Holler, Elmgreen&Dragset, e molti altri.
Dal 16 giugno al 2
luglio, l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura ospitano “Ciak Si Gira.
Il Grand Tour del cinema italiano”. Nella suggestiva cornice del cortile
dell’Ambasciata, sei proiezioni accompagneranno il pubblico in un viaggio
attraverso luoghi iconici e scenari meno conosciuti della Penisola, da scoprire
e riscoprire attraverso lo sguardo del cinema italiano contemporaneo e dei suoi
grandi autori e autrici.
In occasione della
Settimana italiana, i curatori della Gemäldegalerie di Berlino presentano la
loro selezione dei 10 capolavori italiani del museo da non perdere! Nel corso
di una serie di visite guidate, che si terranno tra il 2 e il 7 giugno, i
curatori condivideranno la loro passione per questi straordinari dipinti.
Dal 4 al 7 giugno
si tiene poi la prima edizione dell’Italy Short Film Days Berlin, organizzato
dalla rivista di critica cinematografica Taxi Drivers, con una selezione di
cortometraggi italiani contemporanei tra fiction, documentario e animazione.
Quattro serate di proiezioni con registi in sala e ospiti dall’Italia, dedicate
ai nuovi linguaggi del cinema italiano indipendente e al dialogo culturale tra
Italia e Germania.
L’Italian Street
Food Festival, organizzato da Berlin Italian Communication nell’ambito del
progetto True Italian, torna dal 6 al 7 giugno presso l’Osthafen, portando
nella capitale tedesca due giornate dedicate allo street food regionale
italiano, alla musica e alla convivialità. Il festival riunirà food truck,
ristoratori, artigiani del gusto e operatori gastronomici italiani attivi a
Berlino e in Germania.
Il programma
completo dell’Italian Week 2026, recante date, orari e modalità di
registrazione, si può consultare sul sito web dell’Italian Week. (aise
20)
Allarme del Sindacato. Rete consolare allo stremo
La rete consolare
italiana attraversa da anni una situazione di forte criticità, dovuta
principalmente agli effetti della cosiddetta spending review, con il drastico
ridimensionamento delle risorse materiali e umane.
Questa è, in
sintesi, l’analisi della Confsal-Unsa/Esteri il maggiore sindacato dei
lavoratori presente alla Farnesina e che conta migliaia di iscritti sparsi
sulla rete consolare.
A fronte di una
presenza sempre più numerosa di cittadini italiani residenti all’estero, il
personale consolare non è, infatti, cresciuto in modo proporzionale, generando
un evidente squilibrio tra domanda e offerta di servizi.
Nonostante ciò, il
personale in servizio continua a garantire prestazioni essenziali con
straordinario impegno, spesso operando in condizioni di lavoro estremamente
gravose.
Stoccarda,
caposaldo di efficienza
Il Sindacato
Confsal-Unsa/Esteri, ricorda che In alcune sedi, come quella di Stoccarda, il
rapporto tra impiegati e utenza ha raggiunto livelli critici, arrivando a circa
un operatore ogni 6.300 utenti.
I dati relativi
all’attività consolare dimostrano tuttavia l’elevata produttività di questa
Sede: nel solo 2025, il Consolato di Stoccarda ha rilasciato 9.287 passaporti,
14.753 carte d’identità elettroniche e gestito complessivamente circa 43.000
pratiche. Numeri che testimoniano l’efficienza e la dedizione del personale, ma
che evidenziano al contempo la necessità urgente di un rafforzamento
strutturale.
E parte da
Stoccarda l’appello di Tommaso Conte, membro del CGIE
In una lettera
inviata alla Direzione Generale per le Risorse e la Formazione del MAECI (che
è, in pratica, l’ufficio del personale della Farnesina), Tommaso Conte, a nome
dei membri eletti in Germania in seno al CGIE, ribadisce che la
digitalizzazione dei servizi non può compensare la carenza di organico e che i
servizi consolari non possono essere ulteriormente compressi.
Sindacato
Confsal-Unsa e CGIE giungono, per vie indipendenti, alla stessa conclusione:
Mandate rinforzi all’estero, prima del totale collasso!
Effettivamente,
diversi fattori hanno messo a dura prova la macchina consolare con la scadenza
definitiva delle carte d’identità cartacee, l’istallazione dei nuovi programmi
informatici nella rete consolare, il Referendum Popolare di qualche settimana
fa, le imminenti elezioni Comites e via dicendo.
Tutte queste
difficoltà sono state affrontate con responsabilità e spirito di servizio.
Tuttavia, così afferma la Confsal-Unsa/Esteri non è più sostenibile continuare
a “fare le nozze coi fichi secchi” nel lungo periodo.
Il CGIE Germania,
dal canto suo, cerca nel frattempo di comprendere meglio come è strutturato il
meccanismo consolare, chiedendo, per esempio, come sono distribuite e dislocate
le forze all’interno della burocrazia consolare.
Tommaso Conte:
“Non vogliamo assolutamente metterci al posto dei consoli nell’organizzazione
consolare ma, piuttosto, fare meglio il nostro dovere di “consiglieri” del
Governo nelle materie che riguardano gli italiani all’estero. Chiederemo,
eventualmente, un intervento del nostro Presidente, Ministro Tajani, affinché
da parte dei consolati ci sia una maggiore apertura nel fornire tutti quei
dettagli tecnici atti a meglio formulare eventuali proposte per velocizzare e
razionalizzare, con accorgimenti interni, il funzionamento della
“macchina consolare”. CdI 8
Il mio primo viaggio in Germania
Tutto ebbe inizio
con una domanda di mio padre. Lui era già un veterano della Germania: viveva e
lavorava lì da diversi anni, facendosi strada con il sacrificio tipico di chi
ha lasciato tutto per costruire un futuro. Un giorno, guardandomi, mi chiese se
avessi voglia di andare a lavorare con lui durante le vacanze estive, presso la
ditta dove era impiegato. Non esitai.
Fu così che
intrapresi il mio primo viaggio verso il Nord. Ricordo ancora l’arrivo a
Eltmann, una cittadina della Franconia adagiata sulle rive del Meno, dove aveva
sede la ditta Auch. Mio padre era stato il pioniere, il primo ad arrivare in
quell'azienda specializzata in grandi intonaci per gli edifici della Baviera;
dopo di lui, aveva fatto arrivare i suoi tre fratelli, me e altri componenti
della nostra famiglia.
Il titolare, il
signor Rudolf Auch, era un uomo dal cuore raro. Nutriva un amore profondo per
gli italiani, nato durante il suo servizio militare in Italia, dove era stato
aiutato e accolto dalla popolazione. Per lui non eravamo solo manodopera,
eravamo persone a cui sentiva di dover restituire un pezzo della gentilezza
ricevuta in tempo di guerra.
Lavorai lì per un
paio d'estati. Furono mesi intensi, divisi tra i cantieri e la villa dei
signori Auch. Ricordo con infinita tenerezza la moglie di Rudolf: nei tre mesi
in cui svolsi mansioni nel loro vigneto e attorno alla loro casa, mi trattò
quasi come un figlio. Poi, la mia strada prese una direzione diversa. Conseguii
il diploma magistrale e mi trasferii a Düsseldorf per iniziare la mia carriera
di insegnante.
Dieci anni dopo,
quando ormai Eltmann apparteneva ai ricordi della giovinezza, il telefono
squillò. Rimasi a bocca aperta nel sentire la voce di Mariella, la segretaria
di allora. Il signor Rudolf voleva parlarmi. Mi chiese due favori che
sembravano usciti da un romanzo: trovare nuova manodopera nel mio paese e,
soprattutto, aiutarlo a rintracciare un vecchio amico italiano conosciuto
durante la guerra.
Eravamo nel 1979.
Senza internet, mi misi al lavoro come un detective, scavando nei ricordi e
nelle anagrafi, finché riuscii a ricostruire che quell'uomo era emigrato in
Canada. Purtroppo, le tracce si persero oltre l'oceano, ma l'impegno profuso fu
il mio modo di onorare quella vecchia amicizia.
Il destino volle
regalarmi un ultimo incontro. Accadde per una coincidenza incredibile
all'aeroporto di Francoforte: eravamo tutti lì per dei voli in coincidenza. Fu
una gioia immensa riabbracciare il signor Rudolf e sua moglie, incrociare di
nuovo gli sguardi con chi, in quel vigneto di tanti anni prima, mi aveva fatto
sentire a casa anche se ero lontano mille chilometri dalla mia terra. Giuseppe
Tizza, de.it.press 13
Cgie. Billi: molti risultati concreti ottenuti insieme
Roma – “Desidero
innanzitutto rivolgere un sincero ringraziamento al Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero e a tutti i colleghi con cui ho avuto modo di collaborare
in questi anni.
Un ringraziamento
va anche ai colleghi dell’opposizione con cui, quando possibile e necessario,
abbiamo lavorato insieme: i problemi degli italiani all’estero non hanno colore
politico e le loro soluzioni non devono diventare terreno di strumentalizzazione
politica.
Ringrazio inoltre
il Ministero degli Esteri, tutta la Farnesina e il Ministro Antonio Tajani per
il lavoro svolto in questi anni su molti dossier importanti per le nostre
comunità nel mondo.
Sono stati
ottenuti risultati concreti e attesi da tempo.
Penso, ad esempio,
alla possibilità di rinnovare la Carta d’Identità Elettronica anche
in Italia per gli iscritti AIRE, alla CIE con validità permanente per
gli over 70, all’attivazione gratuita di SPID e PosteID per gli italiani residenti
all’estero e alla possibilità di ottenere online il codice fiscale.
Importante anche
l’accordo radiotelevisivo con la Repubblica di San Marino, così come
l’integrazione dell’AIRE nell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente,
che rappresenta un passo avanti fondamentale sul piano amministrativo e
digitale.
Sul fronte
consolare, è stato avviato un rafforzamento del personale con aumenti di
dipendenti e contrattisti, mentre le pratiche di
cittadinanza verranno lavorate anche a Roma per alleggerire il carico dei
consolati, con una riduzione dei tempi massimi da 48 a 36 mesi.
È stato inoltre
reso possibile il riacquisto della cittadinanza italiana per chi
l’aveva persa a seguito della naturalizzazione straniera, tema molto sentito da
tante comunità italiane nel mondo.
Sono stati aperti
nuovi consolati a Madrid, Bruxelles ed Edimburgo, mentre proseguono interventi
importanti sulle sedi consolari esistenti.
Penso, ad esempio,
alla nuova Casa d’Italia di Zurigo, che verrà inaugurata a breve dopo avere
superato problematiche molto complesse legate anche alla presenza di amianto e
alla lunga ristrutturazione dell’edificio.
Sono stati
raggiunti anche accordi storici sui frontalieri, attesi da decenni, e ottenuti
risultati importanti sul fronte dei collegamenti ferroviari internazionali, con
il ritorno del treno notturno per Vienna e Monaco, la riattivazione della linea
Cuneo-Breil-Ventimiglia e il progressivo ripristino dei collegamenti sul
Frejus.
Importanti anche
le misure per il personale scolastico degli Enti Gestori, con l’estensione
dell’opzione da 6 a 9 anni, e la deroga ai 18 mesi di permanenza presso la
Farnesina per i neoassunti, così da poter rafforzare più rapidamente gli
organici consolari all’estero.
Infine, desidero
rivolgere un particolare ringraziamento all’Ambasciatore d’Italia in Svizzera
Gian Lorenzo Cornado per l’ottimo lavoro che sta portando avanti anche sul
dossier Crans-Montana.
Naturalmente
nessuno ha la bacchetta magica e restano ancora molte questioni aperte da
affrontare.
Dobbiamo
continuare a lavorare insieme per migliorare ulteriormente le elezioni dei
Comites e il voto degli italiani all’estero, rafforzare i servizi consolari e
mantenere alta l’attenzione politica sulle nostre comunità nel mondo.
Gli italiani
all’estero sono i primi ambasciatori dell’Italia nel mondo.
Per questo
dobbiamo continuare a collaborare con spirito costruttivo, concretezza e senso
delle istituzioni.”
Lo ha dichiarato
l’On. Simone Billi, unico eletto nella Circoscrizione Estero – Europa per il
Centro Destra e Presidente del Comitato per gli Italiani nel Mondo. Dip 14
La Germania e le Sonderschulen: un sistema ancora separato
In Germania le
scuole speciali, chiamate un tempo “Sonderschulen” e oggi più spesso
“Förderschulen”, continuano ad avere un peso molto più alto rispetto a molti
altri Paesi europei. Nonostante anni di discussioni sull’inclusione scolastica,
centinaia di migliaia di ragazzi vengono ancora separati dalla scuola normale.
Secondo i dati
ufficiali della Conferenza dei Ministri della Cultura tedesca (KMK) e della
Fondazione Bertelsmann, nell’anno scolastico 2022/2023 gli studenti con bisogni
educativi speciali erano circa 581.000. Di questi, il 55,6% frequentava ancora
una Förderschule separata, mentre solo il 44,4% era inserito nella scuola
comune. (bertelsmann-stiftung.de)
La cosiddetta
“quota di esclusione”, cioè la percentuale di tutti gli studenti che
frequentano una scuola speciale separata, era ancora del 4,2% a livello
nazionale. (bertelsmann-stiftung.de)
Il confronto
storico è molto significativo:
nel 2008/2009 la
quota era del 4,8%;
nel 2022/2023 è
scesa solo al 4,2%.
In quattordici
anni il cambiamento è stato quindi molto limitato. (bertelsmann-stiftung.de)
Ancora più
impressionante è il numero assoluto degli studenti coinvolti. Nel 2022/2023 gli
alunni con sostegno speciale erano oltre 581.000, contro circa 482.000 nel
2008/2009. (bertelsmann-stiftung.de)
In pratica, mentre
la Germania parla sempre più di inclusione, il numero complessivo dei ragazzi
classificati come bisognosi di educazione speciale continua ad aumentare.
Le differenze tra
i Länder sono enormi. A Brema solo lo 0,9% degli studenti frequenta una
Förderschule, mentre in altri Länder dell’est la percentuale supera il 5%.
(bpb.de)
Nel
Nordreno-Vestfalia, il Land più popoloso della Germania, nel 2025/2026 gli
studenti con bisogni educativi speciali erano 164.425, pari all’8,2% degli
alunni. Di questi, 89.365 frequentavano ancora una Förderschule. (it.nrw)
Molti pedagogisti
tedeschi criticano il sistema perché spesso colpisce soprattutto i figli delle
famiglie più povere o degli immigrati. Il rischio è che la scuola speciale
diventi non solo un sostegno educativo, ma anche una forma di separazione
sociale.
Dopo la
Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, la Germania aveva
promesso una scuola più inclusiva. Tuttavia, la realtà mostra che il sistema
delle Förderschulen continua ad avere un ruolo centrale.
Per molti
osservatori, il problema non è aiutare chi ha difficoltà, ma evitare che la
separazione diventi definitiva e impedisca ai ragazzi di avere le stesse
opportunità degli altri studenti. Giuseppe Tizza, de.it.press 16
“Democrazia” e
“Libertà” sono due effettività che non possono fare a meno l’una dell’altra. Da
senza eccezioni. Intanto, come “Democrazia” s’intende la gestione della
Sovranità al Popolo che la esercita tramite suoi Rappresentanti. La “Libertà”,
di conseguenza, è un principio di vita ordinata da leggi dello Stato ideate in
Democrazia. Conviene rilevarlo.
In prima analisi,
quindi, Libertà e Democrazia sono due soggetti inscindibili. Tanto per essere,
da subito, chiari: senza libertà, non ci può essere vera democrazia e
viceversa. I due nessi non sono, però, sempre abbinati come dovrebbero. Anche
se l’uno ha da essere il naturale effetto dell’altro.
Ci sembra, quindi,
opportuno chiarire una concezione fondamentale. La Democrazia è il risultato di
una scelta che, una volta raggiunta, è da mantenere. La Libertà ha un valore,
altrettanto sostanziale, perché figlia dalla Democrazia.
Infatti, il concetto di “Libertà” può essere
influenzato da posizioni politiche che, per una serie di motivi, ne limitano i
fini. Insomma, essere “liberi”, ma tutti ”liberi”, può essere difficile come
per il passato. Basta riflettere sulle agitate realtà del mondo.
Là dove è presente
la Democrazia, invece, la Libertà è il naturale diritto garantito da una
politica capace di dare sviluppo ai fatti nella società nella quale sono
maturati. Certo è che una Libertà non ufficializzata da Norme democraticamente
condivise, scivola verso il disordine; che non à mai figlio della Democrazia. A
questo punto, il binomio di “Democrazia” e “Libertà” acquista un particolare
valore che non può essere reso secondario da nessuno e per nessun motivo.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Corrado Lorefice nuovo presidente della Fondazione Migrantes
Roma. Monsignor
Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è il nuovo presidente della
Fondazione Migrantes. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale
italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni
episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio,
lo ha eletto ieri, 26 gennaio, presidente della Commissione episcopale per le
migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione (art.
8), sarà anche il presidente della Migrantes.
Classe 1962, di
Ispica (Ragusa), Lorefice entra in seminario nel 1976. Frequenta la scuola
pubblica iscrivendosi all’Istituto Magistrale “Matteo Raeli” della stessa
città. Dopo la maturità, conseguita nel 1981, fa il suo ingresso nel Seminario
Maggiore di Noto che in quegli anni era ospitato presso il Seminario Vescovile
di Acireale, e frequenta lo Studio Teologico S.Paolo di Catania.
Conseguito il
Baccalaureato in Teologia nel 1985, visto il brillante risultato, il Vescovo
Nicolosi lo invia a Roma, presso l’Accademia Alfonsiana, per completare gli
studi teologici, ospite presso il Collegio San Norberto dei Padri
Premonstratensi. Dal gennaio al giugno 1988 presta servizio pastorale presso la
Chiesa del Preziosissimo Sangue di Roma.
Ottenuta la
Licenza in Teologia Morale nel 1988, viene ordinato Diacono nel 1986 e
Presbitero l’anno successivo.
Il 2 gennaio 1988
viene nominato Mansionario del Capitolo della Cattedrale per divenirne due anni
dopo Canonico Maggiore. Il Primo ottobre del 1988 viene nominato Economo del
Seminario Vescovile mentre nell’ottobre 1989 è Vice Rettore del Seminario: incarichi
che mantiene fino al settembre 2008. In questo periodo cura, insieme al Rettore
di allora, don Rosario Gisana, oggi Vescovo di Piazza Armerina, significative
esperienze della Scuola di Preghiera per i giovani della Diocesi e numerosi
Campi Scuola Vocazionali per i giovani e gli adolescenti. Il Primo ottobre 1990
viene nominato Direttore del Centro Diocesano Vocazioni, ruolo che gli consente
di stringere una stretta collaborazione con don Pino Puglisi; successivamente
diventa Direttore del Centro Regionale Vocazioni e Membro del Consiglio del
Centro Nazionale Vocazioni dal 1997 al 2007.
Tanti gli
incarichi nelle parrocchie che serve negli anni e in Diocesi, ma non solo:
conseguita la Licenza all’Accademia Alfonsiana, ha insegnato Teologia Morale in
diversi istituti siciliani; nel dicembre 2009 ha conseguito il Dottorato in
Teologia, discutendo una Tesi dal titolo “La Chiesa e il mistero di Cristo nei
poveri. G. Dossetti e la formazione del discorso sulla povertà tenuto al
Concilio Vaticano II dal Card. G. Lercaro”.
Il 27 ottobre del
2015 viene eletto Arcivescovo Metropolita di Palermo.
“Servitore delle
Chiese che sono in Italia. In comunione di preghiera e di servizio. Per dare
corpo a quanto il Santo Padre ci ha appena consegnato nella sua Enciclica
Magnifica Humanitas: “... preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con
perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al
centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i
migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una
dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente
s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11)” (Leone
XIV, Magnifica Humanitas)” le prime parole di Lorefice nel suo nuovo incarico.
La Fondazione
Migrantes, si legge in una nota, “lo accoglie con gioia e fiducia, conoscendo
bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni
a Palermo e in una Regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante
nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone
migranti”.
La Migrantes
“ringrazia di cuore monsignor Gian Carlo Perego per i tanti anni spesi al
servizio delle persone che sono al centro della nostra missione. Egli, infatti,
è stato direttore generale della Fondazione dal 1° dicembre 2009 fino alla
nomina nel 2017 ad arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa. È stato
successivamente nominato presidente della Commissione episcopale per le
migrazioni e della Fondazione Migrantes nell’Assemblea generale del 24-27
maggio 2021. Il suo è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile”.
(aise 27)
Come l’Europa può evitare di diventare una “colonia” tra Washington e
Pechino?
La dipendenza
digitale dall'America e la minaccia cinese crescono, rischiando la
de-industrializzazione dell'Europa
Una domanda agita
i corridoi di Bruxelles: l’Europa è destinata a diventare una colonia degli
Stati Uniti o della Cina? È questa la provocazione lanciata durante l’ultimo
dibattito del progetto “Europe Head-to-Head” di Carnegie Europe, dove la
direttrice Rosa Balfour ha riunito due delle voci più autorevoli della
geopolitica mondiale: Anu Bradford (Columbia University) e Noah Barkin (Rhodium
Group).
La morsa
tecnologica e il “ricatto” americano
Secondo Anu
Bradford, autrice del celebre The Brussels Effect, l’Europa vive oggi una
dipendenza digitale quasi totale da Washington. Se in passato questa sintonia
era data per scontata grazie a una convergenza di valori, il ritorno del tycoon
Donald Trump alla presidenza della Casa Bianca ha cambiato le regole del gioco.
“Oggi, ogni strada
tecnologica porta in America”, ha spiegato Bradford, citando la dipendenza
europea da infrastrutture cloud, sistemi di pagamento e intelligenza
artificiale, un settore dove l’Europa sembra ridotta al ruolo di spettatrice.
Il rischio concreto è che il governo statunitense utilizzi queste dipendenze
come armi, minacciando dazi o il ritiro delle garanzie di sicurezza della Nato
se Bruxelles non dovesse piegare le proprie leggi – come il Regolamento privacy
(Gdpr) o l’Ai Act – agli interessi delle Big Tech americane.
L’ombra lunga di
Pechino è una minaccia “climatica”
Se l’attrito con
gli Stati uniti è visibile e rumoroso, Noah Barkin avverte che la minaccia
cinese è più profonda e sistemica, simile a quella del cambiamento climatico:
un problema che molti governi europei tendono a ignorare, sperando di poterlo
affrontare “domani”. La Cina ha accumulato una leva economica immensa dominando
le catene di approvvigionamento di minerali critici, chip e tecnologie verdi.
Il rischio è una
de-industrializzazione forzata. La Germania, cuore manifatturiero del
continente, perde già circa 10.000 posti di lavoro al mese a causa della
concorrenza cinese, che produce a costi inferiori del 30-50%. Barkin sottolinea
come Pechino stia già dettando le sue “linee rosse”: se l’Europa cerca di
diversificare i fornitori, la Cina minaccia ritorsioni immediate, forzando le
aziende europee a scegliere tra la propria autonomia politica e l’accesso ai
mercati orientali.
Oltre la paura: le
armi segrete dell’Unione
In altre parole:
l’Europa può diventare un Davide dinanzi a due Golia mondiali? Il dibattito ha
evidenziato che c’è speranza. La forza dell’Unione risiede nel suo mercato
unico, un asset indispensabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Per
molti giganti tecnologici americani, l’Ue rappresenta tra il 20% e il 25% del
fatturato annuo, una quota troppo alta per permettersi un divorzio totale. Allo
stesso modo, la Cina, colpita da una crisi demografica e da una domanda interna
debole, ha bisogno dei consumatori europei per far girare le proprie fabbriche.
“La sovranità
tecnologica totale è un’illusione per chiunque”, ha ricordato Bradford. In un
mondo dove nessuno può produrre da solo l’intera filiera di un microchip,
l’Europa deve imparare a usare la propria leva normativa non solo per
difendersi, ma per imporre le proprie condizioni.
“Necessario un
cambio di mentalità”
Per uscire da
questo vicolo cieco, gli esperti suggeriscono tre passi fondamentali:
1. Flick the
mental switch: passare da una postura difensiva e reattiva a una proattiva,
smettendo di considerarsi l’anello debole della catena.
2. Fine dei silos:
l’Ue deve creare un Consiglio di sicurezza economica per coordinare commercio,
difesa e tecnologia sotto un’unica strategia nazionale, superando la
frammentazione tra i 27 Stati membri.
3. Alleanze con le
“medie potenze”: l’Europa deve guidare un blocco di “tecnodemocrazie”, come
Giappone, Corea del Sud, Canada e Regno Unito, per creare reti di
approvvigionamento affidabili che non dipendano esclusivamente dai due giganti.
L’Europa, come
suggerito da Barkin, deve finalmente “mettere in ordine la propria casa”. Se
riuscirà a completare l’unione dei mercati dei capitali e a trasformare le
proprie regolamentazioni in un vantaggio competitivo, il vecchio continente
potrà smettere di essere un campo di battaglia per le superpotenze e tornare a
essere un architetto del nuovo ordine globale. Adnkronos 29
La sfida dell’Unione Europea: come restare uniti in tempo di guerra
L’Unione Europea,
assediata all’esterno dai russi e costretta all’interno a fronteggiare i
nazionalisti, si sta ponendo da qualche tempo il problema di come possa restare
unita in tempo di guerra e cementare meglio la solidarietà tra gli Stati
membri.
Dopo la
trasformazione del suo alleato storico, l’America, in un avversario senza
scrupoli ad opera del suo presidente, non può più pensare di difendersi
appellandosi alla solidarietà atlantica, anche perché Trump ha cominciato a
ridurre la presenza militare americana in Europa e ha riaperto il conflitto
commerciale con l’Unione, mettendo in discussione alleanze e accordi
transatlantici.
Un’offensiva,
quest’ultima, che è partita immediatamente dal settore cruciale dell’auto con
l’aumento dei dazi dal 15% attuale al 25%, ma il cui tempismo non manca di
destare timori sulla fragilità dei rapporti non solo economici. Il sospetto,
del tutto legittimo, è quello di un Trump in affanno per la guerra in Medio
Oriente e per il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha spinto il tycoon ad
intensificare le tensioni transatlantiche, mai sopite, nell’era dell’America
First, che vanno dalla guerra in Ucraina al ruolo della
Purtroppo l’Unione
Europea manifesta da tempo, non da adesso, una disomogeneità interna, protetta
dal principio dell’unanimità, che le impedisce di agire, come dovrebbe,
soprattutto nel campo della sicurezza.
In un’intervista
dello scorso gennaio al Der Spiegel, Manfred Weber, esponente di spicco del
PPE, affermava di essere favorevole ad un nuovo trattato di sovranità, che
consenta agli Stati disposti a farlo di collaborare più strettamente in materia
di politica estera e sicurezza e, nel caso del raggiungimento della pace in
Ucraina, schierando forze di pace europee, come primo nucleo di un futuro
esercito europeo.
Finalmente
l’Unione Europea ha deciso di farsi carico della propria difesa e lo ha fatto,
sospendendo i vincoli sugli Stati membri del Patto di stabilità e crescita, per
quanto riguarda le spese militari.
Quanto deciso a
Bruxelles ha favorito in particolare la Germania, il Paese con il più ampio
spazio fiscale e la più estesa struttura industriale in Europa, che ha speso
per la difesa più di ogni altro Paese europeo nel 2025, al punto che il suo
budget militare è oggi il quarto nel mondo dopo quello della Russia e nel 2030
il suo esercito, la Bundeswher, sarà il più potente esercito in Europa.
Dopo essere stata
per ottant’anni uno stato tra gli stati, la Germania sta tornando ad essere la
più grande potenza militare europea, anche perché la Francia, che mantiene la
supremazia nucleare, dati i costi elevati per tenerla sempre aggiornata, non può
rafforzare e modernizzare la sua difesa convenzionale.
Ma, con
l’abbandono degli americani, per le scellerate scelte di Trump, una Germania
militarmente forte non è una risorsa, anche perché la Francia non dispone di
una legittimità all’egemonia in sede europea, come quella che ha permesso
all’America di mantenere un equilibro tra i Paesi all’interno della Nato.
Se poi aggiungiamo
il pericolo che in Francia nel 2027, e in Germania nel 2029, leader e partiti
nazionalisti potrebbero andare al governo, gli squilibri già esistenti
potrebbero trasformarsi in rivalità tra gli Stati che fanno parte dell’Unione.
Angela Casilli,
de.it.press 14
Il Silenzio: il potere di percepire le Verità nascoste della Vita
La maggior parte
delle persone pensa che il silenzio sia semplicemente l’assenza di suono o la
mancanza di espressione. Ma, in una prospettiva più profonda, quando siamo in
silenzio, diventiamo più consapevoli. Nel silenzio si percepisce con maggiore
chiarezza, si pensa in modo meno reattivo e si comprende nella forma più
sottile e autentica. L’essere umano vive nel flusso sempre mutevole di parole,
pensieri e comunicazione; ma nel silenzio inizia a emergere, dolcemente ma con
certezza, un altro livello della realtà. Le persone usano la parola per
comunicare; la comunicazione è linguaggio. Le parole vengono utilizzate per
spiegare, giustificare, connettere e, a volte, anche per proteggere le persone
da un’ulteriore esposizione.
Tuttavia, il
linguaggio è certamente limitato nelle sue capacità. Esiste un limite alla
complessità dell’esperienza interiore che può contenere. Emozioni, intenzioni,
paure, contraddizioni e conflitti silenziosi possono essere solo parzialmente
espressi. Ciò che viene ascoltato è sempre solo una parte di ciò che viene
realmente sentito. Questo significa che la comunicazione umana è sempre, allo
stesso tempo, espressione e occultamento. Osservando, osservando ancora e
riflettendo sulla vita, si arriva a comprendere che, con il tempo, non si
acquisisce necessariamente più conoscenza semplicemente parlando di più. In
effetti, a volte l’espressione verbale costante può far percepire meno. Ho
avuto momenti nella mia vita in cui sentivo di non riuscire a riflettere a
causa dell’eccesso di parole. I momenti di silenzio, anche solo per pochi
secondi, spesso portavano una chiarezza inaspettata. In contrasto con i momenti
di discussione, i momenti di silenzio - soprattutto quelli brevi - portavano
spesso una lucidità sorprendente. È in questa esperienza che il silenzio non
appare più come “inudibile”, ma come “consapevole”.
È qui che entra in
gioco il potere del silenzio. Più la percezione è raffinata, minore è
l’attività verbale esterna. La mente inizia a osservare, non interpreta
immediatamente. Non reagisce semplicemente alle parole o alle situazioni, ma
comincia a notare le pause, il tono, i cambiamenti emotivi e i sottili schemi
del comportamento. Lentamente si comprende che la comunicazione non è solo
verbale e che esiste una comunicazione anche in assenza di parole. Quando
l’espressione umana viene osservata attentamente, spesso si scopre che le
persone rivelano ciò che non dicono o ciò che non comprendono pienamente. Prima
di assumere forma verbale, paura, incertezza, orgoglio, tristezza e persino
desiderio vengono spesso modificati. Di conseguenza, la realtà interiore è
spesso una versione controllata del linguaggio parlato.
Nel silenzio,
questi livelli diventano più evidenti. Il silenzio non impone interpretazioni,
ma crea spazio per l’osservazione. In quello spazio, la chiarezza della
comprensione emerge spontaneamente. Spesso una pausa nel discorso, un
cambiamento nell’espressione, una domanda evitata o un’esitazione non espressa
comunicano ciò che non può essere detto a parole. Nella mia esperienza
personale, ho notato che quando non parlo, non penso e non agisco, riesco a
percepire queste dimensioni sottili; ma quando partecipo attivamente a una
conversazione o al pensiero, non riesco a sentirle. Così il silenzio diventa un
veicolo attraverso il quale una verità umana più profonda può essere percepita.
Il silenzio modifica anche la dinamica tra mente e pensiero dal punto di vista
psicologico. La mente umana normalmente opera in un flusso continuo di dialogo
interiore. Spesso i pensieri corrono rapidamente, stimolati da emozioni,
ricordi o eventi esterni. Ma nel silenzio questo flusso rallenta. La mente non
viene più vissuta solo internamente, ma osservata dall’esterno, come se si
stesse guardando la mente invece di esserne completamente immersi.
La scelta di
passare dal partecipare all’osservare è fondamentale. Più i pensieri vengono
osservati senza essere assorbiti, maggiore è la chiarezza che emerge. È
evidente che non tutti i pensieri sono veri. Alcuni sono schemi ripetitivi,
altri reazioni emotive e altri ancora risposte condizionate dall’esperienza
passata. Ho visto personalmente che molti pensieri diventano meno pressanti e
più silenziosi quando vengono osservati. Essi arrivano, rimangono e scompaiono
senza necessità di risposta. Il pensiero non scompare quando non viene
espresso, ma si rivela. Qui nasce una forma più pacifica di comprensione. Non
richiede pensiero né verbalizzazione. Piuttosto emerge come percezione
immediata. Questo tipo di conoscenza non è verificabile né esprimibile a parole;
è semplicemente una chiarezza nella consapevolezza. È una modalità di
conoscenza immediata, ma non costruita. Questo processo inizia dentro
l’individuo, ma influenza la vita esterna nelle relazioni e nella percezione
sociale. Le persone tendono a essere più sensibili all’onestà emotiva quando
sono in silenzio. Le differenze tra ciò che viene detto e ciò che si intende
diventano più evidenti. L’espressione umana non viene più percepita solo
superficialmente, ma su più livelli e dimensioni.
Per esempio, una
persona può non sembrare sicura nel parlare perché è insicura, oppure può
essere silenziosa perché è riflessiva. Anche la soppressione delle emozioni può
essere un segno di controllo. Ascoltando, ho scoperto che si può diventare più
sensibili e comprendere meglio le situazioni, andando oltre la superficie del
comportamento umano. Qui emerge anche un apprendimento riflessivo: a volte è
sufficiente osservare gli altri per comprenderli; a volte non è necessario
reagire. Questa consapevolezza non interferente è possibile solo nel silenzio.
Permette di osservare senza giudicare o reagire immediatamente. Allo stesso
tempo, il silenzio rafforza anche la consapevolezza di sé. Quando la capacità
di esprimersi diminuisce, l’attenzione si rivolge naturalmente verso l’interno.
La persona inizia a percepire più chiaramente i propri processi mentali ed
emotivi. Si crea una lieve separazione tra consapevolezza e pensiero; non si è
completamente immersi nei pensieri. In questo stato, l’identificazione non è più
vissuta come qualcosa “scritto” nel pensiero o nell’espressione. L’identità
viene invece percepita come una consapevolezza fluida che osserva pensieri,
emozioni e reazioni mentre emergono e svaniscono. Nella mia esperienza
personale, ho visto chiaramente che non sono i miei pensieri, ma la
consapevolezza in cui i pensieri sorgono.
Dal punto di vista
filosofico, questo significa che il silenzio non è una condizione passiva, ma
uno stato attivo di coscienza. Nella vita umana, sia il parlare che il silenzio
sono necessari. Il parlare è indispensabile per la comunicazione, la socializzazione,
l’espressione emotiva e la comprensione. Ma la sola parola non porta una
comprensione completa. Per profondità e significato, il silenzio è necessario.
Il silenzio permette riflessione, integrazione e comprensione più profonda. Non
sostituisce la comprensione con il sentimento immediato. In questo senso,
silenzio e parola non sono opposti, ma aspetti complementari dell’essere umano.
Uno esprime la vita verso l’esterno e l’altro verso l’interno.
Da una prospettiva
generale, coloro che imparano gradualmente a bilanciare espressione e silenzio
sviluppano una comprensione della realtà più complessa. Diventano meno reattivi
e più attenti. Cominciano a vedere schemi emotivi e psicologici negli altri e
in se stessi. La comprensione diventa non tanto interpretazione, quanto presa
di coscienza. Questo cambiamento l’ho vissuto personalmente. Più rimanevo in
silenzio in certi momenti, meno sentivo il bisogno di spiegare tutto
immediatamente. Ho iniziato a lasciare che le esperienze e i pensieri si
depositassero prima, per poi arrivare alle conclusioni. Questo piccolo
cambiamento ha trasformato la natura della comprensione: più tranquilla, più
profonda e meno frammentata. Non è mancanza di comunicazione, ma espansione
della percezione—questo è il silenzio. Non rifiuta il linguaggio, ma lo
trascende. Senza suono non si costruisce significato, ma rimane pura
consapevolezza. Questo significa che il silenzio è un agente di trasformazione
che rende le verità nascoste più accessibili dentro le persone e nelle
relazioni umane.
In definitiva, il
silenzio è un mezzo per andare oltre il linguaggio verso quella dimensione
dell’esperienza umana che non è espressa a parole. Mostra la profondità
dell’espressione, la complessità del comportamento e la chiarezza del pensiero.
Le parole definiscono e comunicano, ma il silenzio percepisce e comprende.
Insieme formano il sistema completo della coscienza umana, ma è spesso il
silenzio a permettere alla verità di emergere nella sua forma più sottile e
autentica. Dr Sethi K.C., de.it.press 27
L'Europa bacchetta
l'Italia ma premia Mario Draghi
(13.05) Con lo
sforamento italiano delle regole di bilancio europee, torna il dibattito tra
paesi frugali e spendaccioni in un contesto di crisi energetiche e
geopolitiche. Una via d'uscita è indicata nel Rapporto sulla competitività
europea di Mario Draghi che, per i suoi impulsi a favore di un Europa più
forte, riceve il premio internazionale Carlo Magno. Ne parliamo con Enzo
Savignano e Alessandro Speciale, autore di due libri su Mario Draghi.
Perché si parla
tanto di sugar tax in Italia e Germania?
(12.05) Troppi
dolci e bevande zuccherate fanno male, a tutti. Per questo da anni l’OMS chiede
di introdurre leggi per ridurre il consumo di zucchero. Germania ed Italia sono
pronte ad adeguarsi e a tassare le bibite zuccherate, ma non subito... Ne parliamo
con Enzo Savignano, e con le esperte Carlotta Franchi e Roberta Occhinegro, che
ha tanti consigli pratici per placare la voglia di dolce ed evitare gli
zuccheri nascosti.
Meno truppe USA in
Germania, più rischi per l’Europa?
(11.05) Trump
minaccia di ridurre la presenza militare USA in Europa, in particolare in
Germania, accusata di non sostenere Washington nella crisi con l’Iran. Il tema
solleva dubbi sulle conseguenze strategiche per la difesa europea e i rapporti
transatlantici, ma anche sugli effetti economici nei territori che ospitano
basi militari statunitensi. Ne parliamo con Enzo Savignano e con il giornalista
del Corriere della Sera Giuseppe Sarcina.
Una veneziana di
Norimberga spiega l'Italia ai tedeschi
(08.05) Nicoletta
De Rossi, giornalista e autrice veneziana, vive dal 2000 in Germania.
Presidente del Comites di Norimberga e attivissima nell'associazionismo
culturale, Nicoletta è anche autrice di guide in cui spiega ai tedeschi, in
modo appassionante, l'Italia, gli italiani e il loro modo di essere. L'ultima
di queste guide, "Love Italy", è uscita proprio in questi giorni.
Ma è più facile
avere figli all'estero?
(07.05) Le
famiglie italiane nel mondo, tutte diverse ma con motivazioni, esperienze,
nostalgie comuni. Ne tracciamo un identikit con Eleonora Voltolina, autrice di
"Crescere Expat. Famiglie italiane nel mondo", libro nato da una
grande ricerca promossa dalla Fondazione Migrantes. E parliamo delle esperienze
concrete di Lara Gullen, che con ironia analizza le differenze culturali fra
Italia e Germania legate all'educazione dei figli o all'essere mamma, ma non
solo, nel blog "Intanto in Tedeschia".
Leone XIV: un anno
di pontificato ma è scontro con Trump
(06.05) Il
Pontefice avrebbe sicuramente preferito festeggiare il primo anno dalla sua
elezione (8 maggio 2025) in modo tranquillo, e invece è al centro di uno
scontro senza precedenti con il presidente americano Donald Trump. Giulio
Galoppo ci parla dei rapporti di Leone XIV con la chiesa tedesca mentre di
quelli con la chiesa americana parliamo con Massimo Franco, che su questo tema
ha appena pubblicato un libro.
Un anno di governo
Merz: molte ombre, poche luci
(05.05) In base a
quanto riportato dai sondaggi, tra il 76 e il 78% dei tedeschi giudica
negativamente l'operato del cancelliere Merz e della coalizione nero-rossa. È
il dato più negativo per un cancelliere tedesco dopo appena 12 mesi di governo.
Con Giulio Galoppo e il Prof. Ubaldo Villani-Lubelli ricostruiamo la vita, fin
qui molto sofferta e poco produttiva, dell'esecutivo federale e proviamo a
capire se Merz e i suoi ministri hanno un futuro, o la Germania va incontro ad
altri scenari politici.
La dichiarazione
dei redditi tra Germania e Italia spiegata bene
(04.05) È una
delle scadenze più temute dell'anno: la dichiarazione dei redditi in Germania.
Quali sono le tempistiche, a chi chiedere aiuto, quali i documenti importanti e
quali le novità. E soprattutto: come si dichiarano i redditi percepiti in
Italia se siamo residenti in Germania? Tutte le risposte da Giulio Galoppo e
Ennio Vial, commercialista e specializzato in fiscalità internazionale.
Italia-Usa, Meloni: "Con Rubio abbiamo parlato di Cina, Ucraina e
della prossima visita di Trump"
Il segretario di
Stato americano ha reso noto che non hanno "parlato del ritiro delle
truppe americane" dall'Europa, precisando che lui "sostiene la
Nato"
Circa un'ora e
mezza di colloquio oggi, venerdì 8 maggio, tra il segretario di Stato Usa Marco
Rubio e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. L'incontro
è stato definito dalla stessa premier "proficuo e costruttivo",
specificando di aver "trattato tante idee, il tema dei rapporti
bilaterali, quanto ovviamente le grandi questioni degli scenari internazionali
come la crisi in Medio Oriente, la sicurezza e la libertà di navigazione e
quindi dello stretto di Hormuz". E poi, "abbiamo parlato di alcuni
dossier che sono particolarmente importanti per l'Italia, perché l'Italia
storicamente gioca un ruolo, penso alla Libia, al Libano; abbiamo parlato di
Ucraina, di Cina e della prossima visita del presidente americano", Donald
Trump.
Del resto, ha
sottolineato, "entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto
transatlantico, ma entrambi allo stesso modo comprendiamo quanto sia necessario
per ciascuno difendere i propri interessi nazionali". E dunque, ha
concluso, "l'Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come
fanno gli Stati Uniti. Ed è bene che su questo ci si trovi d'accordo".
Rubio: "Non
abbiamo parlato del ritiro delle truppe americane dall'Europa"
Rubio "ha
sottolineato l'impegno degli Stati Uniti a garantire uno stretto coordinamento
sulle priorità comuni" nell'ottica di "rafforzare la partnership
strategica tra Stati Uniti e Italia". I due, riferisce il portavoce Tommy
Pigott, "hanno discusso delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il
Medio Oriente e l'Ucraina, e dell'importanza di una collaborazione
transatlantica costante per affrontare le minacce globali".
Con la premier, ha
detto Rubio, "non abbiamo discusso di argomenti specifici" come il
ritiro delle truppe americane dall'Europa. "E' una decisione che deve
prendere il presidente, ma io ho sempre detto pubblicamente di essere un forte
sostenitore della Nato - ha aggiunto -. Uno dei motivi principali per cui gli
Stati Uniti fanno parte della Nato è la possibilità di disporre di forze
schierate in Europa che possiamo impiegare in altre situazioni di emergenza.
Ora però non è più così, almeno per quanto riguarda alcuni membri della Nato.
Si tratta di un problema che va approfondito".
Ucraina
Parlando, poi, a
margine da Roma il segretario di Stato americano ha detto che Washington è
pronta a continuare a svolgere il ruolo di "mediatore" nel conflitto
in Ucraina. "Siamo pronti a continuare a ricoprire questo ruolo e rimanere
produttivi - ha dichiarato Rubio ai giornalisti da Roma -. Ma non vogliamo
investire tempo ed energia in uno sforzo senza passi avanti".
Iran
All'indomani dello
scambio di attacchi con l'Iran nello Stretto di Hormuz Rubio ha detto che
"la linea rossa è chiara". "Se minacciano gli americani, li
faremo saltare in aria. Non si può essere più chiari di così. Se sparano alle
navi Usa, cosa dobbiamo fare? - ha chiesto Rubio - Solo i Paesi stupidi non
rispondono quando gli sparano contro". "L'Iran ora sostiene di avere
il diritto di controllare una via d'acqua internazionale. Il mondo dovrà
decidere se è disposto a normalizzare questa situazione". Una simile
situazione rappresenterebbe per Rubio "un precedente pericoloso" a
livello globale.
Il capo della
diplomazia americana ha spiegato che Stati Uniti stanno cercando una soluzione
diplomatica. Rubio ha, inoltre, avvertito che, se la comunità internazionale
non intende accettare questo scenario, "servirà qualcosa di più di
semplici dichiarazioni".
Meloni e la
diplomazia del caffè
Davanti a una
tazzina di caffè, un italianissimo espresso, e a qualche biscotto da tè, Meloni
e Rubio hanno affrontato i principali dossier di politica estera con
particolare attenzione alla crisi nello Stretto di Hormuz e alla situazione in
Libano. L'incontro, definito da fonti governative una visita di cortesia - dal
momento che il capo della diplomazia a stelle e strisce si trova a Roma,
soprattutto, per incontrare il Papa - arriva dopo le tensioni innescate dalle
dure dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che aveva accusato,
tra gli altri Paesi, anche l'Italia di non sostenere adeguatamente la Casa
Bianca sulla crisi iraniana. Accuse respinte nei giorni scorsi dalla stessa
Meloni, che aveva definito "non corrette" le parole del tycoon nei
confronti dell’Italia.
Anche attraverso
una tradizionale pausa caffè passa, dunque, la diplomazia della premier
italiana, in un gesto che richiama la convivialità tipica del Paese. "No
grazie, il caffè mi rende nervoso..." è la celebre battuta che dà il
titolo al film con Massimo Troisi. Stavolta, però, la speranza è che l’aroma
dell’espresso abbia contribuito a rendere il clima più disteso. Adnkronos 8
Gli insegnanti italiani nel mondo: quando la competenza diventa civiltà
Esiste un’Italia
che raramente occupa le prime pagine dei giornali, eppure continua a essere
cercata, apprezzata e rispettata in tutto il mondo. È l’Italia degli
insegnanti, dei formatori, dei musicisti, degli studiosi, degli interpreti
della cultura e delle competenze che la nostra storia ha accumulato nei secoli.
Dalla Germania al
Canada, dalla Svizzera al Giappone, migliaia di insegnanti italiani lavorano
all’estero non soltanto per trasmettere conoscenze, ma perché portatori di una
tradizione culturale che continua a esercitare un forte prestigio
internazionale.
Quando un
conservatorio straniero cerca un maestro italiano di canto lirico, non ricerca
soltanto una voce competente. Cerca l’eredità della scuola musicale italiana,
quella che ha dato al mondo parole universali come “opera”, “concerto”,
“adagio”, “tenore” e “soprano”.
Quando
un’università straniera invita uno studioso italiano di arte o restauro, non
ricerca soltanto un tecnico specializzato, ma una continuità storica che
affonda le radici nel Rinascimento e nella più grande concentrazione mondiale
di patrimonio artistico.
Quando scuole e
istituzioni europee assumono docenti italiani di lingua e cultura, riconoscono
implicitamente che l’italiano non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma una
lingua della civiltà, della letteratura, della musica e della creatività.
Molti insegnanti
italiani all’estero operano inoltre in contesti socialmente delicati:
accompagnano i figli degli emigrati, favoriscono l’integrazione culturale,
mantengono vivo il legame con la lingua d’origine e costruiscono ponti tra
società differenti.
In Paesi come la
Germania, la Svizzera o il Belgio, numerosi docenti italiani hanno contribuito
per decenni non solo all’istruzione, ma anche alla coesione sociale delle
comunità italiane emigrate.
Eppure questa
presenza culturale italiana nel mondo viene raramente raccontata. Si parla
spesso della fuga dei cervelli, ma molto meno della capacità italiana di
generare competenze umane e culturali che il mondo continua a richiedere.
La forza
internazionale dell’insegnante italiano non deriva soltanto dalla preparazione
tecnica. Deriva da qualcosa di più profondo: una tradizione educativa
umanistica che unisce sapere, sensibilità storica, creatività e capacità di
mediazione culturale.
L’Italia possiede
ancora oggi un capitale invisibile enorme:
la capacità di
trasformare la cultura in relazione umana.
In un’epoca
dominata dalla velocità tecnologica e dalla standardizzazione globale, proprio
questa dimensione umanistica rappresenta uno dei contributi più preziosi che il
nostro Paese possa offrire al mondo.
Forse dovremmo
rendercene conto più spesso anche noi italiani. Giuseppe Tizza
Dai risultati
dell’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), relativi al 2025, i
Connazionali “altrove” erano 5.7 24.470. In definitiva, un numero che
rappresenta l’8,5% della popolazione residente nel Bel Paese. Più della metà di
questa fitta umanità oltre confine vive in Paesi UE.
La restante
percentuale è sparsa in Stati geograficamente maggiormente lontani. La comunità
italiana più numerosa, fuori d’Europa, resta in Argentina (820.000), poi si
torna nel Vecchio Continente. 745.000 italiani vivono in Germania, 615.000 in
Svizzera, 451.000 si trova in Francia. Questi sono i numeri più espressivi.
Anche se le Comunità italiane all’estero, piccole o grandi, hanno tutte
sviluppato un loro ruolo. Entrando in merito all’età, se si escludono gli
italiani nati all’estero, il 18% ha un’età compresa tra i 40 e i 65 anni. Da
qualche tempo, stanno aumentando anche le richieste di visto migratorio per
l’Australia e Nuova Zelanda, dove già vivono 25.000 Connazionali impegnati nei
diversi settori produttivi di questi lontani Paesi.
Di tutta questa
fitta umanità, circa il 65% ha regolari contatti, economici e sociali, con la
Patria. Il 26% intenderebbe rientrare, definitivamente, nella Penisola
terminato il ciclo lavorativo. Tra l’altro, sono aumentate le proprietà
immobiliari, soprattutto nell’Italia meridionale, da parte di Connazionali
residenti all’estero. Proprio a fronte di quest’altra Italia nel mondo, la
nostra attenzione nei loro confronti continua ed è motivo di riflessione e
confronto. Vivere “altrove” era, e rimane, un aspetto della nostra cultura che
seguiteremo a monitorare. Sia sotto gli aspetti economici, che culturali.
Riteniamo, infatti, che ne valga la pena.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Decreto sicurezza, la tavolozza autoritaria del governo Meloni
Oggetto di accese
critiche da parte di giuristi, magistrati e parlementari dell’opposizione che
ne evidenziano palesi profili di incostituzionalità, il Decreto sicurezza è
ormai a tutti gli effetti legge. Come in una tavolozza impazzita, il governo
Meloni fa esplodere i colori del Paese su cui ora appaiono tinte scure. Il nero
che avanza, l’autoritarismo che diviene legge.
«La più grande
manifattura di decreti sicurezza». Così l’Italia è dipinta dal quotidiano
ticinese La Regione. «Altro che ’il Belpaese non produce più niente’», ironizza
il giornale, alludendo al controverso Decreto sicurezza 23/2026, ormai a tutti
gli effetti legge 54/2026 con la pubblicazione del testo di conversione in
Gazzetta ufficiale lo scorso 24 aprile. Con i suoi trentatré articoli, è
la catena di montaggio di un sistema autoritario. L’idea che la nazione sovrana
di Meloni non produca più nulla, se non sbarre di ferro per gabbie e
penitenziari, è sì un’esagerazione ma riflette comunque una profonda crisi.
L’industria è in costante calo, i salari stagnano mentre gonfia il debito
pubblico.
Il Paese è al
bivio, urge ora un elettroshock per far ripartire l’economia, ma dalle cucine
dell’esecutivo si sfornano norme di sicurezza come fossero pizze. A volte
l’ironia è una lente di ingrandimento, consente di inquadrare in toto la
contraddizione che stringe un intero Paese. Che sia pure una testata svizzera a
metterla in sagace evidenza fa riflettere. L’Italia meloniana, pur chiusa in
una bolla autoreferenziale, non sfugge allo sguardo esterno.
Trentatré articoli
utili per capire quale sia l’idea di sicurezza di Meloni & Salvini,
analizzarli uno a uno non è possibile attraverso un articolo. Ma c’è comunque
una considerazione da fare: a cosa serve dare una stretta sulle armi da taglio,
intrecciare provvedimenti per il contrasto alla violenza giovanile e la tutela
della sicurezza urbana, se oggi non si produce più quel «benessere minimo
diffuso», in sé antidoto e freno a quel malessere che genera violenza? Nella
tavolozza autoritaria del governo si mescolano i colori del Paese, formano una
chiazza verde-bianco-rossa su cui ora appaiono tinte scure. Il nero che avanza.
Alle opposizioni
unite in Parlamento è stato servito un «pasticciaccio brutto», per dirla con il
manifesto che rispolvera un celebre titolo di Gadda. Brutto, perché
«palesemente incostituzionale». A dirlo sono in tanti. A cominciare dalla
capogruppo Pd Chiara Braga: «Non possiamo consentire che il Parlamento venga
umiliato, che approvi una norma palesemente incostituzionale». Per il vice
capogruppo Toni Ricciardi, «il testo non rispetta la legge Casati del 1859»,
altra sferzante ironia: «La legge Casati del 1859 enunciava la necessità di
’saper leggere, scrivere e far di conto’. Sono stati in grado di farlo? O
probabilmente cercano l’incidente per accelerare la fine di questa legislatura
pressando il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale?».
Marco Grimaldi, deputato di Avs: «Non potete chiederci di approvare un testo
palesemente incostituzionale». Approvato in precedenza al Senato, dove ha
latitato per cinquanta giorni, ebbene sì, il testo è stato proposto e adottato
dalla maggioranza.
Cosa può fare ora
il capo dello Stato? «Effettuare un controllo preventivo per evitare
incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi
ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo
appartiene alla Consulta», rammenta il manifesto. Il giornale solleva almeno
due punti «che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato,
siano sollevati davanti alla Corte costituzionale».
Ma il vero punto
cruciale riguarda il fermo preventivo di dodici ore, una norma che
consentirebbe di trattenere in questura le persone ritenute «pericolose» prima
di manifestazioni e cortei di protesta. Non è una novità, rammenta un avvocato,
poiché il codice in casi ben precisi consente di fermare un soggetto per
ventiquattro ore. Ma il Consiglio superiore della magistratura ha evidenziato
come questa misura si muova «su un crinale costituzionalmente molto sensibile»,
sottolinea il manifesto, in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione:
«Per privare qualcuno della libertà personale è prevista una doppia riserva: di
legge, ma anche di giurisdizione».
Nel testo invece
la doppia riserva scompare e si lascia campo libero al rastrellamento, si potrà
fermare «chiunque» sulla base di «indicatori di rischio». Immaginate ora un
centinaio di persone in questura, senza disporre del personale per la
sorveglianza e l’assistenza: è gia accaduto. Il manifesto ricorda un
precedente: «Il fermo di novantuno anarchici della capitale, mandando in tilt
procura e questura con una serie di cortocircuiti». È un provvedimento
«funzionale a rappresentare una realtà minacciosa, soprattutto là dove le
minacce sono minime», osserva un giurista.
Diamo comunque uno
sguardo alle principali norme del pacchetto sicurezza. A partire dal porto
ingiustificato di armi, con il rischio di scontare da «sei mesi a tre anni di
carcere», più l’applicazione dell’aggravante «se il trasporto delle armi
vietate avviene nei pressi di scuole, banche, parchi, stazioni ferroviarie e
metropolitane oppure in contesti dove si svolgono concorsi o riunioni
pubbliche», spiega il Sole 24 Ore. Nel caso in cui, a compiere il reato siano
minorenni, la sanzione amministrativa pecuniaria, compresa tra un minimo di 200
e un massimo di 1000 euro, ricade sui genitori o chi esercita la responsabilità
genitoriale.
E qui c’è da
soffermarsi sui minorenni, vivaio prospero di quel fenomeno crescente che è la
violenza giovanile, «con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e
un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso
legate all’uso di armi bianche», sottolinea la Repubblica. Come misura di
contrasto, il nostro Decreto sicurezza introduce il divieto di vendita o
cessione di coltelli e, in generale, armi da taglio ai soggetti d’età inferiore
ai 18 anni. Sarà davvero efficace?
L’esplosione della
violenza giovanile acutizza la questione della «sicurezza urbana», di per sé un
grattacapo storico in Italia. A questo scopo il governo implementa una
«vigilanza rafforzata» in nuove zone stabilite dal prefetto con «ordini di
allontanamento» e «Daspo urbano», ossia il divieto di accedere alle
manifestazioni sportive esteso all’ambiente cittadino. In particolare alle
stazioni, ai parchi, alle scuole e piazze in cui si commettono atti di
disordine e commercio abusivo, ubriachezza molesta e spaccio di droga. Contro
quest’ultimo «è introdotta la confisca obbligatoria di autoveicoli e beni
mobili utilizzati per i reati di produzione, traffico e detenzione illegale di
stupefacenti», rileva il Sole 24 Ore.
E poi arriva il
tema più dibattuto, le manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Il testo prevede l’arresto in flagranza ed estende i poteri di perquisizione
delle forze dell’ordine con una novità già menzionata, il noto fermo preventivo
di dodici ore. Il quotidiano milanese mette in evidenza i cambiamenti nel
sistema sanzionatorio: «Niente più arresto ma multe tra mille e diecimila euro
per chi organizza le manifestazioni pubbliche senza preavviso». Chi crea invece
scompiglio nei cortei coprendosi il viso, «parte da una sanzione di base di
duemila euro». Infine in caso di «disobbedienza all’ordine di scioglimento»,
cioè il rifiuto di sciogliere la riunione o l’assembramento su ordine della
prefettura, si arriva ad una multa di 20mila euro. Guido Gozzano, CI, Ch 27
L’inverno demografico italiano
Durante un recente
convegno al CNEL è stato presentato un numero monografico su “Il cambiamento
demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze”. Il
rapporto è stato curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche
Pubbliche e coordinato da Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT. I
dati illustrati e le prospettive non sono incoraggianti.
Noi viviamo la
realtà che ci circonda, ma spesso non ci rendiamo conto dei cambiamenti, perché
essi sono lenti. Però se i cambiamenti, negli anni, vanno sempre nella stessa
direzione, essi sono capaci di cambiare sensibilmente la struttura della
popolazione. È quello che accade con il progressivo invecchiamento della
popolazione. Nel 1991 il rapporto tra popolazione sotto i 35 anni e quella
sopra i 65 anni era di 5:1; nel 2050 tale rapporto sarà 1:1. Appare quindi
opportuno conoscere i fenomeni in atto e misurarsi con essi, in modo da poter
trasformare i problemi in opportunità, se possibile.
Quello che riesce
ancora difficile è immaginare come si vivrà tra 25 anni, quando oltre un terzo
del totale degli abitanti avrà più di 65 anni. Oggi invece gli over 65 sono il
26%.
Sicuramente
ci saranno più spese per pensioni e sanità. Il circuito pensionistico
verrà messo a dura prova, perché il numero dei lavoratori che lo alimenta si
assottiglia. Basti pensare che nel 1990 c’erano quasi 5 lavoratori per ogni
pensionato; oggi ci sono 1,5 lavoratori per ogni pensionato: nel 2050 il
rapporto scenderà a 1 a 1. Per la sanità è assai probabile che le Regioni, cui
spetta la regolamentazione, o ridurrà gli investimenti negli altri settori per
mantenere lo stesso livello dei servizi sanitari e assistenziali o innalzerà le
tasse regionali.
L’aumento dell’età
inciderà direttamente su alcuni settori produttivi. I trasporti, i ristoranti,
l’abbigliamento e le calzature, soffriranno perché gli anziani spendono meno in
queste cose. Di contro ci saranno più spese per l’assistenza medica e per l’assistenza
domiciliare, ma anche per la sicurezza e per l’abbattimento delle barriere
architettoniche. Probabilmente si avrà anche una contrazione del numero di
persone alla guida delle auto, con beneficio per il traffico.
Effetti negativi
si faranno sentire anche sul mercato delle costruzioni residenziali
tradizionali. La minore presenza di giovani farà calare il numero degli
acquirenti delle nuove case, spingendo al ribasso i prezzi e scoraggiando gli
investitori. È difficile che il movimento migratorio interno e l’immigrazione
giovanile estera possano sostenere il settore. Di sicuro interesse immobiliare
saranno invece le residenze attagliate ai bisogni della popolazione anziana.
“I progressi della
medicina hanno allungato la vita dal punto di vista biologico-quantitativo, ma
non da quello esistenziale e qualitativo. Insomma, hanno prolungato la
vecchiaia. In Italia, gli anziani sono già una grossa fetta della popolazione e
le proiezioni ci dicono che nel 2050 saranno venti milioni, un terzo della
popolazione”. Così Umberto Galimberti, che ha scritto e parlato spesso di terza
e quarta età, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti culturali e sociali.
“La questione è che se un tempo gli anziani erano i depositari di informazioni
utili, oggi scienza e tecnologia possono svolgere la stessa funzione con
maggiore efficacia. Inoltre, per effetto della velocità del progresso,
soprattutto in ambito informatico, i giovani adesso ne sanno più dei vecchi che
sono diventati quelli che non riescono più a stare al passo con i tempi. Ciò
che resta non sostituibile è il loro patrimonio cognitivo ed etico-affettivo.
Ma dal momento che gli “over” vengono visti come portatori di equilibrio, prudenza,
dolcezza, per essere accettati, devono corrispondere a tutte queste qualità, da
cui i giovani sono dispensati. In loro non è ammesso il desiderio sessuale e,
quindi, ci si aspetta che rinuncino ai contatti fisici. Devono essere allegri
ma senza esagerare, perché altrimenti potrebbe essere letto come un segnale di
non accettazione della propria vecchiaia, dolci, sensibili ma non troppo: se un
anziano si commuove in modo eccessivo “potrebbe avere l’arteriosclerosi” o
problemi di demenza. Devono prendere parte alla vita familiare e sociale, ma
senza pretendere di avere voce in capitolo e guai a ripetere un aneddoto già
raccontato, avere interessi, senza entrare in campi considerati adatti ai
ventenni e, infine, essere autonomi e indipendenti: in altre parole “soli”. La
vecchiaia, oggi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli
altri. Ora, nessuno vuole negare che con l’età che avanza si verifichino
processi degenerativi dal punto di vista della funzionalità e dell’estetica, ma
oltre che per questioni di tipo biologico, si invecchia anche e soprattutto per
ragioni culturali, nello specifico per l’idea che la nostra cultura si è fatta
della vecchiaia come di un tempo inutile”.
Dr. Arch. Franca
Colozzo, dip 5
Intelligenza artificiale e migranti: confini intelligenti?
Lunedì 25 maggio
papa Leone XIV in persona presenterà “Magnifica humanitas”, la sua prima
Lettera enciclica, un documento “sulla custodia della persona umana nel tempo
dell’intelligenza artificiale”. Si occuperà anche dell’impatto di queste “res
novae” sulla sorte delle persone coinvolte in tutti i fenomeni della mobilità
umana? Non lo sappiamo ancora. Nel frattempo, per il numero di “Migranti Press”
in uscita, abbiamo chiesto a Lugi “Gigio” Rancilio, giornalista esperto di
digitale, di accennare qualche questione sul tavolo, a proposito di questo
argomento. Anticipiamo il suo editoriale. Buona lettura!
Per noi sono
persone, per l’intelligenza artificiale sono dati. O peggio.
Quando un drone di
Frontex, che sorvola il mare, riprende con le sue telecamere un’imbarcazione
sovraffollata nel Mediterraneo centrale, a centinaia di chilometri dalle coste,
per il sistema di sorveglianza non è un naufragio in attesa di soccorso, ma un’anomalia
da classificare, una rotta da tracciare, un dato da inserire nel database. Le
persone, gli aiuti, i soccorsi vengono dopo.
Non è la scena di
un film distopico. È il presente delle frontiere europee, dove l’intelligenza
artificiale è diventata uno strumento centrale nella gestione dei flussi
migratori.
L’Unione Europea
ha investito miliardi per rendere i propri confini “intelligenti”. Prima con
Eurosur, il sistema di sorveglianza attivo dal 2013 e potenziato nel 2019, che
collega in tempo reale le autorità di frontiera di tutti gli Stati membri
raccogliendo dati da droni, satelliti, sensori terrestri e navali. Poi, con
l’Entry/Exit System, il sistema biometrico che registra le impronte digitali e
le immagini facciali di ogni cittadino extra-UE che attraversa le frontiere
esterne. Poi ancora con l’Etias, il sistema di autorizzazione preventiva che
valuta algoritmicamente il “rischio” rappresentato da un visitatore prima
ancora che salga su un aereo. Il risultato è una rete di controllo senza
precedenti, costruita pezzo per pezzo nell’arco di un decennio.
C’è un punto, in
questa vicenda, che non è affatto secondario. Gli algoritmi che governano
questi sistemi non sono neutri. Studi e inchieste mostrano che i sistemi di
profilazione del rischio usati alle frontiere tendono a penalizzare chi
proviene da alcuni paesi, chi parla alcune lingue, chi ha alcuni comportamenti
digitali. La presenza sui social media, i contatti, gli spostamenti: tutto può
diventare un elemento di un profilo algoritmico che etichetta qualcuno come “a
rischio” prima ancora che abbia fatto qualcosa di irregolare. E quando un
algoritmo sbaglia, chi ne risponde? Nella maggior parte dei casi, nessuno.
Detto questo, non
tutta l’intelligenza artificiale applicata alle migrazioni opera contro i
migranti. L’Unhcr utilizza sistemi di analisi dei dati per identificare
situazioni di rischio e migliorare i processi di registrazione nei campi
profughi. Alcune Ong hanno sviluppato app e chatbot che forniscono ai migranti
informazioni legali, indicazioni sui diritti, avvisi sui pericoli delle rotte.
Sono piccoli esempi che ci ricordano che la tecnologia può essere orientata
anche verso la tutela della dignità. Resta solo una domanda: quale tipo di
tecnologia vogliamo costruire, e a chi vogliamo che serva?
Gigio Rancilio,
“Migranti Press” 5 2026
Niscemi, la città sospesa. La sfida del futuro
Corvo lancia la
proposta di un tavolo tecnico per incrociare zone a rischio e beni tutelati.
Riflettori puntati anche sui beni culturali e sulla biblioteca storica
Marsiano. La Greca e Martinico: «No a nuove espansioni, Niscemi si ricostruisca
rigenerando la città esistente»
Centocinque giorni
dopo la frana, Niscemi non è più solo il luogo dell’emergenza. È una domanda
aperta sul futuro dei territori fragili della Sicilia, che riguarda la
sicurezza delle persone, il destino delle case evacuate, la tutela dei beni
culturali, la ricostruzione urbana e la capacità delle istituzioni di passare
dalla gestione del danno alla prevenzione. È stato questo il focus del convegno
“La frana di Niscemi. Dalla fase emergenziale alla ricostruzione”, promosso
dalla Consulta degli Ordini degli Ingegneri di Sicilia, dall’Ordine degli
Ingegneri della Provincia di Caltanissetta e dalla sua Fondazione, che si è
svolto all’Auditorium del Museo Civico di Niscemi. Un confronto che ha riunito
amministratori, ingegneri, geologi, urbanisti, Vigili del Fuoco, Soprintendenza
e rappresentanti delle istituzioni per fare il punto su una vicenda che, dopo
la fase acuta dell’emergenza, entra oggi in una fase ancora più complessa:
quella delle scelte.
Dentro la linea
rossa non ci sono solo edifici da valutare, consolidare o demolire. Ci sono
vite sospese, attività interrotte, memorie urbane. Ad aprire i lavori è stato
Fabio Corvo, presidente della Consulta regionale degli Ingegneri e dell’Ordine
di Caltanissetta, che ha collocato il caso Niscemi dentro una riflessione più
ampia sulla vulnerabilità del territorio siciliano. «La frana di Niscemi – ha
detto Corvo – non può essere letta soltanto come un’emergenza locale, per
quanto drammatica e urgente. È un evento che ci obbliga ad alzare lo sguardo e
a porci una domanda più ampia: conosciamo davvero il livello di vulnerabilità
del nostro territorio? Sappiamo dove si trovano, in Sicilia, i beni tutelati, i
centri storici, gli immobili vincolati, le testimonianze architettoniche che
insistono su aree esposte a rischio idrogeologico, franoso o ambientale?».
Secondo Corvo, la risposta deve essere strutturale e non episodica. Da qui la
proposta di avviare un tavolo tecnico a livello regionale dedicato al rapporto
tra patrimonio tutelato e zone a rischio. «Serve una mappatura puntuale – ha
aggiunto – un censimento dei beni tutelati e delle aree fragili, ma soprattutto
serve un matching tra questi due livelli. Perché un bene culturale in un’area a
rischio non è solo un bene da conservare: è un presidio identitario che può
essere perduto se non viene inserito dentro una strategia di prevenzione».
Corvo ha richiamato anche il ruolo della comunità tecnica locale, ricordando
che a Niscemi operano circa 90 ingegneri: una presenza significativa per un
territorio che oggi ha bisogno di competenze e visione.
La dimensione
umana dell’emergenza è stata al centro dell’intervento del sindaco di Niscemi,
Massimiliano Conti, che ha ripercorso questi mesi difficili segnati da
evacuazioni, ordinanze, monitoraggi e dal confronto costante con cittadini e
istituzioni. «La frana – ha evidenziato – ha segnato profondamente tutti noi.
Ha cambiato la vita di tanti concittadini, ha costretto famiglie a lasciare la
propria casa, ha aperto una ferita nel tessuto urbano e sociale di Niscemi. In
questi mesi abbiamo lavorato dentro una condizione complessa, cercando di
tenere insieme la sicurezza pubblica, la gestione dell’emergenza, il dialogo
con le istituzioni e l’ascolto dei cittadini. Ma oggi non basta più parlare
soltanto di emergenza: dobbiamo parlare di futuro». Conti ha individuato due
grandi filoni della vicenda: da un lato il sostegno alle persone danneggiate,
dall’altro la ricostruzione post frana. «Ci sono cittadini – ha proseguito –
che non possono più rientrare nelle proprie abitazioni. Per loro il tema dei
ristori, degli incentivi e delle misure di sostegno è prioritario. Il secondo
filone riguarda la ricostruzione: capire cosa potrà essere recuperato, cosa
dovrà essere demolito, quali aree potranno tornare sicure e quale modello
urbano vogliamo costruire per Niscemi». Il sindaco ha indicato anche un
orizzonte temporale auspicabile: «L’obiettivo – ha detto – è arrivare entro due
anni a una soluzione chiara, seria e sostenibile per la comunità. Non parlo
solo di opere, ma di un percorso complessivo: sicurezza, ristori, ricollocazione,
pianificazione, tutela del centro storico e ricostruzione. Niscemi ha bisogno
di risposte, ma ha bisogno anche di fiducia. E la fiducia si costruisce con
trasparenza, confronto e capacità di mettere intorno allo stesso tavolo tutte
le competenze necessarie».
Uno dei passaggi
più delicati del convegno ha riguardato il patrimonio culturale. La
soprintendente Daniela Vullo ha posto l’attenzione sui beni tutelati ricadenti
all’interno della linea rossa, in particolare Palazzo Iacona e Palazzo
Branciforti, due edifici settecenteschi che rappresentano la memoria storica
della città. «La situazione di Niscemi – ha detto – desta grande preoccupazione
non solo per la sicurezza delle persone e degli edifici, ma anche per il
patrimonio culturale coinvolto. All’interno della linea rossa ricadono due beni
tutelati di grande valore storico e identitario: beni vincolati, quindi
patrimonio non soltanto dei proprietari, ma della collettività. La domanda che
oggi dobbiamo porci con grande responsabilità è: che fine faranno questi
edifici? Come possiamo garantire la sicurezza senza disperdere memoria,
identità e valore culturale?». La soprintendente ha allargato la riflessione
anche al patrimonio diffuso del centro storico. «Accanto ai beni formalmente
tutelati – ha spiegato – esiste un patrimonio diffuso che merita attenzione:
immobili di pregio, chiese, edifici che contribuiscono a definire il volto e la
storia di Niscemi. Il centro storico è un organismo urbano fatto di relazioni,
stratificazioni e luoghi della vita collettiva. Quando un evento franoso mette
in crisi questa struttura, il rischio non è soltanto materiale. È anche
culturale». Nel suo intervento Vullo ha richiamato anche la vicenda della
biblioteca storica Angelo Marsiano, con i suoi volumi e il suo patrimonio documentale,
diventata uno dei simboli culturali di questa emergenza. «I libri, gli archivi,
le raccolte storiche – ha aggiunto - custodiscono la memoria scritta di una
comunità. Metterli “tutti” in sicurezza significa evitare che l’emergenza
produca una perdita irreversibile. Per questo l’appello è chiaro: salvare i
beni tutelati, salvare i beni vincolati, salvare tutto ciò che racconta la
storia di Niscemi».
La conoscenza del
fenomeno e della sua evoluzione – relazionata da Orazio Barbagallo, esperto in
meccanica delle rocce e geologia applicata - è stata il presupposto
indispensabile per definire scenari di rischio credibili, individuare le aree
realmente recuperabili e stabilire quali interventi siano necessari per la
messa in sicurezza. Sul tema della gestione e riduzione del rischio da frana in
ambito territoriale e urbano è intervenuto Francesco Castelli, direttore del
Dipartimento di Ingegneria e Architettura della Kore di Enna, che ha richiamato
l’importanza di un approccio integrato tra analisi tecnica, pianificazione
urbanistica e governo del territorio.
La riflessione
sulla ricostruzione è stata affidata agli urbanisti dell’Università di Catania,
Francesco Martinico e Paolo La Greca, che hanno portato al centro del dibattito
una domanda decisiva: quale città dovrà essere Niscemi dopo la frana? La loro visione
rifiuta le risposte emergenziali e mediatiche fondate su nuove espansioni, New
Town o riuso acritico dei borghi rurali, e propone invece di trasformare il
trauma collettivo in occasione di ripensamento urbano. La visione è quella di
una Green City nata da una catastrofe naturale, fondata su recupero del
patrimonio esistente, rigenerazione delle periferie, rete verde e consumo di
suolo pari a zero. «La ricostruzione di Niscemi – hanno evidenziato – non può
essere affrontata come una semplice risposta edilizia a un danno. La questione
è più profonda: quale città vogliamo costruire? Una città che consuma nuovo
suolo e produce nuovi margini urbani, oppure una città che sceglie di
rigenerare se stessa, recuperando il patrimonio esistente, rafforzando i servizi,
ricucendo le sue parti fragili e restituendo qualità alla vita degli
abitanti?». Secondo gli urbanisti, la ricostruzione deve partire da una
conoscenza aggiornata del patrimonio edilizio disponibile e dalla
consapevolezza che, in molti contesti siciliani, al calo demografico
corrisponde un patrimonio abitativo sovrabbondante, inutilizzato o
sottoutilizzato. «La strada più sostenibile – hanno aggiunto – è partire dalla
città esistente. Occorre individuare gli immobili inutilizzati, recuperare,
migliorare la qualità dello spazio pubblico, rafforzare le connessioni verdi,
rigenerare le periferie e costruire una città più sicura, più compatta e più
vivibile. Le risorse abitative necessarie per ricollocare gli sfollati possono
essere cercate dentro il tessuto urbano, evitando soluzioni che rischiano di
produrre isolamento, sradicamento sociale e nuova marginalità». La
ricostruzione, in questa prospettiva, è un progetto urbano e sociale. «Niscemi
– hanno concluso La Greca e Martinico – non deve perdere i suoi abitanti né il
loro radicamento ai luoghi. Una ricostruzione che allontana le persone dal
proprio vissuto rischia di produrre una seconda frattura. Al contrario, occorre
lavorare su una città che si ricuce dall’interno, che trasforma l’emergenza in
un progetto di futuro e che può diventare laboratorio per altri territori
fragili della Sicilia. In questa prospettiva, la pianificazione urbanistica
resta lo strumento fondamentale, in mano alla Pubblica amministrazione, per
governare il territorio e le città. Proprio mentre Niscemi scivola, però, a
Roma si discute di disegni di legge che sembrano parlare solo di edilizia senza
urbanistica».
Le conclusioni del
convegno hanno restituito l’immagine di una città sospesa tra ferita e
possibilità. Niscemi oggi è davanti a un bivio: limitarsi a riparare il danno o
provare a costruire una risposta più alta, capace di diventare riferimento per
altri territori fragili. Il convegno promosso dagli ingegneri ha indicato una
direzione: conoscenza, prevenzione, collaborazione tra competenze, tutela del
patrimonio e rigenerazione urbana. Perché la sicurezza di una comunità non si
misura solo nella capacità di reagire a una crisi, ma nella volontà di non
lasciare che quella crisi si ripeta. Agenzia I Press 10
I problemi
abbinati alla nostra numerosa Comunità all’estero, secondo noi, non possono
essere sottovalutati in Patria. Mentre la situazione nazionale è definita in
“evoluzione”, il “piatto” degli italiani all’estero “piange”. Nell’attesa di
tempi migliori, per i quali continueremo a monitorare gli eventi, proveremo a
rendere praticabili certi programmi che, purtroppo, sono rimasti solo sulla
carta.
Desideriamo essere
obiettivi con i Connazionali nel mondo. Se non altro per il superamento dei
“campanilismi” di cordata. Se si sviluppasse, come auspichiamo, una forte
volontà di mutamento, magari col supporto di valide motivazioni, anche fuori
dalla Penisola, Roma non potrebbe più fare finta di non intendere.
Con queste nostre
premesse, la politica nazionale potrebbe serbare delle ”novità” anche per gli
italiani nel mondo. Magari meno impraticabili che per il passato. Per ottenere
dei risultati, finanche graduali, è necessario, però, rinnovare l’immagine sul ruolo
politico degli italiani all’estero. Anticipando che, in ogni caso, non sarà
un’operazione facile e condivisibile da certi partiti nazionali emergenti.
Chi vive lontano
dal Bel Paese non ha privilegi da tutelare in Patria. I Connazionali nel mondo,
però, dovrebbero contare diversamente proprio sul fronte politico nazionale.
Basterebbe, almeno, che certe iniziative non fossero disperse, come ancora
accade, da carenti connessioni operative fuori dalla Penisola. A suo tempo,
avevamo proposto il varo di un Dipartimento per gli Italiani all’Estero (DIE).
Restiamo disponibili per sviluppare altre proposte e progetti. In politica si
dovrebbe poter “contare” su qualcuno. Ma su chi? L’interrogativo rimane.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Imu, la scadenza di giugno e le nuove regole
Tra le novità che
potrebbero arrivare c’è il lancio di una piattaforma per il pagamento che
dovrebbe affiancare il modello F24 - di Gino Pagliuca
Si avvicina la
scadenza del 16 giugno, la data entro cui pagare la prima rata dell’Imu. Per
chi oggi possiede un immobile per cui pagare il tributo non ci sono grandi
calcoli da fare se la casa è stata posseduta per tutto l’anno scorso senza che
vi siano state variazioni nell’utilizzo (comodato, locazione ecc): basta
sommare quanto pagato lo scorso anno e versare la metà. Se il comune variasse
le aliquote se ne terrà conto nel saldo di dicembre. Se invece sono avvenute
modifiche si effettua il calcolo sulla base dell’aliquota in vigore nel 2025.
Il riordino delle
regole
Si sta pensando a
un riordino delle regole del tributo, alle viste non ci sono aumenti perché
l’aliquota massima rimane all’1,08% calcolato sulla rendita catastale
originaria dell’immobile moltiplicata per 160, quota che sale all’1,14% solo
nei comuni (come Milano e Roma) che a suo tempo avevano varato la Tasi.
L’esenzione per la
prima casa
Ricordiamo che
l’imposta non è dovuta per l’abitazione principale (quella dove si ha la
residenza fiscale e il domicilio abituale) purché l’abitazione non sia di
lusso, ovvero non sia classificata come A/1, A/8, A/9. L’esenzione si applica
anche alle pertinenze, una solo per tipologia (quindi un solo box, una sola
cantina). Inoltre c’è esenzione per le case
La sentenza della
Consulta
A questo proposito
va segnalato che ormai i comuni hanno recepito, con ben poco entusiasmo, la
sentenza della Corte Costituzionale 209/2022 con la quale si è stabilito che se
due coniugi o partner di un’unione civile dichiarano di vivere ognuno in una sua
abitazione principale entrambi gli immobili sono esentati. Il comune però può
eccepire la mancanza del requisito del domicilio abituale e quindi richiedere
le prove (ad esempio le bollette della luce) dell’effettivo utilizzo
dell’immobile. Stesse prove potrebbe chiedere per le abitazioni, che godono del
50% di sconto, concesse in comodato a un familiare in linea retta .
I possibili sconti
Dicevamo del
riordino, che parte dal 1° gennaio di quest’anno con l’entrata in vigore del
decreto ministero Economia 6 novembre 2025 che definisce nuove modalità per la
definizione delle aliquote e delle riduzioni in presenza di determinate
situazioni. In particolare è prevista la possibilità di ridurre l’imposta fino
al 50% se l’immobile è tenuto a disposizione (quindi non usato come abitazione
principale e non locato) e sconti sono possibili anche per le case utilizzate
per gli affitti brevi. Notizie interessanti ma da non enfatizzare
eccessivamente.
Comuni contrati
alle riduzioni
I Comuni hanno
bisogno di fare cassa e, soprattutto quelli grandi, hanno il problema della
mancanza di case per la locazione di lunga durata. Appare molto improbabile che
si mettano ad abbassare le aliquote. A maggior ragione il discorso vale per i
comuni turistici, dove facendo pagare il massimo alle seconde case in genere
possedute da non residenti si fa casse senza scontentare gli elettori.
Infine, tra le
novità che potrebbero arrivare c’è il lancio di una piattaforma per il
pagamento che dovrebbe affiancare il modello F24. Il passo successivo sarà
quello dell’invio al contribuente del bollettino o del pagoPa con l’indicazione
dell’importo da pagare, come si fa già per la Tari. CdS 3
Postdemocrazie, autocrazie, oligarchie, tecnocrazie, dittature ...
Quando non si
trovano termini migliori per descrivere fenomeni sociali o tendenze artistiche
che appaiono in contrasto con lo status quo precedente o cercano con
maggior o minor successo di presentarsi come innovazioni, la soluzione corrente
è l'aggiunta di un bel "post" al concetto che si vuole presentare
come superato. Cosí abbiamo i "postimpressionisti" in pittura, la
"postmodernità", spiegabile anche agli infanti come ha cercato di
fare un certo Jean-François Lyotard (1).
Si tratta di un
procedimento legittimo e comprensibile, un nuovo termine raccoglie maggiormente
interesse di quelli già noti e suggerisce una comprensione più profonda dei
fenomeni in questione.
Ma non raramente
il nuovo termine coglie aspetti soltanto apparentemente nuovi ma di fatto
marginali e comunque non coglie l'essenza del problema.
Un caso esemplare
è il termine "postdemocrazie", per descrivere quello che
innegabilmente appare come un'involuzione di quelle che si sono credute a lungo
vere democrazie e che col termine citato vengono di fatto consacrate come se
mai fossero veramente esistite per non ammettere che si è trattato di
illusione. E dunque, non potendo o volendo ammettere che nel momento in cui le
"pseudodemocrazie" (che questo è il termine che le descrive nella
loro fattualità) mostrano il loro vero volto gettando la maschera, si dovrebbe
ammettere di essere stati vittima di illusioni. Ma ecco la soluzione pratica:
sì, democrazie erano, ma ora sono "postdemocrazie" (che però
implicitamente significa anche ex-democrazie!).
Ma come sanno
tutti i filosofi che hanno analizzato i meccanismi del potere statale
partendo non dalle apparenze ideologiche ma dalla realtà dei fatti,
democrazia è stato sempre un termine contestato (e all'origine
ellenica addirittura negativo) poiché di fatto una finzione: salvo
che in minuscole comunità di villaggio, ogni sistema statale si regge sulla
delega controllata del potere, cioè automaticamente potere e contropotere. La
mancanza di controllo e cioè il soffocamento dell'opposizione è la forma più
spettacolare del potere esercitato in modo dittatoriale, ma la differenza
fra l'ideale di "democrazia" e la realtà delle "dittature"
(per citare i due estremi) è questione di metodo di gestione non di essenza.
In altri termini,
la differenza essenziale fra le varie forme di esercizio del potere statale
citate nel titolo è questione di modalità e delle circostanze.
Uno Stato in
cui vigesse la piena libertà per tutti senza costrizioni scivolerebbe
presto nell'anarchia che sempre è l'anticamera delle dittature (un tragico
esempio la Spagna repubblicana finita nella dittatura del Generalissimo
Franco o la Repubblica di Weimar finita nella dittatura hitleriana, e non
molto diversamente anche l'Italia dopo la prima guerra mondiale scivolata nella
dittatura fascista).
Un Paese
circondato o minacciato da nemici esterni deve necessariamente imporre
disciplina sempre più impopolare e ferrea per difendersi dai nemici interni
sobillati o finanziati e spesso armati dai nemici esterni: qui i casi sono
talmente numerosi che è ozioso citarli, ma da Cuba e America Latina fino al
continente Asiatico e passando attraverso il Medio Oriente la storia
moderna non conosce eccezioni a questo sistema.
Nel caso dei Paesi
cosiddetti "occidentali" di regola (ma con molte eccezioni) la
repressione delle opposizioni funziona generalmente col meccanismo
apparentemente soffice della marginalizzazione del dissenso: si concedono
spazi circoscritti in cui lo sfogo contro il potere è ammesso ma a
condizione di non diffondersi nel "corpo sano" delle masse convinte
di vivere in vere democrazie. George Orwell l'aveva esplicitato nel romanzo
"1984" con l'esempio del "quarto d'ora d'odio",
momento concesso per sfogare la rabbia contro il potere per poi tornare ad
obbedire ciecamente.
In questo - e solo
in questo - si trova la differenza fra pseudodemocrazie e autocrazie: queste
ultime stupidamente soffocano il dissenso invece di circoscriverlo e quindi
involontariamente lo fanno crescere fino a che ne vengono travolte.
È consuetudine
far risalire l'origine delle democrazie moderne alle dichiarazioni dei diritti
dell'uomo ed in particolare alla rivoluzione americana. Ma anche
qui ideale e realtà sono molto distanti.
Non è infatti un
caso che il termine "democrazia" non sia assolutamente menzionato nei
documenti spesso citati come origine delle democrazie moderne. Ad es.
nella dichiarazione di indipendenza 1776 delle colonie americane, documento
predisposto da Thomas Jefferson (quarto presidente USA ma primo per numero di
schiavi posseduti: ne aveva 600) la parola "democrazia" non è
menzionata una sola volta: assente poiché considerata, come nella Grecia antica
in cui ebbe origine, un sistema pericoloso per la gestione del potere statale.
Ma scendendo nel
duro terreno della realtà, se si accetta che la realtà della questione
"democrazia-dittatura" sia ben più problematica di quanto
generalmente si crede, si pone la questione del "che fare?"
Una risposta unica
non può esistere, la vera democrazia è come l'araba fenice del Metastasio (Che
vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa").
Ma come per tutti
gli ideali, ciò che conta è il tendervi, avvicinarsi ben sapendo che non potrà
mai essere raggiunto e soprattutto non illudersi di averlo raggiunto facendosi
abbagliare dai riflessi senza sostanza.
Prendiamo il caso
delle "libere elezioni" che sono considerate generalmente la prova
dell'esistenza della democrazia: quindi le democrazie sarebbero un fenomeno
molto recente, visto che ad es. in Italia metà dei cittadini - le donne - hanno
potuto votare per la prima volta soltanto nell'anno 1946, ed in un cantone
svizzero (Thurgau) nel 1976.
Libere le elezioni
lo sono tuttavia soltanto quando esiste una reale libertà di scelta e
soprattutto, se esiste libertà di informazione e non monopolio della stampa.
Orbene, in tutta Europa la stampa e le TV appartengono largamente a gruppi
privati (miliardari o gruppi finanziari) o statali dipendenti dal potere
del momento e quindi selezionano le informazioni presentandole in modo da
conservare il potere politico o finanziario che detengono.
Ed in quanto a
facilità nel reprimere i diritti fondamentali dei cittadini e nel manipolare a
fini di lucro gli organi di informazione basta ricordare ciò che è successo in
larga parte del mondo con la cosiddetta pandemia "Covid".
Anche qui una
(sola) lodevole eccezione: la Svezia senza obblighi vaccinali e senza arresti
domiciliari.
L'informazione è
quindi la premessa essenziale per l'esistenza di una vera democrazia e quindi
la libertà di stampa è un criterio indiscutibile per misurare il grado di
democrazia in ogni Paese del mondo.
Non è un caso che,
con partiti di governo con scarso appoggio popolare ma incollati al
potere e disposti anche a vietare partiti di opposizione pur di non esserne
cacciati, ad es. la Germania sia scesa al 14mo posto nella classifica mondiale
della libertà di stampa (e l'Italia al 56mo!), laddove i primi posti sono
tenuti dai Paesi del Nord Europa (primo posto Norvegia che, guarda caso, non fa
parte dell'UE dopo che i cittadini con referendum avevano rifiutato
l'adesione).
Ma esistono anche
esempi positivi a cui guardare.
Un piccolo ma
essenziale correttivo alla "postdemocrazia" (usiamo una volta tanto
questo termine ipocrita) sarebbero i referendum popolari. In questo settore è
indubbiamente incontestato il primato della Svizzera: nessun governo può
imporre una legge sapendo che non ha il sostegno popolare poiché subito dopo
l'imposizione un referendum la cancellerebbe.
Ed infatti ogni
tentativo di proporre l'adesione della Svizzera all’oligarchia di Bruxelles
(alias Unione Europea) è sempre miseramente fallito. E i referendum svizzeri
scongiurano addirittura le possibili tendenze non volute dai cittadini: il
referendum per la garanzia del mantenimento del contante ha dimostrato
che i cittadini svizzeri hanno vietato l'imposizione di una moneta
soltanto digitale: il 9 marzo 2026, notizia poco menzionata dalla stampa
europea nell'UE, il referendum per l'inserimento nella Costituzione Svizzera
del diritto all'uso del contante ha ricevuto il 73% dei voti.
E dunque almeno
una piccola regione montuosa nel cuore dell'Europa avrebbe maggior ragione di
definirsi un "giardino democratico" circondato da "giungla
autoritaria", il paragone falso e razzista che aveva usato un alto
funzionario dell'UE, Joseph Borrell per lodare l'UE che secondo lui sarebbe il
giardino democratico ed il resto del mondo la giungla. (2)
Nomen est omen, e
sarebbe facile giocare sul nome di questo personaggio sostituendo una
"r" con una "d" per descrivere a nostra volta che cosa è
divenuta la gestione dell'UE. Un’Unione originariamente a fini di cooperazione
economica e sociale per scongiurare i conflitti del secolo scorso si è
trasformata irrimediabilmente in un’oligarchia che si regge su uno statuto
imposto senza ulteriori referendum dopo che i primi tre Paesi chiamati a votare
(Portogallo, Francia e Irlanda) avevano rifiutato il mostruoso piano di
annullamento delle sovranità statali dei Paesi aderenti per concentrarli
appunto nel bor...lo di Bruxelles).
Un’oligarchia al
servizio di potentati finanziari e industriali poiché non controllata realmente
dagli elettori: si vota infatti un Parlamento Europeo che è una finzione poiché
privato del potere di proporre leggi e chiamato unicamente a ratificare le decisioni
di una Commissione che nessuno elegge ma è designata dai governi dei Paesi
aderenti all’Unione. Dunque anche già formalmente mancano i requisiti di una
vera democrazia.
Ed infatti contro
l’evidente volontà di pace e benessere della stragrande maggioranza dei
cittadini europei, senza nemmeno consultare il Parlamento (!) la decisione
di creare una mostruosa armata per la guerra contro la Russia è stata presa
direttamente ed in modo assolutamente antidemocratico dalla Commissaria UE che
ha sottratto 800 miliardi di euro da spese sociali per dirottarli alle
industrie belliche.
(Graziano Priotto,
Konstanz/Prag)
----------------------
(1) Le Postmoderne
expliqué aux enfants, Correspondance 1982-85 (1988)
(2) „Europe is
a garden. We have built a garden. Everything works. [...] The rest of the world
[...] is not exactly a garden. Most of the rest of the world is a jungle, and
the jungle could invade the garden.“
(https://www.youtube.com/watch?v=cmNALPfGq-A)13.10.2022 Dip 20.5.
Oltre la fuga e la retorica, l’Italia delle mobilità
A sei mesi dalla
pubblicazione continua a far discutere la XXa edizione del Rapporto Italiani
nel Mondo, il cui scopo era superare la disinformazione, far capire che non c’è
frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese
di emigrazione a Paese di immigrazione. Di Delfina Licata* curatrice del
Rapporto Italiani nel Mondo
Nella percezione
collettiva, anche a causa di una comunicazione talvolta distorta, prevale
l’idea che l’Italia sia un Paese soggetto a pressioni migratorie eccezionali e
difficilmente gestibili. Ciò accade nonostante ci sia stata una crescita
esponenziale di studi specifici sulla mobilità umana, e italiana in
particolare, legati agli ambiti disciplinari più diversi – dall’economico allo
storico, dall’antropologico al sociologico, dal giuridico all’ambito letterario
e artistico – i messaggi che arrivano all’opinione pubblica sono distorti
rispetto alla realtà, sia per quanto riguarda i dati che per quel che concerne
le caratteristiche. L’opinione pubblica, così condizionata, finisce per essere
essa stessa portatrice di informazione ingannevole e distorta, senza averne
però la consapevolezza.
Se venti anni fa
la mobilità italiana era un argomento relegato a limitate nicchie di studiosi e
centri di, oggi sicuramente il tema vive un revival e per motivi diversi. Ci
troviamo di fronte a un numero certamente superiore di studiose e studiosi che
si sono dedicati ad approfondire questo argomento, ma siamo anche dinnanzi a un
grande paradosso. Lo scopo del Rapporto Italiani nel Mondo era superare la
disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma
che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione.
Piuttosto, l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle
mobilità plurime in entrata e in uscita. Crocevia di movimenti, l’Italia vede
le partenze, i ritorni e le ripartenze di uomini, donne, bambini, anziani,
famiglie che vivono da protagonisti l’era delle migrazioni.
L’Italia si
racconta anche come il Paese della grande fuga dei giovani altamente
qualificati, definiti paradossalmente proprio con lo squalificante appellativo
di «cervelli in fuga». È d’obbligo fare due considerazioni: la prima ci riporta
all’uso delle giuste parole e al senso di responsabilità nel mediare messaggi
soprattutto quando parliamo di altri, di persone. Parlare di «cervelli» è
offensivo per chi parte, in quanto viene invocato unicamente per le competenze
possedute, per quello che sa e per ciò che sa fare ma non per chi è. Allo
stesso tempo, però, è offensivo per chi resta in quanto accusato indirettamente
di essere un «non cervello», quindi inferiore, meno capace, meno brillante.
A ciò si
aggiungano i dati, che ci raccontano una realtà estremamente più complessa.
Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è
progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34
anni: tra il 2006 e il 2024 la loro incidenza aumenta in modo quasi continuo
(dal 27,1% al 37,5%) e, nell’ultimo biennio, alimenta il nuovo picco degli
espatri. In altre parole, la mobilità internazionale è diventata un tassello
ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare
competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità.
L’estero è, letto
in questa dimensione, qualcosa di molto più articolato di una frettolosa fuga.
Esso diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale
che non ha nulla di eccezionale. Fa parte di un percorso generazionale diffuso
tra i giovani europei e, più in generale, tra coloro che abitano lo spazio
globale contemporaneo: un contesto meticciato e interdipendente in cui la
costruzione delle relazioni, delle competenze e delle identità avviene dentro
reti transnazionali e spazi digitali ormai interiorizzati.L’Italia all’estero
oggi è l’unica a crescere rispetto a un Paese ripiegato su stesso che fatica a
scrollarsi il peso di persistenti fragilità sociali ed economiche come i divari
territoriali, gli squilibri demografici, le difficoltà di occupazione.
L’allarme fuga, dunque, nasce dalle fragilità di un contesto nazionale segnato
da forte denatalità e altrettanto robusto invecchiamento a cui si associano le
preoccupazioni per la tenuta economica del prossimo futuro.
La vera sfida,
dunque, non è fermare la mobilità, ma chiederci come rendere l’Italia un luogo
attrattivo in cui le persone possano scegliere di restare e progettare il
proprio futuro. Diventa urgente diventare Paese accogliente, ripensando il
proprio modello di sviluppo e orientandolo a generare nuove energie
demografiche, sociali ed economiche.
*Curatrice del
rapporto italiani nel mondo, sociologa delle migrazioni presso la Fondazione
Migrantes a Roma, organismo della Conferenza episcopale italiana, ha coordinato
il Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (2014). CI, Ch
27
Firmate alla Farnesina le convenzioni per il “Turismo delle Radici”
ROMA – Si è tenuta
alla Farnesina la cerimonia di firma delle convenzioni con i soggetti attuatori
relative agli interventi del “Turismo delle Radici” finanziati con il Fondo
Sviluppo e Coesione. Dal 2022 la Farnesina è amministrazione attuatrice della misura
PNRR “Turismo delle Radici”, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra circa
80 milioni di italiani all’estero, italo-discendenti e oriundi e i territori di
origine, promuovendo al contempo un turismo sostenibile nei piccoli borghi e
nelle aree rurali. Nell’intervento di apertura, il Ministro degli Esteri
Antonio Tajani ha parlato di questo turismo come di un volano per valorizzare i
borghi, le aree interne, le strutture di accoglienza e il saper fare di tante
piccole e medie imprese. “Abbiamo destinato al turismo delle radici 200 milioni
del Fondo di Sviluppo e Coesione in aggiunta a quelli del PNRR già ottenuti per
questo progetto”, ha spiegato Tajani evidenziando che una task force della
Farnesina si occuperà della gestione dei fondi per i progetti. “L’obiettivo è
portare crescita e investimenti: il turismo delle radici è parte della
diplomazia della crescita per favorire l’internazionalizzazione dei territori”,
ha aggiunto Tajani ricordando che, in vista della prossima conferenza nazionale
dell’export, ci sono degli incontri preparatori come quello del 16 giugno a
Bari presso la Fiera del Levante. “Anche sport e grandi eventi hanno un ruolo
chiave”, ha proseguito Tajani parlando del potenziale di sviluppo dell’economia
locale quale fattore determinante. Il Ministro ha inoltre annunciato per il 14
giugno a Roma un grande evento per valorizzare i risultati del turismo delle
radici a quattro anni dal suo lancio: evento che vedrà protagonisti i sindaci
dei comuni interessati dal progetto. “Il gioco di squadra è fondamentale per
vincere questa sfida che si coniuga con la tutela dell’ambiente”, ha precisato
Tajani ricordando che ci sono aree, come ad esempio quella del sud del Lazio,
dalle quali sono partiti – e continuano a partire – tanti italiani alla volta
di destinazioni estere. Il Ministro ha anche ricordato che sono in corso gli
Internazionali di Tennis, una vetrina sportiva interessante anche per finalità
attrattive. Ha poi preso la parola il Ministro del Turismo Giammarco Mazzi che
ha sottolineato, rispetto a quanto già richiamato da Tajani, anche l’importanza
del turismo religioso in questo progetto di turismo in senso più ampio che è
particolarmente rivolto alle radici e agli italo-discendenti. “Questo è il
segmento che dal 2024 cresce di più nel ramo turistico”, ha spiegato Mazzi
facendo riferimento al fatto che ad ora sarebbe arrivato in Italia circa il 10%
del bacino potenziale di 80 milioni di oriundi nel mondo: la permanenza nel
territorio è normalmente circa il doppio dei giorni rispetto al turismo
mainstream e in più, quello delle radici, è un turismo che va oltre la
stagionalità. “Il turismo delle radici non è nostalgia ma un motore di orgoglio
e dell’economia dell’Italia”, ha evidenziato Mazzi. Sono poi intervenuti
il Consigliere alla Vice Presidenza del Consiglio per gli enti locali e la
programmazione europea, Carmine De Angelis, e il Presidente del Comitato di
Monitoraggio e Valutazione, Raffaele Squitieri. De Angelis ha spiegato che
il turismo delle radici non deve essere solo un qualcosa di immateriale ma
anche di infrastrutturale, per consentire la giusta fruizione e la qualità
della vita di chi si reca nei territori interessati da questa forma di turismo.
“Bisogna guardare alle piccole realtà, senza distinzioni, valorizzandole”, ha
evidenziato De Angelis esprimendo soddisfazione per il fatto che la Farnesina
gestisca questi fondi aggiuntivi. “Facciamo tutti insieme gol e realizziamo
quelle opere importanti per i nostri territori”, ha aggiunto De Angelis.
Squitieri ha dal canto suo spiegato come adesso abbia inizio la fase operativa
sottolineando novità, specialità e particolarità del progetto che coinvolge una
serie consistente di attori e soggetti attuatori. “Ben vengano controlli,
cautele e pareri vista la consistenza delle risorse”, ha aggiunto Squitieri
spiegando che l’importanza dei fondi in termini di quantità ha comportato un
iter lungo finalizzato anche alla trasparenza. I rappresentanti dei quattro
soggetti attuatori – Provincia di Avellino, Comune di Fiumicino, ente Parco
Ausoni e Lago di Fondi, e Sport e Salute – hanno quindi firmato le convenzioni.
Diego Nepi (Sport e Salute) ha spiegato che tutto questo rappresenta non solo
qualcosa di meramente amministrativo, ma anche una scelta strategica per i
territori. “Questa è una politica che guarda al futuro e sono convinto che
tutto questo porterà valore”, ha sottolineato Nepi parlando a sua volta degli
Internazionali di Tennis: il Centrale del Tennis del Foro Italico diventerà una
struttura vissuta con molta più frequenza. Mario Baccini (Sindaco Fiumicino) ha
evidenziato la bontà di quanto sta facendo la Farnesina su questo fronte del
turismo delle radici con fondi strutturali. “Un ponte che guarda al passato e
che collegherà il futuro di tante generazioni”, ha commentato Baccini. Giuseppe
Incocciati (Parco Ausoni e Lago di Fondi) si è detto felice di quanto si sta
raccogliendo lungo un percorso che è stato difficile e che è partito da
un’intuizione della Farnesina. “Adesso finisce la fase uno, quella della
burocrazia: siamo stati insistenti e abbiamo messo sempre davanti a noi un
risultato importante. Ora c’è la fase due, quella d’impatto visivo”, ha
spiegato Incocciati. Rizieri Buonopane (Provincia di Avellino) ha ricordato che
la provincia in questione potrà contare su vari milioni di euro, suddivisi in
linee di investimento specifiche, con l’obiettivo di incidere nel sistema
infrastrutturale e ricettivo e per rilanciare il brand dell’Irpinia. (Inform
13)
Luigi Pantisano al Bundestag: un segnale storico per gli italiani in
Germania
L’ingresso di
Luigi Pantisano nel Bundestag rappresenta un momento storico non solo per la
politica tedesca, ma anche per la numerosa comunità italiana presente in
Germania.
Per decenni gli
italiani emigrati hanno contribuito con il loro lavoro alla crescita economica,
industriale e culturale della Repubblica Federale Tedesca. Dalle miniere alle
fabbriche, dalle scuole alle università, fino alle professioni tecniche e
intellettuali, la presenza italiana è diventata parte integrante della società
tedesca.
Eppure, nonostante
questa lunga storia di integrazione e partecipazione, la rappresentanza
politica degli italiani nelle istituzioni federali tedesche è rimasta molto
limitata. Per questo motivo l’elezione di Luigi Pantisano assume un valore che
va oltre il semplice successo personale.
È il segnale
concreto che le nuove generazioni di origine italiana stanno conquistando uno
spazio sempre più importante nella vita pubblica europea. Un segnale di
maturità democratica e di integrazione reale.
Da italiano che ha
vissuto e lavorato per circa quarant’anni a Düsseldorf come insegnante,
traduttore e interprete della lingua tedesca, considero questo risultato motivo
di orgoglio per tutta la collettività italiana in Germania.
La biografia di
Luigi Pantisano racconta un percorso di impegno civile, sociale e politico che
può diventare un esempio positivo soprattutto per i giovani italiani cresciuti
all’estero, spesso sospesi tra due culture ma capaci proprio per questo di
costruire ponti tra popoli diversi.
Oggi più che mai
l’Europa ha bisogno di figure capaci di comprendere identità differenti e di
trasformare l’integrazione in una ricchezza reciproca.
L’auspicio è che
questo importante traguardo non resti un caso isolato e che presto anche altri
italiani possano raggiungere ruoli di rappresentanza nelle istituzioni europee
e nazionali dei Paesi in cui vivono.
Perché la vera
integrazione non si misura soltanto nel lavoro o nell’economia, ma anche nella
partecipazione democratica e nella possibilità di contribuire direttamente alle
decisioni politiche della società in cui si vive.
Giuseppe Tizza,
de.it.press 19
Mario Draghi: “Per la prima volta l’Europa è sola”
L’ex banchiere
centrale alla cerimonia del premio internazionale Carlo Magno in Germania:
«Abbiamo tre grandi debolezze: esposizione alla domanda estera, dipendenza
strategica, ritardo nella tecnologia Ai»
«Per la prima
volta nella memoria di chiunque sia vivo oggi, siamo davvero soli insieme». Con
queste parole Mario Draghi ha aperto la parte più densa del suo intervento ad
Aquisgrana, dove il 14 maggio 2026 ha ricevuto il Premio Internazionale Carlo
Magno, il riconoscimento più prestigioso d’Europa per chi ha contribuito
all’unità del continente. Davanti a una platea che comprende il cancelliere
tedesco Merz, il primo ministro greco Mitsotakis, la presidente della BCE
Lagarde e i laureati degli anni precedenti, l’ex presidente del Consiglio
italiano e già numero uno della Banca centrale europea ha iniziato la sua
sveglia all’Unione.
«Non fingerò – ha
detto – che ciò che ci attende per l’Europa sia semplice. La pressione sul
nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non
è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione». Secondo
l’ex presidente del Consiglio italiano, «dal 2020 stiamo vivendo uno shock dopo
l’altro», senza che ognuna migliori le condizioni precedenti. «Stiamo ancora
assorbendo dazi dal nostro principale partner commerciale a livelli inediti da
un secolo», lo stesso partner commerciale che ci ha lasciato soli. «Ora – dice
- la guerra in Medio Oriente ha riportato l'inflazione nelle nostre economie e
l'ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, le
fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per
mesi o anni».
Queste crisi,
spiega, sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. «Ma giungono proprio
mentre i fabbisogni di investimento dell’Europa sono diventati immensi. Quello
che già era stimato in circa 800 miliardi di euro annui di spesa strategica
aggiuntiva è salito, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a
quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media».
Un mondo senza gli
Stati Uniti
Il progetto
europeo, ha spiegato Draghi, fu costruito su due presupposti che si sono
rivelati illusori. Il primo era che l’Europa avesse edificato «un’economia
davvero aperta in cui lo Stato non dovesse dirigere la crescita». Il secondo
era che il continente «non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più
difficili del potere e della sicurezza, perché sarebbero state risolte al posto
nostro». Entrambi «si sono ora rivelati vuoti». Attraverso l’Atlantico «non
possiamo più dare per scontato che i guardiani dell’ordine postbellico restino
impegnati a preservarlo», e «per la prima volta dal 1949, gli europei devono
fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la
nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per acquisite».
La Cina, dal canto
suo, «sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non riesce ad
assorbire senza svuotare la nostra base produttiva» e «sostiene direttamente il
nostro avversario, la Russia». In questo scenario, Draghi, spiega: «Per la prima
volta nella memoria di chiunque sia vivo oggi, siamo davvero soli insieme».
Senza potenze esterne, solo con l’Unione dei 27.
Le tre
vulnerabilità dell’Ue
La critica più
articolata riguarda le contraddizioni interne al modello economico europeo.
L’Europa ha aperto i propri mercati verso l’esterno senza mai completare quello
interno, producendo «non una vera economia di mercato, bensì un’economia
asimmetrica». Da qui derivano tre vulnerabilità. La prima è l’esposizione alla
domanda estera: dal 1999 il commercio in percentuale del PIL è salito «dal 31%
al 55% nell’area euro», e «la nostra sensibilità ai cambiamenti della politica
americana e cinese non è semplicemente una sventura imposta dall’esterno», ma
«il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno
sufficientemente profondo». La seconda è la dipendenza strategica: «metà del
capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti»,
l’Europa dipende dall’America «per il 60% delle nostre importazioni di Gnl», e
persino nella transizione verde non riesce a dispiegare la propria transizione
verde «su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di fornitura cinesi».
La terza, «e forse la più importante», è il ritardo tecnologico: dal 2019 il
divario di produttività oraria con gli Stati Uniti si è «ampliato di 9 punti
percentuali», e sull’intelligenza artificiale - che potrebbe generare «circa la
metà della crescita della produttività nel prossimo decennio» - gli americani
sono «sulla buona strada per spendere circa cinque volte più dell’Europa nella
costruzione di data center entro il 2030». Il rischio è irreversibile: «l’IA
migliora con l’uso», e «le economie che per prime accumuleranno questi vantaggi
si porteranno definitivamente avanti».
Il mercato unico e
la politica industriale
Draghi non
risparmia critiche alle due risposte più diffuse nel dibattito europeo. Chi
propone di puntare tutto sulla liberalizzazione commerciale si scontra con un
limite aritmetico: anche concludendo tutti i negoziati in corso, «la spinta a
lungo termine al Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%», e «se l’apertura resta la
nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione». Chi invece invoca
politiche industriali nazionali più aggressive rischia l’effetto opposto: «se
gli Stati membri tentano una politica industriale su larga scala nell’ambito
della struttura attuale del mercato unico, falliranno», spendendo in modo
dissipativo e imponendosi «costi a vicenda», con «ricadute negative che erodono
i guadagni originari nel giro di soli due anni».
La soluzione è la
loro combinazione secondo l’economista. «Il mercato unico e la politica
industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Correttamente
concepiti, ciascuno rafforza l’altro». Solo imprese già «esposte alla
concorrenza continentale e sostenute da una strategia politica a livello
europeo» possono diventare veri campioni europei.
La difesa e “il
federalismo pragmatico”
Sul fronte della
sicurezza, Draghi invita a leggere il parziale disimpegno americano come
«risveglio necessario». «Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi
maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente, allora l’Europa
deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa viene
organizzata». Sono già stati censiti «più di 160 accordi bilaterali e
plurilaterali tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina, la maggior parte dei
quali firmati dall’invasione russa», ma occorre trasformare questo «patchwork
in impegni chiari e vincolanti».
Se uno Stato
membro viene attaccato, la risposta dell'Europa dovrebbe essere inequivocabile
anche prima che la crisi inizi.
Nella visione
dell’ex premier, ci sono due modi per strutturare una strategia. «Uno è
attraverso coalizioni più ridotte di paesi le cui capacità e percezioni delle
minacce li avvicinano già». L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non
inizia e non finisce con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da
batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare le tecnologie civili
alla velocità richiesta. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno
componenti di droni, capacità informatiche o logistica; altri ancora
contribuiranno finanziariamente.
«L’altro percorso
è dare sostanza operativa all'Articolo 42(7), la clausola di difesa reciproca
dell’Ue, che, pur essendo giuridicamente definita e già invocata una volta, non
è stata ancora tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando».
La proposta di
Draghi è il «federalismo pragmatico». I Paesi più determinati devono poter
procedere senza attendere tutti i 27, costruendo risultati «che i cittadini
possano vedere e misurare». Il modello è l’euro, la cui tenuta ha dimostrato
che gli impegni europei diventano duraturi non grazie a «parole scritte una
volta in un trattato, ma attraverso l’esperienza di agire insieme, di essere
messi alla prova insieme e di scoprire attraverso il successo che la
solidarietà può funzionare». Il compito ora, ha concluso Draghi, è «rispondere
a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo
trasformare la crisi in unione». LS 14
Scrivere sullo
stato di salute “economico/sociale” italiano è
sempre difficile. Soprattutto quando si deve dare spazio alla realtà dei
fatti quotidiani. Certe prese di posizione politiche non allettano più nessuno.
Quindi, essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti.
Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere che le difficoltà del Bel
Paese sono lontane dall’essere risolte. La Penisola del “malessere” continua a
tenere lontana quella del “benessere”. Insomma, ci sentiamo “realisti”.
Nella nostra
obiettività, non ci sono, al momento, soluzioni totali al deterioramento
nazionale. E’ la politica che sarebbe da modificare. Però, ogni riflessione ha
il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri
scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.
Questo potrebbe,
però, essere l’anno dei “cambiamenti”. Con la premessa che non ci sentiamo
menagrami né, tanto meno, presaghi. Fanno testo le realtà che pesano come
macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario
rispondere. Eccedenti dubbi che dovrebbero essere chiariti. Sono i politici di
“razza” che dovrebbero fare la differenza.
Allora: come
stiamo? Certamente non meglio che per il passato. Anche quest’anno potrebbe
essere ancora compromesso dalle tensioni politiche dell’attuale. Per cambiare
“registro”, oltre alla fermezza politica, ci vorrebbero uomini preparati a
gestirla che, purtroppo, non siamo riusciti, in concreto, a identificare.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Bullismo e cyberbullismo in crescita nelle scuole italiane
Sul tema
interviene la dott.ssa Elisa Caponetti, psicologa con sede in Roma ed esperta
di dinamiche relazionali e violenza psicologica. Il fenomeno riguarda non solo
episodi espliciti di aggressione, ma soprattutto dinamiche relazionali sottili
come esclusione sociale, controllo emotivo, manipolazione e umiliazioni
digitali, che spesso sfuggono al riconoscimento immediato ma hanno conseguenze
profonde sul benessere psicologico degli adolescenti.
Secondo la
dott.ssa Caponetti, il punto critico è proprio la difficoltà di identificare
queste forme “silenziose” di violenza, che tendono a normalizzarsi all’interno
dei gruppi dei pari. “Molti adolescenti riconoscono il bullismo quando è
evidente, ma non quando si manifesta attraverso esclusione, controllo emotivo o
dinamiche di gruppo che logorano lentamente l’identità della vittima. È qui che
si crea il danno più profondo”, afferma la dott.ssa Caponetti.
La diffusione dei
social network amplifica ulteriormente il fenomeno, rendendo la violenza
continua e difficile da interrompere. “La vittima non percepisce più un confine
tra scuola e vita privata: la pressione diventa costante, senza spazi di
protezione”, sottolinea la dott.ssa Caponetti.
Il tema si
inserisce in un quadro più ampio di disagio giovanile e fragilità emotiva, che
coinvolge sempre più spesso il contesto scolastico e le relazioni tra pari. Per
la dott.ssa Caponetti, la prevenzione passa attraverso un lavoro sul contesto
relazionale e sull’educazione emotiva, oltre che sul riconoscimento precoce dei
segnali di disagio. “Non si tratta solo di fermare l’episodio, ma di
comprendere e modificare il clima emotivo in cui questi comportamenti nascono e
si consolidano”, conclude. Dip 21
Idos: le conseguenze reali del doppio standard semantico expat/“semplici”
migranti
ROMA - “L’esodo
dei giovani italiani verso l’estero è un fenomeno ormai conclamato, evocato
come una questione a tinte fosche da rotocalchi e media di ogni tipo (nuovi e
vecchi) e inserito a pieno titolo tra i problemi principali del nostro Belpaese
– per antonomasia una delle nazioni con l’età media più alta al mondo, spesso
tacciato di essere un Paese di soli anziani e solo per gli anziani. In effetti,
non si può negare che la tendenza ad emigrare abbia preso piede da diverso
tempo tra le nuove generazioni italiane, rimpinguando le sue fila in maniera
crescente anno dopo anno. Secondo i dati ISTAT, i flussi in uscita dei
cittadini italiani dal Paese ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024
(contro 99mila nel 2022). Come nella maggior parte degli episodi di migrazione,
anche in questo caso sono i più giovani a partire verso altri lidi. In
particolare, tra il 2019 e il 2023 sono espatriati 192mila italiani di età
compresa tra 25 e 34 anni, con una perdita – al netto dei rientri – pari a
119mila giovani e, in particolare, a 58mila laureati”.
A scriverne è
stata Roberta Maria Aricò, Ricercatrice di IDOS che ha realizzato un’analisi
partendo anche dalla sua esperienza, essendo lei stessa stata un’expat che di
recente è rientrata in Italia.
“Chi scrive
rientra nel novero di coloro che un giorno hanno chiuso la valigia, salutato i
propri cari e preso un aereo verso un altro Paese, trasferendosi al di fuori
dell’Italia per mettere a frutto i tanti anni di studio e iniziare a costruire
una carriera che, ironia della sorte, oggi si svolge in Italia e ruota intorno
al tema delle migrazioni – scrive nella sua analisi -. Al di là della
dimensione personale e degli aspetti congiunturali di questa esperienza, ci
sono degli elementi del mio vissuto particolare che lo inseriscono in una
categoria più generale di persone che migrano per lavoro, accomunate da una
storia di mobilità privilegiata, da contratti regolari, spesso ben retribuiti e
legati a professioni altamente specializzate e dall’utilizzo dell’inglese come
principale lingua veicolare pur non essendo solitamente quella più parlata nel
Paese di destinazione. Mi riferisco ai cosiddetti expat, abbreviazione di
expatriate (in italiano “espatriato”), una parola che può sembrare un sinonimo
di migrante ma che nasconde differenze sociali, economiche e normative
profonde”.
“La distanza
semantica – e non solo – tra le due parole si può misurare in vari modi –
spiega Aricò -. Si può ricorrere a categorie analitiche, quali classe, razza e
genere, che mostrano come le due categorie rischino di perpetrare nuove forme
di colonialismo o coincidano con giudizi di valore essenzializzanti sull’essere
o meno dei “buoni” migranti. A tal proposito, è utile citare un esempio ideato
da Jones: un ingegnere inglese che lavora per una compagnia petrolifera a
Trinidad è un expat, uno straniero (quindi “Altro” rispetto alla popolazione
autoctona) che, però, non subisce un processo di marginalizzazione o
denigrazione in virtù delle sue competenze tecniche, del suo status
socio-economico, nonché del suo incarnato; al contrario, una lavoratrice di
Aruba che si trasferisce in Olanda per lavorare in una fattoria è una migrante,
quindi non è trattata solo come “Altro” ma anche come qualcuno di socialmente
inferiore a causa delle sue origini e delle minori qualifiche richieste per
svolgere il lavoro per cui è impiegata. In parole povere, un italiano assunto
all’estero nel settore del tech è un expat (anche detto, nel nostro caso,
“cervello in fuga”), mentre un lavoratore agricolo bangladese o una colf
filippina sono dei semplici migranti”.
“La differenza tra
expat e migranti emerge anche a livello normativo – dove, però, le politiche
migratorie e i quadri di legge vigenti non sfuggono alle chiavi di lettura
menzionate in precedenza, come dimostra il modo in cui la nazionalità di chi
migra influisce sulle modalità stesse di migrazione consentite, nonché sulla
percezione che il singolo ha dei confini statali e della loro flessibilità –
aggiunge ancora la ricercatrice -. La parola expat figura di rado nel dettato
legislativo e nei documenti di policy, venendo spesso sostituita da espressioni
differenti ma equipollenti. Si preferisce parlare di talenti globali, di
impiegati altamente qualificati e, di recente, di lavoratori da remoto e nomadi
digitali – sottocategoria di expat che lavorano mentre viaggiano per il mondo e
che, quindi, percepiscono i confini tra un Paese e l’altro come qualcosa di
estremamente poroso. L’esperienza cambia per chi non rientra in questo gruppo
privilegiato, per cui, invece, i confini si ergono sempre più spesso come muri
invalicabili. Gli expat sono ricercati in maniera proattiva dagli Stati, mentre
gli altri migranti vengono, nella migliore delle ipotesi, richiesti per un
periodo di tempo limitato (atto al soddisfacimento di un bisogno specifico,
come nel caso del lavoro stagionale) e, in quella peggiore, contenuti, respinti
o cacciati. Nel primo caso si parla della capacità attrattiva e ritentiva dei
Paesi, nel secondo di meccanismi di previsione dei flussi, di esternalizzazione
delle frontiere e di procedure di rimpatrio”.
“Se l’esigenza di
attrarre e trattenere lavoratori giovani e altamente qualificati (due elementi
che spesso vanno a braccetto) è indubbia, la divisione in compartimenti stagni
tra migranti di serie A e di serie B e la conseguente applicazione di un doppio
standard provoca ripercussioni importanti sia su chi afferisce alle due
categorie sia sulle comunità in cui questi si inseriscono. Ne sono un esempio
le diverse (e ossimoriche) pretese di integrazione che li riguardano – aggiunge
ancora nella sua analisi la ricercatrice IDOS -. Vivendo il proprio periodo
all’estero come una fase più transitoria che definitiva, accade di rado che gli
expat si integrino nel tessuto sociale del Paese in cui si trasferiscono,
creando una bolla internazionale parallela, con standard di vita differenti e
un potere d’acquisto talvolta maggiore rispetto alla popolazione locale –
spesso additato come uno dei motivi dietro la crisi abitativa e i processi di
gentrificazione in corso in varie città (europee e non) ma scusato con la promessa
di una più alta competitività e produttività economica veicolata dalla loro
presenza. Quando, però, l’integrazione riguarda i “semplici” migranti, il
discorso assume dei toni differenti, diventando un imperativo da perseguire
pena la perdita dell’etichetta di “buon forestiero” (o del “migrante
meritevole”, più diffuso in letteratura) e la disapprovazione che si riserva
tipicamente a chi viene qui e non impara la lingua, sta solo con i propri
connazionali e non partecipa agli usi e i costumi nostrani”.
“Il quadro
tratteggiato non mira a demonizzare i primi a vantaggio dei secondi – concluse
Aricò -. Al contrario, è piuttosto un invito a prendere coscienza di un
privilegio concreto, che è al tempo stesso creato e consolidato dal linguaggio;
che è nutrito da dinamiche sociali che operano silenziosamente e perpetrato da
pratiche e politiche compiacenti; e che, soprattutto, è troppo spesso goduto
con leggerezza, senza una riflessione critica sulla facilità di spostamento che
questo concede ad alcuni e sui meccanismi gerarchici ed escludenti che genera
per gli altri, rendendoli così Altri”. (aise 27)
Nel 2025 più di 82 milioni gli sfollati interni nel mondo
Secondo la nuova
edizione del “Rapporto globale sugli sfollati interni” dell’Idmc di Ginevra,
dopo un decennio di crescita continua, il numero di persone che vivono tale
condizione è leggermente diminuito nel 2025, ma è rimasto vicino ai livelli
record, attestandosi a 82,2 milioni in 104 paesi e territori. Di questi, 68,6
milioni sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa di
conflitti e violenze, mentre 13,6 milioni a causa di catastrofi naturali. Si
tenga conto che il numero di rifugiati complessivo nel mondo, inclusi gli
sfollati interni, attualmente si attesta tra i 125 e i 130 milioni di persone.
Vengono definiti
“sfollati interni” coloro che sono stati costretti ad abbandonare le proprie
case a causa di conflitti, violenze o catastrofi e che non hanno attraversato
un confine di Stato riconosciuto a livello internazionale. Molti vivono in
condizioni di sfollamento da anni o decenni, senza riuscire a trovare una
soluzione duratura.
Secondo l’Idmc, la
leggera diminuzione del numero di sfollati interni non riflette però un
miglioramento strutturale. Il calo è stato in parte legato a rientri
programmati, molti dei quali sono avvenuti in condizioni precarie, con persone
che sono tornate in situazioni di insicurezza, in abitazioni danneggiate e con
servizi limitati. Allo stesso tempo, i conflitti emergenti, in escalation e già
radicati, insieme alle catastrofi naturali, hanno continuato a costringere le
persone ad abbandonare le proprie case, spesso più volte.
Molti di coloro
che sono stati sfollati nel 2025 vivevano già in condizioni di sfollamento
interno, il che ha acuito i loro bisogni e la loro vulnerabilità, rendendo
ancora più irraggiungibili soluzioni durature. Queste dinamiche evidenziano
come lo sfollamento interno rifletta un’instabilità più profonda e crisi
irrisolte. “Man mano che i conflitti si intensificano – puntualizza la
direttrice dell’Idmc, Tracy Lucas -, sono spesso le stesse persone a essere
costrette a lasciare le proprie case più e più volte. Eppure, i sistemi pensati
per proteggerle vengono smantellati”.
Il Rapporto fa
emergere, inoltre, che circa un terzo degli sfollamenti causati da conflitti a
livello mondiale è stato registrato in Iran, tutti legati a evacuazioni
temporanee da Teheran. Un altro terzo, sempre a causa di conflitti, si è
verificato nella Repubblica Democratica del Congo, il dato più alto mai
registrato nel Paese. Infine, gli sfollamenti causati da conflitti e violenze
sono cresciuti dell’8% in più rispetto a quelli causati da catastrofi naturali:
è la prima volta che si registra un dato del genere. Migr. 14
Il dibattito conclusivo dell’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale
ROMA – La seduta
conclusiva dell’Assemblea Plenaria del Cgie, svoltasi presso il Cnel, è stata
dedicata a “Europa in Movimento” sui diritti e le politiche sociali dei
cittadini in mobilità in Europa. Il tema è stato introdotto dalla Segretaria
Generale del Cgie Maria Chiara Prodi che ha spiegato come ad oggi vi siano
oltre 18 milioni gli europei che vivono fuori dal proprio Paese di nascita, e
30 milioni gli europei fuori dall’Unione, di cui circa 5 milioni sono italiani.
“Un modo per rappresentare le nostre diaspore è quello di riconoscere lo sforzo
che è stato fatto per istituzionalizzarle. Questo rappresenta un valore
aggiunto che possiamo rivendicare”, ha rilevato Prodi che ha aggiunto: “Io
credo sia importante utilizzare questa prospettiva dell’Europa in movimento per
rafforzare quello che ci sta a cuore sin dall’inizio, e che è alla base della
nostra legge istitutiva, ovvero rivolgersi a tutti i livelli delle istituzioni
italiane e europee che mettono in atto politiche per gli italiani all’estero”. Prodi
ha anche segnalato alcune possibili iniziative su questa tematica, come ad
esempio la realizzazione di webinar specifici, lavorare sul tema della mobilità
e del lavoro, sottoscrivere un protocollo con l’AICCRE e sollecitare i Comites
a designare una persona che sia referente sui temi di coordinamento delle
diaspore e sui temi europei. Dopo l’intervento di Gianluca Ericco (Germania)
che ha sottolineato l’esigenza di fare il punto su quanto realizzato dal Cgie
in questi tre anni, anche in vista di una possibile nuova plenaria entro la
fine dell’anno, Filippo Ciavaglia (Cgil) ha evidenziato, rifacendosi al
ragionamento del Consigliere Lodetti nel precedente panel, la necessità di
tenere insieme una filiera, passando per la Consulta delle Regioni, con consenta
di collegarsi ai territori. Per Ciavaglia sarebbe opportuno “focalizzare anche
una finestra interlocutoria che metta insieme il mondo sindacale con quello
dell’impresa e con la cornice istituzionale, perché la mobilità è legata al
mondo del lavoro”. “Il discorso dell’Europa in movimento nacque a suo tempo –
ha ricordato il Vice Segretario Generale di Nomina governativa Gianluca Lodetti
– perché si prendeva finalmente atto, parlo di diversi anni fa, della mobilità
di milioni di persone che in Europa si muovevano e rischiavano di non avere
diritti garantiti, il che implicava anche il fatto che poi questa libera
circolazione non fosse effettivamente esercitata. Quindi si analizzò il
discorso della tutela pensionistica, della sanità, ma anche del diritto del voto”.
“L’Europa in movimento – ha proseguito Lodetti – fu un momento di
riflessone alta che già guardava avanti rispetto a quello che poi sarebbe
effettivamente successo e addirittura si ipotizzò un’Agenzia europea che fosse
strutturata per la tutela dei diritti e che fosse incardinata nelle istituzioni
europee. Il discorso di oggi – ha continuato il Vice Segretario – potrebbe
essere quello di passare dall’Europa dei mercati e della libera circolazione,
all’Europa dei cittadini in mobilità che devono poter svolgere come diritto
questa mobilità e che possono essere un vantaggio per i singoli Paesi
europei e se messi in rete fra tutte queste nazioni possono costituire una
risorsa per tutta l’Europa”. “Il riconoscimento da parte delle autorità
locali delle vari Paesi delle rappresentanze dei Comites e del Cgie è un
discorso antico che non ha mai visto la luce, – ha aggiunto Lodetti- ma io
credo che anche questo aspetto sia importante per collocare all’interno di un
contesto europeo la nostra figura”. Dal canto suo il Consigliere Vincenzo
Acobelli (USA) ha sottolineato l’esigenza, in vista della prossima
consiliatura, di un cambio di passo e di un miglioramento del modus operandi
del Cgie. Un Consiglio Generale che in questi anni , secondo Arcobelli,
ha mancato di trasparenza e collegialità e non ha ottenuto risultati
apprezzabili soprattutto per quanto riguarda le riforme. Di
mancanza di risultati concreti nella consiliatura ha parlato anche Francesco
Papandrea (Australia), mentre il consigliere Carmelo Vaccaro (Svizzera) ha
segnalato l’assenza di risposte agli Ordini del Giorno, chiedendo maggiore
rispetto per il Cgie e per i consiglieri. Dell’importanza di riuscire a
convocare una seconda plenaria entro la fine dell’anno ha invece parlato il
consigliere Walter Petruzionello (Brasile). Ha poi preso la parola
il Vice Segretario Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei Silvana Mangione
che ha ricordato come la modifica alla norma istitutiva del Cgie sia stata
trasformata in legge quando era Sottosegretario Piero Fassino. Al contrario la
nuova legge sui Comites non è mai stata definitivamente approvata, anche a
causa della fine anticipata della legislatura. Mangione ha poi sottolineato
come, alla luce di quanto è accaduto, il Cgie “non sia riuscito a penetrare i
muri”, in quanto “le priorità dei diversi governi che si sono succeduti non
hanno sempre coinciso con le necessità degli italiani all’estero”. La Vice
Segretaria ha anche rilevato l’esigenza, anche al fine di poter essere più
incisivi e ottenere risultati, di migliorare il dialogo con il Maeci. Ha infine
ripreso la parola la Segretaria Generale: “Arrivare a chiedersi come possiamo
migliorare – ha esordito Prodi rispondendo alle considerazioni sul Cgie emerse
durante il dibattito – è già qualcosa di diverso rispetto a come abbiamo
cominciato anni fa. Penso che ci siano da una parte dei malintesi, e dall’altra
una trasformazione totale nei numeri e nelle modalità di partecipazione delle
nostre comunità nel mondo. Quindi non possiamo cercare di guardare con gli
strumenti che avevamo a una realtà che è molto cambiata”. “Io non accetto
– ha aggiunto la Segretaria Generale – che le persone come noi, di qualsiasi
appartenenza fuori da qui, possano essere considerate persone che si debbano
vergognare per non aver raggiunto dei risultati. Noi siamo dei volontari, diamo
dei consigli ed abbiamo bisogno di altri che mettano in atto questi consigli.
Non è una nostra prerogativa quella di attuare le riforme, noi non siamo un
potere legislativo. Per quello insisto sulla filiera della rappresentanza
perchè è frustrante darsi delle colpe che non si hanno. Quello che è importante
è capire come si lavora insieme e come si fa sistema” . Per quanto riguarda le
mancate risposte agli Ordini del Giorno Prodi ha rilevato: “Il nostro
Paese è complesso con tanti interlocutori e bisogna sempre tenere il filo e nei
prossimi mesi vi chiedo di aiutarci a tenere il filo e di ricordarci che siamo
volontari e rappresentiamo un valore aggiunto”. Per la Segretaria Generale inoltre
la prossima sfida sarà rappresentata dal portare al voto e a candidarsi per il
rinnovo dei Comites il maggior numero di connazionali. (G.M.- Inform 17)
Rilascio della carta d’identità elettronica
Oltre ai
consolati, a partire dal mese di giugno, i residenti all’estero possono
chiedere e ottenere il documento anche in Italia. Anche se con alcune possibili
restrizioni. Vediamo quali e perché. Di Alessandro Milani Patronato Acli
Svizzera
Buongiorno, mi
rivolgo a voi perché ho scoperto che le carte d’identità cartacee non saranno
più valide a partire da agosto. Volevo chiedere se il Patronato Acli può
aiutarmi. Sono un po’ in ansia perché la carta d’identità è il mio unico
documento italiano e a settembre dovrò rinnovare il permesso di domicilio in
Svizzera. Ringrazio in anticipo, un cordiale saluto.
Buongiorno, la
ringraziamo di questa domanda, che ci permette di fare il punto della
situazione su un argomento d’attualità e di ampio interesse. Come ha scritto,
tutte le carte d’identità cartacee italiane decadranno di tutta validità a
decorrere dal 3 agosto p.v. Per richiedere il rilascio della carta d’identità
elettronica (Cie), i cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani all’estero
(Aire) si rivolgono al Consolato d’Italia della circoscrizione nella quale
risiedono. Segnaliamo en passant che, da oramai diversi anni, le prenotazioni
di questi appuntamenti al consolato si fanno unicamente online, sul portale
Prenot@mi: https://prenotami.esteri.it
Tenga presente
che, in questa fase, i nostri consolati in Svizzera accordano priorità nella
prenotazione dell’appuntamento per il rilascio della carta d’identità
elettronica a quelle persone che, come Lei, non possiedono un altro documento
d’identità.
Oltre ai
consolati, a partire da questo mese di giugno, i residenti all’estero possono
chiedere il rilascio della carta d’identità elettronica anche in Italia.
Tuttavia, se intende recarsi presso un comune diverso da quello della propria
iscrizione Aire, Le consigliamo di contattare preventivamente l’ufficio
anagrafico. Questo, innanzitutto per comprendere le modalità di prenotazione
dell’appuntamento (che variano da comune a comune), ma anche e soprattutto per
assicurarsi che il comune in questione sia disposto a riceverLa
indipendentemente dal fatto che sia iscritto all’Aire in un comune diverso.
È vero infatti che
la Legge 11 del 2026 stabilisce che i cittadini iscritti all’Aire hanno la
«facoltà di presentare domanda di rilascio della carta d’identità elettronica
presso qualsiasi comune». Tuttavia, dalle informazioni in nostro possesso,
sembrerebbe che i comuni possano scegliere in autonomia se gestire unicamente
le domande dei cittadini di loro competenza o estendere il servizio a tutti i
residenti all’estero, in funzione delle proprie capacità di gestione delle
richieste.
Per maggiori
informazioni, non esiti a contattare la sede del Patronato Acli in Svizzera a
Lei più vicina. CI, Ch 28
Educazione emotiva, come una generazione riscrive il dialogo in famiglia
Dimenticate il
rigido “non piangere” o il sbrigativo “non è successo niente”. Nelle case degli
italiani sta avvenendo un terremoto silenzioso: un genitore su due ha deciso di
educare i propri figli in modo deliberatamente opposto a come è stato cresciuto
dai propri. Quella che per decenni è stata la norma, come il silenzio sulle
proprie fragilità, sta lasciando il posto a una nuova “alfabetizzazione
emotiva”, dove dare un nome a ciò che si prova non è più un tabù, ma una
priorità.
La fotografia del
cambiamento
Questa inversione
di rotta emerge chiaramente dal MinDex 2026, il “Barometro del Benessere
Mentale degli Italiani”. Lo studio è stato realizzato dal servizio di
psicologia online Unobravo in collaborazione con l’istituto di ricerca Ipsos
Doxa. Per scattare questa istantanea, tra il 26 marzo e il 6 aprile 2026 sono
stati intervistati 1.600 italiani tra i 18 e i 70 anni. Attraverso interviste
web, i ricercatori hanno costruito un campione rappresentativo per genere, età
e area geografica, cercando di capire come l’eredità emotiva del passato
influenzi le famiglie di oggi.
Quando le emozioni
erano “esagerazioni”
Per capire la
portata della rivoluzione attuale, bisogna guardare indietro. I dati mostrano
un passato di forte aridità comunicativa: solo 2 italiani su 10 dichiarano di
aver avuto genitori capaci di aiutarli a dare un nome alle proprie emozioni.
Per oltre la metà
del campione, il clima domestico era dominato dalla minimizzazione: i problemi
venivano evitati o liquidati con frasi come “non esagerare”. Le più colpite da
questa cultura del silenzio sono state le donne della generazione Baby Boomer (circa
1 su 2), mentre un segnale di speranza arriva dai giovani uomini della Gen Z,
che per il 26% riportano un supporto effettivo ricevuto dai genitori.
Il paradosso dei
Boomer
Uno dei dati più
curiosi e inaspettati della ricerca riguarda proprio chi è cresciuto in quel
clima di restrizione emotiva. Gli uomini Baby Boomer sono oggi i più convinti
sostenitori della necessità di insegnare ai figli a parlare di ciò che provano.
Con il 63% di
preferenze, superano paradossalmente i padri più giovani (Gen Z e Millennial),
che si fermano al 56%. Sembra che proprio chi ha vissuto sulla propria pelle la
mancanza di un dialogo emotivo ne riconosca oggi, con maggiore forza,
l’importanza vitale per le nuove generazioni.
I nuovi pilastri:
ascolto, fiducia ed empatia
Come si traduce,
in pratica, questa rottura con il passato? La parola chiave è ascolto attivo.
Quasi la metà dei genitori (49%) adotta oggi un approccio basato sulla
comprensione costante dei figli, con le madri in prima linea (55%).
Le priorità
educative sono cambiate radicalmente:
* Fiducia in sé
stessi (36%) e empatia (34%) sono i valori su cui puntare.
* Tra chi ha già
figli, l’importanza di insegnare a credere nel proprio valore sale al 41%.
* Le giovani donne
della Gen Z mettono l’empatia al primo posto (43%), cercando una connessione
autentica che superi la mediazione dei social media.
La sfida del
genere e lo stigma sociale
Nonostante i
progressi, la strada verso una piena maturità emotiva presenta ancora degli
ostacoli. Esiste una profonda divergenza di vedute basata sul genere: il 70%
degli uomini Gen X crede ancora che maschi e femmine richiedano metodi
educativi differenti, una visione che resta forte, seppur in calo, anche tra i
Gen Z (59%). Solo il 40% degli italiani ritiene che l’educazione emotiva debba
essere identica a prescindere dal sesso del figlio.
Inoltre, lo stigma
sulla salute mentale resta un freno potente: solo il 9% degli italiani ritiene
che se ne parli apertamente e 3 persone su 4 vedono nel giudizio sociale un
ostacolo alla cura di sé.
Tuttavia, come ha
sottolineato la psicoterapeuta Corena Pezzella di Unobravo, l’alfabetizzazione
emotiva è lo strumento fondamentale per non essere sopraffatti dalla realtà:
“Questa esigenza di apertura – ha spiegato la dottoressa – si confronta però
con una realtà spesso diversa, dove l’esposizione delle proprie fragilità può
essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una
sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce”. Adnkronos 19
Cgie. Miglioramento dei servizi e rapporto più stretto: le Relazioni
Continentali
ROMA - Migliaia di
chilometri di distanza. Migliaia, milioni di italiani sparsi nel mondo, ma le
richieste, e le criticità, sono spesso simili nonostante tutto: miglioramento
dei servizi consolari, soprattutto in questo momento in cui la nuova legge di cittadinanza
ha provocato richieste maggiori da parte dei connazionali all'estero alla rete
diplomatico-consolare, e un rapporto più strutturato.
Questo è quanto
emerso dalle Relazioni delle Commissioni Continentali, e da quella del Gruppo
di nomina Governativa, lette questo pomeriggio all'assemblea plenaria del CGIE,
riunita alla Farnesina.
Il primo a
prendere parola nel pomeriggio è stato Giuseppe Stabile, Vice Segretario
Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, che ha ricordato come l'Europa
continui a rappresentare "il principale baricentro dell’azione consolare e
amministrativa della rete estera italiana". Ha quindi sottolineato la
quantità di risorse umane che utilizza il continente sul personale MAECI, che
però non toglie che i servizi consolari continuino ad avere "una domanda
estremamente elevata", soprattutto nei Paesi europei caratterizzati da
forte mobilità italiana recente. Tra queste, Stabile ha parlato in particolare
della Spagna, che "si conferma una delle realtà consolari più impegnative
e dinamiche dell’intera rete europea" e del Regno Unito.
Nel complesso, ha
aggiunto ancora il Vice Segretario Generale Stabile, "i dati
dell’Annuario" confermano come l’Europa costituisca "il principale
teatro operativo della diplomazia consolare italiana, caratterizzato da una
crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione personale,
assistenza ai connazionali e tutela amministrativa". E la mobilità nel
continente è "sempre più intensa". Per questo, secondo Stabile, è
necessario avere "un costante rafforzamento organizzativo della rete
consolare". Tra le maggiori problematiche, sono emerse esigenze per un
rafforzamento dei servizi consolari e assistenziali, e alcune "criticità
operative", specie riguardo le "nuove vulnerabilità".
I territori, come
affermato da Stabile nella sua relazione, hanno quindi segnalato le loro
priorità e le criticità emerse: dal Belgio è stato chiesto un miglioramento nei
tempi di rilascio di passaporti e CIE e il rafforzamento della presenza
consolare nelle aree periferiche, l'aumento di sportelli itineranti, maggiore
coordinamento tra rete e Comites/CGIE, e maggiore coinvolgimento dei giovani e
degli anziani. La Germania e la Svizzera hanno invece segnalato ulteriori
criticità dovute ai rallentamenti nell’erogazione dei servizi consolari.
"La rete
consolare europea si trova oggi ad affrontare una trasformazione profonda delle
esigenze delle collettività italiane all’estero - ha infnine concluso Stabile
-, che richiede un progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano
della presenza dello Stato italiano in Europa".
A seguire, si è
parlato degli italiani in America Latina con il Vice Segretario Generale
Mariano Gazzola, che ha spiegato i temi principali toccati nei lavori della
Commissione, incontratasi prima in Brasile, nel novembre 2025, poi a Roma nei
giorni scorsi: Servizi Consolari e la legge di Cittadinanza, che ha introdotto
"nuove difficoltà di accesso per i richiedenti e determinando un aumento
del carico di lavoro negli uffici".
"L’abbiamo
detto e continuiamo a dirlo: la legge di cittadinanza è una sciagura, una norma
di difficile applicazione e lungi dall’essere una questione chiusa".
Gazzola, riportando la questione giunta dall'America Latina, l'ha definita
inequivocabilmente come "una ferita aperta".
Ma nonostante
queste criticità, Gazzola ha riferito di "un miglioramento nell’erogazione
di alcuni servizi consolari", in particolare sul rilascio dei passaporti.
Da più parti, ha poi segnalato, "permane e si aggrava la prassi di
richiedere ai cittadini documenti già in possesso dell’Amministrazione".
Per tale ragione, ha chiesto di uniformare le procedure almeno a livello
nazionale" e "potenziare la condivisione delle buone pratiche".
Problematiche sono
emerse anche riguardo il sistema Fast-IT e la trascrizione degli atti di stato
civile, che "sono spesso in ritardo" e "colpiscono l'operatività
delle nostre sedi consolari". "Queste difficoltà oggi colpiscono l'America
Latina, domani colpiranno l'Europa", ha spiegato Gazzola chiedendo
all'Assemblea di intervenire sull'argomento.
Preoccupazione
anche riguardo il nuovo personale che "non si è tradotta in un
rafforzamento delle sedi consolari in America Latina" e per la quale
servirebbero "incentivi e misure specifiche" per rendere "più
attrattiva" l'area. Così come preoccupazione è stata manifestata riguardo
l'applicazione della Circolare Ministeriale n. 4, che "andrebbe
rivista", e la diffusione della lingua e della cultura italiana, per la
quale servirebbe "l’avvio del tavolo tecnico" per collaborare in modo
migliore con gli enti gestori. "Agli iscritti AIRE in America Latina non è
destinata una politica organica di formazione linguistica e culturale".
Per concludere,
Gazzola ha poi ricordato come la legge di cittadinanza, "valida ma non
giusta", non possa creare "cittadini di serie b". La
preoccupazione maggiore risultano essere la situazione legata ai minori, che
"sono soggetti a termini temporali di iscrizione", e quella legata
agli italiani provenienti dai territori dell’ex Impero austro-ungarico
(trentini e giuliani): "sono inaccettabili", "chiediamo al
governo e al Parlamento di intervenire". Per concludere, ha esortato
l'avvio di una campagna informativa per le elezioni dei Comites. Una campagna
da iniziare subito, in modo innovativo e conformando le regole per iscriversi
al voto. Da ultimo, ha chiesto anche un maggiore coinvolgimento della
Commissione riguardo al Premio Schiavone.
Intervenuto
brevemente anche Giovanni Buzzurro, Presidente del Comites del Messico, che ha
esortato ad avere un rappresentante al CGIE dal paese americano. "Siamo
una piccola comunità" (30 mila gli italiani residenti) "ma dal punto
di vista economico ha un ruolo di primaria importanza". "I nostri
connazionali si sentono un po' abbandonati. Abbiamo però una comunità attiva,
in un Comites molto inclusivo". Buzzurro ha infine espresso dubbi sulle
elezioni di fine anno. Specie per le responsabilità dei bilanci consultivi.
A seguire ha
parlato Silvana Mangione, Vice Segretaria Generale per i Paesi Anglofoni
extraeuropei, che prima ha lamentato il "profondo vulnus" che ha
subito la sua Commissione territoriale dopo l'approvazione dello
"scellerato decreto" che lega il numero di consiglieri agli iscritti
all'AIRE. "Una decurtazione che ha portato anche all'esclusione totale
dell'Africa. Abbiamo perso un intero Continente". In seguito, ha letto i
risultati di una ricerca di due professori universitari sulle istanze degli
italiani collegati ai Comites di Stati Uniti, Canada e Australia. Un documento
dal quale sono emerse diverse criticità, tra cui i servizi consolari e la
difficoltà "erculea", con la nuova legge sulla cittadinanza, per
"ottenere i documenti". Oltre a questo, è emersa la difficoltà a
ricevere risposte chiare dalla rete diplomatica, così come problemi sono stati
riscontrati nei tempi di attesa. Importante, per i Comites a cui ha dato parola
Mangione, "rafforzare il personale consolare in tempi rapidi" e
"introdurre nuovi strumenti tecnologici". Anche rispetto ai fondi,
"spesso in ritardo", e all'aggiornamento degli elenchi AIRE si è
chieso un miglioramento. Così come è stato fatto rispetto alle relazioni tra
Comites, Rete consolari e patronati e sulla promozione della cultura.
Al termine della
sua Relazione, contestata da alcuni consiglieri per lunghezza e contenuti, è
voluto intervenire Francesco Papandrea (rappresentante dall'Australia), che ha
voluto dissociarsi ufficialmente da questa ricerca poiché presentava alcuni "errori"
nelle informazioni riportate da Mangione.
Rimanendo sui
paesi anglofoni extra-Ue, è intervenuto come ospite dall'Africa, Piergiorgio
Devalle, Presidente del Comites Johannesburg: "in questo momento gli
italiani in Africa chiedono una cosa: accesso. Accesso ai diritti e ai servizi.
E questo accesso è sempre più difficile. L'esclusione amministrativa è quasi
totale. E rischiamo di rimanere anche senza documenti". Ha sollevato poi
il problema del Piano Mattei, per cui il Governo non ha voluto contattare le
comunità italiane in Africa: "ignorarle è un errore operativo, non
politico. Poiché gli italiani in Africa sono un ponte economico e geopolitico,
ma i ponti se non sono mantenuti crollano".
Infine è
intervenuto Gianluca Lodetti, Vice Segretario Generale di Nomina governativa,
che ha spiegato come la sua Commissione abbia lavorato nei giorni scorsi
parlando dell'attuale contesto emigratorio che sembra caratterizzato da
"un'ulteriore aumento" poiché "l’emigrazione storica si è fusa
insieme alla nuova emigrazione". A questo aumento, però, "non
corrisponde una sensibilità adeguata da parte dei governi". Anzi, a questo
proposito permangono "problemi strutturali interni" in Italia. Serve
dunque, secondo Lodetti, approccio nuovo che guardi sia alle necessità che ai
bisogni complessivi di un’emigrazione composita". L'obiettivo, per il Vice
Segretario Generale, deve essere quello di "cercare di guardare alla
mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero, non solo come una
“perdita” (fuga di capitale umano) ma come una risorsa strategica". Per
farlo, serve una "strategia nazionale" che integri "emigrazione,
sviluppo, tutele, politica estera, lingua e cultura, rappresentanza e
cittadinanza".
Durante la
riunione della Commissione si è anche discusso delle prossime elezioni dei
Comites, per cui bisogna "favorire in tutti i modi una maggiore
partecipazione". A tal fine, è emersa una divergenza su una possibile
diminuzione del numero minimo di sottoscrittori per le liste che si presentano
alle elezioni.
Riguardo alla
relazione tra Comites e CGIE, Lodetti ha spiegato che dalla Commissione è stata
espressa la necessità che il rapporto "debba essere sempre più stretto e
debba strutturarsi sempre di più". Sui servizi consolari, invece, hanno
riscontrato le "gravi difficoltà" in Europa che rischia di far
"collassare" il sistema. Soddisfazione, invece, è emersa riguardo la
decisione del ritorno dell’attività degli Enti Gestori per la promozione della
lingua e della cultura italiana sotto la competenza della DGIT.
(luca.mattuezzi/aise 13)
Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto
ROMA - Questa
mattina erano tutti presenti in Sala Conferenze Internazionali i consiglieri
del Cgie, che, terminata la cerimonia per la firma delle prime convezioni sul
Turismo delle Radici, hanno aperto ufficialmente l’Assemblea Plenaria alla
Farnesina.
“Grazie per quello
che fate per tutelare l’interesse dell’Italia e dei concittadini che vivono
fuori dai confini” ha esordito il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani,
salutando, in qualità di presidente del Cgie, la plenaria.
È seguito
l’intervento del neo sottosegretario della Farnesina con delega per i
connazionali all’estero Massimo dell’Utri, che ha dato lettura della relazione
di governo, mentre la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha letto la
relazione del Cgie, alla presenza fra gli altri del segretario generale della
Farnesina Riccardo Guariglia, della direttrice generale della Dgit Silvia
Limoncini e di molti parlamentari eletti all’estero.
Il ministro Tajani
- e, come lui, poi anche il sottosegretario Dell’Utri - ha sottolineato
l’impegno portato avanti dalla Farnesina in questi ultimi mesi in vari ambiti,
a partire dall’assistenza dei connazionali in un “frangente internazionale
particolarmente complesso”: nell’area del Golfo, con la Task Force apposita che
ha consentito il rientro a numerosi italiani bloccati all’estero, al Venezuela,
con il rientro in Italia di alcuni connazionali lì detenuti, sino alla tragedia
di Crans Montana per la quale, ha assicurato Tajani, “nessun italiano pagherà
alcuna fattura alla Svizzera”.
Il ministro ha poi
ricordato i cambiamenti intervenuti con la riforma del Ministero, che ha messo
“al centro” i servizi ai cittadini e alle imprese. “La digitalizzazione dei
servizi consolari rappresenta una priorità”, ha detto, annunciando
l’inaugurazione nel mese di giugno di una nuova sala operativa “con tecnologie
all’avanguardia” che si occuperà proprio di servizi ai cittadini. Per fare il
punto sulla situazione e capire come migliorarla a giugno si terrà anche la
Conferenza dei Consoli, impegnati in prima linea ad esempio nel rilascio delle
carte d’identità elettroniche, che hanno registrato nel 2025 un +18,3% di
emissioni. Certo, ha ammesso Tajani, servono “più risorse per la rete consolare
onoraria”, ma il Ministero sta lavorando anche in tal senso.
Il ministro si è
detto soddisfatto del pronunciamento della Corte Costituzionale che ha
confermato come legittima la riforma della legge cittadinanza, con cui, ha
detto Tajani, “abbiamo restituito dignità a un diritto che deve fondarsi su
valori autentici”. Questione, questa, che però non ha trovato concordi i
consiglieri nel dibattito che è seguito.
Il ministro ha
annunciato che sono stati avviati i lavori per organizzare le consultazioni per
il rinnovo dei Comites, che a fine anno giungeranno alla loro naturale
scadenza. Tajani ha assicurato un “lavoro senza sosta” dell’amministrazione per
“garantire il diritto voto” e avere una “partecipazione importante” come quella
dei referendum di marzo.
Contemporaneamente
il Maeci è impegnato nella realizzazione della prossima edizione della
Conferenza Internazionale dell’Italofonia, nella convinzione che la promozione
della lingua – dagli enti gestori all’editoria alla traduzione dei contenuti
italiani all’estero – sia “prioritaria”.
Insomma, ha
chiosato Tajani, “l’impegno mio personale e quello del Maeci è massimo.
Vogliamo continuare a migliorarci e dare servizi agli italiani all’estero in
maniera puntuale e veloce. Potete contare sulla squadra della Farnesina”, ha
concluso rivolgendo infine un pensiero a Michele Schiavone in ricordo del quale
domani il Cgie consegnerà i premi intitolati al compianto segretario generale.
Per la prima volta
ad una plenaria del Cgie, il sottosegretario Dell’Utri è tornato più nel
dettaglio sui temi trattati dal ministro Tajani, confermando il “dialogo” con
il Cgie quale “strumento fondamentale per affrontare le sfide che abbiamo
davanti”.
Dell’Utri si è
soffermato in particolare sui servizi consolari, che oggi devono rispondere
alle necessità di 7 milioni di connazionali iscritti all’Aire. Oltre alle buone
performance nel rilascio di Cie e passaporti, il sottosegretario ha tenuto il
punto sull’innovazione digitale, grazie alla quale è quasi ultimata la
migrazione di due portali fondamentali per gli italiani all’estero: Fast-It e
Prenotami. Così come è stato confermato lo stanziamento di 1,15 milioni di euro
per valorizzare la rete consolare onoraria e renderla un “network capillare a
sostegno della comunità”. Prevista anche l’apertura di nuove sedi che andranno
a potenziare le attuali 509.
Il “rafforzamento
degli strumenti digitali” è stato fondamentale anche durante il voto per il
referendum costituzionale dello scorso marzo, ha ricordato il sottosegretario
Dell’Utri, rammentando che nell’occasione è stata istituita “per la prima volta
una sala organizzativa” che ha consentito di gestire le diverse fasi del voto.
La prossima
elezione che vedrà coinvolti i connazionali all’estero sarà quella dei Comites,
che si terrà entro la fine del 2026 e per la quale la Legge di bilancio ha
autorizzato 14 milioni di euro di spesa. Ora il “passaggio preliminare sarà la
definizione di una data”. Restando in tema di Comites, Dell’Utri ha annunciato
che la Farnesina ha accolto “integralmente” le richieste di finanziamento
ordinario che i Comites hanno presentato ai Consolati di riferimento, per un
valore di oltre 1 milione di euro. “Alcuni Comitati hanno già ricevuto il
saldo”, ha confermato Dell’Utri, dicendosi “a disposizione per valutare future
richieste di finanziamenti integrativi”.
Tasto dolente, per
il Cgie, quello della cittadinanza. Ad un anno dalla legge di riforma approvata
nel 2025 e ora confermata nella sua legittimità dalla Corte Costituzionale,
“tante sono le novità”, a partire dalla creazione di un ufficio che alla Farnesina
sarà “competente in via esclusiva” per le domande presentate da cittadini
maggiorenni residenti all’estero e discendenti da cittadini italiani. Quanto ai
minorenni la proroga per la presentazione dell’istanza è stata estesa al 31
maggio 2029.
Turismo delle
Radici e promozione della lingua italiana sono stati gli ultimi due argomenti
citati dal sottosegretario, che ha riportato alla plenaria la volontà di
coinvolgere il Cgie nella comunità dell’Italofonia, confermando la
disponibilità sua personale e di tutta l’Amministrazione al “confronto” e alla
“collaborazione” con il Consiglio generale.
A nome di
quest’ultimo è intervenuta la segretaria generale Prodi. Il lavoro del Cgie
rappresenta una “ricchezza che deve essere messa in circolo”, ma ci vuole
“consapevolezza della responsabilità di cui siamo investiti”, ha detto.
“Occorre fare memoria di quanta fatica ci è costato arrivare a oggi, ad un
sistema di rappresentanza che è un sistema maturo” e che “merita rispetto”.
Prodi ha citato alcuni dei risultati raggiunti: dal rilascio della Cie in
Italia che diventerà operativo da giugno al rilancio del tavolo dei
transfrontalieri al comitato anagrafico elettorale, gli ordini del giorno del
Cgie sono all’origine di varie proposte di legge giunte in Parlamento, ha
rivendicato.
Nei prossimi due
giorni di plenaria “il cuore dei lavori sarà la partecipazione”, ha proseguito
Prodi, rivolgendo poi un appello ai presenti in Sala Conferenze Internazionali:
“serve coraggio da entrambe le parti - Cgie e Farnesina, ndr. - per scrivere un
nuovo metodo di collaborazione” e “dare continuità tra storia dell’emigrazione
presente e futura”. Un passaggio fondamentale sarà quello del rinnovo dei
Comites, in vista del quale sarebbe utile uscire dalla plenaria con una “road
map” che aiuti tutti ad adoperarsi verso uno stesso scopo: quello di una
“rinnovata partecipazione”.
Tanti altri
avrebbero dovuto essere i temi al centro di questa plenaria - e fra questi
molto sentito dai consiglieri quello della riforma del Cgie, di cui comunque si
è occupata ieri la 3^ Commissione -, ma si è preferito concentrare l’attenzione
e dare dunque “priorità” a ciò che è “più urgente e imminente”, ha spiegato
Prodi.
Proprio dalla
riforma del Cgie è voluta partire Silvana Mangione, vice segretaria per i Paesi
anglofoni extra Ue, che con il suo intervento ha aperto il dibattito. Per
Mangione sarebbe importante intervenire sulla tabella che regola l’attribuzione
dei rappresentanti territoriali in seno al Cgie, per redistribuirne i
componenti tenendo conto non solo degli iscritti all’Aire, ma anche della
“forza politica” di quel territorio.
Il vice segretario
Mariano Gazzola ha riscontrato un miglioramento tanto nelle ”competenze dei
servizi consolari” quanto nella “professionalità dei consoli” in America
Latina. Anche la digitalizzazione è “utile”, ha aggiunto, paventando però il
“rischio di spersonalizzare il rapporto con i concittadini”. Molto contrariato
dalla riforma della legge di cittadinanza, Gazzola ha accusato: “non ha
semplificato nulla” e, nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale,
resta “illegittima a livello politico”, oltre che “ingiusta”.
Il consigliere
Walter Petruzziello (Brasile) ha sollevato un dilemma: quello del mandato del
Cgie che dovrebbe essere rinnovato subito dopo l’elezione dei Comites, ma che
di fatto, essendosi i consiglieri insediati un anno e mezzo dopo la loro
nomina, sarebbe penalizzato da una consiliatura più breve.
Poi ha preso la
parola Gianluigi Ferretti (Ugl), che come sempre ha strappato un sorriso alla
plenaria e questa volta anche un po’ di commozione. “In questo circo del Cgie
ci sono acrobati, domatori e clown”, ha esordito. “Io sono un clown triste,
perché mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena. Un tempo ci battevamo per
l’Aire, i Comites, il Cgie, il voto…”, ha proseguito Ferretti ricordando figure
storiche del Cgie come Tremaglia e Zoratto. Un tempo il Cgie godeva di
un’attenzione che oggi non c’è più: “il momento magico è durato fino al voto.
Con il voto l’opinione pubblica ci ha misurato e sono cominciati a scemare sia
l’interesse sia i fondi”, ha osservato il consigliere di nomina governativa di
lungo corso. “Questo decadimento fa male a chi ci ha creduto davvero e un po’
ancora ci crede”, ha aggiunto, invitando i colleghi alla collaborazione e a
“fare il possibile per salvaguardare quanto di salvaguardabile c’è”. Poi ha
concluso annunciando che questa sarà probabilmente per lui l’ultima assemblea plenaria.
“Vi voglio bene, a tutti quanti”, ha detto, “dal primo all’ultimo. Sarete
sempre nel mio cuore”. E c’è chi, nemico politico giurato, ma compagno di anni
al Cgie, si è alzato per abbracciarlo.
È tornato sulle
questioni all’ordine del giorno il consigliere Vincenzo Arcobelli (Stati
Uniti), per il quale “assumere, formare e far partire nuovi funzionari è una
priorità” per aiutare una rete consolare “ancora in grande sofferenza”.
Molto critico nei
confronti della gestione del Cgie in questi ultimi quattro anni è stato Luigi
Billè (Regno Unito), che ha lamentato un “funzionamento troppo spesso
rallentato”, una “comunicazione poco inclusiva” e una “produttività modesta”.
Il Cgie non ha sempre mostrato la “necessaria autorevolezza” di fronte
all’Amministrazione: non si tratta di un “attacco” alla segretaria generale o
al CdP, ma di una “constatazione politica”, ha precisato Billè. “Non sono stati
prodotti i risultati attesi”, ha ribadito. “Io credo profondamente nel ruolo
del Cgie, che può essere un luogo di elaborazione strategica, non un’area di
gestione ordinaria”, ma, ha concluso, “serve un cambio di passo, un metodo
diverso e una leadership che sappia coordinare”.
Sulla stessa linea
di Billè l’intervento del consigliere Paolo Dussich (Ctim).
Aldo Lamorte
(Uruguay) ha espresso “preoccupazione” per gli effetti della nuova Legge sulla
cittadinanza, che in Sud America ha causato “dolore e incredulità” e rischia di
piegare il rapporto dei connazionali con l’Italia.
Il vice segretario
Giuseppe Stabile (Europa) è voluto intervenire per ringraziare i collaboratori
del Cgie che, con il loro “lavoro silenzioso”, ne garantiscono il
funzionamento; mentre il consigliere Vincenzo Di Martino ha portato
all’attenzione della plenaria la situazione ancora delicata degli italiani in
Venezuela.
Giunto
dall’Australia, il consigliere Francesco Papandrea ha condiviso la proposta di
Mangione di rivedere la tabella per l’assegnazione territoriale e politica dei
consiglieri e Nello Gargiulo (Cile) ha proposto un allineamento tra Comites e
Cgie, in modo tale che per entrambi non si possano ricoprire più di due mandati
consecutivi. È preoccupato invece che il Perù possa perdere la sua
rappresentanza in seno al Consiglio Agostino Canepa, che oggi ha invocato “meno
dichiarazioni di principio e più concretezza”.
Infine Silvia
Alciati (Brasile) ha osservato che in 40 anni di vita ai Comites è sempre
“mancato l’appoggio istituzionale dei nostri principali interlocutori, i
Consolati”. Per questo ha fatto appello alla nuova direttrice generale della
Dgit Limoncini: “ci aiuti a far sì che i Consolati accompagnino i Comites sul
territorio, dando loro importanza”, così come prevede la legge. Quanto al Cgie,
“in questi anni è stato fatto uno sforzo importantissimo e non vorrei che,
adesso che abbiamo raggiunto la maturità, ci si debba preoccupare della sua
esistenza”, ha concluso.
Il dibattito è
solo all’inizio. Proseguirà sino a venerdì, siamo certi, con la consueta
vivacità. Certo è, ha sottolineato la segretaria generale Prodi rispondendo
brevemente agli interventi di questa mattina, che “la complessità del Cgie è
quella di qualunque istituzione”, il che non vuol dire che non si possa
migliorare, ad esempio chiedendo che la proporzionalità, già prevista dalla
legge di riforma dei Comites, sia applicata anche al Cgie. “Dobbiamo essere
ambiziosi e chiedere più consiglieri”, ha concluso Prodi. (r.aronica\aise
13)
“Bentornati in Italia. Ma siete contenti?” Una ricerca della Migrantes
sulle famiglie “ex expat”
Sono partiti con i
figli, o li hanno messi al mondo all’estero. Hanno vissuto in Germania, nel
Regno Unito, in Francia, in Svizzera, negli Stati Uniti o in decine di altri
Paesi nel mondo. E poi, a un certo punto, hanno scelto di tornare. Di rifare le
valigie, questa volta in direzione Italia: e ricominciare da qui, con bambini e
ragazzi cresciuti almeno in parte con un altro sistema scolastico, un’altra
lingua, un altro modello di welfare.
Chi sono questi
genitori “ex expat”? Cosa li ha spinti a rientrare? Come stanno? Sono contenti
della scelta che hanno fatto? E soprattutto: che Italia hanno trovato, al
ritorno, rispetto a quella che avevano lasciato? Un’Italia a misura di
famiglia?
A queste domande
prova a rispondere una nuova ricerca, appena avviata dalla giornalista Eleonora
Voltolina – autrice del libro “Crescere Expat”, uscito a febbraio per Tau
Editrice – con il sostegno della Fondazione Migrantes.
Il questionario
online (https://bit.ly/ricerca-famiglie-rientrate-da-estero) resterà aperto fino a giugno 2026: chiunque
abbia almeno un figlio o una figlia under 25 e sia rientrato a vivere in Italia
dopo un periodo all’estero con la propria famiglia può partecipare, in modo
completamente anonimo.
Il contesto: un
fenomeno grande, ancora poco studiato
Negli ultimi
vent’anni, tra il 2006 e il 2024, sono tornati a vivere in Italia circa 827mila
connazionali; quasi 114mila nel solo biennio 2023-2024 – i dati provengono dal
Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. I Paesi da cui si
rientra di più sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, la Francia e gli
Stati Uniti. Le mete preferite al ritorno sono Lombardia, Lazio, Sicilia,
Veneto, Piemonte. Oltre tre quarti di chi rientra ha meno di cinquant’anni, con
un’età media di trentacinque: e alcuni di loro hanno figli al seguito.
Eppure le famiglie
che rientrano dall’estero restano ancora oggi largamente invisibili alla
ricerca e al dibattito pubblico. Non esistono studi sistematici sulla loro
esperienza, sulle difficoltà che incontrano, sulle loro aspettative e su quanto
esse vengano confermate o deluse dalla realtà italiana. Proprio questo vuoto la
nuova ricerca si propone di colmare.
Perché questa
ricerca
«Dopo aver tanto
parlato di presenza all’estero è tempo di parlare dell’Italia rinnovata,
arricchita dall’esperienza estera, plasmata dal progetto migratorio» dice la
ricercatrice Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della
Fondazione Migrantes: «Il più grande desiderio della ricerca sociale oggi
dedicata all’Italia e agli italiani è quello di poter parlare di rientri, di
poter dare indicazioni numeriche e di raccontare le storie di chi è rientrato.
Chi torna non è mai la stessa persona, lo stesso professionista, la stessa
famiglia che è partita. Si tratta di persone diverse per visione, bagaglio
culturale, esperienze professionali. La loro presenza ci costringe a
riconoscerci un paese internazionale protagonista oggi dell’epoca delle migrazioni».
«Questa ricerca
non nasce solo dal desiderio di raccogliere dati» conferma Eleonora Voltolina:
«Nasce dalla consapevolezza che le famiglie ex expat portano con sé uno sguardo
molto particolare sull’Italia: uno sguardo che viene dall’aver vissuto altrove,
dall’aver sperimentato sistemi diversi. Sono persone che hanno un doppio metro
con cui valutare la realtà. Questo doppio metro è prezioso, sia per la ricerca
sia per il dibattito pubblico».
Chi può
partecipare
Possono compilare
il questionario tutti i genitori — in coppia o single, con partner italiano o
straniero, con figli biologici o adottivi — che abbiano almeno un figlio o una
figlia al di sotto dei 25 anni e che siano rientrati a vivere in Italia dopo
aver vissuto con la propria famiglia all’estero.
Restano esclusi
dalla rilevazione coloro che non avevano figli durante il periodo di residenza
all’estero, e che ne hanno avuti solo dopo il rientro in Italia; così come chi
è tornato in Italia quando i figli erano già adulti e non li hanno quindi
seguiti nel trasferimento; o chi per altre ragioni è tornato senza i figli.
La ricerca è
aperta a famiglie di qualsiasi configurazione e composizione: coppie partite
dall’Italia già con figli, famiglie formate all’estero, nuclei che si sono
allargati durante gli anni di espatrio: «Ogni voce che riusciremo a raccogliere
contribuirà a costruire un quadro più ricco e più vero» sottolinea Voltolina.
I risultati della
ricerca verranno elaborati e presentati al pubblico, e verranno pubblicati in
un saggio del Rapporto Italiani nel Mondo 2026 della Fondazione Migrantes.
Il questionario è
disponibile al link: https://bit.ly/ricerca-famiglie-rientrate-da-estero. Migr.
C’era una volta un
uomo tedesco di nome Karl, nato a Düsseldorf, che aveva sempre avuto una
domanda inquieta dentro di sé: dove si trova davvero la mente?
Karl era un
insegnante, preciso e ordinato, abituato a spiegare ai suoi studenti che la
mente era il “Geist” o il “Verstand”, a seconda dei casi. Ma più lo diceva,
meno ci credeva. Quelle parole gli sembravano scatole, etichette appiccicate su
qualcosa di molto più vasto.
Un giorno, stanco
delle definizioni, decise di partire.
Attraversò la
Foresta Nera, convinto che la mente potesse nascondersi nel silenzio degli
alberi. Lì incontrò un vecchio boscaiolo che gli disse:
“La mente? È nel
rumore che fai quando pensi di essere solo.”
Karl non capì, e
proseguì.
Arrivò a Berlino,
città piena di voci, idee e contraddizioni. In un caffè parlò con una giovane
filosofa. Lei gli disse:
“La mente non è
una cosa. È un processo. Non la trovi, la fai.”
Karl annotò tutto,
ma sentiva che mancava ancora qualcosa.
Proseguì verso
sud, attraversò le Alpi e arrivò in Italia. In un piccolo paese incontrò un
anziano che non aveva mai studiato filosofia. Karl gli fece la sua domanda:
“Dov’è la mente?”
L’uomo sorrise e
indicò tre cose: la testa, il cuore e le mani.
“Se la cerchi solo
nella testa, ti sfugge. Se la cerchi nel cuore, ti confonde. Se la cerchi nelle
mani, la perdi. Ma se le tieni insieme, allora forse la incontri.”
Karl rimase in
silenzio. Per la prima volta non cercò di tradurre.
Capì allora che il
problema non era trovare la parola giusta — Geist, Verstand, o qualsiasi altra
— ma accettare che la mente non si lascia chiudere in una sola parola, né in
una sola lingua.
Tornò in Germania
e riprese a insegnare. Ma da quel giorno, quando uno studente gli chiedeva:
“Come si dice
‘mente’ in tedesco?”
Karl sorrideva e
rispondeva:
“Dipende da cosa
stai cercando. E forse, prima ancora, dovresti chiederti cos’è per te.”
E in quel momento,
senza definirla, la mente era già lì.
Giuseppe Tizza,
dip 5
Brevi di politica e cronaca tedesca
Sachsen-Anhalt: i
sindacati di polizia lanciano l'allarme
I sindacati di
polizia tedeschi hanno lanciato un nuovo allarme sulla crescita
dell’Alternative für Deutschland, mettendo in guardia dalle possibili
conseguenze di un futuro governo AfD in Sachsen-Anhalt. Il dibattito si è
intensificato dopo alcune gravi dichiarazioni dell’esponente AfD Ulrich
Siegmund, che ha parlato della possibilità di sostituire numerosi dirigenti
dell’amministrazione regionale in caso di vittoria elettorale.
Secondo i
rappresentanti delle forze dell’ordine, l’eventuale ingresso dell’AfD al
governo regionale potrebbe accentuare la polarizzazione politica e mettere
sotto pressione il rapporto tra apparati statali e potere politico. Anche il
sindacato dei giornalisti tedeschi ha avvertito del rischio di pressioni sui
media pubblici e sulla libertà di stampa in caso di governo AfD, richiamando
esplicitamente i precedenti di Ungheria e Polonia.
I sondaggi
attribuiscono infatti al partito percentuali superiori al 40%, davanti alla
CDU. Il dibattito investe direttamente anche la stessa CDU guidata da Friedrich
Merz, che ribadisce ufficialmente il rifiuto di qualsiasi cooperazione con
l’AfD ma che deve fare i conti con una crescente pressione politica nelle
regioni della Germania orientale.
Acquisgrana: Mario
Draghi riceve il Premio Carlo Magno 2026
Mario Draghi entra
nell’albo dei grandi europeisti premiati ad Aquisgrana. Il Premio Carlo Magno,
fondato nel 1950 e intitolato al “padre dell’Europa” Carlo Magno, è stato
assegnato tra gli altri a Konrad Adenauer, Winston Churchill e Ursula von der
Leyen. La cerimonia si è svolta nel municipio storico di Aachen, alla presenza
di Friedrich Merz, del premier greco Kyriakos Mitsotakis e di numerose autorità
europee.
Nelle motivazioni
ufficiali, il direttorio del Premio Carlo Magno ha sottolineato il ruolo svolto
da Draghi nel “rafforzare la competitività europea” e la sua capacità di
guidare l’Europa nei momenti di crisi con “determinazione incrollabile”. Un
riferimento diretto sia al celebre “whatever it takes” pronunciato durante la
crisi dell’euro del 2012, sia al cosiddetto “Rapporto Draghi” sulla
competitività dell’Unione europea, divenuto negli ultimi mesi un punto di
riferimento nel dibattito economico e industriale europeo.
L’ex premier nel
suo discorso ha parlato di un’Europa chiamata a difendere “libertà, prosperità
e solidarietà”, invitando i governi nazionali a trasformare le crisi in
occasione di integrazione politica.
Per l'occasione,
il cancelliere Merz ha definito Draghi: “un europeo esemplare” sottolineando
come l’ex presidente della Banca Centrale Europea abbia avuto un ruolo decisivo
nel salvare l’euro durante la crisi finanziaria. Nel suo discorso, Merz ha
insistito sull’idea che l’Europa debba “sapersi affermare” in un mondo sempre
più competitivo e instabile. Riprendendo le tesi del “Rapporto Draghi” sulla
competitività europea, ha sostenuto la necessità di investire maggiormente in
innovazione, difesa, sovranità economica e capacità industriale.
Secondo il
cancelliere, l’Unione Europea deve ridurre le dipendenze strategiche e
rafforzare il proprio peso geopolitico. Merz ha inoltre criticato l’attuale
bilancio europeo, giudicato troppo orientato alla redistribuzione e ai sussidi,
proponendo invece un modello più focalizzato sugli investimenti strategici. Ha
parlato di un bilancio “Draghi-proofed”, cioè costruito attorno alle priorità
indicate dall’ex premier italiano: competitività, crescita, difesa comune e
modernizzazione economica. Allo stesso tempo, ha escluso nuovi debiti comuni
europei, spiegando che la Germania non potrebbe accettarli anche per ragioni
costituzionali, confermando la linea del rigore.
Nel passaggio
conclusivo della sua laudatio, Merz ha affermato che il messaggio lanciato dal
direttorio del Premio Carlo Magno è stato recepito dalle capitali europee:
trasformare le proposte contenute nel Rapporto Draghi in decisioni concrete per
rafforzare l’Unione. “L’appello è arrivato. Stiamo lavorando alla sua
attuazione”.
Germania: crisi
della chimica
La crisi
dell’industria chimica tedesca si sta trasformando in uno dei simboli più
evidenti delle difficoltà dell’economia del Paese. Il settore soffre per
l’aumento dei costi energetici, per la debolezza della domanda internazionale e
la crescente pressione competitiva della Cina.
Molti impianti
lavorano ormai ben al di sotto della capacità produttiva considerata
sostenibile e le grandi aziende del comparto stanno avviando programmi di
risparmio, tagli occupazionali e delocalizzazioni verso mercati più
convenienti, in particolare Stati Uniti e Asia.
Nonostante il
quadro critico, il settore non viene però considerato in una fase di
irreversibile declino. La chimica resta infatti uno dei pilastri storici
dell’industria tedesca, strettamente collegata all’automotive, alla
farmaceutica e alla manifattura avanzata. Imprese come BASF, Evonik e Covestro
continuano a investire in ricerca, innovazione e tecnologie ad alto valore
aggiunto, puntando sulla specializzazione come risposta alla concorrenza
globale. Anche per questo, il dibattito politico tedesco si concentra sempre
più sulla necessità di sostenere la competitività industriale del Paese.
La CDU chiede per
il settore misure rapide sui prezzi dell’energia e una strategia industriale
europea più incisiva, nella convinzione che la tenuta della chimica rappresenti
un indicatore decisivo per il futuro dell’intero modello economico tedesco.
Angela Merkel
premiata dall’UE: “Difendere pace e democrazia è il compito dell’Europa”
L’ex cancelliera
Angela Merkel riceverà il più alto grado del nuovo Ordine al Merito Europeo
istituito dall’Unione europea. L’annuncio è stato dato dalla presidente del
Parlamento europeo Roberta Metsola a Strasburgo. Insieme a Merkel il
riconoscimento andrà anche al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e all’ex
presidente polacco Lech Walesa.
Con il nuovo
Ordine al Merito Europeo, l’UE intende premiare personalità che hanno
contribuito in modo significativo all’integrazione europea e alla difesa dei
valori fondamentali dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia,
uguaglianza e stato di diritto. Si tratta della prima onorificenza di questo
tipo creata direttamente dalle istituzioni europee. La cerimonia ufficiale di
consegna si terrà nei prossimi giorni a Strasburgo.
Nel corso degli
ultimi mesi Merkel ha più volte richiamato l’Europa a un maggiore impegno per
la pace, la democrazia e la coesione interna, affermando la necessità di
rafforzare non solo le capacità militari europee, ma anche la forza diplomatica
dell’Unione, soprattutto rispetto alla guerra in Ucraina e alle crescenti
tensioni internazionali.
Un anno di Merz
A un anno
dall’insediamento del governo del Cancelliere Friedrich Merz, la Germania
attraversa una fase di trasformazione profonda, segnata da difficoltà interne
ma anche da una crescente consapevolezza della propria responsabilità europea e
internazionale. Il primo anno della Große Koalition tra CDU/CSU e SPD si è
sviluppato in un contesto particolarmente complesso: rallentamento economico,
crisi energetica, polarizzazione politica, crescita dell’AfD e un quadro
geopolitico radicalmente mutato dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa
Bianca. In questo scenario, Merz ha cercato di imprimere una nuova direzione
strategica alla Germania, puntando sul rilancio della competitività
industriale, sul rafforzamento della leadership europea di Berlino e su un
deciso cambio di passo nel settore della sicurezza e della difesa.
Durante la
riunione del Consiglio dei ministri a Berlino, il Cancelliere ha ringraziato
pubblicamente i membri dell’esecutivo per il lavoro svolto e ha ribadito che
“non esiste alternativa a questa coalizione”. Merz ha sottolineato come il
governo condivida una responsabilità comune verso il successo del Paese e ha
riconosciuto che i primi dodici mesi siano stati “un periodo certamente
impegnativo”, pur rivendicando i risultati raggiunti e le numerose riforme
avviate.
Sul piano
economico, il governo ha avviato una serie di riforme strutturali per sostenere
gli investimenti industriali, semplificare la burocrazia e accelerare la
modernizzazione delle infrastrutture. Particolare attenzione è stata riservata
alla competitività dei settori manifatturiero e automobilistico, in una fase di
forte competizione globale con Cina e Stati Uniti. Merz ha inoltre rilanciato
il tema della sovranità tecnologica europea, sostenendo una maggiore capacità
dell’Unione di produrre tecnologie strategiche e ridurre dipendenze esterne nei
settori energetico, digitale e industriale.
Anche il fronte
sociale rappresenta uno degli ambiti nei quali la coalizione sta cercando di
mostrare capacità riformatrice. La ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD) ha
confermato l’intenzione del governo di presentare a breve una legge per rendere
più flessibili gli orari di lavoro, in linea con gli impegni previsti
dall’accordo di coalizione.
Accanto al
rilancio economico, il tema della sicurezza è diventato uno degli assi
strategici dell’azione del governo. La prosecuzione della guerra in Ucraina e
le incertezze legate alla nuova amministrazione americana hanno rafforzato a
Berlino la convinzione che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità
nella propria difesa. In questo quadro, il governo Merz ha confermato gli
impegni assunti dalla Germania nell’ambito NATO e ha accelerato il processo di
rafforzamento della Bundeswehr avviato dopo il 2022 per trasformare le forze
armate tedesche in uno strumento moderno ed efficiente, capace di contribuire
alla sicurezza europea. Berlino ha aumentato gli investimenti nella difesa,
sostenuto programmi comuni europei e rafforzato la cooperazione con Francia,
Polonia e Italia sul piano industriale e strategico.
Naturalmente le
difficoltà non mancano come la crescita del partito di estrema destra dell'AfD.
Anche il rapporto con Washington rimane complesso, a causa delle scelte di
Trump che hanno provocato tensioni commerciali e strategiche tra Stati Uniti ed
Europa. Tuttavia, proprio le pressioni esterne hanno rafforzato la
consapevolezza nei cittadini tedeschi che Berlino debba assumere un ruolo più
autonomo e responsabile all’interno dell’Occidente.
Germania: il
fronte comune per la democrazia contro l’AfD
In Germania si
riapre il dibattito sul rapporto tra democrazia parlamentare e contenimento del
partito di estrema destra AfD.
Il Landtag della
Renania-Palatinato ha approvato una modifica costituzionale che innalza la
soglia necessaria per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta. In
futuro sarà necessario il sostegno del 25% dei deputati, mentre finora era
sufficiente il 20%. La riforma è stata approvata con la maggioranza qualificata
dei due terzi dal vecchio parlamento regionale prima dell’insediamento della
nuova legislatura.
Con il nuovo
assetto del Landtag, composto da 105 deputati, serviranno quindi almeno 27 voti
per avviare una commissione d’inchiesta. Secondo SPD, CDU e Verdi, promotori
della riforma, la modifica serve ad evitare un uso eccessivo di questo
strumento parlamentare e a garantire la funzionalità delle istituzioni
democratiche.
Una modifica
apparentemente tecnica, ma che ha un obiettivo politico molto chiaro: impedire
all’AfD, entrata nel nuovo Landtag con numeri insufficienti rispetto alla nuova
soglia, di utilizzare uno degli strumenti più incisivi a disposizione delle
opposizioni. È corretto anche osservare che le soglie per istituire una
commissione d’inchiesta a livello federale e negli altri Länder sono più
elevate rispetto a quelle finora previste in Renania-Palatinato. La situazione
verrebbe quindi semplicemente adeguata a quella esistente altrove. Eppure è
chiaro a chiunque ragioni con buon senso – e in fondo lo ammettono tutti – che
l’obiettivo è impedire all’AfD l'accesso ad uno strumento politico.
La questione da
tecnica è diventata presto politica: da anni i tradizionali partiti popolari
cercano di mantenere una “Brandmauer”, una barriera morale, nei confronti
dell’AfD. L’aumento del consenso elettorale del partito riapre il dilemma: fino
a che punto è possibile limitarne l’accesso agli strumenti parlamentari senza
dare l’impressione di voler neutralizzare il voto degli elettori?
Le commissioni
d’inchiesta hanno in Germania, come nelle altre democrazie a sistema
parlamentare, una funzione importante. Consentono alle opposizioni di
controllare l’operato del governo e dispongono ampi poteri, inclusa la
convocazione di testimoni e l’accesso a documenti sensibili. I partiti di
maggioranza sostengono che un utilizzo massiccio e “strumentale” da parte
dell’AfD rischierebbe di paralizzare il lavoro parlamentare e trasformare tali
commissioni in strumenti permanenti di propaganda e delegittimazione delle
istituzioni.
I critici della
riforma vedono nella scelta una possibile crisi del sistema parlamentare: non
si tratta soltanto di una disputa procedurale, ma di un tema che investe
direttamente la qualità della democrazia liberale tedesca. L’impressione che le
regole possano essere cambiate per contenere un avversario politico rischia
infatti di alimentare ulteriormente la narrativa dell’AfD, che da tempo si
presenta come vittima di un “cartello” dei partiti tradizionali.
Bilancio 2027:
accordo nella coalizione di governo su conti pubblici e sanità
Il governo Merz ha
raggiunto un accordo sul bilancio federale 2027 e sulla riforma del sistema
sanitario, rafforzando la stabilità della Große Koalition tra CDU/CSU e SPD.
L’intesa è arrivata al termine di un duro confronto tra le priorità dei
conservatori, favorevoli a maggiore disciplina fiscale, investimenti per
competitività e difesa, e quelle della SPD, concentrata sulla tutela del
welfare e della spesa sociale. Il compromesso consente ora al governo di
presentarsi nuovamente compatto in una fase difficile per la Germania.
Il Cancelliere ha
definito l’accordo una prova della capacità della coalizione di governare e
affrontare insieme le sfide strategiche del Paese. Anche il Vicecancelliere e
ministro delle Finanze Lars Klingbeil (SPD) ha sottolineato l’importanza
dell’intesa per garantire stabilità economica e fiducia nelle istituzioni.
Accanto al
bilancio, il governo ha concordato anche una riforma della sanità, sotto
pressione per aumento dei costi, invecchiamento della popolazione e carenza di
personale medico. L’obiettivo è rendere il sistema più sostenibile attraverso
una razionalizzazione della spesa e un rafforzamento della medicina
territoriale.
Crisi
mediorientale: la linea di Merz nell’era Trump
Nel corso di un
incontro con alcuni studenti a Marsberg, in Renania, il Cancelliere è
intervenuto sul conflitto americano-isreliano con l’Iran e sulle tensioni
internazionali tra Stati Uniti ed Europa. Merz ha sottolineato come la crisi in
Medio Oriente abbia conseguenze dirette anche per la Germania, affermando che
il conflitto stia costando “molti soldi ai contribuenti e molta forza
economica” al Paese e auspicando una conclusione rapida.
Nel suo
intervento, Merz ha criticato duramente la strategia negoziale iraniana,
accusando Teheran di utilizzare i colloqui diplomatici per rinviare decisioni
concrete. Facendo riferimento ai recenti contatti a Islamabad, Merz ha
dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero stati “umiliati” dalla leadership
iraniana e in particolare dalle Guardie della Rivoluzione.
Le dichiarazioni
arrivano in una fase di forte tensione nei rapporti transatlantici. Negli
ultimi mesi il Presidente Trump ha rilanciato le critiche verso la NATO e verso
diversi alleati europei, rilanciando l’ipotesi di una riduzione della presenza
militare americana in Europa, inclusi i contingenti stanziati in Germania (la
stima è di 5000 unità) e in Italia.
Bruxelles approva
i miliardi tedeschi per la transizione climatica
La Commissione
europea ha approvato il piano del governo tedesco per sostenere con cinque
miliardi di euro la trasformazione ecologica dell’industria nazionale. Il via
libera di Bruxelles consente alla Germania di finanziare imprese e settori
produttivi impegnati nella riduzione delle emissioni e nella modernizzazione
tecnologica.
La decisione
rappresenta un passaggio importante per la strategia economica del governo
Merz, che punta a coniugare competitività industriale e transizione energetica
in una fase di forte pressione sull’economia tedesca. L’obiettivo è evitare che
gli elevati costi energetici e ambientali spingano parte della produzione
industriale verso Paesi extraeuropei con regolamentazioni meno severe.
Per Berlino si
tratta di un risultato importante sia sul piano economico sia su quello
politico. L’approvazione europea conferma, inoltre, una maggiore apertura di
Bruxelles verso gli aiuti di Stato destinati ai settori strategici legati al
clima, all’energia e all’innovazione industriale. La Germania continua così a
mantenere un ruolo centrale nella definizione della politica industriale e
climatica europea. Kas 27
I cinque rimpianti che svelano il senso della vita
Ci sono verità che
emergono solo quando il tempo si assottiglia e ogni illusione cade. È in quel
momento, quando la vita si avvicina al suo epilogo, che diventano chiari i veri
rimpianti. E sorprendentemente, non riguardano ciò che durante l’esistenza
abbiamo inseguito con maggiore ostinazione. Non saranno i viaggi mai fatti, né
gli oggetti desiderati, né il successo economico o le relazioni idealizzate a
pesare davvero.
Quando tutto si
riduce all’essenziale, restano solo alcune mancanze profonde, autentiche, che
raccontano ciò che non abbiamo avuto il coraggio di vivere. Il primo rimpianto
è forse il più doloroso, non essere stati fedeli a se stessi. Troppo spesso
abbiamo modellato la nostra vita sulle aspettative altrui, indossando maschere
per apparire accettabili, rinunciando alla nostra verità. Abbiamo confuso
l’essere apprezzati con l’essere davvero amati. Segue poi il rimpianto di aver
dedicato troppo tempo al lavoro, sacrificando affetti e relazioni sull’altare
della produttività e della competizione.
Abbiamo rincorso
obiettivi che, a ben vedere, erano più illusioni che realtà, lasciando indietro
ciò che dava senso alle nostre giornate. Un altro peso che emerge è il
silenzio, quello delle parole non dette. Non abbiamo espresso abbastanza amore,
né gratitudine, né scuse. Abbiamo lasciato spazio a incomprensioni e distanze,
quando sarebbe bastato poco per colmarle.
C’è poi il tempo
non condiviso. Le persone importanti erano lì, accanto a noi, ma le abbiamo
date per scontate. Abbiamo rimandato momenti, incontri, gesti semplici,
convinti che ci sarebbe sempre stata un’altra occasione. Ma il tempo,
silenziosamente, si è consumato.
Infine, il
rimpianto più universale, non essere stati abbastanza felici. Non perché
mancassero le occasioni, ma perché non abbiamo saputo coglierle. Abbiamo
permesso alla routine, alla paura e all’inerzia di soffocare quella naturale
capacità di meravigliarci, di amare, di vivere pienamente.
Forse basterebbe
poco per cambiare rotta, coltivare ciò che siamo davvero, dare valore alle
relazioni, dire ciò che conta, scegliere la presenza invece della distrazione.
Tornare, in fondo, a guardare il mondo con occhi capaci di scoprire, ancora,
bellezza e possibilità. Perché ciò che conta davvero, alla fine, non è ciò che
abbiamo accumulato, ma ciò che abbiamo vissuto.
Salvo Nugnes,
de.itpress 7
Cittadinanza. CIM: la sentenza della Consulta una ferita storica per gli
italiani nel mondo
ROMA - “Profonda
indignazione” e “ferma contrarietà”: questa la reazione della Confederazione
Italiani nel Mondo – CIM alla lettura della sentenza numero 63 – depositata il
30 aprile scorso - con cui la Corte costituzionale ha respinto le questioni di
legittimità costituzionale sulla nuova legge sulla cittadinanza (74/2025) poste
dal Tribunale di Torino. Con la sentenza – già annunciata a marzo, di cui solo
dal 30 aprile è possibile leggere le motivazioni – la Corte ha dichiarato le
questioni in parte non fondate e in parte inammissibili, confermando quindi
l’impianto della nuova disciplina restrittiva sul riconoscimento della
cittadinanza italiana per discendenza.
Per la CIM la
decisione rappresenta “un grave arretramento culturale, giuridico e politico
nei confronti di milioni di discendenti italiani nel mondo, i quali hanno
custodito per generazioni lingua, memoria, identità, sacrificio familiare e
appartenenza nazionale, spesso molto più di quanto lo Stato italiano abbia
saputo riconoscere, proteggere e valorizzare. La nuova disciplina – ricorda la
CIM – stabilisce che chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore
della norma, ed è in possesso di altra cittadinanza, è considerato come se non
avesse mai acquistato la cittadinanza italiana, salvo specifiche eccezioni. Tra
queste: domanda presentata entro le ore 23:59 del 27 marzo 2025, genitore o
nonno esclusivamente cittadino italiano, oppure genitore residente in Italia
per almeno due anni continuativi dopo l’acquisto della cittadinanza e prima
della nascita del figlio”.
Per la
Confederazione, “questa impostazione rappresenta una frattura profonda con la
storia dell’emigrazione italiana. Non si può liquidare con una formula
tecnico-giuridica il rapporto tra l’Italia e i suoi figli nel mondo”, annota la
CIM. “Non si può ridurre la cittadinanza a un mero criterio amministrativo di
“effettività”, ignorando che l’effettività dell’appartenenza italiana è stata
costruita per oltre un secolo nelle famiglie, nelle associazioni, nei circoli,
nelle camere di commercio, nelle scuole, nelle comunità e nei territori
dell’emigrazione”.
La Corte, si legge
ancora nella nota della CIM, “ha ritenuto che la norma configuri una
“preclusione originaria all’acquisto” e non una revoca dello status, sostenendo
che il legislatore abbia realizzato un bilanciamento non irragionevole tra
effettività della cittadinanza e affidamento dei destinatari. La CIM prende
atto della decisione, ma ne contesta radicalmente l’impianto politico e
culturale. Chiamare “preclusione originaria” ciò che, nella realtà concreta,
cancella aspettative giuridiche, identitarie e familiari maturate per
generazioni, significa adottare una visione fredda e burocratica della
cittadinanza italiana”.
La cittadinanza
italiana per discendenza – sottolinea la nota – “non è mai stata un privilegio
artificiale. È stata, per decenni, il riconoscimento giuridico di una
continuità storica. Una continuità nata dal dolore dell’emigrazione, dal lavoro
degli italiani all’estero, dal sacrificio di famiglie che hanno lasciato
l’Italia per necessità e non per scelta, ma che non hanno mai smesso di
sentirsi italiane”. La Confederazione, quindi, “denuncia con forza il rischio
che questa decisione venga interpretata come una legittimazione definitiva di
una politica di chiusura verso gli italiani nel mondo. Sarebbe un errore
gravissimo. La Corte costituzionale si è pronunciata sulla compatibilità
costituzionale della norma, ma la responsabilità politica resta interamente
nelle mani del Parlamento e del Governo”.
Alla luce della
sentenza, la CIM ha sintetizzato 5 proposte.
La prima riguarda
“l’immediata apertura di un tavolo nazionale permanente sulla cittadinanza
italiana all’estero, con la partecipazione delle rappresentanze degli italiani
nel mondo, delle associazioni, dei Comites, del CGIE e delle organizzazioni
maggiormente rappresentative”. In secondo luogo, occorre “una revisione
legislativa urgente della disciplina introdotta dal DL 36/2025, affinché siano
tutelati non solo coloro che avevano già presentato domanda, ma anche i
discendenti che avevano maturato un legittimo affidamento sulla normativa
precedente”.
La CIM, poi,
chiede “l’introduzione di criteri equilibrati e non punitivi, capaci di
distinguere gli abusi e le pratiche speculative dai percorsi autentici di
ritorno, appartenenza, investimento, formazione, residenza e ricongiungimento
culturale con l’Italia” e “il rafforzamento degli strumenti di collegamento
reale con l’Italia, attraverso percorsi di lingua, formazione, residenza,
servizio civile, turismo delle radici, investimenti territoriali e
partecipazione alla vita economica e sociale dei comuni italiani”. Infine,
occorre “una politica nazionale per il ritorno degli italiani nel mondo, che
non tratti i discendenti italiani come un problema amministrativo, ma come una
risorsa strategica per il futuro demografico, culturale ed economico del
Paese”.
“È inaccettabile –
conclude la nota – che, mentre l’Italia affronta spopolamento, crisi
demografica, desertificazione dei borghi, carenza di giovani, mancanza di forza
lavoro qualificata e indebolimento delle comunità interne, lo Stato scelga di
chiudere la porta proprio a milioni di persone che chiedono di riavvicinarsi
all’Italia in nome di una storia familiare, culturale e identitaria reale”.
(aise 4)
Dal Cgie il webinar: “La nuova economia del carbonio – Transizione
energetica”
ROMA – Si è svolto
nei giorni scorsi il webinar dal titolo “La nuova economia del carbonio –
Transizione energetica, Direttiva RED III e Carbon Credit”. L’incontro è stato
promosso dalla V Commissione tematica “Promozione sistema Paese all’estero e
Made in Italy” del Cgie, presieduta da Massimo Romagnoli. L’iniziativa è stata
volta ad approfondire i cambiamenti in atto nell’economia globale legati alla
sostenibilità ambientale, ai nuovi mercati del carbonio e alle politiche
energetiche europee, con particolare attenzione al ruolo che possono svolgere
gli italiani all’estero e il sistema delle imprese italiane nei mercati
internazionali. La vicepresidente della V Commissione Barbara Spadafora,
che ha coordinato gli interventi, ha introdotto l’evento sottolineando come la
transizione energetica sia oggi presente fra di noi e possa rappresentare
un’opportunità per le imprese. “Al di là delle difficoltà degli
approvvigionamenti energetici – ha aggiunto – dovuti a situazioni geopolitiche
molto stressanti – l’Europa su questo tema deve darsi da fare”.
A seguire ha preso
la parola il presidente della V Commissione Massimo Romagnoli che ha rilevato:
“Il tema che affrontiamo oggi non appartiene più soltanto al dibattito
ambientale, ma riguarda direttamente l’economia, l’industria, la competitività
delle imprese e praticamente il futuro del sistema italiano nel mondo”. “Non
siamo qui per parlare di un futuro lontano, siamo qui per parlare del presente.
Negli ultimi anni il mercato energetico globale è cambiato profondamente. Le
tensioni geopolitiche, l’instabilità dei prezzi, delle materie prime, la
sicurezza degli approvvigionamenti e l’urgenza del cambiamento climatico stanno
ridisegnando le regole del gioco”, ha proseguito Romagnoli, citando poi i
problemi per il commercio petrolifero derivanti dalla crisi nello lo stretto di
Hormuz. “La transazione energetica, oggi più che mai, – ha aggiunto il
Presidente – non deve essere letta come una moda, ma come una necessità
strategica. Diversificare le fonti, investire nei carburanti rinnovabili,
sviluppare biocarburanti, utilizzare strumenti come l’HVO, calcolare la carbon
footprint e comprendere il mercato dei carbon credit, significa anche rendere
le nostre imprese più forti, più preparate e meno vulnerabili ai problemi
internazionali… In questo nuovo scenario una cosa è chiara, chi non si adatta
purtroppo resta indietro e la sostenibilità può diventare una delle più grandi
opportunità economiche della nostra generazione”. “Parliamo – ha continuato
Romagnoli – di nuovi mercati, di nuovi strumenti finanziari, di nuove
certificazioni, di un nuovo rapporto tra impresa, ambiente, energia e
competitività. Parliamo in sostanza di una nuova economia, l’economia del
carbonio. In questo quadro si inserisce un passaggio fondamentale, la direttiva
europea per le energie rinnovabili RED3, che rappresenta una vera e propria
road-map industriale per l’Europa verso il 2030. (…) La RED3 è già entrata in
vigore e gli Stati membri sono chiamati ad adeguare i propri sistemi nazionali.
Ma è proprio tra il 2026 e il 2027 che molte imprese inizieranno a percepire
concretamente gli effetti di questo nuovo quadro. Nei contratti, nella
logistica, nei costi energetici, nelle certificazioni ambientali e soprattutto
nell’accesso nei mercati”. Romagnoli ha poi sottolineato come in questo
contesto energetico in divenire la rete degli italiani all’estero possano
svolgere un ruolo importante: “Noi – ha spiegato – abbiamo una forza
straordinaria. Una rete globale di imprenditori, professionisti, manager,
tecnici, consulenti, rappresentanti del sistema Italia che operano ogni giorno
nei mercati più dinamici del mondo, senza contare i tanti ambasciatori
all’estero che si occupano di fare sistema Italia, di aiutare le imprese
italiane a penetrare nei mercati esteri”. A seguire è intervenuta la Segretaria
Generale del Cgie Maria Chiara Prodi “Dalla Sardegna dove mi trovo, che è stata
terra di miniere – ha affermato Prodi- prendo spunto dalle parole del
Presidente Romagnoli per ricordare che ad ogni generazione gli italiani in
Italia e nel mondo hanno dovuto affrontare le sfide dell’energia, dell’economia
e le problematiche geopolitiche. Ma ogni generazione ha le sue sfide e siamo
qui per comprenderle e coglierle insieme”. La Segretaria Generale ha poi
espresso soddisfazione per il nuovo corso intrapreso dal Cgie con la
realizzazione di webinar tematici che, grazie alla partecipazione del pubblico,
contribuiscono a rendere sempre più centrali le reti di rappresentanza, creando
ponti culturali ed economici. Prodi ha infine segnalato che nella prossima Assemblea
Plenaria del Cgie, fra i vari temi trattati, vi sarà anche quello del
contributo economico dei connazionali all’estero nei confronti dell’Italia.
Da segnalare anche
l’intervento di Giulia Sirigu, esperta di internazionalizzazione ed economia
politica ed operante nel Regno Unito, che ha rilevato come la tematica al
centro del webinar non riguardi soltanto l’energia, ma anche il posizionamento
economico delle imprese nel mondo, la loro capacità produttiva e di essere al
passo coi tempi. “È importante – ha aggiunto Sirigu – capire la portata di
queste nuove norme presenti all’interno dell’Unione Europea e inserirle
all’interno di un contesto storico. Oggi ci troviamo in una fase che è
caratterizzata da vari elementi. Elementi internazionali, quindi di instabilità
geopolitica, di competizione tra le grandi aree economiche e di trasformazione
delle catene globali di valore, quindi delle value chain”. Sirigu ha anche
spiegato come a fronte di un contesto internazionale, dove gli Stati Uniti
stanno rafforzando le loro politiche industriali mirate nel settore energetico
e la Cina sta continuando a consolidare la propria leadership nelle green
technologies, l’Unione Europea si stia attrezzando con nuove normative per il
settore. “In questo scenario – ha proseguito – dobbiamo tenere conto del fatto
che la sostenibilità è un elemento centrale per la competitività delle aziende
italiane che stanno in Italia e per quelle che si trovano all’estero, ma
soprattutto diventa centrale nella relazione fra imprese italiane e estere a
livello transnazionale”. Sirigu ha poi sottolineato come l’Unione Europea abbia
scelto un approccio chiaro, quello di guidare il cambiamento energetico
attraverso delle regole che orientino il mercato in una prospettiva di
sostenibilità. Sirigu ha anche rilevato l’importanza di dare delle informazioni
che possano essere poi traducibili nella vita imprenditoriale di tutti i
giorni, ad esempio consigliando di integrare gli obiettivi di riduzione
delle emissioni nei piani industriali o di monitorare la normativa del settore
per consentire alle aziende di accedere non solo ai fondi europei, ma anche a
quelli nazionali legati alla transizione.
E’ stata poi la
volta di Sergio Pellerey, carbon manager e COO di DKS Fuels GmbH, che si è
soffermato sui carbon credit e sugli strumenti a disposizione delle aziende per
calcolare e compensare la propria impronta di carbonio. Pellerey, dopo aver
spiegato che un carbon credit equivale a una tonnellata di CO2 non emessa
nell’atmosfera o rimossa dalla medesima, ha sottolineato l’importanza in questo
ambito dei progetti di silvicoltura e di quelli volti alla riforestazione.
Pellerey ha inoltre posto in evidenza l’esigenza che, alla luce delle nuove
normative europee, le PMI italiane si attrezzino per limitare la loro azione
inquinante, anche per evitare possibili limitazioni di accesso al credito. Ha
infine preso la parola l’Ambasciatore d’Italia a Singapore Dante Brandi che ha
ricordato come Singapore sia una città-stato affacciata sullo stretto di
Malacca “uno stretto cruciale per il transito internazionale di merci, ma anche
ovviamente di flussi di energia, di petrolio, di gas. Singapore – ha continuato
l’Ambasciatore – è un ponte tra l’Asia, l’Europa e il resto del mondo. Questa
posizione strategica ha fatto la sua fortuna” “E’ un paese – ha sottolineato –
che deve importare di tutto dal cibo fino all’energia. Il 95% dell’energia che
si consuma a Singapore – ha precisato Brandi – viene da importazioni di
gas, da vari paesi del mondo come Malesia, Indonesia, nazioni vicine, ma anche
dall’Australia, Stati Uniti, nonché dal Medio Oriente, Qatar e Africa”.
“Proprio per la sua natura di snodo mercantile internazionale – ha proseguito
l’Ambasciatore – Singapore è un paese che ha una vacazione naturale ad aderire
ad un ordine internazionale basato su regole che vengano scritte all’interno di
organismi multilaterali”. Brandi ha quindi spiegato come Singapore, partendo da
questi presupposti, abbia impostato la propria politica volta alla transizione
energetica, sottoscrivendo l’impegno alla riduzione e l’azzeramento delle
emissioni di CO2 entro 2050. “E’ un Paese che quindi sta facendo della
transizione energetica, una vera opportunità economica per le proprie aziende e
per la propria struttura industriale”, ha aggiunto l’Ambasciatore ricordando
che il 20% del PIL è ancora prodotto da manifattura ad alta produttività,
mentre si registra un alto tasso di innovazione tecnologica ad esempio nei
semiconduttori o nell’industria farmaceutica. Brandi si è poi soffermato sullo
sviluppo del dialogo bilaterale tra Italia e Singapore, ad esempio nell’ambito
del Piano Mattei che potrebbe offrire la possibilità di sviluppare joint venture
e partnership con aziende di Singapore per lo sviluppo di progetti che possano
poi procurare carbon credit in entrambi i mercati. L’Ambasciatore ha infine
segnalato l’opportunità di importanti stanziamenti governativi, anche per
aziende internazionali che dovessero aprire centri di ricerca e sviluppo a
Singapore, sfruttando l’ecosistema di questa città stato per sviluppare
soluzioni innovative nel tema della transizione energetica.
Nicolina Di
Benedetto, Inform 3
La crisi
occupazionale non è solo italiana. L’affermazione non è di conforto ma, almeno,
rende ragione alle percentuali di disoccupazione in UE. Nel primo trimestre di
quest’anno, da noi, la percentuale dei disoccupati è stata del 13,8 %. In
Spagna del 13,1%, in Francia del 10,5%, in Germania del 7,6 %, nel Regno Unito
del 9%. Facendo un confronto sulle percentuali, almeno per i Paesi che hanno
dichiarato il loro tasso di disoccupazione, si evidenzia una percentuale
preoccupante. La più “virtuosa” è la Germania.
Però, le
percentuali non tengono conto del livello salariale degli “occupati”. In
Italia, le retribuzioni sono inferiori almeno del 7% rispetto a quelle medie
europee. Là dove l’Euro convive ancora con le monete degli Stati membri, non ci
sentiamo di fare dei paragoni che sarebbero, se non altro, fallaci in difetto.
Lo scriviamo, senza indugi, proprio per far intendere che il valore delle
percentuali è relativo.
Vedremo se, in
questo 2026, il nostro Paese sarà in grado di ridare speranza occupazionale a
chi l’ha perduta e a chi la cerca per la prima volta. Restiamo disponibili per
ogni confronto. Con la premessa d’evitare ogni “polemica” che, come per il
passato, non servirebbe.
Giorgio Brignola,
de.it.press
Nasce il bimestrale “MONDO. La rivista delle ACLI d’Europa e d’Oltreoceano”
ROMA. Nasce “MONDO.
La rivista delle ACLI d’Europa e d’Oltreoceano”, il nuovo bimestrale della
Federazione ACLI Internazionali (FAI), pensato come uno spazio di analisi,
racconto e interpretazione del presente globale a partire da un punto di
osservazione privilegiato: quello delle ACLI e delle comunità italiane nel
mondo.
Dalle sedi
associative diffuse in Europa, nelle Americhe, in Africa e in Asia, prende
forma una rete viva che intercetta trasformazioni sociali, economiche e
culturali in tempo reale. È da questa presenza concreta, radicata nei territori
e nelle comunità, che nasce MONDO: una rivista che intende leggere i
cambiamenti globali non dall’alto, ma attraverso le esperienze delle persone,
delle famiglie, dei lavoratori italiani all’estero.
Il numero uno –
aprile 2026 – propone un primo itinerario in questa direzione, mettendo al
centro temi come le nuove migrazioni italiane, le reti transnazionali, la
cittadinanza e le sfide della democrazia in un contesto globale sempre più
interconnesso.
“Questa rivista
nasce dalla nostra esperienza concreta nel mondo - ha spiegato Emiliano
Manfredonia, Presidente delle ACLI -. Le ACLI sono presenti in tanti Paesi e
accompagnano ogni giorno persone e comunità nei loro percorsi di vita, lavoro e
partecipazione. Da qui nasce l’esigenza di uno strumento che non si limiti a
raccontare l’attualità, ma che sappia interpretarla a partire da una rete
sociale diffusa, capace di cogliere i segnali profondi del cambiamento. MONDO
vuole essere un luogo di dialogo, perché solo nel confronto è possibile
costruire pace e coesione”.
In un tempo
segnato da crisi globali e tensioni geopolitiche, le comunità italiane
all’estero rappresentano infatti un osservatorio privilegiato. Le traiettorie
migratorie, le esperienze lavorative, i percorsi familiari e le forme di
partecipazione civica raccontano un’Italia che si muove, si trasforma e si
relaziona con il mondo.
“Le mobilità
italiane sono una chiave decisiva per comprendere il presente - ha sottolineato
Matteo Bracciali, Vicepresidente della Federazione ACLI Internazionali -.
Attraverso le storie degli italiani all’estero leggiamo i cambiamenti delle
economie, delle società e delle istituzioni. Non si tratta solo di numeri, ma
di percorsi di vita che attraversano più Paesi e costruiscono legami nuovi.
MONDO nasce proprio con questa ambizione: essere un osservatorio del mondo a
partire dalla presenza italiana fuori dai confini nazionali e dalla rete delle
ACLI che la accompagna”.
Il nuovo
bimestrale si propone così come uno strumento di connessione e riflessione per
tutta la rete ACLI, ma anche come uno spazio aperto a chiunque voglia
comprendere le trasformazioni globali a partire dalle dinamiche della mobilità
e delle comunità. (aise/dip 4)
Germania. In bici o su un battello. Scoprire la Sassonia dalle acque
dell’Elba
Il grande fiume
che attraversa la regione è la chiave per leggerne il paesaggio. Da Dresda alla
“Svizzera Sassone”, tra vigneti, fortezze e barocco - di Giuseppe Ortolano
L’Elba, il grande
fiume che attraversa la Sassonia, è la chiave per leggerne il paesaggio. Basta
seguirne il corso, tra Dresda e le sue campagne, per costruire un itinerario
che unisce navigazione storica e cicloturismo, accomunate da un ritmo lento e
costante. Qui storia, natura e sostenibilità si incontrano in modo concreto,
senza forzature.
Iniziamo dalla
navigazione storica: dal 1836 i battelli a vapore percorrono l’Elba e ancora
oggi costituiscono una flotta attiva, non museale.
Questione di punti
di vista
Salire a bordo
significa osservare il territorio da una prospettiva diversa: le rive scorrono
lente tra architetture storiche, campi coltivati e tratti naturali. Il
paesaggio si presenta come una sequenza ordinata, dove ogni elemento – dai
palazzi barocchi ai piccoli approdi fluviali – contribuisce a una lettura
armonica del territorio.
A terra, la Via
Ciclabile dell’Elba (Elberadweg) rappresenta l’altra grande direttrice. Spesso
ai vertici delle classifiche tra gli itinerari cicloturistici europei, si
sviluppa per oltre 1.200 chilometri tra Repubblica Ceca e Germania. Il tratto
sassone – circa 180 chilometri – è tra i più accessibili: pianeggiante, ben
segnalato e adatto anche a chi non ha un allenamento specifico. Qui la mobilità
lenta è parte integrante dell’esperienza, sostenuta da infrastrutture diffuse e
da una buona integrazione con i trasporti locali.
La sorprendente
“Svizzera”
Si entra in
Sassonia attraverso la cosiddetta Svizzera Sassone, uno dei paesaggi più
caratteristici della regione, con le sue formazioni di arenaria che emergono
dalla foresta. Il curioso nome deriva da due artisti svizzeri che nel
Settecento si trasferirono a Dresda per lavorare all’Accademia di Belle Arti.
Località come Bad Schandau e Pirna funzionano da accessi naturali al percorso:
centri ordinati, servizi efficienti e un equilibrio ancora riconoscibile tra
vita quotidiana e turismo. Poco distante, la fortezza di Königstein domina il
fiume dall’alto, testimonianza del valore strategico della valle.
Imperdibile Dresda
L’arrivo a Dresda
segna un cambio di scala. La città si svela lentamente davanti a chi segue il
fiume, fino a rivelare il centro storico. La Frauenkirche, ricostruita dopo la
guerra, è il simbolo della rinascita urbana; lo Zwinger è uno dei massimi esempi
di architettura barocca in Germania; il Palazzo Reale racconta la storia della
dinastia sassone e la Semperoper si conferma tra i teatri lirici più
prestigiosi d’Europa. Allo stesso tempo, quartieri come la Neustadt introducono
una dimensione più contemporanea, fatta di spazi creativi e vita urbana. Dresda
resta comunque facilmente percorribile in bicicletta, senza particolari
dislivelli e con una buona rete di piste.
La città della
porcellana
Uscendo dalla
città, il paesaggio torna aperto. Verso Meissen compaiono i vigneti, tra i più
settentrionali d’Europa. La città, storicamente legata alla porcellana, è
riconoscibile da lontano, con il Duomo e il Castello di Albrechtsburg che
dominano l’abitato.
Più avanti, centri
come Riesa e Torgau segnano il passaggio a un paesaggio diverso. Torgau
conserva un ruolo chiave nella storia della Riforma, con una delle prime chiese
protestanti consacrate da Lutero; il percorso prosegue poi verso Wittenberg,
punto di riferimento europeo per questa fase storica. Per rendere più agevole
il turismo lento nella regione, negli ultimi anni sono stati introdotti
interventi mirati a migliorare l’accessibilità: nuovi traghetti a basso
impatto, segnaletica più chiara e servizi per ciclisti distribuiti lungo tutto
il tracciato. L’obiettivo è rendere l’itinerario fluido e continuo, limitando
l’uso dell’auto a favore di un turismo diffuso.
I consigli pratici
Per orientarsi è
disponibile, negli uffici turistici e online, il manuale Elberadweg 2026, guida
gratuita con mappe dettagliate, strutture bike-friendly, informazioni su
traghetti, collegamenti ferroviari e assistenza tecnica.
Seguire il corso
dell’Elba in Sassonia significa oggi immergersi in un itinerario dove la
bellezza del paesaggio e l'efficienza delle infrastrutture dialogano in
armonia, restituendo al viaggiatore il piacere di un'esperienza autentica. LR
28.4.
Berlino. I tassi di istruzione terziaria degli immigrati in Europa a
livelli record
Berlino-Il livello
di istruzione degli immigrati nell’Unione Europea è aumentato costantemente dal
2017, ma le medie a livello UE nascondono differenze sostanziali tra aree di
origine, Paesi di destinazione e generi. Questa è la conclusione di un nuovo rapporto
del Centro per la Ricerca e l’Analisi delle Migrazioni (CReAM) della Fondazione
ROCKWOOL di Berlino (RFBerlin), basato sui dati Eurostat relativi agli adulti
di età compresa tra i 25 e i 64 anni in tutta l’UE.
Il livello di
istruzione terziaria è aumentato in tutti i settori della popolazione. Tra gli
immigrati originari di altri paesi UE, la percentuale di adulti con istruzione
terziaria è passata dal 29,4% nel 2017 al 36,0% nel 2025, mentre tra gli
immigrati nati al di fuori dell’UE è aumentata dal 26,0% al 32,6%. Tra i
nativi, la percentuale di adulti con istruzione terziaria è cresciuta dal 30,3%
al 37,7% nello stesso periodo.
“Il livello di
istruzione è in crescita non solo tra i nativi, ma anche tra gli immigrati
provenienti sia dall’interno che dall’esterno dell’UE”, afferma Tommaso
Frattini, direttore di CReAM@RFBerlin e professore di Economia all’Università
degli Studi di Milano. “Questo suggerisce che il profilo delle competenze della
popolazione europea sta migliorando tra tutte le aree di origine, anche se
permangono differenze significative.”
Il rapporto
evidenzia inoltre notevoli differenze tra i vari paesi europei. In Irlanda,
Lussemburgo, Danimarca, Estonia, Lettonia, Malta, Portogallo e Repubblica Ceca,
gli immigrati hanno una probabilità maggiore rispetto ai nativi di avere un
titolo di studio universitario. Nella maggior parte degli altri paesi UE, gli
immigrati hanno invece un livello di istruzione terziaria inferiore rispetto ai
nativi, sebbene l’entità del divario vari notevolmente tra paesi.
«Non esiste un
unico divario educativo degli immigrati in Europa», afferma Christian Dustmann,
direttore di RFBerlin e professore di Economia all’University College London.
«Il profilo educativo degli immigrati dipende in larga misura da chi migra, dal
Paese di provenienza e dal Paese di destinazione. Questo significa che le
politiche per l’integrazione e lo sviluppo delle competenze devono essere
adattate ai contesti nazionali, invece che basarsi esclusivamente sulle medie a
livello UE».
L’Irlanda mostra
in modo particolarmente chiaro come la politica migratoria possa incidere sul
livello di istruzione degli immigrati. Nel 2025, la percentuale di persone con
istruzione terziaria era identica tra i nativi e gli immigrati UE (55,1%),
mentre tra gli immigrati da paesi al di fuori dell’UE raggiungeva il 70,7%
(rispetto a una media UE del 32,6%). Il rapporto collega questo andamento alla
dipendenza dell’Irlanda dai canali di migrazione altamente qualificata, tra cui
i permessi di lavoro per competenze critiche (Critical Skills Employment
Permits) volti ad attrarre lavoratori qualificati non-UE in professioni in cui
vi è carenza di manodopera, quali le TIC, l’ingegneria, la sanità e i servizi
professionali specializzati.
“L’Irlanda
dimostra che i profili di istruzione degli immigrati sono determinati non solo
da chi desidera migrare, ma anche dai canali di migrazione creati dai paesi”,
aggiunge Dustmann. “Percorsi dedicati per i visti per lavoratori altamente
qualificati possono influenzare fortemente la composizione della migrazione
extracomunitaria. Ecco perché la progettazione delle politiche è importante per
il profilo di competenze della popolazione immigrata.”
Il rapporto rileva
inoltre importanti differenze di genere. Le donne hanno un livello di
istruzione terziaria più elevato rispetto agli uomini in tutti i principali
gruppi di origine nell’UE. Tuttavia, i confronti all’interno dello stesso sesso
mostrano che i divari tra immigrati e nativi sono generalmente più ampi per le
donne nate al di fuori dell’UE, con svantaggi particolarmente marcati in paesi
come la Slovenia, la Finlandia e la Spagna.
Titolo del
rapporto: Immigrant Educational Attainment in the European Union: Origin,
Gender and Cross-Country Differences (Livello di istruzione degli immigrati
nell’Unione Europea: Origine, Genere e Differenze tra i paesi), CReAM Report
04/2026.
Autori: Christian
Dustmann, Tommaso Frattini e Camilla Piovesan.
Pubblicato qui:
https://www.rfberlin.com/cream-report/04-2026/ dip 15
Il ministro Tajani dà il via alla plenaria del Cgie e si apre il confronto
ROMA - Questa
mattina erano tutti presenti in Sala Conferenze Internazionali i consiglieri
del Cgie, che, terminata la cerimonia per la firma delle prime convezioni sul
Turismo delle Radici, hanno aperto ufficialmente l’Assemblea Plenaria alla
Farnesina.
“Grazie per quello
che fate per tutelare l’interesse dell’Italia e dei concittadini che vivono
fuori dai confini” ha esordito il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani,
salutando, in qualità di presidente del Cgie, la plenaria.
È seguito
l’intervento del neo sottosegretario della Farnesina con delega per i
connazionali all’estero Massimo dell’Utri, che ha dato lettura della relazione
di governo, mentre la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha letto la
relazione del Cgie, alla presenza fra gli altri del segretario generale della
Farnesina Riccardo Guariglia, della direttrice generale della Dgit Silvia
Limoncini e di molti parlamentari eletti all’estero.
Il ministro Tajani
- e, come lui, poi anche il sottosegretario Dell’Utri - ha sottolineato
l’impegno portato avanti dalla Farnesina in questi ultimi mesi in vari ambiti,
a partire dall’assistenza dei connazionali in un “frangente internazionale
particolarmente complesso”: nell’area del Golfo, con la Task Force apposita che
ha consentito il rientro a numerosi italiani bloccati all’estero, al Venezuela,
con il rientro in Italia di alcuni connazionali lì detenuti, sino alla tragedia
di Crans Montana per la quale, ha assicurato Tajani, “nessun italiano pagherà
alcuna fattura alla Svizzera”.
Il ministro ha poi
ricordato i cambiamenti intervenuti con la riforma del Ministero, che ha messo
“al centro” i servizi ai cittadini e alle imprese. “La digitalizzazione dei
servizi consolari rappresenta una priorità”, ha detto, annunciando
l’inaugurazione nel mese di giugno di una nuova sala operativa “con tecnologie
all’avanguardia” che si occuperà proprio di servizi ai cittadini. Per fare il
punto sulla situazione e capire come migliorarla a giugno si terrà anche la
Conferenza dei Consoli, impegnati in prima linea ad esempio nel rilascio delle
carte d’identità elettroniche, che hanno registrato nel 2025 un +18,3% di
emissioni. Certo, ha ammesso Tajani, servono “più risorse per la rete consolare
onoraria”, ma il Ministero sta lavorando anche in tal senso.
Il ministro si è
detto soddisfatto del pronunciamento della Corte Costituzionale che ha
confermato come legittima la riforma della legge cittadinanza, con cui, ha
detto Tajani, “abbiamo restituito dignità a un diritto che deve fondarsi su
valori autentici”. Questione, questa, che però non ha trovato concordi i
consiglieri nel dibattito che è seguito.
Il ministro ha
annunciato che sono stati avviati i lavori per organizzare le consultazioni per
il rinnovo dei Comites, che a fine anno giungeranno alla loro naturale
scadenza. Tajani ha assicurato un “lavoro senza sosta” dell’amministrazione per
“garantire il diritto voto” e avere una “partecipazione importante” come quella
dei referendum di marzo.
Contemporaneamente
il Maeci è impegnato nella realizzazione della prossima edizione della
Conferenza Internazionale dell’Italofonia, nella convinzione che la promozione
della lingua – dagli enti gestori all’editoria alla traduzione dei contenuti
italiani all’estero – sia “prioritaria”.
Insomma, ha
chiosato Tajani, “l’impegno mio personale e quello del Maeci è massimo.
Vogliamo continuare a migliorarci e dare servizi agli italiani all’estero in
maniera puntuale e veloce. Potete contare sulla squadra della Farnesina”, ha
concluso rivolgendo infine un pensiero a Michele Schiavone in ricordo del quale
domani il Cgie consegnerà i premi intitolati al compianto segretario generale.
Per la prima volta
ad una plenaria del Cgie, il sottosegretario Dell’Utri è tornato più nel
dettaglio sui temi trattati dal ministro Tajani, confermando il “dialogo” con
il Cgie quale “strumento fondamentale per affrontare le sfide che abbiamo
davanti”.
Dell’Utri si è
soffermato in particolare sui servizi consolari, che oggi devono rispondere
alle necessità di 7 milioni di connazionali iscritti all’Aire. Oltre alle buone
performance nel rilascio di Cie e passaporti, il sottosegretario ha tenuto il
punto sull’innovazione digitale, grazie alla quale è quasi ultimata la
migrazione di due portali fondamentali per gli italiani all’estero: Fast-It e
Prenotami. Così come è stato confermato lo stanziamento di 1,15 milioni di euro
per valorizzare la rete consolare onoraria e renderla un “network capillare a
sostegno della comunità”. Prevista anche l’apertura di nuove sedi che andranno
a potenziare le attuali 509.
Il “rafforzamento
degli strumenti digitali” è stato fondamentale anche durante il voto per il
referendum costituzionale dello scorso marzo, ha ricordato il sottosegretario
Dell’Utri, rammentando che nell’occasione è stata istituita “per la prima volta
una sala organizzativa” che ha consentito di gestire le diverse fasi del voto.
La prossima
elezione che vedrà coinvolti i connazionali all’estero sarà quella dei Comites,
che si terrà entro la fine del 2026 e per la quale la Legge di bilancio ha
autorizzato 14 milioni di euro di spesa. Ora il “passaggio preliminare sarà la
definizione di una data”. Restando in tema di Comites, Dell’Utri ha annunciato
che la Farnesina ha accolto “integralmente” le richieste di finanziamento
ordinario che i Comites hanno presentato ai Consolati di riferimento, per un
valore di oltre 1 milione di euro. “Alcuni Comitati hanno già ricevuto il
saldo”, ha confermato Dell’Utri, dicendosi “a disposizione per valutare future
richieste di finanziamenti integrativi”.
Tasto dolente, per
il Cgie, quello della cittadinanza. Ad un anno dalla legge di riforma approvata
nel 2025 e ora confermata nella sua legittimità dalla Corte Costituzionale,
“tante sono le novità”, a partire dalla creazione di un ufficio che alla Farnesina
sarà “competente in via esclusiva” per le domande presentate da cittadini
maggiorenni residenti all’estero e discendenti da cittadini italiani. Quanto ai
minorenni la proroga per la presentazione dell’istanza è stata estesa al 31
maggio 2029.
Turismo delle
Radici e promozione della lingua italiana sono stati gli ultimi due argomenti
citati dal sottosegretario, che ha riportato alla plenaria la volontà di
coinvolgere il Cgie nella comunità dell’Italofonia, confermando la
disponibilità sua personale e di tutta l’Amministrazione al “confronto” e alla
“collaborazione” con il Consiglio generale.
A nome di
quest’ultimo è intervenuta la segretaria generale Prodi. Il lavoro del Cgie
rappresenta una “ricchezza che deve essere messa in circolo”, ma ci vuole
“consapevolezza della responsabilità di cui siamo investiti”, ha detto.
“Occorre fare memoria di quanta fatica ci è costato arrivare a oggi, ad un
sistema di rappresentanza che è un sistema maturo” e che “merita rispetto”.
Prodi ha citato alcuni dei risultati raggiunti: dal rilascio della Cie in
Italia che diventerà operativo da giugno al rilancio del tavolo dei
transfrontalieri al comitato anagrafico elettorale, gli ordini del giorno del
Cgie sono all’origine di varie proposte di legge giunte in Parlamento, ha
rivendicato.
Nei prossimi due
giorni di plenaria “il cuore dei lavori sarà la partecipazione”, ha proseguito
Prodi, rivolgendo poi un appello ai presenti in Sala Conferenze Internazionali:
“serve coraggio da entrambe le parti - Cgie e Farnesina, ndr. - per scrivere un
nuovo metodo di collaborazione” e “dare continuità tra storia dell’emigrazione
presente e futura”. Un passaggio fondamentale sarà quello del rinnovo dei
Comites, in vista del quale sarebbe utile uscire dalla plenaria con una “road
map” che aiuti tutti ad adoperarsi verso uno stesso scopo: quello di una
“rinnovata partecipazione”.
Tanti altri
avrebbero dovuto essere i temi al centro di questa plenaria - e fra questi
molto sentito dai consiglieri quello della riforma del Cgie, di cui comunque si
è occupata ieri la 3^ Commissione -, ma si è preferito concentrare l’attenzione
e dare dunque “priorità” a ciò che è “più urgente e imminente”, ha spiegato
Prodi.
Proprio dalla
riforma del Cgie è voluta partire Silvana Mangione, vice segretaria per i Paesi
anglofoni extra Ue, che con il suo intervento ha aperto il dibattito. Per
Mangione sarebbe importante intervenire sulla tabella che regola l’attribuzione
dei rappresentanti territoriali in seno al Cgie, per redistribuirne i
componenti tenendo conto non solo degli iscritti all’Aire, ma anche della
“forza politica” di quel territorio.
Il vice segretario
Mariano Gazzola ha riscontrato un miglioramento tanto nelle ”competenze dei
servizi consolari” quanto nella “professionalità dei consoli” in America
Latina. Anche la digitalizzazione è “utile”, ha aggiunto, paventando però il
“rischio di spersonalizzare il rapporto con i concittadini”. Molto contrariato
dalla riforma della legge di cittadinanza, Gazzola ha accusato: “non ha
semplificato nulla” e, nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale,
resta “illegittima a livello politico”, oltre che “ingiusta”.
Il consigliere
Walter Petruzziello (Brasile) ha sollevato un dilemma: quello del mandato del
Cgie che dovrebbe essere rinnovato subito dopo l’elezione dei Comites, ma che
di fatto, essendosi i consiglieri insediati un anno e mezzo dopo la loro
nomina, sarebbe penalizzato da una consiliatura più breve.
Poi ha preso la
parola Gianluigi Ferretti (Ugl), che come sempre ha strappato un sorriso alla
plenaria e questa volta anche un po’ di commozione. “In questo circo del Cgie
ci sono acrobati, domatori e clown”, ha esordito. “Io sono un clown triste,
perché mi chiedo se ne sia valsa davvero la pena. Un tempo ci battevamo per
l’Aire, i Comites, il Cgie, il voto…”, ha proseguito Ferretti ricordando figure
storiche del Cgie come Tremaglia e Zoratto. Un tempo il Cgie godeva di
un’attenzione che oggi non c’è più: “il momento magico è durato fino al voto.
Con il voto l’opinione pubblica ci ha misurato e sono cominciati a scemare sia
l’interesse sia i fondi”, ha osservato il consigliere di nomina governativa di
lungo corso. “Questo decadimento fa male a chi ci ha creduto davvero e un po’
ancora ci crede”, ha aggiunto, invitando i colleghi alla collaborazione e a
“fare il possibile per salvaguardare quanto di salvaguardabile c’è”. Poi ha
concluso annunciando che questa sarà probabilmente per lui l’ultima assemblea plenaria.
“Vi voglio bene, a tutti quanti”, ha detto, “dal primo all’ultimo. Sarete
sempre nel mio cuore”. E c’è chi, nemico politico giurato, ma compagno di anni
al Cgie, si è alzato per abbracciarlo.
È tornato sulle
questioni all’ordine del giorno il consigliere Vincenzo Arcobelli (Stati
Uniti), per il quale “assumere, formare e far partire nuovi funzionari è una
priorità” per aiutare una rete consolare “ancora in grande sofferenza”.
Molto critico nei
confronti della gestione del Cgie in questi ultimi quattro anni è stato Luigi
Billè (Regno Unito), che ha lamentato un “funzionamento troppo spesso
rallentato”, una “comunicazione poco inclusiva” e una “produttività modesta”.
Il Cgie non ha sempre mostrato la “necessaria autorevolezza” di fronte
all’Amministrazione: non si tratta di un “attacco” alla segretaria generale o
al CdP, ma di una “constatazione politica”, ha precisato Billè. “Non sono stati
prodotti i risultati attesi”, ha ribadito. “Io credo profondamente nel ruolo
del Cgie, che può essere un luogo di elaborazione strategica, non un’area di
gestione ordinaria”, ma, ha concluso, “serve un cambio di passo, un metodo
diverso e una leadership che sappia coordinare”.
Sulla stessa linea
di Billè l’intervento del consigliere Paolo Dussich (Ctim).
Aldo Lamorte
(Uruguay) ha espresso “preoccupazione” per gli effetti della nuova Legge sulla
cittadinanza, che in Sud America ha causato “dolore e incredulità” e rischia di
piegare il rapporto dei connazionali con l’Italia.
Il vice segretario
Giuseppe Stabile (Europa) è voluto intervenire per ringraziare i collaboratori
del Cgie che, con il loro “lavoro silenzioso”, ne garantiscono il
funzionamento; mentre il consigliere Vincenzo Di Martino ha portato
all’attenzione della plenaria la situazione ancora delicata degli italiani in
Venezuela.
Giunto
dall’Australia, il consigliere Francesco Papandrea ha condiviso la proposta di
Mangione di rivedere la tabella per l’assegnazione territoriale e politica dei
consiglieri e Nello Gargiulo (Cile) ha proposto un allineamento tra Comites e
Cgie, in modo tale che per entrambi non si possano ricoprire più di due mandati
consecutivi. È preoccupato invece che il Perù possa perdere la sua
rappresentanza in seno al Consiglio Agostino Canepa, che oggi ha invocato “meno
dichiarazioni di principio e più concretezza”.
Infine Silvia
Alciati (Brasile) ha osservato che in 40 anni di vita ai Comites è sempre
“mancato l’appoggio istituzionale dei nostri principali interlocutori, i
Consolati”. Per questo ha fatto appello alla nuova direttrice generale della
Dgit Limoncini: “ci aiuti a far sì che i Consolati accompagnino i Comites sul
territorio, dando loro importanza”, così come prevede la legge. Quanto al Cgie,
“in questi anni è stato fatto uno sforzo importantissimo e non vorrei che,
adesso che abbiamo raggiunto la maturità, ci si debba preoccupare della sua
esistenza”, ha concluso.
Il dibattito è
solo all’inizio. Proseguirà sino a venerdì, siamo certi, con la consueta
vivacità. Certo è, ha sottolineato la segretaria generale Prodi rispondendo
brevemente agli interventi di questa mattina, che “la complessità del Cgie è
quella di qualunque istituzione”, il che non vuol dire che non si possa
migliorare, ad esempio chiedendo che la proporzionalità, già prevista dalla
legge di riforma dei Comites, sia applicata anche al Cgie. “Dobbiamo essere
ambiziosi e chiedere più consiglieri”, ha concluso Prodi. (r.aronica\aise
13)
Plenaria del Cgie, un momento di approfondimento con i parlamentari della
circoscrizione Estero
ROMA – La seconda
mattinata dei lavori del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è stata
caratterizzata da un momento di approfondimento con i parlamentari della
circoscrizione Estero. Ha introdotto il dibattito la Segretaria Generale del
Cgie Maria Chira Prodi: “Abbiamo oggi la possibilità con voi – ha esordito
Prodi – di entrare in un lavoro coordinato. Il nostro obiettivo è quello di
confrontarci con voi sulle tematiche al centro della nostra discussione come ad
esempio il rinnovo dei Comites: Cosa possiamo aspettarci? e come questo
appuntamento può essere vissuto dai nostri connazionali e in che modo pensate
di risolvere alcune delle difficoltà che stiamo vivendo dal punto di vista
della preparazione di questo evento elettorale, che ormai appare certo. Voglio
poi ricordare – ha aggiunto – che la scadenza dei Comites va a fare in modo che
questo Cgie decada con un anno e mezzo di anticipo”. La Segretaria Generale ha
anche parlato dell’importanza di migliorare la relazione fra Cgie e Parlamento
e di far sì che i pareri obbligatori del Cgie vengano poi effettivamente
richiesti. Ha poi preso la parola il deputato della Lega, eletto nella
ripartizione Europa Simone Billi, Presidente del Comitato per gli italiani
all’estero della Camera . “Vorrei focalizzarmi sulle questioni che sono state
risolte per noi italiani all’estero, – ha rilevato Billi – come ad esempio la
carta di identità elettronica, che sarà rinnovabile in Italia a breve. Vi è poi
la carta di identità elettronica a vita per gli over 70. Novità che
rappresentano successi indiscutibili del Parlamento di questa legislatura. Vi è
poi lo SPID alle poste e ID gratuiti per gli italiani all’estero; il codice
fiscale ottenibile online gratuitamente senza andare al Consolato; l’importante
accordo radio televisivo con San Marino; l’integrazione della anagrafe
nazionale della popolazione residente con l’AIRE; l’aumento dei dipendenti e
dei contrattisti della rete consolare, anche se ovviamente so benissimo che i
problemi della rete consolare non sono tutti risolti”. “Vi sono anche – ha
proseguito Billi – le cittadinanze che verranno lavorate a Roma, per
alleggerire i Consolati – ed i tempi delle cittadinanze sono passati dai 48 ai
36 mesi. Vi è poi il riacquisto della cittadinanza italiana per chi la aveva
persa. Voglio anche ricordare l’apertura dei nuovi Consolati per esempio quelli
di Madrid, Bruxelles ed Edimburgo, gli accordi sui frontalieri che abbiamo
aspettato decenni e finalmente sono stati conclusi poco tempo fa. Da ricordare
anche la nuova Casa d’Italia a Zurigo, che sarà inaugurata tra pochi mesi”.
Billi ha poi auspicato la realizzazione di un documento unico tra i
Parlamentari e CGIE da presentare al Governo per cercare di mettere in
sicurezza il voto all’estero o, nel caso la legge elettorale venga cambiata,
per fornire possibili suggerimenti. Dal canto suo il deputato del Pd Christian
Di Sanzo (Ripartizione America Settentrionale e Centrale) ha parlato
della proposta di legge, realizzata con l’On. Ricciardi, sull’esenzione INPS per
le case degli italiani iscritti all’AIRE. Il provvedimento è passato solo alla
Camera e manca il sì del Senato “Questa – ha spiegato Di Sanzo – era una
battaglia di anni che per la prima volta ha trovato spazio in una normativa, e
questo per noi segna un passo importante. Si affianca alla legge che
abbiamo già approvato a firma dell’on Ricciardi, che è stata proposta
dall’opposizione, che poi di fatto è stata approvata all’unanimità, cioè quella
del fondo di 4 milioni per i servizi consolari. Anche questo è stato un passo
molto importante per noi”. “Abbiamo fatto un passo avanti – ha continuato Di
Sanzo – anche per quanto riguarda la sanità degli italiani all’estero.
Purtroppo anche qui per ora questa proposta è stata solo approvata dalla Camera
e non dal Senato, però è un’iniziativa che dovrebbe dare dei frutti”. Il
Deputato ha poi parlato delle elezioni dei Comites e della necessità di
semplificare la raccolta firme per i candidati come già fatto nelle ultime
elezioni. La parola è poi passata alla deputata Federica Onori (Azione-
Ripartizione Europa) “La CIE – ha esordito Onori – è stato un
provvedimento di natura amministrativa, una battaglia lunga. Il primo giugno si
aprirà la possibilità per i comuni in Italia di erogare la CIE. I servizi
consolari – ha continuato Onori – vengono erogati in forme plurime, attraverso
la partecipazione attiva dei consoli onorari. Su questo tema ho proposto vari
ordini del giorno che riguardavano volti a chiedere più risorse per i consoli
onorari, per aiutare i cittadini che vivono lontano dal consolato, ma
anche per fornirgli macchinari atti ad acquisire le impronte digitali per
rilascio del passaporto. Vorrei provare ad estendere il lavoro dei consoli
onorari facendo in modo che oltre a poter rilasciare i passaporti possano
rilasciare anche la CIE, ma purtroppo i macchinari sono diversi”. Da
segnalare anche l’intervento del senatore Mario Borghese (MAIE – Ripartizione
America Meridionale). “Dirò – ha affermato Borghese riferendosi alla conquiste
di maggioranza e opposizione – cosa siamo riusciti ad ottenere nella scorsa
legge di bilancio in parlamento: abbiamo abolito la tassa di cittadinanza di
250 euro per i figli minorenni, siamo riusciti ad ottenere più risorse per i
Comites, il CGIE e le scuole paritarie, gli enti gestori, nonché i 14 milioni
di euro per le elezioni dei Comites”. “Tutti provvedimenti che riguardano
gli italiani all’estero, dovrebbero richiedere il parere obbligatorio del Cgie,
– ha ricordato il senatore Andrea Crisanti (Pd – Ripartizione Europa) – e questo
sistematicamente non accade. Questo credo sia un grandissimo problema. Quindi
penso che noi in Parlamento dobbiamo impegnarci, perché ogni volta che c’è una
legge riguardante gli italiani all’estero, sia investito il Presidente della
commissione competente e chieda il parere al Cgie”. “Il voto che gli
italiani esprimeranno per il Comites – ha aggiunto il senatore – non è diverso
dal suffragio che gli italiani esprimono per le politiche, ed è per sua natura
incomprimibile”. Crisanti si è anche espresso contro l’applicazione
dell’opzione inversa del voto che rischia di frammentare i suffragi.
“Credo profondamente negli organismi di rappresentanza degli
italiani all’estero, nei Comites e nel Cgie, come strumenti fondamentali di
ascolto, proposta e coordinamento. Per continuare ad essere protagonisti nel
futuro è necessario innovare, rendere questi organismi sempre più attuali,
rappresentativi e vicini ai cambiamenti delle nostre comunità nel mondo”. Lo ha
affermato il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella
ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide. “Il ruolo del Cgie e dei
Comites deve essere quello di rappresentare le comunità italiane nel mondo,
ascoltare i bisogni dei cittadini, segnalare criticità ma soprattutto avanzare
proposte concrete, in collaborazione con le istituzioni, il Parlamento e la
rete diplomatico-consolare”, ha aggiunto Giacobbe. Nel suo intervento il
senatore ha ringraziato la Segretaria generale Maria Chiara Prodi, le
Consigliere e i Consiglieri del Cgie per il lavoro svolto in questi anni,
sottolineando la necessità di costruire una rappresentanza sempre più capace di
coinvolgere giovani, nuove generazioni, mondo del lavoro, cultura, ricerca,
enti gestori, Camere di Commercio e associazionismo italiano all’estero. “Serve
una rappresentanza che unisca e non divida, capace di adattarsi ai tempi e di
essere parte integrante del Sistema Italia. Dal lavoro delle Commissioni e dal
confronto con le comunità possono nascere proposte importanti anche sul piano
normativo, e io continuerò a fare la mia parte in Parlamento”, ha concluso
Giacobbe. Ha poi preso la parola la senatrice del Pd Francesca La Marca
,eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, che ha
sottolineato come un aspetto positivo della nuova legge sulla cittadinanza sia
quello di aver consentito la riapertura dei termini per il riacquisto della
cittadinanza. In proposito la senatrice, che critica gli altri aspetti della
norma, ha annunciato di aver presentato una mozione che chiede di dare la
possibilità, a tutti colori che riacquisteranno la cittadinanza entro la fine
dell’anno prossimo e l’abbiano riacquisita in passato, di trasmetterla ai figli
e ai nipoti. La Marca, ha ricordato l’accantonamento di un suo progetto
di legge che mirava potenziare il ruolo dei consoli onorari. La senatrice ha
poi auspicato l’estensione a tutti i consolati dell’iniziativa che dedica una
linea telefonica agli over 70, nonché la partecipazione dei rappresentanti
degli Intercomites alle riunioni del Cgie. E’ stata poi la volta del deputato
Pd Fabio Porta, eletto nella ripartizione America Meridionale che ha voluto
ricordare come questo appuntamento cada ad un anno dall’approvazione della
riforma della cittadinanza: Una legge che per Porta ndrebbe rivista,
apportando “profonde e radicali correzioni, magari nell’ambito di una
riforma organica della cittadinanza che aiuti l’Italia a tornare ad essere un
Paese inclusivo, se non altro in ragione di una drammatica recessione
demografica” . Sempre secondo il parlamentare del Pd “se oggi celebriamo
l’avvio del più grande accordo commerciale della storia, quello UE-Mercosur, e
soprattutto i suoi benefici previsti che vedranno l’Italia in prima fila in
Europa, è grazie proprio a quei figli, nipoti e pronipoti di italiani che
consentiranno ai nostri prodotti di conquistare un mercato che già ci vede
leader in tanti settori”. Per l’on. Porta inoltre occorre “una piccola
rivoluzione culturale che parta dalle scuole con l’insegnamento della storia
della nostra emigrazione” per valorizzare gli italiani nel mondo “per quello
che siamo stati, che siamo e soprattutto potremmo diventare per il futuro
dell’Italia”. Nel suo il deputato ha voluto anche ricordare “i venti anni dalla
prima elezione dei parlamentari eletti all’estero, una conquista alla quale
tanti, da Mirko Tremaglia a Michele Schiavone, hanno dedicato parte della loro
vita personale politica ed associativa”. Infine ,per quanto riguarda la legge
elettorale il parlamentare eletto all’estero ha criticato l’ipotesi di un
collegio unico mondiale senza preferenze. Per Porta “dovremmo piuttosto
concentrarci sulla ‘messa in sicurezza del voto all’estero’, con l’introduzione
di poche ma necessarie modifiche come la stampa delle schede in Italia, il
codice a barre per la tracciabilità o le buste anti-strappo. A seguire è
intervenuto il deputato del Pd Toni Riccardi, eletto nella ripartizione Europa,
che ha ricordato come in passato per anni si sia dato spazio ad una visione
dove la nostra emigrazione veniva ignorata o relegata ai soli “cervelli in fuga”.
Una interpretazione che oggi appare superata da una variegata presenza
all’estero di oltre sette milioni di persone. Secondo il deputato, per poter
correggere il provvedimento sulla cittadinanza e affrontare il rinnovo dei
Comites e del Cgie, bisogna poi avere una determinata postura, ossia essere
consapevoli dell’importanza che rivestono i nostri connazionali che
rappresentano la 21esima regione d’Italia e una parte organica di questo paese
“Io sono fiero che questo Governo – ha aggiunto Ricciardi – abbia portato
a casa il traguardo della cucina italiana patrimonio dell’Unesco, ma un grande
plauso va anche alle comunità di italiani all’estero che da secoli nel mondo
importano i prodotti italiani diffondendo il made in Italy”. “Ho
presentato due disegni di legge in Parlamento – ha rilevato il deputato del
Maie Franco Tirelli, eletto nella ripartizione America Meridionale – che già ho
inviato al Cgie. Uno sulla riforma della legge per la cittadinanza, e
l’altro è per cambiare la legge elettorale per l’estero. Un provvedimento molto
simile alle elezioni del Comites, con alcune cose nuove, soprattutto nella
sicurezza e per la forma di votazione. In questo momento il disegno di legge
sul voto è in Commissione Affari Costituzionali dove stiamo lavorando soprattutto
con il nostro relatore del gruppo MAIE”. Il Deputato ha anche evidenziato il
suo impegno ad ascoltare i Comites del Sud America e soprattutto in Argentina,
per prendere nota dei loro problemi, creando così un ponte tra l’Italia e
l’estero. (Lorenzo Morgia – Inform 14)
Plenaria Cgie: un percorso di rinnovamento per rappresentanza e
partecipazione
ROMA - Si è tenuta
la scorsa settimana a Roma l’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero, in un contesto segnato dal confronto sulle prospettive
della rappresentanza degli italiani nel mondo, tra passato e futuro, sul
rafforzamento dei servizi consolari e sulle dinamiche della mobilità italiana
contemporanea.
In apertura dei
lavori, presso la Farnesina, il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli
Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, nella sua
qualità di Presidente del CGIE, ha sottolineato il valore strategico delle
comunità italiane all’estero per il sistema Paese, richiamando il ruolo svolto
dai connazionali nella promozione economica, culturale e diplomatica
dell’Italia nel mondo. Ha inoltre ribadito l’impegno del Governo per il
potenziamento dei servizi consolari, la modernizzazione amministrativa e la
tutela della partecipazione democratica dei cittadini residenti oltreconfine.
Il sottosegretario
con delega agli italiani all’estero Massimo Dell’Utri, alla sua prima
partecipazione all’Assemblea del Cgie, ha illustrato la Relazione di Governo
sottolineando la necessità di consolidare il dialogo permanente con il
Consiglio Generale, definito uno strumento essenziale per accompagnare le
trasformazioni delle comunità italiane nel mondo. Particolare attenzione è
stata dedicata al processo di innovazione digitale del servizio Fast-It e alla
preparazione della rete diplomatico-consolare per le prossime elezioni dei
Comites.
Nella sua
relazione introduttiva, la segretaria generale Maria Chiara Prodi ha
evidenziato come il lavoro del Cgie rappresenti una ricchezza, esortando
l’Amministrazione degli Esteri a rendere fruttuoso il nuovo metodo di
collaborazione e ha sottolineato come il tema della partecipazione costituisca
il cuore dei lavori dell’Assise plenaria. Ha quindi ricordato i risultati
conseguiti grazie all’impulso del Consiglio generale: il rilascio della carta
d’identità elettronica da parte dei Comuni in Italia, che diventerà operativo a
giugno, il rilancio del tavolo sui transfrontalieri e la riattivazione del
comitato anagrafico-elettorale. Ordini del giorno del Cgie – ha aggiunto – sono
all’origine di disegni di legge sull’assistenza sanitaria, la fiscalità, il contrasto
allo spopolamento e l’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana,
accolto come indicazione nella recente circolare del Ministero dell’Istruzione
e del merito. Significativi avanzamenti hanno riguardato il tema della lingua e
cultura italiana, con la partecipazione alla Comunità dell’italofonia del
Consiglio Generale, il quale ha ottenuto il ritorno della competenza in materia
alla DGIT del MAECI, grazie alla cui disponibilità è stato possibile avviare un
tavolo di lavoro informale e operativo sugli enti gestori.
A seguito
dell’introduzione della riforma della cittadinanza, è stato inoltre
sottolineato il ruolo attivo del Consiglio generale, che ha consentito di
rispondere alle aspettative di riacquisto e di ottenere la proroga dei termini
per la registrazione dei figli minori.
Nella convinzione
della necessità di garantire il riconoscimento della cittadinanza a chi
mantiene un legame effettivo con l’Italia, il Consiglio Generale resta in
attesa che venga ascoltata la riflessione svolta al suo interno, come già
auspicato dal presidente Mattarella.
Il rinnovo dei
Comites, previsto entro il 2026, è stato al centro del dibattito interno e del
confronto istituzionale.
Il Cgie ha
approvato un documento specifico sulla base delle proposte avanzate dalla III
Commissione tematica, volto a favorire una più ampia partecipazione al voto
mediante la facilitazione delle procedure di raccolta delle firme per le liste
elettorali, il rafforzamento del personale consolare e un’efficace campagna
informativa. Da parte sua, la Direttrice generale della DGIT, ministro
plenipotenziario Silvia Limoncini, ha garantito che sono state attivate tutte
le procedure e si stanno studiando percorsi per facilitare le operazioni
elettorali, a cominciare dall’autenticazione delle firme.
Nel corso dei
lavori è emersa anche la riflessione sul futuro della rappresentanza
democratica delle comunità italiane all’estero e sul valore storico del sistema
di rappresentanza costruito negli ultimi decenni come patrimonio istituzionale
da preservare e aggiornare rispetto ai nuovi flussi migratori italiani e alle
esigenze delle giovani generazioni.
Le Commissioni
continentali e tematiche hanno presentato relazioni, mozioni e ordini del
giorno, poi approvati dall’Assemblea, per far fronte alle criticità dei servizi
consolari anche a seguito della riforma della cittadinanza, incrementare la
diffusione della lingua e cultura italiana, la promozione del made in Italy e
l’informazione rivolta ai connazionali all’estero, nonché per rinsaldare il
rapporto con le nuove mobilità giovanili, con particolare attenzione a una
strategia nazionale per gli incentivi al rientro.
Tra gli
appuntamenti più significativi, va citato anche il confronto con i Parlamentari
eletti all’estero, dedicato alle prospettive di riforma della cittadinanza, del
voto all’estero e del funzionamento degli organismi di rappresentanza. Durante
il dibattito è stata sottolineata la necessità di mantenere un raccordo stabile
tra Cgie, Parlamento e Governo per affrontare le criticità emerse negli ultimi
anni e rafforzare la partecipazione democratica delle collettività italiane nel
mondo.
Nel quadro
dell’intensificazione del dialogo istituzionale, l’Assemblea ha registrato
anche il rilancio dei rapporti con le Consulte regionali dell’emigrazione e con
gli esperti del Cgie, valorizzando il contributo delle reti associative
storicamente impegnate nella tutela delle comunità italiane all’estero e
condividendo spunti e priorità strategiche in un’ottica di collaborazione tra
istituzioni nazionali e territoriali. Si è inoltre svolto l’incontro dedicato
all’offerta informativa della RAI per l’estero e ai nuovi strumenti di
comunicazione rivolti alle collettività italiane oltreconfine ed è stato
approvato un documento di aggiornamento del Regolamento interno del Cgie, con
l’obiettivo di rendere più efficace e coerente il funzionamento dell’organismo
rispetto alle nuove esigenze operative e all’evoluzione delle comunità italiane
nel mondo. Durante la plenaria è stato assegnato il primo Premio Michele
Schiavone, nato in memoria del compianto segretario generale scomparso nel
2024.
Durante la
sessione conclusiva, a Villa Lubin, cui ha partecipato il vicepresidente del
CNEL Claudio Risso, il professor Luca Paolazzi ha illustrato il rapporto
sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati; a seguito di
tale ricerca è stato promosso il sondaggio dedicato ai giovani expat italiani
finalizzato a comprendere bisogni, aspettative e rapporto con il Paese delle
nuove generazioni emigrate. I Consiglieri del Cgie sono già impegnati a
sostenere la diffusione dell’iniziativa presso le rispettive comunità di
riferimento sensibilizzando i giovani connazionali alla partecipazione, anche
attraverso la rete dei Comites. Nell’ambito dell’Accordo interistituzionale,
siglato lo scorso anno, sarà inoltre condotto uno studio congiunto sul contributo
degli italiani all’estero all’economia nazionale.
Nel quadro delle
celebrazioni connesse ai prossimi anniversari istituzionali – i quarant’anni
dei Comites, i trentacinque del CGIE e i venti della circoscrizione estero – la
vicesegretaria generale Silvana Mangione ha presentato un’articolata relazione
dedicata alla storia della rappresentanza degli italiani all’estero,
sottolineando il valore politico e democratico di un sistema costruito
attraverso decenni di partecipazione delle collettività italiane nel mondo. È
stato infine approfondito il progetto “L’Europa in Movimento”, iniziativa
promossa dal CGIE per la creazione di un’Agenzia europea dedicata ai cittadini
in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e ai diritti civili e politici
delle diaspore europee.
(aise/dip
19)
Il voto all’estero nella nuova legge elettorale
ROMA - Nuovo testo
sulla legge elettorale in Commissione Affari Costituzionali: ieri sera alla
Camera, la maggioranza ha depositato il cosiddetto Bignami2 che annovera, tra
le tante novità, anche il voto all’estero.
Il nuovo testo,
depositato in Commissione dopo la fine del ciclo di audizioni, demanda al
Governo il compito di “apportare modifiche al decreto del Presidente della
Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, volte a garantire la libertà, la sicurezza e
la segretezza del voto degli italiani all'estero”. Il nuovo testo, ha spiegato
il relatore Angelo Rossi (FdI), “fissa alcuni principi che il Governo è tenuto
ad osservare, con la finalità di contrastare la contraffazione del voto,
ricordando come in molte delle audizioni svolte sia stata evidenziata la
priorità assoluta di garantire la certezza del voto degli italiani all'estero”.
Di fronte alle
proteste delle opposizioni, secondo cui il testo introdurrebbe una vera e
propria delega al Governo, il presidente della Commissione Pagano ha assicurato
che “per quanto gli consta, l'intervento sul voto degli italiani all'estero è
volto a contrastare il rischio di contraffazione e non modifica il sistema di
voto”.
È ancora Rossi a
ricordare ai colleghi che “nel corso delle audizioni, sono state date
indicazioni chiare circa la necessità di contrastare i rischi di contraffazione
del voto degli italiani all'estero. Ritengo che tutti siamo d'accordo sul fatto
che sussiste un problema in termini di contraffazione e che dunque vi sia la
necessità di introdurre elementi di certezza del voto, anche con l'ausilio di
supporti informatici, con riguardo al processo di stampa delle schede e dei
certificati elettorali, alla disciplina della spedizione dei plichi dai
Consolati al domicilio degli elettori, alla verifica dell'identità di chi
compila le schede elettorali, al contrasto ad ogni forma di condizionamento o
coercizione nell'esercizio del voto e alla possibilità che gli elettori
esprimano un voto multiplo, nonché alla verifica della validità del voto
espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle
schede elettorali pervenute dall'estero”.
Sul punto, gli ha
ricordato Toni Ricciardi, deputato Pd eletto all’estero, “ci sono già diverse
proposte da parte del Poligrafico dello Stato e del Consiglio generale degli
italiani all'estero in relazione, per esempio, alla garanzia del processo di
stampa e di spedizione dei plichi”. A “preoccupare” il parlamentare sono altri
punti del testo: tra questi, quello che prevede (al numero 3 del comma 1
dell'articolo 4) “l'introduzione di procedure volte a consentire la verifica
dell'identità di chi compila le schede elettorali e a contrastare ogni forma di
condizionamento o coercizione nell'esercizio del voto e la possibilità che gli
elettori esprimano un voto multiplo”. Parole che, secondo Ricciardi, potrebbero
significare anche che “il decreto del Presidente della Repubblica potrebbe
essere modificato anche nel senso di prevedere l'inversione dell'opzione (chi
vuole votare deve registrarsi, una modalità usata già per il voto dei Comites -
ndr)”. Così com’è scritto, quindi, “non si possono escludere modifiche consistenti
tali da prevedere la previa registrazione dell'elettore, con il rischio di un
abbattimento della partecipazione. Un conto sono gli interventi di natura
tecnico organizzativa, un conto è la modifica delle modalità del voto. Se il
testo fosse stato scritto in maniera più precisa, probabilmente sarebbe apparso
più rassicurante”.
Secondo Carmela
Auriemma (M5S) “le disposizioni volte a garantire la sicurezza e l'integrità
del voto degli italiani all'estero sembrano porsi in contraddizione con la
clausola di invarianza finanziaria contenuta nel nuovo testo”.
A più riprese, sia
Donzelli che Rossi hanno rassicurato sul fatto che “le disposizioni sul voto
degli italiani all'estero non incidano sul sistema elettorale ma si limitino a
intervenire sulle modalità di esercizio del voto”.
Il relatore, in
particolare, ha sottolineato che “per quanto concerne i rilievi formulati sulle
norme relative al voto degli italiani all'estero, sottolinea come non si tratta
di una delega, ma di una soluzione che si colloca nel solco di quanto previsto
dalla legge n. 459 del 2001, vale a dire un decreto del Presidente della
Repubblica, previo parere del Consiglio di Stato e delle Commissioni
parlamentari competenti. Condivido il richiamo del deputato Ricciardi alle
proposte del Poligrafico dello Stato sulla stampa delle schede e l'invio dei
plichi per il voto degli italiani all'estero: tali aspetti, al pari anche di
ogni elemento utile a delineare la cornice dell'intervento governativo,
potranno costituire oggetto di proposte emendative”.
Sul nuovo testo
verrà svolto un breve ciclo di audizioni informali, il 3 giugno.
L’articolo 4.
(Modifiche al
decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104)
1. Ai sensi
dell'articolo 26 della legge 27 dicembre 2001, n. 459, entro tre mesi dalla
data di entrata in vigore della presente legge, sono apportate modifiche al
decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, volte a
garantire la libertà, la sicurezza e la segretezza del voto degli italiani
all'estero, nell'osservanza dei seguenti princìpi:
1) introduzione di
misure per garantire che il processo di stampa delle schede e dei certificati
elettorali si svolga in modo da evitare la stampa di schede e certificati non
autorizzati;
2) disciplina
della spedizione dei plichi dai Consolati al domicilio degli elettori, con
introduzione di misure per contrastare i fenomeni di furto o smarrimento del
materiale elettorale;
3) disciplina
delle modalità del voto per corrispondenza con l'introduzione di modalità volte
a consentire la verifica dell'identità di chi compila le schede elettorali e a
contrastare ogni forma di condizionamento o coercizione nell'esercizio del voto
e la possibilità che gli elettori esprimano un voto multiplo;
4) introduzione di
misure per rendere più efficace ed agevole la verifica della validità del voto
espresso per corrispondenza in occasione delle operazioni di scrutinio delle
schede elettorali pervenute dall'estero.
2. Lo schema di
regolamento di cui al comma 1 è corredato di una relazione tecnica che dia
conto della neutralità finanziaria del medesimo ovvero dei nuovi o maggiori
oneri da esso derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura. Si applica
l'articolo 17, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196.
3. Qualora, alla
data di convocazione dei comizi elettorali per le nuove elezioni della Camera
dei deputati e del Senato della Repubblica, non sia entrato in vigore il
regolamento di cui al comma 1, trovano comunque applicazione le disposizioni di
cui al decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2003, n. 104, vigenti
alla data di entrata in vigore della presente legge”. (aise/dip 28)
Plenaria Cgie: verso le elezioni dei Comites
ROMA - Meno
burocrazia, più partecipazione. Le elezioni per il rinnovo di Comites in
programma a fine anno sono al centro del documento che la Commissione Diritti
Civili, Politici e Partecipazione del Cgie ha presentato oggi all’assemblea
plenaria riunita nella sala conferenze internazionali della Farnesina.
Ad illustrare il
documento ai colleghi è stato il presidente Filippo Ciavaglia: approvato
all’unanimità dalla Commissione, il documento parte dal presupposto che “le
difficoltà di partecipazione si colmano non solo con i soldi ma anche con norme
adeguate”. La Commissione ha prodotto tre documenti di sintesi: quello sulle
elezioni dei Comites prevede la semplificazione delle norme per la
partecipazione, raccordo con la Farnesina affinchè la rete
diplomatico-consolare garantisca la sua disponibilità nella gestione delle
procedure, più informazioni sul loro ruolo; gli altri due riguardano il rinnovo
del Cgie e il Regolamento interno che, letto da Gazzola, è stato approvato
dalla plenaria.
L’auspicio, ha
detto Ciavaglia,” è che le nostre proposte si trasformino in azioni concrete.”
Nel documento, la
commissione chiede appunto di rendere “più accessibile la partecipazione e
favorire la pluralità delle candidature; di adottare le misure organizzative
volte ad agevolare il processo di sottoscrizione delle liste, semplificandole
come fu stabilito durante l’emergenza covid, quando si permise
l’autocertificazione al posto della vidimazione” una “garanzia di un’adeguata
informazione su data e modalità di voto” e la modifica del meccanismo
dell’opzione inversa (vota solo chi si registra nell’elenco degli elettori).
Una modifica, questa, cambiata alla luce degli interventi a dibattito in cui da
più parti è stato sottolineato che non c’è più tempo per modificare la legge in
vigore.
Molti i
consiglieri che sono intervenuti nel dibattito, sospeso e poi ripreso alla
presenza della direttrice generale Silvia Limoncini e del consigliere
Branciforte, dopo che diversi consiglieri avevano lamentato l’assenza della
Dgit in questa fase dei lavori.
Scansata la
questione-opzione per la mancanza di tempo adeguato per intervenire, i
consiglieri si sono confrontati sulla presentazione e sottoscrizione delle
liste, resa complessa dai tempi a disposizione (20 giorni), dalla carenza di
personale nei Consolati, dalle distanze territoriali e, quindi, dalla
complessità di “portare in Consolato 200 persone”.
In tanti hanno
auspicato l’invio di funzionari consolari nelle sedi associative per la
sottoscrizione delle liste; altri hanno proposto l’uso dell’autocertificazione;
altri quello di notai sui territori.
Modi per
facilitare l’espletamento degli obblighi previsti dalla legge ma senza sminuire
o banalizzare procedure pensate per garantire la sicurezza delle operazioni di
voto.
Il documento è
stato quindi approvato con un solo astenuto (Papandrea).
Il tema è stato
ripreso alla presenza della direttrice Limoncini: “stiamo cominciando ad
attivare tutte le procedure per il rinnovo dei Comites e studiando percorsi per
facilitare le operazioni, a cominciare dell’autentificazione delle firme,
sempre in base a ciò che ci consente la legge”, ha precisato. Quindi,
rispondendo ad un invito della segretaria generale Prodi, Limoncini ha
assicurato che “uvolta rieletti i Comites, notificheremo la loro elezione alla
rete consolare, l’abbiamo sempre fatto, ma useremo più enfasi”.
“Stiamo lavorando
molto con il Cgie”, ha rivendicato Limoncini, che ha citato in particolare il
tavolo sugli enti gestori.
Quanto ai servizi
consolari, la direttrice generale ha confermato che “si sta facendo un
grande lavoro sugli applicativi informatici, abbiate pazienza! Oggi sono
obsoleti e difficili da utilizzare: ci stiamo lavorando. Ci sarà un’evoluzione
di Fast it”, ha confermato. L’obiettivo è “rendere i Consolati più evoluti
possibile dal punto di vista informatico”, perché “non possiamo sottrarci alla
storia”.
Vice direttore
alla Dgit, Massimo Branciforte ha confermato che è in atto un “processo di
reingegnerizzazione del Fast it” che “potenzierà il portale” a cui verranno
“aggiunte nuove funzionalità”. È un lavoro “che comporterà prima una fase di
sperimentazione in sedi pilota” con l’estensione ai passaporti e alla raccolta
della documentazione digitale. La Dgit, ha detto Branciforte, ha “preso nota
delle criticità segnalate” sia dal Cgie che dai parlamentari. La nuova
denominazione della Direzione generale, d’altro canto, segnala anche questo
obiettivo “migliorare i servizi ai cittadini”.
Limoncini ha
ripreso brevemente la parola per evidenziare l’importanza che la sua Direzione
e la Farnesina tutta riconosce ai Consoli onorari, cui verrà dato spazio alla
Conferenza dei Consoli in programma il 12 giugno
Chiudendo il
confronto, la segretaria generale Prodi ha auspicato che nel rinnovato Fast It
ci sia spazio anche “per iscriversi all’albo degli elettori e tra i
sottoscrittori delle liste”. Questo, ha spiegato, “non per fare troppo facile
la presentazione delle liste per il rinnovo dei Comites, ma per semplificare la
burocrazia” sempre, ha sottolineato, “nel rispetto del quadro normativo, che,
però, se non va bene, deve essere cambiato. Le proposte approvate dal Cgie sono
datate 2017”, ma sono rimaste lettera morta e la responsabilità, ha concluso,
non è certo del Consiglio generale ma di chi doveva tradurle in legge.
(m.cipollone\aise 14)
Plenaria CGIE, le relazioni delle Commissioni Continentali
ROMA – La prima
sessione pomeridiana dell’Assemblea Plenaria del Cgie in corso alla Farnesina è
stata dedicata all’illustrazione delle relazioni delle Commissioni Continentali
e tematiche. Il primo a prendere la parola è stato il Vice Segretario Generale
per l’Europa e l’Africa del Nord, Giuseppe Stabile. “L’Europa continua a
rappresentare il principale baricentro dell’azione consolare e amministrativa
della rete estera italiana”, si legge nella relazione illustrata da Stabile. La
Commissione ricorda che la presenza istituzionale italiana nel continente è “la
più estesa a livello globale”: delle 313 sedi estere operative, infatti, 124 si
trovano in Europa, di cui 84 nell’Unione Europea. Una rete formata da
Ambasciate, Consolati, Rappresentanze Permanenti e Istituti Italiani di
Cultura, e che si è ulteriormente rafforzata nel 2024 attraverso
l’istituzione dei nuovi Consolati Generali a Bruxelles e Madrid. La Commissione
rileva che anche sotto il profilo delle risorse umane, l’Europa assorbe la
quota più significativa del personale MAECI all’estero: 1.514 unità sono
impiegate nei Paesi UE e 843 nell’Europa extra UE. Una concentrazione
che “riflette il peso delle comunità italiane residenti nel continente,
che costituiscono il nucleo principale dell’anagrafe consolare italiana
all’estero”. Partendo dai dati dell’Annuario della Farnesina 2025 Stabile ha
riferito come queste informazioni “confermino come l’Europa costituisca il
principale teatro operativo della diplomazia consolare italiana caratterizzato
da una crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione
personale, assistenza ai connazionali”. Il Vice Segretario ha anche segnalato
che l’aumento delle emissioni delle carte di identità elettroniche, dei servizi
digitali dimostrano una mobilità sempre più intensa delle comunità italiane e
europee e la necessità di un costante rafforzamento organizzativo della rete
consolare. Nello specifico, parlando della Spagna ha riferito come
“l’incremento delle attività di assistenza ai connazionali abbia ormai assunto
carattere strutturale e continuativo in relazione alla forte crescita delle
comunità Aire, degli impulsi turistici e delle situazioni di vulnerabilità
sociale. I servizi consolari segnalano un aumento dei casi riguardanti di
cittadini senza fissa dimora, persone affette da disturbi psichiatrici o
dipendenze, detenuti, vittime di violenza, violenza domestica, minori contesi o
sottratti, ricoveri ospedalieri, scomparsi in situazione di emergenza
familiare”. Proprio considerando la crescita delle collettività italiane in
Spagna già nel 2024 i consiglieri territoriali avevano segnalato l’opportunità
di valutare l’apertura di sedi consolari in altre località come Palma di
Maiorca o Valencia. Stabile ha riferito che “le attività descritte dalle
sedi consolari spagnole evidenziano come l’assistenza non si limiti alla mera
trasmissione di informazioni ma comporti frequentemente una vera e propria
attività consolare articolata nel coordinamento con autorità locali, ospedali,
servizi sociali, forze di polizia, mediazione linguistica e culturale, supporto
ai familiari, monitoraggio giudiziale e sanitario, interventi logistici,
assistenziali anche in orario notturno, raccordo operativo con le autorità
italiane”. Ci tengo a sottolineare – ha aggiunto Stabile – che il lavoro svolto
dalla rete diplomatica consolare in Spagna si replica in tutte le altre sedi
del mondo. La rete consolare si trova oggi ad affrontare una trasformazione
profonda delle esigenze delle collettività italiane all’estero che richiede un
progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano della presenza
dello Stato italiano in Europa. Per la Commissione, alla luce del significativo
piano di rafforzamento degli organici avviato dal Ministero degli Affari degli
Esteri e della Cooperazione Internazionale che ha previsto l’assunzione di
nuovo personale destinato al potenziamento della rete diplomatica consolare,
appare importante comprendere quali saranno i tempi e le modalità di effettiva
assegnazione delle nuove risorse presso ambasciate e consolati, soprattutto
nelle sedi europee maggiormente esposte al crescente aumento della domanda di
servizi consolari. Stabile ha concluso sottolineando come in tale
contesto risulti essenziale che il processo di distribuzione del personale
tenga conto delle criticità operative segnalate dai territori, del volume delle
pratiche trattate e dell’effettivo carico di lavoro sostenuto dalle singole
sedi consolari.
Ha poi preso la
parola il Vice Segretario Generale per l’America Latina Mariano Gazzola che ha
illustrato i lavori della Commissione continentale. “I temi principali dei
nostri lavori – ha riferito – sono stati quelli che interessano oggi più che
mai alle nostre comunità”, sottolineando soprattutto la questione della
legge sulla cittadinanza. “I consiglieri hanno approfondito il tema dei servizi
consolari, riferendo le condizioni registrate nei singoli Paesi e segnalando il
profondo impatto determinato dalla riforma della legge sulla cittadinanza. Tale
riforma ha inciso non solo sulla vita interna delle comunità italiane, ma anche
sull’organizzazione dei servizi consolari” Gazzola ha poi riferito un
miglioramento nelle erogazioni di alcuni servizi consolari. Passando poi al
tema delle piattaforme informatiche, ha evidenziato che si sta seguendo con
attenzione e fiducia il lavoro che sta portando avanti la Direzione Generale
sperando di migliorare e rendere più sicuro il sistema. Segnalato da Gazzola
anche il problema della tempistica legato alle trascrizioni degli atti di stato
civile da parte dei comuni . Per quanto riguarda l’assunzione del nuovo
personale da parte della Farnesina, la Commissione auspica il
rafforzamento delle sedi consolari nell’area latinoamericana anche attraverso
misure specifiche “volte a favorire e rendere più attrattiva la scelta dei
nostri territori”. Gazzola ha inoltre riportato che la Commissione ha destinato
ampio spazio alla necessità di un’adeguata campagna informativa per gli aventi
diritti la voto in merito alla data e alla modalità di rinnovo dei Comite.
Passando poi alla riforma istitutiva del CGIE la commissione torna a richiamare
l’attenzione sull’attuale meccanismo di ripartizione dei consiglieri
territoriali tra i diversi paesi, che nella prossima consigliatura potrebbe
determinare l’aumento dei rappresentanti per alcuni stati già presenti e la
eliminazione di altri, per esempio il Perù. Si ritiene necessario – spiega la
Commissione – che la riforma preveda soluzioni che tengano conto non solo del
numero di iscritti all’Aire, ma anche della presenza di comunità organizzate
con comitati costituiti. L’accorpamento di due o più paesi contigui quale
criterio base per la ripartizione di seggi è indicato come possibile soluzione
per approfondire l’ambito della riforma. Dal canto suo la Vice Segretaria
Generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei Silvana Mangione, ha
ricordato come il decreto che lega il numero dei rappresentanti all’estero del
CGIE al solo dato degli iscritti all’Aire, abbia penalizzato il numero dei
consiglieri anglofoni ex-europei, con la perdita di Paesi importati come il Sud
Africa che rappresentava un intero continente. “Riteniamo prioritario il
miglioramento dell’accesso ai servizi consolari, in particolare per passaporti,
Stato civile, CIE e cittadinanza. Persistono infatti tempi di attesa lunghi e
difficoltà di comunicazione”, ricordando che è necessario”, – ha aggiunto
Mangione auspicando un rafforzamento della presenza del personale
consolare in tempo rapido, così da garantire risposte più efficaci e adeguate
alle esigenze delle comunità italiane di origine italiana e degli stessi
cittadini e stranieri che hanno bisogno di visti o di altra documentazione. “È
fondamentale garantire – ha poi rilevato la Vice Segretaria Generale – fondi
adeguati ed erogati tempestivamente, affinché i Comites possano adempiere
pienamente alle proprie funzioni istituzionali”. Mangione ha inoltre toccato il
tema dei rimpatri: “riteniamo importante prevedere incentivi e semplificazioni
per chi desidera rientrare in Italia, favorendo il ritorno di talenti e
professionalità maturate da chi è all’estero, ma anche il desiderio di
rientrare da parte di qualunque cittadino italiano in qualunque condizioni o
qualunque età abbia”. “Riteniamo necessario – ha aggiunto – migliorare le
modalità di voto all’estero, con particolare attenzione alla sicurezza, alla
trasparenza e alla partecipazione. Sarebbe inoltre opportuno rendere più
efficiente l’aggiornamento degli elenchi delle aeree e promuovere campagne
informative”. “Riteniamo importante – ha infine evidenziato Mangione – un
maggiore coinvolgimento dei Comites nelle politiche di rafforzamento
dell’insegnamento della lingua italiana”. E’ poi intervenuto il Vice Segretario
Generale di Nomina governativa Gianluca Lodetti che si è soffermato sul
tema dell’espatrio: “Si pensi – ha esordito – che dal 2006 al 2024 si sono
contati più di un milione e mezzo di espatri a fronte di circa 800 mila
rimpatri. Da molti anni siamo in presenza di un saldo migratorio negativo, ma
anche di una forte mobilità giovanile, di una attrazione dei mercati del lavoro
esteri prevalentemente europei, di una situazione italiana su cui pesano i
bassi salari, il mercato del lavoro molto spesso asfittico, una scarsa stabilità
nel sistema socio-economico e una sfiducia generalizzata, specialmente dei
giovani, verso il sistema l’Italia”. Alla luce di ciò per la Commissione
bisogna guardare questo fenomeno da un altro punto di vista: “L’obiettivo
– ha spiegato – deve essere finalmente quello di cercare di guardare alla
mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero non solo come una
perdita, cioè fuga di capitale umano, ma come una risorsa strategica, da
problema da contenere a fenomeno da governare, valorizzare e mettere al
sistema”. “La diaspora italiana oggi – ha proseguito Lodetti – è fatta di
giovani con livelli di istruzione medio alti, alla ricerca di migliori
opportunità lavorative. Vi è una crescente migrazione, in particolare
femminile, connessa digitalmente, competente, potenzialmente coinvolgibile
attraverso politiche attive di partecipazione, collaborazione e sviluppo, che
anche a livello locale o regionale può portare ad investimenti di ritorno,
trasferimento di competenze, creazioni di reti internazionali, promozione del
territorio”. Per quanto riguarda le elezioni dei Comites Lodetti ha spiegato
che “L’obiettivo principale rimane quello di favorire in tutti i modi
possibili una maggiore partecipazione, sia per quanto riguarda l’elettorato
attivo che l’elettorato passivo. Nelle scorse elezioni dei Comites – ha
spiegato Lodetti – i votanti non stati molti, 142.000 persone , circa 2,9% del
totale, sia a causa della nuova normativa sull’opzione inversa che prevede
l’iscrizione a registro dei votanti, sia soprattutto per un deficit informativo
presso i nazionali rispetto al sistema delle rappresentanze”. Per Lodetti
dunque l’informazione va assolutamente recuperata e potenziata, come
elemento fondamentale e non come corollario in tutte le consultazioni che vengono
effettuate. (Nicolina Di Benedetto- Inform 14)
Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni tematiche
ROMA - Seconda
giornata di assemblea plenaria questa mattina alla Farnesina dove il Consiglio
generale degli italiani all’estero ha proseguito i suoi lavori dando spazio
alle relazioni delle Commissioni tematiche.
A intervenire,
nella sala conferenze internazionali, sono stati i presidenti della 5ª
Commissione – Promozione sistema Paese all’estero e made in Italy, Massimo
Romagnoli, e della 6ª Commissione - Conferenza Permanente Stato, Regioni,
Province Autonome, CGIE, Pietro Mariani.
Entrambi hanno
riassunto il lavoro delle Commissioni ed evidenziato le priorità emerse negli
incontri svolti durante l’anno.
La 5ª Commissione,
ha esordito Romagnoli, ha volto una “attività intensa e concreta per rafforzare
il ruolo degli italiani all’estero nella promozione economica, commerciale e
culturale”. I connazionali “non sono solo destinatari di servizi, ma rete strategica”
per lo sviluppo del Paese, “un patrimonio di competenze, di imprese ed
esperienze”, un poten di “collegamento con i mercati internazionali”.
La Commissione, ha
aggiunto, ha lavorato a “proposte concrete, coinvolgendo istituzioni, esperti,
Comites, associazioni, Cgie”.
Nel corso
dell’anno, ha puntualizzato Romagnoli, “abbiamo concentrato la nostra
attenzione sulla promozione del made in Italy, sulla internazionalizzazione
delle imprese, sul ruolo di promozione economica delle comunità, sull’export,
sui dazi e sulla transizione energetica, sulla valorizzazione dei frontalieri e
dei pensionati italiani all’estero” e, infine, sul “collegamento tra Cgie,
Comites, rete diplomatico consolare e i diversi attori del Sistema Paese”.
Nel corso
dell’anno, ha proseguito, la Commissione ha organizzato due importanti webinar,
“incontri che hanno costituito momenti qualificati di confronto e
approfondimento”, ha detto Romagnoli: “il primo, sull’effetto dei dazi
sull’economia italiana, con particolare attenzione all’estero e alla
competitività delle imprese italiane nei paesi esteri”. Il secondo “sulla nuova
economia del carbonio”, un incontro che “ha consentito alla commissione di
affrontare un tema strategico per le imprese e il sistema produttivo italiano”,
una grande “opportunità per le imprese italiane all’estero” che “devono essere
pronte alle nuove regole sul rispetto ambientale e la transizione energetica”.
Fatta una
riflessione sul contributo economico degli italiani all’estero “componente
attiva e produttiva e strategica per il Paese”, Romagnoli ha ribadito che i
connazionali non formano “una comunità da assistere”, ma rappresentano “una
risorsa economica, professionale e sociale per l’Italia”. Lo sono “i 115mila
frontalieri che ogni giorno lasciano l’Italia per lavorare all’estero, che
producono reddito all’estero e lo spendono in Italia”, ma anche i pensionati,
attraverso “il turismo di ritorno, il mantenimento di case in Italia e di
legami col territorio”. Gli italiani all’estero, ha ribadito, sono “parte viva
del sistema produttivo del Paese”, come dimostrato, ha concluso, anche dal
rapporto “Esportare la Dolce vita” redatto da Confindustria.
Di rapporto tra
Stato – Regioni – Cgie ha parlato il presidente della sesta Commissione Pietro
Mariani. “Parliamo della tenuta sociale del Paese Italia, di attrarre famiglie
e competenze” di “rafforzare il rapporto tra Stato, Regioni e Cgie” alla luce
dei 7 milioni di iscritti Aire, “parte viva di una società che cresce, mentre
il Paese dentro i confini si restringe”. Nel 2025, ha detto Mariani, ci sono
stati solo 80mila rientri e “per motivi familiari non per opportunità offerte
dal Paese”. Anzi: “rientrano nonostante il sistema, non grazie ad esso”. “Molti
di più continuano a partire”, ha ricordato.
Naspi, regimi per
gli impatriati, cittadinanza: i temi su cui intervenire sono tanti e gli
interventi normativi all’esame del Parlamento sono “limitati”. Ecco perché la
Commissione ha approvato all’unanimità un ordine del giorno con diverse
proposte, perché, ha concluso “non esiste inverno demografico che non possa
essere affrontato”. “Ogni rientro è una storia che ricomincia, ogni
italodiscentente che arriva è un pezzo di memoria che torna ad essere futuro”.
Con l’ordine del
giorno, letto da Billè, la Commissione propone di “istituire una Strategia
nazionale per il rientro; un programma nazionale per gli italodiscendenti in
Italia (percorsi facilitati di cittadinanza e residenza; incentivi per acquisto
e ristrutturazione casa; tutoraggio amministrativo, estensione del regime al 7%
ai borghi del centro e del nord Italia o introduzione della flat tax al 4% per
tutti i borghi sotto i 5mila abitanti); incentivi specifici per i “rientranti”;
istituire un piattaforma nazionale unica dedicata a chi rientra in Italia, con
tutte le informazioni su incentivi, bandi dei borghi, servizi, guide
operative”.
L’odg propone poi
di “rafforzare servizi nei borghi; un monitoraggio annuale Aire - Istat da
svolgere in collaborazione tra Cgie, Istat e Viminale su rientri, espatri,
italodiscendenti, impatto degli incentivi e popolazione dei borghi; di
sostenere l’approvazione del ddl Matera (flat Tax 4% per 15 anni ai pensionati
che rientrano – il testo è all’esame del Senato) e rafforzamento della
fiscalità di vantaggio nelle aree interne”. Infine, la Commissione propone di
“valutare l’estensione del ddl agli italodiscendenti” e, da ultimo la
convocazione della Conferenza permanente che, per legge, dovrebbe essere
convocata ogni tre anni e che invece si è riunita l’ultima volta nel 2021.
(ma.cip.\aise 14)
Plenaria Cgie: la relazione delle Commissione Informazione
ROMA - Al termine
delle Relazioni delle Commissioni Continentali, i lavori della Assemblea
Plenaria del CGIE - in corso alla Farnesina fino a venerdì – è intervenuto il
Presidente delle I Commissione Tematica "Informazione e
Comunicazione", Giangi Cretti.
Cretti ha
informato i colleghi che la Commissione, come di consueto, si è incontrato con
i rappresentanti del Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del
Consiglio che ha confermato il completamento dell’istruttoria relativa
alla richiesta di contributi da parte dei periodici editi all’estero editi in
Italia e diffusi prevalentemente all’estero per il 2025. Ciò – h spiegato
Cretti – ha consentito di procedere con il riparto e di predisporre i decreti
di pagamento, alcuni dei quali sono già stati accreditati.
Dalla discussione
con il Die, è emerso che, pur in costante riduzione, permangono criticità:
problemi di comunicazione, in andata e soprattutto di ritorno, con gli editori,
talvolta difficilmente raggiungibili e poco reattivi; modulistica incompleta o
inadeguata; non tracciabilità dei pagamenti per i costi sostenuti; scarsa
reattività e collaborazione di talune sedi consolari; ritardi nell’invio dei
pareri dei Comites, nonostante numerosi solleciti.
Criticità, ha
spiegato Cretti, che sono all’origine dei ritardi dell’erogazione dei
contributi.
Con il Die, la
Commissione ha discusso anche dello schema del nuovo regolamento per i
contributi su cui il CGIE, tramite il Comitato di Presidenza, aveva già
espresso un parere nel febbraio 2025. Nell’incontro di lunedì, “abbiamo preso
atto con soddisfazione che tutte le perplessità evidenziate nel parere sono
state recepite”. Quindi, per i periodici editi e diffusi all’estero, “decade
l’obbligo, inizialmente previsto, dell’impiego di un giornalista “assunto
secondo la normativa del Paese dove ha luogo la prestazione lavorativa”” mentre
“per i periodici editi in Italia e diffusi prevalentemente all’estero vale
l’obbligo di impiegare almeno un giornalista professionista”.
Un altro elemento
di novità riguarderà la quota del contributo equamente suddivisa fra tutte le
testate, fissata al 5%: “sarà erogata solamente a quelle testate che presentano
costi superiori all’ammontare del contributo che dovrebbero ricevere”. Infine,
nel nuovo schema, “la conclusione dell’istruttoria, attualmente fissato al 31
ottobre, viene differita al 28 febbraio e viene confermata la scelta di
considerare le testate online solo se ancorate alla testata cartacea. Al
contempo, si introduce il principio che eventuali residui del contributo
verranno ridistribuiti fra gli aventi diritto nell’anno di riferimento”.
Lo schema, ha
spiegato il Die, “è fermo da tempo al MEF e non si ha al momento contezza dei
tempi necessari a completare l’iter che lo renderà effettivamente operativo. È
ragionevole ritenere che potrebbe entrare in vigore a valere sui contributi per
l’anno 2027”.
La Commissione ha
poi incontrato il consigliere Antonino La Piana, capo dell’Ufficio I della
Dgit, per un aggiornamento sulla collaborazione fra Maeci e le agenzie
“dedicate”, tra cui l’Aise, destinatarie di un contratto de facto soggetto a
riconferma anno dopo anno, nonostante sia previsto in base ad una
programmazione finanziaria del governo triennale.
Sulla questione,
ha riportato Cretti, il consigliere La Piana si è detto “interessato a
considerare le possibilità di individuare soluzioni che consentano una diversa
pianificazione, fermo restando che la stessa non compete al suo Ufficio e
necessariamente dipende dalla disponibilità effettiva dei fondi”.
Rimanendo in tema
informazione, applicata sta volta agli appuntamenti elettorali, La Piana – ha
detto ancora Cretti – si è detto disponibile anche a farsi “latore presso gli
Uffici competenti della richiesta avanzata dalla Commissione di fare in modo
che la rete diplomatico-consolare si coordini con i rappresentanti delle
comunità ogni qual volta si tratti di pianificare l’informazione e la
comunicazione, individuando modalità efficaci ed efficienti, anche di fuori
delle scadenze elettorali”.
La Commissione ha
poi discusso l’opportunità di organizzare un Convegno – insieme al Cser – sulla
modalità con cui s’informano e comunicano le comunità italiane all’estero, con
l’obiettivo di fotografare l’esistente per profilare il futuro. I lavori coinvolgerebbero
anche il Maeci e il DIE, se disponibili, la FUSIE e il CNEL. All’assemblea,
quindi, Cretti ha chiesto di sostenere la proposta e al Comitato di Presidenza
di deliberare la creazione di un gruppo di lavoro che si attivi per definire
obiettivi e contenuti, nonché gli aspetti organizzativi del convegno che
dovrebbe tenersi in autunno, “integrato” nella eventuale seconda plenaria del
Cgie.
A seguire, Tommaso
Conte, consigliere dalla Germania, ha sollevato una "denuncia
pubblica" su alcune "testatine" e "giornalini" che
chiedono fondi senza sostanzialmente averne i diritti, testate che "non
danno niente agli italiani in Germania". Testate su cui prima interveniva
l’apposita Commissione che coinvolgeva anche Cgie e Fusie, tra gli altri, e
che, ha ricordato Cretti, è stata soppressa nel 2017. Da allora, “noi non
possiamo più intervenire”. (aise 14)
Plenaria Cgie. Migliorare i servizi e rapporto più stretto nelle Relazioni
Continentali
ROMA - Migliaia di
chilometri di distanza. Migliaia, milioni di italiani sparsi nel mondo, ma le
richieste, e le criticità, sono spesso simili nonostante tutto: miglioramento
dei servizi consolari, soprattutto in questo momento in cui la nuova legge di cittadinanza
ha provocato richieste maggiori da parte dei connazionali all'estero alla rete
diplomatico-consolare, e un rapporto più strutturato.
Questo è quanto
emerso dalle Relazioni delle Commissioni Continentali, e da quella del Gruppo
di nomina Governativa, lette questo pomeriggio all'assemblea plenaria del CGIE,
riunita alla Farnesina.
Il primo a
prendere parola nel pomeriggio è stato Giuseppe Stabile, Vice Segretario
Generale per l’Europa e l’Africa del Nord, che ha ricordato come l'Europa
continui a rappresentare "il principale baricentro dell’azione consolare e
amministrativa della rete estera italiana". Ha quindi sottolineato la
quantità di risorse umane che utilizza il continente sul personale MAECI, che
però non toglie che i servizi consolari continuino ad avere "una domanda
estremamente elevata", soprattutto nei Paesi europei caratterizzati da
forte mobilità italiana recente. Tra queste, Stabile ha parlato in particolare
della Spagna, che "si conferma una delle realtà consolari più impegnative
e dinamiche dell’intera rete europea" e del Regno Unito.
Nel complesso, ha
aggiunto ancora il Vice Segretario Generale Stabile, "i dati
dell’Annuario" confermano come l’Europa costituisca "il principale
teatro operativo della diplomazia consolare italiana, caratterizzato da una
crescente pressione sui servizi di cittadinanza, documentazione personale,
assistenza ai connazionali e tutela amministrativa". E la mobilità nel
continente è "sempre più intensa". Per questo, secondo Stabile, è
necessario avere "un costante rafforzamento organizzativo della rete
consolare". Tra le maggiori problematiche, sono emerse esigenze per un
rafforzamento dei servizi consolari e assistenziali, e alcune "criticità
operative", specie riguardo le "nuove vulnerabilità".
I territori, come
affermato da Stabile nella sua relazione, hanno quindi segnalato le loro
priorità e le criticità emerse: dal Belgio è stato chiesto un miglioramento nei
tempi di rilascio di passaporti e CIE e il rafforzamento della presenza
consolare nelle aree periferiche, l'aumento di sportelli itineranti, maggiore
coordinamento tra rete e Comites/CGIE, e maggiore coinvolgimento dei giovani e
degli anziani. La Germania e la Svizzera hanno invece segnalato ulteriori
criticità dovute ai rallentamenti nell’erogazione dei servizi consolari.
"La rete
consolare europea si trova oggi ad affrontare una trasformazione profonda delle
esigenze delle collettività italiane all’estero - ha infnine concluso Stabile
-, che richiede un progressivo rafforzamento organizzativo, tecnologico e umano
della presenza dello Stato italiano in Europa".
A seguire, si è
parlato degli italiani in America Latina con il Vice Segretario Generale
Mariano Gazzola, che ha spiegato i temi principali toccati nei lavori della
Commissione, incontratasi prima in Brasile, nel novembre 2025, poi a Roma nei
giorni scorsi: Servizi Consolari e la legge di Cittadinanza, che ha introdotto
"nuove difficoltà di accesso per i richiedenti e determinando un aumento
del carico di lavoro negli uffici".
"L’abbiamo
detto e continuiamo a dirlo: la legge di cittadinanza è una sciagura, una norma
di difficile applicazione e lungi dall’essere una questione chiusa".
Gazzola, riportando la questione giunta dall'America Latina, l'ha definita
inequivocabilmente come "una ferita aperta".
Ma nonostante
queste criticità, Gazzola ha riferito di "un miglioramento nell’erogazione
di alcuni servizi consolari", in particolare sul rilascio dei passaporti.
Da più parti, ha poi segnalato, "permane e si aggrava la prassi di
richiedere ai cittadini documenti già in possesso dell’Amministrazione".
Per tale ragione, ha chiesto di uniformare le procedure almeno a livello
nazionale" e "potenziare la condivisione delle buone pratiche".
Problematiche sono
emerse anche riguardo il sistema Fast-IT e la trascrizione degli atti di stato
civile, che "sono spesso in ritardo" e "colpiscono l'operatività
delle nostre sedi consolari". "Queste difficoltà oggi colpiscono l'America
Latina, domani colpiranno l'Europa", ha spiegato Gazzola chiedendo
all'Assemblea di intervenire sull'argomento.
Preoccupazione
anche riguardo il nuovo personale che "non si è tradotta in un
rafforzamento delle sedi consolari in America Latina" e per la quale
servirebbero "incentivi e misure specifiche" per rendere "più
attrattiva" l'area. Così come preoccupazione è stata manifestata riguardo
l'applicazione della Circolare Ministeriale n. 4, che "andrebbe
rivista", e la diffusione della lingua e della cultura italiana, per la
quale servirebbe "l’avvio del tavolo tecnico" per collaborare in modo
migliore con gli enti gestori. "Agli iscritti AIRE in America Latina non è
destinata una politica organica di formazione linguistica e culturale".
Per concludere,
Gazzola ha poi ricordato come la legge di cittadinanza, "valida ma non
giusta", non possa creare "cittadini di serie b". La
preoccupazione maggiore risultano essere la situazione legata ai minori, che
"sono soggetti a termini temporali di iscrizione", e quella legata
agli italiani provenienti dai territori dell’ex Impero austro-ungarico
(trentini e giuliani): "sono inaccettabili", "chiediamo al
governo e al Parlamento di intervenire". Per concludere, ha esortato
l'avvio di una campagna informativa per le elezioni dei Comites. Una campagna
da iniziare subito, in modo innovativo e conformando le regole per iscriversi
al voto. Da ultimo, ha chiesto anche un maggiore coinvolgimento della
Commissione riguardo al Premio Schiavone.
Intervenuto
brevemente anche Giovanni Buzzurro, Presidente del Comites del Messico, che ha
esortato ad avere un rappresentante al CGIE dal paese americano. "Siamo
una piccola comunità" (30 mila gli italiani residenti) "ma dal punto
di vista economico ha un ruolo di primaria importanza". "I nostri
connazionali si sentono un po' abbandonati. Abbiamo però una comunità attiva,
in un Comites molto inclusivo". Buzzurro ha infine espresso dubbi sulle
elezioni di fine anno. Specie per le responsabilità dei bilanci consultivi.
A seguire ha
parlato Silvana Mangione, Vice Segretaria Generale per i Paesi Anglofoni
extraeuropei, che prima ha lamentato il "profondo vulnus" che ha
subito la sua Commissione territoriale dopo l'approvazione dello
"scellerato decreto" che lega il numero di consiglieri agli iscritti
all'AIRE. "Una decurtazione che ha portato anche all'esclusione totale
dell'Africa. Abbiamo perso un intero Continente". In seguito, ha letto i
risultati di una ricerca di due professori universitari sulle istanze degli
italiani collegati ai Comites di Stati Uniti, Canada e Australia. Un documento
dal quale sono emerse diverse criticità, tra cui i servizi consolari e la
difficoltà "erculea", con la nuova legge sulla cittadinanza, per
"ottenere i documenti". Oltre a questo, è emersa la difficoltà a
ricevere risposte chiare dalla rete diplomatica, così come problemi sono stati
riscontrati nei tempi di attesa. Importante, per i Comites a cui ha dato parola
Mangione, "rafforzare il personale consolare in tempi rapidi" e
"introdurre nuovi strumenti tecnologici". Anche rispetto ai fondi,
"spesso in ritardo", e all'aggiornamento degli elenchi AIRE si è
chieso un miglioramento. Così come è stato fatto rispetto alle relazioni tra
Comites, Rete consolari e patronati e sulla promozione della cultura.
Al termine della
sua Relazione, contestata da alcuni consiglieri per lunghezza e contenuti, è
voluto intervenire Francesco Papandrea (rappresentante dall'Australia), che ha
voluto dissociarsi ufficialmente da questa ricerca poiché presentava alcuni
"errori" nelle informazioni riportate da Mangione.
Rimanendo sui
paesi anglofoni extra-Ue, è intervenuto come ospite dall'Africa, Piergiorgio
Devalle, Presidente del Comites Johannesburg: "in questo momento gli
italiani in Africa chiedono una cosa: accesso. Accesso ai diritti e ai servizi.
E questo accesso è sempre più difficile. L'esclusione amministrativa è quasi
totale. E rischiamo di rimanere anche senza documenti". Ha sollevato poi
il problema del Piano Mattei, per cui il Governo non ha voluto contattare le
comunità italiane in Africa: "ignorarle è un errore operativo, non
politico. Poiché gli italiani in Africa sono un ponte economico e geopolitico,
ma i ponti se non sono mantenuti crollano".
Infine è
intervenuto Gianluca Lodetti, Vice Segretario Generale di Nomina governativa,
che ha spiegato come la sua Commissione abbia lavorato nei giorni scorsi
parlando dell'attuale contesto emigratorio che sembra caratterizzato da
"un'ulteriore aumento" poiché "l’emigrazione storica si è fusa
insieme alla nuova emigrazione". A questo aumento, però, "non
corrisponde una sensibilità adeguata da parte dei governi". Anzi, a questo
proposito permangono "problemi strutturali interni" in Italia. Serve
dunque, secondo Lodetti, approccio nuovo che guardi sia alle necessità che ai
bisogni complessivi di un’emigrazione composita". L'obiettivo, per il Vice
Segretario Generale, deve essere quello di "cercare di guardare alla
mobilità contemporanea e a tutti gli italiani all’estero, non solo come una
“perdita” (fuga di capitale umano) ma come una risorsa strategica". Per
farlo, serve una "strategia nazionale" che integri "emigrazione,
sviluppo, tutele, politica estera, lingua e cultura, rappresentanza e
cittadinanza".
Durante la
riunione della Commissione si è anche discusso delle prossime elezioni dei
Comites, per cui bisogna "favorire in tutti i modi una maggiore
partecipazione". A tal fine, è emersa una divergenza su una possibile
diminuzione del numero minimo di sottoscrittori per le liste che si presentano
alle elezioni.
Riguardo alla
relazione tra Comites e CGIE, Lodetti ha spiegato che dalla Commissione è stata
espressa la necessità che il rapporto "debba essere sempre più stretto e
debba strutturarsi sempre di più". Sui servizi consolari, invece, hanno
riscontrato le "gravi difficoltà" in Europa che rischia di far
"collassare" il sistema. Soddisfazione, invece, è emersa riguardo la
decisione del ritorno dell’attività degli Enti Gestori per la promozione della
lingua e della cultura italiana sotto la competenza della DGIT.
(luca.mattuezzi/aise 13)
Plenaria Cgie: gli ultimi spunti tra memoria e prospettive di
rappresentanza
ROMA - Il Cgie tra
passato e futuro, tra memoria e progetti. Così si è chiusa, dopo cinque giorni
romani, l’assemblea plenaria del Cgie, che oggi ha ripercorso la storia della
rappresentanza degli italiani all’estero attraverso l’appassionata relazione affidata
alla vice segretaria generale Silvana Mangione.
Emozionata quando
ha ricordato di essere seduta in quella stessa sala del Cnel – qui si è tenuta
l’ultima sessione di lavori – nel lontano 1988, durante i lavori preparatori
della prima Conferenza nazionale sull’emigrazione. Rigorosa e precisa nel
ricordare una “storia incredibile”, un “lungo percorso” cominciato
ufficialmente con la Legge consolare del 25 gennaio 1866, che all’art.181
istituiva la rappresentanza della colonia del Regno d’Italia. Legge peraltro
che mai ebbe applicazione. Al 1936/37 risale la nascita dei Coasit e al 1944
quella dei Comitati di Consulenza Consolare, i prodromi dei Comites.
Nel tempo, dalla
monarchia alla repubblica passando per la dittatura, ogni governo ha
organizzato nella propria struttura una direzione che si occupasse di italiani
all’estero e tanti sono stati i congressi legati all’emigrazione. “La danza
delle occasioni altisonanti”, ma senza seguiti concreti, si fermò quando scese
in campo il Cnel, ha ricordato Mangione. Era il 25 marzo 1966 e l’allora
presidente Pietro Campilli della DC affidò alla Commissione per il lavoro
l’incarico di studiare i problemi legati all’emigrazione per formulare
“problemi e proposte”. Nello studio, pubblicato nel 1970, si parlava già di
“fuga dei cervelli”, soprattutto verso il Nord America. Fu sempre il Cnel a
suggerire la creazione delle Consulte regionali dell’emigrazione, nonché la Conferenza
nazionale sull’emigrazione ad opera del governo, che si tenne nel 1975.
Passarono altri 10
anni prima della nascita, nel 1985, dei Coemit, Comitati dell’emigrazione
italiana, che furono eletti solo l’anno seguente, ma non in tutti i Paesi:
alcuni Stati infatti non consentirono le votazioni.
Nel 1987 Giulio
Andreotti, a capo della Farnesina, convocò la Conferenza dell’insegnamento
dell’italiano all’estero ed “evidentemente i risultati gli piacquero”, ha
osservato Mangione, perché 1987 indisse la seconda Conferenza nazionale -
questa volta - dell’emigrazione. Mangione era allora presidente del Coemit di
New York e ricorda di aver lavorato al Cnel per quasi un anno “a ritmi
frenetici”. La conferenza si tenne nel dicembre 1988, quando fu varata una
proposta di legge istitutiva del Cgie. La legge n.368 fu approvata il 6
novembre 1989 ma il Cgie fu eletto e nominato per la prima volta solo nel 1991.
Si insediò il 13 dicembre nella Sala Conferenze Internazionale della Palazzo
della Farnesina: allora era di 94 consiglieri, di cui 65 eletti all’estero e 29
di nomina governativa.
“Facemmo un ottimo
lavoro”, ha rivendicato Silvana Mangione. “Il Cgie divenne un organo
propulsore” e “si aprì la stagione delle conferenze tematiche”: quella
dell’insegnamento dell’italiano all’estero nel 1996 e quello delle donne in
emigrazione nel 1997. Poi è arrivata la “lunghissima battaglia del voto”,
iniziata per la verità già all’interno dell’Assemblea Costituente. Argomento
troppo complesso, fu rinviato ad una “successiva legislazione ordinaria”, che
non arrivò mai nonostante 44 proposte di legge presentate.
Il primo atto del
primo CdP del Cgie era stata l’approvazione del decalogo che al primo punto
aveva la battaglia per il diritto di voto. Principio che già nel 1988 fu
inserito negli atti del seminario di preparazione alla Conferenza
dell’emigrazione.
Nel 1993/94 il
governo Ciampi “si appassionò alla questione” ed emerse la necessità di una
modifica istituzionale. La “luce in fondo al tunnel” si vide nel 1996, grazie
anche a Mirko Tremaglia, che, dopo la legge istituiva dell’Aire, impegnò
governo e parlamento ad approvare la normativa relativa all’esercizio di voto
estero. Con “un paziente lavoro di confronto e persuasione”, anche a livello
diplomatico - Canada e Australia erano inizialmente contrari - finalmente il 17
gennaio 2000 l’inserimento del comma 3 nel Titolo 4 della Costituzione istituì
la circoscrizione estero. Le modifiche agli art.56 e 57 sul numero dei seggi
resero effettivo il voto, approvato nel gennaio 2001. La cosiddetta legge
Tremaglia fu approvata nel dicembre 2001. “Erano passati 48 anni dall’entrata
in vigore della più bella Costituzione, che è la nostra”, ha concluso Mangione.
Tutti grati alla
vice segretaria per la sua relazione, che sarà poi condivisa. Gianluigi
Ferretti (Ugl) ha voluto rimarcare il contributo di Tremaglia, ma anche
quello di Lando Ferretti (Msi): sua fu nel 1965 la prima proposta al parlamento
italiano per il voto all’estero. “Purtroppo allora tutte le forze politiche si
dichiararono contrarie”. Poi il voto arrivò grazie all’accordo fra Tremaglia,
Di Matteo della Dc e il “nostro collega” Claudio Micheloni, allora consigliere
del Cgie, ha aggiunto Ferretti.
Dal passato al
futuro: il progetto L’Europa in Movimento, con la creazione di un’agenzia
europea dedicata ai cittadini in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e
ai diritti civili e politici, è stato l’ultimo tema affrontato oggi
dall’assemblea plenaria del Cgie, prima che si sciogliessero le righe. Un tema
da sviscerare in maniera più concreta e organica durante la prossima plenaria
per “ragionare”, come ha spiegato Maria Chiara Prodi, “con le diaspore europee
per comunicare l’essere cittadini europei fuori dall’Europa”. Sono infatti 18
milioni gli europei che vivono fuori dal proprio Paese di nascita, 30 milioni
gli europei fuori dall’Unione e, fra questi, 4 milioni sono gli italiani. Di
fronte a questi dati risulta fondamentale “riconoscere che lo sforzo fatto per
istituzionalizzare le nostre diaspore rappresenta un valore aggiunto” al fine
di ”rendere esigibili i diritti connessi alla cittadinanza europea”. Il primo
passo è quello del confronto con le altre diaspore e all’interno del Cgie, di
cui una prossima assemblea consentirà di raccogliere gli orientamenti.
Non è certo che la
plenaria si terrà in questa consiliatura e dunque non è certo che tutti i
consiglieri presenti in questi giorni saranno nuovamente a Roma a discutere di
Europa in Movimento e di tutti gli altri temi cari al Cgie. Con questa
consapevolezza e con un po’ di amarezza, Vincenzo Arcobelli (Usa) è intervenuto
auspicando “continuità” nei contenuti, “ma con un modus operandi diverso, più
imparziale e trasparente”. Poi la stoccata: “se dicessimo che in questi anni è
andato tutto bene saremmo degli ipocriti”, ha detto, criticando apertamente la
gestione del CdP e della segretaria generale. “Io sento di aver fallito”, ha
aggiunto, “perché non si è data continuità alle riforme”; e anche quando si è
lavorato “tutti insieme”, in due consiliature “non abbiamo ottenuto nulla”.
La pensano così
anche Francesco Papandrea (Australia) – “abbiamo parlato tanto ma fatto poco” –
e Carmelo Vaccaro (Svizzera) – “bisogna avere la volontà politica di portare
questo Cgie in alto” –; e anche per Silvana Mangione (Usa) “Arcobelli ha
sollevato un punto fondamentale”: “non siamo riusciti a sfondare i muri”, ha
ammesso la vice segretaria generale. “Non dico che non sia colpa nostra, ma
neanche che sia colpa nostra, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol
sentire. Evidentemente”, ha osservato, “le priorità dei governi che si sono
succeduti non hanno sempre coinciso con le necessità degli italiani
all’estero”. Peggio: “non c’è più nemmeno il sostegno del Ministero degli
Affari Esteri”, con cui invece bisogna “ritrovare il dialogo”, perché è lì che
“ci si spalancano le porte”.
Ha mantenuti i
toni pacati e concilianti nella sua replica Maria Chiara Prodi, che però è
stata altrettanto diretta: “noi non siamo il potere legislativo”, ha detto,
“siamo volontari, diamo consigli e abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e
che metta in atto i nostri consigli”. Per questo non possiamo “vergognarci per
non aver raggiunto risultati”. Piuttosto “abbiamo capito come lavorare
insieme”, superando le prima brusche “incomprensioni” e ora, ha invitato Prodi,
dobbiamo continuare a “fare sistema”. “Gli interlocutori con cui tenere il filo
sono tanti” e, se chiamati, rispondono, ha osservato Prodi facendo riferimento
alle consulte e ai parlamentari che sempre hanno condiviso i lavori del Cgie.
“Nei prossimi mesi vi chiedo di aiutarci a tenere questo filo”.
Nel frattempo “non
possiamo guardare con strumenti vecchi una realtà che è cambiata”, ha rilevato
la segretaria generale del Cgie. “Le nostre forme di rappresentanza erano
fondate su forze che si possono costruire nel tempo e che la capacità di
partecipazione contemporanea mette in crisi”. La “sfida” del Cgie è quella di
portare al prossimo voto, quello per il rinnovo dei Comites prima e del Cgie
poi, “molta più gente”. “Se la soglia di partecipazione sarà bassa, la
legittimità potrà essere messa in discussione”. (r.aronica\aise 15)
Cgie. Il contributo delle Commissioni VII e VIII sulle nuove mobilità
ROMA - “Nuove
Migrazioni e Generazioni Nuove” e “Digitalizzazione, Innovazione, Ricerca,
Studi e Università”: sono le due Commissioni, la VII e l’VIII, che più di tutte
si occupano delle nuove mobilità, tema al centro dell’ultima giornata di lavori
della plenaria del Cgie.
Accolto oggi nella
prestigiosa sede del Cnel, alla presenza del vice presidente Claudio Risso e,
in collegamento video, del responsabile del progetto Giovaniexpat.it Luca
Paolazzi, il Cgie ha portato il proprio contributo al dibattito in un clima
disteso e collaborativo.
Matteo Bracciali
ha introdotto la relazione della Commissione VII, rivendicando il ruolo di
“partner importante” della Commissione stessa per il Cnel, con il quale
condivide – oltre all’accordo che di recente ne ha sancito la collaborazione –
un assunto, quello della “circolarità”. Al di là dei numeri importanti della
nostra emigrazione recente, ciò che più conta è “essere un Paese attrattivo”,
invece attualmente il saldo tra gli italiani che partono e gli stranieri che
arrivano è negativo e si attesta attorno alle 400mila unità. Le ragioni per cui
i giovani scelgono di trasferirsi all’estero ormai sono note: dalle migliori
condizioni di vita agli stipendi più alti, dagli ambienti meritocratici alla
voglia di affrontare nuove sfide. Quando però pensano di rientrare in Italia,
si scontrano con un Paese ancora incapace di “costruire politiche di rientro”.
È questa “la grande questione nazionale” per Bracciali, che non si limita alla
“questione fiscale” bensì coinvolge i più diversi settori dello Stato, a partire
dalle università e sino al welfare. Per il consigliere Cgie, dunque, “dobbiamo
ragionare in modo olistico”, programmando gli incentivi “in termini di Sistema
Paese”. In tal senso non si possono dimenticare “i nuovi italiani”, che si
sentono oggi “frustrati” e “disorientati” rispetto alle modifiche alla
cittadinanza imposte dalla Legge 74 del 2025. Occorre allora “interrogarsi su
come rafforzare il legame tra il nostro Paese e i giovani all’estero”, magari,
ha suggerito Bracciali, puntando su lingua, cultura e partecipazione “per non
disperdere quel patrimonio”.
“Dobbiamo stare
dietro ai giovani e al passo con i tempi”, ha confermato Silvia Alciati, vice
presidente della VII Commissione, sottolineando che le occasioni di dialogo tra
giovani e istituzioni organizzate nei mesi scorsi hanno ottenuto “ampia
partecipazione” ed “elevata qualità degli interventi”. Dopo il successo del
primo webinar, nel prossimo semestre la Commissione prevede di realizzarne
altri due “per approfondire in maniera più strutturata” l’argomento,
coinvolgere sempre di più i giovani, creando “occasioni permanenti di
confronto”, e raccogliere “elementi utili a formulare proposte future”.
“La mobilità
internazionale è opportunità di crescita personale e professionale. Non
possiamo disincentivare i nostri giovani” dall’approfittarne, ha detto Alciati,
ma possiamo accettare questa “sfida” e capire come “gestirla”, partendo da
“l’ascolto diretto” delle loro esperienze. Ecco perché è importante il progetto
Giovani Expat del Cnel: consentirà di raccogliere “dati più concreti”. Alciati
ha perciò invitato i colleghi consiglieri a “diffondere il questionario” tra i
giovani e a segnalare chi di loro “voglia mettersi in gioco”, partecipando alle
video interviste del portale.
La collaborazione
tra Cgie e Cnel potrebbe andare oltre: Alciati ha infatti proposto
l’istituzione di un premio in riconoscimento dei “progetti portati a buon fine
da questi giovani per le comunità locali”, allo scopo di “dare visibilità” alle
buone pratiche, “incentivare percorsi di partecipazione attiva” e “rafforzare
il legame dei giovani con le istituzioni”.
Per dialogare e
favorire il coinvolgimento delle nuove generazioni, “fondamentale” è “l’uso di
strumenti comunicati moderni e dinamici”. La Commissione ha perciò proposto di
aprire anche un canale YouTube tramite il quale diffondere i contenuti dei
propri webinar. Il Cgie dovrebbe dotarsi in tal senso di “una figura
professionale che si occupi della realizzazione e della gestione dei contenuti
digitali e video”.
Di ciò sembra
ormai consapevole anche il Ministero degli Affari Esteri, che con la sua
riforma ha puntato alla digitalizzazione e all’uso degli strumenti digitali.
Una scelta apprezzata dalla VIII Commissione Digitalizzazione, Innovazione,
Ricerca, Studi e Università del Cgie, l’ultima nata, grazie alla “lungimiranza”
di Michele Schiavone, tra le Commissioni tematiche. È intervenuto a illustrarne
i lavori il presidente Massimiliano Picciani, punto per punto.
Picciani è partito
dai servizi e dalla loro digitalizzazione, perché, ha spiegato, “non possiamo
parlare di innovazione e ricerca se non ci sono servizi che funzionino”. “Molto
positiva”, dunque, l’interlocuzione avuta martedì con il Maeci che ha illustrato
alla Commissione il “cambio nella strutturazione dei servizi informatici”
grazie al quale si andrà verso il superamento del servizio Prenotami, la
sequenzializzazione delle prenotazioni e la condivisione dei dati tra i
Consolati.
C’è poi il tema
degli accordi tra le università, che, alla luce della nuova legge sulla
cittadinanza, potrebbero aiutare gli italodiscendenti, consentendo loro di
studiare in Italia.
Ricerca e
innovazione: si parla qui di “competenze italiane all’estero” che rappresentano
un “danno” di 160 miliardi per il Paese; eppure possono contribuire allo
sviluppo del Paese. Occorre però conoscerle. Quello che manca è invece proprio
una “mappatura quantitativa e qualitativa dei ricercatori italiani all’estero”,
una rete che il Cgie, il Maeci e il Mur dovrebbero “mettere a sistema” tramite
politiche mirate. “Il rilancio economico attraverso l’innovazione è ancora più
importante”, come importante è “colmare il gap con le altre nazioni avanzate”.
Anche qui occorre partire dalla conoscenza, capire quanti e quali start up o
fondi di venture capital siano presenti all’estero, comunicare con loro e
metterle a sistema.
La tech diplomacy
è il quarto tema affrontato dalla Commissione, che a breve, ha annunciato
Picciani, organizzerà un webinar ad hoc.
Dai lavori della
Commissione sono nati due ordini del giorno, che il presidente Picciani ha
presentato alla plenaria.
Il primo riguarda
la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo, che si è “progressivamente
trasformata in un momento di presentazioni eccellenti” e invece dovrebbe
tornare a essere un “momento di aggregazione dei ricercatori” presso le
Ambasciate e i Consolati, durante il quale confrontarsi, scambiarsi competenze
e conoscenze e, laddove possibile, sostenersi.
Il secondo ordine
del giorno riguarda l’innovazione. A fronte dell’esistenza di molti programmi
di sostegno all’internazionalizzazione dell’innovazione finanziati dal Maeci,
tramite Simest e Agenzia Ice, ciò che manca è “un meccanismo che accompagni gli
operatori dell’innovazione all’estero al rientro sul mercato italiano”.
La Commissione ha
chiesto alla Farnesina di lavorare a favore di questi due ordini del giorno,
che l’assemblea plenaria ha approvato all’unanimità.
Come all’unanimità
sono stati approvati anche gli altri 12 odg, presentati velocemente dalla
segretaria generale Prodi su: la delega al CdP per la convocazione di una
seconda plenaria; l’innalzamento a Consolato Generale della Cancelleria
Consolare a Montevideo avanzata formalmente al Maeci; la proposta per uno
stesso iter a Basilea; la condanna della guerra e il Cgie parte attiva nel
cercare un percorso di pace; la partecipazione alle commemorazione della
Giornata in ricordo delle vittime sul lavoro, l’8 agosto; la tutela di un altro
sito dedicato ai lavoratori del siderurgico in Belgio; il rinnovo delle Cie
anche nelle sedi distaccate dei Consolati, come avviene per i passaporti; il
rischio che il Perù - 2 milioni di italodiscendenti, ma pochi iscritti Aire -
perda la propria rappresentanza in seno al Cgie; transfrontalieri.
In quest’ultimo
caso si è trattato di quattro ordini de giorno, illustrati dal consigliere
Pancrazio Raimondo, che interessano 115mila cittadini per 5 miliardi di
retribuzioni. Gli odg chiedono un intervento del intervento Cgie e del Maeci
per: l’abrogazione della norma finanziaria che introduce la tassa sulla salute
in Italia, che va contro l’accordo con la Svizzera sulle doppie imposizioni
fiscali; l’innalzamento dell’indennità di disoccupazione prevista da una legge
che non è applicata; San Marino, dove pure c’è un regime di doppia imposizione
fiscale della pensione e con cui il governo italiano deve aprire un confronto
urgente; infine vi sono i lavoratori frontalieri che vengono in Italia da altri
Croazia e Slovenia, Paesi nelle cui convenzioni bilateriali non è presente la
definizione di lavoratore frontaliero, perciò la scelta è spesso quella del
lavoro nero per non essere tassati due volte.
Si è aperto dunque
il dibattito, tanto su tutti i temi sollevati nel corso della mattina; e la
prima a prendere la parola è stata Maria Chiara Prodi che, di fronte al timore
della perdita di rappresentanza in Perù, già sollevata mercoledì nel confronto
in Sala Conferenze Internazionali, ha ribadito: “la tabella è fondamentale” e i
consiglieri del Cgie dovrebbero tornare ad essere 94, se non di più. A maggior
ragione, ha aggiunto dal canto suo il vice segretario per il Sud America
Mariano Gazzola, perché ad oggi ci sono già Paesi senza più rappresentanza.
Il consigliere
Vincenzo Arcobelli (Usa) è tornato sull’intervento del collega Picciani e
sull’importanza di fare rete tra i ricercatori. Per questo, ha ricordato
Arcobelli, il 18 giugno a Roma si terrà la XX edizione della Conferenza dei
Ricercatori Italiani nel mondo. Ad organizzarla però sono i ricercatori stessi,
in particolare la Texas Scientific Italian Community con la Sapienza, e non la
Farnesina. “Noi facciamo networking”, ha detto Arcobelli, il Maeci con la
Giornata della Ricerca “fa un evento”. Proprio dalla Conferenza dei ricercatori
è nata una prima anagrafe dei ricercatori italiani all’estero, mentre presso il
Maeci esiste Innovitalia, che, ha spiegato il consigliere, tramite la rete
diplomatico-consolare sollecita associazioni e gruppi di ricercatori a
iscriversi al Dipartimento. Da qui, “da ciò che abbiamo”, si potrebbe partire
per creare una vera “banca dati” dei ricercatori italiani nel mondo.
“L’anagrafe è un
punto sul quale bisogna battere il chiodo”, ha confermato Picciani, secondo il
quale “il vulnus di Innovitalia sta nel fatto che l’iscrizione è volontaria”,
quindi non può essere considerata una banca dati “rappresentativa”, ma potrebbe
diventare un “forum di aggregazione” e un “luogo di promozione” delle varie
iniziative per dare maggiore “visibilità” ai ricercatori all’estero anche in
Italia.
Che si tratti di
ricercatori o di giovani “il Cgie si può porre come animatore di comunità, cosa
che per la Farnesina è strutturalmente più difficile”, ha sottolineato Prodi,
per la quale l’accordo inter-istituzionale con il Cnel può essere utile a rendere
“strutturali e solide” iniziative come queste.
Se si parla di
giovani all’estero e politiche di rientro, per Aldo Lamorte (Uruguay) si deve
poter fornire loro una informazione “pratica”. Allo stato attuale invece Cgie e
Consolati non sono in grado di farlo. Sollecitato dal consigliere Cgie, il vice
presidente del Cnel ha convenuto sulla possibilità di fornire uno schema di
base per aiutare chi si interfaccia con i giovani intenzionati a rientrare.
Per qualcuno non
basta “crederci”, come ha detto il consigliere Antonio Iachini (Venezuela). “La
risposta che un italiano intenzionato a rientrare vuole sentire non è questa”,
ha affermato Gianluca Errico (Germania), 37 anni all’anagrafe, dunque da considerarsi
campione rappresentativo.
Per Alessandro
Boccaletti (Lega) il problema è relativo, perché chi all’estero mette su
famiglia e “diventa stazionario” difficilmente rientrerà in Italia.
Più ad ampio
raggio l’intervento di Gianluca Lodetti (Cisl). Bisogna “avere consapevolezza
del fatto che tutti i pezzi sui cui stiamo ragionando sono parti di un unico
grande discorso”, sono “parte di un insieme strategico” per definire in una
“visione complessiva” delle “soluzioni” che non siano basate solo sugli
incentivi, ma anche sul lungo termine. “Il Sistema Paese deve andare tutto in
un’unica direzione” e capire che “l’emigrazione, da problema da contenere, può
diventare una realtà da governare”. In tal senso la Conferenza
Stato-Regione-Province autonome-Cgie fu una scelta “lungimirante” e, ha
concluso Lodetti, “andrebbe rilanciata”.
Antonio Morello
(Argentina) ha parlato dell’importanza dell’informazione da diffondere
“attraverso vie concrete”, come Ambasciate, Consolati e associazioni.
Tommaso Conte
(Germania) ha chiesto alla plenaria perché mai un giovane che vive all’estero
in condizioni sociali ed economiche migliori dovrebbe mai voler rientrare in
Italia. La sua era una domanda retorica, ma “gli italiani all’estero vivono in
realtà completamente diverse”, dunque varrebbe la pena dedicare più tempo a
questo argomento nella prossima plenaria.
Massimiliano
Picciani (Francia) ha ammesso che il problema della differenza di salario tra
l’Italia e gli altri Paesi europei è reale. Servirebbe la “volontà politica”,
prima ancora che i fondi, per riformare il Paese.
D’accordo anche
Vincenzo Zaccarini (FdI), che ha chiuso il dibattito ringraziando Maria Chiara
Prodi ”per il suo ottimo lavoro”. Il clima all’interno del Cgie sembra essersi
disteso, rispetto all’ultima plenaria. Sembra. (r.aronica\aise 15)
Camera: l’audizione del Segretario Generale del Cgie Maria Chiara Prodi
ROMA – La
Commissione Affari costituzionali della Camera, nell’ambito delle audizioni
riguardanti le proposte di legge “Disposizioni in materia di elezioni della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, ha audito la Segretaria
Generale del Cgie Maria Chiara Prodi. Nel suo intervento la Segretaria Generale
si è in primo luogo soffermata sulle proposte formulate dal Cgie per la messa
in sicurezza del voto all’estero per corrispondenza, come ad esempio
l’introduzione del codice a barre sulle buste elettorali, per essere certi che
l’elettore voti una volta sola. Prodi ha anche evidenziato come ad oggi il voto
all’estero presso i seggi sia in alcune zone del mondo impraticabile e il voto
elettronico non garantisca al momento la piena sicurezza. “La digitalizzazione
– ha proseguito Prodi – è un tema che ci sta a cuore e che noi riproponiamo
anche per quanto riguarda la presentazione e la raccolta di candidature a
sostegno delle liste. Un tema che ci interessa rispetto al rinnovo dei Comites
che è previsto, anche se non ancora indetto, per la fine di quest’anno. Ma la
digitalizzazione per quanto ci riguarda non può arrivare fino al voto
elettronico”. “La nostra legge istitutiva prevede che ci venga richiesto
un parere obbligatorio, una questione che è un dovere di legge ed è essenziale
perché la nostra prospettiva è quella di persone che ogni giorno nei territori
vivono l’esigenza di portare i connazionali alla partecipazione”, ha poi
precisato la Segretaria Generale parlando della necessità di avere sul voto
all’estero un approccio pragmatico e funzionale. In proposito Prodi ha
ricordato come l’introduzione dell’inversione dell’opzione di voto abbia
portato alle ultime elezioni per il rinnovo Comites ad un significativo calo
della partecipazione a causa delle complesse procedure. “L’obiettivo concreto
per tutti deve essere quello della partecipazione”, ha aggiunto la Segretaria
Generale sottolineando la necessità di promuove su eventuali modifiche al voto,
tecnologiche o regolamentari “un ampio dibattito prima e un’implementazione poi
per garantire la partecipazione dei connazionali”. A seguire preso la parola il
deputato Alessandro Colucci (Noi Moderati) che ha sollevato la questione del
contributo degli italiani all’estero alla definizione del quorum di maggioranza
e della mancata partecipazione dei votanti all’estero al ballottaggio. Dal
canto suo il deputato Angelo Rossi (FDI) ha chiesto a Prodi una riflessione
partendo della questione della riduzione dei parlamentari all’estero e quindi
di un sostanziale passaggio da un sistema proporzionale a un sistema
maggioritario, dove, ad esempio in Senato, un unico senatore può essere eletto
in ciascuna ripartizione. Ha poi sollevato il problema delle criticità del voto
per corrispondenza rispetto al fatto che il suffragio sia personale e libero da
parte dell’elettore. Rossi ha ad esempio espresso apprezzamento per l’idea di
usare un QR code al fine di tracciare il voto, quindi affidandosi a un elemento
tecnologico. Chiesti anche lumi sulla possibile introduzione dell’inversione
dell’opzione per il voto, dove il suffragio per corrispondenza venga esercitato
solo da chi lo richieda, lasciando agli altri la possibilità di votare in
presenza nei seggi presso i consolati. “Gli italiani all’estero ormai
sono il 12% della popolazione nazionale”, ha ricordato Prodi in sede di replica
chiedendo perché gli italiani all’estero non dovrebbero concorrere al quorum.
Sulla questione della mancata partecipazione al ballottaggio degli italiani
all’estero la Segretaria Generale ha sottolineato come in proposito si ponga
una questione tecnica e di tempistica per l’esercizio del voto all’estero.
Prodi ha poi ricordando che la riduzione del numero di parlamentari era
un qualcosa sulla quale già il CGIE aveva a suo tempo espresso la propria
contrarietà, visto che 12 parlamentari non sono sufficienti a rappresentare 7
milioni di italiani all’estero. Secondo Prodi inoltre andrebbe cambiata quella
scelta che oggi rende possibile ai residenti in Italia di candidarsi
all’estero. La segretaria Generale ha infatti sottolineato come gli eletti
all’estero debbano essere necessariamente espressione diretta delle comunità
nei diversi territori, anche perché le proposte provenienti da Roma non bastano
a soddisfare interamente determinate esigenze locali. “La voce degli italiani
all’estero è molto variegata”, ha aggiunto Prodi sottolineando come ci siano
sfumature importanti nei territori. “Il vulnus è quello della distorsione
creata dalla riduzione dei parlamentari”, ha ribadito Prodi ricordando come ad
esempio la Francia abbia un numero di seggi proporzionale alla crescita dei
propri connazionali nel mondo. Sulla comunicazione Prodi ha auspicato che tutti
i candidati per l’estero possano in futuro avere adeguata visibilità, anche
attraverso i siti istituzionali, senza così penalizzare chi non può permettersi
campagne elettorali troppo costose. Per la Segretaria Generale l’introduzione
dell’opzione inversa del voto potrà essere presa in considerazione solo, tra
cinque o dieci anni, quando i progressi della digitalizzazione consentiranno di
ultimare la registrazione degli italiani all’estero in un elenco veramente
aperto a tutti i connazionali che vogliano iscriversi. “Non esiste che ci
possano essere continenti interi non siano rappresentati e che questo possa
andarci bene a livello di rappresentanza degli italiani all’estero”, ha poi
aggiunto Prodi tornando al tema della rappresentanza. (Inform 4)
Gli expat e i “semplici” migranti
L’esodo dei
giovani italiani verso l’estero è un fenomeno ormai conclamato, evocato come
una questione a tinte fosche da rotocalchi e media di ogni tipo (nuovi e
vecchi) e inserito a pieno titolo tra i problemi principali del nostro Belpaese
– per antonomasia una delle nazioni con l’età media più alta al mondo, spesso
tacciato di essere un Paese di soli anziani e solo per gli anziani. In effetti,
non si può negare che la tendenza ad emigrare abbia preso piede da diverso
tempo tra le nuove generazioni italiane, rimpinguando le sue fila in maniera
crescente anno dopo anno. Secondo i dati ISTAT, i flussi in uscita dei
cittadini italiani dal Paese ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024
(contro 99mila nel 2022). Come nella maggior parte degli episodi di migrazione,
anche in questo caso sono i più giovani a partire verso altri lidi. In
particolare, tra il 2019 e il 2023 sono espatriati 192mila italiani di età
compresa tra 25 e 34 anni, con una perdita – al netto dei rientri – pari a
119mila giovani e, in particolare, a 58mila laureati.
Chi scrive rientra
nel novero di coloro che un giorno hanno chiuso la valigia, salutato i propri
cari e preso un aereo verso un altro Paese, trasferendosi al di fuori
dell’Italia per mettere a frutto i tanti anni di studio e iniziare a costruire
una carriera che, ironia della sorte, oggi si svolge in Italia e ruota intorno
al tema delle migrazioni. Al di là della dimensione personale e degli aspetti
congiunturali di questa esperienza, ci sono degli elementi del mio vissuto
particolare che lo inseriscono in una categoria più generale di persone che
migrano per lavoro, accomunate da una storia di mobilità privilegiata, da
contratti regolari, spesso ben retribuiti e legati a professioni altamente
specializzate e dall’utilizzo dell’inglese come principale lingua veicolare pur
non essendo solitamente quella più parlata nel Paese di destinazione. Mi
riferisco ai cosiddetti expat, abbreviazione di expatriate (in italiano
“espatriato”), una parola che può sembrare un sinonimo di migrante ma che
nasconde differenze sociali, economiche e normative profonde.
Capacità
attrattiva vs. controllo delle frontiere
La distanza
semantica – e non solo – tra le due parole si può misurare in vari modi. Si può
ricorrere a categorie analitiche, quali classe, razza e genere, che mostrano
come le due categorie rischino di perpetrare nuove forme di colonialismo o
coincidano con giudizi di valore essenzializzanti sull’essere o meno dei
“buoni” migranti. A tal proposito, è utile citare un esempio ideato da Jones:
un ingegnere inglese che lavora per una compagnia petrolifera a Trinidad è un
expat, uno straniero (quindi “Altro” rispetto alla popolazione autoctona) che,
però, non subisce un processo di marginalizzazione o denigrazione in virtù
delle sue competenze tecniche, del suo status socio-economico, nonché del suo
incarnato; al contrario, una lavoratrice di Aruba che si trasferisce in Olanda
per lavorare in una fattoria è una migrante, quindi non è trattata solo come
“Altro” ma anche come qualcuno di socialmente inferiore a causa delle sue
origini e delle minori qualifiche richieste per svolgere il lavoro per cui è
impiegata. In parole povere, un italiano assunto all’estero nel settore del
tech è un expat (anche detto, nel nostro caso, “cervello in fuga”), mentre un
lavoratore agricolo bangladese o una colf filippina sono dei semplici migranti.
La differenza tra
expat e migranti emerge anche a livello normativo – dove, però, le politiche
migratorie e i quadri di legge vigenti non sfuggono alle chiavi di lettura
menzionate in precedenza, come dimostra il modo in cui la nazionalità di chi
migra influisce sulle modalità stesse di migrazione consentite, nonché sulla
percezione che il singolo ha dei confini statali e della loro flessibilità. La
parola expat figura di rado nel dettato legislativo e nei documenti di policy,
venendo spesso sostituita da espressioni differenti ma equipollenti. Si
preferisce parlare di talenti globali, di impiegati altamente qualificati e, di
recente, di lavoratori da remoto e nomadi digitali – sottocategoria di expat
che lavorano mentre viaggiano per il mondo e che, quindi, percepiscono i
confini tra un Paese e l’altro come qualcosa di estremamente poroso.
L’esperienza cambia per chi non rientra in questo gruppo privilegiato, per cui,
invece, i confini si ergono sempre più spesso come muri invalicabili. Gli expat
sono ricercati in maniera proattiva dagli Stati, mentre gli altri migranti
vengono, nella migliore delle ipotesi, richiesti per un periodo di tempo
limitato (atto al soddisfacimento di un bisogno specifico, come nel caso del
lavoro stagionale) e, in quella peggiore, contenuti, respinti o cacciati. Nel
primo caso si parla della capacità attrattiva e ritentiva dei Paesi, nel
secondo di meccanismi di previsione dei flussi, di esternalizzazione delle
frontiere e di procedure di rimpatrio.
Standard diversi,
pretese diverse
Se l’esigenza di
attrarre e trattenere lavoratori giovani e altamente qualificati (due elementi
che spesso vanno a braccetto) è indubbia, la divisione in compartimenti stagni
tra migranti di serie A e di serie B e la conseguente applicazione di un doppio
standard provoca ripercussioni importanti sia su chi afferisce alle due
categorie sia sulle comunità in cui questi si inseriscono. Ne sono un esempio
le diverse (e ossimoriche) pretese di integrazione che li riguardano. Vivendo
il proprio periodo all’estero come una fase più transitoria che definitiva,
accade di rado che gli expat si integrino nel tessuto sociale del Paese in cui
si trasferiscono, creando una bolla internazionale parallela, con standard di
vita differenti e un potere d’acquisto talvolta maggiore rispetto alla
popolazione locale – spesso additato come uno dei motivi dietro la crisi
abitativa e i processi di gentrificazione in corso in varie città (europee e
non) ma scusato con la promessa di una più alta competitività e produttività
economica veicolata dalla loro presenza. Quando, però, l’integrazione riguarda
i “semplici” migranti, il discorso assume dei toni differenti, diventando un
imperativo da perseguire pena la perdita dell’etichetta di “buon forestiero” (o
del “migrante meritevole”, più diffuso in letteratura) e la disapprovazione che
si riserva tipicamente a chi viene qui e non impara la lingua, sta solo con i
propri connazionali e non partecipa agli usi e i costumi nostrani.
Il quadro
tratteggiato non mira a demonizzare i primi a vantaggio dei secondi. Al
contrario, è piuttosto un invito a prendere coscienza di un privilegio
concreto, che è al tempo stesso creato e consolidato dal linguaggio; che è
nutrito da dinamiche sociali che operano silenziosamente e perpetrato da
pratiche e politiche compiacenti; e che, soprattutto, è troppo spesso goduto
con leggerezza, senza una riflessione critica sulla facilità di spostamento che
questo concede ad alcuni e sui meccanismi gerarchici ed escludenti che genera
per gli altri, rendendoli così Altri.
Roberta Maria Aricò, Ricercatrice
di IDOS 20
Kempten. Anche
quest'anno la manifestazione organizzata dalla Confederazione dei Sindacati
Tedeschi (DGB) al motto "Prima i nostri posti di lavoro e poi i vostri
profitti", in occasione del del 1° maggio 2026, è iniziata a
Kempten, nel mercato coperto della Königsplatz, alle ore 10:00. Sul palco si
sono succeduti diversi oratori, presentati e moderati dal Presidente
Distrettuale della DGB in Algovia Tizian Wildegger, che dopo i saluti e la
presentazione dei vari momenti dell'evento, ha dato la parola al nuovo Primo
Borgomastro della città, Christian Schoch.
Schoch, che ha
iniziato il suo mandato questo 1° maggio, dopo i suoi saluti alle autorità e a
tutti i presenti, ha accennato brevemente a quanto egli e la sua Giunta si
propongono di fare per portare avanti i progetti più urgenti della città. Il
Primo Borgomastro ha inoltre commentato che –nonostante diverse opinioni– le
soluzioni possono venir trovate, se le persone si stimano a vicenda, terminando
con apprezzamenti a quanto fa la DGB in favore dei lavoratori e della nazione.
Dopo di lui ha
preso la parola anche un altro oratore, che ha illustrato progetti locali e,
successivamente un giovane sindacalista, che ha parlato delle aspettative della
nuova generazione terminando con l'auspicio "Noi della nuova generazione
ci auguriamo un posto di lavoro, che sia degno di questo nome, in cui si possa
lavorare agevolmente e che consenta di vivere in pace e dignitosamente.
Poi è giunto il
momento del discorso ufficiale per il giorno della festa dei lavoratori; un
complesso e dettagliato discorso, tenuto dalla Direttrice Regionale del
Sindacato per i Servizi Ver.Di, Luise Klemens, che –ripetendo quanto
sostenuto dai Sindacati e anche dagli altri oratori– ha commentato
affermando con decisione che le conquiste ottenute in passato dai lavoratori
sono ora messe a repentaglio politicamente. Tra queste: la giornata lavorativa
di 8 ore, le festività nazionali e le indennità salariali, nonché i vistosi
tagli ai sistemi di sicurezza sociale per pensioni, assicurazione sanitaria e
assistenza a lungo termine. Come altri oratori la relatrice ha parlato –tra
l'altro– della necessità di alloggi a prezzi accessibili, non mancando di fare
qualche commento sull'attuale grave crisi a livello mondiale.
Durante
l'incontro –inframmezzato da momenti musicali offerti dal Complesso 4
Vokales– gli intervenuti hanno avuto modo di gustare alcuni piatti tipici del
Catering Smoker Deifi, accompagnati da qualche dissetante boccale di birra, e
di commentare con i vicini quanto appena ascoltato. La Festa si è
protratta ancora sino al primo pomeriggio.
A questa
manifestazione –tra il numeroso pubblico intervenuto e alle persone
precedentemente nominate– erano presenti: alcuni Consiglieri Comunali, anche
delle Amministrazioni precedenti. Inoltre, hanno preso parte all'evento: il
Signor Ewald Lorenz-Haggenmüller, già Assistente Spirituale
del KAB, il Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, e
Presidente del Circolo locale (ACLI), nonché Corrispondente
Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. Fernando A. Grasso
e tanti altri rappresentanti di Enti e Organizzazioni.
Grasso, in questa
occasione, oltre ad avere avuto il piacere di incontrarsi con le persone di cui
sopra –persone, alcune delle quali conosce personalmente e apprezza
particolarmente– ha avuto la piacevole sorpresa di ritrovare tra i molti
giovani del Sindacato Ve.Dii uno dei suoi allievi più affezionati degli Anni
Novanta: Daniele Lupo.
Secondo la
Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB), questo 1° Maggio hanno partecipato
alle oltre 400 Manifestazioni per la Festa dei Lavoratori tenute in tutto il
Paese, quasi 400.000 persone. All'Evento di Kempten diverse centinaia.
Fernando A.
Grasso, de.it.press 3
Plenaria Cgie: l’intervento degli eletti all’estero
ROMA - Un’ampia
delegazione di parlamentari eletti all’estero ha partecipato questa mattina ai
lavori dell’assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani
all’estero, riunito da ieri alla Farnesina. Hanno risposto all’invito del
Consiglio tutte e quattro i senatori Francesca La Marca, Andrea Crisanti e
Francesco Giacobbe (Pd) e Mario Borghese (Maie), e i deputati Simone Billi
(Lega), Cristian Di Sanzo e Toni Ricciardi (Pd), Federica Onori (Az) e Franco
Tirelli (Maie). Impegnato alla Camera Nicola Carè (Pd), non ha risposto
all’invito del Consiglio il deputato di Fdi Andrea Di Giuseppe.
A fare gli onori
di casa è stata la segretaria generale Maria Chiara Prodi che ha ricordato che
quest’anno cade il ventennale della nascita della circoscrizione estero;
nell’invitare i parlamentari a spiegare come intervenire sulle elezioni dei
Comites e sul mandato del Cgie – che finirà un anno prima della normale durata
della consiliatura – chiedendo infine attenzione al rispetto della legge che
impone una richiesta di parere al Consiglio generale su ogni provvedimento che
riguardi gli italiani nel mondo. Una norma che stenta ad entrare nella prassi
delle Aule parlamentari.
Primo ad
intervenire, Simone Billi (Lega) – deputato eletto in Europa e presidente de
Comitato italiani del mondo della Camera – ha ringraziato il Cgie “per il suo
lavoro” e anche “i colleghi parlamentari, anche di opposizione, con cui si è
lavorato in collaborazione senza ideologismi. Grazie anche alla Farnesina per
il supporto, nonostante si viva oggi un clima geopolitica delicato e per molti
aspetti tragico”. Tra le “questioni positivamente risolte” Billi ha citato il
rilascio della Cie agli Aire anche nei Comuni, a partire dal 1° giugno, la Cie
a vita per gli over 70, “successi indiscutibili di questa Legislatura”, così
come “il rilancio dello Spid alle poste e l’id gratuiti per gli italiani
all’estero; il codice fiscale ottenibile online, l’integrazione dell’Aire
nell’Anpr, l’aumento dei dipendenti e dei contrattisti nella rete diplomatica,
anche se – ha riconosciuto – i problemi della rete non sono risolti”. E ancora:
“le pratiche di cittadinanza che saranno lavorate a Roma; il taglio dei tempi
per le pratiche da 48 a 36 mesi, la riapertura dei termini per il riacquisto da
parte di chi l’aveva persa dopo la naturalizzazione; le nuove sedi consolari,
gli accordi con i frontalieri”. Billi ha infine ringraziato l’Ambasciatore
italiano in Svizzera Cornado per “l’ottimo lavoro che svolge nella vicenda di
Crans Montana”.
Quanto alle
elezioni e alle riforme elettorali, Billi ha aggiunto: “cerchiamo di lavorare
insieme per un accordo. Ci sono punti diversi, se non divergenti, ma dobbiamo
trovare una sintesi per presentare un unico documento, tra parlamentari e Cgie,
al Governo” così da “mettere in sicurezza il voto attuale”. Sempre che “la
legge non venga cambiata”: nel qual caso dovrebbero essere prodotti
“suggerimenti per modificare la legge. La discussine è aperta e nessun ha la
bacchetta magica. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere, ma gli italiani
all’estero sono i primi ambasciatori dell’Italia all’estero: lavoriamo insieme
per risolverli. Io sono a disposizione”.
Eletto in Centro e
Nord America, Cristian Di Sanzo ha definito “importante avere un momento
specifico di confronto con il Cgie”. “Tutti siamo consapevoli su quali siano i
problemi” ha aggiunto prima di riconoscere che “quello che riusciamo a portare
avanti in Parlamento spesso differisce dalle proposte del Cgie”, ma succede
perché il lavoro è complicato, come dimostrato dalla “conquista” della Cie nei
comuni: “ci abbiamo lavorato intensamente all’opposizione e trovato l’ok del
Governo; è un esempio pratico anche su quanto ci vuole: due anni per una cosa
così facile, su cui non c’era nessuna difficoltà”. All’elenco di Billi, Di
Sanzo ha aggiunto la legge a prima firma Riccardi sull’esenzione dell’Imu sulle
case degli Aire – che ha avuto l’ok alla Camera ma ora è ferma in Senato.
“Anche questa una battaglia di anni, una legge non completa, ma almeno un primo
passo”. Se la legge che ha approvata il fondo da 4milioni per i servizi
consolari, anche questa a prima firma Ricciardi, ma approvata da tutti “comincia
a dare i suoi frutti”, Di Sanzo ha espresso esigenza che “venga aumentato il
fondo nella legge di bilancio”, provvedimento per il quale “noi combattiamo
sempre per gli italiani all’estero, ma ogni dicembre ci troviamo di fronte a
dei tagli”. Il deputato ha citato il “passo avanti anche sull’assistenza
sanitaria, approvata alla Camera e ferma al Senato”, anche qui “un risultato
parziale: anche se la legge ha dei limiti molto alti, speriamo in correttivi in
Senato, a partire dal contributo molto alto di duemila euro”.
Quanto alle
elezioni di Comites “è importante capire i veicoli normativi” che ci sono “per
semplificare la procedura di raccolta firme come nel 2021”. Quanto al rinnovo
dei Comitati e al suo “impatto sul mandato del Cgie, ci abbiamo provato nel
milleproroghe ma non è andata in porto. Credo sia difficile risolvere a monte”.
Il deputato ha quindi espresso “enorme preoccupazione” per la legge elettorale:
“non si sa che in direzione potrà andare”. Certo è che “cambiare i collegi
uccide la rappresentanza degli italiani all’estero. Unire una o più
ripartizioni – quella unica leva ogni rapporto tra eletto ed elettorato,
assurdo pensare a due circoscrizioni (Europa – Resto del mondo). Il parlamentare
sarebbe rappresentante di una città o di uno stato. Sono molto preoccupato
anche perché impatterebbe sull’azione legislativa e sulla qualità del lavoro
del parlamento”. L’auspicio è che si riesca a “preservare la struttura di oggi”
lavorando sulla sicurezza del voto.
Di Cie nei Comuni
dal 1° giugno ha parlato anche Onori – una “battaglia non semplice, che ha
unito maggioranza e opposizione” – ricordando che ad oggi “i comuni hanno
ricevuto solo una circolare e sono ancora in attesa delle istruzioni”. La
deputata ha ribadito l’esigenza di fornire “servizi consolari erogati in forme
plurime, anche grazie a consoli onorari” tema su cui ha presentato una
risoluzione – che ieri ha ricevuto risposta – con cui impegna il Governo a
“dare più risorse ai consoli onorari; dotarli dei dispositivi per le impronte
digitali per estendere loro anche il servizio per la Cie, visto che già
raccolgono quelle per i passaporti”. Anche sulla sanità “è stato fatto un
lavoro interessante con proposte di diversi partiti”, manca un “collegamento
con le regioni”, che hanno competenza in materia. “Sulle tasse forse andava
fatto un lavoro insieme”, ha riconosciuto Onori, secondo cui “la sfida maggiore
è di uscire dagli slogan e dai cliche degli “ambasciatori dell’Italia
all’estero”. Bisogna riempiere queste parole, senza logiche di partito”.
Senatore del Maie,
Maro Borghese ha sostenuto che “il lavoro del Cgie è molto importante per le
comunità all’estero: io sono cresciuto in Argentina dentro questi organismi e
so cosa fanno”. Tra le misure “conquistate” il senatore ha ricordato
“l’abolizione della tassa di cittadinanza di 250euro per i figli minorenni; lo
stanziamento di maggiori risorse per i Comites e il Cgie – compresi i 14
milioni per le elezioni - così come per le scuole paritarie e gli enti
gestori”. Misure frutto del lavoro “di maggioranza e opposizione” perché “per
gli italiani all’estero non ci sono problemi di destra e sinistra”.
Andrea Crisanti
(Pd), dal canto suo, ha raccolto la richiesta della segretaria generale Prodi
per il coinvolgimento del Cgie: “se sistematicamente non viene chiesto il suo
parere è un grande problema” perchè c’è “una sistematica mancanza di
legittimazione. È un problema di prassi da risolvere, perché è un problema di
legittimità”. Sul voto dei Comites, il senatore eletto in Europa ha sostenuto
che esso “non è diverso, in termini di diritto, da quello politico e
amministrativo ed è per sua natura incomprimibile. Ma procedure e
infrastrutture garantiscono questo diritto, sono adatti a mitigare questa
frammentazione? Per me no, da un lato perché prevede l’inversione dell’opzione
(vota chi si registra nell’elenco degli elettori), dall’altro perché non ci
sono meccanismi efficaci per presentazione liste. Il sistema non funziona. Se
vota il 60% degli aventi diritto parliamo di democrazia, se vota l’1% è
oligarchia, significa che c’è differenza di censo e di accessibilità”.
Il lavoro del Cgie
è stato sottolineato anche da Francesco Giacobbe, senatore Pd eletto in
Australia: “dobbiamo prepararci a nuovi organismi, all’ingresso di nuova linfa
e, speriamo, di buone intenzioni”. Ricordati i compiti del Cgie, “laboratorio
di riflessione e proposte”, Giacobbe ha richiamato i tre livelli di
rappresentanza: “nessun sostituisce l’altro, ci si completa”. Occorre
“continuare su questa strada, ma anche andare oltre. Sostenere non significa
adagiarsi, occorre essere critici in maniera costruttiva e adeguarsi ai tempi:
Comies e Cgie erano innovativi e attuali quando furono istituiti”. Oggi, il
senatore li immagina organismi di rappresentanza sia “territoriale” ma anche
“settoriale, con membri di prima, seconde e terze generazioni, il mondo del
lavoro, ricerca, cultura, scienza, enti gestori, Camere di commercio
all’estero, media. Solo così si può essere interlocutori della rete
diplomatico-consolare e pate integrante del Sistema Italia”. Quanto alla sua
composizione, Giacobbe ha proposto “strutture snelle e flessibili” come
“piccoli gruppi di coordinamento su determinati argomenti”, più che numerose
commissioni. “Lasciate un’eredità pesante”, ha detto infine ai consiglieri: “mi
auguro che oltre al rinnovamento – necessario e utile – possiate garantire
continuità di presenza e di idee”.
Francesca La
Marca, senatrice Pd eletta in Centro e Nord America, ha parlato delle
difficoltà sia sul fronte della cittadinanza – su cui ha presentato una mozione
– che sui servizi consolari soprattutto in Canada e a Toronto in particolare.
Una sede, ha detto, “sotto di 8 unità”.
“Il portale
“Prenot@mi” non funziona e il mio ddl sui consolari onorari è stato bocciato:
chiedevo di aumentarne il numero e i compiti ma la maggioranza lo ha accorpato
alla riforma del Maeci, che lo ha assorbito e quindi è decaduto”, ha
stigmatizzato. La senatrice ha quindi riportato le segnalazioni ricevute dai
connazionali circa le limitazioni ai servizi consolari: dal Consolato di
Montreal che ha “stabilito un numero massimo di pratiche ricevibili per il
riacquisto della cittadinanza”, a quello d Toronto che ha “imposto ai 7 consoli
onorari di fare al massimo 10 passaporti al mese, perché il Consolato non ce la
fa”. Così, ha denunciato La Marca, “si limitano intenzionalmente i diritti dei
cittadini”. Alla Direttrice generale Limoncini, la senatrice ha chiesto di
istituzionalizzare il numero di telefono per gli over 70 in tutte le sedi
consolari.
Deputato Pd, Fabio
Porta ha ricordato che un anno fa è stata approvata la nuova Legge sulla
cittadinanza: “una legge che tanti di noi hanno definito “vergognosa” non solo
per il suo contenuto, ma per l'improprio ricorso alla decretazione d'urgenza e
per le altrettanto inopportune motivazioni utilizzate dal Ministro degli Esteri
per sostenerla”, ha osservato. “Una legge”, ha proseguito Porta, “che con buona
pace dei giudici della Corte Costituzionale, che ovviamente rispettiamo,
continuiamo a ritenere sbagliata e discriminatoria e quindi meritevole di
profonde e radicali correzioni, magari nell'ambito di una riforma organica
della cittadinanza che aiuti l'Italia a tornare ad essere un Paese inclusivo”,
come sta facendo la Spagna. Citato l’accordo Ue – Mercosur, Porta ha sostenuto
che “non ha senso parlare di turismo delle radici se non rispondiamo in maniera
coerente e adeguata allo spaesamento la legge sulla cittadinanza ha prodotto”.
Sul turismo delle radici, Porta ha detto di essere ancora “in attesa di risposte
chiare sul bilancio di quanto fatto negli anni scorsi”. Critico, il deputato,
anche sui servizi consolari: “non ha senso parlare della grande riforma del
MAECI se continuiamo ad avere il sistema di prenotazione on-line più obsoleto
tra i 27 Paesi Ue”. Serve “una contro-narrazione, con una piccola rivoluzione
culturale che parta dalle scuole con l'insegnamento della storia della nostra
emigrazione come principale anti-corpo alla deriva di quella politica che non
ci valorizza per quello che siamo stati, che siamo e soprattutto potremmo
diventare per il futuro dell'Italia”. ricordato il ventennale della
circoscrizione estero, il deputato l’ha definita “una conquista alla quale
tanti - da Mirko Tremaglia a Michele Schiavone - hanno dedicato parte della loro
vita personale politica ed associativa. Oggi le manovre intorno alla legge
elettorale rischiano di sfociare in una sorta di colpo mortale”, prevedendo un
“collegio unico mondiale senza preferenze” che “ci farebbe precipitare in
quella notte dove tutte le mucche sono nere”. Secondo Porta ci si dovrebbe
concentrare sulla “messa in sicurezza del voto” per evitare brogli e “dare
risposte a cittadini che si attendono un sistema di rappresentanza serio ed
efficiente”.
Da storico
dell’emigrazione, Toni Ricciardi – che oltre a parlamentare Pd è anche
consigliere Cgie – ha sostenuto che “20 anni dopo la circoscrizione estero
viviamo tra il non più e il non ancora”. Oggi la presenza italiana nel mondo “è
molto più articolata di quello che pensiamo” e quindi occorre chiedersi “chi
rappresentiamo? La nuova mobilità, i talenti, gli scienziati, o il nuovo
sottoproletariato che parte? O le seconde e le terze generazioni, o i doppi
cittadini ? Io a nome di chi parlo? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”.
“Non faccio
l’elenco di quanto fatto perché c’è tanto ancora tanto da fare”, ha aggiunto,
richiamando l’esprienza e il ruolo di Michele Schiavone, compianto segretario
generale scomparso nel 2024. “Non siamo un ghetto né una colonia cui concedere
qualcosa. Siamo un pezzo organico di questo paese, la seconda regione d’Italia
in termini demografici”. Dobbiamo “affrontare e correggere qualche amarezza e
asprezza che ha lasciato qualche provvedimento come la nuova legge sulla
cittadinanza. Se affrontiamo il rinnovo di Comites e Cgie con questo spirito
preserviamo un’idea di fondo: rappresentare le esigenze degli italici nel
mondo”.
I parlamentari
eletti all’estero devono essere “ponti”: ne è convinto Franco Tirelli, deputato
del Maie eletto in Sud America, presidente del Comites di Rosario fino al 2022:
“noi eletti lavoriamo dentro e fuori il Parlamento”. Se dentro l’Aula ha presentato
due ddl, uno sul voto l’altro sulla cittadinanza, con il primo all’esame degli
Affari Costituzionali, l’altro fermo ai box, fuori dall’Aula Tirelli
dedica il suo tempo a visitare e parlare con i Comites della sua
circoscrizione, con i consolati e con i connazionali. Così, ha denunciato, ha
scoperto che “a Buenos Aires il Consolato riceve le iscrizioni per la
cittadinanza dei minori solo fino ai 3 anni di età, adoperando una
interpretazione restrittiva che non fa nessuno altro. C’è poi il lavoro con i patronati
e sono interlocutore anche della CCIE”.
“Giro in tutto il
Sud America e in Argentina in particolare, parlo con i presidenti dei Comites,
anche in da remoto, per spiegare la situazione in Italia e ascolto i problemi
che hanno. Il nostro lavoro è fare da ponti tra l’Italia e l’estero”. (ma.cip.\aise
14)
Plenaria Cgie: questioni di toni, forme e contenuti
ROMA - Un
confronto franco, a tratti aspro, oggi pomeriggio alla Farnesina dove il
Consiglio Generale degli Italiani all'Estero si è riunito per la seconda
giornata di lavoro dell'assemblea plenaria.
A scatenarlo è
stato il pacato intervento con cui Daniel Taddone (Brasile) ha criticato la
nuova legge sulla cittadinanza e stigmatizzato la recente sentenza della corte
costituzionale che, ha detto, è stato un “grave colpo per ciascuno di noi”.
Taddone ha quindi invitato i colleghi residenti in altre aree del mondo a
considerare le difficoltà di quanti in Sudamerica stanno pagando e pagheranno
le conseguenze della legge che ha limitato la trasmissione iure sanguinis della
cittadinanza, una legge, ha accusato, “che ha creato cinque categorie di
cittadini. I più penalizzati sono gli italiani di origine trentina e giuliana
perché non sono cittadini italiani per nascita”. La nuova legge, ha spiegato,
fa in modo che “se queste persone non avevano già iniziato il riconoscimento
per i figli, ora ne sono definitivamente impedite. Questo significa che per
entrare in Italia, i genitori possono usare il loro passaporto, mentre per i
figli dovrebbero chiedere il permesso di soggiorno in questura”. La nuova
riforma “non solo impedisce le nuove richieste, ma fa morire di inedia le
comunità in Sud America. Ci vogliono far morire di fame di cittadinanza”.
Parole che non
sono piaciute al vicesegretario per l'Europa e l'Africa del Nord Giuseppe
Stabile, che ha invitato il collega a un linguaggio “appropriato”. Non è
corretto criticare la Corte costituzionale, perché le sue pronunce vanno
rispettate, ha sostenuto Stabile, molto critico anche con l'intervento di Fabio
Porta che, a sua volta, aveva espresso rammarico per la pronuncia della Corte e
anche per lo stato dei sistemi informatici della Farnesina per i servizi
consolari. Stabile ha sostenuto che “dire che il nostro sistema informatico sia
il più obsoleto tra i 27 stati membri dell'UE delegittima la Direzione generale
per italiani all'estero”. Il vicesegretario, infine, ha criticato l'assenza dei
parlamentari che dopo i loro interventi sono andati via, a significare, ha
concluso “che vogliono sentire soltanto la loro voce non anche la nostra”.
Anche il
vicesegretario per l'America Latina Mariano Gazzola ha voluto richiamare
Taddone ad un linguaggio “più consono” al ruolo dei consiglieri del Cgie. “Non
siamo guerrieri. Dire che il governo ci vuol far sparire e far morire di fame
di cittadinanza è un insulto. Io - ha aggiunto – vengo da un paese che ha
conosciuto la tragedia di desaparecidos, dunque siamo più attenti a quello che
diciamo. Oggi le nostre comunità soffrono non solo per il cambiamento della
legge, ma anche per gli inganni di avvocati e faccendieri che promettono cose
irrealizzabili”.
Come stabile,
anche Gazzola è tornato sugli interventi dei parlamentari dicendosi “molto
amareggiato da tutti. Mi aspettavo un confronto e un dialogo, non una
passerella con l'elenco delle cose che fanno. Noi non mettiamo in dubbio il
loro lavoro: ne siamo testimoni. Quello che mi aspettavo è che si sedessero con
noi per capire cosa fare insieme, per esempio sulla cittadinanza. Su questo
tema - ha concluso - auspico una modifica della legge che sia unitaria”.
A sostegno di
Taddone e della libertà di espressione nel Consiglio generale è intervenuto
Luciano Vecchi, responsabile per gli Italiani nel mondo del Partito
democratico. “Al consiglio generale i lavori hanno sempre rispettato e tutelato
la libertà di ogni componente nell’esprimere liberamente posizioni politiche”
ha detto Vecchi, criticando una “eventuale censura preventiva su termini che
possono non piacere, ma che di fatto non ledono nessuno”. Ad essere offensive,
ha concluso, “non sono state le parole di Taddone, ma gli appunti fatti contro
il suo intervento”.
Più aspro il
confronto che invece ha interessato i componenti della Commissione continentale
anglofona dei Paesi extraeuropei. Il consigliere Papandrea, residente in
Australia, ha sostenuto che la relazione letta ieri dalla vicesegretaria d'area
Silvana Mangione non rappresentava in nessun modo la posizione della
commissione che ad essa non aveva contribuito.
La commissione
continentale è composta da quattro consiglieri: uno in Australia, due negli USA
e uno in Canada. Numeri che, spesso e volentieri, causano uno stallo tra le
posizioni equamente suddivise anche in funzione delle appartenenze politiche
dei suoi membri. Questo ha di fatto monopolizzato l’incontro di lunedì scorso
della Commissione: in quella occasione, ha spiegato Arcobelli, lui è Papandrea
hanno presentato “un atto formale rivolto alla segretaria generale Prodi e a
tutti i consiglieri per avere scuse pubbliche dalla vicesegretaria Mangione”
accusata di avere utilizzato delle “espressioni offensive” nei loro confronti.
Impegnati in questa discussione, non hanno elaborato né approvato nessuna
relazione.
Una questione
interna, ha puntualizzato Mangione, derivata dal fatto che l'anno scorso non è
riuscita a convocare la Continentale perché né Papandrea né Arcobelli le hanno
dato disponibilità. Alla luce di questa situazione, Mangione ha consigliato
loro di dimettersi. “Questo sarebbe il grande insulto”, ha spiegato Mangione
che quindi ha deciso di redigere una relazione dando voce ai presidenti dei
Comites che hanno risposto alle sue sollecitazioni.
Una situazione
surreale e senza via d'uscita, che ha tenuto in ostaggio la plenaria per una
buona mezz’ora, tanto da far esclamare al consigliere Scigliano “arrendetevi
tutti!”.
Più positiva e
propositiva la segretaria generale Maria Chiara Prodi, che ha convenuto
sulla “inopportunità” che la continentale non sia riuscita a elaborare una
propria relazione. “Prendiamo atto che c'è una parità tra i suoi membri. Vi
chiedo di riuscire ad organizzare la prossima continentale a Johannesburg: se
la scelta è quella di non collaborare, ditelo e assumetevene la responsabilità.
La plenaria non può essere ostaggio di queste discussioni”. (m.c.\aise
14)
In memoria di Michele: la prima edizione del Premio Schiavone
ROMA - Commozione
palpabile, oggi pomeriggio alla Farnesina, durante la premiazione del Premio
Michele Schiavone istituito dal Consiglio generale degli italiani all’estero in
memoria del segretario generale scomparso il 30 marzo del 2024.
La premiazione si
è svolta nell’ambito della assemblea plenaria del Cgie, convocato da ieri alla
Farnesina, alla presenza dei familiari di Schiavone, la moglie Angela, e i
figli Yanek e Ismene, accolti dalla segretaria generale Maria Chiara
Prodi. Presente anche il segretario generale della Farnesina, ambasciatore
Riccardo Guariglia, presidente della Giuria che ha assegnato i premi nelle tre
categorie – persone, enti, associazioni – a Lorenzo Peluso (Germania) e
Valentino De Rogatis (Austria); all'Associazione di volontariato Mondo Italiano
(Regno Unito) e alla Federazione delle Colonie Libere Italiane in
Svizzera (Fclis); e al Comitato Assistenza Italiana (Co.As.It.) di Melbourne
(Australia).
Il Premio fa parte
di “un percorso a cui tenevamo moltissimo”, ha esordito Prodi, spiegando che il
Cgie ha raccolto la proposta dei consiglieri Tommaso Conte e Silvana Mangione
che “hanno voluto questo momento” nell’auspicio che “duri nel tempo”. Commossa,
Prodi ha assicurato l’impegno del Consiglio nel “trasmettere quello che ci ha
lasciato Michele”. “I sogni di trasformazione, partecipazione, libertà e
rappresentanza non si concretizzano senza aiuti importanti”, ha aggiunto
richiamando “l’impegno della giuria”, un “segno importante” così come è stato
importante avere tra i giurati l’Ambasciatore Guariglia, la direttrice di Rai
Italia Grieco, il presidente della Dante Riccardi, tramite il segretario
generale Masi, e il Presidente della Conferenza delle regioni Fedriga. “Per noi
era fondamentale che il Premio partisse con un imprimatur importante. Ora potrà
solo crescere e migliorare, ampliando il numero delle candidature. Questa
plenaria vuole riconoscere la nostra storia, che ha preceduto anche Michele e
che lui ha accolto e mi ha trasmesso. È stato un grande dolore per tutti
separarci da lui”.
L’Ambasciatore
Guariglia si è detto “molto felice” di partecipare ad un “momento molto
significativo”. Citata la riforma della Farnesina, necessaria “per mettere la
macchina della diplomazia al passo coi tempi e in linea con le aspettative dei
connazionali”, l’Ambasciatore ha sostenuto che uno degli obiettivi era proprio
quello di “rendere la Farnesina e la rete sempre più a servizio del cittadino”,
anche per questo, ha detto, è cambiato il nome della Direzione generale.
“Possiamo migliorare la vita dei connazionali: questo è il lavoro dei consoli”,
ha aggiunto, annunciando che lunedì prossimo sarà a Porto Alegre per inaugurare
la nuova sede del consolato generale.
I consoli “seguono
la vita dei connazionali, conoscono le storie dei connazionali, le gioie e i
dolori. Ogni italiano porta la nostra bandiera nel mondo. Per questo ci piace
valorizzare le storie di successo come quelle di Michele Schiavone. La presenza
della sua famiglia dà un valore aggiunto a questa cerimonia”.
Grande ufficiale
della Stella d’Italia, “Michele è scomparso il 30 marzo 2024 ma fino all’ultimo
ha dedicato la sua vita agli italiani all’estero con generosità esemplare.
Voluta dal Cgie, ma appoggiata sin da subito dalla Farnesina, questa è una
lodevole iniziativa per valorizzare i tanti italiani che mantengono vivo il
tessuto sociale della nostra emigrazione”.
La Giuria, ha
aggiunto, ha “individuato persone e organismi che testimoniano moralità e
valori etici della nostra emigrazione. Il fatto che ben due delle tre categorie
abbiano avuto degli ex aequo è significativo della qualità delle candidature
presentate”.
La direttrice
Grieco ha definito Michele Schiavone un “fulgido esempio dedito alla causa
degli italiani all’estero” che ha scoperto “attraverso le emozioni delle
persone che lo hanno conosciuto”. Aveva la “capacità di unificare sogno,
passione, coraggio e forza per custodire ciò che racconta l’italianità”.
Il figlio di
Michele Schiavone, Yanek ha ringraziato a nome della famiglia: “è un
grandissimo onore, ma soprattutto continuità nei valori e nell’impegno di mio
padre a servizio della comunità. Molti di voi lo hanno conosciuto come
Segretario generale e punto di riferimento, ma anche come amico, persona umile
e vicina agli altri. Io vi parlo dell’uomo che ho avuto la fortuna di chiamare
papà: mi ha insegnato la lealtà, la dignità dell’impegno e il rispetto degli
altri, a restare fedele ai propri principi. Mi ha insegnato che il dialogo è
fondamentale e che bisogna alzare la voce quando è necessario per difendere
cioè in cui si crede”.
“Per me è stato
normale vederlo a disposizione degli altri”, ha aggiunto. “Mi ha insegnato che
gli italiani all’estero non è una categoria ma persone con una storia”. Ai
premiati, la famiglia ha destinato una foto di Schiavone elaborata da un
artista amico: “grazie a voi per l’impegno, il coraggio e il servizio per le
comunità. Grazie al consigliere Conte, che è stato un fratello per mio padre.
Grazie a quanti ci sono stati vicini e grazie al Cgie: quanta energia da tutto
il mondo viene dedicata agli italiani all’estero, a nome della nostra famiglia
grazie! Il nome di papa è qui per quello che ha costruito con tutti voi”.
Molto commosso
anche Tommaso Conte che insieme a Silvana Mangione ha letto le motivazioni dei
premi consegnati ai vincitori dall’Ambasciatore Guariglia e dalla segretaria
generale Prodi.
Premiati e
motivazioni
PER LA CATEGORIA
PERSONA (EX AEQUO):
VALENTINO DE
ROGATIS (AUSTRIA) per aver creato e messo a disposizione di chiunque ne abbia
bisogno una piattaforma gratuita di consultazione, notizie, informazioni utili
e servizi interattivi, in crescita del 6,5% alla settimana, per la comunità
degli expat italiani in Austria e non solo;
LORENZO PELUSO
(GERMANIA) per aver realizzato un gemellaggio fra gli emigrati italiani da
Sanza, in provincia di Salerno, e il Klettgau, in Germania che costituisce un
modello di concreta collaborazione proiettata nel futuro e arricchito dalla
firma del Patto di Amicizia fra i popoli.
PER LA CATEGORIA
ENTE:
COMITATO
ASSISTENZA ITALIANA (CO.AS.IT.) DI MELBOURNE (AUSTRALIA), per aver creato, sin
dalla sua istituzione nel secondo Dopoguerra, un modello di diplomazia
culturale e linguistica in sintonia e collaborazione con il Governo australiano
e di attività assistenziale con l’intervento costante nel dialogo con ambedue i
Paesi per la tutela dei diritti della diaspora italiana.
PER LA CATEGORIA
ASSOCIAZIONE (EX AEQUO):
ASSOCIAZIONE DI
VOLONTARIATO MONDO ITALIANO (REGNO UNITO) per aver realizzato, dalla sua
creazione nel 2000, attività per proteggere i diritti dei cittadini italiani e
italodiscendenti, della solidarietà, della pace, dello studio dell’arte, la
cultura e le tradizioni italiane e la promozione del turismo sociale, anche
della terza età.
FEDERAZIONE DELLE
COLONIE LIBERE ITALIANE IN SVIZZERA (FCLIS) per aver sostenuto, fin dalla prima
associazione stabilita nel 1925 a Ginevra, un modello di spazio autonomo di
socialità, assistenza, servizi e mobilitazione politica, in difesa dei diritti
dei cittadini e dei lavoratori, nei confronti sia dell’Italia che della
Svizzera, motivando e ottenendo forme di legislazione più protettive degli
emigrati. (aise 14)
La fortuna di credere in sè stessi
In un tempo
segnato da ritmi frenetici, aspettative elevate e relazioni spesso fragili, la
capacità di credere in sè stessi rappresenta una delle risorse più preziose e,
al contempo, più rare. Non si tratta di una semplice esortazione motivazionale,
ma di una vera e propria attitudine esistenziale che può determinare il corso
della vita di un individuo, influenzandone scelte, relazioni e risultati.
Credere nelle proprie doti significa anzitutto riconoscerle.
Troppo spesso,
infatti, il talento resta nascosto sotto strati di insicurezza, timore del
giudizio altrui o abitudini limitanti. È più facile adattarsi, restare nella
zona di comfort, piuttosto che esporsi, rischiare e mettere alla prova le
proprie capacità. Eppure, è proprio nel superamento dei propri limiti che si
costruisce la crescita personale.
Ogni percorso di
affermazione passa inevitabilmente attraverso ostacoli. Non esiste successo
senza fatica, né realizzazione senza momenti di dubbio. La differenza tra chi
riesce e chi si arrende risiede spesso nella determinazione: quella forza
silenziosa che spinge ad andare avanti anche quando tutto sembra remare contro.
Credere in sè stessi non significa ignorare le difficoltà, ma affrontarle con
la consapevolezza di poterle superare.
Viviamo in una
società sempre più competitiva, dove il confronto è costante e spesso spietato.
Non di rado, le critiche arrivano proprio da chi ci è più vicino: familiari,
amici, colleghi. Talvolta per invidia, talvolta per paura del cambiamento,
altre volte semplicemente per mancanza di sensibilità, queste persone finiscono
per scoraggiare, ridimensionare, quando non addirittura screditare chi tenta di
emergere. In questo contesto, mantenere salda la fiducia in sè stessi
diventa una vera e
propria forma di resistenza.
È fondamentale
imparare a distinguere tra critica costruttiva e distruttiva. La prima è
un’occasione di crescita, la seconda è un peso inutile da lasciarsi alle
spalle. Non tutte le opinioni meritano ascolto, e non tutte le voci hanno il
diritto di influenzare il nostro cammino. La selezione di ciò che accogliamo e
ciò che respingiamo è parte integrante del processo di maturazione. Credere in
se stessi è anche un atto di responsabilità. Significa assumersi il rischio
delle proprie scelte, accettare eventuali fallimenti e trasformarli in
insegnamenti.
Non esistono
percorsi lineari, ma ogni esperienza contribuisce a costruire una versione più
consapevole e solida di sé. Inoltre, la fiducia nelle proprie capacità ha un
effetto diretto sulla qualità della vita. Non solo sul piano morale, in termini
di autostima e serenità interiore, ma anche su quello materiale. Chi crede in
se stesso è più propenso a cogliere opportunità, a mettersi in gioco, a creare
valore. E questo, nel tempo, si traduce spesso in risultati concreti,
riconoscimenti, soddisfazioni.
Va però chiarito
un punto essenziale: credere in se stessi non è sinonimo di arroganza. Al
contrario, è una forma di equilibrio tra consapevolezza dei propri mezzi e
apertura al miglioramento. È la capacità di dire “posso farcela” senza smettere
di imparare, di mettersi in discussione, di crescere. In un mondo dove è facile
essere giudicati e difficile essere compresi, la vera fortuna non è evitare le
critiche, ma sviluppare una solida fiducia interiore che non vacilli di fronte
alle avversità. È questa la chiave per andare avanti, per costruire un percorso
autentico, per ottenere quelle soddisfazioni – morali e materiali – che rendono
la vita piena e significativa. Credere in se stessi, in definitiva, non è un
privilegio riservato a pochi, ma una scelta quotidiana. Una scelta che richiede
coraggio, costanza e lucidità. Ma che, se coltivata con determinazione, può
davvero fare la differenza tra una vita subita e una vita pienamente vissuta.
Salvo Nugnes,
de.it.press
Cos’è il Solarpunk, il movimento che immagina un futuro tra natura e
tecnologia
Non si tratta di
un semplice esercizio artistico o di una corrente filosofica, ma di un modello
concreto di sostenibilità urbana
In un mondo spesso
rassegnato a scenari post-apocalittici, tra crisi climatica, guerre e pandemie,
emerge una nuova visione: il Solarpunk. Si tratta di un movimento sociale e
culturale che si muove tra ecologia radicale e innovazione consapevole. Così tra
giardini verticali, energia solare condivisa e comunità inclusive, il Solarpunk
dimostra di avere un solo scopo: progettare oggi le città di domani.
Cos’è il
Solarpunk?
Il termine nasce
sul web intorno al 2008, consolidandosi negli anni ’10 come risposta ottimista
e propositiva alla narrativa distopica. Se il cyberpunk immaginava un futuro
iper-tecnologico ma oscuro e dominato dalle corporazioni, il Solarpunk ribalta
questa prospettiva: immagina un domani in cui tecnologia e natura convivono in
armonia, alimentate da energie rinnovabili e da un’etica della cooperazione.
Il nome stesso
racchiude l’essenza della sfida. Il prefisso “Solar” richiama l’energia del
sole come fonte primaria di vita e alternativa ai combustibili fossili, simbolo
di trasparenza, calore e rinascita. Il suffisso “Punk” rappresenta invece il
seme della rivolta: il rifiuto di un modello di sviluppo capitalista
considerato predatorio e insostenibile.
Essere “punk” nel
Solarpunk significa opporsi al nichilismo e alla rassegnazione, rivendicando il
diritto di immaginare e costruire un futuro migliore attraverso la speranza
intesa come strategia operativa.
Dall’estetica alla
pratica: città che respirano
Visivamente, il
Solarpunk si distacca dal cemento grigio per abbracciare il verde rigoglioso e
la luce naturale. L’estetica trae ispirazione dall’Art Nouveau e dal movimento
Arts and Crafts, unendo motivi organici e decorazioni eleganti alla tecnologia
moderna.
Non si tratta però
di un semplice esercizio artistico o di una corrente filosofica, ma di un
modello concreto di sostenibilità urbana. In questa visione, l’architettura
diventa “biofilica”: gli edifici non sono corpi estranei, ma parte attiva
dell’ecosistema, capaci di produrre energia e ospitare la biodiversità.
Esempi tangibili
di questo movimento sono già visibili in Italia e nel mondo. Il Bosco Verticale
di Milano, ad esempio, è considerato un simbolo del movimento nel nostro Paese.
Ma anche il Milano Innovation District, un progetto di rigenerazione urbana orientato
alla mobilità sostenibile e alla collaborazione scientifica si identifica in
questo movimento. In Cina, invece, c’è Liuzhou Forest City, un intero
insediamento urbano progettato per assorbire Co2 anziché produrla. In generale
le comunità energetiche rinnovabili si basano su questo meccanismo: modelli
decentralizzati di produzione e condivisione di energia che incarnano lo
spirito comunitario del movimento.
I valori del
Solarpunk
Il Solarpunk
propone un cambiamento radicale della società dell’Antropocene, cioè quella
società caratterizzata dal ruolo dell’essere umano come principale forza agente
sulle trasformazioni geologiche, climatiche ed ecosistemiche del pianeta. I
suoi pilastri non sono solo ecologici, ma profondamente sociali:
1.
Decentralizzazione: l’energia e la produzione sono gestite localmente,
sottraendole al controllo dei grandi centri industriali.
2. Inclusività: il
movimento si fa interprete di istanze femministe, antirazziste e antiabiliste,
promuovendo comunità paritarie dove ogni minoranza è riconosciuta.
3. Tecnologia
etica: la scienza non è vista come uno strumento di sorveglianza, ma come un
mezzo democratico per migliorare la qualità della vita in equilibrio con il
pianeta.
La forza del
racconto
Oltre alla
progettazione urbanistica, il Solarpunk trova la sua forza nella letteratura e
nei manifesti programmatici. Opere come Ecotopia di Ernest Callenbach o le
visioni di Ursula K. Le Guin hanno anticipato temi oggi centrali per il
movimento.
Attraverso
antologie di racconti e manifesti, il Solarpunk svolge una funzione pedagogica:
incoraggia le persone a visualizzare soluzioni credibili ai problemi attuali,
trasformando l’utopia in un progetto realizzabile. In Italia, questa cultura
sta emergendo attraverso festival, collettivi e pubblicazioni indipendenti che
discutono di giustizia climatica e nuove forme di abitare.
Il movimento
Solarpunk punta così a ricordare che il disastro ambientale non deve essere
l’unico finale possibile. È un invito a passare dalla resistenza passiva alla
costruzione attiva, utilizzando tecnologie intelligenti e materiali naturali
per rigenerare il nostro rapporto con la Terra. Il futuro può essere luminoso,
a patto di avere il coraggio di immaginarlo e di progettarlo insieme. Adnkronos
15
“Ahi serva Italia,
di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di
provincie (signora delle sue province), ma bordello!”
Questo il verso
iniziale di una celebre invettiva di Dante Alighieri presente nel VI canto del
Purgatorio nella Divina Commedia. Un verso che descrive il disagio delle
promesse mancate e i timori del Centrodestra, che non ha realizzato nessuna
Riforma, ma che sforna una raffazzonata quanto sciatta proposta di Riforma
della Costituzione, tentando così di mascherare le proprie difficoltà con
un’ideona di ipotetico assalto alla legge elettorale mirata principalmente alla
cancellazione (forse corretta) dei Collegi uninominali.
A tale proposito
potrebbe essere ristabilito il ruolo dignitoso del parlamentare, evitando di
avere “figli di segreterie politiche e parenti prossimi” non in grado di
svolgere la funzione assegnata dal Popolo, ma sicuramente di canticchiare in
Aula una volta “Bella Ciao” e una volta l’Inno nazionale; tra “un sa chi sono
io” e un “sono al servizio degli Elettori” magari con facilitazioni e macchine
blu ululanti e incuranti di regole e pedoni. Un corpo di parlamentari cantanti
insomma, attenti però alle nomine pubbliche che la Meloni angelicamente con il
pianto in cuore ha fatto e sta facendo…(si fa per dire).
Per non parlare
dell’incessante sperpero delle Regioni e dei grandi Comuni, ad opera di
amministratori impreparati quanto disinvolti (tranne rare eccezioni) i quali si
sollazzano grazie alle prodighe mammelle della mucca da mungere, lo Stato. E
per darsi un decoro sfornano regolette e codicilli su misura incuranti del
disastro sociale che li circonda.
Tuttavia credo che
non si farà nessuna Riforma elettorale. Infatti non mi risulta che sia stato
varato dalle Commissioni parlamentari competenti l’iter delle audizioni
necessarie a completamento della procedura di prassi del regolamento delle
Camere. Aggiungiamo a questa rilevazione tecnica l’atteggiamento di Forza
Italia. La nuova Forza Italia, pur guidata da Tajani è diretta dalla famiglia
Berlusconi, famiglia che attende alla finestra il fine mandato del Governo per
valutare una collocazione diversa dall’attuale e intanto ha defenestrato i
Capigruppo di Camera e Senato vicini proprio al Ministro degli Esteri.
Tutto dipenderà da
quello che molti prevedono come risultato pareggio tra Centrodestra e Sinistra.
Ma il busillis vero per tutte le forze politiche sarà la composizione della
maggioranza che voterà per il nuovo Presidente della Repubblica. Comunque una moda
il Presidente del Consiglio l’ha creata: produrre una quantità notevole di
decretini per combattere a suo dire e dei Ministri ciarlieri le molteplici
questioni aperte senza intervenire attivamente, di fatto senza risolvere ma
aumentando un fumo, avvertito come tale, dai Cittadini. Questo esempio è
diventato così iconico di questo Governo, che è stato preso in prestito dagli
amministratori di ogni colore e riproposto come i peperoni che ritornano su in
fase di digestione …
Una proposta
indecente quella di riforma elettorale, ancor più indicativa del crescente
timore di poter perdere molti consensi di non schierati elettori e cittadini
che erano stati tentati da un Centrodestra “rivisto” a guida Meloni,
soprattutto sulle emergenze energetiche, dei giovani, del lavoro e sulla
sicurezza. Dopo la batosta referendaria pensavamo che il Governo prendesse una
strada di confronto con la sgarrupata Opposizione (che tra primarie e campo
largo oltre a rompere gli italici zebedei dimostrano solo molta tattica e
nessuna strategia vincente e a questo punto ci chiediamo ma il campo largo è
una coalizione o un fronte?), non solo non sta avvenendo e anzi avanti tutta
con le presunte Riforme non realizzate.
Vero è che
l’architettura costituzionale è fortemente incrinata e non è tutta colpa delle
“sisters” Meloni ma di Organi superiori che si sono ridotti a notai con matite
blu rosse, zuccheriera e pallottoliere a fianco. Il caso della Grazia alla
Minetti rivela tutta e di più la confusione nei Palazzi istituzionali, a
cominciare dal Quirinale, alimentando la becera pratica dello scaricabarile.
La Meloni si
troverebbe così ad affrontare una strada in salita durissima. La decisione di
bruciare le tappe con una legge elettorale percepita come antidemocratica e
subalterna al Presidente degli Stati Uniti non appare una risposta adeguata ai
veri bisogni degli Italiani. Al contrario, rischierebbe di risultare contraria
agli interessi del Paese, specialmente dei più giovani, che guardano con
preoccupazione alle difficili prospettive future e al necessario contributo per
il rilancio dell’Europa.
Purtroppo per
l’Italia, il deficit è stato del 3,1% nel 2025 e così non si esce dalla
procedura europea di infrazione per deficit eccessivi. Se ne deduce che i fondi
del PNRR si sono persi e mal spesi per la strada e sono pure finiti… (“avuta la
grazia, gabbato lo santo” e lo santo non sono stati certamente Conte e Draghi
già Presidenti del Consiglio al tempo, bensì gli esosi interessi di Germania e
Francia …E forse a breve assisteremo alla conversione al Mes (meccanismo
europeo di stabilità).
Nel frattempo,
oltre le pericolose guerre in atto e che ci riguardano da molto vicino, incombe
la difficile condizione dell’Ucraina, che continua ad aggravarsi, sotto
l’assalto ininterrotto di bombardamenti e missili, utilizzati da Putin per
costringere l’Ucraina all’abbandono e infliggere una sconfitta, non solo agli
Ucraini, ma all’Europa e all’intero mondo libero, parla purtroppo l’oltre
milione di vittime.
Se tutto ciò fosse
accompagnato dalle “prodezze mirabolanti” di Trump: dalle sue velleità contro
l’Iran alle ambiguità e indecisioni che rischiano di tradursi in sconfitte
sostanziali, tra intrallazzi, coperture e annunci di nuove manovre, mentre
crolla il consenso e si incrina il sostegno dell’opinione pubblica, negli Stati
Uniti e non solo.
Bravissima Giorgia
nel difendere Papa Leone e a interrompere la relation dangereuse con il Tycoon,
si è “intrumpata” e ha fatto bene, credo però che lei gli sia rimasta “nel
cuore” e che presto (se i democratici americani non chiederanno prima
l’impeachment) Trump tornerà nuovamente a corteggiarla, ha le “basi e i
dragamine”, che vuoi di più! A questo punto forse è meglio che Meloni torni a
risedersi sulle comode poltrone degli aerei per andare in giro senza mai
concludere …
Paradossalmente,
dovremmo persino essere entusiasti, nonostante l’ambiguità della Presidente
esposta al gravissimo rischio di mostrare sempre più chiaramente le proprie
equivocità e le proprie crescenti contraddizioni. L’esile Giorgia, sballottata
tra fazioni interne al suo Partito e le frizioni con gli Alleati è in uno stato
di riflessione nel quale una carezza d’oltreoceano le potrebbe riportare il
sorriso e riprendere le sue mini falcate tra i Presidenti europei anziché
essere messa da parte come si è visto. Contro l’occhio cattivo, Presidente
indossi una bella gonna a pois e sinuosamente si avvicini ai suoi bruttini
colleghi europei e mondali, lei è gradevolissima con quei begli occhioni
spalancati Presidente però non faccia il ballerino Stefano De Martino Ministro
o Sottosegretario alla Cultura la prego…un limite all’umana pazienza…
In un Paese che
arranca e dove i grandi enti partecipati dallo Stato fanno di tutto meno per il
fine per il quale sono stati creati (vedi Poste, Ferrovie e Cassa Depositi e
Prestiti tra gli altri), dove il Welfare è minacciato dalla crescente e
funzionante (a pagamento) egemonia di oligarchie private e dove i Cittadini
sono abbandonati al loro destino senza sicurezze. A parte la salutare amara
ironia termino questa mia riflessione con una constatazione: almeno abbiamo un
Uomo vero di Pace come Papa Leone, in un Paese e in un Mondo tormentato da
guerre armate e non.
Francesco
Petrucci, Sociologo (dip 7)
Colf e badanti: nel 2029 ne serviranno 2,2 milioni (+122 mila in tre anni)
Il 69% saranno
stranieri, in massima parte non comunitari. Il nuovo paper di Family (Net) Work
aggiorna le stime sul fabbisogno e anticipa le quote per il Decreto Flussi
2029. Con i nuovi dati sul preoccupante invecchiamento dei lavoratori domestici
Per coprire il
fabbisogno familiare di cura e assistenza nel 2029 in Italia serviranno almeno
2 milioni e 211 mila lavoratori domestici (colf e badanti), il 69% stranieri,
in massima parte non comunitari. È la nuova stima contenuta nel Paper
commissionato da Assindatcolf (Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro
Domestico) al Centro Studi e Ricerche IDOS, nell’ambito del Rapporto 2026
Family (Net) Work, presentato questa mattina a Roma e intitolato:
“Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici
stranieri nell’Italia che invecchia”.
Il fabbisogno di
lavoro domestico delle famiglie
Il report analizza
le necessità di cura degli over 65 nel nostro Paese: una popolazione che cresce
a un ritmo quasi esponenziale e che continuerà a farlo per almeno altri 15
anni, cioè fino a quando sarà ancora in vita la generazione del baby boom (anni
Cinquanta e Sessanta) che ne costituirà la componente più vecchia (over 85). Lo
studio valuta che alla fine del 2026, dei 15 milioni di persone con più di 65
anni, 2,2 milioni “necessiteranno di aiuto”, pari al 14,6% del totale, con
quote che però oscillano dal 12% delle regioni del Nord (Valle d’Aosta,
Trentino Alto-Adige e Veneto) al 19% di Sud e Isole (Molise, Abruzzo,
Basilicata e Sardegna). Nello stesso anno, il 43,6% di quella quota (958 mila
persone) riceverà aiuto a pagamento.
Proiettando questi
dati, si può quindi stimare che nel 2029 ci sarà bisogno di quasi 1 milione e
68 mila badanti, di cui 784 mila con cittadinanza straniera (73,4%). Riguardo
alla distribuzione territoriale va però rilevato che la concentrazione di queste
figure appare inversa a quella dei bisogni, con punte tra il 50 e il 52% nel
Centro-Nord (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) e con Campania, Sicilia e Calabria
che si attestano sul 32%. Lo stesso calcolo viene poi fatto per i lavoratori di
cura della casa ed emerge che nel 2029 serviranno 1 milione e 144 mila colf, di
cui 742 mila straniere (64,8%).
Si arriva così al
citato fabbisogno complessivo di 2 milioni e 211mila lavoratori, con un
incremento nel triennio 2027-2029 di quasi 122 mila unità, 40.522 all’anno:
7.440 italiani e 33mila stranieri, di cui circa 24mila non comunitari.
Italiani e
stranieri: il doppio invecchiamento
A determinare
questo scenario non sono soltanto le tendenze demografiche, quali la speranza
di vita di 83,7 anni, che ci pone oggi al terzo posto nell’Ue e che nel 2050
passerà a 84,3 anni per gli uomini e a 87,8 anni per le donne; o la riduzione
della fascia di popolazione attiva, che passerà dall’attuale 63,5% al 54,3% del
2050.
Dallo studio
risulta che la quota di over 65 sul totale della popolazione straniera è quasi
triplicata dal 2012, attestandosi nel 2026 sul 6,9% (percentuale che sarebbe
ben più alta se si considerasse la platea di oltre 2 milioni di stranieri che
hanno acquisito la cittadinanza italiana).
Ma il dato più
interessante riguarda la parte di stranieri che svolge lavori domestici e di
cura, per i quali il processo di progressivo invecchiamento è molto più
accentuato di quello della popolazione generale: nel 2024 oltre l’11% del
lavoro in questo settore era svolto da stranieri oltre i 65 anni, dato che
spinge il report a parlare di un mercato del lavoro “caratterizzato da scarso
ricambio generazionale e da una crescente dipendenza da lavoratori ‘anziani’,
spesso ancora attivi per necessità economiche e per la natura poco tutelata
delle carriere nel settore”. Nello specifico, sono le badanti donne a
manifestare il trend più accelerato: quelle con più di 65 anni sono passate dal
4,3% del 2015 al 16% nel 2024. Ed è ovvio aspettarsi che “molte lavoratrici
dovranno lasciare nei prossimi anni l’attività in questo settore se non per
‘raggiunti limiti di età’ almeno per ‘motivi fisici’”. Un turn-over del tutto
straordinario, in base al quale il rapporto calcola che, per colmare il vuoto,
ben l’81,6% di quei 122 mila lavoratori in più che serviranno nel prossimo
triennio dovranno essere stranieri, tre quarti dei quali non comunitari.
“Il dato dei circa
24mila lavoratori non comunitari indica con chiarezza il fabbisogno familiare
atteso per il 2029, - osserva il vicepresidente di Assindatcolf, Alessandro
Lupi. - Si tratta di una quota che auspichiamo possa trovare spazio nella
futura programmazione dei flussi, che attualmente si ferma al 2028. In assenza
di una sua prosecuzione, il rischio è una vera e propria implosione del sistema
dell’assistenza familiare, pilastro del welfare pubblico, con famiglie sempre
più anziane che non riescono a trovare sul mercato del lavoro una manodopera
disponibile, anch’essa sempre più anziana: con il paradosso di avere assistenti
familiari chiamate a prendersi cura degli anziani quando esse stesse si
avvicinano a una condizione di bisogno assistenziale”.
“In un comparto di
vitale importanza per il welfare nazionale, come la cura dei familiari e il
lavoro domestico, massicciamente dipendente dalla manodopera straniera
soprattutto femminile, - afferma il presidente di IDOS Luca Di Sciullo, -
sarebbe auspicabile che, al raggiunto allineamento delle quote dall'estero al
fabbisogno effettivo, segua una seria revisione dei meccanismi di ingresso e di
assunzione, che combatta efficacemente abusi, sfruttamento, irregolarità ed
evasione, che da decenni affliggono i rapporti di lavoro nel comparto”. Idos 7
Letteratura,
dialogo e identità al centro della prima edizione della manifestazione ideata
da Book Verlag, che ha riunito autori, istituzioni e comunità italiana in
Germania in una serata di incontro e condivisione
Nell’ultima
domenica di aprile, l’associazione Mondo Aperto a Colonia ha ospitato la prima
edizione del Book Festival 2026, evento dedicato alla promozione della cultura
e della letteratura italiana tra gli italiani residenti all’estero. La
manifestazione, organizzata da Book Verlag sotto la direzione di Maurizio Del
Greco, ha rappresentato un momento significativo di incontro tra Italia e
Germania attraverso la forza della parola scritta.
Autori provenienti
sia dall’Italia sia dalla Germania hanno presentato le proprie opere in
italiano, tedesco e inglese, offrendo racconti che hanno attraversato temi
diversi: dallo sport ai viaggi, dalle tradizioni alla poesia, fino
all’artigianato e all’identità culturale.
Tra i momenti
centrali della serata, la consegna dei premi istituzionali. L’onorevole Simone
Billi è stato premiato per il suo impegno costante a favore della comunità
italiana in Germania e per il sostegno alle iniziative culturali rivolte agli
italiani all’estero. Nel suo intervento ha sottolineato come la cultura
rappresenti “il collante più forte per le nostre comunità”.
Un riconoscimento
è stato conferito anche al Console Generale d’Italia a Colonia, Massimo
Cipolletti, per la vicinanza istituzionale alla collettività italiana e per il
sostegno alle attività culturali.
Il premio per
l’ospitalità e la promozione culturale è stato assegnato a Luca Paglia per aver
trasformato Mondo Aperto in uno spazio vivo di incontro e diffusione della
cultura italiana. Il premio organizzazione è andato a Maurizio Del Greco,
fondatore e ideatore di Book Verlag, per aver dato vita a un progetto capace di
valorizzare la letteratura italiana all’estero e favorire il dialogo con il
pubblico di lingua tedesca. Un riconoscimento speciale è stato attribuito anche
a Patrizia Pili per il lavoro di traduzione italiano-tedesco e per l’attività
di consulenza editoriale che ha reso possibile un reale scambio linguistico e
culturale tra autori e lettori.
Ampio spazio è
stato dedicato agli autori premiati. Franco Castaldo ha ricevuto il
riconoscimento per Corallino il mio amore per la Turris, opera capace di
trasformare la passione sportiva in racconto letterario e dialogo
interculturale. Gennaro Castello è stato premiato per Avventure in camper,
viaggio narrativo che racconta la libertà e la scoperta come esperienze
universali.
Il premio è andato
anche a Gaetano Fabozzo per l’edizione tedesca di VESUVIA: Jenseits von
Gomorra, opera che propone al pubblico tedesco un’immagine dell’Italia lontana
dagli stereotipi, valorizzandone cultura, tradizioni e artigianato. Il
professor Pietro Chiariello è stato premiato per POETRY TELLS MY STORY,
edizione inglese, portando sul palco una poesia intesa come linguaggio
universale e personale, accompagnata dalla recitazione di versi autobiografici.
Riconoscimenti
sono stati conferiti inoltre a Loredana Di Salvo per l’impegno letterario e la
capacità di creare connessioni emotive attraverso la scrittura e a Giuseppe
Tecce per il contributo alla valorizzazione della storia e delle tradizioni
italiane in Germania. Il premio speciale Book Verlag per Moda e Letteratura è
stato assegnato a Mario Del Gatto, esempio di dialogo tra arti diverse, dove
stile, artigianato e parola scritta si incontrano.
Nel suo intervento
conclusivo, Maurizio Del Greco ha sottolineato il significato dell’iniziativa e
cioè di dare voce agli autori italiani all’estero e costruire ponti culturali
con la Germania. „La letteratura unisce, supera i confini e racconta chi siamo.
Oggi Mondo Aperto è stata davvero la casa di tutti gli italiani“, ha
dichiarato.
Il prossimo
appuntamento con il Premio Book Verlag è già fissato per domenica 8 novembre
2026, sempre a Colonia, per proseguire un percorso che mette la cultura al
centro del dialogo europeo. CdI 8
Premio Nazionale Pratola: l’Edizione 2026 del 6 giugno
Sarà anche
quest’anno la splendida Chiesa dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone di
Badia-Bagnaturo di Sulmona ad ospitare la XVII Edizione del PREMIO NAZIONALE
PRATOLA 2026, sabato 6 giugno a partire dalle ore 16.00. Una manifestazione che
torna ad animare il territorio peligno e che nel corso degli anni è diventata
uno degli appuntamenti più prestigiosi e seguiti della regione, apprezzato
anche in ambito nazionale e internazionale.
L’evento, curato
dall'Associazione Culturale “Futile Utile” e organizzato con passione e
competenza dai giornalisti Ennio e Pierpaolo Bellucci, vede, come per le
passate edizioni, la partecipazione di prestigiosi personaggi, rappresentativi
di varie realtà internazionali, nazionali e regionali. Diverse le sezioni in
cui si articola la manifestazione, con un eccellente parterre di premiati che
rappresentano un punto di riferimento nel proprio ambito lavorativo.
A fare da
splendida e suggestiva quinta del Premio uno dei luoghi celestiniani per
eccellenza, l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, palcoscenico di
incomparabile bellezza e spiritualità, testimonianza di un'arte altissima che
affonda le radici nella terra d’Abruzzo. Testimonial della Kermesse, Marcello
Sorgi, già premio Pratola nel 2019, editorialista de La Stampa, giornalista e
saggista tra i più noti del panorama italiano.
Prestigiosi i nomi
che riceveranno il riconoscimento 2026. Per la sezione Sport il premio andrà
alla Campionessa olimpica di pattinaggio velocità su ghiaccio, Francesca
Lollobrigida, capace di conquistare due medaglie d’oro ai recenti Giochi
invernali di Milano-Cortina. Protagonisti della sezione Giornalismo e Tv
saranno il vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito, il direttore
del TG2 Rai, Antonio Preziosi, l’inviata Mediaset del programma Quarta
Repubblica, Lodovica Bulian, il giornalista per trent’anni all’agenzia ANSA
nella redazione Esteri, capo del servizio ANSAmed e ideatore di ANSA Nuova,
Pierluigi Franco.
La sezione
Letteratura vedrà assegnare il riconoscimento allo scrittore Remo Rapino,
vincitore della 58° edizione del prestigioso Premio Campiello, uno degli autori
più apprezzati del nostro Paese. A Edoardo Purgatori il premio per la sezione
Cinema e Teatro. L’attore romano è tra i più promettenti e conosciuti artisti
del panorama italiano, già noto anche con lo pseudonimo di Ed Hendrik. La
sezione Sport avrà altri due protagonisti: Sabatino Aracu, presidente delle due
federazioni degli sport rotellistici, di quella mondiale World Skate e di
quella italiana Skate Italia, tra i più longevi presidenti dello sport
internazionale; Duccio Marsili, senese di nascita, campione mondiale, europeo e
italiano di pattinaggio corsa su rotelle, già insignito del prestigioso Premio
Mangia della città di Siena.
Premio per la
sezione Artigianato Abruzzese a una delle più importanti realtà dell’arte orafa
del territorio peligno, Santilli Gioielli che in più di trent’anni di attività
è diventata sinonimo di eleganza e ricercatezza artigiana. Non poteva mancare
il riconoscimento per la sezione Informazione Regionale che va a
ReteAbruzzo.com che con impegno quotidiano, tempestività e puntualità è vero
punto di riferimento dell’informazione regionale.
A caratterizzare
la manifestazione anche gli interventi e le sottolineature musicali di Rosanna
Di Lisio alla voce, Massimo Domenicano al piano, Gianni Ferreri alla tromba.
Presenterà l’edizione XVII del Premio Nazionale Pratola il giornalista volto
noto di Rete 8, Enrico Giancarli. Ad alcune delle personalità insignite verrà
consegnato un ritratto caricaturale realizzato in esclusiva per l’occasione,
dal famoso artista e vignettista Franco Pasqualone in arte “Pasq”, da sempre
partner del Premio.
Goffredo Pamerini,
de.it.press 17
Fitinfluencer, perché fanno “male” alla salute mentale dei giovani
Si avvicina
l’estate e quel vestito che hai comprato lo scorso anno non entra più. Hai
bisogno di tonificare i muscoli, perdere quella pancetta da letargo invernale e
ritrovare un po’ di pace con l’immagine che vedi riflessa allo specchio. E
mentre ti penti persino della pizza ordinata mercoledì sera quando di cucinare
non avevi voglia, ecco che compaiono corpi statuari sui social che ti
consigliano come perdere cinque chili in tre mesi con sole due ore di attività
a settimana. Sarà un caso? Il famoso algoritmo che ormai ci legge nella mente?
O sarà che gli ecosistemi digitali che viviamo quotidianamente sono ormai
dominati dalla cosiddetta “Fitspiration”?
E bene, il
mix porta a scontrarci ogni giorno con un genere di contenuti che, pur nascendo
con l’intento dichiarato di motivare a uno stile di vita sano attraverso
l’esercizio fisico e una dieta equilibrata, è oggi oggetto di severo scrutinio
scientifico. Come ci rapportiamo ad essi? Che effetto hanno sulla nostra mente?
A cercare le risposte a questi quesiti è un recente studio, pubblicato sulla
rivista Health Communication, il quale ha sintetizzato otto anni di ricerca
sperimentale per determinare l’impatto causa-effetto di questa esposizione sul
pubblico dei giovani adulti. E il presagio non è dei migliori.
Lo studio
La ricerca,
guidata dalla dottoressa Valerie Gruest, ricercatrice presso la Northwestern
University ed ex nuotatrice olimpica, e dal dotto Nathan Walter, rappresenta la
prima meta-analisi che esamina esclusivamente studi sperimentali pubblicati tra
il 2015 e il 2023. L’analisi ha aggregato dati provenienti da 26 campioni
indipendenti, coinvolgendo un totale di 6.111 individui di età compresa tra i
18 e i 33 anni in sette nazioni, tra cui l’Italia, gli Stati Uniti, il Regno
Unito e l’Australia.
Il valore aggiunto
di questa indagine risiede nella sua natura causale: a differenza degli studi
correlazionali, i ricercatori hanno analizzato esperimenti in cui i
partecipanti venivano esposti a un numero controllato di immagini o video di
fitspiration (da 10 a 100) per misurarne gli effetti immediati rispetto a
gruppi di controllo esposti a contenuti neutri.
I meccanismi del
confronto sociale “verso l’alto”
Il principale
motore del malessere identificato dalla ricerca è il confronto sociale verso
l’alto. Gli utenti non si limitano a osservare le immagini, ma valutano
attivamente le proprie caratteristiche fisiche e il proprio stile di vita
rispetto a standard idealizzati e spesso irraggiungibili per persone comuni che
non svolgono quel tipo di attività per professione. I risultati confermano con
significatività statistica che l’esposizione alla fitspiration incrementa
drasticamente questo tipo di confronti, portando a una svalutazione sistematica
del sé.
Le conseguenze
psicologiche delineate dallo studio sono molteplici:
* Immagine
corporea e autostima: è stata riscontrata una diminuzione significativa della
soddisfazione per il proprio aspetto fisico e della percezione positiva del
corpo.
* Alterazione
dell’affettività: l’esposizione ai contenuti “fit” genera un aumento dei
sentimenti negativi (ansia, vergogna, invidia) e una contestuale riduzione
delle emozioni positive, intaccando il benessere emotivo generale.
Il paradosso della
motivazione: fitness o distorsione?
Sebbene la
fitspiration promuova obiettivi apparentemente positivi come la forza e la
salute, i suoi elementi centrali rimangono ancorati a standard di bellezza
normativi: eccessiva magrezza e tonicità per le donne, muscolatura estrema per
gli uomini.
La ricerca
evidenzia un paradosso preoccupante: se da un lato questi post aumentano
l’intenzione di fare esercizio e seguire diete, tali motivazioni sono spesso
radicate in una sintomatologia tipica dei disturbi alimentari. Il rischio è che
gli utenti adottino regimi alimentari restrittivi o routine di allenamento
estenuanti come “scorciatoie” per raggiungere fisici che, nella realtà,
richiederebbero spesso l’uso di integratori, steroidi o persino “editing”
digitale.
Trasversalità del
fenomeno
Un dato emerso con
forza è l’assenza di moderazione da parte di variabili demografiche come il
genere o l’indice di massa corporea. Ciò suggerisce che i rischi della
“fitspiration” non sono confinati alle giovani donne, categoria storicamente
più studiata, ma colpiscono in modo trasversale uomini e giovani adulti con
diverse composizioni corporee. È stato tuttavia notato che l’efficacia
motivazionale della fitspiration tende ad aumentare con l’età, sebbene questo
non ne attenui i potenziali effetti collaterali negativi.
Conclusioni e
implicazioni per la salute pubblica
Le origini della
fitspiration, rintracciabili nei blog pro-disturbi alimentari dei primi anni
2000, ne sottolineano la pericolosità intrinseca. Nonostante la patina di
salute e benessere, il bombardamento quotidiano, stimato in circa 1-5
esposizioni al giorno per un utente medio, agisce come un catalizzatore di
insicurezza. Gli autori dello studio concludono che, data l’impossibilità di
eliminare l’uso dei social media tra i giovani, è imperativo sviluppare
strategie di alfabetizzazione digitale per mitigare l’impatto di questi modelli
estetici onnipresenti. Comprendere la meccanica dei messaggi che generano
queste risposte negative sarà il prossimo passo cruciale per promuovere un
impegno più consapevole e sano con le tecnologie digitali. Adnkronos 5
La filosofia della vita non è un gioco di parole
“La filosofia
della vita non è un gioco di parole; è un mare profondo di pensieri ed
esperienze umane che danno significato alla vita.” ...Dr. Sethi K.C.
I segreti della
vita umana sono sempre stati uno dei più grandi enigmi della coscienza umana.
Filosofi, pensatori, santi, scrittori e uomini e donne comuni hanno cercato,
sin dai tempi antichi, di comprendere il significato dell’esistenza. Alcuni
hanno cercato la verità nella religione, altri nella scienza, altri ancora
nella spiritualità o nelle esperienze umane. Ma, nonostante secoli di
riflessioni filosofiche, una cosa rimane vera: la vita non può essere
conosciuta soltanto attraverso le parole. Deve anche essere vissuta ed
esperita, osservata e sofferta, meditata interiormente. La filosofia della
vita, quindi, non è la stessa cosa di una disciplina accademica o di un insieme
di idee. È la connessione viva tra il pensare, il conoscere, il sentire, l’agire
e il vivere. L’essere umano non si limita a pensare la vita, ma la vive. La
filosofia personale si forma attraverso ogni sorriso, ogni ferita, ogni
successo, delusione, relazione e silenzio.
Il Dr. Sethi K.C.,
fondatore della Filosofia Sethiana, afferma che gli esseri umani hanno una
percezione errata della filosofia, riducendola a semplice linguaggio e
argomentazione. La Filosofia Sethiana sostiene che la filosofia non è più
soltanto una questione di libri e discorsi, ma una silenziosa trasformazione
che avviene nella mente umana attraverso l’esperienza, la consapevolezza di sé,
la comprensione emotiva e l’osservazione della realtà.
Il Dr. Sethi
scrive: “È attraverso l’esperienza che nasce la comprensione, ma è attraverso
le parole che si può introdurre la filosofia.” Questo pensiero rappresenta il
fondamento della Filosofia Sethiana. La conoscenza umana non deriva soltanto
dalle informazioni, ma anche dal vivere situazioni che mettono alla prova i
sentimenti, l’etica, la pazienza, la verità e la coscienza dell’essere umano.
Le differenze tra
parole e comprensione
La società moderna
è diventata altamente espressiva. Le parole vengono continuamente pronunciate,
stampate, pubblicate sui social e discusse riguardo alla vita, alla felicità,
alla moralità e al successo. Tuttavia, parlare di saggezza e possedere davvero
la saggezza sono due cose completamente diverse. Le persone possono parlare
magnificamente della pazienza e irritarsi per questioni insignificanti.
Qualcuno può scrivere sulla gentilezza e comportarsi con crudeltà verso gli
altri. Questi paradossi testimoniano una verità importante: la vera misura
della filosofia non è il discorso, ma l’armonia tra pensiero e azione. Secondo
la Filosofia Sethiana, le parole utilizzate senza una reale consapevolezza
interiore possono trasformarsi in esibizioni superficiali. La vera filosofia
inizia quando le parole diventano comprensione.
La lampada e la
fiamma
Il Dr. Sethi
paragona la filosofia umana a una lampada. L’esterno della lampada è come le
parole. Esse danno forma e colore. Ma la fiamma rappresenta la comprensione.
Senza la fiamma, la lampada non può illuminare. Allo stesso modo, il linguaggio
umano, le citazioni e la conoscenza intellettuale possono apparire grandiosi,
ma se mancano esperienza e realizzazione interiore, non possono essere
illuminanti. Questa illustrazione mostra che non è sufficiente apparire saggi
nel mondo esterno. È essenziale che avvenga una realizzazione interiore.
L’esperienza umana
è il fondamento della filosofia
Ogni individuo
nasce con un “mondo” unico dentro di sé. Ognuno vive la propria vita in modo
differente. Per questo ogni persona sviluppa il proprio concetto della vita.
Per alcuni, la felicità può essere legata al denaro. Una persona che ha vissuto
a lungo nella solitudine apprezzerà il contatto umano più di chi è sempre stato
circondato da compagnia. Allo stesso modo, chi è stato tradito può avere una
definizione diversa della fiducia.
La coscienza è
formata dalle esperienze umane
Nella Filosofia
Sethiana, la sofferenza stessa è considerata una grande maestra. Spesso il
dolore, le delusioni, i fallimenti e l’angoscia emotiva conducono a una
comprensione più profonda rispetto al comfort e al lusso. Il Dr. Sethi scrive:
“Il comfort può riempire la vita, ma sono le sfide a renderne evidente il
significato.” La sofferenza non viene glorificata. Piuttosto, è nei
momenti difficili che gli esseri umani riflettono più profondamente su se
stessi e sulla vita.
L’albero e la
tempesta
Con il tempo
sereno, un albero può sembrare forte. Ma soltanto una tempesta può rivelare la
profondità delle sue radici. Allo stesso modo, gli esseri umani scoprono la
loro vera forza, i loro valori, la loro pazienza e la loro filosofia nei
momenti difficili della vita. L’essenza dell’avversità è rivelare la verità
interiore. Questo esempio dimostra i limiti della comprensione filosofica
puramente teorica. La vera filosofia può essere vista soltanto nell’esperienza
pratica dell’essere umano.
La Filosofia
Sethiana e l’osservazione di sé
Uno degli elementi
centrali della Filosofia Sethiana è l’osservazione di sé. Gli esseri umani
spendono enormi quantità di energia osservando gli altri, ma rimangono
sconosciuti a se stessi. Criticano, osservano la società, parlano di moralità,
ma non comprendono le proprie paure, insicurezze, desideri, contraddizioni ed
ego. Secondo la Filosofia Sethiana, il primo passo verso la filosofia è una
sincera consapevolezza di sé.
Il Dr. Sethi
spiega: “La distanza più grande che un essere umano possa percorrere nella vita
non è tra due persone, ma tra un uomo e se stesso.” Gli esseri umani
tendono a comportarsi secondo modelli socialmente accettati senza interrogarsi
sulla propria realtà interiore. Molte persone indossano maschere emotive per
compiacere la società. Sorridono esteriormente ma hanno cuori vuoti. Cercando
approvazione, perdono il contatto con ciò che realmente sono. La Filosofia
Sethiana invita ad osservare silenziosamente i propri pensieri. Perché alcune
parole ci feriscono? Perché ci confrontiamo continuamente con gli altri? Perché
la paura guida molte decisioni? Perché ciò che gli altri dicono ci turba così
profondamente? Attraverso queste domande, la coscienza cresce lentamente.
Lo specchio
impolverato
La mente umana,
dice il Dr. Sethi, è simile a uno specchio. Se la polvere si accumula su uno
specchio, il riflesso diventa confuso. Allo stesso modo, la coscienza umana è
coperta dall’ego, dalla paura, dall’avidità, dalla gelosia e dal
condizionamento sociale. Finché non trascendiamo questi strati emotivi, la
mente rimane velata e incapace di vedere chiaramente la realtà. Quando una
persona sviluppa consapevolezza di sé, lo specchio viene pulito. Solo allora
l’essere umano può iniziare a comprendere la vita in modo più autentico.
Il pensiero come
inizio dell’azione
Uno dei concetti
fondamentali della Filosofia Sethiana è l’unità tra pensiero e azione. I
pensieri da soli non bastano a cambiare la vita. Allo stesso modo, le azioni
senza comprensione possono essere prive di direzione. La filosofia nasce
dall’interazione tra comprensione e azione. La civiltà moderna spesso presenta
una separazione tra ciò che le persone pensano e ciò che fanno. Molti
sostengono pubblicamente determinati valori morali ma agiscono diversamente
nella vita privata. Parlano dell’umanità, ma ignorano chi soffre. Questa
divisione indebolisce l’autenticità umana. Il Dr. Sethi scrive: “Quando la
filosofia si riflette nella condotta, allora diventa vera
comprensione.” Questo significa che la filosofia deve manifestarsi nella
vita quotidiana.
L’operaio onesto
Un intellettuale
istruito può tenere grandi discorsi sulla moralità. Ma un uomo povero che
guadagna il pane quotidiano con sincerità e onestà può praticare
inconsapevolmente una filosofia più profonda. Perché? Per la filosofia non
conta soltanto il linguaggio, ma l’integrità. Molto spesso, un atto sincero
possiede più valore filosofico di moltissimi discorsi.
Il valore del
silenzio nella filosofia
Uno degli aspetti
particolari della Filosofia Sethiana riguarda il silenzio. La società moderna
teme il silenzio perché nel silenzio l’essere umano incontra se stesso. Nel
silenzio emergono i pensieri e le emozioni; nel rumore, invece, la coscienza
viene distratta. Il Dr. Sethi ritiene che nulla sia più profondo del silenzio.
“Esistono verità che non parlano attraverso il linguaggio, ma si rivelano nel
silenzio.” Spesso le persone non ascoltano soltanto le parole, ma
percepiscono anche il silenzio emotivo che si nasconde dietro di esse. Una
madre che si sacrifica silenziosamente per il proprio figlio, una persona sola
che nasconde il dolore dietro un sorriso, un anziano che osserva la vita in
silenzio: tutte queste esistenze custodiscono profonde filosofie.
L’oceano
L’oceano appare
agitato in superficie, con onde in continuo movimento. Ma nelle profondità
esiste pace. Allo stesso modo, nella mente umana esistono rumori sociali,
pensieri ed emozioni continue. Ma sotto questa agitazione si trova un silenzio
interiore più profondo, nel quale la saggezza cresce lentamente. La Filosofia
Sethiana incoraggia l’essere umano a prendersi del tempo per riflettere e
rimanere nella quiete interiore.
L’illusione del
successo materiale
Nella società
contemporanea, il successo viene spesso misurato attraverso la ricchezza, la
popolarità, lo status e il riconoscimento sociale. Tuttavia, la Filosofia
Sethiana mette in dubbio l’idea che il significato della vita possa essere
trovato soltanto nel successo materiale. Molte persone istruite e di successo
continuano a sentirsi vuote, ansiose, sole o incompiute. Perché? Perché i
risultati esteriori non portano sempre appagamento interiore. Il Dr. Sethi
scrive: “Si può possedere tutta la ricchezza del mondo e sentirsi comunque
senza casa nella propria anima.” Questa riflessione riguarda la differenza
tra possedere qualcosa e vivere nella pace interiore. La società insegna agli
esseri umani a competere, ma non insegna loro a comprendere se stessi. La
Filosofia Sethiana non è contraria ai risultati materiali. Piuttosto, sostiene
che un successo privo di consapevolezza interiore crea squilibrio.
L’uccello nella
gabbia d’oro
Immaginiamo un
uccello rinchiuso in una splendida gabbia d’oro. La gabbia è preziosa, ammirata
e bella. Ma l’uccello rimane comunque prigioniero. Allo stesso modo, una
persona può diventare ricca e ricevere ammirazione dagli altri, ma vivere
interiormente nella paura, nello stress o nel vuoto emotivo. Questo esempio
dimostra che il successo, da solo, non basta per creare una buona vita.
Relazioni umane e
filosofia
Le relazioni umane
rappresentano una chiave importante per comprendere la vita. È attraverso le
relazioni che emergono le emozioni umane. L’amore rivela l’attaccamento. Il
tradimento rivela la vulnerabilità. L’amicizia rivela la fiducia. La
separazione mette in luce la dipendenza emotiva. Nella Filosofia Sethiana, le
relazioni sono considerate uno specchio della coscienza umana. Il Dr. Sethi
spiega: “Ogni relazione non rivela soltanto un’altra persona, ma anche parti
nascoste di noi stessi.” Quando gli esseri umani interagiscono,
imparano sull’ego, la pazienza, l’empatia, l’insicurezza, il perdono e la
maturità emotiva. Molte persone cercano la relazione perfetta senza conoscere
se stesse. Per questo, paure irrisolte ed aspettative interiori creano conflitti
emotivi. La Filosofia Sethiana non insegna a controllare le emozioni, ma a
comprenderle.
I due viaggiatori
Il Dr. Sethi
paragona le relazioni a due viaggiatori che camminano insieme. Se entrambi
conoscono la direzione del cammino, il viaggio può essere significativo. Ma se
ognuno è perso interiormente, possono camminare insieme fisicamente senza avere
una vera connessione emotiva. Questo esempio dimostra che la comunicazione da
sola non basta per una relazione. È necessaria anche la comprensione reciproca.
Il viaggio verso
il significato della vita
Una delle più
grandi domande filosofiche è: qual è il significato della vita? Ogni essere
umano è diverso e trova significato in modi differenti. Alcuni lo trovano
nell’amore, altri nella creatività, nella spiritualità, nella famiglia, nel
servizio, nella conoscenza o nella crescita personale. La Filosofia Sethiana
suggerisce che il significato non possa essere completamente ricevuto dagli
altri. Ogni individuo deve scoprirlo attraverso la propria consapevolezza e la
propria esperienza. Il Dr. Sethi scrive: “Il significato non esiste come
un oggetto da trovare; esso cresce lentamente attraverso la vita
cosciente.” La vita stessa diventa quindi un viaggio di comprensione,
piuttosto che una destinazione finale. Nella ricerca del significato, gli esseri
umani devono porsi domande difficili:
Che cosa è
veramente importante per me?
Sto vivendo
secondo la mia verità interiore o secondo la pressione sociale?
Chi sto
diventando?
Le persone
presenti nella mia vita stanno favorendo comprensione, compassione e
consapevolezza?
Queste riflessioni
accrescono la coscienza filosofica.
La Filosofia
Sethiana e la coscienza umana
Nella Filosofia
Sethiana, la coscienza umana è considerata un processo continuo. Gli esseri
umani non sono entità statiche. La comprensione cambia continuamente attraverso
le esperienze. Il modo in cui una persona vede la vita a vent’anni è diverso da
quello che avrà a cinquanta. Anche la percezione emotiva cambia con il tempo.
Il Dr. Sethi sottolinea:
“La saggezza non
nasce dalla convinzione di avere tutte le risposte, ma dalla consapevolezza di
ciò che ancora non conosciamo.” Questa umiltà permette all’essere umano di
continuare ad apprendere. La Filosofia Sethiana promuove armonia tra intelletto
ed emozione, tra parola e silenzio, tra individualità e umanità, tra successo e
pace, tra pensiero e azione. Essa ricorda all’essere umano che la vita non è
soltanto logica; esistono dimensioni emotive, spirituali e psicologiche che
vanno oltre la pura razionalità.
Conclusione
La filosofia della
vita non è una bella costruzione di parole. È la struttura viva dei pensieri,
delle emozioni, delle esperienze, della conoscenza e delle azioni umane. Ogni
individuo possiede una filosofia invisibile formata dalle proprie esperienze, relazioni,
ricordi, silenzi, sogni e osservazioni. Secondo la Filosofia Sethiana, la vera
saggezza non consiste soltanto nel parlare elegantemente della vita. Essa nasce
dal vivere con consapevolezza, dall’osservazione sincera, dalla comprensione
profonda e dall’azione autentica. L’intero libro della vita è ancora aperto.
Ogni sorriso contiene una lezione. Ogni ferita insegna qualcosa. Ogni silenzio
custodisce un significato. Ogni esperienza possiede una verità, anche quando
non appare immediatamente evidente. In breve, non esiste separazione tra
filosofia e vita. La filosofia è la profondità della comprensione della vita.
Ed è per questo che il Dr. Sethi K.C. scrive: “La filosofia della vita non è
soltanto un gioco di parole, ma un ricco terreno di pensieri, comprensione ed
esperienze umane che possono influenzare il significato della vita.”
Dr. Sethi Krishan
Chand, de.it.press 15
Giovani, fuga dei talenti e crisi demografica
Trento. Fuga dei
cervelli, crisi demografica, meritocrazia, difficoltà di accesso al lavoro e
necessità di restituire fiducia alle nuove generazioni sono stati al centro
dell’incontro “Parlare con i giovani, non dei giovani”, che ha visto dialogare
Renato Brunetta, presidente del CNEL – Consiglio Nazionale dell’Economia e del
Lavoro – e Fabio Tamburini, direttore del Sole 24 Ore, sul rapporto tra giovani
e futuro del Paese. Aprendo l’incontro, il direttore Tamburini ha sottolineato
come il tema sia perfettamente coerente con il filo conduttore dell’edizione
2026 del Festival — “Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani” —
ricordando l’impegno del CNEL nel riportare le nuove generazioni al centro del
dibattito pubblico. Brunetta ha motivato questa scelta in modo netto: “Dei
giovani non si occupa nessuno”, citando il caso della Spagna, che negli ultimi
anni ha costruito una strategia nazionale di attrazione dei giovani, mentre in
Italia — ha osservato — si è fatto poco oltre a misure frammentarie e incentivi
fiscali. Una vera strategia sui giovani, ha detto, è mancata, parlando di una
responsabilità generale delle classi dirigenti. Al centro dell’intervento anche
la crisi demografica. L’ex ministro ha definito quella italiana non un semplice
“inverno demografico”, ma una vera e propria “glaciazione demografica”: un
fenomeno strutturale destinato a produrre effetti per decenni. Le nascite sono
ormai scese sotto la soglia dei 400 mila nati all’anno e il problema è
aggravato dal fatto che le nuove generazioni sono numericamente troppo ridotte
persino per garantire un sufficiente numero di futuri genitori. A questa crisi
si aggiunge la fuga dei talenti. Secondo i dati citati da Brunetta, negli
ultimi tredici anni l’Italia avrebbe perso oltre 650 mila giovani altamente
qualificati, con una perdita stimata di circa 160 miliardi di euro di
investimenti in capitale umano sostenuti da Stato e famiglie. Tamburini ha
quindi posto il tema del perché i giovani lascino l’Italia. Per il presidente
del CNEL il nodo centrale è la mancanza di fiducia: a pesare sono salari bassi,
scarsa produttività e soprattutto la percezione che il merito non venga
riconosciuto. In Italia, ha osservato Brunetta, prevalgono ancora logiche non
meritocratiche e lunghi percorsi di “gavetta”. Secondo il presidente del CNEL
non si tratta solo di una questione economica, ma anche di fiducia, valori e
speranza per il proprio futuro e quello dei propri figli. “Molti se ne vanno da
luoghi bellissimi in cui vivere, ma dove è più difficile lavorare, fare impresa
o costruire una famiglia”, ha osservato. Brunetta ha poi richiamato il valore
storico dell’Italia come Paese attrattivo per talenti, cultura e innovazione.
Ha ricordato come nell’Italia del Rinascimento artisti e intellettuali
arrivassero da tutta Europa, contribuendo a costruire quel patrimonio culturale
e manifatturiero che ancora oggi alimenta il Made in Italy. Ha quindi parlato
del progetto del CNEL che sta raccogliendo testimonianze di giovani italiani
all’estero attraverso un’attività di ascolto che ha già coinvolto oltre 1.500
professionisti, ricercatori e lavoratori emigrati: molti di loro sarebbero
disponibili a tornare in Italia, a patto di trovare maggiori opportunità e un
contesto più favorevole. Sul tema della mobilità internazionale, Brunetta ha
inoltre sottolineato che il problema non è la partenza dei giovani in sé, ma il
fatto che spesso siano costretti a lasciare il Paese senza poi rientrare: oggi,
ha osservato, per nove italiani che se ne vanno ne torna soltanto uno. Tra i temi
affrontati anche quello della “valutazione di impatto generazionale”,
introdotta da una recente normativa ancora in fase di attuazione. Brunetta ha
spiegato che l’obiettivo è inserire in ogni legge o provvedimento una
valutazione degli effetti sulle future generazioni, attraverso una sorta di
sistema “a semaforo”: verde per le misure favorevoli ai giovani, giallo per
quelle neutrali e rosso per quelle considerate penalizzanti. Secondo il
presidente del CNEL, fino a oggi le nuove generazioni sono rimaste spesso
escluse dai processi decisionali perché prive di reale peso politico e
contrattuale. In chiusura, il presidente ha rivolto un messaggio diretto ai
giovani italiani all’estero: “Abbiate fiducia in questo straordinario Paese.
Tornate a darci una mano a cambiarlo, perché abbiamo bisogno di voi”.
(vb/Inform 25)
Glossario dell'estremismo di destra. Ecofascismo
Un termine
ambiguo, utilizzato come strumento critico per mettere in luce i tentativi di
greenwashing dell’estrema destra. di Arsenio Cuenca
Un concetto non
corrisponde necessariamente alla realtà che pretende di descrivere. Che si
tratti di un’etichetta che gli attori si attribuiscono da soli o di una
designazione imposta dall’esterno, come nel caso del termine qui esaminato, il
suo significato può essere oscurato dalla maniera in cui viene formulato.
Questa è, almeno, la tesi avanzata da Fabrice Flipo nella sua analisi del
concetto di ecofascismo. Nel discutere la validità epistemologica del termine,
Flipo fa riferimento al suo uso precoce nell’ecologia politica del filosofo
franco-austriaco André Gorz. Nel suo testo “Socialisme ou éco-fascisme”[1], il
concetto indica una gestione autoritaria della crisi ecologica che gli attori
capitalisti potrebbero eventualmente attuare in risposta ai vincoli ambientali.
Per Flipo, la logica di Gorz fa eco alla teoria del pensatore marxista
franco-greco Nicos Poulantzas sul ruolo dello Stato in periodo di crisi
economica: se il capitalismo attraversa una fase di sovrapproduzione si
impadronisce dello Stato per imporre un controllo più stretto sull’economia.
Tuttavia, se l’interpretazione di Flipo è corretta, Gorz avrebbe potuto trarre
ispirazione solo in misura limitata da Poulantzas, per il quale la
trasformazione autoritaria dello Stato in un contesto di crisi capitalistica
assumeva forme piuttosto distinte dal fascismo[2].
Flipo esamina
anche in modo critico il concetto di «elettro-fascismo» elaborato da Gorz, che
rimanda ai vincoli autoritari che l’energia nucleare imporrebbe alla società a
causa dei rischi che le sono intrinsecamente associati. Oggi, un giudizio
simile potrebbe essere applicato al concetto di «fascismo fossile» proposto da
Andreas Malm[3]. Fuori dal loro contesto originario, tali utilizzi del concetto
di fascismo tendono a ridurlo a una semplice forma di autoritarismo, anche se
questa caratteristica non è né esclusiva del fascismo né specifica dell’estrema
destra. Allo stesso modo, Daniele Conversi si unisce a Flipo e mette in
discussione l’uso stesso del termine ecofascismo. Esaminandolo nel contesto
segnato dall’auge delle forze di estrema destra, Conversi descrive il fenomeno
come «un ambientalismo artefatto e regolato, diluito e svuotato di significato,
ridotto a una dimensione strettamente locale-nazionale e territoriale […] in
una prospettiva limitata e territorializzata che difficilmente può essere definita
“ecologista”»[4]. Anche per Flipo il giudizio è sostanzialmente simile:
«L’ecologismo rimanda a forme politiche ben identificate e relativamente
stabili. Si tratta innanzitutto di un movimento sociale sostenuto da un
attivismo cosmopolita che cerca di riequilibrare il metabolismo sociale con la
natura […] ponendo l’accento sulla democrazia, la disobbedienza civile e la non
violenza […]. Cosa intendiamo quindi per “ecologia” o “ecologismo” quando si
tratta di gruppi di destra o di estrema destra? Ovviamente, qualcosa di diverso
dall’ecologismo di cui abbiamo appena descritto le caratteristiche, ampiamente
documentate […] Di conseguenza, parlare di “ecologismo di estrema destra” non
ha senso, se non in senso confuso».
In misura minore,
anche il “patriottismo verde”, concetto affine all’ecofascismo, è utilizzato in
modo ambiguo. Mentre l’ecofascismo sembra comprendere un’ampia gamma di
fenomeni, che vanno dai gruppi marginali dell’estrema destra agli attori della
destra mainstream, il termine “patriottismo verde”, meno frequente, tende a
concentrarsi principalmente sugli attori istituzionali. Intrinsecamente
contraddittorio, si tratta di un altro ossimoro all’interno di questo spettro
ideologico: il cosiddetto patriottismo verde promuove la conservazione
dell’ambiente, limitandola però alla scala nazionale o regionale, senza
necessariamente sostenere un’azione climatica sostanziale[5]. Inoltre,
l’etichetta è stata ripresa anche da alcune forze di centro-sinistra e populiste
di sinistra, apparentemente con l’obiettivo di riformulare lo slogan
ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, introducendo una
sfumatura sovranista o nazionalista.
Detto questo,
anche se il concetto non è sufficientemente preciso per descrivere il fenomeno
in questione, esso rimanda comunque a una realtà. Cosa intendiamo quindi quando
parliamo di ecofascismo e perché questo termine ha acquisito importanza oggi?
In che modo si collega ad altri fenomeni come il fascismo?
***
Seguendo l’analisi
di Antoine Dubiau, è possibile identificare due grandi configurazioni che
collegano le ideologie di destra e di estrema destra al discorso politico
sull’ambiente[6]. La prima è costituita da movimenti che, pur presentandosi
come progressisti, manifestano importanti slittamenti ideologici verso destra.
La seconda, particolarmente presente nell’estrema destra, consiste nello
strumentalizzare attivamente le tematiche ecologiche per promuovere progetti
politici gerarchici e autoritari.
All’interno del
primo gruppo, Dubiau individua una serie di tematiche e approcci ecologici
promossi da attori che si dichiarano progressisti, ma che tuttavia convergono
con ideologie conservatrici più tradizionali. Queste includono l’idea che gli
esseri umani siano intrinsecamente parassiti e incapaci di intrattenere con la
natura un rapporto che non sia predatorio; concezioni neo-malthusiane dello
sviluppo demografico come principale motore della crisi ambientale; visioni
deterministiche e catastrofiche di un inevitabile collasso della civiltà
industriale mondiale; risposte tecnocratiche e autoritarie al degrado
ecologico; o ancora interpretazioni ascetiche della decrescita basate su
restrizioni morali del consumo e dell’esperienza. Si noti che questo elenco è
sufficientemente ampio da alimentare le narrazioni dell’estrema destra,
desiderosa di identificare forme di “antiumanesimo” all’interno di alcuni
segmenti di organizzazioni ambientaliste moderatamente progressiste[7].
Quanto alla
seconda configurazione, gli attori di destra e di estrema destra che cercano di
capitalizzare il discorso ecologico mobilitano generalmente elementi familiari
dell’ideologia conservatrice e tradizionalista, in particolare il rifiuto
dell’idea di progresso, una concezione olistica della società e la convinzione
che gli individui ereditino valori trasmessi dalle generazioni precedenti, ai
quali devono rispetto. I conservatori più canonici tendono a idealizzare una
“purezza perduta”, spesso incarnata dalla figura del contadino[8]. In questo
quadro ideologico, i discorsi sulla legge e l’ordine presentano l’equilibrio
delle campagne come un’estensione della legge naturale, mentre il
cosmopolitismo viene rifiutato a favore di una nostalgia localista per la vita
rurale tradizionale. Gli spazi e le dinamiche urbane sono, in questo senso,
rappresentati in modo negativo, simboleggiando i presunti fallimenti del
multiculturalismo, della tecnica e della modernità. Radicati in un forte
attaccamento a istituzioni come la famiglia, la religione e la nazione,
concepite come pilastri centrali di una specifica antropologia sociale, gli
ambienti rurali sono presentati come il contesto privilegiato per «preservare
uno stile di vita regolato e mantenere un ordine familiare e morale»[9]. Le
rappresentazioni arcadiche della ruralità contrappongono così le comunità
radicate e coese all’individualismo urbano, facendo spesso eco a tropi
antisemiti che descrivono gli ebrei come nomadi e sradicati.
***
Jean Jacob
individua questa integrazione della natura e del discorso ambientale in un
contesto conservatore nell’opera di Edward Goldsmith (1928-2009). Ecologista
anglo-francese, ampiamente noto per il suo ruolo alla guida dell’associazione
Survival International in difesa delle società tradizionali, Goldsmith aderiva
a una visione regressiva della femminilità, dell’immigrazione, della famiglia e
della comunità. Più in generale, adottava una concezione autoritaria
dell’ordine sociale[10]. Stéphane François concorda con Jacob nel
caratterizzare la posizione ambientale di Goldsmith come anti-individualista,
antimoderna, tecnofoba e anticapitalista. Riguardo a quest’ultimo punto, va
sottolineato che, anche quando gli attori conservatori che promuovono tali narrazioni
si presentano come oppositori del capitalismo, i modelli economici alternativi
che difendono rimangono basati sulla proprietà privata della terra e su
modalità di produzione localizzate. Questi dispositivi non garantiscono né la
conservazione dell’ambiente né un accesso stabile ai beni necessari al buon
funzionamento delle catene di approvvigionamento e di consumo.
Atteggiamenti
simili si possono osservare anche all’interno dell’ideologia nazista, fascista
e neofascista, queste ultime in particolare attingendo più direttamente alle
tradizioni intellettuali conservatrici[11]. Sebbene il Terzo Reich abbia
promosso un’ideologia profondamente segnata da un produttivismo ecocida[12],
alcune correnti del nazismo incoraggiavano contemporaneamente l’agricoltura
biologica, il vegetarianismo e varie forme di culto della natura[13]. Ad
esempio, lo strasserismo (la corrente politica organizzata attorno a Otto
Strasser), che cercava di conferire al nazismo un fascino più sociale, mirava a
riorganizzare la società tedesca attorno a una nuova antropologia rurale. Come
sottolinea Patrick Moreau, «come Jünger, Strasser sognava un nuovo
“lavoratore”, ma di un tipo particolare: un contadino, che fosse un
contadino-operaio, un contadino-intellettuale o un contadino-soldato»[14]. In
Francia, gli ex membri delle Waffen-SS, il braccio paramilitare del regime
nazista che contava volontari stranieri provenienti da tutta Europa,
contribuirono a plasmare le prime concezioni identitarie e suprematiste della
natura e dell’umanità. Esplicitamente razzisti, sostenevano un’organizzazione
misogina della società[15].
Più recentemente,
figure di spicco del movimento identitario, tra cui Renaud Camus, uno dei
principali promotori della teoria della grande sostituzione, hanno avanzato
argomenti simili, affermando che «gli ambientalisti difendono la biodiversità
ovunque, tranne che quella umana»[16]. Su questa base, terroristi neofascisti
come Brenton Tarrant, autore dell’attentato di Christchurch (2019), che si
dichiarava esplicitamente ecofascista, così come gli autori degli attacchi di
El Paso (2019) e Buffalo (2022), hanno presentato i loro atti di violenza come
parte di una logica di “nazionalismo verde”[17]. Anche gruppi accelerazionisti
come la Green Brigade, affiliata all’organizzazione neonazista internazionale
The Base, si presentano come «eco-estremisti […] determinati a smantellare il
sistema che sfrutta la nostra terra, i nostri animali e il nostro popolo»[18].
La sintesi teorica
più elaborata tra ecologia e neofascismo si trova senza dubbio all’interno
della Nouvelle Droite francese. Guidata da Alain de Benoist, questa corrente
intellettuale cerca di rivitalizzare le ideologie tradizionali dell’estrema
destra, in particolare attraverso la tesi secondo cui l’eredità
giudaico-cristiana occidentale sarebbe all’origine dell’egualitarismo liberale
contemporaneo e che solo un ritorno alle spiritualità pagane e gerarchiche
potrebbe porvi fine[19]. Trasposta in un contesto ecologico, la Nouvelle Droite
si ispira al romanticismo politico, in particolare così come si è espresso in
alcuni movimenti reazionari tedeschi dell’inizio del Novecento, come alcune
correnti Völkisch e la cosiddetta Rivoluzione conservatrice, con pensatori come
Oswald Spengler, Carl Schmitt ed Ernst Jünger[20]. Seguendo l’esempio di questi
movimenti, la Nouvelle Droite idealizza un ritorno alla campagna come antidoto
alla presunta corruzione della vita urbana industriale. Integrando questo
discorso antimoderno, i seguaci di De Benoist hanno anche adottato una difesa
pagana della decrescita e una critica del produttivismo[21].
In contesti più
istituzionalizzati, i gruppi di estrema destra mobilitano narrazioni populiste
per strutturare la loro critica all’ecologismo. In Spagna, Vox promuove
un’ecologia del “buon senso”, in opposizione all'”ecologismo radicale” che
sarebbe imposto dai “burocrati europei“. Tuttavia, quando si tratta di
scegliere tra politiche ecologiste e interessi capitalistici, il partito
guidato da Santiago Abascal opta sistematicamente per questi ultimi[22]. Come
ha dimostrato Balša Lubarda, una retorica simile è utilizzata dai principali
partiti di estrema destra in Polonia e Ungheria. A Varsavia, ad esempio, il
partito Diritto e Giustizia (PiS) ricorre a espressioni come «ecologia
razionale» o «ecologia realistica» per allineare il proprio discorso ambientale
alla difesa dello status quo. Allo stesso modo, nel presentare politiche volte
ad aumentare la copertura forestale e la capacità di produzione di energia
solare in Ungheria, Fidesz, il partito di Viktor Orbán, mobilita un immaginario
più populista e religioso attraverso il concetto di «politica verde
cristiano-conservatrice»[23].
Ispirandosi in
parte al discorso ambientale della Nouvelle Droite, il Rassemblement national
(Rn) francese ha sviluppato negli ultimi anni un programma presentato come una
forma di patriottismo verde («ecologia patriottica»)[24]. Hervé Juvin, una
figura vicina alla Nouvelle Droite i cui scritti promuovono un’ecologia
organicista e civilizzatrice, è stato citato nei dibattiti parlamentari da
membri del Rn. Nel 2018, durante una discussione sulla politica ambientale
francese, ad esempio, la deputata Emmanuelle Ménard vi ha esplicitamente fatto
riferimento: «Più che qualsiasi ragione morale, sociale o politica, è
l’esaurimento delle risorse naturali che condanna a breve termine il modello
dell’individualismo liberale», ha detto citando Juvin. In Italia, Giorgia
Meloni ha adottato un quadro retorico simile, combinando conservatorismo di
estrema destra e tematiche ambientali. Durante il suo intervento alla
conferenza “Rural World: Fragile and Hidden Biodiversity”, organizzata nel 2021
al Parlamento di Strasburgo dal gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei,
ha dichiarato: «La conservazione del patrimonio naturale è un elemento
fondamentale della nostra identità politica di conservatori […]. La destra ama
l’ambiente perché ama la terra, la sua identità, la sua patria».
***
In sintesi, la
crescente visibilità dell'”ecofascismo” e, in misura minore, del “patriottismo
verde” può dare adito a interpretazioni divergenti. La loro proliferazione
riflette il crescente sforzo di alcuni attori di estrema destra di elaborare
argomenti politici, per quanto fragili, che consentano loro di affrontare la
crisi ecologica al di là del quadro più tradizionale del negazionismo
climatico. Nella maggior parte dei casi, questi discorsi mirano a conferire una
patina ecologica ad agende fondamentalmente razziste, sessiste e, in
definitiva, anti-egualitarie. Anche quando le preoccupazioni ambientali possono
essere espresse in modo sincero, tali posizioni difficilmente possono essere
definite “ecologiste”, in quanto le soluzioni che propongono sono incompatibili
con strategie realistiche volte a prevenire il collasso ambientale e sono in
contrasto con i princìpi fondamentali di questa corrente di pensiero, basata su
un cosmopolitismo progressista, se non addirittura radicale. I ricercatori che
utilizzano questo termine, nonostante le ambiguità che comporta, lo fanno
spesso come strumento critico per mettere in luce i tentativi di greenwashing
dell’estrema destra. Il loro lavoro mira a decostruire queste narrazioni e a
rivelarne gli obiettivi sottostanti. Tuttavia, l’uso di questo concetto può
anche generare presupposti problematici, in particolare l’idea che
l'”ecologismo” copra diverse varianti ideologiche, comprese forme di destra,
persino fasciste. In questo senso, se le parole sono «armi cariche», come
affermava Jean-Paul Sartre, è necessario fare attenzione a che non si ritorcano
contro chi le usa.
Il glossario
dell’estremismo di destra, ideato e coordinato da Steven Forti, si nutre della
collaborazione di storici, sociologi, politologi e sociolinguisti di diversi
paesi europei membri di ARENAS (Analysis of and Responses to Extremist
Narratives), progetto finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon
Europe dell’Unione europea.
[1] André Gorz,
Écologie et politique, Seuil, 1978.
[2] Nicos
Poulantzas, Fascism and Dictatorship. The Third International and the Problem
of Fascism [1979], Verso, 2019.
[3] Andreas
Malm & the Zetkin Collective, White Skin, Black Fuel: On the Danger of
Fossil Fascism, Verso, 2021.
[4] Daniele
Conversi, “Eco-fascism: an oxymoron? Far-right nationalism, history, and the climate emergency”, Frontiers in
Human Dynamics, vol. 6, 2024.
[5] Stella
Schaller, Alexander Carius, Convenient Truths: Mapping Climate Agendas of
Right-Wing Populist Parties in Europe, Adelphi, 2019.
[6] Antoine
Dubiau, Écofascismes, Éditions Grevis, 2023.
[7] Arsenio
Cuenca, Jaime Caro, “Dark Shadows under the Ivory Tower: An Approach to Elon
Musk’s Ideology”, Journal of Illiberalism Studies, vol. 4, n. 3, 2024.
[8] Stéphane
François, L’écologie politique. Une vision du monde réactionnaire?, Cerf, 2012,
p. 73.
[9] Ivi, p. 74.
[10] Jean
Jacob, L’Antimondialisation: Aspects méconnus d’une nébuleuse, Berg, 2006.
[11] Come afferma
l’autore neofascista Alain de Benoist: «Alla parola “reazione” oppongo quella
di “conservatorismo” […] Definisco “reazionario” l’atteggiamento che cerca di
ripristinare un’epoca passata o uno stato di cose precedente. Definisco
“conservatore” l’atteggiamento che consiste nel trarre, dalla somma di tutto
ciò che è accaduto, il meglio di ciò che ha preceduto la situazione attuale per
crearne una nuova. Ecco perché, a mio avviso, ogni vero conservatorismo è
rivoluzionario. Tra il ghetto neofascista (o fondamentalista) e la palude
liberale, credo nella possibilità di una tale dottrina. Molti vedranno in
questo nient’altro che un’esaltazione degli opposti. Non avrebbero torto. La
persona del futuro sarà padrona delle contraddizioni. Possiederà la memoria più
lunga e l’immaginazione più forte. Praticherà un romanticismo d’acciaio». Si
veda Alain de Benoist, Les idées à l’endroit, Éditions libres-Hallier, 1979.
[12] Johann
Chapoutot, “Nazisme, environnement, écologie”, La Pensée écologique, vol. 4, n.
2, 2019.
[13] Janet
Biehl, Peter Staudenmaier, Ecofascism: Lessons from the German experience, AK
Press, 1995.
[14] Patrick
Moreau, “‘Socialisme’ national contre hitlérisme: le cas Otto Strasser”, Revue
d’Allemagne et des pays de langue allemande, vol. 16, n. 3, 1984.
[15] Stéphane François, Les verts-bruns. L’écologie de l’extrême droite française, Le Bord de
l’eau, 2022.
[16] Jean-Michel
Décugis, Pauline Guéna, Marc Leplongeon, La Poudrière, Grasset, 2020.
[17] Imogen
Richards, “Far-right politics, environmental crisis & the question of
‘eco-fascism’”, in Denis Suljic, Emma Allen (a cura di), Exploring trends and
research in countering and preventing extremism & violent extremism,
Hedayah, 2023.
[18] Graham
Macklin, “The Extreme Right, Climate Change and Terrorism”, Terrorism and
Political Violence, vol. 34, n. 5, 2022.
[19] Pierre-André
Taguieff, Sur la nouvelle droite, Descartes & Cie, 1994.
[20] Stéphane
François, “La Nouvelle Droite et l’écologie: une écologie néopaïenne?”,
Parlement[s], Revue d’histoire politique, vol. 12, 2009.
[21] Secondo De
Benoist, «non solo il cristianesimo – in assoluta opposizione al paganesimo
antico e alle religioni asiatiche (con la possibile eccezione dello
zoroastrismo) – stabilisce un dualismo tra l’umanità e la natura, ma insiste
anche sul fatto che lo sfruttamento della natura da parte degli esseri umani,
al fine di servire i propri fini, è il risultato della volontà di Dio».
[22] Camil
Ungurenau, Lucia Alexandra Popartan, “The green, green grass of the nation. A
new far-right ecology in Spain”, Political Geography, vol. 108, 2024.
[23] Balša
Lubarda, Far-Right Ecologism: Environmental Politics and the Far Right in
Hungary and Poland, Routledge, 2023.
[24] Salomi
Boukala, Eirini Tountasaki, “From Black to Green: Analysing Le Front National’s
‘Patriotic Ecology’”, in Bernhard Forchtner (a cura di), The Far Right and the
Environment: Politics, Discourse and Communication, Routledge, 2020.
Micromega 4.5.
48 ore a Treviri, la città tedesca dove Karl Marx incontrò l'imperatore
Augusto
Il filosofo del
comunismo e il primo imperatore romano hanno in comune una città tedesca della
Renania Palatinato. Treviri (Trier), fondata da Augusto, dove il 5 maggio 1818
nacque Karl Marx. Situata in riva alla Mosella, alla frontiera con il
Granducato del Lussemburgo, è una destinazione ricca di richiami storici ma
anche enologici, soprattutto per gli amanti dei vini bianchi. Lungo le rive
tortuose di questo affluente del Reno si producono Riesling, Müller-Thurgau e
Ruländer (Pinot Grigio).
La prima
attrazione è però storica. Treviri è la più antica città tedesca, la capitale
della Gallia romana, ed è disseminata di monumenti dell'epoca imperiale: dalla
Porta Nigra ai Bagni Imperiali e all'Aula Palatina fatti costruire da
Costantino il Grande, fino all'Anfiteatro e ai reperti del museo archeologico.
Dai resti dell’antica Roma la sua bimillenaria storia è testimoniata da chiese
romaniche e gotiche, da dimore rinascimentali e barocche, come il palazzo del
vescovo-principe-elettore e il suo giardino neoclassico. Fino alla casa in cui
visse nell’Ottocento Karl Marx trasformata in museo. Da Treviri partono
escursioni in battello sulla Mosella.
PRIMO GIORNO
Treviri fu fondata
nel 16 a.C. dall'imperatore Augusto su un insediamento celtico colonizzato
dalle legioni romane alcuni decenni prima: prese il nome di Augusta Treverorum
e divenne capitale della Gallia romana e residenza imperiale, la ‘seconda
Roma’. Vi risiedettero sei imperatori, tra i quali Diocleziano e Costantino il
Grande: contava 75.000 abitanti. Dopo la caduta dell'Impero, si affermò come
sede di un importante vescovado, nei secoli successivi il suo
vescovo-principe-elettore estese il controllo all'intera regione della Mosella,
fino alla città di Coblenza sul Reno. Per un millennio chiese romaniche e
gotiche, monasteri, castelli e palazzi furono innalzati sopra e a fianco delle
costruzioni romane. E Rinascimento e barocco arricchirono la città di chiese,
ville e giardini di corte, edifici universitari e dimore patrizie.
La Porta Nigra,
emblema di Treviri e maggiore monumento romano in Germania, è una porta
d'ingresso dell'epoca della fondazione della città, a doppia arcata con due
torri. Il suo nome deriva dalla patina scura che nel corso dei secoli ha
ricoperto i blocchi di pietra calcarea con cui fu costruita. Nell'XI secolo la
porta fu trasformata in una chiesa romanica di due piani. L'aspetto attuale lo
si deve a un restauro del 1804 voluto da Napoleone.
L'Aula Palatina,
sorge a fianco del palazzo vescovile, è l'imponente quanto sobria chiesa fatta
costruire nel IV secolo da Costantino il Grande: dopo innumerevoli alterazioni,
fu restaurata nell'Ottocento come oggi appare ed è usata per il culto luterano.
Nel percorso tra
l'Aula Palatina e i Bagni Imperiali si attraversa il giardino del vescovo
principe-elettore: si va dal palazzo rococò del 1756 con la facciata rosa, un
trionfo di ornamenti in radicale contrasto con l'attigua chiesa romana, alle
aiuole ornate con una trentina di statue che rappresentano le Metamorfosi di
Ovidio, quindi tra laghetti, prati e salici piangenti, fino alle rovine.
I Bagni Imperiali
(Kaiserthermen), situati al fondo del giardino del vescovo, sono i più grandi
dell'epoca romana dopo quelli di Caracalla e Diocleziano a Roma: costruiti da
Costantino, sono stati rivisitati più volte nel corso dei secoli.
L'Anfiteatro,
costruito su di una collina a sud-ovest del centro, a dieci minuti a piedi dai
bagni, è una struttura ellittica a gradinate capace di 20.000 spettatori.
A lato del
giardino del vescovo si trova il Rheinisches Landesmuseum con una vasta
collezione di reperti archeologici romani, come le statue di Bacco e Diana e i
preziosi mosaici. Espone anche utensili del Basso Paleolitico: pugnali, monili
e ceramiche dell'Età del Bronzo e ornamenti dell'Età del Ferro.
SECONDO GIORNO
Il centro di
Treviri (110.000 abitanti) è Hauptmakt, la piazza del mercato, dominata da una
croce eretta nel 958 come simbolo del diritto di avere un mercato cittadino di
libero scambio, e circondata da case patrizie d'epoca medioevale,
rinascimentale e barocca. Sulla piazza, equidistante tra Porta Nigra e
Cattedrale, si affaccia la chiesa gotica di San Gandolfo: la sua impettita
torre del Cinquecento fu il simbolo della ricchezza cittadina. Dalla piazza del
mercato, andando verso la Porta Nigra, una viuzza a sinistra conduce al ghetto
ebraico: il primo a essere costruito in Germania.
La Cattedrale
romanica con le sue imponenti torri sembra una fortezza, è stata edificata in
diverse fasi tra IV e XII secolo. La parte più antica è la navata centrale.
L'ala occidentale, compresa la facciata, risale all'XI secolo. Quella
orientale, con il coro poligonale e la micro-galleria che lo sovrasta, è del
XII secolo. Il coro, come gran parte degli interni, è stato barocchizzato nel
Settecento. Tra i suoi elementi più pregiati ci sono il timpano romanico
raffigurante Cristo tra la Vergine e San Pietro, la Vergine del Cinquecento
nella cappella degli stucchi e il tesoro (collezione di oggetti in oro e
avorio). Dal chiostro gotico si gode la vista sul gioco di torri, guglie e
tetti del complesso.
A fianco della
Cattedrale si trova la Liebfrauenkirche, la chiesa della Madonna del XIII
secolo, uno dei primi esempi di architettura gotica in Germania. All'ingresso
della chiesa, nel portico nord, c’è un'Incoronazione della Vergine Maria con
ricche decorazioni floreali. Nel timpano del portico occidentale si vedono in
successione Madonna sul trono, Annunciazione, Adorazione dei Magi, Massacro
degli innocenti e Presentazione nel Tempio.
La casa natale di
Karl Marx è un piccolo edificio barocco del 1727 situato di fronte alla Porta
Nigra. Nel 1819 la famiglia Marx traslocò in Brückenstrasse 10, nel 1928 questo
stabile fu acquistato dal Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) e, dopo le traversie
della guerra, fu trasformato in museo: espone lettere, manoscritti, foto e
alcune delle prime edizioni del ‘Manifesto del Partito Comunista’ e di ‘Il
Capitale’.
CENA
Grazie
all'Università Treviri è una città vivace con piacevoli birrerie e ristoranti
sulle rive della Mosella. Tra i più rinomati c’è Bagatelle. Tra gli indirizzi
economici Restaurant Kartoffel Kiste in Fahrstraße 13. Marco Moretti, LS 23.4.
Russlanddeutsche. Angst vor dem
eigenen Migrantenschatten
Viele Spätaussiedler verstehen ihre Einwanderung als
Rückkehr nach Deutschland nicht als Migration. Problematisch wird diese
Deutung, wenn daraus eine Abgrenzung nach unten und Verdrängung der eigenen
Geschichte wird.
Von Edgar Pocius
Sind Spätaussiedler Migranten?
Diese Frage klingt auf den ersten Blick fast banal. Wer aus
Kasachstan, Russland, Polen, Rumänien oder anderen Ländern nach Deutschland
kommt, ist migriert. Trotzdem löst gerade diese Feststellung bei vielen
Russlanddeutschen heftige Abwehr aus.
Ich habe eine virale Diskussion auf TikTok verfolgt, in der
eine Autorin anderen Russlanddeutschen erklären wollte, dass Spätaussiedler
ebenfalls Migranten sind. Die Reaktionen waren gespalten. Manche stimmten zu.
Andere reagierten mit Empörung, und dem alten Reflex: Wir sind keine Migranten.
Wir sind Deutsche.
Gerade diese Wut macht die Frage interessant.
„Es geht hier nicht nur um ein Wort. Es geht um Status.“
Denn sie zeigt, dass es hier nicht nur um ein Wort geht. Es
geht um Status. Um die Angst, mit jenen Menschen in eine Kategorie gestellt zu
werden, von denen man sich heute politisch oder kulturell abgrenzen will.
Seit dem Krieg gegen die Ukraine sind Russlanddeutsche
wieder stärker in den Fokus geraten. In Medien und Debatten erscheinen sie mal
als konservative Wählergruppe, mal als prorussisches Milieu, mal als gut
integrierte Minderheit, mal als Problemfall zwischen Deutschland und Russland.
Dieses Bild ist oft grob, manchmal unfair, aber es berührt einen realen
Widerspruch: Viele Russlanddeutsche leben zwischen deutscher Herkunft,
sowjetischer Sozialisation, russischer Sprache und deutscher Gegenwart. Es sind
Identitäten, die zwischen mehrere Geschichten geraten sind und deshalb in keine
saubere Schublade passen.
Genau deshalb ist die Frage nach Migration so unbequem.
Rechtlich wurden Spätaussiedler nicht einfach als Ausländer
aufgenommen. Sie kamen über ein besonderes Aufnahmeverfahren nach Deutschland,
wurden als deutsche Volkszugehörige anerkannt und erhielten die deutsche
Staatsangehörigkeit. Das unterscheidet sie deutlich von anderen
Migrantengruppen. Für viele andere Einwanderer wirkt diese Gruppe deshalb
privilegiert.
Aber dieses Privileg löscht die Migrationserfahrung nicht
aus.
„Zugehörigkeit entsteht nicht nur aus dem, was man über sich
selbst sagt. Sie wird im Alltag ausgehandelt.“
Das ist der erste Denkfehler vieler Russlanddeutscher: Sie
glauben, weil ihre Einwanderung rechtlich anders begründet wurde, sei sie keine
Migration gewesen. Doch die soziale Realität war eine andere. Viele kamen mit
russischer Sprache, sowjetischem Habitus, anderen kulturellen Codes und wurden
in Deutschland nicht als heimgekehrte Deutsche wahrgenommen, sondern schlicht
als Russen.
Genau dort beginnt das Problem. Selbstidentität reicht
nicht. Man kann deutsche Vorfahren haben, deutsche Nachnamen tragen, sich auf
Familiengeschichte berufen und rechtlich als Deutscher gelten. Aber
Zugehörigkeit entsteht nicht nur aus dem, was man über sich selbst sagt. Sie
wird im Alltag ausgehandelt. Andere Menschen lesen Akzent, Kleidung, Verhalten,
Sprache, Bildung, Herkunftsland. Und sehr viele Spätaussiedler wurden nicht als
Deutsche gelesen, sondern als Migranten aus Osteuropa.
Viele Russlanddeutsche halten an der Erzählung fest: Wir
sind zurückgekehrt. Das ist historisch nicht falsch. Deutschstämmige Gruppen in
Osteuropa und der Sowjetunion hatten wegen ihrer Herkunft Diskriminierung,
Deportation und Ausgrenzung erlebt. Das Aussiedlerrecht entstand nicht aus
romantischer Blut-und-Boden-Fantasie, sondern aus der Geschichte von Krieg,
Vertreibung und Folgen deutscher Gewalt. Viele Familien hielten gerade deshalb
an einer deutschen Identität fest, weil diese Identität sie in ihren Herkunftsländern
markiert hatte.
Aber die Rückkehr nach Deutschland war keine Heimkehr in
eine warme Familie. Für viele war sie eine zweite Fremdwerdung.
„Russlanddeutsche, die gegen Migranten sprechen, verstehen
oft nicht, dass sie ihre eigene Geschichte gegen andere wenden.“
Wer diese Erfahrung ernst nimmt, müsste eigentlich
vorsichtiger sprechen, wenn heute über Migration geredet wird. Stattdessen
passiert oft das Gegenteil. Manche Russlanddeutsche benutzen ihre deutsche
Abstammung, um sich von anderen Migranten abzugrenzen. Sie sagen: Wir sind
nicht wie die. Wir gehören hierher.
Aber genau diese Abwehr verrät, dass der eigene Status nie
selbstverständlich war.
Wer wirklich selbstverständlich dazugehört, muss nicht
ständig erklären, dass er kein Migrant ist. Diese Verteidigung zeigt eine alte
Wunde. Man will nicht mit Fremdheit verbunden werden, weil man selbst lange
genug als fremd behandelt wurde.
Das ist der blinde Fleck der Debatte. Russlanddeutsche, die
gegen Migranten sprechen, verstehen oft nicht, dass sie ihre eigene Geschichte
gegen andere wenden. Sie greifen eine Kategorie an, durch die ihre eigene
Ankunft in Deutschland überhaupt beschreibbar wird. Sie wollen sich von
Migration abgrenzen, obwohl ihre Familiengeschichte eine Migrationsgeschichte
ist.
Spätaussiedler waren privilegierte Migranten. Das ist
vielleicht die ehrlichste Formel. Privilegiert, weil sie rechtlich anders
behandelt wurden. Migranten, weil sie aus anderen Gesellschaften kamen, in
Deutschland neu anfangen mussten und im Alltag als Fremde gelesen wurden.
„Wer sich selbst als Deutsch versteht, aber von anderen als
Russe gelesen wurde, lebt in einer Spannung.“
Die TikTok-Debatte zeigt deshalb mehr als nur einen Streit
um Begriffe. Sie zeigt, wie stark Identität an Anerkennung hängt. Wer sich
selbst als Deutsch versteht, aber von anderen als Russe gelesen wurde, lebt in
einer Spannung. Und wenn diese Spannung nicht verstanden wird, sucht sie sich
einen Ausweg. Oft nach unten. Gegen die, die noch sichtbarer fremd erscheinen.
Darum ist die Frage „Sind Spätaussiedler Migranten?“ so
unangenehm. Sie zwingt Russlanddeutsche, den eigenen Mythos zu überprüfen.
Nicht um ihnen ihr Deutschsein wegzunehmen. Sondern um zu zeigen, dass
Deutschsein allein nicht erklärt, wie sie in Deutschland tatsächlich
wahrgenommen wurden.
Spätaussiedler waren Deutsche im Gesetz, aber Migranten im
sozialen Blick.
Und wer heute andere Migranten verachtet, sollte sich
fragen, ob er wirklich über sie spricht oder über den Teil der eigenen
Geschichte, den er nicht mehr sehen will. (mig 29)
Trumps Irankrieg sollte Teheran schwächen. Stattdessen endet
er in einem geopolitischen Debakel für Washington. Von Marcus Schneider
Besser ein Ende mit Schrecken als ein Schrecken ohne Ende.
Aus dieser Perspektive sind die Bemühungen von US-Präsident Donald Trump, aus
seinem selbstverschuldeten Desaster auszusteigen, zumindest lobenswert. Auch
wenn die Details eines Deals noch nicht abschließend bekannt sind, ist doch
klar, dass Amerika genug hat und Trump offensichtlich jener Eskalationsfalle
entkommen will, die für alle Beteiligten, zuvorderst aber für die
Weltwirtschaft, noch weitaus massivere Konsequenzen hätte.
Nur noch die ganz Loyalen würden bestreiten, dass dieser
Krieg mit einer strategischen Niederlage der Weltmacht endet. Seit dem Abzug
aus Vietnam ist Amerika nicht mehr so gedemütigt worden. Nahezu alle
hochtrabenden Kriegsziele wurden verfehlt. Regime Change: Fehlanzeige. Das
Atomproblem: ungelöst. Irans militärische Fähigkeiten: kaum ernsthaft
eingeschränkt.
Es ist noch viel desaströser: Ein Staat, der geopolitisch
vor den Trümmern jahrzehntelanger Strategie stand, ist nun als ernst zu
nehmender Player in die Region zurückgekehrt. Womöglich sogar als Anwärter auf
die Hegemonie am Golf. Ein eigentlich todgeweihtes Regime, das sich das eigene,
aufbegehrende Volk nur noch mit nackter Gewalt vom Hals halten konnte, ist nun
maximal revitalisiert und radikalisiert. Mit Hormus hat Iran eine „nukleare
Option“ gefunden, die – anders als die Bombe – tatsächlich einsetzbar ist. Mit
minimalem Einsatz kann das Regime hier sowohl den Golf als auch die gesamte
Weltökonomie in Geiselhaft nehmen.
Damit hat sich die geopolitische Gleichung am Golf
nachhaltig verändert. Anders als manche Amateurstrategen behaupten, kann Hormus
auch nicht umgangen werden. Die Golfstaaten können zwar Pipelines bauen, doch
ihre Öl- und Gasfelder bleiben im Visier des höchst effizienten iranischen
Raketenarsenals. Eine anti-iranische Regionalordnung ist somit schlicht nicht
mehr möglich, beziehungsweise nur um den Preis eines ganz großen
Flächenbrandes. Die meisten Golfstaaten haben das längst verstanden und bemühen
sich um Deeskalation. Ihre schlimmsten Vorkriegsbefürchtungen sind allesamt
eingetreten. Ein maximal in die Enge gedrängter Iran hat wild um sich
geschlagen.
Die amerikanischen Militärbasen, inzwischen zu großen Teilen
Trümmerwüsten, haben sich entgegen aller Annahmen nicht als Schutz, sondern als
Hypothek erwiesen. Washington war genauso unfähig, diese zu verteidigen, wie es
seine Golfverbündeten im Stich gelassen hat. Die Desillusion über die
strategische Inkompetenz der Amerikaner erreicht nie dagewesene Ausmaße. Dass
Trump die Regionalstaaten nun auch noch auffordert, als Dank für dieses
Desaster den Abraham Accords mit dem maximal isolierten Israel beizutreten,
kann nur als Hohn aufgefasst werden. Für jede Regierung wäre das politischer
Selbstmord.
Der leichtsinnige Krieg hat Amerikas Abschreckung nachhaltig
erodiert. Damit wird die Atomfrage gefährlich aktuell. Um den Krieg zu
verhindern, war das Regime zu weitreichenden Zugeständnissen bereit. Nun hat es
gelernt: Es kann einen Krieg nicht nur überleben, sondern es weiß auch, dass
Amerika unfähig und unwillig ist, die Mittel einzusetzen, die einen Regimesturz
überhaupt ermöglichen würden
Ayatollah Khamenei, ein alter, berechenbarer, risikoaverser
Mann, hat seine Anti-Atom-Fatwa mit ins Grab genommen. Das sich nun
konstituierende Regime ist deutlich radikaler und risikoaffiner, zugleich
weniger theologisch und weitaus stärker militärisch geprägt. Mehr
Nationalismus, etwas weniger Islamismus, so lautet die neue Formel. Und wenn es
keine Angst mehr vor der US-Militärmacht hat, was sollte es dann eigentlich
noch daran hindern, nach der Bombe zu greifen? Die Tatsache, dass sich sowohl
Amerika als auch Israel völlig regellos gebärden, macht die Bombe nur noch
attraktiver. Mithin wäre es aus Sicht des Regimes nahezu töricht, auf sie zu
verzichten. Die Folgen allerdings reichen weit über Iran hinaus. Es droht nicht
weniger als ein globaler Proliferationswettlauf.
Die Erosion amerikanischer Abschreckung hat Folgen für die
ganze Welt. Wenn das US-Militär schon nach wenigen Wochen Krieg gegen eine
maximal sanktionierte, global isolierte Mittelmacht an seine Grenzen stößt, wie
glaubwürdig ist dann amerikanische Abschreckung andernorts etwa in der
Taiwan-Straße? Die ganze Welt konnte nun live und in Farbe studieren, wie
die US-Streitkräfte Krieg führen und massiv Gerät aus Ostasien abgezogen haben,
um in Nahost noch einsatzfähig zu sein. Freuen dürfte das vor allem China.
Iran, ein bis dato nicht übermäßig geschätzter Partner, hat der Volksrepublik
seinen Wert unter Beweis gestellt – für einen künftigen Wiederaufbau ist das
alles andere als irrelevant. Peking sitzt auf den größten strategischen
Ölreserven der Welt und ist daher nicht in Eile, was den Ausgang des Krieges
angeht. Zumal Hormus für China nie vollständig geschlossen war.
Der Krieg erodiert auch das, was von Amerikas Soft Power
übrig geblieben ist. Das war stets der große Vorteil der Weltmacht: Trotz aller
Vorbehalte galt sie vielen als Sehnsuchtsort. Nun muss sie sich selbst im
globalen Propagandakrieg einem eigentlich verknöcherten islamistischen Regime
geschlagen geben. Galt Medienkompetenz doch lange als letzter Trumpf der
Dilettantentruppe in Washington. Auch das Bild vom gutmütigen Hegemonen ist
passé. Wer blind die ökonomische Wohlfahrt ganzer Kontinente aufs Spiel setzt,
hat die hearts and minds der globalen Öffentlichkeit längst verloren.
Innenpolitisch dürfte das Iran-Desaster das Ende des
Trumpismus einläuten. Iran hätte damit das Kunststück vollbracht, nach Jimmy
Carter einen zweiten US-Präsidenten politisch zur Strecke zu bringen. Trumps
Beliebtheitswerte befinden sich auf einem historischen Tiefstand. Millionen
US-Bürger blicken ökonomisch in den Abgrund. Sollte das clintonsche Bonmot
„It’s the economy, stupid“ noch irgendeinen Bestand haben, eilen die
Trump-Republikaner bei den Kongresswahlen im November einer erdrutschartigen
Niederlage entgegen. Danach dürfte der US-Präsident als Lame Duck in
innenpolitischen Strudeln um sein Überleben kämpfen.
Mit dem unbedarften Angriff auf Iran hat Trump seine
MAGA-Koalition gesprengt. Auch das hat nachhaltige Auswirkungen auf die
geopolitische Gesamtlage im Nahen Osten. Es war Israels Premierminister
Netanjahu, der den sich nach Venezuela im Siegesrausch befindenden Trump in
diesen Krieg hineinzog. Sich zum Erfüllungsgehilfen neokonservativer
Fantastereien zu machen, widerspricht eigentlich dem Instinkt des Populisten
aus New York. War er doch einst als einsamer Streiter gegen das republikanische
Kriegsestablishment angetreten.
Maßgebliche Verbündete mit millionenfacher Reichweite wenden
sich nun von einem Präsidenten ab, der sein Wahlversprechen gebrochen hat, die
Forever Wars zu beenden. Noch die kürzlich veröffentlichte Nationale
Sicherheitsstrategie sprach davon, sich aus den Händeln dieser so
krisenbehafteten Region zurückzuziehen. Allerdings kollabiert jede Strategie
vor einem Präsidenten, der bei allem ideologischen Sanewashing seiner
Apologeten eigentlich nur zwei politische Grundkonstanten kennt: Selbstsucht
und Größenwahn.
Auf Amerikas Rechter tobt nun ein Bürgerkrieg zwischen dem
neokonservativen Establishment, das Trump verführt hat, und der
antiglobalistischen Internet-Rechten, wohl durch niemanden besser verkörpert
als durch den Meinungsjournalisten Tucker Carlson. Die Gretchenfrage lautet:
Wie hältst du’s mit Israel? Die Tendenz geht dabei in Richtung des
Carlsonismus, einer Art Trumpismus nach Trump, allerdings ideologisch weitaus
konsistenter als das Original.
Benjamin Netanjahu dürfte nach Trump damit ein weiterer
Kollateralschaden dieses Krieges werden. Das wäre ein Novum für diesen
Politiker mit seinen eigentlich sieben Leben. Bereits ein Dead Man Walking, kam
er nach dem 7. Oktober zurück und sah lange aus wie der große geopolitische
Gewinner, der Iran ausmanövriert hatte. Nun könnte er allerdings in die
Geschichte eingehen – nicht nur als Totengräber des einstigen Bipartisan
Consensus zur bedingungslosen amerikanischen Unterstützung des jüdischen
Staates. Sondern auch als derjenige, der das verlor, was er selbst als „the
woke Right“ bezeichnete.
Netanjahus Strategie nach dem 7. Oktober bestand darin, den
gesamten Nahen Osten umzugestalten, ihn mithin in ein souveränitätsloses Chaos
zu verwandeln, in ein nach Belieben bombardierbares Terrain, beherrscht von der
militärisch-technologischen Überlegenheit eines kleinen Zehn-Millionen-Staats.
Diese Hybris kollidiert nun mit der Wirklichkeit. Die Illusion einer dem Nahen
Osten aufgezwungenen Pax Judaica konnte nämlich nur funktionieren, solange die
Weltmacht USA Tel Aviv bedingungslosen militärischen Geleitschutz gewährte.
Sollte dieser zeitnah entfallen, müsste Israel wohl in die politische
Ausnüchterungszelle. Ob Netanjahus potenzieller Nachfolger Naftali Bennett –
selbst ein pures Produkt der Siedlerbewegung, der unlängst die Türkei zum
„neuen Iran“ erklärte – dort zur Besinnung kommt, steht freilich auf einem
anderen Blatt.
Die Region ist derweil nicht untätig geblieben. Immer enger
koordinieren sich die großen sunnitischen Regionalmächte. Das sich neu
konstituierende Quartett aus Saudi-Arabien, der Türkei, Ägypten und Pakistan
eint bei allen weltanschaulichen und strategischen Differenzen der Wunsch nach
Stabilität und Respekt vor staatlicher Souveränität. Der Krieg mit Iran soll
unbedingt beendet werden. Die gemeinsame Formel lautet: militärisch nicht mehr
allein auf Amerika setzen, Iran einhegen statt isolieren sowie Israels
Expansionsdrang Grenzen aufzeigen. Eine solche regionale Koordinierung –
womöglich als Embryo einer künftigen Sicherheitsordnung – wäre eine erstaunlich
positive Folge des amerikanischen Kriegsdesasters. Der Weg dorthin freilich
wird noch steinig sein. IPG 29
Kabinettsbeschluss. Bund will Täter
und Kunden von Menschenhandel härter bestrafen
Das Bundeskabinett hat eine Reform gegen Menschenhandel
beschlossen. Täter sollen künftig leichter verfolgt und härter bestraft werden.
Künftig sollen auch Kunden haften, die wissentlich Leistungen von Opfern nutzen
– etwa im Nagelstudio oder auf dem Bau. Von Anne-Béatrice Clasmann
Menschenhandel soll künftig besser verfolgt und härter
bestraft werden können. Ein entsprechender Gesetzentwurf, den das Kabinett
jetzt beschlossen hat, nimmt Täter ins Visier, die andere Menschen mit falschen
Versprechungen in von Zwang geprägte Beschäftigungsverhältnisse locken. Belangt
werden sollen künftig aber auch Kunden, die Leistungen der Opfer in Anspruch
nehmen.
Das ist bislang nur bei Freiern der Fall, die für sexuelle
Dienstleistungen von Zwangsprostituierten bezahlen – künftig könnte es
beispielsweise aber auch private Bauherren, Schlachthofbetreiber oder Kundinnen
von Nagelstudios betreffen.
Menschenhandel schwer nachweisbar
Aktive Recherchen, etwa zum Beschäftigungsverhältnis der
Frau, die einem einmal pro Monat die Fußnägel lackiert, muss aber niemand
betreiben. Am Ende kommt es auf die Umstände insgesamt an. Im Entwurf heißt es,
„in subjektiver Hinsicht muss der Täter wissen“, dass es sich bei dem Erbringer
oder der Erbringerin des Dienstes um einen Menschen handelt, der Opfer von
Ausbeutung im Sinne des Gesetzes ist. „Das bloße Für-möglich-Halten“, dass
jemand von einer solchen Tat betroffen ist – etwa weil eine schlechte Bezahlung
vermutet wird – soll hingegen nicht genügen, um im konkreten Einzelfall eine
Strafbarkeit im Hinblick auf den Kunden oder die Kundin zu begründen.
Ein Grund für die geplante Reform der Strafvorschriften ist,
dass Menschenhandel aktuell nur schwer nachgewiesen werden kann, weil die
Anforderungen dafür relativ hoch sind. Zu Verurteilungen kommt es in diesem
Bereich daher bisher kaum. Gestrichen werden soll aus den Strafvorschriften
etwa, dass der Täter „aus rücksichtslosem Gewinnstreben“ handeln muss. Denn das
lässt sich im konkreten Fall oft nicht direkt beweisen. Vielmehr soll es darum
gehen, die Gesamtsituation der Betroffenen in den Blick zu nehmen.
Defizite der aktuellen Strafvorschriften
Eine Untersuchung der Strafvorschriften durch das
Kriminologische Forschungsinstitut Niedersachsen hatte bereits 2021 gezeigt,
dass die aktuell geltenden Regeln nicht praktikabel sind. Damals wurde auch
festgestellt, „dass die Polizei nur zu einem sehr geringen Teil Fälle des
Menschenhandels aufgrund proaktiver Ermittlungen bekannt werden“. Weit
überwiegend würden sie der Polizei in Form von Anzeigen zugetragen.
Was ist Menschenhandel?
Von Menschenhandel spricht man, wenn jemand Notlagen oder
die Arglosigkeit von Menschen ausnutzt, um sie auszubeuten. Oft sind Ausländer
betroffen. Manche Täter wenden Gewalt an, entführen ihre Opfer oder setzen sie
auf andere Art und Weise unter Druck – etwa indem die Familie bedroht wird. Ein
Problem bei der Strafverfolgung ist, dass der Nachweis oft schwer zu führen
ist, wenn Betroffene aus Angst vor Repressalien schweigen.
Es geht um Menschen, – meist sind es Frauen – die zur
Prostitution gezwungen werden. Ausgebeutet werden aber auch Helfer auf der
Baustelle, Ausländer, die in Restaurants in der Küche für wenig Geld schuften
müssen oder Mitarbeiterinnen von Nagelstudios, die gezwungen werden, ihre
Schulden beim Schleuser abzuarbeiten.
Der Tatbestand des Menschenhandels soll zudem entsprechend
neuer europäischer Vorgaben auch auf Ausbeutungsformen der Leihmutterschaft,
der Adoption und der Zwangsheirat ausgeweitet werden.
Wo die Ausbeutung beginnt
Ausbeuterische Bedingungen liegen laut Gesetz insbesondere
dann vor, wenn die Beschäftigung zu Arbeitsbedingungen erfolgt, die in einem
krassen Missverhältnis zu den Arbeitsbedingungen von Arbeitnehmern stehen, die
der gleichen oder einer vergleichbaren Beschäftigung nachgehen. Damit ist nicht
nur ein niedriger Lohn gemeint, sondern zu einer schlechten Bezahlung kommt
oftmals, eine schlechte vom Arbeitgeber überteuert angebotene Unterkunft,
verbunden mit dem Zwang, auch bei Krankheit oder mangelnden Arbeitsschutzbedingungen
zu arbeiten.
Was den Kunden droht
Wer wissentlich Dienstleistungen von Menschen in Anspruch
nimmt, die Opfer von Menschenhandel sind, soll künftig mit Freiheitsstrafe bis
zu fünf Jahren oder Geldstrafe bestraft werden. Geht es um Zwangsprostitution,
droht dem Freier eine Haftstrafe zwischen drei Monaten und fünf Jahren.
Erhöht werden soll zudem der Strafrahmen. Aktuell sieht
dieser für Menschenhandel eine Haftstrafe von sechs Monaten bis zu fünf Jahren
vor. In besonders schweren Fällen – etwa wenn Gewalt, Entführung oder
bandenmäßiges Handeln nachgewiesen wird oder das Opfer minderjährig ist – sind
jetzt schon bis zu zehn Jahre Haft möglich. Laut Entwurf soll bei einer
Verurteilung wegen Menschenhandels künftig generell eine Freiheitsstrafe von
bis zu zehn Jahren möglich sein.
Vergehen der Opfer müssen nicht immer verfolgt werden
Einfacher wird es durch die geplante Reform außerdem für die
Staatsanwaltschaft, von der Verfolgung einer rechtswidrigen Tat abzusehen, die
ein Opfer von Menschenhandel aufgrund seiner Zwangslage begangen hat.
Voraussetzung für die Einstellung ist aber laut Entwurf, dass „nicht wegen der
Schwere der Tat eine Sühne unerlässlich ist“. Ist die Klage bereits erhoben, so
soll das Gericht in jedem Stadium des Verfahrens mit Zustimmung der
Staatsanwaltschaft und des Angeschuldigten das Verfahren einstellen können.
Nach dem Kabinett muss über das im Bundesjustizministerium
vorbereitete Reformvorhaben noch in Bundestag und Bundesrat beraten werden.
Bundesjustizministerin Stefanie Hubig (SPD) verbindet mit den Änderungen auch
die Hoffnung, dass besonders schwere Formen der Zwangsprostitution künftig
besser verfolgt werden können. Sie sagt: „Sexuelle Ausbeutung ist besonders
erniedrigend und richtet sich in den allermeisten Fällen gegen Frauen und
Mädchen.“ (dpa/mig 28)
Frankreich und Deutschland feiern
40 Jahre Zusammenarbeit in der wissenschaftlichen Mobilität.
Seit 1986 haben Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler
beider Länder von der deutsch-französischen Förderlinie PPP Frankreich/Procope
des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) und seiner französischen
Partner profitiert. In dieser Zeit förderte das Programm rund 3.400 gemeinsame
Forschungsprojekte, rund 10.000 Forschende profitierten. DAAD und französische
Botschaft in Deutschland würdigen die erfolgreiche Zusammenarbeit heute (28.5.)
mit einer Festveranstaltung in Berlin.
Bonn/Berlin/Paris. „Die deutsch-französische
Wissenschaftskooperation ist eine wichtige Säule des europäischen
Forschungsraums. Mit PPP Frankreich/Procope fördern wir als DAAD gemeinsam mit
unseren französischen Partnern den persönlichen, wissenschaftlichen Austausch.
Dieser Austausch bildet die Grundlage für gemeinsame Forschung und langfristige
Zusammenarbeit. In Zeiten geopolitischer Spannungen und einer fragmentierten
Weltordnung sind solche Leuchttürme verlässlicher Forschungsförderung von
unschätzbarem Wert“, sagte DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.
„Die Wissenschaft steht im Mittelpunkt der
deutsch-französischen Beziehungen. Die Feier zum 40-jährigen Jubiläum unseres
Programms zur wissenschaftlichen Kooperation ist ein Beweis für die Intensität,
die Belastbarkeit und die Beständigkeit der Beziehungen, die Forscherinnen und
Forscher unserer beiden Länder – zunächst einzeln, dann im Team – über
Generationen hinweg aufgebaut haben“, sagte François Delattre, französischer
Botschafter in Deutschland.
Die 1986 gestartete Förderlinie zählt zu den ältesten und
erfolgreichsten akademischen Mobilitätsinitiativen zwischen Deutschland und
Frankreich. Sie unterstützt gemeinsame Forschungsprojekte an Hochschulen und
Forschungseinrichtungen aus nahezu allen Fachrichtungen – von
Ingenieurwissenschaften und Medizin bis zu Geistes- und Sozialwissenschaften.
Seit dem Start investierten beide Länder zusammen rund 30 Millionen Euro. Das
Bundesministerium für Forschung, Technologie und Raumfahrt (BMFTR) stellt die Mittel
für die deutsche Seite über den DAAD bereit.
Vom Austausch zum europäischen Doktorandennetzwerk
Im Zentrum der Förderung steht die wissenschaftliche
Mobilität, besonders von Nachwuchswissenschaftlern und -wissenschaftlerinnen.
Forschungsaufenthalte an deutschen oder französischen Partnereinrichtungen
sollen frühzeitig internationale Kooperationen ermöglichen und langfristige
Karrieren unterstützen. Das Programm fördert vorrangig Kooperationen, die eine
Ausweitung bestehender Partnerschaften auf größere Projekte erleichtern und den
Europäischen Forschungsraum bereichern. 80 Prozent der Partnerschaften werden
nach Ende der Förderung fortgeführt.
Ein Forschungsprojekt der Universitäten Marseille und
Chemnitz zu Alterungsprozessen und den Wechselwirkungen zwischen Kognition und
Motorik zeigt beispielsweise die nachhaltige Wirkung der Förderung: Aus der
bilateralen Zusammenarbeit entstand ein internationales Forschungs- und
Ausbildungsnetzwerk, das schließlich zu einem europäischen
Marie-Sk?odowska-Curie-Doktorandennetzwerk führte. Dort entwickeln
Nachwuchswissenschaftlerinnen und -wissenschaftler praxisnahe Ansätze zur
Förderung der funktionellen Gesundheit älterer Menschen.
Festakt in der französischen Botschaft
Die Jubiläumsveranstaltung in der Französischen Botschaft in
Berlin bringt am 28. Mai Geförderte aus mehreren Jahrzehnten mit Vertreterinnen
und Vertretern aus Wissenschaft, Politik und Zivilgesellschaft zusammen. Die
Veranstaltung findet im Rahmen des internationalen France Alumni Day statt.
Hintergrund
Projektbezogener Personenaustausch und Partenariats Hubert
Curien
Mit dem Programm des projektbezogenen Personenaustauschs
(PPP) fördert der DAAD die internationale Zusammenarbeit deutscher Hochschulen
und Forschungseinrichtungen im Rahmen gemeinsamer bilateraler
Forschungsprojekte. Im Fokus stehen die internationale Mobilität und
Qualifizierung von Nachwuchswissenschaftlerinnen und Nachwuchswissenschaftlern.
Ausgehend von der Kooperation mit Frankreich wurde das Programm auf inzwischen
mehr als 30 Länder weltweit ausgeweitet.
In Frankreich ist Procope PHC eine der 70
Hubert-Curien-Partnerschaften (PHC), die auf französischer Seite vom
Ministerium für Europa und auswärtige Angelegenheiten (MEAE) mit Unterstützung
des Ministeriums für Hochschulbildung, Forschung und Weltraum (MESR) finanziert
werden. Das Programm fördert Mobilitätsaufenthalte französischer und deutscher
Forschungsteams im Rahmen eines zweijährigen Forschungsprojekts. Daad 28
Straßenfest. 1,1 Millionen feiern
Karneval der Kulturen in Berlin
Mehr als 1,1 Millionen Menschen haben am Pfingstwochenende
den Karneval der Kulturen in Berlin besucht. Zum 30-jährigen Jubiläum warnen
die Veranstalter aber vor Bürokratie, Auflagen und einer Finanzierungslücke.
Mehr als 1,1 Millionen Menschen haben nach Angaben der
Veranstalter den Karneval der Kulturen am Pfingstwochenende in Berlin besucht.
Rund 770.000 Menschen hätten den Umzug besucht, etwa 390.000 Menschen das
Straßenfest, teilten die Veranstalter mit. Das sommerliche Wetter habe für
faszinierende Stimmung gesorgt.
Der Karneval der Kulturen, der in den Stadtteilen
Friedrichshain und Kreuzberg gefeiert wurde, entstand vor 30 Jahren. Berlin
habe mit dem Umzug an Pfingstsonntag eines der größten deutschen Straßenfeste
sowie postmigrantische Tradition gefeiert, meldeten die Veranstalter am Montag.
„Das 30-jährige
Jubiläum hat zugleich auch deutlich gemacht, wie fehlende Zusicherungen von
Politik und Verwaltung es zunehmend schwieriger machen, Veranstaltungen dieser
Größenordnung zu realisieren“, teilten sie mit. Viele Herausforderungen
entstünden durch enormen Abstimmungsbedarf, bürokratische Hürden und immer
komplexere Auflagen.
Tanz, Musik und Kostüme aus aller Welt
Bei der Parade durch den Stadtteil Friedrichshain hatten
mehr als 60 Gruppen Tanz, Musik und Kostüme aus aller Welt gezeigt. Nach
Angaben der Polizei kam es zu keinen größeren Zwischenfällen.
Der Veranstalter riefen in diesem Jahr erstmals zu Spenden
auf. Die Förderung des Berliner Senats reiche nicht mehr aus, um gestiegene
Auflagen zu erfüllen, hatten sie mitgeteilt. Das Geld wollten sie unter anderem
für Sicherheitsteams, zusätzliche Sanitäranlagen und die Reinigung verwenden.
Von erhofften 85.000 Euro kamen laut Internetseite zunächst etwa knapp 30.000
Euro zusammen. (dpa/mig 27)
Deutschland führt Europas Ukrainepolitik an – ist auf eine
Eskalation im eigenen Land aber nur begrenzt vorbereitet. Von Helmut W. Ganser
Drohnenalarme und verschärfte Spannungen zwischen Russland
und den baltischen Staaten, Drohungen des litauischen Außenministers gegen die
russischen Streitkräfte in Kaliningrad sowie Selenskyjs jüngste Warnungen vor
einer neuen russischen Front im Norden der Ukraine. Sind all dies Vorboten
einer neuen Eskalation im russischen Krieg gegen die Ukraine oder lediglich
rhetorische Gewitter, die sich wieder verziehen?
Deutschland hat sich inzwischen zum mit Abstand größten
Unterstützer der Ukraine entwickelt. Bundeskanzler Merz will die Integration
der Ukraine in die Europäische Union vorantreiben und hat vor dem Deutschen
Bundestag erklärt, das Schicksal Deutschlands sei untrennbar mit dem Schicksal
der Ukraine verbunden. Berlin hat unter den westlichen Unterstützerstaaten die
Rolle übernommen, welche die USA während der Biden-Administration innehatten.
Die Bundesregierung verschränkt Deutschland und die Ukraine inzwischen auch
zunehmend in der Rüstungsproduktion.
So weit, so gut – wenn man jenseits der eindeutigen
völkerrechtlichen Bewertung die strategischen Risiken dieser Politik
ausblendet. Biden konnte bei der schrittweisen Lieferung von bis zu 300
Kilometer weit reichenden Raketen an die Ukraine noch auf das umfassende
Abschreckungspotenzial der USA setzen. Deutschland und die anderen Europäer
verfügen jedoch nicht annähernd über ein vergleichbares Abschreckungspotenzial
und müssten sich im Konfliktfall auf die Trump-Administration verlassen können.
Bezeichnenderweise halten sich die beiden europäischen Atommächte Frankreich
und Großbritannien bei der Unterstützung der Ukraine relativ zurück.
Die Politikwissenschaftlerin und Russland-Expertin Hanna
Notte hat jüngst darauf hingewiesen, dass in der deutschen
sicherheitspolitischen Debatte zentrale Eskalationsrisiken kaum beachtet
werden. Während sich der vorherrschende Diskurs fast ausschließlich auf eine
mögliche großmaßstäbliche russische Bodenoffensive gegen die NATO ab 2029
konzentriert, geraten andere, deutlich naheliegendere Szenarien aus dem Blick.
Die militärische Lage Russlands im Donbass bleibt trotz
enormer materieller und menschlicher Verluste festgefahren. Gleichzeitig greift
die Ukraine verstärkt Ziele tief im russischen Hinterland an. Die jüngsten
größeren Drohnenangriffe auf Moskau, Russlands Sanktuarium, dürften im Kreml
den Zorn auf Kiew noch weiter gesteigert haben. Die massiven Luftangriffe auf
Kiew am Pfingstwochenende dürften dabei auch eine Reaktion auf die jüngsten
Zerstörungen in Moskau gewesen sein. Putin betrachtet den Krieg seit Beginn
als Konflikt gegen den „kollektiven Westen“, der in der Ukraine einen
Stellvertreterkrieg führe. Aus Sicht des Kremls wäre die ukrainische Armee ohne
die nachhaltige militärische und finanzielle Unterstützung Europas längst auf
dem Rückzug.
Vor diesem Hintergrund dürfte Moskau auch die enger werdende
deutsch-ukrainische Rüstungskooperation zunehmend als direkten Bestandteil der
ukrainischen Kriegsführung wahrnehmen. Die nachhaltige Kooperation in der
Entwicklung und Produktion von weit reichenden Drohnen und Raketen dürfte
strategisch bedeutsamer sein als die Lieferung einer begrenzten Zahl von
Taurus-Marschflugkörpern.
Welche Handlungsoptionen bleiben Putin in dieser für ihn
prekären Kriegslage – über die jüngsten Bombardierungen Kiews hinaus? Entweder
ist er tatsächlich an einer Verhandlungslösung interessiert und entsprechende
Signale hinsichtlich möglicher europäischer Vermittler sind ernst gemeint. Das
sollten die Europäer politisch und diplomatisch ausloten. Ebenso denkbar ist
allerdings, dass der Kreml versucht, den Druck auf die europäischen
Unterstützerstaaten der Ukraine zu erhöhen.
Bislang reagierte Russland vor allem mit hybriden Aktionen:
Cyberangriffe, Sabotageakte, Luftraumverletzungen oder Anschläge auf
Unterseekabel. Doch je stärker Russland militärisch unter Druck gerät und je
geringer die Aussicht auf operative Durchbrüche im Donbass wird, desto größer
könnte die Versuchung werden, diese bisherige Eskalationsschwelle zu
überschreiten.
Aus russischer Sicht könnte es strategisch naheliegend
erscheinen, das europäische Unterstützungsnetzwerk ins Visier zu nehmen.
Deutschland, Polen und die baltischen Staaten stünden dabei vermutlich im
Fokus. Denkbar wären Sabotageakte gegen militärische Transporte, Anschläge auf
kritische Infrastruktur oder auf Produktions- und Ausbildungsstätten mit
Ukraine-Bezug. Im Extremfall könnten sogar Luft- oder Drohnenangriffe gegen
Infrastruktur auf NATO-Gebiet Teil einer kalkulierten russischen Eskalationsstrategie
werden. Hanna Notte hat diese mögliche Dynamik als „Hinterland gegen
Hinterland“ beschrieben. Der NATO-Bündnisfall mit der Folge eines unmittelbaren
Krieges zwischen Russland und der NATO wäre dann unvermeidbar.
Klar, dies muss nicht eintreten. Dennoch gilt: Wenn die
Bundesregierung eine führende Rolle bei der Unterstützung der Ukraine
übernehmen will, muss sie zumindest intern konkrete Vorstellungen und
Eventualfallpläne dafür haben, wie Deutschland und die europäischen Verbündeten
in solchen Szenarien reagieren könnten. Alles andere käme einer
sicherheitspolitischen Geisterfahrt gleich.
Denn Deutschland und die europäischen Partner verfügen
bislang nur sehr eingeschränkt über die Kräfte und Fähigkeiten, um eine solche
Eskalation glaubwürdig abschrecken oder im Konfliktfall kontrollieren zu
können. Zentrale Bereiche der zivilen kritischen Infrastruktur –
Energieversorgung, Gesundheitswesen, Verkehr und digitale Netze – sind
hochgradig verwundbar.
Eine territoriale Luftverteidigung gegen Drohnen und
ballistische Raketen fehlt weitgehend. Selbst das künftig vorgesehene
Arrow-4-System gegen ballistische Mittelstreckenraketen wird frühestens in
einigen Jahren voll einsatzfähig sein und könnte ohnehin nur einen Teil der
Bedrohung durch Marschflugkörper, Drohnen und Raketen abfangen.
Hinzu kommt die strategische Unsicherheit über die
Glaubwürdigkeit der Bündnisverpflichtungen der Vereinigten Staaten. Während die
Biden-Administration die Ukrainepolitik Europas glaubwürdig militärisch
absicherte, ist offen, wie weit die Rückendeckung der Trump-Regierung in einem
solchen Eskalationsfall tatsächlich reichen würde. Gerade deshalb stellt sich
die Frage, ob Europa – und insbesondere Deutschland – derzeit nicht
sicherheitspolitische Ambitionen verfolgt, für die die realen militärischen
Voraussetzungen noch fehlen.
Mitunter entsteht zumindest dieser Eindruck. Bundeskanzler
und Verteidigungsminister treten in außenpolitischen Stellungnahmen zunehmend
offensiv auf. Doch Abschreckung funktioniert nicht durch Rhetorik allein. Wer
geopolitisch eine Führungsrolle beansprucht, muss auch glaubwürdig vermitteln
können, dass er die Konsequenzen einer möglichen Eskalation im Verbund mit den
Bündnispartnern tragen und kontrollieren kann.
Die Bundesregierung bewegt sich damit in einem strategischen
Spannungsfeld: Einerseits will sie Führungsverantwortung übernehmen und Europas
Unterstützung für die Ukraine dauerhaft organisieren. Andererseits bleiben
Deutschland und die europäischen Bündnispartner militärisch und
gesellschaftlich auf Jahre hinaus nur begrenzt auf eine mögliche Ausweitung des
russischen Krieges vorbereitet. Das gilt auch und vor allem für den Zivil- und
Bevölkerungsschutz.
Das eigentliche Risiko besteht womöglich nicht in einer
russischen Großoffensive gegen NATO-Territorium, sondern in einer schrittweisen
Eskalation gegen Europas verwundbares Hinterland. Wer sicherheitspolitisch wie
ein Schwergewicht auftreten will, muss auch die Kräfte und Fähigkeiten
besitzen, einen solchen Schwergewichtskampf durchstehen zu können – ohne zu
Boden zu gehen. Ipg 26
Neues Asylsystem.
Migrationsforscher sieht Menschenrechte in Gefahr
Migrationsforscher Jochen Oltmer warnt vor dem neuen
Gemeinsamen Europäischen Asylsystem. Statt Schutz vor Krieg und Verfolgung
rücke die Abschreckung von Geflüchteten in den Mittelpunkt. Das GEAS tritt am
12. Juni in Deutschland in Kraft. Von Martina Schwager
Der Osnabrücker Migrationsforscher Jochen Oltmer sieht im
Mitte Juni in Kraft tretenden Gemeinsamen Europäischen Asylsystem (GEAS) die
Gefahr, dass das Asylrecht ausgehöhlt wird und die Menschenrechte missachtet
werden. Die Idee der Genfer Flüchtlingskonvention, Menschen Schutz vor Krieg,
Gewalt und Verfolgung zu bieten, stehe aus seiner Sicht nicht mehr im
Vordergrund, sagte Oltmer in einem Gespräch mit dem „Evangelischen
Pressedienst“. „Es geht stattdessen darum, die EU-Staaten und Gesellschaften
vor den Schutzbedürftigen zu schützen.“
Das Wort „Abschreckung“ komme zwar in dem mehr als 500
Seiten starken Gesetzestext nicht vor, stehe aber dennoch unausgesprochen
darüber, betonte der Historiker an der Universität Osnabrück. Das GEAS sei vor
allem innenpolitisch motiviert. Die Asylmigration polarisiere die
Gesellschaften. Das Anwachsen rechtspopulistischer Parteien sei ein Ausdruck
dieser Entwicklung, erläuterte Oltmer.
Deshalb habe die EU-Politik beschlossen, das Thema Asyl
auszulagern. „So können die Bürgerinnen und Bürger den Eindruck gewinnen, sie
bräuchten sich darum nicht zu kümmern – frei nach dem Motto: aus den Augen, aus
dem Sinn.“
Beschleunigte Asylverfahren an Außengrenzen
Das im Mai 2024 von der EU beschlossene Gesetzespaket muss
bis zum 12. Juni in allen Mitgliedstaaten umgesetzt sein. In Deutschland tritt
es an diesem Tag in Kraft. Kernpunkte sind beschleunigte Asylverfahren an den
EU-Außengrenzen, die schnelle Rückführung abgelehnter Bewerber sowie eine
gleichmäßige Lasten-Verteilung auf alle EU-Länder. Die sogenannte
Sekundärmigration, also die Weiterreise in andere EU-Länder, soll eingedämmt
werden.
Oltmer kritisierte die Verlagerung der Asylverfahren an die
EU-Außengrenzen. Die Schutzsuchenden unterlägen dadurch der sogenannten
„Fiktion der Nichteinreise“, die für sie auch heute schon in den
Transitbereichen der Flughäfen gälte. Sie befänden sich somit offiziell nicht
in der EU und würden in geschlossenen Zentren untergebracht, erläuterte der
Professor am Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien. „Wir
wissen aus der Geschichte, dass solche abgeschotteten Lager per se ein Einfallstor
für Menschenrechtsverletzungen sind.“
Risiken für Fehleinschätzungen
Bei einer maximalen Dauer von nur zwölf Wochen für die
Verfahren ist laut Oltmer zudem das Risiko für Fehleinschätzungen hoch.
Abgelehnte Migranten könnten auch in Länder zurückgewiesen werden, in die sie
keinerlei Verbindung hätten. Die Betroffenen hätten kaum Möglichkeiten, den
Rechtsweg zu beschreiten. Daran würden auch die vorgesehenen unabhängigen
Monitoring-Kommissionen nichts ändern.
Darüber hinaus bezweifelt der Migrationsforscher, dass die
GEAS-Regeln tatsächlich vollständig umgesetzt werden. Asylzentren außerhalb der
EU seien bisher nicht eingerichtet. Es zeichne sich auch nicht ab, welche
Länder sich dazu bereitfinden könnten.
EU-Außenstaaten wie Griechenland oder Italien seien noch
nicht ausreichend auf Asylverfahren an ihren Grenzen vorbereitet. Flüchtende
würden versuchen, ihre Routen immer wieder zu ändern. Das spiele
Menschenhändlern und Schleusern in die Hände. Zudem bleibe die Frage
unbeantwortet, warum eine schon seit Jahrzehnten erfolglos angestrebte
Verteilung der Schutzbedürftigen plötzlich funktionieren sollte. (epd/mig 26)
„Arbeit ist mehr als Broterwerb“
Kirchliche Flüchtlingsbeauftragte machen sich stark für
bessere Arbeitsmarktintegration von Geflüchteten
Der Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), und der Beauftragte
für Flüchtlingsfragen der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischof
Dr. Christian Stäblein (Berlin), haben sich heute (22. Mai 2026) zur Arbeitsmarktintegration
von Geflüchteten in Sachsen-Anhalt informiert. Sie kamen bei einem Besuch eines
Handwerksbetriebs mit geflüchteten Auszubildenden sowie mit Vertretern zweier
Wirtschaftsverbände ins Gespräch und haben kirchliche Projekte kennengelernt.
Die beiden Flüchtlingsbischöfe besuchten das Autohaus „Car
Service Magdeburg GmbH“, das seit Jahren Menschen mit Fluchthintergrund
ausbildet. Der Betrieb gehört damit zu jenen Unternehmen, die – trotz vieler
Herausforderungen – konsequent auf die Qualifizierung und Integration
geflüchteter Menschen setzen. Im Fokus des Besuches stand der Austausch mit den
Auszubildenden. Bischof Stäblein zeigte sich beeindruckt von der Offenheit, mit
der die Geflüchteten ihre Erfahrungen teilten: „Was wir heute in den Gesprächen
gehört haben, macht deutlich: Wer die Chance bekommt, gibt alles. Diese jungen
Menschen haben Flucht, Unsicherheit und jahrelange Ungewissheit hinter sich –
heute werden sie ausgebildet, arbeiten in Betrieben, bekommen die Möglichkeit
zu weiterer Qualifizierung und bringen sich damit wirtschaftlich und
gesellschaftlich ein. Durch ihre Ausbildung machen sie Erfahrungen von
Selbstwirksamkeit. Das ist ihr persönlicher Erfolg. Und es ist zugleich der
Erfolg hochengagierter Betriebe und Belegschaften, die solche jungen Menschen
fördern und ihre Potenziale entwickeln.“
Erzbischof Heße betonte die besondere Bedeutung von Arbeit
sowie des betrieblichen Umfelds für das Gelingen von Integration: „Arbeit kann
Halt und Struktur bieten und das Gefühl, gebraucht zu werden.
Ausbildungsbetriebe wie der, den wir heute besuchen durften, ermöglichen
Austausch, Beziehung und Begegnung. Wir haben hier Menschen kennengelernt, die
in Deutschland angekommen sind und ihre Zukunft hier aufbauen, und Unternehmer,
die ihnen dabei helfen. Das ist ein Miteinander, das volle gesellschaftliche
und politische Unterstützung verdient.“
Mehrere Auszubildende berichteten von anfänglichen
Sprachschwierigkeiten, die durch Kolleginnen und Kollegen überwunden werden
konnten. Ein Azubi schilderte, wie wichtig es für ihn gewesen sei, vom ersten
Tag an als vollwertiges Mitglied des Teams behandelt zu werden. Bischof
Stäblein kommentierte: „Das, was ich hier gehört habe, bestätigt, was wir als
Kirchen immer wieder in die Debatte einbringen: Integration gelingt durch
Teilhabe – nicht durch Warteschleifen und jahrelange Unsicherheit. Wer arbeiten
und lernen darf, kommt in Deutschland schneller an.“
Im Anschluss tauschten sich die beiden Beauftragten mit
Vertretern der Industrie- und Handelskammer sowie der Handwerkskammer Magdeburg
aus. Themen waren die Ausbildungsquoten bei Geflüchteten, bürokratische
Hindernisse bei der Anerkennung von Qualifikationen und der Erteilung von
Ausbildungserlaubnissen sowie der regionale Fachkräftemangel. Beide Bischöfe
forderten Erleichterungen beim Zugang zu Ausbildung und Arbeit und
unterstrichen die Bedeutung berufsbegleitender Sprachkurse. Dabei bleibt es für
die beiden Kirchen nicht bei Forderungen an andere: Mit verschiedenen Projekten
und Angeboten unterstützen die Kirchen selbst Geflüchtete konkret bei der
Arbeitsmarktintegration. Bei ihrem abschließenden Besuch im interkulturellen
Beratungs- und Begegnungszentrum der Caritas im Bistum Magdeburg konnten die
beiden Flüchtlingsbischöfe ein Projekt zur Förderung der
Arbeitsmarktintegration von geflüchteten Frauen und Migrantinnen kennenlernen.
Zudem haben sie sich über die Beratung der Caritas zur Anerkennung ausländischer
Berufsabschlüsse informiert. Erzbischof Heße hob hervor: „Gerade geflüchtete
Frauen sehen sich beim Zugang zum Arbeitsmarkt oft mit erheblichen Hürden
konfrontiert. Hier setzen Projekte der kirchlichen Flüchtlingshilfe an: Durch
Empowerment, gezieltes Coaching, Weiterbildung und persönliche Begleitung wird
die Arbeitsmarktintegration von Frauen unterstützt. Ziel ist es, Geflüchteten
den Weg in Arbeitsstellen zu eröffnen, die ihren Qualifikationen und
Erfahrungen entsprechen. Integration ist dann erfolgreich, wenn Menschen
Anerkennung und Wertschätzung erfahren, wenn sie mit anpacken dürfen, statt zur
Untätigkeit gezwungen zu werden.“
Beide Bischöfe verwiesen abschließend auf die gemeinsame
Verantwortung von Gesellschaft, Wirtschaft und Kirche: „Faire Arbeit ist mehr
als Broterwerb: Sie ist auch ein Gebot der Menschenwürde. Denn gerechte
Arbeitsverhältnisse ermöglichen es dem Menschen, sich als Person zu entfalten.
Als Kirchen treten wir entschieden für eine bessere Arbeitsmarktintegration von
Geflüchteten ein. Damit dies gelingt, sind wir alle gefragt: Jeder und jede
kann zu einem integrationsfreundlichen Klima in unserer Gesellschaft beitragen.“
Dbk 23
Karlsruhe billigt Asylleistungen –
und mahnt die Politik
1.096 Euro für eine Alleinerziehende aus Eritrea und ihr
Kind. Während ein Gericht an der Vereinbarkeit mit dem Grundgesetz zweifelt,
sehen Verfassungshüter das anders. Doch es gibt einen Kritikpunkt.
Frühere Regelungen zu Grundleistungen nach dem
Asylbewerberleistungsgesetz seien im Wesentlichen mit dem Grundgesetz
vereinbar, entschied der Erste Senat in Karlsruhe. Allerdings gab es
Gegenstimmen. Zudem verknüpfte das höchste deutsche Gericht den Beschluss mit
einer Mahnung an die Politik.
Um ein menschenwürdiges Existenzminimum zu sichern, müsse
der Gesetzgeber die Bedarfe der Hilfebedürftigen zeit- und realitätsgerecht
erfassen. Weil hier aus Sicht des Gerichts ohne plausible Gründe zu viel Zeit
verstrichen war, erklärte es die Höhe der Grundleistungen im Zeitraum vom 1.
September 2018 bis zum 20. August 2019 für unvereinbar mit dem Grundgesetz. Die
Regelungen seien jedoch für diesen Zeitraum weiter anwendbar, die Leistungen
müssen nicht rückwirkend neu festgesetzt werden.
Die Grundleistungen seien nicht offensichtlich zu niedrig
bemessen worden, erklärte das Gericht. Zwar habe es deutliche Unterschiede zu
vergleichbaren Leistungen gegeben. „Es ist jedoch nicht erkennbar, dass die
gewährten Leistungen die physische Existenz des Menschen, die Möglichkeit zur
Pflege zwischenmenschlicher Beziehungen und ein Mindestmaß an Teilhabe am
gesellschaftlichen, kulturellen und politischen Leben keinesfalls mehr
sicherstellen konnten.“ Zudem habe der Gesetzgeber den Berechnungsmodus zum September
2019 auf eine aktuellere Grundlage umgestellt. (Az. 1 BvL 5/21)
1.096 Euro für Mutter und Kind
Bei der Prüfung ging es um zwei sogenannte Bedarfsstufen für
Menschen, die außerhalb einer Aufnahmeeinrichtung leben in den ersten 15
Monaten des Aufenthalts in Deutschland. Hintergrund ist ein Fall aus
Niedersachsen.
Die Klägerinnen aus Eritrea waren im August 2017 nach
Deutschland eingereist und beantragten Asyl, wie das Landessozialgericht
Niedersachsen-Bremen in einem Beschluss schreibt. Die 1970 geborene
alleinerziehende Mutter und ihre 2011 geborene Tochter hätten weder Einkommen
noch Vermögen.
Die beiden bekamen den Angaben zufolge Leistungen in Höhe
von 1.096 Euro pro Monat bewilligt, von denen 604 Euro auf die Mutter
entfielen. Von den Bedarfssätzen seien jeweils 50 Euro wegen Stromkosten
abgezogen worden.
Aus Sicht des Gerichts waren die Regelungen über die für das
Jahr 2018 festgesetzten Geldleistungen nicht mit dem Grundrecht auf
Gewährleistung eines menschenwürdigen Existenzminimums vereinbar, „weil sie
nicht nachvollziehbar und sachlich differenziert, also nicht bedarfsgerecht
berechnet worden sind“. Daher legte es den Fall dem Bundesverfassungsgericht
vor.
Aktuell geltende Regelung im Wesentlichen identisch
Dessen Entscheidung löst Kritik aus. Die
Flüchtlingsrechtsorganisation Pro Asyl hält das Asylbewerberleistungsgesetz
weiterhin verfassungsrechtlich für höchst fragwürdig. Es habe fünf Jahre
gedauert, bis das Verfassungsgericht über die Vorlage aus Niedersachsen
entschieden habe, erklärte die rechtspolitische Sprecherin Wiebke Judith. In
dieser Zeit habe der Gesetzgeber das Gesetz mehrfach verschärft und den
Leistungszeitraum, der in dem aktuellen Fall als noch legitim gesehen wurde,
mehr als verdoppelt.
„Es darf kein Katz-und-Maus-Spiel zwischen Politik und
Verfassungsgericht geben“, betonte Judith. „Anstatt mit immer neuen
Verschärfungen zu experimentieren und sich darauf auszuruhen, dass Karlsruhe
erst Jahre später entscheiden wird, muss die Bundesregierung die einzige
eindeutig mit der Menschenwürde zu vereinbarende Entscheidung treffen: Das
diskriminierende Asylbewerberleistungsgesetz endlich abschaffen.“
Pro Asyl und der Deutsche Anwaltverein (DAV) hatten schon
vorab erklärt, die aufgeworfenen Fragen seien auch heute noch relevant,
wenngleich das Asylbewerberleistungsgesetz seit 2018 mehrfach überarbeitet
wurde und die damals beanstandeten Passagen seit Jahren nicht mehr gelten.
Keine verschiedenen Ausprägungen der Menschenwürde
Die beiden Verbände hatten auch in Stellungnahmen an das
Bundesverfassungsgericht die Grundlagen bemängelt, auf denen der Grundbedarf
für Asylbewerber von Regelbedarfen etwa für Bürgergeld- oder
Sozialhilfeempfänger abwich. Der Unterschied hätte aus Sicht von Pro Asyl in
einem transparenten Verfahren nachvollziehbar ermittelt werden müssen.
Der Gesetzgeber habe einseitig Minderbedarfe unterstellt und
konstruiert sowie nachvollziehbar begründete und durch empirische Erkenntnisse
untermauerte Mehrbedarfe gänzlich ausgeblendet, monierte der DAV. Das
Verfassungsgericht habe in seinen bisherigen Entscheidungen betont, „dass es
nur eine Menschenwürde gibt und keine verschiedenen Stufen oder Ausprägungen
der Menschenwürde je nach Herkunft oder Status“, so Pro Asyl.
Jedoch beanstandete das Gericht das Vorgehen des
Gesetzgebers im Grunde nicht. Dieser habe Spielraum. „Gesetzgeberische
Wertungen können dabei auch an eine mit dem Aufenthaltsstatus verbundene kurze
Aufenthaltsdauer knüpfen, wenn sich dies hinreichend begründen lässt“, hieß es.
So sah es der Senat auch im konkreten Fall. Er monierte nur, dass die
Leistungen ab September 2018 nicht mehr auf einer hinreichend aktuellen
Datengrundlage beruhten. Dies genüge nicht den verfassungsrechtlichen
Anforderungen. (dpa/mig 22)
Diplomatie im Paralleluniversum
Verhandlungen mit Russland? Solange der Kreml an seinen
Maximalforderungen festhält, braucht die Ukraine keine Vermittler – sondern
starke Verbündete. Von Denis Trubetskoy
Es gehört inzwischen zur Tradition der Debatten rund um den
seit fast viereinhalb Jahre andauernden russisch-ukrainischen Krieg: Sie
verlaufen auch heute noch gefühlt in einem Paralleluniversum. Es reichen einige
Halbsätze des Kremlherrschers Wladimir Putin, der behauptet, der „Konflikt“ um
die Ukraine neige sich dem Ende zu und er würde unter den möglichen
europäischen Vertretern am liebsten mit Deutschland verhandeln – und schon ist
bei manchem erneut die Illusion geweckt, eine baldige Lösung des Krieges sei
möglich. Schon wird ausführlich darüber diskutiert, wer sich als europäischer
Vermittler für Gespräche mit Moskau eignen könnte, während der Kreml zugleich
keinen Hehl daraus macht: Ernsthafte Gespräche über einen Waffenstillstand
könne es erst geben, wenn sich die Ukraine aus dem Rest der Region Donezk sowie
faktisch auch aus den Großstädten Cherson und Saporischschja zurückzieht – aus
Gebieten, die Russland im Herbst 2022 in die eigene Verfassung aufgenommen hat.
In der Theorie ist die Forderung nach einer stärkeren
diplomatischen Rolle der Europäischen Union logisch und legitim. Schließlich
geht es beim russisch-ukrainischen Krieg um die zukünftige
Sicherheitsarchitektur des europäischen Kontinents. Genau deshalb erscheint es
fahrlässig, die Vermittlungen alleine der außenpolitisch erratischen
US-Regierung unter Donald Trump zu überlassen. Auf den ersten Blick ist das
richtig – und tatsächlich ist davon auszugehen, dass die Ukraine eine
diplomatische Initiative offiziell begrüßen würde. Schließlich befürwortet Kiew
auch die seit Anfang 2025 andauernden US-Versuche, die in der Praxis bisher
eher schaden als nützen. Der Ukraine bleibt gar nichts anderes übrig, als
jederzeit Gesprächsbereitschaft zu bekunden, damit die USA weder
Waffenlieferungen noch die Bereitstellung von Aufklärungsdaten einstellen. Doch
auch Wladimir Putin spricht vom baldigen Kriegsende wohl nur für einen einzigen
Zuhörer: Donald Trump.
Am Ende geht es daher vor allem um die Frage, worüber
Europäer und Russen überhaupt miteinander verhandeln könnten. Zwar ist es auf
dem Papier besser, miteinander zu sprechen, als gar nicht zu reden. Die
Wirklichkeit ist jedoch eine andere. Es ist ausgeschlossen, dass am Ende dieser
heißen Phase des Krieges, die 2022 auf den 2014 begonnenen Donbass-Krieg
folgte, ein vollumfängliches Friedensabkommen stehen könnte. Seit September
2022 stehen sechs ukrainische Regionen sowohl in der ukrainischen als auch in der
russischen Verfassung – in der ersteren zu Recht, in der letzteren nicht.
Dennoch wird weder die Ukraine diese Gebiete als russisch anerkennen, noch wird
Russland seinen verfassungstechnischen Anspruch auf sie aufgeben. Damit
erübrigt sich jede Diskussion um einen großen Friedensvertrag, der den Konflikt
grundsätzlich beenden würde.
Daher wird sich eine mögliche Einigung, wann auch immer es
zu dieser kommen sollte, weitgehend auf ein Waffenstillstandsabkommen
beschränken. Zu glauben, Russland würde im Rahmen solcher Gespräche irgendeiner
Form der Absicherung der Frontlinie durch europäische Soldaten, also de facto
durch NATO-Truppen, zustimmen, wäre eine gefährliche Illusion – und ist von
Beginn an ein absolutes Nichtthema gewesen. Gleiches gilt auch für die nahezu
nicht existente Wahrscheinlichkeit, Moskau würde ernsthaften Sicherheitsgarantien
für Kiew zustimmen. Die entscheidende Frage lautet daher, was die EU an einem
Verhandlungstisch überhaupt erreichen kann, an dem die Trump-Administration –
trotz weitreichender Zugeständnisse an den Kreml, die Kiew übrigens weitgehend
hingenommen hat – bisher katastrophal gescheitert ist.
Denn es war absehbar, dass die sogenannte territoriale Frage
die bisherigen Verhandlungen in die Sackgasse führen würde. Genau das ist
geschehen. Es bleibt beim aktuellen Tempo des russischen Vormarschs absolut
unklar, warum die ukrainische Armee die gut aufgebauten Verteidigungsstellungen
im Norden der Region Donezk freiwillig räumen sollte, während Russland zugleich
keine realistische Chance hat, den gesamten Donbass in absehbarer Zeit
militärisch zu besetzen. Vielleicht hätte Kiew dies – trotz aller innenpolitischer
Brisanz – in einer anderen Realität sogar in Erwägung gezogen, wenn damit
tatsächlich definitiv Schluss gewesen wäre. Das ist allerdings nicht der Fall.
Man muss schon ausgesprochen blauäugig sein, um nicht zu erkennen, dass
Russlands strategisches Ziel in der Zerstörung der ukrainischen Staatlichkeit
und der unabhängigen ukrainischen politischen Nation besteht. Dieses Ziel muss
allerdings nicht zwingend militärisch und innerhalb der aktuellen Kriegsphase
erreicht werden, obwohl der Kreml dies am liebsten direkt in den ersten
Kriegsmonaten von 2022 durchgesetzt hätte. Die militärische Realität sieht
jedoch anders aus.
Deshalb scheitern die Gespräche über eine mögliche
Waffenruhe weiterhin an den unrealistischen politischen Zwischenzielen Moskaus.
Eines dieser Ziele ist zudem die Spaltung der ukrainischen Gesellschaft. Je
länger der Krieg dauert, desto mehr Menschen gibt es, die eine Aufgabe des
Donbass schweren Herzens hinnehmen würden, auch wenn sie weiterhin klar in der
Minderheit sind. Wie diese Ausgangslage durch eine EU-Vermittlung verändert
werden könnte, weiß realistischerweise niemand, auch wenn eine diplomatische
Lösung im Hier und Jetzt sicherlich wünschenswert wäre. Tatsächlich kann die
aktuelle Situation nur durch die ukrainischen Streitkräfte sowie durch
verstärkten wirtschaftlichen Druck auf Russland verändert werden.
Die Wirklichkeit sieht letztlich wie folgt aus, auch wenn
man das in den europäischen Hauptstädten nur ungern hören dürfte: Gäbe es auf
russischer Seite den politischen Willen zu einem akzeptablen Waffenstillstand,
bräuchte es eigentlich keine große Vermittlung, um sich darauf zu einigen –
jenseits der Tatsache, dass die Gespräche darüber in einem für beide Seiten
akzeptablen Staat stattfinden sollten. Das zeigten die Verhandlungen zwischen
der Ukraine und Russland zu Jahresbeginn, als beide Seiten bei ihren
Delegationen auf hochrangige Militärs und Geheimdienstler setzten. Dabei wurde
konstruktiv darüber gesprochen, wie eine Waffenruhe künftig praktisch
organisiert und überwacht werden könnte. Auch die bisherigen Gefangenen- und
Leichenaustausche, die auf Ebene der Geheimdienste koordiniert wurden, belegen
dies.
Was fehlt, ist der politische Wille Russlands, von seinen
inakzeptablen Forderungen abzurücken. Daher wird es mit großer
Wahrscheinlichkeit nicht zu einem Spitzengipfel zwischen Wolodymyr
Selenskyj und Wladimir Putin kommen. Ein Waffenstillstandsabkommen wird
vor allem auf der Ebene der Geheimdienste und der Militärs verhandelt. Und
gerade in der aktuellen Phase wirkt klarer denn je: Die Ukraine braucht vor
allem stärkere Verbündete, und keine Vermittler. Denn einerseits verteidigt
sich das Land erfolgreich gegen die russische Aggression und setzt Moskau mit
Langstreckenangriffen auf die russische Ölinfrastruktur zunehmend unter Druck.
Andererseits hat sich die internationale Lage durch den US-Angriff auf den Iran
und die steigenden Ölpreise auf dem Weltmarkt erneut zugunsten des Kremls
gedreht. Daher wäre es fahrlässig zu glauben, Russland würde die Hoffnung
aufgeben, im langen Zermürbungskrieg gegen die Ukraine letztlich doch über mehr
Ressourcen zu verfügen und am Ende am längeren Hebel zu sitzen. Daran wird
weder Angela Merkel noch irgendein anderer EU-Vermittler etwas ändern können.
IPG 22
Integration in Deutschland. Warum
Ankommen nicht allein gelingt
Integration wird in Deutschland oft als Bringschuld von
Zugewanderten beschrieben. Dabei gelingt Ankommen erst, wenn Nachbarn, Kollegen
und Gesellschaft nicht nur Erwartungen formulieren, sondern im Alltag Zugänge
schaffen. Von Anissa Kirch
Wenn in Deutschland über Integration gesprochen wird, drehen
sich viele Debatten schnell um Sprache, Anpassung und Werte – und um die Frage,
wer sich bemüht und wer nicht. Worüber deutlich seltener gesprochen wird, ist
etwas anderes: Wer hilft eigentlich beim Ankommen?
Mir ist diese Frage erst begegnet, als ich selbst im Ausland
gelebt habe – im Oman. Ich war aus eigener Entscheidung dort, für einen Job und
unter vergleichsweise komfortablen Bedingungen. Nicht, weil ich fliehen musste
oder aus wirtschaftlicher Not. Und trotzdem war ich fremd.
Ich wusste nicht automatisch, wie Dinge funktionieren –
weder im Alltag noch im sozialen Miteinander oder in den vielen kleinen
Situationen, für die es keine Anleitung gibt. Wie man sich verhält, was
angebracht ist und was nicht. Wann eine Einladung ernst gemeint ist, wie
Behördengänge ablaufen, welche unausgesprochenen Regeln den Alltag
strukturieren.
Dass ich mich dort trotzdem zurechtfinden konnte, lag nicht
an besonderer Anpassungsfähigkeit. Es lag vor allem an den Menschen, die mir
begegnet sind. An Einheimischen, die mir Dinge erklärt haben, ohne mich
bloßzustellen. Die mich eingeladen, mitgenommen und korrigiert haben, wenn ich
etwas nicht verstanden habe. Nicht von oben herab, sondern mit einer
Selbstverständlichkeit, die vieles leichter gemacht hat.
Ohne diese Menschen hätte ich mich dort nicht integrieren
können. Gleichzeitig wäre es zu einfach, Integration allein auf die Offenheit
der anderen zurückzuführen. Auch ich selbst hatte Einfluss darauf, wie ich im
Oman angekommen bin. Ich hatte mich vor meiner Reise mit grundlegenden
kulturellen und religiösen Fragen beschäftigt und glaubte zu wissen, worauf ich
achten muss. Im Alltag wurde trotzdem schnell deutlich, wie viel mir noch
gefehlt hat.
„In Deutschland wird Integration oft eingefordert, aber im
Alltag zu häufig dem Zufall überlassen.“
Genau deshalb irritieren mich viele Debatten über
Integration in Deutschland. Sie kreisen um staatliche Maßnahmen und um die
Erwartung, dass Menschen, die in ein neues Land kommen, sich anpassen müssen –
und vieles idealerweise bereits mitbringen oder schon wissen, bevor sie
überhaupt ankommen. Was dabei oft fehlt, ist der Blick auf den Alltag und auf
die Rolle derjenigen, die bereits hier leben. Genau dort entscheidet sich aber,
ob Ankommen gelingt.
Integration ist kein Automatismus und folgt keinem festen
Schema, das man einfach lernen und anwenden kann. Wer in einem neuen Land lebt,
muss nicht nur Formulare verstehen und eine Sprache lernen. Er oder sie muss
auch soziale Codes entschlüsseln, Unsicherheiten aushalten, Fehler machen
dürfen und Zugang zu dem finden, was für andere längst selbstverständlich ist.
Genau hier liegt ein Problem: In Deutschland wird Integration oft eingefordert,
aber im Alltag zu häufig dem Zufall überlassen.
Natürlich gibt es Integrationskurse, Beratungsstellen,
Ehrenamtliche, kommunale Projekte und vielerorts auch Integrationslotsen. Sie
bilden eine wichtige Grundlage. Aber es reicht oft nicht aus – gerade dort
nicht, wo Strukturen überlastet sind oder persönlicher Kontakt fehlt. Vieles
hängt davon ab, ob jemand neue Bekanntschaften macht, einen verständnisvollen
Kollegen trifft, eine Nachbarin, die sich auf ein kurzes Gespräch einlässt,
oder einen Lehrer, der mitdenkt. Menschen, die erklären, statt nur zu beobachten.
Wer solche Menschen nicht trifft, bleibt oft auf sich gestellt.
Dieses Prinzip kennen wir aus anderen Bereichen. Wenn Kinder
neu in eine bestehende Klasse kommen, wird ihnen oft gezeigt, wo sie sitzen,
wie Abläufe funktionieren und an wen sie sich wenden können. Auch Mitschüler
helfen, beantworten Fragen oder teilen Material. Niemand würde ernsthaft
erwarten, dass ein Kind all das allein durch Beobachtung oder aus dem Bauch
heraus sofort versteht. Warum tun wir dann oft so, als müssten Erwachsene, die
in ein neues Land kommen, genau das leisten?
Dabei geht es nicht nur um organisatorische Hilfe. Es geht
auch darum, ob Menschen überhaupt die Chance bekommen, das zu üben, was von
ihnen erwartet wird – zum Beispiel Sprache. Ich habe das selbst erlebt. Ich
hatte nur wenige Monate Zeit zur Vorbereitung und keine Möglichkeit für einen
ausführlichen Arabischkurs. Deshalb habe ich mich auf mein Schulenglisch
verlassen. Für einfache Situationen hat es gerade so gereicht, darüber hinaus
nicht. Denn eine Sprache lernt man nicht nur im Kurs. Man lernt sie im Gebrauch,
in der Wiederholung und in der Ermutigung durch andere.
„Ein Zeichen: Du gehörst dazu.“
Ich hatte jahrelang Englisch- und Französischunterricht:
Grammatik, Vokabeln, Prüfungen. Als ich im Oman ankam, half mir das zunächst
erstaunlich wenig. Ich konnte vieles theoretisch, aber kaum etwas wirklich
sagen. Im Gespräch fehlte mir einfach die Übung. Trotz Unterricht war ich erst
einmal sprachlos.
Noch deutlicher habe ich das beim Arabischen gemerkt. Meine
omanischen Freunde haben mich immer wieder ermutigt, Dinge auf Arabisch zu
sagen, auch wenn ich sie falsch ausgesprochen habe. Manche Wörter und Laute
haben wir unzählige Male wiederholt, weil ich sie schlicht nicht hinbekommen
habe. Aber sie haben nie signalisiert: Dann lass es eben. Im Gegenteil. Sie
haben mir das Gefühl gegeben, dass Fehler kein Beweis des Scheiterns sind,
sondern Teil des Lernens. Hauptsache, ich probiere es.
Genau diese Fehlertoleranz erlebe ich in Deutschland oft als
schwächer ausgeprägt – besonders beim Sprechen. Viele haben schnell das Gefühl,
lieber gar nichts zu sagen, als etwas Falsches. Aber wer Sprache nur unter der
Bedingung der Fehlerfreiheit benutzen darf, wird sie im Alltag kaum lernen.
Vielleicht beginnt Integration nicht in großen Gesten, sondern in einer
selbstverständlichen Zugewandtheit, die niemanden überfordert und doch etwas
verändert.
In einer ganz anderen Situation ist mir das ebenfalls
deutlich geworden – bei einer omanischen Hochzeit, zu der ich eingeladen war.
Ich war aufgeregt und empfand es als große Ehre, dabei sein zu dürfen.
Gleichzeitig wusste ich überhaupt nicht, wie alles abläuft.
Ich kam in meiner normalen westlichen Kleidung an und wusste
nicht, ob das passend ist. Irgendwann sagte eine Frau zu mir: Ich habe hier
eine Abaya für dich. Möchtest du die blaue oder die rote? Es war eine
Einladung, keine Pflicht. Später bekam ich sogar ein kleines Krönchen
aufgesetzt – kleiner als das der Braut, aber doch ein Zeichen: Du gehörst dazu.
„In Deutschland wird Integration dagegen oft vor allem als
Bringschuld beschrieben.“
Ich wusste nicht, wo ich sitzen sollte, ob ich Fotos machen
darf, wann man was macht und woran man sich orientiert. Ich war den ganzen
Abend angespannt und habe ständig geschaut: Was machen die anderen? Und genau
da passierte etwas, das ich bis heute nicht vergessen habe.
Ich wurde nicht ignoriert, sondern ganz selbstverständlich
einbezogen. Es war nicht eine einzelne Person, sondern viele, die mich immer
wieder an die Hand genommen haben – Menschen, die ich vorher gar nicht kannte.
Sie sagten mir: Jetzt musst du hierhin. Oder: Jetzt gehst du besser dahin.
Oder: Das macht man jetzt so. Jeder hat ein kleines Stück dazu beigetragen. Und
gerade dadurch lag die Last nicht auf einer einzigen Person.
Für mich war das viel. Es war schön und überfordernd
zugleich. Ich war nervös, ich wollte nichts falsch machen – immerhin war es
einer der wichtigsten Tage im Leben der Braut. Und gleichzeitig war ich
unendlich dankbar, das überhaupt erleben zu dürfen. Vielleicht ist mir genau
deshalb dieser Abend bis heute so klar in Erinnerung geblieben.
Vermutlich aber auch, weil sich dort etwas Grundsätzliches
gezeigt hat: Man wird nicht zu einem anderen Menschen, nur weil man sich auf
etwas Fremdes einlässt. Man verliert weder den eigenen Lebensstil noch die
eigenen Gewohnheiten. Man lernt dazu, sammelt neue Erfahrungen und entwickelt
sich weiter. Für mich war genau das eine wichtige Erkenntnis. Ich war immer
noch ich selbst – aber ich fühlte mich sicherer, mich auf Neues einzulassen und
mich in den richtigen Momenten anzupassen.
In Deutschland wird Integration dagegen oft vor allem als
Bringschuld beschrieben. Wenn Menschen dann in vertrauten Kreisen bleiben, wird
das schnell als mangelnder Wille gedeutet. Dabei ist das erst einmal
menschlich. Wer sich unsicher fühlt, sucht Halt dort, wo Anschluss bereits
vorhanden ist. Sich in einer neuen Umgebung und in einer fremden Kultur
zurechtzufinden, ist anstrengend. Wenn es die Möglichkeit gibt, sich dort zu
bewegen, wo vieles vertraut ist, wird sie häufig genutzt.
„Der Blick auf das Kleine lohnt sich. Auf die Momente, die
kaum Zeit kosten und trotzdem darüber entscheiden, wie sich ein Land anfühlt.“
Die eigentliche Frage ist deshalb nicht nur, warum Menschen
unter sich bleiben, sondern auch, warum eine Gesellschaft, die Integration
erwartet, oft zu wenig eigene Zugänge schafft.
Das bedeutet nicht, dass nun jeder in Deutschland
stundenlang Integrationsarbeit leisten oder sich gezielt einen Freund mit
Migrationsgeschichte suchen müsste. Viele haben genug mit ihrem eigenen Leben
zu tun, und das ist eine Realität, die man nicht wegmoralisieren sollte.
Aber genau deshalb lohnt sich der Blick auf das Kleine. Auf
die Momente, die kaum Zeit kosten und trotzdem darüber entscheiden, wie sich
ein Land anfühlt. Ob man jemanden grüßt. Ob man kurz hilft, wenn jemand
sichtbar überfordert ist. Ob man im Treppenhaus nicht sofort genervt reagiert,
wenn ein Satz holprig formuliert ist. Ob man jemanden spüren lässt: Du störst
hier nicht.
Wo Menschen fast nur unter sich bleiben, gibt es Nähe zum
Vertrauten, aber wenig Austausch mit dem, was um sie herum ist. Dadurch fehlt
oft die Grundlage für Weiterentwicklung – und letztlich für Integration.
Gerade dieser Austausch ist entscheidend. Nicht, damit am
Ende alle gleich werden, sondern damit man überhaupt voneinander mitbekommt,
wie der andere lebt, spricht, denkt und reagiert.
Integration entsteht weder allein durch Programme noch
allein durch guten Willen. Sie entsteht in den vielen kleinen Situationen
dazwischen – dort, wo Menschen sich nicht vollständig aus dem Weg gehen und
sich Schritt für Schritt aufeinander einlassen.
Die Verantwortung liegt dabei nicht nur auf einer Seite.
Menschen kommen aus unterschiedlichen Gründen in ein anderes Land – manche
freiwillig, andere aus Not oder aus Umständen, die sie sich nicht ausgesucht
haben. Das macht einen Unterschied. Aber es ändert nichts daran, dass
Zusammenleben schwerer wird, wenn beide Seiten dauerhaft auf Abstand bleiben.
„Integration entsteht weder allein durch Programme noch
allein durch guten Willen. Sie entsteht in den vielen kleinen Situationen
dazwischen.“
Sich auf ein neues Land einzulassen, heißt nicht, die eigene
Herkunft aufzugeben. Es heißt, die Wirklichkeit anzuerkennen, in der man lebt –
auch wenn man sie sich nicht ausgesucht hat. Und das gilt genauso für die
Gesellschaft, in der man ankommt: Auch sie kann diese Realität nicht einfach
ausblenden oder rückgängig machen. Entscheidend ist, wie man damit umgeht.
Ich habe das im Oman gelernt. Nicht, dass man sofort
vollständig dazugehört oder dass Unterschiede verschwinden. Aber ich konnte mit
der Zeit besser mitreden, besser einordnen und besser verstehen, was um mich
herum passiert. Und das wiederum hat mir das Gefühl gegeben, weniger fremd zu
sein.
Am Ende geht es genau darum: Nicht alle müssen gleich
werden. Entscheidend ist, dass man sich in einer Gesellschaft bewegen kann,
ohne ständig Angst zu haben, alles falsch zu machen. Migazin 21
Gutachten. Verdacht auf
strukturelle Diskriminierung in Ausländerbehörden
Ein Konstanzer Gutachten stellt Bayerns Ausländerbehörden
ein kritisches Zeugnis aus. Vergleichbare Arbeitsanträge würden offenbar nicht
überall gleich behandelt – mit Folgen für Teilhabe, Integration und den
Arbeitsmarkt im Fachkräftemangel.
Die Grünen im bayerischen Landtag bemängeln massive
regionale Unterschiede innerhalb des Freistaats beim Zugang zu Arbeitsplätzen
für Ausländer. Die Ablehnungsquoten der Ausländerbehörden der Kommunen seien
höchst unterschiedlich – was nicht allein mit Unterschieden auf dem
Arbeitsmarkt zu erklären sei, teilten die Grünen in München mit. Die
Landtagsfraktion hatte ein entsprechendes Gutachten bei der Universität
Konstanz in Auftrag gegeben.
Demnach entscheidet nicht nur, ob Bewerber eine
Qualifikation oder ein konkretes Jobangebot haben. Auch der Ort, an dem ein
Antrag bearbeitet wird, spielt offensichtlich eine erhebliche Rolle. Die
Gutachter sehen darin ein strukturelles Problem: Obwohl die gesetzlichen Regeln
grundsätzlich überall gleich gelten, unterscheidet sich ihre Anwendung von
Kreis zu Kreis teils deutlich.
So weist Bayern im bundesweiten Vergleich mit 13,5 Prozent
in den Jahren 2018 bis 2024 eine insgesamt vergleichsweise niedrige
Ablehnungsquote auf. Im Jahr 2024 lag die Quote bei 14,0 Prozent. Allerdings
geht die Schere innerhalb des Freistaats weit auseinander. So lag
beispielsweise die durchschnittliche Ablehnungsquote im Landkreis
Dingolfing-Landau bei 24,9 Prozent am höchsten, im Landkreis Ebersberg nahe
München mit 7,9 Prozent am niedrigsten.
Große Unterschiede zwischen den Kreisen
Besonders auffällig ist Dingolfing-Landau auch im
Zeitverlauf. Dort lag die Ablehnungsquote in einzelnen Jahren noch deutlich
höher: 2020 bei rund 55 Prozent, 2021 bei mehr als 61 Prozent. Das war laut
Gutachten der höchste Wert im gesamten untersuchten Datensatz. Im Jahr 2024 lag
Dingolfing-Landau dagegen bei 16,0 Prozent.
Auch andere Kreise wichen 2024 deutlich von dem Wert ab, den
die Gutachter aufgrund der Arbeitsmarktlage erwartet hätten. Im Landkreis Roth
lag die tatsächliche Ablehnungsquote bei 23,1 Prozent; prognostiziert waren
11,0 Prozent. Im Landkreis Pfaffenhofen an der Ilm lag die Quote bei 20,7
Prozent statt erwarteter 10,3 Prozent. Deutlich niedriger als erwartet waren
die Werte dagegen unter anderem in Tirschenreuth, Neustadt an der Waldnaab und
im Landkreis Bayreuth.
Grüne: Es „läuft strukturell etwas schief.“
„Mitten im Fachkräftemangel können wir es uns nicht leisten,
arbeitswillige Menschen in einer Behörden-Lotterie festzuhalten“, sagte die
Grünen-Landesvorsitzende und Arbeitsexpertin im Landtag, Eva Lettenbauer. „Wenn
in einem Landkreis deutlich häufiger abgelehnt wird als im Nachbarkreis, obwohl
die Wirtschaft ähnlich dringend Personal sucht, dann läuft strukturell etwas
schief.“
Auch zwischen Branchen zeigen sich dem Gutachten zufolge
deutliche Unterschiede. Besonders hoch waren die durchschnittlichen
Ablehnungsquoten in Bayern in der Gastronomie mit 19,3 Prozent und in der
Landwirtschaft mit 18,9 Prozent. Niedriger lagen sie im Gesundheitsbereich mit
7,5 Prozent, im Tiefbau mit 7,9 Prozent und im Hochbau mit 8,0 Prozent. „Wenn
etwa in der Gastronomie fast jede fünfte Arbeitsanfrage scheitert, obwohl
überall Personal gesucht wird, dann haben wir kein Arbeitsmarktproblem, sondern
ein Behördenproblem“, sagte Lettenbauer.
Herkunft spielt offenbar eine Rolle
Das Gutachten zeigt zudem Unterschiede zwischen Herkunfts-
und Aufenthaltsgruppen. In Bayern lagen die durchschnittlichen Ablehnungsquoten
bei ukrainischen Staatsangehörigen mit 22,9 Prozent, bei osteuropäischen
Staatsangehörigen mit 20,7 Prozent und bei türkischen Staatsangehörigen mit
17,1 Prozent über dem bayerischen Durchschnitt. Bei Geflüchteten insgesamt lag
die Quote dagegen bei 7,8 Prozent.
Nach Angaben von Constantin Wohlfarth, Mitautor der Studie,
lassen sich die Unterschiede nur zu einem Drittel durch wirtschaftliche
Ungleichheiten in den jeweiligen Regionen erklären. Man müsse davon ausgehen,
dass auch ineffiziente Entscheidungsprozesse und teilweise diskriminierendes
Verhalten eine Rolle spielten. Die Ergebnisse legten nahe, dass vergleichbare
Anträge nicht überall gleich behandelt würden.
Die Wissenschaftler empfehlen unter anderem bessere
Datengrundlagen, einheitlichere Entscheidungspraktiken, mehr Digitalisierung,
Vier-Augen-Prinzipien bei schwierigen Fällen und verpflichtende
Antibias-Trainings für zuständige Fachkräfte.
Arbeit bedeutet Teilhabe
Gülseren Demirel, Fraktionssprecherin für Integration,
betonte: „Wer arbeiten kann und arbeiten will, sollte in Bayern die Chance dazu
bekommen.“ Arbeit sei der schnellste Weg in echte Teilhabe. „Wenn diese
Menschen aber an bürokratischen Hürden scheitern, dann blockiert das einen der
wichtigsten Hebel zur Integration.“ Die Regeln müssten vereinheitlicht und ihre
Anwendung vom Innenministerium kontrolliert werden, forderte sie.
Demirel sagte weiter: „Ein Rechtsstaat funktioniert nicht
nach Postleitzahl. Wenn vergleichbare Fälle in Bayern unterschiedlich
entschieden werden, braucht es keine Ausreden, sondern endlich klare
Leitplanken und ein Innenministerium, das für einheitliche Standards sorgt.“
(dpa/mig 20)
Parolin: EU soll „kreative Kraft“
für den Frieden sein
Diesen Dienstag wurde in Straßburg erstmals der Europäische
Verdienstorden verliehen. Unter den Persönlichkeiten, die für ihren
vorbildlichen Einsatz für Europa geehrt wurden, war auch die „Nummer zwei“ im
Vatikan: Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin. Silvia Kritzenberger -
Vatikanstadt
In seiner Rede bei der Verleihungszeremonie am Europäischen
Parlament in Straßburg hob der vatikanische Chefdiplomat die internationalen
Bemühungen des Papstes und des Heiligen Stuhls für ein ziviles Zusammenleben
hervor, das die unantastbare Würde des Menschen bekräftigt. Parolin erhielt die
Ehrung für seinen „diplomatischen Einsatz zur Beilegung von Konflikten sowie
sein Engagement für den interkonfessionellen Dialog, soziale Gerechtigkeit und
die Wahrung der Grundrechte.
In einer Welt, in der Konflikte wieder aufflammen, der
Frieden an mehreren Fronten bedroht ist und auch der alte Kontinent durch den
Krieg in der Ukraine erschüttert wurde, müsse die Europäische Union als
Sprachrohr jenes „kreativen Bemühens“ um Harmonie auftreten, das Robert Schuman
beschrieben hat – einer der Gründerväter der EU, dessen Seligsprechungsprozess
gerade läuft, so Parolin.
Für Harmonie unter den Völkern
Der Kardinal überbrachte die Grüße von Papst Leo und
betonte, dass die Harmonie unter den Völkern ein „grundlegendes Versprechen“
der Europäischen Union und eine „klare internationale Verpflichtung“ des
Heiligen Stuhls bleibe, wie der Papst selbst mehrfach bekräftigt habe.
Grundlage dieses „zivilen Zusammenlebens“ seien Werte, die ihre Wurzeln in der
christlichen Geschichte Europas haben, „vor allem die Bekräftigung der
Menschenwürde, die unantastbar ist und in jeder Lebensphase geschützt werden
muss.“ Der Kardinalstaatssekretär schloss seine Rede mit der Bekräftigung der
Bereitschaft des Heiligen Stuhls, mit den europäischen Institutionen
zusammenzuarbeiten, um „Baumeister des Friedens im Interesse Europas und der
gesamten Welt zu sein.“
Hintergrund
Der 71jährige Italiener Pietro Parolin ist seit fast 13
Jahren oberster Diplomat des Papstes. Mit dem Europäischen Verdienstorden
wurden neben ihm noch 20 weitere europäische Persönlichkeiten aus Politik,
Kultur, Wissenschaft und Sport ausgezeichnet, etwa die ehemalige deutsche
Bundeskanzlerin Angela Merkel, der polnische Friedensnobelpreisträger Lech
Walesa und der portugiesische Politiker und Wirtschaftswissenschaftler Aníbal
Cavaco Silva. Der Preis wurde anlässlich des 75. Jahrestages der Schuman-Erklärung
ins Leben gerufen, die mit der Schaffung einer Europäischen Gemeinschaft für
Kohle und Stahl den Grundstein für ein vereintes Europa legte. (vn 19)
Zivilgesellschaft unter Druck.
Deutschland rutscht bei Freiheitsrechten weiter ab
Deutschland wird im neuen Atlas der Zivilbevölkerung von
„beeinträchtigt“ auf „beschränkt“ herabgestuft. Grund: Einschränkungen bei
Gaza-Protesten. Weltweit leben dem Bericht zufolge nur 3,4 Prozent der Menschen
in Staaten mit umfassenden Freiheitsrechten. Von Silvia Vogt
Nur wenige Menschen leben dem neuen „Atlas der
Zivilbevölkerung“ zufolge noch in Ländern mit umfassenden Freiheitsrechten.
Gerade einmal 3,4 Prozent der Weltbevölkerung wohnten in Staaten, in denen
Meinungs-, Versammlungs- und Vereinigungsfreiheit garantiert seien, erklärte
das evangelische Hilfswerk „Brot für die Welt“ am Montag in Berlin zur
Vorstellung des diesjährigen Berichts. Die Räume für die Zivilgesellschaft
würden weltweit enger, auch in Deutschland.
Die große Mehrheit der Menschen könne ihre Stimme nicht frei
erheben – oder tue es unter erheblichen Risiken, betonte „Brot für die
Welt“-Präsidentin Dagmar Pruin. Etwa 73 Prozent der Weltbevölkerung lebten in
Staaten, in denen der zivilgesellschaftliche Raum unterdrückt oder vollständig
geschlossen sei. Die Entwicklung sei kein Randphänomen, sagte Pruin. „Sie ist
global. Und sie verschärft sich.“ In manchen Ländern würden schleichend neue
Gesetze erlassen und bürokratische Hürden aufgebaut, um zivilgesellschaftliches
Engagement zu erschweren und Menschen einzuschüchtern. In anderen Ländern gebe
es hingegen offene Repression, Gewalt und Verfolgung.
Desinformation als Machtinstrument
Zu beobachten seien nicht nur mehr Einschränkungen, sondern
auch eine neue Qualität der Angriffe, sagte Pruin. „Zivilgesellschaft wird
heute systematisch delegitimiert. Organisationen werden diffamiert,
Aktivistinnen und Aktivisten kriminalisiert, finanzielle Förderungen gezielt
ausgetrocknet.“ Zugleich gewönnen autoritäre Akteure an Einfluss: politisch,
wirtschaftlich und medial.
Eines der wirksamsten Instrumente sei die Desinformation,
heißt es in dem Bericht. Sie sei ein Machtinstrument und eine der größten
Bedrohungen für gesellschaftlichen Zusammenhalt und Stabilität von Demokratien
weltweit.
Deutschland herabgestuft
Auch in Deutschland hat sich die Lage dem Atlas zufolge
verschlechtert: Es wurde von der Kategorie „beeinträchtigt“ in die Kategorie
„beschränkt“ herabgestuft. Als ein Grund dafür gilt das Vorgehen deutscher
Behörden im Zusammenhang mit Protesten gegen den Gaza-Krieg.
Der von „Brot für die Welt“ herausgegebene Bericht basiert
auf Erhebungen des Netzwerks für bürgerschaftliches Engagement Civicus. Er
bewertet jährlich den Stand der weltweiten Freiheitsrechte in einer
fünfstufigen Skala mit den Kategorien offen, beeinträchtigt, beschränkt,
unterdrückt, geschlossen. Insgesamt verschlechterte sich der Stand laut Bericht
in 15 Ländern. Lediglich drei hätten sich im Ranking verbessert.
15 Absteiger
Mit 15 Absteigern gebe es einen traurigen und
besorgniserregenden Rekord, sagte Pruin. Darunter seien neben Deutschland auch
die Schweiz, Italien, Frankreich und die USA. Auch nicht-staatliche Akteure
schränkten zivilgesellschaftliche Freiheit ein.
Zugleich widersetzten sich zivilgesellschaftliche Gruppen
dieser Entwicklung – oft unter großen persönlichen Risiken. Sie dokumentierten
Menschenrechtsverletzungen, deckten Desinformationskampagnen auf und schüfen
Räume für Austausch und Solidarität. Es dürfe nicht zugelassen werden, dass die
Handlungsspielräume der Zivilgesellschaft weiter schrumpfen, betonte Pruin.
„Eine aktive Zivilgesellschaft ist kein Luxus. Sie ist das Fundament jeder
funktionierenden Demokratie.“ (epd/mig 19)
Die Ukraine betrifft Europas Sicherheit unmittelbar. Putin
signalisiert Gesprächsbereitschaft. Worauf wartet Europa noch? Adis Ahmetovic
& Christos Katsioulis
Seit mehr als vier Jahren bringt der russische Angriffskrieg
Tod, Zerstörung und Leid über die Ukraine. Millionen Menschen mussten fliehen,
unzählige verloren ihr Leben. Umso bemerkenswerter waren jüngste Äußerungen
Wladimir Putins im Umfeld der Feierlichkeiten zum Jahrestag des Sieges über
Nazi-Deutschland: Der russische Präsident stellte ein baldiges Ende des Krieges
in Aussicht und brachte den ehemaligen Bundeskanzler Gerhard Schröder als
möglichen Verhandler ins Gespräch.
Lässt man die Frage, wer Europa in möglichen Verhandlungen
vertreten könnte, zunächst beiseite, ist bereits von Bedeutung, dass Putin
Gespräche mit Europa überhaupt wieder für möglich hält. Der Kreml signalisiert
damit erstmals indirekt, dass ein Ende des Krieges und Verhandlungen über eine
neue europäische Sicherheitsordnung wieder denkbar sind. Offenbar wächst auch
in Moskau die Einsicht, dass dieser Krieg militärisch nicht zu gewinnen ist.
Dafür spricht vor allem die bisherige Bilanz: Russland hat seine Kriegsziele
bislang nicht erreicht – im Gegenteil. Die Ukraine hält stand. Die NATO ist mit
Finnland und Schweden um zwei Mitglieder gewachsen. Und die Europäische Union
hat nach 16 Jahren Orbán-Blockade nun die historische Chance, weitere
Sanktionen gegen Russland, zusätzliche Hilfspakete für die Ukraine und wichtige
institutionelle Reformen – etwa mehr Mehrheitsentscheidungen in der
Außenpolitik – voranzubringen.
All das ändert jedoch nichts daran, dass die gegenwärtige
Phase unbefriedigend bleibt. Der Krieg im Osten der Ukraine ist ein
zermürbender Abnutzungskrieg mit hohen menschlichen und materiellen Kosten.
Gleichzeitig ist Europa bislang nicht an den Gesprächen zwischen den USA und
Russland beteiligt. Damit dürfen wir uns nicht abfinden.
Denn jedes potenzielle Abkommen zwischen Russland und der
Ukraine berührt unmittelbar europäische Interessen. Die Vorstellung, dass die
territoriale Zukunft der Ukraine und die europäische Sicherheitsarchitektur von
Abgesandten Putins und zwei US-Immobilienmaklern aus Trumps Team verhandelt
werden, ohne dass Europa mit am Tisch sitzt, ist widersinnig. Das gilt ebenso
für die Rolle europäischer Truppen zur Absicherung eines möglichen
Waffenstillstands, für den Wiederaufbau der Ukraine mit europäischen Mitteln
und für die Frage, wer künftig eine Waffenstillstandslinie überwachen soll. Vor
allem aber verliert Europa ohne eigene Beteiligung entscheidende Hebel
gegenüber Russland. Eine mögliche Lockerung des Sanktionsregimes wäre nur dann
ein wirksamer Bestandteil einer Einigung, wenn Europa daran mitwirkt. Auch die
langfristige Finanzierung und Ausstattung der ukrainischen Streitkräfte kann
nur glaubwürdig abschreckend wirken, wenn Europa dauerhaft Verantwortung
übernimmt.
Europa darf seine Sicherheitsinteressen nicht an Dritte
delegieren. Es muss selbst vertreten sein – um eigene Werte zu verteidigen und
eigene Interessen durchzusetzen. Deshalb braucht es einen europäischen
Unterhändler, der Europa in diesen Verhandlungen Stimme und Gesicht verleiht.
Die Europäische Union sollte gemeinsam mit zentralen Partnern wie
Großbritannien, der Türkei und Kanada einen Sondergesandten benennen. Das wäre
der notwendige nächste Schritt, um europäische Sicherheitsinteressen auf dem Kontinent
selbstbewusst zu vertreten. Zugleich wäre es die logische Fortsetzung der
bisherigen europäischen Reaktionen auf den russischen Angriffskrieg und auf die
zunehmende Infragestellung der europäischen Sicherheitsordnung durch Präsident
Trump.
Für Europa markierte dieser Krieg eine Zeitenwende – und
dieser Befund gilt heute mehr denn je. Möglicherweise sogar stärker als zu
Beginn des Krieges, seit die amerikanische Regierung unter Donald Trump
zugleich Unterstützer der Ukraine und Vermittler zwischen den Kriegsparteien
sein will. Europa hingegen hat in den vergangenen Jahren eine unerwartete
Geschlossenheit bewiesen. Drei zentrale Handlungsstränge prägten bislang das
europäische Vorgehen.
Erstens hat sich Europa seit Beginn des Krieges als enger
Partner der Ukraine erwiesen – politisch, finanziell sowie humanitär und
militärisch. Die europäischen Staaten unterstützen die
Verteidigungsanstrengungen Kiews mit Waffen und umfangreichen Hilfen. Zweitens
hat die EU gemeinsam mit ihren Partnern ein beispielloses Sanktionsregime gegen
Russland aufgebaut und damit erheblichen wirtschaftlichen Druck auf das Regime
ausgeübt. Beides dient dazu, die Fortsetzung dieses Krieges für Russland so
kostspielig und aussichtslos wie möglich zu machen. Drittens haben die
europäischen Staaten die Stärkung der eigenen Verteidigungsfähigkeit zur
Priorität erklärt. Das deutsche Sondervermögen war eines der deutlichsten
Signale dafür, dass der Aufbau militärischer Fähigkeiten in Europa mit
Nachdruck vorangetrieben wird.
Dabei blieb es nicht. Erst im vergangenen Jahr verständigten
sich die NATO-Staaten darauf, künftig 3,5 Prozent ihres Bruttoinlandsprodukts
für Verteidigung auszugeben – zuzüglich weiterer 1,5 Prozent für
sicherheitsrelevante Infrastruktur. Europa investiert damit in seine Fähigkeit,
Russland glaubwürdig abzuschrecken, die Ukraine dauerhaft zu unterstützen und
sich mittelfristig unabhängiger von den USA selbst verteidigen zu können.
Jetzt muss Europa beweisen, dass es eigene politische
Wirkungsmacht entfalten kann – vorausgesetzt, es handelt geschlossen. Ein
europäischer Unterhändler für Frieden in der Ukraine wäre ein naheliegender
Schritt, um Mut, Handlungsfähigkeit und diplomatische Stärke Europas sichtbar
zu machen. Ein solcher Sondergesandter sollte nicht nur europäische Interessen
in den von den USA initiierten Verhandlungen vertreten und die Ukraine stärken.
Er sollte auch den direkten Dialog mit Moskau suchen, um Wege zu einem stabilen
Frieden auszuloten.
Die Benennung eines gemeinsamen Vertreters hätte einen
unmittelbaren Effekt nach innen. Die europäischen Verbündeten wären gezwungen,
sich auf eine gemeinsame Verhandlungsposition zu verständigen. Bislang besteht
vor allem Einigkeit darüber, welche Lösungen für Europa inakzeptabel wären. Ein
Sondergesandter müsste jedoch ein Mandat erhalten, das auch akzeptable Lösungen
zumindest umrisshaft definiert.
Außerdem könnte ein europäischer Vertreter sicherstellen,
dass Europas Botschaften direkt und unverfälscht in Moskau ankommen. Die
gegenwärtige Sprachlosigkeit birgt die Gefahr, dass russische Interpretationen
europäischer Politik von Wunschdenken oder ideologischen Vorannahmen geprägt
sind. Das könnte in Moskau als Schwäche missverstanden werden – verbunden mit
der Hoffnung, Europa werde die Ukraine im Stich lassen, falls die USA ihre
Unterstützung reduzieren. Gleichzeitig braucht es Mechanismen zum Management
gegenseitigen Misstrauens, um Eskalationen zu verhindern und direkte
militärische Konfrontationen zu vermeiden. Gerade an den Berührungspunkten
zwischen Russland und Europa – im Baltikum oder im Schwarzen Meer – wächst die
Gefahr unbeabsichtigter Zwischenfälle. Auch in Washington könnte ein
europäischer Sondergesandter dafür sorgen, dass europäische Positionen
kontinuierlich und ernsthaft in die Verhandlungen einfließen. Darauf zu
vertrauen, dass amerikanische Unterhändler europäische Interessen automatisch
mitvertreten, wäre naiv.
Die Erfolgsaussichten für eine stärkere europäische Rolle
sind heute größer als noch vor einigen Monaten. Zumindest wäre eine solche
Initiative einen Versuch wert. Europa würde damit auch die Anregung Präsident
Selenskyjs aufnehmen, der erst kürzlich in Armenien eine Beteiligung Europas an
den Verhandlungen einforderte. Für einen nachhaltigen Frieden in der Ukraine
muss Europa auf Augenhöhe mit am Verhandlungstisch sitzen. Denn das ist der
beste Weg, um Putin mit einer für ihn unangenehmen Wahrheit zu konfrontieren:
Über Europas Sicherheit darf nicht ohne Europa entschieden werden. Ein stabiles
Abkommen kann nur unter aktiver Mitwirkung Europas gelingen. Ipg 19
Hinrichtungen weltweit auf
Höchststand
Im Iran sind im vergangenen Jahr über 2.150 Menschen
hingerichtet worden. Darauf weist die Menschenrechtsorganisation „Amnesty
International“ an diesem Montag hin.
Sie spricht von einem „erschreckenden“ Anstieg, der die
weltweit registrierten Hinrichtungen auf den höchsten Stand seit 1981 getrieben
habe. Insgesamt seien im vergangenen Jahr weltweit mindestens 2.707 Menschen
hingerichtet worden. Davon entfielen 2.159 auf den Iran, mehr als doppelt so
viele wie im Jahr 2024, so „Amnesty“. Die in China vollstreckten Hinrichtungen
werden in der Statistik der in Großbritannien ansässigen
Menschenrechtsorganisation nicht erfasst, weil Peking die Zahlen nicht
bekanntgibt.
Die Zahl von mindestens 2.707 Hinrichtungen im Jahr 2025 –
darunter in Saudi-Arabien, Kuwait, Ägypten, Jemen, Singapur und den USA –
bedeutet laut „Amnesty“ einen Anstieg um mehr als zwei Drittel gegenüber dem
Vorjahr. „Dieser Trend war am stärksten in Ländern ausgeprägt, in denen die
Machthaber ihre Kontrolle durch die Einschränkung des zivilgesellschaftlichen
Handlungsspielraums, die Unterdrückung abweichender Meinungen und die
Missachtung internationaler Menschenrechtsnormen und -standards verschärft haben“,
erläuterte die Organisation.
Deutlicher Anstieg von Hinrichtungen in Florida
Saudi-Arabien hat im vergangenen Jahr nach „Amnesty“-Angaben
mindestens 356 Hinrichtungen vollzogen und damit die bereits für 2024
prognostizierte Rekordzahl von mindestens 345 übertroffen. In Kuwait hätten
sich die Hinrichtungen fast verdreifacht (17), in Ägypten beinahe verdoppelt
(23), im Jemen sei die jährliche Zahl um mehr als ein Drittel gestiegen
(mindestens 51). In den Vereinigten Staaten – dem einzigen Land Amerikas, das
im Jahr 2025 Hinrichtungen vollstreckt hat – führte der „beispiellose Anstieg“
der Hinrichtungen in Florida auf 19 dazu, dass die Gesamtzahl landesweit auf 47
stieg. Dies ist der höchste Wert seit 2009. Die Behörden in Singapur
vollstreckten 17 Hinrichtungen, die höchste Zahl im Land seit 2003.
Derweil ist am Sonntagabend die Todesstrafe für
Palästinenser im Westjordanland, die wegen tödlicher Terrorakte verurteilt
werden, in Kraft getreten. Das meldet die Times of Israel. Das israelische
Gesetz, das Ende März von der Knesset verabschiedet wurde, ist in vielen Teilen
der Welt auf Proteste gestoßen.
Die katholische Kirche lehnt die Todesstrafe ab. Papst
Franziskus (2013-25) ließ eigens den entsprechenden Absatz im Katechismus der
Katholischen Kirche ändern. Dort heißt es nun, „dass die Todesstrafe unzulässig
ist, weil sie gegen die Unantastbarkeit und würde der Person verstößt“.
(ucanews/vn 18)
EU-Abgeordnete warnt vor Return
Hubs und deutscher Härtepolitik
Die EU arbeitet an einer weiteren Verschärfung ihrer
Abschiebepolitik. Im Zentrum stehen sogenannte „Return Hubs“ in Drittstaaten.
Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD) sieht die EU auf einem gefährlichen Kurs.
Im Gespräch erklärt sie, welche Rolle Deutschland dabei einnimmt. Von Marlene
Brey
Die EU verhandelt derzeit über eine neue
Rückführungsverordnung, die Abschiebungen erleichtern und beschleunigen soll.
Besonders umstritten sind sogenannte „Return Hubs“ – Einrichtungen in
Drittstaaten, in die ausreisepflichtige Migranten gebracht werden könnten. Die
Europaabgeordnete Birgit Sippel (SPD) warnt im Gespräch vor den Risiken
ausgelagerter Abschiebezentren und dem Rechtsruck in Europa.
Frau Sippel, die sogenannten „Return Hubs“ wären ein Novum.
In englischsprachigen Medien ist teils von „Deportation Hubs“ die Rede. Was
muss man sich darunter vorstellen?
Birgit Sippel: Der Begriff ist im Gesetzestext nicht klar
definiert – und genau das macht ihn so problematisch. Die konkrete
Ausgestaltung hängt dann von bilateralen Vereinbarungen zwischen EU-Staaten mit
Drittstaaten ab. Denkbar ist vieles: von ausgelagerten Asylverfahren nach dem
Vorbild des Italien-Albanien-Modells bis hin zu reinen Abschiebezentren. Was
dort mit den Menschen geschieht, ob sie versorgt, integriert oder auf
unbestimmte Zeit festgehalten werden, bleibt völlig offen.
Wann könnten solche Zentren entstehen – und wo?
Konkrete Vereinbarungen gibt es bisher nicht. Ich gehe aber
davon aus, dass einige Mitgliedstaaten informell bereits verhandeln, um schnell
handeln zu können, sobald die Verordnung beschlossen ist. Die Gefahr besteht,
dass europäische Staaten erheblichen Druck auf Drittstaaten ausüben – etwa über
Handels- oder Entwicklungspolitik.
Zudem verschärft es globale Ungleichgewichte, denn die
meisten Geflüchteten bleiben ohnehin in den Nachbarregionen ihrer
Herkunftsländer und kommen gar nicht nach Europa. Öffentlich genannt werden
häufig Tunesien, Ägypten oder auch Ruanda und Uganda.
Sie sagen, Teile der Verordnung verstießen gegen europäische
Grundrechte. Was kritisieren Sie konkret?
Menschen könnten allein wegen irregulärer Einreise bis zu
zwei Jahre inhaftiert werden – ohne Straftat. Davon wären auch Kinder und
Jugendliche betroffen. Gleichzeitig wird der Rechtsschutz eingeschränkt: Klagen
hätten keine aufschiebende Wirkung mehr, Betroffene hätten kaum Zeit oder
Möglichkeiten, sich juristisch zu wehren. Menschen, deren einziges „Vergehen“
darin besteht, aus ihrem Herkunftsland geflohen zu sein, würden damit
schlechter behandelt als Strafgefangene. Hinzu kommen die Abschiebezentren in Drittstaaten,
deren Funktion unklar bleibt und für die es keine wirksamen Kontrollmechanismen
gibt. Das alles halte ich für brandgefährlich.
Wäre dieser Vorschlag ohne den Rechtsruck in Europa so
denkbar gewesen?
Die EU-Kommission hat mit ihren Vorschlägen auf den
politischen Druck aus den Mitgliedstaaten reagiert. In Europa erleben wir
zunehmend rechte Regierungen, die eine deutlich härtere Migrationspolitik
fordern. Das spiegelt sich inzwischen auch im Europäischen Parlament wider.
Sozialdemokraten, Grüne und Liberale hatten gehofft, den Entwurf zumindest
etwas humaner gestalten zu können. Stattdessen haben die Konservativen mit
rechten Fraktionen gemeinsame Sache gemacht. Herausgekommen ist ein sehr
rechter Text.
Die sogenannte Brandmauer gegenüber extrem rechten Parteien
im EU-Parlament ist in dieser Legislaturperiode mehrfach gefallen. Warum ist
dieser Fall aus Ihrer Sicht besonders gravierend?
Weil es hier nicht um Detailfragen geht, sondern um
fundamentale rechtsstaatliche Prinzipien. Es geht um den Kern dessen, was die
Europäische Union ausmacht: Rechtsstaatlichkeit, Grundrechte und den Schutz von
Minderheiten. Wenn diese Standards systematisch ausgehöhlt werden, hat das
Signalwirkung – weit über die Migrationspolitik hinaus.
Die finalen Verhandlungen laufen noch. Drohen weitere
Verschärfungen?
Im Rat der Mitgliedsstaaten kursieren Vorschläge, die
teilweise noch radikaler sind. Diskutiert wird etwa, dass Behörden aktiv nach
irregulär aufhältigen Menschen suchen und dafür sogar private Wohnungen
betreten dürfen – ohne klare richterliche Kontrolle. Das wäre ein massiver
Eingriff in Grundrechte und erinnert an die Methoden der
US-Einwanderungsbehörde ICE.
Welche Rolle spielt die Bundesregierung? Versucht sie zu
bremsen?
Deutschland ist leider kein Bremser – im Gegenteil. Mit der
Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems haben wir das Asylrecht gerade
erst deutlich verschärft. Die Bundesregierung hätte sagen können: Jetzt setzen
wir diese Reformen erst einmal um. Stattdessen gehört Deutschland zu den
Staaten, die weitere Verschärfungen vorantreiben. Nach meinem Eindruck drängt
die Bundesregierung auch auf schnelle Lösungen bei den Return Hubs und
beteiligt sich an entsprechenden Arbeitsgruppen.
Trotz aller Verschärfungen wird bislang nur ein kleiner Teil
der Ausreisepflichtigen tatsächlich abgeschoben. Kann die Verordnung daran
etwas ändern?
Die niedrige Rückführungsquote hat viele Ursachen:
politische Versäumnisse der Vergangenheit, fehlende Kooperation von
Herkunftsstaaten oder humanitäre Gründe. Die Zahl der Asylanträge sinkt aber.
Die neue Rückführungsverordnung könnte Rückführungen zwar erhöhen – aber vor
allem deshalb, weil rechtsstaatliche Standards abgesenkt werden. Etwa dann,
wenn Asylanträge nicht mehr individuell geprüft und Menschen pauschal in
sogenannte sichere Drittstaaten oder Return Hubs abgeschoben werden. Damit
droht das individuelle Recht auf Asyl in Europa ausgehöhlt zu werden. (epd/mig
18)
Teils dramatisch höherer
Meeresspiegel durch absinkendes Land
Landabsenkung verschärft Überflutungsrisiken in
Küstenstädten
Grundwasserentnahme, Öl- und Gasförderung sowie schwere
Bauten sorgen für Absinken. Grundwassermanagement als effektive Gegenmaßnahme
Stark bevölkerte Küstenregionen in vielen Regionen der Welt
sind besonders stark durch Überflutungen gefährdet. Das Absinken von Landmassen
verschärft dort die Probleme durch den Anstieg des Meeresspiegels. Das haben
Forschende der Technischen Universität München (TUM) und der Tulane University
gezeigt.
Der weltweite Anstieg des Meeresspiegels gehört zu den
größten Herausforderungen, die der Klimawandel mit sich bringt: Über eine halbe
Milliarde Menschen leben in niedriggelegenen Küstenzonen. Ein Forschungsteam
des Deutschen Geodätischen Forschungsinstituts an der TUM (DGFI-TUM) und der
Tulane University in New Orleans belegt in einer Studie im Fachmagazin Nature
Communications, dass Menschen in dicht besiedelten Küstenregionen einen
relativen Meeresspiegelanstieg von durchschnittlich rund 6 mm pro Jahr erleben.
Das ist etwa dreimal so viel wie der sogenannte küstenlängengewichtete globale
Mittelwert von 2,1 mm pro Jahr. Dieser Wert beschreibt den durchschnittlichen
relativen Anstieg, der weltweit entlang der Küsten gemessen wird. Wenn man den
klimabedingten absoluten Meeresspiegelanstieg von rund 3,15 mm pro Jahr als
Grundlage nimmt, dann liegt der Wert immer noch fast doppelt so hoch. Bedingt
wird der erhöhte Anstieg durch das Absinken von Land – Subsidenz genannt.
Wichtige Gründe fürs Absinken: Entnahme von Grundwasser und
Rohstoffen, Eisschmelze und Tektonik
Nicht alle Gründe für die Absenkungen lassen sich nach
Angaben der Forschenden immer eindeutig festlegen. Aber zu den wichtigsten und
folgenschwersten Ursachen gehören die intensive Entnahme von Grundwasser, die
Öl- und Gasförderung sowie die Verdichtung junger Sedimente in Deltas oder auch
bauliche Belastungen in schnell wachsenden Städten.
„Wer den Meeresspiegelanstieg an Küsten verstehen und
wirksam darauf reagieren will, muss nicht nur den Ozean beobachten, sondern
auch das Land selbst. Gerade in dicht besiedelten Küstenregionen sorgen wir
Menschen dafür, dass sich das Land besonders stark absenkt – eine Hauptursache
dafür ist oft die übermäßige Entnahme von Wasser und Rohstoffen, die den
Untergrund zuvor stabilisiert haben. Das hohe Gewicht von Städten sowie
langfristige geologische Prozesse können die Absenkung zusätzlich begünstigen.
So verstärken wir deutlich die Effekte des klimabedingten
Meeresspiegelanstiegs”, sagt Dr. Julius Oelsmann, Hauptautor der Studie und
Forscher am DGFI-TUM.
Absenkungen von bis zu 42 Millimetern im Jahr
Zu den Ländern mit den größten Anstiegswerten gehören:
Thailand, Bangladesch, Nigeria, Ägypten, China und Indonesien. Dort errechneten
die Forschenden, gewichtet nach der Küstenbevölkerung, durchschnittliche
Anstiegswerte von etwa 7 bis 10 mm pro Jahr. Die USA, die Niederlande und
Italien weisen mit etwa 4 bis 5 mm pro Jahr ebenfalls erhöhte Werte auf.
Markante Subsidenz-Hotspots sind unter anderem Jakarta
(-13,7 mm/Jahr), Tianjin (-13,5 mm/Jahr), Bangkok (-8,5 mm/Jahr), Lagos (-6,7
mm/Jahr) und Alexandria (-4 mm/Jahr). Dabei zeigt sich, dass sich die Absenkung
innerhalb einzelner Städte stark unterscheiden kann: In Jakarta erreichen
manche Gebiete sogar Werte von bis zu -42 mm/Jahr, während andere Teile der
Stadt gleichzeitig eine Hebung zeigen.
Umgekehrt lässt in manchen Ländern die geologische Hebung
den Meeresspiegel entlang der Küste sogar absinken, etwa in Schweden oder
Finnland. Dort hebt sich das Land infolge der Eisschmelze nach der letzten
Eiszeit nach wie vor – und zwar schneller, als der Meeresspiegel steigt.
Grundwassermanagement als Gegenmaßnahme
„In vielen großen Küstenstädten ist die Entnahme von
Grundwasser ein Haupttreiber der Landsenkung. Das bedeutet, dass lokale
politische und wasserwirtschaftliche Entscheidungen einen großen Unterschied
machen können. Durch ein besseres Grundwassermanagement, strengere Regulierung
der Entnahme oder gezielte Wiederauffüllung von Aquiferen lassen sich
Subsidenzraten zumindest verlangsamen und in manchen Fällen sogar weitgehend
stoppen“, sagt Florian Seitz, Professor für Geodätische Geodynamik und Leiter
des Deutschen Geodätischen Forschungsinstituts der TUM (DGFI-TUM).
Zu den erfolgreichen Beispielen zählen Japans Hauptstadt
Tokio und die Metropolregion Houston in Texas. In Tokio lagen die Absenkungen
zeitweise bei über 10 cm pro Jahr und erreichten in besonders betroffenen
Gebieten Spitzenwerte von rund 24 cm pro Jahr. Durch staatliche Eingriffe und
alternative Wasserversorgung gingen sie später stark zurück.
Wie in Tokio war auch in der texanischen Region
Harris-Galveston die intensive Grundwasserförderung der zentrale Treiber der
Bodensenkung. Als Reaktion wurde 1975 der Harris-Galveston Subsidence District
gegründet, der die Grundwasserentnahme reguliert, den Umstieg auf alternative
Wasserquellen fördert und Wassersparmaßnahmen unterstützt. TUM 18
Nach der mutmaßlichen Amokfahrt von Samstag in Modena mit
mehreren Schwerverletzten trauert Italiens Kirche mit den Betroffenen.
„Ich bete für die
Verletzten und bin überzeugt, dass die Stärke, die so viele in dieser Situation
gezeigt haben, uns helfen wird, diese Tragödie zu bewältigen“, schrieb der
Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Matteo Zuppi, am Sonntag an
Modenas Bürgermeister Massimo Mezzetti. Er sei den Menschen in dieser schweren
Zeit nahe, so der Erzbischof von Bologna.
Ortsbischof Erio Castellucci sprach von einem Akt „sinnloser
Gewalt" gegen unschuldige Menschen, über den alle Bürgerinnen und Bürger
zutiefst betroffen und traurig seien. „Als Kirche stehen wir an der Seite der
Opfer und ihrer Familien und unterstützen alle, die an den Frieden glauben,
nicht nur auf geopolitischer, sondern auch auf ziviler Ebene", so der
Erzbischof von Modena-Nonantola laut dem Pressedienst SIR.
Acht Verletzte, darunter eine Deutsche
Am Samstag gegen 17.00 Uhr raste ein Auto mit hoher
Geschwindigkeit absichtlich in eine Gruppe Fußgänger im Zentrum der
norditalienischen Stadt und krachte anschließend in ein Schaufenster. Dabei
wurden acht Frauen und Männer zwischen 22 und 69 Jahren laut Behördenangaben
teils schwer verletzt in Krankenhäuser in Bologna und Modena gebracht. Drei von
ihnen wurden inzwischen wieder entlassen, mindestens eine Person schwebt weiter
in Lebensgefahr. Demnach befinden sich eine Deutsche und eine Polin unter den Schwerverletzten.
Bei dem mutmaßlichen Täter handelt es sich laut den Angaben
um einen 31-jährigen gebürtigen Italiener mit marokkanischen Wurzeln. Er wurde
demnach von der Polizei festgenommen, nachdem er zu Fuß geflohen war und eine
Person, die ihn aufhalten wollte, mit einem Messer angegriffen hatte. Angeblich
befand sich der Mann, der einen Abschluss in Wirtschaftswissenschaften hat,
2022 in psychiatrischer Behandlung. Die Staatsanwaltschaft Bologna habe ein
Verfahren eingeleitet, hieß es; die Ermittlungen dauern an. Bisher gebe es
keine Anzeichen für eine Radikalisierung des Mannes.
Italiens Staatsspitze auf dem Weg nach Modena
Italiens Staatspräsident Sergio Mattarella und
Ministerpräsidentin Giorgia Meloni befanden sich laut den Angaben auf dem Weg
nach Norditalien, wo sie um die Mittagszeit die Verletzten in den
Krankenhäusern in Bologna und Modena besuchen wollten. Meloni sagte daher ein
für Sonntag geplantes Treffen mit Zyperns Präsident Nikos Christodoulides in
Nikosia ab. (kna 17)
Nach Beschuss der „Sea-Watch“. EU
kündigt Aufklärung an und verteidigt Kooperation mit Libyen
Nach Schüssen auf das Rettungsschiff „Sea-Watch 5“ im
Mittelmeer hat die EU-Kommission Aufklärung angekündigt. Zugleich verteidigt
sie ihre Zusammenarbeit mit Libyen. Hilfsorganisationen widersprechen und üben
scharfe Kritik. Von Natalia Matter und Marlene Brey
Nach dem mutmaßlichen Angriff der libyschen Küstenwache auf
das Rettungsschiff „Sea-Watch 5“ hat die EU-Kommission Aufklärung angekündigt.
Die EU-Delegation in Tripolis werde sich an die libyschen Behörden wenden, „um
Informationen über diesen Vorfall einzuholen und die Fakten zu ermitteln“,
sagte ein Kommissionssprecher am Dienstag in Brüssel.
Am Montag war das Schiff nach Angaben der Hilfsorganisation
Sea-Watch im Mittelmeer in internationalen Gewässern von einer libyschen
Patrouille bedroht und beschossen worden, nachdem es 90 Menschen aus Seenot
gerettet hatte. Demnach feuerte die Küstenwache zahlreiche Schüsse ab und
drohte damit, das Schiff zu entern und nach Libyen zurückzubringen.
EU unterstützt Libyen
Man wisse von diesem sehr bedauerlichen Vorfall, hieß es aus
der Kommission. Allerdings wisse man nicht, wie viele Vorfälle möglicherweise
verhindert worden seien, gerade weil die EU kontinuierlich mit den libyschen
Behörden zu diesem Thema im Austausch stehe. Alle Beteiligten müssten das
internationale Recht und das internationale Seerecht „uneingeschränkt
respektieren“, erklärte der Sprecher.
Die EU unterstützt Libyen unter anderem mit Schulungen und
Ausrüstung. Ziel sei eine Verbesserung der Situation durch ein „rechtsbasiertes
Migrationsmanagement“, erklärte der Sprecher.
Kritik von Hilfsorganisationen
Diese Zusammenarbeit ist umstritten. Jetzt kam auch Kritik
von Andreas Grünewald von „Brot für die Welt“. „Bei der Kooperation mit
Drittstaaten zum Zweck der Migrationsabwehr geraten Menschenrechte und
Menschenleben fortwährend unter Beschuss“, sagte Grünewald dem „Evangelischen
Pressedienst“. Das Hilfswerk fordert seit Jahren, Ausbildungs- und
Ausrüstungsprogramme zu stoppen, wenn Hinweise auf schwere
Menschenrechtsverletzungen vorliegen. „Ansonsten machen sich Deutschland und
die EU mitschuldig.“
Zwar betonten die EU und ihre Mitgliedstaaten, ihre
Zusammenarbeit diene auch der Durchsetzung von Menschenrechten. Unzählige
Berichte über tote Migrantinnen und Migranten im Mittelmeer oder in der Wüste
belegten jedoch das Gegenteil, sagte Grünewald.
Kommission weist Vorwürfe zurück
Die Kommission wies Vorwürfe zurück, durch ihre
Unterstützung der libyschen Küstenwache mitverantwortlich für Gewalt gegen
NGO-Schiffe zu sein. Die Staaten selbst seien „für die Handlungen vor Ort
verantwortlich“, sagte der Sprecher.
Auf Nachfrage räumte die Kommission ein, dass es bereits in
der Vergangenheit ähnliche Vorfälle gegeben habe. Jedes Mal, wenn sich solche
Zwischenfälle ereigneten, habe sich die EU-Delegation direkt an die libyschen
Behörden gewandt und Aufklärung verlangt, sagte der Sprecher. Die jüngsten
Vorfälle zeigten allerdings, „dass diese Arbeit noch verstärkt werden muss“.
Sicherheitswarnung der Bundespolizei
Vergangene Woche hatte die deutsche Bundespolizei eine
erhöhte Sicherheitswarnung für libysche Gewässer ausgeweitet. In der Mitteilung
hieß es, in der Vergangenheit seien NGO- und Handelsschiffe vor Libyen mehrfach
beschossen worden. Nach vorliegenden Erkenntnissen hätten die Angreifer in den
meisten Fällen der libyschen Küstenwache angehört.
Bereits im September war die „Sea-Watch 5“ nach Angaben der
Organisation von der libyschen Küstenwache bedroht und beschossen worden. Im
August meldete auch die Hilfsorganisation SOS Méditerranée Schüsse auf ihr
Rettungsschiff „Ocean Viking“. In beiden Fällen befanden sich Gerettete an
Bord.
Das Mittelmeer zählt zu den gefährlichsten Fluchtrouten
weltweit. Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration (IOM)
sind seit Jahresbeginn mehr als 1.200 Menschen auf der Route nach Europa
gestorben oder sie werden vermisst. (dpa/mig 15)
Bildungsniveau der Migranten in
Europa steigt auf Rekordniveau
Berlin – Das Bildungsniveau von Migranten in der
Europäischen Union ist seit 2017 kontinuierlich gestiegen. EU-weite
Durchschnittswerte verdecken jedoch erhebliche Unterschiede zwischen
Herkunftsgruppen, Zielländern und Geschlechtern. Zu diesem Ergebnis kommt ein
neuer Bericht des Centre for Research and Analysis on Migration (CReAM) an der
ROCKWOOL Foundation Berlin (RFBerlin), der auf Eurostat-Daten von Erwachsenen
im Alter von 25 bis 64 Jahren in der EU basiert.
Der Anteil von Personen mit tertiärem Bildungsabschluss ist
in allen Bevölkerungsgruppen gestiegen. Bei Migranten, die in der EU geboren
wurden, stieg er von 29,4 Prozent auf 36,0 Prozent, bei außerhalb der EU
geborenen Zuwandern von 26,0 Prozent auf 32,6 Prozent. Bei den Einheimischen
erhöhte sich der Anteil von 30,3 Prozent im Jahr 2017 auf 37,7 Prozent im Jahr
2025.
„Das Bildungsniveau steigt nicht nur unter Einheimischen,
sondern auch unter Migrantinnen und Migranten aus EU- und Nicht-EU-Ländern“,
sagt Tommaso Frattini, Direktor von CReAM@RFBerlin und Professor für
Volkswirtschaftslehre an der Universität Mailand. „Das deutet darauf hin, dass
sich das Qualifikationsprofil der europäischen Bevölkerung über alle
Herkunftsgruppen hinweg verbessert – auch wenn weiterhin erhebliche
Unterschiede bestehen.“
Der Bericht zeigt große Unterschiede zwischen den
europäischen Ländern. In Irland, Luxemburg, Dänemark, Estland, Lettland, Malta,
Portugal und Tschechien besitzen Migranten häufiger einen tertiären
Bildungsabschluss als Einheimische. In den meisten anderen EU-Ländern ist der
Anteil unter Migranten niedriger, wobei das Ausmaß der Unterschiede stark
variiert.
„Es gibt nicht die eine Bildungslücke zwischen Migranten und
Einheimischen in Europa“, sagt Christian Dustmann, Direktor von RFBerlin und
Professor für Volkswirtschaftslehre am University College London. „Das
Bildungsprofil von Migranten hängt stark davon ab, wer migriert, woher die
Menschen kommen und in welchem Land sie sich niederlassen. Integrations- und
Qualifizierungspolitik muss deshalb an nationale Gegebenheiten angepasst werden
und kann sich nicht allein an EU-Durchschnittswerten orientieren.“
Irland ist ein besonders anschauliches Beispiel dafür, wie
Migrationspolitik die Bildungszusammensetzung von Zuwanderung beeinflussen
kann. Im Jahr 2025 lag der Anteil tertiärer Bildungsabschlüsse bei
Einheimischen und in der EU geborenen Migrantinnen und Migranten jeweils bei
55,1 Prozent, während er unter außerhalb der EU geborenen Migrantinnen und
Migranten 70,7 Prozent erreichte (im Vergleich zum EU-Durchschnitt von 32,6
Prozent). Der Bericht führt dieses zurück auf Irlands gezielte Politik zur Anwerbung
hochqualifizierter Arbeitskräfte. Dazu gehören die „Critical Skills Employment
Permits“, die qualifizierte Nicht-EWR-Arbeitskräfte anziehen sollen in
Mangelberufen wie IT, Ingenieurwesen, Gesundheitswesen und spezialisierten
Dienstleistungen.
„Irland zeigt, dass Bildungsprofile von Migranten nicht nur
davon abhängen, wer migrieren möchte, sondern auch davon, welche Migrationswege
Staaten schaffen“, ergänzt Dustmann. „Spezielle Visa-Programme für
Hochqualifizierte können die Zusammensetzung der Nicht-EU-Zuwanderung erheblich
beeinflussen. Deshalb spielt die Ausgestaltung der Politik eine entscheidende
Rolle für das Qualifikationsprofil von Migration.“
Der Bericht zeigt außerdem deutliche Unterschiede zwischen
den Geschlechtern. Frauen weisen in allen großen Herkunftsgruppen in der EU
höhere tertiäre Bildungsabschlüsse auf als Männer. Vergleicht man jedoch Frauen
und Männer jeweils getrennt, so sind die Bildungsunterschiede zwischen
Migrantinnen und Einheimischen insbesondere bei außerhalb der EU geborenen
Frauen am größten – mit besonders ausgeprägten Nachteilen in Ländern wie
Slowenien, Finnland und Spanien.
Titel des
Berichts: Immigrant Educational Attainment in the European Union: Origin,
Gender and Cross-Country Differences, CReAM Report 04/2026.
Autoren: Christian
Dustmann, Tommaso Frattini und Camilla Piovesan.
Hier veröffentlicht: https://www.rfberlin.com/cream-report/04-2026/
Vatikan fordert radikales Umdenken
in der Agrarpolitik
Erzbischof Fernando Chica Arellano, Ständiger Beobachter des
Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Rom, hat sich in Duschanbe an die
Teilnehmer der regionalen Konferenz der Welternährungsorganisation gewandt. In
seinem Statement zu Tagesordnungspunkt 12, der Resilienz von Agrarsystemen,
betonte er am Dienstag die dringende Notwendigkeit, konkrete Maßnahmen zu
ergreifen, um die Ernährungssicherheit in einer von Krisen geprägten Welt zu
garantieren. Mario Galgano - Vatikanstadt
Die Kombination aus rücksichtslosen Kriegen,
wirtschaftlichen Rezessionen, extremen Wetterereignissen und politischer
Instabilität habe eine lebensbedrohliche Situation für die globalen
Versorgungsketten geschaffen.
Zusammenarbeit als Grundprinzip
Um dieser negativen Tendenz entgegenzuwirken, sei eine
koordinierte Umsetzung politischer Interventionen unerlässlich. Erzbischof
Arellano zitierte Papst Leo XIV., wonach das gemeinsame Voranschreiten in
geschwisterlicher Eintracht zum Leitprinzip aller Investitionen werden müsse.
Nur durch eine aufrichtige Kooperation könne eine gerechte und für alle
zugängliche Ernährungssicherheit aufgebaut werden. Dies bedeute, dass jeder
Mensch regelmäßig und dauerhaft Zugang zu ausreichenden, nahrhaften und kulturell
angemessenen Lebensmitteln haben müsse. In diesem Zusammenhang regte der
Erzbischof an, das Recht auf Nahrung in jenen europäischen Rechtsordnungen
ausdrücklich zu verankern, in denen dies bisher noch nicht geschehen ist. Ein
solcher Schritt könne als Ansporn dienen, Modelle zu entwickeln, die soziale
Gerechtigkeit, ökologische Nachhaltigkeit und den Respekt vor der Person als
zentrale Pfeiler staatlichen Handelns integrieren.
Umgestaltung statt bloßer Ertragssteigerung
Ein wesentlicher Teil der Strategie liegt in der Stärkung
der Resilienz der Ernährungssysteme. Der Erzbischof stellte klar, dass es dabei
nicht darum gehe, mit den alten Methoden einfach mehr zu produzieren, um
Verluste auszugleichen. Vielmehr müsse die Art und Weise der
Lebensmittelproduktion grundlegend transformiert werden. Man müsse sich von
einer Vision verabschieden, die allein von der gierigen Ausbeutung natürlicher
Ressourcen geleitet wird. Stattdessen sollten Investitionen gezielt in
benachteiligte ländliche Gebiete fließen. Ziel müsse es sein, den Agrarsektor
durch kluge wirtschaftliche Entscheidungen so attraktiv zu gestalten, dass sich
junge Menschen wieder mit Begeisterung der Landwirtschaft widmen und den
ländlichen Raum nicht entmutigt in Richtung der Städte verlassen.
Mensch und Umwelt im Zentrum der Wertschöpfungskette
Innerhalb der gesamten agrarindustriellen Kette – vom Anbau
und der Tierhaltung über die Verarbeitung bis hin zum Handel – müsse eine Logik
Einzug halten, die den Schutz der Umwelt priorisiert. Ernährungssysteme müssen
nach Ansicht der vatikanischen Delegation die Würde der Person wahren und
menschenwürdie Arbeit auf lokaler Ebene fördern. Es gehe darum, die heutigen
Bedürfnisse zu decken, ohne die Zukunft kommender Generationen zu gefährden.
Dies entspreche dem göttlichen Auftrag aus Genesis 2,15, die Schöpfung zu
bebauen und zu behüten.
Abschließend ermutigte die Delegation des Heiligen Stuhls
die Konferenzteilnehmenden dazu, mutige Maßnahmen zur Bekämpfung bestehender
Ungleichheiten im Primärsektor zu identifizieren. Die Lebensbedingungen derer,
die täglich hart arbeiten, damit kein Mensch ohne sein tägliches Brot bleiben
muss, müssten durch eine gerechte Entlohnung verbessert werden. Erzbischof
Arellano schloss seine Intervention mit einem Appell an die internationale
Gemeinschaft, die menschliche Person und das Gemeinwohl als oberste Richtschnur
jeder agrarpolitischen Entscheidung zu betrachten. (vn 13)
UN-Migrationsforum. Tiefer Konflikt
in der globalen Migrationspolitik
Beim „International Migration Review Forum“ in New York
zeigte sich ein tiefer Konflikt in der globalen Migrationspolitik. Während
Europa und die USA oft über Kontrolle sprechen, betonen Staaten des Südens
Arbeitsrechte, Regularisierung und geteilte Verantwortung.
In New York haben Regierungen aus aller Welt über die
Zukunft globaler Migrationspolitik beraten. Beim zweiten International
Migration Review Forum (IMRF) ging es vom 5. bis 8. Mai 2026 um die Frage, wie
der Globale Pakt für sichere, geordnete und reguläre Migration bis 2030
umgesetzt werden soll. Am Ende stand eine gemeinsame Fortschrittserklärung der
UN-Mitgliedstaaten. Sie bekräftigt den Anspruch, Migration nicht allein
national, sondern international zu gestalten: mit besseren Arbeitsrechten,
sicheren Wegen, rechtlicher Identität, Schutz von Menschenleben und engerer
Zusammenarbeit entlang wichtiger Migrationsrouten.
Das klingt nach Konsens. Doch er bekam schnell Risse. Das
US-Außenministerium erklärte, die Vereinigten Staaten unterstützten die
Fortschrittserklärung des IMRF nicht. Washington warf den Vereinten Nationen
laut Reuters vor, „replacement immigration“ in den USA und im Westen zu fördern
– ein Begriff, der an rechte Verschwörungserzählungen anschließt und Migration
als Bedrohung nationaler Identität rahmt.
Damit wird sichtbar, was in der offiziellen UN-Erklärung
verborgen bleibt: Globale Migrationspolitik ist längst nicht nur Verwaltung,
Diplomatie und Koordination. Sie ist ein politischer Konflikt. Auf der einen
Seite stehen Staaten, internationale Organisationen und zivilgesellschaftliche
Gruppen, die Migration menschenrechtlich, arbeitsmarktpolitisch und
entwicklungspolitisch gestalten wollen. Auf der anderen Seite stehen
Regierungen und Parteien, die Migration grundsätzlich verdächtig machen,
internationale Absprachen delegitimieren und Grenzpolitik als nationale
Selbstverteidigung inszenieren.
Bangladesch fordert Win-Win-Migration
Auch aus Sicht vieler Länder des Globalen Südens stellt sich
die Migrationsfrage ebenfalls anders: Sie beginnt nicht erst an europäischen
Außengrenzen oder in US-Wahlkämpfen. Sie beginnt bei Arbeitsmärkten,
Klimafolgen, fehlenden Perspektiven, Familienökonomien, Rücküberweisungen,
Ausbeutung, unsicheren Routen und der Frage, wer eigentlich von globaler
Mobilität profitiert.
Bangladesch etwa gehört zu den Ländern, für die Migration
eine zentrale soziale und wirtschaftliche Realität ist. In der Vorbereitung auf
das IMRF betonten Regierungsvertreter:innen in Dhaka nicht Abschottung, sondern
Würde, Schutz und Rechte von Menschen in Bewegung. Migration solle so gestaltet
werden, dass sie Menschen schützt und zugleich Herkunfts-, Transit- und
Zielländern nützt. Bangladesch verwies dabei auf Arbeitsmigration, Schutz von
Migrant:innen, Reintegration und die Ursachen von Migration.
Erfahrungen mit Migration im Süden
Ähnlich deutlich wurde die Perspektive der Philippinen. Das
Land hat mit Millionen Arbeitsmigrant:innen im Ausland eine lange Erfahrung mit
globaler Mobilität. Beim IMRF stellte die philippinische Delegation aus Manila
ethische Anwerbung, soziale Sicherung, Arbeitsrechte, Zugang zu Gesundheit,
Wohnraum, Renten und Schutzmechanismen für Arbeitsmigrant:innen in den
Mittelpunkt. Es ging also nicht zuerst um die Frage, wie Migration verhindert
werden kann, sondern wie Menschen, deren Arbeit weltweit gebraucht wird, vor
Ausbeutung geschützt werden.
Kolumbien wiederum präsentierte in New York sein Modell der
Integration von Migrant:innen als regionalen Ansatz. Das Land verwies auf
Regularisierung, Zugang zu Diensten, sozioökonomische Teilhabe, sozialen
Zusammenhalt und eine Politik, die Migration als strukturelle Realität
begreift. Die kolumbianische Regierung betonte, dass aus humanitärer
Erstversorgung dauerhafte Integrationspolitik werden müsse – mit Bildung,
Arbeit, Gesundheit und legalem Status.
Globaler Süden hat anderen Blick auf Migration
Auch Côte d’Ivoire rahmte Migration nicht nur als
Sicherheits- oder Kontrollfrage, sondern als Teil nachhaltiger Entwicklung. Die
staatliche Nachrichtenagentur AIP berichtete, das Land wolle Mobilität als
Hebel für Entwicklung und geteilten Wohlstand begreifen – eine Perspektive, die
weit weg von europäischen Reflexen angesiedelt ist.
Dabei spricht auch der Globale Süden nicht mit einer Stimme.
Herkunftsländer von Arbeitsmigrant:innen verfolgen andere Interessen als
Transitländer. Staaten mit vielen Rücküberweisungen haben andere Prioritäten
als Länder, die große Gruppen Vertriebener aufnehmen. Im Kern wird Migration
aber häufiger als soziale, wirtschaftliche und menschenrechtliche Wirklichkeit
beschrieben – und nicht genuin als Grenzproblem. Viele Staaten des Globalen
Südens fragen, wie Arbeitskräfte geschützt werden, wie Familien von Rücküberweisungen
leben, wie Menschen trotz Klimafolgen Perspektiven behalten, wie
Regularisierung gelingt und wie Herkunfts-, Transit- und Zielländer
Verantwortung teilen können.
Zivilgesellschaft erhebt schwere Vorwürfe
Hier liegt die politische Spannung des IMRF. Die offizielle
Erklärung spricht von sicherer, geordneter und regulärer Migration. Aber sicher
ist Migration für viele Menschen gerade nicht. Geordnet ist sie oft nur aus
Sicht der Behörden. Und regulär bleibt sie für viele unerreichbar, weil Visa,
Arbeitsmöglichkeiten und sichere Wege fehlen. Vielmehr werden Menschen weiter
auf gefährliche Routen gedrängt.
Diese Kritik kam in New York auch von
zivilgesellschaftlicher Seite. Besonders eindringlich war die Stimme von Blanca
Areli Gómez de Melgar vom Komitee der Familien verschwundener Migrant:innen aus
El Salvador. Sie berichtete, dass sie seit Jahren nach ihrem Sohn und ihrem
Bruder sucht, die auf der Migrationsroute verschwunden sind. Im Namen von
Familien aus El Salvador, Guatemala, Honduras, Zentralamerika, Südamerika und
der Karibik kritisierte sie Straflosigkeit, staatliche Gleichgültigkeit und die
Unsicherheit über das Schicksal verschwundener Angehöriger.
Menschenrechtler beklagen Lücke zwischen Anspruch und
Wirklichkeit
Auch Menschenrechtsorganisationen warnen vor der Lücke
zwischen Anspruch und Wirklichkeit. Refugees International kritisiert, viele
Regierungen reagierten auf globale Flucht- und Migrationsbewegungen mit
restriktiven Maßnahmen und Grenzkontrollen, während Investitionen in
Asylsysteme und legale Wege zurückgingen. Besonders problematisch wird die
Auslagerung von Grenz- und Migrationskontrolle in Drittstaaten gesehen.
Für Deutschland und Europa ist das unbequem. Dort stehen
andere Fragen im Fokus: Wie viele kommen? Wie lassen sich Zahlen senken? Wie
funktionieren Rückführungen? Welche Grenzen werden kontrolliert? Im Zentrum der
Migrationspolitik stehen Begrenzung, Abschreckung und Auslagerung.
Länder des Globalen Südens erinnern dagegen daran, dass
Migration nicht erst an der Grenze beginnt und nicht an der Grenze endet. Sie
ist Folge und Teil globaler Ungleichheit, globaler Arbeitsmärkte, kolonialer
Nachwirkungen, klimatischer Krisen und familiärer Überlebensstrategien. (mig
13)
SVR-Studie. Wohnungsmarkt:
Migranten haben es besonders schwer
In vielen Gegenden ist die Suche nach einer bezahlbaren
Wohnung ein Problem. Für Migranten sind die Herausforderungen besonders groß,
wie das Jahresgutachten des Sachverständigenrats für Migration zeigt. Sie
müssen mehr Miete zahlen und haben weniger Wohnfläche. Von Christina Neuhaus
Menschen mit Migrationsgeschichte haben es auf dem ohnehin
angespannten Wohnungsmarkt einer Untersuchung zufolge besonders schwer. Die
Lücke zwischen Angebot und Nachfrage wirke sich speziell auf diese Menschen
stark aus, „weil sie über weniger finanzielle Mittel verfügen oder als
Neuzugewanderte neu in den Markt eintreten“, sagte der Vorsitzende des
Sachverständigenrats für Integration und Migration, Winfried Kluth, am Dienstag
in Berlin. Das Jahresgutachten des Rats gibt auch Hinweise, wie sich die Situation
verbessern ließe.
„Zugewanderte haben im Durchschnitt weniger Wohnfläche pro
Person zur Verfügung und leben häufiger in überbelegten Wohnungen“, heißt es in
dem fast 200 Seiten langen Bericht. Sie lebten auch seltener im Eigentum,
müssten einen höheren Anteil ihres Einkommens für Wohnkosten ausgeben und seien
überproportional von Wohnungslosigkeit betroffen.
„Arm und Reich leben tendenziell unter sich“
Das Gutachten verweist auf einen Zusammenhang zwischen
Migrationshintergrund und finanzieller Situation. „Familien und
einkommensschwache Personen haben es häufig besonders schwer, bezahlbaren
Wohnraum zu finden – und dazu zählen überdurchschnittlich oft Menschen mit
Zuwanderungsgeschichte“, erläutern die Forscherinnen und Forscher. Zudem lebten
sie häufig in Städten, wo der Wohnungsmarkt häufig sehr angespannt sei.
Dort gebe es zwar im internationalen Vergleich nur in
geringem Maße eine ethnische Segregation, bei der in einzelnen Vierteln jeweils
viele Menschen mit der gleichen Migrationsgeschichte wohnen. Die soziale
Segregation habe in deutschen Städten zuletzt aber zugenommen, sagte der Jurist
Kluth von der Universität Halle-Wittenberg. „Arm und Reich leben tendenziell
unter sich.“
Kitas und Schulen in schwierigen Stadtteilen stärken
Um die Situation zu verbessern, empfiehlt der Sachverständigenrat
unter anderem mehr Aufmerksamkeit für Stadtteile, in denen „Zuwanderung und
Armut sich verschränken“. Hier solle gezielt etwa in Kitas, Schulen,
Gesundheitseinrichtungen und Begegnungsmöglichkeiten investiert werden.
Außerdem sei ein besserer Schutz vor Diskriminierung auf dem Wohnungsmarkt
nötig.
Bei der Verteilung von Geflüchteten auf Länder und Kommunen
müssten „integrationsrelevante Aspekte“, etwa freie Stellen und
Kinderbetreuungsplätze, einbezogen werden, heißt es in dem Gutachten weiter.
Der Hildesheimer Politikwissenschaftler Hannes Schammann wies in Berlin darauf
hin, dass sich für eine Reform der Verteilung aktuell ein „gutes Fenster“
biete: Durch niedrigere Geflüchtetenzahlen sei der „Druck auf dem System“
vergleichsweise gering. Außerdem erfordere die Umsetzung des Gemeinsamen
Europäischen Asylsystems (GEAS) ohnehin Änderungen.
Experte: Bessere Startchancen senken Folgekosten
Schammann betonte zudem, dass es sich für den Staat lohne,
sich von Anfang an um eine möglichst gute Unterbringungssituation zu kümmern:
Dadurch verbesserten sich die Startchancen der Neuankömmlinge, was die
Folgekosten senke.
Dem unabhängigen Sachverständigenrat gehören neun
Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler unterschiedlicher Fachrichtungen an.
Das Gremium soll mit Daten und Fachexpertise die Politik beraten und die
Öffentlichkeit informieren. (epd/mig 13)
Todesstrafe. 70 Jahre nach
Hinrichtung: Schwarzer Mann entlastet
Eine weiße Jury verurteilte Tommy Lee Walker zum Tod, obwohl
Zeugen ihn entlasteten. Fast 70 Jahre später bestätigt Dallas: Der Schwarze
Vater wurde zu Unrecht hingerichtet. Immer noch drohen mehreren Männern in den
USA nach umstrittenen Urteilen die Hinrichtung. Von Konrad Ege
An einem Frühlingstag, dem 12. Mai 1956, fesseln
Gefängniswärter im US-Bundesstaat Texas den Afroamerikaner Tommy Lee Walker auf
einen elektrischen Stuhl. Der 21-jährige Vater eines Sohnes wird hingerichtet.
Begründung des Richters: Er habe eine Frau vergewaltigt und ermordet. Fast 70
Jahre später, im Januar 2026, erklärt der „Commissioners Court“ von Dallas, das
oberste lokale Entscheidungsgremium unter Vorsitz eines Richters: Walker ist
damals zu Unrecht zum Tode verurteilt worden. Alle Juroren beim Gerichtsprozess
waren weiß. Beim Verhör sei Walker zu einem falschen Geständnis gezwungen
worden. Seine Hinrichtung ist eine der wenigen in den USA, bei denen der Staat
ein Fehlurteil eingesteht.
Das Schicksal von Tommy Lee Walker ist keine „alte
Geschichte“: Auch heute befänden sich in den USA mehrere Menschen trotz
überzeugender Beweise für ihre Unschuld in Todestrakten, warnt die
Exekutivdirektorin des gemeinnützigen Todesstrafen-Informationszentrums in
Washington, Robin Maher. Die Qualität der Verteidigung habe sich in jüngster
Zeit verbessert, doch manche Umstände aus den 1950er Jahren seien noch heute
präsent, erklärt sie. Dazu zählten rassistische Voreingenommenheit,
unglaubwürdige Zeugenaussagen und Zwang bei der Vernehmung.
5.000 Menschen bei Walkers Begräbnis
Zu Walkers Begräbnis in der St. John Baptistenkirche in
Dallas seien rund 5.000 Menschen gekommen, berichtete damals der „Dallas
Express“, eine schwarze Zeitung. Erst Jahrzehnte später wurde der Fall neu
aufgerollt. Auslöser war ein investigativer Artikel, der 2016 im „D Magazine“
erschien, einer Zeitschrift für Dallas. Das Dallas der 1950er war weit entfernt
von der modernen Metropole heute, so schrieb Autorin Mary Mapes, sondern in
vieler Hinsicht eine „kleine Stadt im Süden“ der USA, in der Weiße ungestraft
Bomben legten, um Schwarze aus ihren Wohnvierteln fernzuhalten.
Es war ein entsetzlicher Mord am 30. September 1953. Das
Opfer war die 31-jährige Venice Parker, eine weiße Frau. Ein Autofahrer fand
sie blutüberströmt in der Nähe einer Bushaltestelle. Venice Parker starb im
Krankenhaus. „Ein Schwarzer“ habe sie unter eine Brücke gezerrt und ihr die
Kehle durchgeschnitten, habe sie noch sagen können, behauptete ein Polizist.
Das reichte den weißen Stadtbewohnern. Schusswaffenläden seien leer gekauft
worden, und die Polizei habe junge schwarze Männer festgenommen, die ihr verdächtig
erschienen, schrieb Mapes.
Geständnis widerrufen
Auch Walker wurde festgenommen. Er habe Angst gehabt auf der
Polizeiwache, so Mapes, und er habe gesehen, wie Polizisten auf einen Schwarzen
eingeschlagen hätten. Nach langer Vernehmung gestand Walker. Wenige Tage später
widerrief er gegenüber dem Staatsanwalt Henry Wade. Wade war der starke Mann
der Justiz in Dallas, der dafür sorgte, dass keine Schwarzen unter den
Geschworenen waren.
Beim Prozess sagten Augenzeugen aus, Walker sei in der
Tatnacht woanders gewesen. Journalistin Mapes schrieb, er habe unter anderem
Zeit mit seiner hochschwangeren Freundin verbracht, die am frühen Morgen des
folgenden Tages den gemeinsamen Sohn zur Welt gebracht habe.
Die Bedenkzeit der Geschworenen 1956 war kurz. Das Urteil:
schuldig, Todesstrafe. Er würde gerne den Strom selbst einschalten, sagte Wade
laut Medienberichten im Gericht.
Todesurteil wird aufgehoben
Nach Mapes‘ Artikel haben sich das „Innocence Project“, das
Justizirrtümer aufklärt, und die Bürgerrechtsorganisation „Civil Rights and
Restorative Justice Project“ mit dem Fall befasst. Sie recherchierten weiter,
Augenzeugenberichte von Weißen über Walkers angebliche Präsenz in der Nähe des
Tatorts erwiesen sich als unglaubwürdig. Der Chef der Mordkommission in Dallas
sei früher Mitglied der weißen Terrororganisation Ku-Klux-Klan gewesen. Am Ende
war auch der „Commissioners Court“ im Landkreis Dallas und der heutige
Staatsanwalt von Walkers Unschuld überzeugt. Das Todesurteil gegen ihn wurde
aufgehoben.
Walkers Sohn weint bei Aufhebung des Urteils
In einem Fernsehbericht über die Aufhebung des Urteils sieht
man zwei Herren im Rentenalter: Joseph Parker, der vier Jahre alt war, als
seine Mutter ermordet wurde, und Ted Smith. Er ist Walkers Sohn. Die beiden
umarmen sich. Die Gesellschaft und die Justiz hätten einen riesigen Fehler
gemacht, sagte Parker. Smith weinte. Er vermisse seinen Vater, sagte er. Der
TV-Beitrag zeigt einen kurzen Ausschnitt aus dem Prozess 1956. Er sei
ausgetrickst worden, auf Kosten seines Lebens, sagt Tommy Lee Walker dort.
Gewichtige Indizien für Unschuld – trotzdem im Todestrakt
Laut dem US-amerikanischen Todesstrafen-Informationszentrum
sind seit den 1970er Jahren 202 Todesurteile aufgehoben worden. Man könne nicht
mit Sicherheit sagen, wie viele Unschuldige hingerichtet worden seien, sagte
Exekutivdirektorin Maher dem Evangelischen Pressedienst (epd). Sie wisse von
drei Männern in Todestrakten, die gegenwärtig mit gewichtigen Indizien für ihre
Unschuld um ihre Freiheit kämpften: Richard Glossip in Oklahoma, Robert
Roberson in Texas und Toforest Johnson in Alabama. Bei der Berufung stünden
verfahrenstechnische Fragen im Weg.
Henry Wade starb 2001. Er sei als Staatsanwalt für 20
Fehlurteile gegen schwarze Männer zuständig gewesen, schrieb das „Innocence
Project“. In die Geschichtsbücher eingegangen ist Wade 1973 durch das als „Roe
v. Wade“ bekannte Urteil des Obersten Gerichts gegen das Abtreibungsverbot in
Texas. Wade verlor und der Schwangerschaftsabbruch wurde in den USA
legalisiert. (epd/mig 12)
Migration in den Sozialstaat. Fast
jede fünfte Pflegekraft kommt aus dem Ausland
Der Pflegebereich wächst – aber fast ausschließlich durch
ausländische Beschäftigte. In einem Engpassberuf, der Millionen Menschen
versorgt, wird Migration zur Stütze des Sozialstaats.
Fast jede fünfte der zwei Millionen Pflegekräfte in
Deutschland kommt inzwischen aus dem Ausland. Darauf hat die Bundesagentur für
Arbeit anlässlich des „Tags der Pflege“ am 12. Mai hingewiesen. Die Pflege ist
seit längerer Zeit einer der Bereiche, in denen es in Deutschland noch
Beschäftigungswachstum gibt. Dieses kommt jedoch fast ausschließlich über
ausländische Kräfte zustande.
„Um die Pflege zu stärken, müssen die inländischen
Potenziale weiter erschlossen werden und gleichzeitig ausländische Fachkräfte
für die Pflege gewonnen werden“, sagte Vanessa Ahuja, Mitglied im Vorstand der
Bundesagentur.
In den vergangenen zehn Jahren sei die Zahl der
sozialversicherungspflichtig Beschäftigten in Pflegeberufen um 22 Prozent auf
1,76 Millionen gestiegen. Rund die Hälfte arbeitet in Teilzeit, der
Frauenanteil ist mit 81 Prozent besonders hoch.
Pflegeberuf: Jeder fünfte hat keinen deutschen Pass
Der Anteil von Ausländern liege inzwischen bei rund 20
Prozent – vor zehn Jahren war er bei sieben Prozent. Allein 9.300 Männer und
Frauen aus Syrien arbeiten in Deutschland in Pflegeberufen.
Sowohl Fachkräfte, sogenannte examinierte Pflegerinnen und
Pfleger, als auch Assistenzkräfte gelten in Deutschland als Engpassberufe. Der
Bedarf bleibt Prognosen zufolge hoch. (dpa/mig 11)
IOM-Weltmigrationsbericht.
Migranten bewegen Milliarden – und werden zum Sündenbock
304 Millionen Menschen leben außerhalb ihres Geburtslandes –
nur 3,7 Prozent der Weltbevölkerung. Doch ihre Rücküberweisungen bewegen 905
Milliarden Dollar. Die IOM zeigt, wie weit Fakten und Stimmungsmache
auseinanderliegen.
Die Zahl der Migrantinnen und Migranten in fremden Ländern
hat Mitte 2024 laut den Vereinten Nationen bei 304 Millionen gelegen. Das
entspreche einem Anteil von 3,7 Prozent an der Weltbevölkerung, teilte die
Internationale Organisation für Migration am Dienstag in New York mit.
Damit lebt weiterhin nur ein vergleichsweise kleiner Teil
der Weltbevölkerung außerhalb des eigenen Geburtslandes. Die IOM verweist in
ihrem neuen Weltmigrationsbericht darauf, dass die absolute Zahl zwar seit
Jahrzehnten steigt, grenzüberschreitende Migration gemessen an der
Weltbevölkerung aber weiterhin die Ausnahme bleibt. Die meisten Menschen leben
demnach weiterhin in dem Land, in dem sie geboren wurden.
In dem Zeitraum von 2013 bis 2022 habe sich die Zahl der
Migranten um 30 Millionen erhöht. Dabei seien Überweisungen von Geldern der
Migranten in ihre Heimatländer eine wichtige Finanzquelle. Im Jahr 2024 seien
schätzungsweise 905 Milliarden US-Dollar überwiesen worden. Davon seien 685
Milliarden US-Dollar für Länder mit niedrigem und mittlerem Einkommen bestimmt
gewesen.
Überweisungen größer als Entwicklungshilfe und
Direktinvestitionen
Diese Geldströme überstiegen mittlerweile die Summe aus
öffentlicher Entwicklungshilfe und ausländischen Direktinvestitionen. Die IOM
betonte, dass sichere und reguläre Migration zum Wirtschaftswachstum und der
Schaffung von Wohlstand beiträgt.
Nach Einschätzung der Organisation leisten Migrantinnen und
Migranten nicht nur über Geldüberweisungen einen Beitrag zur Entwicklung. Der
Bericht nennt auch Wissenstransfer, Unternehmertum, Investitionen und
gesellschaftliches Engagement als Faktoren. Migration werde damit nicht nur als
Folge von Krisen beschrieben, sondern auch als Teil wirtschaftlicher und
sozialer Entwicklung.
Mehr Vertreibung durch Kriege und Katastrophen
Zugleich zeichnet der Bericht ein von Krisen geprägtes Bild.
Ende 2024 lebten demnach mehr als 120 Millionen Menschen weltweit in
Vertreibung, darunter Geflüchtete, Asylsuchende, Binnenvertriebene und andere
Menschen mit internationalem Schutzbedarf. Mehr als 83 Millionen Menschen waren
innerhalb ihres eigenen Landes vertrieben.
Auch Umwelt- und Klimafolgen spielen dem Bericht zufolge
eine wachsende Rolle. Für 2024 geht die IOM von 65,8 Millionen
Binnenvertreibungen aus. Rund 45,8 Millionen davon standen im Zusammenhang mit
Katastrophen, 20,1 Millionen mit Konflikten und Gewalt. Viele Bewegungen seien
kurzfristige Evakuierungen gewesen. Zugleich zeige sich aber, dass
Wetterextreme, Armut, schwache Infrastruktur und politische Krisen häufig
zusammenwirkten.
Warnung vor Desinformation und Stimmungsmache
Die IOM warnt zudem vor einer zunehmenden Verzerrung der
Migrationsdebatte. Migration werde in vielen Ländern politisch
instrumentalisiert und häufig über Fragen von Sicherheit, Identität oder
wirtschaftlicher Konkurrenz verhandelt. Zugleich nähmen Falschinformationen und
Desinformation zu, auch über soziale Medien und durch neue Technologien wie
Künstliche Intelligenz.
UN-Ausschüsse hätten zudem auf wachsende
Fremdenfeindlichkeit hingewiesen. Migrantinnen und Migranten würden in
öffentlichen Debatten immer wieder pauschal für soziale, wirtschaftliche oder
politische Probleme verantwortlich gemacht. Solche Erzählungen könnten dazu
beitragen, Einschränkungen von Rechten und restriktive Gesetze zu
rechtfertigen.
Der Bericht zeigt laut IOM auf, dass die Einschränkung der
Migrationswege die Menschen nicht abschreckt. Stattdessen würde die Migration
auf irreguläre und gefährliche Routen verlagert.
Die IOM hat ihren Sitz in Genf und gehört zu den Vereinten
Nationen. (mig 8)
Dschems Koalitionsvertrag. Ländle
feiert Aufstieg und verschweigt Rassismus
Mit Cem Özdemir steht Baden-Württemberg vor einem
historischen Moment: Er dürfte der erste Ministerpräsident mit
Bilderbuch-Migrationsgeschichte werden. Doch der grün-schwarze
Koalitionsvertrag ist kein Aufbruch in ein modernes Einwanderungsland. Er offenbart
blinde Flecken: Diskriminierung wird kaum, Rassismus gar nicht benannt. Von
Ekremenol
Stuttgart, 8 März 2026. Wahlnacht. Die Grünen gewinnen die
Landtagswahlen in Baden-Württemberg – mit Cem Özdemir an der Spitze. Es gibt
politische Bilder, die größer sind als der Moment, in dem sie entstehen. Ein
Grünen-Politiker, Sohn türkischer Gastarbeiter, auf dem Weg an die Spitze eines
Landes, das sich gern als fleißig, tüchtig, weltoffen und ein bisschen besser
organisiert versteht als der Rest der Republik – das ist so ein Bild. Ein Mann
mit Einwanderungsgeschichte soll Ministerpräsident von Baden-Württemberg
werden. Ausgerechnet dort, wo der Wohlstand von Werkbänken, Weltmärkten,
Familienbetrieben, Hochschulen und der Arbeitskraft Zugewanderter lebt.
Correctiv nannte Özdemir nach seinem Wahlsieg den „ersten migrantischen
Ministerpräsidenten“; auch die Landeszentrale für politische Bildung ordnet den
Machtwechsel als Zäsur ein: Özdemir folgt auf Winfried Kretschmann, der 15
Jahre regierte, während Grüne und CDU nach der Wahl mit gleich vielen Mandaten
in die neue Koalition gehen.
Doch historische Symbolik ist noch keine Politik. Sie kann
Türen öffnen, aber sie ersetzt nicht den Blick in den Maschinenraum. Und dort,
im Koalitionsvertrag von Grünen und CDU für 2026 bis 2031, zeigt sich ein
Baden-Württemberg, das Vielfalt zwar anerkennt, sie aber vor allem verwalten
will. Das Land will fördern, messen, sortieren, beschleunigen, begrenzen. Es
will Bildungschancen verbessern, Integration organisieren, Fachkräfte gewinnen
und Schutzsuchende schneller einordnen: Wer bleibt? Wer geht? Wer nützt dem
Standort? Wer belastet das System?
Der Vertrag heißt „Aus Verantwortung fürs Land – Gemeinsam
stark in stürmischen Zeiten“. Schon der Titel klingt nach wetterfester
Allzweckjacke, nicht nach gesellschaftspolitischem Aufbruch. Über den Entwurf
sollten Grüne und CDU am 9. Mai 2026 auf Parteitagen beraten und abstimmen;
Özdemirs Wahl im Landtag ist für den 13. Mai vorgesehen.
Der Vertrag, mit dem Özdemir voraussichtlich regieren wird,
enthält gute Punkte – viele sogar. Aber welches Menschenbild trägt ihn?
Ein Vertrag für die Werkbank
Baden-Württemberg war lange CDU-Land. Seit 2011 regierten
die Grünen, erst mit der SPD, dann seit 2016 mit der CDU. Winfried Kretschmann
hatte daraus ein eigenes politisches Kunststück gemacht: grün regieren,
konservativ klingen. Özdemir erbt nun nicht nur die Villa Reitzenstein, sondern
auch dieses Modell. Nur ist die Zeit rauer geworden.
Die neue Koalition nennt sich nicht zufällig
Reformkoalition. Im Zentrum steht die Wirtschaft. Grüne und CDU rückten bei der
Vorstellung des Vertrags die Stärkung der Wirtschaft ins Zentrum; CDU-Chef
Manuel Hagel sagte, Wirtschaft und Arbeitsplätze hätten klaren Vorrang.
Das ist für Baden-Württemberg nicht überraschend. Ein Land,
das sich über Automobilindustrie, Maschinenbau, Mittelstand, Export und
Ingenieurskunst definiert, denkt Politik oft vom Betrieb her. Der
Koalitionsvertrag tut genau das. Er will Verfahren beschleunigen,
Förderprogramme verschlanken, Gründungen erleichtern, Fachkräftezuwanderung
effizienter machen. Das kann sinnvoll sein. Aber es prägt auch den Blick auf
Einwanderung: Menschen erscheinen im Vertrag besonders dann willkommen, wenn
sie als Arbeits- und Fachkräfte gebraucht werden.
Zur Fachkräftesicherung soll die Landesagentur für
Fachkräftezuwanderung gestärkt werden. Anerkennungsverfahren sollen schneller
laufen, Zuständigkeiten gebündelt, Ausländerbehörden entlastet werden. Positiv
ist ausdrücklich, dass verhindert werden soll, dass Menschen ihre Arbeit
verlieren, nur weil eine Arbeitserlaubnis nicht schnell genug erneuert wird.
Auch längere Aufenthaltstitel für Menschen in sozialversicherungspflichtiger
Beschäftigung und Studium sollen geprüft beziehungsweise genutzt werden.
Das ist pragmatisch und notwendig. Wer seit Jahren erlebt,
wie ausländische Pflegekräfte, Handwerkerinnen, Ingenieure oder Auszubildende
an Formularen, Terminen und Zuständigkeiten scheitern, kann gegen weniger
Bürokratie wenig einwenden. Nur bleibt der Vertrag hier im Geist des
Standortmanagements: Einwanderung ist willkommen, wenn sie Wachstum sichert.
Der Mensch kommt im Paket mit Qualifikation, Beschäftigung und Verwertbarkeit.
Wer Schutz sucht, wer arm ist, wer traumatisiert ist, wer erst einmal Hilfe braucht,
landet in einem anderen Kapitel – und in einem anderen Ton.
Gute Bildung, aber alte Sortiermaschinen
Am stärksten ist der Vertrag dort, wo er früh ansetzt: bei
Kindern. Das letzte Kindergartenjahr soll verbindlich und kostenfrei werden.
Sprachförderung soll beim Übergang in die Grundschule verbindlicher werden. Das
Programm „SprachFit“ soll ausgebaut, Sprach-Kitas sollen gestärkt, Kinder- und
Familienzentren in sozial herausfordernden Lagen gefördert werden. An
Grundschulen im Startchancen-Programm können Familiengrundschulzentren
entstehen. Multiprofessionelle Teams sollen nach Sozialindex ausgebaut werden.
Das ist mehr als Symbolpolitik. Gerade Kinder aus armen
Familien, aus Einwanderungsfamilien oder aus Familien, die das deutsche
Bildungssystem nicht aus dem Effeff kennen, profitieren von früher Förderung,
guter Elternarbeit, Schulsozialarbeit und starken Kitas. Wer
Bildungsgerechtigkeit ernst meint, muss vor der ersten Klassenarbeit anfangen,
nicht erst beim Abitur.
Auch das kostenfreie und verpflichtende letzte
Kindergartenjahr ist bildungspolitisch stark. Es kann jene Kinder erreichen,
die sonst zu spät oder gar nicht in frühkindliche Bildungsangebote kommen. Es
kann Sprachförderung verbindlicher machen und Eltern entlasten. In einem Land,
das gern von Leistung spricht, ist das ein wichtiger Gedanke: Leistung setzt
Startchancen voraus.
Doch genau hier beginnt die Ambivalenz. Der Vertrag
betrachtet Bildungsgerechtigkeit vor allem als Förderproblem: Sprachstand
messen, Förderbedarf feststellen, Daten weitergeben, Kompetenzen sichern. Das
ist nicht falsch. Aber es ist unvollständig. Denn Bildungsungleichheit entsteht
nicht nur, weil Kinder zu wenig Deutsch sprechen oder Eltern zu wenig über
Schule wissen. Sie entsteht auch durch Erwartungen, Empfehlungen,
Zuschreibungen, Klassismus, Rassismus und ein Schulsystem, das Kinder früh
sortiert.
Der Vertrag stellt diese alte, defizitorientierte
Sortiermaschine kaum infrage. Die Grundschulempfehlung wird eher gestärkt als
problematisiert. Von rassismuskritischer Schulentwicklung,
diskriminierungssensibler Leistungsbewertung oder unabhängigen Beschwerdestellen
für Schülerinnen, Schüler und Eltern ist wenig zu sehen. Mehrsprachigkeit
erscheint kaum als Ressource, sondern vor allem als Ausgangspunkt für
Deutschförderung.
So entsteht ein merkwürdiges Bild: Das Land reicht Kindern
die Hand, hält aber gleichzeitig die alte Schablone bereit. Es will fördern,
aber nicht grundlegend fragen, warum manche Kinder immer wieder als
förderbedürftig markiert werden.
Integration: helfen, aber auch erziehen
Im Integrationskapitel zeigt sich ein ähnliches Muster.
Positiv ist: Der Pakt für Integration mit den Kommunen soll fortgeführt, das
Integrationsmanagement gesichert, das Partizipations- und Integrationsgesetz
novelliert werden. Das ist wichtig, denn Baden-Württemberg besitzt mit dem 2015
verabschiedeten Gesetz zur Verbesserung von Chancengerechtigkeit und Teilhabe
zwar bereits ein integrationspolitisches Strukturgesetz. Es stärkt
Integrationsarbeit, Beteiligung und interkulturelle Öffnung. Ein echtes Landesantidiskriminierungsgesetz,
das Betroffene auch gegenüber staatlichen Stellen wie Schulen, Behörden oder
Polizei rechtlich schützt, ist das aber nicht.
Der Vertrag will Deutschkurse und Integrationsangebote
stärken, Frauen mit Einwanderungsgeschichte besser in Arbeit bringen,
Kinderbetreuung, Teilzeitausbildung und Mentorinnenprogramme fortführen.
Anerkennung ausländischer Abschlüsse, Welcome Center und Sprachförderung werden
als Bausteine genannt.
Das hört sich nach solider Integrationspolitik an. Kommunen
brauchen verlässliche Strukturen, nicht alle zwei Jahre neue Projektlogiken.
Migrantinnen brauchen keine Sonntagsreden über Selbstbestimmung, sondern
Kinderbetreuung, Beratung, Ausbildungsmöglichkeiten und Arbeitgeber, die
Lebensrealitäten mitdenken und berücksichtigen. Aber auch hier steckt eine
Schieflage. Integration wird im Vertrag stark als Erwartung formuliert:
mitmachen, Sprache lernen, arbeiten, Werte leben.
Ein moderner Integrationsvertrag hätte auch danach gefragt:
Wie öffnet sich der Staat? Wie divers sind Verwaltungen, Schulen, Hochschulen,
Polizei, Gerichte? Wo erleben Menschen Diskriminierung? Welche Macht haben
Betroffene, sich zu wehren? Der Koalitionsvertrag beantwortet diese Fragen
kaum. Er spricht viel über Integration in Institutionen, aber wenig über die
Integration der Institutionen in die Realität eines Einwanderungslandes.
Der große blinde Fleck: Rassismus
Der auffälligste Mangel des Vertrags ist nicht das, was er
sagt. Es ist das, was er nicht sagt.
Baden-Württemberg bekennt sich zu einer offenen
Gesellschaft. Der Vertrag verspricht gleiche Chancen unabhängig von Herkunft,
Glaube, Behinderung, Alter, sexueller Orientierung und geschlechtlicher
Identität. Er will ein Landesprogramm Demokratieförderung schaffen, Extremismus
und gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit bekämpfen, Hasskriminalität stärker
in den Blick nehmen und die Task Force gegen Hass und Hetze beim LKA
fortführen.
Das ist richtig. Aber Rassismus wird damit vor allem als
Extremismusproblem behandelt – als etwas, das laut, aggressiv, strafbar oder
verfassungsfeindlich auftritt. Der Alltag bleibt unterbelichtet: die abgelehnte
Wohnungsbewerbung, die schlechtere Note bei gleichem Aufsatz, das misstrauische
Amt, die Polizeikontrolle, der herabwürdigende Blick auf das Kopftuch, die
ständige Frage, woher man „wirklich“ komme.
Besonders deutlich wird diese Leerstelle beim
Landesantidiskriminierungsgesetz. Im Koalitionsvertrag findet sich kein
Vorhaben für ein solches Gesetz. Zwar ist punktuell von Antidiskriminierung die
Rede, doch ein umfassendes Gesetz, das Menschen vor Diskriminierung durch
staatliche Stellen wie Schulen, Behörden oder Polizei schützt, ist nicht
vorgesehen. Das wiegt umso schwerer, weil Baden-Württemberg bislang kein
Landesantidiskriminierungsgesetz hat und ein entsprechendes Vorhaben der
Vorgängerregierung gescheitert ist.
Überhaupt ist schon die Wortwahl aufschlussreich. In dem
mehr als 160 Seiten starken Koalitionsvertrag taucht der Wortstamm
„Diskriminierung“ nur drei Mal auf: einmal im Zusammenhang mit Hochschulen,
einmal beim Schutz queeren Lebens, einmal bei der diskriminierungsfreien
Anwendung von KI in der Steuerverwaltung. Kein einziges Mal wird damit
ausdrücklich die Alltagserfahrung ethnischer oder religiöser Minderheiten
beschrieben – nicht die Diskriminierung muslimischer Schülerinnen und Schüler,
nicht die Benachteiligung von Menschen mit ausländisch klingendem Namen auf dem
Wohnungs- oder Arbeitsmarkt, nicht die Diskriminierung in Ämtern und Behörden,
im Fitnessstudio oder an der Diskotür. Und auch nicht die in der Politik,
lieber Dschem.
Noch auffälliger: Das Wort „Rassismus“ kommt im gesamten
Vertrag kein einziges Mal vor – in keiner einschlägigen Schreibvariante.
Zufall? Vielleicht. Politisch aussagekräftig ist es trotzdem. Denn ein
Koalitionsvertrag, der ein Einwanderungsland regieren will, Rassismus aber
nicht einmal beim Namen nennt, beschreibt nicht nur eine Leerstelle. Er
produziert sie durch Verschweigen.
Das ist politisch schwer zu übersehen. Ein Land, das
Verwaltung digitalisieren, Genehmigungen beschleunigen und Förderprogramme um
ein Drittel reduzieren will, findet keinen vergleichbaren Ehrgeiz beim Schutz
vor Diskriminierung und Rassismus. Bürokratieabbau bekommt ein Gesetz,
Antidiskriminierung nicht einmal warme Worte.
Antisemitismus klar benannt – andere Formen von Rassismus
weniger
Deutlich stärker ist der Vertrag beim Schutz jüdischen
Lebens. Antisemitismus, Judenhass und Israelfeindlichkeit werden klar benannt.
Beratungsstellen sollen unterstützt, der Antisemitismusbeauftragte und die
Polizeirabbiner fortgeführt, jüdische Einrichtungen geschützt und Schulen
sensibilisiert werden. Das ist notwendig und angesichts der Bedrohung jüdischen
Lebens unverzichtbar.
Problematisch ist nicht, dass Antisemitismus deutlich
benannt wird. Problematisch ist, dass andere Formen von Rassismus nicht mit
ähnlicher Klarheit vorkommen. Antimuslimischer Rassismus bleibt auffällig
blass. Antiziganismus wird kaum konkret. Schwarze Menschen, asiatisch gelesene
Menschen, Geflüchtete, Menschen mit sichtbarer Einwanderungsgeschichte – sie
erscheinen nicht als Gruppen, deren Diskriminierung mit eigenen Strukturen,
Beratungsangeboten und Maßnahmen beantwortet wird.
Bei Sinti und Roma bleibt es weitgehend bei Anerkennung und
Erinnerung. Die Zusammenarbeit mit der nationalen Minderheit soll fortgeführt,
Wissen über Minderheiten gestärkt werden. Das ist gut, aber dünn. Wer
Antiziganismus ernst nimmt, muss über Schule, Polizei, Wohnungsmarkt, Behörden
und mediale Bilder sprechen. Der Vertrag tut das nicht erkennbar.
Auch beim islamischen Religionsunterricht gibt es viel
Schatten. Auf den ersten Blick klingt der Koalitionsvertrag nach Anerkennung:
Die Zusammenarbeit mit der Stiftung Sunnitischer Schulrat soll fortgeführt und
gestärkt werden – grundsätzlich ein wichtiges Signal. Doch der Preis ist hoch.
Baden-Württemberg hält damit an einem Sonderweg fest, der seit seiner
Einführung umstritten ist. Normalerweise wird Religionsunterricht in
Deutschland in Kooperation mit Religionsgemeinschaften erteilt. Für den Islamunterricht
hat das Land jedoch eine Stiftung öffentlichen Rechts geschaffen. Sie tritt
faktisch an die Stelle einer Religionsgemeinschaft – obwohl sie keine ist.
Genau darin liegt das Problem. Was als Übergangslösung und Provisorium begann,
wird nun politisch verstetigt.
Der Staat darf Religionsunterricht organisieren und
beaufsichtigen, aber er darf nicht selbst zum Imam werden. Bei christlichem
oder jüdischem Religionsunterricht wird das beachtet, beim Stiftungsmodell wird
das missachtet. Das ist mehr als ein verwaltungstechnisches Detail. Es berührt
die Gleichbehandlung religiöser Minderheiten.
Migration: humanitäre Bekenntnisse im harten Rahmen
Am deutlichsten kippt die Sprache im Migrations- und
Asylteil. Der Vertrag bekennt sich zum Grundrecht auf Asyl, zur Genfer
Konvention und zur Europäischen Menschenrechtskonvention. Er will die Reform
des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems menschenrechtskonform umsetzen. Für
Familienangehörige des Sonderkontingents für Jesidinnen und Jesiden sollen 20
bis 35 Menschen aufgenommen werden.
Das sind wichtige Sätze. Sie verhindern, dass der Vertrag
vollständig in ordnungspolitischer Kälte aufgeht. Aber sie stehen in einem
Rahmen, der klar auf Begrenzung, Kontrolle und Rückführung setzt. Migration
soll geordnet, gesteuert und begrenzt werden. Irreguläre Migration ohne
Bleibeperspektive soll konsequent beendet werden. „Migration in die
Sozialsysteme“ soll verhindert oder abgebaut werden.
Diese Sprache ist kein Zufall. Sie passt zur
bundespolitischen Lage. Die schwarz-rote Bundesregierung unter Friedrich Merz
hat ihren Koalitionsvertrag 2025 unterzeichnet; in der Migrationspolitik setzt
sie auf beschleunigte Asylverfahren, schnellere Rückführungen und einfachere
Einstufung sicherer Herkunftsstaaten.
Baden-Württemberg schwimmt also nicht gegen den Strom. Es
schwimmt mit – vielleicht etwas geordneter, vielleicht mit grünerer Grammatik,
aber in dieselbe Richtung.
Besonders kritisch sind die Passagen zu Abschiebungshaft,
Asylgrenzverfahren und Sicherheitsstrukturen. Asylbewerberinnen und
Asylbewerber sollen möglichst nur dann in Kommunen verteilt werden, wenn eine
Bleibeperspektive besteht. Der Sonderstab „Gefährliche Ausländer“ – ja, so
heißt er wirklich – soll gestärkt werden. Eine zusätzliche
Abschiebungshafteinrichtung am Flughafen Stuttgart ist geplant, Pforzheim soll
ausgebaut werden.
Das kann man als Entlastung der Kommunen verkaufen. Man kann
es auch als Konzentration von Schutzsuchenden in vorgelagerten Räumen lesen.
Für Erwachsene mag das verwaltungstechnisch klingen. Für Kinder, Familien und
traumatisierte Menschen kann es bedeuten: länger warten, länger unsicher sein,
länger nicht ankommen, länger in beengten Aufnahmeeinrichtungen mit wenig
Privatsphäre ausharren.
Hinzu kommt eine Sprache, die aufhorchen lässt. Der Vertrag
spricht von „kriminellen Ausländern“. Gemeint sind Menschen ohne deutschen
Pass, die Straftaten begangen haben. Aber die Formulierung verschiebt den
Akzent. Sie koppelt Kriminalität an Ausländersein. In Zeiten, in denen rechte
Akteure genau mit solchen Kopplungen arbeiten, ist das keine Nebensache.
Sprache schafft politische Räume. Manche Türen sollte die demokratische Mitte
nicht aus Versehen öffnen.
Der Haushaltsvorbehalt als Realitätstest
Am Ende entscheidet aber nicht nur die Sprache des Vertrags,
sondern das Geld. Und hier wird es heikel. Sämtliche zusätzlichen
finanzwirksamen Maßnahmen stehen unter Haushaltsvorbehalt. Ausgewählte Vorhaben
sollen erst umgesetzt werden, wenn finanzielle Spielräume vorhanden sind.
Ordnungspolitische und nicht finanzrelevante Maßnahmen sind davon nicht
berührt.
Das hat dann entscheidende Sprengkraft. Denn viele Maßnahmen
für Bildungsgerechtigkeit, Integration, Beratung, Antidiskriminierung und
Demokratieförderung kosten Geld. Abschiebung, Kontrolle, gesetzliche
Verschärfung und Zuständigkeitsumbau lassen sich politisch oft leichter
priorisieren. Wenn es eng wird, droht eine Schieflage: Die Förderung wartet auf
Geld, die Ordnungspolitik gibt es aus.
Noch dazu sollen Förderprogramme überprüft und um mindestens
ein Drittel reduziert werden. Das kann Bürokratie abbauen. Es kann aber auch
die Zivilgesellschaft treffen, die genau dort arbeiten, wo der Staat selbst
selten hinkommt: in migrantischen Communities, in Beratungsstellen, in
Jugendprojekten, in Initiativen gegen Rassismus und Diskriminierung.
Kein Rückschritt – aber auch kein Aufbruch
Die Bilanz ist deshalb gemischt. Der Koalitionsvertrag ist
kein migrationspolitisches Schreckenspapier. Er enthält sinnvolle, teils
wichtige Vorhaben: frühe Bildung, Sprachförderung, Familienzentren,
Sozialindex, Integrationsmanagement, Fachkräftezuwanderung, schnellere
Anerkennung, Schutz jüdischen Lebens, Demokratieförderung, Maßnahmen gegen
Hasskriminalität.
Aber er ist auch kein mutiger Vertrag für ein modernes
Einwanderungsland. Dafür fehlt zu viel: ein Landesantidiskriminierungsgesetz,
eine klare Strategie gegen strukturellen Rassismus, eine starke Perspektive
migrantischer Selbstorganisationen, konkrete Maßnahmen gegen antimuslimischen
Rassismus und Antiziganismus, unabhängige Beschwerdestellen, rassismuskritische
Schulentwicklung und eine Sprache, die Schutzsuchende nicht vor allem als
Verwaltungs- und Sicherheitsproblem behandelt.
Grüne und CDU haben einen Vertrag geschrieben, der zum Land
passt: fleißig, ordentlich, wirtschaftsnah, vorsichtig, manchmal hilfreich,
manchmal hart. Er will niemanden verschrecken, schon gar nicht die politische
Mitte. Doch gerade darin liegt sein Problem. Die Mitte ist kein Ort, an dem
Rassismus verschwindet, nur weil man das Wort nicht benutzt – kein einziges
Mal.
Özdemirs Paradox
Und damit zurück. Seine Biografie ist für viele Menschen mit
Einwanderungsgeschichte ein starkes Zeichen. Sie erzählt davon, dass Aufstieg
möglich ist, dass Zugehörigkeit wachsen kann, dass ein Kind von Gastarbeitern
nicht nur mitreden oder mitregieren, sondern regieren kann. Diese Symbolik
sollte man nicht kleinreden.
Aber gerade deshalb ist die politische Messlatte höher. Ein
Ministerpräsident Özdemir wird nicht daran gemessen werden können, ob er
Einwanderung verkörpert. Er wird daran gemessen werden müssen, ob und wie seine
Regierung das Einwanderungsland gestaltet.
Der Vertrag zeigt einen Özdemir, der in die
Kretschmann-Schule passt: pragmatisch, wirtschaftsnah, konsensfähig,
CDU-kompatibel. Das mag für Baden-Württemberg mehrheitsfähig sein. Es ist aber
auch eine Selbstbegrenzung. Wer historisch für Aufstieg steht, sollte politisch
nicht nur Aufstieg für die Verwertbaren organisieren. Wer weiß, wie lange
Zugehörigkeit in Deutschland erkämpft werden musste, sollte die im Alltag
vieler Menschen inzwischen fest verankerte Diskriminierung nicht zur Nebensache
machen.
Özdemir ist zugleich Symbol und Testfall. Er soll und muss
zeigen, dass ein Ministerpräsident mit Einwanderungsgeschichte nicht
automatisch Minderheitenpolitik macht, sondern Politik für alle. Dabei darf er
aber die blinden Flecken der Mehrheitsgesellschaft nicht übernehmen. (mig 8)
Trump zieht US-Truppen ab und stoppt die Stationierung von
Mittelstreckenraketen in Deutschland. Das eigentliche Problem liegt jedoch ganz
woanders. Von Rolf Mützenich
Vor wenigen Tagen hat US-Präsident Donald Trump angekündigt,
5 000 Soldaten aus Deutschland abzuziehen und die zwischen Bundeskanzler Olaf
Scholz und Präsident Joe Biden im Jahr 2024 vereinbarte Stationierung von
US-Mittelstreckenraketen in Deutschland auszusetzen. Ob die Truppen innerhalb
Europas verlegt oder in die USA zurückgeführt werden und ob insbesondere die
geplante Stationierung von Tomahawk-Marschflugkörpern tatsächlich entfällt,
steht derzeit noch nicht endgültig fest. Wie so oft bei Trumps erratischen
Entscheidungen bleiben wesentliche Fragen der Umsetzung und der konkreten
Ausgestaltung ungeklärt.
Fest steht jedoch: Trumps Ankündigungen führen zu erneuter
Verunsicherung im transatlantischen Bündnis. Für Europa ist es ein weiterer
Weckruf, sein Schicksal stärker in die eigenen Hände zu nehmen und seine
wirtschaftliche und militärische Unabhängigkeit auszubauen. Wir haben dazu die
Fähigkeiten und mittlerweile auch einen wachsenden politischen Willen. Wenn es
gelingt, Souveränität, Verantwortung und Zusammenarbeit in Einklang zu bringen,
dann kann daraus ein Beitrag für eine verlässliche internationale Ordnung
erwachsen.
Die sicherheitspolitischen Folgen der Ankündigung von Trump
werden kurzfristig überschaubar bleiben, da die Luftüberlegenheit der NATO
gegenüber Russland weiterhin fortbesteht. Zwar besitzt Russland eine der
größten Luftwaffen Europas, doch allein die europäischen NATO-Alliierten
verfügen gemeinsam über fast doppelt so viele militärische Flugzeuge. Hinzu
kommt, dass die russischen Streitkräfte durch den Krieg in der Ukraine
erheblich gebunden und auf einen umfassenden Krieg mit Europa derzeit nicht
ausgerichtet sind.
Es bleibt ohnehin fraglich, ob die Mittelstreckenraketen die
Sicherheit Europas tatsächlich erhöht hätten. Die mit ihrer Stationierung
verbundenen Risiken dürfen jedenfalls nicht gänzlich ausgeblendet werden. Die
Raketen besitzen eine sehr kurze Vorwarnzeit, beeinträchtigen das Primat der
Politik durch zivile und demokratisch legitimierte Entscheidungsträger und
eröffnen neue technologischen Fähigkeiten. Die Gefahr einer unbeabsichtigten
militärischen Eskalation wäre dadurch beträchtlich gewesen, zumal sie allein
der Kontrolle der Entscheidungsträger in den USA unterliegen.
Ein weiteres Versäumnis bestand darin, die Stationierung der
Mittelstreckenraketen nicht von vornherein in eine bündnispolitisch abgestimmte
Gesamtstrategie der NATO einzubinden und eine Lastenteilung zu verabreden.
Stattdessen blieb das Vorhaben auf eine bilaterale Vereinbarung zwischen
Deutschland und den USA begrenzt. Eine solche Einbettung in die
Bündnisstrukturen hätte es Trump deutlich erschwert, die Stationierung
lediglich aus einer beleidigten Laune heraus kurzfristig wieder zu kassieren.
Ebenso fehlte von Beginn an die Verknüpfung mit einem ernsthaften Angebot zur
Rüstungskontrolle, wie es etwa beim NATO-Doppelbeschluss der Fall war. So hätte
man Russland anbieten können, auf die Stationierung der Mittelstreckenraketen
zu verzichten, falls Russland dazu im Gegenzug seine Iskander-M-Raketensysteme
aus Belarus und Kaliningrad zurückzieht.
Das bedeutet freilich nicht, dass wir die russische
Bedrohung nicht ernst nehmen müssen. Ich bin jedoch überzeugt, dass eine kluge
Außen- und Sicherheitspolitik weiterhin mehrere Aspekte braucht: Eine
glaubwürdige Verteidigungsfähigkeit, eine auf Verteidigung ausgerichtete
Beschaffungspolitik bei der militärischen Ausrüstung sowie eine Diplomatie, die
auch eine aktive Abrüstung und Rüstungskontrollpolitik beinhaltet. Besonders
wenn Trump und Putin im Hintergrund über die Stabilität ihrer strategischen Atomwaffenarsenale
und Großmächtebeziehungen verhandeln, darf Europa nicht außen vor bleiben. Die
Atomwaffen in Europa betreffen unmittelbar unsere Sicherheit, und deshalb
dürfen und müssen wir uns um diese Fragen kümmern. Die Verengung der Debatte in
Deutschland und in Europa allein auf Aufrüstung schränkt zunehmend unseren
strategischen Handlungsspielraum ein – sowohl bei der Frage der
Rüstungskontrolle als auch bei den Verhandlungen über ein Ende des Krieges in
der Ukraine. Das Ergebnis dieser Politik zeigte sich bildlich im August
vergangenen Jahres, als die europäischen Staats- und Regierungschefs im Oval
Office aufgereiht wie Schuljungen vor dem Schreibtisch des US-Präsidenten
saßen.
Europa sollte sich nicht in eine Rolle drängen lassen, in
der es auf sicherheitspolitische Herausforderungen nur noch reagiert. Wir
können uns nicht darauf verlassen, dass die USA europäische
Sicherheitsinteressen mitdenken. Die EU muss in einer multipolaren Welt viel
stärker als bisher ihre eigenen Interessen formulieren, selbstbewusst vertreten
und gezielt nach neuen Partnerschaften suchen. Dazu gehört in erster Linie eine
engere Kooperation mit anderen liberalen Demokratien wie Kanada, Japan oder Australien.
Gleichzeitig sollte Europa aber auch stärker den Blick auf den globalen Süden
richten. Viele Staaten dort haben ebenfalls kein Interesse an einer Welt der
Einflusszonen und der militärischen Großmachtpolitik. Gerade hier eröffnen sich
wichtige Anknüpfungspunkte für neue Formen der Zusammenarbeit – auch im Bereich
der multilateralen Rüstungskontrolle und der Nichtverbreitung von Waffen.
Eine wichtige Gelegenheit hierfür bietet die noch bis zum
22. Mai stattfindende Überprüfungskonferenz des Atomwaffensperrvertrags (NVV).
Die beiden vorangegangenen Konferenzen in den Jahren 2015 und 2022 endeten ohne
substanzielle Abschlussdokumente. Gerade in Zeiten wachsender globaler
Spannungen wäre ein gemeinsames Abschlussdokument sicherlich ein wichtiges
politisches Signal. Gleichwohl muss man realistisch bleiben. Das letzte
Abschlussdokument stammt aus dem Jahr 2010, kurz nach Obamas Rede in Prag zu einer
atomwaffenfreien Welt.
Die Welt ist heute jedoch eine grundsätzlich andere. Seit
dem Auslaufen des New START-Vertrags im Februar dieses Jahres gibt es zum
ersten Mal seit 1972 keine rechtlich bindenden und überprüfbaren Begrenzungen
der amerikanischen und russischen Nukleararsenale mehr. Gleichzeitig sehen wir
uns heute zunehmend mit neuen nuklearen Akteuren und mit der Gefahr der
Proliferation konfrontiert. Erschwerend kommen die technologische
Modernisierung und eine Vermischung von konventionellen und nuklearen
Abschreckungssystemen hinzu. Gerade unter den Großmächten kehrt zunehmend ein
Denken zurück, das die Illusion nährt, atomare Kriege seien wieder führ- und
gewinnbar. Die bei uns und anderen Ländern geführte Debatte über die Verfügung
und Mitbestimmung etwa bei britischen und französischen Atomwaffen hat zudem
unsere Glaubwürdigkeit im internationalen Dialog nicht erhöht.
Auch China baut derzeit sein nukleares Arsenal massiv aus.
Die USA drängen deshalb darauf, China künftig in multilaterale
Rüstungskontrollabkommen einzubeziehen. Peking wiederum verweist darauf, dass
sein nukleares Arsenal nach wie vor deutlich kleiner ist als das der USA und
Russlands. Erst jüngst haben die USA China vorgeworfen, im Jahr 2020 geheime
Atomwaffentests durchgeführt zu haben. Im vergangenen Oktober verkündeten auch
die USA, erstmals seit 1992 wieder Kernwaffenversuche durchführen zu wollen. Daraufhin
erklärte ebenfalls Russland, Vorbereitungen für eigene Tests treffen zu wollen.
All dies zeigt: Die Gefahr eines nuklearen Krieges ist heute
so groß wie nie zuvor. Die wachsende Konkurrenz zwischen den Großmächten, die
Entwicklung neuartiger Waffensysteme und die anhaltende Modernisierung und
Diversifizierung von Kernwaffenarsenalen führen zu neuen Rüstungswettläufen,
die Milliarden verschlingen. Diese Mittel fehlen dann an anderer Stelle, etwa
im Kampf gegen den Klimawandel, bei der Wiederbelebung der Wirtschaft sowie für
soziale Gerechtigkeit.
Als Europäer kann man all diese Entwicklungen bedauern.
Wichtiger wäre es jedoch, sich aktiv dieser konfrontativen und risikoreichen
Entwicklung entgegenzustellen und alles dafür zu tun, damit das Denken in
nuklearen Kategorien und Einflusszonen nicht wiederkehrt. Europa muss der
Gefahr eines neuen nuklearen Wettrüstens entschieden entgegentreten. Ebenso
müssen Atomwaffentests – unabhängig davon, von welcher Seite sie ausgehen –
klar und unmissverständlich verurteilt werden. In der Vergangenheit ist es den Europäern
immer wieder gelungen, durch eine kluge Kombination von Verteidigungsfähigkeit
und Diplomatie wichtige Impulse zum Abbau von Spannungen sowie zur
multilateralen Rüstungskontrolle und Nichtverbreitung zu setzen. Eine solche
Politik wäre auch heute wieder dringend geboten – wahrscheinlich mehr denn je.
IPG 8
AGG-Novelle. Ein Reförmchen gegen
ein großes Problem
Die Bundesregierung will den Diskriminierungsschutz
verbessern – aber nur punktuell. Antidiskriminierungsbeauftragte Ataman fordert
eine echte AGG-Reform. Auch eine der zuständigen Ministerinnen wünscht sich
weitere Schritte. Von Christina Neuhaus
Der Schutz vor Diskriminierung in Deutschland soll
verbessert werden – allerdings nur punktuell. Das Bundeskabinett billigte am
Mittwoch einen Gesetzentwurf, der unter anderem eine etwas längere Frist für
Ansprüche nach dem Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz (AGG) vorsieht. Zudem
soll der Schutz vor sexueller Belästigung ausgeweitet werden. Die unabhängige
Antidiskriminierungsbeauftragte Ferda Ataman findet den Gesetzentwurf
„unzureichend“.
Laut den Plänen sollen Menschen für die Einforderung von
Schadenersatz oder Entschädigung wegen Diskriminierung künftig vier statt zwei
Monate Zeit haben. Dies betrifft die außergerichtliche Geltendmachung; bei
Klagen gibt es je nach Bereich andere Fristen.
Hubig will „ambitionierten Diskriminierungsschutz“
Zudem soll das AGG mehr Fälle von sexueller Belästigung
abdecken als bisher. Es greift derzeit nur bei Vorfällen am Arbeitsplatz –
künftig sollen auch Bereiche wie Wohnungsmarkt, Zugang zu Gütern und
Dienstleistungen sowie das Bildungswesen erfasst sein. Betroffene sollen
dadurch leichter zivilrechtlich gegen die Belästigung vorgehen können.
Der Gesetzentwurf wurde von den Ministerien für Justiz und
Familie gemeinsam erarbeitet. Das Justizministerium hat schon deutlich gemacht,
dass es sich weitergehende Änderungen gewünscht hätte. Am Mittwoch erklärte
Ressortchefin Stefanie Hubig (SPD), sie werde sich „weiter für einen
ambitionierten Diskriminierungsschutz einsetzen“.
Die Beauftragte Ataman sagte in Berlin, Deutschland habe
„eines der schwächsten Antidiskriminierungsgesetze in Europa“. Eine umfassende
Reform des AGG, das seit 20 Jahren fast unverändert in Kraft ist, sei dringend
notwendig. Ataman verwies darauf, dass Diskriminierung in der letzten Zeit
„offener und härter“ geworden sei. „Es war noch nie wichtiger in Deutschland,
Menschen vor Diskriminierung zu schützen, als heute.“
Ataman: Vertragsverletzungsverfahren möglich
Konkret forderte Ataman unter anderem eine Verlängerung der
bisherigen Zwei-Monats-Frist auf mindestens ein Jahr und eine Ausweitung der
AGG-Regeln auf staatliche Stellen. Es sei ein Verbandsklagerecht nötig, damit
Betroffene nicht immer individuell gegen Diskriminierung vorgehen müssten. Auch
brauche die von ihr geleitete Antidiskriminierungsstelle des Bundes deutlich
mehr Kompetenzen, als es der Entwurf vorsieht. Ataman äußerte die Hoffnung,
dass bei der nun anstehenden Beratung im Bundestag noch Verbesserungen
durchgesetzt werden.
Die AGG-Reform dient auch der Umsetzung von EU-Vorgaben in
deutsches Recht. Ataman warf der Regierung vor, sich nur darum zu kümmern und
keinen darüber hinausgehenden Reformwillen zu zeigen. Der vorgelegte Entwurf
reiche ihrer Meinung nach aber gar nicht aus, um die EU-Mindeststandards
korrekt umzusetzen. Deutschland riskiere daher ein
Vertragsverletzungsverfahren.
Auch die Grünen-Rechtspolitikerin Awet Tesfaiesus nannte den
Entwurf „mutlos“. Er bleibe „weit hinter dem zurück, was angesichts der
Realität von Diskriminierung in Deutschland nötig wäre“. (epd/mig 7)
Feststellungen des Hessischen
Integrationsmonitors ernst nehmen und politisch handeln!
Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen (agah)
sieht sich durch die Ergebnisse des aktuellen Hessischen Integrationsmonitors
in zentralen Positionen bestätigt. Der Bericht zeigt deutlich: Migrantinnen und
Migranten sind eine tragende Säule unserer Gesellschaft und unseres
wirtschaftlichen Wohlstands. Gleichzeitig macht der Monitor sichtbar, dass
strukturelle Benachteiligungen, Diskriminierung und mangelnde politische
Teilhabe weiterhin zum Alltag vieler Menschen gehören.
Die aktuellen Zahlen belegen, dass der Beschäftigungszuwachs
in Hessen seit 2020 ausschließlich auf ausländische Beschäftigte zurückzuführen
ist. Während die Zahl deutscher sozialversicherungspflichtig Beschäftigter
stagnierte, stieg die Zahl ausländischer Beschäftigter um 28 Prozent auf rund
560.000 Menschen an. Gleichzeitig warnt der Monitor vor einem zunehmenden
Fachkräftemangel und einem erstmals negativen EU-Zuwanderungssaldo in Hessen.
Für die agah ist klar: Ohne Zuwanderung, Integration und
gesellschaftliche Teilhabe wird Hessen weder seinen wirtschaftlichen Wohlstand
sichern noch den gesellschaftlichen Zusammenhalt stärken können.
„Der Integrationsmonitor bestätigt das, worauf
Ausländerbeiräte, Migrantenorganisationen und viele gesellschaftliche
Initiativen seit Jahrzehnten hinweisen: Menschen mit Migrationsgeschichte sind
längst unverzichtbarer Teil unseres Landes. Sie tragen Verantwortung in
Betrieben, Verwaltungen, Schulen, Krankenhäusern und im gesellschaftlichen
Leben. Wer Migration weiterhin vor allem als Problem diskutiert, ignoriert die
Realität unseres Landes“, erklärt der agah-Landesvorsitzende Enis Gülegen.
Die agah begrüßt ausdrücklich die Feststellung der
Hessischen Integrationsministerin Heike Hofmann, dass Hessen ein
Einwanderungsland ist und die Zukunft des Landes wesentlich davon abhängt, ob
Integration gelingt. Ebenso wichtig sei der Hinweis, dass rassistische und
fremdenfeindliche Stimmungsmache mittlerweile ein wirtschaftlicher
Standortnachteil sei.
Gleichzeitig zeigt der Monitor erhebliche Probleme auf:
Bildungsungleichheit, Benachteiligungen auf dem Arbeits- und Wohnungsmarkt
sowie zunehmende Sorgen vor Diskriminierung und Rassismus. Laut Bericht machen
sich inzwischen neun von zehn Menschen mit Migrationsgeschichte Sorgen über
gesellschaftliche Ausgrenzung und rassistische Entwicklungen.
Für die agah offenbart sich darin ein grundlegender
Widerspruch: Einerseits wird Integration eingefordert, andererseits werden
politische Debatten zunehmend von Ausgrenzung, Abschottung und Forderungen nach
„Remigration“ geprägt. Eine Integrationspolitik, die sich vor allem über
Abschiebungszahlen definiert, werde weder der gesellschaftlichen Realität noch
den wirtschaftlichen Herausforderungen Hessens gerecht.
Integration bedeutet Teilhabe. Integration bedeutet gleiche
Chancen. Integration bedeutet politische Mitbestimmung.
Deshalb fordert die agah:
* die Einführung des kommunalen Wahlrechts für Menschen ohne
deutschen Pass,
* die Stärkung, Modernisierung und Weiterentwicklung der
Ausländerbeiräte,
* eine konsequente Bekämpfung von Rassismus und
Diskriminierung,
* bessere Bildungs- und Sprachförderangebote,
* schnellere Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse,
* den Schutz und die Stärkung des Rechts auf Asyl,
* eine Integrationspolitik, die gesellschaftliche Teilhabe
statt Ausgrenzung in den Mittelpunkt stellt.
„Die Maxime ‚Wir schaffen das‘ hat sich bewahrheitet. Viele
Menschen, die unter schwierigsten Bedingungen nach Deutschland gekommen sind,
haben sich hier ein Leben aufgebaut und leisten heute einen unverzichtbaren
Beitrag für unser Gemeinwesen. Jetzt ist die Politik in der Pflicht, endlich
die richtigen Konsequenzen aus diesen Erkenntnissen zu ziehen“, so Gülegen
weiter.
Die agah fordert die Hessische Landesregierung auf, den
Feststellungen des Integrationsmonitors konsequent Rechnung zu tragen und eine
Integrationspolitik zu gestalten, die diesen Namen verdient. Integration darf
nicht als Bringschuld einzelner verstanden werden, sondern muss als gemeinsame
gesellschaftliche und politische Aufgabe begriffen werden. agah 7
Jugendstudie. Rechte Inhalte
erreichen inzwischen Mehrheit in Schulen
Eine Studie aus Schleswig-Holstein legt offen, wie stark
rechte Inhalte in die Lebenswelt Jugendlicher dringen. Besonders brisant: Mehr
Schüler:innen berichten von Diskriminierung. Demokratie, Vielfalt und Respekt
geraten spürbar unter Druck.
Unter Jugendlichen in Schleswig-Holstein steigt die
Zustimmung zu rechtsautoritären Diktaturvorstellungen. Gleichzeitig nimmt der
Kontakt zu rechtsextremen Szenen und Inhalten spürbar zu. Das sind Kernaussagen
einer Studie zum Rechtsextremismus, die das Landesdemokratiezentrum gemeinsam
mit dem Kriminologischen Forschungsinstitut Niedersachsen in Kiel vorgestellt
hat.
Grundlage der Untersuchung ist eine breit angelegte
Befragung von mehr als 4.600 Schülerinnen und Schülern der Jahrgangsstufen 7
und 9 an Gemeinschaftsschulen und Gymnasien in Schleswig-Holstein von November
2024 bis zum Januar 2026. Die übergeordnete Fragestellung lautete: Wie blicken
Jugendliche in Schleswig-Holstein auf Demokratie, Vielfalt und das
gesellschaftliche Miteinander?
Abwertende Einstellungen haben stark zugenommen
Bei einer Befragung im Jahr 2018 habe der Kontakt von
Jugendlichen zu rechtsextremen Szenen und Inhalten noch bei 36,1 Prozent
gelegen. Im Jahr 2025 berichteten bereits 57,6 Prozent der Jugendlichen von
entsprechenden Erfahrungen. Ein geschlossenes rechtsextremes Weltbild unter
Jugendlichen hätten 3,5 Prozent der Befragten – dieser Wert habe sich seit 2018
nicht verändert.
Die Schülerinnen und Schüler sollten unter anderem einer
ganzen Reihe von bestimmten Aussagen zustimmen oder diese ablehnen. Ein
Beispiel: „Was Deutschland jetzt braucht, ist eine einzige starke Partei, die
das deutsche Volk insgesamt verkörpert.“ Dieser Aussage hätten 35,5 Prozent der
Befragten zugestimmt, so die Studie.
Abwertende Einstellungen gegenüber arbeitslosen, obdachlosen
und homosexuellen Menschen sowie gegenüber Menschen mit Behinderung hätten
zugenommen, so die Verfasser der Studie. Auffällig sei die Zunahme von
diskriminierenden Verhaltensweisen. 23,1 Prozent der Jugendlichen geben demnach
an, selbst bereits andere beleidigt, Sachen beschädigt oder körperlich
angegriffen zu haben. 2018 lag dieser Wert bei 14,3 Prozent.
Mehr Diskriminierungserfahrungen
Gleichzeitig berichten mehr Jugendliche auch von eigenen
Diskriminierungserfahrungen. Mehr als zehn Prozent der Befragten geben an,
aufgrund von Nationalität, Herkunft, Sprache oder Hautfarbe benachteiligt
worden zu sein.
Insgesamt erklären 25,4 Prozent, mindestens eine Form
gruppenbezogener Diskriminierung erlebt zu haben. Das bedeutet eine
Verdoppelung gegenüber 2018, damals waren es 12,6 Prozent. Dabei räumen die
Verfasser der Studie ein, dass ein Teil der Anstiege durch eine höhere
Sensibilität für die Thematik erklärt werden könne.
Innenministerin: Ergebnisse sind alarmierend
„Die aktuellen Ergebnisse sind alarmierend. Sie zeigen
deutlich, dass sich etwas in unserer Gesellschaft verschiebt“, sagt
Schleswig-Holsteins Innenministerin Magdalena Finke (CDU). „Wir müssen
frühzeitig hinschauen, zuhören und gezielt gegensteuern, wo sich
menschenfeindliche Haltungen verfestigen.“ Die Studie liefere dafür eine
belastbare Grundlage und helfe, Maßnahmen gegen Rechtsextremismus gezielt
weiterzuentwickeln.
Präventionsarbeit spiele dabei eine zentrale Rolle. Trotzdem
sei es eine Aufgabe, die nur alle gemeinsam bewältigen können. „Mit politischer
Bildung, Unterstützung von Schulen und Lehrkräften und der Förderung einer
aktiven Zivilgesellschaft können und müssen wir den Entwicklungen
entgegenwirken“, erklärt die Ministerin. Und je früher man ansetze, desto
besser könne man demokratische Werte stärken und Ausgrenzung wirksam
entgegenwirken. (dpa/mig 6)
Ein Jahr Merz-Bilanz. Wer rechts
blinkt, macht die Überholspur frei
Wer rechtspopulistische Themen übernimmt, schwächt nicht
automatisch die Rechtspopulisten. Genau diese Erfahrung macht Friedrich Merz:
Der harte Migrationskurs senkt Zahlen, aber nicht die Zustimmung zur AfD.
Von Peter Wütherich
Miese Stimmung zum Kanzler-Jahrestag: Am Mittwoch jährt sich
zum ersten Mal der Tag, an dem CDU-Chef Friedrich Merz zum Bundeskanzler
gewählt wurde. Merz und seine Koalition messen nach einem Jahr des Regierens in
den Umfragen neue Tiefen aus, Spitzenkoalitionäre giften sich öffentlich an.
Die in Teilen rechtsextremistische AfD ist wie nie zuvor im Aufwind. Merz’
Kalkül, durch gutes Regieren das Erstarken der politischen Ränder zu bremsen,
ist nicht aufgegangen – im Gegenteil: In Umfragen ist die AfD stärkste Partei.
Ein Jahr nach dem Kanzlerwechsel stellt sich die Frage:
Handelt es sich nur um ein momentanes Stimmungstief für Union und SPD – oder
hat sich etwas ganz Grundsätzliches verschoben hier im Land?
Die AfD schlägt Wurzeln
Politikprofessor Benjamin Höhne von der Universität Chemnitz
beobachtet generelle Veränderungen in der Wählerschaft, von denen die AfD
profitiert. „Der Stammwähler, also der treue, loyale Wähler, der unabhängig von
tagesaktuellen Ereignissen seiner Partei die Stange hält, ist bei den großen
Parteien CDU, CSU und SPD am Verschwinden“, sagt Höhne der Nachrichtenagentur
AFP. „Umgekehrt stellt es sich bei der AfD dar: Da sehen wir eine loyale
Wählerklientel, die der AfD unabhängig von tagesaktuellen Ereignissen oder vom
Spitzenpersonal treu bleibt.“
Die AfD lebt also nicht mehr nur von Protestwählern. Die
Partei, in deren Reihen sich Rechtsextremisten, Russland-Treue und
Verschwörungstheoretiker tummeln, sieht sich als große Profiteurin der
Merz-Malaise. „Friedrich Merz kann – in der Koalition mit der SPD – praktisch
nicht einen Wähler von der AfD zurückgewinnen“, sagt
AfD-Parlamentsgeschäftsführer Bernd Baumann zu AFP – und wagt eine Prognose:
„Merz wird weiter massiv Wähler an die AfD verlieren, denn unfähige Regierungen
werden abgewählt.“
Merz hat sich verrechnet
In der Tat beobachten auch Politikwissenschaftler, dass sich
die Parteien der Mitte zunehmend schwertun, Wähler von der AfD zurückzuholen –
genau das war aber das Ziel von Merz. Der AfD-Kenner Benjamin Höhne von der Uni
Chemnitz sagt: „Wenn jemand einmal rechtspopulistisch gewählt hat, dann ist es
nicht einfach, ihn zu den Mainstreamparteien zurückzuholen, weil er eine
rechtspopulistische Ideologisierung erfahren hat, die die Weltsicht eintrübt.“
Ein Jahr nach der Kanzlerwahl muss sich Merz eingestehen,
dass sein Kalkül mit Blick auf die AfD nicht aufgegangen ist. Der CDU-Chef war
mit zwei Prämissen ins Amt gestartet: Zum einen war er überzeugt, dass ein
harter Migrationskurs der AfD den Wind aus den Segeln nimmt. Zum zweiten
argumentierte Merz, dass ein beherzter Reformkurs die Handlungsfähigkeit der
politischen Mitte unter Beweis stellt – und die AfD wieder kleiner macht.
Die Koalition spielt der AfD in die Hände
Die „Migrationswende“ hat die Zuzugszahlen tatsächlich
deutlich sinken lassen. Merz reklamiert das als Erfolg. Es zahlt sich aber in
den Umfragen nicht für ihn aus – ein Effekt, der absehbar war, wie
Politikprofessor Marc Debus von der Universität Mannheim sagt:
„Politikwissenschaftliche Studien zeigen: Wenn man das Thema Migration auf die
Agenda hebt und sich den Positionen rechtspopulistischer Parteien annähert
beziehungsweise ihre Rhetorik übernimmt, dann stärkt das in aller Regel die
Rechtspopulisten.“
Das gelte auch, obwohl Merz’ Migrationswende messbare
Ergebnisse erzielt, sagt Debus. Der Parteienforscher sieht aber einen Punkt, an
dem die Koalition ihr Erscheinungsbild verbessern könnte: „Was wir aus der
Forschung wissen ist, dass Streitigkeiten innerhalb von Regierungen dazu
führen, dass man den Parteien und der Regierung als Ganzes weniger Kompetenz
zuweist, wichtige Probleme zu lösen.“
Profilierungs-Dilemma
Der Rat der Wissenschaft an die Regierung ist also klar:
Streitet Euch weniger in der Öffentlichkeit, dann wird die Stimmung wieder
besser. Im Regierungsalltag ist das aber nicht einfach – zumal die
Koalitionspartner CDU, CSU und SPD bemüht sind, ihr jeweils eigenes Profil zu
schärfen. In den anstehenden Reformfragen – Wirtschaft, Sozialpolitik,
Gesundheitspolitik, Arbeitsmarktpolitik, Rentenpolitik – vertreten sie sehr
unterschiedliche Positionen. Profilierungsversuche lösen hier schnell Streit
aus – ein Dilemma.
„Damit haben sie automatisch viele Streitflächen, wo zudem
Konflikte offen ausgetragen werden“, resümiert Professor Debus. Und wer könnte
davon profitieren? „Aus der Politikwissenschaft wissen wir: Unzufriedenheit
unter der Bevölkerung, gerade auch allgemeiner Natur, beeinflusst signifikant
die Wahlchancen rechtspopulistischer Parteien.“ (afp/mig 5)
Klimapolitik ohne Arbeiter: Europas Transformation droht
Jobs zu kosten – und den Rückhalt gleich mit. Von Wouter van de Klippe
Am 1. Mai gedenken wir jedes Jahr den Errungenschaften der
internationalen Arbeiterbewegung. Vom Achtstundentag über bezahlten Urlaub bis
hin zum Wochenende – oft halten wir die Ergebnisse jahrelanger Organisation und
Anstrengungen für selbstverständlich. Diese Kämpfe waren langwierig und
kostspielig, und viele Arbeiter und Gewerkschafter haben ihr Leben gegeben,
damit unser Alltag besser, erfüllter und freier von Ausbeutung und Ungleichheit
sein kann.
Und doch war die diesjährige Feier des Internationalen Tags
der Arbeit spürbar anders. Es ist deutlich geworden, dass die europäische
Arbeiterklasse zunehmend unter Druck steht und die Arbeiterbewegung selbst an
Boden verliert.
Eine anhaltende Industriekrise, in der Stahlwerke
Kapazitäten abbauen und große Arbeitgeber wie Volkswagen drastische
Entlassungen ankündigen, macht deutlich, wie tiefgreifend, umfassend und
langfristig die Krise ist. Der jüngste Energieschock infolge der Sperrung der
Straße von Hormus hat dies erneut schmerzlich vor Augen geführt. Europas
Abhängigkeit von den volatilen Öl- und Gasmärkten ist nicht nur ein
Umweltproblem, sie ist eine wirtschaftliche und geopolitische Schwachstelle.
Und wie so oft werden die Kosten ungleich verteilt. Steigende Energiepreise
werden Arbeiterfamilien am härtesten treffen – sowohl direkt über steigende
Energiekosten als auch indirekt durch den Verlust von Arbeitsplätzen in
energieintensiven Branchen.
Gleichzeitig tut sich die organisierte Arbeiterschaft
schwer, Antworten darauf zu finden. Die Organisation in Gewerkschaften war noch
nie so niedrig, insbesondere unter jüngeren Arbeitnehmern, von denen viele
Gewerkschaften für ihr Leben nicht mehr relevant finden. Dieser Verlust an
kollektiver Macht tritt genau in dem Moment ein, in dem sie am dringendsten
benötigt wird.
Zusammengenommen offenbaren diese Belastungen ein tieferes
Problem: Europas grüner Wandel droht bestehende Ungleichheiten weiter zu
verschärfen, da er ohne die Arbeitnehmer gestaltet wird. Krisen schaffen
auch Chancen. Die Frage ist nicht, ob Europa seine Wirtschaft umgestalten wird,
sondern wie – und für wen.
Kurzfristig müssen die europäischen Entscheidungsträger
handeln, um die Bürger vor unmittelbaren Preissteigerungen zu schützen, die
verheerende Folgen für ihren Lebensunterhalt haben könnten. Seit der durch die
Invasion der Ukraine ausgelösten Energiekrise fordert der Europäische
Gewerkschaftsbund (EGB) als Reaktion auf die Belastung der europäischen
Industrie einen stärkeren Beschäftigungsschutz. Zudem plädieren Analysten für
subventionierte Energiezuteilungen, um sicherzustellen, dass Haushalte Zugang
zu einer Grundversorgung mit bezahlbarer Energie haben und die Krise überstehen
können.
Gleichzeitig muss Europa grundlegende Veränderungen
vorantreiben, die die Anfälligkeit des Kontinents für solche Schocks in Zukunft
verringern – und dabei sicherstellen, dass diese Maßnahmen unter klarer
Berücksichtigung ihrer unterschiedlichen Auswirkungen auf die verschiedenen
sozialen Schichten konzipiert werden.
Es gibt immer mehr Belege dafür, dass die Dekarbonisierung
sowohl die Bürger als auch die Volkswirtschaften vor starken Schwankungen der
Energiepreise schützen kann. Länder wie Spanien, die stark in erneuerbare
Energien investiert haben, waren solchen Schocks weitaus weniger ausgesetzt.
Infolgedessen hat das Land derzeit einige der niedrigsten Energiepreise in der
EU. Dennoch bleibt Europas derzeitiger Ansatz politisch instabil, da er
sozial unausgewogen ist.
Viele wichtige Dekarbonisierungsprogramme in Europa kommen
überproportional Haushalten mit höherem Einkommen zugute, während sie
einkommensschwachen Familien wenig bieten. So kommen beispielsweise Programme,
die Anreize für den Kauf neuer Elektrofahrzeuge bieten, überwiegend denjenigen
zugute, die sich ohnehin schon Neuwagen leisten können. Unterdessen treiben
Maßnahmen wie das Emissionshandelssystem – das Kronjuwel der
EU-Dekarbonisierungspolitik – die Kosten so in die Höhe, dass
einkommensschwache Gruppen und Regionen, die von energieintensiven Industrien
abhängig sind, am härtesten getroffen werden.
Kurz gesagt: Europa verfolgt derzeit einen Wandel, der stark
auf Marktmechanismen setzt, versäumt es jedoch, deren vorhersehbare soziale
Folgen zu korrigieren. Experten haben dies als „Kohlenstoff-Schocktherapie“
bezeichnet und davor gewarnt, dass dieser Ansatz angesichts volatiler
Energiemärkte und des intensiven internationalen Wettbewerbs zu einer
Deindustrialisierung führt. Steigende Kosten für energieintensive Industrien
ohne angemessene und koordinierte staatliche Unterstützung für neue Alternativen
führen zu einem „ungeordneten“ Dekarbonisierungsprozess, der massive
Arbeitsplatzverluste und schrumpfende Industriekapazitäten riskiert.
Das Ergebnis ist ein wachsendes Gefühl, dass der grüne
Wandel etwas sei, das den Arbeitnehmern angetan werde, nicht für und mit ihnen.
Es überrascht nicht, dass dies Ressentiments geschürt und rechtsextreme Kräfte
gestärkt hat, die darauf aus sind, wirtschaftliche Unsicherheit als Waffe gegen
grüne Politik einzusetzen.
Wir müssen uns klar von der Vorstellung verabschieden, dass
Märkte allein einen fairen Wandel bewirken könnten. Stattdessen braucht Europa
eine ehrgeizigere, staatlich gelenkte Industriestrategie – eine, die
Dekarbonisierung als kollektives Projekt und nicht als Marktkorrektur
betrachtet. Es gibt bereits erste Ansätze, wie das aussehen könnte.
Frankreichs Social Leasing-Initiative, die Haushalten einen kostengünstigen
Zugang zu Elektrofahrzeugen ermöglicht, erweitert den Zugang über wohlhabende
Haushalte hinaus. Darüber hinaus bringen Investitionen in erschwinglichen
öffentlichen Nahverkehr weitaus größere Vorteile für einkommensschwächere
Gruppen als Subventionen für den privaten Konsum. Und Europas Industrial
Accelerator Act stellt Mittel zur Unterstützung der Dekarbonisierung
angeschlagener Industriezweige bereit. Doch diese Bemühungen bleiben
fragmentiert und unzureichend.
Eine ernsthafte Strategie müsste groß angelegte öffentliche
Investitionen mit Beschäftigungsgarantien, Umschulungsprogrammen und einem
stärkeren Kündigungsschutz verbinden. Sie müsste auch neue Formen öffentlichen
oder gemeinschaftlichen Eigentums in Schlüsselbranchen erfordern, um
sicherzustellen, dass die Vorteile des Wandels breit geteilt werden.
Entscheidend ist dabei auch eine aktivere Rolle der
Gewerkschaften selbst – nicht nur als Verteidiger bestehender Arbeitsplätze,
sondern als Mitgestalter des industriellen Wandels. Dies erfordert die
Ausarbeitung politischer Maßnahmen gemeinsam mit Arbeitnehmern und
Gewerkschaften, wobei die zentrale Rolle der Arbeit beim Ausstieg aus fossilen
Brennstoffen hervorgehoben werden muss. Kurzum: Die Dekarbonisierung muss
als Arbeitspolitik konzipiert werden.
Ohne Druck wird nichts davon geschehen. Europa befindet sich
derzeit in einer Phase konkurrierender Visionen darüber, wie man aus der
Abhängigkeit von fossilen Brennstoffen ausbrechen kann. Verzögerungen, wie die
Aufhebung des EU-Verbots für neue Verbrennungsmotoren, spiegeln die Angst vor
mutigen Maßnahmen und Zugeständnisse an die etablierten Autohersteller wider,
während die Wiederaufnahme der Diskussionen über Bohrungen in der Arktis nur
von den notwendigen mutigen Maßnahmen ablenken wird. Gleichzeitig spiegelt
das anhaltende Vertrauen in Deregulierung als Wachstumsstrategie eine
politische Unwilligkeit wider, sich dem Ausmaß des erforderlichen
Strukturwandels zu stellen, und stellt eher eine Wunschliste multinationaler
Lobbyisten dar als ernsthafte industriepolitische Entscheidungsfindung.
Hier muss sich die Arbeiterbewegung wieder behaupten.
Ehrgeizige politische Maßnahmen zur Umgestaltung der europäischen Wirtschaft
unter der Führung der europäischen Arbeitnehmer erfordern Druck und
koordiniertes Handeln. Dies bedeutet auch, sich einen Platz am Tisch zu
sichern, an dem die Industriepolitik gestaltet wird. Denn es sind die
Arbeitnehmer und ihre Gewerkschaften, die besser als jeder andere wissen,
welche politischen Maßnahmen erforderlich sind, um die europäischen
Volkswirtschaften so umzugestalten, dass sie Akzeptanz und Unterstützung in der
Bevölkerung für eine ehrgeizige Dekarbonisierung fördern.
Letztendlich sind es die Arbeitnehmer, die die für Europas
dekarbonisierte Zukunft notwendige Infrastruktur aufbauen werden. Und es sind
die Arbeitnehmer, die die Hauptlast der Verwüstung tragen würden, die entstehen
könnte, wenn man es falsch macht. Das verleiht ihnen sowohl ein materielles
Interesse als auch eine einzigartige Autorität bei der Gestaltung der
Zukunft. Die Geschichte der Arbeiterbewegung ist eine Geschichte des
Kampfes, der Veränderungen erzwungen hat, die einst unmöglich schienen. Es gibt
keinen Grund zur Annahme, dass es diesmal anders sein wird. Der Druck, diese
politischen Maßnahmen durchzusetzen, muss von einer Arbeiterbewegung ausgehen,
die geschlossen und selbstbewusst auftritt, statt nachgiebig und zurückhaltend.
Für die Gewerkschaften ist das auch eine Chance. Indem sie
sich in den Mittelpunkt des ökologischen Wandels stellen – indem sie konkrete
Errungenschaften, gerechte Verteilung und demokratische Kontrolle fordern und
politische Maßnahmen mitgestalten –, können sie ihre Relevanz wiederherstellen
und eine neue Verbindung zu jüngeren Generationen aufbauen. IPG 5
Gegen Ausbeutung. EU regelt
Sozialsystem für Arbeit im Ausland neu
Eine neue EU-Einigung soll klären, welches Land für
Sozialversicherung, Arbeitslosen-, Familien- und Pflegeleistungen zuständig
ist. Was trocken klingt, betrifft in der Praxis vor allem Menschen, die im
Ausland arbeiten – und oft kaum wissen, welche Rechte sie haben.
Wer in der EU in einem Land lebt, in einem anderen arbeitet
und vielleicht von einer Firma aus einem dritten Land beschäftigt wird, kann
schnell zwischen die Zuständigkeiten geraten: Welche Krankenkasse ist
verantwortlich? Wo werden Rentenbeiträge gezahlt? Wer hilft, wenn der Lohn
ausbleibt oder der Job verloren geht? Genau solche Fragen will die EU mit neuen
Regeln zur Sozialversicherung bei grenzüberschreitender Arbeit klarer ordnen.
Die Einigung betrifft Millionen Menschen, die innerhalb
Europas mobil arbeiten – Bauarbeiter, Handwerker, Pflegekräfte, Lkw-Fahrer oder
Beschäftigte auf Montage. Im Zentrum steht die sogenannte A1-Bescheinigung. Sie
weist nach, in welchem EU-Staat eine Person sozialversichert ist, wenn sie
vorübergehend in einem anderen Land arbeitet. Für Behörden ist sie ein
Kontrollinstrument: Sie können damit prüfen, ob Arbeitgeber Sozialbeiträge
korrekt abführen – oder ob Beschäftigte über Grenzen hinweg ausgebeutet werden.
Künftig sollen die zuständigen Behörden grundsätzlich vorab
informiert werden, wenn Beschäftigte in einem anderen EU-Staat arbeiten.
Ausnahmen soll es bei Geschäftsreisen und sehr kurzen Tätigkeiten von höchstens
drei aufeinanderfolgenden Arbeitstagen geben. Für die Baubranche gilt diese
Ausnahme ausdrücklich nicht. Dort soll auch bei kurzen Einsätzen weiter
gemeldet werden.
Ausbeutung an deutschen Baustellen keine Ausnahme
Das ist kein technisches Detail. Gerade auf deutschen
Baustellen arbeiten viele Menschen aus dem Ausland in einem Dickicht von
Subunternehmen, Werkverträgen und wechselnden Zuständigkeiten. Am Ende solcher
Ketten stehen häufig Beschäftigte, die kaum Deutsch sprechen, ihre Rechte nicht
kennen, in Sammelunterkünften leben und sich aus Angst vor Jobverlust nicht
wehren. Formal haben sie Rechte. Praktisch aber können sie sich oft wie
rechtlos fühlen – besonders dann, wenn Löhne nicht vollständig gezahlt, Arbeitszeiten
nicht dokumentiert oder Sozialbeiträge unklar abgeführt werden.
Ein Beispiel: Ein Bauarbeiter aus Rumänien wird von einer
Firma nach Deutschland geschickt. Auf dem Papier arbeitet er für ein
Subunternehmen, das wiederum von einem weiteren Subunternehmen beauftragt
wurde. Der eigentliche Auftraggeber sitzt mehrere Ebenen darüber. Der Mann
arbeitet zehn Stunden am Tag auf einer Baustelle, bekommt aber nur einen Teil
des versprochenen Lohns. Als er nachfragt, verweist der Vorarbeiter auf die
Firma in Rumänien. Die deutsche Firma erklärt, sie sei nicht zuständig. Ohne klare
Unterlagen, ohne Sprachkenntnisse und ohne Geld für anwaltliche Hilfe bleibt
sein Recht schwer durchsetzbar.
Wenn die Pflegekraft aus Polen krank wird
Noch komplizierter wird es, wenn auch die Sozialversicherung
unklar ist. Wird der Mann krank oder verletzt sich auf der Baustelle, stellt
sich plötzlich die Frage: Ist er in Rumänien versichert? In Deutschland? Wurde
für ihn überhaupt ordnungsgemäß gezahlt? Genau an solchen Stellen wird aus
einer A1-Bescheinigung mehr als ein Formular. Sie kann darüber entscheiden, ob
Behörden nachvollziehen können, wer für einen Menschen verantwortlich ist.
Ein zweites Beispiel: Eine Pflegekraft aus Polen betreut
vorübergehend eine ältere Frau in Deutschland. Sie geht davon aus, weiter in
Polen abgesichert zu sein. Dann wird sie krank und kann mehrere Wochen nicht
arbeiten. Nun muss geklärt werden, welches Land zuständig ist, ob ihre
Beschäftigung korrekt gemeldet wurde und welche Ansprüche sie hat. Für die
Betroffene ist das keine Verwaltungsfrage, sondern eine existenzielle Frage:
Wer zahlt, wenn sie ausfällt?
Regelung wird Ausbeutung nicht beseitigen
Die neue EU-Regelung dürfte Ausbeutung nicht restlos
verhindern. Sie kann aber helfen, grenzüberschreitende Arbeit sichtbarer zu
machen. Wer vorab gemeldet werden muss, kann leichter kontrolliert werden. Das
ist besonders wichtig in Branchen, in denen mobile Arbeit, Subunternehmen und
kurzfristige Einsätze ineinandergreifen – etwa im Bau, in der Logistik, in der
Pflege oder im Handwerk.
Gleichzeitig soll die Reform Unternehmen bei echten
Kurzreisen entlasten. Wer nur für ein Meeting oder eine sehr kurze Tätigkeit
ins EU-Ausland fährt, soll nicht jedes Mal denselben bürokratischen Aufwand
haben. Die politische Gratwanderung liegt deshalb darin, unnötige Bürokratie
abzubauen, ohne neue Schlupflöcher für Lohndumping und Sozialbetrug zu öffnen.
Kritik an der Reform
Die Reform ist allerdings nicht unumstritten.
Wirtschaftsverbände sehen in der A1-Pflicht seit Jahren vor allem unnötige
Bürokratie und begrüßen die geplanten Ausnahmen für kurze Einsätze. Kleine
Grenzbetriebe kritisieren zudem, dass der Bausektor pauschal von dieser
Erleichterung ausgenommen bleiben soll – auch wenn es nur um eine kurze
Reparatur oder einen Kundentermin im Nachbarland geht.
Gewerkschaften und europäische Bau-Sozialpartner
argumentieren dagegen genau umgekehrt: Gerade im Bau seien Vorabmeldungen ab
dem ersten Tag nötig, weil dort besonders viele entsandte Beschäftigte arbeiten
und Missbrauch, Scheinselbstständigkeit, Subunternehmerketten und Sozialbetrug
verbreitet sind. Die Reform ist deshalb ein Kompromiss zwischen Bürokratieabbau
und Kontrolle. Sie kann Ausbeutung sichtbarer machen, löst aber das
Grundproblem nicht: Solange Verantwortung über lange Subunternehmerketten weitergereicht
wird, bleiben viele Beschäftigte trotz formaler Rechte praktisch schutzlos.
(mig 5)
Abschiebepolitik. Härte-Rhetorik
prallt auf Realität
In Deutschland reden Unionspolitiker gerne über mehr
Abschiebungen. Doch im ersten Quartal sank die Zahl deutlich. Krieg,
gestrichene Flüge und unsichere Zielstaaten zeigen, wie wenig die demonstrativ
präsentierte politische Härte mit der Realität zu tun hat.
Aus Deutschland sind im ersten Quartal dieses Jahres
deutlich weniger Ausreisepflichtige abgeschoben worden als im
Vorjahreszeitraum. Das geht aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine
schriftliche Frage der Linken-Abgeordneten Clara Bünger hervor. Danach wurden
in den ersten drei Monaten dieses Jahres insgesamt 4.807 Menschen in ihr
Herkunftsland zurückgeführt oder in ein EU-Land gebracht, das für ihr
Asylverfahren verantwortlich ist.
Zwischen Anfang Januar 2025 und Ende März 2025 waren 6.515
Menschen aus Deutschland abgeschoben werden. Zuerst hatte die „Neue Osnabrücker
Zeitung“ über die Statistik berichtet.
Türkei kooperiert bei Abschiebungen
Mit 601 Abgeschobenen war die Türkei demnach in den ersten
drei Monaten dieses Jahres das Hauptzielland, gefolgt von Georgien mit 266
Abschiebungen und Nordmazedonien, wohin 230 Abschiebungen erfolgten.
Was auffällt, wenn man die Zielstaaten für Abschiebungen
Anfang 2025 und Anfang dieses Jahres vergleicht: Nach Spanien und Frankreich
wurden im ersten Quartal dieses Jahres weniger Menschen überstellt. Für Spanien
waren es 192 Abgeschobene nach 325 Abschiebungen im Vorjahresquartal. Nach
Frankreich gingen 174 Abschiebungen nach 333 Anfang 2025.
Dublin-Rücküberstellungen
Einen direkten Zusammenhang zwischen der seit rund
eineinhalb Jahren sinkenden Zahl von unerlaubten Einreisen und Asylerstanträgen
sieht man insgesamt bisher nicht. Denn das Bundesamt für Migration und
Flüchtlinge (Bamf) nutzt die durch den Rückgang der Antragszahlen
freigewordenen Kapazitäten, um Altfälle zu bearbeiten, die im Falle einer
Ablehnung des Schutzersuchens teils eine Abschiebung nach sich ziehen können.
Bei den sogenannten Dublin-Überstellungen in EU-Staaten wie
Frankreich oder Spanien ist ein Zusammenhang zwischen der gesunkenen Zahl der
Einreisen und den selteneren Abschiebungen jedoch zu vermuten. Denn nach den
geltenden Dublin-Regeln ist eine Überstellung in einen anderen EU-Staat nur
innerhalb einer bestimmten Frist möglich. Verstreicht diese, überträgt sich die
Verantwortung für das Asylverfahren auf den Staat, in dem sich der
Antragsteller aufhält. Das Bamf ist daher vor allem bei EU-Zielstaaten, die bei
der Rücknahme kooperieren, bemüht, diese Fälle rasch zu bearbeiten.
Weniger Flüge durch den Iran-Krieg
Ein weiterer Faktor dürfte der Iran-Krieg sein, den Israel
und die USA Ende Februar begonnen hatten. Dabei geht es weniger um die Zahl der
Menschen, die in den Iran abgeschoben werden. Im ersten Quartal dieses Jahres
waren es drei Menschen; im Vorjahreszeitraum fünf. Mehrere Bundesländer haben
einen Abschiebestopp für den Iran beschlossen.
Jedoch wurden durch den Krieg, der sich in der Folge
ausweitete, zahlreiche Flugverbindungen gestrichen, was die Möglichkeit von
Abschiebungen per Linienflug einschränkt. Auch Abschiebungen per Sammelcharter
zu organisieren, ist durch das Kriegsgeschehen für bestimmte Zielregionen
schwieriger geworden. Beispielsweise waren im ersten Quartal des vergangenen
Jahres 157 Menschen in den Irak abgeschoben worden. Im ersten Quartal dieses
Jahres war der Irak nicht unter den Hauptzielstaaten von Abschiebungen aus Deutschland.
Die Linken-Abgeordnete Bünger sagte, selbst vor dem
aktuellen Krieg sei es verantwortungslos gewesen, Menschen in den Iran
abzuschieben. Sie erinnerte an die brutale Niederschlagung der Massenproteste
im Iran Anfang des Jahres. (dpa/mig 5)
Save the Children: Massive Zunahme
von digitalem Kindesmissbrauch
Im Jahr 2025 wurde weltweit ein Anstieg der Meldungen über
den Austausch von mutmaßlichem sexuellem Missbrauchsmaterial von Kindern um 450
Prozent im Vergleich zum Vorjahr verzeichnet. Das geht aus einem neuen Bericht
des Kinderhilfswerkes Save the Children hervor.
Die Organisation Save the Children weist zum Nationalen Tag
gegen Pädophilie und Kinderpornografie, der in Italien am 5. Mai begangen wird,
auf eine besorgniserregende Entwicklung im digitalen Raum hin. Besonders
markant ist die Zunahme von Videos, die mittels künstlicher Intelligenz
erstellt wurden. Hier liegt die Steigerungsrate bei 26.000 Prozent innerhalb
eines Jahres. Während im Vorjahr lediglich 13 solcher Videos identifiziert
wurden, stieg die Zahl im Jahr 2025 auf über 3.400 an.
98 Prozent der Opfer sind Mädchen
Die vorliegenden Daten verdeutlichen eine anhaltende
Gefährdung von Mädchen, die 98 Prozent der Opfer ausmachen. Ein Großteil der
Betroffenen, etwa 91 Prozent, befindet sich im Alter zwischen drei und dreizehn
Jahren. Neben der Zunahme von Bildmaterial wurde ein Anstieg des sogenannten
Grooming, der gezielten Kontaktaufnahme zu Minderjährigen in
Missbrauchsabsicht, um 192 Prozent registriert. Von den über 4,7 Millionen
Meldungen über verdächtiges Material im Jahr 2025 wurde in 67 Prozent der Fälle
illegaler Inhalt bestätigt. Über 1,3 Millionen dieser Meldungen bezogen sich
auf neue Inhalte, was auf fortlaufende aktuelle Missbrauchshandlungen schließen
lässt.
In Italien zeigt die Statistik der Postpolizei für das Jahr
2025 einen Anstieg der Online-Anbahnungsversuche um 15,7 Prozent. Die am
stärksten betroffene Altersgruppe liegt zwischen 14 und 16 Jahren. Besonders
auffällig ist die Zunahme von Fällen sexueller Erpressung, der sogenannten
Sextortion, die um 73 Prozent anstieg. Demgegenüber steht ein Rückgang der
behandelten Fälle von Kinderpornografie und Online-Anbahnung um 8,4 Prozent im
Vergleich zum Vorjahr. Gleichzeitig stieg die Zahl der Anzeigen um 5,2 Prozent
und die der Festnahmen um über 54 Prozent an.
Umsetzung der EU-Verordnung gegen sexuellen Kindesmissbrauch
Angesichts dieser Entwicklungen betont Save the Children die
Notwendigkeit einer vollständigen Umsetzung des Gesetzes über digitale Dienste
sowie der Verabschiedung einer europäischen Verordnung gegen sexuellen
Kindesmissbrauch. Die Organisation verweist auf eine bestehende Gesetzeslücke
seit Anfang April 2025, da eine Ausnahmeregelung zum Datenschutz in der
elektronischen Kommunikation nicht verlängert wurde. Diese Regelung ermöglichte
es Technologieunternehmen bisher, freiwillig nach Missbrauchsmaterial zu
suchen. Eine großflächige Erkennung gilt als wesentliche Voraussetzung, um
illegale Inhalte schnell zu entfernen, Ermittlungen einzuleiten und die
Identifizierung der Opfer zu ermöglichen.
Die Direktorin für institutionelle Beziehungen von Save the
Children, Giorgia D’Errico, erklärt hierzu, dass eine Zusammenarbeit zwischen
Institutionen, Familien und Unternehmen erforderlich sei, um digitale
Umgebungen sicherer zu gestalten. Die technologische Entwicklung schreite
schneller voran als politische Entscheidungsprozesse. Es sei entscheidend,
klare Rechtsgrundlagen für die freiwillige Erkennung von Inhalten in der
Europäischen Union zu schaffen und Präventionsmaßnahmen durch wirksame Verhaltenskodizes
und zugängliche Meldekanäle zu verstärken.
Zur Unterstützung dieser Ziele betreibt die Organisation
Programme zum Online-Schutz und stellt Plattformen zur Verfügung, die
Fachkräfte und Institutionen im Umgang mit Risiken schulen. Seit dem Jahr 2002
ermöglicht ein spezieller Dienst die anonyme Meldung von kinderpornografischem
Material in Zusammenarbeit mit den staatlichen Behörden. Da Missbrauch auch in
vermeintlich sicheren Umgebungen wie Schulen oder Sportvereinen stattfindet,
setzt sich die Organisation zudem für umfassende Kinderschutzrichtlinien in
allen gesellschaftlichen Bereichen ein. (pm 4)
Beunruhigende Entwicklung. Rechts
motivierte Gewalt erreicht höchsten Stand seit 2016
Rechte Gewalt erreicht den höchsten Stand seit 2016.
Besonders im Osten liegen die Zahlen deutlich über dem Bundesdurchschnitt. Die
Linke wirft der Bundesregierung vor, die Gefahr zu unterschätzen. Von
Anne-Béatrice Clasmann
Die Polizei hat in Deutschland im vergangenen Jahr so viele
rechts motivierte Gewalttaten festgestellt wie seit 2016 nicht mehr. Das geht
aus einer Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage der Linksfraktion
hervor, die der Deutschen Presse-Agentur vorliegt. Danach haben die
Bundesländer dem Bundeskriminalamt (BKA) für 2025 bis zum Stichtag 31. Januar
2026 insgesamt 1.598 solcher Taten gemeldet. In den meisten Fällen wurde wegen
Körperverletzung beziehungsweise gefährlicher Körperverletzung ermittelt.
Im Vorjahr zählten die Länder den Angaben zufolge 1.488
rechts motivierte Gewalttaten. 2023 waren der Polizei 1.270 Gewalttaten mit
rechtem Hintergrund bekanntgeworden.
Manchmal wird das Motiv erst später erkannt
Die Zahl der Taten für das jeweils zurückliegende Jahr kann
sich aufgrund von Nachmeldungen noch verändern. Das liegt nicht nur daran, dass
die Meldungen erst aus den Ländern an das BKA übermittelt werden müssen,
sondern hat auch damit zu tun, dass sich die politische Motivation manchmal
erst nachträglich herausstellt.
Blickt man auf alle rechts motivierten Straftaten, die 2025
aktenkundig wurden, so zeigt sich ein leichter Rückgang – von 42.788 auf 42.544
rechts motivierte Straftaten.
Typische politisch motivierte Straftaten sind Verunglimpfung
des Staates und seiner Symbole, Volksverhetzung oder Beleidigung. Zu den
Gewaltdelikten zählen etwa Tötungsdelikte, Körperverletzung, Landfriedensbruch,
gefährliche Eingriffe in den Straßenverkehr, Freiheitsberaubung und
Widerstandsdelikte.
Relativ gesehen besonders viele rechte Gewalttaten im Osten
Im Verhältnis zur Einwohnerzahl wurden 2025 in keinem
Bundesland so viele rechts motivierte Straftaten von der Polizei festgestellt
wie in Mecklenburg-Vorpommern. Wie die Bundesregierung der Linksfraktion unter
Berufung auf die von den Ländern gemeldeten Daten mitteilt, zählte sie in
Mecklenburg-Vorpommern im vergangenen Jahr pro 100.000 Einwohner 145 solcher
Taten.
Für Sachsen-Anhalt ermittelte die Polizei eine
Häufigkeitszahl von 142 rechts motivierten Straftaten pro 100.000 Einwohner. In
Brandenburg lag sie mit 139 fast genauso hoch und damit deutlich über dem
Bundesdurchschnitt von 51 rechts motivierten Straftaten pro 100.000 Einwohner.
Die niedrigste Häufigkeitszahl wiesen im vergangenen Jahr Bayern und
Baden-Württemberg auf mit jeweils 28 Delikten.
Intensität der Ermittlungen spielt eine Rolle
Zu beachten ist allerdings, dass die Statistik auch
abbildet, wie intensiv die Polizei in einem Bundesland jeweils zu mutmaßlich
politisch motivierten Straftaten ermittelt.
Dass Brandenburg 2024 besonders viele solcher Delikte
feststellte, führten die Sicherheitsbehörden damals auf „die zunehmende
Verrohung und Brutalisierung der politischen Auseinandersetzung in unserem
Land“ und die Zunahme politisch motivierter Straftaten im Umfeld der
Landtagswahlen zurück.
Beispiel für rechte Gewalt: „Letzte Verteidigungswelle“
Zu den Gewalttaten, die das Bundesinnenministerium für das
vergangene Jahr auflistet, gehört auch ein Fall von besonders schwerer
Brandstiftung. Er soll auf das Konto einer Gruppe teils sehr junger
Rechtsextremisten gehen, die sich „Letzte Verteidigungswelle“ nennt.
Bei einem Anschlag auf eine Asylbewerberunterkunft im
thüringischen Schmölln sollen zwei Mitglieder der Gruppe im Januar 2025
vergeblich versucht haben, das Gebäude mittels Pyrotechnik in Brand zu setzen.
An der Unterkunft sollen sie unter anderem Hakenkreuze und Slogans wie
„Ausländer raus“ hinterlassen haben. Im Dezember hatte die Bundesanwaltschaft
gegen die Beschuldigten am Hanseatischen Oberlandesgericht in Hamburg Anklage
erhoben.
Linksfraktion kritisiert Umgang der Regierung mit rechter
Gewalt
Ferat Koçak, Innenpolitiker der Linksfraktion, wirft der
Bundesregierung vor, sie reagiere nicht angemessen auf die beunruhigende
Entwicklung im Bereich der rechts motivierten Gewalt. „Mindestens vier Fälle
hätten im letzten Jahr tödlich enden können“, sagt der Bundestagsabgeordnete
aus Berlin.
Die Bundesregierung leugne die Bedrohung und baue
gleichzeitig mit den geplanten Streichungen beim Programm „Demokratie leben!“
genau die Präventions- und Bildungsprojekte ab, die dieser Bedrohung
entgegenwirken könnten.
Das Programm „Demokratie leben!“ fördert seit 2014 Projekte
für Demokratie und zur Abwehr von Extremismus, Rassismus und Antisemitismus.
Dieses Jahr stehen rund 190 Millionen Euro zur Verfügung.
Bundesfamilienministerin Karin Prien (CDU) hat angekündigt,
dass die Förderung von rund 200 von insgesamt mehreren Hundert Projekten zum
Jahresende auslaufen soll. Kritik äußerten nicht nur Grüne und Linke, sondern
auch der Koalitionspartner SPD. Besonders Aktivisten und Mitarbeiter von
Initiativen in ostdeutschen Ortschaften mit dominanter rechter Szene fühlen
sich im Stich gelassen. (dpa/mig 4)
In den Ferien Uniluft schnuppern
22. MINT-Sommeruniversität mit naturwissenschaftlichen
Vorträgen und Mitmach-Kursen für Schülerinnen und Schüler ab Klasse 10 vom 10.
bis zum 21. August 2026 an der Freien Universität Berlin
Die SommerUNI beginnt am Montagmorgen mit einer Begrüßung
und einer Campus-Rallye. Nach einem kleinen Mittagsimbiss folgt dann der
Eröffnungsvortrag mit dem Titel „Die unsichtbare Welt der Wasseroberfläche –
ein Blick in die Subnanometerwelt“. Anschließend gibt es eine Führung durch das
Forschungsgebäude SupraFAB, in welchem Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler
in chemischen, biologischen und physikalische Laboren sowie an modernen
wissenschaftlichen Großgeräten zusammenarbeiten.
In den folgenden acht Tagen werden vormittags 21
verschiedene Kurse mit Themen aus der Biologie, Chemie, Physik, Informatik,
Medizin und den Geowissenschaften angeboten, die jeweils einen bis vier Tage
dauern. Zu diesen Kursen gehören z. B. „Nanotransporter und Neuronen:
Kleine Strukturen ganz hoch aufgelöst“, „Vom Glibberschleim bis Lebensretter:
Die Superkräfte der Hydrogele“, „Wenn Landschaften aus dem Takt geraten –
Langzeitfolgen des Klimawandels“ sowie „Spannende Erlebniswelt Physik“.
Abgeschlossen wird jeder dieser acht Tage von einer
Vorlesung von 15:00 bis 16:00 Uhr, welche auch gestreamt wird. Zu diesen
gehören beispielsweise „Arzneimittel aus dem 3D-Drucker – Utopie oder reale
Chance?“, „Die Neurobiologie der künstlichen Intelligenz“ und „Chemie auf die
sicherste Art und Weise – am Computer“. Die Vorlesungen sind öffentlich – wir
laden alle Interessierten herzlich dazu ein, diese zu besuchen!
Die MINT-Sommeruniversität findet von, 10. August, bis
Freitag, 21. August 2026, statt - mit täglichen Experimentierkursen (im
Zeitfenster zwischen 9.30 Uhr und 14.30 Uhr) und Vorlesungen (zwischen
15.00 und 16.00 Uhr). Die SommerUNI endet am Freitag, dem 21. August, mit einem
Tag zur Studienorientierung.
Weitere Informationen
* Mehr zur MINT-Sommeruniversität an der Freien Universität
Berlin: www.fu-berlin.de/sites/sommeruni
* Beschreibung der Kurse: www.fu-berlin.de/sites/sommeruni/programm/kurse/
* Anmeldungen bis zum 26. Juli unter: https://www.fu-berlin.de/sites/sommeruni/anmeldung/Anmeldung-digital/
* E-Mail: sommeruni@natlab.fu-berlin.de
Ub/dip 4
Europäische Hochschulallianzen als
Impulsgeber in der EU
DAAD startet ‚Wochen der Europäischen Hochschulen‘
Rund um den Europatag am 9. Mai veranstaltet der Deutsche
Akademische Austauschdienst (DAAD) erneut die „Wochen der Europäischen
Hochschulen“. Ab heute (4.5.) geben rund 45 deutsche Hochschulen mit über 50
Angeboten in 40 Städten Einblicke in die Arbeit in ihren Europäischen
Hochschulallianzen und zeigen, wie diese zur Weiterentwicklung des europäischen
Hochschulraums beitragen.
Bonn. „Die Europäischen Hochschulallianzen zeigen, wie
Europa im Alltag von Hochschulen grenzüberschreitend und konkret Gestalt
annimmt: durch gemeinsame Studienangebote, neue Mobilitätsformate und eine
engere Zusammenarbeit in Forschung, Innovation und Transfer. Die Allianzen sind
dabei wichtige Impulsgeber für die Transformation des europäischen
Hochschulraums. Zugleich fördern sie durch ihre enge Kooperation auch den
gesellschaftlichen Zusammenhalt in Europa. Wir freuen uns daher, dieses
Engagement im Mai anlässlich des Europatages erneut sichtbar zu machen“, sagte
DAAD-Präsident Prof. Dr. Joybrato Mukherjee.
Kampagne zu den Europäischen Hochschulallianzen
Die Themenwochen rund um den Europatag am 9. Mai
verdeutlichen, wie die Hochschulallianzen die Vielfalt europäischer Forschung,
Lehre, Innovation und Transfer in gemeinsamen Strukturen zusammenführen und
weiterentwickeln. Geplant sind unter anderem Podiumsdiskussionen,
Informationsstände, vielfältige Workshops sowie digitale Formate wie
Video-Testimonials und Social-Media-Aktionen. Die Angebote richten sich an
Studierende, Lehrende, Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler ebenso wie an
die interessierte Öffentlichkeit.
Folgende Aktionen sind beispielsweise geplant:
• European Union Week (Hochschulallianz EuroTeQ)
• Go - Out Ländermesse - International Partner Day
(Hochschulallianz Unite!)
• "Meet your MEP" mit Sabrina Repp, Abgeordnete
des Europaparlaments aus Mecklenburg- Vorpommern (Hochschulallianz KreativEU)
Europäische Hochschulallianzen
Die Europäischen Hochschulallianzen sind
grenzüberschreitende Hochschulverbünde, die gemeinsam innovative Lehr- und
Lernformate sowie neue Kooperationsformen bei Bildung, Forschung, Third Mission
und Technologietransfer entwickeln. Aktuell fördert die EU nach fünf
Ausschreibungsrunden im Erasmus-Programm 73 Allianzen in 36 Ländern mit fast
650 beteiligten Hochschulen. 75 deutsche Hochschulen sind an 66 Europäischen
Allianzen beteiligt – so viele wie aus keinem anderen EU-Land.
Im Herbst 2025 veröffentlichte die EU eine sechste
Ausschreibung für eine zweijährige Anschluss-Förderung. Bis Anfang März 2026
hatten europäische Hochschulen die Möglichkeit, sich zu bewerben. Die
Bekanntgabe der Ergebnisse soll im Juli erfolgen.
Nationales Begleitprogramm
In Deutschland unterstützt der DAAD die auf EU-Ebene
erfolgreichen deutschen Hochschulen im vom Bundesministerium für Forschung,
Technologie und Raumfahrt (BMFTR) finanzierten Begleitprogramm „Europäische
Hochschulnetzwerke (EUN) – nationale Initiative“. Das Programm stärkt die
Sichtbarkeit der Allianzen, fördert deren Vernetzung und schafft
Austauschformate mit Politik und Verwaltung auf Bundes- und Landesebene. Eine
erneute Ausschreibung ist für den Sommer 2026 geplant und schließt sich an die
Auswahl auf EU-Ebene an. Daad 4
Aram Arami. Vom Asylheim in die
ARD-Hauptrolle
Aram Arami kam als Kind aus dem Nordirak nach Deutschland,
lebte im Asylheim und erlebte rechte Übergriffe in Berlin. Heute steht er als
ARD-Ermittler vor der Kamera – mit Plänen für mehr. Von Birgit Reichert
Aram Arami ist durch einen Zufall Schauspieler geworden.
„Das war gar nicht geplant. Das war eher Glück als gewollt: Ich war irgendwie
zur richtigen Zeit am richtigen Ort“, sagt der 32-Jährige der Deutschen
Presse-Agentur. „Es sollte einfach so sein.“
Er war 12 oder 13 Jahre alt, als er mit seiner Mutter beim
Einkaufen war. Ein Jugendagent sprach sie an. Was er sagte, hat sich Arami bis
heute gemerkt: „Der Junge sieht ganz gut aus, hier haben Sie meine Karte,
kommen Sie doch mal vorbei“. Erst habe er Bedenken gehabt, dann sei er aber
doch zum Coaching gegangen, erinnert sich der Schauspieler.
Das war der Auftakt zu seiner Karriere. „Es hat mega Spaß
gemacht. Und dann hat sich die Leidenschaft so entwickelt.“ Heute ist Arami
einem Millionenpublikum bekannt – vor allem wegen seiner Rollen in den „Fack ju
Göhte“-Filmen und der ARD-Reihe „Die Drei von der Müllabfuhr“. Am 30. April
startete der 32-Jährige nun als Ermittler in der neuen Donnerstagsreihe „Der
Saarland-Krimi“ (ARD) – zu sehen auch in der ARD-Mediathek.
Vom Flüchtling zum bekannten Schauspieler
Aramis Lebensweg ist ein besonderer. Mit drei Jahren kam er
aus dem Nordirak mit seiner Familie aus politischen Gründen nach Deutschland.
Die ersten zwei Jahre lebte er im Asylheim in Berlin-Neukölln. „Da habe ich
selbst nur schöne Erinnerungsschnipsel. Ich habe ganz viel gespielt mit
verschiedenen Kindern.“
Dann habe seine Familie eine Wohnung in Berlin-Lichtenberg
bekommen. „Die ersten Jahre waren ein bisschen hart“, erzählt Arami. Denn
Ausländer mussten in diesem Stadtteil damals immer mit Übergriffen aus dem
rechten Milieu rechnen. Als kleiner Junge habe er anfangs nicht begriffen, dass
das nichts persönlich mit ihm zu tun hatte, sondern nur mit seinem Aussehen.
In dieser Zeit habe er auch verbale und körperliche
Übergriffe erlebt. „Irgendwann konnte man sich auch wehren, aber darauf hätte
ich auch gut und gerne verzichten können“, sagt er. Über die Jahre sei es aber
besser geworden, auch weil viele andere Leute mit Migrationshintergrund dorthin
gezogen seien. „Heutzutage ist das wirklich auch ein Stadtteil, der multikulti
ist.“
Arami will auch mal selbst Filme machen
Nach seinem Abitur übernahm er mit 21 Jahren eine kleine
Bäckerei. „Sie war gegenüber von der Turnhalle, wo wir immer Sport in der
Schule hatten“, erzählt Arami. Sein Vater habe gewollt, dass er neben der
Schauspielerei ein zweites Standbein habe. Doch nach ein paar Jahre habe er die
Bäckerei aufgegeben, weil er immer mehr Filme machte und keine Zeit mehr hatte.
Für seinen Erfolg ist der 32-Jährige dankbar. „Das ist ein
echtes Privileg, diesen Job so ausführen zu dürfen, wie ich es darf.“ Doch er
stellt auch Ansprüche an sich selbst und will in seiner Karriere weiterkommen.
Was sein Ziel sei? Er wolle in ein paar Jahren ein Charakterschauspieler sein,
der viele Genres bedienen könne. Und: Eines Tages wolle er selbst Filme
produzieren und Regie führen. (dpa/mig 4)
Tag für Pressefreiheit: Gegen den
zunehmenden Druck
Anlässlich des Tages der Pressefreiheit weisen
Kirchenvertreter, Hilfswerke und Medienschaffende auf den weltweit zunehmenden
Druck, unter dem Journalistinnen und Journalisten stehen und erinnern an die
Bedeutung der Meinungsfreiheit, der Religionsfreiheit und der Demokratie.
Das katholische Hilfswerk missio Aachen verwies zum
Internationalen Tag für Pressefreiheit am 3. Mai auf den Zusammenhang von
Religionsfreiheit und einer freien Presse. Christliche Journalistinnen,
Journalisten und Medien gerieten in vielen Ländern unter Druck, wenn sie über
den Glauben, die Situation religiöser Minderheiten oder Verletzungen der
Religionsfreiheit und anderer Menschenrechte berichteten, so missio in einer
Aussendung.
Religionsfreiheit und Pressefreiheit hängen zusammen
„Pressefreiheit und Religionsfreiheit gehören untrennbar
zusammen. Wo Menschen nicht frei ihren Glauben leben und darüber sprechen
können, steht es auch um die Pressefreiheit schlecht“, erinnerte Pfarrer Dirk
Bingener, der Präsident von missio Aachen. „Christliche Journalistinnen und
Journalisten zahlen heute in vielen Ländern für ihre Arbeit einen hohen Preis.“
Die Einschränkungen reichten von Zensur und Einschüchterung über
gesellschaftliche Gewalt bis hin zu Haft, Berufsverboten und der Schließung kirchlicher
Medien.
„Wer christliche Medien und Journalisten mundtot macht und
Pressefreiheit aus religiösen Gründen einschränkt, trifft nicht nur eine
bestimmte Religionsgemeinschaft. Er greift letztlich die gesamte Gesellschaft
an“, so Bingener. Das Hilfswerk rief dazu auf, Verletzungen der Pressefreiheit
christlicher Medien und Medienschaffender als solche öffentlich zu benennen und
bedrohte Journalistinnen und Journalisten besser zu schützen. „Pressefreiheit
darf nicht allein säkular verstanden werden. Sie gilt auch für kirchliche und
religiöse Stimmen.“
Demokratie braucht eine freie Presse
Der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen
Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, verwies anlässlich des Motto-Tages
auf den Zusammenhang zwischen freiem Journalismus und Demokratie. „Der Welttag
der Pressefreiheit macht deutlich: Freie und unabhängige Berichterstattung ist
unverzichtbar für unsere Demokratie. Journalistinnen und Journalisten decken
Missstände auf, ordnen Entwicklungen ein und schaffen die Grundlage für
öffentliche Meinungsbildung.“
Auch Marx verwies auf die Bedrohung von Medienschaffenden
weltweit, viele riskierten ihr Leben und lebten in Ländern, wo freie und
kritische Berichterstattung gezielt unterdrückt werde. Die Enzwicklungen der
letzten Jahre zeigten eine Verschlechterung der Lage, so Marx, auch im Kontext
von Kriegen und bewaffneten Konflikten. Doch auch in demokratischen
Gesellschaften gerate die Pressefreiheit unter Druck – „oft weniger sichtbar,
aber nicht weniger wirksam“ – etwa durch politische Einflussnahme, wirtschaftliche
Abhängigkeiten und technologische Herausforderungen.
Digitale Transformation: neue Gefahren und Verantwortungen
Im Zusammenhang mit der digitalen Transformation wandte sich
Marx an Unternehmen, die digitale Plattformen betreiben. Diese seien zu
zentralen Vermittlerinnen von Informationen geworden und beeinflussten
maßgeblich, welche Themen präsent seien. „Damit wächst auch die Verantwortung
der dahinterstehenden Unternehmen, wirksam gegen Desinformation, manipulative
Verkürzungen und Hassrede vorzugehen und zugleich Transparenz über ihre
Entscheidungen herzustellen“, so Kardinal Marx, der die wachsende Konzentration
von Macht im Digitalen als „drängendes Problem“ bezeichnete. „Ein Großteil der
globalen Informationskanäle und Plattformen befindet sich im Besitz weniger
globaler Akteure.“ Diese Entwicklung stellten eine ernsthafte Herausforderung
für Meinungsvielfalt und freie Meinungsbildung dar.
KI braucht Kontrolle und Unterscheidungsvermögen
Mit Blick auf die rasanten Fortschritte im Bereich der
Künstlichen Intelligenz (KI) verwies der Kardinal auf die Gefahr des
Missbrauchs von KI etwa für politisch motivierte Desinformationskampagnen. Die
Dynamik und die Masse von Informationen ließen einem gründlich arbeitenden
Qualitätsjournalismus kaum Zeit, kursierende Inhalte zu prüfen und einzuordnen,
und erschwerten das Unterscheiden von verlässlichen und manipulierten Inhalten.
Technologische Entwicklungen bräuchten „Regeln und verantwortliche Gestaltung,
und Menschen müssen zu einem souveränen Umgang mit ihnen befähigt werden“, so
der Kardinal.
Pressefreiheit dient dem Weltgemeinwohl
Die Bedeutung einer freien und vielfältigen Presse- und
Medienlandschaft müsse vor diesem Hintergrund immer wieder betont werden, so
Marx. „Denn sie ist eine zentrale Voraussetzung für individuelle
Meinungsfreiheit ebenso wie für das Funktionieren demokratischer Prozesse.“
Eine freie und unabhängige Presse diene dem Weltgemeinwohl und wurzele im
christlichen Menschenbild – deshalb sei auch der Einsatz der katholischen
Kirche für die Pressefreiheit „nicht nur geboten, sondern geradezu
unerlässlich“. Marx dankte allen Journalistinnen und Journalisten weltweit.
„Ihr Einsatz für Wahrheit, Transparenz und öffentliche
Verantwortung ist unverzichtbar! Eine freie Presse ist kein Gegenüber, das es
zu fürchten gilt, sondern ein notwendiger Bestandteil einer demokratischen
Gesellschaft.“ (pm 3)
Vatikan: Atom-Abrüstung einziger
Weg zu sicherem Frieden
Der Heilige Stuhl hat in New York eindringlich ein Ende von
Atomwaffen gefordert: „Ihre Beseitigung ist eine unverzichtbare Verantwortung,
die konkrete und glaubwürdige Schritte erfordert“, heißt es in einem Statement
des Ständigen Beobachters des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen vom 1.
Mai anlässlich der 11. Überprüfungskonferenz zum Atomwaffensperrvertrag.
Ein gerechter, sicherer und dauerhafter Frieden ruht auf
einer einzigen Säule: Der Abrüstung, betonte der Vatikanvertreter. Der
Weg zur vollständigen Beseitigung von Atomwaffen, werde durch den
Atomwaffensperrvertrag aufgezeigt. Der Heilige Stuhl rief alle Staaten, die
dies noch nicht getan haben, auf, dem Vertrag beizutreten und dabei stets „die
katastrophalen humanitären und ökologischen Folgen des Einsatzes von
Atomwaffen“ mit ihren „verheerenden Auswirkungen" auch auf folgende
Generationen in Erinnerung zu halten.
„In einer Zeit wachsender Spannungen, die die Grundlagen der
internationalen Sicherheit erschüttern“, betont der Vatikan, sei es notwendig,
„die wesentlichen Voraussetzungen für einen dauerhaften Frieden zu prüfen“. Es
gelte, nuklear abzurüsten und „ein Sicherheitsmodell zu überwinden, das auf
Angst und der Androhung von Gewalt beruht“. Dies könne niemals „eine stabile
und dauerhafte Grundlage für den Frieden“ sein.
„Sicherheitsmodell überwinden, das auf Angst und Androhung
von Gewalt beruht“
Besorgniserregende Tendenzen
Der Heilige Stuhl beobachte „besorgniserregende Tendenzen“,
wie „das Wiederaufleben der nuklearen Rhetorik, den Ausbau und die
Modernisierung der Atomwaffenarsenale sowie die Weiterentwicklung der
Abschreckungsdoktrinen in einer Weise, die die Schwellen für einen Einsatz zu
senken droht“. Hinzu komme eine Aushöhlung von Abkommen sowohl zur
Rüstungskontrolle als auch zur Abrüstung, „die lange Zeit zu Stabilität,
Transparenz und Vertrauen beigetragen haben“.
Auch UN-Generalsekretär Antonio Guterres warnte zum Auftakt
vor einer Aushöhlung der Vereinbarung angesichts der aktuellen Situation. Die
11. Überprüfungskonferenz der Vertragsstaaten des Atomwaffensperrvertrags hat
am Montag im Hauptquartier der Vereinten Nationen in New York begonnen und soll
am 22. Mai enden. Thema sind so auch zahlreiche aktuellen Kriege und Konflikte
auf der Welt - etwa der Ukraine-Krieg und der Iran-Krieg.
Hintergrund
Der Nukleare Nichtverbreitungsvertrag („Non-Proliferation
Treaty“, NVV) trat im Jahr 1970 in Kraft. Er verpflichtet die fünf
Atommächte USA, China, Frankreich, Großbritannien und die damalige Sowjetunion
zu nuklearer Abrüstung. Das Abkommen verpflichtet zudem Unterzeichnerstaaten
ohne Atomwaffen, auf diese zu verzichten. Mittlerweile sind 191 Staaten
dabei.
(vn/agenturen 2)