WEBGIORNALE  13-26   gennaio  2020

 

Inhaltsverzeichnis

1.       In attesa di nuovi equilibri. Caos mediorientale: i rischi dell’effetto domino  1

2.       Europa: parole non fatti 1

3.       La risposta dell'Italia al fenomeno. Migranti: il ruolo delle Ong nei flussi del Mediterraneo  1

4.       Migranti, calano gli arrivi. Più italiani all'estero  2

5.       Storie, crisi, personaggi. Accadde Domani: Brexit, clima, Usa 2020, tris per l’Anno Nuovo  2

6.       L’Europa vola verso il “Green New Deal”  3

7.       Gli italiani oltre confine  3

8.       Dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente  3

9.       Merkel, saluto ambientalista: "Il riscaldamento globale minaccia vera, ed è colpa nostra"  4

10.   Ricollocamenti, volo per la Germania per 132 richiedenti asilo  4

11.   L’Istituto IAL-CISL Germania, promotore di iniziative per i 70 anni della Grundgesetz  4

12.   Verrà inaugurata il 15 gennaio al Goethe-Institut di Amburgo la mostra fotografica “Italiani in Germania”  4

13.   Presentazione a Stoccarda del Rapporto Italiani nel Mondo  5

14.   Nuova rubrica di videointerviste del Consolato di Francoforte “5 minuti con…”  5

15.   Lo spettacolo “Istòs” il 13 gennaio a Berlino  5

16.   “Street Home Napoli”, le sculture di Andrea Chisesi all’IIC di Monaco di Baviera  5

17.   Foto dell’anno dell’Unicef Germania: menzioni d’onore a due fotografi italiani 5

18.   Messaggio del consigliere comunale di Francoforte Luigi Brillante ai connazionali per il nuovo anno  6

19.   Istruzione e formazione: nuova dichiarazione di intenti tra Germania e Italia  6

20.   “Una Costituzione per l’Europa?” all’Ambasciata di Berlino  6

21.   Berlino. Giorno internazionale dei migranti e convegno antimafia  6

22.   Ecco i recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

23.   All’IIC di Amburgo la mostra “Relitti”  8

24.   La sensazione  8

25.   Le ACLI Baviera ricordano Piersanti Mattarella  8

26.   Il 2019, un anno con luci e ombre. Restano ancora molte cose da fare. 8

27.   Giornata Italiani nel Mondo: sarà il 27 ottobre  9

28.   Legge elettorale, ecco il Germanicum   9

29.   Il fronte dell’economia  9

30.   Si raccolgono firme per una nuova lista a Monaco di Baviera  10

31.   “I tedeschi preferiscono la cucina italiana ai piatti nazionali”  10

32.   Lovink e i dati di Onu, Oms, Censis. 2020: connessione innesca depressione (o felicità?) 10

33.   Realtà nazionale  11

34.   Due lavoratori italiani su tre disponibili a trasferirsi all’estero  11

35.   Fuga di cervelli dalla Germania, 180 mila ogni anno  11

36.   Michele Schiavone (Cgie): “Dal Governo timidi segnali di apertura”  12

37.   La storia dell’emigrazione italiana è in larga parte un “affare di famiglia”  12

38.   Il volontariato  13

39.   Un appello ai giovani: tornare in Italia, per aiutarla  13

40.   Manovra, Garavini: "Una legge di bilancio con luci ed ombre per gli italiani all'estero"  13

41.   Difficile legge di bilancio: apprezzabili le misure per gli italiani all’estero  13

42.   Schiavone (Cgie) in prima linea per l’abrogazione del taglio dei parlamentari 14

43.   Chiarezza per il Paese  14

44.   Promozione del cinema italiano all’estero: risoluzione bipartisan  14

45.   Legge che tutela i contrattisti dei consolati 14

46.   I libri italiani che piacciono all’estero  15

47.   Panorama italiano  15

48.   Pubblicato l’Archivio on line “Scrivere le migrazioni”  15

49.   Conti correnti e iscritti all’aire  15

50.   Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo, prosegue l’esame in Commissione Esteri 16

51.   Le annotazioni della scrittrice Patrizia Tocci sugli emigranti di ieri e di oggi 16

52.   Il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo sui capitoli di spesa di interesse per i connazionali all’estero  17

53.   Brexit. Risoluzione per la tutela dei connazionali 17

54.   Novità per l’esportazione di veicoli immatricolati in Italia  17

 

 

1.       2020: Herausforderungen für das „geopolitische Europa“  17

2.       Soleimanis Tod ändert nichts  19

3.       Papst Franziskus an die Weltpolitik  19

4.       Italien. Die Bewegung der Sardinen –eine neue Antwort auf den italienischen Rechtspopulismus  22

5.       „Wir sind nicht die Schweiz“  22

6.       Deutschland für ausländische Fachkräfte nur mäßig attraktiv  23

7.       Damoklesschwert Handelskrieg  23

8.       Caritas sieht Potential beim Fachkräfte-Einwanderungsgesetz  24

9.       Die wichtigsten Punkte des „Green Deal“  25

10.   Sardinen gegen Salvini 25

11.   Ewige Ruhe. Heidelberg hat die bundesweit erste interkulturelle Grabanlage  26

12.   Salvinis Traum von der rein italienischen Nutella  26

13.   1.000 Euro Schadensersatz. Eigentümer wollte nur an Deutsche vermieten  27

14.   Armutsbericht. „Armut in Deutschland ist nicht hauptsächlich ein Problem von Migranten“  27

 

 

 

In attesa di nuovi equilibri. Caos mediorientale: i rischi dell’effetto domino

 

L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e del capo della milizia irachena Ketaib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, da parte degli Stati Uniti ha impresso un nuovo giro di vite alle crisi mediorientali. Non sappiamo ancora come reagirà il regime iraniano, per il momento occupato ad onorare solennemente quello che era di fatto il principale manovratore della penetrazione iraniana in tutto il mondo arabo e islamico (e ad annunciare la rimozione dei limiti all’arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo sul nucleare, ndr).

La prima conseguenza politica è stato un voto del Parlamento iracheno in cui si chiede al governo di porre fine alla presenza di truppe straniere sul territorio nazionale, e si criticano aspramente gli Stati Uniti per aver, con il loro attacco, violato la sovranità irachena. La mozione non è impegnativa, ma intanto le forze della Nato hanno sospeso le operazioni contro i terroristi per concentrarsi sulla propria autodifesa e sulla protezione degli stranieri presenti nel Paese.

La tensione è molto alta, non solo in Iraq, ma anche in Siria e soprattutto in Libano, che potrebbe rivelarsi il vero punto debole della situazione, rischiando di rimettere in discussione gli equilibri costituzionali interreligiosi e intercomunitari che sinora, bene o male, hanno mantenuto in vita questo Paese. Una grave crisi libanese si rifletterebbe immediatamente sulla sicurezza di Israele e rimetterebbe in movimento alcuni milioni di profughi siriani e palestinesi ospitati in quelle terre.

Tempesta militare perfetta

Anche più grave potrebbe rivelarsi l’allargamento degli scontri alle acque del Golfo, mettendo a rischio le esportazioni di petrolio e di gas di tutti i Paesi rivieraschi e innalzando ai massimi livelli la tensione tra gli arabi da un lato e gli iraniani dall’altro, oltre a coinvolgere direttamente le importanti forze navali ed aeree di Washington nella regione (senza scordarsi di quelle britanniche, francesi, turche, russe, cinesi e persino italiane presenti nel Golfo). Nuove minacce ad Israele e venti di guerra sul Golfo possono innescare insieme una sorta di tempesta militare perfetta, in altri termini una guerra.

Non è uno scenario che possa piacere all’Iran, che di una tale guerra pagherebbe il costo maggiore, ma non è detto che i calcoli razionali siano sufficienti a porre un limite al desiderio di rivalsa e di vendetta. Scenari più razionali, peraltro, non sono molto più rassicuranti perché si parla di un montare degli attentati terroristici, di un inasprirsi dei contrasti religiosi e settari, del tentativo di mettere in campo attacchi cibernetici, e così via.

Ma anche se in qualche modo riuscissimo a superare senza troppi danni la fase più acuta della crisi, rimane la domanda di fondo: quale sarà la nuova situazione che dovremo affrontare in Medio Oriente?

Ritorno in campo delle grandi potenze

Avremo forse una regione in cui gli americani saranno molto temuti, ma anche molto meno influenti, e dove le maggiori potenze regionali saranno impegnate in complessi giochi geopolitici dalle moltissime sfaccettature, molto difficili da decifrare. In cui alcuni stati, dall’Iraq alla Siria e forse anche alla Libia, forse non saranno formalmente smembrati, ma di fatto verranno sezionati in diverse e mutevoli zone di influenza delle varie potenze regionali: zone in continuo movimento e ridefinizione, con un aumento notevole delle sofferenze della popolazione e quindi forse anche nuovi movimenti massicci di profughi. Una regione percorsa da ventate di irredentismo religioso, a tutto scapito delle tante minoranze che sinora avevano condiviso quelle terre, e quindi anche, probabilmente, fonte di nuovi movimenti terroristici.

È difficile che una situazione del genere possa durare indefinitamente. Sarà necessario trovare nuovi equilibri, e questo probabilmente costringerà le potenze esterne a tornare in forze sul terreno. Con la speranza che non lo facciano solo per combattersi a vicenda. Stefano Silvestri, AffInt 5

 

 

 

 

Europa: parole non fatti

 

Si viene oggi a sottolineare che nella coalizione anti ISIS ha fatto parte anche l’Iran. Sorge spontanea l’irritazione nel chiedersi se per questo motivo la presenza del generale Soleimani a Baghdad, significasse una garanzia per le truppe NATO nella piena riuscita della guerra contro il terrorismo mussulmano. Il pupillo di Khamenei era a capo delle forze Hezbollah e stringeva accordi con Hamas. Entrambe forze riconosciute di un grande terrorismo arabo organizzato, capaci di riorganizzarsi e di scagliare centinaia di razzi contro Israele. Ne testimoniano le presenze di loro capi durante i funerali del generale, mentre le bandiere di USA e Israele vengono bruciate, accompagnate dalla rabbia di centinaia di migliaia di persone.

 

Ancora una volta l’Europa tace, non reagisce. Israele viene visto solo come un puntino nello scacchiere mediorientale, mai come avamposto della democrazia cui l’Europa si vanta. L’Iraq governato dagli sciiti ha aperto le porte all’esercito iraniano, permettendo che si infiltri in Siria, pronto ad attaccare Israele. L’Europa col paraocchi si difende accusando Trump di non essere stata informata. Fa comodo ai politici nostrani pensarla così. Sembra strano che almeno i paesi che contano: Germania, Francia ed Inghilterra, non ne fossero a conoscenza e pur ipotizzando che solo la Gran Bretagna, quale grande alleata degli Stati Uniti, avesse ricevuto poco prima le direttive di Trump, il non aver diffuso l’informativa – facendo UK ancora parte della UE oltre che della Nato – significherebbe un tradimento bello e buono.

 

Ma la Gran Bretagna ha seri problemi con l’affluenza araba sul suo territorio, che per i benefici dati dallo Stato per ogni nascituro, si ritroverà presto sommersa. In Germania l’affluenza turcomanna costituisce da decenni una forte percentuale della popolazione, mentre durante le commemorazioni degli attacchi terroristici subiti, la Francia si trova imprigionata in questioni economico-sociali interne, che sviano l’interesse verso quella costola dell’Europa chiamata Israele.

 

Noi italiani restiamo schiavi del petrolio e della politica velatamente antisemita/antisionista/anti israeliana che da un lato all’altro dello stivale politico invoca non soltanto l’avvicinamento ai paesi arabi ma pretende in contemporanea l’opposizione ad Israele. Contiamo poco in Europa, conteremo di meno nel Mediterraneo. I giovani ebrei si stanno allontanando dalle loro recenti radici europee e non si può dar loro contro per questo. Se dobbiamo vivere dove si fa poco per conoscere quanto gli ebrei facciano parte della storia europea – non bastano il Giorno della Memoria e la Giornata della Cultura -, eccezione fatta di una manifestazione  francese o del forte grido della Senatrice Segre, dovremo subire ancora questa politica che per ignoranza ed opportunismo calpesta parti della nostra storia comune.

 

Nella foto di "ABEF - Archivio Baumann e Fischer" in allegato, sembra non sia cambiato nulla dagli anni '70: l'antisemitismo è presente da ogni parte. Unica grande differenza è che allora anche in Italia si facevano delle manifestazioni per contrastarlo. Alan Davìd Baumann, de.it.press 9

 

 

 

 

La risposta dell'Italia al fenomeno. Migranti: il ruolo delle Ong nei flussi del Mediterraneo

 

I flussi migratori, che hanno nel Mar Mediterraneo uno dei principali teatri d’azione, rappresentano non solo la chiara necessità di creare un sistema in grado di garantire l’osservanza dei principi fondamentali, ma anche lo sviluppo di nuove forme di relazioni, le quali vedono una crescente importanza degli attori non governativi (Ong).

 

L’evoluzione delle Ong nella Comunità internazionale

Le Ong attive a livello internazionale hanno ottenuto, grazie alla globalizzazione che ha portato a un aumento di problemi ‘globali’, una notevole capacità di influenzare l’agenda delle relazioni internazionali e così il diritto internazionale.

Difatti, tali organizzazioni si inseriscono per definizione in un contesto che supera le frontiere statali: ciò, insieme allo sviluppo della globalizzazione, permette loro di avere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale, con profonde ripercussioni sull’effettiva capacità degli Stati di mantenere il monopolio esclusivo della produzione del diritto internazionale.

A fronte però della crescente importanza delle Ong nello scenario internazionale, si verifica un atteggiamento di netta chiusura di alcuni Stati rispetto al ruolo di queste ultime, forse nell’intento di recuperare importanza nella Comunità internazionale, così come di negazione della dimensione globale di alcuni problemi. Una chiara conseguenza della posizione degli Stati può essere individuata nell’evoluzione dei codici di condotta a cui le Ong sono sottoposte.

I codici di condotta delle Ong

Per poter valutare il ruolo che i codici di condotta hanno sulle Ong è necessario sottolineare che il loro sviluppo nasce dalla volontà di queste di autodisciplinarsi. La creazione di codici da parte dell’autorità statale, come si vedrà con il caso italiano, è una conseguenza successiva.

Considerata la crescente pressione derivante dal loro ruolo giocato nella Comunità internazionale, molte Ong sono costrette a fronteggiare una differenza tra le leggi dello Stato di origine e quelle dei Paesi dove intervengono. Tale conseguenza pone queste organizzazioni in una posizione nella quale diventa fondamentale garantire non solo il rispetto dei principi fondamentali internazionali, ma anche delle norme dei Paesi coinvolti. Da qui, nasce l’esigenza per le Ong di sviluppare una serie di regole standard a cui rivolgersi per la corretta esecuzione delle operazioni sul campo, rispettando le parti interessate e assicurando il rispetto di valori come trasparenza e integrità.

Un esempio di questo genere può essere ritrovato nella World Association of Non-Governmental Organizations, una Ong che ha riconosciuto l’importanza dei punti qui espressi e che ha pertanto deciso di pubblicare nel 2004 il Code of Ethics and Conduct for Ngos, con lo scopo di rappresentare la comunità delle organizzazioni non governative e di avere un documento che potesse dare un’attuazione più ampia e globale delle misure espresse. Tra i molti punti indicati in questo codice si individuano sia i principi che devono guidare le Ong sia le pratiche da seguire per regolare, ad esempio, i rapporti con le agenzie governative o le forme di finanziamento.

Grazie ai codici di condotta diventa possibile per queste organizzazioni delineare le responsabilità che le contraddistinguono sulla scena internazionale e quindi stabilire il ruolo che hanno rispetto agli Stati. In ogni caso, nonostante gli sforzi di alcune organizzazioni nel creare un sistema condiviso a livello internazionale, tali codici nascono dall’impegno delle Ong, pertanto, sono strumenti non vincolanti che non possono includere meccanismi di controllo e garantire un’applicazione uniforme.

Il caso italiano: una buona soluzione?

Nel 2017 le autorità italiane hanno scritto il Codice di Condotta per le Ong impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti in mare, un testo non vincolante, per garantire che le navi delle Ong impegnate nelle attività di Search and Rescue (Sar) – cioè quell’insieme di operazioni di soccorso in mare effettuate sia con mezzi navali che aerei – rispettassero una serie di regole prestabilite, cercando così anche di gestire gli effetti della crisi migratoria.

Data la polemica sorta per alcune disposizioni previste dal codice, giudicate da molte Ong lontane dai principi umanitari e dalle leggi internazionali del mare a cui esse si ispirano, sono poche le organizzazioni ad averlo sottoscritto. Infatti, uno dei punti più dibattuti vieta alle organizzazioni di entrare in acque territoriali libiche a meno che non si riscontri una circostanza eccezionale.

Ciò può creare una situazione di pericolo per la vita dei migranti poiché le persone recuperate dalla Guardia costiera libica vengono riportate in territorio libico, nel quale mancano le caratteristiche del ‘porto sicuro‘. Inoltre, secondo il codice, per le Ong è anche inammissibile inviare segnalazioni luminose o avere comunicazioni con imbarcazioni che trasportano migranti allo scopo di facilitare le operazioni di imbarco.

Questo, però, come afferma lo stesso codice sottolineando che l’impegno può essere derogato “per preservare la sicurezza della vita in mare”, è contrario alle principali norme del diritto internazionale del mare: è fondamentale garantire la sicurezza di navigazione, oltre a permettere il normale svolgimento delle operazioni Sar.

Dunque, dall’analisi di questo codice si evidenziano due elementi. Da un lato si rileva che la gestione del fenomeno migratorio è ancora lungi dall’aver individuato una linea d’azione comune: sebbene non vincolante, il codice non risponde alle esigenze che si stanno sviluppando nel Mediterraneo e, di riflesso, in Europa. Dall’altro è manifesta l’ostilità dell’Italia a instaurare un dialogo con queste organizzazioni per migliorare le attività di coordinamento e, perciò, ne emerge la necessità di individuare una soluzione sovrastatale che coinvolga pienamente anche l’Ue.

Come si è visto, i codici di condotta rappresentano un’importante risposta all’evoluzione della Comunità internazionale da parte delle Ong che vogliono dichiarare la propria posizione e formarsi come soggetti dotati di responsabilità. La reazione dell’Italia dimostra però una tendenza diversa che mira a circoscrivere il raggio di azione di tali organizzazioni.

In questo sistema internazionale globalizzato, caratterizzato da nuove forme di relazioni e trasformazioni repentine, tale ‘braccio di ferro’ rappresenta la necessità di individuare strumenti capaci di rispondere in maniera adeguata e uniforme ai cambiamenti in atto, bilanciando gli interessi degli attori e affermando il rispetto dei principi internazionali. AffInt 22.12.

 

 

 

Migranti, calano gli arrivi. Più italiani all'estero

 

Meno immigrazioni, più italiani all'estero. Nel 2018 le cancellazioni anagrafiche per l’estero (emigrazioni) sono 157 mila (+1,2% sul 2017). Di queste, quasi tre su quattro riguardano emigrati italiani (117 mila, +1,9%). Le iscrizioni anagrafiche dall’estero (immigrazioni) sono circa 332 mila, per la prima volta in calo rispetto all’anno precedente (-3,2%) dopo i costanti incrementi registrati tra 2014 e 2017. Più di cinque su sei riguardano cittadini stranieri (286 mila, -5,2%). Il volume della mobilità interna totale è di 1 milione 358 mila trasferimenti (+1,8%). In tutto sono 816mila gli italiani trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni. E' quanto si apprende dal rapporto Istat sull'immigrazione.

Nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno.

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000.

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila).

Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera: si tratta di cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi "nuovi" italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina.

I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (55% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Nel 2018, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (56%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 18 mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%.

Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2018 più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all’estero (53%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati. Rispetto all’anno precedente le numerosità dei diplomati e laureati emigrati sono in aumento (rispettivamente +1% e +6%). L’incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto crescono del 45%.

Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero hanno 25 anni o più: sono poco più di 84 mila (72% del totale degli espatriati); di essi 27 mila (32%) sono in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d’età si riscontra una lieve differenza di genere: nel 2018 le italiane emigrate sono circa il 42% e di esse oltre il 35% è in possesso di almeno la laurea, mentre, tra gli italiani che espatriano (58%), la quota di laureati è pari al 30%. Rispetto al 2009, l’aumento degli espatri di laureati è più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%), Tale incremento risente in parte dell’aumento contestuale dell’incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,3% del 2008 al 7,5% del 2018).

Le iscrizioni anagrafiche dall’estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all’anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.

L’andamento dei flussi migratori in ingresso nell’ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni per tutti i paesi esteri: dopo l’incremento dovuto alle regolarizzazioni e all’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall’estero hanno avuto un lento declino. Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare per via dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, caratterizzati prevalentemente da cittadini in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Nel 2018, questi ingressi hanno subito una battuta d’arresto.

Nel 2018 le iscrizioni anagrafiche dall’estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017). Meno numerosi i flussi provenienti dall’Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all’anno precedente (+16%). Seguono le iscrizioni da Ucraina (8 mila, -2%), Germania (oltre 7 mila, +9%) e Regno Unito (poco meno di 7 mila, +12%). Per gli ultimi due flussi si tratta prevalentemente di cittadini italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all’estero.

Sempre consistenti, ma nettamente in diminuzione, le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare quelle provenienti da Nigeria (18 mila, -24%), Senegal (9 mila, -20 %), Gambia (6 mila, -30%), Costa d’Avorio (5 mila, -27%) e Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l’unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all’anno precedente (17 mila, +9%).

Tra i flussi provenienti dall’area asiatica, i più cospicui sono quelli da Bangladesh e Pakistan (entrambi 13 mila, ma in calo rispettivamente di 8% e 12%), le immigrazioni dall’India invece ammontano a oltre 11 mila e aumentano del 42% rispetto al 2017. In aumento anche le iscrizioni dall’America: dal Brasile si contano circa 24 mila iscritti (+18%), dal Venezuela circa 6 mila (+43%) e dagli Stati Uniti oltre 4 mila (+16%).

Le immigrazioni di cittadini italiani ammontano a 47 mila nel 2018 (14% del totale iscritti dall’estero). Si tratta di flussi provenienti in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione italiana. Ai primi posti della graduatoria per provenienza si trovano, infatti, Brasile e Germania (che insieme originano complessivamente un quarto dei flussi di immigrazione italiana), Regno Unito (10% sul totale immigrati italiani), Svizzera (9%) e Venezuela (7%). Per alcuni di essi è plausibile l’ipotesi del rientro in patria dopo un periodo di permanenza all’estero.

La destinazione dei migranti nel Paese di accoglienza è subordinata a diversi fattori e strettamente connessa al motivo dell’ingresso nel nostro Paese; l’offerta di lavoro, la qualità della vita, le componenti legate alla presenza di reti di comunità o familiari che favoriscono i ricongiungimenti sono tra i fattori più importanti quando si tratta di flussi di immigrazione connessi a un progetto migratorio. Anche la posizione geografica della regione o della provincia di insediamento può condizionare la scelta. Ad esempio, una regione di confine può essere più facilmente meta di trasferimenti da Stati limitrofi, così come le province in cui sono presenti centri di accoglienza per i richiedenti asilo e protezione umanitaria sono state interessate dai flussi migratori dell’emergenza più di altre.

Nel 2018 la principale regione di destinazione delle iscrizioni dall’estero è, in termini assoluti, la Lombardia che, da sola, accoglie il 20% dei flussi. Seguono, a grande distanza, Veneto e Lazio (entrambe 10%), Emilia-Romagna (9%), Toscana e Piemonte (entrambe 7%). Alcune regioni del Mezzogiorno risultano attrattive, almeno per quanto riguarda la prima residenza sul territorio: Campania, Sicilia, Puglia e Calabria ricevono complessivamente il 20% dei flussi.

In termini relativi, i tassi di immigratorietà più elevati si registrano in Molise, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia (7 immigrati ogni 1.000 residenti). I tassi più bassi, invece, si hanno in Puglia e Sardegna (3 per 1.000). adnkronos 16.12

 

 

 

 

Storie, crisi, personaggi. Accadde Domani: Brexit, clima, Usa 2020, tris per l’Anno Nuovo

 

Caliamo un tris di eventi mondiali, sul tavolo del 2020, storie da seguire per tutto l’anno: la Brexit, il clima, Usa 2020. Che può diventare un full, se lo sport conta, con Europei di calcio ed Olimpiadi di Tokyo. Oppure un poker, se l’impeachment non dovesse fare flop subito a gennaio.

La Brexit sarà cosa fatta al 31 gennaio, nel senso che l’Ue non sarà più a 28 ma a 27. Ma tutto l’anno se ne andrà nei negoziati tra Bruxelles e Londra sul futuro assetto delle relazioni tra Regno Unito – ma non troppo, con la Scozia e l’Ulster in agguato e in subbuglio – e Unione europea, più unita che mai, invece, su questo fronte.

Il clima: qualcuno dirà che abbiamo appena finito di parlarne alla Cop 25 di Madrid – ed è vero -, ma siccome la conferenza è stata un buco nell’acqua, se non nell’ozono, ne continuaremo a parlare fino alla Cop 26 di Glasgow (e il percorso d’avvicinamento prevede tappe in Italia).

Usa 2020 fa l’unanimità dei consensi: il presidente degli Stati Uniti verrà eletto il 3 novembre e ci aspettano 300 giorni di campagna elettorale, passando attraverso le primarie – da febbraio a giugno -, le convention – in estate –, i dibattiti presidenziali tra settembre e ottobre. Tutto potrebbe prendere colori più intensi e avere sbocchi imprevisti se la procedura d’impeachment contro Donald Trump non si esaurisse presto in Senato, ma restasse viva a lungo (sarebbe un peso sul percorso elettorale del magnate presidente, oppure un boomerang su quello dei suoi rivali).

Le aree di crisi

Il nostro tris non esaurisce però le criticità per la sicurezza internazionale del prossimo anno. Per le aree di tensione 2020, le previsioni non sono fauste: i contrasti in Medio Oriente, arabo-israeliani, ma più ancora in questa fase tra Iran e  Arabia saudita, non saranno archiviati, anche se il conflitto in Siria sarà forse a minore intensità; la Libia resterà uno Stato fallito, se non si frammenterà ulteriormente; e le guerre in Africa continueranno a essere combattute; le ragioni del fermento in America latina, ingiustizie e disuguaglianze, non saranno sanate; la pericolosità della Corea del Nord non sarà ‘neutralizzata’ da vertici e accordi; le frizioni nei rapporti degli Usa con Cina e Russia non saranno azzerate. E, a rendere più minaccioso il prossimo quadriennio, c’è il rischio che Trump sia rieletto.

Alcuni eventi degli ultimi giorni, anche delle ultime ore, allungano ombre sinistre sul Nuovo Anno: l’interventismo della Turchia in Libia, dove altri attori esterni, fra cui l’Italia, stavano invece rivalutando l’equidistanza; i raid Usa su presenze filo-iraniane in Iraq e in Siria, un episodio che aggroviglia, e non sbroglia, l’intreccio di interferenze esterne e tensioni interne in quei Paesi; infine, i propositi minacciosi del dittatore nord-coreano Kim Jong-un, che si ricorda al Mondo, e soprattutto a Trump, che ogni tanto lo esibisce come trofeo della sua politica estera e poi se ne scorda.

Eppure, una cosa è certa: l’Anno Nuovo sarà migliore, come lo pubblicizza, instancabile, da ormai quasi due secoli, il venditore di almanacchi.

La Brexit e il riposizionamento della Gran Bretagna

Il voto britannico del 12 dicembre ha messo la pietra tombale sulle recriminazione dei ‘negazionisti della Brexit’: che vogliano davvero andarsene o che vogliano semplicemente mettere la parola fine alla pantomima dei negoziati con l’Ue, gli elettori hanno affidato un chiaro mandato al loro premier Boris Johnson, fare la Brexit e attuare finalmente quanto deciso con il referendum del 23 giugno 2016.

Il primo passo è relativamente semplice: l’uscita formale avverrà entro il 31 gennaio, Londra non avrà più voce in capitolo nelle decisioni dell’Ue. Dopo di che, ci sarà tutto l’anno, salvo proroghe (da non escludersi), per negoziare il futuro assetto delle relazioni tra Unione europea e Regno Unito e per cercare una soluzione, che apparentemente non c’è, alla ‘questione irlandese’ – mantenere aperta la frontiera tra Eire e Ulster, ma garantire, nel contempo, la separazione tra i mercati interni europeo e britannico -.

Il riposizionamento sarà relativamente indolore per l’Ue, che, infatti, nella trattativa, ancora affidata a Michel Barnier, non ha mai avuto tentennamenti: e sarà molto più complesso per il Regno Unito, che deve nello stesso tempo ridisegnare i propri rapporti con gli Stati Uniti e con il resto del Mondo sul piano politico ed economico.

Il negoziato post Brexit sarà uno dei banchi di prova delle nuove Istituzioni europee uscite dall’anno delle elezioni e del rinnovo delle cariche: la Commissione europea della presidente – donna e tedesca – Ursula von der Leyen s’è data priorità di ampio respiro nel segno del rilancio della crescita e dell’occupazione, dell’integrazione e della coesione, dell’ammodernamento e dell’adeguamento energetici e digitali del modello europeo. Ma, nell’immediato, deve chiudere il discorso del bilancio Ue pluriennale.

+A farlo presto e bene non l’aiuta molto il calendario delle presidenze di turno del Consiglio dell’Ue: inizia la Croazia, all’esordio, cui darà il cambio il 1° luglio una Germania, non all’apice delle sue forza economica e solidità politica. Ed è un handicap la situazione malferma di molti leader europei: in Italia; in Spagna; in Germania, dove la cancelliera Angela Merkel è logorata dalle sconfitte sue e dei suoi alleati; anche in Francia, dove il presidente Emmanuel Macron è oggetto di contestazioni radicali e violente.

Usa 2020 e l’attacco al Gradasso in Capo dei Grandi Vecchi

Più mediaticamente spettacolare il percorso verso l’Election Day negli Stati Uniti del 3 novembre, quando gli americani decideranno chi sarà il loro presidente fino al 2024 e rinnoveranno, inoltre, tutta la Camera e un terzo del Senato. Se l’impeachment  non va in porto, com’è oggi probabile, Donald Trump sarà uno dei protagonisti della corsa alla Casa Bianca.

Contro di lui, i democratici devono decidere chi schierare: lo faranno, nei prossimi mesi. Per ora, l’onda anomala di una trentina di aspiranti alla nomination democratica ha fatto emergere un poker di Grandi Vecchi, l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden, i senatori Bernie Sanders e Elizabeth Warren e il miliardario Mike Bloomberg, tutti ultra-settantenni e tutti bianchi: Biden e Bloomberg sono moderati; Sanders e la Warren sono ‘sinistrorsi’. A loro, prova a tenere testa – e finora ci riesce – Pete Buttigieg, il ‘nipote d’America’, 37 anni, sindaco omosessuale e arcobaleno d’una cittadina dell’Indiana, South Bend.

Una di queste carte rimaste in mano ai democratici si rivelerà vincente?, o Trump ce la farà ancora?, o uscirà un jolly?, e ci sarà la ‘sorpresa d’ottobre’? Tutte le opzioni sono aperte, a un mese dall’avvio, il 3 febbraio, nello Iowa, terra di caucuses, del più grande spettacolo politico mondiale, l’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Clima: governi freddi sul riscaldamento globale

Il sostanziale insuccesso della Cop25 di Madrid “è solo il sintomo – scrive su AffarInternazionali.it Luca Bergamaschi – di una politica internazionale che fa passi indietro”, specie se la si confronta con la sensibilità dell’opinione pubblica, sulla lotta contro il riscaldamento globale: “A Italia e Regno Unito il compito di rilanciare l’azione nel 2020”. “Lo scollegamento tra la realtà e i negoziati sul clima non è mai stato così palpabile”, constata Bergamaschi, che ha seguito i lavori madrileni.

I testi finale della Cop25 di Madrid riconoscono che tutti gli Stati devono fare di più per ridurre le emissioni: con le politiche attuali, siamo avviati a raggiungere entro fine secolo 3 gradi d’aumento globale medio della temperatura; il che “minerebbe le basi della convivenza umana”, nota Bergamaschi. Gli Stati devono presentare entro la Cop26 piani che riflettano “la più alta ambizione possibile”, riconoscendo l’urgenza del problema come indicato dalla comunità scientifica.

Un passaggio importante sulla via da Madrid a Glasgow sarà il confronto tra Ue e Cina, campione d’investimenti in rinnovabili, ma anche di consumo di carbone: al Summit Ue-Cina, il 14 settembre a Lipsia, Bruxelles e Pechino dovranno assumere la leadership globale che oggi manca, specie dopo la defezione degli Stati Uniti, annunciando nuovi obiettivi da portare insieme al tavolo di Glasgow.

L’Europa ha già lanciato segnali incoraggianti: la nuova Commissione ha presentato lo European Green Deal – il più grande piano di trasformazione ecologica del continente mai lanciato – e ha pure prospettato, a livello di capi di Stato e di governo, l’obiettivo delle neutralità climatica, cioè zero emissioni nette, entro il 2050 – è la prima regione globale a darsi un target così ambizioso -.

Per dare credibilità a tale aspirazione, bisogna però vincere le residue resistenze e adottare, si spera già al Consiglio europeo del giugno 2020, l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni al 2030 (rispetto all’attuale 40%).

Molti Paesi europei hanno già detto sì, l’Italia sembra ancora esitare. Per giocare un ruolo chiave nel 2020 quale presidente della pre-Cop, a Milano a ottobre, ed essere di supporto alla presidenza britannica della Cop26, Roma deve darsi una mossa: non si guida la carrozza dal predellino del lacchè, dietro la vettura. Giampiero Gramaglia,  AffInt 31

 

 

 

L’Europa vola verso il “Green New Deal”

 

«Il nostro obiettivo è di essere il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050». Lo ha detto Ursula von der Leyen nel giorno del suo insediamento a presidente della Commissione Europea. E lo ha ripetuto nel corso del suo intervento alla Conferenza sul clima COP 25 di Madrid. Il “Green New Deal” è la nuova strategia di crescita dell’Europa: ridurrà le emissioni creando posti di lavoro e migliorando la qualità della vita. A tal fine, la von der Leyen ha assicurato che lo stanziamento di mille miliardi previsto per il prossimo decennio dalla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) metterà in moto un piano di investimenti in ricerca, innovazione e tecnologie verdi del valore di un trilione di euro (un miliardo di miliardi). Un piano che prevede energia pulita, economica e sicura, il potenziamento dell’economia circolare ed una strategia per le fattorie e la biodiversità. Affinché la decarbonizzazione non generi vittime, la Presidente ha assicurato che con il “Just Transition Fund” (un Fondo che farà leva su risorse pubbliche e private) verranno aiutati tutti, in modo da non lasciare indietro nessuno. A livello internazionale l’Europa è pronta e si muove velocemente, impegnata a contribuire ad un accordo verde globale. I segnali concreti del “Green New Deal” sono già visibili. Il 9 dicembre la Commissione europea ha approvato un progetto del valore di 3,2 miliardi di euro da investire in dieci anni per costruire batterie elettriche di lunga durata, protagoniste del mercato energetico e della mobilità. Al progetto parteciperanno Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Polonia e Svezia. Delle 17 imprese coinvolte, 5 sono italiane o hanno sede in Italia (Enel X, Endurance, FAAM, Solvay, Kaitek). Le 17 imprese partecipanti collaboreranno tra loro e con 70 partner esterni comprendenti piccole e medie imprese e organismi di ricerca europei. Si prevede che questa iniziativa possa mobilitare 5 miliardi di euro supplementari di investimenti privati. Il completamento dell’intero progetto è previsto per il 2031. Attualmente solo l’1% della produzione mondiale di batterie di lunga durata con celle agli ioni di litio è di provenienza europea. Secondo le stime dell’autorevole “Boston Consulting Group” (Bcg), il mercato delle batterie al litio potrebbe toccare i 45 miliardi di euro entro il 2027, con una quota di provenienza europea che potrebbe coprire dal 20% al 30% del totale. Margrethe Vestager, vicepresidente della Commissione Europea e commissario alla Concorrenza, ha spiegato che «la produzione di batterie in Europa riveste un interesse strategico per l’economia e la società. Dato il suo potenziale in termini di mobilità pulita, significa posti di lavoro, sostenibilità e competitività». In Italia il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha dato il via libera all’Accordo con le Regioni Basilicata e Piemonte, Invitalia e le società Fiat Chrysler (Fca) Melfi, Fca Italy e CRF (Centro ricerche Fiat) per un programma di ricerca, sviluppo e produzione di veicoli elettrici e ibridi negli stabilimenti di Melfi, Orbassano e Torino Mirafiori. Per lo sviluppo e la produzione di veicoli elettrici a prezzi accessibili, saranno disponibili risorse per un totale di 136,6 milioni di euro da investire entro il 2022. L’accordo di sviluppo consentirà sia il graduale reintegro del personale temporaneamente in esubero (3.458 lavoratori attualmente in contratto di solidarietà), sia la creazione di ulteriori 100 posti di lavoro presso lo stabilimento di Melfi. Nel frattempo cresce velocemente il mercato delle auto ibride ed elettriche. Solo nel mese di novembre sono cresciute del 40,1% le vendite di auto ibride e del 130,2% le vendite di auto elettriche.

Antonio Gaspari, orbisphera

 

 

 

 

Gli italiani oltre confine

 

Gli italiani residenti oltre confine sono 5.492.000 di cui, però, 1.847.500 vive all’estero dalla nascita. Nel frattempo, nel giro di diciotto anni (2000/2018), la percentuale di Connazionali per il mondo è salita del 28% rispetto al passato di stessa durata (1981/1999).

Concretamente, il numero maggiore è concentrato in Paesi europei. La nostra Comunità più numerosa è in Germania, seguita dalla Svizzera. A conti fatti, dall’Italia si continua a espatriare. Questa volta, però, non sono i manovali a lasciare il Paese. Lo abbandonano specialisti diplomati e laureati. Le spiegazioni di questo fenomeno sono variegate e con l’amaro sentore di una politica occupazionale carente.

 

 C’è, però, chi è convinto che questi nuovi flussi non debbano essere interpretati come fughe, ma come libere scelte. Sarà. Intanto, si continua a perdere maestranze specializzate. Del resto, sempre per voci autorevoli, le attuali correnti migratorie sarebbero solo temporanee; con prospettive di un futuro rientro. Tuttavia, i nostri dubbi restano; anche perché la mancanza di lavoro non avrà tempi brevi.

 

La realtà attuale è differente e più sconcertante di quella testimoniata nella prima metà del secolo scorso. Lo scriviamo con convinzione: lasciare il proprio Paese è anche segno di una sconfitta sociale della quale gli implicati non sono la causa primaria. Da qualche tempo, lasciano la Penisola anche i pensionati che intendono vivere, con più dignità, la loro vecchiaia in Paesi ospitali e meno “costosi ” del Bel Paese.

 

 Cerchiamo, per una volta, d’essere coerenti: se l’Italia potesse offrire occupazione e prospettive di lavoro per il futuro, l’Emigrazione andrebbe a ridursi fisiologicamente e l’emergenza “esodo” sarebbe più bilanciata. Non è così. Purtroppo, il Paese si presenta ancora con tanti problemi occupazionali. Le “promesse” di lavoro non bastano per ridare fiducia a chi l’ha perduta. Insomma, la nostra Emigrazione ha dei precisi responsabili che, nonostante tutto, continuano a “barcamenarsi” nella politica nazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente

 

Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri)

 

ROMA - Nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno.

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. (Inform)

 

 

 

 

Merkel, saluto ambientalista: "Il riscaldamento globale minaccia vera, ed è colpa nostra"

 

Nel messaggio di fine anno la cancelliera si schiera, seppur con la consueta moderazione, accanto a Greta Thunberg. "Dobbiamo fare tutto il possibile per affrontare la sfida, mi assicurerò che la Germania faccia la sua parte" – di

Giampaolo Cadalanu

 

BERLINO. “Il riscaldamento globale è reale, ed è una minaccia, causata dagli uomini”: nel tradizionale discorso di fine anno, Angela Merkel ha preso una posizione decisa sui temi ambientali, sottolineando, sia pure con i suoi consueti accenti moderati, che l’emergenza climatica la preoccupa. La cancelliera è quasi al termine del suo ultimo mandato, con le prossime elezioni della Repubblica federale previste per l’autunno 2021. E ha deciso di sfruttare l’attenzione del pubblico tv di Capodanno per lanciare un appello alla responsabilità generazionale. Facciamolo per i nostri nipoti, dice. Quella che resta la donna più popolare di Germania si schiera accanto alla ragazzina più popolare fra i teenager: frau Angela accanto a Greta Thunberg.

 

“Dobbiamo fare tutto ciò che è umanamente possibile per affrontare questa sfida”, dice la cancelliera, ricordando che lei, a 65 anni, ha raggiunto un’età in cui le conseguenze del riscaldamento globale non dovrebbero essere una preoccupazione, perché non vedrà gli effetti dell’azione o dell’inazione dei politici. “Saranno i nostri figli e nipoti che dovranno convivere con le conseguenze di quello che facciamo o non facciamo oggi. Per questo userò tutta la mia forza per assicurarmi che la Germania faccia la sua parte, da un punti di vista ecologico, economico, sociale, per mettere sotto controllo il cambiamento climatico”.

Bisogna a pensare fuori dagli schemi per far fronte a queste sfide, incita la cancelliera. “Per farlo, abbiamo più che mai bisogno del coraggio di pensare in modo nuovo. Serve la forza di lasciare percorsi familiari, la volontà di provare vie nuove e la determinazione di agire più in fretta, con l’idea che una strada nuova possa e debba avere successo, se vogliamo che i giovani di oggi e i loro discendenti siano in grado di vivere bene su questa Terra”, ha detto la Merkel.

LR 31

 

 

 

Ricollocamenti, volo per la Germania per 132 richiedenti asilo

 

ROMA – È partito da Roma un volo diretto in Germania con 132 richiedenti asilo già accettati da Berlino nell’ambito delle procedure di ricollocamento avviate dalla Commissione Europea su richiesta dell’Italia. Sale così a 392 il numero dei migranti redistribuiti in Europa da settembre ad oggi. Il Ministero dell’Interno segnala come si tratta di un concreto risultato legato alla più fattiva solidarietà europea consolidata anche per effetto del pre-accordo de La Valletta sottoscritto a settembre da Germania, Francia, Italia e Malta: 98 trasferiti al mese rispetto alla media di 11 nei precedenti otto mesi del 2019.  Sul volo diretto in Germania erano presenti migranti sbarcati dalle navi: Cigala Fulgosi (10/5/2019); Sea Watch 3 (29/6/2019); Gregoretti (31/7/2019); Open Arms (21/8/2019); Eleonore (2/9/2019); Ocean Viking (19 e 24/9/2019). Per la prima metà di gennaio è programmato un altro volo per trasferire in Germania oltre 100 richiedenti asilo sbarcati dalle navi: Ocean Viking (17 e 30 /10/2019); Alan Kurdi (3/11/2019); Ocean Viking (24/11/2019); Aita Mari (26/11/2019); Open Arms (26/11/2019).  Proprio per accelerare le procedure di ricollocamento, uno dei pilastri del preaccordo di Malta fissa in quattro settimane (dallo sbarco) il termine massimo per l’effettiva redistribuzione dei richiedenti asilo nei paesi che si rendono disponibili ad accoglierli. Dip 20.12.

 

 

 

L’Istituto IAL-CISL Germania, promotore di iniziative per i 70 anni della Grundgesetz

 

STOCCARDA - La presenza italiana in terra tedesca ha radici secolari.

Quella più recente risale al Secondo Dopoguerra e più precisamente al periodo successivo all’Accordo italo-tedesco sul reclutamento della manodopera che riporta la data del 18 dicembre 1955.

Da questo nastro parte la storia dei Gastarbeiter, delle Missioni Cattoliche, dei servizi sociali Caritas delle diocesi tedesche, dell’insediamento dei Patronati delle Confederazioni sindacali italiane INAS-CISL, Inca-Cgil, Ital-UIL e delle ACLI. Si fortifica la rete dei servizi consolari, nascono associazioni nazionali (ACLI, Filef, Unaie, Fernando Santi), centri italiani, squadre di calcio ecc. 

Con la scolarizzazione nascono nuovi gruppi di interesse: associazioni genitori, insegnanti, gli Uffici Scuole presso i consolati e l’ispettorato scolastico presso  l’Ambasciata.

I problemi d’inserimento sono notevoli e la Germania, che contava di reclutare “braccia e non persone”, si è trovata impreparata.

Dopo la crisi petrolifera e gli “anni di piombo” del decennio 1970 – 80, i Länder istituiscono l’Ausländerpädagogik per governare con maggiore determinazione i problemi dell’inserimento scolastico  e tentare di arrestare l’afflusso, a gettito continuo nelle Sonderschulen (scuole differenziali) di alunni stranieri, non solo più italiani ma anche turchi e portoghesi,.

Quelle condizioni, durate oltre 30 anni, sono fortunatamente superate grazie al ricambio generazionale.

Gli alunni di quel tempo sono i genitori di oggi e i genitori di allora sono i nonni di oggi.

“Col tempo – recita un vecchio proverbio – maturano anche le nespole” ed è quanto si sta registrando anche nella nostra collettività italiana in Germania che attualmente sfiora un milione di presenze fra italiani, doppi cittadini e connazionali di recente emigrazione.

Oggi c’è la consapevolezza che per gran parte della nostra collettività la Germania è diventata la seconda patria. Ed è in quest’ottica che l’Istituto IAL-CISL Germania ha promosso nel periodo settembre - dicembre ben nove manifestazioni sui 70 anni della Legge Fondamentale tedesca (Grundgesetz).  E lo ha fatto sia in 6 corsi di lingua e cultura italiana in altrettante località del Baden-Württemberg (il cui capoluogo di Land è Stoccarda) e sia presso tre associazioni “Volta la carta” di Heidelberg, il Centro Culturale italiano di Sindelfingen e il Centro Italiano di Calw (Foresta o Selva Nera).

Ad illustrare la Carta Fondamentale tedesca ai giovanissimi alunni italiani di scuola primaria e secondaria, nonché ai connazionali adulti è stato Alessandro Bellardita, giovane 38 enne originario della siciliana Modica, diventato magistrato tedesco e docente di Diritto Costituzionale alla Hochschule (Istituto Superiore) di Schwetzingen, nei pressi di Heidelberg.

Con molta semplicità egli è riuscito ad entusiasmare i ragazzi e far capire loro i valori fondanti della Grundgesetz, entrata in vigore il 23 maggio 1949, e le similitudini con la Costituzione italiana del 1° gennaio 1948.

Ciò che ha colpito molto i giovanissimi uditori è la centralità dell’individuo, la cui dignità è intangibile “Die Würde des Menschen ist unantastbar” e al cui rispetto e protezione è vincolato l’esercizio di ogni potere sociale.

La comprensione è stata facilitata anche da una pubblicazione bilingue delle due Costituzioni, promossa dall’InterComites Germania, organismo di coordinamento degli 11 Comites Germania.

Il successo ha preso di contropiede molti Schulrektoren (dirigenti scolastici) che, presi dalla quotidianità, non hanno debitamente pensato alla celebrazione di questo importante compleanno.

Qualche volta gli italiani riescono a vincere anche in casa tedesca. La semifinale dei Mondiali di calcio del 2006 a Dortmund fra la Nazionale di Lippi e quella del binomio Klinsmann/Löw ne è la riprova. 1-0 per giovanissimi e adulti italiani in Germania.

Buon Compleanno Grundgesetz!  Tony Mázzaro, Consigliere CGIE

 

 

 

Verrà inaugurata il 15 gennaio al Goethe-Institut di Amburgo la mostra fotografica “Italiani in Germania”

 

Amburgo – Verrà inaugurata mercoledì 15 gennaio alle ore 19 presso il Goethe-Institut di Amburgo la mostra fotografica “Italiani in Germania” con foto di Riccardo Venturi e testi del giornalista Lorenzo Colantoni, entrambi presenti all’evento insieme alla curatrice Arianna Massimi (Akronos). L’allestimento, realizzato in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia a Berlino, il Consolato Generale d’Italia in Hannover e l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, sarà visitabile fino al 7 febbraio (orario di apertura: dal lunedì al giovedì dalle ore 9 alle 17, il venerdì dalle ore 9 alle 16.

Il progetto Italiani in Germania nasce nel novembre 2018 come reportage per National Geographic Italia web, con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Direzione generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie), ed è parte del più ampio progetto “Italiani d’Europa”, articolato in tre ulteriori capitoli (“Italiani in Gran Bretagna”, “Italiani del Belgio” e “Italiani dell’Est”). L’obiettivo è costruire una panoramica dei principali movimenti migratori italiani del passato e del presente.

Prodotto dal giornalista Lorenzo Colantoni e dal fotogiornalista Riccardo Venturi in occasione di una serie di viaggi tra il 2017 e il 2018, “Italiani in Germania” ha vinto il più antico premio giornalistico italiano, “Premiolino”, nel giugno 2018 e intende ridisegnare un viaggio attraverso comunità storiche, nuova mobilità, storie familiari e avventure individuali in otto città tedesche: Stoccarda, Francoforte, Colonia e Ruhr, Wolfsburg, Amburgo, Berlino, Lipsia e Monaco. La mostra spazia così da storie di successo, come quella del direttore del Die Zeit Giovanni di Lorenzo, fino agli start-upper di Berlino e alla nuova e vecchia comunità operaia nata grazie alla Volkswagen di Wolfsburg. Un percorso ampio e complesso, che è stato e tuttora è fondamentale per la costruzione della comune identità europea.

“Raccontare gli italiani in Germania – si legge nella nota diffusa per segnalare l’inaugurazione dell’allestimento – è un processo complesso, tanto per le peculiarità della comunità italiana sia storica che contemporanea, che è stata ed è una delle più numerose al mondo (643.065 persone nel 2017 secondo lo Statistisches Bundesamt, ma forse quasi un milione secondo stime dell’Ambasciata), quanto per la sua presenza altalenante: sparendo quasi nel periodo delle due guerre, esplodendo negli anni ’50 e ’60 ma diminuendo di nuovo drasticamente negli anni ’70 e ’80. Il ricambio è stato particolarmente alto: dei circa quattro milioni di immigrati italiani venuti a lavorare nell’industria tedesca negli anni ’50 e ’60 meno di 500mila rimasero. A differenza di altri Paesi, dove l’emigrazione italiana è stata ed è tuttora forte, come il Belgio, la comunità italiana in Germania presenta così un quadro complesso che non si può dividere semplicemente tra il passato e il presente, gli operai da un lato e i manager e gli scienziati dall’altro. È una situazione che si intreccia a doppio filo con la storia tedesca, dalla prima e seconda guerra mondiale (e anche prima), fino alla riunificazione e alle grandi ondate migratorie odierne. Eventi a cui gli italiani hanno preso parte in prima persona”. Ingresso libero. (Inform 2)

 

 

 

Presentazione a Stoccarda del Rapporto Italiani nel Mondo

 

Stoccarda. Il “Rapporto Italiani nel Mondo 2019, l’importante e corposa ricerca fatta dalla Migrantes sulla evoluzione della migrazione italiana nel mondo, ci dice che l’Italia non è soltanto un Paese meta di migrazioni, ma è di nuovo una nazione di emigranti, che partono in prevalenza dal Meridione. Negli ultimi 13 anni, dal 2006 al 2019, il numero di chi se ne va dall'Italia è aumentato del 70,2 per cento e gli iscritti all'Aire, cioè l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, sono passati da poco più di 3,1 milioni a quasi 5,3 milioni e quasi la metà (48,9 per cento) è partito dal Sud.”

Questi alcuni dati che analizzano l'emigrazione italiana raccolti, come ogni anno, dalla Fondazione Migrantes.

 Le ACLI Baden-Württemberg, in collaborazione con la Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e la Migrantes,  annunciano la presentazione del  “Rapporto italiani nel mondo 2019” a Stoccarda: sabato 25 gennaio 2020 alle ore 16:30 presso la Rupert-Mayer-Haus Haus, Hospitalstr. 26. (entrata dalla Lange Str.)  70174 Stuttgart.

Con il Console Generale d’Italia Massimo Darchini, la Dott.ssa Delfina Licata – curatrice del Rapporto, il Prof. Toni Ricciardi, esperto dell’emigrazione  dell’Università di Ginevra e la Dott.ssa Luciana Mella, giornalista di Radio Colonia/COSMO si parlerà  del fenomeno migrazione, di comunità italiana in Germania, del ruolo della comunicazione (Radio Colonia) oggi e nel passato. Giuseppe Tabbì, Presidente ACLI Baden-Württemberg, si augura una buona partecipazione. De.it.press

 

 

 

Nuova rubrica di videointerviste del Consolato di Francoforte “5 minuti con…”

 

Francoforte sul Meno – Il Consolato Generale d’Italia a Francoforte amplia la propria offerta di comunicazione e diffusione della cultura italiana con la nuova rubrica di videointerviste dal nome: “5 minuti con…”. Su You Tube, canale ITALYINFFM, si possono vedere ed ascoltare le prime 3 videointerviste introdotte da un video-saluto del Console Generale Andrea Samà, che spiega le finalità della rubrica e le personalità che sono state intervistare nell’ultimo trimestre 2019. La rubrica prosegue anche nel 2020 con i prossimi ospiti italiani presenti agli eventi promossi dall’Ufficio culturale. Il  2020 sarà a Francoforte un anno speciale, dedicato ai 50 anni del gemellaggio tra le città di Francoforte e Milano, con un ciclo di iniziative in vari ambiti della cultura italiana ed una intensa collaborazione con il neonato “Italienzentrum – Centro studi sull’Italia” dell’Università J.W. Goethe della città sul Meno, nonché ad una ampia retrospettiva su Federico Fellini. La rubrica, nata anche grazie alla collaborazione con la testata online Francofortenews, è curata da Michele Santoriello. dip

 

 

 

Lo spettacolo “Istòs” il 13 gennaio a Berlino

 

Lo spettacolo nasce da un progetto che mira all’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese del settore culturale della Sardegna

 

Il 13 gennaio a Berlino e il 27 a Londra lo spettacolo “Istòs” (telaio in greco), una  coproduzione di Teatro Tragodia di Mogoro ed Effimero Meraviglioso di Sinnai che, ispirandosi alla leggenda riportata da Salvatore Cambosu nel suo libro “Miele amaro” dal titolo “Il cervo in ascolto”, presenta elementi fantastici attraverso i quali si racconta la nascita della tessitura in Sardegna. Il personaggio del cervo, misterioso e ambiguo, presente o evocato, è un elemento cardine per rappresentare quello che in Sardegna si racconta attraverso il carnevale: il legame stretto tra la vita e la morte, eros e thanatos. Lo spettacolo, a volte drammatico, a volte gioioso e fiabesco, altre riflessivo e profondo, racconta attraverso la tessitura il dipanarsi della vita, la costruzione della storia e della tradizione di un popolo. In scena un telaio immaginario, mosso dalle attrici, ma anche strumenti multimediali innovativi, come la penna grafica. Uno spettacolo che unisce tradizione, storia, territorio, cultura e promozione.

Autrice del testo è Virginia Garau. Regia di Maria Assunta Calvisi, direzione tecnica di Luigi Spano. La penna grafica che sottolinea le varie espressioni artistiche della tessitura  di Carol Rollo, i costumi evocativi e non legati alla tradizione di Caterina Peddis. A sottolineare momenti salienti le percussioni di Massimo Perra. Sul palco le attrici Rossella Faa (anche autrice delle musiche), Daniela Melis, Carmen Porcu, Giulia Giglio.

La trasferta all’estero – occasione anche per incontrare gli emigrati sardi ed i circoli del posto – fa parte di una serie di azioni del progetto “Memory Wefts” ideato dall’Ati (Tragodia, Effimero Meraviglioso e ditta Luigi Spano). Finanziato con il Bando della Regione Sardegna IdentityLAB_2, annualità 2018 “Sostegno finanziario alle imprese operanti nel settore culturale e creativo per lo sviluppo di progetti di internazionalizzazione nei mercati interessati ai beni, servizi e prodotti culturali e creativi della Sardegna” finalizzato all’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese del settore culturale della Sardegna.

Il primo appuntamento è per il 12 gennaio con un’anteprima a base di eventi di guerrilla marketing ( tecniche pubblicitarie non convenzionali con effetto sorpresa) che  si svolgeranno a Hannover, in occasione della Fiera del design tessile più importante d’Europa, il Domotex. Il 13 gennaio lo spettacolo andrà in scena a Berlino, presso il Tak-Theater Aufbau Kreuzberg.  Sarà poi la volta di Londra con guerrilla marketing il 26 gennaio e spettacolo il 27 gennaio, in occasione della Mostra dei tappeti antichi che si svolge in quel periodo nella capitale inglese. (Inform/dip)

 

 

 

 

“Street Home Napoli”, le sculture di Andrea Chisesi all’IIC di Monaco di Baviera

 

 Monaco di Baviera - “Street Home Napoli” ovvero Napoli in immagini e contaminazioni dalla strada alla casa. L’artista Andrea Chisesi celebra la città di Napoli attraverso le sculture classiche esposte a Monaco di Baviera nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura a partire dal 6 febbraio 2020.

La mostra, dedicata alle origini e storia della città, è un omaggio ad una metropoli in continua evoluzione ma con radici ben salde tra mito e realtà, presenterà opere che intendono riproporre un itinerario dalle radici alla modernità della cultura contemporanea napoletana.

Tutte le opere, eseguite attraverso le sue “fusioni”, realizzate con pitture, fotografie e inserti cartacei di manifesti raccolti in strada, testimoniano la vita cittadina, raccontano attraverso le sculture presenti nei poli museali della città la magnificenza nei secoli.

“La luce ed i colori che nelle strade di Napoli si raccontano, le stratificazioni, i materiali e colori più vari, come carta, gesso, cemento o legno sui quali si legge il segno del tempo, delle stagioni, degli amori, nelle opere degli street art che sovrapponendosi e sbiadendo giorno dopo giorno sfuggono all’occhio disinteressato o inesperto diventano frammenti di immagini che raccontano meglio di molte parole o di una sola immagine uno spaccato di città e di vita”, racconta Andrea Chisesi. “Voglio cogliere, selezionare e fondere questo tessuto con i miei soggetti, persone e personaggi che fanno parte di questa città dallo scugnizzo a San Gennaro”.

La mostra, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Forum Italia e Società Materiarte, è a cura di Anna Conti e Marcella Damigella e sarà allestita sino al 28 febbraio con ingresso libero. (aise/dip) 

 

 

 

Foto dell’anno dell’Unicef Germania: menzioni d’onore a due fotografi italiani

 

Per il ventesimo anno consecutivo, l’UNICEF Germania ha indetto il concorso internazionale Foto dell'anno UNICEF, che premia le foto e le serie fotografiche di fotogiornalisti professionisti che documentano in modo eccezionale la personalità e la situazione dei bambini. La foto vincitrice del concorso per quest’anno è del fotografo tedesco Hartmut Schwarzbach, che racconta della lotta coraggiosa dei bambini per sopravvivere, nello stesso momento, a tre delle tragedie più grandi dei nostri giorni: povertà, inquinamento atmosferico e lavoro minorile. La foto è stata scelta tra oltre 90 serie fotografiche di alta qualità in tutto il mondo.

Oltre alle tre foto vincitrici, la giuria ha assegnato 9 menzioni d’onore fra cui due ai fotografi italiani: Roselena Ramistella, con la serie fotografica: “Prossima generazione”, e Daniele Vita, con la serie fotografica: “L'eredità dei misteri”.

Nella foto vincitrice, il fotografo tedesco Hartmut Schwarzbach ritrae Wenie, di 13 anni, che pesca bottiglie di plastica dall’acqua nel porto di Manila (Filippine). Anche le fotografie che ottengono il secondo e il terzo premio documentano la vulnerabilità dei bambini, ma anche la loro forza contro la prospettiva di difficili condizioni di vita. Il fotografo australiano Andrew Quilty ha creato un ritratto di famiglia che ricorda quelli antichi e mostra sette bambini in Afghanistan, nessuno dei quali ha entrambe le gambe. Le loro ferite sono state causate dalla detonazione di una bomba inesplosa in un villaggio remoto. Il terzo premio di questo anno è stato conferito a un fotografo spagnolo, Antonio Aragón Renuncio, per la sua serie di foto sul lavoro minorile nelle miniere d’oro in Burkina Faso.

Sono in totale le 9 menzioni d’onore, comprese quelle ai due italiani Ramistella e Vita: Anas Alkharboutli, Siria (dpa), serie fotografica: Troppo colorato per essere vero? (Siria); Antonio Aragón Renuncio, Spagna (Fotografo freelance), serie fotografica: Resistenza alla lavagna (Burkina Faso); Sang Moo Han, Corea del Sud (per UNICEF Corea/Seoul), serie fotografica: La dura scuola della vita (Bangladesh); Emilienne Malfatto, Francia (Fotografo freelance), serie fotografica: Fatma e Tiktum (Iraq); Gregg Segal, USA (Fotografo freelance), serie fotografica: Cosa mangiano i bambini (quando hanno qualcosa da mangiare); Mohammad Shahnewaz Khan, Bangladesh (VOHH Institute), serie fotografica: Stelle cadute (Bangladesh); Matilde Simas, USA (Fotografa freelance), serie fotografica: Le ragazze come merce (Filippine).

Le foto vincitrici

La fotografia vincitrice: spazzatura, bambini e morte - Wenie vive nelle Filippine. Ogni giorno, pesca bottiglie di plastica dalle acque inquinate del porto nel distretto ‘Tondo’ di Manila per venderle a riciclatori di rifiuti per un centesimo. Anche se il lavoro minorile è ufficialmente proibito, molte ragazze e ragazzi degli slum non hanno altra scelta. I bambini, anche di sette anni, pagaiano nelle acque sporche del porto su zattere di bambù o sportelli di frigoriferi. Rischiano la loro salute e spesso le loro vite mentre cercano nell’acqua contaminata qualsiasi cosa di valore per assicurarsi la sopravvivenza.

Secondo premio: nessuna medaglia per il coraggio - Il secondo premio della competizione internazionale ritrae le terribili conseguenze della guerra in Afghanistan. Un’intera famiglia è vittima della detonazione di una bomba inesplosa nel suo villaggio. Il ritratto di famiglia mostra la dignità di sette bambini che hanno perso uno o più arti. Hanno anche visto morire la propria madre e la sorella. Solo lo scorso anno, oltre 1.400 civili sono stati feriti e uccisi da mine e bombe inesplose in Afghanistan – circa il 90% di loro erano bambini. La foto è stata scattata dal fotografo australiano Andrew Quilty, che vive in Afghanistan.

Il terzo premio: nel mondo sotterraneo - Antonio Aragón Renuncio ha documentato le difficoltà dei bambini in cerca di oro in Burkina Faso – e li ha seguiti anche nei cimiteri in cui così tanti di loro ora giacciono. In tutto il mondo, milioni di ragazze e ragazzi sono sfruttati nelle miniere, nei laboratori tessili, nelle fattorie, in case private e nei bordelli. Renucio, che ha vinto lo scorso anno, ha documentato uno di tanti di questi destini.

Le menzioni d’onore ai due fotografi italiani

Con la serie fotografica “prossima generazione - Acqua pulita, fermare il cambiamento climatico, la conservazione della biodiversità e delle foreste, produzione sostenibile, preferenza per le energie rinnovabili”, la fotografa ha puntato gli obiettivi sullo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che puntano a migliorare le condizioni di vita entro il 2030. Nelle sue fotografie con i bambini, Ramistella ha interpretato questi temi in modo libero e per associazioni. Perché sono i bambini quelli che dovranno convivere con le conseguenze del nostro attuale stile di vita. I bambini, come dice la fotografa italiana, di cui non dobbiamo deludere le speranze e di cui non dobbiamo oscurare le prospettive.

Con “L'eredità dei misteri”, Vita ha messo al centro della sua opera molte città siciliane, le quali diventano palcoscenici di malinconiche processioni, a cui partecipano pure bambini, anche nei panni di angeli. Il fotografo italiano, il cui padre è emigrato dalla povera parte meridionale del paese in una città a nord di Roma quando aveva 15 anni, ha visitato regolarmente la Sicilia per molti anni. Anche per comprendere meglio il padre e la biografia non lineare dei migranti in generale. Vita ha cercato la propria infanzia nei volti dei bambini durante la Settimana Santa. Tracce di una fede solenne, desiderosa di sentirsi protetta nelle tradizioni, e allo stesso tempo un tocco di disperazione, come scrive. (aise) 

 

 

 

 

Messaggio del consigliere comunale di Francoforte Luigi Brillante ai connazionali per il nuovo anno

 

Francoforte – Luigi Brillante, consigliere eletto per Europa Liste nel comune di Francoforte, scrive ai connazionali per gli auguri di buon anno e ricorda come, anche attraverso Europa Liste, essi possono avere voce in capitolo nell’amministrazione cittadina.

“In tutti questi anni abbiamo lavorato con successo. Molto importante è permettere una buona formazione professionale ai nostri figli. Un successo scolastico è la garanzia per un futuro migliore. Abbiamo finalmente sconfitto le cosiddette «Sonderschulen», scuole differenziali, che non permettevano una buona formazione scolastica e dove i bambini italiani erano sovra-rappresentati. Attualmente, senza il consenso dei genitori – segnala Brillante – nessun bambino più può essere costretto a frequentare queste scuole”.

“Oltre tremila concittadini italiani qui residenti hanno superato il 65mo anno di vita. Siamo riusciti ad avere dalla città di Francoforte un contributo istituzionale per tutelare questa fetta di connazionali. Ma la città deve fare di più, questa generazione di migranti che ha contribuito a costruire la Germania e questa città deve ricevere più attenzione dalla politica comunale – aggiunge Brillante, richiamando, tra i successi ottenuti, anche l’elezione ad assessore comunale di Carmela Castagna, connazionale facente parte della stessa Europa Liste.

“Tante cose ancora a Francoforte possono essere cambiate in meglio. Per ottenere questo occorre il vostro aiuto. Fra circa un anno si rieleggerà il consiglio comunale. Il vostro voto è una leva determinante per contare di più – ricorda Brillante, che invita a visitare il sito www.europaliste.com per avere visione del lavoro che viene svolto per la comunità. Tra le priorità di questo nuovo anno, egli richiama in particolare la sua attenzione per il miglioramento dei servizi consolari. Dopo aver ribadito l’importanza della partecipazione, Brillante invita coloro che avessero bisogno di aiuto o idee da proporre di contattarlo, anche attraverso il Patronato Inca Cgil, presso cui lavora. Inform/dip 7

 

 

 

Istruzione e formazione: nuova dichiarazione di intenti tra Germania e Italia

 

Maggiore e rinnovata "cooperazione nei campi dell'istruzione e formazione professionale, dei servizi pubblici per il lavoro e delle politiche attive del mercato del lavoro", sono questi i temi individuati nella Dichiarazione d'Intenti firmata il 16 dicembre a Roma dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, e dal Sottosegretario di Stato al Lavoro e agli Affari Sociali tedesco, Rolf Schmachtenberg.

La cerimonia di oggi, sottolinea il Ministero, “rappresenta un segnale forte, di rinnovate vicinanza e collaborazione, tra due nazioni accomunate da sempre da valori storici e culturali oltre che da privilegiate relazioni commerciali”.

Della delegazione italiana, guidata dal Ministro Catalfo, facevano parte anche il Sottosegretario di Stato al Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, Giuseppe De Cristofaro, che è stato cofirmatario dell'accordo (la firma del Sottosegretario tedesco all'Educazione e della Ricerca, Thomas Rachel, era stata già posta lo scorso 12 dicembre a Berlino), e il direttore generale di ANPAL Servizi, Mauro Tringali.

Il Ministro Catalfo ha colto l'occasione per porre in rilievo l'attenzione del Governo verso le politiche attive del lavoro e il recente aumento dei finanziamenti sull'apprendistato e sul Sistema Duale, e ha illustrato al collega tedesco il deciso rafforzamento in atto nel nostro Paese a favore dei Centri per l'Impiego.

Argomenti che sono stati ampiamente ripresi nella bilaterale che si è svolta, a seguire la cerimonia delle firme, tra il Ministro Catalfo e il Sottosegretario Schmachtenberg. Soddisfazione è stata espressa dalla titolare del Dicastero riguardo la vicinanza dei due Paesi e la comune visione del mondo del lavoro, delle nuove sfide che esso propone, della necessità di stabilità e tutela dei diritti. Dal suo punto di vista, Schmachtenberg ha convenuto sugli obiettivi ed elogiato l'Italia per la recente legge a tutela dei Riders, apprezzando la sensibilità e l'attenzione dimostrate dal Governo italiano. De.it.press

 

 

 

 

“Una Costituzione per l’Europa?” all’Ambasciata di Berlino

 

Berlino. “Martedì 12 dicembre si è tenuto, presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, l’incontro “Una Costituzione per l’Europa?”, organizzato dal Comites Berlino con il patrocinio dell’Ambasciata. L’evento era rivolto a tutta la comunità italiana a Berlino, con lo scopo di informare e stimolare riflessioni su un tema che ci riguarda molto da vicino: il destino dell’Unione Europea”. A pubblicarne un resoconto è “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Luisa Conti.

“Proprio in quanto cittadini di uno stato dell’Unione residenti in un altro, infatti, la nostra comunità ottiene un’esperienza diretta di come il progetto Europeo concretizzato dopo la seconda guerra mondiale si sia evoluto in una serie di accordi, istituzioni e regolamenti. Queste sono le condizioni che oggi ci permettono, per esempio, di spostarci da un paese all’altro del continente con molta più facilità di quanto non accada a chi non è cittadino europeo.

I lavori sono stati aperti dall’Ambasciatore d’Italia a Berlino, Luigi Mattiolo, che ha ricordato l’importanza dell’iniziativa e del nostro ruolo di europei in Europa – toccando alcuni dei concetti che aveva già espresso nell’intervista rilasciata al nostro magazine subito dopo il suo insediamento. Il panel era composto da ospiti d’eccezione, a partire dal moderatore, il Professor Gregor Fitzi, co-Direttore del Centro di studi sulla cittadinanza all’Università di Potsdam, che in passato ha approfondito il tema dell’ascesa del populismo in Europa – tema fondamentale in questo momento storico.

Il primo intervento è stato quello dell’Avvocato Wilma Viscardini, dello Studio legale Donà Viscardini di Padova-Berlino-Bruxelles.

L’Avvocato Viscardini è stata membro del Servizio giuridico della Commissione europea e patrocinante davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ma soprattutto ha avuto un’esperienza diretta della nascita delle istituzioni che oggi regolano la nostra Unione. Il suo intervento ha costituito un indispensabile inquadramento del discorso, non solo attraverso un excursus storico dell’evoluzione della costruzione europea, ma anche una puntuale disamina di tutti gli aspetti della nostra vita che sono influenzati positivamente dalla permanenza nell’unione. Dalla libera circolazione di merci e persone al ruolo fondamentale delle corti europee, infatti, moltissimi sono i fattori che contribuiscono a rendere le nostre società attuali più fluide, più attente ai diritti umani, più vivibili e più democratiche. Nonostante le anche cospicue differenze fra i diversi stati membri, il percorso intrapreso da quelli che si possono definire i padri fondatori dell’unione ha fatto sì che le ultime due generazioni vivessero una realtà socio-politica impensabile per i loro genitori o i loro nonni.

Il secondo intervento è stato quello del giornalista Beda Romano, corrispondente per Il Sole 24 Ore da Bruxelles, dove segue le istituzioni comunitarie e la Nato. Romano ha affrontato il tema dei momenti di crisi, a partire dalla crisi del credito che, iniziata con quella dei mutui subprime americani, si è estesa anche all’Europa. Proprio questo genere di eventi globali possono mettere in pericolo la stabilità di una costruzione geopolitica ancora in fieri come quella Europea, in un mondo globalizzato in cui le banche non sono realtà di respiro nazionale. E sono queste le circostanze in cui si deve stimolare una riflessione collettiva su quali future evoluzioni possano rafforzare l’Unione e fornire risposte adeguate alle crisi presenti e future.

L’ultimo intervento è stato quello del Professor Gino Scaccia, illustre costituzionalista e autore di numerosi saggi, nei quali ha affrontato tutti gli ambiti del diritto costituzionale. Il Prof. Scaccia ha sottolineato l’importanza, per contrastare il crescente populismo, di rifuggire dallo schema dualistico che oppone euroscettici a “euroentusiasti”, considerando invece le tante posizioni di coloro che, pur sostenendo l’importanza dell’Unione, prospettano ragionevoli critiche all’attuazione pratica di alcuni principi e in sostanza alla realizzazione dell’intera architettura istituzionale che la regola. Il futuro per un’Unione sempre più democratica risiede nel perfezionamento costante dei suoi meccanismi di rappresentatività. Per essere veramente democratiche e vicine alle istanze dei cittadini europei, infatti le istituzioni che regolano l’Unione devono riflettere una pluralità di fattori: le tante e diverse identità che la compongono, i principi fondativi che la ispirano fin dalla sua nascita e la consapevolezza delle sfide globali e dei pericoli derivanti dalle forze centrifughe attualmente in gioco sullo scacchiere internazionale.

L’evento si è concluso con un saluto della Presidente del Comites Simonetta Donà e con un breve rinfresco, durante il quale il pubblico presente ha continuato a discutere con i relatori degli interessantissimi temi trattati”. (aise/dip) 

 

 

 

Berlino. Giorno internazionale dei migranti e convegno antimafia

 

Berlino. Il 18 dicembre, si è svolto a Berlino il  " Giorno internazionale dei migranti " a cui è stato invitato come Referente il Presidente del Comites di Hannover  Giuseppe Scigliano per partecipare ad una tavola rotonda dal tema: crisi o nuovo inizio - famiglie dopo la fuga, famiglie in emigrazione, moderata dalla giornalista Shelly Kupferberg della Deutschlandradio RBB ed a cui hanno preso parte la prof.ssa Dr.Dr. Hürrem tezcan-Günteklin, il cantante Fetsum Sebhat, Virginia Ackermann e tugba Tekkal.

Interessantissimi sono stati  anche i vari Workshops e le altre tavole   rotonde a cui hanno partecipato giornalisti, politici, professori ed esperti del settore.

Alla manifestazione hanno partecipato tantissimi delegati provenienti da tutta la Germania. Tra i politici è stata presente anche l'incaricata del Governo per l'integrazione ministra Annette Widmann-Mauz.

Per la nostra Ambasciata è stata presente la Consigliera Susanna Schlein.

Interessantissimi anche i vari Workshops e le altre tavole   rotonde.

Il tutto è stato possibile grazie all'instancabile Ramazan Salman ed ai suoi collaboratori di Ethno -Medizinisches Zentrum e.V.

 

Si terrà il 21 gennaio dalle ore 19, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, l’evento “Antimafia, das neue Made in Italy”, che vedrà protagonisti Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras, autori del libro "Rosso Mafia. La 'ndrangheta a Reggio Emilia": nel corso del convegno, moderato da Elisabetta Gaddoni di Funkhaus Europa, gli scrittori parleranno del ruolo della cultura italiana nella lotta alla mafia nel mondo. L’evento, in collaborazione con “Mafia, nein danke”, sarà ad ingresso libero e in lingua italiana con traduzione simultanea. Nando dalla Chiesa è professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, di cui dirige anche l’Osservatorio sulla criminalità organizzata. Presidente onorario dell’associazione Libera e presidente della Scuola di formazione “Antonino Caponnetto”, è editorialista del “Fatto Quotidiano”. Parlamentare per tre legislature, ha scritto numerosi libri di analisi e denuncia del fenomeno mafioso. Federica Cabras è dottoranda in Studi sulla criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2014 collabora con l’Osservatorio sulla criminalità organizzata. È coautrice di rapporti di ricerca per la Commissione parlamentare antimafia e per la Commissione europea. È cultrice della materia in Sociologia della criminalità organizzata e tutor in Criminalità economica e finanziaria. De.it.press

 

 

 

 

Ecco i recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

Vivere in Germania: l'AIRE. AIRE o non AIRE, questo è il dilemma - per molti italiani in Germania. Cosa comporta l'iscrizione? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi? Luciana Mella risponde a queste ed altre domande sull'anagrafe degli italiani che vivono all'estero.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-aire-100.html

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https://bit.ly/2FDB1Oc

 

09.01.2020. I 5 Stelle visti da Bruxelles. La capo-delegazione dei deputati pentastellati al Parlamento europeo, Tiziana Beghin, analizza il momento delicato che sta attraversando il movimento dopo le defezioni ed espulsioni degli ultimi mesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crisi-cinque-stelle-100.html 

 

08.01.2020. Arriva la ritorsione iraniana

Missili contro due basi americane in Iraq. Teheran parla di 80 morti, Washington smentisce. Quanto è grande il rischio di un conflitto Usa-Iran? Lo abbiamo chiesto all'esperto di strategie militari Pietro Batacchi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/iran-attacco-100.html 

 

Australia in fiamme. Più di 7 milioni gli ettari di boschi andati in fumo, almeno 25 le vittime, duemila abitazioni distrutte. milioni gli animali morti. A Melbourne abbiamo raggiunto Dario Castaldo, giornalista dell'emittente radiotelevisiva pubblica australiana SBS.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/asutralia-fiamme-100.html 

 

Il precariato intellettuale

Un approfondimento sugli stipendi estremamente bassi di molti editor, correttori, grafici, illustratori e traduttori che in Italia, e soprattutto a Milano, appartengono spesso alla categoria dei "working poor". Ascolta il servizio di Cristina Artoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/precari-intellettuali-100.html 

 

07.01.2020. Laboratorio Austria. A Vienna si è insediato il primo governo tra i conservatori della ÖVP e i Verdi. Una coalizione inedita per tutta l'Ue. Ne parliamo con il giornalista Gerhard Mumelter.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/austria-governo-102.html 

 

Un'ecatombe. Con questo termine inequivocabile Giordano Biserni, presidente dell’ASAPS - Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale, definisce il preoccupante aumento di incidenti stradali in Italia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/strade-incidenti-100.html 

 

06.01.2020. Polveriera Libia. Dopo il via libera del parlamento di Ankara all'invio di militari turchi si è riunito il Consiglio di sicurezza dell'Onu. Per noi ha analizzato la questione libica l'esperto Alessandro Politi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/libia-turchia-100.html 

 

Un progetto di pace. La Barenboim-Said Akademie è un ambizioso progetto di pace. Un conservatorio di musica nel cuore di Berlino che forma giovani talenti musicali provenienti soprattutto dal Medio Oriente. Ascolta il servizio di Giulio Galoppo. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/barenboim-pace-100.html 

 

03.01.2020. Attacco all'Iran

In un'operazione ordinata dal presidente Usa è stato ucciso a Baghdad il generale iraniano Qassem Soleimani, figura chiave nello scacchiere geopolitico mediorientale. Ne parliamo con l'esperto di Medio Oriente Fulvio Scaglione.  

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attacco-all-iran-100.html

 

Cent'anni di Carosone

È il cantante e musicista che nel dopoguerra ha rinnovato la musica napoletana e regalato agli italiani delle piccole e ironiche commedie in musica: Renato Carosone. Oggi ricorre il centesimo anniversario dalla sua nascita.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/cent-anni-renato-carosone-100.html 

 

Dove un'ombra sconsolata mi cerca

Nel romanzo di Andrea Molesini gli anni del fascismo sono visti attraverso gli occhi di Guido, bambino, adolescente, e poi giovane staffetta partigiana. È una storia sulla memoria e sui tradimenti collettivi, privati e dei propri sogni - come racconta l'autore nell'intervista a Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/dove-un-ombra-sconsolata-mi-cerca-andrea-molesini-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-438.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

Dal 2 gennaio siamo di nuovo in onda regolarmente.Puoi ascoltarci come sempre in streaming internet alle 18 e alle 21, ogni giorno lavorativo, da qui:

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html

 

E alle 21 anche in radio su COSMO, ecco dove: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/frequenze-radio-colonia-100.html

 

02.01.2020. Le novità del 2020 in Germania. Con il nuovo anno ci saranno dei cambiamenti per i consumatori e tutti i cittadini residenti in Germania. Enzo Savignano fa il riassunto delle prime buone e cattive notizie.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuove-2020-100.html 

 

30.12.2019. In cammino nel Parco dell'Appia Antica

Vi proponiamo una coproduzione della Comunità radiotelevisiva italofona nata da una serie di itinerari percorsi da giornalisti, intellettuali e artisti all'interno del Parco dell'Appia Antica.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/cammino-nel-parco-appia-antica-100.html

  

27.12.2019. Sul palco del 2019. In questa puntata speciale vi riproponiamo le interviste di Radio Colonia a Mahmood, Elisa, Carl Brave e Tommy Kuti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/musica-italiana-best-of-104.html

 

23.12.2019. Scontrino obbligatorio. Dal 1 gennaio 2020 in Germania tutti i commercianti al dettaglio saranno obbligati ad emettere lo scontrino fiscale. L'obiettivo è ridurre l'evasione in questo settore ma non mancano le critiche al provvedimento. Ne parliamo con Enzo Savignano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scontrino-obbligatorio-102.html

 

Il Cielo in una stanza. Cielo Faccio, 30enne musicista e attore umbro, fa parte dell'iniziativa che organizza eventi culturali nella Haus 104, una stazione metereologica dismessa dell'ex aeroporto berlinese di Tempelhof.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/cielo-faccio-berlino-haus-hundertvier-100.html

 

20.12.2019. Il gasdotto della discordia

Il Senato Usa ha approvato un provvedimento con cui sanzionare le società coinvolte nella costruzione del Nord Stream 2. Il gasdotto che dalla Russia arriverà in Germania via Mar Baltico. Quali le conseguenze? Ne parliamo con Margherita Paolini, esperta di politiche energetiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gasdotto-nord-stream-due-100.html

 

Come difendersi dagli hacker? Lo abbiamo chiesto ad Arturo Di Corinto, uno dei massimi esperti di cybersicurezza e nuove tecnologie in Italia. Il giornalista e docente univeristario ha appena pubblicato il libro "Riprendiamoci la rete! Piccolo manuale di autodifesa digitale per giovani generazioni".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/difendersi-dagli-hacker-100.html

 

I presepi di San Gregorio Armeno. Quella dei Maestri Ferrigno è una tradizione iniziata nel 1836 per passione ma anche per esigenze economiche da Carmine Ferrigno che aveva bisogno di un secondo mestiere.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/presepi-san-gregorio-armeno-100.html

 

La nostra Europa. Scopri il nostro speciale sull’Europa con la storia dell’UE e tutti gli approfondimenti:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-436.html

 

Scopri i concerti di artisti italiani in Germania

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/anticipazioni-calendario-100.html

 

Ogni lunedì.Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html. RC/de.it.press

 

 

 

 

All’IIC di Amburgo la mostra “Relitti”

 

Amburgo – È stata inaugurata il 12 gennaio presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo la mostra fotografica di Stefano Benazzo dal titolo “Relitti”, organizzata in collaborazione con in Schifffahrtsmuseum Flensburg e con il Consolato Generale d’Italia in Hannover.

Il vernissage inaugurale ha visto la presenza anche dell‘artista, oltre a quella della direttrice del Museo Navale, Susanne Griegull, del Console Generale d‘Italia in Hannover, Giorgio Taborri, e della Direttrice dell‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, Nicoletta Di Blasi.

I “Relitti” di Stefano Benazzo, che rimarranno visibili al pubblico aperta fino al 1° marzo, approdano dunque al Museo della Navigazione di Flensburg. La mostra fotografica dell’artista è il frutto di una lunga ricerca, durata sei anni e attraverso quattro continenti, su relitti di imbarcazioni spiaggiate. Nel fotografare il loro ultimo porto, l’artista vuole ricordare le vite di quegli uomini, dai più lontani ai più vicini, che hanno intrapreso la via del mare. Da qui il nome della sua ultima mostra al Museo Marittimo Rahmi M. Koç di Istanbul, “Duty of Memory”: “Fotografo i relitti affinché essi possano ottenere la loro ultima occasione di esprimersi, grazie a delle immagini che portano in sé la vita dei marinai e la loro memoria; così i loro sogni rimangono vivi e continuano a esistere. Prestando attenzione ai resti di navi, io cerco di farle rivivere, riportando in vita chi vi ha navigato”, spiega l’artista.

Dal museo Rahmi M. Koc, affacciato sul mar di Marmara, al Museo della Navigazione di Flensburg, sul mar Baltico, il mare e il mondo nautico sono nodi centrali dell’esperienza umana e del percorso artistico di Benazzo. Come ripete egli stesso: “Navigare necesse est.” I suoi scatti rendono omaggio alla insopprimibile necessità di viaggiare per conoscere, per incontrarsi l’un l’altro e scambiarsi reciproca vita e, insieme, permettono al visitatore di entrare in un mondo diverso, immaginario ma reale. Il viaggio continua.

Stefano Benazzo, classe 1949, oltre ad aver ricoperto la carica di Ambasciatore d’Italia a Minsk e a Sofia, è un artista poliedrico: fotografo, scultore, modellista architettonico e navale, si dedica attualmente alla ricerca di relitti di imbarcazioni arenate in tutto il mondo. Ha curato diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero e finora ha pubblicato due libri: “Wrecks/Relitti” nel marzo 2017 dall’editore Skira, che gli è valso il premio speciale Marincovich 2018, e “Duty of Memory: Wrecks in Greece” nel mese di agosto 2018. dip

 

 

 

La sensazione

 

Ci sono spese che, bene o male, fanno parte dei nostri bilanci famigliari. Anche analizzando, in senso inverso, questo problema, la questione non cambia. Com’è logico. In teoria, l’80% delle famiglie, che hanno almeno un membro che lavora, dovrebbero farsi carico, in qualche modo, del 20% che non ce la fanno più a tirare avanti e non per demerito. A scriverlo sembra semplice. In pratica, è difficile; se non impossibile. Perché anche nei nuclei familiari non ancora al “tappeto” serpeggia la disoccupazione giovanile e lo stipendio, quando c’è, non basta per tutto.

 

Ci si accontenta del meno e si riscoprono antichi sapori di una cucina più povera. Se il fenomeno fosse limitato, si potrebbe anche far bel viso a cattiva sorte, ma le proiezioni, più che attendibili, già evidenziano che la percentuale degli occupati stenterà a salire. Per frenare il regresso, dovrebbe tornare la fiducia degli imprenditori. Ma, da come s’è messa in politica, francamente ne dubitiamo. Stiamo svendendo i pezzi più fondamentali del nostro lavoro. La produttività d’Italia andrà a rifiorire altrove e, con quella, emigrerà anche il benessere che c’era stato promesso; forse anche in buona fede.

 

Anche in questo 2020, da poco iniziato, è molto difficile azzardare delle previsioni. Certo è che, nonostante il basso profilo di questo Potere Esecutivo, si dovrebbero avviare strategie per tentare d’andare “oltre”. Condottieri, per la carità, non ne vediamo e non ne vogliamo. Essere statisti “veraci” è una dote di cui il Bel Paese è sprovvisto. I politici che dicono la loro, invece, non si contano. Molte volte, però, sono punti di vista privi di prerogative per ridare dignità a questo Penisola che ne avrebbe tutto il diritto. Ora non ci rimane che attendere l’”evolversi” di questo Esecutivo di Centro/Sinistra.  Le altre nostre “sensazioni”, proprio perché tali, preferiamo non manifestarle. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Le ACLI Baviera ricordano Piersanti Mattarella

 

Le ACLI Baviera ricordano la figura e l'opera di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, vittima di un vile, barbaro attentato a Palermo, il 6 Gennaio 1980.

Piersanti Mattarella ha scritto pagine indelebili di lotta alla mafia, che allora in Sicilia, costituiva una criminalità verticistica e granulare contemporaneamente, capace di sviare approcci idonei all'indagine e al giudizio. Piersanti Mattarella ha ricercato nella trasparenza degli appalti e subappalti pubblici, una chiave autentica di riscatto, sia nella fase di aggiudicazione dei lavori che nel percorso di esecuzione delle opere. Piersanti Mattarella ha individuato netto snellimento degli itinerari burocratici la via per la modernizzazione degli apparati regionali, riaprendo il dialogo tra società civile e istituzioni, in un rapporto di rispetto, alla ricerca di prospettive di crescita sociale ed economica di ampia parte della realtà siciliana. Piersanti Mattarella ha declinato gli equilibri del forze politiche, apparentemente divise e contrarie, allora emergenti, in un decalogo di praticabili, condivise priorità atte a favorire il bene comune. Piersanti Mattarella ha riconosciuto l'importanza di investimenti, non solo dello Stato centrale, ma anche esteri per lo sviluppo di mercati industriali, manifatturieri e turistici in Sicilia.

Le ACLI Baviera onorano Piersanti Mattarella e il suo sacrificio, anticipato nette parole e confidenze, che rappresenta uno spartiacque non solo nella storia siciliana, macchiata di atroci omicidi di stampo mafioso ed estremismo politico, ma anche italiana, che proprio in quegli anni ha vissuto anni di efferato oscurantismo. L'asfalto, a Palermo, intriso di sangue di un uomo giusto e innocente, ha rappresentato una cocente sconfitta dei valori comuni della libertà che lo Stato è tenuto a garantire, ma al tempo stesso è anche il luogo da cui rinasce la linfa democratica, alla fine maturata tra la codardia e l'intesa di molti con apparati corrotti e malviventi e il coraggio esemplare e il martirio, persino, di pochi.

Il Presidente Regionale delle ACLI Baviera Comm. C. Macaluso (de.it.press)

 

 

 

 

 

Il 2019, un anno con luci e ombre. Restano ancora molte cose da fare.

 

Anche questa chiusura d’anno si sta avvicinando a passi accelerati. Questa notte la Camera ha approvato il bilancio dello Stato, cioè la legge più importante dell’anno, dal quale dipendono tanti interventi, anche di interesse diretto degli italiani all’estero.

 

Le difficoltà finanziarie e il prolungamento dei tempi di elaborazione e confronto al Senato hanno tolto a noi deputati la possibilità di intervenire con i nostri emendamenti per introdurre modifiche e soluzioni specifiche. Nonostante ciò, noi eletti all’estero e, in particolare, noi parlamentari del PD abbiamo stretto le fila, sia al Senato che alla Camera, per cercare di ottenere risultati utili per i cittadini all’estero e per la stessa proiezione del nostro Paese nel mondo. E infatti, alcuni risultati sono arrivati.  

 

Così, sono stati cancellati gli aumenti che erano stati previsti per i diritti che si versano ogni volta che si fa una pratica nei consolati, ad iniziare dal raddoppio della tassa per la richiesta della cittadinanza, il che ha comportato l’assorbimento di risorse importanti. Sono stati integrati per un triennio i fondi per i corsi di lingua e cultura organizzati dagli enti gestori e, sempre in questo campo, è stato prorogato l’importantissimo Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, istituito dai governi di centro-sinistra e in scadenza nel 2020, integrandolo anche di un milione di euro all’anno. Un milione, tuttavia è ancora poco per un Fondo che in un quadriennio era stato dotato di ben 150 milioni. Sicché, a corredo del bilancio, ho presentato anche un ordine del giorno – accolto – che invita il governo a cogliere l’occasione di successivi provvedimenti per reintegrare di risorse uno strumento dal quale dipende una molteplicità di interventi in campo linguistico e culturale all’estero. 

 

Il nostro Paese si è incamminato sulla strada della promozione integrata per cercare nel mercato globale di superare le difficoltà che si manifestano in quello interno, ancora debole e stagnante. Fare promozione integrata, però, significa camminare su due gambe, quella commerciale e quella culturale, e se non sono ugualmente robuste non si va lontano.Tutti se ne devono convincere. Per quanto mi riguarda non trascurerò occasione perché sia raggiunta questa consapevolezza e tradotta in atti e provvedimenti concreti.

 

Per rafforzare la rappresentanza degli italiani all’estero, colpita in modo non lieve dal taglio dei parlamentari, sul quale tra gli eletti all’estero sono stata l’unica a manifestare in Aula il mio dissenso, è stato anche possibile aumentare di un milione di euro i contributi per i COMITES e di 500.000 euro quello per il Consiglio degli italiani all’estero. Miglioramenti che erano stati introdotti dal Governo Gentiloni e cancellati dal governo gialloverde.

 

Ci sono poi alcune misure per rafforzare la presenza e la promozione della cultura italiana nel mondo: 500.000 € per i teatri di proprietà dello Stato all'estero e un finanziamento integrativo di 800.000 euro a favore dei festival del cinema italiano all'estero. Inoltre, per la partecipazione dell’Italia alla Fiera internazionale del libro di Francoforte, dedicata per l’edizione 2023 all’Italia, è stata autorizzata la spesa di 2 milioni di euro per l’anno 2020, di 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022 e di 1 milione di euro per l’anno 2023. Infine, è istituito presso il Ministero dell'interno il Fondo per il voto elettronico (1 milione di euro per l'anno 2020) allo scopo di introdurre in via sperimentale l’espressione del voto digitale per le elezioni politiche ed europee e per i referendum.

 

Insomma, ci sono delle misure positive di cui non possiamo che essere soddisfatti. 

 

Non posso tacere, comunque, che, per quanto ci riguarda, in questa legge di bilancio c’è anche qualcosa che non mi piace: l’eliminazione dell’esenzione dall’IMU e dalla TASI per i pensionati italiani che ricevono una pensione estera. Il governo ha detto che è stato costretto a toglierla perché l’Unione europea ha avviato una procedura di infrazione verso l’Italia per il fatto che tale misura sarebbe discriminante rispetto ai pensionati europei residenti in Italia. Parificare questi ultimi ai nostri pensionati sarebbe costato diversi milioni di euro che non è stato possibile trovare in un bilancio tirato con le molle.

 

Non è che non mi renda conto dei vincoli che l’Italia ha con l’Europa o delle difficoltà di reperire risorse. La cosa che non mi piace è che quando si parla di italiani all’estero, in genere si continua a fare solo un calcolo aritmetico di quanto possano costare e si stenta a ragionare su quanto lo Stato e il sistema guadagnino per la loro presenza, sia in termini di tasse dirette sia di sostegno di tanti territori quando vengono in Italia o mantengono una casa nei luoghi di origine e sia per l’apporto che danno all’espansione del made in Italy. E’ un po’ come quando si parla di diritti di cittadinanza e si pensa solo ai cittadini che sono in Italia e poco a quelli, sempre di più, che si muovono nel mondo, i cui numeri continuano ad aumentare: sono 816 mila gli italiani trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni, di cui il 73% ha meno 25 anni. In dieci anni espatriati 182 mila laureati!  

 

Insomma, stenta a maturare una visione più ampia e di maggiore respiro che è l’unica che può delineare l’orizzonte nel quale collocare un’Italia rinnovata e dinamica, democratica e inclusiva. Quell’Italia che può stare al passo dei tempi e corrispondere alle speranze di milioni di persone che da luoghi diversi del mondo guardano ad essa con disponibilità, interesse e amore.

 

A livello europeo, le recenti elezioni in Gran Bretagna hanno fatto precipitare la questione Brexit. A questo proposito, anche se delle precauzioni erano state già prese negli scorsi mesi, si è accentuata la preoccupazione per la condizione dei cittadini europei dopo che la separazione sarà avvenuta e, ancora di più, per i nostri connazionali. Ho provveduto, dunque, a presentare una risoluzione in Commissione esteri per invitare il governo ad adottare e a rafforzare tutte le misure possibili affinché i nostri connazionali siano efficacemente tutelati e messi al riparo delle conseguenze derivanti dal fatto che le normative europee, presumibilmente entro il prossimo anno, non saranno più applicabili in Gran Bretagna.

 

Gli auguri, dunque, che rivolgo a voi e a tutti noi hanno questo senso, di continuare ad impegnarsi e a lottare pur tra mille difficoltà per restituire al nostro Paese il ruolo che gli compete e per rafforzare il nostro orgoglio di farne parte.  Angela Schirò

 

 

 

 

 

Giornata Italiani nel Mondo: sarà il 27 ottobre

 

ROMA - “Nella riunione dell’11 dicembre della Commissione Affari Esteri la mia proposta di legge sull’Istituzione Giornata nazionale degli italiani nel mondo ha compiuto un altro serio passo avanti a seguito della votazione che è avvenuta sugli emendamenti presentati”. Così Francesca La Marca, deputata Pd eletta in Centro e Nord America, prima firmataria della proposta di legge il cui testo è stato scelto dalla Commissione esteri come testo – base per la discussione.

Su questo testo, spiega La Marca, “sono stati presentati gli emendamenti dei diversi gruppi parlamentari. La cosa più importante accaduta oggi – rende noto La Marca – è che è stata definita la data della giornata nazionale, individuata nel 27 di ottobre, giorno della promulgazione della legge dell’AIRE nel 1988”.

“Ringrazio tutti i colleghi che hanno permesso di raggiungere questo risultato”, aggiunge La Marca. “Mi dispiace per il voto contrario dei rappresentanti di Forza Italia che hanno manifestato incomprensibili riserve e di quelli della Lega che, forse per un atteggiamento pregiudiziale, si sono dichiarati contrari ad ogni modifica perché mi sarebbe piaciuta l’unità di tutte le forze intorno ad un provvedimento così giusto e sentito. La legge prosegue quindi il suo cammino e, come prima presentatrice di questa proposta, - conclude - non posso che essere soddisfatta.

 

"Sono soddisfatta – dichiara Angela Schirò - per aver contribuito, da relatrice, a portare ad una fase avanzata e spero risolutiva  la  proposta di legge  per l’istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo, che si avvia ora ad affrontare la sede legislativa.  

La mia proposta di individuare nella data del 27 ottobre, giorno della promulgazione della legge dell’AIRE nel 1988, è stata approvata ed in questa maniera si supera lo scoglio più difficile, dal momento che sul tavolo vi erano 4 proposte tra loro diverse.

Questa data, inoltre, è quella che meglio si inserisce nel gioco delle stagioni dei due emisferi e, nello stesso tempo, è quella più propizia ad alimentare il lavoro di ricerca e di studio da sviluppare nella scuola italiana, la frontiera più importante di dialogo con le nuove generazioni.

Ho apprezzato, inoltre, che la Commissione abbia accettato di conservare il riferimento al quadro multiculturale nel quale si è sviluppata l'esperienza dei nostri connazionali all'estero, perché esso rappresenta un orizzonte imprescindibile nei tempi che attraversiamo. Sono state apportati, inoltre, miglioramenti formali al testo base della collega La Marca che tuttavia ha conservato l’impianto e il profilo etico e concettuale che lo caratterizzavano.

I pareri che ho espresso sui singoli emendamenti sono passati con il voto contrario di Lega e F.I.. Sinceramente me ne dolgo, perché su una proposta di questo tipo avremmo dovuto fare uno sforzo per lanciare un messaggio di unità e di collaborazione. Mi auguro che nell'iter successivo della legge questo spirito unitario possa essere recuperato.

La proposta di istituire un “Portale unico degli italiani all'estero”, avanzata con un emendamento dall’On. Siragusa, non è stata integrata nel provvedimento soltanto per il fatto che comportava oneri finanziari (il che avrebbe ritardato l’approvazione del provvedimento in discussione); mi auguro, tuttavia, sia oggetto di una autonoma proposta che in prospettiva si potrà intrecciare con quella sulla Giornata nazionale degli italiani nel mondo.

La mia soddisfazione di relatrice – conclude Angela Schirò - è di aver fatto il mio dovere nei confronti dei milioni di emigrati che con il loro lavoro hanno aiutato l’Italia nei momenti difficili e i tanti paesi in cui vivono a progredire, ma soprattutto di poter contribuire con questa Giornata a promuovere la conoscenza della realtà migratoria italiana nelle scuole del nostro Paese”. De.it.press 

 

 

 

 

Legge elettorale, ecco il Germanicum

 

Il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, ha depositato un testo di riforma della legge elettorale che sarà "presto in discussione in commissione". Si tratta "di un testo semplice - si specifica - per far partire il dibattito parlamentare da alcuni chiari punti: 1. l'abolizione dei collegi uninominali; 2. un impianto proporzionale; 3. la soglia di sbarramento nazionale al 5%; 4. la previsione di un diritto di tribuna".

Si parte da un metodo diverso rispetto al passato, viene specificato da Brescia: no a riforme elettorali di fine legislatura condizionate da interessi di parte, sì a un confronto trasparente e sincero con le opposizioni.

La legge elettorale vigente, alla luce dell'esperienza acquisita, ha dimostrato di non coniugare bene il principio di rappresentatività con l'obiettivo della stabilità" si legge nel testo Brescia. "Al fine di meglio garantire il pluralismo territoriale e politico della rappresentanza, la presente proposta di legge interviene eliminando i collegi uninominali della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e rimodulando le soglie di sbarramento. Tale finalità è resa più rilevante anche alla luce dell'approvazione della legge che riduce il numero dei parlamentari".

DIRITTO TRIBUNA - E ancora: "Al fine di garantire un diritto di tribuna a quelle formazioni politiche che non raggiungono le soglie di sbarramento, si prevede che, alla Camera, siano eletti i candidati di quelle formazioni che ottengono almeno tre quozienti in almeno due Regioni, mentre al Senato siano eletti i candidati che ottengono almeno un quoziente nella circoscrizione regionale".

PROPORZIONALE - "L’adozione di un sistema proporzionale avviene nella consapevolezza di dover evitare l’introduzione di incentivi alla frammentazione delle forze politiche e pertanto la soglia viene innalzata al 5 per cento dei voti validi espressi sul piano nazionale, mentre la riduzione del numero dei parlamentari giustifica l’abbassamento della soglia, a livello regionale, al 15 per cento (alla Camera per le liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute)" si spiega nel testo.

PARLAMENTO - "Il sistema elettorale proposto sarà in grado di produrre un Parlamento, da un lato, realmente rappresentativo, che è il presupposto per una democrazia pluralista, e dall’altro, in grado di prendere delle decisioni che abbiano il consenso dei cittadini".

GERMANICUM - E arrivano le prime critiche. "Il sistema elettorale proporzionale depositato dal presidente Brescia è lo stesso che in Germania ha portato ad un inciucio permanente" dichiarano in una nota congiunta Emanuele Prisco e Giovanni Donzelli, deputati di Fratelli d'Italia e componenti Fdi in commissione Affari Costituzionali.

CRITICHE - "E' un ritorno alla palude della Prima Repubblica, senza però avere nemmeno quella preparazione politica nei protagonisti, e punta a consentire a M5S e Pd di poter rientrare dalla finestra quando con il voto i cittadini li faranno uscire dal portone principale dei palazzi che contano. Fratelli d'Italia si batterà in aula e fuori per impedire questo scempio e ribadisce che il sistema maggioritario era e resta la migliore soluzione soprattutto se accompagnato dalla madre di tutte le riforme: il presidenzialismo''. Adnkronos 9

 

 

 

 

Il fronte dell’economia

 

 L’Italia è “maglia nera” UE per quanto attiene i salari e, conseguentemente, le pensioni. Se la tendenza occupazionale dovesse mantenere questo ritmo, entro i prossimi cinque anni, potremmo perdere altri posti di lavoro. Per lo stesso periodo, l’Italia avrà bisogno d’almeno 10.000 operai qualificati. Ora, il mercato interno è privo di queste figure professionali. È, invece, in aumento il numero dei diplomati e laureati alla ricerca di una prima occupazione.

 

 Insomma, la manodopera che ci occorre la cerchiamo altrove a discapito degli aspiranti lavoratori nazionali. Penalizzata, è, soprattutto, la fascia d’età tra i 18 e i 26 anni. Per garantire nuove prospettive all’occupazione, ci piaccia o no, sembrerebbe necessario rivedere il concetto di “lavoro”. Cominciando proprio da questo Esecutivo con programmi “contrastanti”. Fare un passo indietro non significa rinunciare a ciò cui si aspira. E’ solo una questione di metodo dettata dall’emergenza.

 

 Senza aspettare oltre, ci sono da riscoprire i lavori di cui si prospetta la necessità nei prossimi anni. La maggior parte comprende qualifiche tecniche o artigianali. Manca sempre, a nostro avviso, una politica che consenta la riqualificazione della manodopera con particolare riferimento alle attività di supporto. Del resto, proprio sotto questo profilo, lo scorso anno le imprese interessate non sono riuscite a coprire 5.000 posti “autoctoni” che, progressivamente, sono stati occupati da manovalanza dei nuovi Stati UE dell’Est del mondo.

 

Non possiamo sottovalutare queste realtà che evidenziano, tra l’altro, un impegno politico limitato rispetto alle nostre concrete esigenze. Per cambiare, anche se è tutt’altro che scontato, bisognerebbe avere un Potere Legislativo in “sintonia” con i tempi. Vedremo se, col nuovo anno, l’Esecutivo Conte”bis”riuscirà a dare dignità al fronte economico italiano. Noi ne dubitiamo e, forse, verso la metà dell’anno vedremo il “tramonto” dell’atipica strategia PD/M5S.

Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

Si raccolgono firme per una nuova lista a Monaco di Baviera

 

“Un 43 % dei cittadini di Monaco ormai hanno radici straniere, però in tutti i partiti non sono quasi rappresentati. Nel consiglio comunale di Monaco hanno soltanto 7 % dei seggi.

Siamo convinti che i nostri problemi li conosciamo meglio noi stessi e perciò vogliamo difendere i nostri diritti in prima persona. A Monaco spesso vive già la terza generazione degli immigrati! Ci siamo decisi a fare una propria lista per le elezioni comunali in marzo:

"Zusammen Bayern e non-Bayern di tutto il mondo" = ZUBA. Per poter partecipare alle elezioni comunali devono firmare 1000 persone residenti a Monaco col diritto al voto (cioè persone dell’Unione Europea). Vi preghiamo di aiutarci a superare la barriera iniziale e di firmare per questa lista, anche se non intendete votare questa lista alle elezioni.

È molto semplice firmare per la lista nel municipio a Marienplatz, nella Stadtinformation al pianterreno, mostrando un documento (passaporto, carta d’identità, patente di guida). Grazie”. Così scrive Elfi Padovan, che segnala i siti

https://www.abendzeitung-muenchen.de/inhalt.wir-wollen-mitentscheiden-neue-wahlliste-zuba-tritt-zur-kommunalwahl-in-muenchen-an.b5e6ca2d-4311-48ef-a491-b0aceaa964bb.html

https://hinter-den-schlagzeilen.de/wir-lassen-uns-nicht-mehr-bevormunden-wir-wollen-politisch-mitentscheiden. De.it.press

 

 

 

“I tedeschi preferiscono la cucina italiana ai piatti nazionali”

 

Berlino - "Oggigiorno la cucina italiana è l’unico comune denominatore all’interno della società europea, se non globale, i cui trend alimentari sono altrimenti diversificati da un Paese all’altro. Se a livello internazionale l’enogastronomia italiana gode della fama di essere distinguibile, salutare, semplice, genuina, tradizionale, abbondante e conviviale, se si parla solo della Germania si può dire, dati alla mano, che i tedeschi prediligono la cucina italiana ai piatti nazionali". È quanto afferma Francesca Gentile, neolaureata in Management Internazionale all’Università Cattolica con la tesi "L’eccellenza enogastronomica italiana in Germania".

È la stessa gentile a spiegare quanto emerso dai suoi studi in un articolo pubblicato recentemente dal giornale on line bilingue "Berlino Magazine", nel quale si evidenzia quanto l’impatto dell’enogastronomia italiana sullo sviluppo delle abitudini alimentari sia primo al mondo.

"L’attrazione che le eccellenze alimentari italiane generano tra gli stranieri trova riscontro nei numeri di tutto rispetto che ci permettono di parlare del made in Italy enogastronomico, più che come un insieme di prodotti d’eccellenza, come il brand italiano che ha permesso al Paese di resistere e di riprendersi dalla crisi finanziaria. Dal 2007 al 2017 il valore delle vendite di prodotti enogastronomici italiani oltre confine è passato da 22 ad oltre 40 miliardi di euro, un record storico, nonché un ottimo punto di partenza per il futuro.

La storia della diffusione dei prodotti e dei piatti italiani in Germania

Il fascino della dieta mediterranea in Germania non è da ricollegare al semplice cambiamento dei gusti della popolazione tedesca, bensì a un complesso processo socio-culturale che si traduce nella crescente attenzione dei tedeschi verso la salute e nella ricerca di uno stile di vita sano, di cui la cucina italiana, contraddistinta da un consumo abbondante di prodotti cerealicoli (pane e pasta), frutta e verdura, da un consumo moderato di pesce, carne bianca, latticini e uova, da un consumo limitato di carne rossa e vino e dall’utilizzo dell’olio di oliva come fonte di grassi, si fa portavoce.

Il libro di cucina "Eat and stay well" dei coniugi Ancel e Margaret Keys, pubblicato in Germania nel 1961 con il titolo "Der gesunde Feinschmecker", nel giro di sette anni giunse alla seconda ristampa e rappresentò il primo contatto della Germania con la dieta mediterranea. Un fattore determinate per l’italianizzazione della cucina tedesca però era già "partito" circa vent’anni prima con la diffusione dei libri di cucina come "Mit Tomaten und Parmesan" di Margrit Diethelm che, pubblicato nel 1939, raggiunse l’apice del successo negli anni ’50 con 44.000 copie vendute prima del 1955 e che contò 15 edizioni nel 1980, e "Buon Appetito", pubblicato nel 1963 e ripubblicato 10 volte nel giro di 10 anni.

Negli anni ’20 l’aggettivo "italiano" iniziò ad accompagnare le ricette pubblicate nelle riviste femminili e di cucina, mentre negli anni ’60 la popolare trasmissione televisiva tedesca Clemens Willmenrod bittet zu Tisch "ha iniziato i tedeschi all’uso dell’olio d’oliva, dell’aglio, della pasta, della pizza" (Stazio, 2018). Sono gli anni in cui la dieta mediterranea, tematizzata dallo statunitense Ancel Keys come uno strumento di prevenzione contro numerose malattie, comincia a scardinare vari modelli alimentari dei Paesi occidentali, tra cui quello "carne e patate" tedesco come affermato da Bernhard in un saggio del 2012.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni’ 60 sul mercato tedesco si diffuse una grande quantità di prodotti italianizzati, tra cui i gelati e poi succhi Capri, i sughi pronti Pikanto, i ravioli in scatola dell’azienda Maggi e i Mirakoli prodotti da Kraft sono alcuni esempi. Oltre ai nomi italianeggianti, questi prodotti condividono il fatto di essere pubblicizzati tramite "fotografie in grande formato della Penisola, gruppi di ballerini italiani e un mucchio di ghirlande bianco-rosso-verdi" come scritto da Bernhard in un saggio del 2010. Nell’immaginario tedesco, l’Italia è sinonimo di arte, cultura, sole, mare, moda, eleganza, famiglia, calma, tranquillità, spensieratezza, buon cibo e vino: in poche parole, di "saper vivere". I sapori delle eccellenze enogastronomiche italiane consentono di rivivere l’atmosfera, le emozioni, le sensazioni, i valori, le abitudini e il modo di vivere all’italiana di cui i tedeschi fanno esperienza e a cui si appassionano durante i loro viaggi nel nostro Paese.

Il turismo come fattore di diffusione dell’enogastronomia italiana in Germania

Altro fattore protagonista dell’orientamento delle abitudini alimentari tedesche verso l’Italia è infatti il turismo. In particolare, il cambiamento dei paradigmi alimentari nella Germania Ovest può essere inteso come "uno specchio delle principali ondate di viaggi e di migrazioni che hanno cambiato il Paese dalla metà degli anni 1950 in poi, poiché i due flussi, quello turistico e quello dei Gastarbeiter, s’incrociavano, coincidendo spesso le destinazioni del primo con i paesi di origine del secondo" come scritto da Stazio nel 2018.

La Germania è il primo Paese di provenienza dei flussi turistici diretti in Italia, con un numero di pernottamenti che ha sfiorato i 60 milioni nel 2017. Il turismo tedesco nel nostro Paese, che rappresenta il 28% del totale, è cresciuto del 30,7% soltanto negli ultimi 10 anni. "La tendenza che già negli anni ‘70 vedeva l’Italia tra le prime destinazioni del turismo tedesco, da allora non ha mai smesso di crescere". L’Italia è meta di tutte le classi d’età e di tutte le classi sociali della popolazione tedesca, ma in particolare dalle fasce più colte della popolazione, interessate alle vacanze nella natura e allo sport, al turismo culturale ed enogastronomico (Info Mercati Esteri).

Il turista tedesco non solo assaggia le eccellenze enogastronomiche italiane durante il suo soggiorno nel Bel Paese, ma le eleva a motivazione principale che lo spinge oltre i confini della Germania. Il turismo enogastronomico è fonte di crescente interesse. Basti pensare che il 62% dei tour operator internazionali ha nella propria offerta pacchetti a tema enogastronomico in Italia. La maggior parte dei tour operator con cui è possibile prenotare una vacanza a tema enogastronomico è costituita da operatori tedeschi (23%), che propongono come destinazione la Toscana (presente nel catalogo di offerta del 72% degli operatori considerati) e il Piemonte (59%).

La spesa per il cibo dei tedeschi in vacanza

Per il cibo i tedeschi spendono di più in vacanza rispetto a quando sono a casa. Il 61% dei turisti tedeschi cerca ristoranti e locali che offrono i piatti tipici del luogo visitato, mentre il 26% si accontenta dell’offerta culinaria dell’hotel. Dal momento che, dopo la sporcizia dell’alloggio, mangiare male rappresenta la prima causa di preoccupazione dei tedeschi in viaggio, che l’Italia rientra tra le cinque destinazioni più amate dai tedeschi, che la cucina italiana è la preferita in Germania (Statista), l’eccellente offerta enogastronomica italiana soddisfa le esigenze dei tedeschi in vacanza.

L’enogastronomia italiana racchiude in sé i valori del Belpaese di cui gli stranieri sono innamorati. Il souvenir che i turisti portano infatti con sé in Germania non è rappresentato solo dal sapore delle specialità che hanno avuto piacere di gustare in Italia, ma anche dall’Italian lifestyle che contorna l’esperienza di gusto. Il tentativo di ricreare l’atmosfera, le emozioni e le sensazioni che fanno parte del modo di vivere all’italiana spiega la propensione dei tedeschi verso l’eccellenza enogastronomica italiana. Il cibo e il vino italiani hanno un effetto evocativo tanto forte da richiamare il mondo valoriale dell’Italia". Berlino Magazine

 

 

 

 

Lovink e i dati di Onu, Oms, Censis. 2020: connessione innesca depressione (o felicità?)

 

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità nel mondo, nel 2030 la prima. Lo sostengono le ultime previsioni dell’Oms. Il World Happiness Report delle Nazioni Unite del 2019 nella classifica dei Paesi più felici tra i 156 esaminati, conferma al primo posto la Finlandia, al 7/o, ma al vertice tra gli extra-europei, il Canada, al 18/o gli Usa e al 47/o l’ Italia, ultimo il Burundi. Gli indicatori principali che decidono la graduatoria sono il reddito, la salute, il sostegno sociale, la libertà, la fiducia. E il livello di connessione ha qualcosa a che vedere con tutto ciò.

I dati della felicità intersercati con quelli della tecnologia digitale

I recenti dati del Censis individuano nell’incertezza lo stato d’animo dominante tra gli italiani. Sono tre dati quelli dell’Oms, delle Nazioni Unite  e del Censis che s’intersecano con un quarto: la diffusione delle tecnologie digitali.

Entro il 2020 saranno 660 milioni gli africani dotati di smarthphone. Secondo il Pew Research Center 2019, il 71% degli italiani possiede uno smartphone: sono il 95% in Corea del Sud, l’80% negli  Stati Uniti e in Israele, Olanda, Svezia, Australia; in Europa, il 78% in Germania, il 76% nel Regno Unito, il 75% in Francia, l’80%  in Spagna.

L’ osservatorio Digital 2019 stima ad oggi a 3,5 miliardi gli utenti social nel mondo, pari al 45%. Ne esce un collage fotografico dell’umanità giunta quasi al termine del primo ventennio del nuovo secolo che darebbe ragione a Geert  Lovink, ricercatore delle comunità virtuali: le nuove tecnologie non danno la felicità, al contrario rendono tristi, depressi.

La rete digitale non dà la felicità, anzi rende tristi

Nella sua teoria, in Italia tradotta “Nichilismo digitale”, ma in originale “sad for design”, Lovink non esita a vedere la rete digitale come una gabbia claustrofobica, portatrice di illusioni e, insieme, di frustrazioni. L’ alienazione di marxiana memoria è passata dal mondo della produzione a quello della grande comunicazione di massa di cui le vittime sono i protagonisti.

Giova a qualcuno creare una terra di infelici, tristi, depressi, demotivati? Sì, se questo è costruito sulla spasmodica ricerca di gratificazione sociale. Dal palco del Festival della Tecnologia, al Politecnico di Torino, Lovink ha puntato il dito contro i padroni del web, delle grandi piattaforme che incamerano miliardi di dati, di profili personali dei quali finiscono per avere il controllo.

Attraverso i “like” gli utenti del web trovano soddisfazione al bisogno di protagonismo, di ricevere conferme alle proprie opinioni, ai propri stati d’animo, ma l’ansia da prestazione che ne deriva finisce nel patologico. Analoga è la tecnica di diffusione virale dei “meme” che appare nella forma ludica, di gioco divertente, ma è sempre più spesso portatrice di rabbia, di scontento.

Ininterrottamente connessi = ininterrottamente ‘carichi’

Tutto questo non è semplicemente un effetto collaterale del sistema: essere ininterrottamente connessi equivale ad essere ininterrottamente sotto carica e quindi a rischio di implosione. Se il problema fosse unicamente in questi termini forse sarebbe sufficiente l’educazione, a scuola e in famiglia, per evitare l’esaurimento nervoso da stress digitale.

Ma quando Lovink dice che “i motori di ricerca sono diventati parte dell’inconscio collettivo”, che Internet, wikipedia piuttosto che i social, sono parte integrante delle nostre giornate, delle nostre vite, intende evidenziare come “le politiche che le governano siano finite sullo sfondo. Diamo tutto per scontato e nessuno ormai le mette in discussione. Sono diventate sovrastruttura dell’inconscio”.

Un obiettivo politico cercato

Se della macchina, che pur utilizziamo tutti i giorni fino al punto da diventare parte di noi stessi, non solo non conosciamo chi la produce, per quali scopi, ma neppure come funziona, quali sono i meccanismi che la presiedono, come è stata programmata, quella macchina, prima o poi,  prende il sopravvento sul suo consumatore che ne resta sopraffatto e subordinato, controllabile e manovrabile. Non si tratta di un casuale effetto collaterale, ma di un obiettivo politico cercato.

Il ragionamento di Lovink non sfocia nel moralismo, ma in un richiamo forte alla ragione critica, iniziando a porci domande su come si muove il “capitalismo della sorveglianza”. Senza accorgercene siamo diventati oggetti passivi e non soggetti attivi come inizialmente il mondo di Internet ci aveva fatto credere.

Non tutti la pensano come Lovink. Gli ottimisti del web sostengono non sia vero che la rete ci vuole tristi in modo da soggiogarci, da stimolare continue aspettative che il mercato è pronto a soddisfare, se pur momentaneamente, per poi creare nuovi bisogni nell’eterno gioco della frustrazione. Le tecnologie digitali favoriscono l’interconnessione, l’inclusione, la condivisione. Opportunamente utilizzate potrebbero contribuire a un nuovo umanesimo.

In Finlandia è di moda connettersi, ma con l’ambiente, la natura, attraverso il digitale intelligente, a misura di persona. Secondo il Global Wellness Summit, raduno dei guru dell’economia del benessere che a ottobre  si è tenuto a Singapore e nel 2020 si svolgerà a Tel Aviv, nel 2019 la reperibilità totale, garantita h24 da smartphone e tablet, ha raggiunto il suo picco massimo e si prospetta – secondo gli osservatori mondiali – un futuro di maggior equilibrio.

Lo Scrooge del XXI secolo, fanatico dell’iperconnessione, potrebbe spegnere il cellulare, almeno a Natale, e non spiare il suo impiegato Bob attraverso Facebook. Emmanuela Banfo, AffInt 30

 

 

 

 

Realtà nazionale

 

A nostro avviso, la soluzione, utile per la ripresa del Paese, si potrebbe concretare in tre punti.

 

 Primo: politica tendente a sanare i problemi strutturali dell’economia che sono alla base dell’acuirsi dell’involuzione nazionale.

 

 Secondo: coordinamento, interno e internazionale, tramite progetti di rilancio, anche settoriale, dei cicli produttivi; favorendo, soprattutto, l’imprenditoria privata.

 

 Terzo: cambiare l’attuale legge elettorale.

 

  Quanto esposto, però, richiede responsabilità e coerenza. Da parte di tutti.  Anche con la concreta collaborazione di chi ha preferito non schierarsi.

 Gli italiani chiedono chiare soluzioni sul futuro della Penisola. Insomma, i provvedimenti di questo Esecutivo, che s’identifica di Centro/Sinistra, per fronteggiare le mancanze del Paese dovrebbero evidenziare un “articolato” impegno che, sino ad ora, è stato solo ipotizzato. Indubbiamente, in una situazione delicata come quella che stiamo vivendo, i pubblici poteri sono spesso messi sotto una luce non sempre consona alle finalità del loro mandato; a questo punto essere critici, anche se a ragione, non basta più. Ancora meno lo sarà quando il Parlamento avrà un minor numero di politici in aula.

 

Adesso è necessario dimostrare un equilibrio che supporti tutte le classi sociali e, soprattutto, quelle più deboli. La realtà ha dimostrato, di là da ogni ragionevole dubbio, che la strada che percorrevamo non era quella giusta. Stavamo disperdendo preziose energie senza riscontro. Quando la politica non è più gestibile, rimane la solidarietà sociale che rappresenta, senza nessuna riserva, un mezzo per tentare di chiarire la situazione; anche per essere più che spettatori, protagonisti delle sorti del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Due lavoratori italiani su tre disponibili a trasferirsi all’estero

 

ROMA - “Germania, Francia, Svizzera, Spagna e Regno Unito: sono queste le mete più ambite degli italiani disponibili a lasciare la Penisola in cerca di una migliore carriera, di una più equilibrata “worklife balance”, di stipendi più elevati e in generale di un impiego più soddisfacente. Le indicazioni che emergono dall’ultima rilevazione trimestrale del “Randstad Workmonitor” dedicato al lavoro all’estero e alla diversità culturale ci dicono insomma che i lavoratori di casa nostra si dichiarano i più pronti, a livello europeo, a trasferirsi all’estero”. A commentare i dati del rapporto è Gianni Rusconi su “Il Sole 24 ore”.

“Entrando nel merito dei dati raccolti, scopriamo per esempio che la percentuale di italiani (il 63%) che desidera viaggiare per lavoro è di quattro punti superiore alla media globale e di sei punti rispetto a quella continentale europea e che tale fenomeno è molto più diffuso fra gli uomini (siamo al 76% contro il 62% delle colleghe donne).

Per contro, l’Italia è la meta ideale dove poter svolgere la propria professione solo per il 3% degli oltre 400 lavoratori (di età compresa fra 18 e 67 anni e provenienti da 34 Paesi nel mondo) oggetto di indagine.

La spiccata predisposizione a spostarsi stabilmente in un altro Paese in cerca di successo professionale si riflette in modo particolare nell’opportunità di ottenere un avanzamento di carriera e di un miglior equilibrio fra lavoro e vita privata: sono infatti il 67% del totale gli italiani che hanno indicato questa “attitudine”, il 3% in più della media globale e il 12% in più di quella europea.

Analizzando le destinazioni preferite, quasi un italiano su due si trasferirebbe in un Paese europeo e la Germania (scelta dal 9% del campione) sarebbe la priorità, seguita da Francia, Svizzera e Spagna (8%), Regno Unito (7%), Austria (4%) e Belgio (3%).

Guardando fuori dal Vecchio Continente, le mete più ambite sono Stati Uniti (nel 6% dei casi), Australia (5%) e Canada (3%); gli Usa sono anche il primo mercato di sbocco professionale (con il 10% delle scelte) per l’intero campione esaminato.

Elevare il livello della propria situazione professionale non è, comunque, l’unica aspirazione degli addetti tricolori, visto e considerato che l’80% conferma di apprezzare la possibilità lavorare con persone di culture diverse.

La consapevolezza di un mondo del lavoro sempre più globale, si legge inoltre nella nota che accompagna lo studio, si riflette nell’apertura ai lavoratori stranieri. Quasi tre dipendenti italiani su quattro (il 74% per la precisione, soprattutto fra gli over 30) ritengono infatti positivo assumere personale dall’estero se mancano le competenze necessarie mentre scendiamo al 60% se l'inserimento di addetti stranieri è finalizzato a sopperire alla mancanza di manodopera.

Tornando alla spiccata propensione degli italiani a spostarsi, c’è anche un rovescio della medaglia non trascurabile, che a detta di Marco Ceresa, Amministratore delegato Randstad Italia, si materializza nello scarso livello di fiducia verso le opportunità offerte dal mercato italiano. “Un’eccessiva emigrazione dei profili migliori - sottolinea in proposito il manager - rischia di tradursi in un impoverimento sociale ed economico del Paese e per evitare questo rischio le imprese devono migliorare le loro strategie di attrazione dei talenti attraverso piani di carriera, formazione e valorizzazione delle competenze, coinvolgimento dei dipendenti in progetti stimolanti ed equilibrio fra lavoro e vita privata”.

Il primato potenziale nell’esportazione dei talenti dell’Italia ha quindi anche un risvolto negativo e si riflette in altri due parametri evidenziati dagli esperti di Randstad: un lavoratore nostrano su due (il 49%) preferirebbe l’espatrio al cambiamento del proprio percorso di carriera (cinque punti in meno della media globale, ma sette in più della media europea) mentre il 57% sarebbe disposto a trasferirsi su richiesta dell’azienda pur di conservare il proprio impiego.

C’è infine un risultato in parziale controtendenza con le altre risposte, che il rapporto spiega con una crescente attenzione alla sostenibilità: potendo scegliere, ben il 72% dei lavoratori della Penisola vorrebbe trovare occupazione in un’azienda facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta dalla propria abitazione. E non c’è Berlino o Parigi che tenga”. (aise/dip) 

 

 

 

 

Fuga di cervelli dalla Germania, 180 mila ogni anno

 

Accademici e personale qualificato via con grave danno per l’economia

Avviso subito i lettori che non c’è alcun errore nel titolo, è tutto vero.

Sono infatti 180 mila i giovani tedeschi che in media ogni anno, quasi sempre con titolo universitario in tasca, vanno via dalla Germania per lavorare all’estero e migliorare così il loro tenore di vita e di carriera. È quanto riferisce l’agenzia di stampa tedesca DPA. 

Noi italiani abbiamo sempre creduto di essere un Paese senza futuro specialmente per i giovani, il che è del tutto vero; di contro, come dimostrano i fatti, questo è un problema tutt’altro che sconosciuto nientemeno che nella Germania Felix della cancelliera Angela Merkel.

Ciò che meraviglia è che una notizia così importante, non solo da un punto di vista politico ed economico, oltre che sociale, per una nazione forte e potente, almeno così vista con gli occhi degli italiani, non abbia avuto alcuno spazio sui mezzi di comunicazione.

Comunque la notizia c’è. Alla fine dello scorso novembre si è tenuta a Berlino una conferenza organizzata dal Federal Institute for Population Research per la presentazione di un panel (procedimento di raccolta di informazioni statistiche); nell’occasione il suo presidente Andreas Ette ha dichiarato che: “Spesso si tratta per chi emigra del prossimo passo di carriera”. E ha aggiunto: “L’emigrazione è un dominio di persone altamente qualificate”. Una caratteristica della società tedesca, intesa dai più come malessere, che sinceramente pochi conoscono.

In media gli intervistati in questo panel hanno affermato di guadagnare almeno 1.186 euro in più dopo appena un anno di lavoro all’estero cifra che aumenta gradualmente, in modo esponenziale, ben sopra la media. 

Un’altra ricerca attesta che tre quarti degli intervistati hanno un titolo universitario con una età di circa 36 anni; in pratica circa dieci anni in meno dell’età media della popolazione.

Va però detto, per completezza dell’informazione, che al contrario dell’Italia, il trasferimento all’estero per alcuni di loro può essere temporaneo; tanto che dopo alcuni anni molti di loro tornano a casa.

I Paesi che attirano di più questa fascia di nuovi migranti con titolo di studio elevato sono in primis la Svizzera con quasi 200. 000 nuovi arrivati dalla Germania; e a seguire gli Stati Uniti con 127.000, l’Austria con 108.000 e, prima della Brexit, la Gran Bretagna con 82.000. 

Il rapporto della “Expertenkommission Forschung und Innovation” (Consiglio di esperti composto da sei membri che fornisce una consulenza di politica scientifica al governo federale in materia di istruzione, ricerca e innovazione), ha calcolato che tra il 1996 e il 2011 a fronte di 19 mila ricercatori arrivati nel Paese, ben 23 mila tedeschi sono emigrati creando problemi non indifferenti da un punto di vista sociale. 

“La mobilità internazionale della ricerca – si legge nel rapporto – sta provocando una riduzione della qualità in Germania. I migliori se ne vanno e raramente tornano”. 

Pensiamo allora alla denuncia del ministro della sanità Jens Spahnch sulla scarsità di medici in Germania, spesso sostituiti da nuovi immigrati dall’estero con poca qualità e competenza, che lo portano a dire: “L’Unione Europea dovrebbe stabilire nuove norme per evitare che i paesi si rubino lavoratori a vicenda”. 

Il ministro Spahnch si riferisce i particolare al fenomeno che avviene in Polonia dove molti medici lasciano il proprio paese per la Germania sguarnendo a sua volta la sanità polacca.

La situazione è assai confusa si chiede di far entrare in Europa, specialmente in Germania, centinaia di migliaia di nuovi lavoratori che vengono dall’estero per sopperire alla mancanza di mano d’opera e poi si lascia che altre migliaia di connazionali, ugualmente specializzati o accademici, lascino il Paese. Sembra una follia, ma anche questa è l’Europa. Antonello Cannarozzo, Italiani dic.

 

 

 

 

Michele Schiavone (Cgie): “Dal Governo timidi segnali di apertura”

 

ROMA - La manovra di Bilancio passa al Senato. Utili i Fondi aggiuntivi per le comunità italiane all’estero, ma restano ingiustizie fiscali e nuovi diritti da conquistare. Alla scadenza della consiliatura dei Comites e dello stesso CGIE, il Governo deve indire nuove elezioni e riformare le due leggi istitutive assieme alle procedure elettorali.

Si è chiusa la lunga discussione sulla manovra di bilancio approvata dal Senato della Repubblica con un voto di fiducia, che permetterà all’attuale governo di continuare la propria missione di ancoraggio all’Europa e di dare risposte concrete alle attese nazionali nella speranza di far ripartire il Paese.

Nelle condizioni politiche date, caratterizzate da un persistente disorientamento generale che affligge i cittadini italiani mossi da apatia verso le istituzioni, il risultato raggiunto permette di guardare al domani con maggiore ottimismo, in attesa che la Politica superi le asprezze della contesa partitica quotidiana e ritorni ad occuparsi del bene del Paese, indice di stabilità e credibilità.

Una politica per sbloccare un Paese fermo

La fiducia acquisita dal Governo nell’aula del Senato, con l’approvazione della legge finanziaria nonostante il ricorso al “voto di fiducia”, dovrebbe essere spesa per recuperare quel senso di consapevolezza, che concorre a tenere a bada il livello di guardia per contrastare le emergenze diffuse e poter ritornare alla normalità di una dialettica programmatica e progettuale, che ridarebbe smalto ad un Paese fermo a causa della crisi economica che, nell’ultimo decennio, ha colpito l’intera Europa.

Mentre altri paesi occidentali sono riusciti a uscirne decorosamente, il nostro è diviso, annaspa e non trova di meglio che prodigarsi in una persistente lotta intestina. Uscire da questo dramma è un dovere comune al quale sono chiamati tutti i cittadini; trovare soluzioni condivise per farlo è un obbligo della politica.

L’esodo di quasi un milione di italiani

Intanto sono centinaia di migliaia gli italiani che, dall’inizio della crisi, hanno lasciato il paese per cercare soluzioni alla precarietà occupazionale e alle flebili attese di migliori prospettive di vita.

E’ pura coincidenza temporale l’incrocio di notizie divulgate il 16 dicembre: l’approvazione in Senato del provvedimento sulla legge di bilancio e gli interventi del Governo a sostegno delle politiche per l’anno prossimo verso gli italiani all’estero con l’ennesima rilevazione dell’Istat dei torbidi dati statistici, rivelatori delle incessanti partenze per l’estero nell’ultimo decennio. I numeri confermano l’esodo di cittadini italiani verso altri paesi e tra partenza e rientri il saldo negativo è stimato a 866.000 connazionali.

Da anni il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) sollecita i governi ad adoperarsi per promuovere politiche attive, reali e di lungo respiro a sostegno delle Comunità italiane all’estero per drenare la diaspora e favorire il rientro dei nostri connazionali al fine di reintegrarli nella vita sociale, culturale ed economica del nostro paese.

Gli strumenti per le politiche migratorie

A più riprese in convegni, seminari, assemblee del CGIE sono stati indicati anche gli strumenti per sostanziare le politiche e seguire gli oltre sei milioni di italiani residenti all’estero: l’istituzione di un ministero per gli italiani all’estero; la costituzione di una commissione bicamerale permanente per le questioni degli italiani all’estero; il rafforzamento dei loro organismi di rappresentanza: i Comites e il CGIE; investimenti adeguati all’integrazione delle nostre comunità nella politica estera del nostro Paese.

Le disposizioni contenute nei capitoli della nuova manovra di bilancio per l’anno prossimo e la proiezione per gli anni 2021-2022 rispondono in parte alle richieste avanzate dal CGIE al Governo; da una parte rappresentano un robusto riconoscimento al ruolo svolto dai soggetti istituzionali all’estero a sostegno dell’esposizione del “Sistema Italia”, dall’altra rimettono in discussione diversi diritti acquisiti dalle comunità e provvedimenti in materia fiscale a carico di diverse famiglie italiane all’estero.

Necessità di ripristinare i diritti fiscali

Fatta salva la necessità di celeri interventi mirati e duraturi, per ripristinare i diritti fiscali rimasti fuori dalla programmazione finanziaria, è manifesta la volontà del Governo a prendere nella dovuta considerazione le aspettative di chi vive fuori dal nostro paese.

Nella sostanza i nuovi interventi finanziari per il prossimo triennio costituiscono uno spartiacque rispetto al recente passato, almeno nella quantificazione delle risorse a copertura della spesa storica dei capitoli per gli italiani all’estero.

Queste andranno ad alimentare gli interventi dai quali dovranno ripartire le attività in termini di promozione linguistica e culturale degli enti gestori e degli istituti di cultura sostenuti anche dal ripristino del fondo cultura per l’estero nell’ambito del sistema di promozione integrata.

Come utilizzare i fondi aggiuntivi

I fondi aggiuntivi saranno utilizzati a sostegno delle iniziative di integrazione e di formazione delle nuove e delle comunità storiche; del rafforzamento della rappresentanza dei Comites e del CGIE e della sperimentazione di nuove procedure elettorali nella circoscrizione estero; per l’adeguamento salariale dei contrattisti all’interno della rete consolare; della promozione del sistema paese per creare nuove opportunità e generare un circolo virtuoso e circolare della mobilità al tempo della globalizzazione dei servizi, delle risorse umane, della cultura e speriamo anche dei diritti.

E’ ovvio che senza una politica di contenimento degli espatri e al potenziamento del sistema paese all’estero, a nulla valgano le leggi per favorire la formazione all’estero di risorse umane o il loro rientro.

I nuovi diritti da conquistare

All’appello della legge finanziaria, però, mancano diversi diritti acquisiti e altri da conquistare. Se c’è stato un ripensamento e la cancellazione da parte del Ministero del tesoro del provvedimento che mirava ad aumentare la tassa sulla cittadinanza e delle percezioni consolari, il governo non è riuscito a scongiurare la reintroduzione delle tasse sugli immobili: in particolare l’IMU per i pensionati italiani proprietari di una casa in Italia, la tassa sui rifiuti urbani e il canone televisivo che interessano da vicino numerose famiglie residenti all’estero.

Queste nuove difficoltà, che riportano indietro di anni la giurisprudenza fiscale italiana, a detrimento di chi vive all’estero, vanno ad aggiungersi alle irrisolte istanze di riforma della rappresentanza dei Comites e del CGIE prima del loro rinnovo, all’applicazione e alla revisione di diversi accordi bilaterali per la tutela e la garanzia dei diritti dei cittadini italiani in Europa e soprattutto nel Regno Unito alla vigilia della Brexit.

Continuare ad incalzare il Governo

Il CGIE con l’ausilio dei Comites continuerà ad incalzare il Governo e il Parlamento, in particolare i 18 parlamentari eletti nella circoscrizione estero, sollecitando interventi nel dibattito politico e nella discussione pubblica sulla questione degli italiani per farla diventare argomento valoriale sul quale il nostro Paese può appoggiarsi per progredire e avanzare in termini di risorse materiali ed immateriali.

La consapevolezza di esercitare un ruolo di grande responsabilità e di valorizzazione delle istituzioni italiane all’estero ci obbliga a chiedere al Governo il rispetto dell’ordinamento legislativo e l’applicazione delle leggi.

Perciò alla scadenza della consiliatura dei Comites e dello stesso CGIE ricordiamo al Governo di indire nuove elezioni e di riformare le due leggi istitutive assieme alle procedure elettorali.

Michele Schiavone, Segretario Generale CGIE 20.12.

 

 

 

 

La storia dell’emigrazione italiana è in larga parte un “affare di famiglia”

 

ROMA - Come ogni anno il Rapporto Italiani nel Mondo 2019 realizzato dalla Fondazione Migrantes analizza la situazione della mobilità italiana. All’interno degli studi sulla mobilità internazionale c’è un’ampia convergenza rispetto all’esigenza di considerare le scelte migratorie in termini di decisioni familiari: il migrante non è un individuo isolato ma agisce all’interno di un nucleo familiare. La storia dell’emigrazione italiana infatti è in larga parte un affare di famiglia. La scelta di espatriare coinvolgeva tutti i membri del nucleo: alcuni partivano, altri restavano a casa, per poi magari raggiungere in un secondo momento coloro che erano già emigrati. Lo studio esplorativo si propone di superare l’individualismo tipico di molti studi sulle nuove mobilità italiane, proponendo i primi risultati di un’indagine sulle famiglie italiane in sedici città del mondo. Lo studio è stato commissionato dalla Federazione Acli Internazionali con l’obiettivo di sondare le caratteristiche delle famiglie italiane nelle città dove era attivo il progetto di Servizio civile internazionale “Italiani d’oltre confine”. Le città considerate sono tra le principali mete della mobilità contemporanea dei nostri connazionali: si va dalle grandi capitali europee (Parigi, Bruxelles, Londra) a centri più piccoli come Bedford in Gran Bretagna, Colonia e Stoccarda, Marsiglia e Valenciennes in Francia, Utrecht in Olanda, Lugano. Chiude la metropoli per antonomasia: New York. La formulazione di Sassen ha dato origine a diverse classificazioni, la più conosciuta delle quali è stata proposta dal Globalization and World Cities Research Network. Applicando la classificazione alle 16 città considerate nello studio è possibile associarne tre a livello alfa, cinque a livello beta, le rimanenti possono essere considerate città non globali.

 

La mobilità italiana post 1990 è composta in prevalenza da nuclei nei quali il rispondente ha un’età media inferiore ai 40 anni. In coerenza con la caratterizzazione anagrafica, l’anzianità migratoria è inferiore ai 10 anni con una maggioranza di famiglie spostatesi all’estero negli ultimi 5 anni (le regioni più rappresentate sono Lombardia, Sicilia e Lazio). La struttura familiare prevalente è la coppia con figli: ossia il 54,2% del campione. La percentuale tuttavia varia a seconda delle città: in generale nelle metropoli alfa tende ad essere superiore. C’è da evidenziare inoltre l’altissima percentuale delle coppie di fatto: tra le famiglie con figli, il 22,3% non si è unito in matrimonio. L’altro aspetto caratterizzante sono le coppie miste. Approfondendo la struttura delle famiglie con figli, si tratta per le più di famiglie con un solo figlio. L’ampiezza delle reti familiari degli expat è quindi abbastanza diversificata: gli schemi familiari sono vari e solo alcuni prevedono il matrimonio, anche in presenza di figli. Lo studio, a questo punto, prende in considerazione i motivi che spingono a tale spostamento: il miglioramento della posizione lavorativa è uno dei moventi fondamentali dei percorsi di mobilità verso l’estero. Ma da qualche anno sono ricorrenti i richiami da parte degli studiosi sulla parzialità di questo modo di intendere la mobilità italiana verso l’estero. In molti casi la decisione di migrare è determinata da più fattori congiunti: la ricerca del lavoro può combinarsi con il coronamento di un progetto di coppia, una passata esperienza di studio nel Paese di destinazione, valutazioni basate sulla qualità della vita nel suo complesso. Non sorprende constatare che la motivazione prevalente sia quella lavorativa; tuttavia occorre precisare che tale orientamento non dipende da precedenti condizioni occupazionali necessariamente penalizzanti. I dati lasciano intendere che la mobilità lavorativa sia stata optata soprattutto per migliorare la prospettive di carriera e mobilità sociale; quindi non necessariamente per fuoriuscire da una situazione di esclusione dal mercato del lavoro. La partecipazione al mercato del lavoro è molto elevata in tutte le città analizzate: considerando solo la posizione dell’intervistato, gli occupati sono il 78,4%. Ancora più probanti sono i dati relativi alle intervistate: il tasso di occupazione è dell’83, 8% mentre quello di inattività è di poco superiore all’11%. È bene ricordare che in Italia le donne occupate sono meno del 50%. Ovviamente occorre poi considerare anche la posizione lavorativa del partner: le coppie a doppia carriera sono nel complesso il 67,7%; le coppie composte da un occupato e un disoccupato sono invece il 15,6% mentre la combinazione di un occupato e un inattivo ammonta al 12,2%.

 

Passando ad analizzare il titolo di studio è possibile individuare una delle maggiori caratterizzazioni del campione esaminato, ovvero l’elevata diffusione di credenziali formative di tipo terziario. Nel complesso, gli intervistati in possesso di un diploma di scuola secondaria inferiore sono il 15,6%; ha un diploma di scuola secondaria superiore il 22,2%; una qualifica professionale il 7,3%; sommando infine laureati e persone con un titolo post-laurea si ottiene il 54,8% del campione. Si tratta di una percentuale molto elevata. In ogni caso alcune città sembrano attirare persone e famiglie più istruite: la percentuale di laureati è oltre il 75% a New York e Parigi. Analizzando poi l’interazione tra titolo di studio e livello di professionalizzazione, segmentata per tipo di città, si evidenzia che il possesso di una laurea nelle città globali non è sempre sufficiente per avere accesso ad una posizione lavorativa qualificata: i laureati che svolgono professioni high skilled sono il 32% contro il 42% riscontrato nelle città non globali. Può essere inoltre interessante comparare la classe professionale dei partner della coppia, per verificare tra le coppie a doppia carriera quante svolgano professioni poste sullo stesso livello di specializzazione. Le coppie che occupano posizioni professionali appartenenti alla stessa classe occupazionale sono il 41,3% del campione. Anche in questo caso la mobilità sembra aver permesso un relativo riequilibrio delle differenze tra i partner. In una coppia nella quale lavorano entrambi i membri, spesso una delle due occupazioni è ausiliaria: tipicamente in Italia ha queste caratteristiche la posizione lavorativa del partner femminile. Tra le famiglie expat questa tendenza sembra essere meno diffusa.

Per comprendere compiutamente le traiettorie assunte da un progetto migratorio, è necessario soffermarsi sulla stabilità dell’impiego. Bisogna capire se la scelta dell’espatrio abbia portato a un consolidamento della posizione lavorativa: possiede un lavoro a tempo indeterminato il 65,5% degli intervistati, mentre il lavoro a tempo determinato pesa per il 21,6% e le attività di consulenza e collaborazione per il 9,3%; infine il lavoro saltuario o in nero per il 3,6%. Tra le città con maggiore incidenza di contratti a tempo indeterminato si hanno: Bedford (82,1%), Londra (87,3%) e Stoccarda (81,2%). Si può dunque concludere che il profilo delle famiglie expat contattate durante la ricerca presenti tre elementi essenziali: un prevalente posizionamento nel segmento ad alta professionalità; una forte componente di occupazioni stabili; un riequilibrio delle posizioni professionali tra uomini e donne. La mobilità verso l’estero quindi compensa o previene i fenomeni di sottoccupazione e sovraistruzione subìti da alcuni segmenti della forza-lavoro italiana. Pertanto non sorprende il dato relativo alla propensione al rientro: solo il 15,6% del campione ha espresso l’intenzione di tornare a vivere stabilmente in Italia, mentre gli altri sono indecisi oppure non vogliono. Maria Stella Rombolà, Inform/dip

 

 

 

Il volontariato

 

Anche col nuovo anno, tenteremo d’offrire ai Connazionali nel mondo, adeguamenti e consigli sul fronte socio/economico nazionale. Intendiamo, infatti, sostenere una struttura utile per favorire il “contatto”di chi ci segue sulle questioni d’interesse.

 

Riteniamo, quindi, che questo volontariato focalizzi gli aspetti fondamentali della vita italiana dentro e fuori i confini del Bel Paese. Senza, tuttavia, escludere il coinvolgimento di altre realtà etniche. Un Organigramma, di portata internazionale, ci sembra sostanziale. Con le finalità per addentrarci nello specifico degli argomenti d’interesse.

 

Riteniamo che saranno ridotte le difficoltà di discussione tra le varie problematiche dei Connazionali nel mondo e in Patria. Il voler sostenere l’”unione”, riconosciuto il processo d’integrazione con la realtà dei Paesi ospiti, ci sembra il mezzo migliore per offrire una via di confronto, che è importante, per la quale ci siamo impegnati.

 

Abbiamo preferito comunicare, in sintesi, questo prospetto proprio perché intendiamo superare le incertezze dei tempi che non sono facili neppure all’estero. Sarà nostra premura sviluppare l’informazione a tutto campo. Contiamo che l’iniziativa sia accolta come testimonianza della volontà di servizio che questo quindicinale intende dedicare ai suoi Lettori. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Un appello ai giovani: tornare in Italia, per aiutarla

 

Roma - “Il nostro Paese è in crisi. Perché è corrotto, perché è inefficiente, ma soprattutto perché non crede e non investe nei giovani. Ma è proprio per questo che noi giovani serviamo più che mai: siamo la sola via d’uscita dallo scadimento culturale ed economico. Lanciamo un appello a chi, come noi se n'è andato dall'Italia: Torniamo a casa!”. Inizia così il pezzo di Gaia Van Der Esch e Tommaso Cariati, due studenti della Harvard University pubblicato il 23 dicembre scorso nella versione online de “L’Espresso”. 

“Siamo partiti, abbiamo imparato, ci siamo divertiti. Ma ci siamo sentiti anche lontani da casa. Soli.

L'Italia è in crisi, economica e culturale: sta a noi fare qualcosa per il paese che ci ha cresciuto e ci ha insegnato tanto.

Tocca a tutti noi, è il nostro turno. Torniamo a un lavoro che paga meno, con l'obiettivo di cambiare le regole dall'interno, torniamo per fare fronte comune alla corruzione e alla politica da spiaggia, che dilagano in Italia.

Lanciamo questo appello a tutti coloro che come noi sono partiti: abbiamo un’opportunità e una responsabilità unica per partecipare alla rinascita dell’Italia.

Usiamo le nostre idee ed energie per fare dell'Italia un esempio per il mondo. Torniamo e portiamo con noi i nostri colleghi e compagni di università, invitiamoli a lavorare nel Bel Paese, invertiamo la rotta, assicuriamoci che i giovani di oggi e di domani siano valorizzati, come noi lo siamo stati all’estero.

Il nostro è un appello per dar voce proprio a chi – come noi – se n’è andato ma pensa spesso di tornare, per spiegare le nostre motivazioni e, soprattutto, trovare insieme soluzioni.

Soluzioni per farci rientrare, per sfruttare le nostre competenze a favore del paese. Dobbiamo provarci. Tutti insieme”. (aise/dip) 

 

 

 

 

Manovra, Garavini: "Una legge di bilancio con luci ed ombre per gli italiani all'estero"

 

Roma - "Italia Viva si è battuta fermamente per mantenere l'esenzione dall'Imu dei nostri pensionati all'estero. Come pure per scongiurare l'incremento delle tasse consolari. Ma rispetto al nostro impegno ci siamo trovati di fronte a un muro. Nonostante la ferma battaglia portata avanti con i colleghi di Italia Viva nelle commissioni ed in tutte le sedi parlamentari, questa manovra di bilancio lascia amarezza. A partire dal ripristino dell'Imu, che avevamo cancellato con il Governo Renzi, per i pensionati all'estero proprietari di casa in Italia. Tassa che adesso viene ripristinata per tutti gli italiani all'estero". 

"La motivazione è che il Governo ha cancellato l'esenzione, ripristinando l'Imu, per evitare una procedura d'infrazione da parte dell'Europa. Ma è una scusa. È vero che la Commissione europea ha lamentato una condizione di disparità tra i pensionati italiani e quelli di altra cittadinanza, possessori di immobili in Italia. Ma in commissione bilancio al Senato avremmo potuto fare decadere questa procedura di infrazione se solo avessimo approvato l'emendamento da me presentato, finalizzato a superare l'impasse estendendo l'esenzione anche ai pensionati di origine europea. Cosa che il sottosegretario Merlo ha boicottato".

"Quello stesso Sottosegretario che non ha mosso un dito per evitare un ulteriore grave danno alle nostre comunità all'estero: l'incremento del 20 per cento del costo dei servizi consolari. Il che significa che il costo per il rilascio dei passaporti, delle carte di identità e di altri documenti aumenterà di un quinto. Un aumento gravoso e ingiustificato, a danno dei nostri concittadini. In questa manovra i dubbi che avevamo su questo sottosegretario purtroppo sono stati confermati".

"Positivo è invece il fatto che ci sia riuscito di ripristinare il Fondo cultura che avevamo introdotto col Governo Renzi negli anni passati. Quel fondo che non era poi stato rifinanziato dal Governo Lega/5stelle e che adesso invece siamo riusciti a rifocillare con sette milioni (un milione per il 2020 e 3 milioni, rispettivamente per il 2021 ed il 2022. È importante tenere aperta l'ipotesi di possibili maggiori stanziamenti negli anni a venire, nel caso di una migliore congiuntura economica del paese".

"Ulteriore risultato positivo è il mantenimento del costo della domanda di cittadinanza a 300 euro, anziché a 600. Se va salutata con favore la previsione di risorse aggiuntive per i prossimi tre anni per i corsi di lingua e cultura gestiti dagli enti gestori (500.000), e per gli organi di rappresentanza di base, Comites (un milione di euro) e Cgie (500.000) non si sono invece previsti mezzi integrativi per la preziosa rete delle Camere di commercio italiane all'estero. Insomma una legge di bilancio con qualche luce, ma con molte ombre per gli italiani nel mondo. Con forti responsabilità del Sottosegretario che ambisce al rinnovo della delega per gli italiani all'estero" È quanto dichiara la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente vicario del Gruppo di Italia Viva-Psi al Senato. De.it.pres

 

 

 

 

Difficile legge di bilancio: apprezzabili le misure per gli italiani all’estero

 

Da quando esiste la circoscrizione Estero è la prima volta che l’impegno emendativo a favore degli italiani all’estero probabilmente non si potrà sviluppare in entrambi i rami del Parlamento perché è quasi certo che, di fatto, il provvedimento arriverà bloccato alla Camera.  

 

Per quanto ci riguarda come eletti all’estero del PD abbiamo dovuto affrontare questa inedita situazione integrando i nostri suggerimenti e sollecitazioni con quelli del Sen. Giacobbe, che quindi ha validamente messo sul tavolo le sue e le nostre ragioni, in nome della visione politica che ci accomuna.

 

Il risultato, che è venuto da una costruttiva mediazione tra i gruppi di maggioranza, crediamo sia nel complesso positivo, anche se con qualche ombra che non ci è piaciuta.

 

Sono stati eliminati gli aumenti previsti sulle percezioni consolari (con uno sforzo finanziario impegnativo) con una proposta di relatore e governo, integrati di un milione di euro in proiezione triennale i fondi per i corsi di lingua e cultura organizzati dagli enti gestori, sancito il rifinanziamento dell’importante Fondo per il sostegno alla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo, istituito nel 2017 dal Governo Gentiloni, per 1 milione nel 2020 e 3 milioni rispettivamente nel 2021 e 2022 (con un emendamento dei colleghi 5Stelle), stanziati 500.000 euro per il funzionamento dei teatri statali all’estero, integrati i contributi dei COMITES di un milione per ciascun anno del prossimo triennio e di 500.000 euro per il CGIE, recuperando i fondi tagliati dal precedente governo giallo-verde.

 

Purtroppo – e la cosa ci dispiace non poco – non c’è stata un’adeguata attenzione per ripristinare l’esenzione IMU per i pensionati esteri, dopo l’osservazione fatta dall’UE sulla disparità di trattamento con gli altri pensionati europei che hanno un’abitazione in Italia. E’ una lacuna che occorrerà colmare al più presto.

 

Dal punto di vista strategico, ci soddisfa particolarmente l’impegno per la promozione della lingua e cultura, che rappresenta un vero passepartout della presenza italiana nel mondo. A questo proposito, vogliamo sottolineare l’aspetto veramente positivo del rifinanziamento di un Fondo decisivo per la nostra politica culturale e linguistica all’estero, in scadenza nel 2020, ma anche l’impegno che si apre per tutti noi per aumentare dal prossimo anno la dotazione prevista di tre milioni. Negli ultimi anni, infatti, essa era di 50 milioni e su queste risorse si alimentavano una pluralità di interventi culturali, tutti di grande importanza.

 

Insomma, essere riusciti a portare a casa dei risultati nonostante le persistenti limitazioni finanziarie e l’impossibilità di intervenire alla Camera non è cosa di poco conto. C’è ancora parecchio da fare, ma l’essenziale è avere ripreso concretamente un’interlocuzione attiva con gli italiani all’estero.  

Francesca La Marca - Angela Schirò (Deputate PD estero)  13 dic.

 

 

 

Schiavone (Cgie) in prima linea per l’abrogazione del taglio dei parlamentari

 

ROMA - “Mi auguro che in giro per il mondo si compongano comitati referendari e che i nostri connazionali si impegnino a promuovere l'ampia partecipazione nelle comunità di residenza”. È questo l’auspicio di Michele Schiavone, Segretario Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), riguardo la notizia di oggi che annuncia il raggiungimento dell’adesione dei 64 senatori necessari per indire il referendum abrogativo della legge che riduce il numero dei parlamentari.

Sul tema, che include anche quelli i parlamentari eletti nella circoscrizione estero, il CGIE ha espresso la propria contrarietà, perché “questa riduzione in parti uguali tra numeri disuguali contraddice i principi fondativi della Costituzione italiana, che garantisce le minoranze”, spiega Schiavone.

“I cittadini italiani all'estero anche se non sono più minoranza del paese, come non sono nemmeno un corpo estraneo dell'Italia - evidenza il Segretario Generale CGIE -, costituiscono assets imprescindibili del Sistema Italia, e in realtà sono Ambasciatori virtuosi e solidali del nostro paese. La loro rappresentanza nel parlamento italiana è da sempre sottodimensionata e va recuperata in maniera ragionevole e equilibrata”.

Schiavone, chiarisce anche che in tutto il mondo, “i quesiti referendari sottoposti al vaglio popolare non rispondono alle scelte partitiche ma alle coscienze dei singoli cittadini. Principio che vorremmo fosse introdotto e riproposto anche nei comportamenti elettorali italiani, a maggior ragione in una difficile fase storica nella quale i dettami costituzionali sono spessi disattesi”.

“A titolo personale - conclude Schiavone - e con profonda considerazione del mondo degli italiani, che mi onoro di rappresentare, mi batterò in prima linea affinché la nuova legge sia abrogata”. (aise(dip) 

 

 

 

Chiarezza per il Paese

 

Dalla crisi economica si potrebbe, forse, uscire; però con un efficace programma d’investimenti. Almeno, si dovrebbe tutelare il potere d’acquisto interno; anche senza la definitiva soluzione dei mali peggiori di casa nostra. Ma è che queste intuizioni economiche non sono buona scienza.

 A conti fatti, questo Esecutivo, che di novità ne ha espresse non poche, potrebbe tentare di correggere l’attuale tendenza. In Italia, però, si continua a investire di meno. Sembra un controsenso: gli istituti di credito traboccano di liquidità, ma nessuno è disposto a favorire gli investimenti; anche a medio termine. Chi ancora si potrà permettere certi “lussi” sarà maggiormente controllato e i “furbi”, che non sono pochi, potrebbero affrontare tempi difficili. Ma senza troppe illusioni.

 E’ la politica dei redditi che potrebbe essere resa migliore. Ciò anche tenuto conto che le pensioni, se si escludono quelle d’”oro”, non hanno avuto, già da anni, incrementi con gli obiettivi dei quali abbiamo scritto.

 Mentre l’accoppiata PD/M5S, esterna opinioni “discutibili”, la “deriva” italiana resta una realtà che questo Conte”bis” dovrebbe ridimensionare. Anche se, con molta chiarezza, ne dubitiamo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Promozione del cinema italiano all’estero: risoluzione bipartisan

 

ROMA - Le commissioni Affari esteri e Cultura della Camera hanno approvato ieri la risoluzione Acunzo, Romaniello, Siragusa e Nissoli sulla promozione del cinema italiano all’estero. L’atto impegna il governo ad una promozione integrata, che vedrà gli IIC in prima linea, senza dimenticare la valorizzazione dei giovani autori né il ricordo dei grandi del cinema italiano, con un occhio al cineturismo e, dunque, alla promozione del territorio italiano.

Nei tanti interventi al dibattito seguito alla breve relazione di Acunzo – tra cui quelli degli eletti all’estero Billi (Lega), Fusacchia (Misto) e Schirò (Pd) – i deputati di tutti gli schieramenti hanno annunciato voto favorevole alla risoluzione, approvata dalle Commissioni alla presenza del sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano.

Questo il testo della risoluzione approvata.

“Le Commissioni III e VII,

premesso che:

il cinema italiano, nonostante i successi internazionali degli ultimi anni, continua a scontare la scarsa circuitazione delle opere audiovisive sia all'estero che in Italia;

nella passata legislatura, con l'approvazione della legge 14 novembre 2016, n.?220, si è intervenuti in modo sistemico sulla disciplina del settore del cinema e della produzione audiovisiva, riconoscendo il ruolo strategico dell'industria cinematografica come veicolo di formazione culturale e di promozione del Paese all'estero;

si è avviato un sistema di riforma atteso da oltre cinquant'anni con risorse certe per 400 milioni di euro all'anno – oltre il 60 per cento in più rispetto ai fondi dell'anno precedente – con strumenti automatici di finanziamento e incentivi per i giovani autori;

gli istituti italiani di cultura e le sedi diplomatico-consolari, nei limiti delle rispettive competenze, hanno come compito principale quello di far conoscere e valorizzare nel mondo il patrimonio culturale italiano sotto ogni forma, di cui il cinema rappresenta una componente essenziale;

gli istituti italiani di cultura e le sedi diplomatico-consolari, nei limiti delle rispettive competenze, che già promuovono e danno vita a numerose iniziative, attraverso un inserimento strutturale e programmato delle nostre produzioni cinematografiche, potranno ampliare l'offerta, avvicinando gli italiani residenti all'estero e gli stranieri alla cultura del nostro Paese e alle realtà artistiche emergenti;

la conoscenza e l'apprezzamento dell'attuale produzione cinematografica potrà avere una positiva incidenza anche su quel fenomeno oggi più che mai in crescita conosciuto come cineturismo;

il cineturismo rappresenta una forma importante per la diffusione della cultura italiana in grado di incidere positivamente sul Pil nazionale;

è utile e opportuno che i grandi autori italiani del passato, che hanno saputo dare lustro alla cultura nazionale e ai quali si sono ispirati moltissimi registi di fama internazionale, siano ricordati e celebrati, così come necessitano di essere conosciuti e apprezzati i giovani autori e le giovani autrici del cinema italiano,

impegnano il Governo:

1) a rafforzare e a finanziare le iniziative per la promozione della cinematografia italiana all'estero, celebrando ogni anno la “giornata mondiale del cinema italiano”, nell'ambito della rassegna “Fare Cinema – La Settimana del cinema italiano nel mondo”, già promossa annualmente attraverso la rete delle ambasciate, consolati ed istituti italiani di cultura;

2) a dedicare l'edizione del 2020 al centenario della nascita del maestro Federico Fellini proiettando i capolavori del regista e di nuovi autori cinematografici italiani, ove possibile in contemporaneaPag. 17mondiale, compatibilmente con le risorse disponibili, la normativa in materia di diritto d'autore e il contesto locale dei diversi Paesi;

3) a rafforzare presso le sedi diplomatico-consolari e gli istituti italiani di cultura un'azione promozionale integrata, anche attraverso proiezioni di prodotti audiovisivi italiani (cortometraggi, mediometraggi, film e docufilm), così da ottenere molteplici effetti positivi, tra i quali:

a) arricchire l'offerta culturale degli Istituti italiani di cultura;

b) permettere ai giovani autori e alle giovani autrici di avere maggiore visibilità;

c) contribuire con efficacia alla promozione dell'immagine dell'Italia all'estero, facendo conoscere storie, luoghi tradizioni della nostra identità artistica e sociale contemporanea;

d) valorizzare e fare conoscere meglio i grandi del cinema italiano;

e) sostenere un comparto – e in esso la componente artigiana tipica della creatività italiana – che costituisce un'importante quota dell'economia italiana, in termini occupazionali;

f) intensificare l'afflusso turistico dall'estero verso l'Italia attraverso il marketing territoriale dei luoghi cinematografici (cineturismo). A tal fine, valuti il Governo la possibilità – quando all'estero nell'ambito della sopra richiamata “Giornata mondiale del cinema italiano” sono proiettati film italiani, soprattutto se prodotti con contributi pubblici – di valorizzare, nelle modalità ritenute opportune, le regioni di appartenenza delle località o delle attrazioni turistiche italiane che appaiono nelle pellicole”. (aise/dip 12.12.) 

 

 

 

 

Legge che tutela i contrattisti dei consolati

 

L’approvazione da parte della Camera dei Deputati della proposta di legge Ciprini in materia di personale assunto a contratto dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura che ha inteso modificare alcuni articoli fondamentali del DPR 18 del 67 dopo 19 anni di inerzia e di silenzio da parte dell’Amministrazione,  rappresenta un momento sicuramente storico per la categoria, poiché si è finalmente deciso di individuare gli strumenti più adeguati per la tutela e la salvaguardia di diritti cogenti di una parte dei lavoratori da sempre messa ai margini dell’attenzione e dell’interesse del Ministero sebbene rappresentino una importante componente funzionale della sua rete estera.

Malgrado si sia conclusa soltanto la prima, ancorché  importantissima, fase dell’iter legislativo che condurrà alla sua definitiva approvazione, ci sentiamo di ringraziare la proponente nonché relatrice della proposta di legge On. Tiziana Ciprini che ha inteso farsi portavoce delle nostre istanze, unitamente ai parlamentari, che in Commissione lavoro e in aula,  hanno inteso contribuire all’edificazione di uno strumento legislativo,  che sebbene non si possa qualificare come “perfetto” sta rappresentando una svolta rispetto allo scenario normativo, disorganico deficitario e svilente, attualmente vigente in materia di impiegati a contratto”.

Resta ancora molto da fare su questo fronte  nella legittima prospettiva di elevare i dipendenti a contratto al medesimo rango delle altre categorie di lavoratori del Maeci, quantomeno in termini di diritti e di riconoscimenti, al fine di esorcizzare definitivamente la loro configurazione come “cenerentola” della Farnesina, che rischia soltanto di minare la credibilità, l’immagine e le potenzialità del nostro Paese oltre confine, senza trascurare l’onere economico che tale scenario sta determinando in capo all’Amministrazione, in ragione del continuo soccombere del Ministero in sede giurisdizionale presso i tribunali stranieri a causa dei continui ricorsi per inadempienza e violazione dei diritti da parte dei dipendenti a contratto”.

“Ci auguriamo che in Senato l’iter sia celere e privo di impasse, certi che quanto realizzatosi alla Camera in termini di confronto e di approfondimento possa fungere da riferimento a Palazzo Madama,  al fine di evitare pericolosi rallentamenti che rischierebbero soltanto di disperdere un patrimonio significativo di lavoro.

Siamo certi che queste novelle normative possano essere premessa per una stagione nuova di adeguamenti retributivi, di riconoscimenti di spettanze e diritti a quei lavoratori che da anni  attendono esclusivamente di essere considerati e rispettati per il loro preziosissimo contributo alla crescita del nostro Paese”.

Confsal Unsa Coordinamento Esteri, Il Segretario Nazionale Iris Lauriola  12.12.

 

 

 

 

I libri italiani che piacciono all’estero

 

ROMA- Prosegue anche nel 2019 l’internazionalizzazione dell’editoria italiana. Nell’ultimo anno si sono ceduti 8.569 diritti, con un +8,7% rispetto al 2018. Crescono, anche se a ritmo meno sostenuto, i diritti acquistati (sono 9.648, +3,1% rispetto allo scorso anno). È quanto emerso dai dati 2019 dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sull’import-export dei diritti, presentato di recente a Più libri più liberi, la Fiera nazionale della Piccola e Media Editoria.

L’indagine conferma la trasformazione strutturale dell’editoria italiana che guarda sempre più anche ai lettori stranieri: dal 2001 ad oggi la vendita dei diritti è aumentata di circa cinque volte (nel 2001 erano 1.800). Nello stesso periodo, invece, gli acquisti sono quasi raddoppiati (erano 5.400).

Quali sono i generi più venduti? Rimane stabile rispetto al 2018 la ripartizione per genere. Bambini e ragazzi e narrativa italiana, assieme, coprono il 64,3% di tutti i diritti venduti ma, mentre la percentuale dei primi è in lieve calo (dal 39% al 38%), la narrativa italiana cresce (dal 25,4% al 26,3%). A seguire saggistica (20,6%), illustrati (10,5%) e manualistica (4,6%).

Piccoli editori sempre più internazionali. I dati dimostrano che le piccole case editrici continuano ad acquistare più diritti di quanti ne vendano. Ma se gli acquisti crescono del 2,9%, l’export cresce a tassi molto più sostenuti (+16,5%). Quasi la metà degli acquisti di diritti (49,5%) è coperta dai piccoli e medi editori mentre i diritti venduti rappresentano il 23,8% del totale.

Coedizioni. Le coedizioni si mostrano una strategia sempre più rilevante nel percorso di internazionalizzazione. Nel 2019 sono state 2.987 le coedizioni realizzate dagli editori italiani con gli stranieri (+42,6% rispetto al 2018). Il genere dominante e in crescita è sempre quello dei bambini e ragazzi (65,6%, era il 57,7% nel 2016), seguito da illustrati (18,7%) e saggistica (12,1%). In calo la narrativa che nel 2016 rappresentava il 7,2% e oggi è al 2,4%.

Il ruolo delle fiere internazionali e i Paesi dove si vende di più. Cresce in modo marcato il peso specifico delle fiere e dei saloni internazionali come driver di vendita sui territori esteri. In tutti quelli in cui l’AIE è stata presente con uno stand collettivo si riscontra un aumento della vendita dei diritti di autori italiani. L’Europa rappresenta sempre il principale mercato dove le opere vengono vendute (64,2% del totale) ma continuano a farsi spazio anche altre aree geografiche, in particolare l’Asia (14,3%, +26,3% rispetto al 2018). In calo le vendite in Nord America (-36,7%), Sud America (-8,3%) e Medio Oriente (-14,6%). Il Paese europeo dove si è venduto di più nel 2018 è la Spagna (20,3% del totale). Crescono fortemente anche le vendite di diritti nei Paesi dell’Europa centrale e balcanica (16,2%), Polonia (13,1%) e Ungheria (4,7%). Nell’anno dopo la partecipazione dell’Italia come Paese ospite d’onore alla XX edizione della Non/Fiction International Book Fair di Mosca, un dato significativo è rappresentato dalla Russia, con il 7% di diritti venduti (+169,2% rispetto al 2018, quando i diritti coprivano il 3% del totale).

“Questa indagine conferma che l’internazionalizzazione è un processo che investe in pieno tutta l’editoria, grandi gruppi come medi e piccoli editori”, ha dichiarato il vicepresidente di AIE e presidente del Gruppo dei Piccoli editori, Diego Guida. “Alle fiere internazionali cresce sempre di più la presenza dei piccoli editori che vivacizzano il mercato e, con uno sforzo economico importante, portano all’estero la complessità dell’offerta culturale italiana. Prezioso dunque l’accompagnamento di AIE che, in collaborazione con i partner istituzionali, in primis l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, supporta l’internazionalizzazione dell’editoria italiana. In questo senso va anche la scelta di dedicare questa edizione di Più libri più liberi al tema dei Confini dell’Europa, con un forte taglio internazionale”. (aise 17.12.) 

 

 

 

Panorama italiano

 

Prima di tutto, Buon Anno a tutti. Intanto, ci siamo contati. Gli italiani residenti nel Bel Pese sono 60.487.973. In UE, al quarto posto come popolazione residente. Ci precedono la Germania, la Francia e il Regno Unito. Pur se al quarto posto come densità umana, siamo in prima posizione, tra i Paesi UE, come disoccupati e giovani alla ricerca di una prima occupazione.

 

Passando ai numeri, che meglio evidenziano questo “primato” in negativo, scriviamo che il nuovo anno è iniziato con tre milioni di senza lavoro. Compresi anche quelli che l’occupazione non l’hanno perduta.  Il tenore di vita nazionale, per obiettività rimarrà, in sostanza, identico a quello dell’anno precedente. Però le tensioni sociali aumenteranno; come le polemiche politiche correlato a un Esecutivo, che stentiamo ancora a identificare come di “centro/sinistra”, continueranno.

 

 Questo è il quadro della Penisola all’inizio di quest’anno che si presenta, da subito, “difficile”. Ora è complesso fare delle previsioni attendibili su come andrà a evolversi la situazione nazionale. Certo è che quest’anno dovrebbe essere considerato di “transizione”. Con una nuova legge elettorale e un Potere Legislativo con un numero di parlamentari più contenuto. Per quanto ci compete, torneremo sul fronte dei Connazionali in Europa (più di tre milioni) che, almeno secondo il nostro modo di vedere, hanno il diritto d’essere meglio inseriti nel panorama socio/politico italiano. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Pubblicato l’Archivio on line “Scrivere le migrazioni”

 

E’ stato pubblicato nelle scorse settimane l’Archivio on line “Scrivere le migrazioni”, raggiungibile all’indirizzo www.premioconti.org.

Si tratta di uno dei maggiori archivi on line del suo genere, contenente oltre mille elaborati, centinaia di foto storiche ed oltre 80 video-documentari. Un totale di oltre 15 mila pagine tra memorie, racconti, diari, saggi, studi e ricerche.

Si tratta in gran parte degli elaborati selezionati durante le 9 edizioni del Premio Pietro Conti, a cui si aggiunge un altro analogo archivio messo a disposizione dalle associazioni della rete Filef in Italia e nel mondo e da altri partner.

Il progetto è stato realizzato da Filef con il sostegno della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano e grazie al contributo di CISE Multimedia-Lavoro e FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione).

Il progetto ha consentito di recuperare e digitalizzare un ampio repertorio di oltre 500 racconti e memorie, e di altrettanti saggi, studi e ricerche sull’emigrazione italiana nel mondo e sull’immigrazione in Italia, raccolti da Filef negli ultimi decenni.

L’azione di recupero, scannerizzazione ed editing dei materiali e la successiva pubblicazione nell’archivio digitale è durata circa un anno e mezzo.

 

L’archivio è stato ideato e realizzato per fornire un contributo alla conoscenza della storia dell’emigrazione italiana nel mondo, ma più in generale dei fenomeni migratori, in un momento delicato e attraversato da rischiose semplificazioni e strumentalità.

L’Archivio costituisce anche un utile strumento didattico per le scuole in Italia e all’estero e un compendio per l’insegnamento della storia delle migrazioni in percorsi didattici o formativi rivolti in particolare alle giovani generazioni.

L’Archivio vuole anche dare un contributo al recupero dell’identità culturale e del legame con l’Italia delle collettività italiane all’estero presenti in tanti paesi di emigrazione, proprio attraverso il riconoscimento della propria esperienza emigratoria - spesso misconosciuta - e la valorizzazione della prospettiva interculturale di cui sono portatrici.

Attraverso la lettura delle memorie e dei racconti, talvolta di notevole qualità letteraria, si possono comprendere le cause, le ragioni e gli esiti dei flussi migratori partendo proprio dalla lunga storia dell’esodo italiano, apprezzandone la complessità e la varietà attraverso la descrizione di tanti singoli percorsi di emigrazione che riguardano 70 diversi paesi e tutte le regioni italiane.

Mentre centinaia di saggi e sintesi di altrettanti studi e ricerche consentono di aprire squarci di approfondimento tematico in ambito sociale, culturale, economico, storico e territoriale, illustrando casi specifici, personaggi, fatti, eventi e lo sviluppo delle complesse situazioni di insediamento, accoglienza, inserimento lavorativo e di successiva integrazione che, nelle sue varie e contraddittorie dinamiche, ha costituito un fattore di sviluppo delle relazioni tra paesi ospitanti e paesi erogatori dei flussi migratori, disegnando la storia di oltre un secolo e mezzo.

L’Archivio fornisce anche un ampio campo di opportunità di rielaborazione delle specifiche esperienze migratorie in ambito di produzione artistica, teatrale, radiofonica, audiovisiva e cinematografica, come peraltro già avvenuto per alcuni dei materiali presenti.

L’Archivio è un work in progress implementabile e aggiornabile con tutti gli ulteriori contributi che perverranno da altri soggetti o da singoli, a partire dalle attuali esperienze di nuova emigrazione e di nuova immigrazione. Filef

 

 

 

 

 

Conti correnti e iscritti all’aire

 

ROMA - Nella seduta di ieri in Commissione Finanze il Sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta ha risposto all'interrogazione di Massimo Ungaro (Iv) sui costi di apertura di un conto corrente per i cittadini italiani iscritti all’Aire.

Nella interrogazione, il deputato eletto in Europa denunciava che “i costi per aprire un conto corrente per connazionali non residenti non sono uguali a quelli che bisogna sostenere per aprire un conto corrente ordinario. Si sostiene che questo accada per via delle commissioni più alte e dei maggiori controlli fiscali che questa tipologia di conti correnti richiedono; anche se si ha la cittadinanza italiana e si è regolarmente iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, - chiarisce il deputato – per gli italiani non residenti si ha l'obbligo, per effetto del recepimento della normativa comunitaria antiriciclaggio in vigore dal febbraio 2015, di chiudere il conto corrente italiano e trasferire tutte le somme in esso, a patto che tale conto venga aperto presso una banca regolarmente operante in Italia”.

Nel rispondere al parlamentare, ieri Baretta ha ricordato che “sentita anche la Banca d'Italia, la legge 18 giugno 2015 n.?95 – che ha dato attuazione alla direttiva UE 2014/107 sugli scambi informativi a fini fiscali e ha ratificato l'Accordo tra USA e Italia finalizzato a migliorare la compliance fiscale internazionale e ad applicare la normativa del “Foreign Account Tax Compliance Act”, (FATCA) – ha introdotto le modalità di rilevazione, trasmissione e comunicazione all'Agenzia delle Entrate delle informazioni relative ai conti finanziari detenuti dai soggetti non residenti, nonché le procedure relative agli obblighi di adeguata verifica (due diligence) ai fini fiscali. Il MEF ha emanato il 28 dicembre 2015 un decreto di attuazione”.

“Pertanto, - ha aggiunto – ai sensi della citata legge, le istituzioni finanziarie (tra cui banche, Poste, SIM, SGR, società fiduciarie) all'atto dell'apertura di un conto finanziario da parte di un soggetto non residente, effettuano un'attività di due diligence volta ad acquisire, tra l'altro, dati personali quali il nome, l'indirizzo, la giurisdizione o le giurisdizioni di residenza, il numero di identificazione fiscale (NIF) o i NIF di ciascuna persona oggetto di comunicazione”.

“I conti correnti per non residenti – ha proseguito il sottosegretario – sono un prodotto bancario commercializzato dalle banche nell'esercizio della loro attività d'impresa e che le commissioni bancarie sono stabilite in un regime di libero mercato, e, quindi, sono sottratte ad un controllo di congruità da parte dello Stato. In ogni caso il collegamento tra l'entità della commissione richiesta per la gestione del conto corrente e la effettuazione di controlli fiscali non può, comunque, essere posto a fondamento della richiesta di commissioni bancarie più alte”.

“Secondo la vigente normativa antiriciclaggio e la relativa normativa secondaria di attuazione, non sussiste alcun obbligo di chiusura di conti correnti per i cittadini italiani non residenti”, ha precisato Baretta. “L'eventuale interruzione del rapporto continuativo con l'intermediario finanziario (banca o poste italiane) ovvero il rifiuto all'instaurazione del rapporto – ha concluso – risulta collegato esclusivamente all'impossibilità oggettiva di effettuare o completare, entro i termini prescritti dalla legge, l'adeguata verifica del cliente”.

Nella replica, Ungaro ha espresso “apprezzamento per il fatto che non sussista alcun obbligo di chiusura dei conti correnti per i cittadini italiani non residenti”, ribadendo, però, la necessità che “l'aumento dei costi delle commissioni bancarie, fenomeno diffusosi di recente, vada adeguatamente monitorato”. (aise/dip) 

 

 

 

Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo, prosegue l’esame in Commissione Esteri

 

Approvato un emendamento della relatrice Schirò che fissa la data della ricorrenza al 27 ottobre, in omaggio alla legge n. 470, istitutiva dell’Anagrafe per gli italiani residenti all’estero (Aire)

 

ROMA – E’ ripreso in Commissione Esteri della Camera il dibattito sull’istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo, dopo il rinvio nella seduta del 6 novembre scorso. Si è discusso quindi dei testi presentati da tre eletti nella Circoscrizione Estero, ossia Francesca La Marca (PD), Elisa Siragusa (M5S) e Fucsia Fitzgerald Nissoli (FI), più il testo di Paolo Formentini (Lega).  La Commissione, presieduta da Piero Fassino, ha dichiarato l’inammissibilità, per estraneità di materia, dell’articolo aggiuntivo di Siragusa, concernente l’istituzione del portale unico degli italiani all’estero. Tale estraneità si spiega alla luce del contenuto obiettivo dei provvedimenti in titolo, il cui perimetro è circoscritto alla sola istituzione della giornata nazionale degli italiani nel mondo e alla realizzazione di eventi ed iniziative ad essa riferiti. La relatrice Angela Schirò (PD) ha auspicato l’approvazione dell’emendamento a sua prima firma, che propone di considerare come Giornata nazionale degli italiani nel mondo, per ragioni di merito e di opportunità, la data del 27 ottobre, in omaggio alla legge 27 ottobre 1988, n.?470, istitutiva dell’Anagrafe per gli italiani residenti all’estero (Aire). “Da quella normativa, infatti, la presenza degli italiani all’estero ha avuto una rilevanza formale e si sono creati i presupposti per il concreto esercizio di alcuni importanti diritti di cittadinanza, quale il voto nelle elezioni politiche e per il rinnovo degli organismi di rappresentanza, e di forme più evolute e certe nel rapporto tra il cittadino residente all’estero e lo Stato. Con la legge n. 470 del 1988 – ha precisato Schirò - si è venuta configurando, in generale, una specie di regione virtuale di circa sei milioni di cittadini, destinata a crescere per l’afflusso della nuova emigrazione, che fa da nucleo di polarizzazione di una più ampia comunità di italodiscendenti calcolata intorno a sessanta milioni di persone. Allo stesso tempo, la data ricadente alla fine di ottobre consente di conciliare sul piano pratico le diverse esigenze legate alle stagionalità dei due emisferi, con riferimento ai periodi di ferie e di sospensione delle attività formative. L’ultima settimana di ottobre, in particolare, risponde pienamente all’esigenza primaria di far vivere la ricorrenza nell’attività scolastica in Italia che, all’inizio dell’anno formativo, consente un’adeguata programmazione del lavoro di ricerca e di insegnamento”, ha precisato Schirò che per tali ragioni ha espresso parere contrario sugli identici emendamenti di Fitzgerald Nissoli e Formentini nonché sull'emendamento di Palazzotto; ha invece espresso parere favorevole sugli emendamenti di Siragusa (1.5) e di Formentini (1.6) e parere contrario su un altro emendamento di Formentini (2.1). Il Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, ha espresso parere conforme a quello della relatrice e la III Commissione ha approvato l’emendamento in questione della relatrice. Il Presidente Piero Fassino ha dunque avvertito che, a seguito dell’approvazione dell’emendamento della relatrice Schirò, risultano preclusi gli identici emendamenti di Fitzgerald Nissoli e Formentini, nonché l’emendamento di Palazzotto, tutti vertenti sull’indicazione di una diversa data in cui fissare la ricorrenza della Giornata nazionale degli italiani nel mondo. La Commissione, con distinte votazioni, ha inoltre approvato gli emendamenti di Siragusa (1.5) e Formentini (1.6) volti alla modifica di alcune parole, mentre ha respinto l’altro  emendamento di Formentini (2.1). Essendosi concluso l’esame preliminare del provvedimento e avendo la relatrice avanzato la proposta di trasferire il provvedimento alla sede legislativa, esso sarà trasmesso, nel testo risultante dagli emendamenti approvati, alle Commissioni competenti in sede consultiva. Successivamente, una volta verificata la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 92, comma 6, del regolamento, vi sarà riserva di trasmettere tale richiesta alla Presidenza della Camera. (Simone Sperduto/Inform 12.12)

 

 

 

 

Le annotazioni della scrittrice Patrizia Tocci sugli emigranti di ieri e di oggi

 

L’AQUILA – Ogni domenica Patrizia Tocci, docente di Letteratura italiana e finissima scrittrice, regala ai lettori del quotidiano il Centro un prezioso cammeo di ricordi, emozioni, colori, frutto della sua spiccata sensibilità ed attenzione alla saggezza e alla cultura atavica della gente d’Abruzzo, spesso quella dei piccoli e remoti borghi della montagna abruzzese. E’ sempre assai piacevole e istruttivo leggere queste perle di ricordi e di bella scrittura. Recentemente è stata pubblicata la raccolta della precedente serie di contributi che si intitolava “Carboncino”. L’ha pubblicato l’editore Tabula Fati il volume “Carboncini - Sguardi e parole”, con la bella pagina di Presentazione vergata dallo scrittore Giovanni D’Alessandro. Contiene 99 scritti - forse un omaggio all’Aquila questo numero simbolico per la città capoluogo della regione, dove l’autrice ha vissuto fino a qualche anno fa - usciti in altrettante domeniche nel corso di più anni.

 

Attualmente la rubrica ha cambiato titolo, si chiama “La valigia di cartone” e come di consueto esce la domenica. Ieri, domenica 15 dicembre, è uscito il cammeo n.21 della serie: ricorda gli emigranti e le loro storie. Immagino l’abbia ispirato la conversazione che il 12 dicembre scorso abbiamo tenuto a Pescara, nella sede dell’associazione Italia Nostra che mi aveva invitato a presentare il mio ultimo libro “Grand Tour a volo d’Aquila”, pubblicato nel 2018 per i tipi delle Edizioni One Group. L’invito, diffuso ai soci e al pubblico attraverso la stampa, così annunciava: “L’Autore tratterà dell'emigrazione italiana e delle comunità italiane nel mondo oggi, con particolare riguardo a quelle abruzzesi, e darà notizie sulla stampa italiana all'estero e sulla sua rilevante funzione per diffondere la nostra lingua e promuovere le bellezze, le eccellenze, le singolarità e le tradizioni della provincia italiana. I racconti di viaggio di Palmerini promuovono la conoscenza di luoghi meno noti o del tutto sconosciuti all’estero, che pur costituiscono uno straordinario scrigno di meraviglie, bellezze artistiche e naturali, sapori e colori. L’incontro offrirà ai soci l’occasione di ricordare fatti, eventi e personaggi dell'Italia dentro i confini e dell'altra Italia nel mondo e di consolidare la consapevolezza che il nostro è un Paese di 140 milioni di italiani e di oltre 250 milioni di italici.”

 

Dopo il saluto e la presentazione del presidente della Sezione pescarese di Italia Nostra, Massimo Palladini, e la dotta relazione introduttiva in recensione al volume di Lucilla Sergiacomo, insigne saggista e critico letterario, chi scrive ha parlato a lungo al numeroso e attento pubblico intervenuto – presente anche Patrizia Tocci – dell’emigrazione italiana e dei racconti di viaggio presenti nel libro. Ma anche delle comunità italiane nel mondo che, insieme alle storie d’emigrazione, vado raccontando nei miei libri e ormai da anni pubblicando in articoli ospitati da molte testate della stampa italiana all’estero. Tanto premesso, appunto ieri nella rubrica “La valigia di cartone” del quotidiano il Centro è apparso questo scritto di Patrizia Tocci.

 

«Nella valigia di cartone ci sono tante storie e il suo peso a volte è leggero, a volte no. Raccoglie storie di generazioni, di naufragi, di partenze e di ritorni: una Italia in giro per il mondo, nella speranza di una vita migliore, in tante ondate della storia nazionale. In famiglia, quasi tutti abbiamo avuto emigranti. La mia zia materna era emigrata con la sua famiglia in Argentina. Tornarono una volta in Italia e le ricevemmo, in un piccolo paesino di montagna, con tutti i riguardi che si dovevano ad ospiti tanto famosi abitanti di mondi a lungo favoleggiati. Si stima che milioni siano gli italiani partiti, e che con grande fatica si sono integrati nelle varie comunità locali e nazionali. C’è chi a queste partenze e ritorni ha dedicato molti libri, come Goffredo Palmerini. Libri che non sono solo carta, ricerche, pagine: ma sono pieni di storie con nomi e cognomi, visi, nostalgia delle origini e orgoglio per chi è riuscito a ricostruirsi un mondo. Riannodano i fili tra comunità abruzzesi e non solo, lontane nel tempo e nello spazio, assolvono ad una funzione di rammendo tra le esistenze rimaste qui e quelle che hanno sfidato l’oceano, i pregiudizi, il destino per costruire una alternativa, declinare il futuro. Non più solo la valigia di cartone, ma ormai moderni strumenti tengono insieme le comunità: persino l’uso dei social contribuisce a tessere questi fili. Tirano sempre questi ami, nelle festività che si approssimano e che vorremmo potessero riunire tutti quelli che ci appartengono e non ci sono. Emigranti oggi spesso anche i nostri figli, per lavoro, per studio in un mondo liquido e globale. Chi, come Palmerini, consegna alla pagina scritta queste storie, ha il grande merito di ricostruire un tassello necessario della grande Storia, perché venga salvato ed affidato a occhi buoni ed umani che vogliano comprendere la fatica e la sfida di ogni viaggio per dare un senso nuovo, giusto alla parola “straniero”.»

 

L’autrice, annunciandone l’avvenuta uscita, lo ha pubblicato in un post sulla sua pagina Facebook, al quale ho aggiunto il commento che qui di seguito si riporta, argomentando sulle spigolature del suo bellissimo cammeo: in nuce è una sintesi e una sottolineatura delle argomentazioni che ho svolto nel corso dell’incontro, tenutosi recentemente a Pescara e che sarebbe stato lungo qui riferire integralmente.

 

«I tuoi cammei nella "Valigia di cartone" - e già i precedenti "Carboncini" - sono perle di memoria, di sentimenti, di emozioni non represse, di storie passate della nostra gente, dense di valori ancestrali, di schiettezza e di tenerezza, anche nella durezza dei tempi che ne furono contesto. Un distillato di cose, tradizioni, fatti e persone autentiche, semplici, forti e ricche dentro, sebbene vissute nella povertà dignitosa che ha accompagnato gran parte degli italiani fino al boom economico degli anni '60 del secolo scorso. Dunque, sempre straordinari i tuoi cammei. Quello di oggi (ieri, ndr) per me lo è un po' di più perché parla di emigrazione e degli emigrati italiani in ogni angolo del mondo, 30 milioni di nostri connazionali delle cinque generazioni della nostra Grande Emigrazione che lasciarono il Paese per un mondo loro sconosciuto, ora diventati 80 milioni di oriundi. Con il loro talento e la loro laboriosità hanno dato, la gran parte, lustro e onore alla terra d'origine. Hanno mostrato il volto più bello dell'Italia, facendo conoscere nei Paesi d'accoglienza di quale pasta fosse fatta la gente italiana. Molti di loro eccellono nell’imprenditoria, nelle professioni, nei centri di ricerca, nelle università, nelle arti e nello spettacolo. Diverse centinaia sono nei Parlamenti e alcuni in posizione di primo piano nei Governi, tanti hanno ruoli significativi e prestigiosi nelle istituzioni pubbliche e nelle amministrazioni degli Stati.

 

Queste cose, e queste storie, racconto nei libri che ho cominciato a scrivere dal 2007, lasciati gli impegni di amministratore civico al servizio alla comunità aquilana, che ho avuto l'onore di prestare per oltre trent'anni nella città “capitale” dell’Abruzzo. L'attenzione di Patrizia Tocci verso i miei libri, nella lettura e in recensione, mi onora. E questo cammeo odierno, che cita il mio nome e la mia attività di scrittore attento al fenomeno migratorio, incoraggia ancor più la mia dedizione nel seguire questa parte della nostra storia così ancora negletta, inesplorata, poco conosciuta. Quando invece dovrebbe diventare parte essenziale della nostra Storia nazionale, così ricongiungendo l’Italia dentro i confini con l'altra Italia fuori, mostrando un Paese di 140 milioni d'Italiani che si conoscono e riconoscono in una storia comune. Questo deve accadere, facendo entrare la Storia dell'emigrazione nei libri di storia delle nostre scuole, nei programmi di ricerca e di studio delle nostre Università. Grazie Patrizia Tocci! Ho parlato di queste cose recentemente a Pescara e ancora prima in tante città italiane e all'estero, presentando l'ultimo mio libro uscito l'anno scorso in dicembre "Grand Tour a volo d'Aquila". Ne tornerò presto a parlare nel mio prossimo libro, il nono, nella primavera prossima.» Goffredo Palmerini, de.it.press 16.12

 

 

 

 

Il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo sui capitoli di spesa di interesse per i connazionali all’estero

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo è intervenuto nella seduta della Commissione Esteri della Camera dei deputati riunita per l’approvazione della relazione favorevole proposta sul bilancio di previsione dello Stato per il 2020 e per il triennio 2020-22 (per approfondimenti vedi Inform n. 294).

In particolare Merlo ha risposto in questa sede alle domande poste da Andrea Delmastro Delle Vedove (Fdi) sull’entità degli stanziamenti assegnati alla promozione di lingua e cultura italiana, made in Italy e ai Comites. Un ulteriore chiarimento viene domandato sulla riduzione del contributo all’Onu e sul contributo della Cassa Depositi e Prestiti alla ricostituzione delle risorse dei fondi multilaterali di sviluppo.

Il Sottosegretario ha precisato che i fondi destinati alla promozione di lingua e cultura italiana sono da considerarsi “aggiuntivi rispetto agli stanziamenti già previsti dalla legislazione vigente” e che “le risorse per tali finalità, previste grazie ad un emendamento introdotto al Senato e comunque riferite al solo 2020, dovranno essere incrementate negli anni successivi”. Ha inoltre confermato che lo stanziamento a favore dei Comites “rappresenta una novità rispetto al passato”, precisando come un emendamento approvato nel corso della prima lettura in Senato preveda un incremento di 500.000 euro, per ciascuno degli anni 2020, 2021 e 2022, del contributo a favore del Cgie e di 1 milione del contributo previsto per i Comites. In questo modo, “rispetto allo scorso anno, il contributo in favore del Consiglio Generale degli Italiani all'estero è quasi raddoppiato, passando da 607.500 euro a circa 1,1 milione di euro; anche gli stanziamenti per i Comites – rileva Merlo - sono aumentati significativamente passando da 1,248 milioni a circa 2,248 milioni, a cui vanno aggiunti poco meno di 70.000 euro per le riunioni dei Comitati dei Presidenti”.

Per quanto concerne le risorse stanziate per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all'estero, il cosiddetto «Fondo cultura», istituito della legge di bilancio 2017, il Sottosegretario ha spiegato che la manovra attuale prevede “per il 2020 una dotazione complessiva del Fondo di 50 milioni euro a favore di Maeci, Mibact e Miur, di cui 36,2 milioni di euro ripartiti su diversi capitoli di bilancio del Maeci”. “Tali cifre restano invariate rispetto allo scorso anno. In aggiunta, nel corso dell’iter al Senato, è stato accolto un emendamento che rifinanzia tale Fondo per 1 milione di euro a decorrere dal 2020, esclusivamente per interventi a sostegno del sistema educativo italiano di competenza del Miur – aggiunge l’esponente del Governo. “Per quanto concerne invece i fondi destinati agli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana, per il prossimo anno vengono stanziati circa 14,3 milioni di euro, con un incremento di 500.000 euro rispetto allo scorso anno, grazie all’ulteriore stanziamento autorizzato dal Senato in fase emendativa, mentre per il Piano straordinario per la promozione del made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia, la legge di bilancio ne ha disposto il rifinanziamento con ulteriori 45 milioni nel 2020 (che si aggiungono ai 70 già stanziati al bilancio del Mise) e con 40 milioni, in via strutturale, a decorrere dal 2021. Si tratta di un aspetto importante, poiché in questo modo si è reso lo stanziamento permanente – precisa Merlo.

Viene confermata poi la riduzione dell’autorizzazione di spesa relativa al contributo all’Onu di 36 milioni di euro a decorrere dal 2020, quale contributo della Farnesina alle misure di razionalizzazione della spesa. Analoga disposizione era stata prevista anche dalla legge di bilancio 2019, con una riduzione di 35,4 milioni di euro nel 2019 e 32,4 a decorrere dal 2020 – ricorda il Sottosegretario, precisando come, “almeno in questa fase”, la riduzione non ponga “criticità operative”. Infine, sul ruolo di Cassa Depositi e Prestiti nella ricostituzione delle risorse dei fondi multilaterali di sviluppo, viene richiamata l’introduzione nella manovra di una previsione normativa che attribuisce al Ministero dell’Economia, laddove ne sia accertata la convenienza finanziaria, di ricorrere alla intermediazione di Cdp per svolgere attività di cooperazione allo sviluppo, in particolare, nell'ambito della ricostituzione dei Fondi multilaterali di sviluppo. (Inform 22)

 

 

 

 

Brexit. Risoluzione per la tutela dei connazionali

 

La Brexit è oramai irreversibile e diventerà realtà il 31 gennaio 2020. Dal 1° febbraio, poi, partirà la nuova fase di negoziati con la UE che terminerà - almeno in teoria - il 31 dicembre. Fino a quella data, il Regno Unito rimarrà ancora legato a tutte le norme Ue, anche quelle sulla libera circolazione dei cittadini, cosa che certamente interessa molti italiani.

 

Nel frattempo, l’incontro di ieri a Londra tra Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, e Boris Johnson ha avviato la nuova fase, la più complessa: quella dei negoziati per trovare una serie di accordi, soprattutto commerciali, tra Uk e Ue prima del 31 dicembre 2020.  La presidente UE, ritenendo impossibile un accordo pieno entro il 2020, ha proposto di  estendere i colloqui al 2021. Johnson ha aperto soltanto all’ipotesi di “mini-deal”, cioè accordi soltanto su alcuni aspetti delle complicate future relazioni post Brexit tra Londra e Unione Europea.  

  

Insomma, saranno mesi difficili ed estremamente complessi.

 

In questo contesto, resta viva la preoccupazione per la condizione dei cittadini europei post Brexit e, ancora di più, per i nostri connazionali e per le nostre aziende.

 

Per questa ragione, anche se l’Italia ha già avviato una serie di azioni positive, ho presentato una risoluzione in Commissione esteri – cofirmata da molti colleghi del PD - per invitare il governo ad adottare e a rafforzare tutte le misure possibili affinché i nostri connazionali siano messi al riparo dalle conseguenze derivanti dal fatto che le normative europee, presumibilmente entro il prossimo anno, non saranno più applicabili in Gran Bretagna.

 

La risoluzione, in particolare, chiede al governo di garantire che il Parlamento italiano venga informato attraverso un monitoraggio costante della situazione sia in materia di diritti delle persone che sulle trattative che verranno sviluppate nel corso di questo delicato processo. Nello stesso tempo, chiede che assieme al rafforzamento degli interventi a tutela dei connazionali residenti in UK si incomincino a delineare i termini delle future trattative bilaterali soprattutto su questioni di grande sensibilità come quelle riguardanti i diritti socio-previdenziali dei nostri connazionali. Angela Schirò, de.itpress 9

 

 

 

 

Novità per l’esportazione di veicoli immatricolati in Italia

 

ROMA - Per i veicoli immatricolati in Italia, esportati definitivamente all’estero a partire dal 1° gennaio 2020, la radiazione dal PRA (Pubblico Registro Automobilistico) non potrà più essere richiesta per il tramite degli Uffici consolari italiani all’estero.

Ne dà notizia la Farnesina attraverso la rete diplomatico-consolare all’estero.

Dal 1° gennaio, dunque, con l’entrata in vigore delle modifiche all’art. 103 Codice della Strada (D.Lgs. n. 285/1992), chi intende esportare definitivamente il veicolo dall’Italia all’estero dovrà preventivamente cancellare il veicolo dal PRA in Italia, a condizione di aver proceduto alla revisione del veicolo, con esito positivo, in data non anteriore a sei mesi rispetto alla data in cui si chiede la cancellazione stessa.

Per i veicoli esportati entro il 31 dicembre 2019, sarà ancora ammessa la possibilità, per il tramite degli Uffici consolari, di richiedere la cancellazione successivamente alla definitiva reimmatricolazione all’estero, allegando copia della carta di circolazione estera rilasciata in data anteriore al 1° gennaio 2020. Dip 28 

 

 

 

 

2020: Herausforderungen für das „geopolitische Europa“

 

Unter den vielen außenpolitischen Herausforderungen, vor denen die EU im Jahr 2020 steht, wird das Hauptthema sein, wie die Union sich auf der Weltbühne gegen China, die USA und Russland behaupten kann. Dabei soll zumindest ein Hauch von Multilateralismus und globaler Ordnung gewahrt werden.

 

Die neue Präsidentin der Europäischen Kommission, Ursula von der Leyen, hat Europa bereits dazu aufgerufen, „die Sprache der Macht zu lernen“.

Sie selbst wolle eine „geopolitische Kommission“ führen.

Ein „selbstbewussteres“ Europa, das seine Wettbewerbsfähigkeit und Souveränität in einer zunehmend feindseligen Welt verbessern kann: Dies sind die wichtigsten Leitlinien der designierten Präsidentin Ursula von der Leyen für ihr neues Kommissionsteam.

Der neue Chefdiplomat der EU, Josep Borrell, schloss sich von der Leyens Worten an und erklärte dem Europäischen Parlament in seiner Bestätigungsanhörung, er sei „überzeugt, dass Europa irrelevant wird, wenn wir nicht gemeinsam handeln“.

Seiner Meinung nach haben die Entscheidung des Vereinigten Königreichs, die EU zu verlassen, der Ausstieg Washingtons aus dem Nuklearabkommen mit dem Iran und das Versagen Europas, zur Stabilisierung seiner Nachbarn vom Kaukasus bis zur Sahara beizutragen, die globale Schlagkraft der EU weiter untergraben.

Angesichts eines immer mächtigeren und durchsetzungsfähigeren Chinas und der unberechenbaren Trump-Administration in den Vereinigten Staaten, die ihre „America First“-Agenda weiter verfolgt, müsse Europa viel energischer versuchen, seiner Stimme auf globaler Ebene Gehör zu verschaffen und seine Interessen zu verteidigen, so Borrell.

Im Folgenden eine Übersicht über die Themen, die die EU-Außenpolitik in den kommenden Monaten (und Jahren) beschäftigen werden.

 

EU-Afrika

Eine der wichtigsten Fragen für das kommende Jahr (und die gesamte fünfjährige Amtszeit) wird sein, ob die neue Europäische Kommission ihre Versprechen gegenüber Afrika einhalten kann. Es gab bereits erste Anzeichen dafür, dass der Kontinent in naher Zukunft ganz oben auf der außenpolitischen Agenda der EU stehen könnte.

Kommissionspräsidentin von der Leyen versicherte, die EU werde Afrika unterstützen, aber auch neue Formen der Beziehung anstreben. Ihre erste Amtsreise außerhalb Europas führte sie ebenfalls auf den südlichen Nachbarkontinent.

Ein weiteres symbolisches Zeichen ist die Ersetzung des bisherigen Entwicklungsressorts durch eine neue Kommissionsstelle für „internationale Partnerschaften“, die von Finnlands ehemaliger Finanzministerin Jutta Urpilainen geleitet wird. Eine der Aufgaben, die von der Leyen in ihrem Auftragsschreiben an Urpilainen betont, ist die Entwicklung einer „umfassenden Strategie für Afrika“.

„Ich hoffe, dass meine Besuch bei der Afrikanischen Union eine starke politische Botschaft aussenden kann, denn der afrikanische Kontinent und die Afrikanische Union sind für die Europäische Union und die Europäische Kommission von Bedeutung,“ sagte von der Leyen nach einem Treffen mit dem Vorsitzenden der Afrikanischen Union, Moussa Faki Mahamat, in der äthiopischen Hauptstadt Addis Abeba.

Die deutsche Kommissionspräsidentin bekräftigte: „Für uns sind Sie mehr als nur Nachbarn.“

Die neue Kommissionschefin Ursula von der Leyen hat am Sonntag ihr Amt angetreten. Leider erwähnte sie in ihrer Antrittsrede mit keiner Silbe Europas Nachbarkontinent Afrika. Dabei wird der Kontinent über die Zukunft Europas entscheiden. Ein Gastkommentar.

Die EU ist aktuell zwar der größte Handelspartner Afrikas sowie die größte Quelle für ausländische Investitionen und Entwicklungshilfe, aber die Europäer werden ihr Angebot an die afrikanischen Führer, die mit zunehmendem chinesischen Einfluss und Investitionen konfrontiert sind, verbessern müssen.

Andere Herausforderungen werden darin bestehen, diese Wirtschaftsbeziehungen auch mit der Sicherheits- und Migrationspolitik zu verknüpfen bzw. sie in Einklang zu bringen.

Die beiden Blöcke haben sich in den vergangenen Jahren bemüht, Wege zur Eindämmung der Migration über das Mittelmeer zu finden. Sowohl Vertreter der Afrikanischen Union als auch der Europäischen Union scheinen weiterhin daran interessiert zu sein, vor allem die Ursachen der Migration anzugehen. Doch während die EU die Friedens- und Sicherheitsbemühungen der AU lobt, zum Beispiel die Afrikanische Friedensfazilität, signalisierten europäische Beamte auch die Absicht, sich aus einigen regionalen Friedensmissionen, zum Beispiel in Somalia, zurückzuziehen.

In dieser Hinsicht wird auch interessant bleiben, inwiefern sich die Pläne der EU von denen des französischen Präsidenten Emmanuel Macron unterscheiden. Macron hatte nämlich mehr militärisches Engagement auf dem afrikanischen Kontinent gefordert. Frankreich stellt bereits das größte Militärkontingent der westlichen Welt, das in Mali und der weiteren Sahelregion Operationen gegen aufständische Milizen durchführt und/oder unterstützt. Dennoch hat sich die Sicherheitslage zunehmend verschlechtert; und mit al-Qaida und dem Islamischen Staat verbündete Kämpfer haben ihre Position in der gesamten Region stärken können.

Laut einer Ankündigung der französischen Regierung soll Anfang 2020 ein französisch-afrikanischer Gipfel mit fünf Präsidenten aus Sahel-Ländern stattfinden. Macron sagte nach dem letzten NATO-Gipfel in London im Dezember, er erwarte in dieser Hinsicht, dass die Führer von Mali, Niger, Burkina Faso, Tschad und Mauretanien „ihre Forderungen gegenüber Frankreich und der internationalen Gemeinschaft klar machen“. Die Frage für Frankreich und den Rest Europas sowie des Westens sei: „Wollen sie unsere Anwesenheit; und brauchen sie sie? Ich wünsche mir klare Antworten auf diese Fragen.“

Die neue EU-Kommission scheint ebenfalls gewillt, sich gegebenenfalls wieder verstärkt einzubringen. In einer kürzlich veröffentlichten Erklärung sagte der Hohe Außenvertreter Borrell, „eine stärkere, kollektive und dauerhafte Antwort“ sei „zur Auslöschung der tieferliegenden Ursachen von Terrorismus und Instabilität“ dringend notwendig.

Die Spekulationen, dass die designierte Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen einen Kommissar speziell für Afrika ernennen könnte, haben sich als viel Lärm um fast nichts erwiesen.

 

Türkei-Syrien-Libyen

In der nahen Zukunft dürften vor allem die militärisch-strategischen Aktionen der Türkei sowohl der NATO als auch der EU Kopfschmerzen bereiten. So ist Ankara zunehmend isoliert im östlichen Mittelmeerraum, wo es wegen seiner Pläne zur Erschließung der Gas- und Ölvorkommen vor Zypern mit Griechenland im Streit liegt. Aus Sicht Athens verstoßen die türkischen Bohrungen in diesem Gebiet gegen internationales Recht.

Seit 2016 hat die Türkei darüber hinaus drei Militäroperationen in Nordsyrien gestartet, hauptsächlich um die kurdische YPG zu bekämpfen, die von der türkischen Führung als „Terrororganisation“ betrachtet wird. In der umstrittenen Operation im Oktober 2019 hat die Türkei einen Streifen syrischen Territoriums besetzt, der laut Ankara als „Sicherheitszone“ zum Schutz vor Anschlägen sowie zur Rückführung eines Teils der aktuell 3,6 Millionen syrischen Geflüchteten in der Türkei dienen soll.

Derweil kehrt auch in Libyen keine Ruhe ein: Nachdem die 2011 von der NATO unterstützte Intervention die 42 Jahre andauernde Herrschaft von Muammar al-Gaddafi beendet hatte, versuchte kürzlich der General Chalifa Haftag mit seinen Militärkräften, die von der UNO unterstützte Regierung in Tripolis zu entmachten.

Ankaras „grundlose“ Invasion in Syrien gefährde die Erfolge, die in den vergangenen Jahren im Kampf gegen den Islamischen Staat erzielt wurden, so US-Verteidigungsminister Mark Esper.

Am 2. Januar hat das türkische Parlament in Reaktion einen Gesetzesentwurf verabschiedet, der die Entsendung von Streitkräften nach Libyen genehmigt, um Haftar, der wiederum von den regionalen Gegnern der Türkei unterstützt wird, zu bekämpfen. Im Rahmen der geplanten militärischen Unterstützung soll die Türkei angeblich auch erwägen, verbündete syrische Kämpfer nach Libyen zu entsenden.

„Die EU bekräftigt ihre feste Überzeugung, dass es keine militärische Lösung für die Krise in Libyen gibt“, betonte ein EU-Sprecher in Reaktion darauf am 3. Januar. Er fügte hinzu, Maßnahmen zur Unterstützung der Konfliktparteien drohten, das Land und die Region weiter zu destabilisieren.

Für die EU ist die aktuelle Eskalation der diversen Konflikte im Nahen Osten und in Nordafrika auch von Bedeutung für die Situation daheim: Schließlich dürften neue Kämpfe auch mit neuen Flüchtlingsbewegungen einhergehen.

Bundesaußenminister Maas hat die türkische Offensive in Nordsyrien als völkerrechtswidrig bezeichnet. Auf Beleidigungen Erdogans reagierte er aber gelassen. EURACTIVs Medienpartner Der Tagesspiegel berichtet.

 

Israel-Palästina

In einer Nachricht an den neuen Chefdiplomaten der EU hatte Luxemburgs altgedienter Außenminister Jean Asselborn kurz nach Borrells Amtsantritt Gespräche gefordert, wie die Bemühungen um eine „Zwei-Staaten-Lösung“ im Nahostkonflikt zwischen Israel und Palästina unterstützt werden könnten.

In seinem Schreiben an Borrell legte Asselborn eine „Debatte“ über die potenzielle Anerkennung der palästinensischen Staatlichkeit nahe. Dies könne beispielsweise bei einem der kommenden EU-Außenministertreffen im Jahr 2020 diskutiert werden. Der Luxemburger betonte weiter, er sei der Ansicht, dass „es an der Zeit ist, innerhalb der Europäischen Union eine Debatte über die Möglichkeit einer Anerkennung des Staates Palästina durch alle EU-Mitgliedstaaten zu beginnen“.

Obwohl es in Teilen Europas gewisse Sympathien für diese Idee gibt, hat die EU als Ganzes bisher keine einheitliche Position zur Anerkennung Palästinas als eigenen Staat bezogen. Dies wird eher als eine Angelegenheit der einzelnen Mitgliedsstaaten angesehen.

Es ist ein 1914-Moment: Niemand will den Krieg und trotzdem könnte es dazu kommen. Europa hat diplomatische Möglichkeiten, das zu verhindern. Ein Kommentar von Sigmar Gabriel für den Tagesspiegel.

 

Iran

Nach mehreren schweren Rückschlägen im vergangenen Jahr pfeift der Atomdeal mit dem Iran, der einst als Erfolg der EU-Diplomatie gefeiert wurde, auf dem letzten Loch. Experten erklärten gegenüber EURACTIV, trotz der europäischen Bemühungen, das Abkommen doch noch zu retten, könne man dem Deal für 2020 nur sehr geringe Überlebenschancen ausrechnen.

Die Europäer hatten wiederholt ihre Verpflichtung zur Einhaltung des Abkommens erklärt. Doch nach einer Reihe gezielter Verstöße gegen die Bedingungen des Atomabkommens durch den Iran und dem Austritt der USA aus dem Deal steigen die Spannungen seit Monaten an – und scheinen nun zu eskalieren.

Anstehende Wahlen sowohl im Iran (Februar) als auch in den USA (November) dürften die Kompromissbereitschaft auf beiden Seiten wohl weiter verringern. Dies gilt insbesondere nach der gezielten Tötung des iranischen Generals Qassem Soleimani im Irak, den jüngsten US-Luftangriffen gegen pro-iranische Milizen sowie der Erstürmung der US-Botschaft in Bagdad zum Jahreswechsel.

Teheran müsse nach der gezielten Tötung seines Kommandanten durch US-Truppen weitere „Gewalt und Provokationen“ vermeiden, so NATO-Chef Jens Stoltenberg am Montagabend nach einem außerordentlichen Treffen der Bündnismitglieder.

 

Westbalkan

Nach dem „Non“ des französischen Präsidenten Macron zur Aufnahme von Beitrittsverhandlungen mit den Balkanstaaten Nordmazedonien und Albanien, besteht für die EU eine ihrer größten Herausforderungen möglicherweise direkt „vor der eigenen Haustür“.

Die diplomatischen Bemühungen zur Wiederbelebung des Beitrittsprozesses dürften in den kommenden Monaten bis zum EU-Westbalkan-Gipfel im Mai unter der kroatischen EU-Ratspräsidentschaft erneut intensiviert werden.

Die Balkanstaaten haben indes weiterhin Mühe, EU-Standards in Bereichen wie Rechtsstaatlichkeit und Korruptionsbekämpfung zu erfüllen. Angesichts der wachsenden Skepsis einiger EU-Mitgliedsstaaten – wie eben Frankreich – bezüglich der Aufnahme neuer EU-Mitglieder, werden die Balkanstaaten inzwischen auch intensiv von anderen Akteuren umworben, darunter Russland, China und die Türkei.

Obwohl Borrell betont hat, die sechs Staaten – Serbien, das Kosovo, Montenegro, Albanien, Bosnien-Herzegowina und Nordmazedonien – seien für ihn eine wichtige Priorität, muss er seine Haltung gegenüber der Region erst noch unter Beweis stellen. Ein weiteres pikantes Problem in dieser Hinsicht: Borrell kommt aus Spanien, einem der sechs EU-Staaten, die das Kosovo nicht als eigenständigen Staat anerkennen.

Der EU-Außenvertreter hatte bei seiner Amtsübernahme erklärt, sein erster Auslandsbesuch werde ihn in das Kosovo führen. Europa könne kein „globaler Akteur sein, wenn wir noch nicht einmal unsere Probleme zu Hause lösen können“, so Borrell auf Nachfrage zu seiner Positionierung zum Thema Westbalkan.

Trotz seiner grundsätzlichen Zurückhaltung bei der Erweiterung hat inzwischen auch Präsident Macron angedeutet, er wolle sich für die Balkanregion einsetzen. So könnte beispielsweise ein zusätzlicher, hochrangig besetzter Gipfel in Paris stattfinden.

The Capitals – heute mit einem Spezial zu den (bisher blockierten) EU-Beitrittsverhandlungen mit Albanien und der Republik Nordmazedonien.

 

Östliche Partnerschaft

„Sie sollten bis Mitte 2020 neue langfristige politische Ziele für die Östliche Partnerschaft (ÖP) vorschlagen,“ schrieb Kommissionspräsidentin von der Leyen in ihrem Missionsbrief an den neuen Chef für die Nachbarschafts- und Erweiterungspolitik, den Ungarn Olivér Várhelyi.

Erst vor kurzem hatte die Europäische Volkspartei (EVP) einen Vorschlag vorgelegt, der eine schnellere und tiefere sektorale Einbindung der drei Länder mit dem größten Integrationswillen in die EU-Prozesse – Ukraine, Georgien und Moldawien – ermöglichen soll.

Der Gipfel zum 10. Jahrestag der ÖP in Brüssel im vergangenen Jahr hatte derweil ursprünglich das Ziel, „die Agenda der Östlichen Partnerschaft über 2020? hinaus weiterzuentwickeln. Allerdings enthielt die Jubiläumserklärung kein konkretes Angebot für potenzielle EU-Mitgliedschaften oder eine Anerkennung der „europäischen Bestrebungen“ der Östlichen Partnerschaftsländer.

Dies war insbesondere für die Regierungen in der Ukraine und in Georgien enttäuschend.

Die strategischen Interessen der Ukraine und der EU sind „genau gleich“, betonte der Präsident der Europäischen Kommission, Jean-Claude Juncker. Verstimmungen gab es dennoch.

Im Gespräch mit EURACTIV forderte Polens Außenminister Jacek Czaputowicz kürzlich erneut eine politische Aufwertung der Östlichen Partnerschaft.

Neben einer engeren Anbindung an die EU und einer möglichen Freihandelszone zwischen den sechs ÖP-Mitgliedern könnte diese Aufwertung auch neue Instrumente wie ein ständiges Sekretariat der ÖP-Staaten in Brüssel beinhalten, welches einen direkteren Kontakt mit den EU-Institutionen ermöglichen würde. Eine weitere Idee ist eine rotierende Präsidentschaft der Östlichen Partnerschaftsländer, die somit an der ebenfalls halbjährlich wechselnden EU-Ratspräsidentschaft angepasst wäre und engere Kooperation ermöglichen könne.

Eine Möglichkeit, diese und andere Optionen zu diskutieren, wird der nächste ÖP-Gipfel sein, der noch in der ersten Hälfte des Jahres stattfinden soll.

Laut einem EVP-Antrag soll eine schnellere EU-Annäherung dreier Länder der Östlichen Partnerschaft erreicht werden: Moldawien, Georgien und die Ukraine haben ohnehin als Ziel ausgegeben, eines Tages EU-Mitglieder zu werden.

China

Das weiterhin scheinbar unaufhaltsam aufstrebende China wird auch für die neue EU-Kommission ein wichtiger Partner – und möglicher Kontrahent – sein.

Im Jahr 2020 stehen mindestens zwei formelle EU-China-Gipfel auf der Tagesordnung. Beide Seiten planen dabei, auf ihrer „strategischen Partnerschaft“ aufzubauen. Allerdings drohen größere Streitigkeiten in den Bereichen Menschenrechte, Handel und Sicherheit, wobei der potenziell größte Kollisionspunkt das 5G-Problem Europas ist.

Auf das erste Treffen in Leipzig, bei dem die EU durch Ratspräsident Charles Michel und Kommissionschefin von der Leyen vertreten werden soll, folgt ein zweiter, größer angelegter Gipfel mit allen EU-Staats- und Regierungschefs sowie der chinesischen Führung während der deutschen EU-Ratspräsidentschaft im zweiten Halbjahr.

Die Grünen im Bundestag haben vor einer Beteiligung des chinesischen Technologiekonzerns Huawei am Aufbau des deutschen 5G-Netzes gewarnt. Der Einsatz von Huawei-Komponenten berge Risiken, „die nur äußerst schwer abzusehen sind“.

 

USA

Angesichts der im November anstehenden Präsidentschaftswahlen in den USA denken Experten bereits darüber nach, welche Effekte die Wahlergebnisse auf Europa haben könnten: Schließlich ist Washington nach wie vor der wichtigste nicht-europäische Partner in Sicherheitsfragen.

Ansonsten bleibt abzuwarten, wie sich das Verhältnis der EU zu Trump im Laufe des Wahlkampfes – und möglicherweise auch nach der Wahl, wenn er wiedergewählt werden sollte – entwickelt. Bislang spielt Europa in den außenpolitischen Wahldebatten in Amerika eine eher untergeordnete Rolle.

Aus wirtschaftlicher Sicht sind die Interessen der EU-Kommission recht klar: Brüssel geht es darum, neue US-Strafzölle, beispielsweise für Autoimporte aus Europa, zu verhindern. Heikel könnten die Spannungen indes im Streit um die Gaspipeline Nord Stream 2 zwischen Russland und Deutschland werden. Die USA würden es aus geopolitischen und eigenen Export-Interessen (Stichwort LNG) begrüßen, wenn diese Pläne doch noch eingemottet werden. Alexandra Brzozowski  EA 8

 

 

 

Soleimanis Tod ändert nichts

 

Er war eine wichtige Figur des iranischen Regimes. Aber die Islamische Republik wird nach seinem Tod in der Region nicht an Einfluss verlieren.

Von Narges Bajoghli

 

Die Ermordung des iranischen Generalmajors Qassem Soleimani durch die USA stellt in der verfahrenen Situation, in der sich die beiden Länder seit 40 Jahren befinden, eine beispiellose Eskalation dar. General Soleimani war der mächtige Chef der Quds-Einheit, der Sondereinsatztruppe innerhalb der Iranischen Revolutionsgarden. In der gesamten Region sind daher Vergeltungsschläge zu erwarten. Dennoch wird seine Ermordung die Revolutionsgarden oder den Einfluss des Iran in der Region nicht schwächen.

Oft hört man, da General Soleimani allmächtig gewesen sei, werfe seine Ermordung die Quds-Brigaden zurück oder belaste die Beziehungen des Iran zu schiitischen Milizen im Irak und im Libanon wie der Hisbollah. Doch aus einer solchen Sicht spricht eine oberflächliche, ja offen ideologische Betrachtung des Iran und der Revolutionsgarden.

Man bedenke nur, wie sich ähnliche Attentate ausgewirkt haben. Die Ermordung des Hisbollahführers Imad Mughnijeh schwächte die Gruppierung nicht, sondern bewirkte das Gegenteil. Auch in den Jahren gezielter Mordanschläge gegen die Hamas im Gazastreifen wurde die Organisation nicht zerstört. Die Revolutionsgarden und die Islamische Republik aber sind größer und mächtiger als diese beiden Gruppierungen.

Zum Verständnis der Struktur der Revolutionsgarden muss man zum Ersten Golfkrieg zwischen Iran und Irak zurückgehen (1980–1988). Auf den Schlachtfeldern dieses längsten konventionellen Kriegs im 20. Jahrhundert entwickelten die Garden ihre Kampfkultur und ihr Führungsethos. Konfrontiert mit einem irakischen Militär, das von den USA und vom Westen massiv mit Waffen ausgerüstet wurde, eigneten sich die Garden eine asymmetrischen Kriegsführung an, eine Strategie, die sie seither perfektioniert haben. Damit geht vor allem einher, dass Entscheidungen von kleinen, oft ad hoc gebildeten Gruppen getroffen werden, die semi-selbstständig gegen viel größere Einheiten operieren.

In den zehn Jahren, in denen ich im Iran zu den Revolutionsgarden und ihrer Darstellung in den iranischen Medien forschte, beobachtete ich in all ihren Einsatzgebieten, sei es im Iran oder in Kampfzonen im Ausland, eine solche Ad-hoc-Führung: Entscheidungen und Aktionen gehen nicht von einem Einzelnen oder auch nur einer kleinen Gruppe aus, sondern innerhalb der Organisation haben viele Erfahrung mit dem Aufbau von Beziehungen, der Entwicklung von Strategien und der Entscheidungsfindung.

In Filmen, Dokumentationen und sogar Musikvideos auf Persisch und Arabisch wurden Soleimanis Heldentaten gegen den sogenannten Islamischen Staat glorifiziert.

Das widerspricht General Soleimanis öffentlichem Image, im Inland wie im Ausland, das seit 2013 von einer massiven Medienkampagne gestützt wurde. Ich begleitete im Rahmen meiner Forschungen Teile seines Medienteams und beobachtete, wie in Filmen, Dokumentationen und sogar Musikvideos auf Persisch und Arabisch Soleimanis Heldentaten gegen den sogenannten Islamischen Staat glorifiziert wurden. In Umfragen im Iran war er stets eine der beliebtesten Persönlichkeiten des Regimes. In der oft gespaltenen Politik der Islamischen Republik profitierte sein Ansehen davon, dass er meist außerhalb des Landes tätig war.

Auch in der Region, besonders unter arabisch-schiitischen Gruppierungen im Irak und im Libanon, kann man General Soleimanis Symbolkraft kaum hoch genug einschätzen. Vom Libanon bis in den Jemen war er das Gesicht iranischer Macht, brachte Geld, Waffen und Berater. Doch in den Revolutionsgarden war er beileibe nicht der Einzige, der solche persönlichen Beziehungen knüpfte, wie westliche Medien es oft darstellen. Ganz im Gegenteil.

Der Ad-hoc-Struktur der Garden ist es zu verdanken, dass zwischen den Revolutionsgarden und schiitischen Milizen im Irak und im Libanon ein langwährendes und enges Verhältnis besteht. In meiner Zeit im Libanon und im Iran lernte ich ausländische Kämpfer kennen, die ausgedehnte Arbeits- und Urlaubsaufenthalte im Iran verbrachten. Sie sprachen fließend Farsi und waren mit dem Ethos der Revolutionsgarden gut vertraut. Die Beziehungen, die viele dieser Gruppierungen zusammenschweißen, sind Generationen alt und gründen auf Eheschließungen, Handel, gemeinsamer Geschichte und Kultur. General Soleimani, so wichtig er war, hatte keine Sonderstellung.

Der Iran und seine Bevölkerung blicken in der Region auf eine Jahrtausende alte Geschichte zurück, und die lässt sich mit Attentaten und Drohnenangriffen nicht „ausmerzen“. Die Beziehungen – zwischen Kadern der Revolutionsgarden und zwischen den Garden und ihren Verbündeten im Ausland – sind eng und stützen sich nicht auf eine einzelne Person. Tatsächlich hat der Iran bereits General Soleimanis langjährigen Stellvertreter Esmail Qaani zu seinem Nachfolger ernannt.

General Soleimanis Ermordung bietet eine willkommene Gelegenheit, das Land zu einen.

Angesichts der massiven Machtkämpfe innerhalb der iranischen Politik nach dem harten Durchgreifen des Staates gegen Demonstranten im November bietet General Soleimanis Ermordung eine willkommene Gelegenheit, das Land zu einen. In der Islamischen Republik weiß man, wie man gegen einen Feind von außen Einigkeit herstellt, so geschehen im Ersten Golfkrieg, im Kampf gegen den Islamischen Staat und im Umgang mit US-Sanktionen.

General Soleimanis Einfluss wird daher über seinen Tod hinaus Bestand haben, ja, er könnte sogar noch deutlich wachsen. Die Vereinigten Staaten haben in den mächtigen Militärzirkeln der Region lediglich eine sehr populäre Persönlichkeit getötet. Soleimani war aber nicht der einzige militärische Führer mit Strategie- und Kampferfahrung, der wollte, dass sich die USA aus der Region zurückziehen. Es war eine Ermordung mit großer Symbolkraft. Das Problem für die USA ist, dass Symbole die Macht haben, Menschen zum Handeln zu bewegen.

Aus dem Englischen von Anne Emmert, TNY/IPG 6

 

 

 

 

Papst Franziskus an die Weltpolitik

 

Wir dokumentieren hier im Wortlaut und offizieller deutscher Übersetzung die Ansprache von Papst Franziskus vor dem Diplomatischen Corps. Der traditionelle Neujahrsempfang im Vatikan fand am 9. Januar 2020 in der Sala Regia im Apostolischen Palast statt.

 

Exzellenzen, meine Damen und Herren,

ein neues Jahr liegt offen vor uns, und wie die ersten Laute eines neugeborenen Kindes lädt es uns zur Freude und zu einer Haltung der Hoffnung ein. Ich möchte, dass dieses Wort – Hoffnung –, das für die Christen eine Grundtugend ist, den Blick belebt, mit dem wir in die Zeit, die uns erwartet, eintreten.

Gewiss, das Hoffen erfordert Realismus. Es erfordert ein Bewusstsein für die vielen Fragen, die unsere Zeit bewegen, und die Herausforderungen, die sich am Horizont abzeichnen. Es verlangt, dass wir Probleme beim Namen nennen und den Mut haben, uns ihnen zu stellen. Es verlangt, dass wir nicht vergessen, dass die menschliche Gemeinschaft die Zeichen und die Wunden der Kriege, die im Laufe der Zeit mit wachsender Zerstörungskraft aufeinander gefolgt sind, trägt und dass sie nicht aufhören, besonders die Ärmsten und Schwächsten zu treffen[1]. Leider scheint das neue Jahr nicht gerade voll von ermutigenden Zeichen zu sein, sondern die Spannungen und die Gewalt scheinen sich zu verschärfen.

Doch gerade angesichts dieser Umstände dürfen wir die Hoffnung nicht aufgeben. Und Hoffen erfordert Mut. Es verlangt das Bewusstsein, dass das Böse, das Leid und der Tod nicht siegen werden und dass selbst die komplexesten Fragen angegangen und gelöst werden können und müssen. Die Hoffnung ist »die Tugend, die uns aufbrechen lässt, die uns die Flügel verleiht, um weiterzugehen, selbst dann, wenn die Hindernisse unüberwindlich scheinen«[2].

In diesem Sinne begrüße ich Sie heute, liebe Botschafterinnen und Botschafter, um Ihnen meine besten Wünsche für das neue Jahr zu übermitteln. Ich danke in besonderer Weise dem Doyen des Diplomatischen Korps, S.E. Herrn George Poulides, dem Botschafter von Zypern, für die herzlichen Worte, die er in Ihrer aller Namen an mich gerichtet hat, und ich bin Ihnen dankbar für Ihre so zahlreiche und bedeutende Anwesenheit sowie für den Einsatz, den Sie jeden Tag für die Festigung der Beziehungen leisten, die den Heiligen Stuhl mit Ihren Ländern sowie mit Ihren internationalen Organisationen zugunsten eines friedlichen Zusammenlebens der Völker verbinden.

Der Frieden und die ganzheitliche menschliche Entwicklung sind in der Tat das Hauptziel des diplomatischen Engagements des Heiligen Stuhls. Die Bemühungen des Staatssekretariats und der Dikasterien der Römischen Kurie wie auch der Päpstlichen Repräsentanten sind darauf ausgerichtet, und ich danke ihnen allen für die Hingabe, mit der sie die ihnen anvertraute doppelte Aufgabe erfüllen, den Papst sowohl den Ortskirchen als auch Ihren Regierungen gegenüber zu vertreten.

In diesem Zusammenhang sind auch die im vergangenen Jahr unterzeichneten oder ratifizierten Abkommen allgemeiner Art mit der Republik Kongo, der Zentralafrikanischen Republik, Burkina Faso und Angola zu sehen, wie auch die Übereinkunft zwischen dem Heiligen Stuhl und der Republik Italien zur Umsetzung des Übereinkommens von Lissabon über die Anerkennung von Qualifikationen im Hochschulbereich der europäischen Region.

Papstreisen

Auch die apostolischen Reisen sind für den Nachfolger des Apostels Petrus nicht nur eine besondere Gelegenheit, seine Brüder und Schwestern im Glauben zu stärken, sie bieten auch Gelegenheit zur Weiterführung des Dialogs auf politischer und religiöser Ebene. Im Jahr 2019 hatte ich die Gelegenheit zu verschiedenen wichtigen Besuchen. Ich möchte mit Ihnen diese Stationen nochmals durchgehen und die Gelegenheit nutzen, einen weiteren Blick auf einige Probleme unserer Zeit zu werfen.

Anfang letzten Jahres, anlässlich des 34. Weltjugendtages, traf ich in Panama junge Menschen aus den fünf Kontinenten, die voller Träume und Hoffnungen waren und sich dort versammelt hatten, um zu beten und den Wunsch und die Verpflichtung, eine menschlichere Welt zu schaffen, neu zu beleben[3]. Es ist immer eine Freude und eine große Chance, junge Menschen zu treffen. Sie sind die Zukunft und die Hoffnung unserer Gesellschaften.

Doch wie schmerzlich bekannt ist, haben nicht wenige Erwachsene, darunter auch etliche Mitglieder des Klerus, sich schwerster Verbrechen gegen die Würde von Jugendlichen, Kindern und Heranwachsenden schuldig gemacht, indem sie deren Unschuld und ihr Innerstes verletzt haben. Das sind Verbrechen, die Gott beleidigen, den Opfern physischen, psychischen und spirituellen Schaden zufügen und das Leben ganzer Gemeinschaften schädigen[4]. Im Anschluss an die Begegnung mit den Bischöfen der ganzen Welt, die ich im Februar letzten Jahres im Vatikan einberufen habe, erneuert der Heilige Stuhl seine Verpflichtung, die begangenen Missbrauchsfälle aufzuklären und den Schutz der Minderjährigen zu gewährleisten, und zwar durch eine breite Palette von Normen, die es ermöglichen, diese Fälle kirchenrechtlich wie auch durch die Zusammenarbeit mit den staatlichen Behörden auf nationaler und internationaler Ebene zu behandeln.

Angesichts solch schwerwiegender Verletzungen ist es jedoch umso dringlicher, dass die Erwachsenen sich nicht dem ihnen zukommenden Erziehungsauftrag entziehen, sondern sich mit größerem Eifer dieser Aufgabe stellen, um die Jugendlichen zu geistlicher, menschlicher und sozialer Reife zu führen.

Papst lanciert Globalen Bildungspakt

Aus diesem Grund möchte ich für eine internationale Veranstaltung am 14. Mai diesen Jahres werben, die eine Wiederherstellung des globalen Bildungspakts zum Thema hat. Es handelt sich dabei um »ein Treffen zur Wiederbelebung des Engagements für und mit den jungen Menschen, bei dem die Begeisterung für eine offenere und integrativere Bildung, die fähig ist, geduldig zuzuhören, einen konstruktiven Dialog und gegenseitiges Verständnis zu fördern, erneuert wird. Noch nie zuvor war es so notwendig, die Bemühungen in einem breiten Bildungsbündnis zu vereinen, um reife Menschen zu formen, die in der Lage sind, Spaltungen und Gegensätze zu überwinden und das Gefüge der Beziehungen für eine geschwisterlichere Menschheit wiederherzustellen.«[5]

Jede Veränderung, wie auch dieser epochaler Wandel, in dem wir uns befinden, erfordert einen Bildungsprozess, die Errichtung eines Dorfes der Bildung[6], das ein Netzwerk menschlicher und offener Beziehungen schafft. Ein solches Dorf muss den Menschen in den Mittelpunkt stellen, Kreativität und Verantwortung für eine langfristige Entwicklung fördern und Menschen heranbilden, die bereit sind, sich in den Dienst der Gemeinschaft zu stellen.

Es bedarf daher eines Bildungskonzepts, das die vielfältigen Lebenserfahrungen und Lernprozesse umfasst und die jungen Menschen als Einzelne und als Gemeinschaft in die Lage versetzt, ihre Persönlichkeit zu entwickeln. Bildung geschieht nicht nur in den Klassenzimmern der Schulen oder in den Hörsälen der Universitäten, sondern wird in erster Linie durch die Achtung und Stärkung des primären Rechts der Familie, ihre Kinder zu erziehen und des Rechts der Kirchen und sozialen Gruppen, die Familien bei der Erziehung ihrer Kinder zu unterstützen, gewährleistet.

„Erziehung erfordert einen aufrichtigen und ehrlichen Dialog mit den Jugendlichen“

Erziehung erfordert einen aufrichtigen und ehrlichen Dialog mit den Jugendlichen. Sie sind es vor allem, die uns auf die Dringlichkeit jener Solidarität zwischen den Generationen aufmerksam machen, die in den letzten Jahren leider abhandengekommen ist. Tatsächlich besteht in vielen Teilen der Welt die Tendenz, sich in sich selbst zu verschließen und erworbene Rechte und Privilegien zu schützen; eine Tendenz, die Welt nur innerhalb eines begrenzten Horizonts zu begreifen, der die alten Menschen mit Gleichgültigkeit behandelt und vor allem keinen Raum mehr für das entstehende Leben bietet. Die allgemeine Überalterung eines Teils der Weltbevölkerung, insbesondere im Westen, macht dies auf traurige und sinnbildliche Weise sichtbar.

Einerseits dürfen wir nicht vergessen, dass die Jugendlichen auf das Wort und das Beispiel der Erwachsenen warten, andererseits aber müssen wir uns gleichzeitig bewusst sein, dass sie mit ihrem Enthusiasmus, ihrem Engagement und ihrem Durst nach Wahrheit viel zu bieten haben, denn dadurch erinnern sie uns beständig daran, dass die Hoffnung keine Utopie ist und Frieden immer möglich ist.

 

Klimawandel

Wir haben dies an der Art und Weise gesehen, mit der sich viele junge Menschen dafür engagieren, das Bewusstsein für den Klimawandel bei den politisch Verantwortlichen zu erhöhen. Die Sorge um unser gemeinsames Haus muss allen ein Anliegen sein und darf nicht zum Gegenstand ideologischer Auseinandersetzung zwischen verschiedenen Wirklichkeitsauffassungen sein, und noch weniger zwischen den Generationen, denn »im Kontakt mit der Natur« – daran erinnerte Benedikt XVI. – »findet der Mensch seine rechte Dimension wieder; er entdeckt sich von neuem als kleines aber zugleich einzigartiges Geschöpf, das „gottfähig“ ist, weil es in seinem Inneren für den Unendlichen offen ist. Die Bewahrung des Lebensraumes, der uns vom Schöpfer geschenkt wurde, kann daher weder vernachlässigt noch als ein elitäres Problem heruntergespielt werden. Die Jugendlichen sagen uns, dass dies nicht so sein kann, denn es gibt eine dringende Herausforderung auf allen Ebenen, unser gemeinsames Haus zu schützen und »die gesamte Menschheitsfamilie in der Suche nach einer nachhaltigen und ganzheitlichen Entwicklung zu vereinen«[8]. Sie erinnern uns an die dringenden Notwendigkeit einer ökologischen Umkehr, die »ganzheitlich zu verstehen [ist], als eine Veränderung unserer Beziehungen zu unseren Schwestern und Brüdern, zu den anderen Lebewesen, zur Schöpfung in ihrer so reichen Vielfalt und zum Schöpfer, dem Urgrund allen Lebens«[9].

Leider scheint die Dringlichkeit dieser ökologischen Umkehr von der internationalen Politik nicht erfasst worden zu sein, denn ihre Antwort auf die Probleme, die durch globale Fragen wie den Klimawandel entstehen, ist noch sehr schwach und sehr besorgniserregend. Die 25. UN-Klimakonferenz (COP25), die im Dezember letzten Jahres in Madrid stattfand, ist ein ernstes Alarmzeichen hinsichtlich der Bereitschaft der internationalen Gemeinschaft, das Phänomen der globalen Erwärmung weise und wirksam anzugehen. Dies erfordert eine kollektive Antwort, die in der Lage ist, das Gemeinwohl über Einzelinteressen zu stellen.

 

Amazonien

Diese Überlegungen lenken unsere Aufmerksamkeit wieder auf Lateinamerika, insbesondere auf die Sonderversammlung der Bischofssynode für die Amazonas-Region, die im vergangenen Oktober im Vatikan stattfand. Die Synode war ein im Wesentlichen kirchliches Ereignis, bewegt von dem Wunsch, auf die Hoffnungen und Herausforderungen der Kirche im Amazonasgebiet zu hören und neue Wege zur Verkündigung des Evangeliums an das Volk Gottes, besonders an die indigenen Völker, zu eröffnen. Dennoch kam die Synodenversammlung nicht umhin, ausgehend von einer ganzheitlichen Ökologie auch andere Themen anzusprechen, die das Leben in dieser Region betreffen, die so groß und wichtig für die ganze Welt ist, denn »der Urwald Amazoniens ist das „biologische Herz“ der Erde, das mehr und mehr bedroht wird«[10].

Besorgniserregend ist neben der Situation im Amazonasgebiet auch die Zunahme politischer Krisen in einer wachsenden Zahl von Ländern des amerikanischen Kontinents mit Spannungen und ungewöhnlichen Formen der Gewalt, die soziale Konflikte verschärfen und schwerwiegende sozioökonomische und humanitäre Folgen nach sich ziehen. Die immer stärkeren Polarisierungen tragen nicht dazu bei, die realen und dringenden Probleme der Bürger, insbesondere der ärmsten und schwächsten, zu lösen. Ebenso wenig vermag das die Gewalt, die aus keinem Grund als Mittel zum Umgang mit politischen und sozialen Problemen eingesetzt werden darf. An dieser Stelle möchte ich besonders an Venezuela erinnern, auf dass die Bemühungen um Lösungen nicht nachlassen.

Auch wenn den Konflikten in Südamerika unterschiedliche Ursachen zugrunde liegen, haben sie generell doch die starke Ungleichheit, die Ungerechtigkeit und eine endemische Korruption, sowie verschiedene Formen der Armut, die die Würde der Menschen verletzen, gemeinsam. Die politisch Verantwortlichen müssen sich daher dringend um die Wiederherstellung einer Kultur des Dialogs zum Wohle der Allgemeinheit und um die Stärkung der demokratischen Institutionen wie auch um die Förderung der Achtung der Rechtsstaatlichkeit bemühen, um antidemokratische, populistische und extremistische Tendenzen zu verhindern.

 

Das Dokument von Abu Dhabi

Meine zweite Reise im Jahr 2019 führte mich in die Vereinigten Arabischen Emirate, was der erste Besuch eines Nachfolgers Petri auf der Arabischen Halbinsel war. In Abu Dhabi unterzeichnete ich mit dem Großimam von Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib das Dokument über die Brüderlichkeit aller Menschen für ein friedliches Zusammenleben in der Welt. Es handelt sich dabei um einen wichtigen Text, der darauf abzielt, das gegenseitige Verständnis zwischen Christen und Muslimen und das Zusammenleben in zunehmend multiethnischen und multikulturellen Gesellschaften zu fördern. Indem dieses Dokument es scharf verurteilt »den Namen Gottes zu benutzen, um Mord, Exil, Terrorismus und Unterdrückung zu rechtfertigen«[11], erinnert es nämlich an die Bedeutung einer Auffassung von Bürgerrecht, die »auf der Gleichheit der Rechte und Pflichten [beruht], unter deren Schutz alle die gleiche Gerechtigkeit genießen«[12].

Dies erfordert eine Achtung der Religionsfreiheit und ein Bemühen, auf die diskriminierende Verwendung des Begriffs „Minderheiten“ zu verzichten, der den Keim des Gefühls der Isolation und Minderwertigkeit in sich trägt und den Boden für Feindseligkeit und Zwietracht bereitet, da er Bürger aufgrund ihrer Religionszugehörigkeit diskriminiert[13]. Zu diesem Zweck ist es besonders wichtig, die künftigen Generationen im interreligiösen Dialog zu schulen, der den besten Zugang zum Kennenlernen und Verstehen und zur gegenseitigen Unterstützung zwischen Angehörigen verschiedener Religionen darstellt.

Frieden und Hoffnung standen auch im Mittelpunkt meines Besuchs in Marokko, wo ich mit Seiner Majestät König Mohammed VI. einen gemeinsamen Appell zu Jerusalem unterzeichnete, »in Anerkennung der Einzigartigkeit und Sakralität Jerusalems / Al Qods Acharifs und im Anliegen seiner geistlichen Bedeutung und seiner besonderen Berufung als Stadt des Friedens«[14]. Und wenn von Jerusalem die Rede ist, einer Stadt, die den Gläubigen der drei monotheistischen Religionen am Herzen liegt und die dazu berufen ist, ein symbolischer Ort der Begegnung und des friedlichen Zusammenlebens zu sein, wo gegenseitiger Respekt und Dialog gepflegt werden[15], denke ich zwangsläufig an das ganze Heilige Land, um an die Dringlichkeit zu erinnern, dass die gesamte internationale Gemeinschaft mit Mut und Aufrichtigkeit und unter Achtung des Völkerrechts ihre Verpflichtung zur Unterstützung des israelisch-palästinensischen Friedensprozesses erneut bekräftigt.

Ein beständigeres und wirksameres Engagement der internationalen Gemeinschaft ist auch in anderen Teilen des Mittelmeerraums und des Nahen Ostens dringender denn je. Ich beziehe mich in erster Linie auf den Mantel des Schweigens, der den Krieg zu verdecken droht, der Syrien im Laufe des letzten Jahrzehnts verwüstet hat. Es ist von besonderer Dringlichkeit, angemessene und weitsichtige Lösungen zu finden, die es dem vom Krieg erschöpften geliebten syrischen Volk ermöglichen, zum Frieden zurückzufinden und mit dem Wiederaufbau des Landes zu beginnen. Der Heilige Stuhl begrüßt jede Initiative, die darauf abzielt, die Grundlagen für die Lösung des Konflikts zu schaffen, und spricht Jordanien und dem Libanon erneut seinen Dank dafür aus, dass dort – unter nicht geringen Opfern – tausende syrischer Flüchtlinge aufgenommen und versorgt wurden. Leider führen neben den Anstrengungen zur Aufnahme der Flüchtlinge auch andere Faktoren wirtschaftlicher und politischer Unsicherheit im Libanon und in anderen Staaten zu Spannungen in der Bevölkerung und gefährden die fragile Stabilität des Nahen Ostens zusätzlich.

 

Iran und USA: eine weitere Eskalation vermeiden

Besorgniserregend sind vor allem die Signale, die infolge der wachsenden Spannung zwischen dem Iran und den Vereinigten Staaten aus der ganzen Region kommen und vor allem den langsamen Prozess des Wiederaufbaus des Irak gefährden, wenn daraus nicht sogar die Basis eines umfangreichen Konflikts entsteht, den wir alle verhindern möchten. Ich erneuere daher meinen Appell an alle Beteiligten, man möge eine weitere Eskalation vermeiden und unter voller Achtung der internationalen Rechtsordnung »die Flamme des Dialogs und der Selbstbeherrschung«[16] am Brennen halten.

Meine Gedanken richten sich auch auf den Jemen, der in einem Klima allgemeiner Gleichgültigkeit der internationalen Gemeinschaft eine der schwersten humanitären Krisen der jüngeren Geschichte durchlebt, und sie gehen nach Libyen, das sich seit vielen Jahren in einer konfliktträchtigen Situation befindet, die sich durch das Eindringen extremistischer Gruppen und einer weiteren Verschärfung der Gewalt in den letzten Tagen verstärkt hat. Ein solches Umfeld ist ein fruchtbarer Boden für die Geißel der Ausbeutung und den Menschenhandel, der von skrupellosen Menschen genährt wird, die die Armut und das Leiden derer ausnutzen, die vor Konflikten oder extremer Armut fliehen. Viele von ihnen enden als Beute echter organisierter Kriminalität, die sie unter unmenschlichen und erniedrigenden Bedingungen wie auch unter Folter, sexueller Gewalt und Erpressung gefangen halten.

Migration: Alle Staaten müssen an dauerhafter Lösung arbeiten

Generell ist festzustellen, dass es weltweit mehrere Tausend Menschen mit berechtigtem Asylbegehren gibt, die nachweislich humanitärer Hilfe und des Schutzes bedürfen, die aber nicht ausreichend identifiziert werden. Viele riskieren ihr Leben auf gefährlichen Reisen zu Land und vor allem zu Wasser. Mit Schmerz sehen wir weiterhin, dass das Mittelmeer ein großer Friedhof bleibt[17]. Es wird daher immer dringlicher, dass alle Staaten Verantwortung für dauerhafte Lösungen übernehmen.

Der Heilige Stuhl blickt seinerseits mit großer Hoffnung auf die Bemühungen vieler Länder, die Last der Wiedereingliederung von Migranten mitzutragen und ihnen, insbesondere den aus humanitären Notlagen geflüchteten, einen sicheren Ort zum Leben, zur Ausbildung, zur Arbeit sowie zur Familienzusammenführung zu bieten.

Liebe Botschafterinnen und Botschafter,

auf meinen Reisen im vergangenen Jahr konnte ich auch drei Länder Osteuropas besuchen, zunächst Bulgarien und Nordmazedonien und dann Rumänien. Es handelt sich um drei unterschiedliche Länder, denen jedoch gemeinsam ist, dass sie im Laufe der Jahrhunderte Brücken zwischen Ost und West und Kreuzungspunkte von verschiedenen Kulturen, Ethnien und Zivilisationen waren. Bei diesen Besuchen konnte ich einmal mehr erleben, wie wichtig der Dialog und die Kultur der Begegnung sind, um friedliche Gesellschaften aufzubauen, in denen jeder seine ethnische und religiöse Zugehörigkeit frei zum Ausdruck bringen kann.

Stets im Zusammenhang mit Europa möchte ich darauf hinweisen, wie wichtig es ist, den Dialog und die Beachtung der internationalen Rechtsordnung zu unterstützen, um die festgefahrenen Konflikte auf dem Kontinent zu lösen, von denen manche schon Jahrzehnte fortdauern. Sie erfordern eine Lösung, angefangen bei der Lage auf dem Westbalkan und im Südkaukasus, darunter Georgien. An dieser Stelle möchte ich ferner die Unterstützung des Heiligen Stuhls für die Verhandlungen zur Wiedervereinigung Zyperns zum Ausdruck bringen. Sie würde die Zusammenarbeit in der Region verstärken und die Stabilität des ganzen Mittelmeerraumes begünstigen. Desgleichen ist es mir ein Anliegen, die Versuche zur Lösung des Konflikts in der Ostukraine und zur Beendigung des Leids der dortigen Bevölkerung zu würdigen.

„Der Dialog – und nicht die Waffen – ist das wesentliche Mittel, um die Auseinandersetzungen zu lösen“

Der Dialog – und nicht die Waffen – ist das wesentliche Mittel, um die Auseinandersetzungen zu lösen. Diesbezüglich möchte ich hier den Beitrag erwähnen, den zum Beispiel die Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa (OSZE) in der Ukraine geleistet hat. Eben in diesem Jahr wird der 45. Jahrestag der Schlussakte von Helsinki begangen, mit der die Konferenz über Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa (KSZE) abgeschlossen wurde, die 1973 zur Förderung der Entspannung und Zusammenarbeit zwischen den Ländern West- und Osteuropas im damals noch durch den Eisernen Vorhang geteilten Kontinent eröffnet wurde. Es handelte sich um eine wichtige Etappe eines Prozesses, der auf den Trümmern des Zweiten Weltkriegs begonnen wurde und der im Konsens und Dialog ein wesentliches Mittel für die Lösung von Auseinandersetzungen erblickte.

Bereits 1949 wurde in Westeuropa mit der Gründung des Europarates und der späteren Annahme der Europäischen Menschenrechtskonvention der Grundstein für den europäischen Integrationsprozess gelegt. Die Erklärung des damaligen französischen Außenministers Robert Schuman vom 9. Mai 1950 stellte hierfür einen Grundpfeiler dar. Schuman sagte: »Der Friede der Welt kann nicht gewahrt werden ohne schöpferische Anstrengungen, die der Größe der Bedrohung entsprechen.« Die Gründerväter des modernen Europa waren sich bewusst, dass sich der Kontinent nur dann von den Wunden des Krieges und von den neuen fortdauernden Spaltungen erholen konnte, wenn Ideale und Ressourcen in einem schrittweisen Prozess gemeinsam geteilt wurden.

Der Heilige Stuhl hat das europäische Projekt von seinen ersten Jahren an mit Interesse verfolgt. Dieses Jahr sind es fünfzig Jahre, dass der Heilige Stuhl als Beobachter beim Europarat vertreten ist und auch diplomatische Beziehungen mit den damaligen Europäischen Gemeinschaften aufgenommen wurden. Es handelt sich um ein Interesse, das die Idee eines inklusiven Aufbaus unterstreichen will, der von einem partizipativen und solidarischen Geist beseelt ist und der aus Europa im Zeichen seiner zugrundeliegenden gemeinsamen Werte ein Beispiel an Aufnahme und sozialer Gerechtigkeit machen kann. Das europäische Projekt ist weiterhin eine wesentliche Garantie der Entwicklung für alle, die seit längerem daran teilnehmen, und stellt für jene Länder, die eine Teilnahme anstreben, nach turbulenten Konflikten und Verwundungen eine Gelegenheit zum Frieden dar.

„Europa möge also seinen Sinn für Solidarität, der es über Jahrhunderte, auch in seinen ganz schwierigen Momenten, ausgezeichnet hat, nicht verlieren.“

Europa möge also seinen Sinn für Solidarität, der es über Jahrhunderte, auch in seinen ganz schwierigen Momenten, ausgezeichnet hat, nicht verlieren. Es möge nicht den Geist verlieren, der unter anderem in der römischen pietas und in der christlichen caritas wurzelt, welche die Seele der europäischen Völker gut beschreiben. Der Brand der Kathedrale von Notre Dame in Paris hat gezeigt, wie brüchig und leicht zerstörbar auch das ist, was solide scheint. Die Schäden an einem Gebäude, das nicht nur den Katholiken teuer ist, sondern für ganz Frankreich und die gesamte Menschheit von Bedeutung ist, haben die Frage nach den geschichtlichen und kulturellen Werten Europas und seiner Wurzeln neu geweckt. In einem Kontext, wo Richtwerte fehlen, ist es einfacher, Elemente der Spaltung als des Zusammenhalts zu finden.

 

Der dreißigste Jahrestag des Falls der Berliner Mauer

Der dreißigste Jahrestag des Falls der Berliner Mauer hat uns wieder eines der erschütterndsten Symbole der jüngeren Geschichte des Kontinents vor Augen geführt und zugleich daran erinnert, wie leicht es ist, Barrieren zu errichten. Die Berliner Mauer bleibt ein Sinnbild für eine Kultur der Teilung, die Menschen voneinander entfernt und dem Extremismus und der Gewalt die Türen öffnet. Wir sehen dies immer mehr an der Sprache des Hasses, die im Internet und in den sozialen Kommunikationsmitteln weite Verbreitung findet. Den Barrieren das Hasses ziehen wir die Brücken der Versöhnung und der Solidarität vor, gegenüber dem, was Entfernung schafft, bevorzugen wir das, was Annäherung bringt. Denn wir sind uns bewusst, dass, wie vor hundert Jahren mein Vorgänger Benedikt XV. schrieb, »sich kein Friede festigen kann […] wenn nicht gleichzeitig Hass und Groll durch eine auf gegenseitiger Nächstenliebe gegründete Versöhnung besänftigt werden«[18].

Liebe Botschafterinnen und Botschafter,

Zeichen des Friedens und der Versöhnung konnte ich während meiner Reise nach Afrika erblicken, wo die Freude derer ersichtlich scheint, die sich gemeinsam als Volk fühlen und die täglichen Strapazen in einem Geist des Miteinanders anpacken. Ich habe die konkrete Hoffnung in zahlreichen ermutigenden Handlungen erlebt, angefangen bei den weiteren Fortschritten, die in Mozambik mit der Unterzeichnung des Abkommens vom vergangenen 1. August zur endgültigen Einstellung der Feindseligkeiten erzielt wurden.

„Zeichen des Friedens und der Versöhnung konnte ich während meiner Reise nach Afrika erblicken“

In Madagaskar konnte ich feststellen, dass es möglich ist, Sicherheit zu schaffen, wo Unsicherheit herrschte, Hoffnung zu sehen, wo man nur Schicksalsergebenheit vorfand, Leben zu erkennen, wo viele Tod und Zerstörung ankündigten.[19] Hierzu sind die Familie und der Gemeinschaftssinn notwendig, der es erlaubt, das Grundvertrauen herzustellen, das die Basis jeder menschlichen Beziehung bildet. Auf Mauritius habe ich bemerkt, »wie die verschiedenen Religionsgemeinschaften […] entsprechend ihren jeweiligen Identitäten zusammenarbeiten, um zum sozialen Frieden beizutragen und den transzendenten Wert des Lebens gegen jede Art von Relativismus in Erinnerung zu halten«[20]. Ich vertraue darauf, dass die Begeisterung, die ich während meiner Reise mit Händen greifen konnte, in der Gastfreundschaft sowie in Projekten zur Förderung der sozialen Gerechtigkeit weiter konkret Gestalt annimmt und Mechanismen der der Abschottung vermeidet.

Wenn wir den Blick auf andere Teile des Kontinents lenken, schmerzt es hingegen festzustellen, wie Vorfälle der Gewalt gegen Unschuldige – darunter viele Christen, die wegen ihrer Treue zum Evangelium verfolgt und getötet werden – weitergehen, insbesondere in Burkina Faso, Mali, Niger und Nigeria. Ich fordere die internationale Gemeinschaft auf, die Anstrengungen dieser Länder im Kampf zur Überwindung der Plage des Terrorismus, der immer mehr in ganzen Teilen Afrikas wie auch in anderen Regionen der Welt Blut fließen lässt, zu unterstützen. Im Licht dieser Ereignisse ist es notwendig, dass Strategien umgesetzt werden, die nicht nur Maßnahmen im Sicherheitsbereich beinhalten, sondern auch im Hinblick auf die Armutsreduzierung, auf die Verbesserung des Gesundheitswesens, auf die humanitäre Entwicklung und Fürsorge, auf die Förderung der good governance und der Bürgerrechte. Dies sind die Pfeiler einer echten sozialen Entwicklung.

Gleichfalls müssen die Initiativen gestärkt werden, welche die Brüderlichkeit zwischen allen Formen kultureller, ethnischer und religiöser Art auf dem Kontinent fördern, vor allem am Horn von Afrika, in Kamerun sowie in der Demokratischen Republik Kongo, wo besonders in den östlichen Regionen des Landes die Gewalt anhält. Die Konfliktsituationen und die humanitären Notlagen, verschärft durch klimatisch bedingte Verwüstungen, erhöhen die Zahl der Vertriebenen und wirken sich auf die Menschen aus, die bereits in schwerer Armut leben. Viele der von diesen Situationen betroffenen Länder haben keine angemessenen Strukturen, die es ihnen erlauben würden, den Bedürfnissen der Vertriebenen entgegenzukommen.

Phänomen der Binnenvertreibung

Diesbezüglich möchte ich hervorheben, dass es leider noch keine konsequente internationale Antwort gibt, um dem Phänomen der Binnenvertreibung entgegenzutreten. Zum Großteil harrt sie nämlich einer gemeinsamen internationalen Definition, da sie innerhalb nationaler Grenzen erfolgt. Das Ergebnis ist, dass die Binnenvertriebenen nicht immer den Schutz erhalten, den sie verdienen, und von der Politik des Staates, in dem sie sich befinden, wie auch von seiner Fähigkeit, darauf zu reagieren, abhängen.

Vor kurzem wurde die Arbeit des United Nations High-Level Panel on Internal Displacement aufgenommen, die, wie ich hoffe, die globale Aufmerksamkeit und Unterstützung für die Vertriebenen fördern und zugleich konkrete Empfehlungen entwickeln kann.

Unter diesem Blickwinkel schaue ich auch auf den Sudan in der Hoffnung, dass seine Bürger in Frieden und Wohlergehen leben können und am demokratischen Aufbau und wirtschaftlichen Wachstum mitwirken können; ferner auf die Zentralafrikanische Republik, wo letzten Februar ein globales Abkommen zur Beendigung des seit über fünf Jahren andauernden Bürgerkrieges unterzeichnet wurde; wie auch auf den Südsudan, den ich, so hoffe ich, im Laufe dieses Jahres besuchen kann. Ihm habe ich im vergangenen April einen Einkehrtag gewidmet, an dem die führenden Personen des Landes teilnahmen und an dem der Erzbischof von Canterbury Justin Welby und der frühere Moderator der Presbyterianischen Kirche von Schottland John Chalmers bedeutend mitgewirkt haben. Ich vertraue darauf, dass mit der Hilfe der internationalen Gemeinschaft die politischen Verantwortungsträger den Dialog fortführen werden, um die erzielten Vereinbarungen umzusetzen.

Die letzte Reise des gerade zu Ende gegangenen Jahres führte nach Ostasien. In Thailand konnte ich das harmonische Zusammenleben feststellen, zu dem die zahlreichen ethnischen Gruppen des Landes mit ihrer philosophischen, kulturellen und religiösen Vielfalt beitragen. Es handelt sich um eine wichtige Mahnung im gegenwärtigen Kontext der Globalisierung mit ihrer Tendenz, die Unterschiede zu verflachen und sie in erster Linie in wirtschaftlich-finanzieller Hinsicht zu betrachten, was die Gefahr mit sich bringt, die wesentlichen Merkmale zu beseitigen, welche die verschiedenen Völker auszeichnen.

Eine Welt ohne Atomwaffen ist möglich

In Japan schließlich konnte ich gleichsam selbst erfahren, welchen Schmerz und Schrecken wir Menschen einander zuzufügen fähig sind.[21] Als ich die Zeugnisse einiger Hibakusha, der Überlebenden der Atombombenangriffe von Hiroshima und Nagasaki, hörte, schien es mir offensichtlich, dass ein echter Frieden nicht auf der Bedrohung einer möglichen totalen Vernichtung der Menschheit durch Nuklearwaffen aufgebaut werden kann. Die Hibakusha erhalten »das kollektive Bewusstsein lebendig […] Sie bezeugen nämlich den nachfolgenden Generationen das schreckliche Geschehen vom August 1945 und die unsäglichen Leiden, die bis heute daraus erwachsen sind. Auf diese Weise ruft ihr Zeugnis das Gedächtnis an die Opfer wach und bewahrt es, damit das menschliche Gewissen immer stärker werde gegenüber jedem Willen zur Vorherrschaft und zur Zerstörung«[22], besonders der Zerstörung, die von Sprengkörpern mit so hohem Vernichtungspotenzial verursacht wird wie Nuklearwaffen. Diese begünstigen nicht nur ein Klima der Angst, der Misstrauens und der Feindseligkeit, sondern vernichten auch die Hoffnung. Ihr Einsatz ist unmoralisch, »ein Verbrechen […] nicht nur gegen den Menschen und seine Würde, sondern auch gegen jede Zukunftsmöglichkeit in unserem gemeinsamen Haus«[23].

»Eine Welt ohne Atomwaffen [ist] möglich und vonnöten«[24], und es ist an der Zeit, dass alle politischen Verantwortungsträger sich dessen voll bewusst werden. Denn nicht der Besitz leistungsfähiger Massenvernichtungsmittel zur Abschreckung macht die Welt sicherer, sondern die geduldige Arbeit aller Menschen guten Willens, die sich konkret, jeder in seinem Bereich, dafür einsetzen, eine Welt des Friedens, der Solidarität und der gegenseitigen Achtung aufzubauen.

Das Jahr 2020 bietet eine bedeutsame Möglichkeit in dieser Richtung, da vom 27. April bis zum 22. Mai in New York die 10. Überprüfungskonferenz des Vertrags über die Nichtverbreitung von Kernwaffen (Atomwaffensperrvertrag) stattfinden wird. Ich hoffe sehr, dass es der internationalen Gemeinschaft bei dieser Gelegenheit gelingen möge, einen endgültigen proaktiven Konsens über die Ausführungsmodalitäten dieses internationalen Rechtsmittels zu finden, das sich in einem Augenblick wie dem gegenwärtigen als noch wichtiger erweist.

Am Ende dieses Überblicks der Orte, die ich im Laufe des letzten Jahres aufgesucht habe, gehen meine Gedanken besonders zu einem Land, das ich nicht besucht habe, nämlich Australien. In den vergangenen Monaten wurde es von anhaltenden Bränden hart getroffen, deren Auswirkungen auch andere Regionen Ozeaniens erreicht haben. Dem australischen Volk, insbesondere den Opfern und allen Menschen in den von den Bränden betroffenen Gegenden, möchte ich meine Nähe und mein Gebet versichern.

 

 75. Jahrestag der Gründung der Vereinten Nationen

Exzellenzen, Damen und Herren,

dieses Jahr gedenkt die internationale Gemeinschaft des 75. Jahrestages der Gründung der Vereinten Nationen. Nach den Tragödien der zwei Weltkriege haben sechsundvierzig Staaten mit der Unterzeichnung der Charta der Vereinten Nationen am 26. Juni 1945 eine neue Form der multilateralen Zusammenarbeit ins Leben gerufen. Die im Artikel 1 der Charta umrissenen vier Ziele der Organisation sind auch heute noch gültig, und wir können sagen, dass der Einsatz der Vereinten Nationen in diesen 75 Jahren großenteils ein Erfolg war, besonders bei der Vermeidung eines weiteren Weltkrieges. Die Gründungsprinzipien der Organisation – der Wunsch nach Frieden, die Suche nach Gerechtigkeit, die Achtung der Menschenwürde, die humanitäre Zusammenarbeit und Unterstützung – sind Ausdruck des rechten Strebens des menschlichen Geistes und stellen die Ideale dar, die den internationalen Beziehungen zugrunde liegen sollten.

Anlässlich dieses Jahrestages wollen wir die Absicht der ganzen Menschheitsfamilie, für das Gemeinwohl zu arbeiten, bekräftigen. Denn das Gemeinwohl ist der Orientierungsmaßstab für das sittliche Handeln und die Perspektive, die jedes Land zur Zusammenarbeit verpflichtet, um die Existenz und Sicherheit in Frieden aller anderen Staaten zu gewährleisten. Dies geschieht in einem Geist der Gleichheit der Würde und aktiver Solidarität sowie im Rahmen einer Rechtsordnung auf der Grundlage der Gerechtigkeit und der Suche nach gerechten Kompromissen.[25]

Ein solches Handeln wird umso wirksamer, je mehr man jenen transversalen Ansatz zu überwinden sucht, der im Sprachgebrauch und den Dokumenten internationaler Institutionen verwendet wird. Dieser ist nämlich bestrebt, die Grundrechte an kontingente Situationen zu binden, und vergisst dabei, dass diese zutiefst in der Natur des Menschen selbst gründen. Wenn der Terminologie der internationalen Organisationen eine klare objektive Verankerung fehlt, läuft man Gefahr, anstatt einer Annäherung eine Entfremdung der Mitglieder der internationalen Gemeinschaft zu begünstigen. Das führt zu einer Krise des multilateralen Systems, wie wir heute leider augenscheinlich feststellen können. In diesem Zusammenhang scheint es dringlich, den Weg zu einer umfassenden Reform des multilateralen Systems wiederaufzunehmen, beginnend beim System der Vereinten Nationen. Dadurch möge es unter gebührender Beachtung des gegenwärtigen geopolitischen Kontexts effektiver werden.

Ein Schwenk zur Kunst: 500 Jahre Raffael

Liebe Botschafterinnen und Botschafter,

zum Abschluss dieser Überlegungen möchte ich noch zwei Jubiläen erwähnen, die wir dieses Jahr begehen. Auf den ersten Blick haben sie nichts mit unserem heutigen Treffen zu tun. Das erste ist der 500. Todestag von Raffaello Sanzio, dem großen Künstler aus Urbino, der am 6. April 1520 in Rom verstorben ist. Raffael haben wir ein beachtliches Erbe von unermesslicher Schönheit zu verdanken. Wie das Genie des Künstlers unterschiedliche Rohmaterialien, Farben und Töne harmonisch zu verbinden vermag und daraus ein einziges Gesamtkunstwerk entstehen lässt, so ist die Diplomatie aufgerufen, die Besonderheiten der verschiedenen Völker und Staaten untereinander in Einklang zu bringen, um eine gerechte und friedvolle Welt aufzubauen, die das schöne Bild darstellt, das wir bewundern wollen.

Raffael war ein bedeutender Vertreter einer Epoche, der Renaissance, welche die gesamte Menschheit bereichert hat. Es war eine Zeit, die nicht frei von Schwierigkeiten und doch von Zuversicht und Hoffnung beseelt war. Über diesen berühmten Künstler möchte ich dem italienischen Volk meine herzlichsten Glückwünsche zukommen lassen. Möge es diesen Geist der Offenheit auf die Zukunft hin wieder neu entdecken, der die Renaissance ausgezeichnet hat und der diese Halbinsel so schön und reich an Kunst, Geschichte und Kultur gemacht hat.

Eines der Lieblingsobjekte der Malerei Raffaels war Maria. Ihr hat er zahlreiche Gemälde gewidmet, die heute in verschiedenen Museen auf der Welt bewundert werden können. Die katholische Kirche feiert dieses Jahr den 70. Jahrestag der Verkündigung des Dogmas der Aufnahme der Jungfrau Maria in den Himmel. Mit dem Blick auf Maria möchte ich 25 Jahre nach der 4. Weltfrauenkonferenz 1995 in Peking allen Frauen einen besonderen Gedanken widmen. Auf der ganzen Welt möge die wertvolle Rolle der Frau für die Gesellschaft immer mehr anerkannt werden. Jede Form von Ungerechtigkeit, Benachteiligung und Gewalt ihnen gegenüber möge enden. »Jede Gewalt an der Frau ist eine Schändung Gottes.«[26] Gewalt gegen eine Frau zu verüben oder sie auszunützen ist nicht einfach eine Straftat, sondern ein Verbrechen, das die Harmonie, die Poesie und die Schönheit zerstört, die Gott der Welt schenken wollte[27].

Die Aufnahme Mariens in den Himmel lädt uns auch dazu ein, weiter auszuschauen, auf das Ende unseres irdischen Weges, auf den Tag, an dem die Gerechtigkeit und der Frieden voll wiederhergestellt werden. Wir fühlen uns so – durch die Diplomatie, unsere unvollkommenes, aber immer wertvolles menschliche Bemühen – ermutigt, mit Eifer zu arbeiten, damit die Früchte dieser Sehnsucht nach Frieden schon vorweg reifen, weil wir wissen, dass das Ziel erreicht werden kann. Mit dieser Verpflichtung drücke ich Ihnen allen, liebe hier anwesende Botschafterinnen, Botschafter und werte Gäste, wie auch Ihren Ländern erneut meine herzlichen Wünsche für ein neues Jahr reich an Hoffnung und Segen aus. Danke!

 

[1] Vgl. Botschaft zum 53. Weltfriedenstag, 8. Dezember 2019, 1.

[2] Ebd.

[3] Vgl. Begegnung mit den Vertretern des öffentlichen Lebens und der Zivilgesellschaft sowie mit dem Diplomatischen Korps, Panama, 24. Januar 2019.

[4] Vgl. Motu proprio Vos estis lux mundi, 7. Mai 2019.

[5] Botschaft zum Start des Bildungspakts, 12. September 2019.

[6] Vgl. ebd.

[7] Angelus, Les Combes, 17. Juli 2005.

[8] Vgl. Enzyklika Laudato si’, 24. Mai 2015, 13.

[9] Botschaft zum 53. Weltfriedenstag, 8. Dezember 2019, 4.

[10] Schlussdokument der Sonderversammlung der Bischofssynode für Amazonien: Amazonien. Neue Wege für die Kirche und für eine ganzheitliche Ökologie, 2.

[11] Dokument über die Brüderlichkeit aller Menschen für ein friedliches Zusammenleben in der Welt, Abu Dhabi, 4. Februar 2019.

[12] Ebd.

[13] Vgl. ebd.

[14] Appell Seiner Majestät König Mohameds VI. und Seiner Heiligkeit Papst Franziskus zu Jerusalem / Al Qods als Heiliger Stadt und Ort der Begegnung, Rabat, 30. März 2019.

[15] Vgl. ebd.

[16] Angelus, 5. Januar 2020.

[17] Vgl. Ansprache an den Europarat, Straßburg, 25. November 2014.

[18] Enzyklika Pacem, Dei munus pulcherrimum, 23. Mai 1920.

[19] Vgl. Grußwort beim Besuch der Stadt der Freundschaft – Akamasoa, Antananarivo, 8. September 2019.

[20] Ansprache an die Vertreter der Regierung, der Zivilgesellschaft und an das Diplomatische Korps, Port Louis, 9. September 2019.

[21] Vgl. Ansprache über Atomwaffen, Nagasaki, 24. November 2019.

[22] Botschaft zum 53. Weltfriedenstag, 8. Dezember 2019, 2.

[23] Ansprache beim Friedenstreffen, Hiroshima, 24. November 2019.

[24] Ansprache über Atomwaffen, Nagasaki, 24. November 2019.

[25] Vgl. Johannes XXIII., Enzyklika Pacem in terris, 11. April 1963, 54.

[26] Homilie am Hochfest der Gottesmutter Maria, 1. Januar 2020.

[27] Vgl. Die Frau ist die Harmonie der Welt. Tagesmeditation in der Kapelle des Gästehauses Domus Sanctae Marthae, 9. Februar 2017.  Papst Franziskus

 

 

 

 

Italien. Die Bewegung der Sardinen –eine neue Antwort auf den italienischen Rechtspopulismus

 

Seit dem 14. November kennt Italien ein neues politisches Phänomen: die „Sardinen“. An jenem Tag riefen vier junge Leute ihre Mitbürger in Bologna zu einem Flashmob gegen den Chef der rechtspopulistischen Lega Matteo Salvini auf, der zu einem Wahlkampfauftritt in die Stadt kam. Alle Teilnehmer_innen, so der Aufruf sollten eine Sardine aus Pappe mitbringen, vor allem aber: Sie sollten auf jegliche, auch verbale, Gewalt ebenso wie auf Parteiinsignien wie zum Beispiel Fahnen verzichten.6000 Menschen wollten die Initiatoren zusammenbringen, da die von Salvini angemietete Arena 5600 Menschen fasste. Der Erfolg der völlig improvisierten Initiative übertraf dann alle Erwartungen: Mehr als 12.000 Menschen kamen zusammen, um gegen den nationalisti-schen Rechtspopulismus zu protestieren. Und sie lösten eine wahre Lawine aus. Im Folge-monat gingen hunderttausende Menschen quer durch Italien, von Turin nach Palermo, von Mailand nach Neapel zu „Sardinen“-Kundgebungen auf die Straße, allein in Turin waren es 40.000, in Mailand 25-30.000, aber auch in kleineren Städten wie Modena, Reggio Emilia oder Rimini wurden mühelos je etwa 10.000 Teilnehmer_innen erreicht. Den Abschluss der ersten Protestwelle stellte die Großkundgebung in Rom dar, bei der etwa 50.000 Menschen zusammenfanden. Seither beherrscht Italiens Öffentlichkeit die Frage, ob diese Bewegung geeignet ist, den bisher unaufhaltsam erscheinenden Aufstieg Matteo Salvinis und seiner Lega zu stoppen. Vorneweg gilt diese Frage für die am 26. Januar anstehenden Regionalwahlen in der Emilia Romagna mit ihrer Hauptstadt Bologna, in einer Region, in der seit 1945 immer die Linke dominiert hatte, die Salvini jetzt aber zu „erobern“ gedenkt. Salvinis Ambitionen gehen je-doch weiter. Bisher rechnet er sich auch für die nächsten nationalen Wahlen einen Triumph der Rechten aus, womit Italien zum ersten westeuropäischen Land mit einer von radikalen Rechtspopulisten geführten Regierung werden könnte. Aus eben diesem Grund sind die Sardinen entstanden: um ein solches Szenario zu verhindern. Italiens Rechtspopulisten in der Offensive –der scheinbar unaufhaltsame Aufstieg Matteo SalvinisAls Salvini im Dezember 2013 Chef der Lega –damals noch hieß sie Lega Nord –wurde, übernahm er eine im Koma liegende Partei. Deren Gründer Umberto Bossi hatte das Ver-schwinden von 49 Millionen Euro aus der staatlichen Parteienfinanzierung zu verantworten, die er zum Teil auch für die eigenen Familie abgezweigt hatte. Bei den Parlamentswahlen 2013 war die Lega Nord auf 4% abgestürzt; sie stellte nur noch eine marginale Größe dar. Salvini verordnete der Partei einen radikalen Kurswechsel. Bis 2013 hatte sie eine rechtspo-pulistisch-regionalistische Ausrichtung; sie verstand sich ausschließlich als Sachwalterin der Interessen der reichen Regionen Norditaliens gegen den Zentralstaat (das „diebische Rom“) und gegen den „parasitären“ Süden, ihre Forderungen reichten bis hin zur Sezession des Nordens.

Unter Salvini dagegen erfolgte eine 180°-Wende, weg vom Regionalismus, hin zu aggressivem Nationalismus nun im Namen ganz Italiens. Als Feinde wurden nicht mehr Rom und die Süditaliener, sondern Europa („Basta Euro!“) und die aus Libyen kommenden Immigranten identifiziertDie Rechnung ging auf, wie sich bei den Parlamentswahlen von 2018 zeigte. Jene Wahlen machtendeutlich, dass alte Parteibindungen kaum noch trugen und dass eine Mehrheit der Italiener_innen nun Anti-Establishment-Parteien ihr Vertrauen schenkten. Die tiefe Krise, die das Land seit 2008 im Griff hält, die Tatsache, dass Italien nach Griechenland die schlech-teste ökonomische Performance in der EU und der Eurozone aufweist, die Perspektivlosig-keit, die seither vorherrscht, das Misstrauen gegen die traditionelle politische Klasse, die dem Gros der Bürger nicht nur als unfähig, sondern auch als korrupt gilt, erklären diesen Erfolg radikal oppositioneller Kräfte.Im März 2018 profitierte vorneweg noch das Movimento5Stelle (M5S –5-Sterne-Bewegung) von dem verbreiteten Wunsch nach einer radikalen Wende und erreichte 32,7% der Stimmen. Doch auch die gut 17%, die die Lega erreichte, waren eine Sensation: Sie stellten das beste Ergebnis dar, das die Partei in ihrer Geschichte je erreicht hatte, und machten die Lega zur stärksten Partei auf der Rechten, denn Silvio Berlusconis Forza Italia war auf 14% abgerutscht.In der Folge trat Salvini als Juniorpartner in die Regierungskoalition mit dem M5S unter dem Premier Giuseppe Conte ein. Er nutzte seine Position als Innenminister, um im Namen des Slogans „Italiener zuerst!“ die Politik der „geschlossenen Häfen“ durchzusetzen und einen wahren Feldzug gegen die NGOs, die mit ihren Schiffen im Mittelmeer Flüchtlinge retten, zu beginnen. Diese Politik fand die Zustimmung einer deutlichen Mehrheit der Wähler_innen, wie alle Meinungsumfragen zeigten. Und nur ein Jahr nach ihrem Regierungseintritt konnte die Lega die Kräfteverhältnisse in der Koalition komplett umkehren. Bei den Europawahlen vom 26. Mai 2019 erzielte sie 34,3%, während das M5S nur noch auf 17% kam. Mehr noch: Salvini konnte die Ausdehnung seiner Bewegung auchin den Süden feiern, erreichte in Kalabrien zum Beispiel 22,7% oder in A-pulien 25,3%. Zudem gelang es ihr, in traditionell roten Regionen Mittelitaliens wie der Emilia Romagna (33,8%) oder Umbrien (38,2%) zur stärksten Partei zu werden. Getragen von diesem Erfolgt brach Salvini im August 2019 eine Regierungskrise vom Zaun, in der offen ausgesprochenen Hoffnung, bei umgehenden Neuwahlen einen Triumph zu er-ringen und fortan als Ministerpräsident einer Lega-Regierung zu wirken. Diesen Plan durch-kreuzten das M5S und die gemäßigt linke Partito Democratico, die trotz ihrer jahrelang ge-hegten Feindschaft völlig überraschen eine neue Koalition unter dem alten Premier Conte bildeten. Salvini hatte damit eine Schlacht verloren, nicht jedoch den Krieg. Alle Meinungsumfragen seither zeigen, dass die Attraktivität seines aggressiven Rechtspopulismus ungebrochen ist. Zwar kommt die Lega gegenwärtig „nur“ noch auf etwa 30%, doch zugleich erlebt Italien den Aufstieg der zweiten, mindestens genauso radikal auftretenden rechtspopulistischen Partei: der Postfaschisten von den Fratelli d’Italia (FdI –Brüder Italiens) unter der jungen Politikerin Giorgia Meloni, die mittlerweile über 10% liegen. Gemeinsam mit dem dritten rechten Bünd-nispartner, Berlusconis Forza Italia, würden Lega und FdI gegenwärtig nationale Parla-mentswahlen klar für sich entscheiden.Die Regionalwahlen von Umbrien zur Emilia RomagnaDass die Lega weiterhin in der Offensive ist, auch wenn ihr Griff nach der ganzen Macht im Sommer 2019 scheiterte, zeigte sich bei den Regionalwahlen in Umbrien vom 26. Oktober. In der seit je links regierten Region bildeten die PD und das M5S zwar in letzter Minute ein Wahlbündnis und einigten sich auf einen gemeinsamen Spitzenkandidaten, doch dies nützte nichts. Ihr Kandidat erreichte magere 37%, während die zur Lega gehörende Spitzenkandi-datin der Rechten mit überragenden 57,5% gewählt wurde. Die Liste der Lega kam auf 37%, die der FdI auf 10,4%.

Der Wahlkampf und sein Resultat zeigten vor allem eines: Salvini ist und bleibt der unbestrittene Protagonist der politischen Auseinandersetzung in Italien. Dies wird gerne auf seinen Social-Media-Auftritt (auf Facbook hat er 3,7 Millionen Freunde) zurückgeführt, doch zugleich ist Salvini der Politiker, der wie kein anderer im Land auch hinaus auf die Plätze geht und sie regelmäßig gerne auch mit tausenden Anhänger_innen füllt. Dagegen wirken die anderen Parteien wie Kaninchen vor der Schlange, die Salvini weder virtuell in den Social Media noch real auf der Straße irgendetwas entgegenzusetzen haben.Vor diesem Hintergrund erschien auch die Hoffnung der Lega, in nächsten Schritt am 26. Januar die traditionell rote Emilia Romagna zu erobern, alles andere als illusionär. Dort war sie nicht nur bei den Europawahlen stärkste Partei geworden, ihr war es auch gelungen, die am gleichen Tag stattfindenden Kommunalwahl in der seit 1945 ununterbrochen links regier-ten Stadt Ferrara für sich zu entscheiden. Und die ersten Meinungsumfragen machten der Lega weitere Hoffnung. Obwohl der bisherige Regionalgouverneur der PD, Stefano Bonac-cini, hohe Popularität genießt, obwohl die Mehrheit der Bürger_innen der Auffassung ist, ihre Region werde gut regiert, lag die Lega-Kandidatin mit Bonaccini Kopf an Kopf. Und es kün-digte sich ein weiterer Wahlkampf an, der von Salvini dominiert werden würde. Denn er knüpft nicht zuletzt die Hoffnung an das Votum, mit seinem Sieg, der von höchster Symbol-kraft für den Niedergang der Linken wäre, könne er auch der nationalen Regierung den letzten entscheidenden Schlag versetzen und vorgezogene Neuwahlen erreichen. Die Sardinen Eröffnen wollte Salvini seinen Wahlkamf am 14. November in Bologna. Wenige Tage vorher trafen sich drei junge Männer und eine junge Frau, alle Anfang 30 und seit gemeinsamen WG-Zeiten miteinander befreundet, zu einem Mittagessen, um zu überlegen, was dem scheinbar unaufhaltsamen Vormarsch der Lega entgegenzusetzen sei. Schon vorher hatte es immer wieder Proteste bei Salvini-Kundgebungen gegeben: Linke Protestierer vor allem aus dem Milieu der autonomen besetzten Zentren waren angerückt und hatten zu stören versucht, zur Freude Salvinis, der unter dem Gejohle seiner Anhänger die Störer als „Zecken“ und als von Papa ausgehaltene Faulpelze, die mal arbeiten gehen sollten, verhöhnte. Die vier aus Bologna wollten anderes –und daraus entstand die Idee der „Sardinen“. Vorneweg wollten sie zeigen, dass es ein anderes Bologna, ein anderes Italien gibt, ja dass sie dicht gedrängt wie Sardinen sein würden, nicht in direkter Konfrontation mit der Lega, sondern auf einem anderen Platz –und vor allem mit einem anderen Auftritt: nicht mit Schaum vor dem Mund, sondern gelassen, nicht auf Hassparolen, sondern auf leise Ironie setzend. So hießen denn auch die zentralen Slogans „Bologna beißt nicht an“ und –mit einem Wort-spiel –„Bologna bindet sich nicht“ („Bologna non si Lega“).Die Initiator_innen selbst waren vom überwältigenden Erfolg ihrer Aktion völlig überrascht, genauso wie von der Tatsache, dass sie sofort weitere Kreise in der Region, ja in ganz Italien zog. Vom 14. November in Bologna zum 14. Dezember in Rom gingen in ganz Italien wohl 500.000 Menschen auf die Straße. Und alle Kundgebungen hatten eines gemein. Sie verliefen absolut friedlich, auch im Ton, sie waren –mit dem gemeinsamen Absingen des Parti-sanenlieds Bella Ciao, aber auch der Nationalhymne, währen das Gros der Menschen auf den Plätzen mit selbst gebastelten Sardinen in allen Farben und Größen ausgerüstet war –eher ein fröhliches Happening denn eine traditionelle politische Kundgebung. Und überall versammelte sich ein getreuer Querschnitt jenes Italiens, das von Salvini nichts wissen will: Nicht nur politische Aktivist_innen, sondern vor allem ganz normale Bürger_innen, von Tee-nagern über Studierende zu kompletten Familien mit Kleinkindern und Rentner_innen.Dass ein solch breite Mobilisierung gelingen konnte, liegt an zwei Faktoren. Erstens stellen sich die Sardinen zwar neben und völlig unabhängig von den Parteien links er Mitte auf, nicht aber gegen sie: Sie verstehen ihre Mobilisierung ja als Versuch, den elektoralen Durch-marsch der Lega zu verhindern. Zweitens vermeiden sie programmatische Festlegungen jenseits der Bekundung, die Bewegung verteidige die Verfassung, sie sei antifaschistisch, antirassistisch und „inklusiv“. Dies verleiht ihr nachgerade „ökumenischen“ Charakter.

Offen ist vorerst, wie es mit den Sardinen weitergeht. Als reine Grassroot-Bewegung ent-standen, verfügt sie über keinerlei organisatorische Struktur; einzig die vier Gründer_innen können so etwas wie Autorität beanspruchen. Am 15. Dezember, einen Tag nach der Kundgebung in Rom, trafen erstmals 150 Vertreter_innen der Sardinen aus ganz Italien zusammen. Doch auch sie hoben keinerlei Gremien aus der Taufe. Und sie unternahmen auch nicht den Versuch, auch nur Leitlinien für ein Programm zu fixieren. Mattia Santori, Sprecher des Gründerkreises aus Bologna, gibt hierzu die Parole aus, jedwedes Thema, das „trennenden“ Charakter haben könne, solle ausgeklammert bleiben –dies aber gilt für so gut wie alle politischen Fragen. Damit blieb vorerst nur der Beschluss, die Mobilisierung auch im Januar mit Blick auf die Regionalwahlen in der Emilia Romagna am Ende des Monats fortzusetzen. Ob die Sardinen danach eine Zukunft haben, steht vor-erst in den Sternen. Schon jetzt kann allerdings festgehalten werden, dass sie den Bürger_innen ebenso wie den Parteien links der politischen Mitte neuen Mut gemacht haben. Zu der Kundgebung jedenfalls, mit der der Regionalgouverneur Stefano Bonaccini am 7. Dezember seinen Wahlkampf eröffnete, kamen etwa 10.000 Menschen –ein seit langem von der PD nicht mehr erreichter Mobilisierungserfolg. Rom, 19.12.2019Autor: Michael Braun, Wissenschaftlicher Mitarbeiter der FES Italien Verantwortlich: Dr. Tobias Mörschel, Leiter FES-Büro in Italien für Rückfragen: E-Mail: info@fes-italia.org. Der Inhalt dieses Beitrags gibt die Meinung des Autors und nicht die der Friedrich-Ebert-Stiftung wieder. Fesi 20

 

 

 

 

„Wir sind nicht die Schweiz“

 

Warum Deutschland seine außenpolitische Zurückhaltung überwinden und die EU die Kleinstaaterei aufgeben muss – Wolfgang Ischinger im Gespräch.

 

Herr Ischinger, Sie sind Vorsitzender der Münchner Sicherheitskonferenz, einem weltweit renommierten Forum zur Debatte internationaler Sicherheits- und Verteidigungsfragen. Welche Themen werden bei der nächsten Konferenz, die vom 14. bis zum 16. Februar stattfindet, im Mittelpunkt stehen?

Bei der letzten Münchner Sicherheitskonferenz 2019 hatten wir die rhetorische Frage aufgeworfen: Who will pick up the pieces – wer sammelt die zerbrochenen Teile der Weltordnung wieder auf? Diese Frage ist in den vergangenen elf Monaten nicht hinreichend beantwortet worden. Im Gegenteil: Es sind noch mehr Scherben entstanden. Die Frage bleibt also auf der Tagesordnung. Sie ist eine der zentralen Fragen europäischer Außenpolitik.

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier wirft zu Recht die Frage auf, ob der Westen heute mehr ist als nur eine Richtung auf dem Kompass. Hat der Westen noch einen inhaltlichen, moralischen, politischen, sicherheitspolitischen Gehalt? Diese Frage wird die Konferenz 2020 beschäftigen: ist der Westen heute weniger westlich, und ist gar die ganze Welt weniger westlich geworden? Das ist ein erster Punkt.

Ein zweiter Punkt ist folgender: Wenn wir feststellen müssen, dass wir ein ziemlich chaotisches Bild globaler Ordnung haben, dann stellt sich die Frage: Welche Rolle spielt eigentlich Europa – als Stabilitätsanker und nicht als Teil der Zerfallserscheinungen? Zum Zeitpunkt der Münchner Sicherheitskonferenz werden wir 14 Tage Brexit hinter uns haben. Welche Aufgaben stellen sich jetzt für Europa? Wir werden versuchen, die neue EU-Führungsmannschaft, angeführt von Frau von der Leyen, aufs Podium zu bitten. Unter Beteiligung verschiedener Staats- und Regierungschefs und Außenminister aus der Europäischen Union wollen wir klären, was es mit der geostrategischen Ausrichtung auf sich hat, von der Frau von der Leyen gesprochen hat.

Dann schließt daran die dritte Frage an: Was ist mit der Rolle Deutschlands? Was sind die Erwartungen an Deutschland?

Natürlich kommen weitere Punkte hinzu: von der Ukraine über Iran, Jemen, Syrien, Libyen bis Nordkorea, die nukleare Nichtverbreitung und Rüstungskontrolle hin zu Russland, China, Huawei und 5G und schließlich die Zukunft des transatlantischen Verhältnisses. An Themen mangelt es wirklich nicht.

Sie haben es angesprochen: Ursula von der Leyen hat eine wahrhaft geopolitische EU-Kommission angekündigt. Was könnte das konkret bedeuten – geht es jetzt voran mit der gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik? Oder stehen andere Politikfelder wie die Handelspolitik im Vordergrund?

Jeder in den internationalen Beziehungen handelnde Akteur muss sich  die Frage stellen: Was sind meine Stärken und was sind meine Schwächen? Niemand wird bestreiten, dass die Europäische Union ihre Stärken in der Handelspolitik hat, in ihrer Rolle als Wirtschaftsmacht, als Innovationstreiber. Die EU ist einer der größten handels- und wirtschaftspolitischen Akteure der Welt. Diese Stärke haben wir bisher geostrategisch – um diesen Begriff von Frau von der Leyen zu nutzen – zu wenig eingesetzt. Andere machen uns jetzt vor, wie man mit Handelspolitik auch strategische Linien zeichnen kann, wenn Sie an die Auseinandersetzung zwischen China und den USA denken.

Die Europäische Union hat Nachholbedarf, wenn es darum geht, in geostrategischen Fragen mit einer Stimme zu sprechen. In der Handelspolitik spricht die EU mit einer Stimme. Dafür gibt es auch ein Mandat. Der Kommissionspräsident kann sagen: Ich vertrete 500 Millionen Menschen. In der Außenpolitik haben wir dagegen Kleinstaaterei des 19. Jahrhunderts: Jeder Kleinstaat hat ein Vetorecht und kann alles blockieren. Kein Wunder, dass man die Europäische Union als geostrategischen oder geopolitischen Akteur auf der Welt nicht ernst nimmt. Wenn ich durch Asien oder den Nahen und Mittleren Osten reise, stelle ich fest: Niemand redet über Europa, weil wir nicht mit einer Stimme sprechen. Ich denke, das ist für die künftige Kommission und den Rat eine zentrale Aufgabe: Wie können wir die Entscheidungsprozeduren in der Europäischen Union so verbessern, dass wir auch in der Außenpolitik mit einer Stimme sprechen können? Das Stichwort hier lautet: Mehrheitsentscheidungen.

Wie bewerten Sie die aktuelle Rolle Frankreichs in der europäischen Außen- und Sicherheitspolitik? Präsident Macron prescht derzeit mit diversen Initiativen voran.

Man kann dem französischen Präsidenten nicht vorwerfen, dass er seine Präsidentschaft verschlafen habe, ohne Vorschläge zu machen. Ich denke, es ist eher umgekehrt, er hat eine so große Zahl von wichtigen europapolitischen Vorschlägen gemacht, dass die Bundesrepublik Deutschland und andere Mitgliedstaaten Schwierigkeiten hatten, wirklich konstruktiv und weiterführend zu reagieren. Jetzt ist der französische Präsident dazu übergegangen, sehr kritische Vorschläge zu Themen wie Nato, Russland, Ukraine usw. zu machen. Ich habe dazu eine zweigeteilte Meinung. Zum einen finde ich es gut, dass wir durch solche Vorschläge gezwungen werden, wieder grundsätzliche strategische Debatten zu führen. Ist die Nato jetzt „hirntot“ oder lebt sie? Je nachdem entsteht ja Handlungsbedarf. Was ist mit Russland? Wollen wir tatsächlich auf Dauer eine Lage hinnehmen, in der eine konstruktiv gedachte Russlandpolitik von einigen Kalten Kriegern – ich sage das provozierend –ausgebremst wird, einige argumentieren, man könne mit Russland überhaupt nicht mehr verhandeln?

Macron hat diese Fragen aufgeworfen. Ob er sie taktisch klug aufgerufen hat, ist eine andere Frage. Da bin ich skeptischer. Aber wir haben ihm zu verdanken, dass wir nicht in Lethargie erstarren, wir, die gesamte EU, aber insbesondere auch die Bundesrepublik Deutschland, die in den, großen außenpolitischen Fragen in den letzten Jahren doch sehr vorsichtig und zurückhaltend agiert hat – um es diplomatisch auszudrücken.

Deutschland agiert Ihrer Meinung nach in der Außenpolitik also zu träge und zu unentschlossen? Könnte man nicht auch sagen, wir legten eine gesunde Zurückhaltung an den Tag, die anderen auch gut anstünde?

Wir können uns nicht als eine große Schweiz definieren, die sich sozusagen hinterm Berg verbirgt, und die große Weltpolitik findet woanders statt. Die Weltpolitik hat die Tendenz, zu uns zu kommen, wie wir am Syrien-Konflikt gesehen haben, mit hunderttausenden von Flüchtlingen, die nicht nur in Deutschland die politische Landschaft verändert haben. Die Krisen kommen zu uns, wenn wir uns ihrer nicht annehmen. Wir haben in Deutschland ein ganz grundsätzliches Problem noch nicht überwunden. Wir haben uns nach der Wiedervereinigung eingeredet, dass jetzt ein paradiesischer Zustand eintritt. Unser Staatsziel schien erreicht. Das war die Überwindung der Teilung, so stand es auch im Grundgesetz. Wir glaubten, dass wir fortan - diesen Satz kennt ja jeder in Deutschland - nur noch von Freunden umgeben sein würden. Jetzt entdecken wir allmählich, dass das so nicht stimmt. Wir haben zwar neun Nachbarn, und das sind auch alles Freunde. Aber wenn diese Freunde sich in ihrer Nachbarschaft umschauen, sehen sie Terror, Migrationsdruck, Konflikte und auch Krieg, wenn man an die Ukraine oder Syrien denkt.

Unsere Bürgerinnen und Bürger müssen lernen, dass die Zeiten vorbei sind, in denen wir glauben konnten, dass wir ein dauerhaft stabiles Umfeld haben. Plötzlich bricht die Weltordnung auseinander.

Wir befanden uns in einem Halbschlaf des Gefühls, das jetzt eigentlich alles gut sei. Die Frage der Außenpolitik, der Verteidigung, des Schutzes nicht nur unserer eigenen Grenzen, sondern der unserer Bündnispartner, diese Frage haben wir vernachlässigt. Da besteht Nachholbedarf. Was ist jetzt unser Ziel, wenn wir das ursprüngliche Ziel, nämlich die Wiedervereinigung, erreicht haben?

Wie fällt Ihre Antwort auf diese Frage aus?  

Nachdem wir die Wiedervereinigung erreicht haben, muss deutsche Politik nun dem vereinten Europa dienen. Das steht so gleich zu Anfang im Grundgesetz: dem Frieden in einem vereinigten Europa dienen. Das heißt, wir müssen unsere Kraft und unsere Fähigkeiten, unsere Möglichkeiten und unseren Wohlstand der Entwicklung, Festigung und Weiterentwicklung der Handlungsfähigkeit der Europäischen Union widmen. Unsere Parteien haben durchaus solche Formulierungen in ihren Programmen. Ich sehe nicht, dass unsere außenpolitische, wirtschaftspolitische, auch sicherheitspolitische Energie klar auf dieses Ziel ausgerichtet ist. Ich glaube, die Bürgerinnen und Bürger sehnen sich nach einer solchen klaren Zielansprache.

Wo sehen Sie die Nato in fünf bis zehn Jahren? Sie sprachen es an, sie ist im Moment dem Vorwurf ausgesetzt, sie sei hirntot oder zumindest nutzlos.

Erstens ist die Nato natürlich nicht hirntot. Sie lebt. Sie hat eine ganze Reihe von Gebrechen. Aber sie handelt. Militärisch handelt sie sogar sehr aktiv. Die NATO ist besser imstande, unseren östlichen Nachbarn sicherheitspolitisch Rückversicherung anzubieten.

Ich persönlich halte die Nato aus deutscher Sicht für unverzichtbar, solange wir nicht den ewigen Landfrieden mit Russland und anderen Mächten geschlossen haben. Das sehe ich im Augenblick aber leider ganz und gar nicht. Ich sehe eher weitere krisenhafte Zuspitzungen. Und ich kann nicht erkennen, dass es kurz- und mittelfristig eine Alternative gibt zu der Schutzfunktion der USA, die wir qua Nato für unseren Teil des Kontinents in Anspruch nehmen können. Wir können Stunden und Tage über strategische Autonomie Europas sprechen. Aber es führt kein Weg daran vorbei: Die Bundesrepublik Deutschland wird keine Nuklearmacht sein, sie wird das auch nicht sein wollen. Im Ernstfall können wir uns auch nicht selbst verteidigen. Ergo brauchen wir die USA – selbst wenn es in manchen Punkten stressig geworden ist. Deswegen sind wir gut beraten, wenn wir trotz allen Ärgers die Nato und die transatlantischen Beziehungen pfleglich behandeln. Es ist in unserem eigenen Interesse. Wir brauchen die Nato mehr, als die USA sie brauchen. IPG 9

 

 

 

Deutschland für ausländische Fachkräfte nur mäßig attraktiv

 

Bei ausländischen Studenten ist Deutschland beliebt, bei Fachkräften sieht es nicht so gut aus. Das geht aus einem OECD-Vergleich hervor. Punktabzüge gibt es für das deutsche Verfahren zur Anerkennung ausländischer Abschlüsse und für schlechte Karriereaussichten.

 

Deutschland ist für zugewanderte Akademiker bislang mäßig attraktiv. Im OECD-weiten Vergleich schneidet die Bundesrepublik lediglich auf Platz zwölf ab. Spitzenreiter bei den Akademikern sind Australien, Schweden und die Schweiz. Zu diesem Ergebnis kommen die „OECD Indicators of Talent Attractiveness“, die in Zusammenarbeit mit der Bertelsmann Stiftung entwickelt wurden. In einem gemeinsamen Policy Brief finden sich Vorschläge, wie Deutschland für hochqualifizierte Migranten attraktiver werden kann.

Gut hingegen schneidet die Bundesrepublik insbesondere bei der Gruppe der internationalen Studierenden ab – Platz drei im OECD-Vergleich – und bei jenen Einwanderern, die ein Unternehmen gründen wollen. Hier belegt Deutschland den sechsten Platz.

Migranten seltener in qualifizierten Berufen tätig

Das größte Defizit in der Attraktivität für Hochqualifizierte hat Deutschland bei den beruflichen Chancen. Diese stehen für eingewanderte Menschen – insbesondere, wenn sie einen akademischen Abschluss aus Nicht-EU-Ländern mitbringen – vergleichsweise schlecht. Bei den um Steuern und Preisniveau bereinigten Löhnen liegt Deutschland lediglich auf Rang 25 und die Arbeitslosenquote für zugewanderte Akademiker liegt mit sieben Prozent trotz guter Arbeitsmarktlage sogar leicht über dem OECD-Durchschnitt.

Darüber hinaus arbeiten ausländische Akademiker häufig nicht in Jobs, die ihrem Qualifikationsniveau entsprechen. Während 77 Prozent der im Inland geborenen Menschen mit akademischem Abschluss in einem hoch qualifizierten Beruf arbeiten, sind es bei Eingewanderten aus Nicht-EU-Staaten mit ausländischen Abschlüssen knapp 40 Prozent.

Experte sieht Luft nach oben

Matthias Mayer, Migrationsexperte der Bertelsmann Stiftung, sieht in Deutschland mit Blick auf die Fachkräftesicherung noch Luft nach oben: „Viele hochqualifizierte Akademikerinnen und Akademiker in Deutschland arbeiten unter ihrem Qualifikationsniveau. Das ist schlecht für die Fachkräfte, schlecht für die Volkswirtschaft und hält zudem andere gut ausgebildete Menschen davon ab, nach Deutschland zu kommen.“

Zudem rät Mayer, berufsfachliche Kompetenzen, die Menschen bereits haben, bei der Fachkräfteeinwanderung mehr zu berücksichtigen. So sollte von der im Fachkräfteeinwanderungsgesetz vorgesehenen Einwanderungsmöglichkeit für Personen ohne formalen Abschluss, aber mit ausreichend Berufserfahrung auf dem Niveau einer akademischen Fachkraft, großzügig Gebrauch gemacht werden.

Schwachpunkt des Gesetzes

Eine weitere Hürde für die Einwanderung von Fachkräften ist das Erfordernis der Anerkennung ihrer Berufsabschlüsse. In anderen Ländern ist eine Anerkennung für die Einwanderung nur dann erforderlich, wenn es sich um regulierte Beschäftigungen (wie z. B. Gesundheitsberufe) handelt.

 

Thomas Liebig, Leitender Ökonom der Migrationsabteilung der OECD, rät mit Blick auf Deutschland zu Reformen: „Das Erfordernis der Anerkennung der Berufsabschlüsse ist der Schwachpunkt des neuen Fachkräfteeinwanderungsgesetz. Die Bundesrepublik sollte die Anerkennungsverfahren für Berufe entschlacken und Alternativen erwägen.“

Experte rät zu Turboverfahren

Er denkt dabei etwa an Turboverfahren, wie sie in Norwegen angewendet werden. Dort wird innerhalb weniger Tage evaluiert, ob Eingewanderte die für eine bestimmte Stelle erforderlichen Kompetenzen haben, ohne dass es zu einer allgemeingültigen formalen Anerkennung der Berufsqualifikation kommt.

Liebig weist zudem darauf hin, dass eine Migrationsentscheidung meist nicht nur eine Fachkraft, sondern eine ganze Familie betrifft: „Wer nach Deutschland kommt, sucht nicht nur nach Chancen für sich selbst, sondern auch für seine Familie“. Auch Angehörige müssten umfängliche Unterstützung bei der Integration erlangen, etwa durch Sprachkurse und langfristige Aufenthaltstitel. Die Attraktivität für Fachkräfte, so Liebig, werde auch durch die Familienpolitik stark geprägt. (mig 17.12.)

 

 

 

Damoklesschwert Handelskrieg

 

Ist Deutschland im Handelskonflikt den Launen Donald Trumps hilflos ausgeliefert? Keineswegs. Die Bundesregierung hat es selbst in der Hand.

Von Sebastian Dullien, Sabine Stephan, Thomas Theobald

 

Eines beherrscht US-Präsident Donald Trump perfekt: Ungewissheit zu schüren, welche Intentionen er wirklich im Handelskonflikt mit dem Rest der Welt verfolgt. Immer wieder sorgten in den vergangenen Monaten vermeintlich versöhnliche Signale aus dem Weißen Haus für kurze Rallys am Aktienmarkt; immer wieder wurde diese Hoffnung durch neue Eskalationen Donald Trumps zunichte gemacht.

So ging zuletzt Mitte November eine Welle der Erleichterung durch die Managementebenen der deutschen Wirtschaft, als Donald Trump die Frist verstreichen ließ, in der er nach US-Recht aus „Gründen der nationalen Sicherheit“ Zölle auf Autos und Autoteile aus der EU hätte verhängen können. Aber schon in den ersten Dezember-Tagen war es mit der Entspannung vorbei: Nun drohte der US-Präsident, mit Strafzöllen auf die Pläne der französischen Regierung zu reagieren, große (amerikanische) Internetkonzerne stärker zu besteuern.

Nach gängigen Prognosen wird das Wirtschaftswachstum in Deutschland 2020 eher mau bleiben, und der transatlantische Handelskonflikt hat einen spürbaren Anteil daran. Wie unsere aktuellen Simulationen für das Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK) zeigen, richtet der Handelskonflikt bereits Schaden an, bevor irgendein Zoll eingeführt worden ist, weil er Unsicherheit schürt und diese Unsicherheit die Unternehmen dazu veranlasst, Investitionen aufzuschieben. Zudem wird eine Eskalation in vielen Prognosen als Risiko für einen stärkeren Abschwung angeführt.

Wie im Handelsstreit zwischen den USA und China dürfte es zu einer Eskalation kommen: Auf Zölle der USA dürften Zölle der EU auf amerikanische Produkte folgen, auf die die US-Regierung wiederum mit weiteren Sanktionen reagieren wird.

Wie groß der Schaden ist, den ein Handelskonflikt der deutschen Volkswirtschaft zufügen könnte, hängt im Wesentlichen von vier Faktoren ab: von der Dauer und der Intensität der Auseinandersetzung, von der Preissetzung der vom Zoll betroffenen Unternehmen sowie von der Bereitschaft der Bundesregierung, Wachstumseinbußen durch eine Ausweitung der Staatsausgaben abzumildern.

Die gute Nachricht ist, dass ein US-Importzoll von 25 Prozent auf Fahrzeuge und -teile aus der EU (wie von Trump zeitweise angedroht) zwar für die deutschen Autohersteller schmerzlich wäre, aber der deutschen Volkswirtschaft insgesamt keinen nennenswerten Schaden zufügen würde. Das gilt insbesondere dann, wenn der Handelskonflikt nur von kurzer Dauer bliebe. Ein solches denkbares Szenario wäre etwa, wenn der jetzige US-Präsident im November 2020 die Präsidentschaftswahlen verlieren und sein Nachfolger oder seine Nachfolgerin alle bis dahin verhängten Strafzölle zurücknehmen würde.

Wenn die Unternehmen davon ausgehen, dass der Zollsatz nur für kurze Zeit erhöht wird, werden sie die höheren Zölle nicht über Preiserhöhungen voll an die US-Verbraucher weitergeben, sondern vorübergehend in ihren Gewinnmargen auffangen. Sie machen dann zwar weniger Gewinn, sichern dafür aber ihre Marktanteile in den USA. Die Folge: Es kommt kaum zu Absatz- oder Produktionseinbußen und die Folgeeffekte für die übrige Wirtschaft bleiben gering.

Die schlechte Nachricht ist, dass es sehr unwahrscheinlich ist, dass ein Handelskonflikt mit den USA auf Autozölle beschränkt bleiben würde. Die EU wird Autozölle kaum einfach so hinnehmen, zumal sie die Auffassung vertritt, dass diese nach dem Welthandelsrecht illegal sind. Wie im Handelsstreit zwischen den USA und China dürfte es vielmehr zu einer Eskalation kommen: Auf Zölle der USA dürften Zölle der EU auf amerikanische Produkte folgen, auf die die US-Regierung wiederum mit weiteren Sanktionen reagieren wird.

Leider ist ein kurzer Handelskonflikt mit den USA ziemlich unwahrscheinlich. Wird Donald Trump im Herbst im Amt bestätigt, könnte sich der Konflikt noch bis 2025 hinziehen.

In unserer Simulationsstudie haben wir daher unterstellt, dass die USA auf der zweiten Eskalationsstufe das Gesamtvolumen der Importe, die von einer Erhöhung des Zollsatzes auf 25 Prozent betroffen sind, mehr als verdreifachen, woraufhin die EU auf der dritten Eskalationsstufe mit Gegenmaßnahmen in gleicher Höhe antwortet.

Doch selbst in diesem Fall würde Deutschland keine nennenswerten Wachstumseinbußen erleiden, wenn  ?  wie bei einem kurzen Handelskonflikt unterstellt  ?  die exportierenden Unternehmen die Zollerhöhungen nicht in Form höherer Preise an die US-Verbraucher weitergeben. Der „Zoll-Schock“ wird auf diese Weise gewissermaßen neutralisiert. Die Amerikaner würden weiter deutsche Produkte kaufen und die negativen Effekte blieben begrenzt.

Leidtragende eines eskalierenden Handelskonflikts sind unter diesen Bedingungen die exportierenden Unternehmen, deren Gewinnsituation sich zunehmend verschlechtert. Dies kann zur Folge haben, dass sich ihre Finanzierungskosten an den Kapitalmärkten erhöhen und sich bei der üblichen Strategie konstanter Dividendenausschüttungen ihre finanziellen Mittel für Innovationen und Investitionen verringern.

Es gibt aber noch einen anderen Wirkungskanal, über den der Handelskonflikt schon jetzt die deutsche Wirtschaft belastet, und der nach unseren Simulationen schädlicher ist als die Zölle selbst: die ökonomische Unsicherheit. Diese trübt die Absatzaussichten der Unternehmen, so dass diese ihre Investitionen zurückhalten oder sogar deutlich zurückfahren, wodurch das Bruttoinlandsprodukt (BIP) sinkt. Unseren Berechnungen nach würde ein kurzer Handelskonflikt mit den USA, der alle Eskalationsstufen durchläuft und die Unsicherheit in der Wirtschaft erhöht, das Wirtschaftswachstum in Deutschland um bis zu 0,3 Prozent pro Jahr reduzieren. Das wäre unangenehm für Deutschland, aber durchaus zu verkraften. 

Sollte die Bundesregierung in einem massiven Handelskonflikt mit den USA auf eine fiskalpolitische Flankierung verzichten, während Donald Trump die Opfer des Handelskriegs im eigenen Land schadlos hält, dann droht Deutschland am Ende den Handelskonflikt zu verlieren.

Leider ist ein kurzer Handelskonflikt mit den USA ziemlich unwahrscheinlich. Wird Donald Trump im Herbst im Amt bestätigt, könnte sich der Konflikt noch bis 2025 hinziehen. Je länger die Auseinandersetzungen dauern, desto schwieriger wird es für die Exporteure, die Zollerhöhung zu Lasten ihrer Gewinne zu tragen. Sie werden die zusätzlichen Belastungen zunehmend in Form von Preiserhöhungen an die Endverbraucher in den USA weitergeben. Konfrontiert mit höheren Preisen für deutsche Produkte werden die Amerikaner zumindest zum Teil auf Alternativen ausweichen, was zu einem Rückgang der deutschen Exporte führt. Weniger Exporte bedeuten weniger Produktion, geringere Einkommen und weiter schrumpfende Gewinne der exportorientierten Branchen. Je stärker der Konflikt eskaliert und je länger er dauert, desto größer wird dieser Effekt. Gleichwohl wären die Auswirkungen der reinen Zollmaßnahmen für die deutsche Wirtschaft insgesamt immer noch verkraftbar.

Gravierende Auswirkungen zeigen sich, wenn in der Simulation zusätzlich zu den Zollmaßnahmen eine aufgrund der langen Dauer des Konflikts stark gestiegene Unsicherheit berücksichtigt wird. Diese lähmt die Investitionstätigkeit der Unternehmen, mit dem Effekt, dass das BIP deutlich zurückgeht. Unseren Berechnungen nach würde ein langer Handelskonflikt mit den USA, der alle Eskalationsstufen durchläuft und die Unsicherheit in der Wirtschaft stark erhöht, das Wirtschaftswachstum in Deutschland um bis zu 0,7 Prozent pro Jahr reduzieren und zwar so lange, wie der Konflikt dauert. Da die deutsche Wirtschaft 2020 ohnehin verlangsamt wachsen dürfte, könnte sie eine Zuspitzung des Handelskonflikt in eine echte Rezession stoßen, in der es zu Beschäftigungsverlusten, daraus folgenden Einkommens- und Nachfrageeinbußen und einer sich selbst verstärkenden Abwärtsspirale kommt.

Ist Deutschland somit den Launen Donald Trumps hilflos ausgeliefert? Eigentlich nicht. Wie unsere Simulationen zeigen, gäbe es eine Möglichkeit gegenzusteuern: Mit einem kreditfinanzierten Ausgabenprogramm könnte die Bundesregierung die Wachstumsverluste aus dem Handelskrieg abmildern. Geeignete Projekte gäbe es angesichts des enormen Investitionsbedarfs in den Bereichen Dekarbonisierung der Wirtschaft, digitale Kommunikationsnetze, Wohnbau, Infrastruktur, Bildung, Pflege oder Kinderbetreuung zuhauf.

Donald Trump hat im Handelskrieg mit China bereits gezeigt, dass er bereit ist, US-Farmer, die stark unter den Zöllen leiden, mit staatlichen Beihilfen zu unterstützen, um die Wirtschaft zu stabilisieren. Leider ist es alles andere als klar, ob auch die Bundesregierung bereit wäre, einen Handelskonflikt mit einer expansiven Fiskalpolitik zu flankieren. Zum einen ist zurzeit der Spielraum für eine solche Stabilisierungspolitik aufgrund der EU-Fiskalregeln und der Schuldenbremse begrenzt. Zum anderen sträuben sich deutsche Politiker und ein Teil der deutschen Ökonomen aus ideologischen Gründen gegen eine solche Stabilisierungspolitik. Und genau hierin liegt die große Gefahr: Sollte die Bundesregierung in einem massiven Handelskonflikt mit den USA auf eine fiskalpolitische Flankierung verzichten – etwa, weil sie an der „schwarzen Null“ festhalten möchte –, während Donald Trump die Opfer des Handelskriegs im eigenen Land schadlos hält, dann droht Deutschland am Ende den Handelskonflikt zu verlieren. Nach vermeintlichen Erfolgen im Konflikt mit Mexiko und China würde sich Trump dann brüsten, auch die Europäer in die Knie gezwungen zu haben. IPG 6

 

 

 

 

Caritas sieht Potential beim Fachkräfte-Einwanderungsgesetz

 

Ein neues Einwanderungsgesetz in Deutschland soll ab März 2020 mehr ausländische Fachkräfte anlocken. Für die Caritas ist das ein richtiger Schritt, dennoch müssten auch hierzulande Anreize geschaffen werden, wie Caritas-Direktor Peter Neher im Gespräch mit dem Kölner Domradio sagt.

 

DOMRADIO.DE: Geht das geplante Fachkräfte-Einwanderungsgesetz in die richtige Richtung? 

Prälat Peter Neher (Präsident des Deutschen Caritasverbandes): Ich denke, es geht in die richtige Richtung. Es wird natürlich wie angekündigt zentral sein, die Visa- und Anerkennungsverfahren zu beschleunigen. Es braucht Informationsangebote für Arbeitnehmer und Arbeitgeber, vor allem niederschwellige, erreichbare Ansprechpartner. 

Ich glaube, das ist für die Fachkräftegewinnung grundsätzlich wichtig. Ein spezielles Thema bleibt natürlich, wie es die sozialen Berufe, insbesondere Pflegekräfte, betrifft. 

DOMRADIO.DE: Sie sagten, es brauche niederschwellige Ansprechpartner. Was genau meinen Sie damit? 

Neher: Ich meine Ansprechpartner, die im Einzelfall beraten können. Wie läuft es, wenn jemand in unser Land kommt? Was ist mit den Sprachqualifikationen? Welche Möglichkeiten sind da, sich hier zu integrieren? Ich denke, es braucht eine Art "Willkommenskultur am Arbeitsplatz".

Es ist eben nicht damit getan, Menschen aus anderen Ländern anzuwerben, sondern man muss dann auch dafür Sorge tragen, dass jemand einen Fuß auf den Boden bekommt, sich hier wohlfühlt und arbeiten kann. 

DOMRADIO.DE: Es geht also darum, tatsächlich jeden Arbeitnehmer einzeln in den Blick zu nehmen?

Neher: Ja, und ich glaube, je nach Beruf ist dies auch unterschiedlich zu bewerten. Wichtig erscheint mir, grundsätzlich darauf zu achten, die Interessen der Migrantinnen und Migranten und die eigenen Bedarfe in Einklang zu bringen. Wir können unseren Fachkräftemangel nicht zu Lasten anderer Länder lösen, wo möglicherweise ähnliche Probleme bestehen. Es muss ein gemeinsames Interesse geben, alle Beteiligten zu berücksichtigen. 

DOMRADIO.DE: Was bedeutet das neue Gesetz für die Beschäftigung von Pflegekräften aus Nicht-EU-Ländern? Macht es die Jobs für diese Pflegekräfte attraktiver und deren Einstellung gleichzeitig einfacher? 

Neher: Da muss man deutlich sagen: Es ist nach wie vor zentrale Aufgabe der Politik, mehr junge Menschen hierzulande für diese Berufe zu begeistern und die Arbeitsbedingungen für Pflegekräfte zu verbessern und Anreize zu schaffen, dass jene in den Beruf zurückkehren, die ihm vielleicht vor Jahren den Rücken gekehrt haben. Das ist das erste.

Das zweite ist, die pflegerischen Berufe so zu gestalten, dass sie für den Einzelnen eine Bereicherung und eine attraktive Arbeitsmöglichkeit sind. Es darf jedoch nicht zulasten der Herkunftsländer gehen. Und es darf die Politik nicht entlasten, für gute Arbeitsbedingungen bei uns zu sorgen.

Wir können unseren Mangel nicht dadurch ausgleichen, dass wir so viele Fachkräfte aus dem Ausland holen, wie wir brauchen. Die werden wir nicht finden, das funktioniert nicht. Und nochmal: Wir haben unsere Hausaufgaben zu leisten, damit die Berufe hier attraktiver werden.

DOMRADIO.DE: Welchen Anteil haben die Pflegekräfte aus Nicht-EU-Ländern? Haben Sie einen Überblick? 

Neher: Ich habe da keinen genauen Überblick. Es gibt natürlich in den unterschiedlichen Regionen auch unterschiedliche Zahlen und Erfahrungen dazu. Man muss auch auf die Mentalität und die kulturelle Herkunft gucken. Wie passen die? Und wie fühlen sich Menschen mit den Arbeitsbedingungen bei uns wohl?

Ich habe keine genauen Zahlen, aber letztlich ist es so, dass Beschäftigte aus anderen Ländern eine Bereicherung sein können. Wir müssen nur darauf achten, dass es nicht zu einem Braindrain oder "Caredrain" kommt, dass also dann diese Arbeitskräfte in den Herkunftsländern fehlen. Darauf müssen wir achten.

Allein die Zahl, dass bei uns 80.000 bis 100.000 Pflegekräfte fehlen, macht schon deutlich, dass sich das in sehr geringem Rahmen halten wird, wenn Menschen aus Nicht-EU-Ländern bei uns Arbeit finden. 

DOMRADIO.DE: "Am Ende wird es heißen, wir riefen Fachkräfte und Sozialhilfe-Empfänger kamen" - das ist ein Zitat von Alice Weidel. Was sagen Sie zu dieser Kritik? 

Neher: Dieses populistische Geschwätz entlarvt sich ja selbst. Es ist natürlich klar, dass für Fachkräfte, die gesucht werden, auch die entsprechenden Arbeitsbedingungen da sein müssen. Sie zahlen ja auch in die sozialen Sicherungssysteme in unserem Land ein. Und wenn Not ist, dann gelten diese selbstverständlich auch für sie.

Unabhängig davon müssen wir gucken, dass hier auch gute Rahmenbedingungen herrschen, damit jene, die jetzt in diesen Berufen arbeiten, gut bei uns arbeiten können. Aber dieses Thema darf nicht dazu verführen, in populistisches Gequatsche zu verfallen wie es der genannten Partei eigen ist. (domradio 19)

 

 

 

 

Die wichtigsten Punkte des „Green Deal“

 

Die Europäische Kommission hat am heutigen Mittwoch ihren mit Spannung erwarteten Green Deal vorgestellt. Gleichzeitig wurde eine Reihe von Politikinitiativen präsentiert, die dafür sorgen sollen, dass Europa das Ziel von Netto-Null-Emissionen bis 2050 erreicht.

Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen stellte den European Green Deal heute Mittag vor und versprach dabei, beim Weg zur klimaneutralen Wirtschaft bis 2050 werde „niemand im Stich gelassen“.

In einem Video-Statement bezeichnete sie den ambitionierten Klimaplan als „Europas ‚Mann auf dem Mond‘-Moment“. Ziel sei es, „die Wirtschaft mit unserem Planeten in Einklang zu bringen“ und dafür zu sorgen, dass die Wirtschaft „für die Menschen arbeitet“, fügte von der Leyen hinzu. In dieser Hinsicht könne der Green Deal auch zu Europas neuer Wachstumsstrategie werden.

Europa wolle bei klimafreundlichen Industrien und sauberen Technologien eine Vorreiterrolle einnehmen, erklärte die ehemalige Bundesverteidigungsministerin. Sie fasste zusammen: „Ich bin überzeugt, dass das alte Wachstumsmodell, das auf fossilen Brennstoffen und Umweltverschmutzung basiert, veraltet ist und nicht mehr den Bedürfnissen auf unserem Planeten entspricht.“

Die zehn wichtigsten Punkte des Green Deal:

 

1. Ein „klimaneutrales“ Europa: Das übergeordnete Ziel des Green Deals. Die EU will sich bemühen, bis 2050 Netto-Null-Treibhausgasemissionen zu erreichen, ein Ziel, das in einem „Klimagesetz“ verankert wird, das im März 2020 vorgelegt werden soll.

In der Praxis bedeutet dies auch, dass die Klimaziele der EU aktualisiert werden. Die Treibhausgasemissionen sollen bis 2030 dann um 50 bis 55 Prozent (statt der bisherigen 40 Prozent) reduziert werden. Der 55-Prozent-Wert soll noch einer Kosten-Nutzen-Analyse unterzogen werden.

Die Kommission machte bereits deutlich, man wolle nichts unversucht lassen und plane daher, alle EU-Rechtsvorschriften zu überprüfen, um sie an die neuen Klimaziele anzupassen – beginnend mit den Richtlinien über erneuerbare Energien und Energieeffizienz, aber auch die Vorschriften zum Emissionshandel und die Verordnung über die Lastenverteilung sowie die berühmt-berüchtigte LULUCF-Richtlinie über Änderungen in der Landnutzung. Die entsprechenden Vorschläge sollen bis März 2021 im Rahmen eines Pakets vorgelegt werden.

Außerdem wird 2020 ein Plan zur „intelligenten Sektorintegration“ vorgestellt, der die Bereiche Strom, Gas und Wärme näher zusammenführt. Dies wird mit einer neuen Initiative einhergehen, mit der das „enorme Potenzial“ der Offshore-Windenergie besser genutzt werden soll, sagten Beamte.

2. Kreislaufwirtschaft: Im März 2020 wird auch ein neuer Aktionsplan für die Kreislaufwirtschaft als Teil einer umfassenderen Industriestrategie der EU vorgelegt. Dazu gehöre eine nachhaltige Produktionspolitik mit „Vorschriften, wie wir Dinge herstellen“. So sollen weniger Materialien verbraucht und außerdem sichergestellt werden, dass Produkte wiederverwendet und recycelt werden können.

Kohlenstoffintensive Industrien wie Stahl, Zement und Textilien werden im Rahmen des neuen Kreislaufwirtschaftsplans ebenfalls bedacht. Ein Hauptziel ist demnach die Vorbereitung auf eine „saubere Stahlerzeugung“ mit Wasserstoff bis 2030, sagte ein EU-Beamter und erläuterte: „Warum 2030? Wenn man im Jahr 2050 eine saubere Industrie will, ist 2030 der letzte Investitionszyklus.“

Ebenfalls im kommenden Jahr soll es auch noch neue Gesetze zur Wiederverwendung und zum Recycling von Batterien geben.

3. Gebäude und Renovierung: Dieses Thema soll eines der Vorzeigeprogramme des Green Deal werden. Zentrales Ziel ist es, die Sanierungsrate von Gebäuden „mindestens zu verdoppeln oder gar zu verdreifachen“. Tatsächlich liegt die Rate EU-weit aktuell bei lediglich einem Prozent.

4. Keine Umweltverschmutzung: Egal, ob Luft, Böden oder Wasser: Ziel ist es, bis 2050 eine „schadstofffreie Umwelt“ zu erreichen. Zu den neuen Initiativen gehört beispielsweise eine Chemie-Strategie für eine „giftfreie Umwelt“.

5. Ökosysteme & Biodiversität: Im März 2020 wird im Vorfeld eines UN-Biodiversitätsgipfels, der im Oktober in China stattfindet, eine neue Biodiversitätsstrategie vorgestellt. Die EU will dabei „mit gutem Beispiel vorangehen“ und neue Maßnahmen gegen die Hauptursachen des Verlusts der biologischen Vielfalt ergreifen, sagte ein Kommissionsbeamter. Dazu gehören die bereits genannten Maßnahmen zur Bekämpfung der Boden- und Wasserverschmutzung sowie eine neue Forststrategie. „Wir brauchen mehr Bäume in Europa, sowohl in den Städten als auch auf dem Land,“ so der Beamte. Auch neue Kennzeichnungsvorschriften werden angedacht, um Produkte zu fördern, für deren Herstellung keine Abholzung oder Rodung erfolgt.

6. „Vom Hof auf den Tisch“: Eine neue Landwirtschaftsstrategie, die im Frühjahr 2020 vorgelegt werden soll, zielt auf ein „grünes und gesünderes“ Agrarsystem ab. Dazu gehören Pläne, „den Einsatz von chemischen Pestiziden, Düngemitteln und Antibiotika deutlich zu reduzieren“, erklärte ein EU-Beamter. Neue nationale Strategiepläne, die im kommenden Jahr von den Mitgliedstaaten im Rahmen der Reform der Gemeinsamen Agrarpolitik vorgelegt werden sollen, werden demnach auch daraufhin geprüft, ob sie mit den Zielen des neuen Green Deal übereinstimmen.

7. Mobilität und Verkehr: Ein Jahr nachdem die EU neue CO2-Emissionsnormen für Autos verabschiedet hat, steht der Automobilsektor erneut im Fadenkreuz der Kommission. Das aktuelle Ziel ist es, bis 2021 Ausstöße von 95 Gramm CO2 pro Kilometer zu erreichen. Nun müsse man aber am Ziel Null Gramm arbeiten, sagte ein EU-Beamter. Dies werde für „irgendwann in den 2030er Jahren“ angepeilt.

Elektrofahrzeuge werden daher weiter gefördert. Ein Ziel ist es, bis 2025 eine Million öffentliche Ladestationen in ganz Europa bereitzustellen. „Nachhaltige alternative Kraftstoffe“ – damit sind Biokraftstoffe und Wasserstoff gemeint – werden verstärkt in der Luft- und Schifffahrt sowie im Schwerlastverkehr gefördert, wo eine Elektrifizierung derzeit nicht möglich ist.

8. Finanzen: Damit „niemand im Stich gelassen“ wird, will die Kommission – wie bereits angekündigt – einen Mechanismus für eine gerechte Energiewende einrichten. Damit würden Regionen unterstützt, die aktuell am meisten von fossilen Brennstoffen und der Kohleförderung abhängig sind. „Wir haben das Ziel, 100 Milliarden Euro zu mobilisieren, die genau auf die am stärksten gefährdeten Regionen und Sektoren ausgerichtet sind,“ sagte von der Leyen bei der heutigen Vorstellung des Green Deal.

Diese hundert Milliarden Euro sollen über drei Säulen generiert werden:

* Ein Fonds für die gerechte Energiewende, der finanzielle Ressourcen aus dem Budget für die EU-Regionalentwicklung erhält;

* das „InvestEU“-Programm, gespeist mit Geldern der Europäischen Investitionsbank;

* weitere EIB-Mittel aus dem Eigenkapital der Bank.

Jeder aus dem Fonds ausgegebene Euro könnte dabei durch zwei oder drei Euro aus der jeweiligen Region ergänzt werden, hieß es weiter. In diesem Zusammenhang werden die Leitlinien der EU für staatliche Beihilfen überprüft, so dass die nationalen Regierungen in der Lage wären, Investitionen in saubere Energie direkt zu unterstützen – mit Zustimmung der zuständigen Wettbewerbsdirektion der Kommission.

Den Regionen wird auch technische Hilfe angeboten, um ihnen dabei zu helfen, die Mittel unter Einhaltung der strengen Ausgabevorschriften der EU in Anspruch zu nehmen.

9. Wissenschaft und Innovation: Mit einem vorgeschlagenen Budget von 100 Milliarden Euro für die nächsten sieben Jahre (2021-2027) soll das Forschungs- und Innovationsprogramm Horizon Europe ebenfalls massiv zum Green Deal beitragen. 35 Prozent der EU-Forschungsförderung werden künftig für klimafreundliche Technologien bereitgestellt. Darauf hatte sich die EU bereits in diesem Jahr geeinigt.

10. Außenbeziehungen: Schließlich soll auch die EU-Diplomatie den Green Deal unterstützen. Eine Maßnahme, die in der Zukunft Aufmerksamkeit – und Kontroversen – auf sich ziehen dürfte, ist der Vorschlag für eine sogenannte CO2-Grenzsteuer. Da Europa seine Klimaambitionen erhöht, „erwarten wir, dass auch der Rest der Welt seine Aufgabe erfüllt“, erklärte ein EU-Beamter diesbezüglich. Wenn dies aber nicht geschehe, werde Europa „nicht so naiv sein“ und seine Industrien unfairem Wettbewerb aussetzen, fügte er hinzu.

Er offenbarte abschließend auch, dass die EU-Kommission bis 2030 selbst klimaneutral werden will, um mit gutem Beispiel voranzugehen: „Das ist ein mutiges Ziel. Aber wir stellen ja keinen Stahl her; das macht es einfacher.“

> Die offizielle Mitteilung der Kommission sowie weitere Informationen zu den einzelnen  Plänen finden Sie hier. Frédéric Simon EA 12.12.

 

 

 

 

Sardinen gegen Salvini

 

Das italienische Regierungsbündnis aus Sozialdemokraten und Fünf Sternen wankt. Doch dem lauernden Salvini ist ein mächtiger Gegner erwachsen. Von Tobias Mörschel

 

Italiens heißer Sommer endete mit einer kalten politischen Fusion – nun steht der Winter vor der Tür und es wird zusehends ungemütlich im Land: Venedig versinkt hilflos in gleichsam apokalyptischen Fluten, endlose Regenfälle setzen weite Landstriche unter Wasser, erneut bricht eine Autobahnbrücke zusammen (zum Glück ohne jene tragischen Opferzahlen wie vor einem Jahr in Genua), die Wirtschaft stagniert und die Politik macht das, was sie wohl am liebsten macht: sie beschäftigt sich mit sich selbst.

Verflogen scheint der Hauch von Aufbruchsstimmung, der das Land ergriff, als Salvini, der Führer der rechtspopulistischen Lega, vergeblich im August die „vollständige Macht“ für sich forderte - und scheiterte. Er hatte sich verzockt: statt die Regierung zu stürzen, Neuwahlen zu erzwingen und vom Innenministerium auf den Sessel des Regierungschefs zu wechseln, fand er sich auf der Oppositionsbank wieder.

Möglich wurde dieses Manöver durch eine atemberaubende politischen Kehrtwende: Die bis zum Sommer einander in erbittertster Feindschaft gegenüberstehende sozialdemokratische Partito Democratico (PD) und die populistische Fünfsternebewegung (Movimento 5 Stelle – M5S) schlossen eine neue Regierungskoalition. Das Bündnis war eine Zweckehe, eine kalte Fusion eben zweier politischer Gegner, primär getragen von dem Ziel, Neuwahlen zu verhindern und Salvini den Weg zu Macht zu versperren.

Die neue Regierung legte zunächst einen ganz ordentlichen Start hin. An die Stelle von antieuropäischen „Italien zuerst“ Parolen trat eine nun sehr proeuropäische ausgerichtete Regierung. Wirtschaftliche Konsolidierung und europäische Zuverlässigkeit waren die beiden Grundaxiome der neuen Regierungspartner. Ein EU-regelkonformer Haushalt wurde auf den Weg gebracht, die Bekämpfung der endemischen Steuerhinterziehung (mal wieder) angegangen und erste Weichenstellungen für das bislang sehr vernachlässigte Politikfeld eines Green New Deals gelegt. Europa und die Wirtschaft schauten mit Wohlgefallen auf die neue Regierung. Zum einen war das Aufatmen über den Abtritt Salvinis in Brüssel und vielen europäischen Hauptstädten unüberhörbar, aber auch der Spread (also der Zinsaufschlag auf italienische Staatsanleihen im Vergleich zu deutschen) sank beachtlich und bescherte dem Finanzminister Minderausgaben in Milliardenhöhe.

Doch inzwischen schreitet die Erosion des Regierungsbündnisses schnell voran, maßgeblich verursacht auch durch die fortschreitenden Fragmentierungen sowohl bei PD als auch M5S. Kaum war die PD in die Regierung eingetreten, maßgeblich getrieben von ihrem vormaligen Vorsitzenden Matteo Renzi, vollzog dieser den Bruch und erklärte die Gründung einer eignen Partei, Italia Viva. Auf diese Weise wollte sich der machtbewusste ehemalige Regierungschef direkten Einfluss im Regierungsbündnis und am Kabinettstisch verschaffen, statt nur indirekt mühsam die Strippen ziehen zu können.

Aber auch der M5S steht vor starken inneren Zerwürfnissen. Zwar hatten die Mitglieder mit übergroßer Mehrheit per Internetvotum die Koalition mit PD befürwortet, doch so mancher Parteigrande und an deren Spitze ihr Vorsitzender Luigi di Maio trauert insgeheim dem früheren Bündnis mit der Lega nach. So führt sich di Maio zusehends als Lordsiegelbewahrer von Salvinis Erbe auf: Die rigiden Sicherheitsdekrete des vormaligen Innenministers, welche die Seenotrettung zu kriminalisieren suchten, werden für unantastbar erklärt, an dem wirtschafts- und sozialpolitischen Irrsinn der Quota 100 (einem höchst kostspieligen Frühverrentungsprogramm für Personen, deren Lebensalter plus Arbeitsjahre die Zahl 100 erreicht) wird festgehalten und eine Einbürgerungsmöglichkeit für die Kinder von Zugewanderten (ius culturae) brüsk abgewiesen.

Im Spätsommer sah es noch so aus, dass sich der M5S auf seine linken und ökologischen Wurzeln besinnen und zu einer konstruktiven Zusammenarbeit mit PD finden würde. Inzwischen wird dies zusehends fraglich. Das Wahlbündnis, das die beiden Parteien im Oktober für die Regionalwahl in Umbrien schlossen, hatte sich als nicht erfolgreich erwiesen. Die Fünfsterne wollen daher bei den kommenden Regionalpräsidentenwahlen mit eigenen Kandidaten antreten, was de facto die PD schwächen und die Chancen für einen Erfolg das geeinten rechten Lagers unter Salvini stärken wird.

Derweil stagniert die Wirtschaft und die Arbeitslosigkeit will nicht sinken. Dafür nehmen Abwanderung und schlechte Nachrichten zu. Währenddessen wartet Salvini auf das Auseinanderbrechen der Regierung. Erfolgreich besetzt er ein Thema, das die Regierung ins Schwanken bringt und ausländische Beobachter ins Staunen: der ESM, also der Rettungs- und Stabilitätspakt der Eurozone. Vor dem Hintergrund der eigentlich dieser Tage anstehenden Neuunterzeichnung wurde von Salvini erfolgreich das Gespenst auf die politische Bühne gezaubert, der ESM gefährde die Finanzhoheit Italiens und könne dazu führen, dass italienische Bürger deutsche Banken retten müssten. Di Maio machte sich diese Position mehr oder weniger zu eignen, mit dem Kalkül, seinen Niedergang in der Wählergunst mit nationalistischen Tönen aufzuhalten. Er fordert vom sozialdemokratischen Finanzminister Gualtieri ultimativ Nachverhandlungen in Brüssel und setzt das Regierungsbündnis einer starken Belastung aus.

Bei der PD wachsen zusehends die Zweifel, ob der Bund mit den Fünfsternen von langer Dauer sein wird. Man ist das erratische Agieren Di Maios leid. Der Vorsitzende der PD Zingaretti tat gut daran, nicht Teil der Regierung zu werden. Er versucht sich als ruhiger Pol und Brückenbauer – bislang noch erfolgreich. Im November fand ein Programmparteitag in Bologna statt, der die Partei stärker einen und das linke und auch ökologische Profil der PD schärfen sowie Aufbruchsstimmung verbreiten sollte.

Die Abspaltung von Renzis Italia Viva konnte weitgehend wieder aufgefangen werden: nach jüngsten Erhebungen käme der PD auf 21 Prozent, Renzi hingegen nur auf vier Prozent. Die Fünfsternebewegung ist von 35 Prozent bei den letzten Parlamentswahlen 2018 auf 16 Prozent abgestürzt. Die Lega käme auf 31 Prozent, Forza Italia auf sieben Prozent sowie die Fratelli d‘Italia 11 Prozent. Das rechte Lager erfreut sich also durchaus großen Zuspruchs. Bei Neuwahlen würde es mit großer Wahrscheinlichkeit zu einer Regierungsübernahme Salvinis kommen.

Ob und wann es zu Neuwahlen kommt, ist unklar. Es ist fraglich, wie lange der zentrale Kitt der Regierung – die Verhinderung Salvinis – die beiden Parteien noch zusammenhält, insbesondere da Di Maio eine gewisse Nostalgie für die gemeinsame Zeit mit Salvini pflegt. Die Wahl in der Emilia Romagna am 26. Januar 2020 ist ein zentraler Stolperstein. Sollte diese historisch traditionell rote Region an die Lega fallen, würde das sicherlich zum Ende der Regierung führen. Die Entscheidung der M5S, mit einem eigenen Kandidaten anzutreten, hat die Wahlerfolgsaussichten für PD deutlich schwieriger gemacht und das Regierungsbündnis geschwächt.

Also: Salvini ante portas? Ganz so ausgemacht ist das noch nicht, seit in der Emilia Sardinen die öffentlichen Plätze fluten. Diese neue Protestbewegung gegen Hass, Spaltung und Zwietracht ist unlängst in Bologna entstanden. Vier junge Menschen wollten nicht weiter zuschauen, wie Salvini den virtuellen wie öffentlichen Raum mit seinen Parolen erstickt. Sie riefen zu einer Protestkundgebung auf den zentralen Platz Bolognas; es kamen über 12 000 Protestierende. Sie standen so eng auf der Piazza Maggiore zusammen wie Sardinen, fröhlich, friedlich, ohne Fahnen und Parteisymbole.

Zwischenzeitlich haben die Sardinen in vielen Städten Italiens den öffentlichen Raum mit solchen Kundgebungen erobert. Es wird das Lied der Resistenza „Bella Ciao“, aber auch die Nationalhymne gesungen. Sie verstehen sich bislang nicht als politische, sondern zivilgesellschaftliche Bewegung für ein vielfältiges und offenes Italien. Menschen aller Altersschichten findet man bei den Kundgebungen, die Mehrheit ist zwischen 20 und 50 Jahre alt. Viele von ihnen sind Wähler von PD oder M5S oder weiterer linker Parteien, fast die Hälfte aber sind enttäuschte Nichtwähler.

Salvini reagiert recht unbeholfen auf diese Protestwelle mit einer Flut von Bildern, die ihn oder Katzen Sardinen essend zeigen – doch so einfach wird er diese Bewegung nicht los. Für den 14. Dezember ist eine Großkundgebung in Rom angekündigt, anschließend wird sich zeigen, wie es mit der Sardinenbewegung weitergeht. Mit dem Wortspiel „Italia non si lega“ – Italien bindet sich nicht (an die Partei Lega) - haben die Sardinen Salvini erst einmal aus dem Tritt gebracht und eindrucksvoll gezeigt, wie vital, vielfältig und offenen dieses Land ist. IPG 6.12.

 

 

 

 

 

Ewige Ruhe. Heidelberg hat die bundesweit erste interkulturelle Grabanlage

 

Die Bestattungskultur ändert sich. Viele entscheiden sich gegen ein klassisches Grab auf dem Dorffriedhof. In Heidelberg gibt es nun die erste interkulturelle Grabanlage. Menschen unterschiedlicher Religion finden in einem Garten ihre letzte Ruhe. Von Christine Süß-Demuth

 

Eine hochgewachsene Fichte überragt den „Erinnerungsgarten der Kulturen“ auf dem Heidelberger Bergfriedhof. Darunter rascheln die Blätter von Bambus, Palmen und Olivenbäumchen im Wind. Es duftet leicht nach Lavendel. Gräser und ein japanischer Ahorn wachsen am Wasserlauf des laut Friedhofsverwaltung bundesweit ersten interkulturellen Gräberfelds. Die vielfältige Bepflanzung und Gestaltung soll unterschiedliche Kulturen, Regionen und Religionen widerspiegeln.

Mit dem einzigartigen Friedhofskonzept „Miteinander leben – miteinander gedenken“ will die Stadt Heidelberg unterschiedliche Bestattungsformen für ihre Bürger anbieten, die aus rund 100 verschiedenen Kulturen stammen. Auf einer Wiesenfläche wurde das außergewöhnliche Grabfeld gemeinsam mit der Genossenschaft Badischer Friedhofsgärtner vor einem Jahr errichtet. Es gliedert sich in mitteleuropäische, orientalische, asiatische, mediterrane und alpine Bereiche. Baumbestattungsfelder und ein Trocken-Bachlauf mit Quellstein fügen sich in die 2.200 Quadratmeter große Anlage ein.

Noch sind viele Grabsteine unbeschriftet, die meisten der 480 komplett gestalteten Grabstellen unbelegt. „Mit der Nachfrage sind wir sehr zufrieden“, sagte der Leiter der Heidelberger Friedhöfe, Wolfgang Becker. Es habe bereits 35 Bestattungen dort gegeben. Besonders gefragt seien Baum-Bestattungen unter der riesigen, alten Fichte. Überwiegend würden Urnenbestattungen gewünscht.

Nach Mekka ausgerichtet

Außergewöhnlich an dem Konzept sei, dass Menschen unterschiedlicher Religionen nicht in getrennten Bereichen, sondern in einem Gemeinschaftsgrabfeld beigesetzt werden, sagt der geschäftsführende Vorstand der Badischen Friedhofsgärtner, Harald Haug. Dabei komme es nicht auf die Religionszugehörigkeit an, sondern auf die Vorlieben der Menschen. Etwas ähnliches werde auch in Pforzheim geplant.

Das Konzept des ersten interkulturellen Friedhofs in Deutschland stoße auch bundesweit bei seinen Kollegen auf großes Interesse, so Becker. Weil immer weniger Menschen bereit seien, langfristige Verpflichtungen für Pflege und Unterhalt einzugehen, seien alle Gräber fertig gestaltet und bepflanzt und würden dauerhaft von Friedhofsgärtnereien gepflegt. Inklusive Grabstein koste dies etwa 8.700 Euro für 25 Jahre. Das erscheine zunächst hoch, ähnliche Kosten würden jedoch über die lange Laufzeit auch bei einem gewöhnlichen Grab anfallen.

Noch ist die Auswahl an Grabstellen groß. Im mediterranen Bereich dominieren Pflanzen wie Olivenbaum, Hanfpalme, Zypresse. Im orientalischen Bereich gibt es Erdgräber, den Vorgaben des Islam entsprechend nach Mekka ausgerichtet und eher schlicht gestaltet.

Alternative immer mehr gewünscht

Der fernöstliche Bereich erinnert an die asiatische Zengarten-Kultur. Urnenbestattungen sind hier unter Bambus, japanischem Ahorn, Rhododendren sowie Azaleen möglich. Auch am Trocken-Bachlauf können Urnen im Uferbereich zwischen Kieselsteinen und Gräsern beigesetzt werden.

Die Idee entstand, weil alternative, naturnahe Bestattungsformen wie Friedwälder oder Streuwiesen immer mehr gewünscht werden. Ziel sei es, den Friedhof als elementaren Ort der Trauer und des Gedenkens für die Bürger am Ort zu erhalten, erklärte Becker. Auch die Idee, dort kulturelle Events zu veranstalten, sei ein großer Erfolg.

Der Erinnerungsgarten werde sehr gerne genutzt, um abzuschalten, zur Ruhe zu kommen oder im kleinen Pavillon einen schattigen Platz zu finden, sagte Becker: „Wir wollen den Friedhof nicht nur für Trauernde, sondern auch für jüngere Leute und als Naherholungsgebiet interessanter machen.“ (epd/mig)

 

 

 

Salvinis Traum von der rein italienischen Nutella

 

Nachdem Matteo Salvini kürzlich einen Boykott des bekannten Brotaufstrichs Nutella angekündigt hatte, musste er schon bald zurückrudern. Was hauptsächlich als Stoff für ironische Twitter-Kommentare dienen dürfte, hat einen innen- und europapolitisch interessanten Hintergrund. Denn Salvini hatte bereits zuvor eine besondere Kennzeichnung für italienische Produkte gefordert.

Während einer Parteiveranstaltung seiner Lega am 5. Dezember in Ravenna machte Matteo Salvini eine überraschende Ankündigung: Er esse keine Nutella mehr, da der Hersteller Ferrero den berühmten Aufstrich nicht mit italienischen Haselnüssen produziere, sondern mit importierten Nüssen aus der Türkei.

Überraschend war die Ankündigung des rechten Politikers für viele Beobachter wohl vor allem, da der Lega-Chef sich zuvor oft und gerne als großer Fan von Nutella gezeigt hat (s.u.).

Die Nusscreme ist einer der global bekanntesten und meistverkauften italienischen Produkte.

Im Jahr 2015 hatte sich Salvini in seiner damaligen Rolle als Europaabgeordneter auf die Seite Nutellas und gegen die damalige französische Umweltministerin Ségolène Royal gestellt. Royal hatte Ferrero nahegelegt, für Nutella andere Rohstoffe als Palmöl zu verwenden, da letzteres verstärkt zur Rodung der Wälder in Entwicklungsländern beiträgt.

Für seine Attacke gegen die überaus beliebte Haselnusscreme erntete Salvini nun daheim in Italien aber derart viel Kritik, dass er sich offenbar zu einer 180-Grad-Wende veranlasst sah: Nur einen Tag später teilte er per Twitter mit, er gönne sich nun ein Nutellabrot, um den Tag zu versüßen. Um auf Nummer sicher zu gehen, folgte einige Stunden später ein Bild, das Salvini im Supermarkt vor einem Regal mit Nutella-Gläsern zeigt und nahelegt, er werde nun Nutella für seine Kinder kaufen.

Italien hat einfach nicht genug Nüsse

Wie um die Posse noch absurder zu machen, sah sich Italiens Staatssekretär für Regionalpolitik, Stefano Buffagni, angesichts der ursprünglichen Tirade Salvinis veranlasst, den Nutella-Hersteller zu verteidigen: „Importiert Ferrero Haselnüsse aus der Türkei? Ja, das stimmt. Aber ein Viertel der Haselnüsse [für Nutella] stammt aus Italien.“

Warum dies so sei, erklärte Buffagni auch: Demnach würden in Italien schlichtweg nicht genügend Haselnüsse produziert, „um den Bedarf für dieses Produkt“ zu decken.

Nach Angaben der Ernährungs- und Landwirtschaftsorganisation der Vereinten Nationen (FAO) ist die Türkei tatsächlich der mit Abstand größte Haselnussproduzent der Welt. Auf das Land entfallen rund 72,9 Prozent des gesamten weltweiten Angebots und mehr als 80 Prozent des globalen Haselnusshandels.

Italien folgt mit nahezu 20 Prozent der Produktion. Dies reicht jedoch offensichtlich nicht aus, um den globalen Appetit auf Nutella allein mit italienischen Nüssen zu befriedigen.

In der Debatte um unterschiedliche Lebensmittel-Qualitätsstandards werden Qualität und Rezeptur verwechselt, so der Chef des Verbands FoodDrinkEurope.

Innenpolitisch entwickelte sich Salvinis überaus kurzer Nutella-Boykott zum gefundenen Fressen für andere Politikerinnen und Politiker. Premierminister Enrico Letta kommentierte, Salvinis Wende beim Thema Nutella ähnele seiner wechselhaften Haltung zur Gemeinschaftswährung Euro.

Wirtschaftsminister Roberto Gualtieri äußerte sich noch bissiger und kommentierte die Forderung Salvinis, ein Rettungsfonds in der Eurozone müsse abgelehnt werden: „Wenn Sie schon beim Thema Nutella die Grenzen Ihrer Kompetenz erreichen, ist die Glaubwürdigkeit dessen, was Sie zum Europäischen Stabilitätsmechanismus zu sagen haben, natürlich recht gering.“

Nationalismus und der Schutz des italienischen Konsum-Erbes

Die Nutella-Story und Salvinis Verärgerung über die türkischen Haselnüsse lässt sich aber auch in anderen politischen Kontexten lesen. So hatte der rechte Politiker im vergangenen März einen Gesetzesvorschlag eingebracht, laut dem italienische Marken mit einer Unternehmensgeschichte von mindestens 50 Jahren ein spezielles „Made in Italy“-Siegel erhalten und damit im besonders geschützt werden sollten.

Allerdings hatte das Gesetz auch zum Ziel, eine Verlagerung der Produktion ins Ausland zu unterbinden. Es sollte nicht nur für Lebensmittel, sondern auch für andere Produkte gelten. Salvini betonte damals: „Wenn man Produkte mit einem italienischen Etikett verkaufen will, muss man auch in Italien produzieren.“

Die Gesetzesinitiative wurde vor allem vom damaligen EU-Kommissar für Lebensmittelsicherheit Vytenis Andriukaitis gerügt, der die „politische Nutzung“ von Herkunftsangaben oder von Maßnahmen zur Lebensmittelsicherheit als nationalistische Propaganda bezeichnete.

Label ist nicht gleich Label

Auch zu einer anderen Kennzeichnung für Lebensmittel hat Salvini eine Meinung. So kritisierte er kürzlich Nutriscore, ein Label, mit dem der Nährwert der jeweiligen Produkte per Kennzeichnungscode dargestellt wird: Dieser besteht aus fünf Buchstaben (A bis E) und jeweils einer entsprechenden Farbe.

Eine von Verbraucherverbänden ins Leben gerufene und von den Grünen und der sozialdemokratischen Fraktion im EU-Parlament unterstützte Europäische Bürgerinitiative „Pro-Neutriscore“ soll das in Frankreich entwickelte und auch in Belgien und Spanien verwendete System für alle Hersteller auf EU-Ebene verpflichtend machen.

Da jedoch bisher weniger als 100.000 Unterschriften gesammelt wurden, ist es unwahrscheinlich, dass die Petition die eine Million Unterzeichner erreicht, die erforderlich wären, um eine Gesetzesinitiative von Seiten der EU-Kommission zu erzwingen.

Abgeordnete der Grünen und Sozialdemokraten im Europäischen Parlament legen ihr Augenmerk auf einen so genannten Nutriscore, ein EU-weites System zur Kennzeichnung von Lebensmitteln.

Dennoch: Salvini sieht in Nutriscore einen Plan aus Brüssel, der vor allem italienischen Produkten (und auch seinem Made in Italy Label) schaden würde.

„Bei dieser Maßnahme geht es um unsere Einkäufe, unsere Landwirtschaft und unsere Lebensqualität,“ warnte Salvini.

Er erinnerte daran, dass klassisch italienische Produkte wie Speck, Olivenöl, Gorgonzola, Pecorino und Parmaschinken aufgrund ihres Fettgehalts oft mit einem niedrigen Nutriscore bewertet werden, während zuckerfreie Softdrinks wie Coke Zero oder auch gewisse Redbull-Getränke „grünes Licht“ auf der Skala erhalten würden. Gerardo Fortuna EA 9.12

 

 

 

1.000 Euro Schadensersatz. Eigentümer wollte nur an Deutsche vermieten

 

Ein Wohnungseigentümer muss 1.000 Euro Schadensersatz an einen aus Burkina Faso stammenden Mietinteressenten zahlen. Grund: Er akzeptierte nur Deutsche als Mieter. Der Richter fand deutliche Worte.

„1 ZKB 40 m² sofort 394,- 102,- EBK m.F., Laminat, Garage auf Wunsch, an Deutsche…“ So lautete die Anzeige des 81-jährigen Wohnungseigentümers, der in Augsburg Mieter suchte. Brisant: Er akzeptierte nur Deutsche und lehnte Anfragen von Ausländern ab, darunter auch die des aus Burkina Faso stammenden Interessenten.

Dieser zog vor das Gericht und forderte 1.000 Euro Schadensersatz als Entschädigung für die Diskriminierung und bekam in vollem Umfang Recht. „Diese offene Benachteiligung von Ausländern ist schlichtweg nicht hinnehmbar“, sagte Richter Andreas Roth vom Amtsgericht Augsburg am Dienstag bei der Verkündung des Urteils.

Der Vermieter hatte auch während des Gerichtsverfahrens eingeräumt, dass er in seinem Haus keine Ausländer möchte. Begründung: er habe einmal Ärger mit einem angeblich türkischen Drogendealer gehabt. Das überzeugte den Richter nicht. „Verbrechen und Vergehen werden von Menschen begangen, nicht von Staatsangehörigen“, sagte er dazu.

Diskriminierung weit verbreitet

Das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz verbietet Benachteiligungen wegen der ethnischen Herkunft, des Geschlechts oder der Religion. Nach Einschätzung der Antidiskriminierungsstelle sind Diskriminierungen dennoch verbreitet. Zwei von drei Wohnungssuchenden mit Migrationshintergrund fühlten sich diskriminiert – unabhängig vom Einkommen und anderen relevanten Faktoren. Besonders häufig betroffen sind Muslime.

Die Dunkelziffer schätzen Experten um ein Vielfaches höher ein. Zum einen sei Diskriminierung in nur ganz seltenen Fällen eindeutig nachweisbar, zum anderen bietet das Gesetz nicht genügend Schutz für die Betroffenen. Antidiskriminierungsverbände beklagen zu kurze Fristen und eine schwierige Beweislastlage zu Lasten der Betroffenen. (mig 12.12.)

 

 

 

 

 

 

Armutsbericht. „Armut in Deutschland ist nicht hauptsächlich ein Problem von Migranten“

 

Der aktuelle Armutsbericht des Paritätischen stellt zum ersten Mal seit Jahren einen leichten Rückgang der Armut fest. Die bekannten Risikogruppen sind aber geblieben. Im Zehnjahresvergleich schneiden Ausländer besonders schlecht ab.

 

Die Armut in Deutschland ist laut dem aktuellen Armutsbericht des Paritätischen Gesamtverbandes leicht zurückgegangen. Der am Donnerstag in Berlin veröffentlichte Report zeigt zugleich, dass sich das Land weiter aufspaltet. Der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen, Ulrich Schneider, erklärte, die Kluft zwischen den Wohlstandsregionen und abgehängten Gebieten wachse weiter. Auch der Westen sei tief gespalten und weit entfernt von gleichwertigen Lebensbedingungen. Die Linke und die Grünen warfen der Bundesregierung Versagen bei der Armutsbekämpfung vor.

Die Armutsquote betrug dem Bericht zufolge 2018 im Bundesdurchschnitt 15,5 Prozent, das waren 0,3 Prozentpunkte weniger als 2017. Rechnerisch mussten damit 210.000 Menschen weniger als im Vorjahr unterhalb der Armutsgrenze leben. Die Quote ging dem Bericht zufolge erstmals seit 2014 zurück, lag aber trotz der jahrelang guten Konjunktur fast einen Prozentpunkt höher als vor zehn Jahren.

Risikogruppe: Ausländer und Migranten

Besonders häufig von Armut betroffen sind dem Paritätischen zufolge wie auch in den Vorjahren unter anderem Menschen ohne deutsche Staatsangehörigkeit und Personen mit Migrationshintergrund. Allerdings warnen die Autoren davor, falsch Schlussfolgerungen zu ziehen. „Armut in Deutschland ist nicht hauptsächlich ein Problem von Migranten“, heißt es in dem Bericht. Die Mehrzahl der Armen (54,9 Prozent) haben keinen Migrationshintergrund, 72,6 Prozent besitzen die deutsche Staatsangehörigkeit.

Im Zehnjahresvergleich zeigt sich jedoch ein deutlicher Anstieg von Armut bei Ausländern. „Hat die generelle Armutsquote in Deutschland in diesem Zeitraum um 7,6 Prozent zugenommen, so waren es bei den Personen ohne deutsche Staatsangehörigkeit 10,1 Prozent Zuwachs“, heißt es in dem Bericht.

Deutschland in vier Regionen

Die Armutsquoten teilten Deutschland in vier Regionen, heißt es in dem Bericht weiter. Nach wie vor ist der Osten ärmer als der Westen, andererseits gehört das Ruhrgebiet zu den ärmsten Regionen im ganzen Land. Nordrhein-Westfalen ist deshalb die Region mit der höchsten Armutsquote (18,1 Prozent). Es folgen die ostdeutschen Länder mit 17,5 Prozent und ein Nord-West-Gürtel von Schleswig-Holstein bis zum Saarland mit 15,9 Prozent. Bayern und Baden-Württemberg stehen zusammen mit einer Armutsquote von 11,8 Prozent deutlich besser da als der Rest der Republik.

Der Paritätische stützt sich auf den Mikrozensus des Statistischen Bundesamts. Bei der Berechnung der Armutsquoten zählt dem Bericht zufolge jede Person als einkommensarm, die mit ihrem Einkünften unter 60 Prozent des mittleren Einkommens liegt. Eingerechnet wird das gesamte Nettoeinkommen des Haushalts inklusive Wohngeld, Kindergeld, Kinderzuschlag oder sonstiger Zuwendungen. Die Armutsschwelle für einen Single betrug 2018 beispielsweise 1.035 Euro, für einen Paarhaushalt mit zwei Kindern unter 14 Jahren 2.174 Euro (Alleinerziehende: 1.656 Euro).

Keine Beschönigung – Armut ist Armut

Anders als andere Untersuchungen, die bei der 60-Prozent-Einkommensschwelle die Begriffe „Armutsgefährdung“ oder „Armutsrisikoquote“ verwenden, spricht der Paritätische Verband ausdrücklich von Armut: „Unterhalb der 60-Prozent-Schwelle herrscht aus Sicht des Paritätischen Armut“, hieß es in dem Bericht. Die Bezeichnung „Armutsgefährdung“ sei eine Beschönigung, „angesichts der Einkommen, um die es geht und der sich dahinter real verbergenden massiven Armutsprobleme“.

Hauptgrund für den bundesweiten Rückgang der Armut ist laut dem Bericht eine positive Entwicklung in den drei bevölkerungsreichen Bundesländern Nordrhein-Westfalen, Niedersachsen und Bayern. Auch in sieben weiteren Bundesländern sank die Armutsquote leicht, sie stieg dagegen in Brandenburg, Hamburg, Hessen, Mecklenburg-Vorpommern, Schleswig-Holstein und Thüringen. Die niedrigste Armutsquote hat Bayern mit 11,7 Prozent, die höchste Bremen mit 22,7 Prozent.

Situation im Osten verbessert

Merklich verbessert hat sich die Situation in den vergangenen zehn Jahren im Osten der Republik. Besonders stark hat sich hingegen die Situation in Hessen verschlechtert. Das Land gehörte vor zehn Jahren noch zum wohlhabenden Süden. Heute liegt die Armutsquote mit 15,8 Prozent über dem Bundesdurchschnitt. Das Ruhrgebiet bleibe mit einer Armutsquote von 21,1 Prozent bei fast sechs Millionen Einwohnern die „Problemregion Nummer 1“, stellt der Bericht fest.

Die Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag, Katrin Göring-Eckardt, nannte es „erschreckend, wie stark die räumliche Polarisierung zugenommen hat“. Die Regierung müsse die armen Regionen endlich stärker unterstützen, forderte sie. Die Vorsitzende der Linksfraktion im Bundestag, Amira Mohamed Ali, verwies darauf, dass Haushalte mit niedrigen Einkommen von der guten Konjunktur nicht profitiert hätten. Es sei unerträglich, dass viele Menschen trotz Arbeit in Armut leben müssten, kritisierte sie. (epd/mig 13.12.)