Webgiornale 10-23 maggio 2021

Inhaltsverzeichnis

1.     9 maggio: una festa diversa per l’Europa nel segno dell'”I care”. 1

2.     Eurobarometro: maggiore ruolo a livello UE nella gestione delle crisi 1

3.     Per un impegno dell’Italia nella Conferenza sul futuro dell’Europa. 1

4.     La risposta dell’Italia alla pandemia: scelte e opzioni 1

5.     La plenaria del Parlamento Europeo: certificati COVID-19 UE, relazioni UE-Regno Unito, investimenti 1

6.     Green Pass per muoversi nell’Unione europea: quando partirà e come funzionerà. 1

7.     Svolta vaccini, Usa e Ue aprono su sospensione brevetti 1

8.     Il "quieto radicalismo" del presidente. I primi 100 giorni di Biden: battuto Trump, adesso smonta Reagan. 1

9.     Riunione in videoconferenza dell’Intercomites Germania. 1

10.  Lettera del Coordinatore Intercomites della Germania Tommaso Conte al Ministro degli Esteri On.le Luigi Di Maio. 1

11.  Francoforte. Come vivono questo tempo i nostri ragazzi 1

12.  Poeti italiani in Germania: l’incontro del 2 maggio con Giuseppe Giambusso. 1

13.  Francoforte. “Marcella Continanza e il dono della poesia che non muore”. 1

14.  I temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo. 1

15.  Il Comites di Francoforte si è trasferito nella nuova sede e presenta il suo nuovo progetto Alfadigital 1

16.  Il programma de ILfest - Italienisches Literaturfestival München è online!. 1

17.  Amburgo. Il 18 maggio incontro online dedicati al tema della traduzione. 1

18.  Dopo Angela Merkel: Laschet, Baerbock oppure Scholz?. 1

19.  Il Sottosegretario Di Stefano inaugura prima “task force settoriale” tra sistemi fieristici italiano e tedesco. 1

20.  Biennale musica 2021 di Venezia: sul canale YouTube del Consolato di Francoforte l’intervista a Lucia Ronchetti 1

21.  Bayern campione di Germania: trentunesimo titolo, nono in fila. 1

22.  Ue. Per imparare la lezione del sofa-gate non serve modificare i Trattati 1

23.  Tra economia e vaccini. I primi 100 giorni di Biden e Harris. 1

24.  Il Parlamento Europeo approva il rivoluzionario programma di ricerca Orizzonte Europa. 1

25.  L’analisi 1

26.  Sofa-gate. L'intervento di von der Leyen. 1

27.  Proroga del Reddito di emergenza fino al 31 maggio. 1

28.  Proroga dei documenti scaduti, telelavoro, diritto al vaccino, consolati onorari 1

29.  Covid, Von der Leyen: "Italia aveva ragione a chiedere intervento Ue". 1

30.  Le terapie. 1

31.  Iniziative per il rafforzamento e la semplificazione dei servizi consolari 1

32.  Il Comitato di Presidenza del Cgie sulla riunione con il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. 1

33.  Il bivio. 1

34.  Recovery, Camera approva piano. Draghi: "Rispetto per Parlamento". 1

35.  Migranti, picchiati dalla guardia costiera libica nel Mediterraneo e costretti a rientrare. 1

36.  Il lavoro. 1

37.  Papa Francesco e crisi demografica: il 14 maggio aprirà gli Stati Generali della Natalità. 1

38.  Primo incontro tra il CdP del CGIE e il Sottosegretario Della Vedova: tra i temi affrontati l’elezione dei Comites. 1

39.  Il XVIII Rapporto ICE-Prometeia: “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori”. 1

40.  Disorientati 1

41.  EY4NextGeneration, competenze per un futuro da protagonisti 1

42.  Lettera aperta a Draghi di una prossima sposa. 1

43.  Cgie: riunita in videoconferenza la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord. 1

44.  I propositi 1

45.  Covax e produzione nel continente. 1

46.  “Ci vediamo in Camera”: nuovo food talk di Assocamerestero. 1

47.  Garanzia di un lavoro. 1

48.  "Possibile vaccinarsi per gli italiani Aire temporaneamente in Italia. Un codice sostituirà la tessera sanitaria". 1

49.  Circolare di Laura Garavini agli amici in Europa. 1

50.  Approvata la risoluzione del Pd sul rafforzamento della rete dei consoli onorari nel mondo. 1

51.  La vera crisi della rete estera del Maeci 1

 

 

1.     EU-Sozialgipfel in Porto soll in Corona-Krise Zeichen setzen. 1

2.     Sankt Nimmerlein war gestern. 1

3.     U-Sozialkommissar: Corona-Krise verdeutlicht Notwendigkeit von sozialem Europa. 1

4.     Alle mal impfen. 1

5.     Digitalisierungsindex in Deutschland: Viele Baustellen, manche Lichtblicke. 1

6.     Sachverständige. Mehr Anstrengungen bei Integrationspolitik nötig. 1

7.     „Wegmarke der europäischen Integration“. 1

8.     150 Euro pro Kind. 1

9.     Der Ruf nach der Techno-Demokratie. 1

10.  Bischof fordert menschlichere Bedingungen für Mittelmeer-Flüchtlinge. 1

11.  Weiße Flecken auf der Corona-Karte. 1

12.  Verbände befürchten Datenmissbrauch bei Ausländerregister. 1

13.  EU-Kommission will COVID-19-Reisezertifikate bis spätestens Juni einzuführen. 1

14.  Integrationsminister. Pandemie trifft Einwanderer besonders hart 1

15.  Umfrage zu Problemlösern in der Pandemie: Große Zustimmung für eine starke heimische Pharmaindustrie. 1

16.  "Große Ehre". Merkel mit Bürgerrechtspreis der Sinti und Roma ausgezeichnet 1

17.  Vatikan: Hilfe für 27.788 Flüchtlinge in Afrika. 1

18.  EU-Ausschuss fordert klares politisches Bekenntnis zur Geschlechter-Gleichstellung. 1

19.  „Wirksamer und billiger“. Neue EU-Strategie für freiwillige Rückkehr von Migranten. 1

20.  Kanzlerin Merkel: „Sie haben das Land am Laufen gehalten“. 1

21.  Wirtschaft und Ökologie. Über Geld spricht man. 1

22.  Friedensforscher. Globale Rüstungsausgaben auf Höchststand. 1

23.  Diskussion um Lockerungen. 1

24.  Ertrunkene Migranten: Sant'Egidio fordert EU zum Handeln auf 1

25.  Wenn der Impferfolg zum Verhängnis wird. 1

26.  EU-Parlament bringt nach den jüngsten Pannen „Europäische Diplomatische Akademie“ ins Spiel 1

27.  Studie. Jede dritte Muslimin befürchtet Nachteile durch Kopftuch. 1

28.  Gesundheit pflegebedürftiger Menschen durch Bewegung stärken. 1

29.  Interviews. „In Pandemiezeiten sind Regelverstöße einfacher“. 1

30.  Klimaschutzgesetz soll ins Kabinett 1

31.  Mehr als eine Million Menschen auf der Flucht in Tigray. 1

 

 

9 maggio: una festa diversa per l’Europa nel segno dell'”I care”

 

La pandemia ha travolto il vecchio continente. Imponendo anche all'Ue un deciso cambio di passo. Tre eventi nel fine settimana lo confermano: il Social Summit del 7 maggio, il vertice informale dei capi di Stato e di governo dei 27 il giorno successivo e l'inaugurazione della Conferenza sul futuro dell'Europa proprio il 9 maggio, che ricorda la Dichiarazione Schuman, pietra miliare dell'integrazione comunitaria. La quale offre ai cittadini l'opportunità di far sentire la propria voce. E di dare concretezza al motto di don Milani: "I care" – di Gianni Borsa

L’Unione europea prova, ancora una volta, a cambiare marcia. La tragedia pandemica rappresenta, tutt’ora, un segnale d’allarme. Il “cambiamento d’epoca” è a tutti evidente e impone profonde revisioni – non solo al vecchio continente, ma al mondo intero – su diversi piani: sanitario, economico, sociale, ecologico, politico-istituzionale. Se fosse stato ancora necessario, il Covid-19 ha confermato che “nessuno si salva da solo” e che i nazionalismi (a partire dai “nazionalismi vaccinali”) sono semplicemente fuori tempo massimo.

A suo modo lo ha ricordato anche Ursula von der Leyen nel suo discorso allo “Stato dell’Unione” del 6 maggio: la presidente della Commissione ha citato l'”I care” come possibile motto dell’Ue.

Il “mi sta a cuore” del prete-maestro di Barbiana è un altro modo per dire il principio di solidarietà che è il cardine della stessa Europa dei 27. E che dovrebbe informare ogni azione individuale (il farsi prossimo evangelico), ogni comunità, ogni scelta politica.

Dentro questo tornante storico, l’Ue ha peraltro dimostrato ritardi e limiti evidenti, più volte denunciati: ciò dipende in particolare dall’eccessivo peso decisionale dei 27 Stati membri, che dissemina ostacoli nazionalistici (ognuno pensa per sé) nel processo decisionale comunitario, il quale invece era stato improntato dai “padri dell’Europa” proprio attorno al principio di solidarietà.

Nei 12 mesi scorsi, quando si è compreso che la pandemia non avrebbe risparmiato nessuno, si è progressivamente imposta una nuova convinzione: cercare risposte condivise al comune problema sanitario, che nel frattempo stava generando una profonda crisi economica, occupazionale e sociale. Dal maggio 2020 hanno infatti poco per volta preso forma – con un rapporto serrato ed efficace tra le istituzioni di Bruxelles e i 27 Paesi membri – concrete convergenze attorno a più punti essenziali: le regole precauzionali per contrastare i contagi; la ricerca, produzione, distribuzione dei vaccini; il sostegno alle economie nazionali; l’apertura del mercato interno per far giungere farmaci, attrezzature mediche e beni di consumo in ogni angolo dell’Unione; la distribuzione di fondi adeguati per un welfare emergenziale (sostegno alla disoccupazione, cassa integrazione).

Non tutto ha funzionato – né funziona a dovere – ma, ad oggi, nell’opinione pubblica sembra aver fatto breccia l’idea di un’Europa finalmente operativa, in grado di intervenire, operando scelte improntate alla risposta ai bisogni immediati dei cittadini, dei territori, delle imprese… Il Next Generation Eu, piano da 750 miliardi per fronteggiare la pandemia e i suoi effetti, è l’immagine più evidente di questa “nuova fase” dell’integrazione Ue.Così, la Festa d’Europa 2021 – tradizionalmente fissata il 9 maggio, a ricordo della Dichiarazione Schuman del 1950, pietra miliare della costruzione europea – assume un significato differente rispetto al passato. E attorno a tale data, nel fine settimana confluiscono tre eventi che vi danno ulteriore rilievo.

Il 7 maggio si svolge a Porto il Social Summit. Il vertice è ospitato dalla presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione europea, con l’obiettivo generale di definire l’agenda della politica sociale europea per il prossimo decennio, garantendo di affrontare le sfide del presente e del futuro “senza lasciare indietro nessuno”. Una conferenza di alto livello riunisce gli Stati membri, le istituzioni europee, le parti sociali e la società civile con l’impegno di dare attuazione al Pilastro europeo dei diritti sociali.

I risultati della conferenza saranno trasmessi alla riunione informale dei capi di Stato o di governo che si terrà il giorno successivo, 8 maggio, sempre nella città portoghese. I leader Ue si riuniranno “per discutere di questioni sociali, tra cui quelle connesse alla pandemia di Covid-19”, spiega il sito ufficiale del Consiglio europeo. La discussione tornerà sull’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali. Il “piano d’azione” presentato in proposito dalla Commissione nel marzo scorso fornisce orientamenti per l’attuazione di tale pilastro nei settori dell’occupazione, delle competenze e della formazione professionale, dell’equilibrio tra lavoro e vita familiare, della protezione sociale, dell’inclusione delle persone disabili, dell’aiuto ai senzatetto, del rapporto tra le generazioni…

Non ultimo, il 9 maggio, sarà finalmente inaugurata la Conferenza sul futuro dell’Europa che, ponendo al centro i cittadini, vorrebbe rinnovare le istituzioni Ue e rilanciare il processo di integrazione. In aprile è stata avviata una piattaforma digitale, nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione, che offre a ciascuno la possibilità di iscriversi e prendere parte con le proprie proposte alla stessa Conferenza. Entro un anno la Conferenza – organizzata in diversi panel online, includendo nei dibattiti rappresentanti delle istituzioni comunitarie, dei Paesi aderenti e dei cittadini – dovrebbe giungere a conclusioni e fornire orientamenti sul futuro dell’Unione.

Si tratta di passaggi formali, forse ancora troppo “istituzionali”. Eppure essi dimostrano come l’Europa, provando a far tesoro di quanto accade, cerca strade percorribili per andare incontro alle reali esigenze dei cittadini, che oggi chiedono salute, lavoro, scuola, sicurezza sociale, sostegno alle fragilità. In questo senso l’Ue può rivelarsi un adeguato livello di governance, riacquistando credibilità agli occhi degli europei. sir

 

 

 

 

Eurobarometro: maggiore ruolo a livello UE nella gestione delle crisi 

 

A due giorni dal lancio della Conferenza sul futuro dell'Europa, il Parlamento europeo ha pubblicato i risultati dell’Eurobarometro sul futuro dell'Europa.

Il sondaggio è stato commissionato congiuntamente dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea.

Dopo una prima pubblicazione dei risultati il 9 marzo, il rapporto completo rileva che:

* secondo otto europei su dieci (81%), una delle priorità della Conferenza dovrebbe essere una migliore gestione dell'UE di fronte alle crisi come la pandemia di COVID-19. Più di un terzo (38%) si trova fortemente d'accordo con questa affermazione.

* due terzi degli europei (66%) credono che il progetto dell'UE offra una prospettiva futura ai giovani europei. Una percentuale simile (65%) vede l'UE come un luogo di stabilità in un mondo turbolento.

* più di due terzi degli intervistati sono a favore dell'elezione del Presidente della Commissione europea attraverso la scelta dei candidati principali alle elezioni europee. Meno di un quarto (22%) si dichiara non favorevole a tale processo.

* il doppio dei cittadini europei vede positivamente la possibilità di votare per liste transnazionali nelle elezioni europee (42%). Un cittadino su cinque (19%) è contrario.

 

La Conferenza sul Futuro dell’Europa

Otto europei su dieci (81%) concordano che la Conferenza dovrebbe occuparsi in via prioritaria di una migliore gestione delle crisi, come la pandemia da COVID-19, da parte dell'UE e più di un terzo (38%) si trova fortemente d’accordo.

Gli europei che vogliono essere coinvolti nella Conferenza sul futuro dell'Europa vorrebbero soprattutto farlo attraverso incontri a livello locale, con dibattiti o assemblee di cittadini (44%). Inoltre, i cittadini reputano interessante il coinvolgimento nel processo di raccolta delle idee della Conferenza per mezzo di un sondaggio (34%), la presentazione di idee e proposte ai politici europei e nazionali (31%) e la partecipazione a consultazioni online tramite piattaforme di discussione (30%).

 

I giovani e il futuro dell’Unione europea

Per più di otto europei su dieci (83%), la Conferenza dovrebbe coinvolgere specificamente i giovani per promuovere nuove idee. Di questi, quattro su dieci (40%) sono totalmente d'accordo.

Secondo due terzi degli europei (66%), il progetto UE offre una prospettiva futura per i giovani europei. Una percentuale simile (65%) concorda sul fatto che l'UE sia un luogo di stabilità in un mondo turbolento, sebbene questo dato sia più basso rispetto al precedente sondaggio del 2018 (-11 punti percentuali).

 

Elezioni europee e presidenza della Commissione europea

Il sondaggio sul futuro dell’Europa ha anche esaminato i temi relativi alle elezioni europee e all'elezione del Presidente della Commissione. Secondo il sondaggio, più del doppio degli intervistati (42%) è propenso a sostenere il voto per liste transnazionali nelle elezioni del Parlamento europeo come una buona cosa, rispetto a solo un intervistato su cinque che rifiuta l'idea (19%). Il 36% si dichiara indifferente al tema.

Più di due terzi degli intervistati sono a favore di un processo di elezione del Presidente della Commissione europea che parta dai risultati delle elezioni europee, attraverso la scelta dei candidati principali indicati dai partiti politici a livello europeo, , mentre meno di un quarto (22%) si dice contrario.

Mentre il 61% concorda sul fatto che tale processo avrebbe senso solo se i cittadini europei avessero la possibilità di votare per liste transnazionali, secondo due terzi degli intervistati (64%) questo approccio porterebbe più trasparenza al processo di elezione del Presidente della Commissione europea. Inoltre, i cittadini credono che ciò darebbe maggiore legittimità alla Commissione europea (63%) e rappresenterebbe un progresso significativo per la democrazia all'interno dell'UE (62%).

 

Contesto

Il sondaggio speciale Eurobarometro n. 500 "Il futuro dell'Europa" (EB94.1) è stato condotto tra il 22 ottobre e il 20 novembre 2020 nei 27 Stati membri dell'UE ed è stato commissionato congiuntamente dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo. A causa della pandemia, il sondaggio è stato condotto in presenza e poi completato, ove necessario, con interviste online. In totale, sono state condotte circa 27.034 interviste. PE 7

 

 

 

 

Per un impegno dell’Italia nella Conferenza sul futuro dell’Europa

 

Il 9 maggio, in coincidenza con la Festa dell’Europa e con l’anniversario della Dichiarazione Schuman, sarà finalmente lanciata la Conferenza sul futuro dell’Europa. Si parte con un anno esatto di ritardo: la Conferenza è stata vittima dello scoppio della pandemia, ma anche di una battaglia interistituzionale che ha visto contrapposti Parlamento europeo e Stati membri sul nome del suo presidente, sui tempi dell’esercizio e sui risultati attesi.

Intesa come uno spazio pubblico di dibattito per i cittadini europei, e in particolare per i giovani, sull’Unione del futuro e sulle sue priorità, la Conferenza prevede una serie di eventi, sia fisici che online, su una piattaforma digitale multilingue e interattiva. Un grande esercizio di democrazia, che però rischia di diventare un boomerang per l’Unione se non saranno sciolti alcuni nodi.

In cosa consiste

La questione della governance è stata risolta, anche se è servito un compromesso al ribasso su una presidenza condivisa tra Commissione, Parlamento europeo e la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. La gestione è affidata ad un comitato esecutivo formato da 9 membri rappresentanti delle istituzioni coinvolte più fino a 4 membri osservatori, che per di più dovrà decidere consensualmente. I lavori dovrebbero concludersi entro la primavera del 2022, sotto presidenza francese: un tempo giudicato insufficiente dal Parlamento europeo, che avrebbe preferito continuare fino alle prossime elezioni europee del 2024. 

Ma soprattutto non c’è certezza su quali dovrebbero essere i frutti concreti della Conferenza: i risultati saranno raccolti da una plenaria e confluiranno in un rapporto ai presidenti, che dovranno decidere come darvi seguito, ciascuno nella propria sfera di competenza. Il Consiglio, per parte sua, ha categoricamente escluso che la Conferenza possa portare ad una revisione dei Trattati.

Alla luce di tutto questo, ha senso per l’Italia considerare la Conferenza come un’opportunità e investire capitale politico nella sua realizzazione? Sì, per almeno tre motivi.

Dialogo costruttivo

Il primo ha a che fare con la necessità di creare uno spazio pubblico nel quale i cittadini possano esprimere le proprie aspettative e preferenze rispetto agli obiettivi del processo di integrazione e alle politiche europee. Nell’ultimo ventennio, successive crisi hanno avuto un forte impatto sulla percezione di sicurezza, sul benessere economico e sulla visione identitaria degli europei. E quasi sempre queste crisi sono state affrontate con un approccio tecnocratico oppure al chiuso di stanze riservate agli esecutivi nazionali. Dopo l’esperienza drammatica della pandemia di Covid-19, è arrivato il tempo di aprire le porte delle istituzioni, ascoltare i cittadini e farli sentire protagonisti della costruzione europea. 

La sfida è incanalare le spinte dal basso per il rinnovamento dell’Unione in un processo costruttivo di dialogo, e non lasciarle alla mercé delle forze euroscettiche e populiste, che sempre più si presentano come gli autentici interpreti del cambiamento. Per l’Italia questo è particolarmente urgente. Dopo la caduta di consenso registrata nella prima fase dell’emergenza pandemica, bisogna approfittare della rinnovata fiducia degli italiani verso le istituzioni europee generata in particolare dall’adozione di Next Generation EU, il piano europeo per la ripresa. La Conferenza offre un’occasione unica in questa direzione, sia per il metodo di consultazione adottato che per il periodo in cui viene lanciata.

Fase costituente

Ma la Conferenza rappresenta un’opportunità anche per portare avanti le proposte di riforma da tempo promosse dall’Italia e che ora potrebbero essere sottoposte al vaglio dei cittadini – e, così, auspicabilmente, rilanciate ed in seguito adottate -.  Tra queste rientrano la trasformazione del meccanismo di condivisione del debito inserito in Next Generation EU in uno strumento permanente e la creazione di una fiscalità europea attraverso l’introduzione di nuove risorse proprie. 

Ma anche il rafforzamento della dimensione sovranazionale, attraverso l’ampliamento dell’ambito di applicazione del voto a maggioranza qualificata invece del paralizzante consenso a 27 e l’attribuzione di nuove competenze all’Unione in materia sanitaria, sociale e di difesa. 

Tutto questo implica però trasformare la Conferenza in una fase costituente per l’Europa, e chiedere che i suoi risultati siano presi in dovuta considerazione dalle istituzioni e trasformati in iniziative politiche. Quanto espresso dai cittadini dovrebbe trasformarsi in proposte legislative della Commissione o addirittura aprire un processo di riforma dei Trattati, e non restare lettera morta in un rapporto finale del quale i presidenti o il Consiglio potranno semplicemente prendere atto o accogliere favorevolmente. 

Opportunità politica

L’ultima ragione per cui l’Italia dovrebbe spendersi per una chiara riuscita della Conferenza sul futuro dell’Europa ha a che fare con l’opportunità politica. La Conferenza si concluderà l’anno prossimo sotto la presidenza di turno della Francia, ed Emmanuel Macron avrà tutto l’interesse ad ottenere risultati ambiziosi da utilizzare per la sua campagna elettorale presidenziale. 

La stessa Angela Merkel si è espressa di recente a favore di una Conferenza che porti a proposte concrete, senza escludere la riforma delle istituzioni. Del resto, i due Paesi avevano redatto un paper congiunto su metodo e obiettivi della Conferenza già nel novembre del 2019. Dall’altra parte, un gruppo di 12 Paesi europei – in sostanza gli Stati della cosiddetta “nuova Lega Anseatica” insieme a Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Malta – ha presentato una posizione comune a marzo scorso che esclude che dalla Conferenza possano derivare obblighi vincolanti e soprattutto una riforma dei Trattati. 

Per l’Italia di Mario Draghi è dunque arrivato il momento di prendere posizione e schierarsi al fianco di Francia, Germania e tutti gli altri Paesi che vorranno esserci, rinnovando il proprio impegno per la promozione di un’Europa più integrata e democratica.

Questo articolo è stato pubblicato nell’ambito dell’Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana, realizzato anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le opinioni espresse dall’autore sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dello IAI, dell’ISPI o del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nicoletta Pirozzi, AffInt. 7

 

 

 

La risposta dell’Italia alla pandemia: scelte e opzioni

 

Anche viste le criticità nell’approvvigionamento delle dosi di vaccino anti-Covid-19 e il numero di pazienti ospedalizzati che, nonostante diminuisca, continua a preoccupare, è di interesse una riflessione sugli attori finora coinvolti nella gestione dell’emergenza sanitaria in Italia.

In tutto il territorio nazionale, volontari della Protezione civile sono chiamati a supportare la campagna vaccinale. Il Dipartimento ha assunto un ruolo particolarmente attivo nella gestione della crisi pandemica fin dal suo principio, quando, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, nel febbraio 2020 il governo Conte II emanò un’ordinanza che affidava alla struttura la gestione degli interventi mirati al contrasto della crisi pandemica.

Le opzioni disponibili e le scelte compiute

Nel panorama italiano vi è anche un’altra risorsa su cui contare: la Difesa civile. Se la Protezione civile è generalmente preposta al contrasto di emergenze ben identificabili e delle quali si conoscono cause ed entità, quest’altra struttura è impostata per agire in risposta a situazioni di crisi causate da eventi non comuni, che minacciano gravemente la pubblica sicurezza, come appunto una pandemia.

Nel 2020, la Difesa civile non è stata attivata a livello politico-strategico, mentre alcune delle componenti che la costituiscono hanno contribuito in maniera significativa alla risposta all’emergenza a livello operativo. Si pensi, ad esempio, ai ragguardevoli sforzi compiuti dalle Forze armate. Si tratta di entità che operano sotto il controllo sia della Difesa civile che della Protezione civile e che, durante la fase di gestione della crisi pandemica, sono state chiamate in causa in quanto componenti operative di quest’ultimo organismo.

Cosa è stato fatto

Assegnando la gestione della crisi alla Protezione civile, il governo ha garantito agli amministratori locali la facoltà di mantenere la propria autorità sui territori di rispettiva competenza. Ciò, tuttavia, ha rallentato in una certa misura le operazioni mirate al contrasto dell’emergenza – mentre è tristemente noto come una delle cose più importanti nella risposta ad una crisi provocata da un virus pericoloso, che si trasmette rapidamente e oltre ogni confine, è proprio la tempestività degli interventi -.

Gestita a livello apicale dalla presidenza del Consiglio dei ministri, la Protezione civile è infatti caratterizzata da un’organizzazione orizzontale piuttosto complessa, poiché articolata in centri regionali, provinciali e municipali. La Difesa civile invece, in seno al ministero dell’Interno, presenta un assetto più semplice, gerarchico e verticale, che avrebbe portato una risposta diversa all’emergenza, forse più efficace ed efficiente.

Oltretutto, la protezione da eventi di tipo Nucleare Biologico Chimico Radiologico (Nbcr) – categoria che comprende anche la pandemia di Covid-19 – rientra a livello operativo nella competenza di componenti come i Vigili del fuoco, che possono agire sia come Protezione civile sia come Difesa civile.

Cosa si potrebbe fare

La crescente richiesta, da nord a sud, di volontari disponibili a contribuire alla campagna vaccinale suggerisce che il coinvolgimento della Protezione civile continuerà ad essere consistente, soprattutto sul piano operativo. Ciò comporterà grandi sforzi da parte di tutti gli enti che lavorano a questo livello, compresi Vigili del fuoco, Forze armate e Forze dell’ordine.

Un maggiore coinvolgimento della Difesa civile potrebbe contribuire a tale sforzo e, nel gestire crisi future, le due strutture potrebbero agire in modo complementare. Entrambi gli organismi, infatti, hanno a propria disposizione risorse e competenze che potrebbero agevolare un’azione comune. Ad esempio, la Protezione civile vanta una notevole disponibilità di personale, mentre la Difesa civile potrebbe favorire un migliore utilizzo delle lessons learned apprese nel settore militare.

Se da un lato è importante riflettere sulla capacità dell’Italia di prevedere e prepararsi a situazioni di emergenza, dall’altro è necessario aprire un dibattito che non si limiti ad evidenziare le mancanze del Paese nella gestione delle crisi, ma si spinga all’elaborazione di una strategia di sicurezza nazionale che definisca più chiaramente ruoli, compiti e funzioni delle strutture preposte a tale obiettivo. Ottavia Credi, AffInt 28

 

 

 

La plenaria del Parlamento Europeo: certificati COVID-19 UE, relazioni UE-Regno Unito, investimenti 

 

Il Parlamento europeo ha chiarito la sua posizione sul certificato COVID-19 UE, ha approvato l'accordo commerciale e di cooperazione UE-Regno Unito e i principali programmi di investimento.

Plenaria, punti salienti: Accordo UE-Regno Unito, certificati COVID-19 e tassazione dell'economia digitale  

Giovedì, il Parlamento europeo ha chiarito la sua posizione in merito al certificato COVID-19 UE, il documento, che ha la finalità di favorire viaggi sicuri durante la pandemia, mostrerebbe se una persona è stata vaccinata, ha avuto un recente risultato negativo del test o è guarita dal coronavirus. Gli eurodeputati non vogliono che per i i viaggiatori in possesso del "certificato COVID-19 UE" siano applicate ulteriori restrizioni, come test o quarantena. Hanno anche chiesto l'accesso a "test universali, accessibili, tempestivi e gratuiti in tutta l'UE". L'obiettivo è di raggiungere un accordo entro l'estate.

Mercoledì, il Parlamento ha inoltre approvato a larga maggioranza l'accordo commerciale e di cooperazione UE-Regno Unito che detta le regole per il futuro partenariato. Durante il dibattito tenutosi martedì, gli eurodeputati hanno sostenuto che l'accordo è la migliore opzione per ammortizzare i peggiori effetti dell'uscita del Regno Unito dall'UE. Hanno anche sottolineato che il Parlamento deve svolgere un ruolo attivo nel monitorare da vicino se il Regno Unito adempirà pienamente ai suoi obblighi.

UE e Regno Unito: un nuovo partenariato  

Il Parlamento ha anche approvato i principali programmi all'interno del bilancio a lungo termine dell'UE: Orizzonte Europa (95 miliardi di euro), che finanzia la scienza, la ricerca e l'innovazione; il programma LIFE (5,4 miliardi di euro), che sostiene l'azione per il clima, la biodiversità e l'energia pulita; il programma spaziale (14,8 miliardi di euro), che include servizi satellitari come Galileo e Copernicus.

 

LIFE: al centro dell'azione per il clima  

Giovedì, gli eurodeputati hanno approvato un aggiornamento dei diritti dei passeggeri dei servizi ferroviari; grazie alle nuove norme i viaggiatori avranno maggiore assistenza in caso di ritardi o cancellazioni, oltre ad assistenza e accesso migliorati per le persone con disabilità.

Mercoledì, il Parlamento ha approvato le nuove norme che obbligano le compagnie internet, come Facebook o YouTube, a rimuovere i contenuti online che promuovono il terrorismo entro un'ora dalla notifica. L'obbligo si estende ai contenuti, quali immagini, audio o video, che incitano le persone a commettere atti terroristici, ma non a quelli giornalistici o educativi, né a opinioni polemiche o controverse su questioni sensibili.

Giovedì, gli eurodeputati hanno condannato il rafforzamento militare delle forze russe lungo il confine ucraino, l'attacco in Cechia e l'incarcerazione del leader dell'opposizione Alexei Navalny. Hanno affermato che se la Russia invadesse l'Ucraina, l'UE è tenuta a chiarire che le conseguenze sarebbero gravi, come un arresto immediato delle importazioni UE di petrolio e gas dal paese. In un dibattito separato, gli eurodeputati hanno poi chiesto un maggiore impegno politico per migliorare le relazioni UE-India; le loro raccomandazioni arrivano prima del vertice dell'8 maggio.

I deputati hanno anche approvato Digital Europe, il primo strumento finanziario dell'UE dedicato alle infrastrutture e alle tecnologie digitali. Con il programma si intende investire 7,6 miliardi di euro in cinque aree: supercalcolo, IA, sicurezza informatica, competenze digitali avanzate e garanzia di un ampio uso delle tecnologie digitali nell'economia e nella società.

Il futuro digitale dell'Europa  

Martedì, gli eurodeputati hanno adottato un potenziamento del Meccanismo europeo di protezione civile il cui scopo è quello di rendere l'UE più pronta, efficace e veloce nel rispondere alle emergenze su larga scala, come pandemie o terremoti. Il Meccanismo ha un budget di 3,319 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, circa cinque volte in più rispetto ai sette anni precedenti.

Nel corso della stessa giornata, il Parlamento ha rinnovato il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in modo da permettere a un numero maggiore di europei di accedere al sostegno finanziario nel caso in cui dovessero perdere il posto di lavoro a causa della globalizzazione o di altre sfide sociali.

 

Una risposta dell'UE più forte alle crisi future  

Gli eurodeputati hanno anche approvato il finanziamento 2021-2027 per il Fondo europeo per la difesa e per il Programma per il mercato unico.

Nella giornata di martedì, inoltre, il Parlamento ha votato a favore della risoluzione per un trasporto marittimo più pulito, da far rientrare nel cammino intrapreso verso un'Europa climaticamente neutrale. Oltre al taglio del 40% delle emissioni entro il 2030 e l'integrazione dell'industria marittima nel sistema di scambio delle quote di emissione dell'UE, gli eurodeputati promuovono l'uso dei carburanti alternativi in sostituzione degli oli pesanti e altre misure per rendere le navi e i porti europei più ecologici e sostenibili.

Cronologia: il trasporto marittimo UE  

Le persone attive nel lobbismo dovranno iscriversi al registro per la trasparenza dell'UE e rivelare le informazioni al Parlamento, al Consiglio e alla Commissione se praticano attività di lobbyng verso l'Unione europea. Queste le regole secondo il nuovo accordo raggiunto tra le tre istituzioni e approvato dagli eurodeputati lo scorso martedì.

Il Parlamento ha anche adottato una risoluzione che chiede un'aliquota fiscale minima globale per le imprese, gli eurodeputati hanno infatti sottolineato che le attuali politiche fiscali internazionali sono datate e andrebbero aggiornate per meglio riflettere i cambiamenti che le economie hanno subito a causa della globalizzazione e della digitalizzazione. Se un tale accordo sulle nuove regole fiscali a livello OCSE dovesse fallire, allora, secondo il Parlamento europeo, l'UE dovrebbe proseguire da sola tale percorso. PE 1

 

 

 

 

Green Pass per muoversi nell’Unione europea: quando partirà e come funzionerà

 

Una fase sperimentale sarà avviata dal 10 maggio e coinvolgerà 15 Stati compresa l’Italia, dall’1 giugno  

 

Pass, ci siamo. Da quando? Il sistema europeo che consentirà di emettere i Certificati Verdi Digitali, o Green Pass, validi in tutta l'Ue sarà "tecnicamente operativo" il primo giugno prossimo. A spiegare come funzionerà all’Adnkronos è un alto funzionario Ue, a Bruxelles, in vista dell'avvio dei negoziati interistituzionali tra Parlamento e Consiglio proprio su questo tema e che dovrebbero iniziare la prossima settimana.

I Paesi coinvolti nella prima fase

L'attuazione pratica del certificato dipenderà dai negoziati tra Parlamento Europeo e Consiglio, ma l'obiettivo è di concluderli e di avere il regolamento in vigore entro "fine giugno". A quel punto, una volta adottato il regolamento, il Green Pass non sarà "un optional", bensì "un diritto" di ogni cittadino dell'Ue, per legge. Un primo grande gruppo di Paesi (Francia, Malta, Olanda, Lussemburgo, Estonia, Svezia, Croazia, Bulgaria, Spagna, Italia, Lituania, Germania, Repubblica Ceca, Austria, Islanda e Grecia) inizierà la fase di test "verso il 10 maggio". 

Seconda fase

Un secondo gruppo (Lettonia, Romania, Cipro, Irlanda, Portogallo, Polonia, Danimarca e Slovenia) avvierà i test "verso fine maggio", mentre altri cinque (Ungheria, Belgio, Norvegia, Liechtenstein e Slovacchia) hanno deciso di non partecipare ai test e di connettersi alla piattaforma direttamente in fase di attuazione.

Come funziona

Il certificato attesterà, attraverso una app dotata di codice Qr oppure in formato cartaceo, l'avvenuta vaccinazione contro la Covid-19 e il numero di dosi ricevuto, l'avvenuta guarigione dalla Covid nei precedenti sei mesi e la presenza dei relativi anticorpi (mediante test), oppure l'esito negativo di un tampone, Pcr o rapido (i dettagli tecnici su questo verrano negoziati dai colegislatori). Starà ad ogni Stato membro, poi, stabilire i requisiti di ingresso nel proprio territorio: si tratta di competenze esclusivamente nazionali e l'Ue non può imporre nulla in questo campo. Può solo raccomandare.

Niente bacchetta magica

Il Pass non sarà la bacchetta magica che risolve tutto, ma dovrebbe facilitare gli spostamenti in Europa, rispetto alla situazione attuale in cui sono ancora molto difficili: «Se oggi qualcuno dal Belgio volesse andare a trovare un parente in Italia per tre giorni, dovrebbe fare cinque giorni di quarantena, in Italia», ricorda l'alto funzionario. Dovrebbe poi «riempire quattro moduli, fare un test Pcr e poi farne un altro per stare in Italia tre giorni. E, quando torna in Belgio, dovrebbe fare altri sette giorni di quarantena, con due test Pcr. In tutto quattro test Pcr, 11 giorni di quarantena, con la polizia che viene a suonare al citofono, per andare a trovare una persona per tre giorni in un altro Stato membro. Questa è la situazione oggi e non va dimenticato». Con il Green Pass, o Certificato Verde Digitale, «avremo un sistema sicuro, che rispetta la privacy, che dimostra che si è vaccinati, tamponati eccetera». Naturalmente i requisiti per viaggiare dipenderanno «dagli Stati membri e dalla situazione epidemiologica» a fine giugno. «Questa parte non tocca al sistema tecnico, che comunque verrà sincronizzato con il regolamento. Al momento in cui il regolamento entrerà in vigore, il sistema sarà operativo. E poi - conclude la fonte - c'è un percorso da fare con gli Stati membri per armonizzare i requisiti per viaggiare». LS 1

 

 

 

Svolta vaccini, Usa e Ue aprono su sospensione brevetti

 

Ieri l'annuncio da parte di Biden, oggi l'intervento di von der Leyen: "Pronti a discuterne

 

Dopo gli Usa, anche l'Ue si dice favorevole alla sospensione dei brevetti sui vaccini anti-Covid. "L'Unione europea è pronta a discutere di qualsiasi proposta che affronti la crisi in modo efficace e pragmatico ed è per questo che siamo pronti a discutere di come la proposta statunitense di esenzione della protezione della proprietà intellettuale per i vaccini Covid possa aiutare a raggiungere questo obiettivo"., ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, lanciando al contempo un appello a tutti i Paesi produttori affinché nel breve periodo consentano le esportazioni ed evitino l'adozione di misure che interrompono l'approvvigionamento di dosi. Nel suo intervento alla conferenza State of the Union, organizzato dall'Istituto Universitario europeo, von der Leyen ha voluto inoltre sottolineare come "il successo raggiunto dall'Europa in materia di campagna vaccinale" sia stato conseguito "restando aperti al mondo". "L'Europa esporta tanti vaccini quanti ne distribuisce ai propri cittadini", ha dichiarato.

E' arrivata nella serata di ieri la notizia che l'amministrazione Biden si sarebbe schierata a favore della sospensione dei brevetti per i vaccini anti-Covid. La svolta, annunciata da vari media Usa, tra i quali il New York Times, è giunta dopo che gli Stati Uniti si erano opposti in sede di Organizzazione mondiale del commercio alla proposta di sospendere la protezione della proprietà intellettuale per i vaccini. Tuttavia il presidente Joe Biden, con il diffondersi incontrollato della pandemia in India e in Sudamerica, si è trovato sotto una crescente pressione internazionale e interna a sostegno della proposta, che apre la strada ad una produzione di massa dei vaccini a livello globale. La nuova posizione Usa è stata annunciata da Katherine Tai, rappresentante Usa presso l'Omc.

"La svolta di Biden sul libero accesso per tutti ai brevetti sui vaccini è un importante passo in avanti", ha scritto il ministro della Salute, Roberto Speranza, su Facebook aggiungendo: "Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme".

"Quella del presidente Usa Joe Biden è una svolta, una cosa straordinaria: levare o alleggerire il brevetto dei vaccini anti-Covid nei Paesi più poveri è una grande opportunità. In questo modo potrebbero produrlo a livello locale", ha affermato all'Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova e componente dell'Unità di crisi Covid-19 della Liguria. "Voglio ricordare che oggi si sta vaccinando solo nei Paesi occidentali - osserva Bassetti - ma se vogliamo combattere il Covid dobbiamo vaccinare tutta la popolazione mondiale e la scelta di alleggerire i brevetti è una grande opportunità in più". Adnkronos 6

 

 

 

 

Il "quieto radicalismo" del presidente. I primi 100 giorni di Biden: battuto Trump, adesso smonta Reagan

 

“L’America si sta rialzando”: Joe Biden, che aveva ereditato da Donald Trump “un Paese in crisi”, diviso e malato, traccia un bilancio positivo dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca e prospetta al Congresso, riunito in sessione plenaria, un’espansione – senza precedenti da almeno quarant’anni – dei programmi federali.

Due gli obiettivi: traghettare l’economia oltre la pandemia ed estendere la rete di protezione sociale, nel segno della riduzione delle diseguaglianze, sociali, etniche, di genere. Un colpo di timone che riporta la barra dell’America a prima della svolta reaganiana degli Anni Ottanta.

Parlando per la prima volta al Congresso riunito in sessione plenaria, il presidente dice: “Eravamo davanti alla peggiore pandemia da un secolo in qua, alla peggiore crisi dalla Grande Depressione e al peggior attacco alla nostra democrazia dalla Guerra Civile… Ora stiamo vaccinando la nazione, stiamo creando milioni di posti di lavoro, stiamo dando risposte visibili e concrete alla gente e stiamo garantendo equità e giustizia“.

Due immagini danno la percezione dell’eccezionalità del momento: l’aula della Camera non è gremita, come avviene di solito per il discorso sullo stato dell’Unione – questo non lo è, ma è analogo -, perché le presenze di deputati e senatori sono contingentate causa pandemia – segno che l’emergenza sanitaria non è tramontata -; e, dietro il podio di Biden, lo scranno della presidenza è occupato da due donne: una prima assoluta che Biden sottolinea nel suo intervento. Kamala Harris, la vice-presidente che è anche leader del Senato; e Nancy Pelosi, la speaker della Camera: 15 mesi or sono, stizzita, stracciò platealmente il discorso di Trump davanti alle telecamere.

Pandemia, economia, disuguaglianze, esteri

“Il futuro dell’America è nelle nostre mani”. Joe Biden sprona un Congresso spaccato ad appoggiare il suo piano da oltre 4mila miliardi di dollari per rilanciare l’Unione (“il più grande dalla Seconda guerra mondiale”) e inoltre a riformare la polizia, dare una stretta alle armi da fuoco facili, lavorare a una riforma dell’immigrazione complessiva.

C’è una proposta suggestiva: la riforma della polizia, che porta il nome di George Floyd, l’afroamericano ucciso da un agente a Minneapolis il 25 maggio 2020, dovrebbe essere varata nell’anniversario dell’omicidio. “Abbiamo visto – dice Biden – il ginocchio dell’ingiustizia sul collo dell’America nera. Ora bisogna voltare pagina, il Paese lo vuole”.

Sul fronte internazionale, Biden manda un messaggio a Vladimir Putin e Xi Jinping. “Non vogliamo conflitti o escalation”, assicura, sottolineando, però, che “la democrazia è l’essenza dell’America e gli autocrati non vinceranno”. Prospetta azioni concertate con gli alleati, in primis della Nato, e vuole rilanciare la diplomazia con Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, nel rispetto dei diritti umani.

Una scommessa politica difficile da vincere

Nel giudizio dei commentatori dei maggiori media Usa, il discorso di Biden chiude la luna di miele del nuovo presidente con i suoi elettori e apre una fase di delicati negoziati: politico di lungo corso, Biden dovrà mostrarsi capace di fare accettare i suoi programmi agli elettori sia democratici sia ai repubblicani, anche se l’opposizione conservatrice in Congresso, ancora striata di ‘trumpismo’, non è per nulla malleabile.

Il presidente ricorda che l’Unione s’è vista precipitata “in un abisso di insurrezione e d’autocrazia – un riferimento all’assalto al Congresso del 6 gennaio e alle responsabilità di Trump -, di pandemia e di sofferenza”: ne è emersa “forte”, ma anche polarizzata. E un punto in particolare del programma di Biden rischia di suscitare frizioni: la riforma fiscale, che andrebbe a modificare quella di Trump del 2017, alzando le tasse alle imprese e a quanti guadagnano oltre 400 mila dollari l’anno.

I maggiori introiti erariali finanzierebbero una serie di interventi sociali, nell’istruzione, nella sanità, oltre agli sgravi fiscali per le famiglie e i bassi redditi, così da ridurre le disuguaglianze. Una ricetta che i repubblicani bollano “alla Robin Hood” e che suscita perplessità anche tra i democratici più moderati, spiazzati dal “quieto radicalismo” del presidente che piace invece sempre più alla sinistra.

Biden ricorda come “la pandemia ha reso le cose peggiori, perché mentre 20 milioni di americani perdevano il loro lavoro, i 650 miliardari dell’Unione hanno visto la loro ricchezza aumentare d’oltre mille miliardi di dollari. È ora di fare qualcosa”.

Il Washington Post scrive: “L’agenda di politica interna del presidente è il più impressionante spostamento delle politica economica e del welfare federale da quando fu eletto Ronald Reagan, 40 anni or sono. Tenuto conto dell’esile maggioranza democratica in Congresso e di una nazione ancora nettamente divisa, l’agenda di Biden appare, però, una scommessa politica di enormi proporzioni”.

Il successo dei vaccini anti-Covid

Nella prima parte del suo discorso, Biden ha sottolineato la rapidità con cui la vaccinazione anti-Covid procede negli Usa: la soglia dei cento milioni di vaccini nei primi cento giorni è stata superata e più che raddoppiata – 220 milioni le dosi somministrate -; oltre la metà dei cittadini ha già ricevuto almeno una dose di vaccino.

Certamente, gran parte del merito va alla nuova Amministrazione: la campagna di vaccinazione era infatti partita in modo fiacco e disorganizzato dopo le elezioni del 3 novembre, nella coda polemica e rancorosa della presidenza Trump. Solo quattro Paesi al mondo (Israele, Emirati Arabi Uniti, Cile e Regno Unito) hanno fatto meglio degli Usa, che però restano – ecco il lascito di Trump – il Paese con il più alto numero di contagi – oltre 32 milioni di casi, un quinto del totale globale – e di decessi – 575 mila, quasi un quinto del totale -.

Ora, incominciano ad emergere difficoltà: il numero di vaccinazioni giornaliero è sceso del 20% nelle ultime due settimane e il miglioramento della situazione, con l’allentamento di alcune misure preventive, rischia di incidere sulla spinta a vaccinarsi degli americani. Giampiero Gramaglia, AffInt 30

 

 

 

Riunione in videoconferenza dell’Intercomites Germania

 

Venerdì 23 aprile alle ore 18,00, su invito del Coordinatore Tommaso Conte, si è riunito l’Intercomites Germania sulla piattaforma Zoom perché attualmente in Germania sono vietati gli assembramenti. Questo organismo è composto dai Presidenti Comites e dai Membri del CGIE.

Ad inizio della riunione si è tenuto un minuto di silenzio per ricordare il compianto Presidente del Comites di Friburgo Cav. Michele Di Leo.                        

Tra i temi discussi, in primo luogo è stato trattato quello dei servizi consolari ed è emerso che ancora una volta la grave difficoltà e l’enorme affanno della rete consolare in Germania, specie per i grandi Consolati, nel soddisfare la richiesta di “Servizi” da parte dei nostri connazionali. Ci sono Consolati dove per fare richiesta della Carta di Identità Elettronica, occorre oggi aspettare ben 8 mesi. È vero che il personale è insufficiente, riteniamo però che ci siano Consolati, dove il personale non sia gestito al meglio. 

Sottolineiamo anche con grande soddisfazione, che c’è una nota estremamente positiva; per la fine di giugno, verrà presentata la “Guida ai Servizi Consolari in Germania”. Questa è una nostra grande conquista di cui siamo molto orgogliosi, perchè finalmente in Germania, per un medesimo servizio consolare, la prassi sarà la stessa indipendentemente dal Consolato cui ci si rivolge.                                          

Grande preoccupazione hanno espresso poi i presenti, per le prossime elezioni COMITES annunciate per il 3 dicembre. In primis, perché ancora si aspetta la riforma tanto auspicata in materia e poi anche per il fatto che in piena pandemia, con poche risorse e con le modalità di voto delle ultime elezioni, si rischierebbe la stessa sopravvivenza di questi organismi. Vene ricordato che le proposte presentate dal CGIE giacciono da tempo presso le autorità competenti, ma nessuno ha sentito il bisogno, fino ad oggi, di prenderle in considerazione. Lo stesso Segretario Generale Michele Schiavone, presente nella parte finale ai lavori, ha condiviso le preoccupazioni dell’Intercomites. Le perplessità dei presenti sono avallate dal fatto che da più di un anno tutto è chiuso, ovunque si raccomanda di diminuire i rapporti interpersonali, per evitare i contagi da Covid-19, le sedi delle associazioni sono chiuse, i riti religiosi sono possibili solo con molta cautela e non si prevede assolutamente un cambiamento di rotta nel futuro prossimo. Mobilitare gli italiani in tutto il mondo per eleggere i Comites in queste condizioni, con regole e con compiti che dovrebbero essere modificati, così come richiesto dal CGIE, sembra essere più un atto d’ufficio che non una programmazione seria per eleggere i rappresentanti degli italiani all’estero.     

Si è parlato poi dell’Intervento scolastico all’estero e facendo presente che a differenza di altri Paesi i nostri Enti promotori, hanno presentato i loro “Progetti”, e si auspica che ricevano i contributi nei tempi dovuti.

È stato sottolineato infine, che la nuova Circolare 3, che regola l’intervento scolastico-culturale all’estero, ha ignorato il parere obbligatorio che deve essere dato dai Comites. Qualcuno al MAECI con una Circolare, ha deciso di abolire una Legge, quella dei Comites; d’altronde anche il parere obbligatorio che doveva essere richiesto al CGIE (sempre per Legge), prima di emanare questa Circolare, molto confusa, approssimativa, imprecisa, incompleta, pasticciona e calata dall'alto, non è stato richiesto.

La riunione è terminata alle 22,30

Giuseppe Scigliano, portavoce dell'Intercomites Germania (de.it.press 26)

 

 

 

 

Lettera del Coordinatore Intercomites della Germania Tommaso Conte al Ministro degli Esteri On.le Luigi Di Maio

 

Mandata il 18 aprile, per conoscenza anche Michele Schiavone, CGIE

Ancora senza risposta

 

Onorevole Ministro,

In una recente audizione alle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato unificate, Lei ha confermato che entro l’anno corrente si terranno le elezioni per il rinnovo dei Comites e, giunto alla fine del mio mandato in veste di Presidente del Comites di Stoccarda e di Coordinatore dell’Intercomites/Germania, sento la necessità e il dovere di chiudere questa importante parentesi d’impegno sociale e di volontariato, iniziata nel lontano 1991, con alcune osservazioni, che riguardano il futuro  di questi organismi di rappresentanza. Premetto che le osservazioni, qui di seguito illustrate, riflettono anche le indicazioni a me giunte in questi ultimi anni, nel continuo contatto con i presidenti Comites della Germania.                                                                                                                    È, innanzitutto, preoccupante che, per lo svolgimento delle nuove elezioni, nulla sia stato sinora annunciato sul cambiamento delle norme di partecipazione.                                                                                       È evidente che senza la riforma della legge dei Comites, ancora una volta verrà ridotta l’offerta di partecipazione al voto, che invece dovrebbe essere garantita incondizionatamente a tutti gli aventi diritto: i cittadini italiani, maggiorenni e iscritti all’A.I.R.E.

Si ha scarsa memoria delle ragioni che all’ultima tornata elettorale hanno causato una risibile partecipazione. In Germania mediamente si fermò al 3% dei potenziali aventi diritto al voto.                                                                                                                Ci appare pertanto logica la richiesta di equiparare le modalità di voto per i Comites a tutte le altre consultazioni elettorali, quindi, che gli elenchi degli elettori siano stabiliti d’Ufficio e includano tutti gli aventi i requisiti alla partecipazione, che rispondono a quelli già noti.                                                                                                       Questa affermazione rafforza la legittimazione più chiara, ed evita che l’Amministrazione della Farnesina si limiti a invitare alla partecipazione i soli cittadini “interessati al voto”, misconoscendo i diritti fondamentali che concorrono a definire e garantire la rappresentanza democratica, come strumento riconosciuto a salvaguardia degli organismi elettivi. Lo sforzo da compiere invece, se li si vuol rendere credibili, è proporre che le elezioni dei Comites riconoscano il diritto di partecipazione universale, offerto a tutti, auspicato per tutti.                                                                                                                                                  Il timore di escludere una larga fascia di potenziali elettori da queste nuove consultazioni è fondato e riguarda anche le esperienze già fatte da questi Comitati, la cui ragione di essere, oggi, è fin troppo basata sulla mera buona volontà dei singoli presidenti e consiglieri.

Nonostante si tratti di organismi elettivi, regolati da un’esplicita norma dello Stato, i 113 Comites -che per loro natura operano all’estero- non hanno nei confronti dello Stato che li ospita nessuna missione o ruolo, sia formali sia giuridici, con la pregiudizievole esclusione da tutti i trattati internazionali che regolano i rapporti tra stati.

Sono i singoli presidenti, quali persone fisiche, a doversi assumere ogni responsabilità personale nei confronti delle istituzioni locali, vuoi per la stipula di un contratto d’affitto per la sede, o di un contratto di collaborazione con un’unità di segreteria, o di una semplice ordinazione di materiale di cancelleria. Il presidente ne risponde sempre e a titolo personale anche nel caso di in un’eventuale Sede di Giudizio o nei confronti del Fisco locale.

 Anche nei rapporti dei Comites con le Autorità diplomatiche e consolari, la legge assegna ai Comites dei compiti formulati in maniera tale da dipendere solo ed esclusivamente dalla buona volontà del diplomatico di turno o dalle capacità del presidente in carica.

Un diffuso senso di frustrazione è emerso fin troppo spesso, quando i Comites hanno seguito con serietà le prerogative riconosciute al loro mandato, che rispondono al sostegno, ai bisogni, alle aspirazioni e alla soluzione dei problemi della collettività di riferimento.

Signor ministro, la nostra missiva vuole sollecitare a valorizzare i Comites del futuro. È un dato di fatto che un Consiglio Pastorale di qualsiasi parrocchia, per sua struttura e organizzazione, ha nei confronti del cappellano facoltà più incisive di quante ne abbia un Comites nei confronti di un Console.                                                                                             Sottoponiamo alla Sua attenzione, in buona sintesi, la necessità di invertire i rapporti Comites-diplomazia, in modo che detti rapporti siano frutto di una concertazione e non più di una mera consultazione, troppo spesso, fatta a senso unico. L’istituto dei Comites è rimasto invariato, fermo alle vicende degli anni ottanta, mentre la crescente collettività italiana all’estero è figlia dei nostri tempi.                                                             Col tempo abbiamo avuto modo di osservare come i Comitati per gli Italiani all’Estero abbiano addosso ancora la polvere della vecchia emigrazione (per la quale il semplice dialogo con un console o ambasciatore poteva effettivamente essere vissuto come compiacimento personale o una considerazione privilegiata), mentre le nuove generazioni di italiani all’estero, meglio formate e meglio inserite nel tessuto locale, non provano attrazione nei confronti di Comitati finché saranno limitati a svolgere un mero ruolo di “segnalatori” delle esigenze della collettività. È invece sotto gli occhi di tutti il rischio che i Comites, diventino sempre più un semplice strumento di organizzazione del bacino elettorale all’estero.                                                      Senza una profonda riforma le elezioni del prossimo dicembre rischiano, infatti, di essere pilotate dai “soldati” dei singoli partiti politici, lasciando a piedi chi, come noi nel passato, ha creduto e crede nell’emancipazione degli italiani all’estero, elevandoli al ruolo di veri interlocutori delle Autorità diplomatico-consolari, per valorizzare concretamente le attività legate alla gestione dei servizi consolari, alla diffusione e all’insegnamento della lingua madre e all’assistenza ai meno fortunati.

Auspichiamo di vedere i futuri Comites inseriti negli ingranaggi e nei meccanismi istituzionali rispondenti alle aspettative dei nostri tempi per poterci sentire fieri di                                                                                    raccontare con orgoglio: io ne ho fatto parte, sin dall’inizio, li abbiamo aiutati a crescere! Distinti saluti

Tommaso Conte (de.it.press)                                                              

                                                                                                                                                                 

 

 

Francoforte. Come vivono questo tempo i nostri ragazzi

 

Francoforte. Scuola, amici, giochi, sport. Ragazze e ragazzi del Mittel- e Oberstufe parlano della loro vita fra restrizioni, preoccupazioni e speranze

Alunne e alunni di diverse classi di italiano della Oswald von Nell- Breuning-Schule di Rödemark, della Freiherr-von-Stein-Schule di Francoforte si raccontano. Di Paola Colombo

 

Margaretha, 11a – Mi manca decisamente uscire in gruppo, sedermi in un caffè, chiacchierare e potersi muovere liberamente senza l’ansia di contagiarsi. Ma anche andare in un negozio o al cinema, senza pensare che anche gli attori dovrebbero portare la maschera. Fortunatamente posso andare a scuola e lì vedo gli amici, ma comunque devo rinunciare a qualsiasi gesto affettuoso o amichevole per evitare il contatto. Mi trovo poi con la mia migliore amica, a questo non rinuncio. Quando lavoravo in home schooling facevo molta fatica: sono perfezionista e a casa, senza un chiaro confine tra lavoro e tempo libero, ci mettevo un sacco di tempo per gli esercizi. Sapevo che era l’unica possibilità che avevano gli insegnanti per valutare e per questo dovevano essere perfetti per ottenere dei voti buoni, perché la prestazione scolastica in undicesima vale per la maturità. Questo stress mi metteva sotto una pressione schiacciante. Perciò sono contentissima di essere tornata a scuola. Una cosa buona di questo isolamento c’è. Siccome sono spesso sola con me stessa riesco anche a conoscermi e perciò so cosa vorrei fare dopo la scuola e questo è molto rassicurante. Però sento anche il bisogno della normalità visto che tendo a proiettare la mia vita su altre persone, perché la mia al momento è in sospeso.

Luca, 11a – Quello che mi manca di più è il rapporto con gli altri compagni di scuola e con i professori. Il poter scambiare idee, parlare, sentire opinioni diverse. Mi manca il contatto sociale. Certo possiamo vederci nelle lezioni online, ma la cosa è molto diversa, in un certo senso siamo come bloccati. Io almeno ho la sensazione di essere come un programma di computer che risponde solo se mi viene fatta una domanda. Ciò che mi manca è la spontaneità che avevo a scuola. Purtroppo non riesco a vedere amici perché non abitiamo nella stessa città e con le restrizioni è difficile incontrarsi. Sono contento però di avere una ragazza, ci frequentiamo spesso e ciò rende il tutto più sopportabile. Vorrei andare a scuola, è da dicembre che faccio lezione a distanza e non ne posso più. Non sono preoccupato. Il futuro per me è una bella sfida. Dopo l’abitur, ho intenzione di continuare gli studi all’università facendo archeologia e storia. Vorrei diventare un grande storico e archeologo.

Anna, 8a – Fortunatamente riesco a vedere i miei amici e, quando ci troviamo, andiamo a passeggio. Mi manca lo scambio con i miei compagni di classe e con gli insegnanti, per il resto non ho problemi con le lezioni a distanza. Non sono preoccupata per il futuro.

Sarah Martha, 11a – Mi mancano molte cose. Prima di tutto, mi manca l’interazione con i miei compagni di classe e la scuola in generale. Se si sta seduti a casa tutto il tempo e si fissa uno schermo nero, anche questo può essere abbastanza duro per la psiche. Ma mi manca anche il viaggiare. La possibilità di allontanarsi da casa e scoprire nuove persone e nuovi luoghi. Mi ritrovo con i miei amici abbastanza spesso e mi attengo solo approssimativamente alle regole, quindi ho la coscienza sporca quando sono tra gli altri. Preferiamo incontrarci fuori e andare a fare un giro in bicicletta invece di stare seduti dentro. Cerco di mantenere la mia cerchia di amici relativamente uguale per avere meno contatti possibili con altre persone. Sono fortunata che in undicesima non ho un grande esame da sostenere ma preferirei anche avere lezioni con i miei coetanei. Ho pensato molto a cosa fare adesso. Il vaccino è ovviamente la nostra speranza per un futuro positivo. Tuttavia, abbiamo ancora bisogno di attenerci alle regole ora e non perdere di vista il nostro obiettivo. Al momento non è ancora finito. Tuttavia, apprezzo ogni incontro con gli altri, soprattutto con i miei nonni.

Letizia, 10a – Ho la fortuna di poter frequentare le lezioni in presenza e vedere i miei compagni di classe, anche se siamo divisi in due gruppi con 11 persone. Sono contenta di andare a scuola anche se faccio alcune lezioni online. Mi disturba stare in classe tutto il tempo con la mascherina. Quello che mi manca è poter andare a lezione di canto come facevo prima e anche andare al cinema, nei centri commerciali. Vedo gli amici anche se non molto spesso. Quando ci incontriamo facciamo delle passeggiate oppure guardiamo un film. La situazione attuale mi preoccupa un po’. Ma spero che si risolva il tutto e che possiamo tornare a vivere come prima. Desidero una vita normale senza le mascherine e senza distanza. Per il mio futuro vorrei studiare o canto e musica oppure fashion design e grafica o entrambi.

Matthias, 11a – Naturalmente mi mancano molte cose, è più difficile passare tempo con gli amici, andare al cinema, allo stadio, etc. Mi manca anche non poter viaggiare, andare in Italia, visitare amici e parenti. Vedo alcuni amici, anche se ho sempre provato a ridurre i contatti e il rischio di ammalarsi. Trovarsi al parco e giocare online sono due possibilità per continuare a mantenere relazioni. Adesso ho un’età in cui si comincia a pensare al futuro, cosa fare dopo la maturità ecc. e questo continuerò a farlo anche durante la pandemia, anche perché ho la speranza che prima o poi finisca

Giovanni, 8a – Mi manca giocare con i miei amici, andare con loro a fare un giro in città. Mi mancano moltissimo gli allenamenti di pallamano. Riesco a vedere degli amici, mi trovo con loro per una partita di pallone. Poi ci telefoniamo e a volte facciamo i compiti insieme al telefono e gioco con loro a video giochi online. Sono contento di fare lezione a distanza perché non capisco il rischio di andare a scuola se tutto il resto è chiuso. Sono un po’ preoccupato, ma questa preoccupazione finirà quando tutte le persone della mia famiglia saranno vaccinate e non dovrò essere più così attento. Per il futuro però non lo sono. Se dovessero saltare le vacanze mi sta bene anche fare delle gite nelle città come per esempio Friburgo, Weimar.

Gamze, 11a – Direi che in blocco ci mancano i nostri contatti. A tutti noi mancano i nostri familiari e ovviamente a noi adolescenti mancano i nostri amici. Mi mancano soprattutto i miei amici, ovviamente ci parliamo anche al cellulare e con messaggi di testo, ma non è lo stesso come incontrarsi di persona e parlare. È possibile incontrare un amico, ma a volte si desidera incontrarne tre contemporaneamente, ma purtroppo al momento non è possibile. Incontro regolarmente due miei amici per assicurarmi che stiano bene. Quando non vedo i miei amici, sono per lo più occupata con i compiti. Di tanto in tanto ho anche tempo per lavorare all’uncinetto, ma raramente. All’inizio ero molto felice dell’apprendimento a distanza ma ora non lo sono affatto. Gli insegnanti mi mandano i compiti più volte al giorno e sono costantemente stressata per i compiti. Non mi manca molto la scuola. Mi mancano solo i miei amici che vedo in classe e con cui rido. Ovviamente ho paura per il mio futuro. Il blocco è iniziato quando avevo 16 anni e ora sto per compiere 18 anni. La maggior parte della mia giovinezza mi viene rubata perché ora è il momento di godermi la mia giovinezza e non di essere imprigionata a casa.

Marco, 8a – Mi manca il contatto ai miei amici ma ci telefoniamo. In realtà sono contento di essere a casa e di non andare a scuola. Sì, sono preoccupato. Voglio incontrarmi con i miei amici e poter andare in vacanza.

Giulia, 11a – Sinceramente in questo lockdown mi è solo mancata la routine delle giornate a scuola. In questo momento non mi incontro con altri amici. Ci vediamo soltanto a lezione. Secondo me la lezione a distanza non è molto efficace. Anche se la mia esperienza non è stata proprio negativa. Ma soprattutto per i più piccoli posso immaginare le difficoltà della didattica a distanza. La presenza a scuola è importante sia per una lezione “normale” sia per i contatti sociali. Questa pandemia ci ha cambiati tutti e penso anche che ci ha fatto ripensare tanti aspetti della nostra vita. Personalmente ho deciso di vedere cosa succederà nei prossimi mesi invece di pianificare ogni dettaglio visto che non si può mai sapere cosa accadrà nei giorni/mesi successivi.

Alexander, 11a – Sento che manca qualcosa, anzi manca un bel po’. Prima del corona, non capivo quanto fosse importante vedere ogni giorno facce familiari e non. Manca semplicemente il contatto con le persone che nessuna videochiamata può sostituire. Di tanto in tanto mi incontro con i miei amici, facciamo passeggiate o giri in bicicletta, a volte passiamo anche una serata insieme, ma ora non è più possibile a causa del coprifuoco. Le lezioni a distanza non sono certo male e ho anche la sensazione che si possa imparare qualcosa di nuovo, ma non sostituiscono le lezioni in presenza. Ma sarò molto felice di tornare a scuola e vedere tutti i miei compagni di classe nella vita reale. Sono molto preoccupato per il futuro. Con il corona abbiamo visto quanto velocemente una vita apparentemente rilassata possa cambiare. La mia salute mentale ha anche sofferto dell’isolamento sociale, ma posso capire che una persona che non era in un buono stato mentale prima del corona ora ha problemi molto grandi. Io sto bene e sono fortunato sia io che la mia famiglia siamo stati risparmiati dal corona finora.

Giulia, 6a – Mi mancano i miei amici, li vedo qualche volta e guardiamo dei film o facciamo delle passeggiate. Ho lezione a distanza e la scuola mi manca un pochino perché è più difficile fare scuola a distanza e poi perché qualche volta non funziona Internet. Non sono preoccupata per il futuro e non so neanche cosa voglio fare nel futuro.

Felicia, 11a – Mi manca il tempo con i miei amici, ma non posso uscire con loro. Sì, posso incontrare alcuni dei miei amici. A volte gioco online con un amico, a volte vado a trovare un’altra amica, poi facciamo una passeggiata o parliamo. Non ho problemi a stare a distanza. Mi mancano gli scambi con studenti o insegnanti, ma penso che le lezioni della mia scuola stiano andando bene. Non faccio quasi nessun piano, dato che nessuno sa quando finirà la pandemia. Per prima cosa, dopo la pandemia, vorrei portare un’amica a trovare mio nonno in Sicilia.

Giulietta, 8a – Mi mancano gli amici, non li vedo, ma telefono e scrivo loro. Non mi manca la scuola e non sono preoccupata perché ancora non so cosa vorrei fare in futuro.

Lucy, 11a – Da quando siamo tornati a fare homeschooling la vita è cambiata. Mi piace andare a fare shopping o  guardare vestiti nuovi. Le cose non sono più come prima. A volte bisogna prendere un appuntamento per andare in un negozio, ma poi succede la settimana dopo il negozio è chiuso. Si può andare nelle città più grandi, e solo con la mascherina. È come se l’aria ti venisse portata via. Io non vedo i miei amici, perché io non voglio ammalarmi. Il contatto sociale è minore a causa del  COVID-19. Il mio contatto  è soltanto  con un mio amico o con la mia famiglia. Io vado a prendere un gelato con lui o noi facciamo una camminata, perché con l’inizio del lockdown io ho più tempo per fare qualcosa con miei fratelli o la mia famiglia. Mi piace la situazione con la scuola distanza perché io posso fare i miei compiti a casa e io non ho il pensiero di andare a scuola. Io non ho paura per il futuro anche perché ho una visione ben chiara del mio futuro.

CdI maggio

 

 

 

 

Poeti italiani in Germania: l’incontro del 2 maggio con Giuseppe Giambusso

 

Dortmund – Il 2 maggio, alle ore 18.00 sulla piattaforma zoom, la giornalista Lucia Conti (direttrice ed editrice del quotidiano online di Berlino “Il Mitte”) ha incontrato in diretta il poeta Giuseppe Giambusso, autore della raccolta “Foto di ragazza senza gruppo”. Conti ha ripercorso con Giambusso i passaggi della sua vita di italiano emigrato in Germania e accompagnato il pubblico in un viaggio nella poesia dell’autore, che esprime la sua identità rifuggendo ogni stereotipo.

L’evento è stato organizzato dal Comites di Dortmund, con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e l partecipazione della consigliera Susanna Schlein, capo dell’Ufficio Emigrazione e Affari Sociali dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, di Marilena Rossi presidente del Comites di Dortmund e della studiosa Caroline Lüderssen, autrice della post-fazione di “Foto di ragazza senza gruppo”.

Il Comites di Dortmund spiega che all’interno della comunità italiana in Germania si è radicato, nel corso di quattro decenni, un gruppo di poeti che contribuisce in modo fondamentale all’integrazione, occupandosi incessantemente dell’attualità e dei cambiamenti della società. Chi scrive in italiano fuori della terra di origine apre la lingua e la tradizione italiana alla realtà europea. Chi scrive nella lingua del posto fa il lavoro inverso, introducendo contenuti tedeschi nella realtà europea. Le opere di questi poeti hanno raggiunto una maturità e una qualità tali da essere diventate oggetto di studio da parte di critici letterari e di giovani studenti liceali e universitari.

Uno di questi poeti è Giuseppe Giambusso, scrittore e insegnante, cofondatore della letteratura interculturale in Germania e di PoLiKunst (1980-1987), associazione di sostegno e promozione della cultura delle minoranze straniere in Germania.

Ha spesso collaborato con Istituti Culturali, Consolati e Università, ha partecipato al dibattito sulla “letteratura Gast” negli anni Settanta, ha curato diverse antologie e pubblicato contributi su numerose collane e riviste specializzate in didattica. Emigrato giovanissimo, volando dalla Sicilia dei campi e delle miniere di zolfo fino ai cieli del Nord Reno-Westfalia, in Germania, Giambusso pensa e vive in tre lingue, incluso il siciliano, ma non divide la sua vita in “partenza e arrivo” o “patria lasciata e patria trovata”. Né troviamo nelle sue poesie quella bruciante nostalgia propria di una certa letteratura della migrazione. Giambusso cerca infatti la sua identità in modo fluido, senza dare nulla per scontato. A volte le sue tre lingue si isolano e litigano tra loro (Giambusso parla di “solitretudine”), a volte invece i paesaggi attraversati nella vita si fondono e diventano la risultante della sua identità. In questo processo il tono delle sue poesie è spesso lambito dall’ironia di chi sa che il fluire del tempo è una sorta di eternità in corsa, destinata a investire tutto e tutti, trasformando i post-moderni in moderni e alla fine tutti quanti in antichi. E di questo sorride, con distacco. Perché anche di fronte al tempo che travolge con la forza di un treno, e forse proprio per questo, Giambusso riesce a trovare il senso della vita calandola nel momento, nell’emozione riconosciuta e quindi autentica, nelle mille sfumature delle molteplici esistenze che ognuno di noi conduce.

Come riportato da Caroline Lüderssen, Giambusso contrappone una “pura esistenza di affetto a tutto il resto” e ha una valigia vuota “pronta ad accogliere le esperienze e fermentarle, non importa la direzione di marcia”.

La copertina di “Foto di ragazza senza gruppo” è stata realizzata utilizzando la prima foto regalata a Giuseppe Giambusso da Anna, compagna di una vita, quando si sono messi insieme ed erano entrambi giovanissimi.

Una foto analogica, questa, legata a un’esperienza emotiva e a una consapevolezza che dà senso alla poesia e forse anche alla raccolta. Non vogliamo spiegare perché e togliere ai lettori il piacere di leggere il libro e scoprire cosa ci sia dietro a quell’immagine. Dip 3

 

 

 

Francoforte. “Marcella Continanza e il dono della poesia che non muore”

 

Ricordando la giornalista e poeta lucana Marcella Continanza nel primo anniversario dalla sua scomparsa - di Alessandra Dagostini

   

    “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” – ci confida Vinícius de Moraes nella sua “Samba delle benedizioni”. Proprio come amava ripetere Marcella Continanza, Cavaliere all’Ordine del Merito della Repubblica Italiana, giornalista professionista e poeta lucana, che sul valore dell’incontro e dell’alterità ha intessuto le trame della sua esistenza. Scomparsa il 29 aprile 2020 a Francoforte sul Meno, dove aveva vissuto e lavorato per oltre venti anni, ancora fa parlare di lei il suo ricordo, sempre vivo nel cuore di chi l’ha conosciuta e amata.

    Ideatrice e promotrice di importanti eventi culturali, tra cui il Festival della Poesia Europea di Francoforte, sua meravigliosa creatura, nella città di Goethe aveva fondato e diretto il Giornale delle italiane in Germania, “Clic Donne 2000”, e l’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra”, intitolata alla poetessa cinquecentesca dell’antica Favale, oggi Valsinni. Originaria di Roccanova, in provincia di Potenza, Marcella ammirava tanto la petrarchista valsinnese, sua conterranea, madrina e ispiratrice del suo percorso culturale.

    “Vestale della tua storia / resti tra la valle e il Sinni: / solitario papavero ferito / come rimpianto di grano” – così recitano alcuni versi di Marcella a lei dedicati, il cui effetto detonante è pari alla delicatezza delle immagini. Ed è proprio sotto il segno di Isabella Morra che è nato il mio sodalizio amicale e professionale con Marcella. Come nel film “Sliding Doors”, quando è sempre un incontro inatteso, di certo non casuale, a cambiarti la vita.

    All’epoca io stavo lavorando alla mia tesi di Laurea in Letteratura del Rinascimento sulla poetessa lucana e la scoperta improvvisa di quei versi mi condusse da Marcella sulle sponde del Meno, che stava scrivendo in quei giorni il suo terzo romanzo, “Io e Isabella”, dedicato alla Morra. Quando parlammo per la prima volta al telefono, le dissi in tono quasi categorico: “Se lei finisce in tempo il suo lavoro su Isabella, la inserisco nella mia tesi!” E così accadde. Marcella mantenne la sua promessa, pubblicando il romanzo nel 2007 e citandomi tra i ringraziamenti in calce al testo, il “lei” divenne “tu”, e cominciò così il più stimolante, variegato e proficuo viaggio culturale e umano della mia vita. Qualche anno dopo, anche io pubblicai la tesi e mantenni la mia promessa, mettendo quei versi, che tanto mi avevano colpito, in epigrafe al mio testo. Da allora Marcella non ha mai perso occasione per ricordare come la vita fosse per davvero l’arte dell’incontro e di quanto Isabella Morra fosse capace di travalicare il tempo e lo spazio con la sua disarmante energia poetica.

    Alla poetessa dei calanchi la Continanza non ha mai smesso di dedicarvisi nel corso degli anni, facendo da ponte tra la Germania e l’Italia: dopo il romanzo, si sono susseguiti seminari, incontri didattici, presentazioni, recital, nuovi testi poetici fino al suo ultimo commovente omaggio, “Il Cantico di Isabella Morra”, affidato alla voce recitante di Anna Spagnuolo e presentato in anteprima a Castellammare di Stabia  nell’ambito dello Stabia Teatro Festival 2019, con la direzione artistica di Luca Nasuto e in collaborazione con l’Associazione Culturale “Achille Basile – Le ali della Lettura”, presieduta da Maria Carmen Matarazzo.

    Marcella era una donna poliedrica, cosmopolita, rivoluzionaria. Ardeva nei suoi occhi la fierezza di chi si è fatta da sola, senza chiedere niente a nessuno, di chi ha combattuto le sue battaglie di genere, senza mai arrendersi, di chi non ha ceduto all’arroganza del potere, senza mai pentirsene, di chi ha cavalcato come una valchiria inseguendo la sua sorte, forte del suo bagaglio culturale, dei suoi viaggi e della sua esperienza. Un sentiero ben evidente scavato con le unghie e con i denti che costituisce il suo più grande lascito spirituale. Proprio come Isabella Morra, che ha osato sfidare, sexum superando, le convenzioni sociali della sua epoca, facendo della scrittura una ragione di vita. Molto spesso Marcella si sovrapponeva a Isabella e viceversa, a colpi di “possessione letteraria”, a tal punto da non riuscire più a scindere, a volte, l’una dall’altra. 

Nell’intera opera della Continanza che ha abbracciato tutti i generi letterari, dalla narrativa alla poesia, dalla scrittura saggistica al giornalismo, esplode una passione del tutto femminile che ha sempre fatto i conti con il suo destino di donna e artista, resistente alle intemperie, come il pino loricato della sua Lucania, ma al tempo stesso fragile, come il “vetro” dei suoi ultimi giorni. Tutto ciò che possediamo di lei non può non avere una valenza comunicativa autonoma in cui riconoscersi e rispecchiarsi. Come in tutte le cose da lei amate, testimonianza viva di quello che è stata e degli insegnamenti che ci ha saputo trasmettere nel tempo.

    In questo primo anniversario della sua morte, che ancora ci lascia increduli, non si possono non menzionare tutti i più disparati interessi che hanno contraddistinto il suo iter umano e professionale. In primis, quello del cinema, cui Marcella aveva votato l’intera esistenza, fondando nel 1984 a Milano la prima rivista di cinema in edicola, “Vietato fumare: tutto cinema e dintorni”, dedicando saggi a Totò e a De Sica, e ritagliando uno spazio all’interno del Festival della Poesia Europea, “Schermo Poetico”, riservato alla rassegna di film che parlano di poesia, come “Poesia che mi guardi” di Marina Spada, ispirato alla figura di Antonia Pozzi, o “Alda Merini. Una donna sul palcoscenico” di Cosimo Damiano Damato. Idea, questa, poi sfociata nell’antologia bilingue “Poesia al Cinema / Poesie im Film”, da lei curata e pubblicata nel 2017.

    Un solo sogno era rimasto incompiuto nella sua vita. Quello di poter realizzare un film su Isabella Morra che portasse sullo schermo il suo romanzo, già concepito e scritto come se fosse una sceneggiatura. Due erano i nomi su cui le piaceva fantasticare, quando si parlava di questo progetto: Violante Placido e George Clooney, l’una perfetta nel vestire i panni di Isabella, l’altro nel vestire quelli del poeta italo-spagnolo Diego Sandoval de Castro, con cui si intrecciò la singolare storia d’amore e di morte della poetessa di Valsinni. Non me ne voglia, tuttavia, il buon Clooney, oggi un po’ troppo in avanti con gli anni per interpretare il ruolo del giovane caballero del Cinquecento, che calzerebbe, invece, a pennello al divo di maggior successo delle soap turche del momento, Can Yaman. Sono sicura che anche Marcella avrebbe dato la sua approvazione, se l’avesse conosciuto, lei che aveva una così grande predilezione per la Turchia. E chissà che un giorno questo sogno non si avveri, con lo zampino suo e quello di Isabella Morra, uniti da lassù.

“E - poi riposerò / nella neve / dell’assenza; / quest’ora / senza peso / di memoria / sarà / gomitolo / al mattino”. Versi icastici e nostalgici in cui Marcella sembra venirci ancora una volta incontro, lasciando in eredità ai posteri il dono della poesia che non muore. Ciao Marcella, maestra di luce, di vita e di poesia!

 

Dedico questa mia lirica inedita a Marcella Continanza e a Isabella Morra:

 

Isabella e Marcella

 

A te

mi condusse Isabella

nella metropoli straniera

 

e la voce del torbido Sinni

si schiarì

sulle sponde del Meno.

 

Avevi di lei

negli occhi

le stesse distese di papaveri e grano.

 

Avevi di lei

nella carne

lo stesso impasto di calanchi e poesia.

 

Avevi di lei

sulla pelle

la stessa resistenza del pino.

 

A lei

ora ti ricongiungi

all’altra riva

riconoscendoti vestale della tua

sua - storia.

 

Ora che

Proserpina ti sfila dal dito

l’anello di Erato

e alle ali del falco consegna

l’eredità del tuo

suo - Cantico eterno.

 

Alessandra Dagostini, de.it.press

 

 

 

 

I temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

Web channel tutto di musica italiana.Due ore di musica, per 24 ore al giorno, che puoi ascoltare sulla nostra pagina internet, sulla app di Cosmo e su Spotify. E sulle frequenze di Cosmo il sabato mattina dalle 6 alle 8. Ascoltalo qui:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/channels/italia-channel-100.html

 

06.05.2021. Insieme contro la ‘ndrangheta

Maxi retata contro la 'ndrangheta in Italia e all’estero: 33 arresti. Un'operazione internazionale denominata “Platinum” ha impiegato 800 membri delle forze dell’ordine in Germania, Romania, Spagna e in tutta Italia. Ce ne parlano a Radio Colonia il procuratore di Costanza, Johannes Georg Roth, e il prof. Vincenzo Militello dell’Università di Palermo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-104.html  

 

05.05.2021. Napoleone. Moriva esule, sull’isola di Sant’Elena, duecento anni fa, il 5 maggio 1821: Napoleone Bonaparte. Lo storico Sergio Valzania gli ha dedicato un volume, edito da Sellerio, in cui ripercorre gli eventi più significativi della sua biografia, dalle grandi vittorie, al declino e alla sconfitta. A Radio Colonia, Valzania ci avvicina a questo protagonista della storia moderna.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/napoleone-100.html  

 

Sostegno psicologico

Depressione, ansia, attacchi di panico, difficoltà di relazionarsi con gli altri. Raccontare le proprie difficoltà in una lingua che non conosciamo è spesso davvero molto difficile. Uno sportello viene incontro agli italiani di Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/sostegno-psicologico-100.html  

 

04.05.2021. Aspettando il post pandemia. La campagna vaccinale che procede, la curva dei contagi in leggero calo, la voglia d’estate e di libertà ci proiettano in un futuro speriamo prossimo e senza virus. Ma cosa possiamo aspettarci e cosa ci insegna la storia a riguardo? Lo abbiamo chiesto a Gilberto Corbellini, professore ordinario di storia della medicina presso l’Università La Sapienza di Roma.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/post-pandemia-100.html  

 

Riciclo sicuro. È dappertutto, eppure vorremmo tutti poterne fare a meno: la plastica. Il riciclo è la risposta sostenibile al suo utilizzo. Sempre più spesso, su bottiglie e flaconi si legge che sono stati prodotti con plastica o PET riciclati. Ma truffare è semplice. Ne abbiamo parlato con Antonello Ciotti, presidente dell'Associazione Europea dei produttori di PET.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/plastica-riciclata-100.html  

 

03.05.2021. La RAI nella bufera. Da quasi due giorni monopolizza il dibattito politico italiano: il “j’accuse” di Fedez alla RAI, che ha cercato di censurare il suo intervento al Concertone del Primo maggio. La RAI non è nuova a questi scandali e non è nuova, soprattutto, alla censura. Lo sa bene Massimo Giannini, direttore del quotidiano La Stampa, ospite di Radio Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fedez-rai-censura-100.html

 

Procede la campagna vaccinale. A che punto è la Germania con la somministrazione dei vaccini? E quali vantaggi si prevedono per chi ha ricevuto entrambe le dosi? Di questo, ma non solo, abbiamo parlato a Radio Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/coronavirus-vaccinazione-100.html

 

30.04.2021. Badanti nella pandemia

In occasione della festa dei lavoratori del 1 maggio parliamo delle colf e dei badanti che spesso assistono anziani, malati o semplicemmte svolgono l'attività di aiuto domestico. Un lavoro diventato complicato e anche rischiosa a causa del covid. Ne parliamo con Rosaria Romani, legale della Federcolf.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/index.html

 

Roy Paci e il primo maggio a Taranto

Il concerto alternativo di Taranto quest'anno non si terrà né sul palco né in streaming. I musicisti vogliono esprimere solidarietà ai lavoratori del mondo dello spettacolo particolarmente colpito dalla pandemia. Ne parliamo uno dei direttori artistici del concerto, il noto musicista Roy Paci.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/roy-paci-primo-maggio-aranto-100.html  

 

Il dramma dei musicisti. I musicisti sono fra le vittime più colpite dal lockdown perché non possono esibirsi dal vivo e perché spesso hanno un passato di lavoro in nero che non gli può venire riconosciuto ora dallo Stato.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/dramma-dei-musicisti-100.html  

 

Speciale: Coronavirus. Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

 Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa: 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-584.html  

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

Guarda il nuovo video di “Vivere in Germania”. Questa volta ti spieghiamo 8 cose da sapere se stai cercando casa in affitto in Germania:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/vivere-in-germania-cercare-casa-100.html

 

29.04.2021. Un'occasione sprecata? Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato da Draghi l'economia circolare perde oltre il 30% degli investimenti. Un'occasione persa per una vera transizione ecologica, secondo Emanuele Bompan, direttore della rivista "Materia rinnovabile".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/circolare-economia-piano-100.html  

 

Troppi abusi sui minori

Lo rivela la nuova indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia. Ne parliamo con Federica Giannotta di Terre des Hommes, associazione co-autrice del dossier su mandato dell'Autorità garante per l'infanzia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maltrattamenti-minori-100.html  

 

28.04.2021. Il dibattito su stranieri e Covid-19 in Germania

I contagi da coronavirus sono spesso più alti nei quartieri di periferia, dove vivono molti più stranieri. Ma perché? E quali strategie ci sono in Germania per contrastare questa tendenza? L'approfondimento di Daniela Nosari.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/stranieri-covid-germania-100.html

 

La scienza al tempo del Covid. Stefano Gaburro, biologo, è direttore scientifico per una ditta che fornisce apparecchiature e materiali in ambito farmacologico, impegnata anche nella valutazione dei vaccini anticovid.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/stefano-gaburro-100.html  

 

Terroristi rossi arrestati in Francia. Sono sette ex terroristi, tra cui appartenenti alle Brigate Rosse ed un ex militante di Lotta Continua, tre sono in fuga. Sono accusati di atti di terrorismo risalenti agli anni ‘70 e ‘80. Ne parliamo con il giornalista esperto di terrorismo e Brigate rosse, Antonio Ferrari.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/terroristi-francia-100.html

 

27.04.2021. "Scippo al Sud". Secondo 500 sindaci del Meridione che sono scesi in piazza a Napoli il 25 aprile, il Recovery Plan del governo italiano non concede abbastanza fondi al Sud. Ai nostri microfoni tutto lo sconforto e la rabbia del blogger e meridionalista Pino Aprile.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sud-recovery-100.html  

 

India sull'orlo del collasso. Il Paese è nel caos, travolto da un'ondata di Coronavirus che ha messo in ginocchio il sistema sanitario indiano. Da giorni si superano i 300.000 nuovi casi al giorno. Le cause sono la variante indiana del virus, molto più contagiosa, e alcuni errori del governo. Ne parliamo con la corrispondente Ansa da Nuova Dehli, Rita Cenni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pandemie-indien-100.html

 

Sakura Pascarelli

Direttrice scientifica all’European XFEL di Amburgo, si propone di aiutare l’umanità in molte delle sfide che sta affrontando, anche quella contro i virus.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/sakura-pascarelli-100.html

 

 26.04.2021. Ecco il piano Draghi- Il Presidente del Consiglio ha presentato alla Camera il Piano nazionale di ripresa e resilienza e sugli obiettivi e i risultati che l’esecutivo attribuisce al Recovery fund. L'analisi dell'economista Mario Deaglio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/piano-draghi-100.html  

 

Più libertà ai vaccinati? Al vertice di oggi tra governo federale e Länder si è discusso su una possibile accelerazione della campagna vaccinale e se siano giuste maggiori concessioni a chi è già vaccinato.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vertice-vaccini-102.html   

 

I vaccini sono di tutti?

A tempo di record sono arrivati i vaccini ma nessun colosso farmaceutico al momento ha deciso di sospendere il brevetto e metterlo a disposizione di tutti. La questione non è solo comerciale ed industriale ma anche politica.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccini-sono-di-tutti-100.html

 

23.04.2021. La cura della memoria

Restaurare targhe e lapidi, riscrivere epigrafi cancellati dai vandali e dal tempo. È questo l'atto di "militanza" di Ilaria Laise, che ai nostri microfoni racconta questo progetto in difesa della memoria dei partigiani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cura-della-memoria-stolpersteine-100.html

 

La felicità secondo Cristicchi

Il viaggio alla ricerca della felicità raccontato nel suo ultimo libro. Lo scrittore e cantautore romano ai nostri microfoni racconta la gioia serve a mantenere «un equilibrio anche quando le cose nella vita non vanno per il verso giusto».

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/happynext-simone-cristicchi-100.html

 

 

Speciale: Coronavirus

Ascolta e riascolta qui tutti i nostri approfondimenti tra Italia e Germania, ma non solo, sul virus che sta cambiando la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/coronavirus-italia-germania-100.html

 

Vivere in Germania

Scopri il nostro formato video per rispondere alle domande più frequenti degli italiani che vivono in Germania. O che stanno pensando di trasferirsi. Guarda i video con Luciana Mella sulle cose più importanti da sapere sull’AIRE, sull’assicurazione sanitaria - la Krankenkasse -, sul sistema scolastico ma anche sul mondo del lavoro, su Hartz IV e altri sussidi e sulla ricerca di una casa:

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/dossier-e-speciali/vivere-in-germania-100.htl

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi e Elisabetta Gaddoni

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-582.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Il Comites di Francoforte si è trasferito nella nuova sede e presenta il suo nuovo progetto Alfadigital

 

In aprile il Comites della circoscrizione di Francoforte si è trasferito nella metropoli sul Meno, sulla Mainzer Landstraße, in prossimità di Platz der Republik. La vicinanza alla stazione centrale, al consolato e a varie associazioni e istituzioni italiane nonché alla Missione Cattolica ne fa un ottimo indirizzo per favorire e sviluppare il contatto e il dialogo con i nostri connazionali.

Ne parliamo con l’attuale presidente del Comites Katia Letizia Lohr.

Da quanto tempo eravate alla ricerca di una nuova sede?

Curiosamente, già da più di dieci anni erano stati fatti tentativi di trasferire la sede in un posto più facilmente raggiungibile. Nelle ultime elezioni del Comites del 2015 il trasferimento era anche uno dei punti del programma elettorale della lista vincente. Nel 2018 era stato anche fatta una raccolta di firme per spingere il Comites ad avere una sede più centrale. Non che gli sforzi non siano mancati in passato, ma come è noto gli affitti nella capitale della finanza per avere una sede agevole sono spropositatamente alti e al di là delle possibilità del Comites.

Ciò nonostante il l’attuale Presidenza si è fatta carico di lanciare un nuovo sforzo, forte della situazione immobiliare favorevole e di nuove forme di affitto più congeniali ed economiche.

Infatti la nuova sede è in un cosiddetto business center, in cui oltre ad un ufficio privato e accessibile 24 ore su 24 sono disponibili diverse sale riunioni e grossi spazi comuni condivisi con altre aziende e società che però li usano in orari diversi da quelli richiesti da un’istituzione come il Comites, i cui membri per lo più hanno tempo dopo il lavoro e al weekend. Questo significa un utilizzo quasi esclusivo e quindi una disponibilità piena. Economicamente, le spese di affitto sono equiparabili a quelle precedenti, essendo anche tutte le spese accessorie come telefono, internet, pulizie, elettricità etc. comprese nel canone.

Come è andato il trasloco?

Il trasloco stesso non è stato facile. La storica sede di Dreieich, dal 2003, molto più grande, ha dovuto venir sgombrata completamente, i mobili venduti o dati in beneficienza, i documenti non più rilevanti smaltiti in conformità di legge, i locali rinnovati. Tutto cercando di risparmiare il più possibile, coinvolgendo quindi i consiglieri e le loro braccia. Chi ha fatto un trasloco sa quanto lavoro e quanta fatica significhi. A causa della distanza e dell’età avanzata, solo una piccola rosa di consiglieri ha potuto contribuire in maniera rilevante, la sig. Damascato, la sig. Schiavano e l’avv. Tallarico in primis.

Avete orari fissi di apertura al pubblico?

Il Comites non offre orari fissi di apertura al pubblico, ma chi desidera incontrare il Comites nella nuova sede può richiedere un appuntamento. Anche l’inaugurazione ufficiale sarà affidata a tempi migliori. Inoltre la sede è utilizzata anche dal progetto del Comites “Alfadigital”, che assiste gli italiani per richieste online e per aiutare i connazionali nella acquisizione di competenze digitali.

Nella foto: Il logo del progetto Alfadigital. Foto di ©Comites Ffm

Che cosa è Alfadigital?

Alfadigital è l’abbreviazione di Alfabetizzazione Digitale. Si tratta di un progetto, ideato dal Comites di Francoforte e finanziato dal Ministero degli Esteri, per migliorare e supportare le competenze digitali degli Italiani all’estero. Il progetto ha avuto un’ottima risonanza a livello nazionale, tanto che diversi altri Comites in Germania, come quello di Stoccarda o di Monaco, conducono progetti similari.

Qual è lo scopo di questo progetto?

Lo scopo è di istituire un servizio di “alfabetizzazione digitale” che metta in grado gli italiani di accedere a tutti quei servizi offerti in maniera digitale necessari alla normale vita quotidiana. Il problema più impellente per gli italiani all’estero al momento è accedere ai servizi consolari online, specialmente per la richiesta della carta d’identità che, essendo una necessità basilare, ha un’alta priorità. In un secondo tempo è pensabile una collaborazione con le autorità tedesche per i servizi online a loro inerenti (Arbeitsamt, Anwohnermeldeamt, etc.)

La persona che si occupa del servizio è un esperto nel campo digitale?

Gli operatori del progetto sono studenti di informatica di semestri avanzati e quindi “digital natives”, che hanno molta dimestichezza con il mondo digitale. Ma abbiamo anche cercato profili di persone con spiccate competenze sociali e pedagogiche, molto importanti per comunicare e far comprendere i contenuti in maniera semplice. Anche lo scambio intergenerazionale è un motivo che ci ha spinto a cercare persone giovani che possano interagire con una fascia di età medio-alta (ma non in tutti i casi) creando nuovi ponti tra gli italiani all’estero. La coordinatrice è Noemi Bontempo, laureata in lingue e studentessa di informatica.

Cosa offre di specifico il progetto e chi può usufruire di questo servizio?

Il progetto offre assistenza diretta per accedere ai servizi delle pubbliche amministrazioni italiane, cioè per richiedere la carta d’identità elettronica, la registrazione all’AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero, obbligatoria per tutti gli italiani che risiedono all’estero da più di un anno) o lo SPID, il Sistema Pubblico d’Identità Digitale con cui si può accedere ai servizi online della pubblica amministrazione italiana (per esempio all’Agenzia delle Entrate). La seconda colonna su cui poggia il progetto è l’aiuto concreto per temi digitali, quali l’acquisizione di una casella di posta elettronica, o l’uso di apps basilari per la comunicazione. Questo servizio verrà offerto – appena la pandemia lo permetterà – anche sotto forma di workshops di alfabetizzazione digitale di base. Alcuni workshop saranno anche rivolti ai cosiddetti moltiplicatori, cioè a chi desidera imparare meglio a usare gli strumenti digitali per aiutare altre persone, come corrispondenti consolari, associazioni, o semplicemente privati. Il servizio che offriamo è limitato agli italiani all’estero della circoscrizione di Francoforte, chi risiede in una circoscrizione diversa può rivolgersi al proprio Comites di competenza per informarsi sull’offerta in loco.

Il connazionale a chi si deve rivolgere per ricevere aiuto. Avete degli orari di apertura?

Basta chiamare il 069 24745172 per ricevere un appuntamento il lunedì dalle 17:00 alle 19:00. Si può anche chiamare fuori degli orari d’apertura, in quel caso si attiva la segreteria telefonica ma si viene richiamati al più presto. Gli appuntamenti possono essere poi o di persona o – in particolare in tempi di pandemia – telefonici il martedì e il giovedì dalle 17:00 alle 19:00. Oppure basta mandare un’email con i propri dati a digital.comites.ffm@gmail.com. Tutte le informazioni sono sul nostro sito www.comites-francoforte.com  e sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/ComitesFrancoforte/  Licia Linardi, CdI maggio

 

 

 

 

Il programma de ILfest - Italienisches Literaturfestival München è online! 

 

Il tema di quest’anno è Mappe: spaziando dal Friuli alla Sicilia, con 8 autori e autrici e i loro protagonisti tracceremo una mappa della geografia fisica, sentimentale e culturale che ciascuno di loro – e di noi – reca in sé. Ma parleremo anche di gialli, di crisi della competenza, di rapporto genitori-figli, di duplice identità per chi vive all’estero, e naturalmente di lingua italiana.

Gli eventi avranno luogo online in italiano con traduzione simultanea o consecutiva in tedesco.

 

Perciò, se ancora non lo avete fatto, è il momento di correre a segnarvi la data dell'11-13 giugno e tenervi liberi!

Campagna Crowdfunding: ILfest cresce e ha bisogno di voi!

Attraverso la piattaforma Startnext.com abbiamo creato una campagna di raccolta fondi per ILfest, qui trovate i link per sostenerci:

https://www.startnext.com/ilfest-italienisches-literatur - campagna in tedesco

https://www.startnext.com/en/ilfest-italienisches-literatur - campagna in italiano

 

Potrete contribuire con un importo libero oppure scegliere tra le varie forme indicate, cui corrispondono vari “ringraziamenti”: 

- 5,- € corrispondente al biglietto simbolico per singolo evento di ILfest 2021

- 15,- € borsa in tessuto con il logo e l’immagine di ILfest 2021 (incl.spedizione)

- 25,- € biglietto simbolico per singolo evento + 1 libro a scelta tra gli autori di ILfest 2021 (incl. spedizione)

- 30,- € abbonamento simbolico per tutti gli 8 eventi di ILfest 2021

- 40,- € abbonamento simbolico ILfest 2021 + borsa in tessuto (incl.spedizione)

- 300,- € sponsor ILfest

 

Perché vi stiamo chiedendo un contributo al Festival?

ILfest riceve finanziamenti pubblici, ma per organizzare un festival come quello che già ha raccolto tanto successo nel 2019, abbiamo bisogno di voi e del vostro sostegno.

Con questa campagna il nostro scopo infatti non è solo quello di compensare il mancato ricavo dei biglietti d’ingresso, ma di raggiungere una cifra che ci consenta di organizzare un festival di qualità, coprendone i costi di realizzazione e retribuendo in maniera adeguata il lavoro di tutte le persone coinvolte - autori / moderatori / interpreti / tecnici / organizzatori -, lavoro che sussiste indipendentemente dal fatto che ILfest abbia luogo in presenza o online. 

Sostenete il festival; per continuare a condividere idee, emozioni e riflessioni il vostro contributo è importante. E di questo vi ringraziamo fin d'ora.

Ci vediamo a ILfest dall’11 al 13 giugno, vi aspettiamo numerosi! ILfest

 

 

 

 

Amburgo. Il 18 maggio incontro online dedicati al tema della traduzione

 

Amburgo. L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo sostiene il progetto della casa editrice NONSOLO Verlag di Friburgo, che ospiterà sulla propria piattaforma online di zoom, dopo l’incontro di giovedì 6, un ulteriore appuntamento anche martedì 18 maggio, alle ore 19, con autori e traduttori sul tema della traduzione.

Al primo incontro, il 6 maggio, ha partecipato la traduttrice Christiane Burkhardt che ha parlato con la lettrice Irene Pacini delle traduzioni in tedesco delle opere di Paolo Di Paolo e Demetrio Paolin. La moderazione della serata è stata a cura di Carmen Morese, direttrice del Goethe-Institut di Napoli.

Martedì 18 maggio è in programma una conversazione tra la traduttrice Ruth Mader-Koltay e la lettrice Irene Pacini, che si scambieranno opinioni sulle traduzioni in tedesco delle opere di Anna Pavignano e Igiaba Scego. La moderazione sarà questa volta a cura della Prof.ssa Dr. Sabine Schwarze, ordinaria di linguistica romanza all’Università di Augusta (ulteriori informazioni sulla serata sono visibili cliccando su https://bit.ly/3nSXCvx.).

L’incontro è in tedesco. Le autrici e gli autori saranno presenti con un breve video, in italiano con i sottotitoli in tedesco, mentre parteciperanno di persona all’incontro conclusivo previsto per il 2 ottobre a Stoccarda.

Il ciclo di conferenze è ideato e organizzato dalla casa editrice in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura di Stoccarda, il Centro italo-tedesco per il dialogo europeo “Villa Vigoni”, l’Istituto italiano di cultura di Colonia, l’Università di Augusta e il Goethe-Institut di Napoli. Il progetto è stato realizzato grazie al contributo della Commissione per la Cultura e i media del Governo federale tedesco, dell’Associazione delle traduttrici e dei traduttori tedeschi e del programma “Neustart Kultur”, voluto dal Governo Federale per attutire la situazione di emergenza nel settore culturale in seguito al Covid 19.

Questo ciclo di dialoghi offre al pubblico la possibilità di conoscere in modo esclusivo il lavoro della traduzione letteraria e promuove allo stesso tempo il dialogo tra traduttore/ice, editore/ice e autore/ice. Vengono analizzate le opere dei/delle seguenti autori/autrici: Anna Pavignano, Igiaba Scego, Paolo Di Paolo, Demetrio Paolin, Nicola H. Cosentino und Giulia Corsalini.

Per le chiavi di accesso alla manifestazione del 18 maggio consultare il sito di Nonsolo Verlag: https://nonsoloverlag.de. Il progetto è inoltre sostenuto dagli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Berlino, dal Consolato d’Italia in Friburgo e da ILfest, Festival della Letteratura italiana di Monaco di Baviera. Dip 8

 

 

 

 

Dopo Angela Merkel: Laschet, Baerbock oppure Scholz?

 

È finita l’era Angela Merkel, che è Cancelliera della Repubblica Federale di Germania dal 22 novembre del 2005.

Dopo sedici anni a Capo del governo della Germania è giusto parlare di “era” e come per tutte le “ere” spetterà al futuro dare un giudizio equilibrato e oggettivo al lavoro politico di questo personaggio che, sin da ora, è sicuramente nell’elenco dei politici più conosciuti al mondo.

Finita un’epoca ne comincia un’altra?

Difficile da dire. Difficile prevedere se le elezioni per il rinnovo del parlamento tedesco, Deutscher Bundestag, del prossimo settembre segneranno la nascita di una nuova era politica contrassegnata da una personalità storicamente stabile.

Vediamo insieme chi si candida (considerando per il momento solo i tre candidati dei partiti maggiori) e ricordiamoci però che il cancelliere della Germania non è eletto direttamente dal popolo. Il cancelliere è eletto dal parlamento e contano pertanto le maggioranze tra i partiti lì rappresentati.

La consuetudine tedesca vuole comunque che i partiti si presentino alle elezioni con un Leader e che le elezioni siano centrate su questa personalità aspirante alla poltrona di cancelliere.

Cominciamo dal candidato più vicino ad Angela Merkel per appartenenza allo stesso partito politico, anzi alla stessa Unione di partiti che è la CDU/CSU.

 

Armin Laschet

Proprio in questo binomio sono nate per il candidato Armin Laschet non poche difficoltà. All’interno dell’Unione, supportato dai sondaggi che lo vedevano ai vertici delle simpatie, ha alzato la mano anche il bavarese Söder, capo della CSU e Ministro Presidente della Baviera, annunciando la sua disponibilità alla candidatura. Una settimana di discussioni, un poco di tira e molla e poi alla fine è prevalsa la candidatura di Armin Laschet, che è il governatore del Nord Reno Vestfalia, capo della CDU e che ha preteso di non fare la stessa fine di Annegreth Kramp-Karrenbauer che è stata già segata subito dopo essere stata eletta alla presidenza del partito CDU.

Laschet è stato comunque molto presente agli occhi dell’opinione pubblica nazionale durante la gestione della pandemia con una certa voce in capitolo, essendo il capo del governo di un Bundesland che conta circa venti milioni di abitanti.

Armin Laschet è saltato su un’altalena che oggi lo alzava alla guida delle strategie di gestione della crisi e domani lo abbassava a fanalino di coda a causa delle infezioni che a casa sua salivano alle stelle.

Il sessantenne Laschet, giurista, figlio di minatori, è Ministro Presidente del Nord Reno Vestfalia dal 2017 e governa con un patto di governo con i Liberali della FDP.

Ha liquidato il vecchio governo SPD-Verdi nel suo Bundesland ed è proprio con i Verdi che è in pieno contrasto, sostenendo un passaggio giudicato troppo morbido e lento dall’industria pesante, acciaio e carbone, a quella più ecologica che sembra essere destinata definitivamente al futuro dell’economia tedesca.

 

Annalena Baerbock

Veniamo ora ai Verdi. Lo scontro frontale con Laschet è scontato. La personalità dell’aspirante verde alla cancelleria è l’opposto contrario del candidato conservatore Laschet. Parliamo di Annalena Baerbock che dal 19 aprile scorso è la candidata alla cancelleria designata dai Verdi “Die Grünen”.

La quarantenne Annalena Baerbock è una dei due Presidenti dei verdi dal 2018 e proprio da quella data i consensi sono aumentati, raggiungendo il 20%. La Baerbock, nativa di Hannover, si sente a suo agio sotto i riflettori. Rappresenta, infatti, una ventata di gioventù nella politica tedesca visibilmente invecchiata. È dinamica, ha la battuta pronta e, a quanto pare, tutte le carte in regola per raccogliere consensi anche dalla fascia elettorale più giovane, quella cioè che tutti i venerdì scende in piazza per un futuro verde e migliore, pulito ed ecologico.

Le reali possibilità della Baerbock, giurista e laureata anche in scienze politiche, non sono da sottovalutare. Si consideri che i Verdi non sono più quelli di una volta, incatenati agli alberi del bosco destinato a scomparire. Una fascia di elettori tradizionalmente conservatrice e, non per ultimo, imprenditoriale, vede nei verdi il riflesso di buona parte della proprie aspirazioni e interessi.

La Baerbock ha piuttosto il problema di tenere a freno il suo lato più moderno e dinamico, per convincere la parte più borghese dei simpatizzanti e anche la parte più conservatrice, cioè quella che, per intenderci meglio, parla di “difesa del creato” al posto di “difesa dell’ambiente”.

Se la Baerbock riesce poi a convincere i capitani d’industria che immettono capitali sul mercato dei nuovi settori destinati all’economia verde, ha tutte le possibilità di mettersi al posto della Cancelliera o, almeno, al fianco di un ipotetico nuovo capo del governo federale.

 

Olaf Scholz

E veniamo alla SPD, Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il partito che è stato rappresentato da cancellieri veramente storici del calibro di Willy Brandt e Helmut Schmidt (Schröder è meglio non citarlo in questo contesto). La SPD ha deciso molto presto, già nel mese di agosto del 2020, e senza conflitti interni, al contrario degli altri partiti, chi piazzare alla candidatura della cancelleria. Si tratta dell’attuale Ministro delle finanze Olaf Scholz, che già nel 2017 aveva avanzato ambizioni di candidatura per la cancelleria. Passato quel treno, ora è la volta sua. Scholz è nato nel 1958 a Osnabrück, è avvocato e ancora oggi è iscritto all’albo degli specialisti in Diritto del Lavoro.

Scholz è stato capo della SPD dal 2001 al 2004. È stato Borgomastro di Amburgo ed è Vice Cancelliere. La carta vincente di Scholz è la sua esperienza e la facoltà di apertura al dialogo sia con la CDU/CSU sia con i Verdi.

Durante la gestione della pandemia ha assolto un ruolo rassicurante e un atteggiamento pacato, gestendo aiuti finanziari e contributi amministrati con un consenso relativamente largo.

La SPD è comunque in profonda crisi e, tutto sommato, Olaf Scholz non ha nulla da perdere anzi, potrebbe essere il terzo che gode tra i due pretendenti. Se riuscisse a piazzare la SPD in un futuro accordo di governo, dal suo punto di vista avrebbe comunque già vinto le elezioni.

Non si accettano scommesse. È però evidente che i tempi delle maggioranze assolute in Germania è definitivamente passato. Aldo Magnavacca, CdI/Maggio

 

 

 

 

Il Sottosegretario Di Stefano inaugura prima “task force settoriale” tra sistemi fieristici italiano e tedesco

 

ROMA – Il Sottosegretario Di Stefano ha inaugurato nei giorni scorsi la prima “task force settoriale” tra sistemi fieristici di Italia e Germania nell’ambito della Fiera “DRUPA Digital”, principale manifestazione tedesca dedicata alle macchine per la stampa. L’incontro fa parte di una serie di occasioni di confronto che coinvolgeranno le rispettive associazioni di categoria di vari settori con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i sistemi fieristici italiano e tedesco.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti di ACIMGA (Associazione costruttori italiani macchine per l’industria grafica, cartotecnica, cartaria di trasformazione e affini) e di VDMA (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau, principale associazione della meccanica strumentale tedesca), oltre agli organizzatori della Fiera DRUPA.

“Le fiere sono fondamentali componenti della promozione dei nostri prodotti – ha dichiarato il Sottosegretario – in questo caso dei macchinari, che non a caso sono la prima voce del nostro export.”

Italia e Germania hanno i principali sistemi fieristici europei per dimensioni e fatturato, e sono rispettivamente al quarto e al terzo posto a livello mondiale. L’impatto della pandemia, con la conseguente chiusura degli eventi fieristici in presenza, ha causato ingenti perdite al settore e all’indotto.

“Fin dall’inizio della pandemia – ha aggiunto Di Stefano – abbiamo sostenuto il comparto fieristico, con l’obiettivo di arrivare presto ad una riapertura in sicurezza, che infatti potrà avvenire il 15 giugno prossimo. Non a caso abbiamo dedicato uno dei sei pilastri del Patto per l’Export alle fiere, oltre a importanti strumenti finanziari.”

La Farnesina ha promosso un più stretto dialogo e coordinamento tra i sistemi fieristici dei due Paesi, a partire dalla lettera firmata congiuntamente dal Sottosegretario Di Stefano e dal suo omologo al Ministero dell’Economia e dell’Industria tedesco Ulrich Nussbaum e indirizzata alle principali associazioni rappresentative del settore, ovvero AEFI (Associazione Esposizioni e Fiere Italiane) e CFI (Comitato Fiere Industria) per l’Italia e AUMA (Ausstellungs und Messe Auschuss der Deutsche Wirtschaft) per la Germania.

“Crediamo che l’approccio cooperativo sia quello vincente in questo settore strategico. Abbiamo voluto questo tavolo di confronto tra le rispettive associazioni di categoria proprio per continuare l’opera di coordinamento tra fiere di settore italiane e tedesche” – ha concluso il Sottosegretario.

L’Italia è uno dei maggiori produttori mondiali di macchine grafiche, cartarie, cartotecniche e per il converting, con circa 250 aziende (soprattutto PMI), che presentano caratteristiche di alta specializzazione, funzionalità e con una forte vocazione all’esportazione: il nostro Paese è tra i primi tre esportatori al mondo dopo Germania e Cina, con una quota di mercato di quasi il 10%.

Il secondo incontro della “task-force settoriale” nel settore fieristico tra Italia e Germania è previsto in Italia, nel mese di giugno, a margine della manifestazione “Print4All Conference – Future Factory”, organizzata da ACIMGA.

Inform/dip 27

 

 

 

Biennale musica 2021 di Venezia: sul canale YouTube del Consolato di Francoforte l’intervista a Lucia Ronchetti

 

Francoforte/M.  – E’ online, sul canale YouTube del Consolato Generale d’Italia a Francoforte, ItalyinFFM, la presentazione-intervista del programma della Biennale Musica 2021 di Venezia, programma presentato in prima assoluta a Francoforte sul Meno dalla direttrice artistica nonché compositrice italiana Lucia Ronchetti.

Intervistata da Michele Santoriello e Maria Cristina Belloni dell’ufficio culturale, insieme al critico musicale Stefano Nardelli de Il giornale della musica, la neodirettrice ha presentato la 65^ edizione del Festival di Musica Contemporanea, che si terrà dal 17 settembre 2021 a Venezia.

Nella videointervista Lucia Ronchetti ha illustrato le sezioni e i temi della kermesse musicale, che quest’anno porta il titolo “Choruses – Drammaturgie vocali ” e pone la voce al centro di una serie di eventi, tra cui concerti, istallazioni sonore, performance sperimentali, happening vocali, un’opera processionale e un lavoro di teatro musicale da camera. Un programma che prevede il coinvolgimento e l’utilizzo di prestigiose istituzioni culturali della città di Venezia, la partecipazione di ensemble corali veneziani – la Cappella Marciana e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia – accanto ad alcuni tra i più rappresentativi ensemble europei, come il Theatre of Voices di Copenhagen, il SWR Vokalensemble e i Neue Vocalsolisten di Stoccarda, l’ensemble vocale Sequenza 9.3 e il parigino Accentus.

Infine, come compositrice, Lucia Rocchetti ci ha parlato della sua ultima opera, “Inferno”, un‘opera che prossimamente sarà rappresentata all’Oper Frankfurt, soffermandosi  sulle numerose complessità del poema dantesco, la scelta della lingua, la trasposizione in musica del verso dantesco, la visionarietà delle immagini del sommo Poeta.

L’intervista completa si può visionare cliccando su questo link: https://youtu.be/OKFx43z2pxs (Inform/dip 5)

 

 

 

 

Bayern campione di Germania: trentunesimo titolo, nono in fila

 

Il Bayern Monaco non deve neanche attendere di scendere in campo per celebrare il trentunesimo titolo di campione di Germania, il nono consecutivo. Decisiva infatti la sconfitta del Lipsia, unica squadra che poteva insidiare i bavaresi, contro il Borussia Dortmund. Grande spettacolo al Signal Iduna Park dove i gialloneri si portano sul 2-0 col gol in avvio di Reus e il raddoppio a inizio ripresa di Sancho. Il Lipsia di Nagelsmann, futuro allenatore del Bayern, reagisce e arriva al pari con Klostermann e Dani Olmo, ma a tre minuti dal 90' colpisce ancora Sancho, che regala il titolo ai bavaresi ma soprattutto rilancia i gialloneri nella corsa a un posto in Champions. Poi il Bayern in campo ci è sceso, purtroppo per il Borussia Moenchengladbach che è stato travolto 6-0: tripletta di Lewandowski al 2' e al 34' del primo tempo, al 21' della ripresa su rigore. E poi: Mueller al 23' del primo tempo, Coman al 44' del primo tempo e Sané al 40' della ripresa. Lewandowski è arrivato a tagliare il traguardo delle 39 reti in campionato: la Scarpa d'Oro, di fatto, è sua.

In Champions conta di tornare anche il Wolfsburg, che puntella il terzo posto grazie al 3-0 sull'Union Berlino firmato dalla tripletta di Brekalo mentre la disastrata stagione dello Schalke prosegue a Hoffenheim, dove i Koenigsblauen - da tempo retrocessi - chiudono il primo tempo avanti di due gol salvo poi perdere 4-2. Finisce invece senza reti fra Werder Brema e Bayer Leverkusen: un punto che serve poco a entrambe. LR 8

 

 

 

 

Ue. Per imparare la lezione del sofa-gate non serve modificare i Trattati

 

Il cosiddetto sofa-gate ha mostrato un’Unione europea nei gesti dei suoi rappresentanti, incoerente e fragile nella sua proiezione esterna; proprio sulla frontiera storicamente più difficile e complessa: quella orientale.

Quella “frontiera” tre giorni dopo il premier italiano Mario Draghi ha voluto per certi versi marcare con parole nette, nel segno dei valori europei (di fronte al leader turco, ha affermato, occorre essere franchi “nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti, di visioni, di società”) che marcano la differenza tra Paesi con cui si deve “cooperare” più che collaborare.

Queste due vicende, al di là dei turbamenti diplomatici che hanno creato (a Bruxelles come a Roma e Ankara), propongono nodi essenziali che l’Unione si trova di fronte ma, a ben vederle, anche possibili soluzioni.

Che l’Unione abbia un “esecutivo duale” è un dato di fatto. Il Consiglio europeo con il Trattato di Lisbona non solo fornisce orientamenti e impulsi, ma sempre più è divenuto la sede dove vengono prese tutte le principali decisioni politiche dell’Unione. Sempre il Trattato di Lisbona ha confermato però il ruolo della Commissione cui spetta la gestione delle tradizionali politiche dell’Unione.

Ora, il ruolo dell’Unione sulla scena internazionale passa prima di tutto nella proiezione di queste politiche integrate con cui si è costruito il mercato unico.

Al di là degli errori di protocollo e della pubblica umiliazione che ha prodotto l’immagine del tranquillo accomodarsi del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a fronte dell’imbarazzo della numero uno della Commissione Ursula von der Leyen, l’Unione europea ha accettato, nel palazzo presidenziale turco, davanti un ospite incurante, di far sedere, defilata sul divano l’unica donna presente, ma soprattutto la titolare dei temi che più pesano nel complesso negoziato con Ankara (il sostegno finanziario e la politica dei visti).

Ad Ankara, come negli altri negoziati, ed anche nelle conferenze multilaterali, l’Unione potrebbe ben presentarsi con un unico rappresentante.

Non c’è bisogno di cambiare i Trattati, né gli equilibri tra Consiglio europeo e Commissione.

Il presidente del Consiglio europeo potrebbe ad esempio ben interpretare il suo ruolo in modo diverso e pur sempre autorevole, come un capo di Stato in un sistema parlamentare, senza dunque essere protagonista di negoziati, lasciando invece spazio alla Commissione e all’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune. Una simile evoluzione potrebbe aiutare l’emersione di una più efficace proiezione esterna dell’Unione; che senza cambiare i Trattati, utilizzando le cosiddette disposizioni passerella potrebbe rafforzarsi superando il vincolo dell’unanimità (anche se ciò richiederebbe comunque un consenso unanime degli Stati, che in alcuni Stati membri deve passare per una preventiva procedura parlamentare, onerosa quanto quella necessaria a ratificare modifiche ai Trattati).

In una prospettiva più ambiziosa, nulla poi impedisce che i capi di Stato e di governo affidino addirittura alla presidente della Commissione il compito di presiedere il Consiglio europeo.

Il Consiglio europeo, con la scelta di von der Leyen alla guida della Commissione, ha voluto marcare il suo ruolo di guida e di impulso, sbarrando la via alle aspirazioni del Parlamento europeo che avrebbe voluto – con il metodo della Spitzenkandidaten – parlamentarizzare ulteriormente il ruolo della Commissione.

Piuttosto che insistere su questa proposta, potrebbe essere più saggio e frutto di un europeismo maturo e consapevole, accettare l’equilibrio che si è realizzato tra Parlamento e Consiglio europeo nella scelta della guida della Commissione. Certo, includendo nel potere di proposta formulata dal Consiglio europeo la scelta di attribuire al candidato presidente della Commissione anche il ruolo di presidente dello stesso Consiglio, si valorizzerebbe il ruolo di quest’ultima istituzione nel processo che porta all’elezione del presidente della Commissione. Ma in fondo non più di quanto già avvenuto con la formazione della Commissione von der Leyen; e il risultato complessivo sarebbe comunque quello di un rafforzamento del quadro istituzionale dell’Unione senza toccare i Trattati.

Su questi realistici sviluppi potrebbe aprirsi un confronto nella Conferenza sul futuro dell’Europa che dovrebbe concludere i suoi lavori proprio in corrispondenza della scadenza del mandato dell’attuale presidente del Consiglio europeo discutendo in particolare sul ruolo dell’Ue nel mondo e sui diritti e i valori europei.

Valori che Mario Draghi ha voluto riaffermare, legandoli proprio al modo con cui si deve cooperare con vicini che hanno diverse visioni della società. Lo ha fatto non citando quale vicino orientale, ma chi lo guida, con parole inaspettate e così nette da suggerire la evocazione di un tema cruciale: quello della fissazione dei confini dell’Europa. Confini che a oriente la geografia certo non aiuta a definire. Mentre i Trattati parlano di un’Unione aperta a tutti gli Stati europei che rispettano i valori e che si impegnano a promuoverli insieme.

Se l’allargamento è stato uno straordinario fattore di stabilità e di progresso, l’indeterminatezza dei confini mina la capacità dell’Unione di costruire una propria identità. Forse è giunto il momento di affrontare anche questo nodo. E la Conferenza sul futuro dell’Europa potrebbe essere l’occasione giusta, per far maturare decisioni e scelte, certo complesse, ma forse indispensabili per dare sostanza emotiva all’identità dell’Unione. Luigi Gianniti, AffInt. 26

 

 

 

 

Tra economia e vaccini. I primi 100 giorni di Biden e Harris

 

Nel libro “Una storia americana. Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire” (Mondadori, 2021) di Francesco Costa, vicedirettore del Post ed esperto di politica statunitense, si ripercorrono le biografie del 46° presidente degli Stati Uniti d’America e della sua vice, in un viaggio lucido che intreccia le loro vicende personali con la storia politica e sociale americana. AffarInternazionali ne ha parlato con l’autore, interpellandolo anche sulla direzione che sta prendendo l’amministrazione Biden alla vigilia dei primi 100 giorni del mandato.

Biden e Harris sono “il nuovo volto della Casa Bianca”. Due carriere lunghe dove i destini personali accompagnano parte della storia politica americana. Partiamo della carriera della vice.

Kamala Harris è stata procuratrice di San Francisco, poi della California e poi senatrice. Quando è diventata procuratrice in California erano anni di fortissimo aumento della criminalità e la società americana attribuiva principalmente agli afroamericani questa responsabilità. All’epoca gli afroamericani erano considerati parte del problema e non della soluzione e i procuratori di tutto il Paese erano bianchi per il 95%, e uomini per il 75%. Che una donna nera in quegli anni sia diventata procuratrice a San Francisco e poi in California, dunque non in posti irrilevanti, è stato un grande successo. Non c’era mai stata una donna procuratrice in California. Da lì è diventata senatrice, raccogliendo molti consensi e popolarità, arrivando al senato inesperta e nonostante questo facendosi notare per uno stile, una competenza, e una capacità anche di essere incisiva. Nel libro racconto di come Harris da ragazzina nera sia cresciuta durante gli anni della segregazione di fatto. Proprio gli anni in cui Biden era parlamentare.

A proposito di criminalità, nel libro descrivi bene il clima in cui Biden firmò la legge contro il crimine del 1994, nota come Violent Crime Control and Law Enforcement Act, o anche come Biden Crime Bill, in cui, a fianco di misure progressiste, c’erano cose come l’estensione della pena di morte a 60 nuove tipologie di reato o l’inasprimento di pene per i reati federali.

Biden fu il primo firmatario e il principale promotore di quella legge, che fu il frutto di una lunga mediazione ma soprattutto di 20-25 anni in cui negli Stati Uniti c’è stato un fortissimo aumento della criminalità. Probabilmente non riusciamo davvero a comprendere del tutto la quantità di omicidi, rapine e aggressioni di quel periodo nella società americana. Anche da parte degli stessi afroamericani c’era il desiderio di misure molto pesanti contro il crimine. Per la sensibilità dell’epoca, questa legge fu considerata un provvedimento positivo e, anzi, un esempio di come i democratici potessero legiferare su temi come questi senza usare la mano pesante, come facevano all’epoca i repubblicani. Il punto è che da allora – erano gli anni ’90 – ad adesso, la sensibilità degli americani sull’applicazione delle pene, e sul sistema giudiziario in generale, è molto cambiata. Che il pugno duro sia servito a poco – ma soprattutto che abbia colpito quasi esclusivamente gli afroamericani – è un fatto sotto gli occhi di tutti. Tanto è vero che è stato Trump, durante il suo mandato, a firmare una legge votata da democratici e repubblicani per alleviare moltissime delle pene approvate in quegli anni. Per Biden quella legge, che all’epoca era considerata da lui stesso una grande conquista e un fatto importante per il suo curriculum, oggi è stimata l’espressione di un approccio repressivo, punitivo alle questioni che riguardano la criminalità. Tanto è vero che durante la campagna elettorale lo stesso Biden ha promesso di cambiarla. 

Nel libro viene sottolineata la grande capacità di negoziazione di Biden. In quale occasione si è espressa in maniera più incisiva?

Ce ne sono state varie. La più importante è stata sicuramente la trattativa per approvare il Recovery Act, la legge con la quale l’amministrazione Obama ha cercato di stimolare l’economia dopo la pesantissima crisi dei mutui sub-prime dal 2008-2009. Dopo un lungo negoziato con i repubblicani di cui si incaricò lo stesso Biden, si arrivò all’approvazione della legge, anche con il voto di qualche repubblicano, a costo però di fare tutta una serie di concessioni e di compromessi, oltre che di ridurre di molto la cifra che l’amministrazione democratica intendeva stanziare. Ora che Biden è arrivato alla Casa Bianca da presidente, si trova davanti di nuovo una crisi economica colossale, e di nuovo la prima cosa che fa è una legge che stanzia molti soldi per far rialzare l’economia, e ancora una volta si mette a discutere con i repubblicani. Stavolta, però, decide che i negoziati non possono durare troppo e le sue misure non possono essere eccessivamente annacquate in nome dello spirito bipartisan. La legge che è stata approvata qualche settimana fa, l’American Rescue Plan, è molto più ampia del Recovery Act del 2009, ed è stata votata solo con i voti del Partito Democratico. Biden di fatto ha dimostrato di aver imparato quella lezione. E cioè che si può collaborare con il Congresso ed è il caso di farlo se quest’ultimo è interessato a collaborare e se il frutto di quel negoziato è soddisfacente. Se invece è insoddisfacente, tanto vale andare per la propria strada.

Con l’American Rescue Plan si punta allo stanziamento di 1.900 miliardi di dollari di nuova spesa pubblica per far ripartire l’economia.

Si tratta di una legge enorme sul piano della spesa anche soltanto per le dimensioni: era dagli anni Sessanta che non si vedeva un programma di spesa pubblica così ampio. E per quanto l’amministrazione Biden l’abbia presentato come una legge legata alla pandemia e quindi alla necessità di dare sostegno e soccorso a chi ne ha bisogno, in realtà solo una minima parte di quel pacchetto di soldi va direttamente a questioni che riguardano l’epidemia. È invece una grande legge contro la povertà, che prevede un grosso trasferimento di risorse agli americani, specie a quelli che hanno di meno. Gli studi e le analisi che sono state diffuse durante la fase di approvazione della legge dicono che potenzialmente questa legge può dimezzare la povertà infantile e ridurre di un terzo il tasso di povertà negli Stati Uniti.

La campagna vaccinale negli Stati Uniti procede a ritmo spedito. Merito di Biden?

Stati Uniti, come Israele e Regno Unito, hanno perseguito una strategia diversa dall’Europa. Gli Stati Uniti si sono presi dei rischi e questi rischi hanno pagato. Il merito, secondo me, va condiviso fra Trump e Biden: gli Stati Uniti, infatti, non hanno avuto problemi di approvvigionamento di dosi se non in una prima fase perché l’amministrazione Trump ha ricoperto di soldi le case farmaceutiche, ha finanziato la produzione dei vaccini, ha pagato tantissimo le dosi ed ha ottenuto in cambio che i vaccini venissero prodotti negli Stati Uniti e non altrove. E anche che le case farmaceutiche rispettassero gli impegni, visto che le dosi sono state pagate a volte anche il triplo o il quadruplo dell’Europa. Quanto alla somministrazione dei vaccini vera e propria, però, la campagna dell’amministrazione Trump è stata molto deficitaria: non c’era molta organizzazione, i punti vaccinali erano pochi e quasi tutto era stato delegato agli Stati. L’amministrazione Biden può prendersi dunque il merito delle vaccinazioni perché, guardando i dati negli ultimi due mesi, si è passati da un milione a quattro milioni di somministrazioni al giorno. Questo perché c’è stato un forte investimento e un grande lavoro con i singoli Stati, a cui si sono forniti parecchi aiuti, risorse e soldi perché aprissero il maggior numero di centri per fare le vaccinazioni.

I primi passi dell’amministrazione Biden in politica estera segnano una discontinuità con Trump?

La premessa dei discorsi sulla politica estera è che i presidenti fanno gli interessi degli Stati Uniti. Quello in cui differiscono è come cercano di farli. Da questo punto di vista mi sembra che Biden stia mostrando una certa discontinuità rispetto a Trump. Se pensiamo all’Asia e alla Cina, il fatto che Biden abbia incontrato già molti capi di Stato nella Regione, e stia cercando di avere un approccio multilaterale per contenere l’avanzata della Cina, è un fatto nuovo. Ricordiamo che Trump ha passato quattro anni a maltrattare il Giappone, la Corea del Sud e l’Australia, mentre invece Biden sembra voler stringere delle alleanze più solide con questi Paesi. Per quanto riguarda l’Iran, mentre Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare, Biden ha mostrato di voler togliere le sanzioni per provare a rimettere in piedi quell’accordo, insieme all’Europa che era stata fondamentale nel sottoscriverlo. Quanto al rapporto con la Russia, mentre Trump ha sempre mostrato un atteggiamento molto amichevole con Putin senza mettersi troppo in mezzo alle questioni europee rispetto al famoso gasdotto Nord Stream 2, l’amministrazione Biden pare sia molto determinata a fare qualsiasi cosa per impedire la realizzazione del gasdotto stesso e per colpire e isolare la Russia anche sul piano della comunicazione pubblica. L’altro tratto di discontinuità è che gli Stati Uniti hanno ricominciato a parlare di diritti umani. Infine, molto presto ci sarà probabilmente anche l’eliminazione rapida dei dazi sulle esportazioni dell’Unione europea, visto che per Biden le questioni fra alleati si risolvono senza colpirsi. Un giudizio complessivo sulla politica estera è ancora prematuro, ma i cambiamenti si stanno cominciando a vedere. In certi casi si tratta per il momento di cambiamenti di tono, che però in politica estera non sono mutamenti da poco. Elena Paparelli, AffInt. 26

 

 

 

 

Il Parlamento Europeo approva il rivoluzionario programma di ricerca Orizzonte Europa 

 

Budget di oltre 95,5 miliardi di EUR, compresi 5,4 miliardi da Next Generation EU. Particolare attenzione a sanità, digitalizzazione e sostegno alle PMI innovative. Programma applicato in via provvisoria dal 1° gennaio 2021 

 

Il programma di ricerca 2021-2027 aiuterà i sistemi sanitari dell'UE a prepararsi alle future pandemie e l'industria a realizzare la decarbonizzazione e stimolare l'innovazione.

Orizzonte Europa comprende la più cospicua dotazione di bilancio per la ricerca nel settore digitale e la digitalizzazione mai decisa dall'UE.

 

Il programma garantisce finanziamenti a breve e lungo termine per ricerca e innovazione in relazione alle sfide globali, tra cui la lotta ai cambiamenti climatici, la digitalizzazione e la pandemia di COVID-19. Il programma prevede anche il sostegno alle PMI innovative, all'infrastruttura europea di ricerca e 1 miliardo di EUR supplementare per la ricerca di base, stanziato tramite il Consiglio europeo della ricerca.

 

Dal 1° gennaio 2021 la Commissione europea ha già applicato, in via provvisoria, il programma Orizzonte Europa. Il Parlamento ha approvato in via definitiva l'accordo con il Consiglio sul regolamento del programma e ha integrato una dichiarazione politica (link), con 677 voti favorevoli, 5 voti contrari e 17 astensioni.

I deputati hanno anche adottato il programma specifico Orizzonte Europa con 661 voti favorevoli, 5 voti contrari e 33 astensioni.

 

Citazione

"I fondi stanziati tramite Orizzonte 2020 hanno contribuito allo sviluppo del vaccino contro il COVID-19. Abbiamo insistito su investimenti ambiziosi nei settori della ricerca e dell'innovazione e garantito stabilità di bilancio e prevedibilità per dare una risposta alle sfide del futuro", ha dichiarato Dan Nica (S&D, RO), relatore per il regolamento Orizzonte Europa.

 

"Siamo riusciti a elaborare un bilancio ambizioso ed equilibrato che sostiene fermamente la ricerca fondamentale e la ricerca tematica. Per la prima volta c'è anche un bilancio specifico per l'industria creativa e culturale europea", ha dichiarato Christian Ehler (PPE, DE), relatore per il programma specifico Orizzonte Europa, che ha aggiunto: "Con questo programma, l'UE si è anche impegnata giuridicamente a difendere la libertà accademica in tutto il continente".

 

Contesto

Orizzonte Europa disporrà di una dotazione finanziaria complessiva di 95,5 miliardi di EUR, compresi 5,4 miliardi dallo strumento per la ripresa Next Generation EU, e un investimento aggiuntivo di 4 miliardi di EUR provenienti dal Quadro finanziario pluriennale (QFP) dell'Unione.

 

Orizzonte Europa comprende tre pilastri:

* Il pilastro "Scienza di eccellenza" sosterrà i progetti di ricerca di frontiera, sviluppati e condotti dai ricercatori stessi mediante il Consiglio europeo della ricerca (CER). Finanzierà borse di studio e scambi per ricercatori tramite le azioni Marie Sk?odowska-Curie e investirà in infrastrutture di ricerca.

 

* Il pilastro "Sfide globali e competitività industriale europea" sosterrà direttamente la ricerca relativa alle sfide della società e alle capacità tecnologiche e industriali, e definirà l'interesse principale delle missioni di ricerca a livello dell'UE. Comprende anche le attività svolte dal Centro comune di ricerca (JRC), che sostiene le autorità politiche a livello nazionale ed europeo con informazioni scientifiche indipendenti e assistenza tecnica.

 

* Il pilastro "Europa innovativa" mira a rendere l'Europa leader nell'innovazione creatrice di nuovi mercati e, rafforzando ulteriormente l'Istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT), a stimolare l'integrazione delle attività economiche, della ricerca, dell'istruzione superiore e dell'imprenditorialità. PE 28

 

 

 

 

L’analisi

 

Le attuali difficoltà socio/economiche sono l’effetto di questa Terza Repubblica nata con la fretta per finire la Seconda. Poi, la pandemia ha accelerato la metamorfosi. Lo Stato, però, non può essere comparato a un’azienda. I motivi, non solo politici, sono tanto evidenti da produrre i presupposti per un disordine istituzionale. Così, tra il promettere e il fare, ci sono situazioni parlamentari ancora da chiarire.

 Questo Esecutivo potrebbe ridare fiducia al Paese. Le decisioni di questo Esecutivo, dopo più di un anno di Pandemia, potrebbero condizionare il futuro della Penisola con effetti sul fronte di un’economia.

 

Quando, però, certi progetti cozzano con una diversa realtà, non ci sono scelte. Solo dopo una strategia economica concordata a livello UE, potremo sciogliere le nostre riserve senza favoritismi per nessuno. Per ridare “fiato” all’Italia ci vuole tempo. Tentare d’accelerare le circostanze non servirebbe. Scrivere di “aiuti” quando, poi, non arrivano nel concreto, sembra una beffa.

 

 C’è solo da sperare che non s’inizia a proporre “mosse” sbagliate, già nel prossimo autunno, all’interno di questo Governo tanto atipico. Potrebbero essere le prime di una lunga serie di questioni, certamente vitali, per il Paese. I “bisticci” parlamentari, quando ci sono, fanno notizia e le “regole” per garantire la governabilità potrebbero essere modificate. Dopo i luttuosi eventi correlati alla Pandemia, sul senno dei politici torneremo. E’ un atto dovuti ai nostri Lettori. Anche se non prossimo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Sofa-gate. L'intervento di von der Leyen

 

Sofa-gate: “Mi sono sentita ferita e lasciata sola, come donna e come europea”

Nel corso della plenaria del Parlamento europeo che si è aperta lunedì 26 aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è tornata con un intervento sul bilaterale tra Unione europea e Turchia di inizio mese, dominato dalle polemiche sorte in seguito al sofa-gate, l’incidente diplomatico che ha relegato la presidente della Commissione sul divano, mentre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si accomodava su una sedia accanto al leader turco Recep Tayyip Erdogan.

Il discorso di von der Leyen, tra i più netti dall’inizio del suo mandato, si è trasformato in una ferrea presa di posizione sul rilancio dei valori dell’Unione, anzitutto uguaglianza e parità di genere.

Sofa-gate e parità di genere

“Sono la prima donna presidente della Commissione europea ed è così che mi aspettavo di essere trattata in visita in Turchia, come presidente della Commissione. Ma non lo sono stata”, ha esordito von der Leyen di fronte agli europarlamentari, presenti fisicamente e da remoto. “Sarebbe successo se avessi indossato una giacca e una cravatta?”, si chiede con riferimento all’episodio della sedia mancante. “Devo concludere che è successo perché sono una donna”.

Ursula von der Leyen, nel suo intervento, ha posto l’accento anche sulla necessità di mettere la parità di genere al centro dei valori fondamentali dell’Unione. “Mi sono sentita ferita e lasciata sola: come donna e come europea. E questo mostra fino a che punto dobbiamo ancora spingerci prima che le donne siano trattate alla pari. Sempre e ovunque”, ha aggiunto.

A tal proposito, la presidente della Commissione ha rilanciato l’importanza della Convenzione di Istanbul, a 10 anni dalla firma, come strumento “rivoluzionario” nella lotta alla violenza di genere, definendo “inaccettabile” la mancata ratifica di alcuni Stati membri dell’Ue e pressando affinché la stessa Unione aderisca alla Convenzione. “Per essere credibili, dobbiamo agire anche a casa nostra. L’adesione dell’Ue rimane una priorità per la mia Commissione – ha precisato von der Leyen- in vista dell’obiettivo di assicurare che le donne e le ragazze possano essere adeguatamente protette ovunque in Europa”.

Le donne e la leadership Ue

La presidente della Commissione ha toccato, in seguito, anche il tema della scarsa rappresentanza delle donne all’interno dell’Unione europea. “Lo status delle donne è lo status della democrazia. Le nostre democrazie sono più forti quando le donne sono coinvolte alla pari”, ha affermato von der Leyen spiegando che “per vedere il mondo in pieno abbiamo bisogno di donne e uomini. Questo è l’unico modo in cui saremo in grado di prendere le decisioni giuste. Ed è l’unico modo in cui saremo in grado di ottenere il massimo successo”.

La presidente si è detta soddisfatta per aver raggiunto la parità di incarichi tra uomini e donne nella composizione della Commissione europea ,ma ha esposto la necessità di avere più donne nei ruoli di leadership anche negli altri organi Ue affinché l’Unione europea possa essere da esempio per il mondo: “La metà della popolazione europea è costituita da donne. Questo deve riflettersi nelle istituzioni nel cuore dell’Europa”, ha detto von der Leyen.

Il colloquio con Erdogan

Esponendo i risultati del bilaterale, la leader Ue si è mostrata decisa nell’affermare che la visita in Turchia, a lato dell’imbarazzante episodio del sofa-gate, ha costituito un’occasione importante di discussione tra Turchia ed Unione europea intorno ad alcuni temi importanti.

“Ho sfruttato l’incontro di Ankara per ribadire le mie profonde preoccupazioni per il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul”, ha affermato von der Leyen considerando la decisione di Ankara come un “segnale pessimo”. Il rispetto dei diritti delle donne è una condizione fondamentale per la continuità del dialogo tra Ue e Turchia e per la costruzione di un’agenda comune, così come risulta essenziale, afferma la leader Ue, “che la Turchia prosegua il suo percorso di allentamento della pressione nel Mediterraneo orientale, rispettando le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo”.

Queste, conclude von der Leyen, sono le condizioni per intensificare la cooperazione economica con la Turchia e per “avviare un dialogo ad alto livello su temi come il cambiamento climatico, la salute pubblica e le questioni regionali”. AffInt 29

 

 

 

Proroga del Reddito di emergenza fino al 31 maggio

 

Nuova proroga per il REM, Reddito di emergenza. Ora c’è tempo fino al 31 maggio per fare la domanda per avere accesso alle tre mensilità (marzo, aprile e maggio). Infatti il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, tenuto conto della necessità di garantire un più ampio accesso al Reddito di Emergenza di cui all’articolo 12 del D.L. 22 marzo 2021, n. 41, il cui termine perentorio di presentazione era stato fissato al 30 aprile 2021, ha autorizzato il differimento del termine di presentazione delle domande al 31 maggio 2021.

 

Giova ricordare che con il “Decreto Sostegni” il Governo aveva rinnovato e riconosciuto per altre tre quote relative alle mensilità di marzo, aprile e maggio 2021 il Reddito di emergenza ai nuclei familiari in condizioni di necessità economica in conseguenza dell’emergenza epidemiologica (si ricorderà si tratta di una rete di sostegno universalistico, ancorché temporanea, fortemente voluta dal PD). Tale beneficio varia ai 400 agli 800 euro mensili a seconda del valore assegnato ad ogni composizione familiare.

 

Il Rem è subordinato alla residenza in Italia ma a differenza del Reddito di cittadinanza i richiedenti non devono far valere periodi di residenza pregressi (come è oramai tristemente noto ai nostri connazionali, per il diritto al Rdc bisogna far valere 10 anni di residenza in Italia di cui due immediatamente prima della presentazione della domanda: requisito questo che ha escluso praticamente tutti gli iscritti all’Aire che rientrano in Italia).

 

Quindi gli italiani all’estero iscritti all’Aire i quali in questo periodo sono rientrati in Italia potrebbero usufruire del Rem nel momento in cui riacquisiscono la residenza in Italia. Ribadiamo che il Rem viene concesso a coloro che non possono fruire di altri ammortizzatori sociali e bonus previsti dai vari provvedimenti Covid, rimanendo fuori dalle diverse indennità e ristori.

 

Il Rem spetterà ai nuclei familiari che soddisfino contestualmente i seguenti requisiti: a) il richiedente deve risultare residente in Italia; b) deve avere un reddito familiare complessivo inferiore all’importo riconosciuto come Rem (importo che varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare); c) l’Isee del nucleo familiare deve essere inferiore a 15.000 euro; d) un valore del patrimonio mobiliare familiare con riferimento all'anno 2020 inferiore a una soglia di euro 10.000, accresciuta di euro 5.000 per ogni componente successivo al primo e fino ad un massimo di euro 20.000. Tale massimale è incrementato di 5.000 euro in caso di presenza nel nucleo familiare di un componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza; e) non essere titolari di un rapporto di lavoro dipendente la cui retribuzione lorda sia superiore a determinati importi né di rapporto di collaborazione coordinata e continuativa; f) non essere titolari di pensione diretta o indiretta ad eccezione dell'assegno ordinario di invalidità; g) non essere percettori di reddito di cittadinanza.

 

Il “Decreto Sostegni” ha anche previsto un potenziamento del Rem e cioè l’innalzamento della soglia massima dell’ammontare del beneficio per coloro che vivono in affitto e una garanzia dell’accesso al beneficio anche ai disoccupati che hanno terminato, tra il 1° luglio 2020 e il 28 febbraio 2021, la NASpI o la Dis-Coll e non godono di altri strumenti.

 

La nuova norma aveva inizialmente previsto che la domanda per le quote di Rem dovesse essere presentata all'Inps entro il 30 aprile 2021 tramite modello di domanda predisposto dal medesimo Istituto e presentato secondo le modalità stabilite dallo stesso. Ora il Ministero del Lavoro ha prorogato il termine al 31 maggio. Noi come al solito consigliamo di rivolgersi ad un Istituto di Patronato di fiducia o a un Caf, visto anche che si deve utilizzare una complessa procedura telematica disponibile sul sito web dell’Istituto. Angela Schirò 29

 

 

 

 

Proroga dei documenti scaduti, telelavoro, diritto al vaccino, consolati onorari

 

“Bene la proroga della validità dei documenti di identità scaduti al prossimo 30 settembre. Io stessa l'avevo richiesta al governo nella mia interrogazione del 14 aprile scorso, come una soluzione transitoria e di emergenza. Il decreto Proroghe, approvato dal Consiglio dei Ministri del 29 aprile 2021, ha previsto infatti - tra le altre cose - anche l'ulteriore spostamento di 5 mesi del termine di validità, finora fissato al 30 aprile, per i documenti di identità scaduti durante la pandemia.

 

Per i cittadini italiani residenti all’estero, tuttavia, la proroga dei documenti d’identità vale soltanto ai fini dell’identificazione personale e non per l’attraversamento delle frontiere.

 

Comunque, soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva, nella quale molti pensano di ritornare a casa dopo molti mesi di forzata assenza a causa della pandemia, resta più che mai attuale e urgente la mia richiesta di fondo: garantire che i servizi consolari possano rispondere adeguatamente alla necessità di dotare i connazionali di documenti d’identità validi in tempi ragionevoli.

 

Dove deve pagare le tasse un lavoratore italiano residente nel Regno Unito che lavora in “smart working” (telelavoro) per un società italiana? La risposta è che il regime fiscale applicabile è quello del Regno Unito.

 

Il quesito era stato posto all’Agenzia delle Entrate da una società italiana (con sede a Genova) del settore del software che aveva assunto un lavoratore – cittadino italiano iscritto all’Aire - al quale aveva concesso la temporanea possibilità di svolgere la sua attività nello Stato di residenza.

Il lavoratore ha quindi svolto la sua attività presso la propria abitazione nel Regno Unito, con decorrenza dal 1° agosto 2017 e sino al 31 agosto 2019, termine prorogato  fino al 31 luglio 2021.

 

L'attività di lavoro si è svolta con il personal computer dell'azienda, attraverso una connessione alla rete informatica dell'azienda, operando direttamente su archivi creati o presenti nei server presso la sede dell'azienda. Il lavoratore, infatti, è stato abilitato ad accedere, tramite la VPN, alla rete aziendale con accesso alle risorse interne (dischi di rete, archivi autorizzati, ecc.).

 

La società di software ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di conoscere se, per gli emolumenti erogati a fronte delle prestazioni svolte nella modalità del telelavoro da parte del dipendente residente nel Regno Unito - con il quale è in vigore la Convenzione per evitare la doppia imposizione - fosse obbligata, ai sensi dell'articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, a effettuare le ritenute a titolo d'acconto dell'imposta sul reddito delle persone fisiche ovvero se, in base alle disposizioni contro la doppia imposizione, detti emolumenti non siano fiscalmente rilevanti in Italia e quindi non soggetti alle predette ritenute.

 

L’Agenzia ha risposto che in virtù delle disposizioni nazionali (art. 23 del Tuir) e convenzionali (art. 15 della convenzione contro le doppie imposizioni fiscali tra Italia e Regno Unito) è prevista la tassazione esclusiva dei redditi da lavoro dipendente nello Stato di residenza del beneficiario, a meno che l'attività lavorativa, a fronte della quale sono corrisposti i redditi, sia svolta nell'altro Stato contraente (cioè l’Italia: ipotesi in cui i predetti emolumenti sono assoggettati a imposizione concorrente in entrambi i Paesi).

 

Ma cosa si intende per “luogo di prestazione” dell’attività lavorativa nella particolare ipotesi di svolgimento della prestazione medesima nella modalità del telelavoro?

Lo spiega l’Agenzia delle Entrate nella sua risposta (la 296 del 27 aprile 2021) dove indica che un utile riferimento interpretativo è fornito dal commentario all'articolo 15, paragrafo 1, del modello OCSE di convenzione per eliminare le doppie imposizioni, secondo il quale per individuare lo Stato contraente in cui si considera effettivamente svolta la prestazione lavorativa, bisogna avere riguardo al luogo dove il lavoratore dipendente è fisicamente presente quando esercita le attività per cui è remunerato.

Pertanto, anche se i risultati della prestazione lavorativa sono utilizzati in Italia dalla società committente, la tassazione del reddito deve avvenire solo nel Regno Unito, Paese in cui il telelavoratore è fisicamente presente e fiscalmente residente quando svolge la propria attività lavorativa.

 

Ne consegue che, non avendo i predetti emolumenti rilevanza fiscale in Italia, la società datrice di lavoro, nella qualità di sostituto d'imposta, potrà applicare direttamente, sotto la propria responsabilità, il regime convenzionale con il Regno Unito, non operando le ritenute alla fonte, previa tuttavia presentazione da parte del telelavoratore di idonea documentazione volta a dimostrare l'effettivo possesso di tutti i requisiti previsti dalla Convenzione per beneficiare del regime di esenzione.

 

Ci siamo rivolte alla Ragioneria generale dello Stato per sollecitare l’attuazione dell’ordinanza n. 7 del Commissario straordinario Figliuolo.

Il 24 aprile scorso con la sua ordinanza il Commissario ha ammesso alla somministrazione del vaccino anti SARS-CoV-2 alcune categorie di soggetti non iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, inclusi i cittadini italiani iscritti all’A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), che vivono temporaneamente sul territorio nazionale.

 

All’articolo 4 dell'ordinanza si indica che “le modalità tecniche attuative delle funzionalità e le relative specifiche tecniche sono pubblicate entro cinque giorni dall’adozione della medesima ordinanza sul sito Internet www.sistemats.it a cura del Ministero dell’Economia e delle Finanze, d’intesa con il Ministero della salute e, per i profili di competenza, con il Ministero dell’Interno”.

 

Ebbene, sono ormai passati i giorni previsti dall’articolo 4 e non si hanno notizie né riferimenti precisi sui siti dedicati. Il call centre associato a www.sistemats.it, da noi contattato, non ha saputo fornire indicazioni.

Intanto i nostri cittadini AIRE che si trovano in Italia, alcuni dei quali anziani e fragili, continuano ad aspettare e a scriverci per avere informazioni.

 

Consolati onorari

Esprimo sincera soddisfazione per l'approvazione della risoluzione sul rafforzamento e la semplificazione dell'attività dei consolati onorari, presentata dalla collega La Marca e di cui sono cofirmataria.

 

In un momento di crescente e seria difficoltà nell'espletamento dei servizi consolari per i nostri connazionali, cercare di far funzionare meglio la rete onoraria significa fare passi concreti, anche se parziali, per alleviare il congestionamento dei consolati e rendere più efficienti e veloci servizi di base accostando l'amministrazione ai cittadini, soprattutto nelle comunità più piccole e periferiche.

 

Naturalmente, le questioni della riorganizzazione dei servizi consolari, ormai di drammatica urgenza, restano in campo e da affrontare con lucidità e determinazione. Si tratta di costruire da subito un nuovo accettabile livello di servizio, muovendo diverse leve in modo coerente e magari evitando squilibranti tifoserie corporative.

 

Credo sia chiaro per tutti che questa, di fronte a una comunità italiana nel mondo quasi raddoppiata nel giro di pochi lustri, sia una indiscutibile priorità.  Per un'Italia della ripresa e della resilienza, protesa verso contesti più ampi e dinamici di quelli interni, che questa maggioranza e questo governo si propongono di perseguire, rappresenta anche una condizione essenziale di un cammino tanto necessario quanto difficile. Angela Schirò, de.it.press

 

 

 

 

 

Covid, Von der Leyen: "Italia aveva ragione a chiedere intervento Ue"

 

La presidente della Commissione Ue: "Campagna vaccinale europea è un successo", E annuncia: "Pronti a discutere sospensione dei brevetti sui vaccini"

"Ricordo i primi tempi della pandemia e ricordo gli appelli all'Europa provenienti dall'Italia. La gente in Italia chiedeva che l'Europa intervenisse. Chiedevano solidarietà e coordinamento europei. E avevano ragione. L'Italia aveva ragione. L'Europa doveva intervenire. Ed è ciò che abbiamo fatto". A dichiararlo intervenendo alla conferenza 'State of the Union' organizzato dall'Istituto Universitario Europeo a Fiesole è stata la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen.

"La campagna di vaccinazione europea contro il Covid è un successo e l'Unione Europea è in prima linea nella fornitura di vaccini efficaci al resto del mondo: finora, più di 200 milioni di dosi sono stati distribuiti nell'Ue. Sono abbastanza per vaccinare almeno la metà della popolazione adulta europea almeno una volta. Vacciniamo trenta europei al secondo", afferma poi la presidente della Commissione Ue, sottolineando che si sta procedendo al ritmo di oltre tre milioni di vaccinazioni al giorno e dicendosi fiduciosa sulla possibilità di raggiungere il nostro obiettivo: "Distribuire abbastanza dosi da vaccinare il 70% della popolazione adulta europea entro luglio".

"L'Europa non ha mai visto niente di simile: una campagna di vaccinazione di massa su scala continentale e questo avviene perché un intero continente si è mobilitato". "La nostra priorità - ha aggiunto - è aumentare la produzione per ottenere la vaccinazione globale. Allo stesso tempo siamo aperti a discutere qualsiasi altra soluzione efficace e pragmatica" per affrontare la crisi del Covid.

"In questo contesto, siamo pronti a valutare in che modo la proposta statunitense per una deroga alla protezione della proprietà intellettuale dei brevetti per i vaccini Covid potrebbe aiutare a raggiungere tale obiettivo", ha affermato la presidente della Commissione Ue, lanciando al contempo un appello a tutti i paesi produttori affinché nel breve periodo consentano le esportazioni ed evitino l'adozione di misure che interrompono l'approvvigionamento di dosi.

Von der Leyen ha infine annunciato di essere "vicini alla firma di un nuovo contratto con BioNTech/Pfizer, che fornirà 1,8 milioni di dosi di vaccini tra qui e il 2023. E altri contratti seguiranno".

Infine la presidente della Commissione Europea ha citato il motto di Don Lorenzo Milani, 'I care', auspicando che "sia anche quello dell'Europa". "A pochi chilometri da Firenze - ha dichiarato - c'è paesino chiamato Barbiana, e su una collina una scuola di campagna dove negli anni Sessanta, un giovane insegnante, Don Lorenzo Milani, scrisse due semplici parole, in inglese, su un muro in quella scuola: 'I care'". "'I care' significa mi assumo la responsabilità, e quest'anno milioni di europei hanno detto 'I care' con le loro azioni, hanno fatto volontariato, aiutato i vicini, o semplicemente hanno indossato le mascherine per proteggere la gente accanto a loro. In questo anno di pandemia e oltre questo deve essere anche il motto dell'Europa: I care, we care. Questa è la lezione più importante che mi auguro possiamo trarre da questa crisi". Adnkronos 6

 

 

 

 

Le terapie

 

I provvedimenti normativi che dovrebbero “salvare” l’Italia hanno iniziato a “vedere” la luce. Da noi, resta complesso far maturare gli esordi atti  a risolvere i maggiori problemi che ci angustiano e correlati anche alla grave crisi economica. Del resto, proprio per non determinare una flessione più generale del problema, tutto sembrerebbe procedere in modo coerente; ma solo a parole. L’analisi dell’attuale realtà non ci conforta. Non bastano azioni speciali per determinare una concreta inversione di tendenza che, da noi, dovrebbe essere preceduta da un programma per ridare stimolo alla produttività anche se ancora in area pandemica.

 

 Quando i progetti indugiano sulla carta, l’economia resta inchiodata sul Golgota della recessione. Dato che il fatto non può essere sottaciuto, sarebbe meglio affrontarlo con i mezzi dei quali, realmente, possiamo disporre. Cioè ben pochi. Tutto il resto è esibizione e neppure di buona lega. Ma l’Italia ha bisogno di effettività. Solo un coordinamento a livello UE, entro l’autunno, potrebbe ridare corpo operativo al lavoro e a chi lo fornisce.

 

Questa Pandemia, ha “frenato”certi programmi. Le nuove, possibili, strategie restano confinate nel varo di un “accordo” del quale non conosciamo i limiti operativi. Quello che persiste è una logorante vuoto d’iniziative. Per tentare di uscire dal tunnel della crisi, ci vorrebbero proposte differenti; se non nuove, almeno percorribili. Invece, si tira avanti con provvedimenti che si presentano bene, ma che hanno ancora problemi d’ampia diffusione.  I “rimedi” salva  Italia sono ancora lontani. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Iniziative per il rafforzamento e la semplificazione dei servizi consolari

 

Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova assicura che il potenziamento della rete è “un obiettivo condiviso dal Governo” e apre alla riflessione per individuare soluzioni che rendano strutturali le risorse destinate a tali uffici

 

ROMA – La Commissione Esteri della Camera dei deputati ha avviato la discussione sulla mozione presentata da Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale) a proposito di iniziative per il rafforzamento e la semplificazione dei servizi consolari, riferite in particolare alla valorizzazione della rete consolare onoraria. Presentando la mozione, co-firmata dalla deputata democratica Angela Schirò (ripartizione Europa), La Marca ha sottolineato come le regole di prevenzione del contagio, adottate a causa della pandemia sia dalle autorità dei paesi di insediamento che da quelle diplomatiche, abbiano accresciuto le difficoltà del sistema dei servizi consolari, con conseguente allungamento dei tempi di attesa per appuntamenti e definizione delle pratiche, “anche quelle più semplici e necessarie – rileva, – come il rinnovo di un passaporto o di una carta di identità”. La deputata ribadisce come l’origine delle difficoltà sia in realtà dovuta alla “divaricazione sempre più ampia tra il numero degli iscritti all’Aire, quasi raddoppiati nel giro di quindici anni e oggi sulla soglia dei 6 milioni di connazionali, dispersi peraltro in circa 290 Paesi del mondo, e la contrazione della pianta organica del personale, che, a causa del blocco del turn over, nel giro di 10 anni ha perso poco meno di 1/3 dei suoi effettivi, passando per le sole aree funzionali da 3.657 unità a 2.575”. A tale riduzione si è associata inoltre quella “della rete dei consolati delle agenzie consolari, avvenuta negli anni scorsi a seguito della spending review – ricorda la deputata, ribadendo come una situazione così complessa necessiti ora di “riflessioni specifiche su una serie di piani, quali le politiche per il personale, la riforma dell’amministrazione all’estero, fatta propria dall’attuale governo nell’ambito della riforma generale della pubblica amministrazione, lo sviluppo dei progetti di digitalizzazione, l’aumento delle risorse da destinare alle strutture estere dello Stato italiano e altro ancora”. La mozione tuttavia “si concentra sulle possibilità di migliorare l’organizzazione della rete dei consolati onorari e di semplificare le attività quotidiane che sono a beneficio dei connazionali”, rete – segnala la deputata richiamando la sua esperienza in Canada – cui i connazionali possono rivolgersi evitando spostamenti di solito onerosi anche a livello di tempo. Per La Marca è necessario quindi che “in sede di Ministero degli Esteri vi sia un maggiore migliore riconoscimento della rete consolare onoraria, dando ai consoli l’indicazione di definire le modalità di un più dialogante rapporto con le figure onorarie, e stabilizzando e semplificando l’interazione con gli uffici consolari”. Gli interventi che la deputata propone, inoltre, “non comportano oneri aggiuntivi per il bilancio del Maeci”, specie se si considera che “ogni anno le obiettive esigenze di funzionamento della rete costringono gli uffici del Ministero a fare spostamenti interni” che generano una spesa ben superiore a quella attualmente destinata ai contributi ai consolati onorari – quantificata nella mozione in 200 mila euro. L’auspicio di La Marca è dunque che il Governo adotti “misure che possano dare un qualche sollievo, partendo dal basso, all’intero sistema dei servizi erogati connazionali all’estero”.

Nel corso della discussione, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ringrazia le deputate per aver evidenziato “l’importanza della rete consolare per i servizi all’estero, il cui potenziamento costituisce un obiettivo condiviso dal Governo”, e ribadisce che “la rete consolare onoraria italiana nel mondo è una realtà di grande importanza per la nostra proiezione internazionale”. Tale rete onoraria si compone “ad oggi di 512 sedi, di cui 348 «operative», ossia con titolare nell’esercizio delle funzioni”. “Spetta alle Ambasciate e ai Consolati all’estero – ricorda, – in base alle esigenze e all’esperienza accumulata direttamente sul territorio, valutare periodicamente la necessità di adeguare la struttura della propria rete, proponendo l’eventuale nomina di funzionari onorari. La loro presenza – rileva Della Vedova – è tradizionalmente concentrata soprattutto nei Paesi a forte immigrazione italiana – sia come fenomeno storico, ad esempio l’America Latina, sia come destinazione della cosiddetta «nuova mobilità», ad esempio il Regno Unito – e in quelli interessati da consistenti flussi turistici dal nostro Paese. Vi sono, infine, diversi Uffici onorari in Paesi ove non è presente una nostra Ambasciata”.

“La Farnesina e la rete diplomatico-consolare di carriera valorizzano sempre più il ruolo degli Uffici consolari onorari, condividendo con essi informazioni, istruzioni e buone pratiche, anche con periodiche riunioni di coordinamento – sottolinea il Sottosegretario, che richiama in proposito una serie di videoconferenze già realizzate che hanno coinvolto 58 Uffici consolari onorari di Paesi europei, circa il 15% del totale, iniziativa che ci si propone di estendere a tutta la rete, prospettando “l’avvio di un processo di formazione continua a favore degli Uffici consolari onorari, ad esempio consentendo l’accesso alle video-lezioni in materia consolare, sinora disponibili solo per il personale di ruolo del Maeci”. “Inoltre, recentemente, gli Uffici onorari sono stati dotati di indirizzi di posta elettronica istituzionali e dedicati, anche al fine di conferire maggiore uniformità e autorevolezza nell’interazione con l’utenza e le Istituzioni – spiega Della Vedova, che ricorda poi il progetto del «funzionario itinerante», finalizzato “al dispiegamento presso gli uffici consolari onorari di postazioni mobili per la captazione dei dati biometrici ai fini del rilascio del passaporto”, “particolarmente efficace e apprezzato dall’utenza”. Proprio per questo è attualmente in corso – segnala – un’interlocuzione con l’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato per l’acquisizione di “ulteriori dispositivi, che saranno poi distribuiti in base alla effettiva necessità delle Sedi”.

In merito al tema delle risorse finanziarie, “i funzionari onorari non ricevono compensi ma possono richiedere un contributo per le spese di ufficio e di rappresentanza”; “negli ultimi anni – ricorda Della Vedova – le risorse messe a disposizione della Farnesina all’inizio dell’esercizio finanziario per questo fine non sono state sufficienti e si è dovuto ricorrere, in corso d’anno, a fondi provenienti da altri capitoli di spesa del Maeci”. Per questo motivo, egli prospetta la possibilità “di avviare una riflessione con le altre amministrazioni competenti per l’individuazione di soluzioni che rendano strutturali tali finanziamenti, anche a beneficio della tempestività e della regolarità dei corrispondenti flussi di pagamento verso i titolari degli uffici onorari”. “L’attuale assetto normativo prevede, inoltre, il rimborso diretto, da parte degli Uffici sovraordinati di prima categoria, di alcune specifiche spese tassativamente individuate, ovvero quelle postali, telegrafiche, telefoniche, e per sussidi ai connazionali – ricorda il Sottosegretario, sottolineando che  l’eventuale introduzione di ulteriori categorie di spesa da ammettere a rimborso diretto, oltre a richiedere una modifica di legge, rischierebbe “di incidere direttamente sull’equilibrio finanziario delle Sedi di prima categoria, comportando al contempo un ulteriore appesantimento delle procedure burocratiche in capo agli Uffici onorari, a causa delle rigide regole che normano la contabilità di Stato”. Peraltro “alcune di queste fattispecie – spese di rappresentanza, uso di sedi – sono già «rendicontabili» a valere sul contributo forfettario eventualmente concesso dal Maeci – spiega il Sottosegretario, che ricorda come tale rendicontazione possa già comportare “un aggravio delle attività dei funzionari onorari, nonché delle Sedi sovraordinate di prima categoria, adibite al loro controllo”, pur essendo comunque necessaria per “la creazione di un sistema più chiaro e trasparente, che vada al di là della mera autocertificazione delle spese sostenute da parte del funzionario onorario, come accadeva in precedenza”.

“La Farnesina è comunque disponibile, nell’ambito del dialogo continuo con i Consoli onorari, a valutare eventuali proposte volte al miglioramento delle procedure attualmente in vigore, al fine di rendere più snella ed efficace l’erogazione dei contributi alla rete onoraria – assicura Della Vedova, che si sofferma in ultimo sulla richiesta di innalzare il limite di età per lo svolgimento delle funzioni onorarie, attualmente fissato per legge a settanta anni. La valutazione in questo caso deve poter bilanciare “il vantaggio che in alcuni specifici casi eccezionali potrebbe derivare dalla possibilità di continuare ad avvalersi per un periodo limitato dell’operato di funzionari già esperti, con l’esigenza di mantenere la prospettiva di un naturale ricambio generazionale – rileva il Sottosegretario.

Di seguito interviene Elisa Siragusa (Misto, ripartizione Europa) che esprime riserve sulla proposta di elevare a 75 anni il limite di età compatibile con la nomina all’incarico di console onorario e di reintrodurre il sistema di rendicontazione forfettaria delle spese, questioni che invita ad approfondire con una serie di audizioni, eventualmente anche nella sede di un Comitato permanente.

La Marca ribadisce invece che il limite dei 70 anni, introdotto nel 1967, risulta ormai del tutto “anacronistico e inadeguato”, mentre la reintroduzione del rimborso forfettario risulterebbe opportuna per la riduzione dell’onere amministrativo che attualmente grava sui consoli onorari.

Il presidente della Commissione, Piero Fassino, ricorda infine che tra le norme approvate in sede di legge di bilancio per il 2021 è previsto anche l’incremento delle risorse destinate al personale consolare, ed evidenzia che lo svolgimento di un ciclo audizioni si inserirebbe in un calendario dei lavori già molto intenso. Per questo propone di sviluppare il tema in oggetto limitando le audizioni ai rappresentanti della competente Direzione Generale del Maeci. Il seguito dell’audizione viene quindi rinviato ad altra seduta. (Inform/dip  2)

 

 

 

 

 

Il Comitato di Presidenza del Cgie sulla riunione con il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova

 

Si è parlato delle elezioni dei Comites, di promozione della lingua e cultura italiana e della riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero

 

ROMA – Per illustrare le risultanze dell’ultimo Comitato di Presidenza del Cgie, a cui ha preso parte  anche sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo Benedetto Della Vedova, si è svolta online una conferenza stampa del Cdp.

Il Segretario Generale Cgie Michele Schiavone ha introdotto l’incontro: “Con questa conferenza stampa vogliamo informare le comunità su primo incontro con il nuovo Sottosegretario a cui sono state assegnate le deleghe per gli italiani all’estero, ma anche per la promozione della lingua italiana. Il lavoro che stiamo portando avanti come Cgie viene svolto in una situazione difficile da circa 14 mesi con riunioni che comunque abbiamo imparato a gestire anche con il Covid.  In questi giorni il Premier Draghi – ha proseguito il Segretario Generale – ha presentato il programma di Governo , articolato in sei missioni, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e n questo contesto non c’è stato alcun riferimento agli italiani all’estero. Nel Cdp abbiamo avuto anche modo di discutere i tempi per il rinnovo delle elezioni dei Comites che dovrebbero avvenire per il 3 dicembre prossimo.  Su questo tema noi abbiamo interloquito cercando di capire quali siano le intenzioni, i progetti e le indicazioni del Governo. Vista la difficile situazione attuale noi abbiamo chiesto se non ci sia anche un piano B per capire come e quando i paesi colpiti dalla pandemia possano accedere alle modalità di voto. La discussione su questo argomento non è andata oltre l’annuncio. Siamo convinti e auspichiamo – ha aggiunto Schiavone – che al più presto ci sia un programma complessivo riguardante la comunicazione su cui il Maeci sta già lavorando. In questo ambito di recente abbiamo anche coinvolto la I Commissione del Cgie per approntare un programma che si occupi della comunicazione e che sostenga ovunque le elezioni e i programmi elettorali. “Dopo il referendum dello scorso anno che ha previsto la riduzione dei Parlamentari tra cui anche quelli eletti nella circoscrizione Estero – ha proseguito Schiavone – noi auspichiamo che si metta mano anche alla riforma della rappresentanza degli italiani all’estero perché sta cambiando tutto e anche ciò deve essere modificato. Tra le novità delle elezioni dei Comites, su cui c’è molta attesa, vi è il voto telematico che, si pensava dovesse essere sperimentato solo su due o tre circoscrizioni. In realtà il Sottosegretario ha rilevato l’utilità di estendere questa sperimentazione”. Il Segretario Generale ha poi ricordato la riforma dei Comites e del Cgie approvata dal Consiglio Generale, segnalando come alcuni parlamentari abbiamo presentato queste proposte anche con leggere modifiche. “Ci chiediamo – ha affermato Schiavone – cosa impedisce al Governo di trasformare queste proposta in legge. Insistiamo perché si vada alle prossime elezioni con la riforma approvata altrimenti noi rischieremo di avere una rappresentanza  dimezzata nel numero e nel ruolo. Chiediamo al Sottosegretario della Vedova che ponga questa come priorità. Queste politiche  per noi cittadini all’estero non sono marginali, ma il fulcro della vita di comunità e danno un apporto al sistema Italia nel mondo”. Dopo aver ricordato la necessità di tornare in presenza per la prossima Conferenza Stato Regione Provincie Autonome Cgie, Schiavone, per quanto riguarda la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero e le problematiche connesse all’applicazione  della Circolare 3 del 2020, ha auspicato l’affidamento di questo lavoro ad una nuova ed autonoma direzione generale.  “Nel corso del Comitato di Presidenza – ha continuato il Segretario Generale – abbiamo poi avuto modo di discutere dei servizi della rete consolare e della necessità di interventi di digitalizzazione dei processi con un sostegno aggiuntivo di risorse umane. In proposito ci hanno rassicurato che verranno assunti oltre 1000 funzionari nelle diverse categorie che suppliranno alle partenze  di chi andrà in pensione. In ogni caso noi chiediamo che il Ministero investa sulla digitalizzazione accelerando il lavoro negli uffici. Abbiamo inoltre chiesto di portare avanti la proposta per l’istituzione della convenzione tra i servizi di patronato e il Ministero degli Affari Esteri. Anche per quanto riguarda la pandemia abbiamo sollecitato la possibilità che le persone rientrate dall’estero in Italia possano iscriversi nelle liste per la vaccinazione, un punto su cui siamo stati ascoltati”.

Ha poi preso la parola il Vice Segretario Generale per l’Europa e l’Africa del nord, Giuseppe Maggio: “voglio fare una riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti. Se noi partiamo dal presupposto che sono stati stanziati 9 milioni per le prossime elezioni dei Comites e del Cgie , di cui 2 verranno usati per l’esperimento del voto elettronico.  I 7 che rimangono sono insufficienti. Anche se la data del 3 dicembre per le elezioni andasse bene per l’Europa, potrebbe però non andare bene per gli altri continenti in cui è estate piena. Non sappiamo poi la pandemia come si svilupperà in altri paesi. Anche l’inversione di opzione del voto ci preoccupa”. “Riguardo all’assistenza per i connazionali all’estero, –ha proseguito Maggio – parlando dell’Europa, ci viene sempre detto che esistono sistemi di welfare forti nella comunità europea che riescono a risolvere i problemi. Ma esiste anche una fascia di connazionali di ultima generazione che non viene presa in considerazione e che in questi sistemi di welfare non riesce a rientrare. Gente che è uscita dal mercato del lavoro e non ha diritti acquisiti ed è fuori dai servizi sanitari. Bisogna trovare una soluzione in modo che queste persone possano usufruire del sistema sanitario nazionale pur essendo iscritte nell’Aire in Europa”.  A seguire è intervenuto Gianluca Lodetti,  componente del Comitato di Presidenza del Cgie (nomina governativa): “Abbiamo affrontato con il sottosegretario il tema dei servizi, tema sempre all’ordine del giorno. Il Cgie continua nella sua azione di sollecitazione verso l’amministrazione affinché un miglioramento sui servizi sia possibile. Abbiamo accolto con favore l’annuncio sull’aumento del numero del personale di ruolo, ma questo non deve bastarci”. Lodetti ha anche sottolineato la necessità di promuovere la sinergia e fra i il Ministero e gli altri erogatori dei servizi come i patronati, ponendo in essere l’azione di promozione e sussidiarietà.

E’stata poi la volta della Vice Segretario Generale per i Paesi anglofoni extraeuropei, Silviana Mangione che ha ribadito   l’esigenza sia di andare al rinnovo dei Comites e del Cgie solo dopo aver varato la riforma di questi organi di rappresentanza, sia di avere risorse adeguate e superiori a quelle attuali per questo appuntamento elettorale.

“La riflessione – ha rilevato Silvana Mangione – si pone in un altro senso: qual è il rapporto dell’Italia con gli italiani all’estero? Non bastano le enunciazioni di principio se non corrispondono ad azioni concrete. La prima azione concreta sta negli articolati della riforma dei Comites e del Cgie. Ricordo inoltre che l’inversione del voto è una cosa anticostituzionale. Si oppone all’articolo 3 della Costituzione perché tutti i cittadini hanno pari diritti e all’articolo 48 che dice che tutti i cittadini italiani sono elettori”. Per quanto riguarda la promozione all’estero della lingua e cultura italiana, che rappresenta un traino del Sistema Paese,  anche la Mangione ha sottolineato la necessità una nuova direzione generale autonoma.

Sulla “Circolare 3  la Mangione ha segnalato come nell’emisfero australe gli enti gestori abbiamo già presentato i progetti, mentre nell’emisfero boreale nella prima parte dell’anno si sta usando ancora la vecchia circolare, mentre da agosto 2021 i progetti dovrebbero essere in parte finanziati dagli enti gestori stessi, in un contesto reso ancora più difficile dalla pandemia. “Ciò – ha concluso – potrebbe portare a una diminuzione della penetrazione dell’italiano come lingua proprio nel momento in cui l’Italia ha bisogno di un rilancio”.

“Se oggi in una situazione di pandemia in America Latina resta importante la lingua italiana – ha affermato il Vice Segretario Generale per l’America Latina Mariano Gazzola, – è grazie allo sforzo delle associazioni. Sono proprio le strutture delle nostre comunità a sostenere il sistema”.  Gazzola ha inoltre evidenziato le difficoltà nell’erogazione dei servizi consolari sottolineando la necessità di garantire il loro ritorno al 100% di operatività. Il Vice Segretario Generale ha infine chiesto quale sia il criterio di assegnazione dei fondi di assistenza straordinaria in questo momento in cui le persone affrontano situazioni e problemi nuovi derivati dall’emergenza attuale.

“Condivido le riflessioni dei miei colleghi – ha affermato il consigliere Eleonora Medda, componente del Cdp per l’Europa e l’Africa del nord – sulla scarsa fattibilità delle elezioni in queste condizioni, sia da un punto di vista sanitario che economico”. Medda ha ricordato come in questo difficile periodo i patronati siano rimasti aperti soprattutto per i casi urgenti. “In questa situazione – ha concluso il consigliere – si è rivelato quanto questi organismi siano necessari, utili e quanto sia importante avere un rapporto con questi strutturato e chiaro”.

Ha poi ripreso la parola Michele Schiavone rilevando la necessità di promuovere nuove politiche per i giovani che si recano all’estero sia di accompagnamento delle partenze, sia volte a favorire il rientro. “Abbiamo bisogno – ha aggiunto Schiavone – di avere un osservatorio, un’agenzia per dare prospettive ai giovani che vedono un futuro incerto e che spesso lo cercano altrove. C’è necessità di una governance che permetta ai nostri giovani di essere competitivi all’estero, formando al contempo un bagaglio da riportare in Italia. Da segnalare anche l’intervento del Direttore del quotidiano “Gente d’Italia”, Domenico Porpiglia che ha parlato della necessità di un’informazione sugli italiani all’estero più ampia e capillare che coinvolga maggiormente la stampa e anche i tanti piccoli giornali all’estero, dando più spazio alla voce di giovani.  “Oggi – ha affermato Porpiglia – la politica regna. Di noi italiani all’estero chi parla? La vostra riforma dei Comites e del Cgie la dovete diffondere in giro, darla alla stampa affinché la gente la conosca. Inondate di comunicati ovunque perché la gente vuole sapere ed è legata al piccolo editore, al giornalino che esce nelle vicinanze”. Su questo argomento è intervenuta anche Filippa Dolce di Radiocom.tv che ha rilevato l’esigenza di far conoscere ai giornali italiani la realtà degli italiani nel mondo. “Gli italiani sono una realtà – ha affermato la giornalista – ma se non si diffondono queste notizie nessuno le va a cercare. Facciamo in modo che arrivino sulle scrivanie dei direttori di questi piccoli giornali. Bisogna creare una rete per diffondere queste comunicazioni in tutto il mondo e soprattutto in Italia”. (M.R./Inform/dip)

 

 

 

Il bivio

 

Da noi l’economia e la politica convivono ancora in modo anomalo. Mancano, tuttora, segni d’intesa concreta. La Pandemia ha complicato la situazione. Ci riferiamo, in particolare, a quella sorta di rapporto nel quale le necessità sono ridimensionate dalla volontà d’uscire da una situazione sempre meno sopportabile. Manca, in definitiva, la condivisione dei problemi che dovrebbe essere supportata da un più chiaro impegno politico.

 

 L’Italia è una terra di relazione per uomini, civiltà e culture. Oggi come per il passato. Anche se le “vacche grasse” non ci sono più, l’inerzia può essere sostituita da una volontà di ripresa priva di contese. A nostro avviso, non è ancora incoraggiata la voglia d’unione per ritrovare, con un impegno comune, la strada per contenere la recessione.

 

Questo Esecutivo ha ancora da qualificarsi.  Il concetto del “fare” avrà senso se sarà accompagnato dalla volontà di “riuscirci”. Il tutto tramite un sistema più spedito che la nostra politica sembra non aver trovato. Il tempo delle nuove strategie è ancora teorico e neppure tutto condivisibile. Anche tenuto conto di una recessione che è la più grave del dopo guerra.

 

 Le prospettive politiche potrebbero non mutare il profilo sociale del Paese. Intanto, la Penisola sarà interessata da cambiamenti, non marginali, che andranno a coinvolgere l’economia; soprattutto quella di base. Insomma, se non si troverà una collaborazione a livello europeo, l’Italia non uscirà dalla depressione. Siamo a un bivio: o si trova un principio d’appartenenza e collaborazione, o lo stallo socio/economico potrebbe farci perdere ciò che c’eravamo meritato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Recovery, Camera approva piano. Draghi: "Rispetto per Parlamento"

 

Il disco verde è arrivato con 442 voti favorevoli. Il premier nella replica: "'Chi arriva prima accede prima a fondi". Al Sud andrà "circa il 40% delle risorse"

Via libera della Camera al Recovery Plan. Con 442 voti favorevoli, 19 contrari e 51 astenuti è arrivato disco verde alla risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni? del premier Mario Draghi in relazione al Pnrr. I deputati di Fdi si sono astenuti, mentre voto contrario è stato espresso dai parlamentari di 'Alternativa c'è', componente del gruppo Misto creata da ex M5S.

"I tempi sono stretti" ma c'è "profondo rispetto per il Parlamento", ha detto Draghi nella sua replica alla Camera alla presentazione del Recovery plan, illustrato ieri a Montecitorio.

"La scadenza del 30 aprile non è mediatica, se si arriva prima si ha accesso ai fondi prima. Se il piano viene presentato subito, si ha accesso alla prima quota. Mi dispiace per i tempi ristretti della discussioni" ma "il dialogo non è finito qui, il contributo che il Parlamento può dare è solo all'inizio. Tutte le riforme saranno adottate con provvedimenti legislativi, il Parlamento avrà un ruolo determinante nella discussione e nella determinazione del contenuto. Una collaborazione tra esecutivo e legislativo è fondamentale ora e lo sarà ancora di più", ha sottolineato Draghi ribadendo "il profondo rispetto che il governo e io abbiamo per il Parlamento".

"Enti locali veri attuatori del Pnrr"

"L’intero piano è un investimento sul futuro e sulle giovani generazioni come ho già detto ieri, dobbiamo garantire ai nostri giovani welfare, sicurezza abitativa e un mercato del lavoro adeguato", ha quindi affermato Draghi aggiungendo che "gli enti locali sono i veri attuatori del Pnrr". "La vera sfida, non appena il piano sarà consegnato, è trovare un modo di attuazione dove amministrazioni locali e centrali sono chiamate a una mole di interventi eccezionali, trovino uno schema di governo del piano", ha detto ancora il premier per il quale "questo è il vero governo del piano, non tanto quello che succede a palazzo Chigi, quali comitati si formano. Gli enti locali sono i veri attuatori del piano, cui vengono destinati quasi 90 miliardi, il 40 per cento del piano". Osserva Draghi: "Non c'è Stato contro enti locali, è il contrario. Il governo prevede anche che qualora sia necessario e gradito vi siano dei gruppi di lavoro e squadre che possano rafforzare il lavoro enti locali, quando necessario". E comunque sul punto della governance vi sarà a breve un provvedimento ad hoc: "Il governo del piano sarà definito in un provvedimento normativo che sarà adottato a breve".

"Il piano asili nido stanzia 4,6 miliardi per le scuole dell'infanzia, questo porta 230mila posti per i bambini più piccoli, è una stima prudenziale. L'ambizione del governo è raggiungere e superare gli obiettivi Ue, del resto abbiamo un tale arretrato che bisogna essere ambiziosi per recuperare sul passato", ha affermato l'ex presidente della Bce annunciando che "sarà approvato un decreto già a maggio 2021 con gli interventi urgenti di semplificazione. Certo sono già tanti a maggio...". "Tutto dipenderà da quanto saremo in grado di rispettare la tabella di marcia del piano, riducendo al minimo i ritardi", ha ricordato.

Risorse al Sud

"Noi dobbiamo far ripartire e poi accelerare la crescita del Mezzogiorno ferma ormai da mezzo secolo", ha detto ancora Draghi nella replica alla Camera. "Al Sud andrà circa il 40% delle risorse che possono essere ripartite con il criterio del territorio, ovvero circa 82 miliardi di euro. È una cifra più alta della quota della popolazione residente al Sud (34%), e molto più alta della quota di prodotto interno lordo (22%)", ha sottolineato quindi Draghi. "Quanto al debito, riteniamo che sia essenziale in questo momento concentrarci sulla crescita economica. Il governo vuole rilanciare gli investimenti e la produttività, per permetterci di raggiungere tassi di crescita molto più alti che nel recente passato. Se siamo in grado di rilanciare il potenziale di crescita della nostra economia, riusciremo anche a ridurre rapidamente il rapporto tra debito pubblico e Pil".

E ancora: "Il governo intende stanziare 6,31 miliardi per le reti ultraveloci, la banda larga e il 5G. L’obiettivo del Governo è portare entro il 2026 reti a banda ultralarga ovunque senza distinzioni territoriali ed economiche". "A maggio avviamo la mappatura dei piani d’investimento previsti dai privati per identificare le aree del Paese che senza interventi del governo resterebbero sfavorite. Per queste aree è previsto un contributo statale per assicurarci che non si creino nuovi divari digitali da qui al 2026", ha aggiunto.

Riforma fisco

"La riforma del fisco fa parte di quell’insieme di riforme che, sebbene non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, devono accompagnarne l’attuazione. La riforma fiscale è tra le azioni chiave per dare risposta alle debolezze strutturali del Paese e in tal senso è parte integrante della ripresa che si intende innescare anche grazie alle risorse europee".

"Per riformare il sistema fiscale è auspicabile una ampia condivisione politica - rimarca il premier -. Il Governo si è impegnato a presentare una legge delega entro il 31 luglio 2021. Il Parlamento sarà pienamente coinvolto e svolgerà un ruolo di primo piano attraverso l’'indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef e altri aspetti del sistema tributario' avviata dalla Commissioni parlamentari e tuttora in corso di svolgimento. Le indicazioni che proverranno dal lavoro delle Commissioni saranno adeguatamente riflesse nel testo del disegno di legge delega. È presto, pertanto, per dare risposte su quale sarà la riforma del fisco".

"È essenziale che il lavoro del Parlamento giunga a compimento e che vengano fornite indicazioni politiche quanto più condivise e puntuali possibili. Per realizzare in tempi certi la riforma definendone i decreti attuativi il Governo, dopo l’approvazione della legge di delega, istituirà una Commissione di esperti", spiega Draghi.

Diritto allo studio

"Il Piano interviene per garantire in maniera equa e adeguata il diritto allo studio, e stanzia quasi un miliardo per gli alloggi studenteschi, 500 milioni per le borse di studio per accedere all’università. Prevede poi l’ampliamento dei dottorati, attraverso un finanziamento cumulativo di circa un miliardo", ha detto ancora Draghi secondo il quale "la semplificazione delle norme in materia di appalti pubblici è obiettivo essenziale per la riuscita del Piano e, più in genere, per il rilancio del settore delle costruzioni". "In merito agli appalti - prosegue il premier - intendiamo riformare la disciplina nazionale, sulla base delle tre direttive UE, per renderla più snella rispetto a quella vigente, anche sulla base di una comparazione con la normativa adottata in altri Stati membri dell’Unione europea. A tal fine, si interverrà con una legge delega, da presentare entro il 2021. Inoltre, intendiamo prorogare le semplificazioni adottate con il Dl 76/2020 fino al 2023".

Turismo e Roma

A turismo e cultura sono "destinati circa 8 miliardi di euro. Sono previsti interventi per la valorizzazione di siti storici e culturali, volti a migliorare la sicurezza, l’accessibilità e la loro attrattività. Ci sono inoltre investimenti nel digitale, per consentire il collegamento dell’interno ecosistema turistico e per migliorare la competitività delle imprese", ha detto ancora il premier nella sua replica. Mentre "per quanto riguarda Roma, il Pnrr prevede un’iniziativa specifica 'Caput Mundi' da 500 milioni di euro per finanziare progetti che valorizzano il patrimonio storico e culturale della città di Roma; permettono la messa in sicurezza di luoghi pubblici ed edifici storici; digitalizzano i servizi culturali e rinnovano parchi e giardini storici... e spero non solo quelli storici".

Superbonus

"Molti di voi hanno chiesto garanzie relativamente al superbonus. Ribadisco che per questa misura, tra PNRR e Fondo complementare, sono previsti oltre 18 miliardi, le stesse risorse stanziate dal precedente governo. La misura è finanziata fino alla fine del 2022, con estensione al giugno 2023 per le case popolari (Iacp). Per il futuro, il Governo si impegna a inserire nel Disegno di Legge di bilancio per il 2022 una proroga dell'ecobonus per il 2023, tenendo conto dei dati relativi alla sua applicazione nel 2021".

Sport

"L’Italia da anni reclamava un piano sulle politiche sportive. Con un miliardo di investimenti nel Pnrr da oggi lo sport ha piena dignità nelle politiche pubbliche del nostro Paese, anche per lo stretto legame che c’è tra l’attività sportiva, il benessere e la coesione sociale", ha detto Draghi "Intendiamo potenziare le infrastrutture per lo sport e favorire le attività sportive a cominciare dalle prime classi delle scuole primarie. Delle infrastrutture sportive scolastiche beneficerà inoltre l’intera comunità territoriale, al di fuori dell’orario scolastico attraverso convenzioni e accordi con le stesse scuole, gli enti locali e le associazioni sportive e dilettantistiche locali". Adnkronos 27

 

 

 

 

Migranti, picchiati dalla guardia costiera libica nel Mediterraneo e costretti a rientrare

 

Il video diffuso da Sea Watch: "Ecco come si svolge un'operazione di polizia in mare". Il premier Draghi aveva ringraziato Tripoli per i salvataggi. Sbarchi senza sosta a Lampedusa di Alessandra Ziniti

 

Inseguiti da un gommone e da una motovedetta della guardia costiera libica, picchiati con un bastone e costretti a tornare nell'inferno della Libia. E' solo uno dei cosiddetti soccorsi operati dalla guardia costiera di Tripoli, questa volta documentato dall'equipaggio della Sea Watch 4 che ha pubblicato il video su Twitter.

E' un weekend di traversate nel Mar Mediterraneo nonostante il maltempo. La Ong tedesca questa notte ha effettuato un quarto salvataggio in 48 ore, soccorrendo un'imbarcazione con 94 persone e adesso ha a bordo 308 migranti e ha chiesto un porto sicuro.

La Ong tedesca, commentando il video del gommone che è stato riportato indietro dai libici sotto i loro occhi, scrive: "Ecco come si svolge un'intercettazione della cosiddetta guardia costiera libica: persone in pericolo picchiate e costrette con la forza a tornare nell'inferno da cui fuggivano. Oggi l'equipaggio di Sea Watch 4 ne è stato testimone e ha documentato i fatti con queste immagini".

Nei giorni scorsi l'apprezzamento del premier Mario Draghi alla guardia costiera libica durante la visita del premier a Tripoli aveva suscitato polemiche. Poi è stata la volta della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, che ha raggiunto la Libia per un primo incontro con il suo omologo libico chiedendo espressamente il rispetto dei diritti umani dei migranti e il via libera alle agenzie dell'Onu nei centri di detenzione.

Ma le Ong presenti nel Mediterraneo, in questo momento la Sea Watch e la Ocean Viking continuano a denunciare e documentare le modalità di intervento dei libici, che poco hanno a che fare con un soccorso in mare. La Ocean Viking è arrivata in queste ore ad Augusta, in Sicilia, dopo aver ricevuto l'ordine dalle autorità marittime italiane di far sbarcare 236 persone salvate da due gommoni in pericolo martedì scorso.

Sbarchi senza sosta a Lampedusa. Dopo una tregua legata alle cattive condizioni meteo sono riprese le traversate del Mediterraneo con le operazioni di soccorso che vanno avanti senza soluzione di continuità. Dopo i 532 migranti, tra cui 31 donne e 8 minori, arrivati in poche ore tra ieri notte e stamani, Capitaneria di porto e Guardia di finanza hanno intercettato altre due carrette del mare. Si tratta di un barcone con 100 persone a bordo, tra cui 5 donne, e di una carretta del mare su cui viaggiavano 51 uomini. LR 1

 

 

 

 

Il lavoro

 

A suo tempo, il lavoro era identificato anche in funzione della sua utilità sociale. Insomma, oltre ad un equo guadagno, c’era l’intima soddisfazione di sentirsi utili anche per gli altri. Il profitto era il corrispettivo. Lavorare, insomma, oltre che un diritto dovrebbe essere un dovere. Dallo sviluppo di questa Pandemia, è più difficile mantenere attivo il binomio diritto/dovere. Sono sorte delle “difficoltà” che rendono improbabile la ripresa di certe attività lavorative con la conseguente impossibilità di maturare un reddito che possa compensare le necessità di una vita in questo Paese che, almeno per il passato, s’è sempre “arrangiato” alla meglio.

 

 Da come la situazione sanitaria si presenta, riprendere un lavoro appare difficile, e, non di rado, impossibile. Il Covid-19 impone regole sanitarie rigorose e adeguamenti che non tutti, in mancanza di guadagno, sono in grado di sostenere. Il Diritto/Dovere del lavoro è reso più complesso per la presenza di norme igienico/sanitarie che hanno dei costi non sempre sostenibili. Non pochi lavoratori autonomi dovranno rinunciare al rilancio delle loro attività. Poco importa se il lavoro, oltre che un diritto, è anche un dovere. Senza tornaconto, ogni progetto è destinato a fallire. Con le premesse che abbiamo compreso, si andrà anche a smarrire l’utilità sociale del lavoro.

 

Solo tornare alla propria occupazione, in sicurezza, potrebbe garantirci la certezza di una ripresa; pur se a lungo termine. Senza prospettive occupazionali sostenibili, non ci sono vie d’uscita percorribili. Senza effettivi interventi pubblici, ma a fondo perduto, il decadimento economico non sarà recuperabile. Del resto, non poter lavorare significa essere tagliati fuori dal futuro d’Italia. C’è da operare affinché lo spirito del dettato costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” non resti un’utopia. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Papa Francesco e crisi demografica: il 14 maggio aprirà gli Stati Generali della Natalità

 

Per la prima volta in Italia un meeting sul futuro delle nascite

 

CITTÀ DEL VATICANO - Per la prima volta in Italia un meeting sul futuro delle nascite. E Papa Francesco parteciperà. A confermare la sua presenza è Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede. "Il prossimo 14 maggio Papa Francesco aprirà gli Stati Generali della Natalità, iniziativa online promossa dal Forum delle Associazioni Familiari. Dopo l’intervento, previsto alle ore 9.30 presso l’Auditorium della Conciliazione, farà rientro in Vaticano”.

Sarà Papa Francesco stesso ad aprire, il prossimo venerdì 14 maggio presso il Foyer dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, la prima edizione degli Stati Generali della Natalità. Un grande meeting dedicato al futuro della demografia in Italia, che intende lanciare un appello alla corresponsabilità per far ripartire il Paese a partire da nuove nascite.

Un comunicato stampa spiega: "Il Santo Padre arriverà alle ore 9.15 presso la struttura in via della Conciliazione per aprire l’incontro dedicato al destino demografico dell’Italia e del mondo. Un tema reso ancor più d’attualità dagli effetti drammatici della pandemia, che ha portato oltre un milione di famiglie povere in più nel Paese. Gli Stati Generali sono stati convocati dal presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo, per mettere attorno a un tavolo le istituzioni, le imprese, i media e il mondo della cultura per approfondire la sfida dell’inverno demografico e sollecitare una nuova narrazione sul tema della natalità."

Dopo l’intervento del Papa, sono previsti i saluti istituzionali della ministra per la Famiglia, Elena Bonetti, del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Subito dopo il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo presenterà dati inediti e proiezioni sulla natalità in Italia nei prossimi decenni. Il programma dell’evento è consultabile su www.statigeneralidellanatalità.  Acistampa 3

 

 

 

 

Primo incontro tra il CdP del CGIE e il Sottosegretario Della Vedova: tra i temi affrontati l’elezione dei Comites

 

ROMA – Si è svolto, venerdì 23 aprile in videoconferenza, il primo incontro tra il Comitato di Presidenza del CGIE e il Sottosegretario di Stato agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale, con delega agli italiani all’estero, Benedetto Della Vedova, alla presenza del direttore generale della DGIT Luigi Vignali, del direttore generale della DGRI Renato Varriale e della cons. amb. Valentina Setta, capo dell’Ufficio V della DGSP.

Tra i molti temi all’ordine del giorno è stata posta un’attenzione particolare alla questione delle elezioni per il rinnovo dei Comites, previste per il prossimo 3 dicembre. Al riguardo, il segretario generale Michele Schiavone ha parlato di uno “snodo cruciale per la futura partecipazione della comunità alla vita politica dei cittadini italiani all’estero”, sottolineando come la somma stanziata dalla legge di Bilancio per l’organizzazione della tornata elettorale non sia sufficiente a garantire la partecipazione al voto dei connazionali aventi diritto. Ha inoltre evidenziato la necessità di approvare la riforma della legge 286/2003 e soprattutto di cambiare le modalità di voto, che considerate tutte le difficoltà e le problematiche del momento, e si introduca l’abolizione dell’inversione di voto, come previsto dalla proposta di articolato di riforma dei Comites e del CGIE presentata a suo tempo dal Consiglio Generale.

Sostenere di voler andare, comunque e dovunque nel mondo, alle elezioni per il rinnovo dei Comites e CGIE, dimenticando la grave situazione pandemica in corso nelle diverse aree e nei variegati territori, rischia di penalizzare sicuramente la già scarsa partecipazione al voto dei nostri connazionali, già peraltro pesantemente penalizzati dai molti limiti ed impedimenti normativi ai quali senza un’iniziativa straordinaria si aggiungerebbero: la scarsa informazione; l’obbligo di pre-iscrizione consolare; alcune incompatibilità per mandato e per specifici incarichi.

In una costante situazione di incertezza sanitaria, comunque, sarebbe opportuno prevedere un piano alternativo a quello indicato dal Ministro Luigi Di Maio, che ha proposto la tenuta delle elezioni dei Comites il 3 dicembre 2021. Con il perdurare della pandemia le elezioni andrebbero rinviate in analogia ai già molti e, sicuramente ancor più importanti rinvii effettuati in Italia, proprio in ragione del Covid.

Sul punto il sottosegretario Della Vedova, dopo aver illustrato la relazione programmatica con le politiche che il Governo intende mettere in campo rispetto agli italiani all’estero, ha rilevato come i cambiamenti prodotti dalla riduzione del numero dei Parlamentari richiedano, nel caso particolare degli italiani all’estero, di porre alla questione della rappresentanza “un’attenzione ancora più significativa” rispetto al passato. Della Vedova ha quindi riferito che l’Amministrazione si sta adoperando al fine di ottenere un aumento dello stanziamento per l’organizzazione della tornata elettorale per il rinnovo dei Comites e che è pienamente impegnata ad avviare una campagna informativa che favorisca la più ampia partecipazione al voto; ha inoltre auspicato che la sperimentazione del voto elettronico, al momento prevista per un numero esiguo di sedi consolari, sia estesa il più possibile.

Il Sottosegretario ha espresso invece dubbi circa la possibilità, suggerita dalla vicesegretaria generale per i Paesi anglofoni extraeuropei Silvana Mangione, che la proposta di riforma di Comites e CGIE, una volta fatta propria dal Governo, venga approvata in sede legislativa dalle Commissioni competenti di Camera e Senato, data l’attuale contingenza che vede il Parlamento impegnato per l’approvazione dei decreti relativi alla pandemia e sul tema del next generation UE.

Tra i temi toccati, anche quelli relativi alla promozione della lingua e della cultura, nonché alle difficoltà riscontrate dagli enti promotori nell’applicazione della nuova Circolare n. 3, concernente i contributi ai loro progetti. Al riguardo, il Sottosegretario ha informato che è intenzione della DGSP del MAECI avviare un tavolo tecnico che valuti possibili miglioramenti pratici in merito all’adozione della nuova normativa.

Della Vedova ha poi garantito il proprio impegno ad attivarsi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché si avvii il meccanismo per la realizzazione dell’Assemblea plenaria della Conferenza permanente Stato-Regioni-PA-CGIE.

Ha altresì assicurato che con il superamento della crisi sanitaria il funzionamento della rete consolare tornerà a pieno regime e che il miglioramento dei servizi sarà definitivo.

Altro tema affrontato nel corso dell’incontro quello della apertura della campagna vaccinale dei residenti all’estero temporaneamente in Italia su cui il CGIE ha richiamato l’attenzione del Governo. Al riguardo il Sottosegretario ha riferito che a breve la questione sarà “inserita in una specifica ordinanza” e si è detto fiducioso in una positiva soluzione del problema. Della Vedova ha infine auspicato che l’incontro odierno costituisca l’inizio di una “collaborazione proficua e di uno scambio di vedute franco” con il Consiglio Generale.

A seguire nel dibattito è intervenuto anche il direttore generale Renato Variale per confermare la svolta nelle politiche della pubblica amministrazione, che ha permesso l’assunzione di diverse centinaia di nuovi funzionari e l’avvio di ulteriori bandi per assumerne complessivamente un migliaio, che andranno a completare senza difficoltà il turn over delle partenze. Con l’uso delle nuove tecnologie digitali si intravede il reale ammodernamento dei servizi e lo snellimento delle pratiche. Sulle difficoltà relative all’erogazione dei servizi, del funzionamento della rete diplomatico-consolare e degli interventi migliorativi si è espresso il direttore generale Luigi Vignali.

Rispondendo al consigliere Mariano Gazzola intervenuto per illustrare le difficilissime condizioni in cui vivono le nostre comunità in Venezuela e in alcuni paesi in Sudamerica; sulle discrepanze e sui ritardi prodotti dalle turnazioni nelle sedi consolari; sull’insufficiente comunicazione delle rete consolare per interventi assistenziali ha ribadito con i numeri e con specifiche precisazioni l’attenzione e la vicinanza della rete alle istanze dei connazionali. Il direttore Vignali è intervenuto, inoltre, in risposta alla sollecitazione avanzata dal consigliere Gianluca Lodetti, tesa a scongelare la convenzione tra gli istituti di patronati e il MAECI rispondente all’articolo 11 della legge 152/2001 e a promuovere sinergie tra tutti i soggetti abilitati all’erogazione dei servizi, da tempo congelata negli uffici della Farnesina, palesando l’interesse alla ripresa dell’iniziativa.

I consiglieri Pino Maggio, Rodolfo Ricci e Riccardo Pinna hanno illustrato le difficoltà legate alle politiche sociali e a quelle legate al mondo del lavoro, all’uso dei contributi assegnati alla rete consolare per gli aiuti straordinari ai bisognosi e ai meno abbienti, che a causa della pandemia si sono trovati in situazioni di indigenza e non riescono ancora a godere dei diritti sanitari garantiti dalla costituzione italiana. Si è ansiosi di conoscere le proposte avanzate dal governo nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per modernizzare, semplificare e integrare le politiche per gli italiani all’estero nel grande progetto di rinnovamento dell’Italia. (Inform/dip 26)

 

 

 

 

 

Il XVIII Rapporto ICE-Prometeia: “Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori”

 

Il commercio internazionale ripartirà nel 2021 (+7,6%) e la ripresa si consoliderà nel 2022 con un ulteriore + 5,3%. Digitale, innovazione, sostenibilità i nuovi paradigmi di competizione sui mercati del futuro

 

ROMA – Nel 2021 il commercio internazionale ripartirà del 7,6% in volume e la ripresa si consoliderà nel 2022 con un’ulteriore crescita del 5,3%, riportando le importazioni dei mercati analizzati sui livelli prima della crisi. È quanto emerge dal XVIII Rapporto: Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori realizzato da ICE Agenzia in collaborazione con Prometeia. Lo studio è stato oggi introdotto dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Luigi Di Maio, e illustrato da Carlo Ferro, Presidente di ICE Agenzia, con Alessandra Lanza, Senior Partner di Prometeia, presso la sede milanese di ICE Agenzia.

Secondo il Rapporto il 2020 si è chiuso con una caduta degli scambi mondiali poco superiore al 7% su base annua. Gli scambi commerciali internazionali hanno giocato un ruolo fondamentale nell’arginare la diffusione dell’epidemia: nell’ultimo anno i flussi commerciali dei beni legati all’emergenza (dai dispositivi di protezione, ai prodotti farmaceutici, al materiale medico/sanitario) sono infatti cresciuti in valore del 17%. Il settore più collegato all’emergenza sanitaria, la Chimica farmaceutica, ha, infatti, sperimentato un’espansione della domanda internazionale dell’8%. Il dato si confronta con flessioni superiori al 20% per i settori collegati alla mobilità (Automotive e Altri mezzi di trasporto) o a oltre il 10% per alcuni comparti tecnologici (Meccanica in particolare) e di consumo (Sistema Moda e Arredo), tra quelli di particolare rilevanza per l’Italia.

I rinnovati bisogni per un maggior comfort domestico messo in luce dagli apparecchi per la casa, unitamente alla tenuta di filiere come quella agroalimentare hanno contribuito a progressive revisioni al rialzo delle previsioni sul commercio mondiale di beni per il 2020, passato da una prospettiva di caduta a doppia cifra prima dell’estate a una flessione ben più moderata nella seconda parte dell’anno.

Alla luce di questi elementi di fondo, il Rapporto stima nel 2021 una ripartenza del commercio internazionale del 7,6% in volume. Con un’ulteriore crescita del 5,3% nel 2022, la ripresa andrà consolidandosi, riportando le importazioni dei mercati analizzati sui livelli di prima della crisi, già a fine di quest’anno. Si tratta, ovviamente, di prospettive collegate all’ipotesi di una progressiva accelerazione e maggiore diffusione su scala globale del piano di vaccinazione.

Il recupero di domanda atteso in molti mercati già per il 2021 non si tradurrà in ogni caso in un ritorno al passato in senso stretto. La crisi del 2020 porta con sé una modifica dei fattori competitivi che favoriscono il successo delle imprese sui mercati internazionali. Dal punto di vista settoriale si rafforzano nuovi temi che condizioneranno il commercio estero sia dei beni di consumo sia di quelli d’investimento. Nei primi, un ritorno all’essenziale e ad aspetti salutistici favorirà nel Made in Italy l’Alimentare e l’Arredo (rispettivamente +8,5% e +8,4% la crescita nel 2021) ma anche un recupero, rispetto alla flessione del 2020, per il Sistema Moda, più legato alla socialità (+6,7% la variazione attesa nel 2021). Gli aspetti salutistici dei consumi, per esempio, risulteranno premianti anche dopo il superamento della crisi sanitaria, mantenendo la filiera agroalimentare tra quelle più attrattive. Tra i settori collegati alla mobilità, dopo la forte caduta del 2020 la domanda ripartirà più veloce nell’Automotive.  Nei beni d’investimento si vedrà comunque una crescita della Meccanica, primo settore dell’export nazionale (+6,8% la previsione del 2021 e un tasso di sviluppo poco sopra il 5% nel 2022), e dell’Elettronica (+8,2%), comparto che ha mostrato una delle migliori tenute già durante la fase più acuta della crisi.

Nel dettaglio, i mercati maturi europei, tradizionale punto di riferimento per le imprese italiane, sono destinati a recuperare in parte nel 2021 quanto perso nel 2020, per poi superare i livelli di domanda precrisi nell’anno successivo. Una ripresa più accelerata caratterizza l’area nord-americana che già nel 2021 andrà oltre i livelli di import del 2019. Ancor più rapidi i tempi di recupero di altre aree, per via di una riduzione dei volumi meno intensa nel corso del 2020 (è il caso soprattutto dei paesi asiatici, maturi e non) o di ripartenze mediamente più intense. All’interno degli emergenti, e nonostante un recupero delle commodity che spesso finanziano la loro domanda internazionale, un andamento relativamente meno brillante riguarda l’Africa subsahariana e l’America Latina, le cui prospettive rimangono frenate anche da una minor fiducia verso i sistemi sanitari nazionali circa la messa in campo di un’immunizzazione diffusa.

Nel continente asiatico l’anno della pandemia è stato anche l’anno del più grande accordo di libero scambio mai siglato, un’intesa che può modificare gli equilibri competitivi in una delle aree a maggior potenziale in chiave prospettica (i paesi firmatari assorbono già l’8% dell’export italiano). Con un contributo al commercio mondiale di 9.300 miliardi di euro (di cui più di un quarto già intra area) e con oltre 2,2 miliardi di persone coinvolte, i 15 firmatari dell’accordo RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) hanno posto le fondamenta per un’intesa che, dal punto di vista commerciale, guarda soprattutto agli impatti di medio termine.

Per l’Italia si tratta di mercati che valgono nel complesso 39 miliardi di euro (l’8% del suo export) e il cui presidio rimane fondamentale per la ripresa dei prossimi anni. Già nel 2021 per esempio la crescita dell’import di questi paesi sarà superiore di almeno due punti a quella attesa per la media degli scambi mondiali.

I megatrend: Più che i settori in sé saranno premiate le strategie di quanti faranno propri gli stimoli verso digitalizzazione, sostenibilità e innovazione, i nuovi paradigmi che guideranno politiche industriali, modelli di produzione e consumo nell’epoca post-Covid. Stiamo, infatti, assistendo, all’accelerazione di alcuni macro-trend: la ripresa accelera lo spostamento del baricentro del commercio internazionale verso oriente; il barometro geopolitico segna per il 2021 l’opportunità di un nuovo multilateralismo con un ritrovato ruolo per un’Europa oggi più coesa e incisiva; la contrazione della capacità di acquisto dei consumatori premierà il valore dei prodotti, inteso come rapporto prezzo/prestazione, ma anche la corrispondenza a valori immateriali dei consumatori come quello della sostenibilità sociale e ambientale.

Di fronte ai momenti critici della storia recente, l’Italia ha mostrato alcuni dei suoi spunti migliori proprio attraverso l’internazionalizzazione. Dall’introduzione dell’euro, all’ingresso della Cina nel WTO, alla crisi del 2009, le imprese hanno attraversato questi shock trasformandoli in occasioni di selezione virtuosa. Hanno, per esempio, saputo spostare sulla qualità i vantaggi competitivi una volta riconducibili agli sconti facili delle svalutazioni, guardare alla Cina anche come mercato (oggi il secondo fuori dall’Europa) più che mera minaccia, scommettere su un aumento della propria vocazione internazionale (l’export è ormai quasi 1/3 del PIL nazionale) davanti alle difficoltà del mercato domestico.

Oggi queste prove di forza del passato rappresentano per le imprese e per l’intero Sistema Paese un presupposto di fiducia; un pilastro su cui costruire la risposta a una sfida futura altrettanto complessa.

“Per le imprese italiane, dopo un periodo di difficoltà e coraggiosa resistenza, si apre nei prossimi mesi una fase di nuove possibilità – afferma Luigi Di Maio, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. “Dobbiamo dare ai nostri giovani tutti gli strumenti per gareggiare ad armi pari con i loro coetanei stranieri, perché sui mercati internazionali, specie su quelli emergenti, c’è una crescente domanda di “Made in Italy” che va intercettata. Questa è la direzione da seguire e lo stiamo facendo grazie al “Patto per l’Export” e all’impiego dei fondi stanziati per la sua attuazione. Le aziende italiane che operano o desiderano operare oltreconfine si confrontano ogni giorno con molteplici sfide. Con uno sforzo economico senza precedenti – oltre 4 miliardi di euro – scommettiamo sulla loro capacità di farvi fronte, sostenendone la transizione digitale, la formazione di capacità manageriali e l’accompagnamento sui mercati esteri. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in molte sue sezioni, è stato concepito proprio con l’obiettivo di stimolare l’internazionalizzazione e la crescita dimensionale delle imprese italiane, soprattutto nei settori più innovativi e strategici, quelli legati all’alta tecnologia e alle cosiddette “transizioni gemelle”, digitale ed energetica, che necessitano di essere sostenuti negli investimenti in ricerca e sviluppo.”

“Dai dati arrivano anche alcuni segnali incoraggianti” – afferma Carlo Ferro, Presidente di ICE Agenzia. “Tra i Paesi del G8, l’Italia è il secondo per minor flessione dell’export e questo contributo ha consentito di attenuare un più forte calo dei consumi interni. Inoltre, nonostante il calo delle esportazioni ci sono eccellenze settoriali, gli ‘Oscar dell’export’, che hanno performato positivamente su alcuni mercati, indice della capacità delle nostre filiere di resistere agli shock inaspettati. Per esempio, il riso verso la Germania, la pasta verso Giappone e UK, il vino verso la Corea del Sud e l’Olanda e l’olio di oliva verso la Francia. Oltre il farmaceutico e l’alimentare, che sono cresciuti come settori, ci sono performance dell’export settore-Paese particolarmente positive: i componenti elettronici verso gli Stati Uniti, le macchine tessili verso la Turchia, le materie plastiche verso la Cina, le calzature in Corea del Sud, per fare alcuni esempi. L’incertezza degli scenari futuri però rimane un “elefante nella stanza”, per questo abbiamo potenziato la nostra azione. Non solo facciamo di più ma vogliamo farlo in modo nuovo, rapido e flessibile, con servizi scalabili e modulabili per accompagnare, con reazione e visione, le imprese sui nuovi trend di mercato tracciati dal Rapporto ICE-Prometeia.”

“Il 2020 si è chiuso con una caduta degli scambi mondiali poco superiore al 7% – afferma Alessandra Lanza, Senior Partner di Prometeia. “Eccezionale per intensità e diffusione su scala globale, il carattere non strettamente economico della crisi rappresenta un elemento di profonda incertezza. Allo stesso tempo supporta l’idea che, una volta superata l’impasse sanitaria, il recupero possa prendere slancio. Il Rapporto stima nel 2021 una ripartenza del commercio internazionale del 7,6% in volume e un’ulteriore crescita del 5,3% nel 2022. La convinzione è che le imprese italiane possano ancora una volta reagire con efficacia alle sfide dello scenario. Negli ultimi vent’anni hanno infatti sempre ben risposto ai momenti di rottura nel quadro competitivo (dall’euro, alla crisi del 2009, agli shock su mercati strategici), accettandone con coraggio la selezione virtuosa e trovando nell’intensificazione dell’internazionalizzazione le risposte più convincenti”. (inform/dip 3)

 

 

 

 

Disorientati

 

Viviamo tempi difficili. Oggi aggravati da una Pandemia che andrà a “demolire” la nostra, già fragile, economia. La situazione nazionale presenta un caleidoscopio di notizie e di smentite che, non di rado, confondono le idee. Persino di quelli che ritengono d’averle ”chiare”. Da noi succede spesso. Intanto, l’Italia si avvia a una cauta ripresa dell’attività lavorativa con una situazione economica non dissimile dai primi anni del dopo guerra.

 

Tra “verità” e “inganno” i confini sono sempre più elastici. Credere, o meno, in un Paese che si riprenderà a tempi brevi resta una libera scelta che, dati gli eventi, nessuno si guarda bene dall’accertare. Intanto, la Penisola continua per una via della quale abbiamo difficoltà a inquadrare la meta finale.

 

Abbiamo preso atto, comunque, di certi “segnali”. Tra l’”ottimismo” e il “pessimismo”, c’è il “realismo”. Stato di fatto che dovrebbe essere meno trascurato nelle analisi correlate alla futura vita economica nazionale. Senza obiettivi in comune, non ci sono le premesse per un’Italia migliore. La “speranza”, infatti, può essere intesa anche come l’ultima spiaggia di un sistema che il “Coronavirus” ci ha fatto riscoprire. Non c’era altra scelta. L'Italia è, tra i Paesi UE, in una condizione molto complessa.

 

 Tra “essere” e “sembrare” i limiti si sono fatti relativi. Non a caso, viviamo una situazione inaspettata i cui effetti ci hanno lasciato disorientati. Come muterà il percorso della politica socio/economica italiana? E’ un interrogativo che ci siamo posti e che, ora, ribaltiamo ai Lettori. Nonostante tutto, ci sentiamo confusi da una politica che non è più quella di ieri, ma non è certo che resterà anche quella di domani. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

EY4NextGeneration, competenze per un futuro da protagonisti

 

L'innovativo programma di condivisione di know-how dedicato a orientamento professionale a supporto nuove generazioni

Investire sulle nuove generazioni, aiutando le loro scelte e supportando la loro preparazione. E' l'obiettivo del progetto EY4NextGeneration che mette a disposizione gratuitamente il capitale di competenze di EY come una sorta di guida per orientarsi professionalmente e affrontare i cambiamenti. Il programma, che si rivolge a tutti gli atenei italiani con particolare attenzione alle aree geografiche con minor tasso di occupazione, ha due anime.

Da un lato una serie di webinar tematici aperti a tutti, tenuti da professionisti EY con l'obiettivo di condividere know-how specifici su diversi argomenti. Dall'altra, percorsi di mentorship one-to-one organizzati con l'ausilio di una piattaforma digitale di matching per assegnare a ciascun partecipante il professionista più adeguato alle attitudini individuali.

"L'importanza -si legge in una nota- dei giovani come capitale umano fondamentale per lo sviluppo non solo economico della società è un tema caro alla politica. Primo fra tutti Mario Draghi che ha fatto riferimento alle risorse straordinarie del programma europeo Next Generation definendolo come "un'occasione per fare molto per il nostro Paese con una particolare attenzione al futuro delle giovani generazioni". Un concetto importante, specie in uno scenario pieno di squilibri generazionali come quello italiano", si legge ancora nella nota.

"Basti pensare -spiega ancora la nota- al gap del sistema educativo nel fornire competenze richieste dal mercato del lavoro. A tale proposito Eurostat colloca l'Italia al terz'ultimo posto tra i paesi dell'Ue per numero di laureati che hanno trovato un'occupazione entro tre anni dal termine del percorso di studi. Questo anche perché il nostro Paese risulta tra i meno digitalizzati del Vecchio Continente. In un simile scenario, il ruolo della formazione, oggi più che mai, diventa centrale per le nuove generazioni. A cominciare dal fornire gli strumenti adeguati per essere protagonisti della trasformazione digitale in atto".

"Un passaggio fondamentale -continua la nota- per la ripresa del motore economico italiano a cui EY vuole dare il suo contributo investendo nelle potenzialità dei giovani talenti. Il programma EY4NextGeneration è realizzato in partnership con Valore D, la prima associazione di imprese in Italia, da oltre 10 anni impegnata per l'equilibrio di genere e per una cultura inclusiva nelle organizzazioni, e con Aiesec, organizzazione internazionale gestita da studenti che promuove lo sviluppo del potenziale umano attraverso scambi culturali ed esperienze tra paesi. Webinar tematici 4NextGeneration propone un'offerta formativa gratuita e multidisciplinare articolata in tre diverse aree tematiche di webinar condotti da professionisti EY".

La prima sezione, 'Saper comprendere il presente per costruire assieme il futuro', prevede un calendario di 14 diversi webinar, che analizza processi e cambiamenti in atto nel mondo del business di oggi, in modo da fare la differenza domani. Tra i temi affrontati: cyber security, crafting leadership al femminile e molti altri. La seconda sezione, 'Una mappa per crescere: le nostre competenze al tuo servizio', si articola in 6 webinar, focalizzati sul mettere in risalto le competenze personali per raggiungere gli obiettivi professionali. Come riconoscere e far emergere il proprio potenziale, come fare rete con successo, sono alcuni degli argomenti trattati.

La terza sezione, 'Carriere fantastiche e come trovarle', conta 13 webinar che approfondiscono tutto quello che c'è da sapere sul recruiting e sul delicato passaggio dal mondo universitario a quello del lavoro. Una sorta di guida per prepararsi ad affrontare al meglio i colloqui professionali e i primi passi in azienda.

Percorsi di mentorship one-to-one Il momento della scelta del percorso professionale è particolarmente delicato e cruciale. In questa fase può essere illuminante affidarsi a una guida in grado di consigliare. Si tratta di uno strumento strategico che tende a far emergere e valorizzare il capitale umano dei giovani con l'ausilio della tecnologia. La selezione dei candidati, infatti, avviene mediante piattaforma digitale di matching che individua il mentoring più adatto alle singole attitudini di ciascun candidato. Tra mentoring e webinar, il progetto dovrebbe complessivamente coinvolgere in tre mesi circa 2500 persone e 450 ore di attività.

Qui le specifiche del progetto EY4NextGeneration: https://www.ey.com/it_it/careers/ey4nextgeneration-/nel-futuro-da-protagonisti  adnkronos 26

 

 

 

Lettera aperta a Draghi di una prossima sposa

 

Egregio Presidente Draghi,

con grande amarezza leggo in queste ore notizie che preannunciano riaperture per il settore wedding a partire dal 15 giugno. Da mesi attendiamo risposte e dopo le disattenzioni e il silenzio riservati agli operatori del settore e ai futuri sposi, apprendere che gli eventi privati verranno autorizzati solo dalla seconda metà di giugno, mi rattrista alquanto. Questo porterebbe migliaia di coppie a far slittare le proprie nozze di un altro anno e francamente non capisco come le stesse condizioni di monitoraggio e distanziamento adatte per i matrimoni dal 15 giugno in poi, non possano essere messe in atto anche nelle settimane precedenti.

Sembra il gioco delle tre carte solo che il re e la regina di cuori sono in carne e ossa e hanno scommesso i propri risparmi e tutto un corredo emotivo dal valore inestimabile.

I matrimoni di maggio, quelli che non sono ancora stati disdetti, e delle prime due settimane di giugno, si possono svolgere in sicurezza alla stregua dei successivi, si possono tenere all’aperto e garantendo la tutela della salute delle persone presenti.

Perché le manifestazioni sportive che coinvolgono masse di spettatori, sono state autorizzate e piccoli gruppi di familiari e amici, facilmente monitorabili, sono penalizzati come potenziali untori?

Lo Stato dovrebbe essere un padre che si adopera a supporto dei propri figli, a sostegno dei loro progetti, specie nei momenti di difficoltà come quello che stiamo vivendo ormai da quasi un anno e mezzo, lo Stato dovrebbe metterci in condizione di andare avanti, garantendoci l’accesso agli strumenti necessari per farlo e invece ci condanna a rinunciare o procrastinare il raggiungimento di una meta importante come quella del matrimonio arrogandosi il diritto di limitare le libertà individuali.

Carissimo Presidente, è ancora in tempo per rimodulare le decisioni, tenendo conto dei bisogni di chi, dopo aver perso tanto, in termini economici ed affettivi, ha bisogno di gettare le basi per il proprio futuro, ORA!

Pamela Leonardi

Una sposa (de.it.press 9)

 

 

 

Cgie: riunita in videoconferenza la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord

 

ROMA – La Commissione Continentale Europa e Africa del Nord si è riunita nei giorni scorsi in videoconferenza. Prima dell’inizio dei lavori è stato dedicato un minuto di raccoglimento per la scomparsa del Cav. Michele Di Leo, Presidente del Comites di Friburgo in Brisgovia (Germania).

La Commissione Continentale ha in primo luogo discusso  gli aggiornamenti sulla situazione sanitaria nei vari paesi di rappresentanza: “La pandemia da Covid-19 – si legge nel documento – ha colpito il continente europeo e l’Africa del Nord mettendo a nudo le diversità legislative presenti nei diversi paesi e nei continenti. Sono trascorsi 15 mesi da quando l’Europa si è confrontata con il dramma che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, e l’Italia risulta essere uno dei paesi comunitari più colpiti per numero di decessi e contagi. Oramai ci stiamo confrontati con la terza fase e varie forme evolutive del virus. Ovunque in Europa sono iniziate le vaccinazioni e l’EMA – Agenzia Europea per i Medicinali – ha autorizzato l’inoculazione di vaccini prodotti da diverse società farmaceutiche. Mai in così poco tempo la scienza ha messo a punto un vaccino efficace per rispondere ad una epidemia. L’Europa si è trovata impreparata a gestire la pandemia, c’è stata la rincorsa alla produzione dei vaccini e, partendo da una risposta disarticolata che ha fatto emergere anche dei conflitti tra i paesi comunitari per accaparrarsi i vaccini, è riuscita gradualmente a programmare dei piani comunitari per fronteggiare l’emergenza, mettendo in campo politiche della salute unitarie con l’acquisto di svariati milioni di dosi vaccinali; ha varato un piano di rilancio dell’economia senza precedenti, il “Recovery Fund”, dotato di 750 miliardi di euro, il quale permetterà ai paesi membri di avviare la transizione per rilanciare le economie, l’occupazione e per realizzare progetti di ammodernamento e di resilienza dei vari paesi comunitari. Anche i paesi europei non comunitari, in particolare il Regno Unito e la Svizzera, sono avanti con la campagna di prevenzione. All’inizio è mancato un coordinamento tra i paesi, successivamente gli interventi e gli approvvigionamenti sono migliorati e il Parlamento europeo è riuscito a trovare soluzioni adeguate e condivise per la gestione della sanità e dell’economia”. Nel documento si sottolinea inoltre la necessità di una più adeguata campagna informativa e di orientamento da parte della rete diplomatico-consolare nei confronti dei cittadini italiani all’estero, in particolare modo sulle condizioni o modalità della somministrazione dei vaccini, soprattutto nei confronti di chi è rimasto senza copertura sanitaria.  Segnalate inoltre difficoltà nell’erogazione dei servizi a seguito dell’introduzione della turnazione del personale impiegato nei consolati.  Dalla Commissione Continentale viene anche  espresso disappunto per la mancata consultazione da parte del Maeci dei Comites e del Cgie nell’applicazione di quanto previsto dai decreti “Cura Italia” e “Rilancio Italia”. “Molti nostri connazionali in Europa – continua il documento – vivono in situazioni di indigenza, anche per i postumi dell’epidemia; il loro rientro forzato in Italia impatterebbe sulle strutture sociali degli enti locali e, comunque, occorrerà prevedere una legislazione più agile per accoglierli e inserirli nel sistema produttivo o assistenziale italiano. Non si vede ancora la luce in fondo al tunnel, la trasformazione che comporterà questa crisi sanitaria avrà delle future ricadute negative sulla vita sociale, economica e sulla quotidianità dell’intero continente. Senza pronosticare allarmismi è evidente che fermo restando questi presupposti le valvole di sfogo di questi disagi produrranno fuoruscite ed esodo di nostri connazionali, che andranno ad aggiungersi ai già 6.300.000 iscritti AIRE”.

“La Commissione Continentale Europa e Africa del Nord – si legge poi nel documento – coglie molto positivamente l’opportunità di partecipare attivamente alla discussione sul futuro dell’Europa, aperta nei giorni scorsi dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, dal Presidente del Parlamento europeo David Sassoli e dal Primo ministro portoghese Antonio Costa, le cui dichiarazioni progettuali sono allegate al presente documento. Un identico documento prodotto dalla Camera dei Deputati è proposto alla lettura dei consiglieri delle altre commissioni continentali. Il Cgie, mediante la Commissione Continentale Europa e Africa del Nord, in qualità di organismo istituzionale e portatore di interessi, si propone come interlocutore nella fase di costruzione del processo proposto dai paesi comunitari che partirà orientativamente il 9 maggio 2021, giornata dell’Europa. La Commissione ha concordato di riunirsi regolarmente due volte al mese per discutere e rilanciare il progetto “Europa in Movimento” e discutere di temi che riguardano la libera circolazione in Europa e soprattutto ragionare su proposte per migliorare i diritti e le condizioni dei cittadini italiani/europei che vivono nel mondo. Tra queste anche la loro partecipazione politica nelle scelte dei propri rappresentanti. Nel mese di maggio organizzerà un webinar con il sottosegretario ai rapporti con l’Europa, Onorevole Enzo Amendola, che nella passata legislatura ha lavorato a stretto gomito con il Cgie. I colleghi residenti nel Regno Unito hanno ricordato lo stato in cui vivono i connazionali italiani in quel paese assieme ai termini temporali del 30 giugno 2021 per la realizzazione della Brexit, come anche l’alleggerimento della mole di lavoro che produrrà la riapertura del Consolato di Manchester sulle attività consolari nella City londinese. Occorre rafforzare le risorse umane in tutte le sedi consolari del vecchio continente e pensare all’assunzione di nuovo personale per calmierare i ritardi amministrativi esistenti”.

Per quanto riguarda la prossime elezioni dei Comites, previste per il 3 dicembre, la Commissione Continentale rileva come tale data  difficilmente permetterà di preparare al meglio i complessi adempimenti della legge 286/2003 e del relativo regolamento di attuazione, nonché la sperimentazione del voto telematico. Per la Commissione “Il prolungarsi dell’attuale situazione pandemica rappresenta a nostro avviso un serio ostacolo alla corretta preparazione delle prossime elezioni dei Comites. L’impossibilità di riunirsi ed organizzare momenti di incontro con la collettività, per informare e promuovere la partecipazione alle elezioni, rischia di comprometterne seriamente il risultato. Più a monte, il semplice atto di raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle liste appare quantomeno poco praticabile nell’attuale scenario.  È altresì da rilevare –  prosegue il documento – che i Consiglieri eletti in Europa e in Africa del Nord ritengono che le elezioni per il rinnovo dei Comites debbano svolgersi con una nuova normativa, la quale ridefinisca natura, funzioni, ruoli, prerogative e finalità degli stessi. L’obiettivo immediato, di fronte al quale occorrerà insistere senza arretrare, è quello di evitare la modalità di voto che contempla l’inversione dell’opzione, che, se ancora applicata, comprometterebbe la credibilità e la funzionalità dei Comitati degli Italiani all’Estero, la cui legge istitutiva ha oramai bisogno di essere aggiornata ai nostri tempi e alle necessità della nuova ondata migratoria; in sostanza gli italiani all’estero rappresentano il 10% della popolazione nazionale. È compito del Parlamento e del Governo assumere l’impegno di calendarizzare e approvare una nuova riforma che regoli questi organismi di rappresentanza, partendo auspicabilmente dall’articolato di legge assunto in assemblea plenaria del Cgie nel lontano novembre 2017 e che ha bisogno di alcuni aggiustamenti pratici in seguito alle trasformazioni sopraggiunte con la diffusione della pandemia da Covid-19 che, inesorabilmente, sta cambiando ordinamenti, modi di vivere e l’organizzazione statuale del mondo interno e di riflesso del mondo del lavoro e della società”. In proposito la Commissione chiede al Governo e alle istituzioni italiane “di impegnarsi per la soluzione dei problemi ancora irrisolti e per accorciare le distanze geografiche e quelle culturali tra il nostro paese e il mondo degli italiani all’estero, lo chiediamo per i nostri connazionali, ma anche per l’Italia, se vuole uscire definitivamente dalla palude nella quale si è ritrovata, facendo leva sulle potenzialità presenti nelle comunità italiane all’estero. Perciò rinnovare gli strumenti a disposizione degli organi di rappresentanza é ritenuto necessario ma per tutte le anzidette ragioni se ne auspica il rinvio”.

Inform/dip  28

 

 

 

I propositi

 

I fatti che viviamo, e che ci preoccupano non poco, vanno ben oltre le considerazioni politiche. Purtroppo, anche l’economia nazionale s’è bloccata. Per comprendere la realtà italiana, bisogna viverla. Conoscerla è importante, ma non è la stessa cosa che esserne direttamente coinvolti. Stiamo vivendo in un Paese con più anime e con un Esecutivo “impensabile” in tempi ordinari.

 

  Ora si tenta di tutto, ed anche di più, per arrivare a un compromesso per evitare un’ecatombe economica favorita dal “Coronavirus”. Nell’attesa di tempi migliori che, a nostro avviso, non giungeranno in periodi contenuti, l’Italia è entrata in “sofferenza"socio/economica. La buona volontà si confonde con sentimenti meno nobili e i possibili strumenti per recuperare il terreno perduto finiscono per essere ignorati o, peggio, utilizzati in modo discorde. Evidentemente, i buoni progetti non sono più sufficienti per l’auspicata remissione di una situazione nella quale siamo tutti coinvolti.

 

Restiamo, di conseguenza, disponibili per rendere pubbliche le perplessità e, gli eventuali, consigli dei Lettori Questo quindicinale ha, da subito, mostrata sensibilità nei confronti degli altrui problemi. In Patria come “altrove”. Assicuriamo, di conseguenza, che ogni opinione sarà attentamente vagliata.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Covax e produzione nel continente

 

Africa, Europa e vaccini: nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro

Dopo anni di grande crisi e di sfiducia verso le istituzioni multilaterali, la pandemia ha evidenziato l’importanza di ri-accendere la cooperazione internazionale. Un recente studio dello European Think Tanks Group (Ettg) ha analizzato come l’Unione europea può rafforzare il multilateralismo, individuando 10 policy recommendations per realizzare una nuova partnership fra eguali con l’Africa su vari temi come la riforma delle Nazioni Unite, il clima e la salute. 

Le politiche protezioniste e nazionaliste hanno fallito miseramente nel contrastare la diffusione del virus. Rafforzare la cooperazione multilaterale sulla salute è quindi essenziale non solo per soddisfare la domanda senza precedenti di vaccini, ma anche per rinsaldare e ri-accendere la cooperazione globale. Una partnership solida con i Paesi africani è cruciale per contrastare le sfide presenti, come la distribuzione equa dei vaccini e la gestione della malattie endemiche, ma soprattutto per prepararsi a quelle future, investendo in trasferimento di tecnologie e nella realizzazione di una capacità bio-manifatturiera africana.

La cooperazione tra Ue e Africa è particolarmente essenziale per riformare l’attuale architettura globale sanitaria, inclusa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e per dare piena attuazione all’approccio One Health, che sottolinea la connessione tra salute degli umani, degli animali e dell’ambiente. 

Covax e le fragilità africane

I Paesi africani hanno dato prova di grande solidarietà nell’identificare un approccio comune per contrastare la diffusione del virus. Ad esempio l’Africa Centre for Disease Control and Prevention è stato importante per coordinare la risposta africana alla pandemia, costituendo un Covid-19 response fund e lanciando l’Africa Medical Supplies Platform volta ad assicurare la distribuzione di milioni di dosi di vaccino per il continente. In questo contesto, l’Ue è stata uno dei primi e più importanti sostenitori del meccanismo Covax, un’iniziativa globale lanciata con lo scopo di ridurre i rischi per i produttori farmaceutici e garantire un accesso sicuro ai vaccini per i Paesi partecipanti, in particolare in Africa.

L’Ue si è anche impegnata nel garantire importanti risorse attraverso la Banca europea per gli investimenti e la Commissione europea per avviare l’Access to Covid-19 Tools Accelerator (ACT-A), creato per contrastare la fase più acuta del Covid-19, fornendo test, medicine e vaccini ai Paesi in difficoltà. Sebbene Covax e ACT-A abbiano già raggiunto l’importante risultato di favorire l’inizio della campagna vaccinale in molti Paesi africani, il numero di dosi previste per l’Africa non è nemmeno lontanamente sufficiente a garantire il raggiungimento dell’immunità di gregge per il Continente nei prossimi mesi.

Secondo i piani attuali, entro la fine del 2021 solo il 20% degli africani dovrebbe essere immunizzato contro il Covid-19. In questo contesto, il mix tra i problemi nelle forniture da parte delle case farmaceutiche, uniti agli acquisti bilaterali dei Paesi più ricchi, europei inclusi, rischiano di ridurre ulteriormente le capacità di Covax di raggiungere i risultati previsti. 

La riforma dell’Oms e lo sviluppo di una capacità bio-manifatturiera africana

I Paesi africani attualmente sono in grado di produrre solo l’1% dei vaccini sul loro continente ed è quindi fondamentale investire risorse per preparare le strutture pubbliche africane a rispondere a crisi sanitarie presenti (pensiamo alla gestione di fenomeni endemici come la malaria, l’Aids o la tubercolosi) e future. Occorre investire in trasferimento tecnologico per sviluppare capacità bio-manifatturiere in Africa e per farlo l’Ue dovrebbe costruire un consenso condiviso a livello di organizzazioni internazionali come il World Trade Organization (Wto) per sospendere i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale sui vaccini contro il Covid-19 e trasformarli in un bene pubblico globale.

Sviluppare una capacità bio-manifatturiera africana è il modo migliore per “aiutarli a casa loro”, riducendo le distanze tra produttori e fruitori, e di conseguenza anche i costi di trasporto, oltre che generare nuove opportunità di lavoro. Inoltre, l’Ue e l’Africa dovrebbero lavorare insieme per riformare l’Oms e aumentare le capacità di monitorare, gestire e comunicare future crisi sanitarie, stimolando le attività di ricerca e sviluppo per identificare patogeni futuri, soprattutto di origine zoonotica. L’Ue e l’Unione Africana hanno già co-promosso una risoluzione della World Health Assembly nel maggio 2020 in questo senso, affermando l’importanza della solidarietà e della cooperazione multilaterale come risposta alla pandemia, dando priorità all’accesso globale a vaccini e test a costi accessibili.

La presidenza italiana del G20: la salute come bene pubblico globale

La presidenza italiana del G20 deve giocare un ruolo chiave in questi processi, riscattando il fallimento di alcune recenti iniziative lanciate a livello di G7 per coordinare la ri-allocazione delle dosi di vaccino ai Paesi meno sviluppati. La presidenza italiana deve supportare i progetti e le iniziative volte non solo ad espandere le capacità bio-manifatturiere africane, ma anche per promuovere un approccio One Health, che sarà una delle priorità del prossimo Global Health Summit del 21 maggio ed è cruciale per sviluppare le capacità adeguate per pianificare e gestire le pandemie future. L’Ue può e deve imparare molto dall’esperienza africana nella gestione delle zoonosi e deve iniziare a guardare alla cooperazione multilaterale sulla salute come un’opportunità senza precedenti per rafforzare le sue politiche di cooperazione allo sviluppo, riconoscendo l’accesso alla salute come un bene pubblico globale.

Promuovere una cooperazione multilaterale efficace sui temi della salute che vada oltre la distribuzione dei vaccini rappresenta un’opportunità storica per l’Ue per rinsaldare i suoi rapporti con l’Africa e ricostruire la fiducia duramente colpita dalla decisione last minute di rinviare a data da destinarsi il summit Ue-Unione africana. La cooperazione multilaterale sulla salute è essenziale per guardare all’aiuto pubblico allo sviluppo non come beneficienza o addirittura come un costo, ma come strumento per aumentare la credibilità e il peso dell’Unione come attore di sviluppo sostenibile chiave per il continente e promuovere una partnership tra eguali che non lasci nessuno indietro. Daniele Fattibene, AffInt. 26

 

 

 

 

“Ci vediamo in Camera”: nuovo food talk di Assocamerestero

 

ROMA  - “Ci vediamo in Camera”: il nuovo food talk in 6 episodi, ideato e prodotto da Assocamerestero - l’Associazione delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) e Unioncamere - in collaborazione con GRINDER Ideas Production Entertainment, on air da domani, 29 aprile, per comprendere e affrontare il fenomeno dell’Italian Sounding.

Un viaggio virtuale a puntate nelle eccellenze del Made in Italy agroalimentare autentico attraverso le testimonianze dirette delle Camere di Commercio italiane all’estero di America, Europa, Asia e Australia.

Oltre 60 interventi in diretta tra operatori del settore, rappresentanti istituzionali, rappresentanti di aziende, consorzi e chef italiani da ogni parte del mondo.

Appuntamento alle 19.00 di domani, 29 aprile, online a questo link. Il ciclo di incontri si inserisce nell’ambito del progetto True Italian Taste, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzato da Assocamerestero in collaborazione con le Camere di Commercio Italiane all’Estero.

L’idea di “Ci vediamo in Camera” parte dall’obiettivo di realizzare un prodotto editoriale che esca dalle logiche del webinar diventando un vero e proprio food talk diretto a sensibilizzare l’audience sul tema centrale dell’Italian Sounding e il valore del Made in Italy agroalimentare autentico con un approccio informativo e di intrattenimento. Latticini, pasta, piatti pronti, prodotti a base di carne, prodotti da forno e i condimenti saranno di volta in volta l’argomento principale di ciascuna puntate.

Consigli, aggiornamenti su leggi e regolamentazioni della filiera, opportunità e innovazioni per il comparto. Il tutto sarà accompagnato da rubriche di approfondimento e di alleggerimento come “True Italian Stories” dove si parlerà di imprese, consorzi e istituzioni che con le loro attività cercano di rendere l’Italia del food and wine più competitiva e apprezzata nel mondo, o “ITALY vS itali”, un momento di confronto tra due versioni dei prodotti italiani in cui… non c’è confronto! Infine, si darà particolare attenzione alle aziende, con la rubrica “L’Innovazione del Riccio”, dedicata alle innovazioni, alle start up innovative e alle aziende che cercano di tutelare prodotti e processi attraverso la produzione, distribuzione e trasformazione, presentata da una Linkedin Top Voice, esperta di agrifood, Simona Riccio.

Dallo spirito autorevole ma leggero, “Ci vediamo in Camera” si rivolge a un pubblico variegato composto da aziende e associazioni che operano nel comparto, rappresentanti del mondo istituzionale e Italian food lovers.

Il programma è condotto dalla presentatrice Cristiana Banchetti e dal critico enogastronomico Luca Iaccarino che, nel corso delle puntate, interagiranno a rotazione con gli esponenti delle Camere di Commercio Italiane all’Estero e altri ospiti collegati in diretta live, scelti tra un’ampia rosa di esperti, opinion leader, addetti ai lavori e spokesperson legate ai temi trattati.

Si intervalleranno un totale di oltre sessanta ospiti, con chef e ristoratori italiani all’estero tra cui spiccano i nomi di Giorgio Locatelli e Pino Luongo, consorzi di tutela delle denominazioni di origine e aziende del comparto con un forte imprinting sull’innovazione.

“Ci vediamo in Camera” è una testimonianza del lavoro che le Camere di Commercio italiane all’estero stanno sviluppando dal 2016 in oltre 36 piazze del mondo per valorizzare i prodotti italiani autentici del food and wine con il progetto True Italian Taste. Con questa trasmissione, dal tono leggero ma autorevole, vorremmo avvicinarci di più alle imprese italiane della filiera per renderle più consapevoli della forte competizione che si cela dietro questo fenomeno, ma anche delle grandi opportunità di posizionamento all’estero che le Camere sono in grado di segnalare e facilitare – ha dichiarato Domenico Mauriello, Segretario Generale di Assocamerestero. (aise/dip 28) 

 

 

 

 

Garanzia di un lavoro

 

In Italia persistente un ridotto livello occupazionale. I dati ISTAT non fanno che confermare l’evoluzione di questo fatale fenomeno sociale. Mentre nel Paese i sacrifici continuano a gravare sull’economia spicciola, sul fronte del lavoro si continua a vedere ”buio”. Un buio preoccupante. Dati recenti offrono una visione d’insieme che non promette migliori attese. Più del 25% dei giovani (tra i 18 e i 25 anni) non è ancora riuscito a trovare un’occupazione; anche se non stabile. E’ salita anche la percentuale di chi il lavoro l’ha perduto (+18% rispetto allo scorso anno).

 

Sostenere l’occupazione non è solo un impegno politico; coinvolge anche delle profonde implicazioni sociali. Se, dalle percentuali, si passa ai numeri, il quadro occupazionale è inquietante: più di un milione di senza lavoro e oltre quattrocentomila i sottoccupati. Ma non solo. E’ aumentato il numero d’ore di cassa integrazione a fronte di una crescita della produzione industriale sotto il 2%.

 

 Dietro la recessione, indubbiamente, c’è da indagare anche su una gestione errata delle risorse, favorita da una politica sempre meno interessata alla tutela del sociale. Col Coronavirus, ora, ha una valenza generale e i giovani, ma non solo loro, sono in difficoltà più che per il passato. Il 2021 è iniziato con un PIL in negativo. Non era mai capitato. Neppure negli anni “bui” del secolo scorso.

 

In economia spicciola, non sempre la proiezione dei grandi numeri trova oggettivo riscontro. Pur senza voler fare del pessimismo a buon mercato, la fibrillazione economica nazionale continua e la Pandemia pure. Sul fronte istituzionale, ogni previsione resta un’incognita sulla quale preferiamo non confrontarci. Mancando certe garanzie operative, è inutile esporre, quindi, delle ipotesi attendibili. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

"Possibile vaccinarsi per gli italiani Aire temporaneamente in Italia. Un codice sostituirà la tessera sanitaria"

 

Roma – "Gli italiani residenti all’estero, che si trovano temporaneamente in Italia, potranno vaccinarsi nella propria Regione. Lo conferma l’ultima ordinanza del generale Figliuolo, commissario all’emergenza Covid. Che dopo l’approvazione degli atti parlamentari sollecitati da Italia Viva, sia al Senato che alla Camera, ha stabilito le modalità con le quali i nostri connazionali Aire potranno accedere alla campagna vaccinale. Nel rispetto delle tempistiche previste per chi risiede in Italia".

“Lo scoglio burocratico che per settimane aveva impedito la vaccinazione di cittadini Aire, temporaneamente in Italia, era rappresentato dal non essere iscritti al sistema sanitario nazionale. Molti connazionali mi hanno scritto proprio perché preoccupati da questo aspetto molto pratico. Con questa ordinanza, il generale ha chiarito che il Sistema Tessera Sanitaria genererà per queste persone uno specifico codice per la vaccinazione anti-Covid e lo comunicherà agli enti. In fase di prenotazione e iniezione saranno poi le regioni e le province autonome a verificare che tutti i dati siano corretti, grazie alle informazioni messe a disposizione proprio dal Sistema Tessera Sanitaria”.

“L’ordinanza del commissario Figliuolo coinvolge anche i dipendenti delle istituzioni europee, gli agenti diplomatici e il personale tecnico-amministrativo delle missioni diplomatiche e il personale di enti e organizzazioni internazionali. Tutti i dettagli e le modalità tecniche attuative saranno pubblicate entro cinque giorni sul sito www.sistemats.it”. Lo dichiara la senatrice Laura Garavini. Dip

 

 

 

 

Circolare di Laura Garavini agli amici in Europa

 

Efficiente. Meno burocratica. Ambientalista. Con tante opportunità per donne e giovani. E più attenzione alle famiglie. Quante volte abbiamo immaginato un'Italia così? Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, finanziato dall’Europa, appena approvato in Senato ed alla Camera, iniziamo a realizzarla. Grazie alle ingenti risorse stanziate, ad esempio, per le infrastrutture. O agli oltre 22mila nuovi posti negli asili nido. Tutte misure che perseguono gli stessi obiettivi con cui abbiamo fondato Italia Viva un anno e mezzo fa: semplificazione, parità di genere, investimenti in infrastrutture per rimettere in moto l’economia, riforme progressiste. Ora le risorse europee permettono di concretizzarli. Come ho dichiarato intervenendo in Senato in replica al Presidente Draghi: da una grande crisi come la pandemia può scaturire un esito positivo, rivoluzionario per il Paese.

 

Possibilità di vaccinarsi in Italia per gli Aire rientrati temporaneamente. Un risultato di Italia Viva

Una bella notizia! Dopo aver sollevato la questione sia in Senato che alla Camera, il Governo ha accolto la nostra sollecitazione. Mia, del collega Massimo Ungaro e di Italia Viva tutta. Acconsentendo che anche gli italiani residenti all'estero, ma temporaneamente in Italia, possano vaccinarsi nel loro luogo di domicilio. Gli Aire infatti rischiavano di rimanere esclusi, non essendo in possesso della tessera sanitaria. Con la nuova ordinanza del generale Figliuolo, commissario straordinario per il piano vaccinale, verrà assegnato un codice sostitutivo della tessera sanitaria, che permetterà ai connazionali Aire di potersi prenotare e vaccinare. Esattamente come per i residenti in Italia. Tutti i dettagli saranno forniti nei prossimi giorni su www.sistemats.it.

 

L'importanza del Green Pass

Il blocco della mobilità è difficile per tutti. Ma lo è ancora di più per gli italiani nel mondo. Abituati ad avere la valigia sempre pronta. Sempre in viaggio, tra più Paesi e più culture. Ecco perché ho creduto da subito nell’utilità di un passaporto vaccinale europeo, che renda più agevole spostarsi tra paesi a chi è stato vaccinato o è immune, in quanto già guarito dal covid, oppure é in possesso di un tampone recente. Il Green Pass introdotto dall’Unione Europea é un'applicazione che garantirà alle persone vaccinate di muoversi liberamente. E non doversi sottoporre a quarantene o altre limitazioni. L'Unione Europea ha confermato che il sistema operativo dell'app, sarà disponibile da giugno. Questo vuol dire che i singoli Paesi potranno implementarlo e renderlo attivo entro luglio. Ho sollecitato il governo a organizzarsi per tempo, come riportato su Il Messaggero e SkyTg24. Dobbiamo farci trovare pronti. Anche in vista della stagione turistica estiva.

 

Passo dopo passo, si riparte

Ne è valsa la pena. Di andare controcorrente. Anche di prendersi critiche spesso dure ed amare. Perché a tre mesi di distanza dalla nostra battaglia politica con la quale chiedevamo un cambio di passo nell'esecutivo, possiamo dire che questa svolta c'è stata. Con il governo Draghi stiamo tornando alla normalità. Gradualmente ed in sicurezza. I nostri ragazzi rientrano in classe. Si torna a viaggiare. A riaprire negozi e ristoranti. Compatibilmente con i dati dei contagi si potrà a breve anche rivedere l'orario del coprifuoco, come ho spiegato all'Ansa. Un passo alla volta, si riparte. Anche per questo siamo sempre più convinti della scelta fatta.

 

Negli scienziati italiani, la chiave della ripartenza 

Siamo in una fase di rilancio. Ma, allo stesso tempo, ci troviamo di fronte ad un bivio. Possiamo scegliere se tornare all'Italia, prima del Covid. O se trasformarci in un Paese più innovativo. La ricerca scientifica è la chiave di svolta. E i nostri ricercatori nel mondo ne sono spesso autorevoli interpreti. Per questo la ripartenza può essere anche un'opportunità per far rientrare tante nostre brave scienziate e scienziati, oggi all’estero. Offrendo loro in Italia le opportunità che in passato hanno dovuto cercare oltre confine. L'ho ribadito in occasione della 'Giornata della ricerca italiana nel mondo', aprendo i lavori del seminario promosso dall’Ambasciatore italiano ad Oslo, Alberto Colella. È sempre un grande piacere poter ascoltare le storie di tante e tanti nostri talenti in giro per il mondo. Ne andiamo molto orgogliosi.

 

Cittadinanza a Patrick Zaki, per chiederne la libertà

I nostri ricercatori all'estero sono menti aperte. Senza confini. Esattamente come Patrick Zaki. Lo studente dell’Università di Bologna che da oltre un anno é ingiustamente detenuto in carcere in Egitto. Da ex studentessa dell'università di Bologna, prima ancora che da parlamentare, sono intervenuta in aula facendo mia la richiesta di conferire la cittadinanza italiana a Patrick. Come richiesto da decine di Comuni italiani e da associazioni per la difesa dei diritti umani. Un fatto simbolico. Ma anche uno strumento per dare più forza alle istituzioni italiane nella richiesta del rilascio del ragazzo. Con il quale chiediamo che Zaki possa tornare ad essere libero di imparare. Libero di scegliere come vivere la sua vita.

 

Accanto alle donne bielorusse 

Un grande esempio di coraggio. Sono le donne in Bielorussia. Che stanno guidando con passione, da mesi, un’opposizione democratica e decisa. Per chiedere il rispetto dei diritti civili. E lo svolgimento di elezioni libere e trasparenti. Abbiamo incontrato la loro leader Sviatlana Tsikhanouskaya, insieme alla nostra Presidente Maria Elena Boschi e ai colleghi Massimo Ungaro e Gennaro Migliore. Come Italia e come Europa, siamo al loro fianco.

 

Italiani vivaci con Italia Viva nel mondo 

Allegria. Entusiasmo. Partecipazione. Ma anche approfondimento. Dedizione. Consapevolezza del particolare momento storico. E del ruolo che ognuno di noi può avere nel suo quotidiano. Gli incontri con i nostri comitati di Italia Viva nel mondo sono sempre una carica di energia importante. Abbiamo celebrato la Liberazione ricordando il ruolo delle donne nella resistenza. Italiana ed Europea. Così come abbiamo approfondito le potenzialità della cultura nell'abbattere i confini. Ogni tema diventa occasione di confronto. Proficuo e costruttivo. Perché, anche a distanza, Italia Viva c'è. Ed è vivace! Laura Garavini, dip 30

 

 

 

 

Approvata la risoluzione del Pd sul rafforzamento della rete dei consoli onorari nel mondo

 

ROMA – “La Commissione Esteri della Camera ha approvato la risoluzione da me presentata, assieme alla collega Angela Schirò, con la quale si impegna il Governo a procedere al rafforzamento e alla semplificazione dell’attività della rete dei consoli onorari nel mondo”, annuncia la deputata del Pd Francesca La Marca (eletta nella circoscrizione Estero-ripartizione Nord e Centro America)

L’on. La Marca sottolinea che “è la prima volta che queste figure, che svolgono un’utile funzione complementare del ruolo dell’amministrazione all’estero, a titolo gratuito e sotto il controllo del personale diplomatico e consolare, ricevono attenzione dal Parlamento e dal Governo e si possono giovare di alcuni impegni scaturiti da una proficua interlocuzione con i Sottosegretari Della Vedova e Di Stefano e con la stessa amministrazione del Maeci”. “Con questo atto, infatti – continua la deputata – , si favorisce un concreto riconoscimento della rete onoraria; si affronta la questione delle risorse previste per il sostegno della rete; si cerca di coprire i posti rimasti vacanti, a partire da quelli che hanno carattere di maggiore necessità; si valuta la possibilità di rendere più elastico il limite di età attualmente fissato a 70 anni; si semplificano gli adempimenti previsti per la rendicontazione; si cerca di anticipare i tempi di invio dei contributi.

Naturalmente – aggiunge La Marca –  si tratta di un atto che affronta solo uno dei diversi aspetti del necessario miglioramento dei servizi consolari, che è un obiettivo di assoluta urgenza e necessità. Ma – ad avviso della parlamentare – non fare intanto i passi concreti che si possono fare per migliorare lo stato delle cose a beneficio dei connazionali, significa aprire le porte al tanto peggio tanto meglio, che non è nella nostra cultura politica e nella nostra etica pubblica”.  La deputata, ringrazia infine “la capogruppo Pd in Commissione esteri, on. Lia Quartapelle, e quanti hanno contribuito, in modo trasversale, al positivo risultato per la nostra rete onoraria”, conclude l’on. La Marca. (Inform/dip 5)

 

 

 

La vera crisi della rete estera del Maeci

 

“Nessuno mette in dubbio il ruolo dei consolati onorari nel mondo, ma accostare l’ipotesi di un loro potenziamento come exit strategy per l’attuale crisi funzionale della rete del MAECI all’estero rischia di veicolare un messaggio confuso e distorto circa lo stato di salute della stessa, oltre che fornire una soluzione bizzarra, sia sotto il profilo formale che sostanziale, ad una criticità endemica la cui soluzione deve rintracciarsi esclusivamente in due percorsi complementari ed inderogabili: incremento delle assunzioni, sia di personale di ruolo che di impiegati a contratto ed incremento delle risorse per il personale, segnatamente per quanto attiene il riadeguamento stipendiale in alcuni casi fermo da un decennio”.

Lo dichiara in una nota Iris Lauriola, segretario nazionale della CONFSAL-UNSA Esteri.

“I limiti della rete estera in termini di operatività e qualità dei servizi rappresentano da anni un tema complesso e multilivello, conseguenza delle drammatiche politiche di razionalizzazione portate avanti negli ultimi anni, - spiega Lauriola - in combinato disposto con il blocco del turn over che ha alimentato le vacanze di organico nelle nostre sedi, soprattutto in quelle dove la domanda di servizi è cresciuta in maniera esponenziale con l’aumento del numero dei connazionali emigrati. A ciò si aggiungono gli effetti drammatici dall’emergenza pandemica”.

 

“Purtroppo la risoluzione depositata dall’On. La Marca non cita e non approfondisce le ragioni dell’attuale crisi della rete del MAECI all’estero – continua Lauriola – e di conseguenza non individua un percorso risolutivo, coerente con la disciplina, ma suggerisce – di contro - una deroga alla stessa, chiedendo al Governo, di abdicare alle preminenti funzioni dello Stato a favore di un soggetto con incarico onorifico”.

 

“Puntare sul rafforzamento della rete dei consolati onorari, sull’implementazione delle loro funzioni e l’incremento delle risorse a questi destinate significa attuare una grave deresponsabilizzazione dello Stato – spiega Lauriola – che in questo modo subappalta ad un privato - spesso non cittadino - le sue funzioni, in deroga ai principi di trasparenza e correttezza dell’azione amministrativa. Tra l’altro – aggiunge Lauriola  - un incremento delle risorse da destinare ai consolati onorari comporterebbe nei fatti uno svilimento della ratio che sottende l’ istituto, poiché ai sensi della disciplina vigente, l’incarico è conferito a titolo esclusivamente onorifico e gratuito, sebbene sia previsto un rimborso. Pertanto non si può pensare di ristorare qualsivoglia onere o iniziativa poiché rischierebbe di trasformare il “rimborso” in una vera  e propria “retribuzione”. Tanto vale assumere i consoli onorari previa legittima procedura concorsuale”.

“L’istituto del console onorario, specificamente disciplinato sotto il profilo internazionale oltre che nazionale, - conclude Lauriola - è complementare e non alternativo alla suprema funzionalità della struttura diplomatico consolare oltre confine. Pertanto ogni ipotetico accostamento di questo istituto a quello della rete estera del MAECI nella prospettiva di una sovrapposizione o di un’amplificazione della sua funzionalità risulta totalmente privo di legittimità. Chiediamo al Governo e alla Commissione esteri della Camera di affrontare seriamente questa risoluzione, ricalibrandone la portata e le aspettative e coinvolgendo quanti più soggetti competenti nell’ambito delle prossime audizioni, al fine di non autorizzare un precedente assolutamente pericoloso per l’azione amministrativa”.

 

“La rete estera del Maeci è notoriamente arrancante sotto il profilo del personale attivo e della qualità dei servizi, alla Camera il Governo si impegna a rafforzare la rete dei consolati onorari per sopperire alle mancanze di quelli di carriera e, nel contempo, il Ministero fa slittare di un mese il calendario delle prove per le due procedure concorsuali in atto per circa 400 profili di seconda area, pertanto appare incomprensibile la logica perpetrata dalla Farnesina”. Lo dichiara in una nota Iris Lauriola, Segretario Nazionale della CONFSAL-UNSA ESTERI.

“Buona parte delle amministrazioni dello Stato hanno raccolto l’invito alla semplificazione delle procedure concorsuali in atto, con una sorta di effetto domino virtuoso, la cui mission è quella di giungere all’assunzione di nuovo personale entro pochi mesi – spiega Lauriola – attraverso preselezioni snelle, talvolta per titoli, prove di concorso uniche e digitalizzazione, mentre al MAECI ci si ostina ad arroccarsi su procedure vetuste e faraoniche praticamente identiche a quelle vigenti in epoca pre-covid. Il bando attualmente aperto per le seconde aree è per un numero irrisorio di profili che, a malapena, andrebbero a colmare i vuoti lasciati dai pensionamenti maturati nel 2021. Pertanto, stando così le cose, a dicembre 2021, nella fortunata ipotesi che le procedure concorsuali dovessero concludersi, ci ritroveremo esattamente al punto di partenza”.

“Chiediamo a gran voce l’intervento dei Ministri Di Maio e Brunetta affinché si solleciti una razionalizzazione delle procedure concorsuali anche attraverso una revisione del bando e una sua riapertura che consenta almeno di sintetizzare le prove in una sola – conclude Lauriola – visto che il MAECI è oggettivamente in emergenza anche in ragione della sua particolare configurazione e dislocazione amministrativa non assimilabile ad altre strutture, e non possiamo permetterci un altro anno di agonia occupazionale in piena pandemia e con migliaia di connazionali che invocano una legittima assistenza all’estero. Solleciteremo i ministri competenti per affrontare la questione e invocare una soluzione di buon senso su uno scenario in cui non esistono progetti chiari ed efficaci”.

Consal Unsa Coord. Esteri, dip 5

 

 

 

 

 

 

EU-Sozialgipfel in Porto soll in Corona-Krise Zeichen setzen

 

Wie sozial sollte Europa sein? Diese Frage wird beim EU-Gipfel in Portugal bis Samstag diskutiert. Denn die EU ist mit ihrem Binnenmarkt und der Währungsunion vor allem ein Wirtschaftsraum, der den freien Verkehr von Waren, Dienstleistungen und Kapital betont.

Soziale Fragen sind grundsätzlich Angelegenheit der Mitgliedstaaten. Dennoch ist die EU-Sozialpolitik inzwischen viele Milliarden Euro pro Jahr schwer. Ein Überblick:

Welche Mittel hat die EU in der Sozialpolitik?

Wichtigstes Instrument ist der Europäische Sozialfonds (ESF). Laut EU-Kommission hilft er jedes Jahr zehn Millionen Menschen, einen Job zu finden oder sich weiterzubilden. Bis 2027 stehen dafür 88 Milliarden Euro zur Verfügung. Seit 2007 gibt es auch einen Fonds zur Anpassung an die Globalisierung. Er hilft bei der Umschulung entlassener Arbeitnehmer. Sein Volumen beträgt jährlich 186 Millionen Euro.

Neu aufgelegt wurde im vergangenen Jahr ein Fonds, um von Kohle abhängigen Region und ihren Arbeitnehmern den Strukturwandel hin zu einer klimafreundlicheren Wirtschaft zu erleichtern. Er umfasst bis 2027 rund € 17,5 Milliarden.

Wann fand der letzte EU-Sozialgipfel statt?

Er wurde 2017 im schwedischen Göteborg abgehalten und sollte ein Zeichen gegen den Aufstieg europafeindlicher und populistischer Parteien setzen. Die Staats- und Regierungschefs vereinbarten damals eine „europäische Säule sozialer Rechte“. Sie umfasst 20 Grundprinzipien – vom Anrecht auf lebenslange Weiterbildung über „angemessene Mindestlöhne“ bis zur Gleichbehandlung von Frauen und Männern in der Arbeitswelt.

Was wurde bisher umgesetzt?

Schon nach der Unterzeichnung warnte der damalige EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker, die Göteborg-Beschlüsse dürften keine „Aufzählung frommer Wünsche“ bleiben. Für Arbeitnehmervertreter fällt die Bilanz vier Jahre später ernüchternd aus: „Die Schritte zur praktischen Umsetzung stehen noch aus“, resümiert DGB-Chef Reiner Hoffmann im Gespräch mit der Nachrichtenagentur AFP. Er fordert von den Staats- und Regierungschef in Porto jetzt „ein ganz klares Zeichen, dass soziale Grundrechte Vorfahrt haben“.

Warum gibt es Widerstände?

Europa ist in der Arbeitsmarkt- und Sozialpolitik von unterschiedlichen Traditionen geprägt. Im Vorfeld des Porto-Gipfels warnten elf EU-Länder von Österreich und den Niederlanden über die baltischen Staaten bis Malta und Bulgarien vor zu weitgehenden Eingriffen in die Arbeitsmarkt- und Sozialpolitik. „Gezieltes Handeln auf EU-Ebene kann nationales Handeln ergänzen“, heißt es in einer gemeinsamen Erklärung. Im Klartext: Vorschreiben lassen wir uns nichts.

Was sind die Erwartungen an Porto?

EU-Sozialkommissar Nicolas Schmit dämpfte vor dem Treffen im Interview mit AFP die Erwartungen. Es gehe nicht darum, „über diese oder jene Maßnahme zu entscheiden“, sagte der Luxemburger, der noch immer vergeblich versucht, seinen im Oktober vorgelegten Vorschlag zu einem europäischen Mindestlohn durch den Rat der Mitgliedstaaten zu bekommen. Schmit hofft in Porto nun auf politische Unterstützung für einen Aktionsplan der EU-Kommission zur Umsetzung der Göteborg-Beschlüsse.

Was sieht der Aktionsplan vor?

Die Kommission hatte im März drei Hauptziele bis zum Jahr 2030 formuliert: eine Beschäftigungsquote von mindestens 78 Prozent, Fortbildung für mindestens 60 Prozent der Erwachsenen jährlich und die Verringerung der Zahl von Menschen, die von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht sind, um mindestens 15 Millionen, darunter fünf Millionen Kinder. Auch hier müssen konkrete Pläne zur Umsetzung erst noch folgen.

Was wollen die Staats- und Regierungschefs beschließen?

Laut Entwurf der Gipfelerklärung wollen die Staats- und Regierungschefs die Göteborg-Beschlüsse bekräftigen und sich hinter den Aktionsplan stellen. Betonen wollen sie die Unterstützung für junge Menschen. Denn diese seien in ihren Berufs- und Ausbildungsplänen durch die Corona-Pandemie „sehr negativ getroffen“ worden, heißt es.

Ein weiterer Schwerpunkt sind die erwarteten Verwerfungen durch die Anpassung an den Klimawandel und die Digitalisierung. Hier wollen die EU-Regierungen „mehr Investitionen in Bildung, Berufsausbildung, lebenslanges Lernen, Höherqualifizierung und Umschulung“ versprechen. EA 7

 

 

 

 

 

Sankt Nimmerlein war gestern

 

Das ewige Hinauszögern des Klimaschutzes knebelt die Jüngeren. Karlsruhe macht damit Schluss – ein Urteil mit weltweiter Signalwirkung. Felix Ekardt & Franziska Heß

 

Am vergangenen Donnerstag hat das Bundesverfassungsgericht ein bahnbrechendes Urteil in Sachen Klimawandel, Freiheit und Menschenrechte gesprochen. Ausgehend vom ersten von vier entschiedenen Verfahren (in dem die Verfasserin und der Verfasser die Klägerseite vertraten) kam das Gericht zu dem Schluss, dass der Klimawandel eine doppelte Gefährdung für die Freiheit darstellt: Sowohl der Klimawandel als auch die Klimapolitik können für die menschenrechtlichen Freiheitsgarantien höchst relevant werden. Und Freiheitsrechte sind etwas, das auch zukünftigen Generationen und Menschen weltweit – nicht nur in Deutschland – zusteht.

Der Gesetzgeber muss daher den Weg zu Nullemissionen – die das Gericht als verfassungsrechtliches und völkerrechtliches Erfordernis betrachtet – so vorausschauend und freiheitsfreundlich wie möglich organisieren. Dabei muss jede Generation einen angemessenen Beitrag leisten, wenn der Komplettumstieg auf nicht fossile Energieträger – in Bereichen wie Stromerzeugung, Gebäudewesen, Verkehr, Zementherstellung, Kunststoffe und Landwirtschaft – und die massive Reduktion der Viehhaltung rechtzeitig gelingen sollen. Nach dem Urteil ist das im Pariser Abkommen vereinbarte Ziel, die Erderwärmung auf 1,5 Grad Celsius über dem vorindustriellen Niveau zu begrenzen, jedenfalls auf dem besten Wege, eine verfassungsrechtlich verbindliche Norm zu werden.

Das Bundesverfassungsgericht machte deutlich: Der Gesetzgeber darf nicht zulassen, dass das vom Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) errechnete Restbudget für Treibhausgasemissionen innerhalb der nächsten paar Jahre aufgebraucht wird, wie die deutsche Regierung es mehr oder weniger vorhatte. Das Gericht verpflichtete die Regierung formell, die Emissionsreduktionsziele für die Zeit nach 2030 konkreter festzulegen.

De facto wird die Regierung jedoch ihre gesamte Klimapolitik – nicht nur das Klimaschutzgesetz – auf den Prüfstand stellen müssen, weil Deutschlands Budget andernfalls eben nach wenigen Jahren komplett aufgebraucht wäre. Die Bundesregierung hat stets camoufliert, dass ihre Klimaschutzbemühungen mit dem deutschen Emissionsbudget nicht vereinbar sind – unabhängig von den teils kontroversen Fragen danach, wie genau dieses Budget berechnet wird.

In dem ersten der vier entschiedenen Verfahren, das vom Solarenergie Förderverein Deutschland (SFV), dem BUND und Einzelklägern wie Josef Göppel, Hannes Jaenicke und Volker Quaschning angestrengt wurde, haben wir nicht einmal einen besonders expliziten Budgetansatz gewählt. Wir haben kein genaues Budget berechnet und in unserer Klage sogar darauf hingewiesen, dass das vom IPCC angegebene Budget immer noch zu groß ist.

Das liegt nicht nur an naturwissenschaftlichen Fakten, die zum Beispiel mit der Klimasensitivität zu tun haben, sondern dafür gibt es auch rechtliche Argumente: Der Budgetansatz des IPCC basiert auf der Annahme, dass es nur zu 50 bis 67 Prozent wahrscheinlich zu sein braucht, dass die Obergrenze von 1,5 Grad Celsius eingehalten werden muss. Angesichts der Verbindlichkeit des Pariser Klimaziels ist dies in keiner Weise überzeugend. Emissionsneutralität muss daher deutlich vor 2040 und erst recht deutlich vor 2050 erreicht werden.

Natürlich gibt es auch die umgekehrte Kritik am Emissionsbudgetansatz des IPCC, basierend auf dem Glauben, dass vor allem die nächste Generation eine höhere Last werde tragen müssen als die heutige, weil der Klimaschutz möglicherweise billiger und einfacher werde. Das war der Standpunkt, auf den sich seit der Präsidentschaft von George W. Bush die US-Regierungen stellten – zumindest bis Januar 2021. Doch erscheint das wenig plausibel. Vor allem die volkswirtschaftlichen Folgen des Klimawandels verursachen gewaltige Kosten und haben verheerende soziale Verteilungswirkungen.

Insgesamt hat das Bundesverfassungsgericht durchaus erkannt, dass sich wegen der unsicheren heutigen Kenntnislage kein genaues Emissionsbudget angeben lässt. Doch diese Genauigkeit war für das Urteil des Gerichts nicht erforderlich.

Welche Maßnahmen muss die nächste deutsche Bundesregierung, deren Wahl im Herbst ansteht, ganz oben auf ihre Agenda setzen? Die wichtigste Aufgabe wird sein, dass endlich aufgehört wird, aus einer rein deutschen Perspektive heraus zu agieren. Deutschland muss in der EU sein ganzes Gewicht in die Waagschale werfen, statt in der EU wie bisher klimapolitisch auf die Bremse zu treten. Wir brauchen keine bessere CO2-Bepreisung für Deutschland, sondern eine bessere CO2-Bepreisung auf EU-Ebene. Dort muss Deutschland der Europäischen Kommission unter Ursula von der Leyen Druck machen.

Wir brauchen bis 2035, 2030 oder früher null Emissionen weltweit und null fossile Brennstoffe in allen Wirtschaftszweigen, einschließlich der Bereiche Landwirtschaft, Kunststoffe und Zement. Dies wird die Gretchenfrage für die neue Bundesregierung sein: Ist sie bereit, auf europäischer Ebene die richtige Rolle zu spielen und (finanzielle) Lösungen zu finden, bei denen auch die Länder des globalen Südens eingebunden werden.

Direkte Auswirkungen auf andere Länder hat das Klimaurteil nicht, aber mit Sicherheit wird es international mit Interesse zur Kenntnis genommen werden, weil das Bundesverfassungsgericht ein hohes Renommee genießt und mit seiner Entscheidung das bisher weitreichendste Urteil weltweit gesprochen hat. Ähnliche Entscheidungen sind definitiv auch in anderen Ländern denkbar.

Zum Teil baut das Verfassungsgerichtsurteil auf einem vergleichbaren niederländischen Urteil auf. Es geht jedoch darüber hinaus. Der ganze Rechtsansatz und die beiden Urteile tragen der Tatsache Rechnung, dass die EU klimapolitisch bereits aus eigenem Antrieb einen Gang höher geschaltet und neue Klimaziele festgelegt hat – unabhängig von Grundrechtsverfahren. Deutschland ist also aufgerufen, nicht auf der Bremse zu stehen, sondern noch mehr Ehrgeiz einzufordern.

Der Europäische Gerichtshof hat kürzlich eine ähnliche Beschwerde abgewiesen. Beim Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte – einer Institution des Europarates – sind indes einschlägige Verfahren anhängig. Es kann auch sein, dass die Beschwerdeführer in unserem ersten Klimaprozess, der jetzt in Karlsruhe entschieden wurde, vor den Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte ziehen. Wir freuen uns sehr über das Urteil, aber angesichts der oben erwähnten Kritik am Budgetansatz des IPCC geht es in Sachen Klimaschutz nicht weit genug.

So oder so wird die Entscheidung enorme Auswirkungen auf Gerichtsverfahren haben, in denen es um Einzelprojekte geht – etwa um die Genehmigung und den Fortbestand von Braunkohletagebauen. Die Chancen, dass Braunkohleunternehmen in Deutschland eine Genehmigung erhalten, sind auf einen Schlag drastisch gesunken. IPG 7

 

 

 

 

 

U-Sozialkommissar: Corona-Krise verdeutlicht Notwendigkeit von sozialem Europa

 

EU-Sozialkommissar Nicolas Schmit hat die Staats- und Regierungschefs aufgefordert, bei ihrem Gipfel am Wochenende „eine starke politische Botschaft“ für ein soziales Europa zu verabschieden.

Die Corona-Krise habe „gezeigt, wie wichtig soziale Themen sind“, sagte Schmit der Nachrichtenagentur AFP. „Aus der Gesundheitskrise ist sehr schnell eine Wirtschaftskrise geworden.“ Durch die Vernichtung hunderttausender Arbeitsplätze sei die Pandemie für Teile der Bevölkerung auch zu „einer echten sozialen Notlage“ geworden.

Im portugiesischen Porto findet am Freitag und Samstag erstmals seit 2017 wieder ein EU-Sozialgipfel statt. Er soll sich auch mit der Umsetzung der Beschlüsse des vorangegangenen Treffens im schwedischen Göteborg befassen.

Dort hatten die Staats- und Regierungschefs eine „europäische Säule sozialer Rechte“ vereinbart, die vom Anrecht auf lebenslange Weiterbildung über „angemessene Mindestlöhne“ bis zur Gleichbehandlung von Frauen und Männern reichen.

Die konkrete Umsetzung steht noch immer aus. Schmit hoffte auf Unterstützung des Gipfels für einen Aktionsplan der EU-Kommission dazu.

Die Behörde hatte im März drei Hauptziele bis 2030 formuliert: eine Beschäftigungsquote von mindestens 78 Prozent, Fortbildung für mindestens 60 Prozent der Erwachsenen jährlich und die Verringerung der Zahl von Menschen, die von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht sind, um mindestens 15 Millionen.

Schmit dämpfte allerdings Erwartungen, an konkrete Beschlüsse des Gipfels. Bei dem Treffen in Porto gehe es nicht darum, „über diese oder jene Maßnahme zu entscheiden“, sagte er.

Der Kommissar aus Luxemburg räumte ein, dass es unter den Mitgliedstaaten unterschiedliche Ansichten darüber gebe, welche Kompetenzen die EU im Sozialbereich haben solle. Dies zeige sich etwa in der Frage der europäischer Mindestlöhne, sagte er. Die Kommission hatte hier im Oktober einen Vorschlag unterbreitet, der aber unter den EU-Regierungen umstritten ist. Einige Länder halten die Frage für eine rein nationale Angelegenheit.

In Porto gehe es darum, „eine breite Perspektive“ zu Fragen der Sozial- und Arbeitnehmerrechte für die Zeit bis 2030 zu eröffnen, betonte Schmit. Dies schließe auch „die Erholung unserer Wirtschaft“ nach der Corona-Krise ein.

Hierbei habe die EU die Lehren aus der Finanzkrise gezogen, die aus Sicht von Ökonomen von einer zu schnellen Rückkehr zur einer zu restriktiven Finanzpolitik geprägt gewesen sei, sagte der Luxemburger. Er verwies darauf, dass die EU-Kommission bis auf weiteres die Regeln für die Verschuldung der Mitgliedstaaten ausgesetzt habe.

Und mit dem Corona-Aufbaufonds von 750 Milliarden Euro habe die EU ein Instrument, um die Erholung der Wirtschaft zu fördern, sagte Schmit. Der über gemeinsame Verschuldung finanzierte Plan sei „eine große Neuerung“ und ein „wichtiger Moment in der Entwicklung der Europäischen Union, ein Moment echter Solidarität“.

Er basiere auf der Einsicht, „dass man seinen wirtschaftlichen Erfolg nicht auf den Problemen des Nachbarn aufbauen kann“. EA 6

 

 

 

Alle mal impfen

 

Um die globale Pandemie schnellstmöglich zu beenden, braucht es die Aufhebung des Patentschutzes. Das scheinen auch USA und EU endlich zu begreifen. Lori Wallach

 

Während die Infektionszahlen in Indien und anderen Teilen der Welt in die Höhe schnellen, hört man von Seiten der Europäischen Union und der USA immer wieder, dass die Covid-19-Katastrophe und die daraus resultierenden Wirtschaftskrisen nur ein Ende finden könnten, wenn die Menschen überall geimpft würden.

Trotzdem blockierten diese beiden Schwergewichte in der Welthandelsorganisation (WTO) bisher eine mittlerweile von 100 Nationen unterstützte Initiative, mit der sich die Verfügbarkeit von Covid-19-Impfstoffen, Therapien und diagnostischen Tests weltweit verbessern ließe. Am Mittwoch haben die USA nun überraschend ihre Meinung geändert und unterstützen jetzt die Aussetzung des Patentschutzes für Corona-Impfstoffe. Auch die EU ist nun offen für Gespräche über eine Freigabe.

Es geht um die vorübergehende Aussetzung der Regelungen nach dem Übereinkommen über handelsbezogene Aspekte der Rechte des geistigen Eigentums (TRIPS) für Geschmacksmuster, Geschäftsgeheimnisse, Markenrechte und Patente, soweit diese die „Verhinderung, Eindämmung oder Behandlung von Covid-19“ vereiteln. Das TRIPS-Abkommen verpflichtet die WTO-Mitgliedstaaten, Pharmakonzernen weitreichende Monopole zuzugestehen.

Die Pharmakonzerne kontrollieren, ob, in welchem Umfang und wo Impfstoffe, Tests und Therapien hergestellt und wo und zu welchem Preis sie angeboten werden. Wenn man bedenkt, dass die Staaten für die Entwicklung von Covid-19-Impfstoffen mehr Steuergelder investiert haben als die Pharmakonzerne eigenes Kapital – einer Schätzung zufolge haben die Unternehmen mehr als 112 Milliarden Dollar erhalten –, scheint es nur fair zu sein, die Kontrolle der Konzerne vorübergehend auszusetzen.

Und ganz sicher ist es notwendig. Die von TRIPS festgelegten Monopolrechte sind ein Haupthindernis für die weltweite Verfügbarkeit von Formeln und Technologien, die notwendig wäre, um mehr Impfstoffe und Medikamente herzustellen. Nach derzeitigen Prognosen werden im Jahr 2021 nur wenige Menschen in Entwicklungsländern eine Impfung erhalten. Arme Nationen werden, wenn überhaupt, erst 2024 durch Impfung eine Herdenimmunität erreichen können.

Die Pandemie wird daher auch weiterhin durch einen großen Teil der Weltbevölkerung fegen und Hunderttausende vermeidbarer Todesfälle mit sich bringen. Auch das Risiko, dass eine impfstoffresistente Variante die Welt erneut in den Shutdown zwingen könnte, nimmt zu.

Um mehr Impfstoff in die Entwicklungsländer zu bringen, haben die Weltgesundheitsorganisation (WHO), die Global Vaccines Alliance (Gavi) und die Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) die COVAX-Initiative ins Leben gerufen. Obwohl die Regierung Biden zwei Milliarden Dollar beigesteuert und zwei weitere versprochen hat, laufen Beschaffung und Verteilung von Impfstoffen nicht sonderlich erfolgreich.

COVAX hat bislang 40,2 Millionen Dosen bereitgestellt, das sind nur 21 Prozent der 187 Millionen, die bis Mai 2021 geliefert werden sollten. Einige größere Entwicklungsländer, darunter Pakistan und Mexiko, haben noch überhaupt keine COVAX-Dosen erhalten.

Die COVAX-Planung sieht darüber hinaus vor, nur die 20 Prozent der besonders gefährdeten Bevölkerungsgruppen zu versorgen, etwa Mitarbeiter im Gesundheitswesen und Menschen über 65. Selbst wenn das Ziel, im Jahr 2021 1,3 Milliarden Dosen zu liefern, erreicht wird, ginge die überwiegende Mehrheit der Menschen leer aus, und eine Herdenimmunität käme nicht zustande. Für eine globale Herdenimmunität aber werden 10 bis 15 Milliarden Dosen benötigt.

Der kritische Punkt ist nicht die Produktionskapazität oder das nötige Wissen, sondern die Kontrolle: Die Pharmaindustrie verfügt über ein Monopol auf Wissens- und Technologieplattformen, die in reichen und armen Ländern über Leben und Tod von Millionen von Menschen und das Schicksal der Weltwirtschaft entscheiden werden. Die Konzerne werden viel Geld damit verdienen, und sie haben nicht die globale Versorgung, sondern profitable Märkte im Blick.

Pfizer und Moderna haben kürzlich den erwarteten Umsatz mit Covid-19-Impfstoffen allein für 2021 auf 15 Mrd. US-Dollar bzw. 18,4 Mrd. Dollar beziffert. Mitte März 2021 umriss der Senior VP for Investor Relations der Firma Pfizer Pläne des Konzerns, Preise und Gewinn 2022 kräftig zu erhöhen, indem er seine Impfstoffe Jahr für Jahr an zahlungskräftige Länder liefert.

Um den Bedarf von Covid-19-Impfstoffen zu decken, muss die Produktionskapazität zwingend erhöht werden. Ein Teil der Produktion muss im globalen Süden angesiedelt sein, unter anderem, weil man dann schneller auf regionale impfstoffresistente, tödlichere oder infektiösere Varianten reagieren kann, ehe sie sich weltweit ausbreiten.

Der Mangel erklärt sich in erster Linie aus der Weigerung der Impfstoffentwickler, mit qualifizierten Herstellern in Afrika, Lateinamerika und Asien zusammenzuarbeiten, damit weltweit mehr Impfstoff hergestellt werden kann. Die Inhaber des Impfstoffmonopols haben die Forderung nach einer Aussetzung ihrer Privilegien durch mehr als 100 Länder überhaupt erst angeheizt, indem sie die Produktion für Märkte, an deren Belieferung sie nicht interessiert sind, praktisch verhindern.

Um das zu erkennen, muss man allerdings schon genau hinsehen, denn die Pharmalobbyisten in Washington, Brüssel und Genf fahren eine Strategie der „großen Lüge“: Sie behaupten, dass nicht der Monopolschutz für geistiges Eigentum aufseiten der Pharmakonzerne, sondern ein Mangel an Produktionskapazitäten eine Ausweitung der Produktion von Impfstoffen und Therapien gegen Covid-19 vereitele.

Ein ähnliches Argument mit deutlich rassistischen Untertönen lautet, dass die Herstellung von Covid-19-Impfstoffen für Produzenten in Entwicklungsländern zu kompliziert sei. In Wahrheit gibt es in jeder Region der Welt mehrere Hersteller, die maßgeblich zur globalen Impfstoffversorgung beitragen könnten, wenn sie Zugriff auf Technologie und Know-how hätten.

Allein in Afrika könnten „Biovac und Aspen in Südafrika, das Institute Pasteur im Senegal und Vacsera in Ägypten ihre Fabriken zügig umrüsten, um mRNA-Impfstoffe herzustellen“, schreiben Experten für Medizinproduktion in einem kürzlich erschienenen Foreign Policy-Artikel. Das indische Serum Institute stellt bereits den Johnson & Johnson-Impfstoff her, kann aber allein nicht genug produzieren, um die Verbreitung der Krankheit in Indien aufzuhalten.

Unterdessen hat Moderna eine Partnerschaft mit dem qualifizierten Impfstoffhersteller Incepta in Bangladesch abgelehnt, weil die eigenen Ingenieure angeblich zu beschäftigt seien, um außerhalb der US- und EU-Produktion aktiv zu werden; Pfizer hat nie auf Anfragen von Incepta reagiert. Auch der große pakistanische Impfstoffhersteller Getz hat keine Antwort auf seine Anfragen erhalten. In Lateinamerika haben bestehende Anlagen in Ländern wie Chile und Kolumbien Interesse an der Impfstoffproduktion bekundet, aber wie qualifizierte Hersteller in anderen Ländern blieb auch dort eine Rückmeldung der Impfstoffentwickler aus.

Bestehende und geplante Produktionsverträge belegen, dass die Fabriken in Entwicklungsländern durchaus in der Lage sind, Covid-19-Impfstoffe herzustellen. So wurde einer der wenigen Vertragshersteller, die südafrikanische Firma Aspen, von ihrem Auftraggeber Johnson & Johnson monatelang angewiesen, 91 Prozent der produzierten Impfstoffe, für den Verkauf nach Europa auszuliefern. Nur neun Prozent konnten in Südafrika eingesetzt werden.

Im globalen Süden und in den Industrieländern müssen mehr Produktionskapazitäten geschaffen werden. Eine Aussetzung von TRIPS brächte einen Produktionszuwachs und eine bessere Verfügbarkeit von Therapien und diagnostischen Tests. Und sie würde gleich in mehrfacher Hinsicht zu einer besseren Impfstoffversorgung beitragen.

Zum einen hätten die Staaten auf Anhieb mehr Einfluss auf die Impfstoffentwickler, die sich bislang weigern, ihre Impfstofftechnologie offenzulegen, dann aber die Produktion nicht mehr blockieren könnten.

Die Unternehmen hätten zwei Möglichkeiten, die beide die Versorgung verbessern würden. Sie könnten die Produktion steigern, indem sie rasch in Verhandlungen mit Staaten, alternativen Lieferanten und globalen Initiativen wie dem Covid-19 Technology Pool (C-TAP) einsteigen, der im Mai 2020 von der WHO gemeinsam mit Costa Rica und 40 weiteren Mitgliedsstaaten ins Leben gerufen wurde.

Ansonsten laufen sie Gefahr, dass die Staaten sie einfach umgehen und den Technologietransfer erzwingen. In vielen Ländern haben die Regulierungsbehörden, die den Einsatz im Inland genehmigt haben, und/oder die Patentämter wichtige Informationen über Herstellungsverfahren und Testdaten, die sie qualifizierten Teams aus staatlichen Behörden, Universitäten und pharmazeutischen Produktionsfirmen übermitteln könnten – sofern sie von den WTO-Verpflichtungen zum Schutz der Monopole befreit werden.

Außerdem erhalten Staaten und Investoren in Entwicklungsländern durch den Verzicht auf den Schutz geistigen Eigentums Rechtssicherheit, wenn sie damit beginnen, bestehende pharmazeutische Produktionskapazitäten umzustellen und neue Fabriken zu errichten. Schon jetzt verfügen die Produzenten in Entwicklungsländern aller Regionen über ungenutzte Kapazitäten für die Impfstoffherstellung.

Und die neue Produktion, insbesondere von mRNA-Impfstoffen, könnte relativ schnell anlaufen. Einem früheren Chemie-Chef der Firma Moderna zufolge dürfte mittels Technologietransfer und Know-how-Sharing jede moderne Fabrik in der Lage sein, die Produktion von mRNA-Impfstoffen in drei bis vier Monaten auf den Weg zu bringen.

Auf die weltweit wachsende Nachfrage nach einer Aussetzung der TRIPS-Regeln reagiert die Pharmaindustrie mit den üblichen Argumenten. Erstens seien Monopolrechte und hohe Preise notwendig für Innovationen. Und zweitens könne man, wenn TRIPS ausgesetzt würde, für den nächsten globalen Gesundheitsnotstand die Versorgung mit den entsprechenden Medikamenten nicht garantieren.

Dabei haben alle führenden Covid-19-Impfstoffe, die bereits auf dem Markt sind oder die letzten klinischen Studien durchlaufen, im erheblichen Maße von staatlichen Investitionen profitiert. Das Wunder der schnellen Entwicklung von Covid-19-Impfstoffen ist nicht etwa den Pharmaunternehmen zu verdanken, weil sie die aus Monopolen erwirtschafteten Gewinne investiert hätten, sondern den Steuerzahlern, aus deren Geldern die Konzerne Milliarden für die Entwicklung und Testung der Covid-19-Impfstoffe und dann weitere Milliarden für Vorbestellungen erhalten haben. Und schon vor der Pandemie hatten in den USA die National Institutes of Health, das Militär und andere Behörden jahrzehntelang Geld in die Coronaforschung gesteckt.

Tatsächlich beweist die derzeitige Covid-19-Krise, dass das Gegenteil von dem gilt, was die Pharmakonzerne behaupten: Es ist nun das dritte Mal in 20 Jahren, dass ein Coronavirus den Sprung von Tieren auf Menschen geschafft hat: SARS-CoV-1 im Jahr 2002, MERS-CoV 2012 und SARS-CoV-2 Ende 2019. Doch der Patentschutz der Pharmaindustrie hat kaum Investitionen in die Pandemievorsorge nach sich gezogen.

Warum? „Weil es keinen echten Anreiz gibt, keinen finanziellen Anreiz“, räumte der wissenschaftliche Leiter der Firma Johnson & Johnson bereits im Januar ein. Konzerne, die ihre früheren Gewinne aus den Monopolen nicht eingesetzt hatten, um sich auf die nächste Pandemie vorzubereiten, erhielten Milliarden an öffentlichen Geldern, um Impfstoffe für diese Krise zu entwickeln. Doch unter dem Paradigma geistigen Eigentums behalten sie die absolute Kontrolle über Produktion und Vertrieb dieser Präparate, die buchstäblich darüber entscheiden, wer lebt und wer stirbt und wie sich die Weltwirtschaft entwickelt.

Nein, eine Aussetzung der TRIPS-Regeln wird die Pharmakonzerne nicht in den Ruin treiben. Der Markt für Covid-19-Impfstoffe ist weltumfassend. Unabhängig von einem Technologietransfer werden Firmen, die einen Covid-19-Impfstoff entwickelt haben, viel Geld damit verdienen. So wird ein vorübergehender Verzicht auf die WTO-Regelungen Staaten nicht daran hindern, Lizenzgebühren zu entrichten oder nach nationalem Recht auf anderem Wege Kosten für Forschung und Entwicklung, Datenrechte und Betriebsgeheimnisse zu erstatten.

Die TRIPS-Regelungen zeitweise außer Kraft zu setzen, ist der richtige Schritt. Und er wäre durchaus nicht nur altruistisch. Die Covid-19-Pandemie muss schnellstmöglich beendet werden, um auch die Gesundheit der Menschen in den USA und in Europa zu schützen und die Weltwirtschaft zu beleben, von der die Wirtschaft in den USA und der EU abhängig ist. In Washington hat man das bereits begriffen. Brüssel zieht hoffentlich bald nach. IPG 7

 

 

 

 

Digitalisierungsindex in Deutschland: Viele Baustellen, manche Lichtblicke

 

Das deutsche Bundesministerium des Inneren stellte am Donnerstag (6. Mai), gemeinsam mit dem Fraunhofer-Institut den Deutschland-Index der Digitalisierung 2021 vor. Zwar zeigt der Index einen positiven Trend in Richtung vermehrter Digitalisierung, jedoch besteht insbesondere im Bereich digitale Infrastruktur und Bürgerservices Nachholbedarf.

Deutschland konnte im Index von 68,3 auf 70,2 Punkte zulegen. Die untersuchten Indizes versuchen Trends, Stärken und Baustellen innerhalb der Themenbereiche Infrastruktur, Digitales Leben, Wirtschaft und Forschung, Bürgerservices sowie Digitale Kommunen aufzuzeigen. Im Vergleich zum letzten Bericht von 2019 wurde die Steigerung nicht von einzelnen Themenbereichen getragen, sondern durch eine breite Zunahme über mehrere Indikatoren hinweg angetrieben.

Starke Zuwächse wurden insbesondere der IT-Branche attestiert, die die Studie als eine der wesentlichen Triebfedern für die Digitalwirtschaft identifiziert. So stieg die Anzahl der IT-Beschäftigten um 13 Prozent, gegenüber einem Wachstum von 3 Prozent bei allen Beschäftigten. Jedoch wurden in einigen Bereichen auch große Mängel deutlich.

Sorgenkind Digitale Infrastruktur

Zwar konnte Deutschland in der digitalen Infrastruktur einige Erfolge verbuchen, jedoch zeichnet sich in vielen Bereichen Verbesserungsbedarf ab. Besonders der schleppende Ausbau des Breitbandnetzes sowie Mängel in der Internet-Konnektivität werden kritisiert.

So klagen große Teile der deutschen Bevölkerungen über regelmäßige Verbindungsausfälle und besonders im ländlichen Raum ist der eingeschränkte Internetzugang vielerorts Dauerzustand.

Auch der schwerfällige Ausbau des Glasfasernetzes wird in dem Bericht beanstandet. Zwar hat Deutschland hier im Vergleich zum Vorjahr Fahrt aufgenommen, international hinkt die Bundesrepublik aber weiterhin hinterher. Laut den Zahlen der OECD lag der Anteil von Glasfaseranschlüssen im Jahr 2020 bei lediglich 4,7 Prozent. Zum Vergleich: Länder wie Schweden, Litauen, oder Spanien, wiesen im selben Jahr einen Anteil zwischen 69,7 und 75,7 Prozent auf.

Der Stand der digitalen Infrastruktur wird bereits seit längerem kritisiert. Deutschland hat zuletzt in den Beiden wichtigsten internationalen Rankings zur Digitalisierung, dem Digital Readiness Index und dem IMD World Digital Competitiveness Ranking, Plätze eingebüßt. Als einen der wesentlichen Gründe für das Abrutschen nannten beide Rankings unter anderem das schlechte Abschneiden im digitalen Infrastrukturbereich.

Hohe Nachfrage trifft niedriges Angebot

Eine weitere Baustelle verortet der Index in Bezug auf die digitale Verwaltung. Zwar stieg die Nutzung digitaler Verwaltungsangebote deutlich an, jedoch stand die hohe Nachfrage einem überschaubaren Angebot gegenüber.

Während die Anzahl an Informationsanfragen an die Bundesbehörden im Vergleich zum vorherigen Bericht stark anwuchs, sank die Beantwortungsquote in beinahe allen Bundesländern um bis zu 32 Prozent.

Auch bei kommunalen Webportalen und dem Open-Data-Angebot der Länder äußert sich der Bericht kritisch. Zwar nutzen immer mehr Menschen die digitale Verwaltung, jedoch verlaufen die Digitalisierungsfortschritte langsam und bleiben hinter den Erwartungen zurück.

Dr. Markus Richter, Staatssekretär im Bundesministerium des Innern, kommentierte, dass der Ausbau der digitalen Verwaltung noch viel Potenzial berge: „Unser gemeinsames Ziel ist, dass die Menschen in allen 11.000 Kommunen in Deutschland einen vollwertigen Zugang zur digitalen Verwaltungswelt bekommen. Daran arbeiten wir im Bund gemeinsam mit den Ländern und Kommunen auf Hochtouren.“

Schlechte Noten auch von der Bevölkerung

Der Index der Digitalisierung zeigt auf, dass sich die digitale Affinität der deutschen Bevölkerung durch die Corona-Pandemie weiter beschleunigt hat. Doch wird die Bundespolitik der steigenden Bedeutung der Digitalisierung in den Augen der deutschen Bevölkerung nicht gerecht. Dies wird anhand einer am Freitag (29. April) vom Verband der Internetwirtschaft (eco) in Auftrag gegebenen repräsentativen Umfrage deutlich.

Demnach geben 71,4 Prozent der Befragten an, in keinem einzigen digital-politischen Bereich mit der Arbeit der Bundesregierung zufrieden zu sein. Besonders schlecht vielen die Zustimmungswerte bei den Themen der digitalen Verwaltung (3,4 Prozent) sowie der digitalen Infrastruktur (4,9 Prozent) aus.

Der eco Vorstandsvorsitzende Oliver Süme erklärt sich die niedrigen Zustimmungswerte vor allem durch die wachsende Bedeutung der Digitalisierung in der Corona Pandemie. „Digitalisierung ist kein Nischenthema mehr, sondern ist längst im Alltag der Menschen angekommen,“ kommentiert er.

Um der wachsenden Gewichtigkeit der Digitalisierung Rechnung zu tragen, fordert eco, die Einführung eines Digitalministeriums, dass die zukünftigen Agenden ressortübergreifend koordinieren sollte.

Bislang fällt die Digitalisierung in den Kompetenzbereich von gleich drei Ressorts: dem Wirtschaftsministerium, dem Verkehrsministerium sowie dem Ministerium des Inneren. Kritiker bemängeln, dass sich diese Aufsplitterung von Kompetenzen negativ auf die Koordination der Digitalisierungspolitik auswirke. Oliver Noyan, EA 7

 

 

 

Sachverständige. Mehr Anstrengungen bei Integrationspolitik nötig

 

Deutschland ist ein Einwanderungsland, wie zahlreiche Daten belegen. Für die Chancengleichheit für Menschen mit Zuwanderungsgeschichte muss Experten zufolge jedoch noch an etlichen Stellen nachgebessert werden.

Der Sachverständigenrat für Integration und Migration (SVR) sieht in seinem neuen Jahresgutachten Nachbesserungsbedarf bei der Integrationspolitik in Deutschland. Obwohl viele Menschen unabhängig von ihrer Herkunft an der Weiterentwicklung der deutschen Gesellschaft mitwirkten, „gibt es bei der Ausübung von Teilhaberechten und -möglichkeiten unter anderem in Politik, Kultur und auf dem Arbeitsmarkt noch Anpassungsbedarf“, sagte die SVR-Vorsitzende Petra Bendel bei der Vorstellung des Gutachtens am Dienstag in Berlin. Es seien mehr Anstrengungen nötig, damit aus Herkunftsunterschieden keine sozialen und wirtschaftspolitischen Ungleichheiten würden. Inzwischen hat den Angaben zufolge gut jeder vierte Einwohner Deutschlands (26 Prozent) einen Migrationshintergrund.

Verbesserungsbedarf sieht das Jahresgutachten etwa mit Blick auf die kommende Bundestagswahl im Bereich politische Partizipation. Der Wahlakt setzt die deutsche Staatsangehörigkeit und auf der kommunalen Ebene die EU-Bürgerschaft voraus. „Inwieweit Zugewanderte am politischen Prozess teilhaben können, hängt also entscheidend davon ab, ob sie sich einbürgern lassen können und wollen“, erklärte der SVR. Im Vergleich zu anderen Einwanderungsländern gingen in Deutschland allerdings nur wenige Ausländer diesen Schritt. 2019 seien es nur 2,5 Prozent derjenigen gewesen, die die Voraussetzungen dafür erfüllten.

SVR empfiehlt: Stärker auf Migranten eingehen

Die rechtlich gegebenen Einbürgerungsmöglichkeiten müssten in der Praxis deshalb mehr genutzt werden. Zudem sollte es für Zugewanderte möglich sein, bereits nach vier Jahren, eingebürgert zu werden und die deutsche Staatsangehörigkeit zu erhalten, forderte der SVR.

Parteien müssten stärker auf Menschen mit Zuwanderungsgeschichte eingehen und sie besser in Prozesse einbinden, etwa durch eine Kandidatur bei Wahlen. Ob Nicht-EU-Bürger ein kommunales Wahlrecht erhalten könnten, sollte überdies verfassungsrechtlich geprüft werden, forderte der SVR weiter.

Im Kulturbereich „viel Luft nach oben“

Nötig sei für Menschen mit Zuwanderungsgeschichte auch ein besserer Zugang zum Arbeitsmarkt, betonte der SVR. „Während in der Privatwirtschaft 26,2 Prozent der Beschäftigten einen Migrationshintergrund haben, sind es im öffentlichen Dienst lediglich 10 Prozent der Beamten und Beschäftigten“, sagte Bendel. Der öffentliche Dienst hinke der Realität weit hinterher. Der SVR sprach sich insbesondere für wirksame Werbekampagnen zur Erhöhung der Menschen mit Migrationshintergrund im öffentlichen Dienst aus.

Auch im Kulturbereich ist laut dem Sachverständigenrat noch „viel Luft nach oben“ bei der Integration von Menschen mit Zuwanderungsgeschichte. Staatlich finanzierte Kultur- und Bildungseinrichtungen sollten weiter geöffnet bleiben und zusätzliche Angebote finanziell mehr unterstützt werden. So könne der Zugang herkunftsunabhängig gestaltet werden, heißt es in dem Gutachten.

Rassismus eingehender untersuchen

Der SVR sprach sich zudem für eine Ausweitung der Forschung zum Thema Rassismus aus. „Zuwanderung wird verstärkt als Bereicherung empfunden. Ungleichbehandlung aufgrund von Herkunft lehnen die Menschen vermehrt ab“, fasst Diehl zusammen. Dennoch gebe es nach wie vor Diskriminierung beispielsweise auf dem Wohnungs- und Ausbildungsmarkt. Studien belegten dies.

„Auch wenn klassisch rassistische Einstellungen kaum mehr auf Zustimmung stoßen, finden subtilere rassistische Aussagen, die auf kulturelle Merkmale zurückgeführt werden, noch Akzeptanz“, so die Expertin. Hier stellt der SVR einen Forschungs- und Handlungsbedarf fest. „Der Staat solle zudem als Vorbild agieren und etwa durch Fortbildungen innerhalb seiner Institutionen stärker für Rassismus und Diskriminierung sensibilisieren“, heißt es. (epd/mig 5)

 

 

 

„Wegmarke der europäischen Integration“

 

Bischof Overbeck würdigt Konferenz über die Zukunft Europas

Am Europatag (9. Mai 2021) beginnt in diesem Jahr in Straßburg die Konferenz über die Zukunft Europas. Der Vorsitzende der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen sowie der Bischöflichen Arbeitsgruppe Europa der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen), begrüßt dieses Vorhaben und wünscht den Teilnehmerinnen und Teilnehmern viel Erfolg für die Gespräche.

Den Beginn der Konferenz über die Zukunft Europas verknüpft Bischof Overbeck mit dem offenen Brief über Europa, den Papst Franziskus im Oktober 2020 an Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin geschrieben hat. Darin fordert der Papst Europa auf, wieder zu sich selbst zu finden und seine Ideale wiederentdecken. Die Originalität Europas verortet der Papst unter anderem in seinem Menschenbild und seiner Fähigkeit, Initiativen zu ergreifen. „Es ist gut,“ so Bischof Overbeck, „wenn die am 9. Mai beginnende Konferenz die Kraft der Inspiration und Innovation aus dem Alltag und der Kreativität der Bürgerinnen und Bürger zieht.“

Bischof Overbeck würdigt die Konferenz über die Zukunft Europas als „Wegmarke“ der europäischen Integration, mit der vor 70 Jahren sechs europäische Staaten den Weg in eine gemeinsame Zukunft beschritten. Mit der Unterzeichnung des Vertrags von Paris am 18. April 1951 wurde die Gründung der Europäischen Gemeinschaft für Kohle und Stahl (Montanunion) beschlossen, aus der „heute eine supranationale politische Union geworden“ sei. Bischof Overbeck erklärt dazu: „Ein zukunftfähiges, solidarisches Europa braucht unseren Zusammenhalt, unsere Verständigung und unsere Partizipation.“

Hintergrund. Bei der Konferenz über die Zukunft Europas handelt es sich um von Unionsbürgerinnen und Unionsbürgern getragene Debatten- und Diskussionsreihen, bei denen die Menschen sowie die organisierte Zivilgesellschaft und andere interessierte Organisationen und Institutionen aus ganz Europa ihre Ideen austauschen und die Zukunft der Europäischen Union mitgestalten können. Die Konferenz soll europaweit ein öffentliches Forum für eine offene, inklusive und transparente Bürgerdebatte über zentrale Prioritäten und Herausforderungen bieten. Seit Mitte April ist unter https://futureu.europa.eu eine mehrsprachige Online-Plattform gestartet. Die offizielle Eröffnung der Konferenz erfolgt am 9. Mai 2021. Dbk 5

 

 

 

 

150 Euro pro Kind

 

Kabinett billigt Milliarden-“Aufholpaket“ für Kinder und Jugendliche

Menschen, die in Deutschland benachteiligt sind, drohen durch die Corona-Krise auf der Strecke zu bleiben. Ein Aufholpaket soll zumindest Kindern und Jugendlichen Nachhilfe, Sport und Ferien ermöglichen. Experten fordern besondere Anstrengungen für Kinder mit Migrationshintergrund.

Mit zwei Milliarden Euro will die Bundesregierung die sozialen Folgen der Corona-Pandemie für Kinder und Jugendliche lindern. Das Kabinett brachte am Mittwoch in Berlin ein „Aufholpaket“ auf den Weg, über das in diesem und im nächsten Jahr beispielsweise Nachhilfestunden finanziert werden sollen, aber auch die Mitgliedschaft in Sportvereinen, Musikunterricht oder die Teilnahme an Feriencamps. Ab 2026 soll darüber hinaus ein Rechtsanspruch auf Ganztagsbetreuung für Grundschulkinder eingeführt werden.

Das Hilfsprogramm hat nach Angaben von Familienministerin Franziska Giffey (SPD) und Bildungsministerin Anja Karliczek (CDU) vier Säulen: Um Lernrückstände zu mindern, soll demnach bis Ende 2022 eine Milliarde Euro über die Umsatzsteuerverteilung bereitgestellt werden. Außerdem soll die Zahl der sogenannten Sprach-Kitas um 1.000 auf bundesweit über 7.000 steigen. Ferienfreizeiten für Kinder und Jugendliche sowie Erholungsurlaube für Familien in gemeinnützigen Familienferienstätten werden den Plänen nach ebenfalls gefördert. Darüber hinaus soll die Schulsozialarbeit verstärkt werden.

Integrationsministerin: Auch Migranten erreichen

Giffey betonte, es gehe darum, „Kinder, Jugendliche und ihre Familien nach den harten Lockdown-Zeiten auf dem Weg zurück in einen geregelten Alltag“ zu unterstützen. Karliczek sprach von einem „wichtigen Signal vor dem Ende des Schuljahres“ und rief die Länder auf, sich substanziell zu beteiligen, „denn Bildung ist zuallererst Ländersache“.

Integrationsstaatsministerin Annette Widmann-Mauz (CDU) erklärte, wichtig sei sicherzustellen, dass auch Kinder und Jugendliche mit Einwanderungs- und Fluchtgeschichte erreicht würden, die einen Anteil von annähernd 40 Prozent der unter 15-jährigen ausmachten. Deren Familien seien von den Auswirkungen der Corona-Pandemie besonders betroffen: „Viele arbeiten in Berufen, in denen Homeoffice nicht möglich ist, etwa in der Pflege oder im Einzelhandel, und die stärker von Kurzarbeit oder Arbeitslosigkeit betroffen sind, wie das Gastgewerbe.“

Familienverband kritisiert Paket

Der Verband binationaler Familien und Partnerschaften kritisiert das Paket. Dabei dürfe es nicht bleiben. „Die Kinder, die in der Pandemie besonders betroffen sind, sind die gleichen, die auch vorher schon unter Bildungsungerechtigkeit litten. Das sind besonders migrantische Kinder und hier braucht es eine größere Anstrengung seitens der Bildungspolitik, um diese Ungerechtigkeiten zu beheben“, erklärte die Bundesgeschäftsführerin des Verbands, Chrysovalantou Vangeltziki.

Alle Studien zeigten, dass einkommensschwache und Menschen mit Migrationsbezug am stärksten von der Pandemie betroffen sind. Sei es im sozialen, im ökonomischen, gesundheitlichen und eben auch im Bildungsbereich. „Das ist eine bildungspolitische Katastrophe. Ausgerechnet die Kinder und Jugendlichen, die es am meisten brauchen, haben seltener Online-Unterricht und auch weniger individuellen Kontakt zu ihren Lehrkräften“, so Vangeltziki.

Kinderhilfswerk: 150 Euro pro Kind zu wenig

Auch das Deutsche Kinderhilfswerk kritisiert das „Aufholpaket“ als unzureichend. „Natürlich hört sich ein Zwei-Milliarden-Programm erst einmal gut an, aber im Endeffekt werden damit weniger als 150 Euro pro Kind in die Hand genommen“, erklärte Präsident Thomas Krüger in Berlin. Das werde bei Weitem nicht ausreichen, um auch nur annähernd die Bedarfe der Kinder zur Bewältigung der Pandemie zu decken. „Dafür sind die Befunde der Studien über die Auswirkungen der Pandemie auf die physische und psychische Verfassung unserer Kinder zu gravierend.“

Die Vorständin Sozialpolitik der Diakonie Deutschland, Maria Loheide, sprach von einem „längst überfälligen Signal an hoch belastete Familien“. Sie erklärte zugleich, das Aufholprogramm dürfe kein einmaliges „Wahlgeschenk“ sein. Notwendig seien Programme, die Familien, Kinder und Jugendliche unmittelbar und nachhaltig förderten. Die Mittel müssten möglichst direkt bei den Betroffenen und sozialen Strukturen ankommen.

Rechtsanspruchs auf Ganztagsbetreuung

Auf den parlamentarischen Weg gebracht wurde ferner ein Entwurf zur Einführung eines Rechtsanspruchs auf Ganztagsbetreuung für Grundschulkinder. Ab August 2026 sollen zunächst alle Kinder der ersten Schulklasse einen Anspruch darauf haben und in den Jahren darauf jeweils eine Schulklasse mehr. Ab August 2029 könnten damit alle Grundschulkinder der Klassen eins bis vier einen Rechtsanspruch auf ganztägige Betreuung von acht Stunden an allen fünf Werktagen haben.

Darüber hinaus soll der Anspruch auch in den Ferien gelten – abgesehen von maximal vier Wochen. Der Ausbau der Ganztagsbetreuung wird vom Bund mit bis zu 3,5 Milliarden Euro finanziert. Laut Giffey müssen rund 800.000 Plätze zusätzlich geschaffen werden. An den laufenden Kosten will sich der Bund ebenfalls beteiligen. Die Gesetzentwürfe müssen noch durch Bundestag und Bundesrat. (epd/mig 6)

 

 

 

Der Ruf nach der Techno-Demokratie

 

Der Staat hält sich bei der Digitalisierung bisher vornehm zurück, das hat die Pandemie deutlich gezeigt. Diese Reserviertheit ist gefährlich. Ayad Al-Ani

 

In Deutschland ist die Diskussion darüber, welche Rolle der Staat im Rahmen der Digitalisierung haben muss, noch wenig vom Fleck gekommen. Auch Konzepte zur Weiterentwicklung der Demokratie sind mit Ausnahme von Bürgerräten noch rar. Für die Digitalisierung sind bei uns Start-ups und Konzerne zuständig. Die Demokratie und Freiheitsrechte werden durch Regelungen etwa im Bereich des Datenschutzes zwar nicht unbedingt weiterentwickelt, aber doch zumindest geschützt.

Dass diese Sichtweise auf die Rolle des Staates immer unhaltbarer ist, wurde zuletzt in der Pandemie offensichtlich. Es gab zu Beginn der Krise durchaus ambitionierte – und vielleicht auch beunruhigende – Ansätze, etwa wie mithilfe der Technologie die Pandemie bekämpft werden sollte. Künstliche Intelligenz wurde hier als eine Art rückwärts und vorwärts analysierende Zeitmaschine angedacht, welche Infektionsketten aufdecken und zugleich Prognosen über neue Ausbrüche liefern sollte. Warum diese Konzepte nicht umgesetzt werden konnten, ist noch ungeklärt. Die Geschichte des Pandemiemanagements ist noch nicht geschrieben: Waren es Bedenken des Datenschutzes oder schlicht das Unvermögen der Verwaltung, derart komplexe Projekte umzusetzen?

Paradox ist aus deutscher Sicht, dass das schiere Ausmaß staatlicher Tätigkeiten ja bereits auf eine zentrale Rolle hinweisen müsste. Süffisant bemerkte der Philosoph Peter Sloterdijk zuletzt, dass Deutschland mit einer Staatsquote „von plus/minus 50 Prozent“ ja schon längst in einem „Semi-Sozialismus“ angekommen sei, obwohl die „Palaververhältnisse uns täglich einreden, die Übermacht liege beim Unternehmertum“. An dem zu geringen Anteil des Staates an der Volkswirtschaft kann es also nicht liegen. Oftmals unausgesprochen bei der Digitalisierung ist jedoch, dass der Staat jenseits der reinen Regulierung und Modernisierung der Verwaltungsaufgaben auch eine unternehmerische Rolle haben sollte: Sowohl in China als auch in den USA war die Verteidigungsindustrie der Motor technologischer Innovationen und der Staat griff beherzt in diese Branchen ein, wenn sie seinen Vorstellungen nicht entsprachen.

Hier ist allerdings auffällig, dass der Staat nicht mehr selbst in Aktion tritt, sondern Unternehmen oder Unternehmer „instrumentalisiert“. Auch Elon Musk wurde mit zig Milliarden öffentlicher Gelder gefördert, um seine Automobil- und Weltraumflugideen umzusetzen. Nicht unähnlich dürfte es wohl in China geschehen: Die Entscheidungen der großen Konzerne liegen in privaten Händen, welche aber mehr oder weniger den staatlichen Vorstellungen entsprechen.

Nun kommt es auch in Deutschland immer wieder zu Diskussionen mit der Wirtschaft (etwa mit der Automobilindustrie), allerdings ohne dass daraus eine nationale Strategie zu erwachsen scheint. Auf jeden Fall findet eine solche Strategie, wenn es sie geben sollte, noch keinen Eingang in ein wirtschafts- oder gesellschaftspolitisches Handeln.

So ist es auch nicht verwunderlich, dass sich (vor allem amerikanische) global organisierte Unternehmen immer stärker in Themenbereichen positionieren, in denen sich der demokratische Staat aus verschiedensten Gründen nicht mehr effektiv zeigt beziehungsweise den Unternehmen hier den Vortritt lässt: digitales Lernen, Telehealth, Technologiestrategien, aber auch Umweltschutz und soziale Ungleichheit.

Zuletzt wurde dies in der Great-Reset-Strategie des World Economic Forum erkennbar, in deren Rahmen globale westliche Technologieunternehmen Lösungen für die genannten Themen entwickeln wollen. Wie stark sich der amerikanische Staat schon über „seine“ Unternehmen darstellt, zeigte zuletzt ein Interview mit dem Starökonomen Nouriel Roubini. Dieser sprach sich gegen eine Zerschlagung amerikanischer Großkonzerne aus, da diese „Teil des nationalen Sicherheitsindustriekomplexes werden“ und gegen die ebenfalls instrumentalisierten chinesischen Digitalkonzerne werden antreten müssen.

Aber nicht nur die Diskussion über die Rolle des Staates als vorauseilende Agentur für die Digitalisierung der Wirtschaft steckt noch in den Anfängen. Auch die Strategie zur Weiterentwicklung der Demokratie unter digitalen Vorzeichen ist noch unklar. Noch gibt es kein Konzept dafür, wie die Unmengen an Daten, welche private und staatliche Akteure sammeln, mit der Idee der Demokratie in Einklang gebracht werden können.

In den USA beginnen nun im Nachgang der von Jo Biden zuletzt geforderten „Techno-Demokratie“-Strategie und vielleicht mehr noch unter dem Eindruck der „faktenaversen“ Politik von Donald Trump erste Diskussionen, die Daten und Demokratie nicht mehr als Gegensätze verstehen. Vielmehr habe Demokratie ohne ausreichende Daten „viele blinde Flecken“. Gleichzeitig brauchen Daten die Demokratie, da sie sich sonst in einen „algorithmischen Albtraum“ verwandeln können.

Diese Diskussion ist deshalb so heikel, weil hier immer die Gefahr droht, dass mit Datenmengen Wahlen ausgehebelt, beeinflusst oder sogar überflüssig werden können. Denker wie Hiroki Azuma gehen schon weiter: Die aggregierten Daten unseres Konsumverhaltens, unserer Wünsche, Projekte, Interessen und Suchen im Netz sind als der „Allgemeine Wille“ im Sinne von Rousseaus „Volonté Générale“ zu betrachten: der „unverfälschte“ Ausdruck unserer Präferenzen, der nun mit den Methoden der Statistik errechnet werden kann. Verhandlungen, Diskussionen, Kompromisse sind hierzu nicht mehr unbedingt notwendig, wenngleich Azuma den politischen Diskurs nicht verdrängen, sondern durch diesen Allgemeinen Willen „einrahmen“ und flankieren möchte.

Wie wichtig der Kampf um den „richtigen“ Umgang mit Daten beziehungsweise die Hoheit über diese ist, zeigen aber auch erste neuere Überlegungen zur Steuerung der Wirtschaft und Gesellschaft. Interessant ist hier, dass in einer Abwandlung von Sloterdijks Befürchtungen eher das private Unternehmertum eine Situation schaffen könnte, die man aus Sicht einiger Beobachter mit einer Techno-Planwirtschaft oder sogar „digitalem Sozialismus“ umschreiben kann: Auf Plattformen wie Amazon oder Alibaba werden Unmengen an Daten über unser Konsumverhalten gesammelt und stellen einen Ausdruck der gesellschaftlichen Präferenzen dar, wie Azuma bemerkte. Diese Daten werden dann extrapoliert und eine Vorhersage von ökonomischen Aktivitäten ist möglich. Letztlich fördern Plattformen heute schon die Prognostizierbarkeit unseres Konsumverhaltens. Neue, robuste Planungsmöglichkeiten entstehen, die das Unternehmerrisiko minimieren, die aber auch Konzentrationen fördern beziehungsweise Wettbewerb verzerren.

All dies zeigt: Eine staatliche Strategie zum Umgang mit Plattformen muss entwickelt werden. Eigene staatliche Plattformen können notwendig werden (etwa für politische Diskurse oder für das Management digitaler Identitäten) und private Plattformen müssen reguliert werden, um Missbrauch und Machtkonzentration zu verhindern.

Hier ist es bemerkenswert, dass in Deutschland zumindest eine zaghafte Diskussion darüber beginnt, ob nicht der Staat beziehungsweise öffentliche Aufgaben als eine Art Plattform organisiert werden sollten. In diesem Kontext lässt die zuletzt öffentlich angedachte Strategie „ARD 2030“ aufhorchen. Sie denkt den öffentlich-rechtlichen Rundfunk als eine „Open Source“-Plattform für „vertrauenswürdige und wertvolle journalistische Inhalte“ an, die auch von anderen Providern (Wissenschaft, Bildung, Kunst …) erstellt werden können. Und man könnte einen solchen „offenen“ Rundfunk durchaus weiterdenken als eine Plattform, die nicht nur sendet, sondern auch Möglichkeiten und Rahmen für politische Dialoge eröffnet.

Die Rolle des Staates als digitale Modernisierungsagentur ist für sich schon anspruchsvoll genug. Die Digitalisierung schafft aber zugleich die theoretische Möglichkeit für ein neues Wirtschafts- und Gesellschaftssystem, welches tendenziell mit weniger politischer Deliberation und Wettbewerb auskommt: Präferenzen werden hier nicht verhandelt, sondern vermehrt errechnet, geplant, abgeleitet. Eine digitale Demokratie wird sich gerade dann bemühen müssen, individuelle Rechte zu wahren, indem private Plattformen reguliert und ihre Daten im Interesse der Bürger geschützt oder als öffentliches Gute deklariert werden. Zudem muss auch eine Strategie entstehen, die den Staat beziehungsweise relevante öffentliche Aufgaben selbst als integrative (und partizipative) Plattform definieren, um deren Funktionalität und Daten für das Gemeinwohl zu nutzen. IPG 5

 

 

 

Bischof fordert menschlichere Bedingungen für Mittelmeer-Flüchtlinge

 

Der emeritierte Bischof Michael Wüstenberg fordert von der Politik, sich stärker für Flüchtlinge einzusetzen, die über das Mittelmeer nach Europa kommen. Der gebürtige Dortmunder, der bis 2017 als Bischof von Aliwal in Südafrika wirkte, war zwei Wochen lang auf dem Rettungsschiff „Sea-Eye 4" mitgefahren.

„Es ist ein Skandal, dass sie in die libyschen Lager zurückgetrieben werden, wo unmenschliche Zustände herrschen", sagte der in Hildesheim lebende Ruhestandsgeistliche am Mittwoch im Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). „Es ist ein Skandal, wie sich Europa verhält - auch vor dem Hintergrund des Wertekodex, den es vertritt."

Der katholische Bischof forderte menschliche Aufnahmebedingungen und die Bekämpfung von Fluchtursachen - auch wenn das ein anstrengendes und langwieriges Unterfangen sei. Wüstenberg verlangte auch, dass manche Bischöfe auf europäischer Ebene noch deutlicher gegenüber ihren Regierungen auftreten. „Im Sinne der Menschlichkeit ist es dringend geboten, dass die Kirche sich für Flüchtlinge einsetzt."

„Da sehe ich viele Defizite in Europa, wenn es um die Aufnahme von Flüchtlingen geht“

Der 66-Jährige hatte das kürzlich in Rostock getaufte Versorger-Schiff der Regensburger Hilfsorganisation Sea-Eye auf einer Überführungsfahrt in die spanische Hafenstadt Burriana begleitet. Von dort aus soll das Schiff noch in dieser Woche zu seiner ersten Mission im Mittelmeer aufbrechen und Flüchtlinge retten, die oft in kaum seetauglichen Schlauch- und Holzbooten versuchen, nach Europa zu gelangen.

Auf der Reise habe er viel über die katholische Soziallehre nachgedacht, so Wüstenberg weiter. „Ich bin unsicher, wie gut sie im Bewusstsein der Gläubigen verankert ist." Sie formuliere, dass die Güter der Welt für alle bestimmt seien. Auch Gemeinwohl und Solidarität spielten eine wichtige Rolle. „Da sehe ich viele Defizite in Europa, wenn es um die Aufnahme von Flüchtlingen geht."

(kna 5)

 

 

 

Weiße Flecken auf der Corona-Karte

 

Der Lockdown als Allheilmittel? Die Effektivität der Maßnahmen ist großen Teilen der Bevölkerung unbekannt. Die Medien sind daran nicht unschuldig. Nils Meyer-Ohlendorf

 

Tausende Studien wurden zu Corona seit März 2020 veröffentlicht. Unzählige Zeitungsartikel befassten sich bis heute mit der Pandemie. Die Anzahl von Sondersendungen und Talkshows zum Thema ist beispiellos. Die sozialen Medien sind mit dem Thema überfüllt. Kurz, es sollte mittlerweile kaum ein Thema geben, das besser verstanden wird als die Corona-Pandemie und ihre Auswirkungen.

Der letzte Winkel der Corona-Karten sollte Millimeter genau vermessen sein. Tatsächlich ist es aber anders. Die Corona-Karte hat weiße Flecken. Doch die Medien und die öffentliche Debatte nehmen sie weitgehend hin. Warum?

Viele Studien befassen sich mit der Effektivität der Corona-Maßnahmen. Welche Maßnahmen senken Infektionen? Welche bringen viel und welche wenig? In der öffentlichen Debatte sind diese zentralen Fragen aber nicht geklärt. Für einen großen Teil der Öffentlichkeit und Politik ist die Sache klar: Verfrühte Lockerungen trotz hoher Infektionszahlen sind der Grund für die dritte Welle. Um diese zu brechen, müssen Lockerungen zurückgenommen und neue Verbote erlassen werden. Die Notbremse muss gezogen werden. Der neue Paragraf 28b des Infektionsschutzgesetzes ist die logische Konsequenz.

Aber es gibt Zweifel, ob die Gleichung „viele Verbote gleich niedrige Infektionszahlen“ stimmt. Normbefolgung ist ein komplexes Problem. Akzeptanz, Anreize, Sanktionen und Vollziehbarkeit einer Regel müssen in Balance gebracht werden. Sind Regeln nicht ausreichend akzeptiert, stehen sie schnell wie der Kaiser ohne Kleider da. Die Frage nach dem voraussichtlichen Erfolg einer Regel stellt sich besonders, wenn vergleichbare Vorschriften auch nach Monaten nicht den erwünschten Erfolg gebracht haben. Ist more of the same wirklich die Lösung? Ist die Bekämpfung von Corona ein regulatorisches Problem oder vor allem eines der individuellen Verantwortung und der sozialen Akzeptanz? Trotz dieser Fragen begnügt sich die Debatte in großen Teilen mit der schlichten Gleichung „viel hilft viel“. Soziologinnen und Soziologen kommen in der Öffentlichkeit kaum zu Wort.

Außerdem: Ein Blick in die Bundesländer und zu den europäischen Nachbarn lässt zusätzlich an der „Viel hilft viel“-Gleichung zweifeln. Wie kommt es, dass Sachsen bezogen auf die Bevölkerung ungefähr viermal mehr Corona-Tote zu beklagen hat als Schleswig-Holstein, obwohl sich die ergriffenen Maßnahmen in beiden Bundesländern nicht wesentlich unterscheiden? Wie erklärt es sich, dass Finnland Schulen und Geschäfte nur für relativ wenige Tage geschlossen hat, aber sehr niedrige Infektionszahlen aufweist? Warum hatte Griechenland nach fünf Monaten Lockdown Anfang April einen Höchststand bei den Neuinfektionen und warum ist Tschechien bei sehr harten Beschränkungen das Land unter den EU-Staaten mit den höchsten Infektionszahlen? Was ist die Erklärung dafür, dass in Portugal die Infektionszahlen nach strengen Beschränkungen in kurzer Zeit sehr stark gefallen sind?

Es ist bis dato schlicht unklar, welche Stellschrauben gedreht werden müssen, um Infektionen zu senken, aber die öffentliche Debatte nimmt sich diesen Fragen kaum an. Stattdessen scheinen viele Menschen nur nach der Bestätigung ihrer vor längerer Zeit gefassten Meinung zu suchen.

Modelle zur künftigen Ausbreitung von Infektionen sind eine wichtige Entscheidungsgrundlage für Regierungshandeln. Sie sind auch ein wichtiger Bezugspunkt für die öffentliche Debatte. Trotzdem sind die Ergebnisse von Modellen ein weiterer weißer Fleck auf der Corona-Karte. Gewiss, Modelle können nicht mit Sicherheit die Zukunft vorhersagen. Sie müssen vereinfachen und dürfen nicht als bare Münze genommen werden. Aber es ist ein Problem, wenn Modelle mit sehr großer praktischer Bedeutung weder in den Medien noch in der Öffentlichkeit vertieft diskutiert werden. Der Öffentlichkeit muss bewusst sein, dass die Ergebnisse von Modellen stark von den zugrunde liegenden Annahmen abhängen; sie muss auch die Annahme selbst verstehen. Ohne diese Vorkenntnisse sind Modelle für die Öffentlichkeit eine Blackbox.

Die Auslastung mit Intensivbetten ist eine der wichtigsten Fragen in der dritten Corona-Welle. Das Intensivregister der Deutschen Interdisziplinären Vereinigung für Intensiv- und Notfallmedizin (DIVI) erfasst täglich die Behandlungskapazitäten in der Intensivmedizin. Insofern sollte dieser Winkel der Corona-Karte genau vermessen sein. Dennoch gibt es offene Fragen. Während die DIVI annimmt, dass bei anhaltendem Infektionsgeschehen absehbar keine freien Intensivbetten mehr zur Verfügung stehen könnten, sehen Betreiber großer Klinikketten dies anders.

Nach ihrer Einschätzung kann voraussichtlich durch die Verlegung von Patienten mit der Situation umgegangen werden. Es ist nicht ungewöhnlich, dass Expertinnen und Experten die gleichen Zahlen unterschiedlich interpretieren, aber eine so wichtige Frage wie die Gefahr eines drohenden Zusammenbruchs des Gesundheitssystems bedarf einer kritischen journalistischen Recherche und einer breiteren öffentlichen Diskussion.

Deutschland hat vielfältige Medien – eine klare Stärke der deutschen Demokratie. Medien bringen unterschiedliche Meinungen und kritisieren Regierungen, manchmal sehr hart. Das gilt gerade in der Pandemie. Die abgestürzten Umfragewerte für die CDU sind ein Zeugnis davon. Es gibt also offensichtlich keine gleichgeschalteten Medien. Es ist aber ein Problem, wenn Medien große unbekannte Gebiete auf der Corona-Karte zulassen.

Statt kritischer Recherche zu schwierigen technischen Fragen stellen Medien oft Nebensächlichkeiten in den Mittelpunkt. #allesdichtmachen, überfüllte Skigebiete oder Reisen nach Mallorca sind Beispiele für solche Nebenschauplätze. Statt Fachleuten Paroli zu bieten und Regierungsvertreterinnen und -vertretern mit bohrenden Nachfragen zu interviewen, werden häufig schablonenhafte und vorhersehbare Fragen gestellt – jeweils mit der Folge, dass wichtige Punkte offenbleiben. Anstatt Fakten zu berichten, scheinen viele Journalistinnen und Journalisten eher das Anliegen zu haben, Meinung zu bilden und der eigenen Überzeugung Gehör zu verschaffen.

Auch fehlt der öffentlichen Debatte der starke Wille, den Dingen auf den Grund zu gehen. Die Debatte ist oft ritualisiert und von Schlagworten geprägt. Anstatt etwa die Kosten und Nutzen von Maßnahmen konkret zu diskutieren, wird die Debatte mit nichtssagenden Schlagworten wie „harter Lockdown“, „Lockerungen“ oder „öffentliches Leben herunterfahren“ geführt.

Das Ergebnis sind weiße Flecken auf der Corona-Karte. Dies ist ein Problem für die Demokratie und ihre Widerstandsfähigkeit. Denn angesichts der beispiellosen Beschränkungen von Grundrechten müsste das Bedürfnis nach informierter Debatte größer sein. Grundrechtsbeschränkungen dieses Ausmaßes müssen als das diskutiert werden, was sie sind: die Ultima Ratio. IPG 5

 

 

 

 

Verbände befürchten Datenmissbrauch bei Ausländerregister

 

Der Datenschutz im Ausländerzentralregister soll einem Gesetzesvorhaben der Bundesregierung zufolge weiter aufgeweicht werden. Menschenrechtsorganisationen warnen vor einer „brandgefährlichen Entwicklung“.

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl, der Verein Digitalcourage und die Flüchtlingsräte appellieren an die Bundesregierung, Datenschutz im Ausländerzentralregister sicherzustellen. Der aktuell verhandelte Gesetzentwurf dazu müsse dringend überarbeitet werden, erklärten die Verbände am Montag in Frankfurt am Main.

Bereits jetzt haben den Angaben nach rund 16.000 Einrichtungen und 150.000 Personen Zugriff auf das Ausländerzentralregister mit teils intimen Informationen über Geflüchtete wie sexuelle Orientierung, Religionszugehörigkeit und politische Ansichten. Dazu gehörten Sozialämter, Ausländerbehörden, der Zoll, Jobcenter, die Polizei, Staatsanwälte und deutsche Auslandsvertretungen. Ein großer Teil davon soll laut Pro Asyl künftig auch die Asylakten einsehen können.

„Das ist eine brandgefährliche Entwicklung, die dem Missbrauch Tür und Tor öffnet“, warnte Andrea Kothen von Pro Asyl. Zu viele griffen unkontrolliert auf Daten zu. Es bestehe die Gefahr, dass die Herkunftsstaaten Informationen erhielten und die Betroffenen selbst oder ihre Familien in der Heimat verfolgten. Hierzulande gelte es eigentlich als Tabu, persönliche Daten zu sammeln und sie in einer zentralen Datei zusammenführen. „Das hat zuletzt die Diskussion über eine zentrale Datenerfassung im Zuge der Infektionsbekämpfung gezeigt. Anders verhält es sich aber offenbar, wenn es um Menschen ohne deutschen Pass, insbesondere Flüchtlinge, geht“, kritisiert Pro Asyl.

Zentrale Dokumentenablage

In einer neuen zentralen Dokumentenablage sollen beispielsweise die Asylbescheide des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (Bamf), die Entscheidungen der Gerichte sowie Identitätsdokumente abrufbar sein. Dies greife „erheblich in das Recht der Betroffenen auf den Schutz des Privatlebens und das Grundrecht auf informationelle Selbstbestimmung ein“, erklärte Kothen.

Zudem seien wirksame Möglichkeiten, wie die Betroffenen ihre Daten kontrollieren könnten, nicht im Gesetzentwurf verankert. Dies hätten unter anderen bereits der Paritätische Wohlfahrtsverband und der katholische Caritasverband kritisiert. (epd/mig 4)

 

 

 

 

EU-Kommission will COVID-19-Reisezertifikate bis spätestens Juni einzuführen

 

Der digitale grüne Pass bestätigt, dass eine Person gegen Coronavirus geimpft wurde, kürzlich ein negatives Testergebnis erzielt hat oder sich von der Krankheit erholt hat. Giedre Peseckyte

 

Die Mehrheit der EU-Mitgliedsstaaten sollte bis zur ersten Juniwoche technisch auf COVID-19-Zertifikate vorbereit sein, so ein EU-Beamter gegenüber EURACTIV.

Die grünen digitalen Zertifikate wurden letzten Monat von der Europäischen Kommission vorgeschlagen, um die sichere Freizügigkeit innerhalb der EU während der COVID-19-Pandemie zu erleichtern.

Das Dokument, das entweder in digitaler oder Papierform vorliegen soll, soll bestätigen, dass eine Person gegen COVID-19 geimpft wurde, kürzlich ein negatives Testergebnis erhielt oder sich von der Krankheit erholt hat.

Am Donnerstag (29. April) nahmen die europäischen Gesetzgeber ihre Verhandlungsposition zum Vorschlag der Europäischen Kommission für die digitalen grünen Zertifikate an und ebneten den Weg für eine voraussichtlich schwierige interinstitutionelle Verhandlung mit dem Rat, der die 27 Mitgliedstaaten vertritt.

Während die EU-Gesetzgeber an der Rechtsgrundlage der Initiative arbeiten, wird gleichzeitig die technische Seite der Zertifikate entwickelt.

Dies wurde am Freitag von einem EU-Beamten bestätigt, der unter der Bedingung der Anonymität sagte, dass die technische Seite „parallel“ zu den Verhandlungsgesprächen zwischen dem Europäischen Parlament und den EU-Ministern voranschreite, da die Zeit knapp sei.

Ziel ist es, das Zertifizierungssystem vor dem Sommer in Betrieb zu nehmen, um die Sommerferien und den europäischen Tourismussektor zu retten.

Das System muss bereit sein, wenn die Rechtsvorschriften veröffentlicht werden, um Verzögerungen zu vermeiden, betonte der EU-Beamte und fügte hinzu, dass es voraussichtlich bis zum 26. Juni in ganz Europa funktionsfähig und rechtsgültig sein werde.

In Vorbereitung darauf wurden EU-Mitgliedstaaten aufgrund ihrer Bereitschaft, mit Tests zu beginnen, in drei Gruppen eingeteilt.

Eine erste Gruppe von 20 Ländern, darunter Frankreich, Italien, Spanien und Deutschland, wird ab der zweiten Maiwoche mit technischen Kontrollen beginnen, während eine Gruppe weniger bereiter Mitgliedstaaten im Mai mit ihren Tests beginnen soll. Die dritte und letzte Gruppe wird Mitte Juni mit Testläufen beginnen.

„Wir überprüfen alles – wir überprüfen, ob das System validiert ist, indem wir die Verschlüsselung ändern, wir überprüfen das gesamte Set-up und dann erklären wir, dass die Verbindung funktioniert. Deshalb sind sie in verschiedene Gruppen unterteilt“, erklärte der EU-Beamte gegenüber EURACTIV.

Das Budget für diese Initiative beläuft sich auf rund 40 bis 45 Millionen Euro, fast ein Drittel der Kosten, die für das System selbst aufgewendet werden. EA 4

 

 

 

 

Integrationsminister. Pandemie trifft Einwanderer besonders hart

 

Aus Sicht der Integrationsminister der Länder trifft die Pandemie Migranten besonders hart. Um ihre Integration zu unterstützen, soll der Staat den Zugang in den Arbeitsmarkt und zur Gesellschaft erleichtern. Auch Einbürgerungserleichterungen wurden gefordert.

Die Integrationsministerinnen und -minister der Bundesländer wollen die gesundheitliche Aufklärung von Zugewanderten in der Corona-Pandemie verstärken. Viele Menschen mit Migrationshintergrund seien in prekären Arbeitsverhältnissen beschäftigt und lebten in beengten Wohnverhältnissen, sagte die Vorsitzende der Integrationsministerkonferenz, Anja Stahmann (Grüne), am Freitag zum Abschluss digitaler Beratungen unter dem Vorsitz des Landes Bremen. „Die Auswirkungen der Pandemie treffen viele Menschen mit Zuwanderungsgeschichte daher besonders hart.“

Insgesamt habe die 16. Integrationsministerkonferenz mehr als 40 Beschlüsse gefasst, sagte die Bremer Integrationssenatorin Stahmann. Dazu zähle unter anderem die mehrheitliche Forderung nach einer EU-weit abgestimmten und koordinierten Asylpolitik. Die Minister sprachen sich für eine unabhängige Asylverfahrensberatung aus, die vom Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) mitfinanziert werden soll. Als Träger kämen die freien Wohlfahrtsverbände oder qualifizierte Vereine infrage.

Außerdem sollen in Deutschland geborene Kinder von Eltern mit anderer Staatsbürgerschaft leichter die deutsche Staatsbürgerschaft erhalten. Künftig solle es genügen, dass die Eltern seit sechs statt wie bisher seit acht Jahren in Deutschland leben, damit das sogenannte Geburtsortprinzip greife, berichtete Stahmann.

Leichtere Anerkennung ausländischer Qualifikationen

Weiter forderten die Minister eine leichtere Anerkennung beruflicher Qualifikationen auch ohne formale Abschlüsse. Der Zugang zum Arbeitsmarkt sei derzeit erschwert, weil es in anderen Ländern oft keine mit dem deutschen System vergleichbare Ausbildungen gebe und die Qualifikation dort über Erfahrungswissen erreicht werde.

Die hessische Staatsekretärin Anne Janz (Grüne) berichtete über das 6. „Integrationsmonitoring“, das erstmals auch das Zugehörigkeitsgefühl und das Vertrauen von Migranten in die Institutionen von Bund und Ländern wissenschaftlich erhoben habe. Der Bericht dokumentiere ein erfreulich hohes Zutrauen der Zugewanderten in staatliche Institutionen wie Justiz, Polizei und die kommunale Verwaltung. Das Vertrauen bei ihnen sei sogar höher als bei Menschen ohne Einwanderungsgeschichte.

Schneller in die Integrationskurse

Die Integrationsministerin von Schleswig-Holstein, Sabine Sütterlin-Waak (CDU), betonte die Bedeutung von Sprach- und Integrationskursen. „Wir müssen die neu Zugewanderten schneller in die Kurse bringen“, sagte sie. Damit diese auch erfolgreich seien, müssten Geräte für den digitalen Unterricht in der Pandemie beschafft werden. Auch die Kinderbetreuung und die Mobilität für die Kursteilnehmenden müsse verbessert werden.

Die niedersächsische Integrationsministerin Daniela Behrens (SPD) ergänzte, dass in vielen Ländern der Erde der gesellschaftliche Zusammenhalt durch die Pandemie auf die Probe gestellt werde. „Auch in Deutschland müssen wir weiterhin Diskriminierung und Rassismus entgegentreten“, betonte sie.

(epd/mig 3)

 

 

 

 

Umfrage zu Problemlösern in der Pandemie: Große Zustimmung für eine starke heimische Pharmaindustrie

 

Berlin - Die Bürgerinnen und Bürger wünschen sich eine eigene leistungsfähige Pharmaindustrie in Deutschland und Europa. Hierfür sprechen sie sich vor dem Hintergrund der Pandemie mit 91 Prozent Zustimmung nahezu einstimmig aus. Zugleich sehen sie in der Digitalisierung vielfältige Chancen zur Pandemie-Bekämpfung: 63 Prozent geben hier zum Beispiel die bessere Vernetzung von Gesundheitsbehörden an. Dies sind die Kernergebnisse einer repräsentativen Umfrage, die der Bundesverband der Pharmazeutischen Industrie (BPI) in Zusammenarbeit mit dem Meinungsforschungsinstitut Civey durchgeführt hat.

Die Coronakrise zeigt: Weit mehr als die Hälfte der Befragten (60 Prozent) halten das deutsche Gesundheitswesen nicht für krisengerüstet. Als Problemlöser in der gegenwärtigen Situation ist den Bürgerinnen und Bürgern gerade die Pharmaindustrie deutlich wichtiger geworden: Mehr als zwei Drittel (76 Prozent) gaben dies an. Entsprechend hoch fiel die Zustimmung zu der Frage aus, wie bedeutend den Bürgerinnen und Bürgern eine eigene leistungsfähige Pharmaindustrie in Deutschland und Europa sei: Hierfür sprachen sich 91 Prozent aus.

„Für das Thema Standortsicherung machen wir uns ja schon lange stark. Insofern bestärken uns diese Umfrage-Ergebnisse“, sagt Kai Joachimsen, Hauptgeschäftsführer des BPI. „Tatsächlich hat der enorme Wettbewerbs- und Preisdruck auf Arzneimittel dazu geführt, dass sich viele Lieferketten von Europa nach Asien verlagert haben. So werden Wirkstoffe inzwischen in großem Umfang von oft wenigen Fertigungsstätten aus Indien und China bezogen. Wenn es hier zu Ausfällen kommt, drohen sehr schnell weltweite Lieferengpässe. Die Pandemie hat das Problem dieser Abhängigkeit noch einmal viel stärker ins Rampenlicht gerückt. Wir fordern deshalb eine Standortsicherung in Deutschland und Europa zu vernünftigen, auskömmlichen und vor allem stabilen Rahmenbedingungen. Eine verlässliche und innovative Arzneimittelversorgung muss uns definitiv etwas wert sein.“

Digitalisierung: Vielfältiger Chancengeber im Gesundheitssystem

In der Digitalisierung sehen die Deutschen vielfältige Chancen – nicht nur bei der Bekämpfung von Pandemien, sondern auch für eine generell verbesserte Gesundheitsversorgung. Bei der Frage nach den Chancen der Digitalisierung in der Pandemie-Bekämpfung wurde von der Mehrheit der Befragten insbesondere die Vernetzung von Gesundheitsbehörden als bedeutend genannt (63 Prozent). Die Unterstützung beim Impfmanagement nannten 45 Prozent, die Vernetzung internationaler Forschung wurde von 42 Prozent angegeben.

Zu den wichtigsten Herausforderungen im Gesundheitswesen, für die die Digitalisierung Lösungen bietet, zählt für die Befragten an erster Stelle die „Ärztliche Versorgung“ (61 Prozent). An zweiter Stelle folgt der „Austausch von Patientendaten“ (56 Prozent).

Als treibende Kraft hinter den digitalen Neuerungen im Gesundheitswesen wird nach den Krankenkassen (28 Prozent) die pharmazeutische Industrie genannt (15,2 Prozent), noch knapp vor den politischen Akteuren (14,9 Prozent).

„Wir begrüßen den Ausbau einer sicheren Infrastruktur für die Digitalisierung des Gesundheitswesens und setzen uns selbst dafür in vielfältiger Weise ein“, sagt Joachimsen. „Die Digitalisierung ermöglicht eine hochwertige, bezahlbare Versorgung für alle. Neue Technologien verbessern die Versorgung der Patientinnen und Patienten gerade bei der Erkennung und Behandlung von Krankheiten. Nicht zuletzt liefern Gesundheitsdaten eine wichtige Grundlage für neue Erkenntnisse zur Weiterentwicklung der Medizin – auch bei der Bekämpfung von Gesundheitsbedrohungen wie der COVID-19-Pandemie.“ GA 3

 

 

 

 

"Große Ehre". Merkel mit Bürgerrechtspreis der Sinti und Roma ausgezeichnet

 

Der Europäische Bürgerrechtspreis der Sinti und Roma geht in diesem Jahr an Bundeskanzlerin Angela Merkel für ihr Eintreten gegen Antiziganismus. Sie bezeichnete die Auszeichnung als „große Ehre“.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat den Europäischen Bürgerrechtspreis der Sinti und Roma erhalten. Sie werde für ihr entschiedenes Eintreten gegen den Antiziganismus geehrt, sagte Romani Rose, Vorsitzender des Zentralrates Deutscher Sinti und Roma, am Mittwoch in Mannheim. „Wir müssen Antiziganismus genauso ächten wie Antisemitismus,“ sagte Rose. Zur Preisverleihung, die live im Internet übertragen wurde, war Bundeskanzlerin Merkel von Berlin aus zugeschaltet.

„Der Kampf gegen Antiziganismus ist Aufgabe aller“, sagte Merkel. Sie bezeichnete die Auszeichnung als „große Ehre“. Sie sei für sie Aufforderung und Ansporn zugleich, sich weiter für die Belange von Sinti und Roma einzusetzen. Um Ausgrenzung und Vorurteile zu überwinden, brauche es viele Schritte, Begegnung und Dialog. Es sei kein Preis der Zufriedenheit, sondern einer, der „Wachrütteln“ solle. Das Preisgeld von 15.000 Euro spendete Merkel zu gleichen Teilen an das internationale Jugendnetzwerk Ternype in Brüssel und an das Nachbarschaftsprojekt Grünbau in Dortmund.

„Wir werden nie vergessen, was Sie für Sinti und Roma getan haben“, sagte der ehemalige Staatspräsident der Slowakischen Republik Andrej Kiska in seiner Laudatio: „Roman lives matter“ (Die Leben der Roma zählen).“ Es sei deutsche und europäische Aufgabe, an die Verbrechen des Nationalsozialismus gegen die Minderheit zu erinnern, so der Preisträger von 2019.

Der Preis

Mit dem Europäischen Bürgerrechtspreis werden Einzelpersonen, Gruppen und Institutionen ausgezeichnet, die sich in vorbildlicher Weise für eine Verbesserung der Menschenrechtssituation der Sinti und Roma einsetzen. Die Auszeichnung wird seit 2007 alle zwei Jahre vom Heidelberger Dokumentations- und Kulturzentrum Deutscher Sinti und Roma, dem Zentralrat Deutscher Sinti und Roma sowie der Manfred Lautenschläger Stiftung vergeben.

Bisherige Preisträger waren etwa der ehemalige Menschenrechtskommissar des Europarats, Thomas Hammarberg, der Mitgründer der Gesellschaft für bedrohte Völker, Tilman Zülch, und die Menschenrechtsorganisation Amnesty International. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Vatikan: Hilfe für 27.788 Flüchtlinge in Afrika

 

So viele Binnenvertriebenen, Asylsuchenden, Flüchtlingen und Opfern von Menschenhandel wurden 2019 auf afrikanischem Territorium von katholischen Missionaren und kirchlichen Institutionen unterstützt, die vom Vatikan koordiniert und finanziert wurden. Diese Zahl hat die vatikanische Flüchtlingshilfe-Abteilung bei dem Dikasterium für ganzheitliche Entwicklung des Menschen bekannt gegeben.

 

An den Aktivitäten hätten 525 Mitarbeiter und Freiwillige mitgewirkt, die sich in Schulungs-, Gesundheits- und Rechtshilfeprojekten engagierten. Dies sind die Zahlen des Berichts „Migrant Ministry in Africa“, der von der Abteilung für Migranten und Flüchtlinge des Vatikanischen Dikasteriums für die Förderung der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen in Zusammenarbeit mit dem Institut für Mobilität in Afrika (SIHMA) des Scalabrini-Missionsorden erstellt wurde.

Die Forschungsarbeit sei eine aktuelle Momentaufnahme des Migrationsphänomens auf dem afrikanischen Kontinent, wo sich die geschätzte Zahl der internationalen Migranten im Jahr 2018 auf etwa 245 Millionen belief, berichtet der vatikanische Fidesdienst.

Vor allem in Ostafrika

Von den betroffenen Flüchtlingen und Migranten seien die meisten in Ostafrika konzentriert gewesen. Das Papier identifiziere Zwangsvertreibung und Menschenhandel zum Zwecke der Zwangsarbeit als die größten Bedrohungen für die menschliche Sicherheit: „Afrika beherbergt schätzungsweise über 30 Prozent der weltweiten Flüchtlingsbevölkerung. Es wird außerdem geschätzt, dass 6,25 Millionen Menschen in Afrika südlich der Sahara versklavt sind, eine Zahl, die 13,6 Prozent der versklavten Bevölkerung der Welt ausmacht“, heißt es wörtlich in dem Bericht. Das Dokument identifiziert Libyen auch als Hauptzielland für Opfer von Menschenhandel, der von kriminellen Organisationen betrieben wird, die hauptsächlich Migranten aus Afrika südlich der Sahara auf dem Weg nach Europa transportieren.

Auf diese Notsituationen versuche die Kirche in den verschiedenen afrikanischen Ländern mit konkreten Aktionen zu reagieren, die auf Integration und Kompetenzentwicklung abzielten, teilte das vatikanische Sekretariat mit, das sich um Flüchtlingsfragen kümmert. Konkret hätten kirchliche Einrichtungen über verschiedene 31 Sprachkurse für 1.409 Migranten, Flüchtlinge und Opfer von Menschenhandel durchgeführt; 32 Berufsausbildungskurse für 1.579 Migranten und 771 Asylbewerber und Flüchtlinge; 5 Schulförderinitiativen für 304 Minderjährige; 70 Stipendien für 48 Minderjährige und 266 Ausländer. Mehr als 3.000 Migranten konnten von Gesundheitsinitiativen in den Bereichen Chirurgie, Allgemein- und Fachmedizin profitieren, während etwa 1.800 Migranten von Rechtshilfeinitiativen profitierten. (fides 29)

 

 

 

 

EU-Ausschuss fordert klares politisches Bekenntnis zur Geschlechter-Gleichstellung

 

Die Covid-19-Pandemie hat bestehende Ungleichheiten weltweit verschärft, in der Europäischen Union hat sie sich besonders auf Frauen unverhältnismäßig stark ausgewirkt. Der Ausschuss für regionale Entwicklung im EU-Parlament sieht die europäische Kohäsionspolitik als Schlüssel zur Gleichstellung der Geschlechter. Von: Magdalena Pistorius

 

Häusliche Gewalt, berufliche Belastung, Zugang zu Ausbildung und Arbeitsmarkt: Wirtschaft und Gesellschaft haben in vieler Hinsicht unter den Auswirkungen der Covid-19-Pandemie gelitten. Frauen und Mädchen sind davon unverhältnismäßig stark betroffen.

Auf politischer Ebene aber ist das Problem aus dem Blick geraten, warnt der Ausschuss für regionale Entwicklung (REGI) im EU-Parlament: in der öffentlichen Debatte werde der Gleichstellung der Geschlechter eine „immer geringere Bedeutung beigemessen“ und politisch fehle es der EU bei der Umsetzung der Geschlechtergleichstellung an Kohärenz, heißt es in einem Berichtsentwurf, den der Ausschuss bei seiner monatlichen Sitzung am vergangenen Donnerstag (22. April) verabschiedet hat.

Dabei ist die Gleichstellung von Frauen und Männern in der EU ist nicht nur ein vertraglich verankerter Grundwert der Union: Sie leistet auch einen wichtigen Beitrag zum Wirtschaftswachstum und der territorialen Entwicklung, erklärt Berichterstatterin Monika Vana (Die Grünen/Freie Europäische Allianz).

Im Rahmen des Wiederaufbaus nach der Coronakrise sei die Förderung der Gleichstellung der Geschlechter daher essenziell, „um wirtschaftliche und soziale Unterschiede zwischen den Regionen zu verringern“, so der Berichtsentwurf. Der Kohäsionspolitik – dem zentralen Instrument der EU für die regionale Entwicklung – käme in diesem Sinne tragende Bedeutung zu.

EU-Ratspräsident Charles Michel möchte die Regionen stärker in aktuelle europäische Prozesse einbinden. Konkret sprach er die Konzeption nationaler Aufbaupläne und die Konferenz zur Zukunft der EU an. Damit trat bei den LokapolitikerInnen offene Türen ein.

Zum Beispiel beim Thema Arbeitsbedingungen: als Betreuungspersonen seien Frauen seit Beginn der Krise, beruflich wie privat, besonders hohen Belastungen ausgesetzt. Die Kohäsionspolitik spiele hier eine „zentrale Rolle“, um Investitionen in Betreuungsdienste sicherzustellen und die Arbeitsbedingungen in diesem Sektor zu verbessern, heißt es aus dem Bericht.

Dasselbe gilt für den Zugang zur Ausbildung. Frauen und Männer teile nach wie vor eine „digitale Kluft“. Insbesondere für Frauen müsse die Kohäsionspolitik daher einen besseren Zugang zur Ausbildung sicherstellen, um besagte Kluft zu überwinden „und den ökologischen und digitalen Wandel zu unterstützen“.

Das volle Potenzial, das die Kohäsionspolitik im Rahmen der Geschlechtergleichstellung birgt, sei allerdings noch „bei Weitem“ nicht ausgeschöpft, so der Berichtsentwurf.

Der größte Haken bleibt der politische Handlungswille: so beklagt der REGI-Ausschuss, dass „ein klares politisches Bekenntnis [zur Gleichstellung der Geschlechter] fehlt und ein mangelndes Bewusstsein dafür herrscht, dass sie für die gesamte Bevölkerung wichtig ist“. Denn wo Frauen bessere Chancen haben, profitiert die gesamte Wirtschaft.

Welche Auswirkungen hat die COVID-19-Pandemie auf den Zusammenhalt innerhalb der EU und welche Lehren können aus der Krise gezogen werden, um den Block in Zukunft zu stärken?

Ein wichtiger Punkt, dem im Zuge der Krisenbewältigung offenbar wenig Beachtung geschenkt wurde. Denn „im Rahmen des Europäischen Aufbaufonds liegt der Schwerpunkt in erster Linie auf wirtschaftlichen Impulsen für Wirtschaftszweige mit einem hohen Anteil an männlichen Beschäftigten“, heißt es aus dem REGI-Bericht.

Und das, „während in vielen der tiefgreifend von der COVID-19-Krise betroffenen Wirtschaftszweige hohe Anteile von weiblichen Beschäftigten zu verzeichnen sind“ – und somit die Gefahr bestehe, „dass die geschlechtsspezifischen Ungleichheiten in der Arbeitswelt der EU zunehmen“.

Auch unabhängig von der Krise fehle es in der EU sowohl auf nationaler als auch auf regionaler Ebene an verbindlichen Strategien zur faktischen Gleichstellung von Frauen und Männern.

Der Ausschuss fordert daher, sowohl auf EU-Ebene als auch vonseiten der einzelnen Mitgliedsstaaten, ein „starkes politisches Bekenntnis zur Bedeutung der Gleichstellung der Geschlechter, damit nationale und lokale Akteure ihr mehr Aufmerksamkeit widmen, nicht nur, weil dies mit Blick auf die Menschenrechte angeraten ist, sondern auch, weil sie ein entscheidender Faktor für die sozioökonomische Entwicklung ist“.

Konkret pocht der Ausschuss auf „klar und ausdrücklich“ verfasste Vorschriften, die „in Bezug auf die Gleichstellung der Geschlechter verbindlich sein sollten“. Im Rahmen der Kohäsionspolitik wünscht sich das Organ die Einführung verbindlicher Anforderungen zur Gleichstellung „in allen operationellen Programmen“. Denn das Thema werde immer noch zu allgemein behandelt und vor allem während der Programmplanung berücksichtigt. Bei der Umsetzung und Evaluierung der verschiedenen kohäsionspolitischen Programme komme die Frage aber nach wie vor zu kurz.

Es bleibt dabei: Frauen und Männer haben nicht die gleichen Chancen. Zwar gab es in einzelnen Bereichen Verbesserungen, aber die Corona-Pandemie hat Unterschiede auch vergrößert. Eu 28

 

 

 

„Wirksamer und billiger“. Neue EU-Strategie für freiwillige Rückkehr von Migranten

 

Die EU-Kommission will Geflüchtete zur „freiwilligen“ Rückkehr bewegen. Das sei billiger als Abschiebungen. Dabei helfen soll die EU-Grenzschutzagentur Frontex.

Die Europäische Kommission will Menschen ohne Aufenthaltsrecht in der EU verstärkt zur freiwilligen Rückkehr in deren Herkunftsländer bewegen. Dazu legte die Behörde am Dienstag in Brüssel eine Strategie vor, die sich auch mit der Reintegration der Rückkehrer in ihrer Heimat befasst. Nach Angaben der Kommission verlassen nur rund 30 Prozent der Ausreisepflichtigen tatsächlich die EU, und nur etwa ein Drittel davon, also zehn Prozent der Ausreisepflichtigen insgesamt, gehe freiwillig.

Ein Schwerpunkt der Strategie ist die Beratung der Ausreisepflichtigen. Diese kann je nach Land und Beratungsorganisation zum Beispiel die Verpflichtung zur Rückkehr, die Vorbereitung der Reise und die Reintegration im Herkunftsland zum Thema haben. Die Kommission will hierzu gemeinsam mit der Grenzschutzagentur Frontex ein gemeinsames Curriculum für die Beratenden entwickeln. Frontex soll zudem selbst Beratungsexperten in die Mitgliedsländer entsenden.

„Freiwillige Rückkehr“

Unter freiwilliger Rückkehr versteht die EU-Kommission die „unterstützte oder unabhängige Rückkehr einer Person ohne Aufenthaltsrecht“. Die Rückkehr erfolge aus freien Stücken. „Um die freiwillige Rückkehr zu fördern und zu erleichtern, können die Mitgliedstaaten anbieten, Rückkehrer zu unterstützen, beispielsweise durch die Übernahme der Reisekosten und durch die Bereitstellung von Geld- oder Sachleistungen während eines kurzen Zeitraums nach ihrer Ankunft“, heißt es. Menschenrechtler hingegen weisen darauf hin, dass die meisten Rückkehrer nicht aus freien Stücken abreisen. Die Behörden legten den Betroffenen die Abreise nahe, weil ihnen sonst die Abschiebung drohe. Die Menschen hätten oft keine Wahl.

Die EU-Kommission kündigt mit der Strategie auch erneut einen EU-Rückkehr-Koordinator an, der den Mitgliedstaaten technische Unterstützung bei ihren Rückkehrprogrammen leisten soll. Ein weiterer Teil der Strategie besteht darin, die Voraussetzungen für freiwillige Rückkehr zu schaffen. Dazu sollen etwa Lücken zwischen Asyl- und Ausreiseverfahren geschlossen und das Untertauchen von Menschen angegangen werden. Für diese Maßnahmen verweist die Kommission auf bereits vorgelegte Gesetzespläne.

Wirksamer und billiger

In den Herkunftsländern will die Kommission weiterhin Geld einsetzen, damit diese zum Beispiel Standards für Wiederaufnahme und Wiedereingliederung der Rückkehrer entwickeln. Frontex könne auch dort aktiv sein, um die Länder beim Kapazitätsaufbau zu unterstützen. Generell will die Kommission Reintegrationsprogramme besser mit der Entwicklungspolitik abstimmen.

Freiwillige Rückkehr ist der Behörde zufolge aus mehreren Gründen der erzwungenen Abschiebung vorzuziehen. Sie stelle das Individuum in den Mittelpunkt, sei wirksamer und billiger. Laut dem wissenschaftlichen Dienst des EU-Parlaments kostet eine Abschiebung 3.414 Euro im Schnitt und eine freiwillige Rückkehr 560 Euro, wobei auch finanzielle Hilfe für die Rückkehrer eingerechnet ist. (epd/mig 28)

 

 

 

Kanzlerin Merkel: „Sie haben das Land am Laufen gehalten“.

       

Bundeskanzlerin Merkel dankt den Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern für ihren Einsatz und ihre Geduld in der Corona-Pandemie.

 

Zum Tag der Arbeit würdigt Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrem Podcast den Einsatz aller Arbeitenden für das große Ganze. „Gerade Berufe, die sonst nicht solche Aufmerksamkeit bekommen, haben das Land am Laufen

gehalten,“ so Merkel. Dabei erinnert sie an die erste Phase der Corona-Pandemie im Frühjahr 2020, als die Beschäftigten in Supermärkten oder am Steuer von LKWs die Versorgung mit Lebensmitteln sicherten.

 

Die Pandemie habe zu einem scharfen Einbruch der Wirtschaft geführt. Die Bundesregierung habe Milliarden eingesetzt, um das Kurzarbeitergeld zu erhöhen, die Bezugsdauer zu verlängern und auf diese Weise einen noch stärkeren Anstieg der Arbeitslosenzahlen zu verhindern, sagt die Kanzlerin. „So konnten Betriebe ihre Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter halten. Und so können sie schneller wieder durchstarten, wenn die Wirtschaft wieder anzieht - und damit rechnen wir noch in diesem Jahr.“

 

Die Arbeit habe sich dort, wo es möglich ist, ins Home-Office verlagert, so Merkel. Das sei eine riesige Hilfe gegen die Ausbreitung des Virus, weil es Kontakte reduziere. Aber es sei ihr bewusst, „wie anstrengend es sein kann, wenn über Monate der Esstisch gleichzeitig Schreibtisch und Hausaufgabenplatz für die Kinder ist,“ unterstreicht die Kanzlerin. Dort, wo eine Verlagerung nicht möglich ist, gelten Hygieneauflagen und die Pflicht für Arbeitgeber, zwei Corona-Tests pro Woche anzubieten.

 

Hoffnung gebe die Impfkampagne, die immer mehr an Fahrt aufnehme. Spätestens ab Juni könne sich jeder Bürger um einen Termin bemühen, sagt Merkel. Sie wolle erneut Danke sagen, „für Ihren Einsatz in der schwersten

Zeit, die unser Land seit Generationen erlebt hat. Für Ihre Solidarität und für Ihre Geduld.“

 

Hinweis: Der Video-Podcast ist unter www.bundeskanzlerin.de

[https://www.bundeskanzlerin.de/bkin-de]abrufbar. Unter dieser Internetadresse ist dann auch der vollständige Text zu finden. Bip 1

 

 

 

Wirtschaft und Ökologie. Über Geld spricht man

 

Nach der Pandemie braucht es Geld. Der Klimawandel muss auch bekämpft werden. Gut, dass sich beide Fliegen mit einer Klappe schlagen lassen. Mark Cliffe

 

Viele Regierungen, die einen umweltfreundlichen und integrativen Aufschwung nach der Pandemie fördern wollen, machen sich das Schlagwort von einem „besseren Wiederaufbau“ zu eigen. Bisher hat sich die Politik darauf konzentriert, die öffentlichen Ausgaben zu erhöhen, um so Herausforderungen in den Bereichen Klima- und Umwelt anzugehen und gleichzeitig Arbeitsplätze für Benachteiligte zu schaffen. Fiskalkonservative befürchten jedoch eine ansteigende Defizitwelle, die die Volkswirtschaften in Schulden ertränken und zu einer Gegenreaktion auf den Finanzmärkten führen wird.

Angesichts der noch immer herrschenden Pandemie ist es kein Wunder, dass die Politik nur sehr ungern über Steuererhöhungen spricht, um die Stimmung nicht noch weiter zu drücken. Doch der von der Politik nach eigenem Bekunden angestrebte sozial nachhaltige Wandel erfordert auch Reformen auf der Einnahmenseite.  

Im Moment dreht sich die Steuerdebatte eher um die Zusammensetzung der Steuern als um ihre Höhe. Es geht um klügere, nicht um höhere Steuern. Der springende Punkt besteht darin, von der Besteuerung der Arbeit zur Besteuerung des Ressourcenverbrauchs überzugehen. Die Politik sollte daher die Einführung progressiver Verbrauchsteuern auf ressourcenintensive Güter in Betracht ziehen.

Diese Idee ist nicht neu. Ökonominnen und Ökonomen argumentieren seit langem, dass die Finanzierung von Einkommensteuersenkungen durch höhere Steuern auf Ressourcenverbrauch und Umweltschäden effizienter und gerechter wäre. Derartige Steuern würden das Versagen des Marktes beheben, wenn es darum geht, Umweltverschmutzer für die von ihnen verursachten Kosten für die Gesellschaft zu bestrafen.

Maßgebliche Interessensgruppen haben derartige Vorschläge allerdings jahrzehntelang abgewehrt. Doch nun, da wir die zahlreichen Diskontinuitäten der Pandemie überwinden, sehen wir Ausmaß und Umfang staatlicher Maßnahmen, Geschäftsmodelle und unseren persönlichen Lebensstil in einem grundlegend neuen Licht. Jetzt besteht die echte Chance auf einen Wandel.

Eine effiziente Möglichkeit, die globale Erwärmung einzudämmen, bestünde in der Anhebung des Preises für CO2-Emissionen durch die Einführung einer CO2-Steuer oder die Begrenzung des Angebots an handelbaren Emissionszertifikaten, während man gleichzeitig die langjährigen Subventionen für fossile Brennstoffe auslaufen lässt. Dieses Thema wird im Vorfeld des Uno-Klimagipfels COP26 im November in Glasgow Gegenstand zahlreicher Diskussionen sein.  

Doch die umfassenderen ökologischen und sozialen Herausforderungen im Rahmen der Agenda vom „besseren Wiederaufbau“ gehen über die Notwendigkeit eines beschleunigten Wechsels von fossilen Brennstoffen zu erneuerbaren Energien hinaus. An dieser Stelle kommen grüne Verbrauchssteuern ins Spiel.

Obwohl die CO2-Bepreisung über die Lieferketten die Preise für ressourcenintensive Güter in die Höhe treiben würde, wären die Auswirkungen auf Produktion, Nutzung und Entsorgung von nichtenergetischen Ressourcen gedämpft und indirekt. Aus Verbrauchersicht sind CO2-Emissionen ein unsichtbarer Feind. Transparenter und verständlicher wären da direkte Verbrauchssteuern, die sich eindeutig auf jene Schäden beziehen, die aufgrund der von Menschen gekauften, genutzten und entsorgten Güter entstehen.

Die Verknüpfung von Ökosteuern mit dem Gewicht und der Größe von Gütern könnte eine klarere Verbindung zum Verbrauch nicht erneuerbarer Ressourcen herstellen und würde dazu beitragen, soziale Normen zu verändern. Menschen, die größere Autos fahren oder in größeren Häusern leben, würden somit mehr bezahlen, wodurch sich kleinere Optionen attraktiver gestalten. Das würde Hersteller ermutigen, für Innovationen zu sorgen, weniger ressourcenintensive Methoden der „Kreislaufwirtschaft” einzusetzen und Leistungen anzubieten, die es Verbrauchern ermöglichen, Dinge gemeinsam zu nutzen, anstatt alles selbst zu besitzen. Auch das ist keine neue Idee: Der Ökonom E.F. Schumacher unterstützte sie bereits 1973 in seinem Buch Small Is Beautiful. Die Rückkehr zum menschlichen Maß.

Seitdem hat sich vor allem in Amerika die Liebe zum Imposanten entwickelt. Doch eine Welt, in der jeder Haushalt eine Villa bewohnt und einen zweieinhalb Tonnen schweren SUV besitzt, können und sollten wir natürlich nicht anstreben. Die Erhebung progressiv steigender Steuern auf den Kauf und die Nutzung großer langlebiger Konsumgüter wie Autos und Häuser würde die Verbraucher dazu veranlassen, ein nachhaltigeres Konsumverhalten an den Tag zu legen.

Freilich würden diese höheren Gütersteuern, wie jede Steuererhöhung, auf starken Widerstand stoßen, aber die Begründung dafür wäre klar und – von entscheidender Bedeutung – fair. Der progressive Charakter der Steuern impliziert überdies, dass Haushalte mit höherem Einkommen, die auch mehr große, ressourcenintensive Güter konsumieren, eine überproportional hohe Steuerlast zu tragen hätten.

Einer Schätzung zufolge waren im Jahr 2015 die reichsten 10 Prozent der Weltbevölkerung für 52 Prozent der kumulierten CO2-Emissionen verantwortlich, wobei allein 15 Prozent der Emissionen auf die obersten 1 Prozent entfielen. Den Reichen könnte man die hohen Steuern auf ihren Verbrauch von Gütern und Energie als schmackhaftere Option präsentieren als höhere Einkommens- oder Vermögenssteuern. 

Die Pandemie und die damit verbundenen Lockdowns haben uns ein Gefühl für die Gefahren des exzessiven Konsums und der übermäßigen Mobilität vermittelt. Obwohl die Menschen einige ihrer neuen erzwungenen Gewohnheiten ablegen werden, sobald die Pandemie vorbei ist, werden viele auch erkennen, dass ihrem Glück und ihrem Wohlbefinden besser gedient ist, wenn sie mit anderen in Kontakt treten und nicht immer mehr Dinge anhäufen.

Ein noch wirkungsvollerer Weg für Regierungen, sich die Unterstützung für neue Verbrauchssteuern zu sichern, wäre ein „Grüner Grand Bargain“ mit der Öffentlichkeit, um die Steuereinnahmen für eine beschleunigte Durchführung der Wiederaufbau-Agenda zu verwenden. Man könnte mit diesen Einnahmen beispielsweise eine Senkung der Steuern auf Arbeit finanzieren, insbesondere für die Geringverdiener. Damit hätte dieses Paket doppelt progressiven Charakter. Eine andere Möglichkeit wäre eine „CO2-Dividende“. Dabei würden Haushalte ein durch die Einnahmen aus der Ökosteuer finanziertes Pauschaleinkommen erhalten, von dem ärmere Haushalte überproportional profitieren würden.

Eine weitere Möglichkeit bestünde darin, die neuen Einnahmen für eine Senkung der Steuern auf Dienstleistungen und grüne Produkte herzunehmen oder die Subventionen dafür zu erhöhen. Pandemiebedingte Lockdowns haben lokale Unternehmen und Dienstleistungsbetriebe, insbesondere im Restaurant-, Freizeit- und Hotelgewerbe, schwer in Bedrängnis gebracht. In ähnlicher Weise könnten Regierungen einen Teil der Steuereinnahmen zur Finanzierung umweltfreundlicher Investitionen verwenden, etwa durch die Unterstützung von Haushalten, die in Elektrofahrzeuge (insbesondere kleine Fahrzeuge) und Hausenergieanlagen investieren. Ebenso könnten die Mittel auch für Investitionen von Unternehmen und Staaten in die notwendige Infrastruktur sowie Forschung und Entwicklung verwendet werden.

Darüber hinaus bleibt die Fiskalpolitik in den führenden Volkswirtschaften der Welt bis auf weiteres expansiv. Das bedeutet, dass grüne Verbrauchssteuern im Laufe mehrerer Jahre schrittweise eingeführt werden könnten, wobei die Möglichkeit besteht, die aufgrund dieser Steuereinnahmen ermöglichten Ausgaben in Form einer Anzahlung auf den Grünen Grand Bargain vorzuziehen. Dies würde zwar die kurzfristigen Staatsdefizite erhöhen, aber einen nachhaltigeren Aufschwung in Gang setzen. Da sich die Politik mehr denn je auf die Bedürfnisse der Menschen und des Planeten konzentriert, ist nun der geeignete Zeitpunkt für eine ehrgeizigere Agenda zur Ökologisierung des Steuersystems. PS/IPG 27

 

 

 

Friedensforscher. Globale Rüstungsausgaben auf Höchststand

 

Angesichts des neuen Höchststands weltweiter Militärausgaben dringen Friedens-Organisationen auf globale Abrüstung. Nötig seien stattdessen Investitionen in den Gesundheitssektor und Klimaschutz.

Vertreter der Friedensbewegung haben die global erneut gestiegenen Militärausgaben scharf kritisiert. Die neuesten Zahlen des Sipri-Forschungsinstitutes seien alarmierend, sagte die Vorsitzende der Friedensärzteorganisation IPPNW Deutschland, Angelika Claussen, am Montag in Berlin. Während im vergangenen Jahr fast zwei Billionen US-Dollar für Rüstung ausgegeben wurden, seien weltweit bislang 3,1 Millionen Menschen an Covid-19 gestorben.

Auch angesichts weiterer globaler Krisen wie der Erderwärmung und dem Verlust der Artenvielfalt fordere IPPNW einen Paradigmenwechsel. „Weltweit müssen die Regierungen Sicherheit neu denken, zivil denken. Es geht um die Abkehr von militärischen Lösungen, die die Sicherheitspolitik bis heute dominieren“, sagte Claussen. Nötig sei ein „Abrüsten für Gesundheit und Klimaschutz“. „Krieg und Militär sind Klimakiller Nummer eins“, sagte der Vorsitzende der Naturfreunde Deutschland, Michael Müller. Er sprach sich mit Blick auf eine internationale Abrüstungspolitik für das Konzept der „Gemeinsamen Sicherheit“ aus.

Mehr Rüstung ohne Bedrohung

Der Geschäftsführer des Internationalen Friedensbüros (IPB) in Berlin, Reiner Braun, kritisierte insbesondere die gestiegenen Rüstungsausgaben der USA, der Nato, der EU und Deutschlands. Von einer Bedrohung durch Russland könne dagegen nicht gesprochen werden, sagte Braun. Laut Braun sind es vor allem die „Regierungen der westlichen Wertegemeinschaft, die Waffen und Krieg über die Gesundheit und sozialen Sicherheiten“ ihrer Bevölkerung stellen.

Die deutsche IPPNW-Vorsitzende Claussen betonte dagegen, dass sechs der zehn Staaten, die weltweit aufrüsten, Atomwaffenstaaten seien. Dazu zählten die USA, Russland, China, Frankreich, Großbritannien und Indien. Alle Atomwaffenstaaten hielten am Dogma der nuklearen Abschreckung fest. Die Internationalen Ärzte zur Verhütung des Atomkrieges (IPPNW) forderten deshalb insbesondere „nukleare Abrüstung, Diplomatie und Entspannungspolitik“. Statt immer neuer Bedrohungsszenarien sei eine Sicherheitspolitik nötig, die die gemeinsame Sicherheit in den Mittelpunkt rücke.

Rüstungsindustrie & Klima

Militär und Rüstungsindustrie verbrauchten zudem „ungeheure Mengen an fossilen Stoffen“ und heizten „die Klimakatastrophe weiter an“, so Claussen. Regierungen und Weltklimarat bildeten bislang diesen CO2-Fußabdruck nicht in ihren Bilanzen ab. Als Beispiel nannte die IPPNW-Vorsitzende die CO2-Emissionen eines Eurofighters. Der Kampfjet verbrauche in einer Flugstunde 3.500 Kilogramm Treibstoff, das entspreche elf Tonnen CO2-Äquivalente. Ein Eurofighter habe etwa 10.480 Flugstunden. Um das dabei freigesetzte CO2 zu speichern, seien mehr als neun Millionen Bäume nötig, so Claussen.

Laut dem schwedischen Friedensforschungsinstituts Sipri haben die globalen Rüstungsausgaben einen neuen Höchststand erreicht. Weltweit wurden demnach 2020 insgesamt 1,981 Billionen US-Dollar (etwa 1,644 Billionen Euro) für das Militär ausgegeben. Am meisten gaben die USA, China, Indien, Russland und Großbritannien für Waffen und Streitkräfte aus. Deutschland liegt mit Militärausgaben von 52,8 Milliarden US-Dollar auf Platz sieben und wies den stärksten Zuwachs (5,2 Prozent) unter den ersten zehn Ländern auf. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Diskussion um Lockerungen

 

Deutsche für Impfausweispflicht bei Einreise. Weichere Regelung für Geschäfte und Restaurants befürwortet. Lockerungen für Geimpfte unfair gegenüber Nicht-Geimpften

Hamburg/Washington– Seit dem letzten Impf-Gipfel kocht die Diskussion um Lockerungen der coronabedingten Einschränkungen für Geimpfte wieder hoch. Nach einer aktuellen Ipsos-Umfrage im Auftrag des Weltwirtschaftsforums befürworten drei von vier Befragten (73%) in 28 Ländern den Einsatz von Impfausweisen, um das Reisen und große Veranstaltungen sicher zu machen. Eine große Mehrheit (78%) ist zudem dafür, dass bei der Einreise in ihr Land ein Impfpass oder ein Gesundheitsdatenzertifikat vorgelegt werden sollte. 

Deutsche für Impfausweispflicht bei Einreise

Auch die Deutschen sind mehrheitlich (67%) der Meinung, dass COVID-19-Impfpässe wirksam dazu beitragen würden, Reisen und Großveranstaltungen sicher zu machen. Etwa ebenso viele (63%) sagen, dass so ein Nachweis für den Zugang zu großen öffentlichen Veranstaltungen wie Konzerten oder Sportevents vorgeschrieben werden sollte. 73 Prozent treten außerdem für die Vorlage eines Impfausweises bei der Einreise nach Deutschland ein. 

Weichere Regelung für Geschäfte und Restaurants befürwortet

Geteilter Meinung ist man allerdings, wenn es um das Betreten von Geschäften, Restaurants und Büros geht. Im Durchschnitt der 28 Länder ist nur etwa die Hälfte (55%) der Meinung, dass für das Betretungsrecht dieser Einrichtungen ein COVID-19-Impfpass vorgeschrieben werden sollte. In Deutschland sind 42 Prozent ausdrücklich dagegen. In Russland (72%) ist die Ablehnung dieser Maßnahme besonders groß, aber auch in Ungarn, Polen, Belgien und den USA sind jeweils über 50 Prozent der Befragten nicht einverstanden.

Lockerungen für Geimpfte unfair gegenüber Nicht-Geimpften

Politik und Ethikkommission treibt ebenfalls die Frage um, ob ein Verfahren gerecht ist, das Lockerungen nur für geimpfte Bürger vorsieht. Mit dieser Problematik hat sich eine weitere Ipsos-Umfrage befasst, die unter mehr als 15.000 Menschen in 12 Ländern ebenfalls im April 2021 durchgeführt wurde. Die Befragten sollten angeben, welche von zwei Aussagen ihrer eigenen Meinung am nächsten kommt:  

* Nur diejenigen, die gegen COVID-19 geimpft sind, sollten Dinge tun dürfen, an denen große Menschengruppen beteiligt sind, wie z. B. öffentliche Verkehrsmittel benutzen, fliegen und kulturelle und sportliche Veranstaltungen besuchen (im Durchschnitt wählten 54% diese Antwort), oder

* Diese Aktivitäten nur denjenigen zu erlauben, die geimpft sind, ist unfair gegenüber denjenigen, die nicht geimpft sind (46% stimmen dem zu)

Bei dieser Entscheidung sind die Menschen in den zwölf Ländern sehr zwiegespalten. Mehr als sechs von zehn Erwachsenen in Brasilien (63%), den USA (62%) und Kanada (61%) sind der Meinung, dass Aktivitäten mit großen Gruppen auf die Geimpften beschränkt werden sollten. Im Gegensatz dazu halten Mehrheiten in Frankreich (57%), Spanien (55%), Japan und Deutschland (je 53%) dies für unfair gegenüber jenen, die nicht zur Impfung berechtigt sind, noch auf einen Impfstoff warten oder sich bewusst gegen eine Impfung entschieden haben. Ipsos 30

 

 

 

Ertrunkene Migranten: Sant'Egidio fordert EU zum Handeln auf

 

Europa darf sich nicht länger schuldig machen, indem es dabei zusieht, wie verzweifelte Migranten ohne Perspektive in ihren Heimatländern im Mittelmeer ertrinken. Das betont Cesare Zucconi von Sant’Egidio im Gespräch mit Radio Vatikan. Christine Seuss – Vatikanstadt

 

Einen vielversprechenden Lösungsansatz stellt Zucconi zufolge jedoch das Projekt der humanitären Korridore dar, mit dem auf Initiative der Basisgemeinschaft mittlerweile über 3.500 Menschen sicher nach Europa einreisen und integriert werden konnten. 

Die Basisgemeinschaft Sant’Egidio hat angesichts der jüngsten Tragödie von rund 130 im Mittelmeer vor Libyen ertrunkenen Migranten und des Appells von Papst Franziskus, sich nicht länger des Wegschauens schuldig zu machen, für diesen Montagabend zu einer internationalen Gebetswache aufgerufen. Ausgehend von der „Zentrale“ der Basisgemeinschaft, der Kirche Santa Maria in Trastevere in Rom, wird ab 19.30 Uhr weltweit gebetet. Eine Teilnahme ist über Livestream oder vor Ort in den verschiedenen Gemeinden möglich. Das sagt im Gespräch mit Radio Vatikan Cesare Zucconi, Generalsekretär der Gemeinschaft.

Eine Schande

„Papst Franziskus hat ja gestern sehr klare Worte gefunden: Er hat es eine Schande genannt, dass diese Menschen, die auf einem Schlauchboot im Mittelmeer waren, zwei Tage lang um Hilfe gerufen haben und niemand sich gemeldet oder reagiert hat. Als die Hilfen nach zwei Tagen endlich kamen, waren alle ertrunken, man redet von etwa 130 Personen. Also, ich glaube, dass diese Tragödie uns wirklich zu einer Initiative drängt, und die erste Initiative, die wir ergreifen wollen, ist diese Gebetswache für die Opfer, aber auch dafür, dass endlich eine Änderung geschieht in Europa bezüglich dieses Dramas, das schon seit Jahren anhält.“

Gebetswache aus Solidarität und als Mahnung

In mehreren Ländern, darunter auch in deutschsprachigen Gebieten, werden die Gebetswachen durch die Basisgemeinschaft Sant’Egidio organisiert, die einzelnen Veranstaltungen sind auf der deutschsprachigen Webseite der Gemeinschaft abrufbar. Die Gebetswache aus Rom kann im Livestream verfolgt werden. Teilnehmen werden daran auch Flüchtlinge, die durch die humanitären Korridore nach Europa gelangt sind – ein Projekt, das für Cesare Zucconi zumindest den Ansatzpunkt für eine Lösung darstellen kann:

„Seit 2015 haben wir bis heute schon über 3.500 Menschen nach Europa gebracht, zu großen Teilen nach Italien, aber auch nach Frankreich und nach Belgien.“ Im Rahmen der ökumenischen Initiative (auch die protestantische Kirche und die Waldenser sind involviert, ebenso wie karitative Einrichtungen wie die Caritas) werden besonders verletzliche Migranten mit einem berechtigten Asylanspruch in Transitländern wie etwa dem Libanon einwandfrei identifiziert und mit humanitären Visa ausgestattet. So können sie auf einem sicheren und legalen Weg Europa erreichen.  

Integration in die Gesellschaft - keine Kosten für den Staat

„Was Sant’Egidio dann macht, ist auch, diese Menschen in der Gesellschaft zu integrieren - alles auf Kosten von Sant'Egidio und dank der Beteiligung vieler Menschen, Familien, Pfarreien, Organisationen und so weiter, die in Italien, in Frankreich und in Belgien und anderswo die Menschen aufnehmen. Also eine Initiative, die keine Kosten für den Staat verursacht, aber Menschenleben rettet, einen sicheren und legalen Weg organisiert und die Menschen auch schnell integriert.“

„Aber das dürfte nicht nur eine Initiative von einigen Organisationen sein“

Mit Frankreich und Belgien wurden die entsprechenden Vereinbarungen erst kürzlich erneuert, so dass der Weg für weitere Migranten über die humanitären Korridore frei ist, berichtet Zucconi. „Aber das dürfte nicht nur eine Initiative von einigen Organisationen sein, wie Sant’Egidio, und einiger Regierungen, wie der italienischen Regierung, sondern es müsste eine europäische Initiative werden, wodurch man eben auch viel mehr Menschen das Leben retten, sie sicher nach Europa bringen und auch gut integrieren kann. Das ist auch kein nebensächlicher Aspekt der ganzen Geschichte. Aber der Weg zu einer europäischen Einigung ist noch mühsam. Diese Arbeit, die sich die Kommission in den letzten Jahren gemacht hat, um eine Änderung auf europäischer Ebene der Flüchtlings- und Migrantenpolitik zu provozieren, ist wirklich noch in den Anfängen, und es hat sich noch nicht viel bewegt.“ 

Flüchtlinge mit der Pandemie nicht verschwunden

Heute sei man in unseren Breitengraden verständlicherweise eher auf die Problematiken konzentriert, die mit der Pandemie zusammenhängen, gesteht Zucconi ein: „Aber die Flüchtlinge sind da, sie sind nicht durch die Pandemie verschwunden, und diese Tragödie im Mittelmeer zeigt uns, dass es die Welt da draußen gibt mit all ihren Problemen und Schwierigkeiten. Und das fordert natürlich zu einem zusätzlichen Einsatz, auch um diese Reisen überhaupt zu vermeiden!“

„Ich glaube, niemand verlässt das eigene Land, wenn es dort eine Perspektive gibt“

Es gelte also, in zwei Richtungen zu arbeiten: Einerseits für Frieden und Stabilität in den Herkunftsländern der Migranten sorgen, damit auch junge Menschen dort eine Perspektive haben – und andererseits einen sicheren und legalen Weg für die Menschen zu schaffen, die auch in Europa letztlich als Arbeitskräfte gebraucht würden. „Ich glaube, niemand verlässt das eigene Land, wenn es dort eine Perspektive gibt“, zeigt sich Zucconi überzeugt. Auch die libyschen Auffanglager für Migranten seien trotz aller politischer Lippenbekenntnisse immer noch Orte, in denen Menschenrechte mit Füßen getreten werden, erinnert er. 

Gruppe von Flüchtlingen, die dank der humanitären Korridore nach Italien gekommen sind

Das Mittelmeer hat einen traurigen Ruf als größter Friedhof der Welt, und dies zu Recht, so Zucconi, der darauf verweist, dass neben den bekannten Tragödien auch viele verzweifelte Menschen unbeachtet von der Welt auf ihrer Reise über das Mittelmeer von den Fluten verschlungen werden. Dringend gelte es, die derzeit praktisch nicht vorhandenen Rettungsschiffe in der Region zu verstärken, um ähnliche Tragödien zu vermeiden.

Aber auch humanitäre Korridore oder Private Sponsorship müssten in dieser Gemengelage eine Möglichkeit darstellen, Menschen aus ärmeren Ländern nach Europa zu bringen, so die Forderung des Sant’Egidio-Generalsekretärs: „Und natürlich gibt es auch die Priorität, das Leben der Menschen zu retten. Also, wir können nicht länger dabei zuschauen, wie die Menschen im Mittelmeer ertrinken. Hier muss es Sicherheit und Hilfe geben! Das betrifft Europa als Ganzes, als eine europäische Initiative, um das Leben dieser Menschen zu retten, das ist notwendig und muss schnell geschehen.“ (vatican news 26)

 

 

 

Wenn der Impferfolg zum Verhängnis wird

 

Schnell geimpft, schnell gelockert – das kann verhängnisvoll enden, zeigt der Blick nach Chile. Simone Reperger über die Lehren für Deutschland. Die Fragen stellte Claudia Detsch.

 

Noch vor wenigen Wochen wurde Chile als Impfchampion gefeiert. Gleichzeitig ist die Zahl der Neuansteckungen sehr hoch; die Regierung hat zur Eindämmung einen äußerst strengen Lockdown verhängt. Wie passt das zusammen?

Chile befindet sich seit Mitte März erneut in einem harten Lockdown. Niemand darf die Wohnung verlassen, nur zweimal wöchentlich kann man mit polizeilicher Genehmigung Lebensmittel einkaufen gehen. Es gibt derzeit so viele Neuinfektionen wie nie zuvor, Chile ist nun ein Hochinzidenzland, und seit Januar hat sich die Zahl der Coronatoten verdoppelt. Über 95 Prozent der Intensivbetten sind landesweit belegt, die Krankenhäuser überfüllt. Der Andenstaat befindet sich daher in einem sehr kritischen Moment der Pandemie. Da bereits 50 Prozent der Bevölkerung geimpft sind und Chile weltweit für seine effiziente und schnelle Impfstrategie gefeiert wird, scheint das auf den ersten Blick tatsächlich nicht zusammenzupassen.

Es gibt für diese Entwicklung aber eine Reihe von Erklärungen. Eine davon ist die vor kurzem veröffentlichte Studie der Universidad de Chile, die deckungsgleich mit Äußerungen der chinesischen Regierung ist. Ihr zufolge bietet der in Chile zu 90 Prozent eingesetzte chinesische Impfstoff CoronaVac nur 50 Prozent Schutz vor einer Ansteckung mit dem Virus.

Zudem wird vermutet, dass die brasilianische Mutation in Chile mittlerweile stark verbreitet ist. Diese gilt als deutlich ansteckender als die Ursprungsversion und treibt damit die Inzidenzwerte in die Höhe. In Chile glaubt man allerdings, dass alles nur eine Frage der Zeit sei: Der chinesische Impfstoff wirkt erst 2 Wochen nach der 2. Dosis gegen einen schweren Verlauf. Und diese 2. Dosis haben erst 37 Prozent erhalten. Nach wie vor hofft die Regierung, dass im Juli mehr als 60 Prozent der Bevölkerung vollständig geimpft sein werden, damit Herdenimmunität erreicht wird und die Pandemie der Vergangenheit angehört.

Eine weitere Erklärung für die neue Welle ist, dass viele Menschen sich nicht an Hygiene- und Lockdown-Regeln halten können. Chile ist ein sozial sehr gespaltenes Land: Viele Menschen schaffen es nicht, sich ausreichend zu schützen. Sie haben kein Geld für Masken, leben sehr beengt, können bei Erkrankungen keinen Abstand halten und auch nicht zuhause bleiben, weil sie ansonsten kein Geld verdienen. Meinungsumfragen zeigen, dass über 30 Prozent der Corona-Erkrankten weiterhin arbeiten gehen und ihre Ansteckung verheimlichen, um über die Runden zu kommen. Der chilenische Staat ist auch in Zeiten der Pandemie kein Garant für Soziale Sicherheit.

Welche Lehren lassen sich also aus Chiles Beispiel ziehen – welche Fehler sollte Deutschland nicht wiederholen?

Aus den chilenischen Erfahrungen kann man wohl die Lehre ziehen, dass man die Pandemie nicht alleine durch das Impfen besiegen kann. Seit Beginn der Impfkampagne konzentriert sich in Chile ALLES auf das Impfen. Andere wichtige Maßnahmen wie Testen, Kontaktnachverfolgung und Prävention werden vernachlässigt. Dies hat der chilenische Ärzteverband zum wiederholten Male als Fehler bezeichnet. Und diesen Fehler sollte man in Deutschland nicht machen.

Hinzu kommt, dass dem Land in gewisser Weise der „Impferfolg“ zum Verhängnis zu werden scheint. Denn dank des Rankings als „Impfweltmeister“ und dem Diskurs der Regierung von der baldigen Herdenimmunität haben sich die Chileninnen und Chilenen in den südamerikanischen Sommermonaten von Januar bis März nicht mehr so gut geschützt wie zuvor: weniger Maskengebrauch, mehr Partys am Strand, Pauschalurlaub in Brasilien, volle Shoppingcenter, große Silvesterfeiern.

Chile zeigt, dass man die Pandemie nicht alleine durch das Impfen besiegen kann. Die Sorglosigkeit der Geimpften kann für die restliche Gesellschaft schnell zur Gefahr werden. Denn sie sind weiterhin ansteckend. Das Virus konnte sich daher so schnell ausbreiten. Vor allem jüngere, nicht geimpfte Menschen sind heute die am stärksten betroffene Gruppe. Dies ist wohl eine wichtige Erkenntnis für die deutsche Debatte.

Virologinnen kritisieren auch die zu schnellen Lockerungen Ende 2020. Obwohl die erste Welle nie ganz vorbei war, hatte die rechtskonservative Regierung damals schnell die Priorität auf die Ankurbelung der Wirtschaft gelegt. Gastronomie, Tourismus, Einzelhandel und Großraumbüros funktionierten circa 6 Wochen mit nur geringen Einschränkungen, und dies löste die zweite Coronawelle aus. Diese Unterschätzung der Pandemie und der ökonomische Fokus, welcher bereits die erste Welle verschärft hatte, stürzen nun das Land erneut ins Chaos.

Hat die Impfbereitschaft unter dem starken Anstieg der Infektionszahlen gelitten?

Trotz der kritischen Nachfragen zur Wirksamkeit des chinesischen Vakzins ist die Impfbereitschaft in Chile weiterhin hoch. Man vertraut darauf, dass jede Art von Schutz besser ist als kein Schutz. Es gibt einen kohärenten politischen Diskurs und eine klare Kommunikationsstrategie. Diese lautet: „Impfen hilft“. Sich impfen zu lassen gilt als Ausdruck der Solidarität. Zudem sorgen die Schlagzeilen von überfüllten Intensivstationen dafür, dass viele Chileninnen sich lieber heute als morgen impfen lassen möchten. Die Hoffnung, dass in ein paar Wochen die Herdenimmunität erreicht sein wird, ist noch immer groß.

Wie ist angesichts dieses Rückschlags die Stimmung in der Bevölkerung?

Die Stimmung in Chile ist angespannt. Viele Menschen dachten, der schnelle Impferfolg würde Chile vor einer neuen Welle verschonen. Nun sind sie fassungslos und enttäuscht. Bereits 2020 hatte das Land einen der längsten Lockdowns der Welt. Kindergärten und Schulen sind seit Ausbruch der Pandemie beinahe durchgehend geschlossen. Ein Großteil der Chileninnen und Chilenen verzeichnet große Einkommensverluste. 55 Prozent der Bevölkerung geben an, dass sie ihre Ausgaben bis zum Monatsende nicht decken können. Nur 32 Prozent können sich 3 Mahlzeiten am Tag leisten.

Arbeitslosigkeit, Obdachlosigkeit und Armut breiten sich aus. Allein in der Hauptstadt Santiago ist die Zahl der in Elendsvierteln oder auf der Straße Lebenden um 235 Prozent gestiegen, viele Menschen ernähren sich heute durch Essenausgaben der solidarisch organisierten Suppenküchen. Die Wirtschaftskommission der Vereinten Nationen für Lateinamerika und die Karibik schätzt, dass das Coronavirus Chile um 20 Jahre in seinem Entwicklungsstand zurückwerfen könnte. Mit jedem weiteren Lockdown-Tag müssen mehr Menschen um ihre Existenz bangen.

Die Pandemie verschärft damit die sozialen Probleme des Landes und die soziale Ungleichheit, gegen die die Menschen bereits vor Corona landesweit protestiert haben. Arbeitslosengeld und Sozialhilfe gibt es nur in sehr geringem Umfang. Bislang bezahlen die Arbeitnehmer die Krise aus der eigenen Tasche; seit 2020 dürfen sie ihre Einlagen bei der Rentenkasse abheben, wenn sie Geld benötigen. Über 3 Millionen Chileninnen und Chilenen haben sich seit Ausbruch der Pandemie bereits ihre gesamten Rentenersparnisse auszahlen lassen. Sie verfügen damit künftig über keinen Pensionsanspruch mehr. Insgesamt wurden bislang rund 18 Milliarden US-Dollar an Renteneinlagen abgehoben, während der chilenische Staat nur rund 5 Milliarden US-Dollar für soziale Hilfsprogramme ausgegeben hat. Der Gewerkschaftsdachverband CUT fordert die Regierung zum sofortigen Handeln auf und verlangt mehr Sozialprogramme und schnelle finanzielle Unterstützung für verarmende Chilenen.

Aufgrund des neuen harten Lockdowns hat die Regierung auch die Wahl der Mitglieder der Verfassungsgebenden Versammlung von Mitte April auf Mitte Mai verschoben. Bereits das Referendum darüber war 2020 wegen Corona um 6 Monate verlegt worden. Die Erarbeitung einer neuen Carta Magna, eine der Hauptforderungen der Protestbewegung, verzögert sich damit erneut. Viele Chilenen sind frustriert, denn erst neue Spielregeln können den Rahmen für mehr öffentliche Güter und mehr soziale Gerechtigkeit im als neoliberalstes Land der Welt geltenden Chile vorgeben. Einige Kritiker werfen der Regierung taktisches Verhalten vor: Die Verzögerung des Verfassungsprozesses sichere der reichen Elite weiterhin ihre Privilegien. IPG 27

 

 

 

 

EU-Parlament bringt nach den jüngsten Pannen „Europäische Diplomatische Akademie“ ins Spiel

 

Angesichts der aktuellen Probleme in der EU-Außenpolitik sollte die Union eine eigene „Europäische Diplomatische Akademie“ aufbauen, so ein Vorschlagsentwurf des Europäischen Parlaments, der von EURACTIV.com eingesehen werden konnte. Von: Alexandra Brzozowski

 

„Damit die EU in ihren Außenbeziehungen reifer wird, muss sie eine eigene Diplomatische Akademie aufbauen, in der Diplomatinnen und Diplomaten ausgebildet werden und sich auf gemeinsame EU-Werte und Interessen verständigen,“ heißt es in dem Vorschlag für das Pilotprojekt, der bald an die Europäische Kommission geschickt werden soll.

Mit dem Projekt solle vor allem die mögliche Schaffung einer Art „Schule für EU-Diplomaten“ ausgelotet werden, so der zuständige sozialdemokratische Europaabgeordnete Nacho Sanchez Amor.

Der EU-Chefdiplomat Joseph Borrell hat „konkrete Vorschläge“ für Sanktionen gegen Moskau angekündigt. Derweil steht er selbst unter Druck: Nach dem desaströsen Besuch in Russland gab es bereits Rufe nach seinem Rücktritt.

Der Auswärtige Dienst der EU (EAD) wurde vor zehn Jahren als außenpolitischer Arm der Union gegründet und wird heute vom ehemaligen spanischen Außenminister Josep Borrell geleitet. Der EAD ist der erste diplomatische Dienst, der nicht von einem Nationalstaat gegründet wurde. Er hat rund 3.700 Angestellte und 139 Delegationen in Drittländern sowie bei internationalen Organisationen. Diese Angestellten werden vom Rat der EU, der Europäischen Kommission und den diplomatischen Diensten der einzelnen EU-Länder zum EAD entsendet.

Nach Amors Ansicht sollten EU-Diplomatinnen und -Diplomaten hingegen „auch wirklich als europäische Diplomaten ausgewählt und ausgebildet werden“. Dies schaffe „eine völlig andere Denkweise“. Er warnte: „Uns fehlt aktuell eine Reflexion über die Instrumente zu den horizontalen Aspekten unserer Außenpolitik.“ Mit dem Pilotprojekt könne untersucht werden, wie die Vorbereitung und Ausbildung zukünftiger Angestellter in der EU-Diplomatie verbessert werden kann.

In der neuen „Akademie“ könnte die EU dann „die Hauptausbildung und ein Auswahlverfahren für den Eintritt in den EAD und die EU-Delegationen durchführen, indem sie Kurse und Themen für die kontinuierliche Weiterbildung entwickelt,“ heißt es in dem Vorschlag.

Man solle „Sofagate“ nicht in den Mittelpunkt einer Plenardebatte im Europäischen Parlament stellen, sondern vielmehr darüber diskutieren, wie man die Beziehungen zur Türkei wieder aufbauen könne, so ein deutscher Europaabgeordneter gegenüber EURACTIV.com.

Der Vorschlag kommt zu einem Zeitpunkt, an dem der diplomatische Dienst der EU nach den jüngsten außenpolitischen Pannen seinen Handlungsspielraum auf der globalen Bühne neu auslotet.

Jüngste Beispiele waren der Auftritt Josep Borrells in Moskau und der „Sofagate“-Streit zwischen EU-Ratspräsident Charles Michel und EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen.

Nationale Alleingänge

Allerdings neigen die EU-Mitgliedsstaaten in der Regel dazu, in der Außenpolitik ihren eigenen, nationalen Weg zu gehen: „Es gibt einen besorgniserregenden Trend der Re-Nationalisierung bestimmter Themen. Immer mehr Mitgliedsstaaten ziehen es vor, ihre eigenen außenpolitischen Initiativen zu ergreifen, ohne sich groß mit Brüssel abzustimmen,“ kritisierte ein EU-Diplomat gegenüber EURACTIV.com.

Ricardo Borges de Castro, Leiter des Programms „Europa in der Welt“ am European Policy Centre in Brüssel, sagte: „Die letzten Monate waren eine Art geopolitischer Crashkurs für die EU; mit sich schnell verändernden Beziehungen zur Türkei, Russland und China – um nur einige zu nennen.“ Nationale Interessen würden wahrscheinlich weiterhin dominieren, wenn es um grundlegende Fragen der Souveränität und der strategischen Interessen der EU-Mitgliedsstaaten geht.

Ein neuer Bericht des EAD zeigt derweil ein weiteres (potenzielles) Problem auf: Fünf Länder – Frankreich, Italien, Deutschland, Spanien und Belgien – besetzen mehr als die Hälfte aller EAD-Positionen.

Korpsgeist?

„Solange die Rekrutierung des EAD so bleibt, wie sie aktuell ist – mit Personal aus den Institutionen und Diplomaten aus den Mitgliedsstaaten – ist es einfach normal und verständlich, dass eine Vielzahl von Interessen, europäische und nationale, im Spiel sind und bleiben,“ erklärte Borges de Castro. „Eine europäische Diplomatenakademie wäre meiner Meinung nach kein Allheilmittel, aber sie könnte dazu beitragen, eine Art ‚gemeinsame Kultur‘ in den Reihen des Auswärtigen Dienstes der EU zu fördern.“

Eine derartige Diplomatenschule könne dazu beitragen, dass Diplomatinnen und Diplomaten aus allen Mitgliedsstaaten sowie EU-Beamte ein „besseres Verständnis für die Befindlichkeiten der einzelnen Mitgliedsstaaten“ und ihrer Außenpolitik entwickelten.

Aktionen und Reaktionen der internationalen Gemeinschaft gegen das Regime von Alexander Lukaschenko müssen „schneller und mutiger“ sein. Das fordert jedenfalls die Oppositionsführerin Swetlana Tichanowskaja im Gespräch mit EURACTIV.com.

Der ehemalige britische Diplomat Ian Bond, inzwischen Chef für Außenpolitik am Centre for European Reform (CER), warnte, wenn der EAD ein wirklich europäischer diplomatischer Dienst sein wolle, „dann muss er wie die Kommission sein – ein Dienst, in den man früh in seiner Karriere eintreten und aus dem man 40 Jahre später ausscheiden kann, sofern man sich entscheidet, so lange zu bleiben“.

Bond weiter: „Wenn man das Ganze aber nur als eine temporäre, vorübergehende Ernennung sieht, bevor man seine ‚richtige‘ Karriere wieder aufnimmt, dann ist es sehr wahrscheinlich, dass die Leute ihrem übergeordneten Ministerium oder ihrer jeweiligen Institution gegenüber loyaler sind als dem EAD.“

Eine eigene europäische Diplomatenakademie sei hingegen „ein Weg, um sicherzustellen, dass die Beamten das gleiche Grundwissen“ darüber hätten, wie der EAD funktionieren solle. Es gäbe dann einen „mehr oder weniger einheitlichen Kommunikationsstil“ sowie ein gemeinsames Konzept, wie nationale und EU-Diplomatie in Drittländern zusammenwirken.

[Bearbeitet von Zoran Radosavljevic, Benjamin Fox und Tim Steins] EA 26

 

 

 

 

Studie. Jede dritte Muslimin befürchtet Nachteile durch Kopftuch

 

Die Neuauflage der Studie „Muslimisches Leben in Deutschland“ aktualisiert die Datenlage: Der Anteil der Muslime in Deutschland liegt bei 6,4 Prozent, jeder Zweite ist Deutscher und jeder Dritte fühlt sich von einem Islam-Verband vertreten.

Religion spielt einer aktuellen Studie zufolge bei der Integration von Menschen aus muslimisch geprägten Ländern eine geringere Rolle als oft angenommen. Die Dauer des Aufenthalts, die Gründe für die Migration und die soziale Lage seien bedeutender, sagte der Präsident des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Hans-Eckhard Sommer, am Mittwoch bei der digitalen Vorstellung der Studie. Die Untersuchung „Muslimisches Leben in Deutschland“ wurde vom Forschungszentrum des Bundesamtes im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz vorgenommen.

In Deutschland lebten laut der Studie im Jahr 2019 etwa 5,3 bis 5,6 Millionen Menschen muslimischen Glaubens, was einem Anteil von 6,4 bis 6,7 Prozent an der Bevölkerung entspricht. Die Einwanderer grenzten sich nicht sozial ab, sondern fühlten sich mit Deutschland verbunden, sagte Sommer. Wenn Muslime in einen Verein eintreten, wählten sie meist deutsche Vereine. Zwei Drittel geben demnach an, dass sie im Freundeskreis häufig Kontakt zu Menschen deutscher Herkunft haben und wünschen sich davon mehr.

Jeder Dritte fühlt sich von Islam-Verbänden vertreten

Überraschend: Mehr als ein Drittel der Muslime (38 Prozent) fühlen sich der Studie zufolge durch mindestens einen islamischen Verband in Deutschland ganz oder teilweise vertreten. Vor allem unter „Muslimen, die aus der Türkei stammen, ist der Vertretungsgrad hoch: 40 Prozent sehen ihre Interessen durch mindestens einen Verband vollständig und weitere 18 Prozent zumindest teilweise gewahrt“, heißt es in der Studie.

Die Zahlen überraschen, weil insbesondere die Politik in der Vergangenheit oft mit Verweis auf die mangelnde Repräsentanz der islamischen Verbände Kooperationen und Zusammenarbeit ablehnt hat. Die Studie bildet laut Staatssekretär Markus Kerber „eine aktuelle Grundlage für die Integrations- und Religionspolitik der Bundesregierung und somit auch für die künftige Arbeit der Deutschen Islam Konferenz.“

Jeder Vierte betet nie

Im Rahmen der Studie wurden auch der Bekanntheits- und Vertretungsgrad von islamischen Verbänden erfragt. Den höchsten Bekanntheitsgrad weisen den Angaben zufolge die drei türkisch geprägten Verbände Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion e.V. (DITIB; 42 Prozent), Islamische Gemeinschaft Millî Görü? e.V (IGMG; 33 Prozent) und die Alevitische Gemeinde Deutschland (AABF; 32 Prozent) auf.

Menschen, deren Familien aus muslimisch geprägten Herkunftsländern eingewandert sind, sind laut der Studie deutlich religiöser als Personen, die keinen Einwanderungshintergrund haben. 82 Prozent der Muslime halten sich für sehr gläubig oder gläubig. Allerdings halten nur 39 Prozent das tägliche Gebet für nötig. 25 Prozent beten nie.

Jede Dritte befürchtet Nachteile durch Kopftuch

Studienleiterin Anja Stichs berichtete, dass nur 30 Prozent der Frauen aus muslimisch geprägten Ländern ein Kopftuch tragen, in Mehrheit Frauen über 66 Jahren. Musliminnen, die keines tragen, gaben häufig an, sie fänden es zur Ausübung des Glaubens nicht nötig (77 Prozent). Auf der anderen Seite führten fast alle kopftuchtragenden muslimischen Frauen religiöse Pflicht (89 Prozent) als Begründung an.

Erwartungen im Familien- oder Bekanntenkreis wurden den Angaben zufolge jeweils von weniger als 5 Prozent als Grund für das Tragen des Kopftuchs geäußert. Musliminnen, die Kopftuch tragen oder nicht, geben mehrheitlich eigenmotivierte Gründe an. „Dass mehr als ein Drittel [35 Prozent, Anm.d.R.] aller muslimischen Frauen, die kein Kopftuch tragen angibt, dies unter anderem aufgrund der Befürchtung von Nachteilen oder gar Belästigungen nicht zu tun, sollte vor dem Hintergrund der freien Religionsausübung in Deutschland zum Nachdenken anregen“, heißt es in der Studie.

Muslime jung und deutsch

Wie aus der Studie außerdem hervorgeht, bilden muslimische Religionsangehörige eine relativ junge Bevölkerungsgruppe; fast die Hälfte hat die deutsche Staatsangehörigkeit, 21 Prozent der muslimischen Religionsangehörigen sind Kinder oder Jugendliche im Alter von unter 15 Jahren. Weitere 22 Prozent sind zwischen 15 und 24 Jahre alt. Nur 5 Prozent sind älter als 64 Jahre. Zum Vergleich: Bei der Gesamtbevölkerung ist der Anteil der über 64-Jährigen mit 21 Prozent mehr als viermal so hoch.

„Ein wichtiges Ergebnis im Hinblick auf die Sozialstruktur ist zudem, dass fast die Hälfte der Musliminnen und Muslime in Deutschland deutsche Staatsangehörige sind (47 Prozent). Bei Kindern und Jugendlichen im Alter von unter 18 Jahren sind es sogar 68 Prozent.“, so die Studienautoren. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Gesundheit pflegebedürftiger Menschen durch Bewegung stärken

 

Berlin - Älteren pflegebedürftigen Menschen mangelt es oft an Bewegung. Das gefährdet ihre Gesundheit zusätzlich. Das ZQP vermittelt darum auf seinem unentgeltlich zugänglichen Präventionsportal Basiswissen und Praxistipps dazu, wie pflegende Angehörige Bewegung fördern können.

Viele ältere Menschen, insbesondere wenn sie mit gesundheitlichen Einschränkungen leben, bewegen sich zu wenig. In der Corona-Pandemie hat sich dies unter anderem aufgrund der Kontaktbeschränkungen teilweise noch verstärkt. Gründe für zu wenig Bewegung können zum Beispiel fehlende Muskelkraft, eingeschränkte Beweglichkeit oder Probleme mit dem Gleichgewicht sein. Ebenso erschweren schlechtes Sehen, Schmerzen oder Lähmungen körperliche Aktivität. Auch fehlende Motivation oder Unterstützung sowie Sturzängste können dabei hindern. Durch Bewegungsmangel drohen weitere Gesundheitsprobleme sowie der beschleunigte Verlust wichtiger Alltagsfähigkeiten – mit der Folge, dass Hilfebedarf und Sturzgefahr steigen. Wer sich jedoch trotz körperlicher Einschränkungen regelmäßig bewegt, erhöht seine Chancen auf bessere Gesundheit sowie mehr Selbstständigkeit. Denn Bewegung wirkt sich positiv auf Muskelkraft, Koordination und Herz-Kreislauf-System aus. Sie ist zudem förderlich für Wohlbefinden und geistige Fitness. Daher hat das Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP) unter www.pflege-praevention.de praktische Tipps aufbereitet, wie pflegende Angehörige dabei helfen können, Bewegung zu fördern.

Daniela Sulmann, Pflegeexpertin und Bereichsleiterin im ZQP, erklärt dazu: „Bewegungsförderung von pflegebedürftigen Menschen beginnt bei Alltagstätigkeiten: ob Essen zubereiten, Anziehen oder Körperpflege. Jede Aktivität trainiert die Beweglichkeit, wie zum Beispiel die Greiffähigkeit, und trägt damit zur Selbstständigkeit bei. Auch wenn es eventuell länger dauert oder umständlicher ist, bestärkende Unterstützung und nicht Übernahme sollte immer das Motto der Pflege sein“, so Sulmann. Die Motivation zu körperlicher Aktivität könne zum Beispiel angeregt werden, indem vertraute Alltagstätigkeiten mehr oder weniger gemeinsam ausgeübt werden, wie den Tisch decken, Blumen gießen oder zum Briefkasten gehen. Nach Möglichkeit sollte ein täglicher Spaziergang angeregt werden, selbst wenn nur kurze Strecken zu bewältigen sind. Nicht zuletzt kann der richtige Einsatz von Hilfsmitteln wie Gehhilfen oder Rollatoren zur Beweglichkeit beitragen.

Laut ZQP ist auch gezieltes Trainieren von Kraft, Koordination oder Gleichgewicht für viele pflegebedürftige Menschen möglich und sinnvoll, um die Mobilität zu fördern. Viele Bewegungsübungen können auch im Sitzen oder sogar im Liegen ausgeführt werden. Bei der Auswahl und der Durchführung von Übungen kann man pflegebedürftige Menschen gut unterstützen. Dabei sollten die Fähigkeiten und die Tagesform sowie die Vorlieben berücksichtigt werden. „Die Übungen sollen fordern aber nicht überfordern – und am besten ist natürlich, wenn sie auch noch Spaß machen“, meint Sulmann. Dagegen seien Druck und Überanstrengung kontraproduktiv. Ein Nein zum Bewegungsangebot sei das gute Recht jedes Menschen, das es zu respektieren gelte, selbst wenn es der Gesundheit nicht zuträglich ist.

Vor dem Start eines Trainingsprogramms sollte ärztlicher Rat eingeholt werden, denn bei manchen Erkrankungen wie Herzschwäche oder Gelenkentzündung sowie bei bestimmter Medikation und Schmerzen dürfen nicht alle Übungen uneingeschränkt durchgeführt werden, so die Expertin. Empfehlenswert sei es überdies, sich von Fachleuten der Physio- und Ergotherapie anleiten zu lassen.

Mehr zum Thema Bewegung sowie zu anderen Präventionsthemen in der Pflege findet sich auf dem werbefreien und unentgeltlichen Online-Portal der gemeinnützigen Stiftung ZQP unter www.pflege-praevention.de. Dort sind auch weiterführende Informationen zu Bewegungsangeboten und Übungsprogrammen – die vom Onlinekurs bis zur klassischen Sportvereinsgruppe reichen und sich teilweise auch ausdrücklich an Menschen mit Demenz und deren Angehörige richten – verfügbar. GA 26

 

 

 

 

Interviews. „In Pandemiezeiten sind Regelverstöße einfacher“

 

Patricia King über die Erreichbarkeit im Homeoffice, unbezahlte Überstunden und das Recht auf Offline-Feierabend. Die Fragen stellte Nikolaos Gavalakis.

Beschäftigte in Irland haben ab April das Recht, außerhalb der regulären Arbeitszeiten nicht erreichbar zu sein, das „Right to Disconnect“. Was bedeutet das konkret? Und warum ist dieser Offline-Feierabend so wichtig?

Beschäftigte haben von nun an das Recht, außerhalb der normalen Arbeitszeit die elektronische Kommunikation abzustellen. Dabei geht es vor allem darum, dass Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer außerhalb der festgelegten Arbeitszeiten grundsätzlich keine Arbeit verrichten und keine Repressalien erwarten müssen, wenn sie außerhalb dieser Zeiten nicht arbeiten wollen. In jedem Job kann es natürlich Notsituationen geben, in denen Mehrarbeit auch weiterhin zulässig ist. Aber nach dieser Regelung, die von der Regierung eingeführt und von den Arbeitgebern akzeptiert wurde, sind die regulären Arbeitszeiten zu beachten.

Damit gehen wir auch gegen unbezahlte Überstunden vor. Viele Menschen arbeiten in Bereichen wie der Versicherungswirtschaft oder in Behörden, in denen es keine vertraglichen Überstundenregelungen gibt. Unternehmen und Vorgesetzte meinten oft, sie hätten das Recht, Personal außerhalb der Arbeitszeit zu kontaktieren. Das hat sich zu einem echten Problem entwickelt.

Welchen Einfluss hatte die Pandemie auf die Verabschiedung der neuen Regelung?

Die Pandemie hat ein Schlaglicht darauf geworfen, dass bestimmte Umstände ausgenutzt werden können. Heutzutage arbeiten viele Leute von zu Hause aus. Es ist viel schwieriger, den Beginn und das Ende der Arbeit festzulegen, wenn die Menschen ihren Arbeitsplatz im Grunde nicht verlassen. Sie arbeiten den ganzen Tag von zu Hause aus und sind für den Arbeitgeber ständig erreichbar. Von den Menschen wird erwartet, dass sie ohne Gehaltsaufschläge länger arbeiten. In Pandemiezeiten sind Regelverstöße einfacher.

Das soll nicht heißen, dass es in der Vergangenheit, also vor der Pandemie, nicht auch vorgekommen wäre, dass Arbeitgeber nach der normalen Arbeitszeit eine Online-Verfügbarkeit einforderten. Das war durchaus zuvor schon ein Problem. Doch seit Beginn der Coronakrise hat das Thema an Fahrt gewonnen, weil viele administrative Tätigkeiten jetzt von zu Hause aus erledigt werden.

Wie sieht die neue Regelung in Irland im Vergleich zur Praxis in der EU und in anderen Ländern aus? Das Europaparlament hat vor kurzem ein ähnliches Gesetz gefordert, aber in den meisten Ländern gibt es noch kein Recht auf einen Offline-Feierabend. Ist ihnen Irland in dieser Hinsicht voraus?

Wir wollten ein Gesetz haben, konnten aber nur eine Rechtsverordnung durchsetzen. Trotzdem sind wir vermutlich einigen Ländern voraus, auch was die einzelnen Bestimmungen betrifft.

Die Vereinbarung hat Arbeitgeber und Gewerkschaften an einen Tisch gebracht. Man einigte sich auf allgemeine Prinzipien und darauf, die Bedingungen dieser Verhaltensregeln anerkennen und einhalten zu wollen. Das ist aus unserer Sicht ein guter Erfolg. Die Frage des Right to Disconnect und der Akzeptanz aufseiten der Arbeitgeber rückt damit in den Mittelpunkt. Ein Gesetz wäre uns lieber gewesen, aber es ist ein Schritt in die richtige Richtung.

Die Telearbeit nimmt insgesamt zu. Brauchen wir weitere Gesetze, um mit den jüngsten Entwicklungen Schritt zu halten?

Die Regierung hat bislang mit uns vereinbart, dass Beschäftigte das Recht haben sollen, die Arbeit im Homeoffice zu beantragen, und Arbeitgeber diesen Antrag ernsthaft prüfen sollten. Das ist der Stand der Verhandlungen: Die Regierung ist bereit, mit uns eine Vereinbarung über Telearbeit abzuschließen.

Allerdings sind beim Thema Telearbeit viele Detailfragen noch offen. Dazu gehört etwa die mögliche Zusatzentlohnung und wie man so etwas organisiert, aber auch Fragen der Gesundheit und Sicherheit, welche Ausstattung der Arbeitgeber stellt und so weiter.

In Irland besteht großes Interesse an hybriden Arbeitsformen, in denen die Menschen künftig sowohl am Arbeitsplatz als auch im Homeoffice arbeiten. Es zeichnet sich ab, dass die Beschäftigten das künftig entscheiden können, und wir versuchen, so etwas mit der Regierung und den Arbeitgebern zu vereinbaren. Auf welcher Grundlage das geschehen wird, haben wir noch nicht festgelegt.

Viele westliche Gesellschaften erleben eine Landflucht und eine Abwanderung in die Großstädte. In großen Städten wird der Platz knapp, die Mieten steigen. Bietet Telearbeit eine Chance, diesen Entwicklungen entgegenzuwirken?

Einer der Vorschläge, die derzeit diskutiert werden, ist die Einrichtung von Work Hubs, also gemeinsam genutzten Büroarbeitsplätzen für die Telearbeit. Das heißt, der Staat würde den Beschäftigten in den kleineren Städten des Landes Büroplätze zur Verfügung stellen. Die Menschen könnten dann an einem Ort arbeiten, der näher an ihrem Zuhause liegt, statt stundenlang in die Großstadt zu pendeln.

Irland ist ein kleines Land. Es hat knapp fünf Millionen Einwohner. Nach deutschen Maßstäben sind einige unserer Kleinstädte sehr klein, aber das aktive Leben auf dem Land soll erhalten bleiben. Die strategische Einrichtung von Work Hubs in mittleren Städten, die es ermöglichen, dass Menschen zur Arbeit gehen können und gleichzeitig in die Kernbelegschaft des Unternehmensstandorts eingebunden sind, möchten wir in unseren Gesprächen mit der Regierung vorschlagen. Entscheidend ist dabei, dass die Nutzung solcher Work Hubs freiwillig ist.

Ein Problem – und ich bin sicher, dass viele Städte in Europa dasselbe erleben – ist der Einzelhandel. Die Leute haben neue Einkaufsgewohnheiten entwickelt und das hat sich seit Beginn der Pandemie zugespitzt. Man muss befürchten, dass viele Einzelhändler nach der Coronakrise nicht mehr aufmachen, was verheerend wäre für das Leben in den Ortskernen.

Die Hub-Idee könnte zur Wiederbelebung der Innenstädte beitragen. Denn wenn in diesen Work Hubs viele Menschen arbeiten, geben sie in der jeweiligen Stadt auch eher ihr Geld aus und schaffen Nachfrage. Einige Einzelhandelsgeschäfte könnten auf diese Art doch überleben. Das ist ein zusätzlicher Vorteil, wenn man solche Strukturen schafft.

Sehen Sie die Gefahr, dass sich die Zunahme der Arbeit zu Hause negativ auf die Einkommen auswirken könnte? Mark Zuckerberg hat beispielsweise schon angekündigt, dass Beschäftigte, die in Regionen mit niedrigeren Lebenshaltungskosten arbeiten, mit Gehaltskürzungen rechnen müssen. Andere Unternehmen haben ähnliche Vorstellungen.

Viele Unternehmen haben solche Ideen. In Irland deutet aber noch nichts darauf hin, dass sie auch wirklich in diese Richtung gehen. Ich vermute, in einigen größeren Städten, insbesondere in Dublin, macht man sich Sorgen, ob die Geschäftstätigkeit in der Stadt nach der Pandemie noch den gleichen Umfang haben wird, vor allem im Einzelhandel. Wenn die Menschen auf Work Hubs ausweichen und feststellen, dass ihnen das persönlich Vorteile bringt, könnte sich die Geschäftstätigkeit in den größeren Städten und vor allem in Dublin abschwächen.

Zu den akutesten gesellschaftlichen Problemen zählen der Mangel an Wohnraum und die hohen Mietpreise. Angesicht dieser Problematik könnte ein Büroarbeitsplatz in Wohnortnähe, der dennoch mit der Zentrale verbunden ist, für Beschäftigte attraktiv sein. Die Leute finden das womöglich angenehmer, als morgens und abends zwei oder drei Stunden zu fahren, um in ihrem Büro in Dublin zu arbeiten. Da wird es sicherlich Vor- und Nachteile geben. IPG 5

 

 

 

Klimaschutzgesetz soll ins Kabinett

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel erwartet, dass eine Reform des deutschen Klimaschutzgesetzes in der kommenden Woche ins Kabinett kommt, nachdem das Verfassungsgericht ihre Regierung aufgefordert hat, die Gesetzgebung zu verschärfen, sagten zwei Quellen am Dienstag gegenüber Reuters. Von: Nikolaus J. Kurmayer

 

Letzte Woche urteilte das deutsche Bundesverfassungsgericht, dass die Regierung es versäumt habe, darzulegen, wie sie die Kohlendioxidemissionen über 2030 hinaus bis 2050 auf fast Null senken wolle, und dass dies zukünftige Generationen ungerechtfertigt belaste.

Die Bestimmungen des Klimaschutzgesetzes waren gemäß dem Karlsruher Gericht angesichts des verfassungsrechtlichen Klimaschutzziels des Grundgesetzes nicht konkret genug für die Zeit nach 2030.

Das Gesetz für 2019, auf das sich Merkels Konservative und ihre SPD-Koalitionspartner nach langem Ringen geeinigt haben, beinhaltet die Verpflichtung, die CO2-Emissionen bis 2030 um mindestens 55% gegenüber 1990 zu senken.

Ein weiteres Ziel ist es, bis 2050 nahezu kein CO2 mehr zu emittieren.

Es fehlt an konkreten Plänen für die Zeit nach 2030.

Merkel und ihre GroKo hätten jetzt bis zum 31. Dezember 2022 um die Änderungen die vom Bundesverfassungsgericht gefordert werden umzusetzen.

Mit der anstehenden Bundestagswahl im September ist die Zeit, die bleibt, um das Klimaschutzgesetz in dieser Legislaturperiode zu ändern, allerdings begrenzt. Zusätzlicher Druck kommt von den in den Umfragen führenden Grünen, für die Umweltfragen ein wichtiges Wahlkampfthema sind.

Einige Konservative haben bereits ein ehrgeizigeres Ziel gefordert, die CO2-Emissionen bis 2030 um mindestens 65% zu reduzieren, und einige wollen, dass Europas größte Volkswirtschaft vor 2050 kohlenstoffneutral ist.

Umweltministerin Schulze verkündigte am 4. Mai bei der Eröffnung des 12. Petersberger Klimadialog noch in dieser Legislaturperiode die nötigen Änderungen im Klimaschutzgesetz durchsetzen zu wollen.

Andere sind zurückhaltender und warnen davor, zu spezifische Maßnahmen zu vereinbaren, deren Auswirkungen derzeit nicht abschätzbar sind. „Wir wollen einen Neustart beim Klimaschutz in Deutschland, allerdings keinen Schnellschuss, wie er jetzt von Frau Schulze und Herrn Altmaier geplant ist.“ so der FDP-Fraktionsvorsitzende Lindner.

Zu den Optionen zur Emissionsreduzierung gehören der Ausbau erneuerbarer Energien und eine schnellere Erhöhung des CO2-Preises als geplant.

Bei Ersterem stockt der Ausbau von Windenergie an Land in Deutschland allerdings schon seit längerem, während eine schnellere Erhöhung des CO2-Preises möglicherweise bei der Industrie sauer aufstoßen könnte.

Da die CDU/CSU sich als Verteidigerin der Ökonomie sieht, könnte das derartige Schritte gerade im Wahlkampf erschweren. EA 5

 

 

 

Mehr als eine Million Menschen auf der Flucht in Tigray

 

In Tigray sind mehr als eine Million Menschen auf der Flucht. Das UN-Sicherheitsratfordert Ermittlungen, besonders zu der Gewalt gegen Frauen und Mädchen. Humanitäre Helfer müssten uneingeschränkten Zugang zu allen bedürftigen Menschen erhalten.

Mehr als eine Million Menschen sind laut den Vereinten Nationen innerhalb der äthiopischen Konfliktregion Tigray auf der Flucht. Weitere rund 60.000 Bewohner des Gebiets seien wegen der herrschenden Gewalt in zwei andere Regionen Äthiopiens geflüchtet, teilte die Internationale Organisation für Migration IOM am Freitag in Genf mit. Die tatsächliche Zahl der Geflohenen könne jedoch weitaus höher liegen, erklärte IOM-Sprecher Paul Dillon. Die Erhebung umfasse nur diejenigen Gebiete Tigrays, die zugänglich sind. Viele Teile der Region seien jedoch nicht zugänglich. Ins Nachbarland Sudan flüchteten laut etwa UN 61.000 Bewohner Tigrays.

Unterdessen äußerte sich der UN-Sicherheitsrat tief besorgt über Berichte zu anhaltenden Menschenrechtsverletzungen in Tigray. In seiner ersten Erklärung zu der Lage in der Region seit dem Ausbruch des Konflikts Anfang November forderte der Präsident des Sicherheitsrates, Dinh Quy Dang, Ermittlungen, besonders zu der Gewalt gegen Frauen und Mädchen. Das UN-Hochkommissariat für Menschenrechte und andere Organisationen hatten mehrfach Berichte über Hunderte Vergewaltigungen und andere schwere Verbrechen veröffentlicht.

Der Sicherheitsrat äußerte sich zudem besorgt über die humanitäre Lage in Tigray und forderte eine Verstärkung der Hilfen sowie uneingeschränkten Zugang zu allen hilfsbedürftigen Menschen. Die schwierige Sicherheitslage in der Region im Norden des Landes stelle ein Hindernis für humanitäre Unterstützung dar. In den vergangenen Monaten hatten die Vereinten Nationen und Hilfsorganisationen immer wieder beklagt, dass Lieferungen von der äthiopischen Regierung aufgehalten werden oder wegen andauernder Kämpfe nicht verteilt werden konnten.

Äthiopien weist Kritik zurück

Die äthiopische Regierung wies die Kritik zurück und erklärte, sie leiste humanitäre Hilfe und werde Menschenrechtsverletzungen untersuchen. Die Kämpfe in Tigray seien eine interne Angelegenheit, hieß es in der Erklärung der äthiopischen Vertretung bei den Vereinten Nationen in New York. Laut Berichten von Amnesty International und anderen Menschenrechtsorganisationen sind äthiopische Truppen und Soldaten aus dem Nachbarland Eritrea, die die äthiopische Armee unterstützen, für schwere Verbrechen verantwortlich. Auch den paramilitärischen Truppen in Tigray werden schwere Verbrechen vorgeworfen.

Die äthiopische Zentralregierung liefert sich seit November Kämpfe mit der Volksbefreiungsfront von Tigray (TPLF), die bisher in der Region im Norden des Landes an der Macht war. Hintergrund der Eskalation waren Wahlen für das Regionalparlament, die die TPLF entgegen der Anordnung der Zentralregierung abgehalten hatte. Tausende Menschen wurden seither getötet. (epd/mig 26)