WEBGIORNALE  12-25 GIUGNO 2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Usa fuori da Accordo di Parigi. Clima: la folle retromarcia di Donald Trump  1

2.       Minaccia nel cuore dell’Europa, Putin punta i missili su Berlino  1

3.       Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato  2

4.       Per bloccare i migranti 610 milioni di euro dall’Europa e 50 dall’Italia  2

5.       GB: la hybris della May, l’avanzata di Corbyn  3

6.       Una grande coalizione contro il terrorismo  4

7.       Dopo la Brexit. Ue: Pe, per 73 seggi su una lista transnazionale  4

8.       'Tedescum' kaputt, salta intesa a 4. Pd: legge elettorale morta  5

9.       Il voto all’estero, diritto costituzionale. Gli eletti all’estero? Una grande risorsa  5

10.   Giugno 2017: Gentile Signor Trump  6

11.   Merkel prepara il G20: una rete con gli alleati dell’Asia per isolare il rischio Trump  6

12.   Ecco il "piano segreto" della Merkel per l'Europa  7

13.   Merkel: l’Unione Europea non può fare più affidamento sugli Stati Uniti 7

14.   Come funziona il Sistema elettorale tedesco  7

15.   Gli italiani a Berlino: “Esploratori e Fuggiaschi”. Intervista alla sociologa Marialuisa Stazio  8

16.   L’on. Garavini a Gottinga al Congresso federale dell’Europa Union  8

17.   Mobilità europea. Tavola rotonda “L’Italia in movimento” all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino  9

18.   Il Comites di Monaco di Baviera apre “Lo sportello della legalità”  9

19.   Gemellaggio Karlsfeld/Muro Lucano. Turisti tedeschi in visita in Basilicata per il quarto anno consecutivo  9

20.   Esclusa una possibile vendita dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco”  9

21.   Non è il «Quarto Reich» ma Angela faccia di più. Risponde Aldo Cazzullo  10

22.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 10

23.   I prossimi appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni 11

24.   A Berlino “L'Ambasciata incontra... la moda”. Il 23 giugno  11

25.   Tenuto a  Oberhausen il VI Congresso della Federazione dei Circoli sardi in Germania  12

26.   Ha avuto luogo ad Amburgo un incontro con il medico di Lampedusa, il dottor Pietro Bartolo  12

27.   A Mannheim la presenza di un funzionario itinerante  13

28.   Risotto Roadshow in Germania. Oggi 12 giugno la partenza ad Amburgo  13

29.   Germania guarda a Oriente Pechino partner politico  13

30.   E' italo marocchino il terzo killer di Londra. Fu bloccato a Bologna un anno fa  14

31.   La circolare della Garavini ai democratici in Europa  14

32.   Nuova rappresentatività  15

33.   May va avanti: "Farò nuovo governo"  15

34.   Questione ineludibile. Ue: proposte concrete per identità europea  15

35.   La fine del secolo americano  16

36.   Trump e l’Europa. G7 e Nato, un drammatico ‘wake up call’ 17

37.   “Lo dite voi ai ragazzi di Manchester?“ Gli sponsor del terrorismo  17

38.   Presidenza italiana. G7: dietro le quinte del Vertice di Taormina  18

39.   "Trump ha deciso: via da accordo di Parigi"  18

40.   Trump e la Nato. Usa ed Europa, la forza o il valzer 19

41.   La collaborazione tra il Ministero degli Esteri e l’Arma dei Carabinieri per gli interessi italiani all’estero  19

42.   Elezioni in Olanda e in Francia. Sconfitta nazionalismo e débâcle sinistre  20

43.   Italiani nel mondo  21

44.   La talpa cieca della sinistra  21

45.   Legge elettorale, accordo alla Camera. I punti principali del nuovo sistema di voto  22

46.   Il difficile doppio fronte di Matteo  22

47.   Legge elettorale, alta tensione Renzi-Alfano  23

48.   I giovani volontari italiani nel mondo: accordo Focsiv-Fao  23

49.   Si voterà?  23

50.   Scelte in bilico. Bce: Draghi e un’Italia che non cresce  24

51.   Eletti all’estero. E se cominciassimo a dire meno sciocchezze?  24

52.   L'alienazione di proprietà dello Stato italiano a Monaco di Baviera. Nessuna ipotesi di vendita per la sede dell'IIC  25

53.   Sei riforme da non tradire  25

54.   La politica dello sfacelo  25

55.   I Deputati Pd Estero sugli articoli di “Libero” contrari al voto all’estero  26

56.   Una rievocazione. La Guerra dei Sei Giorni cinquanta anni dopo  26

57.   Tra Assocamerestero e Comitato Fiere Industria (CFI) accordo per la promozione del sistema fieristico italiano nel mondo  27

58.   Garavini (PD): “Mai così tante risorse per la proiezione dell’Italia nel mondo, dal 2010”  27

59.   Il viceministro agli Esteri Mario Giro: “La sfida italiana: non sbagliare con i figli e i nipoti degli immigrati”  27

60.   Uscita flessibile dal mondo del lavoro. L’Opzione Donna applicabile anche alle donne che risiedono all’estero  28

 

 

1.       „Desaster“ – „Eigentor“ – „Chaos“: EU-Reaktionen auf die Wahl in Großbritannien  28

2.       Oxfam. EU-Flüchtlingspolitik ist Negativ-Vorbild für Afrika  28

3.       Das Versöhnungsprojekt 29

4.       „Migranten werden durch schlechte EU-Politik gezwungen, ihr Leben zu riskieren“  29

5.       Neue postkoloniale Abhängigkeit?  29

6.       USA: Kirche kritisiert Trumps Klima-Entscheidung  30

7.       Internationale Kritik an Trumps Plan zur Aufkündigung des Klimavertrags  31

8.       Italien nimmt Kurs auf Neuwahl im Herbst 31

9.       Italiens Banken in der Krise. Rettungsfonds stellt kein weiteres Geld zur Verfügung  31

10.   Studie: Folgen des Brexit teurer als derzeitige britische EU-Beiträge  32

11.   Austern statt Austerität. Warum Deutschland jetzt mehr in Europa investieren sollte  32

12.   Abfuhr für Gabriel in Ankara: Deutsche ziehen aus Incirlik ab  33

13.   Mogherini an Westbalkanstaaten: Tür zur EU bleibt offen  33

14.   Globalisierung fair gestalten: G20-Gipfel 33

15.   Mogelpackung  34

16.   Gipfel der G20-Thinktanks: „Angela Merkel hat Recht.“  35

17.   Kampf gegen Terrormiliz IS. Bundeswehr wird aus Incirlik abziehen  35

18.   Ein Menschenrecht wird weggesteuert 35

19.   Wie kommt es zu islamistischen Radikalisierungen?  36

20.   Studie. Studenten mit Migrationshintergrund seltener erfolgreich  36

21.   Diskriminierung. Bildungsrassismus, Klassismus und Sozial-Protektionismus  37

22.   Positionspapier. Verbände fordern mehr legale Migrationswege  37

23.   Schulz stellt Rentenkonzept vor 38

24.   Einigung von Bund und Ländern. Vorerst keine Abschiebungen nach Afghanistan  38

25.   Europäische Grundwerte sind nicht verhandelbar. Europa-Union fordert Rechtsstaatlichkeitsverfahren gegen Ungarn  38

26.   Städtetag. „Integration gibt es nicht zum Nulltarif“  39

27.   Arbeitsmarkt im Mai. Arbeitslosigkeit sinkt unter 2,5 Millionen  39

28.   Ulf Daude: Ganztagsschulen sind ein Gewinn – Kooperationsverbot abschaffen  39

29.   Studie. Verantwortung für Flüchtlinge gerechter verteilen  40

30.   Think20-Dialogforum. Wohlstand für alle Menschen sichern  40

31.   Transnationale Bildung: Daten für nachhaltigen Erfolg  40

32.   Brüssel: EU plant europaweite Maut 41

33.   Was ist neu? Neuregelungen im Mai/Juni 2017  41

34.   Die Sorgen der Deutschen im Wahljahr 2017  42

35.   Emnid-Umfrage. Deutsche wollen das Sonntagsshopping  43

36.   Merkel: EU-Debatte um Flüchtlingsquoten ist „sehr traurig“  43

37.   Immer mehr Unternehmen beschäftigen Flüchtlinge  43

38.   Ab in die Ferien – aber sicher 43

 

 

 

Usa fuori da Accordo di Parigi. Clima: la folle retromarcia di Donald Trump

 

Alla fine, l’ha fatto. Come promesso in campagna elettorale, Donald Trump ha deciso di condurre gli Stati Uniti fuori dell’Accordo di Parigi, al cui successo - nel dicembre 2015 - aveva fortemente contribuito l’azione del suo predecessore alla Casa Bianca, Barack Obama.

 

Trump ha deciso di agire dopo il G7 di Taormina, durante il quale la frattura tra il leader americano e il resto del gruppo dei Grandi è apparsa difficilmente colmabile. Non è bastato nemmeno il tentativo last-minute di Papa Francesco, da sempre impegnato sui temi ambientali, a riportare il magnate sulla retta via.

 

Quella di Trump è una mossa fortemente populista e reazionaria. Una mossa che porta gli Stati Uniti, Paese d’avanguardia e motore del progresso tecnologico globale negli ultimi decenni, in una posizione di trincea su un tema chiave non solo per il futuro del pianeta, ma di rilevanza strategica per la proiezione geopolitica, economica e industriale di Washington nello scacchiere internazionale.

 

Trump, G7, Papa Francesco

Le rigide posizioni di Trump sul clima hanno avuto l’effetto di spaccare il G7 riunitosi a Taormina. Nonostante dai primi giorni della sua campagna elettorale, la retorica del neo-eletto presidente fosse chiaramente contro ogni tentativo di rafforzamento della cooperazione globale in materia climatica, la comunità internazionale probabilmente sperava di poter smorzare la veemenza trumpiana sul tema.

 

Non era bastata nemmeno la nomina di Scott Pruitt, rinomato negazionista dei cambiamenti climatici, alla guida della Environmental Protection Agency (Epa) americana - e il conseguente svuotamento dei poteri dell’Agenzia -, a convincere i suoi interlocutori della risolutezza con la quale il presidente era pronto a scontrarsi sulle questioni climatiche.

 

Ma alla fine, i sei leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito hanno dovuto prendere necessariamente atto di una situazione probabilmente senza via di ritorno e spaccare con modalità senza precedenti la posizione del Gruppo su un tema di così grande rilevanza per il destino dell’umanità.

 

Anche Papa Francesco, autore dell’enciclica “Laudato si”, aveva provato ad ammorbidire la posizione di Trump regalandogli pubblicamente un volume sui cambiamenti climatici. Evidentemente, anche lui senza successo.

 

La strada è tracciata

Trump o non Trump, la strada della decarbonizzazione è ormai tracciata a livello globale. Come detto, i G6 hanno posto il tema dei cambiamenti climatici al centro della loro agenda nonostante le divergenze con Washington. L’Unione europea continua la sua azione d’avanguardia e di leadership internazionale in materia climatica, come immediatamente sottolineato dalla Commissione e dal commissario per l’Energia e il Clima Canete.

 

L’elezione di Macron in Francia, e la sua decisione di nominare un ministro per la Transizione Ecologica (anziché per l’Energia) offre una chiara spinta propulsiva verso una ancora maggiore ambizione europea su questi temi.

 

Ma l’Europa non è più sola in questa battaglia globale, anzi. Perché se gli Stati Uniti, entrati nel club grazie alla sensibilità di Obama, se ne escono sbattendo la porta, ecco che nuovi attori internazionali annunciano (e dimostrano) di voler partecipare seriamente alla partita climatica.

 

Cina e India hanno infatti iniziato a muoversi in questo contesto, con Pechino (principale responsabile delle emissioni con il 29% del totale) fortemente impegnata in un percorso di decarbonizzazione tanto necessario a livello domestico quanto benvenuto sul piano globale.

 

Non dimentichiamo che l’impegno cinese, in partnership con gli americani, è stato tra i principali driver del successo dell’Accordo di Parigi.

 

E mentre Trump decide di smantellare brutalmente il piano di transizione energetica elaborato da chi l’ha preceduto nell’Ufficio Ovale (Clean Power Plan), il partito comunista al potere in Cina solo nel 2015 ha investito 103 miliardi di dollari in energie rinnovabili (il doppio di quanto fatto negli Stati Uniti), con l’obiettivo di stanziare oltre 360 miliardi di qui al 2020. A testimonianza dell’impegno (e della leadership) cinese su questo tema, è pronto un annuncio congiunto con l’Unione europea per sottolineare l’importanza dell’attuazione di Parigi.

 

Clamoroso autogol

Purtroppo per Trump, l’azione cinese non si limita alla promozione di politiche di decarbonizzazione in ambito domestico. Nel 2016, mentre il presidente americano progettava di smantellare l’Epa, Pechino ha investito 32 miliardi di dollari in energie rinnovabili all’estero, tanto in paesi industrializzati come Germania e Australia, quanto in economie emergenti come Brasile, Cile, Indonesia, Egitto, Pakistan e Vietnam. Perché il cambiamento climatico è, volenti o nolenti, anche business.

 

Le dimensioni del mercato interno e l’aggressività commerciale della Cina sul piano internazionale possono garantire alle aziende cinesi vantaggi comparati eccezionali nei confronti dei competitor occidentali.

 

Da un lato ciò posiziona il Paese in prima fila nello sviluppo, produzione e commercializzazione di una serie di tecnologie destinate a una diffusione esponenziale su scala globale. Dall’altro, assicura un potente strumento di penetrazione politica, economica e sociale in aree e regioni chiave per gli interessi geostrategici di Pechino.

 

Nel mezzo di questa straordinaria rivoluzione tecnologica e industriale, stride l’obiettivo della Casa Bianca di salvare circa 50mila posti di lavoro nel settore del carbone, il cui numero di addetti (così come l’utilizzo della materia prima) è in costante e inesorabile declino. Una mossa miope, astorica, da parte dell’Amministrazione, che continua a sottovalutare il valore aggiunto e l’impatto positivo dell’industria low-carbon sul mercato del lavoro a stelle e strisce. Così come il suo sempre più importante ruolo di strumento di proiezione internazionale per il Paese. Nicolò Sartori, AffInt 1

 

 

 

 

Minaccia nel cuore dell’Europa, Putin punta i missili su Berlino

 

Il presidente schiera nell’enclave di Kaliningrad i vettori Iskander. L’ex generale Usa Rutherford: «Violazione gratuita dei trattati del 1987». Guardando le immagini satellitari o ascoltando le trasmissioni radio sopra Kaliningrad, si scopre una sorta di buco nero: nessuno sa cosa succeda, per questo i Paesi confinanti sono molto preoccupati – di Stefano Stefanini

 

WASHINGTON - Scacciato dal Trattato sulle forze nucleari intermedie (Inf) del 1987, lo spettro dei missili torna nel cuore dell’Europa. La Russia schiera S 400, Iskander e Topom M a Kaliningrad, l’enclave russa incuneata fra Lituania e Polonia. Possono portare testate nucleari. Gli Iskander possono raggiungere Berlino e sfiorare Copenaghen e Stoccolma. Date le caratteristiche non balistiche le capacità d’intercettazione e difesa sono praticamente inesistenti.  

 

Sullo spiegamento Washington e la Nato hanno pochi dubbi. Le capitali europee non ne parlano ma lo sanno bene. Mosca del resto non lo nega. Al contrario ne fa parte integrante della propria strategia militare in Europa.  

 

Il generale John Rutherford Allen non ha peli sulla lingua: «La Nato e i suoi membri hanno motivo di preoccuparsi di questa violazione gratuita del Trattato Inf. La Nato dovrà prendere in considerazione misure per difendersi da questa nuova minaccia russa». Ex capo della coalizione internazionale anti-Isis, ora dirige uno studio sull’adattamento dell’Alleanza Atlantica agli scenari contemporanei di sicurezza, cui partecipa anche l’ex ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola. Le sfide sono molte, dalla guerra informatica ai flussi migratori. Il rapporto finale uscirà a fine anno, ma l’analisi di questo strappo russo è chiara: la Russia ha identificato un tallone d’Achille della Nato nell’incapacità di saldare l’indivisibilità della sicurezza alla deterrenza nucleare.  

 I missili di Kaliningrad non possono essere considerati una risposta alle misure della Nato. È la versione russa; sul piano militare è risibile. Missili e testate atomiche, da una parte, e quattro battaglioni dall’altra, sono incommensurabili. Intanto Mosca aveva messo in cantiere lo spiegamento da prima. Ma soprattutto per numeri, mezzi e minime infrastrutture, la «Enhanced Forward Presence» serve soprattutto a scoraggiare; non potrebbe difendere contro la massiccia superiorità convenzionale russa.  

 

Si può sostenere che i missili di Kaliningrad siano un deterrente che garantisce a Mosca il corridoio di sicurezza verso il Baltico. Nessuno lo minaccia: non esistono piani o esercitazioni offensive Nato contro Kaliningrad. Tuttavia si trova nel mezzo della Nato e dell’Ue e nella percezione russa di sicurezza, insofferente della contiguità territoriale, Kaliningrad è a rischio per definizione. 

 

Ma questo non basterebbe a mettere in discussione un architrave di sicurezza in Europa. Firmato da Mikhail Gorbaciov e Ronald Reagan in epilogo di Guerra Fredda, il Trattato Inf fu il primo grande passo verso la riduzione degli armamenti nucleari e convenzionali. Eliminare i missili a breve-media gittata (furono fisicamente distrutti) significava escludere la possibilità di annientamento nucleare senza preavviso. Lo spiegamento di Kaliningrad è un passo indietro di quarant’anni. Costringerebbe anche la Nato a rivedere la propria dottrina di deterrenza nucleare. 

 

Da Kim Jong-un ci aspettiamo l’irresponsabilità. Non da Vladimir Putin. Il presidente russo ha l’abilità di far perdere l’equilibrio agli avversari con mosse a sorpresa, spesso alzando la posta in gioco. Crimea e Siria sono esempi da manuale. A Kaliningrad gioca però d’azzardo con giocattoli pericolosi. Sta inoltre conducendo la Russia sul sentiero dell’inaffidabilità, delle favole di hacker russi «patriottici», della violazione dei patti e delle carte truccate, dalla geopolitica allo sport. Non stupisce la mezza comprensione per la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici: solidarietà fra chi non si sente legato dal rispetto dei patti. 

 

Lo strappo all’Inf rende la deterrenza ancor più indispensabile. Secondo Victoria Nuland, ambasciatrice alla Nato di George W. Bush, Assistant Secretary per l’Europa di Obama, «lo spiegamento di missili russi a Kaliningrad rende più imperativo per la Nato riaffermare l’impegno alla difesa collettiva e all’articolo 5 del Trattato di Washington». 

 

Si rafforza anche la necessità di confrontare Mosca in un dialogo serrato. Recentemente, un ex-ufficiale dell’Fsb (già Kgb) mi diceva: «alla Russia, non basta un accordo sull’Ucraina; occorre un’intesa più ampia, che comprenda la difesa anti-missile», da sempre - è del 1983 il discorso di Reagan sulle «guerre stellari» - spina nel fianco di Mosca.  

 

Nell’ottica russa, i missili di Kaliningrad aggirano le difese anti-missilistiche della Nato e salvaguardano così la parità nucleare strategica con gli Usa. Per Washington e per l’Alleanza, la difesa anti-missile protegge da «piccoli» aggressori come Iran o Corea del Nord; non potrebbe fermare l’enorme arsenale russo. Mosca resta però tenacemente abbarbicata al mito della parità; non vuole trovarsi con una capacità in meno. È ora che le due parti parlino seriamente, prima di avvitarsi in una nuova, pericolosa, imprevedibile escalation. LS 11

 

 

 

 

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato

 

ROMA- Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo che, costretti a fuggire da guerre e violenze, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era parte della loro vita. E soprattutto invita a non dimenticare mai che dietro ognuno di loro c’è una storia che merita di essere ascoltata. Storie di sofferenze, di umiliazioni ma anche di chi è riuscito a ricostruire il proprio futuro, portando il proprio contributo alla società che lo ha accolto.

Per perseguire questo obiettivo l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) prosegue la campagna #WithRefugees, che vuole rendere visibile la solidarietà e l’empatia verso i rifugiati, amplificando la voce di chi accoglie e rafforzando l’incontro tra comunità locali e rifugiati e richiedenti asilo per promuovere la conoscenza reciproca.

#WithRefugees è anche una petizione, con la quale l’UNHCR chiede ai governi di garantire che ogni bambino rifugiato abbia un’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere, che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.

Tanti gli eventi in programma in Italia che culmineranno nella giornata di martedì 20 giugno, ma proseguiranno fino alla fine del mese.

Champions #WithRefugees: L’UNHCR insieme all’Associazione Italiana Calciatori e Liberi Nantes, con il sostegno di AS Roma, organizza una partita amichevole tra una squadra di stelle del calcio e dello spettacolo e la Liberi Nantes, squadra di richiedenti asilo e rifugiati, in un incontro che vuole essere simbolo dell’integrazione possibile attraverso lo sport. Con un intermezzo musicale a cura della Piccola Orchestra di Torpignattara. Il 18/06 ore 17.00 presso lo Stadio Tre Fontane a Roma. Ingresso libero.

Chefs #WithRefugees: dopo la prima edizione svoltasi in Francia lo scorso anno, il Refugee Food Festival, arriva in quattro città italiane: Milano (16/06 e 20/06 - Eataly Smeraldo), Firenze (dal 26/06 al 30/06, organizzato in collaborazione con le volontarie dell’Ass. Festina Lente, serata conclusiva presso il centro di Accoglienza Villaggio La Brocchi), Roma (20/06 - Eataly Ostiense) e Bari (18/06 - Eataly). L’UNHCR, insieme a Food Sweet Food, in collaborazione con Eataly e le volontarie dell’associazione Festina Lente, organizzano una serie di eventi culinari per aprire le cucine dei ristoranti a rifugiati chef.

Arte #WithRefugees: un’installazione presso il Museo MAXXI, Roma (20-25/06) e una mostra fotografica presso la Galleria Alberto Sordi, Roma (11-25/06). Al MAXXI: S.O.S. – Save Our Souls di Achilleas Souras, un progetto per recuperare i giubbotti di salvataggio usati da rifugiati e migranti durante le traversate del Mediterraneo e trasformarli in igloo-rifugio; Mostra fotografica “#WithRefugees” negli spazi della Galleria Alberto Sordi con 8 maxi-foto di Francesco Malavolta, Alessandro Penso e Alessio Romenzi.

WebNotte #WithRefugees: il programma di grande musica dal vivo di Repubblica.it condotto da Ernesto Assante e Gino Castaldo abbraccia la campagna #WithRefugees e dedica ai rifugiati 6 puntate (dal 2 maggio al 6 giugno) e una puntata speciale il 23/06 per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato: negli studi di WebNotte giovani ragazzi e ragazze rifugiate incontrano il pubblico e gli artisti ospiti del programma a cui raccontano la loro storia.

Porte aperte #WithRefugees: l’UNHCR insieme alla Rete SPRAR e agli enti gestori, in collaborazione con altre associazioni quali ARCI, Caritas, Centro Astalli e Refugees Welcome intende dare visibilità alle espressioni di solidarietà verso i rifugiati, amplificando la voce di chi accoglie e rafforzando l’incontro tra le comunità locali e i rifugiati ed i richiedenti asilo. Per questo motivo chiediamo alle persone di mostrare solidarietà ai rifugiati incontrandoli durante una giornata di “porte aperte” dei centri di accoglienza. La mappa dei centri che è possibile visitare su: www.unhcr.it/withrefugees/porteaperte

Global Trends 2016: Presentazione del rapporto statistico dell’UNHCR “Global Trends 2016”, una mappatura globale dei flussi di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Partecipano UNHCR, Ministero degli Interni, Ministero degli Esteri. Il 20/06 presso la Sala dell’Associazione Stampa Estera, in Via dell’Umiltà 83/c a Roma.

“Mai come in questo momento è necessario stare dalla parte dei rifugiati – ha sottolineato Carlotta Sami, Portavoce dell’UNHCR per il Sud Europa – persone che non hanno scelto di lasciare il proprio Paese e che affrontano una pesantissima sfida, quella di ricominciare da zero in un ambiente nuovo, spesso diffidente e, nel peggiore dei casi, ostile. Quest’anno vogliamo che la gente incontri e conosca i loro nuovi vicini di casa, ne scopra i talenti e la generosità” ha aggiunto la Sami. “Chi sta dalla parte dei rifugiati ha deciso di aiutarci a mostrare queste qualità dando loro voce, incontrandoli in un centro d’accoglienza, cucinando insieme, condividendo un campo di calcio o un palco per suonare, siete tutti invitati”.

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato Palazzo Vecchio a Firenze e Palazzo dell’Aquila a Palermo saranno illuminati con la scritta #WithRefugees a sostegno della campagna dell’UNHCR e di tutti i rifugiati. (aise/de.it.press) 

 

 

 

 

Per bloccare i migranti 610 milioni di euro dall’Europa e 50 dall’Italia

 

Nel Niger il traffico ha portato lavoro e ricchezza in zone impoverite dal cambiamento climatico. Smantellarlo rischia di destabilizzare il Paese

TOMMASO CARBONI

 

Con la Libia ancora fortemente compromessa, la sfida per la gestione dei flussi di migranti dall’Africa sub-sahariana si è di fatto spostata più a Sud, lungo i confini settentrionali del Niger. Uno dei Paesi più poveri al mondo, ma che in virtù della sua stabilità - ha mantenuto pace e democrazia in un’area lacerata dai conflitti - è oggi il principale alleato delle potenze europee nella regione. Gli accordi prevedono che il Niger in cambio di 610 milioni d’ euro dall’Unione Europea, oltre a 50 promessi dall’Italia, sigilli le proprie frontiere settentrionali e imponga un giro di vite ai traffici illegali. È dal Niger infatti che transita gran parte dei migranti sub-sahariani: 450.000, nel 2016, hanno attraversato il deserto fino alle coste libiche, e in misura inferiore quelle algerine. In Italia, attraverso questa rotta, ne sono arrivati 180.000 l’anno scorso e oltre 40.000 nei primi quattro mesi del 2017. 

Ora ci si domanda se il Paese africano sia in grado di tener fede all’impegno, e replicare il successo dell’accordo con la Turchia, costato 6 miliardi di euro, e dimostratosi, almeno per il momento, efficace a fermare le migrazioni dalla Siria.  

I primi dati sembrano dimostrare la validità del programma. A maggio dello scorso anno, al picco delle partenze, 72.000 migranti affrontavano il deserto del Sahara a bordo di pick-up e camioncini diretti verso la Libia. Le strade di Agadez, capitale del nord nigerino, erano percorse da attività incessanti. Oggi è tutto più tranquillo: ogni mese si mettono in viaggio tra le 5.000 e le 6.500 persone.  

 

Stessa storia più a Nord, a Seguedine, avamposto sperduto nel deserto, e attraversato tra febbraio e dicembre 2016 da 292.000 individui, scesi poi a 8.700 nei primi due mesi di quest’anno. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) attribuisce il calo a pratiche più severe delle autorità nigerine, che hanno approvato una legge contro i traffici, arrestando decine di persone e sequestrando almeno 300 veicoli. Numeri rilanciati trionfalmente dall’Unione Europea, anche se poi è lo stesso Oim ad invitare alla cautela: migranti e trafficanti potrebbero aver cambiato rotte, sfuggendo così ai controlli delle squadre di sicurezza.  

 

È quanto sostengono numerosi esperti, compresi Peter Tinti e Tuesday Reitano, ricercatori del Global Initiative against Transnational Organized Crime. Secondo Tinti, il “contrabbando” prosegue, ed è proprio un contrabbandiere da lui intervistato a spiegare che sebbene il traffico sia “molto più discreto”, convogli carichi di migranti continuano a partire per la Libia “regolarmente”. Il trafficante aggiunge: “in ogni caso, il governo sa che non può bloccare queste cose in modo definitivo”. Nonostante gli aiuti offerti dall’Europa, non sembrano esserci molti incentivi ad attuare un blocco totale del traffico.  

 

Quello dei migranti, spiega Tinti, è un “business” che sostiene intere comunità. Tutti se ne avvantaggiano: proprietari di appartamenti, grandi e piccoli commercianti, cambia valuta, autisti, funzionari locali, e perfino esercito e polizia. Se non potrà più guadagnarsi da vivere trasportando persone in Libia, un autista di etnia Tuareg ha detto che tornerà ai rapimenti o a “fare la guerra”. Per “guerra”, intende la rivolta Tuareg che ha infiammato il nord del paese dal 2007 al 2010, i cui leader più influenti sono stati poi cooptati nella macchina governativa. Oltre a ricompensarli con incarichi amministrativi di prestigio, il presidente Mahamadou Issoufou ha permesso loro di partecipare ai ricchi commerci (più o meno leciti) del nord.  

 

Anche l’élite dei mercanti arabi è inclusa nella coalizione di Issoufou: tra questi ci sono i membri del clan del defunto boss di Agadez, Chérife Abidine(detto anche Chérife Cocaïne), e soprattutto c’è Rhissa Mohamed, proprietario di un impero dei trasporti e deputato nelle file del partito al governo dal 2011.  

 

I partner più influenti sono però le forze armate, pericolosamente inclini al colpo di Stato, e del cui appoggio Issoufou ha bisogno per restare al potere. È noto come queste ricavino una parte del loro budget estorcendo tangenti oppure offrendo protezione ai convogli di migranti. Con una stretta su questi viaggi, polizia ed esercito devono integrare i loro salari in modo diverso. Il governo può dirottare risorse originariamente destinate ad istruzione e sanità, oppure attingere più del dovuto ai fondi dell’Unione europea. Ne uscirebbe compromesso però lo sviluppo a lungo termine del Paese. Bisogna dunque pensare a strategie di crescita alternative. Ma nella regione di Agadez colpita dal cambiamento climatico e tradizionalmente dedita al commercio, potenziare l’agricoltura, come finora ha scelto di fare l’Europa, non sembra un’opzione credibile.  LS 31.5.

 

 

 

GB: la hybris della May, l’avanzata di Corbyn

 

Jeremy Corbyn ha quasi fatto un miracolo; il leader del partito laburista britannico è riuscito a cambiare il risultato di un’elezione anticipata indetta a sorpresa dal primo ministro conservatore Theresa May lo scorso 18 aprile.

 

Nei primi sondaggi, c’era un distacco di oltre venti punti tra il suo partito e quello conservatore. I risultati finali, danno ai laburisti solo una cinquantina di seggi in meno rispetto ai tories e i numeri per potere fare addirittura un governo con l’eventuale supporto del partito nazionale scozzese, l’Snp, in netto calo, e dei liberal-democratici. La May sperava di riuscire quasi a spazzare via i laburisti da Westminster e, invece, Corbyn e i suoi ne escono rafforzati.

 

Se il quadro è positivo per Corbyn, la situazione rimane complessa per il Regno Unito in generale. Il risultato che emerge è un hung parliament, cioè una composizione del Parlamento in cui nessun partito ha la maggioranza e bisogna quindi ricorrere ad una coalizione di governo, oppure ad alleanze ad hoc su questioni centrali come il budget. E sussiste la possibilità di ulteriori elezioni, nel caso in cui né la May né Corbyn fossero in grado di formare un governo con la fiducia dalla Camera dei Comuni.

 

L’incertezza più grande riguarda i negoziati per la Brexit, che dovrebbero iniziare il 19 giugno. Il risultato paradossale di queste elezioni è così quello di lasciare il Regno Unito senza una chiara guida nelle trattative per l’uscita dall’Unione, nonostante il voto fosse stato indetto alla ricerca appunto d’una strong and stable leadership perché la May voleva avere una mano forte nella Brexit.

 

I risultati sorprendenti

Per una volta, il risultato finale ha rispettato gli exit poll, con i conservatori in maggioranza, ma in calo rispetto ai risultati delle elezioni nel 2015. Il partito di Corbyn ha guadagnato una trentina di seggi, i tories ne hanno persi una dozzina. Un risultato che conferma anche l’andamento dei sondaggi nei giorni immediatamente precedenti il voto.

 

L’arretramento dei conservatori era iniziato a metà maggio, quando i laburisti avevano iniziato a eroderne il vantaggio di oltre venti punti; guadagnando posizioni anche in Scozia sull’Snp, i laburisti erano riusciti ad arrivare a un distacco del 5/7%: a conti fatti, è stato appena del 2%.

 

I sondaggi sono stati confermati anche dagli altri partiti; l’Snp perde un numero abbastanza significativo di seggi (18, arrivando a 34), i liberal-democratici ne guadagnano invece una manciata, per a 12. Il primo, quindi, non replica il successo del 2015, ottenuto sull’onda del referendum per l’indipendenza, mentre i secondi non riescono a fare risorgere il partito, come sperato da molti (Economist incluso).

 

Interessante è vedere la mappa del voto, che da un lato ricalca quella della Brexit, dall’altra presenta alcune novità. Se infatti la campagna per una hard Brexit conferma le riserve delle grandi città britanniche, Londra principalmente, rispetto alla linea dei conservatori (sono le aree urbane che avevano largamente votato per il Remain), alcune zone dove Leave aveva ottenuto un netto favore tornano, invece, sotto il controllo dei laburisti: tra queste, il Galles, il Nord Inghilterra e le ex aree industriali intorno a Liverpool e Leeds.

 

L’elezione, infine, lascia alcuni caduti sul campo; perdono infatti il proprio seggio personaggi storici della politica britannica come Nick Clegg, l’ex leader dei liberal-democratici, Angus Robertson, una delle figure più rilevanti dell’Snp a Westminster, e Alex Salmond, l’ex primo ministro scozzese, che aveva guidato il partito nel referendum per l’indipendenza del 2014.

 

La campagna elettorale

Difficile dire quali siano stati gli elementi decisivi per giungere a questo risultato perché i fattori in campo sono molteplici. C’è stata però una grande evoluzione dei discorsi elettorali nel corso delle ultime settimane, e non solo sul tema della sicurezza.

 

Al momento della decisione della May di tenere le elezioni anticipate, il tema centrale era infatti la Brexit: questo era il campo di battaglia scelto del primo ministro, che contava di riuscire ad ottenere una forte leadership politica anche sul fronte interno, proponendosi come il leader adeguato a condurre il Paese nel processo di uscita dall’Ue.

 

L’idea era quella di portare ai Tories i voti del Leave del referendum del giugno 2016, e in generale quei quattro milioni di voti dati allo Ukip nelle elezioni del 2015 che, con l’uscita di scena del leader Nigel Farage, erano disponibili - infatti, lo Ukip è praticamente sparito.

 

Nel corso delle settimane, però, il tema dell’Ue si è fatto man mano da parte, per lasciare posto ad un discorso più ampio su argomenti chiave come tassazione, sistema sanitario nazionale, sicurezza. Non a caso, lo slogan strong and stable usato dai conservatori all’inizio della campagna è scomparso nelle ultime battute e non è mai stato usato durante il dibattito televisivo tra la May e Corbyn del 29 maggio.

 

Corbyn è così riuscito a capitalizzare voti su una maggiore solidità nelle argomentazioni e su una debolezza sui temi chiave da parte della May: sono costati cari alla May, che proponeva una stretta contro il terrorismo, i tagli alle forze di polizia di cui lei è stata responsabile da ministro dell’Interno.

 

Un fragile futuro

Le opzioni per il Regno Unito sono diverse, quelle funzionali sono poche. Il primo ministro britannico potrebbe rassegnare le dimissioni: convocare queste elezioni è stato un azzardo che molti non hanno gradito, anche all’interno dei Tories, soprattutto per la ricerca di legittimazione politica personale che molti hanno percepito come una delle ragioni chiave (considerando che i conservatori avevano già una maggioranza netta in Parlamento).

 

La corsa al nuovo leader del partito sarebbe aperta, con il ministro degli Esteri e noto Brexiter Boris Johnson in cima alla lista, insieme all’Home Secretary Amber Rudd e al ministro per la Brexit David Davis.

 

Chiunque sia il leader conservatore, il futuro del Regno Unito è probabilmente quello di un governo di coalizione, in cui iTories non avranno vita facile: i Liberal-democratici hanno già escluso una collaborazione con i conservatori, impossibile anche quella con altri partiti, l’Snp in primis.

 

È quindi da ipotizzare una difficile coabitazione con i laburisti. Esiste però la possibilità che venga presentato un governo di coalizione di minoranza proprio da Corbyn, visto che i numeri lo consentono e considerando il supporto che ha già ricevuto da Snp e Lib-dem. Quella che la May ha chiamato la “Coalition of Chaos” diventerebbe così realtà.

 

Esiste infine la possibilità di nuove elezioni, nel caso in cui non si riesca a formare un governo; un’opzione forse interessante nell’ottica di avere un governo stabile per affrontare i negoziati sulla Brexit (quello che cercava la May e che queste elezioni invece le hanno negato), ma che ridurrebbe ulteriormente il già poco tempo a disposizione (ormai meno di due anni) per concordare l’uscita con l’Ue.  Lorenzo Colantoni, AffInt 9

 

 

 

Una grande coalizione contro il terrorismo

 

Necessario essere uniti per combattere la barbarie. Lo chiede Trump ai Paesi del Golfo e all’Europa per isolare gli estremisti islamici

 

  Cito nel titolo l’esortazione fatta dal Presidente degli Stati Uniti un paio di giorni prima dell’attentato terroristico compiuto a Manchester il 22 maggio scorso, alla fine del concerto di Ariana Grande nel palazzo Arena. Fatto orribile, che ha comportato la morte di una trentina di ragazzi ed il ferimento di 60, ovviamente eseguito “In nome di Allah, il misericordioso e il generoso. Questo è solo l'inizio: i leoni dello Stato Islamico stanno cominciando ad attaccare tutti i crociati. Allah Akbar, Allah Akbar". Il che ha sconvolto il Regno Unito e non solo.

  Assassinio, compiuto dal 23enne Salman Abedi, di scarsa conoscenza religiosa, effettuato dopo quelli eseguiti all’aeroporto di Orly, il 18 marzo, a Westminster il 22 marzo 2017, a Parigi, il 20 aprile e, il 23 maggio, a Minya, in Egitto, contro i Copti e a Kabul, con un’autobomba vicino all'ambasciata tedesca. Poi la strage compiuta in Siria da Assad che ha ucciso i suoi cittadini col gas nervino. E la recente minaccia iraniana di distruggere Israele. Atrocità che, purtroppo, avvengono ogni giorno con ciò che ne consegue.

  Spesso compiute da Musulmani con passaporto europeo, come il sopra nominato Abedi, di origini libiche ma naturalizzato britannico e Khalid Masood, di origini nigeriane, nonché i due cittadini francesi, il magrebino Adrian Karim Cheurfi e Ziyed Ben Belgacem, di origine tunisina, o Ismail Hosni, l’attentatore italo-tunisino che la sera del 18 maggio ha aggredito in Stazione Centrale a Milano due militari e un agente di Polizia. Persone, a volte, con precedenti penali. Comprensibile, quindi, l’intenzione di Trump di formare una coalizione moderata per bloccare il terrorismo, effettuare sanzioni e tagliare gli aiuti finanziari a Paesi che lo sostengono.

  In effetti, la minaccia dell’integralismo islamico non è stata, finora, sconfitta o arginata. Il che rende ragionevole e necessario il ritorno, propugnato da Trump, alle alleanze con Israele, i Sunniti e con l’Europa che sembra non essere in grado di difendere la società cristiana senza gli aiuti militari degli Stati Uniti. Il cui neo Presidente, benché autore del bando che vieta l'accesso negli Usa di cittadini di sei Paesi musulmani, e sostenitore, durante la sua campagna elettorale, dell’islamofobia, il 20 maggio scorso ha ringraziato i leader di 50 Paesi musulmani che lo hanno accolto in Arabia Saudita, dicendo loro che il suo “è un messaggio di amore per aprire una nuova era nei nostri rapporti”, ed invitandoli ad affrontare il fanatismo islamista con una lotta fatta per distinguere  “il bene dal male … non tra diverse fedi, sette o civiltà ma tra barbari criminali che cercano di obliterare la vita umana e le persone perbene di tutte le religioni “.   

  Un desiderio di pace che gli fa condannare l’Iran perché “sostiene il terrorismo e ha aiutato Assad a compiere atti deprecabili in Siria”. Disapprovazione confermata dalla promessa che “arriverà il giorno che il popolo iraniano avrà il governo giusto e che merita”. E dall’invito ai leader religiosi musulmani “di lanciare un messaggio chiaro”, in quanto “la barbarie non vi porterà nessuna gloria “.

  Necessaria, quindi, una coalizione ed una collaborazione al fine di “creare una grande coalizione per distruggere il terrorismo e per segnare l’inizio della pace per il Medio Oriente”. Gli Stati Uniti, dice Trump, sono pronti a schierarsi al vostro fianco, ma le nazioni del Medio Oriente non possono attendere la potenza americana per combattere un loro nemico. Devono decidere che genere di futuro vogliono per se stesse, i propri paesi, i propri bambini”. Quindi “opporsi all’uccisione di Musulmani innocenti, all’oppressione di donne, alla persecuzione di ebrei e al massacro di Cristiani”. Scopi per raggiungere i quali “le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che sia l’America” ad agire. Perché devono essere loro “a battere questo nemico che uccide in nome della fede”, nonché non offrire “rifugio ai terroristi” e a collaborare per isolare l’Iran. Obiettivo per cui, per lottare contro il finanziamento del “terrorismo”, ha fatto un accordo con i Paesi del Golfo ai leader dei quali ha detto che se scelgono “la via del terrorismo, la vostra vita sarà vuota, la vostra vita sarà breve”. Ma “lavorare insieme per isolarlo” in quanto siete "voi le prime vittime degli estremisti". Perché, solo così “ è possibile arrivare alla pace”, come affermato davanti al Muro del Pianto.

  Il gesto di Trump è rivoluzionario, come lo è il fatto che abbia visitato i Sauditi e offerto loro e al resto del mondo arabo una solida alleanza contro il terrorismo. Un segno di forza, di amore per la vita e la pace, che vanno difese dall’attacco dei terroristi. Cosa che gli Europei ancora non fanno o non possono fare da soli. E speriamo tutti che alle parole seguano i fatti.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Dopo la Brexit. Ue: Pe, per 73 seggi su una lista transnazionale

 

La Brexit rappresenta un grande spartiacque della vita dell’Unione europea. Chi studierà questi anni non potrà che annoverare il referendum del 23 giugno 2016 tra i punti di rottura principali della nostra storia, o almeno della storia dell’Occidente.

 

Fin dall’inizio dissi che la Brexit non avrebbe mai avuto le caratteristiche di un’opportunità. Né per noi, né per i nostri amici britannici. La Brexit è una separazione traumatica che porterà inevitabilmente conseguenze negative per entrambi. Ma sono sicuro che, alla fine, il divorzio costerà più caro ai britannici che agli europei.

 

Mai un’opportunità, ma forse un’utile lezione

Anche per questi motivi, i negoziati, che dovrebbero concludersi entro il 2019, non saranno per nulla semplici. Dovremo essere bravi a tutelare in primis i diritti dei nostri cittadini che vivono in Gran Bretagna, e solo una volta che sarà concluso il “divorzio” potremo ragionare di futuri accordi di partnership.

 

Ho sostenuto che la Brexit non sarà mai un’opportunità: però potremo far sì che diventi quanto meno un’utile lezione. Per farlo, dobbiamo riavvolgere il nastro prima di guardare avanti.

 

Si è detto che uno dei motivi principali per cui i britannici (o meglio gli inglesi, se andiamo a vedere la mappa del voto) hanno scelto il Leave sia stata l’immigrazione. Questo è certamente vero, e non a caso uno degli slogan principali della campagna del Leave è stato proprio il “Take back control”, riprendiamoci il controllo: delle frontiere nazionali prima di tutto, ma anche di tutta una serie di prerogative che erano state spostate verso Bruxelles.

 

Tuttavia, il take back control indica anche un’altra tendenza in atto: la sfiducia nei confronti di un’autorità politica, quella della Ue, sentita come distante, basata su istituzioni percepite come scarsamente rappresentative e comunque ritenute incapaci di dare risposte efficaci ai cittadini.

 

Un problema di democrazia nell’Unione europea

Ecco allora la domanda fondamentale: esiste un problema di democrazia nell’Ue? Io sono convinto di sì, e sono convinto che Brexit sia stata una reazione - sbagliata - a una necessità vera. Specialmente se consideriamo l’involuzione intergovernativa dell’Unione degli ultimi anni: scelte politiche prese fuori dagli organi deputati; sempre maggior peso alle riunioni degli sherpa; vertici notturni interminabili in cui assumere decisioni cruciali per questo o quel Paese, e per questa o quella emergenza.

 

È ovvio che una deriva del genere avrebbe prima o poi spezzato la corda, specie se all’interno di un contesto generale di sfiducia verso le istituzioni politiche. Dobbiamo chiederci se tutto ciò sia irreversibile o se sia già possibile mettere in atto soluzioni che rispondano a quella domanda fondamentale sulla democrazia in Europa.

 

Un correttivo a portata di mano

Bene, una prima occasione l’abbiamo a portata di mano. La Brexit offre infatti l’opportunità di rinnovare la procedura delle elezioni del Parlamento europeo in senso più sovranazionale e transnazionale, sia perché si libereranno i 73 seggi attribuiti al Regno Unito, sia perché sarà probabilmente necessario rimaneggiare il Trattato di Lisbona.

 

Oggi i cittadini dell’Ue vanno a votare per le elezioni europee su base nazionale, ma ben pochi lo fanno con l’idea di premiare questa o quella visione politica a livello europeo. Non fa certo onore, ma corrisponde al vero l’idea che le elezioni europee si utilizzano per lo più per misurare i rapporti di forza interni, o per “mandare un messaggio” a questo o quel governo in carica.

 

Occorre invertire questa tendenza, e far sì che il voto per rinnovare il Parlamento europeo sia veramente un voto europeo, e non un voto semplicemente nazionale, che poi produce effetti a Bruxelles e Strasburgo.

 

Il vantaggio della lista transnazionale

Dobbiamo risolvere il problema dei 73 seggi lasciati liberi dai britannici. Se guardiamo alle elezioni del 2019, per quel che riguarda la composizione del Parlamento europeo, la Brexit potrebbe portare a tre diverse soluzioni: 1) riduzione del numero dei parlamentari, eliminando tout court i seggi britannici; 2) riassegnazione dei seggi britannici agli altri Stati pro quota, sulla base del sistema attuale; 3) destinazione dei 73 seggi a liste transnazionali.

 

Tutte e tre le soluzioni sono praticabili, ma è evidente che solo la terza ha il vantaggio, da un lato, di non riaprire contese tra gli Stati membri sulla riassegnazione dei seggi e, dall’altro, di creare una vera constituency europea (con la spinta a creare dei veri partiti politici europei). Inoltre, andrebbe a realizzare la riforma effettuata dal Trattato di Lisbona, ai sensi del quale i parlamentari europei rappresentano non più “i popoli”, ma “i cittadini”.

 

Ogni elettore che si trovasse davanti questa circoscrizione unica potrebbe scegliere non sulla base di un’appartenenza territoriale ma sul confronto di idee e visioni politiche diverse. Voterebbe socialdemocratici, libdem o popolari senza guardare il passaporto dei candidati, ma facendo riferimento esclusivamente alle idee per l’Europa che le famiglie politiche mettono in campo.

 

Sarebbe, in altre parole, il modo per creare vere liste transnazionali che andrebbero poi a costituire gli embrioni di veri partiti politici europei, ben più efficaci di quelli attuali.

 

Abbinare capilista transnazionali e ‘Spitzenkandidat’

E non è finita qui. Come noto, dal 2014 è stato creato il metodo dello ‘Spitzenkandidat’ attraverso cui al momento del voto i cittadini indicano (sebbene il meccanismo non sia automatico) chi debba ricoprire il ruolo di presidente della Commissione europea. Si tratta di una prassi da cui partire, anzi da cui ripartire: i capilista delle liste transnazionali potrebbero essere i candidati alla carica di presidente della Commissione.

 

E, volendo, si potrebbe anche andare oltre: se da una parte l’elezione diretta del presidente della Commissione richiede la modifica dei Trattati (non semplice, almeno nel breve periodo: ma prima si avvia, meglio è), dall’altra si potrebbe procedere alla fusione delle cariche di presidente della Commissione e del Consiglio europeo. Per questa proposta non è necessario cambiare i Trattati, anche se è evidente che occorra costruire il massimo consenso politico a sostegno.

 

Un solo presidente per Commissione e Consiglio

Perché insistere sulla figura del presidente? Perché abbiamo bisogno di un presidente con una fortissima riconoscibilità politica. Eleggere un presidente sbiadito, figlio di mille compromessi, comporta un’Europa sbiadita. Un’Europa che i cittadini faticherebbero a sentire casa loro.

 

Aggiungo che un presidente eletto dell'Unione sarebbe ulteriormente rafforzato e legittimato da primarie transnazionali, continentali. Sarebbe un processo in grado di aumentare sia la popolarità dei candidati che la trasparenza del processo politico. Infine, se il capolista delle liste transnazionali diventasse presidente, il numero due delle liste potrebbe fare il ministro dell'Economia o il ministro della Difesa europea.

 

Quelle sopra elencate sono proposte concrete. Realizzabili. Io le sostengo convintamente fin dall’immediato post Brexit, e il governo italiano si è impegnato a diffonderle e a sostenerle, trovando già un buon consenso in diversi Stati membri e tra alcune famiglie politiche europee. Dobbiamo continuare su questa strada e far sì che queste idee trovino gambe su cui camminare.

 

Spesso mi viene obiettato che si tratta di soluzioni che non possono risolvere tutti i problemi che abbiamo. Certo che no, ma non è questo il punto. Le istituzioni da sole non possono colmare il deficit di identità europea. Ma non è svuotando o isolando le istituzioni che creeremo una identità europea più forte.

 

Invece credo che ci siano già una maturità e una consapevolezza dei cittadini europei, e che trasformare le istituzioni per metterle al servizio della nostra comunità sia un grande risultato politico. Di fronte al nuovo disordine globale, lo status quo dell’Unione non ha alcun senso: una nuova dimensione politica è più urgente che mai. Sandro Gozi, AffInt 1 

 

 

 

 

'Tedescum' kaputt, salta intesa a 4. Pd: legge elettorale morta

 

E' bagarre in Aula alla Camera sulla legge elettorale quando, in mattinata, il tabellone elettronico situato in alto nell'emiciclo mostra per errore l'andamento della votazione a scrutinio segreto sull'emendamento Biancofiore che poi ha mandato momentaneamente in pezzi l'alleanza elettorale tra Fi-Pd-M5S-Lega.

Il 'problema tecnico' dura pochi secondi ma quei pochi istanti (grazie alle lucine rosse del voto contrario, alle verdi di quello favorevole e bianche per l'astensione) bastano a far vedere come hanno votato i vari deputati. Pochi istanti per 'svelare' voti favorevoli nei banchi del Pd e di Forza Italia.

Il 'giallo' del tabellone manda in tilt l'Assemblea di Montecitorio e scatena un polverone di polemiche. Nel mirino anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, accusata da alcuni parlamentari di non aver avvisato per tempo che stava per scattare una votazione segreta.

BOLDRINI - Boldrini chiede di correre ai ripari e le lucine diventano tutte azzurre e sottolinea: ''C'è stato un problema tecnico, avevo già detto che era un voto segreto, colleghi c'è stato un disguido". Ma il clima ormai si è fatto incandescente.

FIANO - E su Twitter il deputato democratico e responsabile riforme e sicurezza segreteria nazionale Pd, Emanuele Fiano, scrive: "I Cinque stelle fanno fallire la legge elettorale. Per pochi secondi il voto è stato palese, loro hanno votato a favore questa è la prova".

GUERINI - "Per noi non ci sono le condizioni per andare avanti, i 5 stelle hanno ucciso la legge elettorale " ha detto il deputato Pd Lorenzo Guerini parlando con i cronisti alla Camera. In precedenza, al termine della seduta in aula, aveva detto: "Ora bisogna fare una valutazione, vanno verificate le condizioni minime per andare avanti".

"Due terzi del gruppo M5S esultava nel momento del voto" dell'emendamento Biancofiore che poi ha mandato momentaneamente in pezzi l'alleanza elettorale tra Fi-Md-M5S-Lega, basti dire che si tratta "di un emendamento che lo stesso M5S aveva bocciato in commissione", ha ricordato Guerini. "Se Fico vuole essere conseguente con quanto affermato in aula ritiri gli emendamenti M5S, sennò è complicato andare avanti".

FICO - "Ritirare gli emendamenti? Quindi ci chiedono di non intervenire in Aula su una legge di interesse nazionale. Mi sembra impossibile" ha però replicato il capogruppo M5S, Roberto Fico.

RENZI - La valutazione di Matteo Renzi è che il patto a 4 è finito. Una strada interrotta dai 5 Stelle, una mossa accolta con stupore dai dem. "Sì ci fidavamo - dice un big renziano - le assicurazioni c'erano state. Poi dall'uscita dell'altra sera di Grillo le cose sono cambiate ma non credevamo che le cose potessero naufragare già oggi...".

Per Renzi la questione è chiusa perché se le cose si sono messe così male da subito, con una forza politica che, di fatto, si è tirata fuori dall'accordo, andare avanti nell'iter della legge è impraticabile. Queste almeno le considerazioni in casa Pd prima della segreteria convocata da Renzi.

DECRETO - "Se anche andassimo avanti alla Camera, al Senato la legge arriva morta", si ragiona a Montecitorio. Dunque che fare, ferma restando l'intenzione (mai confermata pubblicamente da Renzi) di andare al voto? La strada maestra, al momento, resta quella del decreto. E intanto la Camera ha votato sì al rinvio in Commissione della legge elettorale.  Adnkronos 8

 

 

 

 

Il voto all’estero, diritto costituzionale. Gli eletti all’estero? Una grande risorsa

 

ROMA - Eugenio Marino, responsabile nazionale Pd italiani nel mondo, commenta l’articolo di oggi di Libero con il quale Gian Luigi Paragone auspica che con la riforma della legge elettorale in corso si aboliscano il diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e i diciotto parlamentari che essi eleggono. Per Marino nell’articolo si parla di diritti costituzionali e sistemi di voto,  confondendo leggi costituzionali con leggi ordinarie. “Paragone – spiega Marino – chiede di approfittare della riforma della legge elettorale in vigore in Italia e in discussione in questi giorni, per abrogare la legge sul voto all’estero, che in realtà è un’altra (la 459 del 27 dicembre 2001), per eliminare ‘una pattuglia di gente che in aula non ha lasciato grandi segni’”. “Senza entrare nel merito del lavoro e del valore dei singoli parlamentari – prosegue l’esponente del Pd – è bene ricordare che innanzitutto il diritto di voto è legato alla titolarità della cittadinanza, indipendentemente dalla residenza, quindi anche abolendo la 459 del 2001 rimarrebbe il diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero, che si eserciterebbe recandosi in Patria. Così come rimarrebbero i diciotto parlamentari della Circoscrizione estero, la cui cancellazione deve passare obbligatoriamente da una modifica costituzionale in doppia, identica lettura alla Camera e al Senato”.

“Ecco perché – aggiunge ancora Marino – abolendo il voto all’estero con una legge ordinaria come quella elettorale si creerebbe un vulnus democratico perché rimarrebbero i diciotto parlamentari della Circoscrizione estero senza gli elettori che dovrebbero votarli e si metterebbe in discussione il principio secondo il quale il diritto di voto si concede non più per cittadinanza, ma per residenza: cosa non prevista dalla nostra Costituzione”.

 

“Nell’arena politica italiana si propaga l’odore di elezioni legislative anticipate e, da copione, ritorna la campagna di disinformazione sul voto nella circoscrizione estero”. Cosi il segretario generale del Cgie Michele Schiavone rispetto agli articoli pubblicati da Libero in cui si ipotizza la soppressione dei parlamentari della circoscrizione Estero, in occasione del varo della nuova legge elettorale. Su questo punto Schiavone ricorda come la comunità italiana all’estero goda degli stessi diritti civili riconosciuti a tutti i cittadini italiani, e quindi anche del pieno esercizio di voto, indipendentemente dalla loro residenza.

“La riforma della legge elettorale italiana – afferma Schiavone - è una necessità per evitare l’ingovernabilità del paese, invece quella degli italiani all’estero, che nella circoscrizione estero eleggono diciotto parlamentari in rappresentanza di cinque milioni di cittadini di passaporto, va sistemata nella pratica procedurale. Gli accorgimenti per migliorarla possono essere definiti con un semplice decreto. Ogni paragone tra le due leggi è inappropriato. Tutte le democrazie occidentali avanzate, e non solo, coinvolgono i propri cittadini all’estero alla composizione della rappresentanza politica nazionale. Un ripensamento da parte dell’Italia sposterebbe le lancette del tempo indietro al secolo scorso, a un periodo in cui bastava cantare una romanza per accattivarsi i favori e le simpatie popolari. Quel tempo per fortuna – prosegue il segretario generale - è archiviato nelle pagine della storia, oggi, invece, i cantori della libertà acquisiscono consenso trasmettendo sogni e visioni, certezze e fiducia facendo avanzare l’orizzonte  dei diritti”. “Il richiamo delle sirene di epica memoria – conclude Schiavone - non ammalia più neanche i creduloni. Finalmente, chi è restio ad alzare lo sguardo oltre la palizzata del proprio giardino, è sollecitato ad armarsi di coraggio e di buona volontà per guardare al nostro tempo con gli occhi dell’etica e della morale del nuovo millennio”.

 

"Faccio fatica a comprendere il motivo di quel ventaglio di preconcetti e posizioni negativamente aprioristiche che caratterizza l'articolo di Paragone su Libero, senza entrare nel merito di una legge che ha avuto e tutt'ora ha una sua ratio, in riferimento alla quale si può non essere d'accordo, ma additarla come "colossale fesseria" risulta un tantinello esagerato, se non addirittura offensivo: non tanto nei confronti degli eletti all'estero,  ma nei confronti di una platea di circa 4 milioni di italiani che l'articolo omette." E' quanto scrive Aldo Di Biagio senatore di AP-CE, eletto all'estero in risposta all'articolo di Paragone su Libero dal titolo "Poco Onorevoli, Togliamoci il peso degli eletti all'estero". "Possiamo ragionare fino a domani circa la giustezza di questa legge, assolutamente migliorabile, ma buttare il bambino con l'acqua sporca pecca di ingiustificata superficialità in un momento storico in cui la faglia tra cittadini e istituzioni si sta acuendo e proprio per questo la tutela dei diritti di chi è emigrato, in stagioni storiche diverse, non può diventare il capro espiatorio dei "mali d' Italia". "Tra l'altro l'equazione "eletti all'estero e mercato delle fiducie" o peggio ancora "eletti all'estero e strani movimenti" - continua Di Biagio - appare come la celebrazione del qualunquismo, poiché impugnare fatti - sebbene deprecabili- che hanno condizionato uno o più eletti all'estero in passato per chiedere l'abrogazione della legge, sarebbe un po' -mutatis mutandis - come depennare metà Costituzione perché la democrazia rappresentativa ha mostrato qualche falla in ragione, magari, di qualche reato ad opera di coloro che ne sono l'emblema". "Si può anche capire che risulta facile utilizzare il sempre verde argomento degli eletti all'estero che non brillano per presenza ed efficienza - evidenzia - ma credo che questo dato - che riguarda solo alcuni - come perfettamente armonico rispetto al disastroso trend di operatività parlamentare nazionale". Poi si invoca l'abrogazione senza un pregresso studio di comparazione con altri ordinamenti: guardiamo sempre alle best practice europee e internazionali e quando si tratta di tutelare diritti così rilevanti vogliamo essere da meno? Il diritto di voto dei cittadini residenti all'estero è previsto in tutti gli ordinamenti dei Paesi dalla solida democrazia, e - a meno che non si consideri l'Italia non rientrante tra questi Paesi - appare alquanto contraddittorio depennare questo diritto dopo 16 anni dal nostro ordinamento". Di Biagio conclude. "Su argomenti così delicati non si può lasciare il dibattito a riflessioni generaliste e prive di doverosi chiarimenti, perchè - anche se si fa fatica a crederlo - in politica non esistono solo poltrone, inciuci, e malaffare, esiste anche impegno, rispetto e passione e lasciar cadere questa certezza vuol dire ammettere che il Paese ha già perso". Deit.press 29

 

 

 

 

Giugno 2017: Gentile Signor Trump

                                                                                                                                               

Donald Trump, eletto 45° presidente degli USA con due chiarissimi e potenti slogan “Make America great again”, “America first”, oggi, all’inizio del mese di giugno 2017, a cento anni dalla partecipazione degli USA alla prima guerra mondiale, annuncia l’uscita degli USA dai Trattati di Parigi.

 Nel 2015 si tenne a Parigi una conferenza sul clima. Allora tutti i paesi partecipanti adottarono il primo accordo universale, giuridicamente rilevante, sul clima del pianeta. I governi presenti concordarono di prendere provvedimenti per limitare l’aumento medio della temperatura, e ridurre i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Secondo John Kerry è una vergogna per gli USA essere usciti unilateralmente dagli accordi di Parigi sul clima che sono di fatto estremamente flessibili, e permettono ad ogni paese di fare i suoi piani, liberamente e senza alcuna limitazione della sovranità. A giustificazione dell’uscita dai trattati di Parigi, il presidente Trump dichiara: “Sono stato eletto dai cittadini di Pittsburgh, non da quelli di Parigi”. 

La citazione di questa città della Pennsylvania mi permette di dare un taglio personale a queste riflessioni. Un secolo fa, mio nonno Silvestro Medoro insieme con i suoi compaesani provenienti da Assergi, un paesino alle falde del Gran Sasso, ed anche insieme a tanti irlandesi, in una mistura etnica molto americana, estrasse il carbone dalle miniere della Pennsylvania che fornivano la necessaria energia alle acciaierie di Pittsburgh. Il tempo è passato, sono passate due guerre mondiali, la guerra del Vietnam e l’attacco delle Due Torri.

 Gent. Sig. Trump, non si è accorto di quanto tempo è passato dai tempi delle miniere di carbone, e di quante trasformazioni ci sono state a Pittsburgh?  Oggi a Pittsburgh gli altiforni non ci stanno più, questa città è diventata la capitale della tecnologia medica più avanzata, a emissioni zero. La città ha votato Hillary per l’80%, e il sindaco di questa città, Bill Peduto ha dichiarato: “Come sindaco di Pittsburgh posso assicurare che seguiremo le linee guida dell’accordo di Parigi per il nostro popolo, la nostra economia e il nostro futuro.” Come lui, la città di New York, tanti sindaci, lo stato della California, numerose aziende e famosi manager.

 Sig. Trump, lei, insieme a tutti quelli che lo hanno portato alla Casa Bianca, sta facendo la figura dell’ignorante ottuso, ciecamente legato a ristretti interessi di bottega, a tradizioni antiche, chiuso e impenetrabile a ogni fatto o idea che non stia già da più di 50 anni sotto il suo bel pagliaio biondo/rosso.

Mi dispiace tanto, per quarant’anni ho insegnato la lingua inglese nei licei italiani, avendo l’America come punto di riferimento principale della mia cultura nel senso più ampio del termine: lingua, letteratura, musica, spettacolo, mode. Lei vuole fare l’America grande? Faccia attenzione, se ne è capace. Cito solo un giornale americano, tralasciando quelli europei che non rientrano nella sua cultura. Business Week ritrae un’America che si specchia da sola mentre sta per essere sommersa dall’acqua. Troppo difficile per lei il mito di Narciso, forse qualche volenterosa insegnante di letteratura inglese glielo ha raccontato a suo tempo, ma lei lo ha dimenticato, anzi seppellito sotto una sontuosa eredità paterna e affari non sempre ben chiari, fonti di macroscopici conflitti d’interesse nell’esercizio delle sue odierne funzioni. 

Città come New York, Washington, Montreal e Parigi si tingono di verde, non sono antiamericane, sono anti Trump. E dunque, per tanti motivi personali parteciperò con il cuore o personalmente, ove possibile, a tutte le manifestazioni contro questa sua vergognosa decisione. Non contro l’America, ma sicuramente contro Trump. Emanuela Medoro, de.it.press 4

 

 

 

        

 

Merkel prepara il G20: una rete con gli alleati dell’Asia per isolare il rischio Trump

 

Berlino lavora al summit di luglio: «Sarà una sfida impegnativa». L’obiettivo finale è costringere gli Usa a un’intesa su clima e commercio – Alessandro Alviani

 

Berlino. «Cinque settimane passano in un batter d’occhio, sebbene in cinque settimane possano succedere molte cose», spiegava alla vigilia del G7 di Taormina un’alta fonte del governo tedesco, che esprimeva fiducia sulla possibilità di giungere con gli Usa a un avvicinamento sul clima in vista del G20 di inizio luglio ad Amburgo. La prima delle cinque settimane è stata segnata dal definitivo tramonto dell’illusione che Trump potesse «crescere» nei panni di presidente degli Stati Uniti una volta arrivato alla Casa Bianca. Un’illusione che rispecchia la vecchia massima dell’ex esponente della sinistra radicale e poi ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer secondo cui «la carica cambia le persone più velocemente di quanto le persone cambino la carica».  

 

Nonostante la delusione di Taormina e l’insolito strappo di Merkel, però, la Germania non ha intenzione di rassegnarsi all’idea che il G20 sia destinato inevitabilmente a un fallimento. «Se non concordiamo su tutto, il che è stato abbastanza evidente sulla questione del clima al G7, ciò non significa che questi incontri siano inutili: se fossimo d’accordo su tutto non avremmo bisogno di vertici simili, se non si è d’accordo è molto importante discuterne», ha spiegato ieri il consigliere economico di Merkel, Lars-Hendrik Röller, durante il T20 (Think20), una conferenza di think tank a Berlino. Röller è uno degli sherpa che sta preparando il summit. La partita non è ancora chiusa, fa capire: «Il G20 non sarà semplice, sarà impegnativo», ma «è un’opportunità», è convinto.  

 

Dei quattro round tra gli sherpa previsti prima del summit del 7 e 8 luglio ne manca ancora uno, che si svolgerà a ridosso dell’appuntamento di Amburgo. È facile immaginare che la Germania proverà a concentrare i suoi sforzi su quell’incontro per arrivare a risultati concreti sui temi su cui verte l’agenda del summit: clima, commercio, Africa e cooperazione allo sviluppo. Röller è stato fin troppo chiaro: manteniamo la nostra agenda, non è che non parleremo di cambiamenti climatici perché non possiamo concordare su questo punto, ha notato. Di solito al G20 abbiamo avuto un comunicato consensuale «e questa dovrebbe essere l’aspirazione anche quest’anno». Non è un caso che in questi giorni a Berlino insistano sul fatto che, per quanto vadano visti non come appuntamenti separati, ma come una vera e propria sequenza strettamente interrelata di incontri, il G7 e il G20 sono e restano due formati differenti. Per dirla col portavoce della cancelliera, Steffen Seibert: «Non è giusto mettere uno contro l’altro o porre l’uno al di sopra o al di sotto dell’altro».  

 

Basta analizzare i passi della cancelliera per rendersi conto del fatto che Berlino sta provando da tempo - non solo dal muro contro muro di Taormina messo in scena da Trump - a rafforzare il dialogo coi vari protagonisti del G20. A fine aprile Merkel è stata in Arabia Saudita per discutere anche del summit. Ieri a Berlino ha visto il premier indiano Narendra Modi, annunciando un piano di investimenti da un miliardo di euro l’anno che verterà tra l’altro sui temi delle smart cities, delle energie rinnovabili e dell’industria fotovoltaica. La Germania vuole aiutare l’India ad applicare gli accordi di Parigi sul clima, ha affermato la cancelliera. La quale oggi e domani discuterà del G20 e delle relazioni economiche bilaterali col premier cinese Li Keqiang. Il tutto, però, provando a tenere aperta, nonostante tutto, la porta del dialogo con Washington. È significativo che ieri, al termine dell’incontro con Modi, Merkel abbia sottolineato che il bilaterale con l’India «non è diretto in nessun modo contro altre relazioni e tanto meno contro le relazioni transatlantiche, che sono per noi di grande importanza e lo resteranno anche in futuro».  LS  31

 

 

 

 

Ecco il "piano segreto" della Merkel per l'Europa

 

"In questi giorni ho capito che non possiamo più fidarci degli altri, noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Così Angela Merkel ha commentato all'indomani del G7 di Taormina il mancato accordo su temi cruciali (come il clima) e il duro confronto con Donald Trump. Un' evidente presa di distanza dagli Stati Uniti e una grande svolta che interessa tutta l'Europa, per la quale la cancelliera tedesca ha già pronto un programma di rilancio. Secondo quanto riportato dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine am Sonntag, la Merkel avrebbe infatti un "piano segreto" per l'Europa con "diverse sfaccettatture, non tutte di natura strettamente economica." Nuove strategie per gli investimenti, la difesa e l'immigrazione, questi i punti toccati dal "piano segreto" e riportati dal FAZ.

Il pilastro fondamentale, quello che più di tutti ha la priorità, riguarderebbe la crisi dei migranti, il nodo forse più difficile da sciogliere. Per la cancelliera, quello dei flussi migratori nel Mediterraneo è un tema centrale per il futuro dell'Unione Europea. La soluzione dipende da una stabilizzazione della Libia e qui le prospettive sono particolarmente buie.

Altro pilastro del piano Merkel riguarderebbe la difesa. Qui, si legge sul FAZ, le prospettive sono migliori. La cancelliera vorrebbe spendere di più per la difesa e l'idea è che a Bruxelles "si potrebbe costruire un comando centrale per un impegno militare comune". L'Inghilterra è sempre stata un ostacolo al progetto della difesa comune ma, dopo la Brexit, non rappresenta più un problema.

La terza parte del piano avrebbe a che fare con la politica economica. Il nocciolo della questione ruota attorno a una casa comune per l'Eurozona, unita da un comune Ministro delle Finanze. Adnkronos 29

 

 

 

 

Merkel: l’Unione Europea non può fare più affidamento sugli Stati Uniti

 

La cancelliera tedesca ha parlato in occasione di un comizio a Monaco di Baviera sottolineando i risultati insoddisfacenti del summit del G7 a Taormina

 

La leader tedesca ha parlato in seguito al G7 di Taormina. Credits: Reuters

Il piano della Commissione europea sulle quote di suddivisione dei migranti in arrivo in Europa "è un primo passo": lo ha dichiarato la cancelliera tedesca Angela Merkel in conferenza stampa congiunta con il primo ministro svedese Stefan Lofven."Salutiamo con favore la proposta di Jean-Claude Juncker che sarà annunciata domani e che è un primo passo importante. Avremo l'obbligo di [...] distribuire un certo numero di rifugiati, ma resta un passo da fare e per questo è necessario un sistema aperto di ripartizione dei richiedenti asilo. Quest'anno si è verificato un numero inimmaginabile di arrivi", ha spiegato.

“L'Europa deve essere pronta a prendere il suo destino tra le sue mani”. Angela Merkel si esprime così durante una manifestazione in Bavaria il 28 maggio sui rapporti tra le istituzioni del Vecchio Continente e gli Stati Uniti di Donald Trump.

La cancelliera tedesca ha sottolineato che l'alleato statunitense non è un alleato di cui ci si può sempre affidamento per la sopravvivenza dell'Unione europea. Stesso ragionamento si applica al Regno Unito, dopo la decisione sulla Brexit.

Merkel ha parlato in seguito all'incontro della Nato a Bruxelles e del G7 di Taormina e ha messo in risalto le difficoltà a dialogare con gli Stati Uniti soprattutto dopo l'elezione di Donald Trump, che comunque non è stato mai citato esplicitamente. “Sono finiti i tempi in cui potevamo dipendere completamente dagli altri”, ha precisato la leader tedesca parlando durante un comizio a Monaco di Baviera il 28 maggio.

Angela Merkel ha evidenziato la necessità di mantenere buoni rapporti con Washington e Londra e anche con la Russia. “Dobbiamo, però, sapere che dobbiamo combattere da soli per il nostro futuro, per il nostro destino da europei”, ha detto.

Il summit del G7 in Italia ha rivelato alcune tensioni tra l'attuale amministrazione statunitense e gli altri paesi partecipanti, soprattutto per quanto riguarda la questione climatica. Trump ha richiesto maggiore tempo per riflettere sull'adozione dell'accordo di Parigi del 2015.

Un certo livello di intesa è stato raggiunto su temi come il rifiuto del protezionismo, il contrasto alla Corea del Nord e al terrorismo e le sanzioni alla Russia anche se in generale Merkel ha definito il dibattito uno scontro “sei contro uno” nel complesso non soddisfacente.

Durante la campagna elettorale del 2016 Donald Trump si è dimostrato molto critico nei confronti dell'Unione europea sostenendo l'uscita del Regno Unito. In occasione del vertice Nato di Bruxelles ha criticato gli altri stati membri per un insufficiente contributo alle spese militari rispetto a quello da sempre offerto dagli Stati Uniti.

Inoltre Trump, non si è detto favorevole alla politica commerciale di Berlino.

Dal canto suo Angela Merkel si è mostrata disponibile a una maggiore collaborazione con il neo presidente francese Emmanuel Macron per la ricostituzione dell'asse franco-tedesco che in passato ha trainato l'Europa. Tpi 29

 

 

 

 

 

Come funziona il Sistema elettorale tedesco

 

Ecco in cosa consiste quella che potrebbe diventare la nuova legge italiana per eleggere la Camera e il Senato, spiegata senza giri di parole. La legge elettorale tedesca è di tipo proporzionale: ogni partito ottiene un numero di seggi - di Stefano Mentana

 

Quello della legge elettorale si è trasformato in questi anni in uno dei principali temi di dibattito della politica italiana. Dopo la bocciatura dell'Italicum da parte della Corte costituzionale, diversi partiti e studiosi di politica hanno iniziato a proporre nuove leggi elettorali, come il Mattarellum e il Magnum. A maggio ha iniziato a farsi sempre più forte l'ipotesi di un sistema elettorale alla tedesca, uguale in tutto e per tutto a quello attualmente in vigore in Germania.

A rendere concreta la possibilità che questa legge venga approvata, c'è il possibile accordo trasversale tra Partito Democratico, centrodestra e Movimento Cinque Stelle. Ma cosa dice di preciso questo sistema elettorale?

Non essendo stata approvata la legge in Italia, i nostri riferimenti per questa spiegazione saranno in tutto e per tutto quelli della legge tedesca, applicati alla Germania, al suo numero di seggi e alla sua suddivisione territoriale.

La legge elettorale tedesca è di tipo proporzionale: ogni partito ottiene un numero di seggi esattamente in proporzione al numero di voti ottenuto. Lo sbarramento per poter entrare in parlamento è pari al 5 per cento, sotto il quale si è esclusi dalla ripartizione dei seggi.

Tuttavia, nonostante si tratti di una legge elettorale di tipo proporzionale, sono presenti anche collegi uninominali, tipici di numerose leggi maggioritarie. La scheda elettorale per le elezioni tedesche è divisa in due parti, in cui spesso compaiono gli stessi partiti. Ogni elettore può effettuare due voti, chiamati primo e secondo voto, ma non per questo di valore gerarchico differente.

Il primo voto è quello per il collegio uninominale, il secondo per la lista regionale. I due voti possono tranquillamente andare a due partiti differenti.

In Germania i deputati membri del Bundestag sono in tutto 598, e la metà di questi – 299 – sono eletti in altrettanti collegi territoriali di tipo uninominale, in cui dunque il candidato che ottiene più voti viene eletto. Tuttavia, questi eletti sono fatti scalare dalla ripartizione nazionale proporzionale dei parlamentari eletti per ciascuna lista, designati attraverso il secondo voto.

Facciamo un esempio concreto. Poniamo che una lista ottenga una percentuale tale da ottenere in tutto 150 deputati (designata dunque dal cosiddetto secondo voto) e vincesse in 40 collegi uninominali. Solamente 110 sarebbero eletti dalle liste del secondo voto.

Se la stessa lista avesse comunque ottenuto una percentuale tale da raggiungere 150 deputati, ma non si fosse imposta in nessun collegio uninominale, tutti e 150 i suoi eletti sarebbero stati scelti dalle liste del secondo voto. In poche parole, è il secondo voto a decidere quanti deputati sono eletti da ogni partito, e chi vince nei collegi uninominali è scalato dal numero di eletti nazionali.

Qualora un partito risultasse vincitore in un collegio uninominale, senza raggiungere il 5 per cento, il suo candidato in tale collegio risulterebbe ugualmente eletto. Qualora un partito che si dovesse fermare sotto il 5 eleggesse almeno tre deputati nei collegi uninominali, verrebbe allora ammesso alla ripartizione dei voti nazionali come se avesse raggiunto il quorum.

Come mai ci sono collegi uninominali, se gli eletti sono decisi in maniera proporzionale? L'obiettivo della legge è quello di creare un rapporto tra eletti ed elettori attraverso collegi territoriali ridotti cui fare riferimento, in modo che ogni cittadino possa conoscere il proprio referente.

Le liste del secondo voto sono liste bloccate il cui ordine è in genere stabilito in un voto segreto dai militanti di ciascun partito, su base regionale.

Cosa ci sarebbe di diverso se questo sistema fosse applicato anche in Italia? Nel nostro paese i deputati sono in tutto 630, 12 dei quali eletti tra gli italiani all'estero con un sistema proporzionale suddiviso in quattro collegi. La legge elettorale riguarderebbe dunque l'elezione di 618 deputati, 309 dei quali eletti in altrettanti collegi uninominali da disegnare ad hoc.

La legge dovrebbe essere scritta anche per il Senato – che in Germania è eletto con un voto di secondo livello dai parlamenti di ciascun land – dove per costituzione vedrebbe sbarramenti e ripartizioni non su base nazionale, ma su base regionale. Un partito che non riuscisse a vincere in alcun collegio e si fermasse sotto il 5 per cento su scala nazionale, ma ottenesse tale sbarramento in una sola regione, riuscirebbe a entrare in Senato.

Questa sarà sostanzialmente la base del sistema, all'interno del quale potrebbero essere introdotte altre differenze rispetto al sistema tedesco, come una soglia di sbarramento differente o l'introduzione di preferenze, decisioni che saranno prese nelle trattative tra i diversi partiti. Tpi 31

 

 

 

 

Gli italiani a Berlino: “Esploratori e Fuggiaschi”. Intervista alla sociologa Marialuisa Stazio

 

Berlino - “Sul tema degli italiani a Berlino il 25 maggio 2017 è stato pubblicato il libro dal titolo “Esploratori e Fuggiaschi”, di Marialuisa Stazio. Il libro è il risultato di un accurato lavoro di ricerca sul campo svolto dalla professoressa Stazio, sociologa dell’Università di Cassino. Di seguito una breve intervista sui risultati del suo lavoro di ricerca”. Ad intervistare la sociologa è stato Federico Quadrelli che firma questo articolo per “ilMitte.com”, quotidiano online edito a Berlino.

“D. Professoressa Marialuisa Stazio, perché uno studio sugli italiani a Berlino?

R. I motivi sono parecchi e di diversa natura. Ce ne sono di familiari e personali, che sono poi quelli che hanno fatto di Berlino la mia seconda città… o forse la mia prima città, considerando il fatto che sto passando più tempo qui che in Italia. Ma poi, naturalmente, c’è il fatto che Berlino è, per volontà stessa della sua amministrazione, un grande laboratorio multiculturale e multietnico, dove la presenza italiana si sente fortissima.

D. Per esempio?

R. Basta guardare la frequenza di insegne e parole italiane in tutte le strade della città. Dove vivo io, a Schöneberg, agli inizi di maggio c’è una festa che si chiama Primavera. Proprio così, in italiano. Infine, visto dall’Italia, c’è il grande mito di Berlino nell’immaginario dei giovani italiani e il numero davvero rilevante degli arrivi, almeno per gli anni che riguardano la mia ricerca, dal 2008 al 2014. Dal 2015, però, il numero degli arrivi è in calo. Perché Berlino non è più quella di una volta, e trasferirsi qui è sempre più difficile. E noi italiani stiamo giocando un ruolo importante anche nel velocissimo cambiamento della città in termini di crescita dei prezzi, scarsità degli alloggi, etc..

D. Il titolo “Esploratori e fuggiaschi” suggerisce una migrazione diversa da quella tradizionale dei Gastarbeiter. Che idea si è fatta?

R. Berlino non ha mai rappresentato un vero polo di attrazione per quella tipologia di migrazione. Negli anni cinquanta e sessanta aveva ormai perso la sua capacità industriale. In più Berlino ovest era difficilmente raggiungibile: era un’isola nella DDR. E anche oggi, chi si sposta dall’Italia avendo come unico obiettivo un lavoro, o un lavoro migliore, raramente sceglie Berlino, che è tutto sommato ancora una città molto povera, anche di offerte di lavoro, in relazione al resto della Germania. Berlino è tradizionalmente meta di un altro tipo di mobilità, quella di artisti e creativi ad esempio, e in generale quella di “sperimentatori” di pratiche sociali, culturali e politiche. Penso ai flussi legati allo squatting, al potenziale attrattivo della scena techno, ma anche ad alcune forme di queer migration. E anche nel quadro delle recenti mobilità giovanili, quelle che sono venute crescendo dal 2008, mi pare che la città rivesta il ruolo di spazio destinato a sperimentare, a esplorare la dimensione del possibile, più che di luogo prescelto per la costruzione di un futuro stabile.

D. Questo è emerso dal suo lavoro sul campo?

R. Quasi tutti i miei intervistati non sono qui con l’intenzione di rimanerci (che poi rimangano o meno, è un altro discorso). Certo, quasi nessuno pensa di “far ritorno a casa”, ma Berlino è una tappa, o meglio, come molti mi hanno detto, “un trampolino”. E in ogni caso bisogna tener presente che stiamo parlando della generazione cresciuta con Schengen, con i progetti Socrates e Erasmus, con Internet e i voli low cost… una generazione per la quale la mobilità europea è una condizione naturale: così come sono nativi digitali sono anche, per così dire, “nativi mobili”.

D. Lei lavora in Italia. A che punto è il dibattito italiano sul tema delle mobilità giovanili?

R. In generale, quello che ho potuto osservare è che c’è una sostanziale (e, aggiungerei, tradizionale) negligenza italiana sui fenomeni di mobilità in uscita. In Italia, complice una politica sciagurata e grazie a politici che fanno leva sulle paure profonde e ingigantite dalla crisi, si è ancora tutti concentrati sul fenomeno immigrazione mentre si dimentica che dal 2014 il saldo migratorio è nuovamente negativo: escono più persone di quante ne entrino. Non voglio avere gioco facile ricordando le affermazioni di Poletti sui giovani che sarebbe “meglio non avere tra i piedi”, anche se Poletti è comunque un ministro della Repubblica, per di più proprio quello del lavoro e delle politiche sociali…Anche la tematizzazione mediatica dei “cervelli in fuga” mi pare molto fuorviante. Nel libro ne parlo diffusamente. Insomma, non si può dire che il nostro Paese brilli per politiche tese a trattenere il “capitale umano” (orribile modo di dire!). Così come non brilla per iniziative di studio e di ricerca (con indirizzo storico, sociologico, economico…) sulle migrazioni passate e presenti.

D. Professoressa Stazio, qual è il principale risultato della sua ricerca?

R. Risposta difficile: una ricerca è sempre più un punto di partenza che un punto di arrivo. Quello che mi pare di poter dire a questo punto alla comunità italo-berlinese è che sarebbe forse ora di iniziare uno sforzo auto-riflessivo: conoscersi meglio, anche nel contributo che si sta dando, in positivo e in negativo, al rapidissimo cambiamento della città. Sono recentemente stata a un convegno alla Humboldt e ho potuto constatare che i berlinesi sono, come noi,molto preoccupati dalla potenza, dalla velocità e dalla direzione di questo cambiamento. Forse sarebbe bene trovare un punto di vista dal quale riuscire a dialogare con loro. Riconoscerci, insomma, come una parte di questo grande processo del quale siamo, a me pare, un po’ agenti e un po’ vittime. Un po’ inconsapevoli del nostro ruolo, almeno per il momento, e un po’ incerti sul da farsi. O forse convinti di non avere capacità e forme di azione individuale o collettiva. Insomma, come dicevo, il mio principale risultato è stato veder emergere nuove piste di ricerca, capire che ho ancora molto da fare”. (aise 29) 

 

 

 

 

L’on. Garavini a Gottinga al Congresso federale dell’Europa Union

 

“L'incoraggiante vittoria di Emmanuel Macron in Francia e i risultati alle politiche in Olanda e in Austria non devono indurci a ritenere che sia scampato il pericolo dei populismi contro l'Europa. Gli oltre undici milioni di voti per Marine Le Pen in Francia e l'incalzare di forze politiche fortemente antieuropeiste in diversi paesi continuano a rappresentare un insidioso pericolo per ogni convinto europeista e per l'intero progetto europeo.

Ecco perchè non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Dobbiamo essere fermi oppositori dei diversi populisti antieuropei, ma al tempo stesso non dobbiamo avere paura di modificare le regole su cui l'Europa si è basata fino ad oggi: ad esempio il funzionamento del fiscal compact, che anzichè aiutare i singoli paesi ad uscire dalla crisi globale, ha decretato per numerose nazioni un peggioramento della crisi in atto. Oppure il bilancio dell'Unione Europea, che oltre ad essere più consistente, deve essere gestito da un vero Ministro delle Finanze europeo. Ma anche il surplus commerciale di alcuni paesi, che determina necessariamente danni economici nelle nazioni vicine.

E le modifiche vanno apportate puntando su quattro priorità: lavoro, crescita, sicurezza e politiche migratorie comuni”. Lo ha affermato Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, nel suo intervento di apertura, al Congresso federale dell’Europa Union a Gottinga. Intervento a cui ha replicato il vice-ministro federale agli Affari Europei, Michael Roth, che ha riconosciuto l'esigenza di aggiornare le regole comuni, per il bene dell'Europa, anche rispetto al consistente surplus commerciale di paesi come la Germania.

La Deputata PD ha aggiunto: “Sono fortemente convinta che se diamo vita a una politica europea più vicina ai problemi della gente, allora indurremo nuovamente i cittadini a guardare con speranza e fiducia al futuro”.  De.it.press 29

 

 

 

 

Mobilità europea. Tavola rotonda “L’Italia in movimento” all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino

 

Berlino – Tratterà il tema della mobilità europea dell'ultimo decennio, con un'attenta analisi sociale delle sue caratteristiche, prospettive e opportunità, la tavola rotonda “L'Italia in movimento” che si terrà il 15 giugno, dalle ore 19, all’Istituto Italiano di Cultura a Berlino (Hildebrandstrasse 12, 10785). La  tavola rotonda è organizzata in collaborazione con il Comites Berlino.

Da storico paese di emigrazione l'Italia è diventata dalla fine degli anni Settanta un Paese di immigrazione. Oggi è tornato ad essere territorio di nuove partenze. Qual è quindi il volto dell'Italia migrante? Come si è trasformata la mobilità italiana e degli italiani? Quali sono le opportunità che si aprono a questi nuovi "nomadi" in un contesto europeo e che ruolo ha e può avere in questi movimenti la concezione di una propria "identità europea"?

Attorno a queste domande si svolgerà il dibattito tra Delfina Licata, curatrice del rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Luciana Degano-Kieser, medico psicoanalista, presidente della Associazione Salutare e.V. e Edith Pichler, politologa dell'Università di Potsdam, Istituto di Scienze Sociali e membro del Rat für Migration. Degano e Pichler sono anche membri della Presidenza del Comites Berlino, l’organismo di rappresentanza di tutti i connazionali residenti nella Circoscrizione di Berlino. Il dibattito si terrà in lingua italiana e la moderazione sarà a cura di Andrea Dernbach, del quotidiano Der Tagesspiegel.

La mobilità è una grande risorsa, ma quali sono le sue dimensioni attuali, le sue caratteristiche e la sua importanza per la società moderna? L'Istituto Italiano di Cultura e il Comites Berlino invitano i connazionali a “partecipare numerosi a  questa serata con vostre domande”. L’ingresso è libero ma è opportuno segnalare la propria partecipazione. De.it.press

 

 

 

 

Il Comites di Monaco di Baviera apre “Lo sportello della legalità”

 

Monaco di Baviera - Presieduto da Daniela Di Benedetto, il Comites di Monaco di Baviera ha aperto lo “Sportello della legalità”, tenuto presso l'ufficio del Comites dall'avvocato Chiara Montanucci.

Il primo obiettivo del progetto, finanziato dall’Ufficio II del Ministero degli Esteri, è - spiega il Comites - “mettere i nostri concittadini in guardia rispetto al lavoro nero ed evitare casi di sfruttamento, promuovendo integrazione e trasparenza”.

Sul portale dello Sportello  si legge: “100.000 sono i concittadini registrati presso il Consolato di Monaco di Baviera al quale fa riferimento tutta la circoscrizione Consolare Bavarese. Riteniamo tuttavia che siano ancora di più i nostri concittadini presenti sul territorio. Esistono stime che dicono che a Monaco a fronte di 30.000 italiani registrati ve ne siano almeno altri 30.000 non registrati. Questi concittadini rischiano di cadere nella trappola del lavoro facile e della disperazione di chi non trova casa. Il lavoro sommerso in Germania ha connotazioni particolarmente gravi che finiscono per relegare i cittadini definitivamente ai margini della società”.

Sul portale viene spiegato cosa si intende per “lavoro nero”, quali sono i destinatari del progetto (Lavoratori italiani dei settori: Ristorazione, Costruzione, edilizia, Manutenzione strade, trasporti, facchinaggio, Commercio, servizi; Datori di lavoro) e le finalità dello sportello: raccogliere la denuncia, Informare su contratto/ diritti, Promuovere legalità nei settori interessati, Sensibilizzare i datori di lavoro, Indirizzare verso le competenti sedi per eventuale tutela legale/denuncia (collaborazione con enti tedeschi ed italiani), Prevenire il rischio professionale, diffondere concetto di lavoro = legalità, aiutare nel disbrigo pratiche semplici (coordinamento con lo sportello del cittadino).

A curare lo sportello sarà l’avvocato Chiara Montanucci, di cui viene pubblicata la presentazione e i curriculum.

Lo sportello è aperto al pubblico il lunedì e il mercoledì dalle 9.30 alle 12.30 e il venerdì (su appuntamento) dalle 9.30 alle 10.30.

Infine, sul portale vengono pubblicate le “10 regole d’oro” per il lavoro “trasparente” e un focus sull’emigrazione di oggi in Germania. (aise/dip) 

 

 

 

 

 

Gemellaggio Karlsfeld/Muro Lucano. Turisti tedeschi in visita in Basilicata per il quarto anno consecutivo

 

Un gemellaggio fra il Comune di Muro Lucano e il Comune di Karlsfeld, che si trova nella periferia nord-occidentale di Monaco di Baviera, in Germania. Promosso dal presidente dell’Associazione dei lucani di Karlsfeld Michele Fezzuoglio - “originario di Muro Lucano, da 40 anni in Germania con il cuore sempre in Basilicata”- l’accordo  ha permesso anche quest’anno ad un gruppo di turisti tedeschi di visitare Muro Lucano e la Basilicata. “Questo è il quarto anno, sono entusiasti di tornare, e con il contributo del comitato tedesco e dell’associazione dei lucani di Karlsfeld continueremo in questo tour”, ha spiegatp Pasqualina Lamorte, presidente del Comitato murese che ha promosso il gemellaggio.

“E’ stato per me un piacere salutare la delegazione tedesca, portata qui grazie al lavoro del presidente dell’associazione Muro Lucano-Basilicata di Karlsfeld”, ha affermato il presidente del Consiglio regionale Francesco Mollica, che nei giorni scorsi ha salutato la delegazione. “Un lavoro – ha detto - che porta risultati in una delle materie che sono meglio rappresentate in questa terra, il turismo. Questi gemellaggi permettono infatti di far conoscere tutte le potenzialità della Basilicata, la bellezza paesaggistica e culturale, i beni archeologici, oltre a valorizzare le tradizioni enogastronomiche. Le persone che ho ascoltato e salutato sono tutte entusiaste, sono tutte tornate qui per la quarta volta, e credo che vogliano fare da cassa di risonanza in Germania per la promozione del nostro territorio”.

Mollica ha colto  l’occasione per “ringraziare le nostre associazioni, che attraverso queste iniziative ci indicano come la Regione deve continuare ad investire sulla straordinaria rete dei lucani nel mondo, non solo valorizzando i legami e le radici, ma anche promuovendo investimenti per lo sviluppo economico del territorio. L’esempio evidente sono questi viaggi continui che l’associazione di Karlsfeld svolge in Basilicata attraverso il legame positivo che si è creato con la comunità di Muro Lucano”. (Inform/dip)

 

 

 

 

Esclusa una possibile vendita dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco”

 

“…Le notizie su una possibile vendita dell’edificio che ospita l’Istituto Italiano di cultura di Monaco di Baviera sono infondate. Non vi è alcuna istruzione della Farnesina in tal senso, tanto più che la manifestazione di interesse ad acquistare l’immobile dell’Istituto, esternata da parte di un soggetto privato locale, non è stata presa in considerazione.” Lo ha dichiarato il Sottosegretario Amendola, intervenendo in Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati, sulla interrogazione di Laura Garavini, sul futuro dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco.

“Fa piacere trovare conferma nelle dichiarazioni del Sottosegretario Amendola di quanto da me recentemente sostenuto nel corso di una iniziativa pubblica, ospite del Pd di Monaco, sul fatto che il locale Istituto Italiano di Cultura non è oggetto di possibili prossime dismissioni. E’ sì vero che con le leggi di stabilità 2016 e 2017 si è previsto che il Ministero agli Esteri debba versare alle casse pubbliche diversi milioni di euro, derivanti dalla vendita di immobili demaniali dello Stato siti all’estero. Ma si tratta di edifici non piú funzionali, cioè non in uso, oppure non idonei ad ospitare i servizi offerti. Una situazione assolutamente diversa dall’Istituto Italiano di Cultura di Monaco, che presenta invece locali prestigiosi, ben collegati, centrali e funzionali sia ai corsi di italiano che alle numerose iniziative culturali offerte. I nostri Governi, Renzi e Gentiloni, sono impegnati a riaprire sedi diplomatiche e Istituti Italiani di Cultura, non a chiuderne. Se si prevedono alienazioni è solo per dismettere edifici vuoti oppure per dotarsi di locali più moderni, più idonei o più fruibili per i cittadini. Nella fattispecie, a Monaco, potrebbe eventualmente ipotizzarsi la  vendita futura della sede del Consolato Generale, ma solo nel caso in cui la nuova soluzione comportasse vantaggi non solo allo Stato, in termini di convenienza economica, ma anche ai cittadini, in termini di miglioramento dei servizi. Uno Stato insomma amico, buon padre di famiglia, che si premura di risparmiare ma al contempo di migliorare la vita dei propri cittadini.” Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, commentando la risposta del Sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, alla sua interrogazione riguardante le sedi diplomatiche italiane a Monaco di Baviera. De.it.press 31

 

 

 

 

Non è il «Quarto Reich» ma Angela faccia di più. Risponde Aldo Cazzullo

 

Caro Aldo, a lei piace la Merkel? A me no, perché i regimi cambiano ma le linee di fondo della idea egemonica tedesca restano le stesse: parafrasando Clausewitz, cosa è l’euro se non il proseguimento del sogno nazionalsocialista con altri mezzi? Giovanni Mello gianni.mello@gmail.com

 

Caro Giovanni, quello che lei chiama «sogno nazionalsocialista» era lo sterminio degli ebrei, la riduzione in schiavitù degli slavi, la sottomissione degli altri popoli europei. Non si può fare un paragone tra il Terzo Reich e la Merkel. Diverso è far notare che, in contesti ovviamente non confrontabili, la Germania è riuscita con la pace a imporre la propria egemonia economica e commerciale: uno degli obiettivi che l’avevano indotta a scatenare due guerre mondiali.

La Bundesrepublik non è il Quarto Reich, come paventava Fabrizio De André in una canzone politica sotto altri aspetti lucidissima, «La Domenica delle Salme». È una grande democrazia che ha accolto in questi anni più rifugiati di quanti siano sbarcati sulle coste italiane. Ma non ha esercitato l’egemonia in modo lungimirante. Ha un surplus commerciale enorme e pure un avanzo di bilancio; eppure rifiuta di mettere in comune almeno una porzione del debito dei partner europei. Comprensibile, ma poco saggio; perché in queste condizioni il Sud del continente non terrà mai il passo del Nord. Ora finalmente Berlino prende in considerazione gli eurobond, ma a patto di non chiamarli così, e di porre la cauta operazione sotto la tutela del governatore della Bundesbank Jens Weidmann: il successore di Mario Draghi (il cui mandato scade il 31 ottobre 2019) sarebbe così un uomo spesso critico con la politica espansiva che la Bce ha condotto in questi anni, salvando l’euro.

Avrà notato però, caro Giovanni, che sulla moneta unica pure i populisti ci stanno ripensando. Dopo che i francesi in ogni sondaggio si erano detti contrari all’uscita dall’euro, Marine Le Pen ha proposto la doppia moneta, l’euro per le transazioni internazionali e il franco per la vita quotidiana. Un piano confuso, respinto dagli elettori, ma che è rientrato nella discussione pubblica italiana: ne ha parlato pure Berlusconi, nella sua recente intervista al direttore del Foglio Claudio Cerasa. La verità è che uscire dall’euro sarebbe un salto nel buio. Ma se la Merkel vuole davvero passare alla storia come la Cancelliera che ha guidato l’Europa all’autonomia da Washington e da Mosca, dovrà mostrare una generosità e uno slancio che finora non abbiamo visto in lei. CdS 8

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

 

08.06.2017. Morte dignitosa per Riina?

Dopo la sentenza della Cassazione, divide l'ipotesi degli arresti domiciliari del boss dei boss. "È una discussione surreale perché fa finta che la mafia non sia la mafia" dice Nando Dalla Chiesa ai nostri microfoni.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riina-100.html

 

07.06.2017. Qatar isolato. Quali sono le reali ragioni dell'embargo del Qatar da parte di Arabia Saudita e altri paesi del blocco mediorientale? Ne parliamo con l'ex ambasciatore di Riad, Armando Sanguini.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/qatar-100.html

 

A scuola in Germania. Per i genitori che da poco si sono trasferiti in Germania, non è facile capire come funzioni il sistema scolastico tedesco. Per chi vive nel Nordreno-Vestfalia un piccolo aiuto arriva dall‘associazione Italia Altrove.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/scuole-germania-100.html

 

L'Europa ci ascolta?

Nel quadro di un'Europa stretta tra populismi e movimenti di rinnovamento dei valori fondamentali, dove si colloca la partecipazione dei cittadini? La proposta della politologa Patrizia Nanz, che è stata ospite nei nostri studi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/patrizia-nanz-100.html

 

06.06.2017. Rispondere al terrorismo

Dopo gli ultimi attacchi terroristici in Gran Bretagna, ancora una volta ci si chiede cosa non abbia funzionato nella macchina preventiva. Secondo l’analista Loretta Napoleoni bisogna ripartire dall’integrazione: “Questo terrorismo nasce da un senso di esclusione dei giovani musulmani”, ci ha detto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/terrorismo-londra-100.html

 

I suoni della terra. Il progetto musicale e scientifico di Emago recupera le frequenze emesse dal terreno e le trasforma in musica. Ne abbiamo parlato con il fondatore Michele Villetti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/emago-100.html

 

02.06.2017. Meridionalismo 2.0

Dal Sud arriva un nuova ondata di orgoglio meridionale. Un fenomeno estremamente variegato, difficilmente etichettabile, ma che fotografa un sentimento diffuso: il riscatto storico e politico. Abbiamo dedicato una puntata speciale al tema, di cui abbiamo parlato con Pino Aprile, tra i più seguiti meridionalisti, e con lo scrittore Alessandro Leogrande.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/meridionalismo-due-punto-zero-102.html

 

 Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-168.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

01.06.2017. Il destino dei profughi afghani

Germania divisa sui respingimenti in Afghanistan, per il momento sospsesi. Ma quanto è sicuro il paese? E qual è lo stato dei richiedenti asilo afghani in Italia. L'intervista a Christopher Hein del Consiglio italiano per i rifugiati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/afghanistan-166.html

 

Casa Italia. La storia di un ragazzo figlio di emigrati siciliani, ma nato in Germania e diviso tra due patrie. È il romanzo autobiografico di Giancarlo Liggieri, ospite in studio a Radio Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/giancarlo-liggieri-100.html

 

31.05.2017. Disoccupati fantasma

Quanti sono realmente i disoccupati in Germania? Secondo l’Agenzia federale del lavoro sarebbero 2,5 milioni. Ma dietro le statistiche si nasconde un’altra verità.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/disoccupazione-germania-100.html

 

L'Unione Europea oggi. Dodicesima e ultima puntata della nostra storia d'Europa, con uno sguardo al presente. L'organizzazione sovranazionale che ha garantito la pace in Europa dopo il secondo conflitto mondiale è in profonda crisi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-dodici-100.html

 

Giorgio Canali. Ex chitarrista di CCCP e CSI nonché produttore dei gruppi più importanti della scena alternativa italiana. Lo abbiamo raggiunto in vista del concerto di Berlino del 6 giugno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/canali-100.html

 

30.05.2017. Vinci con noi: Il Volo. Il Volo si esibirà a Düsseldorf il 15 e ad Amburgo il 16 giugno. Per la data di Düsseldorf alla Mitsubishi Electric HALLE abbiamo dei biglietti per voi che sorteggeremo tra i più fortunati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/il-volo-sorteggio-100.html

 

Elezioni anticipate a tutti i costi?

In Italia l'eventualità di elezioni anticipate a settembre potrebbe portare al rinvio dell'approvazione della legge di stabilità, con gravi rischi per l'economia del Paese. Ne abbiamo parlato con Barbara Fiammeri del Sole 24 Ore.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-legge-di-stabilita-100.html

 

Rinasce la Domus aurea. La più grandiosa opera architettonica romana è stata restaurata e ha riaperto le sue porte ai visitatori, che aiutati dalla realtà virtuale rivivono le magnificenze della corte di Nerone.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html

 

29.05.2017. La nuova Europa di Merkel

C'è un nuovo piano Merkel per l'Europa. Lo ha rivelato la Faz e in parte confermato la stessa cancelliera a Monaco. Ne parliamo con l'editorialista del Corriere della Sera, Danilo Taino.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/merkel-europa-100.html

 

L'eroe di Lampedusa. Ai nostri microfoni Pietro Bartolo il medico dell'isola che da 26 anni soccorre e accoglie i migranti. Ad Amburgo il 30 maggio presenta il suo libro sulla sua esperienza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lampedusa-bartolo-100.html

 

26.05.2017. G7 tra terrorismo e clima. Vertice tra i sette grandi. Uniti contro l'Isis, ma l'ambiente e il commercio dividono. Tensioni Usa-Germania. Da Taormina il corrispondente dell'ARD, Jan Christoph Kitzler.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/g-sette-terrorismo-clima-100.html

 

Buon compleanno Cannes!

Il festival del cinema più importante del mondo ha compiuto settant'anni. Tante celebrazioni, ma l'edizione 2017 si è rivelata poco brillante.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/festival-cannes-102.html

 

Il cielo sulla Rigaer Strasse. Giulia Baldisserri ci racconta in questo servizio come si vive nella famosa strada berlinese, tra case occupate e controlli di polizia, barricate e elicotteri, ma anche tanta solidarietà e gioia di vivere.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/cielo-sulla-rigaer-strasse-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-166.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

I prossimi appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 9 luglio, c/o Alte Bayerische Staatsbank (Kardinal-Faulhaber-Str. 1, München) Michelangelos Sixtinische Kapelle

Organizza: FUNK Partyservice GmbH & Co. KG

* fino a domenica 1 ottobre, ore 12, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt). Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de/kultur (sotto "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

* domenica 18 giugno, ore 16:00, c/o Chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana

* martedì 20 giugno, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 20 giugno, ore 16:30-18:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza C4, pianterreno (Kreuzstr. 12, Ingolstadt). Giochiamo Insieme con Sabrina e Francesco Per bambini dai 6 mesi ai tre anni, attività creative e tanto divertimento alla scoperta della lingua italiana. Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de. Organizza: Spazio Italia Ingolstadt

* martedì 20 giugno, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Gauting (Bahnhofsplatz 2, Gauting, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino" Film: "Noi 4" (Regia: Francesco Bruni, Italia 2014, 93 min.)

* mercoledì 21 giugno, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Noi 4" (Regia: Francesco Bruni, Italia 2014, 93 min.)

* da mercoledì 21 a domenica 25 giugno, ore 19:30, c/o Stadttheater Fürth, Großes Haus (Königstr. 116, Fürth) Aterballetto. Organizza: Stadttheater Fürth, in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura

* venerdì 23 giugno, ore 18:00-20:00, c/o Gasteig, Raum 3145 (Rosenheimerstr. 5, München) 2017 anno della legalità: "La chiesa e la mafia". A cura di Marinella Vicinanza. Ingresso: € 7,- Organizza: Münchner Volkshochschule

* venerdì 23 giugno, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Sala 211-212 (Schwanthalerstr. 80, München) "Nel cuore dell'Europa, fra stelle e galassie"

La storia e il lavoro di giovani ricercatori italiani a Monaco. Relatori: Dr. Barbara Michela Giuliano (Max Planck Institut für extraterrestrische Physik), Laura Morselli (Dipl. Physikerin, Excellence Cluster), Dr. Matteo Bugli (Max Planck Institut für Astrophysik). I relatori insieme ad altri ricercatori resteranno a disposizione per rispondere alle domande del pubblico. Organizza: rinascita e.V.

* venerdì 23 giugno, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* Samstag, 24. Juni, 16:00-19:00 Uhr, c/o Sprachen & Dolmetscher Institut München e V. (Baierbrunner Str. 28, München) "A 25 anni dall'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il loro lascito. 25 Jahre nach der Ermordung von Giovanni Falcone und Paolo Borsellino. Ihr Vermächtnis"

* sabato 24 giugno, ore 19:00-23:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Giro d'Italia: Sardegna". Degustazione di diversi prodotti e vini regionali. Ingresso: € 59,00. Prenotarsi con almeno una settimana d'anticipo c/o valeri.selectid.de. Organizza: Feinkost Valeri

* sabato 24 giugno, ore 20:00, c/o Seidlvilla (Nikolaipl. 1b, München)

Concierto - Schwabinger Gitarrenkonzerte 2017 con Stephan Stiens (chitarra) e Serena Chillemi (piano). Ingresso: € 15,- / 10,- Organizza: Pianistenclub e.V.

* martedì 27 giugno, ore 15:45-17:45, c/o Münchner Volkshochschule (Lindwurmstr. 127, München) Letteratura italiana: "Lodovico Ariosto: L'Orlando furioso - quarta lezione: canti VII-IX", a cura di Marinella Vicinanza

Organizza: Münchner Volkshochschule

* Donnerstag 29. Juni, 18:00-20:00 Uhr, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "A 25 anni dall'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il loro lascito. 25 Jahre nach der Ermordung von Giovanni Falcone und Paolo Borsellino. Ihr Vermächtnis". "Donne e mafia"

CC/De.it.press

 

 

 

 

A Berlino “L'Ambasciata incontra... la moda”. Il 23 giugno

 

Berlino – L'Ambasciata d'Italia a Berlino ospiterà venerdì 23 giugno alle ore 18 l'incontro intitolato “L'Ambasciata incontra... la moda” in cui cinque giovani fashionists italiani attivi a Berlino racconteranno i propri percorsi professionali e personali tra Italia, Germania e mercati internazionali. A moderare l'incontro la giornalista Maria Latella; presenterà gli ospiti l'ambasciatore Pietro Benassi.

Protagonisti Andrea Bonfini, Nicola Gomiero, Beatrice Paola Ruffini, Alessia Flavia Vitale e Ludovica Diligu.

Andrea Bonfini e Nicola Gomiero sono gli art director del brand “Fade Out Label” nato nel 2015 nel loro atelier di Berlino, per il quale creano e producono collezioni unisex ed ecosostenibili utilizzando principalmente tessuto denim riciclato. Sono stati selezionati da “Who's Next”, Parigi, e dalla piattaforma internazionale “Njal” tra i marchi di moda più interessanti del momento.

Ludovica Diligu è stilista e fondatrice del marchio Labo.art, con sede a Berlino e produzioni made in Italy: Si concentra sulla reinterpretazione creativa di tessuti naturali e tradizionali quali cotone, lana e lino. Le sue collezioni sono distribuite principalmente negli Usa, in Giappone, Corea, Russia e Europa.

Beatrice Paola Ruffini è designer, costumista e stylist, ha creato nel 2009 il brand distribuito in Europa All Off (beach/loungewear). Lavora inoltre per cinema, tv, fashion, video, eventi e advertising. Nel 2015 ha fondato Set Up Production (video produzioni).

Alessia Flavia Vitale fa le sue prime esperienze come digital artist a Berlino, creando su “SecondLife” il label Violator, con migliaia di followers e clienti. Dal 2013 è fondatrice e designer di Finerblack, specializzata in gioielli, accessori e borse e referenziata da riviste quali “Vogue” e “Glamour”.

Le loro storie testimoniano che il Made in Italy è soprattutto bellezza che si esprime attraverso la cultura, la creatività e l’eleganza. Moda e design e sono due settori dell’industria creativa che hanno reso famosa l’Italia nel mondo. Se però negli scorsi decenni la separazione delle carriere fra stilisti e designer era netta, negli ultimi anni si è affermata una reciproca contaminazione fra questi due mondi, accomunati dallo stesso obiettivo di fondo: la ricerca del bello e ben fatto, una virtuosa sintesi fra la concretezza dell’artigianato tradizionale e uno spregiudicato spirito di sperimentazione, l’ambizione di creare un prodotto che, per funzionalità e originalità, possa lasciare il segno nella cultura contemporanea. Berlino, città da sempre aperta alla sperimentazione, all’ibridazione ed al dialogo fra esperienze diverse, si propone in questo come nuova capitale europea della creazione del XXI secolo.

L’incontro - con ingresso gratuito, previa registrazione - avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti.

(Inform/de.it.press 7)

 

 

 

 

Tenuto a  Oberhausen il VI Congresso della Federazione dei Circoli sardi in Germania

 

Il VI Congresso della Federazione dei circoli sardi in Germania, che si è tenuto a Oberhausen, nel cuore dell’ex bacino minerario della Ruhr dal 2 al 4 giugno, mantenendo fede allo slogan “Uniti per il futuro”, ha eletto un Consiglio direttivo in cui al fianco della vecchia guardia c’è una folta pattuglia di giovani che dovranno essere pronti a ricevere il testimone. Gianni Manca, riconfermato presidente all’unanimità, ha accettato l’incarico a patto che entro lo scadere del mandato, tra tre anni, si celebri il nuovo congresso e si concretizzi il passaggio delle consegne.

Al Congresso hanno partecipato i presidenti e i delegati dei 12 circoli che ancora costituiscono la Federazione (ad aprile è stato costretto a chiudere i battenti lo storico circolo di Karlsruhe), più un folta rappresentanza di giovani.

Ai lavori, aperti dal saluto del presidente del circolo “Rinascita” di Oberhausen, Franco Sogus, è intervenuto il sindaco della città, K.D. Bross, che ha ricordato la lunga e fattiva collaborazione tra l’amministrazione comunale e l’associazione sarda che ha portato al gemellaggio con le città minerarie di Carbonia e Iglesias con significativi risultati sia sul piano culturale che si quello economico (impulso al turismo e alla promozione dei prodotti gastronomici dell’Isola).

Il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, ha mandato un video-messaggio riconoscendo agli emigrati e alle loro organizzazioni il ruolo di testimonial della Sardegna nel Mondo.

L’assessorato del Lavoro è stato rappresentato dalla dottoressa Franca Spiga che annunciato che entro il mese di giugno verrà pagato il saldo del 2016 a tutti i circoli.

La prima parte del congresso, dopo la relazione del presidente uscente Gianni Manca, è stata riservata agli interventi degli ospiti.

Il console generale Emilio Lolli è arrivato da Colonia per portare il suo saluto e invitare le organizzazioni dei sardi a partecipare anche alle altre iniziative.

Il vicesindaco di Carbonia, Gian Luca Lai, ha ribadito la validità del gemellaggio con Oberhausen, e il vicesindaco di Iglesias, Simone Franceschi, ha proposto un più intenso rapporto con gli enti locali per realizzare progetti comuni.

Il vicepresidente vicario della Consulta, Domenico Scala, ha messo l’accento sul fatto che bisogna ridare al “parlamentino” degli emigrati una funzione politica di stimolo e impulso e che ciò non è possibile se la Consulta si riunisce una sola volta ogni anno.

A nome delle associazioni di tutela è intervenuto Pier Paolo Cicalò, dell’ “Istituto F. Santi”, presidente della FAES, che ha rinnovato la disponibilità a lavorare insieme e a fornire la collaborazione necessaria per impostare i progetti da presentare alla regione.

Il presidente della Federazione dei circoli sardi in Francia, Francesco Laconi, e della Federazione Argentina, Marga Tavera, hanno inviato messaggi.

Il presidente dall’Associazione culturale Messaggero sardo, Gianni De Candia, ha ricordato il ruolo del giornale per mantenere unite e collegate le comunità sarde nel mondo e la sua presenza ai congressi di Oberhausen del 1988 e del 1993. Ha poi illustrato il contenuto del libro “Sardegna la grande diaspora” che racconta 40 anni di storia dell’emigrazione sarda, dalla costituzione dei primi circoli, alla nascita delle Leghe e poi delle Federazioni, i loro congressi e le tappe più significative della politica della Regione per gli emigrati sardi.

Alla ripresa dei lavori sono intervenuti parlamentare Mauro Pili e il capogruppo dei Riformatori sardi in Consiglio regionale, Attilio Dedoni. Entrambi hanno incentrato i loro interventi sulla scarsa attenzione che l’amministrazione regionale riserva ai sardi fuori dall’Isola e in particolare sulle politiche per i trasporti che penalizzano le comunità sarde emigrate.

La presidente della Fasi, Serafina Mascia, ha raccontato i problemi che devono affrontare anche i circoli sardi in Italia per i ritardi con cui arrivano i contributi regionali. Ha poi illustrato alcune dei progetti messi in campo dalla Fasi che potrebbero essere estesi anche ad altre Federazioni.

Mario Agus, presidente del circolo di Arnhem, ha descritto la situazione di crisi che ha portato alla chiusura di moti circoli e delle difficoltà che anche loro incontrano a coinvolgere i giovani.

Gianni Garbati, presidente del circolo di Madrid, ha illustrato la situazione dei sardi in Spagna, dei problemi che incontrano i nuovi flussi migratori e delle iniziative che realizza il suo circolo.

A chiudere gli interventi degli ospiti è stato Tonino Mulas, consultore e presidente emerito della Fasi, che ha denunciato la scarsa considerazione che il tema dell’emigrazione ha nella politica sarda e ha proposto di costituire un coordinamento tra i rappresentanti delle federazioni dei circoli sardi in Europa per far sentire con più forza la voce delle comunità sarde. Di questo passo, ha detto, rischiano di sparire le federazioni di Francia, Belgio e Olanda. “Non siamo figli della Regione – ha sottolineato – ma organizzazioni democratiche”.

Dopo l’insediamento della Commissione elettorale si sono succeduti gli interventi dei delegati e dei presidenti dei circoli.

Alexandra Porcu, del circolo di Berlino, ha raccontato del grande flusso dei giovani sardi che cercano lavoro nella capitale tedesca, “arrivano non solo laureati ma anche giovani senza titoli e specializzazioni che cercano un’occupazione” e spesso finiscono per lavorare nel settore della ristorazione. Questi giovani – ha aggiunto – dicono che vanno via dalla Sardegna perché nell’Isola non c’è speranza, non c’è futuro e non c’è meritocrazia”.

Il tema dei giovani, sia quelli che sono nati in emigrazione sia quelli che stanno arrivando in questi anni, e del loro coinvolgimento nei circoli è stato l’argomento centrale di tutti gli interventi. Altro tema scottante quello dei rapporti burocratici con la Regione e dei ritardi con cui arrivano i contributi che, ha ricordato Antonio Gallistu, del circolo di Stoccarda, hanno portato alla chiusura alcuni mesi fa de circolo di Karlsruhe.

Franco Sogus, presidente del circolo di Oberhausen, oltre alla questione dei giovani, ha posto l’accento sulla necessità di modificare la legge regionale 7/91.

Anche Paolo Atzori, che ha portato il saluto del presidente del circolo d Stoccarda Francesco Pistis, ha lamentato la scarsa attenzione per il ruolo dei circoli, e ha sollecitato uno sforzo per inserire i giovani anche nel Consiglio nazionale della Federazione, senza caricare sulla loro spalle responsabilità eccesive.

Al Congresso ha fatto il suo debutto la nuova presidente del circolo “Maria Carta” di Francoforte, Cristina Burger Piovera, originaria di Silanus, che guida un direttivo eletto da pochi mesi per rilanciare il circolo sardo.

Pasquale Pau, presidente del circolo di Augsburg, ha esposto le difficoltà che deve affrontare anche la sua associazione mentre Pier Luigi Sotgiu, presidente del circolo “Gennargentu” di Monaco di Baviera ha denunciato i ritardi che rischiano di portare alla chiusura anche il suo circolo e ha invitato la Federazione a censire e contattare gli emigrati sardi che sono diventati imprenditori e operano in Germania.

Stefano Ferrari del circolo di Berlino ha illustrato un’iniziativa con cui, attraverso il passa parola, hanno contattato i sardi che si trovano nella capitale tedesca riuscendo con una serie di iniziative ad avvicinarli al circolo.

Il presidente del circolo di Norimberga, Vittorio Cau, ha concluso il suo intervento con un invito a operare uniti e a fidarsi di chi ci sta vicino.

Concluso il dibattito si è proceduto prima alla elezione dei Revisori dei conti e dei Probiviri, poi dei 13 delegati con i 12 presidenti dei circoli costituiscono il Consiglio Direttivo Nazionale.

Al termine del Congresso i delegati e gli ospiti si sono spostati nella sede del circolo “Rinascita” dove c’è stata una grande festa sarda che si è protratta fino a tardi. Associazione culturale Messaggero Sardo

 

 

 

Ha avuto luogo ad Amburgo un incontro con il medico di Lampedusa, il dottor Pietro Bartolo

 

AMBURGO - Lo scorso 30 maggio alla Kuehne-Logistic University di Amburgo si è tenuto l’incontro con il medico di Lampedusa, il dottor Pietro Bartolo, che insieme alla co-autrice e nota giornalista RAI Lidia Tilotta ha reso il pubblico presente partecipe alla sua storia di medico e di uomo, presentando il libro “Lacrime di sale” edito da Mondadori nel 2016.

L'incontro, organizzato nell'ambito del festival “Theater der Welt” (Teatro del Mondo) dall'HambourFront-Literaturfestival in collaborazione con il teatro Thalia e l'Istituto Italiano di Cultuara di Amburgo, è stato moderato dal giornalista televisivo Udo Gümpel che ha curato anche la traduzione in italiano e tedesco degli interventi  degli autori e delle domande o commenti del pubblico.

Ha aperto la serata Nikolaus Hansen, direttore dell'HarbourFront-Literaturfestival che ha ringraziato Pietro Bartolo e Lidia Tilotta così come Udo Gümpel per aver accettato l'invito.

Un particolare ringraziamento è stato rivolto all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo che ha sostenuto l'iniziativa. l'addetto responsabile dell'Istituto Italiano di Cultura, Nicoletta Di Blasi  a sua volta ha ringraziato il dottor Bartolo e la dottoressa Tilotta per il loro grande impegno e l'importante lavoro da loro svolto nel sostegno ai migranti. Ha sottolineato anche l'importanza dell'ottima collaborazione con le parti coinvolte nell'evento soprattutto al fine di sviluppare nuove sinergie.

Le testimonianze di Bartolo sono state accompagnate da alcune scene del film-documentario “Fuocoammare” (2016) di Gianfranco Rosi in cui Bartolo è uno dei protagonisti, e dalle letture di alcuni brani tratti dall'edizione tedesca del suo libro e letti dall'attore Julian Greis.

Affermando di sapere fin da bambino che da grande avrebbe fatto il medico per aiutare i suoi concittadini, Pietro Bartolo racconta di aver deciso di specializzarsi in ginecologia perché impressionato fin da piccolo dai funerali dei neonati provocati dalla mancanza di questi medici sulla sua isola.

Nella sua scelta di diventare medico la sua prima idea era quella di aiutare gli abitanti di Lampedusa, non avrebbe mai immaginato di dover aiutare le persone dell’altra parte del Mediterraneo! Ma la grande umanità e l’umiltà che lo caratterizzano lo hanno reso un eroe dei nostri giorni. Bartolo ha deciso di vivere in prima persona quella che è stata definita la più grande emergenza umanitaria del nostro tempo. Ascoltando “ la legge del mare” come la definisce lui, una legge che non è scritta da nessuna parte , ma che viene insegnata  a tutti e che praticamente dice che ogni persona in pericolo in mare deve essere soccorsa e ogni vita salvata, i pescatori della piccola isola che conoscono e onorano questa regola, soccorrono da anni non solo le imbarcazioni che si trovano in difficoltà durante le battute di pesca, ma anche i barconi di migranti in pericolo che transitano nel canale di Sicilia. Bartolo da ormai più di 26 anni accoglie nel suo polimabulatorio di Lampedusa, tanti migranti che rischiano la propria vita alla ricerca di una vita migliore in Italia e in Europa, lontano dalla fame e dalle guerre e dalle violenze e sopraffazioni inimmaginabili. Bartolo viene chiamato a qualsiasi ora del giorno e della notte se ci sono degli sbarchi di migranti sull’isola. Lui e la sua squadra in questi 26 anni hanno visitato, soccorso e medicato circa 300mila persone, ma soprattutto  oltre che a curare e ad accogliere i migranti, Bartolo ascolta le loro storie.

Per questo ed anche perché non voleva che queste storie venissero dimenticate, e soprattutto dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, in cui persero la vita 368 persone, il medico di Lampedusa ha accettato la proposta di Lidia Tilotta, giornalista di Rai 3, di scrivere un libro-testimonianza, per rendere le storie di queste persone patrimonio di tutti.

Lidia Tilotta ha conosciuto Pietro Bartolo in occasione di un' intervista fattagli per “Mediterraneo”, il programma di Rai 3. In questa occasione era stata colpita dalla potenza con cui Bartolo raccontava le storie dei migranti a partire dalle foto, appese nel suo poliambulatorio, di quel tragico naufragio del 3 ottobre 2013.

Bartolo ha accettato la proposta di scrivere un libro in quanto anche convinto che la diffusione delle notizie e esperienze personali avrebbero potuto aiutare ancor di più le persone che sbarcano a Lampedusa. Come interviene Lidia Tilotta, oggi le notizie, specialmente quelle virtuali, cambiano molto in fretta. Una notizia prende subito il posto di un'altra. Per questo occorre utilizzare un metodo che funziona da sempre e cioé: raccontare le singole storie per raccontare la storia.

Inoltre Bartolo – attraverso le storie riportate nel suo libro - vuole anche combattere la cattiva informazione e il terrorismo mediatico legato alla  vicenda degli arrivi die barconi. Si esprime molto duramente nei confronti dei giornalisti che non raccontano il vero e dei politici che diffondono paura e panico, attraverso il richiamo a luoghi comuni per nulla reali, come la diffusione di malattie, il terrorismo, la diminuzione del lavoro per i cittadini europei, parlando addirittura di invasione epocale!

Durante il suo intervento ad Amburgo Bartolo racconta la procedura che viene seguita a Lampedusa prima che i migranti possano scendere dalle imbarcazioni con le quali hanno raggiunto l'isola. Il medico viene avvisato dalla Capitaneria di Porto come detto in qualsiasi momento della giornata, sale a bordo delle imbarcazioni, per accertarsi che non ci siano malattie infettive. A questo proposito il medico precisa che nei 26 anni in cui svolge questo lavoro, non ha mai riscontrato nelle persone che arrivano sui gommoni o barconi una vera malattia infettiva. Quello che riscontra spesso é la scabbia, che non é affatto una malattia così grave come riportato da alcuni media e che incute molta paura nella nostra popolazione, bensì si tratta di una patologia curabile con un semplice trattamento. A questo proposito Bartolo afferma che “lui preferisce avere la scabbia cinque volte l’anno piuttosto che avere una sola volta l’influenza, perché di influenza si può morire mentre di scabbia non è mai morto nessuno”. Le malattie riscontrate tra i migranti che sbarcano a Lampedusa sono quelle tipicamente legate alla sofferenza del viaggio: la disidratazione, l’ipotermia, le ustioni, i traumi subiti nel trasferimento da una nave all’altra, il disagio psichico.

“Per questo pretendo dai miei collaboratori che il primo approccio non sia quello sanitario, ma quello umano”, dice Bartolo. “Una volta sbarcati, mentre percorrono il molo Favaloro, basta una carezza, un sorriso, una pacca sulla spalla e il loro volto cambia. Non ci costa niente e per loro è tutto. Capiscono che sono arrivati in un paese amico, dove nessuno gli farà del male. Chiedono semplicemente un po’ di umanità e serenità e poi ti ringraziano, ti ringraziano all’infinito”.

Una malattia che invece si é diffusa specialmente con l'incremento di utilizzo di gommoni è quella ad essi legata e cioé le ustioni chimiche provocate dal contatto con miscela di benzina e acqua di mare che si accumula nei gommoni e inzuppa i vestiti di chi si trova a bordo. La sensazione, all’inizio, è quella di un piacevole calore, ma poi la pelle viene bruciata fino a provocare delle ferite molto difficili da trattare, che possono portare anche alla morte. Ad essere colpite da questa che Bartolo chiama la “malattia dei gommoni”, sono soprattutto le donne, che vengono fatte sedere al centro con i bambini in braccio per una maggiore protezione, rischiando invece la vita!

Dopo il naufragio del 3 ottobre del 2016, il governo italiano ha lanciato l’operazione Mare Nostrum, con cui ha inviato le navi della marina militare fino a venti miglia dalla Libia, per evitare altre tragedie. A novembre del 2014 sono subentrati altri paesi europei ad affiancare l'Italia in una nuova operazione guidata dall'Agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex), ma nel Mediterraneo si continua a morire. Secondo Bartolo una soluzione che metterebbe fine a queste morti ci sarebbe e cioé andare a prendere  queste persone per evitare che percorrano queste venti miglia in un modo o nell'altro, rischiando sempre la vita.

Pietro Bartolo conclude il suo intervento con un appello: “fate rumore”, dice - affinché tutti possano capire che l’arrivo di queste persone sia un fenomeno e non un problema e che ognuno di noi deve dare il proprio contributo, come i pescatori di Lampedusa che, rispettando la legge del mare, accettano tutto ciò che da esso proviene come una benedizione! (Inform 7)

 

 

 

A Mannheim la presenza di un funzionario itinerante

 

“La presenza di un funzionario itinerante, una volta al mese presso la Missione cattolica di Mannheim è una prima importante risposta ai bisogni della  nostra comunità. È un risultato significativo: un aiuto concreto per i tanti connazionali, alle prese con i disagi seguiti alla chiusura del locale Consolato. Un successo conseguito grazie alla mobilitazione della comunità e all’attenzione dell’Amministrazione ai bisogni veri della gente” Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, ringraziando a Mannheim, Francesco Cummaudo per il suo costante impegno. “Già nel corso della mia prima visita a Mannheim, ospite anche allora di Francesco Cummaudo, avevo toccato con mano le difficoltà della nostra numerosa collettività, sollecitando l’Amministrazione a misure concrete di sostegno. Oggi possiamo dirci contenti della prima significativa risposta adottata dal Consolato, alla quale seguirà prossimamente la istituzione di un Console onorario.

Con i nostri Governi, Renzi e Gentiloni – continua l’on. Garavini - abbiamo smesso di chiudere Consolati, Ambasciate ed Istituti di Cultura. Le ancora precarie condizioni delle nostre casse pubbliche ci impediscono però di ripristinare sedi diplomatiche, lá dove siano state chiuse. Ma siamo fortemente impegnati a garantire servizi ai cittadini, il più accessibili e validi possibili. Ad esempio attraverso questo prezioso servizio offerto dai funzionari itineranti”.

Dip 30

 

 

 

 

Risotto Roadshow in Germania. Oggi 12 giugno la partenza ad Amburgo

 

Amburgo. Oggi lunedi 12 giugno parte in Germania ad Amburgo il Risotto Roadshow organizzato congiuntamente da ICE Agenzia e dall’ Ente Nazionale Risi.

Lo chef stellato sudtirolese Herbert Hintner del ristorante „Zur Rose“ di Appiano realizzerà di mattina una masterclass con 25 giovani cuochi al fine di offrire informazioni sulle particolarità delle tipologie di riso italiano e illustrare suggerimenti ed accorgimenti per la preparazione di un classico risotto italiano.

La sera dello stesso giorno si terrà un evento Show Cooking durante il quale Herbert Hintner presenterà agli ospiti della stampa e del mercato un menu a base di riso con cinque portate di alta qualità tra le quali tre piatti di risotto. L’ICE e L’Ente Nazionale Risi forniranno, inoltre, informazioni attraverso una presentazione sul prodotto riso, la sua produzione, lavorazione e il commercio internazionale.

Dopo la tappa di Amburgo, i Workshops sul Risotto si terranno a Berlino (19 giugno) e  Monaco di Baviera (26 giugno).

Con circa 1,6 milioni di tonnellate, l’Italia si contraddistingue per essere il principale produttore di riso in Europa mentre la Germania con un volume di importazione di oltre 100.000 tonnellate di riso risulta essere il principale paese acquirente di questo particolare riso italiano. Ice/De.it.press                        

 

 

 

Germania guarda a Oriente Pechino partner politico

 

Allentatosi il legame con gli Usa di Trump, la cancelliera Merkel rafforza quelli con Pechino e Delhi: in tre giorni ponti politici e di affari lanciati verso 2,5 miliardi di persone - di Danilo Taino

 

Berlino. Angela Merkel sembra avere scelto un suo Pivot to Asia: come Obama da presidente, la cancelliera dà l’impressione di avere deciso che ora lo sguardo va spostato verso Oriente; verso l’Occidente di Trump la nebbia è fitta. Ieri, e l’altro ieri, ha incontrato il premier cinese Li Keqiang, in visita a Berlino prima di recarsi alla Ue a Bruxelles oggi. Sorrisi ed esclamazioni di gioia da entrambi. Due giorni prima, Merkel e il governo tedesco avevano ricevuto il presidente indiano Narendra Modi e alcuni suoi ministri. In tre giorni, ponti politici e di affari lanciati verso 2,5 miliardi di persone. Durante la conferenza stampa con Li, la cancelliera ha sostenuto che «la Cina è diventata un partner strategico più importante. Viviamo in tempi di incertezza globale e vediamo come nostra responsabilità l’espansione della nostra partnership in diverse aree e lo spingere per un ordine mondiale fondato sulla legge». Al che Li ha risposto: «Siamo entrambi pronti a contribuire alla stabilità del mondo». Partner strategici, dunque, i governi di Berlino e Pechino, soprattutto sul libero commercio internazionale, del quale sono campioni, e sull’accordo di Parigi riguardante il clima, di cui Ue e Cina discuteranno oggi: due temi sui quali le due capitali hanno differenze sostanziali con Washington. Ma anche partner in direzione di un nuovo ordine internazionale, post-americano viene da immaginare. Merkel e Li hanno anche sovrainteso alla firma di accordi commerciali nei settori auto, aviazione, intelligenza artificiale. Con un import-export bilaterale di 170 miliardi di euro, ha detto Merkel, la Cina è il partner commerciale più importante della Germania. Geo-economia e geopolitica certe volte sembrano allinearsi. Sarà ora interessante vedere se il Pivot to Asia tedesco avrà più successo di quello di Obama. CdS

 

 

 

E' italo marocchino il terzo killer di Londra. Fu bloccato a Bologna un anno fa

 

Nel marzo 2016 a Youssef Zaghba, il 22enne italo-marocchino identificato come il terzo componente del gruppo di attentatori di Londra, fu impedito di imbarcarsi dall'aeroporto di Bologna dove voleva prendere un volo per la Turchia. A quanto si apprende, il giovane è stato monitorato dalle forze dell'ordine nei giorni in cui è stato in Italia. Poi si trasferì a Londra e ne fu data segnalazione agli inglesi.

A quanto apprende l'AdnKronos, il giovane aveva passaporto italiano, essendo figlio di un'italiana e di un marocchino. Il nome proprio della madre del terrorista sarebbe Valeria, riferiscono ancora le fonti dell'AdnKronos. La donna si troverebbe a Bologna, secondo alcuni, secondo altri a Casablanca, in Marocco.

Secondo le stesse fonti, nel marzo del 2016 la madre di Zaghba - nato a Fes nel gennaio del 1995 - aveva lasciato Casablanca, trasferendosi a Castello di Serravalle, un piccolo comune della provincia di Bologna. Il padre del terrorista risulterebbe invece ancora iscritto all'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) a Casablanca. A quanto apprende l'AdnKronos, il fratello di Zaghba, Kaouthar, ha 25 anni e vive in Italia con la madre.

L'antiterrorismo ha registrato nei mesi scorsi alcuni passaggi in Italia di Zaghba. Si tratta di viaggi per brevi periodi, apprende ancora l'AdnKronos da fonti investigative, costantemente tenuti sotto stretto monitoraggio dalla Polizia di Prevenzione.

Anche il Comando antiterrorismo di Scotland Yard ha poi confermato l'identità del terzo attentatore, diffondendo una sua foto. La famiglia del 22enne è stata informata. Zaghba, riferisce Scotland Yard secondo quanto riporta la Bbc, non era una "persona di interesse" per la polizia, né per il servizio di intelligence interna MI5.

Scotland Yard ha poi annunciato un nuovo arresto nell'ambito dell'indagine. Si tratta di un 27enne arrestato stamattina poco dopo le 8 (ora locale) in un'abitazione di Barking, quartiere alla periferia est di Londra. Lo riporta la Bbc. Altre 12 persone arrestate a seguito dell'attacco sono state rilasciate.

"Non ci risulta di conoscerlo. Stiamo parlando di una comunità che conta 25mila persone circa, poi d'altra parte non tutti frequentano le sale di preghiera". E' quanto afferma all'Adnkronos il coordinatore della Comunità islamica di Bologna e segretario dell'Ucoii Yassine Lafram commentando la notizia. "Se ho capito bene non viveva qui - prosegue Lafram -. Essendo così giovane bisogna capire da quanto aveva iniziato ad approfondire il discorso religioso".

"Come comunità - continua il coordinatore - ci preme assolutamente condannare questa forma di male assoluto che questi giovani portano all'interno dell'Europa e non solo". "Tanti come lui si fanno esplodere in moschee nel mondo arabo-islamico, spazzando via tante vite di persone innocenti e lì i numeri sono molto più consistenti - ricorda -. Prima dell'attentato di Londra c'è stato un attentato a Kabul che ha portato via 80 anime".

"Noi viviamo in un contesto internazionale - prosegue Lafram - dove da un parte ci sono i portatori di un'ideologia del terrore e dall'altra parte il resto dell'umanità, persone di varie appartenenze religiose. Bisogna stare attenti anche alla narrativa politica e mediatica". "Se per colpire i terroristi si vanno a stigmatizzare le comunità islamiche che sono per la stragrande maggioranza pacifiche si fa il regalo più grande che si possa fare a questi terroristi", avverte chiedendo "unità e coesione".

"Dobbiamo richiamare tutti alla propria responsabilità - sottolinea - Noi cercare di essere più vigili e attenti rispetto a quello che succede dentro la comunità e stare attenti ai cattivi maestri mentre la politica e i mezzi di informazioni devono assumersi la propria responsabilità". "Altrimenti il rischio è che punire i cattivi andiamo a castigare i buoni - precisa - Questo è il momento dell'unità e della coesione".

"Bologna è storicamente accogliente e solidale, ha fatto della pluralità una risorsa - conclude - Come Bologna ha affrontato diverse situazioni tragiche di terrorismo di vario stampo, riuscirà a passare anche questi momenti sempre più critici". Adnkronos 6

 

 

 

La circolare della Garavini ai democratici in Europa

 

sono state appena destinate ingenti risorse alla promozione dell’economia italiana nel mondo dal Ministero dello sviluppo economico, in attuazione di atti parlamentari da me portati avanti nell’ultima Legge di Bilancio. Era dal 2010 che non si stanziava così tanto per le Camere di Commercio all’estero: quasi dieci milioni di euro. Questo vuol dire che, proprio in un momento strategico, in cui l’economia italiana sta risalendo la china, avremo più strumenti per sponsorizzare e vendere le nostre eccellenze ed i nostri prodotti all’estero. È il risultato dell’attenzione prestata dal Governo Renzi alla proiezione del sistema Paese su scala internazionale. Intanto il PIL italiano cresce più del previsto, raggiungendo livelli quasi vicini al periodo antecedente la crisi. Grazie alle politiche degli ultimi tre anni e mezzo l’Italia sta finalmente cambiando in meglio e i risultati lentamente si vedono.

 

Lunga vita all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco

Da parte del nostro Governo non c'è nessuna intenzione di vendere l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco, nè tantomeno di chiuderlo. Lo ha ribadito il Sottosegretario agli esteri, Enzo Amendola, in risposta ad un’interrogazione parlamentare da me presentata in Commissione Esteri. La sede dell’Istituto dispone di spazi adeguati, sia per l'offerta dei corsi di lingua italiana, sia per lo svolgimento di numerose attività culturali. Tanto che la sede di Monaco è una delle più brillanti all'interno della nostra rete di Istituti di cultura, nel capoluogo di una delle Regioni di maggiore rilievo della Germania. Si conferma insomma la strategia dei Governi Renzi e Gentiloni: basta alle chiusure fini a sè stesse. Solo là dove ci siano edifici non funzionali va verificato se non possano essere alienati e sostituiti con locali più efficienti, rafforzando la nostra presenza all’estero e migliorando i servizi ai cittadini. 

 

Un funzionario itinerante a Mannheim

È un successo piccolo, ma concreto. Per me e per tutti i connazionali di Mannheim. Che da qualche settimana possono contare sulla presenza di un funzionario itinerante, una volta al mese, nei locali della Missione italiana. Vuol dire che non avranno bisogno di fare centinaia di chilometri, fino a Stoccarda, per depositare le impronte digitali necessarie per il passaporto o la carta di identità e che potranno agevolmente ricevere tutte le informazioni di cui hanno bisogno, nella stessa Mannheim. Ringrazio tutti coloro che si sono mobilitati per ottenere questo bel risultato. Primo fra tutti Francesco Cummaudo, che, dopo avermi invitato a Mannheim, mesi fa, si è reso artefice di una raccolta firme tra la nostra comunità. Firme che ho poi sottoposto all'Amministrazione, la quale ha prontamente predisposto la presenza di un funzionario itinerante e l’istituzione di un Console Onorario, che seguirà a breve. Insomma risposte efficaci e veloci ai bisogni dei cittadini, grazie all'impegno comune. L’unione fa la forza. 

 

Intervenuta in aula sulla Brexit col Presidente del Consiglio 

Nelle trattative post Brexit con la Gran Bretagna l’Europa deve dare massima priorità alla tutela dei diritti dei propri cittadini. L’ho detto intervenendo in aula, apprezzando l’impegno ribadito dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha riferito al Parlamento in vista del vertice straordinario del Consiglio Europeo sulla Brexit. Impegno ancora più apprezzabile dal momento che il nostro Governo, oltre che spronare l’Europa in questo senso, sta per assumere a propria volta misure straordinarie finalizzate a ridurre le difficoltà con le quali si trovano confrontate le nostre comunità. Proprio in questi giorni, infatti, il Sottosegretario Amendola, in missione in Gran Bretagna, ha confermato l’intento del Governo di ripristinare un ufficio consolare a Manchester, come da me recentemente richiesto in una interrogazione parlamentare, dopo la mia visita al locale Comites. Ottima cosa.

 

A Ettelbrück, con la nostra comunità in Lussemburgo

Il mondo dell’associazionismo è una risorsa per le nostre comunità nel mondo. Lo verifico ogni volta in cui ho il piacere di essere ospite di organizzazioni attive e vere, a contatto con la gente. Come a Ettelbrück, in Lussemburgo, dove ho partecipato all’incontro annuale delle Acli. Le associazioni all’estero – vuoi che siano di tipo assistenziale o socio culturale, ricreative, religiose, politiche o regionali – continuano ad essere un punto di riferimento prezioso per migliaia di connazionali, sia di vecchia che di nuova emigrazione. E l’entusiasmo di chi le cura è contagioso. Mi preme per questo ringraziare tutti coloro che quotidianamente, spesso a titolo meramente gratuito, si danno da fare per tenere vivi i contatti fra il nostro Paese e gli italiani all’estero, sostenendoli nel difficile processo di integrazione nella società di residenza.

 

Al Congresso dell’Europa Union, insieme al Ministro tedesco

L’Europa sta un pochino meglio dopo gli ultimi risultati elettorali in Francia, in Olanda ed in Austria. Ma i pericoli dei populismi antieuropeisti non sono di certo svaniti. Anzi. Sono più forti che mai. Ecco perché dobbiamo essere fermi oppositori di chi piccona l’Unione Europea, ma al tempo stesso non dobbiamo avere paura di modificare le regole su cui l’Europa si è basata fino ad oggi. Perché solo cambiando ciò che non ha funzionato e puntando su politiche che prendono sul serio i bisogni dei cittadini, possiamo pensare di rilanciare l’Europa. Ecco che dobbiamo privilegiare a mio parere quattro priorità: lavoro, crescita, sicurezza e politiche migratorie comuni (qui un mio articolo pubblicato sul sito del network dei Gruppi parlamentari socialisti europei). L'ho detto nell’intervento di apertura del Congresso nazionale della Europa Union, a cui ha replicato il Ministro all’Europa tedesco Michael Roth, convenendo sull’esigenza di mettere mano anche a problemi scomodi: ad esempio il surplus commerciale della stessa Germania.

 

La Festa della Repubblica: oggi più attuale che mai 

In tempi in cui in Italia si getta costantemente fango sulle istituzioni assume particolare rilievo celebrare la festa di tutti gli italiani: la Festa della Repubblica. La Festa cioè in cui si ricorda l’anniversario del 2 giugno 1946, data in cui si tenne il Referendum attraverso il quale gli italiani scelsero la forma della Repubblica - e non della monarchia - per il nostro Paese. Uno straordinario esercizio di democrazia, al quale poterono partecipare anche le donne italiane, chiamate al voto per la prima volta in Italia. In occasione del settantunesimo anniversario ho partecipato quest’anno ai ricevimenti organizzati dalle nostre autorità a Londra, Nizza e al Principato di Monaco, incontrando le comunità locali. Fa effetto vedere come all’estero il legame con le proprie istituzioni sia ancora più sentito di quanto non lo sia in Italia. Viva gli italiani all’estero, viva l’Italia, viva la Repubblica. Laura Garavini, de.it.press 5

 

 

 

 

 

Nuova rappresentatività

 

I milioni di Connazionali che vivono all’estero stanno fornendo prova di maggiori segni d’interesse al probabile varo di una nuova legge elettorale. Da quanto abbiamo potuto intendere, desiderano ragionare con la loro testa ed essere più partecipi alle decisioni che li potrebbero interessare anche fuori  dal Bel Paese.

 La questione della rappresentatività è quella che maggiormente ha evidenziato l’attenzione. La Legge 27.12.2001 n. 459, quella del voto politico per corrispondenza per i Candidati nella Circoscrizione Estera, è stata partorita da un Parlamento che aveva limitata percezione nel variegato ambito migratorio. Poi, non è stata più rivisitata.

 

A circa sedici anni dall’entrata in vigore di questa normativa, gli “Onorevoli” eletti dall’estero non hanno fatto nulla per aggiornare una legge che ne avrebbe bisogno. Per far comprendere che si può cambiare, le iniziative, però, hanno da svilupparsi anche fuori d’Italia. Non ci sembra il caso d’aggiungere commenti personali. Servirebbero a poco.

 

 Chi vive oltre frontiera è nelle condizioni di decidere, in modo più consono, del suo futuro nella Penisola d’origine. Proprio su queste basi, che riteniamo fondamentali, intendiamo monitorare lo status degli italiani nel mondo.

Del resto, l’Italia delle “riforme” inizia a pesare pure nei confronti dei Connazionali all’estero. Ora la Penisola non ha bisogno di nuovi sacrifici proiettati in un’ottica che ben poco andrebbe a migliorare la realtà nazionale. Gli italiani nel mondo hanno da essere considerati in una posizione più internazionale dei problemi che li coinvolgono.

 

 Se si dovesse continuare a non dare l’importanza che merita la nostra Comunità all’estero, si potrebbe verificare quell’effetto “boomerang” che i politici hanno, da sempre, temuto. Le nuove tattiche anche elettorali, a nostro avviso, dovrebbero essere programmate pure col contributo di chi vive fuori d’Italia. Essere più “partecipi” significa evidenziare una rappresentatività ancora troppo circoscritta. Un avviso che abbiamo capito e del quale faremo tesoro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

May va avanti: "Farò nuovo governo"

 

Il partito conservatore della premier Theresa May ha vinto le elezioni ma non è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta in Parlamento, necessaria a governare il Paese.

Su 650 circoscrizioni, ai Conservatori sono andati 318 seggi, contro i 326 necessari a conservare la maggioranza assoluta. Il partito Laburista ha ottenuto un totale di 262 seggi (+30), 35 lo Scottish National Party, 12 i Liberaldemocratici, 10 il Democratic Unionist party, 7 il Sinn Fein, Plaid Cymru se ne aggiudica 4e il Green Party 1.

Resta da stabilire chi ha vinto nel collegio elettorale londinese di Kensington, dove il conteggio è da rifare, come riferisce Iain Watson, political correspondent della Bbc. L'emittente britannica poco fa aveva diffuso la notizia che il seggio era stato conquistato dai Laburisti. Il nuovo conteggio dovrebbe iniziare alle 18 (le 19 in Italia).

MAY - La premier conservatrice ha deciso di andare avanti e, insieme al Democratic Unionist Party, formerà un nuovo governo. In questo modo la May ottiene una maggioranza di 328 seggi, appena 2 oltre la soglia minima dei 326.

"Ora formerò un governo", ha detto la premier dopo l'incontro con la Regina, spiegando che il suo partito conservatore e gli unionisti nordirlandesi del Dup lavoreranno assieme avendo "avuto una stretta relazione negli ultimi anni". Un governo che darà "certezze", manterrà il paese "sicuro" e guiderà il processo verso la Brexit, ha aggiunto.

Le elezioni anticipate volute dalla premier Theresa May si erano concluse con un parlamento sospeso, in quanto nessuna parte era stata in grado di ottenere i 326 posti necessari per la maggioranza assoluta in Parlamento.

Che succede ora?

Il maggiore partito nordirlandese ha motivato la decisione di formare una coalizione con i Tories con la necessità di impedire al leader laburista Jeremy Corbyn di diventare il nuovo primo ministro.

Dal canto suo il leader dei Laburisti Jeremy Corbyn aveva chiesto che la premier May si dimettesse: "Ha perso seggi, ha perso voti, ha perso sostegno e fiducia. Tutto ciò è sufficiente per lasciare il posto a un governo veramente rappresentativo". Noi, ha aggiunto, "siamo pronti a servire il nostro paese". Per Corbyn i negoziati sulla Brexit dovranno proseguire e la decisione di ritardarli non dipende dai britannici. "La nostra posizione è chiara, vogliamo una Brexit che metta l'occupazione al primo posto".

Affluenza record - Affluenza record nel Regno Unito per le elezioni politiche: a votare è stato il 68,7% degli aventi diritto, il 2,6% in più rispetto al 2015 e la percentuale più alta registrata dalle elezioni politiche del 1997. In tutto 46.9 milioni di elettori si erano registrati per prendere parte al voto di ieri, mezzo milione in più rispetto ai 46,4 milioni delle elezioni del 2015. L'affluenza ai seggi negli ultimi anni è progressivamente aumentata rispetto al calo registrato all'inizio degli anni 2000. Ecco i dati dell'affluenza delle ultime elezioni politiche: 2015, 66.2%; 2010, 65.1%; 2005, 61.4%; 2001, 59.4%; 1997, 71.4%. Nel Dopoguerra, le elezioni politiche con la più alta affluenza furono quelle del 1950, con l'83.9%. In quell'occasione vinsero i Laburisti di Clement Attlee, sconfiggendo i Tories guidati da Winston Churchill. Adnkronos 9

 

 

 

 

Questione ineludibile. Ue: proposte concrete per identità europea

 

L’auspicio generale è che l’elezione alla presidenza francese di Emmanuel Macron e l’esito delle elezioni tedesche in settembre permettano di rilanciare il processo di integrazione europea.

 

Il dibattito oscilla essenzialmente tra due orientamenti: da un lato l’idea di un nucleo di Stati membri dell’Unione europea che darebbe il via a un’integrazione stretta o proto-federale, anche in termini di maggiore democraticità della struttura istituzionale (l’Europa a più velocità o a cerchi concentrici); dall’altro un approccio minimalista, fondato sull’Europa dei piccoli passi dedicata alla risoluzione di problemi concreti.

 

La questione dell’identità europea è comunque ineludibile: il rafforzamento del sentimento di appartenenza a una comunità sovranazionale e di adesione al suo progetto resta cruciale e non può essere ottenuto con le sole riforme istituzionali. Del resto, la Storia ha mostrato in più casi (compreso quello italiano) che si tratta di questioni distinte: dopo che il processo di unificazione dell’Italia fu completato, occorse - per richiamare la nota affermazione di d’Azeglio - “fare gli italiani”, sfida non meno impegnativa.

 

Fornire la base di sostegno popolare

Le riforme e l’opera pedagogica sulla concreta utilità dell’Europa sono indispensabili ma poggiano sulla sabbia, poiché siamo alle prese con una profonda disaffezione nei confronti sia dell’idea di integrazione che delle istituzioni che la incarnano, aggravata dai dissensi tra i Paesi membri.

 

Vari fattori vi hanno contribuito (la lunga crisi economica, ma non solo). In ogni caso, le spinte anti-europee sono probabilmente facilitate da una debolezza di fondo, ovvero il fatto che non si è ancora formata un’autentica identità comune. E a sessant’anni di distanza dall’adozione dei Trattati di Roma è giocoforza constatare che, per quanto siano state e restino importantissime, né le riforme istituzionali, né la progressiva armonizzazione giuridica, né l’integrazione economico-finanziaria sono state di per sé in grado di forgiarla.

 

Peraltro, un serio processo di costruzione dell’identità europea è indispensabile anche per fornire la base di sostegno popolare senza la quale le pur imprescindibili riforme istituzionali non avrebbero successo nel lungo termine (o forse non sarebbero neppure possibili).

 

In effetti, gli europei che conoscono l’Europa e che si sentono “a casa” anche fuori dal loro Paese rappresentano tuttora una minoranza, per quanto certamente più consistente rispetto al passato. L’attaccamento della maggior parte degli europei va ancora soprattutto alle patrie nazionali.

 

La diversità come elemento identitario

Naturalmente non c’è nulla di più difficile che cercare di favorire la nascita di un’identità collettiva. Inoltre, un tentativo del genere deve tener conto delle caratteristiche specifiche del contesto cui si riferisce e non può seguire criteri univoci.

 

Nel caso europeo, in particolare, non si può mettere in discussione una caratteristica fondamentale, essa stessa forte elemento identitario, ovvero la diversità. Due vie percorse in passato sono quindi parimenti inadeguate: un’identità astratta, imposta dall’alto o costruita a tavolino, o peggio il tentativo di imporre l’egemonia di un particolare modello nazionale (e per carità di patria - europea - tralascio i vari possibili esempi).

 

Attualmente il tentativo di promuovere un’identità europea assomiglia molto alla prima via (si pensi ad esempio al generico richiamo alle “comuni radici culturali”), pur senza il carattere dell’imposizione. Occorre dunque individuare delle modalità capaci di coinvolgere le platee nazionali e di innescare autentici sentimenti di comunanza.

 

Tre proposte concrete. Provo a formulare tre proposte concrete (lasciando volutamente da parte la questione della lingua):

 

1) Com’è noto, la festa dell’Europa si celebra il 9 maggio, data che ricorda la Dichiarazione Schuman. Questa, così com’è, finisce con l’essere una delle tante ricorrenze secondarie sul calendario. Il 9 maggio può anche restare la festa dell’Europa, ma, primo e come minimo, deve diventare un giorno festivo; secondo, la ricorrenza può anche ispirarsi simbolicamente alla Dichiarazione Schuman, ma dovrebbe essere finalizzata soprattutto a promuovere una memoria collettiva imperniata su quei periodi storici cruciali che - nel bene e nel male - hanno forgiato la moderna coscienza europea, la quale contraddistingue (e identifica nel mondo) l’Europa e la sua visione.

Fra questi, l’illuminismo e i diritti umani, le rivoluzioni liberali, l’abolizione della schiavitù, la nascita dell’ambientalismo e ovviamente le due guerre mondiali e la loro catarsi, ovvero la pace. Si tratta di passaggi storici capaci di “parlare” a tutti gli europei: così all’illuminismo contribuirono filosofi di lingua francese ma anche Beccaria; a difesa degli ideali progressisti di metà ottocento migliaia di volontari europei andarono a battersi in Paesi diversi dal loro; alla nascita dell’ambientalismo contribuirono in modo significativo gli scandinavi ma anche il tedesco von Humboldt, che ne fu l’antesignano, oltreché grande umanista (durissimo contro la schiavitù e il razzismo).

 

2) Un altro ingrediente fondamentale è la conoscenza reciproca. Naturalmente i giovani sono il primo obiettivo, ma l’Erasmus ne coinvolge tuttora solo una porzione ridotta. Un Erasmus per le scuole (proposto da Macron) sarebbe una buona idea, ma avrebbe comunque una portata limitata. In realtà, sarebbe particolarmente utile se gli europei condividessero esperienze significative non solo sul piano personale. In passato alcuni Paesi avevano utilizzato la leva obbligatoria proprio a questo scopo. Per l’Europa di oggi questa via non è ovviamente percorribile. Resta dunque la possibilità di un servizio civile europeo, adeguatamente incentivato.

 

3) Gli stereotipi negativi, di cui si nutrono i discorsi di superiorità e di dileggio nei confronti di altre nazionalità europee, nuocciono considerevolmente allo sviluppo di sentimenti di comunanza. Conoscersi e condividere esperienze significative aiuterebbe naturalmente a superarli. Essi, tuttavia, non nascono solo dall’ignoranza, emergono anche nel linguaggio pubblico e dei media e vanno comunque contrastati.

 

È sorprendente che nei trattati non sia ancora inscritto un principio di rispetto per tutte le nazionalità che compongono il mosaico dell’Unione europea (principio di rispetto che figura invece - due volte - nella Costituzione svizzera). Questa lacuna potrebbe essere facilmente colmata. Inoltre sin da ora potrebbero essere avviati programmi specificamente dedicati alla lotta contro gli stereotipi negativi generalizzanti ai danni delle nazionalità europee, analogamente a quanto si fa già con riferimento al discorso d’odio e al razzismo in generale o ancora al linguaggio sessista.

 

Un’avanguardia unita da una Festa comune

Forse l’avanguardia di Paesi membri di cui tanto si parla potrebbe formarsi, indipendentemente dal cantiere istituzionale, proprio intorno a queste misure, a cominciare specialmente dalla prima.

 

Per tale “plotone di testa” il 9 maggio diventerebbe festivo e potrebbe peraltro assorbire, là dove esistono, le feste nazionali che attualmente celebrano la fine della prima o della seconda guerra mondiale (il 25 aprile in Italia, l’8 maggio in Francia e così via): questo non solo per evitare ricadute negative in termini di produttività, ma anche per cominciare a ricordare insieme (anziché separatamente) che la costruzione europea e i valori fondamentali che ne sono il collante sono il frutto, pagato a carissimo prezzo, dell’immane tragedia di due guerre che furono mondiali ma innanzitutto europee e fratricide. Senza quel patrimonio di memoria e di valori gli europei, semplicemente, non sarebbero quello che sono oggi.  Antonio Bultrini, AffInt 6

 

 

 

 

La fine del secolo americano

 

L'annuncio del ritiro dall'accordo di Parigi sul clima arriva proprio cento anni dopo l'adesione degli Usa alla Prima guerra mondiale: è il segnale che Trump ha fatto abdicare l'America dal ruolo di perno del pianeta - di Vittorio Zucconi

 

Il "secolo americano" è finito con Donald Trump. Sono trascorsi, in una coincidenza potentemente simbolica, cento anni dal 6 aprile del 1917, il giorno in cui gli Stati Uniti d'America furono trascinati, molto recalcitranti, in quella "inutile strage" che fu la Prima guerra mondiale. Dai conflitti europei e poi mondiali, gli Usa non sarebbero più usciti, arrivando, prima attraverso guerre roventi e poi guerre fredde, a plasmare un ordine mondiale che fino all'annuncio del ritiro dall'accordo di Parigi sul clima, li aveva visti, vittoriosi o sconfitti, nella ragione o nel torto, sempre nel ruolo di perno.

 

A questa posizione, il più provinciale, e il meno preparato, degli uomini eletti da Woodrow Wilson a Barack Obama, Donald Trump, ha deliberatamente rinuciato, arrivando a raccontare l'America come la vittima di un sinistro complotto internazionale per defraudarla con il pretesto della difesa ambientale e addirittura come lo zimbello "che ha fatto ridere di noi". Ma nessuno ha mai "riso" dell'America. Se nel mondo si ride, si ride di Trump, non dell'America.

 

Ma il senso di questo annuncio, che non cambierà molto perché tutte le principali corporation americane, da Microsoft alla General Elelectrica, dalla Exxon alla Disney hanno già annunciato che continueranno nella loro scelta "verde" (persino i petrolieri, che tutto vogliono meno che assistere al ritorno della concorrenza del carbone) non è ecologico. È politico.

 

È il segnale che l'America ha abdicato, con Trump, all trono che essa stessa si era costruita nel secolo cominciato quel giorno di aprile del 1917, quando il Senato votò la dichiarazione di guerra alla Germania imperiale.Che è tornata a essere un attore in cerca di ruolo, non più il regista, un piccolo Paese con un formidabile forza armata, una piagnucolosa, vittimista e paraonica nazione che si vede assediata da nemici decisi ad "approfittare" di lei, come lamenta Trump con il tono del bottegaio che protesta per la concorrenza sleale del negozio accanto.

 

Chi e che cosa - se una singola nazione o un concerto di nazioni meno stonato della Unione Europea - salirà sul trono lasciato vacante dal superpalazzzinario di Queens, se comunque il secolo americano sarebbbe finito nell'emergere di altre potenze inimmaginabili

appena qualche decennio fa, come Cina o India. Ma qualcosa sappiamo: non ci sarebbe nessuna Festa della Repubblica, il 2 giugno in Italia, se nel 1943, come nel 1917, le truppe americane con i loro Alleati, non fossero sbarcate in Sicilia per demolire la monarchia e il fascismo. LR 2

 

 

 

 

 

Trump e l’Europa. G7 e Nato, un drammatico ‘wake up call’

 

Che non ci fosse una speciale sintonia tra il nuovo presidente americano e l’Europa era cosa nota. La distanza di posizioni e sensibilità era emersa con chiarezza fin dalla campagna elettorale di Trump candidato, e poi a seguito delle prime decisioni di Trump presidente.

 

Ruolo degli Usa nel mondo, le varie declinazioni del principio “America first”, la sfiducia nella Nato, il rapporto con la Russia, il disimpegno rispetto al ruolo delle istituzioni multilaterali, la diffidenza se non addirittura l’ostilità nei confronti dell’Unione europea, le posizioni espresse in materia di migrazioni, di commercio internazionale, di clima e energia, erano emersi fin dall’inizio come altrettanti fattori di divergenza tra il nuovo presidente Usa e gli europei.

 

In Europa si era poi sperato che il sistema dei “checks and balances” previsto dalla Costituzione americana, la pratica di governo, un’auspicata presa di coscienza delle complessità del quadro internazionale, e il ruolo di alcuni collaboratori più esperti di affari internazionali, avrebbero contribuito a ridimensionare un programma di governo probabilmente coerente con le aspettative degli elettori di Trump, ma francamente destabilizzante rispetto a un partenariato transatlantico che si era finora basato su valori e obiettivi condivisi.

 

La prima missione internazionale del nuovo presidente

Poi è arrivata la prima missione internazionale del presidente americano,per la quale vi erano grandi aspettative in Europa e nel Mondo. Così abbiamo potuto registrare che a Riad Trump ha ribaltato l’agenda del suo predecessore e ha puntato sull’obiettivo di un asse preferenziale con l’Arabia Saudita e con i Governi del mondo arabo sunnita per una grande alleanza contro il terrorismo di matrice islamica e in funzione di contenimento dell’Iran.

 

E abbiamo potuto constatare che a Gerusalemme Trump ha confermato il rapporto strategico con Israele; e ha manifestato solo un generico interesse per l’obiettivo della pace fra israeliani e palestinesi (ma senza assumere impegni per un coinvolgimento diretto degli Usa nel negoziato e senza menzionare la precondizione dei due Stati).

 

Ma è stato a Bruxelles e poi a Taormina che Trump ha lanciato il messaggio più chiaro ai suoi partner e alleati europei. Al Vertice Nato Trump ha evitato accuratamente ogni riferimento all’impegno americano in materia di difesa collettiva (il noto Articolo V del Trattato, che costituisce il fondamento e la motivazione originaria dell’Alleanza atlantica); ha ottenuto (senza troppe difficoltà, ma anche con poche implicazioni operative) un coinvolgimento della Nato nel contrasto del terrorismo; ma ha soprattutto messo in mora gli alleati europei, sollecitando assai bruscamente una loro accresciuta partecipazione alle spese dell’Alleanza e un aumento dei bilanci della difesa.

 

Taormina, uno dei Vertici più difficili di sempre

E poi a Taormina, in quello che è stato definito come uno dei Vertici G7 più difficili di sempre, si è potuta ancor meglio misurare la distanza che separa il presidente americano dagli europei (per una volta uniti e solidali, con l’eccezione della May in piena campagna elettorale e con una agenda politica tutta concentrata sulla Brexit).

 

A Taormina abbiamo non solo registrato la percepibile insofferenza di Trump per i rituali di un vertice multilaterale, e abbiamo potuto assistere alle varie scortesie istituzionali regolarmente sottolineate dalla stampa internazionale (tra cui la decisione clamorosa di evitare la consueta conferenza stampa a conclusione dei lavori del Vertice per andare a pronunciare un discorso di fronte alla truppe americane di stanza a Sigonella).

 

Ma soprattutto a Taormina si è avuta la netta impressione, malgrado il generoso tentativo del comunicato finale del Vertice di mascherare le differenze in un linguaggio diplomatico e apparentemente consensuale, che Trump abbia voluto cogliere l’occasione del primo incontro collegiale con i leader dell’Occidente per riaffermare le proprie posizioni di principio, contestare i meriti della concertazione e cooperazione in un quadro multilaterale e marcare le differenze,soprattutto rispetto agli europei, in particolare su gestione dei flussi migratori, commercio internazionale e contrasto del cambiamento climatico.

 

In sintesi a Taormina si è assistito ad un drammatico “wake up call” per gli europei, che d’ora in poi saranno consapevoli di dover affrontare senza il sostegno americano molti dossier di prioritario interesse: dalla difesa alle migrazioni, dal cambiamento climatico al commercio internazionale.

 

Ed è questo il senso delle dure parole, pronunciate, all’indomani di Taormina, dalla cancelliera tedesca Merkel, che per prima ha avuto il coraggio di prendere pubblicamente atto della nuova situazione (“sono finiti i tempi in cui potevamo fare affidamento sugli altri”) e ha chiamato gli europei “a prendere il loro destino nelle loro mani”, mostrando di avere colto il senso di quanto emerso al G7 e di trarne le necessarie conseguenze.

 

Una straordinaria finestra d’opportunità

Nell’ottica di una ripresa di iniziativa politica da parte dell’Europa e degli europei, la Merkel ci ha però anchevoluto ricordare che la Brexit prima e ora Trump possono offrirci una straordinaria finestra di opportunità per una rilancio del progetto europeo.

 

Sviluppi e nuovi impegni nel campo della sicurezza e di una dimensione europea di difesa, completamento della governance dell’Euro, un nuovo governo dell’economia, e politiche migratorie più efficaci e solidali, dovrebbero essere i settori su cui andare rapidamente a testare la volontà e la determinazione degli europei di “riprendere in mano il loro destino”.

 

E tutto questo beninteso non nella prospettiva di una contrapposizione frontale con gli Usa di Trump, di cui l’Europa comunque non potrà fare a meno. Ma in un’ottica di maggiore autonomia e di maggiore responsabilità dell’Europa e degli europei rispetto al tradizionale alleato e partner.

 

Certo si dovrà essere consapevoli che se non si riuscirà a procedere a 27 si dovrà essere pronti ad avviare iniziative a partecipazione variabile, sulla base del metodo delle integrazioni differenziate. E si dovrà ugualmente essere consapevoli che per procedere su questa strada la volontà politica costituirà una condizione necessaria ma non sufficiente; ma che sarà necessario anche soddisfare vari requisiti e precondizioni.

 

Francia e Germania sembrano pronte a raccogliere la sfida. C’è da sperare che anche l’Italia saprà fare la sua parte, non limitandosi a seguire iniziative di altri, ma partecipando da protagonista con idee e proposte. Un obiettivo che presupporrebbe peraltro un minimo di stabilità del quadro politico.

Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 30

 

 

 

 

“Lo dite voi ai ragazzi di Manchester?“ Gli sponsor del terrorismo

 

“Lo dite voi ai ragazzi di Manchester che siamo amici degli sponsor dell’ISIS?”: è questa la domanda posta dal giornalista Fulvio Scaglione, non un pericoloso estremista, ma un pubblicista che è stato per 16 anni, dal 2000 al 2016, il vice direttore di “Famiglia Cristiana”.

La domanda di Scaglione non si deve riferire solo al fatto incontestabile che noi, paesi europei e nordatlantici, siamo alleati con le orribili monarchie del Golfo Arabico: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Uniti, Kuwait, Bahrein, finanziatori attraverso decine migliaia di moschee radicali ed “opere caritatevoli” del peggior integralismo islamico, e organizzatori e sostenitori con soldi ed armi di tutti i gruppi terroristi jihadisti.  Non si deve riferire solo al fatto che forniamo a questi paesi (all’Arabia Saudita in particolare) enormi quantità di armi come testimoniato dagli accordi di fornitura Italia-Sauditi e dall’ultima gigantesca fornitura degli Stati Uniti ai Sauditi, di cui si servono per le loro aggressioni dirette o indirette a stati sovrani non allineati come lo Yemen o la Siria.

In realtà il gioco di finanziare ed organizzare estremisti islamici fanatici per colpire gli stati indipendenti, socialisti, o comunque scomodi perché non si piegavano al gioco imperialista e neo-colonialista, risale almeno agli anni ’70 del secolo scorso, quando gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, il Pakistan e altri alleati formarono l’organizzazione Al Qaida, diretta da Bin Laden, e finanziarono ed armarono i più retrivi, misogini, feudali signori della guerra, i più feroci mercenari accorsi da tutto il mondo islamico, e gruppi di fanatici locali per scacciare il governo comunista e far cadere in una trappola mortale i suoi alleati Sovietici.

I fanatici islamici ed i soliti mercenari accorsi da vari paesi servirono anche negli anni ’90 per spazzare via i resti della Jugoslavia socialista, prima con la guerra di Bosnia, poi con quella del Kossovo, entrambe finite con interventi diretti della NATO, e con la partecipazione diretta anche dell’Italia.

I miliziani musulmani bosniaci e kossovari furono fatti passare per vittime dei cattivi Serbi. La propaganda occidentale non ha mai detto la verità su episodi chiave come la presunta strage di Serbenica (ovvero “la città dei Serbi”, chiamata sempre Srebrenica sui giornali nostrani), su cui non vi sono prove ma solo racconti di parte, mentre ha sempre ignorato i dossier (editi da Zambon o dalla Città del Sole) che documentano le stragi compiute nella zona dai fanatici musulmani a danno dei civili serbi (3500 morti civili accertati). Non viene mai ricordata la “fake news” della falsa strage di Racak che fornì la scusa per la liquidazione finale dei resti della Jugoslavia nel 1999, con il plauso diretto di D’Alema.

Anche la rivolta della Cecenia fu in gran parte diretta ed attuata da fanatici musulmani integralisti, opportunamente sostenuti dall’esterno da paesi islamici sunniti e organizzazioni occidentali, per mettere in difficoltà la Russia.

Le organizzazioni estremiste della Libia, come Ansar Al Sharia a Bengasi o le feroci milizie di Misurata legate ai Fratelli Musulmani ed armate dal Qatar e dalla Turchia di Erdogan, servirono come truppe di terra per appoggiare l’attacco della NATO che distrusse il paese. Non è un caso che il “kamikaze” di Manchester era stato a capo di una di queste milizie di fanatici che odiavano il governo laico di Gheddafi, e che molti dei suoi parenti siano membri di formazioni estremiste.

Il nome del “kamikaze”, i suoi liberi spostamenti dall’Inghilterra alla Libia, alle zone occupate dall’ISIS in Siria, alla Turchia, erano note alle polizie di mezzo mondo (occidentale), ma nessuno è intervenuto.

Inutile ricordare i continui finanziamenti e le forniture di armi a tutte le formazioni armate estremiste che cercano di destabilizzare il governo laico socialista siriano, come Daish, Al Qaida, Jaish Al Islam, Achrar Al Sham, e centinaia di altre milizie mercenarie e fanatiche in gran parte formate da Turcmeni, Uzbechi, Uiguri, Tunisini, Libici, Sauditi e gruppi militanti che sono stati fatti uscire liberamente dall’Europa e sono stati addestrati in Turchia o Giordania.

Ma a questo punto bisogna sottolineare un altro cinico uso che l’Occidente imperialista e neo-colonialista fa di questi terroristi, sfruttando anche gli attentati (non ostacolati), o addirittura i falsi attentati che avvengono sistematicamente in Occidente, a partire dalla “madre di tutti gli attentati” , quello delle Torri Gemelle che permise di scatenare la “guerra al terrore”, l’invasione dell’Afghanistan e la distruzione dell’Iraq baathista.

Oggi, con la scusa di combattere Daish, che per anni si è esteso in Siria ed Iraq con gli Occidentali che facevano finta di combatterlo (in alleanza con Turchia ed Arabia Saudita, cioè insieme ai principali finanziatori di Daish!), Gli Statunitensi, i Turchi, ed ultimamente anche gli Inglesi provenienti dalla Giordania, hanno invaso zone della Siria. Nel nord gli USA hanno impiantato le loro basi con l’aiuto dei Curdi, che nel loro cieco nazionalismo sono disponibili ad allearsi anche col diavolo (che li scaricherà quando non serviranno più). Le difese siriane di Deir Es Zor, città assediata da 4 anni da Daish, sono state bombardate “per sbaglio” da aerei USA, australiani e danesi. Non per sbaglio, ma in seguito ad una manifesta provocazione di Al Qaida che si dichiarava vittima di un attacco chimico, è stato bombardato il più importante aeroporto del centro della Siria da cui partivano le missioni aeree che colpivano Al Qaida. Oggi si sta verificando un fatto gravissimo che ha avuto scarsa eco sui mass media, ma che è gravido delle peggiori conseguenze.

L’esercito siriano e le milizie filo-governative irachene stavano convergendo sul punto di frontiera strategico di Al Tanf, posto all’incrocio tra le frontiere di Iraq, Siria e Giordania, da dove passavano rifornimenti per Daish attraverso il deserto. Truppe inglesi e statunitensi hanno occupato la zona, insieme a mercenari locali definiti Syria Democratic Forces ed aerei statunitensi hanno bombardato sia le truppe siriane che quelle irachene avanzanti “perché costituivano una minaccia ai soldati statunitensi”.

La Russia ha protestato (blandamente) dicendo che nessuno avrebbe minacciato i soldati USA se fossero rimasti a casa e non avessero apertamente violato il diritto internazionale.

Ora, capiamo sempre meglio perché nessuno ferma i “kamikaze” di Manchester e continua a fornire armi ai loro finanziatori.  Vincenzo Brandi

 

 

 

 

Presidenza italiana. G7: dietro le quinte del Vertice di Taormina

 

“Dovrei arrivare in zona rossa perché devo dare da mangiare ai cani”. “Io ho le galline”. “Ma non posso andare a trovare mia madre al cimitero?”. Esigenze quotidiane, ordinarie, legittime, che, a causa della visita dei Sette Grandi, a Taormina sono diventate straordinarie.

 

Un’idea pazzesca e le sue alternative

L’idea d’ospitare in una piccola e stupenda località come quella siciliana il Vertice del G7 era sembrata pazzesca fin dall’inizio. “Non potevano metterli tutti su una nave militare al largo e poi li portavano una sera a passeggio e a vedere un concerto al Teatro Greco?”. Come dare torto ai tanti residenti della città messinese?, ai tanti che non risiedono sulla rocca ma ci vanno per lavoro? I disagi subiti per la chiusura totale a causa del G7 sono stati notevoli.

 

L’apparato di sicurezza è stato enorme. Gli attacchi terroristici degli ultimi mesi hanno ovviamente innalzato l’asticella di una situazione già di per sé considerata critica per la presenza annunciata dei cortei antagonisti, cui è stato riservato il lungomare di Giardini Naxos. E anche qui chiusure, saracinesche abbassate, protezioni alle vetrine e alle finestre.

 

L’apparato di sicurezza enorme

Per almeno una settimana off limits a tutti, Taormina è stata militarizzata, con diverse migliaia di rappresentanti delle forze dell’ordine, tutte, dai carabinieri alla polizia, dall’esercito alla finanza. Elicotteri, pattuglie marine, navi militari. Dovunque uomini in divisa con armi in pugno, dovunque controlli non solo con scanner, ma anche con strumenti mobili che verificavano validità di badge e di targhe, sin dall’uscita dell’autostrada.

 

Salendo verso Taormina, ogni cento metri c’era una camionetta, un mezzo delle forze dell’ordine. Gli elicotteri hanno costantemente sorvolato. E sicuramente sulle colline circostanti c’erano grossi apparati di ascolto, come pure di controllo sulla rete, che ha anche subito un attacco ben arginato.

 

Il gioco valeva la candela?

L’apparato è stato enorme, lo sforzo sia di persone che economico da parte degli organizzatori pure, per un Vertice che, alla fine, se si dovessero fare due conti, è costato parecchio con l’unico risultato concreto di avere messo per la prima volta a tu per tu davanti a un tavolo sei Grandi a prendere atto dei “no” americani.

 

Alberghi requisiti, prezzi alle stelle: in alcune strutture sono passati da 90 a 350 euro a notte in occasione del Vertice. Anche i costi dei ristoranti, così come di tutti i materiali che servivano per allestire, sono schizzati alle stelle, senza contare le difficoltà logistiche di Taormina: qualsiasi spedizione per arrivare nella cittadina messinese prendeva più tempo del solito; l’aeroporto non è così vicino e i voli non così frequenti; la distanza da tutto e la difficoltà di muoversi con mezzi, sia piccoli che grandi (data la conformazione della splendida cittadina), è stata notevole.

 

La capacità di gestire l’emergenza

Ma allora perché Taormina? Certamente per la sua bellezza. Altra motivazione non troviamo. In Sicilia (partendo dal presupposto che qui si doveva fare il G7 per dare un forte segnale in chiave immigrazione), ci sono sicuramente luoghi altrettanto affascinanti ma di più semplice gestione logistica. Qui strade piccole, residenti asserragliati nelle case, negozi chiusi, difficoltà di movimentazione.

 

Nonostante questo l’organizzazione, con notevoli sforzi, è riuscita a gestire l’emergenza. Il problema ora resta per gli amministratori locali che dovranno vedersela con le proteste di chi è stato escluso dal sogno di possedere il badge, l’unica cosa che permetteva di muoversi quasi liberamente tra le strade della città.

 

Niente gelato, niente cani e galline, niente cimitero: solo chi aveva motivi reali, dopo essere stato censito (una operazione che ha interessato centinaia di esponenti delle forze dell’ordine nei mesi precedenti che hanno visitato i cittadini casa per casa), ha ottenuto e si è potuto appendere al collo l’ambito lasciapassare.

 

Ambito come quello del concerto della Filarmonica della Scala al Teatro Greco con i capi di Stato e le loro mogli: era una passerella imperdibile per chiunque. Da qui le innumerevoli richieste, i tentativi di imbucarsi. Ma il sistema di controllo e di accreditamento ha retto l’onda. A scapito delle galline.

Ornella Felini, AffInt 28

 

 

 

 

"Trump ha deciso: via da accordo di Parigi"

 

"Annuncerò la mia decisione sugli accordi di Parigi nei prossimi giorni, faremo l'America di nuovo grande!". E' quanto ha annunciato lo stesso Donald Trump, con un tweet subito dopo che diverse testate americane hanno rivelato che il presidente avrebbe deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima.

La Casa Bianca è divisa per la questione del clima, Ivanka guida il fronte di chi invece ritiene molto pericoloso e controproducente uscire dall'accordo di Parigi. E con lei è schierato Rex Tillerson, come si conviene al capo della diplomazia, e in linea con il suo successore alla guida di Exxon Mobil, Darren Woods, che ha scritto recentemente che rimanere nell'accordo di Parigi sarebbe prudente.

Anche il capo del consiglio Economico della Casa Bianca, Gary Cohn, uno dei tanti Goldman Sachs dell'amministrazione Trump, sostiene la linea di chi pensa che gli Stati Uniti possono rimanere nell'accordo pur abbracciando in patria una politica che di fatto smantella l'agenda ambientalista di Obama.

Per concludere la descrizione degli schieramenti, bisogna registrare la lettera firmata da 22 senatori Gop, compreso il leader Mitch McConnell, in cui si chiede al presidente di uscire dall'accordo proprio per evitare che questo possa essere usato per ricorsi legali contro l'abolizione del Clean Power Plan.

Questa lettera avrebbe rinforzato Trump nella sua decisione che il presidente avrebbe già preso prima di arrivare a Taormina, se - sempre come rivela Axios - già la scorsa settimana confidava ai suoi che era ormai convinto di uscire dall'accordo. Adnkronos 31

 

 

 

 

Trump e la Nato. Usa ed Europa, la forza o il valzer

 

Il presidente Donald Trump, in altri tempi sarebbe stato definito un isolazionista. Non crede nelle alleanze e negli alleati e non pensa che gli Stati Uniti debbano preoccuparsi di governare il nuovo disordine della globalizzazione, ma piuttosto che essi debbano concentrarsi sulla difesa dei loro interessi immediati, soprattutto quelli di natura economica e commerciale.

 

Sulla sicurezza, visioni limitate

Anche sulla sicurezza ha una visione ristretta e parziale: si tratta di difendere le frontiere, non solo dalle minacce militari, ma anche dall'immigrazione clandestina e dalla concorrenza "sleale". Inoltre è necessario eliminare chi minaccia di uccidere cittadini americani, cioè oggi in primo luogo i terroristi.

 

A questo scopo non è il caso di fare gli schizzinosi: chiunque possa aiutare gli americani è accettabile, quali che siano le sue caratteristiche, dai principi sauditi ai governi europei. Gli americani guarderanno solo ai risultati della lotta al terrorismo. Tutto il resto non li riguarda.

 

L'articolo 5 grande assente

Molto si è detto sulla scelta di Trump, nel suo intervento al Vertice atlantico di Bruxelles, di non citare l'impegno contenuto nell'articolo 5 del Trattato di Washington, per cui qualsiasi attacco militare contro un alleato è considerato un attacco contro tutti: lo invocammo una volta sola, dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre 2001, ma è il fondamento della Nato, l'organizzazione militare transatlantica.

 

L'omissione è grave, non tanto in pratica (finché ci saranno militari americani nei vari Paesi europei alleati qualsiasi attacco contro di essi coinvolgerà direttamente anche gli Usa) quanto politicamente e strategicamente. Il problema maggiore non è che il presidente Trump non voglia impegnarsi a difendere gli europei, ma che, così facendo, egli faccia pensare di non ritenere i suoi alleati importanti per la difesa e la sicurezza degli Stati Uniti. Se così fosse, le fondamenta politiche e strategiche dell'Alleanza crollerebbero. Si tratta di un gigantesco errore.

 

Conseguenze di un grave errore

È anche un falso. Senza gli europei, ad esempio, gli americani non potrebbero controllare le rotte dei sottomarini atomici russi né lo spazio aereo euro-atlantico. Senza gli europei la prosperità economica americana andrebbe in crisi.

 

Certo, senza gli americani gli europei sarebbero in condizioni anche peggiori, ma mentre essi lo sanno e lo dicono, il presidente Trump sembra ignorare l'altra faccia della medaglia. Questo è molto pericoloso perché può portare a gravi errori e sottovalutazioni, ad esempio nel trattare con la Russia o con la Cina o nell'affrontare l'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa.

 

Ciò può anche spingere qualche avversario più opportunista a prendere rischi maggiori, violando frontiere e linee di contenimento divenute all'improvviso più confuse e fragili. Questo tipo di errori, in passato, ha spesso portato alla guerra.

 

Le difficili alternative europee

Una seconda conseguenza riguarda gli alleati. Essi sono naturalmente obbligati a reagire, ma hanno di fronte a loro due grandi categorie di scelte: quelle incentrate sulla forza e quelle orientate al valzer.

 

Le prime, più lineari e sicure, richiedono il concreto e rapido rafforzamento dell'autonomia militare e diplomatica europea, non contro gli Usa, ma indipendentemente da essi. Sembra questa essere la linea verso cui si orientano Angela Merkel ed Emanuel Macron. Ma sono scelte che richiederanno un forte e continuativo impegno politico e finanziario, nonché un rafforzamento delle politiche comuni europee. Tutte cose non facilissime.

 

Il secondo tipo di scelte segue, invece, la linea di minore resistenza, nella direzione, ben nota alla storia italiana, di quel detto popolare secondo il quale "viva la Francia, viva la Spagna, purché si magna". Esse sacrificano l'indipendenza e l'autonomia dei nostri Paesi alla ricerca di nuovi protettori, tatticamente intercambiabili.

 

È una politica estremamente difficile da perseguire, molto instabile e probabilmente, alla lunga, anche rovinosa economicamente. È infine molto difficile che l'unità europea possa sopravvivere ad un simile tatticismo esasperato in cui ogni Paese sarebbe di fatto isolato. Tuttavia questo tipo di scelte potrebbero divenire una necessità ineluttabile se non si riuscisse a seguire la strada della forza.

 

E gli americani in tutto questo?

Se questi sono gli scenari suggeriti da questa prima uscita internazionale del presidente Trump, gli Stati Uniti, oltre ad essere più soli potrebbero anche essere meno sicuri. In un mondo con un attore europeo più forte ed autonomo la loro sicurezza non soffrirebbe minimamente, anzi potrebbe migliorare, ma la loro autorità e leadership diminuirebbero e così anche la loro capacità di modellare a proprio vantaggio le regole del mercato globale.

 

Nel caso invece di una grave crisi europea, l'instabilità internazionale crescerebbe, il contributo europeo alla ricchezza americana diminuirebbe, gli avversari degli Stati Uniti diverrebbero più forti.

 

Non sappiamo ancora se il presidente Trump vorrà (o riuscirà) a condurre al termine la sua rivoluzione isolazionista, o se cambierà idea, né quali siano le sue preferenze circa le scelte che debbono affrontare gli europei. Sappiamo solo che il gioco è cambiato e che dobbiamo prenderne atto.

Stefano Silvestri, AffInt 30.5.

 

 

 

 

 

La collaborazione tra il Ministero degli Esteri e l’Arma dei Carabinieri per gli interessi italiani all’estero

 

ROMA - “La collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Arma dei Carabinieri per rafforzare la sicurezza dei cittadini e promuovere gli interessi italiani all’estero” è stato il tema dell’incontro che si svolto presso la Sala delle Conferenze Internazionali del Ministero degli Esteri. Ad aprire i lavori, per il primo panel, il segretario generale del Maeci Elisabetta Belloni che dopo i saluti iniziali ha lasciato la parola al ministro degli Esteri Angelino Alfano. “Sono onorato di ricevervi qui - ha detto il ministro - questo è un momento per rafforzare la sicurezza dei cittadini e per promuovere gli interessi degli italiani nel mondo”.

“Ho fortemente spinto per la realizzazione di questa iniziativa – ha proseguito Alfano - per un moto che viene dal mio cuore non da ministro degli Esteri e neanche da ministro degli Interni, ma da uomo delle istituzioni repubblicane, che girando il mondo ha sempre trovato i carabinieri di fronte alle porte nelle Ambasciate e a presidio dei nostri luoghi”.  Per il ministro questa giornata di lavoro favorirà al rafforzamento del legame fra due istituzioni, un vincolo dentro una cornice di interesse nazionale e di prestigio del” nostro” paese nel mondo perché  - ha continuato Alfano - ho ricevuto grandi elogi sull’attività dei carabinieri anche di recente nel corso del Global Forum che c’è stato a Washington della coalizione antiterrorismo, e vi posso dire con tutta franchezza che i nostri partner mi hanno letteralmente sommerso di richieste di formazione da parte dei carabinieri perché –  ha detto rivolgendosi ai presenti in sala  - avete costruito un modello di successo un “security building” che tutti vorrebbero copiare e che non è facile improvvisare” .  Continuando ha detto - Oggi i carabinieri offrono un contributo fondamentale alla gendarmeria europea e sono in prima linea in tanti teatri cruciali contro il terrorismo, un impegno quello dell’Italia che abbiamo rafforzato al recente vertice G7 di Taormina con una dichiarazione comune che fortifica la nostra azione globale”.  Il ministro anche ricordato che in Iraq grazie al modello di successo dei carabinieri, assieme all’esercito e alle forze speciali, l’Italia ha contribuito a formare circa 18.000 mila forze di sicurezza che stanno vincendo la battaglia contro le forze avverse. Un modello quello dei carabinieri che unisce “capacità tecniche con le sensibilità culturali del posto, ed è proprio da questi tratti che emerge l’italianità dei nostri carabinieri sinonimo di rispetto, umanità, solidarietà, vicinanza alle popolazioni civili”. “I carabinieri - ha ribadito il ministro - offrono un elemento di professionalità assolutamente unico che spazia dalle operazioni di pace e sicurezza alla difesa del patrimonio culturale e alla tutela dell’ambiente. … Non esito a dire che l’Arma dei Carabinieri rappresenta il fiore all’occhiello della stabilità e della pace nel mondo: dall’Iraq al Libano, da Cipro all’Afghanistan, dal Cossovo alla Somalia, dalla Libia al Mali”. Tra i tanti settori di eccellenza dell’Arma Alfano ha ricordato l’impegno per la tutela del patrimonio culturale.  “Dove passa la cultura – ha detto il ministro - non passano gli eserciti, è questa la regola aurea che noi coltiviamo sempre, la cultura sconfigge estremismi e fanatismi”. Alfano , dopo aver ricordato che l’Italia è in prima linea per la protezione dei patrimoni culturali nelle zone di crisi, ha ringraziato i carabinieri per il lavoro svolto presso la Farnesina e le 128 rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero. Ha concluso il suo intervento ricordando che “incontrare un carabiniere sulla soglia di ingresso di una ambasciata o di un consolato non ci fa solo sentire protetti ma ci fa sentire a casa ovunque nel mondo”

Ha poi preso la parola la ministra della difesa Roberta Pinotti  ha sua volta ricordato il forte intreccio che esiste tra l’attività dei carabinieri e il lavoro del dicastero degli esteri. “Fra la Difesa e il ministero degli Esteri – ha affermato la ministra  - vi è un rapporto costante, perché tutta la strategia delle nostre missioni all’estero la pensiamo insieme e in questa strategia poi lavoriamo insieme”. Riprendendo poi la riflessione di Alfano ha aggiunto: “questo convegno è a pochi giorni dal G7di Taormina in cui mentre sui temi ambientali ci sono state più difficoltà, sul tema del terrorismo vi è stata una unità di intenti e una forte dichiarazione di intervento”. Tracciando un excursus su quanto è stato fatto a livello di coalizione internazionale nelle varie zone di crisi nel mondo, sull’importanza della presenza italiana, soprattutto legata al ruolo che ricoprono i carabinieri ha ribadito che “i carabinieri hanno la capacità dell’essere corpo di élite e l’essere carabinieri tra la gente. Essere capaci di leggere i segnali territoriali. E in quello che io considero la minaccia principale che oggi stiamo vivendo, il terrorismo, davvero l’azione dei carabinieri è una azione assolutamente importante”.  Per il ministro Pinotti i carabinieri hanno un doppio ruolo, intervengono per tenere la situazione sotto controllo una volta liberato il territorio, ad esempio in Iraq, e di prevenzione, come si sta facendo d’intesa con le forze armate di alcuni paesi africani. Il ministro ha anche sottolineato come lo scenario mondiale attuale imponga la necessità di  “guardare al problema della nostra sicurezza, e in particolare alla sicurezza delle nostre collettività, con un approccio a 360 gradi”

Nei due panel successivi si sono alternati relatori del Comando operativo interforze, dell’Arma dei Carabinieri, della diplomazia italiana, del mondo accademico e anche del giornalismo nazionale.  Per l’Arma hanno preso la parola: il generale Angelo Agovino, comandante del Comando Carabinieri del Maeci che ha ricordato come già dal 1943 si riscontrano i primi segni della presenza dei carabinieri nel ministero degli Esteri. Una presenza che poi si è andata man mano strutturando, fino ad arrivare nel 2010 al decreto che stabilisce che ‘l’Arma dei Carabinieri assicuri i servizi di sicurezza per le rappresentanze diplomatiche e consolari e per gli uffici degli addetti militari’. Sono inoltre intervenuti  il vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri; Vincenzo Coppola, e il sottocapo di Stato Maggiore del Comando Generale dell’Arma Enzo Bernardini.

Fra gli interventi del mondo accademico segnaliamo la riflessione del presidente del Centro Studi Internazionali Andrea Margelletti “L’Arma dei Carabinieri – ha detto Margelletti - ha sviluppato quelle dottrine, quelle capacità, quelle esperienze … che la rendono così capace sugli scenari attuali”. Andrea Angeli, funzionario Internazionale, si è invece soffermato sul ruolo e la  figura che i carabinieri ricoprono all’interno delle Ambasciate in giro per il mondo.  

Dal canto suo il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette ha ringraziato il Ministro Alfano per aver voluto questa conferenza, ma soprattutto per le parole di apprezzamento che ha rivolto ai carabinieri che con la loro presenza garantiscono la sicurezza a tutta la rete diplomatica. Dopo l’intervento del Capo di Stato Maggiore della Difesa Claudio Graziano Gentile, che ha ricordato l’impegnativo lavoro portato avanti dalle forze armate nelle aree di crisi, anche per quanto riguarda l’addestramento delle forze di polizia, nelle zone di crisi per combattere il terrorismo, contrastare la rete di chi promuove immigrazione incontrollata e mantenere la stabilità delle aree interessate,  ha preso la parola il segretario generale del Maeci Elisabetta Belloni

“Mi auguro che oggi – ha esordito la Belloni - grazie ai contributi che abbiamo ascoltato sia stato possibile riflettere meglio sul significato di questa collaborazione, mi auguro che sia stato possibile condividere le strategie che sono sottese alle decisioni del Governo e che ci inducono quotidianamente a promuovere le iniziative nelle quali si esplicita la collaborazione degli Affari Esteri con  l’Arma dei Carabinieri. Tengo però a condividere con voi gli obiettivi che noi amministrazione degli Affari Esteri ci siamo prefissi nell’organizzare insieme questa conferenza”.  “L’amministrazione degli Affari Esteri - ha spiegato il segretario generale  - vuole cogliere l’occasione di questo seminario per testimoniare a tutti gli uomini e donne dell’Arma dei Carabinieri la nostra profonda riconoscenza per essere sempre al nostro fianco a Roma e all’estero, e tramite il Comandante Generale dell’Arma io voglio chiedergli di trasmettere questo nostro apprezzamento e questa nostra riconoscenza veramente a tutte le persone che appartengono all’Arma dei Carabinieri... Questa occasione – ha aggiunto – ha per noi anche un altro obiettivo, quello di comunicare il valore di questa collaborazione e soprattutto vogliamo trasmettere la nostra determinazione, e credo di poter parlare anche a nome del Comandante dell’Arma e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, a proseguire questa tradizione che abbiamo realizzato, ormai da molti anni, continuando sulla strada di un cammino di iniziative congiunte che permettono di esportare all’estero il meglio del nostro paese ”.

“La cooperazione tra Farnesiana e Arma dei Carabinieri – ha proseguito la Belloni - è un modello sia nazionale che internazionale, è un modello che contribuisce a dare al nostro Paese un profilo internazionale incredibile di security provider, e quindi viene apprezzato dai nostri partner, dai nostri alleati, come strumento efficace di politica estera, contributo prezioso alla sicurezza globale. Questa cooperazione inoltre è dinamica e flessibile, capace di adattarsi alle situazioni internazionali”. “La cooperazione tra  Farnesina e l’Arma – ha concluso il segretario generale - è cruciale, dobbiamo certamente metterla al servizio del nostro interesse nazionale, ma deve essere anche stimolo per costruire una governance nelle crisi internazionali”. Nicoletta Di Benedetto/Inform 31

 

 

 

 

Elezioni in Olanda e in Francia. Sconfitta nazionalismo e débâcle sinistre

 

Nei primi mesi del 2017, l’Unione europea è stata teatro di elezioni nazionali in Olanda in Francia dove, mai come ora, lo spettro del nazionalismo sembrava potere stravolgere il futuro dei due Paesi e quello del progetto di integrazione europea. Ad oggi, il dato interessante che si evince dai risultati elettorali non è tanto la sconfitta dei movimenti nazionalisti ed anti-europei, quanto la disfatta dei partiti tradizionali di sinistra, che potrebbe condizionare l’imminente futuro politico dell’Ue.

 

Nazionalisti battuti, ma mai così bene

Nel caso dei partiti nazionalisti, si deve parlare di sconfitta parziale perché sebbene sia in Olanda che in Francia il Partito per la Libertà (PVV) e il Front National (FN) non siano riusciti ad esprimere governi nazionali hanno avuto un successo elettorale mai registrato prima d’ora. In Olanda, il PVV, con una campagna elettorale islamofoba,votata a cancellare l’immigrazione e a ridurre l’Ue ad un semplice mercato unico, è riuscito ad attestarsi 20 dei 150 seggi, 6 in più rispetto al 2012, divenendo così il secondo partito del quadro politico olandese.

 

In Francia, al secondo turno delle elezioni presidenziali, il Front National, con una campagna nazionalista, euroscettica e anti-globalizzazione, si è ascritto il 33,94% delle preferenze con oltre 10,6 milioni di voti. Anche quest’ultimo è un trend nuovo, se si considera che, nelle elezioni presidenziale del 2002, l’allora leader del Front National, Jean Marie Le Pen, aveva avuto solo il 17.8% dei voti contro l’82,2% del candidato repubblicano Jacques Chirac.

 

Sinistra tradizionale, mai così male

Se per i partiti euroscettici e nazionalisti si può dunque parlare di sconfitta parziale, non si può dire altrettanto dei partiti tradizionali di sinistra. In Olanda, lo storico Partito laburista (PvDA) ha ottenuto solo 9 seggi, 30 in meno rispetto al 2012, mentre in Francia, il Partito socialista (PS) guidato da Benoît Hamon ha registrato solo il 6,4% dei consensi elettorali. I motivi che spiegano l’affossamento della sinistra tradizionale sono identificabili in tre fattori principali: l’andamento economico, la crisi dei valori di solidarietà universale propagati dalla sinistra e gli effetti della globalizzazione sull’elettorato.

 

Dal 2007, l’Ue ha vissuto una crisi economica senza precedenti, crisi che, sebbene non abbia intaccato tutti i Paesi membri allo stesso modo (in Francia, nel 2016 la crescita del Pil era attorno al 1,2%, mentre in Olanda era del 2,2%, contro una media europea dell’1,6%), ha avuto come unica risposta l’attuazione di politiche di austerità.

 

In questo frangente, il fallimento del PS in Francia può essere legato all’impossibilità del governo socialista di Hollande di rispondere in maniera efficace alla crisi se non attuando politiche di austerità per cercare di rimanere in linea con i parametri economici imposti dal Patto di Stabilità. Risultato di fatto non ottenuto, visto che la Francia non ha comunque raggiunto l'obiettivo di non superare il 3% di deficit rispetto al Pil.

 

Diversamente, nel caso olandese, nonostante le performance economiche nettamente migliori, il PvDA, come membro della colazione di governo guidata dal partito di destra di Mark Rutte, il Partito della Libertà e Democrazia (VVD), ha tuttavia appoggiato politiche di austerità che hanno portato a tagli, seppur parziali, delle pensioni o del sistema di sanità, intaccando cioè quei baluardi di equità sociale di cui il Partito laburistasi era da sempre fatto garante.

 

Crisi di sicurezza sia materiale che valoriale

Al di là dell’economia, il diniego di supporto verso la sinistra tradizionale è dovuto anche alla crisi di sicurezza sia materiale che valoriale, che l’Ue sta vivendo e che viene molto spesso, e a torto, legata alle ondate migratorie. Per loro natura, sia il PS che il PvDA hanno un approccio universalistico di solidarietà sociale che può difficilmente supportare forme di chiusura, soprattutto verso la questione migratoria.

 

In conformità con questa linea politica, la Francia solo nel 2016 ha registrato più di 86 mila domande di asilo, mentre l’Olanda, dove il PvDA era un partito all’interno di una coalizione, solo 20 mila, il 50% in meno rispetto al 2015. Per questo motivo, in Francia, anche a seguito dei numerosi attentati terroristici, tale forma di solidarietà si è scontrato con il clima di profonda insicurezza, sia materiale che valoriale, che la società francese sta vivendo. In Olanda, invece, il PvDA, adottando politiche non sempre coerenti con la propria ideologia di solidarietà sociale ed economica, ha perso immediatamente credibilità.

 

A questo dilemma si deve poi aggiungere anche il fatto che l’elettorato francese ed olandese, come del resto quello europeo, non può più essere diviso in cluster sociali di facile identificazione, ma è divenuto molto più complesso, creando spaccature all’interno della società. Sia in Francia che in Olanda, anche se con diverse intensità, non c’è più una contrapposizione politica tra classi sociali, ma tra individui che sentono di beneficiare più o meno della globalizzazione.

 

Ad oggi, la cosiddetta “workingclass”, storicamente base elettorale dei partiti socialisti, non guarda più necessariamente a sinistra per risolvere i propri problemi. D’altro canto, dall’essere la voce del popolo, le sinistre tradizionali, quando rispettano i propri valori di solidarietà universale, vengono molto spesso identificate come partiti delle élite culturali, perché giudicate incapaci di declinare azioni politiche nazionali concrete a favore dei cittadini meno abbienti. Dall’altro, quando si adeguano a politiche non in linea con i propri ideali, perdono legittimità.

 

Le vere novità sulla scena europea

Proprio per questo, se le sinistre tradizionali sono state affossate, movimenti politici come En Marche, che con un anno di vita è riuscito a vincere le elezioni presidenziali in Francia, o come il Partito dei Verdi in Olanda, che ha ottenuto 14 seggi rispetto ai 4 delle precedenti elezioni, trionfano. Questi ultimi sono la vera innovazione nello scenario politico.

 

Da un lato, avendo un occhio fermo sulle questioni di iniquità sociale, che vanno dall’inquinamento ambientale all’accesso ai servizi, si presentano come movimenti politici dalla visione globale, perché fanno appello proprio alle istituzioni sovranazionali, come quelle europee, per risolvere questioni che affliggono sì il loro elettorato ma anche la maggior parte dei cittadini europei e non solo.

 

Ne è esempio la proposta di Macron di creare un fondo di investimenti per rilanciare l’economia europea e il welfare dei cittadini. Dall’altro, non avendo una base ideologica così rigida, possono più agilmente adattare la propria campagna elettorale ad un elettorato poliforme, mutuando idee, sia in campo economico che sociale, sia da destra che da sinistra senza perdere credibilità. In terzo luogo, non avendo mai governato, non devono fare i conti con azioni politiche pregresse.

 

In conclusione, non è tanto che le politiche di sinistra non siano più applicabili oggi, ma in una società composta da gruppi sociali non facilmente identificabili, e le cui cause di malessere non sono molto spesso risolvibili a livello nazionale, l’ideologia della sinistra tradizionale diviene nel migliore dei casi un’eredità pesante.

 

Da un lato, come è successo in Olanda, ogni volta che un partito di sinistra agisce in maniera pragmatica, accettando riforme che non sono consone alle proprie ideologie, perde legittimità. Dall’altro, in un mondo così connesso, dove le crisi non sono molto spesso risolvibili a livello nazionale, i partiti della sinistra tradizionale, come il PS, che esprimono la necessità di solidarietà universale, sembrano poi non essere in grado di espletare le proprie promesse.

 

In un momento storico di grandi trasformazioni, dove nazionalismo e xenofobia rimangono comunque alle porte, c’è sicuramente ancora bisogna della sinistra tradizionale, che, per non svanire, ha bisogno di rinnovarsi, traducendo la propria crisi esistenziale in una spinta riformista. Eleonora Poli, AffInt 27

 

 

 

 

 

Italiani nel mondo

 

Per anni, poco considerati in Patria, molti nostri Emigrati hanno sperato che il loro profilo d’italianità si sarebbe ricostituito. Non è stato così. Se il processo continuerà, come lo conosciamo, potrebbe rimanere disatteso. Per gli italiani oltre confine, non esistono diritti acquisiti in Patria e la loro rappresentatività a livello normativo è ancora tutta da avvalorare.

 Certo è che, dopo tanti sacrifici, la nostra Comunità nel mondo è riuscita a integrarsi. Pur con cinque Generazioni, gli italiani all’estero sono restati, “ufficialmente”, pochi.

 

 L’integrazione è riuscita a fornire una nuova dimensione di vita nei Paesi ospiti. Tant'è che molti hanno cambiato cittadinanza e per chi ha mantenuto quell’italiana, al voto nazionale non manifesta particolare interesse.  Eppure, limitandoci al Vecchio Continente, gli italiani sono più di due milioni. Molti sono figli, se non nipoti, di chi, negli anni 50/60, si erano recati al lavoro nelle miniere con contratti di “scambio” (braccia per carbone).

 

 Rammentiamo, con profonda amarezza, le scritte che apparivano in certi locali pubblici dell’Europa: “Divieto d’ingresso agli italiani”. Tutto, ora, sembra lontano. Eppure è storia di ieri. Oggi impensabile, ma che ha segnato almeno una Generazione. Ora, in UE, i problemi si sono modificati; pur essendo, in parte, presenti ancora alcuni. E’ di scena il Parlamento Europeo, la moneta unica, La Banca Centrale, ma i nazionalismi, anche in questo 2017, hanno prevalenza sul concetto di tutela dei problemi socio/economici del Vecchio Continente. L’apprezzamento per chi ha conservato la cittadinanza d’origine, è indiscutibile, ma non basta.

 

La posizione d’italiano all’estero non dovrebbe essere equiparata ai residenti nella penisola unicamente al momento del voto. Ai Connazionali nel mondo spetta un trattamento più consono al loro stato. Ma quando? E come? Sono interrogativi che non sono stati ancora risolti; perché mai affrontati. Quelli che scarseggiano restano i “fatti” irrisolti. Lo scriviamo perché l’Italianità non è un termine vago e indistinto; ma una realtà che può essere di supporto anche per il Paese d’origine.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La talpa cieca della sinistra

 

Il tavolo della legge elettorale oggi ha un nome: "patto extra-costituzionale"

di EZIO MAURO

 

Avevamo avvertito che dietro il tavolo della legge elettorale c'è il tavolo già imbandito del governissimo, e per l'aperitivo è pronto un accordo di scambio e garanzia tra Pd e Forza Italia sulla Rai, eterna prova del nove di qualsiasi intesa di basso potere. Adesso che ai due commensali si sono aggiunti anche Grillo e Salvini, applaudendo al ritorno al proporzionale per far saltare qualsiasi ipotesi di coalizione e ogni distinzione tra destra e sinistra - in cambio del voto anticipato - , quel tavolo ha un nome: "patto extra-costituzionale".

 

La formula è di Giorgio Napolitano, che dal Quirinale si è speso con forza per far sì che il Paese avesse una legge elettorale. Ma quella di oggi, secondo l'ex Capo dello Stato, rende più difficile la governabilità e basandosi su un calcolo di pura "convenienza di quattro leader" elude gli impegni europei, e viola addirittura la Costituzione fissando abusivamente la data del voto a settembre.

 

Oltre a far decadere leggi in attesa che come ricorda ogni giorno Repubblica rappresentano l'unica traccia riformista di una mediocre legislatura.

 

Ce n'è abbastanza per fermarsi e riflettere sul peso delle contraddizioni che stanno per diventare legge. Le più gravi, avviluppano il Pd fino a strangolarlo. Perché ovviamente è giusto cercare la più larga intesa di compromesso sulla regola elettorale, e poi conformarsi al voto per governare. Ma oggi la questione è diversa, rovesciata: la legge elettorale è costruita apposta per portare ad un governo tra Renzi e Berlusconi, ammesso che i due partiti abbiano i voti e vincano la sfida con Grillo e Salvini, cancellando ogni schema maggioritario e ogni alleanza pre-elettorale.

 

Ora, quando mai il Pd ha discusso di questo esito programmato e pilotato della sua storia? È nato per questa ragione e con questa ambizione? Non è un problema di linea, come si diceva una volta, ma di natura e di ragion d'essere. Tanto che praticamente tutti i padri fondatori del partito - Prodi e Veltroni in testa - sono contro uno schema che rinchiude il Pd in un patto abusivo e suicida, cancellando l'ipotesi e la nozione stessa di centrosinistra, dopo che già era stato abbondantemente picconato il concetto di sinistra.

 

Gli unici ospiti del negoziato che hanno qualcosa da guadagnare - oltre a Berlusconi resuscitato dai minimi termini grazie ai suoi avversari - sono da un lato Salvini che può correre da solo senza genuflettersi ad Arcore, e Grillo che può tentare la spallata del primo partito, visto che ognuno gioca per sé e non ci sono le coalizioni che lo sfavorirebbero in partenza: tanto in caso di sconfitta potrebbe tornare comodamente in piazza, a gridare contro l'inciucio che porta anche la sua firma di leader extracostituzionale.

 

Una volta davanti a tanto spettacolo politico si diceva: ben scavato, vecchia talpa. Oggi si vede ad occhio nudo che la talpa della sinistra è davvero cieca, e in via di estinzione. LR 7

 

 

 

Legge elettorale, accordo alla Camera. I punti principali del nuovo sistema di voto

 

Abbiamo provato a sintetizzare in cinque domande e risposte i principali elementi delle leggi in discussione alla Camera, fotografando la situazione nella fase del passaggio dalla commissione affari costituzionali all’Aula - Stefano De Martis

 

I sistemi elettorali sono una materia tanto ostica e complessa quanto importante e delicata per una democrazia. Abbiamo provato a sintetizzare in cinque domande e risposte i principali elementi delle leggi in discussione alla Camera, fotografando la situazione nella fase del passaggio dalla commissione affari costituzionali all’Aula.

Il sistema elettorale in discussione alla Camera è un sistema misto o fondamentalmente proporzionale?

Si tratta di un sistema proporzionale. La regola generale è che a ciascun partito venga assegnato un numero di seggi rapportato ai voti che ha ricevuto.  Questa proporzionalità viene limitata da una clausola di sbarramento che esclude dall’assegnazione dei seggi le liste che non abbiano raggiunto il 5% dei voti. È questa clausola che produce un effetto indirettamente maggioritario perché aumenta la rappresentanza parlamentare delle forze che sono state in grado di superare lo sbarramento. La presenza di una quota di collegi uninominali pari a circa il 40% del totale riguarda il meccanismo di distribuzione degli eletti all’interno di ciascun partito, non il numero di seggi che ciascun partito ottiene.

Perché si dice che la legge in discussione richiama il “sistema tedesco”?

Del sistema elettorale in vigore in Germania la legge riprende il criterio dell’assegnazione dei seggi su base proporzionale, con il limite della clausola di sbarramento, e della compresenza di liste e collegi uninominali. Per il resto la soluzione che si sta adottando in Italia è sensibilmente differente, anche perché il sistema istituzionale tedesco prevede delle regole che non troviamo nella nostra Costituzione (numero dei parlamentari variabile, sfiducia costruttiva, ecc.).

Come vengono assegnati i seggi secondo la legge elettorale in discussione?

Il sistema prevede, come si diceva, che ogni partito ottenga un numero di seggi proporzionale ai voti ricevuti. Il riparto viene effettuato a livello nazionale per la Camera e a livello regionale per il Senato. Alla Camera sono previsti 225 collegi uninominali e 28 circoscrizioni, al Senato 112 collegi e 20 circoscrizioni regionali. Calcolato il numero di seggi che spetta a ciascun partito, risultano eletti prima i candidati che hanno vinto nei collegi uninominali, poi si passa alle liste, nell’ordine in cui i nomi sono scritti sulla scheda. Va ricordato che nello stilare le candidature i partiti sono tenuti a rispettare una clausola di genere, in virtù della quale il numero di candidati dello stesso sesso non può superare il 60%.

Sempre sulla base della legge in discussione, come avviene concretamente il voto dell’elettore?

Su ciascuna scheda (una per la Camera e una per il Senato) ogni partito avrà uno spazio rettangolare in cui sono indicati il nome del candidato nel collegio uninominale, il simbolo del partito stesso e una breve lista di nomi, da 2 a 6 a seconda delle dimensioni della circoscrizione. L’elettore dovrà apporre un unico segno che vale sia per il collegio che per la lista.

Sono previste delle eccezioni a questo tipo di sistema?

Il voto per gli italiani all’estero rimane sostanzialmente invariato. Ai numeri dei collegi indicati prima, vanno aggiunti quelli del Trentino-Alto Adige, in cui vale il sistema maggioritario con recupero proporzionale (tipo Mattarellum) e l’unico della Valle d’Aosta, come sempre uninominale maggioritario. Sir 6

 

 

 

 

Il difficile doppio fronte di Matteo

 

Un inizio d’estate rovente, dal punto di vista meteorologico, ma anche da quello politico. È la previsione che sembra profilarsi in un’Italia dove a un improvviso accordo tra i maggiori partiti su una nuova legge elettorale, prodromo di elezioni anticipate, si affiancano altrettante improvvise minacce al progettato percorso di accelerazione della crisi coltivato da Renzi.  

 

Ieri, infatti, sono arrivati due inciampi che potrebbero complicare quella corsa alla rivincita elettorale che, dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale, il segretario Pd vuole imboccare con il voto d’inizio ottobre. Il primo riguarda le difficoltà per non confermare il mandato di Ignazio Visco alla Banca d’Italia. Il secondo è costituito dal violentissimo attacco di Pier Camillo Davigo contro un centrosinistra che avrebbe «messo in ginocchio» la magistratura.  

 

Le due «spine» di Renzi, chiamiamole così, sono di natura, di significato e d’importanza molto diverse. La prima riguarda una questione molto delicata, perché la sostituzione di Visco con una figura estranea all’ambiente della Banca d’Italia potrebbe infliggere un colpo molto grave alla credibilità di una delle poche istituzioni che, dal dopoguerra in poi, ha costituito un punto di riferimento autorevole nella vita pubblica italiana. 

 

Una mossa che potrebbe essere intesa come un attentato all’indipendenza della Banca, come il segno della volontà renziana di sottometterla ai voleri del potere esecutivo e che potrebbe ricordare la levata di scudi che si alzò quando Tremonti pensò di candidare Bini Smaghi a governatore. Rimozione che, perciò, sembrava già ardua, ma che ieri, con l’inusuale presenza del capo della Bce, Mario Draghi, in prima fila ad ascoltare l’annuale relazione del governatore, pare ancor più difficile. La partecipazione del presidente della Banca centrale europea, autorevole ex governatore a palazzo Koch, infatti, è parsa non solo, e forse non tanto, un silenzioso, ma significativo appoggio alla riconferma di Visco, ma l’ammonimento alla nostra classe politica contro ipotesi di improvvide candidature esterne all’istituzione e il segno di una specie di superiore garanzia europea sulla Banca d’Italia e sui suoi uomini.  

 

La risposta che l’attuale governatore ha fornito, durante la lettura dell’annuale relazione sullo stato della nostra economia, alle critiche sulla presunta mancata vigilanza della nostra Banca sulle malefatte di alcuni istituti di credito, indubbiamente, ha messo altri ostacoli a chi volesse negargli la conferma. Visco, infatti, ha difeso, come era scontato, l’operato suo e dei suoi collaboratori, ma non ha condannato esplicitamente l’ipotesi di elezioni anticipate, deludendo forse alcune attese, anche in alto loco. In più, con abile eleganza, ha ammesso che «dalla crisi economica e finanziaria di questi anni abbiamo tutti imparato qualcosa, compresa la Banca d’Italia». Non, quindi, una prevedibile arringa autoassolutoria, ma la giustificazione che la mancanza di strumenti adeguati per una vigilanza più severa, ora finalmente forniti, e l’imprevedibile gravità delle conseguenze di quella crisi sull’economia italiana hanno contribuito a impedire un’azione più decisa e più efficace contro le imprudenti e, in alcuni casi, fraudolente gestioni di manager bancari.  

 

Il roboante show di Davigo, davanti alla platea osannante dei grillini, invece, annuncia a Renzi una campagna elettorale di fuoco contro di lui e contro il Pd, ben lontana dalle illusioni di chi pensava che l’accordo col Movimento 5 stelle sulla nuova legge elettorale di stampo proporzionale fosse un segnale di un atteggiamento più «istituzionale» da parte dei seguaci di Grillo. Uno scontro, quindi, ancor più pericoloso del previsto e disseminato di trappole, magari pure in arrivo da qualche procura, che potrebbe indebolire le speranze di quella rivincita che Renzi sogna dalla quella «ingrata», almeno per lui, sconfitta del 4 dicembre. Insomma, da una parte l’offensiva dell’establishment tradizionale italiano ed europeo, dall’altra la guerriglia incendiaria e populista. Forse, anche per Renzi, è troppo.  LUIGI LA SPINA  LS 1

 

 

 

 

Legge elettorale, alta tensione Renzi-Alfano

 

Resta il gelo tra Matteo Renzi e Angelino Alfano sulla legge elettorale. I due leader si sono incontrati nel tardo pomeriggio, lontano da occhi indiscreti, ma il faccia a faccia, raccontano, sarebbe andato male. A dividere Pd e Alternativa popolare il cosiddetto sbarramento anti-cespugli al 5%.Una soglia considerata troppo alta dagli alfaniani, perchè li condannerebbe all'esclusione dal nuovo Parlamento. Le posizioni, dunque, restano distanti. Ap insiste per una soglia al 4%, ma i Dem non si smuovono. "Finora le posizioni restano molto, molto distanti sia sul tema della legge elettorale e sia sul tema della durata della legislatura" e "ho convocato la Direzione del partito il primo giugno". Lì "prenderemo le nostre decisioni", ha fatto sapere Angelino Alfano.

"Oggi pomeriggio, con il ministro Alfano e il collega Gianpiero D'Alia, abbiamo incontrato il segretario del Partito democratico", ha detto il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, a 'Porta a porta'. "Alternativa popolare non minaccia nessuno. Noi vogliamo una buona legge elettorale che abbia governabilità e rappresentatività. A Renzi - ha sottolineato - abbiamo detto che il problema non è quello delle soglie di sbarramento" ma "stiamo parlando di un milione e 250mila voti oppure un milione e 950mila voti... cittadini che non hanno diritto di rappresentanza in Parlamento". Nella stessa trasmissione, il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato, ha mostrato una moderata fiducia: "Ap è sempre stato un partito responsabile" per cui "penso che una soluzione si trova su tutto. Ma è chiaro che se si fa una legge elettorale con uno sbarramento al 5% c'è un momento di fibrillazione in un partito che si sente scavalcato rispetto a una scelta che ritengo legittima". "Non è previsto alcun incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi", hanno fatto sapere nelle stesse ore fonti vicine a Renzi.

Il colloquio mattutino tra il segretario del Pd e il leader di Ap, inizialmente programmato in Largo del Nazareno, doveva rimanere riservato ma sarebbe stato annullato da un Renzi irritato dalla 'fuga di notizie', visto che era stato anticipato ieri alle agenzie di stampa. Solo grazie alla mediazione di Lupi, riferiscono, Ap sarebbe riuscita a ricucire con i Dem in zona Cesarini. Il capogruppo alla Camera di Alternativa popolare avrebbe sentito Renzi e visto Ettore Rosato per chiarire e spiegare tutte le perplessità di Alfano di fronte a un accordo Fi-Dem sul proporzionale alla tedesca in cambio del voto in autunno, con lo sbarramento al 5% anti-piccoli.

Mentre il Pd incontrava nel primo pomeriggio gli altri partiti e negli uffici del gruppo Dem alla Camera e Dario Franceschini pranzava con i suoi al ristorante di Montecitorio, Alfano ha avuto nella sede del gruppo Ap un lungo colloquio proprio con Lupi, presente il deputato D'Alia, presidente dei 'Centristi per l'Europa'.

Domani sera, a palazzo Madama, a quanto apprende l'AdnKronos da fonti parlamentari Ap, Alfano riunirà il gruppo parlamentare per fare il punto della situazione e decidere sul da farsi. Mercoledì, a mezzogiorno, il ministro degli Esteri vedrà invece i deputati. Sadnkronos 29

 

 

 

 

I giovani volontari italiani nel mondo: accordo Focsiv-Fao

 

ROMA - I giovani volontari italiani qualificati avranno presto l'opportunità di lavorare in uno degli uffici FAO in tante aree del mondo grazie all'accordo siglato ieri dall'Agenzia ONU e FOCSIV. I volontari selezionati potranno unirsi agli uffici FAO nel mondo per combattere la fame e la malnutrizione e promuovere la sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale sostenibile, anche con il contributo del Governo italiano.

L’accordo è stato sottoscritto dal Vice Direttore Generale della FAO per i Programmi Daniel Gustafson e il Presidente di FOCSIV Gianfranco Cattai, durante il Forum EU Members' Meeting, che quest'anno si è tenuto presso la sede romana della FAO.

"Questa nuova collaborazione porterà nuove idee ed energie negli uffici FAO nel mondo grazie al coinvolgimento di tanti giovani", ha affermato Daniel Gustafson, Vice Direttore Generale FAO - "Contribuirà all'impegno della nostra Agenzia affinché i paesi raggiungano i propri obiettivi nel contesto dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, ma offrirà anche l'opportunità agli uffici FAO di scoprire nuovi modi per raggiungere il pubblico più giovane, un'area nella quale spesso non siamo sufficientemente creativi".

L'accordo ratifica il coinvolgimento di volontari della società civile nei progetti dell'Agenzia ONU in diverse parti del mondo.

L'intento non è solo incrementare la partecipazione di persone capaci e competenti nelle attività dell'Agenzia o di far conoscere e promuovere gli Obiettivi Strategici della FAO, ci si impegna in modo più fattivo nella lotta all'eliminazione della fame, dell'insicurezza alimentare e della malnutrizione; a rendere la piccola agricoltura, silvicultura e pesca più produttiva e sostenibile, con un'agricoltura inclusiva ed efficace e sistemi alimentari adeguati, in grado di provocare una resilienza dei mezzi di sussistenza contro le minacce e la crisi.

Il Sottosegretario del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Bobba ha dichiarato "con questo accordo si offrono maggiori e più qualificanti opportunità ai giovani volontari. Potersi impegnare in progetti connessi alla sicurezza alimentare e allo sviluppo rurale che rappresentano temi di grande attualità, non può non arricchire ancora di più il percorso di tanti giovani anche nei percorsi formativi e lavorativi".

"La collaborazione con la FAO offre un'opportunità cruciale per raggiungere i nostri obiettivi comuni, con il coinvolgimento di giovani volontari nei programmi dell'Agenzia ONU in diversi paesi. I volontari avranno l'opportunità di mettere i propri talenti al servizio dell'umanità mentre venire a contatto con le dinamiche di organizzazioni internazionali di primo piano e collaborare con team internazionali rappresenterà senza dubbio una grande occasione di apprendimento", ha sottolineato Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV. “In questi 45 anni FOCSIV ha selezionato e inviato circa 20.000 ragazzi, molti di questi sono diventati cooperanti e lavorano in tante periferie del mondo, altri sono in Italia, lì si ritrova spesso tra coloro che sono impegnati nelle proprie comunità, nel sociale, a fianco alle persone più vulnerabili. In tutti I casi quella loro esperienza ha avuto una parte importante nella loro vita”.

La firma dell’accordo avviene mentre è ancora aperto per le candidature il Bando per 47.529 posti da volontario per il Servizio Civile Nazionale. Dei quasi 800 volontari che partiranno per l'estero più del 40% saranno selezionati dalla FOCSIV. Un'esperienza di un anno che, in questi 16 anni, ha cambiato la vita a tanti giovani, facendo crescere loro e contribuendo a migliorare le condizioni di vita di tanti in tante parti del mondo.

In questi stessi giorni, infine, si sta svolgendo il corso di formazione del primo contingente dei Corpi Civili di Pace, un nuovo ambito del Servizio Civile Nazionale volto a chi desideri impegnarsi nella remissione delle tensioni tra i Paesi, i popoli, l'ambiente e nella costruzione di percorsi di pacificazione, un'esperienza importante per questi ragazzi che, in questi giorni, hanno incontrato il Sottosegretario, Luigi Bobba.

“L'istituzione del Servizio Civile Nazionale, esperienza unica dell'Italia in tutta Europa, segna una continuità con l'idea che ogni cittadino è chiamato a fare la propria parte rispetto al bene comune della propria comunità, ma per fa ciò va costruito questa senso civico fin dall'età giovanile”, ha concluso Cattai. (aise) 

 

 

 

 

 

Si voterà?

 

Il 2017 è iniziato con circa due milioni di famiglie nel “limbo” della povertà. Realtà certa, ma non sempre riconosciuta da chi dovrebbe. Il grafico in “negativo” è andato crescendo dal 2010.  Si tratta a ben osservare, di uno stato sociale assai simile a una patologia “economica”per la quale la cura non può essere che politica. Non ci sono, di conseguenza, “farmaci” capaci d’invertire la tendenza che falcidia il futuro di giovani e anziani.

 Nessuno, per la verità, n’è immune; ma, almeno, chi ha qualcosa può ancora barcamenarsi, pur chiedendosi sino a quando. Vivere alla giornata è sempre meglio di nulla. Sopravvivere nella speranza di tempi migliori è un sintomo, non meno insidioso, della nuova patologia. Questa affezione, insensibile ad ogni terapia farmacologica, ha un nome: “Povertà”. Uno stato di complessa disfunzione che i nostri padri avevano vissuto subito dopo il secondo conflitto mondiale quando, però, la voglia di ripresa era favorita dall’uscita da una ventennale dittatura.

Nel nuovo millennio, la realtà è assai diversa e, per questo, molto più complessa. I sintomi sono facilmente identificabili: disoccupazione, precarietà nel lavoro, bassi salari e menefreghismo dilagante. Insieme, tutte queste condizioni determinano il sorgere ed il diffondersi della “malattia”. Gli effetti sono già palesi, ma si accentueranno se non si tenterà di cambiare ”terapia”. Perché, sia ben chiaro, la prostrazione sociale di questo nostro Paese, non ha un nome proprio, ma dei responsabili politici che, nonostante lo sfacelo, provano a riciclarsi. Magari sotto altro simbolo per assumere nuove “responsabilità” da scaricare sul Popolo italiano.

Per evitare che la “povertà” si trasformi in un’affezione cronica, le terapie ci sarebbero. Resta da verificare chi sarà nelle condizioni di concretarle senza togliere attimi di vita al malato. Il primo sintomo, facilmente rilevabile, è il disagio che ci accompagna giornalmente. Le terapie, che non sono mediche, possono solo avere un’origine socio/politica. Cambiare il sistema resta l’ultima speranza per frenare l’evolversi dell’affezione. In questo periodo di trasformismo politico, convulso e raffazzonato, ci siamo resi conto che mancano idee chiare su come si potrebbe vivere meglio nel Bel Paese.

 I “parallelismi” col passato, anche quello remoto, ci stanno stretti e, ovviamente, non solo a noi. Insomma, è un po’ come curare la “malattia” con una dialettica che infastidisce anche chi non ci sente. Tra l’altro, le polemiche parlamentari sulla nuova legge elettorale non ci confortano. E’ venuto il tempo di rivedere la “salute” italiana. Insomma, le certezze politiche dovrebbero scaturire da un fronte di rappresentatività parlamentare più coerente. Si tornerà, finalmente, a votare entro l’anno? Data la situazione, appare assai improbabile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Scelte in bilico. Bce: Draghi e un’Italia che non cresce

 

Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi è tornato a parlare della politica monetaria davanti alla Commissione Economica del Parlamento europeo. Il presidente ha ancora riferito sulla situazione dell’Eurozona, quando ormai mancano pochi giorni all’8 giugno, data della prossima riunione del Consiglio direttivo della Bce: una data attesa perché si ipotizzano cambiamenti di rotta della policy di Francoforte.

 

Da Tel Aviv a Bruxelles, correzioni di rotta

Il recente discorso di Draghi a Tel Aviv, nel quale aveva detto che la ripresa è evidente nell’Eurozona e che la recessione è da considerarsi ormai alle spalle, aveva dato adito all’idea che il Quantitative Easing e le manovre espansive della Banca centrale potessero volgere rapidamente al termine.

 

Di fronte alla Commissione del Parlamento, però, Draghi dimostra di volere correggere le sue recenti affermazioni, confermando così che il QE non verrà ridotto a breve, e riafferma in particolare come, nonostante i tenui miglioramenti, gli interventi della Bce siano ancora necessari: “Restiamo convinti che una quantità straordinaria di sostegno da parte della politica monetariasia ancora necessaria” e ancor di più che “l’inflazione torni a stabilizzarsi attorno al 2% nel medio periodo”.

 

Queste esternazioni di Draghi sembrano ammortizzare le analisi di chi già teorizzava una conclusione repentina delle manovre super-espansive della Bce. La correzione alle affermazioni è anche un probabile segnale per tranquillizzare i mercati, soprattutto dei Paesi più in difficoltà, che stavano già risentendo di un probabile stop del sostegno alla politica monetaria.

 

Quali sviluppi per l’Italia?

Draghi si è inoltre soffermato sulla condizione dei Paesi ad alto debito, i cosiddetti Piigs, avvertendo che un eventuale ed auspicato ritorno dell’inflazione a livelli attorno al 2% (il cosiddetto livello di riferimento) avrà anche l’effetto di aumentare il costo del debito sovrano. Questa fattispecie potrà causare qualche problema ai Paesi più indebitati, soprattutto se non dovessero dimostrare una crescita economica sufficiente a rendere sostenibile il debito stesso.

 

L’Italia è il Paese che potrebbe rimanere più segnato dalle conseguenze di un aumento dell’inflazione, se questa non dovesse essere accompagnata da una sufficiente crescita economica. Con una crescita attesa soltanto dello 0,9% per il 2017, peraltro in un momento di politica fortemente espansiva, l'Italia è l’unico Paese della zona euro e dell'Ue ad avere un aumento atteso del Pil minore all'1% nel 2017.

 

È quindi necessario, e le parole di Draghi lo lasciano intendere, che l’Italia metta in atto idonee riforme che incentivino la produttività delle imprese. Una diminuzione della spinta del Quantitative Easing, che presto o tardi arriverà, potrebbe condannare l’Italia alla stagnazione economica, o peggio ad una lieve stagflazione, un’inflazione non sostenibile aggravata da una crescita tendente allo zero.

 

Gli effetti del Quantitative Easing

Per risolvere l’irrisolvibile, Draghi lanciò il Quantitative Easing, che venne ribattezzato ‘bazooka’ della base monetaria.Già nel gennaio del 2015 il presidente annunciò che la Banca centrale avrebbe acquisito titoli di debito pubblico a partire da marzo 2015 almeno fino a settembre 2016 per 60 miliardi di euro al mese, e comunque, fino a quando il tasso di inflazione nell'eurozona non si sarebbe riavvicinato al 2%, come prevede lo statuto della Bce stessa in materia di stabilità dei prezzi.

 

In base alle normative presenti nei trattati dell’Unione, la Bce però non può comprare titoli sul mercato primario, cioè direttamente dagli Stati, ma sul mercato secondario, quindi acquisendoli da altri istituti. Il QE è iniziato il 9 marzo del 2015 e non è mai stata fissata una data di scadenza: si considera che debba continuare semplicemente fino a quando ce ne sarà bisogno.

 

Non ritenendo ancora sufficientemente efficace la manovra, nel marzo 2016 la Bce ha deciso, con il voto contrario della Germania, di aumentare l’importo mensile di acquisto dei titoli da 60 a 80 miliardi. Inoltre, ha deliberato di estendere l'acquisto a titoli non governativi, purché emessi da società private non bancarie e aventi un rating migliore del BBB. Infine, contestualmente il tasso di interesse è sceso allo 0% e il tasso sui depositi delle banche al -0,4%.

 

Queste scelte senza precedenti nella storia della Bce, abituata a tassi stabili e a manovre impostate più sul rigore che sull’espansione indotta, hanno avuto anche l’effetto di svalutare l’euro rispetto al dollaro.

 

Quanto ne ha beneficiato l’Italia

Per quanto riguarda gli effetti sul nostro Paese, il QE ha senz’altro migliorato gli investimenti e i consumi, influendo positivamente sul Pil italiano. Si è anche registrata una maggiore crescita, e un nuovo flusso di prestiti bancari di bassa qualità dello 0,4%. Ma, accanto ad una crescita ancora non soddisfacente, si può soltanto dire che le politiche non convenzionali abbiano evitato effetti ancora peggiori per l'economia italiana.

 

Tali manovre infatti non sono in grado di risolvere da sole le problematiche di mancanza di produttività e di instabilità dei conti pubblici alla base della crisi, limiti noti nella penisola. È necessario un investimento, soprattutto da parte dei governi dei Paesi più in difficoltà, per rilanciare la crescita. Il dato aggregato del mercato unico europeo è tendenzialmente positivo, con una crescita media poco al di sotto del 2%.

 

La possibile futura fine del QE potrebbe pertanto avere un effetto benefico di stabilizzazione per la maggior parte dei Paesi europei che dimostrano una sufficiente ripresa, tranne che per quelli con bassa crescita ed alto debito, tra i quali proprio l’Italia, che potrebbero trovarsi nuovamente in difficoltà qualora dovessero cambiare le condizioni monetarie.

Stefano Cavedagna, AffInt 31

 

 

 

 

Eletti all’estero. E se cominciassimo a dire meno sciocchezze?

 

Il giornale “Libero”, ancora una volta, entra a gamba tesa sugli eletti all'estero, riservando parecchio spazio a un paio di articolesse del giornalista Paragone, corredate da schede e tabelle. Un'operazione, insomma, in grande stile. Peccato che tutto sia costruito su alcune monumentali sciocchezze che dimostrano, ad un tempo, prevenzione e ignoranza delle questioni affrontate.

Paragone, infatti, dimenticando che la Circoscrizione estero è prevista dalla Costituzione, arriva subito ad una conclusione facile facile: basterebbe un piccolo intervento nella legge elettorale in discussione in Parlamento per “liberarsi” degli eletti all’estero. Paragone evidentemente ignora o fa finta di dimenticarsi che i 12 deputati e 6 senatori sono anch’essi inclusi nella Costituzione e che la legge elettorale si limita a stabilire come ripartirli in base agli iscritti AIRE nelle quattro ripartizioni e a definire le modalità di esercizio del voto.

A meno che “Libero” non pensi che sia meglio candidare nelle quattro ripartizioni i vari “trombati” o i “cerca poltrona” che non ne trovano una libera in Italia. Altro che eliminare poltrone! Con la sua proposta avremmo come candidati all'estero i peggiori d’Italia.

Paragone dimentica anche che, ove si riuscisse non con legge ordinaria ma con procedura di rango costituzionale a eliminare la Circoscrizione estero dalla Costituzione, rimarrebbe il problema di garantire l’esercizio del diritto di voto ai cittadini italiani residenti all’estero. Inclusi i temporaneamente all’estero che, grazie all’Italicum, hanno votato in occasione del referendum, ma che ora andrebbero recuperati nella nuova legge elettorale in discussione.

Nella discussione che ha portato il Paese al referendum costituzionale, vera occasione mancata per dare all’Italia una svolta epocale, dov’era Paragone e dove si trovavano gli altri giornalisti che oggi raccontano di noi senza averci, davvero, mai sentito? Quella proposta confermava la nostra presenza in Parlamento. E gli italiani all’estero l’hanno sostenuta convintamente.

Come attività parlamentare, considerata sia sotto il profilo delle presenze in aula che sotto quello della qualità del lavoro, gli eletti all'estero sono attestati ben oltre la media dei 630 deputati e 315 senatori. Non siamo utilizzati da Palazzo Chigi come consulenti di politica estera? Non siamo consulenti, ma rappresentanti del popolo, senza vincoli di mandato. Inclusi i cittadini italiani che sono nel mondo. Lo dice la Costituzione. Qualche lezione d’inglese, però, potremmo darla a molti, politici e giornalisti.

E qualche lezione sui presupposti di diritto riguardanti gli italiani all'estero e, soprattutto, di stile potremmo darla a chi scrive senza conoscere o senza aver capito o aver voglia di capire.

Non è mia intenzione limitare il dibattito: facciamolo almeno in una giusta prospettiva, quella di migliorare una legge elettorale che, in ogni caso, deve rispettare la Costituzione. E chi voglia dire qualcosa sulla qualità degli eletti all’estero, lo faccia liberamente, ma almeno, per rispetto di chi legge, con una ricerca che superi il giornalismo spazzatura e che comunque tenga conto della qualità della rappresentanza nel suo complesso.

Una riflessione più approfondita, invece, merita la proposta di modifica delle regole di esercizio del voto ed in particolare il voto nei seggi. Diciamocela tutta, se la formulazione dialettica rimane “voto nei consolati”, presupponendo che l’unico seggio possibile sia in una sede consolare, limitando quindi notevolmente il numero dei seggi, rimarremmo perplessi. Si tratterebbe infatti di una severa limitazione alla partecipazione. Se si pensasse ad un numero ragionevole di seggi, tale da assicurare una copertura dignitosa dei territori, potremmo discuterne. Consapevoli che anche in questo caso avremmo problemi logistici ed organizzativi ed anche costi rilevanti.

Attenzione però: il voto nei seggi elimina alcuni rischi ma ne crea uno decisamente superiore, aumentando la possibilità di controllo del voto da parte di chi ha il controllo del territorio. Con un forte ridimensionamento del voto d’opinione. Marco Fedi, deputato Pd eletto all’estero, dip 30

 

 

 

 

L'alienazione di proprietà dello Stato italiano a Monaco di Baviera. Nessuna ipotesi di vendita per la sede dell'IIC

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola ha risposto in Commissione Affari Esteri alla Camera dei deputati a due interrogazioni riguardanti l'alienazione di proprietà dello Stato italiano a Monaco di Baviera, la prima presentata da Laura Gravini, deputata del Pd eletta nella ripartizione Europa, e la seconda da Manlio Di Stefano e alcuni altri esponenti del Movimento 5 Stelle.

Amendola, dopo aver ricordato come la razionalizzazione delle proprietà immobiliari dello Stato all'estero sia una delle priorità assegnate dal Parlamento alla Farnesina che comporta obiettivi impegnativi per il raggiungimento dei previsti saldi di finanza pubblica e per la riduzione del debito, ha richiamato le cifre che impongo una  revisione della politica sugli immobili demaniali: in base alla legge di bilancio 2017 il Maeci dovrà versare al bilancio dello Stato 26 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, mentre per il 2019 è stato inserito un target di 16 milioni di euro. Tali somme devono derivare da “operazioni di dismissione immobiliare di beni non più utili per le finalità istituzionali”. “La legge ha altresì previsto che, nel caso di mancato raggiungimento dei suddetti obiettivi, siano decurtati i fondi, per un ammontare corrispondente, destinati all'Agenzia Italiana per la Cooperazione alla Sviluppo – segnala Amendola, sottolineando dunque le conseguenze più ampie legate alle dismissioni.

In riferimento a Monaco di Baviera, il sottosegretario evidenzia come “non sia mai stata presa in considerazione una limitazione delle attività del Consolato generale né tantomeno una sua chiusura. Non sarebbe del resto possibile – aggiunge - in considerazione della grande collettività italiana ivi residente e dell'importanza della città di Monaco di Baviera e del Land Baviera in generale non solo nel contesto tedesco ma anche in ambito europeo”. “Altra cosa è lo stabile che ospita il Consolato generale – continua Amendola, ricordando come esso non sia “totalmente funzionale alle attività istituzionali, a causa delle sue condizioni e della necessità di interventi strutturali”. “Per tali ragioni, nel 2015 è stata esplorata la possibilità, con avviso pubblico, di permuta con conguaglio ma la procedura – informa il sottosegretario - è stata temporaneamente accantonata, non avendo prodotto i risultati sperati. Si continua tuttavia a ritenere che sia nell'interesse pubblico procedere all'alienazione dell'immobile, tenuto conto del valore di mercato dello stabile e delle necessità istituzionali”. Amendola assicura comunque che “un'eventuale vendita sarà comunque subordinata alla preventiva individuazione di locali idonei e altrettanto funzionali dove ricollocare le strutture” e come “nella scelta del nuovo edificio si terrà conto di aspetti importanti come la centralità della sede, la sua accessibilità al pubblico, le garanzie di sicurezza sul lavoro e gli standard di efficienza energetica”.

In merito alla convenienza dell'operazione immobiliare, si informa che per la perizia dell'immobile si è provveduto “secondo quanto previsto dalla legge n.?183/2011, avvalendosi di expertise locale, in condizioni di indipendenza ed assenza di interesse. Allo stesso modo, in caso di acquisto, si procederebbe per valutare l'investimento su un nuovo immobile per i servizi consolari, tenendo conto delle specificità locali. Ogni ipotesi di alienazione o di permuta dell'edificio – assicura ancora il sottosegretario - ha tenuto e terrà conto delle opzioni di mercato, della necessità di interventi di investimento e del valore dell'immobile. Non si ravvisa, quindi, possibilità alcuna di danno all'erario, ma solo benefìci, sia in termini di allocazione più funzionale e moderna degli uffici, sia di possibile entrata al bilancio dello Stato”.

Amendola si sofferma infine sull'immobile di proprietà demaniale che era già in uso ai servizi informativi e attualmente libero segnalando che, dopo una prima asta andata deserta nel 2016, si è svolta una procedura per manifestare interesse all'acquisto, i cui atti erano consultabili sul sito istituzionale della Farnesina, e che ha dato però esito negativo. “È stato quindi indicato alla sede consolare di dare la massima pubblicità alla vendita per poi procedere a trattativa privata – segnala.

Definisce poi “infondate” le notizie su una possibile vendita dell'edificio che ospita l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. “Non vi è alcuna istruzione della Farnesina in tal senso, tanto più che la manifestazione di interesse ad acquistare l'immobile dell'IIC, esternata da parte di un soggetto privato locale, non è stata presa in considerazione – conclude Amendola. 

In sede di replica, Di Stefano segnala il rischio che “a causa di meccanismi non comprensibili di opportunità politica e di valutazione reale e progettuale dell'operazione, si sottovaluti l'oggettivo valore del patrimonio immobiliare italiano all'estero” e auspica si vigili “affinché l'operazione di dismissione di alcuni immobili di proprietà italiana non sia un'operazione in perdita”. Richiamata anche l'opportunità di un censimento da parte del Maeci degli immobili all'estero, “al fine di valutare quali sia più vantaggioso dismettere, anche tenendo conto della loro importanza quali presidi strategici”.

Garavini esprime apprezzamento per l'assicurazione ricevuta dal Governo che non saranno interessati da alienazione gli immobili che hanno dimostrato di avere una buona funzionalità, ritenendo opportuno che per “l'eventuale dismissione di immobili all'estero si tenga conto dell'efficacia dei servizi a cui essi sono preposti”. In questo senso, ricorda che, mentre la sede del Consolato generale può risultare obsoleta per le funzioni che esso deve svolgere, la sede dell'IIC è idonea alle esigenze di spazio e di accessibilità necessarie all'Istituto stesso. L'esponente democratica auspica infine che “il Governo ponga la dovuta attenzione al tema oggetto dell'interrogazione, in quanto la situazione descritta non riguarda esclusivamente gli immobili italiani a Monaco di Baviera, ma numerosi edifici sparsi in tutto il mondo”. (Inform 31)

 

 

 

 

Sei riforme da non tradire

 

Provvedimenti che attendono di essere varati da anni sono vicinissimi alla meta: riguardano i diritti dei cittadini, approvarli prima di andare alle urne sarebbe un atto di sensibilità oltre che  segno di civiltà - di MARIO CALABRESI

 

Andiamo di corsa verso le elezioni accelerate, senza mostrare troppa preoccupazione di mettere in sicurezza i conti del Paese. Chi vuole portarci alle urne all'inizio dell'autunno ha innanzitutto il dovere di approvare la legge di stabilità prima dello scioglimento delle Camere. Pensare che la presentazione della manovra da parte del governo basti a proteggerci dalla speculazione e dai rischi dell'esercizio provvisorio è perlomeno pittoresco se non irresponsabile.

 

Ma non basta, per essere decoroso questo finale di legislatura dovrebbe evitare di buttare all'aria i provvedimenti che attendono di essere varati da anni e che sono ormai vicinissimi alla meta. Sono molti, dalle liberalizzazioni all'abolizione dei vitalizi. Ma ci sono soprattutto le leggi che riguardano i diritti dei cittadini, approvarle sarebbe un atto di sensibilità oltre che un segno di civiltà.

 

Ne abbiamo individuate sei a cui manca il voto finale e da oggi le ricorderemo tutti i giorni, affinché lettori ed elettori possano valutare i comportamenti delle varie forze politiche che si preparano a chiedere il loro voto.

 

Ci sono l'attesissima legge sul biotestamento; quella sulla cittadinanza, ferma al Senato dalla fine del 2015, che prevede la possano ottenere i minori nati in Italia da padre e madre stranieri se uno dei genitori ha un diritto di soggiorno di lungo periodo, o chi arriva in Italia entro il dodicesimo anno di età dopo aver frequentato un ciclo scolastico; l'introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura; l'approvazione del nuovo codice antimafia; la legalizzazione della cannabis e infine la riforma del processo penale che introduce soprattutto le nuove norme sulla prescrizione, per diminuire il rischio che indagini e processi vengano vanificati dalla lentezza dei tempi della giustizia penale. Inoltre viene prevista una delega al governo per "garantire la riservatezza delle comunicazioni oggetto di intercettazione": una delega che ci auguriamo serva a definire il migliore equilibrio tra il diritto alla riservatezza e quello all'informazione.

 

Gettare il lavoro fatto fin qui è un delitto e tutti ne sarebbero responsabili. Ci sono le responsabilità della maggioranza di governo e del Pd ma anche quelle delle opposizioni che su alcuni provvedimenti hanno il dovere di chiarire da

che parte stanno: può il Movimento 5 Stelle lasciare affondare il biotestamento, il reato di tortura o la cittadinanza? Se si partecipa alla riforma elettorale e si vogliono elezioni subito sarebbe nobile fare la propria parte anche nel portare al traguardo i nuovi diritti di questo Paese. LR 31

 

 

 

 

La politica dello sfacelo

 

Inizieremo queste nostre riflessioni con una domanda: che cos’è la politica? In sintesi essa s’identifica nella scienza per governare uno Stato. L’enunciazione, stringata ma esatta, non evidenzia, però, i contenuti reali di questa disciplina che coinvolge, uomini, idee e partiti. In definitiva, è la politica o, meglio, la sua gestione, a rendere possibile la vita di un Paese.

 

 L’Italia, ovviamente, non si discosta da questo enunciato. Da noi tale scienza s’è trasformata in poco più di un ventennio. Insomma, la Penisola, così come l’abbiamo conosciuta sino alla fine degli anni’90, ha subito una trasformazione imprevedibile sotto tutti gli aspetti. Alleanze e apparentamenti compresi. Per una buona metà della seconda parte del secolo scorso, il potere legislativo e, di conseguenza, quello esecutivo avevano origine da due tipi d’alleanza. Il “Centro/Destra” e il “Centro/Sinistra”. Quest’ultimo sbarcato anche nel nuovo millennio, ma con un’evoluzione che ne ha modificati le strategie e i piani operativi.

 

Oggi “Destra”, “Centro” e “Sinistra” hanno un significato relativo e la forza dei numeri vince su i concetti ideologici di una politica che ha sempre meno riferimento col passato dal quale, a torto o a ragione, ha avuto origine. I partiti “grandi” che, prima, erano anche “grandi partiti”, non esistono più. La “Destra” s’è tanto modificata da renderla politicamente “irrilevante”. Tutta la politica ha subito una trasformazione che, però, ci guardiamo bene di definire evoluzione. Intanto, non ci sono più “grandi” partiti e le maggioranze di governo sono il frutto di compromessi “instabili”. E’ poco efficace, al punto in cui ci troviamo, tentare di focalizzare le strategie delle alleanze. Forse, anche le idee più chiare potrebbero esaurirsi.

 

 O si prende ciò che c’è, o si rischia una “crisi”. Intanto, anni sono trascorsi senza elezioni politiche nazionali. Forse, si potrebbe votare prima di fine d’anno. Ma i Governi, nel frattempo, si sono succeduti con criteri che non abbiamo mai compreso nella loro pienezza. Col tempo, abbiamo capito che la politica all’”italiana” è sempre un rimedio meno valido per le necessità del Paese. Solo dopo una chiara analisi sul voto futuro, ogni riserva potrà essere sciolta. Con la fine di questa politica dello sfacelo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

I Deputati Pd Estero sugli articoli di “Libero” contrari al voto all’estero

 

ROMA – “Con la puntualità della frutta di stagione, arriva un nuovo attacco al voto degli italiani all’estero e agli eletti della circoscrizione Estero. In altre parole, ai diritti di cittadinanza di cinque milioni di persone”.  Inizia cosi la nota congiunta dei deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi sugli articoli pubblicati dal giornale Libero che, cogliendo l’occasione del confronto politico sulla nuova legge elettorale, sottolineano la necessità di abolire il voto degli italiani all’estero.   

 In proposito gli eletti all’estero del Pd precisano “I cittadini italiani all’estero sono cittadini come tutti gli altri e nessuno gli può togliere il diritto di voto, che è il primo dei diritti di cittadinanza. La circoscrizione Estero, inoltre, è stata messa in Costituzione per “dare effettività” a questo inalienabile diritto e nessuna legge elettorale (ordinaria) la può toccare. In Costituzione è indicato anche il numero dei parlamentari (12 alla Camera e 6 al Senato) per cui la stessa abolizione della legge sul voto degli italiani all’estero non cancellerebbe la rappresentanza, semmai ne potrebbe modificare le sole modalità di elezione. …Quanto alla presenza e alla incidenza degli eletti della circoscrizione Estero, - proseguono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - i dati ai quali il giornale fa riferimento dimostrano precisamente il contrario. I parlamentari eletti all’estero, gli unici – si ricordi – scelti direttamente dagli elettori con il voto di preferenza, nonostante l’ampiezza e la distanza dei loro collegi elettorali, sono stati più presenti e attivi della maggior parte degli eletti in Italia”. Per i deputati Pd la cosa che però più colpisce degli articoli è  l’affermazione del valore residuale dato agli italiani all’estero rispetto ai problemi del Paese. “Se l’economia italiana è restata a galla in questi anni di crisi – spiegano - lo si deve soprattutto alla proiezione del made in Italy nel mercato globale e la rete di sostegno assicurata dai cittadini all’estero e dagli italodiscendenti è stata determinante per questa capillare presenza. Oltre al contributo di immagine e di relazioni che il nostro retroterra emigratorio, vecchio e nuovo, assicura costantemente al Paese. In gioco, dunque, non è il ruolo degli italiani all’estero ma la visione che si ha del presente e del futuro dell’Italia nel mondo”.

I deputati del Pd ricordano inoltre come un altro giornale parlando delle trattative sulla legge elettorale, abbia accennato ad una possibilità di accordo tra Forza Italia e il Pd sulla sostituzione del voto per corrispondenza con quello nei seggi. La soluzione proposta da Forza Italia nel suo disegno di legge elettorale. “Abbiamo più volte detto – spiegano Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi  - che il voto nei seggi sarebbe una soluzione peggiore del male, un primo passo per il superamento del voto in loco. Nel merito, dunque, nulla da aggiungere, se non che non esiste alcun accordo al riguardo semplicemente perché il Pd non è disponibile ad una tale soluzione”. (Inform 30)

 

 

 

 

Una rievocazione. La Guerra dei Sei Giorni cinquanta anni dopo

 

La prima missione di Donald Trump in Israele, e la prima volta di un presidente americano in carica al Muro del Pianto, ha quasi coinciso con la commemorazione di un evento che per gli Israeliani significa la riunificazione di Gerusalemme e per gli Arabi è un motivo di frustrazione.

 

Fra la fine maggio e i primi di giugno 1967, esattamente mezzo secolo fa, matura il casus belli che provocherà la Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) fra Israele e la coalizione araba guidata dalla Repubblica Araba Unita (Rau), come ancora si chiamava l’Egitto dopo che la Siria aveva abbondonato l’Unione. La guerra in ebraico è letteralmente denominata Milhemet Sheshet Ha Yamim, in arabo suona come an-Naksah, la sconfitta.

 

L’entrata in Gerusalemme di Dayan e Rabin

Una foto del 7 giugno 1967 ritrae l’ingresso in Gerusalemme, attraverso la Lion’s Gate, del ministro della Difesa Moshe Dayan e del capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin. I due indossano le divise militari e gli elmetti, camminano a piedi per rispettare la sacralità del luogo e dichiarare subito l’intento di pacificare la Città senza tenerla manu militari. La conquista della Città Santa (Al Quds, la santa, per gli Arabi) significa portarla nella sua integrità sotto il controllo israeliano.

 

Anni dopo (1980) la Knesset la dichiarerà capitale unita e indivisa dello Stato, con ciò ponendo un’ipoteca sui negoziati circa lo status di capitale di Israele e Palestina (secondo la formula sacramentale due popoli - due Stati). Di unità e indivisibilità di Gerusalemme parla il primo ministro Netanyahu nell’allocuzione di benvenuto a Trump, il quale invece tace circa l’ipotesi di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

 

I verbali israeliani desegretati

A distanza da cinquanta anni dalla Guerra l’Archivio di stato d’Israele ha desegretato i verbali delle sedute del gabinetto di sicurezza prima, durante e dopo il conflitto del 1967. Il gabinetto si riunisce nel formato ristretto al primo ministro, ai ministri competenti, al capo di Stato Maggiore, ai responsabili dei servizi di sicurezza. Il governo è di unità nazionale. Si infittiscono i segnali dell’agitazione araba, i proclami del presidente egiziano GamalAbdel-Nasser si fanno più bellicosi.

 

Il primo ministro Levi Eshkol (laburista) teme un massacro e resiste alle pressioni dei militari di aprire subito le ostilità. Il ministro della Difesa Moshe Dayan (laburista) si mostra anch’egli prudente, avverte che “ci sono limiti alla nostra abilità nello sconfiggere gli Arabi”.

 

Il 2 giugno la situazione precipita. L’Egitto viola gli accordi internazionali, penetra nella penisola del Sinai, chiude gli Stretti di Tiran che danno accesso al Golfo di Aqaba, ignora l’avvertimento israeliano che la chiusura degli Stretti sarebbe stata considerata un casus belli. A quel punto, in seno al gabinetto, il capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin dichiara che se Israele non colpisce per primo, “ci sarà un grave pericolo per l’esistenza d’Israele e la guerra sarà difficile, penosa e con numerose vittime”. Il governo decide l’attacco preventivo.

 

L’attacco preventivo e il ruolo della Giordania

L’attacco preventivo si consuma in una serie di incursioni aeree sui principali aeroporti nemici e porta a distruggere a terra buona parte delle loro flotte aeree. L’Idf (Israel Defense Forces) interviene coi mezzi corazzati nella penisola del Sinai.

 

Il governo Eshkol esorta la Giordania a tenersi fuori dal conflitto sia per proteggere la stessa Giordania dalla ritorsione e sia per evitare a Israele l’apertura di un secondo fronte a est oltre quello siriano. Il Regno di Giordania esita ad integrare la coalizione araba pur avendo appena sottoscritto un patto di mutua difesa con l’Egitto, ma finisce per cedere alle pressioni egiziane sulla base di rapporti che danno la coalizione in vantaggio. L’artiglieria giordana e irachena bombarda la zona ovest di Gerusalemme e fornisce all’Idf il motivo per intervenire a difesa.

 

L’euforia della vittoria fra gli israeliani

Il 6 giugno, il gabinetto israeliano è in preda all’euforia. Dayan dichiara che “è possibile raggiungere Sharm al-Sheikh e il fiume Litani in Libano”. Qualcuno vagheggia avanzate oltre il Canale di Suez e fino al Cairo. Il 10 giugno si raggiunge il cessate il fuoco su pressione americana.

 

Il 14 giugno, cessate le ostilità sul terreno, il gabinetto esamina le prospettive dopo la vittoria, la cui portata è andata oltre qualsiasi previsione. Mai come prima nella sua giovane storia (lo Stato fu fondato nel 1948), Israele controlla così tanto territorio e così tante popolazioni. Il ministro degli Esteri Abba Eban esalta la vittoria come la più significativa “della diplomazia pubblica d’Israele”, tale da suscitare l’ammirazione del mondo.

 

Il 15 giugno il gabinetto discute del destino dei territori occupati. Eban ammette che “stiamo seduti su un barile di dinamite”: amministrare due popoli, uno dei quali provvisto di diritti e l’altro privo di diritti, è una pratica “difficile da difendere, persino nello speciale quadro della storia ebraica”.

 

Alcuni ministri propongono di trasferire gli Arabi altrove. Altri riconoscono che essi “sono abitanti di questa terra… Non c’è alcuna ragione di prendere gli Arabi che sono nati qui e di trasferirli in Iraq”. Il primo ministro conclude che il punto non deve essere dirimente al momento: importa che “abbiamo affermato che la Terra d’Israele è nostra di diritto”.

 

La figura di Rabin e l’impatto del conflitto

La Guerra dei Sei Giorni apre la riflessione in Israele circa la natura dello Stato (la compatibilità dell’occupazione col sistema democratico) e la possibilità di trovare un accomodamento coi vicini arabi. Nel 1992, colui che nel 1967 era il capo di Stato Maggiore torna a coprire la carica di primo ministro.

 

Attorno alla figura di Yitzhak Rabin la letteratura è generalmente concorde. Si tratta di un personaggio dalle molteplici sfaccettature: militare a tutto tondo, responsabile di rudezze, capace di parlare il linguaggio del compromesso fino ad essere insignito del Nobel per la Pace (1994).

 

Negli Stati Uniti è appena uscita la biografia a cura di Itamar Rabinovich, uno stretto collaboratore dello stesso Rabin. Il libro (Yitzhak Rabin: Soldier, Leader, Statesman, Yale University Press) si concentra sull’esperienza di Rabin come primo ministro nei primi Anni Novanta del XX secolo e sulla sua volontà di giungere ad un assetto definitivo riguardo ai binari palestinese e siriano.

 

Rabin concepisce la restituzione del Golan alla Siria (le alture furono conquistate nel 1967) e concessioni territoriali ai Palestinesi. Lo scopo ultimo di scelte che Rabin sa dolorose per il suo popolo è di affermare per Israele il diritto di cittadinanza in Medio Oriente: non più un corpo estraneo da espungere con la forza, ma un Paese “normale” con cui intrattenere normali rapporti di vicinato se non proprio di collaborazione. Nel 1995 Rabin paga il progetto con la vita.

Cosimo Risi, AffInt 3

 

 

 

Tra Assocamerestero e Comitato Fiere Industria (CFI) accordo per la promozione del sistema fieristico italiano nel mondo

 

ROMA - Le fiere apripista per il business italiano nel mondo: per promuovere le più importanti vetrine di eccellenza italiane, Assocamerestero e Comitato Fiere Industria (CFI) hanno siglato un accordo di collaborazione che potenzierà la partnership tra gli organizzatori delle principali manifestazioni italiane e le 78 Camere di Commercio Italiane all’Estero.

 Grazie al contributo della rete camerale estero, verrà garantita, sui 54 mercati di presidio delle CCIE, una diffusione capillare del calendario fieristico italiano presso un target mirato di operatori di settore, nonché un costante monitoraggio delle opportunità d’affari e dei trend nei settori più rilevanti per il nostro sistema fieristico.

 “L’attività fieristica – afferma il presidente di Assocamerestero Gian Domenico Auricchio - è da sempre un asset strategico del business delle CCIE. Questo Accordo testimonia la crescita dell’azione delle Camere italiane all’estero nella realizzazione di servizi fieristici avanzati, che potranno supportare CFI soprattutto nell’importante fase di follow up delle manifestazioni fieristiche con gli operatori esteri, grazie al radicamento della nostra rete all’interno delle comunità d’affari locali”. “Il processo di internazionalizzazione delle imprese, specie delle PMI, passa prioritariamente tramite lo strumento delle fiere che si svolgono in Italia” – dichiara il Presidente CFI Massimo Goldoni – “e la collaborazione istituzionale tra Assocamerestero e CFI contribuirà positivamente a valorizzare le eccellenze del Made in Italy che in esse si identificano. L’intesa, quale premessa ad un più diretto rapporto tra gli Organizzatori e le singole Camere Estere, è finalizzata ad uno scambio di informazioni puntuali sulla politica fieristica e sull’evoluzione del sistema nazionale nel contesto della competizione globale che viene monitorata in sede locale”.

Assocamerestero è l´Associazione che riunisce le 78 Camere di Commercio Italiane all´Estero (CCIE), presenti in 54 Paesi nel mondo e Unioncamere. Le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono Associazioni private, estere e di mercato costituite da imprenditori e professionisti italiani e stranieri, riconosciute dal Governo italiano e radicate nei Paesi a maggiore presenza italiana nel mondo. Tramite 140 uffici distribuiti in 54 mercati, la Rete delle 78 CCIE svolge azioni strategiche a sostegno dell’internazionalizzazione delle PMI, della promozione del Made in Italy e della valorizzazione della business community italiana nel mondo.

CFI Comitato Fiere Industria è l’Associazione che rappresenta Enti organizzatori e Promotori di fiere del settore industriale, svolgendo le sue funzioni istituzionali anche quale Agenzia di Confindustria con delega in materia fieristica. Inform 29

 

 

 

 

Garavini (PD): “Mai così tante risorse per la proiezione dell’Italia nel mondo, dal 2010”

 

“Era dal 2010 che la rete delle Camere di Commercio italiane all’estero non disponeva di così tante risorse per la proiezione del nostro Paese. È il risultato dell’attenzione prestata dal Governo Renzi alla promozione dell’Italia nel mondo.” Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, commentando lo stanziamento ordinario di sette milioni e mezzo da parte del Ministero dello sviluppo economico a favore delle Camere di commercio italiane all’estero (CCIE) in esecuzione di un suo emendamento ed ordine del giorno all’ultima Legge di Bilancio.

 

“Appena un anno fa le risorse di cofinanziamento ordinario per le CCIE ammontava a soli 4,8 milioni di euro. Significa un aumento netto del 60 per cento rispetto allo scorso anno: il valore più alto dal 2010. A cui vanno aggiunti ulteriori due milioni e duecentomila euro per l’esecuzione di progetti straordinari sul made in Italy con riferimento a selezionati mercati del Nord America e dell’Europa. Per un totale complessivo di quasi 10 milioni di euro, a favore dell’operato della rete camerale all’estero. Un impulso vero e significativo alla proiezione dell’Italia nel mondo”. Dip 1

 

 

 

 

Il viceministro agli Esteri Mario Giro: “La sfida italiana: non sbagliare con i figli e i nipoti degli immigrati”

 

GENOVA - «Siamo spaventati, ma saremo anche in grado di prendere le contromisure adeguate. Il terrorismo in Europa non è un fatto nuovo: gli attentati sono iniziati dagli anni Ottanta, nel 2005 c'è stata la strage nella metropolitana di Londra. Ogni volta che c'è una crisi nel mondo, l'effetto si riverbera con questi attacchi». È l'analisi di Mario Giro, viceministro agli Esteri e grande conoscitore di queste dinamiche, autore del libro “Noi terroristi, storie vere dal Nordafrica a Charlie Hebdo".

All'inizio le critiche sono piovute sul Belgio, poi ci si è accorti che anche altri Paesi europei avevano problemi con le comunità islamiche.

«È così e le critiche al Belgio sono state assolutamente ingenerose. Il problema è comune a molta parte dell'Europa, là dove si sono creati ghetti».

L'effetto Londonistan...

«Sì, dove nel tempo si sono create delle vere e proprie enclave islamiche, allora si sono creati i presupporti di ampie porzioni di territorio dove non c'è alcun senso di cittadinanza e possono rappresentare una copertura, un ambiente protetto per i fanatici e gli integralisti. È la stessa dinamica della mafia di casa nostra».

Quindi, in qualche modo, noi conosciamo il perimetro del problema.

«Sì, quelle di aree che sono fuori dal controllo dello Stato e in cui vige l'omertà, che copre la legge della violenza e della prevaricazione».

In Italia, nei confronti delle comunità islamiche, fino a oggi non è stato compiuto lo stesso errore.

«Sì, anche grazie alle dinamiche temporali. In Francia gli algerini sono iniziati ad arrivare negli anni Venti, da noi i primi immigrati negli anni Ottanta. Sessant'anni hanno fatto la differenza, ora tocca a noi non sbagliare con le seconde e le terze generazioni. Ed evitare assolutamente che si creino anche qui ghetti e banlieue».

Quali sono le possibili reazioni contro il terrorismo?

«Noi scontiamo un grave errore di analisi. C'è la sinistra per cui le radici del terrorismo stanno nella povertà, nell'emarginazione, nella mancata integrazione. Per la destra è tutta colpa dell'Islam e dell'immigrazione. Sono sbagliate entrambe, il fenomeno è molto più complesso. E' in atto una sfida tutta interna all'Islam, quelle forze vogliono che ce ne andiamo dal Medio Oriente per avere poi il controllo su un miliardo e mezzo di musulmani».

E usano i radicalizzati...

«Sì, usano la propaganda contro l'Occidente nelle fasce di popolazione dov'è più facile attecchisca e poi le utilizzano, le dirigono per i loro scopi».

Il fenomeno dell'immigrazione in Italia ha come contraltare le polemiche sull'accoglienza. Proprio ieri un'inchiesta pubblicata dal Secolo XIX ha evidenziato le distorsioni dell'affidamento di questa partita a enti e associazioni non qualificate.

«Sono assolutamente d'accordo. Ci sentiamo chiedere da alcuni: perché avete affidato l'accoglienza al Terzo settore? Ebbene: non è esatto. L'accoglienza è solo in parte nelle mani del Terzo settore, cioè di associazioni che da sempre si occupano di disabili, di disagio, di persone in difficoltà».

C'è chi vuoi realizzare affari.

«Esatto. Troppe le cooperative o le associazioni spuntate solo per business, che facevano tutt'altro ma hanno fiutato l'occasione. Non hanno le caratteristiche giuste. Così i migranti, alla fine, si trovano sul marciapiede per fare la questua invece di fare le attività che dovrebbero: corsi di italiano, apprendere un mestiere».

Non possono però per legge essere obbligati...

«Sì, ma proprio per questo serve personale che li sappia coinvolgere e magari un po' "costringere". Dobbiamo comprendere che ci si deve rivolgere solo al Terzo settore, quello autentico, senza fini di lucro e con tanta specializzazione».

Nel quartiere genovese di Coronata c'è un centro di questo tipo, che lei ha visitato nei giorni scorsi, eppure si è scatenata una protesta dei migranti che rifiutavano le attività ufficiali.

«Sì, ci sono stato. E' stata una ribellione non spontanea di alcune persone che sono state strumentalizzate dagli anarco-insurrezionalisti locali e da chi voleva usarle per spacciare. Non sopportavano il controllo. Tutto è già rientrato e sono state la capacità e l'esperienza di un centro di questo genere ad affrontare e risolvere rapidamente questa crisi». Il Secolo XIX, 7 giugno

 

 

 

 

Uscita flessibile dal mondo del lavoro. L’Opzione Donna applicabile anche alle donne che risiedono all’estero

 

ROMA – La Farnesina evidenzia che tra le nuove possibilità di uscita flessibile dal mondo del lavoro introdotte dalla legge di Bilancio 2017 rientra anche l’estensione della cosiddetta “Opzione Donna”. Si tratta della possibilità per le donne di anticipare il diritto alla pensione rispetto al normale trattamento di vecchiaia, a condizione che soddisfino alcuni requisiti minimi, ampliati con la nuova norma. Chi richiede di godere di tale beneficio deve però sapere che subirà una leggera penalizzazione sull’assegno mensile e dovrà optare per la liquidazione della pensione esclusivamente con le regole del sistema contributivo.

Possono esercitare tale facoltà le lavoratrici che entro il 31.12.2015 abbiano maturato un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni e un’età anagrafica pari a 57 anni per le dipendenti e 58 per le autonome.

Le donne residenti all’estero che soddisfino tali requisiti (ricongiungendo i periodi di lavoro in Italia con quelli del Paese estero con cui è in vigore un Accordo in tal senso) possono chiedere, come le donne residenti in Italia, il pensionamento anticipato.

Ulteriori informazioni possono essere acquisite tramite il sito dell’Inps (https://www.inps.it/NuovoportaleINPS/default.aspx?itemdir=50300&lang=IT),  dove vengono specificati più in dettaglio i requisiti richiesti e le modalità di presentazione della domanda, nonché recandosi presso i Patronati all’estero e le strutture diplomatico/consolari. (Inform)

 

 

 

 

„Desaster“ – „Eigentor“ – „Chaos“: EU-Reaktionen auf die Wahl in Großbritannien

 

Von Ratspräsident Donald Tusk bis zu den Vorsitzenden der Parlamentsparteien ist die Aufregung nach dem für Theresa May desaströsen Verlauf der Wahlen in Großbritannien groß.

 

May hatte den Wahltermin selbst vorgezogen und sich davon versprochen, ihre Parlamentsmehrheit zu vergrößern und somit eine starke Basis für die Brexit-Verhandlungen zu haben. Doch ihr Pokerspiel ist missglückt; die Konservativen haben Stimmen verloren und konnten sich nicht genug Sitze für eine absolute Mehrheit sichern.

Herber Rückschlag für Premierministerin Theresa May: Ihre konservativen Tories haben bei der Parlamentswahl in Großbritannien laut Prognosen die absolute Mehrheit verloren.

EU-Ratspräsident Tusk drückte seine Sorgen aus, welche Konsequenzen die Wahl auf die Brexit-Verhandlungen, die eigentlich am 19. Juni beginnen sollen, haben wird. „Wir wissen nicht, wann die Brexit-Gespräche beginnen. Aber wir wissen, wann sie abgeschlossen sein müssen. Tun Sie Ihr Bestes, dass wir einen „Nicht-Deal“ aufgrund von „Nicht-Verhandlungen“ vermeiden“, twitterte Tusk in Richtung Großbritannien.

Der Brexit-Chefverhändler der Europäischen Kommission Michel Barnier zeigte Verständnis für die komplizierte Situation des Verhandlungspartners. Die Brexit-Gespräche sollten starten, wenn Großbritannien dazu bereit sei. Der zeitliche Plan sowie die Positionen der EU seien klar.

Gianni Pittella, Chef der Sozialisten im EP, nannte das Wahlergebnis ein „Desaster” für May, sie habe ihre Glaubwürdigkeit in Großbritannien und in der EU verloren. Er forderte ihren Rücktritt. Gleichzeitig lobte Pitella das Ergebnis der Labour-Partei und ihres Kandidaten Jeremy Corbyn.

In einer Pressemitteilung der Partei der Europäischen Sozialisten (PES) erklärte Parteichef Sergei Stanischew, auch wenn May sich „irgendwie als Premierministerin halten kann“, sei ihre Glaubwürdigkeit „extrem geschwächt“.

Auch der Vorsitzende der konservativen EVP Manfred Weber sagte, May habe Stabilität erreichen wollen, aber stattdessen „Chaos“ für ihr Land gebracht. Während die EU vereint sei, sei Großbritannien „tief gespalten“.

Guy Verhofstadt von der liberalen ALDE-Fraktion, der für seine harten verbalen Auseinandersetzungen mit Nigel Farage von der rechten UK  Independence Party im EU-Parlament berühmt-berüchtigt wurde, nannte Mays Wahldebakel „ein weiteres Eigentor“. Damit nahm er Bezug auf das vom ehemaligen Premier David Cameron angeordnete Brexit-Referendum und den dadurch angerichteten Schaden. Durch die Schlappe von May würden die bereits komplexen Verhandlungen jetzt noch komplizierter.

Der deutsche Kommissar Günther Oettinger sagte im Interview mit dem Deutschlandfunk, „mit einem schwachen Verhandlungspartner läuft man Gefahr, dass die Verhandlungen für beide Seiten schlecht laufen.“ Man brauche eine „handlungsfähige Regierung, die den Austritt von Großbritannien verhandeln kann.“

Oettinger, der für das EU-Budget verantwortlich ist, erklärte weiter, die EU und Chefverhandler Barnier seien „bestens“ auf die Brexit-Verhandlungen vorbereitet, „aber ob die andere Verhandlungsseite überhaupt beginnen kann, wird sich in den nächsten Stunden zeigen müssen, wird sich in den nächsten wenigen Tagen zeigen müssen.“ Georgi Gotev, EA 9

 

 

 

 

Oxfam. EU-Flüchtlingspolitik ist Negativ-Vorbild für Afrika

 

Afrikanische Regierungen nehmen Oxfam zufolge immer seltener Flüchtlinge auf, weil sie sich Europa zum Vorbild nehmen. „Wenn Europa keine Verantwortung übernimmt, warum sollten wir es?“, sei die zunehmend verbreitete Einstellung in Afrika. Von Phillipp Saure

 

Die Flüchtlingspolitik der EU führt Oxfam zufolge dazu, dass auch afrikanische Regierungen Flüchtlinge nicht mehr aufnehmen oder sie abschieben wollen. „Sie schauen darauf, was in Europa passiert“, sagte die Geschäftsführerin von Oxfam in Südafrika, Sipho Mthathi, dem Evangelischen Pressedienst in Brüssel. Und dann fragten die Regierungen „‚Warum können wir sie nicht auch zurückweisen? Wenn Europa keine Verantwortung übernimmt, warum sollten wir es?'“. Europa sei in der Flüchtlingspolitik zu „einem Vorbild im negativen Sinne“ geworden, urteilte die Oxfam-Vertreterin.

Die veränderte Haltung habe konkrete Folgen. Südafrika etwa habe damit begonnen, mit Heimatstaaten von Migranten zu verhandeln, um diese dann gegen ihren Willen zurückzuführen, sagte Mthathi. Das vergleichsweise stabile und wohlhabende Südafrika ist ein Zielland innerhalb des Kontinents. Flüchtlinge und Migranten kämen zum Beispiel aus dem Sudan, dem Kongo und Äthiopien, aber auch aus dem Jemen oder Afghanistan, sagte die Südafrikanerin, die die internationale Hilfsorganisation in ihrem Land seit drei Jahren als Geschäftsführerin leitet. Die Menschen flöhen vor Verfolgung, Konflikten und Dürre oder suchten ein besseres Leben. Vergangenes Jahr habe Südafrika zwischen 250.000 und 350.000 von ihnen aufgenommen.

Die Regierung versuche inzwischen jedoch, sie von Vornherein vom Kommen abzuhalten, erklärte Mthathi. „Sie haben viele Abfertigungs-Zentren geschlossen, um es für die Leute noch frustrierender zu machen, ins Land zu kommen.“ Die Bedingungen für die Einreise würden zudem erschwert und Prozeduren verlängert. Auch bei solchen Schritten berufe man sich auf Europa, beklagte Mthathi. Darüber hinaus würden die Ankömmlinge neuerdings als Sicherheitsrisiko gesehen. Es heiße zum Beispiel „‚Oh, diese Menschen migrieren aus Somalia, aus dem Sudan. Und sie kommen, um das Land zu destabilisieren'“, sagte Mthathi. „Und damit kopieren sie bestimmt die von Europa benutzte Sprache.“ (epd/mig 9)

 

 

 

 

Das Versöhnungsprojekt

 

Die europäische Säule sozialer Rechte kann den Populismus stoppen und die Bürger wieder mit Europa versöhnen. Von Maria João Rodrigues

 

Diese "Pulse of Europe"-Demonstrantin muss nicht mehr überzeugt werden, aber viele Bürgerinnen und Bürger haben wegen der Krisen das Vertrauen in die Eu verloren.

In Europa wird über das kürzlich von der Europäischen Kommission vorgelegte Dokument „Die europäische Säule sozialer Rechte“ debattiert. Es enthält 20 Grundsätze, an denen sich – so die Hoffnung – die EU-Gesetzgebung orientieren wird. Das rechtlich nicht bindende Dokument umreißt Möglichkeiten, mit denen die Lebens- und Arbeitsbedingungen auf dem gesamten Kontinent verbessert werden können. Das Europäische Parlament billigte im Januar einen Bericht über das Maßnahmenpaket und die Europäische Kommission hat jetzt ihre eigenen Vorschläge zur Umsetzung der „Säule“ vorgestellt.

Diese Debatte kommt zur rechten Zeit für die Europäische Union. Die soziale Dimension der europäischen Integration hat durch die seit 2010 andauernde Krise in der Eurozone einen heftigen Rückschlag erlitten. Gleichzeitig waren viele Mitgliedstaaten zu einer strengen Haushaltskonsolidierung und internen Abwertungen gezwungen. Diese Politik hat in vielen Ländern zu gravierenden sozialen Härten geführt. Viele Bürgerinnen und Bürger sind daher der Meinung, dass die EU Ungleichheit und soziale Ungerechtigkeit befördert hat. Das europäische Projekt, das über Jahrzehnte mit Einheit, Wohlstand und Fortschritt assoziiert wurde, wird nun für die Verschlechterung der Wohlfahrtssysteme verantwortlich gemacht und als Bedrohung des Wohlergehens der Menschen angesehen.

Zugleich steht Europa vor vielen weiteren Herausforderungen: Globalisierung, demografischer Wandel (alternde Gesellschaft, Geburtenrückgang, Migration), Klimawandel und die Endlichkeit natürlicher Ressourcen. Hinzukommt eine neue Phase der digitalen Revolution mit gravierenden Auswirkungen auf die Arbeitsmärkte. Europa muss seine Arbeitnehmerrechte und Sozialversicherungssysteme den neu entstehenden Erwerbsformen und Beschäftigungstypen anpassen, um annehmbare und gerechte Arbeitsbedingungen und soziale Absicherung für alle Beschäftigten sicherzustellen.

Das europäische Sozialmodell – die Vision von Wirtschaftswachstum, das mit höheren Lebensstandards und besseren Arbeitsbedingungen einhergeht – hat in den verschiedenen Mitgliedstaaten unterschiedliche Ausprägungen angenommen, die mit den jeweiligen historischen Entwicklungen und dem Subsidiaritätsprinzip im Einklang stehen. Aber die EU-Länder können nur zusammen für den Wohlstand all ihrer Bürgerinnen und Bürger sorgen. Ohne einen gemeinsamen europäischen Rahmen werden die Mitgliedstaaten im Hinblick auf soziale Standards in eine Abwärtsspirale geraten. Daher ist das europäische Sozialmodell ein gemeinsames Projekt, dessen Hauptziel darin bestehen sollte, was im Fachjargon als „soziale Aufwärtskonvergenz“ bezeichnet wird: eine nachhaltige Verbesserung des Wohlergehens aller Menschen in allen EU-Ländern auf der Grundlage eines nachhaltigen und inklusiven Wirtschaftswachstums und von Maßnahmen, die garantieren, dass kein Mensch und kein Land zurückgelassen werden, sondern jeder an der Gesellschaft und Wirtschaft teilhaben kann.

Die europäische Säule für soziale Rechte ist eine wichtige und dringend notwendige Initiative, die sowohl von der Europäischen Kommission als auch vom Europäischen Parlament zu Recht ganz oben auf ihre politischen Agenda gesetzt wurde, um die Bürgerinnen und Bürger mit der Europäischen Union zu versöhnen. Allerdings dürfen sich das Projekt und die Idee eines „sozialen Europas“ nicht auf eine kleine Gruppe von EU-Experten beschränken. Ein „soziales Europa“ betrifft das Leben aller Menschen: die Rechte, die ihnen an ihrem Arbeitsplatz zustehen, die ihnen zur Verfügung stehenden sozialen Dienstleistungen, die politischen Maßnahmen, die ihre wirtschaftlichen Perspektiven verbessern und die soziale Absicherung, auf die sie sich verlassen können, wenn im Leben etwas schief läuft.

Das „soziale Europa“ ist für alle da und muss jeden und jede einbeziehen und für spürbare Verbesserungen im Leben aller Menschen sorgen. Die „Säule“ muss daher die gesamte Mehr-Ebenen-Struktur der EU durchdringen, auch die kommunalen, regionalen und nationalen Regierungen und deren Zusammenwirken mit Unternehmen, Gewerkschaften und der Zivilgesellschaft.

Wir sind alle Mitglieder der EU. Wir alle haben ein Interesse an einem ausgewogenen Wirtschaftswachstum und an Europas Zusammenhalt gegenüber dem Aufstieg von Nationalisten wie Marine Le Pen, Donald Trump und Wladimir Putin. Die sind nämlich darauf aus, eine auf Zusammenarbeit ausgelegte internationale Ordnung zu zerschlagen und bürgerliche und soziale Rechte abzubauen.

Statt Lippenbekenntnissen und falschen Versprechungen brauchen wir jetzt eine Europäische Kommission, die mit konkreten Verbesserungen der EU-Rechtsvorschriften aufwartet und mehr Geld zu Verfügung stellt, um anständige Lebens- und Arbeitsbedingungen für Europas Bürgerinnen und Bürger sicherzustellen. Die Nachwirkungen der schweren Wirtschaftskrise und einer von Sparsamkeit geprägten Politik haben zusammen mit den Herausforderungen einer globalisierten und digitalisierten Welt im Leben vieler Europäer zu Armut und Unsicherheit geführt. Diese Umstände müssen sich ein für alle Mal verbessern. Wenn alle Mitgliedstaaten zusammen am Aufbau einer soliden europäischen Säule für soziale Gerechtigkeit arbeiten, wird es allen Menschen in Europa besser gehen und sie werden ihr Vertrauen in das europäische Projekt zurückgewinnen. IPG 31.5.

 

 

 

„Migranten werden durch schlechte EU-Politik gezwungen, ihr Leben zu riskieren“

 

Die Nichtregierungsorganisation Médecins du Monde (MdM) hat die Schließung der EU-Grenzen kritisiert: dadurch würden Migranten gezwungen, die gefährlichste Route über das Mittelmeer zu nehmen. Ein Bericht von EURACTIV Spain.

 

Daten der Internationalen Seeschifffahrts-Organisation (IOM) zeigen das Ausmaß der Verschlimmerung: die Anzahl der Toten im Mittelmeer dieses Jahr stieg von 1340 Menschen am 22. Mai auf 1530 nur zwei Tage später.

Die Katastrophe beenden

“Wir müssen über neue Ansätze nachdenken; es stimmt nicht, dass es keine Alternative gibt. Wir müssen das Sterben im Mittelmeer beenden“, sagte MdM-Sprecher Carlos Artundo gegenüber EFE. Die NGO arbeitet in allen Gebieten der Flüchtlingsrouten, von den Kriegsschauplätzen in Syrien bis zu den griechischen und italienischen Küsten.

Artundo erinnerte daran, dass es Pflicht der Staaten ist, Menschen in Seenot zu retten – und nicht der NGOs, die gewöhnlich hunderte Personen täglich bergen. Diese humanitäre Hilfe lasse sie als Kriminelle dastehen. Ihnen werde von einigen Regierungen vorgeworfen, die Schmutzarbeit der Schleppergangs zu übernehmen. “Viele NGOs bieten humanitäre Überwachung auf See an, einige wurden nur für diesen Zweck gegründet, weil Staaten ihren rechtlichen Pflichten nicht nachkommen. Uns können diese Toten nicht egal sein”, so Artundo.

Grünen-Chefin Simone Peter wirft der EU „unterlassene Hilfeleistung“ vor.

Lybien-Italien: Die tödlichste Route der Welt

Auch das Spanische Kommittee für Flüchtlingshilfe (Comisión Española de Ayuda al Refugiado, CEAR) sieht die Schuld für die Notsituation im Mittelmeer bei den EU-Regierungen. Die Organisation kritisiert vor allem das Abkommen zwischen der EU und der Türkei, durch das viele Geflüchtete von der Griechenland-Route abgedrängt wurden. Die Strecke über Griechenland sei „gefährlich, aber weniger tödlich als die Route Lybien-Italien, die die tödlichste Route der Welt ist.“

“Jedes Mal, wenn eine Route geschlossen wird, öffnet sich eine neue, die länger und gefährlicher ist. Das bringt für die Schlepper sogar noch mehr Profite, weil die Migranten höhere Preise zahlen müssen,“ erklärt CEAR-Generaldirektorin Estrella Galán.

Die Strände Lybiens seien “von Tripolis bis zur tunesischen Grenze” das Hauptarbeitsfeld der Menschenschleuser geworden. „Ein Ticket kostet 1500 Euro und die Reise endet oft im Seemannsgrab”. Galán kritisierte auch die EU-Abkommen mit Ländern wie Lybien, “in denen Menschenrechte nicht geachtet werden, und in denen das meiste Geld zur Finanzierung bewaffneter Gruppen ausgegeben wird.“

Die Europäische Union sorgt sich Insidern zufolge um den Aufbau der libyschen Küstenwache. Damit soll ein neuer Flüchtlingsandrang über das Mittelmeer vermieden werden.

Intelligentere und menschlichere Politik

Die Organisation Ärzte ohne Grenzen prangert derweil die “schlimmen Lebensbedingungen” in lybischen Auffanglagern an. Die NGO hat in den letzten drei Monaten mehr als 4000 Migranten in den Lagern der Hauptstadt versorgt und dabei auch gegen akute Unterernährung gekämpft, da viele Geflüchtete tagelang ohne Essen auskommen mussten.

“Sie leben oft in überbelegten Zellen, haben keinen garantierten Zugang zu Toiletten und leiden unter teilweise schweren Verleztungen und Traumata”, so ein Statement der Organisation. Artundo fügt hinzu, die europäische Migrationspolitik ”funktioniert nicht. Sie fordert Menschenleben und ist eine Schande für Würde und Menschlichkeit in Europa.“

Der MdM-Sprecher ruft daher zu „intelligenterer Politik“ und zu mehr Menschlichkeit auf. Man müsse mehr offene und flexible Grenzübergänge für Menschen aus armen Regionen in Afrika schaffen, so dass diese nach Europa kommen, temporäre Arbeit finden, beispielsweise auf den Obstplantagen in Spanien, und dann über eine sichere Route mit ihrem verdienten Geld zurückkehren können. euroefe.es/EA 31.5.

 

 

 

 

 

Neue postkoloniale Abhängigkeit?

 

Afrikapolitik sollte mehr als eine Investitionsagenda für Europa sein. Von Niels Annen 

 

Im Rahmen des G20-Gipfels im Juli in Hamburg steht die Zusammenarbeit mit Afrika im besonderen Fokus. So soll als Resultat des Gipfels unter anderem ein Vertrag mit Afrika, der sogenannte „Compact with Africa“ verabschiedet werden. Die deutsche G20-Präsidentschaft hat sowohl die Chance als auch die Verpflichtung, für eine progressive, solidarische und partnerschaftliche Afrikapolitik zu werben.

Denn obwohl viel über das „Afrikajahr 2017“ geredet wird, werden die politischen Akzente deutlich an europäischen Wirtschafts- und Handelsinteressen ausgerichtet. Eine progressive Afrikapolitik sollte jedoch Außen-, Sicherheits- und Entwicklungspolitik in einem globalen Ansatz miteinander verbinden. Der EU-Afrika-Gipfel, der im November 2017 in Abidjan stattfinden wird, bietet dafür eine neue Chance. Deutschland und die EU könnten dort zeigen, dass sie die gemeinsamen politischen Ziele für Europa und Afrika nicht einer Investitions- und Wachstumsagenda für Europa unterordnen. Die Mängel in der Kooperation mit Afrika, die mit dem G20-Gipfel zu Tage treten, könnten dort zumindest teilweise behoben werden.

Einige afrikanische Gäste werden nach Hamburg kommen. Auch kürzlich auf dem G7-Gipfel in Sizilien waren Staats- und Regierungschef aus Äthiopien, Kenia, Niger, Nigeria, Tunesien und Guinea anwesend. Das alles kann nicht darüber hinwegtäuschen, dass diese Gipfeltreffen einen exklusiven Club der mächtigen Wirtschaftsnationen repräsentieren. Aus meiner Sicht reicht es nicht, einige handverlesene Vertreter Afrikas als Gäste zu G20-Treffen einzuladen. Das ändert wenig an dem grundsätzlichen Partizipationsdefizit afrikanischer Staaten. Mit Ausnahme von Südafrika ist kein weiteres afrikanisches Land als reguläres Mitglied im G20-Prozess vertreten. Die Zusammenarbeit mit afrikanischen Staaten gerade im Rahmen solcher Gipfeltreffen sollte auch nicht auf Migrationsfragen begrenzt werden. Angesichts globaler politischer Verschiebungen und drängender gemeinsamer Herausforderungen ist es höchste Zeit, unsere Beziehungen zu den Staaten Afrikas neu auszurichten.  

Sozialdemokraten fordern einen Paradigmenwechsel in der Afrikapolitik. Dazu braucht es mehr als reine Absichtserklärungen. Die G20-Nationen, die mit ihren Entscheidungen zum Teil gravierende Auswirkungen auf ärmere Länder haben, setzten im „Afrikajahr 2017“ auf Investitionspartnerschaften mit ausgewählten Afrikanischen Nationen. Durch Arbeit und Wachstum in Afrika soll Migration nach Europa verhindert werden. Dieses Vorgehen steht für ein neoliberales Wirtschaftsverständnis und verstärkt postkoloniale Abhängigkeitsstrukturen. Das ist das Gegenteil dessen, was ich mir unter einer solidarischen Afrikapolitik vorstelle.

Eine progressive Afrikapolitik setzt darauf, eine sozial-ökologische Transformation afrikanischer und europäischer Gesellschaften und Wirtschaftssysteme in einem partnerschaftlichen Vorgehen einzuleiten. Gerechtigkeit, Frieden, Nachhaltigkeit und Solidarität müssen dabei im Mittelpunkt stehen. Jegliche afrikapolitische Initiative muss dabei von Grund auf mit dem Bewusstsein gedacht werden, dass europäischer Kolonialismus Strukturen geschaffen hat, deren Nachwirkungen die politische, soziale und wirtschaftliche Entwicklung Afrikas bis heute prägen. Den Rahmen für partnerschaftliche Zusammenarbeit bilden sowohl internationale Verträge und Zielsysteme wie die Agenda 2030, die Sustainable Development Goals und das Pariser Klimaabkommen sowie vor allem bereits vorhandene Konzepte aus Afrika wie die Agenda 2063 der Afrikanischen Union.

Die G20-Nationen können und sollen als informeller Zusammenschluss wichtige politische Akzente in der Afrikapolitik setzen und Prozesse in globalen Institutionen verstärken. Wichtig dabei ist ein möglichst kohärentes ressortübergreifendes Handeln. Deutschland sollte mit gutem Beispiel vorangehen und die Vielzahl an afrikapolitischen Initiativen kohärent gestalten sowie in transparenter und übersichtlicher Weise an afrikanische Partner kommunizieren. Dazu gehört auch, sich auf europäischer Ebene verstärkt zu engagieren und EU-Afrika-Initiativen aktiv mitzugestalten. Wir sollten uns gerade mit unserem engen Verbündeten Frankreich abstimmen. Sich widersprechende Initiativen sind weder national noch international hilfreich. Bundesminister Müller hat mit der Vorlage seines „Marshall-Planes mit Afrika“ für Unverständnis und Verwirrung gesorgt. Viel Rhetorik – wenig dahinter.

Progressive Afrikapolitik im Rahmen des G20-Prozesses bedeutet für mich auch, diesen zu öffnen und die Partizipation gesellschaftlicher Gruppen institutionell zu stärken. Der bereits bestehende Dialog mit der Zivilgesellschaft ist begrüßenswert, aber nicht ausreichend. Sowohl der Labour 20-Prozess, der Civil Society 20- und der Think-Tank-2-Prozess verdienen die Möglichkeit, stärker Einfluss zu nehmen. Die Defizite der demokratischen Legitimation müssen kreativ überwunden werden. Dies wäre möglich mit den in der Agenda 2030 dargelegten Verfahren im Rahmen des Hochrangigen Politischen Forums.

Der „Compact with Africa“ strebt unter anderem verbesserte Rahmenbedingungen für private Investoren in Afrika an. Natürlich ist wirtschaftliche Entwicklung über verstärkte Investition wichtig für die Entwicklung unseres Nachbarkontinentes. Aber diese Investitionen müssen differenziert, nachhaltig und gerecht sein. Und darüber hinaus müssen Investitionen in ein entsprechendes industrie- und landwirtschaftspolitisches Rahmenwerk eingebunden werden. Ohne die Einhaltung internationaler Verpflichtungen zum Schutz der Menschenrechte und zur Einhaltung der ILO-Kernarbeitsnormen können Investitionen mehr schaden als nutzen. Besonderes Augenmerk muss auch auf die Qualität der neu zu schaffenden Jobs gerichtet werden. Es muss sichergestellt werden, dass erneute strukturelle Verschuldung verhindert wird. Darüber hinaus müssen Optionen für umfassende Entschuldungsverfahren geprüft werden. Es braucht einen entsprechenden Überprüfungsmechanismus im Compact als Garantie, dass entsprechende Standards und Regelwerke eingehalten werden.

Es ist richtig und unverzichtbar, dass im Compact gefordert wird, gegen illegale Finanzströme und Kapitalflucht  durch Geldwäsche, Steuerhinterziehung und Korruption vorzugehen. Bisher haben sich eher so genannte „good performers“  wie die Elfenbeinküste, Marokko, Ruanda, Senegal und Tunesien um die Partnerschaften beworben und wurden ausgewählt. Dies legt nahe, dass die Investitionen nicht die ärmsten und schwächsten Staaten erreichen werden, die diese besonders benötigen. Um langfristige Entwicklungsziele zu erreichen, wäre es allerdings notwendig, Akteure zu stärken, die sich für funktionierende demokratische Systeme und eine armutsmindernde Wirtschafts- und Entwicklungspolitik in ihren Ländern und Regionen einsetzen. In unserem Interesse kann es nicht sein, autoritäre Entwicklungsstaaten weiter zu stärken.

IPG  6

 

 

 

 

USA: Kirche kritisiert Trumps Klima-Entscheidung

 

Die US-Bischöfe sagen es ohne Umschweife: Der Rückzug der USA aus dem Pariser Klimaschutzabkommen schadet der ganzen Welt und insbesondere den Armen. Empört reagiert die US-Bischofskonferenz auf den von US-Präsident Donald Trump angekündigten Schritt.

 

„Präsident Trumps Entscheidung wird den Menschen in den Vereinigten Staaten und der Welt Schaden zufügen, insbesondere den ärmsten, schutzbedürftigsten Gemeinden“, betonte Oscar Cantu, Bischof von Las Cruces (New Mexico) am Donnerstag in einer Pressemitteilung der Bischofskonferenz.

Die Auswirkungen des Klimawandels seien „bereits jetzt erfahrbar in einem Anstieg des Meeresspiegels, dem Schmelzen von Gletschern, heftigeren Stürmen und häufigeren Dürren“. Die Bibel bestätige den Wert der Bewahrung der Schöpfung - einen Wert, dem die Pariser Vereinbarung nachkomme. Er könne „nur hoffen“, dass Trump konkrete Wege vorschlage, wie die USA ihrer globalen Umweltverantwortung nachkommen würden, betonte der Bischof.

Der Münchner Kardinal Reinhard Marx hat als Vorsitzender der EU-Bischofskommission Comece erklärt: „Auch wenn die Entscheidung des US-amerikanischen Präsidenten zu erwarten war, bleibt sie ein herber Rückschlag für den internationalen Klimaschutz und trübt die weltweite Zuversicht nach der Einigung auf der Pariser Klimakonferenz.“

Bis zum Schluss habe man gehofft, dass die Gespräche im Rahmen der G7 und das Zusammentreffen mit Papst Franziskus die Entscheidung positiv beeinflussen könnten, so Kardinal Marx. Es sei bedauerlich, dass dies nichts genützt habe. Die internationale Staatengemeinschaft dürfe sich jetzt aber davon nicht entmutigen lassen, insbesondere die Europäer seien aufgefordert, geschlossen eine Vorreiterrolle bei der Bewahrung der Schöpfung einzunehmen, so Kardinal Marx.

Schlag ins Gesicht

Die Ankündigung von US-Präsident Donald Trump, die Vereinbarungen zur Reduzierung des CO2-Ausstoßes aufzukündigen, sei auch für das Umwelt-Engagement der Kirchen ein „Schlag ins Gesicht“, erklärte das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) am Freitag in Bonn.

„Es irritiert uns sehr, dass die USA als weltweit zweitgrößter Verursacher von Treibhausgasen sich in diesem zentralen Punkt nun ein Stück weit ihrer Verantwortung für das globale Gemeinwohl entziehen und sich beim Klimaschutz gegen die versammelte internationale Staatengemeinschaft stellen“, so der ZdK-Sprecher für „Nachhaltige Entwicklung und Globale Verantwortung“, Peter Weiß.

„Ich bin überzeugt, dass die USA mit dieser Entscheidung sich am Ende selbst am meisten schaden werden – sowohl ökonomisch als auch außen- und sicherheitspolitisch“, betonte Weiß. Es sei bedauerlich, dass Papst Franziskus den US-Präsidenten bei dessen Besuch im Vatikan in der vergangenen Woche nicht habe umstimmen können.

Papst Franziskus hatte sich bei seiner Begegnung mit dem US-Präsidenten für das Klimaschutzabkommen stark gemacht. Als Geschenk hatte er Trump eine Ausgabe seiner Umwelt-Enzyklika „Laudato Si´“ überreicht.

Brot für die Welt: Gefahr von Kriegen wegen Klimawandel

Auch nach Auffassung von „Brot für die Welt“ wird der US-Ausstieg aus dem Paris-Abkommen verheerende Folgen für Entwicklungsländer haben. „Die Entscheidung von US-Präsident Donald Trump, das Pariser Klimaabkommen zu verlassen, ist eine Katastrophe für die ärmsten Menschen“, erklärte die Klimaexpertin des evangelischen Hilfswerkes, Sabine Minninger, am Freitag. Die USA sind nach China der zweitgrößte Produzent von Treibhausgasen weltweit.

Ein unbegrenzter Klimawandel werde Millionen Menschen in die Flucht vor Umweltkatastrophen treiben, führte Minninger aus. Auch wachse die Gefahr von kriegerischen Konflikten um Naturressourcen. Der Vertrag sei für viele Arme die einzige Hoffnung, von den allerschlimmsten Auswirkungen des Klimawandels verschont zu bleiben, erklärte die Klimaexpertin. Sie verwies darauf, dass nun die Finanzierung von Klimaschutz und Anpassung in armen Ländern ins Stocken geraten könnte, weil zugesagte US-Gelder nicht fließen sollen.

Trump begründet Ausstieg mit Jobs in der Kohleindustrie

Präsident Donald Trump hatte den Rückzug der USA vom Pariser Klimaabkommen am Donnerstagabend im Rosengarten des Weißen Haus angekündigt. Zur Begründung sagte Trump, das Klimaabkommen benachteilige die Vereinigten Staaten. Es vernichte Jobs in der US-amerikanischen Kohleindustrie. Mit dem Ausstieg aus dem Vertrag halte er sein Versprechen, Amerika zu schützen, betonte der US-Präsident. Gleichzeitig schlug er vor, international ein neues, „faires“ Abkommen auszuhandeln. Dem erteilten Deutschland, Frankreich und Italien bereits eine Absage.

Die Kündigung des Vertrages greift formell erst 2020. Allerdings sind die darin enthaltenen nationalen Ziele zur CO2-Minderung von jedem Land selbst gesteckt und rechtlich nicht bindend. Trump kündigte an, dass die Vorgaben, die sich die USA zur Drosselung der Treibhausgase gegeben haben, ab sofort nicht mehr gelten. Auch an der Finanzierung des sogenannten Green Climate Funds zur Unterstützung von Entwicklungsländern im Kampf gegen die Erderwärmung will sich Trump nicht mehr beteiligen.

Paris-Abkommen von 195 Staaten unterzeichnet

Der Leiter der US-Umweltschutzbehörde EPA, Scott Pruitt, feierte Trumps Entscheidung als „historische Wiederherstellung“ der wirtschaftlichen Entscheidungsfähigkeit der USA. Der Austritt werde „der Arbeiterklasse nutzen“.

Auf der UN-Klimakonferenz in Paris war Ende 2015 vereinbart worden, Maßnahmen zu treffen, um die Erderwärmung auf deutlich unter zwei Grad Celsius zu begrenzen, möglichst sogar auf nur 1,5 Grad. Damit sollen die verheerendsten Folgen des Klimawandels abgewendet werden. Das Vertragswerk hatten 195 Staaten unterzeichnet.  (kna/kirche+leben/domradio/rv 02.06.)

 

 

 

 

Internationale Kritik an Trumps Plan zur Aufkündigung des Klimavertrags

 

US-Präsident Donald Trump brandmarkt den Weltklimavertrag als Instrument zur Schwächung seines Landes. Frankreichs Präsident Macron lehnt die Neuverhandlung des Klimaabkommens jedoch kategorisch ab.

„Unter dem Strich ist das Abkommen in extremem Maße unfair gegenüber den USA“, sagte er am Donnerstag in Washington. Daher würden die USA es verlassen und auch alle Zahlungen für den Kampf gegen den Klimawandel an andere Länder einstellen. Er werde sich aber für einen neuen und gerechten Vertrag einsetzen. „Wenn uns das gelingt: Gut. Wenn nicht, ist das auch in Ordnung.“ Deutschland, Frankreich und Italien lehnten eine Neuverhandlung ab. Die Länder bekräftigen in einer gemeinsamen Erklärung, dass die Dynamik des im Dezember 2015 ausgehandelten Vertrags nicht aufzuhalten sei.

Weltweit stieß Trumps Entscheidung auf Kritik. Die UN nannten sie eine große Enttäuschung. Großbritanniens Premierministerin Theresa May drückte ihr Bedauern aus. Das US-Präsidialamt teilte mit, Trump habe mit Bundeskanzlerin Angela Merkel, Frankreichs Präsident Emmanuel Macron, May und Kanadas Ministerpräsident Justin Trudeau telefoniert, um seine Entscheidung persönlich zu erläutern. Die USA würden sich auch ohne Abkommen darum bemühen, die Umwelt zu schützen. Japan erklärte, der Klimawandel brauche konzertierte Anstrengungen der ganzen internationalen Gemeinschaft.

Mit der Kündigung kann der Austritt der USA frühestens im Jahr 2020 wirksam werden. Die USA wären damit das einzige Land neben Syrien und Nicaragua, das nicht mehr Teil des UN-Weltklimavertrags ist. Er hat zum Ziel, die Erderwärmung auf deutlich unter zwei Grad gegenüber der vorindustriellen Zeit zu begrenzen. Trump hatte den Klimawandel im Wahlkampf als Erfindung der Chinesen bezeichnet, die nur der US-Wirtschaft schaden wollten.

CHEFS VON TESLA UND DISNEY SCHMEISSEN BEI TRUMP HIN

Die Welt habe applaudiert, als die USA den Vertrag unterzeichnet hätten, kritisierte Trump im Rosengarten des Weißen Hauses. Aber nur, weil er das Land zugunsten anderer schwäche. Andere würden daher über die USA lachen. „Sie werden es nicht mehr machen“, sagte er. „Ich bin gewählt, um die Menschen von Pittsburgh zu vertreten, nicht Paris.“ Der demokratische Bürgermeister von Pittsburgh, Bill Peduto, antwortete umgehend, dass seine Stadt – lange Zentrum der US-Stahlindustrie – hinter dem Pariser Abkommen stehe.

Diejenigen, die die USA im Abkommen halten wollten, seien die gleichen, die ihren Beitrag etwa zur Nato nicht ausreichend leisteten, sagte Trump unter Anspielung auf Länder wie Deutschland. Die USA seien reich an Rohstoffen, und dieser enorme Reichtum solle dem Land mit dem Pariser Vertrag weggenommen werden, um ihn auf andere Staaten zu verteilen. Trump kritisierte, dass der Vertrag das Land Millionen Arbeitsplätze kostet. Länder wie China oder Indien aber dürften über Jahre immer mehr Treibhausgas ausstoßen.

Ex-Präsident Barack Obama, der das Abkommen mit ausgehandelt hatte, warf Trump vor, sich der Zukunft zu verweigern. Er sei überzeugt, dass die US-Bundesstaaten, die Städte und Unternehmen jetzt sogar mehr tun würden, um den Planeten zu schützen, heißt es in einer Erklärung. Tesla-Chef Elon Musk und Disney-Chef Robert Iger kündigten aus Protest ihre Beraterfunktionen beim Präsidenten. Apple, Facebook oder Ford kritisierten Trumps Schritt. Auch Dow Chemical und der Ölkonzern Exxon hatten ihn davor gewarnt. Dagegen kündigte der Kohlekonzern Peabody Energy an, Trump in dieser Sache zu unterstützen.

EU: KAMPF GEGEN KLIMAWANDEL GEHT WEITER

Die EU-Kommission teilte mit, sie werde sich nun um neue Bündnisse im Kampf gegen den Klimawandel bemühen. Der Rückzug der USA sei ein trauriger Tag für die Weltgemeinschaft.

Bundesumweltministerin Barbara Hendricks (SPD) erklärte, Trump habe sich für die Vergangenheit entschieden, der Rest der Welt für die Zukunft. Das „Paris-Abkommen wird Bestand haben – auch ohne die USA.“ Die EU und Deutschland hatten zum einen auf allen diplomatischen Kanälen versucht, Trump von einem Austritt abzubringen. Zum anderen hatten sich die Staaten aber offenbar auch mit Erfolg bemüht, einen Domino-Effekt nach einem US-Ausstieg zu verhindern.

Deutschland hat derzeit die Präsidentschaft der Gruppe der 20 führenden Industrie- und Schwellenländer der Welt (G20) inne und steht nun vor einem schwierigen Gipfeltreffen Anfang Juli in Hamburg. Merkel wollte die Staaten dort zu einem einheitlich Votum für den Klimaschutz bewegen. Im Rahmen der G7 war Italien damit vergangene Woche am Widerstand von Trump gescheitert, was zu einem offenen Zerwürfnis führte. Mit den USA außerhalb des Pariser Klimavertrages dürfte eine Abschlusserklärung noch schwerer werden.

Macron lehnt Neuverhandlung von Klimavertrag kategorisch ab

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron hat eine Neuverhandlung des Pariser Klimaschutzabkommens kategorisch abgelehnt.

Die Entscheidung von US-Präsident Donald Trump für den Austritt sei ein Fehler für sein Land, sein Volk und für die Zukunft der Erde, sagte Macron in einer Fernsehansprache am Donnerstag in Französisch und Englisch. Es gebe keine Möglichkeit, über einen weniger ambitionierten Vertrag zu verhandeln. „Bei Klima gibt es keinen Plan B, weil es keinen Planeten B gibt.“ In dem auf Englisch gehaltenen Teil seiner Ansprache griff Macron den Wahlslogan von Trump auf und sagte: „Make the Planet Great Again!“ (Macht den Planeten wieder groß.) Klimaschützer und Wissenschaftler rief er auf, nach Frankreich zu kommen, um dort gegen den Klimawandel zu kämpfen.

Zuvor hatte Frankreich bereits zusammen mit Deutschland und Italien Neuverhandlungen ausgeschlossen. In einer gemeinsamen Mitteilung erklärten die Länder, die Dynamik des 2015 in Paris ausgehandelten Vertrags sei nicht aufzuhalten. EurActiv/rtr 2

 

 

 

Italien nimmt Kurs auf Neuwahl im Herbst

 

In Italien verdichten sich die Anzeichen für eine Neuwahl. Inzwischen seien alle großen Parteien für eine Änderung des Wahlrechts.

Deshalb sei eine Abstimmung im Herbst wahrscheinlicher geworden, sagte ein Regierungsvertreter der Nachrichtenagentur Reuters gestern. Ähnliches war aus dem Umfeld von Präsident Sergio Mattarella zu vernehmen: Zwar müsse noch ein Haushalt verabschiedet werden. Aber wenn sich die Parteien in der Wahlrechtsfrage einig blieben, werde im Herbst wohl ein neues Parlament gewählt. Anleger reagierten nervös. Sie befürchten einen Sieg der europakritischen Fünf-Sterne-Bewegung, die eine Neuwahl bereits am 10. September forderte. Die Mailänder Börse startete mit deutlichen Verlusten in die neue Woche.

Nach dem gescheiterten Verfassungsreferendum schlittert Italien in die nächste politische Krise. Nutznießer des Chaos‘ sind die Rechtspopulisten der Lega Nord, die Fünf-Sterne-Bewegung – und Berlusconis Forza Italia.

Formell muss bis spätestens Mai 2018 gewählt werden. Doch seit dem Wochenende kochen die Spekulationen hoch, dass dies deutlich früher der Fall sein wird. Zum einen plädierte der Vorsitzende der regierenden Sozialdemokraten (PD), Ex-Ministerpräsident Matteo Renzi, am Sonntag in einem Zeitungsinterview dafür, die nächste Wahl parallel zur deutschen Bundestagwahl am 24. September abzuhalten. Zum anderen stimmte die Fünf-Sterne-Bewegung für die Einführung des Verhältniswahlrechts nach deutschem Vorbild. Sie ist damit die vierte große Partei, die dies befürwortet.

Präsident Mattarella wiederum hat eine Änderung des Wahlrechts zur Voraussetzung für Neuwahlen erklärt. Nur er hat die Macht, das Parlament aufzulösen. Womöglich würde Mattarella aber auch noch eine Einigung auf einen Haushalt fordern, bevor er vorgezogene Wahlen ansetze, sagte ein Insider, der dem Präsidenten nahesteht. Ein Regierungsvertreter sagte, binnen eineinhalb Wochen dürfte wohl mehr Klarheit herrschen.

Italien ist laut EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker auf dem Weg der wirtschaftlichen Erholung.

Eine Änderung des Wahlrechts soll die unterschiedlichen Wahlsysteme in den beiden Parlamentskammern in Einklang bringen. Mit dem Verhältniswahlrecht würde die Fünf-Prozent-Hürde eingeführt. Parteien mit weniger Wählern würden somit im Abgeordnetenhaus keinen Platz mehr erhalten.

Derzeit deuten Umfragen darauf, dass es mit dem neuen System keinen klaren Gewinner geben würde. Das schürt Sorgen, dass das jahrelang wirtschaftlich angeschlagene Land auch politisch wieder instabileren Zeiten entgegensteuert. Die PD, die derzeit mit Paolo Gentiloni den Ministerpräsidenten stellt, liegt gegenwärtig gleichauf mit der Anti-Establishment-Bewegung Fünf Sterne bei etwa 30 Prozent. Chancen auf einen Einzug ins Parlament hätten zudem die rechtspopulistische Lega Nord und Silvio Berlusconis populistische Forza Italia. EA/Reuters 30

 

 

 

Italiens Banken in der Krise. Rettungsfonds stellt kein weiteres Geld zur Verfügung

 

Die beiden Krisenbanken Banca di Vicenza und Veneto Banca können vorerst nicht mit weiteren finanziellen Hilfen rechnen. Der italienische Rettungsfonds Atlante erteilt den Bankhäusern eine Absage.

 

MailandDen italienischen Krisenbanken Banca Popolare di Vicenza und Veneto Banca droht nach Angaben aus EU-Kreisen eine Abwicklung. Dies könnte der Fall sein, sollten sich die beiden Geldhäuser nicht bis Ende Juli staatliche Hilfe zur Überbrückung ihrer Kapitallücken sichern, sagte ein mit der Angelegenheit vertrauter Insider am Dienstag der Nachrichtenagentur Reuters. Dann würden die EU-Regulierungsbehörden ihre eigene Lösung vorbereiten. Sie bestehe darin, dass die Aktionäre, Anleiheinhaber und Inhaber größerer Konten zur Kasse gebeten würden, um die Verluste der Banken zu schultern.

Italiens Rettungsfonds Atlante erklärte bereits, er werde kein weiteres Geld in die beiden Institute pumpen. Der Fonds erteilte einer entsprechenden Anfrage der Banken am Dienstag eine Absage. Die Bedingungen für weitere Investitionen seien derzeit nicht erfüllt, hieß es zur Begründung.

 

Laut Berechnung der Europäischen Zentralbank weisen zwei italienische Krisenbanken Kapitallücken in Milliardenhöhe auf. Vor wenigen Wochen beantragten die Institute bereits Staatshilfen. Eine Insolvenz drohe aber nicht. mehr…

 

Die Banken hatten staatliche Hilfe angefordert, um eine Finanzierungslücke von 6,4 Milliarden Euro zu überbrücken. Die EU-Kommission erklärte, zunächst müssten die Geldhäuser zusätzlich eine Milliarden Euro bei privaten Investoren einsammeln, bevor die Steuerzahler für die Rettung der Banken angezapft werden könnten.

Atlante hat seit seiner Gründung im vergangenen Jahr bereits 3,4 Milliarden Euro in die beiden Geldhäuser gesteckt. Damit stehen dem Fonds nach eigenen Angaben nur noch weitere 50 Millionen Euro an Mitteln zur Verfügung.

Atlante war ins Leben gerufen worden, um den Krisenbanken des Landes unter die Arme zu greifen. Sie sitzen auf einem riesigen Berg fauler Kredite. Handelsblatt 31

 

 

 

 

Studie: Folgen des Brexit teurer als derzeitige britische EU-Beiträge

 

Brexit-Befürworter hoffen, Großbritannien werde als EU-Nettozahler nach dem Ausstieg finanziell besser dastehen. Diese Rechnung dürfte wegen des schlechteren EU-Marktzugangs nicht aufgehen.

Großbritanniens Gesamtbeitrag zum EU-Budget im Jahr 2015/16 lag bei 17,6 Milliarden Pfund (20,3 Milliarden Euro). Das Land erhielt im Gegenzug Subventionen für Programme im öffentlichen Sektor in Höhe von 2,8 Mrd. Pfund (3,2 Mrd. Euro) sowie Rückzahlungen von rund 4 Mrd. Pfund (4,6 Mrd. Euro). Somit hat das Königreich netto 10,75 Mrd. Pfund (12,31 Mrd. Euro) eingezahlt. Diese Zahlen gehen aus Daten hervor, die ReportLinker für EURACTIV.com zusammengestellt hat.

Subventionen für Landwirte unter der Gemeinsamen Agrarpolitik (GAP) und andere direkte Zahlungen an britische Organisationen zählen dabei nicht zur Unterstützung des öffentlichen Sektors. Durch sie kommen noch einmal mindestens 4 Mrd. Pfund hinzu, die von Brüssel nach Großbritannien fließen.

Britische Beiträge zum EU-Budget 2010-2016. In dunkelblau die Zahlungen, in hellblau die erhaltenen Subventionen für öffentliche Programme. Die graue Linie zeigt die Nettozahlungen des Landes

Ein großer Teil der EU-Gelder wird für regionale Entwicklungsprojekte und wissenschaftliche Programme aufgewendet, die es andernfalls schwer hätten, finanzielle Unterstützung, beispielsweise aus dem Privatsektor, zu erhalten. So wurden britischen Universitäten und anderen Forschungseinrichtungen kürzlich von der EU-Initiative Horizont 2020 insgesamt 2,5 Mrd. Euro an Zuschüssen für Wissenschaftsprojekte zugesagt.

Harter Schlag für den Dienstleistungssektor

Die ‘Brexiteers’ hatten gehofft, mit dem Abschied aus der EU würde Großbritannien Zahlungen an das EU-Budget einsparen. Dem ist auch so, doch die Einsparungen werden durch die wirtschaftlichen Schäden beim Austritt aus dem Binnenmarkt sofort aufgefressen beziehungsweise übertroffen.

Die britische Premierministerin Theresa May würde nach ihren Worten eher ganz auf einen Austrittvertrag mit der EU verzichten, als einen schlechten abzuschließen.

Dienstleistungen stehen für fast 80 Prozent des britischen BIP. In einer Studie von Cebr für die anti-Brexit-Gruppe Open Britain wird festgestellt, dass allein der Dienstleistungssektor jährlich bis zu 36 Mrd. Pfund (41 Mrd. Euro) durch schlechteren Zugang zum EU-Markt verlieren würde. Die Verluste dieses Sektors allein könnten die EU-Nettobeiträge Großbritanniens also um das Dreifache übersteigen. Das ist das Worst-Case-Szenario, doch auch bei einem „positiven“ Brexit-Szenario, in dem britische Firmen teilweise den gleichen Zugang hätten wie heute, würden laut Studie die Verluste 25 Mrd. Pfund oder 1,4 Prozent des BIP betragen.

Zur Begründung erklärte Cebr, der EU-Binnenmarkt biete „insgesamt mehr Handelszugang als ein typisches Freihandelsabkommen“, weil es Binnenmarkt-Mitgliedern erlaubt ist, Dienstleistungen, die sonst strikt reguliert sind, wie Finanz- und Luftfahrtservices, in allen anderen EU-Staaten zu kaufen und verkaufen. Der Zugang für Firmen, die ihren Sitz außerhalb des Binnenmarktes haben, ist dagegen beschränkt. Für Cebr ist es unwahrscheinlich, dass Firmen mit Sitz in Großbritannien nach dem Austritt die gleichen Freiheiten behalten oder wiedererlangen.

Der Einfluss dieser Entwicklungen auf die Steuereinnahmen des Staates lässt sich noch nicht abschätzen. Es ist jedoch zu erwarten, dass der UK-Haushalt hart getroffen würde. Ein Beispiel ist die City of London, bisher das größte Finanzzentrum der EU. Die direkten Steuereinnahmen aus diesem Sektor lagen 2015/16 bei 24,4 Mrd. Pfund, so Zahlen des britischen Parlaments. Mit schlechterem Zugang zum EU-Markt würden diese Einnahmen sinken.

Das geplante EU-Budget für die Jahre 2014-2020 wird im Rat von Großbritannien blockiert. Der Ausstiegskandidat will der EU offenbar Steine in den Weg legen.

Auswirkungen auf andere Mitglieder

Auch auf der anderen Seite des Kanals macht man sich Sorgen: durch den Brexit entsteht, wie beschrieben, eine Finanzierungslücke von 12,31 Mrd. Euro. Außenminister Sebastian Kurz hat eine Erhöhung der österreichischen Beiträge zum EU-Budget bereits ausgeschlossen: „Es braucht einen Kurswechsel“, sagte er in Wien, man müsse innerhalb der EU sparen und könne „nicht so weitermachen, wie bisher.“

Aus Brüssel heißt es, man wolle sicherstellen, dass Großbritannien seinen bereits zugesagten Verpflichtungen und Zahlungen tatsächlich nachkommt und die Kosten nicht auf andere EU-Länder abgewälzt werden. Es ist zu erwarten, dass die Kosten des Ausstiegs das am heißesten umkämpfte Thema in den Brexit-Verhandlungen werden.  Samuel White  EA 1

 

 

 

 

Austern statt Austerität. Warum Deutschland jetzt mehr in Europa investieren sollte

 

Die pro-europäischen Kräfte sollten sich angesichts des Erstarkens populistischer, anti-europäischer Parteien nicht kleinmachen, dennoch müssen wir realistisch sein: Einen Konsens für eine Weiterentwicklung oder Umgestaltung der Wirtschafts- und Währungsunion wird es im Rat der Europäischen Union erst einmal nicht geben. Zu groß sind die Interessengegensätze der Mitgliedstaaten, die Reformen befürworten oder zumindest nicht ablehnen und jenen Mitgliedstaaten, deren Regierungen jegliche Initiativen auf Ratsebene blockieren – oft nicht aus sachlichen Gründen, sondern aus innenpolitischem Kalkül und als Ausdruck einer grundsätzlich ablehnenden Haltung gegenüber einem Europa, das den Werten von Demokratie, Rechtsstaatlichkeit und Meinungsfreiheit verpflichtet ist. Daran ändert vorerst auch die Wahl Emmanuel Macrons nichts.

Angesichts dieser politischen Lage sind die einzelnen Mitgliedstaaten bei der Stabilisierung der Eurozone gefragt. Obwohl das aktuelle Vertragswerk bei einigen Mitgliedstaaten zurecht als reformbedürftig angesehen wird, eröffnet es einen Handlungsspielraum, der bis heute nicht ausgeschöpft wird – dies gilt sowohl für Deutschland als auch für die Mittelmeeranrainer und die Europäische Union als Ganzes.

Gerade die Sozialdemokratie sollte nicht verschweigen, dass Deutschland einen deutlich stärkeren Beitrag zur Stabilisierung der Eurozone und Europas leisten muss. Wir haben dazu bereits einiges in der Großen Koalition durchgesetzt, zum Beispiel einen Fonds, mit dem etwa Investitionen in Bildungseinrichtungen und Infrastruktur in finanzschwachen Kommunen ermöglicht werden. Nicht zuletzt haben wir durch den Mindestlohn die Binnennachfrage in Deutschland gestärkt.

Dennoch kann und muss Deutschland mehr investieren. Denn auch der Fiskalpakt lässt ein Haushaltsdefizit von bis zu 0,5 Prozent des Bruttoinlandsprodukts (BIP) für Investitionen zu; Deutschland hat dagegen im Jahr 2016 einen Haushaltsüberschuss von 0,6 Prozent des BIP eingefahren während es nach Berechnungen des Wirtschaftsministeriums einen Investitionsstau von 140 Milliarden Euro vor sich herschiebt. Diese Empfehlung wird auch vom Internationalen Währungsfonds (IWF) in seinem Bericht vom Mai 2017 gestützt: „Der zur Verfügung stehende finanzielle Spielraum sollte genutzt werden für Initiativen, um das Wachstumspotenzial ebenso zu verbessern wie Investitionen in die Infrastruktur und Digitalisierung, Kinderbetreuung, Flüchtlingsintegration und für eine Senkung der Steuerlast auf Arbeit“. 

Mehr Investitionen würden nicht nur dabei helfen, die Binnennachfrage weiter zu steigern und den exzessiven Leistungsbilanzüberschuss zu verringern, für den Deutschland weltweit in der Kritik steht. Sie würden auch Deutschlands Rolle als Wirtschaftsstandort stärken und Arbeitsplätze sichern.

Ein wichtiger Schritt zur Stärkung der Mittelmeeranrainer ist deren eigenständige wachstumsfreundliche Konsolidierung. Das bedeutet, dass Konsolidierung stattfinden musste und immer noch muss, um weniger Abhängig von Entwicklungen auf den Finanzmärkten zu werden. Naives Sparen, ohne Blick für sinnvolle Ausgaben und Investitionen ist aber auch keine Lösung. Es muss intelligent gespart werden und nicht dort wo es am einfachsten erscheint. Darüber hinaus müssen auch Strukturreformen stattfinden, die bei der Bekämpfung von Jugendarbeitslosigkeit ansetzen und die Bildungs- und Ausbildungssysteme modernisieren.

Im Rahmen europäischer Investitionen in den südlichen Staaten der Eurozone wird zunehmend deutlich, dass Investitionen nur dann wirken, wenn neben der Mittelbereitstellung weitere institutionelle Voraussetzungen erfüllt sind. Das Fehlen funktionierender Verwaltungsstrukturen erschwert oft die Umsetzung von Investitionsprogrammen. Programme scheitern in vielen Fällen nicht daran, dass zu wenige Mittel bereitstehen, sondern am fehlenden Know-how oder dem Willen zu entschiedenem Handeln. Darüber hinaus müssen die Mittelmeeranrainer entschiedener gegen Korruption, Klientelismus und Steuerhinterziehung vorgehen. Das Problem weitverbreiteter Steuervermeidung und Steuerhinterziehung innerhalb der EU ist jedoch keinesfalls auf die südlichen Eurozonenländer beschränkt.

Gerade Wohlhabende und Firmen verschieben innerhalb der EU Geld zur sogenannten Steueroptimierung. Dies wird etwa durch die Benelux-Staaten, Irland und Malta ermöglicht, die darauf abzielen, durch einen unfairen Steuerwettbewerb Unternehmen anzuziehen. Dieser Steuerunterbietungswettbewerb ist nicht nur unsolidarisch, sondern untergräbt auch die Legitimität der Europäischen Union. Dieser Wettlauf nach unten führt außerdem zu Steuermindereinnahmen und damit zu weniger Zukunftsinvestitionen.

Grundlage für eine faire und gerechte Besteuerung von Unternehmen in der EU kann nur eine gemeinsame konsolidierte Körperschaftssteuer mit einem Mindeststeuersatz sein. Ob dieses Projekt ein Erfolg wird, hängt vor allem von den Entscheidungen der Regierungschefs im Europäischen Rat ab.

Mittelfristig muss für die Umgestaltung der Wirtschafts- und Währungsunion über Vertragsänderungen diskutiert werden. Die Vollendung der Architektur der Eurozone, unter anderem mit einer geeigneten Fiskalkapazität als makroökonomischem Stabilisator und einem gemeinsamen Finanz- und Wirtschaftsministerium muss dabei Priorität haben. In der Zusammenarbeit mit dem bekennenden Pro-Europäer Macron ergeben sich dafür neue Spielräume. Dabei muss jedoch klar sein: Vertragsänderungen lassen sich nicht von heute auf morgen umsetzen, aber lediglich abzuwarten, bis ein politischer Konsens für derartige Projekte möglich ist, wäre ein fataler Fehler. Joachim Poß IPG 29

 

 

 

 

Abfuhr für Gabriel in Ankara: Deutsche ziehen aus Incirlik ab

 

Deutschland wird seine Soldaten vom türkischen Stützpunkt Incirlik abziehen, nachdem Außenminister Sigmar Gabriel auch bei einem letzten Vermittlungsversuch in Ankara gescheitert ist.

„Mein türkischer Kollege hat mir erklärt, dass in der aktuellen Situation für die Türkei nicht die Möglichkeit besteht, Besuche jedes deutschen Parlamentariers in Incirlik zu ermöglichen – und zwar aus innenpolitischen Gründen“, sagte Gabriel am Montag nach einem Treffen mit seinem türkischen Kollegen Mevlüt Cavusoglu. Er bedauere dies. „Umgekehrt bitte ich um Verständnis, dass wir aus innenpolitischen Gründen dann die Soldaten aus Incirlik werden verlegen müssen.“ Der Prozess dazu werde spätestens nächste Woche anlaufen, den Beschluss über den Stationierungsort treffe der Bundestag.

„Die türkische Seite hat, glaube ich, verstanden, dass wir als Deutsche kein Interesse daran haben, dieses Thema ständig wieder zu einem Streitpunkt zwischen unseren beiden Ländern werden zu lassen“, erklärte Gabriel, der in Ankara auch mit dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan zusammenkam. Die Bundeswehr sei eine Parlamentsarmee, und der Bundestag lege Wert darauf, dass die Abgeordneten die Soldaten zu jedem Zeitpunkt besuchen könnten.

Die Türkei hatte deutschen Parlamentariern bereits im vergangenen Jahr zeitweise den Besuch der Soldaten in Incirlik verweigert und sie erst nach längeren Verhandlungen auf den Stützpunkt gelassen. Ziel der Bundesregierung war es daher, dieses Mal eine wasserdichte Lösung für alle Parlamentarier-Besuche zu finden. Genau dies wollte die Türkei Gabriel aber offenbar nicht zusagen. Sie wirft Vertretern der Linkspartei eine Nähe zur verbotenen Kurdischen Arbeiterpartei PKK vor.

Gabriel: Wollen keine Verschlechterung in den Beziehungen

„Wir beide legen sehr viel Wert darauf, dass diese Entscheidung nichts zu tun hat mit den prinzipiellen Beziehungen zwischen der Türkei und Deutschland“, sagte Gabriel. Beide Seiten wollten nicht, dass die Entscheidung zum Abzug aus Incirlik die Beziehungen weiter verschlechtere. Das Gegenteil sei der Fall: Deutschland und die Türkei glaubten, dass sie wieder an einer Verbesserung ihrer Beziehungen arbeiten könnten, sobald dieses Problem aus der Welt sei.

In Incirlik sind rund 250 deutsche Soldaten als Teil des internationalen Einsatzes gegen die Extremistenmiliz IS stationiert. Mit sechs Tornado-Jets fliegen sie von dort aus Aufklärungseinsätze über Syrien und dem Irak, zudem versorgt ein deutsches Tankflugzeug die Verbündeten in der Luft mit Treibstoff. Rund 20 weitere deutsche Soldaten sind auf dem türkischen Stützpunkt Konya stationiert. Sie beteiligen sich mit AWACS-Flugzeugen an einem Nato-Aufklärungseinsatz in der Region. Zu diesen Soldaten gewährt die Türkei deutschen Angeordneten den Zugang. Der Anti-IS-Einsatz findet dagegen nicht unter dem Dach der Nato statt. Als wahrscheinlichster neuer Standort für die deutschen Soldaten in Incirlik gilt Jordanien.

Weniger scharfer Ton, weiter hart in der Sache

Gabriel wollte bei den Gesprächen in Ankara Schritte für eine Wiederannäherung der beiden Länder ausloten und bemühte sich, der Türkei in einigen Fragen entgegenzukommen. Deutschland habe ein Interesse an einer Weiterentwicklung der EU-Zollunion mit der Türkei, versicherte er. Der Minister spielte damit vermutlich auf eine Ausweitung der Vereinbarung auf die Landwirtschaft an, die für die wirtschaftlich angeschlagene Türkei wichtig, aber bisher von dem Abkommen ausgenommen ist. Die Bundesregierung werde auch noch einmal prüfen, ob sie alles tue, um eine Betätigung der verbotenen Kurdischen Arbeiterpartei PKK in Deutschland zu unterbinden. Es gehe vor allem darum, die Finanzierung der Organisation trockenzulegen. Die von der Türkei geforderte Auslieferung von PKK-Anhängern sei dagegen unmöglich, wenn ihnen in der Türkei eine härtere Strafe drohe.

Auch bei anderen Themen verwies Gabriel immer wieder auf die Bestimmungen des Rechtsstaates. Dies bedeute, dass Anhänger des islamischen Predigers Fethullah Gülen, den die Türkei für den Putschversuch vor einem Jahr verantwortlich macht, nur mit klaren Beweisen vor Gericht gestellt werden könnten. Über die 450 Asylanträge von Türken, darunter viele Militärs, Diplomaten und Beamte, entschieden ebenfalls Behörden und Gerichte, nicht die Bundesregierung, betonte Gabriel, der auch den Fall des inhaftierten deutschen Journalisten Deniz Yücel ansprach.

Obwohl Cavusoglu in der Pressekonferenz einen deutlich weniger scharfen Ton anschlug als noch beim Treffen mit Gabriels Vorgänger Frank-Walter Steinmeier Ende des vergangenen Jahres, kamen die beiden bei keinem der vielen Konfliktthemen zu einer Einigung. Cavusoglu verlangte erneut die Auslieferung von Gülen-Anhängern und ein härteres Vorgehen gegen die PKK. Mit Blick auf Yücel warf er europäischen Geheimdiensten vor, Journalisten als Agenten einzusetzen.

Gabriel zeigte sich nach den Gesprächen ernüchtert. Die aktuelle Entwicklung in der Türkei ziele auf ein völlig anderes Verständnis von Demokratie und Rechtsstaat, als Deutschland es habe. „Ich glaube nicht, dass wir zu schnellen Veränderungen und Ergebnissen kommen werden“, sagte er. „Das ist jetzt ein mühsamer Prozess.“ Euractiv/Reuters 6

 

 

 

 

Mogherini an Westbalkanstaaten: Tür zur EU bleibt offen

 

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini hat sich letzten Mittwoch in Brüssel zu Einzelgesprächen mit den Premierministern der sechs Westbalkanstaaten getroffen. Ein Bericht von EURACTIV Serbia.

 

Mogherini sprach mit dem Vorsitzenden des Ministerrats von Bosnien und Herzegowina Denis Zvizdi?, mit dem Premierminister des Kosovo Isa Mustafa, Montenegros Premierminister Duško Markovi?, dem designierten Premier Mazedoniens Zoran Zaev, dem serbischen Premierminister Aleksandar Vu?i? und mit Edi Rama, Premierminister von Albanien.

Der serbische Premier Aleksandar Vu?i? sagte, unter anderem sei die Schaffung eines Binnenmarktes auf dem Westbalkan besprochen worden – eine Idee, die kürzlich von EU-Kommissar für Europäische Nachbarschaftspolitik und Erweiterungsverhandlungen Johannes Hahn vorgeschlagen worden war, um die wirtschaftliche Situation in der Region zu verbessern.

Die Mehrheit der Gesprächsteilnehmer sei für diesen Vorschlag, so Vu?i? weiter. Die Schaffung eines Binnenmarktes werde keine leichte Aufgabe sein, aber zu mehr Wirtschaftswachstum, Exporten, Investments, einer Verringerung der Kosten und einem Markt mit 20 Millionen Menschen führen.

Die EU ermutigte die Balkan-Staaten am gestrigen Donnerstag, einen gemeinsamen Markt zu bilden. So könne man womöglich mehr als 80.000 Arbeitsplätze in der beschäftigungsarmen Region schaffen, so EU-Kommissar Johannes Hahn. EURACTIV Brüssel berichtet.

Laut einer Pressemitteilung der serbischen Regierung diskutierten Vu?i? und Mogherini außerdem die Sicht der EU auf Serbiens Rolle in der Region sowie die Zukunft des Dialogs zwischen Belgrad und Pristina.

Mogherini sagte nach den Treffen, alle Teilnehmer hätten „ihre Bekenntnisse zur weiteren EU-Integration” sowie zu „guten nachbarschaftlichen Beziehungen und besserem Verständnis durch gegenseitigen Respekt und Zusammenarbeit“ bekräftigt.

Sie fügte hinzu, Absicht des Treffens sei es gewesen, zu unterstreichen, dass für die Länder der Region die Tür zur EU weiterhin offen stünde. Außerdem müsse regionale Kooperation unterstützt werden, um die Stabilität auf dem Westbalkan zu wahren und wirtschaftliche Entwicklung zu fördern. Dieses Statement der offenen Tür ist ein wichtiges Zeichen, da sich in letzter Zeit Konflikte in der Region wieder gemehrt haben und weil sich bei einigen Ländern eine gewisse Müdigkeit in der EU-Integration bemerkbar macht.

Serbiens Au?enminister: albanische Politiker bedrohen Balkan und Europa

Auch Vu?i? unterstrich die Notwendigkeit weiteren Dialogs und schlug vor, die nächste EU-Westbalkan-Konferenz in der serbischen Stadt Niš abzuhalten. Dieser Vorschlag wurde von den anderen Teilnehmern positiv aufgenommen.  Smiljana Vukojcic, EA 29

 

 

 

 

Globalisierung fair gestalten: G20-Gipfel

 

Vor dem G20-Gipfel im Juli in Hamburg haben Gewerkschaften und NGOs eine fairere Globalisierung angemahnt. Das UN-Welternährungsprogramm (WFP) stellt derweil fest: Hunger ist ein Hauptgrund für globale Migration.

Anlässlich des G20-Arbeitsministertreffens im Mai in Deutschland veröffentlichte der Internationale Gewerkschaftsbund ITUC die Ergebnisse einer internationalen Umfrage, nach der 73 Prozent der Menschen sich Sorgen um ihren Arbeitsplatz machen und 80 Prozent angeben, der Mindestlohn reiche nicht zum Leben. „Zu viele Regierungen haben den Wohlstand der Menschen der Gier der Unternehmen geopfert, indem sie niedrige Löhne und unsichere Arbeitsplätze akzeptiert haben“, sagte die ITUCGeneralsekretärin Sharan Burrow.

Spitzengewerkschaften aus den G20-Ländern, der so genannte Labour 20-Dialogue (L20), übergaben der deutschen Bundeskanzlerin und G20-Vorsitzenden Angela Merkel in Berlin deshalb einen Forderungskatalog. „Wir nehmen die Kanzlerin beim Wort“, sagte der DGB Vorsitzende Reiner Hoffmann, und Gastgeber der L20-Delegation. „Sie hat 2015 beim G7-Gipfel selbst betont, dass gute Arbeit die Voraussetzung für wirtschaftlichen Erfolg sei und die erschreckenden Arbeitsbedingungen nicht hinnehmbar seien.”

Zeitgleich veröffentlichte das Welternährungsprogramm WFP eine Studie, laut der Hunger Hauptgrund für die weltweite Flucht von Menschen ist. Die Zunahme von Hunger in der Bevölkerung eines Landes um ein Prozent führe demnach zu einem Anwachsen der Flucht- und Migrationsbewegungen über die Grenzen um fast zwei Prozent. Mit jedem weiteren Konfliktjahr würden 0,4 Prozent mehr Menschen aus einem Land fliehen als im Jahr zuvor. Das WFP empfiehlt der internationalen Gemeinschaft dringend, in die Bekämpfung von Hunger und die Verbesserung der Lebensumstände der Menschen vor Ort zu investieren, um die Migration einzudämmen. Im Jahr 2015 stieg die Zahl der Migranten weltweit auf ein Rekordhoch von 244 Millionen Menschen.

Erklärung der L20 Gewerkschaften: http://bit.ly/2rO8zAk 

„Global Poll“ des Welt-Gewerkschaftsverbandes ITUC: http://bit.ly/2qKeIzR

Bericht des WFP: http://bit.ly/2q23nwn.  Forum Migration, Juni 2017

 

 

 

 

Mogelpackung

 

Warum soziale Individualrechte die Europäische Union nicht sozialer machen.

Von Martin Höpner

 

Über die Ende April von der Europäischen Kommission vorgelegten Dokumente zur sozialen Dimension der europäischen Integration hat eine kontroverse Debatte eingesetzt. Jüngst legte Thorben Albrecht in einem IPG-Interview dar, dass das Vorgehen der Kommission grundsätzlich in die richtige Richtung ziele, kritisierte aber gleichzeitig, dass die von ihr vorgelegten „20 Grundsätze“ zu vage und zu wenig in konkrete politische Vorschläge überführt seien. Nachfolgend setze ich die Kenntnis der Dokumente voraus und stelle eine alternative Interpretation zur Debatte. Für den Mangel an sozialpolitischen Visionen ist die Kommission in der gegenwärtigen Lage nicht zu kritisieren. Weitaus mehr kritische Aufmerksamkeit als bisher aber verdient die von der Kommission gewählte Umgehungsstrategie: der angestrebte Weg über die Definition von mehr europäischen Individualrechten.

Dass die Dokumente einen visionären Wurf bei der gemeinsamen europäischen Sozialpolitik vermissen lassen, steht außer Frage. Vor allem enttäuscht das Fehlen umfassender Harmonisierungsprojekte in Anbetracht des langen Vorlaufs der Dokumente und der entsprechend hoch geschraubten Erwartungen. Was steckt hinter der politischen Zurückhaltung der Kommission? Zeigt uns die Juncker-Kommission nach zweieinhalb Jahren Nebelwurf nunmehr gar ihr wahres, neoliberales Gesicht, indem sie sich der Möglichkeit großer europäischer Harmonisierungsprojekte verweigert? Nein, das ist nicht, was vor sich geht. Ganz im Gegenteil sollten wir der Kommission abnehmen, dass sie der europäischen Öffentlichkeit sehr gern eine Anzahl visionärer politischer Vorhaben vorgelegt hätte.

Das Problem ist, dass es das soziale Harmonisierungsprojekt, das auf Bulgarien oder Lettland ebenso passen würde wie auf Österreich oder Italien, das in all diesen Ländern Nutzen stiften würde und zudem auch noch mehrheitsfähig, wenn nicht gar konsensfähig wäre, derzeit einfach nicht gibt. Dieser Umstand resultiert aus der Heterogenität der in der EU vertretenen Wirtschafts- und Sozialsysteme und aus der tiefen Nord-Süd-Spaltung, unter der die EU seit dem Eintritt in die Eurokrise leidet. Dass ein Projekt etwa – um ein Beispiel herauszugreifen – der schrittweisen Vereinheitlichung der Arbeitslosenversicherungen (das könnte eine Vorstufe zur Errichtung einer europäischen Arbeitslosenversicherung sein, die dann auch einen Beitrag zur Abfederung ökonomischer Schocks leisten könnte) unter den gegenwärtigen Bedingungen von vornherein keine Chance auf Verwirklichung hätte und deshalb auch im Rahmen der „Säule sozialer Rechte“ nicht in Angriff genommen wird, kann der Kommission nicht angelastet werden.

Gleichwohl begnügt sich der überarbeitete Entwurf der „Säule“ mit seinen 20 Grundsätzen nicht mit vagen Andeutungen zu Richtungen, in welche die EU nach Ansicht der Kommission mittel- bis langfristig gehen soll. Es geschieht etwas anderes: Statt die Sprache der Politik zu verwenden („wir werden Richtlinienvorschläge zur Regulierung der Langzeitpflegedienste vorlegen“) wechselt das Dokument in die Sprache des Rechts („Jede Person hat das Recht auf bezahlbare und hochwertige Langzeitpflegedienste“, das stammt aus Grundsatz 18). Insgesamt spricht das Dokument den europäischen Bürgerinnen und Bürgern ganze 35 Mal Rechte zu. Auf dem europäischen Sozialgipfel am 17. November 2017 soll eine etwaige Proklamation dieser sozialen Rechte diskutiert werden, und die Möglichkeit einer mittel- bis langfristigen Eingliederung in das europäische Primärrecht soll zumindest offengehalten werden.

Mehr soziale Rechte können doch eigentlich nur gut sein. Vor allem erscheint das Vorgehen der Kommission konsequent, wenn nicht gar genial: Da die Mitgliedstaaten den Weg zu mehr europäischer Sozialpolitik nicht freimachen können oder wollen, legt die Kommission einen ebenso wirksamen Bypass und definiert (langfristig) einklagbare Rechte, die die Bürgerinnen und Bürger gegen die Mitgliedstaaten geltend machen können. Im Ergebnis hätte die Kommission mehr „Soziales Europa“ bewirkt, ohne selbst sozialpolitisch aktiv werden zu müssen. Man könnte diesen Weg letztlich als funktionales Äquivalent zur europäischen Sozialpolitik im engeren Sinne deuten und entsprechend begrüßen. Oder etwa nicht?

Zunächst ist die These vom funktionalen Äquivalent mit einem großen Fragezeichen zu versehen. Das soziale Desaster von Eurozone und EU besteht nicht in einem Mangel an sozialen Individualrechten, sondern in dem Kontext, in dem die mitgliedstaatliche Sozialpolitik derzeit stattfindet. Die Euro-Länder befinden sich in einem Lohnunterbietungs- und Deregulierungswettlauf, von dem auch die Sozialpolitik erfasst wird, und zudem zwingt der Fiskalpakt zur „schwarzen Null“, was die Verwirklichung visionärer sozialpolitischer Projekte bis auf weiteres vereitelt. Als wäre das noch nicht genug, wird die Sozialpolitik zusätzlich von den neuen makroökonomischen Überwachungs- und Korrekturverfahren und zudem, in den sogenannten „Programmländern“, von den Eingriffen der Troika erfasst. An alledem ändert die Definition von Individualrechten nichts.

Die Möglichkeiten, Mitgliedstaaten vor dem Europäischen Gerichtshof (EuGH) wegen „falscher“ Sozialpolitik zu verklagen, würden erheblich erweitert, würden die sozialen Rechte in die europäischen Verträge übernommen werden. Das würde den sozialpolitischen Spielraum der Mitgliedstaaten nicht erweitern, sondern einengen – und das wohlgemerkt, ohne dass im Gegenzug der sozialpolitische Spielraum auf EU-Ebene erweitert würde. Man kann den Sachverhalt (in Anlehnung an Fritz W. Scharpf und Dieter Grimm) auch wie folgt ausdrücken: An die Stelle von Sozialpolitik als demokratische Auswahl unter Entscheidungsalternativen würden immer mehr sozialpolitisch relevante Entscheidungen treten, die faktisch Verfassungsvollzug sind. Wollen wir das wirklich?

Am Rande sei erwähnt, dass entscheidende Veränderungen des mitgliedstaatlichen Spielraums auch dort eintreten würden, wo in der „Europäischen Säule“ genannte Rechte bereits von der EU-Grundrechtecharta erfasst sind (an dieser Stelle gibt es immer wieder Missverständnisse). Die Charta richtet sich nämlich an die Unionsorgane, an die Mitgliedstaaten hingegen nur dann, wenn sie Unionsrecht umsetzen. Würde hingegen die „Säule“ proklamiert und mit Verbindlichkeit ausgestattet, entstünden Klagerechte, die auch dann gegen die betroffenen Länder genutzt werden könnten, wenn die EU ihre sozialpolitischen Kompetenzen ungenutzt lässt oder solche nicht einmal vorliegen.

Was würde der EuGH mit mehr Einmischung in die mitgliedstaatliche Sozialpolitik mutmaßlich bewirken? Das ist schwer zu prognostizieren, zwei Risiken seien aber hervorgehoben. Erstens können wir davon ausgehen, dass der EuGH die neuen sozialen Rechte zur weiteren transnationalen Öffnung der sozialen Sicherungssysteme der Mitgliedstaaten für EU-Ausländer nutzen würde. Manche Teilnehmerinnen und Teilnehmer der progressiven Europa-Debatte begrüßen jeden Schritt, der in diese Richtung geht. Allerdings wandelt die EuGH-Rechtsprechung hier auf einem schmalen Grat. Ein Zuviel an rechtlich administrierter transnationaler Öffnung kann die Sozialsysteme auch unter Deregulierungsdruck setzen.

Zweitens wäre es naiv anzunehmen, dass am Ende, wenn auch an den politischen Organen vorbei, in aller Regel schon irgendwie „mehr Sozialpolitik“ stünde. Denn was würde auf Ebene der vom EuGH zu entscheidenden Fälle geschehen? Soziale Rechte würden gegen entgegenstehendes Recht wie die Grundfreiheiten oder etwa die private Autonomie abgewogen. Hier, genau hier konnte die EuGH-Rechtsprechung bisher nicht überzeugen – weil sie Abwägungen gegen europäische Grundfreiheiten nämlich in aller Regel nicht „auf Augenhöhe“ durchführt, sondern durch Einordnung der vermeintlichen Beschränkungen in den von vornherein und bewusst asymmetrisch angelegten, für Binnenmarktstörungen entwickelten Rechtfertigungstest (den sogenannten Cassis- oder Gebhard-Test). Man erinnere sich daran, dass sich der EuGH genau dann ermutigt fühlte, das mitgliedstaatliche Streikrecht gegen die europäischen Grundfreiheiten zu testen, als er erstmals ein europäisches Grundrecht auf Kollektivvertragsfreiheit zur Disposition hatte.

Wir sehen: Die „Europäische Säule sozialer Rechte“ ist mit erheblichen Risiken behaftet. Paradoxerweise kann ein Mehr an europäischen sozialen Rechten die soziale Praxis unter Druck setzen, statt sie zu schützen. Was auf den ersten Blick wie ein Ringen um mehr Sozialpolitik aussieht, entpuppt sich bei näherem Hinsehen als eine Waffe in der Auseinandersetzung um das Recht auf Letztentscheidung bei Rechtskollisionen im europäischen Mehrebenensystem.

Das alles bedeutet nun nicht, dass ein sozialeres Europa nicht möglich wäre. Wer das soziale Defizit der EU bekämpfen will, muss es aber an seinen Wurzeln packen. Erstens erfordert ein sozialeres Europa einen Stopp des europäischen Spar-, Lohnsenkungs- und Deregulierungswettlaufs. Der Schlüssel hierfür liegt in der makroökonomischen Politik und insbesondere im Wechselkursregime, nicht in der Anzahl europäisch definierter sozialer Individualrechte. Zweitens kann es ein sozialeres Europa nur geben, wenn sensible Bereiche marktkorrigierender Politik vor dem Zugriff der europäischen Grundfreiheiten geschützt werden. Und drittens ist auch mehr gemeinsames Handeln auf europäischer Ebene auszuloten, das im sozialpolitischen Bereich derzeit aber vor allem als Koordinierung zwischen ähnlichen Ländern denkbar ist. Der Weg über mehr europäische soziale Rechte ist hingegen mit großer Vorsicht zu genießen. Denn oft ist ganz und gar verblüffend, was sie am Ende bewirken. IPG 25

 

 

 

 

Gipfel der G20-Thinktanks: „Angela Merkel hat Recht.“

 

Auf der Experten-Konferenz der G20-Länder wird deutlich, wie tief der Graben zwischen Europa und den USA mittlerweile ist – und wie stark der Wunsch nach internationaler Zusammenarbeit ist.

„Die Deutschen sind schlecht, sehr schlecht“ – das Trumpsche Diktum über die Bundesrepublik wird vermutlich hierzulande noch lange nachhallen. Der Satz ist der vorläufige Höhepunkt einer Reihe von diplomatischen Ungeschicktheiten und politischen Attacken gegen Deutschland und andere europäische Staaten aus dem Weißen Haus. Die anfängliche Hoffnung, Trumps Unberechenbarkeit könne durch einen professionellen Beraterstab eingehegt werden, scheinen nach dem G7-Gipfel in Italien viele Staatenlenker aufgegeben zu haben.

Das gestern beginnende Think20-Dialogforum, einer Konferenz von Thinktanks aus den G20-Staaten, spiegelte den derzeitigen Gemütszustand auf der internationalen Bühne wider.  Ein zentrales Thema: die Zukunft der internationalen Zusammenarbeit in Zeiten Trumps. Trotz aktueller Bestrebungen in Washingon ebenso wie in London, Außenpolitik wieder stärker als primär nationalstaatliche Angelegenheit zu betrachten, herrscht bei den meisten hier versammelten Forschern, Politikern und Vertretern internationaler Organisationen Einigkeit: eine multilaterale Welt ist nahezu ohne Alternative.

US-Präsident Donald Trump hat den Nato-Verbündeten bei einem ersten Spitzentreffen in Brüssel mit einer harschen Rede die Leviten gelesen und seine finanziellen Forderungen an die Partner noch erhöht.

Trump als Chance

Laut der EU-Parlamentarierin Viviane Reding könnten gerade diese Tendenzen zu nationaler Isolation eine neue Dynamik in der internationalen Zusammenarbeit entfesseln. Die Aussicht auf den EU-Austritt Großbritanniens sei wie ein Weckruf in Europa gewesen, der bewirkt habe, dass die Regierungen und die Menschen „ihre Energien bündeln“, um Europa zu erhalten und stärker zu machen. „Dank dem Brexit laufen die Dinge in Europa besser“, so die ehemalige Vize-Kommissionschefin.

Redings Brexit-Beispiel könnte um den G7-Gipfel letzte Woche erweitert werden: Statt die Gegensätze zwischen der Trump-Regierung und dem Rest in der Handels- und Klimapolitik zu kitten, drohte der Gipfel beinahe daran zu scheitern. Zankapfel war unter anderem eine Verpflichtung auf bereits vereinbarte Klimaziele: Trump hatte angekündigt, sich in dieser Woche zu überlegen, ob die USA aus dem Pariser Klimavertrag aussteigen werden. Auch beim Thema Freihandel konnte man erst sich in letzter Minute auf ein vages Plädoyer gegen Protektionismus in der (ohnehin vagen) Abschlusserklärung einigen.

Nach dem ernüchternden G7-Gipfel in Italien will sich Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nicht mehr auf die USA als Partner verlassen.“

Die anschließende Ankündigung der deutschen Kanzlerin auf einer Wahlkampfrede in Bayern, Europa müsse künftig sein Schicksal selbst in die Hand nehmen, hat international Aufsehen erregt. EU-Parlamentarierin Reding sagte: „Angela Merkel hat Recht“.

„Manche Staaten sind gleicher als andere“

Ein Plädoyer für den Fortbestand der internationalen Kooperation – wenn nötig ohne die USA – wurde jedoch nicht von allen Beteiligten des T20-Forums bedingungslos geteilt. Denn internationale Abkommen und die Globalisierung und seien kein Zweck in sich, sondern folgten bestimmten Interessenlagen – die nicht immer gleichmäßig verteilt sind, argumentierten etwa Vertreter aus den Schwellenländern.

So sagte Jorge Argüello von der Fundación Embajada Abierta („Stiftung Offene Botschaft“): „In den G20 gibt es eine Kluft zwischen den G7-Staaten dem Rest: Es gibt diejenigen, die die Regeln machen, und diejenigen, die sie akzeptieren.“ Zur zweiten Gruppe gehörten die Schwellenländer, umso wichtiger sei es, dass diese eine gemeinsame Agenda entwickeln, um ihre Interessen zu schützen. Argüello verwies ferner darauf, dass die wachsende Globalisierungs-Skepsis auch mit den sozialen Bedingungen zusammenhänge: „Immer weniger Menschen spüren etwas von den Vorzügen der Globalisierung. Internationale Institutionen und Verträge haben sich immer weiter von den Interessen der Menschen abgekoppelt“.

Wenige Tage vor dem Beginn des UN-Klimagipfels in Paris hat die Hilfsorganisation Oxfam vor dramatischen Folgekosten des Klimawandels für die Entwicklungsländer gewarnt.

Auch Elizabeth Sidiropoulos vom South African Institute for International Affairs beschwörte den Fortbestand der internationalen Kooperation, aber aber kein einfaches „Weiter so“. Denn wolle die G20 eine Vorbild für multilaterale Zusammenarbeit sein, so Sidiropoulos, könne sie nicht länger ihre eigenen Widersprüche ignorieren: „Zwar sind die Schwellenländer Teil der G20, aber manche Mitglieder sind gleicher als die anderen“, sagte sie. Es müsse sichergestellt werden, dass die Regeln der Kooperation nicht nur den reichen Industriestaaten nützen und aufstrebende Länder benachteiligt.

Diese Einsicht sei in der G20 „machmal abwesend“. Daniel Mützel, Euractiv 30

 

 

 

Kampf gegen Terrormiliz IS. Bundeswehr wird aus Incirlik abziehen

 

Die Bundeswehr wird die türkische Luftwaffenbasis Incirlik verlassen und den Anti-IS-Einsatz von Jordanien aus weiterführen. Verteidigungsministerin von der Leyen hat dem Bundeskabinett den Umzugsplan erläutert. Die Bundesregierung zieht damit die Konsequenz aus dem Besuchsverbot für deutsche Abgeordnete in Incirlik.

 

Die Bundeswehr wird die Tornado-Aufklärungsfügzeuge und das Tankflugzeug von der türkischen Luftwaffenbasis Incirlik abziehen. Die Bundesregierung ziehe damit die Konsequenzen daraus, dass die Türkei deutschen Parlamentariern den Besuch der in der Türkei stationierten deutschen Soldaten verweigert. Die Bundeswehr werde den Einsatz von der Al Azraq-Airbase in Jordanien weiterführen, sagte Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen nach der Kabinettssitzung.

Verlegung eng mit Anti-IS-Partnern abstimmen

"Natürlich kostet die Verlegung nach Jordanien Zeit", so von der Leyen. Die Tornados würden für etwa zwei bis drei Monate nicht einsatzbereit sein. Die Tankflugzeuge könnten ihren Einsatz in zwei bis drei Wochen fortsetzen. "Ich werde deshalb umgehend das Gespräch mit der Koalition gegen den Terror suchen, insbesondere mit den Amerikanern, dass wir besprechen können, wie die Lücken gefüllt werden können, damit keine Nachteile entstehen", sagte die Ministerin.

"Für den Kampf gegen den IS war Incirlik bisher ein guter Luftwaffenstützpunkt. Aber es ist natürlich nicht hinnehmbar, dass unsere Abgeordneten unsere Soldaten in Incirlik nicht besuchen dürfen", sagte von der Leyen. Die Bundeswehr sei gut vorbereitet für eine Verlegung. Es gebe in Jordanien einen alternativen Luftwaffenstützpunkt.

Vom türkischen Luftwaffenstützpunkt Incirlik aus fliegen deutsche Flugzeuge innerhalb der Anti-IS-Koalition Einsätze über dem Hoheitsgebiet von Syrien und dem Irak. Deutschland unterstützt die internationale Allianz durch Tornado-Aufklärungsflugzeuge und Tankflugzeuge für die Luft-Luft-Betankung von Kampfflugzeugen.

Vermittlungsgespräche in der Türkei erfolglos

Die türkische Regierung sei derzeit aus innenpolitischen Gründen nicht bereit, den deutschen Abgeordneten freien Zugang zur deutschen Bundeswehr in Incirlik zu geben. Darauf wies Außenminister Sigmar Gabriel am Montag (5. Juni) nach dem Treffen mit seinem türkischen Amtskollegen Mevlüt Cavusoglu in Ankara hin.

Nach deutschem Recht sei dies allerdings undenkbar, da die Bundeswehr eine Parlamentsarmee ist. "Dort, wo die Bundeswehr ist, muss sie auch von Abgeordneten besucht werden können" bekräftigte Gabriel und fügte hinzu: "Da das jetzt für Incirlik nicht möglich ist, werden wir die deutsche Bundeswehr aus Incirlik abziehen."

Weiterhin deutsche Nato-Soldaten in Konya

Die Diskussion um den Einsatz deutscher Streitkräfte in der Türkei hatte sich auch auf den Nato-Stützpunkt Konya ausgeweitet. Konya ist im Unterschied zur Luftwaffenbasis in Incirlik auch ein Nato-Stützpunkt. Von hier aus werden Nato-Aufklärungsflugzeuge eingesetzt, die zwei wichtige Aufgaben erfüllen. Zum einen leisten sie einen Beitrag zur Anti-IS-Koalition, zum anderen spielen

sie eine wesentliche Rolle bei der Überwachung des Nato-Luftraums.

Nato-AWACS-Flüge werden als gemeinsame Nato-Operationen und nicht im nationalen Rahmen durchgeführt. Auch wenn Deutschland personell beteiligt ist, kann über den Einsatz der Nato-AWACS nur von der Nato insgesamt entschieden werden. In der Nato findet aktuell keine Diskussion über einen etwaigen Abzug aus Konya statt. Pib 7

 

 

 

 

Ein Menschenrecht wird weggesteuert

 

Wir erleben den härtesten und nachhaltigsten Angriff auf das individuelle Recht auf Asyl in Europa, ohne dass es die Öffentlichkeit wahrnimmt. Flucht muss gesteuert werden, fordert die Politik. „Eine Situation wie die des Sommers 2015 kann, soll und darf sich nicht wiederholen“, sagte die Bundeskanzlerin beim CDU-Parteitag in Essen im Dezember 2016 und machte dies zu ihrem „erklärten politischen Ziel“.

Steuerung bedeutet in erster Linie Abschottung. Menschen werden daran gehindert, Zugang zum individuellen Recht auf Asyl in Europa zu bekommen. Die Weichen dafür wurden bereits 2015 gestellt, als auf den Sommer des Willkommens ein Herbst und Winter der Abschottung folgten. Bereits im Oktober 2015 wurden die Verhandlungen mit der Türkei begonnen, flankierend die Fluchtroute über den Balkan dichtgemacht.

Der EU-Türkei-Deal hebelt das Recht auf Asyl in Europa aus. Flüchtlingen wird der Weg von der Türkei nach Europa versperrt. Nur wenigen gelingt die Flucht. Wer es dennoch schafft, strandet in haftähnlichen Lagern auf den griechischen Inseln, wo die Zurückschiebung in die Türkei droht. Statt eines fairen Asylverfahrens wurden so genannte „Zulässigkeitsverfahren“ eingeführt. Darin wird nicht mehr gefragt, ob jemand vor Krieg, Terror und Verfolgung geflohen ist und Schutz braucht. Die entscheidende Frage, die man Flüchtlingen stellt, ist: Warum sind Sie nicht in der Türkei geblieben? Es wird entschieden, ob ein Asylantrag überhaupt in Europa gestellt werden darf oder unzulässig ist. Das ist der Kern des EU-Türkei-Deals und der Abschied vom Recht auf Asyl in Europa. Das Ziel der Befragung ist, Schutzsuchende in die Türkei zurückzuschicken. Artikel 33 der Genfer Flüchtlingskonvention sowie Artikel 3 der Europäischen Menschenrechtskonvention sind individuelle Rechte, unabhängig von der nationalen Herkunft. Sie werden durch den EU-Türkei- Deal systematisch missachtet.

Und was geschieht in der Türkei? Schutzsuchende werden in von der EU finanzierten Lagern so lange festgesetzt, bis sie ihrer angeblich freiwilligen Ausreise zustimmen. PRO ASYL kennt Berichte von Menschen, die so wieder in Afghanistan oder im Irak landeten. Dass die Türkei ein Rechtsstaat ist, der Flüchtlinge unabhängig von ihrer Nationalität schützt und in dem Behördenhandeln durch unabhängige Gerichte überprüft wird – wer in Europa glaubt dies noch? Sie entfernt sich immer weiter von einem Rechtsstaat. Ein sicherer Drittstaat im Sinne des Asylrechts ist sie nicht.

Trotz der menschenrechtlichen Bedenken hält der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) es in seinem Jahresgutachten für „falsch, den mit der EU-Türkei-Erklärung eingeschlagenen Weg pauschal zu verdammen“ (S.14). Mit dem Verweis des SVR, dass sich mit dem Deal den Flüchtlingen die Möglichkeit zum Resettlement aus der Türkei nach Europa eröffne und damit das Ertrinken in der Ägäis beendet und Menschenleben gerettet würden, werden die fatalen Auswirkungen in Kauf genommen, die das Abkommen auf Schutzsuchende seit mehr als einem Jahr schon hat. Es gibt keinen Zugang mehr zu einem individuellen Recht auf Asyl. Nur wenigen – und nur syrischen Flüchtlingen – wird die Ausreise nach Europa erlaubt. Allen anderen wird das Recht auf Asyl verwehrt.

Mit der angestrebten Reform des EU-Asylrechts, vor allem der „Dublin IV“, soll das Instrument des Zulässigkeitsverfahrens aus dem EU-Türkei-Deal europaweit eingeführt werden. Künftig sollen alle in Europa ankommenden Schutzsuchenden zunächst nicht mehr nach ihren Fluchtgründen gefragt werden. Stattdessen wird geprüft, über welchen Drittstaat sie in die EU eingereist sind. Wird dieser als genügend sicher eingestuft, droht den Betroffenen die Abschiebung.

Wenn nach diesem Muster weitere Drittstaaten für angeblich sicher erklärt werden, wird die Verantwortung für Flüchtlingsschutz auf Länder außerhalb der EU abgewälzt. Dem Recht auf ein faires Asylverfahren in Europa wird der Riegel vorgeschoben. Das Recht auf Asyl wird den Steuerungsmechanismen der EU-Abschottungspolitik geopfert; es wird regelrecht weggesteuert. Und warum sollten ärmere Staaten individuelle Menschenrechte garantieren, wenn Europa aus dem Asylrecht aussteigt? Es droht die Erosion des internationalen Flüchtlingsrechts.

Der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen hatte über Jahre hinweg eine unabhängige, mahnende Rolle in der Begleitung der Politik gespielt. Es ist alarmierend, wenn nun auch bei Wissenschaftlern das Bewusstsein schwindet, dass Menschenrechte nicht staatlichen Interessen untergeordnet werden dürfen und sie Modelle entwickeln, die in der Konsequenz die Aushebelung von Menschenrechten zur Folge haben. So werden Wissenschaftler zur Legitimations- Instanz der Staaten. Menschenrechte sind die Grundlage des Zusammenlebens in einer demokratischen Gesellschaft. Sie sind unveräußerlich und nicht relativierbar. Es geht gegenwärtig nicht nur um das Recht auf Asyl, es geht um nichts weniger als um die Grundlagen unseres Zusammenlebens und der Frage, in welcher Gesellschaft wir leben wollen. Günter Burkhardt

Forum Migration, Juni 2017

 

 

 

Wie kommt es zu islamistischen Radikalisierungen?

 

Wissenschaftler der Universität Frankfurt haben erforscht, warum sich junge Menschen im Rhein-Main-Gebiet militanten Islamisten anschließen. In einer Expertise für den MEDIENDIENST fassen sie die Ergebnisse zusammen. Sie betonen: Prävention darf sich nicht auf pädagogische oder religiöse Angebote beschränken. Auch die Gesellschaft müsse sich stärker für Minderheiten öffnen und gegen deren Diskriminierung eintreten.

Nicht erst seit dem Anschlag in Manchester wird über die Ursachen islamistischer Radikalisierungen diskutiert: Welche Strategien nutzen radikale Netzwerke, um neue Mitglieder zu gewinnen? Wie gelingt es den Gruppen, junge Menschen für ihre Zwecke zu gewinnen? In einer Expertise für den MEDIENDIENST geben Meltem Kulaçatan, Harry Harun Behr und Bekim Agai von der Goethe-Universität Frankfurt Antworten auf diese Fragen – und machen Vorschläge, wie man Radikalisierungen vorbeugen kann.

Für die Expertise haben die Wissenschaftler neueste Erkenntnisse aus ihren umfangreichen Forschungen zusammengefasst. Ihre Studien umfassen nicht nur erziehungswissenschaftliche und religionspädagogische, sondern auch theologische Ansätze. Die Expertise nimmt insbesondere die Situation im Rhein-Main-Gebiet in den Blick, das als "Hotspot" für islamistische Radikalisierungen gilt. Die Autoren beziehen sich dabei auf gewaltbereite Salafisten, die unter allen Salafisten jedoch nur einen kleinen Teil ausmachen.

Die Expertise können Sie hier herunterladen.

Wie versuchen Neo-Salafisten, Jugendliche anzuwerben?

In öffentlichen Debatten heißt es oft, militante Islamisten würden vor allem eine religiöse Ansprache nutzen, um neue Mitglieder zu gewinnen. Die Expertise zeigt jedoch ein anderes Bild: Neo-salafistische Netzwerke sprechen Jugendliche meist auf der persönlichen Ebene an. In langen Erstgesprächen fragen sie nach ihrem Alltag, ihren Sorgen in der Schule und ihren Konflikten mit Eltern oder Freunden. Sie bieten den jungen Menschen ein offenes Ohr und sind über Facebook und Skype zu jeder Tages- und Nachtzeit erreichbar. Zudem bieten sie finanzielle Unterstützung an – in Form von bezahlten Reisen oder Autos, die bei Umzügen zur Verfügung gestellt werden.

Viele Jugendliche, die sich radikalen Gruppen anschließen, haben Erfahrungen mit Diskriminierung gemacht, erklären die Autoren in der Expertise. Militante Islamisten knüpfen daran an und bestätigen die Jugendlichen in ihrem Gefühl, dass sie abgehängt und von der Gesellschaft unerwünscht sind. In den Netzwerken dagegen – so das Versprechen der Gruppen – seien die jungen Menschen Teil einer Gemeinschaft, die sie braucht, anerkennt und wertschätzt.

Bei Mädchen und jungen Frauen kommen den Forschern zufolge weitere Strategien ins Spiel: Ihnen wird nahegelegt, sich auf ihre Rolle als Mutter und Ehefrau zu konzentrieren und bereits früh nach einem Partner zu suchen. Die Gruppen inszenieren das Bild einer glücklichen Beziehung und nutzen so die noch zaghafte Sehnsucht der Mädchen nach einer Partnerschaft aus. Zudem üben sie deutliche Kritik am "westlichen" Geschlechtermodell: Frauen seien hierzulande bloße Waren des Kapitalismus und würden auf ihre Sexualität reduziert. In ihrer Rolle als Ehefrau und Mutter dagegen – so die Argumentation der Neo-Salafisten – erhielten Frauen die Anerkennung und Wertschätzung, die ihnen zustehe.

Welche Gegenstrategien sind möglich?

Radikalisierungen können individuell sehr unterschiedlich verlaufen. Einen "Königsweg" für die Prävention gebe es daher nicht, schreiben die Autoren in der Expertise. Dennoch nennen sie einige konkrete Vorschläge:

* Jugendliche sprechfähig machen: Junge Menschen fänden in ihren Moscheegemeinden und im Elternhaus nach wie vor zu wenig Gehör, wenn es um ihre Sorgen und Probleme im Alltag geht. Die Forscher plädieren deshalb für einen größeren Pool an Pädagogen, Lehrern, Sozialarbeitern und Imamen, die akademisch ausgebildet sind und auf die Bedürfnisse der Jugendlichen eingehen können.

* Spirituelle Anregungen geben: Pädagogische Angebote sollten stärker mit dem Koran arbeiten, um Jugendlichen zu zeigen, dass militante Gruppen gegen zentrale Gebote und Regeln im Islam verstoßen. Die Forscher schlagen vor, auf Beispiele aus dem Leben des Propheten Muhammad zurückzugreifen: Er habe sich dafür eingesetzt, dass Kinder auch in schwierigen Zeiten von ihren Eltern geschützt und versorgt werden. Militante Islamisten hingegen isolieren junge Menschen von ihrem Elternhaus oder machen sie zu Opfern des Krieges.

* Vorbilder und Multiplikatoren stärken: Laut den Wissenschaftlern braucht es mehr geschultes Personal, das Jugendlichen dabei hilft, einen guten Umgang mit Krisen und Enttäuschungen zu finden. Eine wichtige Rolle komme dabei Multiplikatoren aus ähnlichen Herkunftskontexten und Milieus zu, die für die Jugendlichen eine Vorbildfunktion haben.

Um Radikalisierungen vorzubeugen, seien jedoch nicht nur pädagogische und religiöse Angebote wichtig. Stattdessen plädieren die Forscher für einen breiteren Ansatz: Die Gesellschaft dürfe ihre Offenheit nicht aufgeben, sondern müsse sich konsequent gegen Diskriminierungen stellen und Restriktionen gegenüber einzelnen Religionsgemeinschaften – wie zum Beispiel Burka- und Kopftuchverbote – aufheben. Zudem müsse sie sich intensiver darüber austauschen, wie sie das Zusammenleben in der Einwanderungsgesellschaft gestalten möchte. Dazu gehöre auch, nach Dingen zu fragen, die die Gesellschaft von Einwanderern und religiösen Minderheiten lernen kann.

Jennifer Pross,  mdi 31

 

 

 

 

Studie. Studenten mit Migrationshintergrund seltener erfolgreich

 

Mehr als jeder vierte Studierende in Deutschland hat einen Migrationshintergrund. Im Studium sind sie weniger erfolgreich als ihre Kommilitonen ohne Migrationshintergrund. Dei Gründe sind vielfältig. Eine aktuelle Studie hat die Studiensituation verschiedener Einwanderergruppen untersucht.

Mehr als jeder vierte Studierende in Deutschland ist Einwanderer. Unter ihnen befinden sich sowohl Studierende mit Migrationshintergrund, die hierzulande aufgewachsen sind, als auch internationale Studierende, die eigens für ihr Studium nach Deutschland kommen. Im Studium sind beide Gruppen weniger erfolgreich als ihre Kommilitonen ohne Migrationshintergrund: Sie erzielen oft schlechtere Prüfungsergebnisse und brechen das Studium häufiger ab. Zu diesem Ergebnis kommt der SVR-Forschungsbereich, der die Studiensituation verschiedener Zuwanderergruppen untersucht hat.

Ursachen hierfür sind vor allem sprachliche, fachliche und finanzielle Schwierigkeiten, aber punktuell auch soziale Isolation. Bei Studierenden mit Migrationshintergrund hängt dies oft mit sozioökonomischen Startnachteilen zusammen. Bei internationalen Studierenden ist es eher die Sprachbarriere. Zudem fällt es ihnen oft schwer, sich an die unbekannte Studien- und Lernkultur zu gewöhnen.

Rund 500.000 der 2,8 Millionen Studierenden in Deutschland haben einen Migrationshintergrund. Sie sind in Deutschland geboren beziehungsweise aufgewachsen und haben keine Sprachprobleme im Alltag. Vielen fällt es allerdings schwer, wissenschaftliche Texte zu verstehen oder selbst zu verfassen. Hinzu kommt, dass sie häufig mit schlechteren Schulnoten und auf Umwegen an die Hochschule kommen. Ihre Eltern können sie oft nicht unterstützen. Denn etwa die Hälfte von ihnen sind sog. Bildungsaufsteiger, das heißt, die ersten in ihrer Familie, die studieren.

Schwierige Kontaktaufnahme

Zusätzlich sind mehr als 250.000 internationale Studierende an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Sie sind erst im Erwachsenenalter nach Deutschland gekommen und haben häufig mit sprachlichen Schwierigkeiten zu kämpfen. Rund ein Drittel von ihnen spricht kaum Deutsch. Auch die deutsche Lern- und Studienkultur ist den meisten nicht vertraut.

Knapp der Hälfte fällt es zudem schwer, Kontakt zu ihren Kommilitonen aufzubauen, beispielsweise aufgrund von Sprachbarrieren oder einer wohnräumlichen Trennung. Außerdem ist ein Teil von ihnen mit Geldsorgen belastet. Denn internationalen Studierenden steht im Durchschnitt deutlich weniger Geld zur Verfügung als ihren Kommilitonen mit und ohne Migrationshintergrund.

Hochschulen sollen sich mehr engagieren

Die SVR-Forschungsbereich empfiehlt den Hochschulen, sich stärker als bisher um die Belange internationaler Studierender und solcher mit Migrationshintergrund zu kümmern. Dr. Cornelia Schu, Direktorin des SVR-Forschungsbereichs: „Zuwanderer sind an den deutschen Hochschulen keine Randgruppe, sondern machen ein Viertel der Studierendenschaft aus. Ihre Potenziale können sie allerdings oft noch nicht optimal entfalten. Hochschulen sollten daher die Bedürfnisse dieser Gruppe stärker im Regelangebot berücksichtigen. Sonderprogramme sollten dann ergänzend eingesetzt werden, wenn ein tatsächlicher Bedarf besteht.“

Die Studie empfiehlt zudem, den Beginn des Studiums für alle Studierenden stärker zu strukturieren und hier sowohl einen fachlichen und sprachlichen Nachholbedarf zu berücksichtigen als auch die soziale Vernetzung zu fördern. Im weiteren Verlauf des Studiums sollten Frühwarnsysteme auf schlechte Studienleistungen hinweisen. Die Hochschulen sollten frühzeitig auf Studierende zugehen und sie dann passgenau und kontinuierlich beraten. Von diesen Angeboten könnten alle Studierenden profitieren. (hs 31)

 

 

 

Diskriminierung. Bildungsrassismus, Klassismus und Sozial-Protektionismus

 

Freier Zugang zu Bildung und Chancengleichheit existieren nur auf dem Papier. Das belegen zahlreiche Studien. Das Bildungspersonal an Schulen erkennt „Ihresgleichen“ und favorisiert sie – bewusst oder unbewusst. Die anderen haben es doppelt oder dreifach schwer. Von Dr. Rodolfo Valentino

 

Dr. Rodolfo Valentino studierte an der Universidad Complutense de Madrid Sozialpsychologie und Verhaltenssoziologie, verbrachte ein Jahr an der Università di Firenze und schloss sein Studium der Sozialwissenschaften an der Rheinischen Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn ab. Anschließend promovierte er im Fachbereich Soziologie. Bis 2009 arbeitete er für die internationale Wirtschaftsuniversität "Escuela Superior de Negocios" in Spanien. Von 2009 bis 2011 war er im akademischen Team der Arbeitsagentur in Bonn tätig. Von 2011 bis 2014 nahm er an einem Projekt teil, das Angehörigen einer

 

Bedarfsgemeinschaft psycho-sozial betreute und Integrationsprozesse einleitete. Von 2014 bis 2015 war er Leiter des Integrationszentrums des Kreises Euskirchen und danach der Stabsstelle "Sozialraummanagement, Migration und Inklusion" im "Bonner Verein für gemeindenahe Psychiatrie". Seit November 2016 ist er Direktor des Europäischen Instituts für Migrationsstudien, soziale Inklusion und Interkulturelles Lernen in Santander (Spanien), dessen Kooperationspartner das Bonner Institut für Migrationsforschung und Interkulturelles Lernen (BIM) e.V. in Bonn ist.

Das Recht auf Bildung ist ein Menschenrecht gemäß Artikel 26 der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte der Vereinten Nationen vom 10. Dezember 1948 und ein kulturelles Menschenrecht gemäß Artikel 13 des Internationalen Pakts über wirtschaftliche, soziale und kulturelle Rechte. Die soziale Realität sieht indes anders aus. Viele Soziologen weisen seit Jahrzehnten darauf hin, dass der vermeintlich „freie“ Zugang zu Bildung, zu Chancengleichheit sowie das Schulrecht durch subtile „sozialdiskriminierende“ Strategien behindert und sogar ins Gegenteil gekehrt wird. Für den amerikanischen Ökonomen Chuck Barone liegt der Grund auf der Hand: Klassismus. Er unterscheidet 3 Ebenen des Klassismus:

(1) Auf der Makroebene unterdrückt eine soziale Klasse die andere durch ein bestimmtes politisch-ökonomisches System, wo bestimmte Berufsgruppen weniger verdienen als andere, z.B. Sozialberufe versus Wirtschaftsberufe, weniger Sozialprestige aufweisen oder vom Arbeitsmarkt ausgeschlossen werden. Für ihn ist der Kapitalismus an sich bereits klassistisch, oder anders gesagt „der Antiklassismus ist auf dieser Ebene notwendigerweise antikapitalistisch“.

(2) Auf der Mesoebene unterdrücken Angehörige einer „höheren Klasse“ diejenigen, die einer „niedrigeren“ Klasse angehören, als Gruppe, indem sie negative Vorurteile gegenüber ihnen aufbauen. „Helfershelfer“ sind dabei die Massenmedien. Sein Konzept des Antiklassismus basiert auf dieser Ebene auch auf der Forderung nach einer anderen Medienkultur.

(3) Auf der Mikroebene werden Angehörige einer „niedrigeren Klasse“ als einzelne Subjekte von Individuen einer „höheren Klasse“ durch individuelle Einstellungen, Identitäten und Interaktionen unterdrückt. „In den USA gibt es seit einigen Jahren Anti-Klassismus-Training analog zu den Anti-Rassismus-Training“, um individuelle klassistische oder sozial-rassistische Einstellungen zu überwinden.

Der soziale Habitus

Doch wie „riechen“ oder identifizieren sich sich die Angehörigen einer vermeintlich gleichen „Klasse“, eines ähnlichen „Sozialmilieus“ oder eines gemeinsamen „Lebensstils“? Ganz einfach, würden der deutsche Soziologe Norbert Elias und sein französischer Kollege Pierre Bourdieu antworten: am (sozialen) Habitus.

Elias definiert den „sozialen Habitus“ als gemeinsame Gewohnheiten im Denken, Fühlen und Handeln, die Mitgliedern einer Figuration (ein Abhängigkeitsgeflecht aufgrund von gedachter und vermuteter Zugehörigkeit und Solidarität) eigen sind und dadurch eine ähnliche „soziale Persönlichkeitsstruktur“ aufweisen. Bourdieu geht stärker ins „plastische“ Detail und definiert den „Habitus“ als Gesamtpaket einer Person: ihr gesamtes Auftreten, ihr Lebensstil, ihre Sprache (Sprachcode), ihre Kleidung und ihren Geschmack.

Lehrer favorisieren „Ihresgleichen“

So kommt es, dass die Mehrheit des aus der akademischen Mittelschicht stammenden „Bildungspersonals“ in Europa „Ihresgleichen“ und ihre „Sprösslinge“ am Sprachcode, am Bildungsabschluss, an der Kleidung etc., trotz zunehmender Pluralisierung der Lebensstile und Sozialmilieus, erkennt und bewusst oder unbewusst favorisiert. Gerade in Ländern, in denen sich die „Lehrer“ einbilden, die Schüler (z.B. in Deutschland) nicht erziehen zu müssen, wird die Klasse und somit auch der Habitus als unveränderbares „Sozialmakel“ angesehen und aktiviert bewusst oder unbewusst „sozialrassistische“ oder klassistische Strategien des „Sozial-Protektionismus“ zum Erhalt der vermeintlich eigenen „Klasse“ oder „sozialen Gruppe“. Dadurch haben es Kinder und Jugendliche aus bildungsfernen und einkommenschwächeren Haushalten aufgrund ihre Habitus und des Sozialrassismus doppelt oder dreifach schwer. Sie müssen auch bei gleich guten Leistungen mehr Überzeugungsarbeit bei den Lehrer leisten als jene aus „besseren Schichten“.

Ein soziales Dilemma, das noch mal dadurch verstärkt wird, dass Fehltritte oder abweichendes Verhalten rasch zum Sozialstigma werden, das man praktisch nicht mehr abstreifen kann. Gerade in nordeuropäischen Ländern kann ein „südländisches“ Aussehen (dunkle Haare, dunkle Augen, dunkle Hautfarbe) den „schulischen“ Stigmatisierungsprozess beschleunigen und zum „Diskriminierungsverstärker“ werden.

Kompensatorische Erziehung

Eine mögliche Lösung könnte aus einem Land kommen, das große Erfahrungen mit Diskriminierung hinsichtlich der Rasse, der Hautfarbe, der nationalen oder sozialen Herkunft gemacht hat. Es handelt sich um die „kompensatorische Erziehung“ aus den USA, die in Westeuropa bereits in den 1980er Jahren diskutiert wurde. Ihr Ziel ist es, die schulischen Leistungen von Kindern und Jugendlichen aus sozial benachteiligten Familien zu steigern, d.h. aus bildungsfernen Schichten und benachteiligten Vierteln (Ghettos), um Bildungsbenachteiligung abzubauen und Chancengleichheit herzustellen. Soziale Probleme wie Kriminalität, Drogenkonsum, Alkoholismus, Arbeitslosigkeit, Sozialhilfeabhängigkeit, Elternschaft von Minderjährigen, etc. sollen dabei offensiv angegangen werden, ohne dass sie zum „Sozialstigma“ werden.

Die Erwartung, dass die Bildungsexpansion eine weitgehende Angleichung der Bildungschancen erreichen kann, ist in vielen europäischen Ländern wie Deutschland eine Illusion geblieben. Auch wenn die Pforte für den Zugang breiter geworden ist, bleiben der Einfluss der sozialen Herkunft in Form von Habitus, Lebensstil, Sprache (Sprachcode), Kleidung, Verhalten, etc. aber auch der Migrationshintergrund die die soziale Mobilität „nach oben“. MiG 30

 

 

 

 

Positionspapier. Verbände fordern mehr legale Migrationswege

 

Mehr als 20 Organisationen fordern in einem gemeinsamen Positionspapier die Bundesregierung auf, legale Fluchtwege zu schaffen. Bei Migration dürfe es nicht nur um wirtschaftlichen Interessen der Aufnahmeländer gehen.

Zahlreiche Verbände und Organisationen haben die Bundesregierung aufgefordert, mehr legale Migrationswege zu schaffen. Dabei müssten auch die Interessen der Herkunftsländer sowie die Rechte der Migranten berücksichtigt werden, teilte der Verband entwicklungspolitischer Organisationen (Venro) am Dienstag in Berlin mit. An einem entsprechenden Positionspapier sind über 20 Organisationen beteiligt, die sich mit Migration und Entwicklung befassen.

Bei regulären Migrationswegen dürfe es nicht nur um die wirtschaftlichen Interessen der Aufnahmeländer gehen, schreiben die Autoren. Auch für Menschen mit geringen Qualifikationen solle es zusätzliche Möglichkeiten zur Einwanderung geben. Gleichzeitig müsse das Recht auf Familiennachzug für Arbeitsmigranten gestärkt werden. Zudem sei es wichtig, Migranten unabhängig von Aufenthaltsstatus und Herkunft, Teilhabe und Mitsprache zu ermöglichen.

Migration als Instrument des Ausgleichs

Mit Blick auf den Vorsitz Deutschlands beim Globalen Forum für Migration und Entwicklung (GFMD) Ende Juni fordern die Organisationen die Bundesregierung außerdem auf, die positiven Wirkungen der Migration auf Herkunfts- und Zielländer stärker in die Öffentlichkeit zu tragen. Migration sei etwa ein wichtiges Instrument des internationalen sozialen Ausgleichs. Gleichzeitig müsse die Regierung ein deutliches Zeichen gegen Fremdenfeindlichkeit setzen.

Das Positionspapier soll am Mittwoch mit Vertretern der Bundesregierung diskutiert werden. Beim Globalen Migrationsforum in Berlin diskutieren die Mitglieder der Vereinten Nationen vier Tage lang alle Fragen der Migration. Die Zivilgesellschaft kann Vorschläge formulieren. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Schulz stellt Rentenkonzept vor

 

SPD-Chef Martin Schulz will heute das Rentenkonzept vorstellen, mit dem die Sozialdemokraten in die Bundestagswahl ziehen wollen.

Der Kanzlerkandidat will die Eckpunkte gemeinsam mit Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles präsentieren, wie die SPD gestern mitteilte. Damit trifft Schulz eine erste Festlegung auf einem innerparteilich höchst umstrittenen Feld. In ihrem Wahlprogramm nennt die SPD bisher nur das vage Ziel, das „Rentenniveau zu stabilisieren“.

Auf welches Rentenniveau und auf welchen maximalen Beitragssatz sich die SPD festlegen will, blieb offen. Davon hängt die Höhe eines zusätzlichen Bundeszuschusses ab, der womöglich nötig würde. Eine Festlegung ist daher Voraussetzung für das Steuerkonzept der SPD.

 Martin Schulz versucht, die SPD als Wirtschaftspartei zu präsentieren – und tut sich damit noch ein bisschen schwer.

Die Rentenpolitik stellt die SPD immer wieder vor innerparteiliche Zerreißproben. Deren Arbeitsgemeinschaft für Arbeitnehmerfragen (AfA) unter dem Bundestagsabgeordneten Klaus Barthel etwa plädiert wie Teile der Gewerkschaften für eine Anhebung des Rentenniveaus von derzeit 48 auf 50 Prozent. Nahles dagegen hatte im November 2016 ein Konzept für eine Untergrenze von 46 Prozent vorgelegt. Bereits kleine Änderungen beim Rentenniveau können den Beitragssatz zur Rentenversicherung schneller als ohnehin geplant steigen lassen.

Im vorigen Jahr lag das Rentenniveau nach 45 Beitragsjahren bei 48 Prozent des derzeitigen Durchschnittslohns. Nach einem für 2017 erwarteten kleinen Anstieg geht die Bundesregierung von einem Absinken auf 44,5 Prozent bis zum Jahr 2030 aus. EA/Reuters 7

 

 

 

 

Einigung von Bund und Ländern. Vorerst keine Abschiebungen nach Afghanistan

 

Angesichts des jüngsten Anschlags in Kabul haben sich Bund und Länder darauf geeinigt, dass das der Bund bis Juni die Sicherheitslage in Afghanistan neu beurteilt. Bis dahin soll es Abschiebungen dorthin nur in Einzelfällen geben. Das ist das Ergebnis eines Treffens zwischen Bundeskanzlerin Merkel und den Regierungschefs der Länder.

 

Die Einigung zwischen Bund und Ländern, Abschiebungen nach Afghanistan vorübergehend auszusetzen, sei "eine wichtige Weichenstellung". Das sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel nach einem Treffen mit den Regierungschefs der Länder im Kanzleramt.

Der Innenminister habe zugesagt eine neue Bewertung der Sicherheitslage in Afghanistan vorzunehmen, so Merkel. Das aktuelle Lagebild habe zwar ergeben, dass Rückführungen weiterhin "auf Basis der Einzelfallprüfung" möglich sind.

Die Länderchefs und der Bund sind aber übereingekommen, weitere Abschiebungen nach Afghanistan vorerst auszusetzen. Dieser Abschiebestopp soll gelten, bis die Neubewertung der Sicherheitslage vorliegt und die deutsche Botschaft in Kabul wieder voll funktionsfähig ist.

Ausnahmen für Straftäter und Gefährder

Straftäter und sogenannte Gefährder werden auch weiterhin nach Afghanistan zurückgeführt. Das betrifft auch Personen, die bei der Aufklärung über ihre Identität nicht mit den deutschen Behörden kooperieren.

Der Bund will außerdem weiterhin die freiwillige Rückkehr nach Afghanistan fördern.

Einigung über Finanzbeziehungen macht Mut

Merkel betonte, sie freue sich über die Neuordnung der Finanzbeziehungen zwischen Bund und Ländern, die der Bundestag kurz zuvor beschlossen hatte. Es seien harte Verhandlungen gewesen, so die Bundeskanzlerin. Die Einigung mache aber "Mut auch die weiteren Herausforderungen gut mit bestehen zu können".

Viele Themen, viel zu tun

Ein weiterer Schwerpunkt des Treffens war Europa. Dabei ging es vor allem um den bevorstehenden Europäischen Rat in Brüssel am 22./23. Juni statt. Die EU will dort die bevorstehenden Verhandlungen über den Brexit vorbereiten.

Die Vertreter von Bund und Ländern sprachen auch über Umsetzung der Energiewende, insbesondere der Leitungsausbau. Hier gebe es Fortschritte, aber auch sehr viel zu tun, erklärte Kanzlerin Merkel in der abschließenden Pressekonferenz.

Im Rahmen des Treffens berichtete der Beauftragte der Bundesregierung für das

Flüchtlingsmanagement, Frank-Jürgen Weise, über Projekte zur Integration der Flüchtlinge in den Arbeitsmarkt.

Dank an Ministerpräsident Sellering

Die Kanzlerin dankte dem Ministerpräsidenten von Mecklenburg-Vorpommern, Erwin Sellering, für die langjährige gute Zusammenarbeit. Sellering habe an der Sitzung persönlich teilgenommen. Dies sei ein bewegender und berührender Moment gewesen, so Merkel.

Erwin Sellering scheidet aus gesundheitlichen Gründen aus seinem Amt. Er war seit 2008 Regierungschef in Mecklenburg-Vorpommern. Pib 1

 

 

 

Europäische Grundwerte sind nicht verhandelbar. Europa-Union fordert Rechtsstaatlichkeitsverfahren gegen Ungarn

 

Die überparteiliche Europa-Union Deutschland fordert die Europäische Kommission und den Rat der Europäischen Union auf, eine zeitnahe Anwendung des Rechtsstaatlichkeitsverfahrens gegen Ungarn zu prüfen. Das in Artikel 7 des EU-Vertrags niedergelegte Verfahren kann als ultima ratio einen Stimmrechtsentzug des Landes Rat der EU nach sich ziehen. Aufgrund der mangelnden Effektivität des Mechanismus durch die Voraussetzung der Einstimmigkeit, fordert der Verein die Europäische Kommission auf, weitere Sanktionsmöglichkeiten zu prüfen. Denkbar wären das Einfrieren von Mitteln europäischer Strukturfonds oder die Einleitung von Vertragsverletzungsverfahren.

 

Demokratie und Rechtsstaatlichkeit, die Achtung der Menschenrechte und der Schutz von Minderheiten seien ebenso wie die Pressefreiheit und die Freiheit von Forschung und Lehre keine verhandelbaren Werte, sondern Grundwerte, auf denen die Europäische Union gegründet sei. Eine dauerhafte und anhaltende Verletzung dieser Werte müsse von allen beteiligten Akteuren und Institutionen sanktioniert werden, fordert die mit 17.000 Mitgliedern größte deutsche Bürgerinitiative für Europa.

 

Die Europa-Union sieht dabei auch die Fraktionen im Europäischen Parlament in der Pflicht, Diese müssten sicherstellen, dass ihre Mitglieder für die Einhaltung europäischer Grundwerte eintreten. Eine systematische Verletzung europäischer Werte müsse zum Ausschluss von Parteien aus den Fraktionen im Europaparlament führen.

 

Gemeinsam mit ihrem Jugendverband, den Jungen Europäischen Föderalisten, setzt sich sie Europa-Union seit 1946 für eine weitreichende Europäische Integration und ein Europa der Bürger ein. Bei seinem Bundeskongress Ende Mai verabschiedete der überparteiliche Verband seine europapolitischen Forderungen zur Bundestagswahl und positionierte sich in der aktuellen Debatte zur Zukunft der EU. Eud 31

 

 

 

 

Städtetag. „Integration gibt es nicht zum Nulltarif“

 

Der Deutsche Städtetag will den Bund bei der Integration von Flüchtlingen stärker in die Pflicht nehmen – finanziell und in der Wohnungsbaupolitik. Auch ein Umdenken bei der Verteilung der Menschen wurde bei Hauptversammlung des Verbandes gefordert.

Der Deutsche Städtetag fordert vom Bund mehr finanzielle Unterstützung für die Kommunen bei der Unterbringung und Versorgung von Flüchtlingen. „Integration gibt es nicht zum Nulltarif“, sagte die Präsidentin des Deutschen Städtetages, Eva Lohse, am Dienstag bei der Hauptversammlung des Verbandes in Nürnberg. Zugleich sprach sie sich für ein Umdenken bei der Verteilung der Menschen aus.

Die Oberbürgermeisterin von Ludwigshafen erinnerte an Kostenübernahmezusage des Bundes, beispielsweise für die Unterkunftskosten für anerkannte Flüchtlinge im Hartz IV-System für drei Jahre bis 2018. An die Länder appellierte Lohse, einen fairen Anteil der Integrationsmittel des Bundes an die Kommunen weiterzugeben. Das geschehe bisher nur zum Teil, sagte Lohse weiter: „Die Aufgaben der Integration bleiben auch nach 2018, das Geld muss durchgereicht werden.“

Zugleich forderte sie ein Umdenken bei der bundesweiten Verteilung der Flüchtlinge: „Am ehrlichsten wäre es, wenn Flüchtlinge ohne Bleibeperspektive gar nicht erst auf die Kommunen verteilt würden, so dass Rückführungen direkt aus der Erstaufnahmeeinrichtung der Länder heraus stattfinden könnten.“

„Wir bauen nicht nur für Flüchtlinge“

Ein weiteres Thema war die Wohnungsbaupolitik. „Wir bauen nicht nur für Flüchtlinge“, erklärte Städtetags-Vizepräsident und Nürnbergs Oberbürgermeister Ulrich Maly (SPD). Die Kommunen bemühten sich, den Bedarf an bezahlbaren Wohnungen gerade in den Wachstumsregionen zu decken. Daher brauche es eine Investitionszulage des Bundes für den Neubau preisgünstigerer Mietwohnungen, sagte der Nürnberger Oberbürgermeister.

Verstärkt werden sollten seiner Ansicht nach vor allem Anreize und Förderung, um neuen preiswerten Wohnraum zu schaffen, Mieterinnen und Mietern mit niedrigen und mittleren Einkommen mehr bezahlbare Wohnungen anzubieten sowie Wohneigentum zu unterstützen.

Experten fordern 400.000 neue Wohnungen

Nach Einschätzung von Experten müssten bundesweit pro Jahr mindestens 350.000 bis 400.000 neue Wohnungen gebaut werden. 2015 wurden 250.000 Wohnungen fertig, 2016 gab es immerhin fast 280.000 Fertigstellungen. Es bleibe also immer noch eine deutliche Lücke, sagte Maly.

Mehr als 1.000 Delegierte und Gäste werden noch bis Donnerstag zur Hauptversammlung des Deutschen Städtetages erwartet, die alle zwei Jahre stattfindet. Im größten kommunalen Spitzenverband in Deutschland haben sich rund 3.400 Städte und Gemeinden zusammengeschlossen. (epd/mig 31)

 

 

 

 

Arbeitsmarkt im Mai. Arbeitslosigkeit sinkt unter 2,5 Millionen

 

Rekordzahlen aus Nürnberg: Die Zahl der Arbeitslosen sank im Mai auf 2,498 Millionen Menschen. So wenige wie noch nie waren seit der Wiedervereinigung arbeitslos. Zugleich legte die Erwerbstätigkeit kräftig zu. "Der deutsche Arbeitsmarkt boomt", so Bundesarbeitsministerin Nahles.

 

"Erstmalig seit 1991 sind wieder weniger als 2,5 Millionen Menschen arbeitslos in Deutschland", so Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles. Seit dem historischen Höchststand von 2005 habe sich die Zahl der Arbeitslosen mehr als halbiert.

Wie die Bundesagentur für Arbeit (BA) bekanntgab, waren im Mai 2,498 Millionen Menschen ohne Arbeit, 71.000 weniger als im Vormonat. Gegenüber dem Vorjahr sind 166.000 Menschen weniger arbeitslos.

 

Beschäftigung wächst kräftig

Zugleich gehen immer mehr Menschen in Deutschland einer bezahlten Arbeit nach. Laut Statistischem Bundesamt erhöhte sich die Zahl der Erwerbstätigen von März auf April um 31.000 auf insgesamt 43,98 Millionen Menschen. Das waren 652.000 Erwerbstätige mehr als im Jahr zuvor.

Vom Zuwachs profitierte besonders die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung: Im Vergleich zum Vorjahr waren es im März 734.000 Menschen mehr. Insgesamt hatten 31,93 Millionen Menschen einen sozialversicherungspflichtigen Job."Diese Zahlen sind der beste Beweis für die erfolgreiche Arbeitsmarkt- und Sozialpolitik der Bundesregierung", bilanzierte die Bundesarbeitsministerin.

 

Fachkräfte sind gefragt

Im Mai waren 714.000 offene Arbeitsstellen bei der Bundesagentur für Arbeit gemeldet, 60.000 mehr als vor einem Jahr. Saisonbereinigt lag die Nachfrage gegenüber dem Vormonat mit 5.000 Stellen im Plus.

In nahezu allen Branchen brauchen Unternehmen Arbeitskräfte. Besonders hoch ist der Bedarf bei Unternehmensdienstleistern, wie die steigende Beschäftigtenzahl zeigt (+93.000 beziehungsweise 4,1 Prozent im Vorjahresvergleich). Auch in den Bereichen Pflege und Soziales wurde ein hoher Zuwachs registriert (+91.000 bzw. 4,1 Prozent).

Qualifizierung braucht Zeit

Im Vorjahresvergleich ist einerseits die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung von Menschen aus den aktuellen Zuwanderungsländern um 261.000 oder 14 Prozent gestiegen. Andererseits hat die Zahl der Arbeitslosen aus diesen Ländern im Mai um 40.000 oder 10 Prozent zugenommen.

Aus den wichtigsten nichteuropäischen Asylherkunftsländern sind 46.000 (31 Prozent) mehr Menschen arbeitslos gemeldet als im Vorjahr. Die Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen braucht nach den Erfahrungen der Vergangenheit mehrere Jahre. Ihre Arbeitslosmeldung ist ein erster Schritt in einem Integrationsprozess. Gute Sprachkenntnisse und formale Qualifikationen herzustellen, nimmt längere Zeit in Anspruch. Viele befinden sich deshalb noch in Qualifizierungen.

Seit Juni 2016 berichtet die Bundesagentur für Arbeit (BA) monatlich über "Personen im Kontext Fluchtmigration". Dazu zählen Asylbewerber, anerkannte Schutzberechtigte und geduldete Ausländer. Zu wichtigsten nichteuropäischen Asylherkunftsländern gehören Afghanistan, Eritrea, Irak, Iran, Nigeria, Pakistan, Somalia und Syrien. Pib 31

 

 

 

 

Ulf Daude: Ganztagsschulen sind ein Gewinn – Kooperationsverbot abschaffen

 

Zur Vorstellung der Ergebnisse der qualitativen Studie „Mehr Schule wagen! Empfehlungen für guten Ganztag“ am 29. Mai in Berlin, die eine Grundlage für ein Policy Paper der Bertelsmann Stiftung, Robert-Bosch-Stiftung, Stiftung Mercator und Vodafone Stiftung ist, erklärt Ulf Daude, Bundesvorsitzender der Arbeitsgemeinschaft für Bildung der SPD:

 

Ganztagsschulen sind heute weit mehr als ein Betreuungsangebot nach dem Schulunterricht am Vormittag. Die Arbeitsgemeinschaft für Bildung hat dies schon länger erkannt und auf ihrer Bundeskonferenz 2014 das Positionspapier „Gute Ganztagsschule – Ein Weg, der sich lohnt!“ beschlossen. Wir freuen uns, dass die Inhalte weitgehend von dieser aktuellen Studie wissenschaftlich bestätigt werden. Auch in die Beschlusslage der SPD und in den aktuellen Leitantrag des Parteivorstands wurden zentrale Punkte aus unserem Positionspapier übernommen.

 

Eltern fordern mit Recht den Ausbau hochwertiger und verlässlicher Ganztagsschulen in Deutschland für bessere Strukturen der Tagesplanung an Schulen, für ein erfolgreicheres Lernen und für die bessere Förderung aller Kinder. Außerdem ermöglichen gute Ganztagsschulen die Umsetzung eines modernen Familienlebens und entlasten den familiären Alltag deutlich.

 

In den Ländern erfolgt die Umsetzung von Ganztagsangeboten aber sehr unterschiedlich und nicht immer befriedigend. Die Arbeitsgemeinschaft für Bildung fordert daher:

 

    die Einführung eines gemeinsamen bundesweiten Qualitätsrahmens, der allen Ländern als Orientierung und als Ziel dienen soll.

    die Gebührenfreiheit aller Ganztagsangebote für die Eltern, da bessere Bildung und Betreuung nicht vom Geldbeutel der Eltern abhängen darf.

    die Abschaffung des Kooperationsverbotes. Die Länder und Kommunen dürfen bei dieser überregionalen Aufgabe von bundesweiter Bedeutung nicht alleine gelassen werden. Der Bund muss verbindlich in die Finanzierung der nötigen Ressourcen einbezogen werden.

    Schule neu zu denken. Durch den Ausbau guter rhythmisierter Ganztagschulen entstehen bessere Planungsmöglichkeiten für den Tagesablauf mit gezielt platzierten Lern- und Übungsphasen sowie Phasen zur Entspannung und der Förderungen von individuellen Neigungen und Interessen der SchülerInnen. Durch eine moderne Gestaltung verbessert sich der Lernerfolg insgesamt und Stress und Frust werden abgebaut. Hausaufgaben werden als Übungszeiten in den Ganztag integriert, wodurch alle SchülerInnen hierbei professionell betreut werden können. Nach der Schule ist in der Regel frei, sodass hier eine Entlastung und Freiräume für Sport, Spiel und Engagement in Vereinen etc. entstehen.

    die Einführung eines Rechtsanspruches auf einen guten Ganztagschulplatz. Um den flächendeckenden Ausbau voranzubringen und wissenschaftliche Erkenntnisse zu gutem und besserem Lernen umzusetzen, bedarf es der Einführung eines Rechtanspruches für alle Kinder, die eine Ganztagsschule besuchen möchten. Dies darf nicht der Kassenlage oder dem guten Willen von Ländern und Kommunen überlassen werden. spd 29

 

 

 

 

Studie. Verantwortung für Flüchtlinge gerechter verteilen

 

Einer aktuellen Studie zufolge braucht der Umgang mit Migration ein Umdenken: Auch Nicht-EU-Aufnahmeländer von Flüchtlingen sollten den Menschen eine Perspektive bieten, die EU müsse humanitäre Hilfe mit Entwicklungshilfe verbinden sowie ihren Arbeitsmarkt öffenen.

Für den Umgang mit Migration müssen nach Ansicht von Experten neue Perspektiven entwickelt werden. So sollten auch Aufnahmeländer außerhalb der EU ermutigt werden, Flüchtlingen einen gesicherten rechtlichen Status zu gewähren und ihre wirtschaftliche und soziale Integration zu fördern, heißt es in einer am Dienstag in Berlin veröffentlichten Studie, die von der Mercator-Stiftung gefördert wurde.

Die EU und ihre Mitgliedsstaaten sollten langfristig humanitäre Hilfen mit Entwicklungshilfe verbinden, heißt es in der Studie „Den Herausforderungen der Asyl- und Migrationspolitik begegnen“. Die Experten unter Leitung von Matthias Lücke vom Kieler Institut für Weltwirtschaft plädieren auch für mehr legale Einwanderung. So sollten die EU-Staaten die legalen Arbeitsmöglichkeiten für Nicht-EU-Bürger erweitern.

Asyl als Schlüssel für Arbeitsmarkt

„Momentan beantragen zahlreiche irreguläre Einwanderer in der EU Asyl, nicht weil sie Schutz benötigen, sondern weil sie nur so Zugang zum europäischen Arbeitsmarkt erhalten können“, heißt es in der Studie. Obwohl viele von ihnen nie einen Flüchtlingsstatus erlangen würden, kehrten nur sehr wenige tatsächlich in ihr Ursprungsland zurück. Denen, die sich die erforderlichen Sprachkenntnisse und Berufsqualifikationen aneignen, sollte der Weg zum legalen Arbeitsmarkt in der EU geöffnet werden.

Die Mercator-Stiftung fördert nach eigenen Angaben Themen wie Weltoffenheit, Solidarität und Chancengleichheit. Schwerpunktthema in den Jahren 2017 und 2018 ist die europäische Migrationspolitik. (epd/mig 1)

 

 

 

 

Think20-Dialogforum. Wohlstand für alle Menschen sichern

 

Wie lässt sich für die Weltbevölkerung eine wirtschaftlich florierende, ökologisch nachhaltige und sozial integrative Zukunft verwirklichen? Wissenschaftler, Politiker und Wirtschaftsvertreter haben als Mitglieder von Think20 Empfehlungen für den G20-Gipfel im Juli erarbeitet. Kanzleramtsminister

Altmaier hat sie entgegengenommen.

 

Die Weltwirtschaft wächst zusammen und ist durch raschen technologischen Fortschritt gekennzeichnet. Allerdings scheint wirtschaftlicher Fortschritt nicht länger mit sozialem Fortschritt einherzugehen. Letztlich sollte es das Ziel der G20 sein, die Weltwirtschaft so zu gestalten, dass die wichtigsten Bedürfnisse der Menschen erfüllt sind. Dies bedeutet aber auch, dass sich die G20 bemühen sollten, neben dem Wirtschaftswachstum auch einen robusten, integrativen

und nachhaltigen Wohlstand zu fördern.

Beim Think20-Dialogforum in Berlin haben Wissenschaftler, Politiker und Wirtschaftsvertreter zwei Tage lang Lösungen für die globalen Herausforderungen beraten. Ihre Empfehlungen haben sie an

Kanzleramtsminister Peter Altmaier übergeben.

Weltweite Probleme angehen

Altmaier sagte, Innovation sei angetrieben durch zu lösende weltweite Probleme und die technische Entwicklung, nicht von der Politik. Daher sei notwendig, Regierungsstrukturen zu schaffen, um in einer vernetzten Welt die Probleme weltweit zu diskutieren. "Wir haben verstanden, dass technischer Fortschritt ebenso wie die Gefahren durch den Klimawandel, Migration, Armut und Terrorismus nur in einer eng verknüpften Welt gemeinsam angegangen werden können", sagte der Kanzleramtsminister.

Große Herausforderungen stellten Migration und Flucht dar. Die Ereignisse im Herbst 2015 hätten

gezeigt, dass kein funktionierender internationaler Rahmen bestand, um mit so einem Problem umzugehen. Viele Länder in Europa, aber auch in Afrika, helfen, um eine humanitäre Katastrophe zu verhindern. Die G20, so Altmaier weiter, dürfe sich nicht mehr vor allem um wirtschaftliche und finanzielle Fragen kümmern. Sie müsse sich kollektiv sozialer und ökologischer Risiken annehmen.

Insbesondere die Probleme Afrikas müssten partnerschaftlich gelöst werden.

Lösungen für neue Herausforderungen finden

Es sei sicher wichtig, die Militärausgaben zu erhöhen, Außen- und Sicherheitspolitik seien auf der Agenda, aber in einer anderen Weise als in der Vergangenheit. Heute ginge es nicht mehr primär um Raketen und Waffen, es gehe vor allem um Bildung, berufliche Qualifikation und die Einbindung von

Frauen in den Arbeitsprozess und in die politische Diskussion. Dies gelinge besser in demokratischen Strukturen und globaler Abstimmung.

Die versammelten Fachleute führten in ihrem Empfehlungen aus, es sei an der Zeit, dass die Mitgliedstaaten der G20 eine gemeinsame Perspektive entwickeln. Diese müsse es der Weltbevölkerung ermöglichen, eine wirtschaftlich florierende, ökologisch nachhaltige und sozial integrative Zukunft zu verwirklichen, die unvorhergesehenen Erschütterungen gegenüber widerstandsfähig ist. Die

Mitgliedstaaten der G20, aber auch alle anderen Staaten, müssen ihren jeweiligen Weg gehen und gleichzeitig eine gemeinsame Perspektive für Probleme entwickeln, die alle betreffen.

Drei einfache Gedanken

Diese gemeinsame Perspektive sollte auf drei einfachen Gedanken beruhen: Erstens hängt die Zukunft der Menschheit davon ab, dass die globalen Gemeingüter, zu denen die Weltwirtschaft und die Biosphäre zählen, stabilisiert und bewirtschaftet werden. Sie bilden die Voraussetzung für Frieden,

Sicherheit und menschliches Wohlergehen in der Zukunft.

Zweitens erfordert die Bewirtschaftung dieser globalen Gemeingüter Investitionen in eine umfassende Kultur der globalen Zusammenarbeit sowie ein System des globalen kollektiven Handelns. Und drittens wird globale Regierungsführung von oben herab nicht funktionieren, solange nicht der Mensch in den Mittelpunkt des Globalisierungsprozesses rückt.

In der Agenda 2030 zum Klimaschutz, auf die sich alle Regierungen im September 2015 verständigt haben, werden die Grundpfeiler einer solchen dringend benötigten globalen Perspektive bereits widergespiegelt. Entsprechend muss der Schwerpunkt der jeweiligen G20-Agenda, die sich von Jahr zu

Jahr weiterentwickelt, darauf liegen, weltweit für Wohlergehen zu sorgen, und zwar auf der Grundlage von Wohlstand, der Befähigung zu aktiver Mitgestaltung und sozialer Integration.

Think20 (T20), ein Netzwerk internationaler Think Tanks aus den G20-Staaten, hilft bei der Bewältigung dieser Herausforderungen, indem es den Staats- und Regierungschefs der G20 Empfehlungen und Perspektiven als Anhaltspunkte für die Politikgestaltung liefert. Pib 30

 

 

 

 

Transnationale Bildung: Daten für nachhaltigen Erfolg

 

 DAAD und British Council schaffen erstmals Grundlage, um verlässliche Informationen zu sammeln

 

Bonn. Transnationale Bildung spielt eine entscheidende Rolle bei der Internationalisierung von Hochschulen. In einer wachsenden Zahl von Ländern in Asien, dem Mittleren Osten oder Lateinamerika tragen grenzüberschreitende Partnerschaften zwischen Hochschulen zudem dazu bei, den steigenden Bedarf nach Hochschulbildung zu decken. Bislang war es jedoch nicht möglich, die unterschiedlichen Projekte standardisiert zu erfassen und miteinander zu vergleichen. Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) hat zusammen mit dem British Council aus diesem Grund Richtlinien entwickelt, anhand derer einheitliche Daten erhoben werden können. Vorgestellt wurden sie nun im Rahmen der Konferenz „Going Global“ in London.

„Grundlage für den Erfolg Transnationaler Bildung ist eine langfristige Planung. Diese wird sich in Zukunft auf verlässliche Fakten stützen können. Auch die positive Wirkung lässt sich mithilfe einer gemeinsamen Datenbasis besser messen. Dies ist ein ganz entscheidender Faktor, wenn wir mehr Hochschulen für internationale Partnerschaften gewinnen wollen“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

Gemeinsam mit dem British Council hat der DAAD im Laufe eines Jahres Richtlinien erarbeitet, mit denen eine gemeinsame Datenbasis über TNB-Projekte möglich wird. Sie stützen sich auf die Erfahrung von mehr als hundert Entscheidern in den Bereichen Hochschulpolitik und Transnationale Bildung, die in 35 Ländern tätig sind.

„Es ist deutlich, dass es weltweit ganz unterschiedliche Modelle für Transnationale Bildung gibt. Außerdem gibt es bislang kein einheitliches Verständnis darüber, was darunter zu verstehen ist. Nun ist es möglich, einen gemeinsamen Rahmen zu erarbeiten, in dem Regierungen, Hochschulen und internationale Organisationen im Bereich der Transnationalen Bildung zusammenarbeiten können“, sagt DAAD-Generalsekretärin Dorothea Rüland.

Der Report „Transnational Education – A Classification Framework and data collection guidelines for International Programme and Provider Mobility (IPPM)“, wurde von John McNamara und Dr. Jane Knight im Auftrag von DAAD und British Council verfasst. Er kann hier heruntergeladen werden: https://www.britishcouncil.org/education/ihe/knowledge-centre/transnational-education/tne-education-data-collection-systems

Hintergrund

Deutsche Hochschulprojekte im Ausland sind ein wichtiges Profilelement im Rahmen der Internationalisierung der deutschen Hochschulen. Die Bandbreite derartiger Bildungsprojekte, für die deutsche Hochschulen die wesentliche akademische Verantwortung tragen, reicht von einzelnen Studiengängen, die mit Partnerhochschulen im Ausland kooperativ angeboten werden, über größere Vorhaben wie Filialgründungen bis hin zu binationalen Hochschulgründungen.

Viele internationale Studierende möchten von der Ausbildungsqualität und dem Renommee einer ausländischen Spitzenhochschule profitieren, ohne ins Ausland zu gehen. Dieser Teil des internationalen Bildungsmarktes wächst, die Nachfrage nach Bildungsangeboten vor Ort entwickelt sich dynamisch. Mit speziell zugeschnittenen Förderprogrammen unterstützt der DAAD deutsche Hochschulen bei der Entwicklung und dem Aufbau unternehmerisch geplanter Studienangebote in ausgewählten Zielregionen. Neben der Anschubfinanzierung umfasst die Förderung auch Information und Beratung zu Markt- und Managementfragen. Daad 31

 

 

 

 

Brüssel: EU plant europaweite Maut

 

Die EU-Kommission schlägt vor, keine Vignetten mehr auszugeben, sondern eine Maut nach gefahrenen Kilometern abzurechnen. Die deutsche Pkw-Maut wäre damit hinfällig.

Die EU-Kommission hat einen Gegenvorschlag zum deutschen Mautkonzept

Autofahren in der EU könnte in Zukunft deutlich teurer werden. Die EU-Kommission hat einen Plan vorgestellt, wie die verschiedenen europäischen Mautsysteme vereinheitlicht werden können: Wer mehr fährt, soll mehr bezahlen. Eine Verpflichtung für die Staaten, eine Maut einzuführen, soll es aber nicht geben.

Bei dem in Ländern wie Österreich geltenden und in Deutschland geplanten "Flatrate-Prinzip" durch Vignetten fehle der Anreiz, die Umwelt zu schonen, erklärte die Kommission. Deutschland wäre, sollte sich das EU-Konzept durchsetzen, dazu gezwungen, sein noch nicht gestartetes Mautsystem umzustellen. Dafür sieht die Kommission eine Übergangsperiode bis Ende 2027 vor. Mit dem Konzept möchte die EU-Behörde ihren Klimazielen gerecht werden.

Konkret schlägt die Kommission vor, das vorhandene automatische Erfassungssystem für Lastwagen auf alle anderen Fahrzeuge auszuweiten. Gleichzeitig fordert die Behörde, die derzeit unterschiedlichen Systeme in den einzelnen EU-Ländern auf eine einheitliche Technik umzustellen.

Bei der Berechnung der Gebühr will die Kommission die CO2-Emissionen des Fahrzeugs berücksichtigen. Umweltfreundlichere Fahrzeuge wie Autos mit Gasantrieb oder Hybridwagen sollen weniger zahlen müssen. Für emissionsfreie Pkw wie Elektroautos fordert die EU-Behörde einen Nachlass von 75 Prozent.

Auch für andere Umweltschäden will die EU Fahrer künftig zahlen lassen. "Wenn die Mitgliedstaaten Lärm-, Umwelt- und Staubelastungen in die Maut einbeziehen können, kann das zu unverhältnismäßigen Belastungen führen", sagte Markus Pieper (CSU), Mitglied im Verkehrsausschuss des Europäischen Parlaments. Würden die externen Faktoren bei der Maut eingerechnet, dürfe die Gesamthöhe nicht die bisherigen Kosten übersteigen.

Mitgliedstaaten können weiter selbst entscheiden

Der christsoziale EU-Parlamentarier Markus Ferber fürchtet wegen der unterschiedlich hohen Gebühren "lange Warteschlangen" an den Mautstellen: "Dieser Vorschlag bringt keine Erleichterungen für den Autofahrer", sagte er.

Das Centrum für Europäische Politik (CEP), ein Thinktank aus Freiburg, rät von einem pauschalen Verbot von Vignetten ab. Die Experten führten in einer vorab veröffentlichten Analyse an, dass eine Vignette verwaltungstechnisch weniger aufwändig sei – besonders, wenn entsprechend der Emissionsklasse unterschiedlich hohe Gebühren geplant seien. Darüber hinaus plädiert das CEP für die Einbindung des Straßenverkehrs in den Emissionshandel. Die Erhebung einer Maut führe in der Regel eher zu Ausweichverkehr auf Landstraßen.

In der EU erheben derzeit 24 Mitgliedstaaten eine Straßennutzungsgebühr, meist für Lkw. In Frankreich, Italien, Spanien, Portugal und Kroatien gilt für Pkw eine streckenbezogene Gebühr. Österreich, Bulgarien, Lettland, Rumänien, die Slowakei, Slowenien, Tschechien und Ungarn verlangen Vignetten für die Nutzung ihrer Autobahnen. Weitere Länder erheben eine örtliche Maut.

Die Entscheidung, ob eine Maut erhoben werden soll oder nicht, obliegt letztlich den Mitgliedstaaten. Die EU hat in diesem Bereich keine Entscheidungsgewalt, sie kann lediglich gemeinsame Regeln schaffen. Zeit online/Afp 31

 

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen im Mai/Juni 2017

 

Der Mindestlohn für Leiharbeiter steigt, Patienten bekommen innovative Medikamente bei stabilen Preisen. Für Verbraucher entfallen in der EU sowie in Norwegen, Liechtenstein und Island die Roaminggebühren. Und verbesserte Regelungen bei der Videoüberwachung tragen zu mehr Sicherheit bei.

 

Arbeit und Soziales. Neuer Mindestlohn für Leiharbeiter

Die dritte Mindestlohn-Verordnung für die Leiharbeitsbranche tritt voraussichtlich am 1. Juni 2017 in Kraft. Damit gilt wieder eine verbindliche Lohnuntergrenze für rund eine Million Leiharbeiter. Sie liegt bei 8,91 Euro in den neuen und 9,23 Euro in den alten Bundesländern. Die Festsetzung geht

auf einen gemeinsamen Vorschlag der Tarifpartner zurück.

 

Fälligkeit für Sozialversicherungsbeiträge vereinfacht

Die Fälligkeit für Sozialversicherungsbeiträge (§23 SGB IV) wird mit dem Zweiten Bürokratieentlastungsgesetz rückwirkend zum 1. Januar 2017 neu geregelt. Das "vereinfachte Verfahren" bei schwankenden Arbeitsentgelten steht damit allen Unternehmen offen: Statt eines geschätzten Beitrags für den laufenden Monat kann zunächst der tatsächliche Vormonatsbeitrag gezahlt werden. Die Differenz wird mit dem Folgemonat verrechnet. Die Neuregelung trägt zur

Entlastung der Wirtschaft bei.

 

Sozialkassenverfahren im Bau gesichert

In der Bauwirtschaft dienen Sozialkassenverfahren der Sicherung von Urlaubsansprüchen, der Förderung der Berufsausbildung und der Altersversorgung. Am 25. Mai 2017 ist das Gesetz zur Sicherung der Sozialkassenverfahren im Baugewerbe (SokaSiG) in Kraft getreten. Damit gelten die Sozialkassen-Tarifverträge rückwirkend zum 1. Januar 2006 für alle Arbeitnehmer in der Baubranche – unabhängig von ihrer Tarifbindung. Die eigenständige Rechtsgrundlage sichert den Fortbestand des Sozialkassenverfahrens. Zudem stützt es die Tarifautonomie in der Bauwirtschaft.

 

Gesundheit. Für innovative Medikamente und stabile Preise

Patienten sollen vom medizinischen Fortschritt profitieren. Ärzte müssen innovative Arzneimittel verschreiben können. Gleichzeitig müssen die Kosten für die gesetzliche Krankenversicherung stabil bleiben. Dafür sorgt das Gesetz zur Stärkung der Arzneimittelversorgung (AMVSG). Das noch 2017 geltende Preismoratorium wird bis 2022 verlängert. Das heißt: Die Preise für Arzneimittel bleiben auf dem Stand von 2009 eingefroren. Eine Preisanpassung ist nur möglich, um die Inflation auszugleichen. Das AMVSG ist am 13. Mai 2017 in Kraft getreten.

 

Opiatabhängige bestmöglich behandeln

Ein wirkungsvolles und umfassendes Substitutionsangebot kann helfen, der Drogensucht zu entkommen. Die Regelungen zur Drogenersatztherapie werden an den wissenschaftlichen Fortschritt und praktische Erfordernisse angepasst. Ärzte können Suchtkranken diese Therapie künftig leichter ermöglichen. Die Reform der betäubungsmittelrechtlichen Vorschriften tritt am 30. Mai 2017 in Kraft.

 

Innere Sicherheit. Bundespolizei nutzt künftig Bodycams

Die Bundespolizei kann jetzt kleine, am Körper getragene mobile Kameras – sogenannte Bodycams – einsetzen. Denn Polizisten werden immer häufiger Opfer von Gewaltdelikten und müssen besser geschützt werden. Erfahrungen in einzelnen Bundesländern haben gezeigt, dass Bodycams helfen, gewalttätige Übergriffe einzudämmen. Das entsprechende Gesetz ist am 16. Mai 2017 in Kraft

getreten.

 

Bessere Videoüberwachung für mehr Sicherheit

Die Bundesregierung will mehr Sicherheit in Deutschland. Sie hat daher die Regeln für die Videoüberwachung im Bundesdatenschutzgesetz angepasst. Der Schutz von Leben, Gesundheit oder Freiheit von Menschen gilt nun bei Videoüberwachungsmaßnahmen durch private Betreiber in öffentlich

zugänglichen Räumen als "besonders wichtiges Interesse". Das Gesetz ist am 5. Mai 2017 in Kraft getreten.

 

Verbraucherschutz. Aus für Roaming-Gebühren

Verbraucher können ab dem 15. Juni in den 28 EU-Mitgliedsländern sowie Norwegen, Liechtenstein und Island ohne zusätzliche Kosten telefonieren, surfen und Kurznachrichten verschicken. Reisende können ihre SIM-Karte aus dem Ausland nutzen wie zu Hause - ohne Extra-Gebühren. Anbieter dürfen

jedoch Aufschläge berechnen bei Missbrauch oder einer zweckentfremdeten Nutzung von Roaming-Diensten. Das ist etwa der Fall, wenn eine günstigere SIM-Karte in einem anderen EU-Staat gekauft wird, um sie zu Hause zu verwenden.

Die vom Europaparlament verabschiedete Verordnung legt Obergrenzen für die Beträge fest, die Mobilfunkunternehmen sich gegenseitig für die Nutzung ihrer Netze in Rechnung stellen dürfen. Sie liegen bei 3,2 Cent pro Minute für Anrufe und ein Cent für SMS. Für Datenvolumen sinken die Obergrenzen schrittweise von zunächst 7,70 Euro pro Gigabyte ab 15. Juni auf schließlich 2,50 Euro

pro Gigabyte ab 1. Januar 2022.

 

Mehr Transparenz bei Internetanschlüssen. Telefon- und Internet-Anbieter müssen ihre Kunden verständlich und übersichtlich über ihre Leistungen informieren – und zwar vor Vertragsschluss. Etwa über die verfügbare

Datenübertragungsrate, welche Dienste im vereinbarten Datenvolumen enthalten sind, die Vertragslaufzeit und die Preise. Um eine automatische Vertragsverlängerung zu vermeiden, muss die monatliche Rechnung zudem Auskunft darüber geben, bis wann zu kündigen ist. Anbieter sind

verpflichtet mitzuteilen, wie man die Geschwindigkeit des Anschlusses überprüfen kann. Die Regelungen treten zum 1. Juni mit einer Übergangsfrist von sechs Monaten in Kraft.

 

Neues Zentrum untersucht Echtheit von Lebensmitteln

Kommt das Olivenöl aus Italien? Ist der Fisch wirklich eine Seezunge? Das sind Fragen, die viele Verbraucher bewegen. Das neue Zentrum für Echtheit und Integrität in der Lebensmittelkette entwickelt Untersuchungsmethoden weiter, bündelt und wertet die Ergebnisse aus.

 

Gezielte Ernährungsempfehlungen für Kinder

Die Essgewohnheiten in der Kindheit prägen unsere Ernährung im Erwachsenenalter. Das neue Institut für Kinderernährung untersucht das Ernährungsverhalten von Kindern und Jugendlichen und liefert

fundierte Empfehlungen.

 

Umwelt. Änderungen im Bauplanungsrecht

Die Bauplanungsrechtsnovelle 2017 schafft neue Spielräume für den Wohnungsbau. So führt sie etwa eine neue Baugebietskategorie „Urbane Gebiete“ in der Baunutzungsverordnung ein. Das Gesetz zur Umsetzung der Richtlinie 2014/52/EU im Städtebaurecht und zur Stärkung des neuen Zusammenlebens in

der Stadt ist am 13. Mai 2017 in Kraft getreten.

 

Änderungen der Grundwasserverordnung

Eine Änderung der Grundwasserverordnung soll die bisherige Beurteilung und Überwachung des Grundwassers um neue Parameter erweitern. Handlungsbedarf beim Schutz des Grundwassers wird so besser erkennbar. Am 9. Mai wurde die 1. Änderungsverordnung der Grundwasserverordnung im Bundesgesetzblatt verkündet. Sie trat einen Tag später in Kraft.

 

Düngerecht: Schärfere Regeln zum Schutz der Umwelt

Für das Düngen auf deutschen Ackerflächen gelten seit 15. Mai strengere Regeln. Genauere Vorgaben und Obergrenzen für Düngemengen sowie längere Sperrfristen, in denen keine Düngemittel eingesetzt werden dürfen, schützen Gewässer und Umwelt. Mit der Novelle der Düngeverordnung und Anpassungen

des Düngegesetzes hat Deutschland die Nitratrichtlinie in der Europäischen Union umgesetzt.

 

Kreislaufwirtschaftsgesetz und Elektro- und Elektronikgerätegesetz

Nehmen Vertreiber Elektroaltgeräte nicht oder nicht vollständig zurück, gilt das künftig als Ordnungswidrigkeit. Zum 1. Juni 2017 tritt ein entsprechender Artikel 2 des Gesetzes zur Änderung des Kreislaufwirtschaftsgesetzes und des Elektro- und Elektronikgerätegesetzes in Kraft.

 

Abfallbeauftragten-Verordnung

Der Abfallbeauftragte ist ein wichtiges und bewährtes Instrument der betrieblichen Selbstüberwachung. Die neue Abfallbeauftragten-Verordnung, die am 1. Juni 2017 in Kraft tritt, legt die rechtlichen Grundlagen für die Bestellung von Abfallbeauftragten sowie für deren erforderliche Zuverlässigkeit und Fachkunde fest. Sie passt die bisherige Regelung dem technischen Fortschritt

an.

 

Entsorgungsfachbetriebeverordnung

Die neue Entsorgungsfachbetriebeverordnung baut die Zertifizierung von Betrieben zu Entsorgungsfachbetrieben weiter aus. Abfallerzeuger und -besitzer, die einen Entsorgungsfachbetrieb beauftragen, sollen in besonderem Maß auf eine rechtlich beanstandungsfreie Bewirtschaftung der Abfälle vertrauen können. Die Verordnung tritt am 1. Juni 2017 in Kraft.

 

Mehr Rechtssicherheit im Umweltbereich

Behörden, Vorhaben- und Planungsträger, Bürgerinnen und Bürger sowie anerkannte Umweltvereinigungen erhalten durch die Novelle des Umwelt-Rechtsbehelfsgesetzes Rechtssicherheit, welche staatlichen Entscheidungen gerichtlich überprüfbar sind. Durch die Erweiterung des Anwendungsbereichs der

Umweltverbandsklage können Umweltvereinigungen künftig bei mehr Entscheidungen als bisher die Verletzung umweltbezogener Vorschriften geltend machen. Das "Gesetz zur Anpassung des Umwelt-Rechtsbehelfsgesetzes und anderer Vorschriften an europa- und völkerrechtliche Vorgaben" wird voraussichtlich Anfang Juni 2017 in Kraft treten.

 

Energie. Entsorgung von Atommüll: Endlagergesetz in Kraft getreten

Bis zum Jahr 2031 soll die Entscheidung für einen Standort in Deutschland für die Endlagerung hochradioaktiver Abfälle fallen, ab 2050 die Lagerung beginnen. Von Beginn an werden Bürger und Betroffene beteiligt und eingebunden. Für die Suche gilt das Prinzip der "weißen Landkarte": kein Ort ist von vornherein ausgeschlossen oder bevorzugt. Das Gesetz ist am 16. Mai 2017 in Kraft

getreten. Für einen Zeitraum von einer Million Jahre soll der künftige Standort die größtmögliche Sicherheit gewährleisten.

 

Verkehr. Einfacher zum Sportbootführerschein

Ein allgemeiner Sportbootführerschein (SBF) ersetzt seit dem 10. Mai die Führerscheine SBF Binnen und SBF See. Die Prüfungsbedingungen ändern sich ebenfalls: Wer den Sportbootführerschein machen will, kann die Theorie- und Praxisprüfung an verschiedenen Orten ablegen - die Praxis etwa im

Urlaub und die theoretische Prüfung dann zuhause. pib 1

 

 

 

 

Die Sorgen der Deutschen im Wahljahr 2017

 

Hamburg. Armut und soziale Ungleichheit nennen 43 Prozent der Deutschen an erster Stelle ihrer derzeit drei größten Sorgen im eigenen Land. Danach folgt die Angst vor Terrorismus und vor Gewalt und Kriminalität mit jeweils 38 Prozent. Seit Mai 2013, der Zeit vor der letzten Bundestagswahl, zeigt sich hier eine erhebliche Verschiebung. Damals gehörte das Thema Arbeitslosigkeit noch zu den drei größten Sorgen der Deutschen. Diese Ergebnisse stammen aus der monatlich in 26 Ländern erhobenen Studie „What worries the World“ des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos.

Sorgen der Deutschen haben sich stark verändert

Vergleicht man die aktuellen Sorgen der Bevölkerung mit denen vor der letzten Bundestagswahl im Herbst 2013, zeigen sich starke Differenzen. So stand im Mai 2013 das Thema Arbeitslosigkeit stark im Fokus der Bevölkerung (33%), heute nennt nur noch jeder Zehnte diesen Punkt. Entsprechend wurde die Sorge vor Armut und sozialer Ungleichheit mit 58 Prozent damals deutlich höher bewertet als heute. Das Thema Kriminalität und Gewalt war im Verhältnis dazu viel weniger sorgenbesetzt, nur 29 Prozent sahen darin eine Gefahr.  Die Angst vor Terrorismus (7%) spielte 2013 eine absolut untergeordnete Rolle, heute bereitet sie 38 Prozent der Deutschen Kopfzerbrechen.

Im Zeitverlauf ist zu erkennen, dass dieser Wert deutlich von terroristischen Anschlägen in Europa beeinflusst wird. Aktuell ist er seit dem Vormonat April um vier Prozentpunkte zurückgegangen. Ebenso verzeichnet das Thema Einwanderungskontrolle, das noch 2016 unter den drei größten Sorgen zu finden war, inzwischen mit 32 Prozent den seit Juli 2015 niedrigsten Wert der Sorgenskala, ebenfalls vier Prozentpunkte unter dem Vormonat. Ipsos 7

 

 

 

 

Emnid-Umfrage. Deutsche wollen das Sonntagsshopping

 

Die Mehrheit der Deutschen will Geschäften mehr Spielraum für Öffnungen an Sonntagen geben. Doch für den Handel sind zusätzliche Öffnungszeiten ein Streitthema.

In einer repräsentativen Emnid-Umfrage für die "Bild am Sonntag" sprachen sich 61 Prozent der Deutschen dafür aus, dass Händler selbst darüber entscheiden sollten, ob sie sonntags öffnen oder nicht. 39 Prozent waren dagegen. Karstadt und Kaufhof hatten in der vergangenen Woche eine Initiative "Selbstbestimmter Sonntag" gegründet, die sich für mehr verkaufsoffene Sonntage einsetzt.

Händler sind sich uneinig

Im Handel sind zusätzliche Öffnungszeiten an Sonntagen umstritten. Während Kaufhof und Karstadt angekündigt hatten, dass sich weitere Firmen an der Initiative beteiligen würden, gibt es auch kritische Stimmen. So sagte Erich Harsch, Vorsitzender der Geschäftsführung bei der Drogeriekette dm, der Zeitung: "Ich sehe keinen Anlass oder die Notwendigkeit einer bundesweit einheitlichen Regelung."

Die Drogeriekette Rossmann teilte mit: "Mit der aktuellen Situation sind wir sehr zufrieden." Verkaufsoffene Sonntage würden nicht flächendeckend zu höheren Umsätzen führen.

Nachteile von verkaufsoffenen Sonntagen

Auch Albrecht Hornbach, Vorstandsvorsitzender der gleichnamigen Baumarkt-Kette, warnte vor überzogenen Erwartungen an zusätzliche Sonntagsöffnungen. An verkaufsoffenen Sonntagen werde stets ein besonderes Programm geboten wie Vorführungen zu Heimwerkerprojekten, eine Kinderwerkstatt oder eine Grillshow. "Wäre jeder Sonntag verkaufsoffen, würde dieser besondere Charakter schwer zu halten sein", sagte Hornbach.

FDP wirbt weiter für Freigabe der Öffnungszeiten

Die FDP warb erneut für die Freigage der Öffnungszeiten. "Der Handel braucht gegenüber der Online-Konkurrenz faire Bedingungen, sonst sterben die Innenstädte", sagte Parteichef Christian Lindner der "Bild am Sonntag". Eine Liberalisierung könne zudem Arbeitsplätze schaffen. T-O. 6

 

 

 

Merkel: EU-Debatte um Flüchtlingsquoten ist „sehr traurig“

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat die Debatte in der EU über die Aufnahme von syrischen Flüchtlingen als „sehr traurig“ bezeichnet.

„Wir haben schon gar nicht so viele Flüchtlinge – wenn ich es mal mit der Türkei vergleiche, die so viele Flüchtlinge aus Syrien aufgenommen hat“, sagte Merkel am Mittwoch in Berlin in einer Diskussion mit Jugendlichen aus G20-Ländern. „Aber selbst da kommen wir nicht zu einer Einigung“, sagte sie.

„Eigentlich ist es – wenn man das Bild einer gemeinsamen Welt hat – sehr traurig, dass sich viele Länder so sperren und Angst haben vor anderen Kulturen oder Glaubensrichtungen oder weil anderen etwas weggenommen wird“, fügte Merkel hinzu. In der EU wehren sich vor allem osteuropäische Länder gegen die in der Union vereinbarte Quotenregelung zur Verteilung syrischer Flüchtlinge.

Das ungarische Parlament hat beschlossen, alle Flüchtlinge, die sich in Ungarn aufhalten, in spezielle Einrichtungen zu transportieren und festzuhalten.

Die Kanzlerin hatte am Vormittag im Kanzleramt einen Sonderpreis für ehrenamtliche Tätigkeit an die Hamburger Flüchtlingsinitiative „Hanseatic Help“ vergeben. Die Organisation hatte 2015 in der Flüchtlingskrise begonnen, Kleidung für Flüchtlinge zu sammeln, sie organisiert Hilfsgüter mittlerweile aber auch etwa für Obdachslose, Kinderheime oder Frauenhäuser in Deutschland. EA/Reuters 8

 

 

 

 

Immer mehr Unternehmen beschäftigen Flüchtlinge

 

München - Immer mehr Unternehmen in Deutschland beschäftigen Flüchtlinge. Der Anteil der Firmen hat sich  innerhalb eines guten Jahres verdreifacht. Das ist das neueste Ergebnis der ifo-Randstad-Personalleiter-Befragung. 22 Prozent der Unternehmen gaben im ersten Quartal dieses Jahres an, in den vergangenen 24 Monaten Flüchtlinge beschäftigt zu haben. Im letzten Quartal 2015 waren es erst  7 Prozent. Wenn die Unternehmen Flüchtlinge beschäftigen, dann vor allem als Praktikanten (43 Prozent der Firmen mit Flüchtlingen). 40 Prozent der Unternehmen beschäftigen sie als Hilfskräfte, 33 Prozent als Auszubildende und weitere 8 Prozent als Facharbeiter. Im Verarbeitenden Gewerbe wurden Flüchtlinge häufiger als Praktikanten eingestellt als im Handel oder bei den Dienstleistern.

 

Jene Firmen, die Erfahrungen mit Flüchtlingen haben, nennen als große behördliche Hürde für Beschäftigung den Aufenthaltsstatus (45 Prozent), gefolgt vom Beschäftigungsverbot für Flüchtlinge aus sicheren Herkunftsländern (34 Prozent), der Dauer behördlicher Verfahren (36), der behördlichen Zustimmung (31), der Anerkennung ausländischer Berufs-und Hochschulabschlüsse (22), dem Aufwand für die betriebsinterne Betreuung (19), der Vorrangprüfung (18), die jedoch nur noch in bestimmten Regionen besteht, sowie dem internen Verwaltungsaufwand für das Prüfverfahren (14).

 

Derzeit geben 58 Prozent der Unternehmen an, sie hätten bislang keine Erfahrungen mit Flüchtlingen gemacht. 19 Prozent der Unternehmen erklärten, generell keinerlei Einsatzmöglichkeiten in ihrem Unternehmen zu haben. Begründet wird dies mit besonderen Anforderungen bei Sprache, Qualifikation oder anderen branchenspezifischen Voraussetzungen. Ifo 6

 

 

 

 

 

Ab in die Ferien – aber sicher

 

Wer mit dem Auto in den Urlaub fährt, sollte regelmäßige Pausen einplanen, um der Gefahr des Sekundenschlafs zu entgehen

 

Berlin – Die Sommerferien stehen vor der Tür. Zeit, mit den Liebsten in den Urlaub zu fahren, die Alltagssorgen hinter sich zu lassen und fernab der Heimat zu entspannen. Nach wie vor verreisen die Deutschen am liebsten mit dem Auto: Laut der Statistik-Plattform Statista ziehen rund 45 Prozent von ihnen den Pkw anderen Transportmitteln wie Flugzeug, Bus oder Bahn vor. Die Vorteile liegen auf der Hand. Autofahrer und Autofahrerinnen sind auch im Urlaub flexibel, können mehr Gepäck transportieren und eine Reisepause einlegen, wann immer dies gewünscht ist. Letztere kommt allerdings meist viel zu kurz. Laut einer im Oktober 2016 vom Deutschen Verkehrssicherheitsrat (DVR) beauftragten TNS-Emnid-Umfrage hält sich nur etwa jeder Dritte der befragten Fahrer und Fahrerinnen an das empfohlene Pausenintervall und pausiert nach circa zwei Stunden. Über 50 Prozent legen erst nach drei bis vier Stunden oder später eine Pause ein. In diesem Fall steigt die Gefahr für Müdigkeit am Steuer – ein häufig unterschätztes Risiko.

 

Wer sich müde hinter das Steuer setzt oder während der Fahrt nicht regelmäßige Pausen macht, riskiert den sogenannten Sekundenschlaf. Wem beispielsweise bei Tempo 100 für gerade einmal drei Sekunden die Augen zufallen, der legt rund 83 Meter ohne Kontrolle über sein Fahrzeug zurück. Dies passiert öfter als vermutet. Rund 26 Prozent sind laut der TNS-Emnid-Umfrage mindestens schon einmal hinter dem Steuer eingeschlafen. Trotzdem unterschätzen viele diese Gefahr und setzen auf vermeintliche Tricks. 45 Prozent glauben, ihre Schläfrigkeit durch Erfahrung auszugleichen zu können, 60 Prozent öffnen das Fenster, 38 trinken koffeinhaltige Getränke und 30 Prozent drehen die Musik lauter. Doch weder durch umfassende Erfahrung noch durch scheinbare Tricks kann das Einschlafen hinter dem Steuer ab einem bestimmten Zeitpunkt verhindert werden.

 

Auf die richtigen Hilfsmittel setzen

Daher sollten Autofahrer und Autofahrerinnen insbesondere vor längeren Fahrten für ausreichend Schlaf vorab und für regelmäßige Pausen zwischendurch sorgen und gegebenenfalls eine Zwischenübernachtung einplanen. „Nur wer ausgeschlafen und konzentriert unterwegs ist, schützt sich und andere Verkehrsteilnehmer und kommt sicher am Urlaubsziel an“, sagt DVR-Geschäftsführerin Ute Hammer. Wer dennoch müde wird, dem hilft eine Pause mit einem Kurzschlaf von zehn bis 20, maximal 30 Minuten oder etwas Bewegung an der frischen Luft, um den Kreislauf zu aktivieren. Wer möchte, kann vor dem Kurzschlaf noch einen Kaffee trinken. Das darin enthaltene Koffein wirkt erst nach 30 Minuten, hindert daher nicht beim Einschlafen, erleichtert aber das Wachwerden und verstärkt so den Erfrischungseffekt. Als Ersatz für Schlaf ist Koffein nicht geeignet.

 

Checkliste für eine sichere Urlaubsreise

Bevor die Reise mit dem Auto losgeht, sollten Autofahrer und Autofahrerinnen Reifendruck und Ölstand prüfen, das Gepäck sicher verstauen und genügend Proviant für die Fahrt mitnehmen. Wer mit Kindern verreist, sollte nicht nur an deren Sicherheit, sondern auch an geeignete Unterhaltung denken. Wichtig für eine entspannte und sichere Urlaubsreise ist, sich vorab mit dem Thema Müdigkeit am Steuer zu befassen, um unfallfrei anzukommen. Diese Checkliste soll dabei helfen.

 

*         Treten Sie die Fahrt ausgeschlafen an. Sollten Sie eine unruhige Nacht hinter sich haben oder zu spät ins Bett gekommen sein, drehen Sie sich lieber noch einmal um und starten Sie Ihre Reise eine Stunde später.

*         Planen Sie Pausen vorab mit ein. Spätestens alle zwei Stunden, insbesondere auf monotonen Strecken wie der Autobahn, sollten sich Fahrer durch Kurzschlafphasen von zehn bis maximal 20 Minuten erholen oder durch Bewegung an der frischen Luft neue Energie tanken.

*         Achten Sie auf erste Anzeichen für Müdigkeit. Dazu gehören häufiges Gähnen, schwere Lider und brennende Augen. Wenn die Konzentration nachlässt oder der Tunnelblick einsetzt, ist es dringend Zeit für eine Pause.

*         Vermeiden Sie bei akuter Müdigkeit vermeintliche Tricks wie ein offenes Fenster oder laute Musik. Koffeinhaltige Getränke helfen nur in Kombination mit der nötigen Erholung. Sie können also vor Ihrem Kurzschlaf eine Tasse Kaffee trinken, die Sie nicht am Einschlafen hindert, sondern Sie beim Wachwerden unterstützt und so den Erfrischungseffekt verstärkt.

*         Vermeiden Sie es, lange Strecken in der Dunkelheit beziehungsweise mitten in der Nacht oder sehr früh morgens zu fahren. Die Einschlafneigung ist hier besonders hoch, da der Schlaf-Wach-Rhythmus verschoben wird und die Sinne beeinträchtigt werden.

*         Planen Sie also lieber eine Zwischenübernachtung ein. Sie sollten in der Hauptreisezeit auch bedenken, dass Staus die Fahrt verlängern können. Deshalb ist es sicherer, die Fahrt am nächsten Morgen ausgeruht fortzusetzen.

*         Nehmen Sie Müdigkeit am Steuer nicht auf die leichte Schulter – zu Ihrer eigenen Sicherheit und der anderer Verkehrsteilnehmer.

 

Hintergrund zur Kampagne: Müdigkeit am Steuer ist ein unterschätztes Unfallrisiko im Straßenverkehr. In der Unfallstatistik wird Übermüdung für nur 0,5 Prozent aller schweren Unfälle als Ursache deklariert. Die Dunkelziffer liegt laut Experten jedoch weitaus höher. Jeder übermüdete Autofahrer und jede übermüdete Autofahrerin ist somit potenziell der Gefahr des Sekundenschlafs ausgesetzt. Der DVR hat deshalb gemeinsam mit dem Bundesministerium für Verkehr und digitale Infrastruktur (BMVI) und der Deutschen Gesetzlichen Unfallversicherung (DGUV) im Dezember 2016 eine Aufklärungskampagne mit dem Titel „Vorsicht Sekundenschlaf! Die Aktion gegen Müdigkeit am Steuer.“ gestartet. Ziel der Kampagne ist es, alle Autofahrerinnen und Autofahrer für die Gefahren von Müdigkeit am Steuer zu sensibilisieren und präventive sowie akute Maßnahmen dagegen aufzuzeigen. Dvr 8