WEBGIORNALE  16-29   OTTOBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Riforma elettorale, rappresentanza estera: “Siano diciotto parlamentari residenti nei nostri territori”  1

2.       Legge elettorale: cosa cambia per il voto all’estero  1

3.       Legge elettorale e italiani all'estero  1

4.       La “patria” europea nell’era delle appartenenze fluide. Il dibattito su cittadinanza e identità  2

5.       Voto all’estero. Quadrelli (PD Berlino): l’emendamento Lupi va modificato  2

6.       Comitato Schengen. Audizione di Minniti. Le iniziative sulla gestione dei flussi migratori 2

7.       Sondaggio. La paure che cambiano gli italiani: una su tutte l’immigrazione  3

8.       Pro “Giornata degli Italiani nel Mondo”  4

9.       L’iter parlamentare dell’Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo  4

10.   Silenzi e opportunismi. Israele: gli ebrei della Diaspora e l’antisemitismo  4

11.   A Bruxelles la prossima riunione della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord del CGIE  4

12.   Il gigante indebolito. Germania: la ricerca di un governo condiziona l’UE e l’Italia  5

13.   Il mercato delle armi non conosce crisi 5

14.   La Germania fissa un tetto massimo agli ingressi dei richiedenti asilo  5

15.   Riunito a Berlino l’Intercomites Germania. Tra i temi affrontati: i servizi consolari e l’intervento scolastico. 6

16.   Il 24 ottobre a Berlino “L’Ambasciata incontra... architetti e designer”  6

17.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  6

18.   Francoforte. La partecipazione italiana alla Buchmesse (11-15 ottobre 2017) 7

19.   Partecipazione italiana alla fiera ANUGA 2017 (Colonia, 7-11 ottobre 2017) 8

20.   Gli Etruschi in scena all’Archeologisches Museum di Francoforte con la mostra “Le divinità degli Etruschi”  8

21.   “Poesia al Cinema” di Marcella Continanza il 20 ottobre presentato all’Università di Stoccarda  8

22.   L’on. Mario Caruso e la trasmissione di “Le Iene”. “Servizio distorto”. E si scusa  9

23.   Corrispondenze. Carmelo Vaccaro (Saig, Ginevra) scrive a Michele Schiavone (Cgie), che risponde  9

24.   L’angolo della Psicologa. Consigli per una crescita personale ed emotiva  10

25.   Occidente e Islam. Diritti umani e integrazione: principi inscindibili (e incerti) 10

26.   Il rilancio dell'Italia nel mondo, ultima sessione del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”  11

27.   La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa  11

28.   L’incertezza nazionale  12

29.   Cos’è il Rosatellum bis, spiegato senza giri di parole  12

30.   Rosatellum, ok alla prima fiducia  13

31.   Rosatellum: a chi conviene  13

32.   A Roma il Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”  13

33.   Laura Garavini (PD) sulle modifiche del Rosatellum in materia di italiani all’estero  15

34.   Vivere senza pace  15

35.   Presentato al Maeci il Rapporto su sicurezza alimentare e migrazioni internazionali 15

36.   Ryanair: problema complesso che chiede visione europea  16

37.   Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”. Gli interventi di Giacobbe e Farina  16

38.   Al Maeci la presentazione del Rapporto Ance 2017  16

39.   Si celebra il 3 ottobre in Italia la Giornata nazionale in memoria delle vittime delle migrazioni 17

40.   3 ottobre: l’INMP per la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione  17

41.   Il voto all’estero. La posizione dei circoli PD all’estero  18

42.   La via per le elezioni 18

43.   Dedicata a “mobilità e diritti” la prima parte della sessione di sabato mattina del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero”  18

44.   La Confsal Unsa denuncia la situazione “catastrofica” dei servizi consolari all’estero  19

45.   Deputati Pd-Estero sulla convenzione Maeci-Patronati per il rafforzamento dei servizi alle comunità all’estero  19

46.   Ocse: laureati italiani poco preparati e bistrattati 19

47.   L'evoluzione politica  20

48.   Legge elettorale: il voto all’estero in aula alla Camera  20

49.   Il Festival della Migrazione. “Restituire al migrante il suo onore di essere umano”  21

50.   L'ultima giornata del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”  21

51.   Festival della Migrazione: dal 20 al 22 ottobre a Modena  22

52.   Cosa è diventato il Ctim   22

53.   I Patronati sono importanti, ma non sono da confondere con le Istituzioni dello Stato  22

54.   Deputati Fedi e La Marca (Pd): “La legge sul voto all’estero subisce un duro colpo”  22

55.   Il 26 ottobre a Roma e in tutta Italia la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2017  23

 

 

1.       Symposium „Europa neu denken“: Wie Wissenschaft und Kultur zur europäischen Integration beitragen  23

2.       Ausstieg Israels und der USA. Seibert: Unesco-Austritt "falsches Signal"  23

3.       Nationalratswahl. Rechtsruck in Österreich  24

4.       Grenzkontrollen verlängert bis Mai 2018  24

5.       Oxfam kritisiert Menschenrechtsverletzungen in der EU-Migrationspolitik  24

6.       Vereinte Nationen. Mehr als 140.000 Bootsflüchtlinge kamen 2017 nach Europa  25

7.       Macron will Asylsystem nach deutschem Vorbild  25

8.       Vereinte Nationen. Deutlich weniger Bootsflüchtlinge  25

9.       „Die Einheit wahren“: Ratspräsident Tusk will Vorschläge für Zukunft der EU erarbeiten  25

10.   SPD wird stärkste Kraft in Niedersachsen. Weil kann bleiben  26

11.   Über Worte & Begriffe. Rasse sagt man nicht mehr 26

12.   Papst zum Welthungertag: In Land-Entwicklung investieren  27

13.   Bundeskanzlerin zum Europäischen Rat: "Diskussion über künftige politische Schwerpunkte"  27

14.   Warum eine Minderheitsregierung auch in Deutschland eine ernsthafte Option sein sollte  27

15.   „Die Option Unabhängigkeit ist nicht mehr vom Tisch zu wischen“  28

16.   Entfremdung, Enttäuschung, Wut. Bundespräsident Steinmeier mahnt eine klarere Flüchtlingspolitik an  28

17.   Nahles für schärferen Kurs der SPD in der Integrations- und Flüchtlingspolitik  29

18.   Neues Forschungsprojekt zur DDR-Geschichte  29

19.   Jamaika-Koaltition: Streit zwischen CDU und CSU könnte Aus bedeuten  29

20.   Bundestagswahl 2017: Wahlergebnis zeigt neue Konfliktlinie der Demokratie  30

21.   Studie. Bundestagswahl zeigt neue Konfliktlinien der Demokratie  30

22.   Lebensmittelexperte: Armut und ungesunde Ernährung sind verbunden  31

23.   Institut der Deutschen Wirtschaft. Einwanderung lässt Bevölkerungszahl weiter ansteigen  31

24.   Steinmeier: Neue Mauern in Deutschland  31

25.   Obergrenze. Union einigt sich auf Regelwerk für Einwanderung  32

26.   Flüchtlinge: Die Hälfte der Deutschen ist gegen eine Grenzschließung  32

27.   Wie ergeht es ausländischen Studierenden an deutschen Hochschulen?  32

28.   IG Metall. Die größte politische Interessensvertretung von Menschen mit Migrationshintergrund  33

29.   Bundesregierung zieht Bilanz zum Bürokratieabbau  34

 

 

 

 

Riforma elettorale, rappresentanza estera: “Siano diciotto parlamentari residenti nei nostri territori”

 

ROMA - Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha seguito con particolare interesse il lavoro svolto dalla commissione Affari costituzionali della Camera, in merito alla nuova proposta di riforma della legge elettorale nazionale, il “Rosatellum 2.0”, che ha approvato un emendamento a firma di Maurizio Lupi (Ap), che precisa alcune norme sulla circoscrizione estero. La stessa proposta, tanto attesa, incomincerà rapidamente l’iter parlamentare già domani pomeriggio alla Camera dei deputati. Esistono profonde perplessità sulla modifica di un principio di fondo, che riguarda le candidature nella circoscrizione estero di cittadini italiani non iscritti all’AIRE, contravvenendo alla specificità della rappresentanza politica della circoscrizione estero sulla quale già in passato il CGIE aveva chiesto un parere pro veritate. L’attuale proposta che prevede, inoltre, l’impossibilità dei cittadini italiani residenti all’estero di potersi candidare nei collegi elettorali italiani, è indice di una disparità di diritti. Differenziare i diritti politici di cinque milioni e mezzo di cittadini italiani residenti all’estero dal resto del corpo elettorale riporterebbe indietro le istituzioni del nostro paese.

Riprendendo alcune notizie d’agenzia stampa si evince che l’emendamento proposto stabilisce  " … il candidato per la circoscrizione estero non può essere candidato in alcun collegio plurinominale o uninominale del territorio nazionale" e che "gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione della circoscrizione estero".

Questa norma prefigura l’approvazione di un ulteriore emendamento del relatore all'articolo 4, che introduce un nuovo comma alla legge per l' esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero, per evitare che parlamentari di un Paese straniero, magari indagati, possano conquistare un seggio estero nel nostro Paese. Il nuovo comma così recita: "Gli elettori che ricoprono o che hanno ricoperto nei 10 anni precedenti la data delle elezioni cariche di governo e cariche politiche elettive a qualsiasi livello o incarichi nella magistratura o cariche nelle Forze armate in un paese della circoscrizione estero, non possono essere candidati per le elezioni alla Camera deputati o al Senato della Repubblica nella circoscrizione estero".

Fermo restando gli interessi delle forze politiche presenti nel parlamento italiano ad approvare una legge elettorale condivisa dalla maggior parte di esse, utile e necessaria per creare le condizioni della governabilità e della stabilità delle istituzioni, si richiamano i gruppi parlamentari alle ragioni e alle motivazioni che hanno portato alla modifica di alcuni articoli della Costituzione e all’approvazione della legge 459 del 27 dicembre 2001, che stabilisce i requisiti e le modalità per l’esercizio attivo e passivo del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.

Ci chiediamo perché a dieci anni di distanza dalla presenza dei diciotto parlamentari eletti nella circoscrizione estero, invece di migliorare le procedure per rendere più trasparente e sicuro il voto per corrispondenza, e favorire la partecipazione elettorale dei numerosi cittadini in mobilità - come è già avvenuto in occasione del recente referendum costituzionale sulla riforma della Costituzione repubblicana -  il cui numero aumenta in maniera esponenziale tanto d’aver superato il milione nell’ultimo lustro, si intendono apportare delle modifiche alla struttura portante che contraddicono lo spirito istitutivo della circoscrizione estero. Una riflessione più approfondita su una rappresentanza diversa da quella costituita è necessaria, perché è giunto il tempo di porre a verifica l’esito di questa esperienza durata dieci anni, ma quella a cui si fa riferimento nel nuovo testo è premonitrice di una visione contrastante con le intuizioni del legislatore, che a cinquant’anni di distanza dall’entrata in vigore della Costituzione volle colmare un’anomalia, che aveva de facto tenuto lontano dalle decisioni politiche milioni di italiani residenti all’estero. Positiva è la proposta di evitare l’elezione nel parlamento italiano di parlamentari, magistrati e indagati residenti all’estero, perché oltre ad essere opportuna è necessaria.

Il difficile lavoro di ammodernamento, che passa anche attraverso la legge elettorale, va sostenuto per ridare al nostro paese più smalto e autorevolezza; ribadire il rispetto dei principi elettorali della circoscrizione estero non significa fossilizzarsi sull’esistente e neanche rivendicare ottusamente “Dio me l’ha dato e guai a chi me lo tocca”, ma è un puro e semplice atto di rispetto verso chi, a ragione, ha degli interessi e chiede che questi vengano rappresentati da chi li vive e ha maggiori ragioni per rappresentarli.

Michele Schiavone, Segretario generale del Consiglio generale degli Italiani all’estero

 

 

 

 

 

Legge elettorale: cosa cambia per il voto all’estero

 

ROMA – Sabato scorso 7 ottobre la Commissione Affari Costituzionali ha della Camera terminato l’esame, in sede referente, della riforma della Legge elettorale – ribattezzata Rosatellum bis – attesa domani nell’Aula di Montecitorio.

Protagonista del passaggio in Commissione anche il voto all’estero. In particolare, è stato approvato l’emendamento-Lupi che prevede la possibilità di candidarsi nella circoscrizione estero anche per i residenti in Italia.

Questo il testo dell’emendamento approvato dalla Commissione:

“Conseguentemente, all'articolo 4, dopo il comma 2, inserire il seguente:

2-bis. All'articolo 8, comma 1 della legge 27 dicembre 2001, n.459, sono apportate le seguenti modificazioni:

1) la lettera b) è sostituita dalla seguente: “b) gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero”.

Rimanendo in tema di candidabilità, la Commissione ha approvato anche un emendamento del relatore, Fiano, che interviene sull’articolo 8 della Legge Tremaglia.

Questo il testo:

“All'articolo 4, dopo il comma 2, inserire il seguente:

2-bis. All'articolo 8 della legge 27 dicembre 2001, n.459, è aggiunto, in fine, il seguente comma: “4-bis. Gli elettori che ricoprono o che hanno ricoperto nei dieci anni precedenti la data delle elezioni cariche di governo o cariche politiche elettive a qualsiasi livello o incarichi nella magistratura o cariche nelle Forze armate in un paese della circoscrizione Estero, non possono essere candidati per le elezioni alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica nella circoscrizione Estero”.

Niente cambia, per il momento, per il voto dei temporaneamente all’estero e, più in generale, per il voto per corrispondenza.

A contestare entrambi il Movimento 5 Stelle; il deputato Toninelli, in Commissione, ha sostenuto che “l'argomento della disciplina del voto fuori sede riguarda 4 milioni di iscritti all'AIRE, per non parlare degli studenti che partecipano al progetto Erasmus”. Sul voto dei temporaneamente all’estero, per il deputato “è assurdo che un cittadino italiano residente temporaneamente all'estero non possa votare per il candidato del suo territorio e debba votare per un candidato che risiede nel Paese straniero nel quale temporaneamente si trova. In questo modo, viene violato il principio della rappresentanza”.

Più in generale, Toninelli ha sostenuto che “il sistema attuale del voto degli italiani all'estero avvantaggi i partiti maggiori e tradizionali, anche grazie all'azione persuasiva dei COMITES che influenzano la scelta degli elettori. Si tratta di un voto espresso con modalità poco limpide, che favoriscono la sua manipolabilità. Sono chiari, a mio avviso, i motivi per cui i partiti tradizionali vogliano mantenere questo sistema che ha provocato tanti scandali, in quanto li favorisce chiaramente”.

Il testo che arriva in Aula è stato approvato da Pd, Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare, CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc. Maie. Contrari Movimento 5 Stelle, Mdp e Sinistra italiana.

(aise 9) 

 

 

 

Legge elettorale e italiani all'estero

 

Non è certo cosa semplice approvare una nuova legge elettorale quando la legislatura volge al termine: gli interessi di parte, e di cortissimo respiro, trovano maggiori spazi per imporsi, nonostante la tormentata vicenda degli ultimi anni dovrebbe suggerire, se non imporre, senso di responsabilità e attenzione alla qualità della nostra democrazia.

 

Per esprimere un giudizio complessivo sulla nuova legge preferisco attendere il suo arrivo al Senato.

C'è tuttavia una novità, intervenuta dopo il passaggio in commissione alla Camera, che riguarda direttamente la circoscrizione estero, dunque i milioni di cittadini italiani residenti fuori dal Paese:

"Gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero."

Si tratta indubbiamente di un cambiamento storico: prevedere la possibilità di collocare nella circoscrizione estero candidati residenti in Italia, infatti, significa contraddire radicalmente la logica, le finalità e il significato della legge sul voto degli italiani all'estero.

Nei dieci anni abbondanti che sono trascorsi dalla prima applicazione della legge, in effetti, abbiamo assistito a diversi tentativi di aggirare questa regola fondamentale: tentativi terminati con inchieste penali, quando scoperti, o avvolti nel silenzio compiacente di quanti si curano esclusivamente dei propri interessi di ceto e non dei diritti dei cittadini che pretendono di rappresentare.

 

A chi può interessare una circoscrizione estero nella quale si possono candidare quei politici della madrepatria che non abbiano trovato collocazioni alternative? A chi, se non a quelle segreterie di partito che, non contente di continuare a sottrarsi a un diretto e limpido giudizio popolare, giungono oggi a sovvertire il senso di una norma approvata con oltre 50 anni di ritardo sul dettato costituzionale?

 

Mi colpisce il silenzio assordante con cui tale modifica è stata accolta sin qui, con le sole eccezioni del segretario generale del CGIE Schiavone e dell'onorevole Fedi, e prima di loro del senatore Di Biagio.

Mi colpisce, ma non mi stupisce, dato che nessuno aveva trovato nulla da obiettare quando, pochi mesi fa, il Partito Democratico, in occasione delle sue ultime primarie, aveva cancellato la medesima regola. Nonostante le mille assicurazioni secondo le quali si trattava di un'eccezione circoscritta, decisi di rinunciare a partecipare alle liste per le primarie, per un motivo molto semplice: non si gioca con i principi.

 

Ritengo gravemente sbagliato trattare questa vicenda in termini politicisti, quasi fosse una questione ordinaria, da valutare come un più o un meno all'interno di una trattativa, preoccupandosi della candidabilità degli italiani all'estero in Italia, o vantando lo straordinario risultato di aver evitato una modifica ancora più estesa. Se qualcuno getta immondizia nel giardino di casa mia, cerco di impedirlo o mi consolo pensando che qualcun altro voleva trasformarlo direttamente in una discarica?

 

L'ottusità è più pericolosa della malafede. Come si può ignorare che con questa modifica si aggiungerebbe, alle diverse delusioni degli ultimi anni, l'amarezza di una umiliazione definitiva delle ragioni storiche, morali, economiche e culturali che hanno portato all'introduzione della circoscrizione estero?

È una domanda aperta, che pongo a me stesso, a chi ha parlato e soprattutto a chi tace.

Spero che ciascuno di noi, rappresentanti degli italiani all'estero, trovi il coraggio e la dignità di esprimersi: il silenzio e l'ipocrisia non salveranno nessuno.

Sen. Claudio Micheloni, de.it.press 11

 

 

 

 

La “patria” europea nell’era delle appartenenze fluide. Il dibattito su cittadinanza e identità

 

Una riflessione più che mai opportuna alla luce degli eventi che hanno animato il recente dibattito politico-culturale in Italia e non solo è quella sull’idea di “patria”: tanto la polemica sullo “jus soli”, quanto il dibattito sull’indipendenza della Catalogna, che ha suscitato passioni e messo in campo ragioni contrapposte, si rapportano a questo concetto, che è alla base dei nazionalismi che hanno pervaso il Novecento, non di rado con conseguenze drammatiche di tensioni e di violenze. È in nome di un’idea di patria fortemente identitaria e alternativa ad altre appartenenze nazionali che viene non di rado motivato il rifiuto del diritto ad essere cittadini del Paese in cui si nasce a chi – pur avendo genitori che non sono cittadini di esso – è destinato a crescervi, a ricevere l’educazione di tutti gli altri bambini, ragazzi e giovani suoi compagni di strada, per contribuire con le proprie forze e capacità al futuro di tutti. Si calcola che lo “jus soli” possa riguardare circa ottocentomila persone, numero tutt’altro che indifferente se si considera la drammatica denatalità di cui soffre l’Italia. La domanda che si profila è se si possano ritenere determinanti per essere cittadini di una collettività nazionale esclusivamente il passato dei genitori, le radici culturali lontane e più o meno presenti e rilevanti nello sviluppo educativo della persona e l’insieme dei costumi e delle appartenenze sociali e religiose, in cui si svolgerà la sua vita relazionale immediata. I profondi cambiamenti storici degli ultimi decenni, la crescita della globalizzazione e la dialettica sempre più viva fra localismo e universalismo inducono a rispondere di no a questa domanda: le identità sono oggi molto più liquide di un tempo e la loro costruzione e il loro sviluppo sono determinati da un complesso di fattori così vario e articolato, che non si sbaglierebbe a dire che tutti stiamo diventando sempre più cittadini del mondo, pur senza perdere caratteristiche e valori che il contesto della nostra vita ci trasmette e che ognuno può accogliere e far propri nella libertà delle scelte che è chiamato a fare. In questa prospettiva, i nazionalismi identitari forti sono superati, patrimonio di un passato che insieme a indubbi aspetti positivi ha avuto ricadute di violenza e sopraffazione che hanno riempito il cosiddetto “secolo breve”, il Novecento delle ideologie e dei totalitarismi, delle contrapposizioni violente e dei folli sogni di supremazie politiche o addirittura razziali. Dire che le identità e le appartenenze si sono fatte più che mai fluide, constatare che esse si costruiscono e si modificano con velocità sconosciuta nel passato e per il gioco di influenze varie e complesse, spesso diffcili persino a essere riconosciute e catalogate, non sminuisce certo il significato che per ciascuno hanno le proprie origini, ma vuol dire riconoscere la ricchezza di possibilità che oggi il futuro riserva per tutti, per lo meno in contesti di culture democratiche, rispettose delle differenze. Rivendicazioni nazionalistiche e appelli alle “patrie” ideologiche appaiono così inesorabilmente processi datati, residui di un passato che la globalizzazione porta inesorabilmente a superare, certamente non senza rischi, ma anche con enormi potenzialità positive.

Se si va allora diluendo il concetto ristretto di patria, caro alle forze in gioco nel secolo scorso, è legittimo chiedersi in che misura possa esserci ancora una valenza dell’idea di patria: la risposta mi sembra debba essere senz’altro positiva, a condizione di riconoscere la forza dei cambiamenti avvenuti e di rimodulare il concetto stesso su nuovi orizzonti e confini. Due livelli vanno messi in evidenza: il primo è quello universale del “villaggio globale”, cui tutti apparteniamo. La crescente interdipendenza delle economie nazionali, delle culture, degli equilibri sociali e politici, ci spinge a sentirci giustamente cittadini del mondo, appartenenti alla grande patria che è la terra degli uomini, dove ciascuno è e deve sentirsi cittadino a pieno titolo, chiamato a contribuire per la sua parte a un domani migliore per tutti. Si tratta di sviluppare e alimentare in ognuno un respiro universale, “cattolico” nel senso originario di questo termine (dal greco “kath’ólou”: “secondo il tutto”, “conforme alla totalità”), e dunque una coscienza alta e profonda di appartenere tutti a un destino comune, in cui nessuno potrà essere indifferente agli altri o irrilevante per loro. Qui il contributo del cristianesimo alla cultura dell’Occidente e non solo appare determinante e va considerato e valorizzato come prezioso apporto al bene di tutti, compreso di chi non si riconosce nella fede cristiana. C’è poi un secondo livello, più strettamente legato alle determinazioni prodotte dalla storia e alimentate dalla cultura viva e partecipata nell’oggi, che è per i cittadini della “casa comune” europea proprio l’identità dell’Europa. Parlare di “patria europea” è stato il sogno dei fondatori del processo che ha portato all’attuale Unione di 28 Stati, ispirata al motto dell’Unione stessa, “unita nella diversità”, usato per la prima volta nell’anno 2000. Con questa espressione si voleva indicare come, attraverso l’Unione Europea, i cittadini di essa fossero riusciti ad operare insieme a favore della pace e della comune prosperità, mantenendo al tempo stesso integro il patrimonio delle diverse culture, tradizioni e lingue del Continente. Risvegliare il fascino di questo programma, sentirsi parte di una “patria” europea, al di là di una riduzione solo economica e mercantile dell’idea di Europa, è meta verso cui tendere sempre di nuovo, superando localismi esasperati, nazionalismi datati e chiusure mentali e sociali dannose per tutti. Senza un tale ritorno al sogno dei Padri fondatori dell’Europa unita le chiusure di chi si oppone allo “jus soli”, come i nazionalismi antistorici emersi in questi giorni nella pur europeissima Barcellona, potranno avere conseguenze dannose per tutti. Ritrovare l’amore alla “casa comune” europea e avvertirne il fascino e il conseguente compito non solo verso i cittadini europei, ma anche verso l’umanità intera, cui l’Europa ha offerto concetti e valori fondamentali come quelli di “persona” o di “progresso”, è urgenza che deve vederci impegnati tutti, nessuno escluso. La “patria” europea ci chiama a un rinnovato impegno al servizio della pace e della giustizia per l’intero pianeta.

Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, “Il Sole 24 Ore” 15 ottobre

 

 

 

 

Voto all’estero. Quadrelli (PD Berlino): l’emendamento Lupi va modificato

 

BERLINO - “L’emendamento Lupi alla legge elettorale per la circoscrizione estero contiene alcuni aspetti negativi che a mio avviso dovranno essere modificati. L’esistenza di una circoscrizione estero ha un senso se la legge elettorale valorizza la questione della rappresentanza”. È quanto dichiara Federico Quadrelli, Segretario PD Berlino e Brandeburgo, secondo cui “introdurre la possibilità per residenti in Italia di essere candidati in un collegio estero, dove non sono mai stati, che non conoscono, di cui non hanno alcuna esperienza, spezza il legame con il territorio. Mancherebbe la capacità di rappresentare le istanze delle comunità che vi si trovano e ha il sapore di un intervento mirato a ri-collocare persone e niente di più”.

“Concordo in questo senso con quanto scritto già dal Senatore Claudio Micheloni. E con questa nota rispondo al suo appello - continua Quadrelli -. Aggiungo, inoltre, che se passasse realmente questa impostazione, allora esisterebbe anche un elemento di forte iniquità: l’assenza di reciprocità, poiché l’emendamento prevede la possibilità per residenti in Italia di candidarsi all’estero, ma non a residenti all’estero di candidarsi in Italia. Abbiamo bisogno di una Politica che rimetta al centro gli interessi delle elettrici e degli elettori. In questi anni è venuto meno il senso della rappresentanza. C’è il rischio, concreto, di un ulteriore scollamento che può solo portare ad un ennesimo avvilimento della partecipazione”.

 

Ecco cosa dice Laura Garavini, dell’Ufficio di presidenza del Pd alla Camera: “Chi dice che il Rosatellum è una norma salva Verdini ritiene evidentemente che gli elettori nel mondo siano degli stupidi. Oppure non ha capito che all’estero si continua a votare con le preferenze. É assurdo dire che Verdini, ammesso volesse candidarsi all’estero, uscirebbe favorito da una sua eventuale candidatura. Semmai è vero il contrario. Gli italiani all’estero in tutte le tornate elettorali passate hanno confermato di essere fortemente di centro sinistra. E le destre, nel voto all’estero, hanno sempre preso molto meno voti del centro sinistra. Allora se la destra vuole che Verdini non venga eletto, ecco che lo può candidare all’estero.

 

In ogni caso come Partito Democratico escludiamo la candidatura di soggetti che non siano iscritti all’Aire (il registro dei residenti all’estero), proprio perchè, a differenza degli altri partiti che hanno voluto inserire questa clausola nella legge elettorale, siamo fortemente convinti che gli italiani nel mondo siano al meglio rappresentati da chi li conosce bene, perchè all’estero ci vive.

 

Questa rettifica normativa non ci preoccupa. É prassi in Germania, in Gran Bretagna ed in molti altri sistemi elettorali stranieri prevedere la possibilità di essere candidato in collegi diversi da quello di residenza. Anzi sfidiamo le forze politiche a dimostrare nei fatti il loro interesse per gli italiani all’estero, nella misura in cui candidino solamente soggetti residenti all’estero. In caso contrario siamo certi che l’elettorato – conclude Laura Garavini - saprá premiare la coerenza del Partito Democratico, l’unica forza politica che, forte del proprio senso di responsabilità, non si sottrae a candidare per l’estero solo ed esclusivamente residenti fuori dai confini nazionali.“ De.it.press 13

 

 

 

 

Comitato Schengen. Audizione di Minniti. Le iniziative sulla gestione dei flussi migratori

 

“La diminuzione del 25,7% dei flussi migratori è cruciale – afferma il Ministro, - ma non è ancora un dato strutturale”

 

ROMA – Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, ha illustrato nel corso di un'audizione al Comitato Schengen presso Palazzo San Macuto le iniziative portate avanti dallo scorso febbraio sul fronte della gestione dei flussi migratori, definendo la diminuzione di questi ultimi registrata al 25,7% “cruciale” ma non ancora “strutturale”.

Il dato è “frutto anche – ha detto il Ministro – dei maggiori controlli effettuati dalla Guardia costiera libica, grazie alla formazione ricevuta dagli equipaggi da parte del nostro Paese e delle 4 motovedette già riconsegnate, che ha consentito il salvataggio di 16500 persone”.

Altro aspetto rilevante della “questione sbarchi” è il controllo del confine Sud della Libia. Oltre ad una possibile via di ritorno per foreign fighters, infatti, quella zona – si legge nella nota diffusa dal Ministero dell'Interno in proposito - è cruciale per il controllo della frontiera. Per questo, è importante sottolineare – rileva Minniti - come le tre tribù principali abbiano sottoscritto un accordo di pace proprio a Roma il 31 marzo scorso, ritenendo il nostro Paese, elemento di garanzia.

Per il Ministro si tratta di un punto di partenza per un nuovo modello di “guardia di frontiera”, mentre rileva come “il successo più rilevante sia stato quello di separare i destini di queste popolazioni dai trafficanti di esseri umani, spezzando il legame di questa industria maledetta, che fino ad adesso finanziava e distribuiva redditi. Per questo è stato costruito un percorso alternativo di sviluppo, anche con il supporto Ue”.

Minniti ha poi ricordato come ora sono operative in Libia anche Oim e Unhcr, che hanno partecipato anche al tavolo italo-libico contro il terrorismo e i trafficanti di esseri umani. Unhcr – fa sapere il Ministro - ha già selezionato mille persone con fragilità (donne, bambini, anziani) che hanno diritto alla protezione internazionale e ha disposto un piano di ricollocamento nei paesi terzi di tutto il mondo. Oim, da parte sua, ha già garantito 7500 rimpatri volontari assistiti e pensa di arrivare entro la fine dell’anno a 15/20mila.

“Dietro a questi numeri – ha ricordato il titolare del Viminale – ci sono situazioni complicate e non c’è, evidentemente, una mossa sola che può risolvere la questione. La novità è anche la condivisione di obiettivi con l’Europa, risultato non scontato all’inizio di questo percorso”.

Anche se i flussi sono in deciso aumento percentuale per quanto riguarda Tunisia e Algeria, i numeri assoluti – prosegue la nota - sono decisamente contenuti rispetto a quelli provenienti dalla Libia che rappresentano sempre oltre il 90% del totale.

Per quanto riguarda il tema dei rimpatri, è stato ricordato come l'Ue abbia recentemente preso una decisione importante impegnandosi a una politica comune sui rimpatri e al rilascio dei visti di ingresso, come dimostra l’esperimento che verrà lanciato con il Bangladesh. I rimpatri per motivi di sicurezza dello Stato sono 82 con un +24% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno e le relocation sono 13.622, con un decisivo maggior contributo da parte di Germania e Francia.

L’accordo con l’Anci relativo all'accoglienza diffusa ha poi portato al 39% la quota dei Comuni che aderiscono ai progetti di collocamento di richiedenti asilo; per Minniti “un passo avanti che potrebbe portare al superamento dei grandi centri di accoglienza che non sono funzionali a veri progetti di integrazione”.

Il ministro, poi, ha sottolineato l’importanza del Primo piano nazionale per l’integrazione, presentato recentemente, e che si fonda sul binomio diritti e doveri per chi ha già ricevuto protezione internazionale e sulla “non negoziabilità”con altre culture dei diritti e valori fondativi espressi nella parte prima della nostra Costituzione: laicità dello Stato, rapporto di parità uomo-donna.

Sulla questione Schengen, Minniti ha ricordato che la sua sospensione deve avvenire in circostanze eccezionali e per situazioni legate solo alla sicurezza nazionale. Per questo, ha citato come best practice la cooperazione transfrontaliera tra le polizie di Italia, Francia e Austria.

Infine, è stato ricordato l'impegno per pervenire a più rapide decisioni sui permessi. Il Ministro ha annunciato a questo proposito che entro la fine dell’anno saranno terminate le prove del concorso per i nuovi 250 funzionari “specialisti” di questioni legate alla definizione delle pratiche di concessione di protezione internazionale. Il loro inserimento nelle Commissioni territoriali sarà determinante per accorciare sensibilmente i tempi di risposta di chi chiede asilo, portandolo, è l’auspicio, a non più di sei mesi. (Inform 11)

 

 

 

 

Sondaggio. La paure che cambiano gli italiani: una su tutte l’immigrazione

 

Il fine giustifica i mezzi, quando in ballo ci sono sicurezza e stabilità nazionali. Così almeno sembra pensarla una buona fetta di italiani, per i quali  la paura di un’ immigrazione incontrollata è un valido motivo per una politica incentrata sui respingimenti – anche a costo di esporre i migranti a trattamenti disumani – o per l’invio di soldati in Libia, dove potrebbero trovare un ambiente ostile. Allo stesso modo, la minaccia del sedicente Stato islamico accresce il consenso per l’impegno militare italiano in Iraq, così come il senso d’insicurezza generato dagli attacchi terroristici fa apparire più giustificabile l’uso della tortura nei confronti di sospetti attentatori.

Il sondaggio condotto dal Laboratorio di Analisi Politiche e Sociali dell’Università di Siena, per conto e con la collaborazione dell’Istituto Affari Internazionali, è il ritratto di una società impaurita e per questo anche più “severa”, più incline a legittimare l’uso delle maniere forti, disposta anche a sposare posizioni apparentemente in contrasto con i propri principi. Una società che invoca oggi sicurezza psicologica, oltre che un miglioramento delle condizioni economiche: all’impatto della crisi nella vita di ogni giorno si somma la percezione di uno squilibrio crescente portato da “invasioni” e nemici esterni. E anche l’Unione europea è vista con minore diffidenza, quando la collaborazione tra gli Stati può aiutare contro queste minacce.

Quattro anni fa, all’inizio dell’attuale legislatura, una precedente indagine IAI-Laps aveva analizzato la posizione degli italiani rispetto alle strategie nazionali di politica estera. Molte cose, da allora, sono cambiate.

L’immigrazione priorità assoluta

Nel 2013 al centro dei riflettori c’era la controversia tra Italia e India sull’Enrica Lexie, con l’arresto e la detenzione dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Forse anche per questo una parte degli italiani indicava tra le priorità della politica estera la difesa dei connazionali all’estero. Quattro anni dopo, e con le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni a tenerci ancora col fiato sospeso, quella percentuale si è ridotta dall’11 all’1%.

 

In compenso, è più che raddoppiato il numero di italiani che considerano prioritari il controllo dei flussi migratori e la protezione dei confini nazionali, con una percentuale salita drasticamente dal 30 al 60%. Un dato che forse ha a che fare anche col sospetto, diffuso, di un legame tra immigrazione irregolare e terrorismo: sono in maggioranza, il 55%, coloro che sostengono questa tesi. Non solo.

Tra le opzioni proposte dal questionario per fronteggiare la crisi migratoria, oltre un terzo degli intervistati sceglie la politica dei respingimenti – e ciò nonostante la stessa opzione indichi, tra le possibili conseguenze, il maltrattamento dei migranti. Un altro terzo, il 34%, è favorevole all’invio di un contingente in Libia per sorvegliare le frontiere, mentre solo il 29% crede ancora nella necessità di assicurare il salvataggio dei migranti in mare, accogliendoli sul territorio italiano.

La crisi migratoria è anche, nonostante le misure promosse dal ministro dell’Interno Marco Minniti, la questione di politica estera su cui l’operato del governo ottiene il giudizio più basso: è bocciato dal 70% degli italiani, con una media del 2,9 su 10. Il voto più basso lo danno gli elettori leghisti, seguiti da Forza Italia e Movimento Cinque Stelle, ma anche la media dei voti assegnati dagli elettori di centrosinistra si ferma sotto la sufficienza.

Terrorismo, se la psicosi confonde le idee sulla tortura

Nel 2016 un’indagine Laps aveva messo gli intervistati di fronte a un caso limite, con la domanda: “giustificherebbe l’uso della tortura su sospetti terroristi per sventare attacchi al nostro Paese?”. Le risposte allo stesso quesito riproposto un anno dopo, fanno registrare un  aumento di chi giustificherebbe l’uso della tortura (dal 27 al 32%). Ma soprattutto crolla la percentuale di chi vi si opporrebbe. Nel 2016 a dire No alla tortura era il 70% degli intervistati, oggi è solo il 42%, sotto la maggioranza assoluta, anche se una parte di chi è uscito dalle fila dei contrari potrebbe essere finito tra gli indecisi, passati dal 3 al 26%.

Passando all’attuale impiego delle forze armate a difesa delle nostre città, sono in netta maggioranza (il 69%) gli italiani che la ritengono una misura adeguata e necessaria. E c’è anche chi preferirebbe (il 14%) che l’Italia dichiarasse lo stato di emergenza come la Francia.

L’interventismo militare non indigna più come un tempo

La tendenza a giustificare un maggiore impiego dei militari si estende anche alle missioni all’estero. Beninteso, gli italiani non sono ancora diventati degli accesi interventisti, e i favorevoli all’invio di contingenti oltreconfine sono – come nel 2013 – poco meno di un terzo. Ma in quattro anni la percentuale dei contrari alle missioni internazionali è scesa dal 59 al 41%, e gli incerti sono triplicati. Forse perché è meno vivo il ricordo dell’intervento del 2011 in Libia , mentre è acuta la percezione dei nuovi rischi provenienti dal Medio Oriente.

In particolare,  si ha forse più chiaro lo scopo dell’azione attuale in Iraq. Dopo la catena degli attentati che hanno colpito l’Europa, per gli italiani il terrorismo è una minaccia ancora sfocata, ma incombente. Non a caso, se il 42% degli intervistati si dice contrario a qualunque intervento italiano, il 44% sostiene che l’Italia dovrebbe mantenere il suo impegno nella coalizione anti-Isis a nord dell’Iraq, mentre un 14% appoggerebbe anche una partecipazione dell’Italia alle operazioni in Siria. E pur di arginare l’offensiva jihadista, il 77% degli italiani rafforzerebbe la collaborazione antiterrorismo con la Russia, malgrado non ne condivida la politica in Ucraina e Siria.

Cresce anche il consenso per la creazione di un esercito unico europeo (lo reclama il 30% del campione, mentre il 38% chiede, accanto a questo, di mantenere l’esercito nazionale), e per il rafforzamento del ruolo degli degli Stati europei all’interno della Nato (al 62%). Ma di aumentare le spese per l’Alleanza al 2% del Pil, per la maggioranza degli italiani, non se ne parla.

Italiani e Unione europea, un rapporto tormentato

Il fatto che la maggioranza degli intervistati (il 61%) si opponga a un’uscita dall’Ue non significa che gli italiani vogliano una politica remissiva verso Bruxelles. Tanto che, prospettando loro l’ipotesi di un referendum sull’uscita dalla sola zona euro, la percentuale di chi voterebbe per restare scende al 55%. Sempre in tema di austerità, il 57% degli interpellati si oppone a un’ulteriore riduzione del debito pubblico (contro il 43% che la ritiene necessaria a prescindere dalla richieste dell’Ue) e il 71% di loro rinuncerebbe a ridurre il debito anche a costo di rompere con l’Unione.

I rapporti Roma-Bruxelles vanno poi visti sempre sotto la lente della politica. Benevolo l’atteggiamento degli elettori di sinistra e centrosinistra, ostile o quantomeno tormentato quello delle altre parti politiche: il 44% degli elettori Cinque Stelle vorrebbe, ad esempio, l’uscita dall’Unione, il 53% quella dalla zona euro. Solo il 27% dei forzisti lascerebbe l’Ue, ma il 46% di loro abbandonerebbe la moneta unica. I leghisti non fanno differenze: la maggioranza uscirebbe dall’Unione e dall’euro.

I militanti della Lega si distinguono anche per la loro simpatia per il presidente americano: con il 60% delle risposte a favore, sono gli unici ad approvare in larga maggioranza le politiche dell’amministrazione Trump, invise al 71% degli intervistati.

Il cospirazionismo invade l’opinione pubblica

Gli elettori Cinque Stelle e del centrodestra sono invece i più tentati dal dar credito alle visioni cospirazioniste. È altissima la percentuale di chi, tra loro, ritiene che il governo italiano e l’Ue stiano occultando i dati reali sugli immigrati presenti in Italia (67% M5S, 72% Forza Italia, 77% Lega Nord), così come quella di chi crede che la crisi finanziaria sia il prodotto di una cospirazione di banchieri e politici (70% M5S, 58% Forza Italia, 76% Lega Nord). Ma anche mettendo da parte le ideologie politiche, dal sondaggio risulta evidente come le fake news attecchiscano sempre di più, e trasversalmente, tra gli italiani. La maggioranza assoluta di loro crede davvero che governo (59%) ed Europa (57%) stiano mentendo sui migranti, e una percentuale ancora maggiore, il 59%, sospetta che alle origini della crisi economica ci sia un piano dei poteri forti.

Divisi a metà sul ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto

48 contro 52: queste le percentuali a dividere, praticamente a metà, gli italiani sul caso Regeni. Tra chi – in leggerissima minoranza – ritiene che il governo abbia fatto bene a inviare di nuovo l’ambasciatore in Egitto, riconoscendo l’importanza di salvaguardare i rapporti bilaterali tra i due Paesi, e chi invece disapprova per via della reticenza mostrata dal Cairo a condurre serie indagini sull’omicidio del ricercatore. Il tema travalica la frattura governo-opposizione: con percentuali molto simili, intorno al 60%, sia gli elettori del centrosinistra che quelli di Forza Italia approvano la scelta del governo, mentre gli elettori della sinistra, del M5S e della Lega la bocciano. Isabella Ciottilla Ciotti, AffInt 9

 

 

 

 

Pro “Giornata degli Italiani nel Mondo”

 

Se le medie aritmetiche non sono un’opinione, da quando è stata monitorata la nostra Emigrazione, almeno un terzo della Popolazione italiana ha lasciato la Penisola. Il fenomeno, nella sua complessità, non è mai cessato; solo ridimensionato. Soprattutto per i Paesi extraeuropei.

 

 A conti fatti, al tramonto di questo diciassettesimo anno del Nuovo Millennio, il numero maggiore di Connazionali all’estero si trova proprio in Europa. Mentre scriviamo, l’esodo continua. Insomma, le generazioni d’italiani, o d’origine italiana nel mondo, non sono per nulla in calo. Invece, pur con rammarico, abbiamo rilevato che ci si continua a “dimenticare” di loro. In tanti modi, ma con gli stessi effetti.

 

 L’idea di rendere ufficiale una “Giornata degli Italiani nel Mondo”, rappresenta la prima prova di un’evoluzione nel modo d’affrontare il fenomeno migratorio. Non importa quale sarà il giorno scelto. L’importante che sia ufficializzato. Tanto per capirci meglio: noi lo considereremo come il “giorno del ricordo”. Un atto non solo dovuto, ma moralmente imprescindibile.

 

 Per quanto ci compete, abbiamo fatto le nostre considerazioni nelle opportune sedi istituzionali. Ora non ci rimane che attendere, in conformità con la burocrazia, gli sviluppi di un progetto che è maturato in ritardo ma che sentiamo profondamente inserito nel nostro essere.

 L’individuazione ufficiale non dovrebbe presentare difficoltà per nessuno dei nostri politici. Noi siamo per il varo di questa ”giornata” e loro?

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’iter parlamentare dell’Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo

 

Roma – La Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati torna a discutere delle proposte di legge relative all'Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo.

A ripercorre l'iter legislativo sino ad oggi compiuto il presidente della Commissione, Fabrizio Cicchitto, che ha ricordato come, dopo aver esaminato le proposte depositate - una a prima firma Francesca la Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale) e una a prima firma di Mario Caruso (Ds-Cd, ripartizione Europa), - su proposta del relatore Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), fosse stata decisa l'adozione del testo La Marca quale testo base. A seguito dell'approvazione di un emendamento del relatore, la Commissione ha poi adottato un un nuovo testo su cui le Commissioni Affari costituzionali, Bilancio, Cultura e Attività produttive si sono espresse in termini favorevoli e che è stato a sua volta assegnato alla Commissione in sede legislativa dall'assemblea il 13 settembre scorso.

A richiamare il testo dell'emendamento sopra citato lo stesso Fedi, che precisa come esso abbia modificato la data della celebrazione (fissata al 31 gennaio), lasciando inalterato il resto del testo. Il relatore esprime quindi l'auspicio che l'esame del provvedimento si possa chiudere in tempi brevi in vista di una altrettanto rapida approvazione da parte del Senato. Testo base, così come deliberato dalla Commissione, è dunque quello La Marca, come risultante dalle proposte emendative approvate nel corso dell'esame in sede referente.

Si associa alle considerazioni del relatore il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova.  Cicchitto dichiara dunque conclusa la discussione sulle linee generali del provvedimento e fissa quale termine ultimo per la presentazione degli emendamenti il 5 ottobre, ore 16, in accordo con la Commissione. Il seguito dell'esame è rinviato.

“L'esame della proposta di legge in commissione Esteri è slittata alla settimana prossima per via della Legge Elettorale che siamo in procinto di votare – informa l’on. Francesca La Marca il 12 ottobre -. La proposta di legge sul l'istituzione della giornata nazionale per gli italiani nel mondo dovrebbe essere approvata la settimana prossima per poi passare all'esame del Senato”. dip

 

 

 

Silenzi e opportunismi. Israele: gli ebrei della Diaspora e l’antisemitismo

 

Vi è una separazione in atto nel mondo ebraico, fra Israele, stato-nazione degli israeliani – per circa 4/5 ebrei – , e la Diaspora, ormai limitata di fatto  alle Americhe e all’Europa, dove gli ebrei  vivono integrati in società che si stanno trasformando, seppure con contraddizioni,  lacerazioni  e regressi,  verso forme di convivenza multiculturale.

Gli ebrei di Israele vivono un’esistenza nazionale sotto un governo ‘ebraico’, dotato degli strumenti classici di uno Stato sovrano – esercito, polizia, giustizia -. Un governo che persegue interessi geopolitici propri, dettati anche dalle ovvie esigenze della realpolitik in un mondo complicato e in un Medio Oriente scosso da immani catastrofi.

Gli ebrei della Diaspora sono cittadini degli Stati in cui vivono, alle cui leggi si conformano, alla cui vita civile e politica  partecipano. Israele pretende spesso di rappresentare gli ebrei del mondo nella loro totalità e di difenderne le ragioni di un’ esistenza sicura, pacifica e  scevra da persecuzioni. Di più, spesso proclama di agire per conto e in difesa del popolo ebraico nella sua interezza, come dopo gli attentati antisemiti in Francia o Belgio o nell’opposizione agli accordi con l’Iran.

Il silenzio opportunistico dello Stato ebraico

Tre episodi recenti sembrano però contraddire questo assioma : le marce razziste di Charlottesville negli Stati Uniti, la nefasta retorica antisemita agitata in Ungheria contro George Soros;  l’avanzata dell’estrema destra nelle elezioni tedesche. Tre casi in cui alle reazioni preoccupate del mondo ebraico all’irrompere nello spazio pubblico di forme aperte di razzismo anti-ebraico ha corrisposto un silenzio opportunistico da parte del governo in carica in Israele.

Già poco dopo l’elezione di Trump diverse associazioni ebraiche politicamente progressiste avevano dichiarato in una loro lettera aperta al presidente che “ … espressioni di xenofobia, islamofobia, misoginia intorno alla sua campagna minacciano di compromettere i valori fondanti della nostra nazione … Proprio perché molte delle nostre famiglie giunsero nel Paese fuggendo dalle persecuzioni lottiamo per difendere l’identità dell’America come luogo di rifugio”.

Anche la Antidefamation League, un’antica associazione dedita alla battaglia contro il pregiudizio etnico-religioso, dichiarò in occasione di un’audizione del suo direttore Jonathan Greenblatt presso il Parlamento israeliano, che ”l’antisemitismo è penetrato nel linguaggio comune in modi che molti ebrei che hanno vissuto gli orrori della Germania nazista trovano sconvolgente” e che la alt-right – la  cosiddetta destra alternativa affermatasi negli Stati Uniti – “è solo un nome nuovo di un’idea vecchia, cioè la supremazia bianca”.

Dopo le violenze di Charlottesville e l’ambiguo atteggiamento di Trump che postulava una sorte di equivalenza morale fra gli estremisti della destra razzista e i loro avversarti antirazzisti, ben quattro organismi rappresentativi del rabbinato americano  hanno reagito duramente, annullando per parte loro una vecchia tradizione di  incontri augurali fra il presidente e il mondo ebraico per il nuovo anno, iniziato in  settembre.

Esempi da Usa, Ungheria e Germania

In Ungheria, malgrado la protesta dell’ambasciatore di Israele contro la diffusione di articoli, manifesti nelle strade, trasmissioni radio/tv  diretti contro George Soros e gravidi di stereotipi anti-ebraici, il premier Benjamin Netanyahu, in visita di Stato a Budapest, non ha reagito, almeno pubblicamente,  criticando il  governo di Viktor Orban.  Soros, che sostiene Ong israelo-palestinesi dedite alla difesa dei diritti  umani e della pace,  è evidentemente un avversario per la destra al potere in Israele assai più ostico dello stesso Orban.

Infine, la Germania. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi ha espresso subito dopo il voto la sua apprensione per il fatto che “per la prima volta un partito populista di destra vicino a gruppi della destra estrema  è rappresentato in Parlamento”.  Ronald Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico e generalmente assai vicino a Netanyahu, ha usato un linguaggio molto duro definendo il partito Afd “un movimento reazionario che richiama il peggio del passato germanico e  che può oggi predicare il suo nefando programma in seno al Parlamento”.  Scrivono Shimon Stein, ex Ambasciatore israeliano in Germania – e Moshe Zimmermann – professore di storia  all’Università ebraica di Gerusalemme – in un articolo di fine settembre sul quotidiano israeliano  Haaretz, “.. la presunta alleanza contro musulmani o arabi, suggerita da AfD e altri populisti è un disastro che Israele deve evitare ad ogni costo….Essere ciechi rispetto al razzismo e all’intolleranza in Germania, in Europa, nella speranza di conseguire un  appoggio alle politiche di Israele nei territori occupati è una disgrazia. La Afd non è soltanto un altro dei tanti movimenti populisti che agitano l’Europa. E’ un movimento che intende invertire lo sforzo intrapreso dalla Germania democratica per apprendere dal passato orrendo le lezioni necessarie per un futuro di tolleranza”.

Per il governo di Israele  l’appoggio, anche se strumentale e provvisorio, della destra pur inquinata dall’antisemitismo ma  accanita  avversaria dell’Islam è una seduttiva lusinga.  Un’illusione purtroppo. Per la difesa del futuro degli ebrei è invece più efficace, oltrechè eticamente degno, combattere il razzismo e le discriminazioni rivolte oggi contro altri soggetti deboli o emarginati.  Vi è un interesse oggettivo degli ebrei, infatti,  nel lottare contro forme di intolleranza quand’anche non colpiscano direttamente gli ebrei  e nel vivere in società plurali ed aperte, in cui le identità, soprattutto di minoranza, siano rispettate. Ne è una prova la travagliata storia degli ebrei in cui  troppe volte razzismo, esclusione sociale, discriminazione religiosa si sono riflessi in odio antiebraico. Giorgio Gomel AffInt 5

 

 

 

A Bruxelles la prossima riunione della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord del CGIE

 

ROMA - Si terrà a Bruxelles dal 19 al 21 ottobre la prossima riunione della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Lo segnala in una nota da Friburgo il vice segretario generale per l’Europa e l’Africa del Nord del CGIE Giuseppe Maggio,

All’ordine del giorno dei lavori della Commissione è prevista un’ampia discussione sulla cittadinanza europea, i diritti e le future politiche a favore dei cittadini europei residenti in paesi diversi da quelli nascita. L’incontro di Bruxelles seguirà un percorso avviato a Parigi nel 2008, durante il semestre di Presidenza europea della Francia, e proseguito nel 2010 e nel 2013 presso il Senato della Repubblica italiana.

In considerazione dello speciale taglio “europeista” che il CGIE vuole imprimere a questa particolare riunione saranno invitati a partecipare diversi attori, tra i quali gli organismi dei Paesi membri dell’Unione Europea omologhi del CGIE, nell’ottica di approfondire la collaborazione e condividere le attività future.

Il giorno 19 ottobre i lavori inizieranno alle ore 9.30 presso la sede del Parlamento europeo, mentre il 20 ottobre la Commissione si riunirà nella Camera di Commercio Belgo-italiana. Infine sabato 21 ottobre è prevista la visita a Marcinelle, nel sito della miniera del Bois du Cazier dove sarà apposta una targa commemorativa del CGIE sul muro del ricordo e donata una corona di fiori sul monumento dei caduti sul lavoro. (Inform)

 

 

 

 

Il gigante indebolito. Germania: la ricerca di un governo condiziona l’UE e l’Italia

 

“Il gigante indebolito”: con questo titolo in prima pagina il quotidiano economico tedesco Handelsblatt annunciava, lunedì scorso, 2 ottobre, il downgrading da parte di Fitch di Deutsche Bank a BBB+. L’uscita da una delle categorie del ranking A, che contraddistingue le principali banche internazionali, del maggiore istituto di credito tedesco rappresenta un ulteriore segnale di un clima di ‘non comfort’, se non di lenta ma progressiva sensazione d’incertezza, che si respira attualmente in Germania, in attesa della formazione del governo.

L’esito delle elezioni, come è stato già da molti evidenziato, spinge Angela Merkel a trovare una non facile quadra per un esecutivo di coalizione. Il tempo necessario potrebbe rivelarsi più lungo del previsto e, comunque, le principali attenzioni di Berlino saranno prevalentemente rivolte a tematiche domestiche. Tutto ciò proprio in una fase estremamente delicata per il futuro dell’Ue, tra le dichiarazioni del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e del presidente francese Emmanuel Macron, i negoziati per la Brexit e fenomeni preoccupanti di sempre più diffuso populismo e di tensioni politiche quali, da ultimo, i recenti eventi tra Spagna e Catalogna.

Le variabili interne della nuova coalizione

La scelta di affidare la presidenza del Bundestag a Wolfgang Schaeuble non va, infatti, soltanto attribuita all’esigenza di ‘liberare una poltrona’ da proporre ad un eventuale partner della Fdp, il partito liberale, ma anche (se non sopratutto) alla volontà di garantire una forte personalità alla guida di un Parlamento in cui sederà per la prima volta una folta delegazione populista estremista.

Nelle delicate trattative per la formazione di un governo, la cancelliera dovrà tenere conto delle istanze ‘domestiche’ rappresentate dalla Csu, storico partner della Cdu. In Baviera, la Csu non solo ha perso per la prima volta la maggioranza assoluta dei voti, ma dovrà altresì individuare rapidamente nuovi ed efficaci obiettivi politici per le prossime elezioni nel Land che si terranno nel 2018.

Oltre ai liberali e alla Csu, Angela Merkel dovrà trovare il modo per coinvolgere anche i Verdi. Esercizio non semplice in termini di scelte di politica economica: va, infatti, valutata la difficoltà di conciliare tematiche ambientali e eco-sostenibili con l’esigenza di offrire un appoggio, ad esempio, a un settore industriale in difficoltà dopo il ‘dieselgate’, quale l’intero comparto automobilistico. Un settore, il cui peso risulta di primaria importanza non solo nella determinazione del Pil, ma anche in termini di forza lavoro occupata e di peso elettorale.

Il ‘metodo Merkel’: tempo e creatività politica

Sono solo alcuni dei tanti tasselli da comporre per giungere, attraverso un paziente approccio di passi di avvicinamento successivi e di soluzioni di possibile compromesso, alla formazione di un governo. Questo metodo, di cui la cancelliera negli anni si è dimostrata maestra, presuppone l’impiego di risorse disponibili (in particolare del tempo e della capacità politica ‘creativa’) prevalentemente a fini interni.

Una siffatta prospettiva, specie nel caso di un suo protrarsi, potrebbe affievolire l’attenzione di Berlino verso le tematiche internazionali (il tema migranti tra i tanti), ridimensionando un ruolo che la Germania stava sempre più attivamente svolgendo nel quadro dello sviluppo di una politica estera comunitaria. Gli effetti economici e politici per l’Italia di questo eventuale maggiore focus tedesco sulle tematiche domestiche dovranno essere seguiti con attenzione. Carlo Barbieri AffInt 8

 

 

 

 

 

Il mercato delle armi non conosce crisi

 

Acquistate in genere per la caccia e la difesa personale. Differenze tra Italia e USA. L’Italia tra le prime nazioni per produzione ed esportazione

 

  Secondo l’Archivio Disarmo nel 2016 gli Italiani che hanno un’arma a casa erano circa 7 milioni. A settembre del 2017 12 italiani su 100 ne possedevano almeno una. “Acquistata legalmente o detenuta illegalmente”, secondo il Rapporto Coop di quest’anno, per difesa personale a causa del continuo verificarsi di aggressioni, violenze fisiche e ladrocini, benché solo l’8% di quelli che la possiedono ammetta di averla acquistata per questo motivo. Ma anche per l’aumento di Musulmani che le adoperano non solo contro le loro mogli e figlie, ma anche contro Cristiani ed Ebrei. Naturalmente, usano armi non autorizzate né registrate.

  A volte possedute da minorenni, benché proibito in Italia. Dove, per ottenerle, occorre essere maggiorenni ed avere una ragione valida che ne giustifichi l’acquisto, dopo aver ottenuto il nulla osta del Questore. Autorizzazione, indispensabile anche per chi le eredita, rilasciata dal Prefetto, che ha validità annuale e permette di uscire da casa con l’arma. Occorre pure che le ASL di residenza, gli Uffici medico-legali e le strutture sanitarie militari e della Polizia di Stato attestino che il richiedente sia fisicamente e psicologicamente sano.

  Al che si aggiunge, per legge, “la documentazione o autocertificazione relativa al servizio prestato nelle Forze Armate o nelle Forze di Polizia ovvero il certificato di idoneità al maneggio delle armi rilasciato da una Sezione di Tiro a Segno Nazionale (questa documentazione non deve essere stata ottenuta da più di 10 anni)”. Oltre a ciò, il richiedente deve dimostrare di non trovarsi nelle “condizioni ostative” previste dalla normativa, cioè di avere “una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell’ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza”. Inoltre deve dare le generalità dei conviventi, non essere "obiettore di coscienza", tanto meno disertore. E di non aver subito condanne detentive.

  Requisiti verificati, anche per il rinnovo della licenza, da un collegio medico composto da tre dottori, di cui almeno uno specialista in neurologia e psichiatria. Deve anche esserci una comunicazione tra medico curante, ASL e autorità competenti in grado di farle avere in modo rapido informazioni su eventuali mutamenti dello stato di salute psico-fisica del detentore di armi. Cambiamenti che possono comportare la sospensione o la revoca della licenza. La quale, se concessa, permette di possedere al massimo 3 armi e un numero illimitato di fucili da caccia. La legge esige anche “un’anagrafe informatizzata dei detentori di armi, nel rispetto della normativa sulla privacy e sulla base dei dati trasmessi dalle ASL”.

  Contrariamente ai Paesi Europei che hanno subito attentati terroristici o temono di averne, l’Italia risulta essere il 15° Stato per detenzione e possesso di armi da parte di privati, soprattutto a Milano e Torino. Mentre è tra le prime Nazioni al mondo per produzione e vendita, al secondo posto per l’esportazione, principalmente verso l’Arabia Saudita, ed al 18° per importazioni, dopo gli Stati Uniti. Dove 89 cittadini su 100 sono armati, il che comporta un incremento notevole di omicidi. Una diffusione, quella americana, che “ha radici nella storia e cultura”, come affermato da Maurizio Simoncelli, vice presidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, ritenendo però che “anche da noi le cifre sono in allarmante aumento”.

  Tuttavia, se “nella Penisola non si vendono armi nei supermercati, come negli USA, tanto meno si nota un minorenne che compra un fucile, però si constata un aumento di crimini con armi per caccia o uso sportivo, a causa di difetti nel sistema dei controlli “che rendono facile aggirare la normativa”. In quanto “da noi ci sono norme precise che ne regolano la diffusione, con alcuni punti deboli”, precisa Simoncelli. Mancanza cui si aggiunge l’assurdità di pensare “che detenere un’arma a volte è considerato meno pericoloso di guidare: il rinnovo della patente si fa con più frequenza”. Anche perché “si può benissimo chiedere di detenere un’arma per uso sportivo e poi usarla in modo improprio. Tante persone con disturbi della personalità non sono controllate né controllabili”.

  Inoltre c’è la possibilità di comprare armi via Internet, navigando in anonimato, cosa alquanto diffusa che permette a quattro milioni di famiglie di possedere una pistola o un fucile senza sottoporsi ai necessari controlli. Senza contare che molti sono autorizzati ad averne, per un triennio, per andare a caccia di poveri innocenti animali. E, talvolta, di persone che si vuole sopprimere.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

La Germania fissa un tetto massimo agli ingressi dei richiedenti asilo

 

È 200mila il numero massimo di persone che potranno essere accolte in un anno in Germania. I richiedenti asilo potranno in futuro essere ospitati in centri ad hoc in attesa che le pratiche vengano completate

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha accettato per la prima volta di fissare un tetto annuale sul numero dei rifugiati da accogliere in Germania.

Saranno 200mila le persone che potranno essere accolte per ragioni umanitarie.

Inoltre, i richiedenti asilo potranno in futuro essere ospitati in centri ad hoc in attesa che le pratiche vengano completate, mentre oggi vengono suddivisi in diversi punti d’appoggio in tutto il paese.

La Merkel ha ceduto alle pressioni della Csu, l’ala bavarese dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), il partito della Cancelliera. 

Il limite di quota 200 mila sarà sottoposto a due condizioni: nessuna persona con diritto allo status di rifugiato sarà respinta al confine tedesco e la quota potrà essere alzata in caso di emergenze umanitarie.

Il leader della Csu Seehofer aveva chiesto l’introduzione di questo numero limite già all’inizio del 2017, ma aveva ritirato la sua richiesta dopo che la Merkel aveva promesso di rendere più severi i criteri per riconoscere lo status di rifugiato e aveva aumentato il numero di espulsioni per chi si vedeva negare la richiesta.

Il provvedimento per il momento è solo un accordo preliminare e interno ai due partiti, non una legge. Non si conoscono quindi i dettagli di come, quando e se verrà effettivamente inserito nella legislazione tedesca.

 

Maggiori particolari sull’intesa dovrebbero essere forniti oggi in una conferenza stampa congiunta a Berlino. Si attendono le reazioni dei liberali dell’Fdp di Christian Lindner. Ma soprattutto dei Verdi, che hanno sempre sostenuto una politica di massima accoglienza nei confronti dei migranti.

Nel 2015, durante la crisi dei rifugiati siriani, la Germania accolse 890mila persone; nel 2016 ha ricevuto quasi 750mila domande di asilo e circa 400 mila sono state accolte. In 250 mila hanno ottenuto lo status di rifugiati, mentre altri 150mila hanno ottenuto la protezione sussidiaria. Lara Tomasetta, Tpi 11

 

 

 

 

 

Riunito a Berlino l’Intercomites Germania. Tra i temi affrontati: i servizi consolari e l’intervento scolastico.

 

Berlino. Sabato 7 ottobre, presso l’Ambasciata italiana a Berlino, si è tenuta la riunione annuale indetta da S.E. Ambasciatore Piero Benassi, a cui hanno partecipato i Consoli, il Consigliere degli affari sociali, i Presidenti Comites, i Consiglieri del CGIE e per i parlamentari eletti all’estero l’On.le Picchi. L’On.le Garavini ha ritenuto opportuno mandare un osservatore.

Diversi i temi trattati e tra questi si è accentuata l’attenzione sui seguenti punti:

    Servizi Consolari- A parere dell’Intercomites devono essere, pur   nelle diverse circoscrizioni consolari, uguali per tutti   cercando quindi di uniformare e migliorare il servizio alla collettività. Si è fatto notare che la prenotazione On-Line non deve essere un obbligo ma solamente un’opzione in più. Tutti hanno auspicato un maggiore utilizzo dei mezzi a disposizione: Fax, posta ordinaria, posta elettronica, etc. cercando di aumentare l’utilizzo dell’autocertificazione nel rispetto delle Leggi e delle Circolari vigenti. L’Intercomites ha fatto notare altresì che ci vuole anche una uniformità nei siti Web dei consolati in Germania. Si è parlato poi a lungo della “Performance”. Ogni Consolato nel darsi gli obbiettivi dovrebbe farlo insieme al Comites di riferimento, che è il “Rappresentante” degli interessi degli Italiani di quella Circoscrizione Consolare. All’inizio di ogni anno, Consolato e Comites quindi dovrebbero controllare e verificare i risultati raggiunti. A termine della discussione, l’ Ambasciatore Pietro Benassi ha accolto la proposta dell’Intercomites ed è stato creato un gruppo di lavoro composto da due rappresentanti dell’Amministrazione (il Consigliere degli affari sociali presso l’Ambasciata Susanne Schlein ed il Console Generale di Stoccarda Massimo Darchini), da due presidenti Comites (Calogero Ferro di Francoforte e Tommaso Conte di Stoccarda) e dal il Consigliere del CGIE Vincenzo Mancuso. Il Gruppo coordinato dal Presidente del Comites di Stoccarda Conte, dovrà preparare un modello di “Sito Consolare” a cui i Consolati in Germania dovranno, per quanto possibile, uniformarsi.

    Intervento scolastico culturale - Si è preso atto dei vistosi tagli effettuati negli anni da parte del superiore ministero agli enti gestori e della necessità di dialogare maggiormente con i Länder per poter avviare insieme con loro una politica della lingua italiana che miri a portare l’italiano come disciplina integrata nel curriculum scolastico.

La riunione è stata costruttiva e tutti hanno avuto la parola per poter metter in risalto le problematiche delle aree di loro competenza.

L’intercomites si è riunito anche il venerdì 6 ottobre e sabato  subito dopo l’incontro in Ambasciata.

I presidenti hanno deciso di fare una campagna sulla Doppia cittadinanza per cercare di sensibilizzare i nostri connazionali sui vantaggi di tale scelta. A tal proposito, il Comites di Dortmund ha preparato un volantino bilingue che l’intercomites ha fatto suo e distribuirà. Hanno deciso altresì di realizzare un vademecum per neo imprenditori in Germania ed anche la pubblicazione di “Primi Passi nella terza età”. A tal proposito esiste un gruppo di lavoro composto dai medici Isabella Parisi (CGIE), Tommaso Conte (Presidente Comites Stoccarda), Vincenzo Mancuso (CGIE) e dalla ricercatrice sociologa Edith Pichler (CGIE).

È stato reso noto, durante le riunioni, che è in fase di realizzazione una “App” della pubblicazione “Primi Passi in Germania”.

In chiusura è stato auspicato, finanze permettendo, per il prossimo anno di pubblicare in Italiano e tedesco, il testo completo della nostra costituzione per il compimento dei suoi settanta anni.

Il portavoce dell'Intercomites Dott. Giuseppe Scigliano, de.it.press

 

 

 

Il 24 ottobre a Berlino “L’Ambasciata incontra... architetti e designer”

 

Il 24 ottobre giovani professionisti del settore design, arti grafiche e architettura raccontano il proprio percorso personale e professionale, fra Italia, Germania e mercati esteri

 

BERLINO – Si svolgerà martedì 24 ottobre alle ore 18.30 all'Ambasciata d'Italia a Berlino l'evento intitolato “L’Ambasciata incontra... architetti e designer” in cui giovani professionisti del settore design, delle arti grafiche e dell’architettura racconteranno il proprio percorso personale e professionale, fra Italia, Germania e mercati esteri.

A moderare l'incontro sarà Angelika Müller, publishing director di Home. Gli ospiti, i cui interventi saranno preceduti dai saluti dell'ambasciatore d'Italia, Piero Benassi, saranno: Andrea Brena, co-founder Marea MA UG and Maker, Adidas Maker Lab; Tancredi Capatti, co-founder capattistaubach - Urbane Landschaften; Barbara Gizzi e Marco Ghidelli, RAUM Italic Publisher/ SPAZIO Corsivo; Andrea Liguori, co-founder GRAL Design; Mattia Perroni, managing director Houzz.

Secondo uno studio di UnionCamere, al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico, architettura, performing arts e arti visive, produzioni creative-driven) si deve il 6% della ricchezza prodotta in Italia (89,9 miliardi di euro), ovvero 1,5 milioni di posti di lavoro. L’industria italiana del design (30.000 aziende, 64.000 addetti, e un valore aggiunto di 3,35 miliardi) ne costituisce una delle componenti più dinamiche, con un tasso di crescita annuo pari al 2,5%.

Da sempre, l’architettura e il design italiano sono un punto d’incontro fra linguaggi tradizionali e spirito di sperimentazione. Negli ultimi anni, tuttavia, oltre al fattore estetico, anche la sostenibilità è diventata un punto di riferimento nei progetti di nuova generazione, ad esempio per quanto riguarda la scelta dei materiali o le positive ricadute sociali. Oggi essere architetti o designer significa essere al tempo stesso creatori e mediatori tra nuovi canoni espressivi, che cercano di rispondere alle esigenze della società contemporanea. I processi creativi diventano così parte integrante della più ampia questione della responsabilità sociale. In tale prospettiva, architetti e designer svolgono un ruolo essenziale nella progettazione di stili di vita socialmente ed ecologicamente sostenibili, dal momento che lo spazio, la costruzione, la forma e l’abitare sono divenuti nella contemporaneità terreno di confronto dialettico, ma anche criteri di appartenenza a una determinata classe sociale o a una comunità di valori. Architetti e designer non lavorano più a compartimenti stagni, ma alternano percorsi trasversali e biunivoci, spaziando da una laurea in architettura, allo studio del disegno industriale e delle arti grafiche come anche viceversa. Da queste esperienze composite nascono percorsi creativi che fanno di ciascun prodotto o progetto un’esperienza di eccezione, per i committenti e per il grande pubblico.

L’incontro avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano (con traduzione simultanea in tedesco), aperta alle domande dei partecipanti. Ingresso gratuito, su prenotazione. (Inform/dip)

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

Vinci con noi: Ermal Meta in concerto a Colonia. Ermal Meta in Germania

Reduce dal successo dell'ultimo singolo "Voodoo love" insieme agli Jarabe de Palo, il cantante di origine albanese naturalizzato italiano è pronto per un tour mondiale che toccherà anche la Germania. Prova a vincere due biglietti per il concerto di Colonia, il 5 novembre. Qui tutte le informazioni per partecipare entro la mezzanotte di martedì 17 ottobre:

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ermal-meta-sorteggio-100.html. E qui la nostra intervista a Ermal Meta:

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ermal-meta-104.html

 

12.10.2017. Guerra a Cristoforo Colombo. A 525 anni dalla "scoperta dell'America" le statue che rappresentano Cristofor Colombo sono bersaglio di atti di vandalismo negli Usa. Federico Rampini, corrispondente de La Repubblica a New York sui motivi di accanimento contro il navigatore genovese.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cristoforo-colombo-guerra-statue-102.html

 

Alla Buchmesse parla la politica. Una Fiera del Libro sempre più politicizzata: dai messaggi di Macron a favore di una riforma dell’Unione europea, al timore di uno sdoganamento culturale della xenofobia. Confermati gli sconfortanti dati sulla lettura in Italia ma aumentano i titoli tradotti all’estero.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/fiera-libro-francoforte-duemiladiciassette-100.html

 

11.10.2017. Puidgemont prende tempo

Una dichiarazione di indipendenza ambigua quella di Puidgemont. Il premier Rajoy vuole chiarezza. Puidgemont deve tener conto della fuga di aziende catalane. La testimonianza di una italiana in Catalogna.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/catalogna-indipendenza-reazioni-100.html

 

Al Trullo. Guerra tra poveri al quartiere Trullo di Roma per l'assegnazione delle case popolari. Dietro le proteste l'inefficenza dei servizi comunali e la corruzione nelle assegnazioni.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trullo-rom-poveri-100.html

 

10.10.2017. L'Italia all'Anuga. Tradizione e innovazione

Il made in Italy della ristorazione e della gastronomia presenta il meglio di sé alla fiera di settore Anuga, a Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/anuga-italia-102.html

 

Una villa per il dialogo italo-tedesco

Immacolata Amodeo è da cinque anni segretaria generale di Villa Vigoni, il centro di studi italo-tedesco sul Lago di Como.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/villa-vigoni-amodeo-100.html

 

Un tropicalista napoletano

Tra Fabio Concato e Caetano Veloso, lì si colloca, più o meno, Tommaso Primo, cantautore cresciuto a Posillipo tra suoni neomelodici e ritmi tropicali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/tommaso-primo-102.html

 

09.10.2017. Con la morte del Che inizia il '68. 50 anni fa, il 9 ottobre 1967, veniva ucciso in Bolivia Che Guevara. Le sue parole di libertà divennero gli slogan degli anni successivi. Peter Gomez, del Fatto Quotidiano, ci racconta come il "comandante" abbia influenzato un'intera generazione in Italia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/che-guevara-sessantotto-100.html

 

06.10.2017. Razzi a nudo

Il senatore Antonio Razzi è ormai un acclamato fenomeno social, con le sue gaffe e i discussi incontri internazionali. In occasione dell'uscita della sua autobiografia, "Un senatore possibile", lo abbiamo raggiunto per una (spassosa) chiacchierata.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/antonio-razzi-100.html

 

Nobel per la Pace al disarmo nucleare

In un momento in cui il dibattito internazionale sul disarmo nucleare sembra essersi arenato, e incombe la minaccia nordcoreana, arriva il Nobel per la Pace all'ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons). "Un premio meritato" dice Maurizio Simoncelli, dell’Istituto Archivio Disarmo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/premio-nobel-pace-ican-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-206.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

05.10.2017. Da Gela a Colonia. C'erano anche due gelesi di Colonia tra gli arresti della maxi operazione antimafia che ha portato 37 persone legate al clan dei Rinzivillo in manette. I dettagli nel nostro approfondimento.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mafia-germania-gela-rinzivillo-100.html

 

Le onde gravitazionali. Il Nobel per la fisica premia la scoperta delle onde gravitazionali e cita, oltre ai tre premiati, anche due gruppi di lavoro. Molti gli italiani coinvolti, noi abbiamo parlato con Sergio Gaudio negli Stati Uniti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/nobel-100.html

 

04.10.2017. Mancano pene severe

Secondo l’ex magistrato e tributarista Bruno Tinti, solo con “la repressione e la paura” si potrebbe combattere l’evasione fiscale in Italia. Stando alle ultime stime sarebbero oltre 111 i miliardi di euro all’anno di imposte sottratte al fisco.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/evasione-fiscale-100.html

 

Cortometraggi italiani d'autore a Dortmund

In occasione della XVII Settimana della lingua italiana nel mondo, in programma dal 16 al 22 ottobre 2017, l’associazione Italienverein porta a Dortmund cinque cortometraggi italiani pluripremiati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/cortometraggi-dortmund-100.html

 

02.10.2017. Ho votato sì all’indipendenza. La testimonianza di un catalano che ha votato „sì” al referendum: “Lasciando stare le idee di ognuno, quello che è successo ieri, nel XXI secolo, in Europa, non si può permettere”.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/catalogna-104.html

 

Indipendentisti italiani. Tra due settimane si vota per il referendum sull'autonomia di Veneto e Lombardia, cerchiamo di fare chiarezza. L'intervista al professor Fabrizio Marrella.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/referendum-veneto-lombardia-100.html

 

29.09.2017. C'è hacker e hacker

Chi sono gli "ethical hacker"? Che cosa fanno? Ivano Somaini è uno di loro e il suo compito è individuare le falle di sicurezza nelle aziende. Per fare questo non disdegna tecniche di travestimento e metodi da detective.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/ethical-hacker-100.html

 

Le rappresentanze per i migranti

Le Consulte degli stranieri esistono in Germania dagli inizi degli anni Settanta. La loro funzione è quella di favorire la partecipazione alla vita politica cittadina di coloro che non hanno diritto di voto. Sono organismi al passo coi tempi?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/rappresentanze-migranti-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-204.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Francoforte. La partecipazione italiana alla Buchmesse (11-15 ottobre 2017)  

 

L’editoria italiana si è presentata alla 69ma edizione della Buchmesse con 235 editori. Dal 11 al 15 ottobre lo stand collettivo italiano ha ospitato 118 editori italiani e tre Regioni, Lazio, Piemonte e la Sardegna

 

Francoforte. Si conferma e si rafforza la presenza dell’editoria italiana alla Buchmesse, la principale manifestazione delsettore a livello internazionale, tenuta a Francoforte dall’11 al 15 ottobre.

Lo Spazio Italia, stand collettivo italiano, ha riunito quest’anno 118 editori in 500 metri quadrati di spazio espositivo ed ha costituito la vetrina tricolore alla 69ma edizione del più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti editoriali e per la promozione della cultura e dell’editoria italiana all’estero.

La Buchmesse attendeva complessivamente più di 7000 espositori di oltre 100 paesi, con la Franciapaese ospite d’onore.

La tradizionale collettiva italiana -organizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico, ICE -Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane e dall’Associazione Italiana Editori (AIE),  -si trovava nella Hall 5.0, stand C36 e C37.

Sono stati complessivamente 235 gli editori italiani presenti alla Buchmesse. All’interno dello Spazio Italia hanno esposto 118 case editrici. 

Tra questi anche gli editori di cui la Regione Lazio e la Regione Piemonte hanno supportato la presenza -il Lazio attraverso l’Assessorato Cultura e Politiche Giovanili, l’Assessorato Sviluppo economico e Attività produttive e LazioInnova (società in house di Regione Lazio), il Piemonte tramite l’Assessorato alla Cultura e Turismo -e che hanno sede nelle rispettive regioni. Presente anche la Sardegna con una rappresentanza di 8 editori gestiti dall’Associazione Editori Sardi.

È stato il Console Generale di Francoforte, Maurizio Canfora, accompagnato dal Presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi, a inaugurare il padiglione italiano nella giornata di apertura, il 11 ottobre, insieme a tutti gli editori italiani presenti.

 

Il mercato del libro consolida nel 2017 la fase di ripresa. É ancora il segno + quello che contraddistingue il settore nei primi otto mesi dell’anno, registrando nei canali trade (librerie, online – al netto di Amazon - e grande distribuzione organizzata) un fatturato per il libro di carta del +1% secondo i dati Nielsen per l’Associazione Italiana Editori (AIE). Resta ancora in campo negativo il dato a copie (- 1,3%, pari a circa 740mila copie di libri venduti in meno) anche se il calo risulta più contenuto rispetto al -3,9% dello stesso periodo dello scorso anno.

Performance che si abbinano a un rafforzamento sul piano internazionale, con un crescente peso dell’export (+ 3,8% nel 2016), con una maggiore capacità di proporre e vendere diritti degli autori italiani sui mercati stranieri (+11% nel 2016) e di realizzare coedizioni internazionali, soprattutto nel settore arte e bambini. E ancora con un progressivo maggior peso, nel mercato domestico, delle proposte degli autori italiani rispetto alle traduzioni dall’estero: oggi i titoli pubblicati e tradotti da una lingua straniera sono l’11,8% del totale, quando solo lo scorso anno erano il 17,6% e nel 2002 il 24%.

È con questi risultati che l’Italia si è presentata alla Buchmesse.

Il mercato, come evidenziato nel Rapporto sullo stato dell’editoria 2017 presentato alla Buchmesse e disponibile anche online, pur uscendo dalla crisi si ritrova a dover affrontare “il problema dei problemi”: il calo progressivo dei lettori di libri (-3,1% nel 2016). L’Italia registra infatti la più bassa percentuale di lettori a confronto con le altre editorie: la media italiana si attesta sul 40,5% nel 2016, ben al di sotto del 62,2% della Spagna, del 68,7% della Germania, del 73% negli Stati Uniti, dell’83% del Canada, dell’84% della Francia fino al 90% della Norvegia.

“Si leva un sospiro di sollievo per il mercato ma la strada è ancora lunga”, ha commentato il presidente dell’AIE, Ricardo Franco Levi. “Bisogna lavorare molto per recuperare i livelli pre-crisi. E questo vale in primis rispetto al preoccupante dato di calo della lettura (-10% lettori dalla crisi). Per questo gli editori si stanno concentrando sul tema dell’istruzione in un grande lavoro di squadra con le Istituzioni: è da lì, fin dall’infanzia e poi, progressivamente, in ogni ordine e grado, che il libro e la lettura devono diventare compagni quotidiani. Esistono, ci dicono i dati, profonde differenze in relazione alle abitudini di lettura dei genitori: leggono il 65% dei ragazzi con genitori lettori, ma solo il 27% di quelli con genitori non lettori. I genitori ovviamente sono decisivi: sarebbe importante aiutare le famiglie con la detrazione fiscale dei libri, riconoscendo così nei fatti la centralità del libro. Gli editori stanno facendo attivamente la loro parte: con il progetto #ioleggoperché, dal 21 al 29 ottobre invitiamo tutta l’Italia a lavorare in squadra per potenziare le biblioteche scolastiche. Partiamo da lì: riportare i libri nella quotidianità dei ragazzi, chiedendo alla scuola di farli diventare progetti didattici e quindi educazione al piacere dei libri e della lettura”. Dip 16 

 

 

 

  

Partecipazione italiana alla fiera ANUGA 2017 (Colonia, 7-11 ottobre 2017)

 

Si è rinnovato anche quest´anno l´appuntamento biennale all’ANUGA, manifestazione fieristica leader a livello internazionale del settore alimentare. La fiera, che ha avuto luogo a Colonia dal 7 all’11 ottobre 2017, vanta più di 150.000 visitatori e più di 7.000 espositori provenienti da 109 paesi su una superficie espositiva di 263.000 m².

Anche l´Italia, con oltre 1.000espositori, ha partecipato nuovamente a questo importante evento riconfermandosi al primo posto tra i paesi espositori rappresentati in fiera.

Nel 2016 l’Italia ha esportato all’estero prodotti alimentari e bevande per un totale di 38,4 miliardi di euro. La Germania si è riconfermata anche nell’anno in questione il principale Paese destinatario delle esportazioni italiane del settore agroalimentare, con una quota del 17,5% (6,8 miliardi di euro).

L’ICE -Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, ha curato anche per questa edizione l´organizzazione di una collettiva nazionale, su una superficie complessiva di 3.104 m², con l’obiettivo di supportare la promozione dei prodotti e l´ingresso delle aziende italiane del settore alimentare sul mercato internazionale.

A tal proposito l’Agenziaha realizzato una vasta campagna pubblicitaria per promuovere la partecipazione italiana, e in particolare la collettiva ICE, all'evento fieristico Anuga.

Nel padiglione 11.2 sono stati ospitati 175 espositori italiani che hanno presentato ai visitatori da tutto il mondo l’originalità dei prodotti alimentari “Made in Italy”.

Diverse le presenze regionali all’interno della Collettiva ICE coordinate da: Consorzio Piacenza alimentare, Consorzio Tuttitaliafood, Lodi Export, Centro Estero per l’Internazionalizzazione del Piemonte, Proexport Sicily Consorzio Export e Regione Puglia una sinergia finalizzata a presentare un’immagine unitaria del panorama agroalimentare italiano.

I visitatori esteri specializzati sono stati invitati a partecipare allo Show-Cookinge ad esplorare la zona degustazionenel padiglione 11.2pressolo stand B-069A. Prodotti regionali sono stati elaborati, attraverso metodi tradizionali, per dar vita, in 20 ricette, a prelibati piatti ed esperienze culinarie sopraffine. L'ICE-Agenzia ha preparato un ricettario che riassume tutte le pietanze, proposte durante la manifestazione, corredate di ricette e foto. Il Console Generale di Colonia Dott. Pierluigi Giuseppe Ferraro ha visitato la collettiva dell’ICE Agenzia il giorno 8 ottobre.

Lo staff del settore alimentare dell’ICE-Agenzia, Ufficio di Berlino, era a disposizione per fornire ai visitatori, ed alle aziende italiane, informazioni sul mercato tedesco del settore alimentare e sui servizi, offerti alle aziende tedesche, rivolti al mercato tedesco. Il team ha fornito, inoltre, la necessaria consulenza tecnica, commerciale e strategica per un'efficace azione di marketing del „Made in Italy“in Germania e per una stabile presenza in loco.

Maggiori informazioni sulle aziende espositrici all' edizione 2017 di ANUGA sono reperibili sul sito http://www.anuga.italtrade.com.  dip

 

 

 

 

Gli Etruschi in scena all’Archeologisches Museum di Francoforte con la mostra “Le divinità degli Etruschi”

 

Francoforte. È aperta al pubblico dal 14 ottobre 2017  fino al 4 febbraio 2018 la mostra “Götter der Etrusker zwischen Himmel und Unterwelt/ Le divinità etrusche tra cielo ed inferi”.

Un’esposizione che gode del Patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Francoforte, nata dalla collaborazione tra il Museo Nazionale di Firenze, il Museo Etrusco Guarnacci Volterra, la Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio delle province di Pisa e Livorno e il museo archeologico di Francoforte, con il sostegno di  Contemporanea Progetti srl di Firenze, Expona GmbH, di Bolzano e la fondazione Dr. Marscher.

La mostra, con reperti di alto valore provenienti dai due musei toscani, s’incentra sul rapporto del popolo etrusco con il divino e le divinità dell’antica Etruria, il culto dei morti, il rapporto anche con gli dei degli inferi, l’influsso delle pratiche religiose nel quotidiano. Gli Etruschi avevano un ricco pantheon di divinità antropomorfe quali Tina (Giove), Uni (Giunone) Menrva ( Minerva) Turan (Venere), per citare le più importanti, che venivano paragonati agli umani. Oltre a ciò una sapienza divinatoria che gli stessi romani ammiravano e fecero propria. Inoltre il culto e il rituale riservato al mondo dell’oltretomba rivestiva un ruolo importante soprattutto nella classe aristocratica, nella casta dei guerrieri, e anche per le donne.

Alla inaugurazione  della mostra è intervenuto il Console Generale Maurizio Canfora, l’assessore alla cultura della citta di Francoforte Dr. Ina Hartwig, il direttore pro-tempore del Museo Archeologico, Dr. Carsten Wenzel, nonché per la Soprintendenza delle province di Pisa e Livorno l’archeologa dottoressa Elena Sorge, che ha presentato i contenuti e gli itinerari della mostra. A fine ottobre e a gennaio il Consolato organizzerà una conferenza e delle visite guidate in italiano.

De.it.press

 

 

 

 

“Poesia al Cinema” di Marcella Continanza il 20 ottobre presentato all’Università di Stoccarda

 

Stoccarda - È un lungo emozionante viaggio quello che si compie con la lettura di Poesia al Cinema (puntoacapo Editrice, Pasturana 2017) a cura della giornalista Marcella Continanza che il 20 ottobre alle ore 18.00 sarà presentato all’Università di Stoccarda.

Evento patrocinato dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda guidato dalla dottoressa Adriana Cuffaro che presenzierà alla presentazione a cui prenderà parte anche il critico letterario Vincenzo Guarracino e la traduttrice Barbara Neeb.

Il libro, arricchito sia dalle pregevoli traduzioni di Barbara Neeb, Caroline Lüderssen, Barbara Zeizinger, Barbara Höhfeld sia dalle ineccepibili schede tecniche di Alessandra Dagostini, si compone di suggestivi testi inediti di personalità della cultura italiana che ci parlano di film o di registi che hanno lasciato un segno del loro sguardo poetico: Dacia Maraini, Paolo Ruffilli, Matilde Lucchini, Rino Mele, Alberto Pesce, Nadia Cavalera, Marcella Continanza, Vincenzo Guarracino.

Il prezioso intervento di Dacia Maraini incentrato sulla figura di Pier Paolo Pasolini in quanto regista e di come la magia della poesia pervada l’intera sua opera; il raffinato testo di Paolo Ruffilli basato su Federico Fellini capace di rivelare per immagini archetipiche il percorso umano di ognuno di noi; l’avvolgente contributo di Matilde Lucchini che prende in esame il regista François Truffaut che aveva saputo raccontare perfino una storia che ti dà coraggio a vederla; e poi a esserne fuori; il coinvolgente testo di Nadia Cavalera che illustra alcune delle sequenze poetiche di Wim Wenders in cui le immagini di grande limpidezza ben rendono l’ampiezza dei movimenti consentendo una reale immersione nel lavorio dei corpi, lungo il loro viaggio di esplorazione e comunicazione; l’appassionato testo di Alberto Pesce che si sofferma sul film “Lo specchio” di Andrej Tarkovskij che riesce a dare concretezza di fantasia al suo sgomento d’artista tra assilli esistenziali e utopie di salvezza; il puntuale intervento di Vincenzo Guarracino che prende in esame l’autore Nero Risi che suggerisce in chi guarda una sorta di identificazione tra il soggetto e l’autore, che, poeta anche lui, è tutto attraversato nella sua poesia da echi leopardiani.

Grande merito alla Continanza che ha saputo coagulare intorno a sé queste grandi firme della cultura italiana che hanno descritto come il cinema possa raccontare la poesia, come la parola poetica si possa incontrare e fondere con le immagini e la cinepresa altro non diviene che una penna “diversa” per regalare emozioni allo spettatore. “Il cinema è strumento di poesia con tutto ciò che questa parola può contenere di significato liberatorio, di sovversione, di soglia attraverso cui si accede al mondo meraviglioso del subconscio” ha scritto il regista Luis Buñuel. E questo libro lo conferma. Valeria Marzoli 

 

 

 

 

 

L’on. Mario Caruso e la trasmissione di “Le Iene”. “Servizio distorto”. E si scusa

 

La storia è stata raccontata a «Le Iene». Una ragazza fa la collaboratrice dell’onorevole Mario Caruso, eletto nel 2013 per la «Lista Monti» (in Germania, ndr) e attualmente iscritto al gruppo Democrazia solidale - Centro Democratico. Ma lui non la paga da un anno e mezzo, nonostante le continue promesse di farle un contratto in regola. Per di più, lo stipendio che spetterebbe a lei lo passa al figlio del sottosegretario alla difesa Domenico Rossi che, in realtà, se ne sta a a casa. E infine alla ragazza l’onorevole fa anche proposte equivoche. È una breve sintesi del Corriere della Sera del 2.10.17

 

“Quanto andato in onda ieri sera nel corso della trasmissione di Italia 1, Le Iene, è totalmente falso e infondato”,  dichiara in una prima  nota l’onorevole Mario Caruso, presidente di Italia Civile Popolare, eletto alla Camera nella circoscrizione estero, in merito al servizio andato in onda sul programma di Italia1 domenica, 1 ottobre.

“Il servizio - spiega Caruso - ha proposto una versione volutamente distorta della realtà, montando le immagini e le mie risposte in maniera tale da modificarne il significato, con un obiettivo evidente: sfruttare la mia segreteria e il mio ufficio per colpire un mio collega parlamentare”.

“Ho ampliamente spiegato all’inviato de Le Iene che la ragazza in questione ha effettuato un periodo di stage non retribuito e che era stata regolarmente contrattualizzata - continua Caruso -. Naturalmente non sono andate in onda le scene nelle quali io spiegavo la regolarità della posizione di questa persona ma solamente quelle in cui, dopo ore nelle quali la telecamera mi seguiva con toni persecutori, ho perso le staffe”.

“Quando sono sceso nuovamente dal mio ufficio, avevo con me il contratto della stagista - sottolinea ancora Caruso -. Ho chiesto di spegnere le telecamere perché volevo mostrarlo all’inviato senza che fossero ripresi i dati privati in esso contenuti. Per quanto riguarda la posizione dell’altro mio collaborator, anche in questo caso avevo spiegato di averlo assunto perché lo ritenevo un ragazzo valido e anche questa parte, naturalmente, non è stata trasmessa”.

“Non ho mai avuto atteggiamenti equivoci con la persona che è stata intervistata né ci sono i presupposti per affermare il contrario”, sostiene Caruso, per il quale “Le Iene, in quanto programma giornalistico, dovrebbero verificare quello che intendono mandare in onda”. Quindi il deputato eletto all’estero rende noto fi aver “già dato mandato a uno studio legale di procedere sia nei confronti della trasmissione Le Iene che nei confronti della ex stagista: sono state fatte gravi violazioni, mandando in onda delle informazioni totalmente false e infamanti ed effettuando delle riprese nascoste nel mio ufficio e alla mia persona. Si tratta di atti illeciti”, conclude Caruso, “che certamente non possono essere lasciati cadere”.

 

“In relazione al servizio televisivo ed al video ripreso nel mio ufficio, mandati in onda dalla trasmissione Le Iene, nel ribadire che sarà mio impegno chiarire ogni aspetto della vicenda diffamatoria e calunniosa nelle sedi istituzionalmente competenti – scrive l’on. Caruso in una seconda nota dopo qualche giorno -  voglio scusarmi pubblicamente per termini e atteggiamenti che non mi rappresentano, da me usati durante le fasi convulse delle riprese”.

“Di queste infelici espressioni incontrollate di sfogo umano che non rappresentano nè il sottoscritto nè la realtà da cui provengo, come ripeto – continua Caruso – mi rammarico e mi scuso umilmente e pubblicamente, sia con tutti coloro che le hanno ascoltate in televisione e sugli altri mezzi di comunicazione sia in particolar modo con i miei concittadini di Militello in val di Catania, esempio da sempre di altissime tradizioni e civiltà, se in questo frangente posso averne inavvertitamente urtato la sensibilità”.  

 

“Ci vuole fantasia, ironia ed una bella dose di faccia tosta nell'accostare i ben noti fatti di attualità che vedono protagonista Mario Caruso con l'esperienza Montiana e con le dinamiche politiche che ne seguirono, approdando ad una ricostruzione storico-politica direi molto raffazzonata, grossolana e volutamente carente di un momento politico vecchio di poco più di 4 anni, in merito al quale non è giustificabile - se non per speculazione - avere finti vuoti di memoria”. È il commento del Sen. Aldo Di Biagio sulla vicenda -. Come al solito ogni occasione diventa preziosa, soprattutto in una stagione preelettorale, per gettare fango contro chi diventa "scomodo" o per dare sfogo a nostalgiche invidie.

Ma, devo ammettere – continua - è sempre una piacevole sorpresa apprendere con quanta fantasia e impegno qualcuno tenta, vanamente e ingenuamente, di compromettere la reputazione di chi è "scomodo": scopro con sorpresa che avrei, da "astuto", provveduto a stilare le liste elettorali nell'ambito di quel contenitore politico perché "forte delle buone relazioni con Della Vedova" e di presunti complotti che avrebbero condotto all'"eliminazione" di taluni candidati, riducendo il tutto ad un guazzabuglio di affermazioni e illazioni ben distanti da una corretta analisi e aggiungerei simpaticamente passibili di querela.

Accostare forzatamente persone scomode a vicende di questo tipo sembra andare ormai di moda, anche attraverso articoli privi di un filo narrativo, con la sola ambizione di creare nella mente del lettore un'associazione tra la persona scomoda in questione e l'idea di "un illecito".

Peccato che questo esercizio narrativo offenda l'intelligenza del lettore e soprattutto la memoria di chi la politica, la segue, la capisce e la vive.

Perché mettere insieme la vicenda di Caruso, la memoria di Tremaglia, l'esperienza Montiana, il presunto ruolo dirimente di Della Vedova l'astuzia del sottoscritto e la descrizione di un presunto "ricettacolo della parte peggiore della politica italiana" e tanto altro in 68 righe di articolo digitale, merita forse qualche riflessione.

Non intendo però alimentare polemiche su illazioni, nei fatti, prive di contenuto, perché mi fermerò qua, ma ci tengo – conclude Di Biagio - a rassicurare chi si fosse perso qualche passaggio, che sono sempre disponibile a fornire una chiave di lettura reale e veritiera di quegli anni. Dip 5

 

 

 

 

Corrispondenze. Carmelo Vaccaro (Saig, Ginevra) scrive a Michele Schiavone (Cgie), che risponde

 

Caro Presidente del CGIE Michele Schiavone ho constatato, con stupore ed un certo sconcerto, dai contenuti delle agenzie stampa che hanno riferito i contenuti del Convegno tenutosi a Roma lo scorso 29 settembre e intitolato “Il Pd per gli italiani nel mondo. Una legislatura feconda”, promosso per confrontarsi su quanto fatto nell’ambito delle politiche per gli italiani all’estero negli ultimi cinque anni, che il titolo di detto Convegno non corrisponde a verità.

 

Infatti in questa legislatura i fondi per il funzionamento degli organismi elettivi, CGIE e del COMITES, risultino essere stati drammaticamente ridotti, tanto da non consentire il buon funzionamento degli stessi a favore della comunità italiana.

 

Inoltre, pur non avendo assistito a nuovi tagli, anche i fondi per la lingua e la cultura italiana all’estero, già ridotti al minimo nelle passate legislature,  non sono stati aumentati come auspicabile al fine di migliorare la nostra lingua all’estero così cpme in altre nazioni fanno.

Ricordo che proprio in questa legislatura,  sono stati accorpati decine di Consolati nel mondo, alcuni anche in Europa ed in Svizzera, Germania, Inghilterra, Francia ecc. Senza contare la dovuta vendita di immobili statali all’estero.

 

Pertanto definire addirittura “feconda” la presente legislatura mi sembra del tutto fuori luogo e certamente perlomeno esagerata e offensiva, come, del resto,  tutte o quasi, le ottimistiche definizioni alle quali l’On. Laura Garavini ci ha ormai abituati nel corso del suo mandato, affermando e scrivendo ovunque quanto tutto andasse “a gonfie vele” mentre il governo notoriamente annaspava e lottava per tentare di arginare i problemi e le gravi perdite.

 

Inoltre, dal 2010 a questa parte si è abbattuta sugli italiani all’estero un’altra “tegola” che di fatto, nonostante il divieto di doppia imposizione, obbliga i connazionali a pagare imposte maggiorate a seguito di autodichiarazione dei beni posseduti in patria. In particolare in Svizzera, si pagano imposte maggiorate sulla fortuna e sui redditi in base a conteggi (tipo il valore locativo sugli immobili)  che aumentano le tasse sui beni nel paese di residenza.  Di questo non si vuole tener conto quando si operano gli ulteriori tagli alle risorse per gli italiani all’estero, né si vuole comprendere che, pur rappresentando un’innegabile risorsa per l’Italia, si continua ad ignorare il peso di quanto sono costretti a sostenere. In particolare, ricordo che l’On. Garavini, al Convegno organizzato a gennaio 2016 a Ginevra, ha esplicitamente commentato che, trattandosi di connazionali “innegabilmente agiati”, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a pagare tutte le imposte come la legge prevede. 

 

E mi sorge spontanea una domanda: caro Presidente del CGIE, Michele Schiavone, ma i parlamentari eletti all’Estero, non dovrebbero fare i nostri interessi?

 

Informandomi nella Città di Calvino, nella quale mi pregio di vivere da molti anni, il consiglio è stato quello di rivolgermi alla più alta carica elettiva nel mondo, cioè il Presidente del CGIE, per trovare riscontro a questo comportamento, che io ritengo inopportuno e che discredita la figura dell’italiano all’estero che resta, a questo punto, senta tutela alcuna da parte delle istituzioni del proprio paese.

Pertanto si è domandato al Presidente del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) di esprimere un parere circa le mie osservazioni.

 

Di seguito la sua risposta.

Egregio direttore, Le sue suggestioni riprendono gli umori generali della nostra opinione pubblica sulle politiche del governo italiano a favore degli italiani all’estero. Capire lo stato delle nostre comunità all’estero non è facile, anche se gran parte degli interventi sono promossi dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale su indicazione del governo e, quindi, riconducibili a persone e incarichi precisi.

 

L’Italia ha una propria storia d’emigrazione, nella quale si sono manifestate luci ed ombre e che oggi si rinnovano in forme moderne, prodotte dallo stesso filo conduttore: il bisogno, il disagio sociale, l’avventura, la voglia di conoscere e gli interessi particolari. La nostra storia migratoria è una storia triste e bella allo stesso tempo,: triste per le umiliazioni subite e che il secolo scorso ci ha lasciato in eredità perché in alcuni paesi, i nostri connazionali non erano sempre ben visti; belli perché gli italiani all’estero sono riusciti a riscattarsi facendo leva sulle più belle e straordinarie storie realizzate nei cinque continenti. Perciò essere italiani all’estero è un valore aggiunto che bisogna proteggere, tutelare e promuovere.

 

Avere dei rappresentanti nelle istituzioni, a tutti i livelli da quelli territoriali a quelli internazionali, in teoria è un vantaggio, che se speso in maniera adeguata può produrre risultati efficaci e duraturi. Perciò la sua domanda sullo stato delle nostre comunità e l’incisività dei nostri rappresentanti a valorizzare i cinque milioni italiani e i sessanta milioni di discendenti è pertinente e merita un’adeguata riflessione. Vista dall’osservatorio del CGIE  si richiede  un impegno costante e puntuale affinché gli interventi  possano soddisfare le esigenze per la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana, attraverso i soggetti preposti a tali scopi sia a livello locale, sia a livello paese nel quale la presenza e le progettualità necessariamente devono essere coordinate. Il discorso va esteso al settore economico e commerciale, alla tutela e la promozione sociale, ai servizi verso le comunità e di riflesso al potenziamento delle risorse che devono creare i presupposti per un ritorno di investimenti materiali ed immateriali verso l’Italia. In sostanza a tutti noi si richiede più concretezza perché oltre ai desideri ed alla facilità della comunicazione, esistono le valutazioni e per qualsiasi impegno occorre verificare i risultati.

 

Lo si deve ai cittadini che chiedono trasparenza e verità perché nell’era della globalizzazione rimanere ancora con i piedi per terra sui territori dove si vive, si lavora e si costruisce il proprio futuro sociale, culturale ed economico. Rispondendo alla sua sollecitazione posso dirle, che il sistema per funzionare, progredire e coinvolgere i cittadini ha bisogno di soggetti affidabili ed ai cittadini è affidata la valutazione sul loro operato. Michele Schiavone

 

Egregio Presidente, la ringrazio per la sollecita risposta che però trovo meravigliosa nella  forma ma, ahimè, scarsamente concreta nelle auspicabili soluzioni. Nella realtà delle cose le problematiche che tutti ben conosciamo rimangono tali e quali. Quindi, nonostante tutta questa solita demagogia, ci auguriamo che una politica per gli italiani all’estero possa giungere, molto  presto, ad una sostanziale soluzione senza dare la percezione a noi, “expat” di venire trattati come “italiani di serie B”. Carmelo Vaccaro (de.it.press 15)

 

 

 

 

L’angolo della Psicologa. Consigli per una crescita personale ed emotiva

 

1. Non sono gli eventi che causano la sofferenza, è l’opinione che abbiamo di loro.

Gli stoici credevano fosse possibile trasformare le emozioni capendo in quale modo sono connesse alle nostre convinzioni. Spesso non è l’evento in sé la causa della nostra sofferenza, bensì l’interpretazione che ne diamo. Siamo capaci di rendere le cose peggiori di quello che sono realmente. Il consiglio non è quello di vivere la vita con ottuso ottimismo, dobbiamo solo cercare di aprire la mente alla comprensione di come le nostre convinzioni e credenze modificano la realtà circostante.

2. Le nostre opinioni sono spesso inconsce, ma possiamo portarle alla consapevolezza facendoci domande.

Socrate diceva che noi attraversiamo la vita come dei sonnambuli, non attenti a come viviamo e senza domandarci se le nostre opinioni siano corrette o sagge. Per portare l’inconsapevole alla coscienza basta chiedersi: perché ho questa enorme reazione emotiva? Da quale convinzione è guidata? Quello che credo è vero? Ci sono delle prove? Gli stoici teneva dei diari delle loro reazioni per esaminarle.

3. Non possiamo controllare tutto quello che ci succede, ma possiamo controllare le nostre reazioni.

Epitetto, lo schiavo-filosofo, divideva le esperienze umane in due gruppi: ciò che possiamo e ciò che non possiamo controllare. Noi non controlliamo gli altri, il tempo, l’economia, il corpo, la salute, il passato e il futuro. La sola cosa su cui abbiamo il pieno controllo sono le nostre convinzioni. Ma spesso tentiamo di controllare cose che non dipendono da noi e allora ci sentiamo arrabbiati o frustrati quando falliamo. Oppure non riusciamo a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e usiamo gli altri come alibi. Concentrarsi sulle cose che possiamo veramente modificare riduce l’ansia e ci aiuta a sbrogliare situazioni difficili.

4. Scegli il tuo punto di vista saggiamente.

Siamo continuamente chiamati a scegliere il nostro punto di vista sulle cose. Un esercizio praticato dagli stoici era quello di guardare le cose dall’alto: se ti senti stressato, immagina la vastità dell’universo. Da una prospettiva cosmica i tuoi piccoli problemi quotidiani non sembrano poi così enormi. Un’altra tecnica usata dagli epicurei era portare l’attenzione al momento presente, quando sentivano di essere troppo preoccupati per il futuro o di rimuginare troppo sul loro passato. Seneca diceva: “perché trascinare le sofferenze che sono finite? Perché essere miserabile adesso solo perché lo sei stato in passato?”.

5. Le abitudini sono potenti.

Gli stoici esaltavano l’importanza della pratica, dell’allenamento, della ripetizione, in altre parole delle abitudini. Perché siamo inclini a dimenticare, quindi abbiamo bisogno di ripetere le cose più e più volte fino a quando non diventano abitudine. Per questo gli stoici incapsulavano il loro sapere dentro dei piccoli aforismi da imparare a memoria e da ripetere come un mantra quando la situazione lo esigeva.

6. La virtù è sufficiente per la felicità.

Lo stoicismo non era solo una terapia del sentirsi bene, era un’etica, un suggerimento di vita preciso: l’obiettivo dello stoicismo era vivere in armonia con la virtù. Loro credevano che se invece di trovare la felicità nella ricchezza e nel potere, la trovi nel fare le cose giuste, allora vivrai felice per tutta la vita. Perché fare la cosa giusta è sempre possibile e non è mai soggetto dei capricci della sorte.

7. Abbiamo degli obblighi etici verso la nostra comunità.

I nostri obblighi non si limitano alla nostra famiglia e ai nostri amici, ma si estendono verso l’intera comunità.

Claudia Bassanelli, CdI nov.

 

 

 

 

Occidente e Islam. Diritti umani e integrazione: principi inscindibili (e incerti)

 

Se la concezione dei diritti umani, che per noi occidentali discende da principi universali inconfutabili, assoluti, inalienabili e non negoziabili, fosse davvero comunemente accettata, allora non avremmo problemi quando parliamo di integrazione. Purtroppo, però, non sembra proprio che questa universalità sia unanimemente condivisa. In ogni caso, è chiaro che il mondo continua a funzionare diversamente.

Principi davvero universali?

I principi assunti come fondamento della nostra civiltà spesso non sono rispettati neppure da chi li condivide e non sono affatto patrimonio universale. Ad esempio, ciò che per l’Occidente può sembrare ovvio, ad altri forse può apparire solo una manifestazione di ‘imperialismo’ culturale. Parte di queste idee da alcuni governanti sono avvertite come concetti ostili, quando non sovversivi. Alcuni gruppi etnici, o comunità appartenenti a credo religiosi diversi da quelli maggioritari nella civiltà occidentale, pur avendo sottoscritto questi ‘concetti universali’ in quanto membri delle Nazioni Unite, nella vita quotidiana non li applicano, sebbene, del tutto indifferenti, si guardino bene dal ripudiarli. Ancora diverso è il caso delle comunità islamiche, che si sono sentite in dovere di prendere ufficialmente le distanze attraverso l’approvazione di specifiche Dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo.

La Carta delle Nazioni Unite

Portatrice dei grandi principi universali, ma applicati con certezza di diritto solo dall’Occidente, è la Carta delle Nazioni Unite. Le finalità sono già espresse nel preambolo, che, in evidente analogia con la Costituzione degli Stati Uniti d’America, esordisce così: “Noi, popoli delle Nazioni Unite…”, ecc. ecc. In estrema sintesi, a San Francisco, il 24 giugno 1945, i pochi ‘popoli’ rappresentati (meno di un terzo di quelli attuali) si dichiaravano decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra.

In loro nome, già in premessa sono elencati i valori universali sui quali riposa la Carta. Ovvero: i diritti fondamentali nonché la dignità ed il valore della persona umana; uguaglianza dei diritti tra uomini e donne; eguaglianza tra gli Stati, grandi e piccoli; la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale; il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà; il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; il divieto dell’uso della forza, salvo nell’interesse comune; la promozione del progresso economico e sociale di tutti i popoli.

La Dichiarazione universale dei diritti umani, poi approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Parigi, 10 dicembre 1948) con i 30 articoli che conosciamo, in effetti è frutto di 250 anni di storia del pensiero occidentale, dal Bill of Rights del 1689 ai pensatori italiani, dalla Dichiarazione di Indipendenza Usa del 1776 fino alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, durante la Rivoluzione francese.

Le Dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo

Interessante osservare che tra i Paesi presenti sia a San Francisco nel 1945, sia a Parigi nel 1948 c’era l’Arabia Saudita, che il 24 ottobre 1945 aveva anche ratificato lo Statuto dell’Onu. Da quella data, le adesioni si sono susseguite, fino ad arrivare all’attuale numero di 193 Stati. Aderire, ovviamente, avrebbe dovuto anche significare la condivisione dei principi. Così sembrava, ma così non era.

Infatti, dopo 33 anni di silenzio quasi ininterrotto dei Paesi islamici, all’inizio del 1981 il rappresentante iraniano presso l’Assemblea, in un intervento ufficiale molto esplicito, affermava che la Dichiarazione altro non era se non “un’interpretazione laica della tradizione giudaico-cristiana”, quindi non compatibile con le esigenze culturali e religiose dei Paesi islamici.

Ciò veniva ben recepito dagli interessati, compresa l’Arabia Saudita, tanto che al termine di un lungo processo interno il 19 settembre 1981 a Parigi, presso la sede dell’Unesco, veniva ufficialmente proclamata la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo. Tutti contenti? Solo per poco (una decina d’anni), perché la Dichiarazione di Parigi per il mondo sunnita (il 90 per cento del mondo islamico) aveva un difetto imperdonabile: era stata originata dall’intervento in Assemblea dell’ambasciatore khomeinista della Repubblica islamica dell’Iran, paese notoriamente di rito sciita.

Fu così che nel 1990, la 19a Conferenza islamica dei ministri degli Esteri, tenuta al Cairo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, proclamava la nuova Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’Islam, un testo di 23 articoli. Della precedente Dichiarazione di Parigi, ovviamente, nessun cenno.

Un’integrazione dal futuro incerto

Del testo, tradotto dall’originale in italiano da Hamsa R. Piccardo, presidente dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche Italiane), esistono varie chiose, con raffronto puntuale al testo della Dichiarazione dell’Onu. Le differenze, è inutile nasconderlo, ci sono. Per esempio, quando si parla di obbligo del rispetto della legge, il riferimento è sempre la Sharia, la legge islamica derivata dal Corano, dagli hadith (tradizioni riconosciute valide dall’Islam) e dalla Sunna, che è la loro raccolta. Nel testo, viene sancita la supremazia della legge islamica – essendo questa di origine divina – rispetto alle leggi nazionali, ove contrastanti.

Sarà sufficiente l’applicazione delle linee guida del pur bravo ministro Minniti per procedere davvero con l’integrazione sincera di tutti gli stranieri aventi diritto, compresi i musulmani “veri credenti”? Lo auspichiamo di cuore, ma l’impresa sarà ardua, incerta e, a nostro avviso, per il momento ogni dubbio sulla riuscita rimane legittimo. Mario Arpino, AffInt 8

 

 

 

 

Il rilancio dell'Italia nel mondo, ultima sessione del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”

 

La due giorni conclusa dall'intervento di Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa e dell'ufficio di presidenza del Pd alla Camera: “All'estero è tornato l'orgoglio di essere italiani, ma è cambiata anche la percezione che gli italiani in Italia hanno dei connazionali all'estero: un'immagine positiva, di risorsa da valorizzare nell'interesse del Paese”

 

ROMA – Si è concluso con una riflessione sul “rilancio dell'Italia nel mondo” il convegno “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”, riflessione sulle politiche per gli italiani nel mondo messo in campo in questi ultimi anni e sul profilo attuale delle collettività presenti all'estero.

Tra gli interventi quello di Andrea Lanzi, segretario del Pd Brasile, che si è soffermato sulla difficile situazione politica e sociale attraversata dal Paese sudamericano ed ha proposto l'organizzazione di un seminario in loco con gli altri partiti della sinistra brasiliana. Ha poi sottolineato come al momento si sia ancora in attesa della parte delle percezioni consolari destinate ad un reinvestimento nei servizi, reinvestimento che deve essere più rapido – sostiene – se il proposito di aumentarlo ulteriormente vuole essere credibile, e sollecitato il partito ad avviare da subito azioni in vista della imminente campagna elettorale.

Sull'importanza dell'internazionalizzazione si è soffermato Gaetano Fausto Esposito, segretario generale di Assocamerestero, che ha rilevato come gli indicatori economici relativi ad esportazioni, importazioni ed investimenti in Italia e verso l'estero siano notevolmente migliorati negli ultimi anni e quantificato in “1 milione di persone coloro che lavorano per imprese sussidiarie italiane all'estero e portano il nostro modo di fare produzione e impresa in tutto il mondo”. Una rete che le Ccie, parte integrate del tessuto sociale delle collettività all'estero, si propongono di valorizzare ulteriormente per rafforzare il brand Italia nel mondo. Su alcune iniziative messe in campo dalla Regione Marche per l'internazionalizzazione si è soffermata Frida Paolella, mentre Lanfranco Fanti, segretario della Federazione Pd Belgio, ha richiamato l'importanza e l'impegno dei circoli attivi all'estero di tenere insieme la diverse generazioni di emigrati e sollecitato l'organizzazione di un incontro annuale tra dirigenti del Pd – in Italia e all'estero – cui partecipino anche i Comites e il Cgie per “un confronto e un aggiornamento” sulle politiche rivolte agli italiani nel mondo. Luigi Papais dell'Unione cristiana enti migranti italiani (Ucemi) ha accennato alla sfida dell’associazionismo di intercettare le nuove migrazioni, mostrando di ritenere importante anche il dialogo con i partiti, per dar seguito alle istanze emerse nel mondo associativo e della società civile. Papais ha ricordato poi l'importanza della stampa italiana d'emigrazione, che deve essere supportata e valutata in maniera diversa dalla grande stampa nazionale e, a proposito delle recenti norme sull'editoria, ha segnalato come sia necessario ripristinare la Commissione per la valutazione dei contributi a questo tipo di testate e rivedere il sostegno ai siti internet. Sollecitati anche interventi di orientamento da parte delle Regioni per i giovani italiani che si preparano ad emigrare. Sulle problematicità dell'associazionismo italiano all'estero si è soffermato anche Daniele Marconcini, dell'associazione Mantovani nel mondo e Filitalia International, che ha rilevato come l'assenza di una definizione legislativa o di un coordinamento di interventi a livello nazionale abbia determinato nel corso degli ultimi anni una sorta di “desertificazione dell'associazionismo italiano all'estero”, messo in difficoltà anche dalla mancata convocazione o abolizione delle Consulte regionali dell'emigrazione. Tra le criticità segnalate anche le difficoltà di giovani italiani che possono anche fallire il loro percorso di emigrazione e rientrano in Italia, la necessità di rivedere l'attuale normativa sulla cittadinanza italiana, le esigenze delle nuove migrazioni in fatto di servizi e nuovi modelli associativi.

Infine, Francesco Cerasani, co-portavoce dei circoli Pd in Europa, ha segnalato come non possa esistere “una contrapposizione tra eletti e partito stesso, né tantomeno una contrapposizione generazionale e per questo dobbiamo lavorare”. Anche da parte sua la richiesta di procedere poi con una riorganizzazione del partito all'estero, tenendo presente le diversità di collettività e territori. Angelo Luongo, della Uil Scuola – Dipartimento Estero, è tornato sulla riforma della Buona Scuola, segnalando come sia necessario “potenziare la scuola italiana all'estero come vetrina del nostro paese” e intervenire su snodi centrali come la formazione degli insegnanti.

Affidate a Laura Garavini, deputata eletta nella ripartizione Europa e nell'ufficio di presidenza del gruppo Pd alla Camera, le conclusioni della giornata, che ha auspicato essere “una spinta in più in vista delle settimane che ci aspettano”, riferendosi agli ultimi e pesanti ostacoli di questa fine di legislatura, in primo luogo l'approvazione delle legge di stabilità e la riforma elettorale. Garavini ha richiamato gli importanti risultati “che siamo riusciti a portare a casa” con i governi a guida Pd, come “50 insegnanti in più da inviare l'anno prossimo nelle 8 scuole italiane presenti all'estero”; il ripristino delle risorse decurtate a lingua e cultura italiana; l'istituzione del fondo cultura - “erano decenni – sottolinea Garavini – che non avevamo soldi aggiuntivi per la promozione di lingua e cultura italiana all'estero”; il riconoscimento dell'importanza degli enti gestori ribadito nei decreti attuativi della Buona scuola; più risorse per la Società Dante Alighieri e per i corsi di lingua italiana integrati nelle scuole paritarie all'estero; l'estensione delle detrazioni fiscali per i carichi di famiglia anche ai connazionali residenti all'estero; processi per la semplificazione burocratica e amministrativa come l'adozione dello Spid, che verrà progressivamente esteso anche all'estero. Tra gli interventi citati anche il sostegno alle pensioni, alla rete consolare, all'internazionalizzazione, la revisione di Ice ed Enit, l'estensione del voto per corrispondenza ai temporaneamente all'estero, le misure per incoraggiare il rientro dei ricercatori, una rinnovata attenzione a Comites e Cgie e alla convenzione tra Maeci e patronati. “Quando in Aula e nelle Commissioni si discutono provvedimenti che riguardano i connazionali noi del Pd ci siamo; a differenza di altri, noi siamo quelli che fanno le cose e grazie ai nostri governi il Paese non considera più gli italiani all'estero come una riserva indiana, ma come una straordinaria risorsa e gli interventi fatti in questi anni dimostrano questo cambio di paradigma – afferma Garavini. “Chi vive all'estero oggi – prosegue – non si vergogna più del nostro Paese, è tornato l'orgoglio di essere italiani e, altro grande risultato, è cambiata la percezione stessa che gli italiani in Italia hanno dei connazionali all'estero; si tratta ora di un'immagine positiva, della loro considerazione quale risorsa da valorizzare nell'interesse del Paese”. Per Garavini, occorre dunque continuare su questa scia, migliorando e potenziando i provvedimenti adottati e coltivando l'orgoglio per il lavoro compiuto. (Viviana Pansa – Inform 2)

 

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici in Europa

 

Anche le leggi migliori vanno aggiornate, e io sono fiera di aver dato un contributo: il nuovo Codice Antimafia è una vittoria per il Paese. Trentacinque anni fa nasceva  la legge Rognoni-La Torre, una straordinaria intuizione che introdusse l’uso sociale dei beni confiscati. Adesso, con l’approvazione definitiva del nuovo Codice Antimafia, l’abbiamo affinata, così da essere in grado di reagire alle nuove modalità mafiose. Il nuovo Codice mira ad introdurre misure concrete contro la penetrazione delle mafie nel mondo economico. Fra i punti più importanti del provvedimento, che recepisce una mia proposta di legge in materia, c’è il rafforzamento dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, l’introduzione di regole stringenti per gli amministratori giudiziari, chiamati a gestire i beni confiscati, e la modifica degli accessi ai cantieri, con l’obiettivo di contrastare le infiltrazioni delle mafie negli appalti per le grandi opere. Chi vuole saperne di più può guardare il mio intervento in Aula in materia o ascoltare una mia intervista sull’argomento. Ho avuto modo di parlare della necessità di leggi moderne contro il crimine organizzato anche nel corso della missione che abbiamo realizzato in Olanda con la stessa Commissione Antimafia.

 

Il PD e gli italiani nel mondo: una legislatura feconda

 

Cosa abbiamo raggiunto, cosa rimane ancora da fare. Ne abbiamo discusso al convegno ‘Il PD e gli italiani all’estero: una legislatura feconda’ al quale hanno partecipato, attraverso una diretta via internet di due giorni, centinaia di connazionali in giro per il mondo, con le loro domande e commenti. In sala eravamo presenti non solo noi parlamentari PD eletti all’estero e rappresentanti del Governo, ma anche quadri dirigenti del PD dall’Europa e da numerose altre parti del mondo. Abbiamo illustrato e discusso i tanti successi che abbiamo conseguito per gli italiani all’estero in questa legislatura. I connazionali in collegamento, tra cui anche la nuova Responsabile del PD Mondo, Anna Grassellino, seguendoci in diretta, hanno potuto ottenere risposte immediate su tutta una serie di questioni dallo stesso Sottosegretario Enzo Amendola, con delega per gli italiani nel mondo. Un metodo che promuove il dialogo costruttivo fra tutti i livelli del nostro partito e della galassia di associazioni e talenti che guardano con interesse al nostro lavoro, in Parlamento e sul territorio. Veramente grande la partecipazione dei tanti rappresentanti della base del PD, intervenuti all’evento. Nelle conclusioni che ho avuto il privilegio di tenere, ho illustrato i vari risultati conseguiti in questa legislatura, che potete consultare al seguente link. 

 

A Lipsia e ad Oslo per parlare di migrazioni e di ricerca

 

Anche in questi giorni ho partecipato a numerose iniziative in giro per l’Europa. Ad esempio sono stata ad Oslo, ospite della bellissima iniziativa del Comites locale, ‘Scienza senza confini’ e della Presidente, Elisabetta Cassina. È lì che ho avuto modo di riferire sul piano straordinario di 400 milioni di euro appena stanziati dal nostro Governo per finanziamenti alla ricerca e per l’assunzione a breve di mille ricercatori. Come pure ho illustrato i vari incentivi fiscali che abbiamo introdotto per i ricercatori e i lavoratori qualificati che tornano a lavorare in Italia dopo esperienze di lavoro all’estero. A Lipsia invece ho partecipato ad un interessante incontro organizzato da Nicole Rundo e da giovani attivisti del PSE. L’Italia da anni sta sollecitando i nostri partner dell’Unione Europea a sviluppare un piano congiunto di investimenti rivolto all’Africa, così da aiutare concretamente i Paesi di origine ed evitare la partenza dei migranti che mettono a rischio la loro vita pur di attraversare il Mediterraneo. Solo se l’Africa a breve/medio termine starà meglio si potrà ridurre il numero di migranti che partono per l’Europa, in cerca di migliori opportunità. 

 

Trasparenza e qualità: convenzione in vista con i Patronati

 

Era da anni che si chiedeva di farla. Una convenzione tra Maeci e Patronati. Così da regolarizzare e riconoscere tutto il lavoro che i Patronati quotidianamente svolgono ‘a gratis’ per i connazionali all’estero. E al tempo stesso dare maggiore trasparenza e qualità ai servizi, in una stretta collaborazione tra Pubblica Amministrazione ed enti di pubblica utilità. Per la prima volta sembra un obiettivo a portata di mano, grazie alla prima riunione promossa dal Sottosegretario con delega per gli italiani all’estero, Enzo Amendola, con i Patronati, il Ministero agli Affari Esteri e i parlamentari eletti all’estero. Una sfida importante, che mi auguro si possa concludere a breve, con la sottoscrizione di una convenzione vera e propria, che indichi diritti e responsabilità.

 

Le Feste dell’Unità: luogo di incontro per chi crede in un mondo migliore

 

Non potevano mancare anche quest'anno le nostre Feste dell’Unità. Quella europea a Lussemburgo, in cui si sono riuniti i Segretari ed i Presidenti dei Circoli PD da tutta Europa. E quella di Modena, a cui ho avuto il piacere di parlare di ‘Scenari europei di immigrazione e città del futuro’ e di sottolineare come sarebbe opportuno introdurre finalmente, anche in Italia, la legge sulla cittadinanza. Una legge che sarebbe foriera di diritti, ma anche di doveri. E sarebbe quindi la migliore premessa per un progressivo processo di integrazione. Perché proprio noi, italiani all’estero, conosciamo bene il valore dell’inclusione, avendo sperimentato troppo spesso sulla nostra pelle cosa voglia dire essere emarginati o discriminati. E avendo sperimentato, d’altra parte, i grossi vantaggi legati al diventare parte integrante di un’altra società.

 

Nuove agevolazioni per chi intende investire al Sud

 

Buone notizie per i giovani, anche residenti all’estero, che intendono aprire un’attività imprenditoriale nel Sud Italia, spostandovi la propria residenza. A breve verrà infatti pubblicato il bando previsto dal Decreto “Resto al Sud”, che intende stimolare l’occupazione nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Regioni nelle quali la ripresa stenta a partire. Si possono ottenere fino a 40.000 euro a testa, di cui il 35% a fondo perduto. Il restante 65% dovrà essere restituito a tasso zero nel giro di 8 anni. Possono partecipare anche più soggetti – già costituiti come società, o che intendano costituirsi in forma societaria, ivi incluse le società cooperative. In questo caso l’importo del finanziamento erogabile può raggiungere un tetto massimo di 200 mila euro per ogni singolo progetto.

 

Le elezioni in Germania: la crisi dei grandi partiti popolari

 

Il risultato elettorale in Germania non ha portato buone notizie. Ciò  che desta maggiore preoccupazione è il risultato conseguito da AfD, il partito xenofobo ed antieuropeista, che vede per la prima volta entrare in Parlamento una pattuglia di 90 deputati di estrema destra. Ne ho parlato all’Ambasciata tedesca a Roma, commentando i risultati elettorali in arrivo in diretta da Berlino e anche in un’intervista successiva a Radio Radicale, reperibile al seguente link. L’unica notizia positiva di questo risultato è che bravissimi deputati socialdemocratici sono stati rieletti e sia pur dalle fila dell’opposizione, sono pronti a dare battaglia. Fra questi diverse colleghe/i con i quali lavoro da anni e che in parte ho sostenuto anche in campagna elettorale, come: Eva Högl, Michael Roth, Axel Schaefer, Michelle Müntefering, Lars Castellucci, Thomas Oppermann, Niels Annen. A tutte/i buon lavoro. L’Europa ha ora più che mai bisogno di brave/i socialdemocratiche/i a cui stiano a cuore i nostri comuni valori di solidarietà ed accoglienza. De.it.press 4

 

 

 

I servizi consolari ai Patronati? No, grazie

 

Et voilà! Ecco la geniale soluzione individuata dai nostri eletti all'estero: i servizi consolari sono carenti? Non vi preoccupate! Invece di pretenderli dalla Farnesina, li facciamo fare ai Patronati!

È fresco di stampa il comunicato del Coordinamento Esteri della CONFSAL UNSA – il maggiore Sindacato del MAECI - con il quale è acceso un faro sulla necessità di rafforzare il personale dei consolati per venire incontro alle esigenze dei connazionali all’estero, sempre più abbandonati a se' stessi e spazientiti al massimo dopo le scriteriate chiusure di svariati Uffici consolari.

Con questo comunicato abbiamo cercato di fare aprire gli occhi del MAECI, delle utenze dei consolati all'estero, dell'opinione pubblica, ma soprattutto dei nostri eletti all'estero, sulle conseguenze della palese negligenza del MAECI nel sostenere i compiti istituzionali ad esso demandati.

A questo punto, l’unica sensata richiesta ai responsabili del MAECI che gli italiani “elettori” all’estero si aspetterebbero anche dai politici che hanno mandato in Parlamento, è una sola: inviate più dipendenti all’estero al nostro servizio, assumete più personale, riaprite i consolati chiusi senza alcun criterio, sistemate e facilitate i servizi a nostro favore che lo Stato – e ripetiamo solo lo Stato- può e deve renderci!

Richiesta facile, no? No! A quanto pare non è tanto facile chiedere alla Farnesina una correzione di rotta a favore del proprio bacino d’utenza. Non è facile giacché, in politica, sembra opportuno dare conto a chi la politica te la fa fare.

Ecco quanto si legge in una nota a firma di alcuni deputati PD Estero : “ Allo stesso tempo, è stata sottolineata l’opportunità che alla ricerca di un costante miglioramento dei servizi resi dalla nostra rete consolare si accompagni, in parallelo, anche uno sforzo di miglioramento e di sempre maggiore qualificazione dei servizi resi dagli stessi Patronati. I campi di possibile collaborazione certo non mancano: dall’AIRE al rilascio dei passaporti, dalle pratiche di cittadinanza a quelle per i visti, fino ad arrivare alle informazioni sulla fiscalità concorrente”.

Ma tutti questi compiti non dovrebbero essere assolti dallo Stato, invece che da organizzazioni private a scopo di vantaggio economico che ai propri assistiti non forniscono adeguate tutele per assenza di una riforma della legge 152 del 2001? C’è veramente da chiedersi: calcolo o ingenuità politica? Un accordo di collaborazione con i Patronati per il rilascio dei passaporti e le pratiche di cittadinanza? In parole povere, che significa? Fatevi da parte che ci pensiamo noi, mentre potrete mandare a casa gli impiegati dei consolati, poiché il nostro conto sarà meno salato?

Il “braccio politico” degli italiani all’estero lascia quindi perdere la lotta, alleandosi con la controparte ministeriale per ricavarne un risultato tangibile a favore di “organizzazioni” amiche?

Do ut des! Valeva duemila anni fa e, a quanto pare, sembra valere ancora.

Dal punto di vista sindacale – che è l’unico punto di vista che il Coordinamento Estero della CONFSAL UNSA si concede-, è inevitabile l’impressione che questi deputati avranno i loro buoni motivi per dimenticarsi delle richieste incalzanti ai loro interlocutori presso il MAECI (anche a tutela dei lavoratori della Farnesina sulla rete estera), preferendo la lotta per il consolidamento, l’espansione, l’affermazione dell’influenza sul territorio –e il conseguente aumento del peso politico all’estero- dei Patronati.

Una chiara scelta. Un’opportunità politica che impone di occupare gli spazi che lo Stato ha lasciato vuoti nell’oblio verso i milioni e milioni d’italiani che all’estero si sono recati per pura necessità.

L’aspetto piacevole della notizia “sull’avvio del percorso di definizione di una convenzione MAECI-Patronati per il rafforzamento dei servizi alle nostre collettività”?

Finalmente sono cadute le maschere! Meglio un dichiarato avversario politico che un falso alleato!

E questo non vale solo per noi -impegnati nella lotta sindacale a favore degli interessi dei lavoratori all’estero e dei lavoratori sparsi sulla rete consolare-, vale anche per gli elettori, quelli cioè che metteranno la crocetta (o non la metteranno) sui nomi di chi ha preferito, al posto della protesta, dell’indignazione, della lotta all'inefficienza delle istituzioni pubbliche, favorire la fuga dalle proprie responsabilità di una quota di Amministrazione statale!

CONFSAL UNSA Coordinamento ESTERI (dip 5)

 

 

 

 

L’incertezza nazionale

 

Il clima d’apprensione che ci ha accompagnato lo scorso anno c’è ancora. Ma, se non altro, ci ha consentito di prendere migliore coscienza dei complessi problemi interni del Paese. Con la premessa che i mesi che ci rimangono di quest’anno non saranno semplici per nessuno.

 

Dato che i politici di razza non s’improvvisano, anche l’affidabilità governativa potrebbe venir meno. Il “trasformismo” dei partiti d’Italia, però, non persuade più nessuno. In questa Terza Repubblica, fare un passo indietro non sarebbe proprio male. Siamo persuasi che il nostro tenore di vita debba viaggiare su altri binari e con specifiche mete da raggiungere anche a livello istituzionale.

 

 Con un esordio: chi dimentica il passato, sarà costretto a riviverlo. Come a scrivere che gli errori politici ed economici non sono da accantonare, ma da rimediare. Anche l’Unione Monetaria non rappresenta solo una garanzia di scambio per i mercati europei e internazionali. Chi ha nostalgia della lira non ha tutti i torti.

 

 Da noi, il binomio che riteniamo inscindibile è: Politica e Governabilità. Non ci sono altre formule migliori per garantirci un futuro meno turbato. Anche se certe posizioni politiche dovrebbero essere riconsiderate. Anche la “bonifica” della nostra economia ha da partire dall’alto. Tutto il resto è “optional”.

 

 Lo stesso ritardo della riforma elettorale ci ha fatto comprendere che gli “onori” hanno sempre la meglio sugli “oneri”. Il tutto può apparire anacronistico; ma è proprio così. In questi mesi di “transizione”, c’è da evidenziare la via per offrire all’Italia i mezzi per una ripresa eliminando i tanti compromessi dipendenti da un potere legislativo politicamente incoerente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Cos’è il Rosatellum bis, spiegato senza giri di parole

 

Mercoledì 12 ottobre la Camera dei Deputati si appresta a votare, con tanto di voto di fiducia, la nuova legge elettorale nota come Rosatellum bis. Tale legge è stata proposta dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato, da cui prende il nome, e dal momento che il governo ha deciso di porvi la fiducia potrà essere o accolta o respinta in toto, senza ulteriori modifiche.

La proposta di una nuova legge elettorale è arrivata con l’obiettivo di porre fine alla parziale asimmetria delle leggi elettorali per la Camera e per il Senato, entrambe prodotte da interventi della Corte Costituzionale, che ha giudicato incostituzionali parti delle due precedenti leggi elettorali, l’Italicum (per la Camera) e il Porcellum.

Diversamente dall’Italicum, che fu approvato nel 2015 esclusivamente per la Camera dei Deputati, il Rosatellum bis sarà valido sia per la Camera che per il Senato.

Ma come funzionerebbe, qualora dovesse essere approvata, questa legge elettorale?

 

UN PO’ PROPORZIONALE, UN PO’ MAGGIORITARIO

Come già successo in passato con il Mattarellum, anche il Rosatellum bis è un sistema elettorale misto: alla Camera 231 seggi saranno assegnati con il sistema maggioritario in altrettanti collegi uninominali, 386 invece con il sistema proporzionale. A questi vanno poi aggiunti i 12 seggi degli italiani all’estero, eletti con il proporzionale, e quello uninominale della Valle d’Aosta, che essendo uno solo viene matematicamente assegnato con il sistema uninominale.

Stesso discorso per il Senato, dove 102 seggi saranno assegnati in altrettanti collegi uninominali, e i restanti 207 con il sistema proporzionale, mentre anche qui i sei senatori in rappresentanza degli italiani all’estero saranno eletti con il sistema proporzionale.

In entrambe le camere, dunque, il 36 per cento dei membri sarà eletto con il sistema maggioritario in collegi uninominali, mentre il rimanente 64 per cento con il proporzionale. Per accedere alla ripartizione dei seggi proporzionali, ogni lista dovrà ottenere almeno il 3 per cento dei voti a livello nazionale (regionale per il Senato, come stabilito per la costituzione) e, qualora in coalizione, all’interno di alleanze che raggiungano almeno il 10 per cento, ma questo lo vedremo meglio nel paragrafo successivo.

Mentre i seggi maggioritari verranno assegnati in altrettanti collegi uninominali, per quanto riguarda quelli proporzionali saranno assegnati in un numero di collegi plurinominali (tra i 70 e i 77 per la Camera, la metà per il Senato) con listini bloccati di massimo quattro candidati.

 

IL RITORNO DELLE COALIZIONI

Se l’Italicum aveva abolito le coalizioni tra diverse liste, con il Rosatellum bis queste ritornano. La nuova legge elettorale prevede la possibilità per diverse liste di allearsi sostenendo lo stesso candidato nei collegi uninominali. La quota maggioritaria e quella proporzionale di questa legge elettorale saranno votate nella stessa scheda elettorale, dove ci saranno le liste collegate a un singolo candidato, il cui nome comparirà sopra alle liste stesse.

Tuttavia, se la simultanea presenza delle liste e del candidato ricordano molto le elezioni amministrative, con il Rosatellum bis non sarà possibile ovvero il voto disgiunto, ovvero il voto a un candidato deputato (sindaco, nel caso delle amministrative) e a una lista che ne sostiene un altro.

Qualora un elettore decidesse di barrare esclusivamente il nome del candidato al collegio uninominale, il suo voto sarà distribuito proporzionalmente tra le liste in base al consenso raggiunto da ciascuna di esse. Concretamente significa questo: se in un collegio ci sono dieci voti di elettori che si sono limitati a barrare esclusivamente il nome del candidato, il quale è sostenuto da tre liste che ottengono rispettivamente il 30 per cento la prima e il 10 le altre due, i 10 voti raccolti dal solo candidato saranno ripartiti così: sei alla prima lista e due a testa tra le altre due.

 

COME FUNZIONANO I COLLEGI

Nella legge elettorale saranno previsti due tipi di collegi: quelli uninominali, per assegnare i seggi maggioritari, e quelli plurinominali, per assegnare quelli proporzionali. I primi prevederanno l’elezione esclusivamente del candidato più votato, anche prendendo un solo voto in più di qualsiasi altro sfidante. Essi saranno disegnati in un secondo momento, suddividendo il territorio italiano in 231 collegi alla Camera (tranne Aosta, che ha in ogni caso un proprio collegio) e 102 al Senato.

Nei collegi plurinominali – che saranno tra i 70 e i 77 alla Camera e la metà al Senato – ogni lista presenterà tra i due e i quattro candidati in listini bloccati. Trattandosi di liste particolarmente ridotte di dimensioni, la mancanza di preferenze non violerà quanto detto dalla Corte Costituzionale riguardo il Porcellum, quando vennero bocciate le liste bloccate poiché troppo lunghe per consentire la riconoscibilità del candidato.

Ciascun candidato si potrà presentare in un singolo collegio uninominale e, parallelamente, in un massimo di tre collegi plurinominali. Per ciascuna lista i candidati non potranno superare la distribuzione di 60 a 40 per cento tra i due sessi.

 

PERCHÈ SI CHIAMA ROSATELLUM BIS

La legge elettorale si chiama Rosatellum bis dal nome dell’Onorevole Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei Deputati che ha proposto tale legge. Nel maggio 2017 era stata proposta un’altra legge dallo stesso Rosato che era stata chiamata Rosatellum, ma non aveva avuto seguito. La nuova versione, per distinguerla da quella precedente, è stata definita quindi Rosatellum bis.

In Italia, da quando il politologo Giovanni Sartori nel 1994 definì la legge elettorale che portava il nome dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella “Mattarellum”, è d’uso aggiungere il suffisso latino -um ai nomi delle legge elettorali (come ad esempio il Porcellum e l’Italicum).

Con il tempo, è nata l’erronea abitudine di far diventare il suffisso -um un suffisso -ellum, riprendendo in maniera sbagliata il suffisso nella parola Mattarellum. Se si volesse essere puristi, la legge proposta da Rosato dovrebbe infatti chiamarsi Rosatum. Tpi 11

 

 

 

Rosatellum, ok alla prima fiducia

 

Il governo ha ottenuto dalla Camera la prima delle tre fiducie poste sulla legge elettorale, in particolare sull'articolo 1 del testo. I sì sono stati 307, i no 90, gli astenuti 9. Ora alle 17.30 prenderanno il via le dichiarazioni di voto per la seconda fiducia, alle 19.30 l'inizio dell'appello nominale.

Per protesta M5S e sinistra hanno deciso di scendere in piazza Montecitorio e al Pantheon. A protestare contro la "forzatura indecente" della tripla fiducia militanti del Prc, Sinistra Italiana, Possibile, Mdp-Articolo 1 e Campo Progressista.

DI BATTISTA - "Questi si occupano del ventennio, di abbattere i monumenti del fascismo del passato ma non abbattono i monumenti del fascismo presente, che stanno lì dentro", in Parlamento, ha detto Alessandro Di Battista alla manifestazione M5S. "Cos'è oggi il fascismo? E' la nomina dei parlamentari che non rispondono al popolo italiano ma alla lobby del partito politico che li nomina" ha scandito. "Sulla legge elettorale - ha rimarcato - non si può ostacolare il dibattito con la fiducia, è come comprarsi un arbitro di calcio".

DI MAIO - "La battaglia non finisce oggi, domani c'è il voto segreto e faremo una veglia qui, in questa piazza" ha affermato Luigi Di Maio, candidato premier M5S, nel corso della manifestazione in piazza Montecitorio. "Se non ce la dovessimo fare a fermarli domani sera - ha aggiunto - l'appuntamento è al Senato la settimana prossima".

D'ALEMA - "Per la seconda volta nella stessa legislatura abbiamo una legge inaccettabile, segno di irresponsabilità del gruppo dirigente del Pd che logora la democrazia e apre la strada al populismo" ha detto Massimo D'Alema. "Gentiloni più mite del suo successore - ha affermato - ma politicamente dipende da Renzi".

BERSANI - "La prima fiducia è passata con 307 sì. Io non chiedo nulla, mi domando solo: come mai nessuno in Forza Italia fa notare che con 308 voti, Berlusconi salì al Colle? A proposito di chi sta all'opposizione e chi no..." ha detto Pier Luigi Bersani alla manifestazione al Pantheon. "Spero in un sussulto del Parlamento nei voti palesi o in quello segreto - ha aggiunto - perché si fermi questo obbrobrio che allarga ancora di più il solco tra politica e cittadini". "Non me lo aspettavo da Gentiloni: un presidente del Consiglio che dice 'non mi occuperò della legge elettorale' e poi mette la fiducia su una legge che non è del governo, così perde credibilità. Uno che ha credibilità avrebbe detto: 'non ci sto'" ha affermato Bersani.

SPERANZA - "In Parlamento ci sono tante coscienze scosse da questo ennesimo patto Renzi-Berlusconi per sequestrare la sovranità dei cittadini" le parole di Roberto Speranza. "Siamo di fronte a una violenza nei confronti del Parlamento, si priva il Parlamento della possibilità di discutere e si toglie ai cittadini la possibilità di scegliere gli eletti", ha sottolineato. Adnkronos 11

 

 

 

Rosatellum: a chi conviene

 

Nonostante i malumori, il malcontento della piazza e lo spettro dei franchi tiratori tornato ad aggirarsi in Transatlantico, il Rosatellum bis ha avuto il via libera dalla Camera, reggendo alla prova del voto segreto. Un traguardo che ha messo d'accordo anche chi all'inizio appariva più refrattario a piegarsi a una legge partorita dal Pd e guardata tuttora con sospetto dagli scranni del Parlamento.

A CHI CONVIENE COSA - L'intesa a quattro, sottoscritta da Lega, Forza Italia, Pd e dai centristi di Ap ha retto, in barba a chi avrebbe voluto affossare la legge elettorale nel segreto dell'urna. Una legge nata, nelle intenzioni, con l'obiettivo di garantire la rappresentatività ma che in realtà, a detta di molti, non permetterebbe ad alcun polo di raggiungere la maggioranza. Tutto, comunque, si riduce nel capire a chi conviene cosa. Sicuramente il Rosatellum bis potrebbe favorire tutti i grandi partiti che l'hanno sostenuto. Due terzi dei seggi verrebbe assegnato con criteri proporzionali, mentre il 36% sarebbe attribuito con un sistema maggioritario basato su collegi uninominali. Tale distribuzione parrebbe favorire tutti i partiti disposti ad allearsi. Lo sbarramento del 3% per le singole liste, inoltre, accontenterebbe i piccoli partiti, come i centristi dell'area di Alfano, che temevano lo sbarramento al 5%.

FACCIAMO I CONTI - L'attribuzione del 36% dei seggi col sistema maggioritario basato su collegi uninominali (ogni coalizione potrà presentare un solo candidato), piace a Forza Italia ma fa tremare i grillini, contrari da sempre ad alleanze. Tuttavia, stando a quanto emerge dagli ultimi sondaggi, con il Rosatellum bis il Movimento guidato da Luigi Di Maio sarebbe il primo partito alla Camera. Certo, costruire una maggioranza, è un altro paio di maniche. Il sistema non risparmia mal di pancia neanche tra gli scissionisti di Mdp, in corsa solitaria e piuttosto restii a sottoscrivere un patto con altri partiti. A meno che non spunti fuori un'alleanza dell'ultima ora.

E RENZI? - Molti sono convinti che tra gli stessi renziani e forzisti ci sia stato e ci sia tuttora un nutrito gruppo orientato ad affossare il Rosatellum bis. Alla maggioranza che sostiene la nuova legge elettorale giovedì sera sono mancate decine di voti, tra chi era assente e chi si è improvvisato cecchino. Una quarantina di ribelli, pare, che nel segreto dell'urna abbiano preferito voltarsi dall'altra parte. Renzi sembra comunque essere uscito vittorioso dalla fumata bianca della Camera. Con il Rosatellum bis, che prevede le liste bloccate, il segretario dei dem può scegliere chi candidare.

LA ROAD MAP - Finora il Rosatellum bis, nonostante la blindatura della fiducia, non ha trovato grossi ostacoli sul proprio cammino. Anche se la parte più rognosa arriva adesso, con il passaggio a Palazzo Madama. Non è escluso, che per evitare ostruzionismo, venga invocato l'istituto della fiducia anche in Senato, dove martedì la legge dovrebbe essere incardinata in commissione, per poi arrivare in Aula dopo una decina di giorni. Il testo potrebbe essere licenziato tra il 24 e il 25 ottobre, al massimo entro il 31 ottobre, comunque prima della legge di Stabilità. Adnkronos 13

 

 

 

 

A Roma il Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”

 

ROMA – La prima giornata dell’incontro “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”, organizzato a Roma dal Gruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, si è aperta con un dibattito dedicato al tema : “Sistema Italia nel mondo”.  La discussione è stata moderata dal presidente del Comites di Tunisi Silvia Finzi, delegata Assemblea Nazionale Pd per l’area Africa, Asia, Oceania, Antartide. La Finzi ha ricordato l’importanza che il Pd dà ai connazionali all’estero, donne e uomini  che spesso mantengono un forte legame con l’Italia. Rilevata inoltre dalla Finzi l’esigenza sia di prestare maggiore attenzione  al futuro dell’area del Mediterraneo, sia di tenere presente la nuova tipologia degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza nel nostro paese e che poi spesso tornano nelle nazioni d’origine. Nuovi italiani che sono portatori di una italianità ancora più complessa. Segnalata anche la necessità di fare sistema per la promozione all’estero della nostra lingua e cultura in modo di avere più forza nei paesi in cui l’italiano interessa non solo gli studenti di origine italiana, ma anche la popolazione autoctona.

Fra gli interventi della mattinata segnaliamo quello di Ettore Rosato, presidente Gruppo Pd Camera dei deputati, che ha approfondito il tema: “Il Pd e gli italiani nel mondo: dall’affermazione del 2006 al referendum costituzionale, un rapporto consolidato”. Rosato ha in primo luogo espresso gratitudine per il lavoro che il partito ha portato avanti durante il referendum all’estero conseguendo degli ottimi risultati. Un lavoro complesso, su una materia difficile come quella costituzionale, che ha permesso di sensibilizzare e avvicinare al Pd  tante persone. Secondo Rosato inoltre se da una parte il rapporto con chi è nato all’estero va costruito  sulle basi del sentimento, dell’affetto e del legame culturale con il nostro paese, dall’altra vi è la possibilità di fare un diverso investimento sui  tanti giovani italiani che oggi si recano all’estero per esperienze o per necessità di lavoro anche per brevi periodi. “Avere tanti ambasciatori italiani in giro per il mondo – ha aggiunto Rosato - è importante anche dal punto di vista economico.  Quando riflettiamo sulle risorse da impegnare per gli italiani  all’estero, dobbiamo pensare anche alle risorse che ci arrivano grazie all’impegno degli italiani nel mondo. Anche per questo abbiamo fatto delle scelte che hanno aiutato le nostre Camere di Commercio all’estero. Impegnare risorse sulla lingua e sugli Istituti Italiani di Cultura all’estero, ad esempio, è un investimento e non un costo, poiché produce dei risultarti economici e su questo, io credo, che noi abbiamo aperto una strada che va percorsa  con molta più decisione attraverso una strategia comune”.

A seguire è intervenuta la vice presidente Camera dei deputati Marina Sereni che ha illustrato il vasto panorama dell’Italia nel mondo. Una variegata galassia composta dalle grandi imprese italiane del made in Italy, ma anche da medie aziende “le multinazionali tascabili” che sono rimaste presenti nel nostro Paese, pur insediandosi all’estero. Per la Sereni l’Italia nel mondo è rappresentata anche dall’arte e dalla cultura, una cultura millenaria in grado di parlare al mondo,  e da una rete diplomatica che, insieme a quelle delle Camere di Commercio e della Dante Alighieri, si è adattata alle nuove esigenze mondiali .

“Abbiamo all’estero – ha aggiunto la Sereni - le organizzazioni sociali, i sindacati, i patronati  e i Comites, ovvero un sistema di rappresentanza sociale e istituzionale che è rimasto anche dopo l’introduzione del voto degli italiani all’estero. Questo ci ha aperto la possibilità di rendere complementari questi due livelli di  rappresentanza. Nel mondo ci sono poi famiglie di antica emigrazione che spesso hanno avuto successo nel campo del lavoro ed hanno contribuito a costruire con le loro discendenze le classi dirigenti dei Paesi di accoglienza. Una integrazione che però non impedisce loro di mantenere forte la loro identità italiana . Ma all’estero vi sono anche connazionali – ha continuato la Sereni - che vivono situazioni di difficoltà, che hanno uno standard di vita modesta ed hanno bisogno di attenzioni e di essere accompagnati sul welfare,  su questo è importante il ruolo delle associazioni e dei  patronati. Negli anni della crisi si è poi prodotta una nuova emigrazione di giovani non tutti laureati che sono andati a lavorare all’estero nelle ristorazione o nelle costruzioni o presso aziende come lavoratori dipendenti. Una nuova emigrazione composta quindi dai ‘cervelli’, che vanno a lavorare nei luoghi di alta qualità nel mondo, e da giovani che partono con uno ‘zainetto più povero’ sulle spalle”. A fronte di questa realtà, secondo la Sereni, l’Italia deve saper fare sistema per aiutare sia i connazionali che sono all’estero, sia il nostro Paese a valorizzare tutte le sue energie nel mondo. “Il Pd – ha concluso la Sereni - è al momento è  l’unica forza politica organizzata all’estero, non disperdiamo questa risorsa, questa rete va estesa e consolidata….. C’è una maggiore apertura alle riforme tra i connazionali che vivono all’estero. Una grande ricchezza che noi dobbiamo cercare di non disperdere e rendere più rappresentativa”.

Ha poi preso la parola Fabio Porta, deputato Pd eletto nella ripartizione America Meridionale e presidente del Comitato italiani nel mondo della Camera dei deputati, che si è soffermato sul tema “Il ruolo degli ‘italici’ nell’internazionalizzazione del Sistema Italia”. Porta ha ricordato come volutamente alla dicitura del Comitato sugli italiani nel mondo della Camera si stata aggiunta la denominazione  “e promozione del sistema paese” al fine di ampliare l’orizzonte di questo Comitato ed includere nella prospettiva di lavoro il tema dell’internazionalizzazione e della presenza delle nostre imprese all’estero, nonché per stabilire una chiara interconnessione fra le comunità degli italiani nell’estero e le politiche di internazionalizzazione del Sistema Italia. Un connubio, quest’ultimo, che per Porta merita di essere  approfondito e lavorato con politiche ad esse dedicate.

“Il tema dell’italiacità – ha poi spiegato Porta -  è qualcosa che va al di là della semplice italianità, non riguarda solo gli italiani e i lori discendenti, ma tutti coloro che a qualche titolo culturale, sociale ed economico hanno un legame con l’Italia. Un patrimonio immenso di cui fanno parte anche gli stessi stranieri che sono in Italia. A questo mondo – ha continuato Porta - noi dobbiamo essere capaci di rivolgerci e dobbiamo essere capaci di portare queste realtà nel Parlamento e nelle istituzioni, naturalmente declinando questa attenzione con tutte le linee programmatiche che sono al centro del nostro lavoro quotidiano, come la diffusione della lingua e cultura, le università, la rete all’estero della Camere di Commercio,  la vecchia e la nuova mobilità. Una delle sfide quindi è quella di riuscire ad essere noi interpreti anche in Parlamento di questo dato che va oltre alla cittadinanza e che con politiche attente e mirate si può tradurre anche in un fattore crescita e di sviluppo per il nostro Paese… Il sistema Italia nel mondo  - ha proseguito Porta - può produrre crescita e quindi si può passare sempre di più da una concezione di comunità all’estero come problema, alla concezione della comunità all’estero come soluzione . Questa è una sfida soprattutto per gli eletti all’estero. …. Noi – ha concluso il deputato Pd dopo aver ricordato i risultati ottenuti nei vari settori di interesse per gli italiani all’estero - abbiamo approvato un  emendamento che trasferisce le risorse degli italiani all’estero per le domande di cittadinanza alla rete dei consolati. Siamo riuscito nell’impresa più ardua sulle percezioni consolari, ma a distanza di dieci mesi quei soldi non li abbiamo ancora visti. Dobbiamo far vedere che quelle risorse ci sono e vanno trasformate in servizi”.

Dal canto suo Franco Pittau, ricercatore Idos  (Istituto di Studi Politici San Pio V) ha evidenziato come si sia compiuto un grosso sbaglio nel ritenere superato il nostro movimento migratorio verso l’estero a seguito della forte crescita dell’immigrazione estera in Italia. Pittau ha spiegato come attualmente i due fenomeni, che non vengono ma inquadrati insieme  si equivalgano: sono infatti poco più di 5 milioni i cittadini stranieri in Italia (5.047.026) rispetto a altrettanti connazionali al di fuori dell’Italia. Gli italiani all’estero, secondo l’Aire, sono infatti 4.973.942, mentre il dato delle Anagrafi consolari si attesta a quota  5.383.199.  Pittau ha poi rilevato come i flussi migratori in uscita dall’Italia oggi siano diventati cosi cospicui, nel 2016 secondo l’Istat 114.000 connazionali hanno lasciato il nostro Paese (ma le stime sugli arrivi in Germania e Gran Bretagna fanno presumere cifre almeno doppie)  , da essere equiparabili a quelli  nell’immediato dopoguerra, quando a giusto titolo l’Italia è stata definita un grande paese di emigrazione (fra gli anni 50 e 60 circa 300.000 italiani espatriavano all’anno). Per quanto poi riguarda i livelli di studio degli italiani che in questi ultimi anni si stanno trasferendo all’estero Pittau ha sottolineato come l’Istat stimi che nel 2016 siano emigrati 99.000 diplomati (34,8%) e 87.000 laureati (30,6%; nel 2000 erano appena 1 su 10). “Preoccupate da questo esodo, - ha spiegato  Pittau - molte regioni hanno varato dei programmi che prevedono degli incentivi per il rientro dei cosiddetti ‘cervelli’. Nella ricerca condotta da Idos con l’Istituto ‘S. Pio V’ non viene sottovalutato il significato di questi interventi, e tuttavia, fatto salvo il loro alto valore simbolico, va aggiunto che è il mercato occupazionale stesso a doversi mostrare in grado di attrarre lavoratori qualificati e operatori della ricerca. Questa attrattività manca, non solo per la carenza di investimenti (nell’Ue 2,30% del Pil, in Italia solo 1,29%) ma anche per la scarsa propensione alla meritocrazia che spinge i giovani a lasciare l’Italia”. . Secondo Pittau inoltre rappresenta un grave errore quello, spesso enfatizzato dai giornali,  di mettere gli emigrati contro gli immigrati e viceversa. “Spostarsi per cogliere migliori opportunità è positivo, - ha affermato il ricercatore - a condizione che anche l’Italia sappia attrarre altro personale qualificato dall’estero, come riesce alla Germania, alla Gran Bretagna e ad altri paesi. Il vero pericolo è solo la mancanza di circolazione di questo personale, che invece è notevole nei paesi citati”. Pittau si è poi detto perplesso per la scarsa pubblicità  data all’ultima direttiva Ue sull’importante l’istituto giuridico della libera circolazione dei lavoratori, uno dei più avanzati finora realizzati. Il ricercatore, nel ricordare la presentazione a fine ottobre del Dossier Statistico Immigrazione 2017,  ha infine espresso apprezzamento  per quanti si occupano della vita, della tutela e dell’associazionismo degli italiani all’estero ed ha invitato i politici, gli amministratori, i ricercatori e gli operatori a non concepire l’emigrazione italiana come una realtà contrapposta all’immigrazione estera in Italia. 

E’ stata poi la volta del segretario generale Cgie Michele Schiavone che ha ricordato come molti dei cinque milioni di italiani all’estero, che rappresentano una ricchezza per l’Italia, facciano parte della muova emigrazione, causata della crisi che ha colpito l’Italia negli ultimi anni e che ora il nostro paese sta cominciando a superare.  Schiavone ha anche rilevato come gli italiani nel mondo svolgano oggi un importante ruolo nel campo della cooperazione solidale, dell’economia e per la pacificazione dei paesi in situazioni conflittuali. Il segretario generale ha poi evidenziato l’importanza sia delle nostre comunità da secoli presenti nel mondo, che attraverso il loro agire hanno innovato e portato anche aspetti di democrazia in vari paesi , sia dei Comites e del Cgie che rappresentano tali collettività agendo anche su territori dove non sempre la politica o la diplomazia riescono ad interagire  “Nelle comunità dove ci sono i  Comites , - ha affermato Schiavone - c’è una partecipazione alle decisioni e si crea un senso di comunità che passa attraverso l’identità e  la rappresentanza. Un legame forte che fa degli italiani e degli oriundi una forza tale capace di avvicinare alcuni Paesi al sistema Italia. Il Comites e il Cgie sono diventati da circa un trentennio protagonisti, soggetti capaci di incidere, tanto è che si sta pensando di riformarli per renderli ancora più competitivi e rappresentativi.  L’intenzione – ha precisato Schiavone - è quella di dare alle comunità strumenti  efficaci e soprattutto attuali. perché nel momento in cui bisogna cimentarsi con la globalizzazione, non solo quella dei mercati ma anche quella degli interessi e dei diritti, questi nostri organi  di rappresentanza possono adempiere ad un ruolo sostitutivo negli ambiti dove la politica non riesce ad arrivare. Bisogna però ricordare che i Comites e il Cgie non sono strumenti politici perché il loro scopo è quello di avere una visione più ampia possibile sulla presenza nei territori delle nostre comunità”. “Il nostro partito – ha concluso Schiavone - prenda in considerazione il valore aggiunto che le nostre comunità realizzano e rappresentano in giro per il mondo, dando loro più opportunità ed occasioni affinché, anche attraverso la rappresentanza, si possano avere delle proposte e delle risposte nell’immediato. Oggi infatti la politica viene vissuta in maniera differente rispetto agli anni passati, con una comunicazione dall’impatto più immediato e dal linguaggio moderno a cui bisogna adeguare i nostri progetti”.

Il dibattito si è concluso con l’intervento il sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel Mondo Vincenzo Amendola che sottolineato l’esigenza di non leggere la storica emigrazione italiana, fatta da realtà stratificate, e la nuova emigrazione attraverso “un’unica lente”, dando, ad esempio, un solo sistema di protezione e di servizio . “Come proteggiamo questa comunità in maniera diversificata, oggi che questa diversificazione aumenta? – si è domandato Amendola  - I dati della mobilità , - ha aggiunto - 250.000 espatriati negli ultimi due anni, più 60% gli iscritti all’Aire negli ultimi 10 anni,  significano tante cose. E anche la mobilità giovanile di chi va nelle grandi capitali europee , - ha continuato  il sottosegretario -  racchiude tanti aspetti differenti: c’è il ricercatore, il grande imprenditore , ragazzi che riescono a costruirsi una carriere, ma ci sono anche tanti che in questa idea di mobilità europea provano a fare un’esperienza. Spesso – ha proseguito  Amendola - i dati sull’Aire sono contradditori. In una realtà come Londra , ad esempio, abbiamo tanti ragazzi che non si iscrivono all’anagrafe perché rimangono in loco solo qualche mese” .  Alla luce di questa complessa situazione appare opportuna, secondo il sottosegretario, una lettura stratificata di questo mondo che ci consenta di rendere il nostro sistema di protezione per gli italiani nel mondo più efficiente attraverso l’innovazione e la semplificazione”. 

Dopo aver ricordato il voto compatto in favore della riforma costituzionale dato dagli italiani all’estero nell’ultimo referendum , Amendola,  si è soffermato sulla necessità di mettere a sistema, per quanto riguarda il lavoro dei nostri connazionali all’estero , un meccanismo volto a proteggere le fasce più anziane, già in età pensionistica. Per il sottosegretario bisogna inoltre lavorare molto sull’inserimento nel mercato del lavoro, coinvolgendo i Comites nella istruzione dei rapporti con la nuova generazione che in numerose realtà hanno problemi di conoscenza del mercato del lavoro. “Questa grande mobilità, che tocca anche le fasce fra i quaranta e i cinquanta anni, - ha precisato Amendola - deve vedere un meccanismo  di presenza, di dialogo e di interlocuzione, per far si che i sistemi del mercato del lavoro, dell’assistenza, del welfare e della sanità vengano conosciuti”.

Per quanto riguarda la promozione all’estero della lingua e cultura italiana il sottosegretario ha poi ricordato come con l’istituzione del Fondo Cultura sia stato messo a regime un finanziamento stabile per allargare l’impatto degli Istituti Italiani di Cultura degli Enti gestori e delle Scuole italiane verso i vari mercati che cercano un approfondimento. Amendola, dopo aver rilevato che l’allineamento fra i dati dell’Aire e dell’Anagrafe consolare è ormai arrivato al 92 % , ha sottolineato la positività dell’introduzione nella rete consolare del funzionario itinerante per l’acquisizione dei dati biometrici del passaporto, un’innovazione che ha consentito di portare un diritto direttamente agli italiani all’estero. Il sottosegretario ha anche segnalato alcune emergenze, come la Brexit, dove è in gioco il valore europeo della libera circolazione delle persone , e il dramma del Venezuela,    dove vivono più di 120.000 connazionali iscritti all’Aire e tanti oriundi. Un problema che va affrontato con  stanziamenti di emergenza e l’invio di nuovo personale.

Per quanto riguarda la prossima legge di bilancio Amendola ha evidenziato l’esigenza di insistere sia sulla innovazione, attraverso il Fondo per la Cultura, sia sull’iniziativa volta a far rimanere parte delle percezioni consolari per la cittadinanza ai consolati, un diritto che va allargato e messo a regime. “ Il voto per corrispondenza degli italiani all’estero – ha poi affermato  Amendola - non è sostituibile, sono però necessari  aggiustamenti tecnici nella normativa per evitare il gran numero di schede nulle che abbiamo avuto all’ultimo referendum”  Sul diritto di acquisizione della cittadinanza italiana Amendola invitato i deputati eletto all’estero a compiere una riflessione su eventuali limiti della garanzia da porre a tale diritto, ad esempio introducendo, attraverso una modifica legislativa,  la conoscenza della lingua italiana, in modo da proteggere anche la nostra l’identità e cultura . Il sottosegretario si è infine detto favorevole alla riforma e ad un aumento delle risorse dei Comites e del Cgie, purché però una parte dei fondi vengano destinati all’approfondimento di tematiche concrete come il lavoro e nuova emigrazione. (G.M.-Inform 2) 

 

 

 

Laura Garavini (PD) sulle modifiche del Rosatellum in materia di italiani all’estero

 

„Con il Rosatellum il Partito Democratico si sta ancora una volta facendo carico di un forte senso di responsabilitá, così da dare al Paese una legge elettorale organica, in grado di favorire maggioranze chiare e presupposti di governabilità.

 

Non è la nostra legge elettorale preferita. È il frutto di compromessi. Perchè siamo convinti che le regole vadano scritte insieme, anche con la partecipazione di forze dell’opposizione. L’accordo è infatti condiviso con Forza Italia, Lega e con i partiti minori di centrodestra. Proprio perchè il Parlamento non può esimersi dal dovere di dotare l’Italia di una nuova legge elettorale, dopo che la Corte costituzionale aveva definito incostituzionali, con due successive sentenze, le leggi elettorali precedenti di Camera e Senato. Venerdì scorso anche la Direzione del Partito ha approvato all’unanimità l’accordo.

 

In materia di voto all’estero non si sono introdotte modifiche sostanziali, se non su due punti. Il primo riguarda la incandidabilità nella circoscrizione estero per politici che abbiano ricoperto una carica politica a livello nazionale nel paese estero di residenza nei cinque anni precedenti la candidatura. La seconda modifica, richiesta dal Nuovo Centro Destra e sostenuta dai restanti partiti (ad eccezione del PD), è la possibilità, per residenti in Italia, di candidarsi all’estero, in uno solo dei collegi. Si tratta di un compromesso che come PD avremmo preferito evitare, ma che non ci crea particolari ansie. Perché la decisione finale rimane sempre esclusivamente in mano agli elettori, dal momento che si continua ad essere eletti attraverso le preferenze. Sarebbe stato inutile alzare barricate su questo aspetto dal momento che la possibilità di correre in un collegio, diverso da quello di naturale residenza, esiste in numerosi sistemi elettorali: ad esempio in Europa, in Germania ed in Inghilterra.

 

In ogni caso come Partito Democratico escludiamo la candidatura di soggetti che non siano iscritti all’Aire, proprio perchè, a differenza degli altri partiti che hanno voluto inserire questa clausola nella legge elettorale, siamo fortemente convinti del fatto che gli italiani nel mondo siano al meglio rappresentati da chi li conosce bene, in quanto residenti all’estero.

 

Questa rettifica normativa non ci preoccupa. Anzi sfidiamo le altre forze politiche a dimostrare nei fatti il loro interesse per gli italiani all’estero, nella misura in cui si rendano disponibili a candidare solo soggetti residenti fuori dai confini nazionali. In caso contrario siamo certi che l’elettorato saprá premiare la coerenza del Partito Democratico, l’unica forza politica che, forte del proprio senso di responsabilità, non si sottrae a candidare per l’estero solo ed esclusivamente residenti Aire.“ Così Laura Garavini, dell’Ufficio di presidenza del Pd alla Camera. De.it.press 11

 

 

 

 

Vivere senza pace

 

Nel mondo non c’è Pace. Quest’osservazione è una realtà che dovrebbe farci riflettere.  La Terra è troppo piccola perché non ci si debba interessare tutti del prezioso bene dell’armonia tra le genti. Premessa, indispensabile, per lo sviluppo di ogni società. Sembra un controsenso: si vuole la Pace, si pensa alla Pace ma, tuttavia, si ricorre alla violenza per affermare diritti che, proprio per come sono presentati, non sempre sono tali.

L’equilibrio della forza, che tanto incide sulla bilancia economica di ogni Paese, anche di quelli più poveri, non rappresenta che “il triste prezzo della pace”. Il credo in certe teorie, che tali però non sono, non può garantire una Pace durevole.

 

 Mentre si scrive di progresso, di riforme socio/economiche, l’instabile equilibrio, che dovrebbe garantire la Pace nel mondo, è sempre scosso da azione di guerra, anche se non dichiarata, che coinvolgono numerosi punti “caldi” in tutti i continenti. I focolai che minacciano la Pace non si sono spenti. Anzi, si sono ravvivati con atti di terrorismo in Europa e nel Mondo.

 Nonostante le condanne, le tensioni rimangono e, indubbiamente, rappresentano un fiero colpo ai fautori di una Pace incondizionata. I lutti che la cronaca riporta, con agghiacciante quotidianità, potrebbero essere evitati? L’interrogativo è grave e non esime nessuno.

 

 Attribuire responsabilità, che pure ci sono, non è semplice. Ciò che preoccupa è che la violenza è gestita dalla volontà di pochi. Gli altri uomini ne sono le potenziali vittime. Ci sono ancora troppi compromessi e irresponsabili superficialità da spazzare via. Le “cobelligeranze” e le “neutralità” non hanno mai risolto; anzi hanno complicato il problema. Non è più una questione di coesistenza, ma di sopravvivenza. La coesistenza, pur se con fini non sempre analoghi, è l’unico mezzo per garantirci prospettive di vita che non condizionino più quella degli altri.

 

Nel 2050, quando l’Umanità supererà i tredici miliardi d’individui, solo con la Pace si potrà tentare di garantire a tutti prospettive di vita non più soggette a pretese sconsiderate. Le idee e le religioni non hanno pregio senza la coerenza di una pacifica convivenza. Insomma, comunque s’osservi la situazione mondiale, la pace è sempre il male minore. In conclusione, vivere nel dubbio è favorire ciò, che invece, dovrebbe essere messo al bando. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presentato al Maeci il Rapporto su sicurezza alimentare e migrazioni internazionali

 

Lo studio mostra come alti livelli di insicurezza alimentare causino un numero maggiore di migrazioni transfrontaliere: ogni punto percentuale di aumento dell’ indice di insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione a migrare, mentre un ulteriore 0,4 % fugge per ogni anno di guerra. 6,9 milioni di rifugiati hanno ricevuto assistenza dal WFP nel 2016

 

ROMA - Il fenomeno delle migrazioni internazionali ha raggiunto negli ultimi anni cifre senza precedenti: le stime delle Nazioni Unite confermano che nel 2015 sono stati 244 milioni i migranti internazionali e che la cifra di rifugiati, sfollati e richiedenti asilo ha raggiunto il dato record di 65,3 milioni.

Ma quali sono le cause che spingono le persone ad abbandonare il proprio Paese? Quanto incide l’insicurezza alimentare nel determinare le migrazioni internazionali? Quali i Paesi maggiormente interessati da questo fenomeno? A queste domande risponde il Rapporto “At the root of exodus: Food security, conflict and international migration”, realizzato dal World Food Programme (WFP), la più grande agenzia umanitaria che opera in 82 Paesi e che nel 2016 ha assistito 82,2 milioni di persone, presentato oggi al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

“Sono molto grato al World Food Programme, all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e alla Cooperazione Italiana per il lavoro di squadra che ha prodotto questa iniziativa per presentare più approfonditamente il nesso fra sicurezza alimentare, conflitti e migrazioni” ha commentato il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, all’apertura dei lavori. “Questo Rapporto è un richiamo alla Comunità Internazionale a fare molto di più, coniugando responsabilità” e “solidarietà”; un approccio, questo, che descrive alla perfezione l’impegno italiano in questi anni”.

All’evento di presentazione del Rapporto è intervenuto il nuovo direttore esecutivo del World Food Programme David Beasley, secondo il quale “l’insicurezza alimentare è all’origine della crisi migratoria, che ha costretto 65 milioni di persone a fuggire dalle proprie case. Il nostro studio mostra come un aumento dell’1 per cento dell’insicurezza alimentare si traduca in un aumento del 2 per cento nelle migrazioni transfrontaliere. Se si vuole trovare la vera soluzione alla crisi migratoria, bisogna porre fine ai conflitti che causano insicurezza alimentare e fare in modo che il mondo raggiunga l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile Fame Zero entro il 2030”.

Come sottolineato dal  portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), Enrico Giovannini, “il Rapporto del WFP dimostra come molti dei fenomeni globali siano tutti strettamente interconnessi. Cambiamento climatico, insicurezza alimentare e migrazioni sono fenomeni che devono essere affrontati con un approccio integrato. Il quadro sistemico offerto dall’Agenda 2030 dell’ONU con i suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, offre una piattaforma straordinaria per costruire programmi condivisi e che guardino al futuro, in grado di sviluppare società più resilienti, giuste e inclusive”.

Lo studio, basato su indagini di tipo qualitativo e quantitativo, è stato realizzato con il contributo dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR), dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), della FAO, della Banca Mondiale, di Save the Children e della Confederazione della Misericordia. Il Governo Italiano ha collaborato concedendo l’accesso all’hotspot di Lampedusa.

“Il WFP Italia ha il ruolo di divulgare e valorizzare in Italia il lavoro che il WFP fa nel mondo portando cibo, assistenza e sviluppo in più di 80 paesi nel mondo”, ha dichiarato il presidente di WFP Italia, Vincenzo Sanasi d’Arpe. “Per questo abbiamo fortemente voluto questa presentazione che, attraverso i dati esposti nel Rapporto, sottolinea l’importanza e la necessità di supportare ogni giorno il lavoro del World Food Programme.’

Alla tavola rotonda, moderata dal giornalista Riccardo Chartroux, è intervenuto l’autore del rapporto Arif Husain, capo economista WFP, e i rappresentanti di alcune agenzie e organizzazioni coinvolte.

Il World Food Programme (WFP) è la più grande agenzia umanitaria che combatte la fame nel mondo fornendo assistenza alimentare in situazioni di emergenza e lavorando con le comunità per migliorare la nutrizione e costruire la resilienza. Ogni anno, il WFP assiste una media di 80 milioni di persone in circa 80 paesi.

Il WFP Italia è l’organizzazione senza scopo di lucro che opera a supporto del World Food Programme e rappresenta il punto di riferimento per quanti in Italia vogliano sostenere il WFP.  L’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) con i suoi 175 aderenti è la più grande rete di organizzazioni che si occupano di Sviluppo Sostenibile in Italia. Nata all’inizio del 2016 per diffondere la cultura della sostenibilità e la conoscenza dell’Agenda 2030 dell’ONU.

(Inform 11)

 

 

 

 

Ryanair: problema complesso che chiede visione europea

 

Recentemente Ryanair ha lanciato un altro annuncio shock: da ottobre 2017 a marzo 2018 sarà annullato un numero imprecisato di voli e saranno cancellate diverse rotte che in buona parte interessano l’Italia. Nello stesso tempo circa 700 piloti di Ryanair hanno dichiarato di voler abbandonare la compagnia aerea. E questo suona abbastanza strano perché di solito il personale navigante è ben retribuito.

La scusa di Ryanair che si tratta solo di un errore di programmazione delle ferie, perché l’Irlanda ha cambiato l’anno fiscale da aprile-marzo a gennaio-dicembre, non regge. Il problema nasce dalla gestione del personale, che la compagnia irlandese ha da sempre adottato: utilizzo del personale di volo al limite delle ore previste dalle autorità

di aviazione civile in base alle norme europee e internazionali; inquadramento anche del personale navigante e di terra come personale residente in Irlanda per godere dei vantaggi fiscali; richiesta di risultati di vendita in volo di prodotti e servizi accessori; pulizia dell’aereo in sosta affidata agli assistenti di volo; problemi per le assenze per malattia e ferie.

I regolamenti europei dell’aviazione civile non entrano nel merito dei contratti di lavoro del personale delle compagnie aeree, se non per i limiti di impiego stabiliti per il personale navigante. Ogni compagnia si basa quindi sulle norme nazionali e sugli accordi sindacali. Considerata la grande differenza tra i contratti di lavoro di Ryanair e quella delle altre compagnie europee prima o poi il problema doveva scoppiare.

La catena di valore del trasporto aereo

La catena del valore del trasporto aereo comprende: gli aeroporti che godono del cosiddetto “monopolio del bacino di traffico”, cioè del fatto che un cittadino che abita a Bologna cerca innanzitutto un volo che parte da Bologna e non da Milano o Roma; il controllo del traffico aereo che, salvo rari casi, è un monopolio di Stato; la grande distribuzione che è un oligopolio; le compagnie aeree, che invece soffrono della più spietata concorrenza perché il trasporto aereo è per definizione transnazionale e gli aerei si possono spostare ovunque.

In particolare in Europa, dopo la liberalizzazione del settore nel 1992, la concorrenza avviene tra tutti i circa 180 vettori europei. Questa situazione ha portato le compagnie aeree ad attuare una politica dei costi estremamente severa rispetto a quella precedente il 1992, cercando anche soluzioni fiscali come quelle di Ryanair, registrando, ad esempio, gli aerei in Irlanda o Portogallo (dove tali registrazioni godono di tariffe molto basse).

Anche in questo settore, come in generale in quello della fiscalità personale e societaria ci sarebbe bisogno di regole comuni per gli Stati membri dell’Unione europea, proprio per offrire condizioni di mercato uguali per tutti. Come non è accettabile che nell’Unione europea ci siano paradisi fiscali tipo il Lussemburgo, le Antille Olandesi per l’Olanda, le isole del Canale per la Gran Bretagna, Andorra per la Spagna, Monaco Montecarlo per la Francia, così non è accettabile che normative sul lavoro o sulla registrazione degli aeromobili possano alterare la concorrenza all’interno dell’Ue.

Il silenzio della DG concorrenza della Commissione europea

Meraviglia allora che la Direzione Generale per la concorrenza della Commissione europea non abbia fatto sentire la sua voce sulla situazione delle compagnie aeree, creata soprattutto dall’avvento delle compagnie low-cost, se non per frenare eventuali fusioni. Francia e Germania si sono difese dall’aggressione commerciale delle compagnie low-cost relegandole in aeroporti minori, anche perché il governo francese e il governo tedesco mantengono una sorta di golden share nel capitale di Air France e di Lufthansa (come dovrebbe fare anche il nostro governo in Alitalia).

Altri Paesi come l’Italia hanno aperto tutti gli aeroporti alle compagnie low-cost creando qualche problema ai vettori nazionali. Forse l’apertura andava fatta gradualmente. Nel 2000 Loyola de Palacio, commissario ai trasporti dell’Ue,

disse con forza che occorreva un consolidamento delle compagnie europee per renderle competitive nel mercato mondiale, ma questo non è mai avvenuto veramente.

A volte le autorità nazionali per la concorrenza del mercato hanno frenato la fusione di compagnie aeree nazionali di modesta dimensione. Esaminare il problema della concorrenza tra compagnie aeree a livello nazionale non ha più senso, dopo la liberalizzazione del settore. Deve essere analizzato a livello europeo, quindi da parte della Commissione europea, perché il mercato è quello europeo e non più solo quello nazionale. Questo permetterebbe il necessario consolidamento di cui si è parlato.

Un settore cui restituire profitto

Ora, agli oltre 600.000 passeggeri che fino a marzo 2018 non potranno volare Ryanair verrà dato un rimborso come previsto dalle norme comunitarie. La procedura per avere questo rimborso è complessa e lunga. Ma al danno diretto si aggiungono altri danni indiretti per le attività economiche alle quali i voli cancellati sono legate. Da questo fatto appare evidente che occorre una visione europea del problema delle compagnie aeree per omogeneizzare le condizioni di mercato e della concorrenza e rendere profittevole l’intero settore, non solo per gli attori che godono di situazioni di monopolio, ma anche per i vettori aerei. Se questo fosse stato capito prima, non saremmo arrivati al disastro creato da Ryanair e ad altri disastri come i recenti fallimenti di Air Berlin e Monarch. Alfredo Roma, AffInt 4

 

 

 

 

Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”. Gli interventi di Giacobbe e Farina

 

ROMA – La seconda sessione del convegno “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”, organizzato a Roma dal Gruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, è stata dedicata al tema “Le nostre realtà all’estero ed il contesto in cui operano”. Nel corso del dibattito, arricchito da numerosi interventi, ha preso la parola il senatore del Pd Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, che ha rilevato l’esigenza di mettere gli italiani nel mondo al centro della riflessione del Partito democratico e di riflettere sulle complessità dell’azione in favore degli connazionali nel mondo a causa della molteplicità dei temi dell’italianità. Una realtà, quella degli italiani nel mondo, che appare quindi complessa e stratificata anche in base alle differenze fra le varie generazioni dei migranti  e alla diversità dei problemi da affrontare che cambiano a seconda della collocazione geografica del paese di accoglienza delle nostre comunità. “Oggi – ha affermato Giacobbe - ci sono nuove tematiche che ancora non siamo pronti ad affrontare, ci si presenta ad esempio la prospettiva di nuovi emigrati che vanno a lavorare in nazioni straniere solo per alcuni anni”. Una fattispecie che, secondo il senatore, apre tutta una serie di problematiche previdenziali e per il mantenimento dei diritti. Dopo aver ricordato l’importanza e la capacità di sviluppo insita negli investimenti per la diffusione della lingua italiana all’estero, Giacobbe ha sottolineato come la nostra cultura rappresenti anche un modo per raggiungere le nuove generazioni e per fare squadra all’estero insieme alla nostra capacità imprenditoriale e di innovazione che viene richiesta in tutto il mondo.

Da segnalare anche la riflessione del deputato del Pd Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa, che ha sottolineato come gli attuali flussi migratori che partono dall’Italia ed hanno raggiunto livelli considerevoli siano composti sia da persone in difficoltà per la crisi economica, sia da soggetti dotati di alte capacità professionali. Un caso, quest’ultimo, che, per Farina, testimonia la capacità delle università italiane di produrre intelligenze.  “Negli ultimi 50 anni, - ha ricordato Farina - la storia dell’emigrazione italiana nel villaggio Europa è stata un esempio di come una comunità Partita da un paese sconfitto ed umiliato dal totalitarismo, abbia poi saputo riscattare un destino di povertà, divenendo protagonista in tanti Paesi d’europa. La partecipazione dell’emigrazione italiana nei processi sociali e politici della Francia e del Belgio ha fatto si che in questi paesi migliaia di nostri concittadini divenissero nel tempo protagonisti di un processo di crescita tali da portali, nel compimento dei processi integrativi, ai vertici delle organizzazioni sindacali, delle amministrazioni di grandi città e ad essere deputati del popolo delle rispettive nazioni. In altri paesi – ha continuato Farina -   come la  Svizzera, la Germania e soprattutto la Gran Bretagna e nei Paesi scandinavi il processo partecipativo è stato più lento, ha contribuito tuttavia a costruire nel tempo gli organismi vitali di intesa , la scintilla che portò in seguito all’istituzione dei Comitati consolari democraticamente eletti e al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, sino alla conquista del diritto attivo e passivo per l’elezione dei nostri rappresentanti nel Parlamento repubblicano. Io credo  –ha proseguito Farina – che si debba ripartire da questo punto per affrontare la situazione di oggi, anche alla luce dei dodici anni di esperienza parlamentare e per ultimo della straordinaria partecipazione al referendum confermativo di riforma di larga parte della Costituzione che ha visto la massiccia affermazione, diversamente dall’Italia, del Sì in Europa e nel mondo”.

Farina ha poi evidenziato come la scarsa affluenza alle ultime consultazioni del 2015 per il rinnovo dei Comites abbia aperto “una ferita profonda nella rappresentatività”. “E stato un errore – ha affermato il deputato Pd - arrivare al voto in quel modo, è stato un errore pensare di allestire l’anagrafe degli elettori e delle elettrici italiane nel mondo in soli tre mesi, attraverso l’opzione positiva della volontà di ogni elettore. Si tratta di un’opzione a cui bisognerà pure arrivare, ne sono convinto, per costruire una nuova anagrafe della nuova globalità italiana periodicamente aggiornata, ma solo dopo una straordinaria operazione informativa e un conseguente investimento finanziario”. Farina , dopo aver segnalato che il calo delle risorse per i capitoli di spesa per gli italiani all’estero si è arrestato grazie all’impegno dei parlamentari del Pd e una rinnovata attenzione del Governo, si è detto convinto del fatto che senza dei Comites e un Cgie legittimati nel loro ruolo l’intero sistema della rappresentanza, compreso il voto all’estero, verrebbe messo in discussione e con esso la politica degli italiani nel Mondo.  Il deputato del Pd ha anche segnalato l’esigenza di recuperare il rapporto con la nuova e recente emigrazione italiana al fine di far scaturire una discussione davvero innovativa. Un recupero di identità che potrà trovare compimento nella riforma dei Comites e del Cgie. “ Le prospettive di rilancio dell’economia, - ha concluso Farina - oggi uscita da una profonda crisi,  sono reali e ciò permette a noi di programmare un nuovo futuro”. (G.M-Inform 2)     

 

 

 

 

Al Maeci la presentazione del Rapporto Ance 2017

 

Cresciuto nel 2016 del 17,8% il fatturato all’estero delle imprese italiane di costruzione. Con il 23,8% di nuove commesse è il Nord America la prima area di espansione delle nostre aziende

 

ROMA - Nuovo boom di crescita del fatturato all’estero delle imprese italiane di costruzione nel 2016 (+17,8%); fatturato estero nel 2016 superiore ai 14 miliardi e lieve aumento nel medesimo anno del fatturato in Italia delle stesse imprese (+ 2,6%); 244 nuovi lavori aggiudicati nel 2016 oltreconfine per un valore di oltre 20 miliardi di euro. Sono questi alcuni dati del Rapporto Ance 2017, giunto alla undicesima edizione, sulla presenza delle imprese di costruzione italiane nel mondo.

Dall’indagine, presentata oggi alla Farnesina, viene evidenziato come nel mondo vi siano 686 cantieri italiani aperti. Sono inoltre 90 i paesi cui in risultano presenti le imprese italiane, con 10 nuovi mercati conquistati nel 2016. In questo contesto per la prima volta il 23,8% delle nuove commesse del 2016 si sono concentrate nel Nord America. La seconda e terza area di espansione risultano essere l’Africa Sub Sahariana e il Medio Oriente con il 17,6% ciascuna. A seguire l’Asia con il 13,3%. Secondo il Rapporto per la prima volta gli Stati Uniti, con un valore di commesse pari a 4 miliardi, appaiono al vertice dei primi 10 mercati nel  2016. Sempre nel medesimo anno nei 22 Paesi dell’Ocse si sono raggruppate il 46,3% del totale delle nuove commesse. Per lo stesso periodo il valore delle nuove commesse nei Paesi del G20 è stato invece di 7,2 miliardi di euro. Dal Rapporto vengono anche evidenziate quali sono le opere più richieste. In questo elenco troviamo in prevalenza le infrastrutture stradali e autostradali (131 cantieri aperti per un totale di 20 miliardi di euro). A seguire le opere idrauliche, che rappresentano il 16,9% del portafoglio lavori, il settore ferroviario e la realizzazione di metropolitane. Cresce anche l’edilizia residenziale che ne 2016 rappresenta oltre il 10% del portafoglio dei lavori (9,1miliardi). Il Rapporto Ance si sofferma anche sulla questione degli aiuti pubblici allo sviluppo, rilevando come occorra un disegno strategico europeo per investire in maniera  unitaria nei Paesi di origine dei flussi migratori. L’Ance ritiene estremamente importante il coinvolgimento delle imprese nella progettualità degli interventi di cooperazione e la realizzazione di grandi infrastrutture civili (dighe , strade, ferrovie,impianti elettrici) come strumento essenziale di uno sviluppo sostenibile e duraturo.

L’incontro è stato moderato dal direttore generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina Vincenzo De Luca che ha sottolineato come la presentazione dell’undicesimo Rapporto Ance rappresenti un appuntamento fondamentale per fare il punto sulla proiezione internazionale delle nostre imprese di costruzione e sullo stato di accompagnamento che la rete diplomatica italiana offre alle aziende nell’ambito dell’azione di diplomazia economica. “Ogni rapporto – ha affermato De Luca nel corso del dibattito - contiene i risultati e i successi,  ma anche le sfide che ci attendono nei prossimi anni , perché il mercato mondiale si fa più complesso e vi è la necessità di attrezzarsi sempre più come sistema e di avere supporti e strumenti finanziari adeguati. Però lasciatemi dire – ha aggiunto De Luca - che senza il successo del fatturato estero delle imprese di costruzione, che si è praticamente quintuplicato dal 2004 al 2016, noi avremmo perso capacità industriali, occupazionali e tecnologiche. Quindi c’è una strada obbligata per il Sistema che presenta opportunità e sfide che dobbiamo saper cogliere insieme”.  

 “Mi sento di dire con orgoglio – ha esordito il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano - che noi con le nostre imprese di costruzione all’estero siamo stati vincitori di una sorta di campionato del mondo. Basta infatti pensare all’allargamento del canale di Panama, al terzo ponte sul Bosforo alle dighe in Etiopia o alla metropolitana di Lima per capire che le nostre imprese stanno conquistando primati mondiali nella realizzazione di opere pubbliche”. “I numeri – ha proseguito Alfano - sono molto importanti perché il fatturato delle imprese italiane di costruzione all’estero ha conseguito nel 2016 una crescita vicina la 18 %, superando i 14 miliardi di euro. Questo è un elemento di straordinaria importanza perché è uno dei migliori risultati di crescita degli ultimi anni e anche il fatturato nazionale è in aumento”. Questi numeri , secondo il ministro,  fanno inoltre capire come queste aziende, nonostante “l’apnea” del mercato nazionale abbiano avuto la forza di trovare ‘ossigeno’ all’estero, una strada che può essere percorsa solo da imprese di straordinaria qualità.

Alfano ha poi sottolineato come l’azione di diplomazia economica della Farnesina porti un impatto positivo sul Pil italiano molto

superiore alle risorse utilizzate, pari allo 0,01% del Bilancio dello Stato, per il funzionamento del Maeci e della sua rete all’estero.  

“Quindi – ha precisato il ministro - per ogni euro che si versa dal punto di vista dell’erario pubblico alla Farnesina, vi sono 20 euro di ritorno”. Alfano ha anche ricordato l’azione di sostegno della Farnesina all’Ance “in importanti missioni a Londra, a Strasburgo, in Montenegro, in Bosnia Erzegovina e a Bruxelles per accrescere le nostre capacità di accedere ai fondi europei e a quelli delle principali istituzioni finanziarie internazionali. L’anno prossimo – ha continuato Alfano - dal punto di vista strategico sarà l’anno dei Balcani e del Mediterraneo che sono tradizionalmente i bacini più importanti per la nostra crescita e la nostra sicurezza, ovviamente senza dimenticare i mercati emergenti. Continueremo a convocare i tavoli tematici per aeroporti, porti e ferrovie e a segnalare dalle nostre ambasciate e consolati nel mondo le opportunità per le imprese nella filiera delle infrastrutture”.

Alfano, dopo aver segnalato la positiva esperienza dell’ultima Conferenza degli Ambasciatori Italiani nel Mondo in cui è stata organizzata una interlocuzione diretta fra diplomatici e imprenditori, ha lanciato un invito alle imprese affinché utilizzino al meglio i canali della Farnesina. Una struttura dotata di una rete diplomatico consolare di altissimo livello qualitativo che ha come  aspetto qualificante la proiezione economica. Portando ad esempio il positivo lavoro delle imprese italiane negli anni passati per la costruzione in Pakistan della diga di Tarbela e ai nostri giorni per la riparazione della diga di Mossul in Iraq, due strutture altamente simboliche, il ministro ha sottolineato come la missione dell’Italia sia, ieri come oggi,  quella “di costruire speranza , pace e prosperità” .

“L’Associazione nazionale costruttori edili – ha spiegato il presidente dell’Ance Giuliano Campana - sostiene il processo di crescita industriale del settore e in questo contesto promuove con decisione l’internazionalizzazione dell’industria italiana delle costruzioni. Un’industria che, per tecnologia, capacità di progettazione, di esecuzione e di gestione, è una delle più importanti e avanzate nel mondo . Le nostre imprese di costruzione – ha continuato Campana - investono nei vari paesi e soprattutto lavorano insieme alle aziende locali, diventando parte integrante del tessuto economico, trasferendo poi tecnologia e contribuendo soprattutto alla formazione dei collaboratori locali. Facendo leva su questi punti di forza le attività internazionali dell’Ance negli ultimi tempi sono molto cresciute”.

Campana ha evidenziato come i positivi risultati all’estero delle imprese di costruzione italiane, le cui attività oltre confine crescono in maniera costante ormai da 12 anni, non sarebbero stati possibili senza la presenza e l’indispensabile collaborazione della Farnesina e della sua rete all’estero. “L’azione per consentirci di competere sui mercati globali alla pari dei nostri competitori – ha aggiunto il presidente dell’Ance  - richiede sforzi importanti e coordinati tra istituzioni e settore privato. Oggi più che mai il successo dipende dalla competizione tra i Sistemi paese e questo lo vediamo in tutti i mercati in cui operiamo. L’azione diplomatica svolta dal nostro Governo è quindi essenziale per permetterci di operare in un quadro di amicizia e di collaborazione nei paesi che ospitano le nostre imprese…. Oggi più che mai –  ha continuato Campana - la nostra grande sfida è quella di aiutare le piccole e media imprese di costruzione che devono internazionalizzarsi. Le condizioni del mercato nazionale, nel quale la maggior parte di noi è nata e cresciuta, rimangono purtroppo ancora critiche, l’estero può quindi rappresentare sempre di più una scelta strategica soprattutto per queste imprese piccole e medie che hanno compito degli sforzi notevoli per cercare di aumentare la propria presenza sui mercati internazionali. La sfida, è fare sistema: consorzi, raggruppamenti, reti di imprese che uniscano le eccellenze complementari e che consentano rafforzamenti patrimoniali e organizzativi, con un supporto del sistema bancario ancora più fattivo. L’accesso al credito – ha precisato il presidente dell’Ance - rappresenta infatti un punto vitale per consentire una crescita virtuosa e questo vale più che mai per le piccole e medie imprese”. “Come emerge dalle cifre del Rapporto Ance 2017-  ha concluso Campana – l’Italia possiede straordinarie capacità e tutti i requisiti per avere un Sistema paese che sia tra i più competitivi del mondo, tutti noi lo possiamo verificare quando andiamo nei paesi esteri. Bisogna continuare lavoro di squadra per raggiungere risultati sempre più importanti”.

Dal canto suo il vice presidente dell’Ance Giandomenico Ghella ha rilevato come nonostante un calo generalizzato per il terzo anno consecutivo del mercato edilizio nel mondo, le aziende italiane del settore, posizionandosi su mercati alternativi, siano riuscite a continuare il loro percorso di crescita. Dopo aver sottolineato l’esigenza di seguire con attenzione la crescente capacità di penetrazione sui mercati internazionali delle aziende edili cinesi, Ghella ha segnalato come Ferrovie Italiane e Anas si stiano muovendo positivamente nei mercato oltre confine. Il vice presidente dell’Ance ha poi evidenziato sia il positivo contributo alle attività di internazionalizzazione della  Cassa Depositi e Prestiti e della Sace, sia la questione dei crediti storici della Libia. Un problema di cui si sta cercando la soluzione. Segnalato infine da Ghella lo studio preparatorio,  portato avanti in collaborazione con il Maeci, di un programma di formazione mirato su tematiche commerciali per giovani diplomatici. (G.M.- Inform 5)

 

 

 

Si celebra il 3 ottobre in Italia la Giornata nazionale in memoria delle vittime delle migrazioni

 

ROMA - Si celebra oggi nel nostro Paese la Giornata nazionale in memoria delle vittime delle migrazioni. 

Il 3 ottobre 2013, a pochi metri dalle coste di Lampedusa, fecero naufragio e persero la vita 368 persone. Uno dei più tragici, ma non l’unico e neppure l’ultimo dei naufragi di questi anni avvenuto nel braccio di mare che separa le nostre coste dall’Africa. 

Ancora, nel 2016 oltre 5.000 migranti sono annegati nel Mare Nostrum, e 2861 persone in questi primi mesi del 2017.

Preghiamo, oggi, per le vittime delle migrazioni, perché il Signore conceda loro di raggiungere quella vita che qui in terra è stata loro negata, e perché desti noi dal sonno dell’indifferenza, con le parole che papa Francesco ha pronunciato a Lesbo il 16 aprile 2016:

“Dio di misericordia … Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono morti dopo aver lasciato le loro terre in cerca di una vita migliore.

Benché molte delle loro tombe non abbiano nome, da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.

Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole.

Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio, sopportando paura, incertezza e umiliazione, al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.

Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe, così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie attraverso la nostra tenerezza e protezione.

Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.

Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza, apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.

Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui, a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle.

Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana, siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio”. (Migrantes online 3)

 

 

 

3 ottobre: l’INMP per la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione

 

ROMA - Conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. È il significato della Giornata Nazionale in onore di tutte le vittime dell’immigrazione a cui si associano il direttore fenerale, Concetta Mirisola, e tutto il personale dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP), ente pubblico del Sistema sanitario nazionale.

Era il 3 ottobre del 2013 quando un barcone affondò vicino a Lampedusa: solo quel giorno 368 persone tra bambini, donne e uomini, persero la vita, e da quel giorno ad oggi l’agghiacciante contabilità dei morti e dei dispersi nel mar Mediterraneo ha superato quota 15mila. “Da quel naufragio, abbiamo dovuto contare tante, troppe altre vittime, ma fermiamoci un istante, proviamo a scomporre questo numero enorme in tante singole persone e ad associare ad ognuna un nome, un volto, speranze, paure e sofferenze indescrivibili – afferma Mirisola, direttore generale di un Istituto che proprio sulla cura e l’assistenza sanitaria alle persone più vulnerabili innerva quotidianamente la propria mission istituzionale negli ambulatori di Roma e negli hotspot di Lampedusa e Trapani-Milo -. Solo così potremo capire quanto grande sia la tragedia che si è consumata e continua a perpetrarsi ogni giorno davanti ai nostri occhi, al largo delle nostre coste, dentro ai confini europei. I barconi affondano anche sotto il carico delle storie di dolore e di violenze di ogni tipo di chi fugge da orribili tragedie, da guerre e povertà assoluta. Sono uomini e donne come noi – ma pensiamo anche ai tanti minori - che però non hanno più nulla e cercano disperatamente un futuro, uno spazio per sopravvivere. Di fronte all’emergenza umanitaria in atto, non possiamo girarci dall’altra parte”.

E’ il monito a superare egoismi, chiusure e divisioni, l’urgenza di promuovere una riflessione su un momento storico senza precedenti per il Mediterraneo e l’Europa intera – prosegue Mirisola -. “Non possiamo ignorare le ripetute violazioni dei diritti umani, che provocano grande sofferenza e deprivazione per le persone migranti, e le morti in mare, che rimangono purtroppo una terribile realtà all’ordine del giorno. Assistiamo a un clima che sta cambiando, e non sempre in meglio, nei confronti di chi soffre: che questa Giornata Nazionale della memoria, riconoscimento importante per il dolore anche dei familiari delle vittime, molte delle quali ancora senza neanche il conforto di una sepoltura, sia l’occasione per uno scatto di responsabilità e di umanità, perché ognuno faccia la propria parte, per ricordare le vittime ma, soprattutto, per azioni concrete mirate ad evitare che altre migliaia di persone trovino la morte nei nostri mari”. (Inform3)

 

 

 

 

Il voto all’estero. La posizione dei circoli PD all’estero

 

ROMA - “L’emendamento alla riforma della Legge elettorale, che introduce la possibilità di candidare nella Circoscrizione estero cittadini italiani residenti in Italia mentre nega agli iscritti all’AIRE di candidarsi nel nostro Paese, costituisce una palese discriminazione tra cittadini e potrebbe configurare una eccezione di incostituzionalità”. È quanto dichiarano in una nota congiunta i segretari dei Circoli del Partito Democratico nelle ripartizioni dell’America Settentrionale e Centrale, Europa e America Meridionale.

“Questa norma – proseguono – contraddice le ragioni etiche, politiche ed economiche e le lunghe battaglie che hanno portato alla modifica costituzionale approvata il 17 gennaio del 2000, con l’istituzione della circoscrizione estero e l’assicurazione dell’effettività dell’esercizio del pieno diritto di voto dei cittadini residenti all’estero al fine di una loro rappresentanza diretta”. I firmatari proseguono “Il rischio è di veder catapultare nelle ripartizioni estere dei candidati senza alcuna conoscenza delle realtà, delle problematiche, delle potenzialità del territorio e delle comunità, con cui non potranno aprire un dialogo fruttuoso poiché non vivono in loco. Non vorremmo che una parte dei 18 seggi attribuiti alla Circoscrizione estero sia riservata a coloro che, per diverse ragioni, non possono essere candidati in Italia”.

“Da parte nostra – prosegue la nota - dichiariamo che in questo modo si svilisce il lavoro di tanti italiani all'estero impegnati nella rappresentanza politica delle comunità nel mondo. Ancor di più come Segretari dei circoli e delle federazioni PD all’estero, vediamo il rischio di sminuire le esperienze, le attività e il contributo politico, culturale e sociale che i nostri circoli e le nostre federazioni mettono in campo ogni giorno, con impegno e senso di responsabilità nelle aree di nostro riferimento a servizio delle comunità”.

La nota è sottoscritta dal Canada da Mario Marra, segretario Pd Canada; Giuseppe Cafiso, segretario Pd Toronto; Antonio Giannetti, segretario Pd Ottawa, vicesegretario Pd Canada; Giuseppe Continiello, segretario Pd Montreal; e Rocco Di Trolio, segretario Pd Vancouver.

Dagli Stati Uniti da Sergio Gaudio, segretario Pd USA; Pasquale Nestico, presidente Pd USA, segretario Pd Philadelphia; Silvana Mangione, segretario Pd Tristate, responsabile riforme Pd USA; Christian Di Sanzo, segretario Pd Houston, responsabile formazione Pd USA; Eleonora Granata, segretario Pd Los Angeles, responsabile cultura Pd USA, Elena Luongo, segretario Pd New York; Gianluca Galletto, responsabile economia Pd USA; Mico Licastro, responsabile organizzazione Pd USA; Massimo Costetti, segretario Pd San Francisco; Adolfo Gatti, segretario Pd Boston; Giovanni Faleg, segretario Pd Washington; Alice Vezzaro, assemblea Pd USA, e Enrico Zanon, assemblea Pd USA.

Dall’Europa da Lanfranco Fanti, Segretario Pd Belgio; Alessandra Buffa, Presidente Pd Belgio; Francesco Cerasani, segretario Pd Bruxelles; Massimiliano Picciani, Segretario PD Parigi; Giulia Manca, Presidente PD Germania; Franco Garippo, Segretario PD Germania; Michele Schiavone, Segretario PD Svizzera; Maria Bernasconi, Presidente PD Svizzera; Roberto Stasi, Segretario PD Londra; Massimo Cocco, Segretario PD Scandinavia; e Marco Basile, PD Spagna.

(aise 12) 

 

 

 

La via per le elezioni

 

Lo avevamo scritto subito. Il Governo Gentiloni non avrebbe potuto favorire mutamenti, efficaci, sul fronte socio/politico nazionale. Sono bastati pochi mesi di questo Esecutivo per farci comprendere che la vita nella Penisola non sarebbe cambiata con prospettive migliori.

 Le riforme, magari, ci saranno, ma la mancanza di un leale dialogo politico potrebbe rendere vano ogni ragionevole compromesso. Tra le carte in gioco oggi si sente la mancanza d’equità. Per ora, il Governo può ancora contare su una certa fiducia del nostro Potere Legislativo.

 

 Ma il disagio non è più minimizzabile e, con un Prodotto Interno Lordo (PIL) di poco  superiore all’1,5% e con l’indice della disoccupazione, che non cala in modo efficace, c’è poco da sperare. L’Italia sta pagando ancora a caro prezzo il ciclo di trasformazione che dovrebbe farle superare il deficit economico. Intanto, il Parlamento polemizza sul passaggio alla nuova legge elettorale.

Le prospettive non sono neppure chiare nell’Esecutivo che dei politici ha bisogno per evitare d’uscire dalla porta di servizio. E’ proprio questo timore che ci ha allertato per tentare di chiarire quale sarà la linea governativa nel secondo semestre di questo 2017. Per ora, non ci sono premesse che possano farci intravedere una posizione meno malferma per la nostra economia.

 

 Le “esternazioni” non sono l’unica scelta per evitare “compromessi” sempre meno accettabili. Basta, infatti, uscire dal guscio nazionale per comprendere come siamo messi male. Meglio che la Legislatura, resista sino alla fine dell’anno. Poi, finalmente, al voto generale.

Il futuro Esecutivo dovrà assumersi l’impegno, ovviamente non solo politico, per ridare fiducia al Paese nello spirito del cambiamento. La tesi di “tutti contro tutto” potrà piacere a livello discorsivo, ma la realtà italiana non è, certamente, quella. Insomma, non è tanto una questione di “maggioranza” o di “opposizione” che ci angustia; ma di programmi che non dipendono solo dal varo di una nuova legge elettorale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dedicata a “mobilità e diritti” la prima parte della sessione di sabato mattina del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero”

 

Fedi: “Le nuove mobilità ci hanno aiutato ad affermare un obiettivo per noi centrale: la parità di trattamento per tutti i cittadini italiani, ovunque essi si trovino; per questo abbiamo inserito in tutte le grandi riforme fatte da questo governo il tema degli italiani all'estero”.

 

ROMA – Dedicata a “mobilità e diritti” la prima parte della sessione di sabato mattina del convegno organizzato dal gruppo Pd della Camera dei Deputati “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”, riflessione su quanto raggiunto nel corso di questa legislatura che sta volgendo al termine in materia di politiche per gli italiani nel mondo e sulla complessità del mondo dell'emigrazione italiana. A richiamarne gli aspetti la moderatrice dei lavori svolti nella sede nazionale del Pd a Roma, Lucia Nasel Fioravanti, presidente del Pd Ginevra, che, rispondendo all'interrogativo “chi sono oggi gli italiani all'estero?”, ha ricordato l'emigrazione di più vecchia data, “coloro che sono ormai ottantenni o più, ma anche quella dei miei genitori, emigrati negli anni Cinquanta, poi espulsi e infine richiamati, coloro che hanno respirato la polvere di fabbrica o di cantieri, quando non sono morti lavorando, come a Marcinelle; quelli di seconda generazione, come me, che sono nati e cresciuti all'estero e che, nonostante ciò, mantengono un legame forte con l'Italia; e infine, i giovani, i nuovi italiani arrivati in questi ultimi anni che – rileva Fioravanti – non lavorano tutti al Cern, nelle università o nelle multinazionali, che forse non subiscono più il razzismo degli anni Sessanta e Settanta che ci ha lasciato la traccia di una ferita profonda, ma sono giovani i cui diritti vanno tutelati e l'integrazione aiutata”. Questi dunque i diversi volti dell'emigrazione che il Pd si prefigge di tenere insieme e rappresentare.

Sul “mutevole panorama dei diritti sociali degli italiani all'estero” si è soffermato Marco Fedi, deputato eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che, tra gli obiettivi raggiunti nel passato e fortemente voluti e difesi anche dal Pd cita per primo il voto all'estero, chiarendo come la legge che ha consentito l'ingresso in Parlamento di rappresentanti eletti tra e dai connazionali all'estero non è stata la concessione di un diritto, ma abbia riguardato piuttosto la “modalità di esercizio in loco” del voto. Guardando alla crescente difficoltà di formare maggioranze ampie e stabili, in grado di concretizzare gli impegni assunti nelle campagne elettorali – e che non riguarda solo il nostro Paese – l'esponente democratico definisce l'Italicum come “una formula magica” “che ci siamo giocati”, riferendosi al dibattito attualmente in corso in Parlamento. Rivendica quale successo del Pd “il voto dei temporaneamente all'estero, che dovremmo quanto meno recuperare” nell'attuale discussione sulla riforma elettorale, difendendo la legge 459: “oggi sentiamo che altre forze politiche vogliono mettere in discussione tutto l'impianto della legge – afferma Fedi, evidenziando come invece il Pd sia per il miglioramento dell'attuazione di quella legge, mantenendo due punti fermi “il voto per corrispondenza e la residenza degli eletti all'estero”, “due capisaldi solidi con cui dovremmo uscire da questa due giorni”.

Il parlamentare democratico passa poi a considerare le “nuove mobilità” che “chiedono diritti e servizi e che ci hanno aiutato ad affermare un obiettivo per noi centrale: la parità di trattamento per tutti i cittadini italiani, ovunque essi si trovino”. Fedi ribadisce dunque come sia per onorare questo principio che “abbiamo inserito in tutte le grandi riforme fatte da questo governo il tema degli italiani all'estero”, operando “un cambiamento culturale” che è “ancora in corso” ed è testimoniato dalla “risposta data dal Pd alle esigenze delle nostre collettività”. Richiama quindi alcune delle norme approvate includendovi le istanze dei connazionali, quali la Buona scuola, la legge sul sostegno all'editoria, la voluntay disclosure, la semplificazione delle procedure burocratiche in campo pensionistico, le detrazioni per i carichi di famiglia, le agevolazioni fiscali per chi rientra in Italia. “Non abbiamo di certo risolto tutto, ma abbiamo lavorato per trovare soluzioni e raggiunto importanti risultati – prosegue Fedi, ricordando anche l'esenzione di Imu e Tasi per i pensionati italiani residenti all'estero – anche se ricorda come in materia di tassazione degli immobili persistano disparità di trattamento che devono ancora essere colmate, - lo stop alla chiusura dei consolati e la riapertura della sede di Santo Domingo, l'impegno sulle percezioni consolari il cui reinvestimento nella rete deve, a suo avviso, essere ulteriormente implementata, gli accordi rinnovati o stipulati per il contrasto all'evasione fiscale (cita in particolare quelli con Svizzera, Canada, Giappone e Israele), la discussione ancora in corso sull'attuazione della convenzione tra Maeci e patronati, che “svolgono un ruolo fondamentale ma devono fare un salto di qualità” e “lavorare in base a convenzioni che ne garantiscano le attività e i cittadini che vi si rivolgono”. Tra i propositi non ancora assolti, Fedi cita la richiesta che il fondo destinato alla promozione linguistica e culturale di 150 milioni di euro su 3 anni venga utilizzato anche per gli enti gestori e la legge sulla cittadinanza italiana. “Pagheremo un prezzo di credibilità se non approveremo la legge sullo ius soli in questa legislatura – afferma il parlamentare democratico, che auspica si giunga ad una “soluzione politica della questione, coerente e non demagogica”. Infine, un invito a promuovere l'unità del partito, attraverso il dialogo e l'apertura e a non disperdere intelligenze e professionalità presenti nei circoli Pd nel mondo.

Sulla promozione dell'unità del partito si sofferma anche Erina Reggiani, delegata dell'assemblea nazionale, che ritorna poi sul tema delle nuove mobilità segnalando come oggi l'emigrazione sia anche una questione di scelta e non per lo più un obbligo, come invece in passato, e rileva come “non andrebbe disperso il valore di questa esperienza, perchè la collaborazione potrebbe arricchirci, come Paese e come partito” e auspica la creazione di una sorta di “commonwealth italico nel mondo”.

Francesca La Marca, deputata della ripartizione Nord e Centro America, segnala come il suo sia l'unico caso di deputata eletta all'estero di seconda generazione nel gruppo Pd alla Camera e si sofferma sulla collettività italiana presente in Canada – circa 1,5 milioni di persone con background italiano e 150 mila iscritti all'Aire, - fortemente integrate, perché insediate “in un Paese che ha fatto del multiculturalismo il proprio brand”, ma anche molto legate al Paese di origine e la cui vivacità è testimoniata anche da un forte tessuto associazionistico. Per La Marca il legame tra i due Paesi, oggi affini anche per il colore del loro esecutivo - è destinato a rafforzarsi ulteriormente con l'entrata in vigore dell'accordo Ceta sul commercio, anche se non nasconde difficoltà emerse in particolare per la diminuzione del numero dei permessi di soggiorno rilasciati dal Canada e per il taglio dei fondi destinati agli enti gestori, “che fanno un lavoro prezioso di promozione e diffusione della nostra lingua e cultura”, tagli che potrebbero mettere a rischio corsi che nella sola provincia dell'Ontario contano circa 8 mila studenti. Si tratta di una difficoltà a cui La Marca assicura la sua attenzione, lanciando poi un appello ai vertici di Maeci e Governo anche per il miglioramento dei servizi consolari, specie nel contatto con l'utenza. Tra le iniziative che hanno contraddistinto il suo impegno parlamentare ricorda infine la sua proposta di legge per l'istituzione di una giornata dedicata agli italiani nel mondo che auspica possa essere approvata entro la fine della legislatura.

Su rete consolare e servizi interviene nello specifico Alessio Tacconi, deputato eletto nella ripartizione Europa, che rileva come il Pd stia “lavorando per soddisfare le esigenze dei connazionali rispetto alla rete diplomatico-consolare”, lamentando una carenza di comunicazione “su questi argomenti e su tutti gli sforzi che si stanno facendo per migliorare”. Tacconi rileva come i tagli dovuti alla spending review e che hanno determinato negli anni passati la chiusura di 33 tra consolati e IIC siano stati “una decisione che non ci è stato possibile contrastare e a cui l'amministrazione non era pronta. Per questo – aggiunge - queste chiusure sono state in alcuni casi molto dolorose e hanno provocato una sensazione di abbandono da parte di connazionali”. Tuttavia, “da quando il Pd è al Governo non ci sono state più chiusure, si è lavorato per una migliore organizzazione, efficienza ed efficacia del servizio e, grazie alla nostra pressione sull'amministrazione e ai servizi digitali, i risultati sono stati buoni, si è registrata un'inversione di tendenza, anche se non per quanto concerne le risorse, ma nei servizi”. Tacconi precisa di riferirsi soprattutto all'area europea e sottolinea gli interventi avvenuti in aree in cui è cresciuta la nuova emigrazione, o importanti per la diplomazia economica, o in aree particolarmente sensibili come il Venezuela e la Gran Bretagna con l'avvio del negoziato sulla Brexit. “Abbiamo partecipato ad una riunione dell'Intercomites in Svizzera in cui i dati forniti hanno testimoniato un miglioramento nell'erogazione dei servizi – prosegue Tacconi, rilevando anche come con l'aumento dei funzionari itineranti e dei consoli onorari l'amministrazione abbia dimostrato la volontà di venire incontro alle esigenze dei cittadini. Analoga considerazione viene fatta in merito alle iniziative adottate per le nuove mobilità, per la presenza sui social media e la digitalizzazione dei servizi. “Crediamo che questi risultati raggiunti siano anche per merito nostro, del nostro lavoro parlamentare, dell'impegno di Comites e Cgie che hanno mantenuto alta l'attenzione su questi temi e grazie alla guida del Pd – afferma il parlamentare, esprimendo la sua soddisfazione per quanto compiuto. “Per il futuro il nostro obiettivo è di continuare a soddisfare le aspettative delle persone e fare in modo che chi è rimasto deluso possa constatare che è stato fatto ogni sforzo possibile per migliorare”. Il deputato democratico annuncia infine che prosegue l'impegno dell'amministrazione consolare sul fronte della digitalizzazione dei servizi, con la piattaforma “Secoli” - che cambierà la sua denominazione in “Fast it”, - della loro dinamicità e reattività. Infine, richiama l'impegno per il reinvestimento di parte delle percezioni consolari, che potrebbe essere aumentata e anche resa più prontamente disponibile con un intervento legislativo.

Di seguito anche l'intervento di Maurizio Valente, presidente del circolo Pd delle Isole Canarie, dove vi è una collettività di emigrati di età media dai 30 ai 40 anni, seconda collettività straniera presente in loco da circa 10 o 15 anni. Da parte di Valente, la sollecitazione al partito relativa alla messa a disposizione un sistema social di interconnessione tra gli iscritti, canale che consente la comunicazione personalizzata preliminare o ausiliare al raduno di persone in un luogo fisico e alla partecipazione ad iniziative che riguardano i connazionali nel mondo. (Viviana Pansa – Inform 2)

 

 

 

La Confsal Unsa denuncia la situazione “catastrofica” dei servizi consolari all’estero

 

ROMA ““Chi rompe paga e i cocci sono suoi”. Questa regola sembra non valere per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Cosa si è rotto? Parecchie cose. Basti citare la stessa Rete consolare, la fiducia degli italiani all’estero nelle proprie Rappresentanze istituzionali, la dignità di tutti gli impiegati in servizio all'estero e l’immagine del nostro Paese. In cosa consistono i cocci? La svendita delle proprietà demaniali all’estero, la tendenza ad affidare i servizi consolari ai “professionisti dell’assistenza”, l’impiego di personale precario e “onorario”, il disservizio e la generale distrazione verso una comunità italiana all’estero in continua crescita (siano giunti alla soglia dei 6 milioni di iscritti all'Aire), sono le macerie di quanto resta di un prestigioso edificio”. Inizia così la lunga nota del Coordinamento Esteri della Confsal Unsa che oggi denuncia la situazione “catastrofica” dei servizi consolari all’estero, dovuta alle scelte dell’Amministrazione che, accusa il sindacato, “lede i diritti” degli italiani all’estero.

“Tutto cominciò con la Spending Review”, si legge nella nota del sindacato. “Quella che in italiano si chiamerebbe semplicemente “Rivisitazione della spesa pubblica”, un procedimento che in ogni Paese civile avviene in pratica tutti i giorni, quando le rispettive Corti dei Conti mettono alla prova la razionalità e la ragionevolezza delle uscite ordinate dai governanti. In Italia il controllo della spesa pubblica, ribattezzato “Spending Review”, come se si trattasse di un’invenzione nuova, ha avuto sicuramente effetti positivi, ma è stato anche il cavallo di Troia per l’introduzione di misure scriteriate. Ed è successo così che il Ministero degli Affari Esteri, intenzionato a dimostrare all’opinione pubblica la propria capacità di risparmio, ha messo in atto una serie di azioni, le cui conseguenze disastrose ricadono oggi sulla categoria più bistrattata degli italiani d’Italia: quella che per bisogno sbarca il lunario all’estero”.

“Azioni disastrose nel nome del risparmio? La chiusura degli Uffici consolari. Perché disastrose? Perché – sostiene la Confsal Unsa – il danno, l’ipocrisia e l’ambiguità del Dicastero degli Esteri vengono a galla solo oggi al momento in cui è comprovato che ogni chiusura non ha comportato effettivi risparmi. La dirigenza degli Affari Esteri ha risparmiato sì, ma solo in termini di responsabilità nei confronti degli italiani all’estero. Con cecità e sufficienza – accusa il sindacato – sono state, infatti, disattese anche dai partiti succedutesi al governo tutte le proposte che la CONFSAL UNSA Esteri, il Sindacato con il maggiore livello di rappresentatività presso il MAECI, sin dal 2010 ha avanzato per attuare una riforma della Rete consolare con il minore impatto sulla quantità e la qualità dei servizi per gli italiani all’estero. È stato inutile dimostrare, conti alla mano, che la chiusura di uno Sportello consolare come Manchester o come Norimberga o Saarbrücken non avrebbe comportato alcun risparmio, anzi! È stato inutile indicare che la creazione di enormi bacini d’utenza presso i grossi consolati, a seguito delle chiusure, senza rafforzamento del numero degli addetti ai lavori, avrebbe avuto conseguenze disastrose”.

“Il risultato? Un appuntamento per un passaporto a distanza di 5 o 6 mesi è una realtà quotidiana. Cumuli di pratiche inevase nei reparti Anagrafe e Stato civile sono all’ordine del giorno e per una carta d’identità l’attesa di tre mesi è ormai ritenuta normale. Nei grossi consolati di nuova e vecchia emigrazione troverete un Assistente sociale per oltre 160.000 connazionali. Chi ne paga le conseguenze? La gente che chiede i servizi e chi è posto dietro allo sportello per renderli. Gli uni – prosegue la nota – sono esasperati e ormai ricorrono sempre più spesso alle palesi minacce. Gli altri sono sempre più scoraggiati e avviliti. Una catastrofe. Nel bel mezzo di questo disastro quotidiano, assumono tratti cinici gli annunci dei consolati sulla diffusione del “Sistema Paese”. Mentre migliaia d’italiani sono in attesa dei servizi basilari, somigliano sempre più ai film di Bunuel gli inviti dei consolati alle serate “culturali”. Non si può uscire la sera tardi senza un documento d’identità (perché da due mesi aspetti il tuo passaporto), per andare ad ascoltare il professore che ti spiega la metrica del Petrarca o il colore degli occhi della signora Beatrice, “fidanzata platonica” del Signor Alighieri Dante”.

“Che fare? Non resta che insistere”, si legge ancora nella nota. “Dal punto di vista sindacale brucia sulla pelle vedere lesi i diritti dei lavoratori italiani all’estero, i cui interessi sono evidentemente fuori da ogni attenzione “consolare” e i diritti di tutti i lavoratori presso i consolati, che sono ormai allo stremo delle forze e oggetto di antipatie e aggressioni, pagando per una disorganizzazione di cui sono le prime vittime. Se le proposte e gli appelli lanciati dalla CONFSAL UNSA Esteri in materia di Spending Review a invarianza di servizi sono finora rimbalzati sui padiglioni auricolari del MAECI, non resta altro che passare ai fatti, con tutto lo strumentario delle azioni sindacali a disposizione. Lavoratori dei consolati e lavoratori italiani all’estero – conclude il coordinamento esteri della Confsal Unsa – uniti contro una Amministrazione che oltre a colpire, umilia, offendendo gravemente la parte più sana del nostro Paese: quella che quotidianamente si alza al mattino per andare a lavorare all’estero e quella che serve lealmente e in silenzio lo Stato, il nostro Stato”. (aise 2) 

 

 

 

Deputati Pd-Estero sulla convenzione Maeci-Patronati per il rafforzamento dei servizi alle comunità all’estero

 

ROMA – E’ certamente positivo il nostro giudizio sull’incontro che si è tenuto oggi alla Farnesina tra Governo, Amministrazione, Patronati ed eletti all’estero. Ne diamo atto al sottosegretario Amendola, che l’ha convocato e presieduto in quanto delegato per gli italiani all’estero, e al direttore generale Vignali.

Sono anni, ormai, che il tema di una convenzione Maeci-Patronati periodicamente riaffiora come un’indifferibile esigenza di sinergia e di collaborazione volta a migliorare, nel loro complesso, i servizi offerti alle nostre comunità e ai connazionali all’estero e altrettanto periodicamente esso esce dall’orizzonte delle concrete soluzioni operative. Ci auguriamo, per il vantaggio che ne può venire per i connazionali, che questa volta si abbia la volontà e la pazienza di arrivare fino in fondo.

Con l’incontro odierno si è avviato concretamente un percorso, al quale un tavolo tecnico chiamato ad operare nelle prossime settimane dovrà dare una forma definita, fino ad arrivare ad una bozza di convenzione da sottoporre alle decisioni di chi ne ha la responsabilità. Nello sviluppo del lavoro, abbiamo sottolineato l’esigenza che i termini della collaborazione tra il Ministero e Patronati tengano conto anche della flessibilità necessaria a salvaguardare le peculiarità dei diversi territori e delle diverse situazioni sociali nei quali i servizi ricadono.

Allo stesso tempo, è stata sottolineata l’opportunità che alla ricerca di un costante miglioramento dei servizi resi dalla nostra rete consolare si accompagni, in parallelo, anche uno sforzo di miglioramento e di sempre maggiore qualificazione dei servizi resi dagli stessi Patronati.

I campi di possibile collaborazione certo non mancano: dall’AIRE al rilascio dei passaporti, dalle pratiche di cittadinanza a quelle per i visti, fino ad arrivare alle informazioni sulla fiscalità concorrente. C’è poi la nuova ed impegnativa sfida dei nuovi flussi di emigrazione e delle nuove mobilità, che inducono sia le strutture pubbliche che la rete dei Patronati a innovare, arricchire e qualificare le loro funzioni per favorire l’insediamento, la mobilità e l’integrazione dei nuovi arrivati.

Una volta definiti con precisione e nel rispetto delle normative i rispettivi ambiti di responsabilità e di azione, crediamo che una convenzione che metta in sinergia la rete consolare con quella altrettanto presente e radicata dei patronati possa essere una convincente risposta alla domanda di maggiore efficienza e tutela che insistentemente proviene dalle nostre comunità.

Gianni Farina, Marco  Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati del Pd della circoscrizione Estero) 

 

 

 

 

Ocse: laureati italiani poco preparati e bistrattati

 

L'Italia stretta nella morsa delle "basse competenze": laureati poco preparati e "bistrattati" con un forte divario tra il Nord e Sud, indietro di un anno; lavoratori con skill carenti e imprese che di conseguenza non investono innescano un "circolo vizioso" che imbriglia la produttività. E' il quadro a tinte fosche che emerge dal rapporto Ocse 'Strategia per le competenze' presentato al Mef.

C'è però qualche luce nella fotografia scattata dall'organizzazione: le riforme del governo Renzi e Gentiloni che tuttavia si trovano di fronte la "sfida" dell'implementazione.

"L'Italia è bloccata in un equilibrio di basse competenze", afferma il segretario generale Ocse Angel Gurria. "La riforma del sistema educativo, l’accumulazione del capitale umano, è la strategia di gran lunga più efficace nel lungo termine per far crescere benessere, ricchezza e prodotto", sottolinea il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

LAUREATI - I numeri Ocse parlano chiaro. "In Italia più di 13 milioni di adulti hanno competenze di basso livello" e "rispetto a quanto avviene in altri paesi, hanno minori probabilità di utilizzare specifiche competenze cognitive, che sono importanti nella performance dei lavoratori e delle imprese". Queste lacune si registrano anche tra laureati, in termini di quantità e qualità. "Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato a fronte della media Ocse del 30%".

In più, quei pochi laureati hanno in media "un più basso tasso di competenze" in lettura e matematica che li relega agli ultimi posti della graduatoria Ocse (26esimo posto, su 29 esaminati). E ancora: l'Italia è l’unico paese del G7 in cui i 'dottori' che svolgono mansioni di routine sono superiori a quelli che svolgono attività non di routine, con ripercussioni sulla produttività che permane a livelli "non soddisfacenti" dopo un ventennio di "andamento stagnante", scrive l'organizzazione.

NORD E SUD - C'è poi un solco tra Nord e Sud del paese a livello di rendimento scolastico: dai risultati dei test per verificare le competenze degli studenti (Program for International Student Assessment) emerge come quelli della Campania siano oltre un anno scolastico indietro rispetto a quelli della provincia di Bolzano.

In questa cornice paludata non manca un paradosso: in un sistema generalizzato di basse competenze, quei pochi che emergono rientrano tra i migliori dei Paesi del G7. Accade in pratica che i migliori lavoratori italiani abbiano un livello di competenza in grado di fare concorrenza alle eccellenze dei paesi del G7, sopratutto in termini di rapidità d’apprendimento e problem solving.

LE DONNE - Il che vuol dire che la strada per rimediare alle carenze del sistema è fatta di pochi, specifici passi: "Politiche mirate di istruzione e formazione della forza lavoro, che siano anche coordinate tra di loro, potrebbero favorire un miglior (più intensivo) uso delle competenze elevate sul posto di lavoro", sottolinea l'Ocse. Male anche la condizione delle donne con un tasso di occupazione agli ultimi posti dei Paesi Ocse (32esimo posto su 35).

In Italia è diffuso il problema dello skills mismatch, squilibrio delle competenze: circa il 6% dei lavoratori possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte, mentre il 21% è sotto qualificato. Sorprendentemente però si osservano anche numerosi casi di lavoratori con competenze superiori rispetto a quelle richieste, riflesso della bassa domanda di skills in Italia: i lavoratori con competenze in eccesso sono all'11,7%, i sovra-qualificati al 18%. Inoltre circa il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi.

L'Ocse riconosce i progressi fatti con le riforme degli ultimi anni: dal Jobs Act, "pietra miliare del recente processo di riforma" e l'istituzione dell'Anpal, alla 'Buona Scuola, il piano nazionale scuola digitale e Industria 4.0. "Vanno nella giusta direzione" ma resta "la sfida dell'implementazione", afferma l'organizzazione.

"La riforma del sistema educativo, l’accumulazione del capitale umano, è la strategia di gran lunga più efficace nel lungo termine per far crescere benessere, ricchezza e prodotto", ha osservato Padoan, rinnovando il suo messaggio al governo che verrà. "Lasciamo una situazione più positiva" di quella che avevamo trovato, ha detto, sottolineando che "le competenze devono essere al centro di una strategia di lungo termine" e "sono fondamentali per la costruzione del programma della prossima legislatura". Adnkronos 5

 

 

 

 

L'evoluzione politica

 

Non facciamo, di sicuro, dell’allarmismo se affermiamo che in Italia stiamo attraversando un momento delicato. Accanto ad una recessione economica, fa riscontro un’incertezza politica solo, parzialmente, “mitigata” dal dialogo tra Maggioranza e Opposizione. Tra politica ed economia s’è frapposta una situazione sociale sempre meno gestibile. I cambiamenti, se e quando ci saranno, dovranno essere varati in una visione a lungo termine per evitare le “dispersioni” di percorso.

 

 Le “rivendicazioni”, della più varia natura, sono i punti “caldi” ai quali si dovrà far fronte; anche con un Parlamento “rinnovato”. Cominciando dal carico fiscale, insostenibile, che ci ha portato ad un impoverimento e non ha favorito nessuna ripresa. Di fatto, quando si riesce a chiudere una “falla”, se n’apre un’altra.  I senza lavoro sono ancora molti e le piccole imprese chiudono. I grossi complessi industriali, ancora presenti sul territorio, non reggono alla concorrenza della produzione estera. Non a caso, il “costo” del lavoro in Italia è uno dei meno gestibili d’Europa. Questa è, in sintesi, la situazione.

 

E’, ora, importante non continuare a polemizzare sulla politica che vede svanire anche le figure che, per il passato, ci sembravano rappresentative. Entro il 2018, ci sarà una nuova Legge Elettorale e nuove elezioni politiche. Le “prime” che potranno qualificare questa Terza Repubblica.

 

 Le scadenze non sono lontane ed è decisivo evitare la solita ricerca delle “eccezioni”. Strategia che, da noi, non s’è sviluppata solo nel Nuovo Millennio. Per scacciare le perplessità dal nostro futuro, più che “rinnovare”, c’è da “cambiare”. Con lo spirito di non tornare più su posizioni in antitesi con le necessità del Paese. Bisogni che, ovviamente, non sono solo politici. Quando si dovesse dare “corpo” a un nuovo Potere Legislativo, si dovrà tener conto dei problemi correlati alla stabilità di un Potere Esecutivo al quale potranno essere demandate differenti responsabilità.

 

Se questi mesi non si presentassero incerti, potremmo scrivere che il 2017 rappresenta un anno di “transizione” tra il nostro “passato” e il nostro “futuro”. La speranza di potercela fare, però, non è certezza. Non rimane che consolidare questa legittima attesa con i fatti. L’iter per il passaggio del “testimone” è già stato iniziato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Legge elettorale: il voto all’estero in aula alla Camera

 

ROMA - Prosegue alla Camera il voto sulla Legge elettorale. Dopo la terza fiducia incassata dal Governo sull’articolo 3 del Rosatellum bis, che contiene le regole per la determinazione dei collegi elettorali, i deputati hanno votato anche gli articoli 4 e 5 – su cui non era stata posta la fiducia – per poi passare all’esame e al voto sugli 88 ordini del giorno. In serata inizierà il voto conclusivo sull’intero provvedimento.

Nel primo pomeriggio, è andato in scena il dibattito sul voto all’estero, interessato dal Rosatellum in due punti: la candidabilità all’estero di residenti in Italia e la non candidabilità all’estero di chi ha ricoperto cariche politiche negli ultimi 5 anni (termine dimezzato rispetto alla prima versione, che ne prevedeva 10).

Tanti gli interventi in Aula contro quello che da più parti è stato ribattezzato emendamento “salva Verdini”, cioè una norma che consentirebbe ai partiti di candidare in una delle ripartizioni della circoscrizione estero chi non trovasse posto nelle liste in Italia.

Contro l’emendamento Fiano – quello sulle cariche ricoperte all’estero – è intervenuta Renata Bueno (Misto), eletta in Sud America, che, se fosse passato il primo testo-Fiano, non avrebbe potuto ricandidarsi essendo stata consigliere comunale a Curitiba. “Noi dobbiamo difendere le elezioni libere non soltanto per gli italiani che vivono in Italia, ma soprattutto per gli italiani che stanno all'estero, che sono già suscettibili di tanti disagi e che devono essere un po' più curati, dal punto di vista di tutti noi”, ha detto Bueno.

Sannicandro (Mdp) si è chiesto “perché? C'è qualcuno che non si può presentare in Italia e lo andiamo a presentare all'estero, tanto non lo conoscono? Qual è il motivo, la ratio di questa norma? Io la vorrei capire”. Quanto al secondo punto, ha aggiunto, “praticamente qui si dice che se una persona, un italiano che sta all'estero, diciamo così, ha fatto putacaso politica negli ultimi dieci anni, o come governatore del Mato Grosso, non so, o come qualunque altra carica, perché si dice: “a qualsiasi livello”, “eletto a qualsiasi livello”, anche il consigliere comunale, negli ultimi dieci anni, non può candidarsi. E per quale motivo, gli italiani, invece, nelle nostre circoscrizioni, si possono candidare? È una cosa assurda e non c'è nessuno che spieghi perché si sono introdotte queste norme”.

La Russa (Fratelli d’Italia) ha approfittato per ricordare a Bueno che “lo so che già un po' l'ha fatto, so che ha un papà anche influente in Brasile, ma noi ci aspettiamo dai parlamentari italiani eletti in Brasile, eletti in Sudamerica, un'azione forte, massiccia, per l'estradizione del terrorista assassino dei comunisti armati - o come si chiamano -, Cesare Battisti. Mi raccomando”.

Toninelli (M5S) ha evidenziato l’incongruità di slegare la candidatura ai territori esteri: “un bolognese, un fiorentino che si candida a fare in Brasile che non ci è mai andato, ma chi cavolo rappresenta in Brasile, un fiorentino, un milanese, un palermitano? Ma li vogliamo rappresentare, i nostri amati, che giustamente hanno diritto di voto anche loro, che risiedono là e portano l'italianità all'estero e tengono alto il buon nome molto più di quello che fanno i rappresentanti del popolo in questo Parlamento?”. La ratio per il Movimento è una sola: “ci sono degli impresentabili in questo Parlamento! C'è qualcheduno che, poco dopo uscito di qui, potrebbe avere problemi con la giustizia e avere un'assoluta necessità di avere l'immunità parlamentare? E c'è, cari miei, e si chiama Verdini, si chiama Denis Verdini! Quello che vi ha dato la fiducia pochi giorni fa di là, per far passare quella norma sullo scostamento del pareggio di bilancio, signori miei. La ciliegina su questa montagna di letame che cos'è? Il “salva Verdini”!”.

D'Attorre (Mdp) ha ricordato che “in Commissione abbiamo modificato il punto che è alla lettera b), quello che veniva richiamato, cioè possono candidarsi all'estero anche i residenti in Italia. In Commissione questo emendamento è passato nella disattenzione generale, non mi pare sia stato minimamente oggetto di dibattito. Io credo che, date le condizioni in cui abbiamo affrontato questa discussione, sia doveroso che almeno il relatore ci dica qual è il senso di questa norma. Cioè, perché? Io non voglio andare dietro i sospetti; ma perché si prevede che un residente in Italia possa candidarsi a rappresentare una quota di rappresentanza parlamentare che è espressamente prevista per i residenti all'estero?”.

Abrignani (SC-ALA CLP-MAIE), dopo aver ribattuto a Toninelli, di “non aver letto alcun emendamento dei 5 Stelle per togliere questo emendamento o per modificarlo, perché evidentemente loro come al solito parlano, ma poi i fatti non seguono mai”, ha chiesto all'Aula: “era così semplice, così normale, che un cittadino italiano residente all'estero si potesse candidare in Italia, e invece un cittadino italiano non si potesse candidare nella circoscrizione Estero? O è molto più normale e molto più costituzionale e molto più ovvio che ci sia questa reciprocità: se io sono un italiano mi posso candidare nella circoscrizione Estero, se io risiedo a Londra mi posso candidare in Italia? Toninelli - forse è un po' giovane - non si ricorda che nei lavori preparatori fu proprio Tremaglia ad invocare una maggiore partecipazione dei cittadini italiani residenti all'estero, che potessero fare politica italiana, così come una maggiore partecipazione dei cittadini italiani, che si facessero conoscere anche all'estero e potessero portare anche all'estero la loro esperienza. Siccome in Commissione ci siamo stati, è stato questo il motivo per cui è nato, non altro. E mi permetta di fare una battuta: se poi vogliamo togliere definitivamente Verdini dalla scena politica, facciamolo candidare all'estero, perché pigliare, come ha detto giustamente Toninelli, 60-70 mila preferenze in un Paese dove magari sei stato poco non è certamente semplice. Ecco, io vorrei un po' più di serietà su questi argomenti!”.

Stumpo (Mdp) ha sostenuto che “su questa vicenda degli italiani nel mondo troppo spesso si stanno commettendo degli errori. In ogni caso, sarebbe stato opportuno intervenire sulle modalità di voto, onde evitare problemi che già ci sono stati in passato. Detto questo, io credo che si stia veramente commettendo un errore madornale. Noi abbiamo inserito in Costituzione, non in una legge ordinaria con un lavoro che iniziò da parte dell'onorevole Tremaglia, la vicenda degli italiani nel mondo. Ora, togliere il diritto agli italiani del mondo di essere titolari di rappresentare gli italiani nel mondo è un errore; e, per di più, nella norma noi diciamo che chi è residente fuori dall'Italia si può candidare solo nella circoscrizione in cui è residente, gli altri ovunque: sarebbe veramente gravissimo, e forse sarebbe bene provare a ritirarlo”.

Secondo D'Ambrosio (M5S) “stiamo parlando di un emendamento tecnico che, di fatto, porta incandidabili in Italia, persone impresentabili in Italia, a farle fuggire all'estero, per un motivo o per un altro, in questo caso Verdini”.

A titolo personale è intervenuto Scotto (Mdp) per sostenere, al contrario di Abrignani, che “non c'è nessuna reciprocità che viene introdotta”.

Relatore in Commissione Affari Costituzionali, Fiano (Pd) ha invece sostenuto che l’emendamento-Lupi inserisce “una norma che impone una totale reciprocità. Ricordo al collega D'Attorre che, in sede di dibattito in Commissione, il collega Cecconi mi chiese spiegazioni su questo emendamento, che io diedi, lo può trovare a verbale. La modifica apportata alla legge sul voto degli italiani all'estero è volta a consentire anche ai cittadini residenti in Italia di candidarsi nella circoscrizione Estero. Si intende, in tal modo, superare una diversità di trattamento tra cittadini italiani residenti in Italia e cittadini residenti all'estero in tema di elettorato passivo. I cittadini residenti all'estero possono, infatti, scegliere di candidarsi in Italia, esercitando la previa opzione in tal senso, non vale invece la reciproca: ai cittadini residenti in Italia non è attualmente consentito di candidarsi nella circoscrizione Estero”.

E ancora: “nel momento in cui viene riconosciuto anche ai cittadini residenti in Italia il diritto di candidarsi all'estero, questo diritto viene comunque rigorosamente delimitato, non è infatti ammessa alcuna forma di pluri-candidatura: non è possibile né candidarsi in più ripartizioni della circoscrizione Estero né candidarsi contestualmente all'estero e nel territorio nazionale. Gli elettori residenti in Italia possono infatti essere candidati in una sola - quel “sola” che avete letto si lega a questo principio - ripartizione della circoscrizione Estero. Presidente, per maggior chiarezza di quanto io dico, vorrei citare gli articoli della legge n. 459 del 27 dicembre 2001, che sono legati alla fattispecie che stiamo esaminando”. Spiegate le sue ragioni, Fiano ha comunque sostenuto che “per quello che riguarda il gruppo del Partito Democratico, noi pensiamo che sia giusto candidare i rappresentanti delle nostre comunità all'estero. Questa è una pura norma di ripristino di reciprocità”.

Ultima ad intervenire, Daniela Santanchè (Fi): “ho ascoltato con interesse l'intervento dei colleghi del MoVimento 5 Stelle, che si sono accalorati moltissimo perché credono che questo emendamento sia stato scritto per l'onorevole Verdini. Cari colleghi, vi do una notizia: studiate meglio, perché questo emendamento non è stato scritto per l'onorevole Verdini, ma per il Ministro Alfano”.

Quindi, il voto con il parere favorevole dei relatori di minoranza Agostini, La Russa e Marcon e il parere contrario dei relatori di minoranza Toninelli e Turco, mentre il Governo si è rimesso all'Aula. Che ha votato sì. (aise 12) 

 

 

 

 

Il Festival della Migrazione. “Restituire al migrante il suo onore di essere umano”

 

ROMA - “Restituire al migrante il suo onore di essere umano, senza il quale nessuna delle sfide che ci attendono potrà trovare una giusta soluzione”. Questo lo scopo del Festival della Migrazione che si svolgerà a Modena dal 20 al 22 ottobre prossimo su iniziativa della Fondazione Migrantes, Associazione Porta Aperta e IntegriaMo, con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Comune di Modena, con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e di aziende del territorio e presentato alla Camera dei Deputati nel corso di una conferenza stampa. 34 i soggetti aderenti, tra enti locali, mondo accademico, realtà ecclesiali e religiose, associazioni.

Il direttore generale della Fondazionr Migrantes don De Robertis sottolinea l’esigenza che venga restituito ai migranti “il suo volto umano: sono fratelli e sorelle nostre, come tanto spesso ci ricorda papa Francesco, anzi, la carne di Cristo! Ricordo - ha concluso - le parole di un professore di Dakar a un congresso della FUCI che ci diceva con forza: "Dovete smetterla di considerarci dei tubi digerenti! Noi abbiamo una nostra cultura, una nostra storia, una nostra spiritualità’”.

Il Festival, alla seconda edizione ha come tema “Partire, arrivare, restare”. E torna in un periodo in cui parlare di migrazione in modo sereno e senza pregiudizi è tanto difficile quanto determinante. In tre giorni di convegni, dibattiti, laboratori, spettacoli e mostre, l’obiettivo è conoscere, riflettere, ascoltare, discutere, dare voce a chi non ne ha. Grazie a relatori di grande spessore, a dibattiti e a riflessioni che intendono accompagnare in un cammino che percorre le vie tortuose dell’umano. Aspetti spirituali e sociali, culturali e politici, giuridici e informativi, con in primo piano le storie di chi parte per arrivare e restare. Tra i relatori il Segretario Generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, il rappresentante di Unhcr Andrea De Bonis, il commissario Agcom Mario Morcellini, Maria Chiara Prodi del Consiglio generale italiani all’estero, il sottosegretario del Ministero dell’Interno Domenico Manzione, gli arcivescovi di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, e di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego e molti altri. (Migrantes online)

 

 

 

L'ultima giornata del convegno “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”

 

Gli interventi di Eugenio Marino, già responsabile nazionale del partito per gli Italiani nel mondo, Anna Grassellino, chiamata a ricoprire ora l'incarico e del responsabile Esteri del Pd, Piero Fassino

 

ROMA – Nel corso dell'ultima giornata dei lavori del convegno organizzato dal gruppo Pd della Camera dei Deputati e intitolato “Il Pd per gli italiani all'estero. Una legislatura feconda”, anche gli interventi di Eugenio Marino, già responsabile nazionale del partito per gli Italiani nel mondo, Anna Grassellino, chiamata a ricoprire ora tale incarico e il responsabile Esteri del Pd, Piero Fassino.

Marino si è soffermato su “L'evolversi delle comunità italiane nel mondo in rapporto al Pd”, chiarendo di ritenere che in esso “passi il destino delle nostre comunità e il loro rapporto con l'Italia”. Ha tracciato quindi un breve excursus storico dell'emigrazione italiana, rilevandone l'unicità per “volume di partenze, continuità nel tempo e dispersione planetaria” e il suo legame con la madrepatria, un “sentimento di appartenenza sul quale le collettività hanno costruito la propria identità cosmopolita e italica”, tratteggiandolo poi in rapporto con le diverse fasi politiche della storia dell'Italia sino ai giorni nostri; “momenti nei quali lo Stato – ha rilevato, - e poi a scalare i partiti nella propria dialettica e diversa visione del mondo, rifletteva su queste comunità, sul loro rapporto con l’Italia e quindi sulle politiche da programmare per questo universo”.

In questo modo avveniva anche “l'individuazione di una politica pubblica per l’emigrazione rispetto alla quale i singoli partiti potevano confrontarsi in termini elettorali”, dinamica politica che è cambiata però per Marino a partire dagli anni Novanta, con un legame che è andato “progressivamente assotigliandosi” e paradossalmente proprio con l'approvazione delle sul voto all'estero e l'ingresso al Parlamento dei deputati e senatori eletti direttamente dai connazionali. “All'inizio degli anni 2000 si è anche fermata la riflessione e l’attenzione pubblica dello Stato, come se l’introduzione della Circoscrizione Estero e dei parlamentari, da soli, potessero bastare – afferma Marino, rilevando come ciò abbia comportato l'isolamento dei parlamentari stessi. “L’unico filo comune che lega l’evoluzione delle nostre comunità allo Stato italiano è la tradizione popolare, culturale e sociale frutto delle ispirazioni cristiana e socialista confluite nel Pd. Ecco perché – evidenzia l'esponente democratico, - se davvero oggi riteniamo di essere l’architrave democratico del Paese, anche quello sparso nel mondo, come Pd abbiamo la responsabilità e il dovere di passare dalla fase delle politiche di emergenza, della quotidianità e degli interventi a breve termine, a una politica di adeguamento e di ripensamento complessivo delle nostre composite comunità e del loro rapporto con il Paese, in termini di complessità, sussidiarietà, integrazione locale, modernità e impresa etica. Dobbiamo farlo – aggiunge - stimolando la riflessione da principale forza di Governo, da reale forza di rappresentanza dell’universo italiano all’estero capace di tenere insieme vecchie e nuove migrazioni, tradizione e nuovi bisogni, opportunità e innovazione”. L'auspicio, per giungere a un tale ripensamento, è l'organizzazione nella prossima legislatura di una “nuova Conferenza sugli italiani nel mondo, o meglio sugli italici e sui nuovi giovani migranti, un incontro istituzionale, che veda la partecipazione di Presidenza della Repubblica, presidenze di Camera e Senato e Ministero degli esteri e che ridia al Paese una visione complessiva dello Stato verso le nostre comunità”. Infine, un monito al partito perché ritrovi la sua unità e la capacità di “tenere insieme quell’universo vario di mondo politico di centrosinistra”. Se così non fosse, il rischio è per Marino “l’isolamento, il non essere più punto di riferimento e collante delle nostre collettività e delle nostre migliori tradizioni e realtà associative, ma collettore di rabbie, frustrazioni e generatore di divisioni del nostro stesso campo”. “Proviamo, invece, a unire il Pd – conclude Marino - condividendo ruoli e responsabilità per lavorare tutti a recuperare un pensiero complessivo, organico e nella tradizione del nostro mondo e sul nostro mondo”.

In collegamento via Skype interviene Anna Grassellino, che dopo aver frequentato un dottorato negli Usa ed essere stata per un periodo anche in Canada, a Vancouver, oggi dirige un laboratorio di ricerca a Chicago. “Sono all'estero dal 2006, non sono mai stata trattata diversamente, né perché straniera, o donna, ma sono stata messa in condizione di svolgere ricerca in un ambito internazionale, dove ho trovato la cultura dell'ascolto, autentica, importanti infrastrutture e grandi risorse che mi hanno aiutata a fare anche importanti scoperte – afferma Grassellino, sottolineando di aver seguito il convegno e le analisi svolte e di essere felice di mettere a disposizione del partito la sua esperienza di connazionale all'estero e la sua disponibilità a conoscere in presenza le collettività residenti fuori dai confini nazionali. Tiene a sottolineare come il suo successo sia anche merito dalla “forte preparazione che l'Italia mi ha fornito” e come importanti intuizioni nei gruppi di ricerca all'estero siano dovuti “al fondamentale contributo di tanti ricercatori italiani”. “La combinazione italiani ed estero è un cocktail vincente per le persone, per le imprese e può diventarlo anche per la nazione. Il nostro compito – rileva - è riflettere e formulare proposte concrete che continuino a qualificare la nostra azione in modo che aumenti la percezione nei nostri connazionali di essere parte della nostra nazione, non solo per tradizione culturale e affetti, ma anche come parte di un sistema qualificato che in maniera bidirezionale dà sviluppo e servizi”. “Se vogliamo pensare alla crescita della nostra nazione su scala globale dobbiamo favorire la mobilità, lo scambio e l'interazione, coinvolgendo in tutte le forme possibili gli italiani all'estero, che sono portatori di chiavi di successo in tutti i settori e in special modo della cultura della diversità, di cui dobbiamo farci promotori per il Paese”. L'auspicio dunque è di giungere ad una “sintesi piena di idee e progetti concreti” attraverso l'ascolto e la riflessione in atto anche attraverso occasioni come quella di questa due giorni.

Plaude all'iniziativa anche Piero Fassino, che ritiene giusto “proporsi di dare al lavoro del Pd nelle comunità italiane nel mondo una continuità che consenta di esercitare un ruolo importante a vantaggio delle collettività e del nostro Paese”. Segnala inoltre come la presenza italiana nel mondo sia stata decisiva per tanti Paesi di emigrazione, “consapevolezza che spesso non c'è in Italia”, anche per la distanza che ci separa dall'emigrazione “storica”. “Ricordare il passato invece illumina il presente e il percorso da fare nel futuro – rileva Fassino, sottolineando poi come oggi il mondo stia repentinamente cambiando perché “conosce la globalizzazione in ogni dimensione”, e il tema sia “come si guida tale globalizzazione, come minimizzarne i rischi cogliendone le opportunità”. “Il tema politico che ci troviamo oggi di fronte è la globalizzazione della sovranità: nessuno Stato può governare processi più grandi e larghi della sua sovranità, per questo occorre costruire luoghi di sovranità politica che siano in grado di guidare la globalizzazione, così come avviene nelle istituzioni continentali o regionali che sono sorte per dare soluzioni in scala più grande a problemi complessi. Ogni politica – aggiunge  Fassino - va ripensata in una dimensione più larga e anche gli interessi nazionali non spariscono, ma vanno ricollocati in una sfera politica più ampia”. Si tratta di un ripensamento che deve avvenire “anche delle nostre collettività presenti all'estero, tenendo a mente che il nostro impegno nei loro confronti è duplice: battersi perché esse possano sentirsi cittadini a tutti gli effetti nel luogo in cui vivono e, proprio in virtù di questo, liberi di riaffermare e far vivere la loro identità originaria”. Fassino ricorda poi una terza importante funzione assolta dai connazionali nel mondo: “essere un ponte di relazioni tra l'Italia e i Paesi in cui sono residenti, una funzione che oggi è centrale perché è cresciuta l'interdipendenza”. Un ponte costruito anche grazie alla composizione variegata della nostra emigrazione, che fa delle nostre comunità “una straordinaria risorsa che noi dobbiamo essere in grado di valorizzare”. L'esponente democratico rivendica poi la “giustezza di aver approvato la legge sull'esercizio di voto all'estero”, un successo che “ci ha consentito di liquidare l'argomento che gli italiani all'estero fossero di destra, argomento basato sul fatto che essi si riconoscono nel Tricolore, che infatti è la bandiera del Paese e non di una sola parte politica”.

Ricordando dunque come il voto dei connazionali si sia rivelato importante nelle passate consultazioni politiche, Fassino rileva la necessità che il partito resti “loro punto di riferimento”, “si organizzi seguendo il cambiamento della società” e dunque “utilizzando anche le nuove tecnologie pur restando radicati sul territorio, perché niente sostituisce il rapporto con le persone”. In vista dell'imminente campagna elettorale l'impegno dell'esponente democratico è dunque quello di lavorare per “presentare il Pd nelle migliori condizioni possibili e per costruire un'alleanza di centro sinistra” che possa trovare consensi anche tra gli italiani all'estero. (Viviana Pansa – Inform 2)

 

 

 

 

Festival della Migrazione: dal 20 al 22 ottobre a Modena   

 

Roma -  Conferenze, esperienze, presentazioni, spettacoli. Questo è il Festival della Migrazione, giunto alla seconda edizione e che dal 20 al 22 ottobre propone un programma molto ricco di iniziative.

Si comincia venerdì 13 con una giornata promossa dai sindacati Cgil, Cisl e Uil a Modena, mentre alle 18.30 a Formigine Leonardo Becchetti e Jacopo Storni parlano di migranti ed economia. Sabato 14, sempre a Formigine, spettacolo di teatro e musica ‘Frontiere di terra e di mare’ alle ore 21.

Nella settimana del Festival saranno presentati tre libri a Modena: lunedì 16 alle ore 18.30 al Centro Famiglia di Nazareth ‘La riva invisibile del mare’ di Salvatore Dimaggio con la presenza di don Antonio Sciortino; martedì 17 sempre alle 18.30 alla libreria Ubik Simone Ramilli presenta ‘Appello agli abitanti della Terra contro il cancro della paura’; giovedì 19, infine, al palazzo Europa alle 18.30 ‘Non siamo in vendita’ di Irene Ciambezi, con la presenza del vescovo di Modena-Nonantola, don Erio Castellucci.

Il Festival vero e proprio si apre con la sessione di venerdì 20 ottobre mattina al Centro Famiglia di Nazareth dedicata al mondo dei media. Saranno presenti il vescovo di Modena-Nonantola, don Giovanni de Robertis, direttore Fondazione Migrantes, Giovanni Rossi dell’associazione Carta di Roma, Mario Morcellini commissario Agcom, Rosy Russo di Parole O-Stili e Paula Baudet Vivanco dell’associazione stampa interculturale. Modera Paolo Labruschi di Avvenire.

Nel pomeriggio, a Giurisprudenza, ‘Muri innalzati e braccia tese’ con Andrea De Bonis di Unhcr, Thomas Casadei di Unimore e mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, coordina il parlamentare Edoardo Patriarca.

La sera, alla Tenda, la proiezione del film Influx con il regista Luca Vullo e la presentazione del Rapporto Italiani del Mondo di Migrantes, con Maria Chiara Prodi, Cristina Pasqualini, Loredana Cornero e Delfina Licata.

Sabato 21 a Giurisprudenza ‘Oltre il mare, riflessione sulle due sponde’ con Regina Catrambone direttrice Moas, Marco Bertotto di Medici senza frontiere e Gianfranco Schiavone di Asgi. Inoltre intervengono l’europarlamentare Elly Schlein e Giampaolo Musumeci, giornalista di Radio 24. Nel pomeriggio, sempre a Giurisprudenza, ‘Disuguaglianze, povertà e migrazione’. Ospite d’onore il Segretario Generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, interverranno anche Linda Laura Sabbadini, Alessandra Smerilli e padre Camillo Ripamonti. Alle 18.30 la presentazione del libro ‘I girovaghi’ con il fumettista Massimo Bonfatti alla libreria Ubik. In serata, al teatro Tempio, lo spettacolo ‘Leila della tempesta’ di Ignazio De Francesco.

Domenica, infine, alle 9 al Centro Famiglia di Nazareth ‘Il diritto al viaggio’ con Cecile Kyenge, europarlamentare, il sottosegretario al Ministero dell’Interno Domenico Manzione, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini e il sindaco di Prato Matteo Biffoni. Interviene anche l’assessora al Comune di Modena, Giuliana Urbelli e il presidente di Porta Aperta Luca Barbari.

Nel pomeriggio, al teatro Tempio, ‘Ti racconto una storia’ con Davide Demichelis di Radici (Rai 3), Laura Silvia Battaglia e Daniela Maniscalco. In serata chiusura a Porta Aperta con il ‘cerchio’ di Artemigrante. Il Festival della migrazione è promosso da Fondazione Migrantes, Porta Aperta, Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore e IntegriaMo, con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Comune di Modena e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Bper, Menù e Conad. Sono ben 34 gli enti aderenti a questa iniziativa, tra enti locali, mondo accademico e sindacale, realtà ecclesiali e religiose, associazioni. Mo 11

 

 

 

 

Cosa è diventato il Ctim

 

ROMA - “Quante battaglie abbiamo condotto in questa nuova fase del Ctim? Me lo chiedo mentre ci avviciniamo alla data dell’Assemblea Generale di Roma, in programma il 15 ottobre, con nel cuore (e in agenda) mille e più cose fatte”. Inizia così l’articolo che Roberto Menia ha scritto per il nuovo numero di “Prima di tutto italiani”, mensile del Ctim diretto da Francesco De Palo.

“Quando sono diventato Segretario Generale del Ctim non immaginavo che così tanto pathos sarebbe stato presente in viaggi, incontri, comunicazioni, scambi di opinioni. Almeno non in questa dimensione. Significa, forse, che proprio la grande intuizione del Ministro Mirko Tremaglia, fondatore del Ctim, è stata un vero jolly: ridare dignità ai nostri connazionali che vivono lontano dalla Patria; costruire un dialogo quotidiano e costante tra la politica e gli italiani all’estero, senza ipocrisie e opportunismi; immaginare scenari e direttrici di marcia per i loro figli e i loro nipoti che oggi si scoprono avidi finanche nell’imparare la nostra cara lingua italiana; intrecciare le loro vite con il futuro dei nostri figli, sempre più all’insegna degli scambi e dei viaggi (con la nota dolente della nuova emigrazione italiana); programmare interventi normativi che sostengano gli italiani all’estero e non siano una zavorra (imu e pensioni); elaborare una strategia orientata al domani che impedisca l’eliminazione di servizi essenziai come consolati e luoghi di aggregazione come gli Istituti Italiani di cultura all’estero; stimolare i media a non farsi giocare da fanatismi e mode del momento che intendono cassare i simboli dell’italianità nel mondo, come il Balbo’s monument o il Columbus Day.

Quella straordinaria intuizione, confluita nel diritto di voto per gli italiani all’estero, merita dunque di essere accompagnata da politiche mirate e non sciatte; da condotte esemplari e non da altri casi Razzi; da reali rapporti con le comunità e non da visite meramente elettorali; da cognizione storica e sociale delle problematiche dei singoli gruppi e non da un paio di foto su facebook come molte attuali ministre amano fare nei viaggi di Stato (pagati da noi). In questi anni di Ctim ci siamo preoccupati di tessere una tela: fatta di rapporti personali, di viaggi e incontri, di elaborazioni su questo mensile giunto al trentasettesimo numero, di riflessioni su temi ed eventi. Perché ci crediamo ancora a quell’intuizione del fondatore. E non la molleremo”. (aise 1) 

 

 

 

 

I Patronati sono importanti, ma non sono da confondere con le Istituzioni dello Stato

 

Roma - "I patronati restano l'interfaccia per eccellenza dei nostri connazionali con talune istituzioni italiane per il disbrigo di pratiche e servizi altrimenti complessi da gestire, rappresentano pertanto un riferimento valido e prezioso per le nostre comunità, pur restando nell'alveo di una configurazione giuridica di diritto privato ben distante dal ruolo di garanzia svolto dallo Stato italiano attraverso le rappresentanza diplomatico-consolati oltre confine". Lo dichiara Aldo Di Biagio, senatore eletto in Ripartizione Europa a margine dell'incontro del Sottosegretario Amendola ed i Patronati sullo stato della collaborazione tra MAECI e Patronati. "La costante crescita del numero di italiani, soprattutto giovani che si recano in Europa imporrebbe un'attenzione maggiorata da parte del MAECI ben distante dal progetto di razionalizzazione della nostra presenza consolare in EU attualmente ancora in corso - spiega - e questo paradosso alimenta un vuoto di rappresentanza che non può essere colmato anche ufficiosamente attraverso installazioni di patronati, perché equivarrebbe a legittimare una delega dello Stato in comparti di sua totale esclusiva". Di Biagio conclude: "Al momento la revisione del trend di razionalizzazione in corso da anni meriterebbe di essere rivisto anche alla luce degli effetti della Brexit in EU e del mutato scenario entro il quale si muovono ed operano i connazionali e nel contempo merita di essere tutelato il ruolo dei patronati senza operare un loro snaturamento, funzionale a talune carenze amministrative. Positiva ed auspicabile una forma di collaborazione tra Maeci e Patronati purché non si comprometta lo scenario legislativo entro il quale entrambe le realtà sono chiamate ad operare" dip 3

 

 

 

Deputati Fedi e La Marca (Pd): “La legge sul voto all’estero subisce un duro colpo”

 

“Si porta tutta la legislazione ordinaria in materia di esercizio in loco del diritto di voto su un piano di profonda difformità di trattamento: i cittadini italiani residenti all’estero non hanno analogo peso, diritti e cittadinanza politica”

 

Roma - La legge sul voto all’estero subisce un duro colpo nel rapporto tra eletti ed elettori che è l’essenza della circoscrizione Estero. L’emendamento Lupi, con il quale abbiamo avuto anche una interlocuzione diretta, prevede che “Gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero; gli elettori residenti all'estero possono essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero”. Abbiamo compreso la natura politica di questo emendamento che fornisce soluzioni di candidatura a chi non ha un solido rapporto con il territorio. Non siamo assolutamente d’accordo con la disparità che si viene a creare.

Tutto ciò avviene in un momento politico delicato per il Paese, ne siamo consapevoli. Proprio per queste ragioni l’intera partita della riforma della 459 del 2001 andava gestita con forza e coraggio nelle aule parlamentari, con tutti i rischi legati ai tentativi di smontare il meccanismo di voto e di fare ciò che l’emendamento Lupi ha fatto, cioè consentire la candidatura all’estero di residenti in Italia. Oppure avremmo potuto proporre degli emendamenti “tecnici” per migliorare l’esercizio del voto. Ebbene la terza via, che nasce da un accordo per far passare la legge elettorale generale, ci sottrae qualsiasi futura possibilità, credibile, di aggiornare quella normativa.

Ma il danno è politico. E chi ha un autentico radicamento sul territorio pagherà il prezzo più alto. Non nascondemmo la nostra forte contrarietà alla introduzione, nelle primarie del Pd, di candidature dall’Italia. Con critiche anche aspre. Ma un conto sono le primarie di un partito ed altro è la rappresentanza della “Nazione” che nasce dal voto popolare. Quando si sviluppò, dopo il voto referendario, la nuova polemica sul voto all’estero, dicemmo che chi scriveva di brogli e screditava la rappresentanza all’estero, incluse associazioni di lunga tradizione democratica in emigrazione, avrebbe dato adito a “soluzioni” romano-centriche. Si è tutto concretizzato nel peggiore dei modi e portando tutta la legislazione ordinaria in materia di esercizio in loco del diritto di voto su un piano di profonda difformità di trattamento: i cittadini italiani residenti all’estero non hanno analogo peso, diritti e cittadinanza politica.

Il Gruppo del Pd ha dovuto accettare un emendamento di un gruppo di maggioranza che ha posto, in una trattativa serrata su tutto l'impianto della legge elettorale, alcune condizioni e non ha rinunciato ad alcuni emendamenti. Nonostante la limitazione del danno, poiché l’emendamento Lupi nella forma originale consentiva la canditura multipla e su tutte le ripartizioni per i residenti in Italia, nonostante il risultato positivo di aver fatto ritirare un emendamento di Forza Italia che aboliva il voto per corrispondenza, rimane l’amarezza che su questa vicenda si sia giocata una partita molto legata a logiche che nulla hanno a che vedere con la rappresentanza ed il suo legame con l’elettorato.

Marco Fedi e Francesca La Marca, Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero

 

 

 

Il 26 ottobre a Roma e in tutta Italia la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2017

 

ROMA – Verrà presentato il 26 ottobre alle ore 10.30 presso il Nuovo Teatro Orione a Roma la 27ma edizione del Dossier Statistico Immigrazione, analisi del fenomeno migratorio in Italia curata dal Centro studi e ricerche Idos e da Confronti. 

L'appuntamento segue di alcuni giorni la data del ventesimo anniversario della morte di mons. Luigi Di Liegro, il quale, come indimenticato fondatore della Caritas di Roma e propugnatore della solidarietà nei confronti degli immigrati, oltre che di ogni altra persona in situazione o a rischio di emarginazione, fu convinto sostenitore del Dossier. La sua figura, tenuta viva a Roma dall’omonima Fondazione, verrà commemorata anche in questa occasione.

Il Dossier, nato nel 1991 per raccogliere e commentare quanti più dati disponibili sul fenomeno migratorio, ha impegnato quest’anno più di 130 autori del mondo accademico, sociale, associativo e istituzionale, i quali hanno contribuito a redigere le varie parti del volume (internazionale, nazionale e regionali), con il supporto dei dati statistici più aggiornati relativi a molteplici e importanti aspetti che riguardano gli immigrati in Italia.

Alla presentazione di Roma, cui parteciperà Mauro Biani con una rassegna appositamente predisposta di sue vignette, interverrà anche Luca Anziani, vice moderatore della Chiesa Valdese che, sostenendo questo progetto, ha inteso promuovere una maggiore sensibilizzazione sia verso gli immigrati e i richiedenti asilo sia nei confronti del dialogo inter-religioso.

In un contesto sociale così profondamente diviso al suo interno su questi temi, due voci cercheranno di far capire meglio le ragioni dell’apertura: Insaf Dimassi, studentessa presso la Facoltà di Scienze Politiche Internazionali a Bologna, rappresentante delle seconde generazioni candidate alla cittadinanza italiana, e don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, infaticabile animatore dell’impegno sociale e amico di vecchia data di mons. Di Liegro. A concludere sarà, come sempre, un rappresentante delle istituzioni.

La campagna di sensibilizzazione potrà avvalersi anche di una scheda sintetica sui dati più significativi del Dossier, che sarà messa a disposizione di quanti la richiederanno, oltre che di una presentazione in slide del volume e altro materiale di supporto per i giornalisti.

Ugo Melchionda e Claudio Paravati, nell’Introduzione del Rapporto scritta congiuntamente, invitano a guardare all’immigrazione come a uno dei fattori chiave dello sviluppo umano, sociale, demografico ed economico, non solo dei paesi del Sud del mondo ma anche per gli stessi paesi di destinazione. Un’ottica, questa, che trova conforto proprio nei contenuti del Dossier.

Come di consuetudine, la presentazione è prevista in contemporanea o nei giorni immediatamente successivi in tutte le Regioni e Province Autonome d’Italia ad opera delle redazioni regionali del Dossier. Lo scopo è di fornire un’informazione corretta e quanto più possibile completa sul fenomeno migratorio in Italia, pur così vasto e complesso. Per la passata edizione del Dossier gli eventi di presentazione sono stati 115, numero che quest’anno si intende ampliare in collaborazione con una rete di associazioni coordinate dall’Ong Amref nell’ambito del progetto “Voci di confine”, cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in considerazione della crescente necessità di una narrazione corretta della migrazione, che contribuisca a evitare derive xenofobe e intolleranti. (Inform 13)

 

 

 

 

Symposium „Europa neu denken“: Wie Wissenschaft und Kultur zur europäischen Integration beitragen

 

Der europäische Integrationsprozess gerät immer wieder ins Stocken, doch Wissenschaftler und Kulturschaffende sind bemüht, Impulse für ein Um- und Neudenken Europas zu setzen.

 

Seit dem Brexit hat innerhalb der europäischen Bevölkerung der Zuspruch zur EU zugenommen. Nicht zuletzt als Folge des Flüchtlingszustroms kam es aber innerhalb Europas auch wieder zum Errichten neuer Grenzen. Die Flüchtlingspolitik hat vor allem drei Ängste geweckt: Verlust von nationaler Identität, Verlust von Wohlstand und Verlust von Sicherheit.

„Brücken bauen“ ist daher ein Ziel der Symposion-Reihe „Europa neu denken“, die unter der Schirmherrschaft von EU-Kommissar Johannes Hahn steht und dem 2014 verstorbenen Salzburger Universitätsprofessor Michael Fischer gewidmet ist. Symbolträchtig war auch der Ort der Veranstaltung, Marseille. Die älteste französische Stadt, ein Treffpunkt zwischen Europa und Afrika, in der das Zusammenleben von Christen, Muslimen und Juden mit all seinem Konfliktpotential aber auch der Dialogbereitschaft der Menschen Alltag ist.

Im Gespräch mit EURACTIV macht der für Erweiterungsfragen zuständige EU-Kommissar auf die Problematik in den Europa umgehenden Ländern aufmerksam. Während in Europa das Durchschnittsalter der Bevölkerung bei 43 bis 44 Jahren liegt, beträgt es in Afrika 21 bis 22 Jahre. 20 bis 25 Millionen Flüchtlinge und Binnenflüchtlinge werden allein in der östlichen und südlichen Umgebung Europas gezählt.

Für Hahn stellt eine Entwicklungspolitik, die einen bescheidenen Wohlstandsgürtel rund um Europa schafft, eine zentrale Aufgabe und Herausforderung für die EU-Politik der Zukunft dar.

Fokus auf Ukraine, Ägypten und Tunesien

Drei Länder außerhalb der EU sind es, die – neben den Balkanstaaten, der Türkei und Libyen – Hahns besondere Aufmerksamkeit finden:

* Die Ukraine, weil sie besonders wichtig für die Friedenssicherung am östlichen Rand der EU ist. Sie darf nicht wirtschaftlichen Interessen geopfert werden, bloß um mit Putins Russland wieder ins Geschäft zu kommen. Der Konsolidierungsprozess geht zwar langsam vor sich, verlangt jedoch nach Unterstützung und Zusammenarbeit.

* Ägypten, weil in dem Land täglich rund 7.000 Menschen auf die Welt kommen, dafür aber nur 5 Prozent des Landes lebenswerte Umstände bieten. Hier findet eine explosionsartige Bevölkerungsentwicklung statt, die dringend soziale und wirtschaftliche Begleitmaßnahmen erfordert.

* Tunesien, weil es der Regierung und den führenden politischen Kräften gelungen ist, die Ideen des arabischen Frühling am Leben zu halten. Diese „zarte Pflanze der Demokratie“, die einen Vorbildcharakter für die gesamte Region besitzt, gilt es zu pflegen.

Kultur als Verbindungselement des Mittelmeerraums

Einmal mehr wurde beim Symposion in Marseille auf die Bedeutung des Mittelmeeres für Europa hingewiesen. Wie sehr der europäische Kontinent nicht an seinen südlichen Grenzen von Griechenland über Italien bis Spanien Halt machen darf, illustrierte das Zitat eines Teilnehmers: „Wenn man einmal die Hand ins Meer gehalten hat, ist man mit allen Ländern verbunden, die an diesem Meer liegen“. Ein Spruch, der eigentlich auch für Binneneuropa angewandt werden könnte. Man muss nur an die Donau denken, die gleich zehn Länder und damit so viele Staaten wie kein anderer Fluss auf der Welt verbindet.

We drückt sich die Stimme der europäischen Jugend aus und wie kann sie am Besten auf den politischen Ebenen der EU gehört werden?

Ein wichtiger Faktor kommt im Mittelmeer der Kultur zu. Hier gibt es mittlerweile eine Fülle von Initiativen, die im Bereich der Literatur, Malerei, bildenden Kunst und von Theater und Musik für ein besseres wechselseitiges Verständnis werben.

Mitunter gibt es reichlich visionäre Projekte, wie das des ehemaligen österreichischen Flüchtlingskoordinators Christian Konrad, der eine Brücke zwischen Sizilien und Libyen bauen will, um Flüchtlinge problemlos von Afrika nach Europa und viceversa bringen zu können.

Welche Kraft in kulturellen Brückenbauten stecken kann, machte die Präsidentin der Salzburger Festspiele, Helga Rabl-Stadler, deutlich. Die Idee zur Gründung des Festivals hatte Max Reinhardt 1917, als der Erste Weltkrieg tobte. Ihm ging es damals darum, Europa neu zu denken, am Bau eines Friedenswerkes mitzuwirken. Und tatsächlich erwies sich dabei vor allem die „Musik als Steigerung des Wort-Wertverständnisses“.

Erinnerungskultur und Menschenrechtsregime

Europa hat ohne Zweifel – die Europäische Union ist gelebtes Beispiel – Lehren aus der Geschichte des Ersten und Zweiten Weltkriegs gezogen. Wenngleich noch immer Sieger und Besiegte nationale Mythen pflegen, so spiegelt sich das Resultat im so genannten „Menschenrechts-Regime“ wider, das prägend für die politische Kultur vor allem in Europa geworden ist.

Die Kulturhauptstädte Europas 2013 Marseille (Frankreich) und Košice (Slowakei) starten in den kommenden Tagen ihr offizielles Kulturprogramm.

Zur Erinnerungskultur gehört aber auch, dass sich Europa jener drei Säulen bewusst ist, auf denen der Kontinent steht. Sie tragen den Namen Athen, Rom und Jerusalem und stehen für die Begriffe Demokratie, Recht und Glauben. Jan Assmann, Professor für Kultur- und Religionswissenschaften an den Universitäten von Heidelberg und Konstanz, brachte es auf den Punkt:

„Europa verstand sich früher, im Zeitalter des Glaubens, als ein Hort des Glaubens, umgeben von Heiden, die es zu missionieren galt. Heute hat sich das Verhältnis umgekehrt. Europa, wie es von außen, vom fundamentalistischen Islam und evangelikalen Christentum Amerikas gesehen wird, gilt als Hort von Säkularismus, Aufklärung und Unglauben.“

Und weiter sagte Assmann: „Jetzt kommt es darauf an, Europa als Hort einer neuen Lebensordnung auf der Grundlage der Menschenrechte als einer neuen Magna Charta aufzubauen, als Sphäre nicht des Unglaubens, sondern eines neuen Glaubens an den Menschen und die Menschheit, an die demokratischen, zivilgesellschaftlichen Freiheiten, Rechte und Pflichten.“

Herbert Vytiska (Wien), EA 13

 

 

 

 

Ausstieg Israels und der USA. Seibert: Unesco-Austritt "falsches Signal"

 

Die Bundesregierung hat den geplanten Austritt der USA und Israels aus der UN-Kulturorganisation Unesco bedauert: "Aus unserer Sicht setzen diese Ankündigungen ein falsches Signal", sagte Regierungssprecher Seibert am Freitag in der Regierungspressekonferenz in Berlin.

 

"Wir halten diesen gestern angekündigten Austritt sowohl der USA als auch Israels aus der Unesco für sehr bedauerlich", stellte Regierungssprecher Steffen Seibert fest. "Wir halten die Unesco in ihrer Arbeit und dem Kernauftrag, den sie seit Jahrzehnten hat, für eine wichtige Organisation, an der wir aktiv teilnehmen wollen. Und wir würden uns wünschen, das würden alle Länder so sehen."

Die Arbeit der Unesco stehe weltweit für Frieden und Verständigung. Angesichts zunehmender globaler Krisen und der Tatsache, dass in vielen internationalen bewaffneten Konflikten Kulturgüter zum direkten Ziel gemacht würden, spiele die internationale Kulturpolitik eine wichtige Rolle, betonte der Sprecher.

Für eine leistungsstarke, reformierte Unesco

"Deswegen ist eine leistungsstarke, eine zuverlässige Unesco aus unserer Sicht von größter Bedeutung", sagte Seibert. Gleichzeitig kritisiere auch die Bundesregierung, dass seit einiger Zeit eine Politisierung der wichtigen Arbeit der Unesco durch einige Mitglieder zu beobachten sei.

Deshalb setze Deutschland große Hoffnungen in die neue Führung der Unesco.

Man erwarte, "dass die neue Führungsperson die Reform der Organisation mit Integrationskraft, mit Gestaltungskraft vorantreibt." Die Sacharbeit müsse wieder im Fokus stehen, während der Missbrauch der Organisation zu rein politischen Zwecken verhindert werden müsse.

Die Unesco ist die Organisation der Vereinten Nationen (UN) für Bildung, Wissenschaft und Kultur. Sie ist eine von 16 Sonderorganisationen der UN und hat ihren Sitz in Paris. Derzeit sind 195 Mitgliedstaaten in der Unesco vertreten. Am 13. Oktober finden Neuwahlen statt, da die Amtsperiode der jetzigen Generaldirektorin Irina Bukova Mitte November endet.

Kulturerbe der Menschheit sichern

Staatsministerin Monika Grütters erinnerte in ihrer Stellungnahme daran, dass die Mitgliedschaft in der Unesco "auch ein Fürsorge-Versprechen für das Menschheitskulturerbe überall in der Welt" sei.

Für die Rolle der Unesco in Deutschland wie auch für die wichtige Arbeit der deutschen Unesco-Kommission sieht Grütters keine unmittelbaren Auswirkungen.

Das US-Außenministerium hatte der Unesco am 12. Oktober den Rückzug Amerikas aus der Organisation mitgeteilt. Das Ministerium hatte dies mit der anti-israelische Haltung der Organisation begründet.

Zudem bedürfe die Unesco einer "grundlegenden Reform". Der Austritt soll zum Jahresende 2018 wirksam werden. Kurz nach der Ankündigung der USA erklärte auch Israel, Schritte für einen Austritt einzuleiten. Pib 13

 

 

 

 

Nationalratswahl. Rechtsruck in Österreich

 

Österreich steht vor dem Regierungswechsel: Die konservative ÖVP unter Sebastian Kurz liegt vor der Partei von SPÖ-Kanzler Kern. Die FPÖ ist derzeit entgegen ersten Hochrechnungen nur noch drittstärkste Kraft.

Bei der österreichischen Nationalratswahl zeichnet sich ein Rechtsruck ab. Die ÖVP um Herausforderer Sebastian Kurz wird Hochrechnungen des ORF zufolge erstmals seit 2002 stärkste Kraft mit einem Zuwachs von knapp acht Prozentpunkten auf 31,7 Prozent.

Die FPÖ um Chef Heinz-Christian Strache kommt demnach auf 25,9 Prozent der Stimmen. Damit liegt sie entgegen ersten Hochrechnungen zwar nur noch auf dem dritten Platz, kann aber mit rund fünf Prozentpunkten deutlich zulegen. Die SPÖ von Kanzler Christian Kern kann ebenfalls Stimmen hinzugewinnen und kommt mit 27,0 Prozent auf Rang zwei.

Nach ihrem Rekordergebnis von 12,4 Prozent vor vier Jahren stürzen die Grünen diesmal in der Gunst der Wähler ab. Sie kommen laut Hochrechnung nur noch auf 3,8 Prozent. Die liberalen Neos erreichen den Angaben zufolge 5,1 Prozent (2013: fünf Prozent).

Die erstmals angetretene Liste des Grünen-Abtrünnigen Peter Pilz sehen die Demoskopen bei 4,3 Prozent. In Österreich liegt die Hürde für den Einzug ins Parlament bei vier Prozent. Die Schwankungsbreite der Hochrechnungen liegt bei rund 2,4 Prozentpunkten.

Der aktuellen Hochrechnung zufolge wären folgende Koalitionen möglich: ÖVP und FPÖ hätten eine klare Mehrheit. Auch eine erneute Koalition zwischen ÖVP und SPÖ wäre möglich. Die SPÖ würde auch gemeinsam mit der FPÖ eine Mehrheit im Parlament haben.

Der stellvertretende Klubobmann der ÖVP, August Wöginger, zeigte sich in einer ersten Runde im ORF erfreut über den Sieg seiner Partei . Bei der SPÖ verweist der Klubobmann Andreas Schieder darauf, dass sozialdemokratische Parteien auch in anderen europäischen Ländern schlecht abschnitten. Gleichzeitig hoffte er noch auf die Briefwähler.

FPÖ-Vizeparteichef Norbert Hofer sagte, viele Menschen hätten für Veränderungen gestimmt, jetzt gelte es, die Hoffnungen der Menschen zu erfüllen. Für eine mögliche Regierungsbeteiligung dringt Hofer auf eine Partnerschaft "auf Augenhöhe".

Der Grüne Albert Steinhauser spricht von einem "Debakel für die Grünbewegung". Jetzt müsse die schwierige Wiederaufbauarbeit beginnen. Der stellvertretende Neos-Klubobmann Nikolaus Scherak spricht trotz des schwierigen Wahlkampfs von einem "beachtlichen Ergebnis".

Endgültiges Ergebnis erst am Donnerstag

6,4 Millionen Österreicher konnten nach dem Bruch der rot-schwarzen Koalition im Mai vorzeitig ein neues Parlament wählen. Die ÖVP um Kurz war als klarer Favorit ins Rennen gegangen, während zwischen FPÖ und SPÖ laut letzten Umfragen ein enges Rennen erwartet worden war.

Ausgezählt werden zunächst nur jene Stimmen, die in den Wahllokalen abgegeben wurden. Selbst das vorläufige Ergebnis wird noch keine Briefwahlstimmen enthalten. Das endgültige Ergebnis inklusive Briefwähler wird erst am Donnerstag verkündet.

Der Rechtsruck hatte sich abgezeichnet. Bereits bei der Präsidentschaftswahl im vergangenen Jahr hatte die FPÖ kurz vor einem Triumph gestanden: Bei der Stichwahl am 22. Mai landete der Grüne Alexander Van der Bellen nur mit hauchdünnem Vorsprung vor FPÖ-Kandidat Norbert Hofer. Nachdem die Wahl wegen Unregelmäßigkeiten annulliert wurde, unterlag Hofer bei der Wiederholung im Dezember mit 46 Prozent deutlich.

In der Wahlzentrale der ÖVP brach nach Bekanntwerden der Hochrechnung tosender Applaus und Jubel aus. Generalsekretärin Elisabeth Köstinger bedankte sich bei den Unterstützern. Auch bei den Neos war die Freude über den Stimmenzuwachs groß. Im Wahlzelt der SPÖ gab es dagegen nur verhaltenen Applaus und vereinzelte Buhrufe, berichtet der ORF.

dpa/Reuters/AP/AFP 15

 

 

 

Grenzkontrollen verlängert bis Mai 2018

 

Grenzkontrollen an den deutschen Grenzen wurden um weitere sechs Monate verlängert. Bundesinnenminister de Maizière begründet die Entscheidung mit illegaler Migration und einer angespannten Sicherheitslage. Opposition spricht von billigem Aktionismus.

 

Die Kontrollen an den deutschen Binnengrenzen werden bis Mai 2018 fortgesetzt. Wie das Bundesinnenministerium am Donnerstag in Berlin mitteilte, hat Minister Thomas de Maizière (CDU) eine entsprechende Verlängerung in Absprache mit Amtskollegen weiterer europäischer Länder beschlossen.

Der CDU-Politiker verwies auf die Anschläge in jüngerer Vergangenheit und die nach wie vor angespannte Sicherheitslage. „Es bestehen auch weiterhin Defizite beim Schutz der EU-Außengrenzen sowie ein erhebliches Maß illegaler Migration innerhalb des Schengenraums“, ergänzte er.

Jelpke: Grenzkontrolle „billiger Aktionismus“

Innenpolitikerin Ulla Jelpke (Linke) bezeichnet die Verlängerung der Binnengrenzkontrollen als „Schmierentheater“. Die Schließung der Grenzen aufgrund von Terrorgefahr sei „billiger Aktionismus“, um auf Kosten der Bürgerrechte vom Behördenversagen abzulenken.

Jelpke verweist auf ein Bundestagspapier. Darin kann die Bundesregierung keine Auskunft darüber geben, wie viele Terrorverdächtige bisher durch Binnengrenzkontrollen festgestellt werden konnten. „Offenbar gibt es solche Fälle schlicht nicht. Auch die Wiedereinführung von Personenkontrollen bei EU-Bürgern an den Außengrenzen hat bislang zu keinem einzigen ‚Treffer‘ geführt“, erklärt Jelpke.

Kontrolle an der deutsch-österreichischen Grenze

Die Binnengrenzkontrollen waren zuletzt bis zum 11. November beschlossen worden und werden nun um weitere sechs Monate verlängert. Sie beschränken sich den Angaben zufolge auf die deutsch-österreichische Grenze, die weiter ein Schwerpunkt illegaler Migration nach Deutschland sei, sowie Flugverbindungen von Griechenland nach Deutschland. Vermehrt würden dabei unerlaubte Einreisen festgestellt.

Eine vollständige Rückkehr zu einem Schengenraum ohne Kontrollen an den Binnengrenzen sei erst möglich, wenn die Gesamtlage dies zulasse. Der Bundesinnenminister hatte im Zuge der großen Fluchtbewegung im September 2015 erstmals Kontrollen an den deutschen Grenzen angeordnet. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Oxfam kritisiert Menschenrechtsverletzungen in der EU-Migrationspolitik

 

Die EU-Migrationspolitik braucht dringend einen Richtungswechsel, um die Grundwerte der EU und die Menschenrechte zu wahren, schreibt die Entwicklungs-Organisation Oxfam kurz vor dem EU-Gipel am 19./20. Oktober in einem Bericht.

 

In dem 30-seitigen Bericht heißt es, die EU und die Mitgliedstaaten hätten kaum versucht, Möglichkeiten für sichere und geordnete Migration zu schaffen und zeigten wenig Bedenken bezüglich der Auswirkungen, die ihre Politik auf die Menschenrechte und Lebensbedingungen von Asylsuchenden in der EU und an ihren Grenzen hat.

Mit dem Zeitpunkt der Veröffentlichung will Oxfam sicherlich auch Einfluss auf den EU-Gipfel am 19. Und 20. Oktober in Brüssel nehmen, bei dem es unter anderem um Migration, Verteidigung und Digitalisierung gehen soll.

Zwei Jahre Asylpolitik unter der EU-Migrationsagenda hätten gezeigt, dass es den EU-Institutionen und den Mitgliedstaaten zum größten Teil darum geht, irreguläre Migration zu blockieren, Kontrollen zu verstärken und die Grenzen zu schützen – ohne sich dabei allzu sehr um langfristige und nachhaltige Lösungen zu kümmern, so der Bericht.

Oxfam liegen Berichte von Betroffenen und Augenzeugen vor, laut denen ungarische und kroatische Grenzbeamte Migranten körperlich angreifen, Frauen und Kinder in den Migrations-„Hotspots“ in Griechenland und Italien Missbrauch ausgesetzt sind, und Menschen die Flucht vor Folter und Vergewaltigung in Libyen verwährt wird. Dies seien alles Resultate der EU-Flüchtlingsolitik.

Im Bericht formuliert Oxfam auch „Richtlinien“ zum Umgang mit Migration, sowohl innerhalb der EU als auch an ihren Außengrenzen. Außerhalb der EU müsse man dafür sorgen, „dass Entwicklung für die Menschen vor Ort funktioniert.“ Geldgeber müssten ganzheitliche Ansätze verfolgen, um Krisen und chronischen Problemen in der EU-Nachbarschaft entgegenzuwirken.

Außerdem warnt die Organisation, Entwicklungszusammenarbeit und humanitäre Hilfe dürften nicht missbraucht werden, um Migration zu bekämpfen. Der Erfolg von Entwicklungspolitik lasse sich nicht an der Zahl der Menschen berechnen, die die Grenzen überqueren oder nicht überqueren.

Der Report ruft auch zu einer Fortsetzung der Rettungsaktionen im Mittelmeer auf. Das Retten von Menschenleben müsse absolute Priorität haben. In dieser Hinsicht verweist Oxfam auch auf die wichtige Rolle, die NGOs in der Seenotrettung spielen, sowie auf den Versuch einiger Regierungen, dies zu unterbinden.

Die spanische NGO Proactiva Open Arms wirft der EU vor, Probleme in der Flüchtlingskrise im Mittelmeer zu ignorieren und die Arbeit von NGOs zu behindern.

Desweiteren fordert Oxfam mehr sichere und reguläre Mobilitätsoptionen. Obwohl die EU theoretisch offen gegenüber solcher Flüchtlingskorridore und geregelter (Arbeits-) Migration ist, sei bisher sehr wenig geschehen.

Bezüglich der Handhabung von Migration innerhalb der EU spricht sich Oxfam gegen die Inhaftierung von Geflüchteten aus, die „inzwischen eher die Norm als die Ausnahme“ sei. Darüber hinaus müsste die Familienzusammenführung entsprechend der Dublin-Regelungen der EU besser unterstützt werden. Im Oxfam-Bericht heißt es: „Die Definition von ‚Familie‘ sollte auf junge Erwachsene angewendet werden, die vor ihrer Flucht angewiesen waren auf Familie, auf die Eltern, Geschwister, Angeheiratete und auf alle abhängigen Verwandten.“

Auf Nachfrage von EURACTIV bezüglich dieser großzügigen Definition von Familie antwortete Oxfam, die Familienzusammenführung sei sowohl im Interesse der Geflüchteten als auch der westlichen Gesellschaften, da sie die Integration unterstützen würde. Darüber hinaus bestünde nicht die Gefahr, dass sich die Zahl der ankommenden Migranten in Europa über Familienzusammenführungen versiebenfachen könnte, wie einige unterstellen.

Im Gespräch mit Journalisten erklärte Natalia Alonso, Vizedirektorin bei Oxfam International für Lobbyarbeit und Kampagnen, Migration könne anders als bisher und unter Achtung der Menschenrechte gehandhabt werden. Es sei ebenso möglich, „die Erzählweise umzukehren“ und die Botschaft zu übermitteln, dass Migration einen positiven Einfluss auf die Gesellschaften in den EU-Staaten haben kann.  Georgi Gotev, EA 11

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Mehr als 140.000 Bootsflüchtlinge kamen 2017 nach Europa

 

Die Zahl der Bootsflüchtlinge in Europa hat sich im Vergleich zum Vorjahr halbiert, deutlich zurückgegangen ist auch die Zahl der Toten. Das teilt die Internationale Organisation für Migration mit.

 

Seit Anfang des Jahres haben laut den Vereinten Nationen mehr als 140.000 Flüchtlinge und Migranten auf Booten die Küsten Europas erreicht. Damit sei die Zahl der in Europa angekommenen Bootsflüchtlinge gegenüber dem Vergleichszeitraum 2016 stark gesunken, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) der UN am Dienstag in Genf mit. Von Anfang Januar bis Anfang Oktober 2016 seien 318.000 angekommene Flüchtlinge und Migranten erfasst worden.

Im laufenden Jahr gelangten drei von vier Flüchtlingen in Italien an Land, die restlichen verteilten sich laut IOM auf Griechenland, Zypern und Spanien. Hauptgrund für den Rückgang sei die Schließung der sogenannten Balkanroute, auf der Flüchtlinge und Migranten über Griechenland nach Europa gereist waren.

Die Zahl der Menschen, die auf der gefährlichen See-Passage starben, ging weniger stark zurück. Im laufenden Jahr verloren laut der IOM bislang 2.754 Menschen auf dem Mittelmeer ihr Leben. Von Anfang Januar bis Anfang Oktober 2016 seien 3.686 Todesfälle registriert worden. Die Dunkelziffern könnten jedoch weitaus höher liegen. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Macron will Asylsystem nach deutschem Vorbild

 

Frankreich will in den kommenden zwei Jahren 10.000 Flüchtlinge aufnehmen und sein Asylsystem dem deutschen angleichen. Das sagte Präsident Emmanuel Macron am Montagabend nach einem Treffen mit UN-Flüchtlingskommissar Filippo Grandi in Paris.

Ziel ist, ausgesuchten Flüchtlingen in Nachbarländern Syriens und in Afrika eine legale Migration zu ermöglichen. Nach deutschem Vorbild will Macron zudem mehr für die Integration tun, aber auch „deutlich härter“ gegen Wirtschaftsflüchtlinge vorgehen.

Nach Angaben des Präsidenten will Frankreich bis 2019 über dasUmsiedlungsprogramm des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR tausende Menschen aufnehmen, die in der Türkei, im Libanon und in Jordanien Zuflucht gefunden haben. In diesen Ländern ist der Großteil der Bürgerkriegs-Flüchtlinge aus Syrien gestrandet.

Insgesamt 3.000 Menschen sollen zudem aus den afrikanischen Transitstaaten Tschad und Niger nach Frankreich kommen, wie das Innenministerium in Paris mitteilte. Experten der französischen Flüchtlingsbehörde Ofpra wollen demnach Ende Oktober vor Ort damit beginnen, die Asylchancen von Flüchtlingen zu prüfen. Das UNHCR schätzt, dass sich in beiden Ländern mehr als 90.000 schutzbedürftige Menschen aufhalten.

Bei einem Gipfeltreffen in Paris hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) mit Staats- und Regierungschefs mehrerer europäischer und afrikanischer Länder über eine gemeinsame Flüchtlingspolitik beraten.

Frankreich will damit als erstes Land eine Zusage vom Flüchtlings-Gipfel Ende August einhalten, die Asylchancen künftig schon in Transitländern zu prüfen. An dem Treffen in Paris nahmen neben Macron auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) sowie die Staats- und Regierungschefs Spaniens, Italiens, Libyens, des Tschad und des Niger teil.

Die EU-Kommission will sichere Migrationswege für mindestens 50.000 Flüchtlinge aus Afrika schaffen. Für die Einrichtung von Asylzentren in afrikanischen Transitländern, wo dann vor Ort über die Anträge der Flüchtlinge entschieden werden soll, hatte sich auch schon Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) ausgesprochen.

Macron hatte früher auch von Registrierungsstellen für Flüchtlinge im Bürgerkriegsland Libyen gesprochen, die im Sommer eingerichtet werden sollten. Davon war bei dem Treffen mit Grandi allerdings nicht mehr die Rede. Nach Angaben des Elysée-Palasts ist dies derzeit wegen der großen Sicherheitsprobleme in dem Krisenstaat nicht möglich.

Der französische Präsidentschaftskandidat Emmanuel Macron verteidigt die Flüchtlingspolitik der Bundeskanzlerin. Sie habe den gemeinsamen Werten entsprechend gehandelt und so die „kollektive Würde“ Europas bewahrt.

Macron kündigte zudem für die kommenden Wochen neue Vorstöße an, um die französischen Asylregeln den deutschen anzugleichen. Frankreich wolle „diejenigen besser empfangen, die asylberechtigt sind“, betonte er. Dafür sollten die Prozeduren bei den Behörden beschleunigt und bessere Programme zur Integration aufgelegt werden.

Zugleich plädierte Macron für eine „härtere Gangart bei der Rückführung von allen, die kein Anrecht“ auf Asyl hätten. Um den „Zustrom von Wirtschaftsflüchtlingen“ einzudämmen, sollten Ausreisewillige besser über ihre Situation aufgeklärt werden.

Hilfsorganisationen beklagen schon seit Jahren, dass die französischen Behörden immer wieder wilde Flüchtlingscamps räumen, ohne aber ausreichende Unterkünfte für Flüchtlinge zu schaffen. In Paris gibt es ein einziges Zentrum mit 4.000 Plätzen, das völlig überbelegt ist. EA/AFP 10

 

 

 

Vereinte Nationen. Deutlich weniger Bootsflüchtlinge

 

Im laufenden Jahr sind UN-Angaben zufolge rund 138.000 Menschen über das Mittelmeer nach Europa gekommen. Das weniger als die Hälfte als im Vergleichszeitraum 2016. Ein Rückgang wurde auch bei den Todesfällen registriert.

Die Zahl der in Europa angekommenen Bootsflüchtlinge ist laut den UN in den ersten neun Monaten 2017 stark gesunken. Von Anfang Januar bis Ende September hätten rund 138.000 Männer, Frauen und Kinder über die Mittelmeer-Route die Küsten Europas erreicht, teilte die Internationale Organisation für Migration (IOM) der UN am Dienstag in Genf mit. Im Vergleichzeitraum 2016 seien 305.000 angekommene Flüchtlinge und Migranten erfasst worden.

In diesem Jahr gelangten drei von vier Flüchtlingen in Italien an Land, die restlichen verteilten sich laut IOM auf Griechenland, Zypern und Spanien. Hauptgrund für den Rückgang sei die Schließung der sogenannten Balkanroute, auf der Flüchtlinge und Migranten von Griechenland nach Nordeuropa gewandert waren.

Die Zahl der Menschen, die auf der gefährlichen See-Passage starben, ging weniger stark zurück. Im laufenden Jahr verloren laut der IOM bislang 2.660 Menschen auf hoher See ihr Leben. In den ersten neun Monaten 2016 seien 3.600 Todesfälle registriert worden. Die Dunkelziffer könnten jedoch weitaus höher liegen. (epd/mig 6)

 

 

 

 

„Die Einheit wahren“: Ratspräsident Tusk will Vorschläge für Zukunft der EU erarbeiten

 

EU-Ratspräsident Donald Tusk hat sich selbst eine Frist von zwei Wochen gesetzt, um mit allen EU-Staatschefs zu sprechen, bevor er seinen Plan für die Zukunft Europas vorstellen will.

Vergangenen Freitag hatte sich Tusk während des EU-Gipfels in Tallinn bereits mit den Regierungschefs Estlands, Bulgariens, Kroatiens und Deutschlands getroffen. Er will die Regierungen aller EU-Länder nach ihren Ideen befragen und dann seinen Vorschlag erarbeiten, teilte er bei einer Pressekonferenz mit.

Damit reagiert er auf die Reden von Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker und Frankreichs Präsident Emmanuel Macron, die bereits ihre Visionen für die Zukunft der EU dargelegt hatten.

Beim Gipfel in Tallinn trafen sich 27 EU-Regierungschefs, um Technologie- und Digital-Themen zu besprechen. Spaniens Premierminister Mariano Rajoy nahm aufgrund des Referendums in Katalonien nicht teil.

Tusk erklärte bereits, sein Vorschlag werde mögliche nächste Schritte in der gemeinsamen Verteidigung, der Wirtschafts- und Währungsunion sowie in den Beziehungen zu den Westbalkanstaaten beinhalten. „Ich habe das Ziel, echte Lösungen für die echten Probleme unserer Bürger zu finden, die besonders besorgt sind, was die Themen Sicherheit, Migration und Arbeitslosigkeit angeht,“ so Tusk. Er nannte seinen Vorschlag eine „Führungsagenda 2017 und 2018.“

Unter anderem ginge es ihm darum, nicht noch mehr Unzufriedenheit bei den EU-Staaten außerhalb der Eurozone zu schüren, die sich deutlich gegen ein „Europa der zwei Geschwindigkeiten“ aussprechen. „Ich werde alles dafür tun, die Einheit der EU zu wahren,“ versprach der Ratspräsident.

Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hat heute seine jährliche Rede zur Lage der Europäischen Union gehalten. Ein Überblick über die wichtigsten Punkte.

Nach den Konsultationen will Tusk seine Vorschläge ausarbeiten und sie den EU-Regierungen eine Woche vor dem Gipfel in Brüssel am 19./20. Oktober zukommen lassen. Dadurch solle den Staats- und Regierungschefs genügend Zeit eingeräumt werden, seine Vision zu analysieren und Antworten zu erörtern.

Der Technologie-Gipfel in Tallinn am vergangenen Donnerstag und Freitag wurde von Estland organisiert, das bis Ende des Jahres die EU-Ratspräsidentschaft inne hat. Es handelte sich dabei um einen sogenannten informellen Gipfel, an dessen Ende keine offiziellen schriftlichen Ergebnisse oder Schlussfolgerungen vorgelegt werden (müssen).

In Tallinn haben die Staatschefs beschlossen, in Zukunft solche informellen Treffen häufiger und regelmäßiger abzuhalten. Diskussionen über die Zukunft Europas könnten so beschleunigt werden. Bis Ende des Jahres treffen sie sich nun ungefähr einmal monatlich: Im Oktober findet die offizielle Sitzung in Brüssel statt, gefolgt vom informellen Sozialgipfel in Göteborg im November und einem weiteren offiziellen Gipfel im Dezember.

Die Regierungen selber begrüßten den Vorschlag, regelmäßigere Treffen abzuhalten. Emmanuel Macron sagte: „2018 wird ein Jahr der Möglichkeiten für Europa.“ Die politischen Führer müssten die Diskussion um die Zukunft der Union ab sofort und vor den EU-Parlamentswahlen 2019 intensivieren: „Wenn wir es 2018 nicht tun, werden wir weitere fünf Jahre verlieren,“ warnte er.

Vertragsänderungen, Landwirtschaft und Schulden: In seiner Rede über ambitionierte EU-Reformen hat Macron Themen angesprochen, die bisher als Tabu galten.

Auch Luxemburgs Premierminister Xavier Bettel sprach sich für häufigere informelle Treffen aus. Bei diesen Meetings habe man die Möglichkeit, sich „auszutauschen, zu reden, ohne dass es zwingend offizielle Ergebnisse geben muss.“ Die Idee sei eine „gemeinsame Initative aller 28 Staatsführungen. Auch Theresa [May, die britische Premierministerin] war dabei. Auch wenn sie die EU verlässt, bleibt sie Europäerin und will keine schwierigen Zeiten für uns.“

Aufgrund von Mays Anwesenheit beim Dinner am Donnerstagabend und beim Digitalgipfel am Freitag war der Brexit in Tallinn kein Thema. Catherine Stupp, EA 2

 

 

 

 

SPD wird stärkste Kraft in Niedersachsen. Weil kann bleiben

 

Bei der Landtagswahl in Niedersachsen am Sonntag wurden die Sozialdemokraten laut ersten Hochrechnungen erstmals seit 19 Jahren wieder die stärkste Kraft. Die CDU landete in dem norddeutschen Flächenland mit seinen sechs Millionen Wählern demnach auf Platz zwei. Der sozialdemokratische Ministerpräsident Stephan Weil kann damit weiterregieren, offen ist allerdings, in welcher Konstellation.

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Den Hochrechnungen zufolge reicht es für die amtierende rot-grüne Koalition nicht mehr. Damit wäre eine große Koalition unter der Führung der SPD wahrscheinlich. Neben Grünen und FDP schafft auch die rechtspopulistische AfD erstmals den Einzug in den Landtag in Hannover, die Linke bleibt draußen.

Die SPD erhält der ARD-Hochrechnung von 18.14 Uhr zufolge 37,3 Prozent nach 32,6 Prozent 2013, das ZDF (18.17 Uhr) sieht die Sozialdemokraten bei 37,2 Prozent. Die CDU gibt auf 34,9 (ZDF: 34,9) Prozent nach. 2013 war sie mit 36,0 Prozent noch stärkste Kraft. Verluste erlitten mit 8,5 (ZDF: 8,2) Prozent auch die mit der SPD koalierenden Grünen, die 2013 noch 13,7 Prozent der Stimmen erhalten hatten. Die FDP konnte mit 7,0 (ZDF: 7,4) Prozent ihre Ergebnis von 2013 (9,9 Prozent) Stimmen nicht halten. Die AfD schaffte mit 5,5 (ZDF: 5,5) Prozent der Stimmen den Sprung über die Fünf-Prozent-Hürde. Die Linke muss mit 4,8 (ZDF: 4,6) Prozent um den Einzug ins Parlament bangen, den sie 2013 mit 3,1 Prozent verpasste.

Damit erhält die SPD der ARD zufolge voraussichtlich 54 Sitze, die CDU 51. Die Grünen erhalten 12 Mandate, die FDP stellt zehn Abgeordnete. Die AfD ist mit acht Parlamentariern im Landtag vertreten. Damit ist eine Neuauflage der rot-grünen Regierung ausgeschlossen. Rechnerisch möglich wären eine große Koalition oder ein sogenanntes Jamaika-Bündnis aus Union, FDP und Grünen, da keine der etablierten Parteien eine Koalition mit der AfD eingehen will. Eine Ampel-Koalition aus SPD, FDP und Grünen hat die FDP ausgeschlossen.

Die Wahlbeteiligung lag laut ARD mit 63 Prozent höher als 2013 mit 59,4 Prozent.

Weil sagte in einer ersten Reaktion: “Das ist ein großer Abend für die niedersächsische SPD.” Die CDU in Niedersachsen sollte sich nach Worten des schleswig-holsteinischen Ministerpräsidenten Daniel Günther (CDU) einer großen Koalition mit der SPD nicht verschließen. “Ich empfehle auf jeden Fall, für solche Gespräche zur Verfügung stehen.” Man habe das Ziel nicht erreicht, stärkste Kraft zu werden.

Die vorgezogene Neuwahl wurde notwendig, nachdem die Grünen-Abgeordnete Elke Twesten im August zur CDU übertrat. Turnusgemäß hätten die Niedersachsen erst im Januar 2018 gewählt. Noch im Sommer lag die CDU in Umfragen bei 40 Prozent und die SPD abgeschlagen bei 32 Prozent. Der Umschwung in den Umfragen setzte ausgerechnet mit dem Parteiübertritt von Twesten ein - denn der Seitenwechsel hatte eine mobilisierende Wirkung für SPD und Grüne. Weil verkörperte im Wahlkampf den “Sie-kennen-mich”-Politiker und soliden Landesvater, räumte Fehler etwa in der Bildungspolitik offen ein und bekam in Umfragen stets bessere Kompetenzwerte als sein CDU-Herausforderer Bernd Althusmann. In einer ZDF-Umfrage vom Sonntag sprachen sich 50 Prozent für Weil als Ministerpräsident aus und 32 Prozent für Althusmann.

SPD KANN TREND 2017 STOPPEN

Das Ergebnis in Niedersachsen hat den Trend dieses Jahres zugunsten der SPD durchbrochen. Bei den Wahlen im Saarland, in Schleswig-Holstein, in Nordrhein-Westfalen und im Bund konnte die Union den Top-Posten verteidigen oder neu erobern. Die Flüchtlingspolitik spielte in Niedersachsen keine so große Rolle wie etwa bei der Bundestagswahl, weshalb die AfD Beobachtern zufolge einen Dämpfer hinnehmen musste. Entscheidender waren demnach eher die Themen Innere Sicherheit, Bildung und Verkehr. Beide Kandidaten, Weil und Althusmann, gelten als Unterstützer ihrer Bundesvorsitzenden Martin Schulz und Angela Merkel.

Die meisten Beobachter bezweifeln, dass die letzte Landtagswahl des Jahres große Auswirkungen auf die Bundespolitik haben dürfte. Es war eher umgekehrt so, dass der Urnengang in Hannover die Folgewirkungen der Bundestagswahl bremste. Dies betraf die Aufarbeitung der Wahlergebnisse und die Sondierungsgespräche - schon aus Zeitgründen. Denn etwa CDU-Chefin Merkel hatte schon drei Tage nach der Bundestagswahl ihren ersten Wahlkampfauftritt in Niedersachsen. Die Sondierungsgespräche von CDU/CSU, FDP und Grünen für ein Jamaika-Koalition im Bund sollen in der kommenden Woche beginnen. Es wird mit schwierigen Gesprächen gerechnet.  Alexander Ratz, Reuters 15

 

 

 

 

Über Worte & Begriffe. Rasse sagt man nicht mehr

 

Das Wort Rasse mag nahezu verschwunden sein, das gedankliche Konstrukt versteckt sich heute aber hinter einem anderen Wort. Das Wort lautet: Kultur! Es ist zum Kampfbegriff geworden und wird äquivalent zum Rassebegriff gehandelt. Von Sami Omar

 

Wenn man sein Bauchfett von beiden Seiten her zusammenquetscht, sehen fast alle Bauchnabel so aus, wie eine der schmelzenden Uhren auf Salvador Dalís Gemälde „Die Beständigkeit der Erinnerung“. Diese Erkenntnis ist Gold wert. Sie werden Freude damit haben. Bitteschön, gern geschehen!

Salvador Dalí – der bis heute im Verdacht steht, dem Faschismus und seinen prominenten Vertretern zugetan gewesen zu sein – wird in einem Artikel seines Kollegen Breton mit der Überzeugung zitiert: … dass alle gegenwärtigen Unruhen in der Welt rassischen Ursprungs seien, und die beste Lösung bestünde in einer Übereinkunft aller weißen Rassen, die dunklen in Sklaverei zu zwingen. Der Vorschlag wäre heute innerhalb einer seriösen Debatte völlig untragbar. Er fußt aber auf einer Theorie, die auch heutigen Debatten zugrunde liegt, Debatten um die angebliche Bedrohung des christlichen Abendlandes durch „fremde Kulturen“. Er lautet immer noch in etwa so: Menschen gehören nach Art und Aussehen zu unterschiedlichen Gruppen. Diese Gruppen heißen Rassen und sind mit verschiedenen Wertigkeiten menschlichen Lebens verknüpft.

Nach dem Ende des zweiten Weltkrieges brach für Deutschland in vielerlei Hinsicht gleichsam eine neue Ära an. Was im Dritten Reich gewesen ist, das sollte und durfte sich auch in der Sprache nicht fortsetzen. Das Konstrukt der Rasse durfte so nicht mehr genannt werden. Zuviel war geschehen, als dass man daraus etwas Neues erwachsen lassen hätte können. Und tatsächlich ist das Wort Rasse über die Jahrzehnte aus dem Sprachgebrauch verschwunden. Es ist kaum noch zu lesen oder zu hören. Jedoch wird im Deutschen aus gutem Grund ein Unterschied zwischen Begriff und Wort gemacht. Während „Begriff“ ein gedankliches Konstrukt bezeichnet, ist mit „Wort“ die dem Konstrukt zugeordnete Bezeichnung gemeint. Das Wort Rasse mag also nahezu verschwunden sein, das gedankliche Konstrukt versteckt sich heute aber hinter einem anderen Wort. Das Wort lautet: Kultur! Es ist zum Kampfbegriff geworden und wird – von manchen bewusst, von anderen unbemerkt – äquivalent zum Rassebegriff gehandelt.

„Die Ideologie des Multikulturalismus, die importierte kulturelle Strömungen auf geschichtsblinde Weise der einheimischen Kultur gleichstellt und deren Werte damit zutiefst relativiert, betrachtet die AfD als ernste Bedrohung für den sozialen Frieden und für den Fortbestand der Nation als kulturelle Einheit.“ (AfD-Parteiprogramm)

Dem Zitat wohnen zwei Gedanken inne: Die Sorge um die Reinheit der Kultur als in sich geschlossenes, homogenes, von anderen Kulturen klar trennbares Gut. Und die Sorge um den Verlust ihrer vermeintlich höheren Wertigkeit durch eine Vermischung mit anderen, naturgemäß niederen Kulturen. Ersetzt man das Wort Kultur in diesen Zitaten mit dem Wort Rasse, so wird ersichtlich, wie nahezu synonym sie hier verwendbar sind. Im Sprachgebrauch der neuen Rechten in Europa wird die Herabsetzung anderer Traditionen und Gebräuche, aber auch anderen Aussehens und anderer Herkünfte unter dem Deckmantel kultureller Bewahrungsbestrebungen betrieben. Dabei liegt alledem nichts anderes zugrunde, als die Knüpfung unterschiedlicher Wertigkeiten an Menschen anderer Herkunft und deren Traditionen. Und es wird verleugnet, wie sehr die Kulturgeschichte, z.B. des Abendlandes durch Transkulturalität geprägt ist und schon immer war. Selbst der ganze Stolz und intellektuelle Quell des Abendlandes, nämlich das antike Griechenland, könnte als Blaupause einer transkulturellen Gesellschaft dienen. Während das Land ab dem späten 18. Jahrhundert zur quasi aus-sich-selbst-entstandenen Hochkultur stilisiert wurde, speiste sich tatsächlich auch diese Gesellschaft aus den verschiedensten kulturellen Einflüssen Ägyptens, Babyloniens, Phöniziens und anderer mehr. Nicht ohne Schwierigkeiten, wohlgemerkt.

Kultur, bezeichnet das vom Menschen selbst gestaltete. Natur, das dem Menschen gegebene. Die Bedeutung des Wortes „Kultur“ verschiebt sich hin zu einer Eigenartigkeit, die durch menschliche Natur vorgegeben sei. In dieser Logik können die „fremden Menschen“ also nichts für Ihre bedrohliche Minderwertigkeit. Man kann völlig frei von Schuldzuschreibungen behaupten, dass die Verteidigung der eigenen Kultur ebenso natürlich sei, wie die Andersartigkeit zwischen den Kulturen.

Dumm nur, dass dieselben Menschen, die ihre Kultur verteidigt wissen wollen, auch unbedingten Integrationswillen von Zugewanderten fordern. Wäre deren Andersartigkeit aber wirklich natürlich- und nicht kulturell bedingt, so wäre Integration undenkbar. Wer kann schon gegen seine Natur?

Der Trick mit dem Bauchnabel und der schmelzenden Uhr funktioniert übrigens mit Bäuchen aller Kulturen. Vermutlich wusste Salvador Dalí davon nichts.

MiG 13

 

 

 

 

Papst zum Welthungertag: In Land-Entwicklung investieren

 

Auf dem Land gibt es eine Zukunft, auch in den ärmsten Gegenden der Welt. Darauf will Papst Franziskus am kommenden Montag den Blick lenken, wenn er die Welternährungsbehörde F.A.O. in Rom besucht. Investitionen in ländliche Entwicklung und Ernährungssicherheit als Form der Fluchtursachenbekämpfung ist der Grundtenor seines Vortrages anlässlich des Welthungertages zum Thema Zukunft der Migration am 16. Oktober.

Vor allem die Jugend in Afrika kann ein Motor von Entwicklung sein. Das legt der jüngste F.A.O.-Bericht zu Welternährungslage und Landwirtschaft nahe: Bis 2030 werde der Anteil der 15- bis 24-Jährigen auf 1,3 Milliarden steigen, um satte 100 Millionen vor allem in den ländlichen Gegenden des südlichen Afrika. Wie positive Entwicklungen bei der Armutsbekämpfung seit den 90er Jahren zeigten, könne dieses Potential für nachhaltige Entwicklung genutzt werden, schlägt die Welternährungsbehörde vor – und zwar durch Anpassungen in der Landwirtschaft. Fortschritte in diese Richtung gebe es etwa in Asien, wo teils ein guter Austausch zwischen Land und Stadt bestehe. Das berichtet der F.A.O.-Ökonom Andrea Cattaneo, einer der Autoren des F.A.O.-Berichtes, gegenüber Radio Vatikan:

„Es ist einerseits wahr, dass drei Viertel der armen Weltbevölkerung in ländlichen Gebieten lebt, unser Bericht zeigt aber zugleich, dass viele Menschen, die in ländlichen Gegenden bleiben, die Armut hinter sich lassen können. Das bedeutet, dass es dort wirtschaftliche Chancen gibt. Wir haben vor allem Synergien zwischen ländlichen und städtischen Gegenden in Ost- beziehungsweise Südost-Asien beobachtet, wo hunderttausende  Menschen ihre Lebensbedingungen verbessern konnten und über die Armutsschwelle kamen.“

Die Bevölkerung der heutigen Entwicklungsländer, wo eine große Abwanderung aus ländlichen Gebieten zu beobachten sind, lebt bereits zur Hälfte in Städten. Geopolitische Maßnahmen müssten darauf abzielen, den wirtschaftlichen Austausch zwischen beiden Lebensbereichen zu fördern, betont die Welternährungsbehörde. Cattaneo erklärt dies anhand des Handels mit Lebensmitteln:

„Mit der Urbanisierung entwickelt sich immer vielfältigere Nachfrage nach Lebensmitteln und auch nach stärker aufbereiteten Lebensmitteln, die den Produzenten in finanzieller Hinsicht mehr einbringen. Diese Nachfrage bietet also eine große Chance für die ländlichen Gegenden der Entwicklungsländer, die Lebensbedingungen auf dem Land zu verbessern. Dies Verbindungen sollte man in der Lebensmittelkette aufwerten, angefangen beim Landwirt über den Verarbeiter und Transporteur bis hin zum Verkäufer in der Stadt – hier kann auch neue Arbeit geschaffen werden.“

Vor allem kleine landwirtschaftliche und Familienbetriebe müssten hier gefördert werden, betont der Experte mit Blick auf die Konkurrenz großer Lebensmittelproduzenten.

In ihrem Bericht verweist die Welternährungsbehörde auf die Flucht von Millionen von Menschen aufgrund von Kriegen, politischer Instabilität, Armut und extremer Naturkatastrophen aufgrund des Klimawandels. Papst Franziskus trifft am 16. Oktober an der F.A.O. mit dem Generaldirektor der Behörde Jose Graziano da Silva, Agrarministern von G7-Staaten sowie EU-Agrarkommissar Phil Hogan zusammen. Bei seinem Besuch will Franziskus zudem eine vom ihm selbst gestiftete Skulptur einweihen, die auf das Drama der Flucht verweist: Es handelt sich um eine Figuration des syrischen Jungen Alan Kurdi, der 2015 bei seiner Flucht über das Mittelmeer ertrank. Das Bild des auf den Strand von Bodrum in der Türkei angespülten Kindes ging damals um die Welt. (rv 10.10.)

 

 

 

 

Bundeskanzlerin zum Europäischen Rat: "Diskussion über künftige politische Schwerpunkte"

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel erwartet vom Europäischen Rat am Donnerstag und Freitag dieser Woche eine breite Diskussion darüber, in welchen Bereichen künftig politische Schwerpunkte gesetzt werden sollen. Zur "Agenda der Zukunft" habe es bereits wegweisende Reden von Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker und dem französischen Präsidenten Emmanuel Macron gegeben, sagt die

Bundeskanzlerin in ihrem neuen Video-Podcast.

Ratspräsident Donald Tusk werde einen Vorschlag unterbreiten, "wie wir unsere Arbeitsmethode verbessern können, um schneller Ergebnisse vorlegen zu können". Als Beispiele nennt die Bundeskanzlerin die Migrationspolitik, die Digitalpolitik, die Verteidigungspolitik und für einen späteren Zeitpunkt die Reform der Wirtschafts- und Währungsunion.

Auf die Frage nach dem Verhältnis zur Türkei und einem möglichen Abbruch der Beitrittsgespräche betont Merkel, Deutschland wolle über das Thema Türkei reden, "weil wir sehr viele Fälle von Menschen haben, die nach unserer Ansicht zu Unrecht inhaftiert wurden, und weil wir die politischen Entwicklungen mit großer Sorge verfolgen". Deutschland habe die Kommission um einen Bericht zur

Situation gebeten. Die Bundeskanzlerin rechnet mit einer sehr offenen Debatte, aber nicht mit konkreten Beschlüssen: "Wir werden sicherlich noch keine Entscheidungen treffen, aber ich möchte mir einmal die Meinungen meiner Kollegen anhören, wie sie die bilateralen Beziehungen mit der

Türkei sehen und welche Schlussfolgerungen wir gegebenenfalls daraus ziehen können."

In der Asyl- und Flüchtlingspolitik sei ihr bewusst, dass es sehr unterschiedliche Meinungen bei den EU-Mitgliedern gebe. Sie setze auf eine faire Lastenverteilung und mehr europäische Maßnahmen, zum Beispiel die Stärkung von Frontex. Hier müsse man darüber sprechen, ob mehr Personal und Geld

eingesetzt werden könnte. Auch die Verteilung von Flüchtlingen aus den Herkunftsländern, die über Italien, Griechenland oder Spanien kommen, sei "leider noch nicht gelöst", bedauert Merkel. Es sei ein drängendes Thema und "deshalb werden wir an diesem dicken Brett weiter bohren". Pib

 

 

 

 

Warum eine Minderheitsregierung auch in Deutschland eine ernsthafte Option sein sollte

 

Die Bundestagswahl 2017 ist Geschichte und mit ihr die jahrzehntelang eingeübte Praxis parlamentarischer Mehrheitsbeschaffung in der Bundesrepublik. Denn soviel scheint klar zu sein: Künftig wird sich eine ausdifferenziertere Gesellschaft in einem breiteren Parteienspektrum niederschlagen. Das kann man beklagen, aber ein Blick ins europäische Ausland zeigt, dass Deutschland hier bislang ohnehin eher Ausnahme denn Regelfall war. Gesucht ist also eine Antwort auf die Frage, wie sich ein demokratischer Wettstreit unter den veränderten Bedingungen mit sechs und mehr Parteien organisieren lässt – und was das für die Regierungsbildung heißt.

Die Lage nach der Wahl scheint im erlernten Diktum der Merkel’schen Alternativlosigkeit nur eine vernünftige Option zuzulassen: die Jamaika-Koalition. Doch auch hier lohnt der Vergleich mit unseren europäischen Nachbarn, die viel Erfahrung mit alternativen Formen der Regierungsbildung haben. Ungefähr ein Drittel aller Regierungen der Nachkriegszeit waren Minderheitsregierungen. Von Portugal, Spanien und Italien über die Niederlande und Irland bis hin zu den skandinavischen Staaten kennen die allermeisten parlamentarischen Regierungssysteme Westeuropas dieses Konzept. Es waren bei weitem nicht immer nur schwache, instabile Regierungen, wie das in Deutschland gerne suggeriert wird. Vor allem die skandinavischen Staaten eignen sich als Referenz, da die Grundzüge ihres parlamentarischen Systems wie nun auch die Zusammensetzung der Parlamente dem deutschen sehr ähnlich sind.

Das Konzept der Minderheitsregierung ermöglichte in Skandinavien jahrzehntelang stabile Mehrheitsbildungen. Der vielbeschworene skandinavische Pragmatismus ist auch eine Folge des politischen Systems. Ein Parlament, in dem eine Fraktion – meist die stärkste und ohne eigene absolute Mehrheit – die Bildung der Regierung übernimmt und oft alle Minister stellt, ist ein Parlament, in dem aus Gründen der Legitimität alle Parteien ins Regierungshandwerk eingebunden werden müssen. Dieser Zwang wird in allen drei skandinavischen Ländern noch dadurch verstärkt, dass es keine institutionalisierten Vetomächte wie eine Länderkammer oder ein Verfassungsgericht gibt. Auf der Suche nach Mehrheiten haben die Regierenden zum Beispiel die Option, Umweltgesetzgebungen in Zusammenarbeit mit den Grünen oder Liberalen, Gesetze für die innere Sicherheit mit den sozialdemokratischen oder christlichen Parteien und Arbeitsgesetze mit Linken oder Konservativen zu verabschieden. Die Gewichtung der Arbeit in Ausschüssen ist signifikant höher. Dies verlangt – und fördert – die Bereitschaft aller vertretenen Parteien, flexibel Möglichkeiten der Zusammenarbeit zu finden. Ideen können nicht rundheraus abgelehnt werden, nur weil sie vom politischen Gegner stammen.

Der weniger klare Gegensatz zwischen Regierung und Opposition zwingt die Regierung jedoch dazu, ihren eigenen Markenkern klar herauszuarbeiten, bevor sie auf die Suche nach Partnern für die Umsetzung von Gesetzesvorhaben gehen kann. Aufgrund der thematischen Begrenztheit der Zusammenarbeit – meist im politischen Kernfeld des Partners – kann bei schwacher eigener Verhandlungsposition ansonsten schnell der Eindruck aufkommen, fremdgesteuert zu sein. Zudem muss das Gesetz oft vom eigenen Minister umgesetzt und in der Öffentlichkeit vertreten werden. Auf der anderen Seite sind Interessensausgleiche, sprich Kompromisse und Gegenleistungen, meist klarer für die Öffentlichkeit erkennbar, weil sie nicht über eine ganze Legislaturperiode verteilt, sondern zeitnah und in ihren Grundlinien vor der Öffentlichkeit verhandelt werden. Der Preis für ein im Parlament unpopuläres Projekt, wie beispielsweise das der Maut, ist somit ungleich höher.

Natürlich gibt es auch beim traditionellen skandinavischen Modell der Minderheitsregierung verschiedene Spielarten. Die gerade im Amt bestätigte norwegische Regierung besteht aus einer festen Zweiparteien-Koalition, die nun weder über eine eigene Mehrheit noch die stärkste Fraktion verfügt. In Dänemark sicherte sich der konservative Premier Anders Fogh Rasmussen von 2001 bis 2011 per Vertrag die Tolerierung durch die Dänische Volkspartei. Er erhob damit nicht nur eine Partei zu seinem ersten Ansprechpartner, sondern gab ihr de facto Vetorecht. Der Mehrwert einer möglichen Minderheitsregierung besteht also schlicht darin, Handlungsoptionen zwischen eigener Mehrheit, die für jede Partei selbstverständlich das natürliche Ziel bleibt, und keiner Mehrheit aufzufächern.

Gleichwohl darf man nicht verschweigen, dass ein entscheidendes Erfolgsgeheimnis des skandinavischen Modells die Anwendung des negativen Parlamentarismus ist. Ein Gesetz gilt als angenommen, sobald sich keine Mehrheit gegen den Entwurf findet. Dies ermöglicht der Opposition im Konfliktfall gesichtswahrende Auswege zwischen den Polen Zustimmung und Ablehnung. Zum einen steht nicht nur das Abstimmungsverhalten der Regierung im Fokus, und eine Stimmenthaltung wird aufgewertet. Zum anderen ist die Hürde niedriger, mit einem eigenen Vorschlag eine relative Mehrheit zu erhalten und so eine Initiative an der Regierung vorbei zu starten. Eine zersplitterte Opposition hat es jedoch deutlich schwerer, einen Regierungsentwurf zu Fall zu bringen. Es gilt der Grundsatz „Probleme suchen sich Mehrheiten“.

Die oft vorgebrachte Gefahr einer Destabilisierung der Verhältnisse ist also nicht von der Hand zu weisen, wenn Parteien ihre Position nicht inhaltlich, sondern taktisch anwenden. Sie wird aber aufgewogen durch eine höhere individuelle Verantwortung aller Parteien für das Gesamtsystem, was in der Praxis zu Selbstregulierungsprozessen führt: Im Jahr 2014 beispielsweise zwangen die rechtspopulistischen Schwedendemokraten der rot-grünen Minderheitsregierung einen Haushalt der konservativen Opposition auf, indem sie sich dem Entwurf der Konservativen anschlossen. Das vergiftete Geschenk der Schwedendemokraten brachte die Konservativen allerdings in Schwierigkeiten. Sie wurden, auch von den übrigen kleinen, nicht an der Regierung beteiligten (und zum Teil mit den Konservativen verbündeten) Parteien auf einen Verhaltenskodex verpflichtet, der etwas derartiges in Zukunft verhindern sollte. Dieses Abkommen war zwar nicht von langer Dauer, aber entscheidend ist, dass ein Prozess der Selbstregelung innnerhalb der parlamentarischen Arena stattfand und letztlich auch erfolgreich war. Ein Spiegelbild für die Demokratisierung von Parlamentsarbeit, die nicht nur als Kulisse für die Regierungsarbeit fungiert.

Das Konzept der Minderheitsregierung geriet in Schweden erst in jüngster Zeit ins Wanken, weil der Gedanke einer trennscharfen Konfrontation zwischen bürgerlichen und linken Parteien in Blöcken Auftrieb erhielt. Die Bildung einer Allianz bürgerlicher Oppositionsparteien unter dem früheren Premier Fredrik Reinfeldt erreichte zwar ihr Ziel, die Dominanz der Sozialdemokraten in Stockholm zu brechen. Der Preis dafür war jedoch, dass die eigentlichen Stärken des Regierungssystems außer Kraft gesetzt wurden: Flexibilität und hohe Transparenz beim Interessensausgleich.

Die veränderte Logik der parlamentarischen Mehrheitsfindung hat zweifellos auch ihre Schattenseiten. Und als Wundermittel gegen rechtspopulistische Umtriebe kann sie mit Sicherheit nicht gelten. Doch die hier skizzierten Argumente auf der Habenseite sollten zumindest ergebnisoffen diskutiert werden: Das Potential, sich der Logik eines fragmentierteren Parlaments anzupassen, die transparentere Form des Interessenausgleichs, eine verantwortliche Einbindung aller kleineren Parteien und damit insgesamt eine demokratisierte parlamentarische Arbeit, die weniger ritualisiert ist – das alles kann ein Weg sein, um den Kern der politischen Willensbildung aus den Talkshows wieder ins Parlament zu holen.

Grund genug, den in Deutschland gern vorgebrachten Hinweis auf den Geist von Weimar zu entkräften, liefern sie allemal. Dieser Verweis verkennt ohnehin, dass der erste Versuch einer Demokratie in Deutschland nicht an der Minderheit seiner Regierungen, sondern am Mangel von Demokraten im Parlament scheiterte. Politik wäre anstrengender – mit Sicherheit. Aber warum sollte es nicht Zeit sein, das deutsche Stabilitätstrauma zu überwinden und auch im Parlament mehr Demokratie zu wagen?   Peer Krumrey, IPG 2

 

 

 

 

„Die Option Unabhängigkeit ist nicht mehr vom Tisch zu wischen“

 

Ein Kompromiss zwischen Madrid und Barcelona ist nach dem gestrigen Referendum schwieriger geworden. Es ist niemand in Sicht, der Vertrauen auf beiden Seiten genießt, meint Gero Maass von der Friedrich-Ebert-Stiftung in Madrid.

Dr. Gero Maaß ist Politikwissenschaftler und Ökonom. Seit 2016 leitet er das Madrider Büro der Friedrich-Ebert-Stiftung.

EurActiv: Gestern kam es in Katalonien zum großen Showdown um die Unabhängigkeit. Was steckt hinter dem Konflikt?

Gero Maaß: 1714 ergab sich das belagerte Barcelona den Truppen Kastiliens, in den Folgejahren wurden die katalanischen Institutionen aufgelöst, wodurch die katalanische Selbstverwaltung endete. Dagegen hat die Region periodisch immer wieder aufbegehrt und vor allem während der Franco-Diktatur gelitten.

Der 1. Oktober war für die Parteigänger um Regionalpräsident Puigdemont also auch eine historische Chance im Zeichen von Ablehnung und Enttäuschung gegenüber Madrid endlich neue Verhältnisse zu schaffen.

Die beiden Züge aus Madrid und Barcelona sind dann in voller Fahrt aufeinandergeprallt – der eine im Namen der Rechtsstaatlichkeit, der andere im Namen von Demokratie und Selbstbestimmung.

90 Prozent der Katalanen stimmten für die Unabhängigkeit. Doch welchen Wert hat das Referendumsergebnis überhaupt, nachdem es keinerlei demokratischen Standards entsprach und nicht anerkannt wird?

Natürlich hielte das Referendum keiner rechtlichen Prüfung stand. Deutlich ist jedoch auch: Katalonien ist nur zu halten – zumal in einer Demokratie -, wenn man seine Kultur und Institutionen respektiert.

Allerdings gilt auch, dass jede Lösung in der gesamten katalanischen Bevölkerung eine Mehrheit finden muss. Bei den letzten Regionalwahlen 2015 versammelten die separatistischen Parteien nur 48 Prozent der Stimmen und erreichten nur dank des Wahlrechts eine knappe Mehrheit der Sitze im Parlament. Auf dieser Basis trieb das Bündnis das Referendumsvorhaben voran.

Über den Wunsch nach Unabhängigkeit hinaus gibt es zwischen den Parteien dieser Koalition auch kaum Gemeinsamkeiten. Wie soll unter diesen Umständen ein unabhängiges Katalonien aussehen?

Warum hat der spanische Staat derart hart durchgegriffen? Wäre das Ergebnis nicht eher zugunsten Spaniens ausgefallen, wenn man die Katalanen hätte gewähren lassen? Die Anerkennung hätte man dem Referendum doch trotzdem verweigern können.

Ministerpräsident Rajoy und Regionalpräsident Puigdemont haben sich letztlich gegenseitig ´einen Gefallen getan´: Für die separatistische Seite schaffte das harte Durchgreifen eine politisch-symbolische Legitimation, die die mehr als fragwürdige rechtliche Seite aufwiegen soll.

Beim gestrigen Referendum kam es zum ersten Showdown zwischen Barcelona und Madrid. Was folgt aus den Ereignissen?

Rajoy führt seinerseits eine schwache, konservative Minderheitsregierung an. Die PP ist von Korruptionsskandalen gezeichnet und hat massiv an Popularität eingebüßt. Das harte Vorgehen in Katalonien ist von daher vor allem ein Zeichen an seine Parteimitglieder und Wähler: die PP ist der verlässliche Sachwalter spanischer Einheit. Über sein Image in Katalonien muss er sich keine Sorge zu machen: dort bekommt er ohnehin kein Fuß auf den Boden.

Wie wird es nach Ihrer Einschätzung jetzt weitergehen? Wird Katalonien die Unabhängigkeit erklären? Und dann?

Das politische Klima wird sich weiter aufheizen. Alle Beobachter gehen davon aus, dass der katalanische Regierungschef am Mittwoch die Unabhängigkeit erklären wird. Rechtsbasis ist dann nicht mehr die spanische Verfassung, sondern eigene, vom Regionalparlament verabschiedete Referendums-Gesetze.

Madrid reagiert daraufhin mit Artikel 155 der Verfassung, sprich: der Absetzung der Regionalregierung. Zudem ist mit einer ausgeweiteten Strafverfolgung gegen die Organisatoren und Unterstützer des Referendums zu rechnen.

In Katalonien haben nun auch die beiden großen Gewerkschaftsverbände UGT und CCOO zum Generalstreik aufgerufen. Bislang hatten sie sich zurückgehalten.

Sollte Katalonien tatsächlich unabhängig werden: Sehen Sie eine politische Chance auf einen Verbleib der Region in der EU?

Madrid wie Brüssel haben immer wieder betont, dass ein selbstständiges Katalonien nicht automatisch weiterhin EU-Mitglied sein würde.

Die wirtschaftlichen Interessen der drei Mitspieler – Katalonien, Spanien und die EU – sind jedoch so stark miteinander verflochten, dass mit einer Übergangslösung zu rechnen wäre.

Die Argumentationsfigur eines ´Katalonien ohne Nichtmitgliedsstatus´ dient mehr der politischen Abschreckung. Zumal Katalonien ein Nettozahler wäre. Was mehr schmerzt: Spanien würde wieder deutlich zum Empfängerland werden.

Könnte die Lossagung Kataloniens von Spanien Nachahmer finden? Was passiert jetzt im Baskenland?

Weder im Baskenland und noch weniger in anderen Regionen ist mit Nachahmern zu rechnen. Die Befürchtung im Baskenland wäre eher, dass ein Entgegenkommen von Madrid gegenüber Barcelona in Finanzfragen oder gar eine Selbstständigkeit neue Begehrlichkeiten wecken könnte. Das Baskenland gehört ja auch zu den ökonomisch starken Regionen des Landes. In ihrem Autonomiestatus wurden die Zahlungen in die zentrale Steuerkasse begrenzt. Auch deshalb hat die baskische Regionalregierung lange den Katalanen nur zögerlich Beistand geleistet.

Wie könnte ein Kompromiss aussehen? Sehen Sie nach dem Referendum eine Chance, dass beide Seiten aufeinander zugehen, oder ist die Lage jetzt zu aufgeheizt?

Die sozialdemokratische PSOE hatte schon im Vorfeld eine Verfassungsänderung angeregt. Spanien solle „eine Nation von Nationen“ sein und den Katalanen mehr Autonomie anbieten.

Allerdings ist seit gestern die ´Option Unabhängigkeit´ nicht mehr vom Tisch zu wischen. Jeder Verhandlungsrunde müsste der Region ein legales Referendum zugestehen, in dem verbindlich zwischen einer Verfassungsänderung und noch mehr Autonomie oder aber der Unabhängigkeit entschieden werden kann.

Das Problem: im Moment ist in Spanien niemand in Sicht, der Vertrauen auf beiden Seiten besitzt und solch einen runden Tisch in Gang setzen könnte. Die Katalanen würden sicherlich einen Mediator aus den Reihen der EU akzeptieren – ja, als Bestätigung ihres Selbständigkeitsbegehrens sogar begrüßen. Madrid hätte daran wenig Interesse, da man die Katalonien-Frage als innere Angelegenheit betrachtet. Steffen Stierle, EA 2

 

 

 

Entfremdung, Enttäuschung, Wut. Bundespräsident Steinmeier mahnt eine klarere Flüchtlingspolitik an

 

27 Jahre nach der Wiedervereinigung zeigt sich Bundespräsident Steinmeier besorgt über neue „Mauern der Unversöhnlichkeit“ im Land. Am Einheitstag appelliert er an die Bürger, einander zuzuhören. Er mahnte eine klarere Flüchtlingspolitik an und sprach sich für ein Einwanderungsgesetz aus.

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat am Tag der Deutschen Einheit zu gegenseitigem Verständnis und gesellschaftlichem Zusammenhalt aufgerufen. Die Bundestagswahl am 24. September habe deutlich gemacht, dass neue Mauern im Land entstanden seien, sagte Steinmeier bei der zentralen Einheitsfeier am Dienstag in Mainz. Dazu zählten „Mauern aus Entfremdung, Enttäuschung oder Wut“. Steinmeier mahnte: „Aus unseren Differenzen dürfen keine Feindschaften entstehen – aus Unterschieden nicht Unversöhnlichkeit.“ Die Bürger sollten lernen, einander zuzuhören. Auch Kirchenvertreter appellierten, gesellschaftliche Gräben zu überwinden.

Bei der Bundestagswahl war die rechtspopulistische AfD mit 12,6 Prozent als drittstärkste Kraft ins Parlament eingezogen. Die Volksparteien SPD und CDU/CSU verloren erhebliche Stimmenanteile. Steinmeier sagte, das Ergebnis der Bundestagswahl spiegele die schärferen Gegensätze und auch die Unzufriedenheit wider, die es in der Gesellschaft gebe. „Die Debatten werden rauer, die politische Kultur wird sich verändern.“ Die Abgeordneten des Bundestages sollten in dieser Situation beweisen, „dass Demokraten die bessere Lösung haben als die, die Demokratie beschimpfen“.

Steinmeier: Legale Zugänge definieren

Als besonders umstrittenes Thema hob Steinmeier die Flüchtlingspolitik hervor. „Nirgendwo stehen sich die Meinungslager so unversöhnlich gegenüber.“ Er betonte, dass Deutschland politisch Verfolgten Schutz gewähren müsse. Doch dies sei nur möglich, „wenn wir die Unterscheidung darüber zurückgewinnen, wer politisch verfolgt ist oder wer auf der Flucht vor Armut ist“. Beide Gruppen könnten nicht die gleichen uneingeschränkten Ansprüche geltend machen. Zudem müssten „legale Zugänge nach Deutschland“ definiert werden. Wenn sich die Politik dieser Aufgaben annehme, „gibt es eine Chance, die Mauern der Unversöhnlichkeit abzutragen, die in unserem Land gewachsen sind“.

Die Debatte über Flucht und Migration habe Deutschland aufgewühlt, sei aber auch Folge und Abbild einer aufgewühlten Welt, so Steinmeier. Viele Menschen sagten: „Ich verstehe die Welt nicht mehr.“ Dahinter stehe eine Sehnsucht nach Heimat und Orientierung, die nicht den Nationalisten überlassen werden dürfe. „Heimat weist in die Zukunft, nicht in die Vergangenheit.“

Malu Dreyer: Differenzen konstruktiv debattieren

Aus Angst vor Terroranschlägen wurden die Feierlichkeiten in der rheinland-pfälzischen Hauptstadt von immensen Sicherheitsmaßnahmen begleitet. An den Zufahrtsstraßen zur Festzone wurden Betonsperren platziert. Insgesamt waren mehr als 7.000 Polizeibeamte im Einsatz. Die zentralen Einheitsfeiern werden jährlich in dem Bundesland abgehalten, das den Vorsitz im Bundesrat führt.

Neben Steinmeier warb auch Bundesratspräsidentin Malu Dreyer (SPD) dafür, über Differenzen konstruktiv zu debattieren. „Zu oft prallen die immer gleichen Positionen unversöhnlich aufeinander“, beklagte die rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin bei dem Festakt. „Wir haben die besten Chancen, eine gute Zukunft zu gestalten, wenn wir das, was uns gemeinsam angeht, miteinander und nicht gegeneinander aushandeln.“ (epd/mig 3)

 

 

 

 

Nahles für schärferen Kurs der SPD in der Integrations- und Flüchtlingspolitik

 

Die SPD schlägt in der Flüchtlings- und Integrationspolitik neue Töne an. SPD-Fraktionsvorsitzende Nahles fordert, Migranten, die sich nicht an Gesetze halten, müssten mit harten Konsequenzen rechnen. In der Flüchtlingspolitik müsse die SPD einen schärferen Kurs einschlagen.

Die Vorsitzende der SPD-Bundestagsfraktion, Andrea Nahles, hat einen schärferen Kurs in der Flüchtlingspolitik gefordert. Sie sagte dem Nachrichtenmagazin Der Spiegel, es müsse zweierlei geschehen: Die in Deutschland lebenden Einwanderer müssten besser integriert werden. Zugleich aber müssten diejenigen, die sich nicht an die Regeln halten, „mit harten Konsequenzen rechnen“, sagte Nahles: „Wir sind nicht naiv. Wenn eine Million Menschen zu uns kommen, sind nicht alle nur nett.“

Nahles forderte ihre Partei auf, stärker das Thema der Inneren Sicherheit zu besetzen und in der Flüchtlingspolitik konkreter zu werden. Zwar sei die soziale Gerechtigkeit der politische Kern der Sozialdemokratie, doch müsse die SPD bei anderen Themen ebenfalls Präsenz zeigen, wenn sie eine Volkspartei bleiben wolle. Das gelte auch für das Sicherheitsthema.

Im Zweifel seien aus ihrer Sicht bei einem großen Flüchtlingsandrang auch Grenzschließungen notwendig, sagte Nahles. „Ein Staat muss auch in der Lage sein, Staat zu sein. Er ist eine regulierende, organisierende, ermöglichende, aber auch strafende und begrenzende Kraft. Wenn das infrage gestellt wird, dann geht das auf Dauer nicht gut.“ Darüber könne man aber nicht im Alleingang, sondern nur in Absprache mit den europäischen Partnern entscheiden. (epd/mig 2)

 

 

 

 

Neues Forschungsprojekt zur DDR-Geschichte

 

Forschungsverbund SED-Staat der Freien Universität untersucht die Rolle ehemaliger Nationalsozialisten in Wissenschaft und Bildung der DDR / Förderung durch Bundesministerium für Bildung und Forschung

Das Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) hat den Forschungsverbund SED-Staat der Freien Universität Berlin beauftragt, das Wirken ehemaliger Nationalsozialisten in Wissenschaft und Bildung der DDR zu erforschen. Die Untersuchung konzentriert sich insbesondere auf das Ministerium für Volksbildung und das Ministerium für Hoch- und Fachhochschulwesen sowie ihre Vorläuferinstitutionen. Das BMBF unterstützt die Studie über einen Zeitraum von drei Jahren mit insgesamt 750.000 Euro. Leiter des Projekts ist Prof. Dr. Klaus Schroeder.

Entgegen der offiziellen Propaganda integrierte der SED-Staat schon bald nach Ende des Zweiten Weltkrieges ehemalige Nationalsozialisten in Politik und Gesellschaft, in dem er ihnen berufliche und politische Aufstiegschancen bot. So waren bisherigen Recherchen zufolge zum Beispiel von knapp 6.000 SED-Funktionären in der Ministerialbürokratie Anfang der 1950er Jahre etwa 1.000 frühere Nationalsozialisten. Im Jahr 1953 waren mehr als ein Drittel der Mitarbeiter des Zentralkomitees und der Bezirks- und Kreisleitungen der SED ehemalige Mitglieder der früheren NSDAP oder ihrer Massenorganisationen.

Den diversen Zentralkomitees der SED gehörten nach bisherigen Erkenntnisssen insgesamt 27 ehemalige NSDAP-Mitglieder an. Acht DDR-Minister und neun stellvertretende Minister waren vor 1945 Parteigenossen der NSDAP gewesen, darunter zwei stellvertretende Ministerratsvorsitzende.

Eine nachholende Hinterfragung der Integration früherer Nationalsozialisten, wie sie in der alten Bundesrepublik Anfang der 1960er Jahre einsetzte, gab es in der DDR nicht: „Die Nationalsozialisten dort wurden in der DDR ebenso wie jugendliche Neonazis hartnäckig ‚beschwiegen‘“, konstatiert Projektleiter Prof. Dr. Klaus Schroeder. Nazis habe es nach offiziellen DDR-Verlautbarungen nur im Westen gegeben. Die DDR habe sich als antifaschistisch dargestellt.

Die bisherigen – spärlichen – Forschungsergebnisse zum politischen und beruflichen Wirken ehemaliger Nazis in der SBZ/DDR ergaben Klaus Schroeder zufolge, dass besonders im Wissenschaftsbetrieb sehr viele ehemalige Nationalsozialisten ihre Karriere fortsetzen konnten und dort mehr ehemalige Nationalsozialisten weiterbeschäftigt blieben oder neu eingestellt wurden als in anderen Bereichen. Neben dem Ministerium für Volksbildung (MfV) und seiner Vorgängerinstitution, der deutschen Zentralverwaltung für Volksbildung, sollen das Ministerium für Hoch- und Fachhochschulwesen und seine Vorläuferinstitutionen sowie punktuell die Akademie der Wissenschaften, der Forschungsrat und Teile des Parteiapparats mit einbezogen werden.

Die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler in dem Projekt wollen nicht nur die Frage beantworten, wie viele ehemalige Nationalsozialisten ihre Arbeit unter neuen Prämissen fortsetzten und wie sie sich politisch-ideologisch anpassten. Rekonstruiert werden soll auch der Umgang der staatlichen Institutionen und der herrschende Partei SED mit ehemaligen Nazis in Bildungs- und Wissenschaftsinstitutionen. Darüber hinaus soll die Frage beantwortet werden, ob und warum dieser Personenkreis als unverzichtbar angesehen wurde.

Kontakt. Prof. Dr. Klaus Schroeder, Forschungsverbund SED-Staat der Freien Universität Berlin, Telefon: 030 / 838-52091 , E-Mail: kschroe@zedat.fu-berlin.de. FUB 2

 

 

 

Jamaika-Koaltition: Streit zwischen CDU und CSU könnte Aus bedeuten

 

Obergrenze für Flüchtlinge oder nicht? Die Sondierungen von Union, FDP und Grünen für ein mögliches Jamaika-Bündnis könnten schon vor ihrem Beginn am Streit zwischen CDU und CSU scheitern.

Am Sonntag kommen die Spitzen der beiden Unions-Schwesterparteien in Berlin zusammen, um über gemeinsame Positionen für die Sondierung zu beraten. Das ist eigentlich üblich, aber 2017 handelt es sich um eine echte Sondierung zwischen der bayerischen Regionalpartei und der CDU. Die Union muss zunächst eine Einigung über die von der CSU geforderte und der CDU abgelehnte Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen finden – aber eine Lösung ist in dem verfahrenen, seit Monaten schwelenden Streit nicht in Sicht. Der Sonntag könnte deshalb bereits das frühe “Endspiel um Jamaika” einleiten, bevor FDP und Grüne überhaupt ins Spiel kommen.

Unions-Fraktionschef Volker Kauder demonstrierte vor dem Treffen zwar Zuversicht und zeigte sich in einem Interview optimistisch, dass am Sonntag eine Einigung gelingen wird. Aber in der Union herrscht immer noch relative Ratlosigkeit. Denn die CSU hat keinen Zweifel daran gelassen, wie wichtig eine aus ihrer Sicht überzeugende Aufstellung für einen Erfolg bei den bayerischen Landtagswahlen im Herbst 2018 ist. In Bayern sitzt der Schock tief, dass die AfD bei der Bundestagswahl in dem Bundesland 12,4 Prozent, die erfolgsverwöhnte CSU aber nur 38,8 Prozent der Stimmen bekam. Oberstes Ziel ist jedoch die Verteidigung der absoluten Mehrheit der CSU 2018 – an den Erfolgsaussichten wird auch CSU-Chef Horst Seehofer gemessen.

Deshalb hat eine Phalanx aus CSU-Politikern in den vergangenen Tag ihre Forderung nach einer Obergrenze erneuert. Ein halbes Dutzend CDU-Spitzenpolitiker hat diese dagegen abgelehnt und die CSU gemahnt, wegen des für ein westliches Bundesland besonders guten AfD-Abschneidens in Bayern bescheidener aufzutreten. Die Analyse der Bundestagswahl fällt in den Schwesterparteien völlig unterschiedlich aus: Die Christsozialen fordern mehr Härte, um AfD-Wähler zurückzugewinnen und werfen Kanzlerin und CDU-Chefin Angela Merkel wie der bayerische JU-Vorsitzende Hans Reichhart “Realitätsverweigerung” vor.

Christdemokraten wiederum halten der CSU und vor allem Parteichef Horst Seehofer vor, sie hätten die AfD mit einer monatelangen Angstkampagne in der Flüchtlingspolitik und der ständigen Kritik an der von ihr selbst mitgetragenen Bundesregierung erst groß gemacht. Die Hoffnung ruhe nun darauf, dass Merkel mit Seehofer in ihren Gesprächen vor Sonntag mit einem Lösungsvorschlag kämen, heißt es übereinstimmend in beiden Parteien.

Sogar ein Kompromiss wäre ein Risiko für Jamaika

Die Krux bei dem Vorgehen der Union ist, dass selbst ein Ergebnis am Sonntag ein Problem bedeuten könnte. Wie immer ein Formelkompromiss auch aussehen könnte: Ist er erst einmal gefunden, könnten CDU und CSU davon in den folgenden Gesprächen mit FDP und Grünen eigentlich kaum noch abweichen. Dabei haben die kleinen Parteien durchaus abweichende Vorstellungen in der Flüchtlings- und Zuwanderungspolitik. Doch die ansonsten übliche Kompromissfindung bei einer Koalitionsbildung scheint in diesem Bereich nicht möglich: Schließlich hatte Seehofer die Parole ausgegeben, die Union müsse wegen der AfD “die offene rechte Flanke” wieder schließen. Deshalb gelten in München eigentlich schon Zugeständnisse an Merkels CDU als schwer erträglich.

Das erklärt, warum der neue CSU-Landesgruppenchef Alexander Dobrindt sich generell skeptisch zeigt, dass ein Jamaika-Bündnis mit den Grünen überhaupt zustande kommen kann. Das erklärt auch, wieso der stellvertretende CDU/CSU-Fraktionschef Stephan Harbarth vorsorglich bereits von den Grünen Flexibilität einfordert. “Aus der Analyse der Bundestagswahl ziehe ich den Schluss, dass der Spielraum der Union für Kompromisse mit den Grünen im Bereich der Migrationspolitik sehr begrenzt ist”, sagte Harbarth zu Reuters. “Die Grünen werden sich hier ganz erheblich bewegen müssen.”

Ob die Grünen das genauso sehen, ist allerdings fraglich. Denn auch wenn sich die Grünen-Spitze um die Spitzenkandidaten Cem Özdemir und Katrin Göring-Eckardt kompromissbereit zeigen sollte: Ein Jamaika-Koalitionsvertrag müsste durch einen Mitgliedervotum bei den Grünen gebilligt werden. “Die Lage ist also so: Ohne eine Obergrenze droht uns die CSU abhanden zu kommen – mit einer Obergrenze die Grünen”, sagte ein CDU-Bundesvorstandsmitglied. Ganz abgesehen davon, dass Merkel mehrfach betont hat, dass sie für eine Koalition mit einer vereinbarten Obergrenze nicht zur Verfügung stehe. EA/rtr 6

 

 

 

 

Bundestagswahl 2017: Wahlergebnis zeigt neue Konfliktlinie der Demokratie

 

Zum ersten Mal seit zwei Jahrzehnten hat sich bei einer Bundestagswahl die soziale Spaltung der Wahlbeteiligung spürbar verringert. Gleichzeitig verlieren die etablierten Parteien in der bürgerlichen Mitte Wähler und erreichen im sozial prekären Milieu kaum noch Menschen. Das Wahlergebnis zeigt auch eine neue Konfliktlinie der Demokratie zwischen Modernisierungsskeptikern und -befürwortern. Diese Spaltung könnte auch in Zukunft die politischen Auseinandersetzungen und Wahlergebnisse prägen.

 

Gütersloh. Die soziale Spaltung der Wahlbeteiligung ist 2017 zum ersten Mal seit 1998 wieder spürbar gesunken. Der Grund dafür sind vor allem Mobilisierungserfolge der AfD in den sozial prekären Nichtwählerhochburgen. Durch diesen „AfD-Effekt“ ist die Wahlbeteiligung in den sozial prekären Stimmbezirken mit der geringsten Wahlbeteiligung überdurchschnittlich angestiegen. Parallel zeigt sich eine neue Konfliktlinie der Demokratie, die quer durch die Wählerschaft zwischen Modernisierungsskeptikern und -befürwortern verläuft. Diese Entwicklungen bleiben nicht ohne Nebeneffekte: Etablierte Parteien verlieren im Milieu der bürgerlichen Mitte Wähler und erreichen im sozial prekären Milieu kaum noch Menschen. Das sind die Ergebnisse einer Studie der Bertelsmann Stiftung, die erstmals das Wahlverhalten der sozialen Milieus bei einer Bundestagswahl analysiert hat.

 

Die gestiegene Wahlbeteiligung bei der Bundestagswahl hat zu einer spürbaren Verringerung ihrer sozialen Spaltung geführt. Die soziale Spaltung der Wahlbeteiligung beschreibt, wie stark die Wahlbeteiligung vom sozialen Profil eines Stimmbezirks abhängt. Ist die Wahlbeteiligung in wirtschaftlich und sozial starken Wohnvierteln sehr hoch und gleichzeitig in wirtschaftlich schwachen Vierteln sehr niedrig, ist dies Ausdruck einer hohen sozialen Spaltung der Wahlbeteiligung. Diese Spaltung hat sich 2017 gegenüber der vergangenen Bundestagswahl auf 26,7 Prozentpunkte verringert (2013: 29,5 Prozentpunkte). „Eine derartige Verringerung der sozialen Spaltung haben wir zuletzt 1998 beim Wahlsieg der SPD beobachtet. 2017 ist es vor allem der AfD gelungen, Nichtwähler und Wähler aus sozial prekären Stimmbezirken in großem Stil zu mobilisieren“, erläutert Robert Vehrkamp, Demokratieexperte der Bertelsmann Stiftung und Autor der Studie.

 

Kampf um die bürgerliche Mitte

Im Kampf um das Milieu der bürgerlichen Mitte macht die AfD vor allem der CDU/CSU Konkurrenz. In diesem Milieu erreichte die AfD ein Ergebnis in Höhe von 20 Prozent aller Wählerstimmen, ein Zuwachs gegenüber 2013 um 14,6 Prozentpunkte. Gleichzeitig hat die CDU/CSU hier den höchsten Verlust aller Parteien in einem Einzelmilieu erlitten (-15 Prozentpunkte). Bei einem geschätzten Nichtwähleranteil in Höhe von etwa 24 Prozent haben bei der Bundestagswahl 2017 damit etwa 40 Prozent aller Wahlberechtigten aus der bürgerlichen Mitte entweder gar nicht oder die AfD gewählt. Das wirkt sich auch auf die rechnerischen Koalitionsmehrheiten aus: Eine Große Koalition würde nur noch etwa 42 und eine Jamaika-Koalition nur noch 39 Prozent aller Wahlberechtigten aus der bürgerlichen Mitte repräsentieren. „Die etablierten Parteien verlieren in der bürgerlichen Mitte deutlich an Terrain. Der Kampf um die Mitte hat sich massiv verschärft“, so Vehrkamp.

 

Erosion der etablierten Parteien im sozial prekären Milieu

Im sogenannten Milieu der Prekären, einem Milieu der sozialen Unterschicht, verläuft der demokratische Erosionsprozess der etablierten Parteien inzwischen rasant. In diesem Milieu lag die geschätzte Wahlbeteiligung bei nur etwa 58 Prozent aller Wahlberechtigten und damit fast 20 Prozentpunkte unter dem Durchschnitt der Gesamtwahlbeteiligung. Gleichzeitig kam die AfD im prekären Milieu auf ihr stärkstes Ergebnis in Höhe von 28 Prozent aller Wählerstimmen. Damit haben in diesem Milieu gut 63 Prozent aller Wahlberechtigten entweder gar nicht, eine sonstige Partei oder die AfD gewählt. „In keinem anderen Milieu ist der Erosionsprozess der etablierten Parteien und die Dominanz der Nicht- und Protestwähler so weit fortgeschritten wie im prekären Milieu“, kommentiert Klaudia Wegschaider, Demokratieexpertin der Bertelsmann Stiftung und Mitautorin der Studie.

 

Neue Konfliktlinie der Demokratie

Darüber hinaus zeigen die Ergebnisse eine neue Konfliktlinie der Demokratie: Die Spaltung der Wählerschaft verläuft mittlerweile zwischen den Skeptikern und Befürwortern der Modernisierung und hat auch das Wahlverhalten bei der Bundestagswahl entscheidend geprägt. In modernisierungsskeptischen Milieus identifizieren sich die Menschen mit Begriffen wie „Tradition“ oder „Besitzstandswahrung“. Für modernisierungsoffene Milieus sind dagegen „Grenzüberwindungen“ und „Beschleunigung“ prägende Begriffe. Knapp zwei Drittel aller AfD-Wähler (65 Prozent) kommen aus Milieus, die eher modernisierungsskeptisch sind: „Die AfD wurde ganz überwiegend von Menschen gewählt, die der sozialen und kulturellen Modernisierung zumindest skeptisch gegenüberstehen“, so Vehrkamp. Damit hat die AfD im Parteienspektrum ein Alleinstellungsmerkmal. Denn die Wähler aller anderen im Bundestag vertretenen Parteien gehören mehrheitlich einem der Milieus der Modernisierungsbefürworter an: knapp 52 Prozent der Wähler der CDU/CSU, gut 56 Prozent bei der SPD und 59 Prozent bei der FDP. Bei den Linken sind es bereits 62 Prozent und bei den Grünen 72 Prozent. Die Wähler der Grünen weisen damit den höchsten Anteil aus den Milieus aus, die der sozialen und kulturellen Modernisierung der Gesellschaft eher positiv gegenüber stehen.

Nach diesen Ergebnissen würden bei einer Großen Koalition aus CDU/CSU und SPD 53 Prozent ihrer Wähler aus den Milieus der Modernisierungsbefürworter stammen, und 47 Prozent aus den Milieus der Modernisierungsskeptiker. Bei einer Jamaika-Koalition würde dieses Verhältnis mit 57 zu 43 Prozent deutlicher zugunsten der modernisierungsfreundlichen Milieus ausfallen. Ob und wie sehr daraus ein Konflikt der AfD gegen das etablierte Parteiensystem entstehe, sei noch völlig offen. Viele der anstehenden politischen Kontroversen könnten allerdings entlang dieser Konfliktlinie verlaufen und ausgetragen werden, so Vehrkamp.

 

Zusatzinformationen

Die vorliegende Studie untersucht die Wahlbeteiligung und das Wahlverhalten der Sinus-Milieus bei der Bundestagswahl 2017. Dafür kombiniert sie eine Aggregatanalyse auf Basis kleinräumiger Stimmbezirke mit den Ergebnissen einer repräsentativen Nachwahlumfrage. Die Aggregatanalyse basiert auf einer Stichprobe der 621 bundesweit repräsentativen Stimmbezirke von infratest dimap. Für die Nachwahlbefragung wurden in der Woche nach der Bundestagswahl über das YouGov-Online-Panel 10.271 Personen zu ihrem Wahlverhalten bei der Bundestagswahl 2017 befragt. Die in der Studie beschriebenen Milieus bezeichnen die sogenannten „Sinus-Milieus“, die vom Sinus Institut definiert sind. Alle in der Studie verwendeten Befragungsergebnisse sind repräsentativ. PBS 7

 

 

 

Studie. Bundestagswahl zeigt neue Konfliktlinien der Demokratie

 

Mit dem Einzug der AfD in den Bundestag ist das Wahlergebnis einer neuen Studie zufolge repräsentativer geworden. Zugleich zeige sich eine zunehmende politische Fragilität der bürgerlichen Mitte, heißt es in einer Analyse der Bertelsmann-Stiftung.

Das Bundestagswahlergebnis 2017 hat einer Studie zufolge eine neue gesellschaftliche Konfliktlinie zutage gefördert. Statt der herkömmlichen Links-Rechts-Kategorien gebe es in Deutschland eine „neue Konfliktlinie der Demokratie zwischen Modernisierungsskeptikern und Modernisierungsbefürwortern“, heißt es in einer am Freitag veröffentlichen Studie der Bertelsmann-Stiftung. Zugleich sei durch die gestiegene Wahlbeteiligung die soziale Spreizung der Wählerschaft besser repräsentiert.

Für die repräsentative Studie mit dem Titel „Populäre Wahlen – Mobilisierung und Gegenmobilisierung der sozialen Milieus bei der Bundestagswahl 2017“ befragte das Institut YouGov im Auftrag der Bertelsmann-Stiftung eine nach der Wahl 10.000 Bundesbürger. Zudem basiert die Studie auf Wahlkreisdaten von infratest dimap.

Studienautor Robert Vehrkamp betonte, dass insbesondere der Wahlerfolg der AfD nicht vorrangig als ostdeutsches Phänomen interpretiert werden dürfe. Statt einer regionalen Spaltung gebe es eine neue Konfliktlinie zwischen verschiedenen sozialen Milieus, begründete der Leiter des Programms „Zukunft der Demokratie“ der Bertelsmann-Stiftung und Gastwissenschaftler am Wissenschaftszentrum Berlin (WZB).

Links-Rechts-Zuschreibungen ausgedient

Auch bisherige Links-Rechts-Zuschreibungen hätten für die Erklärung des Wahlverhaltens und für das Parteienspektrum ausgedient. Die neue Spaltung der Wählerschaft in Modernisierungsskeptiker und -befürworter könne auch in Zukunft die politischen Auseinandersetzungen und Wahlergebnisse prägen, sagte Vehrkamp. Ähnliche Entwicklungen gebe es etwa in Frankreich, Österreich, den Niederlanden und den USA.

In der Bertelsmann-Studie wurde den Angaben zufolge erstmals das Wahlverhalten von sozialen Milieus bei einer Bundestagswahl analysiert. Die sogenannten zehn Sinus-Milieus werden von Forschern zunehmend für die Erklärung gesellschaftlicher Entwicklungen genutzt, weil sozialökonomische Faktoren wie Einkommen und Bildung nicht mehr ausreichend seien. Hinzu kommen nun auch Werteorientierungen. Unterteilt wird die Wählerschaft danach in gesellschaftliche Gruppen wie etwa „Prekäres Milieu“, „Traditionelles Milieu“, „Bürgerliche Mitte“, „Liberal-Intellektuelles Milieu“ oder „Milieu der Performer“.

AfD-Wähler mehrheitlich modernisierungsskeptisch

In modernisierungsskeptischen Milieus identifizieren sich der Studie zufolge die Menschen mit Begriffen wie „Tradition“ oder „Besitzstandswahrung“. Für modernisierungsoffene Milieus seien dagegen „Grenzüberwindungen“ und „Beschleunigung“ prägende Begriffe. Knapp zwei Drittel aller AfD-Wähler (65 Prozent) kämen aus Milieus, die eher modernisierungsskeptisch sind. Dabei habe die AfD im Parteienspektrum ein Alleinstellungsmerkmal, sagte Vehrkamp.

Zugleich habe die AfD wie keine andere Partei vor allem sozial prekäre Nichtwähler mobilisieren können. Durch diesen „AfD-Effekt“ sei die soziale Spaltung der Wählerschaft 2017 zum ersten Mal seit 1998 wieder spürbar gesunken. Zudem betonte Vehrkamp, dass sich etablierte Parteien künftig „wieder stärker mit der Lebensrealität der Wähler in verschiedenen sozialen Milieus“ befassen müssten. (epd/mig 9)

 

 

 

Lebensmittelexperte: Armut und ungesunde Ernährung sind verbunden

 

Im Supermarkt fällt auf: Gesündere Lebensmittel sind teurer. In der gesamten westlichen Welt werden dadurch Menschen mit niedrigerem Einkommen zu ungesundem Konsum gezwungen. Ergebnisse sind Übergewicht und andere Gesundheitsprobleme, erklärt der Gesundheitsexperte Dr. Martin Caraher.

Martin Caraher ist Professor für Lebensmittel- und Gesundheitspolitik an der University of London. Er untersucht unter Anderem, wie Regierungen und Firmen sich in diesem Bereich engagieren.

Caraher sprach mit Dave Keating von EURACTIV.

Sie beschäftigen sich mit der Verbindung zwischen Lebensmittel- und Gesundheitspolitik, und insbesondere mit Ernährungsarmut. Inwiefern sind Ihrer Erfahrung nach Lebensmittelauswahl und Gesundheit miteinander verwoben?

Die Lebensmittelauswahl wird massiv durch das Einkommen beeinflusst. Natürlich gibt es auch noch andere Faktoren wie Wissen und Fähigkeiten, die Einfluss haben: Wenn Sie arm sind und nicht kochen können, ist das bereits eine doppelte Bürde. Wenn Sie kochen können, ist Ihr Einkommen aber dennoch das wichtigste Kriterium für Ihre Lebensmittelauswahl.

Mit hohem Einkommen kann man sich gesündere Lebensmittel und mehr frisches Obst und Gemüse leisten. Wir haben Daten darüber, wer zu Hause kocht, analysiert und herausgefunden, dass Einkommen und  Beschäftigungsbedingungen zu den entscheidenden Faktoren gehören.

Wenn Sie in der sogenannten Gig-Economy tätig sind, haben Sie kein festgelegtes Einkommen und Sie wissen oftmals nicht, ob und wann Sie nächste Woche arbeiten. Das macht die Einkaufs- und Essenszubereitungs-Planung schwierig. Es ist auch wichtig, festzuhalten, dass diejenigen Menschen, die unter Lebensmittelarmut oder Ernährungsunsicherheit leiden, oft auch auf andere Art arm sind: Sie sind einkommensschwach, haben kein Wohneigentum, stehen unter Zeitdruck und leiden an Zeitmangel und sie haben begrenzten Zugang zu Ressourcen wie Bildung.

Gerade in wohlhabenden Staaten ist ein Leben in Armut erniedrigend. Es ist aufzehrend: Sie schaffen es diese Woche, Ihre Familie zu ernähren, aber dann müssen Sie sich sofort um nächste Woche sorgen. Wir wissen, dass in solchen Fällen Frauen (Mütter oder andere weibliche Versorger/Betreuungspersonen) häufig zurückstecken, damit die anderen Familien- oder Haushaltsmitglieder essen können.

Fleisch, Nudeln, Fertigprodukte – was essen die Deutschen gerne? Wie wichtig sind ihnen tiergerechte Haltung und regionale Produkte? Im Ernährungsreport 2016 liefert das Bundesministerium für Ernährung und Landwirtschaft Antworten – und zeigt, wovon Menschen in Deutschland nur schwer ablassen können.

Welchen Einfluss hat der Arbeitsplatz auf die Lebensmittelwahl? Und wie sieht es mit Restaurants oder Lebensmittelgeschäften aus? Welcher Teil unseres alltäglichen Lebens macht den größten Unterschied? 

In der ehemaligen DDR gab es beispielsweise kostenloses Mittagessen am Arbeitsplatz – und Kinderbetreuung. In vielen europäischen Ländern sieht man heute noch ähnliche Ansätze wie Schulkantinen, über die ein Minimalstandard in der Ernährung geboten und der Druck von den Familien genommen wird.

Mit größeren wirtschaftlichen Einschnitten wird die kostenlose Versorgung mit Nahrung am Arbeitsplatz aber immer unüblicher. Die traurige Ironie dabei ist, dass große Firmen wie Google ihren spezialisierten Mitarbeitern gesundes Catering im Unternehmen bieten. Und diejenigen, die viel eher darauf angewiesen wären, erhalten so etwas an ihrem Arbeitsplatz nicht.

Die Arbeit spielt eine gewichtige Rolle bei unseren Essgewohnheiten – einfach, weil wir so viel Zeit dort verbringen. Auch Supermärkte und Lieferservices werden immer wichtiger, weil unser Leben hektischer, schneller wird und der Zeitdruck zunimmt. Die Lebensmittel, die im Laden verkauft werden, spiegeln so das Leben der Menschen wider: Es gibt mehr Fertiggerichte und vorgekochte Speisen.

Es besteht die Gefahr, dass Essen lediglich zur Nahrungsaufnahme verkommt und seine kulturellen Aspekte verliert, die Menschen zusammenbringen und soziale Aktivitäten fördern.

Sie sind  Mitglied des externen Beratungsgremiums für das EU-Lebensmittelprogramm FOOD. Wie lange beschäftigen Sie sich schon mit dem Programm und welchen Einfluss des Programms konnten Sie dabei beobachten?

Ich glaube, das ist eine Initiative, von der andere lernen können und die man kopieren sollte. Das FOOD-Programm ermutigt zur Interaktion mit lokalen Restaurants und Cafes. Die Restaurants merken, dass die Nachfrage nach gesundem Essen steigt und das FOOD-Programm unterstützt sie dabei, diese Nachfrage zu befriedigen.

Michael Bloomberg, der frühere Bürgermeister von New York, war vor kurzem in London, um hier neue Büroräume seiner Firma zu eröffnen. Er erklärte, das Gebäude biete Kaffee und die dazugehörige Ausstattung, aber keine Restaurants oder Catering. Er will, dass seine Mitarbeiter mit der lokalen Wirtschaft in Kontakt treten und zur Mittagspause ihren Schreibtisch verlassen. Das ist sicherlich eine gesundheitsfördernde Maßnahme. Auch Essensgutscheine [die im FOOD-Programm ebenfalls unterstützt werden] regen zu solchem Verhalten an. Man schafft mehr Integration zwischen den Arbeitsplätzen und der lokalen Gesellschaft vor Ort.

Ein Ampelsystem über die Ernährungseigenschaften von Lebensmitteln wurde vor einigen Jahren auf EU-Ebene blockiert. Nun wächst die Unterstützung in Europa.

Wie können Essensgutscheine Einfluss auf die Lebensmittelauswahl der Menschen haben?

Wenn Menschen zum Beispiel sehen, dass Restaurants für die Gutscheine gesundes Essen anbieten, kopieren sie dies möglicherweise auch bei der eigenen Essenszubereitung zu Hause und wenn sie woanders essen gehen. Gesundes Catering ist heute nicht teurer als konventionelles Kantinenessen, und tatsächlich kann man sogar wirtschaftliche Vorteile erzielen, wenn man gesünderes Essen anbietet. Das kann ganz konkret bei den Gerichten geschehen: Wenn zum Beispiel der Fleischanteil reduziert wird und dafür mehr Beilagen-Gemüse auf dem Teller ist.

Wenn Sie die EU-Politik ändern könnten, um gesündere Ernährung zu fördern, welche Änderung würden Sie vornehmen?

Ich würde Arbeitgeber und Nationalregierungen dazu aufrufen, das Essen bei der Arbeit zu fördern, zum Beispiel mit Essensgutscheinen, und eine Verbindung zwischen dem Arbeitsplatz und den Restaurants und anderen Essgelegenheiten in der nahen Umgebung zu schaffen. Wenn man die Möglichkeit auf ein (kostenloses oder subventioniertes) Mittagessen bietet, hat das eindeutig positive Auswirkungen auf die Gesundheit – und natürlich auch auf die Lebensmittel-Budgets der Familien. Dave Keating, EA 5

 

 

 

Institut der Deutschen Wirtschaft. Einwanderung lässt Bevölkerungszahl weiter ansteigen

 

Das Statistische Bundesamt ging vor kurzem noch von einem Bevölkerungsrückgang aus. Einer Studie des Instituts der Deutschen Wirtschaft zufolge profitiert das Land jedoch von Einwanderern. Für das Jahr 2035 prognostizieren die Experten eine Bevölkerungszahl von 83,1 Millionen Menschen.

Die Bevölkerung in Deutschland wird bis zum Jahr 2035 auf mehr als 83,1 Millionen Menschen anwachsen. Dies sei rund eine Million mehr als im Jahr 2015, berichten die Zeitungen der Funke Mediengruppe unter Hinweis auf eine Studie des Kölner Instituts der Deutschen Wirtschaft (IW). „Der lange erwartete Bevölkerungsrückgang in Deutschland bleibt in den kommenden beiden Dekaden offensichtlich aus“, zitieren die Zeitungen die Forscher. Als Gründe für die Zunahme nennen die Forscher steigende Geburtenzahlen und Einwanderung.

Dabei wird für die einzelnen Bundesländer eine höchst unterschiedliche Entwicklung vorausgesagt. Der Prognose zufolge werden vor allem Großstädte wachsen. Berlin wird demnach in den nächsten 20 Jahren zu einer Stadt mit vier Millionen Einwohnern. Die Hauptstadt wächst damit, ausgehend von 2015, innerhalb von 20 Jahren um gut 500.000 Einwohner und erreicht ein Plus von 14,5 Prozent. Hamburg gewinnt laut Studie bis 2035 rund neun Prozent Bevölkerung hinzu. In keinem anderen Bundesland werde der Anteil der jungen Bevölkerung unter 20 Jahren so groß sein wie in der Hansestadt, hieß es.

Bei den Flächenländern ist Bayern mit einem Plus von 3,9 Prozent das Bundesland mit dem höchsten Bevölkerungsanstieg, gefolgt von Baden-Württemberg. Bayern profitiere von der positiven Bevölkerungsentwicklung der Landeshauptstadt München, die bis 2035 um 14,4 Prozent wachsen dürfte, prognostizieren die Forscher. Baden-Württemberg zählt zu den Regionen Europas mit der stärksten Wirtschaftskraft. Hier werde mit einem Zuwachs von 3,1 Prozent gerechnet.

Thüringen und Sachsen-Anhalt mit großen Verlusten

Zu den Bundesländern, in denen die Einwohnerzahl weitgehend konstant bleiben dürfte, gehören unter anderem Nordrhein-Westfalen mit einem Plus von 0,5 Prozent, Niedersachsen (plus 0,4 Prozent), Bremen (plus 0,2 Prozent), Rheinland-Pfalz (ohne Veränderung) und Schleswig-Holstein mit einem Minus von 0,1 Prozent.

Die größten Bevölkerungsverluste müssen Thüringen und Sachsen-Anhalt verkraften. In Thüringen droht ein Minus von 10,2 Prozent, Sachsen-Anhalt dürfte sogar 10,6 Prozent seiner Bevölkerung bis 2035 verlieren. Nicht ganz so deutlich fallen die Verluste in Sachsen (minus drei Prozent), Brandenburg (minus 4,4 Prozent) und Mecklenburg-Vorpommern (minus 4,8 Prozent) aus. Die schlechteste Prognose unter den westdeutschen Ländern bekommt das Saarland, es dürfte laut Studie bis 2035 6,8 Prozent seiner Bevölkerung verlieren.

(epd/mig 3)

 

 

 

 

Steinmeier: Neue Mauern in Deutschland

 

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier hat am Tag der Deutschen Einheit zur offensiven Auseinandersetzung mit den Ursachen des AfD-Wahlerfolgs aufgerufen. „Das Signal ging an uns alle, und wir müssen es beantworten“, sagte er beim Festakt am Dienstag in Mainz mit Blick auf die Bundestagswahl. Es gebe in Deutschland wieder Mauern, „die einem gemeinsamem Wir“ im Wege stünden.

Gerade am 3. Oktober „dürfen wir nicht so tun, als sei da nichts geschehen“, sagte Steinmeier. Zwar sei im Zuge der Wiedervereinigung „die große Mauer quer durch unser Land“ verschwunden. „Aber am 24. September wurde deutlich: Es sind andere Mauern entstanden, weniger sichtbare, ohne Stacheldraht und Todesstreifen“. Der Bundespräsident verwies auf Mauern zwischen Stadt und Land, Arm und Reich sowie die „Mauern rund um die Echokammern im Internet“.

Die AfD hatte bei der Bundestagswahl vom 24. September 12,6 Prozent der Stimmen geholt. Im Osten Deutschlands erreichte sie 21,9 Prozent, im Westen 10,7 Prozent. Steinmeier erwähnte die AfD in der Mainzer Rheingoldhalle nicht direkt. Mehrere seiner Äußerungen waren aber offensichtlich auf die rechtspopulistische Partei gemünzt.

Steinmeier setzte sich in seiner Rede auch für eine klarere Linie in der Flüchtlingspolitik ein. Deutschland könne den politisch Verfolgten in Zukunft nur dann gerecht werden, „wenn wir die Unterscheidung darüber zurückgewinnen, wer politisch verfolgt oder wer auf der Flucht vor Armut ist“.

Jenseits von Asyl sollten auch legale Zugänge nach Deutschland definiert werden, um die Migration „nach unseren Maßgaben“ zu steuern und zu kontrollieren. Damit setzte sich Steinmeier indirekt für ein Einwanderungsgesetz ein, wie es mehrere Parteien fordern.

Während die GroKo-Parteien historische Negativergebnisse verschmerzen mussten, wurde die AfD drittstärkste Kraft. Was steckt dahinter?

Bundesratspräsidentin Malu Dreyer (SPD) verwies beim Festakt auf die Herausforderungen der Flüchtlingsintegration und darauf, dass viele Menschen das Gefühl hätten, „ihre Lebensleistung werde nicht gewürdigt“. Der Ausgang der Bundestagswahl habe gezeigt, dass all dies „unsere politische Kultur auf den Prüfstand“ stelle.

Zwar werde auch darüber diskutiert, was die Deutschen in den nächsten Jahren gemeinsam erreichen wollten. „Doch ich habe zunehmend den Eindruck, dass wir in unseren Debatten auf der Stelle treten.“ Denn mit großer Energie „prallen immer die gleichen Positionen unversöhnlich aufeinander“. Oft seien „Klicks“ im Internet wichtiger als Argumente, die Erregung werde „zum Maß des Erfolgs“.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) sagte vor dem Festakt in Mainz, die Aufgaben für Deutschland seien seit der Wiedervereinigung vor 27 Jahren „nicht weniger geworden“. Vieles in der Deutschen Einheit sei aber geglückt. „Und das sollte uns die Kraft geben, auch die ausstehenden Probleme zu lösen.“ Als „große Aufgabe“ wertete sie, dass sich ländliche und städtische Regionen gleichermaßen entwickeln.

Der designierte Bundestagspräsident Wolfgang Schäuble (CDU) sieht in den AfD-Erfolgen vor allem in Ostdeutschland kein Anzeichen für ein Scheitern der Einheit. „Wir sind ein wohlhabendes und florierendes Land, umgeben von Freunden und Partnern“, sagte er der „Bild am Sonntag“ (Feiertagsausgabe).

SPD-Chef Martin Schulz hob derweil die „Lebensleistung der Ostdeutschen“ hervor, die Respekt verdienten. Dazu gehörten „verlässliche Renten und gerechte Löhne“, schrieb er im Kurzbotschaftendienst Twitter.  EA/AFP 4

 

 

 

 

Obergrenze. Union einigt sich auf Regelwerk für Einwanderung

 

Fast zwei Jahre stritten sich CDU und CSU um eine gemeinsame Haltung zur Migrationspolitik. Mit dem Kompromiss ist der Weg frei für Sondierungsgespräche mit FDP und Grünen. Doch Widerstand kündigt sich bereits an.

Im Streit um eine „Obergrenze“ für Einwanderer haben sich CDU und CSU auf ein gemeinsames Regelwerk zur Migration geeinigt. Man setze damit die Anstrengungen fort, die Zahl der nach Deutschland und nach Europa flüchtenden Menschen nachhaltig und auf Dauer zu reduzieren, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) am Montag in Berlin. Damit solle sich eine Situation wie 2015 nicht wiederholen. Während sich die EU-Kommission positiv äußerte, übten Hilfsorganisationen scharfe Kritik.

Im Kern soll die Zahl der in Deutschland aufzunehmenden Menschen die Grenze von 200.000 pro Jahr nicht überschreiten. Zugleich soll das Grundrecht auf Asyl und damit auch die Anforderung, dass jeder Antrag bearbeitet werden muss, gewährleistet werden. Nach den Worten Merkels werde auch der 200.001. Antragsteller ein „ordentliches Verfahren“ bekommen. Muss das gesetzte Ziel nach oben oder unten korrigiert werden, sollen die Bundesregierung und der Bundestag Anpassungen beschließen.

Fachkräftezuwanderungsgesetz geplant

Zudem sollen künftig die Asylverfahren für alle Neuankommenden in sogenannten Entscheidungs- und Rückführungszentren erfolgen. In Zusammenhang mit den Staaten des westlichen Balkans habe man hierzu gute Erfahrungen gemacht, sagte Merkel. Um die Migration in den Arbeitsmarkt zu steuern, ist ein Fachkräftezuwanderungsgesetz geplant.

Unterstützung für den Kurs kommt von der EU-Kommission. „Die Kommission sieht es als extrem positiv an, dass ein Land, das bereits über eine Million Flüchtlinge aufgenommen hat, die Bereitschaft zeigt, weitere 200.000 Personen pro Jahr willkommen zu heißen“, sagte der Chefsprecher der EU-Kommission, Margaritis Schinas, in Brüssel. „Die Kommission und ihr Präsident haben verschiedentlich betont, wie sehr wir die Führungsrolle begrüßen, die Deutschland beim Umgang mit der Flüchtlingskrise gespielt hat.“

Pro Asyl appelliert an Gründe und FDP

Die Einigung ist am Sonntagabend erzielt worden. Der Kompromiss sei eine „sehr, sehr gute Basis“ um in Sondierungen mit FDP und Grüne zu gehen, sagte Merkel. Die Gespräche für eine mögliche Jamaika-Koalition sollen am 18. Oktober beginnen. Der CDU-Vorsitzenden zufolge soll es zunächst Einzelgespräche mit FDP und Grünen geben. Am 20. Oktober folgt dann ein gemeinsames Treffen.

Die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl appellierte an Grüne und FDP, dem schärferen Kurs der Union in der Asylpolitik entgegenzutreten. „Das ist ein menschenunwürdiges Geschachere bei dem gesichtswahrend auf Kosten der Schutzbedürftigen eine menschenrechtswidrige Lösung der Öffentlichkeit präsentiert wird,“ sagte der Geschäftsführer von Pro Asyl, Günter Burkhardt. Offenbar wolle die Union auch Hand anlegen an den Zugang zum individuellen Asylrecht an Europas Grenzen.

Amnesty: Schutz von Menschen darf nicht begrenzt werden

Scharfe Kritik erntet das Union-Modell auch von Amnesty International „Der verfassungs- und menschenrechtliche Schutz von Menschen auf der Flucht kann und darf zahlenmäßig nicht begrenzt werden“, erklärte Franziska Vilmar, Expertin für Asylrecht und Asylpolitik bei Amnesty International in Deutschland. „Eine jährliche Aufnahmequote von 200.000 schutzbedürftigen Menschen in Deutschland festzulegen, ist weder mit den Menschenrechten noch den humanitären Verpflichtungen Deutschlands vereinbar.“

Nach Ansicht des Paritätischen Wohlfahrtsverbands sind vor allem Familien von der Regelung betroffen. „Vorschläge wie die Verhinderung des Familiennachzugs oder die dauerhafte Kasernierung in Aufnahmelagern sind mit den Menschenrechten kaum vereinbar“, sagte der Hauptgeschäftsführer des Verbands, Ulrich Schneider.

Grünen und FDP skeptisch

Grünen-Fraktionschef Anton Hofreiter kündigte harte Gespräche an. „Wir stehen für eine humanitäre Flüchtlingspolitik. Im Wahlkampf haben wir besonders für Familiennachzug und legale Fluchtwege gekämpft“, sagte Hofreiter der Rheinischen Post. Beides seien zentrale Elemente einer humanitären, geordneten Flüchtlingspolitik. „Merkel wollte eine Quadratur des Kreises, herausgekommen ist ein Dreieck, ein Formelkompromiss“, sagte Hofreiter.

Auch der FDP-Innenpolitiker Burkhard Hirsch kritisierte den Kompromiss. „Eine Obergrenze für Bürgerkriegsflüchtlinge festzulegen ist Quatsch“, sagte Hirsch dem Redaktionsnetzwerk Deutschland (Dienstag). Das Asylrecht bleibe unantastbar. Zudem warnte er vor überzogenen Erwartungen und Fehlern bei einem Zuwanderungsgesetz. „Wenn Deutschland als ökonomischer Staubsauger anderen Ländern dringend benötigte Fachkräfte wegnimmt, schaffen wir perspektivisch neue Flüchtlingsströme.“ (epd/mig 10)

 

 

 

 

Flüchtlinge: Die Hälfte der Deutschen ist gegen eine Grenzschließung

 

Hamburg. Knapp die Hälfte (47%) der Deutschen ist laut einer weltweiten Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos gegen eine Grenzschließung für Flüchtlinge. Fast genauso viele würden diesen Schritt jedoch begrüßen (44%). Weltweit liegen die Deutschen damit im oberen Mittelfeld. Weiterhin fürchtet ein Großteil der Deutschen, dass die Aufnahme von Flüchtlingen ein Sicherheitsrisiko mit sich bringt.  

·         Weltweit würden vier von zehn (39%) Befragte die Grenzen für Flüchtlinge schließen, während die Hälfte (51%) dagegen ist. In der Türkei (63%) und Ungarn (61%) findet sich die größte Zustimmung für die Grenzschließung. In Spanien (31%) und Großbritannien (32%) ist die Zustimmung im europäischen Vergleich am geringsten.

·         Drei Viertel (76%) der Deutschen fürchten, dass Terroristen sich als Flüchtlinge tarnen, um ins Land zu kommen. Weltweit teilen diese Sorge sechs von zehn (69%) Befragte. In der Türkei und Russland (je 82%) ist die Befürchtung weltweit am weitesten verbreitet. In Spanien (19%) und Serbien (36%) denken die wenigsten so.

·         Die Mehrheit (54%) der Deutschen denkt, die meisten Flüchtlinge seien in Wirklichkeit keine, sondern lediglich wegen der besseren ökonomischen Situation ins Land gekommen. Diese Meinung vertreten weltweit ähnlich große Teile der Bevölkerung.  (53%).

·         Knapp vier von zehn (37%) Deutschen glauben, dass sich die Flüchtlinge in Deutschland erfolgreich integrieren werden. Eine Mehrheit von 53 Prozent ist davon nicht überzeugt, jeder Zehnte (10%) ist sich unsicher. In Belgien (63%) und der Türkei (69%) zweifeln weit mehr Menschen an einer erfolgreichen Integration.

Generell ist die Einstellung zu Migration weltweit eher pessimistisch.

·         Lediglich einer von fünf Deutschen (18%) glaubt, dass Migration einen positiven Einfluss auf das Land hat. Damit liegen die Deutschen im globalen Durchschnitt (21%). In Großbritannien sind dagegen vier von zehn (40%) von einem positiven Effekt überzeugt.

·         Viel mehr hat ein großer Teil (45%) der Deutschen den Eindruck, dass Einwanderung das eigene Land in eine Richtung verändert, die ihnen nicht gefällt. In Italien (63%) und der Türkei (77%) empfinden weltweit am meisten Menschen so.

·         Acht von zehn (85%) Deutschen haben zudem das Gefühl, dass die Zahl der Einwanderer in den letzten fünf Jahren größer geworden ist. Vor fünf Jahren nahmen das noch 22 Prozent weniger wahr (2011: 63%). Nur in Schweden (2017: 90%) ist diese Wahrnehmung in der Bevölkerung noch höher angestiegen (+ 24%/ 2011: 66%).

·         Jeder zweite Befragte (48%) weltweit denkt, es gebe zu viele Einwanderer in seinem Land. Das deckt sich auch mit der Meinung der Deutschen (50%). In der Türkei (83%), Italien (66%), Südafrika und Russland (je 62%) ist die Zahl weit größer.

·         Für die ökonomische Situation des Landes sei Migration positiv, denkt ein Viertel (27%) der Deutschen. In Großbritannien stimmen dem sogar 47 Prozent der Befragten zu, in Ungarn und Russland dagegen lediglich 9 Prozent. Ein Drittel (30%) der Deutschen glaubt, dass Migranten es für Einheimische schwerer machen, einen Job zu finden. In der Türkei (78%) und Russland (64%) herrscht dieser Gedanke weltweit am stärksten vor. Einwanderer mit einer höheren Bildung bevorzugt ins Land zu lassen, befürworten vier von zehn (42%) Deutschen.

Dr. Robert Grimm, Leiter der Politik- und Sozialforschung bei Ipsos Deutschland, zu den Ergebnissen: „Die Deutschen wollen eine klare Strategie in der Flüchtlingspolitik. Noch immer überwiegen diejenigen, die offene Grenzen befürworten, wenn auch nur zu einem kleinen Anteil. Doch die Aufnahmebereitschaft ist begrenzt und viele sind der Meinung, dass es Menschen gibt, die als Flüchtlinge verkleidet mit böswilligen Absichten nach Deutschland einreisen, um dem Land mit terroristischen Anschlägen Schaden zuzufügen. In der Konsequenz heißt das, dass eine proaktive Begrenzung der Anzahl von Migranten und der Berücksichtigung der Motive für die Einreise nach Deutschland aus Sicht der Bürger Priorität haben muss. Kurz, die Deutschen wünschen sich eine verstärkte Grenzkontrolle und eine geordnete Migrationspolitik. Um das Vertrauen der Bevölkerung zurückzugewinnen, wird die Politik in den kommenden Jahren hier überzeugen müssen.“  Ipsos 12

 

 

 

 

Wie ergeht es ausländischen Studierenden an deutschen Hochschulen?

 

Wie geht es Studierenden aus anderen Ländern an deutschen Universitäten? Das wird jetzt erstmals in einem Projekt der Universitäten Leipzig und Würzburg erforscht.

 

Die Freude ist in der Regel groß, ergattern Studierende aus dem Ausland einen Studienplatz an einer deutschen Hochschule. Der Ruf vieler Lehrinstitutionen ist hervorragend und junge Menschen versprechen sich durch ein deutsches Studium bessere Chancen auf dem Arbeitsmarkt – ob in der Heimat oder hierzulande.

Aber: „Rund 40 Prozent der Bachelor-Studierenden, die nicht aus Deutschland stammen, brechen ihr Studium ab. Das ist eine immens hohe Zahl“, erzählt Wolfgang Lenhard vom Lehrstuhl für Psychologie der Universität Würzburg. Gemeinsam mit Kollegen aus Leipzig will Lenhard will herausfinden, woran das liegt und was unternommen werden muss, damit die Abbruchquote geringer ausfällt.

„Sprachkompetenzen und Studienerfolg bei Bildungsausländern“ (SpraStu) heißt das vom Bildungsministerium geförderte Projekt, und Lenhard und seine Leipziger Kollegin Dr. Katrin Wisniewski (Linguistik) haben sich einiges vorgenommen: Bis zu drei Jahre lang wollen die Wissenschaftler 600 Studierende mit ausländischen Wurzeln begleiten und dabei jene Hürden identifizieren, die die Studierende bis zum Abbruch ihres Studiums bringen. Das Projekt beginnt im Wintersemester 2017/18. Mit dem Ausdruck „Bildungsausländer“ sind Studierende gemeint, die ihr Abitur oder eine vergleichbare Qualifikation außerhalb von Deutschland gemacht haben.

Studieren in einer Fremdsprache ist immer eine Herausforderung

Auch die Würzburger Doktorandin Jennifer Seeger arbeitet an der Studie mit. „Wir wollen in einer ersten Runde 100 nichtdeutsche Bachelor-Studierende dafür gewinnen“, erläutert sie. Die Teilnehmenden findet sich über das Internationale Studierendenbüro und das Sprachenzentrum. Die Befragungen beginnen im November.

Seeger ist vor allem daran interessiert, wie gut die Studierenden die deutsche Sprache beherrschen und mit welcher Art und Weise des Lernens sie vertraut sind. Auch für das soziale Umfeld der Studierenden interessiert sich die Nachwuchswissenschaftlerin. „Wir möchten zum Beispiel wissen, ob sie an Lerngruppen teilnehmen.“

Erasmus feiert seinen 30. Geburtstag. Für Bildungskommissar Tibor Navracsics ist das Austauschprogramm „eine der größten Errungenschaften der EU.”

Gerade in Fächern wie Mathematik, Germanistik oder Wirtschaft haben es ausländische Studierende ohne ausreichend Sprachkenntnisse schwer. Zwar müssen alle Bildungsausländer vor dem Studium einen Test durchlaufen, die „Deutsche Sprachprüfung für den Hochschulzugang“. Doch Seminare mit besonderer Fachsprache können noch einmal größere Herausforderungen darstellen als ein deutscher Eignungstest.

Andere Studienkultur als mögliche Hürde

Die Wissenschaftler gehen des weiteren davon aus, dass eine andere Studien- und Lernkultur manchem Studierenden zum Verhängnis wird. In vielen europäischen Ländern, etwa in Spanien, ist das Studium deutlich verschulter und reglementierter als in Deutschland.

Zwar seien die Studierenden nach der Bologna-Reform auch hierzulande nicht mehr so frei wie in den 1990er-Jahren, doch können sie weiterhin Schwerpunkte setzen und Veranstaltungen auswählen. Auch gibt es nicht an allen Universitäten eine Anwesenheitspflicht in Vorlesungen und Seminaren, bzw. wird diese nicht immer kontrolliert. Die Studierenden müssten sich gut strukturieren können, erklärt Lenhard. Wer das nicht kennt, bekommt bald Probleme.

In einer fremden Sprache zu studieren, ist immer eine Herausforderung, so viel ist sicher. Das Forschungsteam aus Leipzig und Würzburg hat es sich zur Aufgabe gemacht, den Studierenden Hilfestellungen zu bieten, damit das Studium in Deutschland ein wenig einfacher wird.

Jeder zehnte Würzburger Student aus dem Ausland

Die Studie passt zur Strategie vieler Hochschulen, die weltoffener werden möchten und ausländische Studierende willkommen heißen. Schon jetzt stammt fast jeder zehnte Würzburger Student aus einem anderen Land.

870.000 Euro bekommen die Forscher vom Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF). Und Lenhard wundert sich, dass noch nicht viel früher in diesem Bereich geforscht wurde. Bisher spielte es in der Hochschulforschung offenbar eine untergeordnete Rolle, wie ausländische Studierende in Vorlesungen zurechtkommen.

Mehr als drei Millionen Studenten haben Erasmus seit dem Start des EU-Austauschprogramms im Jahr 1987 genutzt, um einige Monate Erfahrung im Ausland zu sammeln. Das beliebteste Zielland ist weiterhin Spanien, gefolgt von Frankreich und Deutschland.

Lernszenarien mit Studierenden durchsprechen

Schon für deutsche Studierende sei es oft nicht einfach, den Ausführungen der Lehrenden zu folgen, wenn gleichzeitig eine Präsentation mit umfangreichen Textblöcken läuft. Soll man lesen, was der Beamer an die Wand wirft? Oder mitschreiben, was der Dozent sagt? „Solche Szenarien präsentieren wir unseren Studienteilnehmern und fragen sie nach ihren Lösungsstrategien“, erklärt Lenhard.

Auch das Verhältnis zu den Lehrenden kann Probleme bereiten. Deutsche Studierende etwa sind es gewöhnt, kritische oder Verständnisfragen an die Dozenten zu stellen. Ein ungewohntes Betragen etwa für junge Menschen aus Asien, wie Doktorandin Seeger weiß: Für sie seien Dozenten Respektpersonen, die man mit lästigen Fragen verschont.

Kulturelle Unterschiede berücksichtigen

Für Lehrende sei es darum sehr wichtig, kulturelle Unterschiede zu kennen und im Uni-Alltag zu berücksichtigen. So können sie dazu beizutragen, dass mehr ausländische Studierende zum Abschluss kommen. Anne-Sophie Balzer, EA 13

 

 

 

 

IG Metall. Die größte politische Interessensvertretung von Menschen mit Migrationshintergrund

 

Die IG Metall hat über 2,2 Millionen Mitglieder. Davon haben etwa 500.000 Mitglieder einen Migrationshintergrund. Dies wurde im Rahmen einer Studie ermittelt. Das lässt mehrere Schlüsse zu. Von Fessum Ghirmazion

 

Während in Deutschland 22,5 Prozent der Menschen einen Migrationshintergrund haben, sind es in der IG Metall 21,7 Prozent. In den Branchen, in denen die IG Metall vertreten ist, haben 20,2 Prozent der Beschäftigten eine Einwanderungsgeschichte. Bei den Mitgliedern im Betrieb liegt der Anteil mit 24,4 Prozent sogar höher.

„Spiegel der Gesellschaft“

Das lässt drei Schlüsse zu: Erstens gelingt es der IG Metall erfolgreich, die Beschäftigten in den Betrieben, unabhängig von ihrer Herkunft, zu gewinnen. Zweitens ist die IG Metall eine Gewerkschaft, die durch Einwanderer und Einwandererinnen und ihre Nachkommen stark geprägt wurde und bis heute geprägt wird. Und drittens ist die IG Metall mit knapp 500.000 Mitgliedern mit Migrationshintergrund die größte politische Organisation in Deutschland, in der Menschen mit Einwanderungsgeschichte ihre Interessen vertreten und sich einbringen können. Das BIM konstatiert in seinem Projektbericht, „dass die IG Metall nach diesen Ergebnissen die erste [politische] Großorganisation ist, die sich in Bezug auf den Migrationshintergrund als ‚Spiegel der Gesellschaft’ bezeichnen kann.“1

Die Mitglieder mit Migrationshintergrund repräsentieren die Migrationsbewegungen aus den unterschiedlichen Herkunftsländern: Bislang ist man davon ausgegangen, dass vor allem die Anwerbeabkommen der 1960er und 70er Jahre ursächlich für den Anteil an Mitgliedern mit Migrationshintergrund sind. Die Ergebnisse der Studie zeigen hingegen, dass auch jüngere Migrationsbewegungen in der Mitgliederstruktur der IG Metall abgebildet werden. Der Anteil der Menschen aus der Türkei ist mit 17,2 Prozent erwartungsgemäß hoch. Aber auch die Migrationsbewegungen der späten 1980er und frühen 90er Jahre sind in der Mitgliedschaft der IG Metall gut repräsentiert. Der hohe Anteil der Menschen, die aus den mittel- und osteuropäischen Staaten wie Polen und Rumänien kommen, macht dies deutlich. Hinzu kommen Russland und Kasachstan mit einem Anteil von 12,6 Prozent.

Fachtagung: Die Ergebnisse und Zusammenhänge der Studie werden am 24. Oktober 2017 im Rahmen einer Fachtagung der wissenschaftlichen und politischen Öffentlichkeit vorgestellt. Weitere Informationen zur Tagung gibt es hier. Zum Inhalt und Ablauf informiert Sie das Tagungsprogramm. Um eine Anmeldung zur Veranstaltung wird gebeten.

Das zeigt, dass die IG Metall für Menschen mit Migrationshintergrund anschlussfähig ist und bleibt. Schon Anfang der 1960er Jahre war die IG Metall eine der ersten Organisationen, die ausländische Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer aufnahm und sie bei der Integration in die Unternehmen sowie in die Gesellschaft unterstützte. Zahlreiche erfolgreiche Initiativen für Gleichberechtigung und gegen Rassismus wurden angestoßen (z. B. „Gelbe Hand“, „Respekt – Kein Platz für Rassismus“). Dazu kommen die diskriminierungsfreien Richtlinien und Regeln der Gewerkschaft, ihre Bildungsarbeit und das explizit antirassistische Selbstverständnis der haupt- und ehrenamtlichen Funktionärinnen und Funktionäre, das sich aktuell auch in ihrem starken Engagement für Flüchtlinge widerspiegelt.

Mitglieder mit Migrationshintergrund überproportional in Wahlämter vertreten

Mitglieder mit Migrationshintergrund sind in der IG Metall gleichberechtigt: Zahlreiche Studien zur strukturellen Diskriminierung zeigen die Benachteiligung von Migranten und Migrantinnen in der Arbeitswelt auf. So haben zum Beispiel Menschen mit einem türkischen Namen schlechtere Chancen, zu einem Vorstellungsgespräch eingeladen zu werden. Die vorliegende Studie zeigt die positiven Effekte formaler Gleichbehandlung aller Menschen und Beschäftigten. Das Betriebsverfassungsgesetz und die Satzung der IG Metall gewährleisten eine grundlegende Gleichbehandlung aller. In der Studie wird der Frage nachgegangen, ob diese formelle Gleichbehandlung auch dazu führt, dass Mitglieder mit Migrationshintergrund angemessen in Wahlämtern repräsentiert sind oder ob es auch in Betriebsrats- und Vertrauensleutegremien eine Art „gläserne Decke“ gibt.

Die Studie kommt zu einem gegenteiligen Ergebnis. Mitglieder mit Migrationshintergrund sind überproportional in Wahlämtern aktiv. Das gilt sowohl für betriebliche als auch für gewerkschaftliche Funktionen. 32 Prozent der Betriebsräte und 37 Prozent der Vertrauensleute haben einen Migrationshintergrund. Sie leisten damit einen großen Beitrag für gute und faire Arbeitsbedingungen. Allein bei den Betriebsratsvorsitzenden ist mit 11 Prozent noch Luft nach oben.

Aus Sicht des BIM ist schon die Mitgliedschaft in der IG Metall „als eine Form von Engagement und damit als Indikator für die Integration in die Arbeitswelt“2 zu bewerten. Dies gilt noch mehr, wenn die Kolleginnen und Kollegen bereit sind, Ämter und Funktionen zu übernehmen und sich einer demokratischen Wahl zu stellen. Die hohe Bereitschaft, sich einzubringen und Verantwortung zu übernehmen, ist ein Zeichen für die Fähigkeit der IG Metall, alle Beschäftigten – unabhängig von ihrer Herkunft – zu integrieren.

Ausblick und Handlungsbedarfe

Die Ergebnisse der Befragung sind in erster Linie ein Handlungsauftrag für die IG Metall. Aufgrund der demografischen und technologischen Entwicklungen wird es zu Veränderungen in den Belegschaften kommen. Es werden mehr Frauen, mehr Menschen mit akademischer Ausbildung und mehr Menschen mit Migrationshintergrund in den Unternehmen tätig werden. Deshalb legt die IG Metall in ihren Aus- und Weiterbildungsangeboten für Haupt- und Ehrenamtliche einen Schwerpunkt auf die Weiterentwicklung von Vielfalts- und Beteiligungskompetenz. Bereits in der Trainee-Ausbildung wird die Ansprache unterschiedlicher Zielgruppen thematisiert und exemplarisch geübt. Bei der Einstellung von Trainees wird auf eine an Vielfalt (diversity) orientierte Personalrekrutierung geachtet. Vielfalt ist auch eine Herausforderung für Kommunikation und Vermittlung. Dialog und Beteiligung brauchen Zeit und Räume für Austausch. Das wiederum stellt hohe Ansprüche an die Prozesskompetenz und Kommunikationsfähigkeit von Funktionären und Funktionärinnen. Das Ziel ist, trotz unterschiedlicher Interessen und Biografien mit allen Beschäftigten zu einem gemeinsamen Handeln zu kommen, um Einkommen und Arbeitsbedingungen zu verbessern.

Darüber hinaus zeigt die Studie, dass die Verankerung und die Beteiligungsmöglichkeiten im Betrieb eine Schlüsselrolle für Integration und Teilhabe spielen. Durch die Möglichkeiten, die das deutsche Modell der Mitbestimmung eröffnet, können alle Beschäftigten die Arbeitswelt gleichermaßen mitgestalten. Ausbildung, Arbeit, Mitbestimmung und gewerkschaftliches Engagement waren und sind damit zentrale Erfolgsfaktoren für das Ankommen und die Emanzipation von Generationen von Eingewanderten in Deutschland.

Damit ist die IG Metall eine kompetente Ansprechpartnerin für politische Entscheidungsträger bei Einwanderungs- und Integrationsfragen. Im Namen ihrer Mitglieder setzt sie sich offensiv für die Entwicklung eines zeitgemäßen, unbürokratischen und sozialen Einwanderungskonzeptes ein, das Einwanderern und ihren Familien eine langfristige Perspektive in Deutschland ermöglicht, einen unkomplizierten und zügigen Zugang in das Ausbildungssystem und den Arbeitsmarkt eröffnet und die Anerkennung ausländischer Berufs(bildungs)-Abschlüsse vereinfacht.

Gerade in einer Zeit, in der sich unsere Gesellschaft zunehmend polarisiert und in der vermeintlich einfache Lösungen und Feindbilder Konjunktur haben, sieht sich die IG Metall in der Pflicht, ihre Expertise bei Integrationsfragen in die politische Debatte einzubringen. So hat die IG Metall gemeinsam mit der Bundesagentur für Arbeit (BA) zwei Modelle entwickelt, um Flüchtlinge in Ausbildung und Arbeit zu bekommen und ihnen dadurch die Integration zu erleichtern. Jetzt liegt es an den Arbeitgebern sowie den Betriebsräten, Jugend- und Ausbildungsvertretungen und Vertrauensleuten, die betriebliche Mitbestimmung in den Unternehmen dafür zu nutzen, dass das Integrationsjahr umgesetzt wird und Geflüchtete Chancen auf einen Arbeitsplatz bekommen.

Info: Wesentliche Teile dieses Beitrages sind in den WSI-Mitteilungen 4/2017, Seiten 296-300 erschienen.

Die Studie zeigt, dass betriebliche Funktionsträger und Funktionsträgerinnen und IG Metall-Beschäftigte über Vielfaltskompetenz verfügen. Das bedeutet, Themen so zu identifizieren und so zu bearbeiten, dass sie im Idealfall von allen Beschäftigten getragen werden. Die betriebliche Mitbestimmung bietet dabei einen wichtigen konstitutiven Rahmen, in dem die gleichberechtigte Aushandlung von vielfältigen Interessen und deren Durchsetzung möglich ist. Das heißt auch, gegen Diskriminierung in den Unternehmen vorgehen zu können. Die Auseinandersetzungen um Themen und Interessen haben eine stark integrierende Wirkung. Das heißt, die IG Metall macht aus ihrer Vielfalt eine Stärke, um damit die Interessen aller durchzusetzen. Die Studienergebnisse zeigen, dass ein solidarisches und konstruktives Miteinander möglich ist. Das ist ermutigend, gerade in einer Zeit, in der Rechtspopulisten Menschen gegeneinander ausspielen und verunsichern.

1. Karakayali, S., Foroutan, N., Giesecke, J., Schrenker M. (2016): Mitglieder mit Migrationshintergrund in der IG Metall, S. 35.  [?]

2. Karakayali et al. (2016), S. 36.  [?] MiG 12

 

 

 

Bundesregierung zieht Bilanz zum Bürokratieabbau

 

Die von der Bundesregierung im Jahr 2015 eingeführte Bürokratiebremse hat nach einer heute veröffentlichten Sonderbilanz zu einer erheblichen Entlastung der Wirtschaft beigetragen.

 

Nach dem Prinzip "One in, one out" müssen die Bundesministerien seit Januar 2015 neu eingeführte Belastungen an anderer Stelle durch entlastende Regelungen kompensieren.

Die Bundesregierung hat seit Einführung der Bürokratiebremse insgesamt 151 Vorhaben beschlossen, die unter die Bürokratiebremse fallen. Dabei haben 85 Vorhaben mit insgesamt 1.896 Millionen Euro zu einem Anstieg ("in") des laufenden Erfüllungsaufwands geführt. Dem stehen 66 Vorhaben gegenüber,

die mit insgesamt 2.408 Millionen Euro zu dessen Rückgang ("out") beigetragen haben. Das Ergebnis der Bürokratiebremse ist damit sehr positiv: Seit deren Einführung hat sich der unter die Bürokratiebremse fallende laufende Erfüllungsaufwand für die Wirtschaft um rd. 1,5 Milliarden Euro p.a. verringert.

Im Juni 2014 und im Juni 2016 hatte das Bundeskabinett zwei Arbeitsprogramme zur besseren Rechtsetzung mit insgesamt mehr als 80 konkreten Maßnahmen und Vorhaben beschlossen. Ziel war dabei, den sogenannten Erfüllungsaufwand für Bürgerinnen und Bürger, Wirtschaft und Verwaltung zu reduzieren und die Rechtsetzungsprozesse zu verbessern. Eine heute veröffentlichte Übersicht zeigt,

dass nahezu alle diese Vorhaben bereits umgesetzt wurden oder auf dem Wege konsequenter Umsetzung sind.

Staatsminister Prof. Dr. Helge Braun, Koordinator der Bundesregierung für Bürokratieabbau und bessere Rechtsetzung: "Die erreichten Einsparungen sind beeindruckend. Mit der Bürokratiebremse haben wir eine erhebliche Entlastung der Wirtschaft erreicht. Daneben hat die Bundesregierung in den vergangenen Jahren mit einer Vielzahl erfolgreicher Vereinfachungsprojekte zu einem modernen Staat und zum Abbau bürokratischer Belastungen beigetragen."

Beide Dokumente finden Sie im Internet unter: www.bundesregierung.de/buerokratieabbau PIB 5

 

 

 

Sozialethiker kritisieren. Armutskonferenz warnt vor weiterer Entsolidarisierung

 

Die Nationale Armutskonferenz schlägt Alarm. Viele in Armut lebende Menschen hätten das Gefühl, dass sie keine Rolle spielen, politische Entscheidungen würden für Besserverdienende gefällt.

Die Nationale Armutskonferenz warnt vor einer wachsenden gesellschaftlichen Entsolidarisierung. Mit Blick auf den zurückliegenden Wahlkampf sagte die Sprecherin der Nationalen Armutskonferenz, Barbara Eschen, am Mittwoch in Berlin, „wir haben gerade eine unglaubliche Neiddebatte erlebt“. Die AfD spiele mit völkischen Parolen gezielt Menschen gegeneinander aus und wolle ein Ende des sozialen Ausgleichs für Schwächere. „Das macht gerade vielen in Armut lebenden Menschen Angst“, betonte Eschen, die auch Direktorin der Diakonie Berlin-Brandenburg-schlesische Oberlausitz ist, zum Auftakt einer Tagung. Den Betroffenen brenne deshalb auf den Nägeln, was nach der Bundestagswahl passiert.

Viele in Armut Lebende hätten das Gefühl, dass das, was politisch entschieden wird, mit ihnen nichts zu tun habe, sagte Eschen weiter. Schon der Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung habe thematisiert, dass politische Entscheidungen vor allem für Besserverdienende gefällt werden. Darum sei es so wichtig, eine Lobby für Arme zu bilden und ihnen Gehör zu verschaffen. Veranstalter der Berliner Tagung ist die Nationale Armutskonferenz, ein Bündnis aus Wohlfahrtsverbänden, Gewerkschaften, Fachverbänden der Armutsbekämpfung und Selbsthilfeorganisationen.

Sozialethiker: Armut ist Menschenrechtsverletzung

Von der neuen Bundesregierung erwarte die Armutskonferenz einen ausreichenden Regelsatz in der Grundsicherung, genug sozialen Wohnungsbau, ein Ende der Benachteiligung von Alleinerziehenden, gute Arbeit statt prekärer Beschäftigung und eine gerechte Kindergrundsicherung statt der bisherigen Bevorzugung reicher Familien. Zudem müssten die Sanktionen in der Grundsicherung abgeschafft werden. Betroffene erlebten die ständige Kontrolle und Bestrafung durch die Ämter als respektlos und demütigend, da es auch bei jahrelangem Leistungsbezug kaum wirkliche Hilfsangebote gebe, sagte Eschen. „Diese Punkte gehören alle in die Koalitionsverhandlungen.“

Armut sei eine Menschenrechtsverletzung in unserer reichen Gesellschaft, sagte der Sozialethiker und katholische Theologe, Franz Segbers, auf der Tagung. Die Politik unterlasse es, den betroffenen Menschen die Anerkennung und Würde zu kommen zu lassen, die sie brauchen.

Debatte um Armutszuwanderung von Roma

Menschenrechte seien aber die Basis des Sozialstaates. „Er muss die Würde des Menschen dort wiederherstellen, wo sie verletzt wird.“ Heute seien arme Menschen in erster Linie Bürger, denen die Würde verweigert und denen öffentlicher Einfluss vorenthalten werde. „Wer die sozialen Menschenrechte beerdigt, muss ein Doppelgrab bestellen, denn er muss die Würde mitbeerdigen“, betonte der Sozialethiker.

Die Landesvorsitzende des Landesrates der Sinti und Roma RomnoKher Berlin-Brandenburg, Dotschy Reinhard, kritisierte die populistische Debatte um Armutszuwanderung von Roma nach Deutschland. Dabei handele es sich um Menschen, die in Deutschland eine Perspektive für sich und ihre Familien suchen und vor Verfolgung und Diskriminierung in ihren Heimatländern fliehen, sagte die Musikerin.

Weiter Diskriminierung von Sinti und Roma

Auch in Deutschland alteingesessene Sinti und Roma würden weiter diskriminiert. Viele verschwiegen deshalb ihre Identität. Auch sie sei in der Schule immer als „dreckige Zigeunerin“ beschimpft worden, sagte Reinhard, deren Familie seit Generationen in Süddeutschland lebt. Spätesten seit der Bundestagswahl sei nun klar, dass „die Zeit der Allianzen und Solidarität“ gekommen ist.

Auf der 12. Tagung von Menschen mit Armutserfahrung treffen bis Donnerstag Politiker, Wissenschaftler, Anwälte und Kirchenvertreter auf rund 150 Betroffene aus dem ganzen Bundesgebiet. Diskutiert werden Themen wie Wohnungsnot, Umgang mit Geflüchteten, Selbstorganisation von Erwerbslosen, Familienarmut und Rechte von Minderheiten. Unter den Teilnehmern war auch Diakonie-Präsident Ulrich Lilie. (epd/mig 5)