WEBGIORNALE  15-28   MAGGIO   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La vita dei migranti, prima di ogni cosa  1

2.       Migranti. Soccorsi in mare, titanismo dell’Italia  1

3.       L’Ue attacca sui rifugiati: “Il nostro piano è fallito anche per colpa di Roma”  2

4.       Effetto G7: sospeso Schengen, possibili code e ritardi negli aeroporti e alle frontiere  2

5.       Obama in Italia: "Tornerò". Migranti: “Tanti in Europa anche per cambiamenti climatici”  2

6.       Macron presidente. Francia: vincere con la bandiera dell’Unione  3

7.       Frontex: nessuna accusa alle Ong. “Il vero nemico sono i trafficanti. E servirebbero più mezzi”  3

8.       Presidenza italiana. G7: a Taormina ancora senza Putin  4

9.       La Cdu di Merkel vince le regionali in Nord-Reno Westfalia, “sconfitto” Schulz  5

10.   I giovani in Germania e la voglia di integrarsi 5

11.   Riunito l’Intercomites Germania. Chiuso l’incontro al campo di concentramento di Dachau  5

12.   Sbloccare i contributi per i corsi. A Stoccarda alcuni Enti Gestori rischiano il pignoramento  6

13.   Convegno di esperti italo-tedeschi in materia di immunità e risarcimenti per crimini di guerra  6

14.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  6

15.   L’Ambasciatore Benassi all’Accademia delle Arti (Akademie der Künste) di Berlino  7

16.   A Francoforte il 17 maggio il film “La prima cosa bella”  7

17.   Testimonianze. In ricordo di Leonardo Zanier 8

18.   Francoforte. Collettive italiane alla fiera Techtextil (9-12 maggio) 8

19.   La presidente Serracchiani a Monaco di Baviera. Incontri con i ministri Huber e Herrmann  8

20.   “L’Italia in movimento”: nuove e vecchie migrazioni in una tavola rotonda all’IIC di Berlino  8

21.   Congresso a Oberhausen (il 3-4 giugno) della Federazione dei Circoli Sardi in Germania, con l’Assessore Mura  9

22.   La festa del Primo Maggio a Kempten  9

23.   Laura Garavini (PD) al Festival della Poesia europea di Francoforte  9

24.   Industria 4.0: tenuto a Berlino il B20, il G20 delle imprese  9

25.   Steinmeier e Mattarella alle Fosse Ardeatine  10

26.   Il tenente che si fingeva profugo e preparava un attentato terroristico  10

27.   “Lufthansa non vuole Alitalia”  10

28.   La circolare di Laura Garavini ai democratici d’Europa  10

29.   Primo turno presidenziali. Francia: l’Europa “En Marche”? E l’Italia…   11

30.   Macron doppia Le Pen. Prima uscita con Hollande  12

31.   Merkel e Gentiloni, doppio monito sulla Brexit 12

32.   Luna di Miele. Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni 12

33.   Mario Giro: “La soluzione è la cooperazione con l’Africa”  13

34.   Alfano: “Tripoli paghi i suoi debiti. Ong, chiarezza sui conti”  13

35.   La riforma di Europol. Terrorismo: l’arma dello scambio dei dati 14

36.   Logica italica  15

37.   Migranti, la procura di Trapani: «Indagini su appartenenti ong»  15

38.   Renzi vince, il PD ha un problema  15

39.   La polemica sulle Ong. Su migranti e inchieste servirebbe equilibrio  16

40.   Nuovi modi di integrazione sociale e culturale  16

41.   Diritto alla salute o mercato della salute?  17

42.   1968  17

43.   Ong indignate per i dubbi sul loro operato  17

44.   Un appello. Con il diritto di voto fermare la Guerra e le stragi, il razzismo e lo schiavismo  18

45.   Mario Giro: “Cooperazione internazionale, occasione di lavoro per i giovani”  18

46.   Immobili in Italia, il livellario  19

47.   Deputati Pd estero: Grazie presidente Mattarella per il suo discorso sugli italiani nel mondo  19

48.   Essere propositivi 19

49.   Inaccettabile legge sulla legittima difesa  20

50.   Grillo ha sempre ragione  20

51.   Deputati Pd estero: Primarie, importante prova di democrazia che fa bene all’Italia  20

52.   Camera dei Deputati. “Il servizio pubblico quale strumento di diplomazia culturale per l’Italia nel mondo”  21

53.   Le norme  21

54.   Pensionati all’estero. Detrazioni familiari 2017. Nuove regole e scadenze ravvicinate  22

55.   Festa del Piemonte il 20 maggio a Frossasco, presso il Museo regionale dell’Emigrazione  22

56.   Elezioni presidenziali in Iran: il pendolo fra conservatori e moderati 22

57.   Il 40° congresso disegna la nuova Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera  23

58.   Istituti Italiani di Cultura: troppo lavoro amministrativo?  24

 

 

1.       Vereinte Nationen. Über 1.300 Flüchtlinge in diesem Jahr im Mittelmeer ertrunken  24

2.       Eigentlich nichts Neues: Dramen auf dem Mittelmeer 24

3.       CDU gewinnt NRW-Wahl - 0:3 gegen Schulz  25

4.       Frankreich. Keine Wahl für Europa  25

5.       EU-Bürger bei Auslandsaufenthalten. Systeme sozialer Sicherheit neu koordiniert 26

6.       Farbe bekennen für die Demokratie! ZdK verabschiedet Berliner Aufruf zum Wahljahr 2017  26

7.       Libyen: Flucht aus der Hölle  26

8.       Ein Macron ist nicht genug – wie das Wahlergebnis Deutschland in die Pflicht nimmt 27

9.       EUD-Präsident Wieland: „Der Wahlsieg von Emmanuel Macron ist eine Chance für Europa“  27

10.   Merkel gratuliert Macron. Frankreich bekennt sich zu Europa  28

11.   EU sieht Defizite bei der Globalisierung  28

12.   Wer regiert wirklich die Welt?  29

13.   Italien: Flüchtlingsretter unter Druck  30

14.   Migrationsforscher. EU-Kritik an Seenotrettern ist zynisch  31

15.   Kein Europa à la carte  31

16.   Kritische Europäer. Junge Menschen betrachten EU positiv und skeptisch  32

17.   EU-Staats- und Regierungschefs einig über „rote Linien“ für Brexit-Verhandlungen  32

18.   US-Außenpolitik. Mehr als ein kopfloses Durcheinander 33

19.   EU-Sonderrat zum Brexit. EU-27 handeln geschlossen  34

20.   Europäische Union. Rund rund 700.000 Asylbewerber als schutzberechtigt anerkannt 34

21.   Migrationsforscher fordern bessere EU-Asylpolitik  35

22.   Studie zu gemischten Wanderungen. Flucht und Einwanderung besser entflechten  35

23.   Globalisierung: Zu Risiken und Nebenwirkungen ... 36

24.   Somalia: UNICEF schlägt Alarm   36

25.   Nordkorea und der USA. Präventivschlag, ehrlich jetzt?  37

26.   Entwicklungspolitische Bilanz. Minister Müller fordert gerechte Globalisierung  38

27.   Merkel: Ein Bruch mit der Türkei ist nicht im europäischen Interesse  38

28.   "Stammtisch-Blick". Leitkultur-Debatte von de Maizière unter Beschuss  39

29.   Weiterer Bundeswehrsoldat unter Terrorverdacht in Haft 39

30.   Minister de Maizière. Einwanderungs- und Integrationsgesetze zusammenführen  39

31.   Merkel trifft Putin in Sotschi. Offener Dialog trotz Meinungsverschiedenheiten  40

32.   "Nicht hilfreich". Kulturexperten verärgert über Leitkultur-Thesen de Maizières  40

33.   Zwischenruf im Wahlkampf 2017: Bleiben oder Gehen? - Arbeitsmigration aus dem Osten Europas  40

34.   Umfrage: Große Koalition aktuell alternativlos  41

35.   AfD-Parteitag in Köln. Rheinische Gelassenheit und Jecken gegen Rechtspopulismus  41

36.   Drastischer Rückgang der Einschreibungen ausländischer Studierender 41

37.   Kanzlerin besucht IT-Schule. Berufseinstieg für Flüchtlinge mit IT-Expertise  42

38.   Studie. Zwei Drittel der Flüchtlingen fühlt sich willkommen  42

39.   Aktive Mitspieler. ZdK zeigt auf, worum es im Wahljahr 2017 geht 42

40.   Absicherung im Alter. Renten steigen zum 1. Juli 43

41.   Jeder zweite Deutsche hält Demonstrationen für wichtiger denn je  43

42.   Paderborn. Ausstellung „WUNDER ROMs im Blick des Nordens“. Rom in der zeitgenössischen Literatur 43

43.   „Wer trinkt, fährt nicht!“. DVR fordert ein absolutes Alkoholverbot am Steuer 44

 

 

 

La vita dei migranti, prima di ogni cosa   

 

Roma - Mentre non si fermano le polemiche politiche sull'aiuto sussidiario delle navi delle dieci Ong nel Mediterraneo, nuovi morti, già 250, tappezzano i fondali del Mare Nostro. Ancora una volta i più deboli, donne e bambini in cerca di un futuro migliore, sono tra le vittime più numerose, che portano a oltre 1.300 i morti nel Mediterraneo in questi primi mesi dell' anno. Ma c' è un morto, subito dimenticato, che si aggiunge a questa lista di “martiri delle migrazioni”, che ancora di più provoca la nostra coscienza: il giovane richiedente asilo maliano suicida sul traliccio del ponte della stazione di Milano, dedicata alla Madre degli emigranti, s. Francesca Cabrini. Il trentunenne maliano attendeva da un anno e mezzo la risposta alla sua domanda di protezione internazionale. Tutti questi morti, in mare e in stazione, chiedono non di indebolire, ma di rafforzare alcune azioni a tutela della dignità e della vita delle persone forzatamente migranti. Queste morti chiedono di estendere il controllo e il salvataggio nel Mediterraneo come prima e costante azione finché il Mare Nostro resterà l' unica via di fuga per le persone migranti. Chiedono, questi morti, un impegno deciso e immediato per e con la Libia, per e con i Paesi dell' Africa orientale e subsahariana, per una sicurezza nei loro Paesi e nei viaggi dai loro Paesi, oggi abbandonati ai trafficanti di esseri umani e a multinazionali senza scrupoli. Si tratta di allargare l' esperienza di corridoi e canali umanitari che le esperienze già in atto dicono possibili e che vedono l'impegno congiunto di istituzioni, società civile e Chiese. Chiedono ancora, questi morti, più sicurezza sociale per i migranti accolti in Italia e in Europa, perché per mesi e per anni non subiscano nuove umiliazioni e privazioni. Questi morti gridano pace, in Medio Oriente, in Africa e in 35 Paesi del mondo da cui sono fuggiti lo scorso anno 8 milioni di persone, per non morire sotto le bombe e per le armi sempre di più vendute dai Paesi europei. Chiedono e gridano, insomma, questi morti, che la nostra democrazia italiana ed europea non sia travolta e stravolta da chiusure, egoismi, populismi e nazionalismi. Lo aveva ricordato Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell' Ue, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 24 marzo scorso: “Oggi l' Unione europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto 'comunità' di persone e di popoli. L'Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall' incontro con altri popoli e culture e la sua identità è sempre stata un' identità dinamica e multiculturale Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza”. Ogni vita ha lo stesso valore, soprattutto in una democrazia fondata sulla libertà, sull'uguaglianza e sulla fraternità. Dimenticare questi principi significa tornare alla barbarie.  Mons. Gian Carlo Perego, MO/de-it.press

 

 

 

 

Migranti. Soccorsi in mare, titanismo dell’Italia

 

L’Italia giganteggia nel Mediterraneo per gli sforzi profusi, in gran parte da sola, nel salvataggio dei migranti e nella loro accoglienza. La comunità internazionale plaude al nostro sacrificio, ma l’Unione europea lo vede come un dissonante approccio alla sicurezza delle proprie frontiere marittime aggravato dalla prassi della flottiglia delle Ong che cooperano nel soccorso (Sar, dall’acronimo inglese).

 

Unilateralismo italiano

È oramai di dominio pubblico, dopo l’audizione del Comandante generale della Guardia costiera alla Commissione Difesa del Senato del 4 maggio, che il Centro nazionale Sar (Mrcc, dall’acronimo inglese) coordina tutte le operazioni nel Mediterraneo centrale, comprese quelle delle Ong, in un’area di circa 1.000.000 di Kmq.

 

Tale area va ben al di là della zona Sar italiana prevista dal Dpr 662-1994 e, scavalcando quella maltese, arriva sino alle coste libiche. Nessuno ha regolamentato una simile situazione, ma essa si è creata di fatto, giorno per giorno, sulla spinta della necessità di salvare migliaia di vite umane.

 

Siamo stati dunque noi a presentarci - di fronte all’indifferenza o all’incapacità di altri - come il principale riferimento nel Sar mediterraneo anche in considerazione degli obblighi giuridici che ricadono sul primo Mrcc che è informato di una situazione di pericolo.

 

È così che l’Italia è giunta a coordinare tutte le operazioni di soccorso davanti alla Libia ed è divenuta l’unico Paese a ricevere nei propri place of safety (1) (Pos) le persone salvate da navi private e da quelle di EunavforMed e Triton.

 

Frontiere marittime europee

Frontex è stata trasformata in Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con poteri rafforzati per preservare la libera circolazione nello spazio Schengen minacciata dagli ingressi irregolari. Frontex era nata per attuare respingimenti in mare, ma, mentre la Spagna e la Grecia si sono avvalsi di questa funzione, l’Italia non l’ha mai richiesta pur attuandola per un breve periodo con la Libia.

 

L’impiego in prossimità dell’Italia e di Malta di mezzi di Frontex con l’operazione Triton è stato attuato su nostra richiesta per avere sostegno al Sar, dopo il termine di Mare Nostrum cui l’Ue, come chiarito da Marco del Panta su queste pagine, non aveva voluto partecipare considerandola un “pull factor”. Le navi di Triton, paradossalmente, non differiscono perciò da quelle delle Ngo, se non fosse per i compiti di identificazione dei migranti.

 

Guardia costiera Ue

Ben altra sarebbe la situazione del Mediterraneo centrale, se si fosse istituita una forza europea, civile e militare, incentrata sulla Funzione Guardia Costiera, con compiti Sar secondo regole ed assetti comuni.

 

In effetti, il Parlamento europeo - pur non affrontando la questione in tali termini - con la Risoluzione del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo ha considerato il Sar nel quadro della politica di asilo, ritenendo che il rafforzamento dei servizi nazionali sia prioritario per esigenze umanitarie e per specifici obblighi giuridici. Secondo la stessa Risoluzione, l’impiego di mercantili ed Ong nel soccorso non può comunque essere un’opzione alternativa all’organizzazione di un servizio Sar con assetti pubblici.

 

Incertezza zone Sar

La necessità per il Mrcc italiano di agire oltre la zona Sar nazionale deriverebbe anche dal fatto che la Libia e la Tunisia non hanno mai istituito proprie zone Sar e che Malta ha difficoltà a definire con noi i limiti della sua zona. Sappiamo della Libia, in cui è in corso un grande sforzo internazionale per dotare il Paese di un’organizzazione statuale, Guardia costiera compresa.

 

Conosciamo le radicate pregiudiziali di Malta che sinora hanno impedito ogni soluzione negoziata per risolvere la sovrapposizione della sua zona Sar con la nostra e stabilire una collaborazione secondo i canoni della Convenzione di Amburgo del 1979.

 

Ma ci meravigliamo che esista un problema con la Tunisia da sempre nostro interlocutore privilegiato, che nel 2011 concordò di riaccompagnare nei porti di partenza le persone salvate al largo delle proprie coste. Perché, allora, non adire l’Organizzazione Marittima Internazionale per ottenere, sotto la sua egida e con la mediazione dell’Ue, una definizione concordata delle zone Sar mediterranee che elimini ogni residua incertezza e faciliti la cooperazione ?

 

Armonizzazione norme Ue

Tra le iniziative che l’Italia dovrebbe considerare vi è anche l’armonizzazione delle norme Ue sugli obblighi di soccorso, sulle sanzioni penali in caso di omissione e sull’organizzazione del Sar.

 

Non si tratterrebbe di attribuire all’Ue una competenza non prevista, ma solo raggiungere standard comuni nello svolgimento di un servizio che la citata Risoluzione del Parlamento europeo considera essenziale.

 

Chiaramente, in parallelo bisognerebbe affrontare il tema della scelta del Pos, in caso di operazioni condotte in zone Sar di Paesi che non possono o non vogliono accettare le persone salvate, anche prevedendo deroghe volontarie al sistema di Dublino.

 

Centralità Italia

Le operazioni multinazionali Triton ed Eunavformed ( e domani quella Nato ‘Sea Guardian’) continueranno a trasportare in Italia le persone salvate davanti alla Libia, sotto il coordinamento di Roma. Anche le Ong continueranno a svolgere il loro apprezzato lavoro in ausilio della nostra Guardia costiera, magari agendo in una cornice di verifiche da parte italiana e dei Paesi di bandiera.

 

L’Italia non può tuttavia lasciar perdere l’occasione che le recenti polemiche sul Sar delle Ong hanno creato. S’impone ora una regolamentazione realistica dei limiti delle zone di intervento italiano, degli assetti pubblici disponibili e dei costi necessari, senza fare affidamento eccessivo sulle risorse private di Ong e mercantili che non possono essere considerati un fattore sistemico.

 

Ma soprattutto è necessaria una forte iniziativa euromediterranea per coinvolgere attivamente nel Sar tutti i Paesi rivieraschi secondo principi di condivisione delle risorse e delle responsabilità.

 

(1) La regolamentazione IMO stabilisce che le persone salvate debbano essere portate al più presto in un “place of safety”, luogo sicuro dove siano loro garantiti assistenza, cure, cibo e protezione dei diritti personali, in vista del raggiungimento della meta finale.  Fabio Caffio, AffInt 6

 

 

 

 

L’Ue attacca sui rifugiati: “Il nostro piano è fallito anche per colpa di Roma”

 

Lo studio del Parlamento Europeo: ecco perché la redistribuzione non funziona – Marco Bresolin

 

BRUXELLES - C’è la mancanza di solidarietà degli altri Stati. Ci sono vincoli troppo rigidi per avere accesso al programma. Ma se il piano di redistribuzione dei richiedenti asilo non ha funzionato, la colpa non è solo di Bruxelles e dei partner europei. Una grossa fetta di responsabilità è anche dell’Italia. Impreparazione, mancanza di coordinamento, disorganizzazione, ritardi, burocrazia e in qualche caso pure malafede: è uno studio del Parlamento Europeo (redatto dai tecnici, non dai politici) a fotografare la situazione e a evidenziare tutti quei fattori che hanno portato il piano al fallimento. Gli eurodeputati ne discuteranno martedì a Strasburgo e giovedì voteranno una risoluzione per chiedere a tutti i Paesi Ue di fare la loro parte, ma ormai il tempo stringe ed è impossibile raggiungere gli obiettivi entro settembre: su 98.255 ricollocamenti previsti (63.302 dalla Grecia e 34.953 dall’Italia) siamo fermi a quota 18.396 (12.685 dalla Grecia e 5.711 dall’Italia). 

 

Parola chiave: “Aspetta”  

I tecnici del Parlamento segnalano una «impreparazione diffusa» da parte degli attori in campo. Tutto ciò causa ritardi e «incertezze tra i richiedenti asilo». «La prima parola che imparano in italiano - sottolinea lo studio - è “aspetta”». A tutto ciò si aggiunge una forte «mancanza di coordinamento» (responsabilità condivisa con «gli organismi internazionali e l’Unione Europea») che si traduce in una «duplicazione dei controlli, alcuni dei quali inutili». Quindi spreco di tempo e di soldi. 

 

Dispersione sul territorio  

Nel report c’è anche una critica al sistema di accoglienza «diffuso», tipico dell’Italia. Si parla di «dispersione» perché «il fatto che i richiedenti asilo siano sparsi lungo il Paese rende i controlli sanitari più difficili e ritarda i processi di trasferimento». Anche perché c’è una moltiplicazione dei passaggi: i centri di prima accoglienza si trovano in genere nel Sud Italia, poi però i migranti vengono trasferiti al Centro o al Nord. Ma per andare all’estero devono passare da Roma, che è l’unico centro per le partenze. 

 

Inadempienze e malafede  

C’è poi un problema legato al mancato rispetto delle procedure. Rispetto alle autorità greche (anche loro oggetto dello studio) quelle italiane spesso «non forniscono la lista completa delle informazioni» necessarie agli Stati che devono accogliere i richiedenti asilo, come la situazione sanitaria o i legami familiari. Quest’ultimo aspetto rende difficili i ricongiungimenti. Un capitolo a parte è dedicato agli hotspot, in cui sorgono parecchi problemi. Ci sono difficoltà nella determinazione della nazionalità dei migranti, che in molti casi ricevono «un ordine di lasciare il territorio senza aver avuto accesso alle procedure per effettuare una domanda d’asilo». Nei centri di accoglienza spesso i rifugiati non ricevono tutte le informazioni del caso e «devono scontrarsi con molte barriere amministrative». Molti si rassegnano e abbandonano i centri, «con il rischio di movimenti secondari». 

 

Vincoli stretti  

Lo studio definisce «problematici dal punto di vista legale ed etico» i parametri per individuare i richiedenti asilo che hanno diritto alla redistribuzione. Sono definiti a livello europeo e su questo l’Italia non ha responsabilità. Il criterio non è soggettivo, ma legato alla nazionalità: ne hanno diritto solo quelle il cui tasso di riconoscimento delle domande d’asilo è superiore al 75%. Ad oggi le nazioni sono Siria, Eritrea, Yemen, Antigua, Bahrain, i territori britannici d’oltremare, Guatemala e Grenada (cambiano ogni tre mesi in base ai dati Eurostat). Un paletto che riduce drasticamente la platea dei “candidabili”: in Grecia attualmente sono 14.000, in Italia sono soltanto 3.500.  LS 14

 

 

 

 

Effetto G7: sospeso Schengen, possibili code e ritardi negli aeroporti e alle frontiere

 

Il ministero dell'Interno ha ripristinato temporaneamente (fino al 30 maggio) le verifiche d'identità ai varchi di confine terrestri, marittimi e aerei italiani. Ragioni di sicurezza legate al summit dei capi di Stato e di governo di Taormina

saranno venti giorni di attese in coda più lunghe per tutti i viaggiatori in transito nelle stazioni, nei porti e negli aeroporti. Da oggi entra in vigore la sospensione del Trattato di Schengen, annunciata in un comunicato dal Ministero dell'Interno e valida fino alla mezzanotte del 30 maggio.

 

La decisione di sospendere temporaneamente gli effetti della convenzione sulla libera circolazione delle persone è stata presa "per garantire i necessari standard di sicurezza in occasione del vertice G7 di Taormina del 26 e 27 maggio e degli eventi collegati", come il summit dei ministri delle Finanze dell'Unione Europea in programma a Bari dall'11 al 13 maggio.

 

La sospensione è valida solo per i passeggeri dei voli internazionali, mentre le procedure per i voli nazionali rimarranno invariate. Saranno potenziati dunque i controlli alle frontiere, anche per chi proviene dai Paesi della cosiddetta "Area Schengen", che comprende tutti i membri dell'Unione Europea con l'aggiunta di Islanda, Svizzera, Liechtenstein e Norvegia. Verifiche più accurate ai documenti dei viaggiatori, che sono finalizzate "a prevenire il rischio di ingresso e uscita dal territorio nazionale di persone potenzialmente pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica", assicurando un regolare svolgimento dei vertici internazionali in agenda.

 

La sospensione del trattato comporterà tempi di attesa più lunghi per tutti coloro che si metteranno in viaggio. Per questo motivo, l'Ente nazionale per l'aviazione civile ha suggerito a tutti i passeggeri di recarsi in aeroporto con maggiore anticipo rispetto al solito, al fine di evitare l'accumularsi di eccessivi

ritardi. L'Enac ha chiesto inoltre alle compagnie aeree operanti su tutto il territorio italiano di fornire un'informativa a tutti i propri clienti, garantendo collaborazione e responsabilità per ridurre al minimo l'impatto delle nuove procedure di sicurezza. LR 10

 

 

 

Obama in Italia: "Tornerò". Migranti: “Tanti in Europa anche per cambiamenti climatici”

 

Prima una visita al Cenacolo vinciano presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, accompagnato dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, poi il discorso, un Keynote speech, in Fiera Milano a Feeds&Chips- The Global Food Innovation Summit. Questo il programma della seconda giornata di visita dell'ex presidente americano Barack Obama a Milano.

Sempre atteso da una folla di curiosi e simpatizzanti dietro le transenne con le quali le forze dell'ordine delimitano gli spazi dentro i quali si muove, in arrivo e in partenza, dopo aver lasciato l'albergo dove alloggia, il Park Hyatt, dietro il Duomo, l'ex presidente Usa è stato accolto dal ministro Franceschini davanti al Cenacolo vinciano, dal quale è rimasto affascinato.

La visita è durata circa 15 minuti, ed è stata "estremamente piacevole, bellissima" come racconta all'Adnkronos Stefano L'Occaso, direttore del Polo museale lombardo, che questa mattina, insieme Franceschini, ha accompagnato Obama nel corso della sua visita presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie.

"Prima del suo arrivo - racconta - la tensione era molto forte ma quando è arrivato Obama, grazie al suo carisma e alla sua curiosità e competenza, ogni timore si è allentato". Nel corso dell'incontro "Obama -dice ancora L'Occaso - ha manifestato grande interesse, ha fatto diverse domande pertinenti sul restauro e sulla conservazione dell'opera. Ha dimostrato di essere estremamente preparato".

E' stato proprio Obama, dice ancora L'Occaso "stando a quanto mi hanno detto, a voler vedere il Cenacolo, così come aveva fatto prima di lui la moglie, Michelle Obama. Ne è rimasto affascinato. Così, al ministro che lo ha invitato a tornare, Barack Obama ha risposto di 'sì' che tornerà. Per me e per tutti noi è stata una grandissima soddisfazione".

"Sono felice di potere consegnare le chiavi della città" a Barack Obama ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, a margine di Seeds&Chips".

Un ringraziamento a Matteo Renzi, Giuspeppe Sala e Letizia Moratti per Expo è stato indirizzato da Obama nel suo intervento a Seeds&Chips. "Vorrei ringraziare il sindaco Sala per averci accolto e tutto il team di Seeds&Chips. Anche Matteo Renzi e Letizia Moratti e tutti coloro che hanno fatto sforzi perché Expo si potesse realizzare" ha detto, ricordando che "l'ultima Obama che è stata qui era Michelle. E' lei la star che conta di più e vi invia i suoi saluti". Obama ha promesso infine: "Torneremo tantissimo in futuro in Italia".

Al suo ingresso sul palco di Seeds&Chips Obama è stato accolto da un'ovazione."Creare una cultura del cibo che sia più sostenibile e sano" è l'appello lanciato da Obama ricordando gli sforzi negli Stati Uniti per combattere l'obesità compiuti da Sam Kass. "E' riuscito a ridurre il tasso obesità bambini per la prima volta in trenta anni" ha ricordato Obama, facendo presente che combattendo l'obesità "si riducono anche i costi sanitari". Così si possono "incanalare questi soldi e alleviare la povertà in tanti luoghi del mondo".

Inoltre, ha detto Obama, "migliora la salute e migliorano anche le attività economiche e anche il sistema di sicurezza con meno persone obese".

"Grazie ai vostri sforzi, combattiamo malnutrizione e fame. Ci sono dei successi - ha spiegato - le persone malnutrite sono diminuite di 160 milioni. Sono stati attivati microfinanziamenti dei Paesi in via di sviluppo, la riduzione di malattie come il morbillo". "Nessuna popolazione è destinata alla fame o all'aumento delle temperature. Sono problemi creati dall'uomo che si possono risolvere. Mai dire che è troppo tardi, ma quando si parla di cambiamenti climatici ci siamo vicini. Possiamo lasciare un mondo degno dei nostri bambini con meno conflitti e più cooperazione" ha rimarcato l'ex presidente Usa.

"Tanti profughi sono arrivati in Europa - ha sottolineato - non solo per fuggire dalle guerre, ma anche a causa delle carenze causate dai cambiamenti climatici. La situazione è destinata a peggiorare, ma possiamo prendere provvedimenti in grado di fare la differenza".

Gli Stati Uniti "devono dare l'esempio al mondo intero ed essere leader nella lotta al cambiamento climatico - ha scandito Obama - Gli Stati Uniti e l'Europa devono dare il buon esempio nel contrasto ai cambiamenti climatici, in particolare ai Paesi emergenti che ci stanno guardando".

Obama ha poi evidenziato che "l'accordo di Parigi è stato un momento di azione collettiva senza precedenti". Certo, "non ha risolto il problema del cambiamento climatico, non ha stabilito standard sufficientemente elevati, ma ha creato una impalcatura, una architettura e un meccanismo attraverso cui ogni anno ogni Paese poteva ridurre progressivamente le proprie emissioni di gas serra".

"Nei prossimi anni voglio aiutare i giovani che oggi hanno fra i 20 e i 25 anni a lasciare il loro segno nel mondo" ha poi detto Obama spiegando che si dedicherà alla creazione di un'istituzione "per formare la prossima generazione di leader. Ne ho parlato anche con Matteo Renzi, per creare una rete efficace fra Paesi per sostenere i giovani nel mondo della politica, degli affari, del giornalismo o delle Ong".

L'idea lanciata dall'ex presidente degli Stati Uniti è "fantastica" e per la formazione dei leader del futuro "noi daremo una mano con tutto l'entusiasmo che abbiamo" ha detto Matteo Renzi. L'ex premier ha spiegato che "il messaggio è bello e molto grande. Un leader come Obama si mette a disposizione per portare le nuove generazioni a impegnarsi e occuparsi delle cose e a non cedere alla cultura della post verità e delle fake news". Per Renzi è "una sfida affascinante e sono contento che abbiamo scelto l'Italia per presentarla". Adnkronos 9

 

 

 

 

Macron presidente. Francia: vincere con la bandiera dell’Unione

 

La netta vittoria nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron apre una serie di scenari nuovi, per la Francia, ma anche per l’intera Europa. Prima di tutto il risultato ricaccia nell’angolo il Front National, che ancora una volta non è stato capace di aggregare voti al di là del suo bacino elettorale.

 

Le istanze di rivolta anti-sistema portate avanti dagli estremi dello schieramento politico francese rimangono all’ordine del giorno, ma la maggioranza dei votanti ha nettamente affermato la sua preferenza per un rinnovo del sistema, con il compromesso rappresentato da Emmanuel Macron: un candidato giovane, con una brillante carriera all’interno dell’establishment, che ha però avuto la prontezza di fare un passo di lato presentandosi fuori dai partiti tradizionali. La vittoria di Macron attualizza quel ‘soffitto di cristallo’ contro cui l’estrema destra sbatte in Francia da decenni.

 

La novità della collocazione politica

Ma la grande novità sta nella collocazione politica di Emmanuel Macron: non si tratta di un candidato della destra o della sinistra classica eretto a “campione anti estremisti”, come fu il caso di Jacques Chirac nel 2002. Macron vince con una logica centrista e con una piattaforma che permette la convergenza ideologica di una larga fetta dell’elettorato: un riformismo social-liberale con una forte attenzione alla dialettica con l’Europa.

 

La scenografia del suo trionfo, con lui che sale sul palco di fronte alla Piramide del Louvre e in sottofondo l’Inno alla Gioia di Beethoven, rinforza il simbolismo europeo intorno all’elezione di Macron. Ed è altrettanto importante e positivo constatare quanto i sostenitori di Macron accolgano con piacere questo riferimento europeo, un dato di fatto confermato dalla presenza costante di bandiere europee nella campagna del neo-presidente.

 

Fine del tiro al bersaglio sull’Europa

Rompendo la dialettica fra destra e sinistra, Emmanuel Macron ha anche rotto quel gioco di tiro al bersaglio sull’Europa che i partiti classici si sentivano in dovere di praticare nella loro ricerca di allargare il consenso agli estremi. Un segnale particolarmente incoraggiante, perché non crea quella discrepanza - constatata spesso di recente - prodotta invece da chi, con toni bellicosi, annunciava di volere rovesciare il tavolo a Bruxelles per poi praticare una politica europea tutto sommato classica, aumentando ulteriormente la diffidenza dell’elettorato verso l’Unione e le sue istituzioni.

 

Macron spezza questa catena per proporre una piattaforma politica che si articola su un metodo concreto e pragmatico, quello del riformismo interno ed europeo. Al di là delle azioni della sua futura presidenza, vanno salutate l’onestà e la trasparenza di questo approccio. È una svolta che potrebbe segnare non soltanto la politica francese, ma anche quella dell’intero continente: si può vincere anche lasciando da parte il famigerato “euro-bashing” e impugnando la bandiera dell’Unione.

 

Fuori dalla crisi con dinamiche positive

Se poi mettiamo insieme l’intera sequenza politica dell’anno scorso, con - dopo la Brexit - le elezioni austriache, olandesi e infine francesi, dobbiamo sottolineare che si sta uscendo da una crisi dell’Europa con delle dinamiche positive e interessanti. La Brexit fa ormai parte della storia, non soltanto perché è un evento passato ma anche perché ha mostrato il pericolo di un voto sbagliato, ovvero quello di caricare l’Europa di una serie di critiche fuori tema.

 

Ed è paradossale constatare che una certa rinascita francese ed europea si svolga anche nel contesto del dopo Brexit, come se tutto sommato il Regno Unito avesse risvegliato l’Unione con la sua uscita. Un giorno si potrà magari ringraziare gli inglesi che, sacrificandosi sull’altare del nazionalismo, hanno salvato l’Europa.

 

Emmanuel Macron ha appena iniziato il suo cammino. Deve trasformare la meta con un calcio franco nel contesto spigoloso delle elezioni politiche, ma potrà comunque beneficiare della vittoria alle presidenziali, che dovrebbe trainare la sua forza politica. Deve poi mettere in ordine una compagine governativa in grado di interpretare lo spartito che egli ha scritto durante questa campagna.

 

Ma le sue prime mosse da presidente eletto dimostrano la sua grande intelligenza e l’attenzione al rigore e alla trasparenza. Niente eccessi nel celebrare la vittoria - al contrario di Nicolas Sarkozy. Si presenta all’Eliseo con la moglie Brigitte, una coppia moderna ma anche stabile, una novità nella recente storia politica francese. Ha capito l’importanza della forma nei confronti del “paese che soffre” e si sta già muovendo per interpretare il ruolo del raffinato amatore di teatro.

 

Spesso in Francia si è peccato per eccesso di attese nei confronti di un presidente della Repubblica percepito come un Re taumaturgo. Emmanuel Macron ha subito indossato l’abito di monarca costituzionale della Quinta Repubblica, il che potrebbe anche riconciliare i francesi con la carica presidenziale, e, possibilmente, con la politica in generale. Auguri, Presidente!

Jean Pierre Darnis, AffInt 8

 

 

 

 

Frontex: nessuna accusa alle Ong. “Il vero nemico sono i trafficanti. E servirebbero più mezzi”

 

Pattugliamento dei mari, controllo delle frontiere: tutto questo non basta dinanzi a un fenomeno migratorio epocale. Le urgenze sono molteplici: “la stabilizzazione politica e lo sviluppo economico dei Paesi di origine, lo smantellamento delle reti di trafficanti, l’apertura di canali legali che permettano ai rifugiati di arrivare in Europa in maniera sicura senza doversi mettere nelle mani dei trafficanti”. Il ruolo dell'agenzia europea, le ultime polemiche sulle Organizzazioni non governative

 

“La situazione nel Mediterraneo rimane molto difficile. Dall’inizio del 2017 sono arrivate 36mila persone in Italia, provenienti dalla Libia. Questo costituisce un aumento del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”.

 

Lo spiega al Sir Izabella Cooper, portavoce di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. L’emergenza migrazione resta quindi altissima e non si intravvede una “soluzione semplice”. Di fronte a una sfida epocale occorrerebbero volontà politica su scala europea, collaborazione, maggiori mezzi. “Concentrarsi solo sul controllo delle frontiere non risolve” il problema migratorio, perché quella – rimarca Cooper – “è la tessera di un puzzle più grande” che vede coinvolti fattori quali “la stabilizzazione politica e lo sviluppo economico dei Paesi di origine, lo smantellamento delle reti di trafficanti dei Paesi di transito e l’apertura di canali legali che permettano ai rifugiati di arrivare in Europa in maniera sicura e legale, senza doversi mettere nelle mani dei trafficanti”. Secondo stime Europol, nel 2015, l’anno degli 886mila arrivi in Grecia e 170mila in Italia, i trafficanti hanno tratto un profitto tra i 4 e i 6 miliardi di euro. Da qui l’allarme che proviene da Varsavia, dove ha sede l’agenzia europea.

Mezzi, agenti e hotspot. Il mandato di Frontex, assegnato dal Consiglio europeo, è quello di “lottare contro il crimine transfrontaliero (tratta delle persone, contrabbando, traffico di droga, terrorismo e foreign fighters). Lo facciamo raccogliendo i dati sulle attività dei trafficanti”, operando sotto il comando dei ministeri degli Interni dei Paesi Ue, passando poi “le nostre informazioni alla Polizia di Stato”, con rapporti quotidiani di intelligence, quindi riservati.

Per fare questo, Frontex coordina l’operazione Tritone e ha a disposizione 11 navi, 2 elicotteri, 3 aerei e 350 guardie costiere e di frontiera.

Tritone copre i flussi da Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Turchia fino all’Albania. Gli agenti Frontex assistono poi le autorità italiane negli hotspot per la registrazione e l’identificazione delle persone, con agenti specializzati nell’identificazione delle vittime della tratta: una piaga del Mediterraneo è la tratta di donne nigeriane a scopo di sfruttamento nel mercato della prostituzione.

 

Obbligo per tutti. Come parte della dimensione della sorveglianza (nel mare e negli hotspot), spiega Cooper, “aiutiamo le autorità italiane nel pattugliamento delle frontiere e nella ricerca e soccorso. I mezzi di Frontex nel 2016 hanno salvato oltre 90mila persone tra Italia e Grecia”. Questo perché

“salvare le vite umane è obbligo internazionale ed è compito esplicito della nostra agenzia”.

Un dovere che “vale però per chiunque si trovi in mare: che sia una nave privata, un traghetto, una nave commerciale, militare, peschereccio, tutti devono salvare le vite in difficoltà”. Le operazioni di salvataggio sono coordinate in Italia dalla Guardia costiera, “che decide quale mezzo dirottare là dove c’è un’imbarcazione in difficoltà. Quindi se siamo noi, nella fase del soccorso passiamo dal comando del ministero a quello della Guardia costiera”.

 

Un trend diverso. Le Ong, perciò, non collaborano immediatamente con Frontex, che però ritiene indispensabile, osserva la portavoce, che “tutti coloro che sono coinvolti nel salvataggio interrompano le reti dei trafficanti, fornendo qualsiasi informazione possa essere d’interesse per la Polizia di Stato sulle attività dei trafficanti libici, perché il quadro sia sempre più completo”. Cooper insiste:

“Noi non abbiamo mai accusato le Ong di collusione e questo vorrei fosse chiaro. Abbiamo solo notato un trend nuovo sulle attività dei trafficanti rispetto a un paio di anni fa”.

La zona di soccorso “ormai è diventata il confine con le acque territoriali libiche perché le imbarcazioni hanno carburante sufficiente solo per arrivare fin lì; la qualità dei gommoni è peggiorata, e su ognuno, mentre nel 2014 erano in media 90 persone, da alcuni mesi ce ne sono anche 160-170”. E sono gommoni di dieci metri, su cui potrebbero stare 10-15 persone. “I trafficanti – prosegue Cooper – traggono vantaggio dall’obbligo imposto a chi è in mare di salvare le vite umane in pericolo; l’entità contro cui puntare il dito sono perciò i trafficanti libici, questa è la priorità assoluta. Va intrapresa un’azione in questo ambito e possono farlo tutti coloro che si trovano in mare”. Per salvare le vite umane, aggiunge la portavoce di Frontex, “non c’è certamente la quantità di navi necessaria per rendere sicuro il Mediterraneo con i suoi 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati”.

 

Collaborazione necessaria. I dati delle Ong dicono che nel 2017 il 28% dei salvataggi avvenuti nel Mediterraneo sia stato opera loro. C’è collaborazione tra voi e le Ong? “Noi – risponde la portavoce – incontriamo tutti coloro che operano nel Mediterraneo. Il dialogo è importante. Abbiamo avuto con loro un incontro un paio di settimane fa, siamo aperti e in diversi hotspot lavoriamo con loro”.

Cooper infine ribadisce: “Salvare le vite umane è essenziale e su questo non si discute. È però importante che l’attenzione sia posta sui trafficanti”.

Sarah Numico Sir 4

 

 

 

 

Presidenza italiana. G7: a Taormina ancora senza Putin

 

Stringendo fra le sue mani quelle di George W. Bush e Vladimir Putin, Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, annunciò al mondo la fine della Guerra fredda. Era il 2002, al vertice Nato-Russia di Pratica di Mare.

 

In realtà, la Guerra fredda era finita da oltre un decennio. Non Berlusconi, entusiasta di natura, né gli altri partner di quel vertice potevano immaginare che entro un altro decennio sarebbero tutti tornati a qualcosa di simile a una seconda Guerra fredda.

 

Guerra fredda, capitolo due

Sul “what went wrong” gli analisti, e con una certa fretta anche alcuni storici, hanno già scritto pagine e pagine. In genere, il giudizio è di parte: fu colpa degli americani, è colpa dei russi; difficile trovare posizioni intermedie, spesso nemmeno fra le diplomazie coinvolte. La differenza è anche sull’uso dei tempi: furono le amministrazioni Clinton e Bush junior a umiliare la Russia in declino, rifiutando di riconoscerne la vocazione imperiale (seguì poi la relegazione a “potenza regionale” di Barack Obama); è il comportamento revanscista e vetero-imperialista di Putin a rendere oggi l’Europa e il mondo più instabili.

 

La verità, se ne esiste una, è probabilmente nel convergere delle due tesi: entrambe riflettono il reale andamento della storia e delle cronache. Un Paese i cui interessi incominciano al confine ucraino e finiscono nelle isole Curili difficilmente può essere considerato una potenza regionale: è giusto trattarlo con rispetto perché se non ha più mezzi economici da superpotenza, ne possiede ancora gli arsenali nucleari.

 

Allo stesso tempo, l’annessione armata della Crimea e le violazioni russe degli accordi legati al nucleare (l’ultima riguarda il trattato Inf sulle forze nucleari a medio raggio in Europa) hanno spazzato ciò che restava della sicurezza collettiva continentale. Per i comportamenti di Putin non c’è più un ordine internazionale: un Congresso di Vienna, una Yalta, una Helsinki cui riferirsi per risolvere i problemi prima che diventino crisi.

 

Le sensibilità dei Grandi verso Mosca

Fino a che una delle due parti o miracolosamente entrambe non decidono di tornare a un punto zero (la parola “reset” porta male), fino a che russi e americani non rinunciano ad accusarsi fra chi ha cominciato per primo e chi ne ha approfittato dopo, Vladimir Putin non sarà a Taormina e il G7 continuerà a essere solo G7. Era diventato G8 nel 1998, quando l’impero benevolente di Clinton sembrava non conoscere tramonti; è tornato G7 nel 2014, quando, rivendicando diritti sull’Ucraina, Putin ha svelato definitivamente la sua ambizione di ripristinare una versione leggermente più moderna della sfera d’influenza sovietica sull’Europa orientale.

 

Esiste un certo paradosso nell’assenza causa-sanzioni della Russia all’incontro di Taormina. Osserviamo i Paesi del G7. Francesi, tedeschi e italiani fanno a gara nel dichiarare con più convinzione la loro amicizia per Mosca e nel mostrare rassegnata ostilità per sanzioni economiche che sembrano quasi subire di dover imporre.

 

Con la presidenza Trump, mai gli Stati Uniti sono stati così poco ostili alla Russia: fra Fbi, Cia e Campidoglio, la storia è ancora tutta da raccontare. Il Canada di Justin Trudeau è sostanzialmente agnostico sulla materia, se non sono minacciati i suoi interessi nell’Artico. Il Giappone ha ben altre preoccupazioni. Solo la Gran Bretagna è convinta della minaccia russa, come il George Smiley di Le Carré lo era dell’esistenza di una talpa di Karla dentro l’MI6.

 

Quattro dichiaratamente o potenzialmente amichevoli; uno non ostile, quasi amichevole; uno disinteressato; uno solo contro. Eppure, nonostante un’assemblea mai così favorevole, a gennaio il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha fatto ufficialmente sapere che la Russia avrebbe lasciato “in modo permanente” il G8.

 

A meno che a Taormina non venga formalizzata la sua uscita, infatti, la partecipazione russa alla struttura del gruppo allargato a otto Paesi era solo congelata. Una porta sbattuta in faccia a tutti, dunque: anche al ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, che aveva esortato una riapertura a Mosca.

 

Nessuno spazio per un ritorno al G8

Il comportamento russo è forse duro, ma coerente. Al momento non esistono gli spazi per un ritorno nella grande casa del G8, che non è un’istituzione, ma una mega-lobby globale con valori comuni: democrazia e libero mercato. Si possono fare molti distinguo, ma è difficile sostenere che la Russia pratichi con la stessa trasparenza l’una e l’altro.

 

Quello che a Washington viene considerato il “new normal” delle relazioni internazionali vede una Russia che hackera, disinforma e mesta nei sistemi occidentali, cercando di orientarne le elezioni. Una posizione dichiaratamente ostile alle democrazie rappresentative e di sostegno ai populismi ovunque si formino e abbiano forza per contendere il potere.

 

In questa forma adulterata di Guerra fredda, probabilmente i russi fanno il loro mestiere. Ma è un mestiere non meno pericoloso per l’Occidente di quanto non lo fosse l’immensa forza militare sovietica di un tempo.

 

Quegli arsenali la Russia oggi non se li può più permettere. Non è un Paese che rischia il tracollo economico, ma vive una forma di eterna stagnazione. Il Pil americano è superiore ai 18mila miliardi di dollari, quello russo è di circa 1,3. Le Forze Armate americane contano un milione e 400mila donne e uomini, le russe 750mila.

 

Putin non può più permettersi le stesse spese militari dei tempi in cui il barile di petrolio superava i cento dollari. I 65 miliardi recentemente stanziati da Mosca, dollaro più dollaro meno, equivalgono al solo aumento della spesa per la difesa americana previsto da Donald Trump per il 2018.

 

Come dice Dmitri Trenin del Carnegie Moscow Center, Vladimir Putin è “an autocrat with the consent of the governed”. Sa come stimolare il patriottismo innato dei russi. E se l’hard power necessario per conquistare spazio geopolitico non è più applicabile dispiegando divisioni corazzate e caccia di ultima tecnologia, la Russia usa i mezzi meno costosi, ma forse più efficaci, del web. È per questo che non parteciperà al vertice di Taormina. Ed è per questo che subito dopo l’Occidente dovrà ingaggiarla in un dialogo essenziale per il futuro suo e nostro. Ugo Tramballi, AffInt 11

 

 

 

 

La Cdu di Merkel vince le regionali in Nord-Reno Westfalia, “sconfitto” Schulz

 

Nel Land del Nord Reno-Westfalia, la Cdu-Csu di Angela Merkel è in netto vantaggio con il 34,5% dei consensi, stando agli exit poll divulgati dalla Zdf. L’Spd avrebbe invece ottenuto il 30,5. 

 

I Liberali avrebbero ottenuto il 12%, Alternative fuer Deutschland il 7,5%, i Verdi il 6%, Linke 5, i Pirati 1%. Con questi risultati, la coalizione rosso-verde uscente non potrebbe governare nei prossimi cinque anni. 

 

«Queste elezioni ci dovranno far pensare a cosa dobbiamo cambiare qui a Berlino», ha detto il candidato dell’Spd alla cancelleria, Martin Schulz, commentando la sconfitta alle elezioni in Nord Reno-Westfalia. «Abbiamo 17 mila nuovi iscritti, abbiamo convinto una sacco di persone che vale di nuovo la pena», ha aggiunto, mostrando di voler andare avanti. «Dobbiamo rendere questo Paese più giusto e difendere l’Europa dai populisti». 

 

«È una giornata molto, molto nera per l’Spd», ha detto Ralf Stegner, il vicecapogruppo parlamentare del partito, commentando il risultato. «Il risultato nel Land è amaro - ha sottolineato - ma la battaglia per le federali va avanti, e possiamo combatterla». 

 

Il voto è considerato chiave per le prossime politiche di settembre in Germania. Il Nord Reno-Westfalia, che include città come Colonia e Dusseldorf e il bacino industriale della Ruhr, è tradizionalmente una roccaforte dei socialdemocratici e l’esito delle urne sarà una cartina di tornasole per capire le reali possibilità del socialdemocratico Martin Schulz di battere la cancelliera in carica Angela Merkel.  LS 14

 

 

 

 

I giovani in Germania e la voglia di integrarsi

 

Coloro che amano di più l’Italia e che studiano la nostra lingua non sono i figli degli emigrati, ma i veri tedeschi, memori dei grandi viaggi di esplorazione dei secoli scorsi, delle scorribande italiane di Goethe - di Dacia Maraini

Francoforte. Una iniziativa che dura da anni: due fratelli italiani Marcella e Francesco Continanza, invitano in primavera una decina di poeti europei che si confrontano e leggono a voce alta le loro poesie. Ogni volta mi commuove l’amore dei tedeschi per la poesia, l’attenzione che mettono nell’ascoltarla, l’ostinazione nel seguire i loro beniamini, nel partecipare, nel discutere. La serietà tedesca, la tendenza calvinista all’ordine e alla disciplina, è evidente. Eppure, paradossalmente amano l’Italia, nonostante o forse proprio per l’anarchia, il disordine, la genialità incontrollata che esprime. Sta di fatto che è il Paese europeo che traduce di più i nostri libri, che compra più case nelle campagne toscane e liguri, che paga centinaia di scuole dove si insegna l’italiano. Una impiegata di negozio, sbrigativa e imbronciata, quando vede il passaporto italiano mi sorride e dice: «Mi chiamo Lauretta, i miei nonni sono di Bergamo, ma non parlo l’Italiano».

Ecco, sarebbe interessante andare ad analizzare questi figli di emigrati italiani che si sono talmente integrati da avere dimenticato la lingua di origine. In effetti coloro che amano di più l’Italia e che studiano la nostra lingua non sono i figli degli emigrati, ma i veri tedeschi, memori dei grandi viaggi di esplorazione dei secoli scorsi, delle scorribande italiane di Goethe. Sto seduta in metrò e davanti a me ci sono tre ragazze completamente coperte di nero. Vedo che si accingono a mangiare panini di segale con la salsiccia. Ma i guanti neri sono d’impaccio. La più giovane, dalla faccia quasi del tutto nascosta da teli scuri che le fasciano la testa, il collo, la fronte, si guarda intorno preoccupata, poi, timidamente si sfila un guanto e afferra il panino con dita pallide dalle unghie laccate di un rosso squillante. Di donne in nero, dalle lunghe gonne nere, le scarpe nere, i guanti neri, se ne vedono tante in questa Germania che ha accolto tanti musulmani ma oggi si interroga su quanto siano disponibili alla integrazione. A una fermata entrano quattro ragazzi che parlano in arabo a voce alta. Hanno i capelli rasati sulle tempie e lasciati crescere a mò di cresta sul sommo del capo. Le ragazze sembrano spaventarsi. Si rimettono i guanti, nascondono le unghia laccate e i panini sbocconcellati, e chinano gli occhi con atteggiamento modesto. I monoteismi sono destinati a convivere pacificamente? Una meravigliosa idea di papa Francesco. Che sarebbe veramente bello si realizzasse. CdS 8

 

 

 

 

Riunito l’Intercomites Germania. Chiuso l’incontro al campo di concentramento di Dachau

 

Dachau, 7 Maggio 2017 -  Un intenso fine settimana di lavoro si è chiuso oggi a Monaco di Baviera per i Presidenti dei Comites ed i membri del CGIE eletti in Germania.

Al termine della giornata l’Intercomites ed i membri del CGIE si sono dati appuntamento con la comunità locale davanti al monumento al prigioniero sconosciuto, di fronte alle baracche dei forni crematori.

Dopo una breve visita del Campo di Concentramento la Presidente del Comites ospitante, Daniela Di Benedetto, ha aperto la cerimonia con un breve discorso nel quale ricorda l’importanza della tradizione della memoria nell’educare le giovani generazioni alla democrazia, alla responsabilità e al rispetto. Un ruolo importante questo, per ciascuna Istituzione.

“Ricordare e celebrare oggi vuole dire incoraggiare generazioni di giovani nati in libertà che la libertà è minacciata ogni giorno e che merita di essere difesa con coraggio dalle nuove forme di oppressioni, che si insinuano in modo subdolo nelle nostre vite, contro gli estremismi violenti, folli e sanguinari. Per la libertà, il futuro, i diritti e la dignità umana.” Così Daniela Di Benedetto: “La fine della guerra venne firmata in Germania l’8 maggio. Tra il 25 aprile e l’8 maggio l’Europa intera venne liberata e con essa anche i campi di concentramento (il campo di concentramento di Flossenbürg venne liberato il 23 Aprile e quello di Dachau il 29 Aprile, per citare i due a noi più vicini). Si trattò di un’onda di liberazione dalla guerra che travolse in pochi giorni l’Europa intera e che sancì, attraverso l’abbraccio tra oppressi e liberatori, che ancora oggi riviviamo ogni anno nelle celebrazioni delle liberazioni, una nuova era.”

Tommaso Conte, Coordinatore dell’Intercomites Germania, lodando l’iniziativa del comites di Monaco, nel suo breve saluto  volge immediatamente lo sguardo ad una proposta, quella di far diventare la visita al KZ di Dachau un momento curriculare per i ragazzi dei corsi di lingua e cultura organizzati dagli Enti Gestori.

“Una responsabilità - ribadisce Conte - alla quale le Istituzioni non possono sottrarsi e delle quali anzi devono con convinzione farsi promotrici. Sarebbe auspicabile che l’anno prossimo il Console Generale di Monaco di Baviera voglia partecipare attivamente all’organizzazione e alla promozione delle celebrazioni per il 25 Aprile, giorno fondamentale per il nostro Paese!”.

Chiude la celebrazione il Viceconsole, Dott. Enrico Alfonso Ricciardi, in rappresentanza delle forze armate e del Consolato Generale di Monaco di Baviera. “Pauca sed bona” apre Ricciardi sottolineando anche lui l’importanza della memoria e del sacrificio che condusse alla liberazione dell’oppressione nazionalsocialista. “Un momento in cui occorre guardare alla pace riconquistata, superare rancori e divisioni, guardare avanti.” È un dovere oggi, sottolinea ancora Ricciardi, essere presenti qui a Dachau e cominceremo per tempo l’organizzazione unitaria della prossima ricorrenza, possibilmente il giorno stesso o il primo giorno festivo a seguire. Il Viceconsole invita quindi a chiudere la celebrazione secondo la tradizione degli Alpini con un minuto di silenzio.

Dott. Giuseppe Scigliano, portavoce dell'intercomites Germania (de.it.press)

 

 

 

Sbloccare i contributi per i corsi. A Stoccarda alcuni Enti Gestori rischiano il pignoramento

 

"Sento di dovere tornare a porre l'attenzione sulla questione dei finanziamenti agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana all'estero." Lo dichiara il senatore Aldo Di Biagio.

" Dalle notizie che giungono dalla Germania la situazione è molto critica e si paventa il rischio della sospensione dell'attività didattica. A Stoccarda, per citare solo una delle situazioni, alcuni enti gestori rischiano di essere oggetto di pignoramento se non riusciranno a saldare quanto dovuto alla Cassa Mutua, al Finanzamt, agli insegnanti e al personale di segreteria" continua il senatore eletto all'estero.

"Qualora i contributi ministeriali continuassero a tardare, nonostante le assicurazioni che erano state fornite dal sottosegretario Amendola,la situazione potrebbe precipitare. Per tale motivo se necessario interrogherò il Ministero competente affinché si ponga pronto rimedio per evitare che la situazione non precipiti del tutto con la sospensione dei corsi di lingua e cultura italiana." Conclude Di Biagio. Dip 3

 

 

 

 

Convegno di esperti italo-tedeschi in materia di immunità e risarcimenti per crimini di guerra

 

Dall’11 al 13 maggio 2017 si è svolta presso Villa Vigoni una conferenza italo-tedesca, in lingua inglese, a cui hanno preso parte alcuni dei più eminenti studiosi europei negli ambiti del diritto pubblico, nazionale ed internazionale. L’intento è stato quello di suggerire soluzioni concrete alla questione irrisolta del risarcimento delle vittime italiane di crimini di guerra nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Punto di partenza del dibattito è stata la sentenza 238/2014 della Corte Costituzionale italiana, in cui si afferma, quale principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale, la prevalenza del diritto del singolo ad ottenere tutela giurisdizionale rispetto al principio dell’immunità statale. Negando l'immunità della Germania per i crimini di guerra nazisti, la Corte costituzionale italiana ha contestato indirettamente quanto deciso dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel 2012, la quale aveva ribadito il principio dell’immunità statale, obbligando la Repubblica Italiana a garantire un’effettiva applicazione della sentenza sul territorio nazionale.

Dal 2015, una serie di tribunali italiani hanno iniziato a dare vita alla decisione della Corte Costituzionale, ordinando alla Germania di risarcire le vittime ed i loro eredi e numerosi casi sono attualmente pendenti di fronte a corti italiane. La Germania, dal canto suo, nega la competenza dei giudici italiani e rifiuta di comparire davanti ai giudici dello Stato sulla base del proprio accertato diritto all’immunità statale. A quasi tre anni di distanza dalla Sentenza, si pone ancora la necessità di trovare una soluzione capace di bilanciare i contrapposti principi e interessi, sia sul piano giuridico sia su quello politico.

Per questa ragione, Villa Vigoni, Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea, in collaborazione con l’Istituto Max Planck per il Diritto Pubblico Comparato e Internazionale di Heidelberg e con l’Istituto di Ricerche sulla Pubblica Amministrazione (IRPA) di Roma, grazie al contributo della Fondazione Fritz Thyssen, ha voluto riunire in un incontro eminenti esperti italiani e tedeschi di diritto costituzionale ed internazionale per discutere le conseguenze della sentenza 238/2014 dalle diverse prospettive del diritto nazionale, europeo ed internazionale e per proporre soluzioni concrete agli attori coinvolti.

L’attenzione si è concentrata su di una serie di questioni molto attuali: come possono essere conciliati l’immunità degli Stati, garantita dal diritto internazionale, e il diritto al risarcimento per le vittime di crimini di guerra? Come conciliare, più in generale, diritti umani e rule of law internazionale? Quale relazione sussiste tra diritto internazionale e diritto costituzionale e quale ruolo possono ricoprire i giudici e le corti?

Nelle conclusioni, gli esperti si sono espressi a favore di una soluzione negoziata. I due Paesi hanno un obbligo morale di riprendere i negoziati, anche sulla base di quanto già auspicato dalla CIG nel 2012.

Sulla base di una lista delle vittime riconosciute, andrebbe creato un sistema di indennizzo attraverso un fondo comune Italo-tedesco. L’Italia dovrebbe farsi promotrice di un’iniziativa in tal senso, che riconosca anche il ruolo storico e le responsabilità italiane nel conflitto. L’iniziativa congiunta non andrebbe limitata agli attori statali, ma dovrebbe coinvolgere associazioni e altri attori privati, al fine di consentire un risarcimento, anche di portata simbolica, alle vittime.

I Presidenti della Repubblica italiana e tedesca potrebbero essere protagonisti di quest’iniziativa in uno spirito di pacificazione europea.

Adottando per la prima volta una prospettiva bi-nazionale, il colloquio è stato un esperimento di “academic diplomacy” volto ad offrire, all’interno del comune orizzonte europeo, la migliore expertise accademica al servizio di una pacificazione interstatale tra due Paesi fondatori dell’Unione europea.

Il terzo giorno, l’evento ha voluto coinvolgere nella discussione dei risultati e delle proposte formulate dagli studiosi una platea di giudici nazionali coinvolti nel pre/post Sentenza 238/2014, media, esponenti delle associazioni, diplomatici e politici con l’intento di avviare una riflessione più ampia a livello istituzionale e di società civile sulle tematiche affrontate.

Erano presenti, tra gli altri, giudici e giudici emeriti delle Corti costituzionali italiana e tedesca quali Marta Cartabia, Sabino Cassese, Valerio Onida, Andreas L. Paulus, e Doris König, ed esperti quali Joseph H.H. Weiler

(New York University), Bruno Simma (giudice emerito della Corte Internazionale di Giustizia), Christian Tomuschat (Università Humboldt di Berlino) e Anne Peters (MPIL, Heidelberg).

Attraverso questa iniziativa Villa Vigoni, essa stessa oggetto di un’ipoteca giudiziaria a garanzia di un risarcimento danni relativo alla seconda guerra mondiale, in quanto proprietà della Repubblica Federale di Germania, intende - conformemente alla missione perseguita fin dalla sua fondazione nel 1986 – offrire un ulteriore contributo alla conciliazione legata al passato bellico di Italia e Germania, con la certezza di favorire il consolidamento dei rapporti tra i due Stati in pieno spirito europeo.

E’ stato possibile seguire il live streaming dell’evento conclusivo sul sito del Verfassungsblog che ha dedicato alla conferenza uno spazio di discussione e confronto, dove è possibile trovare una sintesi dei contributi discussi http://verfassungsblog.de/category/themen/remedy-against-immunity/

Maggiori informazioni sul programma, la lista dei partecipanti e degli engaged listeners sono disponibili sul sito della conferenza: http://www.mpil.de/en/pub/news/conferences-workshops/remedies-against-immunity.cfm. Villa Vigoni

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

11.05.2017. Fra "Ñocis" e "Tallarines". In Argentina si mangiano canelones (cannelloni), tallarines (tagliatelle) e ñocis (gnocchi), tanto è forte l'influenza della cultura italiana. Un viaggio fra le storie a cavallo d'Italia e d'Argentina.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiani-argentina-102.html

 

"Forces" di Missincat. "Forces" è il nuovo ep e nuovo tour di Missincat, al secolo Caterina Barbieri, realizzato con musicisti della scena berlinese. Ai nostri microfoni racconta della forza che nasce dal lavoro comune e della sua ispirazione che sorge al mattino. Intervista a Missincat

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/missincat-forces-104.html

 

10.05.2017. Aquisgrana premia i No Muos. Il movimento siciliano, che da anni si batte contro il sistema militare di telecomunicazioni americano Muos, è stato insignito del premio Aachener Friedenspreis.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/no-muos-premio-aquisgrana-100.html

 

Risarcimento o immunità. Come conciliare l'immunità degli stati con il diritto al risarcimento delle vittime della seconda guerra mondiale. Un contenzioso che oppone Italia e Germania e che verrà affrontato in un convegno a Villa Vigoni.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/immunita-risarcimento-villa-vigoni-100.html

 

Volontari sotto sfratto. Più di 400 associazioni di volontariato e cooperative sociali operano a Roma e suppliscono alla mancanza cronica di servizi e cultura della città eterna. Ma il comune le sfratta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/volontari-strattati-roma-100.html

 

09.05.2017. Abbandonati

A sei mesi dal terremoto che ha distrutto il centro Italia, siamo andati a vedere paesi e città di cui ormai non si parla più: Visso, Camerino e Tolentino.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/abbandonati-terremoto-centro-italia-100.html

 

Iosonouncane. Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, arriva in Germania per presentare il suo secondo disco "DIE". Prima delle due date Tiziana Caravante lo ha intervistato per noi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/iosonouncane-102.html

 

08.05.2017. Macron, Grillo, Trump e gli altri. È il momento della personalità forte e carismatica che scala il successo politico. Ai nostri microfoni il politologo Mauro Calise sui leader che dominano la politica.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/macron-personalita-forti-100.html

 

05.05.2017. Neonazismo nell'esercito

Continua a gonfiarsi il caso del soldato Franco A., che per almeno due anni si sarebbe spacciato per profugo siriano, con l'obiettivo di organizzare un probabile attentato terroristico in un centro di accoglienza. Si ipotizza una rete di estremisti di destra all'interno della Bundeswehr tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/franco-neonazismo-100.html

 

Giovani fascisti crescono? Il seguito sempre più numeroso di gruppi di neo fascisti e dei social network dedicati fanno lanciare l'allarme su una possibile deriva delle giovani generazioni verso l'estrema destra.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giovani-fascisti-crescono-100.html

 

04.05.2017. In affari con gli scafisti

Dopo le dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che dichiara di non avere in mano elementi utili a un processo, infuria la polemica sui presunti legami tra Ong che operano nel Mediterraneo e gli scafisti libici. Ma chi sono oggi i trafficanti e quali strategie adottano? Lo abbiamo chiesto a Giampaolo Musumeci autore di "Confessioni di un trafficante".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/traffici-tra-scafisti-ong-100.html

 

Spiegare la crisi europea. Un film (documentario) racconta la crisi e le conseguenze dell'austerity. Grazie alle interviste a Chomsky e Varoufakis, e al racconto della sopravvivenza della cooperativa romana "Il Pungiglione".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/piigs-documfilm-102.html

 

03.05.2017. Candidati alle regionali. Sono davvero pochi i candidati di origine italiana che partecipano alla competizione elettorale in programma per il 14 di maggio nel Nordreno-Vestfalia. Ve li presentiamo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/elezioni-nrw-100.html

 

A tu per tu con Dacia Maraini. Torna in Germania una delle scrittrici italiane più amate, e un'osservatrice attenta della società italiana. Una buona occasione per parlare con lei di letteratura ma anche di scuola, di tolleranza e integrazione ma anche di femminismo. Con uno sguardo al mondo dell'editoria italiana.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/dacia-maraini-108.html

 

02.05.2017. Il ritorno della "Leitkultur". Ritorna il dibattito il dibattito su cosa significhi essere tedesco. Nel decalogo proposto da De Maizière: "Ci si saluta stringendosi la mano, non siamo il Burka, siamo patrioti consapevoli". Intervista a Luigi Reitani, grande conoscitore della Germania.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/leitkultur-100.html

 

28.04.2017. Chi dice cosa sull'integrazione? A due giorni dal voto delle primarie che decreterà il leader del Pd, quanto si parla di immigrazione e integrazione nel partito? L'intervista a Sumaya Abdel Qader, consigliera PD a Milano.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/integrazione-100.html

 

Veronica e la Markthalle 9. Veronica Veneziano, attivista Slow Food e coordinatrice della piattaforma "Food Assembly" a Berlino, ha accompagnato la rinascita della Markthalle 9 di Kreuzberg, per anni semivuota.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/veronica-markthalle-nove-100.html

 

Parliamo di prevenzione. A cinque mesi dalla scomparsa di Umberto Veronesi, un evento aperto a tutti a Monaco porta avanti la battaglia di una vita: maggior informazione sulla prevenzione dei tumori. Ce ne parla l'oncologa Valeria Milani.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/parliamo-prevenzione-100.html

 

Speciale. L'Europa senza confini. Ottava puntata della nostra storia d'Europa. Il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992, è ritenuto la tappa decisiva per l'affermazione politico-istituzionale dell'Europa. Ecco com'è nato.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-otto-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-158.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

L’Ambasciatore Benassi all’Accademia delle Arti (Akademie der Künste) di Berlino

 

Berlino - "Martedì 16 maggio, dalle ore 20.00 alle 23.00, l’ambasciatore italiano a Berlino Pietro Benassi parteciperà a un dibattito presso l’Accademia delle Arti (Akademie der Künste) di Berlino, in Pariser Platz 4 (10117)". Come riferisce il portale di informazione italiana in Germania ilmitte.com, "oltre a Pietro Benassi interverranno Jeanine Meerapfel, presidentessa dell’Accademia, Christina von Braun, studiosa di scienze della cultura e della civiltà, il senatore alla cultura e per l’Europa Klaus Lederer e lo scrittore Robert Menasse.

I punti fondamentali del dibattito saranno il ruolo dell’euro, il fatto che non abbia diminuito le differenze che esistevano, già in precedenza, tra Paesi membri e infine i meccanismi in base ai quali questo sembra aver determinato in Europa una recrudescenza dei nazionalismi.

A poca distanza dall’incontro presso l’Ambasciata d’Italia che ha avuto come ospiti Emma Bonino e altri esponenti politici italiani e tedeschi e di cui abbiamo avuto modo di parlare nel dettaglio, l’ambasciatore torna a occuparsi di nuovo di uno dei temi del momento: l’Europa, dominata dalla crisi e dai fermenti di una nuova rinascita.

L’obiettivo che sarà analizzato dagli intervenuti sarà quello dell’Europa cosmopolita, che va progettata con un nuovo approccio e la consapevolezza di quanto sia importante ripartire dai valori comuni e dare risposte concrete a chi vive una crisi congiunturale e storica di non facile gestione". (aise 10) 

 

 

 

 

A Francoforte il 17 maggio il film “La prima cosa bella” 

 

Elisabetta Passinetti, psicoanalista, e Antonella Desini, critico cinematografico, con immenso piacere invitano per il 17 maggio alle ore 20:15 alla proiezione, con introduzione, del film La prima cosa bella di Paolo Virzì (116 min. – 2010, versione originale con sottotitoli in inglese, segue riassunto) in collaborazione con il Pupille, cinema nell’Università di Francoforte (Mertonstr. 26-28). Il biglietto d’ingresso è di 3€. Ai fini organizzativi si prega di comunicare la partecipazione all’indirizzo: elisabettapassinetti@gmail.com  

La prima cosa bella. L’elezione di Anna come “mamma più bella d’Italia” porta scompiglio in casa Michelucci. Il marito, infatti, non potendo sopportare che altri uomini guardino sua moglie con desiderio, la sbatte fuori di casa per gelosia. A circa quaranta anni da questi avvenimenti, il figlio Bruno è chiamato al capezzale della madre. Il ritorno alla città natale, dopo così tanto tempo, costringe il protagonista a confrontarsi con il suo passato ed offre contemporaneamente la possibilità di scegliere se continuare ad essere amareggiato nei confronti della madre – che a suo parere gli ha rovinato la vita – o riallacciare un legame con lei, rotto bruscamente anni addietro. Una famosa canzone italiana, La prima cosa bella, corona questo film, che oscilla tra la commedia ed il dramma. Dip

 

 

 

 

Testimonianze. In ricordo di Leonardo Zanier

 

Ho conosciuto l'emigrazione italiana attraverso le poesie di Leonardo Zanier. Certo, come moltissimi italiani della mia generazione avevo zii sparsi per il mondo, in Venezuela, in Francia, in Australia. Li incontravo durante le loro viste estive, ma la loro vita mi restava incomprensibile. È stato leggendo "Libars… di scugnî lâ" (Liberi… di dover partire) che ho iniziato a capire. Capire quel mondo così vicino, ma così lontano. Capire e sentire i sentimenti, le paure, le lacerazioni degli emigrati, gli sguardi, i racconti, i silenzi di quegli zii e zie che da bambino mi narravano di paesi per me quasi fiabeschi.

 

Ho conosciuto Leonardo Zanier attraverso le sue poesie, i suoi articoli, i suoi interventi. E quando l'ho incontrato per la prima volta personalmente, era una figura familiare, carica di fascino. Era il 19 luglio 1980, nella sua casa di Maranzanis, in Carnia. Accolse quel vivace gruppo di giovani adolescenti triestini che era andato intervistarlo con pazienza, ironia, montanara saggezza. Un dialogo prezioso tra generazioni che ancora mi colpisce quando ne riascolto la registrazione. Ci parlò dell'emigrazione, che conosceva bene, essendo lui stesso dagli anni '50 emigrante, prima in Marocco, poi in Svizzera. E ci fece capire la differenza fra la cultura retorica e finta delle associazioni "patrie" ufficiali - nazionali e locali - e la cultura delle persone in carne ed ossa, delle trazioni popolari profonde, delle voci di coloro che non hanno solitamente voce: operai, contadini, artigiani, donne.

 

Perché Zanier è stato sindacalista, animatore e mediatore culturale, direttore delle scuole professionali consortili, Presidente della Federazione delle colonie libere italiane in Svizzera, fondatore e dirigente dell'Ecap, l'ente di formazione professionale della CGIL, responsabile per la UE di progetti di sviluppo locale contro la povertà e l'esclusione, ideatore dell'albergo diffuso in Italia. E poeta. Un poeta profondo, le cui opere sono state musicate e tradotte in molte lingue.

 

Del nostro ultimo incontro, a Monaco di Baviera, al termine di una serata in suo onore organizzata dall'ALEF (Associazione Lavoratori Emigrati del Friuli Venezia Giulia), ricordo ancora lo scambio di pensieri sulle identità e appartenenze multiple che anche i migranti si portano dentro, la profonda empatia nei confronti degli immigrati in Italia - così simili agli emigrati italiani nel mondo - e la convinzione del ruolo importante che il sindacato può svolgere per la loro integrazione. Leonardo Zanier è stato un grande poeta, un sindacalista, un lavoratore, un intellettuale. Un vero compagno.

Claudio Cumani, Monaco di Baviera

 

 

 

 

Francoforte. Collettive italiane alla fiera Techtextil (9-12 maggio)

 

Si è tenua a Francoforte sul Meno, nei giorni 9-12 maggio, la fiera Techtextil 2017 una delle principali manifestazioni a livello internazionale dedicata ai tessili tecnici e non tessuti. La Techtextil presenta la più completa gamma al mondo di materiali, processi, metodi e tecnologie del comparto tessile, apprezzata all’ultima edizione da circa 42.000 visitatori provenienti da 116 Paesi. La Fiera ha ospitato 1.478espositori di cui 146 provenienti dall’Italia, che hanno presentato i nuovi tessuti tecnici e non-tessuti e le più innovative tecnologie di lavorazione dei materiali tessili e flessibili.

L’ICE-Agenzia, in collaborazione con l’Associazione Costruttori Italiani di Macchinario per l’Industria Tessile (ACIMIT) è stata presente, per la sesta volta, alla manifestazione con due diverse collettive, una per le macchine e tecnologie applicate al comparto e l’altra per i tessuti tecnici.

La prima delle due collettiva raggruppa 25 aziende italiane del settore meccanotessile. La presenza ICE alla manifestazione è dettata sia dal successo continuo registrato nelle ultime edizioni dalla Techtextil, sia dall’importanza del mercato tedesco per le PMI italiane operanti in questo campo.

La collettiva ICE-ACIMIT aveva lo scopo di aiutare le aziende italiane co-espositrici ad accrescere tali opportunità di business, consentendo loro di incontrare un elevato numero di potenziali clienti con impegno organizzativo e costi contenuti.

L’industria italiana delle macchine tessili ha raggiunto nel 2016 un volume di fatturato pari a 2,7 miliardi di Euro con una quota export di 2,3 miliardi di Euro. Le vendite all’estero sono aumentate del 4% e quelle sul mercato interno del 15% rispetto all’anno precedente. La quota italiana delle esportazioni mondiali è dell’11%. I principali Paesi di sbocco sono la Cina (308 milioni di Euro), la Turchia (172 mio. di €) e l’India (135 mio. di €).

La seconda collettiva comprendeva 22 produttori di tessuti tecnici e non tessuti. Nata nel 2001 come stand istituzionale, la partecipazione italiana si è costantemente ingrandita fino a diventare nel 2017 una collettiva con ben 22 espositori su una superficie di 477m². Il successo delle partecipazioni passate è dovuto anche alla collaborazione fruttuosa con l'Associazione di categoria, Texclubtec.

Nel settore dei tessili tecnici e non tessili operano in Italia circa 850 imprese con 42.000 addetti. Nel 2016 il fatturato è stato pari a 3,5 miliardi di Euro di cui il 40% è destinato all’export.  Nei cataloghi allegati -redatti in inglese e in tedesco –si trovano oltre a informazioni settoriali schede delle ditte che si presentano nell’ambito delle due collettive e sulle Associazioni di categoria ACIMIT e Texclubtec coinvolti nella realizzazione dell’iniziativa. Ice/dip 13

 

 

 

 

La presidente Serracchiani a Monaco di Baviera. Incontri con i ministri Huber e Herrmann

 

Monaco di Baviera - “Sono molto soddisfatta, c’è un grande interesse a stringere ancora di più i nostri rapporti e a scambiarci delle buone prassi”. E’ il commento della presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, al termine dei due incontri avuti mercoledì 10 maggio a Monaco con i ministri della Baviera, Marcel Huber, che ha le deleghe ad Affari federali e Questioni speciali, e Joachim Herrmann, titolare di Interno, Costruzioni e Trasporti, nell’ambito della visita alla Fiera Trasport Logistic dove è presente lo stand Port of Trieste and the intermodal system of Fvg.

“Sta proseguendo - ha rilevato Serracchiani - il lavoro legato all’accordo che abbiamo firmato con il libero Stato della Baviera nel maggio del 2016”. Per quanto riguarda il contenuto degli incontri con i due ministri, “abbiamo affrontato - ha riferito la presidente - il tema della logistica, del porto di Trieste, del corridoio doganale privilegiato che stiamo cercando di ottenere sul sistema ferroviario, ma anche i temi dell’agricoltura, della cultura e della formazione professionale”.

“A ottobre - ha reso noto la presidente della Regione - ci siamo dati appuntamento a Trieste per intensificare questi rapporti e chiudere già i primi accordi operativi”.

Serracchiani, accolta a Monaco dal console generale Renato Cianfarani, ha incontrato il ministro Huber nello stand della Msc e il ministro Herrmann nello stand del sistema logistico-portuale del Friuli Venezia Giulia, presente anche il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, Zeno D’Agostino. Herrmann, ha riferito la presidente del Friuli Venezia Giulia, “ha detto una cosa che ci ha reso particolarmente orgogliosi e cioè che i rapporti con il porto di Trieste sono tali da far considerare ormai Monaco la città italiana più a nord. Questo ci dà una grande responsabilità, posto che siamo il terzo porto della Germania dopo Amburgo e Brema”.

Ricordando che “alla Fiera di Monaco sono presenti tutti i più grandi player della logistica terrestre e marittima”, D’Agostino ha affermato che oggi Trieste e il Friuli Venezia Giulia hanno fatto vedere come si creano relazioni partecipando in grande spolvero alla rassegna di trasporti e logistica che si svolge a cadenza biennale. Fc 10

 

 

 

 

“L’Italia in movimento”: nuove e vecchie migrazioni in una tavola rotonda all’IIC di Berlino

 

Berlino - "L'Italia in movimento. Mobilità Europea fra opportunità, precarietà e autorealizzazione" è il tema della tavola rotonda che si terrà giovedì 15 giugno, dalle ore 19.00 alle 20.30, all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino.

Alla tavola rotonda ed al successivo dibattito parteciperanno Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Luciana Degano-Kieser, medico psicoanalista e presidente della associazione "Salutare e.V.", ed Edith Pichler, politologa dell’Università di Potsdam, Istituto di Scienze Sociali e membro del Rat für Migration.

La moderazione dell’incontro, che si svolgerà in lingua italiana, sarà affidata ad Andrea Dernbach, giornalista del Der Tagesspiegel.

L'Italia da storico Paese di emigrazione è diventato, dalla fine degli anni Settanta, Paese di immigrazione. Oggi è tornato ad essere territorio di nuove partenze. Qual è quindi il volto dell'Italia migrante? Come si è trasformata la mobilità italiana e degli italiani? Quali sono le opportunità che si aprono a questi nuovi "nomadi" in un contesto europeo e che ruolo ha/può avere in questi movimenti la concezione di una propria "identità europea"? Sono solo alcuni dei tanti interrogativi a cui la tavola rotonda si propone di rispondere. Dip

 

 

 

Congresso a Oberhausen (il 3-4 giugno) della Federazione dei Circoli Sardi in Germania, con l’Assessore Mura

 

Oberhausen -  All’insegna di “Uniti per il futuro”, la Federazione dei circoli sardi in Germania  terrà il suo sesto Congresso a Oberhausen, nella Renania Vestfalia, il 3 e il 4 giugno.

I lavori, presso l’hotel Haus Union, si apriranno sabato 3 giugno, alle ore 9.00, con la relazione della Presidenza uscente, l’intervento dell’assessore della Regione Sardegna al lavoro e all’emigrazione Virginia Mura e i saluti di autorità e degli ospiti.

Nel pomeriggio l’insediamento della commissione elettorale. Seguiranno interventi e dibattito. Poi, l’elezione dei delegati al Comitato Direttivo Nazionale e la comunicazione dei risultati elettorali.  Prevista  una serata culturale presso il  Circolo “Rinascita”.

Domenica 4 giugno, alle ore  9.00, la votazione del documento finale, cui seguirà l’elezione della nuova Presidenza. Nella tardi mattina è previst la chiusura del Congresso. dip

 

 

 

La festa del Primo Maggio a Kempten

 

Kempten. Il 1° Maggio scorso si è svolta nella Hirnbeinstraße, a Kempten, la Festa del Lavoro, organizzata dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB). All'inizio di questa manifestazione, ha preso la parola il Presidente della Confederazione dei Sindacati Tedeschi della Circoscrizione dell'Algovia,  Ludwin Debong,  che  ha presentato il programma del raduno. Subito dopo è stata la volta di Anton Hirtreiter, dell'Unione dei Sindacati Tedeschi del Settore Servizi della Baviera (Ver.di), che  ha tenuto il discorso ufficiale.

Variegato e pregnante l'intervento in cui l'oratore ha accennato ad alcune delle mete raggiunte nel corso degli anni dalle organizzazioni dei lavoratori, come le quaranta ore di lavoro settimanale ed altri importanti traguardi. Hirtreiter non ha dimenticato di denunciare anche alcuni subdoli tentativi, da parte di alcune organizzazioni e aziende, di sganciarsi da certi accordi presi in campo nazionale. E non ha tralasciato di parlare anche di alcune carenze riscontrate nel campo dell'assistenza agli anziani a motivo della penuria di personale, o anche nel campo scolastico a causa di altri motivi di varia natura.

A questo evento, oltre al numeroso pubblico, erano presenti  diverse organizzazioni. Per il Movimento Cattolico dei Lavoratori Tedeschi (KAB): il Vicepresidente di zona Manfred Stick e signora e l'Assistente Spirituale Ewald Lorenz-Haggenmüller. Tra gli altri intervenuti: alcuni consiglieri comunali, tra i quali Siegfried Oberdörfer, Incaricato per l'Integrazione,  il Vicepresidente Vicario delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani  della Baviera (ACLI), nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten Dr. Fernando A. Grasso e altri rappresentanti di Enti e Organizzazioni. FG, de.it.press

 

 

 

 

Laura Garavini (PD) al Festival della Poesia europea di Francoforte

 

“Grande apprezzamento per il ‘Festival della poesia europea di Francoforte’ ideato e curato da Marcella Continanza, giunto ormai alla sua decima edizione. Si conferma come un’importante manifestazione di respiro europeo e come un appuntamento stabile della vita culturale della città tedesca.

Ogni anno la Continanza ci arricchisce con la proposta di autori di talento e di grande spessore, come il giovane regista e poeta, presentato quest’anno, Cosimo Damiano Damato, produttore di un pregevole documentario sulla esperienza della poetessa Alda Merini. 

Il bel filmato del regista di origini pugliesi, Cosimo Damiano Damato, costituisce un’importante testimonianza di come l’espressione poetica possa costituire un riscatto dalla sofferenza: umana, identitaria, legata a stati depressivi dell'anima.” Lo ha detto Laura Garavini, che ha presenziato alla proiezione del documentario “Alda Merini – Una donna sul palcoscenico”, nell’ambito del Festival della poesia europea di Francoforte.

“La vita di Alda Merini è stata costellata da un continuo viavai, con degenze negli ospedali psichiatrici. Quelli precedenti alla riforma Basaglia, dove spesso venivano praticate “cure” inumane e degradanti. La Merini è riuscita a superare e ad elaborare queste esperienze di sofferenza anche e soprattutto grazie alla poesia, divenendo una delle maggiori poetesse italiane del Novecento. È un merito farne conoscere la profondità anche tra i nostri connazionali all’estero, tanti dei quali hanno sperimentato come la poesia possa aiutare a superare i forti turbamenti derivanti dall’esperienza migratoria.” De.it.press 8

 

 

 

 

Industria 4.0: tenuto a Berlino il B20, il G20 delle imprese

 

Tra i rappresentanti italiani il fondatore di Protom Fabio De Felice. L'imprenditore napoletano è anche uno dei principali esperti italiani di digitalizzazione delle imprese ed è docente universitario di ingegneria degli impianti industriali

 

Berlino - Digitalizzazione delle imprese e rilancio dell'economia partendo dalle Pmi: queste alcune delle parole chiave del B20, il business forum collegato al G20 in programma a Berlino nei giorni scorsi. L’obiettivo del B20 è quello di creare un canale privilegiato del settore privato, capace di veicolare il punto di vista delle imprese ai Governi impegnati nel rafforzamento delle misure per la ripresa economica. All'evento hanno partecipatoo capi di stato e di governo dei paesi membri del G20, a partire da Angela Merkel insieme ai presidenti delle "Confindustrie" e ai rappresentanti delle più importanti multinazionali.

Tra i partecipanti spiccano personaggi come il fondatore di Alibaba Jack Ma, i presidenti e gli amministratori delegati delle più grandi multinazionali e la presidente di Business for Europe (la Confindustria europea) Emma Marcegaglia. Tra i pochi rappresentanti delle Pmi, c’è il fondatore di Protom Fabio De Felice.

De Felice è uno dei principali esperti italiani di digitalizzazione delle imprese e Industria 4.0 e docente universitario di ingegneria degli impianti industriali nelle Università di Napoli e Cassino. La sua Protom (www.protom.com), che ha sede a Napoli e da lavoro a più di 200 persone, è una realtà leader a livello europeo nei servizi avanzati di ingegneria e consulenza per lo sviluppo di progetti e soluzioni ad alto grado di innovazione. Protom negli ultimi mesi è stata agli onori delle cronache per avere realizzato, dopo aver vinto una gara internazionale, il Museo Corporea a Città della Scienza, la più grande opera pubblica in ambito culturale fatta negli ultimi anni in Europa, per la quale il team dell'area It dell'azienda ha anche realizzato innovative applicazioni di realtà aumentata.

 

B20 e G20 sono due “community”: la prima raccoglie le imprese, la seconda i governi. La collaborazione tra le due organizzazioni è un tassello fondamentale per accelerare una ripresa economica troppo lenta ed uscire da una crisi durata troppo a lungo. Quello tra B20 e G20 è un tandem istituzionale fatto di confronti, raccomandazioni, proposte concrete e piani d’azione capaci di coinvolgere alcune centinaia di delegati in rappresentanza delle economie dei 20 paesi rappresentati. Tali rappresentanze sono state suddivise all’interno del forum in Task Force, ciascuna con focus ed obiettivi specifici:  Trade-and-Investment, Energy-Climate-and-Resource-Efficiency, Financing, Growth and Infrastructure, Digitalization, Employment-and-Education, SMEs development e Responsible-Business-Conduct-and-Anti-Corruption.

 

Il G20 e il B20 - L’importanza della funzione del G20 quale principale e indiscusso Forum decisionale di cooperazione economica e regolamentazione finanziaria è nota a tutti.

Dalla creazione nel 1975 del G7 che riuniva i Capi di Stato e di Governo dei sette maggiori Paesi industrializzati (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Canada), allargato alla Russia dal 1998, il Forum si è sempre più ampliato al fine di includere, nel dialogo sulle questioni di maggior rilievo a livello globale per la stabilità economica e finanziaria, a partire dal 1999, anche i nuovi Paesi emergenti quali Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Messico, Sudafrica e Turchia, oltre all’Unione Europea.

Il Forum è stato formalizzato ufficialmente in G20 a partire dal 2008. Di pari passo con l’allargamento del Gruppo ai nuovi protagonisti della scena economica attuale, in considerazione del loro crescente contributo al PIL mondiale, il G20 ha mostrato anche una maggiore apertura nei confronti del settore privato dell’economia, quale riconoscimento del suo ruolo di motore per la crescita economica, fonte di risorse per gli investimenti e stimolo per l’occupazione. Gli stessi leader del G20, nelle loro dichiarazioni conclusive, hanno ribadito negli ultimi anni la necessità di una maggiore cooperazione dei Governi col settore privato attraverso partnership pubblico-private e misure volte a rafforzare il ruolo di tale settore a beneficio delle economie di tutto il mondo.

La sinergia della business community con il G20 è nata nel 2010 nel corso del Summit ospitato dal Canada, quando questa fu invitata per la prima volta a far sentire la sua voce. Il Business 20 (B20), il Forum attraverso cui le imprese e loro associazioni, tra cui la ICC, producono raccomandazioni di indirizzo per l’incontro annuale del G20, rappresenta oggi oltre 6,5 milioni di imprese di tutti i settori e tutte le dimensioni.

Da allora, il B20 è divenuto un appuntamento fisso annuale quale canale privilegiato del settore privato per veicolare il punto di vista delle imprese ai Governi impegnati nel rafforzamento delle misure per la ripresa economica. De.it.press

 

 

 

Steinmeier e Mattarella alle Fosse Ardeatine

 

Roma - In occasione della visita ufficiale in Italia del Presidente tedesco, Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier si sono recati alle Fosse Ardeatine e hanno deposto una corona d'alloro ai piedi della lapide dedicata ai 335 Caduti nell'eccidio del 24 marzo 1944.

Hanno quindi reso omaggio alle vittime dell'eccidio all'interno del Mausoleo Ardeatino.

Hanno preso parte alla cerimonia al Mausoleo Ardeatino il Ministro Alfano, il Sindaco di Roma, Virginia Raggi, il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, la Presidente dell'ANFIM, Rosina Stame, la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello e numerose altre autorità locali.

Al termine della cerimonia alle Fosse Ardeatine, riporta il Colle, i due Capi di Stato si sono incontrati al palazzo del Quirinale, alla presenza del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano. (aise) 

 

 

 

 

Il tenente che si fingeva profugo e preparava un attentato terroristico

 

Arrestato con l'accusa di terrorismo, Franco A. soldato della Bundeswehr, filonazista e xenofobo, per oltre un anno ha beffato le autorità tedesche spacciandosi per siriano – di Tonia Mastrobuoni

 

E’ una storia che sta sconvolgendo la Germania. La doppia vita di Franco A.: di giorno soldato della Bundeswehr, filonazista e xenofobo, di notte profugo di Damasco, in fuga dalla guerra civile. Franco A. è stato arrestato mercoledì con l’accusa di terrorismo, ma per oltre un anno ha beffato le autorità tedesche spacciandosi per siriano, intascando 400 euro al mese e facendosi vedere saltuariamente in un centro di accoglienza bavarese. 

 

Gli inquirenti sono sicuri che stesse preparando “un attentato grave” a sfondo razzista, ma non è chiaro né quando, né dove. Dal 17 febbraio era nel mirino della procura di Francoforte, una delle ipotesi è che stesse pianificando un attacco per poi dare la colpa ai rifugiati. Una vicenda incredibile, che sta attirando enormi critiche sul ministero della Difesa.

 

Nei giorni più concitati dell’”inverno dei profughi”, a dicembre del 2015, Franco A. si presenta all’ufficio immigrazione della città dov’è cresciuto, Offenbach. Il soldato dai capelli scuri racconta di essere figlio di un venditore di frutta cristiano di Damasco, di essere fuggito attraverso i Balcani, di chiamarsi David Benjamin, di aver perso il passaporto. Fa richiesta di asilo. Le autorità, oberate dalle decine di migliaia di rifugiati che arrivano in quei mesi nel Paese, fanno poche domande, non si accorgono neanche che non parla una parola di arabo e lo spediscono in Baviera. 

 

A Erdingen, in un altro ufficio per l’accoglienza dei rifugiati, gli scattano una foto, gli prendono le impronte, poi gli assegnano un posto in un centro di accoglienza, a gennaio del 2016. Quando un impiegato si accorge finalmente, quasi un anno dopo, che Franco alias David non parla arabo, lui si giustifica dicendo di provenire da una famiglia di cristiani e di parlare solo il francese. In tutto questo tempo sta probabilmente progettando un attacco terroristico razzista.

 

Tra dicembre del 2015 e oggi lo zelig neonazi si sdoppia, facendo la vita da soldato in Alsazia, in una base franco-tedesca, intrattenendosi sul web e su gruppi whatsapp con altri estremisti di destra, coltivando odio nei confronti dei migranti e dei rifugiati sui siti più xenofobi. Ma ogni tanto percorre centinaia di chilometri per andare in Baviera a recitare la parte del profugo David. Finché non viene intercettato dalla polizia. Per un puro caso. 

 

A gennaio, Franco A. è di ritorno da un ballo dell’esercito, a Vienna, quando nasconde una pistola calibro 7,65 in un bagno. Qualche tempo dopo, un tecnico trova l’arma e avverte la polizia austriaca. Che tende una trappola al proprietario della rivoltella: aspetta che la torni a prendere e lo arresta. A quel punto, la scoperta incredibile: quando gli agenti austriaci spediscono le impronte digitali del tenente della Bundeswehr in Germania, si scopre che appartengono a un profugo, un certo David Benjamin. 

 

Tuttavia, la polizia austriaca fa finta sulle prime di credere alla versione del soldato, che racconta di aver trovato l’arma per caso in un cespuglio, vicino al luogo del ballo, e di averla nascosta nel bagno per non farsi arrestare in aeroporto. Lo lascia andare per poterlo osservare più da vicino.

 

Quando gli inquirenti cominciano a illuminare la sua vita, ad analizzare la sua presenza in rete, si accorgono che si tratta di un estremista di destra e che ha almeno un complice, un vecchio amico di Offenbach, Matthias F.. Il telefono di Franco A. finisce sotto controllo, i suoi compari di tirate razziste su whatsapp anche. Mercoledì scorso, le manette scattano insieme a perquisizioni in 16 luoghi diversi,

tra Francia, Austria e Germania. E a casa del presunto complice, Matthias F., i poliziotti fanno l’inquietante ritrovamento di esplosivi, granate e munizioni. A conferma che l'attentato non era solo una sbruffoneria di un gruppetto di neonazisti su whatsapp, ma un'ipotesi reale. LR 28

 

 

 

 

“Lufthansa non vuole Alitalia”

 

I tedeschi chiudono la porta a ogni ipotesi di ingresso nell’azionariato - Luigi Grassia

 

La Lufthansa stronca ogni possibilità di entrare in Alitalia: «Abbiamo una chiara intenzione di non acquistare Alitalia». Lo ha detto il direttore finanziario di Lufthansa, Ulrik Svensson, rispondendo d una domanda sulla posizione del colosso aereo tedesco, indiziato di voler acquisire la nostra ex compagnia di bandiera. 

 

Il futuro di Alitalia si fa dunque più difficile perché non si vedono altri candidati a sostituire Etihad come azionista dopo il no dei lavoratori al referendum sulla ristrutturazione. 

 

A meno che il socio di Alitalia non risulti, alla fine, lo Stato italiano: l’ipotesi della ri-nazionalizzazione viene esclusa dal governo, ma intanto arrivano 300 o 400 milioni di prestito ponte per sei mesi, poi magari si dirà che è meglio tirare avanti altri sei mesi con altri 300 o 400 milioni piuttosto che far fallire Alitalia, e di rinvio in rinvio la nazionalizzazione esclusa dalla porta potrà rientrare dalla finestra.  LS 27

 

 

 

 

La circolare di Laura Garavini ai democratici d’Europa

 

Da responsabile politico della mozione Renzi in Europa sono fiera del risultato conseguito. In tutti i principali paesi - Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna - la mozione Renzi ha ampiamente superato il 60% dei consensi.

I dati nel dettaglio sono infatti i seguenti: Svizzera – votanti: 1396:  Renzi 923 (66,4%); Orlando 473 (33,6%); Germania – Totale votanti 858: Renzi 548 (63,9%), Orlando 278 (32,4%), Emiliano 32 (3,7%); Gran Bretagna –  votanti 410: Renzi 278 (67,2%), Orlando 116 (28,9%), Emiliano 16 (3,9%); Francia – votanti 423: Renzi 255 (60,3%); Renzi 168 (39,7%); Belgio – votanti 1197: Renzi 637 (50,4%), Orlando 394 (29,6%), Emiliano 268 (20%). Si è avuta così una chiara e netta affermazione di Matteo Renzi anche in Europa. Sancita da una folta partecipazione di iscritti e militanti del Pd che hanno votato in massa alle Primarie. Oltre 2 milioni di elettori in Italia, ed oltre 11.000 in tutto il mondo. Persone che hanno votato presso le decine di seggi aperti per le Primarie, oppure on line. Ed hanno indicato in Matteo Renzi il nuovo Segretario del Partito Democratico.

 

Oltre trecento volontari/e impegnati/e nelle operazioni di voto

Vorrei ringraziare sentitamente le centinaia di volontari/e, iscritti/e del Pd, che si sono prodigate/i per garantire la corretta tenuta delle operazioni di voto anche in Europa. Donne e uomini, giovani ed anziani. Persone che si sono spese e hanno consentito lo svolgimento di una straordinaria giornata di democrazia.

Il Partito Democratico è l’unico partito italiano che prevede un processo così democratico e allargato alla base per l‘elezione del proprio Segretario e dei propri vertici. Non una consultazione scenografica, lasciata a qualche centinaia di clic su un server oscuro. Bensì un esercizio vero di confronto e di partecipazione, esteso alla base e a milioni di persone.

 

Candidati capaci, espressione delle comunità in Europa

Un grazie anche alle brave/i candidate e candidati delle due liste europee  ‚Avanti insieme‘ a sostegno della elezione di Matteo Renzi a Segretario. Persone per bene, di grande spessore, politico ed umano. Espressione di tante professionalità, di autorevoli incarichi e migliori testimonial della pluralità delle nostre comunità in Europa. Tutte/i impegnate/i sui territori nella massima mobilitazione degli elettori. Ma il mio grazie va anche ai candidati delle altre mozioni, che con il loro mettersi in gioco, hanno contribuito ad un confronto costruttivo e democratico. Apprezzamento poi per il lavoro svolto dalle Commissioni estero, addette alle questioni regolamentari, presiedute dal collega Alessio Tacconi e a livello Europa curate da Giulia Manca, Mattia Pellegrini e Elio Vergna.

 

Un grazie sincero a tutte le elettrici e a tutti gli elettori

Profonda gratitudine anche a tutte quelle persone che, a volte addirittura senza tessera di partito, si sono rimboccate le maniche con passione e hanno sensibilizzato gli elettori a votare per Matteo Renzi. Profondamente convinti che, con Renzi Segretario di partito e prossimo Presidente del Consiglio, possiamo ripartire alla grande e portare avanti con energia e coraggio l’importante processo di riforme intrapreso per il bene del nostro Paese, tre anni e mezzo fa. E per finire un grazie davvero sentito a tutte le migliaia di elettrici ed elettori che anche in Europa ci hanno confermato la loro fiducia con il loro voto. Adesso è nostro compito andare Avanti insieme, con grande impegno unitario per affrontare con ancora più forza le difficili sfide che ci aspettano.

I dati conclusivi, comprensivi del risultato del voto on line per le due circoscrizioni europee sono i seguenti:

Europa 1 (Svizzera, Francia, Spagna, Albania e altri)

 votanti: 2170: Mozione Renzi 1411 (65%); Mozione Orlando 759 (35%)

Europa 2 (Belgio, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Scandinavia e altri). Tot votanti 3317: Renzi 1935 (58,3%), Orlando 1016 (30,6%), Emiliano 366 (11%).  dip

 

 

 

 

Primo turno presidenziali. Francia: l’Europa “En Marche”? E l’Italia…

 

Salvo sempre possibili incidenti di percorso, il 7 maggio Emmanuel Macron sarà eletto presidente della Repubblica francese. Da questa campagna elettorale, giustamente definita storica, si possono trarre una serie d’indicazioni importanti per l’Europa e l’Italia.

 

La prima è che le famigerate élites possono battere i populisti misurandosi con i problemi che ne alimentano il consenso, ma affrontandoli a viso aperto e senza rincorrerli sul loro terreno. La seconda è che si è probabilmente avviata una profonda ricomposizione del quadro politico, a sinistra ma non solo, i cui effetti si faranno sentire ben oltre la Francia. La terza è che il confronto per il secondo turno si giocherà sul fronte “nazionalismo-apertura al mondo”; in altri termini principalmente sull’Europa e sull’euro.

 

La candidata dell’estrema destra ha scelto questo terreno, spostando l’accento dalla sicurezza e l’ostilità all’immigrazione verso le questioni sociali, nella speranza di rompere l’isolamento e ottenere il consenso di ceti popolari ostili alla globalizzazione. È stato un errore strategico: i tradizionali elettori di sinistra sono ancora in maggioranza fedeli ai valori democratici e quelli di destra, anche se insoddisfatti del funzionamento dell’Ue, non vogliono abbandonare l’euro. Il risultato è stato che ha prevalso il candidato più europeista fra tutti quelli presenti. Con l’elezione francese e dopo quella olandese, la minacciosa marea populista che ha invaso l’Occidente negli ultimi tempi ha forse cominciato a regredire.

 

In Germania, grado d’incertezza inferiore

Le elezioni previste in settembre in Germania presentano un grado d’incertezza inferiore. Avranno certo un effetto sul piano interno, ma non muteranno di molto la politica europea del Paese. Dopo una lunga fase d’immobilismo, l’Europa sarà quindi in grado di ripartire, ma bisogna valutarne realisticamente le prospettive. La ripresa del processo d’integrazione dovrà riguardare vari aspetti, come l’immigrazione e la sicurezza, ma sarà centrata sulla governance dell’euro-zona. Sarà però condizionata da una doppia isteresi dovuta alla difficoltà di rimettere in moto processi a lungo arrugginiti.

 

La svolta rappresentata da Macron avrà bisogno di tempo per materializzarsi sia nell’applicazione del programma di riforme, sia per l’emancipazione dal tradizionale e sempre radicato sovranismo francese; molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni legislative e dalla possibilità di riunire una maggioranza presidenziale sufficientemente solida. Inoltre la sfiducia reciproca e i pregiudizi accumulati tra Francia e Germania non si dissiperanno facilmente, anche perché negli ultimi anni sono cresciute anche in Germania resistenze verso una maggiore integrazione.

 

Da Macron lezioni per l’Italia

Molto dipenderà dall’effettiva capacita di Macron di attuare il programma di riforme annunciato e dalle proposte concrete che presenterà a Berlino e agli altri partner. Quali lezioni per l’Italia? Un po’ di lucidità dovrebbe suggerire che sono molto diverse da quelle che sembra trarne Matteo Renzi.

 

Con la Francia che esce dallo stallo e la Spagna che continua la sua traiettoria positiva, non ha più nessun senso parlare di frattura Nord/Sud. Per prima cosa dovremmo convincerci che esiste ormai uno specifico problema italiano, politico ed economico. Ne consegue che nulla potremo ottenere senza la garanzia di una stabilità politica e della ripresa del processo di riforme interne.

 

In secondo luogo, l’Italia fa bene a mantenere la sua bussola federalista. Tuttavia la ripresa del processo d’integrazione non dipende da un grande rivolgimento del modello istituzionale. Chi continua a sostenere questa ipotesi ottiene solo il risultato di denigrare ulteriormente l’Europa che c’è a beneficio esclusivo dell’euroscetticismo dei populisti. Non ha dunque senso accarezzare fantasie palingenetiche come l’elezione diretta di un presidente, o la convocazione di un’assemblea costituente sul modello di quella americana di Filadelfia.

 

Il funzionalismo, cioè l’idea che le istituzioni si adattano alla soluzione dei problemi e non viceversa è connaturato alla politica. Gli stessi ex coloni americani fecero Filadelfia per risolvere un problema concreto: la fragilità della struttura confederale di fronte alle ingerenze rapaci delle grandi potenze europee. Lo fecero creando inizialmente un minimo di centralizzazione; poi ci vollero 33 emendamenti e una guerra civile per arrivare gradualmente alle istituzioni federali che conosciamo.

 

Tutti concordano che ci vuole più legittimità e capacità d’azione politica nell’Ue. Tuttavia il termine “unione politica” così spesso declamato in Italia evoca l’araba fenice di mozartiana memoria: “che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Perché la discussione possa divenire concreta, bisognerebbe chiarire almeno due cose: una larga disponibilità a consentire importanti condivisioni di sovranità e la possibilità di trovare una sintesi convincente fra la concezione tedesca di “governo delle regole” (esecutivo limitato e Parlamento forte) e quella francese di “governo del Principe” (esecutivo forte con grande potere discrezionale). Gli stessi interrogativi si pongono anche per un “governo economico” dell’euro-zona, ipotesi più limitata e realistica che Macron ha adombrato nel suo programma.

 

Sognare la fine dell’austerità

Il terzo errore sarebbe di credere che il nuovo contesto potrà finalmente segnare “la fine dell’austerità”. Prima di tutto, perché l’Italia non ne è mai stata vittima e il nostro grave ritardo nella ripresa economica e occupazionale è prevalentemente dovuto a fattori domestici. Contrariamente alla vulgata prevalente, nel relativo immobilismo che ha caratterizzato il dibattito europeo, l’Italia ha potuto beneficiare largamente della supplenza della Bce nel compensare i vuoti della politica e di una larghissima flessibilità nella gestione dei conti pubblici concessa dalla Commissione (gli abominevoli euroburocrati).

 

Questa situazione è malsana e non può durare. Da un lato genera crescente insofferenza in Germania e in altri Paesi e contribuisce a diminuire la credibilità della Commissione. Dall’altro, non ha contribuito a risolvere i problemi italiani e forse ha addirittura contribuito al rilassamento della pressione per le riforme. Peggio, l’abuso dello scudo europeo è stato accompagnato da un continuo stillicidio di attacchi a Bruxelles che hanno finito per screditare la stessa idea di Europa agli occhi dell’opinione pubblica.

 

Sia la supplenza della Bce, sia la flessibilità sono però destinate a diminuire. È quindi indispensabile che l’Italia partecipi con autorevolezza a un nuovo dibattito che dovrebbe condurre a un sistema più strutturato di governance dell’euro-zona, probabilmente a partire di una troppo ritardata discussione del rapporto dei “5 presidenti”; quel documento, arricchito da altre proposte fra cui forse anche quella di un ministro del Tesoro dell’area euro, resta comunque una base molto utile. Dobbiamo però essere coscienti che il punto d’arrivo sarà forse un sistema più efficiente e orientato alla crescita, ma anche più intransigente nel controllo dell’applicazione delle regole.

 

Il quarto errore è credere che la nostra condizione di padre fondatore e di terza economia dell’area euro ci conceda un diritto di veto e ci renda in un certo senso “indispensabili”. Siamo certamente molto importanti e possiamo essere interlocutori ascoltati, ma ci stiamo avvicinando a un momento in cui il ventaglio delle soluzioni possibili è destinato a restringersi.

 

La comprensibile soddisfazione per la probabile svolta in Francia e la conseguente fine dell’immobilismo, dovrà quindi essere accompagnata da una seria riflessione sulle priorità della nostra politica sia interna sia europea. Immobili, possiamo sognare uno spazio con scelte illimitate; nel momento in cui riprende il movimento, la libertà della fantasia cede il passo alle opzioni più limitate offerte dalla realtà.  Riccardo Perissich, AffInt 24.4.

 

 

 

 

Macron doppia Le Pen. Prima uscita con Hollande

 

A Emmanuel Macron è andato il doppio dei voti di Marine Le Pen. E' quanto emerge dai risultati ufficiali del ballottaggio per le presidenziali annunciati dal ministero degli Interni. Per il leader di 'En Marche' hanno votato 20.257.167 francesi, mentre per la candidata del Front national 10.584.646, una cifra comunque record per la leader di estrema destra.

Secondo le cifre fornite dal ministero degli Interni, le schede bianche e nulle sono state 4.045.395, un numero senza precedenti, come il numero degli astenuti, 11.416.454.

Macron è infatti diventato presidente con il 66,10% dei voti contro il 33,90% della sfidante. Questi i risultati definitivi del secondo turno delle elezioni, pubblicati dal ministero dell'Interno. L'affluenza al voto è stata del 74,56%, con un tasso di astensione dunque del 25,44%. Le schede bianche sono state l'8,51% del totale degli aventi diritto mentre i voti nulli sono stati il 2,96%.

Le Pen: "Front National deve rinnovarsi profondamente"

"Questa sera si apre un nuovo capitolo nella nostra lunga storia, ha detto ieri sera durante il suo discorso della vittoria, sottolineando "il grande onore e la grande responsabilità" della sua elezione, per la quale "ringrazia dal profondo del cuore" tutti quelli che lo hanno votato, "non li dimenticherò".

Intanto è stato confermato che Macron "si recherà a Berlino per la sua prima visita all'estero". L'eurodeputata Sylvie Goulard, che viene indicata come uno dei possibili membri del futuro governo francese, ha detto parlando con CNews che "è possibile che vada a salutare le truppe francesi". Ieri, poco dopo la chiusura delle urne, con la notizia del trionfo di Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel era stata la prima a congratularsi con il nuovo presidente, al quale aveva telefonato, sottolineando come la sua elezione sia "una vittoria per l'amicizia franco-tedesca".

Il neoeletto presidente francese d'altra parte è invitato a partecipare a tutti gli eventi ufficiali che il presidente uscente François Hollande ha in agenda per la settimana. A cominciare dalle cerimonie che commemorano l'armistizio dell'8 maggio 1945 in programma per oggi all'Arc de Triomphe. Macron e Hollande devono deporre assieme una corona e accendere la fiamma sulla tomba del milite ignoto. Una compresenza alla cerimonia non scontata, sottolinea Le Figaro, ricordando che François Hollande aveva accettato l'invito analogo fattogli da Nicolas Sarkozy, ma quest'ultimo aveva respinto la proposta di Jacques Chirac nel 2007. Prima di loro bisogna risalire al 1995 per ritrovare la fotografia di due presidenti, François Mitterrand e Jacques Chirac, che celebrano insieme la vittoria degli Alleati sulla Germania nazista e la fine della Seconda guerra mondiale in Europa. Più avanti in settimana, Macron è invitato dall'Eliseo ad accompagnare François Hollande alla cerimonia di commemorazione dell'abolizione della schiavitù in programma per mercoledì al Jardin du Luxembourg.

"Gli faccio tutti i miei auguri di successo. E sa che, se avrà bisogno di qualche informazione e consiglio e si rivolgerà a me, sarò sempre al suo fianco", ha detto Hollande a margine della cerimonia. Adnkronos 8

 

 

 

 

Merkel e Gentiloni, doppio monito sulla Brexit

 

La cancelliera: “Londra non si faccia illusioni, uno stato terzo non avrà gli stessi diritti di uno stato dell’Ue”. Il presidente del Consiglio: no a un mercato unico “à la carte” – Luigi Grassia

 

Angela Merkel contro il Regno Unito e contro la Turchia. «Uno stato terzo, quale sarà la Gran Bretagna, non potrà avere gli stessi diritti di uno stato dell’Ue» ha detto la cancelliera al Bundestag (il Parlamento tedesco) in vista del consiglio europeo sulla Brexit. La Merkel si è quasi scusata di dover esprimere concetti che sembrano scontati. Ma ho la sensazione che qualcuno in Gran Bretagna si faccia delle illusioni, e bisogna dire chiaramente che questo è tempo sprecato». 

 

Una bacchettata anche alla Turchia: «Dopo gli sviluppi delle scorse settimane il nostro rapporto con la Turchia è fortemente danneggiato». La cancelliera ha chiesto a Ankara di rispondere alle questioni sollevate dal rapporto Osce sul referendum istituzionale.  

 

Di Brexit ha parlato anche il premier Paolo Gentiloni alla Camera in vista del Consiglio straordinario dell’Ue (in programma sabato): «Il quadro dei nuovi rapporti non potrà essere caratterizzato da un mercato unico “à la carte” Non si può prendere solo la parte finanziaria e chiudere sulla libera circolazione delle persone. I rapporti andranno ridefiniti».  LS 27

 

 

 

 

 

Luna di Miele. Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni

 

Ha cominciato con largo anticipo a celebrare i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, che cadono a fine aprile. Quando non aveva ancora compiuto tre mesi nell’esercizio dei suoi poteri, annunciava su Twitter, la lavagna virtuale di tutti i suoi proclami: “I primi 90 giorni della mia presidenza hanno mostrato il totale fallimento degli ultimi otto anni di politica estera. Com’è vero!”.

 

Ed ha poi dato una lunga intervista all’Ap, in cui batte con insistenza proprio su questo tasto: la differenza tra lui e il suo predecessore, quel ‘mollaccione’ di Barack Obama, che non frenò il flusso degli immigrati, non cacciò dal potere il presidente siriano Bashar al-Assad e non convinse gli alleati Nato a pagare di più per la sicurezza comune.

 

A dire il vero, neppure Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio, è finora riuscito a fare almeno una di quelle cose. Però, sta litigando con il Congresso per farsi dare i soldi per alzare il muro al confine con il Messico, ha lanciato una gragnola di missili su una base siriana e sta ‘mobbizzando’ tutti i leader europei che vanno a incontrarlo a Washington – ultimo, il premier italiano Paolo Gentiloni – con l’impegno di spendere di più nella Nato, centrando l’obiettivo del 2% del Pil per la sicurezza.

 

I primati che lo distinguono dai suoi predecessori

A Trump, comunque, i primati non mancano, per distinguersi dai suoi predecessori: è il presidente con l’indice di gradimento più basso durante la ‘luna di miele’ con il popolo americano, da quando esistono sondaggi del genere, anche se, dopo fuochi d’artificio e pugni sul tavolo, la sua popolarità è un po’ cresciuta; ed è il presidente che ha firmato più ‘ordini esecutivi’ – l’equivalente americano dei nostri decreti legge – nei suoi esordi, più di John F. Kennedy che era finora il recordman con 23; ed è anche il presidente che passa più tempo sui campi di golf (gioca una volta ogni cinque giorni, in media, secondo i calcoli di Market Watch, un sito di finanza, il doppio di quanto non giocasse Obama – una volta ogni quasi dieci giorni -). Eppure, Trump criticava spietato l’‘etica del lavoro’ di Obama, che non gli impediva di giocare a golf “con tutti i problemi che gli Usa hanno” – e che lui, per ora, non ha risolto.

 

Ma dove nessuno lo batte davvero è nell’uso di Twitter: ‘cinguettii’ strategici, a notte o all’alba, che dettano l’agenda dei media – lo strumento, però, è recente e il confronto può solo essere con Obama -. Quanto ai ‘cancri’ dell’informazione del XXI Secolo, ‘fake news’, ‘alternative facts’, ‘post-truth’, Trump ne è un untore. Ma spesso i politici lo sono stati, usando gli strumenti di cui disponevano.

 

Partenza in quarta, poi freno a mano tirato

Partito in quarta, nelle primissime settimane alla Casa Bianca Trump pareva un turbo-presidente: non passava giorno senza che, con una firma e un tratto di penna, non cancellasse qualche decisione dell’amministrazione Obama. Via il Tpp, il patto di libero scambio dell’area pacifica: basta negoziati sul Ttip, l’analogo patto trans-atlantico; un colpo di freno alla parità dei diritti per Lgtbq; niente fondi per le ong che includono l’aborto fra i metodi per controllare le nascite; drastici tagli alle norme per la tutela dell’ambiente e abbandono di fatto degli obiettivi dell’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale.

 

Pareva tutto facile. Poi, però, le cose si sono complicate. Il provvedimento di blocco dell’ingresso negli Stati Uniti dei rifugiati e dei cittadini di sei Paesi musulmani s’è urtato a due riprese contro giudici federali e lì s’è incagliato – l’Amministrazione non ha scelto la via della Corte Suprema, riconoscendo di fatto la partita persa.

 

E la revoca dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, punto focale di tutte le promesse elettorali, è naufragata in Congresso, nonostante i repubblicani controllino sia la Camera che il Senato. Quanto alla riforma fiscale e al programma per il rilancio delle infrastrutture, più facile annunciarli che farli: la riforma sta per essere presentata in fanfara, ma ci vorrà poi del tempo per perfezionarla.

 

Le nomine e la squadra: rose e spine

Se la nomina e l’insediamento del giudice mancante della Corte Suprema sono ‘andati in buca’ – Neil Gorsuch ha superato l’esame Senato, ma solo perché i repubblicani, che altrimenti non avevano i numeri, hanno forzato la consueta procedura –, la composizione della squadra di governo s’è rivelata una corona di spine. E molti posti restano vacanti, compromettendo l’ordinaria gestione della cosa pubblica.

 

Il riflusso post-elettorale del Russia-gate – con l’intreccio delle interferenze russe nella campagna, sempre a danno di Hillary Clinton, e dei magheggi dei consiglieri di Trump con emissari di Putin – ha costretto quasi subito a dimissioni catartiche il generale Michael Flynn, scelto come consigliere per la sicurezza nazionale, mentre le gerarchie nel ‘cerchio magico’ intorno al magnate-presidente andavano assestandosi, con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner a guadagnare posizioni e invece il suprematista Steve Bannon a perderne, dopo l’infelice esito di alcune sue iniziative.

 

La politica estera palestra di voltafaccia

La politica estera pareva una cosa semplice semplice: pappa e ciccia con la Russia; unghie in fuori con la Cina; divido l’Europa e non le bado; combatto il terrorismo, ma sto fuori dal Medio Oriente. Invece, non è proprio stata una passeggiata. Anzi, è su questo terreno che Trump presidente, tale quale il Trump candidato, ha esercitato un tratto saliente dei suoi primi ‘cento giorni’: il voltafaccia.

 

Faccio la pace con la Russia; anzi no, ci litigo. Il futuro della Siria non è una priorità; anzi no, bombardo al-Assad e voglio che se ne vada perché ha usato i gas contro i suoi nemici che improvvisamente scopro essere miei amici. Bisticcio con la Cina; anzi no, le chiedo di tenere a bada la Corea del Nord, ché, altrimenti, ci penso io con portaerei e sottomarini nucleari. La Nato è obsoleta; anzi no, è utile contro il terrorismo – e se gli alleati pagano la loro quota.

 

Elemento costante – e mai tradito – è stato la indubbia fascinazione per gli uomini, o le donne, forti: riceve il presidente egiziano, l’autoritario generale al-Sisi; si congratula con il presidente turco, l’altrettanto autoritario Erdogan, per il successo di misura nel referendum che instrada la Turchia verso un regime presidenziale semi-dispotico; e non mostra repulsione per la candidatura in Francia di Marine Le Pen, che prende i soldi a Mosca, ma è alfiere di quel processo di smembramento dell’Unione che a Trump – l’uomo della Brexit – piace tanto.

 

L’isolazionista diventa interventista. Con la tentazione di aggiustare le cose del mondo assestando qualche martellata, visto che quelle dell’America non vanno a posto da sole. I suoi metodi gli hanno già valso un altro record: le ricerche su Google su Terza Guerra Mondiale e su Guerra Nucleare non sono mai state così numerose dal 2004, da quando cioè ne esistono statistiche.

Giampiero Gramaglia, AffInt 26

 

 

 

 

Mario Giro: “La soluzione è la cooperazione con l’Africa”

 

ROMA - È il principio dei vasi comunicanti applicato in chiave migratoria. Di fronte a un ostacolo, il flusso prende nuove direzioni. È quanto sta accadendo nel Sahel. Dato il rafforzamento delle frontiere del Niger, il Ciad è diventato una rotta emergente nell'esodo verso il Nord e, da lì, alle coste europee, per migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini, in fughe dalla violenza terrorista, dai disastri ambientali e carestie. Drammi che, spesso, i Paesi da soli non possono risolvere. Da qui, l'impegno della cooperazione italiana ad agire sulle aree di crisi, m supporto alle istituzioni locali. «È una questione umanitaria, in primo luogo. Ma è altresì una questione di sicurezza e geopolitica», spiega Mario Giro, viceministro degli Esteri, appena rientrato da una missione in Ciad, dove ha incontrato il presidente, Idriss Déby e il titolare degli Esteri, Hissein Brahim Taha.

Perché il Ciad e i suoi problemi riguardano direttamente l'Italia?

«Poiché è in corso un'emergenza, oltretutto in un Paese con cui abbiamo una forte relazione. Il Ciad si sente "accerchiato". E, in effetti, le sue frontiere sono particolarmente "calde". A sud-ovest, c'è la Nigeria, da cui colpiscono i terroristi di Boko Haram. A sud, la Repubblica Centrafricana, ancora instabile nonostante i passi avanti. Più a est, il Darfur, crisi tuttora in atto nonostante sia diventata invisibile. A nord, inoltre, il Ciad condivide oltre mille chilometri di confine con la Libia. È comprensibile che si sentano a rischio. Sostenere questa nazione, dunque, è anche un modo per contrastare in modo efficace il jihadismo. Vi è, poi, la questione migratoria... »

Si riferisce al fatto che il Ciad è uno dei nuovi corridoi africani verso l'Europa?

«Lo sta diventando, anche se per ora i numeri non sono cosi elevati. La nazione ospita almeno 100mila profughi. Il recente flusso di persone in fuga da Boko Haram, si somma a ondate precedente di profughi centrafricani e darfuriani. Per la nazione, povera e in gran parte desertica, si tratta di un impatto importante».

Come aiutarla a gestirla ed evitare che tanti siano costretti a rischiare la vita sulle carrette del mare?

«L'elemento fondamentale è ridurre al minimo la fase di emergenza e di assistenza. E consentire ai nuovi arrivati di poter lavorare e integrarsi nel tessuto socio-economico. La cooperazione, pertanto, si sta orientando verso sistemi creativi di aiuto che rendano i profughi soggetti attivi. Attraverso la concessione di prestiti per attività agricole e micro-commerci, la riattivazione delle scuole... L'Italia è impegnata in prima linea in tal senso. Come già annunciato, abbiamo stanziato trenta milioni per i prossimi tre anni per la cooperazione con i Paesi della regione - Ciad, Niger, Nigeria Camerun - che si aggiungono a un precedente contributo, l'anno scorso, di sei milioni».

Questa in Ciad è l'ultima di una serie di missioni da lei svolte Africa. Perché tanta attenzione per il Continente?

«L'Africa è la profondità strategica dell'Europa. Ci è vicina, non solo geograficamente. Come dimostra il flusso di migranti che approda sulle nostre coste». Lucia Capuzzi, Avvenire del 27 aprile

 

 

 

Alfano: “Tripoli paghi i suoi debiti. Ong, chiarezza sui conti”

 

ROMA - Governare i flussi migratori e stabilizzare la Libia», questo l'obiettivo della missione ieri a Tripoli del ministro degli Esteri, Angelino Alfano appena rientrato in Italia per andare poi in Argentina. «L'Unhcr, Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu potrà registrarli direttamente nei campi dice il ministro - intervenendo sulla dimensione dei flussi alla partenza e sul rispetto del diritto dei migranti». Le navi delle Ong davanti alle coste libiche «salvino le vite umane secondo la legge del mare ma rispettino le regole del diritto internazionale». In Libia «non c'è ancora accordo tra Est e Ovest», tra il generale Haftar e il premier Al-Sarraj, ma «la porta è aperta, il dialogo avviato». Intanto il governo libico si attrezzi per «restituire alle imprese italiane 200 milioni di euro di crediti pregressi».

Ministro Alfano, l'Italia contribuirà alla sicurezza delle elezioni, se ci saranno, nel marzo 2018 in Libia?

«La vera pacificazione in Libia la potranno fare i libici. Le elezioni sono la conclusione di un processo negoziale. Prima bisogna chiudere l'accordo che porti a quel voto . Noi ragioniamo con la logica dell'aiuto che ci viene richiesto, perché il confine tra l'aiuto caloroso e l'interferenza negli affari di un altro Stato è sempre labile. Siamo pronti a facilitare ogni azione che porti alla stabilità in Libia, perché questa si traduce in sicurezza e in lotta ai trafficanti di esseri umani e stop ai flussi migratori».

È a rischio l'accordo sui migranti con Italia e Ue?

«Lavoriamo per rafforzarlo, rendendolo capace di contrastare i trafficanti su tutto il territorio libico. L'accordo sui flussi nasce prima che partano le imbarcazioni. Bisogna lavorare con efficacia su tutte le frontiere».

L'Italia darà 10 milioni di euro all'Unhcr che sta per rientrare in Libia dopo la cacciata nel 2010. Che ruolo avrà l'Onu?

«Un ruolo strategico essenziale a conciliare la dimensione della sicurezza con quella dei diritti umani. La sua presenza può certamente rappresentare un punto chiave di una strategia generale. All'Alto Commissario, che fra l'altro è l'italiano Filippo Grandi, ho detto che sosterremo il Piano con 10 milioni come segnale di fortissimo incoraggiamento. Il Piano riguarderà in parte gli sfollati libici, in parte i profughi».

I migranti saranno registrati prima di partire?

«Questa è l'ambizione che stiamo coltivando e per questo appoggiamo il Piano. Impossibile, altrimenti, immaginare un progetto che veda la Libia come luogo nel quale si possano svolgere una serie di procedure evitando che si continuino a svolgere in Europa e in Italia. Sicurezza e diritti sono la chiave».

Il presidente della Commissione Ue, Juncker, ha elogiato l'Italia.

«Il presidente Juncker ha detto una cosa importante che noi sapevamo già e che abbiamo sempre rivendicato, ossia che l'Italia ha salvato l'onore dell'Europa sui migranti. Ora, però, occorre che l'Europa, sebbene con grande ritardo, rispetti gli impegni sul ricollocamento».

Le ong che operano con le loro navi nel Mediterraneo sono tutte uguali o su qualcuna è bene fare approfondimenti?

«Nessuno può disconoscere

il ruolo fondamentale delle ong nel mondo e in Italia. Altra cosa è ciò che ha detto il procuratore di Catania Zuccaro, che certo non ha generalizzato ma affermato l'esigenza di approfondimenti per rispondere a determinati quesiti, giudiziari e di buon senso, tanto da interrogare larghi settori dell'opinione pubblica».

Quali approfondimenti?

«Quest'attività non compete a me ma alla magistratura da una parte e, sul piano politico, alla Commissione Difesa del Senato attraverso un'indagine conoscitiva. Se si salvano vite umane siamo contenti, noi siamo campioni del mondo di solidarietà e diritti umani. Tutti però devono agire secondo le regole, dalle istituzioni pubbliche a quelle private, perché non c'è nessuno che non vi sia soggetto e tutti devono rispettarle sul diritto internazionale, la legge del mare, la trasparenza riguardo a finanziamenti e finanziatori, e ovviamente sulla non connessione coi mercanti di esseri umani».

La vicenda delle ong ha creato divisioni nel governo, per esempio fra lei e il ministro della Giustizia Orlando. Divisioni superate?

«Mi pare che tutto vada nella direzione che avevo indicato una settimana fa: sostegno alla procura di Catania, accertamento della verità, nessuna generalizzazione sulle ong. Con calma ci sono arrivati tutti».

Tunisia e Malta sembrano restie a accogliere i naufraghi.

«La giovane democrazia tunisina pur affrontando il processo di transizione sta lavorando bene sull'immigrazione, tanto che il problema oggi riguarda la Libia. Malta ha l'oggettivo problema delle sue dimensioni, ma i funerali del 2015 dopo la strage nel Mediterraneo si tennero proprio a Malta».

Qual è la situazione della sicurezza in Libia?

«Non potevamo attenderci accoglienza migliore e più riconoscenza. Ma la situazione è fragile e c'è ancora parecchio da lavorare».

Gli italiani quando potranno tornare a lavorare in Libia?

«Vogliamo costruire immediatamente, in Sicilia, un'occasione di incontro bilaterale tra gli italiani che vogliono investire in Libia e il governo libico. In questa missione ho chiesto che vengano saldati i debiti pregressi, circa 200 milioni di euro, che la Libia ha con molte nostre imprese».

Il terrorismo è sconfitto?

«I libici hanno pagato col sangue le vittorie su Daesh (Isis) sul proprio territorio, come sforzo nazionale contro i terroristi. Il sangue lo hanno versato anche le milizie di Misurata. Tutti hanno contribuito.»

È pensabile che le milizie si sciolgano?

«È auspicabile un esercito a guida unica e questo non può che rientrare nell'accordo tra Est e Ovest in Libia per il quale l'Italia ha svolto un lavoro molto importante a Roma, mettendo in contatto il presidente della Camera di Tobruk e il presidente del Consiglio di Stato di Tripoli e questo ha accelerato anche altri processi negoziali. Ma siamo appena all'inizio».

Marco Ventura, Il Messaggero del 7 maggio

 

 

 

 

La riforma di Europol. Terrorismo: l’arma dello scambio dei dati

 

Il dibattito sulla lotta al terrorismo internazionale è purtroppo sempre all’ordine del giorno, sulle agende dei governi nazionali e sui tavoli di lavoro a Bruxelles. I nefasti eventi di Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino e altrove hanno messo in evidenza che le maglie delle polizie nazionali non sono impenetrabili e che una cooperazione rafforzata in materia di sicurezza europea passa anche da uno scambio di informazioni e dati più sistematizzato.

 

Le reti terroristiche hanno cellule operanti in diversi Stati membri dell’Unione e si avvalgono di punti di contatto poliedrici, che richiedono un’azione più sistematica da parte delle polizie europee. Nell’Unione europea, tra i numerosi mezzi impiegati nella lotta al terrorismo, senza dubbio assurge a un ruolo di primo piano l’agenzia per la cooperazione di polizia europea, Europol.

 

Un passo importante

Dopo tre anni di negoziati, l’11 maggio dello scorso anno, esattamente un anno fa, il Parlamento europeo ha finalmente raggiunto un accordo per il nuovo regolamento europeo 2016/794 che sostituisce e abroga la decisione 2009/371/GAI del Consiglio dell’Ue che istituiva Europol come entità dell’Unione nel 2009.

 

Il nuovo regolamento ha dovuto attendere quasi un anno prima di entrare in vigore: solo dallo scorso Primo Maggio, infatti, sono divenute applicabili le nuove disposizioni. Una piccola rivoluzione nella gestione della sicurezza in Europa, passata abbastanza in sordina, soppiantata dalle presidenziali francesi e dagli attriti in Corea del Nord, che vedrà i suoi auspicabili positivi effetti dispiegarsi nel corso dei prossimi mesi.

 

Già sin dalla natura giuridica dell’atto si possono scorgere i primi fondamentali cambiamenti: non più una decisione del Consiglio, ma un passaggio attraverso il Parlamento europeo che rende la decisione più democratica e soprattutto concordata non solo in maniera intergovernativa ma anche tra le forze politiche dei vari Paesi membri dell’Unione.

 

I cambiamenti di maggiore impatto

Europol è stata spesso criticata in passato per la mancanza di autonomia dai propri Stati membri e per un ruolo quasi mai di primo piano nel confronto alla criminalità organizzata e al terrorismo, ma piuttosto di secondo piano in supporto alle polizie nazionali. Il nuovo regolamento porta in dote invece quattro importanti cambiamenti, che potrebbero ridimensionare in positivo l’azione e l’efficacia dell’agenzia di cooperazione di polizia europea.

 

In primis, l’articolo sei del nuovo regolamento prevede la possibilità per Europol di avviare un’indagine motu proprio, proponendo a due o più Stati membri la formazione sotto la propria egida e il proprio coordinamento di task force regionali per determinate materie o settori di indagine. Uno dei maggiori limiti di Europol in passato stava proprio nella mancanza di un’autonomia di azione. Ci voleva la richiesta di supporto da parte di polizie degli Stati membri per l’avvio di indagini congiunte con forze di polizia di due o più Stati.

 

La seconda novità rilevante per il rafforzamento del ruolo di Europol è la previsione di unità nazionali di contatto di Europol. Tale articolo era già presente nel precedente testo istitutivo di Europol, e alcune unità nazionali erano già costituite in seno alle polizie nazionali, tra cui l’unità nazionale italiana con sede a Roma. La novità presente in questo caso è da ricercare nell’obbligatorietà della formazione di tali unità che godranno anche di un controllo tramite relazioni annuali da parte dello stessa agenzia Europol.

 

Tale relazione sarà in seguito trasmessa ai Parlamenti nazionali, al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione. Gli Stati membri passano quindi in questo caso specifico da una cooperazione piuttosto volontaria ad una più vincolante, con l’Ue che mostra agli stessi stati membri una chiara volontà di rafforzare la più importante agenzia in materia di sicurezza.

 

Privacy e sicurezza

Altra critica soventemente mossa contro l’agenzia europea, spesso dagli stessi operatori di polizia, riguarda la difficoltà di trasmissione di dati sensibili su individui sospetti. La decisione del Consiglio prevedeva infatti un robusto sistema di protezione dei dati personali per tutelare la privacy dei cittadini europei con forti garanzie per il privato cittadino ma evidenti limitazioni nelle operazioni di indagine.

 

Solo per citare un esempio, il periodo di conservazione dei dati personali all’interno dei database Europol non poteva superare i tre anni, se non rinnovato attraverso una problematica procedura, inficiando quindi notevolmente i dati a disposizione e conseguentemente lo svolgimento di operazioni di lungo periodo.

 

Il nuovo regolamento facilità lo scambio di informazioni, senza ledere i diritti di privacy, prevedendo un forte controllo da parte di designati ufficiali di protezione dei dati nazionali, in supporto al lavoro del responsabile della protezione dei dati Europol e del Garante europeo della protezione di dati. Il bilanciamento tra sicurezza e privacy si prevede quindi risolvibile attraverso un controllo bidirezionale verso gli indiziati ma anche verso gli stessi controllori.

 

Infine, quarto e ultimo punto di rilevante cambiamento, sarà la possibilità per gli ufficiali di Europol di ricevere dati da fonti private; una maggiore collaborazione con grandi aziende, come Microsoft, Apple o Facebook , sarà di certo aiuto per lo svolgimento di indagini in ambito cibernetico e nella lotta al terrorismo, anche attraverso operazioni che partiranno da investigazioni via web. Un solido regolamento per un’agenzia che finora ha espresso solo in parte le sue enormi potenzialità in essere. Cristian Barbieri, AffInt 11

 

 

 

 

Logica italica

 

La realtà, quella che conta, mostra una situazione ancora tutta da focalizzare e la politica italiana non aiuta. L’Esecutivo resta una realtà relativa. Non ci sono segnali che possano, concretamente, farci sperare tempi migliori. Le questioni nazionali, oggi complicate da un quadro internazionale da brivido, ci sono sempre tutte. Se ne discute, ma nessuno è stato ancora in grado di frenare gli effetti negativi.

 

A nostro avviso, manca un programma per garantire una ripresa che non sia solo temporanea o settoriale. Scrivere che, comunque, anche il poco è meglio del niente stona in uno Stato Stellato. Chi potrebbe modificare l’orientamento ancora ci sfugge. Lo abbiamo cercato, con diligente attenzione, ma non lo abbiamo individuato.

 

La politica nazionale è una catena che coinvolge tutti e non esclude nessuno. Ancora una volta, dobbiamo far conto sulle percentuali politiche che, per loro natura, non indicano la cura, né le cause della recessione. Da noi, purtroppo, ci sono ancora tanti “tasselli” da sistemare e soddisfare le esigenze di una nazione non è facile. L’attuale maggioranza non ha la forza per sostenere le grandi riforme. Indispensabili per, poi, far “marciare” le piccole. Sotto questo profilo, ogni altro tentativo sarebbe vano o, comunque, non in grado di ridare fiducia a un’economia che non è riuscita a decollare. Di lavoro per tutti, in Italia, non ce n’è mai stato. Ora scarseggia anche quello che ritenevamo “sicuro”.

 

 I provvedimenti agevolativi sull’occupazione sono stati varati; ma gli effetti restano a lenta crescita. Mentre le necessità continuano a essere immediate. In alcuni casi, irrinunciabili. Una volta tanto, sarebbe opportuno essere più logici. Le apparenze non smuovono l’opinione pubblica e le necessità, piccole o grandi, non possono essere accantonate. Adesso c’è da puntare sul 2018 che dovrebbe essere l’anno delle innovazioni a tutto campo. Dalle colonne di questo quotidiano internazionale, pur consci dei nostri limiti, proveremo a commentare i fatti d’Italia. Quando, e se, ci saranno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, la procura di Trapani: «Indagini su appartenenti ong»

 

Lo ha detto il procuratore facente funzioni, Ambrogio Cartosio, sentito in audizione alla commissione Difesa del Senato - di Chiara Marasca

 

Non è più solo, il procuratore capo di Catania, a sostenere la possibile esistenza di contatti tra scafisti di migranti e persone appartenenti alle ong. A dare in qualche modo sostegno alle sue affermazioni, che hanno sollevato un vespaio di polemiche, arrivano oggi le parole di un altro magistrato siciliano, il procuratore facente funzioni di Trapani, Ambrogio Cartosio. In audizione alla commissione Difesa del Senato Cartosio ha detto che «la procura di Trapani ha in corso indagini sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che coinvolgono non le ong come tali, ma persone fisiche appartenenti alle ong». Il magistrato ha anche spiegato che, secondo quanto accertato dalla sua Procura, «le ong hanno fatto qualche intervento di salvataggio in mare anche senza informare la nostra Guardia costiera». «Allo stato delle nostre acquisizioni», ha detto Cartosio, «registriamo casi in cui soggetti a bordo delle navi delle ong sono al corrente del luogo e del momento in cui si troveranno imbarcazioni di migranti: evidentemente ne sono al corrente da prima e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento». «Allo stato delle nostre indagini escludo che ci siano elementi per poter dire che i finanziamenti ricevuti dalle ong possano essere di origine illecita ed escludo anche che gli interventi di soccorso delle organizzazioni abbiano finalità diverse da quello umanitarie», ha poi specificato, Ambrogio Cartosio.

Zuccaro aveva detto: «Non tutti filantropi nelle ong»

Nelle scorse settimane le parole del procuratore capo di Catania Zuccaro hanno aperto un vero e proprio caso. Da un lato si sono schierati le ong e quanti hanno scelto di difenderne valore sociale e reputazione, all’altra la rabbia social e molti politici di centrodestra che hanno invece gridato allo scandalo di fronte alla possibilità di contatti tra alcune organizzazioni non governative e i trafficanti di esseri umani. Zuccaro, che in un’intervista aveva parlato di questa possibilità, oggetto di attenzione da parte della sua Procura, affermando però di non avere al riguardo prove utilizzabili in sede processuale, sentito in commissione Difesa al Senato,ha poi confermato la sua opinione secondo la quale non tutti nelle organizzazioni non governative «hanno profili che collimano con quelli dei filantropi». In quella sede Zuccaro ha fatto appello alla politica perché possano essere incrementati gli «strumenti per poter meglio lavorare e riprendere quell’azione investigativa che in passato ha dato qualche successo». A cominciare dalla possibilità di intercettare tutte le comunicazioni, telefoniche e telematiche, delle navi che si trovano nella zona di ricerca e soccorso, comprese quelle delle ong.

Il procuratore capo di Siracusa Paolo Giordano, invece, anche lui sentito in commissione difesa, aveva spiegato che, al suo ufficio inquirente, «non risulta nulla per quanto riguarda presunti collegamenti obliqui o inquinanti tra ong o parti di esse con i trafficanti di migranti. Nessun elemento investigativo». CdS 10

 

 

 

Renzi vince, il PD ha un problema

 

Sebbene irrise dagli adoratori del “Pericle elettronico”, le primarie del PD hanno mostrato di rappresentare ancora un fenomeno significativo di partecipazione popolare alla vita politica. Tanto più rilevante in un contesto di disimpegno e di abbandono che si rivela nel clima di preventiva sfiducia che circonda quel che avviene nei dintorni delle istituzioni e tra quanti alle loro funzioni si applicano.

Se sia uno sprazzo di salute nel corso di una grave infermità oppure il segno di un possibile miglioramento si vedrà. Ma intanto il sintomo va registrato come una manifestazione inaspettata di vitalità civica.

Testa o croce al gazebo

Andare ai gazebo, stavolta, non era facile. Dopotutto il PD, oltre la sconfitta nel referendum costituzionale, aveva subito (o non contrastato?) la secessione di una parte storicamente importante di se stesso.

Al leader uscente, che indossava la veste di candidato al rientro al vertice, si rimproverava, tra l’altro, di non aver saputo mantenere unito il partito che gli era stato affidato.

Il giudizio sul triennio renziano alla guida del governo, inoltre, si era, per così dire, arricchito di valenze negative: in aggiunta ai difetti lamentati sui provvedimenti per la scuola e il lavoro avevano fatto irruzione sulla scena argomenti dal sentore sulfureo. Tali erano i sospetti coinvolgimenti di familiari o sodali del leader in questioni di appalto per nulla commendevoli. E si sa che queste cose lasciano una traccia anche quando le smentite sono tempestive e persuasive.

So di amici che, nel dubbio, hanno evitato le zone-gazebo; e di altri che hanno lanciato la monetina: “testa” vado, “croce” non vado.

Ma proprio le difficoltà che hanno circondato la prova fanno da sfondo ad un risultato numerico, l’affluenza, che certifica l’esistenza di una forza politica dotata ancora, al netto delle perdite, di rilevanti potenzialità.

L’investitura replicata

Anche il risultato politico – la netta vittoria di Matteo Renzi e la scontata sconfitta dei suoi… sparring partners Orlando e Emiliano – è molto chiaro.

Mostra che il grosso del partito e dell’elettorato di riferimento intende scommettere ancora su una guida che non entusiasma e probabilmente neppure convince, ma ha il pregio di presentarsi con un orgoglio di parte che espone un riserva di capacità di decisione. E ciò mentre i fatti (inclusa la cancellazione delle note riforme) descrivono una situazione di stallo se non di immobilismo.

Va anche notato che, al contrario di Orlando che punta alla… separazione delle carriere, Renzi non ha fatto mistero di gradire il mantenimento del doppio incarico (segretario del PD e candidato a capo del governo) e quindi di riproporsi, già da ora, come successore di Gentiloni alle prossime elezioni. Chi lo ha votato per il vertice PD ne ha sicuramente tenuto conto.

Del resto, già nelle ultime settimane il leader era intervenuto con energia su questioni importanti dell’agenda governativa, come la crisi Alitalia, le manovre finanziarie, le nomine ed altro, facendo sentire il peso vigile di una presenza che non si è mai decentrata rispetto all’area del potere.

Legge elettorale e alleanze

Le valutazioni positive sul metodo e sul risultato, nei termini descritti, non autorizzano tuttavia a ritenere che i problemi della vita pubblica italiana siano stati semplificati, non dico risolti, dall’esito della prova. I problemi rimangono e – necessario rilievo – lo stesso Renzi ne è parte.

Rimane il nodo della legge elettorale, tenuto in quarantena fino al punto da spingere il capo dello stato a sollecitare una misura risolutiva. E rimane, per stretta connessione, la questione delle alleanze. Per il PD essa si prospetta nell’alternativa tra due opzioni: o un centrosinistra largo, con il gruppo di Pisapia, che però pare collegato con gli scissionisti, o una prestazione “in solitaria” che mette in conto, dopo il voto, anche un’alleanza con il centrodestra, quantomeno nella sua sezione “moderata” di stampo berlusconiano.

Qui le intenzioni del leader riconfermato andranno presto chiarite, anche se egli cercherà di tenere le carte coperte il più a lungo possibile.

La sua propensione personale parrebbe quella di puntare, ancora e malgrado tutto, su un’affermazione del PD tale da ottenere la maggioranza nei due rami del parlamento.

La suggestione grillina

È la dottrina dello sfondamento su tutto il fronte che fin dall’inizio ha caratterizzato le scelte di Renzi. Essa trova un riscontro d’interesse nella suggestione grillina di un abbassamento (dal 40 al 35%) della soglia per accedere al premio di maggioranza. Ma le incognite sono tante.

Non è detto, peraltro, che una simile modifica del terreno di confronto favorirebbe una corsa a due (PD e M5S). In un paese in cui le destre sono tante non è detto che il miraggio del premio non riesca ad unificare quel campo.

Insomma: si può vincere, ma si può anche arrivare al terzo posto…

Centrosinistra largo o nuovo “Nazareno”

L’altra ipotesi in campo è quella delle alleanze. Ma quali e, soprattutto, quando? Tutta l’area a sinistra del PD preme perché il meccanismo delle alleanze venga riconosciuto dalla legge in gestazione e si traduca nella costituzione preventiva delle coalizioni.

Il centrosinistra “largo” di cui si parla potrebbe realizzarsi solo con una scelta di questo genere, ma ciò costringerebbe ad una trattativa, o comunque ad un dialogo, con i soggetti ultimamente usciti dal PD, eventualità che Renzi rifiuta con forza.

Meglio puntare allora su alleanze post-voto secondo i metodi della prima repubblica? Nessuno scandalo al riguardo. Ma solo la curiosità di conoscere a quale punto cardinale si volgerebbe la fronte. Ancora verso il resto del centrosinistra o verso l’area berlusconiana (con il Cavaliere riabilitato o meno) che sempre di più si rivela orfana del “patto del Nazareno”?

Se si guarda bene, le opzioni che si propongono e in funzione delle quali andrebbero calibrate le norme elettorali, sono state già tutte sperimentate nelle diverse stagioni dell’esperienza politica italiana.

Così anche gli innovatori più radicali sono costretti a mettere i piedi in scarpe già usate e, a volte, logorate. Pare ci sia anche una versione politica della legge chimica di Lavoisier per cui “nulla si crea e nulla si distrugge”.

Attivare la variante umana

In realtà, nell’esperienza politica pesa moltissimo quella che si potrebbe chiamare la variante umana, cioè il riflesso del carattere delle persone che concorrono a determinare le decisioni.

Il tasso di innovazione che si può introdurre nei processi politici è direttamente proporzionale alla loro capacità di cambiare atteggiamento e quindi di combinare in modo nuovo gli ingredienti necessari. Ciò accade sia per la pressione di fattori esterni, come le emergenze economiche e sociali, sia anche di interiori mutazioni soggettive.

Un esempio (che non è di scuola) potrebbe essere quello del leader politico portato di suo a comandare e in ciò confermato dall’assenso degli adepti, il quale, per maturazione razionale o per la forza dei fatti, si persuade della necessità di tener conto anche del parere degli altri.

La direzione unitaria

In certi casi anche i dirigenti più egocentrici hanno saputo far ricorso alla formula della “direzione unitaria” come garanzia del consenso sulle decisioni adottate e anche come antidoto alla sequenza di… rottamazioni successive.

Renzi sa che il suo modus operandi è il problema maggiore della sua leadership; e sa anche che una buona parte di coloro che lo hanno votato sarebbero lieti se riuscisse a coniugare la sua abituale grinta con il tranquillo… sorriso di Gentiloni. Non è questione di apparenza, ma di sostanza.

Qui un ruolo importante possono svolgerlo quei comprimari che hanno contribuito in modo determinante alla seconda lievitazione di Renzi al vertice del PD. Hanno infatti gli argomenti e la capacità di persuasione per spingerlo a inaugurare uno “stil nuovo”, non necessariamente “dolce”, nell’esercizio delle funzioni di governo e nella gestione dei rapporti umani.

La notte dello scrutinio in tanti nel PD hanno detto che si dovrà lavorare “tutti insieme” e Renzi stesso ha parlato di una fase nuova che si apre. Parole importanti, che vanno prese sul serio perché indicano un cammino di… conversione ancora tutto da percorrere. Per liberare il PD non dalla figura e dall’energia di Renzi, ma precisamente dal “problema Renzi” come esorbitanza della vocazione personale ed esclusiva a comandare.

Domenico Rosati, Settimana News 1

 

 

 

La polemica sulle Ong. Su migranti e inchieste servirebbe equilibrio

 

Opportuno aspettare la fine delle indagini o quantomeno dati su cui ragionare - di Fiorenza Sarzanini

 

Ormai ogni giorno ministri ed esponenti politici prendono posizione a favore o contro il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Dopo le sue accuse ad alcune Organizzazioni non governative di essere «colluse con i trafficanti di uomini che agiscono in Libia» e addirittura la sua ipotesi di un «disegno per destabilizzare l’economia italiana», il dibattito ha avuto un’impennata tra chi difende le associazioni e chi invece è convinto si tratti di veri e propri «taxi del mare».

La sortita del pubblico ministero è apparsa subito impropria, soprattutto perché è stato lo stesso Zuccaro - a indagini in corso - a sottolineare di non avere prove ma di aver deciso di uscire allo scoperto perché «io so» che ci sono «contatti opachi». Del suo operato e della sua scelta di parlare pubblicamente dell’inchiesta che coordina si occuperà il Consiglio superiore della magistratura. Ancora più improprio è però che sulle sue parole si scateni la battaglia politica, che ora divide anche il governo.

Lo spettacolo offerto ieri dal titolare degli Esteri Angelino Alfano e da quello della Giustizia Andrea Orlando è apparso prima surreale e poi grave, visto che si tratta di esponenti delle istituzioni che dovrebbero muoversi con responsabilità ed equilibrio. E invece hanno finito per beccarsi usando parole che avevano come riferimento i rispettivi elettori, anziché la realtà dei fatti.

Il tema dei migranti è delicato e come tale va affrontato. Oltre all’indagine penale sono in corso accertamenti da parte delle commissioni parlamentari. Approfondimenti necessari visto che in gioco c’è la vita delle persone e le organizzazioni non governative hanno avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale per salvarne tante. Lo stesso Zuccaro, nelle sue pur improvvide esternazioni, ha messo in guardia dalle generalizzazioni.

Sarebbe dunque opportuno che parlamentari e ministri mostrassero maggiore prudenza, aspettando la fine delle inchieste o quanto meno di avere dati più precisi su cui ragionare. Resistendo alla tentazione di strumentalizzare la vicenda a fini politici e di propaganda, che nulla hanno a che vedere con un dibattito serio su un’emergenza che il governo dovrebbe gestire con la massima accortezza.

CdS 30

 

 

 

Nuovi modi di integrazione sociale e culturale

 

Comunicato stampa alla conclusione della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali – Anne Kurian

 

Sotto il tema “Verso una società partecipativa: nuove strade per l’integrazione sociale e culturale” si è svolta in Vaticano dal 28 aprile al 2 maggio 2017 l’Assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Dopo la conclusione dei lavori, i partecipanti hanno pubblicato un comunicato stampa, nel quale hanno espresso la loro preoccupazione “per il diffondersi della frammentazione sociale da un lato e della concomitante incapacità dei sistemi politici di governare la società” in un contesto di “forte disintegrazione sociale”.

Preoccupa in particolare “la crescente disuguaglianza sociale fra ristrette élites e la massa della popolazione”, specialmente in Europa e America, dove la classe media si è “notevolmente indebolita”, così si legge nel testo.

Per una migliore società partecipativa, così sottolinea il comunicato stampa, i membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali auspicano una cooperazione tra “un sistema politico che si renda sensibile alla voce di chi non è rappresentato, una economia civilizzata e forme associative di società civile basate su reti di reciprocità”.

Riprendiamo di seguito il testo completo del comunicato stampa.

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La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha svolto la sua sessione Plenaria nei giorni 28 aprile – 2 maggio 2017 sul tema “Verso una società partecipativa: nuove strade per l’integrazione sociale e culturale”. Papa Francesco ha inviato uno speciale messaggio, datato 24 aprile e pubblicato sull’Osservatore Romano il giorno 29 aprile, che ha fatto da sfondo e da linea-guida dei lavori.

I partecipanti alla Plenaria hanno affrontato il tema della società partecipativa definendo innanzitutto i concetti di partecipazione, lotta all’esclusione e integrazione sociale e culturale, per poi prendere in considerazione i fenomeni empirici, le loro cause e le possibili soluzioni. Si tratta di concetti e di processi multidimensionali non identici fra loro e tuttavia connessi in vari modi.

La partecipazione può essere istituzionale o spontanea. La esclusione può essere attiva (voluta, come nel caso delle discriminazioni in base alla etnia o alla religione) o passiva (dovuta a cause non intenzionali, come una forte crisi economica). In entrambi i casi essa è il frutto di processi che sono stati analizzati nei loro meccanismi generativi, dato che l’integrazione sociale e culturale è il frutto della modificazione di questi meccanismi, che sono economici, sociali, culturali e politici. Lo scopo di includere le persone e le comunità nella società non può essere perseguito con misure forzate o in maniera standardizzata (per esempio con sistemi scolastici che non tengono conto delle differenze culturali e delle culture locali). Una reale partecipazione sociale è possibile solo a condizione che vi sia libertà religiosa.

I lavori hanno messo in luce la preoccupazione per il diffondersi della frammentazione sociale da un lato e della concomitante incapacità dei sistemi politici di governare la società. Questi due fenomeni si vanno diffondendo in tanti Paesi e creano situazioni di forte disintegrazione sociale, in cui diventa sempre più difficile realizzare forme di partecipazione sociale ispirate a principi di giustizia, solidarietà e fraternità.

Le cause di queste tendenze disgregative che operano contro una società più partecipativa sono state individuate nella crisi della rappresentanza politica, nelle crescenti disuguaglianze sociali, negli squilibri demografici a livello planetario, le crescenti migrazioni e il numero elevato di rifugiati, il ruolo ambivalente delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nei conflitti religiosi e culturali.

Certamente il fattore più significativo che opera contro la partecipazione sociale è la crescente disuguaglianza sociale fra ristrette élites e la massa della popolazione. Le statistiche sulla distribuzione della ricchezza e delle opportunità di vita indicano degli enormi divari fra paesi e paesi e interni ai vari paesi. Preoccupa in particolare il fatto che in Europa e America la classe media si sia notevolmente indebolita, diversamente da altri paesi come l’India e la Cina dove la classe media si è rafforzata. Si deve infatti considerare che, laddove la classe media subisce dei tracolli, la democrazia partecipativa è messa in pericolo.

Nonostante tutto ciò, è possibile operare per una migliore ‘società partecipativa’ qualora si riesca ad instaurare una vera cooperazione sussidiaria fra un sistema politico che si renda sensibile alla voce di chi non è rappresentato, una economia civilizzata e forme associative di società civile basate su reti di reciprocità. Occorre rendere circolari le forme di partecipazione top-down a bottom-up, valorizzando le realtà intermedie basate sul principio di collegialità.

In sostanza, una società partecipativa è quella che afferma e promuove i diritti umani, nella consapevolezza che la legislazione sui diritti umani non può realizzare alcun progetto utopico di trasformazione sociale, ma solo creare le condizioni positive entro cui le persone e i gruppi possono agire in modo etico, cioè avere le opportunità per dedicarsi al bene reciproco l’uno dell’altro nella comunità, e sviluppare nuove iniziative sociali generative di maggiore inclusione sociale. Zenit 2

 

 

 

Diritto alla salute o mercato della salute?

                                                                                                                      

Che cose’ è la salute del corpo e della psiche? Un bene materiale da vendere e comprare sul libero mercato, sempre più concentrato in poche mani, spesso rapacissime, oppure un bene disponibile a tutti, ricchi e poveri? La salute sì, questa ci rende tutti uguali, più o meno ricchi abitanti dei paesi evoluti e poveracci meno fortunati.

 Chiediamoci qui, la povertà diffusa è veramente colpa del povero, un buono a niente, inetto, privo di voglia di lavorare, pigro e incapace di crescere, o non è responsabilità e conseguenza delle politiche iper liberiste mirate solo ed esclusivamente al profitto di pochi,  dei tagli della spesa pubblica, dei tagli delle tasse ai più abbienti, dei licenziamenti di massa,  delle truffe e ruberie più o meno palesi, delle diffuse evasioni/elusioni fiscali, della concentrazione della ricchezza  in un gruppo ristrettissimo di privilegiati?  Ed anche, in particolare, in pieno e trionfante (non del tutto) trumpismo, la povertà non è anche conseguenza della terrificante corsa agli armamenti che toglie risorse alle politiche sociali? 

Come già una volta in passato, una risposta accettabile a queste domande viene da un discendente della dinastia Kennedy, Joe Kennedy III. Ricordo che il suo antenato John Fitzgerald Kennedy fu il primo presidente americano di religione cattolica, il che a suo tempo fu questione di pesanti e prolungate discussioni, poiché la maggioranza protestante americana vedeva male un presidente cattolico, in qualche modo legato al detestato papa di Roma.

Ed ecco la risposta del giovane Joe Kennedy III alla proposta di legge sulla salute del partito repubblicano, destinata a sostituire l’odiatissima Obamacare, fondata sull’idea che la salute sia un bene da comprare e vendere sul libero mercato. Riporto in parafrasi le sue parole: “A tutti può un giorno capitare di aver bisogno di aiuto, per una diagnosi inattesa, un incidente fortuito, una perdita insopportabile. La comune umanità ispira la nostra misericordia, rinforza la compassione, ci spinge a badare a malati, anziani e poveri, ai più vulnerabili. La proposta repubblicana fa l’opposto, è molto più di tagli alle tasse, è un fredda e calcolata visione del mondo che colpevolizza la sofferenza, è un progetto crudele. Dobbiamo respingere quel progetto, decidere, invece, di prenderci cura l’uno dell’altro, poiché tutti, un giorno, avremo bisogno di un po’ di pietà…Il carattere della nazione non è mai stato definito dal potere che diamo a chi è già forte, ma della forza che diamo ai deboli…”

Ricordo che la nostra democrazia, figlia e delle correnti di pensiero del secolo scorso e del fiume di sangue versato per ottenerla, obbliga noi tutti a fare delle scelte di fondo, quando siamo chiamati alla urne. Dunque, orgogliosa della mia cultura europea di origine classica e cristiana, scelgo il diritto alla salute, per tutti.

Emanuela Medoro, de.it.press 10

 

 

 

 

1968

 

Le stagioni, per fortuna, non sono influenzabili nel loro avvicendamento.  La primavera del lontano 1968, che ci apprestiamo a richiamare alla mente, è stata particolare e, per molti, “mitica”. Sono passati quarantanove anni da quella “fatale” stagione; pur tuttavia essa ha rappresentato un termine di raffronto ideologico e sociale per un’intera Generazione. Quella dei “nonni” d’oggi. Dalle analisi delle sensazioni d’allora, proveremo a offrire un quadro del tramonto degli anni’60.  Noi c’eravamo; con la gioventù e la voglia d’essere parte dell’ultima “rivoluzione” culturale italiana. Dopo anni di silenzio e di dubbi, per i giovani d’allora si presentò il momento di tempi nuovi. Di una contestazione costruttiva.

 

 Ci si allontanò dal conformismo e dal rispetto fatto di vuoto. Non mancò chi deplorò lo scandalo. Ma scandalosi erano i tempi destinati a tramontare. La voglia di condivisione sconfisse gli egoismi ed anche i “ben pensanti” fecero in fretta ad adeguarsi. Sono passati quarantanove anni da allora. L’Italia è profondamente cambiata. Del 1968 s’è perso, forse, anche il ricordo. Noi lo riportiamo perché la Generazione attuale discende, volente o meno, da quella “sessantottina”. I giovani d’allora sono i “nonni” di quella del 2000. Professionisti, pensionati, operai; eppure, sembrano non aver serbato nulla della stagione alla quale avevano dato”vita” politico/sociale che il tempo, inesorabile, ha ridimensionato.

 

 Che lezione hanno conservato del frenetico biennio finito, quasi repentinamente, nella primavera del 1970? L’oblio ha sgominato i ricordi. Come, sempre, accade. I giovani d’allora sono maturati e invecchiati. Siamo convinti, però, che non abbiano rinnegato totalmente ciò che sono stati. Magari con distacco, ma anche con una vena di nostalgia e non solo per la gioventù passata. Ai figli hanno avuto poche possibilità d’illustrare il loro passato.  Per i nipoti, quei momenti ci sono stati. In alcuni casi, magari per passare il tempo, i figli dei figli chiedono della loro gioventù. Allora, i nonni raccontano, cedendo a un dialogo meno ermetico, la realtà di com’erano.

 

Tutto considerato, non sappiamo se la Società del 2017 sia, davvero, “migliore” di quella del 1968. In ogni caso, la nostra rivoluzione giovanile ha fatto la sua parte. Perché la Generazione d’oggi porta il “seme” di quelle che l’hanno preceduta. Tenendo anche conto che chi “rinnega” il passato rischia d’ipotecare il futuro e vanificare il presente. Un principio che sarebbe meglio non dimenticare mai.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Ong indignate per i dubbi sul loro operato

 

L’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale “AOI”, il Coordinamento italiano delle ONG internazionali “CINI”, “LINK 2007 Cooperazione in rete”, in rappresentanza delle Ong e Osc impegnate in cooperazione internazionale, aiuto umanitario e accoglienza di rifugiati e migranti, esprimono indignazione e condanna in merito alle gravi dichiarazioni e accuse di alcuni parlamentari e personaggi politici nei confronti delle Ong umanitarie che con navi private soccorrono in mare i naufraghi provenienti dalle coste libiche,  vittime dei trafficanti.

In particolare ci riferiamo alle dichiarazioni dell’on. Luigi di Maio, del M5S, Vice Presidente della Camera. Sue le parole: “le organizzazioni non governative sono accusate di un fatto gravissimo, sia dai rapporti Frontex che dalla magistratura, di essere in combutta con i trafficanti di uomini, con gli scafisti, e addirittura, in un caso e in un rapporto, di aver trasportato criminali“. Egli definisce ‘ipocrita’ chi intende difenderle, dimostrando il grado di superficialità, ignoranza della realtà e strumentalizzazione che sta diffondendosi anche ai più alti livelli istituzionali.

Esprimiamo pubblicamente e con forza il nostro pieno sostegno alle Ong impegnate nei soccorsi in mare, che da qualche mese stanno subendo attacchi gravissimi e non giustificati per il solo fatto di salvare vite umane. Il presunto “ruolo oscuro” che viene genericamente loro addebitato dimostra la volontà di denigrare il mondo dell’umanitarismo, che per definizione agisce secondo i principi di umanità, imparzialità, non discriminazione, indipendenza.

L’aumento drammatico delle morti in mare e le migliaia di salvataggi a seguito dei naufragi dei barconi dei trafficanti – dovuti anche alla mancanza di canali regolari di ingresso in Europa – sono da alcuni ormai considerati una normalità e si rischia l’assuefazione a queste tragedie evitabili e alle sofferenze che esse comportano.

Ma c’è chi, nella società, nella politica e nei media non accetta questo tipo di “normalità” e non tollera il rumore sguaiato e grossolano di chi, senza avere alcuna visione, strategia politica e capacità propositiva, si rifiuta di guardare la realtà e di affrontarla salvaguardando i valori di umanità e solidarietà, che sono alla base della nostra convivenza. A loro facciamo appello, a livello governativo, politico, sociale, mediatico, perché si uniscano a noi nel reagire a questa deriva che colpevolizza ingiustamente e strumentalizza le Ong, invece di interrogarsi sulle responsabilità delle politiche europee in relazione alle morti in mare.

E’ di fronte al ritiro delle istituzioni, a politiche migratorie fallimentari e alle scelte prevalentemente securitarie e di corto respiro dell’Unione Europea e degli Stati membri, che alcune Ong italiane ed europee si sono sentite in dovere di avviare nel Mediterraneo centrale attività di ricerca e soccorso di bambini, donne e uomini in balia delle onde e in grave pericolo di vita.  Dando così fastidio a chi, pur di limitare gli arrivi, è disposto a chiudere gli occhi di fronte all’enorme tragedia umanitaria che, in definitiva, rappresenta il declino della nostra civiltà e dei suoi valori.

L’operato delle Ong, coordinato con i centri istituzionali operativi, non è purtroppo sufficiente per affrontare la tragedia del traffico di vite umane nel Mediterraneo occidentale, ma certamente ha contribuito e contribuisce in modo significativo a far sì che il numero di persone inermi in fuga da violenza, guerra e povertà non sia spaventosamente più ampio.

Nonostante le “notizie” di reati che vengono fatte circolare, finora nessuna Ong risulta essere stata accusata dalla magistratura. Qualora la magistratura stessa dovesse rilevare elementi a suo parere tali da procedere contro alcune, la nostra ferma richiesta è che venga fatta chiarezza al più presto. Ma con la medesima enfasi oggi chiediamo che cessi immediatamente ogni forma di generica denigrazione e diffamazione a mezzo stampa per pura strumentalizzazione politica. Le audizioni parlamentari in corso presso la Commissione Difesa del Senato stanno contribuendo a verificare l’operato delle singole Ong, chiarire eventuali equivoci ed escludere compromissioni delle organizzazioni umanitarie nei traffici di vite umane. Certamente l’Agenzia europea Frontex non ha mai definito ‘taxi del mare’ le imbarcazioni delle  Ong, come  invece l’on. Di Maio ha scritto e detto in questi giorni.

Ricordiamo che anche l’operazione militare italiana di salvataggio “Mare Nostrum” è stata accusata nel settembre 2014 da Frontex di produrre un effetto di pull factor, inducendo indirettamente i trafficanti a portare sui gommoni un numero maggiore di persone nella certezza della loro ‘salvezza’ da parte delle navi militari italiane vicine alle acque libiche. Ma con la chiusura di “Mare Nostrum”, nel novembre dello stesso anno, le partenze sono continuate e perfino aumentate, contraddicendo oggettivamente la valutazione di Frontex. E’ la vicinanza dell’Europa il vero pull factor e le istituzioni politiche europee e italiane dovrebbero ben saperlo.

Le Ong impegnate nel soccorso in mare hanno più volte ribadito che non vi è, né potrebbe esserci, alcun interesse economico lucrativo nelle loro attività, rendendosi inoltre disponibili a qualsiasi controllo istituzionale in merito. Sono in mare per sopperire alla decisione di Frontex di “vigilare, non salvare” e operano in stretto raccordo con la nostra Guardia Costiera e le Capitanerie di porto, come confermato dal comando di Eunavfor Med.

Le loro attività di salvataggio sono realizzate con fondi privati, con il sostegno di fondazioni e attraverso libere donazioni di cittadini, senza finanziamenti pubblici. I vertici della Guardia di Finanza, ascoltati dalla Commissione Difesa del Senato, hanno poi negato l’esistenza all’oggi di prove di collegamenti fra Ong e organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti, come invece si continua subdolamente ad affermare.

Nel nostro ruolo di rappresentanti di importanti reti di ONG e Organizzazioni della Società Civile, nel condannare la superficialità e la gravità delle citate affermazioni denigratorie delle attività umanitarie di ricerca e salvataggio delle Ong – oggi anche a livello di alte responsabilità istituzionali –  ribadiamo l’esigenza che esse siano valutate dal Parlamento italiano: per la gratuità delle accuse che contengono e per la conseguente distorta informazione mediatica. Quest’ultima rischia di minare la fiducia dei cittadini e dei nostri stessi sostenitori in merito all’onestà, la trasparenza, l’efficacia degli interventi umanitari e di cooperazione internazionale, allontanando l’opinione pubblica dal ‘farsi protagonista’ della solidarietà attiva e della cooperazione per lo sviluppo dei paesi più poveri, vero argine alle migrazioni della disperazione.

Silvia Stilli, Portavoce AOI; Antonio Raimondi, Portavoce CINI; Paolo Dieci, Presidente Link 2007  (de.it.press 30.4.)

 

 

 

 

Un appello. Con il diritto di voto fermare la Guerra e le stragi, il razzismo e lo schiavismo

 

Come e' scritto nell'"appello all'Italia civile: una persona, un voto" promosso da padre Alessandro Zanotelli e dalla partigiana e senatrice emerita Lidia Menapace e sottoscritto da moltissime autorevoli personalita' dell'impegno culturale, morale e civile, "vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.

Il fondamento della democrazia e' il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non puo' continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui".

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Due considerazioni vorremmo aggiungere, di semplice buon senso.

La prima: quando finalmente in Italia avranno il diritto di voto tutte le persone che in Italia vivono, sara' assai piu' difficile per i razzisti trovare consenso; e sara' assai piu' difficile per gli schiavisti trovare vittime costrette a subire ogni vessazione perche' effettualmente private di ogni diritto. E' con il diritto di voto che sconfiggeremo nel nostro paese razzismo e schiavismo.

La seconda: quando finalmente in Italia avranno il diritto di voto tutte le persone che in Italia vivono, e quindi tra esse anche quelle qui giunte in fuga dalla guerra e dalla fame, sara' assai piu' difficile che le politiche di guerra e di sfruttamento che stragi e devastazioni producono - le politiche oggi dominanti - trovino il consenso di cui godono oggi da parte di un'opinione pubblica e di un elettorato indifferenti per ipnosi o cinismo; e sara' assai piu' difficile ai governanti continuare nelle attuali assurde e turpi politiche che violano i diritti umani fondamentali ed impongono - infamia delle infamie - campi di concentramento, deportazioni ed altre vessazioni da regime di apartheid. E' con il diritto di voto che sconfiggeremo nel nostro paese le scellerate politiche di guerra e di violazione dei diritti umani fondamentali.

E' con il diritto di voto di tutte le persone che in Italia vivono che otterremo finalmente il rispetto e la piena applicazione della Costituzione repubblicana; e' con il diritto di voto di tutte le persone che in Italia vivono che otterremo finalmente l'inveramento della legalita' che salva le vite e rispetta e protegge la dignita' e i diritti di ogni persona; e' con il diritto di voto di tutte le persone che in Italia vivono che otterremo finalmente la pienezza della democrazia, il cui fondamento e' appunto il principio: "una persona, un voto".

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Facciamo appello a tutte le persone di volonta' buona affinche' levino la loro voce e premano nonviolentemente sul Parlamento attualmente impegnato nell'elaborazione della nuova legge elettorale al fine di ottenere che cessi un'assurda ed ignobile discriminazione e sia finalmente riconosciuto il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese.

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Preghiamo chiunque legga questo appello di farlo circolare ulteriormente e di scrivere ai Presidenti della Camera e del Senato affinche' coscientizzino tutti i parlamentari su questa ragionevole ed irrefutabile proposta di civilta': "sia finalmente riconosciuto il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese. Una persona, un voto".

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Per scrivere ai presidenti del Parlamento:

- on. Laura Boldrini, Presidente della Camera: laura.boldrini@camera.it

- on. Pietro Grasso, Presidente del Senato: pietro.grasso@senato.it

Per conferma dell'adesione a questo appello: centropacevt@gmail.com

 Il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

 

 

 

 

 

Mario Giro: “Cooperazione internazionale, occasione di lavoro per i giovani”

 

Trento - «Trento è un'eccellenza nella cooperazione internazionale. Con la Provincia, che ha una sua tradizione nel settore, stiamo lavorando a un progetto per l'Uganda. Riguardo ai giovani, a loro illustrerò tutte le opportunità nelle organizzazioni internazionali: opportunità vere, di carriera, non solo volontaristiche. Possono costruirsi un futuro all'estero». Mario Giro, viceministro agli affari esteri, anticipa il tema del suo intervento al dipartimento di Sociologia, oggi pomeriggio. «Lavorare nella cooperazione internazionale» è il titolo del seminario che inizia alle 14.15, con i saluti di Paolo Collini, rettore, e di Sara Ferrari, assessora provinciale.

Il titolare della delega alla cooperazione internazionale nel governo Gentiloni parlerà alle 14.35. Successivamente verrà dato spazio anche alle testimonianze sul campo e al dialogo fra il viceministro, gli studenti e gli operatori del settore. Modera Enrico Franco, direttore del Corriere del Trentino.

Quali opportunità si presentano al ministero e nelle organizzazioni internazionali?

«La nuova cooperazione internazionale è sicuramente una possibilità valida per i giovani. Mostrerò le slide con tutte le opzioni per le carriere e le strategie di entrata efficaci. L'elenco comprende campi di lavoro all'estero, servizio civile internazionale, servizio volontario europeo. E poi le selezioni nell'Unione europea, il JpoJunior professional officer, esperienza formativa di due anni nelle organizzazioni del sistema Onu, e ancora il concorso diplomatico al ministero degli esteri, i tirocini nelle rappresentanze diplomatiche italiane all'estero, il concorso per i funzionari junior dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, le figure degli addetti alla promozione culturale presso ambasciate e istituti italiani di cultura. Insomma, le opportunità non mancano».

Non solo stage quindi, ma strade che vale la pena provare?

«Sì, il messaggio è che si può andare all'estero non solo per infilarsi in un pub inglese. Si possono anche costruire carriere, scommetterci la vita. I giovani trentini e italiani possono aprirsi al mondo non soltanto in iniziative volontaristiche, ma per qualcosa di serio, formativo e professionale».

A Trento viene anche per conoscere l'esperienza nella solidarietà con i Paesi in via di sviluppo?

«In realtà, con questo territorio siamo costantemente in contatto. Abbiamo diverse cose in ballo con la Provincia. Faremo delle visite assieme all'assessora Sara Ferrari. Tra le iniziative c'è un progetto per l'Uganda».

L'esempio locale è positivo?

«Trento è un'eccellenza nella cooperazione allo sviluppo italiana. La Provincia ha una sua tradizione nel campo. Anche le organizzazioni non governative sono performanti». Stefano Voltolini, Corriere del Trentino, 10 maggio

 

 

 

 

Immobili in Italia, il livellario

 

Per molti emigrati italiani nel mettersi in regola con il fisco locale - autodenunciando (anche attraverso la Uim) il possesso di beni immobili in Italia - vi è stata la sorpresa (e che sorpresa!) di scoprire che la loro proprietà immobiliare in Italia, o una parte della stessa (per lo più relativa a terreni), non gli appartiene. Infatti scorrrendo i dati della Visura catastale che hanno richiesto, per poterla allegare all’autodenuncia, hanno scoperto che nel riquadro relativo all’intestazione degli immobili, sotto la voce “Diritti e oneri reali”, risulta registrato, per esempio, una Congregazione religiosa o l’Amministrazione comunale e di fianco al loro nome la dicitura “livellario” e non la percetuale di possesso. Si può facilmente immaginare la sorpresa dei diretti interessati nel constatare la mancanza di un loro diritto di proprietà su un immobile o terreno che da generazioni veniva considerato proprietà della famiglia! Confesso anche la nostra sorpresa quando ne siamo venuti a conoscenza. Infatti il termine “livellario” era del tutto sconosciuto (come noto, l’ignoranza non ha limiti!) e, al massimo, ci faceva ricordare la famosa “Livella” scritta dal grande Totò e, naturalmente, un attrezzo che, in genere, si usa nell’edilizia.

Abbiamo cercato, ovviamente, di saperne di più in merito ed ecco cosa è risultato dalla nostra ricerca. A tale proposito scrive su “CIVISpro” l’avvocato Alberto Daidone che ““Le visure catastali effettuate su terreni di antica proprietà spesso riservano delle sorprese. In alcuni casi, ancora oggi, dei terreni di cui si è certi di essere proprietari, in realtà risultano essere disponibili a titolo di livello per concessione di uno o più soggetti concedenti. Cosa è il livello? Il titolare del diritto di livello, detto livellario, può vendere il bene concesso? Il livello è un contratto agrario di origine medioevale per il quale si concedeva un lotto di terra ad un contadino (detto livellario) in cambio di un fitto. Di esso ormai non è rimasta alcuna traccia nel nostro codice civile, nel quale è invece disciplinato il diritto di enfiteusi (diritto reale), che richiama in molte sue caratteristiche il livello. Il diritto che sorge dal contratto di livello era, in genere, alienabile e, quindi, anche trasmissibile mortis causa. In altri casi per livello, invece, si intendeva una sorta di vendita soggetta ad un termine di lunga durata o perpetua, in cambio di un corrispettivo, detto livello. Da tale assunto è, dunque, chiaro che non tutti i livelli siano uguali e ogni situazione giuridica merita un particolare studio ed una specifica analisi nell’interesse di ogni soggetto specifico del rapporto. Dei casi, apparentemente più semplici, vedono risultare quale concedente del terreno un Comune. In casi come questo, spesso, il Comune interessato non sa nemmeno di godere di tale diritto; questo poiché tale dizione è stata anche utilizzata in tempi remoti per indicare la Collettività di un centro urbano. In tali casi, alcuni comuni affrancano il livellario anche gratuitamente, rilasciando una mera dichiarazione scritta dall’organo competente e da depositare presso l’Agenzia del Territorio più vicina in sede di voltura. L’ipotesi più negativa è che la dizione livellario su una visura in realtà celi un cosi detto “uso civico” (..). In molti altri casi, invece, concedente risulta un ente religioso o un ospedale o casa di cura. La Chiesa, nei secoli passati, ha fatto largo uso del livello soprattutto per valorizzare i possedimenti accumulati. In questi casi può essere davvero difficile rintracciare l’ente-responsabile legale poiché quasi sempre gli antichi enti religiosi non risultano più esistenti o si sono fusi o trasformati in altri enti. Il livellario può liberarsi del peso del concedente, e, dunque, divenire proprietario del bene, ponendo in essere un atto di affrancazione come se fosse esattamente un enfiteuta. In alternativa, qualora intervengano insuperabili difficoltà nel rintracciare l’ente concedente, ci si può rivolgersi al Giudice competente perché questo pronunci l’acquisto del diritto di proprietà del bene da parte dello stesso livellario se usucapibile (ovvero acquistato per usucapione). Infine, in ulteriori più rari casi è perfino sufficiente una dichiarazione unilaterale del livellario””.

Morale della favola, quanti fossero incorsi in questa sorpresa è consigliabile che, nella prima occasione in cui soggiorneranno in Italia, si attivino per chiarire la questione rivolgendosi all’Ufficio tecnico del proprio comune oppure all’Agenzia del Territorio competente. Mentre coloro che sono proprietari di beni immobili ereditati ed appartenenti alla famiglia da diverse generazioni non sarebbe male che, per evitare spiacevoli sorprese, verificassero la Visura catastale delle loro proprietà. Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa

 

 

 

 

Deputati Pd estero: Grazie presidente Mattarella per il suo discorso sugli italiani nel mondo

 

ROMA - “Non c'è una sola storia d'Italia ma, accanto a quella del territorio nazionale, si è sviluppata una storia degli italiani, tante storie degli italiani, quante erano le comunità italiane trapiantate all'estero. La storia dell'emigrazione italiana è, prima ancora dell'Unità d'Italia, la storia unitaria del nostro popolo”. Queste parole, rivolte dal presidente Mattarella alla comunità italiana in Argentina, hanno una valenza che va oltre le circostanze e i confini territoriali e riguardano sia gli italiani che vivono nei confini che quelli che vivono in altre parti del mondo”. E’ quanto affermano in una nota i deputato del Pd eletti all’estero: Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi.

“Noi ne siamo stati sempre convinti - proseguono i ei deputati del Pd -, ma il fatto che siano state pronunciate dalla più alta carica dello Stato dà a queste affermazioni un significato che impegna le classi dirigenti del Paese non meno dei connazionali che hanno deciso di realizzare lontano dall’Italia i loro progetti di vita e di lavoro. Questo comporta che finalmente quando si parla di italiani è il caso di fare riferimento a un’identità plurima, che tenga conto anche delle esperienze e dei valori maturati in emigrazione. Significa, ancora, che la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo non deve essere solo una trasmissione unidirezionale della tradizione italiana ma deve poter recuperare tutte le articolazioni che si sono determinate nei rapporti, favoriti soprattutto dagli italiani all’estero, con le altre lingue e le altre culture e innestarsi in un quadro multilinguistico e multiculturale.

Non si tratta di un rituale riconoscimento di circostanza per gli italiani all’estero, ma di un invito al nostro Paese a liberarsi delle scorie del provincialismo e ad assumere una visione globale della sua presenza e della sua iniziativa internazionale, ponendosi al livello delle sfide presenti. Una delle più importanti è certamente quella delle migrazioni. Mattarella su di esse ha affermato che “i temi della solidarietà e della dignità della persona, si scontrano - prima ancora che con preoccupazioni legate alla sicurezza - con intolleranza, discriminazioni e diffusa incapacità di riuscire a comprendere ciò che è in atto, ciò che sta accadendo nel mondo”. E’ in gioco, insomma, la capacità di saper leggere il mondo e ciò che in esso accade, e noi siamo d’accordo con lui.

Per quanto ci riguarda, abbiamo inteso il nostro impegno politico e parlamentare in questo senso. Per questo abbiamo chiesto e ottenuto che il decreto sulla Buona Scuola all’estero tenesse conto della ricchezza e della varietà delle esperienze formative maturate nei diversi contesti geopolitici e nelle diverse realtà culturali, chiediamo da anni che la storia delle migrazioni, soprattutto dell’emigrazione italiana, sia insegnata nelle scuole in modo interdisciplinare, chiediamo ancora che come in Argentina esiste per legge il “dia del inmigrante italiano”, in Italia vi sia una legge che sancisca la giornata nazionale degli italiani nel mondo”. 

“Vogliamo rivolgere al presidente Mattarella - concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - un grazie sentito e riconoscente per quanto ha detto sull’emigrazione e sugli italiani nel mondo e, ancora di più, per la guida ferma e serena che sta esercitando in un momento non facile della nostra vita nazionale”. (Inform 10)

 

 

 

 

Essere propositivi

 

I milioni di Connazionali che vivono all’estero stanno fornendo prova di maggiori segni d’interesse al loro “status” in Patria. Da quanto abbiamo potuto intendere, desiderano ragionare con la loro testa ed essere più partecipi alle decisioni che li potrebbero coinvolgere anche fuori  dal Bel Paese.

 La questione della rappresentatività è quella che maggiormente ha evidenziato l’attenzione. La Legge 27.12.2001 n. 459, quella del voto politico per corrispondenza per i Candidati nella Circoscrizione Estera, è stata partorita da un Parlamento che aveva limitata coscienza nel variegato ambito migratorio.

 

A oltre quindici anni da questa normativa, gli “Onorevoli” eletti dall’estero non hanno fatto molto per aggiornare una legge che stimiamo d’altri tempi. Per far comprendere che si può cambiare, le iniziative, però, hanno da svilupparsi fuori d’Italia. Il nostro compito resta, quindi, quello d’evidenziare le segnalazioni dei Connazionali che vivono all’estero. Non ci sembra il caso d’aggiungere commenti personali. Servirebbero a poco.

 

 Chi vive oltre frontiera è nelle condizioni di decidere, autonomamente, del suo futuro nella Penisola d’origine. Proprio su queste basi, che riteniamo fondamentali, intendiamo monitorare lo status degli italiani nel mondo. Certe soluzioni, che implicano modifiche,  anche amministrativa nel territorio della Repubblica, non dovrebbero essere prese senza una più approfondita considerazione da parte dei Connazionali fuori dei confini nazionali.

 

Del resto, l’Italia delle “riforme” inizia a pesare pure nei confronti di chi non vive stabilmente nella Penisola. Ora l’Italia non ha bisogno di nuovi sacrifici proiettati in un’ottica che ben poco andrebbe a migliorare la realtà nazionale. Gli italiani nel mondo hanno da essere stimati in una posizione più internazionale dei problemi che li coinvolgono.

 

 Se si dovesse continuare a non dare l’importanza che merita la nostra Comunità all’estero, si potrebbe verificare quell’effetto “boomerang” che i politici hanno, da sempre, temuto. Le nuove tattiche, a nostro avviso, dovrebbero essere progettate anche col contributo di chi vive fuori d’Italia. Essere più “partecipi” significa evidenziare una rappresentatività ancora troppo limitata. Un segnale che abbiamo capito e del quale facciamo tesoro. Giorgio Brignola, Coordinatore O.E.I.M.

 

 

 

 

Inaccettabile legge sulla legittima difesa

 

Assurdo permettere di reagire a furti e aggressioni solo di notte. Equivale a concedere di rubare o assalire di giorno. Ora passa al Senato

 

Il 5 maggio scorso 225 Deputati hanno approvato il testo legislativo che consente, se necessario, di difendere, con un’arma, la propria famiglia, la casa ed i soldi. Norma che, a detta del Presidente della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, non riconosce la “licenza di uccidere”, in quanto “ci sarà sempre una valutazione del giudice”. La nuova normativa ha suscitato polemiche e scontri tra gli esponenti di Sinistra Italiana che la ritengono troppo permissiva, una specie di “Far West dove chiunque si potrà armare e sparare senza freni”, e quelli del Centrodestra che la contestano perché  “non viene garantito il diritto di difendersi neppure in casa propria”.

  Per entrare in vigore, la legge dovrà essere approvata anche dal Senato, quindi per ora continua ad avere valore quella precedente che prevedeva la non punizione di chi ha sparato ed ucciso se, come sancito dall’art. 52 del Codice Penale, vi è “costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”, quindi non provocata dal turbamento psichico causato dal ladro con minacce alla vita, all'integrità fisica o sessuale. Valutazione, quest’ultima, fatta dai Giudici, purtroppo non sempre in grado di valutare a fondo la situazione, in quanto, non essendo psicologi, possono non essere in grado di giudicare in modo adeguato.

  Nel testo approvato dall'Aula di Montecitorio, in parte alquanto confuso, sono elencati gli episodi ai quali si applica il concetto di non punibilità, in quanto naturale “reazione all'introduzione in casa, in negozio o in ufficio, con violenza alle persone o alle cose, ovvero con minaccia o con inganno”. Nonché si afferma che lo Stato si addosserà le spese processuali, compreso il compenso per gli avvocati, di chi avrebbe ucciso o ferito l’eventuale ladro, qualora gli sarà riconosciuta la legittima difesa come reazione ad un'aggressione. Purché non avvenga di giorno.

  Secondo il testo legislativo approvato dai Parlamentari, essa deve essere commessa “in tempo di notte”. Altrimenti non è ammessa. Differenza, questa, che ha ovviamente provocato dissensi notevoli nella Lega e nel Centrodestra in quanto, secondo l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto, sembra “più che una legittima difesa, la tutela del sonno. Una legge che distingue il ladro che vien di notte da quello che vien di giorno è ridicola”. Contestazione fatta anche dal leghista Matteo Salvini.

  Il che fa pensare che la nuova legge sarà notevolmente modificata in Senato dove Matteo Renzi intende invitare “i Senatori a correggerla nella parte in cui risulta meno chiara e logica”. Soprattutto quell’illogicità che, a detta di alcuni esponenti del centrosinistra, però non esiste in quanto essa non riconosce “alcuna licenza di sparare, nessuna giustizia fai da te”, dato che, come affermato dalla Presidente della Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, “spetterà sempre al Giudice stabilire se la reazione è proporzionale all’offesa”. Il che non spiega il motivo per il quale l’eventuale legittima difesa possa essere svolta solo di notte.

  C’è, comunque, da sperare che le sentenze siano equanimi e giuste. Cosa che, purtroppo, non sempre succede, come ho già avuto occasione di rilevare in precedenti articoli. Perché spesso mossi da antipatie politiche nei confronti dell’imputato, per insufficienza d’informazioni in materia, o per cattiva difesa da parte dell’avvocato in carica. Ma anche perché non sempre è facile e possibile valutare se la reazione di chi rischia di essere derubato e, magari, anche ucciso sia veramente proporzionale al tentativo di furto e alle eventuali minacce.

  Difficoltà effettive che hanno spinto Massimiliano Fedriga, Segretario della Lega-Nord del Friuli-Venezia Giulia, a ritenere insufficiente e discutibile la legge proposta dal Pd. E Raffaele Fitto, leader del partito Direzione Italia, a definirla “un guscio vuoto”. Giudizi negativi a volte dettati solo da contrasti ideo-logici, ma anche da un esame attento e logico di quanto approvato. Anche perché, in effetti, non risolve gli innumerevoli problemi derivanti dalla diffusa delinquenza, tra l’altro in continuo aumento.

  Forse l’unica cosa veramente positiva è che lo Stato rimborserà le spese legali a coloro che, a fine del processo, saranno prosciolti se i Giudici riconoscono che l’eventuale uccisione è stata effettuata per legittima difesa. Un risarcimento dovuto e sacrosanto. Ma che non elimina l’ansia ed il timore dell’imputato durante la procedura processuale. Che, si sa, dura anni.

Egidio Todeschini, de.it.press

   

 

 

Grillo ha sempre ragione

 

Per poter dare più autorevolmente dei servi ai giornalisti che non la pensano come lui, Grillo ha spesso usato il Rapporto di «Reporter senza frontiere» sulla libertà di stampa che colloca l'Italia nelle posizioni di bassa classifica. Quest'anno le cose vanno un po' meglio. Ma se non vanno ancora bene, dicono gli estensori della ricerca, è anche per colpa delle liste di proscrizione che Grillo è solito pubblicare sul proprio blog con i nomi dei cronisti sgraditi. Insomma, chi di Rapporto colpisce, di Rapporto perisce. Ma ecco l'ennesima giravolta del grand'uomo. Trovandosi per una volta lui dentro la lista dei cattivi, prende cappello e ne attacca gli autori, fino a ieri portati a modello, accusandoli di essere passati al soldo dei giornali.

La scena del direttore di un quotidiano che telefona ai templari di «Reporter senza frontiere» per convincerli a parlare male di Grillo (rischiando di essere sbattuto all'istante sulla copertina del Rapporto) è esilarante e rivela la visione grillo-centrica dell'esistenza. Come le elezioni sul web, che valgono solo quando le vince chi vuole lui, i documenti che svergognano l'Italia vanno bene finché gli fanno comodo. Appena lo intralciano, si trasformano in robaccia. Il problema è che Grillo continua a fare finta di non capire chi è diventato. Non è più un comico, bensì un politico, cioè un uomo di potere. E gli osservatori neutrali, gente all'antica, si ostinano a considerare pericolosi per la democrazia non i giornalisti che attaccano gli uomini di potere, ma gli uomini di potere che attaccano i giornalisti. Massimo Gramellini CdS 27

 

 

 

 

Deputati Pd estero: Primarie, importante prova di democrazia che fa bene all’Italia

 

ROMA - Con le Primarie del Partito Democratico, maggiore partito italiano e perno del governo del Paese, l’Italia ha vissuto una giornata di democrazia vera e intensa. Dentro e fuori dei confini nazionali. 

La partecipazione di due milioni di persone, inferiore a quelle precedenti ma inaspettata nel clima che si è determinato all’indomani del referendum costituzionale, costituisce una risposta inequivocabile a chi aveva parlato di parabola discendente del Partito Democratico e rappresenta una nuova e forte legittimazione per Matteo Renzi, che da oggi è per tutti il segretario riconosciuto del PD, sia di quanti lo hanno sostenuto sia di quanti hanno fatto altre scelte. Gli auguri di buon lavoro che gli facciamo sono per noi anche un impegno di convinta e leale collaborazione, a livello politico e parlamentare, a beneficio di tutto il partito e dell’intera comunità italiana, in Italia e nel mondo. L’ampia partecipazione è, nello stesso tempo, una chiara risposta a quanti hanno deciso di rompere l’unità del partito e di uscirne evitando il confronto delle idee e dei programmi, negandosi all’unica verifica possibile, quella della democrazia. 

All’estero, più di 10.000 persone hanno partecipato al voto recandosi di persona ai seggi, in condizioni logistiche certamente più difficili e impegnative rispetto a quelle predisposte in Italia. Per questo, vogliamo sinceramente ringraziare tutti coloro che con il loro lavoro e il loro tempo hanno consentito questa importante prova di partecipazione e di democrazia. I risultati più bilanciati ottenuti dai diversi candidati dimostrano, tra l’altro, che gli elettori hanno votato con libertà e spirito di leale confronto. Anche in questo modo si rafforzano i legami con l’Italia e si sostanzia la cittadinanza. E, soprattutto, si dice una parola chiara sulla qualità della partecipazione dei cittadini italiani all’estero alla vita democratica del Paese, che ad ogni tornata elettorale continua ad essere oggetto di strumentali e inqualificabili attacchi. 

Il ritorno di Matteo Renzi alla guida del partito che è il fondamentale sostegno al Governo Gentiloni e alla maggioranza che ne è alla base, è un messaggio positivo non solo per i simpatizzanti del PD, ma per tutti gli italiani all’estero. Con Renzi al governo, infatti, verso il nostro mondo si è voltata pagina, come dimostrano i provvedimenti delle ultime leggi di bilancio, i decreti sulla Buona Scuola e sull’editoria, la creazione del Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, il forte sostegno alle politiche di internazionalizzazione. Si tratta ora di procedere sulla strada tracciata, in vista di una prova impegnativa, come saranno le prossime elezioni politiche. Questa esperienza ci dice che ci sono le condizioni per affrontarle con determinazione e fiducia.

I deputati PD-Estero Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta, Tacconi (dip 2)

 

 

 

 

Camera dei Deputati. “Il servizio pubblico quale strumento di diplomazia culturale per l’Italia nel mondo”

 

Siddi (Cda Rai): “Il tema di Rai Italia dovrà avere un sua centralità nel piano editoriale della Rai, altrimenti non avrà il mio voto”

 

ROMA – Si è svolto a Roma, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, l’incontro, promosso dai deputati Fitzgerald Nissoli Fucsia (Des – Cd) e Federico Fauttilli (Des – Cd),  sul tema “Il servizio pubblico quale strumento di diplomazia culturale per l’Italia nel mondo”. Il dibattito è stato moderato da Francesco Tufarelli che ha ricordato come questo incontro sia stato organizzato anche grazie al lavoro del  un network  di associazioni “Euro politica”.

“Credo che la diplomazia culturale italiana – ha esordito Fucsia Nissoli - abbia un ruolo fondamentale sullo scenario internazionale tuttavia, per meglio rispondere alle esigenze poste dalla concretezza della storia, dobbiamo avere la forza di rimodulare tale azione diplomatica in maniera sinergica per valorizzare meglio in termini di reti il nostro sistema Paese. Quindi risulta davvero importante fare sinergia fra le comunità italiane all’estero, gli Istituti Italiani di cultura, le scuole italiane all’estero e ovviamente il servizio radiotelevisivo. Oggi la competitività di un Paese – ha proseguito la deputata eletta nella ripartizione America Settentrionale e Centrale - dipende dalla sua capacità di agire in un ottica di sistema, cioè di gestire in modo efficace e coordinato i rapporti fra le proprie componenti interne e quelle deputate a rappresentalo all’estero. In questo il servizio pubblico,  radiotelevisivo ha un ruolo determinante. Dobbiamo dunque trovare il modo di renderlo sempre più efficiente, rispondendo a quell’ottica di sistema alla quale non possiamo sfuggire  se vogliamo essere in grado di raccogliere le sfide del mondo attuale.

Comunicare nel mondo l’Italia, con il suo stile di vita,  è quindi possibile anche grazie ad un sistema pubblico radio televisivo che riesca a coinvolgere sia le comunità italiane all’estero, sia gli stranieri che sono interessati al nostro Paese ed alla nostra bella lingua”.

Per la Nissoli appare  necessario attivare “una vera e propria diplomazia della diaspora che, nonostante la presenza degli organismi di rappresentanza e la circoscrizione Estero, alcune volte stenta a raggiungere i risultati sperati. Occorre poi potenziare – ha proseguito la deputata ricordando la presentazione di una sua proposta di legge su questa materia - l’informazione di ritorno e bisogna anche promuovere le realtà regionali all’estero.. Tuttavia per implementare una strategia di protezione culturale dell’Italia nel mondo è necessaria una politica estera continuativa, adeguata alla statura economica e culturale del nostro Paese . In questo – ha concluso la Nissoli - non può mancare una diplomazia della comunicazione in grado di diffondere nel mondo l’immagine del bel Paese e di integrarsi con le altre azioni poste in essere dal nostro Governo per promuovere il nostro sistema Paese”.

Ha poi preso la parola il direttore di Rai Italia Piero Corsini che ha sottolineato come negli ultimi anni questa rete abbia lavorato “per cercare di intercettare quel cambiamento che c’è stato nel sentirsi italiani nel mondo. Un tempo – ha aggiunto Corsini - c’era lo stereotipo della valigia di cartone, oggi le nuove generazioni hanno l’orgoglio di essere italiani pur non parlando italiano perché spesso sono nati in altri territori. C’è motivo di orgoglio perché il cognome italiano porta con se un qualcosa in più che viene universalmente riconosciuto”. “Il perimetro della nostra azione – ha poi spiegato Corsini - viene delineato con chiarezza dalla Convenzione fra la Presidenza del Consiglio e la Rai per Rai Italia. Si tratta di un canale generalista che offre informazione, spettacolo, cinema,  sport e una produzione originale che ha due binari primari: il racconto delle comunità e la promozione del sistema Italia. Noi cerchiamo di raccontare nostre collettività all’estero in tutte le loro facce, sia attraverso un opera di servizio per i nostri connazionali nel mondo, penso alle rubriche sui servizi notarli , l’Inps e le pensioni, sia con una serie di rubriche sulla lingua italiana realizzate con la collaborazione della Dante Alighieri. Ma soprattutto proponiamo storie che noi raccogliamo e filmiamo in tutto il mondo e che cercano di rappresentare tutte le facce della presenza dei nostri connazionali all’estero”. Dopo aver ricordato il positivo risultato della collocazione su Rai Tre di puntate che propongono al pubblico in Italia le storie dei connazionali all’estero -  in pratica la realizzazione della tanto attesa informazione di ritorno-  Corsini ha evidenziato come Rai Italia stia lavorando anche per la promozione del sistema Paese, attraverso l’arte, la lingua e il territorio, ricordando agli italiani che vivono all’estero, ma che spesso tornano in Italia per le vacanze, le bellezze nascoste del nostro Paese. Corsini ha anche segnalato la scarsità delle risorse a disposizione di Rai Italia, rispetto ad analoghe strutture all’estero.

“Nel passato – ha ricordato la segretaria generale della Comunità radiotelevisiva italofona Loredana Cornero – la Rai ha unificato la lingua italiana ed ha insegnato l’italiano all’estero a tantissimi nostri connazionali. E’riuscita a trasmettere la lingua e programmi che venivamo visti insieme per la prima volta da milioni di persone. Con la lingua è stata diffusa la cultura e il nostro modo di vivere”. La Cornero, dopo aver sottolineato che l’Italia con la sua lingua e cultura può rappresentare un ponte fra il sud dell’Europa e il nord del Mediterraneo, ha segnalato come Comunità radiotelevisiva italofona, che oggi comprende emittenti di molte nazioni che vanno ad aggiungersi a quelle dei cinque paesi fondatori (Italia , Svizzera, Vaticano, San Marino e Slovenia)  ,  promuova la lingua italiana realizzando incontri,  seminari e progetti comuni. “Non dimentichiamo – ha concluso la Cornero - quale grandezza possa essere per noi accogliere l’italofonia, accogliere punti di vista differenti degli amici svizzeri o italiani per crescere nella nostra lingua e cultura”. 

Dal canto suo il deputato Federico Fauttilli, della Commissione di vigilanza parlamentare sui servizi radiotelevisivi, ha rilevato l’esigenza  di rimettere la tematica della comunicazione al centro della politica europea e italiana e di fare di più per dare risposta alla crescente richiesta di lingua e cultura italiana nel mondo.  “ Su questo punto –ha spiegato Fauttilli - c’è sinergia fra i soggetti istituzionali operanti all’estero, ma bisogna essere più precisi su cosa la Rai deve fare per quanto riguarda questa problematica. Da pochi giorni la Commissione di vigilanza ha espresso il proprio parare sul decreto inerente il contratto di concessione del Governo alla Rai dove sono definite le linee di azione che nei prossimi anni questo servizio pubblico dovrà attuare. Ma ad oggi purtroppo non abbiamo potuto esaminare e quindi valutare il piano industriale che la Rai avrebbe dovuto proporci. Sarebbe opportuno che in questo piano industriale le tematiche che stiamo affrontando oggi vengano tenute in conto. Quanto oggi abbiamo individuato e richiesto in termini di nuova strategia e di presenza culturale dell’Italia all’estero – ha precisato il deputato - va ritrovato in modo chiaro e ben definito, in termini di risorse e di spazio, nella programmazione nazionale della Rai, perché tutto questo è richiesto dai cittadini e dalle comunità italiane all’estero. Ad esempio la così detta informazione di ritorno,  che è il tema più rilevante della proposta di legge della deputata Nissoli,  a tutt’oggi non ha avuto un’adeguata attuazione”.

E’ poi intervenuto il presidente del Comitato della Camera per gli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese Fabio Porta che ha rilevato l’importanza del servizio pubblico radiotelevisivo per l’informazione dei nostri connazionali nel mondo anche in relazione al voto all’estero e quindi alla loro partecipazione alle consultazioni elettorali. “Senza l’informazione di ritorno, a cui fa riferimento il progetto di legge della deputata Nissoli, - ha continuato Porta - noi non potremmo mai valorizzare le realtà italiane e italiche nel mondo. Fra qualche giorno – ha aggiunto il deputato del Pd eletto nella ripartizione America Meridionale - l’Università di Padova darà una laurea honoris causa a un imprenditore originario del Veneto che vive nel Rio Grande do Sul e che acquista, soltanto per la sua italicità, 120 milioni di euro, ogni cinque anni, di prodotti e attrezzature in Italia. Un esempio concreto che , insieme a tanti altri, potrebbero essere conosciuti nel nostro Paese se rai Italia fosse vista in Europa e in Italia”.

Ha infine preso la parola il Consigliere di Amministrazione della Rai Francesco Angelo Siddi che ha spiegato come la Rai si trovi in una delicata fase di cambiamento a cavallo fra la convenzione appena approvata e il contratto di servizio che deve arrivare. Da Siddi è stato rilevato come Rai Italia, nonostante gli ottimi risultati conseguiti, sia però ancora oggi vista all’interno dell’azienda come qualcosa di particolare. “Rai Italia – ha affermato Siddi - deve essere considerata nel sistema integrato della Rai con piena dignità. E’ una battaglia che però da soli non si riesce a vincere, per questo dobbiamo aprire al coinvolgimento del Parlamento e lavorare per la sensibilizzazione Rai nel suo complesso. C’è però un problema. Se infatti la convenzione Rai, che è stata appena approvata, non sarà seguita da un contratto di servizio molto chiaro su questo punto , vi è il rischio che si possano ridurre le risorse  per Rai Italia. Questo perché dalla nuova convenzione sembrerebbe che tutte le risorse debbano provenire dal canone. Ora il finanziamento di Rai Italia, quel poco che c’è, è extra canone. Quindi bisogna trovare la modalità per cui o si obbliga la Rai a riorganizzarsi facendo economie altrove,  ed è lì la sfida del piano industriale, oppure ci deve essere un finanziamento extra di supporto, ma con degli obblighi che vadano oltre a quanto pur di buono viene fatto adesso. Ad esempio il discorso delle sinergie con gli altri canali Rai deve diventare nel piano editoriale un elemento centrale e non un episodio lasciato alla buona intesa fra direttori di Rai Italia e altre reti Rai, perché altrimenti l’informazione di ritorno non sarà sistematica , ma una vicenda fatta di episodi positivi… Questo tema di Rai Italia – ha concluso Siddi – dovrà avere una sua centralità nel piano editoriale della Rai, altrimenti non avrà il mio voto”. (G.M./Inform 3)  

 

 

 

Le norme

 

In una Penisola dove i sacrifici sono diventati norma, i favori parlamentari, che ancora ci sono, dovrebbero cessare. Per una questione di coerenza ben oltre le manifestazioni populiste tanto in voga anche in questa Terza Repubblica. Il futuro Potere Legislativo dovrà affrontare, con un’ottica assai diversa, i problemi del Bel Paese. Ne va della nostra sopravvivenza e dell’attendibilità di Nazione in ambito UE e nel mondo. E’ proprio sui “Parlamentari” di domani che intendiamo porre la nostra attenzione e proporre, conseguentemente, alcune riflessioni.

 

Dato che sull’immunità parlamentare la “blindatura” rimane, si applichi alla lettera il primo comma, art. 68 della nostra Costituzione. Quello che recita: ” Le opinioni espresse dei Membri del Parlamento nell’esercizio delle loro funzioni non possono essere perseguibili”. Punto e basta. Per tutto il resto, che è parecchio, i Parlamentari sono comuni cittadini della Repubblica. Questo solo per cominciare. Sul piano economico, in una Penisola con mancanze generali, anche i nostri futuri parlamentari, al momento d’accettazione dell’incarico, dovrebbero essere equiparati a funzionari dello Stato. Chi avrà l’onore d'essere eletto a rappresentare il Popolo italiano, lo dovrà fare non solo con saggezza, ma anche in economia.

Il periodo delle “vacche grasse” è finito e non tornerà più. L’economia dovrà, in primo luogo, essere presente proprio là, dove si prendono in esame e si approvano i sacrifici destinati al Popolo italiano.

 

  Sarebbe opportuno non confondere, ancora una volta, le carte in tavola. Chi ritiene d’avere le capacità per un ruolo di Rappresentante del Popolo italiano, è invitato a far sue queste regole. Nel Parlamento, almeno questo è il nostro auspicio, ci potrebbero essere volti nuovi e meno “patteggiamenti” tra le alleanze di partito. Per scriverla franca, i “privilegi”, che sono duri a morire, domani non dovrebbero esserci più.

 

Quindi, a ognuno l’essenziale per svolgere il suo mandato; stabilito da un disciplinare accolto al momento della nomina a parlamentare. La Democrazia non si vende e non si compra. Queste nostre riflessioni dovrebbero servire per frenare altri sacrifici a chi ha già dato. Anche troppo. Ogni altra trasformazione del sistema parlamentare dovrebbe essere condizionata da una reale austerità di chi accetterà di farne parte. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pensionati all’estero. Detrazioni familiari 2017. Nuove regole e scadenze ravvicinate

 

ROMA - Abbiamo più volte informato i nostri connazionali residenti all’estero, lavoratori e pensionati, sul loro diritto di poter richiedere l’applicazione delle detrazioni per carichi di famiglia (da 800 a 1000 - e più - euro per ogni familiare a carico) a condizione che il reddito da loro prodotto nel territorio dello Stato italiano sia pari almeno al 75 per cento del reddito complessivamente prodotto, che non godano di agevolazioni fiscali analoghe nello Stato di residenza e che ovviamente paghino l’Irpef (sulla quale applicare le detrazioni). 

In un recente messaggio l’Inps osserva che fino ad ora è pervenuto dai pensionati residenti all’estero un esiguo numero di domande per le detrazioni per carichi di famiglia. 

Ciò può dipendere forse dal fatto che molti pensionati non sono al corrente di questo importante diritto oppure che per dimenticanza e/o per ignoranza della legge non abbiano ancora presentato la domanda per il 2017, rischiando così di vedersi annullato il diritto alle detrazioni visto che tale domanda va presentata ogni anno. Infatti in base alla normativa fiscale vigente per poter fruire delle detrazioni familiari è necessario, in presenza dei requisiti prescritti, presentare annualmente apposita domanda all’Inps, anche in caso di invarianza del carico familiare rispetto a quello del periodo di imposta precedente. 

Pertanto, ci ricorda l’Inps nel suo messaggio n. 1763 del 27 aprile u.s., tutti i pensionati residenti all’estero, in Paesi che assicurano un adeguato scambio di informazioni, per ottenere per il periodo di imposta 2017 l’applicazione delle detrazioni per carichi di famiglia di cui all’art. 12 del TUIR (Dpr 917/86), sono tenuti a presentare l’apposita domanda all’Istituto tramite il servizio online dedicato, messo a disposizione per i soggetti dotati di PIN, per gli Istituti di patronato – ai quali consigliamo ai nostri connazionali all’estero di rivolgersi – e per le strutture territoriali dell’Inps; domanda ovviamente necessaria all’acquisizione e alla registrazione negli archivi informatici dell’Istituto della richiesta attestazione dei requisiti previsti per il riconoscimento del diritto alle detrazioni. 

L’Inps inoltre comunica che saranno applicate provvisoriamente fino alla rata di giugno 2017 le detrazioni già registrate in archivio per il periodo di imposta 2016, e questo per consentire ai pensionati residenti all’estero “finora distratti o ignari” ma in possesso dei requisiti richiesti, di fruire delle detrazioni per il periodo di imposta 2017 (e anche per contenere gli oneri connessi a ripetuti ricalcoli delle prestazioni a seguito del pervenire delle domande in corso d’anno). 

Tuttavia è bene fare attenzione che per coloro i quali non presenteranno l’apposita domanda all’Istituto entro il 15/05/17 sarà effettuato l’azzeramento delle detrazioni per carichi di famiglia sulle pensioni percepite a partire dalla rata di luglio 2017, con relativo recupero delle detrazioni applicate in via provvisoria sulle mensilità da gennaio a giugno 2017. Nel caso in cui la richiesta del pensionato pervenga in data successiva al termine indicato, le detrazioni saranno attribuite nuovamente sulla prima rata utile. 

Ricordiamo infine che ai fini delle detrazioni per carichi di famiglia s ono considerati familiari fiscalmente a carico i membri della famiglia che nel 2016 hanno posseduto un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli, compresi quelli naturali riconosciuti, gli adottivi, gli affidati e affiliati; altri familiari (genitori, generi, nuore, suoceri, fratelli e sorelle) a condizione che siano conviventi o che ricevano dallo stesso un assegno alimentare non risultante da provvedimenti dell'autorità giudiziaria.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd-Estero

 

 

 

Festa del Piemonte il 20 maggio a Frossasco, presso il Museo regionale dell’Emigrazione

 

Premi a cinque “Piemontesi protagonisti’. Omaggio musicale a  Michele Corino, “il fisarmonicista che accompagnò le star e fece ballare l’America”

 

Frossasco (Torino) –  Festa del Piemonte 2017 sabato 20 maggio a Frossasco, presso il Museo regionale dell’Emigrazione e il Museo del Gusto.

L'Associazione Piemontesi nel Mondo invita a partecipare alla Festa del Piemonte “per attestare riconoscenza e gratitudine ai nostri emigrati di ieri e di oggi, nello spirito più profondo dei valori di fratellanza basati sul lavoro, la cultura, l'esempio, spargendo semi di una nuova epoca di convivenza e di cooperazione”.

La Festa inizierà alle ore 9.  Sarà, sottolinea l’Associazione “una  mattinata densa di contenuti e significati”. Saranno consegnati “cinque premi ‘Piemontesi protagonisti’ a cinque eccellenze in campo medico-scientifico, culturale, enogastronomico, imprenditoriale”: “cinque testimonianze eccellenti, espressioni di grandi professionalità in Piemonte e all’estero, che affondano le radici nella comune piemontesità”.

Seguiranno “due momenti musicali di ricordo ed omaggio a due persone recentemente scomparse, molto legate all’associazionismo piemontese nel mondo”; e saranno consegnati  “attestati di merito a chi opera per rafforzare e propagare i valori della piemontesità”. “Vecchie e nuove conoscenze, vecchie e nuove amicizie, momenti di allegria e momenti di riflessione tra passato, presente e futuro dell'emigrazione piemontese nel mondo”. E a seguire “un ‘gustoso pranzo’ presso il Museo del Gusto di Frossasco. Vi aspettiamo numerosi”, invita l’Associazione Piemontesi nel Mondo.

Il 20 maggio riceveranno il premio  “Piemontesi protagonisti 2017”: Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro; prof. Alberto Bardelli , Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo;

Giacomo Lorenzato, L’Artistica Savigliano srl; Gianluca De Marco, chef in Lituania;  Enrico Zoppi , giovane imprenditore in Irlanda.

Verranno conferiti attestati di merito e  menzioni speciali e sarà  dedicato un ricordo musicale al maestro Michele Corino, “il fisarmonicista che accompagnò le star e fece ballare l’America” deceduto nel gennaio scorso, a 98 anni, a San Francisco (Usa). Corino era originario di Castino (prov. Cuneo). Programma: http://www.piemontesinelmondo.org/pdf/locandina%20%20FESTA%20DEL%20PIEMONTE%202017.pdf   (Inform 5)

 

 

 

 

Elezioni presidenziali in Iran: il pendolo fra conservatori e moderati

 

Il 19 maggio si svolgeranno le elezioni presidenziali nella Repubblica islamica dell’Iran: i risultati saranno fondamentali per il futuro della politica iraniana nel Medio Oriente e nel mondo. Secondo le regole costituzionali, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, un gruppo di sei giuristi nominati dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha valutato diverse candidature e ne ha approvate sei, bocciando tra l’altro figure importanti come l’ex presidente Ahmadinejad.

 

I centri di potere e le alleanze

Le vicende politiche della Repubblica Islamica sono sempre state raccontate come uno scontro tra candidati conservatori e candidati riformisti. Analizzando la situazione più a fondo, è possibile identificare in Iran tre centri di potere: il clero sciita, i tecnocrati e l’apparato di sicurezza, militare e paramilitare. Nessuno di questi gruppi, a partire della fondazione della Repubblica nel 1979, ha mai avuto un potere tale da governare il Paese da solo, ma è sempre stato necessario costruire alleanze.

 

Tali alleanze hanno determinato politiche più conservatrici, quando erano tra religiosi e militari, o più riformiste, quando erano tra religiosi e tecnocrati. Le presidenze fino al 2012 sono state generalmente caratterizzate dall’alleanza tra il clero sciita conservatore e l’apparato di sicurezza militare, eccezion fatta per le presidenze Rafsanjani e Khatami. Nel 2012, l’elezione di Hassan Rohani ha rotto la continuità della predominanza delle forze conservatrici dei due mandati consecutivi del presidente Ahmadinejad, ricostituendo un’alleanza tra il clero sciita moderato e i tecnocrati con il favore dell’Ayatollah Khomeini, che ha definito fallimentare la linea dura del predecessore di Rohani.

 

I candidati e i punti di scontro

I candidati alle elezioni del 19 maggio sono sei, ma solo tre hanno un reale peso all’interno del Paese. Il primo è l’attuale presidente Hassan Rohani, il quale rappresenta i tecnocrati e il clero moderato: nonostante le difficoltà incontrate nel suo primo mandato, resta il favorito per la vittoria. Il secondo è Ebrahim Raisi, il quale ha sempre ricoperto ruoli molto importanti nel sistema giudiziario iraniano fino a diventare dal 2014 al 2016 procuratore generale della Rivoluzione Iraniana. L’ex ministro è il favorito del clero conservatore e di una parte delle forze armate.

 

Il terzo è Mohammad Bagher Ghalibaf, sindaco di Teheran e già ufficiale nelle fila delle Guardie della Rivoluzione Iraniane. l’ex militare è il candidato dell’apparato di sicurezza. Gli altri tre candidati rappresentano piccole fazioni riformiste e conservatrici, vicine ora alla società civile e ora ai militari, che non sembrano però avere possibilità di successo al voto.

 

Le previsioni ci dicono che il vero scontro sarà tra il presidente Rohanie Ebrahim Raisi, data la loro vicinanza all’Ayatollah Ali Khamenei, che resta senza dubbio la figura determinante della vita politica iraniana. Le due parti si confronteranno su molti temi ma i più centrali saranno sicuramente la politica estera e l’accordo sul nucleare fra l’Iran e i 5 + 1 - intesa appena rimessa in discussione dagli Stati Uniti -, l’economia del Paese e appunto i rapporti con gli Usa di Trump.

 

Le ragioni degli uni e degli altri

Il presidente Rohani, per essere rieletto, deve dimostrare che la politica di avvicinamento all’Occidente che è stata portata avanti non ha mandato un messaggio di debolezza del Paese, ma anzi lo ha spinto verso un nuovo ruolo di leadership nel quadrante mediorientale. La difficoltà per Rohani risiede nelle problematiche sollevate dalla completa attuazione dell’accordo sul nucleare.

 

L’Iran ha effettivamente rispettato l’accordo e le sanzioni sono state, in parte, tolte dal presidente Obama e dall’Europa, ma la fragilità dell’accordo, dopo l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha reso le maggiori banche e industrie multinazionali renitenti all’aprire filiali o firmare contratti con la Repubblica Islamica, percependo il rischio di rappresaglie o improvvise nuove sanzioni da parte di Washington.

 

I conservatori attaccano il presidente proprio su questo tema, rimarcando che l’Iran ha cessato ogni forma di sviluppo del programma nucleare militare senza però ricevere allo stesso tempo tutti i benefici che Rohani aveva promesso quando se ne discuteva a Vienna.

 

L’economia iraniana ha comunque tratto giovamento dall’accordo che, nonostante le difficoltà, ha aperto all’Iran una fetta di mercato del petrolio, risorsa di cui è un grande produttore. Inoltre l’intesa ha permesso alle industrie iraniane, e al governo, di sbloccare conti esteri rimasti congelati per decenni e di firmare contratti con partner occidentali, in particolare europei, che stanno spingendo l’occupazione e l’economia.

 

Si discute pure l’atteggiamento nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca. I conservatori, sia Raisi che Ghalibaf, propongono un comportamento più aggressivo verso Trump, che non perde occasione per attaccare il Paese degli Ayatollah e in ogni crisi internazionale sembra mandare un messaggio ostile. Rohani ha sempre risposto in maniera molto decisa, definendo il nuovo presidente un uomo inesperto e senza capacità e autorizzando un test missilistico a febbraio. I falchi di Teheran credono, però, che sia necessario tenere una postura ancora più aggressiva e non escludono la possibilità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, unico accesso al Golfo Persico e punto di snodo del commercio internazionale del greggio.

 

L’elezione del nuovo leader supremo

La posta in gioco in queste elezioni non è solo la gestione della politica, dell’economia e delle relazioni esterne della Repubblica Islamica: si corre con discrezione anche per avere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader supremo. L’Ayatollah Ali Khamenei non gode di buona salute e molti ipotizzano che possa non arrivare alle prossime elezioni presidenziali iraniane.

 

Secondo la costituzione, il presidente è una delle tre figure, con il ministro della Giustizia e il capo del Consiglio dei Guardiani, che assume le funzioni della Guida Suprema dell’Iran alla sua morte. Questo non gli garantisce un potere formale sulla scelta del successore, ma gli dà un’influenza molto importante sull’Assemblea degli Esperti, organo religioso sciita deputato alla scelta del nuovo leader.

 

Le elezioni del 19 maggio dunque non saranno fondamentali solo per capire l’atteggiamento che l’Iran avrà per i prossimi quattro anni nel panorama mediorientale, ma potrebbero anche essere determinanti sulla nuova linea della Guida Suprema, che ha ripercussioni sututta la mezzaluna sciita, da Teheran fino a Beirut passando per Damasco e Baghdad.

 

Emanuele Bobbio è laureato all’Università di Roma la Sapienza in Scienze politiche e Relazioni internazionali, collabora con diversi giornali universitari mentre porta a termine la magistrale in International Relations presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. AffInt 27

 

 

 

 

 Il 40° congresso disegna la nuova Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera

 

Un congresso partecipato quello che si è svolto gli scorsi 6 e 7 maggio a Sciaffusa ed al quale sono intervenuti, fra gli altri, il Sindaco di Sciaffusa Peter Neukomm, la Presidente del Cantone Rosmarie Widmer-Gysel, Isabel Garcia, presidente di Secondas Plus Zurigo e Werner Schärer, diretttore di Pro Senectute Svizzera. D’altronde era nelle attese. Claudio Micheloni, ormai storico Presidente della FCLIS, lasciava l’incarico dopo 20 anni (a lui il congresso, con grande e sincera emozione, ha titolato a vita la tessera nr. 1 del Movimento); i nuovi scenari nazionali e internazionali, la ripresa, anche coatta, di flussi migratori; la necessità di coniugare esigenze, culture, lingue, modalità di comunicazione, aspirazioni diverse in un contesto sociale multiforme, a cui si somma la volontà di consolidare la coesione di un movimento, per sua natura plurimo e plurale, imponevano una reinterpretazione del ruolo di un’associazione, come la FCLIS che, da quasi un secolo, si occupa dei diritti dei migranti e di processi di integrazione.

Ed è ciò che è avvenuto dopo due giorni di dibattito e di confronto, durante i quali è emersa la riaffermazione di un movimento che, orgoglioso di un riconosciuto glorioso passato, rivendica la sua natura apartitica, ma al contempo ne ribadisce quella fisiologicamente politica, consapevole che la sua ragione d’essere è certificata dalla sua capacità di progettare un futuro di cui vuol essere comunque protagonista.

Un obiettivo ambizioso, che si confronta con la realtà, che, con le sue difficoltà, propone quotidianamente nuove sfide: non da ultima quella di saper trasmettere il senso di appartenenza ad un Movimento come le Colonie Libere Italiane in Svizzera che, negli ultimi anni sembrava aver perso lo slancio dei tempi passati, proprio perché “vittima del proprio successo”. Centrati quegli obiettivi che avevano caratterizzato le battaglie degli anni passati – che hanno visto la FCLIS affiancare e talvolta sostituire le istituzioni locali e quelle italiane, sostenendo e attuando iniziative di accoglimento, prima, favorendo, poi, l’integrazione attiva delle comunità immigrate in Svizzera considerate storiche – sembravano affievoliti gli stimoli per continuare l’impegno, con il rischio di un appiattimento sulla conquista di un pur dignitoso e diffuso benessere sociale ed economico.

In altre parole: archiviata, e da tempo, l’epoca in cui gli italiani, al pari dei cani, erano conviventi sgraditi, il rischio è stato quello di bearsi, godendo dei risultati ottenuti.

Complice anche, per un certo periodo, il moltiplicarsi della vivacità del tessuto associativo (vivacità che nel frattempo è di molto scemata) e l’istituzione di organismi di rappresentanza quali il Comites e il CGIE e della stessa Circoscrizione estero, con i 18 parlamentari eletti fuori dai confini nazionali, è sembrato che il ruolo di un Movimento come le Colonie Libere potesse essere superato.

Ci ha pensato la realtà a dimostrare il contrario: gli organismi di rappresentanza, che restano una conquista per le e delle comunità italiane all’estero, hanno evidenziato che le politiche e i servizi per gli italiani all’estero vanno costantemente monitorati e sollecitati; le politiche locali, che riguardano i processi di integrazione dei nuovi arrivati, ma più in generale i diritti politici, sociali e civili, vanno seguite, accompagnate, comprese, spiegate, e infine partecipate; che il mondo del lavoro e la gestione del tempo libero, vanno riconsiderati alla luce del sempre più massiccio utilizzo delle nuove tecnologie; che le modalità e la fruizione della comunicazione obbligano a ripensare l’efficienza e la sicurezza dei veicoli attraverso i quali si trasmette e si realizza, fermo restando che un incontro faccia-faccia o una riunione non potranno mai essere sostituiti dai vari cinguettii, per quanto melodiosi gli stessi si sforzino dei essere.

 

Ne deriva che associazioni come la FCLIS, non hanno esaurito il loro ruolo, devono semplicemente ricalibrarlo alle nuove esigenze che giorno dopo giorno si vanno configurando.

Con il suo 40° Congresso la FCLIS si è avviata con convinzione su questa strada. Lo ha fatto ridisegnando una nuova struttura dirigente che fosse meglio attrezzata per rispondere all’esigenza di essere più aderente ai territori (e quindi ai bisogni che da essi promanano) e al contempo di comunicare un forte senso di coesione e di condivisione di una visione articolata al sentirsi comunità.

La FCLIS si è dotata, pertanto, di una presidenza composta da 4 copresidenti, che sui territori di competenza, riconosciuti e riconoscibili, rappresenteranno il Movimento, e di una presidente nazionale che garantirà che il Movimento parlerà con una voce unica.

I copresidenti eletti sono: Enzo Bove, Simona Cerletti, Margherita Nuzzo, Maurizio Spallaccini.

Alla presidenza nazionale è stata eletta Anna Maria Cimini.

Nomine che rispondono ad un mix di genere, di esperienze e di visioni, e rappresentano un buon viatico per avventurarsi nel futuro forti di una solida consapevolezza di quel che è stato il passato.

Parafrasando, senza pareri irriverenti, verrebbe da dire che la FCLIS di domani sarà una e ...cinquina. Più semplicemente diciamo che La FCLIS “ricomincia da… 5”.  Fcls 9

 

 

 

Istituti Italiani di Cultura: troppo lavoro amministrativo?

 

ROMA – Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, ha presentato al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale un'interrogazione relativa agli Istituti Italiani di Cultura, in cui rileva come “un crescente carico di  attività amministrative di vario genere” rischi di rendere “asfittici” gli IIC “perché soffocati da una serie di incombenze di natura amministrativa, fiscale e interpretativa delle normative locali che ne limitano l’incisività e il dinamismo”.

Essi invece, “soprattutto ora che si punta ad una promozione integrata del Sistema Italia nel mondo, dovrebbero essere i terminali di un’articolata e incisiva proposta culturale del nostro Paese in ambito globale – segnala Fedi, formulando a tal fine specifiche proposte, come “affidare ad un fiscalista italiano locale i compiti fiscali, eliminare il codice identificativo di gara (CIG), innalzare a 1.000 euro per gli IIC la soglia applicativa di “0” euro, fare per il personale corsi di formazione frontali e non a distanza, come ora, incrementare il numero delle assunzioni locali”.

All'interrogazione ha risposto il vice ministro agli Esteri Mario Giro, che ha sottolineato come i vincoli all'azione del Maeci derivino dalle normative in vigore, considerazioni cui Fedi a sua volta replica affermando come “il Governo e lo stesso Parlamento non dovrebbero trascurare l’impegno di rendere più elastiche per gli IIC alcune normative che, se applicate alla lettera, potrebbero diventare paralizzanti, come in molti casi già avviene”. Nella riposta di Giro, l'esponente democratico coglie inoltre “il valore di alcuni spiragli, come quelli che potrebbero aprirsi per lo svolgimento dei corsi di formazione decentrati quanto meno nelle realtà dove i costi potrebbero essere più contenuti e per un’accresciuta dotazione di personale in un prossimo futuro, sia inviato dall’amministrazione centrale che assunto in loco”.

“Insomma – conclude Fedi, - il senso più vero di questa mia iniziativa parlamentare è quello di richiedere che non ci si limiti ad un’applicazione schematica e formalistica delle normative, ma si compia uno sforzo per rendere più agile e più incisiva l’azione di questi importanti organismi”. (Inform 27)

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Über 1.300 Flüchtlinge in diesem Jahr im Mittelmeer ertrunken

 

Dem UN-Flüchtlingshilfswerk zufolge sind seit Jahresbeginn 1.300 Menschen im Mittelmeer ertrunken. Damit überlebt einer von 37 Menschen die gefährliche Überfahrt nach Europa nicht. Vor einem Jahr starb statistisch gesehen jeder 136. Flüchtende.

 

Seit Jahresbeginn sind im Mittelmeer nach UN-Angaben mehr als 1.300 Flüchtlinge ertrunken. Von 37 Menschen, die die gefährliche Überfahrt wagten, sterbe einer, sagte eine Sprecherin des UN-Flüchtlingshilfswerks (UNHCR) am Dienstag in Genf. Vor einem Jahr sei statistisch nur einer von 136 Flüchtlingen ertrunken. Grund dafür sei auch, dass heute doppelt so viele Flüchtlinge auf ein Boot gezwängt würden als im vergangenen Jahr. Auch habe nur noch jedes zweite Boot ein Satellitentelefon dabei. Die Sprecherin lobte ausdrücklich Hilfsorganisationen für ihren Einsatz im Mittelmeer. Ohne sie gäbe es deutlich mehr Tote.

Die Zahl der Toten bei zwei Schiffsunglücken vom Wochenende ist unterdessen gestiegen. In der Nacht zum Freitag kamen dem UNHCR zufolge mindestens 82 Menschen ums Leben, als ein Schiff vor der italienischen Küste sank. 50 Menschen konnten gerettet und nach Sizilien gebracht werden. Bei einem Unglück vor der libyschen Küste seien am Sonntag geschätzt 163 Flüchtlinge ertrunken. Die libysche Küstenwache konnte nur sieben Passagiere retten.

49.000 Flüchtende seit Jahresbeginn

Schleuser gehen nach Einschätzung der Internationalen Organisation für Migration (IOM) immer skrupelloser mit Flüchtlingen um. So hätten gerettete Flüchtlinge berichtet, wie ihnen bewaffnete Männer vor Libyens Küste Außenbordmotoren und Mobiltelefone gestohlen hätten. Das manövrierunfähige Schiff sei später nur zufällig gefunden worden. Einem IOM-Sprecher zufolge deutet dieses Vorgehen daraufhin, dass Schleusern in Libyen ihr Material ausgeht.

Insgesamt sind seit Jahresbeginn 49.310 Menschen über das Mittelmeer geflohen. Vor einem Jahr lag die Zahl im gleichen Zeitraum bei 187.569. Der Unterschied erkläre sich vor allem dadurch, dass kaum noch Flüchtlinge von der Türkei aus nach Europa kämen, erklärte die IOM. Während in Griechenland von Januar bis Mai 2016 mehr als 155.000 Flüchtlinge angekommen seien, seien es im gleichen Zeitraum in diesem Jahr nur 5.555 gewesen. In Italien stieg die Zahl der ankommenden Flüchtlinge in diesem Zeitraum dagegen von mehr als 31.000 (2016) auf 41.000 (2017). Die Zahl der Toten im Mittelmeer lag trotz der höheren Flüchtlingszahlen zwischen Januar und Mai 2016 ähnlich hoch wie 2017 bei 1.380 (2017: 1.309). (epd/mig 10)

 

 

 

 

Eigentlich nichts Neues: Dramen auf dem Mittelmeer

 

Bis zu 200 Migranten sind in den letzten Stunden im Mittelmeer ertrunken. 113 Menschen werden nach einem Schiffbruch vor der libyschen Küste vermisst, etwa achtzig Migranten kamen nach Aussagen von Geretteten bei einem weiteren Schiffbruch ums Leben. Insgesamt haben dieses Jahr schon mehr als 1.150 Menschen ihren Versuch, von Nordafrika aus über das Mittelmeer Europa zu erreichen, mit dem Leben bezahlt. 43.000 Migranten schafften es im selben Zeitraum lebend nach Italien.

Die Zahlen der UNO sind dramatisch – aber so richtig neu ist das alles eigentlich nicht. „Seit fünfzehn Jahren sehen wir mittlerweile Jahr um Jahr diesen Massakern auf dem Meer zu; Ende der neunziger Jahre hat das angefangen“, sagt der Blogger und Autor Gabriele Del Grande, der 2006 eine „Dokumentationsstelle Festung Europa“ gegründet hat.

„Die Zahl der Toten liegt mittlerweile auf dieser Route bei über 30.000, wenn man die griechische und die spanische Küste mit berücksichtigt. Jedes Jahr dieselben Fehler: Der legale Weg, mit einem Visum nach Europa zu gelangen, wird jedes Jahr weiter verschlossen, und die Repression auf dem Meer, die Kontrolle der Grenze, das Abweisen von ankommenden Migranten wird verstärkt. Das einzig Neue, das wir in diesen fast zwanzig Jahren erleben, ist, dass die Routen immer gefährlicher werden – und die Mafia auf beiden Seiten des Meers zynischer.“

Die einzige Möglichkeit, um aus dem Teufelskreis herauszufinden, bestünde nach Del Grandes Überzeugung darin, die legalen Einreisemöglichkeiten nach Europa zu stärken und zu vervielfältigen. Wenn Verzweifelte Aussicht auf ein Visum hätten, dann bräuchten sie sich nicht mehr an libysche Menschenhändler zu wenden, argumentiert er.

„Denn das Hauptproblem ist doch, dass die libysche Mafia das Süd-Nord-Mobilitäts-Monopol hat! Wer auch immer von Afrika nach Europa will, hat nur diese eine Möglichkeit, um das in die Tat umzusetzen. Man müsste mal ein bisschen experimentieren und legale Kanäle öffnen, über die europäischen Botschaften: Vielleicht könnte man das Phänomen, wenn nicht lösen, so doch wenigstens reduzieren?“

Im letzten Jahr haben NGOs nach UNO-Zahlen mehr als 46.000 Menschen im Mittelmeer vor dem Schiffbruch gerettet. Aber jetzt wird ihnen von einigen Politikern und Staatsanwälten in Italien vorgeworfen, mit den Schleppern unter einer Decke zu stecken. Es gebe Hinweise darauf, dass Menschenhändler Flüchtlingsboote mit einem Telefon losschickten, von dem aus sie dann beim Erreichen der internationalen Gewässer NGOs um Hilfe bitten können.

„Das ist doch ein Delirium, anders kann ich das gar nicht bezeichnen! Die Rolle der NGOs ist fundamental, sie haben mit ihrer Seenotrettung die Küstenwache und die Marine unterstützt... Sie legen damit Ehre nicht nur für Italien ein, sondern für ganz Europa. Wenn dann mal Anrufe mit der Bitte um Seenotrettung kommen, dann ist das nicht Begünstigung von Menschenhandel, sondern das ist Rettung! Rettung, die übrigens eine gesetzliche Pflicht ist; die NGOs haben (nach internationalem Recht) gar nicht die Wahl, dann abzuwägen, ob sie eingreifen sollen oder nicht. Wer immer sich in der Nähe eines sinkenden Bootes befindet, ist nach internationalem Recht zum Helfen verpflichtet! Menschen auf dem Meer aus Seenot zu retten, heißt nicht, illegale Einwanderung zu fördern, sondern heißt, Frauen, Kinder, Männer zu retten und an Land zu bringen.“

Das sei gar nicht nur eine moralische, sondern ausdrücklich auch eine juridische Pflicht. „Ich finde diese Vorwürfe schwerwiegend – schwerwiegend, dass jemand auf politischem oder sonstigem Level damit operiert, um nach Konsens zu fischen oder nach fünf Minuten Bekanntheit. Den Seenotrettern sollten stattdessen eigentlich Denkmäler gesetzt werden! Ob das die Küstenwache ist, die NGOs, die einfachen Fischer oder auch die Handelsschiffe – so viele haben aktiv zur Seenotrettung beigetragen!“ (rv 08.05.)

 

 

 

 

CDU gewinnt NRW-Wahl - 0:3 gegen Schulz

 

Düsseldorf/Berlin Gut vier Monate vor der Bundestagswahl hat die SPD ihre wichtigste Hochburg Nordrhein-Westfalen an die CDU verloren.

Die rot-grüne Regierung wurde abgewählt. Die Sozialdemokraten unter Ministerpräsidentin Hannelore Kraft fuhren am Sonntag ihr schlechtestes Landtagswahlergebnis in der Nachkriegsgeschichte ein. Kraft trat daraufhin von ihren Ämtern als Landesvorsitzende und Bundes-Vize zurück. Ersten Hochrechnungen zufolge schaffte die CDU einen Erdrutschsieg an Rhein und Ruhr. Die Regierungsbildung verspricht Spannung. Ob es für ein Zweierbündnis von CDU und FDP reicht, hing davon ab, ob die Linke den Sprung über die Fünf-Prozent-Hürde schafft. Dreierbündnisse unter Beteiligung von FDP, Grünen oder Linken waren im Vorfeld ausgeschlossen worden. Damit steht auch im Raum, dass CDU und SPD erstmals gemeinsam regieren. Die AFD schaffte zum 13. Mal in Folge den Einzug in ein Landesparlament.

Mit der Wahl im bevölkerungsreichsten Land verlor SPD-Chef und -Kanzlerkandidat Martin Schulz auch den letzten wichtigen Stimmungstest vor der Bundestagswahl im September. Unter seiner Führung hatte die SPD bereits im Saarland und in Schlewswig-Holstein Verluste eingefahren. SPD-Generalsekretärin Katarina Barley sagte, die SPD müsse prüfen, ob sie das Thema Gerechtigkeit richtig rübergebracht habe. "Jetzt war das erst einmal eine Entscheidung über landespolitische Themen." Der Bundestagswahlkampf beginne jetzt erst.

Gesundheitsminister Hermann Gröhe (CDU): "Ich bin begeistert dass wir diese Aufholjagd hingelegt haben." Der erste Parlamentarische Geschäftsführer der Unions-Fraktion, Michael Grosse-Brömer, sprach von einem riesigen Erfolg für Laschet, die CDU und für Bundeskanzlerin Angela Merkel.

Die SPD kommt laut ZDF-Hochrechnung von 18.14 Uhr auf 30,6 Prozent nach 39,1 Prozent 2012. Das ist das schlechteste Ergebnis seit 1947. Die CDU unter Spitzenkandidat Armin Laschet legte auf 34,4 Prozent zu nach 26,3 Prozent vor fünf Jahren. Die mit der SPD regierenden Grünen kamen auf 6,0 Prozent nach 11,3 Prozent 2012. Die FDP verbesserte sich auf 11,9 Prozent nach 8,6 Prozent bei der vorherigen Wahl. Die AfD kam aus dem Stand auf 7,6 Prozent. Ob es die Linke in den Landtag schafft, war offen; sie wurde bei 5,0 Prozent nach 2,5 Prozent 2012 gesehen.

Damit kann die CDU im neuen Düsseldorfer Landtag mit 65 Sitze und die SPD mit 58 Mandaten rechnen. Die Grünen stellen elf Abgeordnete, die FDP 23, die AfD 14 und die Linken 10. Den Hochrechnungen zufolge war die absolute Mehrheit für eine schwarz-gelbe Koalition in Griffweite, falls die Linke unter fünf Prozent bleibt. Mit rund 66 Prozent war die Wahlbeteiligung höher als 2012 mit 59,6 Prozent. Zur Landtagswahl waren 13,1 Millionen Bürger in Nordrhein-Westfalen aufgerufen worden.

Kraft und die SPD hatten in den Vorwahlumfragen lange Zeit vorn gelegen, im Schlussspurt aber immer mehr Boden an die CDU verloren. Kraft hatte seit Juli 2010 mit den Grünen regiert, zuerst in einer Minderheitsregierung, dann mit einer eigenen Mehrheit nach der vorgezogenen Wahl 2012.  Matthias Sobolewski, Reuters 14

 

 

 

Frankreich. Keine Wahl für Europa

 

Warum Macron nicht wegen, sondern trotz seiner EU-Freundlichkeit gewählt wurde

 

Die Wahl Emmanuel Macrons zum neuen Präsidenten Frankreichs ist nicht nur für unser Nachbarland eine gute Nachricht, sondern auch für Deutschland und die deutsch-französische Zusammenarbeit. Denn Macron ist überzeugter Europäer und wünscht sich weitere Integrationsschritte, insbesondere in der Eurozone und der Verteidigungspolitik. Dass er viel von der Kooperation mit Berlin erwartet, ist kein Geheimnis. Doch dieses klare Bekenntnis bedeutet noch lange nicht, dass Frankreich plötzlich zum einfachen Partner für Deutschland und mit ihm gemeinsam zur treibenden Kraft in der EU wird. Es ist kaum übertrieben zu sagen, dass Macron nicht wegen, sondern eher trotz seiner europapolitischen Positionen gewählt wurde. Für diese These sprechen zwei Gründe:

Erstens ist die Klarheit des Wahlergebnisses trügerisch. Es verschleiert, dass die Präsidentschaftswahl in allen Belangen so polarisiert war wie kaum je zuvor in Frankreichs jüngerer Vergangenheit. Es wäre nun nicht weniger als Selbsttäuschung, diesen Sieg als Abstimmung für Europa, für den Liberalismus und für ein aufgeklärtes Weltbürgertum zu interpretieren. Emmanuel Macron ist Präsident geworden, weil sich eine Mehrheit der Franzosen gegen die Alternative – Marine Le Pen und ihre nationalistische Koalition mit Nicolas Dupont-Aignan – entschieden hat. Eine Mehrheit, die nicht viel mehr miteinander verbindet als die Überzeugung, dass eine Präsidentin Le Pen immer noch die schlechtere Option ist.

Die Wahl für Macron war schon in der ersten Runde für viele eine Vernunftentscheidung angesichts der großen Schwäche der Kandidaten aus den traditionellen Parteien und der reellen Chance links- wie rechtsextremistischer Bewegungen. Nur knapp vierzig Prozent wählten ihn im ersten Wahlgang aus Unterstützung für sein politisches Programm – bei allen anderen aussichtsreichen Kandidaten waren es weit über sechzig. Nur neun Prozent gehen davon aus, dass er seine Versprechen halten wird. Das ist der mit Abstand niedrigste Wert unter allen Kandidaten.

Das Ergebnis ist, zweitens, kein Votum für die Europäische Union, denn Emmanuel Macron konnte der anti-EU-Stimmung im Wahlkampf wenig entgegensetzen. Während er in Berlin, Brüssel und London ein euphorisches Plädoyer für die EU vortrug, legte er innerhalb Frankreichs den Schwerpunkt auf den Arbeitsmarkt, die Bildungspolitik und die Unternehmensförderung. Für seine Wählerinnen und Wähler waren europäische Themen dementsprechend weniger ausschlaggebend als Arbeitslosigkeit und Kaufkraft. Hinzu kommt, dass sein pro-europäischer Diskurs immer leiser wurde, je dominanter die Stimmen der Antieuropäer tönten. In Frankreich selbst gab er sich insbesondere zwischen den Wahlgängen als Kandidat, der ein „anderes Europa“ möchte und „das derzeitige Europa so nicht weiterführen wird“. Muss man also im Jahr 2017 den Bruch mit Europa verkörpern, um Präsident Frankreichs zu werden?

Zugegeben, Kritik am aktuellen europapolitischen Kurs ist nicht immer gleich Europaskepsis. Macron spricht Probleme wie die EU-Richtlinie über die Entsendung von Arbeitnehmern an. In Frankreich ist sie zum Symbol für Lohndumping aus Osteuropa geworden. Marine Le Pen fordert deren Abschaffung, und schon Präsident Hollande wollte den Missbrauch der Richtlinie bekämpfen. Emmanuel Macron will sie ändern, stellt aber keineswegs die Freizügigkeit der Bürgerinnen und Bürger in der EU in Frage. Dennoch steht fest, dass eine Anti-Europa-Stimmung den Wahlkampf prägte und kein Kandidat sie ignorieren konnte. Daher die Kritik an der EU, die in unterschiedlichem Ausmaß von allen Seiten kam. In Frankreich hat die Unzufriedenheit der Bürger mit der EU ein hohes Niveau erreicht: Über ein Viertel von ihnen ist heute der Meinung, dass die EU-Mitgliedschaft mehr Nachteile als Vorteile hat; in Deutschland sind es 14 Prozent. Viele von ihnen sind im globalisierten Kontext verunsichert und fordern Schutz, sowohl im sozialen Bereich, als auch in Bezug auf die innere Sicherheit. Sie sind enttäuscht, dass die EU in diesem Punkt nicht mehr anbietet.

Diese Stimmung wird weiterhin die politischen Diskussionen des Landes prägen und könnte den Handlungsspielraum des neuen Präsidenten in der Europapolitik beschränken. Denn Macron wird im politischen Alltag mit Partnern zusammenarbeiten müssen, die seine Begeisterung für Europa nicht immer teilen. Immer noch unklar ist, ob seine Bewegung im Juni eine Mehrheit im Parlament erhalten wird und, sollte dies nicht der Fall sein, welche Bündnisse für ihn in Frage kämen. Je nachdem wie die Antwort ausfällt, wird der neue Präsident auf Kompromisse angewiesen sein. In einem Land, wo auch die traditionellen Parteien in Bezug auf Europa gespalten sind, ist dies keine Detailfrage. Ein Beispiel dafür ist die EU-Zusammenarbeit in der Asylpolitik. Der Kandidat Macron mag im Wahlkampf die Politik der Bundesregierung in der Flüchtlingskrise gelobt haben. Der Widerstand gegen einen festen Verteilungsmechanismus ist in weiten Teilen von Politik und Gesellschaft aber so stark, dass ein Kurswechsel fraglich ist. Statt mehr Flüchtlinge in Frankreich aufzunehmen, möchte Macron deswegen EU-Aufnahmezentren in Drittländern eröffnen.

Nicht nur in der Europapolitik sondern auch bei Strukturreformen könnte Macrons Handlungsspielraum gering sein – ausgerechnet in einem Feld, in dem Deutschlands Hoffnungen besonders hoch sind. Zum einen hängt die Umsetzung der Reformen auch hier von der künftigen Mehrheit in der Assemblée nationale ab. Zwar kündigte der neue Präsident an, in den ersten Monaten seines Mandats etwa das Arbeitsrecht per Verordnung zu reformieren. Die Parlamentsmehrheit muss ihm dafür aber zunächst per Gesetz die Befugnis geben und kann selbst danach noch die verabschiedeten Verordnungen für ungültig erklären. Zum anderen wird Macron auch außerhalb des Parlaments eine starke Opposition entgegenstehen: Die Gewerkschaften, allen voran die konfrontative CGT, haben bereits Proteste für den Sommer angekündigt, mit denen sie die Arbeitsrechtreformen blockieren wollen. In der linken Zivilgesellschaft besteht eine weit verbreitete Ablehnung Macrons, den viele als Inkarnation des Neoliberalismus sehen. Sie zeigte sich deutlich in der hitzigen Debatte unter dem Motto „Weder Macron, noch Le Pen“ im Vorfeld der Stichwahl – eine Debatte, die ganz besonders unter Anhängern des linken Jean-Luc Mélenchon geführt wurde. Mit seiner Bewegung „La France insoumise“ bestehen nun Netzwerke, die – einmal aktiviert – rasch zu einer großen Mobilisierung gegen Macron führen können. Die Globalisierungskritik kommt auch von rechts: Immer wieder hat Le Pen Macron im Wahlkampf als Vertreter einer entfesselten Globalisierung angegriffen. Mit dieser Position wird der FN nicht nur mit neuen Abgeordneten im Parlament, sondern auch außerhalb der Institutionen Oppositionspolitik machen. Hinzu kommt eine in allen politischen Lagern verbreitete Abneigung, sich den Reformerwartungen Deutschlands zu beugen. Emmanuel Macron wird sich diesem Vorwurf kaum entziehen können.

All dies zeigt, dass die Projektion einer Großen Koalition auf Emmanuel Macron, die viele deutsche Politiker nur allzu gerne vornehmen, in Frankreichs aktueller gesellschaftlicher Realität kaum funktionieren kann. Um vorprogrammierte Enttäuschungen und somit auch Spannungen zu vermeiden, sollte man sich in Deutschland der institutionellen und politischen Zwänge, die die Arbeit des neuen Präsidenten einschränken werden, bewusst werden. Außerdem sollte man sich darauf einstellen, dass aus Paris unbequeme Forderungen kommen werden. Eine zentrale europapolitische Maßnahme in Macrons Programm ist die Schaffung eines gemeinsamen Budgets sowie eines Ministers für Wirtschaft und Finanzen für die Eurozone, um Zukunftsinvestitionen zu finanzieren und finanzielle Nothilfe zu leisten. Für den neuen Präsidenten ist sie umso wichtiger, als die Aussicht auf mehr innereuropäische Solidarität ein Gegengewicht zu den gefürchteten Strukturreformen bildet. In Deutschland weckt eine solche Forderung wenig Begeisterung, denn sie setzt Finanztransfers voraus, die die Bundesregierung bis heute ablehnt. Trotzdem darf sie sich einer Diskussion darüber nicht verweigern. Denn ebenso wie Deutschland ein starkes Frankreich braucht, braucht der neue französische Präsident Deutschlands Unterstützung, um seine Reformpläne durchzuführen. Nur dann kann der von überzeugten Europäern so sehnlich erwartete Schub für die EU erfolgen. Claire Demesmay, Julie Hamann, IPG 8

 

 

 

 

EU-Bürger bei Auslandsaufenthalten. Systeme sozialer Sicherheit neu koordiniert

 

Die EU-Kommission will die Leistungspflichten der Sozialversicherungssysteme für EU-Bürger bei Auslandsaufenthalten klären.

 

Arbeitsuchende EU-Bürger sollen nur dann einen Anspruch auf Sozialleistungen eines Mitgliedstaates haben, wenn sie dort über ein Aufenthaltsrecht verfügen. Dieses liegt in der Regel erst dann vor, wenn sie in diesem Mitgliedstaat für längere Zeit sozialversicherungspflichtig beschäftigt waren.

 

Aus Sicht des cep ist dies vertretbar, weil diese Leistungen durch die Entrichtung von Steuern und Abgaben der im jeweiligen Mitgliedstaat tätigen Wirtschaftakteure finanziert werden, bzw. der Arbeitsuchende zuletzt in diesem Mitgliedstaat Beiträge geleistet hat. Durch die Neuregelung soll auch die jüngere Rechtsprechung des EuGH zum Anspruch auf Sozialleistungen kodifiziert werden.

 

Künftig sollen arbeitsuchende EU-Bürger mindestens sechs Monate lang Arbeitslosengeld ihres Heimatstaates auch dann beziehen können, wenn sie sich zur Jobsuche in einen anderen EU-Mitgliedstaat begeben. Das cep begrüßt dies in seiner jüngsten Analyse, weil dadurch Ungleichgewichte zwischen Arbeitsangebot und -nachfrage einfacher abgebaut werden können.

 

Hintergrund. Die Ausgestaltung der Sozialpolitik ist Sache der Mitgliedstaaten. Sie entscheiden, welche Leistungen zu welchen Bedingungen die Bürger erhalten. EU-Vorschriften zur Koordinierung der Systeme der sozialen Sicherheit bestehen seit 1959. Sie legen fest, welchen nationalen Regelungen ein Bürger unterliegt, der sich in verschiedenen Mitgliedstaaten aufhält. Die Vorschriften sollen gewährleisten, dass jeder „mobile“ Bürger den Schutz eines Sozialsystems genießt.

 

Ansprüche, die in verschiedenen Mitgliedstaaten erworben werden, können unter Umständen zusammengerechnet und in einen anderen Mitgliedstaat „exportiert“ werden. Die aktuellen Vorschriften umfassen die Grundverordnung zur Koordinierung der Systeme der sozialen Sicherheit und die verbundene Verordnung zur Festlegung der Modalitäten für die Durchführung der Grundverordnung. Beide sind seit 2010 in Kraft. Sie sollen durch die vorliegende Verordnung geändert werden.

 

Ziele der Reform. Die Kommission will angesichts gesellschaftlicher Veränderungen, etwa weil Väter öfter Anspruch auf Familienleistungen haben, und der jüngsten Rechtsprechung des EuGH (siehe Urteil v. 19. September 2013, Brey, C-140/12, EU:C:2013:565) die Mobilität der Bürger fördern, indem sie Bürgern die Ausübung ihrer Rechte erleichtert, für Rechtsklarheit sorgt, eine „gerechte Lastenverteilung“ zwischen den Mitgliedstaaten sicherstellt und auf Verwaltungsebene die Verständlichkeit und Durchsetzbarkeit der Vorschriften sicherstellt. Cep 9

 

 

 

 

Farbe bekennen für die Demokratie! ZdK verabschiedet Berliner Aufruf zum Wahljahr 2017

 

Unter dem Titel „Farbe bekennen für die Demokratie!“ ruft das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) Bürgerinnen und Bürger in Deutschland dazu auf, zur Wahl zu gehen und sich dabei für demokratische Programme und gegen die populistische Zerstörung der Demokratie zu entscheiden.

„Unsere Kultur und unsere rechtsstaatliche Demokratie sind stark, wenn wir sie entschieden vertreten und entschlossen verteidigen“, heißt es in dem am Freitag, dem 5. Mai 2017, in Berlin verabschiedeten Aufruf. „Wir wissen aus unserer Geschichte, dass demokratische Freiheiten missbraucht werden können, um die Demokratie selbst zu zerstören. Und wir wissen auch, dass Demokratie durch eine schweigende Mehrheit in Gefahr geraten kann. Als katholische Christinnen und Christen rufen wir deshalb dazu auf:

Beteiligen Sie sich am fairen, argumentativen Ringen um die besten Lösungen auf der Basis gegenseitigen Respekts und gegenseitiger Achtung! Widersprechen Sie mit aller Entschiedenheit jedem Versuch, auf die Herausforderungen unserer Gegenwart mit Ausgrenzung, Hass und Hetze zu reagieren. Parteien, die dies propagieren, sind nicht wählbar! Bringen Sie Ihre Stimme für die Demokratie zu Gehör. Wir alle sollten nicht nur über die Bedrohungen und das, was besser werden muss, reden, sondern auch über den Schatz und das Potenzial einer über Jahrzehnte gewachsenen demokratischen Kultur in unserem Land!“

Für viele Menschen in Deutschland werde die Welt immer unübersichtlicher. Gefühle der Unsicherheit und der Bedrohung nähmen zu. Dafür gebe es Gründe, betont das ZdK und benennt Herausforderungen, auf die Antworten gefunden werden müssen, wie die  zunehmende kulturelle, religiöse und ethnische Pluralität, die wirtschaftliche Globalisierung, die Krise der Europäischen Union, die Finanzkrise, die gewaltsamen Konflikte und Kriege und die daraus resultierenden Flüchtlingsströme, die Herausforderung durch den islamistischen Terror.

Angesichts der Komplexität der Herausforderungen entstehe bei vielen das Bedürfnis nach schnellen Lösungen, nach Abschottung und nationalen Antworten auf die als bedrohlich empfundene Problemfülle, so die Analyse des ZdK. Davon profitierten populistische Kräfte, die Ängste schüren und mit simplen Antworten und Botschaften auf Stimmenfang gingen. Gegen die Angstmacher und Vereinfacher bekennt das ZdK Farbe für eine offene Gesellschaft und für eine liberale Demokratie. Ausdrücklich bekennt es sich dazu, die Sorgen und Ängste der Menschen ernst zu nehmen und das Gespräch mit den Verunsicherten und Enttäuschten zu suchen.

„Doch wir stellen uns entschieden gegen Vorurteile und Hass, auch wenn sie sich als Sorge tarnen. Wir beteiligen uns am demokratischen Wettstreit mit einer klaren Haltung und einem klaren Standpunkt“, unterstreich der ZdK-Aufruf. Deshalb sagt das ZdK Nein, wenn Menschen aufgrund ihres Glaubens und ihrer Herkunft diffamiert und verächtlich gemacht werden, Nein zur Verhöhnung demokratischer Politiker und Institutionen, Nein zu gezielten Falschinformationen und zur Verleumdung freier Medien, Nein zu Hetze gegen Andersdenkende und zu Gewalt als Mittel der politischen Auseinandersetzung, Nein, wo immer im Namen Gottes Terror gerechtfertigt wird. Dagegen setzt das ZdK ein Ja zur Freiheit und gleichen Würde aller Menschen als Grundlage des friedlichen und solidarischen Zusammenlebens, Ja zum Grundgesetz, das diesen Geist atme, nicht zuletzt durch das Recht auf Asyl für politisch Verfolgte, Ja zur Verantwortung für den demokratischen Rechtsstaat, Ja zur besonderen historischen Verantwortung als Deutsche und zu einer sensiblen Erinnerungs- und Gedenkkultur, Ja zu einem fairen Wettbewerb auf der Suche nach echten demokratischen Lösungen für die Herausforderungen in Deutschland. Den Erklärungstext finden Sie unter:http://www.zdk.de/veroeffentlichungen/erklaerungen/  ZdK

 

 

 

 

Libyen: Flucht aus der Hölle

 

Sie fliehen regelrecht aus der Hölle: Flüchtlinge, die sich auf den gefährlichen Weg von Libyen über das Mittelmeer Richtung Europa begeben. Das von jahrelangem Bürgerkrieg zerrüttete Land ist das wichtigste Transitland für Migranten, die von Afrika nach Europa wollen. Im Interview mit Radio Vatikan schildert der Sprecher der Weltmigrationsbehörde OIM, Flavio Di Giacomo, welche Erfahrungen die Migranten in Libyen machen.

„Die Gespräche, die wir (mit Flüchtlingen, Anm.) führen, bringen wirklich schreckliche Details hinsichtlich der Gewalt zutage, die die Flüchtlinge in Libyen erleben. Da geht es um Migranten, die Menschenhändler oft mit dem Ziel gefangen gehalten, Lösegeld von den Familien zu erpressen. Sie zwingen die Migranten, zu Hause anzurufen und foltern sie dabei, so dass die Familien Geld schicken. Wir haben Geschichten von Migranten gehört, die unter Waffengewalt dazu gezwungen wurden, ihre Freunde lebend zu begraben, weil diese sich verletzt hatten und nicht mehr laufen konnten - die Menschenhändler wollten sich ihrer entledigen. Diese Horrorgeschichten verdeutlichen den Fluchtinstinkt der Migranten, die in letzter Zeit aus Libyen flüchten. Sie halten eine Überfahrt über das Mittelmehr für weniger risikoreich als einen Verbleib in Libyen und die Erfahrung weiterer Gewalt oder sogar des Todes.“

Die Europäische Union strebt ein Flüchtlingsabkommen mit Libyen nach dem Vorbild des Türkei-Paktes an. Mit dem Ziel, die Mittelmeerroute langfristig zu versperren, will die Staatengemeinschaft mit dem Krisenland in der Flüchtlingspolitik stärker zusammenarbeiten. Di Giacomo berichtet über die bereits angelaufene Schulung der libyschen Küstenwache, die die Machenschaften von Schleppern in Zukunft unterbinden soll: „Die Situation in Libyen ist ziemlich kompliziert, und das ist die Wahrheit, denn es gibt eine libysche Küstenwache, die jetzt formal anerkannt ist, im Guten wie im Schlechten. De facto aber gibt es viele Gruppen, damals wie wohl auch heute, die behaupten, zur Küstenwache zu gehören, aber damit nichts zu tun haben: denn Libyen ist hinsichtlich der Autoritäten ja völlig zerrissen. Es gibt eine Zentralregierung, der eine Kontrolle des eigenen Territoriums jedoch nicht gelingt; das sagen uns zumindest die Leute. In einigen libyschen Zonen ist es also schwer zu sagen, mit wem man es zu tun hat. Aktuell erhält die libysche Küstenwache im Auftrag der Europäischen Union ein Training – das sind in dem Fall natürlich alles Personen und Funktionäre, die mit Umsicht ausgewählt wurden. Es geht dabei ja gerade darum, eine Vermischung mit Menschenhändlern zu verhindern. Zugleich können aber unter all den Menschen im Bereich der Küste, die sagen, sie gehören zur Küstenwache, auch zwielichtige Leute sein...“

Um weiteres Sterben auf dem Mittelmeer zu verhindern, hält der OIM-Sprecher die Einrichtung humanitärer Korridore für „absolut nötig“. Während die Rettungsarbeit internationaler NGOs auf dem Mittelmeer in Italien derzeit - ohne stichhaltige Beweise - in ein schlechtes Licht gerückt wird, lenken die OIM und das Flüchtlingswerk der Vereinten Nationen UNHCR die öffentliche Aufmerksamkeit auf die ethische Verpflichtung zur Lebensrettung auf dem Mittelmeer: diese sei angesichts der steigenden Flüchtlingszahlen sogar dringlicher denn je, betonte Flüchtlingshochkommissar Filippo Grandi in dieser Woche in einer Presseaussendung. OIM-Sprecher Di Giacomo verweist im Interview mit Radio Vatikan auf die Notwendigkeit langfristiger Lösungen für das Problem der illegalen Migration: „Man muss sich daran machen, das Problem mit langfristigen Politiken zu lösen, die Alternativen zu den illegalen Kanälen bieten, denn illegale Migration, die in den Händen von Menschenhändlern liegt, bringt Tod und Gewalt und bereichert die kriminellen Organisationen. Es ist unheimlich wichtig, legale Kanäle (der Einwanderung, Anm.) zu öffnen, geregelte Kanäle, und zugleich daran zu denken, auf lokaler Ebene Alternativen anzubieten – in den Transitländern wie den Herkunftsländern.“

Und er erinnert daran, dass Entwicklungspolitik vor Ort die Ursachen der Flucht verhindern kann: „Die Migration ist ein sehr komplexes Phänomen; es gibt da Menschen, die absolut nicht die Wahl haben und international geschützt werden müssen. Weiter gibt es Migranten, die keine Wahl haben, weil die Armut sie dazu zwingt, das ist ganz klar auch eine Form der Zwangsmigration. Dann gibt es welche, die auf lokaler Ebene auch Alternativen zur Flucht suchen könnten, wenn es gezielte Entwicklungsmaßnahmen dort gäbe, sei es in den Transitländern, sei es in den Herkunftsländern. Man muss also langfristig an dieser ganzen Reihe von Initiativen arbeiten.“

Jährlich kämen 180.000 Menschen in Italien an, fügt er hinzu – das seien etwa 0.3 Prozent der italienischen Bevölkerung und angesichts der halben Milliarde EU-Einwohner eine geringe Zahl. Die so genannte „Flüchtlingskrise“ sei so auch „keine Krise in Zahlen, sondern eine humanitäre und ganz sicher eine operative Krise“, urteilt der Sprecher der Weltmigrationsbehörde.  (rv 11.05.) 

 

 

 

 

Ein Macron ist nicht genug – wie das Wahlergebnis Deutschland in die Pflicht nimmt

 

Am Sonntagabend ging mancherorts in Europa ein tiefes Seufzen der Erleichterung um. Am lautesten mag es in Deutschland gewesen sein.

Bereits wenige Minuten nach Verkündung der Ergebnisse, meldeten sich die ersten deutschen Spitzenpolitiker zu Wort. So freute sich Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier (SPD), „dass sich die französischen Wähler mit Ihrer Wahl mehrheitlich für Weltoffenheit, ein vereinigtes Europa und die enge und freundschaftliche Zusammenarbeit mit Deutschland entschieden haben.“

Auch Bundesaußenminister Sigmar Gabriel (SPD) sieht im französischen Wahlergebnis ein Zeichen „für Freiheit, Gleichheit, Brüderlichkeit und gegen Abschottung, Zynismus und Hass“, das ihn optimistisch in Richtung bevorstehende Bundestagswahlen blicken lässt, denn es sei möglich, „den Gegnern Europas und den Nationalisten, den Populisten und denen mit den einfachen Antworten mit klarer Haltung und deutlicher Sprache zu widerstehen“.

SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz jubelte sogar „Und jetzt machen wir Europa gemeinsam besser!“ Die Frage ist und bleibt, wie? Vieles hängt jetzt auch von Deutschland ab.

Der unabhängige Kandidat der Frankreichwahl, Emmanuel Macron, die Banken und „Fake News“

Der Freude müssen Taten folgen

Macron hat seinen Wählern „schmerzhafte“ Reformen zunächst im eigenen Land angekündigt. Dazu haben ihm die Franzosen jetzt mit einem Wahlergebnis von mehr als  65 Prozent ihr Votum gegeben. Angesichts des Reformstaus seines Vorgängers François Hollande und einer hohen Arbeitslosikgeit ist die wirtschaftliche und soziale Agenda Macrons enorm. Millionen Le-Pen-Wählern werden zudem von Macron rasche und sichtbare Erfolge einfordern.

Und dann sind da noch im Juni die Wahlen zur französischen Nationalversammlung, deren Ausgang ganz wesentlich für Macrons Regierungsfähigkeit sein wird. Bis dahin muss der parteilose Macron seine „En Marche“-Bewegung in einem Land fit machen, das tief gespalten ist. Als Macron am Sonntagabend in Paris bekundete, die „Wut, die Angst und die Zweifel“ der Franzosen zu kennen und die „Einheit der Nation zu sichern“, war ihm der Ernst der Lage  ins Gesicht geschrieben.

Er ist der Überraschungskandidat im französischen Präsidentschaftswahlkampf. In Berlin hat Emmanuel Macron nun seine Grundsatzrede zu Europa gehalten. Eine klare Forderung an Deutschland stellte er dabei auch.

Sich mit Europa auszusöhnen, diesen Wandel werden die Franzosen nicht alleine schaffen. Scheitert Macron in Frankreich – darin sind sich alle einig – kann auch das europäische Projekt scheitern. Und hier kommen die EU, und ganz besonders Deutschland ins Spiel. Denn um Frankreich zu sanieren, hatte Macron schon im Wahlkampf eine große Wunschliste nach Europa geschickt. Darauf stehen unter anderem ein europäischer Wirtschafts- und Finanzminister, der ein eigenes Budget der Eurozone verwaltet, eine Ende der europäischen Austeritätspolitik oder die Einsetzung eines Europäischen Sicherheitsrates … Forderungen, die vor allem Bundeskanzlerin Merkel (CDU) und ihrem Finanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) nicht gefallen dürften. Wird die deutsche Regierung Macron den Wind unter den Flügeln nehmen?

So erklärte der Vorsitzende der CSU-Mittelstands-Union und stellvertretende Vorsitzende der CSU-Landesgruppe im Deutschen Bundestag, Hans Michelbach, nach Macrons Wahlsieg, dass eine „Schuldenvergemeinschaftung in der Eurozone weder mit den europäischen Verträgen noch mit der Haltung der Bundesregierung vereinbar“ sei. „Positionen, die den europäischen Verträgen diametral entgegenstehen, sind nicht verhandelbar.“

Sollte Martin Schulz die Bundestagswahlen gewinnen, wäre dies eine Chance für Europa, die erfolglose Sparpolitik zu beenden und wieder für soziale Gerechtigkeit zu sorgen, betont Thomas Oppermann (SPD) im Interview mit EURACTIV Brüssel in Rom.

Ob die deutsch-französische Freundschaft über die Einigung zur Stärkung des europäischen Binnenmarktes und über ein gemeinsames Vorgehen gegen Dumping aus China hinausgeht, darüber gibt es nicht nur in der CSU Zweifel. Henrik Enderlein von der Berliner Hertie School of Governance, der Macron im Wahlkampf beraten hat, beschreibt gegenüber Agenturen eine mögliche Zukunft des deutsch-französischen Verhältnisses so: „Deutschland will nicht unbedingt zusätzliche Strukturen, die teuer sind und auf die eine oder andere Art der Umverteilung dienen.“ Zwar wollen Deutschland und Frankreich eine Vertiefung der Zusammenarbeit, aber am Ende gäbe es wie bei der Eurozone „unterschiedliche Interessen“.

Dabei war die Zeit für eine deutsch-französische Zusammenarbeit seit dem Zweiten Weltkrieg wahrscheinlich noch nie so wichtig wie jetzt. Denn die Gegner der EU lassen sich auch durch das Wahlergebnis in Frankreich nicht einschüchtern. Bereits jetzt sagt der britische Brexit-Vorkämpfer Nigel Farage dem neuen Präsidenten Macron „fünf weitere Jahre des Scheiterns“ voraus, die Frankreichs Europagegnern in die Hände spielen würden.

Europäische Solidarität ist gefragt

Die Wahl der Franzosen ist nicht nur ein Auftrag an Macron, sondern an alle Regierungen der EU und vor allem an das deutsch-französische Regierungsverhältnis.

Die zunehmende Bedrängnis der liberalen Demokratie ist ein europäisches Problem, das sich nicht nur in der großen Unterstützung für Marine Le Pen gezeigt hat, die nun die Chance hat, als größte Oppositionspartei ins französische Parlament einzuziehen. Das Versprechen gemeinsamer europäischer Werte über eine reine Wirtschafsunion hinaus, das sich die EU-Mitgliedsstaaten einst gegeben haben, ist durch das Fehlen einer gemeinsamen, von Solidarität geprägten Werte-Union schon lange bedroht. Erst so war es möglich, dass die Bürger den etablierten Parteien und der Schwerfälligkeit und Bürokratie der EU den Rücken gekehrt haben.

Das Wochenende war von Bekenntnissen geprägt – von EU-Staatschef und pro-europäischen Bewegungen.

Dass der Schrecken der Gegenwart durchaus zum Gespenst der Zukunft werden kann, sehen im großen Freudentrubel deutscher Politiker auch die Grünen und die Linken so. So bewerten die Grünen-Spitzenkandidaten Katrin Göring-Eckardt und Cem Özdemir das Wahlergebnis zwar als ein „Aufatmen“, aber durchaus als kein „Durchatmen“. Denn Emmanuel Macron stünde nun vor der Mammutaufgabe, Vertrauen in die französische Politiktbünde zurückgewinnen zu müssen. „Ansonsten droht in den Jahren seiner Amtszeit ein weiteres Erstarken des rechtsextremen Front National.“

Schon vor dem Wahlergebnis waren sich deutsche Politiker und Experten einig, wenn Europa mit seinen Institutionen nicht bald für seine Bürger spürbare Reformen umsetzt, könnten sich die von der EU enttäuschten Franzosen mit einer Marine Le Pen dann wirklich auf dem Weg aus der europäischen Gemeinschaft machen. Und auch das ist ein offenes Geheimnis, vielleicht nicht nur die. Ama Lorenz, EA 8

 

 

 

EUD-Präsident Wieland: „Der Wahlsieg von Emmanuel Macron ist eine Chance für Europa“

 

„Europa kann aufatmen. Frankreich hat nach Österreich und nach den Niederlanden gezeigt, dass man die rückwärtsgewandten antieuropäischen Kräfte, die unseren Kontinent ins Unglück führen, schlagen kann, wenn die verantwortlichen demokratischen Kräfte zusammenstehen“, sagte Rainer Wieland, Präsident der überparteilichen Europa-Union Deutschland zum Wahlsieg des proeuropäischen französischen Präsidentschaftskandidaten Emmanuel Macron. Er sei erleichtert, dass die Mehrheit der Franzosen die Zukunft ihres Landes in der Europäischen Union sehe und nicht den falschen Versprechen der Kandidatin des rechtsextremen und populistischen Front National auf den Leim gegangen seien. Mit einer Präsidentin Le Pen, die bei voller Fahrt politisch den Rückwärtsgang eingelegt hätte, hätte nicht nur der deutsch-französische Motor, sondern die Europäische Union als Ganzes Schaden genommen.

 

„Dass der Proeuropäer Macron die Wahl gewonnen hat, ist ein Glücksfall für Europa“, ist Wieland überzeugt. Erst im März habe die Europäische Kommission eine Debatte über die Zukunft der EU ausgerufen. „Ich hoffe, dass der Wahlausgang dieser Initiative Rückenwind verleiht und sich die EU-Staaten in der Folge auf ambitioniertere Schritten in Richtung mehr Zusammenarbeit einigen werden“, so Wieland. Auch das Europäische Parlament begrüße und unterstütze den Dialog über die künftige Ausgestaltung der EU, unterstrich EP-Vizepräsident Wieland.

 

Die Entscheidung zahlreicher Wähler für Marine Le Pen zeige jedoch deutlich die Verunsicherung und Zukunftsangst, die in weiten Teilen der französischen Bevölkerung herrsche. Macron stehe vor großen innenpolitischen Aufgaben. Bei der Bewältigung dieser Herausforderungen sei er auch auf die Unterstützung seiner europäischen Partner und speziell Deutschlands angewiesen. „Ich bin überzeugt, dass sowohl die aktuelle als auch die künftige Bundesregierung ihrer besonderen Verantwortung gerecht werden wird und eine gemeinsame deutsch-französische Vision zur Grundlage ihrer Europapolitik macht“, betonte Wieland.

 

Die Europa-Union Deutschland verstehe den Einzug Le Pens in die zweite Runde der Präsidentschaftswahlen als Weckruf für Europa. Die etablierten Parteien müssten sich fragen, wie sie den Menschen den großen Mehrwert der EU begreifbar machen können.

 

„Es gibt nicht wenige Länder in Europa mit der klaren Erwartung, dass nach der Bundestagswahl Frankreich und Deutschland gemeinsame Vorstellungen über die weitere Entwicklung der Europäischen Union mit Strahlkraft für den ganzen Kontinent entwickeln. Diese Erwartungen teilt die überparteiliche Europa-Union Deutschland“, so Rainer Wieland. „Der Wahlsieg von Macron darf nach den Gräben, die von Links- und Rechtspopulisten mit antieuropäischen und antideutschen Parolen schon in der ersten Runde des Wahlkampfes aufgerissen wurden, nicht darüber hinwegtäuschen, dass viel zu tun bleibt. Zwietracht ist keine Option für Europa“, betonte der Präsident der Europa-Union Deutschland. Eud 8

 

 

 

 

Merkel gratuliert Macron. Frankreich bekennt sich zu Europa

 

Bundeskanzlerin Merkel hat Emmanuel Macron zu seinem Sieg bei der Präsidentenwahl in Frankreich gratuliert. Die Entscheidung der französischen Wähler sei ein klares Bekenntnis zu Europa. Außenminister Gabriel erklärte, dies sei ein guter Tag für Frankreich und Europa.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat Emmanuel Macron in einem Telefonat zu seinem Wahlsieg in Frankreich gratuliert und eine vertrauensvolle Zusammenarbeit angekündigt. "Die Bundeskanzlerin freut sich darauf, im Geist der traditionell engen deutsch-französischen Freundschaft vertrauensvoll mit dem neuen französischen Präsidenten zusammenzuarbeiten", so Regierungssprecher

Steffen Seibert.

Die Kanzlerin würdigte das Eintreten von Macron im Wahlkampf für eine geeinte und weltoffene Europäische Union. Die Entscheidung der französischen Wähler für Macron als neuen Präsidenten sei damit auch ein klares Bekenntnis zu Europa, teilte Seibert für Bundeskanzlerin Merkel mit.

Am Montagabend empfängt Bundeskanzlerin Merkel den scheidenden französischen Präsidenten François Hollande im Kanzleramt.

Auf Europa setzen

Außenminister Sigmar Gabriel gratulierte Emmanuel Macron ebenfalls und forderte zugleich Deutschland auf, den neuen Präsidenten zu unterstützen: "Er hat uns allen gezeigt, dass es möglich ist, den Gegnern Europas und den Nationalisten, den Populisten und denen mit den einfachen Antworten mit klarer Haltung und deutlicher Sprache zu widerstehen. Es lohnt sich, auf Europa zu

setzen!", so Gabriel.

Auch Bundesjustizminister Heiko Maas gratulierte und betonte, die Franzosen hätten sich für Freiheit, Gleichheit, Brüderlichkeit und eine europäische Zukunft entschieden. Dip 8

 

 

 

 

EU sieht Defizite bei der Globalisierung

 

Zwei Jahrzehnte lang leugnete die Europäische Kommission Defizite des Freihandels. Mit einem gestern veröffentlichten Reflexionspapier scheint sich diese Einstellung zu ändern.

 

„Die wirtschaftlichen Gewinne und Vorteile der Globalisierung müssen fairer verteilt werden”, sagte Kommissions-Vizepräsident Jyrki Katainen. Diese Aussage des Finnen, der gemeinhin als kämpferischer Mitte-Rechts-Politiker gilt, zeigt, wie sehr sich die europäische Wahrnehmung der Globalisiertung gewandelt hat.

In einem Reflexionspapier mit dem Titel Die Globalisierung meistern, das am Mittwoch vorgestellt wurde, hei?t es: „Werden nicht weiterhin aktive Maßnahmen ergriffen, so besteht die Gefahr, dass die Globalisierung die Auswirkungen des technischen Fortschritts und der jüngsten Wirtschaftskrisen verschärft und damit zur weiteren Zunahme der Ungleichheiten und zur sozialen Polarisierung beiträgt.“

Die EU-Kommission hat ein Reflektionspapier zur Globalisierung vorgestellt, um eine Debatte über politische Maßnahmen anzustoßen. Doch die Analyse biete kein Gegengewicht zur protektionistischen Agenda von Nationalisten, meinen Kritiker.

Es scheint also, dass Europa die Risiken und Herausforderungen der Globalisierung realisiert hat. Auch die Proteste gegen ein Freihandelsabkommen mit den USA (TTIP) und die Opposition des wallonischen Parlaments in Belgien gegen ein Abkommen mit Kanada (CETA) trugen dazu bei, dass sich der Ton geändert hat.

Bis vor Kurzem war die Europäische Kommission jedoch immer ein eiserner Verfechter der Vorteile der Globalisierung gewesen. Der ehemalige Kommissionspräsident Jose Manuel Barroso gab einst zu, dass „Globalisierungsängste“ in manchen Fällen berechtigt seien, da die Gewinne nicht gleich verteilt würden. Trotzdem seien die Erfolge der Globalisierung insgesamt „erstaunlich“.

Globalisierung werde zu oft für Arbeitsplatzabbau und Preisanstiege verantwortlich gemacht, die mit ersterer nichts zu tun hätten. Die „enormen Gewinne“ von grenzüberschreitendem Handel und Investitionen, wie höhere Löhne und BIP-Wachstum würden währenddessen übersehen. Dies hat Kommissionspräsident Barroso mit Bezug auf einen neuen Bericht gesagt.

Laut dieser Sichtweise sind nur kleine Eingriffe in die Globalisierung notwendig, um ihre schädlichen Effekte in weniger wettbewerbsfähigen Wirtschaftssektoren zu begrenzen. Im Jahr 2006 schlug die Kommission daher vor, einen Globalisierungsfonds aufzusetzen, der Arbeiter unterstützen sollte, die von Schlie?ungen oder der Umsiedlung ihrer Fabriken betroffen waren.

Das Budget dieses Fonds für die Anpassung an die Globalisierung liegt bei 150 Millionen Euro für mehrere Jahre – das entspricht in etwa den jährlichen Reisekosten der Europarlamentarier zu Plenarsiztungen nach Strassburg.

Heute schaut Europa auf zwei Dekaden zurück, in denen die Gefahren der Globalisierung, die Proteste von Seattle und Genua, die Opposition gegen eine Europäische Verfassung in Frankreich und den Niederlanden sowie Bewegungen für soziale Gerechtigkeit wie die Indignados in Spanien ignoriert wurden.

„Praktisch alles, wovor die Demonstranten von Seattle gewarnt haben, ist heute Realität und geht grö?tenteils auf die Beschlüsse der WTO im Jahr 2000 zurück“, schrieb Noah Smith bereits vor drei Jahren in The Atlantic.

„Die grö?ten Gewinne der Globalisierung gingen an eine kleine, immer reicher werdende Elite in den Industriestaaten und an die wachsende Mittelschicht in Asien. Die Hauptverlierer sind Menschen mit niedrigem Einkommen in entwickelten Ländern”, fasst Branko Milanovic, Wirtschaftsprofessor an der City University des New York Graduate Center.

Es vergeht kaum eine Wirtschaftstagung, ohne dass die „Globalisierung“ angesprochen wird. Auch der Volksentscheid in Großbritannien für den Brexit war nicht zuletzt eine Protestwahl gegen die Globalisierung. Wie bei CETA und TTIP ist Aufklärung nötig.

Auf Nachfrage von EURACTIV.com äu?erte Bob Moritz, CEO von PricewaterhouseCoopers, er sei zuversichtlich, dass Politiker dieses Jahr handeln. Es gebe jetzt ein „grö?eres Bewusstsein“ für die Wünsche und Ängste der Bürger als jemals zuvor.

Ähnlich sieht es Kommissions-Vizepräsident Frans Timmermanns. Allerdings liege die Hauptursache für Ungleichheit in den neuen Technologien: „Ich stimme der Ansicht zu, dass politische Führer weltweit zu lange gebraucht haben, um die Effekte der vierten industriellen Revolution zu verstehen. Ich stimme aber nicht zu, dass es zu spät ist. Wir als EU sind in einer guten Ausgangsposition, um dieses Problem gemeinsam anzugehen.“

Trotz der neuen Töne, die in Brüssel angeschlagen werden, bemängeln Experten und internationale Institutionen, dass solche versprochenen Lösungen noch lange auf sich warten lassen könnten.

Nur ein Kommunikationsproblem?

Einige Führungspersönlichkeiten der EU scheinen au?erdem weiterhin zu glauben, die Globalisierung brauche nur bessere PR. So sagte der Präsident des Europäischen Rates Donald Tusk nach dem EU-Kanada-Gipfel letzten Oktober: „Die Auseinandersetungen um CETA haben gezeigt, dass wir zuallererst unseren Bürgern echte und überzeugende Informationen über die tatsächlichen Effekte des Freihandels bieten müssen. Wir sollten sie überzeugen, dass Freihandel in ihrem Interesse und nicht nur im Interesse der gro?en Firmen ist.“

Laut dem Ökonom und Harvard-Professor Dani Rodrik kann eine Lösung nur gefunden werden, wenn die Behörden das sogenannte „Globalisierungsparadox“ auflösen können. „Wenn wir mehr Globalisierung wollen, müssen wir entweder einen Teil unserer Demokratie oder einen Teil unserer nationalen Souveränität aufgeben. Wenn wir so tun, als ob wir alle drei Dinge gleichzeitig haben können, bleiben wir in einem instabilen Niemandsland.“

Wenn die EU also weiterhin von der Globalisierung profitieren soll, müssten die Regierungen der Nationalstaaten mehr Kompetenzen an  supranationale Stellen abgeben. Davon wird abhängen, ob die EU das nächste Jahrzehnt nicht nur überlebt, sondern auch wirtschaftlichen Erfolg hat. Laut einiger hochrangiger Kommissions-Mitarbeiter ist das neue Reflexionspapier bereits ein versteckter Aufruf an die EU, künftig eine grö?ere Rolle in der Minimierung der Globalisierungseffekte zu spielen. Jorge Valero, EA 11

 

 

 

 

 Wer regiert wirklich die Welt?

 

Der Amerikanist Michael Butter über Reptiloide und die Faszination von Verschwörungstheorien. Von Michael Butter

 

Wir bekommen ab und zu in der Redaktion Anrufe von Leuten, die behaupten, sie werden mit Mikrowellen traktiert oder haben einen Sender eingepflanzt bekommen und werden jetzt fremdgesteuert. Sollten wir als Redaktion solche Ängste ernst nehmen?

Man muss solche Ängste auf jeden Fall ernst nehmen. Verschwörungstheorien sind zwar in den allermeisten Fällen nicht im wörtlichen Sinne wahr, fungieren aber als Symptome, die auf tatsächliche Probleme hinweisen können. Das können natürlich – in den Fällen, die Sie genannt haben – wirkliche psychische Probleme der Menschen sein. Das kann in Richtung Verfolgungswahn gehen. Aber auch Verschwörungstheorien, bei denen man sich nicht persönlich bedroht fühlt, sondern eher das Gefühl hat, die Ordnung, das Land, in dem man lebt, sind bedroht, können natürlich als Hinweise verstanden werden für eine Krise der repräsentativen Demokratie, für Statusverlustängste von Menschen oder Ähnliches.

Wie würden Sie Verschwörungstheorien eigentlich definieren?

Es gibt ganz viele verschiedene Definitionen von Verschwörungstheorien. Ganz grundlegend könnte man sagen: Eine Verschwörungstheorie behauptet, dass eine im Verborgenen handelnde Gruppe von Akteuren dabei ist oder es schon geschafft hat, die herrschende Ordnung zu untergraben, um irgendwem zu schaden, um eine Institution oder ein Land oder gar die ganze Welt zu kontrollieren, zu tyrannisieren oder gar zu zerstören. Das Entscheidende ist also: Wir haben eine Gruppe, die im Geheimen handelt und einen Plan verfolgt. Ohne Plan keine Verschwörungstheorie. Es gibt es natürlich immer wieder, dass Leute einfach ähnlich handeln, weil sie den gleichen Habitus haben, weil sie ähnlich sozialisiert worden sind, sich aber nicht abgesprochen haben und auch keinen Plan verfolgen; dann würden wir nicht von einer Verschwörung sprechen.

Wir hatten den NSA-Skandal, Russlands vermeintliche Einmischung in den US-Wahlkampf; haben diese Hinweise auf klandestines Handeln dazu geführt, dass  wir – zumindest gefühlt – eine Renaissance der Verschwörungstheorien erleben?

Verschwörungstheorien sind in den letzten Jahren vor allem wieder sichtbarer geworden. Sie waren bis vor einigen Jahrzehnten in Deutschland, in den USA und im Rest Europas noch viel, viel populärer, als sie es jetzt sind. Das heißt, sie waren einmal vollkommen legitimes, akzeptiertes Wissen. Dann waren sie eine ganze Zeitlang delegitimiert, an den Rand der Gesellschaft gerückt, existierten vor allem in Subkulturen, und wurden nicht so wahrgenommen. Durch das Internet haben die Theorien wieder an Sichtbarkeit gewonnen. Wenn vor 20, 30 Jahren jemand solche verschwörungstheoretischen Berichte loswerden wollte, musste er im Selbstverlag ein Buch herausgegeben, womit er kaum ein großes Publikum finden konnte. Heute, über das Netz, geht das natürlich viel leichter und schneller. Durch diese Sichtbarkeit haben Verschwörungstheorien wieder Zulauf bekommen. Dieser ist aber nicht so sprunghaft, steil und plötzlich, wie uns das manchmal erscheinen mag. Das ist der eine Faktor.

Der andere Faktor ist, dass wir momentan in vielen Gesellschaften eine Fragmentierung von Öffentlichkeit beobachten, ein Auseinanderfallen in Teil- und Gegenöffentlichkeiten. In manchen Öffentlichkeiten, insbesondere in der, die wir immer noch als Mainstream bezeichnen, in der sich die meisten Journalisten und Wissenschaftler bewegen, sind Verschwörungstheorien weiterhin stigmatisiert und delegitimiert. Es gibt aber mittlerweile auch andere Öffentlichkeiten, in denen Verschwörungstheorien wieder den Status erlangt haben, den sie vor einigen Jahrzehnten hatten. Hier werden Verschwörungstheorien vielleicht nicht immer von allen geglaubt, aber letztlich doch als legitimes Wissen anerkannt. Wenn diese Öffentlichkeiten aufeinanderprallen, dann machen sich die einen Sorgen über die ganzen Verschwörungen, die die anderen nicht sehen wollen, und die anderen machen sich Sorgen über die ganzen Verschwörungstheorien, denen die anderen anhängen.

Sie haben kurz angesprochen, dass man Verschwörungstheorien ernst nehmen sollte, weil sie mitunter Hinweise auf den Zustand der Gesellschaft geben. Worin besteht denn der Reiz von Verschwörungstheorien? Am Ende sind es ja Deutungssysteme. Religion erklärt einem auch die Welt und beruhigt einen vielleicht auch. Welche Funktion erfüllt da eine Verschwörungstheorie?

Sie haben Recht. Es gibt sowohl in der Vergangenheit als auch in der Gegenwart Verschwörungstheorien, die eng mit Religion verknüpft oder eine Art Religionsersatz sind. Deshalb spielt auch die Aufklärung eine so große Rolle in der Geschichte von Verschwörungstheorien. Wenn wir in die Gegenwart schauen, könnte man ein paar Funktionen auseinanderdividieren. Zum einen sind Verschwörungstheorien ein Erklärungsangebot. Das heißt, die Welt ist nicht mehr chaotisch. Es sind auch nicht irgendwelche strukturellen Zwänge, die für das verantwortlich sind, was geschieht, sondern Menschen. Für viele Leute ist es leichter zu akzeptieren, dass es irgendwo Bösewichte gibt, die alles lenken, als dass niemand die Sache lenkt.

Gleichzeitig nehmen Leute, die an Verschwörungstheorien glauben und insbesondere jene, die sie artikulieren und verbreiten, für sich in Anspruch, aus der breiten Masse herauszustehen. Denn während die anderen, die nicht verstanden haben, dass da eine Verschwörung im Gange ist, blind oder schlafend durch die Welt laufen, sind Verschwörungstheoretiker diejenigen, die durchschaut haben, was wirklich passiert.

Gleichzeitig kann man sagen, dass man natürlich, wenn man die Schuldigen identifiziert, nah an einer weiteren Funktion ist, nämlich der des Sündenbocks. Ich kann mit dem Finger auf jemanden zeigen. Und nicht zuletzt haben wir die Idee, dass, wenn es eine Verschwörung gibt, sie natürlich auch besiegt werden kann. Egal, wie machtlos sich viele Verschwörungstheoretiker in manchen Momenten fühlen, haben Verschwörungstheorien auch fast immer eine optimistische Komponente. Denn es ist ja doch denkbar, dass die Verschwörung nicht nur entlarvt, sondern auch besiegt wird, und dass sich das Rad der Geschichte zurückdrehen lässt, also alles wieder so wird, wie es vor der Verschwörung war.

Das macht die Attraktivität von Verschwörungstheorien aus. Wenn etwa Pegida-Anhänger auf die Straße gehen und gegen alles, was sich in diesem Land verändert, protestieren – von neoliberalen Wirtschaftsstrukturen über die Gleichstellung von Schwulen und Lesben bis zur Tatsache, dass die Leute auf der Straße nicht mehr alle weiß sind – und dann sagen: Das liegt irgendwie an großen strukturellen Veränderungen, für die niemand wirklich verantwortlich ist, dann gibt es keine Chance, dass sich das ändert. Wenn sie sagen: Das ist das Ergebnis eines Komplotts, der Flüchtlingsstrom ist gelenkt, Gender Mainstreaming ist Teil dieser Verschwörung usw., dann erscheint zumindest die Möglichkeit am Horizont, dass sich das alles wieder rückgängig machen lässt.

Können Verschwörungstheorien aufgebrochen werden? Sie erscheinen meist sehr resistent. Wenn sie angezweifelt werden, tauchen neue Erklärungsmuster auf, um an der Ursprungserklärung festhalten zu können.

Genau das zeichnet Verschwörungstheorien aus. Darin liegt auch der Vorwurf, der gegen Verschwörungstheorien oft vorgebracht wird, und was sie von echten Theorien unterscheidet: dass sie nicht widerlegbar sind.

Verschwörungstheoretiker können Beweise gegen die Verschwörung immer in Beweise für die Verschwörung umwandeln. Ein Beispiel: Wenn Ihnen 2000 Architekten sagen: Das World Trade Center hätte niemals zusammenstürzen können, nur weil Flugzeuge hineingeflogen sind, das muss gesprengt worden sein, dann sagen Sie: Die sagen die Wahrheit. Wenn Ihnen 200 000 Architekten sagen: Nein, das ist völliger Humbug, dann sagen Sie: Die lügen, weil die Teil des Systems sind. Die wollen das nicht sehen oder werden sogar dafür bezahlt, solche Lügen zu verbreiten. Das heißt, sie haben in dem Moment die Stimmen und die Gegenstimmen in Argumente für die Verschwörung verwandelt.

Es gibt sogar empirische Forschungen die gezeigt haben, dass Leute, wenn sie mit überzeugenden Beweisen gegen ihre Verschwörungstheorien konfrontiert werden, danach noch stärker an sie glauben.

Es ist also eigentlich gar nicht möglich, eine Verschwörungstheorie zu entkräften?

Es ist unfassbar schwierig, eine Verschwörungstheorie zu entkräften. Das liegt daran, dass, wenn Sie auch die Identität dieser Leute angreifen, wenn Sie eine Verschwörungstheorie angreifen. Für Sie und für mich, nehme ich an, ist die Tatsache, dass wir in groben Zügen zumindest an die offizielle Version der Anschläge vom 11. September 2001 glauben, nicht unbedingt wichtig für unsere Identität. Aber für jemanden, der sagt, die amerikanische Regierung steckt dahinter, ist das extrem wichtig. In dem Moment, in dem man das angreift, greift man seine Identität an, und deshalb werden diese Abwehrmechanismen in Gang gesetzt.

Was halten Sie von der These, dass Menschen sehr empfindlich reagieren, wenn es um Politik geht. Während sie eher auch mal von einer Theorie abrücken, wenn es sich um rein sachliche, etwa naturwissenschaftliche Erkenntnisse handelt?

Wenn dem so wäre, würde man ja annehmen, dass es bei Themen wie Klimawandel oder Impfungen, bei denen es wirklich um wissenschaftliche Fakten geht, eigentlich ganz gut funktionieren sollte. Die Erfahrung zeigt aber, dass es da genauso wenig funktioniert. Das Entscheidende ist einfach: Wo ist die Verbindung zur Identität der Leute? Wenn die über eine politische Idee gegeben ist oder eine politische Anhängerschaft, dann ist es das, wo man nicht herankommt. Wenn sie gegeben ist über den Glauben, dass alternative Medizin das einzig Wahre ist und alles andere den Menschen nur vergiftet, dann kommt man da nicht heran.

Kommen wir zu einem aktuellem Beispiel und der Frage, ob dem bereits eine Verschwörungstheorie zugrunde liegt oder nicht: In der Türkei wird der Gülen-Bewegung vorgeworfen, den Putsch vom letzten Sommer initiiert zu haben. Es gab und gibt Säuberungsaktionen, bei denen zehntausende Staatsdiener entlassen wurden. Wie kann man belegbare Fakten – diese Bewegung existiert ja tatsächlich – trennen von dem, was Verschwörungstheorie ist?

Das kann ich nicht wirklich beurteilen. Was daran aber auffällig ist, ist die Tatsache, dass sich die türkische Regierung bereits zu einem Zeitpunkt, an dem es noch gar nicht hätte bewiesen sein können, hingestellt und gesagt hat: Das war eine große Verschwörung dieser Bewegung, und dann im Grunde diesen Vorwurf benutzt hat, um politische Ziele durchzusetzen.

Dann sind es nicht allein vermeintlich machtlose Bürgerinnen und Bürger, die Verschwörungstheorien entwickeln und an sie glauben, sondern Entscheidungsträger und Politiker mit Macht.

Das ist nichts Ungewöhnliches. Es ist vielleicht nur ungewöhnlich, dass wir das in den letzten paar Jahrzehnten in Deutschland, Frankreich oder in den USA nicht mehr hatten. So lange Verschwörungstheorien völlig legitimes Mainstream-Wissen waren, wurden Verschwörungstheorien immer von Eliten und von Mächtigen verbreitet, auch in der westlichen Welt. Jeder amerikanische Präsident – von George Washington bis Dwight D. Eisenhower – war Verschwörungstheoretiker. Das lässt sich für alle wunderbar belegen. Von daher ist Donald Trump gar keine Ausnahme, er ist im Grunde eher nur wieder eine Rückkehr zu diesem Muster. Außerhalb der westlichen Welt, wo diese Delegitimation von Verschwörungstheorien, die wir beobachten, ab den 1950er Jahren nicht stattgefunden hat, sowohl in Osteuropa als auch im Nahen Osten, ist es so, dass Verschwörungstheorien auch immer ein Instrument der Mächtigen geblieben sind. Das haben wir im Iran unter Präsident Mahmud Ahmadinedschad ganz massiv beobachtet. Das beobachten wir heutzutage in Russland, wo sowohl Wladimir Putin als auch natürlich jene, die sonst im Kreml arbeiten, ganz oft Verschwörungstheorien artikulieren. Und wir beobachten es in der Türkei. Was ganz schwer im Einzelfall zu beantworten ist, ist, inwiefern das eine zynische Instrumentalisierung ist, bei der man weiß, das stimmt überhaupt nicht, oder inwiefern diejenigen, die das artikulieren, auch wirklich dran glauben. Das ist im Einzelfall ganz schwer zu entscheiden.

Aus der Geschichte kennen wir beides. Wir kennen Leute, die Verschwörungstheorien instrumentalisieren, ohne selbst daran zu glauben. Und wir haben immer wieder Leute, die Verschwörungstheorien ganz geschickt einsetzen und gleichzeitig vollkommen von deren Wahrheit überzeugt sind. Der amerikanische Senator Joe McCarthy ist ein Beispiel für Letzteres. Er hat die Theorie von der kommunistischen Infiltrierung Amerikas lange Zeit sehr geschickt eingesetzt, hat sehr gut gewusst, wann er was sagen muss und wo er es sagen muss, und gleichzeitig war relativ eindeutig, dass er fest davon überzeugt war, dass es diese kommunistische Infiltrierung gab.

Was schlagen Sie denn als goldenen Weg für den Umgang mit Verschwörungstheorien vor?

Es gibt keinen goldenen Weg – jedenfalls könnte ich keinen vorschlagen. Es gibt auch wenig Forschung bisher dazu. Es ist deshalb schwierig, weil man zwischen unterschiedlichen Verschwörungstheorien unterscheiden muss und dann dementsprechend festlegen muss, wie man damit umgehen möchte. Da gibt es ganz unterschiedliche Positionen. Es gibt die Position, die sagt: Wenn jemand wirklich rassistische, sexistische, antisemitische Verschwörungstheorien verbreitet und im Grunde die Grenzen dessen, was in unserer Gesellschaft sagbar ist, immer weiter verschiebt, dann möchte ich da eigentlich nicht in den Diskurs eintreten. Gleichzeitig kann man sich natürlich auch die Frage stellen, was mit Gesellschaften passiert, die so fragmentiert sind, dass ein gemeinsamer Diskurs eigentlich kaum noch möglich ist. Von daher ist es generell wichtig, im Gespräch zu bleiben, also zu signalisieren, dass man Sorgen ernst nimmt, auch wenn man nicht alles glaubt, was gesagt wird.

Meine Haltung ist so: Ich bekomme relativ viel Post, auch von Verschwörungstheoretikern. Manchmal ist das sehr beleidigend, und darauf reagiere ich nicht. Aber bei Leuten, die mir höflich schreiben, schreibe ich zurück und sage: Vielen Dank für Ihren Brief! Ich muss sagen, ich sehe das ein bisschen anders. Und was dann passiert, ist: Ich schreibe zehn Zeilen, die schreiben zehn Seiten eine Stunde später zurück. Irgendwann fehlt mir dann auch die Zeit, mich mit diesen Details auseinanderzusetzen. Aber zumindest sage ich dann: Es tut mir leid. Ich kann irgendwann nicht mehr zurückschreiben. Oft reagieren die dann ganz positiv. Die denken irgendwie, man würde sie überhaupt nicht ernst nehmen, man würde überhaupt nicht mehr mit ihnen kommunizieren. Und wenn man sich einfach mal meldet, dann sind die schon ganz angenehm überrascht. Wie viel dadurch gewonnen ist, weiß ich nicht. Aber es gibt bisher wenig Forschung, die Wege aufzeigt, wie man mit Verschwörungstheoretikern sinnvoll diskutieren kann und sie eventuell sogar von der eigenen Position überzeugen kann. Es geht eher darum, auch in Bildungs- und Erziehungsarbeit Sensibilität dafür zu schaffen, wie Verschwörungstheorien funktionieren, warum verschwörungstheoretische Erklärungen die Realität in den allermeisten Fällen nicht akkurat beschreiben, sondern entsprechend verzerren. Und man muss dafür sorgen, dass die Leute nicht vergessen, kritisch zu denken, aber gleichzeitig nicht die Schwelle zur Verschwörungstheorie überschreiten.

Hat es eigentlich jemals in der Geschichte eine echte große Verschwörung gegeben, wo Staat, Politik, Militär, Geheimdienste usw. alle an einem Strang gezogen haben?

Mir ist keine bewusst, die funktioniert und wirklich auch existiert hat. Ein Argument, das immer wieder gegen diese großen Verschwörungstheorien, diese Visionen, genannt wird, ist, dass man sagt: Es gibt eigentlich so viele kleine Verschwörungen von unterschiedlichen Gruppierungen, dass es nicht die eine gibt, die alles lenkt. Außerdem schaffen es Menschen auch nicht, über einen längeren Zeitraum in größeren Gruppen die Dinge geheim zu halten. Hinzu kommt, dass man seine Absichten nicht so eins zu eins in die Tat umsetzen kann. Aber da unterscheiden sich Verschwörungstheoretiker und Skeptiker, wie sie ja manchmal genannt werden, radikal in ihren Deutungen. Wenn Sie sich „Watergate“ anschauen, dann sagt der Verschwörungstheoretiker: Das ist doch der ultimative Beweis, das ist einfach nur die Spitze des Eisbergs; darunter ist noch viel, viel mehr. Der Skeptiker sagt: Wenn nicht einmal der amerikanische Präsident, den wir immer als den mächtigsten Mann der Welt bezeichnen, es schafft, mit zwei, drei Gehilfen den politischen Gegner in dessen Parteizentrale ausspionieren zu lassen, ohne dass das auffliegt und er zurücktreten muss, wie sollen dann diese großen Verschwörungsszenarien wahr sein?

Wenn Sie ein Ranking aufstellen müssten, was war die erfolgreichste politische Verschwörungstheorie?

Die erfolgreichste Verschwörungstheorie – in ihren verschiedenen Ausformungen – ist vermutlich die antisemitische Verschwörungstheorie. Sie hat in Deutschland ein Regime an die Macht getragen und auch lange gehalten, mit den bekannten fatalen Folgen. Aber sie hat auch in anderen Ländern, in anderen Versionen ebenfalls sehr ‚erfolgreich‘ funktioniert.

Neben solch rassistischen Verschwörungstheorien gibt es auch harmlosere, exotische Theorien. Wenn man ein Faible dafür hat, was wäre die neueste, spannendste Verschwörungstheorie?

Der Zug, auf den man vielleicht in Deutschland noch aufspringen könnte, das wäre im Grunde der Glaube an die Reptiloiden, dass wir von außerirdischen Echsen regiert werden. Das ist im angloamerikanischen Raum recht weit verbreitet; in Deutschland scheint mir da noch Luft nach oben zu sein.

Die Fragen stellten Hannes Alpen und Anja Papenfuß. IPG 8

 

 

 

 

Italien: Flüchtlingsretter unter Druck

 

Der Verdacht wiegt schwer: Gibt es direkte Kontakte zwischen Menschenschmugglern und NGOs, die Migranten aus sinkenden Booten vor der libyschen Küste retten? Im italienischen Senat hat dazu am Mittwoch eine Anhörung stattgefunden, nachdem der Generalstaatsanwalt von Catania, Carmelo Zuccaro, auf Sizilien von solchen direkten Telefonkontakten gesprochen hatte.

Für Italiens Politiker ist der Verdacht ein gefundenes Fressen: Außenminister Angelino Alfano, selbst Sizilianer, fand die Frage, die Zuccaro aufwerfe, „zu hundert Prozent gerechtfertigt“, sein Kabinettskollege, Justizminister Andrea Orlando, fand das hingegen „inakzeptabel“. Der Senatspräsident Piero Grasso, früher selbst Staatsanwalt, will wissen, seit wann eigentlich Staatsanwälte sich öffentlich äußern, bevor überhaupt eine Untersuchung stattgefunden hat, und die Chaospartei „Cinque Stelle“ dröhnt, diese „Taxis über das Mittelmeer“ seien nicht länger hinnehmbar.

„Keine Anklage, keine Untersuchung“

Für die NGOs, die Migranten in Seenot beistehen, ist die ganze Aufregung ein Desaster, das ihre Arbeit belastet und erschwert. „Keiner hat uns mit diesen Vorwürfen direkt konfrontiert, so dass das bisher für uns eine reine Medienkampagne ist“, sagt Sophie Beau, Vorsitzende einer internationalen NGO namens SOS Méditerranée. „Es gibt bisher keine Anklage und keine ernsthafte Untersuchung, und der Staatsanwalt von Catania hat das auch offen zugegeben. Noch nicht mal einen Fragebogen hat man uns zugeschickt. Wir beklagen darum, dass so viel Krach geschlagen wird und dass der Ruf aller NGOs, die im Mittelmeer tätig sind, unterschiedslos dadurch beeinträchtigt wird. In Wirklichkeit wäre jetzt eine größere Kraftanstrengung nötig, weil sich da weiter vor unseren Augen ein humanitäres Drama abspielt: Es fehlt auf bestürzende Weise an Ressourcen, und wir von SOS Méditerranée sagen das schon seit einem Jahr!“

Das Drama besteht für Frau Beau darin, dass das Mediengetöse vom eigentlichen Skandal ablenkt: dem massenweisen Sterben von Menschen im Mittelmeer. Nach UNO-Zahlen wurden 2017 bis zum 21. April fast 37.000 Migranten aus Seenot gerettet, aber mehr als 1.070 Leichen aus dem Meer gefischt.

„Unser europäischer Verband zur Seenotrettung hat sich vor zwei Jahren gebildet, weil die Staaten in diesem Bereich zu wenig getan haben. Dabei weiß doch jeder, dass diese Tragödie jetzt schon seit Jahren andauert, sie ist überhaupt nichts Neues. Da hat man jahrelang hilflos einer humanitären Katastrophe einfach zugeguckt! Die NGOs und viele Engagierte versuchen doch nichts anderes, als die Zahl der Todesopfer zu senken. Es können doch nicht einfach Tausende von Menschen ums Leben kommen, und keiner tut etwas dagegen! Man müsste die Debatte zurücklenken auf die Realität dieser humanitären Katastrophe; Staaten und europäische Institution müssten diesem Drama ein Ende setzen. Das scheint mir das Wesentliche zu sein.“

„Wir bekommen unsere Anweisungen aus Rom“

Die Geschichte mit den telefonischen Kontakten zwischen Menschenhändlern und NGOs ist für Frau Beau ohne jedes Fundament. Aufkommen konnte sie nur deshalb, weil die Menschenhändler es seit zwei Jahren – eben seit es intensive humanitäre Operationen auf dem Mittelmeer gibt – nicht mehr darauf anlegen, dass die Boote mit Migranten an Bord bis Sizilien durchkommen. Den Schmugglern reicht’s, wenn es das Boot von der libyschen Küste gerade bis ins internationale Gewässer schafft. Das sind zwölf Seemeilen – sind die geschafft, dann muss Menschen in Seenot nach den internationalen Regeln unbedingt beigestanden werden.

„Wir stehen im Kontakt mit einer Zentrale für die Koordination von Rettern mit Sitz in Rom, die dem italienischen Verkehrsministerium zugeteilt ist. Wir stehen also im ständigen Kontakt mit den italienischen Behörden, die die einzigen sind, welche die Hilfe in dieser Zone in internationalen Gewässern, jenseis der libyschen Küste, regulieren. In dieser Zone kommt es sehr häufig zum Schiffbruch (von Flüchtlingsbooten), mit vielen Todesopfern, schon seit einigen Jahren. Die Seenotrettung wird also von Rom aus koordiniert. Das Problem dieses Zentrums besteht darin, dass es ihm an Schiffen, die zu solchen Rettungsmassnahmen imstande sind, in dieser Zone mangelt. Es sind also die italienischen Behörden, die uns die SOS-Signale übermitteln und uns die Koordinaten geben, wo wir nach Schiffen in Seenot suchen sollen.“

Der seltsame Rückzug von Frontex

SOS Méditerranée tue dann nichts anderes, als sein Schiff, die „Aquarius“, dorthin zu lenken und die Schiffbrüchigen aufzunehmen. An Bord sind Mitglieder von „Ärzte ohne Grenzen“, die den aufgenommenen Migranten erste ärztliche Hilfen geben. „Diese Menschen sind oft dehydriert, extrem geschwächt, viele haben Verletzungen, etwa Verbrennungen; der Zustand von vielen ist kritisch. Dem internationalen Seerecht entsprechend steuern wir dann einen sogenannten Sicherheitshafen an – und auch da macht uns Rom Vorgaben, in welchen Hafen genau wir einfahren sollen. Alles geschieht innerhalb des Rahmens der Gesetze, da gibt es überhaupt keine Zweideutigkeit! Darum ärgert uns dieses Gerede, diese Propaganda, die die Arbeit der NGOs in Zweifel zieht.“

2016 hat SOS Méditerranée ziemlich häufig Operationen gemeinsam mit Schiffen der europäischen Grenzschutz-Agentur Frontex durchgeführt. Doch das kam mit dem Beginn des neuen Jahres zu einem abrupten Stopp. Ausgerechnet während die Zahl der Bootsflüchtlinge stark ansteigt, lassen sich die Frontex-Schiffe jetzt auf der Route der Bootsflüchtlinge kaum blicken, die Schiffe der NGOs sind dort auf sich gestellt. Ist diese Zurückhaltung Zufall? Frau Beau tendiert zu einem Nein. Die EU verhandle mit der – nahezu machtlosen – libyschen Regierung, und sie wolle die libysche Küstenwache stärken, damit die den Flüchtlingsstrom noch küstennah zum Erliegen bringt. Dabei besteht die libysche Küstenwache aus Sicht von Frau Beau aus windigen Gesellen; man wisse nicht so genau, welches Spiel die spielten.

„Vielleicht ist es das, was stört: Dass wir auch den mit dem Leben Davongekommenen das Wort geben. Vielleicht stört das die italienischen Behörden in einem Moment, wo sie versuchen, mit der libyschen Regierung – falls es eine gibt – ein Abkommen zu schließen. Und in dem Moment, wo sie die libysche Küstenwache ausbilden und ausrüsten. Vielleicht stört es da, wenn die von uns Geretteten ausnahmslos davon berichten, dass sie extreme Gewalt durchgemacht haben, vielfache Verletzungen der Menschenrechte, Vergewaltigung und Folter in den Auffangzentren in Libyen. Wer für diese Gewalt genau zuständig ist, und inwieweit die Menschenhändler in Absprache mit libyschen Autoritäten handeln, ist sehr undurchsichtig, und wenn man darauf hinweist, stört das politische Kreise. Man darf also wenigstens mal fragen, warum diese Kritik jetzt genau in dem Moment kommt, wo die italienischen Behörden versuchen, eine Vereinbarung durchzusetzen.“  (rv 04.05.)

 

 

 

 

Migrationsforscher. EU-Kritik an Seenotrettern ist zynisch

 

Die EU-Grenzschutzagentur Frontex kritisiert private Seenotretter dafür, dass sie Flüchtlingen auf hoher See helfen. Sie spielten Schleppern in die Hände. Migrationsforscher Oltmer weist diese Kritik zurück. Europa gehe es nur darum, sich abzuschotten. Von Martina Schwager

 

Der Osnabrücker Migrationsforscher Jochen Oltmer wirft der Europäischen Union eine verfehlte und kurzsichtige Blockadepolitik gegenüber Flüchtlingen vor. Insbesondere die Versuche, die zivilen und privaten Seenotretter dafür verantwortlich zu machen, dass deutlich mehr Menschen über das Mittelmeer flüchteten und die europäischen Küsten erreichten, sei geradezu zynisch, sagte Oltmer dem Evangelischen Pressedienst: „Da werden Ursache und Wirkung vertauscht. Es wird mit Menschenleben gespielt. Wenn Menschen in Seenot nicht gerettet werden, ist das unterlassene Hilfeleistung.“

Rettungsorganisationen im Mittelmeer war in den vergangenen Tagen von mehreren Seiten vorgehalten worden, sie erleichterten den Schleppern in Libyen die Arbeit. Die Staatsanwaltschaft in Catania äußerte sogar den Verdacht, einige arbeiteten mit den Schleusern zusammen. Laut europäischer Grenzschutzagentur Frontex operieren die Rettungsschiffe deutlich näher an der libyschen Küste als noch vor einem Jahr. Das nutzten die Schlepper aus und schickten völlig überfüllte Boote ohne Proviant und mit nur wenig Treibstoff auf die Reise.

Oltmer erinnerte daran, dass 2015 das italienische Seenotrettungsprogramm „Mare Nostrum“ ohne adäquaten Ersatz eingestellt worden sei. Danach war die Zahl der Toten drastisch angestiegen. „Wir haben also bereits einmal erlebt, dass der Abzug von Rettern eben nicht bewirkt, dass sich weniger Menschen auf den Weg machen“, erläuterte der Historiker am Institut für Migrationsforschung der Universität Osnabrück. „Er führt dazu, dass mehr Menschen ertrinken.“

Abschottung mit allen Mitteln

Europa versuche derzeit mit allen Mitteln, sich gegenüber Migranten aus Afrika und dem Nahen Osten möglichst komplett abzuschotten und die Menschen in ihren Ländern zu halten. Auch die Entwicklungszusammenarbeit stehe unter diesem einseitig von den Europäern gesetzten Vorzeichen, sagte Oltmer. Dabei werde ignoriert, dass davon auch die Menschen betroffen seien, die vor Krieg und Gewalt flüchteten und somit ein Anrecht auf Schutz hätten. Konflikte würden weiter angeheizt, wenn Menschen gezwungen würden, in Krisenregionen auszuharren.

Oltmer plädierte dafür, den UN-Flüchtlingshochkommissar mit einem regulären Etat auszustatten. Zudem müsse es Resettlement-Programme für besonders schutzbedürftige Menschen geben, damit sie aus Krisengebieten ausgeflogen werden könnten. Politik dürfe nicht immer wieder nur nach Mitteln und Wegen suchen, Flüchtlings- und Zuwanderungszahlen kurzfristig zu drücken, um die eigene Bevölkerung zu beruhigen. „Das Problem ist komplex, und wir müssen vermitteln, dass es dafür keine einfachen und schnellen Lösungen gibt.“

(epd/mig 4)

 

 

 

 

Kein Europa à la carte

 

Flexible Integration würde ein Ende der Solidarität in der Europäischen Union bedeuten. Von Stefan Wallaschek

 

„Wie weiter mit der Europäischen Union“ ist eine der drängendsten Fragen, die sich Europa momentan stellt. Bis vor der Eurokrise hielt sowohl die akademische Literatur als auch die öffentliche Debatte ein Mehr an Integration für einen unausweichlichen und unaufhörlichen Prozess. Beeinflusst durch die anhaltende Brexit-Debatte sowie das Anfang März veröffentlichte Weißbuch der Europäischen Kommission (EK) scheint nun  die sogenannte „flexible Integration“ die neue Lösung zu sein. In diesem Sinne argumentiert Dominika Biegon und sieht darin demokratietheoretische wie sozialpolitische Chancen.

Es stellt sich allerdings die Frage, ob die Krisenerscheinungen hier nicht gar zu ernst genommen werden. Die flexible Integration birgt Schwierigkeiten – demokratietheoretischer und sozialpolitischer Art –, die es zu bedenken gilt, sonst droht eine neue europäische Unübersichtlichkeit. Stattdessen sollte auf eine stärkere Supranationalisierung von Parteien gesetzt werden.

Demokratie nur im Nationalstaat? Nehmt das EP ernst!

In der Eurokrise, so der Befund, hat die EU zumeist intergouvernemental im Europäischen Rat entschieden, und die Europäische Kommission hat ihre Machtposition stabilisiert, ohne dabei ihre demokratische Legitimation zu verbessern.  Die Antwort aus Sicht der Befürworter einer flexiblen Integration ist daher, die nationalen Arenen zu stärken. Die Kritik an den beiden Institutionen sowie der schwachen Legitimation ist richtig. Doch sie missachtet das Europäische Parlament (EP) und die Kompetenzen, die es seit dem Vertrag von Lissabon 2009 hinzugewonnen hat. Nun ließe sich argumentieren, dass das EP in der Eurokrise wie in der europäischen Migrationskrise keine bestimmende Rolle gespielt hat. Daraus zu schlussfolgern, dass nationale Demokratie die Lösung sei, ist hingegen zu kurzsichtig. Es degradiert das EP zum „Parlament zweiter Klasse“, wie Heribert Prantl schon 2014 mit Bezug auf das Urteil des Bundesverfassungsgerichts (BVerfG) über die drei Prozent-Hürde kommentiert hat.

Ulrike Guérot hat daher zu Recht darauf hingewiesen, dass wir unbedingt europäische Parteien brauchen. Die Parteien im EP werden national gewählt und gehen dann in übergeordneten Fraktionen auf, ohne dass sie eine gemeinsame europäische Politik verfolgen oder wirklich aneinander gebunden sind – außer zu machtstrategischen Zwecken, wie man derzeit bei der Fraktion der Europäischen Volkspartei (EPP) und deren Umgang mit der ungarischen Fidesz beobachten kann. Es sind europäische Parteien notwendig, die gemeinsame Wahlkämpfe und -programme haben (und dies nicht nur alle vier Jahre), Politik für Gesamteuropa betreiben und dabei Politikvorschläge machen, die nicht nur auf das eigene Wählerklientel zielen, sondern von Irland bis Griechenland und von Finnland bis Italien reichen.

Eine europaweite Ausrichtung der Parteien würde helfen, dem demokratietheoretischen Defizit auf institutioneller Ebene zu begegnen. Es würde stärker in Europa mit Europa über Europa diskutiert werden. Zudem würden die Schuldzuweisungen, dass „die in Brüssel/Straßburg“ entschieden hätten, wegfallen, da potenziell die gleichen Parteien im nationalen wie europäischen Parlament säßen. Das Europäische Parlament würde damit sichtbarer und transparenter, weil keine neuen Partei-Akronyme und Zusammenschlüsse entstünden, sondern klar identifizierbare Parteifamilien anhand politisch-ideologischer Ausrichtungen vertreten wären. Gleichzeitig ließe sich auch über ein einheitliches europäisches Wahlrecht und -system reden.

Neue europäische Unübersichtlichkeit

Das Argument zur sozialpolitischen Dimension flexibler Integration von Biegon ist wie folgt: Entweder werden die nationalen Standards geschützt, indem einzelne Staaten nicht mitmachen, oder mehrere Staaten finden sich zusammen und bilden eine „soziale Avantgarde“. Die progressive sozialpolitische Integration hängt jedoch auch davon ab, welche politischen Machtkonstellationen jeweils vorherrschen. Die flexible Integration könnte sich in diesem Sinne auch in einer marktradikalen Avantgarde ausdrücken, in der vor allem Austerität, Schuldenbremse und Abbau des Wohlfahrtsstaates verfolgt werden. Im schlimmsten Fall, dessen ist sich Biegon durchaus bewusst, würden sich Koalitionen finden, die sich jeweils mit gleichgesinnten Regierungen absprechen und bei allem, was darüber hinausgeht, „Nein“ sagen. Die flexible Integration würde damit zu einer neuen europäischen Unübersichtlichkeit und zu massiven Koordinationsproblemen führen, weil irgendwann unklar wäre, wer wie mit wem welche Standards teilt. Doch welche Regeln sollte die Kommission aufstellen, um der Zersplitterung vorzubeugen? Eine Maximalanzahl an Ausstiegen wäre ebenso willkürlich und irreführend wie eine Maximalanzahl an „Koalitionen der Willigen“.

Überdies wären solche Schritte von den jeweiligen Regierungskoalitionen abhängig. Sicherlich streitet eine konservativ-liberale Regierung für andere Entscheidungen in der flexiblen Integration und würde auch andere Koalitionen eingehen als eine sozialdemokratisch-ökologische Regierung. Diese würde wohl versuchen, bestimmte Entscheidungen zurückzunehmen und gleichzeitig andere Integrationsprojekte oder Koalitionen voranzutreiben. Einerseits wäre die Folge ein ständiges Hin und Her der Integration mit unklaren Entscheidungs- und Umsetzungskonsequenzen auf nationaler Ebene. Andererseits könnte es auch passieren, dass die nachfolgenden Regierungen die bereits ausgehandelten flexiblen Integrationsschritte hinnehmen müssen, weil die (Des-)Integrationsschritte kaum rückgängig zu machen sind. Dann wäre ein zentrales Merkmal demokratischer Politik, nämlich die Unabgeschlossenheit von Entscheidungen, stark in Frage gestellt.

Die Argumente für flexible Integration implizieren auch ein race to the bottom: Die niedrigsten nationalen Standards würden sich europaweit durchsetzen und damit nationale Errungenschaften, zum Beispiel betriebliche Mitbestimmung, unterminieren. Diese Gefahr besteht durchaus, aber das heißt nicht, dass es zwangsläufig so kommen muss. Natascha Zaun hat für die europäische Asylpolitik gezeigt, dass sich gerade nicht der kleinste gemeinsame Nenner durchgesetzt hat. Die Staaten mit recht hohen Standards und Regularien haben den Agendasetzungsprozess bestimmt. Daher mussten sich die weniger regulierten Mitgliedsstaaten, auch weil sie sich weniger eingebracht haben, an höhere Standards anpassen.

Das von Biegon genannte Szenario der Kommission „wer mehr will, tut mehr“ könnte man umdeuten in „wer weniger will, tut weniger“. Übertragen auf die EU Migrations- und Asylpolitik würde das Staaten wie Ungarn oder Polen sehr gelegen kommen. Anstatt sich an europaweite Regeln zu binden, würden sie wohl prompt „ohne uns“ sagen. Aber auch Griechenland, wohin die Abschiebung von Geflüchteten nach dem Dublin-III-Abkommen aus Deutschland zeitweilig ausgesetzt wurde, da die menschenrechtlichen Standards nicht eingehalten werden konnten, böte sich eine Möglichkeit, sich aus diesem Politikfeld eher zurückzuziehen als die Asylpolitik humaner und die Bürokratie effizienter zu gestalten.

Fazit: Statt flexibler Integration europäisierte Politik

Flexible Integrationist also nicht der erhoffte Heilsbringer für die EU. Sie birgt fatale Folgen, die womöglich gar eine geschwächte demokratische Politik und weniger progressive sozialdemokratische Inhalte mit sich brächten. Die Sorge besteht auch, dass die flexible Integration eben das befördert, was sie eigentlich verhindern will: nämlich die Abkehr von Europa und die Stärkung nationaler Ressentiments. Die Möglichkeit, nun in einigen Politikfeldern „auszusteigen“, alle Fehler in diesen Bereichen der EU zuzuschieben und deswegen für eine „Nicht-Teilnahme“ zu plädieren, erleichtert es europaskeptischen und nationalistischen Parteien, ein simples Feindbild aufzubauen.

Umgekehrt sollte ein „Ja“ zur gemeinsamen Integration nicht als blinde EU-Loyalität verstanden werden. Die europäischen Institutionen und die europäische Politik dürfen und sollen kritisiert werden. Dies geschieht im nationalen Rahmen auch. Doch nationalen Regierungen die Chance zu eröffnen teilweise auszusteigen, sobald ihnen die Integration nicht passt, führt nicht zu konstruktiver Politik oder höherer demokratischer Legitimität in der EU. Im Gespräch zwischen Sigmar Gabriel, Emmanuel Macron und Jürgen Habermas im März 2017 in Berlin wurde zudem auf Solidarität als wünschenswertes Handlungsprinzip verwiesen. Mit der flexiblen Integration kündigt man jedoch gerade dieses Solidaritätsprinzip auf, da man sich nicht mehr aufeinander einlässt, Konflikte austrägt und Koordination schafft, sondern sich vielmehr herauszieht, wenn man das eigene nationale Interesse nicht direkt wiederfindet.

Mit Blick auf die französischen Präsidentschaftswahlen im Mai sowie die Bundestagswahlen im September gilt es, über die möglichen Strategien zur Zukunft der EU zu debattieren. Damit einhergehen sollte eine breite Informationskampagne zur Europäischen Union. Nicht um ein rosarotes Bild von der EU zu zeichnen, sondern um darüber zu informieren, welche Institutionen es gibt, welche Kompetenzen sie haben, wie diese am EU-Gesetzgebungsverfahren beteiligt sind und welche Hürden es gibt. Dazu muss es auch um Personen gehen: Wer sitzt für den eigenen Wahlkreis im EP, über was hat diese Person abgestimmt und warum. Wie stehen die lokalen Bundestagsabgeordneten zur EU und warum. Diese Informationen können schon helfen, die EU sichtbarer und verständlicher sowie die Arbeit der EP-Abgeordneten nachvollziehbarer und bürgernaher zu machen. Dann kann auch über die Integrationsschritte der EU mit und zwischen den Bürgern und Bürgerinnen diskutiert werden. IPG 27

 

 

 

 

Kritische Europäer. Junge Menschen betrachten EU positiv und skeptisch

 

Junge Menschen in Europa betrachten die Union vor allem als Wirtschaftsbündnis und weniger als Wertegemeinschaft. Das geht aus einer neuen Umfrage der TUI Stiftung hervor.

Junge Europäer fühlen sich einer neuen Umfrage zufolge der Europäischen Union (EU) nur bedingt verbunden. So betrachten drei von vier jungen Menschen die EU vor allem als Wirtschaftsbündnis und weniger als Wertegemeinschaft, wie aus der von der TUI Stiftung am Donnerstag in Berlin vorgestellten Jugendstudie „Junges Europa 2017“ hervorgeht. Insgesamt sei die Grundstimmung positiv, aber kritisch, so der Tenor der Umfrage.

Für die neue Jugendstudie hatte das Meinungsforschungsinstitut YouGov nach eigenen Angaben 6.000 junge Menschen im Alter zwischen 16 und 26 Jahren in den sieben EU-Ländern Deutschland, Frankreich, Spanien, Italien, Großbritannien, Polen und Griechenland online befragt.

Jeder Zweite sieht in Demokratie beste Staatsform

Die Demokratie sieht nur die Hälfte (52 Prozent) der Befragten als beste Staatsform an. Am wenigsten überzeugt die Demokratie laut der Umfrage junge Menschen in Frankreich (42 Prozent), Italien (45) und Polen (42). In allen drei Ländern waren in den vergangenen Jahren demokratiekritische Populismus-Bewegungen gewachsen. Bevorzugt werden hier unter anderem nicht demokratisch gewählte Expertenregierungen sowie mehr direkte Bürgerbeteiligung.

Unter den zehn Prozent der Spanier, die eine andere Staatsform als die Demokratie besser finden, nennen 30 Prozent den Sozialismus/Kommunismus; von den sechs Prozent britischen Demokratieskeptikern nennen 26 Prozent den Sozialismus/Kommunismus als bevorzugte Staatsform. In Deutschland ist die Zustimmung zur Demokratie als beste Staatsform höher (62 Prozent). In Griechenland, der sogenannten „Wiege der Demokratie“ wird mit 66 Prozent der Höchstwert der Zustimmung erzielt.

Jeder Dritte sieht eine Wertegemeinschaft

Nur 30 Prozent der Befragten sehen zudem in der EU ein Bündnis mit gemeinsamen kulturellen Werten. Lediglich sieben Prozent schreiben der EU eine gemeinsame christliche Kultur zu. Für 44 Prozent steht das Bündnis für Frieden in Europa. Ein Teil schreibt der EU zu, für Menschenrechte (40 Prozent) zu stehen, für Solidarität (33), Völkerverständigung (30), Sicherheit (29), Wohlstand und wirtschaftlichen Erfolg (25), Toleranz (24) sowie Stabilität und Verlässlichkeit (20).

„Ein Europa, dessen Wert vor allem in den Vorteilen des Binnenmarktes gesehen wird, droht austauschbar und beliebig zu werden“, warnte TUI-Stiftungsvorsitzender Thomas Ellerbeck. Marcus Spittler vom Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung (WZB) sprach von einem ambivalenten Ergebnis. Die jungen Erwachsenen in Europa seien „kritische Europäer“, die generell zwar eine positive Grundhaltung zur EU hätten, aber „spezifische Politiken und institutionelle Arrangements hinterfragen“. Zudem gebe es ihrer Ansicht nach „keinen kulturellen Kit“ in Europa. Entsprechend „fragil“ sei die Zustimmung zur EU.

Mehr Macht für nationale Regierungen

Weiter zeigte die Studie, dass sich mehr als ein Drittel (38 Prozent) der jungen Europäer wünscht, dass die EU wieder Macht an die nationalen Regierungen zurückgibt. In Griechenland (60) und Großbritannien (44 Prozent) sei diese Tendenz besonders ausgeprägt. Die jungen Deutschen vertrauen dagegen der EU mehr als die anderen Befragten: Nur 22 Prozent wollen hier, dass die EU wieder mehr Macht an nationale Regierungen abgibt.

In keinem Land findet sich unter den jungen Europäern aber eine Mehrheit für einen EU-Austritt des jeweiligen Landes. Die meisten jungen Deutschen plädieren für einen Verbleib. Kritisch sind dagegen jungen Menschen in Griechenland (31 Prozent für den Austritt), französische (19) und polnische Jugendliche (22) bewegen sich im Mittelfeld. (epd/mig 5)

 

 

 

 

EU-Staats- und Regierungschefs einig über „rote Linien“ für Brexit-Verhandlungen

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben am Samstag auf einem Sondergipfel ohne Großbritannien die „roten Linien“ für die Brexit-Verhandlungen beschlossen.

Ein Überblick zu den Leitlinien für die auf zwei Jahre angelegten Austrittsgespräche:

Chaos vermeiden

Die EU will einen „geordneten Austritt“ Großbritanniens, um „bedeutende Unsicherheiten“ und „Störungen“ durch den Brexit zu vermeiden. Für die Zeit nach dem Austritt wünscht sich die Rest-EU aus 27 Mitgliedstaaten das Vereinigte Königreich weiter „als engen Partner“.

Scheitern nicht ausgeschlossen

Die Staats- und Regierungschefs wollen aber keine Einigung mit London um jeden Preis: „Die Union wird hart daran arbeiten, ein Ergebnis zu erzielen, wird sich aber darauf vorbereiten, die Situation auch in den Griff zu bekommen, wenn die Verhandlungen scheitern sollten.“

EU will sich nicht spalten lassen

Die Gespräche für den EU-Austritt am 29. März 2019 sollten in ein „einziges Paket“ münden. „Einzelne Teile können nicht separat geregelt werden“, heißt es. Die EU-Regierungen wollen sich von London nicht gegeneinander ausspielen lassen: Bilaterale Verhandlungen einzelner Mitgliedsländer mit Großbritannien zum Brexit werden ausgeschlossen. Die EU will „ihre Einheit wahren und als Einheit handeln“.

Die EU-Kommission schließt ein Mitspracherecht Großbritanniens bei der Suche nach einen neuen Sitz für die in London ansässigen EU-Agenturen aus.

Kein Binnenmarkt à la Carte

Die Leitlinien schließen aus, dass Großbritannien weiter Zugang zum EU-Binnenmarkt nur in bestimmten Wirtschaftsbereichen bekommt. Die Staats- und Regierungschefs begrüßen, dass London erklärt hat, dass die vier EU-Grundfreiheiten für Personen, Güter, Dienstleistungen und Kapital „unteilbar“ sind und es „kein Rosinenpicken“ geben könne. Als Nicht-Mitglied könne Großbritannien nicht dieselben Rechte haben wie als Mitglied.

Zweistufige Verhandlungen

Nach Artikel 50 EU-Vertrag wird der Austrittsvertrag unter Berücksichtigung der künftigen Beziehungen geschlossen. Die EU will die Zukunftsgespräche aber erst beginnen, wenn es „ausreichende Fortschritte“ in der ersten Phase zu den Austrittsfragen gibt.

Nicht alles kann bis 2019 geklärt werden

Die EU ist sich darüber im Klaren, dass die Verhandlungen zu komplex sind, um sie gänzlich bis Ende März 2019 abzuschließen. „Übergangsvereinbarungen“ seien deshalb möglich. Sie müssen aber „klar definiert“ und „zeitlich begrenzt“ sein. In den Übergangsbereichen müsse sich Großbritannien dann der EU-Kontrolle und der Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofs unterwerfen.

EU-Bürger in Großbritannien

Das Schicksal der 3,2 Millionen EU-Bürger, die in Großbritannien leben, soll EU-Kreisen zufolge möglichst bis Ende 2017 geklärt werden. Auf Druck Polens und Ungarns wurde die Forderung aufgenommen, dass EU-Bürger, die bereits fünf Jahre im Vereinigten Königreich leben, dauerhaft bleiben können. In diesem Punkt strebt die EU „gegenseitige Garantien“ an, die dann auch für 1,2 Millionen Briten auf dem Kontinent gelten.

Austrittsrechnung

Die Zahlungen, die London noch an die EU leisten muss, gelten als eines der schwierigsten Brexit-Themen. In den Leitlinien wird gefordert, dass die Briten „alle“ finanziellen Verpflichtungen erfüllen und auch zu ihren Zusagen im mehrjährigen EU-Finanzrahmen stehen. Dieser läuft noch bis Ende 2020 – also fast zwei Jahre länger, als Großbritannien noch Mitglied ist. Brüssel schätzt

die Forderungen an London intern auf bis zu 60 Milliarden Euro.

Nordirland

Auch die Grenze zwischen Irland und dem zu Großbritannien gehörenden Nordirland gilt als Problem. Sie wäre nach dem Austritt eine EU-Außengrenze und müsste entsprechend überwacht werden. Das EU-Mitglied Irland warnt nach dem jahrzehntelangen Nordirland-Konflikt vor einem Rückfall in „sektiererischeGewalt“. Die EU will laut den Leitlinien nun „eine harte Grenze“ vermeiden.

Gibraltar

Die Halbinsel im Süden Spaniens gehört seit 1713 zu Großbritannien. Sie wird regelmäßig von Madrid zurückgefordert. In den Leitlinien heißt es, „kein Abkommen“ zwischen der EU und Großbritannien könne für Gibraltar gelten, solange es dazu keine Verständigung zwischen Madrid und London gebe.

Zeitstrahl

3. Mai Nach Verabschiedung der Brexit-Leitlinien durch die Staats- und Regierungschefs am Samstag beschließt die EU-Kommission eine Empfehlung zur Eröffnung der Brexit-Verhandlungen.

22. Mai Die EU-Europaminister verabschieden detailliertere Richtlinien für den Inhalt der Gespräche. Der Brexit-Beauftragte der EU-Kommission, Michel Barnier, soll gleichzeitig das offizielle Mandat der Mitgliedstaaten zum Start der Verhandlungen erhalten.

8. Juni In Großbritannien finden vorgezogene Neuwahlen statt. Premierministerin Theresa May begründete den Schritt mit der "Uneinigkeit" im Parlament vor dem Start der Brexit-Verhandlungen. Die EU will die Gespräche trotz der Wahlen noch im Juni beginnen.

Bis Ende 2017 Barnier will bis Jahresende möglichst drei Fragen klären: den Umgang mit EU-Bürgern in Großbritannien und Briten in der EU, den Status der Grenze zu Nordirland sowie die Höhe der Zahlungen, die London noch an die EU leisten muss. Erst bei "ausreichenden Fortschritten" bei den Austrittsfragen will die EU beginnen, mit den Briten auch über das künftige Verhältnis zu sprechen.

Oktober 2018 Die Verhandlungen über den gesamten Austrittsvertrag sollen abgeschlossen sein, um eine rechtzeitige Ratifizierung durch das Europaparlament und das britische Parlament zu ermöglichen.

Bis Februar 2019 Das Europaparlament entscheidet über die Austrittsvereinbarung mit einfacher Mehrheit. Im Anschluss müssen die Mitgliedstaaten ihr mit qualifizierter Mehrheit zustimmen. Nötig sind dabei mindestens 20 Mitgliedstaaten, die für 65 Prozent der EU-Bevölkerung stehen.

29. März 2019 Die britische EU-Mitgliedschaft endet. Die Verhandlungen über die künftigen Beziehungen und insbesondere ein Handelsabkommen dürften sich aber noch mehrere Jahre hinziehen. Übergangsregelungen sind deshalb wahrscheinlich.  EA/AFP

 

 

 

 

US-Außenpolitik. Mehr als ein kopfloses Durcheinander

 

Wenn wir Trumps Amtszeit ohne einen Atomkrieg überstehen, können wir uns glücklich schätzen. Von Paul Hockenos

 

Die wilden Kehrtwenden und die eigenwilligen, aus dem Ärmel geschüttelten Aktionen der Trump-Regierung mögen wie die Stümperei eines Anfängers wirken. Trump ist nach Ansicht vieler Staatsoberhäupter so unberechenbar, dass er die Weltordnung destabilisiert, weil man nie weiß, was als nächstes passieren wird. Aus diesem Wirrwarr schließen manche Experten und Politiker, dass es derzeit keine kohärente US-Außenpolitik gibt.

Dieser Eindruck trügt – wenn man von der Diagnose der Destabilisierung einmal absieht. In den ersten 100 Tagen der Präsidentschaft von Donald Trump hat sich eine Außenpolitik herauskristallisiert, die nicht viel Neues enthält, aber durchaus kalkuliert ist. Weitab vom „America first“-Isolationismus, den er im Wahlkampf noch angekündigt hatte, hat der Präsident in eine entschieden interventionistische Rolle gefunden. Diese Rolle eines Republikanischen „Falken“ füllt er noch aggressiver und verantwortungsloser aus als einst George W. Bush. Die Strategie der Trump-Regierung scheint sich ganz nach den Wünschen der Hardliner im Pentagon zu richten. Dies könnte die USA sehr wohl in neue Kriege führen, im schlimmsten Fall in einen begrenzten Atomkrieg – ein Horrorszenario, das leider nicht auszuschließen ist.

Bereits nach den ersten 100 Tagen ist eine gefährliche Zuspitzung der Spannungen im Nahen Osten und in Asien zu verzeichnen. Trumps streitlustige Außenpolitik mag mit seinen Wahlversprechen brechen – für einen Präsidenten, der dringend nach Bestätigung sucht, ist es allerdings leichter, tödliche Luftschläge anzuordnen, als irgendetwas durch den Kongress zu bringen. So kann er trotzdem bei seiner Basis punkten.

Die Republikaner – sogar Trump-Gegner wie Lindsey Graham und John McCain – bejubeln Trumps Wandlung vom Isolationisten zum Interventionisten. Durch das Prisma der Republikanischen Falken gesehen sind die Vereinigten Staaten noch immer die weltweit führende Supermacht. Der Wortführer dieser militaristischen Hardliner im Weißen Haus ist kein geringerer als Vizepräsident Mike Pence (Ähnlichkeiten mit der Rolle von Dick Cheney in der Regierung von George W. Bush sind unübersehbar). Nach Ansicht der Falken hat Barack Obama das Land weit unter Wert verkauft und so Amerikas Rolle als Supermacht geschwächt. Er habe von seiner Macht viel zu zögerlich Gebrauch gemacht, um die Interessen der USA durchzusetzen. Wie die Falken glauben, können und werden die Vereinigten Staaten nun wieder eine Führungsrolle übernehmen. Verbündete wie Feinde, die diesen Anspruch nicht anerkennen, schaden sich damit nur selbst. Diese Haltung wird in den Drohungen deutlich, die Trump rundum ausgesprochen hat, um etwa auf die Erhöhung der europäischen Verteidigungshaushalte, das Ende des nordkoreanischen Atomprogramms oder auf die Nichteinmischung des Iran in die Konflikte des Nahen Ostens zu drängen.

Die Republikanischen Falken glauben fest an eine unilaterale, globale Ausübung ihrer militärischen Macht. Das spiegelt sich auch in den ersten 100 Tagen von Trumps Amtszeit wider, mit Einsätzen in Syrien, Jemen, Irak, und Afghanistan. Diese Operationen haben den USA nichts eingebracht, aber über tausend Zivilisten das Leben gekostet. Nach dem Willen der Falken soll das militärische Arsenal zu diesem Zweck erheblich aufgerüstet werden, mit nuklearen wie auch konventionellen Waffen. Für die Trump-Regierung ist die unilaterale Vision der amerikanischen Supermacht aussichtsreich, solange diese Rolle energisch und auch quantitativ mit Nachdruck praktiziert wird. Ihren großen Knüppel haben die Falken schon immer gern durch markige Worte unterstrichen – eine Rolle, die Donald Trump wie auf den Leib geschrieben ist. Viele Aspekte dieser Dynamik konnte man auch schon in der Vergangenheit beobachten, etwa bei George W. Bush oder Ronald Reagan.

Allerdings könnte sich Trump als sehr viel gefährlicher erweisen als der handelsübliche Republikanische Falke. Es gibt schon seit Jahrzehnten einen rechten Rand innerhalb des militärischen Establishments der USA (man denke an den ehemaligen Nationalen Sicherheitsberater Trumps und ehemaligen Geheimdienstchef, Michael Flynn). Diese Hardliner stießen allerdings bei keinem bisherigen Präsidenten so sehr auf Gehör, wie jetzt bei Trump. Die Gefahr besteht darin, dass Trump sich den Ansichten und Forderungen dieser Gruppe nicht verweigern kann oder möchte.

Das größte Problem in diesem Zusammenhang ist die nukleare Rüstungspolitik. Präsident Obama hat seinen Generälen in dieser Hinsicht die Stirn geboten. Nach seiner Amtsübernahme im Jahr 2009 hatte er wegen seiner Bemühungen um die nukleare Abrüstung heftige Auseinandersetzungen mit dem Pentagon, das die Jahresausgaben von 54 Milliarden US-Dollar für Atomwaffen und waffenbezogene Programme noch erhöhen wollte (bei einem Verteidigungshaushalt von insgesamt 664 Milliarden US-Dollar). Das Pentagon verweigerte sich einer Reduzierung des Arsenals, die andere Länder ebenfalls zur Abrüstung bewegen sollte. Stattdessen schlug die militärische Führung die Anschaffung einer neuen Generation von Atomwaffen vor, zusätzlich zum bestehenden Arsenal von 2600 einsatzbereiten Sprengköpfen, 2500 Sprengköpfen im Reservebestand und 4000 für die Demontage bestimmten Sprengköpfen.

Anfang des Jahres hat sich ein Beratungsausschuss des Pentagons für Investitionen in neue Atomwaffen und vielleicht sogar die Wiederaufnahme von Atomwaffentests ausgesprochen. Der Bericht schlägt außerdem die Erforschung schwächerer Atomwaffen vor, die eingesetzt werden könnten, ohne einen vollumfassenden Atomkrieg auszulösen. Das Papier empfiehlt „einen flexibleren Betrieb nuklearer Waffen, der bei Bedarf eine schnelle, auf die Situation zugeschnittene Option zur begrenzten Verwendung bereitstellen könnte“. Es ist schwer vorstellbar, dass Trump diesen Wunsch ausschlagen wird.

Die Basis der militärischen Hardliner lag schon immer im Pentagon. Jeder Präsident wurde von diesen Generälen beraten, aber nicht jeder hat ihren Rat angenommen. So etwa 1962, als man John F. Kennedy während der Kuba-Krise die Option einer Invasion unterbreitete. Kennedy erkannte allerdings, dass eine Eskalation dieses Ausmaßes einen Atomkrieg auslösen könnte und fand eine andere Lösung. In der Vergangenheit haben sich auch die meisten anderen Präsidenten nicht vom nuklearen Säbelrasseln des Pentagons beeindrucken lassen. Bisher spricht aber wenig dafür, dass Trump diesem Vorbild folgen wird.

Was die äußere Bedrohung durch Atomwaffen angeht, stellt Nordkorea das größte Problem dar. Durch Drohungen und Demonstrationen der Stärke oder auch durch einen potenziellen Präventivschlag riskiert es Washington, eine atomare Reaktion aus Pjöngjang heraufzubeschwören. Das „Time Magazine“ schreibt, Trump folge der Annahme, dass Kim Jong-un nach „rationalen“ Gesichtspunkten handle – und stellt die treffende Frage: „Doch ist er bereit, für diese Annahme die nukleare Apokalypse zu riskieren?“ Die Verfechter von begrenzten, „taktischen“ Atomschlägen glauben allerdings nicht, dass schon der Einsatz von ein oder zwei Atomsprengköpfen eine „nukleare Apokalypse“ auslösen würde. Sie gehen vielmehr davon aus, dass ein solcher Krieg überlebt und gewonnen werden kann.

Auch im Krisenherd Naher Osten haben die USA ihren Aktionsradius zuletzt ausgeweitet. Die Bombardierung des syrischen Flughafens am 7. April hat die Bereitschaft der USA demonstriert, ohne Rücksprachen mit dem Kongress oder verbündeten Staaten von ihrer militärischen Macht Gebrauch zu machen, und auch, dass solche unvermittelten Aktionen, zumindest teilweise, zur Strategie werden könnten.

Die größte Wirkung der Operation bestand darin, Russland vor den Kopf zu stoßen, einen zuvor potenziellen Verbündeten und Handelspartner von Donald Trump. Wie der ehemalige russische Präsident Dmitri Medwedew sagte, habe der Einsatz die USA „an den Rand eines militärischen Konflikts mit Russland“ geführt. Auch wenn dies eine Übertreibung ist: Die bloße Androhung dieser Möglichkeit zeigt auf, dass ein militärischer Konflikt mit Russland nicht grundsätzlich ausgeschlossen werden kann.

Bereits am 29. Januar 2017 hatte der Angriff auf die Al-Qaida in Jemen das Leben von zwei Dutzend Zivilisten und einem Navy SEAL gefordert. Trotzdem geht Trumps Krieg gegen die Aufständischen weiter: Alleine im März flog das US-Militär 70 Luftangriffe gegen jemenitische Rebellen – mehr als doppelt so viele, wie im gesamten Jahr 2016.

Nach Angaben des „Council on Foreign Relations“ hat Trump in den ersten 74 Tagen seiner Amtszeit 75 Drohnenangriffe außerhalb offizieller Kriegsgebiete angeordnet, also ungefähr einen Angriff pro Tag. Zum Vergleich: Obama hat während seiner acht Jahre in Washington 542 Einsätze dieser Art angeordnet, also etwa einen Angriff alle 5,4 Tage.

Am 13. April schließlich haben die USA die stärkste konventionelle Bombe aus ihrem Arsenal auf einen Standort des „Islamischen Staates“ (IS) abgeworfen und dies als „taktische“ Operation bezeichnet. Laut afghanischen Behörden wurden nur 36 IS-Kämpfer getötet. Für das Pentagon allerdings war der Einsatz ein großer Erfolg: Man konnte erstmals die zuvor nicht im Kampf erprobte GBU-43/B „Massive Ordnance Air Blast“ Bombe einsetzen (MOAB, auch als „mother of all bombs“ bekannt). Die von der Trump-Regierung geplante Erhöhung des Verteidigungshaushalts um 54 Milliarden US-Dollar lässt sicherlich einen Spielraum, um weitere Exemplare davon anzuschaffen.

Und auch gegenüber dem Iran schlagen die USA natürlich einen neuen, schärferen Ton an: Die Trump-Regierung droht, das Nuklearabkommen zu kippen, das die USA und ihre europäischen Verbündeten zuvor mit großer Mühe ausgehandelt haben.

100 Tage nach Trumps Amtseinführung ist die Sicherheit der Welt also in keinem guten Zustand – die Lage ist sogar gefährlicher als zum Höhepunkt des Kalten Krieges oder kurz nach dem 11. September 2001. Im Wahlkampf hat Trump erklärt, er könne sich eine nukleare Wiederbewaffnung Japans und Südkoreas für die Verteidigung gegen Nordkorea vorstellen. Er hat sich geweigert, im Fall eines Militärkonflikts einen Einsatz von Nuklearwaffen innerhalb Europas auszuschließen. Wenn Trump sich gezwungen sähe, seinen radikalen Drohungen Taten folgen zu lassen, wäre ein neuer Krieg im Nahen Osten oder in Asien unvermeidbar. Wäre die Regierung tatsächlich bereit, einen begrenzten Atomkrieg zu führen? Im Pentagon gibt es mit Sicherheit Leute, die sich das vorstellen können. IPG 2

 

 

 

 

EU-Sonderrat zum Brexit. EU-27 handeln geschlossen

 

Die Sondertagung des Europäischen Rats ist zu Ende gegangen – mit einem einstimmigen Votum der 27 Staats- und Regierungschefs für die gemeinsamen Brexit-Verhandlungsleitlinien. Damit stehen die "EU-27" geschlossen hinter einem geordneten Übergang zum Brexit, bei dem die Interessen der

betroffenen Bürger Priorität haben.

 

Was haben wir erreicht?

Die "EU-27" haben gemeinsame Leitlinien für ihre Verhandlungen mit Großbritannien beschlossen. In dieser herausfordernden und historisch einmaligen Situation sind die "EU-27" gut vorbereitet, handeln gemeinsam und lassen sich nicht auseinanderdividieren. Bundeskanzlerin Angela Merkel betonte nach dem Treffen: Im Umgang mit dem Brexit sei die Einigkeit der 27 Mitgliedstaaten bis

jetzt "vorbildhaft" gewesen.

Verhandlungen einzelner Mitgliedstaaten mit Großbritannien soll es nicht geben. Dies macht es notwendig, dass sich die 27 Mitgliedstaaten auf eine gemeinsame Haltung verständigen.

Daher hat die Sondertagung des Europäischen Rates im Format "EU-27" Verhandlungsleitlinien beschlossen. Sie bilden die Grundlage für alle weiteren Verhandlungen mit Großbritannien und damit auch für das detaillierte Verhandlungsmandat, das nun im Kreise der "EU-27" erarbeitet wird.

Hier die wichtigsten Ziele der Verhandlungsleitlinien, die nun beschlossen wurden:

-         Verhandlungsphasen festgelegt: "Trennung" vor "Zukunft"

Warum ist das wichtig? Bei den Verhandlungen mit Großbritannien wird es zum einen um die Entflechtung und Abwicklung der vielfältigen Beziehungen des Landes mit der EU gehen, zum anderen um die Gestaltung der zukünftigen Beziehungen zwischen der EU und Großbritannien. Im Interesse

eines geordneten Übergangs hat sich der Europäische Rat sehr klar für aufeinanderfolgende Verhandlungsphasen ausgesprochen.

Zunächst sollen die Trennungsverhandlungen geführt werden. Erst, wenn die wesentlichen Punkte der Trennungsverhandlungen besprochen sind, werden die Verhandlungen zur Zukunft beginnen. Zu den Themen der Trennungsverhandlungen gehören unter anderem die Rechte der vom Brexit betroffenen Bürgerinnen und Bürger, aber auch finanzielle Fragen, die mit dem britischen Austritt verbunden sind.

Die Bundeskanzlerin betonte, dass die Verhandlungen mit dem Vereinigten Königreich in "Freundschaft" und "Fairness" geführt würden – auch wenn klar sei, dass die EU-27 ihre Interessen vertreten würden, wie auch Großbritannien seine Interessen vertreten werde.

-         Interessen unserer Bürgerinnen und Bürger wahren

Warum ist das wichtig? Es gibt viele deutsche und europäische Bürgerinnen und Bürger, die vom Brexit direkt betroffen sind. Dazu gehören deutsche Staatsangehörige, die derzeit im Wege der EU-Freizügigkeit in Großbritannien leben und arbeiten oder zum Beispiel studieren. Die Regelungen der Freizügigkeit innerhalb der EU sichern bisher ihren Status.

Momentan leben mindestens 100.000 Deutsche in Großbritannien. Für ihre Zukunft soll es so schnell wie möglich Klarheit und Planungssicherheit geben.

-         Negative Folgen des Brexit für die EU-27 begrenzen

Warum ist das wichtig? Die Verflechtungen zwischen Großbritannien und den anderen EU-Staaten sind vielfältig und intensiv – auch zum Beispiel für Unternehmer, die grenzüberschreitend Handel treiben. Hier soll so schnell wie mögliche Rechtssicherheit über die Folgen des EU-Austritts geschaffen werden.

Auf Gebieten wie der Sicherheits- und Verteidigungspolitik oder der Bekämpfung des Terrorismus und des organisierten Verbrechens muss die enge Zusammenarbeit weitergehen. Hier gilt es, auch in Zukunft vertrauensvoll und im Interesse aller eng zu kooperieren.

-           Zusammenhalt der EU-27 sichern und stärken

Warum ist das wichtig? Der Ausgang des Referendums in Großbritannien war ein historischer Einschnitt in der 60-jährigen Geschichte der europäischen Einheit. In dieser Situation ist es elementar, den Zusammenhalt der verbleibenden 27 Mitgliedstaaten zu sichern.

Dies ist auch in den rund zehn Monaten seit dem britischen Referendum – trotz manchmal divergierender Einzelinteressen - gelungen. So gab es keine Vorverhandlungen einzelner Mitgliedstaaten mit Großbritannien. Die gemeinsamen Verhandlungsleitlinien sind ein weiterer Meilenstein in dem gemeinsamen Handeln der EU-27.

Die Kanzlerin betonte dass die EU-27 auch mit der Herausforderung des Brexit ihre geostrategischen

Interessen "sehr klar im Auge behalten" müsse. Gerade nun sei es wichtig, dass die europäische Position der 27 in der Welt "sehr deutlich" werde.  

Was war bisher?

Das britische Volk hat am 23. Juni 2016 für den Austritt Großbritanniens aus der EU votiert. Damit steht die EU zum ersten Mal in ihrer Geschichte vor dem Austritt eines Mitgliedstaates.

In Artikel 50 des EU-Vertrages ist das Austrittsverfahren festgelegt. Mit dem offiziellen Austrittsgesuch Großbritanniens am 29. März 2017 hat das offizielle Austrittsverfahren begonnen.

Die EU und Großbritannien haben nun zwei Jahre Zeit, ein Austrittsabkommen zu verhandeln. Nach diesen zwei Jahren endet die EU-Mitgliedschaft - es sei denn, der Europäische Rat und Großbritannien beschließen einstimmig, die Frist zu verlängern. Großbritannien ist bis zum Austritt weiterhin Mitglied der EU mit allen Rechten und Pflichten.

Der Europäische Rat hat in seiner Sondertagung als "EU-27" nun Leitlinien für die Verhandlungen zwischen der EU und Großbritannien festgelegt.

Wie geht es weiter?

Die Leitlinien sind die Grundlage für das offizielle Verhandlungsmandat. Dieses wird umfangreicher und detaillierter sein. Voraussichtlich Ende Mai werden die 27 Mitgliedstaaten das Mandat an die Europäische Kommission erteilen. Das heißt, in den Verhandlungen wird die EU durch die Europäische Kommission vertreten – konkret durch ihren Chefunterhändler Michel Barnier.

Der Europäische Rat hat einstimmig beschlossen, dass zuerst die Trennungsverhandlungen geführt werden. Darauf folgt dann die Verhandlung über das zukünftige Verhältnis der EU zum Vereinigten Königreich.

Uns interessiert Ihre Meinung - diskutieren Sie weiter auf Facebook! Pib 29

 

 

 

 

Europäische Union. Rund rund 700.000 Asylbewerber als schutzberechtigt anerkannt

 

Im vergangenen Jahr haben EU-Länder rund 700.000 Asylbewerber als schutzberechtigt anerkannt, über 60 Prozent davon Deutschland. Das teilt die EU Statistikbehörde Eurostat mit.

Die 28 Mitgliedstaaten der Europäischen Union haben im vergangenen Jahr 710.400 Asylbewerber als schutzberechtigt anerkannt – mehr als doppelt so viele wie im Jahr 2015. Zusätzlich nahmen die EU-Mitgliedstaaten über 14.000 umgesiedelte Flüchtlinge auf, wie die Statistikbehörde Eurostat am Mittwoch in Luxemburg mitteilte.

Die größte Gruppe von Menschen, denen im Jahr 2016 in der EU ein Schutzstatus zuerkannt wurde, waren mit 57 Prozent Syrer. Danach folgten mit weitem Abstand Flüchtlinge aus dem Irak (neun Prozent) und aus Afghanistan (ebenfalls neun Prozent). Von den 405.000 Syrern, die in der EU Schutz erhielten, wurden mehr als 70 Prozent in Deutschland (294.700) registriert.

Über 60 Prozent in Deutschland

Über 60 Prozent der positiven Entscheidungen entfielen auf Deutschland: Mehr als 445.000 Flüchtlingen – dreimal so viele wie 2015 – wurde im Jahr 2016 in der Bundesrepublik Schutz zugesprochen. Es folgten Schweden (69.350), Italien (35.450), Frankreich (35.170), Österreich (31.750) und die Niederlande (21.825). In allen Ländern waren die Zahlen deutlich höher als im Vorjahr.

Von den Menschen, denen im Jahr 2016 in der EU der Schutzstatus zuerkannt wurde, erhielten 389.670 den Flüchtlingsstatus (55 Prozent aller positiven Entscheidungen), 263.755 subsidiären Schutz (37 Prozent) und knapp 57.000 eine Aufenthaltserlaubnis aus humanitären Gründen (acht Prozent). (epd/mig 27)

 

 

 

 

Migrationsforscher fordern bessere EU-Asylpolitik

 

Wenn Politiker mit den großen politischen Herausforderungen nicht vorankommen, müssen Wissenschaftler Lösungen vorschlagen. Einer dieser Forscher ist Thomas Bauer, Vorsitzender des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR). Er sagt: „Für einen Neustart in der EU-Flüchtlingspolitik brauchen wir mehr Europa und ein anderes Europa zugleich.

Wie jede Krise hat auch die Flüchtlingszuwanderung der Jahre 2015 und 2016 strukturelle Defizite ins Rampenlicht gezerrt.“ Der Forscher Thomas Bauer, Vorsitzender des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR), hat dazu eine klare Meinung: Die EU-Staaten sollten eine einheitliche Liste von sicheren Herkunftsländern erstellen, die grundsätzlich als sicher gelten.

„Es ist wenig verständlich, dass beispielsweise Tansania in Frankreich als sicheres Herkunftsland eingestuft wird, in Deutschland jedoch nicht. Eine EU-weit einheitliche und verbindliche Liste sicherer Herkunftsstaaten würde die Rolle der EU stärken und eine Gleichbehandlung von Asylbewerbern in den Mitgliedstaaten fördern“, meint Bauer. Doch auch dann wären die Beamten des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (Bamf) dazu verpflichtet, jeden Fall einzeln zu prüfen.

Die Willkommenskultur gegenüber Flüchtlingen bekommt einer Studie zufolge zunehmend Kratzer – besonders in Ostdeutschland. Die meisten Deutschen heißen Migranten aber weiter willkommen.

Das neue Jahresgutachten des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration fasst weitere Schwachstellen der europäischen Flüchtlingspolitik zusammen. Gleich mehrere Konstruktionsfehler der EU-Flüchtlingspolitik müssten demnach behoben werden. Die Grenzschutzagentur Frontex und das Europäische Unterstützungsbüro für Asylfragen (EASO) müssten aufgewertet werden. Die Politik müsse sich mehr darum bemühen, die EU-Regeln für die EU-Regeln zur Aufnahme von Flüchtlingen anzuwenden, heißt es darin.

Nach außen sollte die EU dem Sachverständigenrat zufolge geschlossener auftreten. Dann könne sie bei Verhandlungen mit den Herkunftsländern der Flüchtlinge größere Erfolge erreichen. Unter anderem könnten ähnliche Abkommen wie das Flüchtlingsabkommen zwischen der EU und der Türkei helfen. Der Tenor des Gutachtens lautet: Mehr Europa für eine bessere Flüchtlingspolitik.

Pro Asyl fordert von der Bundesregierung, 25.000 Flüchtlingen aus Griechenland und Italien aufzunehmen. Auch Ärzte ohne Grenzen mahnt zur Einhaltung von „Relocation“-Zusagen.

Die Europäische Kommission hatte schon im April 2016 vorgeschlagen, dass langfristig die EU-Asylagentur EASO über Asylanträge entscheiden soll.

Die innenpolitische Sprecherin der Linke-Bundestagsfraktion Ulla Jelpke kritisiert die Vorschläge des Sachverständigenrats scharf. „Wo früher einmal kritischer und regierungsunabhängiger Sachverstand zu Hause war, werden jetzt Vorschläge für eine auf Abschottung und Abhärtung ausgerichtete Regierungspolitik entworfen“, sagt Jelpke im Gespräch mit Euractiv.de. „Es ist das Gegenteil von Sachverstand, wenn man den EU-Türkei Deal rechtfertigt und ähnliche Modelle für andere nichteuropäische Staaten anstrebt. Das ist nicht weniger als die Aushebelung des internationalen Flüchtlingsrechts.“

Ein modernes Einwanderungsland braucht ein ebensolches Einwanderungsgesetz – sagen die Grünen. EURACTIVS Medienpartner „Der Tagesspiegel“ berichtet.

Die Bundestagsabgeordnete fordert, legale Fluchtmöglichkeiten nach Europa zu schaffen. Das Konzept der angeblich sicheren Herkunftsländer widerspreche dem individuellen Recht auf Asyl. „Es kann nicht angehen, dass Länder, in denen Regierungskritiker inhaftiert, Homosexuelle verfolgt und Gefangene gefoltert werden, wie es in den Maghreb-Staaten der Fall ist, zu sicheren Herkunftsstaaten erklärt werden“, sagt Jelpke. Dass die Europäische Kommission und die deutsche Bundesregierung bis Mitte 2016 die Türkei zum sicheren Herkunftsland erklären wollten, zeige, wie willkürlich bei der Einstufung der Staaten vorgegangen werde.

Das EU-Asylsystem wirkt heute wie ein Lotteriespiel über Bleiben oder Nicht-Bleiben: Die Anerkennungschancen für Flüchtlinge unterscheiden sich in der EU erheblich. Ein Beispiel: Obwohl in Deutschland nahezu alle syrischen Asylbewerber als Flüchtlinge anerkannt werden, wird einem Teil von ihnen in vielen EU-Staaten das Recht verwehrt, im Land zu bleiben. Eines dieser Länder ist Italien: Von 580 Syrern, die im Jahr 2015 in Italien Asyl beantragten, wurden lediglich 330 von den Behörden als Flüchtling anerkannt.

Auch in Ungarn und Rumänien wurden nur 59 Prozent der Syrer anerkannt. Das geht aus Statistiken der EU-Statistikbehörde Eurostat hervor. Nicht nur Syrer sind von der ungleichen Anerkennung gleicher Fluchtgründe betroffen – bei Schutzsuchenden aus anderen Herkunftsländern gibt es ähnliche Unterschiede.

Die Regierungen der EU-Mitgliedsstaaten sind sich in der Asyl- und Einwanderungspolitik uneins. Das spiegelt sich auch in den Einstellungen der Bevölkerung in acht Mitgliedsstaaten wider, zeigt eine Studie. EURACTIVs Medienpartner treffpunkteuropa.de berichtet.

Bauers Vorgängerin als Vorsitzende des Sachverständigenrats, Christine Langenfeld, hatte die uneinheitlichen Asylverfahren in Europa scharf kritisiert. „Die unterschiedlichen Anerkennungsquoten von Flüchtlingen in den EU-Mitgliedstaaten sind sehr bedenklich. Für Flüchtlinge ist es – je nachdem, in welchem Land sie einen Asylantrag stellen – nach wie vor eine Schutzlotterie“, sagte Langenfeld, die heute Richterin am Bundesverfassungsgericht ist. „Die Mitgliedstaaten sind teilweise weder in der Lage noch bereit, die zum Teil komplexen Standards für den Flüchtlingsschutz umzusetzen“, sagt sie.

Die uneinheitlichen Anerkennungsquoten seien ein Hindernis für die Einführung eines Umverteilungssystems für Flüchtlinge innerhalb der EU. Auch bei den Standards für die Behandlung und Unterbringung der Flüchtlinge bestünden große Unterschiede. Langenfeld hatte eine klare Empfehlung: „Hier kann nur eine weitere Europäisierung des Flüchtlingsschutzes in der EU Abhilfe schaffen.“

Andreas Maisch | EURACTIV.de

 

 

 

 

Studie zu gemischten Wanderungen. Flucht und Einwanderung besser entflechten

 

Flucht- und Migrationsströme müssen besser getrennt werden. Aber was bedeutet das eigentlich? Eine heute veröffentlichte Studie im Auftrag der Bertelsmann Stiftung gibt Antworten. Von Dr. Matthias M. Mayer

 

Die Migration nach Europa und Deutschland hat in den letzten beiden Jahren stark zugenommen. Vor allem der Umgang mit der hohen Fluchtzuwanderung bedeutet für viele europäische Länder große Herausforderungen. Die zunehmende Vermischung von Flucht- und Migrationsströmen bereitet dabei besondere Schwierigkeiten. Denn viele Migranten versuchen, über Asylgesuche einen Aufenthalt in den Zielländern zu erreichen. Eine Folge davon ist die zusätzliche Belastung der Asylsysteme in den Aufnahmestaaten. Wanderungsmotive und Wanderungswege von Flüchtlingen und Migranten überlappen sich zunehmend. Das erschwert den Schutz von Flüchtlingen und die Entwicklung einer nachhaltigen Migrationspolitik.

Eine von der Bertelsmann Stiftung in Auftrag gegebenen Studie von Steffen Angenendt, David Kipp und Amrei Meier (Stiftung Wissenschaft und Politik – SWP) zeigt Ansätze auf, wie die Politik diesen sogenannten gemischten Wanderungen besser begegnen kann.

Veränderte Fluchturstachen und unzureichende legalen Zuwanderungsmöglichkeiten

Die Vermischung von Flucht und Migration ist vor allem zwei Entwicklungen geschuldet: Zum einen haben sich seit der Verabschiedung der Genfer Flüchtlingskonvention im Jahr 1951 die Fluchtursachen gewandelt. Während damals Menschen überwiegend versuchten, einer individuellen oder gruppenspezifischen Verfolgung zu entkommen, steht heute die Flucht vor allgemeiner oder geschlechterspezifischer Gewalt und vor der Zerstörung wirtschaftlicher und natürlicher Lebensgrundlagen im Vordergrund.

Zum anderen sind Flüchtlinge und Migranten immer öfter auf die gleichen (irregulären) Wanderungsrouten und die Hilfe von Schleusern angewiesen. Hauptsächlich ist dies der Fall, weil die meisten Industrie- und Schwellenländer keine ausreichenden legalen Zuwanderungsmöglichkeiten für Flüchtlinge und Migranten anbieten. Die hohe Flüchtlingszuwanderung der Jahre 2015 und 2016 hat diesen Trend noch verstärkt.

Migranten passen sich in ihrem Verhalten der Rechtslage an und nehmen die vorhandenen Wege in Anspruch. Es ist also wichtig, die legalen Zuwanderungskanäle den Motiven der Migranten besser anzupassen. Dafür müssen klare politische und rechtliche Signale gesendet werden.

Können die gemischten Wanderungen quantifiziert werden?

Mit den bestehenden Daten lassen sich die gemischten Wanderungen nur unzureichend erfassen. Einen Anhaltspunkt bieten jedoch die Anerkennungsquoten der Aufnahmeländer. Die 173.846 von Deutschland im Jahr 2016 abgelehnten Asylerstanträge machten 25 Prozent der gesamten Erstanträge aus. Das legt zumindest die Vermutung nahe, dass 2016 der maximal mögliche Anteil der Migranten an den gemischten Wanderungen, bei denen es sich primär um Erwerbszuwanderung handeln kann, ein Viertel betrug. Diese Zahlen veranschaulichen die quantitative Bedeutung der gemischten Wanderungen und unterstreichen die Notwendigkeit, mit diesem Phänomen besser umzugehen.

Die neuen Zuwanderungsmöglichkeiten für den Westbalkan sind ein erster Ansatz

Erste Ansätze zur besseren Entflechtung von Flucht und Migration gibt es bereits. Insbesondere ist hier die im Oktober 2015 in der Beschäftigungsverordnung (§ 26 Abs. 2) geschaffene Möglichkeit zu nennen, für in die Heimat zurückgekehrte Zuwanderer aus den Westbalkan-Staaten, sich von dort aus um eine Beschäftigung in Deutschland zu bewerben. Diese Regelung war eine Reaktion der Bundesregierung darauf, dass die Asylanträge aus den Westbalkanstaaten stark gestiegen waren, die Anerkennungsquoten jedoch bei weniger als 1 Prozent lagen. Somit sollte zumindest ein Teil der Asylanträge in legale Erwerbsmigration überführt werden. Die Erwerbszuwanderung aus dem Westbalkan hat sich seitdem etwa verdoppelt von rund 12.000 in 2015 auf fast 23.000 (davon rund 12.000 über die Westbalkan-Regelung) Arbeitsaufnahmen 2016. Diese Maßnahme zeigt also durchaus Wirkung (zumindest rein zahlenmäßig). Für einen effektiven Umgang mit gemischten Wanderungen sind jedoch weitere Bemühungen angezeigt.

Mehr legale Zuwanderungsrouten für Flüchtlinge und Migranten

Die Studie zeigt, dass das Schaffen legaler und sicherer Wanderungswege für Flüchtlinge von großer Bedeutung ist, unter anderem in Zusammenarbeit mit den Herkunftsländern. Neben der Unterstützung von Erstaufnahmeländern sind hier insbesondere Resettlement-Programme zu nennen, das heißt die Übernahme von Flüchtlingskontingenten aus Erstaufnahmeländern. Da der politische Wille für ein schlagkräftiges Resettlement-Programm auf europäischer Ebene im Moment fehlt, könnte die Bundesregierung, zusätzlich zu den Empfehlungen der Studie, auch mit einem eigenen – quantitativ bedeutsamen – nationalem Programm voranschreiten, gegebenenfalls mit einigen Partnerstaaten. Solch eine Initiative könnte bei Erfolg später in ein europäisches Programm überführt werden.

Als einen weiteren Beitrag zur Entflechtung gemischter Wanderungen identifizieren die Studienautoren transparentere Zugangsmöglichkeiten für Erwerbszuwanderer. Gegenwärtig gibt es über 50 verschiedene Zuwanderungsmöglichkeiten zum Zweck der Erwerbstätigkeit. Das ist weder zuwanderungsinteressierten Drittstaatsangehörigen noch Unternehmen im Inland zu vermitteln. Ein Punktesystem, wie von den Studienautoren vorgeschlagen, oder alternativ eine Reform innerhalb der bestehenden Systematik mit der Blauen Karte EU als zentrale Säule, wäre ein Schritt in die richtige Richtung, um das deutsche Einwanderungssystem überschaubarer zu gestalten.

Auf institutioneller Ebene würde laut der Studie die Schaffung eines eigenständigen Bundesministeriums für Migration, Flucht und Integration Sinn machen. Ein derartiges Ministerium, in dem alle mit Einwanderung verbundenen Fragen von Asyl bis Arbeitsmarktintegration von Zuwanderern gebündelt und koordiniert würden, hätte mehr Handlungsfreiheit, kohärente Konzepte zu erarbeiten und diese auch zu implementieren.

Die Autoren identifizieren auch den Übergang zwischen Asyl und Migration als Hebel, um gemischte Wanderungen zu entwirren. So muss eruiert werden, ob Asylbewerber unter bestimmten Bedingungen während des Asylverfahrens oder nach Ablehnung des Asylantrags in einen Aufenthaltstitel zur Erwerbstätigkeit oder zur Ausbildung wechseln könnten. In diesem Zusammenhang spricht sich die Studie dafür aus, dass der Rückkehr von Ausreisepflichtigen eine größere Bedeutung zukommt. So ist eine effektive und an menschenrechtliche Standards gebundene Rückkehrpolitik – mit einem Fokus auf Programme zur freiwilligen Rückkehr – ein komplementäres Element einer ganzheitlich gedachten Asylpolitik. Auch weist die Studie darauf hin, dass die Datengrundlage zur Erfassung der gemischten Wanderungen verbessert werden muss.

Damit Asyl und Migration vorrausschauend und nachhaltig gestaltet werden können, ist es von Bedeutung, Migrationsmotive und Zuwanderungskanäle so weit wie möglich in Einklang zu bringen. Nur so kann die Politik den Modus des kurzfristigen Krisenmanagements hinter sich lassen, das Vertrauen der Bevölkerung in die erfolgreiche Gestaltung von Migration stärken und dem Rechtspopulismus seine Grundlage der Agitation nehmen. MiG 28

 

 

 

Globalisierung: Zu Risiken und Nebenwirkungen ...

 

Solange die Globalisierung Verlierer produziert, werden wir den Populismus nicht los. Von Joseph E. Stiglitz 

 

Der Sieg von Emmanuel Macron bei den französischen Präsidentschaftswahlen hat einen weltweiten Seufzer der Erleichterung ausgelöst. Zumindest Europa folgt nicht jenem protektionistischen Pfad, den Präsident Donald Trump den Vereinigten Staaten aufzwingt. Doch sollten die Globalisierungsbefürworter den Champagner im Kühlschrank lassen: Protektionisten und Befürworter einer „illiberalen Demokratie“ sind in vielen anderen Ländern auf dem Vormarsch. Und die Tatsache, dass ein unverblümt bigotter, notorischer Lügner wie Trump in den USA derart viele Stimmen erhalten konnte und dass die rechtsextreme Marine Le Pen am 7. Mai zur Stichwahl gegen Macron antrat, sollte zu tiefer Besorgnis Anlass geben.

Manche glauben, dass Trumps Missmanagement und offensichtliche Unfähigkeit ausreichen, um die Begeisterung für populistische Patentlösungen anderswo zu dämpfen. So wird es den Wählern im amerikanischen Rust Belt, die Trump unterstützt haben, in vier Jahren fast mit Sicherheit schlechter gehen, und rationale Wähler werden das sicherlich verstehen.

Doch es wäre ein Fehler anzunehmen, dass die Unzufriedenheit mit der Weltwirtschaft – zumindest darüber, wie sie eine große Anzahl derjenigen behandelt, die der Mittelschicht angehören (oder früher angehört haben) – ihren Zenit erreicht hat. Wenn die entwickelten freiheitlichen Demokratien ihre bisherige Politik weiterverfolgen, wird das entlassene Arbeiter weiter verprellen. Viele werden das Gefühl haben, dass Trump, Le Pen und Co. zumindest vorgeben, ihren Schmerz zu teilen. Die Vorstellung, dass sich die Wähler von selbst von Protektionismus und Populismus abwenden werden, ist möglicherweise nicht mehr als kosmopolitisches Wunschdenken.

Die Befürworter der liberalen Marktwirtschaft müssen begreifen, dass viele Reformen und technischen Fortschritte dazu führen, dass es einigen Gruppen – und zwar möglicherweise großen Gruppen – schlechter geht. Im Prinzip steigern diese Veränderungen die wirtschaftliche Effizienz und ermöglichen es den Gewinnern, die Verlierer zu entschädigen. Doch wenn es den Verlierern weiterhin schlechter geht, warum sollten sie dann die Globalisierung und eine marktorientierte Politik unterstützen? Tatsächlich liegt es in ihrem Interesse, sich Politikern zuzuwenden, die Widerstand gegen diese Veränderungen leisten.

Die Lehre sollte also offensichtlich sein: Ohne eine progressive Politik, die starke Sozialprogramme, berufliche Umschulungen und andere Formen der Unterstützung für die von der Globalisierung abgehängten Personen und Gemeinschaften umfasst, könnten Politiker vom Schlage Trumps zur Dauererscheinung werden.

Die durch solche Politiker verursachten Kosten sind für uns alle hoch, selbst wenn sie ihre protektionistischen und nativistischen Ambitionen nicht vollständig umsetzen können – denn sie machen sich Ängste zunutze, heizen die Bigotterie an und befriedigen ihre Machtgelüste durch eine gefährlich polarisierende Regierungsstrategie des „Wir gegen die“. Trump hat seine Twitter-Attacken gegen Mexiko, China, Deutschland, Kanada und viele andere gerichtet, und die Liste wird sich in seiner Amtszeit mit Sicherheit noch verlängern. Le Pen hat bisher nur die Muslime ins Visier genommen, doch ihre jüngsten Äußerungen, in denen sie die Verantwortung der Franzosen für die Verhaftung der Juden während des Zweiten Weltkriegs bestritten hat, haben ihren unterschwelligen Antisemitismus offenbart.

Das Ergebnis können tiefe und möglicherweise irreparable nationale Spaltungen sein. In den USA hat Trump das Amt des Präsidenten schon jetzt beschädigt und wird vermutlich ein noch stärker gespaltenes Land hinterlassen.

Wir dürfen nicht vergessen, dass vor Beginn der Aufklärung, die sich die Konzepte von Wissenschaft und Freiheit zu eigen machte, Einkommen und Lebensstandards jahrhundertelang stagnierten. Doch Trump, Le Pen und die anderen Populisten verkörpern die Antithese der Werte der Aufklärung. Trump zitiert ohne rot zu werden „alternative Fakten“, bestreitet wissenschaftliche Methoden und schlägt massive Haushaltskürzungen im Bereich der staatlichen Forschung einschließlich des Klimawandels vor, den er für Schwindel hält.

Der von Trump, Le Pen und anderen befürwortete Protektionismus stellt eine ähnliche Gefahr für die Weltwirtschaft dar. Seit einem Dreivierteljahrhundert versuchen wir, eine regelbasierte globale Wirtschaftsordnung zu schaffen, in der Waren, Dienstleistungen, Menschen und Ideen sich freier über Grenzen fortbewegen können. Unter dem Applaus seiner Mitpopulisten hat Trump eine Handgranate in diese Struktur geworfen.

Angesichts des Beharrens Trumps und seiner Anhänger auf der Wichtigkeit der Grenzen werden es sich die Unternehmen zweimal überlegen, wie sie ihre globalen Lieferketten organisieren. Die hieraus entstehende Unsicherheit wird Investitionen – insbesondere grenzüberschreitende Investitionen – abschrecken, was die Dynamik hin zu einem globalen, regelbasierten System bremsen wird. Und wenn weniger in das System investiert wird, haben die Befürworter eines solchen Systems weniger Anreize, sich dafür einzusetzen.

Dies wird weltweit zu Problemen führen. Ob es einem gefällt oder nicht: Die Menschheit wird global verbunden bleiben und sich gemeinsamen Problemen wie dem Klimawandel oder der Bedrohung durch den Terrorismus ausgesetzt sehen. Fähigkeit und Anreize, zur Lösung dieser Probleme zusammenzuarbeiten, müssen gestärkt und nicht geschwächt werden.

Die Lehre aus all dem ist etwas, das die skandinavischen Länder schon vor langer Zeit erkannt haben. Die kleinen Länder dieser Region wussten, dass Offenheit der Schlüssel zu raschem Wirtschaftswachstum und Wohlstand war. Doch um offen und demokratisch zu bleiben, mussten sie ihre Bürger davon überzeugen, wichtige Teile der Gesellschaft nicht zurückzulassen.

Der Wohlfahrtsstaat wurde daher für den Erfolg der skandinavischen Länder essenziell. Sie verstanden, dass der einzig nachhaltige Wohlstand ein Wohlstand für alle ist. Dies ist eine Lehre, die die USA und der Rest Europas nun lernen müssen. PS/IPG 8

 

 

 

Somalia: UNICEF schlägt Alarm

 

Das Kinderhilfswerk der Vereinten Nationen UNICEF schlägt Alarm: Immer mehr Kinder in Somalia sind auf der Flucht vor Dürre, Hunger und Krankheiten. Schätzungen des Kinderhilfswerkes nach wird sich die Zahl der somalischen Kinder, die an akuter Mangelernährung leiden, im laufenden Jahr auf 1,4 Millionen erhöhen, darunter 275.000 Kinder mit schweren lebensbedrohlichen Symptomen. Doch was sind die Ursachen für die Katastrophe in Somalia? Das fragte Radio Vatikan den UNICEF-Deutschland-Sprecher Rudi Tarneden; er weist darauf hin, dass die wiederkehrende Krise in dem afrikanischen Land auch hausgemacht ist:

„Die Hungerkrise in Somalia ist teilweise von Menschen gemacht. Teile des Landes sind seit Jahrzehnten ohne staatliche Ordnung. Insbesondere die Familien auf dem Land sind sehr arm. Hinzu kommt, dass schwere Dürren Ernten und Viehbestände vernichtet haben. Vielen Familien bleibt nichts anderes übrig, als ihre Dörfer auf der Suche nach Wasser und Nahrung zu verlassen. Kinder sind haben diesen extremen Bedingungen wenig entgegenzusetzen, besonders wenn sie bereits durch chronische Mangelernährung geschwächt sind.“

UNICEF unterstützt in Somalia über 800 Ernährungszentren, in denen schwer mangelernährte Kinder therapeutische Spezialnahrung erhalten und medizinisch behandelt werden. Rund eine Million Menschen erhalten durch UNICEF sauberes Trinkwasser, 100 Gesundheitszentren und 60 mobile Gesundheitsteams stellen medizinische Hilfe bereit. Doch mit der sanitären Versorgung ist es nicht getan. Auch Notschulen für 43.000 Kinder wurden eingerichtet. Auf der Flucht vor dem Hunger sind insbesondere Frauen und Kinder vielen Gefahren ausgesetzt, betont Tarneden:

„Die langen Hungermärsche bringen die geschwächten Menschen an den Rand ihrer Kräfte. Oftmals werden Mädchen und Frauen unterwegs oder in den Lagern ausgeraubt oder bestohlen. Auch sexuelle Übergriffe kommen vor, werden aber selten angezeigt, da die Opfer Diskriminierung und Ablehnung fürchten. Immer wieder werden Kinder auch von ihren Eltern getrennt.“

Seit November 2016 sind schätzungsweise 615.000 Menschen vor der schweren Dürre geflohen. Erst in der vergangenen Woche hatte das Internationale Kinderhilfswerk Save the Children mit einer Feldstudie darauf aufmerksam gemacht, dass die Krise gerade für Kinde nicht nur physische, sondern auch schwere psychologische Risiken birgt. In 17 Distrikten von insgesamt sieben somalischen Regionen wurden rund 600 Menschen zu den Folgen der Krise befragt. Ausnahmslos alle gaben an, mit Beginn der Dürrekrise sei auch eine Verhaltensänderung der Kinder in ihrem Umfeld einher gegangen, insbesondere der Grad an Aggressivität sei spürbar gestiegen. Dringend notwendig sei ein beherztes Eingreifen der Internationalen Gemeinschaft für Somalia, um eine Katastrophe zu verhindern, meint UNICEF:

„Wenn noch mehr Menschen aus ihren Dörfern fliehen wird sich die Lage weiter verschärfen. Diejenigen, die zu Hause bleiben, brauchen rasch Unterstützung, damit sie dort überleben können. Wir müssen noch schneller und noch mehr tun, um eine erneute Katastrophe wie 2011 zu verhindern, als über 130.000 Kinder in Somalia starben.“  (rv 03.05.)

 

 

 

 

Nordkorea und der USA. Präventivschlag, ehrlich jetzt?

 

Das Säbelrasseln Nordkoreas und der USA drängt die eigentlichen Herausforderungen in den Hintergrund. Von Bernt Berger

 

Mit der pannenreichen Verlagerung der amerikanischen Flugzeugträgerkampfgruppe um die USS Carl Vinson in das koreanische Ostmeer beziehungsweise Japanische Meer versuchen die USA einen neuen Akzent zu setzen, dessen tatsächliche Bedeutung allerdings nicht auf den ersten Blick ersichtlich ist. Der Verband war bereits im März 2017 Teil der gemeinsamen jährlichen US-südkoreanischen Foal Eagle Militärübungen und damit fester Bestandteil existierender strategischer Szenarios. Es stellt sich also die Frage, was die Schritte bewirken sollen und ob sie irgendeinen positiven Einfluss auf die gegenwärtige Situation auf der koreanischen Halbinsel haben können.

Die naheliegenste Antwort wäre, dass der eigentliche Adressat der amerikanischen Taktik China ist. Einmal mehr soll den Entscheidungsträgern in Peking demonstriert werden, was sie eigentlich bereits wissen: Die Region ist stabiler ohne das nordkoreanische Nuklearprogramm. China, so die Annahme, hat in den vergangenen Jahren nicht genug getan, um seinen Einfluss in Pjöngjang geltend zu machen und könnte durch wirtschaftliche Blockaden zusätzlichen Druck ausüben.

Die unterkühlten Beziehungen zwischen Peking und Pjöngjang und eine Reihe weiterer Faktoren deuten jedoch auf etwas anderes hin. Womöglich ist der Schlüssel für zukünftige Lösungen und die Wiederaufnahme von Verhandlungen eher bei den USA und nicht in China zu suchen. In der Tat sind die gegenwärtigen Ereignisse nur der neueste Tiefpunkt in einem Trend, der sich in den vergangenen acht Jahren, nach dem Abbruch der Sechsparteiengespräche, abgezeichnet hat. Dabei handelt es sich um eine Konfliktspirale, die sich durch wiederholte und beidseitig wahrgenommene Provokationen und Gegenprovokationen hochgeschraubt hat. Die Positionen der relevanten Parteien sind verhärteter denn je und die tatsächlichen Herausforderungen in den Hintergrund geraten.

Abbruch der Verhandlungen nicht allein Nordkoreas Schuld

Der Abbruch der Verhandlungen in den Sechsparteiengesprächen ist nicht allein Nordkorea zuzuschreiben. Die Vereinbarungen der letzten Verhandlungsrunde 2007 sahen vor, dass Nordkorea seine nuklearen Anlagen stilllegt und Programme offenlegt. Ein zentraler Punkt in dem Aktionsplan war die Normalisierung der Beziehungen zwischen den USA und Nordkorea. Dies beinhaltete ein Ende der Sanktionierung auf Basis des Trading with the Enemy Act und der Bezeichnung Nordkoreas als Sponsor des Terrorismus. Nordkorea wurde Unterstützung im Bereich Energieversorgung und humanitäre Hilfe zugesagt.

Das wichtigste Anliegen Pjöngjangs blieb allerdings unberücksichtigt. Der Forderung nach einer bilateralen Sicherheitsgarantie in Form eines bilateralen Vertrags kamen die USA nicht nach. Da eine Billigung durch den Kongress sehr unwahrscheinlich war, boten die USA alternativ multilaterale Sicherheitsgarantien auf regionaler Ebene an. Aber ein Arrangement, an das nachfolgende US-Administrationen nicht gebunden wären, reichte nicht aus, um Nordkoreas Sicherheitsbedürfnisse zu befriedigen.

Es bleibt unklar, warum Pjöngjang wiederholt ein unzureichendes Quid pro Quo (nämlich Abrüstung gegen humanitäre und wirtschaftliche Hilfe) akzeptiert hat. Nachdem 2009 ein als Satellitentest deklarierter Raketentest durchgeführt wurde, kam der Sechsparteienprozess allerdings zum Stillstand. Auch die Verhandlungen des sogenannten Leap Day Agreement von 2012 kamen nicht über einen einseitigen Verhandlungsfokus auf das Atomprogramm hinaus. Stattdessen setzte die US-Regierung unter Obama von nun an auf eine Politik der „strategischen Geduld“ um Pjöngjang zu zwingen, die Ergebnisse bisheriger Abkommen zu implementieren.

Dementsprechend lässt sich die Behauptung, Nordkorea behandele sein Atomprogramm als Verhandlungsmasse, um wirtschaftliche Hilfe zu erzwingen, nicht halten. Vielmehr dient eine zukünftige nukleare Aufrüstung als asymmetrisches Mittel, um sein durch technische Unterlegenheit begründetes Sicherheitsdilemma zu überwinden. Zusätzlich versucht die politische Führung Nordkoreas, einen strategischen Status quo zu etablieren, der erneute Verhandlungen auf Augenhöhe ermöglicht.

Spirale der Provokationen

Ein weiteres gängiges Argument gegen Verhandlungen mit Nordkorea ist, dass das Regime gezielt auf Provokationen setze, um auf sich aufmerksam zu machen und seine Verhandlungsposition zu zementieren. Allerdings greift eine solche Interpretation zu kurz. Die gegenwärtige Konfliktspirale besteht in der Tat aus wahrgenommenen Provokationen und Gegenprovokationen, die wiederholt die Eskalationsgefahr erhöht haben. Pjöngjang hatte wiederholt die gemeinsamen Militärübungen zwischen den USA und Südkorea sowie deren konkreten Ausrichtung auf offensive Landungsmanöver und den Einsatz nukleartauglicher B-52 Bomber bemängelt. Im Gegenzug hatte Nordkorea wiederholt Raketentests durchgeführt und mit Artillerieschüssen Entschlossenheit demonstriert. 2010 kam es während der gemeinsamen Militärübungen zur Versenkung der Korvette Cheonan der südkoreanischen Marine an der sogenannten Northern Limit Line, der immer noch umstrittenen maritimen Grenze zwischen den beiden Koreas. 2015 brachte ein Zwischenfall, bei dem an der demilitarisierten Zone (DMZ) zwei südkoreanische Soldaten durch Landminen verwundet wurden, die Nord-Süd Annäherung zu einem jähen Ende.

In der Vergangenheit hatte keine der Parteien ein Interesse an einer tatsächlichen militärischen Konfrontation. Nordkoreas Ziel ist es, das Überleben des Regimes zu sichern und einen neuen Status quo auf Basis von nuklearer Abschreckung zu zementieren. Die USA hat wiederholt die Option eines Präventivschlages untersucht. Allerdings hätte ein solcher Schritt unberechenbare Kollateralschäden in Südkorea zur Folge. Insbesondere die Hauptstadt Seoul ist nur zirka 50 Kilometer von der demilitarisierten Zone entfernt. China hatte wiederholt versucht, mittels Reisediplomatie riskante Situationen zu entschärfen.

Welchen Einfluss hat China wirklich?

Immer, wenn sich auf der koreanischen Halbinsel wieder Zwischenfälle ereignen, wird der Ruf nach Chinas Einflussnahme laut. China, so das Argument, sei der einzige Verbündete Nordkoreas und müsse seinen Einfluss geltend machen. In der Tat hatte China in der Vergangenheit sein Interesse an der Stabilität Nordkoreas und geostrategische Beweggründe allen anderen Überlegungen vorangestellt. Aber auch für China hat sich im Laufe der Jahre die Situation geändert.

Mit dem Fortschreiten des nordkoreanischen Atomprograms hat die chinesische Regierung erkannt, dass dieser Trend zu einer größeren Destabilisierung der Region führen könnte als eine Destabilisierung der Führung in Pjöngjang. Nach der Einstellung der Sechsparteiengespräche hat Peking zunehmend versucht, Nordkorea wirtschaftlich zu öffnen, und UN Resolutionen unterstützt, die die Weiterverbreitung von Waffen und Technologien sanktionieren.

Aber Chinas Einfluss wurde unter der Führung Kim Jung-Uns stark eingeschränkt. Mit der Hinrichtung von Kim Jung-uns Onkel Jang Song-thaek 2013 verlor Nordkorea nicht nur einen Befürworter einer Öffnungspolitik, sondern China auch seinen Hauptzugang zur nordkoreanischen Führung. Seitdem hat Nordkorea wiederholt Signale an China gesendet, dass eine Einflussnahme nicht gewünscht sei. Wirtschaftlich hat China wiederholt versucht, eine Politik von Zuckerbrot und Peitsche anzuwenden, indem es Nordkoreas Energieversorgung und die Abnahme von nordkoreanischen Exporten wie Kohle einschränkte. Seitdem versucht Pjöngjang, seine Abhängigkeit von Peking in allen Bereichen zu verringern.

Im Bereich der Sanktionen haben sich chinesische Banken und größere Firmen zunehmend an unilaterale Sanktionen der USA angepasst, um nicht auf dem amerikanischen Markt ausgeschlossen zu werden. Sicherheitsrelevante Technologien, die durch die UN-Nichtweiterverbreitungssanktionen gesperrt sind, haben zwar über chinesische Kanäle ihren Weg nach Nordkorea gefunden. Allerdings ist dieser Umstand der Aktivität krimineller Netzwerke, gefälschten Lizensierungen, mangelndem Know-how in chinesischen Firmen und noch unzureichenden Zoll- beziehungsweise Grenzkontrollen geschuldet.

Der Kleinhandel mit Verbrauchsgütern durch chinesische Firmen hat in Nordkorea zu kleinen Märkten und ersten marktwirtschaftlichen Möglichkeiten geführt. Eine Forderung an China, diese Aktivitäten zu unterbinden, kommt einer Forderung nach unilateralen Sanktionen gleich, und entsprechende Schritte wären unabhängig von dem derzeitigen Sanktionsregime der UN.

Grundsätzlich stehen China und die USA vor der Herausforderung, ihre Gegensätze in der Gestaltung einer regionalen Sicherheitsarchitektur – auf Basis eines mangelnden sicherheitspolitischen Status Quo in der gesamten ostasiatischen Region – mit den gemeinsamen Interessen zu vereinbaren. Die Lösung aktueller Konfliktherde wie auf der koreanischen Halbinsel oder die Territorialfragen im südchinesischen Meer läuft stets Gefahr, den Interessengegensätzen innerhalb einer fortschreitenden Biploarisierung zum Opfer zu fallen.

Sicherheitsgarantien der USA

Die wiederholten Beteuerungen seitens der USA, es würde seinen Verbündeten in Japan und Südkorea beistehen, sind missverständlich. Die USA haben sich in der Tat zur Verteidigung Südkoreas verpflichtet. Aber die militärstrategische Situation zwischen den USA und Nordkorea steht tatsächlich im Zentrum der Problematik. In der Vergangenheit hat die zwischenkoreanische Annäherung wiederholt unter den Entwicklungen in der Sicherheitssituation zwischen den USA und Nordkorea gelitten. Dies war insbesondere der Fall, wenn Maßnahmen der Annäherung in den Dienst der allgemeinen Vertrauensbildung gestellt wurden. Regionale Sicherheitsinitiativen seitens Südkoreas scheiterten am mangelnden Interesse seitens der USA und Chinas. Südkoreanische Sicherheitsbedenken oder -ansätze haben in der Vergangenheit nur wenig Gehör gefunden, und Zielsetzungen wurden schlichtweg ignoriert oder stießen in Washington auf Widerstand.

Im wahrscheinlichen Fall des Wahlgewinns der derzeitigen Opposition bei den Wahlen im Juni wird die neue südkoreanische Regierung einen größeren Willen zu einer Annäherungspolitik zeigen. Militärische Maßnahmen und auch die Stationierung der THAAD Abwehrsysteme werden von der Opposition weitaus kritischer gesehen und wahrscheinlich abgelehnt. Die gegenwärtigen, provozierten Spannungen haben auch Auswirkungen auf den südkoreanischen Wahlkampf. Zuletzt hatte sich die Stimmung in der Öffentlichkeit gegen eine Annäherung mit Nordkorea gewendet.

Eine wirkliche Wende in der derzeitigen Situation und der sich zuspitzenden Konfliktspirale kann nur eintreten, wenn die USA und Nordkorea gemeinsam die sicherheitspolitische Situation gestalten. Ein solcher Schritt müsste als Teil eines weiter angelegten Friedensprozesses und unter Einbeziehung Südkoreas und Chinas stattfinden. Nur eine Kombination von Abrüstungsverhandlungen, Nord-Süd Annäherung und multilateraler Gestaltung der regionalen Sicherheitsarchitektur kann zu nachhaltigen Ergebnissen führen.

Da zurzeit das nötige Vertrauen fehlt und es unwahrscheinlich ist, dass sich nordkoreanische Führung von ihrem nuklearen Waffenprogramm abbringen lässt, ist es unausweichlich, dass ein auf nuklearer Abschreckung basierender Status Quo den Rahmen für solche Initiativen setzen wird und dies in Ansätzen auch bereits tut. Zu diesem fortgeschrittenen Zeitpunkt ist das immer noch eine realistischere Option als ein Präventivschlag oder eine militärische Eskalation. Die militärische Option könnte das erwünschte Ziel der Denuklearisierung und des Regimewandels schon taktisch kaum erreichen. Die nordkoreanischen Technologien sind tief in unterirdischen Anlagen versteckt. Außerdem wäre mit immensen menschlichen und materiellen Verlusten in Südkorea zu rechnen.

IPG 21.4.

 

 

 

Entwicklungspolitische Bilanz. Minister Müller fordert gerechte Globalisierung

 

Jobs für Flüchtlinge, Bildungsprojekte in armen Staaten, Milliarden gegen Armut: Minister Müller zieht im Entwicklungsbericht eine positive Bilanz, mahnt aber auch zu mehr Fairness mit armen Staaten. Eine gerechtere Globalisierung liege auch im Interesse der reichen Staaten.

Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) hat eindringlich mehr Fairness und Verantwortung im internationalen Handel eingefordert. „Globalisierung hat Gewinner, aber auch Verlierer“, sagte Müller bei der Vorstellung des 15. Entwicklungspolitischen Berichts am Mittwoch in Bundeskabinett. „Im globalen Dorf werden es die Verlierer nicht hinnehmen, dass unser Wohlstand auf den Ressourcen ihrer Länder aufbaut, ohne dass sie daran fair beteiligt werden.“ Eine gerechtere Globalisierung liege auch im Interesse der reichen Staaten.

Als Beispiel nannte der CSU-Politiker das Textilbündnis zur Verbesserung sozialer, wirtschaftlicher und ökologischer Bedingungen entlang der Lieferkette. Müller hatte 2014 die Initiative ins Leben gerufen. Ihr gehören inzwischen rund 150 Unternehmen, Verbände und Nichtregierungsorganisationen an, Kritikern geht sie jedoch nicht weit genug. Der Minister forderte faire Standards bei allen globalen Wertschöpfungsketten. „Ansonsten wird Arm und Reich weiter auseinanderlaufen mit dramatischen Folgen.“

Im Entwicklungsbericht, der alle vier Jahre erscheint, zog Müller eine erste Bilanz seiner bisherigen Amtszeit. Den Angaben nach hat sein Ministerium in den vergangenen vier Jahren mehr als zehn Milliarden Euro bereitgestellt, um etwa Flüchtlingen durch Bildungs- und Beschäftigungsprojekte zu helfen. So schuf beispielsweise die „Beschäftigungsoffensive Nahost“ bis Ende 2016 Jobs für mehr als 60.000 Menschen.

Müller begrüßt Etat

Um den Kampf gegen Hunger voranzutreiben, werden jedes Jahr etwa 1,5 Milliarden Euro in Landwirtschaftsprojekte, Maßnahmen zur ländlichen Entwicklung und Ernährungsoffensiven investiert. Durch den Aufbau von 14 sogenannten grünen Innovationszentren konnte den Angaben zufolge mehr als 800.000 kleinbäuerlichen Betrieben geholfen werden.

Müller begrüßte, dass der Etat seines Ministeriums über die gesamte Legislaturperiode um rund 2,2 Milliarden Euro, etwa 35 Prozent, gestiegen ist. Derzeit stehen dem Entwicklungsministerium rund 8,5 Milliarden Euro zur Verfügung. Deutschland hat 2016 erstmals eine Entwicklungshilfequote von 0,7 Prozent erreicht. Sie bezieht sich auf die öffentliche Entwicklungshilfe gemessen am Bruttonationaleinkommen. Allerdings betonte Müller, dass dabei die Ausgaben für die Flüchtlinge im Inland einberechnet wurden. Ohne diesen Posten liegt die deutsche Quote bei 0,52 Prozent.

Grüne: Textilbündnis ist PR-Kampagne

Kritische Töne kamen vom Sprecher für Entwicklungspolitik der Grünen-Bundestagsfraktion, Uwe Kekeritz. Für ihn ist Müllers Politik von Widersprüchen geprägt. Das Textilbündnis habe nicht zur Verbesserung der Arbeitsbedingungen in den Produktionsländern beigetragen, sagte Kekeritz. „Die Initiative ist vielmehr eine PR-Kampagne, mit der gesetzliche Regeln für die Industrie verhindert werden konnten.“

Von den Beratungen der G-20-Staaten erhofft sich Müller unterdessen eine engere Kooperation mit afrikanischen Ländern. Seinen Vorstellungen zufolge sollen sich die G-20-Mitglieder zu einer Investitionsoffensive verpflichten. Im Gegenzug sollen die afrikanischen Länder versprechen, beispielsweise gegen Korruption und Steuerflucht vorzugehen. Das Bundesentwicklungsministerium stellt derzeit rund 300 Millionen Euro für solche Kooperationen bereit. Müller strebt für den nächsten Etat eine Erhöhung auf eine Milliarde Euro für Reformländer an. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Merkel: Ein Bruch mit der Türkei ist nicht im europäischen Interesse

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel warnt trotz der stark belasteten Beziehungen zur Türkei vor einem Bruch mit dem Land.

 

„Eine endgültige Abwendung der Türkei von Europa, aber auch – und das sage ich mit Bedacht – Europas von der Türkei – wäre weder im deutschen noch im europäischen Interesse“, sagte Merkel am Donnerstag im Bundestag. Im Umgang mit der Türkei seien nun Klugheit ebenso wie Klarheit gefragt. „Und genau so, mit Klugheit wie mit Klarheit, werden wir im Kreise der Europäischen Union darüber beraten, welche präzisen Konsequenzen wir zu welchem Zeitpunkt für angemessen halten.“ Die Bundesregierung strebe dabei ein gemeinsames Handeln der europäischen Institutionen an.

Die Europäische Kommission hat gestern (24. April) die Regierungen der EU-Länder dazu aufgerufen, die Beziehungen zur Türkei zu überdenken.

SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann sprach sich gegen einen Abbruch der EU-Beitrittsgespräche mit der Türkei aus. „Das ist doch genau das, worauf (der türkische Präsident Recep Tayyip) Erdogan wartet: Dass er die Schuld für den Abbruch der Verhandlungen den Europäern in die Schuhe schieben kann“, sagte Oppermann. „Natürlich ist klar: Wenn es in der Türkei zu einer Einführung der Todesstrafe kommt, dann sind die Verhandlungen automatisch beendet.“ Diese Verantwortung müsse Erdogan aber selbst vor seinem Volk übernehmen. „Wir sollten klarmachen: Nicht wir schlagen der Türkei die Tür für Europa zu, sondern es ist allein Erdogan, der sein Land wegführt von der Türkei, der die Türkei systematisch wegführt von den europäischen Werten.“

Merkel forderte die Türkei erneut auf, die Vorwürfe mit Blick auf den Ablauf des umstrittenen Verfassungsreferendums zu klären. Die türkische Regierung müsse die Fragen beantworten, die die OSZE und die parlamentarische Versammlung des Europarats in ihrem Bericht stellten. „Wir werden sehr aufmerksam verfolgen, wie die Türkei sich bei der Aufklärung möglicher Unregelmäßigkeiten verhält“, betonte die Kanzlerin. „Gleiches gilt für die weiteren Schritte der türkischen Regierung bei der konkreten Umsetzung ihrer Verfassungsreform und bei der Zusammenarbeit mit dem Europarat.“

Anstelle eines Vollbeitritts der Türkei wird man sich in der EU-Kommission auf die Suche nach anderen Formen der Zusammenarbeit machen müssen.

Zugleich prangerte Merkel erneut das Vorgehen der Türkei im Fall des inhaftierten „Welt“-Korrespondenten Denis Yücel an. „Es ist, um das unmissverständlich zu sagen, mit einem Rechtsstaat nicht vereinbar, wenn eine Exekutive – in diesem Fall die türkische Exekutive – Vorverurteilungen vornimmt, wie dies etwa mit Denis Yücel öffentlich geschehen ist“, sagte sie unter dem Applaus der Abgeordneten. „Die Bundesregierung wird nicht nur mit Blick auf sein Schicksal, sondern auf die vielen Strafverfahren in der Türkei insgesamt, unvermindert und wieder und wieder die Einhaltung rechtsstaatlicher Standards einfordern, einschließlich des hohe Gutes der Meinungs- und Pressefreiheit.“ Die Regierung in Ankara wirft Yücel Terrorpropaganda vor, was der Reporter zurückweist.

Positionen

Renate Sommer, Türkei-Berichterstatterin der EVP-Fraktion: "Wir müssen jetzt endlich dieses unwürdige Theater der Beitrittsverhandlungen beenden und nicht erst auf die Wiedereinführung der Todesstrafe in der Türkei warten. Sobald die neue türkische Verfassung in Kraft getreten ist, müssen die Beitrittsverhandlungen abgebrochen werden. Es reicht nicht, sie nur auszusetzen, also offiziell ruhen zu lassen. Und wieviele Jahrzehnte sollte ein solcher Zustand denn auch andauern? Solange Präsident Erdogan das Land regiert, und das kann er mit der neuen Verfassung auf Lebenszeit, ist an eine Erfüllung der Kopenhagener Vorbeitrittskriterien durch die Türkei nicht zu denken." EA/rtr 27

 

 

 

 

"Stammtisch-Blick". Leitkultur-Debatte von de Maizière unter Beschuss

 

Bundesinnenminister de Maizière hat den umstrittenen Begriff der „Leitkultur“ wieder in die gesellschaftliche Debatte eingebracht. Dazu veröffentlichte er einen Zehn-Punkte-Katalog. Die SPD hält dagegen: „Unser Leitbild ist das Grundgesetz.“

Der Zehn-Punkte-Plan von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) für eine deutsche Leitkultur stößt auf deutliche Kritik bei SPD und Opposition. „Diese Diskussion geht an den echten Problemen in Deutschland vorbei“, sagte SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann den Dortmunder „Ruhr Nachrichten“ (Montag). „Unser Leitbild ist das Grundgesetz. Das gilt ohne Wenn und Aber – und zwar für alle“. Der Deutsche Kulturrat bezeichnete den Begriff „Leitkultur“ als politisch verbrannt und missverständlich. Rückendeckung bekam der Minister aus der Union.

De Maizière hatte seine Thesen in der „Bild am Sonntag“ veröffentlicht. Unter Leitkultur verstehe er eine „Richtschnur des Zusammenlebens“, schrieb der Minister. „Über Sprache, Verfassung und Achtung der Grundrechte hinaus gibt es etwas, was uns im Innersten zusammenhält, was uns ausmacht und was uns von anderen unterscheidet.“

Oppermann erklärte, die im Grundgesetz verankerten Werte auch in Zukunft durchzusetzen, wäre eine Diskussion wert: „Eine neue Leitkultur brauchen wir nicht.“ SPD-Vize Ralf Stegner sagte den „Ruhr Nachrichten“, de Maizières Leitkultur-Thesen seien „ein billiger Versuch, bei den Konservativen in der Union Stimmung zu machen und hinter den Rechtspopulisten herzulaufen“.

„Tausendste Auflage der Leitkulturdebatte“

Der Linken-Fraktionsvize im Bundestag, Jan Korte, kritisierte „die tausendste Auflage der Leitkulturdebatte“. Der „politische Pleitegeier de Maizière fischt mal wieder rechts und übersieht eines: Es gilt das Grundgesetz. Da steht alles drin“, sagte Korte.

Klare Zustimmung zum De-Maizière-Vorstoß kommt hingegen von CDU-Innenpolitiker Wolfgang Bosbach. Es sei „richtig und wichtig“ über das zu sprechen, was eine Gesellschaft zusammenhalte. Der Begriff „Leitkultur“ solle nicht ausgrenzen, sondern einladen, sagte Bosbach dem Kölner Stadt-Anzeiger.

Nach den Worten von CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer ist es überfällig, „dass die Debatte über Leitkultur auch in Berlin geführt wird“. Ohne gemeinsame Selbsverständlichkeiten zerfalle eine Gesellschaft, betonte er in der Passauer Neuen Presse. „Wir brauchen bei der Integration in Deutschland einen klaren Kompass: unserer Leitkultur.“

Kulturrat: Begriff „Leitkultur“ missverständlich

Der Deutsche Kulturrat äußerte sich differenziert zu den Thesen de Maizières. Es sei gut, das Thema Kultur in den Fokus zu rücken, sagte der Geschäftsführer des Kulturrates, Olaf Zimmermann. „Viele wichtige Fragen zur Bedeutung der Bildung, der Kultur und der Religion werden in den zehn Thesen des Innenministers angesprochen.“ Allerdings sei der Begriff „Leitkultur“ missverständlich, weil er den Eindruck erzeuge, dass es eine verbindliche Kultur für alle in Deutschland lebenden Menschen geben solle.

In seinem Zehn-Punkte-Katalog hatte de Maizière unter anderem soziale Gewohnheiten der Deutschen hervorgehoben, die Ausdruck einer bestimmten Haltung seien: „Wir sagen unseren Namen, wir geben uns zur Begrüßung die Hand“, unterstrich der Minister. „Wir sind eine offene Gesellschaft. Wir zeigen unser Gesicht. Wir sind nicht Burka.“

Er betonte auch, dass Deutschland christlich geprägt und die Religion „Kitt und nicht Keil“ der Gesellschaft sei: „Dafür stehen in unserem Land die Kirchen mit ihrem unermüdlichen Einsatz für die Gesellschaft.“ (epd/mig 2)

 

 

 

Weiterer Bundeswehrsoldat unter Terrorverdacht in Haft

 

Der Skandal um den terrorverdächtigen Bundeswehr-Offizier Franco A. weitet sich aus.

Im baden-württembergischen Kehl wurde gestern ein weiterer Soldat als mutmaßlicher Komplize verhaftet, gegen den am Abend Untersuchungshaft angeordnet wurde. Der 27-jährige Maximilian T. sei dringend verdächtig, aus einer rechtsextremistischen Gesinnung heraus gemeinsam mit den vor zwei Wochen festgenommenen Franco A. und Mathias F. eine schwere staatsgefährdende Gewalttat vorbereitet zu haben, sagte die Sprecherin der Bundesanwaltschaft, Frauke Köhler. Medienberichten zufolge waren die Planungen konkreter als bisher bekannt. Nach „Spiegel“-Informationen wurden bei A. handschriftliche Hinweise gefunden, wonach er und seine Komplizen mögliche Ziele bereits ausspähten.

Die drei Beschuldigten hätten einen Angriff auf das Leben hochrangiger Politiker und Personen des öffentlichen Lebens geplant, die sich aus ihrer Sicht für eine verfehlte Ausländer- und Flüchtlingspolitik engagierten, sagte Köhler. Sie bestätigte, dass auf der Liste unter anderem der ehemalige Bundespräsident Joachim Gauck und Justizminister Heiko Maas standen. Die Tat habe Franco A. verüben sollen. Dieser hatte sich als syrischer Flüchtling ausgegeben und erfolgreich einen Asylantrag gestellt. „Auf diese Weise wollten die drei Beschuldigten den Verdacht nach dem Anschlag auf hier lebende Asylbewerber lenken“, erläuterte Köhler. Die Tat habe von der Bevölkerung als „radikal-islamistischer Terrorakt eines anerkannten Flüchtlings“ aufgefasst werden sollen, hieß es ergänzend in einer Mitteilung.

Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen besucht in Frankreich die Kaserne, in der der rechtsextreme Oberleutnant Franco A. stationiert war. Ein Ortstermin

A. soll sich die ihm zugesprochenen Leistungen für Asylbewerber zum Teil selbst bei den Behörden abgeholt haben. Der nun verhaftete Soldat T. hat ihn laut Köhler mit falschen Entschuldigungen vor Dienstvorgesetzten verteidigt.

Zur Vorbereitung des Angriffs beschafften sich die Männer den Ermittlungen zufolge in Österreich eine Pistole, die sie zunächst zwischenlagerten. Seit Mitte Januar habe A. die Waffe in einem Putzschacht auf einer Behindertentoilette am Wiener Flughafen deponiert, wo sie von der Polizei entdeckt wurde.

„Spiegel“: Auch T. war in Illkirch stationiert

Die beiden Soldaten Franco A. und Mathias F. wurden am 26. April festgenommen. Laut „Spiegel“ war der nun ebenfalls verhaftete T. ein enger Freund von A. Beide seien in der 2. Kompanie des Jägerbataillons 291 im französischen Illkirch eingesetzt gewesen. T. sei auch im Januar mit ihm zusammen in Wien gewesen. In der bei Franco A. gefundenen Liste seien etwa das Geburtsdatum von Maas und die beiden Anschriften des Ministeriums verzeichnet gewesen. Von der antirassistischen Amadeu-Antonio-Stiftung hätten die Fahnder eine genaue Skizze der Büroräume entdeckt. Vermutlich hätten sich A. und seine Komplizen zudem für mögliche Anschläge noch weitere Waffen besorgen wollen. In den Notizen fand sich dem „Spiegel“ zufolge eine Liste mit verschiedenen Gewehren samt Preisangaben.

Das Verteidigungsministerium berichtete nach Angaben von Teilnehmern in einer Obleutesitzung zudem, dass gegen Maximilian T. der Militärische Abschirmdienst (MAD) im September 2015 schon einmal ermittelte. Es habe die Meldung eines Kameraden gegeben, dass T. ihn für Aktionen gegen Ausländer habe anwerben wollen. Die Untersuchungen des MAD hätten aber zu keinem Ergebnis geführt.

Heute stellte Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen ein neues Kommando zur Cyber-Verteidigung in den Dienst. Politiker von SPD und Grünen fordern ein klares Mitspracherecht des Parlaments.

SPD: Vermutlich Terrorzelle in der Bundeswehr

Bei den Ermittlungen gegen den mutmaßlichen Rechtsextremen A. waren in der Kaserne in Illkirch Wehrmachtsandenken und Wandgemälde von Wehrmachtssoldaten in einem Aufenthaltsraum gefunden worden. Es wurde auch ein in ein Sturmgewehr geritztes Hakenkreuz entdeckt. Generalinspekteur Volker Wieker lässt inzwischen alle Kasernen auf Wehrmachts-Sammelstücke und Nazi-Symbole durchforsten. Ursprünglich hatte das Ministerium für diesen Dienstag einen Zwischenbericht dazu angekündigt. Ein Sprecher sagte aber, es gebe lediglich einen Bericht, ob die am Freitag ausgegebene Weisung umgesetzt werde. Ergebnisse sollten am kommenden Dienstag vorliegen. Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen hat eine lückenlose Aufklärung angekündigt. Zudem hat sie der Armee allgemein ein Haltungsproblem und Führungsschwäche bescheinigt, was sie erheblich in politische Bedrängnis gebracht hat.

SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann sagte, nach der Verhaftung eines weiteren Soldaten müsse man davon ausgehen, dass sich eine Terrorzelle innerhalb der Bundeswehr gebildet habe. „Das ist eine Riesen-Blamage für die Verteidigungsministerin“, sagte er. Von der Leyen müsse den von ihr total vernachlässigten Bereich der inneren Führung so organisieren, dass solche Fälle ausgeschlossen seien. EA/Rtr 10

 

 

 

Minister de Maizière. Einwanderungs- und Integrationsgesetze zusammenführen

 

Gesetze zu Einwanderung und Integration sollen nach dem Willen von Bundesinnenminister de Maizière zusammengeführt werden. Nach dem Fall Franco A. kann sich der Innenminister auch Änderungen im Asylverfahren vorstellen.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) hat sich dafür ausgesprochen, die verschiedenen Gesetze zu Einwanderung und Integration in einem Paket zusammenzuführen. Das sei eine große Aufgabe für die nächste Legislaturperiode, sagte de Maizière der in Düsseldorf erscheinenden Rheinischen Post.

Es müssten verschiedene Fragen im Zusammenhang beantwortet werden: „Wie kommt man ins Land, wie hat man sich hier zu verhalten, wie wird man Staatsbürger, wann muss man das Land wieder verlassen?“, betonte der Minister. Daher sei es sinnvoll, die Bereiche Einwanderung, Integration, Staatsbürgerschaft und Aufenthaltsrecht in einem Gesetzespaket zu verbinden. De Maizière hatte zuletzt eine Debatte über eine deutsche Leitkultur angestoßen und dazu einen Zehn-Punkte-Katalog aufgestellt.

Änderungen auch im Asylverfahren „denkbar“

Änderungen sind laut de Maizière auch im Hinblick auf den Fall Franco A. im Asylverfahren denkbar. Die Anerkennung des Ende April unter Terrorverdacht festgenommenen Bundeswehrsoldaten als syrischer Flüchtling sei eine „krasse Fehlentscheidung“ gewesen, sagte de Maizière der Zeitung. Um herauszufinden, ob es Fehler im System gibt, würden stichprobenartig je 1.000 positive Bescheide von Syrern und von Afghanen unter die Lupe genommen.

Ein erster Zwischenbericht über diese Prüfung soll Mitte des Monats vorliegen. „Auf dieser Grundlage wird dann über mögliche Veränderungen in den Verfahren oder andere Konsequenzen zu reden sein“, sagte der Minister. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Merkel trifft Putin in Sotschi. Offener Dialog trotz Meinungsverschiedenheiten

 

Bei ihrem Besuch hat die Kanzlerin auf die hohe Bedeutung von Freiheitsrechten für eine Zivilgesellschaft hingewiesen. Zum Ukraine-Konflikt mahnte sie eine Umsetzung des Minsker Abkommens an. Gesprächsthemen waren auch die Lage in Syrien sowie der bevorstehende G20-Gipfel.

 

"Auch wenn es in einigen Fragen gravierende Meinungsverschiedenheiten gibt, müssen wir miteinander sprechen, weil man sonst in ein Schweigen und ein immer geringeres Verständnis einmündet." Das sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in einer gemeinsamen Pressekonferenz mit Russlands Präsident

Wladimir Putin in Sotschi.

Mit Blick auf die innenpolitische Lage in Russland habe sie, so Merkel, noch einmal darauf hingewiesen, wie wichtig die Demonstrationsfreiheit und die Rolle der Nichtregierungsorganisationen in einer Zivilgesellschaft seien. Sie habe daran "erinnert, dass wir sehr negative Berichte bekommen über den Umgang gerade mit Homosexuellen in Tschetschenien". Sie habe Putin gebeten, seinen Einfluss hier geltend zu machen, genauso wie im Fall der Zeugen Jehovas.

Kritischen Dialog fördern

Der Petersburger Dialog, sei "ein Forum geworden, in dem sehr offen auch kritische Themen angesprochen werden können." Sie selbst, aber auch die russische Seite hätten sich sehr für die Fortsetzung dieses Formats eingesetzt. "Mir liegt sehr daran, dass unsere Zivilgesellschaften in einem Austausch sind, auch wenn es Meinungsverschiedenheiten gibt."

Der Petersburger Dialog ist ein Forum von Partnern aus den Zivilgesellschaften Deutschlands und Russlands. Er wird vom Deutsch-Russischen Forum getragen, einer Nichtregierungsorganisation. Die Bundeskanzlerin ist Schirmherrin des Petersburger Dialogs.

Enge Wirtschaftsbeziehungen

Merkel und Putin betonten in ihrer Pressekonferenz auch die Bedeutung der bilateralen Wirtschaftsbeziehungen. Deutschland sei nach China Handelspartner Nummer Zwei Russlands, so Putin. Auch in Wissenschaft, Forschung und besonders beim Jugendaustausch seien die Beziehungen sehr eng, sagte Merkel.

Sanktionen bleiben bestehen

Die Situation in der Ostukraine war ein weiterer Schwerpunkt des Gesprächs. Die EU hatte in diesem Zusammenhang Sanktionen gegen Russland verhängt. Die Bundeskanzlerin betonte, für sie bleibe "das Ziel, durch die Umsetzung der Minsker Vereinbarung auch zu dem Punkt zu kommen, wo wir die Sanktionen seitens der Europäischen Union wieder aufheben können."

Hier gebe es freilich eine Verbindung zur Umsetzung des Minsker Abkommens. Der Prozess, so Merkel, sei mühselig. Fortschritte gebe es nur in kleinen Schritten und immer wieder Rückschläge.

Fahrplan für Wahlen in der Ostukraine nötig

"Die Frage eines Waffenstillstandes ist von essentieller Bedeutung, und natürlich auch die Fragen des Gefangenenaustausches." Trotzdem müsse man auch "in dem politischen Prozess, zu dem wir uns in Minsk verpflichtet haben, vorankommen." Es gehe darum, Wahlen durchzuführen, die legitime Regierungen in den Separatistengebieten in der Ostukraine ermöglichen. "Dafür brauchen wir eine

Roadmap", also einen Fahrplan.

Trotz des mühsamen Verlaufs der Gespräche, betonte Merkel, gebe es keinen Grund, am Minsker Abkommen zu zweifeln. "Es fehlt an Umsetzung, nicht an Abkommen." Sie habe Putin gebeten, alles zu tun, um einen Waffenstillstand in der Ostukraine zu ermöglichen.

Syrien: Menschen in akuter Not helfen

Zu Syrien habe sie deutlich gemacht, dass Deutschland "alles tun wolle, um einen Waffenstillstand zu unterstützen, um den Menschen, die in akuter Not sind, zu helfen." Sie glaube ferner, dass das Konzept von "sicheren Zonen" eines sei, an dem sich weiter zu arbeiten lohne. Pib 3

 

 

 

"Nicht hilfreich". Kulturexperten verärgert über Leitkultur-Thesen de Maizières

 

Die Leitkultur-Thesen des Bundesinnenministers sorgen weiter für Schlagabtausch. Vertreter der Zivilgesellschaft reagieren verärgert. Sie hatten eine eigene Initiative gegründet, de Maizière mit an den Tisch geholt und fühlen sich nun übergangen.

Die Thesen von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) über eine deutsche Leitkultur sorgen auch bei Vertretern von Zivilgesellschaft und Kirchen für Verärgerung. Der Kulturbeauftragte der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Johann Hinrich Claussen, sagte am Dienstag dem Evangelischen Pressedienst, die vom Minister benutzte Schärfe und Polarisierung sei nicht hilfreich für die Debatte. Gerade der Griff zum Wort „Leitkultur“ sei außerdem wenig geeignet, eine offene Debatte zu eröffnen.

Ähnliche Kritik kam vom Geschäftsführer des Deutschen Kulturrats, Olaf Zimmermann. „Wer dieses Wort benutzt, zerdeppert und zerstört alles, was er danach sagt“, sagte er dem Internetportal evangelisch.de. Mit Unverständnis reagierten auch Vertreter mulimischer Religionsgemeinschaften. Der Generalsekretär der Islamischen Gemeinschaft Milli Görü?, Bekir Alta?, erklärte: „Unsere Regeln stehen in der Verfassung und nicht in Boulevardblättern“.

Initiative wollte „Leitkultur“ nicht benutzen

Claussen sagte, er halte von diesem Wort nichts. „Es ist nicht mit klaren Inhalten verbunden, sondern nur ein politisches Schlagwort, das den kulturellen Dominanzanspruch einer Partei formulieren soll“, kritisierte der Theologe und ergänzte: „Kultur ist ein Bereich von sich entfaltender Freiheit und sollte nicht in dieser Weise festgezurrt werden.“

Für Verärgerung sorgt bei Claussen und Zimmermann der Beitrag de Maizières vor dem Hintergrund der „Initiative kulturelle Integration“, die über Monate hinweg selbst Thesen zum gesellschaftlichen Zusammenhalt erarbeitet hat und am 16. Mai präsentieren will. Einer der „Unterstützer der ersten Stunde“ ist  Innenminister de Maizière, wie Zimmermann sagte. In der ersten Sitzung sei beschlossen worden, das Wort „Leitkultur“ nicht zu benutzen. Claussen sagte, vor dem Hintergrund dieser Initiative habe er sich über den Beitrag von de Maizière geärgert: „Ich finde ich es nicht nachvollziehbar und bedauerlich, dass er dem vorgreift, darauf nicht einmal Bezug nimmt und stattdessen eigene Thesen in der ‚Bild-Zeitung veröffentlicht.“

Polenz lehnt Leitkultur ab

Auch in der eigenen Partei sorgt de Maizière mit seinem Debattenbeitrag für heftige Diskussionen. Der frühere CDU-Generalsekretär Ruprecht Polenz sagte im Deutschlandfunk, man solle für eine Kultur des Zusammenlebens werben. Den Begriff  „Leitkultur“ lehnte auch er ab, „weil er in eine vielfältige, bunte, vor allem pluralistische Gesellschaft, eine freiheitliche Gesellschaft nicht passt“.

Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU) verteidigte dagegen de Maizière. Der Bundesinnenminister habe Recht, „die Notwendigkeit einer deutschen Leitkultur hervorzuheben“, sagte er der Tageszeitung Die Welt und ergänzte: „Wir brauchen aber nicht nur Worte, sondern auch eine klare Umsetzung: Wer sich als Zuwanderer nicht in Deutschland integrieren will, muss in letzter Konsequenz unser Land verlassen.“ Der stellvertretende CDU-Bundesvorsitzende Armin Laschet begrüßte im Sender Bayern 2 die Diskussion um Werte. Es gehe nicht nur um Zugewanderte und Flüchtlinge, betonte Laschet, sondern um das generelle  Miteinander. „Da ist vieles an Verrohung in den letzten Jahren eingetreten“, sagte er.

Özo?uz: „Hilflose Benimmregeln“

Kritik an den Leitkultur-Thesen kam auch weiter aus anderen Parteien. SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz sagte der Süddeutschen Zeitung: „Die deutsche Leitkultur ist Freiheit, Gerechtigkeit, und ein gutes Miteinander, so wie es im Grundgesetz steht.“ Die Linkenpolitikerin Ulla Jelpke warf de Maizière vor, Millionen Zuwanderern mit eigener kultureller und geschichtlicher Erfahrung vor den Kopf zu stoßen. Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), sprach von „hilflosen Benimmregeln“ des Innenministers. „Es gibt keine faktisch einheitliche Kultur, die uns alle leiten würde“, sagte Özo?uz dem RedaktionsNetzwerk Deutschland.

De Maizière hatte in der Bild am Sonntag einen Zehn-Punkte-Katalog zur deutschen Leitkultur veröffentlicht. Darin schreibt er: „Über Sprache, Verfassung und Achtung der Grundrechte hinaus gibt es etwas, was uns im Innersten zusammenhält, was uns ausmacht und was uns von anderen unterscheidet.“ Der Minister hob darin unter anderem soziale Gewohnheiten sowie die Bedeutung von Bildung, Kultur und Religion hervor. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Zwischenruf im Wahlkampf 2017: Bleiben oder Gehen? - Arbeitsmigration aus dem Osten Europas

 

In der Reihe der Justitia et Pax - Zwischenrufe im Wahljahr 2017 greift ein Interview mit Dr. Gerhard Albert, Geschäftsführer von Renovabis, die oft prekäre Situation von Arbeitsmigranten und -migrantinnen aus dem Osten Europas in ihren Herkunftsländern und in Deutschland auf.

 

Arbeitskräfte aus dem Osten Europas seien in Deutschland vor allem in der häuslichen Pflege, der Transport-, Bau- und Reinigungsbranche, in der Landwirtschaft, Fleischindustrie und Gastronomie beschäftigt. Dass diese "stillen Migranten" hierzulande in der öffentlichen Debatte kaum vorkommen, bezeichnet Albert "wegen der oft ausbeuterischen Arbeitsbedingungen und der enormen Folgen für die Herkunftsländer mehr als frappierend".

"Viele Männer arbeiten im Baugewerbe: es gibt oft keine Arbeitsverträge, sie müssen mehr als zehn Stunden arbeiten, der Lohn wird nicht immer pünktlich oder in vereinbarter Höhe ausgezahlt. In der 24-Stunden-Pflege zu Hause, die vorwiegend von Frauen übernommen wird, herrschen oft ebenfalls schwierige Verhältnisse. Die Verfügbarkeit rund um die Uhr, die fehlende Freizeit und die Trennung von der eigenen Familie wird von den Pflegemigrant-innen als belastend empfunden", so Albert.

 

Lösungsperspektiven sieht Albert zum einen in den Herkunftsländern, in vielen Ländern Mittel-, Ost- und Südosteuropas müssten die Regierungen sich wesentlich stärker als bisher für die Sicherung der Rechtstaatlichkeit einsetzen, Korruption bekämpfen und EU- Vereinbarungen wie die Roma-Integrations-Strategie konsequent umsetzen.

In Deutschland müssten sowohl in der Pflege als auch in Wirtschaftszweigen wie dem Baugewerbe oder der Fleischindustrie faire Arbeitsbedingungen und gerechte Löhne besser durchgesetzt und kontrolliert werden – wofür die katholische und die evangelische Kirche sich über ihre Beratungs-stellen stark machten. Im Pflegebereich sei vor allem eine Kontrolle der polnischen oder rumänischen Vermittlungsagenturen erforderlich, "von denen einige durch immer kreativere Vertragsmodelle z.B. die im Arbeitnehmer-Entsendegesetz vorgesehene Mindestlohnregelung umgehen oder keine Sozial- und Rentenversicherung abschließen". Mit Blick auf die Wirtschaft sei ein weiterer Ausbau der muttersprachlichen Information der Beschäftigten über ihre Rechte und deren Durchsetzungsmöglichkeiten erforderlich. Außerdem müsse die Arbeitsinspektion gestärkt werden und bereits vorhandene Kontrolleinrichtungen sollten besser vernetzt werden.

 

Der Zwischenruf von Dr. Gerhard Albert ist auf http://www.katholisch.de/aktuelles/aktuelle-artikel/bleiben-oder-gehen verfügbar. Außerdem wird er wie die anderen Zwischenrufe über den Facebook-Kanal von katholisch.de zur Diskussion gestellt.

 

Die Deutsche Kommission Justitia et Pax, eine Einrichtung der Deutschen Bischofskonferenz und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, begleitet mit Zwischenrufen für eine gemeinwohlorientierte Politik aktuelle Debatten im Wahljahr 2017. Anfang März hatten der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), und der Präsident des ZdK, Prof. Dr. Thomas Sternberg, die  Reihe eröffnet. ZdK 12

 

 

 

Umfrage: Große Koalition aktuell alternativlos

 

Eine Große Koalition ist einer neuen Wahlumfrage zufolge derzeit alternativlos. Das ergab eine Umfrage des Meinungsforschungsinstituts INSA.

Im aktuellen INSA-Meinungstrend für die „Bild“ halten CDU/CSU (34 Prozent), FDP (6,5 Prozent) und AfD (zehn Prozent) ihre Ergebnisse aus der Vorwoche. Linke (9,5 Prozent) und Grüne (6,5 Prozent) legen je einen halben Punkt zu, die SPD (30 Prozent) verliert einen halben Punkt. Sonstige Parteien kommen zusammen auf 3,5 Prozent.

Die Unionsparteien liegen nach zwei aktuellen Umfragen in der Wählergunst weiter vorne. Demnach könnten derzeit weder Rot-Rot-Grün noch eine Ampelkoalition eine Regierung bilden.

Einzige realistische Regierungsoption ist die Fortsetzung der Großen Koalition aus CDU/CSU und  SPD, die zusammen auf 64 Prozent der Stimmen kommt. Eine Ampelkoalition (SPD, FDP, Grüne) kommt auf 43 Prozent, Rot-Rot-Grün (SPD, Linke, Grüne) kommt auf 46 Prozent und eine schwarze Ampel oder Jamaika-Koalition genanntes Bündnis aus CDU/CSU, Grünen und FDP erreicht 47 Prozent. Alle drei Konstellationen verfehlen eine parlamentarische Mehrheit. Nur eine von keiner Partei gewünschte Bahamas-Koalition aus CDU/CSU, FDP und AfD kommt noch auf eine rechnerische Mehrheit von 50,5 Prozent.

Meinungsumfragen legen nahe, dass Nicht-Wähler für den plötzlichen Anstieg der SPD-Beliebtheitswerte verantwortlich sind.

„Die Forderung aus der Politik, die Fortsetzung der GroKo auszuschließen, macht keinen Sinn. Es ist auch nach dem 24. September das derzeit realistischste Regierungsbündnis,“ sagte INSA-Chef Hermann Binkert. Für die Erhebung wurden vom 21. bis zum 24. April 2017 insgesamt 2041 Bürger befragt. EA/rtr 25

 

 

 

 

AfD-Parteitag in Köln. Rheinische Gelassenheit und Jecken gegen Rechtspopulismus

 

Mehr als 10.000 Menschen haben in Köln ein deutliches Zeichen gegen Rechtspopulismus gesetzt. Befürchtete Krawalle blieben aus. Stattdessen trug der Protest mit Karnevalsjecken, Musik und Kölsch deutlich Züge des rheinischen Gemüts. VON Michael Bosse

Zwischen dem Kölner Heumarkt und dem Hotel „Maritim“ liegen in Luftlinie nur 300 Meter. Am Samstag liegen jedoch Welten zwischen diesen beiden Orten. Während im Hotel rund 600 Mitglieder der rechtspopulistischen AfD über den Kurs der Partei debattieren, macht wenige hundert Meter entfernt ein breites Bündnis aus Parteien, Gewerkschaften, Kirchen und weiteren Verbänden gegen das Treffen der Rechtspopulisten mobil. Mit einem Großaufgebot und mehreren Absperrgittern trennt Polizei die Protestierenden und die AfD-Politiker.

Zuvor war von einem „Ausnahmezustand“ für Köln die Rede gewesen. Die Krawalle in Köln, als etwa „Hooligans gegen Salafisten“ (Hogesa) durch die Stadt zogen, liegen erst wenige Jahre zurück. Als es am Samstag so weit ist, herrscht auf dem Heumarkt vor allem eins: rheinische Gelassenheit. Zwar werden AfD und ihre Vertreter wegen ihrer Politik angegangen und kritisiert. Vor allem aber feiert sich Köln auch wieder selbst, und präsentiert sich als Stadt für Weltoffenheit und Toleranz.

Demonstrationen weitgehend friedlich

Die vorher befürchteten Störaktionen von Linksextremen bleiben weitgehend aus. Der Parteitag kann ohne größere Zwischenfälle seinen Gang nehmen. Vom Hotel aus schauen sogar einige AfD-Mitglieder dem bunten Treiben auf dem Heumarkt mehr oder minder interessiert zu.

Und bunt ist vor allem die Hauptveranstaltung „Köln stellt sich quer“, zu der ein Bündnis von mehr als 80 Organisationen geladen hatte. Die Gewerkschaftsmitglieder des IG BCE sind an den gelben Westen zu erkennen, die Grünen und Linken lassen vor der Bühne am Reiterstandbild von Friedrich Wilhelm III. ihre Fahnen wehen.

„AfD isst heimlich Döner“

Auf Plakaten wird mit der Politik der AfD abgerechnet: „Die AfD isst heimlich Döner“ oder „Liberté, Egalité, FuckAfD“ ist dort unter anderem zu lesen. Beliebt sind auch Aufkleber, auf denen der thüringische AfD-Landesvorsitzende Björn Höcke die Hand zum Hitlergruß hebt. An zahlreichen Ständen informieren Initiativen und Parteien aus dem eher linksorientierten Spektrum über ihre Angebote.

Da die Kölner aber auch und vor allem das Beisammensein schätzen, wird vor dem Beginn der politischen Reden zunächst einmal das Lokalkolorit gepflegt. Die „Arsch huh-Allstar Band“ stimmt „Unsere Stammbaum“ von „Bläck Fööss“ an, ein Lied, in dem auf Kölsch unter anderem die „Jecken am Rhein“ besungen werden. Später wird anlässlich des Auftritts der Band „Buntes Herz“ auch noch eine Art Sirtaki getanzt. Mit dem kleinen Finger wird im Publikum der Nachbar oder die Nachbarin eingehakt – ausdrücklich nicht erwünscht ist dagegen das Ausstrecken und Zeigen des Mittelfingers in Richtung Tagungshotel.

Kraft und Reker erfreut über Demo

Als prominenteste politische Vertreterinnen treten Ministerpräsidentin Hannelore Kraft (SPD) und Oberbürgermeisterin Henriette Reker (parteilos) auf. Kraft wirft mit Verve und deutlichen Worten der AfD vor, dass die Partei mit ihrer Politik den ersten Artikel des Grundgesetzes („Die Würde des Menschen ist unantastbar“) „mit Füßen“ trete. Dass ausgerechnet das für seine Weltoffenheit bekannte Köln als Ort des Parteitages ausgesucht wurde, sei eine „gezielte Provokation“ der AfD, die sich angesichts des großen Protestes aber nun räche.

Auch Oberbürgermeisterin Reker zeigt sich erfreut über die gute Resonanz bei den insgesamt fünf Protestkundgebungen. Da man sich in Köln aufhält, nutzen auch die Karnevalisten die Gelegenheiten für Aufzüge. Zugleich erinnert Reker mit einem Zitat der Literaturnobelpreisträgerin Herta Müller daran, dass sie selbst schon das Opfer eines Messerangriffs eines rechtsextremistisch orientierten Täters wurde: „Erst gehen die rechten Parolen spazieren, und dann geht irgendwann auch ein Messer spazieren.“ (epd/mig 24)

 

 

 

Drastischer Rückgang der Einschreibungen ausländischer Studierender

 

Zum Sommersemester 2017 haben sich an den baden-württembergischen Hochschulen von den zugelassenen ausländischen Studierenden aus Drittstaaten 43% weniger eingeschrieben, obwohl die Einführung von Studiengebühren erst ab dem Wintersemester 2017 ansteht.

„Die Abstimmung mit den Füßen hat bereits eingesetzt und die Rechnung von Wissenschaftsministerin Theresia Bauer mit Mehreinnahmen in Höhe von bis zu 43 Mio. Euro wird sich als Luftbuchung herausstellen“, so Dr. Kambiz Ghawami, Vorsitzender des World University Service (WUS). „Nach den uns vorliegenden Informationen aus den baden-württembergischen Hochschulen ergeben sich bereits jetzt erhebliche Nachteile für den Wissenschaftsstandort Baden-Württemberg, da es die ausländischen Studierenden aus Drittstaaten vorziehen, statt in Stuttgart, Freiburg, Heidelberg oder Karlsruhe lieber in München, Darmstadt, Aachen, Berlin, Braunschweig oder Hannover zu studieren. Die kritischen Stimmen aus den baden-württembergischen Hochschulen im Anhörungsverfahren wurden von Wissenschaftsministerin Bauer akribisch notiert und ignoriert“, so Ghawami weiter.

Auch das von der Baden-Württemberg Stiftung kürzlich beschlossene „Baden-Württemberg-Stipendium“ in Höhe von 1 Mio. Euro v. a. für Studierende aus Entwicklungsländern, die in Baden-Württemberg ein oder zwei Auslandssemester absolvieren möchten, ist eine Fehlentscheidung, da hierfür Jahr für Jahr genügend Stipendien aus Bundesmitteln zur Verfügung stehen. Was jedoch fehlt, sind Stipendien für ein Vollstudium für Studierende aus Entwicklungsländern, die es so leider bisher nicht in ausreichender Zahl gibt. Statt eine Dublette zu Bundesprogrammen zu schaffen, wäre es klüger gewesen, den Sachverstand der Hochschulpraktiker in Baden-Württemberg zu nutzen und ein bedarfsgerechtes Stipendienprogramm aufzulegen.

Wenn es ab dem Wintersemester 2017 keine nennenswerten Neueinschreibungen von ausländischen Studierenden aus Drittstaaten in baden-württembergischen Hochschulen geben wird, wird die Rechnung von Wissenschaftsministerin Bauer, Mehreinnahmen zu erzielen, nicht aufgehen, und der immaterielle Schaden für Baden-Württemberg enorm sein.

Wissenschaftsministerin Bauer nötigt die Landtagsabgeordneten in Baden-Württemberg, ihren Gesetzentwurf zu beschließen, getreu dem Motto „Wir wissen nicht, was passiert, aber wir machen es trotzdem.“

Wie es treffend zum beabsichtigten Blindflug in den Erläuterungen zu § 20, Absatz 3 des Gesetzes zur Änderung des Landeshochschulgebührengesetzes und anderer Gesetze heißt:

„Baden-Württemberg ist das erste Bundesland, das verbindliche Studiengebühren für Internationale Studierende einführt. Da nicht vorherzusagen ist, welche Konsequenzen dies auf den Anteil und die Zusammensetzung der Internationalen Studierenden künftig haben wird, verpflichtet sich das Wissenschaftsministerium, die Entwicklung genau zu beobachten und die Auswirkungen zu prüfen. Dabei sollen auch insbesondere die entwicklungspolitisch relevanten Studiengänge und die Zusammensetzung der Internationalen Studierendenschaft nach Herkunft und Geschlecht in den Blick genommen werden.“ wus 3

 

 

 

Kanzlerin besucht IT-Schule. Berufseinstieg für Flüchtlinge mit IT-Expertise

 

Fachexpertise und ein gutes Netzwerk sind wichtige Zutaten für einen erfolgreichen Start in den Arbeitsmarkt. Dass dies auch IT-versierten Flüchtlingen gelingt, ist Ziel der gemeinnützigen "ReDI School". Dort tauschte sich Kanzlerin Merkel mit Studierenden, Lehrenden und beteiligten Unternehmen aus.

 

Am Anfang stand ein zufälliges Gespräch in einer Flüchtlingsunterkunft im Sommer 2015. Anne Kjaer Riechert, Mitgründerin der "ReDi School", traf dort auf einen jungen, IT-versierten Iraker. Nach dem Gespräch entwickelte sich die Idee: Während auf der einen Seite die IT-Branche händeringend Fachkräfte sucht, warten motivierte Flüchtlinge mit IT-Expertise auf die Chance eines Jobeinstiegs.

Dann ging es relativ schnell: Riechert suchte Unterstützer und gründete gemeinsam mit Partnern im Februar 2016 die "ReDI School of Digital Integration".

"ReDI" steht für Readiness und Digital Integration (deutsch: Einsatzbereitschaft und Digitale Integration). Die "ReDI School" ist eine 2016 gegründete gemeinnützige Programmierschule mit Sitz in Berlin. Entwickler und Programmierer aus IT-Unternehmen bieten den technikinteressierten

Geflüchteten ehrenamtlich Programmierunterricht. Von großer Bedeutung ist die Vernetzung der Studierenden mit Start-ups und der Digitalwirtschaft.

Bundeskanzlerin Angela Merkel informierte sich vor Ort über die Arbeit der Schule und die Erfahrungen der Studierenden, Lehrenden und Absolventen. Die ReDI-School sei ein Ort, in dem sich Menschen einbringen. Natürlich seien bei der Integration der Flüchtlinge Probleme zu lösen. Es zeigten sich aber auch viele Fortschritte beim Bemühen, "dass diejenigen, die eine individuelle

Bleibeperspektive haben, hier auch Fuß fassen". Da Deutschland gerade im IT-Bereich jede Fachkraft brauche, seien hier "die Chancen natürlich auch besonders groß".

Programmiersprache an erster Stelle

Der Fokus der ReDI-School lag von Anfang an auf der Programmiersprache – ihr gehöre die "Zukunft unserer Kommunikation", ist Riechert überzeugt. Um diese Potenziale der Geflüchteten zu heben, haben die Gründer von Beginn an eng mit Unternehmen kooperiert. Mit Erfolg: erste Absolventen wurden bereits in eine feste Anstellung übernommen – "für uns die schönste Bestätigung unserer

Arbeit", freut sich Riechert. Unterstützt wird die Schule bei ihrer Arbeit von Partnern aus der Wirtschaft.

Die ersten Klassen der ReDI-School starteten mit 40 Studenten – mittlerweile sind es schon 135. Die meisten kommen aus Syrien, aber auch aus Afghanistan, Eritrea oder Irak. Ein Kurs dauert in der Regel drei Monate. Nach erfolgreichem Abschluss erhält jeder Absolvent ein Zertifikat. Vor allem aber öffnen sich durch die geknüpften Kontakte wichtige Türen zu Unternehmen und potentiellen

Arbeitgebern.

Erste Start-Ups gegründet

Einige Absolventen haben auch bereits ihr eigenes Start-Up gegründet – wie etwa "Bureaucrazy". Diese kostenlose App soll Flüchtlingen und anderen neu ankommenden Menschen den Weg durch die deutschen Behörden erleichtern.

Die Kanzlerin war dankbar für den Austausch mit den Studenten und Mentoren der ReDI-School. Die Schule zeige beispielhaft, dass für eine erfolgreiche Integration der regelmäßige Kontakt in die Arbeitswelt hilfreich sei. Hier könne man gar nicht genug schauen, wie man Flüchtlinge darin unterstützen könne.

Pib 25

 

 

 

Studie. Zwei Drittel der Flüchtlingen fühlt sich willkommen

 

Eine deutliche Mehrheit der Flüchtlinge fühlt sich in Deutschland willkommen, nur jeder Fünfte fühlt sich den Deutschen fern. Das sind erste Ergebnisse einer Umfrage mit Flüchtlingen mit Bleibeperspektive.

 

Ein Jahr nach Gründung des Forschungsnetzwerks Integrations-, Fremdenfeindlichkeits- und Rechtsextremismusforschung in Sachsen (IFRiS) haben die Wissenschaftler erste Ergebnisse zu Einstellungen von Flüchtlingen vorgestellt. In einer Vorstudie seien 61 Flüchtlinge mit Bleibeperspektive befragt worden, sagte eine der beteiligten Wissenschaftlerinnen, Antje Röder, am Montag bei der Präsentation in Dresden. Zwei der Ergebnisse: Mehr als zwei Drittel fühlen sich willkommen, fast alle wollen die deutsche Staatsbürgerschaft erwerben.

Laut der Befragung haben mehr als zwei Drittel Freundschaften mit der ansässigen Bevölkerung geschlossen. Nur einer von fünf Flüchtlingen fühle sich den Deutschen fern, sagte Röder. Befragt wurden Flüchtlinge in sächsischen Gemeinschaftsunterkünften. Die Mehrheit der 61 Teilnehmer ist jung, männlich und muslimisch. Etwa die Hälfte der Befragten ist jünger als 25 Jahre.

Versachlichung der Debatte

Das sächsische Netzwerk, ein Verbund der Universitäten in Dresden, Chemnitz und Leipzig sowie des Dresdner Hannah-Arendt-Instituts für Totalitarismusforschung, wurde im Juni 2016 erstmals öffentlich vorgestellt. Es hatte seine Arbeit im April 2016 aufgenommen. Die Forscher wollen zur Versachlichung einer aufgeheizten Debatte beitragen. Sachsen stellte eine Anschubfinanzierung von 60.000 Euro bereit.

Perspektivisch will das Netzwerk IFRiS mit Forschern aus anderen Bundesländern und außerhalb Deutschlands zusammenarbeiten. Eine großangelegte Studie wird auf Bundesebene angestrebt. Darin sollen auch Daten des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge einfließen. (epd/mig 9)

 

 

 

Aktive Mitspieler. ZdK zeigt auf, worum es im Wahljahr 2017 geht

 

Mit einer besonderen Ausgabe der Zeitschrift SALZKÖRNER widmet sich das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) explizit den im Jahr der Bundestagswahl besonders diskutierten Themen: Elf Autorinnen und Autoren geben kurze Statements zur Demokratie. Unter ihnen sind z. B. Kulturstaatsministerin Monika Grütters, die muslimische CDU-Bundestagsabgeordnete Cemile Giousouf und das Bundesvorstandsmitglied von Bündnis 90 / Die Grünen, Bettina Jarasch.

"Flüchtlingsschutz – nicht nur eine moralische Pflicht", "Integration funktioniert, wenn sich alle ändern?!", "Für einen ambitionierten Klimaschutz!" – Die neue Ausgabe lockt nicht nur mit bekannten Namen, sondern auch und vor allen Dingen mit Kernthesen und pointierten Abhandlungen.

Die SALZKÖRNER-Ausgabe gehört zu einer Demokratie-Initiative des ZdK. Bis zur Bundestagswahl sind weitere Aktionen geplant. "Die Demokratie ist für uns Christen und für uns Staatsbürger ein hohes Gut! Das gilt es stetig zu vermitteln und zu bewahren", unterstreicht ZdK-Generalsekretär Dr. Stefan Vesper. "Wir Christen sind nicht passive Zuschauer, die das Geschehen in der Politik mit verschränkten Armen von der Tribüne aus verfolgen, sondern wir sind, vom Flüchtlingshelfer bis zur Bundestagsabgeordneten, aktive Mitspieler!"

Seit 1999 publiziert das ZdK mit dem Autorenmagazin SALZKÖRNER kostenlos sechs Mal im Jahr für eine stetig wachsende Leserschaft Impulse für die Diskussion in Kirche und Gesellschaft. Aktuell beläuft sich die Auflagenzahl auf rund 7.000 Exemplare. Weitere Infos finden Sie hier: http://www.zdk.de/veroeffentlichungen/salzkoerner/salzkoerner-bestellung/

zdk 27.4.

 

 

 

 

Absicherung im Alter. Renten steigen zum 1. Juli

 

Zum 1. Juli 2017 steigen für die über 20 Millionen Rentnerinnen und Rentner in Deutschland die Altersbezüge: In den neuen Bundesländern um 3,59 Prozent, in den alten Bundesländern um 1,9 Prozent.

Nachdem die Rentnerinnen und Rentner im letzten Jahr von der höchsten Steigerung seit 23 Jahren profitieren konnten, werden die Rentenbezüge nun erneut angehoben.

Die umlagefinanzierte Rente ist und bleibt die zentrale Säule des Alterssicherungssystems – gerade in Zeiten niedriger Zinsen.

Die Renten folgen den Löhnen. Gute Löhne und ein hoher Beschäftigungsstand sorgen weiter für eine stabile Finanzlage der gesetzlichen Rentenversicherung. Im Alter profitieren diejenigen, die zuvor die gesetzliche Rente erarbeitet und mit ihren Beiträgen getragen haben.

In dieser Legislaturperiode hat die Bundesregierung beim Thema Rente wesentliche Verbesserungen beschlossen: Mütterrente, Rente mit 63 für besonders langjährig Versicherte, Verbesserungen der Erwerbsminderungsrente, höheres Budget für Rehabilitationsleistungen. Das waren die Bestandteile des Rentenpakets 2014.

Ab 2017 gilt das Gesetz zur Flexirente. So lässt sich der Übergang aus dem Erwerbsleben in den Ruhestand flexibler gestalten.

Der Entwurf des Rentenüberleitungs-Abschlussgesetzes sieht vor, ab dem 1. Juli 2018 den aktuellen Rentenwert (Ost) an den Rentenwert in den alten Ländern in sieben Schritten anzugleichen. Ab 1. Juli 2024 wird dann ein einheitlicher Rentenwert in Deutschland gelten. Zudem wurden Verbesserungen bei der Betriebsrente und nochmals Besserstellungen für Erwerbsgeminderte auf den Weg gebracht. Die Gesetze werden derzeit im Bundestag beraten. Pib 27

 

 

 

 

Jeder zweite Deutsche hält Demonstrationen für wichtiger denn je

 

Hamburg. Die Hälfte der Deutschen (50%) hält Demonstrationen heute für wichtiger denn je. Das ergab eine Studie des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos. In der Altersgruppe der 50 bis 70-Jährigen stimmen dieser Aussage sogar sechs von zehn Befragten zu (58%). Dennoch gab nur jeder Zehnte (10%) an, in den letzten fünf Jahren an einer Demonstration teilgenommen zu haben. Allerdings können sich weitere 40 Prozent der Deutschen vorstellen, diese Form der politischen Beteiligung zu nutzen.

Die Hälfte der Deutschen glaubt, dass Demonstrationen etwas bewirken können

Dass Demonstrationen tatsächlich etwas bewirken können, glaubt immerhin fast jeder zweite Deutsche (48%). Personen, die an einer Demonstration teilgenommen haben, oder sich dies zumindest vorstellen können, glauben sogar in sechs von zehn Fällen an den Einfluss von Demonstrationen auf politische Entscheidungen (62%). Bei denjenigen, die die Teilnahme an einer Demonstration für sich ausschließen, ist dies noch ein Drittel (34%).

Hochschulabsolventen gehen eher demonstrieren

Deutliche Unterschiede bei der Demonstrationsbereitschaft lassen sich in Bezug auf den Bildungsgrad einer Person erkennen. Während fast jeder sechste Deutsche mit Hochschulabschluss angibt, eine Demonstration besucht zu haben (16%), ist dies unter Personen mit Hauptschulabschluss oder ohne Schulabschluss nur jeder Zwanzigste (5%). Unter Hochschulabsolventen sind zudem nur vier von zehn Personen gar nicht bereit, zu demonstrieren. In der untersten Bildungsgruppe sind dies fast drei Viertel (73%).

Anhänger von Grünen, Linke und AfD demonstrieren häufiger

Auch die Anhänger der verschiedenen Parteien unterscheiden sich in der Bereitschaft, eine Demonstration zu besuchen. Unter den Anhängern der Grünen und der Partei Die Linke war der Anteil derjenigen, die in den letzten fünf Jahren demonstrieren waren, mit 22 bzw. 23 Prozent mehr als doppelt so hoch wie in der Gesamtbevölkerung (10%). Auch unter den AfD-Sympathisanten gibt es besonders viele Demonstranten (17%). Anders sieht es bei den Anhängern der beiden Regierungsfraktionen SPD und CDU/CSU aus. Nur sieben Prozent von ihnen haben in den letzten Jahren an einer Demo teilgenommen.

Besonders gering ist die Demonstrationsbereitschaft unter den Nicht-Wählern. Gut drei Viertel (76%) derjenigen, die nicht zur Wahl gehen, können sich auch nicht vorstellen, eine Demo zu besuchen. Unter den Wählern liegt dieser Anteil bei 47 Prozent. Ipsos 28.4.

 

 

 

 

Paderborn. Ausstellung „WUNDER ROMs im Blick des Nordens“. Rom in der zeitgenössischen Literatur

 

Zwei Büchner-Preisträger und ihre Sicht auf Rom. Martin Mosebach und Sibylle Lewitscharoff zu Gast in Paderborn

 

PADERBORN. Gleich zwei Büchner-Preisträger hat das Diözesanmuseum Paderborn im Mai in die Paderstadt eingeladen: Martin Mosebach und Sibylle Lewitscharoff. Beide Autoren haben sich in ihrem literarischen Werk auf ganz unterschiedliche Weise mit der Ewigen Stadt auseinandergesetzt und damit unzählige Leser in ihren Bann gezogen. Ihr jeweiliger Blick auf Rom ergänzt und erweitert die Perspektive der großen kunst- und kulturhistorischen Sonderausstellung „WUNDER ROMs im Blick des Nordens – von der Antike bis zur Gegenwart“, die noch bis zum 13. August im Diözesanmuseum Paderborn zu sehen ist.

 

Martin Mosebach – Lesung und Gespräch, 17. Mai, 19 Uhr

Mit einer Liebeserklärung an die Metropole am Tiber, die sich – einem roten Faden gleich – auch durch die Paderborner Ausstellung zieht, eröffnet Martin Mosebach als Gastgeber den 2010 erschienen Band Rom, ewige Stadt, Sehnsucht im Klischee? (Corsofolio): „Das ist es wohl, was man in der Geschichte ‚ewig‘ nennet: über die Epochenbrüche, über die Untergänge, die Katastrophen und Kultur-und Mentalitätswandlungen hinweg am Leben zu bleiben, in den Ruinen der Vergangenheit ein Versprechen für die Zukunft erkennen zu können.“

In dem am 17. Mai stattfindenden Paderborner Gespräch wird sich Martin Mosebach mit Prof. Dr. Dr. h.c. Heinrich Detering, Präsident der Deutschen Akademie für Sprache und Dichtung, Göttingen, dem Thema Rom in der Literatur der Gegenwart – Nach Rom zurückkehren annähern und ausgewählte Texte aus seinem literarischen Werk vortragen. Der als freier Schriftsteller in Frankfurt a. M. lebende Martin Mosebach wurde 2007 mit dem Georg-Büchner-Preis und 2013 mit dem Literaturpreis der Konrad-Adenauer-Stiftung ausgezeichnet. 2014 war Mosebach als Stipendiat der Deutschen Akademie Villa Massimo längere Zeit in Rom.

Heinrich Detering, Professor für Neuere deutsche Literatur und Vergleichende Literaturwissenschaft in Göttingen, übernahm Gastprofessuren an zahlreichen europäischen und außereuropäischen Universitäten, ist Träger der Werner-Heisenberg-Medaille, Ritter des Dannebrog-Ordens und war 2008 Ehrengast der Villa Massimo.

Veranstaltungsort: Auditorium Maximum der Theologischen Fakultät Paderborn, Eintritt: 5 EUR

 

Sibylle Lewitscharoff – Autorenlesung „Das Pfingstwunder“, 30. Mai, 19 Uhr

Die Büchner-Preisträgerin Sibylle Lewitscharoff liest am 30. Mai aus ihrem 2016 veröffentlichten, hochgelobten Roman „Das Pfingstwunder“ (Suhrkamp). Schauplatz ist Rom, genauer, der altehrwürdige Saal der Malteser auf dem römischen Aventin, mit Blick auf den Petersdom. Hier haben sich Dante-Gelehrte zu einer Tagung zusammengefunden. Im Mittelpunkt steht die Göttliche Komödie, Dantes realismusgetränkter Einblick in die Welt nach dem Tod. Als die Kirchenglocken das Pfingstfest einläuten, bahnt sich ein Ereignis unbegreiflicher Art an...

Es ist „... eine Tour d'Horizon voller Eleganz, Schönheit und nicht zuletzt Humor... Dieser Roman schlägt wie ein Komet aus einer fernen Sternenwolke in die Gegenwartsliteratur ein“, schreibt Spiegel Online Autor Björn Hayer (14.09.2016) und reiht sich damit ein in die euphorischen Stimmen zu Lewitscharoffs jüngstem Werk.

Die Lesung wird moderiert von Professor Erich Garhammer, der den Lehrstuhl für Pastoraltheologie an der Universität Würzburg innehat und dessen besonderer Forschungsschwerpunkt auf der Auseinandersetzung mit der modernen Literatur liegt. Veranstaltungsort: Auditorium Maximum der Theologischen Fakultät Paderborn, Eintritt: 5 EUR

 

„WUNDER ROMs im Blick des Nordens“

Die Ausstellung „WUNDER ROMs im Blick des Nordens“ ist noch bis zum 13. August 2017 im Diözesanmuseum Paderborn zu sehen. Auf den Spuren bedeutender Rom-Reisender schlägt die Schau einen Bogen vom Mittelalter bis zur zeitgenössischen Foto- und Videokunst. Gezeigt werden antike Meisterwerke, sakrale Schätze und hochkarätige Kunstwerke aus bedeutenden römischen Museen, darunter die Vatikanischen Museen und die des Kapitols, sowie aus ganz Europa. Zu den hochkarätigen Exponaten zählen die weltberühmte Marmorhand der Monumentalstatue Konstantin des Großen, die erstmals in Deutschland ausgestellt ist, die Bronzekugel des vatikanischen Obelisken, kostbare Reliquiare aus der Papstkapelle Sancta Sanctorum, Zeichnungen und Gemälde u. a. von Turner und Rubens sowie Goethes Lieblingsskulptur – die sogenannte „Ballerina di Goethe“. Begleitend zur Ausstellung werden ein umfangreiches  museumspädagogisches Programm und ein reich bebilderter Katalog angeboten. Die Schirmherrschaft haben Gianfranco Kardinal Ravasi, Präsident des päpstlichen Rates für Kultur, und Monika Grütters, Staatsministerin für Kultur und Medien, übernommen.             

Weitere Informationen: www.wunder-roms.de. De.it.press 3

 

 

 

 

„Wer trinkt, fährt nicht!“. DVR fordert ein absolutes Alkoholverbot am Steuer

 

Berlin – „Es geht um die klare Regel: wer fährt, trinkt nicht und wer trinkt, fährt nicht“, sagt der Hauptgeschäftsführer des Deutschen Verkehrssicherheitsrates (DVR) Christian Kellner zum Auftakt der Aktionswoche Alkohol 2017 der Deutschen Hauptstelle für Suchtfragen (DHS).

Alkohol am Steuer sei nach wie vor eine Hauptursache für Verkehrsunfälle. 2015 sind 256 Menschen durch Unfälle ums Leben gekommen, bei denen mindestens ein Beteiligter unter Alkoholeinfluss stand. „Auch wenn die Zahl der alkoholbedingten Unfälle insgesamt rückläufig ist, sie sind besonders folgenschwer: 7,4 Prozent aller im Straßenverkehr Getöteten sind 2015 aufgrund eines Alkoholunfalls ums Leben gekommen, das ist fast jeder 14. Unfalltote“, fasst Kellner zusammen.

Der DVR plädiert daher seit Jahren für ein absolutes Alkoholverbot am Steuer. „Der Schutz von Leben und körperlicher Unversehrtheit aller Verkehrsteilnehmer ist vorrangig gegenüber einer Teilgruppe, die trotz der Teilnahme am Straßenverkehr nicht auf den Konsum von Alkohol verzichten möchte“, so Kellner weiter. „Mit der Umsetzung eines Alkoholverbotes besteht die Chance, die Zahl der Getöteten und Schwerverletzten deutlich zu senken“, zeigt sich Kellner optimistisch. Zudem belegen die Ergebnisse mehrerer repräsentativer Umfragen eine hohe gesellschaftliche Akzeptanz. In einer vom DVR in Auftrag gegebenen Befragung sprachen sich 59 Prozent für ein absolutes Alkoholverbot aus.

Alkoholunfälle werden meist am Wochenende und nachts verursacht. Während nur 7,8 Prozent aller Unfälle mit Personenschäden zwischen 22 Uhr und 6 Uhr gezählt wurden, passiert fast die Hälfte der Alkoholunfälle (43 Prozent) in diesem Zeitraum. Von den 23.839 Unfällen mit Personenschaden, die sich zwischen 22 Uhr und 6 Uhr ereigneten, war bei rund jedem vierten Alkohol im Spiel. Dabei fallen Frauen deutlich seltener durch Alkohol am Steuer auf als Männer. Ihr Anteil an den alkoholbedingten Unfällen liegt bei lediglich 14,8 Prozent.

Alkoholkonsum wirkt sich negativ auf die Fahrtüchtigkeit aus. Die Gefahrenschwelle beginnt bereits bei 0,2 bis 0,3 Promille Blutalkoholkonzentration (BAK). Der Gesetzgeber hat den Gefahrengrenzwert für die relative Fahruntüchtigkeit auf 0,5 Promille festgelegt. Bei diesem Wert ist das Risiko, in einen Unfall verwickelt zu werden, bereits doppelt so hoch wie in nüchternem Zustand. Der Grenzwert für die absolute Fahruntüchtigkeit liebt bei 1,1 Promille, das Unfallrisiko ist hier zehnmal so hoch.

Auffällig ist, dass die alkoholisierten Unfallbeteiligten meist einen sehr hohen Promillewert aufweisen: Von insgesamt 13.361 Beteiligten im Jahr 2015 wiesen drei Viertel einen Wert höher als 1,1 auf, knapp 46 Prozent lagen sogar über 1,6 Promille und mussten ihre Fahreignung mittels einer Medizinisch-Psychologischen Untersuchung (MPU) unter Beweis stellen.

Insgesamt führen die derzeit im Straßenverkehrsgesetz (StVG) verankerten unterschiedlichen Grenzwerte laut DVR zu einer gewissen Verwirrung bei den Verkehrsteilnehmern. Durch ein absolutes Alkoholverbot könne hier Klarheit geschaffen werden, die auch richtiges Verhalten fördern würde. „Die Erfahrung in der Präventionsarbeit zeigt: Je klarer Regeln sind, desto eindeutiger ist die Einhaltung der Vorschriften. Kein Alkohol am Steuer ist für jeden klar zu definieren“, ist sich Kellner sicher.

Neben der Forderung nach einem Alkoholverbot setzt sich der DVR auch dafür ein, sogenannte „Alko-Interlocks“ (atemalkoholgesteuerte Wegfahrsperren) einzuführen. „Der Einsatz dieser Geräte könnte in Zukunft vor allem den Alkoholauffälligen langfristige Fahrverbote verkürzen, die beruflich auf ihr Auto angewiesen sind. Wichtig sind in diesem Zusammenhang aber auch zusätzlich verpflichtende Reha-Gespräche. Denn – wie die Erfahrungen anderer Länder zeigen – werden ohne solch eine Gesprächsauflage viele Betroffene ziemlich schnell wieder rückfällig. Außerdem befürworten wir es natürlich sehr, wenn möglichst viele Unternehmen ‚Alkohol-Interlocks‘ präventiv in Lkw, Taxen, Schulbussen und im innerbetrieblichen Transport einsetzen würden, um so für mehr Sicherheit auf unseren Straßen zu sorgen“, erläutert der DVR-Hauptgeschäftsführer. Die Aktionswoche Alkohol sei für den DVR eine willkommene Möglichkeit, auf die Gefahren einer Alkoholfahrt hinzuweisen und die DHS im Rahmen dieser Kooperation zu unterstützen. Dvr 11