WEBGIORNALE  18 febbrAIO - 3 marzo 2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Elezioni Europee 2019, informazioni per i cittadini italiani residenti all’estero  1

2.       Verso le elezioni europee. Retinopera: “Vogliamo un’Europa dei popoli, accogliente e solidale”  1

3.       Dibattito al Parlamento europeo. Italia/Ue: Conte e un Paese solo, irriconoscibile, inaffidabile  1

4.       Documenti pubblici, in vigore nuovo Regolamento UE. Libera circolazione con meno burocrazia  2

5.       Ultimi trend in Italia ed Europa. Migranti: dall’integrazione economica a quella sociale  2

6.       La maggioranza 5S-Lega approva al Senato la riduzione dei parlamentari dell’estero  2

7.       Taglio eletti all'estero, intellettuali contro: "Riforma punta a toglierci voce e diritti"  3

8.       Parere del CGIE sulla proposta di diminuzione del numero dei parlamentari eletti all’estero  3

9.       Francoforte: un viaggio nello spazio con l’astronauta Samantha Cristoforetti 4

10.   Presentato a Stoccarda il “Rapporto Italiani nel Mondo 2018”  4

11.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  4

12.   Riunito a Stoccarda il Consiglio Nazionale delle Acli-Germania  5

13.   Io ce l’ho fatta. Storie italiane di successi accademici e professionali in Germania  6

14.   Roberto Saviano alla Berlinale: il governo Tedesco sottovaluta la criminalità organizzata  6

15.   La partecipazione italiana alla fiera Ambiente 2019 di Francoforte  6

16.   Fruit Logistica Berlino, presenze record per l’Italia, primo Paese espositore  6

17.   Firmato l'accordo Italia-Santa Sede per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio della formazione superiore  7

18.   L’emigrazione italiana a Wolfsburg  7

19.   'La paranza' di Saviano emoziona Berlino  8

20.   Verso la fine dell’equilibrio nucleare europo  8

21.   Merkel difende il multilateralismo, gelo con gli Usa sull'Iran  9

22.   Il Venezuela al centro dell’attenzione internazionale  9

23.   Moavero Milanesi: "Bisogna ricucire con Parigi. Salvini-Di Maio? La linea la dà Conte"  9

24.   Il ritiro americano dal Trattato nucleare. A rischio rapporto pragmatico Usa-Russia  10

25.   La Recessione  11

26.   La deriva non vista del Paese  11

27.   L’angolo della psicologa. Alla (non) ricerca della felicità  11

28.   Lettera aperta per la difesa dei diritti di rappresentanza parlamentare dei cittadini italiani residenti all’estero  12

29.   Voto all’estero. Il PD propone la tecnologia blockchain. Ma per Bernacca non va bene  12

30.   Italia/Francia: rapporti tesi verso le elezioni europee  12

31.   La verifica  13

32.   Blockchain Italy Summit, le tecnologie informatiche al servizio della democrazia  13

33.   L’iscrizione all’A.I.R.E. è obbligatoria per i residentei all’estero, ma comporta problemi 13

34.   L’Ambasciata italiana a Berlino risponde all’articolo sull’Aire  14

35.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  14

36.   La resa dei conti 15

37.   Il dibattito al Senato sulla riforma costituzionale volta a ridurre il numero dei senatori e dei deputati 15

38.   Consegnata la petizione contro la riduzione dei deputati e senatori della circoscrizione Estero  15

39.   Pensione Inps: negato l’aumento della minima ai residenti all’estero  16

40.   La dignità  16

41.   In diminuzione in Italia popolazione e nascite. Continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni 16

42.   Il redito di cittadinanza per i residenti all’estero  16

43.   Camera. Prima riunione del Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese  17

44.   Il nostro messaggio  17

45.   Taglio eletti all'estero, intellettuali contro. Consegnato l'appello in Commissione al Senato  17

46.   Una mozione sul contributo degli italiani all'estero alla ripresa e allo sviluppo del Mezzogiorno  17

47.   Presentato a Roma il docufilm sull’emigrazione italiana “Italia addio, non tornerò”  17

48.   Strategie UE  18

49.   Berlino, l'Italia brilla in un festival che non convince  18

50.   Deputati PD Estero: solidarietà e speranza per la comunità italiana in Venezuela  19

51.   Salasso conti correnti 19

52.   Nulla è cambiato?  19

53.   Il dibattito in Senato sui disegni di legge costituzionali volti alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori 20

54.   Primo sè alla riduzione dei parlamentari. Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali 20

55.   Veneto: premiati i vincitori del premio per migliore tesi di laurea e miglior audiovisivo sull’emigrazione veneta  20

56.   “Nulla Osta per il mondo”, Museo digitale sull’emigrazione da Cento tra ‘800 e ‘900  20

57.   Integrazione in Italia. Il 90% dei figli della seconda generazione si sente al 100% italiano  21

58.   Trento, iscrizioni aperte fino al 28 febbraio. Interscambi giovanili, un'esperienza unica  21

59.   ICoN: corso di laurea triennale online per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero  21

 

 

1.       Alternde Gesellschaft: Deutschland benötigt eine Viertelmillion Arbeitsmigranten pro Jahr 21

2.       Die Europäische Union und die Illusion des Neoliberalismus  22

3.       Italiens Conte fordert „europäischen Populismus“  22

4.       Studie. Deutschland braucht jährlich 260.000 Einwanderer 23

5.       EU-Staaten wollen bei Steuerfragen „nationale Souveränität“ behalten  23

6.       Rückkehr des Staates  24

7.       90 Jahre Lateranverträge, 90 Jahre Vatikanstaat 24

8.       Private Imperien  25

9.       Europäischer Gerichtshof. Kindergeld bei Arbeitslosigkeit auch für Kinder im Ausland  26

10.   Europas offene Flanke  26

11.   Venezuela: EU-Staaten erkennen Guaido an  26

12.   INF Vertrag neu verhandeln - und alle Atomwaffen abschaffen  27

13.   World Vision startet Petition gegen Einsatz von Kindersoldaten  27

14.   Flüchtlingspolitik. Deutschland will EU-Länder zur Aufnahme von Schiffbrüchigen bewegen  28

15.   In Dreiecksbeziehung  28

16.   Werkstattgespräch. CDU-Politiker wollen deutlich erleichterte Abschiebungen  29

17.   Neues Klimaschutzgesetz geplant 29

18.   Internationale Fachkräfte. Profis aus dem Ausland gesucht 29

19.   Paragraf 219a. Mehr Rechte für Schwangere  30

20.   Starnberg - So kommen Sie gesund durch die 5. Jahreszeit 30

21.   Stichwort: Karneval 30

22.   Kinderrechte in Deutschland  31

23.   Länderumfrage. Polizei stellt mehr Migranten ein  31

 

 

 

Elezioni Europee 2019, informazioni per i cittadini italiani residenti all’estero

 

ROMA – Sei un cittadino italiano che vive in un Paese membro dell’Unione Europea? In occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, che si svolgeranno in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea nel periodo compreso tra giovedì 23 e domenica 26 maggio 2019, i cittadini italiani residenti nei Paesi UE possono scegliere di votare per i rappresentanti del Paese dove risiedono oppure, in alternativa, per i rappresentanti italiani.

Anche coloro che si trovano temporaneamente in un Paese membro dell’Unione Europea per motivi di studio o di lavoro, nonché i familiari conviventi, possono votare per i rappresentanti italiani presentando entro il 7 marzo 2019, per il tramite dell’Ufficio consolare di riferimento, apposita domanda diretta al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti.

I cittadini italiani che invece sono permanentemente residenti in un Paese UE e iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) e che non hanno optato per il voto a favore dei candidati locali saranno ammessi al voto per i candidati italiani senza necessità di presentare alcuna dichiarazione.

Gli elettori italiani residenti o temporaneamente presenti in un Paese membro dell’Unione Europea per motivi di studio o di lavoro possono votare per i rappresentanti italiani presso le sezioni elettorali istituite dalle Ambasciate e dai Consolati.

Chi rientra nelle categorie di cui sopra riceverà a casa, da parte del Ministero dell'Interno italiano, il certificato elettorale con l’indicazione della sezione presso la quale votare, della data e dell’orario delle votazioni. In caso di mancata ricezione potrà contattare l’Ufficio consolare competente per verificare la propria posizione ed eventualmente richiedere il certificato sostitutivo.

Coloro che invece desiderano votare in Italia pur essendo residenti in un Paese membro dell’Unione Europea devono presentare richiesta, entro il giorno precedente le elezioni in Italia, al Sindaco del Comune italiano nelle cui liste elettorali sono iscritti.

È penalmente sanzionato il doppio voto:

- chi vota per i candidati al Parlamento Europeo per il Paese di residenza non potrà votare anche per quelli italiani, e viceversa;

- chi vota per i candidati italiani presso le sezioni elettorali istituite all’estero dagli Uffici diplomatico-consolari non potrà farlo anche presso le sezioni elettorali in Italia, e viceversa.

Nessuno può votare più di una volta nel corso delle stesse elezioni:

gli elettori in possesso di più cittadinanze di Paesi membri dell’Unione Europea possono esercitare il loro diritto di voto per i candidati di uno solo degli Stati di cui sono cittadini.

Sei un cittadino italiano residente in un Paese non membro dell’Unione Europea?

I cittadini italiani residenti nei Paesi non membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo presso il Comune di iscrizione elettorale in Italia. A tal fine, entro il ventesimo giorno successivo a quello della pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali, riceveranno dal Ministero dell’Interno apposita cartolina avviso”.

Riferimenti normative: Legge 24 gennaio 1979 n. 18. Decreto-legge del 24 giugno 1994 n. 408 (convertito in Legge 3 agosto 1994, n. 483). esteri.it

 

 

 

 

Verso le elezioni europee. Retinopera: “Vogliamo un’Europa dei popoli, accogliente e solidale”

 

Sei auspici per l’Europa e altrettante raccomandazioni all’Italia. Procede su un doppio binario parallelo e speculare il documento condiviso dalle 20 organizzazioni che compongono Retinopera. Il testo è stato presentato oggi a Roma in vista delle elezioni europee del 26 maggio - Giovanna Pasqualin Traversa

 

Un’Europa democratica e partecipativa; un’Europa solidale e accogliente. Un’Europa del valore umano del lavoro e del lavoro per tutti; un’Europa della promozione della cultura, della scienza e dell’arte. Un’Europa dello sviluppo sostenibile e dell’economia integrale; un’Europa del Terzo settore e dell’associazionismo e della gratuità. Sei auspici e altrettante raccomandazioni. I primi nei confronti “dell’Europa che vogliamo”; le seconde rivolte “a noi stessi e alla società italiana”. Sono i contenuti del documento “I 6 punti dell’Europa che vogliamo”, presentato oggi a Roma da Retinopera, realtà composta da 20 organizzazioni del mondo cattolico italiano che collaborano per dare concretezza ai principi della Dottrina sociale della Chiesa. L’evento si è svolto presso l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo alla presenza di uno dei vicepresidenti, David Sassoli; di Beatrice Covassi, capo rappresentanza in Italia della Commissione europea; di Gianfranco Cattai, coordinatore di Retinopera, e di alcuni rappresentanti delle diverse realtà.

Il documento è frutto di un percorso che le organizzazioni della rete hanno portato avanti in questi ultimi mesi, sottoscrivendo un testo condiviso in vista delle elezioni europee del prossimo 26 maggio. Diverse realtà del network sostengono infatti la campagna istituzionale stavoltavoto.eu lanciata per informare i cittadini e promuovere la partecipazione al voto. Sullo sfondo l’esortazione di Papa Francesco, il 24 marzo 2017: “L’Unione europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze… Oggi ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto ‘comunità’ di persone e di popoli consapevole che ‘il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma’ e dunque che ‘bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti’”.

“Auspichiamo una conduzione più democratica delle Istituzioni europee”,

un’Europa “della centralità dei popoli, dei cittadini, della società civile”,

un’Europa della dignità e della libertà nella quale la cittadinanza europea si eserciti responsabilmente nei luoghi di partecipazione, dibattito e conoscenza”, un’Europa del “rispetto dei diritti umani e sociali”, si legge al primo punto. La corrispondente raccomandazione “a noi stessi e alla società italiana” è di promuovere partecipazione, corretta informazione, valorizzazione dei corpi intermedi e dello spirito di sussidiarietà a tutti i livelli, a cominciare dal ruolo della famiglia.

“Auspichiamo un’Europa dell’accoglienza e della solidarietà verso i soggetti più deboli,

a partire da coloro che fuggono dalla morte e dalla disperazione cercando nei nostri paesi rifugio e dignità”, si legge al secondo punto che sollecita un “sussulto etico” di tutti gli europei e lancia un appello alla “responsabilità umanitaria” dei governi Ue.

Fraternità, rispetto dei diritti umani, lotta alle discriminazioni, dialogo tra religioni e Chiese, costruzione della pace mondiale richiamata dai Trattati costitutivi: queste le richieste di Retinopera. All’Italia il network chiede in modo speculare solidarietà, rispetto dei diritti umani, una politica migratoria “fondata sull’accoglienza” anche rafforzando i corridoi umanitari, e su “una efficace integrazione”, nonché “il rafforzamento del pilastro sociale dell’Unione, da trasformare in un vero e proprio social compact”.

Il terzo punto è dedicato al lavoro e l’auspicio è di dignità, valorizzazione, occupazione e tutela per tutti. Parola d’ordine:

no all’economia dello scarto e alla corsa al ribasso sui diritti.

L’adozione dei valori umani del lavoro e l’impegno per la centralità della persona nei processi produttivi sono le richieste al nostro Paese.

Il documento auspica inoltre che l’Ue salvaguardi il patrimonio naturale, culturale e artistico dei vari contesti promuovendo lo scambio tra culture e sostenendo “la costruzione comune di una identità laica europea, all’interno della quale si tenga conto di tutte le espressioni sociali e religiose diffuse sul territorio”.

In Italia occorre allo stesso modo “valorizzare i patrimoni sociali e culturali dei popoli che la compongono” e “educare i giovani a operare concretamente in forma congiunta per costruire una Europa dell’ambiente, della cultura e della scienza”.

Sviluppo sostenibile ed economia integrale sono il quinto auspicio, quello di un’Europa

protagonista a livello globale in sintonia con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030 e gli Accordi di Parigi sul clima.

Una governance istituzionale dei sistemi finanziari, che ridia alla finanza il ruolo di “strumento” al servizio dell’uomo, e la promozione di un serio contrasto alla esclusione sociale e materiale, la raccomandazione all’Italia.

Terzo settore, associazionismo, gratuità.

Tre parole chiave per migliorare la qualità della vita e promuovere la dignità umana e il rispetto dei diritti. L’Europa è dunque chiamata a favorire lo sviluppo di reti, di aggregazioni, e di cooperazione tra associazioni ed espressioni della società civile per rafforzare “un’identità europea pacifica e solidale”.

Anche al nostro Paese è chiesto maggiore impegno “nelle sedi e nelle forme con le quali la società civile si aggrega ed esprime le proprie aspettative, necessità ed orientamenti valoriali”. Sir 8

 

 

 

 

Dibattito al Parlamento europeo. Italia/Ue: Conte e un Paese solo, irriconoscibile, inaffidabile

 

Non è stato davvero una facile passeggiata il dibattito al Parlamento europeo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. I lunghi mesi di contesa con la Commissione sulla legge di bilancio, il drammatico peggioramento dei rapporti bilaterali con la Francia, il veto su una dichiarazione comune dei 28 sul Venezuela, tanto per citare i fatti più clamorosi, hanno lasciato il segno nella diffusa percezione europea di un nostro ruolo euroscettico nei confronti dell’Ue. Come c’era da aspettarsi, Giuseppe Conte ha cercato di rovesciare questa narrativa anti-europea con una serie di affermazioni rassicuranti. Dopo avere incontrato brevemente il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che ha poi disertato l’aula, Conte ha ripreso lo slogan di un’intervista della vigilia a Politico.EU: “Il governo italiano vuole dare una scossa all’Europa”.

Ci sarebbe da dire che, in negativo, questa scossa l’Italia l’ha già data all’Unione, proponendosi come il paese meno in linea con le politiche di Bruxelles e dei nostri maggiori partner. Ma, evidentemente, la scossa che Conte aveva in testa era quella di un’Europa diversa dall’attuale, “un’Europa del popolo, più vicina ai bisogni della gente”, poiché la colpa dell’euro-scetticismo non è dei singoli governi, ma dell’incapacità dell’Ue di ascoltare i bisogni dei propri cittadini.

Tra la retorica e i fatti

Dal punto di vista retorico questo approccio può anche avere senso, ma forse sarebbe il caso di ricordare al nostro premier che l’Ue è fatta dai governi e non da generiche istituzioni brussellesi cui addossare tutte le colpe di ciò che non funziona. Perché se è vero, come ha affermato Conte, che le politiche migratorie e quelle relative alla governance economica e fiscale non sono all’altezza delle sfide che devono affrontare, non è certo attraverso un generico “j’accuse” che si risolvono i problemi.

E non è neppure dichiarando che l’Italia non si sente isolata nell’esprimere le proprie opinioni, anche quando non sono in linea con quelle di Bruxelles, che si riacquista la credibilità perduta in questi mesi d’atteggiamenti divergenti e di sprezzanti giudizi sui nostri maggiori partner.

Un dibattito sull’Italia, non sull’Europa

Pur di fronte ad un discorso articolato e piuttosto lungo (una quarantina di minuti), nel quale il premier si è sforzato di delineare le priorità per la futura Unione, il tono del dibattito che è seguito in un emiciclo desolatamente vuoto non è stato dei migliori. In effetti nei numerosi interventi che sono seguiti il tema trattato non è stato quello del futuro dell’Europa, che era il titolo della relazione di Conte, quanto una critica, spesso impietosa, sullo stato di salute del governo, della politica e dell’economia italiana.

Forse le dichiarazioni meno ostili sono venute dal vicepresidente della Commissione e commissario per il lavoro, il finlandese Jyrki Katainen, in passato assai severo con le politiche economiche dell’Italia, che tuttavia ha riconosciuto l’enorme sforzo in tema di accoglienza degli immigrati fatto dal nostro Paese e l’obbligo per l’Unione di sperimentare il valore della solidarietà proprio nel caso italiano.

Ma, come ha poi sottolineato in un successivo intervento del tedesco Manfred Weber del Ppe, senza che l’Italia conducesse una vera e propria battaglia nel Consiglio europeo, il solo organo che può sostenere le proposte della Commissione e del Parlamento di riformare l’accordo di Dublino che ci obbliga ad accogliere gli immigrati arrivati sulle nostre coste.

Non tanto diverso è stato il tono dei discorsi degli altri deputati europei che hanno partecipato al dibattito. In generale si possono notare alcuni orientamenti largamente condivisi.

Solitudine, irriconoscibilità, inaffidabilità

Il primo è quello della “solitudine” del nostro Paese che ha aperto tutta una serie di fronti di contesa, ritenuti profondamente ingiustificati, con i propri partner, siano essi la Francia, la Germania o l’Olanda. Si è davvero toccato con mano il sentimento diffuso di un’Italia priva di sponde anche su quei temi dove ha ragioni da vendere, come quello dell’immigrazione. In altre parole, non s’intravvede, neppure su questo fronte, un abbozzo di politica delle alleanze con altri Paesi e con le istituzioni europee: solo un atteggiamento antagonist,a che non ci porta molto lontano.

La seconda osservazione, che è nata dal dibattito, ha riguardato la non-riconoscibilità del nostro Paese in qualità di fondatore dell’Unione: si sono sprecate le menzioni dei padri fondatori italiani, da De Gasperi a Spinelli, che hanno rappresentato una specie di Dna del nostro spirito europeista. E neppure si riesce a comprendere la politica economica nazionalista, in dispregio delle regole comunitarie, che sta portando ad una decrescita economica in un Paese che fa parte del gruppo delle sette potenze mondiali.

In terzo luogo, al di là della stupida e inopportuna battuta del liberale Guy Verhofstadt su un Giuseppe Conte burattino di Di Maio e Salvini, sorge il dubbio di una generale mancanza di affidabilità del nostro governo come interlocutore credibile sui vari dossier dell’Unione europea: non si sa con chi e come trattare per arrivare a decisioni concrete che riguardino anche i nostri interessi, oltre che quelli dei nostri partner.

Insomma l’intervento del presidente del Consiglio Conte al Parlamento europeo, al di là della correttezza di alcune sue affermazioni e proposte, è sembrato davvero cadere nel vuoto di un’Europa che non riesce più a riconoscerci. Speriamo solo che, visto il risultato complessivamente negativo del dibattito a Strasburgo, non riprenda con rinnovata violenza lo scontro fra noi e il resto dell’Europa. Gianni Bonvicini, AffInt 13

 

 

 

 

Documenti pubblici, in vigore nuovo Regolamento UE. Libera circolazione con meno burocrazia

 

ROMA - Meno burocrazia e costi per i cittadini. Lo stabilisce un regolamento dell'Unione Europea che semplifica la circolazione di alcuni documenti pubblici tra gli Stati dell'UE. Entra in vigore, infatti, il 16 febbraio il Regolamento (UE) 2016/1191 che promuove la libera circolazione dei cittadini semplificando i requisiti per la presentazione di alcuni documenti pubblici nell'Unione Europea.

Un documento pubblico, ad esempio un certificato di nascita, rilasciato dalle autorità di uno Stato UE deve essere riconosciuto come autentico dalle autorità di un altro Stato UE senza che occorra la cosiddetta 'apostilla', cioè il timbro che serve a dimostrare l'autenticità di un documento pubblico emesso da un altro stato.

Il Regolamento si applica alle seguenti tipologie di documenti: nascita; esistenza in vita; decesso; nome; matrimonio, compresi la capacità di contrarre matrimonio e lo stato civile; divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio; unione registrata, compresa la capacità di sottoscrivere un'unione registrata e lo stato di unione registrata; scioglimento di un'unione registrata, separazione personale o annullamento di un'unione registrata; filiazione; adozione; domicilio e/o residenza; cittadinanza; assenza di precedenti penali, a condizione che i documenti pubblici riguardanti tale fatto siano rilasciati a un cittadino dell'Unione dalle autorità del suo Stato membro di cittadinanza.

Decade anche l'obbligatorietà della traduzione se il documento è redatto nella lingua ufficiale dello Stato membro o in una lingua non ufficiale accettata dallo stesso Stato. A questo scopo, il regolamento introduce "moduli standard opzionali multilingue" che accompagneranno l'atto pubblico e consentiranno al cittadino di evitare la traduzione.

In caso di "ragionevoli dubbi" sull'autenticità dei documenti, il regolamento consente di ricorrere a un meccanismo di cooperazione tra le autorità dei paesi dell'UE (IMI, il sistema d'informazione del mercato interno).

Le amministrazioni competenti dovranno fornire specifiche istruzioni anche di carattere operativo ai soggetti che dovranno assicurare l'attuazione del regolamento nei diversi settori. (Inform/dip)

 

 

 

 

Ultimi trend in Italia ed Europa. Migranti: dall’integrazione economica a quella sociale

 

Immigrati sempre più poveri, soprattutto in Italia e Spagna, dove hanno rispettivamente 7,7% e 13,4% di probabilità in più di trovarsi nel 10% della popolazione con il reddito più basso. È questo uno dei dati del terzo Rapporto annuale dell’Osservatorio sulle migrazioni che dice anche come gli immigrati in Europa abbiano in media un tasso di occupazione inferiore a quello dei nativi di oltre l’ 8%, con un peggioramento rispetto al 2016.

Le migrazioni come strumento di ascesa sociale

Sullo sfondo del report l’effetto Brexit: Tommaso Frattini, professore dell’ Università di Milano e del Centro studi d’ Agliano, precisa che è prematuro misurare le ricadute della Brexit; tuttavia, già si registra un calo delle emigrazioni dal resto d’Europa. Da evidenziare anche le conseguenze di politiche d’ingresso restrittive, che oltre ad avere contraccolpi sui diretti interessati provocano un’alterazione di quella fotografia della realtà sociale che invece dovrebbe essere d’aiuto a strategie di equilibrio e normalizzazione.

Il quasi azzeramento dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro e la crescita di quelli di ricongiungimento familiare e di asilo per motivi umanitari nasconde un sommerso fatto di marginalità e sfruttamento da un lato e di aspirazioni culturali e sociali frustrate. Ran Abramitzky, professore di economia alla Stanford University, tra i relatori in occasione della presentazione a Torino del Rapporto sulle Migrazioni (assieme a Marco Tabellini dell’Harvard Business School e Lucinda Platt dell’LSE), ricorda che da sempre le migrazioni sono uno strumento anti-povertà, un modo per migliorare la propria condizione di vita.

Tutti coltivano questo sogno, compresi coloro che sono in fuga da guerre o persecuzioni. Una ricerca recente del Museo del Risparmio e di Intesa Sanpaolo afferma, invece, che il 20% di un campione rappresentativo di immigrati da 3 a 10 anni in Italia, dichiara di avere lasciato nel Paese d’origine un tenore di vita più alto. La marginalità economica e quella sociale si sta accentuando e si sbaglia chi pensa che il problema riguardi gli immigrati immortalati nelle immagini di navi e barconi nel Mediterraneo.

Dai report annuali di Università di Milano, Collegio Carlo Alberto e Centro studi Luca D’Agliano, risulta un trend costante: nell’Unione Europea un residente su 10 è immigrato, la maggior parte di questi è residente in uno dei Paesi dell’ area Ue15 da più di 5 anni, i nuovi arrivati aumentano di due milioni all’anno e per metà sono di origine europea. Non ci sono mutamenti significativi. I cittadini dell’Ue rappresentano il 38% della popolazione immigrata; il 16% è nato in un Paese europeo al di fuori dell’ Ue; il 19% arriva dall’Africa e dal Medio Oriente; il 16% dall’ Asia; l’ 11% da America e Oceania.

Accoglienza dei migranti e giustizia sociale

I trend che invece danno segnali negativi riguardano le condizioni di vita. Gli immigrati hanno un tasso di occupazione più basso dei nativi e in questo panorama spiccano Regno Unito, Italia e Irlanda, dove si registra un differenziale minore tra immigrati e nativi. Ma, diversamente dalle precedenti analisi statistiche, tali differenze nel tasso di occupazione non si spiegano in termini di età, genere e istruzione. Ovvero: i profili di età-generazione-istruzione degli immigrati sono simili ai nativi in termini di probabilità di trovare lavoro.

E se i differenziali tendono a ridursi con l’aumentare degli anni di residenza, l’Italia, ancora nelle tenaglie della crisi, è l’ unica realtà dove la probabilità di impiego dei migranti raggiunge quella dei nativi dopo sei anni di residenza e la supera dopo sette. Si assiste, contemporaneamente, a una polarizzazione che spinge verso il basso un intero strato della popolazione, immigrata e non, e verso l’alto lo strato che ha accesso all’istruzione universitaria e di alto livello di qualificazione. Il primo strato è in espansione, il secondo in riduzione.

Basta soffermarsi su questi pochi elementi per capire come il futuro si stia giocando non tanto sull’accoglienza dei migranti, ma sulla giustizia sociale. Non tanto sulla convivenza di etnie diverse, ma sulla coesione di un tessuto sociale lacerato tra chi ha troppo e chi ha troppo poco, con il welfare-catalizzatore in affanno. La trasversalità delle problematiche è intra-etnica e post-etnica: ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, la cosiddetta classe media praticamente azzerata.

Il rischio ghettizzazione

Non è una novità; ma sarebbe riduttivo – avvertono alcuni studi – se ci si limitasse a leggere il fenomeno in divenire in una chiave puramente economica: risolviamo la povertà, permettiamo a tutti di essere consumatori di prodotti e servizi e le nostre società saranno pacificate. Gli studi di Marco Tabellini sulla Grande Migrazione nei primi decenni del Novecento negli Usa evidenziano che l’immigrazione aumentò l’occupazione e migliorò la posizione professionale degli indigeni, ma là dove le diversità etniche erano economicamente vantaggiose c’era anche un’ostilità politica che rendeva difficile gestire quelle diversità.

I gruppi etnicamente omogenei e dominanti tendono comunque ad escludere e segregare le minoranze, che a loro volta si organizzano secondo l’appartenenza etnica. La ricerca di Lucinda Platt sul sistema scolastico nel Regno Unito ha mostrato che la coesione sociale inizia tra gli studenti. Scuole monoetniche produrranno una mentalità da apartheid. Il volersi ‘distinguere’, quindi, è una realtà umana: distinguersi per censo, per professione, per nazione, per religione o colore della pelle. L’elenco è aperto.

Ed è proprio quest che bisogna da correggere: il collante di una società non deve dipendere da queste appartenenze. Società atomistiche pensano all’integrazione come alla convivenza di gruppi tra loro indifferenti; la società relazionale li mette in comunicazione focalizzandosi su interessi comuni. Quali?  Individuarli è urgente, altrimenti il rischio è che le ‘diseguaglianze multiple’ – espressione proposta dal sociologo ed economista Arnaldo Bagnasco – si strutturino. Interessi comuni di vita dignitosa, ma anche di partecipazione politica.

Il Rapporto sulle migrazioni conferma, invece, che in Italia e in Spagna la naturalizzazione è più lenta rispetto al resto d’Europa, con rispettivamente il 10% e il 16% degli immigrati naturalizzati dopo 10 anni di residenza contro il 74% della Svezia. Presenze attive, ma di non-cittadini. Emmanuela Banfo, AffInt 4

 

 

 

 

 

La maggioranza 5S-Lega approva al Senato la riduzione dei parlamentari dell’estero

 

Ora tutto è più chiaro. La maggioranza gialloverde ha approvato al Senato la legge costituzionale che riduce del 36,5% il numero dei parlamentari e, con essa, quello degli eletti all’estero, che da 18 passano a 12 (8 + 4).

 

Respinto l’emendamento dei senatori PD, che chiedeva di non intaccare il numero già basso di 18 eletti, in linea con le richieste che in queste settimane sono venute dalle nostre comunità e dal Consiglio generale degli italiani all’estero, intervenuto formalmente più volte per scongiurare tale esito. Il nostro emendamento è stato sostenuto anche da Forza Italia e da Fratelli d’Italia, che però hanno poi votato a favore dell’intero provvedimento.

 

Il MAIE, che non ha detto una parola durante l’intero iter parlamentare ed è stato assente alle votazioni, fedele alla regola: stare sempre dalla parte del più forte e del potere, ma non assumersi mai una responsabilità, nemmeno quando sono in gioco i diritti fondamentali degli italiani all’estero.

 

Tutto è più chiaro, si diceva, non solo in relazione alle posizioni dei gruppi parlamentari. Non è stato, infatti, un incidente di percorso, ma un progetto di ridimensionamento della rappresentanza estera, che ha trovato una precisa esplicazione nelle parole del relatore del provvedimento, il Sen. Calderoli: “Sono uno dei pochi che ha votato contro la legge Tremaglia, se fosse dipeso da me io gli eletti all’estero li avrei aboliti del tutto”. Quindi oggi l’applicazione di un iniquo criterio aritmetico, domani si cercherà di fare di meglio…

 

E così, se la legge costituzionale arriverà fino in fondo, come non ci auguriamo, per eleggere un deputato o un senatore nella circoscrizione Estero ci vorrà un numero di iscritti all’AIRE di circa quattro volte più alto rispetto all’Italia. In questa maniera, senza giri di parole, si viola la Costituzione.

 

Dunque, i tagli al bilancio, l’esclusione dal reddito e dalla pensione di cittadinanza, l’inapplicabilità della “quota 100”, le maggiori difficoltà ad ottenere la cittadinanza per matrimonio, le restrizioni sulla mobilità automobilistica degli iscritti all’AIRE, l’abbandono della nostra comunità in Venezuela non sono casi isolati, ma i tasselli di un mosaico che ormai si va delineando: gli italiani all’estero per questo governo sono estranei e lontani e, talvolta, addirittura “stranieri”.

 

Ma non finisce qui. La legge di revisione costituzionale passerà ora alla Camera e poi avrà altri due passaggi parlamentari. Dobbiamo tutti moltiplicare gli sforzi e l’impegno, a qualsiasi livello, per riaprire lo spazio che i gialloverdi stanno chiudendo e difendere i diritti degli italiani all’estero, in nome di un principio di reale cittadinanza e degli interessi veri dell’Italia nel mondo.

Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro 

(de.it.press 7)

 

 

 

 

Taglio eletti all'estero, intellettuali contro: "Riforma punta a toglierci voce e diritti"

 

Roma - Una riforma che punta a togliere voce e diritti agli italiani all'estero. È quanto denunciato oggi in conferenza stampa dai promotori dell'appello 'Tuteliamo la voce e i diritti degli italiani nel mondo', petizione lanciata da oltre settanta intellettuali, scienziati e imprenditori che ha raccolto in poche ore migliaia di firme. Adesioni consegnate simbolicamente oggi alla Commissione Affari Costituzionali del Senato dalla ricercatrice e docente dell'Università di Uppsala, in Svezia, Laura Parducci, a nome di tutti i sottoscrittori. Che ha poi incontrato la stampa insieme ai Senatori PD Laura Garavini e Dario Parrini.

"Come società civile, abbiamo sentito il dovere di mobilitarci contro quello che rappresenterebbe un atto di miopia, oltre che di ingiustizia, nei confronti dei connazionali nel mondo - ha spiegato Laura Parducci -. In un momento storico caratterizzato dall'incremento del numero degli italiani che decidono di espatriare, tra i quali tante eccellenze, sminuire la loro rappresentanza parlamentare significa indebolire la loro voce. Confidiamo che la Commissione Affari Costituzionali, che oggi ci ha ricevuto, dimostri altrettanta disponibilità all'atto pratico. Quando si tratterà di accogliere il nostro appello e bloccare la parte della riforma che prevede la diminuzione degli eletti all'estero".

"La mobilitazione civile contro questa riforma - ha dichiarato la Senatrice Garavini - dimostra come il tema sia sentito dagli elettori. Che lo rivendicano come proprio, muovendosi in prima persona contro quello che è un vero e proprio sopruso. E che non si tratta di una rivendicazione esclusivamente politica, come afferma la maggioranza. Che vorrebbe far passare questa come una riforma 'anticasta', quando invece è soltanto un attacco al diritto di rappresentanza. L'intento evidente è sminuire la portata del voto estero".

"Il Partito Democratico vede da sempre negli italiani nel mondo una risorsa preziosa - ha aggiunto il Senatore Parrini, capogruppo PD in Commissione -. Ci uniamo convintamente a questo appello, del quale mi faccio portavoce. Stiamo lavorando proprio per fare in modo che la maggioranza dimostri altrettanta sensibilità al tema". La petizione, lanciata solo qualche giorno fa dal professor Vito Gironda, docente di storia politica e sociale delle società moderne a Bielefeld, è stata sottoscritta da migliaia di intellettuali in tutto il mondo nel giro di pochi giorni.   Sen. Laura Garavini 5

 

 

 

 

Parere del CGIE sulla proposta di diminuzione del numero dei parlamentari eletti all’estero

 

Il Consiglio Generale non è contrario a una riduzione del numero complessivo dei parlamentari italiani, ma esprime un parere nettamente negativo alla riduzione degli eletti nella Circoscrizione Estero

 

Il Consiglio Generale degli italiani all’Estero ritiene e afferma che nella discussione sul DL 264, mirante a riformare gli Artt. 48, 56 e 57 della Costituzione italiana per diminuire il numero dei parlamentari, non si deve ridurre il già esiguo numero dei parlamentari eletti all’estero in rappresentanza diretta dei cittadini italiani residenti all’estero, il cui numero è sostanzialmente raddoppiato fino a raggiungere quasi 6 milioni di connazionali, ai quali si somma la quantità esponenzialmente crescente dei cittadini temporaneamente all’estero. Un totale che corrisponde o supera quello dei residenti nelle più popolose Regioni italiane, quali Lazio o Campania, e deve quindi essere riflesso da un adeguato numero di rappresentanti nelle due Camere;

 

RIFERIMENTI NORMATIVI

Il diritto di voto per tutti i cittadini italiani, ovunque risiedano, è sancito dall’Art. 48 della Costituzione italiana, comma 1: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”.

La riforma dell’Art.48, approvata con legge costituzionale del 17 gennaio 2000, recita al comma 3: “La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una Circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge”.

Le modalità dell’esercizio del diritto di voto in loco da parte dei cittadini italiani residenti all’estero sono stabilite dalla legge 27 dicembre 2001, n. 459, e dal relativo regolamento di attuazione emanato con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 104 del 2 aprile 2003.

La riforma degli Artt. 56 e 57, approvata con legge costituzionale del 23 gennaio 2001, ha fissato il numero dei parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero rispettivamente in 12 alla Camera dei Deputati e 6 al Senato della Repubblica.

Prima delle citate riforme degli Artt. 48,56 e 57 della Costituzione, i cittadini italiani residenti all'estero potevano esercitare il diritto di voto soltanto recandosi presso i seggi elettorali costituiti nei Comuni in cui risultavano iscritti all'AIRE. La Legge 459/2001 mantiene questa opzione per il cittadino residente all’estero, che intenda avvalersene e lo dichiari nei termini e modi di legge, ma ha fissato per la Circoscrizione estero la procedura del voto per corrispondenza amministrata tramite le autorità diplomatico-consolari presenti nei Paesi di residenza.

Il voto per corrispondenza è stato esercitato dagli italiani all’estero a partire dalle  consultazioni referendarie del 15 giugno 2003 e del 12-13 giugno 2005, quindi nelle elezioni politiche del 2006, quando per la prima volta sono stati eletti i 12 deputati e i 6 senatori attribuiti alla Circoscrizione estero. A questo primo appuntamento elettorale partecipò circa un milione di italiani residenti fuori d’Italia. Il numero dei votanti è aumentato nelle successive consultazioni politiche del 2008, 2013 e 2018.Alle elezioni del 4 marzo2018, gli iscritti all'anagrafe degli italiani all'estero–AIRE –che avevano diritto di voto erano 4,3 milioni, 700mila in più (pari al 20%), rispetto alle politiche del 2013. In quell’occasione hanno votato anche gli elettori temporaneamente all'estero da un periodo

superiore a tre mesi.

 

LA STRUTTURA DELLA RAPPRESENTANZA DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

La modifica costituzionale e la successiva legge ordinaria, che insieme regolano I 'esercizio del diritto di voto per gli italiani all'estero, hanno così completato la struttura di rappresentanza dei cittadini italiani residenti fuori d'Italia, sviluppata nell'arco di sedici anni: nel 1985, infatti, vi era stata la istituzione dei Comitati dell'Emigrazione italiana, poi Com.lt.Es.; nel 1989 la costituzione del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero – CGIE; nel 2000/2001 la modifica degli art. 48, 56 e 57 della Costituzione, con l’indicazione in essa di 12 deputati e 6 senatori; nel 2001 la legge ordinaria 27 dicembre n. 459 recante norme per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero.

Questo articolato sistema ha consentito di rispondere alla crescente domanda, maturata nelle nostre comunità all’estero dagli anni Ottanta in poi, di partecipazione diretta alla vita politica, economica, sociale e culturale dell'Italia, come forma concreta di appartenenza e dimostrazione di effettiva volontà di contribuire pienamente alla vita del paese d 'origine.

Tali ragioni di fondo trovano oggi un riscontro di particolare evidenza nel fatto che il flusso dei cittadini italiani verso l'estero sta conoscendo nuove forme di mobilità che interessano tutte le categorie sociali, in particolare giovani accademici e ricercatori, professionisti e altre figure qualifi-cate, da ultimo anche i pensionati: tutte persone al corrente della vita politica italiana e desiderose di contribuire alla sua evoluzione e alla proiezione internazionale del "Sistema Italia". In questa ot-tica, l'esercizio del diritto di voto e la rappresentanza diretta costituiscono elementi fondamentali per la costruzione di relazioni solide e durature con le nuove migrazioni e le nuove generazioni.

È da notare che molti importanti partner del nostro Paese prevedono già da tempo normati-ve e procedure elettorali atte a consentire ai propri cittadini di votare nelle consultazioni politiche e referendarie nazionali. Il sistema italiano di rappresentanza dei cittadini residenti all'estero, inoltre, viene considerato lungimirante ed efficace, al punto che parecchi altri Paesi si stanno ispirando ad esso per i loro concittadini.

 

LA RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE DEI CITTADINI ITALIANI ALL’ESTERO

Le iniziali proposte contenute nei disegni di legge sulla rappresentanza parlamentare diretta di cittadini italiani all’estro prevedevano tutte una rappresentanza complessiva di 30 parlamentari, composta di 20 deputati e 10 senatori.

Il compromesso raggiunto tra le forze parlamentari e incardinato nella riforma costituzionale ha portato alla definitiva attribuzione del numero di diciotto, di cui 12 alla Camera e 6 al Senato.

Raggiunto l’importante obiettivo dell’effettività dell’esercizio del voto dei cittadini italiani all’estero si apriva quindi un’altra contraddizione riguardante la parità del rapporto di rappresentan-za rispetto ai cittadini residenti nel territorio metropolitano. Tale squilibrio, già nelle prime elezioni politiche del 2006, si evidenziava nei seguenti termini: un deputato in Italia rappresentava 76.000 elettori, all’estero 225.000: un senatore in Italia 136.000, all’estero 405.000.

Nei dodici anni trascorsi da quella iniziale consultazione politica, l’elettorato in Italia è rima-sto sostanzialmente stazionario (-1,04%), mentre all’estero è cresciuto nello stesso periodo del 56%. Lo squilibrio nel rapporto di rappresentanza è diventato, dunque, più profondo e in prospetti-va tenderà ad acutizzarsi ulteriormente per il costante aumento degli iscritti all’AIRE, degli espo-nenti della nuova mobilità non iscritti all’AIRE e dei temporaneamente residenti all’estero per pe-riodi di tempo anche abbastanza lunghi.

In base all’ultima consultazione elettorale del 2018, infatti, calcolando l’indice di rappresen-tanza sulla popolazione, un deputato eletto in Italia rappresenta 96.000 abitanti, all’estero circa 400.000 iscritti AIRE; un senatore eletto in Italia rappresenta 192.000 abitanti, all’estero 800.000.

È appena il caso di ricordare che la demarcazione di una differente cittadinanza sulla base della residenza territoriale non solo non trova alcun possibile riferimento nella Costituzione, ma è decisamente contraddetta dai suoi principi ispiratori.

Le ipotesi configurate nel DL 264/2018, dirette a una riduzione del numero degli eletti nelle due Camere, prevedono una riduzione dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero da 12 a 8 deputati e da 6 a 4 senatori. Se tali indicazioni trovassero sbocco nella riforma costituzionale che si persegue, la differenza tra i cittadini residenti in Italia e quelli residenti all’estero si aggraverebbe ulteriormente e drammaticamente: un deputato eletto in Italia, infatti, rappresenterebbe 151.000 abitanti, uno eletto all’estero 687.000 iscritti AIRE; un senatore eletto in Italia 302.000 abitanti, uno all’estero 1.375.000 iscritti AIRE.

Una tale riduzione, inoltre, comporterebbe anche uno stravolgimento dei criteri ispiratori del sistema di formazione della rappresentanza, che è basato, com’è noto, su una legge elettorale compiutamente proporzionale, con espressione di preferenze individuali, che consentono all’elettore una scelta diretta e personalizzata. L’assegnazione di un solo seggio senatoriale per ciascuna ripartizione elettorale, nonostante la forte differenza del numero degli elettori tra le stesse ripartizioni, le trasformerebbe di fatto in collegi uninominali.

La stessa cosa accadrebbe alla Camera per le due ripartizioni con minor numero di elettori.

Il profilo istituzionale relativo al versante degli italiani all’estero sarebbe, inoltre, in evidente con-traddizione con le strategie che, con sempre maggiore convinzione, si perseguono da alcuni anni in ordine alla promozione integrata del Sistema Italia nel mondo, strategie ancorate ad una più in-cisiva “diplomazia economica”, a una rinnovata e più estesa “diplomazia culturale” e a una diretta partecipazione delle comunità di origine italiana e dei protagonisti delle nuove emigrazioni.

 

CONCLUSIONI

La realtà degli italiani all'estero è internazionale e sovranazionale. Essa rende I'Italia un Paese davvero globalizzato. Il senso del ruolo e dell'esistenza stessa delle comunità è prima di tut-to il risultato della profondità del legame e dell'intensità dei rapporti con il Paese d'origine, oltre che degli interessi culturali, sociali e politici che uniscono l’Italia agli italiani all'estero e dai quali l’Italia ricava importanti contributi anche economici oltre che di immagine.

L'esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani all'estero è parte integrante del quadro co-stituzionale. Qualsiasi disconoscimento o limitazione del diritto primario di ogni cittadino con il ta-glio della rappresentanza diretta costituirebbe un grave colpo dal quale la rete delle presenze dell’Italia all’estero non riuscirebbe a risollevarsi.

Il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero non è contrario a una riduzione del numero complessivo dei parlamentari italiani, ma esprime un parere nettamente negativo alla riduzione degli eletti nella Circoscrizione estero perché una tale decisione approfondirebbe il vulnus nel sistema di rappresentanza che si è determinato nel momento in cui sono stati adottati parametri diversi e penalizzanti rispetto ai cittadini residenti all’estero.

Semmai, un’eventuale riforma della rappresentanza e del Parlamento dovrebbe avere per gli italiani all’estero un segno del tutto diverso, vale a dire essere l’occasione per ristabilire quell’equilibrio e quella parità nei criteri di rappresentanza tra i cittadini, qualunque sia la loro resi-denza territoriale, che finora c’è negata.

Pertanto, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, in virtù delle prerogative ad esso riconosciute dalla sua legge istitutiva, chiede che nessuna ulteriore penalizzazione sia introdotta rispetto alle dimensioni della presenza degli eletti all’estero nel Parlamento na-zionale, e chiede che il numero di 12 depistati e 6 senatori venga mantenuto aggiungendolo ai 400 deputati e ai 200 senatori proposti nel DL 264/2018. Cgie 5

 

 

 

 

Francoforte: un viaggio nello spazio con l’astronauta Samantha Cristoforetti

 

Francoforte sul Meno. Ben 350 ragazzi delle scuole bilingui e della Scuola Europea di Francoforte hanno assistito sabato 9 febbraio, insieme ai genitori, all’incontro con l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. Alle ore 16:45 presso l’aula magna della Scuola Europea (Praunheimer Weg, 126), AstroSamantha è stata ospite del ciclo di incontri “Scienziati italiani a scuola”, una rassegna ideata e promossa dall’ ufficio culturale del Consolato Generale di Francoforte per avvicinare il  pubblico dei giovani ai temi scientifici in forma divulgativa. Oltre a parlare della sua esperienza, presentando il libro “Diario di un’apprendista astronauta” (La nave di Teseo, 2018), la Cristoforetti ha avuto  modo di dialogare con gli studenti del ginnasio bilingue Freiherr vom Stein, della Scuola Europea di Francoforte e delle scuole elementari Mülbergschule, Holzhausenschule  e Willemerschule  che la attendono con trepidazione.

È stata l’occasione per ascoltare un’ affascinante esperienza personale e professionale che  ha condotto la Cristoforetti  non solo a realizzare il tuo sogno di ragazza - entrare a far parte del corpo astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea - ma di essere la prima donna italiana a partecipare alla spedizione 42/43, chiamata FUTURA, sulla Stazione Spaziale Internazionale con una missione di lunga durata, trascorrendo quindi ben 200 giorni nello spazio. Gli studenti sono venuti a sapere direttamente come ci si prepara a questa professione, quali sono le attività che un’ astronauta deve svolgere sia a terra - negli anni precedenti al lancio - sia quando è in volo o nella stazione spaziale, come si vive le giornate anche nelle semplici cose di tutti giorni  come lavarsi, mangiare, leggere o ascoltare musica, fare sport, oltre che riposare, il tutto  in assenza di peso.

Michele Santoriello, de.it.press

 

 

 

Presentato a Stoccarda il “Rapporto Italiani nel Mondo 2018”

 

Stoccarda - Sabato 2 Febbraio, presso la Rupert-Mayer-Haus a Stoccarda, si è tenuta la presentazione del “Rapporto Italiani nel mondo 2018” alla presenza del Console Generale di Stoccarda Massimo Darchini e di tre autrici che dalla Germania hanno collaborato allo studio della Fondazione Migrantes. L’evento, organizzato dalle ACLI Baden-Württemberg e coordinato dal suo Presidente Giuseppe Tabbì, oltre ad aver offerto al pubblico una panoramica puntuale e sintetica dei principali temi della XIII edizione del Rapporto, si è focalizzato sulla complessità della neo-mobilità in Germania, evidenziandone sia gli aspetti di successo sia le difficoltà. Luciana Mella (giornalista), Luciana Degano Kieser (psichiatra) e Brisa Scarpati (insegnate) hanno trattato aspetti specifici della migrazione italiana delle diverse aree di provenienza, rispettivamente Colonia, Berlino e Stoccarda, evidenziando anche tematiche trasversali comuni a tutta la realtà degli italiani in Germania. Tematiche come il successo scolastico e la formazione, le difficoltà dell’inserimento scolastico dei nuovi arrivati in un sistema radicalmente diverso da quello italiano, così come le problematiche relative all’assistenza sanitaria per chi da poco si è trasferito e il disagio psicologico e il malessere di una nuova generazione in mobilità che, assorbita da un mondo virtuale, soffre dell’assenza di fisicità nelle relazioni sociali e ricorrere sempre più spesso all’aiuto di terapeuti. Si è parlato anche di eccellenze italiane in Germania ed in Svizzera, donne e uomini che con le loro storie di successo rappresentano un esempio di ottimismo e di speranza per una comunità italiana, sia di vecchia che di nuova data, che non sempre in questa terra riesce, o è riuscita, a ricollocarsi appieno, sviluppando al meglio tutte le potenzialità e le professionalità portate con sé dall’Italia.

Il  buffet finale, offerto dalla pizzeria “Da Rossella” di Stoccarda, ha permesso un ulteriore piacevole scambio di opinioni tra i partecipanti.

ACLI Baden-Württemberg

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

14.02.2019. La locomotiva d’Europa rallenta. L'economia tedesca è in calo, e le stime della Commissione Europea lo confermano. Ma quali sono le cause? E quali ripercussioni potrebbero esserci per l'Italia? Ne abbiamo parlato con il professore di Economia politica, Alberto Quadrio Curzio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calo-economia-tedesca-100.html  

 

La rinascita delle lingue morte. Sono circa 600 le persone che, in varie città italiane, seguono i corsi di GrecoLatinoVivo. Imparano le lingue morte parlandole e, naturalmente, mandandosi messaggi su "Pipiatorium" (Twitter).

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/greco-latino-100.html  

 

13.02.2019. Turco (o italiano) al posto dell’inglese?

È la provocazione lanciata dal presidente del Consiglio di Integrazione del Nordreno-Vestfalia, Tayfun Keltek. Le lingue straniere vanno messe tutte sullo stesso piano o esistono lingue di serie A e lingue di serie B? Il punto di Cristina Giordano, e l’opinione di esperti del mondo della scuola.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turco-inglese-scuola-100.html

 

Il giovane cinema italiano alla Berlinale. Ancora tre giorni, poi la 69a edizione della Berlinale incoronerà i suoi vincitori. Ma una cosa è certa sin d’ora: l’Italia, quest’anno ha già vinto con una forte e giovane presenza.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/berlinale-2019-100.html

 

12.02.2019. La svolta a sinistra della SPD. La Spd tenta di ricompattarsi con il suo elettorato, presentando un pacchetto di riforme "sociali". "Un segnale decisivo", secondo lo storico delle Istituzioni politiche Ubaldo Villani-Lubelli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spd-riforme-sociali-100.html

 

"Il paese non si cambia contro i lavoratori". Maurizio Landini è il nuovo segretario della CGIL, il più grande sindacato italiano che conta oltre cinque milioni di iscritti. E durante una grande manifestazione che ha indetto lo scorso fine settimana insieme alle altre due grandi confederazioni, Cisl e Uil, ha puntato il dito contro le politiche del governo.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maurizio-landini-cgil-100.html

 

11.02.2019. Abruzzo al centrodestra. L'elezione di Marco Marsilio è stata spinta soprattutto dalla Lega. Ma cosa ci dice questo voto a livello nazionale? Si tratta di una conferma del successo di Matteo Salvini o di un flop del M5S? Ne parliamo con la giornalista del Sole 24 ore Barbara Fiammeri.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/regionali-abruzzo-100.html  

 

08.02.2019. Il grande dilemma Tav. Cerchiamo di risolverlo intervistando il commissario straordinario per l'asse ferroviario Torino-Lione, Paolo Foietta, e l'ingegnere Alberto Poggio della Commissione Tecnica contraria alla Tav.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dilemma-tav-100.html

 

Perché Sanremo è Sanremo

Sanremo è agli sgoccioli, occasione per noi per fare un bilancio di questi ultimi giorni della kermesse musicale e provare a indovinare chi vincerà.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/perche-sanremo-e-sanremo-100.html  

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-346.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

07.02.2019. Una vita sotto scorta. È quella di Paolo Borrometi, giornalista antimafia, e di altri suoi colleghi, come il più noto Roberto Saviano. Con Borrometi parliamo delle polemiche, anche politiche, sulle misure di protezione di Stato che Polizia e Ministro dell'Interno vogliono ridurre.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/borrometi-scorta-100.html  

 

06.02.2019. Come fare impresa in Germania

“Primi passi in Germania per neo-imprenditori” è la guida in italiano e in tedesco realizzata dal Com.It.Es. di Dortmund: tante informazioni utili per chi vuol avviare una propria impresa in Germania. Ascolta il servizio di Luciana Mella, che ha parlato con l’ideatrice, Marilena Rossi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/imprenditori-germania-100.html

 

Ingiustizia è fatta? Fine del processo senza sanzioni per sette degli imputati per la strage della Loveparade di Duisburg (2010). Lo ha deciso il tribunale di Düsseldorf con il benestare della pubblica accusa. Ne parliamo con Daniel Henneke-Sellerio, avvocato della famiglia di Giulia Minola, una delle vittime.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ingiustizia-loveparade-100.html  

 

05.02.2019. Si riapre il dilemma pensioni

Il ministro del Lavoro Heil ha lanciato la proposta di una "Grundrente", una pensione integrativa di Stato. Ma l'Unione solleva grossi dubbi sui costi della misura. Ne parliamo con Enzo Savignano

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pensioni-heil-100.html  

 

Un fronte antisovranista. Carlo Calenda, insieme a 100 esponenti della politica locale e della società civile, lancia un manifesto per la costituzione di un’unica lista in vista delle europee: “Siamo europei”. Marina Collaci ci presenta l’ex ministro pd e il suo progetto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/calenda-ritratto-100.html  

 

04.02.2019. Facebook compie 15 anni

Il 4 febbraio 2004 Marc Zuckerberg metteva online il social network che oggi conta oltre due miliardi di utenti, ma che ha fatto parlare di sé anche per la gestione dei loro dati personali. Ne parliamo con il giornalista Arturo Di Corinto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/face-book-dicorinto-100.html

 

Sulle sigarette la Germania contro tutti

È l'unico Paese Ue a non aver adottato la convenzione dell'Istituto mondiale della sanità del 2005 per vietare la pubblicità delle sigarette. LobbyControl denuncia il rapporto di scambio tra la politica tedesca e le multinazionali del tabacco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sigarette-pubblicita-100.html  

 

01.02.2019. Come salveremo i fiumi dalla plastica

Un progetto made in Italy punta a ripulire i fiumi dalle plastiche, bloccandole prima che queste raggiungano gli oceani. Come? Ne parliamo con Mauro Nardocci, uno dei suoi ideatori.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/ripulire-fiumi-dalle-plastiche-100.html  

 

L'Italia è ufficialmente in recessione. Secondo i dati comunicati dall'Istat, continua la contrazione economica in Italia. Ma quali sono le cause? E cosa c'entra la Germania? Ne parliamo con l'economista Giuseppe Di Taranto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italia-ufficialmente-in-recessione-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-344.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Riunito a Stoccarda il Consiglio Nazionale delle Acli-Germania

 

Stoccarda - Il 26 Gennaio scorso, ha avuto luogo la prima Riunione del 2019 del Consiglio Nazionale  delle ACLI Germania nei locali del Bischof-Leiprecht-Zentrum di Stoccarda. Particolarmente importanti i punti all'ordine del giorno trattati nel corso della conferenza; primo fra tutti la chiusura del Tesseramento 2018.

Come da lettera di convocazione, inviata dal Presidente del Consiglio, Dr. Riccardo Cecchi, i lavori sono cominciati con la lettura dell'ordine del giorno e con la recita del Padre Nostro, diretta dal Presidente delle ACLI Germania D. Zanibellato, che,  dopo aver salutato i convenuti, fatta rilevare  la regolarità della seduta, e lette le giustificazioni giunte,  ha annunciato  i vari punti all'ordine del giorno.

Presenti Consiglieri provenienti dal Baden-Württemberg, dalla Baviera e dal Nordreno-Westfalia, tra cui: Duilio Zanibellato, Giuseppe Tabbì, Giuseppe Sortino, Carmine Macaluso, Elio Pulerà, Fernando A. Grasso, Daniela Bertoldi, Mauro Sansone, Barbara Eberle, Maria Galitelli,  Norbert Kreuzkamp e Calogero Mazzarisi.

Passando quindi al secondo punto dell'ordine del giorno: Tesseramento 2019, sono state presentate le novità inerenti alle nuove modalità: registrazione dei soci attuali su liste Excel, moduli per l'iscrizione dei nuovi aderenti e informazioni riguardanti la protezione dati.

Al terzo punto dell'ordine del giorno, per il quale hanno preso la parola Daniela Bertoldi e Maria Galitelli, sono stati resi noti e trattati gli attuali sviluppi del Patronato ACLI in Germania e sono state chiarite diverse situazioni venutesi a creare in seguito alla chiusura della sede di Augsburg e alla successiva - seppur ridimensionata - apertura di una presenza regolare, presso una struttura amica, sulla quale ha riferito anche Patrizia Mariotti.

Anche il quarto punto, concernente le elezioni europee e azioni della FAI, è stato ampiamente trattato, e con interventi dei Presidenti Zanibellato, Sortino, Tabbì e Macaluso e così pure da parte di altri Consiglieri.

Per il quinto punto, riguardante la necessità di una formazione dei futuri quadri dirigenti, c'è stato anche un momento di confronto.

Momenti di confronto, ripresi soprattutto tra le varie e eventuali, che sono stati integrati con ulteriori interventi, soprattutto, dopo una breve pausa pranzo offerto dalle ACLI del Baden-Württemberg agli intervenuti nella nota Taverna da Pagano.

Nel primo pomeriggio, rinvigoriti dai cibi genuini del  locale — il proprietario del quale ha ricevuto i complimenti da parte degli Aclisti –— sono stati  quindi riproposti e ridiscussi  rapidamente alcuni dei punti più importanti dell'ordine del giorno. Come la distribuzione delle quote tessere tra le realtà locali, regionali, nazionali, KAB e FAI, e del loro importo a livello locale. A  proposito della quota, appunto, richiesta dalle Presidenze locali ai propri iscritti, Daniela Bertoldi,  parlando anche di previsti sconti per servizi a pagamento a tesserati ACLI, ha espresso i suoi dubbi sulla correttezza della riduzione a tesserati che pagano alla propria struttura 15 € per l'adesione e ad altri che ne sborsano 30 e più. Per ciò che riguarda, invece, come detto sopra, la distribuzione delle quote da dividere tra le varie strutture, Carmine Macaluso ha auspicato un aumento delle quote in favore delle realtà regionali.

Successivamente Kreuzkamp, e Zanibellato rispondendo, anche, a quanto richiesto da Grasso, sull'attuale situazione ACLI  / KAB  e sul relativo importo da versare al Movimento Tedesco, hanno dato notizie riguardanti anche i primi passi mossi insieme dalla due Associazioni e dalla situazione di adesso - in cui noi, ACLI, siamo inseriti come altre strutture  in questo Movimento Tedesco. Concludendo il punto, da più parti è stata avanzata la proposta di convocare una conferenza ristretta fra le due Organizzazioni per fare il punto sull'attuale stato dei rapporti, tenendo conto delle incombenti elezioni europee che terranno impegnati nei prossimi mesi le nostre Organizzazioni.

Infine, dopo altri brevi richieste di chiarimenti e di scambi di idee ed informazioni, l'incontro,  che era iniziato dopo le 10:00 a causa del maltempo, è terminato, come era stato preannunciato all'inizio dei lavori, alle 16:30. Anche per consentire un ragionevole rientro in sede ai consiglieri provenienti  dai luoghi più distanti.  Fernando A. Grasso, de.it.press 5

 

 

 

Io ce l’ho fatta. Storie italiane di successi accademici e professionali in Germania

 

Il Corriere d’Italia in collaborazione con il Consolato italiano a Francoforte, da il via alla nuova serie, con l’intervista al dr. Nicola Coronato, figlio di emigranti italiani, nato e cresciuto in Germania è laureato in biologia - di Licia Linardi

 

Nicola da quando vive la tua famiglia in Germania?

I miei nonni paterni si traferirono all’inizio degli anni 60 da San Paolo di Civitate (FG), prima a Wanne Eickel e dopo vicino a Darmstadt.

Quindi i tuoi nonni vennero considerati come tanti altri connazionali dei Gastarbeiter?

Sì, proprio così. Mio nonno lavorava come muratore. Credo che tutti voi conosciate le difficoltà che affrontarono tanti connazionali come i miei nonni nell’apprendere una nuova lingua oppure nell’integrarsi in una società, che almeno all’inizio, non prevedeva un’integrazione. Nonostante tali difficoltà non ci fu per la mia famiglia un rientro in Italia, come era concordato all’inizio per tutti i Gastarbeiter. Anzi il destino volle che anche mio padre, ancora ragazzino, si trasferisse all’inizio degli anni 70 in Germania. Dopo gli studi obbligatori lasciò la scuola e iniziò anche lui ad apprendere il mestiere di muratore. Mestiere che ha svolto durante tutta la sua carriera lavorativa, prima come dipendente in aziende edili, per poi diventare autonomo nel 1985.

Tua madre invece quando si trasferì in Germania?

Mia madre si trasferì dopo il matrimonio con mio padre nel 1981, da Milano dove i miei nonni erano emigrati dal nostro paesino in Puglia. Un cambio radicale per lei, da una città come Milano a un paese vicino a Darmstadt. Poi nel 1982 sono nato io e nel 1985 mio fratello, entrambi a Darmstadt.

Quindi sei andato all’asilo in Germania e sei così cresciuto bilingue, una formazione linguistica tanto auspicata ai tempi d’oggi…

In realtà credo che, chi è nato come me in Germania, sia già cresciuto bilingue prima di andare all’asilo. Io personalmente sono cresciuto con la lingua italiana e con il dialetto sanpaolese, che sicuramente è stato determinante per mantenere un forte legame con le miei origini, la “mia” terra. Le prime parole di tedesco le ho imparate appunto all’asilo. Giocando e cantando si cercava di recuperare ciò che i bambini tedeschi sapevano già fare, ossia esprimersi con frasi semplici. Per colmare queste lacune linguistiche l’asilo non bastava e infatti, appena iniziata la scuola elementare, ho seguito insieme ad altri bambini stranieri un corso apposito di tedesco Deutsch für Ausländer, tedesco per stranieri. Personalmente ricordo che odiavo seguire quel corso, perché nonostante l’impegno che ci mettevo lo percepivo più come una punizione che un aiuto. In realtà quei corsi, che durarono fino alla quarta elementare, erano un aiuto fondamentale per il nostro percorso scolastico.

Come è proseguita la tua formazione scolastica?

Ho frequentato la Gesamtschule, terminando nel 1999 con il cosiddetto Realschulabschluss. È proprio qui che, durante una lezione di biologia dedicata all’occhio umano nacque la mia passione per le materie scientifiche, in particolar modo per la biologia. Non immaginavo ancora che sarebbe stata proprio la biologia dell’occhio ad inseguirmi qualche anno dopo. Gli ottimi risultati ottenuti mi permisero di continuare gli studi ad una gymnasiale Oberstufe a Darmstadt. Nel 2002, dopo aver iniziato la mia formazione scolastica con Deutsch für Ausländer, ricevetti l’Abitur superando i quattro esami di stato, l’ultimo proprio con un buon voto in tedesco. Una soddisfazione enorme, perché per la prima volta nella mia vita sentii di aver ripagato in qualche modo i sacrifici fatti dai miei genitori. Entrambi sostenevano fin dall’inizio mio fratello e me, senza esercitare pressioni inutili, aiutandoci ad incrementare le nostre capacità.

Quindi con la maturità in mano e la passione per le materie scientifiche hai dato il via alla tua formazione accademica.

Mi iscrissi nel 2002 prima alla facoltà di chimica della Technische Universität Darmstadt, poi nel 2006 sempre a Darmstadt alla facoltà di biologia. Dopo la laurea iniziai un dottorato di ricerca all’istituto di biologia dello sviluppo e di neurogenetica, concentrandomi sullo sviluppo dell’occhio durante la fase embrionale. Un’occasione che mi permise, grazie ai miei supervisori, di fare anche delle prime esperienze nell’insegnamento universitario e di partecipare a numerosi convegni internazionali.

Occasioni importanti per chi vuole divulgare i propri risultati scientifici.

Occasioni indispensabili. Imparai a confrontarmi con ricercatori di tutto il mondo e a presentare i risultati ottenuti insieme ai miei colleghi. Ovviamente il confronto costruttivo con alcuni di questi proseguì anche dopo i convegni. Ebbi così infatti la possibilità di presentare i miei risultati ad un istituto che si dedica tutt’ora alla cura della cecità all’University of California di Irvine. Ai convegni si ha inoltre anche la fortuna di incontrare e confrontarsi con ricercatori di fama mondiale. In Messico ad esempio mi trovai seduto accanto a Sir John Gurdon, fresco premio Nobel, e di scambiare qualche opinione con lui.

Quali sono stati i risultati più importanti ottenuti durante il tuo lavoro di ricerca?

Sicuramente il nostro modello sullo sviluppo dell’epitelio pigmentato retinico pubblicato in riviste scientifiche rinomate e selezionato nell’aprile 2014 dal Global Medical Discovery per la rubrica key scientific article. Inoltre, verranno pubblicati a breve altri risultati sullo sviluppo della retina che completeranno il modello postulato.

Nicola, collaborerai e curerai con noi questa nuova rubrica. Cosa ti aspetti?

Mi auguro che chi si sia trasferito da poco in Germania possa essere incoraggiato dalle storie che racconteremo dei nostri connazionali. Storie di italiani che si sono integrati bene nella società tedesca e che, grazie alla loro bravura, hanno dato un forte contributo alla crescita di questo Paese. Mi auguro che dopo aver letto queste storie, si sia sempre più consapevoli che ormai non siamo più Gastarbeiter ma Fachkräfte, alcuni si possono definire der eigene Chef, mentre altri ancora ricoprono posizioni importanti nei vari settori privati e della pubblica amministrazione. Sia questo motivo di orgoglio affinché noi tutti possiamo dire: si, io ce l’ho fatta! CdI febbraio

 

 

 

Roberto Saviano alla Berlinale: il governo Tedesco sottovaluta la criminalità organizzata

 

Berlino - “Fra i film in concorso alla Berlinale di quest’anno spicca “Piranhas”, titolo internazionale di “La Paranza dei Bambini”, il lungometraggio di Claudio Giovannesi tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano. Lo scrittore campano, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, si trova a Berlino per la presentazione del film, insieme ai giovanissimi protagonisti e allo stesso Giovannesi”. Ne scrive Angela Fiore su “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Lucia Conti.

“Nelle numerose interviste di questi giorni, Saviano ha affrontato più volte gli argomenti principali della sua produzione, parlando di criminalità organizzata, di come la situazione nella provincia di Napoli non sia migliorata, rispetto agli anni in cui è stato scritto La Paranza dei Bambini, e di come questa situazione influenzi le vite dei ragazzi che crescono in un ambiente dominato dalla violenza e dalla mancanza di ideali.

In un’intervista rilasciata ad Agenzia Nova, Saviano si è anche espresso sulla criminalità organizzata in Germania, che lo scrittore ha definito “il problema più sottovalutato dal governo” locale. Proprio l’atteggiamento delle istituzioni tedesche, che hanno sottovalutato il rischio rappresentato dalle organizzazioni criminali straniere, ha contribuito, secondo Saviano, a far crescere la popolarità di partiti di estrema destra come AfD, che sulla criminalizzazione indiscriminata degli stranieri e sulla strumentalizzazione della paura ha costruito la propria piattaforma di consenso”. (aise/dip) 

 

 

 

 

La partecipazione italiana alla fiera Ambiente 2019 di Francoforte

 

Francoforte sul Meno - La fiera Ambiente, evento di rilevanza internazionale per il settore complemento d’arredo e oggettistica a cadenza annuale, ha aperto i suoi battenti a Francoforte, dall’8 al 12 febbraio con oltre 4.400 espositori provenienti da 88 paesi su una superficie espositiva di 310.000 m².

Ambiente è il più grande salone specializzato al mondo dei beni di consumo. Nel 2018 ha ospitato oltre 122.000 visitatori specializzati che rappresentano il 91% di tutti i visitatori registrati. Gli espositori si presentano ad un pubblico internazionale con 78.000 visitatori provenienti dall’estero.

In occasione di questa importante manifestazione fieristica, sono state presentate le principali innovazioni e le ultime tendenze nei settori Living, Dining e articoli da regalo.

Per incrementare le potenzialità di business dei produttori italiani l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle aziende italiane, ha organizzato insieme a Confartigianato e CNA, per la prima volta una partecipazione collettiva (Padiglione 8.0 Stand F10) nella sezione Living a supporto degli espositori italiani aderenti, al fine di rendere la loro partecipazione a Francoforte più visibile ed efficace.

Le 7 aziende italiane espositrici in collettiva, appartenenti al settore complemento d’arredo e oggettistica, hanno colto l’occasione per presentare i loro prodotti di design ad un pubblico internazionale.

Alla partecipazione italiana alla Fiera Ambiente è stata data un’ampia visibilità mediatica con inserzioni pubblicitarie sul catalogo ufficiale della Fiera e negli spazi fieristici, attraverso la predisposizione di diversi cartelloni pubblicitari. E’ stato, infine, realizzato e distribuito ai visitatori un catalogo con i profili delle aziende italiane della collettiva. De.it.press 13

 

 

 

 

Fruit Logistica Berlino, presenze record per l’Italia, primo Paese espositore

 

Berlino - Partecipazione record quest’anno a Berlino per l’Italia alla prima fiera al mondo dell’ortofrutta Fruit Logistica, con 3.226 espositori ed oltre 78.000 visitatori professionali da 130 Paesi. Come ha ricordato l’Ambasciatore Luigi Mattiolo accogliendo i partecipanti nella Sede della rappresentanza diplomatica, con 527 aziende l’Italia, anche quest’anno, è stato il primo Paese espositore.   

La Fiera ha mostrato, dal 6 all’8 febbraio, tutte le novità nel settore commerciale del fresco. Non solo quindi i prodotti ortofrutticoli, ma anche sistemi tecnici e digitali, impianti per l’imballaggio, il confezionamento e il riciclo, sistemi di trasporto, di logistica, di tracciabilità.

Una partecipazione, quella italiana, che si è articolata in più aree all’interno della Fiera. Cinquanta aziende sono state ospitate nella ‘Piazza Italia’, il padiglione italiano di 1.200 metri quadrati, il cui allestimento è stato coordinato da Agenzia ICE e da CSO, una società cooperativa che rappresenta il 14% dell’Ortofrutta italiana.

Al tradizionale padiglione italiano, inaugurato dal Sottosegretario per le Politiche agricole Alessandra Pesce, si è affiancato quest’anno il Fruit Village, promosso da un consorzio di operatori del mezzogiorno, oltre agli stand di diverse regioni ed enti del nostro Paese. Nei tre giorni di fiera è stato inoltre proposto il programma “Taste the Italian way of life”, coordinato dall’Agenzia ICE, che abbina prodotti dell’ortofrutta ad un menù degustazione di specialità tipiche.

E’ stata poi un’azienda italiana a vincere per la prima volta il primo premio del Fruit Logistica Innovation Award, con una nuova varietà di kiwi. La Jingold  ha presentato il Kiwi a polpa rossa Oriental Red®, di origine cinese, che oltre alle sue peculiari caratteristiche organolettiche e al suo retrogusto esotico tropicale, si distingue per la durata di conservazione. Tra i dieci finalisti per il premio c’erano altre tre aziende italiane, oltre la Jingold. La CTI Food Tech ha presentato Avocado Pitter 300-AVC, un macchinario in grado di rimuovere il seme dell’avocado, mentre Roter Italia aveva in gara Modula, una macchina per la semina elettronica che si adatta a varie coltivazioni e Hortech Italia Slide Valeriana Eco, una raccoglitrice elettrica che ottimizza il trasporto della valeriana.

Inoltre, la Fiera ha consentito quest’anno a 20 start up, nell’ultima giornata, di presentare le loro soluzioni digitali.

 

“L’ortofrutta è una ricchezza nazionale da valorizzare, che può e deve crescere di più, consolidandosi sui mercati esteri, grazie all’innovazione. Va decisamente superato anche il deficit logistico e infrastrutturale che penalizza le nostre imprese”. A ricordarlo è stato il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, intervenendo alla tavola rotonda “L’innovazione parla italiano: il settore dell’ortofrutta nel contesto globale” organizzata a Berlino dall’Ambasciata d’Italia in Germania, con Confagricoltura e Fruitimprese, a latere di Fruit Logistica.

In questa occasione, Confagricoltura ha analizzato la competitività del comparto dell’ortofrutta italiana nell’attuale fase di cambiamenti strutturali a partire dall’innovazione varietale e tecnologica per arrivare alla logistica. Dopo il saluto dell’Ambasciatore Luigi Mattiolo, sono intervenuti Alessandra Pesce, sottosegretario di Stato ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo, Marco Salvi, presidente Fruitimprese, Piergoffredo Ronchi, direttore Italia, Fiera di Berlino, Patrizio Neri, presidente e AD Jingold Spa ed Emanuele Gatti, presidente Camera di Commercio Italiana per la Germania.

“Dobbiamo impegnarci su due fronti aperti – ha sottolineato Giansanti– quello dell’innovazione e quello della competitività delle imprese, che passa indissolubilmente dalla logistica: il fatto è che l’agroalimentare italiano non dispone ancora di un sistema moderno efficiente per trasportare la propria merce”.

Per il presidente di Confagricoltura l’innovazione incentiva e genera la ricchezza di un settore, ma occorre investire nella modernizzazione delle infrastrutture e nella diffusione delle più avanzate tecnologie per rendere le imprese agricole più competitive, aumentandone la produttività e riducendone i costi di produzione.

Dopo aver ricordato gli accordi recentemente siglati con Netafim e Top Con con l’obiettivo di favorire innovazione e sostenibilità, Giansanti ha continuato ad insistere sulla competitività: “gli imprenditori agricoli sono motore dello sviluppo economico del territorio in cui operano. Valuteremo – ha concluso – anche l’opportunità di incorporare nelle filiere la nuova tecnologia blockchain che consente, con l’ausilio delle piattaforme informatiche avanzate, una completa tracciabilità dei prodotti e dei processi produttivi garantendo un controllo continuo sulla qualità e la valorizzazione di tutte le fasi 'dalla terra alla tavola'”.

Impegnata in un fitto calendario di incontri con gli operatori italiani, il sottosegretario Pesce ha sostenuto che "occasioni come questa ti permettono di sentire con mano lo stato di salute del settore, da cui abbiamo avuto grandi soddisfazioni: è il nostro Made in Italy più venduto all'estero dopo il vino. Lo scorso anno il valore delle esportazioni ha superato i 5 miliardi e questo grazie ad imprenditori agricoli lungimiranti e innovativi che hanno saputo fare rete attuando strategie di crescita mirate all'internazionalizzazione. Affacciarsi sui mercati internazionali è difficile, rimanerci essendo competitivi lo è ancora di più”.

“È per questo che dobbiamo come Governo sostenere questa realtà tutta italiana, fatta di una ineguagliabile varietà di prodotti, attraverso politiche di settore che promuovano la qualità, la tracciabilità, l'innovazione”, ha aggiunto il sottosegretario. “Dobbiamo trovare risposte adeguate alle nuove sfide derivanti dal cambiamento climatico, che influenza inevitabilmente i risultati produttivi in un'ottica di sempre maggiore sostenibilità".

"La Germania rappresenta il primo mercato di sbocco dell’ortofrutta italiana a livello mondiale", ha commentato il direttore ICE Berlino Casciotti. "Il nostro Paese, grazie all’indiscussa qualità della propria produzione, ha esportato nei primi 11 mesi del 2018 ortaggi per 432 milioni di euro e frutta per circa un miliardo. Per l’intero 2018, il nostro export totale dovrebbe aggirarsi su 1,6 miliardi, con un leggero calo rispetto all’anno precedente. I prodotti maggiormente esportati sono mele e uve per la frutta, lattughe e carote per gli ortaggi. La tradizionale presenza istituzionale alla Fiera Fruit Logistica 2019 rappresenterà senz’altro un potente veicolo di promozione e una vetrina a livello mondiale per i nostri prodotti ortofrutticoli anche grazie all’azione sinergica realizzata dal Sistema Italia". (Inform/aise/dip)

 

 

 

 

Firmato l'accordo Italia-Santa Sede per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio della formazione superiore

 

ROMA - Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, e il Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, Cardinale Giuseppe Versaldi, hanno firmato al MIUR l'accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede per il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti nelle Istituzioni della formazione superiore dell'Italia e della Santa Sede.

“Siamo molto orgogliosi del risultato raggiunto e voglio ringraziare sentitamente il Cardinale Giuseppe Versaldi per la collaborazione e il lavoro congiunto - dichiara il Ministro Marco Bussetti -. Si tratta di un accordo molto atteso, storico, che sottoscriviamo in coincidenza con il novantesimo anniversario dei Patti Lateranensi”.

“Il passo che compiamo oggi - prosegue il Ministro - segna un ulteriore avanzamento rispetto alla revisione del Concordato del 1984, quando si decise di riconoscere i titoli di studio nella materie ecclesiastiche. La collaborazione tra lo Stato Italiano e il Vaticano è prassi consolidata da decenni ed è proseguita in modo costante e proficuo nel tempo”. In particolare, l’Accordo sottoscritto oggi è “un importante successo perché va a favore degli studenti e del diritto allo studio in entrambi i nostri sistemi formativi - prosegue Bussetti -. Garantisce la riconoscibilità e la spendibilità reciproca dei titoli della formazione superiore, anche per coloro che hanno scelto di svolgere il proprio percorso di studi all’interno di Istituzioni accademiche della Santa Sede che si trovano sul territorio nazionale italiano. Stiamo dando risposte attese da decenni. Questo accordo risolve una questione annosa e garantisce una stretta collaborazione tra Italia e Santa Sede a livello internazionale nel settore educativo”.

“Sono particolarmente felice della firma di questo accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede - dichiara il Cardinale Giuseppe Versaldi - con cui si dà risposta a una domanda discussa per tanti anni nello spirito della Convenzione di Lisbona e del Processo di Bologna”.

“In continuità con il Concordato tra i due Stati - aggiunge Versaldi -  sottoscritto nel 1929 e confermato con l’Accordo di revisione del 1984, il presente Accordo viene a facilitare le procedure di riconoscimento anche dei titoli accademici non concordatari onde completare, alle condizioni precisate, il quadro giuridico delle relazioni tra i sistemi formativi dei due Stati e permettere anche agli studenti la prosecuzione degli studi nell’uno o nell’altro sistema. Come è evidente, si tratta di un Accordo che favorisce innanzitutto gli studenti in un quadro internazionale di riferimento già in vigore e che finora veniva disatteso a detrimento dei cittadini italiani. La Congregazione per l’Educazione Cattolica ringrazia il corrispondente Ministero italiano per la collaborazione dimostrata per la firma di questo Accordo e intende proseguire fruttuosamente in questa direzione al fine di favorire un dialogo finalizzato al bene comune nel rispetto degli accordi istituzionali a livello nazionale e internazionale”.

L’accordo prevede il riconoscimento di tutti i titoli universitari rilasciati dalla Santa Sede, così come avviene per qualsiasi altro Stato sovrano, in base ai principi della Convenzione di Lisbona che stabilisce, appunto, il riconoscimento dei titoli di studio relativi all'insegnamento superiore nella Regione europea. La procedura si svolgerà materialmente attraverso gli Atenei che valuteranno i titoli e provvederanno al loro riconoscimento.

Fino a oggi, secondo quanto previsto dalla revisione del Concordato tra Repubblica Italiana e Santa Sede del 1984, venivano pienamente riconosciuti, tramite un apposito Decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, i soli titoli di “Teologia e Sacra scrittura”. Gli altri titoli rilasciati dalle Istituzioni universitarie della Santa Sede sul territorio nazionale italiano non avevano un riconoscimento uniforme: alcuni Atenei ne ammettevano la riconoscibilità, in linea con i dettami della Convenzione di Lisbona, altri ritenevano che gli unici ammessi a questo tipo di trattamento fossero quelli espressamente enunciati nel Concordato. Per questi ultimi, l’accordo firmato questo pomeriggio chiarisce che continueranno a essere riconosciuti in base al Decreto di riferimento, ma che si potrà lavorare già da adesso a una semplificazione della procedura attuale. (Inform 14)

 

 

 

 

 

L’emigrazione italiana a Wolfsburg

     

Si è inaugurata il 15 febbraio a Settimo Torinese presso l’Ecomuseo del Freidano la mostra organizzata dalla Fondazione ECM e dal cav. Rocco Artale dal titolo “L’Italia negli occhi”. La mostra espone documenti e fotografie inerenti la presenza italiana nella città della Volkswagen nonché una pregevole raccolta di opere pittoriche dell’artista Morena Antonucci sul tema dell’emigrazione ed esposte per la prima volta in Italia (le opere sono patrimonio della città di Wolfsburg).

      Ha introdotto e moderato la presentazione il dott. Gabriele D’Amico, ricercatore presso l’Università di Berlino, spiegando ciò che lo ha spinto, insieme a Rocco Artale, a realizzare la mostra: il fatto che noi italiani poco conosciamo le storie degli italiani all’estero. Da questa constatazione è nata l’idea di esporre lo sviluppo della vasta comunità italiana di Wolfsburg e, inoltre, di riflettere sulle differenze e similitudini tra l’emigrazione degli anni ’60 e quella attuale che vede di nuovo molti giovani andar via dall’Italia.

      Rocco Artale, cittadino onorario di Wolfsburg e presidente della locale associazione degli abruzzesi, ha ripercorso le difficoltà e la profonda precarietà con cui gli emigranti dell’epoca si dovettero confrontare. Ha ricordato come spesso vi fossero vaghissime idee sul luogo verso cui ci si dirigeva, non si conosceva la lingua né i tedeschi conoscevano i nuovi arrivati: negli anni ’60 la xenofobia era moneta corrente contro gli italiani (soprannominati dispregiativamente “i Badoglio”), ma questa rappresentava anche uno stimolo in più per farsi accettare e per superare le barriere culturali. Lungi da ripiegarsi in se stessa la comunità italiana si è sempre più impegnata nel sociale e si è aperta alla “contaminazione” con la cultura germanica. In tal modo più tardi, con la seconda generazione tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, l’integrazione è realmente iniziata anche, e soprattutto, tramite la scuola. A partire da allora gli italiani sono definitivamente accettati e ora, con la terza generazione, si può parlare di completa assimilazione nella società tedesca. Il percorso ricordato da Artale è stato lungo e faticoso, talvolta doloroso, ma ha dato i suoi bei frutti. Questa esperienza di emigrazione lo ha condotto a esprimere tutto il suo rammarico e la sua preoccupazione per atteggiamenti in cui lo straniero, il migrante è visto sempre e solo come un nemico: per lui, a partire dal proprio vissuto, non è possibile comportarsi verso chi abbandona la propria casa, certo non per divertimento, con atteggiamenti discriminatori. Anche per questo motivo organizzare una mostra sull’emigrazione italiana con documenti del tempo è importante; attraverso di essa si possono comprendere meglio i problemi del presente.

      Morena Antonucci ha descritto le sue opere pittoriche a partire dalla sua esperienza di figlia di emigranti sottolineando come da un punto di partenza caratterizzato dal buio di sentimenti talvolta tetri sia possibile emergere, e l’emigrazione può fare anche questo, a sentimenti più positivi. Le opere così si sviluppano in varie tele che scelgono di evidenziare la luce come momento di sincerità, empatia, intesa. L’emigrazione può anche essere motore di comportamenti e sviluppi non necessariamente negativi e colpisce come alcune tele dialoghino con alcune fotografie esposte, quasi che il sorriso (se non il riso) possa diventare cifra di un ritrovato calore umano a migliaia di chilometri di distanza dalla propria terra.

      Hanno portato i propri saluti il Sindaco di Settimo Torinese, Fabrizio Puppo, che ha invitato tutti a riflettere sulle questioni dell’accoglienza e l’Assessore alla Cultura, Luca Rivoira che ha fatto notare come integrazione e accoglienza siano fortemente presenti nella tradizione culturale di Settimo Torinese. Il presidente della “Famiglia abruzzese e molisana in Piemonte e Valle d’Aosta”, dott. Carlo di Giambattista, ha portato i saluti della sua associazione ricordando come proprio l’Italia è terra che nel corso dei secoli ha visto popoli talvolta molto diversi installarsi all’interno dei suoi confini e che più di molte altre ha visto i tratti fondamentali della propria popolazione profondamente influenzati da genti straniere. Il presidente della Fondazione ECM ed ex Sindaco della città ospitante, dott. Aldo Corgiat, ha ricordato come l’emigrazione sia stata fondamentale e, soprattutto, motore di sviluppo per Settimo Torinese. Così come gli italiani hanno contribuito in modo determinante al miracolo economico tedesco, lo stesso può dirsi per l’esperienza settimese; in varie ondate provenienti prima dalla campagna piemontese, poi dal Veneto e infine dal Meridione d’Italia i flussi migratori hanno trasformato quello che era un piccolo borgo in una moderna cittadina industriale. Corgiat ha così invitato a riflettere sul valore del lavoro come momento di crescita individuale e collettiva, non avulso dal tema del conflitto e, proprio per questo, motore dello sviluppo della società essendo la mostra sugli italiani a Wolfsburg anche una bella e importante riflessione sul tema del lavoro.

Nicola F. Pomponio, de.it.press

 

 

 

'La paranza' di Saviano emoziona Berlino

 

Calda accoglienza per l'unico film italiano in concorso. Un romanzo di formazione che racconta l'ascesa di un gruppo di adolescenti nel mondo della camorra. "La loro aspettativa di vita è come quella del Medioevo, 24 anni" - dalla  inviata Arianna Finos

 

Alla Berlinale sbarcano i ragazzini della Paranza. Eccolo, unico italiano in concorso, La paranza dei bambini tratto dal libro di Roberto Saviano che firma la sceneggiatura con Maurizio Braucci e il regista Claudio Giovannesi. Nella città tedesca sono arrivati anche gli otto giovanissimi interpreti del film – titolo internazionale Piranhas - che racconta la parabola di un gruppo di adolescenti che si prende armi in pugno soldi, vestiti, potere, nel napoletano Rione Sanità. Applausi in sala alla proiezione, calda l'accoglienza nella sala stampa affollata dalla stampa internazionale al regista, agli sceneggiatori e soprattutto ai giovani interpreti che stasera saranno sul tappeto rosso ma già ieri sera hanno festeggiato in un ristorante italiano, di persona sembrano ancor più ragazzini che sullo schermo, affiatati come una banda di fratelli. Il film, da domani in sala in Italia con Vision, è davvero il benvenuto alla rassegna tedesca che negli ultimi anni ha dimostrato sempre di apprezzare lo sguardo sulla realtà del nostro cinema a partire dai premi ai Taviani nel 2012 con Cesare deve morire e nel 2016 a Gianfranco Rosi con Fuocoammare.

 

Ma all’incontro internazionale non si è parlato solo di cinema. Un giornalista austriaco ha fatto una domanda a Saviano sulla revoca della sua scorta e la risposta dello scrittore, che nei prossimi giorni sarà protagonista alla Berlinale di una masterclass: "Non dipende da me. Bisogna capire cosa sta succedendo in Italia. È una cosa molto grave, è stata tolta ad un altro giornalista, Sandro Ruotolo, grazie però all'impegno mio e di altri è stata rimessa. La situazione politica è seria. Al di là della questione sulla mia sicurezza la scorta non è un privilegio, è un dramma. Ci sono decine di giornalisti sotto protezione e sono stati uccisi due giornalisti in Europa. Il mio punto di vista resta sereno, continuerò a raccontare e non mi farò intimidire da queste minacce che il ministro dell’interno sistematicamente fa. E penso che ci dovrebbe esser un’attenzione politica rispetto al fatto che Salvini è l’unico politico in occidente che indossa la divisa della polizia non solo in occasioni pubbliche, cosa che rappresenta un'aggressione alla democrazia".

 

Dal libro al film, con fragilità. A Giovannesi tocca spiegare il lavoro fatto sulla trasposizione. "Fin dal primo incontro con Roberto e Braucci abbia cercato di individuare il tema preciso che guidasse la scrittura e la messa in scena: abbiamo dato fragilità ai personaggi per concentrarci sulla loro vita emotiva. Sono ragazzi che dall’incoscienza del gioco arrivano alla guerra, rinunciando alla loro adolescenza. Questo criterio ci ha guidato sempre, a partire dalla scelta degli attori fino alla fine della lavorazione. L’altro elemento importante era trovare la misura nel raffigurare la violenza, che nel libro è mediata dalle parole. Lavorando con le immagini l’idea era di non essere ricattatori ed esibizionisti, non ci interessava la violenza come spettacolo, fine a se stessa. Doveva essere in funzione del tema".

Scelta condivisa da Saviano: "Questo film non è solo il racconto di una generazione criminale, ma di una generazione. Cosa conta oggi: follower denaro, aspetto fisico. L’idea che chi crede che possa esistere altro o ha i soldi o è fesso. E i ragazzini di periferia - la Napoli centro del Rione Sanità è un mondo ancora popolare – hanno desideri e volontà che non sono quelli da ghetto, sono gli stessi di ragazzi milanesi, francesi, berlinesi. La differenza è che questi ragazzi hanno come lampada di Aladino la pistola, a cui chiedere e da cui ottenere qualunque cosa, anche se poi il gioco si trasforma in dramma e guerra”. Rispetto a quando ha scritto il libro, Napoli non è cambiata, spiega lo scrittore: "La situazione è peggiorata, la camorra chiede il pizzo ovunque, le organizzazioni si riprendono i territori. C'è una responsabilità nazionale ed europea, il Sud è staccato da qualunque progettualità e l'emigrazione è l'unica risposta che le giovani generazioni possono avere".

 

Non un baby Gomorra. Giovannesi spiega la preoccupazione di "non fare l’ennesima Gomorra, uno spin off, un Gomorra Junior. Non volevamo replicare un modello che esiste già. Gomorra, la serie, è cinema noir, la violenza è in funzione del genere, noi invece raccontiamo l’adolescenza di chi fa una scelta criminale. E non è un film su Napoli. Qui non siamo a Scampia, ma nei quartieri raccontati da Eduardo e De Sica, ma l'idea era di allontanarci dalla cronaca, da un punto di vista sociologico e o di denuncia, che personalmente trovo inutile. Noi volevamo raccontare il presente, i desideri dei consumi che ci sono nelle metropoliti di tutto il mondo, l’illusione di poter agire in giustizia, di fare il bene attraverso il male".

 

La scalata al cielo. "I ragazzi sono euforici – se si vuole parlare di euforia del crimine – nella consapevolezza di scalare il cielo attraverso le loro scelte. La pistola per poter spendere 500 euro a sera in un locale, prenderti le scarpe, i vestiti”, racconta Saviano. "Il racconto del crimine, al cinema e nelle serie, permette di spogliare le mediazioni che esistono nella vita quotidiana. Il crimine ti fa comprendere dinamiche che affronti nella realtà di tutti i giorni, anche fuori dal contesto criminale, che si riassume nell'essere fottuti o fottitori. Giovannesi nel film consegna grazia a questi ragazzini che sono innocenti. So che è scivoloso parlare di criminali innocenti, ma nella realtà ci sono quindicenni che hanno sparato e ammazzato e un ragazzino di dieci anni in quel contesto sente che può crescere prendendo la pistola. Questi ragazzi hanno talento nel gestire migliaia di euro, e con i soldi riescono a ottenere quel che vogliono, la felicità di una casa, una Playstation, l'illusione di vivere nel paese dei balocchi: vivono completamente e poi muoiono subito, in questo senso si può parlare di euforia del crimine. È come giocare con un videogame, dal quale però non puoi più tornare indietro".

 

Angeli con la pistola. Per trovare i giovani protagonisti del film ci sono volute 4mila audizioni. Il protagonista Francesco Di Napoli, faccia bellissima e innocente, al primo provino neanche si era presentato. “Di solito non succede che la produzione ti viene a cercare, sei tu che vai. Loro hanno visto delle mie foto sul cellulare di mio cugino e sono venuti da me al lavoro. Io non pensavo che fosse una cosa seria, non te lo immagini. Così la prima volta non mi sono presentato, la seconda mi sono venuti a prendere. Ma solo dopo gli otto mesi di prova quando siamo andati a Cinecittà ho capito che era tutto vero”. Il regista Giovannesi racconta le difficoltà del casting: “Il protagonista doveva avere tre caratteristiche che abbiamo trovato solo in Francesco. L’innocenza del volto, che è l'aspetto meno realistico del film, i volti dei veri boss sono diversi dal suo. Noi volevamo che l’innocenza interiore fosse riflessa nel volto. Poi la conoscenza diretta delle tematiche del film, che solo chi come lui viene da quei quartieri conosce. E poi la capacità innata di portare la verità dei sentimenti in scena”. Francesco conosce, nel suo quartiere, chi ha scelto di lavorare nel sistema "dipende dalla mentalità che tu hai. Io avevo la possibilità di fare quella vita, ma ho scelto di andare a lavorare. Io li definisco stupidi, loro pensano che lo siamo noi. Funziona così, a Napoli", dice il giovanissimo attore, che ha come piano B di diventare pasticcere e ha comprato la casa alla sua famiglia.

 

Senza padri. Saviano: "Abbiamo deciso di tenere i genitori lontani dalla storia per un motivo. Se oggi ai 40enni toglie la possibilità di uno stipendio, sostenere un mutuo, progettare una vacanza togli loro autorevolezza verso i figli. Ecco l’ambiguità dei genitori verso i paranzini: sanno che da quello status arriverà la possibilità di avere il mutuo dalla banca, e cedono loro la stanza grande, quella che è riservata al capofamiglia. Tutto questo arriva dritto dalle intercettazioni delle indagini sui paranzini. Questi dettagli di cronaca ci hanno aiutato a restituire la verità del racconto". L’assenza dei padri, rimanda per Giovannesi quella di ogni tipo di figura guida, istituzioni comprese. E infatti i ragazzini-attori che spiegano perché loro hanno detto no al crimine insistono sul fatto che la scelta e la responsabilità spetta gli stessi ragazzi. "Questo perché abbiamo tolto loro persino la speranza, il pensiero che le istituzioni debbano far fronte alla assenza totale di possibilità dei ragazzi". L’alternativa di cui parlano i ragazzi è il sogno, sogni piccoli come aprire un negozio di barbiere, fare il pasticcere, che sono comunque la visione di un futuro "che non esiste per i ragazzini criminali. Per la prima volta con la paranza ragazzini sono entrati ai vertici delle organizzazioni criminali, ma la loro aspettativa di vita è pari a quella di un uomo del Medioevo. Muoiono entro i ventiquattro anni". LR 12

 

 

 

 

Verso la fine dell’equilibrio nucleare europo

 

Tra accuse e contro accuse che non sembrano lasciare alcun margine di compromesso, Washington e Mosca si accingono a stracciare il Trattato Inf, quello della famosa opzione ‘doppio zero’ – niente armi nucleari ‘di teatro’, a raggio intermedio, né a Oriente né a Occidente. Grazie a questo trattato del 1987 si era brillantemente chiusa la gravissima crisi degli euromissili dei primi Anni Ottanta – forse la più grave crisi nucleare dopo quella di Cuba del 1962 -. In quegli anni, dopo la decisione sovietica di dispiegare i missili SS-20, che sminuivano la credibilità della garanzia nucleare americana a protezione della Nato, alcuni Paesi occidentali, tra cui soprattutto l’Italia e la Germania, ma anche Gran Bretagna, Belgio e Olanda, risposero dispiegando analoghi missili nucleari americani.

Inf, un trattato di fatto già violato

Molta acqua è passata sotto i ponti, ma la necessità di mantenere uno stabile equilibrio strategico in Europa rimane fondamentale. Tanto più in questo periodo, quando assistiamo ad un forte sforzo di riarmo da parte della Russia, con un’enfasi particolare proprio sulle armi nucleari, strategiche, di teatro o tattiche che siano. Riarmo che per di più si accompagna con la continuazione delle crisi in Ucraina e nel Caucaso e con una forte presenza e impegno militare di Mosca nel Mediterraneo e in Medioriente.

Denunciare il Trattato Inf era diventato inevitabile, dopo che la scadenza di 60 giorni fissata dalla Nato era passata senza riscontri positivi da parte russa. Non è possibile mantenere in vita un trattato che, a nostro avviso, è seriamente violato dalla controparte. Tuttavia non è ancora affatto chiaro cosa faremo, o cosa dovremmo fare, entro i prossimi sei mesi, alla fine dei quali, se non saranno prese altre decisioni, l’Inf sarà definitivamente sepolto.

Trump e il futuro della Nato

La Nato, fortemente spinta da Washington, ha preso una posizione chiara e netta, dichiarando che il re è nudo. C’è però un grande silenzio sulle nostre possibili scelte: restiamo sotto la pioggia, senza protezione, o cerchiamo un nuovo ombrello?

La questione è delicata, per più ragioni. Il presidente americano è molto diverso da quelli di una volta. E anche gli europei non sono più gli stessi. In altri termini, anche se nei corridoi dell’Alleanza Atlantica la cosa è negata, qui rischia di essere in gioco il futuro stesso della Nato.

Tutti stiamo constatando come il presidente Trump abbia una sua visione particolare della situazione internazionale, dei suoi alleati e dei suoi avversari, che non sempre corrisponde a quella che il resto del mondo considera essere la realtà. Ad esempio, sia nel 2016 che nel 2017 egli ha sprezzantemente respinto le concordi affermazioni delle agenzie di intelligence americane, che parlavano di interferenze russe sul sistema elettorale americano: l’approfondita inchiesta giudiziaria in corso ha già ampiamente sconfessato il presidente.

La cosa però non sembra turbarlo troppo. Quest’anno le sue polemiche con l’intelligence Usa vertono sulla Corea del Nord, che gli analisti avrebbero trattato troppo male, sull’Iran, che invece sarebbe stato trattato troppo bene, e sui terroristi dell’Isis, che Trump, e solo Trump, giudica definitivamente sconfitti. Ci si attendono analoghe polemiche sull’Afghanistan, per giustificare il ritiro eventuale delle forze americane. In pratica, il presidente Trump sembra del tutto disponibile a credere a qualsiasi cosa che vada nel senso delle sue preferenze e a negare il resto. La realtà è opinabile.

La difesa europea, tra insicurezze e divisioni

Anche gli europei non sono più quelli del 1980. L’ottimismo che allora ci permise di dispiegare gli euromissili, nonché di entrare nel Sistema monetario europeo (precursore dell’Euro), si è fin troppo diluito. L’Ue e la Nato hanno molto allargato la loro membership a Paesi di diversa collocazione e sensibilità politica, in particolare quando si tratta di decidere cosa fare nei confronti di Putin.

La solidarietà politica è molto diminuita, sia all’interno che tra i Paesi europei. Nuove minacce e rischi si sono aggiunti a quelli tradizionali, confondendo le priorità. E infine, e più importante, nessun Paese europeo vuole indirizzare a Trump richieste che potrebbero venire pubblicamente respinte, rovinando quel che resta della sicurezza transatlantica.

Tuttavia questa incertezza e assenza di iniziativa è già di per sé una forma di risposta non molto incoraggiante per il futuro dell’equilibrio strategico. È probabile che la situazione peggiori quando verrà in discussione, tra Washington e Mosca, il nuovo trattato sul controllo degli armamenti strategici.

Usa e Russia stanno sviluppando una nuova generazione di armi e sia Putin che Trump, ma anche i loro consiglieri, sembrano poco propensi al compromesso. In un tale clima, senza Inf e senza controllo degli armamenti, con numerosi conflitti aperti nel loro immediato vicinato, gli europei potrebbero sperimentare, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un periodo di grande e pericolosa incertezza.

Forse sarebbe bene dedicare a questi temi un po’ più di attenzione, prima che sia troppo tardi e che l’attenzione ci venga imposta dall’esterno.

Articolo originariamente pubblicato sull’Huffington Post. Stefano Silvestri,

AffInt 6

 

 

 

Merkel difende il multilateralismo, gelo con gli Usa sull'Iran

 

Al vertice di Monaco la cancelliera esorta a "non prendere decisioni affrettate sull'Afghanistan". Il cinese Yang: "Washington ha una mentalità da acchiappa-tutto" - dalla inviata Tonia Mastrobuoni

 

Monaco di Baviera - Ha citato Alexander von Humboldt e “il mondo come cosa unica” per riaffermare la necessità che il multilateralismo resista alle spallate dei russi e degli americani. Alla Conferenza sulla sicurezza Angela Merkel ha espresso il suo discorso più appassionato di sempre davanti alla platea di esperti della difesa e della sicurezza che si danno ogni anno appuntamento a Monaco. E ha difeso la Nato “non solo come alleanza militare, ma come alleanza di valori”, come simbolo di Paesi impegnati “nella democrazia, nel multilateralismo, nello Stato di diritto”. E sulla strenua difesa del multilateralismo, la Germania è stata sostenuta poco dopo, con altrettanto vigore, dal potente membro del Politburo cinese, Yang Jiechi: “dobbiamo fermamente difendere il multilateralismo che ci ha garantito un mondo migliore”. Yang ha definito la politica americana “a somma zero” e dettata da una mentalità “del vincitore acchiappa-tutto”. La ‘strana coppia’ della conferenza di Monaco si è vista stretta tra gli attacchi di Stati Uniti e Russia.

 

Merkel ha anche “chiesto col cuore in mano” che sull’Afghanistan, dopo le minacce di ritiro da parte di Washington, “ci si parli” prima di prendere decisioni avventate. E, bruciata dalla recente uscita degli Usa e della Russia dal trattato sui missili di medio raggio Inf, la cancelliera ha ricordato che “per noi europei l’addio all’accordo Inf è una cattiva notizia. Cercheremo di fare di tutto per ripristinarlo. Dobbiamo anche coinvolgere la Cina nel disarmo”. Ma su questo, e sui tentativi già intrapresi nei giorni scorsi da Ursula von der Leyen di coinvolgere Pechino nell’intesa anti nucleare, Yang è stato tranchant. “Spero che Usa e Russia rientrino, ma sono contrario a un’estensione dell’accordo all’Asia. La Cina svilupperà la sua forza militare in base alle sue esigenze”.

 

Sull’Iran e sulle guerre commerciali, sono state la Germania e gli Stati Uniti a sfidarsi invece a distanza. Merkel ha sottolineato di essere “orgogliosa delle nostre automobili, dobbiamo esserlo”. E il fatto che sul cuore dell’industria tedesca penda la spada di Damocle delle sanzioni americane “perché gli Usa considerano le auto una minaccia, è scioccante”, ha sottolineato la politica conservatrice. Sui colloqui con gli americani, Yang ha invece segnalato “grandi progressi”.

 

Resta l’abisso sulle accuse di spionaggio a Huawei che dominano il dibattito in occidente da mesi. Anche su questo dossier, Pence ha rivolto agli alleati europei un invito molto esplicito: “La legge cinese consente allo Stato di fornire agli apparati di sicurezza l’accesso a qualsiasi dato che passi per le loro reti e le loro infrastrutture”. La replica di Pechino non si è fatta attendere: Yang ha smentito che esista una legge che legittima lo spionaggio da parte di Huawei e ha concluso, velenoso: “Spero che gli americani imparino ad essere più rispettosi nei confronti dei Paesi del cosiddetto ‘vecchio mondo’”.

 

Uno dei passaggi più assertivi di Merkel, ma anche del vicepresidente americano Mike Pence, ha riguardato l’Iran. Dopo le bordate dei giorni scorsi, il vice di Trump ha ribadito che Teheran “punta all’Olocausto”, che è “il Paese leader ad appoggiare il terrorismo islamico” e ha invitato i partner europei “a disdettare l’intesa nucleare con l’Iran”. Merkel, poco prima, gli aveva risposto che a distanza è “una questione che mi deprime molto”, ma che la Germania resta convinta che “un’àncora come quella” sia utile, insomma che l’intesa tra Berlino, Parigi e Londra per mantenere un canale aperto con l’Iran resti importante.

 

Pence è anche tornato a strigliare i partner europei che non si attengono agli accordi Nato sul due per cento di spese militari: “Non è stato fatto ancora abbastanza”, anche se rispetto al primo, forte richiamo di Trump, due anni fa, “il numero dei Paesi che raggiungono il due per cento è raddoppiato”.  

 

Infine, Pence non avrebbe potuto essere più esplicito su uno dei tanti dossier che ha visto l’Italia totalmente isolata in Europa. “Invito tutti i Paesi europei”, ha scandito il vicepresidente americano, “a riconoscere Guaidò come legittimo presidente del Venezuela”. Per gli americani, ha sottolineato il politico repubblicano, “Maduro è un dittatore”. A Roma a qualcuno saranno sonoramente fischiate le orecchie. LR 16

 

 

 

Il Venezuela al centro dell’attenzione internazionale

 

Il Venezuela torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale. Purtroppo non per una sua positiva evoluzione, ma per l’aggravarsi e l’internazionalizzarsi della crisi seguita alla autoinvestitura a presidente di Juan Guaidò con il sostegno più che attivo degli Usa e di altri paesi.

E’ opportuno ricordare che la posizione interventista degli USA è uscita tuttavia sconfitta nelle due importanti assisi svoltesi nelle scorse settimane in sede OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Mentre il Parlamento Europeo ha votato in controtendenza. La sua decisione non è vincolante per gli stati membri e nella riunione di Bucarest del Consiglio d’Europa l’Italia non ha consentito il riconoscimento unanime di Guaidò, cosa che alcuni paesi hanno comunque fatto con comunicazione odierna, sulla base dell’”Ultimatum” dato a Maduro di convocare entro ieri nuove elezioni presidenziali. Elezioni presidenziali svoltesi lo scorso mese di maggio 2018, rispetto alle quali non vi erano state prese di posizione così drastiche per ben 7 mesi. Vi è da registrare infine che, mentre il presidente Maduro si è reso disponibile al dialogo senza precondizioni, Guaidò ha rifiutato il dialogo. La situazione è dunque complessa e grave.

E’ evidente che è stata la decisione Usa ad aver trascinato l’Europa su questo terreno molto accidentato e rischioso per il Venezuela e per il suo popolo, per l’America Latina e per tutto il mondo.

Personalmente ritengo che la posizione italiana sia condivisibile e costituisca uno dei pochi successi che si possono riconoscere a questo governo, che ho avuto modo di criticare in altri ambiti di azione, a partire da quelli sull’immigrazione, con lo sconsiderato e pericoloso Decreto Salvini, come sulla partita emigrazione in cui siamo coinvolti come Cgie e associazionismo dell’emigrazione, per la riduzione delle disponibilità finanziarie di Comites e Cgie e per la confermata sottovalutazione del fenomeno della nuova emigrazione. Anche il tanto atteso Reddito di Cittadinanza, per le modalità e le norme di applicazione previste presenta gravi lacune e non contribuisce tra l’altro, a frenare l’esodo di nuova emigrazione soprattutto dal meridione del paese, mentre non rappresenta un intervento strutturale in grado di invertire il dualismo nord-sud che anzi rischia di aggravarsi in modo definitivo se verrà approvata la legge sul “regionalismo differenziato”, che gode di sostegno bipartisan con Lega e PD appaiati, rischiando di mettere in discussione la stessa unità nazionale del nostro paese.

Ma sul tema Venezuela, alla luce delle prese di posizione ad oggi registrate e dell’azione del Maeci rispetto ai nostri connazionali residenti in questo paese, mi sento di dare un:

 

1) – giudizio molto positivo sull’accordo raggiunto dall’Ambasciata italiana a Caracas e dal Maeci (che ha fruito anche della collaborazione del Cons. Nello Collevecchio), sulla possibilità di distribuzione alla collettività italiana di medicinali in 24 punti di distribuzione nel paese. Questa questione costituì elemento di richiesta reiterata fin dalla precedente consiliatura del Cgie, sulla quale per molto tempo non si ottennero risultati. Credo che vada dato atto al Maeci e a chi ha operato nella circostanza, di aver conseguito un positivo e importante risultato, sia per il metodo seguito – che dimostra la possibilità di una interlocuzione positiva con il governo venezuelano -, sia per il sollievo che produrrà a tanti connazionali. Il Cgie lo ha giustamente rivendicato come un suo risultato anche per l’impegno profuso in questi anni dal Cons. Nello Collevecchio, come ha ricordato anche il Segr. Generale Michele Schiavone.

 

2) – Decisiva, in positivo, è dunque la posizione assunta dal nostro paese e al richiamo al dialogo e alla pacificazione. Non si tratta affatto di “lasciare soli gli italiani in Venezuela”, semmai il contrario, e di offrire un concreta chance di superamento della gravissima crisi internazionale che si è creata; in accordo con quanto deciso a maggioranza all’interno dell’OSA e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: in entrambi questi importantissimi consessi, come accennato, le posizioni interventiste e miranti al riconoscimento unilaterale dell’autoproclamatosi presidente Guaidò sono risultate in minoranza. In entrambe ha vinto la posizione della non ingerenza e del richiamo al dialogo e alla riconciliazione nazionale. Sul piano del diritto internazionale, la posizione dell’ONU non è inferiore a quella del Parlamento Europeo, casomai sovraordinata, in particolare quando si tratti di aree e di paesi che sono fuori della giurisdizione europea.

Il 7 febbraio inizierà a Montevideo il lavoro del gruppo di contatto promosso dall’Uruguay e dal Messico, e di cui fanno parte diversi paesi europei, ivi inclusa l’Italia e l’Alto rappresentante per la politica estera della UE, Federica Mogherini.

Da questo punto di vista, il risultato italiano è importante anche perché colloca il nostro paese nella migliore posizione per rappresentare e tutare tutta la nostra collettività in Venezuela.

Collettività in Venezuela che non può essere rappresentata in via esclusiva da chi ha parlato in Italiano accanto a Guaidò rivolgendosi strumentalmente al Presidente della Repubblica Mattarella, né dalle lettere inviate da alcuni rappresentanti di associazioni italiane in Venezuela o in Italia: la collettività è ampia e plurale quanto a posizioni e collocazione politica. Vi è chi sostiene Guaidò, vi è chi sostiene altri settori dell’opposizione che non condividono quanto sta facendo Guaidò ed è disponibile al dialogo, vi è infine chi è chavista e sostiene il presidente Maduro.

Noi dovremmo avere l’accortezza e la capacità di rappresentare la collettività nel suo insieme e evitare opzioni che non ci spettano, tantomeno come CGIE, se non il richiamo a tutte le parti a sedersi e a discutere fino a raggiungere un accordo solido che consenta al paese di superare l’ennesima crisi e di migliorare la situazione di tutta la popolazione sia sul piano sociale che economico, sia su quello dei diritti politici e di cittadinanza.

Come ho già avuto modo di affermare in altri momenti, la sovranità dei paesi è da rispettare e da riconoscere come valore universale che fonda il diritto internazionale: senza questo riconoscimento non vi è diritto internazionale, ma solo la ragione del più forte.

Rispetto infine alla grave situazione di indisponibilità di merci e di medicinali che il Venezuela non produce, ma importa, o di crisi umanitaria parzialmente ridotta da pur insufficienti misure governative, va anche ricordato che questo paese è sottoposto a boicottaggi di varia natura e da gravi sanzioni negli ultimi anni, che si sono ultimamente intensificati soprattutto da parte degli Usa e di altri paesi, fino al congelamento (appropriazione indebita secondo il diritto internazionale) di beni e di assets venezuelani in Usa e in Gran Bretagna. Ciò va fortemente denunciato. La logica delle sanzioni, affama e aggrava solo la situazione dei popoli, non di chi governa o dei più agiati e rende addirittura più lontani gli obiettivi di una pacificazione nazionale. Nel caso di boicottaggio e sanzioni sui farmaci, materiali e tecnologie sanitarie si tratta di un vero e proprio crimine.

Il Cgie deve adoperarsi presso la nostra collettività per chiedere a tutti un contributo alla costruzione del dialogo interno. Questa è la posizione più giusta e più lungimirante anche per un futuro nel quale nessuno può pensare di annientare definitivamente l’avversario; (le opposte manifestazioni che hanno riempito Caracas e le altre grandi città nelle giornate di venerdì e sabato scorsi ne costituiscono una conferma); e, oltre alla tutela di tutti i componenti della collettività, ciò può consentire un grande credito per il domani, a prescindere da chi governerà il paese. La grande cultura italiana di cui siamo portatori, non è una cultura di dominio, di faziosità o di apartheid, ma di comprensione e di convivenza seppur conflittuale tra ispirazioni e interessi diversi; principi che sono ben ricompresi nella nostra Costituzione e che credo si applichino al di là delle nazionalità e delle etnie, in ogni contesto. 

Rodolfo Ricci, Vice segr. Cgie

 

 

 

Moavero Milanesi: "Bisogna ricucire con Parigi. Salvini-Di Maio? La linea la dà Conte"

 

ROMA - II rapporto con la Francia è garantito da norme e trattati europei, dall'alleanza atlantica e da relazioni commerciali solide, dalla prossimità geografica e dall'amicizia tra i due popoli».

Ma è la crisi più grave tra i due Paesi dal dopoguerra, ministro Moavero. Si deve ricucire?

«In questa cornice ci possono essere interessi e punti di vista diversi, ma bisogna intensificare i contatti istituzionali e gestire i confronti politici per superare una misura come il richiamo dell'ambasciatore».

Esagerata?

«Non giudico una decisione presa in piena autonomia dal governo francese. Piuttosto mi colpisce che in questa campagna per le Europee, per definizione un momento di democrazia, si manifesti una dialettica cosi contrapposta. Fa parte della politica, è accaduto e dobbiamo farci i conti».

La scintilla, non giriamoci attorno, è stata l'incontro tra Di Maio e i gilet gialli. Un atto grave, non le pare?

«Luigi Di Maio ha detto che l'ha fatto in quanto leader politico. La circostanza che sia anche membro del governo ha verosimilmente creato il cortocircuito. Ma è proprio il punto dell'attuale fase. Mi spiego».

Prego.

«La fase elettorale europea in corso mostra, per la prima volta, contraddittori diretti tra esponenti politici dei due Paesi. Noi siamo abituati a toni così aspri nell'arena politica nazionale, molto meno tra politici di Paesi diversi. Se tutto questo resta nell'ambito di una dialettica politica, è una questione di toni che si possono sempre misurare. Ma quando i leader politici hanno anche responsabilità di governo, allora si crea il corto circuito tra governi».

Ministro, parliamo di moti di piazza. Di una ferita nazionale. Di Maio ha incontrato un leader dei gilet gialli che incita al golpe.

«Da quanto hanno dichiarato, i politici italiani hanno vissutogli incontri nell'ottica di un'alleanza elettorale. Dalle dichiarazioni del ministro dell'Interno francese, invece, si capisce che per loro quelli dei gilet gialli è una questione di sicurezza nazionale. Dunque, più specifica dal loro punto di vista e va tenuto conto del fatto che non lo considerano alla stregua di incontri con altri partiti rivali. E’ necessario parlarsi con lealtà e rispetto reciproco. Un chiarimento a ben guardare è già in atto, basta leggere le dichiarazioni di queste ore. La comprensione dei punti di vista è la precondizione per un dialogo che consenta di ritrovare il corretto modus vivendi istituzionale».

Dunque una mediazione è ancora possibile?

«Sono certo che normalizzeremo i rapporti istituzionali. Resterà però la contrapposizione politica profonda, forse anche aspra nei toni, che riguarda i partiti. E d'altra parte, ricordiamo quando Togliatti chiedeva scarponi chiodati per prendere a calci De Gasperi? Eppure quei partiti si sono comunque confrontati in Parlamento per decenni facendo la storia della Repubblica».

Resta il fatto che un membro del governo dovrebbe mettere davanti l'interesse nazionale rispetto al ruolo politico, o no?

«Non parlerei di interesse nazionale, ma dell'interesse comune dei Paesi alleati e dell'Ue a evitare conflitti difficili da gestire. Bisogna chiarire subito quando ci si esprime da esponenti di partito e non da membri di governo. Così la conflittualità tra partiti non si trasferisce alla dialettica tra Stati».

Che scaletta diplomatica immagina per la ricucitura?

«Prima è il momento della diplomazia con la D maiuscola, fatta di colloqui informali, mediazioni silenziose. Infine immagino che servirà una parola al più alto livello: un colloquio tra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron».

Anche Mattarella ha preso posizione. Ed è stato molto duro con voi del governo.

«È interesse del Capo dello Stato e di questo governo ricondurre a fisiologia i rapporti intergovernativi con la Francia. L'abbiamo detto tutti, è un obiettivo condiviso del governo, verso il quale come ministro degli Esteri sono assolutamente determinato».

I vicepremier continuano però a usare toni duri. Si è discusso della debolezza del premier in questa fase. Non dovrebbe intervenire sui vice? E non dovrebbe essere sua la sintesi?

«Come e quando intervenire spetta al premier deciderlo. È certo che negli ultimi anni tante decisioni importanti del governo hanno una dimensione di politica estera. E dunque, ogni membro del governo nel suo quotidiano deve preoccuparsi di tale dimensione. A maggior ragione è importante mantenere una linea unitaria, per questo ci sono le riunioni di vertice e i consigli dei ministri, dove la sintesi spetta al premier».

Questa crisi pregiudicherà le già poche speranze di trovare un accordo su Alitalia e Tav?

«Non credo. Penso che nei rapporti tra imprese sia sempre l'interesse aziendale a guidare le decisioni, non questioni di bandiera».

L'Italia non ha riconosciuto Guaidò in Venezuela, isolandosi rispetto all'Europa. Perché?

«Il governo è per una soluzione pacifica, per affrontare subito l'emergenza umanitaria e arrivare al più presto a nuove elezioni presidenziali. L'atteggiamento più cauto sul riconoscimento di Guaidò punta ad agevolare il percorso di riconciliazione e arrivare davvero e rapidamente al voto».

Esponenti del governo o della maggioranza, penso a Di Battista, chiedono all'Europa di sganciarsi dagli Usa. Si oscilla tra chavismo e filo putinismo. Il governo ha smarrito le antiche coordinate di politica estera?

«La mia posizione quale ministro degli Esteri vede per l’Italia due capisaldi inequivoci. Il primo è che siamo nella Nato, con gli Stati Uniti quali alleati principali. Anche quando nell'alleanza abbiamo opinioni diversificate, siamo sempre trasparenti e negli snodi fondamentali siamo totalmente leali. Il secondo punto è che crediamo nel processo di integrazione europea».

Quindi ritiene che quelle posizioni radicali non incidano sulla linea del governo?

«Nei consigli dei ministri nessuno ha mai messo in dubbio queste scelte di fondo».

Dica la verità: resta in questo governo per la riduzione del danno? Non sente disagio a farne parte, tra spinte nazionalistiche e battaglie contro alleati storici?

«Sento il senso del dovere verso la funzione che sono stato chiamato a svolgere ed è tipico della politica estera smussare le spigolosità e intermediare».

Tommaso Ciriaco LR 11

 

 

 

 

Il ritiro americano dal Trattato nucleare. A rischio rapporto pragmatico Usa-Russia

 

Il sistema degli Stati impegnati in un difficile processo di adeguamento della propria linea di politica estera, in considerazione delle sfide maturate in una situazione di diffusa instabilita, è attualmente in crisi. A motivare un sentimento di allarme è la sensazione di incertezza circa l’andamento del rapporto tra le grandi potenze garanti e arbitri in ultima istanza della tenuta dell’ordine mondiale. La decisione da parte di Washington, fatta propria senza esitazione da Mosca, di sospendere il trattato Inf sulle armi nucleari a medio raggio, oggetto da ambedue le parti di ripetute violazioni, evidenzia il progressivo deterioramento intervenuto nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Un passo significativo, cui altri potrebbero seguire

Si tratta infatti di un passo significativo, alimentato da una campagna di informazione volutamente manipolata, riguardo allo stato dei rapporti di forza alla base dell’equilibrio di potenza fra i due Stati. La decisione di rimuovere un pilastro del sistema di sicurezza sul continente europeo, stabilito di comune accordo nel 1987, conferma quanto pronunciato sia ormai il livello di sfiducia nelle relazioni russo americane.

Se a questa scelta seguirà alla scadenza del 2021 il mancato rinnovo del trattato nuovo Start sulle armi nucleari a lungo raggio, si arriverà allo smantellamenteo del sistema di regolamentazione che ha sostenuto bene o male fino ai giorni nostri la politica di controllo degli armamenti. Questa politica originata negli anni del bipolarismo di sostegno a una condizione di stabilità strategica ha permesso di superare i momenti di massima tensione nel corso della guerra fredda .

La contrapposizione Usa-Russia torna al centro dell’attenzione

A rischio è l’impostazione del rapporto russo americano, ispirata al pragmatismo, da tempo in via di esaurimento, alla quale si deve, grazie al senso di responsabilita delle leadership rivali e a una fortuita concatenazione di eventi , un prolungato periodo (1947-’91) di relativa pace sul continente europeo. Il ricordo di quegli anni ha dato luogo a un fenomeno che merita di essere sottolineato: le manifestazioni di nostalgia registrate da più parti per un’esperienza caratterizzata da un ordinamento definito con chiarezza, che contrasta con il clima di indeterminatezza prevalente nell’ attuale congiuntura.

Superata la fase, definita più propriamente del ‘dopo guerra fredda’ (1991 – 2010), che aveva portato – all’insegna dell’unipolarismo sotto l’egida statunitense – a una condizione di relativa normalizzazione delle relazioni reciproche, torna al centro dell’attenzione la contrapposizione tra Stati Uniti e Russia Il tema della stabilità strategica continua a suscitare preoccupazioni alla luce di una ripresa della corsa al riarmo nucleare sempre più perfezionato e sofisticato nelle sue potenzialità distruttive.

Parametri di valutazione inadeguati sotto il profilo della sicurezza

Nella prospettiva di un accelerato processo di trasformazione dello scenario mondiale sotto la spinta di un programma generalizzato di modernizzazione dell’apparato militare, i parametri abituali di valutazione della situazione appaiono inadeguati sotto il profilo della sicurezza. A determinare l’ andamento delle relazioni fra gli Stati, in un quadro di diffusa conflittualità che va dal Medio Oriente all’Asia Centrale, contribuisce il processo di evoluzione in direzione del multipolarismo.

Gli interrogativi circa il grado di stabilità di un ordine globale caratterizzato dalla presenza di una pluralità di grandi potenze sono al centro del dibattito fra gli esperti di dottrine strategiche. Ai vertici di un sistema internazionle rigidamente gerarchico figurano gli Stati Uniti, in posizione preminente, ma non più dominante, affiancati da Russia, Cina, India e Unione europea.

Fatta eccezione per l’ Unione europea, si tratta di Stati sosteuti da un forte senso della propria ritrovata identità nazionale, determinati, se del caso ricorrendo anche all’uso della forza, ad affermarsi nel ruolo di soggetti riconosciuti a tutti gli effetti indipendenti. La Russia e il nuovo astro emergente la Cina, principali fautori di una revisione dell’ordine mondiale, portano avanti – ciascuno seguendo una specifica linea strategica – una politica di contrasto all’egemonia degli Stati Uniti.

Nel rapporto Mosca – Washington, rischio di escalation

Per quanto il rapporto Mosca – Washington non costituisca più l’asse portante del gioco politico strategico globale è a questo livello che  si manifesta più evidente il rischio di escalation in un conflitto generale. In un clima di  accentuata ostilità, Stati Uniti e Russia, le due superpotenze nucleari, risultano  impigliate in un groviglio di contrasti lungo l’intero arco degli interessi e dei valori.

Al confronto politico-diplomatico correlato alla contrapposizione strategico militare si somma la competizione economico commerciale, per arrivare – fattore particolarmente insidioso – alla campagna di delegittimazione dell’assetto istituzionale dei rispettivi regimi. All’origine di un antagonismo di lunga data riemerso con particolare virulenza negli ultimi anni figura una concezione idealizzata del proprio status di grande potenza fondata sull “eccezionalismo”.

L’Europa epicentro del confronto Usa-Russia

Epicentro del confronto nella logica dell “offshore balancing” americano si conferma, nonostante il crescente rilievo strategico dell’Asia Orientale, ancora una volta l’Europa. E’ in questa area, ai confini dello spazio post-sovietico e dove gli schieramenti militari sono a diretto contatto, che la Russia si trova a fronteggiare la politica di contenimento statunitense condotta attraverso la Nato.

Non è certo casuale, infatti, che a innescare la crisi attuale nei rapporti fra Washington e Mosca sia stata la competizione per assicurarsi l’allineamento dell’Ucraina, ppedina principale per garantirsi una posizione di vantaggio sul continente. Assodato, come dimostra il salto di tensione suscitato dalla sospensione del trattato Inf, che su questo fronte l’impegno delle parti appare particolarmente risoluto, è evidente che solo mantenendo lo status quo a livello regionale sia possibile garantire anche nelle nuove condizioni una situazione di stabilità strategica.

L’enfasi posta sia da parte russa che statunitense di operare da una posizione di forza, facendo affidamento eventualmente sull arma nucleare, non lascia spazio a concessioni in grado di portare a un’attenuazione del confronto Stati Uniti – Russia. La fiducia, in assenza della quale viene meno ogni possibilità di normalizzazione, non rappresenta un obiettivo realistico, ma non per questo va esclusa la prospettiva di rilanciare un negoziato volto a evitare un conflitto fra le due grandi potenze dalle conseguenze catastrofiche. Paolo Calzini, AffInt. 8

 

 

 

La Recessione

 

Gli italiani se n’erano accorti già da tempo, ora è ufficiale: l?italia è in recessione economica. Il riconoscimento, chiaramente solo formale, era noto già da tempo. Nonostante i tanti, altri eventi che si sono succeduti dal varo di questo Esecutivo che non è stato in grado di disconoscere una realtà non differente da prima dell’insediamento dell’asse Di Maio/Salvini. Ovviamente, la presa di posizione dell’Accoppiata Lega/5S è stata quella di scaricare sul precedente Governo l’origine dei mali socio/economici che ci perseguitano. Non è cambiato nulla: il “bene” c'è sempre dalla parte dei vincenti, il “male” da quella dei perdenti.

 

 Anche in politica la strategia dello scarica barile ha sempre avuto buon gioco. Ciò premesso, vedremo quali provvedimenti saranno in grado d’invertite, pur se col tempo, la perniciosa tendenza. Oltre le parole d’”effetto”, aspettiamo i fatti. Se e quando ci saranno. Nel frattempo, il Paese continua per la sua strada in salita e d’illusioni non ce n’è più per nessuno. Lo stesso “Programma di Governo” non potrà dare risultati nell’immediato. Ci aveva già provato Berlusconi col suo “Contratto con gli Italiani”. In allora, i punti focali erano cinque, ma gli effetti non sono stati all’altezza degli impegni.

 

 Insomma, promettere è facile, mantenete assai meno. Ora non resta che mettere in campo provvedimenti idonei a tamponare la recessione; perché gli effetti potrebbero ribaltarsi anche a livello UE. La questione è ben chiara per la maggioranza di Governo che per l’Opposizione. Però non siamo in grado di rilevare alternative al programma Di Maio/Salvini: Chi non governa si sente, infatti, meno coinvolto. Tralasciando le dichiarazioni che scaturiranno da tutti i politici, che credono contare ancora, resta la realtà di un Paese che potrebbe ritrovarsi “fanalino di coda” in un’Europa Comunitaria dove chi è più debole economicamente, non è assimilato agli Stati in “buona salute”.

 

Prima della fine di questo primo semestre 2019, vedremo quali provvedimenti saranno in grado di prendere i nostri Governanti e la Maggioranza parlamentare che li sostiene. Anche se non era necessario qualificarsi “profeti” per prevedere, ma già da tempo, quello che, ora, è stato ufficializzato. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La deriva non vista del Paese

 

L’Italia oggi è questa perché non ci siamo resi conto che stava diventando disarticolata e invertebrata, priva di qualunque centro d’ispirazione ideale - di Ernesto Galli della Loggia

 

Non credo che ci siano altri Paesi in Europa dove un autorevole perché popolarissimo rappresentante del partito di maggioranza e di governo (sto parlando di Alessandro Di Battista) possa tranquillamente sostenere che «Trump in politica estera è il miglior presidente degli Usa incluso quel golpista di Obama», o che in Venezuela l’Italia non debba schierarsi con l’opposizione a un caudillo sciagurato il quale ha costretto all’esilio più di tre milioni di persone, ne ha arrestate migliaia, uccise a centinaia e sta portando la sua nazione alla rovina economica. Né c’è un altro posto, direi, dove mentre tutti gli indici volgono al negativo indicando un futuro da sviluppo zero le autorità di governo dichiarino che no, non è vero nulla, tutto va per il meglio, e anzi siamo alla vigilia di una notevole ripresa. In Italia invece tutto ciò non solo è possibile ma sta diventando quasi la norma. Se ne fa di solito colpa alla politica, in specie ai 5 Stelle. E di fatto le sciocchezze di cui sopra sono uscite dalla loro bocca, sono loro i principali protagonisti di quella che si può definire l’irresponsabilità politica, della quale ha già detto tutto ieri su queste colonne Maurizio Ferrera. Il guaio è che tale irresponsabilità politica è lo specchio di qualcosa di più vasto, di un’irresponsabilità diciamo così sociale (e vorrei aggiungere etica) che ormai nel nostro Paese sta conoscendo una diffusione a macchia d’olio. Certo, per una parte importante essa è ripresa e quindi rilanciata e amplificata dalla politica.

Ad esempio l’idea che esistano micidiali scie chimiche rilasciate dagli aerei, che i vaccini siano pericolosi e inutili, che i migranti portino in Italia malattie spaventose, che i musulmani presenti in Italia ammontino a non so quanti milioni, e altre falsità o idiozie simili sono state certamente e spregiudicatamente utilizzate dalla politica (di nuovo: più che altro dai grillini). Ma sono nate altrove. E sono condivise da moltissima gente, indipendentemente da Di Maio o Di Battista. I quali se ne sono fatti portavoce, io credo, non solo e non tanto per calcolo politico bensì per un’altra ragione: perché alla fine la cultura di entrambi è la stessa della gente che crede in quelle sciocchezze. O meglio, il più delle volte non sa neppure se ci crede realmente, non sa se è proprio vero, ma comunque si sente autorizzata a parlare lo stesso, a parlarne come se fosse vero. Tanto che importa?

Sicché in ultima analisi il dato veramente preoccupante è questo: in Italia è sempre più raro che qualcuno si senta responsabile di alcunché. Sempre più va prendendo piede un’irresponsabilità sociale di fondo che prende innanzi tutto una veste diciamo così intellettual-discorsiva. Si può parlare a vanvera di qualsiasi argomento, tutti si sentono autorizzati a dire la propria su qualunque cosa senza pensarci due volte, non ci sono più esperti di nulla (se non di cucina: solo i cuochi sono ormai considerati degli autentici Soloni). È questa vastissima area di irresponsabilità socio-culturale che è andata via crescendo il vero retroterra di quella che appare l’irresponsabile superficialità di tanti discorsi politici. Che differenza c’è alla fin fine, infatti, tra Di Battista che dà del golpista a Obama, il ministro che si dice certo che domani vedremo il Pil risalire alle stelle, e chi è sicuro che dal cancro si possa guarire perfettamente con una dieta adatta?

Il fenomeno di tale irresponsabilità è ancora più pervadente, in realtà. Da tempo, infatti, esso si manifesta oltre che nell’ambito delle parole e delle idee in quello dei comportamenti. Specie dei comportamenti giovanili, con lo scoppio sempre più frequente di una violenza gratuita e inconsapevole di se stessa. Un quattordicenne e un sedicenne che danno fuoco a un clochard, una banda di giovanissimi che a Como sconvolgono il centro della città con una serie di rapine e aggressioni feroci; e però i loro genitori, i «grandi», perlopiù sempre inclini a un’indulgenza assolutoria — «E via, che sarà mai, che avranno fatto poi di così grave?» — non essendo più neppure loro in grado di capire il significato e la portata delle cose. È lo specchio di una società che sta diventando nel suo complesso incapace di pesare le idee e le persone, di misurare le differenze: tra i fatti e le fantasie, tra chi ragiona e chi straparla, tra chi sa e chi non sa, alla fine tra il bene e il male. Una società che appena può ama sempre più spesso prendersi una vacanza dalla realtà per abbandonarsi all’esercizio di una irresponsabilità, resa stolidamente sicura di sé dall’impunità che le assicura la forza del numero.

Ma se oggi l’Italia è questa, non è per un caso. È perché negli anni non ci siamo accorti che stavamo diventando un Paese disarticolato e invertebrato, un organismo privo di qualunque centro d’ispirazione ideale come di qualunque istanza di controllo culturale. Le nostre sciagurate vicende interne, i nostri errori e le nostre insufficienze, hanno fatto sì che forse in nessun altro Paese d’Europa come da noi abbia messo radici un pregiudizio democraticistico ostile al principio d’autorità. Cioè un principio che, come si capisce, è essenziale non solo per l’esistenza del centro e dell’istanza di cui sopra, ma ancora di più perché esistano delle élite. Non possono esserci élite dove lo spirito pubblico non è pronto a riconoscere il peso di alcuna autorità.

Per più aspetti il problema dell’Italia di questo inizio secolo è anche, nella sua essenza, un problema di assenza di autorità. Di un’autorità socialmente riconosciuta e policentrica, come si conviene ad una società democratica, ma comunque di un’autorità. E invece non siamo disposti a riconoscere l’autorità più di niente e di nessuno. Non esiste più alcuna autorità a cui il Paese dia la sua fiducia, né esiste più — in un perverso quanto ovvio circolo vizioso — alcuna sede disposta a pensarsi fino in fondo come depositaria di una qualche autorità. Da noi non hanno ormai più nessuna vera autorità la famiglia, la scuola, la cultura, la stampa, la politica, la Chiesa, la Banca d’Italia, le istituzioni dello Stato a cominciare dalla magistratura (fanno ancora una parziale eccezione la Presidenza della Repubblica e l’Arma dei carabinieri, sempre che quest’ultima sappia fare al suo interno la pulizia che recenti vicende indicano come necessaria). Dove per autorità intendo quella che s’impone di per sé stessa, per la propria intrinseca autorevolezza, serietà, coerenza, caratteristiche capaci in quanto tali di generare consenso e dettare idee e comportamenti. Senza la quale autorità si diventa per l’appunto ciò che noi oggi siamo: un Paese senza guida in cui ognuno può dire e credere ciò che vuole, spesso anche farlo, nella massima irresponsabilità e illudendosi di non pagare mai pegno. E invece il pegno si paga sempre: e infatti noi lo stiamo già pagando. CdS 3

 

 

 

L’angolo della psicologa. Alla (non) ricerca della felicità

 

Ad oggi, le emozioni sono probabilmente il piu? studiato dei costrutti psicologici: sono generalmente concepite come una reazione emotiva automatica ed involontaria, che si trova al polo opposto della razionalita?. Uno degli aspetti che ancora non e? stato esplorato a fondo e? il ruolo che ha la nostra societa? su quello che noi proviamo e su come lo esprimiamo. Studi recenti nell’ambito della psicologia sociale hanno evidenziato l’importanza delle opinioni degli altri nella produzione delle nostre esperienze emotive: le persone sono molto sensibili a come gli altri si aspettano che reagiscano emotivamente agli eventi (Manstead & Fischer, 2001).

Un recente articolo di Bastian e colleghi del 2012, ha indagato il ruolo delle aspettative sociali sull’esperienza emotiva. In particolare come la desiderabilita? sociale di certe emozioni rispetto ad altre influenzi l’esperienza emotiva della persona e piu? in generale il suo benessere psicologico.

Dai risultati emerge che piu? forte e? la percezione dell’aspettativa sociale di non provare emozioni negative, piu? frequenti e intense sono le emozioni negative provate.

In altre parole, gli autori sostengono che piu? e? forte il fatto che una persona senta di non dover provare certi sentimenti, piu? si sente affranta quando li prova, e questo promuove lo stato di disagio emotivo e di auto-svalutazione della persona. Questo studio assume particolare rilevanza ed attualita? in un clima sociale come quello odierno, dove la necessita? di apparire felici e funzionanti sembra essere di primaria importanza.

Rispetto a questo, un interessante aspetto preso in considerazione dagli autori, e? un confronto tra la cultura individualistica tipica dei Paesi d’Occidente, e quella collettivistica dei Paesi d’Oriente; dai risultati emerge che le aspettative sociali hanno una maggiore influenza nella popolazione occidentale, e questo potrebbe essere spiegato dal fatto che nelle culture orientali, l’accettazione e l’equilibrio emotivo sono valutate come piu? importanti rispetto al perseguimento della felicita?. Le persone dell’Est Asiatico si dimostrano infatti piuttosto esitanti nell’esplicitare e riflettere sulle emozioni positive e riportano punteggi inferiori ai questionari sul benessere psicologico e sulla felicità, rispetto agli Occidentali (Diener, Suh, Smith & Shao, 1995).

Al contrario, le emozioni negative come tristezza e ansia sono meno stigmatizzate e medicalizzate, con la conseguenza che ci sono meno aspettative sociali verso le emozioni negative. Per quanto riguardo la nostra cultura, si potrebbe sostenere che le aspettative sociali stabiliscono degli “standard” di riferimento di come dovremmo sentirci.

Uno degli aspetti piu? insidiosi di questo e? il fatto che tali aspettative fissano degli obiettivi emozionali che sono allo stesso tempo difficili da raggiungere e difficili da abbandonare. I media forniscono un esempio di come venga esercitata una forte pressione sociale verso un modello di perfezione che e? allo stesso tempo utopico e necessario. Quando non riusciamo a soddisfare queste aspettative, ci sentiamo dei falliti, e questo puo? condurci a fare delle attribuzioni negative su noi stessi (ad esempio, in termini di colpevolezza per una certa situazione). Tale riflessione negativa su noi stessi come risposta ad esperienze emotive negative aggrava ulteriormente queste emozioni (Moberly & Watkins, 2008; Nolen-Hoeksema, 2000).

Sebbene questo articolo fornisca un primo tentativo di verifica sperimentale della relazione esistente tra aspettative sociali ed emozioni in diverse culture, non prende in considerazione come le aspettative sociali possano variare a seconda del livello sociale di analisi (vedi modello ecologico di Bronfenbrenner (1987), che prevede Microsistema, Mesosistema, Esosistema e Macrosistema): un’ipotesi potrebbe essere che tali livelli esercitino una differente influenza nella interiorizzazione delle aspettative sociali.

Possiamo comunque concludere dicendo che nessuno e? immune dalle aspettative sociali in quanto siamo cittadini che vivono all’interno di una comunita?. Norme sociali non scritte regolano buona parte delle nostre interazioni con gli altri. Questo articolo propone un buon punto di riflessione per domandarci quanto le norme sociali interiorizzate modellino le emozioni che dovremmo provare e quelle che dovremmo esprimere. Non esistono emozioni di tipo A o B, emozioni buone o cattive, ma tutte hanno la stessa importanza per la sopravvivenza reale e sociale dell’essere umano.

Un po’ come provocazione ed un po’ come sfida verso noi stessi, proviamo invece a riflettere sui benefici che hanno portato (o che potrebbero portare) nella nostra vita le emozioni negative: pensiamo al loro potenziale creativo (Wilson, 2008), alla loro importanza nelle relazioni interpersonali (McNuilty, 2010) e al ruolo fondamentale che svolgono nella realizzazione di una vita ricca ed appagante (Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999).

Claudia Bassanelli, CdI febbraio

 

 

 

Lettera aperta per la difesa dei diritti di rappresentanza parlamentare dei cittadini italiani residenti all’estero

 

Se la riforma della Costituzione dibattuta dal Parlamento entrasse in vigore, un deputato eletto in Italia rappresenterebbe 150.000 abitanti, uno eletto all’estero 700.000 iscritti AIRE; un senatore eletto in Italia poco oltre 300.000 abitanti, uno all’estero oltre 1 milione e 400 mila iscritti AIRE

 

ROMA - A 18 anni dall’istituzione della circoscrizione Estero e a più di 15 anni dal primo esercizio di voto per corrispondenza, si mette in discussione il pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza di noi italiani residenti fuori d’Italia.

Al Senato e alla Camera si sta infatti discutendo la proposta di riforma per la riduzione dei parlamentari da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato. Essa prevede anche il pesante taglio, dagli attuali 18 a soltanto 12 eletti nella circoscrizione Estero, da assegnare 8 alla Camera e 4 al Senato in rappresentanza di quattro ripartizioni elettorali in cui operano, prima di tutto a favore dell’Italia, quasi 6 milioni di cittadini italiani che vivono in tutto il mondo.

Questa proposta, che è solo aritmeticamente, ma non democraticamente, ipotizzabile, costituisce una gravissima lesione del principio di uguaglianza tra i cittadini, sancito dall’Art. 3 della Costituzione. Se approvata, determinerebbe una profonda discrepanza nel rapporto numerico tra elettori ed eletti e un vulnus nell’applicazione dei basilari principi della democrazia, relegando i cittadini residenti fuori dai confini nazionali a una condizione di inferiorità e marginalità.

Il numero fisso e limitato degli eletti attribuiti alla circoscrizione Estero ha creato, fin dalla sua istituzione, un rapporto di rappresentanza più che sbilanciato a danno dei cittadini iscritti all’AIRE. Dal 2006 a oggi, la base elettorale in Italia è andata calando, mentre quella degli iscritti all’AIRE è aumentata del 60% circa e continua a crescere a causa dei flussi di emigrazione stabile, cui si aggiungono gli italiani temporaneamente all’estero, anch’essi in ascesa. Alla luce delle elezioni del 2018, il deputato eletto in Italia rappresenta 96.000 abitanti, l’eletto all’estero 400.000 iscritti AIRE; il senatore eletto in Italia rappresenta 192.000 abitanti, l’eletto all’estero 800.000 iscritti AIRE.

Se la riforma della Costituzione dibattuta dal Parlamento entrasse in vigore, lo squilibrio nella rappresentanza dei cittadini residenti all’estero rispetto a quelli residenti in Italia diventerebbe drammatico: un deputato eletto in Italia rappresenterebbe 150.000 abitanti, uno eletto all’estero 700.000 iscritti AIRE; un senatore eletto in Italia poco oltre 300.000 abitanti, uno all’estero oltre 1 milione e 400 mila iscritti AIRE.

Qualsiasi diminuzione dei diritti garantiti ai cittadini, basata sul luogo di residenza, non ha fondamento nella Costituzione italiana ed è chiaramente contraddetta dai suoi principi ispiratori.

Persistere in tale progetto significherebbe non soltanto ledere il diritto primario di cittadinanza dei connazionali che risiedono fuori d’Italia, ma anche inviare un messaggio negativo e controproducente a milioni di donne e uomini che sono i portatori e promotori più diretti ed efficaci degli interessi e dell’immagine dell’Italia nel mondo.

Per questo chiediamo indistintamente a tutte le forze parlamentari di considerare questa riforma costituzionale in esame come l’occasione migliore per riequilibrare equamente la rappresentanza parlamentare assegnata alla circoscrizione Estero e stralciare qualunque ipotesi di riduzione del numero degli eletti all’estero dalla ridefinizione del numero totale dei parlamentari. (Inform/dip 4)

 

 

 

 

Voto all’estero. Il PD propone la tecnologia blockchain. Ma per Bernacca non va bene

 

Roma - “L’altro giorno si è tenuta alla Camera dei Deputati una iniziativa tesa, alla fine, a proporre e sostenere la tecnologia blockchain per il voto degli italiani all’estero. Tra gli organizzatori dell’appuntamento la sen. Laura Garavini, Pd, eletta nella ripartizione estera Europa. Secondo Garavini, “la tecnologia blockchain è sicura ed efficace, per questo abbiamo scelto di applicarla al voto degli italiani nel mondo”. Ma che tale tecnologia venga in effetti applicata al voto estero è ancora tutto da vedere. Entriamo nel merito. Per capirne meglio di blockchain, Italiachiamaitalia.it ha contattato Cristiano Bernacca, Direttore Commerciale Spagna e Italia della SCYTL SECURE ELECTRONIC VOTING, impresa che si occupa di elezioni a 360 gradi, dall’organizzazione degli appuntamenti elettorali al voto online, fino allo scrutinio in tempo reale”. Ad intervistare Bernacca è stato Andrea Di Bella, direttore di “ItaliachiamaItalia.it”.

“SCYTL è l’unica referenza mondiale, per esempio, di voto di residenti all’estero a livello statale (Francia).

Abbiamo messo a confronto Bernacca con le dichiarazioni della Sen. Garavini e l’esperto ci ha subito fermato: “La Blockchain non va bene per operazioni elettorali”, ha sottolineato con enfasi. Perché?

“Qualsiasi tipo di blockchain permette 10.7 transazioni al secondo e tra le elaborazioni di ogni blocco possono passare da 5 a 10 minuti”, spiega Cristiano Bernacca. Un tempo infinito, in realtà, che potrebbe bastare a qualche male intenzionato per agire e cambiare l’esito del voto. “SCYTL invece fa tutto in tempo reale”, ci tiene a evidenziare.

Ancora: la blockchain “non si è mai applicata a processi elettorali, né in Italia né nel mondo. Se si trasferisce denaro, la gente capisce e accetta che un bonifico debba essere elaborato e arrivi il giorno dopo, nel caso del voto no. Il voto telematico deve garantire più velocità di quello normale”.

La Blockchain “ha un costo altissimo in termini di risorse e di energia, quindi di costi. La proposta del PD prevede un lettore di codici a barre e un numero verde che si può chiamare con intelligenza artificiale, quando in certi consolati, come quello di Barcellona, non siamo nemmeno in grado di garantire un numero di telefono. Sarebbe un disastro”.

Alla SCYTL, invece, giusto per fare un paragone, come funziona? “Noi abbiamo i logs immutabili, ovvero la LOCKCHAIN, privata, sicura, isolata, in tempo reale. Si può controllare tutto il processo da dentro, identificando chi fa cosa dentro il sistema, dando credenziali ad attori diversi (Ministri, Prefetti, Osservatori) e da un Dashboard centrale si può controllare in tempo reale tutto quello che succede”.

“Tutto quello che succede nel sistema (accessi, eventuali tentativi di infiltrazione, andamento dei voti) viene firmato digitalmente e ogni attività viene legata alla seguente da una firma digitale. Una catena CHAIN legata da firme digitali LOCK che ti danno in ogni momento la garanzia e la sicurezza della segretezza e dell’integrità della votazione”. Tutto un altro concetto di sicurezza ed efficacia rispetto alla tecnologia blockchain proposta dal Pd.

Forse varrebbe la pena approfondire. Politica e istituzioni, cosa aspettate?”.

(aise 11) 

 

 

 

Italia/Francia: rapporti tesi verso le elezioni europee

 

Il pessimo rapporto fra Francia e Italia è ormai diventato un luogo comune della politica italiana e, in minore misura, della politica francese. Le relazioni bilaterali non sono mai state veramente buone negli Anni 2000, ma solitamente i contrasti sui vari dossier venivano ricomposti nel nome della continuità dei rapporti fra Stati dell’Unione.

Si può ad esempio ricordare il vertice bilaterale di Villa Madama nell’aprile 2011, che era servito a dare un quadro di convergenza dopo una serie di screzi sull’intervento in Libia e sugli investimenti francesi in Italia, con la compresenza di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Pure il vertice bilaterale Italia-Francia del settembre 2017 fra Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron è servito a ricucire dopo i problemi relativi al futuro della Libia e al dossier Fincantieri-STX.

La strumentalizzazione delle relazioni a fini elettorali

Dalla campagna per le politiche del 2018 in poi si è però entrati in uno stato di tensione ben illustrato dalle convocazioni dei rispettivi ambasciatori. Abbiamo assistito a una definizione partigiana del rapporto bilaterale: nel contesto della competizione elettorale italiana, i riferimenti negativi verso la Francia, con il presidente Emmanuel Macron stigmatizzato in quanto avversario politico, sono stati utilizzati da varie forze politiche come un fattore di differenziazione.

Da parte sua Macron nel 2018 entrava in pre-campagna per le europee presentandosi come il campione della lotta contro i populismi e opponendosi in modo esplicito all’alleanza Le Pen-Orban-Salvini. Nel frattempo, rimangono aperti i dossier bilaterali che continuano a essere assai spinosi, segnati in modo negativo dalla battuta d’arresto posto nel 2017 dalla presidenza Macron all’acquisto dei cantieri STX da parte di Fincantieri.

Le aree di scontro, dai migranti ai gilet gialli

La crisi diplomatica dell’inizio 2019 conferma l’evoluzione ulteriore della posizione francese, attenta a rimanere nel contesto delle azioni diplomatiche interstatali per contrastare prese di posizione o azioni di membri del governo italiano ritenute ingerenze. Nell’arco di poche settimane, le forti critiche del ministro dello Sviluppo economico italiano Luigi Di Maio a proposito della politica francese in Africa e il suo successivo incontro in Francia con alcuni gilet gialli hanno provocato prima la convocazione al Quai d’Orsay dell’ambasciatore Castaldo e poi il richiamo a Parigi dell’ambasciatore Masset.

Esiste quindi a Parigi una netta percezione d’ingerenza da parte del governo italiano, mentre a Roma i ministri M5S mandano avanti senza discontinuità una linea critica nei confronti della presidenza francese. Possiamo anche rilevare l’importanza in Italia della simbologia associata al presidente Macron, al quale viene conferito un ruolo onnisciente, con una lettura spesso fuorviante dei suoi poteri.

Bisogna anche ricordare che l’inceppamento dei rapporti diplomatici tra Italia e Francia è iniziato a marzo 2018 con l’incidente di Bardonecchia, un errore procedurale da parte dei doganieri francesi operanti nell’ambito di un Trattato di cooperazione di polizia, che diventò, nel contesto della campagna elettorale, un affare di Stato, con la convocazione dell’ambasciatore di Francia.

Questa mossa era anche frutto di un’atmosfera politica nella quale la Francia e la presidenza francese venivano spesso criticate, nel nome delle insofferenze accumulate sotto il governo Gentiloni, traducendo la percezione italiana di solitudine di fronte alla crisi migratoria.

Naufragato il trattato di cooperazione bilaterale

I rapporti bilaterali diventano quindi estremamente polarizzati ed entrano a fare parte della sfera politica interna, come dimostra la frenata istituzionale fra i due Paesi che segue l’entrata in funzione dell’esecutivo presieduto da Stefano Conte. Nel 2018 non soltanto non viene organizzato il vertice bilaterale Italia-Francia previsto ogni anno –  inaugurato nel 1981 da François Mitterrand e Giovanni Spadolini-, ma si arena anche completamente l’iniziativa di un trattato bilaterale detto “del Quirinale”.

Quest’ultimo era stato il frutto di un’intensa attività diplomatica promossa da Gentiloni e Macron tra il vertice bilaterale del settembre ’17 e la visita a Roma di Macron del gennaio ’18: l’obiettivo era un trattato bilaterale franco-italiano sul modello dell’esistente trattato franco-tedesco, un meccanismo ritenuto necessario anche per meglio gestire i numerosi dossier problematici. Il peggioramento delle relazioni bilaterali ha di fatto poi congelato i lavori della commissione incaricata di elaborare questo testo.

Lo stallo al ribasso è poi rimasto, con una maggioranza del governo italiano che prosegue la ricerca di consenso su temi come la lotta contro l’immigrazione, cui viene spesso associato un riferimento negativo alla politica francese o al suo presidente. Dal lato francese l’esplosione della crisi dei gilet gialli nell’ottobre del 2018 sta modificando l’azione del governo, ma anche i temi e la comunicazione della presidenza francese.

2019, il ritrovato ruolo della Francia sulla scena europea

Il 2019 ha segnato l’avvio di un nuovo ciclo, ancora incerto, ma che si distingue già per alcune novità. Il governo e il presidente francese stanno cercando di colmare il vuoto di dialogo fra la piazza protestataria e le istituzioni. Partendo dalla ‘discesa’ di Macron nelle assemblee provinciali di sindaci, assistiamo a un momento particolare, quello del ‘grande dibattito nazionale’, che offre un salvagente al riformismo presidenziale con la possibilità di riaffermare l’ancoraggio territoriale della democrazia che deve essere in qualche modo partecipativa per salvare il suo carattere rappresentativo.

Fra ottobre e gennaio abbiamo anche assistito a un’eclissi del potere francese sulla scena internazionale ed europea. La ripresa dell’azione internazionale della Francia è avvenuta nel 2019 con la firma del rinnovo del Trattato bilaterale franco-tedesco ad Aquisgrana, un gesto ricco di simbolismi che assicura la continuità delle istituzioni di cooperazione franco-tedesche.

Nel contesto delle elezioni europee viene riaffermata la solidità della collaborazione tra Francia e Germania, senza tuttavia spingersi a misure che avrebbero potuto provocare reazioni forti fra i nazionalisti, un pericolo ben illustrato dalle numerose notizie false diffuse intorno a questo testo. Questo nuovo ciclo viene quindi segnato da un ritorno alla linea istituzionale internazionale della Francia, con Parigi che abbassa i toni nel contesto delle europee.

Il riallineamento francese ai gruppi parlamentari europei

Tutto questo si ritrova anche nella campagna per le europee dove il partito di Macron, la République en Marche, si associa ai centristi dell’Alde, un’operazione classica ben lontana dalle velleità iniziali di trasposizione di En Marche su livello europeo. Questo ritorno al posizionamento classico nelle varie forze europee si rileva anche con gli altri partiti francesi, che andranno a ingrossare le fila di popolari, socialisti e verdi nel Parlamento europeo.

Senza dubbio, le future elezioni europee saranno caratterizzate da una crescita delle forze nazionaliste, ma anche dell’importanza del voto di protesta, come le liste dei gilet gialli. Il ritorno della dinamica francese a una logica legata ai gruppi parlamentari europei rappresenta un segno di continuità con il Parlamento uscente e quindi con la possibilità di ricomporre una maggioranza per sostenere la futura Commissione.

Si tratta di un riassestamento che avrà conseguenze sulle forze politiche italiane a seconda delle loro capacità di proporsi come membri attivi e influenti di questi gruppi europei, ma segnerà anche l’evoluzione dei rapporti bilaterali fra Italia e Francia. Jean-Pierre Darnis AffInt. 12

 

 

 

La verifica

 

Prima di fine 2019, l’Esecutivo dovrà sostenere un’altra verifica politica. Evitare tale passaggio sembra difficile. Dal punto di vista numerico, con la maggioranza parlamentare che consente la vita a questo Governo, i conti tornerebbero. Però, si sono moltiplicate preoccupazioni d’ordine di programma che il Capo dell’Esecutivo non potrà schivare.

 

Col prossimo anno, se non ci saranno segnali utili per la ripresa socio/produttiva del Paese, anche questo Governo dovrà rendere conto all’eterogenea Maggioranza parlamentare che lo sostiene Resta, questa, una circostanza necessaria che presenta non pochi interrogativi logistici. Il problema rimane la stabilità dell’attuale formula di Governo. Così, avanziamo alcuni nostri dubbi sull’evoluzione dell’Esecutivo. Non a caso, il nostro Primo Ministro non ha ancora assunto una posizione definita nei confronti degli alleati. Il rischio politico non è tanto inverosimile e, di conseguenza, e l’abbinata Di Maio/Salvini dovrà iniziare a rendere operativo il contenuto del suo “Contratto per il Governo del Cambiamento”.

 

Sulla legge di stabilità torneremo in seguito. Proprio per l’incertezza della situazione, non esprimiamo un nostro parere univoco. Però, si potrebbero presentare problemi di “convivenza” tra il Capo del Movimento Politico 5 Stelle e il Segretario Federale della Lega. Insomma, l’incertezza di sistema potrebbe continuare. Con l’autunno, ci sarà la prima verifica sul “campo” su numerosi provvedimenti che l’Esecutivo dovrà presentare al Potere Legislativo per la loro concreta attuazione. Solo allora, ma non prima, avremo l’opportunità di “saggiare” la validità dell’impegno che i due politici hanno assunto nei confronti del Popolo italiano. Una verifica che potrebbe celare differenti situazioni d’alleanza. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Blockchain Italy Summit, le tecnologie informatiche al servizio della democrazia

 

Riforma del voto per gli italiani all’estero, Laura Garavini (Pd): “Usare la blockchain renderà l’esercizio del voto per corrispondenza più trasparente”

 

Roma. Si è parlato a Montecitorio del progetto di riforma del Pd del voto per corrispondenza per gli italiani residenti all’estero: l’evento si è inserito di fatto, idealmente, nel quadro più ampio del primo Blockchain Italy Summit, che prenderà il via domani sempre alla Camera dei deputati. Come anticipato dagli organizzatori, si tratterà di una grande rivoluzione: essa sarà il frutto dell’unione tra i sistemi ADR (Alternative Dispute Resolution) e le più avanzate tecnologie informatiche. L’obiettivo del summit sarà quello di promuovere la disintermediazione: un concetto che si basa sull’idea di una società più democratica, fondata sulla partecipazione.

“La nostra proposta di riforma del voto all’estero per corrispondenza punta all’introduzione della tecnologia informatica conosciuta come ‘blockchain’: si tratta di un percorso che stiamo condividendo insieme all’Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR. Insieme al collega Gennaro Migliore sto lavorando all’introduzione di questa nuova tecnologia. Vogliamo rendere l’esercizio del voto degli italiani residenti all’estero più trasparente, con vantaggi significativi nella tracciabilità e nello spoglio delle schede stesse, ma anche sul fronte del risparmio economico”, ha commentato la senatrice Laura Garavini, eletta nella lista Pd della Circoscrizione Estero per l’Europa. “In sostanza la riforma che abbiamo in mente manterrà l’attuale meccanismo del voto per corrispondenza, arricchendolo però con la blockchain. Ritengo prezioso il supporto dei tecnici dell’Osservatorio ADR, con i quali abbiamo stabilito una proficua collaborazione”, ha aggiunto Garavini sottolineando come altri Paesi, quali Malta ed Estonia, abbiano già sperimentato simili sistemi informatici. Non si esclude, inoltre, che questo nuovo strumento elettorale, al momento destinato al voto all’estero, possa essere esteso anche all’ambito nazionale. 

Francesca Tempesta e Giammario Battaglia hanno quindi apportato il loro contributo in qualità di Vicepresidenti dell’Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR, costituitosi nel 2014. “I sistemi alternativi di risoluzione delle controversie (ADR) , in aggiunta alla blockchain, rappresentano una rivoluzione, che è tanto culturale quanto tecnologica: entrambi gli strumenti puntano infatti alla disintermediazione e all’accrescimento della fiducia nelle istituzioni. La crisi del sistema capitalistico e delle istituzioni centralizzate non garantisce più né giustizia né equità sociale; occorre pertanto ripensare la società, ponendovi al centro l’uomo”, ha commentato Tempesta introducendo il concetto di ‘token’ strettamente connesso alla blockchain. Il valore del token è proprio nella decentralizzazione, nella sicurezza e nella trasparenza:  l’idea è quella di costruire una nuova forma di fiducia in chiave digitale. L’interazione tra tutti i nodi di una blockchain determina lo sviluppo di una piattaforma, nella quale si crea una nuova forma di democrazia decentrata. Occorre creare un’innovazione sociale, lì dove il legislatore è rimasto indietro anche nell’armonizzazione delle normative”, ha aggiunto Tempesta sottolineando come le nuove tecnologie informatiche possano quindi aiutarci nella semplificazione dei meccanismi burocratici, tanto nell’ambito politico-istituzionale quanto in quello dell’amministrazione della giustizia.

“Attraverso l’osservatorio si è cercato di capire come i sistemi ADR potessero essere rafforzati mediante la blockchain, finendo per scoprire un mondo nuovo. Inizialmente il bitcoin e la criptovaluta apparivano come elementi speculativi, benché la realtà fosse un’altra: questo mondo, infatti, mostrava uno spirito di libertà molto forte. Nel corso del Blockchain Italy Summit parleremo d’intelligenza artificiale nella giustizia, ma anche di economia capitalistica decentralizzata. Sarà una sorta di ritorno alle origini dell’uso di internet”, è stato il commento di Battaglia. “Ancora non c’è una definizione univoca di ADR, nata come prassi proprio come la blockchain. Parleremo di ‘tokenomics’ e di ‘welfare neurale’: un sistema autonomo e decentrato che affiancherà l’economia e il welfare degli Stati. L’obiettivo sarà quello di eliminare le sacche di corruzione che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Tuttavia è bene ribadire che l’introduzione di nuove tecnologie non vuole sostituire le persone – ha evidenziato Battaglia – anzi crediamo che il rafforzamento della democrazia rappresentativa sia un valore irrinunciabile. Non deve passare il messaggio ‘meno parlamentari’, perché è necessario che ci siamo ‘più parlamentari’ insieme all’uso delle tecnologie”. Simone Sperduto, Inform 4

 

 

 

L’iscrizione all’A.I.R.E. è obbligatoria per i residentei all’estero, ma comporta problemi

 

Quando osservare una legge può trasformarsi in castigo

Facciamo subito una premessa. L’iscrizione all’A.I.R.E. -Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero- è un obbligo dettato da una precisa legge dello Stato e non è sottoposto al principio della convenienza. È però altrettanto vero che le norme e le leggi dello Stato dovrebbero servire (è questo il loro senso) a regolare la vita degli individui per proteggerli e farli stare meglio. Quello che segue è il tentativo di raccontare uno dei rari casi, in cui l’osservanza di una legge può recare al cittadino più disagi che vantaggi e in cui, paradossalmente, l’agire “legale” provoca situazioni “ingiuste”.

C’è confusione attorno all’iscrizione all’A.I.R.E.

Ma quando bisogna iscriversi all’A.I.R.E? La legge si limita a descrivere solo i casi in cui non bisogna iscriversi: “Non sono iscritti nelle anagrafi, di cui al presente articolo 1, i cittadini che si recano all’estero per cause di durata limitata non superiore a dodici mesi”. E che significa? Significa che il cittadino, non essendo chiaroveggente e non potendo avere certezza sul suo futuro di emigrato “stabile”, debba iscriversi all’A.I.R.E. dopo dodici mesi di residenza all’estero, quindi al tredicesimo mese oltre i confini italiani? Non tutti la pensano così. Il Consolato italiano a Friburgo (ma anche altri consolati,) pretende dal cittadino la certezza sul proprio futuro di emigrato e ordina sulla sua pagina web: “I cittadini italiani che trasferiscono la loro residenza all’estero per un periodo superiore all’anno (è scritto proprio così “all’anno”) sono tenuti, dopo 90 giorni dalla data di espatrio, a iscriversi all’A.I.R.E. presso la rappresentanza diplomatico-consolare competente territorialmente”.

Dopo novanta giorni dall’espatrio, iscrizione all’A.I.R.E.? Ma dove sta scritto? E poi, scusate, ma una persona, entro novanta giorni dall’espatrio, come fa a sapere se rimarrà all’estero più di dodici mesi? Ma vuoi vedere che i consolati stiano confondendo l’A.I.R.E. con lo “Schedario consolare”? Eh sì, perché la legge sull’A.I.R.E. dice, infatti, ”I cittadini italiani che trasferiscono la loro residenza da un comune italiano all’estero devono farne dichiarazione all’ufficio consolare della circoscrizione d’immigrazione, entro novanta giorni dall’immigrazione”. Con molta probabilità, questa “dichiarazione all’Ufficio consolare della propria residenza in circoscrizione” è tutt’altra cosa che l’iscrizione all’A.I.R.E.

Poco chiare sono anche le idee sulle carte necessarie per l’iscrizione all’A.I.R.E. Il Console di Colonia ti chiede un certificato di residenza tedesco “rilasciato non più di sei mesi prima”. Il consolato di Monaco è più elastico e chiede un certificato di residenza tedesco “recente”. Berlino non mette limiti di tempo sulla validità del certificato di residenza mentre Stoccarda lo vuole non più vecchio di tre mesi. Hannover non entra nei dettagli mentre il Consolato a Dortmund chiede documentazione comprovante la residenza, ricordandosi forse che la legge permette l’iscrizione all’A.I.R.E. anche con la copia del contratto d’affitto o addirittura con la bolletta del telefono! Ci fermiamo qui, ma solo per motivi di spazio e per non toccare la storia dell’iscrizione online con il programma “Fast It”, il quale, sempre per agevolarti, ti chiede innanzitutto un’attrezzatura informatica di ultima generazione con scanner, PC, allacciamento veloce internet, ecc. Insomma, investi qualche soldino ma dopotutto risparmi francobollo, carta e penna!

L’iscrizione A.I.R.E. e la Carta d’identità!

Cara, vecchia carta d’identità, color grano maturo (l’educazione ci vieta altri paragoni), con la fotografia malamente incollata o addirittura spillata, che dopo aver trascorso due mesi nel mio portafogli ti spacchi puntualmente in due mentre si sbiadisce la foto non protetta dalla plastica. Il tuo tempo è finito, ma non per gli iscritti all’A.I.R.E.! Questa categoria di cittadini è costretta a sopportarti ancora poiché gli iscritti all’A.I.R.E. (che secondo vari consolati devono iscriversi entro i novanta giorni dalla loro nuova residenza in Germania!) non possono ricevere la Carta d’identità elettronica né dai Consolati, né dai loro Comuni italiani. E ora, provate a stipulare un contratto con una società telefonica o a esibire la vecchia carta d’identità alla posta tedesca o addirittura provate a prenotare un volo online e vedete cosa vi capiterà. Vi capiterà di essere guardati come appartenenti al Terzo Mondo e il paragone non è del tutto appropriato. Quando siete in vacanza e andate al Municipio per chiedere la carta d’identità elettronica, infatti, l’impiegato ve la negherà perché siete iscritti all’A.I.R.E. Attenzione, lo stesso impiegato, dieci minuti dopo, rilascerà la carta d’identità elettronica al cittadino extracomunitario residente in Italia. Non è certo colpa dell’extracomunitario, ma fa male lo stesso. Ancora più paradossale è che se chiedete una carta d’identità elettronica al vostro comune vi sarà negata ma se ne chiedete una cartacea, perché veramente ve ne serve una qualsiasi, vi sarà negata lo stesso poiché ormai quelle di carta “non si fanno più”.

L’iscrizione A.I.R.E. e le tasse.

M’iscrivo all’A.I.R.E. (me l’ha detto il consolato che mi devo sbrigare entro novanta giorni!) e qualche settimana dopo mi arriva la lettera dell’Agenzia delle Entrate che dice pressoché: “Caro Italiano, che per necessità ti sei recato all’estero dopo esserti scervellato per trovare un posto di lavoro fisso e che ora ti sei iscritto subito all’AIRE, dopo che il tuo consolato ti ha messo tanta fretta, ora cortesemente, pagami l’IMU su quella che in Italia era considerata la tua prima casa e quindi esente dal pagamento ma che ora, poiché sei andato all’estero a sbarcare il lunario, è considerata “seconda casa”. Il testo non sarà proprio questo ma la richiesta di pagamento dell’ICI, IMU e quant’altro è reale e penalizza gli iscritti A.I.R.E. proprietari in Italia di un solo immobile, rispetto agli italiani in Italia. Fanno eccezione i titolari di pensioni estere iscritti all’A.I.R.E. Giusto così? Mica tanto. Il pensionato un reddito fisso lo possiede, con una pensione che potrebbe essere anche sostanziosa. Il nuovo emigrato, da poco sbarcato all’estero, non ha nulla. Solo incertezze, iscrizione all’A.I.R.E. e nuove tasse da pagare a quello Stato che non è riuscito a sistemarlo con un lavoro dignitoso.

L’iscrizione A.I.R.E e la cassa mutua.

Altra bella sorpresa. T’iscrivi all’A.I.R.E e Zack! Subito dopo sei cancellato dal Sistema Sanitario Nazionale. Non puoi più usare la tessera sanitaria all’estero nemmeno nei casi di pronto soccorso. Bisogna considerare che i nuovi “ragazzi del Surf”, quelli che cavalcano la nuova “ondata di emigrazione” (e la spiaggia preferita è la Germania), nei primi mesi di soggiorno si arrangiano con i “Minijobs”, lavori salariati al minimo senza copertura sanitaria. Nei primi tempi di soggiorno in Germania sarebbe quindi molto conveniente avere una copertura medica minima di almeno novanta giorni l’anno, in attesa di trovare un lavoro assicurato. Anche in questo caso, l’iscrizione all’A.I.R.E. tiene poco conto delle reali esigenze dei nuovi emigrati.

E se non m’iscrivo all’A.I.R.E. cosa mi succede?

Niente. La legge non prevede sanzioni. Le “sanzioni” ti arrivano dopo, quando l’iscrizione l’hai fatta veramente. CdI febbraio

 

 

 

L’Ambasciata italiana a Berlino risponde all’articolo sull’Aire

 

La Consigliera d’Ambasciata Susanna Schlein scrive: “Gentile Redazione, innanzitutto, mi lasci osservare che, come giustamente scrivete all’inizio del vostro articolo, l’iscrizione all’AIRE è un obbligo previsto dalla legge: discutere quindi se al cittadino convenga o meno iscriversi è, dal nostro punto di vista, quanto meno fuorviante, perché fa intendere al lettore che ci sia un margine di discrezionalità nella scelta, che invece non c’è.

Ad ogni modo, cerchiamo di fare chiarezza, nell’interesse dei lettori, almeno sul dettato della normativa: la legge, al suo art. 1, esenta dall’obbligo di iscrizione chi si reca all’estero per un periodo di durata inferiore all’anno (il caso classico sono gli studenti Erasmus: si tratta cioè di persone che già sanno con certezza che resteranno per meno di 12 mesi). In tutti gli altri casi, chi sposta la sua residenza (definita come “il luogo di dimora abituale” dal nostro Codice civile) all’estero, deve comunicarlo al Consolato competente -al fine dell’iscrizione all’AIRE- entro 90 giorni dall’espatrio, ai sensi dell’art. 6 della Legge 470/88.

Questo, come dicevo, è quello che dice la Legge (e, come sapete bene, è alla Legge che le Sedi consolari si devono attenere). La posso rassicurare sul fatto che non c’è nessuna confusione, da parte dei Consolati, tra i concetti di “schedario consolare” e “AIRE”: sono concetti che i nostri collaboratori utilizzano ogni giorno e che conosciamo tutti molto bene.

Detto questo, non si può a mio parere negare che la normativa sull’AIRE sia ormai datata (risale, appunto al 1988) e avrebbe probabilmente bisogno di essere attualizzata dal legislatore, perché, essendo stata concepita in un mondo estremamente diverso da quello di oggi (pensiamo solo all’evoluzione dei flussi di viaggio, ai progressi portati dalla libera circolazione delle persone, alla mobilità intraeuropea che si è sviluppata da allora), pone oggi delle problematiche in sede di attuazione non semplici da risolvere (ed è questo il motivo per cui nessuna delle nostre Sedi applica la normativa in maniera estremamente rigida, perché appunto c’è comprensione per il fatto che nel mondo di oggi non è sempre semplicissimo, per chi emigra, avere prospettive chiare sul proprio futuro). In proposito, consiglio la lettura del capitolo dedicato a questo tema nel “Rapporto italiani nel mondo 2018”, che immagino voi conosciate (sono le pagg. 170 e seguenti): mi sembra che spieghino la situazione in maniera estremamente chiara ed equilibrata.

Alcuni dei problemi sollevati nel vostro articolo sono senz’altro veri (penso ad esempio alla questione della carta d’identità elettronica, che ancora le nostre Sedi non possono rilasciare, nonostante il Ministero degli Affari Esteri ci stia lavorando da anni ormai; anche se a dire il vero a noi non risultano i problemi nel rilascio della carta d’identità cartacea presso i Comuni in Italia a cui fate riferimento). Altre questioni, come quella dell’applicazione dell’IMU agli iscritti AIRE, attengono ad una sfera prettamente politica: in questo caso, quindi, non siamo ovviamente noi l’interlocutore a cui rivolgersi (come ben sapete, noi applichiamo le leggi, non le modifichiamo). Sulla questione specifica, ricordo comunque per completezza che anche i connazionali che vivono in Italia sono tenuti a pagare l’IMU, se per qualsiasi motivo non dimorano nella casa di loro proprietà, anche se non possiedono altri immobili: la stessa “ingiustizia” riguarda cioè anche chi dalla Calabria si sposta a Milano per cercare lavoro, ad esempio, o in qualsiasi altra città in Italia.

Su altri punti, sono rimasta sinceramente stupita nel leggere le vostre critiche: l’introduzione del portale Fast It è, a nostro parere, un’innovazione importantissima, già ora estremamente utile e che in prospettiva renderà sempre più facile il rapporto dei connazionali con i Consolati, e mi è molto dispiaciuto che voi lo dipingiate come uno strumento dedicato soltanto a chi ha molti mezzi a disposizione. Dire che ci voglia un’attrezzatura complicata e costosa per usarlo è, semplicemente, falso: per farne uso basta anche un banalissimo smartphone che abbia una App per la scansione in pdf dei documenti (si scaricano del tutto gratuitamente e funzionano benissimo), ci tengo che i lettori lo sappiano.

Infine, l’ultima cosa che mi sta a cuore è ricordare che la copertura sanitaria garantita all’estero dalla tessera TEAM NON è (sottolineo NON è) completa, ma riguarda soltanto le prestazioni urgenti e necessarie. E’ bene che su questo si sia molto chiari, per evitare problemi ai connazionali che, a volte, non si iscrivono all’AIRE per non doversi assumere i costi della Krankenkasse, ma poi si accorgono che in alcune situazioni le prestazioni di cui hanno bisogno non sono coperte dall’ASL e non sanno come risolvere la questione.

Anche per quel che riguarda la tassazione, il tema in realtà è assai complesso ed articolato, e non si può a nostro parere dire semplicemente che l’iscrizione all’AIRE porti ai connazionali degli svantaggi: ad esempio, l’iscrizione è molto importante per evitare la doppia imposizione, e mi sembra importante sottolinearlo.

In conclusione: certamente la normativa sull’AIRE potrebbe essere rivista per adattarsi meglio alla realtà di oggi, come sostenete voi in diversi punti del vostro articolo. Detto questo, mi sembra importante ribadire (anche se avrei sperato che non ce ne fosse bisogno) due cose: la prima è che, finché una Legge dello Stato è in vigore, essa va rispettata (magari anche criticata fortemente, magari anche fatta oggetto di polemica politica, ma rispettata); la seconda è che è estremamente importante, su questioni di questa rilevanza, non semplificare: alcuni dei temi di cui si parla nel vostro articolo sono molto complessi, ed è importante che i connazionali ottengano informazioni precise e corrette. Tutte le Sedi consolari sono a disposizione del pubblico per fornirle”. CdI febbraio

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

Innanzitutto vi ringrazio. È impressionante come riusciamo a fare sentire la nostra protesta contro il taglio della rappresentanza degli italiani all'estero. Ne ho parlato in aula (QUI il mio intervento) raccontando come in tutta Europa e nel resto del mondo tante/i di voi, tante/i connazionali, si stiano mobilitando contro il taglio degli eletti all'estero. Per dire che questo è un modo per declassare gli italiani nel mondo a cittadini di serie B, zittendone la voce nelle istituzioni italiane.

 

Lega contro gli italiani all'estero, nel totale silenzio del Sottosegretario del Maie 

Il relatore Calderoli, in risposta ai nostri interventi, ha dichiarato che lui la rappresentanza per gli italiani nel mondo la eliminerebbe del tutto (potete sentirlo QUI). Non mi stupisce. Sono frasi vergognose, ma in fondo il Presidente leghista ha solo lasciato cadere la maschera. Lo sapevamo già che la Lega vuole abolire da tempo il diritto di voto agli italiani all'estero. Aveva proposte di legge in materia. Ma per noi non è il caso di mollare, anzi è il caso di reagire. (QUI la mia replica a Calderoli in Aula). Trattandosi di una riforma costituzionale, sono previsti diversi passaggi nelle due Camere parlamentari. Ecco perchè è il caso di serrare le fila. Dunque sensibilizzo tutte/i coloro che fossero interessati ad unirsi alla nostra battaglia a contattarmi all'indirizzo laura.garavini@senato.it proponendomi anche eventuali nuove iniziative di protesta, così da dare forza ai prossimi passaggi parlamentari della riforma.

 

Siamo davvero in tanti a prendere posizione

Il nostro dissenso contro il taglio della rappresentanza degli italiani all'estero si sta manifestando in modo vario e creativo. C'è chi scende in piazza, chi manda mail di protesta ai componenti della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Chi lancia e divulga una petizione on line. Sono tutte iniziative molto efficaci, di cui vi sono molto grata. Ringrazio tantissimo tutte/i coloro che ci stanno mettendo la faccia. Per esempio a Wolfsburg, dove Franco Garippo e Silvestro Gurrieri hanno organizzato una partecipata manifestazione davanti al Consolato. Come pure ringrazio i tanti che stanno scrivendo ai singoli colleghi della commissione di merito, denunciando questa ingiustizia. Le tante proteste impressionano molto i destinatari. E ci possono ancora aiutare ad indurre la maggioranza a togliere questa iniqua riduzione.

 

Già firmata la petizione?

Possiamo opporci al tentativo del Governo di tagliare la rappresentanza anche con due semplici clic sul computer. Grazie al professor Vito Gironda e ad altri settanta esponenti della società civile, che hanno lanciato la petizione on line 'Tuteliamo la voce e i diritti degli italiani nel mondo'. Nel giro di pochi giorni la petizione ha trovato grande seguito ed è stata sottoscritta da quasi 4.000 connazionali. Ieri insieme a Laura Parducci, ricercatrice all'Università di Uppsala, in concomitanza con l'inizio del provvedimento in aula, abbiamo depositato queste firme al Parlamento a nome di tutti gli aderenti, consegnandole simbolicamente al Presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato. Sarebbe molto utile se le adesioni crescessero ulteriormente. Chi ancora non ha firmato la petizione, può farlo cliccando QUI. Inoltre vi sarei molto riconoscente se poteste fare aderire anche amici, conoscenti, parenti. Maggiori dettagli sulla iniziativa li trovate in questo mio articolo su HuffPost Italia.

 

Positivo che antimafia sia al centro di un noto talk show della TV pubblica tedesca

Le mafie non hanno nazionalità. Non sono italiane. Nè si può sostenere l'equazione secondo cui i migranti sono mafiosi. Le mafie sono sempre più capaci di agire a livello internazionale e come tali vanno combattute. Mi batto per questo da oltre dieci anni. Ed è stata una soddisfazione quando, ospite di Maybrit Illner sulla ZDF per parlare di criminalità organizzata, la redazione ha scelto di introdurmi con le immagini della nascita di 'Mafia? Nein, Danke!' nel 2007. Potete rivedere la puntata QUI. Un dibattito che è stato molto seguito dalla stampa tedesca. Ad esempio dallo Spiegel in questo articolo.

 

Il Presidente Mattarella: una garanzia per le nostre istituzioni

Il Presidente della Repubblica è da sempre garante degli equilibri democratici di questo Paese. E lo è ancora di più in questa fase. Caratterizzata da continui attacchi alle istituzioni da parte di chi arriva a dire che il Parlamento è qualcosa di inutile. Cosa che ripetono spesso i vertici dei 5stelle. La visita del Presidente Mattarella in queste settimane in diversi paesi europei, tra cui la Germania, è una garanzia. Ed è stato importante incontrarlo a Berlino. Nel suo intervento Mattarella ha sottolineato il prezioso contributo degli italiani nel mondo. Una lungimiranza che dovrebbero prendere a modello tanti rappresentanti della maggioranza.

 

Lega e 5stelle contro gli italiani nel mondo

Purtroppo sono molteplici gli attacchi del Governo nei confronti degli italiani nel mondo. Ne ho parlato in un'intervista a Radio Colonia, che potete riascoltare QUI. Dopo i tagli previsti dalla Legge di Bilancio, ora i gialloverdi hanno deciso di escludere i connazionali all'estero anche dal reddito di cittadinanza, da quota100 e dalle misure per il reinserimento lavorativo. In sostanza, non c'è provvedimento dell'attuale Governo che non penalizzi gli italiani all'estero. Per Lega e 5stelle, gli italiani che vivono fuori dai confini nazionali non sono un valore per il Paese. Sono un qualcosa di cui disfarsi.

 

Il Governo tuteli gli italiani in Gran Bretagna

Anche se nessuno se lo augura, il rischio che in Gran Bretagna si arrivi ad un'uscita senza accordo dall'Unione Europea è sempre più grande. Questo significa che i nostri connazionali in Uk - oltre 600mila - potrebbero ritrovarsi senza coperture sociali e sanitarie. Improvvisamente catapultati nello status di cittadini extra comunitari, alla stregua di profughi nordafricani. Altri Paesi europei si sono dotati di leggi che li mettano in grado di prevedere misure straordinarie in caso di no-deal. E il nostro? Nessun tipo di intervento. In attesa di non si sa che cosa. Per questo ho interrogato il ministro per i rapporti europei Savona. Affinchè l'Italia si sbrighi a predisporre misure a tutela dei nostri concittadini. Perchè non possiamo lasciare gli italiani residenti in Gran Bretagna abbandonati a sè stessi.

 

Meno propaganda, più senso di responsabilità

L'Italia ha migliaia di militari impegnati in missioni internazionali. Donne e uomini che si impegnano in contesti difficili. Per sostenere il ritorno della pace e della democrazia. Non è ammissibile che i 5stelle mettano a rischio la loro sicurezza. Pur di sparare slogan da propaganda elettorale, per inseguire il loro nemico/amico Salvini. È quello che ha fatto la Ministra alla Difesa Trenta annunciando il ritiro dall'Afghanistan. Senza parlarne con il Ministro degli Esteri. Un annuncio irresponsabile. Le mie dichiarazioni in merito sul quotidiano La Stampa. On. Laura Garavini, de.it.press 7

 

 

 

La resa dei conti

 

Il deficit pubblico nazionale non è ancora nello standard UE. Sino allo scorso anno, Il Parlamento ha sempre approvato le linee “salva economia” dell’Esecutivo. Tutti i provvedimenti che contavano sono passati con la “fiducia”.

 

 Ora, il rigore, proprio perché coinvolge aspetti dell’equilibrio socio/economico, non sarà più lo stesso. Le speranze non sono diventate certezze. Neppure questo primo semestre 2019 sarà quello “buono” per l’economia della Penisola. La maggioranza degli italiani continuerà ad avere problemi. Le nuove generazioni dovranno affrontare situazioni che i loro padri credevano d’aver definitivamente risolto. Se prima gli italiani spendevano troppo e male,  ora spenderanno meno ed a ragion veduta. La mancanza di liquidità ci ha messo in riga; con seguiti preoccupanti per i redditi medio/bassi. Non a caso, l’indice di povertà è salito. Nonostante le promesse sul “reddito di cittadinanza”.

 

Il piatto continua a “piangere”. Ci sono nuove necessità da compensare e, di conseguenza, nuovi provvedimenti da individuare. Mentre si continua ad affermare che i “minimi” vitali non saranno scardinati, l’economia delle famiglie ha registrato un profondo rosso e la tendenza non appare migliorabile in tempi contenuti.

 

Del resto, giacché le “volpi” della politica italiana non ci sono più, anche per quest’anno, l’economia del Paese non rientrerà nei parametri fisiologici dell’Eurozona. Intanto, mentre gli italiani, che ancora possono, tirano avanti il regresso continua. Da anni, anche il dibattito amministrativo s’è arrestato. Ora, con questo Centro/Destra, la situazione non è, sostanzialmente, cambiata. Non osiamo, per ora, proporre ipotesi per i prossimi mesi. Da noi la fantapolitica è sempre realtà quotidiana. Tuttavia, se è la somma che fa il totale, i conti continuano a non quadrare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il dibattito al Senato sulla riforma costituzionale volta a ridurre il numero dei senatori e dei deputati

 

Le considerazioni del relatore Calderoli e le repliche dei senatori Parrini (Pd), Fantetti (Fi), Garavini (Pd) e Fazzolari (FdI)

 

ROMA – Con l’intervento del relatore Roberto Calderoli è subito entrato nel vivo il dibattito nell’Aula del Senato sulla riforma costituzionale che prevede la riduzione dei deputati e dei senatori compresi quelli della circoscrizione Estero.

Calderoli, dopo aver precisato che con questa riforma il numero di deputati passa da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200, ha spiegato come sia stata attuata sulla platea dei parlamentari eletti in Italia e all’estero una riduzione del 36,5 per cento. “Se esiste un problema, - ha affermato il relatore - non può essere riferito agli eletti all’estero, perché da dodici passano a otto alla Camera e al Senato da sei a quattro. Se tutti, a livello nazionale, si riducono del 36,5 per cento, per me la stessa riduzione deve essere applicata anche agli eletti all’estero”. Rispondendo a sollecitazioni giunte dall’Aula Calderoli ha poi rilevato “sono uno dei pochi che votarono contro la legge Tremaglia e, se fosse dipeso dalla mia volontà, gli eletti all’estero li avrei aboliti del tutto”. “A proposito degli italiani all'estero, - ha poi aggiunto il relatore -. mi ricordo che si diceva “no taxation without representation”, per me è: “no taxation, no representation”.

Durante il dibattito le considerazioni del relatore sugli eletti all’estero sono state criticate da Dario Parrini (Pd) che ha ricordato come Partito Democratico abbia presentato un emendamento all'articolo 1 della riforma contro la riduzione degli eletti all'estero. “Abbiamo spiegato ieri, - ha ricordato Parrini - sulla base di una petizione di migliaia di nostri concittadini che risiedono all’estero, le ragioni per cui, a fronte di un aumento degli iscritti all'AIRE che è stato negli anni molto forte, da 2.700.000 nel 2006 a quasi 4 milioni e mezzo oggi, perché riteniamo assurdo che si intervenga con un provvedimento come questo”.

Critico anche l’intervento del senatore Raffaele Fantetti (Fi), eletto nella ripartizione Europa, che nell’illustrare l’emendamento 1.2, di cui è cofirmatario, ha rilevato come il volume delle rimesse degli italiani all’estero sia stato nella storia e continui a essere molto rilevante ai fini del fisco italiano. “Così come faccio notare – ha proseguito Fantetti - che gli italiani all'estero sono gli unici che pagano l’IMU sulla prima casa: una discriminazione che esiste solo per noi. Quindi, se vogliamo parlare di entrate facciamolo. Se vogliamo parlare di cittadinanza possiamo farlo: ne abbiamo proposto la modifica dei criteri varie volte, ma non è questa la sede. Invece faccio notare al relatore un altro punto più politico: lo scorso marzo 2018 la forza politica che lei rappresenta si è presentata con noi di Forza Italia all’estero chiedendo la fiducia di centinaia di migliaia, milioni di italiani all’estero, ricevendola sulla base di un programma condiviso che credeva negli italiani all'estero. Quegli italiani ci hanno dato fiducia non per essere discriminati, annullati ed esautorati alla prima occasione che si presenta, come in questo caso”.

“ Lei fa riferimento al fatto- ha affermato la senatrice del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa,  rivolgendosi al relatore- che la proporzione tra eletti in Italia ed eletti all’estero dovrebbe essere la stessa, ma il combinato disposto di due elementi -  il fatto che già oggi ci sia una forte sproporzione tra l’elettorato che esprime un eletto in Italia e l’elettorato che esprime un eletto all'estero - fa sì che in realtà non ci sia affatto quella proporzione a cui lei fa riferimento”.

“Le cito di nuovo i dati. – ha continuato Laura Garavini  - Noi avremo - se questa riforma andrà in porto - il fatto che, da un elettore ogni 150.000 alla Camera, si passerà a uno ogni 700.000. Quindi c'è una sproporzione radicale. Al Senato, se per un parlamentare eletto in Italia serviranno 300.000 elettori, all’estero ne serviranno 1.400.000. Mi dice dov'è la proporzionalità?” Per quanto poi riguarda le considerazioni del relatore su “No taxation, no representation”, la Garavini ha aggiunto “Lei ha presente quanti nostri connazionali pagano le tasse, perché hanno anche un piccolo reddito in Italia, ad esempio nella misura in cui sono proprietari di un immobile in Italia? Quindi, senatore, questa è veramente un’ingiustizia enorme e mi auguro che questa maggioranza si renda conto di che cosa sta facendo”.

Da segnalare infine fra gli altri interventi anche quello di Giovanbattista Fazzolari  (FdI) che per quanto riguarda la legge Tremaglia sul voto all’estero ha affermato “Noi di Fratelli d’Italia rivendichiamo quell’eredità, rivendichiamo quella legge e siamo fieri che oggi, al Senato e alla Camera, ci siano dei rappresentanti dei nostri connazionali all’estero grazie a una battaglia di Tremaglia, che rivendichiamo e della quale andiamo orgogliosi”. Per quanto poi concerne la valutazione che non vi possa essere alcuna rappresentanza senza il pagamento delle tasse, Fazzolari ha sottolineato : “consideriamo nostri connazionali chi ha origini italiane, chi è di nazionalità italiana, a prescindere financo dalla cittadinanza che ha. Per noi il concetto di Nazione va oltre il concetto di confini nazionali”. (Inform 7)

 

 

 

 

Consegnata la petizione contro la riduzione dei deputati e senatori della circoscrizione Estero

 

ROMA – Nei giorni scorsi è stata consegnata al presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato una petizione, volta alla difesa dei diritti di rappresentanza dei connazionali residenti all’estero, firmata da intellettuali, professionisti, ricercatori e accademici italiani all’estero, che ha raccolto in pochi giorni oltre quattromila firme. Il Senato italiano ha infatti approvato in prima lettura una legge di riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari: si passerebbe da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato. Questa proposta prevede anche la riduzione del numero degli eletti nella Circoscrizione Estero, ossia dagli attuali diciotto parlamentari si scenderebbe a dodici: di questi, otto spetterebbero alla Camera e quattro al Senato.

Come illustrato nel corso della conferenza stampa, tenutasi nell’aula intitolata ai Caduti di Nassiriya di Palazzo Madama, se la riforma andasse in porto si avrebbero soltanto dodici parlamentari quale espressione di quattro ripartizioni elettorali vaste come interi continenti. A prendere la parola sono stati i senatori Laura Garavini e Dario Parrini del Partito Democratico, Raffaele Fantetti di Forza Italia, Gianclaudio Bressa del Gruppo per le Autonomie; il deputato Fabio Porta del Partito Democratico; la ricercatrice Laura Parducci dell’Università svedese di Uppsala, intervenuta a nome dei firmatari della petizione. Presenti in sala anche i senatori Francesca Alderisi di Forza Italia e Gregorio De Falco del Gruppo Misto; assente Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, che ha comunque dato la propria adesione alla petizione.

“Vivo in Svezia da oltre vent’anni e sono qui a nome dei promotori dell’appello, che vede tra i primi firmatari professori del calibro di Francesco Gironda e Adriano Aguzzi. Attraverso questo appello chiediamo che sia modificata la riforma costituzionale che prevede la riduzione dei parlamentari; noi, come italiani residenti all’estero, siamo particolarmente preoccupati dalla riduzione della quota dei parlamentari eletti per l’appunto nella circoscrizione Estero. Già adesso ci sentiamo sottorappresentati, considerando che i residenti all’estero sono aumentati del 56% negli ultimi anni mentre l’elettorato nazionale è rimasto pressoché stabile. Il rischio sarà quello di avere un solo senatore in rappresentanza di una circoscrizione ampia come l’Oceania, l’Asia e l’Africa. Si tratta di un’iniziativa trasversale, senza colore politico, promossa dalla società civile. Questa riforma lederebbe, dunque, a nostro avviso la rappresentanza degli italiani all’estero”, ha sottolineato la dottoressa Laura Parducci.

“E’ stata consegnata la sottoscrizione di quattromila firme: sono firme di nostri concittadini residenti all’estero, appartenenti a diverse categorie professionali, che chiedono la difesa del loro diritto ad essere rappresentati in Parlamento. Mentre stiamo tenendo questa conferenza stampa ci sono presidi di nostri connazionali davanti alle agenzie consolari in città come Wolfsburg, in Germania; segnalazioni di iniziative analoghe ci giungono anche dal Belgio e dalla Gran Bretagna”, ha commentato la senatrice Laura Garavini eletta nelle liste del Pd nella Circoscrizione Estero per l’Europa.  All’intervento di Garavini si è aggiunto quello di Dario Parrini, capogruppo del Pd in Commissione Affari Costituzionali. “Abbiamo appoggiato una petizione molto qualificata e fondata nel merito, che credo fosse difficile ignorare. Quando si presenta una riforma che incide profondamente sulla rappresentanza, occorre fare le cose senza superficialità e con grande attenzione agli effetti prodotti. In queste ore stiamo ricevendo lettere di persone comuni, iscritte all’Aire, che sono molto preoccupate. I nostri emendamenti sono pochi ma incisivi”, ha incalzato Parrini.

Nel corso della conferenza stampa in sostanza è stato evidenziato, nel caso passasse questa riforma, il rischio di avere un senatore eletto in Italia in rappresentanza di poco più di trecentomila abitanti, a fronte di un senatore eletto nella Circoscrizione Estero che dovrebbe rappresentare circa un milione e mezzo di iscritti all’Aire. “E’ una riforma sbagliata, a maggior ragione nella misura in cui indebolisce la rappresentanza lasciando inalterato il bicameralismo perfetto. Si tratta di un problema che colpisce comunque la rappresentanza nella sua generalità”, ha commentato Gianclaudio Bressa del Gruppo per le Autonomie in Commissione Affari costituzionali. Raffaele Fantetti, eletto nelle liste di Forza Italia nella Circoscrizione Estero per l’Europa, ha puntato l’accento su due aspetti: “i limiti politici che si avrebbero nella rappresentanza democratica – sottolineando che non può essere considerato democratico un Paese con il numero esiguo di parlamentari che deriverebbe dalla riforma – in aggiunta ai limiti di natura propriamente sociale, nella misura in cui non si rispecchia l’entità del fenomeno della nuova migrazione italiana”. Infine Fabio Porta,già deputato del Pd della ripartizione America Meridionale e attuale coordinatore del Pd in Sudamerica  ha evidenziato  “la qualità di chi ha firmato la petizione, trattandosi di esponenti di primissimo livello della società civile italiana all’estero”.

Simone Sperduto, Inform 10

 

 

 

Pensione Inps: negato l’aumento della minima ai residenti all’estero

 

Roma - "Totalmente disattese le promesse del governo gialloverde. Gli italiani all'estero trattati a pesci in faccia. In campagna elettorale Lega e 5 stelle promettevano: "La pensione minima aumenterà a 780 euro per tutti".  Ma da speranza si è trasformata in una spiacevole illusione per i nostri connazionali all'estero ai quali invece la pensione minima non verrà aumentata.

Infatti l'aumento della pensione minima a 780 euro previsto da questo Governo – che sarebbe stato un toccasana per tante famiglie in stato di povertà - non solo è stato subordinato ai redditi ma anche alla residenza in Italia: almeno 10 anni in totale di cui 2 consecutivi e immediatamente precedenti la presentazione della domanda. Esclusi quindi tutti i pensionati dell'Inps residenti all'estero, che potenzialmente avrebbero potuto aver diritto all'aumento perché poveri, per il semplice motivo che non possono ovviamente far valere i due anni consecutivi di residenza in Italia immediatamente prima della presentazione della domanda.

Sono circa 38.000 le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali pagate all'estero dall'Inps. Il trattamento minimo della pensione – che quest'anno sarà pari a 513 euro per coloro che ne hanno diritto – è ancora pagabile all'estero nei Paesi extracomunitari, mentre non è più esportabile ed erogabile nell'Unione europea. Si ricorda che la pensione minima è quello strumento economico – previsto dalla legge n. 638/1983 – con il quale vengono aiutati quei pensionati con un trattamento pensionistico non sufficiente a garantire loro una vita dignitosa. Per migliaia di nostri pensionati residenti all'estero la pensione minima, concreto e unico mezzo di sostentamento, è comunque subordinata ai redditi familiari e all'importo della pensione estera.

Certamente si può sostenere che la pensione di cittadinanza di 780 euro è una prestazione assistenziale di integrazione del reddito familiare e non dell'assegno pensionistico. Ma allora "l'eliminazione della povertà", di cui parla il vice-premier Di Maio, è un concetto che vale solo per gli italiani residenti in Italia oppure, come affermato recentemente con tanta magniloquenza dal Sottosegretario Ricardo Merlo "non c'è differenza tra italiani in Italia e italiani all'estero". A noi sembra che per questo Governo la differenza c'è, eccome". Lo dichiarano i parlamentari PD eletti in Europa, Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro, a commento del provvedimento del Governo sul reddito di cittadinanza e pensioni. De.it.press 15

 

 

 

 

La dignità

 

La realtà dei Connazionali all’estero non è mai stata tanto lontana da quella dei residenti nel Bel Paese. Se ne sono accorti tutti. A parer nostro, manca ancora la volontà per un dialogo utile che tenga in maggior considerazione i problemi di chi, italiano, vive e lavora lontano dalla Penisola. Ma era proprio necessario aprire con questa premessa? Se lo abbiamo fatto, riteniamo proprio di sì. Con l’assicurazione, per chi legge, di trovare notizie fuori dagli schemi abituali. C’è, a ben osservare, ancora uno spazio che ha da essere razionalmente riempito. Colmato di fatti. Di promesse i Connazionali all’estero ne hanno avute anche troppe.

I diritti dei nostri Migranti non sono mai stati al centro del dibattito politico nazionale. Per gli italiani non residenti, dopo tanto contendere, i politici hanno partorito, la Legge 459/2001 che, con gli anni, pur evidenziando mancanze, non è stata più rivisitata se non con la “trovata” del “Rosatellum”. Lo stesso Associazionismo, che vedevamo come un mezzo di coesione sociale e di democratico confronto, è diminuito senza prospettare qualcosa di veramente originale; soprattutto nell’evidenziare il mancato buon fine dei pochi diritti che gli italiani d’oltre confine hanno, da sempre, rivendicato.

Consci di un vuoto realistico da colmare, non ci siamo mai schierati con i politici, di ieri e di oggi, che considerano i Connazionali nel mondo solo al momento del voto. Il nostro convincimento ha origini differenti. La nostra Comunità all’estero ha una dignità che può essere garantita. Ora il confronto si può aprire. Gli argomenti non mancheranno. C’è solo da auspicare che i potenziali interlocutori non trascurino l’occasione per farsi sentire nel modo opportuno. Indipendentemente dai risultati delle prossime consultazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

In diminuzione in Italia popolazione e nascite. Continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni

 

ROMA - Al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno sull’anno precedente (-1,5 per mille).

La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e rappresentano l’8,7% della popolazione totale.

Nel 2018 si conteggiano 449mila nascite, ossia 9mila in meno del precedente minimo registrato nel 2017. Rispetto al 2008 risultano 128mila nati in meno.

I decessi sono 636mila, 13mila in meno del 2017. In rapporto al numero di residenti, nel 2018 sono deceduti 10,5 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2017.

Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187mila), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191mila).

Il saldo migratorio con l’estero, positivo per 190mila unità, registra un lieve incremento sull’anno precedente, quando risultò pari a +188mila. Aumentano sia le immigrazioni, pari a 349mila (+1,7%), sia le emigrazioni, 160mila (+3,1%).

I flussi in ingresso, perlopiù dovuti a cittadini stranieri (302mila), hanno toccato il livello più alto degli ultimi sei anni. Solo 40mila emigrazioni per l’estero, su complessive 160mila, coinvolgono cittadini stranieri.

Tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni. Nel 2018 risultano, infatti, 47mila rimpatri e 120mila espatri.

Il numero medio di figli per donna (1,32) risulta invariato rispetto all’anno precedente. L’età media al parto continua a crescere, toccando per la prima volta la soglia dei 32 anni.

La fecondità misurata lungo le varie generazioni femminili, anziché per anni di calendario, non ha mai smesso di calare. Tra le donne nate nel 1940 e quelle del 1968 la fecondità diminuisce con regolarità da 2,16 a 1,53 figli.

Nel 2018 si registra un nuovo aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 sul 2017) mentre per le donne è di 85,2 anni (+0,3). (Inform/dip)

 

 

 

 

Il redito di cittadinanza per i residenti all’estero

 

Sulle complesse implicazioni del reddito di cittadinanza sia per i residenti in Italia che all’estero e in vista del passaggio parlamentare, durante il quale presenterò atti formali, ho sottoposto al Ministro del Lavoro un’interrogazione a risposta immediata in Commissione Affari Sociali nella quale ho chiesto di chiarire le dimensioni quantitative dei beneficiari e la sorte che toccherà agli italiani all’estero e, in Italia, ai senza tetto.

 

Nella mia interrogazione, in particolare, ho chiesto di chiarire la forte differenza sulla valutazione dei possibili beneficiari tra le affermazioni del Ministro, che li calcola intorno ai cinque milioni, la valutazione tecnica degli uffici della Camera, che parla di 3,7 milioni, e le previsioni di INPS e ISTAT che non superano i 2,5 milioni.

 

Nella definizione della platea, inoltre, ho chiesto verbalmente al rappresentante del governo come mai dal provvedimento fossero esclusi gli italiani all’estero iscritti AIRE per via dei dieci anni di residenza richiesti, di cui gli ultimi due in via continuativa, nonostante il gran parlare che le forze di governo in passato hanno fatto sul rientro degli italiani espatriati. 

 

Ho anche sottolineato la negatività dell’esclusione dei più poveri dei poveri – i senza tetto –, molti dei quali non hanno la residenza.

 

Nella sua risposta, il Sottosegretario Durigon si è soffermato unicamente nel descrivere le metodologie seguite per il calcolo del numero dei possibili beneficiari, ribadendo i criteri della relazione di accompagnamento e sostanzialmente respingendo le valutazioni di interlocutori, pur autorevoli e credibili, quali il Presidente dell’INPS Boeri e gli esperti dell’ISTAT.

 

Insomma, il governo ha imboccato una strada senza ritorno e non vuol sentire altre ragioni, sia pure fondate.  

Nessuna risposta, invece, alle mie sollecitazioni ad affrontare gli aspetti del rapporto con gli italiani all’estero e dell’inclusione dei “senza tetto”. 

Insomma, anche per questa strada si conferma la totale lontananza di questo governo e di questa maggioranza rispetto al nostro mondo e a tutti coloro che speravano, dopo una permanenza all’estero, di potersi reinserire nel circuito lavorativo che viene ipotizzato nel decreto sul reddito di cittadinanza.

On. Angela Schirò, dip 8

 

 

 

 

Camera. Prima riunione del Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese

 

Il presidente Simone Billi annuncia alcuni temi che potranno essere al centro dei lavori del Comitato. Tra essi, il voto all'estero, la promozione di lingua e cultura italiana, il potenziamento della rete consolare e il monitoraggio sulla normativa per il contro-esodo

 

ROMA – Si è riunito ieri il neo costituito Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati. In agenda le comunicazioni del presidente, Simone Billi (Lega, ripartizione Europa), che sottolinea in primo luogo la sua soddisfazione e gratitudine per il riconoscimento derivante dalla sua elezione per consenso unanime a presidente del Comitato.

Aggiunge poi di volere esercitare tale carica in un'ottica di “rafforzamento della rappresentanza dei connazionali all'estero e di dialogo aperto e costante con le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, impegnate con grande dedizione sulle tematiche riguardanti le comunità di italiani all'estero e la promozione del Sistema Paese”.

“Il Comitato, come da prassi radicata, avvierà la propria attività inaugurando il dialogo interistituzionale con i Sottosegretari agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale di riferimento, nonché con la Direzione generale della Farnesina per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie – afferma il presidente, che dà il benvenuto anche ai colleghi eletti all'estero che sono componenti di Commissioni diverse dalla Commissione Esteri ed esprime l'auspicio di potere contare sul loro apporto anche per i lavori futuri.

Il Comitato sarà inoltre chiamato “ad interagire proficuamente con gli organismi della rappresentanza all'estero, il Cgie e i Comites, impegnati in questo periodo soprattutto nel dibattito su possibili evoluzioni della normativa in tema di voto all'estero – ricorda Billi, ribadendo come essa sia “una questione di evidente interesse” che “il Comitato cercherà di seguire nei limiti della proprie competenze”.

Altri argomenti di interesse richiamati dal presidente sono la promozione e l'insegnamento della lingua e cultura italiana nel mondo, “cui si connette l'esigenza di promuovere la razionalizzazione e l'efficienza dei cosiddetti enti gestori – ricorda Billi; le “cifre assai allarmanti sugli espatri dei cittadini italiani verso l'estero”, tema cui potrebbe essere legata anche “un'attività di monitoraggio alla normativa vigente in tema di incentivi al cosiddetto rientro dei cervelli” che il Comitato potrà svolgere; il miglioramento della qualità comunicativa tra pubblica amministrazione e iscritti all'Aire; il riconoscimento reciproco dei titoli e delle esperienze professionali maturate all'estero e in Italia; il potenziamento della rete consolare, “anche nella prospettiva di apertura di nuove sedi”; la tutela del patrimonio immobiliare all'estero e la promozione del made in Italy.

In vista del rinnovo di Cgie e Comites previsto per l'anno prossimo, Elisa Siragusa (M5S, ripartizione Europa) interviene per evidenziare l'opportunità di avviare la riflessione sulla riforma di tali organismi, al fine di “renderli più adeguati alle esigenze delle comunità degli italiani all'estero”.

Non essendovi altri interventi, il presidente dichiara concluse le sue comunicazioni sull'avvio dei lavori del Comitato. (Inform 14)

 

 

 

 

Il nostro messaggio

 

Gli italiani all’estero sono una realtà socio/politica. Tanto importante da non poter essere trascurata.

 La loro rappresentatività in Patria dovrebbe essere portata alla ribalta parlamentare in modo differente.

 Il “rimandare” ci preoccupa e non poco. Mentre torniamo a sollecitare il varo di una nuova rappresentatività per chi vive lontano dal Bel Paese, chiediamo chiarezza. Non intendiamo polemizzare, ma domandiamo di evidenziare le “competenze”.

Manca ancora il progetto di un Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo (UPSIM); indipendente dal MAECI e referente la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Insomma, senza ancora tergiversare, questo Parlamento, potrebbe prendesi carico, almeno, di una proposta di legge per superare le incerte posizioni degli italiani che vivono altrove.

Invece, nonostante tante oggettive riflessioni, il problema resta inconcluso. Nessuno ne tratta. La struttura che immaginiamo dovrebbe garantire il diritto di parere obbligatorio nei confronti dei provvedimenti normativi che possano coinvolgere i Connazionali all’estero. Con l’introduzione, tra l’altro, del voto elettronico.

Torniamo, di conseguenza, a domandare chiarezza per evitare, poi, le consuete interpretazioni restrittive di comodo. Per questi motivi, restiamo, saldamente, sulle posizioni che già avevamo manifestato in passato e che sono ben note.

Dopo il varo di questo Esecutivo di Centro/Destra restiamo disponibili a un confronto con chi intende contribuire a un progetto, migliorativo, che interessa milioni d’italiani nel mondo. A questo punto, il “silenzio” non ha più significato. Quelle che tentiamo di trovare sono proposte operative.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Taglio eletti all'estero, intellettuali contro. Consegnato l'appello in Commissione al Senato

 

Roma - Una riforma che punta a togliere voce e diritti agli italiani all'estero. È quanto denunciato oggi in conferenza stampa dai promotori dell'appello 'Tuteliamo la voce e i diritti degli italiani nel mondo', petizione lanciata da oltre settanta intellettuali, scienziati e imprenditori che ha raccolto in poche ore migliaia di firme. Adesioni consegnate simbolicamente oggi alla Commissione Affari Costituzionali del Senato dalla ricercatrice e docente dell'Università di Uppsala, in Svezia, Laura Parducci, a nome di tutti i sottoscrittori. Che ha poi incontrato la stampa insieme ai Senatori PD Laura Garavini e Dario Parrini.

"Come società civile, abbiamo sentito il dovere di mobilitarci contro quello che rappresenterebbe un atto di miopia, oltre che di ingiustizia, nei confronti dei connazionali nel mondo - ha spiegato Laura Parducci -. In un momento storico caratterizzato dall'incremento del numero degli italiani che decidono di espatriare, tra i quali tante eccellenze, sminuire la loro rappresentanza parlamentare significa indebolire la loro voce. Confidiamo che la Commissione Affari Costituzionali, che oggi ci ha ricevuto, dimostri altrettanta disponibilità all'atto pratico. Quando si tratterà di accogliere il nostro appello e bloccare la parte della riforma che prevede la diminuzione degli eletti all'estero".

"La mobilitazione civile contro questa riforma - ha dichiarato la Senatrice Garavini - dimostra come il tema sia sentito dagli elettori. Che lo rivendicano come proprio, muovendosi in prima persona contro quello che è un vero e proprio sopruso. E che non si tratta di una rivendicazione esclusivamente politica, come afferma la maggioranza. Che vorrebbe far passare questa come una riforma 'anticasta', quando invece è soltanto un attacco al diritto di rappresentanza. L'intento evidente è sminuire la portata del voto estero".

"Il Partito Democratico vede da sempre negli italiani nel mondo una risorsa preziosa - ha aggiunto il Senatore Parrini, capogruppo PD in Commissione -. Ci uniamo convintamente a questo appello, del quale mi faccio portavoce. Stiamo lavorando proprio per fare in modo che la maggioranza dimostri altrettanta sensibilità al tema". La petizione, lanciata solo qualche giorno fa dal professor Vito Gironda, docente di storia politica e sociale delle società moderne a Bielefeld, ? stata sottoscritta da migliaia di intellettuali in tutto il mondo nel giro di pochi giorni. Sen. Laura Garavini dip 5

Vicepresidente "Aumentano le mobilitazioni dei connazionali nel mondo. Che, nelle stesse ore in cui il Parlamento discute del taglio proposto agli eletti all'estero, fanno sentire la loro voce contraria. Non posso che esprimere tutto il mio sostegno ai tanti italiani che proprio in questo momento stanno manifestando davanti l'agenzia consolare di Wolfsburg, in Germania. La loro determinazione nel difendere i propri diritti è esemplificativa di quanto gli elettori siano consapevoli dell'importanza delle istituzioni. Questo presidio spontaneo si unisce alle altre proteste pacifiche messe in campo dai nostri connazionali. La drastica riduzione della rappresentanza estera, nelle intenzioni di questa maggioranza, viene avvertita come uno schiaffo da chi vive all'estero". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa.  Dip 5

 

 

 

 

Una mozione sul contributo degli italiani all'estero alla ripresa e allo sviluppo del Mezzogiorno

 

ROMA – Una mozione “sul contributo che gli emigrati italiani e meridionali possono dare alla ripresa del Sud, soprattutto delle aree interne, le più deprivate”, è stata presentata alla Camera dei deputati dall’on. Francesca La Marca (Pd) , eletta nella circoscrizione Estero-ripartizione Nord e Centro America. La mozione, firmata anche dall’on. Stefania Pezzopane (Pd), è stata sottoscritta da altri novanta colleghi di diversi gruppi parlamentari e dovrà essere calendarizzata e discussa in Aula nelle prossime settimane, fa sapere La Marca.

La deputata eletta dagli italiani all’estero motiva la decisione di presentare la mozione . “Il Mezzogiorno d’Italia ha dato al mondo milioni di emigrati, in ogni continente, e ancora oggi partono da questa terra centinaia di migliaia di persone in cerca di lavoro, diritti, opportunità di realizzazione professionale e umana. Nello stesso tempo, è la parte della società italiana che ha subito più acutamente le conseguenze della crisi degli ultimi anni e rischia di pagare il prezzo più alto della stagnazione che si profila a livello nazionale e internazionale. Lo dicono le differenze di produttività, di reddito, di livelli di qualità dei servizi, a partire dalla sanità. La caduta demografica, poi, dovuta alla diminuzione delle nascite e alla ripresa dell’emigrazione, rappresenta un fattore di indebolimento e regressione che rischia di svuotare le regioni meridionali. Eppure questa terra possiede risorse straordinarie - umane, ambientali, produttive, storiche, culturali, turistiche, alimentari – che potrebbero essere la base di un serio rilancio e di un nuovo tipo di sviluppo, purché sospinto da forze economiche adeguate e fecondato da convinzione, progettualità e determinazione. A fronte di questa preoccupante situazione, spesso si dimentica che l’Italia, al di fuori dei suoi confini, ha un retroterra di straordinario valore, milioni di persone che fanno parte ormai delle classi dirigenti di tanti Paesi e che hanno un ruolo di protagonisti in tanti settori vitali”.

Queste le ragioni della mozione. L’on. La Marca auspica ora che “lo spirito di responsabilità e di solidarietà verso queste aree del Paese prevalga, unitariamente, sullo spirito di appartenenza e di parte”. (Inform 8)

 

 

 

Presentato a Roma il docufilm sull’emigrazione italiana “Italia addio, non tornerò”

 

ROMA – E’ stato presentato a Roma nella sala Nilde Iotti della Camera dei Deputati, il docufilm “Italia addio, non tornerò”: prodotto dalla Fondazione “Paolo Cresci” di Lucca e curato dalla giornalista Barbara Pavarotti, esso raccoglie, in circa cinquanta minuti, la testimonianza diretta e toccante di tanti giovani italiani che sono espatriati in cerca di fortuna in altri Paesi europei, negli Stati Uniti e in Australia. Presenti all’evento vari rappresentanti del Partito Democratico, come i deputati e senatori Massimo Ungaro, Angela Schirò, Laura Garavini, Andrea Marcucci, Simona Flavia Malpezzi e il già deputato Fabio Porta. Alla visione del documentario è seguito un dibattito, al quale sono intervenuti anche rappresentanti degli organi di stampa di settore: Giuseppe Della Noce e Maria Ferrante, rispettivamente direttori di Aise e Italian Network, ed Eleonora Bianchini, che cura per Il Fatto Quotidiano la rubrica “Cervelli in fuga” dedicata ai cosiddetti “expat”; sono intervenuti quindi il presidente di Idos, Luca Di Sciullo, la sociologa Brunella Rallo, fondatrice del blog “Mamme dei cervelli in fuga”, e il direttore generale della Fondirigenti “Giuseppe Taliercio”, Costanza Patti.

“Dedicato ad ogni italiano partito ieri, in partenza oggi o che partirà domani. Possa il suo destino essere giusto, forte, dolce”, con questa dedica si apre il docufilm che pone in evidenza come l’emigrazione italiana sia tornata ai livelli del secondo dopoguerra portando l’Italia tra le prime otto posizioni al mondo quale Paese di emigrati; tuttavia, a differenza degli emigrati di un tempo, pochi tra quelli di oggi sono intenzionati a ritornare. Immagini in bianco e nero di italiani con la tristemente nota valigia di cartone, in attesa di imbarcarsi su una nave, si sovrappongono alle odierne strade sovrastate da grattacieli e vetrine illuminate a Londra o in una delle grandi metropoli statunitensi. “Domani, domani ce ne andiamo via!”, canta Massimo Priviero che ha composto la colonna sonora del documentario e dedicato un album proprio al tema dell’emigrazione: l’artista non ha risparmiato critiche forti al mondo della politica durante il dibattito. “Mentre guardavo il documentario ho pensato anch’io a quante offerte abbia avuto per andare all’estero”, ha commentato con amarezza il catautore. Tra i giovani, e meno giovani, intervistati nel docufilm ci sono persone che hanno lasciato l’Italia per cercare altrove condizioni di vita quantomeno dignitose: c’è chi è riuscito ad aprirsi un’attività di ristorazione in Australia e chi è riuscito a diventare manager a Londra. Nelle loro parole di emigrati è ricorrente il concetto di “volere uguale potere”, lì dove a contare è solamente la meritocrazia e non l’avere le giuste conoscenze. La curatrice Barbara Pavarotti ha sottolineato come per questi giovani intervistati il dover emigrare non sia solamente figlio di un problema politico bensì di mentalità. “Non spetta solo alla politica cambiare le cose. Della situazione attuale dovremmo anche incolpare la nostra generazione: quella generazione che voleva cambiare il mondo e fare la rivoluzione, ma che invece ha ridotto il mondo a un inferno”, ha puntualizzato la giornalista.

 

Alessandro Bianchini, presidente della Fondazione “Paolo Cresci” per la storia dell’emigrazione italiana, ha brevemente illustrato l’attività della fondazione con sede a Lucca: essa vanta un patrimonio unico in Italia e in Europa sul tema della migrazione, con una raccolta straordinaria di documenti, fotografie e cimeli. “Il problema della migrazione non è stato purtroppo seguito negli anni come avrebbe dovuto: oggi ci rendiamo conto che esiste una sorta di seconda Italia al di fuori dei confini nazionali. Dall’800 ad oggi sono espatriati circa 26 milioni di connazionali”, ha evidenziato Bianchini.  Il presidente di Idos, Luca Di Sciullo, ha quindi illustrato dei dati statistici per far comprendere l’ampiezza del fenomeno. “Non parliamo di un qualcosa di drammatico solo per le cifre riguardanti le persone in uscita dal nostro Paese, ma anche per il cosiddetto saldo naturale tra natalità e mortalità, che negli ultimi due anni è stato negativo. Oggi gli ultra sessantacinquenni rappresentano un quarto della popolazione italiana, a fronte di un calo di residenti che nel 2017 ha toccato la soglia delle duecentomila unità: perdiamo in sostanza circa un milione d’italiani ogni triennio, benché ci siano decine di migliaia di acquisizioni di cittadinanza da parte degli stranieri residenti nel nostro Paese. Per il 2018 l’Istat ci informa che le cancellazioni anagrafiche, dovute al trasferimento all’estero, sono state centosessantamila; di poco inferiore la cifra nel 2017. Tuttavia, poiché non c’è alcun obbligo di legge per la cancellazione anagrafica, è lecito supporre che non sia neanche tanto irrealistico moltiplicare i numeri ufficiali per due”, ha precisato Di Sciullo.

Brunella Rallo, fondatrice del blog “Mamme dei cervelli in fuga” seguito ormai da ottomila famiglie, ha parlato di “rabbia verso un sistema etico e non solo politico; ma l’avventura all’estero dei figli deve essere vista come un’esperienza da poter condividere per i genitori”. Anche la direttrice di Italian Network, Maria Ferrante, ha evidenziato come dal docufilm “sia venuta fuori una valorizzazione della mobilitazione giovanile, sia in termini di formazione che di vita: d’altronde la nostra Europa punta proprio su questa ricchezza”. Giuseppe Della Noce, direttore dell’agenzia stampa Aise, ha spiegato la differenza tra la mobilità di ieri e quella di oggi. “Ieri avevamo le file interminabili a Ellis Island per i nostri migranti in attesa di entrare negli States; oggi i nostri ragazzi possono giocarsi liberamente le loro carte e le loro competenze. Esportiamo gente di valore, ma occorre cambiare comunque il clima in Italia dove manca la competizione”. Su questo aspetto si è aggiunta la giornalista Eleonora Bianchini de Il Fatto Quotidiano, che ha suggerito “la necessità di una maggiore brain circulation e di una maggiore attrattiva per il nostro Paese”. Costanza Patti della Fondirigenti ha parlato dell’interessante progetto D-20 Leader, con un budget di 2 milioni di euro messo a disposizione della fondazione da lei diretta e destinato a cento giovani meritevoli under 30.

 

“Ho voluto ospitare questo evento alla Camera perché ritengo essenziale, nell’ambito del mio impegno politico, restituire dignità ed opportunità ai nostri giovani sia in Italia che all’estero. Partendo da principi come competenza, competitività e meritocrazia, non mancano anche da noi le possibilità per permettere ai giovani di stabilizzarsi, purché si migliorino le politiche per il lavoro e per la formazione”, ha commentato in una nota il deputato del Pd Massimo Ungaro, eletto nella ripartizione Europa, sottolineando anche il problema degli investimenti nella ricerca e nell’istruzione, a fronte di un calo preoccupante nelle immatricolazioni. Nel corso del dibattito La senatrice Laura Garavini (Pd), eletta nella ripartizione Europa, ha invitato a non generalizzare mai nelle critiche rivolte alla politica. “Bisogna prestare attenzione a non avere atteggiamenti che creano solo un clima distruttivo: esattamente quel clima che questi ragazzi nel docufilm lamentano… qui oggi è stato portato questo documentario che ha dato voce in modo puntuale alle motivazioni di questi giovani emigrati. Io stessa ho fatto la scelta trent’anni fa di partire: reputo che si faccia bene ad andare all’estero, nella misura in cui si creano giovani più responsabili ed emancipati”, ha sottolineato Garavini. Anche il senatore Pd Andrea Marcucci, ha parlato di un giusto interesse dei nostri giovani verso una società sempre più globalizzata: “E’ bello fare delle esperienze all’estero, purché però ci siano il desiderio e l’opportunità di poter rientrare nel proprio Paese”, ha commentato il senatore che ha avuto in passato diversi familiari emigrati a Chicago e divenuti poi imprenditori. Per la deputata Pd Angela Schirò, eletta nella ripartizione Europa e nata e cresciuta in Germania, è di fondamentale importanza l’attenzione sempre più massiccia riservata al tema dell’emigrazione italiana. “Mi viene spesso chiesto se ami di più l’Italia o la Germania o se mi senta di più italiana o tedesca: credo che oggi si possa tranquillamente avere delle radici doppie e sentirsi egualmente parte di due entità culturali”, ha spiegato Schirò. La senatrice Pd Simona Flavia Malpezzi ha infine precisato la positività del sentirsi cittadini europei per i nostri ragazzi, ma alla condizione di sentirsi altrettanto liberi di tornare in Patria. Simone Sperduto, Inform 13

 

 

 

 

Strategie UE

 

Sono cambiati i tempi economici dell’Unione Europea, più che le politiche Comunitarie. Intanto, e il segnale è forte, il PPE (Partito Popolare Europeo) non vede chiaro sulla manovra di questo Esecutivo di Centro/Destra che ha già destato parecchie perplessità nel Paese.

Con l’accoppiata Renzi /Di Maio sembra che l’Italia non abbia bisogno di lezioni da nessuno. Il concetto, in generale, è chiaro: se il Paese non ha parametri di crescita economica confrontabili con gli altri Stati UE, l’Italia potrebbe essere sanzionata. Del resto, neppure il nostro Primo Ministro sembra essere nelle condizioni di dare più di quanto la situazione nazionale gli consente. Da noi si usano termini socio/politici che nel resto dell’Unione non sono d’impiego corrente.

Dato che navighiamo su una “barca” comune, a pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, sarebbe opportuno fare “chiarezza” interna. I contrasti, che ci sono, non dovrebbero però, essere trasferiti a livello Comunitario. Sarebbe una mossa che ci costerebbe l’affidabilità.

Certo è che i concetti dell’attuale Esecutivo per riavviare la ripresa economica interna e la coerenza politica non sono tanto chiari. Del resto, ma lo abbiamo sempre scritto: c’è una realtà nazionale che non ha da essere confusa con quella dell’UE. Certi problemi interni hanno da restare tali. Anche la cooperazione ha dei limiti che, a nostro avviso, non dovrebbero essere superati. La stessa linea di “rigore”, che sembra trovare accoglienza in buona parte del Consiglio di Strasburgo, ci ha persuaso.

Da noi, a torto o a ragione, c’è una situazione politica che, pur se in fase evolutiva, appare complessa e non proprio paragonabile con quella degli altri Paesi dell’Unione. Soprattutto di quelli che si possono considerare tra i ”fondatori” della Grande Europa. Altre sensazioni preferiamo tenerle “in pectore” per verificarne, poi, l’effettiva consistenza. Certo è che l’attuale politica dello Stivale potrebbe giocare a nostro sfavore a livello Comunitario. Intanto, gli uomini di partito si stanno preparando all’imminente campagna elettorale.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Berlino, l'Italia brilla in un festival che non convince

 

I primi film internazionali, quello di apertura di Lone Sherfig, la storia violenta di Fatih Akin non convincono. In questo quadro i nostri film stanno facendo bella figura aspettando 'La paranza dei bambini' e grazie al piccolo gioiello 'Dafne' - dalla inviata Arianna Finos

 

L'Italia risplende in questa Berlinale che fa acqua non solo in senso meterologico, iniziata con la solidarietà sentimentale di Lone Sherfig (The kindness of strangers) accolta tiepidamente dai critici, e poi gelata dall'ultraviolenza fetida di Fatih Akin con il suo serial killer amburghese in The golden gloves: anziane prostitute violate e fatte a pezzi con dovizia di dettagli. Dopo la bella prova firmata da Agostino Ferrente, Selfie, con protagonisti due ragazzi del Rione Trainno che lottano per una vita fuori dalla Camorra, ecco Dafne di Federico Bondi, ancora nella sezione Panorama, con protagonista una giovane donna Down in una storia on the road tra un padre e una figlia.

 

L’ultima edizione dello storico direttore Dieter Kosslick – che nei 18 anni di guida ha rilanciato la rassegna mescolando glamour e impegno politico, ospitando i Rolling Stones e consegnando l’Orso d’oro a Fuocoammare – in questi primi giorni è piuttosto sotto tono. Il giudizio più basso dei critici - riuniti dall’edizione festivaliera di Screen – va proprio al film d’apertura, The kindness of strangers, che doveva invece aprire gioiosamente il via alla carica di sette registe donne e all'elenco di dive tra cui Diane Kruger, Tilda Swinton e la presidentessa Juliette Binoche. La storia corale di soliderietà intrecciate con Zoe Kazan in un ristorante a New York totalizza, 1,6. il punteggio più basso. Quello più alto spetta al film mongolo Indon di Wang Quan’an. Straordinari paesaggi e pochissimi dialoghi, un poliziotto mandato a vegliare il cadavere di una donna e la mandriana che lo accompagna, il ritratto di una donna che resta: 2,8.

 

Convince anche François Ozon con il suo film Grace a dieu, Grazie a dio, che racconta della battaglia contro la pedofilia, attualissima in Francia dove è in corso uno scontro giudiziario, tra le vittime del prelato Bernard Preynat, all’epoca bambini, coperto dall’omertà dell’arcivescovo di Lione Barbarin: 2,4. Divide il film di Fatih Akin, regista turcotedesco di Amburgo che consegna la storia del serial killer Fritz Honka in un film che s’apre sul corpo senza vita di una delle sue vittime, segue una scena in cui prima cerca di infilare il corpo in un sacco e portarlo via, poi, intercettato da una bambina, torna indietro e lo fa a pezzi. Per stomaci decisamente forti. Il fatto che sia una storia vera e che dietro ci sia un’ambientazione sociale – c’è l’affresco del locale Il guanto d’oro, radune di sbandati, ex nazisti, prostitute, alcolizzati espulsi dal sistema virtuoso della rinascita tedesca – non allontana l’idea di un’operazione di discesa nell’abiezione visivamente compiaciuta. Completano le pagelle System Crasher, della tedesca Nora Fingschedt su una ragazzina che rifiuta di farsi adottare da qualunque famiglia perché in realtà vorrebbe stare con la madre inadeguata e per questo mette in crisi con i suoi comportamenti il “sistema” tedesco (1,9) e The ground beneath my feeth dell’austriaca Marie Kreutzer (2,3).

 

Il regista di Dafne definisce il film "una commedia drammatica che non cerca di trasformare la disabilità in intrattentimento". Già perché la protagonista, Carolina Raspanti, è una giovane donna con la sindrome di Down. "Carolina è Dafne, la mia fonte di ispirazione mentre giravo". Trentaquatrenne di Lugo, Romagna, Carolina Raspanti ha un carattere e un’energia che investono il film e l’interlocutore. Dopo il diploma è stata assunta all’Ipercoop di Lugo, ha scritto due libri autobiografici che ha presentato in giro per l’Italia, Questa è la mia vita e Incontrarsi e riconoscersi: ecco il mondo di Carolina. "Durante il tour per i libri, ero in Calabria, sono finita sul canale Mediaterronia e su Youtube, lì mi ha visto il regista. Mi ha chiesto l'amicizia su facebook ma ho detto di no. Lui non demordeva, ha chiesto il mio numero, ha parlato con mio padre e gli ha spiegato il progetto. Ci siamo incontrati, da cosa nasce cosa, mi ha proposto il film "se accetti non puoi tirarti indietro". Ho detto ok, salgo su questo treno e vado". Nel film la protagonista perde la madre e si ritrova ad affrontare non solo il lutto ma anche a sostenere il padre anziano, sprofondato nella depressione. Intraprendono insieme un cammino, reale e metaforico, insieme in montagna verso il paese d’origine della madre scomparsa. E imparano a conoscersi in modo nuovo. 

 

"Quando ho incontrato Carolina avevo già scritto il soggetto, ma non avrei potuto sviluppare la sceneggatura senza di lei. La prima impressione, conoscendola, è stata di una maestrina che sa tutto. Ha un buon senso innato e una quotidianità costruita su tante regole". Dei riti che Carolina ha costruito anche per i momenti più belli. Tre caramelle mentre vede la sua soap preferita, Un posto al sole, "che con la dieta sono diventate una", sorride. "Non sono perfetta, mi mangio le unghie, mi tocco molto i capelli. E prima di partire per Berlino ero parecchio emozionata, non avevo mai preso l’aereo". Il set è stato reso più semplice dalla sua memoria di ferro: "non ha mai letto una pagina della sceneggiatura. Le raccontavo la scena prima di iniziare a girare – spiega il regista - ha una memoria di ferro, un paio di prove estemporanee e fissava tutto a memoria. E poi era libera di improvvisare, ovviamente. Si è trattato di creare le condizioni perché lei reagisse, diciamo". C’è una scena molto forte di pianto in macchina "è venuto naturale, mi ha fatto sentire la canzone degli 883 Come mai di Max Pezzali, a cui sono molto legata dai tempi della scuola: mi ricorda il primo amore. Ogni volta che la sento mi viene il magone, è successo anche sul set". L'immedesimazione nella storia di questa giovane donna resiliente è stata forte "L’ho sentito subito mia, fin dal nome, Dafne. Ha la mia personalità, il mio modo di rapportarmi ai genitori, agli amici, agli altri. La mia necessità di amicizia, di contatto umano. Dafne sono io". Aggiunge il regista "anche nella voglia di vivere, nello stupore di fronte alle cose. Non volevo fare un film sulla sindrome di Down o sulla diversità, volevo approfondire la possibilità di risorsa che ciascuno di noi ha dentro". 

 

Di risorse nella vita vera ha dimostrato di averne tante, Carolina "i veri affetti, l’amicizia, il lavoro sono sacri. Il lavoro mi piace perché ti dà da vivere, i clienti ti danno i soldi per vivere dignitosamente. Ma, anche, mi piace stare in mezzo alla gente, con i colleghi c’è un bel clima, mi vogliono bene. Prima di partire la direttrice mi ha presentato a un superiore come uno dei caposaldi della coop, ci lavoro da dodici anni”. Con la popolarità dei libri e ora del film “è cambiato poco, qualcuno mi prende in giro, quando arrivo mi dice “ecco la star”, ma io resto ben piantata a terra. Senza fronzoli, montarmi la testa. Mi piacciono il cinema, le feste, le interviste, ma anche tornare alla normalità, nella mia vita quotidiana”. Federico Bondi sottolinea quanto sia stato importante per Carolina, il rapporto di amore e fiducia costruito dai genitori, l’accettazione assoluta”, “mi hanno sostenuto sempre e comunque, non si sono mai tirati indietro, con onestà , con la forza di non darsi per vinti, di non mollare. Ma ci ho messo anch’io del mio”. La giovane donna che regala oggi un’immagine così risolta e solare, ha la forza di confessare i momenti più difficili. “Ci sono state delusioni di amicizia, dolori che mi sono buttata alle spalle. Quella volta in casa da sole con i nonni in cui ho pensato di buttarmi dal balcone, ma ho avuto la forza di tornare indetro. Un'altra volta mi è capitato di prendere le pastiglie di mia mamma in mano per mandarle giù tutte e mi ha salvato vedere la macchina di mia mamma che passava. Le ho superate, sono cose che non torneranno più. Oggi ho ancora più voglia di vivere". LR 10

 

 

 

Deputati PD Estero: solidarietà e speranza per la comunità italiana in Venezuela

 

Il grazie che il dittatore Maduro ha inviato a “Roma” per la solidarietà ricevuta va girato senza esitazioni al governo 5Stelle-Lega-Maie, assieme ai complimenti per avere isolato l’Italia rispetto all’Europa e per avere impedito che tutti i 28 partner europei convergessero sulla posizione di riconoscere al Presidente del Parlamento la responsabilità di guidare la transizione verso democratiche elezioni. Una pagina nera per la diplomazia italiana e per il Paese, che dal dopoguerra ad oggi non si è trovato mai così distante dai suoi alleati storici su una scelta di democrazia.

I rappresentanti della grande maggioranza della comunità italiana in Venezuela non a caso hanno scelto un interlocutore più serio e credibile, chiedendo comprensione e aiuto al Presidente Mattarella in una lettera firmata dalla federazione dei circoli italiani (venti in tutto il Paese), dalla Camera di Commercio italiana in Venezuela e dall’associazione dei giovani italo-venezuelani.

Intanto, il Ministro degli esteri Moavero Milanesi viene richiamato all’ordine, il Sottosegretario Di Stefano paga la cambiale degli appoggi maduristi al movimento pentastellato facendosi crociato del principio di non ingerenza a livello globale, il Sottosegretario Picchi dice e non dice e il Sottosegretario Merlo, che ha presentato la sua nomina come una svolta storia per le comunità italiane del Sud Amerca, farfuglia impotente e inessenziale. E tutti fingono di non capire che il Parlamento venezuelano (monocamerale) è l’unico organismo legittimato da un voto democratico a guidare la transizione e che il riconoscimento di Guaidò in quanto presidente di tale organismo non è una scelta personale e di parte, ma il sostegno a una prospettiva di ripristino della legalità democratica in un Paese martoriato. Diranno poi i venezuelani, attraverso il loro libero voto, a chi vorranno affidare le sorti del loro Paese.

I nostri connazionali in Venezuela sappiano, comunque, che in Italia e nel mondo vi sono milioni di italiani che tra dittatura e democrazia sanno bene cosa scegliere, milioni di italiani che in queste ore guardano a loro con solidarietà e speranza, pronti a fare ogni sforzo per assecondare il ritorno del loro grande Paese sulla strada della libertà e della ripresa economica e sociale.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro dip 4

 

 

 

Salasso conti correnti

 

Negli ultimi sei mesi i costi di gestione dei conti correnti delle principali banche italiane sono lievitati. L'incremento più rilevante riguarda il costo annuale di un conto in una banca online (+38,3%). Più lievi i rincari invece per chi sceglie di accantonare i propri risparmi in un istituto di credito tradizionale. Anche in questo caso chi svolge molte operazioni di internet banking spende di più (+6,4%). Nel complesso il conto online resta comunque la soluzione più conveniente di deposito bancario: in un anno costa in media 45 euro a fronte di 100 euro di spesa con un conto corrente classico. A rivelarlo è SosTariffe.it che nel suo ultimo osservatorio ha analizzato nel dettaglio tutti i costi che deve affrontare il titolare di un conto corrente per gestire il proprio patrimonio.

 

L'indagine ha preso in esame tutti i costi per usufruire delle funzionalità principali di un conto corrente, sostenuti a gennaio 2019 dai clienti delle 17 principali banche italiane e messi a paragone con i prezzi degli stessi servizi aggiornati a settembre 2018. L’osservatorio, in particolare, si è concentrato su tre profili-tipo di consumatore: il single, la coppia, la famiglia

 

C/C TELEMATICI - Se si considerano i soli i conti attivati in banche online, ovvero in istituti di credito con nessuna o poche filiali sul territorio, emergono notevoli rincari nei prezzi medi (+38,34% da settembre a gennaio), con una spesa di tenuta conto che è lievitata dai 32,75 euro annui necessari a settembre ai 45,26 euro richiesti ora dalle banche telematiche. I forti incrementi hanno riguardato soprattutto i nuclei familiari (+41,71%). A settembre 2018 una famiglia riusciva a cavarsela con 'soli' 39,12 euro l'anno per gestire un conto, a gennaio 2019 ha bisogno di spenderne invece 55,44 euro. Aumenti significativi anche per le coppie (+40,91%) che sono passate dai 32,16 euro di settembre 2018 a ben 45,31 euro attuali. Anche i single risentono dei rincari (+30,35%) ma in misura minore. Mentre a settembre scorso una persona sola spendeva in media 26, 87 euro in un anno, ora il deposito bancario richiede allo stesso cliente una spesa di almeno 35,03 euro ogni dodici mesi.

Ma quali sono le operazioni che hanno inciso di più nell'aumento complessivo dei costi bancari? Esaminandole nel dettaglio, sono soprattutto tre: il costo del singolo assegno si è triplicato, schizzando da 0,03 a 0,09 euro (pari al 214,81% in più), il canone annuo della carta di debito è invece raddoppiato, lievitando da 2 a 4,22 euro (pari al 111,11% in più). Per un bonifico online prima bastavano 0,11 euro di commissione che ora sono diventati 0,22. A seguire, tra le voci che hanno risentito di più degli incrementi, anche i versamenti contati e gli assegni (più 50,88%), e i prelievi ATM da altre banche (più 49,67%).

BANCHE TRADIZIONALI - L'indagine ha passato al setaccio anche i rincari annui medi per i clienti delle banche tradizionali, cioè gli istituti di credito con molte filiali sul territorio. In questo caso lo stato degli aumenti è meno allarmante e risente molto dell'utilizzo che si fa del conto: in poche parole se si compiono operazioni in filiale o di internet banking.

Le operazioni telematiche sono quelle che negli ultimi sei mesi in media hanno subito il maggiore incremento di costo (+6,45%), passando da una media di 94,58 euro di spesa annua media rilevata a settembre, ai 100,68 euro annui di gennaio. Gli aumenti dei costi di internet banking gravano soprattutto sulle coppie: i costi per loro sono lievitati dell’8,15% in sei mesi (passando dai 98,27 euro di settembre ai 106,28 euro di gennaio). Al secondo posto le famiglie a che ora spendono l'8,06% in più (salendo dai 113,02 euro di settembre ai 122, 14 euro di gennaio). L'utilizzo online del conto tradizionale non subisce modifiche di rilievo soltanto per i single (solo più 1,64%), i quali sei mesi fa spendevano 72,44 euro e ora ne consumano 73,62.

Se invece ci si limita a utilizzare le operazioni in filiale del conto corrente, i rincari incidono meno sul bilancio (in media +3,21%). Gli aumenti, effettuando solo attività allo sportello, incidono soprattutto sulle coppie (più 5,29%) e sulle famiglie (più 4,22%). I single sono gli unici che arrivano a risparmiare rispetto a sei mesi fa (-0,49%). Costi appena maggiori per chi decide di svolgere alcune operazioni in filiale e altre sul web (in media + 4,57%). I più colpiti dai rincari nell’utilizzo misto dei servizi bancari (online e allo sportello) sono le coppie (+6,03%), e le famiglie (5,67%), mentre spendono solo poco di più (+ 0,95%) i single, che salgono dai 91,69 euro di settembre 2018 ai 92,56 euro attuali.

PRELIEVI E BONIFICI ALLO SPORTELLO - Osservando nel dettaglio le variazioni dei prezzi delle singole operazioni bancarie negli ultimi sei mesi ci accorgiamo infine che alcune voci di spesa sono addirittura diminuite. Si risparmia moltissimo ad esempio (-7,11 %) con i bonifici disposti allo sportello, che a settembre costavano 4,34 euro e ora 4,03. Si spende lievemente meno anche per prelevare contante in filiale (-0,24 %). Mentre invece è lievitato moltissimo il canone annuo (più 32,98%), passando da 28,80 euro di settembre ai 38,30 attuali. Adnkronos 15

 

 

 

 

Nulla è cambiato?

 

Nel primo semestre del diciannovesimo anno del nuovo Millennio, ci chiediamo cosa ci riserverà il futuro. Ovviamente, memori del nostro tribolato passato.

 Sotto un profilo politico, magari non pienamente condivisibile, anche questa Terza Repubblica è in ambascia. E’, però, ancora presto per poterla comparare con quelle che l’hanno preceduta.

Per ridare fiducia al Paese, sono indispensabili una seria riforma elettorale e un rafforzamento. Da noi, prima di tutto, hanno da essere rassicurati i cittadini. Quindi, c’è da auspicare un profilo politico che consenta una più ampia realtà operativa per chi ancora crede nel futuro nazionale. Di Promesse questo Esecutivo ne ha fatte parecchie. Vedremo se sarà in grado di realizzarle.

 

 La Prima Repubblica è crollata per effetto “mani pulite”. La Seconda è tramontata, magari con meno clamore, per l’apatia politica di una Maggioranza che, non a caso, s’è rivelata anche Opposizione. E’ inutile tergiversare. Altri nodi verranno al pettine.

 I nostri dubbi restano su Di Maio/Salvini. Su quest’abbinata ci piacerebbe discutere. Ma quando l’emergenza sarà rientrata.

 Insomma, l’Italia può essere rappresentata in ogni parte del mondo. Chi conta sono gli italiani. A questo punto, riflettendo, poco rilievo ha questionare sul “sesso” degli angeli. Ciò che preme è garantire, nel modo migliore, la sovranità popolare. Il passato, nel bene, come nel male, non ritorna e il futuro è tutto da costruire.

 

Basta, però, che non venga meno la volontà di girare pagina. Dovrebbe essere il Parlamento a dare al Paese un assetto politico praticabile. Per cambiare, bisogna avere idee chiare ed evitare il vittimismo che è alleato dei tempi “lunghi” e delle giustificazioni ”brevi”. Del resto, non è ancora sicuro che tra le macerie della Prima e Seconda Repubblica non ci siano “mattoni” ancora utilizzabili per risistemare il nuovo modello politico nazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il dibattito in Senato sui disegni di legge costituzionali volti alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori

 

ROMA –  Ha preso il via ieri presso l’Aula del Senato la discussione dei disegni di legge costituzionali volti alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori. Nel corso di questa prima parte del dibattito alcuni senatori si sono soffermati anche sulla riduzione, prevista dai disegni di legge, dei deputati (passerebbero da 12 a 8) e dei senatori (da 6 a 4) eletti nella circoscrizione Estero.  E’ ad esempio il caso del senatore Dario Damiani di Forza Italia che ha ricordato come il Consiglio generale degli italiani all’estero abbia bocciato senza appello la riduzione dei nostri parlamentari che vengono eletti all’estero. “Tutti i dati - ha aggiunto il senatore – ci dicono che gli italiani che oggi risiedono all’estero aumentano e diventano sempre di più, e noi andiamo a ridurre la rappresentanza, commettendo un errore madornale”.

Più estesa la riflessione della senatrice del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa, che ha evidenziato come con questa riforma costituzionale venga dato un “taglio alla democrazia” . “Ciò vale in misura maggiore e in misura ancora più che proporzionale – ha aggiunto la senatrice - per uno spicchio di rappresentanza, quella degli eletti all’estero dai concittadini che vivono nel mondo, perché lo si fa riducendo il numero degli eletti all’estero in misura molto più che proporzionale, nel rapporto tra eletti ed elettori, rispetto a quanto non avvenga a livello nazionale”. Una sproporzione che già esiste nella circoscrizione Estero che, nel caso in cui la riforma andasse avanti, diverrebbe ancora più consistente. “Non bisogna dimenticare – ha continuato la Garavini - che noi facciamo riferimento alla legge n. 459 del 2001 e al relativo regolamento di attuazione. Tutte le proposte di legge presentate allora prevedevano l’istituzione non di 18 parlamentari, in rappresentanza dei cittadini che vivono all’estero, bensì addirittura di 30. …All’epoca si pensava di istituire la presenza di 30 parlamentari, 20 deputati e 10 senatori; fu soltanto il compromesso politico che indusse a prevedere l’introduzione di soli 18 parlamentari, 12 deputati e 6 senatori. Ebbene, se guardiamo i numeri, alla luce di quella disparità che quindi già oggi esiste, vediamo che alla Camera, se a livello nazionale ad ogni eletto corrispondono 96.000 elettori, all’estero ne corrispondono 400.000. Se si andasse avanti con l’attuale riforma, si arriverebbe addirittura alla bellezza di 700.000 elettori che corrispondono a un deputato. Stessa cosa al Senato: già oggi la sproporzione è ancora maggiore rispetto ai numeri della Camera. In Italia si elegge un senatore ogni 192.000 elettori, mentre se un senatore è eletto all'estero necessitano 800.000 elettori; se la riforma andasse in porto servirebbero la bellezza di 1.400.000 elettori. Tra l’altro, stiamo parlando di quattro collegi dalle dimensioni gigantesche”. La senatrice del Pd sottolinea inoltre come “i dati riportano un elettorato che a livello nazionale in questi anni non ha conosciuto aumenti; anzi, c’è stata addirittura una lieve riduzione dell’elettorato a livello nazionale (-1,04 per cento) nell’arco di tempo che coincide con l’introduzione del voto per corrispondenza e quindi del diritto di voto passivo degli italiani all’estero. In contemporanea, il nostro elettorato all’estero è cresciuto in modo incredibile: abbiamo assistito negli ultimi tredici anni a un aumento degli iscritti all’AIRE, vale a dire di cittadini autorizzati ad esprimere il loro voto, della bellezza del 56 per cento, oltre il raddoppio degli aventi diritto. Rispetto a quella sproporzione che cercavo di chiarire, anche citando numeri, che già oggi esiste, se questa riforma andrà in porto si determinerà una ulteriore sproporzione, estremamente ingiustificata”.

Laura Garavini ha poi rilevato come contro la riduzione dei parlamentari della circoscrizione Estero si stiano attivando gruppi di  nostri connazionali all’estero con iniziative di protesta pacifiche in varie città europee, ad esempio davanti all’agenzia consolare di Wolfsburg, mentre altre iniziative sono in programma davanti alle sedi consolari di Charleroi in Belgio o di Londra. 

“Una professoressa di biologia dell’università di Uppsala in Svezia – ha segnalato la senatrice - è venuta personalmente a Roma, a nome di migliaia di intellettuali che nelle giornate scorse si sono mobilitati attraverso una petizione on line, promossa da un professore che insegna in Germania, che ha visto l’adesione da parte di autorevoli nostre personalità. Abbiamo rettori di università straniere, rettori di origine italiana in sud America; abbiamo chirurghi che hanno ottenuto riconoscimenti autorevoli in Svizzera; abbiamo giornalisti, gente di cultura. Quasi 4.000 sottoscrittori, intellettuali italiani all’estero, espressione delle nostre migliori eccellenze all’estero, si sono mobilitati. Queste persone sono venute personalmente oggi e, attraverso la persona della professoressa Parducci, hanno consegnato quasi 4.000 firme al Presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, hanno avanzato una richiesta a noi e hanno rivolto un appello al Governo e alla maggioranza a tornare sui loro passi, proprio perché una modifica che andasse nella direzione prospettata dall’attuale testo di riforma sarebbe una madornale ingiustizia nei confronti delle nostre comunità italiane all’estero. Faccio quindi appello anche agli esponenti delle altre forze di opposizione – ha concluso Laura Garvini - affinché sottoscrivano l’emendamento di cui ci siamo resi artefici, come Partito Democratico, proprio per recepire queste istanze e mi auguro che anche da parte della maggioranza ci sia un’attenzione particolare”. (Inform 6)

 

 

 

Primo sè alla riduzione dei parlamentari. Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali

 

ROMA – “Nell’aula del Senato della repubblica italiana il 7 febbraio è stata approvata la proposta di legge di modifica costituzionale per la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e del numero dei senatori eletti da 315 a 200. Il provvedimento approvato, recante modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero di parlamentari seguirà il percorso e passerà al vaglio della Camera dei deputati. Si è consumato un copione il cui esito era scontato per l’inequivocabile forza dei numeri esistente tra le forze di maggioranza e quelle di opposizione. Trattandosi di una modifica tendente a riformare alcuni principi della costituzione italiana, era viva e rimane l’attesa per un dibattito alto e qualificante, nel quale i principi della democrazia, gli aspetti peculiari della democrazia rappresentativa e parlamentare dovrebbero esulare dalla contingenza politica per essere, invece, proiettati al futuro del nostro paese, nel quale le regole devono garantire tutti i cittadini, quelli di maggioranza e quelli di minoranza, quelli residenti in Italia e all’estero”. Inizia così la nota del Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone sul primo sì del Senato alla riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei deputati e dei senatori anche della circoscrizione Estero.

“Sull’altare dell’efficienza e dei costi – prosegue Schiavone - è stata immolata la composizione numerica della rappresentanza, per ridurla del 35 percento, che i padri costituenti, invece, avevano volutamente definitivo per portare nel Parlamento la voce dei cittadini di tutti i territori, le sensibilità delle persone, l’empatia e la speranza, che avvicinano i cittadini alle istituzioni e concorrono a costituire e costruire giorno dopo giorno l’unità nazionale. La democrazia ha i suoi costi e va preservata per garantire i cittadini”. Schiavone sottolinea inoltre come molti senatori abbiano votato rispondendo espressamente alle consegne di partito, mentre altri abbiano esposto le ragioni che differenziano i parlamentari eletti nel territorio nazionale da quelli residenti nella circoscrizione estero. Per il Segretario Generale appare anche incomprensibile come, a distanza di 13 anni dall’entrata in parlamento della rappresentanza eletta nella circoscrizione Estero, i 6,000,000 di connazionali residenti nel mondo possano ancora essere considerati alla stregua di una “riserva indiana”, non adatta a sedere in parlamento.

Schiavone, dopo aver criticato le dichiarazioni rilasciate da alcuni dei 18 parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, ha evidenziato come dal dibattito in Senato emerga il fatto “che la presenza in parlamento di un numero adeguato di eletti nella circoscrizione estero” sia “sopportata e tollerata” e “non sembri scontata”. Per il Segretario Generale questa presenza è invece “certamente innovativa persino al giorno d’oggi, in un’epoca in cui in Europa sono scomparse le frontiere e i muri e gli italiani all’estero esercitano un fascino e una tendenza di promozione del nostro paese”. “A fronte del risultato espresso dal Senato sulla riduzione dei parlamentari e scongiurare il taglio della nostra rappresentanza, gli italiani nel mondo – conclude Schiavone - si aspettano, dai 18 parlamentari e dal sottosegretario per gli italiani nel mondo eletti nella circoscrizione estero, un soprassalto di autostima ed un’iniziativa politica unitaria per mantenere la quota prevista oggi nella costituzione. In questo difficile momento l’appartenenza partitica è subordinata agli interessi dei cittadini italiani all’estero. Riconoscere la nostra giusta presenza quantitativa e qualitativa serve all’Italia per impedire di far parti uguali tra disuguali, ma soprattutto di far raggiungere ai disuguali gli stessi obiettivi degli uguali”. (Inform 8)

 

 

 

 

Veneto: premiati i vincitori del premio per migliore tesi di laurea e miglior audiovisivo sull’emigrazione veneta

 

VENEZIA - Premiati il 5 febbraio a palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale del Veneto i vincitori della prima edizione del premio istituito dalla Regione Veneto per la migliore tesi di laurea e il miglior audiovisivo sull’emigrazione veneta realizzato da studenti degli ultimi anni delle scuole medie superiori.

Da Negrar nella Valpolicella la dottoressa Michela Tottola, laureata a Ca’ Foscari a Venezia, è la vincitrice con la tesi ‘Nuovi Scenari di Turismo Culturale: il turismo genealogico’. La Commissione esaminatrice ha poi segnalato anche il testo della pescarese Chiara Paris, con una tesi dal titolo “Diventar femina - Storie di emigrazione matrimoniale a Thunder Bay 1954-1966”. L’audiovisivo prodotto dagli allievi della classe IV del Liceo Brandolini-Rota di Oderzo, intitolato “Emigrazione veneta: Il Grande Viaggio”, ha vinto invece la sezione dedicata alle scuole medie superiori. Il cortometraggio raccoglie le memorie dell’emigrazione veneta attraverso la vita dei protagonisti, indagando in modo creativo sulle ragione e i vissuti della partenza, gli incontri, i ritorni di ieri e di oggi da parte di chi ha cercato all’estero fortuna e realizzazione. Il dvd, oltre ad essere pubblicato nel sito della Regione Veneto, verrà inviato a tutte le scuole superiori del Veneto, mentre le due tesi di laurea delle dottoresse Tottola e Paris saranno pubblicate nel sito della Regione.

“C’è un Veneto fuori dal Veneto la cui storia merita d’essere approfondita e divulgata - ha spiegato il presidente del Consiglio regionale, Roberto Ciambetti - C’è un Veneto fuori dal Veneto, il Veneto della diaspora, che necessita della nostra attenzione anche oggi: penso ai nostri emigranti e ai loro discendenti diffusi in tutti i continenti, ma oggi è soprattutto doveroso un pensiero preoccupato quanto sincero per la  nostra comunità veneta in Venezuela che sta vivendo momenti drammatici. Con questo voglio dire che il rapporto tra la madrepatria veneta e le nostre comunità all’estero non è fatto di folklore, ma legame vivo e continuo che si rinnova e ravviva quotidianamente e che quotidianamente deve fare i conti con la realtà”. Ciambetti ha poi notato che “la  tesi di laurea premiata è testimonianza di come si possa arricchire di nuovi significati quella grande realtà nata attorno al Veneto della diaspora”. Alle parole di Ciambetti ha fatto eco l’assessore ai veneti nel mondo Manuela Lanzarin che oltre ad aver sottolineato l’importanza di questi premi ha rammentato come essi rientrino nel “piano triennale per i Veneti nel Mondo voluto dalla Regione - ha detto l’assessore Lanzarin - per sostenere con diverse iniziative l’avvio e il consolidamento di un nuovo dialogo tra le nostre comunità e il Veneto con una particolare attenzione rivolta ai giovani” (Inform 6) 

 

 

 

 

“Nulla Osta per il mondo”, Museo digitale sull’emigrazione da Cento tra ‘800 e ‘900

 

CENTO (Ferrara) – “Nulla Osta per il mondo”: è il Museo digitale sull’emigrazione da Cento tra '800 e '900, presentato nei giorni scorsi dall’Assessorato ai Servizi Bibliotecari  del Comune.

Questo nuovo progetto, fra i vincitori del Bando regionale sull’emigrazione è stato supportato economicamente in parte dall’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna - Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo e si è avvalso del partenariato del Circolo Emilia Romagna di San Paolo del Brasile, Asociation Emilia Romagna Mar del Plata, Union Regional Emilia Romagna de Buenos Aires, American Ancestors e in particolare della collaborazione, oramai consolidata, con l’italo americana Laura Alberghini Ventimiglia e di Diletta Ballati; associazioni e privati che  hanno aperto nuovi filoni di indagine e di approfondimento.

Il raggio di ricerca si è ampliato, guardando anche ai suggestivi orizzonti dell’India e dell’Australia, mete di emigrazione con cui è in atto un fitto rapporto epistolare con i discendenti dei migranti centesi.

“Renazzo e tutto il Centese possono vantare un ruolo da protagonisti nell’ambito del fenomeno migratorio, tanti nostri concittadini sono stati attratti dalle prospettive di lavoro e di riscatto offerte dalle industrie, dalla grande proprietà terriera, dai governi dei nuovi paesi e dalla loro richiesta massiccia di manodopera non specializzata” si legge  sul sito del museo. “Con questo progetto si vuole porre l’attenzione su una serie di documentazioni archivistiche relative all’Emigrazione, conservate in parte presso l’Archivio Storico del Comune di Cento, in particolare: i volumi superstiti del Registro delle emigrazioni all’estero che conservano i nomi, correlati alle foto tessera, le destinazioni di quanti dal 1890 al 1947 chiesero il nullaosta per il passaporto; i registri anagrafici per gli anni 1860-1921”.

Spiega l’assessore Mariacristina Barbieri che “le nuove tecnologie, in particolare l’impiego di internet per una tipologia così particolare di museo, possano essere un imprescindibile strumento di interazione e coinvolgimento degli interessati, tenuto conto anche della distanza ‘geografica’ e la versione online ne garantisce una visibilità mondiale”.

Nel corso della presentazione, che ha avuto come ospite l’italo americano Jim Blair (discendente di emigrati di Renazzo e San Pietro in Casale negli Stati Uniti), sono stati illustrati al pubblico i contenuti e le funzionalità del museo digitale e distribuito un fumetto realizzato dagli alunni dell’Istituto secondario di primo grado di Renazzo. (Inform 10)

 

 

 

Integrazione in Italia. Il 90% dei figli della seconda generazione si sente al 100% italiano

 

Roma - L’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), le Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) insieme al Movimento internazionale inter professionale “Uniti per Unire“, con tutte le proprie associazioni aderenti, rendono noti i risultati di un proprio studio fatto su un campione di circa 1000 famiglie composte da coppie miste. La situazione è sempre in continua evoluzione e cambiamento, soprattutto per quanto riguarda i matrimoni e i divorzi.

Secondo le statistiche, le coppie che reggono di più e non arrivano con percentuali alte alla separazione sono quelle formate tra italiani ed arabi (palestinesi, giordani, siriani, libanesi, egiziani, tunisine, algerini, marocchini), iraniani e africani (provenienti da Congo, Camerun, Nigeria).

Nella maggior parte dei casi ne fanno parte studenti stranieri arrivati in Italia negli anni ’60, ’70 ed ’80 , sino al periodo della caduta del muro di Berlino. Si tratta di persone che si sono laureate in Italia, dove sono poi rimaste, che hanno conosciuto l’integrazione all’età dei 18 o 19 anni. Le categorie di coppie miste possono essere suddivise in tre categorie: italiani-noncomunitari, italiani-europei e cittadini di origine straniera tra di loro. Quelle che registrano il numero più basso di divorzi sono quelle tra italiani ed arabi o africani giunti in Italia per scopi di studio. Meno stabili, invece, le coppie composte tra italiani e provenienti da paesi europei, la cui maggior parte è giunta da Russia, Romania, Albania e Moldavia. Tutte persone con età media tra i 35 e i 40 anni, arrivate dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, i quali hanno avuto maggiori difficoltà economica e lavorativa. Molto basso risulta invece essere il numero delle unioni tra italiani, cinesi e sud-americani e filippini nei quali, comunque, il numero dei divorzi è abbastanza contenuto.

Nella seconda categoria si trovano italiani coniugati con un alto numero di inglesi, tedeschi e francesi, olandesi, belgi. Nei casi in cui l’uomo è italiano, esso tende a seguire la donna nel suo paese di origine. In questo tipo di coppie i maggiori dissidi si verificano nei confronti dell’educazione dei figli, per le abitudini culturali e nella scelta della scuola da frequentare e le lingue da studiare. Nella terza categoria vi sono un'alta percentuale di arabi, sposati tra loro, cosi come sud-americani, filippini, cinesi e rumeni, albanesi, russi, moldavi e indiani. Molte anche le coppie composte tra arabi e sud-americani. In tutte e tre le categorie le problematiche comune che si verificano sono inerenti all’ambito inter-religioso, all’educazione dei figli, alla appartenenza religiosa, alla pratica della circoncisione ed al modo di vestire. Tutte scelte in cui capita, in maniera errata, di non coinvolgere il proprio partner o di ascoltare di più i propri genitori e famigliari Nella seconda generazione di immigrati, il 90% ama l’Italia, le sue usanze e le sue tradizioni e si sente al 100%italiano.

Solo il 10% soffre di crisi di identità, le quali dipendono da episodi di discriminazione, di pregiudizi culturali e religiosi e dissidi con i genitori, in particolare con il padre per il modo di vestirsi, per la scelta dei fidanzati o per i matrimoni combinati.

Foad Aodi – medico, fondatore dell’Amsi e delle Co-mai e Consigliere dell’OMCEO di Roma- afferma che “la nostra proposta è quella di continuare a lavorare sui “due binari”, quali l’integrazione e del sentirsi italiani continuando ad avere legami con i paesi di origine , mantenendo i legami con i paesi di origine per sconfiggere cosi le crisi di identità culturale. Nella seconda generazione bisogna promuovere ed intensificare i rapporti con i propri famigliari sia in Italia quanto nei paesi di origine per prevenirne la crisi di identità. E dobbiamo difendere i diritti delle donne che sono in alcuni casi vittime di mariti autoritari, difendendo sempre i loro figli e in particolare le figlie”. (aise) 

 

 

 

Trento, iscrizioni aperte fino al 28 febbraio. Interscambi giovanili, un'esperienza unica

 

TRENTO - Per un giovane di origine trentina residente all’estero il viaggio in Trentino rappresenta la scoperta o riscoperta delle proprie radici, delle tradizioni e dei valori trasmessi dagli avi emigrati, ed è anche naturalmente l’occasione per conoscere il Trentino di oggi, incontrare la sua gente, confrontarsi con la comunità, verificare come siano strutturate le realtà sociali ed economiche locali. Per un giovane residenti in provincia di Trento che intendesse vivere un’esperienza di soggiorno presso una famiglia trentina all’estero, invece, non si tratterà solo di scoprire come si vive in quel determinato Paese estero, significherà anche capire meglio, attraverso la testimonianza autentica degli emigrati trentini con cui entrerà in contatto, quale possa essere stato il percorso del fenomeno migratorio trentino ed italiano in quel Paese. Tutto questo, ma non solo, è il "valore" dell'esperienza di Interscambi Giovanili, un'esperienza davvero speciale che la Provincia autonoma di Trento offre, da vent'anni, attraverso il proprio Ufficio Emigrazione, ai giovani trentini di età compresa tra 18 e 35 anni. Le iscrizioni sono aperte fino al 28 febbraio.

La prima fase prevede la disponibilità ad ospitare per 3 settimane (dal 1 al 21 luglio 2019) un oriundo/a trentino/a (discendente di emigrati trentini).

La seconda fase, nel 2020, consiste nella restituzione della visita, in un periodo di tre settimane da concordare con il/la partner e la Provincia di Trento, presso il Paese di provenienza del/della partner. Il giovane che si recherà all'estero potrà usufruire del contributo previsto dalla Provincia autonoma di Trento sulle spese di viaggio e assicurazione.

I giovani residenti in Trentino interessati a partecipare ad un’iniziativa di interscambio possono presentare la propria candidatura compilando il modulo scaricabile da questo link: mondotrentino.net/giovani/interscambi_giovanili/-modulistica_IG/pagina3.html e che dovrà essere inviato entro il 28 febbraio, unitamente agli allegati richiesti, in uno dei seguenti modi: per email: ufficio.emigrazione @ pec.provincia.tn.it;  per fax: + 39 0461 493155; direttamente presso: provincia autonoma di Trento, Dipartimento Cultura Turismo Promozione e Sport, Ufficio Emigrazione, Via Romagnosi, 9 - 38122 Trento (Italia); o presso gli sportelli periferici di assistenza e informazione al pubblico della Provincia autonoma di Trento. (Inform 11)

 

 

 

 

ICoN: corso di laurea triennale online per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero

 

Le iscrizioni sono aperte fino al 15 marzo 2019, giorno di inizio del semestre. Fino al 28 febbraio 2019 disponibili 20 borse di studio a copertura parziale dei costi di iscrizione: 10 per l’iscrizione in tutorato e 10 per l’iscrizione in autoapprendimento

 

PISA - ICoN – Italian Culture on the Net, il Consorzio di 17 università italiane nato nel 2001 per promuovere la lingua e la cultura italiane nel mondo attraverso l’e-learning, convenzionato con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha aperto anche per questo semestre le iscrizioni al Corso di Laurea triennale online in Lingua e cultura italiane per cittadini stranieri e italiani residenti all’estero.

Le iscrizioni al corso di Laurea sono aperte fino al 15 marzo 2019, giorno di inizio del semestre.

Il Corso di Laurea può essere seguito con il supporto di un tutorato oppure in autoapprendimento. Il costo con tutorato è di 900 euro a semestre. Il costo in autoapprendimento è di 600 euro a semestre.

Fino al 28 febbraio 2019 sono disponibili 20 borse di studio a copertura parziale dei costi di iscrizione: 10 per l’iscrizione in tutorato e 10 per l’iscrizione in autoapprendimento.

I vincitori di borsa con tutorato dovranno versare una quota di 450 euro (anziché 900 euro) e potranno usufruire gratuitamente di un corso online di italiano ICoN di livello B2 in autoapprendimento.

I vincitori di borsa in autoapprendimento dovranno versare una quota di 300 euro (anziché 600 euro) e potranno usufruire gratuitamente di un corso online di italiano ICoN di livello B2 in autoapprendimento.

Tutte le informazioni sulle borse di studio alla pagina icon-laurea.it/it/borse-di-studio

Il Corso di Laurea, che porta al conseguimento di una laurea italiana triennale (I livello) del tutto equivalente a una laurea conseguita presso una Università italiana, è interamente online con esami e prova finale in web-conference presso poli didattici in tutti i continenti (Istituti Italiani di Cultura, Scuole, Dipartimenti Universitari, Comitati della Società Dante Alighieri, Enti promotori dei corsi di lingua e cultura italiana).

Dal 2001 ad oggi si sono laureati trecentocinquanta studenti residenti in oltre 60 Paesi di tutti i continenti.

I percorsi didattici possibili, chiamati curriculum, sono quattro: didattico-linguistico, letterario, storico-culturale, arti-musica e spettacolo.  Per frequentare il Corso di Laurea è necessario conoscere la lingua italiana a livello avanzato, non essere iscritto ad altra università italiana e avere residenza o domicilio comprovato all’estero.

La conoscenza della lingua italiana va obbligatoriamente verificata attraverso un apposito test gratuito. Il punteggio deve essere non inferiore a 60/100.

A partire dalla pagina italicon.education/it/offerta-didattica-icon è possibile consultare l’intera offerta didattica di ICoN (Corso di Laurea, master post-laurea, corsi di formazione, corsi di lingua). (Inform/dip 15)

 

 

 

 

Alternde Gesellschaft: Deutschland benötigt eine Viertelmillion Arbeitsmigranten pro Jahr

 

Deutschland ist auf Arbeitsmigration angewiesen, doch in Zukunft werden das immer weniger EU-Bürger sein. Daher müssten auf lange Sicht rund 146.000 EU-Ausländer jährlich im deutschen Arbeitsmarkt integriert werden, so eine aktuelle Studie.

 

Zukunftsprognosen sind immer so eine Sache, und bis zum Jahr 2060 sowieso. Eine neue Studie dreier Forscher des Instituts für Arbeitsmarkt und Berufsforschung (IAB) sowie der Hochschule Coburg hat es dennoch getan und verschiedene Szenarien zur Entwicklung des deutschen Arbeitsmarkts errechnet. Denn die deutsche Bevölkerung altert, immer weniger junge Arbeiter zahlen in einen immer teurer werdenden Sozialstaat ein. Um den Mangel an Arbeitskräften zu decken, müssten längerfristig rund 260.000 Menschen nach Deutschland und auf den Arbeitsmarkt einwandern, so das Fazit der Forscher.

Dabei gehen die Forscher von einer sinkenden Zahl an Arbeitsmigranten innerhalb der EU aus, da sich die Wirtschaftsstärke der Mitgliedsstaaten bis 2060 weiter annähern und weniger Menschen auf Arbeitssuche ihr Land verlassen werden. Obwohl derzeit noch rund eine Viertel Million EU-Bürger jährlich nach Deutschland kommen, schätzen die Experten auf lange Sicht nur noch mit 114.000 EU-Binnenmigranten. Um das abzufedern, müssten mehr Menschen aus dem EU-Ausland immigrieren, und zwar rechnerisch 146.000 im Jahr.

Deutschland arbeitet an seinem Einwanderungsgesetz, die Eckpunkte stehen bereits. Einge wünschen sich weniger Restriktionen, andere mehr. Wie soll das Gesetz später aussehen?

Dieser Rechnung zufolge wäre Deutschland dank der momentanen Einwanderungsrate noch auf der sicheren Seite: im Jahr 2017, so gibt es der Wanderungsmonitor des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge (BAMF) an, lag das Gesamtwanderungssaldo bei etwas über einer halben Million Einwanderern.

Doch der demografische Wandel macht sich zunehmend bemerkbar; jedes Jahr scheiden rund 300.000 Menschen mehr aus dem Arbeitsmarkt aus, als nachkommen. Besonders wenn der geburtenstarke Jahrgang der Babyboomer in wenigen Jahren in Rente geht, wird Nachwuchs gebraucht. Den im Migrationsbericht der Bertelsmann Stiftung errechneten Bedarf von 260.000 Menschen pro Jahr hält Dr. Stefan Hardege, der das Referat „ Arbeitsmarkt und Zuwanderung“ beim DIHK leitet, für realistisch. Der demografische Wandel sei in der Wirtschaft bereits spürbar: „Unter den von uns befragten Unternehmen sehen heutzutage 60 Prozent im Fachkräftemangel eine Gefahr für ihre Geschäftsentwicklung. Im Jahr 2010 waren das nur 16 Prozent.“

Die Kluft zwischen Industrie- und Entwicklungsländern hinsichtlich ihrer Fähigkeit, qualifizierte Arbeitskräfte anzuziehen und zu halten, ist in den vergangenen Jahren größer geworden.

Selbst in einem „best case“ Szenario, wenn Frauen und Männer in Deutschland gleichermaßen in Arbeit wären und die Rente mit 70 in Kraft wäre, würde man bis 2060 damit nur vier Millionen zusätzliche Arbeiter auf dem Markt haben, errechnet die Bertelsmann-Studie. Der deutsche Arbeitsmarkt kann sich also nicht von innen heraus versorgen.

Ein neues Einwanderungsgesetz soll geringer qualifizierte anlocken

Das größte Problem am derzeitigen Trend ist der Mangel an Menschen mit mittleren und geringen Qualifikationen. Da immer mehr junge Menschen studieren, wird sich der Mangel an Akademikern verringern, während weiterhin tausende Ausbildungsstellen unbesetzt bleiben, meinen die Forscher. Sie begrüßen daher das geplante, neue Fachkräftezuwanderungsgesetz. Es zielt bewusst darauf ab, auch geringer qualifizierte Personen ins Land zu locken. Die haben es bisher schwer, in Deutschland eine Bleibeerlaubnis zu erhalten, wenn sie keine EU-Bürger sind. Hochqualifizierten dagegen können eine „EU Blue Card“ erhalten und somit in Deutschland bleiben. Über 21.000 davon hat das BAMF im letzten Jahr ausgegeben. Damit ist Deutschland Spitzenreiter, denn das sind 84 Prozent sämtlicher Blue Cards in der EU.

Das Kabinett hat diese Woche die Eckpunkte für ein Fachkräftezuwanderungsgesetz aus Drittstaaten beschlossen. Doch worauf zielt es ab, was soll sich ändern? Die wichtigsten Fragen und Antworten.

Dank des Einwanderungsgesetzes, das im Dezember vom Kabinett beschlossen wurde, soll in Zukunft also auch Menschen mit Berufsausbildung der Zugang zum deutschen Arbeitsmarkt eröffnet werden. Wer seinen Lebensunterhalt sichern kann, darf dann für sechs Monate auf Jobsuche im Land bleiben. Damit das Gesetz seine volle Wirkung entfalten kann, ist aber „noch einiges zu leisten“, heißt es in der Migrationsstudie. Zum Beispiel müssten ausländische Berufsabschlüsse besser im System der dualen Berufsausbildung anerkannt werden.

Allein mit einem Einwanderungsgesetz ist es aber nicht getan, um Arbeitskräfte dauerhaft an Deutschland zu binden, meint Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung. „Migration und Integration sind eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe.“ Ohne eine anhaltende Willkommenskultur und attraktive Integrationsangebote werde der Fachkräftemangel nicht ausgeglichen werden können. Das sieht auch Stefan Hardege vom DIHK so: „Wir sollten zusehen, überhaupt erst die Abwanderung von Menschen zu verringern, besonders jener, die in Deutschland ausgebildet worden sind. Die sind prädestiniert dafür, bei uns zu bleiben.“ Florence Schulz, EA 13

 

 

 

Die Europäische Union und die Illusion des Neoliberalismus

 

Überlegungen nach einem Vortrag vom berühmten Ökonom Hans-Werner Sinn an der Universität Konstanz am 11.2.2019

 

Professor  Hans-Werner Sinn  ist nicht nur in Deutschland als führender Ökonom, sondern Europa und-weltweit als einer der renommiertesten Ökonomen bekannt. Seine Bücher lösen immer große Debatten aus, denn sie treffen unweigerlich den Nerv der Zeit, mit kritischen Alternativerklärungen für brennende Fragen, die deutliche Antworten von der politischen Ökonomie verlangen, sei es die Klimapolitik, oder die Finanzkrise oder der Euro und die Überschuldung mancher  europäischer Staaten (s. z.B.„Target-Falle“). Nicht ohne Grund hat die Wochenzeitschrift Die Zeit ihn als „ökonomischer Seismograph der Republik“   zu Recht genannt.

Das Thema seines Vortrags in Konstanz, in dem bis zum letzten Platz besetzen Audimax,  war ebenfalls höchst aktuell: „Die Bedeutung des Brexits für Deutschland und Europa“. Kurz zusammengefasst, seine These und Empfehlung war: „Die Verantwortlichen der EU sollten alles versuchen, um Großbritannien in der Union zu behalten“. Dies selbst mit schmerzhaften Konzessionen, wie z.B. die Genehmigung einer restriktiveren Politik bei der Migration innerhalb der EU, ganz konkret, indem die Sozialleistungen (z.B. Kindergeld) zu Lasten der Abstammungsstaaten und nicht der Aufnahmestaaten der Migranten zu erbringen wären. Begründet wurde diese Behauptung mit  der Feststellung, dass bei den exit-polls des Referendums am 23. Juni 2016, entscheidend für den Brexit hauptsächlich zwei Punkten waren: gleich nach dem Unabhängigkeitswunsch (mit 45 % der Befragten), nannten nämlich 26 % der Befragten die Angst vor einer Einwanderungswelle aus anderen EU Ländern in die großzügigeren Sozialleistungen in Großbritannien. 

Mit der Beschneidung der Sozialleistungen für Migranten hatte aber Professor Sinn nichts anderes als der Vorschlag von einem gewissen Tony Blair aufgegriffen, was erkennen lässt, dass dieses ein Bekenntnis zum Neoliberalem Ökonomischen Modell ist, genau das, was für den politischen Abstieg aller sozialdemokratischen Parteien in Europa verantwortlich ist, die sich daran orientiert haben.

Zwar hat Professor Sinn genau erkannt, wer nach einem Brexit (egal ob mit oder ohne Vertrag) als Gewinner hervorgehen würde: nämlich diejenigen, die in allen deindustrialisierten und verarmten Gebieten Großbritanniens  für den Brexit mehrheitlich gewählt hatten.

Ebenfalls deutlich war auch die Gebietsverteilung derjenigen, die lieber in der EU bleiben wollten und immer noch möchten: diese sind eben die Gewinner aus der jetzigen Situation, die Finanzwelt und die Dienstleistungsbereiche, der Handel und diejenigen die schon jetzt aus der Digitalisierung profitieren, uns sich damit noch bessere Chancen bei dem Verbleib in der EU versprechen. Über diese Argumentation, die Professor Sinn mit einer Fülle von Daten und gut nachvollziehbaren Überlegungen vortrug, gibt es Nichts zu beanstanden.

Logischerweise hat er auch klar gezeigt, dass ein Brexit wirtschaftlich für Deutschland mindestens so schwer zu verkraften wäre, als womöglich für Großbritannien. Zwar hat er die größten Schwierigkeiten in der Grenzproblematik mit Nordirland gut erkannt und als schwer lösbar zweifellos dargestellt, aber darüber darf man vielleicht bemerken, dass wenn die EU nicht so stur und mit der eindeutigen Absicht, Großbritannien für den Brexit zu bestrafen, mit gutem Willen und ein wenig Flexibilität die Verhandlungen geführt hätte, wäre es ein Leichtes gewesen, ein einvernehmliches Abkommen mit Irland zu erreichen, um die Bewegungsfreiheit zwischen Nordirland und Irland konfliktfrei zu ermöglichen.

Eine weitere Überlegung von Prof. Sinn betraf die Veränderungen des Gleichgewichts innerhalb der EU infolge des Brexits: die „Sperrklausel“ von 35 %, d.h. die Gruppierung von Ländern nach deren Gewichtsverteilung innerhalb der EU, die aktuell nötig ist, um gemeinsame Entscheidungen zu torpedieren, würde nach dem Brexit zugunsten der kleineren Ländern verschoben, und könnte eindeutig  die Machtstellung Deutschlands und der anderen wenigen Ländern (Holland z.B.), die aus der bisherigen Gestaltung der EU als Gewinner hervorgegangen sind, und könnte deren Anstrengungen bremsen oder gar vereiteln, die Sparpolitik weiterhin durchzusetzen, unter der die anderen Länder wie Griechenland, Portugal, Spanien und Italien leiden.

Klarer hätte man nicht nenne können, wer (wie alle wissen), das größte Interesse an der Beibehaltung Großbritanniens in der Union hat: nämlich Deutschland. Und dies aus durchaus verständlichen Gründen, denn wenn die Exporte nach Großbritannien ausbleiben werden enorme Verluste für die deutsche Industrie prognostiziert.

In der Tat, scheint Professor Sinn außerdem erkannt zu haben, dass die EU nach dem Brexit vor weiteren .... „Exit“ stehen wird, während ohne Brexit die Union noch Chancen hätte, ihre Abwicklung,  mindestens noch für einiger Zeit,  zu stoppen.

Aber gerade ein scharfsinniger Ökonom wie Hans-Werner Sinn, der dazu auch die seltene Gabe hat, komplexe Sachverhalte allgemein verständlich zu erklären, müsste wohl erkennen, dass sowohl Politiker wie auch die Bevölkerung Großbritannien sich nicht wie Griechenland  der Arroganz und den Erpressungen der EU Führer biegen werden. Die schikanöse und herrische Verhandlungsführung der EU-Kommission hat vielmehr das Maß zu überlaufen gebracht.  Aber es ist und war auch nicht anders zu erwarten, denn die politische Führung der EU steht und Fällt mit der Durchsetzung des neoliberalen ökonomischen Modells.

Es  bestätigt sich hier einmal mehr, dass der absolute Glauben an die eigene ökonomische Modelle, die in der Theorie wunderbar funktionieren (denn man füttert sie mit den Daten die geeignet sind, um die gewollten Ergebnissen hervorzurufen), gleichzeitig den Verlust der Realitätswahrnehmung bedeutet.

So versperren sich auch die besten Ökonomen der Erkenntnis der wahren Probleme, und merken nicht mehr, dass ab einem gewissen Punkt die Auflösungsdynamik von Fehlkonstruktionen NICHT mehr mit den bisherigen Scheinlösungen gestoppt werden kann, denn sie alle funktionieren lediglich auf Kosten des Wohlstandes der Arbeiter und Kleinverdiener und zugunsten der Vermögenden. Damit ist aber auch kein Wachstum zu erwarten und keine Senkung der Arbeitslosigkeit, sondern im Gegenteil vergrößert sich lediglich die Kluft zwischen Arm und Reich.

Das wahre Problem der EU ist nicht die Überschuldung mancher Länder, sondern die Arbeitslosigkeit als Folge von fehlenden Investitionen, und diese wiederum sind auf die Sparpolitik zurückzuführen, die die Kaufkraft enorm reduziert hat, ohne dabei die Überschuldung zu reduzieren: im Gegenteil, in allen Mittelmeerländern ist die Überschuldung trotz (oder wegen !) aller „Reformen“, die die EU-Trojka erzwungen hat, immer weiter gewachsen.

Gerade jemand wie Professor Sinn,  der sich ausführlich mit dem Scheitern des Euros beschäftigt hat, kennt besser als jeder andere Ökonom seiner Schulrichtung (Neoliberalismus), dass die ökonomische Konstruktion der EU nicht nur fehlerhaft sondern ohne eine  grundlegende Änderung nicht mehr zu retten ist.

Statt der vergeblichen Versuche, die Wirklichkeit den abstrakten ökonometrischen Modellen anzupassen, sollte man eher umgekehrt verfahren, und die Probleme ohne Voreingenommenheit erkennen. Professor Sinn hat dies in mehreren anderen Situationen mindestens versucht und hat zur Klärung von sonst von den meisten Kollegen unbemerkte Sachverhalte entscheidend beigetragen. Aber im Fall der EU Politik und im Hinblick auf die ökonomischen Probleme,  scheint er entweder resigniert zu haben, oder sich damit zu begnügen, genauso wie alle andere „Wunderärzte“ der EU, tiefe Wunden mit Pflaster heilen zu wollen. 

Mindestens theoretisch, erkennt aber Professor Sinn das wahre Problem der EU: am Ende des Vortrages und auf eine diesbezügliche Frage hat er doch eindeutig bestätigt, dass manche Mittelmeerländer für ihre ökonomische Entwicklung besser getan hätten, NICHT  der Eurozone  beizutreten. Eine Feststellung, die jeder nachvollziehen kann, denn 2007-2008  haben alle EU-Länder außerhalb der Euro-Zone ohne große Probleme di Finanzkrise gut überstanden. Gleichzeitig und trotz aller Rettungsschirme und ähnliche Maßnahmen (die zum Teil auch noch ein Bruch mit den EU Verträgen darstellten !), stehen die Eurozone-Krisenländer heutzutage immer noch schlimmer da, und wenn die nächste Krise kommen wird – die Frage ist nicht mehr ob, sondern wann – wird es nicht mehr möglich sein, diese  EU Fehlkonstruktion zu retten.

Aber öffentlich für das Ende dieses gescheiterten Euro-Experiments aufzutreten, scheint auch einem Ökonom des Kalibers Hans-Werner Sinn noch zu gewagt. Dabei wäre es höchste Zeit, die Sachen beim Name zu nennen: wenn diese Fehlkonstruktion nicht mehr zu ertragen sein wird, erwartet die EU eine so schmerzhafte wie unvermeidliche Zerreißprobe. Einen Vorgeschmack davon könnten schon die Wahlen des EU-Parlaments im kommenden Frühjahr liefern. 

Graziano Priotto, Prag/Konstanz (de.it.press)

 

  

 

Italiens Conte fordert „europäischen Populismus“

 

Europa hat den Kontakt zu seinen Bürgern verloren, kritisierte der italienische Ministerpräsident Giuseppe Conte am Dienstag vor dem Europäischen Parlament in Straßburg.

 

Conte sprach im Rahmen einer Reihe von Debatten mit den nationalen Staats- und Regierungschefs vor dem Plenum über die Zukunft Europas. Für die Diplomatie-, Wirtschafts- und Migrationspolitik seiner Regierung wurde er von einigen MEPs jedoch heftig angegangen und erhielt nur lauwarmen Applaus.

Conte bezeichnete Europa als einen gemeinsamen Körper, „der reich an Sprachen, kulturellen Identitäten und Traditionen ist“, und das Europäische Parlament als „einen wesentlichen und echten Hüter der europäischen Souveränität“. Ähnlich hatte sich der französische Präsident Macron bereits im April 2018 geäußert.

Das Konzept eines „europäischen Volkes“ stand im Mittelpunkt von Contes Rede: „Es ist uns noch nicht gelungen, wirklich und vollständig ein Volk zu werden. Wir hatten nicht den Mut, ein integratives Modell aufzubauen, das realistisch und jenseits aller Rhetorik die Schaffung eines europäischen Demos fördert.“

 

Im Interview erklärt Yanis Varoufakis, warum er ausgerechnet in Deutschland für „Diem25“ zur EU-Wahl antritt und warum seine Partei keine Kooperation mit der Linken-Fraktion im EU-Parlament anstrebt.

Die „beispiellose“ Wirtschaftskrise habe einen Keil zwischen Eliten und Bürger getrieben. Letztere verlangen nun, endlich gehört zu werden, so Conte weiter.

Die EU stehe vor einer „besonders kritischen Phase“, die zu „der Aufgabe führt, das europäische Projekt neu zu beleben, ihm neue Glaubwürdigkeit und Kohärenz zu verleihen, um seine Nachhaltigkeit, Wirksamkeit und Glaubwürdigkeit zu erhöhen.“

Außen- und Migrationspolitik

In seiner lang angelegten Rede sprach Conte außerdem mehrere außenpolitische Themen an, von der Migrationssteuerung in Afrika bis zu den allgemeinen Außenbeziehungen der EU.

In Bezug auf die Migration forderte er mehr Solidarität von anderen EU-Mitgliedstaaten sowie die Umsetzung des Beschlusses des Europäischen Rates vom Juni. Darüber hinaus müsse die EU aber auch ihren Ansatz gegenüber Afrika ändern und mehr in die Zusammenarbeit investieren.

Wichtig sei außerdem, dass Europa in der internationalen Politik einheitlich und geschlossen auftrete: „Kein Mitgliedstaat kann allein eine bedeutende Rolle spielen. Daher hoffe ich, dass beispielsweise im UN-Sicherheitsrat mit einer einzigen europäischen Stimme gesprochen werden kann.“

Mit einer solchen gemeinsamen Stimme könnte ebenso der Dialog mit den Vereinigten Staaten verbessert werden, argumentierte Conte weiter. Auch Russland und China müsse man „die Tür offen halten“ – ohne dabei die zentrale Freundschaft der EU mit den USA in Frage zu stellen.

Ein Dutzend EU-Länder haben Venezuelas Oppositionsführer Juan Guaidó am Montag offiziell als Interimspräsident des Landes anerkannt.

In Bezug auf Venezuela wies der Ministerpräsident Behauptungen zurück, sein Land sei politisch isoliert, und betonte, Italien unterstütze Maduro nicht.

Er fügte aber hinzu: „Es ist Vorsicht geboten. Einige Länder scheinen die Geschichte vorwegnehmen wollen.“ Europa dürfe ohne vorherige demokratische Wahlen niemanden zum Präsidenten „krönen“.

Gelbwesten: „Volk gegen Elite“

Conte schien sich mit einigen Andeutungen auch auf Protestbewegungen wie die Fünf-Sterne-Bewegung in Italien und die Gelbwesten in Frankreich zu beziehen.

So stellte er beispielsweise fest, dass eine „mächtige Opposition, das europäische Volk in seinen unterschiedlichen Formen, gegen die Eliten demonstriert, unser Gewissen anspricht und uns daran erinnert, dass die Politik ihre Verantwortung und Aufgaben nicht mehr wahrnimmt.“

Zuvor hatte Luigi Di Maio, der Führer der Fünf-Sterne-Bewegung, öffentlich Unterstützung für die Gelbwestenproteste geäußert, was zu diplomatischen Spannungen mit Frankreich führte. Vergangene Woche rief Paris seinen Botschafter in Rom zu „Konsultationen“ zurück.

Mit einer weiteren Aussage unterstrich Conte, Europa dürfe keine Angst vor „kontrollierbaren“ Konflikten haben: „Wir sollten zulassen, dass Konflikte entstehen, dass sie ihre treibende Kraft zeigen – wenn sie in demokratischer Form auftreten.“

Im Gespräch schildert der Präsident des Europäischen Wirtschafts- und Sozialausschusses, worin er die Gründe der Gelbwesten-Proteste sieht, ob die EU ausreichend gegen soziale Ungerechtigkeiten vorgeht und warum man illegale Migranten nicht nach Hause schicken sollte.

Viel Kritik von Seiten der EU-Parlamentarier

Für die Haltung der italienischen Regierung, vor allem in Wirtschafts-, Finanz- und Migrationsfragen, erntete Conte scharfe Kritik von diversen Seiten.

Manfred Weber, der Vorsitzende der konservativen EVP, richtete seine Angriffe auf das stockende Wirtschaftswachstum Italiens, während der sozialdemokratische Fraktionschef Udo Bullmann Rom beschuldigte, „gefährliche und unnötige Kämpfe“ mit Paris und Brüssel zu führen.

Grüne und linke Abgeordnete konzentrierten sich hingegen eher auf Migrationsfragen und kritisierten, dass diese von der italienischen Regierung als „der Sündenbock für alle Übel in Italien“ instrumentalisiert würden.

Der scharfe Angriff des Fraktionsvorsitzenden der liberalen ALDE, Guy Verhofstadt, ging via Twitter in Italien viral. In Richtung Conte frage Verhofstadt: „Wie lange wollen Sie noch die Marionette Salvinis und Di Maios bleiben?“

Conte schien zunächst von Ausmaß und Schärfe der Angriffe überrascht, ging dann aber in die Offensive.

„Ich bin keine Marionette. Ich bin stolz darauf, den Wunsch des italienischen Volkes nach Veränderung zu vertreten,“ sagte er unter anderem. Darüber hinaus sei es eine „unvorstellbare Verlogenheit [zu suggerieren], dass Italien Kinder im Mittelmeer sterben lässt“.

Mit Blick auf die Spannungen mit Frankreich zeigte er sich gelassen: „Es wäre verrückt, zu denken, dass eine solche lange Freundschaft durch eine einzige Meinungsverschiedenheit in Frage gestellt wird.“

Bearbeitet von Benjamin Fox Gerardo Fortuna, EA 13

 

 

 

 

Studie. Deutschland braucht jährlich 260.000 Einwanderer

 

Der demographische Wandel schlägt immer stärker durch. Die Zahl der Arbeitskräfte nimmt ab und aus der EU kommen weniger Menschen nach Deutschland. Eine Studie hat jetzt berechnet, wie viel Einwanderung aus Drittstaaten der deutsche Arbeitsmarkt braucht.

 

Wissenschaftler rechnen bis 2060 mit einer jährlich nötigen Einwanderung von mindestens 260.000 Menschen nach Deutschland. Das Angebot an Arbeitskräften nehme ohne Einwanderung bis 2060 um fast 16 Millionen ab, heißt es in der am Dienstag im Auftrag der Bertelsmann Stiftung in Gütersloh veröffentlichten Studie. Selbst eine wachsende Erwerbsbeteiligung der Inländer könne diese Entwicklung nur um maximal 1,8 Millionen Personen abbremsen.

Die Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) sowie der Hochschule Coburg im Auftrag der Stiftung basiert auf einer 2015 erschienenen Arbeit der Autoren mit dem Titel „Zuwanderungsbedarf aus Drittstaaten bis 2050“. In ihren Modellrechnungen berücksichtigten die IAB-Mitarbeiter Johann Fuchs und Alexander Kubis sowie der Coburger Wirtschaftswissenschaftler Lutz Schneider den Angaben zufolge die Entwicklung der inländischen Erwerbsbeteiligung, die Migration aus EU-Staaten sowie den Einfluss der Digitalisierung.

Demnach gehen die Forscher von jährlich rund 114.000 Einwanderern aus EU-Staaten aus, rund 146.000 müssten somit aus Drittstaaten einwandern. Die Untersuchung zeige, dass die Einwanderer aus Drittstaaten bisher eher Stellen mit geringem Anforderungsprofil besetzten, schreiben die Studienautoren. Die Engpässe am deutschen Arbeitsmarkt lägen aber im mittleren und hohen Anforderungsbereich. „Nur eine Zuwanderung von Drittstaatenangehörigen mit geeigneter Qualifikation sichert eine schnelle und qualifikationsadäquate Integration in den Arbeitsmarkt und beugt Fachkräfteengpässen vor beziehungsweise lindert diese“, hieß es.

Forscher fordern Einwanderungsgesetz aus einem Guss

Ein zunehmend digitalisierter Arbeitsmarkt erfordert den Berechnungen zufolge nicht weniger Arbeitskräfte, sondern stattdessen mehr Fachkräfte mit hoher Qualifikation. Langfristig sei mit einer Entspannung der Engpässe bei Akademikern, aber eher mit einer Verschärfung im Bereich der mittleren Qualifikation zu rechnen.

Die Forscher plädieren unter anderem für ein „Einwanderungsgesetz aus einem Guss“, da die Einwanderung bisher in vielen Gesetzen und Vorschriften geregelt und dadurch für potenzielle Einwanderer unübersichtlich sei. Auch eine Einreise zur zeitlich befristeten Arbeitsplatzsuche ohne vorliegendes Arbeitsangebot bei einem mittleren Qualifikationsniveau sei vorstellbar.

Grünen fordern pragmatische Lösungen

Die migrationspolitische Sprecherin der Grünen im Bundestag, Filiz Polat, fordert „pragmatische Lösungen“. Statt dem akuten Fachkräftemangel zu begegnen, konzentriere sich das CSU geführte Innenministerium auf Abschottung und Abschiebungen. „Mit dem von der Bundesregierung vorgelegten Fachkräfteeinwanderungsgesetz wird die erforderliche Zahl von 260 000 Fachkräften pro Jahr niemals erreicht werden können“, so die Grünen-Politikerin.

Deutschland brauche aber dringend ein Einwanderungsgesetz. Es brauche unbürokratische und anwenderfreundliche Regelungen für Unternehmen und Einwanderungswillige. „Ein echtes Einwanderungsgesetz muss flexibel ausgestaltet sein und auch ein wirksames Bleiberecht für Geduldete ermöglichen“, so Polat. (epd/mig 13)

 

 

 

 

EU-Staaten wollen bei Steuerfragen „nationale Souveränität“ behalten

 

Eine große Mehrheit der EU-Regierungen lehnte am Dienstag den Vorschlag der Europäischen Kommission ab, die für die Verabschiedung von Steuergesetzen erforderliche Einstimmigkeit im EU-Rat zu beenden. Diverse Staaten erklärten, sie wollten ihre nationale Souveränität schützen und vermeiden, dass Entscheidungen gegen einzelne widerständige Länder erzwungen werden können.

Die Europäische Kommission hatte im Januar einen schrittweisen Übergang zur Einführung der qualifizierten Mehrheit in Steuerfragen vorgeschlagen.

Nach der gestrigen ersten Diskussionsrunde, die während des Treffens der EU-Finanzminister (Ecofin-Rat) stattfand, unterstützten allerdings nur die größten europäischen Länder – darunter Frankreich, Deutschland und Spanien – den Plan.

Italiens Haltung war weniger klar: Rom erklärte, man unterstütze die Idee im Allgemeinen, halte sie aber für verfrüht.

Im Gegensatz dazu stellte sich eine große Mehrheit der EU-Länder gegen den Vorschlag.

Auf vielen Politikfeldern können die EU-Mitgliedsstaaten nur einstimmige Entscheidungen treffen. Die Kommission wagt nun einen Vorstoß, dies im Bereich der Steuerpolitik zu ändern.

Der für den Euro zuständige Kommissionsvizepräsident Valdis Dombrovskis erklärte nach der Diskussion, „viele Mitgliedstaaten“ würden den Beginn der Debatte begrüßen. Er räumte jedoch ebenfalls ein, dass die Ansichten „sehr unterschiedlich“ seien.

Vier Phasen

Allerdings entdeckte Dombrovskis mehr „Offenheit“ unter den Mitgliedstaaten, um eine „erste Phase“ des Vorschlags zu erörtern. Dabei könnte die Entscheidungsfindung per qualifizierter Mehrheit bei Maßnahmen zur Bekämpfung von Steuerbetrug und Steuerhinterziehung eingeführt werden.

Eine solche qualifizierte Mehrheit umfasst mindestens 16 Mitgliedstaaten, die mindestens 65 Prozent der EU-Bevölkerung repräsentieren.

In einer zweiten Phase, so der Kommissionsvorschlag, würde die qualifizierte Mehrheit auf andere steuerbezogene Dossiers ausgeweitet, in denen gemeinsame Ziele der EU angegangen werden, wie z.B. die Bekämpfung des Klimawandels oder die öffentliche Gesundheit.

In der dritten Stufe würde die qualifizierte Mehrheit auch für Neuerungen bei bereits harmonisierten EU-Vorschriften gelten, beispielsweise im Bereich der Mehrwertsteuer.

In der letzten Phase könnte das System auch für neue, ehrgeizige Steuervorhaben angewendet werden, einschließlich der umstrittenen Digitalsteuer oder der sogenannten Gemeinsamen Konsolidierten Körperschaftsteuer-Bemessungsgrundlage (GKKB).

Die endgültige Entscheidung über ein Ende der Einstimmigkeit liegt jedoch in den Händen der EU-Staats- und Regierungschefs; der Widerstand eines einzigen Staates würde ausreichen, um den Vorschlag zu blockieren.

Reaktionen

Der rumänische Finanzminister Eugen Orlando Teodorovici, dessen Land aktuell den Vorsitz bei den Ratssitzungen führt, stellte zwar fest, dass „die Steuersouveränität für viele Mitgliedstaaten von größter Bedeutung ist und die Einstimmigkeitsregel oft zu einer schnellen Entscheidungsfindung führt“; die EU solle aber dennoch prüfen, wie Entscheidungsprozesse verbessert werden können – nicht nur im Bereich Besteuerung.

Nur Frankreich und Deutschland sprachen sich deutlich für den Vorschlag aus. Der französische Finanzminister Bruno Le Maire verteidigte die Idee als Mittel zur „Effizienzsteigerung“ der EU in Steuerfragen.

Sein deutscher Kollege Olaf Scholz betonte, er unterstütze bereits seit langem die Idee, die qualifizierte Mehrheit in außen-, aber auch in steuerpolitischen Fragen einzuführen.

EU-Kommissionschef Juncker und der deutsche Außenminister Maas erklärten, außenpolitische Entscheidungen im Europäischen Rat sollten trotz fehlender Einstimmigkeit gefällt werden können.

Der spanische Premierminister Pedro Sanchez hatte bereits vergangenen Monat gefordert, die Kommission solle die Einstimmigkeitsregel nicht nur in Außen- und Steuerfragen abschaffen, sondern auch in Bezug auf das Verfahren zur Ahndung von Rechtsverstößen in einzelnen Ländern sowie zur Verabschiedung des langfristigen Haushalts der EU.

Auf Gegner-Seite unterstrich der luxemburgische Finanzminister Pierre Gramegna, die in den vergangenen vier Jahren in der Steuergesetzgebung erzielten Fortschritte „zeigen, dass wir auch mit Einstimmigkeit vorankommen“.

Er verteidigte das nationale Veto gegen EU-weite Besteuerungspläne. Es gehe dabei „um die grundlegende Souveränität der Länder“.

Auch sein maltesischer Amtskollege Edward Scicluna lehnte es ab, Maßnahmen „gewaltsam“ durchzuführen, wenn einzelne Länder nicht überzeugt seien. Anstatt Meinungsverschiedenheiten per qualifizierter Mehrheit einfach zu übergehen, müssten die nationalen Regierungen sie thematisieren, „sie erklären und überdenken, und dann die anderen überzeugen“. Dies habe „in der Vergangenheit“ schließlich auch funktioniert.

Schwedens Finanzministerin Magdalena Andersson stimmte zu: „Es ist nicht demokratischer, weniger Macht zu haben.“ Der Abschaffung der Einstimmigkeit werde „mit viel Skepsis in vielen Ländern und vielen Parlamenten in ganz Europa“ begegnet werden, fügte sie hinzu.

Auch Menno Snel, Staatssekretär für Finanzen der Niederlande, äußerte sich mit Blick auf die in den vergangenen Jahren erzielten Fortschritte im Bereich Steuern zufrieden mit der aktuellen Situation.

Der Drang nach EU-Reformen, der durch den Sieg Emmanuel Macrons in Frankreich vor fast einem Jahr ausgelöst wurde, verliert an Kraft.

Während der aktuellen Amtszeit hat die EU-Kommission Rechtsvorschriften zur Bekämpfung von Steuererosion und Steuerhinterziehung erlassen, einschließlich Maßnahmen zur Verbesserung der Berichterstattung über Unternehmensgewinne.

Ehrgeizigere Vorschläge, wie die Digitalsteuer für Internetriesen, eine Finanztransaktionssteuer oder die GKKB fanden im EU-Rat hingegen keine Mehrheit und führten zu Alleingängen einiger Länder. [Bearbeitet von Zoran Radosavljevic & Tim Steins] Jorge Valero, EA 13

 

 

 

 

Rückkehr des Staates

 

Eine sozialdemokratische Antwort auf Digitalisierung und Industrie 4.0. Von Nils Heisterhagen 

 

Die deutsche Diskussion über Digitalisierung ist komplex. Beispielsweise wütet der gesellschaftspolitisch ultraliberale Zukunftsforscher Harald Welzer regelmäßig in Büchern und Gastbeiträgen gegen die „smarte Diktatur“ der Datenkraken aus dem Silicon Valley, die uns die Freiheitsrechte rauben und unsere Demokratie aushöhlen. Welzer ist damit nicht allein. Ein Gerhart-Baum-Liberalismus soll auch im 21. Jahrhundert noch überleben. Das ist hier das Ziel.

Es gibt nun aber auch solche Liberalen, die glühende Digitalisierungsphantasten sind und das aus ökonomischen Gründen. Kai Diekmann war früher dafür die Leitfigur. Der Journalist Christoph Keese ist auch so jemand. Ihr Tenor: Schaut auf das Silicon Valley. Wir müssen so werden wie die. Diese Liberalen kritisieren, dass in Deutschland vieles nicht schnell genug voran geht. Sie bemängeln diese deutsche Mentalität des betriebswirtschaftlich abwartenden Strukturkonservatismus. Sie wollen, dass sich die Menschen und die Unternehmen möglichst schnell für die neue Zeit öffnen und sehen, was da auf sie zukommt. Die betriebswirtschaftliche Zukunft sehen sie eher in Start-ups, zumindest aber in der „schöpferischen Zerstörung“, so wie der Wirtschaftssoziologe Joseph Schumpeter es einmal ausgedrückt hat.

Die Lage ist also verworren. Was kann aber eine originär „linke,“ zumindest „keynesianische“ Antwort auf die Digitalisierung sein und worin könnte ihre besonders deutsche Ausprägung liegen? Es handelt sich um eine Doppelstrategie. 

Erstens: Hat sich jemand mal gefragt, wie dieses einzigartige Ökosystem des Silicon Valley überhaupt entstehen konnte? Eine naive Antwort: Die ehemaligen Hippies aus Kalifornien haben es halt geschafft, im Kapitalismus anzukommen. Aus Visionen entstand so langsam ein neuer Wirtschaftszweig. Das war eben Disruption. Eine weniger naive Antwort ist: Die Universität Stanford und ihr Campus sind der Nukleus, der Kern des Ökosystems, ohne den es das Silicon Valley nicht gäbe. Das heißt: Ohne staatlich-öffentliche Infrastruktur kein florierendes digitales Ökosystem. Daraus sollte Deutschland lernen.

Deutschland braucht ein deutsches Stanford. Und das muss mit viel Geld des Staates finanziert und gegründet werden. Wo und wie? Man sollte die bisherige Technische Universität Berlin schließen und zugleich neugründen. Es sollte auf Basis und Verwaltungsstruktur der TU Berlin eine neue Berliner Universität entstehen - und zwar das BIT (Berlin Institut of Technology). Die MINT-Fächer und deren Institute der drei Berliner Universitäten sollen dafür ausgegliedert und in die neue Universität überführt werden. Das wird viel Geld kosten. Dazu werden fünf Milliarden Euro (oder mehr) in die Hand genommen werden müssen. Der Campus des BIT sollte auf dem Tempelhofer Feld errichtet werden. So können auch in Berlin ein Ökosystem wie Stanford und ein Silicon Valley 2.0 entstehen.

Zweitens: Man sollte zugleich nicht so naiv sein zu glauben, dass man das amerikanische Wirtschaftsmodell einfach kopieren kann. Deutschland kann und wird keine reine Start-Up-Nation werden. Das Wirtschaftsmodell Deutschlands ist nicht auf Disruption ausgelegt, sondern auf inkrementelle Weiterentwicklung. Hier gibt es weniger betriebswirtschaftliche Revolutionen, vielmehr ist Evolution das Leitbild. Und das wird auch im digitalen Zeitalter so bleiben. Der deutsche Maschinen- und Anlagenbau im konkreten, sowie die deutsche Industrie im Allgemeinen stehen dabei im Zentrum. Dieser Industrie und ihrer Zukunft muss sich eine deutsche Digitalisierungsstrategie im Kern widmen.

Das Glück besteht darin, dass Deutschland, etwa im Gegensatz zu Großbritannien, seine Industrie nie politisch aufgegeben hat. Die Deutschen sind nicht der Illusion einer „postindustriellen Dienstleistungsgesellschaft“ erlegen, wie der Soziologe Daniel Bell sie in den 1970er Jahren kommen sah. Der Anteil des verarbeitenden Gewerbes an der Bruttowertschöpfung war mit 22,6 Prozent in 2015 ähnlich konstant wie noch im Jahr 2000. Das gilt auch für den Beschäftigtenanteil im verarbeitenden Gewerbe. Es gehört hier wahrscheinlich zu einer der wenigen Glanztaten des Altkanzlers Gerhard Schröder, als er im Zuge der „New-Economy“- und „Dotcom-Phase“ Ende der 1990er und Anfang der 2000er Jahre die Rolle und die Bedeutung der deutschen Industrie verteidigte.

Umso wichtiger ist es, die Industrie zu pflegen und zu stärken: Wir sollten nicht nur den Status Quo für die deutsche Industrie sichern, sondern ganz aktiv eine Re-Industrialisierung anstreben. Durch die sogenannte Industrie 4.0 ist das möglich. Denn die einfache Lehre des Fordismus –  je größer die Menge der hergestellten Teile, desto geringer die Stückkosten – gilt nicht mehr. Durch neue Technologien könnte individuelle Fertigung zu Kosten der Massenfertigung möglich werden. Selbst Unikate wären so rentabel. Das ist der neue Postfordismus der digitalen Industrie 4.0. Outsourcing in Billiglohnländer wäre damit auch betriebswirtschaftlich am Ende angelangt. Eine digitale deutsche Industrie könnte wachsen – wenn die Politik mitspielt und die Weichen richtig stellt.

Ein rein „marktorientierter“ Weg wäre hier falsch. Vielmehr sollte Deutschland die Potenziale der sogenannten „koordinierten“ oder „kooperativen“ Marktwirtschaft nutzen. Der Politikwissenschaftler Wolfgang Schroeder plädiert etwa für eine solche Rückkehr und Stärkung des „Rheinischen Kapitalismus“. Die Zukunft sieht er in klugen Arrangements und vitalisierenden Netzwerken aus Politik, Wirtschaft und Wissenschaft.

Er verweist in einem Papier für die Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) darauf, dass Deutschland mit dem Bündnis der Sozialpartner „Zukunft der Industrie“, der Industrie 4.0-Plattform des Bundeswirtschaftsministeriums und dem Arbeit 4.0-Prozess des Bundesarbeitsministeriums diesen korporatistischen Weg bereits eingeschlagen habe und dieser nun intensiviert werden müsse. Schroeder setzt hier auf die Kraft der deutschen Verbände, sich zusammenzuraufen und in Kooperation die Stärken der deutschen Industrie konsequent weiterzuentwickeln. Nun ist es leider so, dass auf Seiten der Arbeitgeber von Gesamtmetall und BDA – und mit Abstufungen auch beim BDI – ganz offensichtlich der Marktradikalismus immer noch so sehr das Bewusstsein bestimmt, dass sie die Potenziale des korporatistischen Weges nicht sehen oder nicht sehen wollen. Sie wollen auch nicht sehen, dass nur mit einer Rückkehr des Staates als aktiver Gestalter der Weg in die Industrie 4.0 erfolgreich beschritten werden kann.

Wie kann ein keynesianisch-korporatistischer Weg also aussehen? Anders gefragt: Worin könnte und sollte eine sozialdemokratische Politik für die Industrie 4.0 bestehen?

Eine kluge, konstruktive Digitalpolitik sollte mit dem Anschauen dessen beginnen, was es bereits gibt und was gut funktioniert. Den besten Aufschlag für so einen Best-Practice-Ansatz hat der ehemalige IG-Metall Vorsitzende Detlef Wetzel in seinem Buch „Arbeit 4.0“ gemacht. Auf einer „Zukunftsreise“ besuchte er eine Lernfabrik an der TU Darmstadt, ließ sich über betriebliche Gesundheitspolitik bei Thyssen Krupp informieren und sich die digitale Arbeitszeitgestaltung bei Gothaer Systems erklären. Einen ähnlichen Weg wählte der Journalist Klaus Heimann in einer Studie für die FES über „Berufliche Bildung 4.0“. So ein erworbenes Wissen kann dann wieder in Konzepte gegossen und von anderen Betrieben umgesetzt werden.

Best Practice ist also ein wichtiger Ansatz, um zu gemeinsamen konzertierten Aktionen zu kommen. Sehr zentral ist da der Bereich „Berufliche Bildung“. Sie ändert sich gerade radikal. Ein Facharbeiter etwa muss immer komplexere Tätigkeiten durchführen und immer mehr wissen. Und ist es doch gerade er, wie generell Beschäftigte mit einem mittleren Qualifikationsniveau, der durch die Digitalisierung am meisten unter Druck gerät. Die OECD beschreibt in ihrem „Beschäftigungsausblick 2017“, dass Jobs mit mittlerer Qualifikation wegfallen, während es sowohl im niedrig qualifizierten Tätigkeitsbereich als auch im Bereich hochqualifizierter Tätigkeiten mehr Beschäftigung gibt. Auch der „European Jobs Monitor 2017“ zeigt diese starke Polarisierung. Danach gibt es vor allem bei hochbezahlter und sehr gering bezahlter Beschäftigung hohe Zuwächse, wohingegen in der Mitte so gut wie nichts mehr passiert.

Wenn man also weiß, dass Bildung immer wichtiger wird, muss man auch Wege finden, den Menschen diese Bildung zu ermöglichen. Ein Weg könnte hier das tarifliche Bildungsteilzeitmodell der IG-Metall sein. Bizarrerweise gibt es kaum einen Vorschlag der IG-Metall, der so vehement vom Arbeitgeberverband Gesamtmetall bekämpft wird wie dieser. Unternehmen scheinen immer noch zu glauben, dass qualifizierte Menschen von Bäumen fallen und sich ansonsten doch gefälligst privat und auf ihre eigenen Kosten weiterzubilden hätten. Was für eine strategische Dummheit!

Ein korporatistischer Weg könnte das fatale Denken der Arbeitgeber durchbrechen. Mehr Wirtschaftsliberalismus wäre die falsche Antwort auf die Herausforderungen, die die Digitalisierung dem deutschen Wirtschaftsmodell stellt. Mehr Staat und mehr Korporatismus hingegen sind die richtige Antwort. Insofern deutet sich auch an, warum dieser Weg zugleich „keynesianisch“ genannt werden muss. Der Staat wird wieder zum zentralen Akteur.

Umso wichtiger ist es, schnellstmöglich eine keynesianisch-korporatistische Agenda für die Digitalisierung anzugehen. Sie sollte die folgenden Punkte umfassen:

Das schnelle Internet muss schneller kommen. Ähnliches gilt für den flächendeckenden Mobilnetzausbau – für 4G und 5G. Nur ein Beispiel, warum hier Handlungsbedarf herrscht: Das 4G-Netz in Deutschland ist laut einer aktuellen Studie des Aachener Beratungsunternehmens P3 schlechter als in Albanien. Eine hervorragende digitale Infrastruktur ist die Voraussetzung für alles andere. Dafür muss nicht nur der Druck auf die Unternehmen steigen, sondern auch der Staat aktiver werden.

Des Weiteren braucht es ein Milliarden-Programm „Duales Studium: Vom Meister zum Master“ und ein Milliarden-Programm für die Fraunhofer-Institute, die Helmholtz-Gemeinschaft und die Max-Planck-Institute. Dann sollte es zur finanziellen Unterstützung beim Aufbau neuer Studiengänge zu Industrie 4.0 sowie zur Finanzierung von Lernfabriken kommen.

Es sollte zudem zur Gründung einer „Bundesagentur für Weiterbildung“ kommen, unter dem Dach der Bundesagentur für Arbeit oder im Verbund mit ihr. Damit müsste man auch eine soziale Absicherungspolitik für all jene verbinden, die befürchten, durch die Digitalisierung arbeitslos zu werden. Die Verlängerung der Bezugsdauer des Arbeitslosengeld 1 (auch nicht nur für Ältere) und der Ausbau zu einem Arbeitslosengeld Qualifizierung sind hier zentral. Zuletzt braucht es einen massiven Ausbau staatlicher Forschungsförderung und mehr steuerliche Anreize für Forschung und Entwicklung. Deutschland benötigt eine „Industriestrategie 2025“. Ein „Sozialstaat 2025“, so wie ihn die SPD will, ist gut, aber noch nicht genug. Ipg 12

 

 

 

90 Jahre Lateranverträge, 90 Jahre Vatikanstaat

 

Der Vatikan begeht an diesem Montag Staatsfeiertag. Am 11. Februar 1929, vor 90 Jahren, wurden die sogenannten Lateranverträge unterzeichnet. Das Abkommen zwischen dem Königreich Italien und dem Heiligen Stuhl beendete nach fast sechs Jahrzehnten die Römische Frage, also den ungeklärten Status der Besitzungen der Päpste in Rom und Italien. Gudrun Sailer und Eugenio Bonanata

 

Vatikanstadt - Bis 1870 war der Kirchenstaat unabhängig vom Königreich Italien, das 1861 entstanden war. Die Unterschrift unter die Lateranverträge setzten am 11. Februar 1929 der faschistische italienische Regierungschef Benito Mussolini einerseits und Kardinal Pietro Gasparri, Staatssekretär von Papst Pius XI. andererseits. Sie unterzeichneten das Abkommen im Lateranpalast, daher der Name.

Die Lateranverträge bestehen aus drei Teilen: einem Versöhnungsvertrag, genannt Laterantraktat, einem Konkordat über die Beziehungen zwischen dem italienischen Staat und der Kirche, sowie einem Finanzabkommen. Details dazu erklärt im Gespräch mit uns Giuseppe Dalla Torre, Jura-Professor und Präsident des Tribunals der Vatikanstadt.

Hier zum Hören:

„Der Versöhnungsvertrag wurde abgeschlossen, um die Römische Frage abschließend zu klären - mit der Einrichtung der Vatikanstadt und der Zuerkennung einiger Garantien für den Heiligen Stuhl, die ihm die freie Ausübung der Regierung der Weltkirche zusicherten. Das Konkordat hingegen hatte das Ziel, das Leben der katholischen Kirche in Italien zu regeln.“

Der Papst erkannte mit den Lateranverträgen die Stadt Rom als Sitz der italienischen Regierung an und verzichtete auf die Gebiete des alten Kirchenstaates. Überdies verpflichtete er sich dazu, in internationale Streitigkeiten, die Italien betreffen, nicht parteiisch einzugreifen, sondern höchstens als Schlichter. Im Gegenzug garantierte Italien die politische und territoriale Souveränität des Vatikans und entschädigte den Papst für die Enteignungen von 1870. Die italienische Regierung passte ihre Heiratsgesetzgebung an die der katholischen Kirche an. Der Katholizismus wurde in Italien als Staatsreligion anerkannt.

“ Ein Streit, der Italien nach innen und außen politische schwächte, der die katholischen Gläubigen in Italien in Gewissenskonflikte brachte, denn sie waren emotional gespalten zwischen ihrer Treue für die Kirche und ihrer Treue für den Staat ”

Die Lateranverträge, resümiert der Vatikan-Richter, haben also viel Neues gebracht. „Vor allem haben sie den Streit beendet, der zwischen Kirche und Staat seit 1870 herrschte. Ein Streit, der Italien nach innen und außen politisch schwächte, der die katholischen Gläubigen in Italien in Gewissenskonflikte brachte, denn sie waren emotional gespalten zwischen ihrer Treue für die Kirche und ihrer Treue für den Staat. Der Streit machte es natürlich auch dem Heiligen Stuhl und damit der Kirche schwer, sich Italien gegenüberzustellen. Deshalb waren die Lateranverträge ein wichtiger Schritt. Sie schufen die Voraussetzungen für eine Zusammenarbeit, die sicherlich viel beitrug zur Entwicklung und dem internationalen Auftreten des Heiligen Stuhles, zum Leben der Kirche in Italien und auch zur Ermächtigung des italienischen Staates als Volk. Wir müssen uns ja klarmachen, dass ein Volk Bindungsfaktoren braucht, die es zusammenhalten. Von daher hat das große Engagement der katholischen Kirche in Italien einen unvergleichlichen Beitrag geleistet.“

Das italienische Parlament hatte das Abkommen damals mit überwältigender Mehrheit angenommen. Verzeichnet wurden nur zwei Gegenstimmen in der Kammer, die sich ausschließlich aus faschistischen Abgeordneten zusammensetzte, sowie sechs Gegenstimmen im Senat. Das zeigt das hohe Interesse, das Italien an der Übereinkunft mit der Kirche hatte: Seit der Machtübernahme durch die Faschisten 1922 sah sich das Land international isoliert.

Lateranverträge überdauerten Faschismus, Krieg und Staatsgründung

Der Lateranpakt überdauerte den Fall des Faschismus, den Zweiten Weltkrieg und die Entstehung der Italienischen Republik. Italien nahm einen Verweis auf die Lateranverträge in seine Verfassung von 1948 auf. Dort heißt es in Artikel 7: „Der Staat und die katholische Kirche sind jeweils in ihrer eigenen Ordnung unabhängig und souverän. Ihre Beziehungen werden durch die Lateranverträge geregelt.“

1984 kam es zu einer Überarbeitung des Konkordats, unterzeichnet von Ministerpräsident Bettino Craxi und Kardinalstaatssekretär Agostino Casaroli. In der Neufassung wurde die Klausel abgeschafft, die den Katholizismus zur italienischen Staatsreligion erklärt. Eingeführt wurde die Finanzierung des Klerus über den sogenannten „otto per mille“, 8x1000, eine Art Kirchensteuer.

„Das Konkordat wurde modernisiert und den Erfordernissen der neuen italienischen Gesellschaft angepasst”, fasst Giuseppe dalla Torre zusammen. „Es war so näher am Kontext der neuen Verfassung, aber auch näher an den Prinzipien des II. Vatikanischen Konzils in der Frage der Religionsfreiheit und der Beziehungen zwischen Kirche und politischer Gemeinschaft. Der Versöhnungsvertrag zwischen Italien und dem Heiligen Stuhl hingegen blieb in der Substanz unverändert, aber man kann nicht sagen, dass er nur die Frage der Vergangenheit abgeschlossen hat: er ist immer noch ein wichtiges Betriebsinstrument des Heiligen Stuhls auf internationaler Ebene.“ (vn11)

 

 

 

 

Private Imperien

 

Konzerne gewinnen dramatisch an Einfluss - auf Kosten der Nationalstaaten.

Von Stefano Marcuzzi, Alessio Terzi

 

Kommt die weltweite Wirtschaftselite in Davos zusammen, so schwingen die versammelten CEOs, Hedgefondsmanager und sonstigen Wirtschaftstitanen große Reden zu diversen Themen. Zu einem Thema jedoch schweigen sie: dem Ausmaß, in dem sie inzwischen Befugnisse ausüben, die einst Regierungen vorbehalten waren. Die Fähigkeit der Regierungen, die Bedürfnisse ihrer Bürger zu erfüllen, nimmt ab. Gleichzeitig wächst der politische Einfluss der Konzerne, und zwar teilweise – etwa im Falle großer Technologieunternehmen wie Facebook und Google – dramatisch.

Die Nationalstaaten scheinen angesichts der drängendsten Herausforderungen unserer Tage wie der Cyber-Sicherheit, dem Klimawandel, den geopolitischen Turbulenzen und der Migration nicht imstande, den Willen und die Mittel für eine angemessene Reaktion aufzubringen. Sind die Großkonzerne die Lösung, oder sind sie Teil des Problems?

Man betrachte die Frage der Sicherheit von Wahlen. In Reaktion auf die zunehmende Bedrohung durch ausländische Einflussnahme hat Google jüngst einen Plan vorgelegt, um bei den kommenden Wahlen zum Europaparlament Online-Manipulationen zu verhindern. Um das Fehlen eines EU-Rahmenwerks zur Regelung des Verfahrens zu kompensieren, sei das Unternehmen dabei, selbst „eine europaweite Richtlinie zu erstellen“. In ähnlicher Weise haben Facebook und Twitter die Zwischenwahlen vom vergangenen November in den USA genutzt, um neue Technologien zur Ermittlung und Löschung von Fake News und Falschinformationen auf ihren Plattformen zu testen.

In jedem dieser Fälle reagierten die Technologie-Giganten auf Forderungen der Öffentlichkeit. Innerhalb der Grenzen ihrer zunehmend einflussreichen Plattformen wird von führenden Social-Media-Unternehmen inzwischen erwartet, dass sie Aufgaben aller drei staatlichen Gewalten übernehmen. Sie stellen nicht nur eigene Richtlinien für das Verhalten online auf, sondern überwachen zugleich die Durchsetzung dieser Regeln und verhängen Urteile – etwa vorübergehende Sperrungen oder dauerhafte Nutzungsverbote – gegenüber Nutzern, die der Verstöße gegen die Regeln überführt wurden.

Dies sind durchaus nicht die einzigen Beispiele dafür, wie multinationale Konzerne ihre eigene öffentliche Politik entwerfen und durchsetzen. Microsoft hat jüngst erklärt, es würde 500 Millionen Dollar ausgeben, um die Verfügbarkeit bezahlbaren Wohnraums in Seattle zu erhöhen. Dies wäre eigentlich Aufgabe des US-Ministeriums für Wohnungsbau und Stadtentwicklung und anderer Staats- und Bundesbehörden. Und auf dem Pariser Friedensforum im vergangenen November unterzeichneten Microsoft, Google, Facebook und andere Technologie-Giganten gemeinsam mit 50 Regierungen ein neues multilaterales Abkommen zur Cyber-Sicherheit. Die Regierungen der USA, Russlands und Chinas glänzten durch Abwesenheit.

Während sich die multinationalen Konzerne – insbesondere die US-Technologieunternehmen – zu einer globalen politischen Kraft eigenen Rechts entwickelt haben, ist der Autoritätsverlust unter den Nationalstaaten durch eine Kombination unterschiedlicher Faktoren bedingt. Hierzu gehören ein stockendes BIP-Wachstum, eine Staatsverschuldung in Rekordhöhe, die zunehmend polarisierte politische Landschaft und die gesetzgeberische Paralyse. In einer Gallup-Umfrage des Jahres 2018 äußerten lediglich 5 Prozent der teilnehmenden Amerikanerinnen und Amerikaner, sie hätten „eine Menge“ Vertrauen in den Kongress, während 46 Prozent „sehr wenig“ Vertrauen hatten. Bedenkt man, wie viele drängende Probleme heute über nationale Grenzen hinausreichen, überrascht das nicht. Die multinationalen Konzerne sind daher aufgrund ihrer Beschaffenheit in der Lage, ihren Einfluss auf die Politik auf globaler Ebene zu festigen.

Doch genießen multinationale Konzerne zugleich noch mehrere andere Vorteile, nicht zuletzt ihre großen finanziellen Ressourcen. Wäre Apple ein Land, so wäre sein BIP 2017 (bei Erlösen von 229 Milliarden Dollar) größer gewesen als das von Portugal; in ähnlicher Weise lagen Walmarts Einnahmen nur ganz knapp unter denen von Belgien. Und mit 237 Milliarden Dollar an Barreserven könnte Apple theoretisch ein Investitionsprogramm auflegen, das fast doppelt so groß wäre wie der Marshallplan (in heutigen Dollars).

Die multinationalen Unternehmen sind zudem gut aufgestellt, um Unterschiede zwischen Regulierungs- und Steuersystemen auszunutzen. Laut einem aktuellen Aufsatz der Ökonomen Gabriel Zucman, Thomas R. Tørsløv und Ludvig S. Wier „werden weltweit jährlich fast 40% der Gewinne multinationaler Unternehmen in Steueroasen verschoben“. Und die multinationalen Konzerne sind in einzigartiger Weise in der Lage, neue und sich ständig wandelnde Märkte insbesondere im Bereich der technologischen Innovation (künstliche Intelligenz, Biotechnik usw.) anzuzapfen, in denen die Regierungen mit dem Fortschritt nicht schritthalten können.

Angesichts dieser Lage überrascht es nicht, dass die großen „Mondlandungsprojekte“ des frühen 21. Jahrhunderts eher von privaten Unternehmen als von Regierungen ausgehen dürften. So führt das vom PayPal-Mitgründer und Tesla-Gründer Elon Musk gegründete SpaceX die Bemühungen zur Kolonialisierung des Mars an. In ähnlicher Weise hat Facebook die Möglichkeit sondiert, über solarbetriebene Drohnen einen universellen Internetzugang zu ermöglichen. Alphabet (die Muttergesellschaft von Google) hat dasselbe getan, aber mit Heißluftballons.

Und anders als in den 1960er Jahren, als nur die NASA geeignete Mitarbeiter und sonstige Ressourcen zusammenbringen konnte, um die erste Mondlandung zu organisieren, überlegt die Behörde inzwischen, einen Teil ihrer eigenen Erforschung und Konstruktion von Raketen an private Konzerne zu vergeben. Allgemein hängt die NASA bei ehrgeizigen langfristigen Projekten – wie einer neuen Mondlandung oder Erkundungsflügen zum Mars – mehrere Jahre hinter dem privaten Sektor zurück.

Diese Entwicklungen entsprechen dem, was Susan Strange von der London School of Economics als „Rückzug des Staates“ bezeichnet hat – ein Phänomen, das Implikationen von grundlegender Bedeutung für die Politik, Wirtschaft, internationale Steuerung und Sicherheit bereithält. Die jüngste Gegenreaktion auf die großen Technologieunternehmen wirft die Frage auf, ob die freiheitlichen Demokratien überhaupt mit einer politischen Ökonomie kompatibel sind, in der einige wenige ausgewählte, hochprofitable Unternehmen in der Lage sind, mit wenig oder ganz ohne Beaufsichtigung ihre eigene öffentliche Politik zu verfolgen. Wie also sollten Nationalstaaten und internationale Organisationen auf diese Herausforderung reagieren?

Die Geschichte hält hier einige Anhaltspunkte parat. Zunächst einmal sollte man sich in Erinnerung rufen, dass die heutigen Technologie-Giganten in einem Raum – nämlich dem Internet – agieren, der ursprünglich von den Regierungen erschaffen wurde. Und wie Mariana Mazzucato vom University College London festgestellt hat, profitierten die meisten dieser Unternehmen in zentralen Phasen ihrer Entwicklung von umfassender öffentlicher Unterstützung. Dasselbe galt vor 400 Jahren, als Unternehmen wie die East India Company auf den Plan traten, um die sich durch die Entdeckung der „Neuen Welt“ bietenden Möglichkeiten auszunutzen. Im Laufe der Zeit erlangten diese Unternehmen beherrschenden Einfluss auf die Wirtschaftsbeziehungen und die Außenpolitik ihrer jeweiligen Staaten.

Die europäischen Regierungen hatten diesen Unternehmen im Namen der Wirtschaftlichkeit in ihren ursprünglichen Gründungsurkunden beispiellose Privilegien gewährt – eine Regelung, die zu Gewinnen und politischer Macht von nie gekannten Ausmaßen führte. Die erfolgreichsten „Multis“ jener Zeit waren die britische East India Company (EIC) und die niederländische Vereenigde Oostindische Compagnie (VOC). Diese beiden vorherrschenden Firmen übertrafen im Laufe der Zeit die entsprechenden französischen, portugiesischen und dänischen Unternehmen und verdrängten sie letztlich komplett vom indischen Subkontinent. Einige Schätzungen beziffern den Nettowert der VOC auf dem Höhepunkt des Unternehmens auf rund 7,9 Billionen heutige Dollars; dies entspricht dem gemeinsamen BIP von Japan und dem Vereinigten Königreich, der dritt- und der fünftgrößten Volkswirtschaft der Welt.

Neben ihren offiziellen Handelsmonopolen auf dem indischen Subkontinent genossen EIC und VOC das Recht, Verträge mit regionalen Mächten wie dem Mogulreich und dem Reich der Marathen zu schließen, Festungen zu errichten, Geld auszustellen, Verwaltungsfunktionen in der Region auszuführen und sogar Truppen aufzustellen. Dank ihrer innovativen Leitungsstruktur als Aktiengesellschaften wurden beide immer reicher und mächtiger und entsprechend gegenüber den Staaten, die ihre Gründung ursprünglich sanktioniert hatten, weniger rechenschaftspflichtig.

Tatsächlich kam es trotz der hohen Anschubinvestitionen der britischen und niederländischen Regierungen in ihre nationalen Champions letztlich so weit, dass EIC und VOC nur noch ihren Aktionären gegenüber verantwortlich waren. Das beständige Streben nach Profiten führte sie dazu, neue Territorien zu erobern, Steuern von den lokalen Bevölkerungen zu erheben und ihre militärischen Kapazitäten auszuweiten. Im Jahr 1803 verfügte die EIC über eine Streitmacht von 260.000 Soldaten; das war doppelt so groß wie die britische Armee. In Ermangelung einer Regulierung hatten sich diese Unternehmen in private Imperien verwandelt. Als die britische und die niederländische Regierung versuchten, die Kontrolle zurückzugewinnen, erkannten sie, dass EIC und VOC sich parlamentarischen Einfluss erkauften, um sich ihre Privilegien zu bewahren. Die Parallelen zur heutigen Zeit sollten offensichtlich sein.

Der letztliche Niedergang dieser Handelsgiganten ist ebenfalls aufschlussreich. Das Geschäftsmodell von EIC und VOC geriet ins Stocken, als der innerasiatische Handel – in erster Linie infolge regionaler Kriege – zurückging. In dem Versuch, ihre früheren Landnahmen zu konsolidieren, entwickelten sich sowohl EIC als auch VOC zu stärker traditionellen landwirtschaftlichen Unternehmen.

Diese Entscheidung freilich erwies sich in der zweiten Hälfte des 18. Jahrhunderts, als weit verbreitete Hungersnöte zu deutlichen Mindereinnahmen aus den Ländereien führten, als nachteilig. Der gegenseitige Wettbewerb von EIC und VOC schwächte ihre Bilanzen zusätzlich. Nicht überraschend hatte beider Rivalität beim Handel zudem starke Folgen auf ihre jeweiligen Länder. Handelsinteressen verstrickten Großbritannien und die Niederlande 1652-1654, 1665-1667 und erneut 1672-1674 in offene Kriege. Und insgesamt führten die Krisen, die die europäischen Indien-Gesellschaften trafen, zum Zusammenbruch von mehr als 30 Banken in ganz Europa.

Die von interner Korruption heimgesuchte VOC wurde letztlich 1799 aufgelöst. Ihre indonesischen Besitztümer wurden von der niederländischen Regierung beschlagnahmt und anschließend als nationale Kolonie verwaltet. Die EIC überlebte noch ein weiteres halbes Jahrhundert. Doch war sie nach 1773 nur noch ein Schatten ihrer selbst. Im ersten Mega-Bailout der Geschichte musste die britische Regierung eingreifen, um das Unternehmen zu retten. Dies gab dem Staat das Recht, den Giganten durch eine Regulierung zur Unterwerfung zu zwingen. Und die große Rebellion von 1857 in Indien – eine öffentliche Reaktion auf von der EIC begangenen Missbrauch – verschaffte der britischen Regierung endlich eine Ausrede, das Unternehmen und alle seine indischen Besitztümer zu verstaatlichen.

Natürlich gibt es trotz aller Ähnlichkeiten auch wichtige Unterschiede zwischen den europäischen Indien-Gesellschaften und den heutigen multinationalen Konzernen. Keiner der modernen Technologie-Giganten verfügt über eine Privatarmee, die dem US-Militär gewachsen wäre. Allerdings bestehen, was die Cyber-Fähigkeiten angeht, zwischen staatlichen und privaten Akteuren sehr viel geringere Unterschiede.

Bei aller Vorsicht legen diese Parallelen nahe, dass die Lehren aus der Vergangenheit unsere Herangehensweise an die Steuerung der Unternehmensmacht heute beeinflussen können und sollten. Wenn man es privaten Unternehmen erlaubt, im Auftrag von Staaten neuen, umfassenden wirtschaftlichen Chancen nachzujagen, können sie sich der Kontrolle ihrer jeweiligen Regierungen nur allzu leicht entledigen. Dies ist eine Lehre der Geschichte. Wenn das passiert, kann es äußerst schwierig sein, die staatliche Autorität wiederherzustellen.

Das Versagen des Geschäftsmodells eines riesigen Unternehmens kann bedeutende Auswirkungen haben auf Nationalstaaten und deren Gesellschaften. Man betrachte etwa den Cambridge-Analytica-Skandal, bei dem Facebook es politischen Akteuren gestattete, die Daten von mehr als 70 Millionen Nutzern abzugreifen und zielgerichtete Werbeanzeigen zu nutzen, um die US-Präsidentschaftswahl von 2016 zu beeinflussen (eine Wahl, die letztlich durch eine kleine Zahl von Wechselwählern entschieden wurde).

Es bleibt abzuwarten, ob die Nationalstaaten ihre Rolle als primäre Quelle der Regierungsführung und der Sicherheit, insbesondere in neuen, unregulierten Bereichen, erneut werden geltend machen können. Es gibt viele mögliche Ansätze für das Problem, von der Regulierung der Wirtschaftsaktivitäten der Technologiekonzerne bis hin zu ihrer Behandlung als öffentliche Versorger, durch welche ihre Fähigkeit zur Expansion begrenzt würde.

Die Europäische Union versucht derzeit, den großen Technologiekonzernen durch strikte Durchsetzung der EU-Kartellbestimmungen die Grenzen aufzuzeigen. In den letzten Jahren hat die EU hohe Geldbußen gegen Intel, Google, Qualcomm und Facebook verhängt oder überprüft diese noch. Sie zieht zudem eine neue digitale Steuer in Betracht, um die Fähigkeit der Konzerne zur Steuer-Arbitrage zu begrenzen, bei welcher diese ihre Gewinne von Ländern mit hohen Steuersätzen in solche mit niedrigen Steuersätzen verlagern.

In den USA dagegen haben die Regierung von Präsident Donald Trump und die Republikaner im Kongress hohe Steuersenkungen verabschiedet um sicherzustellen, dass die meisten multinationalen Konzerne mit Sitz in den USA in der territorialen und legislativen Reichweite des Landes verbleiben. Es ist schwer zu sagen, welcher dieser beiden Ansätze effektiver sein wird.

Höchstwahrscheinlich jedoch werden die zunehmenden Unterschiede bei der nationalen Politik die transatlantische Kluft vertiefen, ohne zum Kern des Problems vorzudringen. Letztlich erfordert die Rückeroberung der Souveränität von den multinationalen Konzernen internationale Zusammenarbeit. Um diese aber war es in den letzten Jahren herzlich schlecht bestellt. Infolgedessen wird sich das Machtgleichgewicht noch eine ganze Weile weiter in Richtung der Großkonzerne verlagern. Und wie wir in Davos gesehen haben, ist es den Eigentümern und Führungskräften dieser Unternehmen umso lieber, je weniger am darüber spricht. Aus dem Englischen von Jan Doolan. PS/IPG 8

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Kindergeld bei Arbeitslosigkeit auch für Kinder im Ausland

 

In der EU haben auch arbeitslose Eltern Recht auf Kindergeld. Dies gilt auch dann, wenn die Kinder in einem anderen EU-Land leben. Das hat der Europäische Gerichtshof zu einem irisch-rumänischen Fall entschieden.

Arbeitslose Eltern haben in der Europäischen Union auch dann ein Recht auf Kindergeld, wenn die Kinder in einem anderen EU-Land leben. Für den Bezug sei eine Beschäftigung keine Bedingung, urteilte der Europäische Gerichtshof (EuGH) am Donnerstag in Luxemburg zu einem irisch-rumänischen Fall. Welches Land für die Zahlung zuständig ist, klärte der EuGH indes nicht. (AZ: C-322/17)

Ein Rumäne, der sechs Jahre in Irland gelebt und gearbeitet hatte und dann arbeitslos geworden war, beantragte 2009 für seine zwei Kinder in Rumänien Kindergeld. Dies wurde ihm nur zeitweise gewährt: Für April 2010 bis Januar 2013 wurde nicht gezahlt. Begründung der irischen Behörden war, dass der Mann in dieser Zeit weder eine Beschäftigung ausgeübt noch eine beitragsabhängige Leistung bezogen habe.

Darauf komme es aber nicht an, befand der EuGH unter Rückgriff auf das einschlägige EU-Gesetz von 2004. Die Luxemburger Richter urteilten, der Anspruch auf Kindergeld bestehe auch dann, wenn die Kinder in einem Land als ihre Eltern lebten.

Höhe des Kindergeldes ungewiss

Unklar ist allerdings, ob die Ansprüche in Irland oder in Rumänien bestehen – und damit ist auch die Höhe des Kindergeldes ungewiss. Der EuGH-Generalanwalt, der den Richtern vor ihrem Urteil ein Gutachten vorlegt, hatte auf diesen Punkt hingewiesen.

Laut einer Gerichtsmitteilung müsse geprüft werden, ob die Ansprüche für April 2010 bis Januar 2013 auf dem Grundsatz des Beschäftigungslandes oder des Wohnsitzlandes und damit auch des Wohnsitzlandes der Kinder beruhten. Dies zu ermitteln war nach Ansicht des EuGH-Generalanwalts aber ohnedies Aufgabe der irischen Justiz. Diese muss den Fall nun im Licht des EuGH-Urteils abschließen. (epd/mig 8)

 

 

 

Europas offene Flanke

 

Bei den Europawahlen drohen Cyberangriffe von rechts, doch die EU schützt sich nur unzureichend. Von Moritz Fessler

 

Dass die Wahlen zum Europäischen Parlament (EP) zum Ziel für Hackerangriffe, Desinformationskampagnen und Manipulationsversuche in den sozialen Netzwerken werden, kann als sicher gelten: Rückwirkend lässt sich deutlich rekonstruieren, dass jedes politische Großereignis seit den US-Präsidentschaftswahlen 2016 in Europa von Manipulationsversuchen im Cyberraum begleitet wurde. Vom Brexit-Referendum über die französischen Präsidentschaftswahlen bis hin zum umstrittenen Volksentscheid über die Unabhängigkeit Kataloniens konnten europaweit Think Tanks, NGOs und staatliche Akteure versuchte und erfolgte Desinformationskampagnen und Cyberangriffe dokumentieren. In Belgien zerbrach im Dezember letzten Jahres gar die Regierungskoalition an einer Kontroverse über den UN-Migrationspakt, die maßgeblich von ultrarechten Bewegungen in den sozialen Netzwerken befeuert wurde. So ist es nicht verwunderlich, dass sich laut einer aktuellen Eurobarometer-Umfrage drei Viertel aller Europäer um Desinformation im Netz sorgen.

Als Reaktion auf die Bedrohung aus dem Cyberraum wiesen die europäischen Staats- und Regierungschefs dem Thema in ihrer Ratserklärung vom Oktober 2018 erkennbar Prominenz zu. Kurz darauf legte die EU-Kommission einen Aktionsplan vor, der konkrete Vorschläge zur Absicherung der Wahlen beinhaltet. Tatsächlich aber verkennen die bisher getroffenen (und nicht getroffenen) Maßnahmen auf fahrlässige Weise den Charakter der Europawahlen, die aktuell zum Festschmaus für Angreifer aus dem digitalen Off zu werden drohen. Drei zentrale Faktoren potenzieren dabei die Tragweite von Cyberangriffen auf die Europawahlen im Vergleich zu nationalen Urnengängen und verleihen der Diskussion um die Schattenseiten der digitalen Demokratie im Kontext der EU eine besondere Brisanz.

Ein erster wichtiger Unterschied zeigt sich schon beim Blick auf die parteipolitische Lage des Kontinents. Zunehmend formieren sich rechts der Mitte europaskeptische Parteien, deren erklärtes Ziel eine Schwächung der EU ist. Gerade diese Kräfte nutzten bereits bei nationalen Wahlen und Referenden soziale Medien als zentrales Instrument zur Meinungsmache und schreckten dabei auch vor gezielten Desinformationskampagnen und Fake News nicht zurück, wie beispielsweise im Rahmen des Bundestagswahlkampfes. Besondere Relevanz bekommt die Netzaffinität europafeindlicher Kräfte angesichts aktueller Bündnisbestrebungen im rechten Lager, in deren Rahmen der Vorsitzende der italienischen Rechtspopulisten Salvini eine Allianz verschiedenster europaskeptischer Parteien anstrebt. Sollte die Herausbildung dieses Bündnisses tatsächlich glücken, würde damit eine europaweite Angriffsachse im digitalen Raum entstehen. Anders als bei nationalen Wahlen würden dann Ende Mai die Ergebnisse verschiedenster nationaler und nationalistischer Kampagnen im Cyberraum in einem Wahlergebnis verschmelzen, das vereinten europafeindlichen Kräften zu einem deutlichen Zuwachs im EP verhelfen könnte.

Neben einheimischen Akteuren dürfte bei den Europawahlen aber auch ein außereuropäischer Player von besonderer Relevanz für die Vorgänge im Cyberraum werden. Russland hat in der Vergangenheit mehrfach versucht, sowohl über Fake News als auch über den gezielten Einsatz von Bots in sozialen Netzwerken und der bekannten Trollfabrik aus St. Petersburg auf Wahlen in Europa Einfluss zu nehmen. Dabei weist die Absicht des Kreml eine perfide Schnittmenge mit den Zielen europafeindlicher Kräfte auf: eine nachhaltige Destabilisierung der Europäischen Union als Ganzes. Folgerichtig unterstützt Moskau europaweit euroskeptische Parteien auch finanziell. Der essentielle Unterschied zwischen nationalen Urnengängen und den Europawahlen wird in der Konsequenz brisant, weil damit wesentliche Akteure im digitalen Raum die Wahlen im Mai 2019 nicht mehr nur für eine klassische Richtungsentscheidungen für oder wider einer politischen Agenda nutzen (beispielsweise für oder gegen eine Erhöhung des Mindestlohns), sondern sie zur Wahl über das für oder wider der EU als Ganzes pervertieren – ein auf nationaler Ebene undenkbarer Vorgang.

Dieses düstere Bedrohungsszenario trifft darüber hinaus bei den EP-Wahlen auf eine bisher schwach konsolidierte Verteidigungslinie, die einen zweiten elementaren Unterschied zu nationalen Wahlen darstellt. Zentraler Aspekt ist dabei der Charakter der Wahlen: Statt eines einzelnen Wahlgangs erstrecken sich die Wahlen zum Europäischen Parlament vom 23. bis zum 26. Mai über einen längeren Zeitraum und finden gleichzeitig als nationale Wahlen in 27 (oder 28) Mitgliedstaaten statt. Damit liegt auch die Verantwortung zum Schutz der Wahlinfrastruktur vor Cyberangriffen bei den einzelnen Mitgliedstaaten, deren Vorkehrungen jedoch unterschiedlich intensiv ausfallen. Diese fragmentierte Struktur nationaler Sicherheitsvorkehrungen eröffnet zusammen mit der vergleichsweisen langen Wahldauer eine breite Palette an digitalen Angriffsmöglichkeiten. Entsprechend resigniert bezeichnete die Europäische Kommissarin für Justiz, Verbraucherschutz und Gleichstellung die bisher getroffenen Maßnahmen der Mitgliedstaaten als Flickenteppich. Dass es schon in Deutschland bei den Bundestagswahlen 2017 gelungen ist, die zentrale Software zur Übermittlung der Wahlergebnisse an den Bundeswahlleiter zu hacken, verheißt dabei wenig Gutes.

Ein dritter und letztendlich entscheidender Faktor spiegelt sich in den Auswirkungen der Wahlen wider. Sollten einerseits Desinformationskampagnen oder die automatisierte Verbreitung von Fake News in den sozialen Medien erfolgreich sein, könnten europafeindliche Kräfte enorme Sitzgewinne geltend machen und die Handlungsfähigkeit der EU empfindlich einschränken. Sollte andererseits ein Cyberangriff auf die Wahlinfrastruktur in nur einem einzelnen Mitgliedstaat erfolgreich sein, könnte das Ergebnis der Wahlen und die Legitimität des neuen Europäischen Parlaments offen in Frage gestellt werden. In beiden Fällen wäre der notwendigen Stärkung des Parlaments und einer Demokratisierung der EU ein Bärendienst erwiesen.

Schlussendlich offenbart sich in der Diskussion um den Umgang mit digitalen Bedrohungen für die EU ein fatales Ungleichgewicht: Kommen die Mitgliedstaaten ihrer Verantwortung zum Schutz der Wahlen nicht nach, wird die Union die kostspielige Zeche zahlen müssen. Angesichts der aktuellen Lage in Europa, bei der sich die Auseinandersetzung um die politische Ausrichtung der EU zunehmend zur Polemik um ihr Überleben zuspitzt, könnte die Rechnung unverhältnismäßig hoch ausfallen. IPG 6

 

 

 

 

Venezuela: EU-Staaten erkennen Guaido an

 

Ein Dutzend EU-Länder haben Venezuelas Oppositionsführer Juan Guaidó am Montag offiziell als Interimspräsident des Landes anerkannt. Zuvor war ein Ultimatum für die Durchführung von Wahlen in dem lateinamerikanischen Land abgelaufen.

„Die spanische Regierung gibt bekannt, dass wir den Präsidenten der venezolanischen Nationalversammlung, Herrn Guaidó Marquez, offiziell als Interimspräsidenten Venezuelas anerkennen,“ sagte der spanische Premierminister Pedro Sanchez der Presse in Madrid.

Spanien erklärte damit ebenso wie Frankreich, Deutschland, die Niederlande, das Vereinigte Königreich, Österreich, Schweden, Dänemark, Portugal, Finnland, Luxemburg, Lettland, Litauen, Tschechien und Estland, Guiadó anzuerkennen, nachdem der amtierende Präsident Nicolas Maduro nicht die Absicht bekundet hatte, Neuwahlen durchzuführen.

Die Massenproteste in Venezuela bieten eine Chance für politische Transition. Nun kommt es darauf an, national und international daran zu arbeiten, dass ein überfälliger Machtübergang geordnet vonstattengeht, meint Günther Maihold.

Die EU-Länder forderten „freie und faire Präsidentschaftswahlen“ in dem ölreichen Land und betonten, sie vertrauen Guaidó, das Land zu solchen Wahlen führen zu können.

„Bis gestern ist keine Wahl für eine Präsidentschaft ausgerufen worden. Deshalb ist jetzt Guaidó die Person, mit der wir darüber reden und von der wir erwarten, dass sie einen Wahlprozess möglichst schnell initiiert. Für diese Aufgabe ist er der legitime Interimspräsident – aus deutscher Sicht und aus der Sicht vieler europäischer Partner,“ teilte Bundeskanzlerin Angela Merkel auf einer Pressekonferenz mit.

„Die Venezolaner haben das Recht, ihren Willen frei und demokratisch auszudrücken,“ fügte der französische Präsident Emmanuel Macron per Twitter hinzu.

Guaidó, so Bundeskanzler Sebastian Kurz, könne mit Österreichs „voller Unterstützung bei der Wiederherstellung der Demokratie in Venezuela“ rechnen. Das Land habe „zu lange unter schlechter sozialistischer Verwaltung und mangelnder Rechtsstaatlichkeit“ gelitten.

„Das Volk von Venezuela hat genug gelitten. Es ist Zeit für einen Neuanfang“, erklärte auch der britische Außenminister Jeramy Hunt. Die Venezolaner verdienten „eine bessere Zukunft.“

Die Entscheidung der 12 EU-Staaten kommt einige Tage nachdem das Europäische Parlament am Donnerstag dem Präsidenten der venezolanischen Nationalversammlung seine Unterstützung zugesichert und die EU-Mitgliedstaaten aufgefordert hat, dies ebenfalls zu tun.

Bisher haben unter anderem die USA, Kanada, Israel, Argentinien, Brasilien, Chile, Kolumbien, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panamá, Paraguay und Peru Guaidó anerkannt – während Russland, die Türkei, Bolivien, Kuba und Nicaragua ihre Unterstützung für Nicolas Maduro unterstrichen.

Maduro selbst wies die Forderungen nach einer Neuwahl zurück: „Ich weigere mich, jetzt Wahlen auszurufen,“ sagte er in einem Interview mit dem spanischen Fernsehsender La Sexta, das am Sonntag ausgestrahlt wurde. Maduro fügte hinzu: „Es ist uns egal, was Europa sagt.“

Der Rückhalt für den venezolanischen Oppositionsführer Juan Guaido in Europa wird immer stärker.

EU ohne einheitliche Haltung

Die Außenminister der EU-28, die vergangene Woche in Bukarest zusammengekommen waren, konnten sich nicht auf einen gemeinsamen Standpunkt zur Anerkennung Guaidós einigen. Auch nach einem Ministertreffen mit der Liga der Arabischen Staaten am Montag wurde dies nicht erreicht.

Bislang hat somit weniger als die Hälfte der EU-Mitgliedstaaten Guidó formell anerkannt. Polen hat seine Absicht bekundet, dies bald zu tun, während andere Staaten wie Belgien „Unterstützung“ für den Führer der Opposition bekundeten.

In einer Ansprache an die Presse erinnerte die Hohe Vertreterin für die Außenpolitik der EU, Federica Mogherini, es sei nach wie vor die Entscheidung der Mitgliedstaaten, Guaidó anzuerkennen oder nicht.

Mogherini betonte allerdings, dass es ihrer Ansicht nach eine gemeinsame Sichtweise zu den Vorgängen in Venezuela gebe. Die EU habe das Ergebnis der letzten Wahlen nie anerkannt, gleichzeitig aber der Nationalversammlung und ihrem Präsidenten Juan Guaidó ihre Unterstützung ausgesprochen.

Die Wahl von Venezuelas Präsident Nicolás Maduro sei „weder frei noch fair“ gewesen, Menschenrechte würden gravierend verletzt: die EU hat weitere Saktionen gegen das Land angekündigt.

Internationale Kontaktgruppe

In der vergangenen Woche haben sich die Mitgliedstaaten darüber hinaus darauf geeinigt, sich an einer internationalen Kontaktgruppe zu beteiligen, die die notwendigen Voraussetzungen für die Durchführung von Wahlen in Venezuela schaffen soll. Uruguay und die EU werden gemeinsam das erste Treffen der Gruppe veranstalten, das am kommenden Donnerstag in Montevideo stattfinden wird.

Mogherini wird ebenfalls nach Montevideo reisen. Sie hoffe, dass die Kontaktgruppe „zu einem friedlichen und demokratischen Ausgang für dieses Land beitragen kann“.

Im Namen Europas sollen Delegierte aus Frankreich, Deutschland, Italien, den Niederlanden, Portugal, Spanien, Schweden und dem Vereinigten Königreich bei den Gruppengesprächen vertreten sein, während Bolivien, Costa Rica, Ecuador und Uruguay Lateinamerika vertreten.

Die EU als Organisation selbst stehe in engem Kontakt mit den Behörden im Vatikan und in Mexiko, werde der Kontaktgruppe vorerst aber nicht angehören, heißt es.

Mogherini betonte, das Ziel der Gruppe bestehe nicht darin, einen formellen Dialog mit den betroffenen Akteuren aufzunehmen, sondern lediglich „eine politische Dynamik zu unterstützen“. Die internationale Gruppe werde zunächst versuchen, die Situation besser zu verstehen, sich dann an die nationalen Akteure in Venezuela wenden, ihre Erwartungen und den ihrer Ansicht nach besten Weg voran vermitteln und drittens den politischen Übergang begleiten.

Die Gruppe hat ein 90-tägiges Mandat. Sollten durch sie keine Fortschritte erzielt werden, soll diese Form der Zusammenarbeit wieder beendet werden. Beatriz Rios, EA 5

 

 

 

 

INF Vertrag neu verhandeln - und alle Atomwaffen abschaffen

 

Erklärung des pax christi-Präsidenten Bischof em. Heinz Josef Algermissen, Fulda, anlässlich der Aufkündigung des INF-Vertrags durch die USA und Russland

 

Der Präsident der USA und daraufhin auch der Präsident Russlands haben den bisher einzigen Vertrag gekündigt, der seit 1987 zu einer wirklichen Abrüstung von landgestützten Atomraketen mit einer Reichweite von 500 bis 5500 km und deren Vernichtung geführt hatte. Diese Aufkündigung des INF-Vertrages bricht mit einer bewährten Rüstungskontrolle. Damit setzen die Kontrahenten Trump und Putin die Welt und insbesondere Europa einem unverantwortlichen Risiko aus. Das könnte der Auftakt zur Rückkehr zum „Gleichgewicht des Schreckens“ und zu einem unkontrollierten irrsinnigen Wettrüsten sein. „Während man riesige Summen für die Herstellung tödlicher Waffen ausgibt, kann man nicht genügend Hilfsmittel bereitstellen zur Bekämpfung all des Elends in der heutigen Welt“ (2. Vat. Konzil, Pastoralkonstitution, Nr. 81).

Die USA und Russland schaffen so die Möglichkeit, ungehindert neue Mittelstreckenraketen zu bauen und in Europa zu stationieren. Die Pläne dafür liegen offensichtlich schon in den Schubladen.

 

Die Länder der Europäischen Gemeinschaft müssen verhindern, in einen neuen Kalten Krieg hineingezogen zu werden. Ein eindeutiges Nein zur erneuten Stationierung von Mittelstreckenraketen ist jetzt notwendig. Alle Versuche müssen unternommen werden, neu zu verhandeln und auch China mit einzubeziehen.

 

Vor einer Generation gingen Menschen aus Angst vor einem Atomkrieg zu Tausenden auf die Straße, um die Stationierung von Mittelstreckenraketen in Europa zu verhindern - auch um der folgenden Generationen willen. Jetzt ist die Angst wieder da. Ein Pfeiler der bisherigen europäischen Sicherheitsarchitektur, wie wir sie in den letzten 30 Jahren kannten, wird zerstört.

 

Papst Franziskus mahnt in seiner Botschaft zum 52. Weltfriedenstag am 1. Januar 2019: „Wir wissen, dass ein Machtstreben um jeden Preis zu Missbrauch und Ungerechtigkeit führt. Die Politik ist ein grundlegendes Mittel, um ein Gemeinwesen aufzubauen und das Tun des Menschen zu fördern; aber, wenn sie von den Verantwortlichen nicht als Dienst an der menschlichen Gemeinschaft verstanden wird, kann sie zu einem Instrument der Unterdrückung und Ausgrenzung, ja sogar der Zerstörung werden.“ Weiter äußert er die Überzeugung: „Gute Politik steht im Dienste des Friedens; sie achtet und fördert die grundlegenden Menschenrechte, die ebenso gegenseitige Pflichten sind, damit ein Band des Vertrauens… zwischen gegenwärtigen und kommenden Generationen geknüpft werden kann.“

 

Die Kündigung des INF-Vertrages bedeutet zudem einen schweren Rückschlag für den Atomwaffensperrvertrag. Dieser Vertrag über die Nichtverbreitung von Kernwaffen verpflichtet seit 50 Jahren die wichtigsten Atomwaffenstaaten zu Verhandlungen über allgemeine und vollständige Abrüstung von Kernwaffen unter strenger und wirksamer internationaler Kontrolle. Der Atomwaffensperrvertrag steckt schon länger in einer tiefen Krise, da die in dem 1968 aufgelegten internationalen Vertrag geforderten Abrüstungsverhandlungen durch die offiziellen Atommächte schlichtweg nicht realisiert werden. Jetzt kommt nach der einseitigen Kündigung des Atomabkommens mit dem Iran im letzten Jahr noch die Kündigung des INF- Vertrages hinzu.

 

So wird es Zeit, dass der von der UN-Vollversammlung 2017 verabschiedete, vom Vatikan unterstützte Atomwaffenverbotsvertrag auch von Deutschland ratifiziert wird. Wenn der Verbotsvertrag indes auch keinen einzigen Atomsprengkopf abschaffen wird, stellt er doch unmissverständlich fest, dass der Besitz von Atomwaffen mit dem Völkerrecht nicht vereinbar ist. Er erhöht damit den rechtlichen und moralischen Druck auf die neun Atomwaffenstaaten, den Rest der Welt nicht länger in atomare Geiselhaft zu nehmen.

 

Wie effektiv solche Maßnahmen sein können, hat man bei der Ächtung von Streubomben sehen können. Am Ende waren es die Rüstungsfirmen, die die Produktion der international stigmatisierten Waffensysteme einstellten.

 

Nationale und globale Sicherheit lässt sich nicht durch Atomwaffen schaffen, sondern nur durch deren Abschaffung. Solange ein einzelner Mensch in der Lage ist, die Menschheit durch einen Knopfdruck auszulöschen, leben wir auf einem Pulverfass.

 

So fordere ich die verantwortlichen Politiker in Deutschland auf, wenigstens den Abzug aller Atomwaffen aus Deutschland zu beschließen und dem Vertrag für ein Atomwaffenverbot beizutreten. Pax christi wird sich als katholische Friedensbewegung zugunsten der Menschen weiterhin gegen alle Gleichgültigkeit für die Durchsetzung des Verbotes und die Vernichtung der Atomwaffen einsetzen.

Heinz Josef Algermissen, Präsident von pax christi Deutschland, Bischof em. von Fulda

 

 

 

 

World Vision startet Petition gegen Einsatz von Kindersoldaten

 

Reintegration und Bildung überlebenswichtig für zwangsrekrutierte Kinder

 

Friedrichsdorf/Berlin – Die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision startet eine Petition gegen den Einsatz von Kindersoldaten. Mit der Petition und weiteren Aktionen will die Organisation Druck auf die Politik machen, damit ehemalige Kindersoldaten befreit werden und bessere Bildungs- und Wiedereingliederungschancen bekommen. Unterstützt wird World Vision dabei unter anderem von BAP-Sänger Wolfgang Niedecken.

 

Die Petition richtet sich on- und offline an Alle, die mehr Einsatz für die Befreiung und Reintegration von Kindersoldaten fordern. World Vision strebt 20.000 Unterschriften an, die dann an den Bundesminister für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung, Gerd Müller übergeben werden.

 

Auch BAP-Sänger Wolfgang Niedecken, der selbst schon mehrmals in Krisengebiete gereist ist und mit World Vision das Reintegrationsprojekt „Rebound“ gegründet hat, engagiert sich im Kampf gegen den Einsatz von Kindersoldaten: „"Alles Jammern über die Situation von Kindersoldaten nützt nichts, wenn wir nicht für bessere Verhältnisse sorgen. Statt Waffen sollten wir Perspektiven exportieren. Bildung und Berufsausbildung sind extrem wichtig, um Kindersoldaten in ein ziviles Leben zu integrieren."

 

Millionen Kinder und Jugendliche sind aktuell in Konfliktgebieten gefangen. Ihr Risiko, von bewaffneten Gruppen in Dienst genommen zu werden, ist in manchen Staaten immer noch groß. Sie stellen eine billige Ressource als Kämpfer, Köche oder Sexsklavinnen dar, sind leicht beeinflussbar, nicht in der Lage ihre Rechte durchzusetzen und somit schutzlos. „Kein Kind will töten“, erklärt der Vorstandsvorsitzende von World Vision Deutschland, Christoph Waffenschmidt. „Kindersoldaten werden doppelt Opfer, denn wenn sie die Kämpfe überleben, werden sie von der Gesellschaft auch noch gebrandmarkt. Es müssen deshalb noch mehr Programme angeboten werden, damit diese Kinder die Waffen niederlegen, in ihre Familie reintegriert, gesund gepflegt werden und eine Ausbildung erhalten.“

 

Allein in der Zentralafrikanischen Republik hat sich in 2017 die Zahl der bestätigten Rekrutierungen von Kindersoldaten vervierfacht. In der DR Kongo werden vor allem im unruhigen Ostteil des Landes immer wieder Kinder als Soldaten eingesetzt. Auch im Südsudan, in Somalia und Jemen steigt die Zahl der Kindersoldaten.

 

Innocent Opwonya unterstützt die Kampagne von World Vision. Der 29jährige war einst Kindersoldat in Uganda und lebt nun in Deutschland. „Ich habe als Kindersoldat in der Armee von Joseph Kony (LRA) die Schrecken des Krieges selbst miterlebt. Ich konnte flüchten und wurde in ein Programm von World Vision aufgenommen. Heute studiere ich in Deutschland Wirtschaft. Diese Perspektiven wünsche ich mir auch für alle anderen Kinder, die heute noch als Soldaten missbraucht werden.“

Hier finden Sie die Petition: https://www.worldvision.de/mitmachen/unsere-kampagnen/kein-kind-will-toeten  dip 2

 

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Deutschland will EU-Länder zur Aufnahme von Schiffbrüchigen bewegen

 

Immer wieder irren Rettungsschiffe mit geretteten Flüchtlingen an Bord auf dem Mittelmeer herum. Bei jedem Schiff entflammt die Diskussion über die Aufnahme neu. Die Bundesregierung wirbt für einen Verteilmechanismus. Dabei sollten aber auch „falsche Anreize“ vermieden werden.

Deutschland will weitere EU-Länder dazu bringen, sich an einem Verteilmechanismus für im Mittelmeer gerettete Flüchtlinge zu beteiligen. Es sei „unwürdig“, dass bei jedem Schiff die Diskussion über die Aufnahme neu entflamme, sagte Innenstaatssekretär Stephan Mayer (CSU) am Donnerstag vor einem informellen EU-Innenministertreffen in Bukarest. Deshalb sei für die Bundesregierung ein zeitweiliger ad-hoc-Mechanismus wichtig, an dem sich möglichst viele Länder beteiligten.

Bislang gebe es das Bekenntnis von neun Mitgliedsländern einschließlich Deutschlands, erklärte Mayer. Dies sei „schon mal ein schöner Erfolg“ aber zugleich „noch zu wenig“. Die EU zählt 28 Staaten. Die Bundesregierung will auf dem Treffen in der rumänischen Hauptstadt zusammen mit Frankreich für die Erweiterung werben. Die Aufnahme sei eine europäische Herausforderung.

Es gehe beim dem Verteilmechanismus um schiffbrüchige Flüchtlinge und Migranten, die vor den Küsten Italiens, Maltas, Spaniens oder Griechenlands aufgegriffen würden, erklärte Mayer. Dabei sollten „falsche Anreize“ vermieden werden. Mit den Schiffbrüchigen werde daher wie mit anderen Migranten umgegangen. „Sie durchlaufen ein ganz normales Asylverfahren“, sagte der Innenstaatssekretär. Vor der Verteilung müssten sie sich einer Sicherheitsüberprüfung unterziehen.

Hafenverbot für Seenotretter

Immer wieder sind in den vergangenen Monaten Rettungsschiffe mit Geretteten an Bord auf dem Mittelmeer herumgeirrt, weil sie keinen Hafen anlaufen durften. Italien und Malta, die geografisch am nächsten lagen, verweigerten die Anlandung, bevor nicht die Weiterverteilung der Menschen geklärt war. Am Ende nahmen jeweils mehrere EU-Länder, darunter Deutschland, die Geflohenen auf.

Unabhängig vom jetzt diskutierten Mechanismus ist eine langfristige Lösung der Verteilung von Schutzsuchenden weiter nicht in Sicht. Mayer bekräftigte in Bukarest den Willen der Bundesregierung zum Gemeinsamen Europäischen Asylsystem. Dessen Herzstück ist eine reformierte Dublin-Verordnung, die die Aufnahme von Flüchtlingen regelt. Allerdings stockt die Reform seit langem, weil die Regierungen sich nicht einigen können. Mayer äußerte sich aber hoffnungsvoll, dass man zumindest in Teilen des gemeinsames Asylsystem in den nächsten Monaten vorankomme. (epd/mig 8)

 

 

 

In Dreiecksbeziehung

 

Die größte Bedrohung der transatlantischen Beziehungen ist das Zögern Deutschlands, nicht die Freundschaft zu Frankreich. Von Zaki Laïdi

 

Allzu oft gehen wichtige Beiträge zur öffentlichen Debatte fast völlig unter. So war das beim jüngsten Kommentar Sigmar Gabriels zur deutsch-französischen Beziehung. Gabriel – ehemaliger SPD-Vorsitzender sowie deutscher Außenminister a. D. – brachte eine relativ heftige Anklage gegen den neuen, in Aachen unterzeichneten deutsch-französischen Freundschaftsvertrag vor, den er als ersten Schritt eines Plans hin zu einer Europäischen Verteidigungsunion ansieht.

Ein derartiger Plan existiert nicht. Doch laut Gabriel stellt der Vertrag ein neuerliches Bemühen um eine strategische Autonomie Europas entlang gaullistischer Linien dar. Insofern verdammt er ihn, weil er „der traditionellen Balance Deutschlands – Freundschaft mit Frankreich und zugleich transatlantische Bindung zu den USA und dem Vereinigten Königreich – entgegensteht.“ Aus seiner Sicht hat Deutschland dem gaullistischen Frankreich (und Gabriel verwendet dieses Etikett nicht als Kompliment) bereits zu große Zugeständnisse gemacht.

Gabriels Haupteinwand ist, dass der neue Vertrag Deutschland von der NATO wegziehen wird. Er verweist darauf, dass der vorherige deutsch-französische Freundschaftsvertrag – der Èlysée-Vertrag von 1963 –vom Bundestag ausdrücklich ergänzt wurde, um Deutschlands transatlantische Beziehungen zu bekräftigen, was die Wut des damaligen französischen Staatspräsidenten Charles de Gaulle erregt habe. Daher betrachtet er den Aachener Vertrag als neuerlichen Versuch, die USA aus der europäischen Sicherheitsgleichung auszuschließen.

Doch sonderbarerweise lässt er die Tatsache unerwähnt, dass US-Präsident Donald Trump selbst mit dem Rückzug der USA aus der NATO gedroht hat. Glaubt Gabriel, dass ein Einfrieren der deutsch-französischen Beziehung auf ihrem jetzigen Stand erforderlich ist, um Trump zu beschwichtigen? Wenn ja, so würde das bedeuten, dass die Europäer nie irgendeine Form vertiefter Einigung verfolgen sollten.

Einmal abgesehen von der Tatsache, dass die geopolitische Lage des Jahres 2019 eine völlig andere ist als die von 1963, rechtfertigt der Inhalt neuen Vertrages Gabriels Befürchtungen schlicht nicht. So heißt es etwa in Artikel 4: Frankreich und Deutschland „verpflichten … sich, die Handlungsfähigkeit Europas zu stärken …, um Lücken bei europäischen Fähigkeiten zu schließen und damit die Europäische Union und die Nordatlantische Allianz zu stärken.“

Zwar spricht sich der Vertrag in der Tat für die Schaffung eines „Deutsch-Französischen Verteidigungs- und Sicherheitsrat[s] als politisches Steuerungsorgan“ aus. Doch wäre das lediglich ein zusätzlicher Mechanismus, um Frankreichs und Deutschlands gemeinsame strategische Interessen innerhalb der Grenzen bestehender internationaler Verpflichtungen voranzutreiben, insbesondere „Artikel 5 des Nordatlantikvertrags“.

Gabriel wirft Frankreich vor, Deutschland im Interesse der europäischen – statt der atlantischen – Verteidigung von den USA trennen zu wollen. Doch die Tatsache, dass Frankreich vor 53 Jahren ein gewisses Maß an Unabhängigkeit von der NATO anstrebte, bedeutet nicht, dass es das heute immer noch will. Frankreich ist der NATO 2009 erneut als Vollmitglied beigetreten und hat sich seitdem aktiv an NATO-Operationen insbesondere in den Baltischen Staaten beteiligt. Darüber hinaus bleiben die französisch-amerikanischen Beziehungen auf operativer Ebene sowohl im Sahel als auch in der Levante ungewöhnlich stark. Infolge dieser gemeinsamen Bemühungen betrachten die USA Frankreich inzwischen als einen ihrer engsten Verbündeten.

Wenn sich die deutsch-amerikanischen Beziehungen im Gegensatz hierzu verschlechtern, so deshalb, weil Deutschland in Sicherheitsfragen inzwischen als Trittbrettfahrer erscheint. Insofern ist nicht der deutsch-französische Freundschaftsvertrag die größte Bedrohung für die transatlantischen Beziehungen, sondern vielmehr Deutschlands eigenes Zögern, mehr für die Verteidigung zu tun. Warum sollte Amerika ein Europa verteidigen, das sich nicht selbst verteidigen will? Wenn die USA Druck auf Deutschland ausüben – und ihr Botschafter in Berlin sich mit einer Arroganz verhält, die in Paris unvorstellbar wäre –, dann liegt das daran, dass Trump überzeugt ist, dass Deutschland Amerika auf Gnade oder Ungnade ausgeliefert ist.

Was Frankreich angeht: Frankreich hat kein Interesse an einer Schwächung der NATO, auf die es – wie wir in Libyen gesehen haben – angewiesen ist. Die französische Botschaft ist schlicht, dass Europa eigene Interessen hat, die es verteidigen muss. Es kann die Sorge um seine Sicherheit nicht dauerhaft den USA übertragen, und das Bestehen der NATO entbindet es nicht von seiner Pflicht, selbstständig zu denken und zu handeln.

Es lohnt, sich zu erinnern, dass Frankreich 2013 bereit war, in Syrien zu intervenieren. Doch nachdem die USA es sich plötzlich anders überlegten, machte auch Frankreich einen Rückzieher. Aber hätte Europa damals den Willen aufgebracht, ohne die USA militärisch einzugreifen, hätte es das tun können, ohne amerikanischen Interessen zu schaden. Anders ausgedrückt: Es gibt keinen Null-Summen-Konflikt zwischen atlantischer und europäischer Verteidigung. Die Krise im Bereich der atlantischen Verteidigung beruht im Gegenteil ganz unmittelbar auf dem Fehlen europäischer Verteidigungsanstrengungen, das die USA inzwischen übelnehmen.

Die größte Bedrohung der transatlantischen Beziehungen ist daher das Zögern der politischen Klasse Deutschlands, die deutsche Sicherheit zu debattieren und klarzustellen, dass die Verteidigung für Europa ein existentielles Thema ist. Wenn Deutschland den Respekt der Amerikaner genießen will, muss es seine eigene militärische Glaubwürdigkeit steigern. In der heutigen Welt respektieren die Starken nur die Starken.

Gabriels zweifelhafte Argumentation scheint seine eigene Voreingenommenheit widerzuspiegeln. Er steht dem Konzept einer strategischen Autonomie Europas, wie es dem französischen Präsidenten Emmanuel Macron vorschwebt, kritisch gegenüber. Doch während man über die Bedeutung des Begriffs „strategische Autonomie“ debattieren kann, ist die wahre Frage, ob Europa eigene Interessen hat, die von jenen der USA, Chinas und Russlands abweichen.

Falls die Antwort hierauf „Ja“ lautet, gibt es keinen Grund, eine strategische Autonomie Europas in militärischen, geopolitischen und wirtschaftlichen Angelegenheiten zu fürchten. Doch selbst wenn die Antwort „Nein“ lautet, wäre Gabriels Argumentation, gelinde gesagt, besorgniserregend. Schließlich erkennt sein eigener Nachfolger im deutschen Außenministerium, Heiko Maas, angesichts vielfältiger neuer Formen externen Drucks regelmäßig die Notwendigkeit einer stärkeren Autonomie Europas an. Dies ist der Grund, warum Deutschland nun bei dem Bemühen, den europäisch-iranischen Handel gegen Sanktionen und Nötigungsversuche der USA zu schützen, ganz vorn mit dabei ist.

Anders als Gabriel zu glauben scheint, ist „strategische Autonomie“ kein Schlagwort dafür, Deutschland unter französisches Kommando zu stellen oder von den USA wegzuzerren. Zudem unterstützt Gabriel selbst die Vorstellung von der europäischen Souveränität, auch wenn er eine strategische Autonomie ablehnt.

Beide Dinge gehen Hand in Hand. Man kann das Wirtschaftliche nicht vom Strategischen trennen; alles ist verbunden. Gabriels Argumentation gegen den Vertrag von Aachen geht nicht nur am Ziel vorbei; schlimmer noch, sie erweist Europa und Deutschland gleichermaßen einen Bärendienst.

Aus dem Englischen von Jan Doolan, PS/IPG 6

 

 

 

 

Werkstattgespräch. CDU-Politiker wollen deutlich erleichterte Abschiebungen

 

Die Flüchtlingspolitik von Bundeskanzlerin Angela Merkel im Sommer 2015 belastet die CDU bis heute. Nun will die Partei dafür sorgen, dass sich so etwas nicht wiederholt.

 

CDU-Politiker wollen Abschiebungen künftig deutlich schneller möglich machen als bisher. Der stellvertretende Parteivorsitzende Thomas Strobl sagte am Montag nach einem „Werkstattgespräch“ der CDU zum Thema Migration, Sicherheit und Integration in Berlin, dass Ausweisungen bereits bei einer Verurteilung zu 90 Tagessätzen erfolgen müssten. Zugleich sollten Sexualstraftäter und jene, die Angriffe auf Polizisten verübten, „in allen Fällen“ ausgewiesen werden. Denn sowohl Sexualstraftaten als auch Angriffe auf Polizisten seien in Deutschland tabu.

Mit der zweitägigen Veranstaltung in Berlin wollte die CDU-Vorsitzende Annegret Kramp-Karrenbauer nach eigenen Worten Lehren aus dem Flüchtlingssommer 2015 ziehen. Dies sei eine „humanitäre Ausnahmesituation“ gewesen, betonte sie im Anschluss an die Beratungen, an denen auch CSU-Politiker teilnahmen. Nun gehe es darum, mit einem „Frühwarnsystem“ dafür zu sorgen, dass sich so etwas nicht mehr wiederhole. „Wir sind noch nicht am Ende“, fügte sie hinzu. Es gebe noch viel zu verbessern.

Erleichterung von Sicherungshaft

Die Werkstatt-Teilnehmer schlugen vor, die Sicherungshaft von abgelehnten Asylbewerbern zu erleichtern, damit diese am Tag der Abschiebung nicht untertauchen könnten. Wer gegenüber Behörden vorsätzlich falsche Angaben mache, solle künftig mit einer Strafe rechnen müssen. Asylfolgeanträge von Menschen, die schon einmal abgeschoben worden und nach Deutschland zurückgekehrt sind, müssten erschwert werden.

CDU-Politiker Sven Schulze sprach sich dafür aus, die europäische Grenzschutzagentur Frontex zu stärken. Deren Mitarbeiter müssten die Kompetenz haben, selbst Entscheidungen zu treffen. Ferner müsse der Datenaustausch zwischen den EU-Staaten verbessert werden: Erhobene Daten müssten schnell und allen Behörden zur Verfügung stehen – auch dauerhaft.

Beuth fordert Altersfeststellung

Der hessische Innenminister Peter Beuth (CDU) sprach sich für eine Altersfeststellung von Flüchtlingen schon bei der ersten Möglichkeit aus – gegebenenfalls auch auf medizinischer Basis. CDU-Politiker Armin Schuster schlug vor, dass die Bundespolizei künftig auch für Menschen zuständig sein müsse, die sich unerlaubt im Land aufhalten.

Andere Themen der Gespräche waren Fachkräftezuwanderung und Integration. Die Ergebnisse sollen laut Kramp-Karrenbauer nun in einem Papier zusammengefasst und am Monatsende in Präsidium und Vorstand diskutiert werden. Dann werde unter anderem entschieden, was beispielsweise ins Wahlprogramm aufgenommen oder auf Ministerebene umgesetzt werden könne.

De Maizière kritisiert Seehofer

Als ab dem Spätsommer 2015 Zehntausende Schutzsuchende die deutsch-österreichische Grenze überquerten, überforderte das Behörden und Kommunen bei der Unterbringung. Die meisten der Menschen gelangten unregistriert ins Bundesgebiet, was bis heute für Vorwürfe gegen die Bundesregierung sorgt. Ex-Parteichefin und Bundeskanzlerin Angela Merkel nahm an den aktuellen CDU-Gesprächen nicht teil.

Der frühere Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) beschreibt derweil in seinem am Montag erschienenen Buch „Regieren“ die Ereignisse des Jahres 2015 und kritisiert dabei den vom damaligen CSU-Chef und heutigen Bundesinnenminister Horst Seehofer formulierten Vorwurf einer „Herrschaft des Unrechts“ im Zusammenhang mit der deutschen Grenzpolitik. Wenn sich ein Minister nach langen Diskussionen einer Rechtsauffassung anschließe und eine Entscheidung treffe, die er für rechtmäßig halte, „dann ist der Vorwurf eines Rechtsbruchs ehrabschneidend“. Der Jurist gehört heute noch als Abgeordneter dem Bundestag an. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Neues Klimaschutzgesetz geplant

      

Das Aktionsprogramm Klimaschutz 2020 wirkt, reicht allerdings nicht aus, um das angestrebte Ziel für 2020 zu erreichen: Eine Minderung der Treibhausgasemissionen um 40 Prozent gegenüber 1990. Das zeigt der nun vom Kabinett beschlossene Klimaschutzbericht 2018. Um die Klimaziele für 2030 und 2050 zu erreichen, plant die Bundesregierung weitreichende Maßnahmen.

 

Der Bericht [https://www.bmu.de/download/klimaschutzbericht-2018/] zeigt, dass Deutschland beim Klimaschutz bis 2020 derzeit auf eineCO2-Minderung von etwa 32 Prozent gegenüber 1990 zusteuert. Das entspricht einer Lücke von acht Prozentpunkten. Ohne das 2014 beschlossene Aktionsprogramm Klimaschutz 2020 wäre die Lücke deutlich größer ausgefallen.

 

Im Dezember 2014 hat die Bundesregierung das Aktionsprogramm Klimaschutz 2020beschlossen. Das Ziel: Bis 2020 sollen die Treibhausgasemissionen gegenüber 1990 um 40 Prozent reduziert werden. Dazu legt das Programm

zentrale politische Maßnahmen, Umsetzungsbegleitungen bis hin zu langfristigen Plänen fest. Gleichzeitig wurde beschlossen, jährlich in einem Klimaschutzbericht über Umsetzungsstand und zu erwartende Minderungswirkungen zu berichten. Dieser Verpflichtung kommt die Bundesregierung mit dem vorliegenden

Klimaschutzbericht 2018 nach.

 

Klimaschutzplan 2050

Langfristig will Deutschland weitgehend treibhausgasneutral werden. Das sieht der Klimaschutzplan 2050

[https://www.bmu.de/download/klimaschutzplan-2050/] vor. Damit orientiert sich die Bundesregierung am Ziel des Pariser Abkommens: weltweite Treibhausgasneutralität in der zweiten Hälfte dieses Jahrhunderts. Außerdem wird

Deutschland mit diesem Ziel seiner besonderen Verantwortung als führende Industrienation und wirtschaftlich stärkster Mitgliedsstaat derEU gerecht.

 

Der 2016 von der Bundesregierung verabschiedete Klimaschutzplan 2050sieht Treibhausgasminderungen im Vergleich zu 1990 vor von mindestens

• 40 Prozent bis 2020

• 55 Prozent bis 2030

• 80 bis 95 Prozent bis 2050.

 

Im Rahmen der Umsetzung des Klimaschutzplans 2050 wird ein erstes Maßnahmenprogramm 2030 erarbeitet, das sogenannte Sektorziele festlegt. Das sind Ziele für dieCO2-Emissionen der Sektoren Energiewirtschaft, Gebäude, Verkehr, Industrie und Landwirtschaft. Bis Ende März 2019 sollen diese Ziele erfasst werden und in das Maßnahmenprogramm 2030 einfließen.

 

Neues Klimaschutzgesetz

Aktuell erarbeitet die Bundesregierung zudem ein neues Klimaschutzgesetz. Dieses soll die Einhaltung der Klimaschutzziele 2030 gewährleisten. Dazu sollen die rechtlichen Rahmenbedingungen, nach denen die Maßnahmen umgesetzt werden können, festgelegt werden. Im Frühjahr wird ein entsprechender Gesetzentwurf vorliegen. Dieser wird in einem zweiten Schritt mit den Ressorts abgestimmt.

 

Kohleausstieg bis 2038

Warum ist die Stromgewinnung aus Kohle so klimaschädlich? In Kohle trägt fast nur Kohlenstoff zur Verbrennungsenergie bei. Dabei wird jede Menge Kohlendioxid (CO2) freigesetzt und treibt den Klimawandel voran.

 

Die von der Bundesregierung eingesetzte Kommission Wachstum, Strukturwandel und Beschäftigung

[https://www.bmu.de/themen/klima-energie/klimaschutz/kommission-wachstum-strukturwandel-und-beschaeftigung/]  (sogenannte "Kohlekommission") schlägt einen schrittweisen Ausstieg aus der Kohleverstromung bis Ende 2038

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/der-einstieg-in-den-kohleausstieg-1574264] vor. 2032 soll überprüft werden, ob auch ein früherer Ausstieg bis 2035 möglich ist. Der Konsens innerhalb der Kommission beweist eine breite gesamtgesellschaftliche Verantwortung. Dieser wird die Bundesregierung nachkommen. Noch vor der Sommerpause will die Bundesregierung ein entsprechendes Maßnahmengesetz auf den Weg bringen.

Pbr 6

 

 

 

 

Internationale Fachkräfte. Profis aus dem Ausland gesucht

 

Viele Krankenhäuser begegnen dem Fachkräftemangel in der Pflege, indem sie Personal aus dem Ausland rekrutieren. Die Göttinger Uni-Klinik gehört auch dazu. Jetzt haben Pflegekräfte aus Italien das Krankenhaus als möglichen Arbeitsplatz kennengelernt. Von Reimar Paul

Der Parcours durch das große Gebäude musste relativ schnell absolviert werden. Einen Tag lang haben sich 36 Frauen und Männer, ausgebildete Pflegekräfte aus verschiedenen Regionen Italiens, durch die Göttinger Universitätsklinik führen lassen. Anschließend sind sie noch durch die Stadt gebummelt. „Das war nicht allzu viel Zeit“, räumt der stellvertretende Pflegedirektor der Göttinger Universitätsmedizin, Holger Gottschling, ein. „Aber sie konnten sich einen Eindruck von unserem Haus und der Stadt verschaffen.“ Pflegedirektorin Helle Dokken hofft, „dass am Ende 20 oder mehr aus dieser Gruppe bei uns in der Universitätsklinik in Göttingen arbeiten wollen“.

Der Pflegedienst der Universitätsmedizin wirbt gezielt in Ländern wie Italien oder den Philippinen um gut ausgebildete Pflegekräfte. Im Februar geht die Suche im philippinischen Manila weiter.

Dabei arbeitet der Pflegedienst mit Personalagenturen vor Ort zusammen. Diese Agenturen suchen in ihrem Land nach Pflegefachkräften. Dann interviewt die Agentur für eine erste Vorauswahl die Bewerberinnen und Bewerber. Und schließlich führte vor dem Besuch der Italiener in Göttingen ein Pflege-Team der Universitätsklinik in Rom Gespräche mit etwa 60 Kandidatinnen und Kandidaten.

737 Bewerber aus Italien

In Italien hatten sich auf die Stellenanzeige 737 Gesundheits- und Krankenpfleger beworben. Die meisten von ihnen können einen vierjährigen Bachelor-Abschluss vorweisen. „Diese Resonanz hat uns sehr gefreut und beeindruckt. Sie wollen in ihrem Beruf arbeiten und sind bereit, dafür auch nach Deutschland zu kommen“, sagt Dokken. Ein Grund für die große Nachfrage seien die schlechten Arbeitsmarktbedingungen und die hohe Arbeitslosigkeit in Italien. Dort werden mehr Pflegekräfte ausgebildet, als es Stellenangebote gibt.

Die Pflegeausbildung ist in dem südeuropäischen Land schon lange ein eigener Studiengang, hat Holger Gottschling von den Besuchern erfahren. Inhaltlich unterscheide sich die Ausbildung aber nicht allzu sehr von der in Deutschland.

Sprachkurs ist Pflicht

Voraussetzung für die Arbeit an der Uni-Klinik Göttingen ist der Nachweis eines Sprachkurses, bei dem die Italiener einen B2-Abschluss in Deutsch erreichen müssen. Dann könnten sie noch in diesem Jahr nach Göttingen kommen – zunächst als Pflegefachhelfer und nach der staatlichen Anerkennung als Pflegefachkraft. Dokken und Gottschling hoffen, dass viele Bewerber einen Vorvertrag unterzeichnen.

Mitte Februar fliegt eine Delegation der Universitätsklinik nach Manila auf den Philippinen, um dort Informations- und Auswahlgespräche mit Pflegekräften zu führen. Für die Personalentwicklung an der Universitätsmedizin nennt Dokken dennoch eine klare Priorität: „Zuerst wollen wir die Menschen, die zum Teil schon sehr lange am Universitätsklinikum arbeiten, bei uns halten. Dann kommt das Gewinnen neuer Mitarbeiter.“ (epd/mig 5)

 

 

 

 

Paragraf 219a. Mehr Rechte für Schwangere

 

Schwangere in Konfliktlagen sollen künftig einfacher an Informationen über einen Schwangerschaftsabbruch gelangen. Zudem sollen Ärzte und Einrichtungen, die Schwangerschaftsabbrüche durchführen, darüber informieren

dürfen. Einen entsprechenden Gesetzentwurf hat das Kabinett heute verabschiedet.

       

Es gibt kaum eine Entscheidung, die einer Frau so schwer fällt wie diese: Bekomme ich mein Kind oder ist ein Schwangerschaftsabbruch der richtige Weg für mich? Informationen darüber, wo und bei wem sie einen Abbruch

durchführen lassen kann, sind nur schwer zu finden. Es gibt in Deutschland nämlich ein "Werbeverbot" für Ärztinnen und Ärzte. Das ändert sich nun.

 

Paragraf 219aim Strafgesetzbuch verbietet "Werbung" für Schwangerschaftsabbrüche. Darunter fällt auch die bloße Information von Ärzten darüber, dass sie einen Schwangerschaftsabbruch durchführen.

 

Im Internet sind Informationen und Bewertungen unterschiedlichster Qualität breit verfügbar. Ziel des nun vom Kabinett beschlossenen Gesetzentwurfes ist es, dass qualitätsgesicherte Informationen auch von Seiten staatlicher oder staatlich beauftragter Stellen zur Verfügung stehen. Frauen in entsprechenden Konfliktlagen sollen so leichter an nötige Informationen gelangen als bisher.

 

Zudem soll die Rechtssicherheit für Ärztinnen und Ärzte, die über einen Abbruch informieren, gesteigert werden. Das Werbeverbot für Schwangerschaftsabbrüche soll aber erhalten bleiben, um das ungeborene Leben zu schützen.

 

Die Neuerungen im Einzelnen

 * Mehr Rechtssicherheit für Ärztinnen und Ärzte

Paragraph 219a wird um einen Absatz ergänzt, wonach Ärztinnen und Ärzte, Krankenhäuser und Einrichtungen

künftig öffentlich darüber informieren dürfen, dass sie Schwangerschaftsabbrüche durchführen. Darüber hinaus

bekommen sie das Recht, auf entsprechende Informationsangebote neutraler Stellen hinzuweisen.

 

 * Einfacherer Zugang zu Informationen für betroffene Frauen

Ärztinnen und Ärzte, die Schwangerschaftsabbrüche durchführen, werden zukünftig zusammen mit Angaben zu den

jeweils angewandten Methoden auf einer zentralen Liste der Bundesärztekammer aufgeführt. Diese Liste soll

monatlich aktualisiert werden und ist für betroffene Frauen öffentlich im Internet einsehbar.

 

Veröffentlicht wird die Liste von der Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung [https://www.bzga.de/]. Zusätzlich werden dabei Informationen zur Durchführung von Schwangerschaftsabbrüchen bereitgestellt. Auch das bundesweite Hilfetelefon "Schwangere in Not" [https://www.schwanger-und-viele-fragen.de/de/] sowie die Schwangeren- und Schwangerschaftskonfliktberatungsstellen

[https://www.familienplanung.de/beratung/beratungsstellensuche/] dürfen Auskunft erteilen.

 

 * Pille bis zum Alter von 22 Jahren kostenlos

Ergänzend soll die Altersgrenze für Frauen, die Anspruch auf von der Krankenkasse bezahlte verschreibungspflichtige Verhütungsmittel haben, vom vollendeten 20. auf das vollendete 22. Jahr heraufgesetzt werden. Das soll helfen, ungewollte Schwangerschaften zu vermeiden. Pbr 6

 

 

 

 

Starnberg - So kommen Sie gesund durch die 5. Jahreszeit

 

Wenn es rund um den Rosenmontag hoch her geht und dicht an dicht geschunkelt, getanzt und gefeiert wird, haben Viren leichtes Spiel. Denn wie kürzlich eine US-Studie* zeigte, muss ein Infizierter nicht husten oder niesen, um andere anzustecken: der normale Atem kann die Erreger bereits übertragen.

Um eine Ansteckung zu vermeiden, ändern laut einer aktuellen forsa-Umfrage viele Deutsche in der Erkältungszeit sogar ihr Verhalten und schränken ihre sozialen Kontakte ein: Rund 42% der Befragten gaben an, auf Partys oder Konzerte zu verzichten oder anderen Menschen die Hand zu geben.

Karneval mit Mundschutz? Schunkeln in zwei Meter Abstand?

Um die närrischen Tage trotzdem unbeschwert zu genießen ist es wichtig, das Immunsystem auf Vordermann zu bringen, damit die körpereigenen Abwehrkräfte die Krankheitserreger schnell und effizient eliminieren.

Noch besser ist es natürlich, wenn die Keime gar nicht erst angreifen können. Darum ist es wichtig, die Atemwegsschleimhäute funktionstüchtig zu halten:

Sind diese intakt und gut befeuchtet, bilden sie eine effektive Barriere gegen Viren, Bakterien oder auch Allergene. Bei zu trockenen Atemwegen hingegen werden die Krankheitserreger schlechter abtransportiert und es kommt leichter zu Infektionen.

PARI ProtECT® mit Ectoin® steht für Schutz und Stabilisierung der Atemwegsschleimhäute. Als Inhalationslösung seit längerem bewährt, ergänzt PARI das Angebot jetzt um drei weitere Darreichungsformen:

Als Hals- und Rachenspray, Lutschpastillen und Nasenspray befeuchtet und schützt PARI ProtECT trockene und irritierte Schleimhäute jetzt auch in Mund, Rachen und Nase und lindert so die typischen Symptome einer Erkältung sanft, schonend und natürlich. PARI ProtECT wirkt besonders gut bei den ersten Anzeichen einer Erkältung und kann auch vorbeugend angewendet werden.

Wie wirkt Ectoin®?

Ectoin® ist ein natürliches Zellschutzmolekül, das stark wasserbindende Eigenschaften aufweist. Dadurch bildet es den Ectoin-Hydrokomplex, der sich auf die Schleimhaut der Atemwege legt.

Es wirkt sowohl schützend und befeuchtend also auch beruhigend und leicht entzündungshemmend.

Ectoin wirkt rein physikalisch, kann nicht in die Zellen vordringen und ist darum gut verträglich. Weitere Informationen finden Sie unter www.pari.com/protect.   Pari 8

 

 

 

 

Stichwort: Karneval

 

Fulda - Als Karneval werden die „närrischen Tage“ vor der am Aschermittwoch beginnenden Fastenzeit bezeichnet. Die Namen für das meist in ursprünglich katholischen Gebieten veranstaltete Brauchtum sind regional unterschiedlich. Im Rheinland heißt es Karneval, in Mainz und Umgebung Fastnacht, in Fulda und der Rhön Foaset, im schwäbisch-alemannischen Gebiet Fasnet. Fosnat nennen es die Franken, im bayrisch-österreichischen Raum wird Fasching gefeiert. Seit dem zwölften Jahrhundert ist das Wort „Fastnacht“ im Mittelhochdeutschen bekannt. Das Wort Karneval stammt wahrscheinlich vom Italienischen „carne vale“, was „Fleisch, lebe wohl“ bedeutet. Vermutet wird, dass die Feiern neben christlichen Bezügen auch Wurzeln in germanischen und römischen Frühlingsfesten und Fruchtbarkeitskulten haben.

 

Seit dem 13. und 14. Jahrhundert gehören Gastmähler, Trinkgelage, Reiter- und Tanzspiele zu den Bräuchen der sogenannten „fünften Jahreszeit“. Kaum verändert hat sich die Art der Festlichkeiten: Mit Tanz, Spiel, Umzügen und Verkleidungen wird in den Tagen vor der Fastenzeit die bestehende Ordnung außer Kraft gesetzt und im Narrengewand verspottet. Hierauf deuten auch die „Gegenregierung“ des Elferrats und die Übergabe der Rathausschlüssel hin. Zeitkritische und anarchistische Elemente gehören besonders seit der Französischen Revolution zu Sitzungen und Umzügen. Höhepunkte der närrischen Zeit sind der Donnerstag vor Aschermittwoch, die Weiberfastnacht, der Rosenmontag und der Fastnachtsdienstag (Veilchendienstag), an dem der Karneval oft feierlich und tränenreich zu Grabe getragen wird. (kna/bpf)

 

 

 

 

Kinderrechte in Deutschland

    

Wie haben sich die Kinderrechte in Deutschland seit 2014 entwickelt? Dazu hat das Kabinett einen Bericht verabschiedet. Dieser wird nun in einem zweiten Schritt den Vereinten Nationen vorgelegt. Damit kommt die Bundesregierung ihrer Berichtspflicht nach, zu der sich Deutschland mit der Ratifizierung der UN-Kinderrechtskonvention im Jahre 1992 bereiterklärt hat.

 

Das "Übereinkommen über die Rechte des Kindes der Vereinten Nationen", kurz UN-Kinderrechtskonvention, ist das wichtigste internationale Menschenrechtsinstrumentarium für Kinder. Es führt die zentralen, weltweit

geltenden Kinderrechte auf, darunter das Recht auf Schutz vor Gewalt, auf Bildung, auf Beteiligung, auf Gleichbehandlung sowie das Recht auf Freizeit, Spiel und Erholung. Diese Rechte gelten universell, das heißt, für alle Kinder. 192 Länder weltweit haben dieUN-Kinderrechtskonvention unterzeichnet - und damit fast alle Länder der Welt.

 

Der Ausschuss der Vereinten Nationen für die Rechte des Kindes wird den Bericht sichten. Konkret werden 18 gewählte Expertinnen und Experten prüfen, ob Deutschland die Einhaltung und Stärkung der in der UN-Kinderrechtskonvention verankerten Rechte umgesetzt hat. Darüber hinaus kann das Gremium Empfehlungen für einen noch besseren Schutz von Kindern in Deutschland aussprechen.

 

Inhalt des Berichts

Der nun vorgelegte Bericht informiert über die wichtigsten Entwicklungen bei der Stärkung der Kinderrechte in Deutschland seit 2014. Dabei werden insbesondere die folgenden Aspekte abgedeckt:

 

 * Bürgerliche Rechte und Freiheiten von Kindern

 * Gewalt gegen Kinder

 * Familiengefüge und Alternative Fürsorge

 * Kinder mit Behinderung, Gesundheit, Wohlfahrt

 * Bildung, Freiheit und kulturelle Aktivitäten für Kinder

 * Besondere Schutzmaßnahmen (beispielsweise für Flüchtlingskinder, Straßenkinder oder Kinder aus Minderheitengruppen)

Da der Schutz und die Stärkung von Kinderrechten eine Querschnittsaufgabe sind, werden Maßnahmen aller Bereiche - von Politik und Gesellschaft - sowie aller Ebenen, auch unter Einbeziehung der Länder, aufgelistet.

 

Alle fünf Jahre legt Deutschland dem UN-Ausschuss für die Rechte des Kindes einen Bericht über die Entwicklung der Kinderrechte in der Bundesrepublikvor. Der Bericht gibt anhand von Maßnahmen, Statistiken und Erhebungen einen Überblick über die Umsetzung der in derUN-Kinderrechtskonvention verankerten Rechte von Kindern in Deutschland. Eine fachliche oder politische Wertung findet nicht statt. Pib 13

 

 

 

Länderumfrage. Polizei stellt mehr Migranten ein

 

Die gezielte Anwerbung von Migranten in den Polizeiberuf trägt Früchte. Die Polizei stellt mehr Migranten ein. Dennoch sind Migranten bei den Neueinstellungen im Vergleich zu ihrem Anteil an der Bevölkerung unterrepräsentiert.

 

Die Polizei in Deutschland stellt mehr Migranten ein. „In vielen Landespolizeien ist der Anteil in den vergangenen Jahren gestiegen – vor allem dort, wo Kollegen aus Einwandererfamilien aktiv angeworben wurden“, gab der die Informationsplattform Mediendienst Integration in Frankfurt am Main bekannt. Dennoch seien die Migranten bei den Neueinstellungen unterrepräsentiert im Vergleich zu ihrem Anteil an der Bevölkerung, heißt es zu dem Ergebnis einer Umfrage unter allen Bundesländern. Einzige Ausnahme seien Berlin und Sachsen-Anhalt.

In Berlin waren demnach 35 Prozent der 2017 neu eingestellten Polizisten Migranten. Deren Anteil an der Landesbevölkerung beträgt 29 Prozent. Im Jahr 2011 kamen hingegen nur 15 Prozent der neu eingestellten Polizisten aus Einwandererfamilien. Ebenfalls stark nahm der Anteil der Migranten bei den Einstellungen in Hessen in dem Zeitraum zu, von zwölf Prozent (2011) auf 22 Prozent (2017). Der Bevölkerungsanteil der Migranten beträgt dort 31 Prozent. In Nordrhein-Westfalen hingegen stieg der Anteil der Migranten bei den Einstellungen in den vergangenen Jahren nur leicht: Von zehn Prozent im Jahr 2011 auf 13 Prozent im Jahr 2017. Der Bevölkerungsanteil der Migranten in dem Land beträgt 28 Prozent.

Diversity hinkt hinterher

Die Polizei sei bei der Anwerbung von Migranten recht erfolgreich, hinke aber beim Konzept Diversity hinterher, sagte der Leiter der Forschungsstelle Kultur und Sicherheit an der Akademie der Polizei Hamburg, Rafael Behr. In Deutschland herrsche im Unterschied zu anderen westeuropäischen Ländern eine „starke Polizeikultur“, die gleiche Eignungsvoraussetzungen für alle Bewerber vorschreibe. Die Einheitlichkeit wirke sich positiv auf die Organisation aus, verzögere aber ein Diversity-Konzept. So sei ein muslimischer Polizist in Rheinland-Pfalz disziplinarisch gemaßregelt worden, als er sich weigerte, Kolleginnen mit dem Händedruck zu grüßen. Alternativ wäre es auch möglich gewesen, andere Grußformeln zu vereinbaren, schlug der Soziologe vor.

Soziologe verneint Rechtsextremismus-Problem

Mit Bezug auf die Aufdeckung rechtsextremer Kreise bei der hessischen Polizei verneinte der Soziologe ein grundsätzliches Problem der Polizei mit Rechtsextremismus. „Ich erkenne keinen strukturellen Rassismus in der Polizei“, sagte Behr. Aber es gebe heimliche, abgeschottete rechtsextreme Milieus.

Die Polizisten in Hessen seien von den aufgedeckten rechtsextremistischen Äußerungen von Kollegen sehr betroffen, sagte die Leiterin der Abteilung Nachwuchssicherung bei der Polizeiakademie Hessen, Eva Hertel. „Es sind aber nur wenige Einzelne von 16.000 Polizisten in Hessen.“ Die Polizei habe ein großes Interesse daran, dass die Fälle ermittelt und Konsequenzen daraus gezogen würden. Grundsätzlich sei das Eintreten für die freiheitlich-demokratische Grundordnung Einstellungsvoraussetzung für Polizisten. (epd/mig 14)