WEBGIORNALE  17-30   settembre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       "Razzismo in Italia", Onu invia team   1

2.       Elogio dei pochi 1

3.       Migrazioni. Basta capirci 2

4.       Straniero 1 studente su 10, ma in 3 casi su 5 è nato in Italia: nuove priorità per la scuola multiculturale  2

5.       Braccio di ferro a Vienna sui migranti 2

6.       Italia protagonista alla Bürgerfest di Berlino  2

7.       Berlino. Il 24 settembre un incontro su Gioacchino Rossini all’Istituto italiano di cultura  3

8.       Ventunesima edizione del tradizionale Festival del cinema italiano in Germania  3

9.       I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  3

10.   Radio Colonia si trasferisce a Roma, per tre giorni 4

11.   Le FS italiane alla fiera Innotrans 2018 di Berlino (8/21 settembre 2018) 4

12.   Berlino. Il progetto “Continua la mia storia…” Presentazione il 17 ottobre  4

13.   A Stoccarda la IXX edizione di AMB, il Salone internazionale per la lavorazione dei metalli (18-22.09) 5

14.   Discriminazioni antiitaliane in Germania?  5

15.   A Berlino la proiezione di “La gatta Cenerentola”. Presenti i registi e l'attrice Maria Pia Calzone  5

16.   Dopo Chemnitz l'Afd manifesta a Koethen. E non si placa il caso del capo dei servizi 5

17.   L’uomo più odiato in Germania dagli automobilisti: sta «fermando» il diesel tedesco  5

18.   L’annuncio al parlamento tedesco: “Raggiunto l’accordo con l’Italia sul rimpatrio dei profughi”  6

19.   Conservatori bavaresi al congresso «esistenziale», stretti tra Merkel e gli estremisti 6

20.   A colloquio con il Segretario Generale Michele Schiavone  6

21.   UE. Stato dell’Unione. A Strasburgo un match delicato  7

22.   Guai in vista per Salvini e la Lega  7

23.   I due fronti del ministro Salvini 8

24.   Opporsi (male) ai populisti 8

25.   Politica all’italiana  9

26.   Governo M5S-Lega: un equilibrio dinamico tra i desideri e la realtà  9

27.   Il Belpaese è diventato brutto  9

28.   Italiani brava gente? Non sempre  10

29.   La riunione informale a Vienna dei Ministri della Difesa dell’Unione Europea  10

30.   "D'acciaio, nuovo ponte durerà mille anni"  10

31.   Repubblica diversa  10

32.   Meglio chiudere i negozi la domenica  11

33.   Unaie: no al taglio dei sostegni alla stampa italiana all’estero  11

34.   Garavini (PD): "Rai garantisca streaming tg nazionali anche all'estero"  11

35.   Le scuole italiane all’estero nel mMilleproroghe  11

36.   Tormentone politico  12

37.   "La deriva populista può essere arginata"  12

38.   Cittadinanza ius sanguinis. Merlo: nessuna limitazione nel decreto immigrazione  12

39.   Via la scorta, capitano Ultimo: "Mobbing di Stato"  12

40.   Se si lavora all’estero, senza essere iscritti all’Aire, bisogna dichiarare i propri redditi anche in Italia  12

41.   Italiani all’estero: successi e rimpianti 13

42.   Utile riflessione  13

43.   A Torino il Festival delle Migrazioni 13

44.   Ilva, firmato l'accordo  14

45.   Il ddl “Istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all'estero”  14

46.   Immigrazione e naturalizzazione. In Svizzera stranieri a lungo  15

47.   Approvato l’assorbimento della fondazione FOPRAS da parte della fondazione ECAP  15

 

 

1.       Asylpolitik. Deutschland und Italien einig über Flüchtlingsabkommen  15

2.       Blockade ziviler Seenotrettung. Wir sehen nicht mehr, was auf dem Mittelmeer passiert 15

3.       Rede zur Lage der Union: viel Vages, wenig Neues  16

4.       Gewalt-Deskalation  16

5.       UNO: Weltweit immer mehr Hunger 17

6.       Historischer Entscheid für Verlagshäuser: EU-Parlament stimmt für eine Verschärfung des Urheberrechts  17

7.       EU-Afrika-Gipfel im Dezember 17

8.       „Migration nicht das alles entscheidende Thema“  17

9.       Unbeugsam und ausdauernd. Michelle Bachelet, die neue UN-Menschenrechtskommissarin  18

10.   UNO/Vatikan: Migration und Wassermangel hängen zusammen  18

11.   Angela Merkel. Keine Entschuldigung für Hetze und Nazi-Parolen  18

12.   Krieg der Likes  19

13.   Migrationsexpertin. Integration nur mit eigener Wohnung möglich  19

14.   Papst: „Migranten sind eine große Herausforderung für alle“  20

15.   Italien: Europas schillerndste Regierung im Wirtschafts-Check  20

16.   EBD-Präsidentin Dr. Linn Selle: Es fünf nach zwölf in der deutsch-italienischen europapolitischen Zusammenarbeit 21

17.   Neue Umfrage. Trump und Flüchtlinge dominieren Ängste der Deutschen  21

18.   Sachsen und der Rechtsextremismus  21

19.   EU-Afrika-Beziehungen: Damoklesschwert Migration  22

20.   Italien: Nur ein Viertel aller Kinder besucht einen Kindergarten  22

21.   „Die Arbeitnehmerfreizügigkeit darf nicht zu Ausbeutung führen“  22

22.   Vatikan: Umweltschutz muss immer global gedacht werden  23

23.   Wie die EU-Kommission das Mobilitätspaket zum Stillstand brachte  23

24.   „Aufstehen“: Wir wollen kein deutsches Europa, sondern ein europäisches Deutschland  24

25.   Spurwechsel. Arbeitgeberpräsident will „unsinnige Abschiebungen“ vermeiden  24

26.   ASJ begrüßt das vom Bundeskabinett beschlossene Mieterschutzgesetz  25

27.   Pflege: Migrant_innen machen mehr Überstunden  25

28.   Studie: 87 Prozent der Deutschen sehen hierzulande einen Pflegenotstand  25

29.   Bundesamt für Statistik. Migranten sprechen zu Hause überwiegend Deutsch  26

30.   Fahrverbote in Frankfurt 26

31.   Kanzlerin Merkel: Kommender Haushalt setzt die Voraussetzung für gute Weiterentwicklung Deutschlands  26

32.   German Angst vor klugen Robotern  26

33.   Deutsche begrüßen mehrheitlich #MeToo-Debatte über sexuelle Belästigung  27

 

 

 

"Razzismo in Italia", Onu invia team

 

L'Onu "intende inviare personale in Italia, per valutare il rilevante aumento segnalato di atti di violenza e razzismo nei confronti di migranti, individui di origine africana e rom". Lo ha affermato Michelle Bachelet, nuovo Alto commissario Onu per i diritti umani, nel discorso con cui ha aperto i lavori del Consiglio Onu per i diritti umani.

"La priorità del ritorno dei migranti dall'Europa, senza garantire che i principali obblighi internazionali in materia di diritti umani siano rispettati, non può essere considerata una risposta di protezione", ha affermato. Per questo, "l'Ufficio prevede di inviare un team in Austria per valutare i recenti sviluppi in questo ambito. Intendiamo inoltre inviare personale in Italia, per valutare il rilevante aumento segnalato di atti di violenza e razzismo contro migranti, individui di origine africana e rom".

 

Gli sforzi dei governi per respingere gli stranieri non risolvono la crisi migratoria e causano solo nuove ostilità, secondo Bachelet, che sottolinea: "È nell'interesse di ogni stato adottare politiche migratorie radicate nella realtà, non in preda al panico". Come nuovo alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Bachelet ha criticato l'erezione dei muri di confine, la separazione delle famiglie di immigrati e l'incitamento dell'odio contro i migranti: "Queste politiche non offrono soluzioni a lungo termine a nessuno, solo più ostilità, miseria, sofferenza e caos".

La replica di Salvini - "L'Italia negli ultimi anni ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri paesi europei. Quindi non accettiamo lezioni da nessuno, tantomeno dall'Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata: le forze dell'ordine smentiscono ci sia un allarme razzismo", ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Prima di fare verifiche sull'Italia, l'Onu indaghi sui propri stati membri che ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna", ha concluso.  

 

Razzismo, la Farnesina replica all'Onu

"L'Italia ritiene inappropriate, infondate e ingiuste le dichiarazioni odierne dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, relative a presunte inadempienze italiane in materia di rispetto dei diritti umani dei migranti". E' quanto si legge in una nota divulgata dalla Farnesina nella notte.

 

"Da anni - prosegue - l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio di persone nel Mar Mediterraneo, cui hanno fatto e fanno seguito onerose e complesse politiche di prima accoglienza nel territorio nazionale. Di queste operazioni, l’Italia ha assunto il costo prevalente, in termini di impiego di risorse umane, mezzi, finanze e soprattutto, impatto sociale e percezione del medesimo".

"Inoltre - si legge ancora - l’Italia ha assicurato azioni concrete di sostegno ai Paesi di origine e di transito dei migranti, con progetti di cooperazione e di assistenza in svariati settori: dal controllo delle frontiere alla formazione, all’istruzione, alla sicurezza, all’emergenza sanitaria e alimentare, al miglioramento delle condizioni di vita nei campi di accoglienza. Vasti strati della società civile italiana sono stati e sono impegnati in svariate iniziative, caratterizzate da un approccio di aiuto ai migranti e rivolte alla tutela dei diritti e degli interessi di coloro che intraprendono viaggi terribili e restano vittime di sfruttatori e trafficanti di esseri umani con la speranza di una vita migliore, lontana da guerre, distruzione, povertà e carestie".

"L’Italia - si afferma inoltre nella nota della Farnesina - ha sollecitato le organizzazioni internazionali delle quali fa parte a condividere lo sforzo in uno spirito di equa e concreta solidarietà. Più volte, la tragedia delle migrazioni e il suo impatto in Europa è stata portata all’attenzione dell’Unione Europea, poiché pensiamo che dovrebbe attivarsi con ben più efficacia e reale condivisione di quanto abbia fatto sinora".

"Anche le Nazioni Unite - si ricorda nella nota - sono state sensibilizzate: in particolare, abbiamo contribuito a portare il prioritario tema delle migrazioni nel dibattito dell’Assemblea Generale dell’Onu. Abbiamo tentato di spingere le Agenzie specializzate delle Nazioni Unite – UNHCR, OIM innanzitutto – a intensificare la loro mobilitazione e a rendere più efficiente, sistematica e capillare la loro doverosa presenza e opera nei Paesi d’origine dei migranti, in quelli in Libia limitrofi, in quelli di transito e infine, in quelli dai quali i migranti arrivano in Europa. L’Italia è pronta a confrontarsi sui reali risultati dell’azione Onu e sul suo effettivo impatto in proporzione alla magnitudo degli epocali flussi migratori".

"Qualche dato può - forse - aiutare la neo-insediata Alto Commissario a comprendere meglio", conclude. "L’Italia ha salvato decine di migliaia di persone nel Mediterraneo, spesso da sola, come è stato più volte riconosciuto, fra l’altro ai più alti livelli dell’Unione Europea. Grazie al nostro contributo decisivo, si riscontra una riduzione del 52% delle vittime di naufragi nel Mediterraneo, dall’inizio del 2018, rispetto allo stesso periodo del 2017. Ne siamo orgogliosi. E siamo fieri che i nostri sforzi – umanitari, politici, diplomatici, finanziari, materiali – abbiano determinato la contrazione dell’80% degli sbarchi di migranti sulle coste italiane e dunque, europee, negli ultimi 12 mesi". Adnkronos 11

 

 

 

Elogio dei pochi

 

In un tempo in cui si guarda ai grandi numeri, alle moltitudini, all’auditel, alle manifestazioni oceaniche sindacali o politiche, sembrerà anacronistico elogiare i pochi. Ma l’elemento che caratterizza l’attualità, valido per ogni epoca, è uno solo: il senso della vita. Il progresso in questo campo non dipende dal semplice scorrere del tempo, ma dalla capacità che ha l’uomo di capire la lezione del passato. L’acquisizione di una verità non dipende dalla quantità di coloro che la condividono, ma dalla sua validità oggettiva. 

 

Gli aforismi di Eraclito, un filosofo del V sec. a.C., sono ancora di grande attualità. “Uno per me è diecimila, se è il migliore”, affermava, volendo così accentuare il valore dell’aristocrazia dello spirito. Forse perché riteneva fosse più facile trovare un uomo buono, onesto, generoso, piuttosto che un popolo buono, onesto, generoso. Eraclito conduceva fino all’esasperazione la difesa dell’uno e dei pochi, affermando che “solo i pochi sono buoni e i molti non valgono nulla, e pensano soltanto a saziarsi come bestie”.

 

Nonostante la forma paradossale delle sue invettive, resta la validità del suo pensiero. Aprire, oggi, un dibattito sul tema della “aristocrazia dello spirito”, sarebbe la forma migliore per ridare centralità al problema politico. Politica non è solo amministrazione della cosa pubblica, dialettica parlamentare, gestione del potere, ma è anche interesse culturale, sensibilità ai valori umani.

 

Se la televisione è lo specchio in cui si riflette la società italiana, il giudizio che se ne deduce non può che essere deludente. È il trionfo della rozzezza, della volgarità, dell’ignoranza, della banalità. Si resta stupefatti di fronte a spettacoli insignificanti, spesso insulsi e scandalistici, premiati da un alto grado di share. Che milioni di persone restino impalate a vedere scene d’una stupidità disarmante è un sintomo preoccupante del declino della civiltà. Se uno spettacolo televisivo, per avere successo, deve rivolgersi a persone di cultura elementare, la televisione non tenderà mai a migliorare un popolo, ma ne aumenterà l’ignoranza, la dipendenza, l’arretratezza. Ma, forse, è proprio ciò che vuole il “padrone”. Un “grande fratello”, che ha capito la lezione freudiana, secondo cui “la massa desidera essere governata da una forza illimitata”.

 

Nel romanzo “1984” di George Orwell, il teleschermo è la voce del grande fratello: “Nessuno ha mai visto il Grande Fratello. È un volto sui manifesti, una voce che viene dal teleschermo. […] Winston pensò al teleschermo e al suo orecchio in perenne ascolto. Potevano spiarti giorno e notte, ma se restavi in te potevi ancora metterli nel sacco”. Il romanzo di Orwell è ancora oggi di una attualità drammatica, perché non riguarda più una nazione o un sistema politico, ma il mondo intero.

 

Oggi la massificazione non è più un pericolo incombente. È una catastrofe. Già nel 1930, Ortega y Gasset nell’opera “La ribellione delle masse”, aveva sostenuto che il comportamento della massa non può che essere il “linciaggio”, rappresentato nei film di David Lynch. L’America, “paradiso delle masse” e l’Italia di Mussolini, in cui la libertà era stata annientata da un regime totalitario, offrivano l’esempio lampante della massificazione. Che, comunque, secondo Ortega, presentava anche un aspetto positivo, sottolineando: “quando arriva al massimo sviluppo, automaticamente comincia il suo declino”.

 

Era ottimista, allora, ma pochi anni dopo avrebbe assistito al grande “linciaggio” della guerra civile spagnola e della seconda guerra mondiale. Tuttavia le parole con le quali concludeva la sua opera erano un monito che gli europei di allora non ascoltarono e che anche oggi meritano di essere profondamente meditate: “Il vero problema è che l’Europa è rimasta senza morale”. L’affermazione dei totalitarismi in Europa dipendeva dall’eclissi della morale.

 

Il rapporto individuo/società è un problema morale, prima che politico. Uno dei temi più scottanti e studiati, sotto il profilo sociologico e psicologico. Ma non è sufficiente. Uno Stato deve offrire valide garanzie perché ciascuno sia posto in condizione di realizzarsi. E per farlo, ricorrendo ai suggerimenti terapeutici di Freud, l’uomo deve soddisfare due esigenze fondamentali: amare e lavorare (“Lieben und arbeiten”). Sono queste le peculiarità che rendono gli uomini diversi l’uno dall’altro. Ma spesso essi rinunciano alla diversità per omologarsi.

 

Un dilemma analizzato, già molto tempo fa, da Riesman ne “La folla solitaria”. Se gli uomini, per eludere l’angoscia delle scelte, accettano di essere eterodiretti, la massificazione ne diventa logica conseguenza. Soli nella folla. Che sia già in atto la catastrofe sono pochi ad averne consapevolezza. Pochi e tacciati come prefiche, iettatori, uccelli del malaugurio. Per l’Italia la massificazione all’insegna della Tv è un destino esecrabile, anche con l’avvicendamento dei padroni di turno. Contro il pericolo della regressione di massa, non c’è che un rimedio: l’uso critico della ragione.

 

Ma negli anni più recenti l’umanità sta vivendo l’ubriacatura da social network. I mezzi di comunicazione diventano oggetti e soggetti di vita. E come tutti gli strumenti mediatici in sé non sono né buoni né cattivi. Dipendono dall’uso che se ne fa. Alla televisione, trionfo della rozzezza, della volgarità, dell’ignoranza, sembra essere subentrata una televisione personale, altrettanto rozza, volgare, superficiale. Quella della propria pagina facebook. Facebook, spesso, sostituisce la persona, ne fa le veci. Ne stimola desideri inconsci e irrazionali. Ogni utente può lanciare sulla propria pagina, dal proprio canale, foto e parole, spesso senza gusto, senza criterio, senza morale. Un giornale aperto a miliardi di lettori al quale ognuno può collaborare come vuole. Una vera bagarre. E in questa bagarre diventa difficile e quasi impossibile ritrovare l’uno, il migliore. Forse solo quelli che se ne astengono.

 

Per questo Patricia Wallace, insegnante nel Maryland University College, nella seconda edizione della ricerca dal titolo “La psicologia di Internet”, offre spunti interessanti e profondi su tutta la problematica dei mezzi di comunicazione on-line. Non più Persona, ma Persona on-line; non più Homo sapiens, ma Homo sapiens digitalis e sostiene che i tentativi di analizzare i mezzi di comunicazione on-line restano ancora agli esordi, citando Bruce Sterling, autore di fantascienza, che ritiene Internet come Icaro: cerca di volare con le ali di cera, ma muore quando il sole la scioglie. L’atteggiamento della Wallace non è né positivo né negativo aprioristicamente, ma induce alla riflessione. Nelle considerazioni conclusive si esprime così: “La natura umana non cambia e l’Internet della prossima generazione non farà altro che fornire strumenti più efficaci per rendere miserevole la vita on-line”. Mario Setta, de.it.press

 

 

 

 

 

Migrazioni. Basta capirci

 

La cronaca riporta, quotidianamente, fatti correlati a tentativi d'emigrazione dalla terra d’Africa verso l’Europa. Viaggi, non di rado rischiosi, che implicano seguiti politici spesso contrastanti con precedenti n normative votate per dare un futuro a chi il suo l’ha perduto. Non siamo nuovi a queste realtà; anche perché l’Italia, in Europa, è stata un Paese di forte emigrazione. Soprattutto nei primi sessant’anni del secolo scorso.

 

 Sarebbe meglio, per tutti, non dimenticarlo. Che i flussi immigratori siano da regolamentare è corretto; lo è meno essere incoerenti a un’umanità che non dovrebbe conoscere razze o frontiere. Di fatto, il teatro di tanti drammi è il Mare Mediterraneo. Per noi, primi emigranti, tutti gli Stati d’Europa. Soprattutto Germania e Svizzera. Non solo, esistevano accordi politici bilaterali che favorivano le emigrazioni a condizioni, certamente, non vantaggiose per chi le affrontava. Oggi, la questione s’è capovolta ed è, soprattutto, l’Africa, quella per secoli sfruttati, per una “materia prima” a un’Immigrazione drammatica e non sempre coordinata.

 

 Non per incapacità degli addetti, ma per la cocciutaggine dei politici che d’Emigrazione non hanno mai provato i rischi, le rinunce, ci sono stati i ritorni dei barconi sconfitti dal mare in burrasca o dal divieto d’approdo. Questo è quanto. D’Emigrazione, ci occupiamo da oltre mezzo secolo e ci siamo resi conto che ora siamo arrivati a un livello di guardia non facilmente gestibile.

 

 Con la buona volontà e un impegno generale UE molti problemi potrebbero trovare una ragionevole soluzione. Basta capirci, per intendere cosa è necessario e cosa possiamo offrire. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Straniero 1 studente su 10, ma in 3 casi su 5 è nato in Italia: nuove priorità per la scuola multiculturale

 

Nell’imminenza della riapertura delle scuole, in Italia le classi saranno ancora spiccatamente multiculturali. Secondo i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2018, che il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato col Centro Studi Confronti, presenterà il prossimo 25 ottobre, sono 826.000 gli iscritti di cittadinanza straniera nell’a.s. 2016/2017, circa un decimo (9,4%) della popolazione scolastica complessiva.

Una incidenza in continua crescita, visto che gli alunni figli di italiani vanno sempre più diminuendo (-96.300 in un anno, -1,2%) per il costante calo delle nascite, mentre quelli nati da genitori stranieri vengono gradualmente aumentando (+11.200 e +1,4%), grazie alla maggiore giovinezza e fecondità della popolazione di origine immigrata. Basti osservare che tra gli italiani gli ultra65enni sono ormai 1 ogni 4 residenti (24,3%), tra gli stranieri invece, che per il 37,6% hanno meno di 30 anni, sono solo 1 ogni 25 (4,0%).

Tuttavia, anche tra gli stranieri le nascite sono in progressivo calo e, se fino ad oggi la presenza di figli di immigrati aveva compensato la decrescita della popolazione scolastica nazionale, attualmente gli alunni stranieri non bilanciano più la perdita in atto e il numero complessivo di iscritti è calato in un solo anno di 85.000 unità (-1,0%).

Più della metà degli alunni stranieri (56,6%) frequenta la scuola dell’infanzia (20,0%) e quella primaria (36,6%), dove sono quasi l’11% di tutti gli scolari, mentre meno di un quarto (23,2%) le scuole superiori, dove rappresentano solo il 7,1% di tutti gli studenti e, anche per le maggiori difficoltà di inserimento e rendimento scolastico, scelgono con più frequenza istituti professionali (orientandosi così a un immediato inserimento nel lavoro piuttosto che alla prosecuzione degli studi, a scapito della futura mobilità).

Sebbene tra loro siano rappresentate 190 nazionalità, si tratta, per oltre la metà dei casi, di giovani romeni (158.000), albanesi (112.000), marocchini (102.000) e cinesi (49.500). D’altra parte, le regioni in cui è più alta la loro incidenza nelle scuole sono nell’ordine: Emilia Romagna (15,8%), Lombardia (14,7%), Umbria (13,8%), Toscana (13,4%) e Piemonte (13,0%).

Ma il dato più importante è la quota sempre più ampia di alunni stranieri che sono nati in Italia, le cosiddette “seconde generazioni”, che spesso riconoscono l’italiano come propria lingua madre, vivono con e come i coetanei italiani e si sentono tali a tutti gli effetti, condividendo con loro ogni cosa eccetto la cittadinanza (e ciò che essa comporta, in termini di riconoscimento giuridico e di diritti). Se nell’a.s. 2007/2008 erano appena un terzo (34,7%) di tutti gli alunni stranieri, nell’a.s. 2016/2017 sono più di mezzo milione (503.000), i tre quinti (60,9%) del totale. Rispetto all’a.s. precedente, costoro sono aumentati di ben il 12,9% (+57.600).

“Si tratta – osserva Luca Di Sciullo, presidente di IDOS – di identità non riconosciute dalla legge e spesso scisse tra due mondi culturali di riferimento, ora in conflitto con le famiglie immigrate d’origine, quando ne rifiutano il modello identitario per abbracciare quello italiano, ora con la società italiana, quando accade il contrario”. “Con l’aggravante – continua il presidente di IDOS – che nel primo caso essi rischiano un doppio conflitto: oltre che con la famiglia d’origine, perché si sentono italiani, anche con la società ospitante, se, al momento di inserirsi nel mondo del lavoro o nei contesti di partecipazione sociale, verranno comunque discriminati perché formalmente stranieri”.

“Se fino a diversi anni fa – dice Di Sciullo – la priorità della scuola in Italia era di mandare a regime una didattica meno incentrata sulla sola storia, geografia e cultura italiana e più aperta alla conoscenza dei paesi e delle tradizioni del resto del mondo, in considerazione delle provenienze e dei portati culturali degli studenti stranieri, oggi che i tre quinti di essi sono nati e cresciuti in Italia senza esserne cittadini, la priorità è diventata la necessità di affrontare e gestire il loro conflitto d’identità, perché esso non finisca per esplodere, quando, usciti dalle aule, questi giovani si inseriranno nella società”.

“Un compito – conclude – in cui la scuola non può essere lasciata da sola, ma che richiede la collaborazione di tutte le altre agenzie formative (famiglie, associazioni, gruppi sportivi ecc.) che una volta formavano la cosiddetta comunità educante”. Idos 11

 

 

 

 

Braccio di ferro a Vienna sui migranti

 

VIENNA - I ministri dell'Interno Ue sono riuniti a Vienna per discutere della questione migranti. Un vertice all'insegna della tensione, in cui il ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini gioca la parte del protagonista. Salvini è stato al centro dell'attenzione sin da prima dell'inizio, quando da Berlino la portavoce del ministro dell'interno Horst Seehofer, Eleonore Petreman ha ribadito che per Berlino l'accordo sui migranti con l'Italia è chiuso: "L'accordo politico è stato preso" e mancano passaggi "tecnici", ha detto, smentendo Salvini che ieri aveva detto che l'accordo ancora non c'è.

 

Durante i lavori del vertice poi, Salvini si è scontrato con Jean Asselborn, ministro degli Esteri e dell'Immigrazione del Lussemburgo, in un battibecco che è stato ripreso anche dalle telecamere. Alla frase pronunciata da Salvini durante il suo intervento, "non abbiamo l'esigenza di avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più", il collega lussemburghese ha sbottato e preso la parola: "In Lussemburgo, caro signore, avevamo migliaia di italiani che sono venuti a lavorare da noi, dei migranti, affinché voi in Italia poteste dare da mangiare ai vostri figli". Per poi concludere con l'imprecazione "merde alors" (una sorta di "diamine").

 

"Ho sentito da qualche collega dire che c'è bisogno di immigrazione perché la popolazione europea invecchia, io ho una prospettiva completamente diversa - aveva detto Salvini nel suo intervento -. Io penso di essere al governo per aiutare i nostri giovani a tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa e non per espiantare il meglio dei giovani africani per rimpiazzare i giovani europei che per motivi economici oggi non fanno più figli. A questo punto Asselborn ha interrotto Salvini dicendo: "io sono il ministro del Lussemburgo e controllo le mie finanze e voi in Italia dovete occuparvi dei vostri soldi per aiutare a dare da mangiare ai vostri figli, merde alors". LR 14

 

 

 

 

Italia protagonista alla Bürgerfest di Berlino

 

Berlino - L’Italia è stata protagonista dei due giorni di “Bürgerfest” (Festa dei cittadini, giornata delle porte aperte) offerti dal Presidente della Repubblica federale di Germania Steinmeier il 7 e 8 settembre scorsi presso il castello di Bellevue. A farne un ampio resoconto è la stessa Ambasciata italiana a Berlino sottolineando che, come Paese Partner 2018, l’Italia era presente in un intero “Viale Italia” dedicato, in cui si sono riuniti gli stand di diversi attori del Sistema Paese.

Presenti alla due-giorni le istituzioni (Ambasciata/Istituto di Cultura); sponsor italiani (Generali Assicurazioni Germania, che presentava il suo impegno nella Corporate Social Responsibility, e l'Agenzia Nazionale del Turismo ENIT, che si è concentrata in particolare sulla promozione del Sud e di Matera 2019); la gastronomia italiana (Associazione Pizza Verace Napoletana; Network della gastronomia italiana a Berlino 'True Italian') e due associazioni di volontariato e di impegno civico italiano (Comunità di Sant'Egidio; Libera/Libera Terra).

Nella zona dedicata ai bambini erano inoltre presenti l’Ente gestore Bocconcini di Cultura, che ha gestito un laboratorio di giochi e attività manuali, e l’Associazione dei Maestri gelatai italiani in Germania, Uniteis.

Presso lo stand istituzionale, intitolato “Italia: Imagination, Inspiration, Innovation”, i visitatori hanno potuto svolgere mini-corsi di lingua italiana, testare e scaricare l’App “ItaliAmo” realizzata dal Ministero degli Affari Esteri per l’apprendimento dell’italiano, verificare le loro conoscenze sull’Italia in un quiz interattivo su ipad, approfondire vari aspetti dell’attività dell’Ambasciata e della presenza italiana in Germania in un box informativo su touch screen e visionare sia il web documentary “Italians of Germany” realizzato dal giornalista Lorenzo Colantoni e dal foto reporter Riccardo Venturi in collaborazione con “National Geographic”, sia alcuni video promozionali sul nostro Paese.

Alla prima serata, dedicata a circa 6.000 volontari provenienti da tutta la Germania, ha partecipato in qualità di rappresentante del Governo italiano il Sottosegretario di Stato Guglielmo Picchi, presente all’apertura istituzionale caratterizzata dal discorso del Presidente Steinmeier. Il Sottosegretario Picchi ha partecipato inoltre ad un dibattito su volontariato e impegno civico con la consorte del Presidente Steinmeier, Elke Buedenbender, e il Ministro Presidente della Sassonia, Michael Kretschmer, che quest'anno era “Bundesland Partner” dell’evento. Il Sottosegretario Picchi ha quindi ricevuto il Presidente Steinmeier e la consorte in visita allo stand istituzionale e ad altri stand di “Viale Italia”.

Highlights della serata sono stati gli spettacoli italiani presentati sui due palchi allestiti nel parco: uno spettacolo del gruppo di campionesse di ginnastica ritmica dell’aeronautica militare “Le Farfalle”, un “Rossini Recital” in occasione dei 150 anni dalla morte di Gioacchino Rossini e, infine, un concerto di Gianna Nannini, che ha concluso la serata.

Nella giornata dell’8 settembre il Parco Bellevue è stato invece aperto al grande pubblico, con un’affluenza di circa 15.000 persone. Oltre alla visita di viale Italia, il programma prevedeva due spettacoli dell’orchestra pugliese della “Notte della Taranta”, un ulteriore spettacolo de “Le Farfalle” e, nella tenda dedicata ai bambini, due spettacoli musicali in italiano. (dip13) 

 

 

 

 

Berlino. Il 24 settembre un incontro su Gioacchino Rossini all’Istituto italiano di cultura

 

Berlino – L’Istituto italiano di cultura a Berlino presenta l’evento “Rossini: il Maestro dell’umorismo musicale”, che rientra negli appuntamenti dedicati alla celebrazione del grande artista pesarese per i 150 anni dalla sua scomparsa. La conferenza, con esempi musicali di Guido Zaccagnini, si terrà il  24 settembre 2018, dalle 19 alle 21, a ingresso libero presso la sede dell’Istituto italiano di cultura a Berlino. Dunque, nel 150° anniversario della sua morte, Gioachino Rossini viene presentato alla luce delle sue fantastiche doti umoristiche, che esercitò per tutta la vita: nei teatri, al tavolo di lavoro e persino in cucina. Infatti, se è vero che il suo catalogo teatrale annovera più titoli di genere serio o drammatico, è altrettanto inoppugnabile che Gioachino Rossini sia generalmente considerato come il più grande autore di opere buffe, farse o drammi giocosi.

Guido Zaccagnini è nato e vive a Roma. E’ autore e conduttore, da oltre trent’anni, di programmi per la Rai (Radio1, Radio3, Rai 5 e Rai News 24); ha inoltre pubblicato saggi musicologici, articoli su riviste specialistiche e quotidiani, e voci enciclopediche sulla Treccani; ha scritto “Hector en Italie”, dedicato a Hector Berlioz (Pendragon); ha curato “Vivere senza paura - Scritti per Mario Bortolotto” (EDT); ha curato e tradotto il libro di Charles Rosen “La generazione romantica” (Adelphi); ha tradotto "Su Beethoven" di Maynard Solomon (Einaudi). Tiene regolarmente conferenze e lezioni: si ricordano quelle al Teatro “La Fenice” di Venezia, al “Maggio Musicale Fiorentino”, all’Accademia “Filarmonica Romana”, al “Teatro Lirico” di Cagliari, all’Accademia nazionale “Santa Cecilia”. Insegna “Storia della Musica” al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma. (Inform/dip)

 

 

 

 

 

Ventunesima edizione del tradizionale Festival del cinema italiano in Germania

 

Come ogni anno, dopo il rientro dalle ferie estive scocca l’ora di CINEMA! ITALIA!, il tradizionale “Festival itinerante del cinema italiano”, organizzato dalla società Made in Italy col sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con il patrocinio dell’Ambasciata italiana di Berlino. Siamo arrivati quest’anno alla ventunesima edizione e per molti cinefili è un evento cult imperdibile. Ancora una volta la kermesse porterà nelle sale cinematografiche della Germania i migliori film di registi italiani degli ultimi due anni. La prima proiezione è ad Amburgo il giorno 15 settembre, mentre la conclusione è prevista – come da copione – tre mesi dopo a Berlino con la cerimonia di premiazione della pellicola vincitrice. Nel mezzo i cinema di ben 34 città tedesche, da Monaco a Colonia, da Düsseldorf a Francoforte, ospiteranno la proiezione di sei film considerati il meglio della produzione cinematografica nostrana.

La rassegna di CINEMA! ITALIA! cade in un’annata di successo per il cinema italiano. Basti pensare a pellicole come Dogman di Matteo Garrone, ottimamente accolto al Festival di Cannes, A casa tutti bene, l’ultimo film di Gabriele Muccino, recentemente uscito anche sugli schermi dei cinema tedeschi, ovvero Loro 1 e Loro 2, la doppia pellicola di Paolo Sorrentino. La formula della rassegna è la medesima che è stata ampiamente collaudata nelle passate edizioni: il pubblico è chiamato alla fine di ogni proiezione a dare un voto al film visto. La pellicola più apprezzata dagli spettatori avrà l’onore di essere distribuita nei circuiti cinematografici tedeschi.

I sei film che si potranno vedere sugli schermi tedeschi mescolano varie tematiche e generi differenti così da fornire un ‘immagine attuale dell’Italia in tutta la sua molteplicità e vitalità, un’immagine in cui si evidenziano contrasti vecchi e nuovi come quelli tra ricchi e poveri, giovani e vecchi, immigrati e italiani doc. Un contrasto molto particolare è quello tematizzato nel film Ammore e malavita dei fratelli Mannetti, un musical divertentissimo nel quale spicca tra gli interpreti Claudia Gerini. La contrapposizione qui tematizzata è quella tra il mondo del crimine organizzato (Don Vincenzo con la cinica moglie Donna Maria e i due feroci killer Ciro e Rosario) e quello di coloro che sono costretti a sacrificarsi ogni giorno per guadagnare di che vivere (la giovane infermiera Fatima). Accade che una notte per caso Fatima si trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A Ciro viene dato l’incarico di sbarazzarsi di quella ragazza che ha visto troppo. Ma le cose non vanno come previsto. I due si trovano faccia a faccia, si riconoscono e riscoprono l’amore mai dimenticato della loro adolescenza. Per Ciro c’è una sola soluzione: tradire don Vincenzo e donna Maria e uccidere chi li vuole uccidere. Nessuno può fermare l’amore. Il genere ‘leggero’ del musical consente di trattare temi importanti con un tono leggero e spettacolare. Ne esce una Napoli diversa da quella cupa e disperata che spesso si racconta al cinema o in tv; una Napoli che, malgrado tutti i problemi, ispira con la sua carica di umanità.

In Taranta on the Road di Salvatore Allocca il contrasto è tra gli africani immigrati in Italia e gli italiani che cercano disperatamente un modo per affermarsi a casa propria. Protagonisti sono due migranti tunisini, Amira e Tarek, i quali all’indomani della Primavera araba del 2011, raggiungono la costa italiana e si ritrovano a chiedere aiuto ad una band musicale salentina, alla ricerca del successo tra sagre e matrimoni. Il viaggio, la paura, l’amore, l’incertezza del futuro e il desiderio di trovare la propria strada, uniranno tutti in un’esperienza unica che, forse, cambierà per sempre le loro vite.

Protagonista di Come un gatto in tangenziale, film di Riccardo Milani, è Giovanni (Antonio Albanese), un intellettuale impegnato e profeta dell’integrazione sociale che vive nel centro storico di Roma. La sua vita si intreccia a un certo punto con quella di Monica (Paola Cortellessi), ex cassiera del supermercato, che con l’integrazione ha a che fare tutti i giorni nella periferia dove vive. Dai diversi milieu sociali i due non si sarebbero mai incontrati se i loro figli non avessero deciso di fidanzarsi. Monica e Giovanni sono le persone più diverse sulla faccia della terra, ma hanno un obiettivo in comune: porre fine alla storia tra i loro figli. Per portare a termine il comune proposito cominciano a frequentarsi. E improvvisamente qualcosa tra di loro cambia. Entrambi capiscono di non poter fare a meno uno dell’altra anche se forse la loro storia durerà come «un gatto in tangenziale».

Anche in Fortunata di Sergio Castellitto si tratta di periferie e zone emarginate. La protagonista, Fortunata (Jasmine Trinca), ha una vita affannata, una bambina di otto anni e un matrimonio fallito alle spalle. Per vivere fa la parrucchiera a domicilio sognando prima o poi di aprire un proprio negozio di parrucchiera conquistando la sua indipendenza e il diritto alla felicità. Fortunata sa che per arrivare fino in fondo ai propri sogni bisogna essere fermi: ha pensato a tutto, è pronta a tutto, ma non ha considerato la variabile dell’amore, l’unica forza sovvertitrice capace di far perdere ogni certezza. Anche perché, forse per la prima volta, qualcuno la guarda per la donna che è e la ama veramente.

Al centro del film di Vincenzo Marra L’equilibrio è Giuseppe, un prete campano già missionario in Africa, che opera in una piccola diocesi di Roma. Messo in crisi nella sua fede, chiede al vescovo di essere trasferito in un comune della sua terra, dove prenderà il posto del parroco del quartiere, Don Antonio, un uomo dal grande carisma e dalla magnifica eloquenza, ascoltato e rispettato da tutti. Prima di partire, Don Antonio introduce Giuseppe nella dura realtà del quartiere. Una volta rimasto solo, il sacerdote si impegna, cercando di aiutare in tutti i modi la comunità, fino a quando scopre la scomoda realtà di quel luogo. Giuseppe decide di seguire la sua strada senza paura, con tenacia e coraggio, scontrandosi con un mondo spietato che lo metterà spalle al muro.

Molto intenso il film Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni che mette a confronto un giovane ventenne, Alessandro, ragazzo ignorante e turbolento, e Giorgio, anziano poeta di 85 anni, malato di Alzheimer (interpretato da Giuliano Montalto). I due vivono a pochi passi l’uno dall’altro, ma non si sono mai incontrati, finché Alessandro accetta suo malgrado un lavoro come accompagnatore di quell’elegante signore in passeggiate pomeridiane. Col passare dei giorni dalla mente un po’ smarrita dell’anziano poeta e dai suoi versi, affiora progressivamente un ricordo del suo passato più lontano: tracce per una vera e propria caccia al tesoro. Seguendole, Alessandro si avventurerà insieme a Giorgio in un viaggio alla scoperta di quella ricchezza nascosta e di quella celata nel suo stesso cuore.

I film dell’edizione 2018

Ammore e malavita – Love & crime (di Marco e Antonio Manetti)

Come un gatto in tangenziale – Wie eine Katze auf der Autobahn (di Riccardo Milani). Fortunata – Fortunata (di Sergio Castellitto)

L’equilibrio – Im Gleichgewicht (di Vincenzo Marra)

Taranta on the road – Taranta on the road (di Salvatore Allocca)

Tutto quello che vuoi – Alles was du willst (di Francesco Bruni)

Il calendario delle proiezioni:

* 15.09 – 23.09 Amburgo; 13.09 – 19.09 Colonia; 13.09 – 19.09 Wiesbaden; 20.09 – 26.09 Dresda; 20.09 – 26.09 Düsseldorf; 20.09 – 26.09 Oldenburg; 27.09 – 03.10 Brema; 27.09 – 03.10 Stoccarda; 27.09 – 03.10 Hannover; 27.09 – 03.10 Braunschweig; 04.10 – 10.10 Mannheim; 11.10 – 17.10 Pforzheim; 18.10.- 24.10 Magdeburg; 25.10 – 31.10 Monaco ; 25.10 – 31.10 Augsburg; 01.11 – 07.11 Kiel; 01.11 – 07.11 Bonn; 08.11 – 14.11 Würzburg; 08.11 – 14.11 Darmstadt; 08.11 – 14.11 Münster; 08.11 – 14.11 Karlsruhe; 15.11 – 21.11 Lich; 15.11 – 28.11 Bielefeld; 22.11 – 28.11 Gottinga; 22.11 – 28.11 Kassel; 22.11 – 28.11 Bamberg; 22.11 – 28.11 Lubecca; 22.11 – 28.11 Marburgo; 22.11 -28.11 Regensburg; 30.11 -13.12 Francoforte; 29.11 – 05.12 Saarbrücken; 29.11 – 05.12 Norimberga; 01.12 – 09.12 Heidelberg; 06.12 – 12.12 Friburgo; 06.12 – 12.12 Lipsia; 06.12 – 12.12 Berlino (Gherardo Ugolini, CdI settembre)

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

3.09.2018. Maaßen nella bufera

Avrebbe fornito informazioni ancora riservate al partito di estrema destra Alternativ für Deutschland. Adesso anche la SPD ne chiede le dimissioni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maassen-bufera-estrema-destra-102.html

 

12.09.2018. I tassisti dell'aria. Devono pagarsi il cibo, l’acqua, le divise. In Germania piloti e assistenti di volo di Ryanair incrociano le braccia per 24 ore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ryanair-sciopero-germania-102.html

 

L'Europarlamento contro Orban

L'assemblea ha approvato la risoluzione che chiede di aprire una procedura sanzionatoria contro l'Ungheria per violazione dei principi fondamentali su cui si fonda L'Ue. Ne parliamo con Enzo Savignano. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europarlamento-orban-102.html

 

11.09.2018. L'Italia sotto osservazione

L'Alta Commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, vuole mandare degli ispettori in Italia per monitorare la violenza e il razzismo contro gli stranieri.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/onu-ispettori-italia-102.html

 

Nel cuore del crimine organizzato. Nel suo libro "Vita di mafia - Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato" il criminologo Federico Varese racconta la criminalità organizzata, sfatandone ogni romanticismo.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vita-mafia-102.html

 

10.09.2018. Shopping domenicale addio?

Il ministro del lavoro Luigi Di Maio vuole limitare l'apertura dei negozi la domenica e i giorni festivi. A Radio Colonia Luca De Zolt del sindacato FILCAMS CGIL spiega perché è d'accordo, mentre il vicepresidente del Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali Renato Cavalli illustra le ragioni del sì. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/negozi-chiusura-domenicale-100.html

 

07.09.2018. Dieci anni dal crack

Il 15 settembre del 2008, la banca d'investimenti americana Lehman Brothers dichiarava il default. Era l'inizio della crisi finanziaria globale. Quante possibilità ci sono che succeda di nuovo? Ne parliamo con l'economista Leonardo Becchetti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lehman-brothers-dieci-dal-crack-100.html

 

La banca più rischiosa del mondo. Secondo uno studio del Fondo monetario internazionale del 2016, "Deutsche Bank sembra essere il più grande contributore netto di rischio sistemico globale". La situazione, ad oggi, è cambiata poco.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/deutsche-bank-rischiosa-100.html

 

06.09.2018. I primi cento giorni. Dal primo giugno è in carica il governo M5S-Lega. Per ora poche le certezze. Salvini sempre più leader indiscusso. I pentastellati in difficoltà. Ne parliamo con il direttore di Libero, Pietro Senaldi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/100giorni-gov-100.html

 

Viaggio nella galassia di estrema destra. Convegno a Berlino con ricercatori e giornalisti che hanno lavorato sotto copertura per studiare e comprendere le dinamiche dell'estremismo di destra. Ne parliamo con l'organizzatrice dell'evento Tatiana Bazzichelli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/infiltrati-destra-100.html

 

05.09.2018. 80 anni fa le leggi razziali

Il 5 settembre del 1938 venne promulgato in Italia il primo decreto contro gli ebrei. La storica Anna Foa ricostruisce con noi quei momenti bui della storia d'Italia, con uno sguardo al razzismo di oggi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/leggi-razziali-100.html

 

Inserirsi nel mercato del lavoro tedesco. A Colonia esiste un'associazione che favorisce l'accesso al mercato del lavoro, ma anche all'istruzione. E aiuta nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. Si chiama Lernende Region - Netzwerk Köln e.V. e i suoi servizi sono gratuiti.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/germania-riconoscimento-titoli-100.htm l

 

04.09.2018. Allarme donatori d'organi. Nonostante in Germania la disponibilità a donare organi sia in aumento, ci sono sempre meno trapianti. Il ministro federale della Sanità, Jens Spahn, ha avviato un dibattito pubblico e politico sul tema.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/donazione-organi-100.html

 

Una vita in sospeso. Come vivono i profughi in Germania? Dal 3 al 7 settembre COSMO trasmette da un centro profughi di Düsseldorf. Sabine Rossi ci racconta della quotidianità di chi ci vive.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migranti-duesseldorf-100.html

 

03.09.2018. Polveriera Libia. La Settima brigata, una milizia ostile al governo centrale, vuole conquistare Tripoli. Dichiarato lo stato di emergenza. L'Onu ha avviato una mediazione. Ne parliamo con l'esperto di Libia, Arturo Varvelli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/polveriera-libia-100.html

 

"Que Bom". Stefano Bollani è un musicista geniale e giramondo, il calendario dei suo concerti è fittissimo e lo ha portato anche in Germania. Ai margini del suo magnifico concerto all'Istituto Italiano di cultura di Colonia, Bollani ha trovato il tempo per raccontarci la sua ultima fatica discografica: "Que Bom", un omaggio al suo amato Brasile.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/stefano-bollani-104.html

 

31.08.2018. L'ora della discordia

Le lancette dell'orologio si spostano di un'ora due volte all'anno: ma ora la Commissione Europea propone l'ora legale tutto l'anno. Moltissimi i voti a favore in un referendum online, ma la discussione è aperta.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/l-ora-della-discordia-102.html

 

Salviamo i quartieri e le piazze. Diverse iniziative di quartiere si sono opposte a progetti edilizi che avrebbero stravolto il vicinato. Il sociologo Davide Brocchi ci spiega quale ruolo possono assumere anche a livello nazionale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/salviamo-quartieri-e-piazze-100.html

 

Una scuola senza insegnanti. Tra carenza di insegnanti e strutture fatiscenti è iniziato l'anno scolastico in Germania, ma ci sono anche delle realtà positive. Radio Colonia ha incontrato un preside soddisfatto della sua scuola.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scuola-inizio-insegnanti-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-302.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

Radio Colonia si trasferisce a Roma, per tre giorni

 

Radio Colonia, il programma quotidiano in lingua italiana, della radio pubblica tedesca COSMO/WDR a fine mese realizzerà tre puntate speciali da Roma. Il 26, 27 e 28 settembre la redazione italiana si trasferirà in riva al Tevere per comprendere meglio e spiegare al proprio pubblico le trasformazioni politiche e sociali in atto in Italia. Dall’estero si guarda, infatti, con grande apprensione alle scelte del nuovo governo in materia di economia, migrazioni e rapporti con l’Europa. Tra gli italiani residenti in Germania e negli altri paesi europei in molti si chiedono che fine abbia fatto il Paese aperto e tollerante in cui sono nati e cresciuti, mentre, ad ogni rientro per vacanze o visite ai parenti, aumenta in loro il senso di spaesamento nella nuova Italia dei porti chiusi e della retorica sovranista.

Con l’aiuto di politici, giornalisti, intellettuali e artisti Radio Colonia proverà ad andare a fondo alla questione, senza sconti per nessuno ma anche senza i facili stereotipi di certa stampa estera. Racconteremo anche storie in controtendenza, di chi si inventa un lavoro dove non ce n’è, di chi dà lezione di ecologia al resto del mondo o di chi ha il coraggio di smascherare l’intreccio tra politica e mafie presente in tante realtà, piccole e grandi, non solo al Sud. E naturalmente parleremo anche del lavoro della CRI, di cui Radio Colonia è orgogliosa di fare parte da anni.

Il 27 settembre, inoltre, tutta la programmazione della testata radiofonica COSMO, quindi non solo Radio Colonia ma anche le trasmissioni in lingua tedesca saranno realizzate dalla città eterna e tutta la programmazione musicale sarà – per la prima volta nella storia di COSMO - rigorosamente italiana.

Radio Colonia va in onda tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, alle 18 in streaming sul sito cosmoradio.de e alle 21 in radio.

Potete seguire la nostra programmazione in internet: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/index.html e su Facebook: Cosmo - Radio Colonia. RC/De.it.press

 

 

 

Le FS italiane alla fiera Innotrans 2018 di Berlino (8/21 settembre 2018)

 

Berlino. Martedì 18 settembre, alle 13.00, nello Stand FS CityCube (Hall A – 305) della Fiera internazionale InnoTrans 2018 (Berlino, 18 - 21 settembre), alla presenza del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli, il Gruppo FS Italiane presenterà ufficialmente i nuovi treni Rock (prodotto da Hitachi Rail) e Pop (prodotto da Alstom), usciti dalle fabbriche.

I nuovi convogli rivoluzioneranno il trasporto regionale e miglioreranno l’esperienza di viaggio delle persone che quotidianamente utilizzano i treni per motivi di lavoro o studio e per i viaggi personali e per turismo.

 

Da mercoledì 19 a venerdì 21 nello stand del Gruppo FS Italiane ci saranno incontri e sessioni di approfondimento su infrastrutture, trasporto merci e viaggiatori. Inoltre, sarà presentata al mondo internazionale nugo, la app per acquistare l’intero viaggio door to door in un’unica soluzione.

 

Alla Fiera internazionale InnoTrans 2018 – la più importante del trasporto ferroviario e della tecnologia dei trasporti – saranno presenti Gianluigi Vittorio Castelli Presidente FS Italiane; Gianfranco Battisti AD e DG FS Italiane; Orazio Iacono AD e DG Trenitalia; Maurizio Gentile AD e DG Rete Ferroviaria Italiana; Carlo Carganico AD e DG Italferr FS; Marco Gosso AD Polo Mercitalia, Stefano Rossi AD Busitalia e Carmine Zappacosta, AD Italcertifer. (de.it.press)

 

 

 

 

Berlino. Il progetto “Continua la mia storia…” Presentazione il 17 ottobre

 

Berlino - Ancora una iniziativa per la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, dedicata al tema "Italiano e la rete, le reti per l’italiano". In collaborazione con il Comitato di Berlino della Società Dante Alighieri e la rivista Berlino Magazine, la rete degli Istituti Italiani di Cultura in Germania, con a capo l’Istituto di Berlino, ha organizzato il progetto di scrittura collettiva online "Continua la mia storia…".

Partendo da un nucleo iniziale, scritto da Cesare De Marchi (premio Campiello e Comisso 1998), i partecipanti al progetto sono stati invitati a proseguire e ampliare la storia con un proprio contributo.

"Continua la mia storia…", pubblicato su apposita piattaforma online, si svilupperà e crescerà come una ragnatela in tutte le direzioni, aggiungendo man mano nuovi dettagli, luoghi, personaggi, avvenimenti e avventure che si intrecceranno fra loro.

Finalità del progetto è appunto quella di utilizzare la rete per intrecciare in un unico racconto idee e figure di chi vive in Germania usando l’italiano come lingua europea.

Possono concorrere al progetto racconti di narrativa in lingua italiana, inediti e scritti da persone che abitano, risiedono, o hanno domicilio temporaneo in Germania. La partecipazione al progetto è gratuita. Sono ammessi al massimo tre elaborati per ogni partecipante.

Coloro che vogliono partecipare al progetto dovranno iscriversi inviando una email all’indirizzo di posta elettronica continualamiastoria@gmail.com, contenente copia del documento d’identità, copia del certificato di avvenuta iscrizione a un municipio tedesco (Anmeldung) o a un’università tedesca o un documento che certifichi un’attività lavorativa in Germania.

I racconti inoltrati dai partecipanti saranno pubblicati sul sito sino a fine settembre.

In occasione della serata di presentazione del progetto, che si terrà il 17 ottobre presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, Cesare De Marchi e alcuni dei partecipanti leggeranno i racconti che rispetteranno al meglio lo spirito del tema scelto per contenuti, stile e creatività.

Il racconto "Continua la mia storia…" rimarrà consultabile sul sito degli Istituto Italiani di Cultura in Germania e sulla piattaforma online di Berlino Magazine.

La casa di produzione cinematografica Kess Film di Berlino si è riservata la facoltà di selezionare, tra tutti gli elaborati pervenuti, uno o più racconti per realizzarne una sceneggiatura cinematografica, previa contrattualizzazione commerciale con gli aventi diritto. La selezione sarà ufficializzata da Giulio Baraldi, responsabile della Kess Film durante la serata di presentazione del progetto, il 17 ottobre. (aise/dip 6) 

 

 

 

 

A Stoccarda la IXX edizione di AMB, il Salone internazionale per la lavorazione dei metalli (18-22.09)

 

Parteciperanno all’evento 1.500espositori, tra cui 75 aziende italiane

 

Stoccarda- Dal 18 al 22 settembre 2018 il polo fieristico di Stoccarda ospiterà la diciannovesima edizione di AMB, salone internazionale per la lavorazione dei metalli, e l’Italia sarà ancora una volta protagonista. Lo rende noto la Camera di Commercio Italo-tedesca (ITALCAM) che è coinvolta in prima linea per fornire supporto e assistenza alle aziende italiane presenti, in qualità di Rappresentante ufficiale di Fiera di Stoccarda per l’Italia.

A quest’edizione sono attesi 90.000 operatori internazionali e circa 1.500espositori, tra cui 75 aziende italiane, che presenteranno le più recenti innovazioni e i perfezionamenti di sviluppo nell’ambito delle macchine utensili ad asportazione di truciolo, macchine utensili scrostatrici, utensili di precisione, tecniche di misura e controllo qualità, robotica, tecniche di maneggio di pezzi e utensili, software industriali & engineering, componenti e accessori.  

La forte presenza delle aziende italiane a AMB è giustificata anche dagli ottimi rapporti commerciali che legano entrambi i paesi:  gli ordini inviati nel 2017 dalla Germania sono aumentati del 37% e confermano l’Italia ai primi posti come fornitori principali dell’industria tedesca sia per un’ampia gamma di tecnologie, tra cu i centri di lavorazione, che per il settore degli utensili di precisione. Il 2017 – continua la nota - è stato un anno importante per l’industria italiana delle macchine utensili, dei robot e dell’automazione: il mercato nazionale è cresciuto del 16,1% mentre l’esportazione ha registrato un aumento del 5,8% con 3.440 milioni di euro. Complessivamente si è trattato del quarto anno di crescita consecutivo e un nuovo record per questo settore. (Inform/dip)

 

 

 

Discriminazioni antiitaliane in Germania?

 

“Risulta da alcuni blog e social media di italiani residenti in Germania che connazionali da poco residenti nella Repubblica Federale di Germania sia stati invitati - da parte di alcuni Job Center - a rimpatriare nel caso in cui necessitassero di forme di sostegno al reddito, già previste per tutti i cittadini comunitari”. Ne dà notizia Massimo Ungaro, deputato del Partito Democratico eletto in Europa, che aggiunge: “si tratta di una questione grave e illegittima di cui ho subito interessato il Ministro Moavero Milanesi con un’interrogazione scritta, sottoscritta anche dalla collega Angela Schirò, affinché si accerti per tramite del suo omologo tedesco il verificarsi di tali abusi e si provveda a rimuoverli a tutela dei nostri compatrioti”. (aise/dip 10) 

 

 

 

 

A Berlino la proiezione di “La gatta Cenerentola”. Presenti i registi e l'attrice Maria Pia Calzone

 

BERLINO – Verrà proiettato per la prima volta in Germania, il 27 settembre alle ore 20, presso il Kino in der Kulturbrauerei di Berlino (Schönhauser Allee 36) il film “La gatta Cenerentola” (2017) dei registi Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, presenti all'iniziativa insieme all'attrice Maria Pia Calzone.

Insieme a quest'ultima prestano le voci ai personaggi anche Massimiliano Gallo, Alessandro Gassmann, Mariano Rigillo, Renato Carpentieri.

Cenerentola è cresciuta all’interno della Megaride, un’enorme nave ferma nel porto di Napoli da più di 15 anni. Suo padre, ricco armatore della nave e scienziato, è morto portando con sé nella tomba i segreti tecnologici della nave e il sogno di una rinascita del porto. La piccola vive da allora all’ombra della temibile matrigna e delle sue perfide sei figlie. La città versa ora nel degrado e affida le sue residue speranze a Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, un ambizioso trafficante di droga che, d’accordo con la matrigna, sfrutta l’eredità dell’ignara Cenerentola per fare del porto di Napoli una capitale del riciclaggio. La nave, infestata dai fantasmi-ologrammi di una tecnologia e di una storia dimenticate, sarà il teatro dell’intera vicenda e metterà in scena lo scontro epocale tra la miseria delle ambizioni del presente e la nobiltà degli ideali del passato. Il futuro della piccola Cenerentola e della povera città di Napoli sono legati a uno stesso, sottilissimo, filo.

L'iniziativa si svolge in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Berlino e la MissingFilms.de. Ingresso a pagamento. (Inform)

 

 

 

 

Dopo Chemnitz l'Afd manifesta a Koethen. E non si placa il caso del capo dei servizi

 

Sembrava una seconda Chemnitz, un altro caso di caccia al profugo e di corteo estremista e xenofobo scatenati da un caso di cronaca. Per fortuna, l’intervento tempestivo della polizia ha evitato il peggio – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Sembrava una seconda Chemnitz, un altro caso di caccia al profugo e di corteo estremista e xenofobo scatenati da un caso di cronaca. Per fortuna, l’intervento tempestivo della polizia ha evitato il peggio. Ma fa comunque impressione la dinamica registrata negli scorsi giorni a Koethen, cittadina della Sassonia-Anhalt dove Bach scrisse una parte dei suoi concerti brandeburghesi. Identica a quella cui una Germania sgomenta aveva assistito due settimane fa in Sassonia.

 

Anche la miccia di Koethen è stata un tragico episodio di cronaca, avvenuto domenica scorsa. Stavolta una rissa tra afgani e tedeschi, finita con un tedesco morto di infarto e un afgano che non avrebbe dovuto essere lì perché respinto da un pezzo. Tanto è bastato per le sigle dell’estrema destra e l’Afd per darsi appuntamento già domenica pomeriggio e organizzare una manifestazione cui avrebbero partecipato circa 2.500 persone. Come a Chemnitz, è stata impressionante la velocità con cui le destre sono riuscite a organizzarsi e a darsi appuntamento nella città dell’Anhalt.

 

Lunedì, a un appuntamento analogo, si sarebbero presentate di nuovo alcune centinaia di manifestanti, tra cui il famigerato David Koeckert, animatore di Pegida in Turingia e neonazista noto per le sue rune tatuate in faccia. Dal palco delle ultra destre, Koeckert ha urlato che sarebbe in corso una “guerra razziale contro la Germania” e che i migranti si meritano la legge del taglione. “Occhio per occhio, dente per dente”, ha ruggito.

 

Peraltro, i fatti di Chemnitz continuano ad avere una coda avvelenata a Berlino, dove si aggrava lo scandalo attorno al capo dei servizi segreti, Hans-Georg Maassen, dopo le inaudite dichiarazioni della scorsa settimana. Nelle ultime ore sono emersi dettagli del suo rapporto inviato alla cancelliera Merkel, in cui avrebbe smussato i toni, ma la scorsa settimana Maassen aveva minimizzato in un’intervista con Bild sui fatti di Chemnitz, ritenendo persino “fasullo” un video che mostrava inequivocabilmente una caccia ai migranti scatenata da gruppetti di manifestanti inferociti dopo l’omicidio di un falegname tedesco da parte di un rifugiato iracheno. 

 

Soprattutto, Maassen aveva sposato la tesi dell’Afd, sostenendo che i video “distraessero” dal fatto essenziale: l’omicidio di un cittadino tedesco. Domani Maassen è atteso per un’audizione al Bundestag, e intanto il capogruppo dell’Afd Alexander Gauland ha confermato un sospetto che circolava da tempo: avrebbe incontrato il capo dei servizi per ben tre volte. In un libro appena uscito di Franziska Schreiber, ex esponente dell’Afd, si parla dei consigli che Maassen avrebbe dato alla ex capa della destra populista, Frauke Petry, per evitare che il partito finisse sotto osservazione dei servizi. Anche in questo caso, Maassen ha cercato di sdrammatizzare, sostenendo si trattasse di rituali colloqui con politici sulla sicurezza nel Paese. LR 11

 

 

 

 

L’uomo più odiato in Germania dagli automobilisti: sta «fermando» il diesel tedesco

 

Incontro con Jürgen Resch, l’uomo che ha fatto causa a 28 città, bloccando le macchine ovunque: «L’aria pulita non è negoziabile» - di Elena Tebano

 

BERLINO — L’uomo che ha dichiarato guerra al diesel ha i capelli bianchi, gli occhiali scuri e modi pacati da professore di scuola. Dietro l’aria mite di Jürgen Resch, 58 anni, però si nasconde una determinazione feroce che gli è valsa il soprannome di «killer del gasolio» e l’antipatia di molti in Germania: con la sua Deutsche Umwelthilfe (Duh), una piccola ma ben organizzata associazione ambientalista nata ad Hannover nel 1975, ha fatto causa a 28 città tedesche che non rispettano i limiti di diossido di azoto previsti dalla normativa dell’Unione europea sulla qualità dell’aria.

Tutti contro il Diesel...

«L’unico modo per abbassarli è vietare i diesel, che in generale sono molto più inquinanti della benzina - spiega nel suo ufficio nel centro di Berlino su cui svetta in lontananza la torre della televisione -. Quello che vogliamo è costringere i politici a proteggere il loro cittadini. E finora, i tribunali ci hanno dato ragione».

 

I prossimi verdetti sono attesi a Berlino il 9 ottobre, a Mainz il 24, a Colonia e Bonn il 9 novembre. Intanto la Deutsche Umwelthilfe ha gia vinto ad Amburgo, Stoccarda (uno dei centri dell’ industria automobilistica tedesca), Monaco, Aquisgrana e - giovedì scorso - a Francoforte, che dal primo febbraio dell’ anno prossimo dovrà bandire i veicoli Euro 4, poi a settembre anche gli Euro 5. Il pronunciamento che riguarda la capitale dell’ Assia è particolarmente importante, Francoforte è anche la capitale del diesel in Germania: quasi una automezzo su due (il 43%) viaggia con questo carburante e secondo una prima stima almeno 73 mila macchine e furgoni, oltre a due terzi dei 350 autobus cittadini, non potranno più entrare nell’ area urbana.

Diesel, un demonio?

La misura non rende Resch particolarmente popolare tra gli automobilisti, soprattutto tra coloro che non possono permettersi di cambiare i modelli più vecchi o i mezzi con cui lavorano. Ed è stata criticata dall’ Associazione dell’ industria automobilistica tedesca (Vda): «Riteniamo assolutamente sproporzionato un divieto di circolazione generale nella zona di Francoforte che coinvolgerà più di 200 mila pendolari, solo perché il limite annuale di diossido di azoto è stato superato di sette microgrammi» ha detto il presidente Bernhard Mattes (il limite stabilito dall’ Unione europea è di 40 microgrammi di diossido d’ azoto per metrocubo). La Vda riconosce la «responsabilità, di trovare il più velocemente possibile soluzioni per migliorare la qualità dell’ aria», ha detto sempre Mattes, aggiungendo che però si può fare «con l’ aggiornamento dei software che controllano le emissioni di 5 milioni di veicoli».

 

A Resch non basta e infatti ha scelto la linea dura. In particolare contro i politici, presidenti e ministri dell’ ambiente dei Land che nonostante le decisioni dei tribunali non hanno adottato misure per limitare la circolazione delle auto diesel. «A Monaco, per esempio - chiarisce -, il presidente Markus Söder non sta adempiendo alla sentenza che lo obbligava ad approvare un piano anti inquinamento entro il 2017». La Baviera a metà ottobre andrà alle urne e Söder, della Csu, non vuole varare provvedimenti invisi anche a molti suoi elettori. «È inaccettabile che lo Stato non applichi le sue leggi, è una questione di principio: allora possiamo iniziare tutti a non pagare le tasse» si scalda Resch.

 

«I politici devono tutelare i cittadini da un inquinamento che fa 12.860 morti all’ anno, tre volte quelli che muoiono per gli incidenti - prosegue -. Ci siamo rivolti ai giudici perché facciano arrestare Söder». Il caso di un politico che rifiuta di dare seguito a una sentenza giudiziaria è così inaudito in Germania,che il tribunale amministrativo di Monaco due settimane fa ha dovuto rivolgersi alla Corte di giustizia dell’ Unione europea in Lussemburgo per sapere se può procedere con «la detenzione dei pubblici ufficiali». La risposta dovrebbe arrivare entro febbraio. Per Resch comunque il lavoro non è ancora finito: nel 2017 sessantasei città tedesche hanno superato i limiti di diossido di azoto. Sentenza dopo sentenza, ha intenzione di ripulirle tutte. CdS 10

 

 

L’annuncio al parlamento tedesco: “Raggiunto l’accordo con l’Italia sul rimpatrio dei profughi”

 

Lo ha detto il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer. Ma si attende la firma di Salvini - WALTER RAUHE

 

BERLINO - «L’accordo con l’Italia sul rimpatrio di profughi è stato raggiunto». L’annuncio è arrivato a sorpresa dallo stesso ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer (Csu) nel corso del suo intervento al Bundestag di Berlino. «Mancano solo le due firme. Quella del mio collega Matteo Salvini e la mia. Per risparmiare costi di viaggio ci scambieremo i documenti per firmarli ognuno a casa propria. Questo richiederà ancora un paio di giorni. Il raggiungimento dell’intesa è un grande successo». Ma si attende ora di conoscere la posizione del governo italiano. 

 Accordi analoghi il governo tedesco li aveva già raggiunti con la Spagna e con la Grecia e prevedono il respingimento ai confini tedeschi di quei profughi che hanno già avanzato richiesta di asilo politico nei Paesi di primo ingresso nell’Unione europea. Secondo stime approssimative si tratta di un contingente di migranti di circa 40mila persone solo nell’arco dello scorso anno. Per il ministro degli Interni tedesco quello dei respingimenti dei cosiddetti rifugiati secondari alle frontiere tedesche rappresenta uno degli obbiettivi prioritari della nuova politica migratoria imboccata da Berlino dopo il ripristino delle regole fissate nel trattato di Dublino.  

 

Norme che regolano le competenze nazionali nella gestione dei flussi migratori affidando la responsabilità di gestire le domande di asilo politico ai Paesi di primo ingresso dei rifugiati. Un regolamento spesso criticato dai Paesi del bacino mediterraneo ma molto favorevole invece per un Paese come la Germania circondato unicamente da membri dell’Unione europea e quindi non terra du primo approdo per i profughi. LS 13

 

 

 

 

Conservatori bavaresi al congresso «esistenziale», stretti tra Merkel e gli estremisti

 

La Csu si prepara alla sconfitta al voto di ottobre. Coalizione tedesca a rischio-

di Paolo Valentino, corrispondente da Berlino

 

Più che un congresso è stata una terapia di gruppo, un’haka in versione bavarese alla vigilia di una sfida politica, che per la Csu è ormai esistenziale. Non che l’Unione cristiano-sociale rischi di scomparire alle elezioni regionali del prossimo 14 ottobre. Ma per la gemella della Cdu, che dal 1962 ha sempre governato il Land con la maggioranza assoluta, la prospettiva di perderla, come i sondaggi danno per certo, è una mutazione genetica, il crollo di una Weltanschauung fondata sul partito-Stato, la fine dell’eccezione che ha fin qui dato alla Baviera una posizione unica nella politica federale, consentendole di far valere i propri interessi più di qualsiasi altro Land tedesco.

Tant’è. Le intenzioni di voto danno appena il 35% alla Csu, che nel 2013 era di nuovo riuscita a conquistare il diritto a governare da sola con il 47,7%. Con questi numeri, l’ennesimo probabile tracollo della Spd e l’ingresso sicuro degli estremisti di AfD (data all’11%) nel Parlamento regionale, solo una problematica coalizione con i Verdi, in forte crescita con il 17% di gradimento, potrebbe consentire ai cristiano-sociali di formare una maggioranza.

Sono state soprattutto paura e preoccupazione a trasparire ieri dai discorsi dei capi bavaresi,davanti agli oltre 800 delegati venuti a raccogliere gli ordini di battaglia in vista della contesa d’autunno. «La situazione è seria non solo per noi, ma per la democrazia nel nostro Land», ha detto il ministro-presidente Markus Soeder, secondo il quale a ottobre è «in gioco la posizione speciale della Baviera in Germania», che solo una Csu forte e maggioritaria ha assicurato e può garantire. Il leader del partito e ministro federale degli Interni, Horst Seehofer, ha cercato di mostrarsi ottimista, invitando la Csu a mettere da parte divisioni e paure e «gettarsi unita in una campagna che comincia solo adesso».

Certo sembra strano che il Land modello della Germania — il più sicuro, con la crescita più alta, la disoccupazione più bassa e il miglior sistema scolastico — volti le spalle alla Csu che lo governa da sempre. Ma la colpa, per scomodare Shakespeare, non è nelle stelle, bensì nella stessa Unione cristiano-sociale, travolta dall’incendio della politica migratoria che lei stessa ha appiccato. Nel tentativo di arginare AfD, la Csu (e Seehofer in particolare) l’hanno infatti inseguita sul suo terreno con una linea anti-immigrati e anti-islamica, che non le è valso il recupero di alcun consenso a destra, mentre le ha alienato i favori degli elettori centristi, attratti dai Verdi almeno nei sondaggi.

L’effetto collaterale è stato di indebolire il governo di Angela Merkel, per due volte negli ultimi mesi sull’orlo della crisi proprio a causa delle impennate del suo ministro degli Interni, prima sui respingimenti alla frontiera dei rifugiati e ora sulla incomprensibile difesa del capo dell’intelligence interna, accusato di minimizzare le violenze dei neo-nazisti contro gli stranieri nei Land orientali. Il risultato è che a ottobre si vota per la Baviera, ma la sconfitta annunciata della Csu potrebbe minacciare anche la Grosse Koalition della cancelliera. CdS 15

 

 

 

A colloquio con il Segretario Generale Michele Schiavone

 

L’elaborazione della bozza di riforma delle modalità di voto all’estero sarà basata sul coinvolgimento delle nostre comunità nel mondo. Fare leva sulla digitalizzazione della rete consolare è di per sé una necessità, ma senza venire meno alla presenza umana del personale

 

ROMA – Riforma modalità del voto all’estero, nuova mobilità, servizi della rete consolare, Europa in movimento. Questi sono solo alcuni dei temi trattati dall’Assemblea Plenaria del Cgie conclusasi qualche giorno fa alla Farnesina. Un incontro caratterizzato da un intenso dibattito, ma anche dalla rinnovata capacità propositiva di un Cgie che guarda avanti, ma che al contempo ricorda chi era. Un Consiglio Generale  che si appresta ad affrontare appuntamenti importanti come il Convegno delle donne italiane all’estero e la Conferenza sui giovani italiani nel mondo, un appuntamento quest’ultimo che si prefigge di coinvolgere la nuova mobilità.  Per avere un quadro d’insieme delle indicazioni emerse dalla Plenaria abbiamo avuto un colloquio a 360 gradi con il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone.

 

Voto all’estero

“L’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’estero – ha esordito Schiavone - è stata un’occasione per approfondire alcuni temi che in realtà sono attinenti alla qualità del nostro Paese. Ricordo il primo luogo la proposta volta a ridefinire le modalità del voto all’estero. Nelle quattro occasioni in cui gli italiani nel mondo hanno votato per eleggere i propri rappresentati in Parlamento c’è stata un’evoluzione della polemica rispetto alla trasparenza della pratica del voto. Numerose polemiche che rischiano di compromettere l’esercizio del voto, ma soprattutto il diritto del voto in se stesso. Per questa motivazione il Cgie, già durante le Commissioni continentali, ha discusso della necessità di rivedere queste modalità di voto affinché il nuovo governo appena insediato ne prendesse atto e portasse a termine queste modifiche. Un lavoro già avviato in maniera autonoma dal Consiglio Generale volto a portare delle indicazioni non solo per la modifica delle modalità di voto, ma anche per la cittadinanza e per quanto riguarda la tematica dell’Europa in movimento. Durante l’Assemblea Plenaria – ha continuato il Segretario Generale - da parte del nuovo Sottosegretario agli Esteri Ricardo Antonio Merlo è stata avanzata la proposta al Cgie di accelerare questo lavoro di elaborazione delle modifiche alle modalità del voto all’estero e di indicare una tempistica. Ovviamente tengo a ribadire che il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è un organismo delle istituzioni italiane che scandisce autonomamente i propri tempi di lavoro. In questo caso vi è un interesse comune e congiunto a portare avanti un lavoro di elaborazione in cui seguiremo la stessa procedura, che sembra essere la più efficace, utilizzata per la stesura della bozza di riforma della legge dei Comites e del Cgie. Una procedura basata sul coinvolgimento delle nostre comunità all’estero che rispecchiano le esigenze diffuse in tutti i continenti, un modo per far emergere le diversità”.

Schiavone si è poi soffermato sulla necessità di introdurre nella norma che regolamenta le modalità del voto all’estero alcune modifiche ad esempio per quanto riguarda il decentramento in più città italiane dello scrutinio dei voti dei nostri connazionali nel mondo:  “Io penso che ad esempio alla negativa esperienza che abbiamo vissuto a Castelnuovo di Porto, quando le code che si erano create sull’autostrada non hanno permesso a molti presidenti di seggio e scrutatori di arrivare in tempo utile nei locali dello scrutinio. Un problema evidente che ci deve spingere a creare una normalità nel lavoro di chi svolge queste pratiche”.

 

Nuova emigrazione

Dopo aver ricordato il ritardo con cui sono stati diffusi i risultati definitivi della circoscrizione Estero per le elezioni del 4 marzo, Schiavone si è soffermato sul tema del lavoro e della nuova emigrazione discusso durante l’Assemblea Plenaria:  “Bisogna capire – ha spiegato il Segretario Generale - quali sono le cause della nuova mobilità che parte dall’Italia e trovare dei rimedi, facendo in modo che vi sia attenzione nel nostro Paese su questo fenomeno. Bisogna evitare  l’emorragia di queste diverse centinaia di migliaia di connazionali che non trovano lavoro in Italia e spesso vanno a cercarlo all’estero, proprio perché c’è l’esigenza di svolgere delle professioni che nel nostro Paese non sono più garantite in quanto la società è cambiata. Vi è anche la necessità di portare i professionisti a fare delle esperienze fuori dal nostro Paese, però una cosa è andare nel mondo per arricchirsi professionalmente, un’altra è lasciare l’Italia per necessità. Questa tematica – ha aggiunto - è stata dibattuta nell’Assemblea Plenaria con gli interventi dei docenti Matteo Sanfilippo,  Enrico Pugliese e Maria Immacolata Macioti che hanno approfondito le cause della nuova mobilità. In questo contesto lo stesso Cgie si prefigge di continuare a dare il proprio contributo per il rinnovamento e di proporre soluzioni adeguate che possono pervenire anche dalle migliori pratiche che noi conosciamo e riusciamo ad interpretare nei diversi paesi dove i nuovi emigranti italiani arrivano”.

 

Lingua e cultura italiana

Fra gli altri temi trattatati dall’Assemblea Plenaria  anche la promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. “Vi è stata – ha ricordato Schiavone - una grande discussione sulla necessità di trovare attraverso la lingua e la cultura italiana delle soluzioni che vadano al di là della tradizionale interpretazione della cultura come bene immateriale, creando nuove condizioni che portino tale bene a divenire volano anche di ricchezza materiale. Sulla questione della lingua e della cultura italiana vi è stato anche un momento di approfondimento per capire quali siano le necessità dell’oggi ed anche come noi intendiamo praticare la promozione all’estero. A seguito del decreto della buona scuola per l’estero il Consiglio generale intende favorire  un rinnovamento profondo all’interno di quelli che sono gli organismi preposti alla promozione della lingua e cultura italiana, enti gestori, istituto di cultura ecc.,  cercando anche di cambiare il messaggio promozionale che non  deve riguardare solo le nostre comunità, ma cercare di includere e avvicinare all’Italia anche coloro che sono interessati alla nostra lingua cultura. Si è discusso ad esempio dello scambio di studenti e delle difficoltà a volte incontrate dagli studenti provenienti da alcuni paesi per l’erogazione dei visti di ingresso per l’Italia”.

 

Servizi rete consolare

Il Segretario Generale ha poi affrontato la questione della rete consolare : “Abbiamo anche discusso  dei servizi consolari che nella dimensione generale hanno di per se bisogno di essere espletati in una maniera moderna. Fare leva sulla digitalizzazione è di per sé una necessità in quanto il numero dei funzionari della rete diplomatica consolare è diminuito drasticamente. Di contro la richiesta dei servizi aumenta perché la comunità italiana all’estero diventa sempre più grande. Abbiamo raggiunto quota 5.675.000, e non si può ipotizzare una soluzione a breve tempo di questa situazione perché, pur essendo previsti concorsi per l’assunzione di nuove leve all’interno della rete,  non si conoscono ancora i tempi della loro indizione. Per cui c’è la necessità di fare dei salti di qualità e occorre davvero procedere con la digitalizzazione della rete all’estero, così come è avvenuto per la pubblica amministrazione in Italia , ma senza venire meno alla presenza umana del personale,  perché  i cittadini hanno bisogno di recarsi anche agli sportelli consolari. In questo ambito è necessario  un intervento forte da parte della Farnesina e del Governo”.

 

Europa in Movimento e prossimi appuntamenti del Cgie

Schiavone si è anche soffermato sul focus  “Europa in Movimento” sollecitando la creazione di un nuovo organismo a livello europeo “ Abbiamo bisogno di un’Agenzia e di un Commissario Europeo  che seguano le comunità dei cittadini europei dentro e fuori dai confini dell’Europa. Si tratta di diversi milioni di cittadini e che vivono fuori dai paesi d’origine che devono essere seguiti, alla stregua di altri settori come l’immigrazione e le materie economiche, da un referente europeo”.

Per quanto riguarda poi i prossimi appuntamenti del Cgie il segretario generale ha rilevato come ai margini della seconda Assemblea Plenaria del 2018, che avrà luogo in autunno, si terrà il convegno sulle Donne Italiane all’Estero. A seguire, il giorno successivo, i consiglieri si trasferiranno a Matera per partecipare come Cgie a un incontro, in cui si parlerà della promozione del mondo degli italiani all’estero, organizzato dalla Regione Basilicata e dalla fondazione Matera 2019. Più lunghi, anche per motivi organizzativi, i tempi per la realizzazione della Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, prevista a Palermo intorno al mese di aprile 2019, e per la Conferenza Stato- Regioni- Province Autonome – Cgie che dovrebbe svolgersi nella seconda metà del prossimo anno.  “Per la Conferenza Stato Regioni – ha spiegato Schiavone -   bisognerà definire innanzitutto la cabina di regia con il Governo e le altre istituzioni che ne fanno parte e in quel contesto dovrà essere indicata definitivamente la data. E’ importante sottolineare che il lavoro della Conferenza dovrà continuare i suoi lavori anche dopo l’incontro del 2019, a differenza di quanto è avvenuto per la Conferenza del 2009 che non ha avuto seguiti. Quindi diventa importante e necessario tracciare il percorso per arrivarci, ma anche contestualmente indicare le modalità con cui proseguire il lavoro, perché non possiamo avere solo una vetrina e un momento di dibattito che resta a se stante.”  

“Voglio infine segnalare – ha concluso Schiavone – come da questa Assemblea del Cgie sia emersa una volontà diffusa e una grande voglia di partecipazione , favorita dal rinnovamento che si è avuto negli ultimi anni. Una nota evidente che è di per sé un attestato di fiducia su cui noi possiamo continuare a lavorare”.

(G.M.- Inform 10.7.)

 

 

 

UE. Stato dell’Unione. A Strasburgo un match delicato

 

In un’Unione europea spazzata da un forte vento nazionalista, come confermato anche dalle recenti votazioni in Svezia, il Parlamento europeo ha deciso di mettere sotto stretta osservazione l’Ungheria. Nella prima sessione post-estiva di quest’ultima parte della ottava legislatura il piatto forte sarà proprio un incontro (scontro?) con il premier ungherese Viktor Orbán, oltre che il discorso sullo stato dell’Unione che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker pronuncerà mercoledì 12 settembre.

Il percorso contro l’Ungheria

L’antefatto risale alla plenaria del Parlamento europeo dell’aprile di quest’anno, nel corso della quale era stato messo in luce “un evidente rischio in Ungheria di grave violazione dei valori” su cui si basa l’appartenenza all’Unione, come chiaramente scritto nell’articolo 2 del Trattato.

In quell’occasione, i parlamentari europei avevano approvato una risoluzione/mandato alla propria Commissione per le libertà civili di valutare questo rischio e di raccomandare, se del caso, la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato. I voti a favore erano stati 393, i contrari 221 e gli astenuti 64.

A fine giugno, la Commissione parlamentare presieduta dalla verde Judith Sargentini ha redatto una proposta di risoluzione estremamente dettagliata e pesante sul reale rischio che l’Ungheria abbia davvero superato la sottile linea rossa che porta dalla democrazia all’autoritarismo. Anzi, la Sargentini sottolineava il fatto che il troppo tempo sprecato di fronte alle numerose decisioni antidemocratiche di Orbán non aveva fatto altro che aggravare la situazione. Con 37 voti a favore e 19 contrari, la Commissione aveva quindi raccomandato al Parlamento di avviare la procedura per l’attivazione dell’articolo 7 paragrafo 1.

Il precedente della Polonia

Ed è ciò che sta avvenendo in questi giorni con l’invito a Orbán a dare la propria versione di questo progressivo scivolamento dell’Ungheria fuori dai valori fondanti dell’Ue. Va anche ricordato che l’Ungheria arriva buona seconda nella lista dei Paesi che minacciano le basi democratiche su cui si regge l’Unione. Il primo caso nel 2016/17 era stata la Polonia di Jaroslaw Kaczynski, messasi in rotta di collisione con i valori dettati dall’articolo 2 del Trattato.

Ma in quell’occasione l’avvio della procedura di violazione era stato richiesto dalla Commissione di Bruxelles nel suo ruolo di guardiano del Trattato. Il Parlamento non aveva fatto altro che approvare nel settembre del 2017 l’avvio della procedura di violazione, con una grande maggioranza di 438 voti a favore, contro i 152 dei nazionalisti europei e 71 astenuti.

Il Parlamento in prima linea, ma senza strappi

In questo caso, sarà lo stesso Parlamento ad assumersi la responsabilità di chiedere al Consiglio di attivare l’articolo 7 paragrafo 1. Forse è bene tuttavia precisare che il paragrafo 1 dell’articolo 7 rappresenta semplicemente l’anticamera di misure ben più pesanti che sono contenute nel successivo paragrafo 2, dove si arriva a sanzionare davvero lo Stato sotto procedura (dalla sospensione del diritto di voto a conseguenze di carattere finanziario).

Per ora, quindi, ci si limita ad aprire un confronto formale con il Paese in questione mettendolo sotto controllo e sollecitandolo ad abrogare le norme antidemocratiche. Quindi tempi lunghissimi e risultati incerti, anche perché per attivare il paragrafo 2 occorre l’unanimità in Consiglio, contro i 4/5 di voti previsti per il primo paragrafo. La mossa è perciò essenzialmente politica ed avviene a meno di nove mesi dalle prossime elezioni del Parlamento, a fine maggio 2019.

Intreccio di giochi e di candidature

Va anche notato come la votazione sull’attuale bozza di risoluzione veda profilarsi una maggioranza meno schiacciante di quanto avvenuto nel caso polacco. Una delle ragioni nasce dall’imbarazzo del Ppe, la grande famiglia moderata/conservatrice che ospita nei suoi ranghi parlamentari anche la pattuglia di rappresentanti del Fidesz, il partito di Orbán.

Proprio nei giorni in cui la cancelliera Merkel sostiene la candidatura a Spitzenkandidat del capogruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber, ecco il voto parlamentare su Orbán e la sua Ungheria. Per di più Weber è membro della Csu, fazione bavarese super-conservatrice del partito della Merkel, alle prese con le elezioni di ottobre in Baviera, che la spingono su posizioni non dissimili da quelle di Orbán, almeno per quanto riguarda il tema dell’immigrazione.

A Weber i voti e il sostegno di Fidesz, per quanto limitati a 12 deputati su un gruppo, il Ppe, che oggi ne conta 218, fanno comodo in vista delle elezioni del prossimo Parlamento europeo, soprattutto in un periodo in cui i partiti nazionalisti e anti-Ue crescono dappertutto a spese dei moderati europei.

Il fattore Italia

Qui, per altro, si innesta un elemento di ulteriore complicazione, che riguarda anche l’Italia e la nascente alleanza fra Orbán e il leader della Lega Matteo Salvini. Quest’ultimo, a livello europeo, si colloca all’estrema destra in compagnia, fra gli altri, di Marine Le Pen e Geert Wenders e rende con ciò ancora più ambigua e fonte di guai la posizione di Orbán in combutta con Salvini e contemporaneamente membro del Ppe.

Insomma un rompicapo che può influenzare negativamente il Parlamento, che nel voto sulla risoluzione da proporre al Consiglio dovrà raggiungere i due terzi dei consensi della maggioranza assoluta dei parlamentari (376). Infine non vi è dubbio che di fronte all’Assemblea di Strasburgo Orbán non arretrerà di un millimetro dalle sue posizioni ideologiche, che consistono nel sostenere un’Europa cristiana in netta contrapposizione con l’islamismo nemico e la necessità di difenderci anche con i metodi autoritari di quella che lui definisce una democrazia illiberale.

Anche le ultime leggi del governo ungherese si muovono in questa direzione, come il rifiuto del diritto di asilo e le sanzioni penali nei confronti delle Ong che proteggono i migranti. Misure che si aggiungono a un lungo elenco di decisioni illiberali di questi ultimi anni. Purtroppo l’Unione è stata lenta a reagire ed oggi la situazione generale in Europa è ancora più difficile di alcuni anni fa. Avremmo bisogno di grande chiarezza e della volontà di troncare i rapporti con questi movimenti estremi, nazionalisti e xenofobi. Va quindi costruita una grande coalizione di forze progressiste e liberali che ribaltino il discorso dei nazionalisti e facciano da barriera al vento impetuoso degli anti-Ue. Il voto di mercoledì del Parlamento sarà quindi un segnale importante per il futuro dell’Unione. Gianni Bonvicini, AffInt 11

 

 

 

 

Guai in vista per Salvini e la Lega

 

Il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri querelato per vari reati. E la Lega, se la Magistratura conferma la condanna, rischia la chiusura

 

  Gli avversari dei Leghisti e i critici del Segretario del Partito non si sono certo indignati venendo a sapere che Salvini è sotto inchiesta per una serie di reati, tra i quali il presunto “sequestro di persona”, che prevedono pene fino a 30 anni di carcere. Né si sono arrabbiati per la sentenza che fa confiscare alla Lega 49 milioni di euro, il che l’obbligherebbe a sciogliere il Partito, come aveva anticipato, a fine agosto, il leghista Giancarlo Giorgetti.

  Sul tema migranti, tuttavia, anche lui è convinto che sia importante non farne arrivare più nella nostra Penisola. Interruzione che il Ministro dell'Interno ha inteso attuare quando ha deciso di non accogliere gli Africani imbarcati sulla Diciotti ancorata al porto di Catania, se gli altri Stati Europei non ne avessero accettato una parte. Ospitalità che non c’è stata, in quanto i Governi hanno invitato l’Italia a farsi carico da sola. 

  La decisione di Salvini gli ha comportato una querela della Procura di Catania, per il mancato sbarco dei naufraghi, cui è seguita quella formulata dai Magistrati di Agrigento, che lo accusano di arresto illegale, abusi d'ufficio, sequestro di persona ed omissione di atti d’Ufficio per aver trascurato la richiesta della Guardia costiera di farli sbarcare, come ordinato al comandante della nave dall’ex Generale dei Carabinieri, Antonio Pappalardo.

  Luigi Patronaggio, il Procuratore di Agrigento, notoriamente di sinistra, che fece condannare Marcello Dell'Utri, collaboratore di Berlusconi, è convinto che Salvini non abbia effettuato l'identificazione e la tutela dei diritti degli emigranti ai quali, invece, egli intende assicurare “la possibilità di costituirsi in giudizio contro il Ministro dell'Interno” che “avrebbe impedito lo sbarco per fare pressione sull'Unione Europea in direzione della ridistribuzione dei migranti”.

  Secondo quanto scritto sul Corriere della Sera, Patronaggio avrebbe detto che “in un’area di frontiera come Agrigento, e quindi Lampedusa, bisogna fare i conti con il fenomeno dei migranti tenendo conto che si tratta di persone costrette a lasciare con dolore terra e affetti, a fuggire da guerra e miseria”, e che non sono “nemici”. Per cui ha spedito gli atti giudiziari alla Procura di Palermo che in 15 giorni deve studiarli per poi inviarli al Tribunale di Ministri che dovrà decidere se archiviarli o trasmetterli al Procuratore della Repubblica che invierà l'autorizzazione a procedere al Senato.

  Intanto il 5 settembre da alcuni giornali si viene a sapere che la Procura di Roma sta esaminando una relazione consegnata da Legal Team Italia per quanto accaduto a luglio, quando Salvini negò lo sbarco ai migranti della stessa Diciotti, poi prelevati dalla Vos Thalassa ed imbarcati sulla nave della Guardia costiera italiana per riportarli in Libia. Motivo per cui gli fu emanata una querela per le stesse colpe imputategli ora, alle quali era stata inserita anche quella di attentato alla Costituzione.

  Il Ministro in una intervista afferma di aver ricevuto “una marea di messaggi di solidarietà. Anche soprattutto da parte di gente che è fuori dalla politica e che non ha votato Lega”. Al che aggiunge che “tra i tanti messaggi di sostegno, che tengo per me, anche parecchi di giudici e pubblici ministeri di varie procure italiane. È il segno che la politicizzazione va stretta anche a molti operatori della Giustizia”.

  Tale sostegno, invece, gli è stato negato a Trento, dove si è svolto, a fine agosto, un corteo “contro Salvini, mandante di omicidi razzisti, e la sua polizia, contro razzismo e sfruttamento” nonché “il fascioleghismo che punta a farsi Stato”, e considera i migranti persone da sfruttare “per vento euro al giorno”. Quindi messe a profitto degli imprenditori.

  Vedremo come andrà a finire l’eventuale processo. Il Ministro ha detto “rischio 30 anni di galera per avere difeso il diritto alla sicurezza degli Italiani? Sorrido e tiro dritto”. Motivo per cui non ha finora nominato un legale, essendo lui ed i Leghisti convinti che l'inchiesta sia voluta solo a causa dell’antipatia di molti Magistrati nei confronti di chi non è filocomunista. Quindi che avrebbe un’indubbia “impronta politica”.

   Come quella che potrebbe comportare il sequestro di 49 milioni di euro alla Lega, come deciso, giovedì scorso, dal Tribunale del Riesame che ha ritenuto valida la sentenza della Procura milanese di confiscare tutte le somme che arriveranno a quel Partito, benché secondo quanto prescritto dalla Corte Europea, non possono essere sequestrati i conti bancari per reati “commessi da altri soggetti”, come è documentato. Prelievo che potrebbe comportare la fine del Partito.

  Alla quale Salvini ed il vicesegretario, Giancarlo Giorgetti, dovrebbero trovare una soluzione durante il Congresso che sarà istituito per fondare una nuova associazione politica, per decidere eventualmente di far sparire la parola Lega per non avere problemi di “continuità in ambito giudiziario” e darle un carattere statale, magari chiamandola “Lega nazionale”. Che, l’anno prossimo, potrebbe partecipare alle votazioni per il Parlamento dell’UE e del futuro Governo nazionale. Probabilmente vincendole, secondo alcuni sondaggi. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

I due fronti del ministro Salvini

 

Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, reduce dalle battaglie navali nel Mediterraneo contro qualche centinaio di migranti in fuga da guerre, torture e violenze, ha ripiegato sul fronte interno affrontando con il consueto sprezzo del pericolo il delicato tema della cittadinanza. Con un solo colpo, per altro ancora in canna, si appresta a portare devastazione su due fronti, quello degli stranieri residenti in Italia e quello degli italiani residenti all’estero.

 

Sul fronte degli immigrati, il suo obiettivo è quello di contenere, tendenzialmente fino ad annullarla, la concessione dei visti per motivi umanitari, che hanno consentito finora di collocare nella sfera della legalità la presenza di migliaia di richiedenti asilo. Con la riduzione o la pratica eliminazione di questo canale, l’effetto non è accelerare i rimpatri, ma soltanto negare prerogative tutelate da leggi internazionali e aumentare vertiginosamente il numero dei residenti irregolari. Insomma, nella gestione salviniana, il Ministero dell’Interno, che dovrebbe essere custode dell’ordine pubblico, si conferma come un centro di negatività e una fabbrica di irregolarità.

 

Il decreto, inoltre, prevedeva la limitazione del riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis ai discendenti di cittadini italiani entro due generazioni, nonché l’eliminazione dell’ostacolo formale esistente al riconoscimento della cittadinanza alle donne che l’hanno perduta automaticamente per matrimonio con uno straniero, senza la loro volontà. Limitando la possibilità di trasmettere la cittadinanza a due livelli di discendenza, non si capisce, tra l’altro, perché non consentire di recuperarla a chi è nato in Italia e l’ha perduta per ragioni di lavoro.

 

In ogni caso, sui vari aspetti del delicato tema della cittadinanza jure sanguinis e jure soli, da quando esiste la circoscrizione Estero, si sono susseguite in Parlamento decine di disegni di legge. E gli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, COMITES e CGIE, a loro volta, si sono espressi innumerevoli volte. Tutto questo, tuttavia, a Salvini poco importa: dialogo e rispetto sono parole che non esistono nel suo vocabolario politico ed etico, sono semmai segno di debolezza da bandire nella guerra di tutti contro tutti, che sembra essere la sua strategia prevalente.

 

Nella battaglia salviniana non è mancato il fuoco amico, quello del Sottosegretario Merlo con delega agli italiani nel mondo che, dopo avere appreso del provvedimento dalle agenzie, ha aperto, a suo dire, una guerra nella guerra, dichiarandosi unilateralmente vincitore.

 

Che dire di un governo in cui la mano destra non sa quello che fa la mano sinistra e i rappresentanti che ne fanno parte spendono il miglior tempo a cancellare l’uno le orme dell’altro? Uno spettacolo francamente raggelante, considerando soprattutto l’immagine che del Paese si dà all’estero.

 

Intanto, si rischia di buttare l’acqua sporca e il bambino, eliminando l’unica cosa seria che si dovrebbe fare: il sacrosanto riconoscimento per le donne e per i loro discendenti, i cui diritti sono stati sanciti da tempo da chiare e ripetute sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale.

Gli eletti PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, Schirò, Ungaro.

 

 

 

 

Opporsi (male) ai populisti

 

L’iniziativa di alcuni leader del Ppe, soprattutto in Germania, appare disperata e votata a un probabile fallimento. I riformisti fanno anche peggio - di Paolo Mieli

Il populista di destra Jimmie Akesson non ce l’ha fatta. Non è riuscito a trascinare il suo partito — Democratici Svedesi — a ridosso di quello socialdemocratico di Stefan Loefven e non ha scavalcato quello moderato di Ulf Kristersson. La muraglia svedese in qualche modo ha retto. Il primo ministro Loefven aveva accusato il nemico sovranista di «voler spegnere l’incendio con l’alcol», gli elettori gli hanno dato retta e adesso anche Kristersson lascia intendere che potrebbe sostenere un gabinetto di unità nazionale che faccia barriera contro l’estrema destra. In Danimarca, Norvegia e Finlandia i populisti si sono già da tempo imposti come interlocutori di governo. In Svezia non ancora perché i socialdemocratici hanno resistito. E sono stati premiati. Ma, a parte il fatto che il trentanovenne Akesson ha comunque ottenuto un risultato considerevole, la vittoria di Loefven non appare tale da determinare una svolta politica nel resto d’Europa. Pochi giorni fa Manfred Weber, leader della Csu e capogruppo del Partito popolare europeo, è sceso in campo, con l’apparente sostegno di Angela Merkel, nella competizione per sostituire Jean-Claude Juncker alla guida dell’Ue. Si è proposto come Spitzenkandidat indicando ad origine dei recenti guai continentali l’uscita di David Cameron dalla formazione che riunisce i democristiani d’Europa. Di lì la Brexit e numerosi altri sfaldamenti del fronte anti sovranista.

Ha sottolineato, lo stesso Weber, come la coalizione che quattro anni fa elesse Juncker — composta da socialisti, popolari e liberali — disponesse all’epoca di appena 45 voti di scarto, voti che domani forse non ci saranno più. Dove andarne a cercare di nuovi? Qui il candidato alla successione di Juncker si è lanciato in grandi lodi nei confronti dell’ungherese Viktor Orbán, dell’italiano Matteo Salvini e dell’austriaco Sebastian Kurz sui quali, in un’intervista a Marco Bresolin (La Stampa), ha detto di «contare molto». Tutto ciò mentre il ministro dell’Interno tedesco, nonché leader dei cristiano-democratici bavaresi, Horst Seehofer, prendendo spunto dall’uccisione a Chemitz di un cittadino tedesco da parte di due extracomunitari, è tornato a definire la migrazione come «la madre di tutti i problemi». Da notare che Seehofer è titolare di dicastero in un governo sostenuto anche dai voti socialdemocratici, i quali socialdemocratici per questa sua sortita si sono limitati a una pur vibrante protesta verbale.

Tutto ciò può essere letto in due modi. Il primo è che i partiti moderati, centristi d’Europa cominciano a dare segni di cedimento all’estrema destra talché è possibile che nel medio periodo siano da essa inghiottiti. Il secondo, assai diverso, è che qualcuno dal loro interno stia provando — nella misura del possibile — a riassorbire il fenomeno sovranista. Più probabile che sia questo il vero senso delle iniziative di Weber e Seehofer che intendono dare una risposta alle paure più o meno irrazionali degli elettorati continentali. E vogliono farlo adesso, in tempi nei quali i loro partiti sono ancora relativamente forti e (anche se, forse, per un tempo non infinito) dispongono della maggioranza dei voti nei loro Parlamenti. Sicché il Partito popolare europeo potrebbe trovarsi presto ad essere un ponte tra formazioni democristiane classiche e raggruppamenti nuovi di impronta marcatamente populista (come spiega Paolo Valentino su queste stesse pagine). Allo stato attuale questa iniziativa di alcuni leader del Ppe appare tardiva, disperata, votata ad un probabile fallimento. Simile a quella con cui liberali, cattolici e centristi negli anni Venti e Trenta provarono a contenere fascisti e nazionalsocialisti in Italia e Germania. E di conseguenza piena di insidie. Ma quantomeno è un’iniziativa; non ci si limita ad attendere che l’Europa scivoli lentamente verso il mondo di Akesson mettendo in campo esclusivamente la propria testimonianza. Gli ostili a Weber, a cominciare dalle sinistre europee, dovrebbero quantomeno porsi il problema di elaborare una linea politica in grado di disarticolare, in qualche modo, il fronte antisistema. E invece sembra prevalere in queste sinistre un senso di evidente rassegnazione. In qualche caso camuffato da chiacchiere, autoassolutorie, che — come già in passato — annunciano le ere più buie della storia.

A proposito di sinistra, qualche giorno fa Wlodek Goldkorn (su Repubblica) faceva notare come riformisti e rivoluzionari polacchi la facciano da padroni nelle grandi città, Varsavia e Danzica, fino ad oggi «immuni dal sovranismo»: in quei centri urbani vive un ceto medio composto da intellettuali, artisti, giovani, ceto che riesce ad esercitare ancora una notevole egemonia culturale. Gli appartenenti a questa comunità hanno un giornale, la Gazeta Wyborcza, che, pur essendo in crisi, è il principale quotidiano del Paese. Possiedono altresì, i progressisti polacchi, un sito internet, Oko press, un’emittente televisiva, Tvn, che hanno grande successo e si oppongono esplicitamente al primo ministro Mateusz Morawiecki e al partito di Jaroslaw Kaczynski. Questa parte della popolazione ha le sue piazze, i propri ritrovi, caffè e ristoranti di riferimento. Ostenta un peculiare stile di vita, si muove prevalentemente in bicicletta, ha abitudini alimentari per lo più vegetariane che la fanno diversa dal resto della Polonia. E ha solidi presidî in tutto ciò che attiene al mondo della cultura: musica, film, spettacoli teatrali, libri. Però alle elezioni questa sinistra viene regolarmente battuta, non riesce a conquistare più di un terzo dei voti. Ma non se ne dà pena: vive in una bolla dove «la vita è comoda e spesso agiata», e non esita ad ammettere apertamente di aver «abbandonato l’idea di avere una rappresentanza politica in grado di vincere le elezioni e conquistare il potere». Le opposizioni parlamentari partecipano a questo triste gioco mostrandosi complici di tale rassegnazione e «in preda a rivalità personali poco comprensibili». Senza alcun pudore. Qualcosa di simile si registra anche in altri Paesi europei e comincia a intravedersene qualche tratto persino in Italia. Laddove ai partiti che non vogliono lanciarsi nell’impresa di Weber probabilmente servirebbero, al momento, un minor numero di appelli, di sermoni millenaristici, di attestazioni di sdegno e più precise indicazioni su come e in compagnia di chi riconquistare la maggioranza in Parlamento. E di come farlo prima che l’unica alternativa per coloro che non vorrebbero morire sovranisti resti quella di rassegnarsi a vivere nel mondo della controcultura polacca. CdS 9

 

 

 

 

Politica all’italiana

 

In politica, almeno da noi, ogni previsione può essere stravolta senza grossi problemi. Intanto, nessuno ha salvato l’Italia e scriverlo non avrebbe, di conseguenza, alcun senso. I mesi passano e, forse, vedrà la “luce”il nuovo progetto economico/sociale Di Maio/Salvini. Se la situazione dovesse evolversi, i problemi d’Italia si potrebbero ridimensionare. La Terza Repubblica resta, in ogni caso, una di quelle leggende metropolitane che sarebbe meglio avere il buon gusto di scordare. Prima di focalizzare il nostro ruolo in UE, c’è da chiarire le nostre sorti economiche interne. La crisi viene da lontano, ma da noi si è evoluta in modo assai differente che nel resto del Vecchio Continente. Ora, non sapremmo neppure azzardare delle previsioni per i mesi futuri.

 

 Gli italiani, fuori e dentro i confini nazionali, sono fortemente demotivati da un sistema che vive solamente perché nessun politico è stato, concretamente, in grado d’offrire una guida diversa al Paese. Ed è proprio per questa posizione, in evidente regresso, che le nostre preoccupazioni aumentano. La disoccupazione è un altro segnale delle difficoltà nazionali. I provvedimenti varati sono un segnale da valutare in prospettiva. Forse, diritti e doveri si compenseranno. Quei diritti che dovrebbero garantirci un futuro meno difficile che resta sulle spalle di chi ancora riesce a rimanere nel mondo produttivo.

 

All’interno, per ora, vediamo pochi segnali in linea con i tempi che stanno ipotecando anche le prospettive per il futuro. Mentre tutti, ma proprio tutti, intendono polemizzare, vivere nel Bel Paese resta un problema da affrontare giorno per giorno. Dopo Esecutivi caduti dall’alto, comunque, non è certo che vivremo in un’Italia più europea e meno fragile di quella che ha caratterizzato i primi diciassette anni del nuovo Millennio. Pur con tante insufficienze, la politica italiana dovrebbe essere più comprensibile e concreta.

Per finire, è meglio evitare di far confronti politici su certi segnali ancora tutti da decifrare. La Penisola presenta, infatti, degli sviluppi socio/economici che non ci permettono tuttora un’analisi più ottimistica di quella che abbiamo identificato come la ”politica all’italiana”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Governo M5S-Lega: un equilibrio dinamico tra i desideri e la realtà

 

Guardando alle prossime scadenze spiccano le elezioni europee. È vero che in Italia vincere le elezioni europee non porta fortuna, come si è visto cinque anni fa. Tuttavia, con buona pace delle propagande, dall’Unione europea non si può prescindere. Bisogna però governarla e gestirla, in modo nuovo. È un tema strategico che forse per la prima volta unifica le varie elezioni nazionali in una posta comune. Ma prima ci saranno le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Un passaggio molto importante per la sfida all’Unione che Trump sta portando avanti. Tutto si tiene, in una situazione complicata e inestricabile, dove fare previsioni è impossibile, ma in cui c’è tanto spazio per un lavoro originale, realistico e creativo -  Francesco Bonini

 

Quest’anno niente vacanze per la politica italiana. La tragedia di Genova, sollevando strutturali interrogativi sugli indirizzi delle politiche pubbliche di questi vent’anni, ha mantenuto altissima la tensione del dibattito politico. A proposito del quale si possono annotare alcuni dati e indicare due nodi prospettici.

Il primo dato è, secondo i sondaggi, un largo consenso alle due forze di governo, sia pure a rapporti di forza ribaltati rispetto alle elezioni del 4 marzo. Il secondo è una stabilità dialettica della coalizione e una pressoché unanime opinione che, cadesse questo governo, non ci sarebbero elezioni immediate. L’ambivalente stabilità dell’alleanza di governo è legata al duplice volto sia di Lega che di M5S, forze “di alternativa e di governo”. Esemplare la dichiarazione del vicepresidente del Consiglio Di Maio davanti alle macerie del ponte Morandi a Ferragosto, su quello che potremmo definire il management della “rabbia”. Questo significa tenere sotto tensione la comunicazione (e l’elettorato), salvo la disponibilità a più realistiche soluzioni di governo.

Lo schema di fatto è applicato a tutti i dossier sul tappeto, dall’immigrazione, all’Ilva. In prospettiva la prova del nove sarà la prossima legge di bilancio.

Lo schema fino ad ora funziona, anche se comporta una continua tensione per mantenere un equilibrio dinamico, tra i desideri e la realtà, la comunicazione e le decisioni.

La convergenza, tra quella che si può definire “formula politica” e l’“indirizzo politico o di governo”, richiede tempo e maturità: si tratta di una operazione strutturale di stabilizzazione che implica anche una sistemazione culturale adeguata. Ma il divorzio tra cultura, economia e politica e la bassa qualità sistemica sono uno dei grandi problemi, oggi, delle democrazie occidentali, alla radice del malessere con cui ci stiamo quotidianamente confrontando.

Qui si colloca la riflessione, proposta già da mesi dal presidente della Cei, sul prossimo centenario dell’appello del 19 gennaio 1919 ai “Liberi e forti”, occasione per un ripensamento e un rilancio ideale e programmatico. Ma il richiamo da solo non basta.

Servirebbe, proprio per rendere un servizio strutturale alla qualità della transizione verso quel nuovo assetto che non è chiaro, ma che pure è in corso, una regia delle varie e plurali iniziative dei cattolici che questo centenario può implicare. Senza questa regia resterà il tutto nel catalogo infinito della buone intenzioni.

Guardando alle prossime scadenze spiccano le elezioni europee. È vero che in Italia vincere le elezioni europee non porta fortuna, come si è visto cinque anni fa. Tuttavia, con buona pace delle propagande, dall’Unione europea non si può prescindere. Bisogna però governarla e gestirla, in modo nuovo. È un tema strategico che forse per la prima volta unifica le varie elezioni nazionali in una posta comune. Ma prima ci saranno le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Un passaggio molto importante per la sfida all’Unione che Trump sta portando avanti.

Tutto si tiene, in una situazione complicata e inestricabile, dove fare previsioni è impossibile, ma in cui c’è tanto spazio per un lavoro originale, realistico e creativo. Sir 11

 

 

 

Il Belpaese è diventato brutto

 

Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale - di Ernesto Galli della Loggia

 

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.

Fu su questo terreno che nel corso del primo mezzo secolo di vita della Repubblica ebbero modo di mettere radici e di consolidarsi una non disprezzabile educazione civica e politica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione. Contò naturalmente l’innalzamento del reddito e delle condizioni di vita, ma una parte decisiva ebbero altri fattori. Innanzitutto l’esistenza di una politica fondata sulle grandi organizzazioni di massa — i partiti e i sindacati con le loro scuole, come quella del Partito comunista alle Frattocchie, dove poté svolgersi l’esperienza su vasta scala di una socialità discorsiva bene o male fondata sull’argomentazione razionale e sulla conoscenza dei problemi e delle possibili soluzioni — ; ma contò moltissimo la presenza nel Paese di quattro fondamentali agenzie di socializzazione: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati a uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolse la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto a esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autorità. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della competenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del Paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu: in un modo che oggi fa sorridere ma lo fu. Divulgò la lingua nazionale, diffuse un’informazione sapientemente calibrata, cercò d’ispirarsi per tutto il resto alla buona cultura, al «sano» divertimento, ai «buoni» sentimenti, a una morale cautamente in equilibrio tra vecchio e nuovo. Il tutto all’insegna della compostezza e delle buone maniere: perfino i conduttori dei telequiz si rivolgevano alla «signora Longari» chiamandola per l’appunto signora.

Intendiamoci, non è che l’Italia d’allora fosse una specie di idilliaco piccolo mondo antico: tutt’altro. Ma fino agli anni 80 la nostra rimase comunque una società strutturata intorno a istituzioni formative consistenti: ciascuna animata a suo modo dalla consapevolezza di avere un compito da svolgere e decisa a svolgerlo. Un compito — questo mi sembra oggi molto importante — svincolato nel suo perseguimento e per i suoi obiettivi sia dal mercato sia dai desiderata del pubblico. In questo senso, infatti, né la Chiesa, né la scuola, né l’esercito, né la televisione di Bernabei potevano certo dirsi istituzioni democratiche: tanto meno del resto pensavano di doverlo essere. Ma proprio perciò esse assolvevano un compito prezioso per la democrazia liberale. La quale, per l’appunto, sopravvive solo se esistono degli ambiti della società che non obbediscono alle sue regole. Se esistono degli ambiti, delle istituzioni, dove non vigono né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza. Solo a queste condizioni, infatti, possono aversi due conseguenze decisive: da un lato la produzione di un sapere realmente libero, — fatto cioè di analisi, di idee e valori condizionati solo dalla personale ricerca della verità — e dall’altra la formazione di vere élite del merito. Solo a queste condizioni si crea un ambiente sociale e un’atmosfera psicologica dove di regola l’ultima parola non l’abbiano, da soli o coalizzati, chi alza più la voce, chi possiede più ricchezze o chi ha dalla sua il maggior numero. Un ambiente sociale e un’atmosfera dove al potere della politica e dell’economia (o della demagogia e della corruzione che sono i loro frequenti sottoprodotti) siano in grado di contrapporsi gerarchie diverse. Dove al potere della politica e della ricchezza fanno da contrappeso il condizionamento della formazione culturale, i vincoli dell’etica, il giudizio dell’opinione pubblica informata.

Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.  CdS 8

 

 

 

 

Italiani brava gente? Non sempre

 

Già in passato abbiamo commentato alcuni episodi razzisti avvenuti in Italia contro gli immigrati. Tuttavia in questi ultimi mesi vi è stato in Italia un crescendo di episodi razzisti che agli emigrati italiani più anziani in Svizzera hanno fatto ricordare quei famosi cartelli che, negli anni ’60 del secolo scorso, venivano appesi alla porta di qualche ristorante elvetico con su scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

Beceri episodi razzisti in salsa italiana che mai avremmo immaginato potessero avvenire nel nostro Paese che, in fatto di emigrazione, non è certamente secondo a nessuno vantando ancora oggi oltre cinque milioni di iscritti all’AIRE e circa sessanta milioni di persone di origine italiana in giro per il mondo che, in tanti casi, sono state sicuramente vittime di episodi razzisti.

Si, proprio dei beceri episodi di razzismo che, rilanciati dai media italiani e non solo, non fanno certamente onore all’Italia. Altrimenti, se non becero, come definire quello che, per esempio, ha visto protagonista un impiegato dell’Azienda Sanitaria Locale di Roseto (Teramo) che ha cacciato via un italo-senegalese, che doveva rinnovare il suo Libretto sanitario, dicendogli “Che vuoi? Vattene. Questo non è l’Ufficio veterinario”; oppure quello accaduto in un ristorante calabrese ad un cittadino domenicano di 29 anni che, per essersi lamentato della cena, è stato preso di mira da sette individui che, prima, gli hanno gridato “Siamo in Calabria non sei a casa tua, vai via negro di m…a!” e poi giù botte a lui ed alle due donne che lo accompagnavano e che cercavano di difenderlo; infine quel post circolato su facebook, riferito ai migranti, pubblicato da una dottoressa del Pronto soccorso di Spoleto in Umbria con su scritto “andrebbero annegati al largo” ed ancora “non esistono diritti umani per quattro negracci che ci invadono e arrivano con Nike e tute firmate”.

E questi sono solo tre esempi più eclatanti di fatti assurti agli onori della cronaca dei media italiani ma chissà quanti altri episodi analoghi sono accaduti (stanno accadendo ed accadranno ancora in Italia) grazie al clima xenofobo che è esploso nel Paese soprattutto in questi ultimi mesi in cui in Italia nei media e nei bar - con la nascita di questo governo e con il nuovo ministro degli Interni Matteo Salvini - non si parla ormai d’altro che di invasione di immigrati dall’Africa anche se le statistiche ufficiali ci ricordano che dallo scorso anno, grazie alle iniziative prese dall’allora ministro degli Interni Marco Minniti, gli sbarchi di immigrati in Italia dalla sponda sud del Mediterraneo si sono ridotti dell’80%.

Quindi il problema vero dell’immigrazione in Italia non sono più gli sbarchi bensì quelle centinaia di migliaia di immigrati irregolari invisibili che una volta vistisi respingere la richiesta di asilo dalle nostre autorità devono lasciare i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) e vengono espulsi dall’Italia consegnando loro un semplice (e ipocrita) foglio di via, ovviamente ignorato dagli interessati che da irregolari restano poi in Italia (o si disperdono in altri Paesi europei) vivendo con lavoretti in nero e arrangiandosi alla bene meglio magari ingaggiati dalla malavita locale. Immigrati invisibili per le autorità ma non certamente per la popolazione che se li ritrova a bighellonare nelle piazze e nei parchi, oppure a questuare qualche moneta nei parcheggi o sui mezzi di trasporto pubblico. Sono pertanto questi immigrati invisibili ad innervosire la popolazione facendo scattare, poi, episodi di intolleranza che non di rado sfociano in atti veri e propri di razzismo. Immigrati invisibili (600'000?) che Matteo Salvini, da leader della Lega, in campagna elettorale aveva promesso di riportare nei loro Paesi di origine ma che ora, da ministro degli Interni, sembra aver dimenticato questa promessa elettorale rendendosi conto delle difficoltà di attuazione, dedicandosi solo al problema più semplice degli sbarchi che, in realtà, non è più, oggi, un’ emergenza per l’Italia! Dino Nardi, UIM Europa 

 

 

 

La riunione informale a Vienna dei Ministri della Difesa dell’Unione Europea

 

Il Mimistro Trenta: modifichiamo l’operazione Sophia introducendo una rotazione dei porti di sbarco

 

VIENNA - Il Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha preso parte nei giorni scorsi alla riunione informale dei Ministri della Difesa dell’Unione Europea, svolta a Vienna in occasione del semestre di presidenza austriaca dell’UE. Missione EUNAVFORMED Sophia, Mediterraneo, Libia. Questi i temi principali che il Ministro Elisabetta Trenta ha portato all’attenzione della riunione informale dei Ministri della Difesa dell’Unione Europea.

Il meeting è stato infatti l’occasione per proporre una modifica nell’ambito della missione europea Eunavformed Sophia: introdurre una rotazione dei porti di sbarco.

Cardine principale della proposta del Ministro Trenta è che per i salvataggi delle navi militari dei Paesi Ue in EUNAVFORMED il porto di sbarco non debba essere più quello italiano. A tal proposito, la titolare del Dicastero ha chiesto di introdurre il principio di rotazione dei porti, principio connesso ovviamente alla successiva ripartizione dei migranti tra i Paesi membri.

Un meccanismo da attuare per ogni evento Search and Rescue (SAR), a prescindere dalla zona geografica in cui avviene il soccorso.

La proposta di modifica della missione Sophia prevede inoltre l’istituzione di una Unità di coordinamento, composta da un rappresentante di ciascun Stato membro partecipante al meccanismo, gestita da Frontex. Tra le ipotesi portate dal Ministro Trenta, quella che tale Unità sia localizzata direttamente a Catania, dove c’è già una sede Frontex.

"Per certi versi Sophia dimostra che l'Europa sa essere un security provider, ma penso che su Sophia si giochi l'immagine dell'Europa" ha detto il Ministro Trenta nel suo discorso alla riunione di Vienna in cui ha chiesto condivisione degli oneri ed ha illustrato la proposta italiana per le modifiche delle regole della missione.

"Siamo aperti a tutti i suggerimenti, che riflettano il concetto secondo cui l'Europa è pronta a rispondere alle sfide che la riguardano. La nostra proposta mira ad introdurre una rotazione dei porti di sbarco e una unità di coordinamento che assegni il porto al Paese competente. L'auspicio è che oggi venga aperto un dibattito su questo fronte, noi siamo qui per questo”.

Nel suo intervento il Ministro Trenta ha sottolineato la necessità di una condivisione degli oneri tra i paesi membri: “se tutti traggono beneficio dalla missione EUNAVFORMED Sophia è naturale che anche gli oneri vengano condivisi equamente. Sin dall'avvio il nostro Paese ne sopporta invece gli oneri maggiori, ad iniziare da quello per cui tutte le persone salvate in mare vengono sbarcate in Italia e non vi è alcun meccanismo di redistribuzione degli stessi tra Stati Membri".

A margine della riunione - che nel semestre di presidenza austriaca, si è svolto a Vienna alla presenza dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e Politica di Sicurezza e Vice Presidente della Commissione Europea, Federica Mogherini, e del Ministro della difesa della Repubblica di Austria, Mario Kunasek - il Ministro Trenta ha avuto anche diversi colloqui bilaterali. Ha incontrati i collegi di Francia, Florence Parly, e Malta, Michael Farrugia.

Ha avuto inoltre un colloquio con il Sottosegretario Generale per le peacekeeping operations dell’Onu, Jean-Pierre Lacroix, al quale ha ribadito la volontà del Governo italiano di consolidare e sviluppare ulteriormente il già eccellente partenariato in atto tra l'Italia e le Nazioni Unite, facendo leva sull’importante contributo tradizionalmente apportato dal nostro Paese ai principali settori di attività dell'organizzazione. (m.r.e.f. 3)

 

 

 

 

"D'acciaio, nuovo ponte durerà mille anni"

 

Il ponte da ricostruire deve "durare mille anni" e "sarà, credo, un ponte di acciaio". E' quanto ha detto l'architetto genovese e senatore a vita Renzo Piano, presentando il progetto del nuovo ponte dopo il crollo di Ponte Morandi. "Io al momento lo chiamerei 'il' ponte. Perché questo non è 'un' ponte ma è 'il' ponte", ha sottolineato l'architetto, spiegando che sarà di acciaio perché l'acciaio "ha quelle caratteristiche per avere livelli di protezione eccellenti e perché accessibile". "A Genova c'è di tutto, si dice. Sto dicendo che c'è Fincantieri, il porto, tutti quelli che possono realizzare quest'opera. C'è energia. Deve essere un'opera che nasce da questo entusiasmo". "Questo ponte deve avere la qualità della normalità e della semplicità -ha aggiunto Piano- ma anche qualcosa che ricordi, elaborandolo, un lutto terribile come quello che la città ha subito. Un ponte che cade è terribile, è un simbolo. I ponti non possono crollare, sono un simbolo che unisce e tiene assieme". La nuova opera dovrà "essere normale, semplice, parsimoniosa per essere genovese -ha sottolineato -. Ma la semplicità non nel senso della banalità. Genova anzi è un po' speciale come città, con il suo carattere quasi ritroso".

IL PROGETTO - "L'idea è che questo ponte abbia una sua luminosità", spiega l'architetto genovese, " credo debba essere una presenza che in qualche modo conforta la città. Come se, arrivando a Genova, scoprissi questa sorta di strana nave che attraversa il Polcevera. Penso che sarà di un colore molto chiaro, vicino al bianco come una nave, che di notte ha una sua luce e un suo ritmo". "La sua bellezza deve essere essenza -ha aggiunto- L'idea è che celebri in maniera sottile e non retorica un luogo che è stato teatro di una tragedia ma che si trasforma in qualcos'altro. I piloni penso saranno d'acciaio, abbiamo discusso anche di questo, c'è grande convergenza di cui non dubitavo".

 

"La qualità sta nell'eccellenza dei pezzi e delle parti - ha sottolineato l'architetto - Questo ponte sarà costruito davvero come se fosse una nave, di parti e componenti che vanno assieme, coniugando normalità e semplicità con la forza dell'immaginario". Parlando poi di sicurezza e di materiali Piano ha aggiunto: "Se tutte le parti del ponte poi sono accessibili, visitabili e controllabili è un po' come una nave. Il ponte di Brookyn è d'acciaio. Ogni pezzo è chiaramente disegnato in modo che ci sia un giunto, accessibile e visibile. Bisogna progettarlo anche in modo che il costo di manutenzione non sia esorbitante".

I TEMPI - L'augurio, ha detto il presidente della regione Liguria Giovanni Toti, è che "entro ottobre-novembre dell'anno prossimo si possa avere un ponte sul Polcevera". "Non può essere un ponte normale per il suo carico di dolore, per quello che rappresenta per questa città - ha concluso - e perché vogliamo che da questa tragedia possa ripartire un pezzo di futuro per la nostra città". "Abbiamo convenuto che la priorità per noi è una: costruire rapidamente e ridare alla città un ponte e velocemente fare in modo che la città riabbia sua completa viabilità, con tutti i criteri di sicurezza del caso". "Abbiamo convenuto tutti - ha sottolineato il governatore - che non potrà essere un ponte normale, per il suo carico di dolore e per quello che rappresenta per la città: noi vogliamo che da questa tragedia possa ripartire un futuro grande per la città e questo ponte lo deve impersonificare". Il ponte dovrà essere ricostruito velocemente "e realizzato - ha concluso Toti - perché resti a imperituro ricordo e anche ad imperituro proposito per città, di non arrendersi e guardare sempre a futuro".

Durante la conferenza stampa l'amministratore delegato di Autostrade ha detto: "Noi ci siamo, lavoreremo in squadra con Fincantieri". "Ci siamo visti, noi, Fincantieri, Renzo Piano, è stata una riunione intensa, importante e costruttiva - ha continuato -. Abbiamo verificato che in questi venti giorni nessuno è rimasto senza pensare a come dare a Genova un ponte in cui Genova si potesse riconoscere". "Confrontarci con Piano è un privilegio di cui siamo consapevoli" conclude Castellucci. Adnkronos 7

 

 

 

 

Repubblica diversa

 

 Col nuovo Millennio, l’Italia ha iniziato il suo “cambiamento” politico. Quasi diciotto anni di “motivazioni” in salita. Dopo il tramonto della Prima Repubblica, la Seconda avuto vita assai più breve; poco più di una decina d’anni. Ora, il Paese vive una transizione da analizzare con molta attenzione.

Col nascere di un Esecutivo di Centro/Desta, la Repubblica finirà uno dei periodi più complessi della sua esistenza. Tra luci ed ombre, un sistema politico si è logorato. Comprendere la situazione della Penisola è difficile. Quando s’evidenziano problemi di sopravvivenza, c’è poco da riproporre la “filosofia” della intese. Governare il Bel Paese è più difficile che nel secolo scorso.

 Il voto politico di marzo ha determinato la “svolta”. L’Italia, in ogni caso, era già cambiata. Cambiata in maniera irreversibile. Forse, siamo diventati più “europei” ma, certamente meno ”possibilisti”. Meno partecipi della nostra cultura, ma più informati sui sacrifici male accettati, perché imposti e, spesso, inutili. Gli eventuali effetti positivi, se ci saranno, potranno essere verificati col tempo. Il futuro, almeno quello prossimo, ci riserverà altre amarezze. Se oggi ci troviamo dove siamo, nel bene come nel male, non resta che guardarci indietro. I cambiamenti politici non nascono dal nulla. Il loro seme era già presente a fine 1900.

Col 2000, sono venuti a mancare interlocutori capaci di garantire il rinnovamento dello spirito repubblicano che era nel cuore dell’Assemblea Costituente nel 1947. La nostra sensazione, per la carità, non vuol essere celata nostalgia per tempi che non torneranno più. Solo intendiamo essere più compartecipi con la vita della Repubblica nella quale poniamo la nostra totale fiducia. Anche se non tutti i suoi uomini, d’apparente spicco, la meriterebbero. Con questa Legislatura si andranno a rivivere tanti atteggiamenti politici nazionali che ci hanno disorientato.

 L’era Di Maio/Salvini potrebbe, però, durare meno della norma. Giusto il tempo per sciogliere il “nodo”del Contratto di Governo. Una filosofia politica tramonta e una nuova si andrà a evidenziare nei prossimi anni. Vedremo, certo con inquietudine, se sarà favorita la “discontinuità”. In ogni  caso, il nostro impegno informativo continua. Le sensazioni che abbiamo oggi saranno poche, ma molto chiare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Meglio chiudere i negozi la domenica

 

Ciò comporterà alcuni svantaggi compensati però da diversi punti positivi come la vita di famiglia. L’esempio di altri paesi

 

Non convince Claudio Gradara, Presidente di Federdistribuzione, l’Associazione che si occupa dei commercianti di prodotti alimentari e non, la legge, voluta dall’On. leghista, Barbara Saltamartini, e dal Ministro per lo Sviluppo economico, il cinquestelle Di Maio. Approvata dai Deputati, modifica quella a suo tempo voluta da Monti, convalidata nel 2011, che permetteva ai commercianti di aprire i loro negozi anche di domenica e nei giorni festivi.

  Una retromarcia, quella della Camera, che comporta un costo a carico dei proprietari, un ritocco per gli stipendi di 16mila persone e una successiva diminuzione dei consumi. Al che si aggiungono i disagi dei 12 milioni di italiani che, negli ultimi anni, avevano potuto fare la spesa la domenica, se troppo impegnati nelle giornate lavorative. Chiusura obbligatoria che, secondo quanto approvato, Comuni e Regioni, dopo aver stabilito gli “orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali … possono parzialmente annullare, permettendo otto aperture straordinarie”.

  La nuova legge suscita subito reazioni negative. Tra le quali quella del Presidente del Comitato Nazionale Italiano della Camera di Commercio Internazionale, Ettore Pietrabissa, convinto che essa va “in controtendenza con il momento che viviamo, in cui i consumi, le aziende e imprese che investono devono essere più sostenute e agevolate. Il provvedimento che lasciava ai commercianti la decisione se aprire o chiudere la domenica era stato preso all’epoca di Monti per consentire un ulteriore sviluppo dei consumi. Il nostro Paese ne ha bisogno per far progredire ricchezza, Pil, sviluppo economico”.

   A lui si unisce Gradara il quale afferma che “al di là delle posizioni di principio, dobbiamo discutere sui benefici che la legge Monti, consentendo la liberalizzazione degli orari di apertura, ha portato al nostro settore. È difficile quantificarne gli effetti, considerando che l’introduzione ha coinciso con gli anni del crollo dei consumi, ma quella legge ha permesso almeno di contrastare il trend negativo, con l’aumento dei consumi dell’1% nell’alimentare e del 2% nel non alimentare”.

   Anche perché, secondo il Presidente di Federdistribuzione, c’è da aspettarsi “un sicuro calo dei consumi e un forte impatto sull’occupazione, con la perdita almeno delle posizioni aggiuntive create grazie alle aperture, oltre a possibili situazioni di crisi di unità locali più esposte al commercio elettronico, cioè alle vendite ed acquisti di beni e servizi tramite Internet, oggi non ponderabili”.

   Senza contare, continua Gradara, che “in questi anni la risposta dei clienti è stata fortissima. La domenica è diventato il secondo giorno di incasso settimanale e noi registriamo 12 milioni di presenze nei nostri negozi. Davvero non riusciamo a capire il perché di questa retromarcia”. Anche perché le leggi e gli accordi sindacali prevedono un conseguente aumento del salario e dei necessari riposi, nonché il controllo su eventuali abusi.

   Invece, i favorevoli alla nuova legge ritengono che quella voluta da Monti avrebbe penalizzato i piccoli commercianti. Secondo i dati del ministero allo Sviluppo economico, tuttavia, tra il 2012 e il 2017 il numero totale dei punti vendita in Italia è diminuito dell’1,4%.

   Positiva anche la reazione di Confesercenti, in quanto la legge “disciplina gli orari di apertura degli esercizi commerciali. Era tempo di dare un segnale a migliaia di italiani, imprenditori e lavoratori, che aspettano un intervento correttivo sulla deregu-lation totale oggi in vigore”. Non a caso “avevamo chiesto al Ministro Di Maio un incontro per confrontarci su questo come su altri temi centrali per il nostro settore, in particolare le misure a sostegno dei redditi e dell’occupazione”.

   Non stupisce, quindi, che il proprietario di un negozio di media grandezza, benedica la “marcia indietro” effettuata dai deputati perché “il giorno di chiusura domenicale non sposta un centesimo di fatturato nell'arco della settimana, tutt'altro … Da persona libera dal lavoro domenicale potrei visitare i centri storici nelle vicinanze, rimettendo in moto l'economia sana dell'Italia, quella dei piccoli borghi e delle bellezze naturali; io, i miei dipendenti ed i "mancati" clienti”. Senza contare, aggiungiamo noi, il vantaggio di vivere una giornata in famiglia e, pure, dando più possibilità di santificare la domenica andando a Messa, come dovrebbero fare i buoni cattolici.

   Tanti motivi che, presumibilmente, hanno spinto alcune Nazioni europee a preferire la chiusura dei negozi la domenica e nei giorni festivi. Tra queste, la Svizzera dove in quelle giornate i negozi sono chiusi, fatte alcune eccezioni durante l’anno e nelle principali stazioni ferroviarie, nonché i negozietti presenti in alcune agenzie distributrici di benzina. Nelle quali, però generalmente si vendono solo generi alimentari.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Unaie: no al taglio dei sostegni alla stampa italiana all’estero

 

ROMA - Anche l’UNAIE (Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati), nella persona del presidente Ilaria del Bianco, dice “no” alla prospettiva paventata in una lettera aperta dal senatore e sottosegretario all’Informazione e all’Editoria Vito Crimi (M5s), che ha preannunciato che “la contribuzione pubblica presto sparirà per i quotidiani e periodici editi e diffusi all’estero e che ‘gli attori del settore dovranno prepararsi al distacco totale dalla contribuzione statale”.

“La nostra posizione è chiara”, commenta Ilaria Del Bianco, “aderiamo al moto di ribellione delle associazioni, dei Comites, con questa risposta condivisa: noi non ci allineiamo, non tacciamo. Lotteremo perché questo progetto questo non accada. E’ un vero attentato al diritto all'informazione degli italiani all'estero e mina la sopravvivenza di queste testate che invece operano per la promozione capillare dell’Italia nel Mondo, per il mantenimento negli Italiani all’estero del loro senso di appartenenza alla comunità delle loro origini, colpendo in modo significativo la stessa diffusione della nostra lingua e della cultura nel mondo”.

Nella stessa nota in cui la presidente affida il suo commento, si parla dell’opera che da cinquant’anni i tantissimi giornali editi nel nostro Paese svolgono: un’opera “spesso pionieristica ma sempre all’altezza del compito richiesto, sia nell’ottica di rappresentare l’italianità nel mondo, sia per mantenere i contatti tra gli Italiani nel mondo ed il nostro Paese. Una strada a doppio senso che, negli anni, ha contribuito allo sviluppo di intere comunità, promuovendone il turismo e l’economia, sempre senza tralasciare di veicolare messaggi di civiltà e cultura”.

I quotidiani e i periodici editi e diffusi all’estero ricevono solo il 3,27% del totale erogato, secondo la legge vigente, a sostegno dell’editoria: si tratta complessivamente di una cifra intorno a 1.700.000 euro, circa 30 centesimi di euro all’anno per ogni connazionale iscritto all’AIRE.

“Davvero” si chiede la presidente Del Bianco, “chi ha proposto questo taglio ritiene che la cancellazione di tali fondi possa riequilibrare i conti dello Stato italiano? A nostro parere, e secondo il pensieri dei principali soggetti che operano nell’ambito delle comunità italiane all’estero, il danno supererà di gran lunga il beneficio”.

Inoltre, come da tradizione, al danno si aggiunge la beffa: il senatore Crimi infatti invita gli editori “a produrre un’informazione di qualità”. “Ciò che gli editori coinvolti si chiedono”, si legge nella nota UNAIE “è come questo possa, secondo il Sottosegretario, essere davvero realizzato. Gli editori di queste testate sono spesso quelle stesse Associazioni di emigrazione che svolgono la propria opera massimamente a titolo di volontariato e facendo i conti con sempre più risicati contributi delle istituzioni locali, e che potevano contare sino ad oggi almeno sul parziale contributo dello Stato”.

“A questo punto”, prosegue il ragionamento “ci si chiede se queste affermazioni siano supportate da una vera conoscenza del settore: chi si è fatto portavoce di questa proposta ha mai letto uno di questi giornali? E’ entrato in una di queste redazioni, ha visto i giornalisti nel loro lavoro certosino di costruzione di rapporti, investimenti, conoscenza e cultura che operano da sempre? E, soprattutto, conosce i costi generali incomprimibili delle testate? Sono domande legittime, anche perché la proposta non passa attraverso il dibattito sulla dimensione, la qualità, la spesa, le prospettive e l’importanza di queste testate”.

“Nessuno ci ha interpellati”, conclude Ilaria Del Bianco, “se si dovesse procedere alla "riduzione graduale fino alla soppressione" dei contributi pubblici italiani, molte testate chiuderanno i battenti e non offriranno più il loro servizio di informazione a quegli oltre cinque milioni di nostri connazionali dei quali diciamo sempre, con belle parole a cui non seguono né fatti né impegno concreto, che sono i più efficaci ambasciatori del made in Italy nel mondo”. (aise 3) 

 

 

 

 

Garavini (PD): "Rai garantisca streaming tg nazionali anche all'estero"

 

Roma - "Gli abbonati Rai hanno sempre diritto a usufruire dell'informazione pubblica. Anche quando sono all'estero. Allo stato attuale dei fatti, invece, chi paga il canone ma si trova al di fuori dei confini nazionali non può seguire i tg. Perché le dirette TV on line sono fruibili solo per gli utenti connessi da territorio italiano. Una situazione totalmente anacronistica".

"È tempo che l'informazione Rai colmi il suo gap sullo streaming dei telegiornali nazionali. E che si adegui al nuovo regolamento Ue sulla portabilità dei contenuti digitali, in vigore già dallo scorso aprile. Ormai l'informazione non ha più confini, né geografici né tecnologici. Ci si connette in qualsiasi parte del mondo e tramite qualsiasi supporto. E mentre il mondo corre, la tv di Stato rischia di rimanere indietro".

"Anche i recenti fatti di Genova hanno fatto emergere in tutta la loro gravità come sia utile, per chi si trova all'estero, essere aggiornato in tempo reale su quanto accade in Italia. Nelle drammatiche ore del crollo del Ponte Morandi, invece, non era possibile seguire i telegiornali nazionali Rai in streaming dall'estero, né su smartphone nè su tablet. Infatti, ad eccezione del canale RaiNews disponibile anche per chi si connette dall'estero, i tg delle singole reti rimangono ancora oggi non disponibili per la mancanza dei relativi diritti".

È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, eletta nella circoscrizione Estero-Europa, presentando un'interrogazione scritta al Ministero per lo Sviluppo Economico. De.it.press

 

 

 

 

 

Le scuole italiane all’estero nel mMilleproroghe

 

Roma - All’esame della Camera, il decreto Milleproroghe arriverà questa settimana in Aula.

Approvato dal Senato prima della pausa estiva, il decreto è stato modificato durante l’esame nelle Commissioni a Montecitorio, quindi, per l’approvazione definitiva avrà bisogno, almeno, di un ulteriore passaggio a Palazzo Madama.

Il decreto interviene anche sulla disciplina delle scuole italiane all’estero: come spiegato dal sindacato Flc Cgil, alla Camera sono stati soppressi i commi 3 bis, 3 ter e 3 quater introdotti all’articolo 6 dagli emendamenti del Senato.

“Le norme soppresse – spiega il sindacato di categoria – correggevano il DLgs 64/17 e riguardavano la proroga (a domanda) fino a 6 anni dei mandati di quattro anni, la riduzione da 6 a 3 anni del periodo di interruzione fra due periodi di servizio all’estero e la riduzione da 6 a 3 anni del periodo da assicurare all’estero per ottenere la destinazione”.

Secondo la Flc Cgil, questi emendamenti “avrebbero consentito di sanare alcune delle maggiori criticità presenti nella legge 107/15 e nel DLgs 64/17, prevedendo una fase transitoria che garantisse parità di trattamento al personale inviato a lavorare all’estero”.

“Torna ad essere evidente – annota il sindacato – come lo strumento legislativo non sia affatto idoneo a regolare le problematiche su un tema come la mobilità professionale. Insisteremo – conclude la Flc Cgil – perché sia il contratto a tornare a definire tempi e le regole per la prestazione del servizio all’estero”. (aise 10) 

 

 

 

 

Tormentone politico

 

I mesi che ci siamo lasciati alle spalle dovrebbero rappresentare un monito per tutti. Politici compresi. Invece, i problemi d’Italia, vecchi e nuovi, sono rimasti. Del resto, la Legge di Stabilità 2018, di cui conosceremo i contenuti in autunno, resta un enigma. I ricchi di ieri, saranno ancora ricchi domani. La classe media è sparita e il bisogno previdenziale è salito di un altro gradino.

 

Certo è che guardare al nostro domani appare difficile e non privo d’interrogativi proprio sul fronte dell’economia. Se la politica avesse assunto un’identità più definita, non saremmo a questo punto. Anche perché la crisi continuerà a colpire i redditi da lavoro dipendente e da vitalizio. La vecchiaia, almeno per molti, non sarà garantita. Ammalarsi potrebbe costare la vita. La Penisola prosegue nel suo Calvario. Usciremo dal tunnel che, ora, sembra senza fine? Gli interrogativi che ci poniamo sono quelli di tutti.

 

Sarà il contraddittorio tra gli uomini in “corsa” a determinarla fine di un sistema traviato? Non sappiamo quale sarà il futuro politico di questa Repubblica. Manca la fiducia in un domani che continua a dipendere da un ieri ancora peggiore.

 La disgregazione di un sistema senza solide fondamenta favorirà la speculazione e nella crisi non tutti, ne siamo certi, ci hanno rimesso. Gli italiani non sono degli illusi e la speranza, anche se l’ultima a morire, non potrà essere “eterna”. Ci aspettano ancora difficoltà.

 

Il tormentone politico dell’estate, con le Prese di posizione dell’Esecutivo di Centro/Destra, ci continua a coinvolgere e non tentiamo neppure di prevedere come saranno i mesi che ci separano dal nuovo anno. C’è solo da verificare, al momento opportuno, se le promesse made “Di Maio-Salvini” si concreteranno.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

"La deriva populista può essere arginata"

 

Roma - "Il risultato elettorale in Svezia dimostra due cose. Innanzitutto che la deriva populista è un fenomeno attualmente diffuso a livello internazionale, non ascrivibile alla sola Italia. Ma soprattutto dimostra che tale deriva può venire arginata. È sì vero che il partito di estrema destra Sveridemokraterna ha aumentato molto il proprio consenso, ma d'altro lato non è riuscito a sfondare, come temuto anticipatamente. Al contempo il partito socialdemocratico ha sostanzialmente tenuto, riducendosi solo di pochi punti percentuali, attestandosi al 28 per cento".

"Anche in un paese come la Svezia, in cui le generose politiche sociali degli ultimi decenni hanno tradizionalmente caratterizzato lo scenario del paese, garantendo standard di vita medio alti, le spinte xenofobe, sovraniste ed antieuropeiste hanno fatto breccia. Ma si è riusciti a contenerle, con un programma socialdemocratico che ha messo al centro della campagna elettorale i temi dell‘occupazione, degli alloggi, della coniugazione di tempi famigliari e di lavoro e anche il tema della sicurezza".

"Questo risultato deve servire da sprono anche al Partito Democratico, in vista dello strategico appuntamento elettorale delle Europee, nella prossima primavera". Lo ha dettola Senatrice Pd Laura Garavini, intervenendo all'incontro promosso a Losanna dalla Segretaria del locale PD, Grazia Tredanari e dal Presidente, Matteo Gorgani. De.it.press 11

 

 

 

Cittadinanza ius sanguinis. Merlo: nessuna limitazione nel decreto immigrazione

 

ROMA - “Battaglia vinta”. Così il sottosegretario agli esteri Ricardo Merlo spiega agli italiani all’estero che non ci sarà alcuna limitazione alla trasmissione della cittadinanza ius sanguinis nel cosiddetto decreto-immigrazione.

Tornato a Roma, Merlo, con un video su Facebook, ha detto di aver “appena parlato con il Ministro Salvini, che mi ha annunciato di aver tolto la limitazione alla trasmissione della cittadinanza ius sanguinis dal decreto immigrazione”.

“Non c’è nessuna limitazione”, ribadisce il sottosegretario. “Siamo riusciti a far togliere questa discriminazione, questa limitazione cui eravamo totalmente contrari. Battaglia vinta!”, conclude.

Nella prima versione del decreto immigrazione – la cui bozza è stata ampiamente commentata nei giorni scorsi dalla stampa nazionale – conteneva anche la limitazione alla seconda generazione degli italo-discendenti della trasmissione della cittadinanza ius sanguinis. Una limitazione contro cui si sono espressi sia il Pd Mondo , con Francesco Cerasani e Fabio Porta, coordinatore del partito in Sud America, sia il Forum Democratico che dal Brasile ha lanciato una petizione che in tre giorni ha superato le 6mila firme. Petizione di cui, a quanto pare, non c’è più bisogno. Contraria anche Fucsia Nissoli (FI), che aveva scritto una lettera aperta al ministro Salvini. 

 “La trasmissione della cittadinanza italiana, ‘jure sanguinis’, non è mai stata in discussione», questo è il chiarimento fornito da Lega nel Mondo, per voce di Luis Roberto di San Martino Lorenzato di Ivrea, deputato del Carroccio eletto nella ripartizione sudamericana; su questa linea è anche il coordinatore federale Paolo Borchia. “Al Viminale – spiega di Lorenzato -  erano allo studio diverse ipotesi, ma Matteo Salvini e la Lega non hanno mai preso in considerazione restrizioni al sistema vigente. Prima gli Italiani, anche quelli nati all’estero”. “Prendiamo atto delle voci incontrollate che si sono susseguite negli ultime giorni sul decreto immigrazione ma la volontà del Ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non è mai andata nella direzione di porre limitazioni”, aggiunge Borchia. Inform

 

 

 

 

Via la scorta, capitano Ultimo: "Mobbing di Stato"

 

"La mafia di Bagarella e di Riina non sono più un pericolo. Cara mamma, c'era una volta la sicurezza dei cittadini". Con una serie di tweet, corredati dall'hashtag "#no mobbing di Stato", il colonnello Sergio De Caprio, Capitano Ultimo, il carabiniere che nel 1993 arrestò il boss Totò Riina, protesta contro la revoca della sua scorta disposta dall'Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale) ed effettiva a partire da oggi.

La prima a sollevare la questione, con tanto di appello via social rivolto al ministro dell'Interno, era stata la presentatrice tv Rita Dalla Chiesa. "Dal 3 settembre verrà tolta la scorta al Capitano Ultimo. A colui che arrestò Totò Riina. Il 3 settembre venne anche ucciso mio padre. Ministro Matteo Salvini lei sa di questa aberrante decisione? La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?", aveva scritto su Facebook la figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia il 3 settembre 1982.

Ora invece a commentare la notizia, sempre via social, è il diretto interessato. "I peggiori sono sempre quelli che rimangono alla finestra a guardare come andrà a finire. Sempre tutti uniti contro la mafia di Riina e Bagarella. No omertà No mobbing di Stato", "La sicurezza dei cittadini non è una passerella, non è una macchina del voto. Bagarella e la mafia sono un pericolo, chi dice il contrario deve dimostrarlo oppure deve occuparsi di altro", sostiene Ultimo in alcuni tweet.

"Chi ha visto il comandante dei carabinieri Giovanni Nistri?", scrive ancora De Caprio, facendo riferimento al comandante generale dell'Arma. E ancora, a corredo del video di un'intervista al generale Dalla Chiesa, Ultimo protesta contro "l'ingiustizia che sostiene la mafia di Riina e Bagarella e fa uccidere i combattenti del Popolo" mentre, dopo aver condiviso la petizione per il "reintegro immediato" della sua scorta, ringrazia i suoi sostenitori "per il coraggio, per l'esempio di fratellanza che ancora una volta" gli stanno dando.

Intanto ieri la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni ha annunciato che presenterà un'interrogazione al ministro dell'Interno Salvini in quanto "gli eroi che hanno combattuto e che combattono la mafia - ha spiegato su Facebook - devono essere sostenuti e difesi dallo Stato". "Ci sono delle circostanze che vengono valutate a livello centrale e a livello locale. Lo Stato non abbandona nessuno", ha invece sottolineato oggi il sottosegretario all'Interno Stefano Candiani.

Adnkronos 3

 

 

 

Se si lavora all’estero, senza essere iscritti all’Aire, bisogna dichiarare i propri redditi anche in Italia

 

Roma – “Se si lavora all’estero, senza essere iscritti all’Aire, bisogna dichiarare i propri redditi anche in Italia, anche se si sono già pagate le tasse nel paese estero. Questo non significa che si debbano necessariamente pagare le tasse due volte”. 

“Infatti il contribuente in virtù della normativa nazionale (Testo Unico delle Imposte sui redditi-Tuir) e internazionale (accordi bilaterali contro le doppie imposizioni) ha la facoltà di chiedere  il riconoscimento del credito per le imposte pagate all’estero, da esigere, a pena di decadenza, nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui le stesse sono state pagate a titolo definitivo nel Paese estero. In parole semplici significa che nella dichiarazione dei redditi italiana può farsi scalare le imposte già versate all’estero sui redditi là prodotti”.

“È necessario porre particolare attenzione alla tempistica. il ritardo nella denuncia dei redditi percepiti all’estero comporta il rischio di doppia tassazione. “Lo ha confermato la Corte di Cassazione, con una recente ordinanza (20291 del 31.07.2018) con la quale, intervenendo su un ricorso specifico, ha previsto che i redditi di lavoro dipendente derivanti da attività lavorativa prestata (per esempio) in Francia da un contribuente residente in Italia devono essere dichiarati anche in Italia”.

“La Corte ha sentenziato che “in forza dell’art. 3, comma 1, TUIR, in generale tutti i redditi da lavoro dipendente percepiti da soggetti residenti, anche per prestazioni rese all’estero, sono sempre assoggettabili a tassazione in Italia; inoltre, l’art. 165 del TUIR prevede che il contribuente possa recuperare le imposte pagate all’estero, a titolo definitivo, sui redditi ivi prodotti attraverso lo strumento del credito d’imposta, da esercitare nelle forme e nei termini ivi previsti”. Da ciò discende la legittimità degli avvisi di accertamento da parte del Fisco italiano quando il contribuente residente in Italia nelle proprie dichiarazioni dei redditi non indica i redditi percepiti all’estero.

“La Corte si era precedentemente già pronunciata su casi analoghi di cittadini italiani residenti fiscalmente in Italia  i quali avevano conseguito redditi di lavoro all’estero ma non li avevano dichiarati in Italia alla luce di una Convenzione contro le doppie imposizioni. E’ il caso di molti nostri connazionali i quali lavorano all’estero ma non si iscrivono all’Aire e non si cancellano dall’anagrafe della popolazione residente in Italia”.

Lo comunicano in una nota la senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Angela SChirò e Massimo Ungaro (de.it.press)

 

 

 

 

Italiani all’estero: successi e rimpianti

 

ROMA – Questo quello che caratterizza molto spesso gli italiani che hanno lasciato il Paese: un mix di successi e rimpianti. Successi nei più svariati campi, rimpianti per aver lasciato la propria casa, i propri affetti, le proprie routine.

In un articolo di Ludovica Liuni comparso sulla rubrica “Cervelli in fuga” de Il Fatto Quotidiano, abbiamo trovato la storia di Filippo Sposini, dottorando in Filosofia della Scienza che ora si trova a Toronto, dove il merito, a suo dire, viene riconosciuto molto più che in Italia. “Ce l’ho messa tutta per restare in Italia”, dice il diretto interessato, “ma il nostro sistema accademico è troppo chiuso”.

“Ho deciso comunque di fare domanda per il dottorato, – ricorda -, anche se in molti me l’avevano sconsigliato io ero convinto di potermela giocare alla pari”. Così non è stato e a Filippo non è restato che attuare il Piano B: andare all’estero.

Oggi Filippo frequenta il dottorato nell’Università di Toronto, dove ha ricevuto un ottimo finanziamento per la sua ricerca.

“Tornare” conclude amareggiato, “sarebbe complicato, anche perché quando vivi all’estero ti rendi conto che il nostro Paese ha un costo di carriera non indifferente. E al momento voglio godermi questi altri quattro anni di ricerca qui, poi per il futuro si vedrà”.

Sempre da “Cervelli in Fuga” l’articolo di Sara Tirrito sull’esperienza di Rachele Pilia, milanese di 26 anni, che oggi vive e lavora a Bercellona, con un grande senso di delusione verso il proprio Paese di provenienza. “Non penso mi fermerò per sempre qui”, dice, “la mia casa è stata alle Canarie, ora a Barcellona, poi chi lo sa”.

“È difficile fare la nomade tutta la vita”, aggiunge, “ma in Italia non ho intenzione di tornare: mi ha delusa”. Una scelta, quella di andarsene, arrivata dopo anni di false speranze, impieghi stagionali e sottopagati, come quello di animatrice in Egitto, dove prendeva 400 euro al mese che se ne andavano tutti per telefonare a casa.

Rachele sente spesso nostalgia di casa, per questo ha fatto squadra con altri giovani expat tra i 20 e i 30 anni, partiti in gran parte per i suoi stessi motivi e con una gran voglia di sostenersi l’uno con l’altro.

Sul Corriere della sera.it abbiamo trovato una lettera di un certo Nicola Campoli al direttore Fontana con un’interessante riflessione a seguito di un viaggio in Nord Europa che si conclude con una domanda: “Il senso di comunità è più sentito dagli italiani fuori dai confini di quando sono in Italia. Perché?”.

Il direttore del Corriere risponde che anche a lui è capitato, durante i suoi viaggi, di avere la stessa percezione: “È come se in un Paese straniero riuscissimo a mettere insieme quelle qualità che in Italia vengono spesso bistrattate” risponde. Il resto della risposta merita di essere riportata integralmente, perché molto interessante: “Non so dirle con chiarezza quale siano le ragioni: penso che contino, prima di tutto, le motivazioni che spingono un italiano a emigrare.

La ricerca di un’occasione professionale nei casi più rari, il tentativo di trovare un lavoro e di costruirsi una vita migliore (a costo anche di duri sacrifici) nella stragrande maggioranza delle situazioni. E per tentare quest’avventura servono forte volontà, determinazione e impegno individuale che spesso in Italia non sono considerati i valori fondamentali di crescita. Non è forse per questo che vanno così di moda assistenzialismo e furberie? Si creano così comunità consapevoli dell’importanza delle proprie esperienze e disposte a riconoscere a ogni partecipante il suo ruolo fondamentale. E nel caso aiutarlo a integrarsi nei momenti di difficoltà.

C’è poi un secondo aspetto: amiamo molto di più “essere italiani” quando ci troviamo all’estero. In questa condizione abbiamo dell’Italia un’immagine antica e un po’ idealizzata, che non corrisponde alla realtà ma ci fa sentire orgogliosi di quello che il Paese è e rappresenta. Salvo molto spesso essere ripagati con cocenti delusioni”.

Terminiamo la nostra rassegna con un articolo di Sara Banti su Abitare.it, dove si parla della One Works, lo studio di architettura che, nella classifica dei 50 top studi d’architettura italiana de “Il Sole24Ore” ha superato in classifica addirittura Renzo Piano, piazzandosi al primo posto. Leonardo Cavalli e Giulio De Carli, i due fondatori, sono alla testa di una galassia di studi (Venezia, Roma, Dubai, Doha, Londra, Singapore) che conta in tutto uno staff di 150 persone e ha come sede-principale quella di Milano. “In piena crisi globale” raccontano, “abbiamo capito che l’unica soluzione era lavorare a una scala diversa. Abbiamo aperto lo studio a Dubai e siamo andati alla ricerca di lavoro ovunque chiamassero”.

Come si legge nell’articolo, i due hanno ottenuto commesse importanti tra Qatar e Arabia Saudita, lavorando, tra le altre cose, a 11 stazioni della metropolitana di Riyad. Insomma, un esempio virtuoso di come talvolta l’eccellenza italiana sia riconosciuta in tutto il mondo. (focus\ aise) 

 

 

 

 

Utile riflessione

 

In tanti anni in area Euro, non siamo stati mai così subordinati dai livelli economici nazionali tanto contenuti. Dopo le “esternazioni” Di Maio/Salvini, si dovrebbe aprire un periodo che, almeno in teoria, potrebbe consentire al Paese di risollevarsi dalla “palude” e promuovere le riforme. Scrivere di crisi, ora, non avrebbe più senso. Dato che questa realtà è la norma, non ci sembra opportuno rimarcarne l’evidenza.  Le piccole e medie imprese sono implose ed i cicli produttivi, di conseguenza, ridotti. Intanto, anno è iniziato con una successiva flessione dei posti di lavoro e dei consumi.

 

In Patria, nonostante il fiorire di tanti Partiti, manca ancora una piattaforma di discussione su quanto ci potrebbe unire, tralasciando quello che, invece, ci dividere. Proprio quella di “centro/destra”, sulla quale la maggioranza punta le speranze,  e sembrerebbe restare l’unica realtà politica veritiera. Prevediamo, però, che, anche a livello parlamentare, la discussione non sarà priva di contrasti e polemiche. Dietro questa realtà, c’è un Paese profondamente cambiato che chiede, prima di tutto, un momento di concreta riflessione prima di decisioni finali che sarebbero irrevocabili.

 

 Scelte che, bene o male, andranno a coinvolgere anche chi potrebbe non essere d’accordo. Da noi funziona così. Dietro le alleanze ci sono i compromessi che condizionano anche le migliori intenzioni. Chi non ci sta è tagliato fuori. Quando c’è da piazzare un “primo” della lista, gli scomodi sono allontanati e senza troppi complimenti. Quando c’è da rischiare, meglio puntare su un solo cavallo di “razza”. I giochi della politica hanno i loro santuari, certe regole da rispettare e, soprattutto, da far rispettare.

 

 Perché in Parlamento ci sono i “predestinati”. Eppure, non abbiamo rilevato un segno nuovo e una volontà d’autentica autodeterminazione. Né Destra, né Sinistra, né Centro. L’importante sarebbe essere coerenti per il bene del Paese. A questo punto ci chiediamo, con colpevolezza, se sarà tenuto conto di questa realtà che coinvolge tutti; anche chi si ostina a remare contro. Nel Bel Paese, i “predestinati” non sono mancati mai. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

A Torino il Festival delle Migrazioni

 

TORINO -Quattro giorni di spettacoli teatrali, incontri tematici, reading, concerti, momenti di convivialità e laboratori organizzati nell’ambito di Terra Madre IN. Dal 20 al 23 settembre, a Torino, la prima edizione del Festival delle Migrazioni – Siediti vicino a me propone quattro giorni di incontri sui temi della migrazione, della convivenza, del dialogo condiviso, tra gli spazi di San Pietro in Vincoli, Sermig - Arsenale della Pace, Scuola Holden e Cottolengo.

Quale funzione può avere la cultura in rapporto al contrastato tema della migrazione, se non quello di percorrere nuovi immaginari, per dare significato e pratica a parole come convivenza, comunità, cura, diritto alla vita, desiderio, sogno, visione di futuro?

Il festival, ideato e organizzato dalle Compagnie A.C.T.I. Teatri Indipendenti, AlmaTeatro e Tedacà, si declina attraverso spettacoli teatrali, workshop tematici, reading, concerti, momenti di convivialità e laboratori, e sceglie come sue sedi Porta Palazzo e Borgo Dora, quartieri simbolo della multietnicità.

Ad aprire e chiudere il festival, due spettacoli che vedono il tema della migrazione raccontato da due grandi voci femminili: Gabriella Ghermandi, scrittrice e cantante italo-etiope, porta sul palco Atse Tewodros Projects, un concerto che mette in dialogo musicisti etiopi e italiani (giovedì 20 settembre ore 21 Scuola Holden). A chiudere il festival Ottavia Piccolo con lo spettacolo Occident Express accompagnata dall’Orchestra multietnica di Arezzo, in scena con la storia vera di Haifa, anziana donna irachena che nel 2015 percorre 5.000 km per sottrarre la nipotina alla guerra (Cottolengo, domenica 23 ore 21,30). Nella serata di domenica 23 alle 19,30 (San Pietro in Vincoli), con la compagnia Shebbab Met Project tante storie intrecciate tra loro – tutte autobiografiche – raccontano in maniera irriverente e provocatoria la vita nelle periferie di diverse città, nello spettacolo I Veryferici (Premio Scenario Ustica 2017).

Venerdì 21 doppio appuntamento con il teatro. Alle 19,45 in San Pietro in Vincoli la compagnia Piccoli Idilli propone teatro, danza e musica africana con Senza Sankarà, uno spettacolo che racconta i drammi dei nostri giorni dal punto di vista dei più deboli e che vede sul palco tre griot, ovvero custodi delle tradizioni orali, definiti anche biblioteche viventi. Si prosegue poi alle 21,30 (Sermig - Arsenale della Pace) con l’opera da camera Katër i Radës. Il naufragio: il testo di Alessandro Leogrande, prodotto dalla Biennale di Venezia e realizzato da Koreja Cantieri Teatrali, narra con musica e parole la storia della motovedetta albanese che, stracarica di uomini, donne e bambini, affondò nel marzo del 1997 davanti alle coste italiane.

Sabato 22 alle 19 (San Pietro in Vincoli), in concerto la corale basca al femminile Hasperen Abesbatza, accompagnata dal gruppo Eklektica. L’evento si svolge in collaborazione con Slow Food e con la presenza di delegati di Terra Madre.

Tra gli incontri, grande attesa per lo scrittore indiano Amitav Ghosh che domenica 23 settembre alle 17 presenta alla Scuola Holden il suo La Grande Cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile (ed. Neri Pozza), all’interno del quale affronta il tema di una cultura che è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi ma rivela una singolare, irriducibile, resistenza a raccontare il cambiamento climatico. Che cos'è in gioco in questa resistenza? E qual è il legame tra la questione climatica e le migrazioni transnazionali? In dialogo con l’autore, l’etnopsichiatra Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino).

La stessa domenica alle ore 10,30 l’appuntamento con Enrico Pugliese (Università Sapienza di Roma) con Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana è l’occasione per trattare di un altro tipo di esodo dei giovani italiani che, oltre alla cosiddetta “fuga dei cervelli”, priva il nostro paese di giovani promettenti e di un ricambio generazionale equilibrato una meno attesa: la corposa "fuga di braccia".

Nel corso della quattro giorni non mancano inoltre incontri su temi cruciali come Il caporalato con Yvan Signet, Frontiere rivali, frontiere solidali sul contrastato passaggio in Francia dei Migranti con Marco Revelli, il sindaco di Oulx, e i francesi di Roya Citoyen, sul Riscatto Mediterraneo con Gianluca Solera, autore dell’omonimo libro, e ancora sulle Derive razziste e i nuovi fascismi e sul Colonialismo e decolonizzazione.

Momento importante del Festival sarà la Cena delle cittadinanze, sabato 22 alle 20: ognuno è invitato a portare del cibo da condividere e allo stesso tempo a gustare specialità somale e non solo. In questa occasione, infatti, vengono proposte ai partecipanti alcune specialità della tradizione gastronomica somala preparate dall'Associazione Donne Africa subsahariana e Seconda Generazione. Una lunga tavolata nel cortile di San Pietro in Vincoli, seduti vicini nello spirito di convivialità e incontro. Giovedì 20 alle 12 il Sermig coinvolge il pubblico tra cui ragazzi delle scuole medie superiori in un insolito progetto: il Pranzo dei popoli, gioco-simulazione in cui i partecipanti, pranzando insieme e privandosi ognuno della propria identità, sperimentano i problemi della distribuzione mondiale di ricchezze e risorse, immedesimandosi nei vari popoli del mondo.

Sabato 22 settembre alle 12,30 presso San Pietro in Vincoli, il collettivo Arte Migrante propone il suo format ormai sperimentato in più situazioni, che prevede la condivisione del cibo e la creazione di uno “spettacolo” generato sul momento con i partecipanti.

Il Festival delle Migrazioni - Siediti vicino a me è un invito collettivo a incontrarsi per riflettere sulle resistenze culturali, sulla convivenza, sul concetto di comunità e accoglienza, che vede in dialogo la popolazione italiana autoctona, le persone di diverse provenienze che da anni sono residenti qui e sono diventate cittadine italiane, le seconde e terze generazioni, chi da poco è arrivato nella nostra città e vive nei centri di seconda accoglienza, tutti da considerarsi come soggetti culturali attivi del nostro territorio.

Il Festival delle Migrazioni - Siediti vicino a me è un dialogo contro la paura, un’occasione per combattere l’idea che il fenomeno migratorio sia comparso improvvisamente in tempi recenti. Allo stesso tempo raccontare le storie dei protagonisti di tali migrazioni è un modo per rendere il fenomeno meno astratto e dar loro un’identità, per evitare facili semplificazioni e strumentalizzazioni.

Il festival, organizzato come evento di Terra Madre IN, è ideato dalle Compagnie torinesi A.C.T.I. Teatri Indipendenti, AlmaTeatro e Tedacà, con il sostegno di Regione Piemonte, Fondazione Piemonte dal Vivo e Compagnia di San Paolo, con il patrocinio della Città di Torino, in collaborazione con Sermig – Arsenale della Pace, Scuola Cottolengo, Scuola Holden e associazioni che si occupano di migrazione presenti sul territorio. (aise)

 

 

 

Ilva, firmato l'accordo

 

Raggiunta l'intesa tra Arcelor Mittal e Fim Fiom e Uilm sulla cessione del gruppo Ilva. Azienda, sindacati e i Commissari straordinari hanno infatti siglato, alla presenza del ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio, l'accordo arrivato al termine di una trattativa iniziata ieri e andata avanti tutta la notte.

Azzerati gli esuberi che l’azienda si impegna a riassorbire comunque dal 2024 mentre saranno previste da subito 10.700 riassunzioni e l'avvio di un sostanzioso piano di incentivazione per complessivi 250 milioni, circa 100 mila euro lordi a lavoratore in caso di uscita anticipata.

Circa 4,2 i miliardi che Mittal si è impegnata ad investire sul piano industriale e ambientale. Ora la parola passerà ai lavoratori di tutti gli stabilimenti che saranno chiamati a votare l’accordo entro una settimana mentre sarà revocato lo sciopero proclamato per l’11 settembre prossimo.

DI MAIO - "Dopo oltre 18 ore di trattativa, una lotta lunga fatta dai rappresentanti dei lavoratori per ottenere delle condizioni migliori, si è arrivati all'accordo sull'Ilva. L'accordo definitivo che è senz'altro il miglior possibile nelle peggiori condizioni possibili". Ad annunciarlo il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Di Maio, dopo l'accordo raggiunto al ministero di via Molise. "E' un accordo che è stato raggiunto con enorme difficoltà", ha poi sottolineato il ministro.

Dall'insediamento, rileva ancora Di Maio, "ho voluto verificare prima di tutto la legalità. E' chiaro che ci siamo ritrovati in una situazione in cui il paradosso era che l'azienda si era sempre comportata bene ma la procedura era viziata. Questo vizio non ha permesso di ritirare la gara perché l'interesse pubblico concreto non c'era in quanto ci riferiamo a fatti di due anni fa. E quindi a queste condizioni abbiamo cercato di fare il meglio possibile e credo che abbiamo dei buoni risultati"

Tutti gli operai, rileva il ministro, "saranno assunti con l'articolo 18 e quindi il Jobs act non entra in fabbrica, si era a 10.700 quando il punto di partenza di ArcelorMittal era 8.000 assunti, poi si era arrivati a 10.100. Ora siamo arrivati a 10.700 senza esuberi. Tutti quelli che non riusciranno ad essere coinvolti nelle procedure di esodo e nelle altre collocazioni individuate riceveranno una proposta di lavoro da ArcelorMittal".

Sul tema ambientale, sottolinea Di Maio evidenziando che lui proviene dalla Terra dei Fuochi e quindi capisce bene le preoccupazioni degli abitanti di Taranto, "staremo attenti ai fatti e non solo alle carte: per questo abbiamo introdotto delle migliorie al piano ambientale. Abbiamo fatto quello che si poteva. Abbiamo introdotto delle migliorie che prevedono dei termini intermedi di realizzazione di alcuni interventi e quei termini intermedi riguardano anche il passaggio da 6 a 8 milioni di tonnellate nella produzione che non potrà essere automatica ma passerà per una certificazione da presentare al ministero dell'Ambiente e in cui bisognerà dimostrare che non si aumenta il livello delle emissioni".

"Abbiamo aumentato il numero dei controlli, aumentate le garanzie occupazioni, il numero degli occupati", sottolinea ancora. "Ci è stato chiesto di risolvere in tre mesi un problema abbandonato da sei anni e lo abbiamo fatto in parte. C'è ancora tanto altro da fare, inizia solo un percorso".

"Non potendo annullare la gara" e "visto che il 15 settembre l'azienda sarebbe comunque entrata dentro l'Ilva", sottolinea ancora Di Maio, "ci siamo messi al lavoro per collaborare ad ottenere il miglior accordo sindacale possibile e ambientale possibile. Tutto è stato fatto nei termini di legge e la legge la deve rispettare prima di tutto un ministro", sottolinea Di Maio.

Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se andrà a Taranto e cosa dirà ai cittadini che chiedevano la chiusura dell'Ilva, il ministro sottolinea che "presto andrò" perché "ho messo sempre la faccia". Oggi, ricorda Di Maio, "un annullamento della gara senza motivazioni di legge avrebbe determinato da parte di ArcelorMittal un ricorso al Tar e il 15 settembre un suo ingresso in Ilva non con 10.700 assunti ma con meno assunti, meno tutele e senza un accordo sindacale". Il ministro non ha voluto commentare le parole dell'ex ministro Carlo Calenda che oggi ha parlato di 'una retromarcia' di Di Maio: "vabbè oggi mi prendo la libertà di non rispondere al mio predecessore".

"L'Amministrazione Straordinaria - ha aggiunto - che continuerà ad esistere sarà il poliziotto ambientale dell'Ilva. Sarà il controllore, irreprensibile, che avrà il fiato sul collo sugli impegni che ha preso ArcelorMittal nei confronti dello Stato italiano e della città di Taranto".

"ORA LEGGE SPECIALE SU TARANTO" - "Abbiamo raggiunto un obiettivo in tre mesi dopo sei anni di inconcludenze", ha affermato ancora Di Maio, che ha assicurato come da oggi "inizia solo un percorso" che sarà molto lungo. "Ora - ha poi annunciato - arriverà una legge speciale su Taranto".

Adesso, rileva il ministro, "il vero obiettivo è rilanciare Taranto. Non possiamo pensare che Taranto dipenda da una sola azienda e quindi adesso ci mettiamo al lavoro per una legge speciale su Taranto perché in questa città deve tornare di nuovo l'Università, la sovrintendenza. E' stata espropriata quasi di tutto in questi anni ed è diventato un deserto sia dal punto di vista delle altre attività produttive sia dal punto di vista delle occasioni culturali, di crescita della propria cittadinanza".

Taranto e i tarantini, adesso, sottolinea il ministro, "dipendono dall'Ilva ma dovranno sempre meno dipendere dal destino di una sola azienda. Invece dovranno sempre più dipendere da un progetto di sviluppo e di crescita da questa città che non ha niente da invidiare alle più belle città dell'Ue ma che è stata abbandonata".

Ora, annuncia Di Maio, "è il momento di portare in Legge di Bilancio risorse speciali per Taranto e una legge speciale. Oltre all'Ilva c'è tutto il resto del territorio che è abbandonato, ha un problema di salute e che deve avere il diritto di tornare a respirare".

MITTAL - "Oggi è l’inizio di un lungo percorso per fare dell’Ilva una impresa più forte e più pulita". Così, ringraziando anche governo, sindacati e Commissari, l’amministratore delegato di Arcelor Mittal, Matthieu Jehel, commenta l’accordo per la cessione del gruppo siderurgico italiano raggiunto oggi.

REVOCATO SCIOPERO - In seguito all'accordo, è stato revocato lo sciopero proclamato da Fim Fiom Uilm e Usb l’11 settembre prossimo. Ad annunciarlo il segretario confederale Cgil Maurizio Landini al termine della vertenza al Mise. La circolare è partita contestualmente alla firma dell’intesa.

SINDACATI - "Oggi è una giornata storica. Dopo un'estenuante trattativa presso il Ministero dello Sviluppo economico la travagliata vicenda dell'Ilva, con il supporto determinante dello stesso dicastero, ha trovato la soluzione che aspettavamo da tempo: un'intesa senza esuberi". Ad affermarlo è il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella.

"E’ davvero importante la firma oggi dell’Accordo sull’Ilva che tutela l'occupazione dei lavoratori in tutti i siti produttivi, il diritto dei cittadini di Taranto al risanamento ambientale e la produzione di acciaio, sempre piu’ strategica per tutto il paese". Così la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan.

"Va riconosciuta al Ministro Di Maio, ai sindacati e all’Azienda - sottolinea - un atteggiamento responsabile e pragmatico, e di aver superato gli ostacoli anche ideologici che si frapponevano ad una accordo fondamentale non solo per le tante famiglie degli operai che lavorano all’Ilva, ma anche per la garanzia di una efficace e rapida bonifica ambientale di Taranto", aggiunge la Furlan.

"Vigileremo nei prossimi mesi - rileva- per il rispetto integrale di tutti i punti di questo accordo davvero importante ed innovativo che offre garanzie per il mantenimento della produzione di acciaio di cui il nostro paese ha bisogno per la sua competitività complessiva. Questa vicenda dimostra che con gli accordi ed il dialogo si possono affrontare i problemi di rilancio della politica industriale ed in generale le questioni economico e sociali del paese, in un clima di rinnovata concertazione. Finalmente dopo tanti anni si chiude in modo molto positivo una vicenda industriale complessa che dimostra, migliorando ogni ipotesi di accordi precedenti, come sia possibile, anzi doveroso, conciliare produzione, occupazione e qualità ambientale".

"Dopo una lunga notte di trattativa, abbiamo finalmente siglato l'ipotesi di accordo sull’Ilva, grazie anche al ruolo decisivo del Governo per lo sblocco della vertenza. Esprimiamo grande soddisfazione perché abbiamo ottenuto gli obiettivi che ci eravamo prefissati". Lo dichiarano in una nota congiunta la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David e il segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini precisando che "l’accordo, però, per essere convalidato deve essere approvato dalle lavoratrici e dai lavoratori con un referendum".

ArcelorMittal "ha accolto molte delle condizioni poste dalle Fiom-Cgil. Per quanto riguarda l'occupazione si parte da 10.700 lavoratori assunti subito, che corrisponde al numero delle persone impiegate attualmente negli stabilimenti" spiegano.

"Una soluzione che prevede inoltre l'impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione sul salario e sui diritti, compreso l'articolo 18, come abbiamo chiesto fin dall'inizio della trattativa. Contemporaneamente partirà anche un piano di incentivi alle uscite volontarie" si sottolinea nella nota firmata dai leader di Fiom e Cgil.

"Sono stati anche apportati miglioramenti importanti al piano ambientale che portano all'accelerazione delle coperture dei parchi e a porre un limite fortissimo alle emissioni inquinanti" osservano Re David e Landini.

"ArcelorMittal ha l'obiettivo di produrre 9 milioni e mezzo di tonnellate di acciaio, e lo dovrà fare nel rispetto dell'ambiente, facendo tutte le rilevazioni necessarie alla valutazione del danno sanitario a tutela della salute dei cittadini di Taranto. Un altro punto importante sui cui abbiamo raggiunto l'intesa è la conferma dell'accordo di programma di Genova" concludono. Adnkronos 6

 

 

 

Il ddl “Istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all'estero”

 

ROMA- È stato assegnato alla Commissione Affari Esteri del Senato il ddl del senatore Raffaele Fantetti (Fi) “Istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all'estero”. Il testo, che inizierà l’iter dalla sede referente, sarà sottoposto ai pareri delle Commissioni Affari Costituzionali, Bilancio, Istruzione pubblica, beni culturali, Lavori pubblici, comunicazioni, Industria e Lavoro.

Nella presentazione del testo ai colleghi, Fantetti sottolinea sia l’importanza dell’emigrazione nella storia d’Italia che i nuovi flussi all’estero degli ultimi anni.

“Alle nostre comunità all'estero – rileva, quindi, il senatore eletto in Europa – lo Stato italiano ha da sempre riconosciuto un importante ruolo nella loro funzione di portatori di “italianità” e ha, dall'altro lato, compiuto ogni sforzo affinché queste comunità continuassero a sentire saldo il legame con il proprio Paese di origine. Inizialmente sono nati spontaneamente, e per lo più su base regionale, fenomeni associativi che potessero creare all'estero un tessuto connettivo per i nostri connazionali; un tessuto all'interno del quale potessero trovare aiuto e appoggio e a loro volta fornire assistenza a chi – magari ultimo arrivato – versasse in condizioni di difficoltà. Successivamente il legislatore nazionale ha istituito degli organismi di vera e propria rappresentanza degli italiani all'estero; da un lato i Comitati dell'emigrazione italiana, divenuti poi, con l'evoluzione normativa, i Comitati degli italiani all'estero (COMITES), dall'altro la creazione del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE), con finalità più prettamente politiche”.

“A tal proposito, - ricorda Fantetti – nella XVI legislatura, in data 25 maggio 2011, fu approvato dal Senato in prima lettura, il disegno di legge atto Senato n. 1460 – il cui iter non ebbe seguito alla Camera –, che disciplinava ex novo la materia dei suddetti organismi, con l'intento di razionalizzarli e di valorizzare il criterio della rappresentanza democratica, che garantisce la legittimità e l'autorevolezza di tali istituzioni nei confronti degli interlocutori esteri”.

Ricordato che “la normativa sulla rappresentanza istituzionale degli italiani all'estero si fonda sul legame tra il riconoscimento dei diritti politici e il possesso della cittadinanza italiana, indipendentemente da dove è situata la residenza”, Fantetti rammenta pure che nelle passate legislature (XIV, XV, XVI e XVII) “è stato istituito al Senato il Comitato per le questioni degli italiani all'estero, con il compito di approfondire il tema della condizione, dei problemi e delle aspettative delle comunità italiane residenti all'estero. Occorre però, al fine di riconoscere e valorizzare, come detto precedentemente, l'importante ruolo che hanno gli italiani all'estero nella loro funzione di portatori di “italianità”, prevedere l'istituzione di una Commissione bicamerale che dovrà svolgere compiti di studio, approfondimento, indirizzo e iniziativa sulle questioni degli italiani residenti all'estero, sulla base del programma dalla stessa definito, anche attraverso incontri e confronti con le comunità italiane all'estero e incontri con il Governo, le regioni, le amministrazioni pubbliche, il CGIE e le principali associazioni e istituzioni degli italiani all'estero”.

“Le questioni di cui la Commissione per le questioni degli italiani all'estero si dovrebbe occupare costantemente sono molteplici”, sottolinea Fantetti. “In particolare dovrà mantenere vivo il collegamento con i nostri connazionali all'estero e continuare nello svolgimento delle funzioni volte a soddisfare le legittime aspettative dei connazionali, nella consapevolezza che gli italiani residenti all'estero sono per l'Italia una risorsa economica, sociale, culturale e politica”. aise 13

 

 

 

Immigrazione e naturalizzazione. In Svizzera stranieri a lungo

 

La Svizzera è uno dei paesi con la più grande proporzione di stranieri. Tuttavia, quasi il 40% di costoro è nato in Svizzera o vi risiede da oltre 20 anni. Vediamo di delineare il profilo di questi stranieri che vivono da lungo tempo nella Confederazione. Un terzo degli abitanti della Svizzera proviene dalla migrazione. In questa definizione rientrano sia le persone che sono immigrate in Svizzera sia i figli di immigrati.

Se si considera solo la cittadinanza dei residenti permanenti in Svizzera, si constata che un quarto della popolazione non ha la nazionalità elvetica. Una proporzione che è tra le più elevate al mondo. Eppure, quasi il 40% di questi stranieri è nato in Svizzera o vi risiede da oltre 20 anni. Le nazionalità italiana, turca, della ex Jugoslavia (Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia e Kosovo) sono in testa alla classifica degli stranieri nati o residenti in Svizzera da oltre 20 anni. Il 60% o più dei cittadini di questi paesi sono nati o residenti in Svizzera da oltre 20 anni. All'opposto, tedeschi, francesi, inglesi e polacchi di solito risiedono in Svizzera per un periodo più corto e relativamente pochi di loro sono nati in Svizzera. L'alto tasso di residenti stranieri in Svizzera si spiega in parte con la difficoltà di ottenere il passaporto elvetico. Il popolo svizzero ha accettato un'iniziativa popolare per facilitare la naturalizzazione degli stranieri della terza generazione, ma comunque la procedura di naturalizzazione nella Confederazione è tra le più restrittive d'Europa. Contrariamente a quanto accade nei paesi di immigrazione tradizionali, come gli Stati Uniti o l'Australia, chi nasce in Svizzera non acquisisce automaticamente la cittadinanza elvetica.

Il tasso di naturalizzazione, che confronta il numero di acquisizioni di cittadinanza con quello dei residenti stranieri permanenti, è inferiore alla media europea. Nel 2016, in Svizzera questo tasso era del 2,1%. Ciò si spiega anche con il fatto che oltre l'80% dei cittadini stranieri residenti in Svizzera proviene dall'Europa. Gran parte dei migranti provenienti dagli Stati membri dell'UE sono altamente qualificati e non rimangono a lungo in Svizzera. Poiché beneficiano della libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l'UE, sono meno interessati al passaporto rossocrociato.

Chi sono i 2 milioni di stranieri in Svizzera? In un anno, la proporzione di stranieri è aumentata di 0,3 punti percentuali (24,6% di stranieri nel 2015). Con in media 18,6 arrivi ogni 1000 abitanti nel 2015, la Svizzera non è più in testa alla classifica dei paesi di immigrazione europei. Al primo posto figura la Germania con oltre 19 arrivi per 1000 abitanti. L'immigrazione in Svizzera rimane comunque importante se paragonata a quella nel Regno Unito (9,7), in Spagna (7,3) o in Francia (5,4). L'elevato tasso di immigrazione in Svizzera non è certo una novità. L'immigrazione è un tema ricorrente degli ultimi cinquant'anni, su cui gli svizzeri hanno votato più volte. Così, nel febbraio 2014, i votanti hanno approvato, con una maggioranza risicata, un'iniziativa popolare che prevede un freno all'immigrazione. La proporzione di stranieri e la loro nazionalità di origine variano notevolmente nelle diverse regioni della Svizzera. Nella Svizzera francese, all'ovest, c'è la più alta percentuale di stranieri, in forte contrasto con la situazione nella Svizzera centrale. I cittadini italiani, tedeschi e francesi sono proporzionalmente più numerosi nelle regioni della Confederazione in cui si parla la loro lingua madre. D.Q.N. – Solidali & Insieme

 

 

 

 

Approvato l’assorbimento della fondazione FOPRAS da parte della fondazione ECAP

 

Basilea - Il Consolato d’Italia in Basilea “prende atto con soddisfazione dell’avvenuta approvazione, da parte dell’Autorità cantonale di vigilanza sulle fondazioni, che nei prossimi giorni provvederà alla trascrizione negli appositi registri, del processo di assorbimento della fondazione FOPRAS da parte della fondazione ECAP”. È quanto si legge in una nota del Consolato che, con il supporto dell’Ambasciata d’Italia a Berna e degli Uffici ministeriali competenti, ha sostenuto il progetto sin dall’inizio “nell’ottica di una semplificazione amministrativa, di un’ottimizzazione delle risorse e di un rafforzamento dell’offerta didattica nella circoscrizione di competenza”.

L’auspicio, prosegue la nota, “è che il completamento del processo possa quindi contribuire ad un effettivo rilancio della promozione della lingua italiana, sia per quanto riguarda i corsi a livello primario e secondario sia per la Scuola primaria bilingue “SEIS” Sandro Pertini, potenziandone l’offerta ed eventualmente allungandone il ciclo, anche attraverso un pieno riconoscimento paritario ministeriale della Scuola SEIS. Un rilancio – sottolinea il Consolato – che, senza affatto trascurare i discendenti della nostra emigrazione tradizionale, tenga conto delle esigenze e delle aspettative manifestate dalla nostra collettività di nuova emigrazione, delle famiglie che intendono indirizzare i propri figli nell’apprendimento scolastico bilingue in italiano e tedesco, auspicando anche una sempre maggiore apertura verso un’utenza non esclusivamente italofona”.

Quanto alle risorse, il Consolato ricorda che “lo Stato italiano ha erogato per il 2017 un contributo di 590.000 Euro a favore degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana operanti nella circoscrizione consolare di Basilea e di 600.000 Euro per il 2018 (resta da versare la seconda tranche), una cifra ragguardevole se si considera che il capitolo di bilancio 3153 gestito dal MAECI, prevede complessivamente circa 12 milioni di Euro su scala mondiale”.

“Il Consolato, la cui approvazione formale era imprescindibile e necessaria per il buon esito della fusione”, , si legge ancora nella nota, “ritiene di aver da principio agito con diligenza e spirito di collaborazione, salvaguardando la trasparenza del processo, tutelando e conciliando gli interessi di tutte le parti coinvolte, compresi i dipendenti dell’estinta fondazione FOPRAS. Si nutrono pertanto importanti aspettative affinché – concludono da Basilea – si avvii concretamente un rilancio della promozione dell’italiano da parte della Fondazione ECAP in questa circoscrizione consolare”. (aise 6) 

 

 

 

 

Asylpolitik. Deutschland und Italien einig über Flüchtlingsabkommen

 

Innenminister Seehofer hat sich mit Italien auf eine Flüchtlingsvereinbarung verständigt. Viele Details sind aber noch offen und die Absprache zeitlich eng befristet – bis 11. November.

 

Deutschland und Italien haben sich auf die Inhalte des angestrebten Flüchtlingsabkommens geeinigt. Das Rückführungsabkommen sei abgeschlossen, erklärte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) am Donnerstag im Bundestag. Es fehlten nur noch die Unterschriften von ihm und seinem italienischen Amtskollegen. Das Ministerium teilte mit, dass die technischen Details zu der politischen Rahmenvereinbarung allerdings noch umgesetzt werden müssen.

Die Absprache sieht den Angaben zufolge wie geplant vor, dass Italien Flüchtlinge zurücknimmt, die bereits in Italien Asyl beantragt haben und nach Deutschland einreisen wollen. Im Gegenzug will sich Deutschland verpflichten, für jeden direkt von der Grenze zurückgeschickten Asylbewerber einen aus Seenot geretteten und in Italien angekommenen Flüchtling aufzunehmen.

Seehofer will Dublin-Anwendung

Rückführungsabkommen dieser Art wurden bereits mit Spanien und Griechenland abgeschlossen. Zudem unterzeichnete Seehofer in dieser Woche eine Verwaltungsvereinbarung mit Portugal, mit deren Hilfe Dublin-Rückführungen aus Deutschland effizienter umgesetzt werden sollen. Die Dublin-Regel besagt, dass ein Flüchtling dort Asyl beantragen und bleiben muss, wo er zuerst den Boden der EU betritt. Über eine Reform des Systems, insbesondere über eine gerechtere Verteilung der Asylsuchenden in ganz Europa, wird auf EU-Ebene heftig gestritten. Seehofer will mit bilateralen Abkommen erreichen, dass die jetzige Dublin-Regel wieder angewandt wird, nachdem in den vergangenen Jahren viele Flüchtlinge nach Deutschland weiterwanderten.

Wie das Ministerium weiter mitteilte, ist die zwischen Deutschland und Italien erfolgte Rahmenabsprache allerdings zeitlich begrenzt. Sie gilt für die Dauer der Grenzkontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze bis zum 11. November.

Jelpke kritisiert Abkommen

Die bilateralen Abkommen waren nach dem unionsinternen Streit über Zurückweisungen Asylsuchender an der deutschen Grenze der Kompromiss zwischen Seehofer und Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU). Innerhalb von 48 Stunden soll demnach im Grenzbereich geklärt werden, dass ein bereits anderswo registrierter Flüchtling zurückgeschickt wird.

Die Linken-Politikerin Ulla Jelpke kritisierte, die Abkommen seien letztlich nichts anderes als die von Seehofer geforderten Zurückweisungen. Nach der EU-Grundrechte-Charta und den Bestimmungen der Dublin-Verordnung wären die Anhörung der Asylsuchenden und eine effektive Rechtsschutzmöglichkeit zu gewährleisten. Das sei in 48 Stunden nicht möglich, sagte sie. Die EU-Kommission müsse dazu Stellung beziehen, forderte Jelpke. (epd/mig 14)

 

 

 

Blockade ziviler Seenotrettung. Wir sehen nicht mehr, was auf dem Mittelmeer passiert

 

Die Blockade ziviler Rettungsschiffe bedeutet nicht nur mehr Tote im Mittelmeer. Die Kriminalisierung der zivilen Seenotretter dient auch dazu, der europäischen Öffentlichkeit vorzuenthalten, was auf dem Mittelmeer passiert. Von Laura Gey

 

Seit dem 2. Juli wird das Schiff der zivilen Seenotrettungsorganisation Sea Watch, die Sea Watch 3, im maltesischen Hafen Valletta festgehalten. Wie viele andere zivile Seenotrettungsboote, die in Malta anliegen, erteilt die maltesische Regierung keine Genehmigung zum Auslaufen, obwohl die niederländische Regierung (unter deren Flagge die Sea Watch 3 fährt) die korrekte Registrierung des Schiffes bestätigt hat. Diese Blockade ist Teil einer ganzen Reihe von Behinderungen ziviler Seenotrettungsorganisationen, die mit Ermittlungen Maltas gegen den Kapitän der M/S Lifeline begonnen haben.

Gleichzeitig sind die Zahlen derer, die bei dem Versuch, das Mittelmeer Richtung Europa zu überqueren gestorben sind, in den letzten Monaten drastisch angestiegen; allein im Juli und August haben mindestens 261 Menschen dort ihr Leben verloren, im laufenden Monat starben mindestens 100 weitere Menschen. Die staatlichen Seenotrettungsprogramme sind laut Sea Watch und anderer Nichtregierungsorganisationen völlig unzureichend, um der Situation auf dem Mittelmeer zu begegnen und die Menschen zu retten, die dort auf hochseeuntauglichen Booten in Seenot geraten.

Stattdessen wird sich seitens der EU vermehrt auf die sogenannte „libysche Küstenwache“ verlassen. Bei dieser handelt es sich tatsächlich um eine Reihe von der EU militärisch ausgestatteter Milizen, von denen niemand so genau weiß, unter wessen Führung sie handeln und welchem Gesetz sie unterstehen. In Libyen selbst gibt es derzeit mehrere miteinander konkurrierende Regierungen und Milizen, die um die Macht kämpfen.

Neben der eigentlichen Seenotrettung übernehmen die Organisationen, die auf dem Mittelmeer so wertvolle Arbeit leisten, allerdings noch eine andere Aufgabe: Sie dokumentieren und veröffentlichen, was dort so passiert. Gerade in den letzten Monaten wurden vermehrt Verstöße gegen das Völkerrecht gemeldet, so etwa ein illegaler Push Back eines italienischen Schiffes, das Fliehende nach Libyen zurückbrachte, ohne ihnen die Möglichkeit zu geben, einen Asylantrag zu stellen.

Auch die libysche „Küstenwache“ wurde immer wieder dabei beobachtet, wie sie Menschen zurückließ, Boote abdrängte oder Fliehende mit Gewalt an Bord zwang. Zuletzt berichtete die Überlebende eines solchen „Rettungseinsatzes“, die gemeinsam mit den Leichen einer Frau und ihres Kindes gefunden wurde, wie sie von der libyschen Besatzung zurückgelassen wurde, da sie sich geweigert hatte, an Bord zu kommen.

Die furchtbaren Bedingungen in den libyschen Gefängnissen insbesondere für Transitmigranten sind inzwischen hinreichend dokumentiert (unter anderem von Amnesty International). Etwa 20.000 Menschen werden dort auf engstem Raum festgehalten, sind Hunger und Folter ausgesetzt. Gerade Frauen und Kinder leiden zudem unter sexualisierter Gewalt und werden oft als Sklaven verkauft.

In der Woche vor ihrer Festsetzung hatte die Crew der Sea Watch 3 mehrmals beobachten können, wie staatliche Seenotrettungsorganisationen Notrufe von kenternden Booten ignorierten. In jedem Fall machten die zivilen Seenotretter Druck auf die jeweilige Behörde, indem sie auf ihre erfolgreiche Öffentlichkeitsarbeit hinwiesen und drohten, dieses völkerrechtswidrige Verhalten zu dokumentieren und öffentlich zu machen. Daraufhin wurden die Menschen gerettet, einige Tage später allerdings durfte das Schiff von Sea Watch nicht mehr auslaufen.

„Die Blockade ziviler Rettungsschiffe bedeutet nicht nur mehr Tote im Mittelmeer. Sie dient auch dazu, sich den Zeugen der Menschenrechtsverletzungen zu entledigen, die von der sogenannten libyschen Küstenwache begangen werden, welche maßgeblich von der EU finanziert und ausgebildet wird. Dass zugleich auch die Mission unseres Aufklärungsflugzeugs Moonbird verhindert wird, bestätigt unsere Annahme“ so Johannes Bayer von Sea Watch.

Gerade in den letzten Monaten ist überaus deutlich geworden, dass die europäischen Maßnahmen auf dem Mittelmeer nicht dazu dienen sollen, Menschenleben zu retten. Die Kriminalisierung der zivilen Seenotrettungsorganisationen ist dabei nur ein weiterer Schritt auf einem Weg, der spätestens mit Abschaffung des italienischen Programms Mare Nostrum 2014 begonnen hat und seit Jahren eine stetig steigende Zahl von Todesopfern fordert.

Die Fassungslosigkeit großer Teile der europäischen Bevölkerung darüber macht sich auch in Deutschland bemerkbar, etwa wenn Tausende unter dem Motto „Seebrücke“ demonstrieren gehen. Die Kriminalisierung der zivilen Seenotretter dient vor allem dazu, zu verhindern, dass die europäische Öffentlichkeit darüber informiert bleibt, was auf dem Mittelmeer im Namen ihrer Regierungen passiert.

Und auch wenn das fassungslos, traurig und wütend macht, zeigt es doch auch die Relevanz ziviler Präsenz an den Außengrenzen der EU. Gerade durch die aktuelle Behinderung der zivilen Seenotrettung wird das Potential einer kritischen Öffentlichkeit und ziviler Initiativen deutlich: Nur durch sie lässt sich verhindern, dass das Mittelmeer und andere Grenzgebiete zu vollkommen rechtsfreien Räumen werden, in denen die EU und ihre Partnerstaaten konsequenzenlos das Völkerrecht und elementarste Menschenrechte ignorieren können. MiG 14

 

 

 

Rede zur Lage der Union: viel Vages, wenig Neues

 

Heute morgen hat Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker seine letzte Rede zur Lage der Union gehalten und eine Bilanz der auslaufenden Legislaturperiode gezogen. Bis auf seine Appelle zu mehr Zusammenarbeit war von mitreißenden Ideen nicht viel zu hören.

 

Das war sie also, die vierte und letzte Rede zur Lage der Union vom ausscheidenden Kommissionspräsidenten Jean-Claude Juncker. Die jährliche Rede vor dem Europaparlament soll eigentlich Bilanz ziehen von dem, was erreicht wurde und von dem, was es noch anzupacken gilt. Von Letzterem war heute wenig zu spüren. Wohl wissend, dass bis zum Ende der Legislaturperiode im Mai 2019 keine großen Sprünge mehr zu erwarten sind, blieben die Apelle Junckers vage und allgemein.

Wenn es ein durchgehendes Motto der heutigen Rede gab, dann war es wohl der Aufruf an die Mitgliedstaaten, wieder mehr an einem Strang zu ziehen. „Jetzt schlägt die Stunde der europäischen Souveränität. Die Weltpolitik verlangt es von uns“, verkündete Juncker. Die EU müsse zum souveränen Akteur auf der Weltbühne werden und da wo es nötig ist Souveränität ihrer Staaten bündeln. Nur so erreiche man „Weltpolitikfähigkeit?.

Wichtig, so betonte der Kommissionspräsident, sei dass die EU in der Außenpolitik mit einer Stimme spreche. Es könne nicht sein, dass sich Europa wie im letzten nicht in die Verhandlungen über  die Menschenrechtsverletzungen in China einmische, weil ein Mitgliedstaat – in diesem Fall war es Griechenland – diese Entscheidung blockiere. „Wenn wir wollen, dass die Kommission in fünf Jahren konsequent ihre Agenda abarbeitet, müssen die Mitgliedsstaaten kompromissbereiter werden“ meint auch Prof. Dr. Lüder Gerken, Vorstandsvorsitzender des Centrums für Europäische Politik (cep). Bei sensiblen Themen wie Migration, Sicherheit oder Handelspolitik würden die Mitgliedsstaaten noch immer zu sehr divergieren. „Eine weitere Stärkung anti-europäischer Kräfte ist damit zu befürchten.“

Die EU hat im Vorlauf zum NATO-Gipfel in einem Abkommen versichert, mehr in die eigenen Verteidigung zu investieren. Kernpunkte sind der Ausbau von Infrastruktur und Terror-Bekämpfung.

Auch in Sachen Verteidigungspolitik beschwor Juncker europäische Einheit. Der EU-Grenzschutz solle auf 10.000 Personen aufgestockt werden, den Vorschlag hatte Haushaltskommissar Günther Oettinger erstmals im Mai verkündet. Die Kommission werde bis zur Wahl daran arbeiten, den Europäischen Verteidigungsfonds und den freiwilligen Zusammenschuss einiger Mitgliedsstaaten zur Ständige Strukturierte Zusammenarbeit (PESCO) voranzutreiben. Eines wolle er aber klar machen: „Wir wollen keine Militarisierung der Europäischen Union. Wir wollen mehr Verantwortung und Unabhängigkeit.“

Damit stand auch gleich das Problem der europäischen Verteidigungspolitik im Raum, die bisher nur sehr schleppend vorankommt. Denn die Mitgliedsstaaten legen beim Aufbau einer Verteidigungsunion keineswegs dieselben Ambitionen an den Tag. Besonders Deutschland steht in der Kritik, seine Verteidigungsausgaben, die derzeit nur bei rund 1,2 Prozent des BIP liegen, drastisch hochzuschrauben. „Die Idee einer Verteidigungsunion ist sehr sinnvoll. Aber Auslandseinsätze der Bundeswehr sind problematisch. Frankreich hat zum Beispiel ganz andere nationalstaatliche Methoden um solche Einsätze zu beschließen. Da muss man dringend auf einen gemeinsamen Nenner kommen“ meint Gerken vom Cep. Dass das bald gelingen werde hält er für fraglich.

Ein paar konkrete Vorschläge hat Jean-Claude Juncker dann doch genannt. Um in der Gesetzgebung entschlussfähiger zu werden, plädierte er dafür, die qualifizierte Mehrheit als allgemeine Abstimmungsmethode in Fragen der Außen- aber auch der Steuerpolitik der EU einzuführen. Die Umsetzung dürfte allerdings am Konsens der Staaten scheitern, die einstimmig dafür stimmen müssten, meint Gerken. Darüber hinaus kündigte Juncker Schritte zur Terrorismusbekämpfung an. So sollen die Aufgaben der neu geschaffenen Europäischen Staatsanwaltschaft auf die Bekämpfung terroristischer Taten ausgeweitet und eine „Einstunden-Regelung“ zur Löschung terroristischer Propaganda im Internet eingeführt werden.

Vor Jean-Claude Junckers letzter Rede zur Lage der Europäischen Union am Mittwoch wirft EURACTIV einen Blick zurück auf die vergangenen drei Jahre.

Auch zum großen Thema Migrationspolitik gab es wenig Konkretes. Juncker plädierte für sichere Fluchtwege und sprach sich für mehr wirtschaftliche Zusammenarbeit mit Afrika aus. Dazu gehörten Pläne für ein neues Bündnis für nachhaltige Investitionen und Arbeitsplätze, das zehn Millionen Arbeitsplätze schaffen soll.

Viel Allgemeines also, wirklich neue Anschübe präsentierte Juncker heute nicht. „Das war auch so zu erwarten. Bis zum Ende der Legislaturperiode bleibt keine Zeit für große Initiativen“, meint Gerken. Spannend dürfte bis dahin noch werden, inwiefern sich neue Fraktionen zusammenschließen und dem Parlament möglicherweise ein neues Gesicht geben werden. Erst kürzlich hatten der französische Präsident Emmanuel Macron und Guy Verhofstadt, Fraktionsführer der liberalen ALDE, angekündigt, eine neue, pro-europäisch liberale Gruppierung bilden zu wollen. Ihnen gegenüber dürfte eine möglicher Formation rechtspopulistischer Parteien stehen, denen sich der Front National und die AfD anschließen wollen. Experten bezweifeln allerdings, dass sich Letztere rechtzeitig auf einen gemeinsamen Spitzenkandidaten einigen können.

Das Thema europakritischer und rechter Bewegungen sprach Juncker ebenfalls an. „Vor allem möchte ich, dass wir nein sagen zu krankem Nationalismus, und ja zu aufgeklärtem Patriotismus. Lassen Sie uns immer daran denken, dass der Patriotismus des 21. Jahrhunderts zwei Gesichter hat: ein nationales und ein europäisches – wobei sich beide nicht gegenseitig ausschließen.“ Ob die Mehrheit der Europäer diese Ansicht teilt und wie es wirklich um die Lage der Union steht, wird sich daher erst nach den Wahlen im Mai zeigen. Florence Schulz, EA 12

 

 

 

 

Gewalt-Deskalation

 

Seit Tagen konzentriert sich die Aufarbeitung der Vorgänge in Chemnitz auf ein Video von 19 Sekunden. Ob es Hetzjagden auf Ausländer gegeben hat oder nicht, kann doch nicht der Kern der Frage sein? Das Ziel dieser Art von Gewalt ist eine breite Medienwirkung. Mit Verurteilungen werden diejenigen, die Gewaltanwendung für sich reklamieren, nicht erreicht.

Die Entfernung von der Realität konnte die Berliner Politik nicht besser darstellen, als dass sie über die Interpretation der Vorgänge und nicht über die Vorgänge selbst diskutiert. Was ist gewonnen, wenn ein hoher Beamte in den einstweiligen Ruhestand versetzt wird? Überlegt wird, ob die 19 Sekunden eine Fake sind oder nicht? Es ist genug passiert. Aber was ist passiert?

Gewalt als Inszenierung für die Medien

Es fand eine, für das Fernsehen gemachte, Inszenierungen statt. Das waren die Attentate der letzen Jahre immer schon. Ein einfacher Vergleich zeigt das deutlich: Es gibt wahllose Tötungen und gezielte, um bestimmte Führungspersönlichkeiten auszuschalten. Seit die Islamisten sich wahllos Menschen heraussuchen, um diese medienwirksam umzubringen, stehen die gezielten Attentate nicht mehr im Zentrum des Interesses. Die Täter können damit zudem die übrige Bevölkerung in Schrecken versetzen, obwohl die Wahrscheinlichkeit, bei einem Attentat umzukommen, sehr viel geringer ist als bei einem Verkehrsunfall sein Leben zu verlieren. Die Wirkung ist bestechend leicht zu erzielen. Das mag jetzt zynisch klingen, sollte aber für das Psychogramm berücksichtigt werden: Wenn ein junger Mensch nichts zu verlieren hat und vom Leben nichts mehr erwartet, dann ist ein Selbstmordanschlag sehr viel verlockender als sich vor den Zug zu werfen. Dass das psychologisch erklärbar ist, zeigen doch das heroisch in den Tod gegangenen der jungen Männer, die 1914 in den Krieg zogen und noch, anders als nach den Grabenkämpfen um Verdun, die Realität heldenhaft verklären konnten. Die Medienberichterstattung war damals bereits ein entscheidender Faktor, wenn es um Gewalt und Sterben geht.

Es geht wie bei den Hooligans in den Stadien zu

Gewaltbereitschaft ist bei einem Teil der Männer sicher auch biologisch angelegt. Deshalb müssen Rekruten jung sein. Die Möglichkeiten Gewalt geselschaftliche auszudrücken werden weniger, ob beim Militär als Dressuranstalt oder die "Schlachten", die sich die Anhänger der Fußballclubs liefern, werden Eine Gesellschaft die Gewalt unterdrückt und kommplet ausschließt, muss sich Alternativen überlegen. Wenn man nur die Männer anspricht, die von den Gewaltanhängern als Softies abgetan werden, gibt es Kräfte, die diese Gewaltbereitschaft für ihre Ziele einsetzen. Das haben die Nationalsozialisten gezeigt.

Deshalb sind Vergleiche mit dem Faschismus, die in der Parlamentsdebatte gezogen wurde, nicht an den Haaren herbeigezogen. Entscheidend ist dann noch, ob Gewalt als gerechtfertigt hingestellt wird. Das ist mit den Attentaten eingetreten. Hier spielen die Medien eine entscheidende Rolle. Zwar hat die ausführliche Berichterstattung über die Attentate den Großteil der Bevölkerung in der Ablehnung der Gewalt bestärkt. Aber eben nicht alle. Wenn junge Muslime so offen und unter Stillschweigen ihrer Religionsvertreter vor den Augen der Weltöffentlichkeit wahllos gewalttätig werden dürfen, warum dann nicht die jungen Deutschen, die wohl aus dem ganzen Land nach Chemnitz gekommen sind? Wenn die politische Klasse über die Medien Gewalt verurteilt, dann bestärkt sie zwar die Mehrheit der Bevölkerung, aber nicht die Gewaltbereiten. Aber das leisten Medien nun mal nicht.

Maaßen hat Recht: Das Video ist ein großer Fake

Ob das Video gefakt ist oder nicht, die Politiker haben es zu einem "Fake" gemacht. Als wäre für die Ereignisse in Chemnitz die Interpretation entscheidend. Das ist so, als würden die Amtsträger der katholischen Kirche den Missbrauch öffentlich verurteilen, aber dann nichts tun. Sie tun immer noch zu wenig, haben aber viele Schulungen für ihr Personal durchgeführt, ein Frühwarnsystem eingerichtet und den Missbrauch zu einem Thema in der Ausbildung gemacht. Denn medial lässt sich weder Gewalt noch Missbrauch eindämmen. Wenn die Politiker über ein Video streiten, machen Sie dieses zu einem Fetisch, der aber die Gewaltbereiten nicht beeindruckt. Die moralische Integrität, die die Politiker mit ihren Statements vor sich hertragen, wirkt langsam auch für die Mehrheit abstoßend. Es müssen andere Mittel gefunden werden, die nicht medial, sondern die direkte Begegnung ermöglichen.

Die Parteien und die Islamverbände müssen tausende Gespräche initiieren

Es ist die gleiche Aufgabe, die sich einem Lehrer stellt, der ständige Streitereien und körperliche Auseinandersetzungen in einer Klasse auflösen will. Strafen helfen da nicht. Er muss die Gegner in eine produktive Beziehung setzen, sie dazu bringen, ihre Gegnerschaft in Worte zu fassen, die Cliquen auflösen. Das gelingt in Deutschland deshalb nicht, weil die Islamverbände sich nur als Interessenvertretungen verstehen, ihre Verantwortung für die Gesellschaft aber nicht wahrnehmen. Solange die Islamverbände nicht friedensstiftende aktiv werden und ihre jungen Männer nicht in die Gesellschaft integrieren, werden die gewaltbereiten Deutschen sich legitimiert fühlen, wahllos Muslime anzugreifen, um an ihnen die Taten der Attentäter zu rächen.

Man fragt sich auch, was die Ortsverbände der Parteien eigentlich tun. Wenn schon ihre Führungen sich damit beschäftigen, den Sozialstaat zu perfektionieren derweil Chemnitz zu einem Schlachtfeld wird, gibt es vielleicht noch ein paar Jungendbildungsstätten, die Begegnungen zwischen den Konfliktparteien zustande bringen. Nachdem man Frau Nahles öfters im Gespräch mit Ortsverbänden auf dem Bildschirm gesehen hat, fragt man sich, was denn jetzt vor Ort passiert. Eigentlich könnte doch jede örtliche Gruppierung jeder Partei zu einem Ort der Begegnung werden. Und wenn alle Parteien das machen, dann müsste die AFD das doch auch machen. Nach dem Grundgesetz ist es Aufgabe und von Steuermitteln finanziertes Privileg der Parteien, die politische Willensbildung zu ermöglichen und voran zu treiben. Dafür könnte man das Internet gezielt einsetzen

Internet und Gespräche vor Ort

In dem neungegründeten Verein Publicatio ist ein Konzept auf den Weg gebracht worden, das gerade den Parteien empfohlen wird. Zu einem Thema, wie das der Gewaltbereitschaft, können, bevor es zu konkreten Vorfällen kommt, bereits relevante Erkenntnisse online zur Verfügung gestellt werden. Ergänzt mit einem aktuellen Beitrag können diese vor Ort abgerufen und ins Gespräch gebracht werden. Das hier kurz beschriebene Modulkonzept ist im Aufbau. Diese Aufarbeitung kann keine am Aktuellen orientierte Berichterstattung leisten. Die funktioniert zwar sehr gut, gerade über da Netz, aber nicht für die Vertiefung des Themas. Hier sollten alle gesellschaftlichen Gruppen übereinkommen, die politische Meinungsbildung nicht weiter den Social Media zu überlassen, sondern über ihre Mitglieder aktiv zu werden. Diese werden an Ausstrahlung gewinnen, wenn sie sich mit den relevanten gesellschaftlichen Themen befassen. Viel Kommunikationsarbeit steht an. Ob "wir das schaffen"? Eckhard Bieger

 Kath.de, 15

 

 

 

UNO: Weltweit immer mehr Hunger

 

821 Millionen Menschen weltweit leiden aktuell Hunger und über 150 Millionen Kinder haben Wachstumsverzögerungen. Diesen Missstand prangert ein gemeinsamer Jahresbericht der Vereinten Nationen an.

Die Zahl der weltweit Hungernden sei wieder auf das Niveau von vor zehn Jahren angestiegen und es müsse dringend mehr getan werden, um das Ziel einer nachhaltigen Entwicklung zum „Null-Hunger“ bis 2030 zu erreichen.

In Südamerika und den meisten Teilen Afrikas verschlechtere sich die Lage, während sich die Zahl der Unterernährten in Asien verringert habe. Schlüsselfaktoren für die Verschlechterung seien vor allem Klimaveränderungen und Extreme wie Dürren und Überschwemmungen. Mit Anstieg der Temperaturen müsse der Fokus darauf liegen Weizen, Reis oder Mais in tropischen und gemäßigten Regionen klimaresistent anzubauen.

Im Zeitraum von 2011-2016 seien die Temperaturanomalien auf den landwirtschaftlich genutzten Flächen extrem gewesen, Regenzeiten hätten sich verschoben und so die Produktion und Verfügbarkeit von Nahrungsmitteln stark verringert. Erschreckend, so der Bericht, dass in Asien fast jedes zehnte Kind unter fünf Jahren unterernährt sei, während dies in Lateinamerika nur für ein Kind unter 100 gelte. Besonders beschämend sei die Tatsache, dass man die Anämie bei Frauen im gebärfähigen Alter weltweit nicht habe eindämmen können: Weiterhin leide jede dritte Frau an Blutarmut mit erheblichen gesundheitlichen Folgen.

 

Fettleibigkeit auf dem Vormarsch

 Fettleibigkeit bei Erwachsenen nehme hingegen immer mehr zu; mehr als jeder Achte Erwachsene auf der Welt sei betroffen: Besonders Nordamerika, aber auch Afrika und Asien verzeichneten einen Aufwärtstrend. Schlechter Zugang zu gesunder Nahrung wegen zu hoher Preise und eine generelle Ernährungsunsicherheit seien hier ausschlaggebend. 

 

Appell, jetzt zu handeln

Der Bericht verlangt mehr Maßnahmen, um den Zugang zu nahrhaften Lebensmitteln vor allem für die Schwächsten zu gewährleisten: Säuglinge, Kinder unter fünf Jahren, Schulkinder, Mädchen und Frauen im Teenageralter. Der Bericht fordert auch mehr Anstrengungen, auf den Klimawandel zu reagieren, um die Auswirkungen auf die Nahrungsmittelproduktion zu verringern.

In dem gemeinsamen Vorwort der Ernährungs- und Landwirtschaftsorganisation der Vereinten Nationen (FAO), des internationalen Fonds für landwirtschaftliche Entwicklung (IFAD), des Kinderhilfswerks der Vereinten Nationen (UNICEF), des Welternährungsprogramms (WFP) und der Weltgesundheitsorganisation (WHO) heißt es, die alarmierenden Anzeichen der verschärften Ernährungsunsicherheit seien eine klare Warnung, wie viel noch zu tun sei, wenn man eine Welt ohne Hunger und Unterernährung schaffen wolle.  (vn11)

 

 

 

 

Historischer Entscheid für Verlagshäuser: EU-Parlament stimmt für eine Verschärfung des Urheberrechts

 

Das Zittern der Verlage hat ein Ende: Das EU-Parlament hat heute über die Reform des europäischen Urheberrechts abgestimmt. Dieses soll verschärft werden und den Verlegern mehr Rechte bringen. In den vergangenen Monaten hatte die Abstimmung heftige Lobbyisten-Kämpfe ausgelöst. Im Juli wies das Europaparlament die Pläne zunächst mit knapper Mehrheit ab. Die Vorschläge wurden daraufhin überarbeitet.

Nun hat das Europaparlament die heftig umstrittene Anpassung des Urheberrechts an das Internet-Zeitalter gebilligt und sich auf eine gemeinsame Position inklusive des Leistungsschutzrechts für Presseverleger geeinigt.

Damit werden Internet-Unternehmen wie Facebook und Google verpflichtet, Medien und Kulturschaffende zu vergüten, wenn sie deren Werke anbieten. Zeitungsverlage, Autoren, Plattenfirmen und andere Rechteinhaber sollen mehr vom Kuchen der großen Internet-Unternehmen abbekommen. Konkret heißt das: Plattformen wie Google News dürften künftig nicht mehr ohne Weiteres Überschriften oder Ausschnitte von Pressetexten anzeigen. Sie bräuchten eine Erlaubnis der Verlage und müssten gegebenenfalls dafür zahlen.

Für jede Verletzung des Urheberrechts sollen die Firmen zudem haftbar gemacht werden. Auf die explizite Einführung von Upload-Filtern verzichtet der Vorschlag, der am Mittwoch vom Parlament angenommen wurde. Sie waren immer wieder Anlass für Kritik.

Der verantwortliche Berichterstatter Axel Voss (CDU) kann nun in die Verhandlungen mit den Mitgliedstaaten treten. 438 Abgeordnete stimmten für die Aufnahme der Gespräche zwischen EU-Parlament, dem Rat und der EU-Kommission. 226 stellten sich gegen die Reform. Kritiker sehen durch die Vorschläge das freie Internet bedroht.  (EA/dpa 12)

 

 

 

EU-Afrika-Gipfel im Dezember

 

Wenn die Rede auf Afrika kommt, wird gerne von der Notwendigkeit eines Marshall-Plans gesprochen. Um vom Reden zum Handeln zu kommen, plant die österreichische Ratspräsidentschaft nun einen Afrika-Gipfel.

Dass die Bevölkerungsentwicklung in Afrika zu einer großen Herausforderung für die EU wird, steht lange fest. Bis zur Mitte des Jahrhunderts wird die Bevölkerung dieses Kontinents Prognosen zufolge auf zwei Milliarden Menschen anwachsen. Bis zum Ende des 21. Jahrhunderts könnten es sogar vier Milliarden sein. Für Bundeskanzler Sebastian Kurz sind diese Zahlen, aber auch die gesamte aktuelle Entwicklung auf dem Kontinent Anlass, „enger mit den afrikanischen Staaten zusammenarbeiten“. Dabei gehe es nicht nur um die klassische Hilfe vor Ort, sondern auch um „die langfristige wirtschaftliche Kooperation in Zukunftsbereichen.“ Nicht zuletzt eine Antwort auf das verstärkte Engagement Chinas, das sich auf dem so genannten schwarzen Kontinent Einfluss sichern will.

22 Millionen Flüchtlinge rund um Europa

Kurz hat daher überraschend angekündigt, im Dezember in Wien gemeinsam mit Ruandas Präsident Paul Kagame einen Afrika-Gipfel anzuberaumen. Hochrangige Vertreter aus Politik und Wirtschaft sollen bei dieser Gelegenheit nicht nur die Entwicklungszusammenarbeit generell sondern auch Themen wie Innovation und Digitalisierung diskutieren.

Österreichs Bundeskanzler plädiert für ein Umdenken innerhalb der EU, insbesondere für eine stärkere Kultur des Miteinanders. Eine Leitlinie für die laufende Ratspräsidentschaft.

„Die Herausforderungen lassen sich nur mit einer Partnerschaft bewältigen“, so Kurz. Die EU müsse daher eine verbesserte, zeitgemäße, faire und nachhaltige Strategie für Afrika entwickeln und vor allem die wirtschaftliche Entwicklung unterstützen, um Arbeitsplätze und Perspektiven zu schaffen.

Dabei spielt der Flüchtlingsdruck aus Afrika eine wichtige Rolle. So hat EU-Nachbarschaftskommissar Johannes Hahn vor Kurzem zum wiederholten Male vor einer neuen Zuspitzung der Flüchtlingskrise gewarnt: „Es gibt rund um Europa eine Situation, wo wir insgesamt 22 Millionen Flüchtlinge haben, wo jederzeit das Risiko besteht, dass sie den Weg nach Europa suchen.“ Einmal mehr verlangte er daher, dass die EU Sicherheit exportiere, weil der Schutz der Außengrenzen weit vor diesen beginne. Einer der Gründe für die Migration sei nämlich, dass das Gefälle im Wohlstandsniveau zwischen Europa und seiner unmittelbaren Nachbarschaft „gigantisch groß“ ist.

Kurz reist zu Sánchez, Macron und Merkel

Zur Vorbereitung des informellen EU-Gipfels am 19. und 20. September in Salzburg, bei dem ein „Migrations-Paket“ geschnürt werden soll, reist der Bundeskanzler in seiner Funktion als EU-Ratsvorsitzender in den nächsten Tagen nach Madrid (12.9.), Berlin (16.9.) und Paris (17.9.). Mit den dort ansässigen Staatschefs wird er zusammenkommen, um bereits im Voraus eine gemeinsame Strategie festzulegen. Ein Erfolg des Salzburg-Gipfels wird in der EU als wichtige Basis für die nächstjährigen EU-Parlamentswahlen gesehen, um den Populisten den Wind aus den Segeln zu nehmen.

Zwischen Anfang Juli und Ende August  gaben sich europäische Staatschefs auf dem afrikanischen Kontinent die Klinke in die Hand. Von Emmanuel Macron, Theresa May bis Angela Merkel – Versprechen für eine bessere wirtschaftliche Zusammenarbeit hatten sie alle im Gepäck. Doch …

In Salzburg wird es, wie EURACTIV aus dem österreichischen Kanzleramt erfuhr, vor allem um weitere Fortschritte bei der Umsetzung der beim Europäischen Rat im Juni beschlossenen Trendwende in der Migrationspolitik sowie den dazu erwarteten Vorschlägen der Kommission gehen. Das betrifft vor allem den besseren Schutz der Außengrenzen, die Bekämpfung der illegalen Migration, die effizientere Rückführung sowie effizientere Hilfe vor Ort.

Zudem wird eine Diskussion zum weiteren Brexit-Fahrplan sowie den noch offenen Fragen des Austrittsabkommens mit Großbritannien und damit dem zukünftigen Verhältnis zwischen der EU und dem Vereinigten Königreich auf der Tagesordnung stehen. Herbert Vytiska, EA 11

 

 

 

„Migration nicht das alles entscheidende Thema“

 

Christian Krell in Stockholm über den Wahlausgang in Schweden und die Strategie der Sozialdemokraten. Von Christian Krell

 

Die ganz große Zäsur ist bei der Parlamentswahl in Schweden zwar ausgeblieben, doch das Land ist weiter nach rechts gerückt. Die Schwedendemokraten haben die traditionelle Blockpolitik ausgehebelt. Bislang wurden die Rechtspopulisten von anderen Parteien als Koalitionspartner ausgeschlossen. Wird sich daran jetzt etwas ändern?

Zunächst muss man sagen: Die Sozialdemokraten sind nach wie vor die stärkste Partei in Schweden und haben mit 28,4 Prozent ein deutlich besseres Ergebnis als in allen Umfragen vorhergesagt wurde. Sie liegen knapp zehn Prozent vor der zweitgrößten Partei, den konservativen Moderaten. Trotzdem kommt das traditionell starke Blockdenken jetzt wohl zum Ende. Weder Progressive noch Konservative haben eine eigene Mehrheit und eine Minderheitsregierung scheint unwahrscheinlich. Der sozialdemokratische Ministerpräsident Löfven versucht nun, Mehrheiten über die Blockgrenzen hinweg zu finden.

Sollte das scheitern - können die Schwedendemokraten zur tragenden Säule einer konservativen Minderheitsregierung werden?

Das kann passieren. Der konservative Block in Schweden hat nur dann eine Chance den Ministerpräsidenten zu stellen, wenn sie sich von den Rechtspopulisten tolerieren lassen. Wenn das passiert werden wir wahrscheinlich eine sehr instabile Regierung erleben, bei der die Schwedendemokraten die Konservativen vor sich hertreiben werden.

Die Sozialdemokraten haben ihr schlechtestes Ergebnis seit 100 Jahren eingefahren. Dabei war die rot-grüne Regierungsbilanz durchaus positiv. Die Arbeitslosigkeit ist gesunken, wirtschaftlich steht das Land sehr gut da. Woher kommt das Maß an Unzufriedenheit mit den Sozialdemokraten? 

Um das zu verstehen, muss man mit dem manchmal etwas verklärten Schweden-Bild der Deutschen brechen. Auch in Schweden gab es einen deutlichen Abbau des Sozialstaates seit den 1990er Jahren. Die Spaltung der Gesellschaft hat deutlich zugenommen. Der Unterschied in der Lebenserwartung  zwischen dem ärmsten und dem reichsten Teil der Bevölkerung liegt in Stockholm bei 16 Jahren. Unbefristete und atypische Verträge nehmen zu, der Zugang zum Gesundheitssystem wird als schwierig wahrgenommen, die Infrastruktur im ländlichen Raum ist wachsend ein Problem. In diesem Klima der Spaltung, Angst und Verunsicherung gedeiht der Rechtspopulismus mit einfachen Antworten.

Haben die Sozialdemokraten im Wahlkampf auf die falschen Themen gesetzt?

Nein, zumindest nicht in der Schlussphase. Die Sozialdemokraten haben einen Mix aus klassisch-sozialdemokratischen Themen wie Arbeit, Wohnen, Gesundheit und Bildung einerseits und Verschärfung im Migrationsbereich und Law and Order andererseits gesetzt. Nachdem sie im Mai eine deutliche Verschärfung der Migrationspolitik erklärt haben sind die Zustimmungswerte für die rechtspopulistischen Schwedendemokraten nach oben geschnellt. Es war quasi wie eine Bestätigung für die Rechtspopulisten in dem Sinne: Wir haben es ja immer schon gesagt. In der Schlussphase des Wahlkampfs haben die Sozialdemokraten dann sehr auf die Sicherung und den Ausbau des Sozialstaats gesetzt und damit gepunktet und übrigens auch ihre eigenen Mitglieder noch einmal richtig mobilisiert. Das zeigt, dass Migration eben nicht das alles entscheidende Thema ist. 

Wie verlief diese Mobilisierung? Welche technischen Besonderheiten gab es?

Beeindruckend war die App der Sozialdemokraten, mit denen sie Wählerinnen und Wähler angesprochen haben. Mit sehr einfachen Mitteln konnte sich hier jeder unkompliziert in der Wahlkampagne engagieren. Nach allem was wir wissen hat das in der Schlussmobilisierung den Sozialdemokraten einen ordentlichen Schub gegeben.

Welche Rückschlüsse sollten die Sozialdemokraten in Europa aus der Wahl in Schweden ziehen, auch im Umgang mit Rechtspopulisten?

Erstens: Das Übernehmen der Positionen des Rechtspopulisten bringt nichts, das stärkt sie nur. Zweitens hilft es nicht, die Rechtspopulisten auszugrenzen und nur als Faschisten zu bezeichnen. Das hilft ihnen dabei, sich als Opfer zu inszenieren. Drittens hilft, sich nicht in die Enge treiben zu lassen und nur über ein Thema zu reden, die Migration, sondern Lösungen für klassisch-sozialdemokratische Aufgaben anzubieten: Arbeit, Bildung, Soziales, auch Familie und mehr Zeit für die Familie.  Die Fragen stellte Joanna Itzek IPG 11

 

 

 

Unbeugsam und ausdauernd. Michelle Bachelet, die neue UN-Menschenrechtskommissarin

 

Sie hat Flucht und Folter am eigenen Leib erfahren. Als Präsidentin setzte sie umfangreiche Sozialprogramme um und ebnete den Weg für die Aufarbeitung der Verbrechen der Pinochet-Diktatur. Nun sind Menschenrechte offiziell ihr wichtigstes Anliegen. Von Susann Kreutzmann

 

Michelle Bachelet hat Folter am eigenen Leib erfahren und weiß, wie es sich anfühlt, in einer Unrechtsherrschaft zu leben. Seit ihrer Erfahrung während der Militärdiktatur in ihrer Heimat Chile (1973-1990) in jungen Jahren setzt sich die frühere Präsidentin ihres Landes für Menschenrechte ein. Seit September 2018 ist die 66-jährige Sozialistin UN-Menschenrechtskommissarin und damit oberste Kämpferin gegen Unterdrückung und Willkür bei den Vereinten Nationen. Sie löst damit den jordanischen Prinzen Seid Ra’ad Al-Hussein ab, der nach vier Jahren aus dem Amt scheidet.

Bachelets Vater wurde von den Schergen des Regimes von Augusto Pinochet zu Tode gefoltert. Sie und ihre Mutter mussten in die ehemalige DDR fliehen. Unbeugsam und beharrlich hat sie in den vergangenen Jahren die Aufarbeitung der Diktaturverbrechen in Chile vorangetrieben und sich damit weltweit Respekt erarbeitet.

Ungewöhnliche Karriere

Michelle Bachelet steht für eine der ungewöhnlichsten Karrieren in Lateinamerika. Fünf Jahre lebte sie in der ehemaligen DDR im Exil und brachte dort ihr erstes von drei Kindern zur Welt. An der Berliner Humboldt-Universität studierte sie Medizin, ehe sie 1979 noch vor Ende der Diktatur nach Chile zurückkehrte, um als Kinderärztin zu arbeiten.

2002 wurde sie Gesundheitsministerin. Zwei Jahre später übernahm sie als erste Frau das Verteidigungsressort – eine Sensation in dem zutiefst von der Militärdiktatur geprägten Land. 2006 wurde Bachelet, die stets freundlich aber bestimmt auftritt, die erste gewählte Präsidentin in Lateinamerika. „Politik ist wie Medizin, aber in einem größeren Maßstab“, sagt sie rückblickend. Sie habe sich immer vom Wunsch leiten lassen, etwas für die Allgemeinheit zu tun.

Zu früh für Versöhnung

Die Erfahrungen als junge Frau durch die Diktatur haben diesen Wunsch mitgeprägt. Bachelet und ihre Mutter wurden nach der Festnahme des Vaters, einem bekannten Luftwaffengeneral der eine Mitwirkung am Putsch verweigert hatte, von der Geheimpolizei verschleppt. Im Folterzentrum Villa Grimaldi wurden sie misshandelt und konnten nur mit internationaler Hilfe fliehen. Mehr als 3.000 Menschen wurden während der Diktatur ermordet oder gelten bis heute als vermisst. 40.000 Menschen wurden aus politischen Gründen inhaftiert.

Als Verteidigungsministerin zeigte Bachelet ruhiges Selbstbewusstsein und zwingt dem Militär demokratische Reformen auf. Den Begriff der Versöhnung benutzt sie allerdings bis heute nicht. Das sei zu früh für viele Opferfamilien, sagt sie. Bachelet bevorzugt das spanische Wort „reencuentro“ – Wiederbegegnung, der Versuch eines vorsichtigen Aufeinanderzugehens.

Wendepunkt in Chile

Die erste Präsidentschaft Bachelets (2006-2010) gilt als Wendepunkt in der chilenischen Geschichte. Sie setzte Verbesserungen im staatlichen Gesundheitswesen um, brachte Sozialprogramme für arme Familien auf den Weg und begann eine Kampagne gegen Analphabetismus. Auch die Wirtschaft florierte und wuchs teilweise im zweistelligen Bereich. Bachelet, die volksnah und reformfreudig auftritt, war eine populäre Staatschefin.

2009 weihte Bachelet das Menschenrechtsmuseum in der Hauptstadt Santiago ein, das die Verbrechen der Pinochet-Diktatur dokumentiert und eine Erinnerungsstätte für die Opfer ist. Es war ihr ganz persönliches Projekt. Bachelet schied mit hohen Sympathiewerten aus dem Präsidentenamt – eine zweite darauffolgende Amtszeit erlaubt die chilenische Verfassung nicht.

Die Entschuldigung

2014 gelang ihr allerdings ein weiterer Wahlsieg. Doch ihre zweite Amtszeit (2014-2018) gestaltete sich schwieriger. Ein Korruptionsskandal in ihrer eigenen Familie kostete sie Sympathien und warf einen Schatten auf ihre Erfolge wie eine Gesundheitsreform und eine weitgehende Abschaffung von Studiengebühren. Kurz vor Ende ihrer Amtszeit brachte Bachelet in dem erzkatholischen Chile noch ein Gesetz zur Einführung der Homo-Ehe auf den Weg, das auch Adoptionsrecht für gleichgeschlechtliche Paar umfasst. Es war eines ihrer Wahlversprechen.

Wenige Wochen vor dem Ende ihrer Präsidentschaft ging sie noch einen weiteren wichtigen Schritt. Sie entschuldigte sich im Namen des chilenischen Staates für das Unrecht, das dem Volk der Mapuche zugefügt wurde. Zugleich stellte sie ein Programm vor, das die Rechte der Ureinwohner schützen soll. Damit ging Bachelet auf ihre Kritiker zu. Denn die Kritik, sie tue zu wenig zum Schutz der Mapuche, begleitete sie während ihrer gesamten Amtszeit. (epd/mig 11)

 

 

 

 

UNO/Vatikan: Migration und Wassermangel hängen zusammen

 

Fluchtgrund Wasser: Immer mehr Menschen verlassen ihr Heimatland, weil sie dort keinen Zugang zu sauberem Wasser haben. Darauf hat der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, Erzbischof Ivan Jurkovi, hingewiesen. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Der Vatikanvertreter äußerte sich bei der 39. Tagung des Menschenrechtsrates über das Recht auf Wasser. Jeder Mensch habe ein unveräußerliches Recht auf Wasser, aber auch die Verantwortung, es nicht zu verschwenden, hob der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen hervor. Eine gerechte Verteilung und einen uneingeschränkten Zugang zu den Wasserressourcen seien notwendig, denn Wasser sei „nicht nur ein soziales und kulturelles, sondern auch ein wirtschaftliches Gut“. Das bedeute nicht, dass die wirtschaftliche Frage Vorrang habe. Im Gegenteil, es gelte zuerst das Menschenrecht auf Wasser zu beachten, betont der Erzbischof. Weiter erläuterte er, dass man nicht den Zugang zu Wasser als Druckmittel gegenüber Mitmenschen benützen dürfe. Jeder habe das Recht, frei und ohne Nachteile auf Wasser zuzugreifen.

Erzbischof Jurkoviv wies auf die Papstenzyklika „Laudato si“ hin. „Wir brauchen dringend gemeinsame Projekte und konkrete Gesten, die gegen jegliche Privatisierung des Trinkwasser gerichtet sind, da jeder Nachteil des Menschenrechts auf Zugang zu diesem Gut unannehmbar ist.“

“ Man muss bei den Migrationsfragen auch die Bedeutung von Wasserzugang berücksichtigen. ”

 

Erzbischof Jurkovic teilte die Sorge des UN-Sonderberichterstatters über die Anwendung der Menschenrechtssituation auf Wasser und sanitäre Einrichtungen. Es sei wichtig, „zu jeder Zeit, also vor, während und nach Notfallsituationen, sowie während Entwicklungsprojekten und in anderen Situationen, die zu Zwangsvertreibungen führen können, den Zugang zu Wasser zu garantieren“. Es sei notwendig, dass „die Migrationsfragen auch die Bedeutung von Wasserzugang berücksichtigen“, denn viele seien gerade deswegen auf der Flucht.

Zum Nachhören

Um die Wassersicherheit für alle zu gewährleisten, müsse es eine „globale Wasserpolitik“ geben, die beide großen Phänomene dieser Zeit berücksichtige, also Migration und Klimawandel. Eine solche „Wasserpolitik“ müsse die Bedeutung der Migration für die Entwicklung und ihren lebensrettenden Zweck erkennen, so der Erzbischof. Migration an sich sei zwar nicht in der Lage, das Probleme der Wasserverfügbarkeit zu lösen, sie könne aber sehr wohl „Teil der Lösung sein“. Denn Migranten könnten helfen, in ihren Gastländern auf das Problem hinzuweisen und einen korrekten Umgang mit diesem Gut anzustreben, erklärte Jurkovic.

Der Appell von Papst Franziskus bezüglich Wasser erinnere daran, dass „die heikelsten Fragen unserer Zeit, wie die der Migration, des Klimawandels und des Rechts aller auf die Grundnahrungsmittel, mit großzügiger und vorausschauender Verantwortung und im Geiste der Zusammenarbeit, insbesondere zwischen den Ländern, die am fähigsten sind zu helfen, angegangen werden sollen“, schloss der vatikanische Diplomat seinen Redebeitrag ab. (vn 11)

 

 

 

Angela Merkel. Keine Entschuldigung für Hetze und Nazi-Parolen

 

In der Debatte über den Kanzleramtsetat im Bundestag wurde es unter dem Eindruck von Chemnitz hitzig. Viele Redner forderten Zusammenhalt der Demokraten gegen Ausgrenzung und Gewalt. In der Kritik standen auch AfD und Verfassungsschutz-Präsident Maaßen.

Die Diskussion um die Ereignisse in Chemnitz und Köthen hat am Mittwoch die traditionelle Generalaussprache zum Haushalt im Bundestag mitbestimmt. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) forderte eine Absage an Hass und Gewalt und warnte vor einer Bagatellisierung rechtsextremer Ausschreitungen.

Straftaten von Asylbewerbern müssten aufgeklärt und bestraft werden, sagte Merkel. Das sei aber „keine Entschuldigung und Begründung für Hetze, zum Teil Anwendung von Gewalt, Nazi-Parolen, Anfeindung von Menschen, die anders aussehen, die ein jüdisches Restaurant besitzen, Angriffe auf Polizisten“. AfD-Fraktionschef Alexander Gauland hatte der Regierung zuvor vorgeworfen, die Demonstrationen, bei denen unter anderem offen der Hitlergruß gezeigt wurde, zu verunglimpfen. Damit löste er emotionale Reaktionen im Parlament aus.

Kein Rabatt bei der Menschenwürde

Merkel sagte, es dürfe bei der Achtung der Menschenwürde keinen Rabatt geben, „für niemanden“, sagte Merkel. „Deshalb führen Legitimierungen in die Irre“, sagte sie. Gauland hatte als erster Redner gesagt, es habe in Chemnitz „ein paar aggressive Hohlköpfe“ gegeben. Sie könnten das Anliegen der Mehrheit der Demonstranten aber nicht delegitimieren. Gleichzeitig äußerte er Verständnis für die Sorge um die Sicherheit durch Straftaten von Ausländern und warf der Regierung vor, zu wenig dagegen zu unternehmen. „Dann ist eben Schluss mit der Geduld“, sagte der Parteichef.

Die Rede, in der Gauland ausschließlich auf das Thema Migration und die Ereignisse der letzten Wochen einging, provozierte eine heftige Intervention des SPD-Abgeordneten Martin Schulz. „Die Reduzierung komplexer politischer Sachverhalte auf ein einziges Thema, in der Regel bezogen auf eine Minderheit im Land, ist ein tradiertes Mittel des Faschismus“, antwortete der SPD-Kanzlerkandidat bei der vergangenen Bundestagswahl auf Gauland und erhielt dafür stehenden Applaus: „Es ist Zeit, dass die Demokratie sich gegen diese Leute wehrt“, mahnte Schulz.

Merkel: Juden und Muslime gehören zur Gesellschaft

Auch Politiker anderer Fraktionen beschworen in ihren Reden den Zusammenhalt der demokratischen Kräfte im Parlament. Man müsse zusammenstehen „gegen die Antidemokraten, gegen die Antisemiten, gegen die Rechtsradikalen“, sagte Grünen-Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt. Die AfD bezeichnete sie als „parlamentarischen Arm“ dieser Extreme. Die AfD stelle die Legitimation des demokratischen Systems infrage, sagte auch FDP-Fraktionschef Christian Lindner.

Merkel sagte, sie werde nicht zulassen, „dass klammheimlich ganze Gruppen in unserer Gesellschaft ausgegrenzt werden“. Juden und Muslime gehörten genauso wie Christen und Atheisten zur Gesellschaft. Die Frage, ob darüber Konsens besteht, „die entscheidet über unseren gesellschaftlichen Zusammenhalt“.

Linke fordern Rücktritt von Maaßen

Auf die umstrittenen Äußerungen von Verfassungsschutzpräsident Hans-Georg Maaßen, der die Echtheit eines Videos über die Ereignisse in Chemnitz angezweifelt und den Vorwurf „gezielter Falschinformation“ in den Raum gestellt hatte, ging Merkel nicht ein. Die Äußerungen sollten am Mittwoch das Parlamentarische Kontrollgremium und den Innenausschuss des Bundestags beschäftigen.

Der Fraktionsvorsitzende der Linken, Dietmar Bartsch, forderte den Rücktritt Maaßens. Die SPD-Fraktionsvorsitzende Andrea Nahles übte heftige Kritik an dem Behördenchef. Maaßen sei nach der Aufdeckung der rechten Terrorgruppe NSU eingesetzt worden, um den Verfassungsschutz besser gegen rechte Verfassungsfeinde aufzustellen – „mit begrenztem Erfolg“, sagte sie. Göring-Eckardt sagte mit Blick auf Berichte über Gespräche zwischen Maaßen und führenden AfD-Politikern, man wisse nicht so genau, ob der Verfassungsschutzchef „rechtsaußen beobachtet oder coacht“. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Krieg der Likes

 

Peter W. Singer erklärt, wie sich die Schlachten der Zukunft entscheiden und warum wir alle zur Waffe werden. Von Peter W. Singer

 

In Ihrem in Kürze erscheinenden Buch „LikeWar“ beschäftigen Sie sich damit, wie die sozialen Medien zu Waffen werden, und erörtern, wie das Internet Krieg und Politik verändert. Können Sie den wichtigsten Trend beschreiben?

Vor etwa 25 Jahren entdeckten Forscher den sogenannten „Cyberwar“. Computernetzwerke entstanden gerade erst und gewannen rasch an Bedeutung. Sie wurden zunehmend gehackt – der Cyberwar. Jetzt wird uns allmählich klar, dass dieser Krieg einen Zwilling hat. Ich nenne ihn „LikeWar“. Hier sind es die Informationen und die Menschen in den Netzwerken, die gehackt werden. Mein Buch beginnt mit einigen frühen Beispielen, zuvor undenkbaren Vorgängen, die das Ergebnis dieser Veränderung sind: von Donald Trumps erstem Tweet über einen Hashtag des IS, der bei der Eroberung Mosuls half, indem er eine Truppenstärke der Terrormiliz suggerierte, die es in der Realität nicht gab und so Panik bei den Verteidigern auslöste bis hin zu einem YouTube-Video von Chicagoer Gangstern, das einen Bandenkrieg nach sich zog. Es scheint, als hätten all‘ diese Beispiele wenig miteinander zu tun. Aber sie alle veranschaulichen, wie sehr die sozialen Medien Nachrichten, Politik und Krieg beeinflussen. LikeWar hat alles verändert – angefangen davon, was man tun muss, um zu „gewinnen“ bis hin zu unseren Ansichten über die wichtigsten Probleme in der Welt. Und das ist erst der Anfang. Alles, was wir in den letzten Jahren erlebt haben, ist nur ein Vorgeschmack dessen, was noch auf uns zukommen wird.

Sie argumentieren, dass nicht nur das Internet Kriege verändert habe, sondern Kriege auch das Internet verändern. Können Sie kurz ausführen, was da passiert?

Das Internet, einst ein lockerer und luftiger Raum für persönliche Kontakte, hat sich in ein Nervensystem des modernen Handels verwandelt. Zudem ist es zu einem Schlachtfeld mutiert, auf dem die Informationen selbst zur Waffe geworden sind.

So wesentlich, wie das Internet für die Wirtschaft und das Sozialleben geworden ist, so unabdingbar ist es jetzt für das Militär, für demokratische wie autoritäre Regierungen, für Aktivisten sowie für Spione und Soldaten. Sie alle nutzen es, um Kriege zu führen und Kampagnen zu fahren, die keine klaren Grenzen haben. Und bemerkenswerter Weise bedienen sich alle derselben Taktiken: Sie haben es alle auf uns abgesehen. Mit anderen Worten: Die ranghöchsten Rekrutierer des IS und Taylor Swift arbeiten auf haargenau die gleiche Weise und sind auf der Jagd nach genau demselben Publikum!

Welche Rolle spielen große Technologieunternehmen wie Facebook und You Tube im LikeWar? Welchen Einfluss haben sie?

LikeWar bedeutet auch, dass sich die Rolle dieser Unternehmen, die das Internet bestimmen, verändert hat. Sie verbinden uns nicht mehr nur, sie legen jetzt zudem die Regeln des Online-Krieges fest. Das beeinflusst alles, nicht zuletzt auch den Ausgang von Wahlen und Schlachten. You Tube beispielsweise wurde ursprünglich von der Idee inspiriert, ein Bild von Janet Jacksons Brustwarze zu ergattern. Es war die Möglichkeit, unter Umgehung der Zensur Videos zu teilen. Jetzt muss sich das Unternehmen damit beschäftigen, wie es alles Erdenkliche durch Reglementierungen bändigen kann – von Neonazis bis hin zu russischen Informationsoperationen. Die Folgen der Entscheidungen einer kleinen Zahl von Menschen könnten kaum gewaltiger sein. Hätte Mark Zuckerberg beispielsweise Reformen bei Facebook schon 2016 eingeführt und nicht erst 2018, als der Schaden schon angerichtet war, würde heute vermutlich jemand anders das Amt des US-Präsidenten bekleiden. Das Brexit-Votum wäre möglicherweise anders ausgefallen in einer Welt, in der Bots verboten und die Algorithmen die Nachrichten anders steuern würden. Verschiedene Terroranschläge wären nicht passiert, je nachdem, welcher Nachrichtenaustausch gerade zugelassen war oder nicht.

Unter welchen Voraussetzungen kann man in dieser Umgebung „gewinnen“? Haben staatlich gelenkte Ansätze, wie sie in vielen autoritären Staaten praktiziert werden, einen Vorteil gegenüber den privat geführten Modellen aus der westlichen Welt im Stile des Silicon Valley?

Um im LikeWar zu gewinnen, muss man seine Botschaft viral gehen lassen, d.h. ihr schnell weite Verbreitung im Internet verschaffen. Dies gilt für eine Wahl, eine Schlacht oder im Marketingkrieg für ein neues Album gleichermaßen. Denn Beachtung schafft Macht und setzt Agenden.

Es gibt zahllose Wege, dieses Ziel zu erreichen und dabei die Kontrolle zu behalten. Während die Pioniere des Internet noch behaupteten, das Internet würde uns alle befreien, ist es Regierungen und Firmen gelungen, diese einst befreiende Kraft der Social-Media-Revolution vor den eigenen Karren zu spannen und zum eigenen Vorteil zu nutzen.

Es gibt Modelle der alten Schule, etwa in der Türkei, wo aus Social-Media-Aktivitäten wichtige Informationen über Dissidenten extrahiert und system-kritische Inhalte blockiert werden, die sich ansonsten rasant im World-Wide-Web verbreiten würden. Darüber hinaus gibt es Möglichkeiten, wie sie in China existieren. Dort wird ein sogenanntes Sozialkredit-System aufgebaut, bei dem verschiedene „Bürgerdaten“ gespeichert werden - von Online-Kommentaren über die Performance im Job bis hin zur Zeit, die man mit Computerspielen verbringt. Auf dieser Basis wird ein Punktesystem erstellt, das die „Vertrauenswürdigkeit“ der Person bewertet. Der Punktestand entscheidet wiederum über vieles, z.B. über Erwerbsaussichten und kann selbst in der Partnervermittlung wirksam werden. Das Faszinierende ist, dass im Westen mit „Big Data“ dieselbe riesige Datenmenge gesammelt wird, diese aber in den Händen einer kleinen Zahl von Unternehmen ist, die daraus Profit für sich selbst schlagen.

Ist die Bedrohung, die angeblich von sozialen Medien als Waffen ausgeht, nicht etwas überzeichnet? Gab es seinerzeit nicht ähnliche Bedenken, als die Druckerpresse aufkam? Was bedeutet es, wenn Viralität den Wahrheitsgehalt in den Schatten stellt? Und ist die Wahrheit in Kriegszeiten nicht schon immer auf der Strecke geblieben?

Na ja, ich würde das Gegenteil behaupten. Die Druckerpresse war historisch eine Riesensache. Sie hat so vieles mit sich gebracht und befeuert: von Massenliteratur über Martin Luther und die Reformation bis hin zum Dreißigjährigen Krieg. Und nicht zuletzt hat die Druckerpresse auch das Nachrichtengeschäft ins Leben gerufen. Statt zu übertreiben, wie sehr diese Erfindung die Welt veränderte, neigen wir eher dazu, ihre Bedeutung herunterzuspielen. Und nun erleben wir zu unseren Lebzeiten genauso eine wirkungsmächtige Neuerung: Eine neue Kommunikationstechnologie, die nicht nur unser Sozialleben prägt, sondern auch unser Wahlverhalten und unsere Kriegsführung beeinflusst.

Also ja, wir sehen ein Muster, das einen Teil der Vergangenheit widerspiegelt, und zwar einen mit einer enormen historischen Bedeutung. Es stimmt, dass die Wahrheit in Kriegszeiten auch früher oftmals auf der Strecke blieb. Aber es kommen jetzt gefährliche Entwicklungen dazu: von „alternativen Fakten“, wie Trumps Berater das Konzept nannten (was buchstäblich ein Angriff auf die Vorstellung von Wahrheit selbst ist) bis hin zu „Deepfakes“, die das Reale und Gefälschte auf eine Art und Weise verschmelzen, dass man überhaupt nicht mehr weiß, was echt und was gefälscht ist. Um die Kontrolle zu behalten, greifen das Militär und Marketingfirmen auf noch mehr künstliche Intelligenz zurück.

Was kann man dagegen tun – auf politischer und individueller Ebene? Was können Durchschnittsbürger tun, um auf diesem neuen Online-Schlachtfeld nicht zu Bauernopfern zu werden?

Wie bei allen Problemen in der realen Welt gibt es auch hier nicht eine einzelne Lösung. Wir müssen uns von der Regierungsebene, der Wirtschaft und der Öffentlichkeit her annähern. Für Regierungen heißt das: Genau wie sie in den letzten Jahrzehnten Maßnahmen ergriffen haben, als ihnen die von der Cyberwelt ausgehenden Gefahren bewusst wurden, müssen sie das jetzt mit dem LikeWar tun. Dabei sind die USA ein Beispiel dafür, was man genau NICHT tun sollte. Aber es gibt gute Beispiele wie Estland, das seine Menschen und seine Demokratie vor neuen externen und internen Gefahren schützt.

Die Unternehmen müssen sich klarmachen, dass ihre Erzeugnisse zu Schlachtfeldern geworden sind und dass sie mehr Verantwortung für den Schutz ihrer Kunden übernehmen müssen - also für uns und wir sollten das auch von ihnen einfordern. Außerdem dürfen sie nicht immer erst im Nachhinein reagieren. Sie müssen rechtzeitig Sorge dafür tragen, dass über ihre Netzwerke kein Unheil angerichtet wird, sei es durch Extremismus oder durch Operationen der Informationskriegführung. Sie können nicht länger Unwissenheit vorschützen.

Und schließlich müssen wir als Kunden und Bürger cleverer werden, insbesondere darin, wie wir uns in einer Welt voller „Likes“ und Lügen bewegen. Bei Kartenspielen gibt es den Spruch: Weiß man nicht, wer der Verlierer am Tisch ist, ist man es selbst. Zudem müssen wir selbst mehr Verantwortung für unsere eigene Rolle in all dem übernehmen. Man kann selbst bestimmen, ob über das eigene Netzwerk von Freunden und Familie Fakten oder Lügen, Hass oder Freundlichkeit verbreitet und anschließend über das Web in die Welt getragen werden. In LikeWar ist man, was man teilt, und das, was man teilt, zeigt, wer man ist. Die Fragen stellte Tobias Fella. IPG 7

 

 

 

Migrationsexpertin. Integration nur mit eigener Wohnung möglich

 

Ohne geeigneten Wohnraum ist Integration kaum möglich, ist Migrationsexpertin Julia Wellmann überzeugt. Flüchtlinge haben es bei der Wohnungssuche aber schwer. Die Expertin sieht Kommunen und Städte in der Pflicht. Von Lynn Osselmann

 

Flüchtlinge haben es nach Aussage der Migrationsexpertin Julia Wellmann bei der Wohnungssuche besonders schwer. Integration sei aber nur möglich, wenn ihnen geeigneter Wohnraum zur Verfügung gestellt werde, sagte die Koordinatorin des Kölner Projekts „Stärkung der Aktiven aus Migrantenorganisationen in der Flüchtlingsarbeit“ (samo.fa) dem „Evangelischen Pressedienst“. „Eigener Wohnraum ist die Voraussetzung dafür, anzukommen und sich zu Hause zu fühlen.“

Das bundesweite Modellprojekt „samo.fa“ wurde im April 2016 vom Bundesverband Netzwerke von Migrantenorganisationen ins Leben gerufen. Ziel ist es, die Flüchtlingshelfer vor Ort zu stärken und bundesweit miteinander vernetzen. Gefördert wird das Projekt von der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU).

Kommunen und Städte in der Pflicht

„Ohne die Hilfe von Ehrenamtlichen ist es für Geflüchtete oft schwer, eine eigene Wohnung zu finden“, sagte Wellmann. Flüchtlinge wendeten sich häufig an Organisationen, deren ehrenamtliche Helfer selbst ausländische Wurzeln haben. „Die Beschaffung von Wohnraum kann allerdings nicht die Aufgabe der Migrantenorganisationen und Ehrenamtlichen sein“, kritisierte die Sozialpädagogin. In der Pflicht sieht sie die Kommunen und Städte.

Das Thema Wohnraumknappheit betreffe nicht nur die Gruppe der Geflüchteten, betonte Wellmann. „Allerdings sind Geflüchtete diejenigen, die bei der Wohnungssuche schlechte Chancen haben.“ Gerade sie erfahren laut Wellmann bei der Wohnungssuche besonders oft Diskriminierung oder Nachteile. Wenn die Flüchtlinge schließlich eine Wohnung gefunden haben, ende die Herausforderung für sie nicht: „Erst dann beginnen die Integration im Stadtteil und der Aufbau eines Alltags.“

Neuanfang problematisch

Mit dem Einzug in die neue Wohnung können Wellmann zufolge auch Schwierigkeiten einhergehen. „Wenn Geflüchtete in einen ganz anderen Stadtteil ziehen, als sie ursprünglich untergebracht waren, kann es passieren, dass ihre Hilfsnetzwerke und Kontakte verloren gehen“, sagte Wellmann. Dazu zählten auch Betreuungs- und Beratungsangebote. „Damit wird es für die Helfenden zu einer Herausforderung, die Geflüchteten zu erreichen“, sagte die Sozialarbeiterin. Erfahrungen aus dem Projekt zeigten, dass ein kompletter Neuanfang zu Isolierung oder Vereinsamung führen könne.

Wellmann kommt zu dem Schluss, dass eine eigene Wohnung allein kein gelungenes Zusammenleben bewirke. Essenziell seien die Strukturen im Stadtteil: „Es muss Orte geben, an denen sich alle Bewohner des Stadtteils begegnen und austauschen können.“ (epd/mig 11)

 

 

 

Papst: „Migranten sind eine große Herausforderung für alle“

 

Die Armen, die ihr Zuhause verlassen und flüchten, sind besonders beängstigend für die Menschen, die in Wohlstand leben. Das sagt Papst Franziskus in einem Interview mit der italienischen Wirtschaftszeitung „Il Sole 24 Ore“, das an diesem Freitag erschienen ist. Er ging auch auf die Bedeutung einer würdevollen Arbeit für alle ein. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Ohne das Akzeptieren einer Gesellschaft in der Vielfalt, Solidarität und gegenseitiger Respekt herrschen, gebe es keine friedliche Zukunft für die Menschheit, so der Papst in seiner Antwort zur Migrationsfrage. Man dürfe nicht vergessen, was die Gründe seien, weshalb Menschen fliehen oder auswandern. „Die Hoffnung ist die treibende Kraft im Herzen derjenigen, die ihr Haus, ihr Land und manchmal sogar ihre Familienmitglieder oder Verwandte verlassen, um ein besseres Leben zu suchen, das für sich und ihre Lieben würdiger ist“, erläutert der Papst.

Es handele sich um eine Hoffnung, die „keine Tugend ist für Menschen mit vollem Magen“, fügte Franziskus an. Deshalb seien die Armen „die ersten Hoffnungsträger und die Protagonisten der Geschichte“.

“ Migranten müssen die Kultur und die Gesetze des Gastlandes respektieren ”

Ihm sei bewusst, dass der Integrationsprozess nicht einfach sei. Doch die Migranten seien sowohl für die Aufnahmeländer, als auch für die Betroffenen selber eine Herausforderung. Es gehe darum, sich mit den Ängsten der Menschen zu beschäftigen und sich zu fragen, wie man diese überwinden könne. „Migranten müssen die Kultur und die Gesetze des Gastlandes respektieren, um gemeinsam einen Integrationsprozess durchzuführen und damit auch alle Ängste und Bedenken überwunden werden können“, so der Papst weiter. Er vertraue diese Verantwortung auch der Umsicht der Regierungen an, „damit sie gemeinsame Wege finden, um so viele Brüder und Schwestern, die Hilfe erbitten, würdig willkommen zu heißen“.

“ Der Einzelne kann gut sein, aber Wachstum ist immer das Ergebnis des Engagements jedes Einzelnen für das Wohl der Gemeinschaft ”

Und da es sich um eine Wirtschaftszeitung handelt, die den Papst interviewte, ging es vor allem um Fragen zur Bedeutung der Ökonomie in der heutigen Zeit.

„Der Einzelne kann gut sein, aber Wachstum ist immer das Ergebnis des Engagements jedes Einzelnen für das Wohl der Gemeinschaft“, sagte Papst Franziskus in dem Interview mit dem Direktor von „Il Sole 24 Ore“, Guido Gentili, in dem sich der Papst auf „die Arbeit und das kreative Genie für eine neue Wirtschaftsordnung“ beruft.

„Hinter jeder Arbeit steht ein Mensch. Es ist ein Fehler zu denken, dass Geld mit Geld erzeugt wird. Das Geld – das echte Geld – wird mit einer würdevollen Arbeit verdient“, so der Papst. Die Menschheit „als eine Familie“ zu betrachten, sei der erste Weg, um eine würdevolle Arbeit anzubieten. „Wir sind aufgerufen, zusammenzuleben und Möglichkeiten zu schaffen, damit alle eine Möglichkeit zu einer würdevollen Arbeit erhalten“, erläutert Franziskus.

„Wenn wir uns mit offenem Herzen umsehen, werden wir die vielen wertvollen Geschichten von Unterstützung, Nähe, Aufmerksamkeit, Gesten der Zuwendung und Zeichen einer immer weiter ausgebreiteten Solidarität sehen“, zeigt sich der Papst optimistisch.

Gemeinschaft als eigene Familie betrachten

Es sei wichtig, dass man die Gemeinschaft, in der man lebt, als „eigene Familie“ betrachte, denn damit werde es einfacher, „den Wettbewerb zu vermeiden“ und sich stattdessen gegenseitig zu helfen. „Wie es in unseren Herkunftsfamilien geschieht, wo wahres Wachstum, das keine Ausgeschlossenen kennt, das Ergebnis von Beziehungen ist, die von Zärtlichkeit und Barmherzigkeit getragen werden, und nicht von der Gier nach Erfolg und der strategischen Ausgrenzung derer, die nebenan leben“, erläutert der Papst in dem langen Interview. 

Wissenschaft und technologischer Fortschritt sollten als Hilfe für das Wachstum des menschlichen Zusammenlebens dienen. Nichts könne aber das menschliche Herz ersetzen. Franziskus wiederholte abermals seine Kritik an der „Wegwerfkultur“ und beklagte auch „eine Kultur der Verschwendung“. „Wer ausgeschlossen ist, wird zwar nicht ausgebeutet, jedoch vollständig abgelehnt und als Müll betrachtet, als Überbleibsel und so aus der Gesellschaft verdrängt. Wir können nicht ignorieren, dass eine solch strukturierte Wirtschaft tötet, weil sie das Geld in den Mittelpunkt stellt und nur ihm gehorcht: Wenn der Mensch nicht mehr im Mittelpunkt steht, wenn das Geldverdienen zum primären und einzigen Ziel wird, befinden wir uns außerhalb der Ethik, und Strukturen der Armut, der Sklaverei und der Verschwendung werden aufgebaut“, so der Papst im Klartext. Ohne die Bedeutung und Nutzen historischer und konsolidierter Unternehmensformen in Frage zu stellen, gehe es dennoch darum, sich zu fragen, wie man das gegenwärtige Wirtschaftssystem verbessern könne, damit alle mehr davon hätten. (vatican news 7)

 

 

 

 

Italien: Europas schillerndste Regierung im Wirtschafts-Check

 

Gleich nach der Wahl zitterten die Märkte vor Italiens neuer Regierung. Am

Samstag ist sie 100 Tage im Amt: Politisch ist sie die erwartete Chaos-Truppe – zum ökonomischen Schreckgespenst taugt sie nicht.

 

Das stählerne Monster also. Ein Stahlwerk, ganz unten am Stiefel der italienischen Landkarte gelegen, das größte Europas und gewissermaßen ein Symbol für die Lage im Land: Seit Jahren läuft der Betrieb im Stahlwerk Ilva irgendwie weiter, seit Jahren wissen aber auch alle Beteiligten, dass es angesichts horrender Verluste, absurder Subventionen und irrsinniger Umweltverschmutzung so nicht weitergeht. Es geht aber weiter. Und das ist der Stand, da das Thema nun, da er seit 100 Tagen im Amt ist, auf dem Schreibtisch von Italiens Vize-Ministerpräsident und Industrie- und Sozialminister Luigi di Maio landet.

Di Maio, Vorsitzender der größten Regierungspartei „Fünf Sterne“, hat seinen Wahlsieg vor allem der überragenden Mehrheit im Süden des Landes zu verdanken. Insbesondere gegen das Stahlwerk hat er Wahlkampf gemacht, die Schließung und Umwandlung in einen Freizeitpark versprochen. Nun aber, da er an der Macht und für die wirtschaftliche Entwicklung des Landes zuständig ist, fällt das alles etwas schwerer. Um gut 13.000 Arbeitsplätze im strukturschwachen Apulien geht es. Und mit dem Stahlkonzern ArcelorMittal stände ein Interessent für die Übernahme bereit, wenn der italienische Staat etwa helfen würde. Nun ist di Maio in einem Dilemma: lässt er sich auf den Deal ein oder bleibt er bei seiner Position aus dem Wahlkampf?

Vom Gipfel der EU-Innenminister erhofft sich Seehofer das Ende der Südroute im Mittelmeer. Und ein Abkommen mit Italien. Doch Amtskollege Salvini hat andere Ziele.

Bisher hat di Maio beides versucht: Mal bezweifelte er die Rechtmäßigkeit einer Vor-Vereinbarung, die die Vorgängerregierung bereits mit Mittal traf. Mal führte er eine Wiederverstaatlichung an, dann doch eher eine Schließung und versprach den Stahlarbeitern, sie woanders zu beschäftigen. Doch nun geht die Laviererei zu Ende: di Maio hat sich dafür entscheiden, das Stahlwerk irgendwie weiter laufen zu lassen. Immerhin wäre er damit gewissermaßen auf Linie zur bisherigen Wirtschaftspolitik der Regierung aus „Fünf Sternen“ und der rechtsextremen Lega: Es wird bombastisches, zum Teil Märkte erschütterndes, angekündigt. Dann aber Kompromisspolitik umgesetzt.

Der Schreck in Euro-Land war groß, als sich im Mai die beiden Gewinner der italienischen Parlamentswahlen zu einer Regierung zusammenschlossen: die Lega und die „Fünf Sterne“, so schien es, könnten eine neue Krise des Euros herbeibeschwören, weil sich viele ihrer Versprechungen sehr ausgabenintensiv vom Mainstream der Brüsseler Wirtschaftspolitik unterschieden. Vor allem den beiden Vizepremiers, di Maio und dem Lega-Chef Matteo Salvini, schlug das Misstrauen entgegen. Sie seien die wahren Anführer des Bündnisses, nicht der bis dahin völlig unbekannte Premier Giuseppe Conte. Und deswegen sei mit wenig Gutem zu rechnen. Was aber wurde aus den Schreckensvisionen?

Nach den ersten drei Monaten hat die Regierung sechs konkrete Gesetze auf den Weg gebracht, die meisten davon sind technischer Natur. An den Märkten jedenfalls hat sich die Lage beruhigt: Zwar kursieren immer wieder Angstszenarien, aber insgesamt sind weder die Risikoaufschläge auf Staatsanleihen wahnsinnig nach oben ausgeschlagen, noch ist das Land in den Ratings der entsprechenden Agenturen dramatisch eingebrochen – es steht eher unter Dauerbeobachtung. Das liegt daran, dass die Regierung in den drei wesentlichen Bereichen der Wirtschaftspolitik bisher vor allem angekündigt, aber wenig konkret umgesetzt hat. Das unterscheidet die Wirtschaftspolitik von anderen Politikbereichen – etwa der Flüchtlingspolitik, in der insbesondere die Lega um Salvini mit offen rechtsradikalen Positionen das öffentliche Klima im Land dramatisch ins Negative gedreht hat.

Haushalt: der große Unsicherheitsfaktor

Es ist der größte Unsicherheitsfaktor: Gibt die Italienische Regierung mehr Geld aus, als der Brüsseler Stabilitätspakt ihr erlaubt? Nach entsprechend deftigen Äußerungen vor allem von Rechtsaußen Salvini in der Vergangenheit – („Der Stabilitätspakt ist mir Scheißegal“) – ist dort vor allem wegen des Einflusses des parteilosen Finanzministers Giovanni Tria zunächst Beruhigung eingekehrt. Die italienische Regierung hat sich zu den von der EU vorgegebenen Haushaltszielen bekannt. „Wir wollen den Finanzmärkten und der EU einen seriösen Haushalt präsentieren, der das Wachstum fördert“, sagt Salvini nun. Der Haushalt für das Jahr 2019 solle die Vorgaben der EU erfüllen.

Der Streit über die Haushaltspläne Italiens nimmt an Schärfe zu – sowohl innerhalb der Regierung in Rom als auch mit der EU-Kommission.

Salvini signalisierte zudem, dass nicht alle Reformen aus den Wahlprogrammen der Regierungsparteien sofort umgesetzt werden sollen: „Es ist klar, dass wir nicht alles gleichzeitig machen werden.“ Die Italiener würden dies auch nicht erwarten. Laut Informationen der Tageszeitung „Il Messagero“ ist Salvini bereit, die von der Regierung geplante Steuerreform zu verschieben. Salvini wolle lediglich ein Haushaltsdefizit von leicht über zwei Prozent des Bruttoinlandsprodukts.

Auch di Maio sagte in einem Radiointerview, dass er keine Differenzen mit dem Tria habe. Tria steht für eine solide Haushaltspolitik. Man stehe auch nicht in Opposition zur Europäischen Union. Die Frage ist so entscheidend, weil Italien nach Griechenland im Verhältnis zum Bruttoinlandsprodukt (BIP) die höchste Verschuldung in der Eurozone hat. Entsprechend positiv reagierten die Märkte auf die Aussagen: Die Risikoaufschläge (Spreads) auf italienische im Vergleich zu deutschen Staatsanleihen fielen diese Woche.

Reformen: Viel Show, wenig Substanz

Premierminister Conte ist eindeutig: „Meine Regierung arbeitet an Strukturreformen, um die Wettbewerbsfähigkeit der italienischen Wirtschaft zu stärken.“ In der Tat ist es nicht so, dass die Regierung völlig untätig geblieben ist an der Stelle – auch wenn den italienischen Wirtschaftsverbänden nicht alles gefällt. Als Kernstück der bisherigen Regierungsarbeit gilt ein Gesetz mit dem Titel „Würde“, das vor allem die „Fünf Sterne“ im Wahlkampf versprochen hatten.

Damit wurde vor allem die Befristung von Arbeitsverträgen eingeschränkt. Das Gesetz ist in der Bevölkerung sehr beliebt, wird von der Wirtschaft aber vehement kritisiert. Von 200.000 bedrohten Arbeitsplätzen ist die Rede. Beim Wähler kommt das alles dennoch gut an. Würde jetzt gewählt, käme die Regierung auf etwa 60 Prozent – etwa 30 Prozent für die „Fünf Sterne“ und dramatische 32 für die Lega (womit sich das Kräfteverhältnis gedreht hätte, die Lega kam bei der vergangenen Wahl auf 17 Prozent).

Vor einem Treffen in Brüssel zum Umgang mit aus dem Mittelmeer geretteten Migranten droht Italiens stellvertretender Regierungschef Luigi Di Maio mit dem Einfrieren von Zahlungen an die EU.

Weniger schnell voran geht die Steuerreform, mit der die vor allem im mittelständisch geprägten Nordost-Italien erfolgreiche Lega Wahlkampf gemacht hatte. Salvini fordert noch immer eine Flat-Tax, also einen Einheitssteuersatz auf alles – am liebsten bei 15 Prozent. Das Vorhaben ist allerdings zunächst aufgeschoben, weil es als unfinanzierbar gilt. Eingeführt wird dagegen eine Art soziale Grundsicherung im nächsten Jahr, die es so bisher in Italien nicht gibt.

Unbearbeitet bleiben zudem viele Dauer-Baustellen der italienischen Wirtschaft: Schrumpfende Geburtenrate, Bürokratie, schlechte Infrastruktur, jahrelange Gerichtsverfahren und ein im EU-Vergleich unterdurchschnittliches Wirtschaftswachstum. Die Arbeitslosigkeit liegt immer noch bei mehr als zehn Prozent. All das hat die Regierung bisher weitgehend ignoriert: „Der internationale Aufschwung und ein paar Maßnahmen der vorherigen Regierungen haben den Enthusiasmus einiger Unternehmer wieder entfacht“, sagt Giulio Pedrollo vom Industrieverband Confindustria. „Aber das, was seit dem Frühjahr vor sich geht, hat diesen Enthusiasmus wieder eingefroren.“

Industriepolitik: Mehr Staat – aber nur ein bisschen

Die klaffende Lücke zwischen zwei Enden einer Autobahnbrücke über der nordwestitalienischen Stadt Genua ist das wohl prägendste Bild der bisherigen Regierungszeit. Und auch das steht symbolisch für die Art der neuen Regierung, Politik zu machen: Große Schritte laut anzukündigen, dann aber eher pragmatisch kleine zu gehen.

Unmittelbar nach dem Einsturz der Brücke forderten beide Vize-Premiers die Rückverstaatlichung der Gesellschaft, die die entsprechende Autobahn betreibt. Die gehört seit den 90ern der Industriellen-Familie Benetton. In der Tat haben die Eigner der Autostrade per l’Italia in den vergangenen Jahren einen obszön hohen Anteil der Gewinne aus den Mauteinnahmen für sich abgezweigt und nicht in den Unterhalt re-investiert. Allerdings ist längst nicht bewiesen, dass das der Grund für den Einsturz war. Und überhaupt hat sich die Einsicht durchgesetzt mittlerweile, dass eine Rückverstaatlichung nicht ohne weiteres kurzfristig umzusetzen ist. Also deutet sich ein Kompromiss an: Der Staat baut die Brücke wieder auf, Autostrade per l’Italia zahlt – und wer genau die Autobahnen langfristig betreibt, wird später geklärt.

Das CETA-Handelsabkommen zwischen EU ist zwar schon inkraft, doch unter der neuen italienischen Regierung steht es erneut auf der Kippe.

Ähnlich läuft es bei anderen großen Industrieprojekte: Die insolvente Fluggesellschaft Alitalia möchten die „Fünf Sterne“ am liebsten verstaatlichen. Die Lega möchte sie an Private verkaufen. Deswegen tut sich zunächst: Nichts. Das Unternehmen wird mit immer neuen Interims-Subventionen des Staats durchgeschleppt. Die neue Schnellzugtrasse zwischen Lyon und Turin? Gleiche Ausgangslage, gleiche „Lösung“ bisher: das Thema wird aufgeschoben. So hat sich diese sehr ungleiche Regierung bisher durchlaviert, dabei ökonomisch wenig zerstört und wenig gelöst.

Nur in Sachen Ilva wird diese Hinhalte-Strategie nun an ihr Ende gelangen: eine Entscheidung muss her, weil mit Mittal ein Privater beteiligt ist, der ein weiteres Hinauszögern nicht hinnehmen will und kann. Es wird der Auftakt in Phase zwei dieser Regierung sein. Sven Prange, WW, EA 7

 

 

 

 

EBD-Präsidentin Dr. Linn Selle: Es fünf nach zwölf in der deutsch-italienischen europapolitischen Zusammenarbeit

 

Berlin, 6. September 2018. In Deutschland fehlt den Newcomern des Movimento 5 Stelle der Kontakt zu politischen Gruppen, der organisierten Zivilgesellschaft und den Medien. Anlässlich des Besuches von Europapolitikern der italienischen Regierungspartei in Berlin wirbt EBD-Präsidentin Dr. Linn Selle für mehr transalpinen Dialog:

 

"Das deutsch-italienische Verhältnis krankt an abgerissenen Kontakten zwischen Berlin und Rom. Keine der im Bundestag vertretenen demokratischen Parteien hat Ansprechpartner am Tiber. Wer Italien verstehen will, braucht grenzüberschreitende Kontakte. Unterschiedliche Meinungen zu politischen Themen sollten die Motivation zum Austausch eher verstärken als behindern. Deshalb haben wir Europapolitiker der 5-Sterne-Bewegung nach Berlin geholt."

 

Die Europäische Bewegung Deutschland e.V. setzt sich seit Jahren dafür ein, dass die traditionell schwachen europapolitischen Netzwerke zwischen Italien und Deutschland ausgebaut werden. Selle dazu: "Das Italienbild in Deutschland und umkehrt hat sich dramatisch verschlechtert. Die deutsche Europapolitik konzentriert sich noch immer zu sehr auf Frankreich. Wenn im Koalitionsvertrag Frankreich 23 Mal erwähnt wird, Italien aber gar nicht, gibt es eine Schieflage. Ich freue mich, dass die sich die Bundesregierung dieses Problems jetzt annimmt. Es ist 5 nach 12."

 

Deutschlands größtes Netzwerk für Europapolitik im Rahmen der EBD-Politik für Public Diplomacy dafür ein, die fehlenden Netzwerke in Deutschland zu schaffen. Ebd 7

 

 

 

 

Neue Umfrage. Trump und Flüchtlinge dominieren Ängste der Deutschen

 

Steigende Lebenshaltungskosten, schlechte Wirtschaftslage, die Kosten der EU-Schuldenkrise oder Terrorismus – seit mehr als einem Vierteljahrhundert werden regelmäßig die Ängste der Deutschen abgefragt. In diesem Jahr dominieren andere Probleme.

Die Deutschen fürchten sich aktuell am meisten vor den internationalen Auswirkungen der Politik von US-Präsident Donald Trump. Das ist das Ergebnis der diesjährigen Befragung über die Ängste der Deutschen, die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Innenpolitisch steht die Zuwanderung im Mittelpunkt. So haben Ängste wie eine „Überforderung von Deutschen und Behörden durch Flüchtlinge“ und „Spannungen durch den Zuzug von Ausländern“ gegenüber dem Vorjahr wieder an Bedeutung gewonnen und folgen auf der Rangliste auf den Plätzen zwei und drei.

Für die repräsentative Langzeitstudie „Die Ängste der Deutschen“ im Auftrag der R+V-Versicherung werden seit 1992 jährlich rund 2.400 Frauen und Männer im Alter ab 14 Jahren befragt. In diesem Jahr wurden die Interviews zwischen Anfang Juni und Mitte Juli geführt.

Überforderung durch Flüchtlinge

Der neuen Studie zufolge fürchten sich derzeit mit 69 Prozent der Befragten mehr als zwei Drittel der Deutschen vor der Politik des US-Präsidenten. Schuld seien Trumps „Attacken“ etwa gegen den Freihandel, die EU und die deutsche Exportwirtschaft sowie seine Infragestellung der bisherigen Nato-Politik, sagte der Heidelberger Politikwissenschaftler Manfred Schmidt als wissenschaftlicher Berater der Studie. Die Annahme, dass die USA ein verlässlicher und stabiler Partner bleiben, sei bei den Deutschen schwer erschüttert.

Als „außerordentlich kritisch“ bewertete Schmidt die „Herausforderung Einwanderung“. So gaben 63 Prozent als Grund für Ängste eine mögliche Überforderung des Landes durch Flüchtlinge an. Das sind sechs Prozentpunkte mehr als 2017, aber noch drei Prozentpunkte unter dem Wert von 2016. Auch die Angst vor Spannungen durch den Zuzug von Ausländern stieg um zwei Prozentpunke gegenüber dem Vorjahr auf ebenfalls 63 Prozent, 2016 waren es jedoch noch 67 Prozent. Die Angst vor Terrorismus sank hingegen von Platz eins im Vorjahr auf Platz fünf. Terroranschläge fürchten derzeit 59 Prozent der Deutschen, das sind zwölf Prozentpunkte weniger als 2017.

Überforderung der Politiker

Auf weiteren Spitzenplätzen stehen die Angst vor einer allgemeinen „Überforderung der Politiker“ (Platz vier, 61 Prozent), vor den Kosten der EU-Schuldenkrise für die Steuerzahler (Platz sechs, 58 Prozent) und vor politischem Extremismus (Platz sieben, 57 Prozent). Am Ende der Top Ten finden sich Sorgen vor Naturkatastrophen (Platz acht, 56 Prozent), vor Schadstoffen in Nahrungsmitteln (Platz neun, 55 Prozent) sowie die Angst, im Alter zum Pflegefall zu werden (Platz zehn, 52 Prozent).

Eine relativ geringe Rolle spielt derzeit die Angst vor einem Anstieg der Arbeitslosigkeit (Platz 17, 29 Prozent) und vor eigener Arbeitslosigkeit (Platz 20, 25 Prozent). Nur 18 Prozent befürchten das Zerbrechen der eigenen Partnerschaft.

Politiker schneiden katastrophal ab

Während die Menschen mit Blick auf ihre eigene Sicherheit „auffallend gelassen“ seien, so Schmidt, bewerteten sie das Abschneiden der Politiker als „katastrophal“. Untermauert werde dies durch die Schulnoten für Politiker, die ebenfalls abgefragt wurden. Knapp die Hälfte (48 Prozent) habe die Leistungen als mangelhaft (Note 5) oder ungenügend (6) eingestuft. Nur etwas mehr als fünf Prozent der Befragten bewerteten die politisch Verantwortlichen dagegen als sehr gut (Note 1) oder gut (Note 2).

Erstmals wurde neben einem Ost-West-Vergleich auch nach Nord-Süd-Unterschieden gesucht. Dabei gelte unter dem Strich, dass der Osten in einzelnen Fragen etwas ängstlicher sei als der Westen und der Süden ängstlicher als der Norden. Spitzenreiter der Ängste unter den Bundesländern ist Sachsen-Anhalt mit durchschnittlich 63 Prozent (plus zehn Prozentpunkte gegenüber 2017). Am deutlichsten zurückgegangen sind die Ängste in Thüringen auf 48 Prozent (minus vier Prozentpunkte). Außerdem gilt laut Studie: Frauen sind etwas ängstlicher als Männer, und ab 20 Jahren wachsen mit zunehmenden Lebensalter die Ängste, so Brigitte Römstedt, Sprecherin der R+V Versicherung. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Sachsen und der Rechtsextremismus

 

Ein mutmaßlicher Mord, rechtsextreme Ausschreitungen: Tagelang stand die Gewalt in Chemnitz im Fokus. Am Montagabend feierten Zehntausende die Vielfalt. Nun sind die Konzertbesucher weg, doch die Probleme bleiben. Was tun gegen den Rechtsextremismus? Von Johannes Süßmann

 

Ob rechte Krawalle in Heidenau 2015, die Neonazi-Ausschreitungen in Leipzig-Connewitz 2016, ob der Terror der „Gruppe Freital“, Angriffe auf Flüchtlinge in Wurzen oder jüngst die Übergriffe in Chemnitz: Immer wieder gerät Sachsen durch gewaltbereite Rechtsextreme in die Schlagzeilen. Auch in den Jahren nach der Wende war das nicht anders.

Dabei gibt es in Sachsen durchaus eine aktive Gegenbewegung und diverse Initiativen, die den Rechten den Kampf angesagt haben. Warum aber dringen sie nicht durch? Warum dominiert in der Öffentlichkeit seit Jahrzehnten das Bild vom braunen Sachsen? Und wie kann man das ändern?

Initiativen fordern Umdenken

Zur Ursachenforschung lieferte Sachsens Integrationsministerin Petra Köpping (SPD) am Sonntag in der ARD einen wichtigen Baustein. Man habe in der Vergangenheit häufig gesagt, wer gegen rechts sei, der sei eben links, sagte sie in der Talkshow „Anne Will“. Dabei gelte: „Für mich ist man, wenn man gegen rechts ist, einfach für die Demokratie.“ Dafür bekam

die Ministerin viel Applaus – das Problem aber ist nicht gelöst.

Opposition und zivile Initiativen fordern ein echtes Umdenken, ein beherztes, abgestimmtes Handeln – und weniger Stigmatisierung engagierter Bürger. Jahrelang, sagt etwa Andrea Hübler von der Opferberatung der Regionalen Arbeitsstelle für Bildung, Integration und Demokratie Sachsen (RAA), sei jede Thematisierung rechter Gewalt und neonazistischer Strukturen in den Verdacht des Linksextremismus gerückt worden.

Besonders deutlich wurde das durch die sogenannte Extremismusklausel: Als einziges Bundesland forderte Sachsen von 2011 bis 2015 ein schriftliches Bekenntnis zum Grundgesetz von jeder Gruppe, die sich um Unterstützung für Demokratieförderprojekte bewarb. Solche Hürden, sagt Hübler, hätten es „nicht gerade einfach gemacht für die Leute, die sich hier seit Jahren engagieren und jetzt wieder als Zivilgesellschaft angesprochen werden, die Unterstützung durch die Landesregierung in den letzten 20 Jahren aber kaum gespürt haben.“

„Jahrelange Ignoranz gegenüber Rechtsextremismus“

Als gravierendstes Problem nennt sie aber die „jahrelange Ignoranz gegenüber Rechtsextremismus“ durch die Regierung. Die Linken-Landtagsabgeordnete Kerstin Köditz stimmt zu: Man habe die Extremisten schlicht nicht als echte Gefahr ernstgenommen. Gerade Vertreter der sächsischen CDU, die seit bald 30 Jahren den Regierungschef stellt, hätten sich wiederholt mit Spitzenfunktionären der NPD getroffen – und damit zu deren Normalisierung beigetragen. Auch Köditz spricht von „ideologischen Scheuklappen“, von einem Generalverdacht gegen Gruppen, die etwas gegen rechts unternehmen wollten, linksextremistisch zu sein.

Dabei ist die Landesregierung nicht untätig. Die „SoKo Rex“ beim Landeskriminalamt machte in den 90ern Beobachtern zufolge einen guten Job gegen Rechtsextremismus. In ein „Programm für Weltoffenheit und Toleranz in Sachsen“ fließen jährlich rund fünf Millionen Euro. Das sei gut, sagt Hübler. Es sei nur viel zu spät gekommen – und jahrelang stiefmütterlich behandelt worden. Erst 2015 wurde das Programm aufgestockt.

Nach Auffassung von Köditz müsste es zudem anders aufgebaut sein. Sie verweist auf Brandenburg. „Dort setzen sich Ministerien, Opferberatungsstellen, Polizei und andere regelmäßig zusammen und besprechen, wie man bei der Zurückdrängung der extremen Rechten am besten vorankommen kann“, erklärt sie. In Sachsen dagegen müssten sich einzelne Projekte um Fördergeld bewerben. „Da gibt es keine Koordinierung, keine geregelte Zielsetzung“, kritisiert Köditz.

Ke?ne Rückendeckung durch Politik

Auch Martina Glass vom Netzwerk Tolerantes Sachsen fordert neben einer ausreichenden Finanzierung vor allem „die Rückendeckung durch Politik und Verwaltung auf Landesebene und in den Kommunen“. Es sei leider noch nicht bei allen Verantwortlichen angekommen, dass das Engagement für demokratische Werte immer politisch sei und nicht neutral sein könne.

Andrea Hübler hofft, dass der Freistaat nun zuerst die Straftäter von Chemnitz und anderswo „schnell und konsequent“ verfolgt – und dann ernsthaft Dinge anpackt. Jedoch klingt sie auch etwas resigniert, als sie sagt: „Jeder Soziologe und Politikwissenschaftler wird bestätigen, dass es 15 bis 20 Jahre dauern wird, bis die Arbeit gegen rechts in Sachsen Früchte trägt – auch wenn wir sie ab jetzt kontinuierlich betreiben.“

Ob die Landesregierung unter dem Eindruck von Chemnitz überhaupt Veränderungen vorhat, könnte sich schon am Mittwoch zeigen. Dann gibt Ministerpräsident Michael Kretschmer (CDU) eine Regierungserklärung ab. Thema: „Für eine demokratische Gesellschaft und einen starken Staat.“

(epd/mig 4)

 

 

 

 

EU-Afrika-Beziehungen: Damoklesschwert Migration

 

Für europäische Politiker ist die Migration aus Afrika seit Jahren eine große innen- und außenpolitische Herausforderung. Das Thema belastet auch die internationalen Beziehungen zwischen den Staaten der beiden Kontinente. Benjamin Fox

 

In den kommenden Wochen sollen die Gespräche über ein Nachfolgeabkommen für das Cotonou-Abkommen aus dem Jahr 2000 geschlossen werden, das die Beziehungen der EU mit den Ländern Afrikas, der Karibik und des Pazifikraums regelt. Doch die Staats- und Regierungschefs der EU und Afrikas sind sich in der Frage, wie sie ihre Migrationspolitik angehen wollen, alles andere als einig.

Trotz der Beteuerungen der EU-Führer – bei einem Treffen mit seinem Amtskollegen der Afrikanischen Union, Moussa Faki Mahamat, hatte EU-Kommissionschef Jean-Claude Juncker beteuert, dass „die Zusammenarbeit mit Afrika weit über die Migration hinausgehen wird“ – glauben nur wenige Beobachter an eine schnell erzielte, einvernehmliche Lösung.

Das Cotonou-Abkommen wurde im Jahr 2000 abgeschlossen, als die Migration für die (meisten) europäischen Regierungschefs noch kein großes Thema war. Auch deswegen macht die Migrationskontrolle nur einen kleinen Teil des Paktes aus. Tatsächlich enthält das Abkommen zwar Bestimmungen, die afrikanische Länder verpflichten, illegale Migranten zurückzunehmen – diese wurden in der Realität aber nie effektiv umgesetzt.

Das einzige funktionierende Rückführungsabkommen, das die EU mit einem afrikanischen Land hat, ist mit Kap Verde, einer Insel mit etwas mehr als 500.000 Einwohnern.

Demnächst sollen Verhandlungen über einen Nachfolger des Cotonou-Abkommens starten. Doch die Ergebnisse des bisherigen Abkommens sind durchwachsen.

Während die Migration im Cotonou-Abkommen eine untergeordnete Rolle spielt, sei es für die afrikanischen Staaten „sehr wichtig, nicht viele unterschiedliche Ansätze“ in der Thematik zu haben, unterstrich Carlos Lopes, der Hohe Vertreter der Afrikanischen Union für die Post-Cotonou-Verhandlungen.

Das „Paradoxe an der Debatte in Europa“ sei, dass Afrika ausschließlich mit dem Thema Migration in Verbindung gebracht werde – „sogar, wenn es um Dinge wie den eigenen [EU-] Haushalt geht“, so Lopes. Dabei sei die Art, „wie die EU in der Praxis mit Afrika umgeht“ und Gespräche führt oftmals deutlich anders.

Für Europa ist Migration das Top-Thema

Aus Sicht der Europäer muss der Migration in den Beziehungen zu afrikanischen Staaten Top-Priorität eingeräumt werden.

Die EU hat dementsprechend bereits ihre Absicht bekundet, der Migrationskontrolle im Cotonou-Nachfolgepakt Vorrang einzuräumen. Afrikanische Länder, die mehr für die Kontrolle ihrer Grenzen tun, könnten dann auf mehr künftige Entwicklungsgelder und Investitionen hoffen.

Die Migration beschäftigt die EU-Länder derart, dass der Block sich erst Ende Juni auf ein gemeinsames Verhandlungsmandat für die Post-Cotonou-Gespräche einigen konnte, nachdem der Prozess von einer kleinen Gruppe an Mitgliedstaaten unter Führung Ungarns und Polens für mehrere Monate aufgehalten worden war.

Die beiden Visegrad-Länder, die seit zwei Jahren auch die EU-weiten Quoten für die Umsiedlung von Migranten blockieren, fordern unter anderem, dass das Cotonou-Kapitel über die Rückübernahme von potenziellen Migranten aus den AKP-Staaten erheblich verschärft wird.

Im Gegenzug dafür, dass die afrikanischen Staaten mehr für die Rückführung illegaler Migranten tun, locken die EU-Beamten mit einer Lockerung der Mechanismen, die afrikanischen Migranten die legale Einreise in die EU ermöglichen.

„Kontrollzentren“ und „Ausschiffungsplattformen”

Darüber hinaus heißt es im Kommuniqué zum Gipfeltreffen des Europäischen Rates im Juni, das Konzept von „regionalen Ausschiffungszentren“ müsse geprüft werden. Die Idee, derartige „Migrationsplattformen“ auf afrikanischem Boden zu errichten, wurde bisher jedoch von afrikanischer Seite entschieden abgelehnt.

Insbesondere Marokko wehrte sich auf einem Gipfeltreffen der Afrikanischen Union am 2. Juli – nur wenige Tage nachdem sich die Staats- und Regierungschefs der EU darauf geeinigt hatten – entschieden gegen das Plattform-Konzept: „Das ist eine [für die EU] einfache, aber kontraproduktive Lösung,“ kritisierte Marokkos Außenminister Nasser Bourita.

Stattdessen vereinbarten die afrikanischen Regierungschefs die Einrichtung einer afrikanischen Beobachtungsstelle für Migration und Entwicklung (OAMD), die ihren Sitz in der marokkanischen Hauptstadt Rabat haben wird. Sie soll „die nationalen Strategien der afrikanischen Staaten harmonisieren und die Interaktion mit den Partnern verbessern“.

Während sich die afrikanischen Führer allerdings weiterhin weigern, Migrationszentren auf ihren Territorien zu beherbergen, müsse auch festgehalten werden, dass der Kontinent seine eigene Verantwortung für die Migrationskrise trage, so der Kommissionspräsident der Afrikanischen Union Moussa Faki Mahamat.

Er verurteilte, was er als „unerträgliche Aktionen gegen afrikanische Migranten auf ihrem eigenen Kontinent“ bezeichnete.

Die afrikanischen Staats- und Regierungschefs haben die Schaffung eines neuen Gremiums angekündigt, das zur gemeinsamen Koordinierung der nationalen Migrationspolitik beitragen soll. Sie lehnen aber die Pläne der EU ab, auf afrikanischem Boden „Ausschiffungszentren“ für Migranten einzurichten.

Was bedeutet der Migrationsstreit für die künftigen Beziehungen?

Da die gemeinsamen europäisch-afrikanischen Gipfeltreffen auch nach drei Jahren in Sachen Migrationspolitik wenig substanzielle Ergebnisse erzielt haben, gibt es wenig Anzeichen dafür, dass die Uneinigkeiten in den auf 18 Monate angesetzten Verhandlungen über den Cotonou-Nachfolger überwunden werden können.

Es gilt aber dennoch als höchst unwahrscheinlich, dass dadurch die Beziehungen zwischen der EU und den AKP-Staaten zunichtegemacht würden.

Ein „No Deal“ in Migrationsfragen könnte zwar tatsächlich verhindern, dass ein Nachfolger für Cotonou vereinbart wird, wäre aber kein völliges Desaster, heißt es von verschiedenen Seiten.

Der Chefverhandler der Afrikanischen Union Lopes erklärte dazu: „Cotonou hat das Potenzial, ausgeweitet zu werden.“ Er unterstrich: „Ich würde sagen, es besteht absolut kein Risiko, dass es am Ende überhaupt keine Einigung gibt.“ Die Verhandlungen seien beispielsweise nicht mit den Brexit-Gesprächen vergleichbar: „Wenn wir bis 2020 keine Vereinbarung haben, dann werden wir das, was wir bereits haben, verlängern.“ EA 3

 

 

 

Italien: Nur ein Viertel aller Kinder besucht einen Kindergarten

 

Zu Beginn des neuen Schuljahres macht das Hilfswerk „Save the children” auf ungerechte Bildungschancen für Vorschulkinder in Italien aufmerksam. Minderjährige in Gebieten mit einer niedrigen Frauenerwerbsquote sind besonders betroffen.

Obwohl die Zahl der Geburten in Italien momentan auf einem niedrigen Niveau ist, kann nur eins von vier Kindern eine Kindereinrichtung besuchen, teilte das Hilfswerk „Save the Children“ am Montag mit. In einigen ländlichen Gebieten, besonders im Süden des Landes, sei die Lage wesentlich dramatischer. In der Region Kampanien beispielsweise, habe nur eins  von 100 Minderjährigen Zugang zu frühkindlicher Bildung.

Kritisch merkt das Hilfswerk an, dass der Besuch einer soliden Vorschuleinrichtung die Entwicklung von Kindern maßgeblich beeinflusse – sowohl aus gesundheitlicher als auch aus pädagogischer Sicht. Dies gelte besonders für den Nachwuchs aus benachteiligen Familien. Wie eine Studie ermittelte, haben 15-Jährige, die keine Kindereinrichtung besucht haben, weitaus schlechtere Kenntnisse in Mathematik und Lesen als Gleichaltrige, die ein entsprechende Einrichtung besuchen konnten.

 

Fehlende frühkindliche Bildung

Doch nicht nur für die Kinder selbst ist die fehlende frühkindliche Bildung problematisch. „Kindergärten sind für die Vereinbarkeit von Lebens- und Arbeitszeiten wichtig“, sagte Raffaela Milano von „Save the Children“. Demnach sei es ernst zu nehmen, dass in Regionen mit einer niedrigsten Frauenerwerbsquote auch die Kindergärten nicht verfügbar seien.

Als Grund dafür, dass viele Kinder keine Einrichtung besuchen können, sieht das Hilfswerk die hohen Kosten für die Eltern an. „Wenn wir die Kinderarmut wirksam bekämpfen wollen - in einem Land, in dem mehr als eine Million Minderjährige in Armut leben -, muss kontinuierlich in das Netzwerk der frühkindlichen Dienstleistungen investiert werden“, fordert das Hilfswerk. Die Mittel, die das Bildungsministerium Gemeinden für die frühkindliche Bildung zur Verfügung stellt, müssten schrittweise zur Senkung der Kosten für alle Familien führen.

Das Kinderhilfswerk „Save the Children“ engagiert sich aktiv in Italien in der Betreuung von Kindern bis drei Jahren. Das Projekt „Mothers Spaces" bemüht sich um eine Kinderbetreuung in den Vorstädten großer städtischer Gebiete.

(vn 3)

 

 

 

„Die Arbeitnehmerfreizügigkeit darf nicht zu Ausbeutung führen“

 

Bis 2023 will die Kommission eine Europäische Arbeitsbehörde (ELA) aufbauen, die mehrere EU-Einrichtungen unter einem Dach zusammenfasst und so zu einer besseren Koordination der nationalen Arbeitsmarktpolitiken beitragen soll. Bei Arbeitnehmervertretern stößt der Vorschlag auf offene Ohren. EURACTIV sprach mit Annelie Buntenbach.

 

Annelie Buntenbach ist Vorstandsmitglied des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB) und dort unter anderem für Fragen der Arbeitsmarktpolitik zuständig.

EURATIV: Frau Buntenbach, Sie haben den Vorschlag zur Einrichtung der ELA grundsätzlich begrüßt. Was erhoffen Sie sich von einer stärkeren arbeitsmarktpolitischen Koordination auf EU-Ebene?

Annelie Buntenbach: Derzeit funktioniert die Zusammenarbeit zwischen den europäischen Behörden nicht gut. Deswegen sind Kontrollen zur Einhaltung europäischen Rechts sehr schwierig. Wir brauchen eine bessere Verwaltungszusammenarbeit, auch zwischen den nationalstaatlichen Behörden. In Europa gibt es lange Subunternehmerketten und Briefkastenfirmen, die es teilweise fast unmöglich machen zu kontrollieren, ob Arbeitnehmerrechte eingehalten werden, ob Steuern und Sozialversicherungsbeiträge abgeführt werden und so weiter – da dürfen die Kontrollen nicht an den nationalen Grenzen enden! Wir brauchen daher dringend eine europäische Behörde, die die Kooperation ausbaut und die Arbeit der nationalen Behörden koordiniert.

Es geht Ihnen also im Kern um bessere Koordination von Kontrollen. Wie bewerten Sie die konkreten Vorschläge der Kommission in diesem Bereich?

Die Vorschläge gehen in die richtige Richtung, reichen aber nicht aus. Die Kommission schlägt vor, dass nationalstaatliche Behörden bei Kontrollen im grenzüberschreitenden Kontext unterstützt werden und dass es auch gemeinsame Kontrollen geben kann. Gut und schön. Wir brauchen aber mehr als Freiwilligkeit. Die Mitgliedsstaaten sollten verpflichtet werden, sich an der Kooperation zu beteiligen.

Insgesamt müssen die Verfahren und Strukturen verbindlicher werden, als das bisher vorgesehen ist. Ein gutes Vorbild wäre die Europol-Verordnung, die im Bereich der Strafverfolgung durchaus eine effiziente Zusammenarbeit zwischen den Mitgliedsstaaten gewährleistet. Außerdem sollten die Sozialpartner die Möglichkeit bekommen, Rechtsverstöße im grenzüberschreitenden Bereich zu melden und damit Kontrollen über die ELA zu initiieren. Das sieht der Kommissionsvorschlag nicht vor.

Angegangen werden müsste auch die Weiterentwicklung elektronischer Verfahren, wie die Entwicklung eines europäischen Sozialversicherungsregisters, über das Kontrollbehörden in Echtzeit die relevanten Daten abfragen könnten. Das passt gut zu den ursprünglichen Plänen der Kommission zur Einführung einer europäischen Sozialversicherungsnummer. Heute kommt es häufig zu erheblichen Verzögerungen. Dann ist der betroffene Dienstleister oft über alle Berge, bis der Sozialversicherungsbetrug aufgedeckt wird.

Die Behörde soll laut Kommission auch dazu beitragen, das Prinzip „gleicher Lohn für gleiche Arbeit am gleichen Ort“ zu verwirklichen – eine Forderung die auch Gewerkschaften erheben. Aber ist das nicht eher Aufgabe der Nationalstaaten, zumindest solange es um den „gleichen Ort“ geht, während die EU-Institutionen sich mit dem Problem des Lohngefälles zwischen den Orten befassen sollten?

Entscheidend ist für uns, dass beispielsweise bei Arbeitnehmerentsendungen das Arbeitsortprinzip gilt, dass also die Regeln und Rechte des Ortes gelten, an dem die Arbeit ausgeführt wird. Um das durchzusetzen, brauchen wir jene Kontrollen, die die ELA künftig hoffentlich im grenzüberschreitenden Bereich organisieren wird. Es geht darum zu verhindern, dass das Herkunftslandprinzip als Teil eines Unterbietungswettbewerbs angewandt wird. Dafür braucht es effektive, europäische Strukturen.

Wir brauchen aber auch auf nationaler Ebene mehr Kontrollen. In der Bundesrepublik haben wir allerdings viel zu wenig Personal beim Zoll um die Einhaltung des Mindestlohns und der Regeln zu kontrollieren, die in den Gesetzen und Tarifverträgen festgeschrieben sind.

Sehen Sie die Gefahr, dass es am Ende nicht bei einer koordinierenden Rolle bleibt, sondern arbeitsmarktpolitische Kompetenzen von der nationalstaatlichen auf die EU-Ebene übertragen werden? Wenn man sich die sehr liberalen Binnenmarkt-Regeln und deren Auslegung durch den EuGH ansieht, ist das aus Arbeitnehmersicht nicht unbedingt erstrebenswert, oder?

In der Tat haben wir in der EU im Moment trotz einiger wichtiger Verbesserungen bei der Entsenderichtlinie eine Situation, in der die Dienstleistungsfreiheit Vorfahrt vor den Arbeitnehmerrechten hat. Das muss sich ändern. Europa muss dafür einstehen, dass bestehende soziale und arbeitsrechtliche Standards auch eingehalten werden und dass die Arbeitnehmerrechte nicht in einem internationalen Unterbietungswettbewerb zerrieben werden. Wir stehen daher für eine sozialere Ausrichtung europäischer Politik, die diese Rechte in den Vordergrund stellt. Hierfür haben wir ein ganzes Bündel von Reformvorschlägen vorgelegt.

Gleichzeitig braucht die EU aber auch Kompetenzen, wenn es um die Zusammenarbeit zwischen den Staaten geht. Denn in einem sozialen Europa können soziale Standards nicht an den Binnengrenzen enden. Um das zu erreichen, kann die ELA eine wichtige Rolle spielen, wenn es mehr Verbindlichkeit und mehr Bereitschaft der Nationalstaaten gibt, aktiv zu werden und Dumpingpraktiken zu unterbinden.

Ein anderes Problem vieler Arbeitnehmer im grenzüberschreitenden Bereich ist die Komplexität der verschiedenen Standards und Rechtssysteme, mit der sie konfrontiert sind. Kann die ELA hier im Sinne einer beratenden Funktion hilfreiche Beiträge leisten?

Ja, das kann und sollte sie. Im Vorschlag der Kommission ist diese beratende und informierende Rolle auch verankert. Das darf sich aber nicht auf die Bereitstellung von Informationen beschränken. Es braucht ernst gemeinte Beratungs- und Unterstützungsangebote damit die eigenen Rechte besser verstanden und durchgesetzt werden können. Hier könnten die bereits bestehenden EURES-Partnerschaften in Grenzregionen einen wichtigen Beitrag leisten. Sie sollten daher in der ELA-Verordnung mit einem eigenen Budget verankert werden, damit sie ihre Beratungs- und Unterstützungsfunktion auch erfüllen können.

Insgesamt brauchen wir ein gutes Beratungsangebot und Zugang zu Beratung für all jene, die in Europa im Zuge der Arbeitnehmerfreizügigkeit entsandt werden oder anderweitig im EU-Ausland tätig sind. Gerade in Deutschland haben wir die Erfahrung gemacht, dass viele Menschen aus Mittel- und Osteuropa, die zum Arbeiten kommen, in ausbeuterische Beschäftigungsverhältnisse abgedrängt werden. Das betrifft nicht nur die Fleischindustrie, in der die Probleme weithin bekannt sind, sondern auch den Transportsektor, die Logistikbranche und die Gastronomie. Häufig kennen die Menschen, die dort arbeiten, weder die Sprache noch ihre Rechte. Beratung und Sie haben die Arbeitnehmerfreizügigkeit angesprochen. Laut Kommission soll die Behörde auch dazu beitragen, die Arbeitskräftemobilität zu erhöhen. Führt das nicht dazu, dass in den wirtschaftlich schwächeren Ländern noch mehr Menschen ihre Familien verlassen müssen und dort noch mehr Fachkräfte fehlen, während in den stärkeren Ländern die Konkurrenz um gute Jobs zunimmt und damit die Löhne unter Druck geraten?

Die Arbeitnehmerfreizügigkeit ist zunächst einmal ein Recht, das allen Arbeitnehmern in Europa zusteht. Dieses Recht darf nicht eingeschränkt werden. Allerdings darf die Arbeitnehmerfreizügigkeit nicht zu ausbeuterischen Beschäftigungsverhältnissen beziehungsweise zu Lohn- und Sozialdumping führen. Deswegen brauchen wir klare Regeln für den Arbeitsmarkt. Wir brauchen verbindliche Mindestlöhne in allen EU-Staaten und Regeln, die die Ausweitung prekärer Beschäftigungsverhältnisse verhindern und gute Arbeit befördern. Darauf muss die nationale Gesetzgebung ausgerichtet sein und es muss klar sein, dass die gleichen Bedingungen auch für Arbeitskräfte aus anderen Ländern gelten.

Falsch wäre es allerdings, darauf zu setzen, qualifizierte Arbeitskräfte aus dem Ausland abzuwerben, statt selbst in Aus- und Weiterbildung zu investieren. Das Ergebnis der Arbeitnehmerfreizügigkeit darf nicht sein, dass der brain drain einige Länder um ihre Fachkräfte bringt, damit die Unternehmen in anderen Ländern kurzfristig profitieren. Eine gute Entwicklungsperspektive haben wir in Europa nur, wenn es zu einer Angleichung der Lebensverhältnisse auf hohem Niveau kommt. Dafür wäre die Abwanderung der Fachkräfte aus einem Teil Europas in den anderen kontraproduktiv.

Abschließend: Die Sozialpartner sollen über eine Mitgliedschaft in der so genannten Stakeholder-Gruppe eingebunden werden. Die eigentlichen Kompetenzen liegen jedoch beim Verwaltungsrat. Sind sie mit der Ihnen zugedachten Rolle einverstanden?

Nein. Wir können mehr und es wäre sinnvoll, die Sozialpartner stärker einzubinden. In Deutschland haben wir mit der Bundesagentur für Arbeit in  der Arbeitslosenversicherung eine Struktur, die Arbeitgeber und Arbeitnehmer direkt einbezieht. Das tut der Arbeitsmarktpolitik gut und das würde auch der ELA gut tun.  Steffen Stierle, EA 6

 

 

 

Vatikan: Umweltschutz muss immer global gedacht werden

 

Es genügt nicht, den Schutz der Umwelt nur in einigen Ländern voranzutreiben. Da jedes Leben auf der Erde nur in Abhängigkeit von anderem Leben existieren könne, brauche es globale Lösungen, so der Vatikanvertreter Bernadito Auza vor den Vereinten Nationen.

 

„Wir alle sind auf der Welt voneinander abhängig“, erklärte der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls, Erzbischof Bernardito Auza, am Donnerstag auf einer Sitzung der Vereinten Nationen (UN) in New York. Deshalb müsse sich jeder Staat noch mehr bewusst werden, dass die eigenen industriellen Produktionsweisen und das eigene Konsumverhalten immer auch Auswirkungen auf andere Teile der Welt hätte. Diese fundamentale Tatsache müsse Motivation genug sein, insbesondere im Bereich des Umwelt- und Klimaschutzes global zu denken und nach globalen Lösungen zu suchen. „Es genügt nicht, dass wir uns mit einfachen Lösungen, die nur einen Teil der Welt betreffen, abfinden“, so der Vatikanvertreter.

Er bezog sich dabei auch auf die Umweltenzyklika „Laudato si’“ von Papst Franziskus. Darin fordere der Papst alle Menschen auf, „das gemeinsame Zuhause“ – die Erde – zu schützen. Das funktioniere jedoch nur, wenn „die ganze Familie“ einbezogen werde. Die gegenseitige Abhängigkeit verpflichte die Menschen, „immer an die eine Welt zu denken“ und „einen gemeinsamen Plan“ auszuarbeiten. Weiter forderte Erzbischof Auza, schnellstmöglich Lücken im internationalen Umweltrecht anzugehen und zu schließen.

Das gemeinsame Zuhause nachhaltig schützen

 

Der Vatikanvertreter ist selbst Teil einer Arbeitsgruppe der UN, die „Prozesse anstoßen möchte, das ‚gemeinsame Zuhause‘ ganzheitlich und nachhaltig zu schützen“. Ein globales Abkommen zum Umweltschutz, an dem mehrere Delegationen der UN gerade in New York arbeiten, könne „dieser Plan sein, den Franziskus fordert“, würdigte er.

Dabei mahnte Auza  jedoch an, dass man sich während der Verhandlungen in den einzelnen Delegationen nicht nur auf die bereits existierenden Gesetze des Umweltschutzes konzentrieren dürfe. Vielmehr müssten auch die parallel stattfinden inhaltlichen Sitzungen der Konferenz über ein internationales, rechtsverbindliches Instrument im Rahmen der Seerechtsübereinkommen der UN zur Erhaltung und nachhaltigen Nutzung der biologischen Vielfalt der Meere in Gebieten außerhalb der nationalen Hoheitsgewalt Beachtung finden. Außerdem forderte der Vatikanvertreter, dass alle Verhandlungen immer transparent stattfinden sollten.

Seit 4. September beraten Regierungsvertreter in New York über ein international bindendes Abkommen zur Verpflichtung von Staaten, die Ressourcen der Ozeane außerhalb der territorialen Gewässer auf nachhaltige Weise zu nutzen und zu erhalten. Die Sitzungen dauern bis 17. September an.  (vn 6)

 

 

 

 

Wie die EU-Kommission das Mobilitätspaket zum Stillstand brachte

 

Kommentar von Cristina Tilling, politische Sekretärin für Straßenverkehr und Gleichstellung der Geschlechter bei der European Transport Workers‘ Federation in Brüssel

 

Vorbemerkung: Im Juli hat das EU-Parlament das so genannte Mobilitätspaket abgelehnt. Das Paket, das zunächst vom Verkehrsausschuss vor allem mit den Stimmen von Konservativen und Liberalen verabschiedet worden war, sah unter anderem eine Lockerung der Arbeitsvorschriften für Lkw- und Busfahrer vor. Sie sollten demnach erst nach drei Wochen Anspruch auf ein freies Wochenende haben. Außerdem sollten sie bis zu zwölf Tage hintereinander fahren dürfen – und innerhalb dieser Zeit an vier Tagen bis zu 16 Stunden. Diese Pläne stießen im Europaparlament auf Widerstand vor allem bei Vertretern linker Fraktionen und bei den Grünen. Aber auch ein Teil der Konservativen lehnte die Vorschläge ab. Sie befürchten vor allem einen unlauteren Wettbewerb durch Speditionen in den osteuropäischen Staaten, wo die Arbeitslöhne deutlich niedriger sind als etwa in Frankreich oder Deutschland. Erst Ende Mai hatte das Europaparlament eine neue Richtlinie verabschiedet, die entsandte Arbeitnehmer besser vor Sozialdumping schützen soll. Die rund drei Millionen Fernfahrer in der EU wurden dabei jedoch ausgenommen – für sie sollten Vorschriften im Rahmen des Mobilitätspakets verankert werden. Bei der ver.di waren vor allem die geplanten Arbeitszeitverlängerungen auf heftigen Widerstand gestoßen.

Die Abstimmung zum Mobilitätspaket im Europäischen Parlament, am 4. Juli, kurz vor der Sommerpause, war für alle eine Überraschung – auch für die Europäische Transportarbeitergewerkschaft (ETF). Die mehr als 150 Änderungsanträge, aufgeteilt auf drei Dossiers, durchliefen einen echten Abstimmungsmarathon. Es ging dabei um Fragen des Speditionsmarktes aber auch um die sozialen Aspekte des Sektors. Einige der Anträge wurden angenommen, andere abgelehnt. Zu denen, die systematisch und mit großer Mehrheit im Plenum abgelehnt wurden, gehören alle drei Vorschläge der Europäischen Kommission. Und aus Sicht der ETF lag das daran, dass diese Vorschläge spalterisch sind.

Die Kommission schlug beispielsweise vor, dass drei Arbeitstage pro Monat nach den Einkommensregeln des Herkunftslands des Fahrers bezahlt werden dürfen – und das für jeden Mitgliedsstaat, in dem er eingesetzt wird. Sie plädierte für mehr Flexibilität bei den Lenk- und Ruhezeiten der Fahrer und vieles mehr. Damit löste die Kommission endlose, kontroverse Debatten aus und drängte schließlich die Länderdelegationen im EU-Parlament, ebenso wie die politischen Parteien, in unvereinbare Positionen. Die ETF hat vor jeder Plenarabstimmung – und davon gab es zwei innerhalb eines Monats – den Puls des Europäischen Parlaments gefühlt: Wir waren in Straßburg vor Ort, klopften an Türen und trafen uns mit Abgeordneten. Wir fanden heraus: Es gab immer weniger, die noch von uns überzeugt werden mussten. Fast alle Abgeordneten hatten sich entschieden – gegen die Änderungsvorschläge der Kommission.

Bedauerlicherweise war dies nicht zur Kommission durchgedrungen. In einer geradezu wahnhaften Weise behauptete diese bei einem Sozialdialog Ende Juni in Brüssel noch, dass ihre Änderungsvorschläge zum Mobilitätspaket ein „Klima des Vertrauens“ förderten. Das Gegenteil war der Fall: Diese massive Ablehnung im Parlament zeigt irreparable Brüche und, was noch bedauerlicher, ist: die guten Elemente des Pakets gingen ebenfalls verloren. Zu diesen zählt zum Beispiel eine strengere und effektivere Verfolgung von Verstößen etwa bei Ruhezeiten durch den „intelligenten“ Tacho eine Art Black Box, die die Aktivität des Fahrers registriert. Gerade wegen solcher positiver Aspekte hat sich die ETF nicht für die Ablehnung des Pakets eingesetzt. Und dennoch wurde es abgelehnt und an den TRAN, den zuständigen Ausschuss des Europäischen Parlaments, zurückverwiesen.

Die Kommission ist nach wie vor der Ansicht, dass ihre Vorschläge Aussicht auf Erfolg haben. Doch wer sich Zeit nimmt, den Mitgliedstaaten und den Abgeordneten zuzuhören, ist klar, dass sowohl das Paket als auch sein Träger – die Kommission – an Glaubwürdigkeit verloren haben. Was nun? Der TRAN-Ausschuss des Europäischen Parlaments muss sich erneut mit dem Paket befassen. Entweder hält er grundsätzlich an dem Paket fest und macht Kompromissvorschläge, über die dann erneut im Plenum abgestimmt werden müsste. Oder der Ausschuss fängt wieder bei null an. Oder das gesamte Projekt wird nach den EU-Wahlen im Mai 2019 begraben.

Dem Mobilitätspaket ging eine Konsultationsphase von etwa zwei Jahren voraus. Es sollte die EU-Vorschriften für den Straßenverkehr vereinfachen und sie durchsetzbarer machen, als es heute der Fall ist. Die ETF hat sich an diesem Prozess mit konkreten Vorschlägen beteiligt. Was am Ende alles durcheinander brachte, war die überraschende Initiative der Kommission für eine totale Umgestaltung der Ruhezeiten für Bus- und LKW-Fahrer, die sich nachteilig auf ihre Arbeitszeiten, ihre Bezahlung und ihre Freizeit auswirken würde. Das lehnen wir ab. Ausnahmen bei den Lenkzeiten und mehr Flexibilität bei Dienstplänen von Fahrern sind für uns nicht akzeptabel. Sie verstoßen gegen den erklärten Zweck des Mobilitätspakets. Die ETF wünscht faire Arbeits- und Lebensbedingungen für die Fahrer, die sie vertritt. Wir wollen, dass der Straßenverkehr zum Vorreiter beim „Fair Transport“ wird.

Forum Migration September 2018

 

 

 

„Aufstehen“: Wir wollen kein deutsches Europa, sondern ein europäisches Deutschland

 

Seit zwei Wochen besteht die linke Bewegung „Aufstehen“ offiziell – und hat nach eigenen Angaben bereits 140.000 Unterstützer. Einer, der von Vornherein mit an Bord war, ist Fabio De Masi, stellvertretender Vorsitzender der Fraktion Die Linke im Bundestag. EURACTIV sprach mit ihm über die europapolitischen Ambitionen der Bewegung.

 

Herr De Masi, was war Ihre persönliche Motivation, um bei der Gründung von „Aufstehen“ mitzumachen?

Die Politik hat den sozialen Zusammenhalt in Deutschland zerstört, das Land verroht. Es gibt breite Mehrheiten für eine soziale und friedliche Politik sowie den Schutz der Umwelt in der Bevölkerung. Aber nicht im Bundestag. Die SPD ist klinisch tot und die Grünen sind das Rettungsboot von Frau Merkel. Die Linke ist alleine zu schwach und ohne Machtoption. Das nimmt den Menschen Hoffnung. Die AfD diktiert daher die Agenda – obwohl sie Löhne und Renten kürzen will und das Land spaltet. 

Woran liegt das Ihrer Meinung nach?

Wir haben die Schwerpunkte falsch gesetzt und uns fehlt die Machtoption. Viele Menschen sind gegen Leiharbeit, Befristungen, Armutsrenten, Waffenexporte und für Steuergerechtigkeit. Aber sie trauen den Parteien nicht mehr zu, diese Dinge zu regeln. Die Diskussionen der letzten Monate drehten sich um Flüchtlinge, zu wenig um die sozialen Probleme. Das war ein Geschenk für die AfD.

Zielen Sie also gezielt auf enttäuschte Wähler, die nun bei der AfD sind? 

Die Mehrheit unserer 140.000 Unterstützer gehört gar keiner Partei an. Dann folgen Linke, SPD und Grüne. Natürlich wollen wir auch Menschen für soziale Politik gewinnen die enttäuscht sind und die AfD schwächen. 

Das Erschreckende bei den Geschehnissen in Chemnitz war ja nicht, dass da Hooligans und Nazis marschiert sind. Schockierend war, dass normale Bürger da mitliefen. Klar, die Anständigen müssen Aufstehen gegen rechte Hassprediger, aber ohne anständige Politik wird die Rechte stärker.

Politische Bewegungen versprechen zwar Teilhabe, lösen sie aber nicht ein, meint Jan-Werner Müller.

Sie haben allerdings nicht den vollen Rückhalt Ihrer Partei. Letztes Wochenende hat sich der Parteivorstand der Linken gegen „Aufstehen“ ausgesprochen.

Laut Umfragen hat die Linke wegen der Debatte um Aufstehen zugelegt, die AfD verloren und eine Mehrheit unserer Wählerinnen und Wähler befürwortet das Projekt. 140.000 Menschen haben doch längst entschieden, dass Aufstehen gewollt ist. Für Die Linke wäre dies eine Chance, sich mit Blick auf die nächste Bundestagswahl neu zu erfinden und vielleicht die neue Heimat für diese Leute zu werden, wenn SPD und Grüne sich nicht ändern. Sogar eine  Kanzlerkandidatin oder ein Kanzlerkandidat der Bewegung wäre denkbar. Das ist die Chance wieder Mehrheiten zu gewinnen. Veränderung tut auch weh. Die Parteiführung befürchtet, sie wird überrannt. Ich fürchte um die Demokratie wenn wir nicht handeln.

Wenn Sie sich an Bürger wenden wollen, die ihre Meinung nicht im politischen Mainstream wiederfinden – würde das nicht auch eine deutlich europaskeptische Position bedeuten? Wie stehen Sie als ehemaliger Europaabgeordneter dazu?

Ich finde die Diskussion, ob man für oder gegen die EU ist, falsch. Ich bin überzeugter Europäer, aber ich lehne eine EU im Interesse großer Konzerne ab. Der EU Binnenmarkt hat denselben genetischen Code wie Konzernschutzabkommen wie TTIP: etwa die Vergabe öffentlicher Aufträge an die billigsten Anbieter. In Bereichen wie der Steuerpolitik bin ich  für mehr europäische Zusammenarbeit. Aber ich weiß, dass Länder wie Luxemburg oder Malta ohne Druck niemals Mindeststeuern für Konzernen zustimmen werden, was in den EU Verträgen auch ausgeschlossen ist. Deshalb muss ich auf nationalstaatlicher Ebene Maßnahmen wie Quellensteuern oder Strafsteuern auf Finanzflüsse in Steueroasen ergreifen. Was wir nicht tun wollen, ist die Kritik an der EU den Rechten zu überlassen. Wir wollen kein deutsches Europa, sondern ein europäisches Deutschland.

Wie schafft man denn ein europäisches Deutschland, in dem man von einer liberalen Wirtschaftspolitik abrückt und gleichzeitig mehr Regulierung seitens der EU vermeidet?

Wir müssen vor allem die Binnenwirtschaft in Deutschland stärken. Die deutsche Wirtschaftspolitik des Lohndumpings ist nationalistisch. Exportüberschüsse anzuhäufen, wie wir das tun, heißt, Arbeitslosigkeit zu exportieren. Deutschland profitiert vom unterbewerteten Euro. Wenn wir noch die D-Mark hätten würden wir massiv aufwerten müssen und unsere Exportüberschüsse wären weg. Die liberalen Eliten sagen, sie stünden für ein offenes Europa. Aber sie meinen ein deutsches Europa. Aber es macht einen Unterschied ob ich ein Amazon Paket von Frankfurt nach Rom schicke oder einen Römer nach Frankfurt, der seinen Job verliert. Menschen sind keine Amazon Pakete. Natürlich will ich europäische Zusammenarbeit. Aber die EU sollte ein Schutzraum gegen die entfesselte Globalisierung sein, kein Brandbeschleuniger. 

„Aufstehen“ ist nicht die erste europäische Bewegung, die sich gegen das traditionelle links-rechts Spektrum wendet. In Frankreich beansprucht Macrons Bewegung „En Marche““ dasselbe für sich. Orientieren Sie sich daran?

Nein, denn wir vertreten linke Forderungen. Wir denken nur dass viele Menschen nicht mehr wissen was links bedeutet, weil sie bei der Sozialdemokratie mittlerweile an Lohn- und Rentenkürzungen denken und soziale Parteien nicht mehr ausreichend mit sozialer Sicherheit verbinden. Unsere Vorbilder sind daher eher Sanders in den USA, Corbyn in Großbritannien oder Mélenchon in Frankreich.

Macron will ein neues „progressives“ Bündnis für die Europawahlen im Mai 2019 schmieden.

Sie sehen also keine gemeinsamen Berührungspunkte mit „En Marche“?

Ich sehe En Marche skeptisch. Macron, der ja ehemaliger Investmentbanker ist, versucht sich das Image des europäischen Erneuerers zu geben. Als es aber um die Einführung einer europäischen Finanztransaktionssteuer ging, war er es, der sie blockiert hat weil  die französischen Universalbanken viele Finanzpapiere in der Bilanz haben. Außerdem hat Macron das Streikrecht in Frankreich massiv geschwächt. Er will eine Agenda 2010 wie in Deutschland und dafür etwas Cash aus Berlin. Striptease gegen einen Euro-Haushalt. Sowas hat doch die Rechten stark gemacht. Salvini und Co sind ja nicht vom Himmel gefallen.

Kommen wir zum großen Thema Asylpolitik. Wie positioniert sich „Aufstehen“ dazu, vor allem auf europäischer Ebene?

Unsere Position ist sehr klar: für uns ist Asyl ein Grundrecht. Wir wollen Fluchtursachen bekämpfen, aber auch Hilfe vor Ort. Denn die Mehrheit der 65 Millionen Flüchtlinge hat keine Perspektive in Europa. Viele sind Binnenflüchtlinge oder leben in Anrainerstaaten. Was ist mit den Hungernden Kindern im Jemen ? Die schaffen es nicht nach Deutschland.

Wenn Sie sagen, dass nicht alle aufgenommen werden sollten, grenzen Sie sich zu den Ansichten Ihrer Partei ab. Die Linke spricht von offenen Grenzen.

Der Streit dreht sich darum für wen. Aber „offene Grenzen für alle“ ist für mich eine Phantomdebatte. Keine europäische Linkspartei fordert dies, Sanders oder Corbyn haben da die selbe Position wie wir. Es ist doch nicht human wenn alle Menschen gezwungen sind nach Europa zu kommen, um eine Perspektive zu haben. Wir sagen ja auch 1050 Euro für Bedürftige – nicht für alle. Wenn wir nicht mehr nach Not unterscheiden, können wir das nicht finanzieren. Und kein anderes EU-Land würde da mitmachen, weil dies wegen der EU-Freizügigkeit ja auch soziale Ansprüche für jeden Menschen auf der Welt in Frankreich oder Schweden bedeuten würde. Solche Debatten für das Feuilleton, die nichts mit der Realität zu tun haben, schwächen den Kampf ums Asylrecht. Aber dazu gibt es unterschiedliche Meinungen in der Linken. Das ist nicht das Thema von Aufstehen. Wir müssen endlich das Spielfeld wechseln.

Dan Barna von der rumänischen Bewegung USR erklärt im Interview, wofür seine Partei steht und wie sie nach den kommenden Wahlen im EU-Parlament repräsentiert sein könnte.

Begrüßen Sie also Horst Seehofers Einwanderungsgesetz?

Ich bin für ein Integrationsgesetz. Natürlich müssen auch Menschen aus Drittstaaten in Deutschland leben und arbeiten können. Das muss man regulieren. Was wir vermeiden müssen ist ein Braindrain aus wirtschaftlich schwächeren Ländern, denen dürfen wir nicht die Fachkräfte abwerben. 

Warum haben Sie „Aufstehen“ als parteiübergreifende Bewegung konzipiert und nicht als Partei? Wäre das nicht einfacher, um Meinungen zu bündeln?

In Deutschland mangelt es uns ja nicht an Parteien sondern an Politik für die Interessen von Beschäftigten, Arbeitslosen und Rentnern. Die Linke alleine hat keine Mehrheit. Wir wollen daher Druck auf die Parteien machen. Im Internet, auf der Straße und vielleicht mit einer Kanzlerkandidatur. Florence Schulz, EA 14

 

 

 

 

Spurwechsel. Arbeitgeberpräsident will „unsinnige Abschiebungen“ vermeiden

 

Arbeitgeberpräsident Ingo Kramer fordert ein Stopp von „unsinnigen Abschiebungen“. Beruflich gut integrierte Asylberwerber sollten in Deutschland bleiben dürfen. Auch der Landkreistag äußert ein Interesse an einem Bleiberecht für beruflich integrierte Asylbewerber.

Arbeitgeberpräsident Ingo Kramer warnt vor „unsinnigen Abschiebungen“ von abgelehnten oder geduldeten Asylbewerbern, die beruflich gut integriert sind. Häufig wüssten weder die Betroffenen noch die Betriebe über entsprechende gesetzliche Möglichkeiten Bescheid, dennoch eine Duldung oder befristete Aufenthaltsgenehmigung zu bekommen, sagte Kramer der Tageszeitung „Die Welt“. Der Landkreistag, ein Zusammenschluss der Landkreise, die neben den kreisfreien Städten für den Vollzug der Abschiebungen zuständig sind, bestätigte dem „Evangelischen Pressedienst“ entsprechende gesetzliche Regelungen.

„Insgesamt sind die Möglichkeiten für abgelehnte oder geduldete Asylbewerber, in Deutschland zu bleiben, gering“, sagte Kay Ruge vom Landkreistag. Eine bekannte gesetzlich geregelte Möglichkeit sei die sogenannte Drei-plus-zwei-Regelung, die sich speziell an Auszubildende richtet. Die Drei-plus-zwei-Regelung ermöglicht es abgelehnten Asylbewerbern mit einem sicheren Ausbildungsplatz, ihre dreijährige Ausbildung in Deutschland zu absolvieren sowie zwei weitere Jahre hier zu bleiben und zu arbeiten.

Spurwechsel gefordert

Um den Übergang von Asylbewerbern in den Arbeitsmarkt zu erleichtern, fordere der Landkreistag die Möglichkeit eines aufenthaltsrechtlichen Statuswechsels. Über den sogenannten Spurwechsel von Flüchtlingen auf den Arbeitsmarkt wird derzeit kontrovers diskutiert. Er würde geduldeten und gut integrierten Asylbewerbern eine dauerhafte Arbeitsaufnahme und Bleibeperspektive eröffnen.

Arbeitgeberpräsident Kramer erklärte, wenn nicht rechtzeitig ein Antrag auf dauerhafte Aufenthaltserlaubnis gestellt werde und die Ausländerbehörde eine Ausreiseaufforderung zustelle, sei die Rückführung ins Heimatland unumkehrbar. „Um solche unsinnigen Abschiebungen von gut integrierten Arbeitskräften zu verhindern, appelliere ich deshalb an die Leitung jeder Ausländerbehörde, dafür zu sorgen, dass in jedem Einzelfall, wo Duldungen entzogen und Abschiebungen angeordnet werden sollen, zuvor geklärt wird, ob es sich um gut integrierte Beschäftigte handelt, die einen Aufenthaltstitel beantragen könnten“, sagte der Präsident der Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände (BDA).

Ausländerbehörden ohne Ermessensspielraum

Ruge betonte mit Blick auf Kramers Appell: „Grundsätzlich haben die Ausländerbehörden keinen Ermessensspielraum bei Rückführungen: Eine Abschiebung kann nicht verhindert werden, nur weil der Bewerber beruflich gut integriert ist.“ Politische Grundsatzentscheidungen könnten nicht auf die Verwaltung verlagert werden. Er ergänzte: „Erfüllt ein Asylbewerber die Voraussetzungen für andere Aufenthaltstitel, können die Behörden allerdings darauf hinweisen.“

Auf Zustimmung stößt bei Kramer das von der Bundesregierung angekündigte Einwanderungsgesetz für Fachkräfte. Eine gezielte Zuwanderung in den Arbeitsmarkt sei entscheidend für die Zukunftsfähigkeit Deutschlands, sagte er. Ohne mehr Erwerbsmigranten drohe eine Schrumpfung der Volkswirtschaft mit verheerenden Auswirkungen auf die Rente und andere Sozialleistungen, warnte der BDA-Chef. Derzeit seien mehr als eine Million Stellen in Deutschland unbesetzt. (epd/mig 4)

 

 

 

ASJ begrüßt das vom Bundeskabinett beschlossene Mieterschutzgesetz

 

Anlässlich des heutigen Kabinettsbeschlusses zum Mieterschutzgesetz erklärt der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft sozialdemokratischer Juristinnen und Juristen (ASJ) Harald Baumann-Hasske:

 

Die von der Bundesregierung heute beschlossenen Verbesserungen im Mieterschutz begrüßen wir sehr. Insbesondere die Verschärfung der Mietpreisbremse durch die Einführung einer Auskunftspflicht der Vermieter und die Einführung eines einfachen Rügerechts für Mieterinnen und Mieter wird zu einer besseren Wirksamkeit der Mietpreisbremse führen. Wir als ASJ haben immer kritisiert, dass die Beweislast für die Durchsetzung der Mietpreisbremse allein bei den Mieterinnen und Mietern liegt. Diese, auf Wunsch der Union eingeführte Regelung, wird nun auf Druck des Koalitionspartners SPD korrigiert.

 

Die Absenkung der Modernisierungsumlage von 11 % auf 8 % sehen wir als ersten richtigen Schritt, um Mieterinnen und Mieter vor Preissteigerungen zu schützen. Auch die Verschärfung der Regeln zum Schutz vor dem sog. „Herausmodernisieren“ von Mietern ist richtig. Insgesamt sind die jetzt beschlossenen Regelungen wichtig, um so schnell wie möglich einen besseren Mieterschutz zu gewährleisten. Wirksame Mieterschutzregeln sind jedoch nur die eine Seite der Medaille. Die Bundesregierung muss sich ernsthaft mit der Frage eines gerechten Bodenrechts befassen. Die ASJ hat hier bereits konkrete Vorschläge gemacht, die als Diskussionsgrundlage dienen können. Die anstehende Reform des vom Bundesverfassungsgericht als verfassungswidrig erklärten Berechnungssystems der Grundsteuer wäre eine gute Gelegenheit, sich grundsätzlich mit der Frage des Bodenrechts zu befassen. Spd 5

 

 

 

 

Pflege: Migrant_innen machen mehr Überstunden

 

Knapp jeder zehnte Haushalt mit Pflegebedürftigen in Deutschland beschäftigt eine meist aus Osteuropa stammende Hilfskraft – insgesamt mehr als 200.000 Haushalte. Das ergab eine neue Studie der Universitäten Cottbus und Breslau.

Der Markt bewege sich „in einer Grauzone zwischen Legalität und Illegalität“, sagte der Instituts- Direktor Lothar Knopp. Gleichzeitig untersuchte die Universität Vechta in Kooperation mit der Hans-Böckler-Stiftung die Arbeitsbedingungen von Pflegekräften mit Migrationshintergrund. Das Ergebnis: Sie haben deutlich schlechtere Arbeitsbedingungen als ihre einheimischen Kolleg_innen.

14 % der Beschäftigten in Pflegeeinrichtungen haben einen Migrationshintergrund, im ambulanten Sektor sind es 11 %. Bei den Arbeitsbedingungen seien in Deutschland deutliche Unterschiede zwischen Pflegekräften mit und ohne Migrationshintergrund erkennbar, sagte die Studienautorin Hildegard Theobald von der Uni Vechta. 41 % der Migrant_innen machen mindestens einmal wöchentlich unbezahlte Überstunden, bei den Beschäftigten ohne Migrationshintergrund liegt der Anteil bei 18 %. Noch schlechter sehe es bei den ungelernten Pflegekräften aus.

Gestaltungsspielräume bei der Planung ihrer eigenen Arbeit hat der Studie zufolge nur jede vierte (23 %) Pflegekraft mit Migrationshintergrund – aber jede dritte einheimische (35 %). Häufig körperlich erschöpft fühlten sich 88 % im Vergleich zu 64 %. Zudem erfahren Migranten, die in der Pflege arbeiten, weniger Wertschätzung von den eigenen Familien und Vorgesetzten. Von ausländerfeindlichen Kommentaren seien 15 % betroffen. Laut der Untersuchung verrichten 31 % der Pflegekräfte mit Migrationshintergrund täglich Reinigungstätigkeiten in den Heimen, während es bei den Einheimischen nur 14 % sind. „Der Einfluss des Migrationsstatus ist besonders stark ausgeprägt für Pflegekräfte ohne qualifizierte Pflegeausbildung“, heißt es weiter. In dieser Gruppe reinigten 50 % der Pflegekräfte mit Migrationshintergrund täglich Zimmer.

Unabhängig vom Qualifikationsniveau berichteten 14 % der Pflegekräfte mit Migrationshintergrund über tägliche Besprechungen mit den direkten Vorgesetzten, während es bei den Beschäftigten ohne Migrationshintergrund 37 % waren. „Das hat durchaus auch mit Rassismus und Vorurteilen zu tun“, sagte Theobald der „Süddeutschen Zeitung“.

Studie HBS/Uni Vechta: https://bit.ly/2vSnXQx

Faktenbuch zu osteuropäischen Pflegekräften: https://bit.ly/2MmF3QX

Forum Migration September 2018

 

 

 

 

Studie: 87 Prozent der Deutschen sehen hierzulande einen Pflegenotstand

 

Eschborn, 14. September 2018 - Überlastete Ärzte, überforderte

Politiker - die große Mehrheit der Deutschen sieht den Pflegenotstand

erreicht. 87 Prozent der Bundesbürger sind sich bei dieser Diagnose

einig. 89 Prozent halten Ärzte im deutschen Gesundheitssystem häufig

für überlastet. 90 Prozent werfen der Bundesregierung vor, die

Probleme jahrelang vor sich hergeschoben zu haben. Dass sich die

Politik ausreichend um das Thema Pflege kümmert, findet nur ein

Fünftel der Bundesbürger. Dies sind Ergebnisse einer repräsentativen

Befragung zur Pflegesituation in Deutschland im Auftrag von

STEGdoc/STEGmed, Spezialmarken des Personaldienstleisters Experis.

 

Mehr als die Hälfte der Befragten bezeichnet das deutsche

Gesundheitssystem als generell gut organisiert. Vom deutschen

Pflegesystem sagt das allerdings nur ein Drittel der Deutschen. Neun

von zehn Deutschen wünschen sich mehr staatliche Aufsicht: Aus ihrer

Sicht sollten Pflege- und Gesundheitsleistungen durch private

Einrichtungen besser kontrolliert werden.

 

Denn das Urteil der Deutschen über die Situation der Pflegekräfte ist

eindeutig: Sie sind überlastet und unterbezahlt. Vier von fünf

Befragten sagten, dass Pflegekräfte zu wenig Zeit für den einzelnen

Patienten haben, zu schlecht bezahlt werden und es generell zu wenig

Personal gibt. 73 Prozent fordern daher auch dringend, dass der

Mindestlohn für diese Berufsgruppe angehoben wird.

 

Mehr Wertschätzung für die Pflege

Verbesserungen würde auch ein Image-Wandel bringen. 69 Prozent sind

der Meinung, dass das Ansehen dieses Berufs steigen muss. Mehr

Wertschätzung für die Arbeit am Bett könnte die Pflege attraktiver

machen. Zu mehr Qualität würden auch bessere Möglichkeiten der

Weiterbildung führen, meinen mehr als die Hälfte der Befragten.

"Das sind klare Forderungen: Die Bevölkerung verlangt nach einer

schnellen Verbesserung im Pflegebereich", sagt Dr. Peter Kilian,

Geschäftsführer bei STEGdoc/STEGmed. "Wir müssen der Arbeit in der

Pflege eine höhere Wertschätzung entgegenbringen. Außerdem geht es um

verbesserte Möglichkeiten der Weiterbildung und natürlich um höhere

Löhne." MGD 14

 

 

 

Bundesamt für Statistik. Migranten sprechen zu Hause überwiegend Deutsch

 

In mehr als die Hälfte aller Familien mit Migrationshintergrund wird zu Hause Deutsch gesprochen. Das geht aus einer Erhebung des Statistischen Bundesamt hervor. Danach wird in Familien mit russischen und türkischen Wurzeln häufiger Deutsch gesprochen.

In den meisten Familien (56 Prozent), in denen mindestens eine Person einen Migrationshintergrund hat, wird meist Deutsch gesprochen. Wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte, war 2017 die am häufigsten gesprochene ausländische Sprache in diesen Haushalten Türkisch (17 Prozent), gefolgt von Russisch (16 Prozent), Polnisch (neun Prozent) und Arabisch (sieben Prozent).

Eine Person hat dann einen Migrationshintergrund, wenn sie selbst oder mindestens ein Elternteil nicht mit deutscher Staatsangehörigkeit geboren wurde. Ob in einem Haushalt Deutsch gesprochen wird, hängt nach den Angaben stark von der Zahl der Haushaltsmitglieder mit Migrationshintergrund ab. In rund 89 Prozent der Haushalte, in denen nur ein Teil der Familie ausländische Wurzeln hatte, verständigte man sich überwiegend auf Deutsch. Hatten hingegen alle Personen ausländische Wurzeln, sank der Anteil auf 40 Prozent.

Türken und Russen sprechen eher Deutsch

Eine große Rolle spielt auch die Herkunft der Haushaltsmitglieder. So wurde laut Statistischem Bundesamt in rund vier Prozent der Haushalte, in denen alle Personen syrische Wurzeln hatten, überwiegend Deutsch gesprochen. Der Anteil lag höher, wenn die Haushaltsmitglieder türkische (34 Prozent) oder russische Wurzeln (50 Prozent) hatten.

In Haushalten, in denen alle Personen nicht in Deutschland geboren, sondern zugewandert sind, ist zudem die Aufenthaltsdauer entscheidend: Je länger sie in Deutschland lebten, desto eher verständigten sie sich auch auf Deutsch. Lebten die Haushaltsmitglieder im Durchschnitt weniger als zwei Jahre in Deutschland, haben sie nur zu acht Prozent überwiegend Deutsch miteinander gesprochen. Hielten sie sich hingegen seit mindestens zehn Jahren im Land, waren es 47 Prozent. (epd/mig 6)

 

 

 

Fahrverbote in Frankfurt

 

Verwaltungsgericht Wiesbaden verpflichtet Land Hessen zu Maßnahmen - AvD fordert vom Land Hessen Rechtsmittel gegen die Entscheidung einzulegen

AvD will Bedürfnisse von Pendlern und Wirtschaftsverkehr berücksichtigt sehen

 

Die Stadt Frankfurt am Main muss 2019 im Stadtgebiet Kraftfahrzeuge mit Benzinmotor der Schadstoffnormen Euro 1 und Euro 2, sowie Euro 4- und Euro-5-Diesel, durch ein Fahrverbot ausschließen. Der Automobilclub von Deutschland (AvD) spricht sich gegen solche Verbote aus und fordert, dass auf die Belange von Pendlern und dem Wirtschaftsverkehr Rücksicht genommen wird.

Die Fahrverbote sollen in einer Zone gelten, welche nahezu das gesamte Stadtgebiet umfasst. Das Verbot bezieht sich ab 1. Februar 2019 auf die genannten Fahrzeuge bis Euro 4, sowie ab 1. September 2019 auch auf Euro-5-Diesel. Das Verwaltungsgericht Wiesbaden hatte die Stadt Frankfurt in seiner Entscheidung zu einer Klage der Deutschen Umwelthilfe den derzeit gültigen Luftreinhalteplan des Landes Hessen betreffend entsprechend zu dieser Maßnahme verpflichtet. Das Gericht hat dem Land weiter aufgegeben, für eine Nachrüstung der öffentlichen Busflotten mit SCRT-Filtern zu sorgen. Die Richter haben die Behörden auch dazu in die Pflicht genommen Ausnahmegenehmigungen zeitlich zu begrenzen und „durch eine entsprechende Höhe der Gebühren deutliche Anreize zur Um- oder Nachrüstung zu setzen“.

Der AvD sieht in den Einfahrverboten wie die in Frankfurt geplanten einen eklatanten Verstoß gegen die Verhältnismäßigkeit, deren Beachtung das Bundesverwaltungsgericht in einem Grundsatzurteil vom Frühjahr zur Auflage für Fahrverbote gemacht hatte. Auch aus diesem Grund spricht sich der AvD ausdrücklich gegen Fahrverbote für jedwede Kraftfahrzeuge aus, deren Abgasreinigungsanlage nicht der Norm Euro 6 entsprechen. Allein in Frankfurt sind nach Schätzungen der Stadtverwaltung 85.000 Fahrzeuge betroffen, dazu kommen die Fahrzeuge mehrerer zehntausend Pendler – laut IHK Frankfurt am Main ist Frankfurt die „Pendlerhauptstadt Deutschlands“.

Die Fahrverbote laufen letztlich auf einen erheblichen Vermögensverlust für die betroffenen Fahrzeughalter hinaus, die ihre Fahrzeuge zum Teil erst vor wenigen Jahren gekauft und ordnungsgemäß zugelassen haben. Die wirtschaftlichen Lasten haben damit allein die Autofahrer zu tragen, während zugleich die Bedürfnisse des Wirtschaftsverkehrs und der Pendler in Frankfurt ignoriert werden.

Der AvD kann diesen Aktionismus nicht nachvollziehen, zumal der Luftreinhalteplan, auf dessen Grundlage jetzt das Urteil gefällt wurde, seit den 90er Jahren kontinuierlich sinkende Schadstoffwerte ausweist (im Plan S. 26 ff.). Diese Entwicklung ist auch bundesweit feststellbar: Die Belastungen durch Stickoxide wie auch durch Feinstaub hat kontinuierlich abgenommen. Laut Zahlen des Umweltbundesamts sank der Ausstoß von Stickoxiden seit 1990 von 2.900 Kilotonnen auf 1.190 Kilotonnen 2015 und wurde damit um knapp zwei Drittel vermindert. Daraus lässt sich eher folgern, dass dieser Trend sinkender Werte sich auch über 2018 hinaus fortsetzen wird. Das Datenmaterial rechtfertigt daher auf keinen Fall derart rigide, in das private Eigentum tausender Menschen einschneidende Maßnahmen.

Den geplanten Ausschluss von Dieselfahrzeugen zur Verbesserung der Luftqualität aus Innenstädten hält der AvD für unausgegoren, denn sowohl Fahrverbote als auch die Einführung der blauen Plakette ignorieren die Tatsache, dass der PKW-Verkehr nur einen kleinen Teil der Emissionen in den Städten verursacht. Der Großteil der Emissionen wird von Lkw-Verkehr, Flussschiffahrt, Wärmeerzeugung für Privathaushalte, sowie die Industrie verursacht, ohne hier einen zumindest gleichgewichtigen Beitrag zur Schadstoffsenkung abzuverlangen.

Der AvD fordert daher die Landesregierung auf, gegen die Entscheidung des Verwaltungsgerichts Wiesbaden in Berufung zu gehen. Die Mitglieder der Bundesregierung mahnt der AvD sich ihres Amtseides zu erinnern, in dem Sie geschworen haben dem deutschen Volk zu dienen, sowie Schaden von diesem abzuwenden und nicht allein von der Automobilindustrie. AvD 6

 

 

 

 

Kanzlerin Merkel: Kommender Haushalt setzt die Voraussetzung für gute Weiterentwicklung Deutschlands

 

Der Haushalt 2019 und die mittelfristige Finanzplanung bis 2022 sind die Voraussetzungen dafür, dass sich Deutschland weiter gut entwickeln und in einen sozialen und wehrhaften Staat investieren kann. Das hat Bundeskanzlerin Merkel in ihrem aktuellen Podcast anlässlich der bevorstehenden Haushaltsdebatte betont.

Der Haushalt weise verschiedene Schwerpunkte auf, erklärt Merkel. Es gehe erstens um Entlastungen angesichts sehr guter Steuereinnahmen. Das, so die Kanzlerin in ihrem Podcast, spiegele sich etwa wider in der Einkommenssteuer, genauso wie bei der Erhöhung des Kindergeldes. Zweitens investiere die Bundesregierung in die soziale Balance im Land. Hier gehe es vor allem darum, "dass wir bis 2025 Vollbeschäftigung in allen Teilen Deutschlands erreichen wollen". Dazu werde mehr investiert, um Menschen wieder an den ersten Arbeitsmarkt heranzuführen. Drittens gehe es um Investitionen in

Straßen, Schienen und die digitale Infrastruktur und "wir investieren in ganz besonderer Weise in den Wohnungsbau", sagt Merkel. Der vierte Schwerpunkt liege bei der inneren und äußeren Sicherheit sowie der Entwicklungshilfe.

Die Bundesregierung betreibe Vorsorge für Zeiten, in denen die Konjunktur nicht so gut laufe, indem sie investiere. Damit werde die Voraussetzung geschaffen noch möglichst lange einen wirtschaftlichen Aufschwung zu haben.

Der Pfad des Abbaus der Gesamtverschuldung soll dabei weiter fortgesetzt werden. "Wir werden die Schuldenquote auf 60 Prozent des Bruttoinlandsprodukts senken können. Das bedeutet auch, dass die Finanzen solider sind und generationengerechter", sagt Merkel.

Hinweis: Der Video-Podcast ist unter www.bundeskanzlerin.de abrufbar.

Unter dieser Internetadresse ist dann auch der vollständige Text zu finden. Bip 8

 

 

 

 

German Angst vor klugen Robotern

 

Das Gruselige an der Künstlichen Intelligenz (KI) ist, dass sich kaum absehen lässt, wie weit die Anwendungen gehen werden. Und ob es gelingt, sie politisch so zu steuern, dass der Mensch am Ende die Oberhand behält. Unter den Deutschen überwiegt die Skepsis.

Natürlich bietet die KI viele Chancen: Sie kann medizinische Diagnosen unterstützen, industrielle Arbeitsbedingungen verbessern, Verkehrssysteme optimieren und vieles mehr. Sie kann aber auch Drohnen in Kriegsgebiete steuern, dort über Leben und Tod entscheiden, mit autonom fahrenden Teslas Fußgänger überfahren oder qualifizierte Arbeitnehmer durch Roboter ersetzen – wenn man sie lässt.

Das Sammelsurium an Chancen und Risiken ist kaum überschaubar. Nicht umsonst bezeichnete der Star-Physiker Stephen Hawking die KI einst als das „Beste oder das Schlimmste, was die Menschheit jemals erfunden hat.“ Es kommt darauf an, was man daraus macht.

Die Debatte um Künstliche Intelligenz dreht sich nicht nur um technische Fragen, sondern auch um ethnische. In der EU trägt dazu wesentlich der EWSA bei, der Anfang der Woche ein „Stakeholder-Gipfel“ zum Thema durchführte.

Wie überall scheiden sich auch in Deutschland in Sachen KI die Geister, wie eine aktuelle YouGov-Umfrage zeigt. Knapp jeder Zweite (45 Prozent) nimmt zwar ein ausgeglichenes Nutzen-Risiko-Verhältnis wahr, ein Viertel (26 Prozent) bewertet das Risiko allerdings als höher als den Nutzen. Dem stehen nur 15 Prozent der Befragten gegenüber, die mehr Nutzen als Risiken sehen. Insgesamt überwiegt also die Skepsis.

Die Erwartungen an die KI hängen allerdings auch sehr mit dem Alter zusammen: je älter, desto skeptischer. Das ist nicht überraschend, sondern ein typisches Meinungsbild bei um Fragen des technologischen Fortschritts. „Während die Millennials (18-36 Jahren) eher eine ausgeglichene Wahrnehmung von Nutzen (18 Prozent) und Risiko (22 Prozent) haben, sind die Baby Boomer deutlich ängstlicher (13 Prozent sehen Nutzen, 29 Prozent Risiko)“, heißt es in der YouGov-Auswertung der Befragung. Die Babyboomer sind heute zwischen 54 und 72 Jahre alt. Zwischen Millennials und Babyboomern liegt noch die Generation X – dazwischen sowohl vom Alter als auch von den Befragungsergebnissen her.

Allerdings ist KI nicht gleich KI. Wie eingangs schon dargestellt wurde, können die Systeme in sehr unterschiedlichen Bereichen zur Anwendung kommen. Besonders groß ist die Skepsis der Umfrage zufolge, wenn Gerechtigkeitsfragen betroffen sind. So lehnen 77 Prozent den Einsatz in Vorstellungsgesprächen ab, auch wenn die KI vielleicht objektivere Bewertungen vornehmen könnte, als ein Personalchef, dem auch mal die Nase des Bewerbers nicht passt. Der Umfrage zufolge finden die Deutschen eine KI-gesteuerte Auswahl sogar noch etwas schlimmer als die Anwendung KI-gesteuerter Waffensysteme in kriegerischen Auseinandersetzungen.

Weniger Probleme haben die Befragten beispielsweise mit autonom fahrenden Autos. Nur eine kleine Mehrheit von 52 Prozent ist dagegen. Aber immerhin eine Mehrheit. Auch bei Telefonaten mit einer Servicehotline hat nur eine knappe Mehrheit etwas dagegen, wenn am anderen Ende der Leitung ein Roboter spricht.

Der Gedanke, Roboter für uns arbeiten zu lassen, ist verlockend. Doch was, wenn die Maschinen irgendwann intelligenter und effektiver sind als die Menschen? Künstliche Intelligenz muss reguliert werden.

Schlechte Nachricht für Journalisten: Mehrheiten für den KI-Einsatz gibt es laut der Umfrage nur bei der Erstellung von Nachrichten. Allerdings wurde lediglich nach recht einfachen Texten gefragt, bei denen keine größeren journalistischen Fähigkeiten gefragt sind. So wären 45 Prozent der Befragten einverstanden, wenn der Bericht über ein Fußballspiel von einer KI erstellt wird (41 Prozent dagegen). Bei Berichten über den Aktienkurs eines Unternehmens sind 49 Prozent dafür und 37 Prozent dagegen.

Insgesamt offenbaren die Ergebnisse große Skepsis. Für die politisch Verantwortlichen heißt das: Es braucht mehr Informationen, mehr öffentliche Debatte und mehr politische Maßnahmen, durch die die KI klare Grenzen und Regeln bekommt. Steffen Stierle, Euractiv 13

 

 

 

 

Deutsche begrüßen mehrheitlich #MeToo-Debatte über sexuelle Belästigung

 

und wünschen sich die Behandlung des Themas in den Schulen – Ergebnisse des ifo Bildungsbarometers 2018

 

Berlin - Die große Mehrheit der Deutschen findet es positiv, dass derzeit wegen der #MeToo-Kampagne eine öffentliche Debatte über sexuelle Belästigung geführt wird und befürworten eine Behandlung des Themas an den Schulen. 74 Prozent der Frauen und 66 Prozent der Männer begrüßen die Debatte, wie das ifo Bildungsbarometer ergeben hat, die größte Bildungsumfrage in Deutschland. Sexuelle Belästigung in Deutschland sehen 45 Prozent der Frauen und nur 30 Prozent  der Männer als ernsthaftes Problem. Für  kein oder ein kleines Problem halten es 22 Prozent der Frauen, aber 37 Prozent der Männer. Dreiviertel-Mehrheiten sind in beiden Gruppen aber jeweils dafür, dass im Schul-Unterricht Themen wie Gleichstellung, Gewalt und Machtmissbrauch von Männern gegenüber Frauen und sexuelle Belästigung behandelt werden. Deutliche Mehrheiten der Frauen und Männer sehen an den Schulen und Universitäten keine Bevorzugung eines Geschlechts, im Gegensatz zum Arbeitsmarkt, wo mehrheitlich eine Bevorzugung der Männer empfunden wird.

Die Deutschen sind auch mehrheitlich dafür, dass Lehrkräfte in ihrer Aus- und Fortbildung lernen, wie sie bei ihrer Unterrichtsgestaltung besser auf Geschlechterunterschiede eingehen können, dass Mädchen an deutschlandweiten Aktionstagen zu männerdominierten Berufen und Jungen zu frauendominierten Berufen teilnehmen, und dass staatliche Stipendien-Programme für Frauen ausgebaut werden in Fächern wie Mathematik, Informatik, Naturwissenschaften und Technik. Getrennten Unterricht für Jungen und Mädchen in Mathematik und Sprachen sowie den Ausbau von getrennten Schulen lehnen deutliche Mehrheiten von Frauen und Männern ab. Geteilter ist die Meinung zu getrenntem Sportunterricht.

 

Deutliche Mehrheiten der Frauen und Männer möchten, dass der Frauenanteil in IT-Berufen und der Männeranteil in Pflegeberufen steigt. Für verpflichtende Geschlechterquoten bei Führungspositionen in Unternehmen finden sich sowohl bei Frauen als auch bei Männern relative, aber keine absoluten Mehrheiten. Für verpflichtende Quoten in der Politik, bei Universitätsprofessuren und bei der Studienplatzvergabe gibt es bei Frauen ebenfalls deutliche relative, aber keine absoluten Mehrheiten, bei Männern hingegen nicht so sehr. Sowohl Männer als auch Frauen sind mehrheitlich der Meinung, dass Mütter junger Kinder, aber nicht die Väter ihre Berufstätigkeit reduzieren sollten. Nach sonstigen aktuellen Bildungsthemen befragt, lehnt die Mehrheit der Deutschen Schreiben nach Gehör an Grundschulen deutlich ab, Englischunterricht ab der ersten Klasse befürworten sie hingegen.

Erstmals befragte das ifo Bildungsbarometer in diesem Jahr auch 1000 Jugendliche im Alter von 14 bis 17 Jahren gesondert. Unter den Jugendlichen ist die große Mehrheit gegen getrennten Unterricht für Jungen und Mädchen in Mathematik und Sprachen. Beim Sportunterricht ist die Meinung geteilter, mit einer leichten Mehrheit für getrennten Unterricht insbesondere unter den Mädchen. Deutliche Mehrheiten der Mädchen, aber auch der Jungen sind dafür, dass Themen wie Gleichstellung von Mann und Frau, Gewalt und Machtmissbrauch von Männern gegenüber Frauen und sexuelle Belästigung im Unterricht behandelt werden

Die Jugendlichen sind wie die Erwachsenen mehrheitlich für die Einführung von deutschlandweit einheitlichen Abschlussprüfungen, für einheitliche Vergleichstests in verschiedenen Jahrgangsstufen, gegen die Abschaffung von Schulnoten und für Klassenwiederholungen bei schlechten Leistungen. 60 Prozent der Erwachsenen sind für Ganztagsschulen bis 15 Uhr. Aber 64 Prozent der Jugendlichen sind dagegen. Im Gegensatz zu den Erwachsenen würden die Jugendlichen eher zusätzliche Lehrmittel anschaffen als Klassengrößen verkleinern. Wie die Erwachsenen sind die Jugendlichen mehrheitlich für die Vermittlung von Digital- und Medienkompetenzen in Grund- und weiterführenden Schulen. Sie können sich einen größeren Anteil der Unterrichtszeit zur selbständigen Arbeit am Computer vorstellen. Weit mehr als die Erwachsenen sind sie dafür, dass Schulen über digitale Kommunikationswege in Kontakt mit ihnen selbst treten – aber eher weniger beim Kontakt der Schulen mit den Eltern. Ifo 13