Webgiornale 9-22 maggio 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     I pericoli della ‘guerra per procura’ in Ucraina. 1

2.     Audizione del Ministro Di Maio sulle norme di applicazione della legge per il voto degli italiani all’estero. 1

3.     Il lungo cammino del federalismo europeo. 1

4.     Migrazione legale: attirare competenze e talenti nell’UE. 1

5.     Le nuove regole covid per entrare in Italia nel mese di maggio. 1

6.     Progetto bilingue a Francoforte. Il Console Samà incontra il nuovo preside della scuola italo-tedesca Procolino Antacido. 1

7.     Stoccarda. Vivere e lavorare in Germania. Serate informative per il 2022. 1

8.     Stoccarda. Riunita la presidenza della Acli Germania. Il Consiglio Nazionale il 14 maggio. 1

9.     Berlino. Agenzia ICE e AICA presenti alla International Hotel Investment Forum (IHIF) 1

10.  "Mal Kurz Nach Sardinien": Visioni Sarde ad Amburgo ne "La lunga notte dei Consolati". 1

11.  IIC di Colonia. Literatur, incontro tra Massimo Carlotto e Claudia D'Avino. 1

12.  Düsseldorf. Invito alla ProWein, dal 15 al 17 maggio 2022. Collettiva italiana. 1

13.  Tre incontri sui porti di Amburgo e Trieste organizzati dagli IIC di Berlino e Amburgo. 1

14.  Festa del Lavoro a Kempten il 1° Maggio 2022. 1

15.  Berlino: evento di networking in Ambasciata in occasione dell'International 1

16.  “Out of stage”: la Biennale Musica di Venezia si presenta a Francoforte. 1

17.  Brevi di politica e cronaca tedesca. 1

18.  Ucraina, armi pesanti a Kiev: sì della Germania. 1

19.  Macron alla ricerca della ‘via francese’ in politica estera. 1

20.  Così la Russia muove i mercenari dall’Africa alla guerra in Ucraina. 1

21.  A fianco dell’Ucraina, per cercare la strada del negoziato e della pace. 1

22.  Il voto francese e la rielezione di Macron possono decidere il futuro dell’Europa. 1

23.  Il Parlamento. 1

24.  Due mesi di guerra in Ucraina: quattro scenari possibili 1

25.  Un requiem per la globalizzazione! 1

26.  Gli orizzonti 1

27.  Dal presidente Mattarella una road map per negoziare in Ucraina. 1

28.  Voto all’estero: proseguono le audizioni di fronte alla Giunta per le elezioni 1

29.  Figli della scuola. 1

30.  Europsicosi 1

31.  "Conferenza sul futuro dell’Europa sia occasione per vera fase costituente che rafforzi Unione. 1

32.  Guerra Ucraina, Germania: "Pronti a embargo petrolio Russia". 1

33.  Migrantes-Transiti: la condizione psicologica degli italiani nel mondo durante il Covid-19. 1

34.  Il messaggio. 1

35.  Voto all’estero: è ora di cambiare. 1

36.  Agevolazioni fiscali per ricercatori e docenti rientrati. Disposte le modalità. 1

37.  Referendum 12 giugno 2022: elettori temporaneamente all’estero. 1

38.  Il convegno “Italiano 2020: lingua nel mondo globale”. Presentazione della ricerca. 1

39.  Generazioni 1

40.  La risposta sul miglioramento dei servizi consolari 1

41.  Un 25 aprile dalla parte di chi lotta per la pace, la libertà e l’indipendenza nazionale. 1

42.  Astensionismo: tra i diritti e i doveri degli italiani all’estero. 1

43.  Educazione politica. 1

44.  Nuovo servizio nazionale online. 1

45.  Successo della Confsal Unsa Esteri alle elezioni RSU.. 1

46.  Pfizer lancia Oncowellness, piattaforma dedicata al benessere psico-fisico. 1

47.  Liguria: approvato il Programma degli interventi in materia di emigrazione per l’anno 2022. Stanziati 140 mila euro. 1

48.  Il 2024 sia l’Anno delle Radici: la mozione di Nicola Carè (Pd). 1

49.  Dipendenti Maeci. Rispettare i diritti acquisiti 1

50.  Genova. Apre il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana: inaugurazione l’11 maggio. 1

 

 

1.     Italienischer Premierminister drängt auf Änderung der EU-Verträge. 1

2.     Russen behindern Evakuierung aus Mariupol 1

3.     Viele Menschen sind zum Engagement gegen Rassismus bereit. 1

4.     Keine Planungssicherheit. Dauerhafte Arbeit statt Pilotprojekte gegen Rechtsextremismus. 1

5.     Kath. Flüchtlingsgipfel diskutiert Hilfe für ukrainische Geflüchtete und kirchliches Integrationsverständnis. 1

6.     „Egal welcher Hautfarbe“. Traumatherapeutin fordert Gleichbehandlung aller Flüchtlinge. 1

7.     Drei Gesichter der Solidarität. 1

8.     Illegale Pushbacks. Frontex-Chef Leggeri nach Vorwürfen zurückgetreten. 1

9.     EU-Klimachef kritisiert Panikmache zur Ernährungssicherheit 1

10.  Parolin zu Ukraine-Krieg: „Waffen sind schwache Lösung“. 1

11.  Maßnahmenbündel. EU-Kommission will legale Migration nach Europa erleichtern. 1

12.  EU-Kommission geht gegen Verletzung der Rechtsstaatlichkeit in Ungarn vor. 1

13.  Hohe Bereitschaft für die Aufnahme von Geflüchteten, aber breite Skepsis gegenüber militärischer Einmischung. 1

14.  Große Erleichterung nach Macrons Wiederwahl 1

15.  Friedensforscher. Rekordhoch bei Rüstungsausgaben im Jahr 2021. 1

 

 

 

I pericoli della ‘guerra per procura’ in Ucraina

 

La guerra in Ucraina è ormai chiaramente una “guerra per procura” fra Russia e Occidente. Lo ha detto esplicitamente Lavrov, che non fa testo.

Ma lo ha lasciato capire il Ministro della Difesa americano Austin, quando ha dichiarato che l’obiettivo delle forniture militari è di aiutare l’Ucraina a “vincere” (cioè non solo di indurre Mosca a firmare un armistizio e moderare le proprie pretese territoriali); e che un secondo obiettivo è debilitare la Russia in modo che non sia più in grado di aggredire altri vicini.

Guerra economica e di logoramento

Sin dall’inizio il conflitto non era una questione puramente bilaterale. Prima di ripiegare su una strategia di conquista territoriale, lo scopo della prova di forza lanciata da Putin era di

staccare l’Ucraina dall’orbita occidentale e catturarla nell’orbita russa: la stessa finalità del veto alla firma dell’Accordo di Associazione con l’Ue che aveva fatto pervenire a Yanukovich nel 2013, ma che l’insurrezione di Maidan aveva spazzato via. Ora la rivincita,

con metodi più brutali. Destinatari dell’operazione militare speciale erano dunque sia il paese aggredito sia il blocco euro-atlantico.

L’Ucraina, resistendo, difende il proprio territorio e la propria sovranità; ma è anche vero che – come dice Zelensky – combatte per gli europei, quanto meno per quelli confinanti con la Russia, perché dando del filo da torcere scoraggia nuove aggressioni.

Le sanzioni, inizialmente poco più che un “atto dovuto” , sono poi state drasticamente rinforzate, divenendo atti ostili, mirati a destabilizzare la Russia e il suo Zar, pur di fermare l’invasione. Se alla vigilia dell’attacco era francamente ridicola la sua denuncia di “un piano americano per distruggerci”, premessa per giustificare la guerra come preventiva e quindi in certo qual modo difensiva, ora Putin non esagera quando chiama il crescendo delle sanzioni “guerra economica“. Che come tutte le guerre arreca gravi danni a entrambe le

parti.

Le forniture militari allo stato aggredito sono ineludibili se non si vuole essere agnostici di fronte all’aggressione. Mantenerle al di sotto di una prudente soglia, come vorrebbero alcuni europei, può solo servire a prolungare lo spargimento di sangue e far pagare cara ai

russi la loro conquista di territori altrui, suscitando in loro un forte desiderio di rivalsa. Gli americani puntano invece a fermare la loro avanzata e mettere gli ucraini in grado di sferrare delle controffensive. Il fine ulteriore è di umiliare Putin e i suoi generali, e di logorare l’apparato militare della Russia.

‘War by proxy’

È esattamente quello che Reagan aveva fatto, con successo, negli anni Ottanta armando i mujahiddin afghani (soprattutto con i missili anti-aerei Stinger, che ora rivediamo); o quello che, sul versante opposto, avevano fatto i sovietici con le guerre di Corea e Vietnam. La “war by proxy” è una valida alternativa allo scontro militare diretto fra grandi potenze, ma non è priva di rischi.

Nel caso ucraino l’esito della guerra di logoramento dipende dalla capacità americana di far affluire con grande rapidità forniture massicce di armi pesanti, e dalla capacità russa di distruggere tali armi nei depositi o durante il trasporto. Mosca ha definito i convogli

come “bersagli legittimi“; per ora si astiene dal colpirli fuori del territorio ucraino ma non si può escludere che, vedendo ignorate le proprie messe in guardia e aumentata l’efficacia delle armi fornite all’Ucraina, possa rispondere con rappresaglie che causino vittime fra

gli americani o fra i militari di altri paesi Nato. Il potenziale per un un’estensione dell’incendio è evidente.

L’evocare il pericolo di una terza guerra mondiale, da parte di Lavrov, è un tentativo di dissuasione, non una minaccia. La Russia non ha alcun interesse ad un allargamento del conflitto. Ma non è disposta a fare un passo indietro, perciò alla sfida americana risponde con una sfida. È la logica della escalation, che si intende controllata ma comporta sempre un margine di incertezza.

Mosca ha a disposizione una serie di opzioni per rispondere al salto di qualità del coinvolgimento degli Stati Uniti e, con maggiore o minore zelo, dei loro alleati; e per vendicarsi di eventuali rovesci che dovesse subire sul campo. Scegliendo quelle più adatte a mettere in imbarazzo l’avversario, o cui è più difficile replicare.

La possibilità dell’allargamento del conflitto

Una prima avvisaglia è la sospensione delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria, che colpisce indirettamente gli altri europei in quanto provoca una impennata dei prezzi. Una rappresaglia più incendiaria che ha già minacciato è il lancio di missili su ambasciate occidentali a Kyiv (gli americani stanno per riaprire la loro). Se fosse confermato che gli attentati di questi giorni in Transnistria sono una falsa flag operation (lo fa pensare il fatto che si sia badato a non causare vittime), si profilerebbe la prospettiva di un ultimatum o una aggressione alla Moldavia, che non farebbe scattare la garanzia NATO.

Ma a quel punto l’Alleanza dovrebbe domandarsi come reagire se il passo successivo fosse un attacco di limitata entità alla Estonia o la Lettonia, che prendesse spunto da una provocazione organizzata in una delle zone a maggioranza russa.

Il ministro della Difesa americano dice di puntare ad una vittoria dell’Ucraina, ma non a una vittoria rapida. Si prepara ad una guerra prolungata, tanto è vero che si prevede una ripetizione della riunione di Ramstein a cadenza mensile. Per la Russia una guerra di logoramento poteva essere vincente contro la sola Ucraina, ma è da evitare nel caso di una proxy war con la Nato. Escludendo di ritirarsi, non può che raddoppiare gli sforzi per sfondare nel Donbass, prima di offrire un armistizio.

Accettandolo, l’Ucraina salverebbe dall’occupazione Kharkiv, Dnipro, Odessa. Non il Donbass allargato, né la regione meridionale fino a Kherson, dove è già in corso la russificazione dell’amministrazione e dell’istruzione. Essendo impensabile che firmi la cessione di tali territori, si prospetta purtroppo un nuovo conflitto “congelato”, che

rende oltretutto problematica l’ammissione dell’ Ucraina “libera” nella Ue e nella Nato. L’alternativa, una guerra prolungata come quella di Corea, con i connessi rischi di ulteriore escalation, è ancora peggiore. Francesco Bascone, AffInt 28

 

 

 

 

Audizione del Ministro Di Maio sulle norme di applicazione della legge per il voto degli italiani all’estero

 

ROMA – Si è tenuta presso la Giunta delle Elezioni della Camera l’audizione del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in merito all’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 459/2001 recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”. Di Maio ha ricordato che quando sancisce la Costituzione circa il diritto di voto deve essere alla base di ogni confronto. “Sono trascorsi oltre venti anni dall’entrata in vigore della legge sul voto all’estero – ha spiegato Di Maio – e nel frattempo ci sono state 4 elezioni politiche e 8 consultazioni referendarie: in 20 anni il numero degli italiani all’estero è raddoppiato raggiungendo la soglia dei 6 milioni e mezzo e neanche durante la pandemia l’aumento delle collettività estere si è interrotto. Ciò è dovuto alla spinta alla nuova mobilità per opportunità di studio e di lavoro”, ha precisato Di Maio sottolineando però come l’aumento di connazionali all’estero sia dovuto in certa misura anche alla nostra legge sulla trasmissione della cittadinanza. “Nel 2003 gli elettori furono 2,3 milioni; per il prossimo referendum di giugno il corpo elettorale all’estero sarà prossimo ai 5 milioni di persone sparse per tutti i continenti. Basti pensare che per il referendum del 2020 sono rientrate a Roma schede elettorali provenienti da 196 Paesi. A fronte di numeri così elevati e delle problematiche che sorgono sulla regolarità del voto c’è da chiedersi se la normativa vigente non necessiti delle modifiche”, ha spiegato il Ministro puntualizzando come l’attuale sistema si basi sul voto per corrispondenza: vengono inviati plichi a tutti gli iscritti Aire e ai cittadini temporaneamente all’estero che ne facciano richiesta. Solo in casi limitati viene facilitato il rientro in Italia per l’esercizio del voto. C’è tutta una serie di passaggi organizzativi scadenzati dalla Farnesina nei due mesi che precedono le elezioni. Subito dopo l’indizione delle elezioni, le sedi estere cominciano a effettuare la campagna informativa oltre al controllo degli elenchi degli aventi diritto al voto nelle circoscrizioni estere. Seguono le fasi di acquisizione del materiale costituente il plico elettorale. “Ambasciate a consolati organizzato la spedizione dei plichi elettorali entro il diciottesimo giorno antecedente il voto; il connazionale restituisce il plico alla sede entro le 16, ora locale, del giovedì che precede il voto in Italia. Le rappresentanze inviano a Roma le schede in tempo per l’apertura dello scrutinio sul territorio nazionale”, ha spiegato Di Maio che non ha parlato in questa sede delle questioni relative allo scrutinio e di competenza dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia. Il Ministro ha però ricordato che in uno dei decreti legge approvati di recente dal Governo c’è la previsione della suddivisione delle operazioni di scrutinio tra cinque Corti d’Appello: Roma, Milano, Bologna, Firenze e Napoli. “La norma sarà applicabile a partire dalle prossime elezioni politiche, quindi non per il prossimo referendum”, ha precisato Di Maio soffermandosi sulle criticità del voto per corrispondenza parlando di sforzi organizzativi e risorse umane messi però in difficoltà dal crescente numero di elettori all’estero. Il numero degli italiani a Stoccarda , ha segnalato il Ministro, è comparabile ai residenti nel Comune di Parma: circa 190mila persone. Al Consolato Generale di Stoccarda sono in servizio 30 persone, di cui un solo diplomatico. “Le elezioni rappresentano un momento gravoso”, ha evidenziato Di Maio parlando anche dei costi derivanti dal voto per corrispondenza a fronte di questi numeri così importanti. Alla Farnesina dovrebbero essere assegnati circa 24,5 milioni di euro annui: un terzo viene assorbito dalla sola Argentina. Spesso si necessita di integrazioni: per esempio per le elezioni politiche del 2018 occorsero circa 28 milioni di euro con un numero di votanti effettivi del 30%. Ecco perché dovremmo valutare l’introduzione della cosiddetta opzione inversa al fine di migliorare i servizi per il diritto di voto”, ha precisato Di Maio. “La democrazia non ha prezzo – ha aggiunto il Ministro – ma lo stesso sistema per corrispondenza sottopone il tutto a variabili aleatorie che sfuggono al controllo ragionevolmente esercitabile dalle strutture della Farnesina. Oltretutto nei diversi Paesi i sistemi di spedizione postale, pubblici o privati, possono essere molto diversi tra loro anche per efficienza. In alcuni Paesi la posta raccomandata è disponibile ma non utilizzabile per via dei costi spropositati rispetto alla posta ordinaria”, ha aggiunto Di Maio andando poi ai principi costituzionali di segretezza e personalità del voto. “Avvenendo il tutto da remoto non c’è certezza che la persona che riceve il plico sia la stessa che poi esprime il voto. Non si possono escludere interventi di intermediari che possano influenzare l’espressione del voto”, ha spiegato Di Maio che sulla bassa affluenza del voto all’estero ha delineato un problema imputabile anche alla composizione stessa delle comunità italiane dove ormai seconde e terze generazioni sono integrate per lo più nel Paese in cui sono nate e vivono. Sull’eventualità di organizzare seggi all’estero il Ministro ha per ora escluso questa ipotesi per lo sforzo insostenibile del personale diplomatico-consolare. Nel corso dell’audizione Gregorio Fontana (FI) ha ricordato che la struttura della Farnesina serve a gestire altri servizi e non solo il voto, oltre al fatto che una norma di venti anni fa andrebbe adeguata ai tempi. Per Fontana è già un passo in avanti il decreto che suddivide le incombenze tra più Corti d’Appello. Alessandro Melicchio (M5S) ha sottolineato il necessario equilibrio tra il diritto al voto e la tutela della segretezza e personalità. Per Melicchio è quindi auspicabile una modifica della legge chiedendo se fosse percorribile l’idea di un voto elettronico. Elisa Siragusa (Misto- ripartizione Europa), ha precisato come da residente all’estero abbia più volte esercitato il diritto di voto in Italia sentendolo più sicuro rispetto alle modalità del voto all’estero per corrispondenza. “Quando l’elettore invia il plico non sa se questo arrivi a destinazione e quindi rimane nel dubbio di non sapere se ha effettivamente esercitato il suo diritto. Inoltre non tutti i cittadini aggiornano la propria residenza, quindi se un cittadino straniero dovesse entrare in possesso del plico lì dentro troverebbe scheda e certificato elettorale e potrebbe votare al posto del cittadino italiano: non deleghiamo al caso il nostro voto all’estero”, è il monito di Siragusa che ha evidenziato come un altro problema sia nell’estremo automatismo della trasmissione della cittadinanza. Sull’inversione dell’opzione, Siragusa si è detta d’accordo auspicando anche una maggiore uniformità nel voto all’estero. Il rischio è però per la deputata è quello di arrivare alle elezioni del 2023 senza aver potuto modificare la legge. In sede di replica Di Maio ha spiegato come grazie alla tecnologia si possano fare passi avanti senza avere però meccanismi distorti. “In generale c’è un consenso sull’idea che il meccanismo vada cambiato”, ha sottolineato il Ministro. “Ci riempie d’orgoglio avere una rete di italo-discendenti così importante ma il sistema deve essere sostenibile”, ha aggiunto Di Maio pur evidenziando un recente cambio di rotta nell’assunzione di nuovo personale amministrativo-consolare. Sul voto elettronico è stata ricordata la sperimentazione per il voto dei Comites: “occorre però capire a che punto è la sicurezza del voto elettronico”. (Inform/dip 3)

 

 

 

 

Il lungo cammino del federalismo europeo

 

Come era facilmente prevedibile, il discorso di Mario Draghi davanti al Parlamento europeo, non si è discostato molto dalle sue dichiarazioni programmatiche all’atto della sua investitura a presidente del Consiglio più di un anno fa.

Costruire il federalismo europeo

Draghi rimane infatti un convinto europeista e sostenitore di quello che ha definito un “federalismo pragmatico”, che governi le trasformazioni in tutti i settori chiave dell’Ue, dalla politica sanitaria a quella energetica, dall’immigrazione alla politica estera. Un federalismo pragmatico costruito tuttavia su un “federalismo ideale” che si sostanzia dei valori fondanti dell’Unione, pace, solidarietà ed umanità. Oggi, diversamente di un anno fa, siamo anche di fronte ad un radicale mutamento geopolitico, conseguenza dell’aggressione russa in Ucraina. Quindi è necessario reagire con rapidità.

Draghi si è quindi soffermato su due elementi del “federalismo pragmatico”. Il primo è quello di un richiamo al successo del Next Generation EU che sta permettendo all’Ue di uscire dalle conseguenze negative della pandemia con il varo, anche se solo temporaneo, di nuove forme di governo e responsabilità comune. Il presidente del Consiglio propone quindi di riprendere questo modello anche per fare fronte alle conseguenze economiche, energetiche e finanziarie, della guerra scatenata da Vladimir Putin.

Il secondo elemento è quello di accelerare gli sforzi verso un sistema di difesa comune europea che renda credibili le maggiori spese che i singoli paesi si sono impegnati a varare all’indomani dell’attacco russo. Ma per rendere politicamente accettabile questo sforzo verso una difesa comune è anche necessario dotare l’Ue di una vera e propria politica estera che le permetta di usare il futuro strumento militare con efficacia e rapidità.

La condizione per arrivare a questo stadio è di eliminare del tutto il voto all’unanimità a favore della maggioranza qualificata. Ciò anche a costo di toccare un tabù per alcuni governi membri, quello di una necessaria modifica dei Trattati in questa direzione.

Ue, Usa, Nato: quali rapporti?

Uno dei punti su cui Draghi invece sorvola è quello dei rapporti fra Ue e Stati Uniti, proprio alla vigilia del suo primo viaggio a Washington da Joe Biden. L’unico accenno è quando parla degli investimenti nel campo della difesa che “devono essere fatti nell’ottica di un miglioramento delle nostre capacità collettive, come Unione europea e come Nato”, tenendo significativamente distinte le due istituzioni.

Sembra qui profilarsi la questione di due orientamenti diversi fra americani ed europei sul modo di gestire la crisi geopolitica in Europa. In effetti, dopo oltre due mesi di conflitto la situazione si è notevolmente aggravata. Vi è la sensazione che l’invasione russa dell’Ucraina si stia trasformando in una guerra fra Occidente e Oriente dell’Europa. Un rischio che non si era palesato neppure ai tempi della cortina di ferro, quando a confrontarsi erano Nato e Patto di Varsavia.

Gli Alleati dopo Ramstein

È con la strage di Bucha ad opera delle milizie russe che la guerra è cambiata. Anche gli stati europei più prudenti e reticenti, come la Germania, hanno deciso di trasferire armi sempre più sofisticate ed efficaci per respingere le truppe russe. Ma, soprattutto, a cambiare atteggiamento sono stati gli americani che, dopo le titubanze iniziali di non volere coinvolgere in nessun modo la Nato, rifiutando la richiesta di Zelensky di interdire ai russi i cieli dell’Ucraina, hanno deciso di affrontare di petto Putin.

Non solo hanno guidato gli occidentali nel varare le più severe sanzioni economiche mai adottate nel secondo dopoguerra, ma si sono addirittura spinti a sostenere la teoria che l’Ucraina potesse vincere la guerra. È quanto è emerso dalla recente riunione di Ramstein in Germania nel momento in cui il segretario alla difesa americano, Lloyd Austin, ha indicato come obiettivo finale quello di indebolire militarmente la Russia.

Una sfida chiaramente inaccettabile per Putin, che dopo avere clamorosamente perso la blitzkrieg contro Kyiv, non può perdere del tutto la faccia nei confronti del suo establishment. Ma allora, come è possibile raggiungere la pace o, almeno, un primo essenziale cessate il fuoco per avviare il dialogo?

La pace senza prospettive

A preoccupare, infatti, non è solo la guerra in atto, ma la completa mancanza di prospettive per un percorso politico e diplomatico che porti ad una soluzione negoziata del conflitto. Da questo punto di vista le minacce dell’America contro Putin non aiutano molto, se non vengono accompagnate anche da una parallela proposta di volontà negoziale.

È evidente che in vista di un negoziato le due parti cerchino di mettersi nella posizione di maggiore vantaggio possibile e che usino tutti i mezzi, comprese le minacce, per ottenere il risultato migliore. Ma dove stanno gli argomenti per avviare il negoziato? All’inizio della guerra Zelensky aveva proposto la neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento della Crimea e una soluzione autonoma per le due province del Donbass.

Oggi invece il piatto negoziale è desolatamente vuoto. Vale davvero la pena appesantire il clima con riunioni così minacciose come quella di Ramstein? Vale la pena offrire oggi alle neutrali Finlandia e Svezia una rapida adesione alla Nato? Siamo davvero sicuri che gli interessi dell’Unione europea coincidano oggi con l’atteggiamento di sfida di Washington?

Una linea europea per il futuro

Non proprio. La via negoziale è la nostra priorità e finalmente a ribadirlo è ricomparso dopo un lungo silenzio Emmanuel Macron, in qualità di presidente di turno del Consiglio Ue, con una lunga telefonata a Vladimir Putin. Certo non basta, se è vero che un negoziato ha ragione di essere avviato solo se Zelensky e Putin decideranno di sedersi intorno ad un tavolo. Ma è altrettanto vero che l’Ue può e deve essere una parte essenziale in un tale eventuale tavolo. Anzi, dovrebbe premere molto di più perché i due contendenti decidano di sedersi e discutere.

L’Ue con il suo peso economico può infatti offrire all’Ucraina un grande patto di ricostruzione e associazione e alla Russia una futura cancellazione delle durissime sanzioni economiche. Ma deve farlo portando avanti una propria linea politica, non necessariamente coincidente con quella Usa. C’è quindi da chiedersi quanto Draghi saprà e vorrà farsi promotore a Washington di questa linea europea, che tuttavia diventerà credibile solo se le sue proposte di modifica dei Trattati entreranno davvero nella futura agenda dei 27. È questo forse il non detto nel discorso di Draghi al Parlamento. Gianni Bonvicini, AffInt 5

 

 

 

 

Migrazione legale: attirare competenze e talenti nell’UE

 

BRUXELLES – La Commissione europea propone una politica di migrazione legale ambiziosa e sostenibile. Nell’ambito dell’approccio globale alla migrazione definito nel patto sulla migrazione e l’asilo, la Commissione propone iniziative giuridiche, operative e strategiche che favoriranno l’economia dell’UE, rafforzeranno la cooperazione con i paesi terzi e, a lungo termine, miglioreranno la gestione complessiva della migrazione. La serie di proposte comprende anche azioni specifiche volte ad agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro dell’UE di coloro che stanno fuggendo dall’Ucraina a causa dell’invasione russa.

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “I nostri Stati membri sono impegnati a gestire l’arrivo di oltre 5 milioni di persone dall’Ucraina; tuttavia, ciò non esclude la necessità di gettare le basi di un approccio comune e sostenibile alla migrazione dei lavoratori per dare una risposta a lungo termine alle esigenze dell’UE in termini di competenze. Con le iniziative odierne riconosciamo che la migrazione legale ha un impatto positivo in ogni sua aspetto: offre a coloro che intendono emigrare l’opportunità di migliorare la propria situazione, fornendo al contempo lavoratori più qualificati ai paesi ospitanti. Tutto ciò stimola a sua volta l’economia, a vantaggio di tutti.”

La Commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha dichiarato: “Ogni anno arrivano legalmente nell’UE da 2 a 3 milioni di cittadini di paesi terzi, contro i 125 000 – 200 000 arrivi irregolari. La migrazione legale è essenziale per la ripresa economica, la transizione digitale e la transizione verde e per creare canali sicuri verso l’Europa, riducendo nel contempo la migrazione irregolare. Con il pacchetto odierno intendiamo semplificare la procedura di domanda che permette di vivere e lavorare nell’UE, rafforzando i diritti dei residenti e dei loro familiari. Sono convinta che stiamo imbastendo una soluzione solida per attrarre nuovi talenti nell’UE nel presente e nel futuro.”

Un quadro legislativo rafforzato

Per fornire un quadro più efficace per i percorsi legali verso l’UE, la Commissione propone di rivedere la direttiva sul permesso unico e la direttiva sui soggiornanti di lungo periodo.

Una procedura semplificata per il permesso unico, per combinare lavoro e soggiorno, renderà il processo più rapido e più facile per i richiedenti e per i datori di lavoro, consentendo di presentare la domanda sia nei paesi terzi che negli Stati membri dell’UE e rafforzando le garanzie per la parità di trattamento e la protezione dallo sfruttamento della manodopera.

La revisione della direttiva sui soggiornanti di lungo periodo agevolerà l’acquisizione dello status di soggiornante di lungo periodo dell’UE semplificando le condizioni di ammissione, ad esempio consentendo il cumulo di periodi di soggiorno in diversi Stati membri. Inoltre, la revisione rafforzerà i diritti dei soggiornanti di lungo periodo e dei loro familiari, fra l’altro migliorando il ricongiungimento familiare e favorendo la mobilità all’interno dell’UE.

Migliore corrispondenza tra competenze ed esigenze del mercato del lavoro

La Commissione propone di intensificare la cooperazione operativa a livello dell’UE tra gli Stati membri e con i paesi partner. Per una serie di iniziative chiave volte a soddisfare le esigenze del mercato del lavoro e il fabbisogno di competenze degli Stati membri e dei paesi partner i lavori sono già a buon punto. A seguito dell’avvio dei partenariati per i talenti nel giugno 2021, la Commissione propone ora una serie di tappe per renderli operativi al fine di concordare i primi partenariati di questo tipo entro la fine del 2022.

La Commissione propone di istituire la prima piattaforma e il primo strumento di abbinamento a livello dell’UE, un bacino di talenti dell’UE, per rendere l’Unione più attraente per i cittadini di paesi terzi in cerca di opportunità e aiutare i datori di lavoro a trovare i talenti di cui hanno bisogno. Per affrontare l’urgente necessità di agevolare l’accesso al mercato del lavoro ai nuovi arrivati dall’Ucraina, la Commissione propone un’iniziativa pilota che dovrebbe essere operativa entro l’estate del 2022.

Una politica di migrazione legale lungimirante

Infine, la Commissione sta esplorando ulteriori modalità di migrazione legale verso l’UE nel medio e lungo termine. Secondo la Commissione è utile concentrarsi su politiche lungimiranti in tre aree di intervento: assistenza, gioventù e innovazione. Gli obiettivi sono:

* attrarre competenze e talenti nei settori maggiormente carenti e che necessitano di forza lavoro, ad esempio quello dell’assistenza a lungo termine;

* offrire ai giovani l’opportunità di esplorare nuovi paesi, traendo vantaggio dai viaggi e dal lavoro;

* promuovere l’imprenditorialità d’innovazione all’interno dell’UE e investire nella sovranità tecnologica europea. (Inform/dip 28)

 

 

 

 

 

Le nuove regole covid per entrare in Italia nel mese di maggio

 

Roma. “Per regolare gli ingressi in Italia il Ministro della salute Roberto Speranza, prima membro del Partito Democratico, adesso di Articolo Uno, partito di sinistra, ha diramato una nuova Ordinanza valida fino al 31 maggio 2022. Noi ci siamo opposti fermamente, perché avremmo preferito eliminare tutte le limitazioni da subito, poiché l’emergenza sanitaria è finita e tutti gli altri Paesi in Europa stanno aprendo le frontiere senza alcuna limitazione. Dopo il 31 maggio, se il Ministro non emanerà alcuna nuova Ordinanza, la situazione tornerà “normale”, senza alcun obbligo, come prima del covid. 

Ad oggi, secondo la nuova Ordinanza di Speranza, si puo’ entrare in Italia dall’estero con un green-pass base dato da: 1) Vaccinazione completa EMA, effettuata da meno di 9 mesi; 2) Vaccinazione EMA con booster di richiamo; 3) Guarigione da COVID-19 da meno di 6 mesi; 4) Tampone molecolare negativo nelle 72 ore prima dell’ingresso in Italia o tampone antigenico negativo nelle 48 ore. Queste norme sono regolate dell’Ordinanza del Ministro della Salute 28 aprile 2022 che richiama l’ordinanza 22 febbraio 2022.

In sostanza, per entrare in Italia non è più richiesta la compilazione del modulo, chiamato Passenger Locator Form.

In caso di mancata presentazione di una di queste certificazioni, l’ingresso in Italia è possibile, ma con obbligo di quarantena presso il proprio domicilio per 5 giorni, con l'obbligo di sottoporsi a un tampone molecolare o antigenico alla fine dei 5 giorni. 

I minori al di sotto dei 6 anni di età possono entrare in Italia senza ulteriori formalità e sono sempre esentati dall’obbligo di tampone.

Quindi, ad esempio, se arrivo in Italia via auto, treno o aereo, ad esempio dalla Svizzera, dalla Germania o dall’Inghilterra, dovrò avere solo il green-pass base per attraversare la frontiera.

Da notare che da San Marino gli spostamenti sono sempre liberi in ingresso nel nostro Paese perché il green-pass non è più richiesto. 

Dal 30 aprile 2022 all’interno del territorio nazionale italiano, non vige più l’obbligo del green-pass, né quello base né quello rafforzato. Fanno eccezione solamente gli ingressi in reparti di degenza e RSA.

Per quanto riguarda le mascherine, dal 1° maggio 2022 al 15 giugno 2022, è obbligatorio indossare quelle di tipo FFP2: 1) per l’accesso ai mezzi di trasporto, aerei, navi, treni, autobus, metro etc.; 2) per l’accesso ai cinema, teatri, sale da concerto e in tutti i luoghi al chiuso che comportano assembramenti.

Mentre è obbligatorio di indossare quelle chirurgiche: 1) per utenti e visitatori di RSA e strutture sanitarie; 2) nelle scuole.

Esclusi dall’obbligo i bambini di età inferiore a 6 anni.

Per l’ingresso in Italia dall’estero, sono previste le seguenti deroghe all'obbligatorietà del green-pass base: a) all'equipaggio dei mezzi di trasporto; b) al personale viaggiante; c) ai lavoratori transfrontalieri per comprovati motivi di lavoro; d) agli studenti per la frequenza di un corso di studio in uno Stato diverso da quello di residenza, abitazione o dimora, nel quale ritornano almeno una volta la settimana; e) a chiunque transita, con mezzo privato, nel territorio italiano per meno di 36 ore con l'obbligo, allo scadere di questo termine, di  iniziare un periodo di quarantena per un periodo di 5 giorni con tampone molecolare  o antigenico alla fine; f) a chiunque rientra nel territorio nazionale per meno di 48 ore da località estere situate a meno di 60  km  dal  luogo  di residenza, domicilio o abitazione, purché lo spostamento avvenga con mezzo privato; g) in caso di permanenza inferiore alle 48 ore in località del territorio  nazionale  situate  meno di  60  km  dal  luogo  estero  di  residenza,  domicilio  o abitazione, purché lo spostamento avvenga con mezzo privato.” - così l’On.Simone Billi, unico eletto per la Lega Salvini Premier nella Circoscrizione Estero, Europa.

Comunicato Lega

 

 

 

 

 

Progetto bilingue a Francoforte. Il Console Samà incontra il nuovo preside della scuola italo-tedesca Procolino Antacido

 

Francoforte - Il Console Generale d’Italia a Francoforte, Andrea Samà, e il Dirigente Scolastico, Alessandro Bonesini, hanno incontrato il 28 aprile, il nuovo preside del Freiherr-vom-Stein-Gymnasium di Francoforte, Procolino Antacido.

Proveniente dalla DSND, la scuola tedesca di Nuova Delhi, il professor Antacido ha una lunga esperienza nella gestione di scuole in un contesto plurilingue. Ha lavorato anche presso la scuola di San Paolo del Brasile e conosce molto bene la lingua e la realtà italiana.

In un clima cordiale e di piena intesa, si è discusso delle nuove prospettive per il rilancio del programma bilingue nelle scuole di Francoforte.

Nel 2022 il programma bilingue di Francoforte, che è il più importante investimento scolastico italiano del Ministero degli Affari Esteri in Germania, compie 25 anni.

Sono attive attualmente 26 classi, con la presenza di ben 10 insegnanti ministeriali, in una filiera che va dalla prima classe all’Abitur (la maturità), a cui si aggiunge la Realschule Deutschherrenschule e alcune sezioni anche della scuola IGS Süd, sempre di Francoforte.

Le scuole primarie coinvolte sono la Mühlbergschule, la Holzhausenschule e la Willemerschule.

Attualmente, frequentano il programma bilingue 489 studenti, per un totale di 770 ore alla settimana di insegnamento, di cui circa 300 ore settimanali in lingua italiana.

Il nuovo preside Antacido e il Dirigente Scolastico hanno concordato sull’importanza di un lavoro più intenso di comunicazione e di condivisione, anche con il coinvolgimento dell’utenza. È stato condiviso un rinnovato impegno per proporre alla città un programma di studio dal carattere internazionale, moderno e orientato ad offrire agli studenti maggiori opportunità per comprendere il mondo e per costruirsi un profilo culturale e professionale solido e innovativo, attraverso la comprensione delle lingue e delle diverse culture. (aise/dip 20) 

 

 

 

 

Stoccarda. Vivere e lavorare in Germania. Serate informative per il 2022

 

“Sei nuovo in Germania e svorresti sapere quali opportunità ti offre il mercato del lavoro tedesco? Come puoi far riconoscere la tua laurea acquisita all‘estero e quali opportunità ci sono per imparare il tedesco? Allora questa serie di eventi è proprio quello che fa per te!

Con la nostra serie di eventi, insieme ai nostri partner della rete della regione di Stoccarda, vogliamo informarvi su importanti tematiche relative al vivere e lavorare in Germania e rispondere alle vostre domande.

Tutti gli eventi online sono gratuiti e si svolgono in tedesco con traduzione in italiano”.

Tutti gli eventi si svolgeranno on-line sulla piattaforma Zoom.

Per partecipare agli eventi che interessano bisogna iscriversi.

Tutti gli eventi possono essere seguiti in diretta sul canale You Tube di Vivi Stoccarda che è diventato media-partner del progetto.

La prima serata informativa ha avuto luogo mercoledì, 30.03.2022 su “La formazione professionale duale in Germania”. Le prossime serate informative per il 2022 sono:

Mercoledì, 25.05. .2022 (ore 18,00): Imparare il tedesco. (Agentur für Arbeit Stuttgart; ACLI Baden-Württemberg; Welcome Service Region Stuttgart)

Mercoledì, 14.09.2022 (ore 18,00) L’inserimento nel mondo del lavoro e ulteriori opportunità di formazione professionale. (Agentur für Arbeit Stuttgart; ACLI Baden-Württemberg; Welcome Service Region Stuttgart)

Mercoledì, 26.10.2022 (ore 18,00): Diritti dei lavoratori e contratti di lavoro

 (Faire Mobilität – Beratungsnetzwerk der DGB;; ACLI Baden-Württemberg; Welcome Service Region Stuttgart).

Mercoledì 23.11.2022 (ore 18,00) Riconoscimento di diplomi stranieri.  (Anerkennungs-und Qualifizierung AWO Stuttgart; ACLI Baden-Württemberg; Welcome Service Region Stuttgart

 

Con questo testo viene presentato il programma delle serate informative previste per il 2022 dal progetto “Vivere e lavorare in Germania / Leben und Arbeiten in Deutschland”-

Un progetto che nasce nel 2015-2016 dall’esigenza di dare informazioni e risposte qualificate all’emigrazione italiana che arrivava sempre più numerosa nella regione di Stoccarda.

Diverse istituzioni – italiane e tedesche – già operanti sul territorio decidono di coordinare il loro lavoro a favore della nuova ondata d’immigrati italiani dando vita al progetto “Vivere e lavorare in Germania / Leben und Arbeiten in Deutschland”. Progetto sugellato poi dalla firma di una “Lettera d’intenti” avvenuta il 06 dicembre 2016 presso la sede del Consolato Generale d’Italia tra le istituzioni aderenti al progetto.

Firmatari della “Lettera d’Intenti sono stati il: Consolato Generale d’Italia in Stoccarda; ACLI Baden-Württemberg; Comunità Cattolica Italiana di Stoccarda; Agentur für Arbeit Stuttgart; Bildungswerk der Baden-Württembergischen Wirtschaft e. V. con il CET – Center for European Trainees; DGB Bezirk Baden-Württemberg ; Industrie- und Handelskammer Region Stuttgart mit der KAUSA Servicestelle;; Handwerkskammer Region Stuttgart; Wirtschaftsförderung Region Stuttgart GmbH (WRS).

Con la firma della “Lettera d’intenti”, in considerazione della collaborazione già in essere, si è voluto ribadire di continuare e rafforzare la cooperazione esistente, unire le rispettive competenze e esperienze all’interno di un gruppo di lavoro e mirare a ulteriori attività comuni al fine di agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro tedesco dei nuovi cittadini italiani arrivati nella regione di Stoccarda.

Giuseppe Tabbì, Presidente ACLI Baden-Württemberg

 

 

 

 

Stoccarda. Riunita la presidenza della Acli Germania. Il Consiglio Nazionale il 14 maggio

 

Il 29 Aprile scorso, ha avuto luogo una videoconferenza della Presidenza delle ACLI Germania. Collegati: il Presidente delle ACLI Germania, Duilio Zanibellato (B-W); il Vicepresidente delle ACLI Germania, Giuseppe Sortino (NRW); il Presidente delle ACLI del Baden-Württemberg, Pino Tabbì; la Responsabile dei Patronati ACLI Germania, Daniela Bertoldi (B-W); e il Vicepresidente delle ACLI Baviera, Fernando A. Grasso in rappresentanza del Presidente Macaluso, assente per gravi motivi di famiglia

Il collegamento, iniziato alle 18:30 e terminato alle 20:00, è stato indetto allo scopo di preparare concretamente il prossimo Consiglio Nazionale delle ACLI Germania – allargato ai Presidenti di Circolo  – al quale parteciperanno Matteo Bracciali, Vicepresidente FAI e  Paolo Ricotti, Presidente del Patronato ACLI.

IL Consiglio Nazionale sarà tenuto in presenza, il 14 Maggio 2022, dalle 10:30 alle 17:00, nella sala della Katholische Pfarramt Christus König – Fanny-Leicht-Str. 33 – 70563 Stuttgart.1 In questo modo sarà dato tempo a Circoli e Regioni di indire, subito dopo, le elezioni e i rinnovi delle proprie cariche sociali; in vista del Congresso Nazionale, da celebrare entro l'anno.

Qui di seguito l'ordine del giorno previsto per il prossimo 14 Maggio:

- Relazioni del Presidente Nazionale, Duilio Zanibellato e dei Presidenti Regionali sulla situazione delle ACLI dal Covid a oggi e prospettive future;

- Comunicazioni da parte della Responsabile del Patronato ACLI Germania, Daniela Bertoldi, sulla situazione del Patronato ACLI Germania;

- Intervento del Vicepresidente della FAI, Matteo Bracciali;

- Intervento del Presidente del Patronato ACLI, Paolo Ricotti;

- Comunicazioni sul Tesseramento ACLI Germania 2020 – 2021;

- Situazione finanziaria delle ACLI Germania;

- Convocazione del Congresso Nazionale delle ACLI Germania;

- Varie ed eventuali.

Durante la conferenza si è parlato inoltre della situazione attuale del Movimento e dell'esito delle recenti elezioni dei Rappresentanti per la Germania nel Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, alle quali – per una serie di motivi  –  non hanno potuto partecipare Macaluso e Grasso.  Con soddisfazione si è constatato, peraltro, che, malgrado noi, come ACLI, non siamo rappresentati come Associazione, sia stato eletto un candidato da noi proposto.

Bertoldi, in risposta a una precisa domanda di Grasso, che, oltre alla sua costante reperibilità telefonica e al servizio settimanale nel suo ufficio multifunzionale di Kempten, per incarico del Consolato Generale di Monaco di Baviera, effettua anche una presenza mensile per conto della sede del Patronato ACLI di Monaco, ha dichiarato che, quanto prima, riprenderanno i servizi di assistenza in periferia.

Il collegamento, infine, dopo il consueto scambio di saluti e un caloroso arrivederci in presenza e nel rispetto delle norme di sicurezza –  come auspicato da tutti, specificatamente dal Vicepresidente Sortino –  è terminato, come già annunciato, alle 20:00.

1 (La sala si raggiunge dalla stazione centrale di Stoccarda con la S-Bahn – linea S 1 direzione Herrenberg; linee S2 e S3 direzione Flughafen/Filderstadt: fermata Vaihingen. Dalla stazione di Stuttgart-Vaihingen ci sono ulteriori 7-10 minuti a piedi).  Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

Berlino. Agenzia ICE e AICA presenti alla International Hotel Investment Forum (IHIF)

 

Dal 3 al 5 maggio 2022, manager alberghieri internazionali, investitor, operatori del settore dell’accoglienza, designer, avvocati e architetti, di più di 80 paesi, si incontreranno presso l'hotel InterContinental Berlin in occasione del congresso "IHIF 2022"- International Hotel Investment Forum.

I partecipanti provengono da tutte le aree dell'industria del turismo - principalmente alberghi e hotel di lusso, ma anche compagnie aeree, e società di noleggio auto che presentano nuovi prodotti e soluzioni

commerciali.

ICE Agenzia, con il Desk Attrazione Investimenti di ICE Berlino e in collaborazione con l’Associazione Italiana Confindustria Alberghi (AICA) presenteranno l’offerta italiana del settore a potenziali controparti.

Il programma del congresso "IHIF 2022" prevede appuntamenti di networking nonché conferenze e tavole rotonde con CEO e funzionari di alto livello di gruppi alberghieri internazionali, come Christopher Nassetta (Presidente, CEO Hilton) o Anthony Capuano (CEO Marriott Hotels). L'organizzatore Questex dalla Gran

Bretagna prevede anche colloqui personali in rete. Il programma promette inoltre, sessioni stimolanti con aree specifiche di attenzione per ogni giorno.

La giornata del 4 maggio - si concentrerà in particolare sulla reimpostazione dell'ospitalità, e su come operare in modo più consapevole, innovare in modo più efficiente e crescere efficacemente. Oltre alle attese sessioni sull'economia globale e sulle prospettive di performance, una sessione basata sulle tendenze si concentrerà sul rimodellamento del panorama attuale, e un panel di investitori discuterà degli investimenti con uno scopo. I leader dell'ospitalità andranno testa a testa nel Talk of the Titans, e un panel di CEO discuterà la leadership del futuro, affrontando la carenza di talenti e come possiamo rendere l'ospitalità un'opzione più attraente per il reclutamento.

In questo contesto, nella stessa giornata dalle ore 15:15 alle ore 16:00 si terrà il seminario “Italy: Investment Opportunities Blooming” - al quale è previsto il contributo ICE. Per concludere la giornata del 4 maggio alle ore 18:00, ci sarà un ricevimento/networking presso l’Ambasciata d’Italia dove saranno presentate offerte immobiliari proposte da Invitalia e Agenzia del Demanio.

Per ulteriori informazioni: berlino@ice.it (dip)

 

 

 

 

"Mal Kurz Nach Sardinien": Visioni Sarde ad Amburgo ne "La lunga notte dei Consolati"

 

Amburgo - La "Lunga Notte dei Consolati" di Amburgo apre ai film di Visioni Sarde. La manifestazione è organizzata il 10 maggio presso l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con il Consolato Onorario della Repubblica Italiana ad Amburgo, l'Università Leuphana di Lüneburg, l'EUNIC Hamburg (Unione degli Istituti di Cultura Europei di Amburgo) e la Cancelleria del Senato della Città Libera e Anseatica di Amburgo (Freien und Hansestadt Hamburg o FHH).

“Mal kurz nach Sardinien” è il titolo dato alla rassegna di cortometraggi sardi che, sostenuta dalla Fondazione Sardegna Film Commission della Regione Autonoma della Sardegna, sarà proposta nell'ambito di #FocusSardegna.

L'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, organismo ufficiale dello Stato italiano, ha del resto quale obiettivo quello di promuovere e diffondere la lingua e la cultura italiana in Germania attraverso l’organizzazione di eventi culturali per favorire la circolazione delle idee, delle arti e delle scienze. La "Lunga notte dei Consolati” è un’occasione unica per conoscere le rappresentanze straniere e approfondire le attività svolte nei Consolati e negli Istituti di Cultura.

L'Istituto Italiano di Cultura, insieme all'Institut français, ha organizzato per la serata del 10 maggio la "Jazz Promenade che prevede l'esibizione nei due istituti di cultura di due formazioni jazz internazionali.

La serata jazz inizierà alle 18:30 all'Institut français con un concerto del Duo Pazzini, composto da Clara Pazzini alla voce e Leo Schmidthals al pianoforte. Seguiranno due esibizioni del duo Zamuner-Moriconi, con Emilia Zamuner alla voce e Massimo Moriconi al contrabbasso e basso elettrico.

Il programma di appuntamenti è fitto.

Dalle 08 alle 22 sarà aperta la mostra "Arcipelago. Fotografie di Corinna Del Bianco". Dalle 18.15 alle 19 e dalle 21 alle 22 si potrà visitare l'installazione “Vacanze intelligenti - Intelligent Holidays” (vivibile con occhiali VR).

Dalle 18:15 alle 19 e dalle 21 alle 22, i battenti dell'Istituto Italiano di Cultura saranno aperti per Visioni Sarde. Negli spazi della Biblioteca, sarà proposto, "Shortly to Sardinia", con il miglior cinema breve prodotto in Sardegna. Le proiezioni saranno intervallate (19-19.30 e 20.30-21) dal concerto jazz di Zamuner-Moriconi.

Per gli otto cortometraggi sardi, sottotitolati in inglese, si profila quindi una platea internazionale. Rappresenteranno la Sardegna: "Margherita" di Alice Murgia che racconta di un'adolescente alla sua prima esperienza sessuale; "Il volo di Aquilino" di Davide Melis sull’incontro, in terrazza, tra lo scrittore cagliaritano Aquilino Cannas e un fenicottero di Santa Gilla; "L’uomo del mercato" di Paola Cireddu, in cui si parla di Mario che raccoglie cassette di frutta al mercato per pochi centesimi; "Il Pasquino" di Alessandra Atzori e Milena Tipaldo (MIRA) che racconta la storia della rivista satirica e di alcuni suoi autori sardi; "Marina, Marina!" di Sergio Scavio sul primo difficile amore tra due giovani compagni di classe; "Di notte c’erano le stelle" di Naked Panda che parla di un futuro lontano in cui potrà accadere che la Terra sia profondamente inquinata e il cielo perennemente annebbiato; "L’ultima habanera" di Carlo Costantino Licheri ambientato nella Cagliari del 1945, quando scoppia una lite tra fidanzati dietro le quinte di una radio e arriva improvvisamente una notizia: la guerra è finita; e "Un piano perfetto" di Roberto Achenza, in cui due amici squattrinati si improvvisano ladri e tentano una rapina in un bar. (aise/dip 4)

 

 

 

 

IIC di Colonia. Literatur, incontro tra Massimo Carlotto e Claudia D'Avino

 

Nell’ambito del ciclo Literatur, che intende presentare la letteratura italiana contemporanea attraverso la voce dei suoi protagonisti, l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia propone un incontro con Massimo Carlotto, autore di E verrà un altro inverno, edito in Italia da Rizzoli e pubblicato in Germania dalla casa editrice Folio Verlag con il titolo Und es kommt ein neuer Winter.

L’incontro, in collaborazione con il Festival Crime Cologne, sarà moderato da Claudia D'Avino e si terrà presso la Sala Teatro dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia giovedì 12 maggio alle ore 19.00.

Penultima fatica letteraria di Massimo Carlotto, E verrà un altro inverno racconta una storia cruda e aspra, che scava tra intrighi e menzogne di un mondo corroso per restituirci il cinico ritratto di una società nella quale nessuno, alla fine, è innocente. Bruno e Francesca sono una coppia felice, finché, su insistenza di lei, erede di una ricca dinastia di imprenditori, lui accetta di trasferirsi in paese, varcando la frontiera invisibile della provincia profonda. Da quel momento, la situazione precipita.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla critica e scrittrice Grazia Cherchi ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle edizioni E/O. Per la stessa casa editrice ha scritto altri 22 romanzi. I suoi libri sono tradotti in vari paesi e alcuni sono stati adattati per il cinema e la televisione. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore cinematografico e televisivo e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

Claudia D'Avino è moderatrice e conduttrice radiofonica presso la WDR WDR Cosmo italiano.

Evento gratuito previa prenotazione obbligatoria da inviare cliccando sul tasto verde PRENOTA ORA!

Si ricorda che l’ingresso sarà gestito nel rispetto delle norme sanitarie delle autorità nazionali e locali in materia di accesso agli eventi culturali in spazi chiusi.

Evento con traduzione simultanea. IIC Colonia, Dip 5

 

 

 

 

Düsseldorf. Invito alla ProWein, dal 15 al 17 maggio 2022. Collettiva italiana 

 

ICE-Agenzia, in qualità di agenzia statale per il commercio estero, ha il compito di promuovere le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Germania e di sostenere i produttori italiani nella commercializzazione, in particolare, di generi alimentari voluttuari "made in Italy".

 

Le aziende selezionate di vini e liquori presenteranno anche quest'anno una gamma diversificata di vini bianchi, rossi, rosé, spumanti, prosecco e varie specialità di grappa all'interno della collettiva nel padiglione 17. Le diverse aziende partecipanti vanno dalla piccola cantina al "newcomer" del mercato internazionale fino alla tradizionale azienda di esportazione.

 

Con il motto "Get inspired by Italian wine", 28 produttori delle regioni Puglia, Abruzzo, Friuli-Venezia-Giulia, Calabria, Lombardia, Veneto, Piemonte, Sardegna, Sicilia e Toscana presenteranno ciò che hanno da offrire in termini di qualità DOC/DOCG e IGT.

 

Veniteci a trovare alla ProWein, dal 15 al 17 maggio 2022, aperta tutti i giorni dalle 9.00 alle 18.00, padiglione 17, stand D05/D19 e fatevi ispirare dalla vasta varietà di prodotti.

 

Con 49 milioni di ettolitri, l'Italia è il più grande produttore di vino del mondo e ha una varietà di uve tra le più differenziate d'Europa. Attualmente si coltivano circa 1.000 varietà di uva, di cui circa 330 sono considerate autoctone. Con un valore di circa 1.151 milioni di euro nel 2021, l'Italia rimane il più grande importatore di vino per la Germania. La quota di vini italiani nelle importazioni tedesche ammonta al 40,76%.

 

La superficie coltivata per il vino biologico copre 109.423 ettari, che corrisponde a quasi un quarto (23%) della superficie globale coltivata. 2.139 cantine biologiche hanno prodotto 2.251.062 ettolitri l'anno scorso. 

Saremo lieti di darvi il benvenuto alla ProWein e di ricevere un vostro feedback. Vi preghiamo inoltre di registrarvi.

In allegato trovate il nostro catalogo degli espositori.

Per qualsiasi domanda, non esitate a contattarci prima della fiera al numero +49 30 32304878 (Angela Schulze, amagi) e durante la fiera al numero +49 1522 6027129 o al seguente indirizzo email berlino@ice.it (ICE Berlino).

Francesco Alfonsi, Direttore ICE Berlino

 

 

 

 

Tre incontri sui porti di Amburgo e Trieste organizzati dagli IIC di Berlino e Amburgo

 

Amburgo – L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo organizza in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, l’Università degli Studi di Trieste e la Società Winckelmann di Stendal una serie di incontri e discussioni sui Porti di Amburgo e Trieste.

Il ciclo di tre incontri propone approfondimenti e itinerari culturali fra passato e presente delle due città di porto, e si offre come occasione di riflessione su una asse decisiva di memoria e di cultura fra il Nord e il Sud dell’Europa.

Il primo incontro ha avuto luogo giovedì 5 maggio presso l’IIC di Berlino  e in streaming sui canali Zoom e FB degli IIC di Amburgo e Berlino. Per partecipare all’evento in presenza, era richiesta l’iscrizione via Eventbrite https://www.eventbrite.it/e/hamburg-ruft-triest-tickets-324044645257 (Hamburg ruft Triest). In questo incontro, a una prospettiva aperta sugli eventi attuali, in particolare sulle recenti trasformazioni del porto di Amburgo, si è affiancata una incursione sulla Trieste settecentesca del porto franco e sull’assassinio del grande archeologo Winckelmann avvenuto in città nel 1768.

Hanno partecipato alla discussione Daniele Andreozzi, Diego D’Amelio e Max Kunze, con la moderazione di Nicoletta Di Blasi, direttrice dell’IIC di Amburgo e di Maria Carolina Foi, direttrice dell’IIC di Berlino. L’incontro è stao in lingua italiana e tedesca con traduzione simultanea.

L’IIC segnala anche che sul proprio canale Spreaker sono disponibili degli episodi di podcast intitolati “Il Porto di Trieste parla nuovamente tedesco” a cura dello storico e giornalista Diego D’Amelio.

Il titolo è riconducibile al fatto che nel periodo pandemico, il principale operatore terminalistico del porto di Amburgo, l’Hamburger Hafen und Logistik AG (HHLA), ha deciso di entrare nella maggioranza societaria della piattaforma logistica triestina, la nuova infrastruttura del Porto di Trieste, acquisendo una quota di maggioranza nel terminal multifunzionale di Trieste PLT Italy (Piattaforma Logistica Trieste). Il terminal è una parte importante del porto marittimo italiano e si trova all’interno della zona di porto franco. Come hub logistico sull’asse Baltico-Adriatico, Trieste non solo è molto ben collegata con l’Europa centrale e orientale, ma offre anche collegamenti fino alla regione del Mar Baltico.

In particolare la società anseatica si è impegnata per la costruzione dell’ottavo molo del Porto di Trieste, che diventerà una nuova grande piattaforma per la logistica. Un altro colosso tedesco della logistica, Duisport, il terminal di terra del porto fluviale di Duisberg, ha deciso in questi stessi anni inoltre di investire nell’interporto del Friuli Venezia-Giulia, che presenta una sviluppata rete di terminal di terra e comprende infrastrutture ferroviarie e autostradali per camion.

Trieste – ricorda l’IIC di Amburgo – è stato l’unico porto dell’impero Asburgico. Il riconoscimento del suo porto franco risale a 300 anni fa, ma esso si è sviluppato soprattutto nell’Ottocento e adesso ritorna centrale nell’area di integrazione europea che si estende verso il Centro e l’Est dell’Europa.

L’investimento su Trieste è la conclusione di una strategia che vede la società della logistica HHLA di Amburgo cercare un proprio affaccio sul Mediterraneo; la HHLA è presente anche a Tallinn e a Odessa: Trieste completa una sorta di quadrilatero che garantisce la presenza in quattro mari diversi.

Diego D’Amelio è uno storico contemporaneo e scrive come giornalista per il quotidiano “Il Piccolo di Trieste” e per la rivista italiana di geopolitica “Limes”. Ha lavorato come ricercatore all’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e alla Scuola di Studi Storici di San Marino. È anche membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea.

Daniele Andreozzi è dal 1998 ricercatore in Storia economica nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Attualmente è docente di Storia economia; Storia economica d’Europa e Storia economica globale presso l’Università degli Studi di Trieste e, oltre ai precedenti temi, i suoi interessi di ricerca si sono estesi allo studio dell’economia triestina tra XVIII e XX secolo, con particolare attenzione allo sviluppo manifatturiero e industriale della città, e in genere dell’economia del Friuli Venezia Giulia e delle società in tempi di transizione. È membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia (SISE), della Società Italiana di Storia Moderna (SISEM), dell’Associazione Italiana di Storia Urbana (AISU) e membro del progetto A Global History of Free Ports : Capitalism, Commerce and Geopolitics (1600-1900), University of Helsinki.

Max Kunze è archeologo e filologo classico, dal 1971 al 1982 è stato direttore del Museo Winckelmann e dal 1990 è presidente della Società Winckelmann. Dal 1982 al 1993 è stato direttore della collezione di antichità classiche dei musei nazionali di Berlino. Nel 1992 ha insegnato all’Istituto di Belle Arti di New York e nel 1998 all’Università di Antalya. Dal 2001 al 2009 è stato professore onorario all’Università di Mannheim. Dal 1993 al 2009, ha diretto il comitato scientifico dell’edizione delle opere di Winckelmann, della quale è coeditore dal 2006.

Il secondo appuntamento è previsto per il 7 giugno, alle ore 19, con Andreina Contessa, direttrice dal 2020 del Museo Storico e del Parco del castello di Miramare, e Ursula Richenberger, esperta di studi culturali e di gestione dei beni culturali, dal 2018 project  manager dell’Hafenmuseum di Amburgo. In questo secondo incontro alla visita al Museo storico del castello e del Parco di Miramare a Trieste e a una rilettura della storia di Massimiliano d’Asburgo si affianca un approfondimento sui futuri progetti di costruzione del Museo del Porto Tedesco di Amburgo.

Gli eventi sono organizzati in collaborazione con il Museo storico e il Parco del Castello di Miramare (Trieste) e l’Hafenmuseum (Museo portuale di Amburgo). (Inform/dip 9)

 

 

 

 

 

Festa del Lavoro a Kempten il 1° Maggio 2022

 

Il 1° Maggio scorso più di 200.000 sono state le persone che hanno preso parte a livello federale a più di 400 eventi e manifestazioni organizzati, dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB), all'insegna del motto "GeMAInsam Zukunft gestalten". Costruiamo insieme il nostro futuro

 

A Kempten (Allgäu), la Festa del Lavoro del 2022, iniziata alle ore 10:00 – e durata sino al primo pomeriggio – si è svolta nella Markthalle, nella Königspklatz, Si sono succeduti sul palco, tra gli altri: il Presidente Distrettuale della Federazione dei Sindacati, DGB, Ludwin Debong, che ha aperto l'incontro, ribadendo, tra l'altro, quanto richiesto – da sempre –  dai Sindacati: rendere il Paese e la  Comunità più sociali e più giusti.

Subito dopo Il Portavoce del Sindacato NGG per la Ristorazione, Peter Schmidt, nel suo lungo e articolato intervento, ha infiammato, poi, il pubblico, facendo diverse considerazioni, tra cui quella sull'invasione dell'Ucraina e, soprattutto, sul ruolo che la Germania e il popolo tedesco devono assumere in questo pericolosissimo coinvolgimento internazionale. Ma soprattutto sull'attuale condizione dei lavoratori, dei pensionati,  dei cittadini, dei giovani –  in special modo –   durante questo periodo pandemico, aggravato anche dal vertiginoso aumento del costo della vita. Discorso che, frequentemente, è stato interrotto da scroscianti applausi a motivo degli scottanti argomenti trattati.

Coinvolgenti anche gli altri interventi. Tra cui quello di due giovani sindacalisti, che hanno fatto interessanti considerazioni dal punto di vista delle giovani generazioni e di ciò che esse si augurano per il loro futuro.

Durante l'incontro  – inframmezzato da momenti musicali offerti dal Duo Bettina e Reinhold Ohmayer – gli intervenuti hanno avuto modo di gustare alcuni piatti tipici del Ristorante Smoker Deifi, accompagnati da qualche dissetante boccale di birra, e di commentare con i vicini quanto appena ascoltato. La Festa si è protratta ancora sino al primo pomeriggio.

A questa manifestazione – tra il numeroso pubblico intervenuto e  alle persone precedentemente nominate – erano presenti: alcuni Consiglieri Comunali, anche delle Amministrazioni precedenti della Città. Tra cui: Siegfried Oberdörfer. Inoltre, hanno preso parte all'evento: Manfred Stick, Responsabile Circoscrizionale del KAB, il Vicepresidente Vicario delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani  della Baviera (ACLI), nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. Fernando A. Grasso  e tanti altri rappresentanti di Enti e Organizzazioni. Fernando A. Grasso, dip 3

 

 

 

 

Berlino: evento di networking in Ambasciata in occasione dell'International

Hospitality Investment Forum (IHIF)

 

Berlino - L'Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato il 4 maggio, in collaborazione con Confindustria Alberghi (AICA) e ICE, un evento di networking in occasione dell’International Hospitality Investment Forum (IHIF), il principale appuntamento in Europa e tra i primi a livello internazionale, dedicato agli investimenti nel settore alberghiero.

Tra i partecipanti, il presidente dell’ENIT Giorgio Palmucci, Maria Camela Colaiacovo di AICA, nonché numerosi investitori stranieri ed espositori italiani giunti a Berlino in occasione dell’IHIF.

La presenza italiana al Forum è cresciuta negli ultimi anni, a conferma dell’evoluzione dell’offerta turistica nel nostro Paese e della crescente attenzione con cui gli investitori guardano all’Italia; una tendenza che Confindustria Alberghi e ICE vogliono ulteriormente promuovere grazie a uno spazio “Italia” nell’ambito del forum e una “breakout session” dedicata alle opportunità del nostro Paese.

“La connessione che Berlino offre in questo campo non ha eguali”, ha evidenziato l’ambasciatore Armando Varricchio, ricordando che dal 9 al 13 marzo si è svolta sempre a Berlino la Fiera Internazionale del Turismo (ITB Berlin), la più importante fiera B2B dedicata al turismo in Germania, con la partecipazione virtuale del ministro del Turismo Massimo Garavaglia. “Si tratta di un settore strategico per il Paese, con importanti spazi di ulteriore crescita, colpito molto duramente dalla pandemia e ora anche dalle conseguenze della guerra, ma che vuole e può ripartire come evidenziato dalle numerose presenze al Forum in questi giorni che guardano alla ripresa con fiducia”, ha affermato Varricchio. “Il turismo è anche un potente veicolo di promozione degli investimenti che incrementa il già molto significativo stock di investimenti in entrambi i paesi che ha raggiunto nel 2020 l'importo di 70 miliardi di euro”, ha proseguito l’ambasciatore, ricordando che prima della pandemia il turismo, di cui l’industria alberghiera – prima in Europa per numero di strutture e camere - è la principale componente, valeva il 13% del PIL e circa il 9% dell’occupazione. “I turisti tedeschi sono fondamentali per noi e non amano solo il Lago di Garda, ma tutta l'Italia, soprattutto le Regioni del Nord”, ha osservato l’ambasciatore, aggiungendo che la Germania è il primo Paese in Italia per presenza e spesa turistica: nel 2019 ha contato per oltre 7,6 miliardi di euro di fatturato con un incremento del +7,4% rispetto al 2018 e una quota del 17,2% sul totale internazionale. Nel periodo pre-pandemico i viaggiatori tedeschi hanno registrato quasi 59 milioni di pernottamenti nel complesso degli esercizi ricettivi italiani, un numero che rappresenta il 26,6% del totale internazionale.

Ripresa del turismo post pandemia e promozione dell’Italia attraverso il “tourism digital hub” e il “turismo lento” sono stati i temi al centro dell’intervento del presidente di ENIT Palmucci, che ha valorizzato l’importanza della Germania per il mercato italiano e ruolo degli investimenti nella ricettività in Italia. (aise/dip 6)

 

 

 

 

“Out of stage”: la Biennale Musica di Venezia si presenta a Francoforte

 

Ospite del Consolato Generale d’Italia la direttrice artistica del Festival internazionale di Musica contemporanea Lucia Ronchetti

 

Francoforte sul Meno – La direttrice artistica del Festival internazionale di Musica contemporanea di Venezia Lucia Ronchetti è stata ospite martedì sera del Consolato Generale d’Italia a Francoforte per illustrare il programma ampio e coinvolgente di questa kermesse musicale dal titolo “Out of stage – New experimental music theatre”, che potremo tradurre in italiano come: fuori dalla scena, il nuovo teatro musicale sperimentale.

L’ intervista, curata da Michele Santoriello e Maria Cristina Belloni dell’ufficio culturale del Consolato, è stata la prima presentazione ufficiale in Germania della 66esima edizione di Biennale Musica in programma a Venezia dal 14 al 25 settembre 2022.

Al centro del festival sono quest’anno il teatro musicale sperimentale e i rapporti con gli spazi, non quelli classici del palcoscenico tradizionale, ma quelli esterni o di altra natura, in cui si può compiere, realizzare, ripensare la creatività musicale, scenica ed artistica di un compositore, performer o di un sound artists anche in virtù dell’utilizzo di nuovi strumenti multimediali, della realtà virtuale nonché di sonorità e dimensioni visive aumentate.

Se è vero che ogni luogo può diventare teatro, quindi contesto, dimensione artistica e realizzativa di performance musicali e teatrali, l’edizione 2022 di Biennale musica intende proprio offrire al pubblico un vasto panorama della ricerca compositiva, attraverso nuove produzioni e prime assolute, connotate da un legame intenso e originale tra gli spazi e la storia musicale della città di Venezia e la creatività degli artisti e compositori contemporanei. Oltre a ciò non è mancato durante l’intensa chiacchierata il richiamo al Leone d’oro di quest’anno assegnato al compositore italiano Giorgio Battistelli, molto conosciuto ed apprezzato anche in Germania, e la descrizione di ulteriori nuovi ambienti suggestivi della città lagunare, come la Biblioteca marciana, la Scuola di San Rocco e le cantorie della Basilica di San Marco, solo per citarne alcuni, dove si svolgeranno le performance musicali o sceniche che coinvolgeranno il pubblico in modo immersivo e partecipato.

Lucia Ronchetti, da due anni la direttrice artistica di Biennale Musica, è nata a Roma. Nel 1987 si è diplomata in composizione ed in musica elettronica presso il Conservatorio di S. Cecilia e si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 1996-97 ha seguito il corso dell’IRCAM in musica elettronica e ottenuto la Residenza alla Cité Internationale des Arts a Parigi e la Borsa Erato del Ministero degli Esteri per Parigi. A Parigi ha ottenuto il D.E.A. in Estetica presso la Sorbonne e nel 2000 ha discusso la tesi di dottorato in musicologia presso l’École pratique des hautes études della stessa università, sotto la direzione di François Lesure. Nel 1999 è stata compositrice in residenza all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda, nel 2003 alla Mac Dowell Colony di Peterbourough di Boston e al Forum Neues Musiktheater della Staatsoper di Stuttgart. Nel 2005 ha vinto il premio Fulbright quale Visiting Scolars alla Columbia University di New York. Nel 2005-2006 ha risieduto a Berlino, grazie al premio della DAAD. Nel 2007 è stata compositrice in residenza presso la Corporation of Yaddo di New York. Importanti per la sua formazione compositiva sono stati soprattutto gli studi con Salvatore Sciarrino, Gerard Grisey e Tristan Murail. Numerose sono le produzioni musicali degli ultimi anni tra le quali: “Rosso pompeiano”, “Requiem”, “Lascia che io pianga”, “Pinocchios Abenteuer”, “Inferno” solo per citare le più recenti.L’intervista si può vedere e riascoltare sul canale YouTube “ ItalyinFFM” a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=YrqGhGqXTCQ.  (Inform/dip 5)

 

 

 

 

Brevi di politica e cronaca tedesca

 

Forti critiche per l'esitazione negli aiuti militari in Ucraina 

“Troppo poco, in modo troppo lento e troppo esitante”. Sono queste le recenti critiche in Germania e all'estero verso l'atteggiamento del governo tedesco nei confronti della guerra in Ucraina. Sono soprattutto i rappresentanti del governo ucraino ad accusare la Germania di ritardare deliberatamente gli aiuti militari e forniture di armi al loro Paese per paura di rappresaglie da parte di Putin. Anche i partner della NATO sono stupiti per la confusione e la scarsa chiarezza all'interno della coalizione di governo in merito al ruolo tedesco, e a Bruxelles cresce la frustrazione per il no della Germania all'embargo sul gas.

I media tedeschi ed internazionali, si pongono le seguenti domande: quest’atteggiamento va forse ricondotto al passato della Germania? Ha a che fare con un pacifismo latente, sotto il cui “ombrello morale” si può chinare la testa senza problemi? Oppure è dettato dalla politica tradizionalmente filorussa dell’SPD, il partito del Cancelliere? Ma non solo: forse c'entra anche il legame che l’ex Cancelliere e amico di Putin, Gerhard Schröder, intrattiene col Cremlino? O il motivo risiede nel fatto che le forze armate tedesche non hanno equipaggiamenti a sufficienza per potersi privare di materiale bellico? Intanto le critiche non si fanno sentire soltanto dai partiti d’opposizione CDU e CSU. Anche nelle file dei partner di coalizione dell'FDP e dei Verdi, il Cancelliere Olaf Scholz (SPD) e il Ministro della Difesa Christine Lambrecht (SPD) vengono apertamente accusati di debole leadership. La comunicazione, definita insufficiente, è sotto accusa: il Cancelliere si schermisce troppo spesso e teme di esprimere affermazioni concrete, come lamentano sia la stampa che i parlamentari. 

   

Guerra in Ucraina: Scholz difende la sua posizione

 Il Cancelliere Scholz tenta il contrattacco per scongiurare il crescente malcontento, passando all'offensiva in diverse interviste: “Rispetto ogni pacifismo. Rispetto ogni atteggiamento. Ma deve senz'altro apparire cinico a un cittadino ucraino sentirsi dire di difendersi dall'aggressione di Putin senza armi. Ciò non corrisponde ai tempi che stiamo vivendo”. Motivo per cui, ha ammonito il Cancelliere, tutte le decisioni devono essere prese “con sagacia”, senza voler “agire frettolosamente nella speranza che le cose non vadano poi a finire così male. Qui ne va letteralmente della vita e della morte”. Scholz prosegue: “A livello internazionale ci troviamo in una situazione pericolosa, anzi drammatica”. L'intero continente vive sotto la morsa di “una situazione eccezionale”, ecco perché ribadisce l’importanza della trasparenza: “Molti temono che la guerra si possa estendere anche ai Paesi dell'UE.

In questo contesto bisogna evitare discorsi privi di senso e senza fondamento, che vanno a scapito delle teste e dei cuori delle persone”. Il Cancelliere ha annullato il suo viaggio a Kiev per solidarietà nei confronti del capo dello Stato Frank Walter Steinmeier, che due settimane fa si era visto rifiutare l'ingresso in Ucraina da parte del governo del Paese per la sua politica di mantenimento di buone relazioni politiche ed economiche con la Russia quando era Ministro degli Esteri. Eppure, proprio poco tempo fa il Presidente Steinmeier aveva fatto pubblica ammenda dei gravi errori commessi nelle relazioni con la Russia. L'affronto diplomatico di Kiev ha incontrato forte disaccordo negli ambienti governativi tedeschi.

   

 Kiev: il leader della CDU Merz incontra a sorpresa Zelensky

 È un duro colpo per il governo tedesco e uno schiaffo al Cancelliere Scholz. Il leader della CDU, capo dell'opposizione, Friedrich Merz è arrivato a Kiev per una visita a sorpresa, nella quale è stato ricevuto dal Presidente Volodymyr Zelensky, intrattenendosi in un colloquio di circa un'ora. “Faccio quello che il Cancelliere avrebbe dovuto fare molto tempo fa”. Questa è la motivazione che Merz ha dato della sua visita, suscitando forte scalpore. Le autorità tedesche lo avevano messo in guardia dall'intraprendere il viaggio, ma il Presidente della CDU è partito in treno dalla Polonia per recarsi in Ucraina senza scorta personale per rispondere a un invito personale giunto dal Presidente della Rada, il parlamento ucraino.

Oltre a Kiev, Merz ha visitato anche Irpin, sulla linea del fronte e gravemente bombardata, recandosi anche alle vicine fosse comuni. Il capo della CDU si è detto profondamente scosso per le atrocità commesse dalla Russia. A conclusione della visita ha tenuto una conferenza stampa insieme al sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, personaggio noto in Germania anche per la sua perfetta conoscenza del tedesco. Merz ha dichiarato: “Chiese, centri culturali, asili, ospedali, abitazioni private, distruzioni del tutto prive di ogni logica. Bisogna vedere da vicino tutto ciò per farsi un'idea reale di quanto sia terribile questa guerra e di quanto siano completamente inutili le distruzioni causate dai russi”. Sul contenuto dei suoi colloqui politici, dopo il suo ritorno, Merz si riserva prima di farne parola con Scholz.

   

Sondaggi: i tedeschi insoddisfatti della coalizione semaforo

Il Bundestag ha accettato di fornire all'Ucraina per la prima volta carri armati tedeschi per la difesa aerea, comprese le munizioni. Secondo i sondaggi, i cittadini tedeschi sono chiaramente a favore di questa decisione. Il 56% degli intervistati trova giusto che la Germania fornisca all'Ucraina armamenti pesanti come carri armati, mentre il 39% si mostra contrario. Le dispute interne in merito alla fornitura di armi pesanti ha avuto per il governo rosso-verde-giallo ripercussioni negative in termini di percentuali nei consensi. Solo il 32% è a favore di una “coalizione semaforo” come modello di governo. E sono soprattutto i Socialdemocratici a pagarne le conseguenze.

Anche il Cancelliere Olaf Scholz paga lo scotto: solo il 49% degli intervistati si dichiara soddisfatto del suo operato, il 43% è invece insoddisfatto. Il Ministro degli Esteri dei Verdi, Annalena Baerbock, nota per la sua linea dura anti-Putin, tocca invece il picco del 70% di consensi da parte degli intervistati, che apprezzano il suo operato. Davanti a lei si piazza il leader della CDU Friedrich Merz che riceve un consenso pari al 72%. L'84% dei cittadini tedeschi si mostra favorevole all'accoglienza dei rifugiati ucraini. Le cifre provengono da rilevazioni effettuate dall'emittente pubblica ZDF.

 

Schleswig-Holstein: tensione prima delle elezioni

È il primo vero test per i partiti di governo e l'opposizione dopo le elezioni federali dello scorso autunno. Domenica 8 maggio i cittadini dello Schleswig-Holstein, il Land più settentrionale della Germania, eleggeranno un nuovo parlamento regionale. Questa regione a carattere prevalentemente rurale, posta tra il Mare del Nord e il Mar Baltico, è ad oggi guidata dalla CDU del giovane governatore Daniel Günther. Nel Landtag di Kiel, il capoluogo, egli può contare sui voti dell'FDP e dei Verdi, che formano una coalizione con l'Unione. Riferendosi ai colori di partito, ossia nero, verde e giallo, nella terminologia politica tedesca si parla infatti di una “alleanza Giamaica”, nazione la cui bandiera è composta proprio da questi colori.

Il governatore Günther gode di estrema popolarità nel suo Land. Secondo gli ultimi sondaggi, la CDU può ottenere una vittoria, probabilmente sufficiente per formare un'alleanza a due con i Verdi o i Liberali. Nel Parlamento del Landtag trovano rappresentanza anche gli esponenti della minoranza danese. Ma la settimana più interessante dal punto di vista politico sarà la prossima, quando a eleggere il nuovo Landtag saranno i cittadini del Land più popoloso della Germania, la Renania Settentrionale-Vestfalia, attualmente governato dai Cristiano-democratici.

   

Torna l'Oktoberfest

Il prossimo settembre tornerà a svolgersi a Monaco di Baviera il tradizionale Oktoberfest. Negli ultimi due anni la pandemia aveva costretto la più grande festa popolare del mondo a chiudere i battenti. I virologi hanno criticato la decisione, ma il governo bavarese e il comune di Monaco vogliono correre il rischio di ospitare milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo nonostante i possibili rischi legati al Covid.

Il grande evento è un’occasione unica per la città, capace di attrarre una mole ingente di denaro che alimenta l’economia e le casse cittadine. Negli ultimi due anni, anche a Monaco di Baviera l'industria del turismo ha sofferto molto per le chiusure imposte dalla pandemia. Gli italiani sono da decenni uno dei più forti gruppi di visitatori stranieri per l'Oktoberfest. Kas 5

 

 

 

 

Ucraina, armi pesanti a Kiev: sì della Germania

 

Il Parlamento tedesco ha dato il via libera. Peskov: "Armi a Kiev minaccia per sicurezza Europa". Il Parlamento tedesco ha dato il via libera alla consegna di armi pesanti all'Ucraina. La mozione congiunta presentata dal governo e dall'opposizione ha ottenuto al Bundestag 586 voti a favore, mentre in 100 hanno votato contro e sette si sono astenuti. Nel testo i deputati chiedono che "si continui e, nella misura del possibile, si acceleri la consegna degli equipaggiamenti necessari all'Ucraina, ampliando anche la consegna per includere armi pesanti e sistemi complessi".

Kiev

"La Germania ha detto la sua: 586 voti per fornire armi pesanti all'Ucraina! Impressionante unità del Bundestag. Questo voto passerà alla storia come uno degli ultimi chiodi nella bara delle lobby di Putin in Europa e come il ritorno della leadership tedesca". Lo scrive su Twitter il capo dei negoziatori di Kiev Mykhailo Podolyak dopo il voto del Bundestag tedesco sull'invio di armi in Ucraina.

Nel testo i deputati tedeschi hanno chiesto che "si continui e, nella misura del possibile, si acceleri la consegna degli equipaggiamenti necessari all'Ucraina, ampliando anche la consegna per includere armi pesanti e sistemi complessi".

Mosca

Le armi che i Paesi occidentali forniscono all'Ucraina rappresentano una minaccia per la sicurezza dell'intero continente europeo. A dichiararlo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. ''Di per sé la tendenza a fornire armi, comprese quelle pesanti, all'Ucraina e ad altri Paesi è un'azione che minaccia la sicurezza del continente e provoca instabilità'', ha detto Peskov. Adnkronos 29

 

 

 

 

Macron alla ricerca della ‘via francese’ in politica estera

 

“Questa elezione è anche un referendum sull’Europa”, aveva detto Emmanuel Macron a Strasburgo, all’indomani del primo turno delle presidenziali francesi, e non c’è dubbio che la sua vittoria sia anche una vittoria del progetto europeo, di cui la Francia è stata da sempre una delle grandi protagoniste.

Una vittoria dell’Europa dell’integrazione sovranazionale, che si è faticosamente, ma con successo, costruita negli ultimi settant’anni, e di cui l’“Europa delle patrie“, della “preferenza nazionale” e della chiusura xenofoba propugnata da Marine Le Pen è il diretto rovesciamento e negazione.

Una scelta di campo

Si è molto discusso di temi sociali e del potere d’acquisto durante la campagna presidenziale, ma in ballo c’erano anche fondamentali scelte di politica estera e, in ultima analisi, la collocazione internazionale della Francia.

Paladino della “sovranità europea” e dell’”autonomia strategica” dell’Ue, Macron è riuscito, nell’ultima fase della campagna, a riproporre con efficacia il suo credo europeo, fondato sulla convinzione che molti dei problemi che più assillano i cittadini francesi – dall’immigrazione al costo dell’energia, dal cambiamento climatico alla competizione commerciale – possono trovare una risposta adeguata solo in un’azione collettiva dei paesi Ue.

Ora però, dopo questa vittoria netta, ma meno ampia di cinque anni fa – 58,5% dei voti contro il 41,5% di Le Pen – Macron dovrà misurarsi, in politica estera, con una serie di sfide che ne metteranno alla prova, nuovamente, l’effettiva capacità di leadership sulla scena internazionale.

La sfida dell’Ucraina

Innanzitutto, la guerra in Ucraina. I ripetuti tentativi di mediazione esperiti da Macron prima della guerra e nei primi giorni del conflitto ne hanno sicuramente rafforzato, agli occhi dei concittadini, la statura presidenziale, l’immagine di leader “in grado di parlare con Putin”. La stragrande maggioranza dei francesi, ben più ampia di quella ottenuta da Macron al secondo turno, non volevano, secondo i sondaggi, affidare la diplomazia e l’esercito a una candidata anti-UE, nonché fan dichiarata di Putin.

Il negoziato sul futuro dell’Ucraina è però finito in un binario morto e, dopo la scoperta delle atrocità commesse nella regione di Kyiv dalle truppe russe in ritirata, anche Macron, che pure non aveva mancato di prendere le distanze dall’accusa di “genocidio” rivolta a Putin dal presidente americano Joe Biden, ha interrotto i contatti con il capo del Cremlino.

Il presidente francese aspira a mantenere un ruolo di punta nell’azione diplomatica, ma non gli sarà facile. In questa fase, i paesi occidentali stanno concentrando gli sforzi nel sostegno militare all’Ucraina, e l’Eliseo cercherà di attenersi, in materia, a una linea intermedia tra Washington e Berlino.

La Francia fornirà a Kyiv aiuti militari – dai missili anticarro Milan ai cannoni Caesar – ma senza superare quella che considera “la linea rossa della cobelligeranza”, l’invio di aerei da combattimento e di carri armati. Una linea rossa sempre più sottile – considerato che l’Occidente sta comunque inviando quelle armi tramite i paesi dell’Europa centrorientale – ma che Parigi continua evidentemente a ritenere utile per preservare uno spazio di manovra diplomatica.

Il nodo dei rapporti con la Russia

La Francia è dichiaratamente a favore di un inasprimento delle sanzioni contro Mosca, in particolare all’embargo sul petrolio russo per fermare il flusso di valuta estera con cui il Cremlino finanzia la guerra. Di recente il ministro dell’Economia Bruno Le Maire si è detto anzi convinto che l’Ue adotterà questa misura “entro poche settimane”. Parigi ha però evitato, finora, di fare pressioni su Berlino, mostrando comprensione per le difficoltà tedesche ad aderire ad un blocco delle importazioni energetiche.

Va ricordato che nell’agosto 2019 Macron aveva provato a rilanciare il dialogo con la Russia sulla sicurezza europea, anche tramite incontri bilaterali periodici tra i ministri degli esteri e della difesa dei due paesi.

Una linea d’azione che si sarebbe rivelata, ben presto, impraticabile, ma che il presidente francese aveva immaginato potesse aiutare l’Europa a sviluppare le relazioni con Mosca in maggiore autonomia da Washington e persino ad aprire un cuneo nella partnership, sempre più stretta, tra Cina e Russia.

Va da sé che il conflitto in Ucraina non impone a Macron soltanto l’assunzione di precise responsabilità, come sta facendo, ma anche un ripensamento di alcune sue vedute geopolitiche che si sono dimostrate, alla prova dei fatti, illusorie.

Un nuovo rapporto con Washington?

Certo, quell’apertura alla Russia era stata fatta, in una fase in cui, con Trump alla Casa Bianca, Parigi mostrava di dare per scontato che gli Usa si sarebbero ritirati dall’Europa. Fu allora che Macron parlò della Nato “cerebralmente morta”. Da allora molte cose sono cambiate.

Con la presidenza Biden si sono subito schiuse prospettive nuove di cooperazione con Washington e anche Parigi ne ha dovuto prendere atto. Anche la crisi che aveva portato, nel settembre dello scorso anno, al ritiro dell’ambasciatore francese a Washington, in risposta alla decisione americana e britannica di vendere sottomarini nucleari all’Australia al posto di quelli francesi, è stata rapidamente superata.

La guerra in Ucraina ha fatto perdere decisamente vigore alla tesi dell’obsolescenza, o irrilevanza, della Nato, e tacitato il timore di un disimpegno americano dal continente europeo. Ora Macron è chiamato, come e più di altri leader europei, a ripensare al nesso funzionale tra il ruolo dell’alleanza atlantica e quello della difesa europea.

Intanto, Washington non può che prendere atto con soddisfazione che, con la sconfitta di Le Pen, si è evitato il rischio di una frattura insanabile in seno alla Nato. La leader del Rassemblement National non aveva solo prospettato un “riavvicinamento strategico” con la Russia dopo la guerra, ma anche il ritiro dalla struttura militare integrata dell’alleanza: a febbraio si era spinta anche a rimettere in discussione l’assistenza reciproca prevista dall’articolo 5 del trattato Nato.

La coppia franco-tedesca alla prova

Le Pen aveva anche promesso la sospensione di tutte le nuove cooperazioni con la Germania avviate da Macron durante la sua presidenza, in particolare quelle relative alla difesa, dichiarando incompatibile l’ “identità strategica francese” con quella tedesca.

Macron non è invece arretrato di un passo nella difesa dell’asse franco-tedesco, mostrando di considerarlo intangibile. Ha rivendicato i risultati ottenuti grazie all’accordo con la Germania: cooperazione antipandemia con una linea comune europea sulla campagna vaccinale, solidarietà finanziaria e mutualizzazione del debito futuro grazie al Next Generation EU, costruzione delle fondamenta di un’Europa della difesa. Si sa già che, rispettando la tradizione dei presidenti eletti, Macron si recherà per prima cosa a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Le divergenze tra Parigi e Berlino

È innegabile, tuttavia, che Parigi e Berlino abbiano avuto, nel quinquennio trascorso, non poca difficolta a intendersi e a trovare le necessarie convergenze. Molti nodi, da cui dipende il futuro dell’Ue, rimangono ancora da sciogliere. Si è parzialmente stemperata, ma non è venuta meno, la disputa tra i due paesi su quale modello sia più efficace per la politica di difesa europea. Disputa che è legata, al di là delle schermaglie su come far avanzare la “cooperazione strutturata permanente” dell’Ue, anche al diverso approccio al ruolo della Nato e alla diversa disponibilità a prendere in considerazione le preoccupazioni di sicurezza dei paesi dell’Europa centro-orientale. Resta da vedere se e in che misura la guerra in Ucraina contribuirà ad appianare queste divergenze.

Con il trattato di Aquisgrana del 2019 Francia e Germania si erano impegnate, fra l’altro, a rafforzare la cooperazione in materia di politica estera, ma su varie questioni di cruciale importanza per la sicurezza europea – dalla Libia ai rapporti con la Turchia – hanno continuato a manifestarsi forti contrasti, e le iniziative unilaterali assunte da Macron senza consultare i partner europei, alcune delle quali hanno favorito le strategie di Putin, non sono piaciute a Berlino, come ad altri paesi, Italia compresa.

Rimangono inoltre fondamentali divergenze sul futuro dell’eurozona. Macron ritiene “insostenibili” le regole fiscali del Patto di Stabilità e Crescita. Ora se ne dà per scontato la loro sospensione per tutto il 2023, ma rimane il fatto che Berlino e Parigi mirano a livelli diversi di integrazione fiscale in seno all’eurozona e hanno idee diverse sul ruolo della Banca centrale europea e della politica monetaria. Macron vuole una condivisione dei rischi finanziari assai maggiore di quanto la Germania sia disposta a concedere.

Con la conferma di Macron all’Eliseo, i paesi partner sanno di poter contare su un leader dalle solide e comprovate credenziali europeiste, che in più occasioni ha svolto un ruolo propulsivo in seno all’Ue. I radicali mutamenti del contesto internazionale e le nuove sfide da affrontare in ambito europeo e transatlantico richiederanno però al presidente francese un attento ripensamento, e in qualche caso una revisione, di alcune sue politiche. Un compito a cui non potrà sottrarsi se vorrà garantire alla Francia un ruolo di spicco sulla scena europea ed internazionale. Ettore Greco, AffInt. 25

 

 

 

 

Così la Russia muove i mercenari dall’Africa alla guerra in Ucraina

 

L’influenza del Cremlino in molti Paesi del Continente e i legami con l’attività bellica in corso. Soldati irregolari che si sono spesso macchiati di crimini, vengono portati nel nuovo teatro di conflitto. Un inquietante intreccio tra interessi militari, petroliferi e di controllo politico

    

Impantanata nel conflitto ucraino, Mosca sta attingendo a tutte le risorse disponibili per dipanare una matassa dai bandoli finora inestricabili. Da settimane sta rafforzando gli effettivi già in teatro con mercenari e suppletivi, molto bellicosi. Secondo l’intelligence militare britannica, almeno un migliaio di contractor del gruppo privato Wagner sarebbe stato richiamato dall’Africa e dalla Siria per essere proiettato nell’est ucraino. Molti di questi uomini sarebbero stati già ingaggiati a Mariupol e Kharkiv, due snodi cruciali di questa guerra barbara. Fra loro ci sono criminali di guerra, noti per i loro metodi sbrigativi nel Vicino Oriente, in Libia, in Centrafrica e in Mali.

Una fonte anonima libica, citata dal quotidiano Al-Araby Al Jadeed, afferma che i russi avrebbero sguarnito la città di Sukna e altri centri mediani e orientali della Cirenaica, radunando i mercenari nella base aerea di Al-Jufrah e imbarcandoli su un cargo militare. Destinazione: Ucraina. Già all’inizio della guerra, alcuni scherani della Wagner sarebbero stati impegnati nella cattura fallimentare del presidente ucraino Zelensky. Se ne sa poco. Alcune fonti stigmatizzano gli irregolari russi anche per il massacro di Bucha. Non sarebbe una novità, visti i crimini da loro commessi altrove. Il via vai di mercenari dall’Africa al nuovo teatro di guerra è confermato anche da un responsabile militare egiziano e dalla giornalista Alexandra Jousseto, autrice del documentario 'Wagner, l’esercito dell’ombra di Putin'. Secondo lei, molti quadri della società militare privata hanno lasciato nei giorni scorsi anche il Centrafrica.

Dal 2015 Mosca ha investito moltissimo sul 'continente nero'. Vanta, nel soft power africano, il successo della campagna siriana, presentata come prova di quanto possa giovare il sostegno di Mosca nel garantire sovranità e indipendenza, a dispetto delle sanzioni occidentali. La manovra le ha già permesso di ottenere contratti per i suoi mercenari in una dozzina di paesi africani. Opera con 6-7mila irregolari in Guinea Conakry, in Guinea Bissau, in Ruanda, in Angola, in Botswana, in Zimbabwe, nel Madagascar, in Sudan e nel Regno dello Eswatini (l’ex-Zwaziland). Tramite i buoni uffici della società militare priva- ta Wagner, ha guerreggiato in Libia, in Mozambico e in Centrafrica. Sta facendo altrettanto in Mali e ha prospettive pure in Burkina Faso. Il Cremlino interviene surrettiziamente. Smentisce legami ufficiali con Wagner, una società senza personalità giuridica in Russia, con sede legale in Argentina.

Ovunque intervengano, i mercenari di Mosca sono accompagnati da geologi dei colossi energetici. Il motivo è presto detto. Per pagare i servizi dei contractor, molti paesi africani, dalle casse vuote, offrono in cambio diritti minerari. Avverrà così anche in Mali, visto che Wagner è cara: si parla di un contratto da 11 milioni di dollari al mese con Bamako. Lo schema è mutuato dal vicino Centrafrica e copiato dal modus operandi della famigerata Executive Outcomes. A Bangui girano non meno di 2.500 mercenari russi. La geografia fisica delle loro zone di combattimento combacia come una goccia d’acqua con le aree di massima concentrazione di risorse minerarie. La società Lobaye Invest Ltd, controllata dal gruppo di San Pietroburgo M-Invest, ha ottenuto la licenza di sfruttamento di una miniera d’oro presso Ndassima, in una regione presidiata dai ribelli musulmani della Séléka. M-Invest non è un gruppo qualsiasi. Fa capo a Eugenyi Prighozin, fedele di Putin e finanziatore di Wagner. Prighozin, da ex criminale comune, ha fatto fortuna con le sue catene di catering di lusso a Mosca e San Pietroburgo. Ha diversificato le attività. Ha una holding mediatica, Media Patriot, possiede compagnie di genio civile, ha attivi nell’industria del petrolio e in quella mineraria.

Il suo modello di sviluppo in Africa affianca le ambizioni geopolitiche di Mosca. Si offre come un fornitore di servizi, specie in materia di consulenza politica e di campagne d’influenza, ottenendo in cambio partecipazioni azionarie in compagnie minerarie. Inutile dire che l’uomo e le sue società sono sotto sanzioni americane ed europee. Ma altre due sono le figure chiave di Lobaye in Centrafrica: Eugenii Khodotov, un ex ufficiale russo di polizia, ora direttore generale della compagnia, e Dimitri Alexandrov, che cura la strategia mediatica russa in Centrafrica. Mosca punta però ancora più in alto. Più che le risorse minerarie, di cui è già ricchissima e di cui il Centrafrica non abbonderebbe troppo, al Cremlino interessano la geopolitica regionale e la stabilità del paese, che verrebbero sfruttate come un trampolino di lancio verso zone più attraenti economicamente. Un alto responsabile dell’Onu, che si occupa di questioni di sicurezza, non esclude che «i russi si siano stabiliti in Centrafrica per creare un duplice asse d’influenza, attraverso il Sudan a nord e verso l’Angola a sud». Per molti esperti conservatori russi, fra cuiVyacheslavTetekina, membro del comitato di difesa della Duma, citato dall’Ifri, «Mosca ha ormai escluso Parigi dal gioco centrafricano» e punta ad estrometterla anche dal Burkina Faso, dopo averla defenestrata dal Mali.

A fine gennaio, Alexandre Ivanov, uno dei capi degli 'istruttori' russi in Centrafrica, ha elogiato su Twitter i golpisti burkinabé, offrendo loro «l’esperienza dei suoi uomini in Centrafrica per la formazione dell’esercito del Burkina». Il problema è che i mercenari russi sono accusati di crimini di guerra. In Centrafrica avrebbero commesso esecuzioni arbitrarie, stupri e saccheggi. C’è il rischio che il modello sia esportato anche in Burkina, in Mali e ora in Ucraina. E il tutto potrebbe avvenire nel silenzio delle Nazioni Unite. Sembra di essere tornati agli anni 70, quando Mosca sosteneva governi filosovietici in Madagascar, in Benin, in Burkina Faso, in Angola, in Mozambico, in Guinea-Bissau, a CapoVerde, in Algeria, in Libia, in Mali e in Kenya. All’epoca, l’influenza russa in Africa era all’apogeo del suo splendore, con quasi 40mila consiglieri militari all’opera, cui si sommavano le truppe socialiste cubane.

Erano legami preziosi, che permettevano di piazzare in tutto il continente le armi fabbricate dal Patto di Varsavia. Ancora oggi mercenari e armi viaggiano a braccetto, tant’è che l’export di armi russe verso il Continente nero è cresciuto del 23% nell’ultimo quadriennio. Mosca sta correndo. Ambisce a galvanizzare ulteriormente la sua impronta africana. Per ora, fatica a competere con Pechino. Ma sta ripartendo da un lungo letargo e sta scommettendo sui settori in cui primeggia: le armi e gli irregolari, dando battaglia su tutti i fronti. Un affare imbarazzante. Ma se il Cremlino uscirà con le ossa rotte dal pantano ucraino, come prevedibile economicamente e sul piano di immagine, le sue ambizioni africane saranno compromesse per i decenni a venire. Un effetto collaterale della sua ingordigia. Francesco Palmas, Avvenire 22 aprile 

 

 

 

 

A fianco dell’Ucraina, per cercare la strada del negoziato e della pace 

 

Quanto durerà questa guerra? C’è davvero il pericolo di un’escalation verso l’arma nucleare? Dare armi all’Ucraina significa essere in guerra contro la Russia? Sentiamo queste domande, queste preoccupazioni e queste paure tra i nostri concittadini e anche tra gli iscritti ed elettori del Pd. Sono dubbi e paure che vanno ascoltate e a cui è giusto dare risposta. Siamo ormai a due mesi dall’inizio della guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina. I fatti sono del tutto evidenti. La crisi iniziata il 24 febbraio ha origine dall’aggressione della Russia verso uno stato sovrano, una violazione del diritto internazionale senza alcuna giustificazione. Ne’ l’Ucraina, ne’ l’Occidente o la NATO minacciavano il territorio russo.

 

Il tentativo di inglobare l’Ucraina come parte della grande Russia è fallito per la straordinaria ed eroica resistenza delle istituzioni e del popolo ucraino, determinati a difendere la loro libertà e indipendenza.

La liberazione di parti del territorio ucraino dall’occupazione russa ha portato alla luce degli orrori che pensavamo consegnati al passato remoto del nostro continente: civili torturati e uccisi, donne stuprate, fosse comuni, ospedali, scuole, case, musei distrutti.

 

Lo spostamento del conflitto verso i territori e le città dell’Est e del Sud dell’Ucraina ha comportato l’intensificazione dello scontro bellico e continua a colpire migliaia di civili ucraini. Nonostante tutto questo nelle settimane scorse il Presidente Zelensky ha chiaramente mostrato un’apertura verso la trattativa: accettando di rinunciare all’ingresso nella NATO e di avviare il suo Paese verso uno status di neutralità, accettando di discutere del destino dei territori del Donbass e della Crimea. A questa disponibilità non è corrisposta una analoga volontà da parte del Presidente Putin. Questi sono i fatti, incontrovertibili, che non dobbiamo mai dimenticare.

 

Da un lato un Paese che si difende e che, nonostante i morti e le distruzioni, non chiude la porta alla trattativa. Dall’altro un Paese che aggredisce e che esplicitamente minaccia di estendere ulteriormente lo scontro ad altre porzioni del territorio di un altro stato. Di fronte a questi fatti l’Italia, l’Europa, la NATO stanno molto semplicemente aiutando l’Ucraina a resistere e a difendersi fornendo supporto finanziario, umanitario, militare.

 

Non c’è nessuna guerra della NATO contro la Russia, come la narrativa di Putin cerca di affermare. Il nostro obiettivo è quello di far cessare le ostilità e di creare le condizioni perché l’Ucraina possa sedersi al tavolo del negoziato in una posizione di equilibrio e dignità. Prima si riuscirà a fermare lo scontro militare - anche in modo temporaneo - prima si potrà ridare la parola alla diplomazia, evitando così anche rischi di escalation che non possono essere sottovalutati. Ma anche qui non bisogna giudicare dalle parole, che nella guerra sono sempre intrise di propaganda e di avvertimenti, bensì dai fatti. La possibilità di far cessare le ostilità è nelle mani di Putin e dobbiamo constatare con preoccupazione che per ora il leader russo non ha alcuna intenzione di muoversi in quella direzione. Le bombe russe di ieri su Kiev, mentre il Segretario Generale dell’Onu Guterres era in missione nella capitale ucraina, sono l’ultima dimostrazione di questa triste verità.

Nonostante ciò credo sia da mandare a memoria il discorso che qualche giorno fa il Presidente Mattarella ha pronunciato di fronte all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Riporto testualmente solo due frasi invitando chi non lo avesse fatto a leggerlo tutto: “La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca.(….) Alla comunità internazionale tocca un compito: ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale rispettoso e condiviso che conduca alla pace.”

 

Ecco perché l’Italia e l’Europa non possono lasciare nulla di intentato per far prevalere la logica della pace su quella della guerra. Ecco perché non credo che questo conflitto possa essere inquadrato nel confronto e nella competizione tra democrazie ed autocrazie, che certo esiste e che ci vede ovviamente schierati tra le prime. Ma per fermare la guerra, questa guerra, dobbiamo essere in grado di sollecitare grandi Paesi come la Cina, l’India, il Sudafrica….

 

Questo sforzo non è affatto in contraddizione con il nostro essere chiaramente e nettamente a fianco del popolo e del governo dell’Ucraina. Sapere di essere dalla parte giusta, a difesa dei valori della libertà, della democrazia, della legalità internazionale, è una ragione in più per cercare di contrastare il “mostro vorace” della guerra. Marina Sereni, dip 30

 

 

 

 

Il voto francese e la rielezione di Macron possono decidere il futuro dell’Europa

 

Il conflitto russo-ucraino, rimasto sullo sfondo per buona parte della campagna elettorale francese, ha tuttavia permesso al Presidente Emmanuel Macron di riuscire a dare un forte valore simbolico alla sua rielezione, trasformando il voto in un referendum pro o contro l’Europa.

La sua campagna elettorale, finanziata dalla élite massonica-giudaica americana e francese, ha offerto lo spunto al Presidente francese di riaffermare ancora una volta il suo europeismo, anzi, la natura protettiva dell’Unione, declinata nella difesa comune auspicata da molti Stati europei dopo l’aggressione di Putin all’Ucraina, nell’industria che accorcia le filiere strategiche, nell’agroalimentare è stato il vero asset strategico che ha portato alla sua rielezione. 

La sua République En Marche, non è un partito ma una coalizione di gruppi sociali, di interessi economici, notabilitati politici locali, pezzi di partiti tradizionali, però da profondo europeista, quale egli è, crede che solo un’Europa più forte, integrata e sovrana, può proteggere le democrazie occidentali dai regimi autoritari.

In Francia la divisione politica preminente non è tra destra e sinistra, ma riflette l’opinione dei francesi sull’Unione Europea, come dimostrato ampiamente dal programma politico della rivale di Macron, Marine Le Pen, tra quelli che si dichiarano europeisti e quelli che non lo sono.

Le tante incongruenze presenti nel programma della Le Pen, se messe in pratica, avrebbero portato all’uscita della Francia dai 27, oppure, nella migliore delle ipotesi, ad una paralisi istituzionale e questo spiega perché più di un osservatore politico l’ha definita un “Orban moltiplicato per dieci”.

Cosa succederebbe se ogni Paese dicesse” prima i miei cittadini “prendendo ad esempio la Le Pen che dice “prima i francesi”?  Il risultato sarebbe la fine del mercato unico e dell’unione monetaria e quindi la fine dell’Unione Europea. Tuttavia quella del referendum sull’Europa resta una scelta estrema che comporta molti rischi, l’Inghilterra docet, tenuto conto della volatilità dell’elettorato francese, insoddisfatto della politica interna di Macron, tutt’altro che incline a soddisfare le richieste degli elettori con un programma di ascolto dei cittadini e quindi innovativo nei contenuti.

Il Presidente francese, pur con tutti i limiti mostrati nei cinque anni di permanenza all’Eliseo, resta l’unico leader europeo capace di sviluppare in un momento così drammatico per l’Europa per il conflitto russo-ucraino, un’idea politica che guardi oltre i confini nazionali ad un’Europa inclusiva e non divisiva.

Non tutti concordano però con il suo europeismo, anzi la sua idea di Europa è vista con sospetto da chi vede in lui la Francia sovranista, quella che non cessa di pagare il suo tributo d’onore al generale De Gaulle e utilizza l’europeismo solo quando sono in gioco gli interessi nazionali.

In verità, quasi tutti i Presidenti della Quinta Repubblica hanno mostrato tratti sovranisti e, pur non essendo stati grandi statisti come De Gaulle, per il quale la storia della Francia si identificava con la passione politica di un uomo, hanno fatto propria la frase di Mitterand:” La Francia è il presente, l’Europa il futuro”.   

Angela Casilli, dip 4

 

 

 

Il Parlamento

 

Fare delle previsioni sull’evolversi degli eventi potrebbe fuorviare l’immagine d’Europa Stellata; anche perché, anche a causa di questa pandemia, ogni pronostico potrebbe fuorviare. Comunque, tenteremo d’offrire a chi ci segue una nostra prima interpretazione circa gli effetti anche politici che potrebbero, dati i tempi e gli eventi, presentare delle ”sorprese” e neppure, necessariamente, ben valutate.

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 Il Vecchio Continente vive una realtà evolutiva complessa e non priva d’incerti. Politici, economici e, ovviamente, sanitari. Pure se la posizione dell’Italia resta eterogenea per un quadro governativo interno che, indubbiamente, andrà a riflettersi anche a livello “stellato”. Previsioni e riflessioni già occupano la stampa nazionale e internazionale. Noi preferiamo evitare valutazioni che potrebbero, poi, essere sconfessate dai fatti.

 

 Certo che le mosse dei Partiti italiani, che sono sempre numerose, restano, di fatto, incerti. Forse, più che per il passato. Dietro i loro simboli ci dovrebbero essere i programmi e gli uomini. Di una realtà, però, ci sentiamo sicuri: la Politica Comunitaria potrebbe risentire anche per eventi che, allo stato attuale, non siamo in grado d’ipotizzare.

 

Valuteremo i fatti comunitari prima di fine d’anno e tenteremo d’offrire ai Lettori, dentro e fuori i confini nazionali, una nostra interpretazione circa il programma di mutua assistenza che potrebbe, almeno, ridarci lo “stimolo” per varare una cauta ripresa anche col Coronavirus ancora attivo. Questo 2022, soprattutto il primo semestre, sarà decisivo per mettere alla prova della “tenuta” politica dell’Unione. Per commentare gli eventi, noi ci saremo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Due mesi di guerra in Ucraina: quattro scenari possibili

 

“Nessun piano sopravvive al contatto col nemico”. La massima ottocentesca dello stratega prussiano Von Moltke si applica molto bene oggi ai piani di guerra del Cremlino, che due mesi fa puntava a prendere Kyiv e rovesciare lo stato ucraino in pochi giorni, e finora è riuscito a conquistare solo Kherson e Mariupol pagando un prezzo altissimo in termini di vittime e feriti tra i propri soldati, perdite di mezzi militari, e danni economici causati dalle sanzioni occidentali.

I fallimenti di Putin e l’incertezza del conflitto

Fallito il piano iniziale del blitzkrieg su Kyiv, Mosca è passata al piano B consistente nel bombardamento pesante e assedio delle principali città del Nord e dell’Est per piegare la resistenza ucraina, fallendo una seconda volta. Ritiratesi dal settentrione del Paese lasciando dietro di sé stragi di civili come a Bucha, le forze russe stanno attualmente concentrando la loro offensiva sul fronte del Donbass da Mariupol a Izyum in quello che è il terzo e probabilmente ultimo piano a disposizione di Putin.

Resta tuttora l’incertezza sull’esito del conflitto, la “nebbia della guerra” teorizzata da un altro stratega ottocentesco – Von Clausewitz – dovuta all’interazione imprevedibile di molteplici fattori umani e materiali che molto hanno inciso finora sul conflitto: dalla leadership di Zelensky agli errori di Putin, dagli aiuti militari occidentali alla resistenza straordinaria del popolo ucraino – entrata nella storia con l’assedio di Mariupol. Detto questo, azzardando una speculazione logica, è possibile ipotizzare quattro scenari per il conflitto, sulla base di due variabili fondamentali: le capacità militari russe e quelle ucraine.

Nucleare: uno scenario remoto

La prima variabile riguarda l’impiego della forza bellica russa, che potrebbe tendere teoricamente verso due scenari opposti, estremi ed improbabili. Un primo scenario estremamente remoto vedrebbe l’uso da parte di Mosca di armi nucleari tattiche per annichilire la leadership ucraina. Tale scenario è estremamente remoto in quanto contrario agli interessi stessi del Cremlino. L’uso dell’arma atomica renderebbe infatti inutilizzabile per decenni regioni che si vogliono invece occupare, sfruttare economicamente, ed utilizzare per rafforzare la postura militare russa sul Mar Nero.

Inoltre, un uso dell’arma atomica nella zona del fronte investirebbe inevitabilmente le stesse forze russe, un prezzo probabilmente inaccettabile per l’apparato militare che appoggia Putin, a meno che non fosse usata a distanza di sicurezza su Kyiv o un’altra grande città dell’Ucraina occidentale come Leopoli o Odessa.

L’impiego dell’arma atomica contro una metropoli europea sarebbe un fatto militare, politico, storico di tale enormità da portare all’immediato e totale embargo del gas russo da parte di tutto l’Occidente e all’esclusione completa delle banche russe dal sistema SWIFT, il che a sua volta porterebbe verosimilmente al collasso del vertice statuale russo causa default economico. In altre parole, l’escalation atomica causerebbe una escalation di guerra economica da cui la leadership di Putin uscirebbe a pezzi.

Perché è molto improbabile una liberazione di tutta l’Ucraina

L’impiego della forza bellica russa potrebbe tendere teoricamente verso lo scenario opposto, quello di un progressivo calo dell’efficacia delle forze impiegate in battaglia, a causa dei noti problemi quanto a carenza di rifornimenti, peggioramento del morale delle truppe, ed erosione dello stock di equipaggiamenti militari, fino al punto da non riuscire a tenere le posizioni conquistate in Ucraina di fronte ai contrattacchi di Kyiv, e doversi quindi ritirare verso i confini russi.

Questo scenario è molto improbabile, sebbene non impossibile, perché per quanto tali problemi siano reali e gravi sono compensati dalla quantità di risorse militari e umane mobilitabili da Mosca, anche a prezzo di grandi sacrifici cui il popolo russo è storicamente pronto: come notava Stalin, la quantità è una qualità di per sé.

Inoltre, per le forze ucraine è relativamente più facile tenere le posizioni attuali che riconquistare Mariupol, in quanto attaccando in profondità le posizioni russe dovrebbero affrontare le stesse difficoltà tattiche e operative sperimentate dagli aggressori nei mesi scorsi, dalla contraerea ai campi minati, alle insidie di una battaglia urbana.

Esclusi i due scenari più improbabili, restano altri due scenari che vedono un impiego della forza bellica russa più o meno simile a quanto visto finora: bombardamenti aerei e missilistici senza tuttavia raggiungere la piena superiorità aerea o navale, concentrazione della potenza di fuoco e della manovra terrestre sul fronte del Donbass, sostanzialmente una guerra di attrito per distruggere man mano le posizioni ucraine sperando in un qualche sfondamento e aggiramento delle truppe del Paese aggredito.

Il fronte del Donbass e la guerra di attrito

Stante la posizione russa bisogna considerare la seconda variabile, ovvero la forza militare ucraina. Le forze armate di Kyiv hanno subito forti perdite umane, ma hanno anche visto un significativo arruolamento di volontari. I mezzi persi in due mesi di guerra sono stati in buona parte sostituiti dagli aiuti militari occidentali, che in alcuni casi hanno anche aumentato e/o migliorato determinati assetti rispetto allo status quo ante 24 febbraio.

Il morale ucraino oggi è sicuramente superiore sia a quello di 1-2 mesi fa, quando era possibile la caduta Kyiv, sia a quello attuale della controparte russa. Inoltre, buona parte del fronte del Donbass è stato fortificato in 8 anni di conflitto a bassa intensità post invasione russa del 2014, cosa che renderà un’avanzata delle forze russe ancora più difficile di quanto lo sia stata nel nord dell’Ucraina.

È quindi ipotizzabile un impiego della capacità militare ucraina simile a quello visto nelle ultime settimane: forze armate ben organizzate in grado di resistere, manovrare, contrattaccare, condurre con successo attacchi dall’alto valore simbolico come l’affondamento del Moskva, e limitare i danni dei bombardamenti russi lontano dal Donbass rendendo sostenibile la vita socio-economica sul fronte interno. Tale variabile può muoversi di misura in due direzioni opposte. Nel caso migliore, oltre a tenere il fronte orientale le forze ucraine potrebbero riconquistare alcune zone, ad esempio vicino Kherson. Nel caso peggiore, dovrebbero arretrare verso il fiume Dniepr quale naturale “linea del Piave” della difesa ucraina.

Se questo è l’equilibrio tra le forze in campo si prefigura una guerra di attrito, potenzialmente lunga, in cui Kyiv potrà contare su crescenti rifornimenti occidentali, che ultimamente hanno visto anche l’addestramento di forze ucraine in Paesi europei, mentre la Russia raschierà il fondo del barile dei propri arsenali continentali. In un quadro del genere, a livello operativo e tattico saranno possibili conquiste più o meno limitate, e magari temporanee, di porzioni di territorio nel Donbass da parte di entrambi gli schieramenti.

Conflitto a bassa intensità o armistizio?

In una tale guerra di attrito e logoramento tra forze nel complesso comparabili, in un teatro operativo abbastanza circoscritto, restano due scenari maggiormente possibili per l’esito del conflitto. Il primo è quello di una guerra che non finisce, come non è finita nel 2014 la prima guerra russo-ucraina in Donbass che ha causato circa 14.000 vittime fino al 23 febbraio 2022. Le operazioni belliche russo-ucraine continuerebbero ad intensità più o meno limitata, prevenendo strutturalmente l’Ucraina da qualsiasi adesione a Nato o Ue che non potrebbero certo accogliere un Paese in guerra con la Russia entrando così direttamente nel conflitto.

Il secondo scenario consiste in una qualche forma di armistizio che sancisce di fatto la situazione sul terreno, con la Russia che occupa una parte dell’Ucraina maggiore di quanto già facesse il 23 febbraio e ha il pieno controllo della costa del Mar d’Azov, mentre Kyiv mantiene l’accesso al Mar Nero tramite la regione di Odessa. Le operazioni belliche cesserebbero ma la linea del fronte verrebbe fortemente militarizzata da entrambe le parti per congelare il nuovo confine de facto. L’Ucraina potrebbe avvicinarsi a Ue e Nato quanto ad accordi di cooperazione, ma anche in questo scenario l’adesione sarebbe impossibile data l’esistenza di un contenzioso territoriale aperto con Mosca.

La scelta di Putin

La scelta tra questi due scenari maggiormente possibili – guerra a bassa intensità o armistizio su un nuovo confine di fatto – è nelle mani di Putin, ma anche dell’Ucraina e dell’Occidente. L’attore principale resta il Cremlino, che ha deciso per motivi propri una guerra di aggressione senza alcun casus belli o reale minaccia alle porte, e che di nuovo per motivi propri – o meglio legati al futuro della propria leadership politica – può decidere di porvi termine e proclamare vittoria.

Il controllo pressoché totale dell’informazione verso la popolazione russa permetterebbe a Putin di propagandare il successo della sua guerra già adesso con la presa di Mariupol e di tutto il Mar d’Azov, se solo lo volesse. E potrebbe volerlo solo nel momento in cui valutasse che non conseguirà ulteriori risultati militari sul campo, mentre continuerebbe a pagarne un prezzo elevato in termini di sanzioni. Tanto più quindi Kyiv terrà il fronte del Donbass, tanto più Mosca potrebbe prendere in considerazione un armistizio.

La posizione dell’Occidente

Nel conflitto il ruolo dell’Occidente continua ad essere indiretto ma importante. Gli ucraini combattono per loro stessi e il proprio Paese, la loro libertà, democrazia e indipendenza nazionale, ed hanno dimostrato di voler e poter combattere casa per casa, metro per metro. Sta a Europa e nord America aiutarli il più possibile a difendersi restando sotto la soglia di una escalation del conflitto tra Russia e Nato. Fornire armi e mezzi ha aiutato l’Ucraina a salvare Kyiv, e quindi il proprio Stato, e la aiuterà nel difficile compito di tenere il fronte del Donbass. Il graduale aumento quantitativo e qualitativo degli aiuti militari occidentali a Kyiv va esattamente in questa direzione.

E in questa direzione dovrebbe andare anche il dosaggio delle sanzioni economiche da parte di Ue e G7. Sanzioni il cui obiettivo è e dovrebbe restare quello di incentivare Putin a trovare più conveniente un armistizio rispetto alla guerra, non quello di puntare al default della Federazione Russa tramite un embargo totale del gas russo che costituirebbe un atto di guerra economica dalle conseguenze militari imprevedibili.

Dal 24 febbraio 2022 Putin ha scelto un approccio diretto al conflitto con l’Ucraina, che finora ha perso la battaglia decisiva di Kiev. Stati Uniti ed Europa hanno invece scelto un approccio indiretto per mantenere la sicurezza dei Paesi Nato aiutando per quanto possibile l’Ucraina: una strategia che ha contribuito al risultato ottenuto dagli ucraini, col proprio sangue, di salvare gran parte del loro Paese dall’occupazione russa.

A due mesi dall’inizio del conflitto, di fronte ai rapporti di forza militari sul terreno e alla prospettiva di una guerra di logoramento, è il momento per Europa e nord America di articolare una nuova iniziativa diplomatica coordinata – magari in ambito Osce vista la membership pan-eruopea dell’organizzazione nata dalla distensione della Guerra Fredda – che costituisca un ulteriore incentivo per Putin per accettare che non potrà vincere questa guerra, e quindi per interromperla. Alessandro Marrone, AffInt. 25

 

 

 

 

Un requiem per la globalizzazione!

 

Panta rei 

Si dice che la fortuna non bussi mai due volte. Bah, in certi casi è anche un bene! Infatti c’è una corrente di sociologi che giudica il globalismo una fortuna per aver ridotto negli ultimi decenni il livello della povertà e della fame nel mondo. Concetto, per altro verso, contestatissimo da diversi illustri economisti di sinistra con in testa Thomas Piketty, secondo i quali gli ultimi tre decenni sono da considerarsi un periodo nefasto in cui, tra l’altro, s’è visto un aumento considerevole delle disuguaglianze sociali al vertice di una spirale di negatività.

Comunque sia, non entriamo adesso nel merito della questione già più volte trattata, ma se il globalismo viene definito una fortuna, tombola! Esso, una volta compiuto il suo ciclo, scomparirà per sempre e non busserà due volte alla porta del mondo, anche perché, riportandoci al noto pensiero filosofico eracliteo, panta rei (tutto scorre, tutto muta).

A questo punto è lecito ritenere che lo sganciamento (decoupling) totale dell’Europa e dell’Occidente dalla Russia, a causa della guerra in Ucraina, possa decretare la fine e quindi il non ritorno del questionato dono della dea bendata: il globalismo.

Requiem di un sistema

Ci troviamo di fronte a un casus belli all´incontrario: è la guerra, in questa circostanza, che determina l’evento (il fallimento della globalizzazione) e non viceversa! Assistiamo pertanto al requiem di un fortunoso processo economico e di un esiziale programma di capitalismo industriale, entrambi destinati a rappresentare gli ultimi addenda ai libri sulla storia dell’economia.

D’altro canto non v’è chi non veda come l'aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione russa così come le conseguenti sanzioni e contro-sanzioni abbiano messo in liquidazione l’oramai crepuscolare stagione della globalizzazione.

Difatti i governi, in particolare quelli europei, sono stati costretti ad aprire di botto gli occhi assopiti nel conformismo globalizzato e mettere a fuoco quei problemi che fino a poco tempo addietro venivano coperti dall’andazzo quotidiano di una vita standardizzata dal comodismo, dal cooperativismo, dal pacifismo e dallo pseudo socialiberalismo.

Fino ad ora le maggiori preoccupazioni nell’UE erano costituite dalla ripresa economica nel rispetto dell’ambiente e dalla lotta alla povertà, mentre quelle di minor conto riguardavano le stravaganze di Bruxelles e cioè a dire: l’autorizzazione ad immettere sul mercato gli insetti ad uso alimentare; la proposta di annacquare il vino per abbassarne la gradazione alcolica; l’approvazione delle patatine fritte classificate come salutari; la bocciatura del parmigiano reggiano bollato come dannoso per la salute; e… altre menate del genere.

Ad ogni buon conto, bisogna convenire che a queste ultime stramberie, con tanta pazienza, dal momento che la pazienza è la chiave del paradiso e l’Italia è un Paese di santi, e con una buona dose di spirito umoristico, ci eravamo quasi abituati. E forse non per niente qualche agenzia turistica definisce Bruxelles” passionale, stravagante, discreta e naif “. Beh, tutto ha un senso, no? Solo che adesso bisogna tornare ad essere seri: la musica è cambiata! Con l’invasione russa dell’Ucraina nell’aria c’è tensione, preoccupazione, incertezza e risuonano gli echi della guerra fredda. Si rende dunque necessario, per come diremo più avanti, correre ai ripari!

Sull’oligarchia

Come si sa, con la globalizzazione si è creato da alcuni decenni a questa parte un sistema economico iperlucrativo per i padroni della finanza mondiale. Questi dettano le regole dei mercati globali agli oligarchi di turno che, beneficiando di una parte della 'pirateria finanziaria', esercitano un ruolo di significativa influenza sulla politica dei propri governi.

Ad esempio, gli oligarchi russi, recentemente assurti agli onori delle cronache a causa delle sanzioni nei loro riguardi, cosa rappresenterebbero se non le creature dell’oligopolio che ha preso il controllo della neonata Federazione Russa dopo la caduta del muro di Berlino?

L’oligarchia in realtà altro non è che una degenerazione dell’aristocrazia ovvero il governo dei migliori che si trasforma nel governo di pochi ricchi privilegiati. Costoro, da che mondo è mondo e sotto diverse sembianze, hanno sempre gestito la res publica da dietro le quinte. Nel tempo, tra le varie denominazioni, l’oligarca ha assunto puranco quella di 'magnate' (der. di magnus «grande») ovvero persona di grande potere economico, grande industriale, e, guarda caso, detto termine si presta a rappresentare una figura pseudoetimologica altamente allusiva, se letta come imperativo seconda persona plurale del verbo 'magnare'.

Comunque, facezie a parte, il sociologo Roberto Michels dottamente disquisisce: «il formarsi dell’oligarchia in seno a molteplici forme di democrazia è un fenomeno organico e perciò una tendenza a cui soggiace necessariamente ogni organizzazione, anche socialista, perfino quella libertaria».

Sulla deglobalizzazione

Ebbene, ritornando alla guerra in Ucraina va notato come essa abbia finalmente ricordato ai governanti che l’economia mondiale, a causa della globalizzazione, si regge su una lunga catena e che quando un anello della stessa cede si finisce in un crogiolo di guai. All’atto pratico ne consegue che beni e servizi essenziali per la nazione non possono essere lasciati al caso e cioè non ci possiamo permettere che una materia prima, indispensabile alla sicurezza nazionale, sia prodotta e messa in commercio all’estero.

E sia pure concessa la produzione di ombrelli, scolapasta, porta scopini e cianfrusaglie varie in terre esotiche, ma per i prodotti e servizi usati nelle strutture e infrastrutture di interesse nazionale, né pensare: troppo rischioso!

A che serve, perbacco, essere la culla della civiltà, paladini dell’accoglienza, sede della difesa dei diritti umani (Consiglio d’Europa), della FAO, della Corte penale internazionale, dell’Alleanza Atlantica e di tantissime altre belle cose se poi ci si deve far impaurire dal satrapo di turno che, se contrariato, minaccia il taglio alle forniture di gas o addirittura le nostre vite con armi da guerre stellari?

La domanda è legittima, ma come correre ai ripari? Il buon senso suggerisce che i prossimi passi per la sopravvivenza dell’Europa debbano essere rivolti alla graduale autonomia per dipendere il meno possibile da fonti esterne.

L’UE è stata compatta nell´imporre le sanzioni alla Russia, sia ora compatta nel processo della progressiva deglobalizzazione. La crisi pandemica e la guerra in Ucraina hanno mostrato, soprattutto ai politici occidentali, che l’autosufficienza nazionale non è la risposta ottimale: la cooperazione tra alleati ha avuto la meglio. A prova di ciò resta il fatto che i vaccini, ad esempio, non avrebbero mai potuto essere creati autonomamente e da un unico paese.

Allo stato delle cose, dunque, con il pianeta diviso in due blocchi (Occidentale con USA in testa e Orientale con a capo Cina e Russia) sarebbe auspicabile per un futuro migliore un accordo di libero scambio tra USA, Europa e i fedeli alleati dei valori occidentali.

Invero su detta strategia gli USA nicchiano per motivi geoeconomici e geopolitici, ma di fronte alla minaccia da Est non resta loro niuna alternativa: l’Occidente intero deve allearsi economicamente e politicamente per non essere intimidito o peggio ancora fagocitato dai giganti asiatici. È chiaro che l’Europa per qualche decennio ancora non sarà totalmente autosufficiente, ma cooperando con gli attuali partner occidentali potrà sopravvivere e prosperare.  E chissà poi che un domani non riesca a inverarsi nell’autosufficienza! Un’autosufficienza che sia davvero l’obiettivo primario per il Vecchio Continente perché esperienza insegna che anche i matrimoni sia pure i più solidi e felici possono sempre sfociare in separazioni e divorzi.

A questo punto suona la campanella e finisce la ricreazione. Suvvia, dunque, al lavoro amata Europa se vuoi uscire dall’impasse in cui ti sei infilata e metterti in condizione di far sbollire gli ardenti mali spiriti di qualche strampalato neoimperialista fuori stagione!

Giuseppe Arnò, Gazzetta It-Br. maggio

 

 

 

Gli orizzonti

 

A dispetto di tante discussioni, l’Italia è sempre a un bivio. Come si evolverà la politica nazionale? Ora non ci sono le condizioni per restituire all’arte del governo maggiore attendibilità. Di là dalle polemiche che non servono, vivere da noi è sempre difficile e i sondaggi confermano quella che non è solo una nostra impressione. Per ritrovare un equilibrio socio/economico valido, l’Italia avrebbe bisogno di un programma che tenga conto delle sue reali necessità.

 

In tanto scompiglio, restano irrisolti parecchi problemi e altri se ne aggiungeranno. Il tutto a sfavore del cittadino che è, e rimane, la vera vittima di un sistema che stenta a cambiare. Per noi, non è chiaro scrivere come e quando. Certo che, radicata la pandemia, la politica dovrà essere rivisitata.

 

Ancora una volta, resta l’incertezza di tempi che non sembrano idonei a “smussare” gli angoli di una politica troppo invalidata. Gli orizzonti raggiungibili restano pochi. Però ci sono. Certo è che le novità non mancheranno e la scienza di governo, squilibrata, presenterà il suo conto tramite una legge di stabilità che preferiamo non stimare. Altri ”orizzonti” sul fronte politico nazionale mancano e di ciò non ci resta che prenderne atto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dal presidente Mattarella una road map per negoziare in Ucraina

 

Negli scenari di rischio di una nuova escalation o di una guerra di lunga durata, il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita al Consiglio d’Europa il 28 aprile scorso, ha condannato con fermezza la Federazione Russa, ma ha aperto alla ripresa dei negoziati.

Breve storia del Consiglio d’Europa

Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale che non va confusa con l’Unione Europea. Il Coe è stato istituito il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra, e conta 46 Stati membri, con 700 milioni di cittadini, mentre l’UE conta 27 Stati.  Il Consiglio d’Europa ha quindi anticipato l’OSCE nell’ includere i “Paesi dell’est”, tra cui la stessa Russia. Come è noto, questa ora è stata esclusa per aver condotto la guerra di aggressione contro l’Ucraina.

L’istituzione di Strasburgo è la vera “casa comune europea”, l’Europa dei diritti perché i suoi principali strumenti “operativi”, cui hanno fatto ricorso numerosi cittadini europei tra cui quelli degli stessi Paesi dell’ex Patto di Varsavia, sono la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo firmata a Roma nel 1950.

“Helsinki, non Jalta”

Ripercorriamo dunque i punti salienti trattati dal presidente della Repubblica. Questi i passaggi centrali: “La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca. La devastazione apportata alle regole della comunità internazionale potrebbe propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermare subito questa deriva”. Da qui l’esigenza di rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite, riproporre “Helsinki, non Jalta”, il “multilateralismo” e una “nuova architettura delle relazioni internazionali, in Europa e nel mondo”. Dopo i prossimi incontri del premier Draghi annunciati con Biden e Zelensky, si auspica che l’Italia e l’Unione Europea siano capaci di promuovere una road map verso il “cessate il fuoco”. Sarà questo un banco di prova per l’auspicata “autonomia strategica” europea.

Parafrasando il mugnaio di Potsdam, il presidente ha ricordato che “c’è un giudice a Strasburgo”, proprio facendo riferimento all’attività sviluppata dalla Cedu, per cui “non c’è ragion di Stato che tenga nel caso di violazioni dei diritti della persona”. Ha inoltre sottolineato come il Consiglio d’Europa si ispiri al “multilateralismo”, in sintonia con il sistema delle Nazioni Unite.

I crimini russi e la giustizia internazionale

Il presidente Mattarella ha quindi indicato che “di fronte a un’Europa sconvolta dalla guerra nessun equivoco, nessuna incertezza è possibile. La Federazione Russa, con l’atroce invasione dell’Ucraina, ha scelto di collocarsi fuori dalle regole a cui aveva liberamente aderito, contribuendo ad applicarle”.

La Russia per Mattarella è dunque “responsabile della violazione di tutte le principali carte definite nell’ambito degli organismi multilaterali”, in una misura così esecrabile che addirittura ha spinto Paesi che, mentre prima non riconoscevano la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, “ne invocano ora  l’intervento, affinché vengano istruiti processi a carico dei responsabili di crimini, innegabili e orribili, contro l’umanità, quali quelli di cui si è resa colpevole la Federazione Russa in Ucraina”.

Ancora più forte è l’affermazione successiva: “La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca. La devastazione apportata alle regole della comunità internazionale potrebbe propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermare subito questa deriva”.

Sostenere l’Ucraina: un dovere giuridico

Per il Presidente della Repubblica, dunque, rimane fermo e sacrosanto il dovere giuridico e morale di sostenere la difesa dell’Ucraina, paese aggredito. Ma è necessario anche che il ruolo della comunità internazionale sia rivolto a riproporre con ogni energia “un sistema internazionale di regole condivise”, perché, afferma il Presidente, “la via di uscita appare, senza tema di smentita, soltanto quella della cooperazione e del ricorso alle istituzioni multilaterali”.

Da qui dunque il bisogno di dare voce alle Nazioni Unite la cui denuncia è stata chiara nella condanna “ma, purtroppo, inefficace sul terreno”. Ma ciò non può che significare che occorra “rafforzare l’azione dell’Onu, non indebolirla”. Per cui iniziative come quella promossa dal Liechtenstein, e da altri 15 Paesi, per evitare la paralisi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu “vanno prese in seria considerazione”.

La ricerca di una via per i negoziati

Infine, si arriva al passaggio del discorso che gli sherpa, sia italiani che europei, farebbero bene a valorizzare definendo una road map per le iniziative negoziali. Per il massimo rappresentante dell’Italia occorre “prospettare una sede internazionale che rinnovi radici alla pace”, che “restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione” in Europa, e non solo.

L’esempio è perciò la Conferenza di Helsinki “che portò, nel 1975, a un atto finale foriero di positivi sviluppi”, da cui si originò l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). La linea del Presidente è dunque: “Helsinki e non Jalta: dialogo, non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali”. Occorre perciò parlare concretamente di una “nuova architettura delle relazioni internazionali, in Europa e nel mondo, condivisa, coinvolgente, senza posizioni pregiudizialmente privilegiate”.

Infine, c’è l’ultimo monito: “La sicurezza, la pace – è la grande lezione emersa dal secondo dopoguerra – non può essere affidata a rapporti bilaterali Mosca versus Kyiv. Tanto più se questo avviene tra diseguali, tra Stati grandi e Stati più piccoli”.

È un messaggio chiaro per individuare gli attori della mediazione, fra cui vorremmo che si erigano presto a protagonisti l’Unione Europea, e la stessa Italia. Vedremo se, anche dopo i prossimi incontri del premier Draghi annunciati con Biden e Zelensky, l’Italia e l’Unione Europea, in nome della tanto auspicata “autonomia strategica”, sapranno essere capace di promuovere una road map verso il “cessate il fuoco”. Maurizio Delli Santi, AffInt 5

 

 

 

 

Voto all’estero: proseguono le audizioni di fronte alla Giunta per le elezioni

 

ROMA - Voto elettronico, sistema maggioritario, accorpamento delle ripartizioni e dislocamento dello spoglio delle schede: sono solo alcuni dei temi emersi oggi pomeriggio nelle nuove quattro audizioni rese di fronte alla Giunta per le elezioni della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 27 dicembre 2001, n. 459, recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”.

Primo ad intervenire, in videocollegamento, è stato Giovanni Tarli Barbieri, Professore ordinario di Diritto costituzionale del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze – che, ricordata la genesi “travagliata” sia delle modifiche costituzionali del 2000/2001, che della Legge Tremaglia e del suo regolamento attuativo, ha evidenziato come tutto sia reso più complicato dalle legge sulla cittadinanza, basata sullo ius sanguinis, secondo una ratio molto estensiva che il docente ritrova sia nella legge 40/79, che ha imposto il mantenimento dell’iscrizione dei residenti all’estero negli elenchi elettorali dell’ultimo comune di residenza, sia la legge che ha istituito l’Aire.

Tra le criticità evidenziate da Barbieri le norme sulla candidabilità, che pongono su diversi piani i residenti in Italia rispetto agli Aire; le modalità con cui può svolgersi la campagna elettorale, ma soprattutto il voto per corrispondenza che, ha ricordato, “come ribadito dalla Corte Costituzionale nel 2017 presenta “oggettive criticità””.

Tra le alternative, la prima sarebbe quella di “rovesciare l’opzione”, dunque chi vuole votare per corrispondenza deve dirlo; una scelta “responsabilizzante” per l’elettorato e, per il docente, l’unica percorribile nell’immediato. Barbieri, infatti, si è detto “incerto sulle prospettive del voto elettronico”, visto che sono stati “evidenziati rischi anche per la sicurezza da attacchi informatici”; mentre “meno percorribile è la proposta del voto in loco, presso ambasciate e consolati".

Certo è che, dopo la riforma che ha tagliato il numero dei parlamentari, serve “cambiare il sistema elettorale” o “delimitare le ripartizioni” perché con l’elezione di soli 8 deputati e 4 senatori “c’è uno schiacciamento verso un effetto maggioritario che contrasta con l’art. 11 della legge Tremaglia, che parla invece di proporzionale”. Dunque “o si trasforma il sistema in maggioritario, eliminando le preferenze o si prevede un accorpamento delle ripartizioni”. Cosa possibile perché, ha spiegato, la legge parla di circoscrizione estero, le quattro ripartizioni sono state una scelta del Legislatore. Manca, poi, una previsione che garantisca gi equilibri di genere.

Tra gli interventi possibili, Barbieri ha citato quelli contenuti sia nel documento del Cgie che in quello della Giunta, ricordando, infine, l’opportunità di anticipare i termini per l’invio dei plichi e di procedere allo spoglio delle schede in diverse località.

Rilievo questo emerso da tempo ed evidenziato da più parti che pare abbia trovato una prima soluzione: il presidente della Giunta Giachetti, infatti, ha informato sull’approvazione di un recente decreto che per il prossimo referendum sulla giustizia del 12 giugno suddivide lo spoglio tra 4 Corti d’Appello.

Per Andrea Gratteri, Professore associato di Diritto costituzionale del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Pavia, occorre rivedere l’articolo 48 della costituzione o, in alternativa, la 459/01 per ovviare a due profili “problematici”, cioè “la bassa partecipazione e la diffusa lesione della personalità del voto”. La prima è dovuta al fatto che tra gli aventi diritto al voto c’è chi “non ha mai messo piede in Italia”; ciò è dimostrato dal fatto che la partecipazione è più alta in Paesi di nuova emigrazione rispetto a quelli con consolidate presenze di connazionali. “Nel 2018 – ha ricordato Gratteri – in Giappone ha votato il 54% in Belgio il 21%”.

Sostenuto che “la scelta estrema del Legislatore è stata consentire a tutti di votare dall’estero”, una “scelta inclusiva che si amplifica alla luce della trasmissione della cittadinanza”, Gratteri ha ricordato che “l’articolo 48 della Costituzione non impone questa scelta”, perché parla solo di “requisiti” degli elettori che, però, “la 459 non ha individuato, dunque sono elettori tutti gli iscritti all’Aire”.

La prima soluzione, per il docente, sarebbe “ribaltare l’articolo 1 comma 3 della 459: i residenti all’estero possono votare in Italia salvo esercitino l’opzione per votare all’estero”. Si avrebbe così una “nuova partecipazione attiva” e “voterebbero solo gli interessati e i motivati”.

C’è poi una seconda opzione secondo cui “solo chi è sostanzialmente parte della comunità politica italiana può esercitare voto. Si richiederebbe all’elettore di mantenere un legame effettivo con l’Italia, dimostrato ad esempio con un periodo di residenza”, come previsto dalle leggi di Gran Bretagna e Germania, ad esempio. Infine, si potrebbe ammettere al voto all’estero “solo chi ha votato almeno una volta in un arco di tempo da definire, fatti salvi neo elettori”. In nessun caso, ha sottolineato Gratteri, “ci sarebbe alcuna lesione del diritto di voto, perché chiunque potrebbe votare tornando qui”.

Quanto alle modalità del voto “o si attuano nuove forme di espressione, o si applicano correttivi a quello per corrispondenza”. Il sistema “ottimale” per Gratteri sarebbe quello “in seggi in ambasciate e consolati"; da “evitare il voto elettronico”. Per perfezionare quello attuale serve “più rigore nella consegna dei plichi” e “avere garanzia sull’identità dell’elettore”, magari chiedendogli di “firmare il tagliando” come “accade in molti stati Usa o in Svizzera”.

Infine, le ripartizioni: “le 4 continentali presentano sperequazioni territoriali e demografiche”; accorparle “attenuerebbe alcune irrazionalità”, ha detto Gratteri ipotizzando la reductio a due: “Europa e resto del mondo”, si avrebbe una “popolazione comparabile” e uguaglianza nella distribuzione dei seggi: 4 ciascuno alla Camera, 2 al Senato. Quanto infine alla formula elettorale il docente ha proposto di usare il metodo D'Hondt, invece dell’attribuzione dei massimi resti.

Più conciso l’intervento di Ferdinando Pinto, professore ordinario di diritto amministrativo del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II, che si è definito un “giurista pratico”.

Secondo il docente il voto all’estero presenta problemi “irrisolvibili” e questioni risolvibili. Tra i primi la “manipolazione del voto”, irrisolvibile “perché l’equivoco è all’origine, con seggi destinati alla circoscrizione estero (in altri paesi votano dall’estero ma per seggi nazionali, non “dedicati” (ndr). Ed è difficilissimo controllare”. Quindi “l’unica soluzione è invertire l’opzione”, che “non elimina il problema, ma almeno lo attenua”.

Per il docente è “impraticabile l’ipotesi dei seggi elettorali, sia per questione economiche che territoriali”, mentre prevedere “liste boccate attenuerebbe il fenomeno ma senza eliminarlo”.

Tra le questioni “risolvibili”, invece, Pinto annovera modifiche alle norme sulla ineleggibilità e incandidabilità.

“L’articolo 8 – al comma 4 bis – della 359 prevede ipotesi di ineleggibilità diverse da quelle nazionali” parlando di “incarichi politici all’estero”, in modo “generico e incomprensibile”. Davvero, ha commentato il professore, “non ne comprendo l’utilità”.

Quanto invece alle incandidabilità, il docente ha osservato che “il catalogo previsto dalla legge Severino non “torna” per i residenti all’estero”, che seppur condannati potrebbero candidarsi perché il loro reato non viene elencato nella legge.

Consulente del Cgie, ultimo ad intervenire – l’unico in presenza - è stato Marco Galdi, Professore associato di diritto pubblico del Dipartimento di scienze economiche e statistiche nell’Università di Salerno.

“Il voto per corrispondenza nonostante tutte le criticità assicura l’effettività del diritto di voto degli italiani all’estero”, ha sostenuto il docente, contrario al voto nei seggi e favorevole invece al voto elettronico, la cui introduzione non necessiterebbe di alcuna modifica costituzionale.

Citata la recente sperimentazione del voto elettronico, Galdi ha ricordato che Ministero dell’interno e della digitalizzazione hanno istituito una commissione tecnica che, nel marzo dello scorso anno, ha prodotto delle linee guida, in parte confluite nel decreto interministeriale de 9 luglio 2021.

Un decreto, ha spiegato, che “detta i tempi dell’introduzione del voto elettronico”, prevedendo una “prima fase di simulazione, priva di valore legale” e una seconda fase di vera e propria “sperimentazione in una tornata elettorale, con valore legale”. Non si parla delle prossime elezioni, perché non c’è abbastanza tempo, ha precisato Galdi, spiegando che servono “diverse azioni preparatorie, come la diffusione dello spid”, che ne impediscono l’immediata applicazione.

I voto elettronico, comunque, sarebbe “adottato in modo non generalizzato”, cioè “non esclusivo”, almeno “fino a quando gli elettori non saranno tutti nativi digitali”, questo per evitare che “gap economici e sociali” impediscano l’esercizio di un diritto. È immaginabile che “nel breve o medio periodo, il voto elettronico sia scelto dall’elettore in alternativa al voto per corrispondenza” che quindi non verrebbe eliminato.

Mai, ha ribadito Galdi, questa modalità viene presentata come esclusiva: secondo il decreto l’elettore dovrebbe esercitare un’opzione: se non indica il voto elettronico resta ferma la possibilità di votare in Italia o per corrispondenza.

Fondamentale, per il docente, prevedere un “organismo indipendente che verifichi la correttezza de voto elettronico”, ad oggi appannaggio di Viminale e Agid in collaborazione con le autorità preposte alla sicurezza informatica nazionale.

“Garantire la sicurezza della rete è fondamentale”, ha sottolineato Galdi secondo cui questa “dovrebbe essere affidata ad un organismo esterno se non addirittura internazionale come l’Itu – International Telecommunication Union” che dovrebbe essere “affiancata da un collegio tecnico imparziale nominato dalle due Giunte delle elezioni di Camera e Senato”.

Nel frattempo, in vista del 2023, si potrebbe iniziare “a ragionare su aspetti su cui intervenire subito: ridisegnare i collegi e introdurre quote di genere; prevedere il collegio uninominale; restituire ai soli residenti all’estero la rappresentatività degli interessi dei connazionali” e provvedere ad alcuni “aggiustamenti”, come “l’aggiornamento periodico dell’anagrafe elettorale, o la stampa in Italia delle schede elettorale, oppure pensare di apporre sul plico un codice barre per semplificare lo scrutinio”. Importante per Galdi anche formare il personale che si occuperà dello spoglio delle schede, da smistare sotto la competenza di più Corti d’appello, e, infine, “uniformare le modalità di voto per gli italiani all’estero” che ora ne hanno diverse in base alla tipologia di elezione (europee, politiche, comites, referendum). (ma.cip. aise/dip 26)

 

 

 

 

Figli della scuola

 

Esattamente trent’anni fa, nel febbraio del 1992, il Parlamento italiano emanava la legge n. 91 sulla cittadinanza, aggiornando un sistema di norme e regole sul tema immaginate nel 1912, durante la cosiddetta età giolittiana, per stabilire chi e come potesse diventare cittadino italiano. In altre parole una legge, tuttora in vigore, che riorganizza le modalità con cui si può acquisire la cittadinanza. I destinatari principali cui si rivolge sono legati a un’idea che ormai appartiene al passato: l’Italia come Paese di emigrazione più che di immigrazione. Si intrecciano, infatti, norme che tengono conto dell’universo dei migranti italiani e dei loro discendenti insieme al mondo dell’immigrazione straniera che proprio negli anni ’90 cominciava ad affermarsi.

Introdusse una grande novità per figli e nipoti degli emigranti italiani: la possibilità di chiedere la cittadinanza, a patto di dimostrare di essere discendente in linea diretta di italiani. Tale norma era stata richiesta da decenni, con forza, dagli italiani all’estero e arrivò quando ormai i flussi di massa, soprattutto verso le Americhe, erano terminati da tempo. Mentre la realtà dei nuovi italiani de facto avrebbe continuato a scontrarsi con le difficoltà di divenire italiani de iure, perché quelle regole restavano anacronistiche, nonché frutto di una chiusura dettata dalla paura. La legge del 1992 è, infatti, figlia di un clima di allarme creatosi in Italia negli anni immediatamente precedenti, al tempo in cui l’immigrazione esplode nel dibattito pubblico e inizia a essere politicizzata, ovvero utilizzata come tema forte in campagna elettorale. Tra il 1989 e il 1991 gli immigrati irruppero nelle cronache, dopo anni in cui la presenza straniera in Italia era cresciuta senza fare notizia e senza che gli italiani vivessero il fenomeno con preoccupazione.

Nell’agosto 1989 l’omicidio del giovane sudafricano Jerry Essan Masslo, a Villa Literno in Campania, fece scalpore. Il giovane, ventinovenne, era fuggito da un Paese razzista e fu ucciso in Italia in quello che la stampa descrisse come un attacco razzista, ai danni di braccianti agricoli che erano impegnati nella raccolta dei pomodori. Attorno a quel caso si aprì un dibattito che fece da volano alla stesura della prima legge organica sull’immigrazione, la legge Martelli del 1990.

Due anni dopo, la legge sulla cittadinanza approvata risentiva di questo clima e restava fortemente restrittiva, in particolare sui figli degli immigrati stranieri nati in Italia, che possono richiederla soltanto al compimento del diciottesimo anno di età, hanno un anno di tempo per poter presentare domanda e devono dimostrare di essere stati ininterrottamente residenti in Italia dalla nascita ai 18 anni.

Sono ormai alcuni anni che molte realtà attente al fenomeno migratorio italiano chiedono una revisione di quella legge, in particolare sul punto dell’acquisizione della cittadinanza per i figli di stranieri, perché non si debba attendere il diciottesimo anno d’età per farne richiesta. Ormai l’immigrazione in Italia ha più di mezzo secolo di storia e coloro che sono arrivati in quest’arco di tempo si sono inseriti nel tessuto sociale e produttivo italiano, tanto che il loro apporto vale il 9% del Pil nazionale. Un fenomeno epocale come quello migratorio è stato troppo spesso descritto in termini allarmistici, con un’insistenza continua sugli aspetti problematici e sul nesso, enfatizzato, tra immigrazione e insicurezza sociale.

Nel 2017 il progetto di riforma della legge sulla cittadinanza, approvato alla Camera nell’ottobre 2015, fu archiviato dopo continui slittamenti della discussione in Senato. Il progetto di riforma era basato su uno ius soli temperato, in cui era stato accolto il concetto di ius culturae – suggerito da Andrea Riccardi quando era ministro dell’Integrazione nel governo Monti –, principio che riconosce e valorizza il ruolo centrale della scuola nella formazione dei “nuovi italiani”.

Oggi, finalmente, tale legge è di nuovo all’ordine del giorno del Parlamento, con la proposta passata a maggioranza nella prima commissione della Camera e definita ius scholae. È una legge che sfugge alla tenaglia ius sanguinis-ius soli, per approdare a un’interpretazione originale della questione “cittadinanza” che fa perno sul concetto ius scholae. È italiano non solo chi è nato tale, ma anche chi lo diventa frequentando regolarmente, per almeno cinque anni, un ciclo presso istituti del sistema nazionale d’istruzione.

È impressionante vedere come proprio a scuola bambini, ragazzi, adolescenti figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani. La riforma della cittadinanza pone la scuola al centro del processo di formazione dell’identità nazionale e, così facendo, non solo rende giustizia al lavoro appassionato di decine di migliaia di lavoratori dell’istruzione, ma continua quella mission che la scuola medesima ha sempre avuto, nel nostro giovane stato: “fare gli italiani”. Alla scuola è riconosciuta quella centralità che dimostra giornalmente nel tessere connessioni e conoscenze nel vivo del contesto sociale.

Sono convinto che sia la scuola – e non il “sangue” – il principale agente di costruzione dell’identità. È la scuola a poterci rendere italiani. La nostra nazione ha camminato verso l’unificazione con il passo lento delle generazioni, in un itinerario che non si è del tutto compiuto nemmeno ora. E lo ha fatto – e lo fa – grazie alla scuola. Siamo tutti figli della scuola. Godiamo tutti di un vasto e diffuso ius scholae. 

È, dunque, il tempo di uscire dall’allarme immigrazione, ancora oggi molto utilizzato in chiave elettorale, per riconoscere i fenomeni migratori per quello che realmente sono: processi normali e governabili della nostra epoca. Se nutriamo ancora speranza nel futuro del nostro Paese, non possiamo più trattare così tanti bambini e giovani da stranieri, ma riconoscerli come nostri figli, degni di cittadinanza. di Marco Impagliazzo, VP maggio

 

 

 

Europsicosi

 

 Il nostro Paese mandava in “pensione” la Lira con un cambio (immutabile), pari a Lit.1936,27 per un Euro. In sostanza, un abbattimento reale di poco inferiore al 50% sul potere d’acquisto ante Euro. Era febbraio del 2002. A circa vent’anni da quella data, anche per gli eventi che si sono verificati in seguito sul fronte economico nazionale il caso resta alla ribalta. Forse anche dettato dal timore di una certa soggezione economica da parte dei Paesi ove l’economia interna è più forte.

 

L’Euro non è nato nel tentativo d’uniformare i sistemi economici dei Paesi aderenti. I parametri per la gestione di una buona amministrazione sono rimasti, com’era prevedibile, quelli del secolo scorso. Tornando, all’Italia, nella fatidica notte di conversione Lira/Euro, ci siamo trovati più “poveri” e i prezzi sono stati adeguati al valore della nuova moneta. Peccato, però, che nello stesso tempo gli stipendi e le pensioni non abbiano seguito lo stesso trend.

 

 Ne consegue che l’Euro Zona non rappresenta, almeno sotto il profilo della politica monetaria nazionale, un approdo sicuro per la nostra economia. Che, nonostante tutto, si barcamena ancora tra le secche di una situazione evolutiva della quale non ci sentiamo d’ipotizzare le concrete evoluzioni. I prossimi mesi saranno un banco di prova economico/sociale sul quale non mancheremo di fare le nostre diligenti valutazioni. Pronti a prendere nella dovuta considerazione anche quelle dei Lettori interessati. E’ una promessa. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

"Conferenza sul futuro dell’Europa sia occasione per vera fase costituente che rafforzi Unione.

 

Roma. "La Conferenza sul futuro dell'Europa ha visto una grande adesione dal basso. A conferma del desiderio di partecipazione di cittadine e cittadini. Adesso è importante che si trasformi in una convenzione costituente in grado di rafforzare il processo di integrazione europea". Lo ha dichiarato la senatrice Laura Garavini, Vicepresidente commissione Esteri e Vicecapogruppo vicaria Italia Viva-Psi, intervenendo in dichiarazione di voto in aula.

"Attraverso la riforma dei Trattati. Superando il meccanismo dell'unanimità all'interno del Consiglio Europeo. Assegnando un vero potere legislativo all'Europarlamento. Riorganizzando il meccanismo elettorale, con liste transnazionali. Condizionando l'appartenenza all'EU al rispetto dello stato di diritto. Ridisegnando le politiche migratorie. E riconoscendo all'Unione una capacità fiscale autonoma e un'autonomia dell'UE negli ambiti strategici".

"In questo modo possiamo costruire una vera federazione europea. Organizzata in modo decentrato secondo il principio di sussidiarietà, coinvolgendo i territori locali, e di proporzionalità, con il costante rispetto dei diritti fondamentali. E impiegando lo strumento delle assisi parlamentari, in maniera tale da ribadire la sinergia con la democrazia rappresentativa dei singoli Stati".

Barbara Laurenzi dip 26

 

 

 

 

Guerra Ucraina, Germania: "Pronti a embargo petrolio Russia"

 

Ministro Habeck: "Berlino non è contraria. Ovviamente è un carico pesante da sopportare, ma siamo pronti a farlo"

Guerra Ucraina-Russia, la Germania "non è contraria" a un embargo del petrolio russo. Lo ha detto il ministro tedesco dell'Economia e della Protezione climatica, Robert Habeck, in occasione del Consiglio straordinario dei ministri dell'Energia dell'Ue. "Avremmo un problema locale e ovviamente un aumento dei prezzi e forse le catene di approvvigionamento non sarebbero sicure ma non colpirebbe l'economia nazionale nel suo insieme. Quindi, dopo due mesi di lavoro, posso dire che la Germania non è contraria a un embargo petrolifero alla Russia. Ovviamente è un carico pesante da sopportare, ma siamo pronti a farlo" ha affermato Habeck.

La Germania si sta preparando a imporre l'embargo sul petrolio russo e si sta muovendo per tagliare ''il prima possibile'' la sua dipendenza energetica da Mosca, ha dichiarato la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock in un'intervista all'emittente Ard, sottolineando che l'embargo petrolifero deve essere inserito nel sesto pacchetto delle sanzioni dell'Unione europea. Baerbock ha aggiunto che la revoca delle sanzioni russe potrebbe essere possibile se la Russia ritirasse tutte le sue truppe dal territorio ucraino.

"Alla riunione dei ministri dell'Energia chiederemo embargo immediato su petrolio e gas russi. E' un passo assolutamente necessario da compiere nel prossimo pacchetto di sanzioni" ha detto, arrivando alla riunione del Consiglio straordinario dei ministri dell'Energia Ue, la ministra polacca del Clima e dell'Ambiente, Anna Moskwa.

Per Moskwa, "la solidarietà che ci aspettiamo è non solo con le parole ma anche con i fatti e quindi con un sostegno pieno all'embargo per le energie fossili russe. Abbiamo già sanzionato il carbone, ora è arrivato il momento di sanzionare il petrolio e poi il gas", ha aggiunto la ministra polacca.

L'Ungheria ha ribadito la sua contrarietà a imporre un embargo a livello europeo sull'importazione di gas e petrolio russo. Lo ha detto il capo dell'ufficio del primo ministro ungherese, Gergely Guiyash, che al portale di notizie Origo.hu ha sottolineato: ''Non dovremmo imporre sanzioni che danneggerebbero prima noi stessi e non quelli che vorremmo sanzionare".

La Commissione Europea dovrebbe proporre domani un sesto pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia per la guerra in Ucraina, che includerà probabilmente anche un divieto, graduale e con qualche eccezione, di importare petrolio da Mosca. Il pacchetto, si apprende da fonti Ue, dovrebbe poi essere discusso dal Coreper (il comitato dei rappresentanti permanenti presso l'Ue) mercoledì: il via libera dipenderà dagli Stati, alcuni dei quali hanno perplessità e timori nei confronti di una misura che potrebbe avere ripercussioni negative sulle economie europee.

Politico.eu scrive stamani che la proposta potrebbe includere eccezioni o misure di transizione per la Slovacchia e l'Ungheria, a causa della forte dipendenza di questi due Paesi dal petrolio russo. Altre capitali sono più favorevoli ad introdurre un price cap, un tetto ai prezzi, dato che in assenza di un limite l'efficacia dell'embargo potrebbe venire vanificata dal probabile rincaro dei futures sul greggio, come ha detto anche la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen. Nel fine settimana la Commissione ha consultato gli Stati membri a piccoli gruppi, in gergo confessionali, per illustrare le misure in preparazione ed eventualmente ritoccarle (le misure di transizione per Slovacchia e Ungheria sono un tentativo di evitare il veto, dato che le sanzioni vanno approvate all'unanimità).

Il pacchetto potrebbe venire approvato mercoledì, ma potrebbero anche essere necessarie nuove riunioni del Coreper giovedì o anche venerdì. L'auspicio della Commissione è comunque che il pacchetto venga varato entro questa settimana. Il clima sull'embargo al petrolio è cambiato dopo che la Germania, in precedenza contraria a misure simili, ha segnalato di essere favorevole ad un embargo graduale (come è quello sul carbone, che sarà effettivo da agosto): Berlino ha ridotto la propria dipendenza dal petrolio russo dal 35% dell'import di greggio del 2021 a circa il 12% oggi, riporta Der Spiegel. Il petrolio è per sua natura più facilmente sostituibile del gas, ma i prezzi sono assai volatili: il barile del West Texas Intermediate, il greggio di riferimento Usa, da quota 90 dollari alla fine di febbraio è schizzato sopra i 120 dollari ai primi di marzo, per poi ritracciare, ma è ancora superiore ai 100 dollari (101,34 dollari). Il barile di Brent, il benchmark europeo, quota a 109,5 dollari al Nymex. La Russia è il secondo esportatore mondiale di petrolio dopo l'Arabia Saudita, secondo dati del 2019 citati da al Jazeera: il principale acquirente di petrolio russo è la Cina. Adnkronos 2

 

 

 

 

Migrantes-Transiti: la condizione psicologica degli italiani nel mondo durante il Covid-19

 

Roma – La percezione acquisita attraverso la ricerca condotta da Transiti per il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes  è che la pandemia da Covid-19 abbia contribuito a peggiorare la condizione psicologica del 61,6% degli expat italiani intervistati.

Dei 925 rispondenti, il 40% è stato o è attualmente in psicoterapia. Si tratta di una percentuale molto alta rispetto alla media nazionale, che oscilla tra il 7 e il 15%.

È interessante prendere in considerazione come le persone coinvolte nell’indagine abbiano maturato la scelta di intraprendere un percorso psicoterapeutico. Il 69,5% ha realizzato di avere bisogno di un supporto psicologico compiendo una scelta personale e autonoma, mentre il 17,7% lo ha fatto in seguito al consiglio di amici e parenti.

Nel 74% dei casi chi ha affrontato un percorso psicologico ha giudicato la cura come efficace e significativamente migliorativa per la propria esistenza. Il 17% ha, invece, espresso un giudizio negativo.

Approfondendo le ragioni che hanno portato a questa conclusione, emerge come essa appaia legata a una mancanza di necessità (“i miei genitori mi hanno obbligata”) o alla percezione di non aver incontrato il professionista adeguato (“bisogna incontrare il professionista giusto”) o, ancora, alla percezione di fare qualcosa di inutile (“solo chiacchere”).

Coloro che non hanno mai iniziato un percorso di psicoterapia, corrispondente al 46% dei rispondenti, adducono motivazioni quali il sentirsi psicologicamente equilibrato, il non sentirne la necessità e la presenza di ostacoli di natura economica, ma anche sfiducia, paura e difficoltà nel trovare un terapeuta qualificato.

La replica negativa, motivata dalla sfiducia nella capacità di cura ed efficacia della psicoterapia, rappresenta il 33,7% delle risposte raccolte. È un tema molto interessante e ampio che andrebbe approfondito anche alla luce delle premesse dell’OMS. Parallelamente, dovrebbe interrogare la comunità professionale degli psicologi rispetto alla possibilità di rendere sempre più trasparenti i modelli di trattamento e le evidenze di efficacia della cura.

Il 21% delle persone ha dichiarato di non aver mai iniziato un percorso per timore (“Ho paura di cosa potrei scoprire”; “Ho paura di diventare dipendente dal terapeuta”; “Non riuscirei a parlare con uno sconosciuto”). È un elemento significativo, che dà una (grossolana) misura di quanto ancora possano circolare il pregiudizio e lo stigma nei confronti della scienza psicologica e di quanto sia scarsa e confusa l’informazione a riguardo.

A supporto di questa considerazione, abbiamo rilevato che il 12% degli intervistati ha dichiarato di pensare da tempo di entrare in terapia, ma di non sapere come trovare un professionista affidabile.

Per il 20% del campione la difficoltà ad intraprendere un percorso terapeutico è di natura prevalentemente economica, limite che non viene riscontrato unicamente dagli italiani residenti in Nord America.

Questo aspetto spinge a riflettere sulla molteplicità delle esperienze di espatrio che abbiamo incontrato attraverso Transiti e sulla necessità di pensare a dispositivi di accoglienza e cura sulla base del principio dell’universalismo proporzionale.

Un altro dato rilevante è che, durante la pandemia, il 25% delle persone ha incrementato l’uso di sostanze – tabacco, alcol, stupefacenti – per mitigare la sofferenza psicologica, con una percentuale più alta tra i residenti in Europa (28%).

Questo è un dato in linea con la tendenza poc’anzi evidenziata: una parte di popolazione sperimenta difficoltà nel poter chiedere un aiuto qualificato e nel ricercare in autonomia soluzioni palliative di sollievo al malessere.

Abbiamo raccolto alcune voci degli expat che hanno voluto raccontare la loro esperienza di psicoterapia.

Dalle 320 risposte aperte – circa il 35% del campione – sono emerse parole ricorrenti quali: Terapia, Ansia, Panico, Farmaci. Lavoro, Aiuto, Relazione, Famiglia, Depressione, Sedute, Problemi, Stress, Figli, Autostima, Terapeuta, Disturbi, Inutile, etc.

Di seguito, riportiamo alcuni stralci delle esperienze dei racconti legati all’esperienza di psicoterapia:

* “A causa della mole di lavoro immensa che ho dovuto sostenere nel lockdown, ero arrivata al limite dell’esaurimento nervoso. La psicologa mi ha aiutato a mettere dei limiti a questo e impostare delle regole per evitare il burn-out.” (F, Lussemburgo);

* “Ai tempi del liceo per problemi di” (F, Cuba);

* “Avevo 18 anni, non ne sentivo il bisogno, i miei genitori mi hanno obbligato ed è stata” (F, Emirati Arabi Uniti);

* “Colloqui di sostegno soprattutto relativi alla mia decisione di separarmi.” (F, Stati Uniti);

* “Dolorosa ma ha risolto i miei” (F, Israele);

* “Dopo un evento personale traumatico i miei cari mi hanno consigliato di chiedere supporto psico Sono stata 9 mesi in psicoterapia e mi è servito moltissimo per affrontare il dolore e ricostruire il mio equilibrio, ma anche crescere personalmente.” (F, Regno Unito);

* “Dopo una relazione abusiva, ho fatto un percorso di terapia per ritrovare” (F, Belgio);

* “Durante gli anni universitari ho fatto un percorso di psicoterapia per imparare a gestire l’ansia e lo stress da competizione.” (M, Svizzera);

* “È in corso da un anno. Mi dà tranquillità, mi allevia il senso di vuoto e mancanza di significato nelle cose. Mi conforta.” (M, Canada);

* “È via zoom col fuso italiano, e questo alle volte diventa un problema per farlo conciliare con gli orari giapponesi.” (F, Giappone);

* “Mi dà la forza e la carica per migliorare e sentirmi appieno con me stessa. Ci vuole tanta pazienza e voglia di ‘amarsi’” (F, Stati Uniti);

* “Era un periodo della mia vita dove mi sentivo persa. Ho finalmente deciso di cercare aiuto, e mi ha portato a scoprire molte cose di me di cui non avevo idea, tipo blocchi psicologici dovuti al mio passato. È stato un percorso di scoperta ed un lavoro su me stessa abbastanza faticoso, che è ancora in divenire.” (F, Stati Uniti);

* “Era uno spazio in cui poter esprimermi liberamente su ciò che provavo e che mi ha permesso di comprendere meglio il mio funzionamento e le mie difficoltà.” (F, Svizzera);

* “Erano anni che pensavo di volerlo fare ma non ho mai avuto soldi a sufficienza per pagarlo, l’ho fatto non appena ho potuto.” (F, Spagna);

* “Ero appena diventata mamma e avevo appena traslocato in Germania, mi sentivo impaurita e impotente.” (F, Germania);

* “Ero ragazzina e dovevo accettare la perdita di mia madre. Il mio psicoterapeuta mi aiutò a prenderne coscienza.” (F, Stati Uniti);

* “Esperienze positive e negative, alti e bassi, ho trovato aiuto ma spesso anche sensazione di perdere tempo, non arrivare mai al punto.” (F, Belgio);

* “Facevo un lavoro molto stancante emotivamente (call center) e la compagnia per cui lavoravo offriva la possibilità di essere seguiti da uno psicologo per un breve periodo di tempo. Feci tre sedute (il massimo) e poi dovetti smettere. Non me lo potevo permettere. Mi è piaciuto molto però, mi sentivo molto meglio dopo le sedute.” (F, Regno Unito);

* “Funzionale a ripristinare una situazione stabile dopo una serie di crisi di panico.” (M, Singapore). – Anna Pisterzi, Presidente di Transiti Psicologia d’Espatrio. Mig.on. 5

 

 

 

Il messaggio

 

2.980.400 sono i Connazionali presenti nel Vecchio Continente. In Europa, quindi, abbiamo un bacino d’utenza pari a circa il 50% dei Connazionali nel mondo. Una ragione in più per essere presenti anche su questo fronte informativo. Condizione che riteniamo importante per un contatto anche con le strutture sociali italiane presenti oltre confine.

 

 Il nostro impegno, che è di volontariato, ha il proposito d’integrare l’informazione diretta a chi ci legge dall’estero. Un impegno che porteremo avanti con coerenza. Essere presenti nella realtà italiana in UE e nel mondo è uno dei nostri obiettivi.

Quindi, la nostra resta una concretezza della quale si sentiva l’ opportunità, ma che non è stato semplice da rendere operativa. Soprattutto nel complesso momento nel quale si trova la Penisola.

 

 Il nostro impegno tornerà  a intensificarsi nei modi e con i tempi che già sono noti ai nostri Lettori. L’importante resta l’occasione di porre a disposizione, anche per i Connazionali nel mondo, la nostra esperienza nel sociale con un volontariato in continuo miglioramento. Questa iniziativa, molto voluto anche dalla nostro Editore , resta a diposizione per chi riterrà utile servirsi dell’iniziativa progettata in armonia con le segnalazioni che ci sono giunte anche da Connazionali oltre frontiera. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Voto all’estero: è ora di cambiare

 

ROMA - A poco più di 20 anni dalla sua promulgazione, la legge sul voto all’estero (359/01) deve essere riformata. Non dà sufficienti garanzie per la personalità e segretezza del voto ed è diventata insostenibile nella sua applicazione anche sul fronte di lavoro e costi. Potrebbe sintetizzarsi così quanto affermato dal Ministro degli esteri Luigi Di Maio che oggi, accompagnato dal Dg per gli italiani all’estero della Farnesina Luigi Maria Vignali e dal Capo dell’ufficio per i rapporti con il Parlamento Antonio Enrico Bartoli, ha riferito di fronte alla Giunta delle elezioni della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle modalità applicative, ai fini della verifica elettorale, della legge 27 dicembre 2001, n. 459, recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero”.

Dall’entrata in vigore della Legge Tremaglia, ha ricordato Di Maio, “abbiamo organizzato 4 elezioni politiche e 8 consultazioni referendarie. In 20 anni il numero dei cittadini italiani residenti all'estero è quasi raddoppiato, passando da circa 3,4 a quasi 6,6 milioni”, ciò sia “per la spinta che viene dalla cosiddetta nuova mobilità”, sia per “l’estrema generosità della nostra legge del 1992 in materia di cittadinanza”, che, ha ricordato, “non prevede limiti di discendenza alla trasmissione iure sanguinis”.

Da ciò deriva che “se nella prima occasione in cui fu impiegato il voto all'estero, cioè il referendum del 2003, gli elettori erano 2,3 milioni, per il prossimo referendum di giugno il corpo elettorale sarà prossimo ai 5 milioni”. Connazionali “che vivono in tutti i continenti”: in occasione del referendum costituzionale del 2020 “sono rientrate a Roma schede elettorali da 196 Paesi del mondo, compreso l'Antartide”.

Una procedura che impegna gli uffici diplomatico-consolari già mesi prima del voto, ha ricordato Di Maio che ha ripercorso fasi e termini che scandiscono la procedura dall’invio dei plichi elettorali a tutti gli iscritti Aire all’arrivo delle schede a Roma per lo spoglio.

Spoglio che, ha precisato, al contrario di quanto affermato in Giunta nelle scorse audizioni, soltanto dalle prossime elezioni politiche nel 2024 e quindi non dal referendum del prossimo giugno sarà suddiviso tra 5 Corti d’Appello: Roma, Milano, Bologna, Firenze e Napoli.

Tante, e note, le criticità: dagli indirizzi non aggiornati alla sicurezza dei sistemi postali fino all’espressione vera e propria del voto, per Di Maio è “opportuno” chiedersi se la 359/01 sia “adeguata”.

“L'incremento continuo del corpo elettorale all'estero”, ha proseguito il Ministro, “mette alla prova la capacità degli uffici consolari” alle prese con una “macchina sempre più impegnativa da gestire” e senza risorse aggiuntive in termini di personale. Per questo, quando ci sono le elezioni, gli altri servizi ne risentono.

“Stoccarda ha un numero di residenti comparabile a Parma (190mila persone), ma al consolato generale sono in servizio solo 30 persone, di cui solo diplomatico”, ha citato a mo’ di esempio Di Maio. Più elettori significa più costi: “sulla base della capienza attuale del fondo per le spese elettorali, alla Farnesina dovrebbero essere assegnati circa 24 milioni e mezzo di euro all'anno; un terzo, in genere, viene assorbito dalla sola Argentina”, ha detto il ministro; per questo “nel corso di un solo anno spesso si rendono necessarie integrazioni: le politiche del 2018 sono costate circa 28 milioni di euro per un bacino di 4,2 milioni di elettori, di cui solo 1,3 milioni furono i votanti effettivi, circa il 30%”. Per il referendum sulla giustizia di giugno “la stima è cresciuta a 31,4 milioni di euro”, sia per l’aumento dei votanti che del costo delle materie prime, senza contare “l’interruzione di molti voli commerciali”.

Ribadito che “la democrazia non ha prezzo”, per Di Maio “il punto è che la modalità stessa del voto per corrispondenza espone il processo elettorale a numerose variabili aleatorie che sfuggono al controllo della Farnesina”. Si tratta di “inefficienze endogene”, che tra l’altro “gettano un’ombra sulla correttezza e sull'operato degli uffici consolari”.

Problematica è la spedizione dei plichi, a causa dei diversi standard di sicurezza ed efficienza dei sistemi postali nei diversi Paesi; di incerta applicazione sono i principi costituzionali di segretezza e personalità del voto perché “il voto per corrispondenza si svolge lontano dal controllo delle autorità”; “numerosi” sono i plichi restituiti per mancata consegna al destinatario, che può aver cambiato indirizzo senza comunicarlo al consolato; “bassa” l’affluenza al voto di una compagine formata da “figli di seconda e terza generazione di immigrati” che non hanno legami con l’Italia.

Di fronte a queste criticità, “è opportuno avviare una riflessione su una possibile riforma della legge sul voto all'estero per renderla più adeguata alle sfide attuali e rispondente alle caratteristiche della nostra collettività all'estero”, ha affermato Di Maio.

Bollate come “impraticabili” sia l’ipotesi del voto nei seggi – per organizzazione e costi, ma anche perché “discriminerebbe” gli elettori che risiedono lontano dai seggi – sia l’affidamento della stampa in Italia delle schede a cura del Viminale – “per tempi allungherebbe i tempi di spedizione e aggraverebbe i costi a carico del bilancio dello Stato” – Di Maio ha affermato che “la soluzione ideale non esiste” sostenendo al tempo stesso che “per tenere insieme la tutela della personalità e unicità del voto, la partecipazione degli elettori e la sostenibilità organizzativa ed economica dell'esercizio si debba lavorare nella più ampia prospettiva della digitalizzazione dei servizi consolari” prevedendo, così come fatto a dicembre per i Comites, l’inversione dell’opzione (se vuoi votare lo devi dire).

In questo modo, riceverebbe il plico solo chi ne ha fatto richiesta e ad un indirizzo aggiornato e per l’amministrazione ci sarebbe un “drastico abbattimento dei costi complessivi”. Del resto è un sistema “adottato anche da altri paesi europei come Francia, Regno Unito, Svizzera e Austria”, ha ricordato.

Quanto al voto elettronico sperimentato per i Comites a dicembre “si tratta di una modalità percorribile, ma dalle implicazioni che andranno attentamente vagliate dal Parlamento”.

Per il ministro, quindi, l’unica soluzione è lasciare il voto per corrispondenza ma con dei correttivi: l’inversione dell’opzione e nuovi metodi a garanzia della tracciabilità del plico, come ad esempio l’introduzione di un QRcode all’interno della busta interna preaffrancata che identifica l’elettore e velocizza le operazioni di scrutinio.

Il voto all'estero “ha rappresentato una importantissima conquista per i concittadini che vivono fuori dal nostro paese e come tale va tutelato, messo in sicurezza, adattato in base al mutare delle circostanze nel tempo”, ha sottolineato il ministro, ribadendo “l'importanza della partecipazione democratica” ma al tempo stesso quella di “proteggere il voto da interferenze esterne”. Serve il “coraggio di perseguire soluzioni e riforme adeguate e al passo con i tempi. Governo e Farnesina in particolare sono ben pronti a lavorare in questa direzione assieme al Parlamento”.

Nell’aprire il dibattito, il presidente della Giunta Giachetti (Iv) ha rilevato come sull’opportunità di invertire l’opzione ci sia “unanimità” tra le parti audite nell’ambito dell’indagine conoscitiva, che proseguirà con i contributi dei Ministeri della Giustizia e dell’Interno.

Fontana (Fi) ha ringraziato ministro e Farnesina per il lavoro che svolgono ed ha convenuto sulla opportunità di mettere mano alla legge almeno con dei correttivi immediatamente applicabili; “troppo, troppo facile l’acquisizione della cittadinanza”, ha aggiunto il deputato auspicando una riforma anche in questo caso.

Per Maggioni (Lega) fondamentale è garantire “segretezza e personalità del voto” di cui per altro la Giunta ha dovuto occuparsi spesso quest’anno; Del Basso De Caro (Pd), invece, è tornato sulla opportunità di modificare circoscrizione estero e sistema elettorale alla luce del taglio dei parlamentari: “spero che ci sia il tempo per poter modificare la legge elettorale quantomeno per il voto degli italiani all'estero”, ha detto, auspicando anche l’eliminazione delle preferenze visto che “siamo in presenza di un maggioritario di fatto” almeno nelle ripartizioni che eleggono un solo parlamentare.

Secondo Melicchio (M5S) “la relazione del ministro ha fatto emergere con chiarezza la necessità di un equilibrio fra il diritto al voto e tutela della segretezza e della personalità del voto” ma “se ci concentriamo troppo su un aspetto rischiamo di negare un diritto”; per questo, il deputato è tornato a promuovere il voto elettronico chiedendo a Di Maio “quanto siano pronte” le sedi consolari e “quali risorse sarebbero necessarie per metterlo in pratica”.

Per Siragusa (Ev) la modalità di voto all’estero dimostra che “deleghiamo la nostra democrazia al caso”: se un connazionale non comunica il cambio di indirizzo, ha detto l’eletta in Europa, uno straniero potrebbe votare al suo posto appropriandosi del plico. C’è da riformare sia “il modo generoso con cui noi riconosciamo la cittadinanza” che la legge sul voto “con l'inversione dell’opzione” anche per “uniformare” le modalità con cui i connazionali esprimono il loro voto (in presenza alle europee, per corrispondenza con o senza opzione alle politiche e per i Comites). Certo, di tempo per farlo ne resta poco, quindi, ha chiesto Siragusa “si potrebbe pensare ad un decreto ad hoc?”. A Di Maio la parlamentare ha chiesto anche di garantire i diritti dei contrattisti della Farnesina, fondamentali per il lavoro nei consolati.

Nella sua replica, il ministro ha osservato che “siamo di fronte ad una legge in funzione da oltre vent'anni e quindi è giusto che il Parlamento si interroghi se sia al passo con i tempi”. Con le nuove tecnologie “possiamo riuscire a garantire tutti i diritti costituzionali del cittadino all'estero”. Quanto al taglio dei parlamentari, “dobbiamo ridisegnare per norma i collegi elettorali; su questo il Ministero degli Esteri è a disposizione, ma la prerogativa è del Parlamento”, ha aggiunto, ricordando che “per i collegi nazionali si è provveduto con un atto di secondo livello del Ministero dell'Interno”.

Quanto alla cittadinanza “ci riempie d'orgoglio avere una comunità all'estero di italodiscendenti così importante, ma ogni sistema deve essere sostenibile ed oggi ci sono alcuni uffici consolari che non riescono a smaltire tutte le richieste” anche perché “ci sono una serie di meccanismi da cui dobbiamo difenderci”.

Se e quando si metterà mano alla legge elettorale nazionale, quello “potrebbe essere il luogo per mettere a punto i correttivi per l’estero”; “ovviamente che auspico che la norma sia parlamentare”, ha sottolineato Di Maio, ribadendo la disponibilità della Farnesina.

Ai quesiti di Siragusa sul voto elettronico e sul personale all'estero, il ministro ha ricordato che il primo, sperimentato con successo per i Comites - pone questioni di sicurezza su cui Parlamento e Agenzia per la Cybersecurity devono pronunciarsi; e per il secondo citando gli effetti di “13-14 anni di spending review” sulla Farnesina, che sta cercando di assumere altro personale ma che deve far fronte ad una “platea che dal 2008 in poi cresce in modo vertiginoso”.

“Io, il Ministero con il Dg Vignali e il direttore Bartoli restiamo totalmente a disposizione: se vogliamo utilizzare questo scorcio di legislatura per far fare dei passi in avanti a questa legge – ha concluso – contate su di me”. (ma.cip.\aise 3) 

 

 

 

 

Agevolazioni fiscali per ricercatori e docenti rientrati. Disposte le modalità

 

Con un recente Provvedimento (protocollo n. 102028/2022) l’Agenzia delle Entrate ha disposto le modalità di esercizio dell’opzione previste dall’ultima legge di Bilancio ai fini dell’applicazione dei benefici fiscali per docenti e ricercatori i quali hanno già trasferito la residenza in Italia prima dell’anno 2020.

 

Come si ricorderà (ne avevamo già dato notizia) la possibilità di estendere il nuovo regime fiscale agevolato (che prevede ritenute fiscali limitatamente al 10 per cento delle somme e valori imponibili) riconosciuta già ai lavoratori impatriati, è stata concessa anche a docenti, ricercatrici e ricercatori iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero che hanno trasferito in Italia la residenza prima dell’anno 2020 e che alla data del 31 dicembre 2019 beneficiavano già della riduzione dell’imponibile al 10 per cento.

 

Per usufruire dell’estensione del regime agevolato (che può quindi arrivare fino ai 13 anni dai 6 originari), docenti, ricercatori e ricercatrici devono procedere al pagamento di una somma pari al 5 o al 10 per cento dei redditi di lavoro dipendente e autonomo prodotti in Italia nel periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione entro la scadenza del 27 settembre per il 2022.

 

Nel dettaglio:  per estendere i benefici fiscali deve pagare un importo pari al 10 per cento dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia (oggetto della precedente agevolazione e relativi al periodo di imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione) il soggetto che ha almeno un figlio minorenne o che abbia acquistato almeno una unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento ovvero entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione; deve pagare invece un importo pari al 5 per cento dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia (oggetto della precedente agevolazione e relativi al periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione) il soggetto che al momento dell'esercizio dell’opzione ha almeno tre figli minorenni e diventa o è diventato proprietario di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, ovvero ne diviene proprietario entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione.

 

Nel Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate sono quindi indicate, tra l’altro, le modalità dell’esercizio dell’opzione con riferimento al versamento dei pagamenti e alla richiesta al sostituto di imposta da parte dei lavoratori dipendenti. Angela Schirò, dip 26

 

 

 

Referendum 12 giugno 2022: elettori temporaneamente all’estero

 

Gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle prossime consultazioni referendarie (referendum abrogativi ex art. 75 della Costituzione del 12 giugno 2022), nonché i familiari con loro conviventi, potranno esercitare il diritto di voto per corrispondenza (art. 4-bis, comma 1, legge 27 dicembre 2001, n. 459), ricevendo il plico elettorale contenente le schede per il voto all’indirizzo di temporanea dimora all’estero..

Per esercitare il proprio diritto di voto per corrispondenza, tali elettori dovranno far pervenire AL COMUNE d’iscrizione nelle liste elettorali un’apposita opzione entro mercoledì 11 maggio 2022.

L’opzione (esercitabile tramite tale modulo o in carta libera) deve essere inviata al Comune per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano, sempre al Comune, anche da persona diversa dall’interessato.

L’opzione, obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero completo cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’Ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (ovvero di trovarsi – per motivi di lavoro, studio o cure mediche – per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento delle consultazioni in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti, oppure che si è familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni).

L’opzione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000).

È possibile la revoca dell’opzione presentata secondo le modalità di cui sopra entro lo stesso termine (11 maggio 2022). Si ricorda infine che l’opzione è valida esclusivamente per la consultazione elettorale cui si riferisce (ovvero, in questo caso, per le consultazioni referendarie del 12 giugno 2022). (Inform/dip 27)

 

 

 

Il convegno “Italiano 2020: lingua nel mondo globale”. Presentazione della ricerca

 

Il convegno da noi promosso con la Prof. Monica Barni e in collaborazione con l’Istituto San Pio V alla Camera, in occasione della presentazione della ricerca Italiano 2020: lingua nel mondo globale. Le rose che non colsi… è stato di fatto un elevato confronto di idee sullo stato della nostra lingua nel mondo e un positivo esempio di dialogo tra specialisti e responsabili amministrativi e istituzionali.

 

Durante i lavori, è stata più volte evocata l’esigenza dell’ascolto da parte della politica e delle istituzioni rispetto alle istanze provenienti dai soggetti culturalmente più attivi e dinamici, operanti, in questo caso, nel sistema formativo. Riteniamo di poter dire che il confronto di ieri sia stato un’indicazione certo non esclusiva, ma sicuramente significativa e feconda di un metodo da praticare con continuità e attenzione.

 

Dalla presentazione e dal dibattito sono venuti inoltre spunti e stimoli interessanti e utili, che sarebbe un peccato lasciare cadere.

 

Lo diciamo con riferimento al nostro lavoro parlamentare, ma anche all’azione delle strutture della nostra Amministrazione che operano per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero e all’iniziativa dei molteplici centri e soggetti che animano la presenza culturale dell’Italia nello scenario globale. Sarà dunque importante cercare di moltiplicare le occasioni di incontro e di dialogo come quella che si è appena realizzata.

 

Ringraziamo con sincera gratitudine e apprezzamento il Prof. De Nardis e il Prof. Coccia presenti in rappresentanza dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V che ha avuto il merito di farsi carico della ricerca e della sua pubblicazione; il Prof. Massimo Vedovelli e l’intero comitato scientifico per l’eccellente e innovativo lavoro svolto, la Prof. Monica Barni per la proposta di collaborazione e per la costante propulsione, il Prof. Luca Serianni e la Prof. Silvana Ferreri per gli alti e autorevoli contributi al dibattito, il Ministro Plenipotenziario Alessandro De Pedys (MAECI), il Direttore Luca Tucci (Min. Istruzione) e la Dott.ssa Francesca Romana Giancola (Min. Università) per la loro disponibilità e i competenti richiami normativi e organizzativi, il Prof. Alessandro Masi (Dante Alighieri), il Dott. Fabrizio Ferragni (Direttore Offerta Estero RAI) e il Prof. Massimiliano De Conca (FLC CGIL) per la ricchezza e l’interesse delle loro proposte, il Dott. Michele Schiavone (CGIE), l’On. Marco Fedi (CO.AS.IT Australia) e il Dott. Tony Màzzaro (IAL-CISL Germania) per la rappresentazione di importanti esperienze realizzate all’estero e le stimolanti indicazioni di lavoro.

 

Un ringraziamento ai colleghi parlamentari che hanno seguito i nostri lavori: Eva Avossa, Nicola Carè, Graziella Leyla Ciagà, Rosa Maria Di Giorgi, Fucsia Nissoli Fitzgerald, Laura Garavini, Francesca La Marca, Flavia Piccoli Nardelli, Massimo Ungaro. Un pensiero altrettanto grato rivolgiamo agli operatori della stampa e delle televisioni e a quanti hanno seguito i nostri lavori sia in presenza che a distanza. Le deputate PD, Angela Schirò e Lucia Ciampi (dip 6) 

 

 

 

Generazioni

 

La Prima Generazione (certa) di nostri Migranti ha completato la sua fase d’inserimento nei Paesi ospiti nel 1930. Erano, quelli, gli anni tra i due conflitti mondiali e il Vecchio Continente aveva aperto le sue frontiere per lavori che i locali non intendevano più esercitare. La Seconda Generazione è finita nel 1970. In tempi assai meno amari dei precedenti. L’intolleranza non era del tutto debellata, ma la nostra Comunità già aveva iniziato quel percorso d’integrazione che si sarebbe completato con l’affermarsi della nostra Terza Generazione. Inquadrata col 1990.

 

 Nata all’estero, sempre meno psicologicamente italiana e molto bene assimilata con la società ospite. Questa fitta umanità andrà a terminare il ciclo di monitoraggio quest’anno. Fuori d’Europa, il processo d’integrazione è stato anche più rapido. Per l‘America meridionale è normale scrivere già di Quarta Generazione. In pratica di cittadini, con passaporto nazionale, che non parlano neppure bene la loro lingua originaria ed hanno più interessi nel Paese che li ospita che nella lontana Italia.

 

 I futuri cicli generazionali andranno a perdere le tradizioni, la cultura, le usanze della Penisola e l’italianità saranno più un senso di nostalgia del passato, che orgoglio d’origine. Ne prendiamo atto; non potendo fare altrimenti. L’Italia dei Migranti nel Vecchio Continente ha terminato la sua impresa storica. Ora siamo tutti cittadini europei.

 

Manca, però, sempre un giusto peso politico, in pratica di rappresentatività, per gli eletti nel Parlamento italiano dall’estero. Probabilmente, prima del completarsi di questo ciclo generazione, il diritto di voto sarà riformato. Se ciò si dovesse verificare, ovviamente con una nuova legge elettorale, il concetto d’equità, a lungo cercato, potrebbe completarsi. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

La risposta sul miglioramento dei servizi consolari

 

Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha risposto nell’Aula della Camera all’interpellanza di Fucsia FitzGerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale) sugli interventi per il miglioramento dei servizi consolari: “la Farnesina continua a lavorare per incrementare qualità ed efficienza dei servizi”

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha risposto alla Camera dei deputati all’interpellanza di Fucsia FitzGerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale) relativa all’aumento del personale dei servizi consolari, richiesto anche attraverso una risoluzione approvata all’unanimità dalla Commissione Esteri a sua prima firma, per migliorare i servizi consolari e accorciare i tempi di attesa.

Nonostante la risoluzione sia stata approvata nel dicembre scorso, Nissoli fa presente, illustrando la sua interpellanza in Aula, che le difficoltà dell’amministrazione dello Stato all’estero non sono state ad oggi risolte e richiama le diverse segnalazioni ricevute sui lunghi tempi di attesa per l’ottenimento dei documenti, come il passaporto, e sui disagi legati all’accesso alle prenotazioni online, che invece, anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie digitali, dovrebbe essere “semplice ed efficiente”. “Noi residenti all’estero rappresentiamo numericamente una grande regione italiana – ricorda Nissoli, – ragione per cui è indispensabile che il Governo ne prenda atto dedicandoci le risorse necessarie”. Oltre all’aumento del personale, incluso quello a contratto, assunto in loco, la deputata chiede “che sia rafforzata anche la rete dei consoli onorari, per essere più capillari su territori vasti come l’Italia e a volte anche di più”.

“Molti di noi – ricorda ancora Nissoli – sono andati all’estero per trovare un lavoro adeguato, che in patria non avremmo trovato, affrontando un disagio del quale, in altre condizioni strutturali nel nostro amato Paese, avremmo fatto molto volentieri a meno. Credo che sia il minimo chiedere al Paese – e, quindi, a questo Governo – che ci venga incontro fornendoci servizi adeguati”.

Nella risposta il Sottosegretario Della Vedova ricorda che le criticità evidenziate derivano “da fattori oggettivi spesso risalenti nel tempo: dalle conseguenze del blocco del turnover all’incremento esponenziale del bacino di utenza” e assicura che “la Farnesina continua a lavorare, con i mezzi a disposizione, con grande impegno e flessibilità per incrementare qualità ed efficienza dei servizi erogati ai connazionali all’estero”.

Il Sottosegretario ricorda in particolare che “il blocco delle assunzioni, che ha caratterizzato gli ultimi anni, rappresenta il motivo principale delle gravi carenze di personale”, perché “i cosiddetti contrattisti, il cui impegno è unanimemente apprezzato dalla Farnesina e dagli italiani all’estero, non possono sostituirsi ma solo coadiuvare i dipendenti di ruolo nell’esercizio delle funzioni consolari in materia di cittadinanza, passaporto, stato civile, visti e attività amministrative e contabili”. “Nell’ultimo decennio i dipendenti di ruolo non sostituiti dopo il collocamento a riposo sono oltre un terzo del totale. Un fattore oggettivamente debilitante per ogni organizzazione, in particolare per una struttura con uffici in tutto il mondo come la Farnesina – prosegue Della Vedova, che richiama in parallelo anche la “continua crescita della comunità degli italiani all’estero: “al 31 marzo erano oltre 6,5 milioni, limitandosi a chi è stabilmente residente, con un tasso di incremento superiore al 20% negli ultimi cinque anni; anche la domanda di servizi ad ambasciate e consolati è conseguentemente in crescita – rileva il Sottosegretario, segnalando che “la pandemia prima e il conflitto in Ucraina poi non hanno fatto che amplificare le ripercussioni negative di questo quadro generale”.

“Anche grazie allo stimolo della risoluzione approvata a dicembre in Commissione esteri, il Maeci ha individuato in ogni ambito soluzioni flessibili e innovative per far fronte ai problemi di ogni giorno delle nostre comunità all’estero – sottolinea il Sottosegretario, che richiama il concorso per i dipendenti di ruolo per le seconde aree, in corso di svolgimento, e i cui vincitori saranno incentivati con strumenti mirati a partire verso le sedi consolari in maggiore difficoltà. Tale concorso, che dovrebbe concludersi per la fine dell’anno, segue “quello che ha portato all’assunzione, lo scorso anno, di oltre 200 nuove terze aree funzionali, segnando un’importante inversione di tendenza sul fronte del reclutamento all’interno della Farnesina – sottolinea Della Vedova. Vengono poi richiamate una serie di misure adottate per incentivare il servizio all’estero, concedendo proroghe di permanenza e semplificando le regole per candidarsi a una posizione in ambasciata o in consolato, o ricorrendo a liste straordinarie con deroghe sui tempi minimi di permanenza a Roma. Nell’ambito del Piano di ripresa e resilienza è stata inoltre disposta l’assunzione di 100 unità aggiuntive di personale a contratto, portando a 3.100 unità il contingente totale; previsto inoltre uno stanziamento di 800 mila euro all’anno per l’adeguamento della loro retribuzione.

Sul fronte della digitalizzazione dei servizi consolari, il Sottosegretario richiama l’impegno della Farnesina, accelerato nel contesto dell’emergenza sanitaria. Ricorda che “la rete consolare è rimasta sempre operativa anche nelle fasi più acute della pandemia” e che da tempo è invece ripreso il lavoro in presenza “nelle modalità consentite dagli accordi con i sindacati e in base al contesto locale”. “Il livello di operatività è tornato quello pre-pandemico, anche per quanto riguarda l’emissione di passaporti, servizio consolare che necessita della presenza degli operatori in sede. Il numero di passaporti rilasciati l’anno scorso è, di fatti, del 65 per cento superiore a quello del 2019. Le carte di identità – quasi tutte elettroniche – registrano un incremento del 60 per cento rispetto al 2020. Gli atti trasmessi ai comuni italiani nel 2021 sono aumentati del 38 per cento rispetto al 2020. E così per le iscrizioni AIRE: più 12 per cento sul 2020 – segnala Della Vedova.

Tra le attività messe in campo, vi è anche il monitoraggio dell’operatività della rete, specie in riferimento ai tempi di attesa, “anzitutto per quanto riguarda i servizi di più recente introduzione, come la carta d’identità elettronica e, in particolar modo, quelli essenziali, quali il rilascio dei passaporti”. “Il monitoraggio è realizzato regolarmente attraverso l’analisi dei dati statistici sulla produttività delle sedi, con le quali vengono condivise e valorizzate le buone prassi. Con alcune di esse, quelle che gestiscono platee di connazionali numerose e impegnative per le domande di servizi consolari, sono stati elaborati piani di recupero degli arretrati, con lo scopo principale di ridurre i tempi di attesa – afferma Della Vedova.

Richiamato infine anche il contributo dei consoli onorari per l’acquisizione delle impronte digitali necessaria al rilascio del passaporto nell’ambito del progetto del “funzionario itinerante”, che è ancora in corso di potenziamento, e il dialogo costante della Farnesina con questi ultimi, anche attraverso attività di formazione da remoto loro destinate.

Tornando alla digitalizzazione dei servizi consolari, il Sottosegretario segnala che “il portale per i servizi consolari Fast.it ha superato il milione di utenti registrati e continua ad arricchirsi di nuove funzionalità, divenendo uno strumento di riferimento per la collettività all’estero nella comunicazione con ambasciate e consolati”. “Circa il 75 per cento delle istanze di iscrizione di residenza all’estero provengono ai nostri uffici tramite il portale, garantendo così sicurezza nella trasmissione delle pratiche e velocità della loro trattazione – prosegue Della Vedova, che aggiunge poi che “il soddisfacente livello di utilizzo e familiarità degli utenti con questo strumento conferma l’opportunità di proseguire su questa strada”. “Il portale è in continua evoluzione, oltre alla versione in inglese, spagnolo e portoghese disponibile già da 2 anni, da marzo gli utenti potranno usare anche le versioni in francese e tedesco. Molte ambasciate consolati hanno, inoltre, attivato la nuova funzionalità per la trasmissione online degli atti di stato civile, mentre stiamo lavorando per ampliare il portale anche all’emissione del codice fiscale e alle pratiche in materia di cittadinanza – fa sapere il Sottosegretario, ricordando anche che la prenotazione degli appuntamenti è possibile da giugno scorso attraverso il portale Prenot@mi, che la Farnesina intende migliorare costantemente sotto il profilo della funzionalità e della sicurezza. “Nella piena consapevolezza di tutte le criticità che ci troviamo ad affrontare – conclude Della Vedova, – i connazionali all’estero possono contare sul nostro incessante impegno a ottimizzare servizi consolari che rappresentano uno strumento importante per la loro vita di tutti i giorni”.

In sede di replica, Nissoli si dichiara soddisfatta della risposta, anche se ribadisce la necessità di un impegno ulteriore “per velocizzare i processi” e assicura la sua attenzione “per sollecitare azioni migliorative, soprattutto in Nord e Centro America, dove è urgente rafforzare i consolati e dare maggiori strumenti operativi ai consoli onorari”. (Inform/dip 2)

 

 

 

 

 

Un 25 aprile dalla parte di chi lotta per la pace, la libertà e l’indipendenza nazionale

 

Sempre vivo e sempre attuale è il patto per la libertà, la democrazia e l’indipendenza nazionale che con la ricorrenza del 25 aprile vogliamo non solo celebrare, ma rinnovare in modo attivo e militante. Tanto più oggi, con una guerra aperta nel corpo dell’Europa che miete vittime innocenti e un popolo che lotta strenuamente per la sua indipendenza.

 

Tra aggredito e aggressore, tra invasore e difensore della propria autonomia non ci può essere dubbio da che parte stare. Non c’è stato allora, quando in tutti i paesi d’Europa aggrediti e invasi dai nazisti e dai fascisti scesero in campo i volontari della libertà, molti a prezzo delle loro giovani vite, non ci deve essere ogni volta che un popolo è chiamato a lottare per la sua libertà e la sua indipendenza. In Europa come in qualunque parte del mondo.

 

Ecco perché la solidarietà verso il popolo ucraino e una generica richiesta di pace oggi rischiano di non bastare. Quel popolo, al di là delle analisi sulle responsabilità vicine e lontane per quanto è accaduto, che sono certamente complesse, qui e ora deve essere concretamente aiutato a resistere, a difendersi da un’aggressione devastante e a preservare la sua indipendenza.

 

Poi c’è il compito della politica e della diplomazia, che devono favorire le occasioni di dialogo e di pace e, soprattutto, devono impegnarsi molto di più per ricostruire un equilibrio internazionale precario ed esposto all’egoismo di vecchi protagonismi e all’ambizione di nuove potenze.

 

L’Europa deve essere il nostro orizzonte aperto di pace, di democrazia, di solidarietà e di sviluppo civile. Per questo, essa si deve dimostrare nel quadro globale più autonoma e attiva, più capace di iniziativa, più forte anche in termini di difesa comune e più protagonista nelle relazioni internazionali.

Buon 25 Aprile! La Resistenza è viva e continua. Angela Schirò, dip 25

 

 

 

 

Astensionismo: tra i diritti e i doveri degli italiani all’estero

 

“L’assenteismo alle urne degli italiani all’estero è ormai noto, quello che nessuno dice è il perché”. Cerca di sviscerare la questione Carmelo Vaccaro, membro del Comites di Ginevra e c coordinatore SAIG. “Rimanendo su recenti dati”, afferma Vaccaro in un suo intervento, “gli italiani all’estero iscritti all’AIRE sono circa 5.000.000, ma a votare per le politiche sono meno del 30%, e per i Com.It.Es. meno del 3%.

 

Quali diritti e quali doveri?

Se è vero che gli italiani all’estero sono poco considerati, è vero anche che gli stessi fanno poco per far sentire la loro voce. Le lamentele ci possono anche essere, ma quando arriva il momento di riunirsi per dare forza alle istituzioni elette, come per esempio i Com.It.Es., una maggiore sinergia tra gli italiani all’estero si rende necessaria per avere credibilità di fronte alle autorità governative di turno.

Se consideriamo che gli iscritti all’AIRE sono raddoppiati negli ultimi 20 anni, siamo portati a riflettere anche sul fatto che l’emigrazione italiana non si è mai fermata di crescere. Al contrario delle emigrazioni dal dopo guerra fino agli anni ’80, ’90 e 2000, l’emigrazione degli ultimi anni si è palesemente emancipata con i cosiddetti cervelli in fuga o expat. Quindi mondi diversi, esigenze diverse e integrazione più facile per coloro che già conoscevano la lingua.

Tutto ciò è documentato, anche se in altre forme, accertando che gli italiani all’estero cercano i diritti ma evitano i doveri, per svariati motivi. Ci sono diversi aspetti con i quali bisogna confrontarsi, alcuni di questi sono come raggiungere gli italiani, con quali mezzi di comunicazioni e quali sono gli interessi dei nuovi arrivati.

Ormai è noto a tutti che l’associazionismo storico si sta spegnendo, e con questo anche un canale d’informazione che, in altri tempi, giungeva molto facilmente nelle case dei connazionali. Ma ci sono altri canali, come i social oppure giornali in carta stampata, che resistono ancora, e che raggiungono la maggior parte dei connazionali di qualsiasi circoscrizione. È comunque certo che, se uno si vuole informare, trova sempre il sistema di farlo.

Di fronte a questa situazione c’è poco spazio per le scuse di una disinformazione, anche se le istituzioni e gli organi eletti dovrebbero migliorare costantemente l’offerta informativa, al fine di raggiungere quanti più connazionali possibili. A mio parere, la rete informativa, sociale e culturale dovrebbe includere anche i Com.It.Es. della Svizzera.

Sono in tanti a domandare aiuto alle associazioni, agli enti o ai Com.It.Es., o ai Consolati, ma pochi sanno o tacitamente fanno finta di non capire come funziona il sistema. La questione si pone spontanea: se vogliamo essere uniti per tutelare i diritti degli italiani all’estero, allora bisogna anche avere il coraggio di affrontare i doveri e battersi affinché il popolo italiano all’estero faccia arrivare lontano la voce della propria ragione. Se invece lasciamo i pochi a battersi contro i mulini a vento, va a finire che i cavalieri con la spada tratta a difesa delle ingiustizie vengono spazzati via con il primo soffio di vento.

Possiamo essere fieri del fatto che noi emigrati italiani, ed è anche bello che sia così, siamo più considerati dalle Istituzioni locali che da quelle nazionali. Ma i problemi del Passaporto o della Carta d’Identità sono di competenza consolare, i problemi di IMU, TARI e TASI sono di competenza dei governi o dei comuni, tutti i quesiti e le problematiche degli italiani all’estero non possono essere risolte dall’assenteismo, ma dall’unione degli uomini di buona volontà che agiscono per il bene comune. Ricordiamoci sempre che la strada per acquisire i nostri diritti è stata lunga e faticosa, ma che quella per perderli è dietro ogni angolo.

Si fanno tanti studi sull’assenteismo degli italiani all’estero, anche alle elezioni politiche, facendo sentire il loro dissenso all’interesse della politica. Questo è uno dei mali che bisogna arginare se si vuole una rappresentanza degna e forte del consenso di percentuali accettabili, per affrontare e dialogare con gli interlocutori governativi.

Nonostante questo, tutti gli italiani nel mondo amano l’Italia e trasmettono questo amore ai propri figli, ricordando loro le proprie origini, i propri doveri e sentimenti. L’italiano all’estero non si vergogna di essere italiano, si vergogna di essere sfruttato, e, soprattutto, di essere dimenticato dalla propria Patria.

Non vi può essere complemento e sussidiarietà se non vi è unità di intenti e sinergia tra tutte le parti coinvolte, istituzioni e associazioni. In definitiva, si auspica una maggiore attenzione a tutti coloro che da sempre si occupano di rappresentanza, per trovare i giusti collegamenti tra le varie comunità, per facilitare e portare a termine i tanti progetti volti al raggiungimento delle esigenze di ogni cittadino. La speranza ultima è di comprendere appieno il senso del dovere all’interno di una realtà associazionistica.

Non è necessario pensarla tutti e su tutto nello stesso modo, ma bisogna condividere l’esigenza comune di uscire da una logica conservatrice, per il bene di quella Comunità italiana che non aspetta altro che di sentire il contatto reale con le proprie appartenenze regionali e nazionali, attraverso associazioni rappresentative, che devono continuare a rimanere il futuro dell’Italia nel mondo.

Si vive molto meglio se nutriamo il desiderio di conoscerci meglio!”.

Carmelo Vaccaro, dip

 

 

 

 

Educazione politica

 

La posizione politica dei Connazionali all’estero non può essere paragonata con quella dei cittadini residenti nel Bel Paese. I motivi sono, sostanzialmente, due: la limitata “informazione” per i fatti interni della Penisola e l’integrazione alla realtà socio/politica che è maturata nei Paesi ospiti. Senza, poi, dimenticare che, prima della Legge 459/2001, gli italiani nel mondo hanno dimostrato interesse ai problemi nazionali e lo Stato sosteneva i loro rientri per l’esercizio del più democratico diritto in Patria.

 

Intanto, l’interesse alla politica nazionale non è mai venuto meno neppure per le prime Generazioni di Migranti. E’ vero, però, che situazioni contingenti di sopravvivenza non ne avevano favorita l’estensione. Le posizioni si sono evolute proprio in quest’ultimo periodo, quando la rappresentatività formale non bastava più per garantire in Patria d’alcuni fondamentali diritti degli italiani all’estero. Ora la questione sarebbe da rivedere. Adesso sono gli eletti nella Circoscrizione Estero a non essere in grado d’affrontare le problematiche d’interesse dei loro elettori.

 

Del resto, gli eletti, residenti o meno, nella Circoscrizione Estero, ripartiti nelle quattro ripartizioni geografiche di pertinenza, fanno capo, comunque, ai Partiti nazionali. Ne consegue che la politica nazionale non sostiene le esigenze di chi vive all’estero. Non manca, secondo noi, l’educazione politica degli elettori d’oltre Alpe ma, semmai, l’incoerenza di chi li dovrebbe rappresentare in seno al Parlamento. Solo l’On. Tremaglia’è stato l’unico vero Ministro per gli italiani all’estero. Tra l’altro, sarebbe interessante, ma anche utile, conoscere l’opinione in merito dei Connazionali che vivono oltre confine. In politica, essere partecipativi è importante. Tante nostre incertezze restano, però, in prima linea.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Nuovo servizio nazionale online

 

ROMA - Con un semplice click da ieri, 27 aprile, è possibile richiedere sul portale dell'Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) il cambio di residenza da un comune italiano all'altro o, per i cittadini italiani iscritti all'Anagrafe italiani residenti all'Estero (Aire), il rimpatrio dall'estero.

Nello specifico, grazie al nuovo servizio online, i cittadini maggiorenni registrati nell'Anagrafe nazionale possono richiedere:

* il cambio di residenza per il trasferimento da un comune a un altro sul territorio nazionale, o il rimpatrio dall’estero per i cittadini italiani iscritti all’Aire;

* il cambio di abitazione nello stesso comune sul territorio nazionale.

Per usufruire del servizio è necessario accedere al portale dell’Anagrafe - nell’area riservata ai servizi al cittadino - con la propria identità digitale (Carta d'Identità Elettronica, SPID, o CNS), compilare online la richiesta anagrafica per sé e per i componenti della propria famiglia anagrafica e inviarla in automatico al comune competente, seguendo le indicazioni pubblicate nell’area del servizio.

Si può inviare una richiesta per:

* nuova residenza, che riguarda il trasferimento in una nuova abitazione, anche dove sono già presenti persone con cui non si hanno vincoli di parentela o affettivi.

* residenza in famiglia esistente, in un’abitazione dove sono presenti persone con cui si hanno vincoli di parentela o affettivi, indicando uno dei componenti della famiglia di cui si entra a far parte.

Dall’area riservata del portale si può anche consultare lo stato di avanzamento della richiesta presentata e indicare una mail alla quale ricevere gli aggiornamenti.

Il portale Anpr, dal quale è possibile anche scaricare online 14 certificati anagrafici, è accessibile dal sito www.anagrafenazionale.interno.it, disponibile anche all’indirizzo www.anagrafenazionale.gov.it.

Anagrafe nazionale popolazione residente è un progetto del ministero dell'Interno realizzato da Sogei, partner tecnologico dell’amministrazione economico-finanziaria, che ha curato anche lo sviluppo del nuovo portale, mentre il dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri è titolare del coordinamento tecnico-operativo dell’iniziativa. In essa sono confluite tutte le anagrafi comunali: il percorso di migrazione si è concluso il 18 gennaio scorso, e oggi i dati anagrafici di tutti gli italiani sono custoditi in una banca dati digitale unica e sicura.

Sul portale Anpr i cittadini residenti nei 7.904 comuni italiani e gli italiani residenti all’estero iscritti all’Aire possono anche verificare i propri dati anagrafici e chiederne eventualmente la correzione online con il servizio di rettifica dei dati. (aise/dip 28) 

 

 

 

 

Successo della Confsal Unsa Esteri alle elezioni RSU

 

“Il trionfo registrato nelle scorse settimane, a Roma e nelle sedi estere, in ambito delle elezioni RSU, rappresenta la conferma evidente di quanto il lavoro e la tenacia riposti dalla CONFSAL UNSA ESTERI in ogni singola azione siano riferimento e attestato di fiducia per i lavoratori, alle prese con uno dei momenti più complessi della storia del Paese”. Lo dichiara Iris Lauriola, Segretario nazionale della Confsal Unsa Esteri.

“La nostra sigla si conferma prima rappresentanza sindacale del Maeci   - prosegue Lauriola – e questo rappresenta per noi un onore ed un onere, poiché rinnova la responsabilità verso quelle categorie da sempre ai margini dell’attenzione politica ed istituzionale, le cui istanze, grazie a noi, a piccoli passi e con grande impegno, sono riuscite ad arrivare nei confronti ministeriali e nelle aule parlamentari”.

“Adesso – spiega Lauriola - è il momento dell’azione e della riorganizzazione, il lavoro che ci attende è tanto e le sfide molteplici e complesse: l’auspicio è che gli RDS  CONFSAL UNSA e le RSU neoelette procedano in tempi celeri all’organizzazione di assemblee presso le singole sedi e IIC, nelle quali porre all’ordine del giorno i temi più sensibili per i lavoratori, primo fra tutti il vulnus relativo alla mancata applicazione dell’Assegno unico ai residenti all’estero ed il riadeguamento retributivo di cui alla legge 62 del 2021”.

“Le aspettative che sono state riposte nelle nostre azioni rappresentano una ventata di energia e di speranza per la nostra Sigla pronta ad affrontare - con maggiore vigore e caparbietà - le sfide generate da un sistema amministrativo e normativo in cui disattenzione, falle legislative e trascuratezza operativa si sono sovrapposte e incrostate negli anni, ma i risultati conquistati negli ultimi mesi testimoniano che la nostra strategia è vincente”. Conclude Lauriola.

Confsal Unsa Esteri 28

 

 

 

 

Pfizer lancia Oncowellness, piattaforma dedicata al benessere psico-fisico

 

Promuovere l’attività fisica e uno stile di vita attivo come componenti importanti del percorso di cura delle malattie oncologiche; supportare il valore delle terapie integrate impiegate a completamento dei trattamenti convenzionali; offrire ai pazienti un punto di riferimento informativo sui benefici di un’attività fisica regolare e avviarli a programmi di esercizi personalizzati da eseguire dietro indicazione e sotto la supervisione del proprio medico curante. Nasce con questi obiettivi Oncowellness, progetto dedicato al benessere psico-fisico delle persone con storia di tumore: una piattaforma digitale, trainer certificati, schede di allenamento e video-tutorial aiuteranno i pazienti nel loro percorso di cura, con un focus specifico su tumore della mammella, tumore del polmone, tumori genitourinari, tumori del sangue.

A promuovere Oncowellness è Pfizer insieme a una coalizione di oncologi, fisiatri, riabilitatori, trainer e in partnership con Ail (Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma), Europa Donna Italia, IncontraDonna Onlus, Susan G. Komen Italia, Palinuto (Pazienti liberi dalle neoplasie uroteliali) e Walce, Women Against Lung Cancer Europe.

Riduzione degli effetti collaterali legati ai trattamenti, ma anche del rischio di ricomparsa della patologia, miglioramento dello stato funzionale e della qualità di vita sono alcuni dei benefici dell’attività fisica nei tumori, in fase preventiva, durante e dopo le cure, messi in evidenza da un numero crescente di studi. L’attività fisica viene oggi considerata alla stregua di un trattamento non farmacologico complementare che aiuta i pazienti oncologici ad affrontare nelle migliori condizioni il percorso di cura. Ma le loro particolari esigenze richiedono di andare oltre le attività necessarie a mantenere il fisico nelle migliori condizioni e di considerare il loro benessere globale, ovvero il “Wellness”, che comprende anche gli aspetti legati alla sfera psicologica, all’umore e all’immagine di sé.

"La cultura del Wellness in oncologia si è già affermata da anni negli Stati Uniti e oggi Pfizer ha deciso di promuoverla e valorizzarla anche in Italia, attraverso una piattaforma digitale dedicata - spiega Alberto Stanzione, direttore oncologia Pfizer Italia – il progetto Oncowellness è una nuova, importante pagina dell’impegno che Pfizer dispiega da anni nella lotta contro i tumori e che si caratterizza per l’attenzione alla persona e alle sue esigenze: fare la differenza per i pazienti significa per noi non solo contribuire al progresso delle conoscenze scientifiche e innovare le terapie, ma considerare l’insieme dei bisogni di chi affronta il percorso di cura. Con questa iniziativa vogliamo contribuire a ridisegnare la vita delle persone con il cancro focalizzandoci sul tema del benessere globale, integrato e personalizzato".  

Attività aerobica per gestire la stanchezza, esercizi per migliorare l’elasticità muscolare, tecniche per rendere flessibili e armonici i movimenti, esercizi per la postura e l’equilibrio, stretching in piedi e a terra, esercizi di respirazione per tenere sotto controllo lo stress e l’ansia. Sono alcuni dei principali gruppi di esercizi proposti attraverso la piattaforma di Oncowellness e messi a punto dai tre “Oncotrainer” del progetto, professionisti espressamente formati nel supporto psico-fisico dei pazienti oncologici e certificati dal Ceti (The Cancer Exercise Training Institute), istituzione di riferimento negli Usa.

Schede di allenamento e video-tutorial realizzati dai trainer presentano gli esercizi consigliati per costruire percorsi personalizzati, da eseguire sempre sotto indicazione e supervisione del proprio specialista o medico curante sulla base delle specifiche esigenze e condizioni. Gli esercizi sono di carattere generale, indicati per tutti i pazienti, e specifici per i quattro tipi di tumore approfonditi nel progetto. Tutti i contenuti della piattaforma sono messi a punto e validati in collaborazione con il gruppo di esperti che riunisce le competenze di specialisti dell'Oncologia, dell'Oncoematologia, della Psiconcologia, della Riabilitazione Oncologica e dell'Educazione motoria.

La piattaforma è inoltre arricchita con pagine informative sui quattro tipi di tumori, web talk di approfondimento tra specialisti e associazioni di pazienti e videointerviste dove gli esperti approfondiscono il ruolo di terapie integrate e attività fisica nel percorso di cura delle patologie oncologiche. Oncowellness è accessibile in qualsiasi momento, senza necessità di registrarsi, ed è totalmente gratuita. Adnkronos 29

 

 

 

 

Liguria: approvato il Programma degli interventi in materia di emigrazione per l’anno 2022. Stanziati 140 mila euro

 

GENOVA – Su proposta dell’assessore Andrea Benveduti la Giunta della Regione Liguria ha approvato il Programma attuativo degli interventi regionali in materia di emigrazione per l’anno 2022, in attuazione della legge regionale del 6 febbraio 2020, n. 3 (Disciplina degli interventi per favorire la diffusione delle tradizioni liguri nel mondo e a sostegno dei liguri emigrati).

Quattro le sezioni del Programma 2022 per il quale si stanziano 140 mila euro : iniziative dirette della Regione Liguria, interventi in favore degli emigrati liguri, interventi di solidarietà e interventi finalizzati al rientro e all’inserimento nel territorio regionale. Tra le iniziative figurano borse di studio per la partecipazione al corso di lingua e cultura italiane del Centro Internazionale di Studi Italiani (Cisi) dell’Università di Genova, premi per i liguri nel mondo distintisi a livello internazionale, la pubblicazione del semestrale di “Gens Ligustica in Orbe”, la mappa interattiva a valenza turistica e culturale “Narra(re)Savona”.

“Proiettare nel futuro legami storici e radici oramai risalenti all’800, non è solo un dovere morale e sociale, ma è anche una straordinaria opportunità per allargare l’orizzonte della nostra Liguria ai cinque continenti”, commenta l’assessore Benveduti, sottolineando che “con questo programma annuale, lanciamo un messaggio importante, non solo perché abbiamo raddoppiato le risorse stanziate negli anni precedenti, ma anche perché, di concerto con la Consulta ligure per l’emigrazione, abbiamo ripreso e consolidato contatti con le associazioni dei Liguri nel mondo, che rappresentano oltre 150mila persone ufficialmente censite originarie della nostra terra. Un impegno condiviso che ci vedrà ancora una volta protagonisti nei prossimi mesi, quando – annuncia l’assessore – definiremo un progetto multilaterale per incentivare e sostenere il re-insediamento abitativo di persone di origine ligure residenti nel mondo, circa il 10% circa dell’attuale popolazione residente, attraverso un articolato pacchetto di aiuti e sostegni”. (Inform/dip 3)

 

 

 

 

Il 2024 sia l’Anno delle Radici: la mozione di Nicola Carè (Pd)

 

ROMA - Deputato Pd eletto all’estero, Nicola Carè ha presentato una mozione per impegnare il Governo “ad adottare iniziative volte a proclamare il 2024 quale “Anno delle Radici” e a sensibilizzare, tramite l'azione di coordinamento che il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale svolge nel settore del “Turismo delle radici”, i vertici istituzionali, le regioni, gli enti territoriali e il sistema della comunicazione, in primo luogo pubblica, per dare rilievo, impulso e seguito concreto a tale iniziativa, anche attraverso esperienze pilota che possano richiamare l'attenzione sulla potenzialità di tale forma di turismo”.

Nella premessa, il deputato ricorda che “nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), nell'ambito della Missione 1, Componente 3, Investimento 2.1 “Attrattività dei Borghi” è stato inserito un progetto innovativo dal titolo “Il Turismo delle Radici – Una Strategia Integrata per la ripresa del settore del Turismo nell'Italia post COVID-19” del valore di complessivo di 20 milioni di euro, di cui è responsabile la Direzione Generale per gli Italiani all'Estero del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale”.

Attraverso tale progetto, chiarisce Carè, “il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, grazie alla riconosciuta azione di coordinamento nel settore del “Turismo delle Radici” che svolge a livello nazionale dal 2018, ha posto le basi per una vasta serie di iniziative nel settore turistico, rivolte alla vasta platea di italiani e oriundi italiani nel mondo (stimati in circa 80 milioni di persone), con l'obiettivo di dar vita ad un'offerta strutturata e mirata di servizi turistici indirizzati ai viaggiatori delle radici e di contribuire in tal modo alla ripresa di tutto il settore del turismo in Italia, gravemente colpito dagli effetti dell'attuale pandemia”.

“Nel 1997 – ricorda il parlamentare – l'Enit inseriva nella categoria “turista delle radici” 5,8 milioni di viaggiatori che visitavano il nostro Paese, mentre nel 2019 i turisti internazionali arrivati in Italia per visitare parenti e amici sono stati 10,4 milioni (+4, per cento sul 2018 e 92,5 per cento dal 1997, in base ai dati forniti da ENIT). I pernottamenti collegati a questo particolare segmento turistico salgono a 66,7 milioni (+5,0 per cento), mentre, la spesa sfiora i 5 miliardi di euro (+20,7 per cento); il Pnrr offre al nostro Paese un'ulteriore opportunità per riallacciare e rinnovare i rapporti con le comunità italiane all'estero, coinvolgendo anche le giovani generazioni di italo discendenti, che nutrono il desiderio di riscoprire le proprie origini attraverso una tipologia di turismo che è maggiormente focalizzata sulla sfera emotiva”.

Il progetto, evidenzia Carè, “mira a sensibilizzare l'opinione pubblica italiana sulla storia dell'emigrazione italiana, che ha rappresentato uno strumento di integrazione tra le diverse culture e di valorizzazione della cultura e della lingua italiana nel mondo; il “Turismo delle radici” può quindi rappresentare un importante strumento per il rilancio delle relazioni tra l'Italia e le sue comunità e di enfatizzarne il ruolo nelle relazioni bilaterali che l'Italia intrattiene con i rispettivi Paesi ospitanti, dal momento che stimola ad approfondire la conoscenza reciproca e a creare potenziali occasioni di public diplomacy per avviare nuove iniziative condivise in campo culturale, politico, economico e commerciale, che consentano a ciascuno di approfittare dei vantaggi in tali campi offerti all'altra parte”.

“Per raggiungere l'obiettivo del progetto, che consiste nel rendere fruibile l'offerta turistica per i viaggiatori delle radici, - si legge ancora nella premessa della mozione – verrà posta in essere un'attività di sensibilizzazione dei territori e di formazione degli operatori del settore, creando nuove figure professionali ad hoc che operino nel campo del turismo delle radici, contribuendo in tal modo anche all'incremento dell'occupazione giovanile; il piano prevede altresì il raggiungimento dell'obiettivo di valorizzare aree con contenuti tassi di crescita economica del territorio nazionale, caratterizzati da fenomeni di spopolamento, in particolare i borghi storici e le aree rurali, incentivando in tal modo una forma di turismo ecosostenibile, che si colloca al di fuori dei circuiti tradizionali e delle mete del turismo di massa”.

“L'intervento – osserva il deputato Pd – comporta un indubbio beneficio per le comunità locali in termini di riqualificazione del territorio, stimolando anche le amministrazioni locali a migliorare la vivibilità del proprio comune; il citato progetto Pnrr prevede di organizzare un grande evento di richiamo nel 2024 con il coinvolgimento di enti territoriali e soggetti privati, da dedicare agli italiani all'estero e ai viaggi delle radici, e per stimolare coloro che hanno discendenza italiana all'estero a recarsi in Italia per visitare i luoghi da cui sono partiti i propri antenati. In questa occasione, oltre a realizzare il proprio itinerario della memoria, gli italiani all'estero e gli italo-discendenti potranno partecipare ad attività ed eventi a tal fine calendarizzati nel corso del 2024, al fine di consentire loro di sentirsi parte integrante della propria cultura d'origine”.

Carè, infine, ricorda che “l'11 febbraio 2022 è stato sottoscritto dal Ministero della cultura e dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale l'accordo ai sensi dell'articolo 5, comma 6 del decreto legislativo n. 50 del 2016 per la regolamentazione dei rapporti di attuazione, gestione e controllo relativi al progetto “Il Turismo delle Radici – Una Strategia Integrata per la ripresa del settore del Turismo nell'Italia post COVID-19”.

Alla luce di questa premessa, con la mozione – sottoscritta da altri 16 deputati tra cui la collega eletta all’estero la Marca – si intende impegnare il Governo “ad adottare iniziative volte a proclamare il 2024 quale «Anno delle Radici» e a sensibilizzare, tramite l'azione di coordinamento che il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale svolge nel settore del «Turismo delle radici», i vertici istituzionali, le regioni, gli enti territoriali e il sistema della comunicazione, in primo luogo pubblica, per dare rilievo, impulso e seguito concreto a tale iniziativa, anche attraverso esperienze pilota che possano richiamare l'attenzione sulla potenzialità di tale forma di turismo”. (aise/dip 4) 

 

 

 

Dipendenti Maeci. Rispettare i diritti acquisiti

 

“Nella giornata del 3.5.2022, in occasione dell’audizione del Ministro Di Maio presso la Giunta delle elezioni della Camera,  è stata riposta, come poche volte accade, attenzione al comparto dei lavoratori delle sedi estere, dove la penuria di personale,  in combinato disposto con la scarsità di risorse, trasforma le stesse sedi in vere e proprie “trincee” nelle quali il lavoro quotidiano è portato avanti solo perché lo spirito di sacrificio, abnegazione e rispetto per il Paese continuano ad essere valori immutabili tra tutti i nostri lavoratori”. Lo dichiara Iris Lauriola, Segretario nazionale della CONFSAL-UNSA ESTERI

“Il Ministro ha parlato di squilibrio tra numero di personale operativo presso le sedi consolari ed il numero di iscritti AIRE residenti all’estero, facendo l’esempio della circoscrizione consolare di Stoccarda, prima fra quelle europee, avente un numero di iscritti AIRE pari a quello degli abitanti di una città come Parma. Tuttavia a Stoccarda sono in servizio solo 30 unità di ruolo e a contratto ed un diplomatico, - spiega Lauriola – pertanto, con quali basi si potrebbe continuare a portare avanti l’attuale sistema elettorale?”.

“Per far fronte alle procedure elettorali che sollevano una macchina operativa immane e dispendiosa – spiega Lauriola –, il numero esiguo dei nostri lavoratori deve mettere in stand-by tutte le altre operazioni, sospendendo così servizi e attività consolari a favore dei nostri connazionali all’estero. Peraltro, oltre al danno dell’accrescimento degli oneri lavorativi, si aggiunge anche la beffa di vedersi poi depennati diritti e spettanze, come accaduto con l’entrata in vigore della legge sull’assegno unico, precedentemente riconosciute ai nostri impiegati a contratto, sia cittadini italiani che cittadini stranieri, in ragione della normativa previgente”.

“Tutelare il diritto acquisito da questi lavoratori vuol dire tutelare i diritti di tutti i nostri connazionali a cui sono rivolti i servizi erogati dai lavoratori medesimi, equivale tutelare le potenzialità del sistema Paese e la credibilità della nostra immagine nel Mondo – sottolinea Lauriola -  è impossibile scindere un’eventuale riforma del voto estero, un riadeguamento delle risorse riservate alle procedure elettorali o nuove autorizzazioni assunzionali dal rispetto dei diritti in materia fiscale e di prestazioni familiari dei lavoratori già operativi, che sono al contempo e paradossalmente l’anello contrattualmente più debole del MAECI,  pur essendo in questo momento la colonna portante del suo funzionamento all’estero, considerata la  diminuzione del 50% del numero dei colleghi appartenenti alle qualifiche funzionali”.

Lauriola conclude: “Chiediamo dunque al Ministro Di Maio di dare giusta attenzione ai nostri lavoratori, salvaguardando il diritto acquisito dagli stessi in materia di benefici e spettanze familiari ed in materia di riadeguamento retributivo, al fine di creare le migliori condizioni operative per affrontare oltre confine le sfide che il nostro Paese sarà tenuto a fronteggiare”.

Confsal Unsa Esteri, dip 5

 

 

 

 

Genova. Apre il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana: inaugurazione l’11 maggio

 

GENOVA – Apre a Genova il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, nato dall’accordo tra il Ministero della Cultura, Regione Liguria e il Comune di Genova.

Da Genova milioni di italiani sono partiti diretti alle Americhe, all’Africa, all’Asia e all’Australia lasciando tutto per giocarsi un viaggio senza ritorno. Il MEI nasce per ricordare questi migranti, raccontare le storie e i motivi della partenza dal punto di vista umano, storico, sociologico. Un museo innovativo e multimediale, dove i visitatori potranno interagire con spazi e oggetti e vivere esperienze immersive grazie allo stato dell’arte della tecnologia. Vedere, ascoltare, imparare e mettersi alla prova, negli allestimenti scenografici di uno degli edifici medievali più antichi della città, che originariamente ospitava i pellegrini.

Il  MEI sarà inaugurato alla Commenda di San Giovanni di Prè, mercoledì 11 maggio, alle 12, alla presenza del Ministro della Cultura Franceschini , del Sindaco di Genova Bucci, del Presidente della Regione Liguria Toti e dei soci fondatori della Fondazione MEI.

Alle ore 15 seguirà, nell’Area CISEI al primo piano del Museo, la tavola rotonda “Il MEI: progettazione e realizzazione di una memoria migrante” con Nicoletta Viziano, Presidente Mu.MA; Paolo Masini, Presidente Comitato di indirizzo MEI; Fabio Capoccia, Presidente del CISEI. Interverranno: Manuela Salvitti, Segretario Regionale MIC della Liguria; Francesco Felice Buonfantino, Progettista MEI Gnosis Progetti soc. coop.; Giovanni Verreschi, Amministratore Delegato ETT; Pierangelo Campodonico Direttore Istituzione Mu.MA.

Il nuovo complesso museale si sviluppa su 3 piani divisi in 16 aeree, per una realtà avvincente, interattiva e multimediale dove conoscere e ripercorrere le tantissime storie delle migrazioni italiane, dall’Unità d’Italia (e ancora prima) alla contemporaneità.

Un giorno speciale in cui sarà possibile visitare in anteprima il museo registrandosi al seguente link: https://bit.ly/3ygWCsy.  (Inform/dip 6)

 

 

 

 

 

Italienischer Premierminister drängt auf Änderung der EU-Verträge

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Eine Mischung aus ideellem und pragmatischem Föderalismus sollte nach Ansicht des italienischen Premierministers Mario Draghi dazu führen, dass die EU-Verträge zur schnelleren Integration der westlichen Balkanstaaten und der Ukraine in die EU überarbeitet werden. Von: Eleonora Vasques und Gerardo Fortuna

 

In einer Rede vor EU-Abgeordneten in Straßburg sagte Draghi am Dienstag (3. Mai), dass sowohl die Corona-Pandemie als auch der Krieg in der Ukraine die EU-Institutionen gezwungen hätten, ein beispielloses Maß an Verantwortung zu übernehmen.

„Es ist für die einzelnen Staaten schwierig, diese Werte zu verteidigen, und es wird auch weiterhin immer schwieriger werden. Wir brauchen einen pragmatischen Föderalismus, der alle Bereiche umfasst, die von den aktuellen Veränderungen betroffen sind: Wirtschaft, Energie und Sicherheitspolitik“, fügte er hinzu.

Er mahnte, dass die europäischen Werte Frieden, Solidarität und Menschlichkeit „jetzt mehr denn je“ verteidigt werden müssten.

Für Draghi ist ein pragmatischer Föderalismus der einzige Weg, um die vielen Herausforderungen zu bewältigen, die auf die EU zukommen.

„Gemeinsam mit diesen Herausforderungen umzugehen, bedeutet, die Lösungen gemeinsam zu entwerfen, zu überwachen was wir gemeinsam tun und sicherzustellen, dass das Geld richtig ausgegeben wird“, erklärte er.

Er betonte jedoch auch die Notwendigkeit, einen „idealen Föderalismus“ anzustreben, um gemeinsame Lösungen zu finden, auch wenn die EU-Mitglieder aufgrund ihrer Geschichte, ihrer Traditionen und ihrer Ausgangssituation sehr unterschiedlich sind.

Laut Draghi erfordern die Krisen in Europa eine starke Reaktion, die den Integrationsprozess in den kommenden Monaten beschleunigen wird.

Aus diesem Grund forderte er eine Änderung der EU-Verträge für einen wirksamen Entscheidungsmechanismus. Dadurch sollte das Einstimmigkeitsprinzip überwunden werden, „das zu einer Logik der zwischenstaatlichen Entscheidung führt“, und zu Entscheidungen auf der Grundlage einer qualifizierten Mehrheit übergegangen werden.

Der Integrationsprozess würde von diesem neuen Mechanismus profitieren, so Draghi. „Die vollständige Integration von Ländern, die europäische Ambitionen haben, stellt keine Bedrohung für das europäische Projekt dar. Dies ist ein Teil seiner Umsetzung“, sagte er.

Der italienische Premier sagte, sein Land befürworte die „Aufnahme von Beitrittsverhandlungen mit Albanien und der Republik Nordmazedonien“, die Intensivierung der Verhandlungen mit Serbien und Montenegro und die „Unterstützung der berechtigten Interessen des Kosovo sowie von Bosnien und Herzegowina“.

Die Wiederbelebung des Integrationsprozesses beschränkt sich jedoch nicht auf den Westbalkan. „Wir sind dafür, dass alle diese Länder der Europäischen Union beitreten, und wir wollen auch die Ukraine als Mitglied“, betonte er.

Geopolitische Aspekte

Da sich die geopolitische Lage rasch ändert, muss die EU laut Draghi „schnell handeln“, wenn es um eine wirksame Koordinierung der Verteidigungssysteme geht.

„Die Sicherheitsausgaben sind etwa dreimal so hoch wie die russischen, aber es gibt viele verschiedene Systeme, auf die diese Ausgaben verteilt sind. Das ist ineffizient und stellt ein Hindernis für eine echte europäische Verteidigung dar“, sagte er.

Seit seinem Amtsantritt hat sich Draghi auf den Mittelmeerraum konzentriert, der seiner Meinung nach ein Raum des „Friedens, des Wohlstands und des Fortschritts“ sein sollte, ohne dass nur „Barrieren“ errichtet würden.

Bei seiner Vorstellung lobte die Präsidentin des Europäischen Parlaments, Roberta Metsola, Italiens Führungsrolle bei der Migration im Mittelmeerraum.

„Sie haben die Verantwortung, die Ihnen auferlegt wurde, mit einem humanen und wertebasierten Ansatz getragen, und es liegt nun an uns, einen Weg nach vorne zu finden, auf dem sich Italien und andere Staaten nicht allein fühlen“, sagte sie.

Draghi schlug vor, „echte Partnerschaften“ mit den Mittelmeerländern aufzubauen, „nicht nur in wirtschaftlicher, sondern auch in politischer und sozialer Hinsicht“.

Er glaubt auch an ein effektiveres Rückführungsmanagement und eine Verstärkung der legalen Kanäle für die Migration, um das derzeitige System des Dublin-Vertrags zu überwinden.

Draghi verweist insbesondere auf den Mittelmeerraum als „strategischen Standort als Brücke nach Afrika und in den Nahen Osten“.

Allerdings könnten gerade diese beiden Gebiete von der Ernährungssicherheit betroffen sein. Draghi erinnerte daran, dass ein erhebliches Risiko bestehe, dass steigende Lebensmittelpreise und eine geringere Verfügbarkeit von Düngemitteln zu Problemen bei der Lebensmittelversorgung führen könnten.

„Viele Länder sind für diese Risiken anfälliger und könnten Zeiten politischer und sozialer Instabilität erleben. Das können wir nicht zulassen“, sagte er.

Die Gipfeltreffen der NATO und des Europäischen Rates letzte Woche brachten die Rückkehr der Nahrungsmittelproduktion als Instrument der humanitären Hilfe und der geopolitischen Stabilisierung.

Unterstützung für die Ukraine, Unabhängigkeit von russischem Gas

Draghi bekräftigte auch die Unterstützung Italiens für die Ukraine nach der russischen Offensive. „Das ist ein Krieg der Aggression. Es ist klar, wer einmarschiert und wer sich wehrt“, sagte er und fügte hinzu, Italien wünsche sich eine freie, demokratische und souveräne Ukraine.

„Die Ukraine zu schützen bedeutet, uns selbst zu schützen. Es bedeutet, unsere Sicherheit und unser Projekt von Sicherheit und Demokratie zu schützen, das wir in 70 Jahren aufgebaut haben. Der Ukraine zu helfen bedeutet in erster Linie, sich für den Frieden einzusetzen“, sagte er.

Ihm zufolge ist es vorrangig, so schnell wie möglich einen Waffenstillstand zu erreichen, „damit wir Leben retten und Interventionen zugunsten der Zivilbevölkerung ermöglichen können, was derzeit sehr schwierig ist.“

In Bezug auf die Sanktionen gegen Russland, insbesondere im Energiebereich, forderte er die anderen Staats- und Regierungschefs auf, einen strategischeren Ansatz zu wählen.

„Wir müssen handeln. Wir können nicht einfach Sanktionen unterstützen. Wir müssen dafür sorgen, dass wir unabhängig von russischem Gas werden“, sagte er.

Die EU habe außergewöhnlich schnell gehandelt, um die Energieversorgung zu diversifizieren und die Investitionen in erneuerbare Energien zu beschleunigen, „und zwar in einem Tempo, das letztes Jahr noch nicht zu erwarten war“.

„Gleichzeitig müssen wir Lösungen finden, um Familien und Unternehmen vor steigenden Energiekosten zu schützen“, fuhr er fort.

Er schlug vor, die Stromrechnungen der Bürger und die Kraftstoffpreise zu senken, um die Sanktionen nachhaltiger zu gestalten. Aus diesem Grund hat Italien die anderen EU-Länder aufgefordert, die seit Kriegsbeginn aus Russland importierten Gaspreise zu deckeln.

Die Energiepolitik der EU bleibt für Italien, das zu 40 Prozent von russischem Gas abhängig ist, ein dringendes Problem. Auch hier könnte die Lösung im Mittelmeerraum liegen, da die dortigen Länder „eine Schlüsselrolle“ bei der Energieversorgung spielen können und sollten.

Der italienische Premierminister bezog sich dabei nicht nur auf die Gasfelder, die er als „Übergangskraftstoff“ ansieht, sondern auch auf Investitionen in erneuerbare Energien in Afrika und im Nahen Osten, die sinnvolle „Chancen“ darstellen können. EA 4

 

 

 

Russen behindern Evakuierung aus Mariupol

 

Bis Dienstagmorgen hatte nur eine Gruppe von 100 Flüchtlingen aus Mariupol die zentralukrainische Stadt Saporischschja erreicht. Russische Soldaten würden die Evakuierung behindern und hätten die Busse, deren Fahrgäste zumeist Frauen und Kinder sind, nicht passieren lassen. Das berichtet der katholische Bischof Saporischschjas, Jan Soblova. Mario Galgano und Beata Zajaczkowska - Vatikan

 

„Diese Menschen haben grausame Dinge erlebt. Mariupol ist heute wahrscheinlich der schrecklichste Ort der Welt“, so Bischof Jan Soblova, der die Flüchtlingshilfe in Saporischschja organisiert, gegenüber Radio Vatikan.

Der polnische Bischof, der den gesamten Krieg in der Stadt seit seinem Ausbruch im Donbass im Jahr 2014 miterlebt hat, sagt, dass die „Bestialität der Russen fast unbeschreiblich“ sei. Massenvergewaltigungen von Kindern seien an der Tagesordnung. Die Menschen erzählten von dem ständigen Beschuss von Mariupol. Viele seien noch in Bunker, aus dem sie seit zwei Monaten nicht mehr herauskämen. Die Erwachsenen hätten den Kindern die Essensreste geben, die sie hatten.

Noch immer befinden sich demnach 100.000 Zivilisten in der belagerten Stadt. Viele wurden wohl zwangsweise nach Russland deportiert. „Saporischschja ist in der Lage, alle Bedürftigen nicht nur aus Mariupol, sondern auch aus anderen besetzten Städten aufzunehmen, leider machen die Russen die Evakuierung so schwierig wie möglich", sagt Bischof Soblova. Er weist darauf hin, dass die Besatzer die Evakuierung nutzten, um Informationen zu erhalten, um einen weiteren Angriff auf die ukrainischen Truppen vorzubereiten, die sich noch in Mariupol verteidigen, weshalb die Menschen an den Kontrollpunkten stundenlang verhört würden. Auf der Strecke von Mariupol nach Saporischschja seien 48 solcher Punkte zu passieren, von denen nur die letzten drei von Ukrainern kontrolliert würden.

In Mariupol ist die Situation makaber

„Wir versuchen, die ersten zu sein, die diejenigen aufnehmen, die aus dem wahrscheinlich schrecklichsten Ort der Welt, nämlich Mariupol, geflohen sind. Diejenigen, die es geschafft haben, sich zu befreien, sind in Saporischschja bereit, mit allen Mitteln zu helfen. Die ersten hundert Menschen, die uns erreichten, waren Menschen, die sich spontan zusammenfanden und einen Autokonvoi bildeten und es irgendwie schafften, durchzukommen“, berichtet Bischof Sobolev gegenüber Radio Vatikan.

„Sie haben viele Menschen begraben. Praktisch bei jedem Haus und Wohnblock in Mariupol gibt es kleine Friedhöfe“

„Sie stehen unter einem furchtbaren Schock, sie reden chaotisch, aber ich verstehe sie sehr gut, schließlich haben sie so lange in ständiger Anspannung gelebt und gedacht - ich werde sterben, ich werde nicht sterben. Sie haben viele Menschen begraben. Praktisch bei jedem Haus und Wohnblock in Mariupol gibt es kleine Friedhöfe. Sie begruben die Leichen von Angehörigen und Nachbarn, wo immer sie konnten, und kehrten dann in ihre Keller zurück. Ich glaube, dass sie Zeit und einen ruhigen Ort brauchen, um sich emotional zu erholen. Die Traumata werden wahrscheinlich ein Leben lang bleiben, denn was sie erlebt haben, ist etwas Schreckliches, das man nicht beschreiben kann. Selbst in den düstersten Kriegsszenarien, die wir in verschiedenen Dokumentationen oder sogar Spielfilmen gesehen haben, würde ein Mensch nicht erfinden, was dort gerade passiert. Sie sprachen von Kindervergewaltigungen, sie fanden ein 12-jähriges Mädchen erhängt und vergewaltigt, sogar 10-jährige Jungen und Mädchen werden massenhaft vergewaltigt. Das sind grausame Geschichten. Selbst für unsere Leute, die in die besetzten Gebiete gegangen sind, um Flüchtlinge aufzunehmen, ist es eine schreckliche Erfahrung, was sie sehen, diese armen Kinder mit ihrer zerstörten Psyche, es ist makaber.“ (vn 5)

 

 

 

 

Viele Menschen sind zum Engagement gegen Rassismus bereit

       

Es gibt in der Bevölkerung ein breites Bewusstsein für Rassismus in Deutschland. Ein Großteil der Menschen ist zudem bereit, sich auf unterschiedliche Weise gegen Rassismus zu engagieren. Das ist eines der ersten Ergebnisse des Nationalen Diskriminierungs- und Rassismusmonitors. Bundesfamilienministerin Paus kündigte an, die Bundesregierung wolle den Kampf für Demokratie und gegen Rassismus verstärken.

       

Rassismus in Deutschland ist ein Thema, das uns alle angeht und das viele direkt betrifft. 90 Prozent erkennen an, dass es Rassismus in Deutschland gibt. 22 Prozent waren schon einmal selbst davon betroffen. Erfreulicherweise sind aber auch viele Menschen bereit, sich gegen Rassismus zu engagieren. Das geht aus der Studie „Rassistische Realitäten“ hervor, die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Sie ist Teil des Nationalen Diskriminierungs- und Rassismusmonitors.

 

Der Nationale Diskriminierungs- und Rassismusmonitor [https://www.rassismusmonitor.de] (NaDiRa)untersucht

Ursachen, Ausmaß und Folgen von Rassismus in Deutschland. Er wird – gefördert vom Bundesfamilienministerium – vom Deutschen Zentrum für Integrations- und Migrationsforschung erstellt. Er ist imMaßnahmenkatalog

[https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/kabinett-rechtsextremismus-1819828]des Kabinettsausschusses

 

Rechtsextremismus verankert.

Bundesfamilienministerin Lisa Paus betonte bei der Vorstellung der Ergebnisse, dass die Bundesregierung Rassismus „verstärkt“ bekämpfen wolle. Der Nationale Diskriminierungs- und Rassismusmonitor liefere wichtige Grundlagen, um zielgenau und wirksam gegen Rassismus vorgehen zu können.

 

Wichtige Ergebnisse der Studie

Professorin Naika Foroutan und Professor Frank Kalter vom Deutschen Zentrum für Integrations- und Migrationsforschung stellten die Ergebnisse der Studie im Einzelnen vor. Die wichtigsten Erkenntnisse lauten:

 * Rassismus ist Alltag in Deutschland– das sagen 90 Prozent der Befragten. Etwa zwei Drittel der

Bevölkerung sind schon einmal direkt oder indirekt mit Rassismus in Berührung gekommen. 22,2 Prozent haben Rassismus selbst erfahren. Die Vorfälle wühlen die Betroffenen auf und lassen sie lange nicht mehr los.

 * Bestimmte Vorstellungen, die Grundlagen von Rassismus als Ideologie bilden, sind noch weit verbreitet: 49 Prozent der Befragten etwa glauben an die Existenz menschlicher Rassen. 27 Prozent der Bevölkerung glaubt, dass eine Gesellschaft Gruppen braucht, die oben stehen, und andere, die unten stehen. Es gibt hier keine

wesentlichen Unterschiede zwischen Menschen mit geringerer oder höherer Bildung.

 * Den Opfern wird Überempfindlichkeit unterstellt: 52 Prozent finden es übertrieben, dass manche Menschen Angst davor haben, ständig und überall Opfer von Rassismus zu werden.

 * Auf Kritik wird abwehrend reagiert– das sei eine Einschränkung der Meinungsfreiheit (44,8 Prozent), bei jeder Kleinigkeit würde man als Rassist abgestempelt (53,4 Prozent) und es sei unsinnig, dass normale Wörter jetzt rassistisch sein sollen (54,4 Prozent).

 * Etwa 70 Prozent der Bevölkerung sind bereit, sich gegen Rassismus zu engagieren– zum Beispiel, indem sie Geld spenden (37 Prozent), an Demonstrationen teilnehmen (42 Prozent), sich an Unterschriftensammlungen beteiligen (66 Prozent) oder bei rassistischen Aussagen intervenieren (82 Prozent). Besonders stark ausgeprägt ist das Potential für Engagement gegen Rassismus in den jüngeren Altersgruppen und bei Menschen mit höherer Bildung.

 

Bedeutung ehrenamtlichen Engagements

Bundesfamilienministerin Paus betonte, dass es neben den wissenschaftlichen Grundlagen, die unter anderem der Rassismusmonitor liefere, vor allem auch das Engagement der Vielen brauche: „Wir müssen Rassismus schon frühzeitig entgegentreten, sonst erwecken wir den Eindruck, Rassismus sei eine von vielen vertretbaren Meinungen in diesem Land.“

 

Rassismus aber widerspreche „unseren demokratischen Grundwerten“. Und deshalb werde die Bundesregierung auch weiterhin diejenigen stärken, die sich gegen Rassismus stellen, und deren Engagement unterstützen. Dazu gibt

es das Bundesprogramm „Demokratie leben!“ [https://www.demokratie-leben.de/]. Es fördert mit aktuell 165 Millionen Euro jährlich Projekte auf kommunaler, regionaler und Bundesebene.

 

Vorhaben der Bundesregierung

Die Bundesregierung sei sich aber einig, „dass wir noch mehr tun müssen“, so Paus. Im Koalitionsvertrag habe man daher vereinbart, die Arbeit zur Bekämpfung von Rechtsextremismus und Rassismus nachhaltig finanziell zu

stärken. „Das wollen wir zum Beispiel mit dem geplanten Demokratiefördergesetz erreichen, das die Beratungs-

und Präventionsarbeit sowie das Empowerment von Betroffenengruppen nicht nur stärken, sondern auch besser

absichern soll.“ Dazu hatten sich Paus und Bundesinnenministerin Nancy Faeser am Mittwoch

[https://www.bmfsfj.de/bmfsfj/aktuelles/alle-meldungen/beteiligungsverfahren-zum-demokratiefoerdergesetz-erfolgreich-abgeschlossen-197116]

mit zivilgesellschaftlichen Akteuren ausgetauscht. Paus werde sich dafür einsetzen, im Engagement gegen Rassismus – politisch wie gesellschaftlich – nicht nachzulassen.

Link zur Meldung im Webangebot: https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/studie-rassistische-realitaeten-2030724. Pi 5

 

 

 

 

Keine Planungssicherheit. Dauerhafte Arbeit statt Pilotprojekte gegen Rechtsextremismus

 

Seit Jahren engagieren sich bundesweit viele zivilgesellschaftliche Initiativen vor Ort gegen Rechtsextremismus. Oft werden sie angefeindet und bekommen zu wenig Unterstützung von Politik und Behörden.

Der Bundesverband der Mobilen Opferberatungsstellen dringt im Kampf gegen Rechtsextremismus auf langfristige staatliche Unterstützung der Zivilgesellschaft. Mit dem versprochenen Demokratiefördergesetz müsse eine grundlegende Förderung von Initiativen endlich sichergestellt werden, sagte die Geschäftsführerin des Bundesverbandes Mobile Beratung, Grit Hanneforth, am Mittwoch in Dresden.

Beratungsprojekte und Demokratieinitiativen brauchten eine strukturelle und nachhaltige Förderung und Planungssicherheit. Zudem müsse es ein transparentes Verfahren für Förderrichtlinien geben. „Unsere Arbeit ist heute wichtiger denn je. Das zeigen die rechtsterroristischen Morde der vergangenen Jahre wie auch die rechte Stimmungsmache in den Parlamenten“, sagte Hanneforth, die auch Geschäftsführerin des Kulturbüros Sachsen ist.

50 Mobile Beratungsteams bundesweit im Einsatz

Zivilgesellschaftliche Akteure würden noch immer zu wenig unterstützt. Dabei seien viele Engagierte „rechten Angriffen und Bedrohungen schutzlos ausgeliefert“ oder würden „auf rechten Feindeslisten stehen, ohne ausreichend unterstützt zu werden“, sagte Hanneforth. Es seien oft diese Engagierten, die sich Rechtsextremen entgegenstellen.

Seit 20 Jahren unterstützt die Mobile Beratung Menschen und Organisationen, die sich gegen Rechtsextremismus engagieren. Gestartet in den ostdeutschen Bundesländern, sind heute 50 Mobile Beratungsteams bundesweit im Einsatz. Laut Hanneforth gibt es derzeit viele Anfragen von Bürgermeistern und örtlichen Initiativen, etwa wenn Rechte Immobilien erwerben oder völkische Siedler im Ort Anschluss suchen.

Dauerhafte Arbeit statt Pilotprojekte

Die Grünen-Bundesvorsitzende Ricarda Lang rechnet damit, dass im Demokratiefördergesetz konkrete politische Maßnahmen auf den Weg gebracht und damit Initiativen strukturell und dauerhaft gestärkt werden. Es reiche nicht, immer wieder nur neue Pilotprojekte zu starten. Zum Schutz der Demokratie brauche es eine dauerhafte Arbeit, sagte Lang.

Die Themen des zivilgesellschaftlichen Engagements seien in der Politik häufig „nicht so sehr auf dem Bildschirm“, kritisierte sie. In den vergangenen Jahren habe es in diesem Bereich viel Misstrauen gegeben, es seien „Blöcke gegen Akteure aufgebaut“ worden. Das wolle die Ampelkoalition nun grundsätzlich ändern.

Polizei muss wissen, wie rechtsextreme handeln

Weil engagierte Menschen immer wieder Angriffen ausgesetzt seien, brauche es auch eine bessere Schulung und Ausbildung der Sicherheitsbehörden, sagte Lang. Um zu helfen, müssten Beamte wissen, wie Gewalt und rechtsextreme Strategien funktionierten. Zu diskutieren seien auch entsprechende Schwerpunkt-Staatsanwaltschaften und weitere Anlaufstellen.

„Die Zivilgesellschaft ist ein wichtiger Partner in der täglichen Arbeit an der Demokratie“, sagte Peggy Piesche von der Bundeszentrale für politische Bildung. Akteure und Initiativen vor Ort leisteten „politische Bildungsarbeit im wahrsten Sinn des Wortes“. Ihr Wissen und ihre Expertisen etwa um strukturellen Rassismus müsse mehr anerkannt und genutzt werden. Hanneforth und Piesche betonten zudem die Notwendigkeit von Schutzkonzepten für Veranstaltungen, aber auch für Büros von Initiativen. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Kath. Flüchtlingsgipfel diskutiert Hilfe für ukrainische Geflüchtete und kirchliches Integrationsverständnis

 

Arbeitshilfe „Anerkennung und Teilhabe – 16 Thesen zur Integration“ veröffentlicht

 

Heute (3. Mai 2022) fand in Erfurt der sechste Katholische Flüchtlingsgipfel statt. Auf Einladung von Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), Sonderbeauftragter für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz, nahmen 100 Praktiker, Experten und Ehrenamtliche daran teil. Themen der Veranstaltung waren die Situation der ukrainischen Flüchtlinge und die Integration von Migranten und Geflüchteten. Die Deutsche Bischofskonferenz veröffentlichte zum Gipfel die Arbeitshilfe Anerkennung und Teilhabe – 16 Thesen zur Integration.

Im ersten Teil des Gipfels lag der Fokus auf der Situation der Geflüchteten aus der Ukraine. In seiner Eröffnungsansprache solidarisierte sich Erzbischof Dr. Heße mit der Ukraine: „Der Angriff gegen die Ukraine ist auch ein Angriff auf Europa: auf die Werte und Regeln, die unser Zusammenleben tragen. Und so sind die Vertriebenen aus der Ukraine in besonderem Sinne auch unsere Vertriebenen und ihr Leid ist unser Leid.“ Zugleich äußerte er mit Blick auf alle Schutzsuchenden: „In der Krise finden die europäischen Staaten Lösungen, die noch vor Kurzem undenkbar erschienen. Ich hoffe, dass wir Europäerinnen und Europäer uns auch in Friedenszeiten an die Verbundenheit mit den Vertriebenen aus der Ukraine erinnern.“ Erzbischof Heße unterstrich, dass die Flüchtlingsarbeit der Diözesen und kirchlichen Einrichtungen in Deutschland auf stabilen Fundamenten ruhe und deshalb in der Lage sei, die Aufnahme der ukrainischen Flüchtlinge gut zu begleiten. In diesem Zusammenhang wies er auf das Engagement der 35.500 Ehrenamtlichen hin, die 2021 in der Flüchtlingsarbeit tätig gewesen sind.

Auf Grußworte von Bischof Dr. Ulrich Neymeyr (Erfurt) und des Thüringer Migrationsministers Dirk Adams folgte ein Podiumsgespräch zur Situation der Vertriebenen aus der Ukraine. Dabei schilderte Andrij Waskowycz, bis 2021 langjähriger Präsident der Caritas Ukraine, die Not der Geflüchteten und machte klar: „Vertreibung und Flucht werden von Russland in diesem Krieg auch als ‚Waffe‘ eingesetzt, um die westliche Staatengemeinschaft zu destabilisieren und zu schwächen. Allerdings hat Russland dieses hinterhältige Ziel nicht erreicht. Denn die notleidenden ukrainischen Flüchtlinge sind mit großer Solidarität und Anteilnahme in den Nachbarstaaten aufgenommen worden.“ Weihbischof Krzysztof Zadarko, Vorsitzender des Migrationsrats der Polnischen Bischofskonferenz, beschrieb die Situation in seinem Heimatland, wo aktuell die meisten Schutzsuchenden aus der Ukraine beherbergt werden: „Die Reaktion der polnischen Gesellschaft ist nach Umfang und Art der Hilfe beispiellos. Allerdings zeigen sich bereits Ermüdungserscheinungen unter den Ehrenamtlichen. Es bedeutet eine große Anstrengung für die polnische Gesellschaft, die lokalen Regierungen, die Gemeinden, die Nichtregierungsorganisationen und den polnischen Staat, die Menschen aufzunehmen. Unsere wichtigste Aufgabe ist es, ein Modell für die Integration der ukrainischen Gemeinschaft in die polnische Gesellschaft zu entwickeln.“ Dr. Andrea Schlenker, Leiterin des Referats Migration im Deutschen Caritasverband, beschrieb die Flüchtlingsarbeit in Deutschland: „Viele aus der Ukraine Geflüchtete haben spezifische Bedarfe: Es kommen vor allem allein reisende Frauen mit ihren Kindern, aber auch ältere und pflegebedürftige Personen. Ihre Aufnahme gelingt bisher nicht zuletzt aufgrund des überwältigenden Engagements von Haupt- und Ehrenamtlichen vielerorts gut. Die Politik trägt mit einem geschlossenen europäischen Vorgehen und pragmatischen Lösungen auf nationaler Ebene dazu bei, dass erste Integrationsschritte erfolgreich verlaufen.“ Nach dem Podiumsgespräch lud Erzbischof Heße die Gipfelteilnehmer zu einem Friedensgebet ein.

Der zweite Teil des Katholischen Flüchtlingsgipfels stand unter dem Leitthema „Integration gemeinsam gestalten“. Grundlage der Beratungen war die von der Deutschen Bischofskonferenz in Erfurt vorgelegte neue Arbeitshilfe Anerkennung und Teilhabe – 16 Thesen zur Integration, die an das Gemeinsame Wort der Kirchen Migration menschenwürdig gestalten (2021) anknüpft. Das Dokument verbindet theologische und politikwissenschaftliche Ansätze und berücksichtigt vor allem die Erfahrungen der katholischen Flüchtlingshilfe der vergangenen Jahre. Es enthält acht Thesen zu den Grundhaltungen, die für ein christlich geprägtes Verständnis von Integration bestimmend sind. Weitere acht Thesen beschäftigen sich mit konkreten Handlungsfeldern wie Familie, Bildung, Arbeit und Gesundheit. Die Arbeitshilfe wirbt für die Anerkennung von Migration und Integration als Facetten gesellschaftlicher Vielfalt und als Impuls für einen positiven sozialen Wandel.

Prof. Dr. Thomas Faist, Professor für Migrationssoziologie in Bielefeld und Berater der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, der an der Gestaltung der Arbeitshilfe mitgewirkt hat, betonte in seiner Einführung in den Text die innere Vielfalt moderner Gesellschaften, der die Migration einen zusätzlichen Schub verleihe. Mit Blick auf die Kirche und die Haltung der Gläubigen sagte er: „Die Kirche fördert die Bereitschaft zur Offenheit gegenüber Vielfalt: Weil Menschen voneinander verschieden sind, können sie in einer Gesellschaft mit Migrationshintergrund voneinander lernen. Auch bei Konflikten fördert eine auf Menschenwürde und Solidarität ruhende Integrationskultur Begegnungen, die ein friedliches und wertschätzendes Miteinander ermöglichen.“ Daran anschließend hatten Prof. Dr. Michelle Becka, Professorin für christliche Sozialethik in Würzburg, und Frau Prof. Dr. Petra Bendel, Politikwissenschaftlerin und Vorsitzende des Sachverständigenrates für Integration und Migration, Gelegenheit, die Arbeitshilfe aus der Perspektive ihrer jeweiligen wissenschaftlichen Disziplin zu kommentieren. Prof. Dr. Michelle Becka griff besonders die Grundhaltung der Solidarität auf: „Es gibt Solidaritäten im Plural, ein Netz von Solidaritäten. Eine Aufgabe von Kirche ist (neben dem solidarischen Handeln selbst), beharrlich aufzuzeigen, dass dadurch keine Konkurrenzen entstehen. Und wo es doch welche gibt, ist ihnen entgegenzuwirken.“ Prof. Dr. Petra Bendel analysierte die in der Arbeitshilfe dargestellten Handlungsfelder und wies der Gesundheitsfürsorge eine hohe Bedeutung zu: „Gesundheit ist die Voraussetzung für Teilhabe. Es ist wichtig, die für einzelne Personengruppen geltenden Einschränkungen zum Gesundheitssystem aufzuheben. Der Zeitpunkt dafür ist jetzt günstig.“

In mehreren Arbeitsgruppen bestand für die Teilnehmer die Möglichkeit zum Austausch über Handlungsfelder kirchlicher Integrationsarbeit anhand exemplarischer Praxisbeispiele katholischer Flüchtlingshilfe.

Das abschließende Podiumsgespräch das durch eine Videobotschaft der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Staatsministerin Reem Alabali-Radovan, eingeleitet wurde, bilanzierte die bisherigen Integrationsbemühungen, formulierte Zielvorstellungen für konkrete Handlungsfelder und ging der Gestaltung des Zusammenlebens in einer pluralen Gesellschaft nach. Dabei betonte die Beauftragte für Integration, Migration und Flüchtlinge im Freistaat Thüringen, Mirjam Kruppa: „Wer aus seiner Heimat flieht, gibt alles auf, um Sicherheit, aber darüber hinaus auch wieder Handlungsspielraum im Leben zu gewinnen. Dieses Bedürfnis nach Selbstwirksamkeit ist ein wichtiger Motor der Integration. Deshalb ist es so zentral, dass wir allen Menschen, die wir aufnehmen – ganz unabhängig von ihrer Herkunft – umgehend Teilhabemöglichkeiten eröffnen.“ Prof. Dr. Petra Bendel warb für mehr Engagement bei der Einbürgerung: „Für die politische Integration hat die Staatsangehörigkeit eine Schlüsselfunktion. Die Möglichkeit einer ‚Turbo-Einbürgerung‘, bessere Informationen, eine direkte Ansprache der Einbürgerungsberechtigten, Einbürgerungszeremonien als Zeichen der Wertschätzung, aber auch eine Aufstockung des Personals in den Behörden sind wichtige Instrumente, um die Zahl der Einbürgerungen zu heben.“ Von seinen Erfahrungen auf dem Weg zur Integration berichtete Faisal Hamdo, Autor des Buches „Fern von Aleppo“, der 2014 aus Syrien über die Türkei nach Deutschland flüchtete: „Im Jahr 2015 hat mich immer interessiert, wie wir – Geflüchtete – trotz langer Asylverfahren und vieler bürokratischer Hürden, die uns anfangs jede Arbeitsaufnahme untersagten, dieses Land aktiv mitgestalten können. Viele Geflüchtete haben dank der Gemeinschaftsarbeit der Zivilgesellschaft, der Wirtschaft und der Kirchen Fuß gefasst, Arbeit oder Ausbildung begonnen und sich ein soziales Umfeld aufgebaut.“ Erzbischof Dr. Heße appellierte an die Verantwortungsträger in Politik und Kirche, sich weiterhin für eine möglichst barrierefreie Aufnahme und Integration aller Schutzsuchenden einzusetzen: „In erster Linie sind die politischen Verantwortungsträger gefragt, schnell und unkompliziert die Weichen für die Aufnahme und Integration zu stellen. Das schafft die Grundlagen, auf die die Kirchen und die Zivilgesellschaft aufbauen können.“

Hinweise: Die Arbeitshilfe der Deutschen Bischofskonferenz Anerkennung und Teilhabe – 16 Thesen zur Integration ist als pdf-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann das Dokument auch als Broschüre (Arbeitshilfen Nr. 331) bestellt werden.

Die Statistik zur Flüchtlingshilfe und die Eröffnungsansprache von Erzbischof Dr. Heße sind als pdf-Dateien im Anhang sowie nach Ablauf der Sperrfist unter www.dbk.de und auf der Internetseite zur katholischen Flüchtlingshilfe unter www.fluechtlingshilfe-katholische-kirche.de verfügbar.

Eine Bestandsaufnahme der Deutschen Bischofskonferenz zur katholischen Flüchtlingshilfe für das Jahr 2021 hat ergeben, dass die 27 (Erz-)Bistümer, die Militärseelsorge und die kirchlichen Hilfswerke rund 90,5 Millionen Euro für die Flüchtlingshilfe bereitgestellt haben, darunter 34,7 Millionen für die Unterstützung der Flüchtlingshilfe im Inland und 55,8 Millionen für die Unterstützung der Flüchtlinge im Ausland. Im Jahr 2021 waren etwa 4.300 hauptamtliche Mitarbeiter und rund 35.500 Ehrenamtliche in der Hilfe für Geflüchtete tätig. DBK 3

 

 

 

„Egal welcher Hautfarbe“. Traumatherapeutin fordert Gleichbehandlung aller Flüchtlinge

 

Therapeuting Esther Mujawayo-Keiner fordert eine Angleichung der Bedingungen für alle Asylsuchende. Es dürfe kein Zweiklassensystem geben, „die Ukrainer first class und alle anderen sind zweite oder sogar dritte Klasse.“ Von Bettina von Clausewitz

 

Angesichts der unbürokratischen Aufnahme von Flüchtlingen aus der Ukraine fordert die Traumatherapeutin Esther Mujawayo-Keiner eine Angleichung der Bedingungen für Asylsuchende aus anderen Kriegsgebieten etwa in Afrika oder dem Nahen Osten. „Unsere Arbeit wäre viel einfacher, wenn auch unsere Klienten ruhig schlafen könnten, ohne Angst vor Abschiebung, und wenn sie arbeiten dürften, um in Würde selbst für ihren Lebensunterhalt aufzukommen“, sagte die Expertin des Psychosozialen Zentrums für Flüchtlinge (PSZ) in Düsseldorf dem „Evangelischen Pressedienst“. „Es darf kein Zweiklassensystem geben, die Ukrainer first class und alle anderen sind zweite oder sogar dritte Klasse.“

Die 63-jährige Soziologin und Buchautorin aus Ruanda ist Überlebende des Völkermords in dem ostafrikanischen Land, bei dem 1994 binnen 100 Tagen etwa eine Million Menschen getötet wurden. Sie selbst verlor einen Großteil ihrer Familie und erlebte auf der Flucht mit ihren drei Töchtern, wie wichtig Unterstützung ist.

Angesichts des Ukraine-Krieges sei es großartig, dass viele Deutsche ihre Herzen und Häuser geöffnet hätten, betonte Mujawayo-Keiner. Zugleich kritisierte sie: „Viele Deutsche identifizieren sich mit ukrainischen Flüchtlingen, weil sie blond und blauäugig und sogar Christen sind.“ Aber darum dürfe es nicht gehen: „Ein Mensch ist ein Mensch, egal welcher Hautfarbe.“

Trigger-Effekt

Nicht nur bei sich selbst, sondern auch bei vielen Deutschen hat die zweifach mit einer Ehrendoktorwürde ausgezeichnete Psychotherapeutin durch den Ukraine-Krieg zudem einen Trigger-Effekt beobachtet: „Wir haben in der Illusion gelebt, dass es nie wieder Krieg gibt, und doch passiert all das gerade gar nicht weit von uns“, sagte Mujawayo-Keiner, die seit 1999 in Deutschland lebt.

„Wenn man im Fernsehen die Sirenen hört, die Bunker sieht, den Geruch und die Geräusche assoziiert, sind die alten Traumata wieder da.“ Das gelte nicht nur für Ältere, sondern durch die Weitergabe zwischen den Generationen auch für die Nachkriegsgeneration. Um den „Teufelskreis der Traumatisierung“ zu durchbrechen, arbeitet Mujawayo-Keiner deshalb in ihrer Heimat Ruanda in einem Projekt für junge Mütter mit, die während des Genozids Kinder waren.

Spiritualität hilft

Zu den traumatischen Erlebnissen zählt nach den Erfahrungen der Therapeutin der Schock, innerhalb kürzester Zeit das vertraute Leben zu verlieren und andere neben sich sterben zu sehen, ohne helfen zu können. Mujawayo-Keiner unterscheidet verschiedene Formen von Gewalt: „Es macht einen Unterschied, ob du dem Gewalttäter in die Augen sehen musst, wenn du gefoltert und vergewaltigt wirst, weil du persönlich vernichtet werden sollst, oder ob die Bomben fallen, einfach weil Krieg ist.“

Bei der Trauma-Heilung spiele auch die eigene Spiritualität eine Rolle, egal ob jemand Christ, Hindu oder Muslim sei: „Wenn du an ein höheres Wesen glaubst, dann ist dieses Wesen auch größer als dein Feind, und dieser Glaube hilft dir, mit deinen Erfahrungen umzugehen.“ (epd/mig 3)

 

 

 

 

Drei Gesichter der Solidarität

 

Diese Woche gingen mir Bilder von zwei Frauen nicht aus dem Kopf: Eine Frau habe ich im Zelt am Berliner Hauptbahnhof kennen gelernt, wo Menschen ankommen, die gerade eine Ruhepause nach der Fahrt aus der Ukraine brauchen, um weiterzufahren. Sie hieß Natalya, war 48 und kam mit ihrem zehnjährigen Sohn Vasyl aus der kleinen Stadt Izyum im Charkiw-Gebiet nach Deutschland. Sie humpelte und war voller Leben, voller Energie, obwohl so erschöpft von der langen Flucht und Überfahrt. Sie erzählte mir, dass sie drei Söhne hat. Ihre zwei älteren sind in der ukrainischen Armee. Der eine ist vor Kurzem gefallen, mit dem zweiten hat sie seit Wochen keinen Kontakt mehr und weiß nicht, was mit ihm passiert ist. „Ich wollte wenigstens den Kleinen retten“, sagte sie mir. Izyum war umkämpft, als sie von dort flüchteten. Seit dem 2. April ist die Stadt unter temporärer russischer Okkupation.

Die andere Frau lernte ich kennen, als ich versucht habe, das Ankommen in Berlin für sie und ihre Kinder zu erleichtern. Sie hieß Svitlana, ist Lehrerin, engagierte sich in ihrer Stadt für Kinder mit Beeinträchtigung und konnte dem Massaker in Butscha entkommen. Wir haben uns mehrmals getroffen, und immer wieder überraschte sie mich durch ihre innere Stärke. Am Ende unseres ersten Gesprächs sagte sie mir: „Wir dürfen alle keine Angst vor Putin haben. Wir müssen ihn bekämpfen. Die Ukraine wird siegen. Schließlich geht es um unsere Existenz.“ Einmal im März, als Butscha noch von der russischen Armee okkupiert war, hat sie unser Treffen kurzfristig abgesagt und schrieb mir: „Ich kann jetzt an nichts anderes denken, als an Butscha. Ich weiß nicht, ob meine engen Freunde noch leben. Wir haben seit Wochen keinen Kontakt mehr gehabt.“ Zuletzt erzählte Svitlana mir, sie geht zu einem Vorstellungsgespräch – als Lehrerin.

Was können wir nun in Deutschland für die Menschen in der Ukraine und diejenigen, die die Flucht zu uns geschafft haben, tun? Der Angriffskrieg wurde am 3. April von russischer Seite in einem Bericht der staatlichen Nachrichtenagentur RIA Novosti bekräftigt: Mit der konkreten, schriftlichen Absichtserklärung zum Völkermord und der Auslöschung von ukrainischer Kultur und Identität. Die Antwort darauf kann nur die größtmögliche Solidarität mit Opfern sein. Diese Solidarität hat viele Gesichter. Ich möchte drei davon benennen.

Das erste Gesicht beinhaltet vieles, was in Deutschland bereits getan wird. Wir als ukrainische Community sind sprachlos und überwältigt von der Solidarität, von jedem Einzelnen, der helfen möchte, Hilfe anbietet. Von allen, die zurzeit versuchen Geflüchtete aus der Ukraine in Arbeit zu bringen, die verstehen, wie wichtig es ist, Menschen wieder eine Möglichkeit zu geben als Subjekt eigenen Handelns zu agieren und nicht nur in der passiven Rolle einer geflüchteten Person, eines Opfers, zu sein. Wie dies nun auch im Fall der Lehrerin Svitlana ist. Wir sind allen unglaublich dankbar für diese Solidarität, die wir jeden Tag aufs Neue erleben.

Das zweite Gesicht dieser Solidarität ist ein höchst sensibler Umgang der deutschen Bevölkerung und Politik mit der Situation. Zur Zeit der Massaker, der aktiven Kampfhandlungen, sind keine Versöhnungs- oder Dialogprojekte zwischen der Ukraine und Russland gefragt. Ich meine es ernst: Es ist nicht an der Zeit, irgendwelche gemeinsamen Auftritte von russischen und ukrainischen Künstler_innen zu organisieren. Traumatisierte Menschen, die aus der Ukraine ankommen und einen Hasen zur Hälfte in russischen und zur Hälfte in ukrainischen Farben gehüllt, in der Mitte durch ein weißes Herzchen verbunden, sehen – wie es neulich im Freiburger Bahnhof der Fall war – werden nur wieder traumatisiert.

Solange die russische Armee in der Ukraine weiterhin Menschen tötet, Zivilist_innen mit Kopfschuss ermordet, Frauen vergewaltigt, Menschen foltert, solange Menschen in der Ukraine nicht die Wahrheit über ihre Toten erfahren, solange Kriegsverbrechen nicht aufgearbeitet und bestraft werden, kann es nicht um Versöhnung gehen.

Das dritte Gesicht der Solidarität ist die deutsche Politik gegenüber der Ukraine. Jahrzehntelang hat man in Deutschland eine katastrophale Russlandpolitik betrieben, die unter anderem durch den Bau von Nord Stream I und II die Sicherheit der Ukraine unterminierte. Mit Milliarden, die wir in Deutschland für Öl und Gas aus Russland bezahlt haben und immer noch zahlen, subventionieren wir die russische Armee und diesen Krieg. Die jetzige Situation ist mit deutscher Unterstützung entstanden.

Das dritte Gesicht von der Solidarität ist daher die für manche noch unangenehme Wahrheit, dass die Ukraine dringend zur Selbstverteidigung die Lieferung deutscher schwerer Waffen braucht. Diese Waffen werden Natalya ihren Sohn aus Izyum nicht zurückgeben. Aber mit dieser Unterstützung können russische Truppen zum Abzug gezwungen werden und es können weitere Kriegsverbrechen zumindest zu einem Teil, wo es noch möglich ist, verhindert werden.

Die Autorin wurde in der Ukraine geboren und lebt seit 2005 in Berlin. Sie ist Forscherin und Aktivistin und hat Initiativen wie den „PRAVO. Berlin Group for Human Rights in Ukraine“ und die „Euromaidan Wache Berlin“ gegründet. Sie schreibt für das Zentrum Liberale Moderne. Oleksandra Bienert

Forum Migration Mai 2022

 

 

 

 

 

Illegale Pushbacks. Frontex-Chef Leggeri nach Vorwürfen zurückgetreten

 

Frontex-Chef Leggeri ist nach Pushback-Vorwürfen zurückgetreten. Die Bundesregierung spricht von einer Chance für einen Neuanfang. Menschenrechtsorganisationen begrüßen Rücktritt, Seenotretter fordern Abschaffung von Frontex - nicht reformierbar.

Die europäische Grenzschutzagentur Frontex bekommt nach schweren Vorwürfen im Zusammenhang mit der Zurückweisung von Migranten im Mittelmeer einen neuen Chef. Der Verwaltungsrat der Behörde teilte am Freitag mit, der bisherige Exekutivdirektor Fabrice Leggeri sei mit sofortiger Wirkung zurückgetreten. Der Franzose führte Frontex seit 2015.

Als Hintergrund der Entscheidung Leggeris gelten insbesondere Ermittlungen zur illegalen Zurückweisung von Migranten im Mittelmeer. Ihnen zufolge sollen Führungskräfte der in Warschau ansässigen Agentur Frontex absichtlich vertuscht haben, dass griechische Grenzschützer Flüchtlinge zurück aufs offene Mittelmeer brachten. Zurückweisungen von Schutzsuchenden an den Außengrenzen – sogenannte Pushbacks – sind nach internationalem Recht illegal.

Bundesregierung: Chance für Neuanfang

Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums sprach am Freitag in Berlin von einer Möglichkeit für einen Neuanfang bei Frontex. „Das gibt die Möglichkeit, die Vorwürfe restlos aufzuklären, dort volle Transparenz zu schaffen und sicherzustellen, dass alle Einsätze von Frontex im Einklang mit dem europäischen Recht erfolgen.“ Dies sei die klare Erwartung der Bundesregierung.

Die Grünen bezeichneten den Rücktritt von Leggeri als „überfällig“. Seine Amtszeit sei geprägt von schweren Vorwürfen gegen die Grenzschutzagentur, dem illegalen Zurückdrängen von geflüchteten Menschen an den EU-Außengrenzen und Intransparenz, erklärte Grünen-Politiker Julian Pahlke, Mitglied im Innen- und EU-Ausschuss.

Seenotretter: Frontex nicht reformierbar

„Der Rücktritt von Leggeri muss einen wirklichen Neuanfang bedeuten. Es braucht eine grundlegende strukturelle Reform der Grenzschutzagentur. Frontex ist eine Grenzschutzagentur, aber der Schutz von Grenzen muss menschenrechtskonform sein und durchlässig für Menschen, die Schutz brauchen“, sagte Pahlke.

Auch mehrere Menschenrechtsorganisationen begrüßten den Rückzug des Frontex-Chefs, forderten aber weitere Konsequenzen. Dieser Schritt sei „nicht ausreichend“, erklärte die Organisation Sea-Watch auf Twitter. Frontex breche systematisch Menschenrecht und sei Symbol tödlicher europäischer Abschottung. „Frontex ist nicht reformierbar, Frontex muss abgeschafft werden.“

Pro Asyl: Vertuschung und Lügen

Die Organisation Pro Asyl teilte mit, „es ist skandalös, dass der Direktor einer EU-Agentur Menschenrechtsverletzungen jahrelang vertuschte, Beweise manipulierte und das Parlament belog“. Die Behörde müsse nun grundlegend reformiert werden. Notwendig sei unter anderem eine unabhängige Überwachung von Frontex. Frontex wurde in der Vergangenheit immer wieder dafür kritisiert, für illegale sogenannte Pushbacks (Rückschiebung von Geflüchteten) verantwortlich zu sein. (epd/mig 2)

 

 

 

 

EU-Klimachef kritisiert Panikmache zur Ernährungssicherheit

 

Die Verbreitung von Angst vor Nahrungsmittelknappheit sei „unverantwortlich und unehrlich“, so der Vizepräsident der EU-Kommission, Frans Timmermans. Von: Natasha Foote

 

Er warf Kritiker:innen vor, den Krieg als „Vorwand“ zu benutzen, um die Ziele der EU für eine nachhaltige Landwirtschaft zu untergraben.

Der Krieg in der Ukraine hat den Agrar- und Ernährungssektor durch steigende Düngemittelpreise und Handelsunterbrechungen getroffen und Sorgen um die Lebensmittelsicherheit sowohl in der EU als auch in anderen Teilen der Welt geweckt.

Diese Befürchtung sei jedoch unbegründet, so der Timmermans, der als Vizepräsident der Kommission für die Umsetzung des sogenannten Green Deals der EU verantwortlich ist.

„Es ist schon etwas Besonderes, dass einige Leute so tun, als bestünde die Gefahr einer Lebensmittelknappheit in der EU, was nicht der Fall ist“, sagte er am Donnerstag (28. April) in einer Sitzung des Umweltausschusses des Europäischen Parlaments.

Er fügte hinzu, dass es „unverantwortlich und unglaublich unehrlich“ sei, den Menschen Angst zu machen, damit sie glauben, es gebe Probleme mit der Lebensmittelsicherheit in Europa.

Timmermans räumte zwar ein, dass der Krieg in der Ukraine ernsthafte Probleme auf den Weizen- und Maismärkten verursacht habe, sagte aber, dies sei ein „logistisches und finanzielles Problem, kein Problem der Verfügbarkeit von Lebensmitteln“.

„Unsere Bürger:innen sind bereits wegen zahlreicher Probleme sehr besorgt. Wir sollten ihre Ängste nicht noch durch falsche Probleme verstärken, die nur dazu dienen, eine gewisse Marktposition in bestimmten Wirtschaftssektoren zu sichern“, schloss er.

Zwar müsse sichergestellt werden, dass genügend Nahrungsmittel zur Verfügung stünden, vor allem in den gefährdeten Gebieten Afrikas, doch sei die Winterernte von Weizen und Mais sehr gut ausgefallen, und die Aussichten für die Sommerernte seien ebenso hoffnungsvoll, so Timmermans.

Seine Worte spiegeln die jüngste Mitteilung der Kommission zur Ernährungssicherheit wider, die im März veröffentlicht wurde und die zu dem Schluss kommt, dass in der EU keine Gefahr einer Nahrungsmittelknappheit bestehe.

Das hat die EU-Exekutive jedoch nicht davon abgehalten, Maßnahmen zur Erhöhung der Produktion zu ergreifen. EU-Agrarkommissar Janusz Wojciechowski sagte kürzlich, es sei „einfach vernünftig, dass wir unsere Landwirt:innen dabei unterstützen, mehr Lebensmittel zu produzieren, solange sie es noch können.“

Dazu gehört auch die vorübergehende Aufhebung von Umweltmaßnahmen, um die für die Produktion zur Verfügung stehende landwirtschaftliche Fläche zu maximieren – ein Schritt, der von den Landwirt:innen gelobt wurde, bei Umweltverbänden aber auf wenig Begeisterung stößt.

Die Lebensmittelversorgung in der EU steht trotz des Krieges in der Ukraine nicht auf dem Spiel. Doch die steigenden Lebensmittelpreise könnten dazu führen, dass sich einkommensschwache Haushalte diese kaum noch leisten können.

Krieg als „Vorwand“ genutzt

Der Kommissar ging noch einen Schritt weiter und warf den Gegner:innen der EU-Agrarpolitik vor, den Krieg als Vorwand zu benutzen, um ihre eigene Agenda durchzusetzen.

„Diejenigen, die die Farm-to-Fork-Strategie der EU von Anfang an nicht wollten, benutzen den Krieg in der Ukraine als Vorwand, um zu versuchen, sie zu stoppen“, erklärte er in Bezug auf die EU-Flaggschiffstrategie für den Lebensmittelsektor.

Timmermans verglich den Agrar- und Lebensmittelsektor mit dem Energiesektor und wies darauf hin, dass der Krieg zwar die Energiewende vorantreibe, aber den gegenteiligen Effekt auf die nachhaltigen Ambitionen des Agrarsektors gehabt habe.

„Wenn wir nicht verstehen, dass die Farm-to-Fork-Initiative ein Versuch ist, die Landwirtschaft zu retten und nicht zu bestrafen, angesichts der verheerenden Auswirkungen des Verlusts der Biodiversität und des Klimawandels auf die Lebensmittelproduktion weltweit, dann haben wir wirklich eine falsche Einstellung“, sagte er.

Er appellierte an die EU-Abgeordneten im Umweltausschuss, als „Verbündete zu handeln, um die Farm-to-Fork-Initiative auf dem richtigen Weg zu halten.“

Die EU-Kommission hat auf dem ersten Expertentreffen zur Ernährungssicherheit diese Woche ihren Willen bekräftigt, die nachhaltige Ernährung weiter voranzutreiben, trotz Sorgen um Nahrungsmittelknappheit. EA 29

 

 

 

 

Parolin zu Ukraine-Krieg: „Waffen sind schwache Lösung“

 

Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin hat das kompromisslose „Nein“ von Papst Franziskus zur Aufrüstung angesichts des Ukraine-Krieges verteidigt. Waffen seien eine schwache Lösung, vielmehr müsse die internationale Gemeinschaft auf Verhandlung setzen und eine neue Haltung zu Krieg und Frieden finden, sagte Parolin am Freitag in Rom. Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Papst Franziskus hatte kürzlich die geplante Aufrüstung europäischer Staaten angesichts des Ukraine-Krieges als „Wahnsinn“ bezeichnet; unter anderem Deutschland und Italien hatten kurz davor die Aufstockung ihrer Militärausgaben angekündigt. „Ich werde nicht auf Entscheidungen eingehen, die verschiedenen Länder getroffen haben, um Waffen an die Ukraine zu liefern, die als Nation das Recht hat, sich gegen die erlittene Invasion zu verteidigen“, stellte Parolin bei einer Buchvorstellung klar. „Ich will aber sagen, dass es eine schwache Reaktion ist, sich auf Waffen zu beschränken. Ja, Waffen sind eine schwache Antwort, keine starke Antwort.“

Eine starke Antwort wäre stattdessen eine, „die unter Einbeziehung aller Beteiligten Friedensinitiativen ergreift, d.h. Initiativen zur Beendigung der Kämpfe, um eine Verhandlungslösung zu erreichen.“ Dazu rufe Papst Franziskus unermüdlich auf. Die Regierenden müssten „aus dieser Hölle der Zerstörung aussteigen“ und auch unbequeme Verhandlungslösungen suchen, sagte Parolin unter implizitem Verweis auf nationalstaatliche Interessen wie die Energieversorgung aus russischen Quellen. An Lösungen, die von beiden Seiten mitgetragen werden, führe kein Weg vorbei, wenn das Ziel ein dauerhafter und belastbarer Frieden sein soll.

Nein zu Aufrüstung naiv? Nein - weitsichtig

Er habe den Eindruck, so der vatikanische Chefdiplomat, als hätte man „erdrückt vom Alltag und der Gegenwart, voll Informationen aller Art, die nicht frei von Fake News und Propaganda sind, die Vergangenheit vergessen“, und zwar sogar die jüngere Vergangenheit. Heutige Kriege überall auf der Welt – Parolin nannte Syrien, den Jemen und Tigray - seien „durch den Waffenhandel angeheizt“, und alle diese Kriege seien „für die Zivilbevölkerung verheerend“, vor allem für die Kinder als erste Opfer. Dazu komme im Fall der Ukraine die Gefahr von Atomwaffen. Deshalb sei die Perspektive des Papstes, der Aufrüstung als „Wahnsinn“ bezeichnet, nicht etwa utopisch und naiv, sondern im Gegenteil „weitsichtig und konkret“, sagte Parolin.

Der Chefdiplomat des Heiligen Stuhles sagte, die Entwicklungen der vergangenen Jahrzehnte hätten auf den aktuellen Krieg geradezu hingeführt. „Anstelle von Inklusion haben wir weiterhin eine Welt aufgebaut, die auf Militärbündnissen und wirtschaftlicher Kolonisierung beruht.“ Es sei an der Zeit, damit zu brechen. Regierungen müssten „mehr Vertrauen in die internationalen Gremien und ihren Aufbau setzen und versuchen, sie zu einem gemeinsamen Haus zu machen, in dem sich alle vertreten fühlen.“ Es brauche dringend „ein neues System internationaler Beziehungen, das nicht mehr auf Abschreckung oder militärischer Gewalt beruht.“ Und Parolin wurde drastisch: „Wenn wir nicht darauf hinarbeiten, sind wir dazu bestimmt, auf den Abgrund des totalen Krieges zuzulaufen.“

Muster des Kriegs durch Muster des Friedens ersetzen

Konkret gehe es darum, „das Muster des Krieges aufzugeben und das Muster des Friedens anzunehmen“. Das bedeutet gerade nicht Aufrüstung: „In der Welt gibt es heute Waffen, die dazu in der Lage sind, die Menschheit mehrfach auszurotten. Müssen wir wirklich neue Waffen bauen und Milliarden dafür ausgeben, die auch dazu dienen könnten, die Wohlfahrt auszubauen, den Familien zu helfen und die Gesundheitsversorgung sicherzustellen für Millionen von Menschen, die keine haben?“, fragte Parolin. Das Muster des Friedens anzunehmen bedeute aber auch, die Mitarbeit in internationalen Organisationen zu stärken. Die Schwächung des Multilateralismus in der internationalen Politik beobachtet der Heiligen Stuhl seit Jahren mit wachsender Beunruhigung.

Europa steht aus Parolins Sicht in diesem Krieg in besonderer Pflicht: Zu einem Muster des Friedens gehöre auch, mehr Fähigkeit zur europäischen Initiative wiederzufinden. Schließlich sei der Krieg in der Ukraine „ein gewaltiger Krieg im Herzen Europas, und zwar des christlichen Europas". 

Den Namen des Aggressors sprach Parolin aus, anders als Papst Franziskus. Der Krieg habe vor zwei Monaten „mit der Invasion des russischen Militärs“ begonnen, so der Kardinalstaatssekretär. Nun gehe es darum, „angesichts der Tragödie, die sich in der Ukraine abspielt, angesichts der Tausenden von Toten, der getöteten Zivilisten, der zerstörten Städte und der Millionen von Flüchtlingen, Frauen, alten Menschen und Kindern, die gezwungen sind, ihre Heimat zu verlassen“, zu einem neuen politischen Modell zu finden, das den Weltfrieden zumindest in Zukunft sichern kann.

Das Buch „Contro la guerra“, das am Freitag an der römischen LUMSA-Universität vorgestellt wurde, bündelt sämtliche Texte von Papst Franziskus zum Thema Krieg und Frieden. Es ist auf Italienisch bei Solferino und dem Vatikanverlag LEV erschienen. (vn 29)

 

 

 

Maßnahmenbündel. EU-Kommission will legale Migration nach Europa erleichtern

 

Mit einem Maßnahmenbündel will die EU-Kommission die Migration in die EU vereinfachen. Geplant sind Erleichterungen im Arbeits- und Aufenthaltsrecht. Die Einwanderung soll die Knappheit an Arbeitskräften ausgleichen.

Die EU-Kommission will die legale Migration nach Europa erleichtern. Sie diene Wirtschaft und Gesellschaft, erklärte die Behörde am Mittwoch in Brüssel und legte ein Bündel von Maßnahmen vor. Darunter sind Änderungen an den Gesetzen zur kombinierten Aufenthalts- und Arbeitserlaubnis und zum Status als langfristig Aufenthaltsberechtigter.

Die Richtlinie zur kombinierten Aufenthalts- und Arbeitserlaubnis soll dem Vorschlag nach die EU-Staaten verpflichten, Anträge von Kandidaten sowohl bei sich als auch aus dem Drittland heraus entgegenzunehmen. Eine weitere Neuerung würde den Migranten das Recht geben, während des Aufenthalts den Arbeitgeber zu wechseln. Die Erlaubnis dürfte zudem bei Arbeitslosigkeit mindestens drei Monate lang nicht zurückgenommen werden.

Die zweite Reform betrifft die Richtlinie zum Daueraufenthalt, die Migranten nach fünf Jahren rechtmäßigen Aufenthalts besondere Rechte gewährt. Nach den aktuellen Vorschlägen könnten diese fünf Jahre auch in mehreren Mitgliedstaaten statt wie bisher in ein- und demselben zugebracht werden. Zudem solle künftig unter anderem die Zeit als Student anrechenbar sein. Das Recht auf Familienzusammenführung würde laut Kommission gestärkt.

 

Pilotprojekt für Ukrainer

Die Vorschläge gehen nun an das Europaparlament und die Mitgliedstaaten, die sie ändern und verabschieden können. Neben den Gesetzentwürfen stellte die Kommission ein auf Flüchtlinge aus der Ukraine zugeschnittenes Pilotprojekt vor. Eine Online-Plattform soll ab dem Sommer arbeitssuchende Flüchtlinge und Arbeitgeber in der EU zusammenbringen.

Jährlich kommen laut Kommission etwa zwei bis drei Millionen Drittstaatenangehörige legal in die EU. Das gleiche Knappheit an Arbeitskräften aus und unterstütze die wirtschaftliche Erholung nach der Corona-Krise. Zudem stärke legale Migration die Kooperation mit den Herkunftsstaaten und reduziere illegale Migration, die auf 125.000 bis 200.000 Ankünfte pro Jahr beziffert wird. (epd/mig 28)

 

 

 

 

EU-Kommission geht gegen Verletzung der Rechtsstaatlichkeit in Ungarn vor

 

Die Europäische Kommission kündigte am Mittwoch (27. April) die Einleitung des Rechtsstaatlichkeitsverfahrens gegen Ungarn an, da das Land seit langem wegen des Missbrauchs von EU-Geldern kritisiert wird. Von: Vlagyiszlav Makszimov

 

Das Verfahren beruht auf dem Grundsatz, dass die Auszahlung von EU-Mitteln von der Einhaltung rechtsstaatlicher Grundsätze abhängig ist. Mitgliedsstaaten, die den Grundsatz der Rechtsstaatlichkeit unterwandern, können so von der Finanzierung ausgeschlossen werden.

Das Verfahren, das nach Angaben der Kommission zwischen fünf und neun Monaten dauern könnte, wird zwei Konsultationsrunden mit Budapest umfassen. Dieser Prozess wird von EU-Beamten als „kooperativ“ bezeichnet.

„Wir hoffen, dass wir eine Einigung erzielen und die [nationalen] Maßnahmen umsetzen können, um die Situation zu korrigieren, ohne dass wir sie von Brüssel aus auferlegen müssen“, sagte ein EU-Beamter.

Sollten die Gespräche ergebnislos verlaufen, kann die Kommission verhältnismäßige „administrative Abhilfemaßnahmen“ vorschlagen, bei denen es sich laut der Kommission allerdings nicht um Strafsanktionen handeln soll.

Die anderen EU-Länder haben dann bis zu drei Monate Zeit, den Vorschlag der Kommission mit qualifizierter Mehrheit im Rat anzunehmen oder abzuändern.

Die Kommission ist besorgt über das öffentliche Auftragswesen in Ungarn, die Funktionsweise der für die Ausführung des EU-Haushalts zuständigen Behörden, die Rechnungsprüfung, den Überwachungs- und Rechenschaftsprozess, die Transparenz und die Bekämpfung von Betrug und Korruption.

Die Beamten sind auch besorgt über „das ständige Versäumnis, die Empfehlungen und Forderungen, die seit mehr als 10 Jahren an die Behörden gerichtet wurden, umzusetzen“.

Ungarn stand letztes Jahr an der Spitze der Liste des EU-Betrugsbekämpfungsamtes (OLAF) für Unregelmäßigkeiten bei der Verwendung von Struktur- und Agrarfonds. Bei 2,2 Prozent der Zahlungen an Budapest gab es Hinweise auf Betrug, siebenmal mehr als der EU-Durchschnitt von 0,29 Prozent.

Die Kommission erklärte nun, dass das außergewöhnlich hohe Niveau der Geldeintreibungen über die Jahre hinweg durch Bedenken über die „Einschränkungen einer wirksamen Untersuchung und unabhängigen Strafverfolgung“ verstärkt wird.

Auswirkungen auf den vorherigen Haushalt

Der Mechanismus war eine große Hürde bei den Verhandlungen über den nächsten Siebenjahreshaushalt der Union mit einem Volumen von 1,8 Billionen Euro Ende 2020.

Der hart erkämpfte Kompromiss, in dessen Rahmen Ungarn und Polen der Aufhebung der Haushaltssperre zustimmten, beinhaltete eine Anweisung der EU-Staats- und Regierungschefs an die Kommission, dass etwaige Maßnahmen keine Auswirkungen auf Zahlungen aus dem Haushalt 2014-2020 haben würden.

Die Kommission erklärte nun, dass der Mechanismus, der seit dem 1. Januar 2021 in Kraft ist, sich auf alle seither getätigten Zahlungen auswirken kann, einschließlich der Zahlungen aus dem vorherigen Haushalt, die nach den derzeitigen Regeln bis 2023 fortgesetzt werden.

Dennoch räumte die Kommission ein, dass es in der Frage des Anwendungsbereichs „widersprüchliche Botschaften“ gegeben habe, aber der Europäische Rat sei „befugt, eine politische Erklärung abzugeben, die aber nichts an der rechtlichen Situation ändert“.

Die Kommission hat jedoch andere Zusagen eingehalten, die sie im Anschluss an dieselben politischen Anweisungen der EU-Staats- und Regierungschefs, die als Schlussfolgerungen des Rates bekannt sind, gemacht hat.

Ein Beispiel dafür ist ihr umstrittenes Versprechen, das Verfahren erst dann zu aktivieren, wenn das oberste EU-Gericht über seine Rechtmäßigkeit entschieden hat.

In einer erstmals live übertragenen Entscheidung wies der Europäische Gerichtshof im Februar 2022 die Klage ab.

Der Europäische Gerichtshof (EuGH) hat am Mittwoch (16. Februar) eine Klage Budapests und Warschaus gegen ein kürzlich erlassenes EU-Gesetz abgewiesen, das die Auszahlung von EU-Geldern an Standards der Rechtsstaatlichkeit knüpft.

Trotz der detaillierten Leitlinien, die die Kommission jetzt für die Anwendung des Mechanismus aufgestellt hat, weigern sich die Beamten, darüber zu spekulieren, in welchem Umfang Zahlungen betroffen sein könnten.

„Ich bin absolut nicht in der Lage, die Zukunft vorauszusagen, und ich würde es nicht wagen, über die Antwort Ungarns auf den Brief zu spekulieren“, sagte ein EU-Beamter.

Unterdessen befürchten einige Beobachter, dass es sich bei den Maßnahmen der Kommission um einen klassischen Fall von zu wenig und zu spät handelt.

Der Rechtsstaatlichkeitsmechanismus „ist ein wichtiges Instrument, aber er wird nur einen kleinen Teil des demokratischen Rückschritts in Ungarn bekämpfen können“, kommentierte die grüne Europaabgeordnete Gwendoline Delbos-Corfield den Schritt der Kommission.

„Jetzt, wo Fidesz [Ungarns Regierungspartei] ihre Macht durch die Unterdrückung unabhängiger Medien und die Blockade des Wahlsystems aufrechterhalten hat, sind dringende Maßnahmen der Kommission und des Rates erforderlich, um die Ausbreitung der Autokratie in der EU zu verhindern“, fügte sie hinzu. EA 28

 

 

 

Hohe Bereitschaft für die Aufnahme von Geflüchteten, aber breite Skepsis gegenüber militärischer Einmischung

 

* Krieg als große Bedrohung für Deutschland und die Welt gesehen

* 8 von 10 Deutschen befürworten Aufnahme von Ukrainern

* Knappe Mehrheit für Waffenlieferungen und Finanzhilfen

* Hohe Zustimmung für Sanktionen trotz Preissteigerungen

 

Hamburg – Russlands Angriffskrieg gegen die Ukraine stellt aus Sicht der meisten Deutschen eine erhebliche Bedrohung für das eigene Land sowie die Weltgemeinschaft als Ganzes dar. Laut einer international in 27 Ländern durchgeführten Ipsos-Umfrage geben 78 Prozent aller Bundesbürger an, dass die bewaffneten Auseinandersetzungen in der Ukraine ihrer Meinung nach große Gefahren für die Zukunft der Welt bergen. 69 Prozent sehen durch den Konflikt die Bundesrepublik Deutschland ernsthaft bedroht. Mehr als jeder dritte Deutsche glaubt sogar, dass der Krieg eine Bedrohung für das eigene Wohlergehen (39%), die Familie (35%) oder seinen Arbeitsplatz (36%) darstellt.

Die Solidarität mit ukrainischen Geflüchteten ist ungebrochen, eine direkte militärische Einmischung Deutschlands wird jedoch mehrheitlich abgelehnt. Bei Fragen zu Wirtschaftssanktionen und Waffenlieferungen ans ukrainische Militär gehen die Meinungen dagegen weit auseinander.

 

Breite Unterstützung für die Ukraine

In allen 27 befragten Nationen stimmt eine Mehrheit der Aussage zu, dass ihr Land ukrainische Flüchtlinge aufnehmen sollte, die wegen des Krieges aus ihrer Heimat fliehen müssen (global 74% Zustimmung). In Deutschland unterstützen sogar 82 Prozent der Befragten die Aufnahme von Kriegsflüchtlingen als Reaktion auf die aktuelle Situation in der Ukraine. Drei von vier Deutschen (74%) befürchten zudem, dass es Russland dazu ermutigen würde, weitere militärische Maßnahmen in Europa und Asien zu ergreifen, wenn der Ukraine jetzt nicht zur Seite gestanden wird.

Entsprechend findet lediglich jeder dritte Bundesbürger (32%), dass die Probleme der Ukraine uns nichts angehen und sich Deutschland deshalb nicht in den Konflikt einmischen sollte – anders als zum Beispiel im Nachbarland Ungarn (67%), wo über zwei Drittel der Befragten dieser Auffassung sind.

 

Geteilte Meinungen zu Militärhilfen

Trotzdem vertritt eine klare Mehrheit (76%) die Ansicht, dass Deutschland möglichst vermeiden sollte, sich militärisch in den Konflikt einzumischen. Im Umkehrschluss würden auch nur die wenigsten Befragten (17%) unterstützen, wenn die Regierung die Bundeswehr in die Kriegsgebiete schicken würde. Die Verlegung von militärischen Truppen in die NATO-Nachbarländer der Ukraine wird zumindest von vier von zehn Bundesbürgern (41%) befürwortet.

Deutlich mehr Zustimmung erhalten die Forderungen, dass Deutschland dem ukrainischen Militär mehr finanzielle Mittel (56%) und Waffen wie Gewehre und Panzerabwehrwaffen (55%) zur Verfügung stellten sollte. Weltweit werden diese Maßnahmen zur Unterstützung der Ukraine jeweils nur von etwa einem Drittel (33% Finanzhilfen, 36% Waffen) der Befragten unterstützt.

 

Wirtschaftssanktionen: Jeder Zweite nimmt Preissteigerungen in Kauf

Weniger strittig als die Militärhilfen für die Ukraine sind die von vielen Ländern gegen Russland verhängten Wirtschaftssanktionen. 61 Prozent der Deutschen sind beispielsweise der Überzeugung, dass diese eine effektive Taktik sind, um den Krieg zu beenden. Etwa ebenso viele Befragte (62%) fordern sogar, dass Deutschland zusätzliche Wirtschaftssanktionen gegen Russland verhängen sollte. Zwei von drei Deutschen (67%) fänden es außerdem richtig, wenn Deutschland die Vermögenswerte von russischen Oligarchen beschlagnahmen würde, die eng mit dem Präsidenten Wladimir Putin verbunden sind.

Selbst mögliche Preissteigerungen werden von knapp der Hälfte der Deutschen billigend in Kauf genommen. 56 Prozent aller Bundesbürger geben an, dass es sich ihrer Meinung nach lohnt, aufgrund der Russland-Sanktionen mehr Geld für Kraftstoff und Gas zu bezahlen, um die Unabhängigkeit der Ukraine zu verteidigen. 45 Prozent der Befragten sind der Meinung, dass Deutschland den Import von Öl und Treibstoffen aus Russland verbieten sollte, auch wenn dies zu weiteren Preiserhöhungen führt.

Kein Abbruch der Diplomatie gewünscht

Trotzdem wünscht sich fast jeder Zweite (49%), dass die Bundesrepublik seine diplomatischen Beziehungen zu Russland weiterhin fortsetzt. Im Vergleich zu vielen anderen Ländern, vor allem NATO-Bündnispartnern wie den USA (31%), den Niederlanden (27%) oder Polen (19%), liegt dieser Anteil in Deutschland vergleichsweise hoch.

 

Demografischer Wandel

Pflegeverband fordert schnellere Anerkennung aller Flüchtlinge

Der demografische Wandel trifft die Pflegebranche hart. Dienstleister sind froh über jede Kraft. Pflegeverbände fordern von der Politik mehr Tempo bei der Anerkennung ausländischer Qualifikationen und unkomplizierte Zuwanderungsregeln für potenzielle Fachkräfte. Von Markus Jantzer

Dem Verbandspräsidenten privater Pflege-Unternehmen bpa, Bernd Meurer, gehen die Anerkennungsverfahren für Flüchtlinge zu langsam. Sie seien „dringend beschleunigungsbedürftig“, sagte er in einem Gespräch mit dem „Evangelischen Pressedienst“. „Wir sind angesichts der demografischen Entwicklung froh um jede Kraft, die in deutschen Pflegeeinrichtungen tätig wird“, sagte Meurer. „Wer in die Pflege will, sollte jederzeit unkompliziert zuwandern können und anerkannt werden“, forderte er nicht nur für den aktuellen Zustrom von Kriegsflüchtlingen aus der Ukraine, sondern für Flüchtlinge insgesamt.

Für Geflüchtete aus der Ukraine gilt: Mit Beantragung eines Aufenthaltstitels besteht in der Regel Zugang zum Arbeitsmarkt und damit auch die Möglichkeit, eine sozialversicherungspflichtige Beschäftigung aufzunehmen. Bei Gesundheitsberufen hängt der Zeitpunkt der Arbeitsaufnahme davon ab, wie schnell die Bundesländer den ausländischen Berufsabschluss anerkennen und die Berufsausübungserlaubnis erteilen.

Die Schwierigkeit besteht nach Meurers Einschätzung derzeit für Ukrainerinnen und Ukrainer darin, die Anforderungen an die Sprachkompetenz zu erfüllen. Außerdem dürften viele Kriegsflüchtlinge, die die Nachweise ihrer Berufsausbildung nicht nach Deutschland mitgebracht haben, diese auch nicht beschaffen können. „Hier sind die Bundesländer gefragt, möglichst unbürokratische Wege zu finden. Konkrete Vorschläge liegen dazu nach meinem Kenntnisstand noch nicht auf dem Tisch“, sagte der Vertreter der Pflegebranche.

Pflegeverband fordert mehr Tempo

Bisher gelte für ukrainische Pflegefachkräfte das Gleiche wie für alle Pflegefachkräfte aus Nicht-EU-Staaten: Sie müssen ein Berufsanerkennungsverfahren durchlaufen, um in Deutschland als Pflegefachkräfte arbeiten zu dürfen. Meurer forderte hier mehr Tempo, „zum Beispiel durch eine pauschale Anerkennung der vorhandenen Ausbildung“. Schließlich hätten die Fachpflegekräfte aus der Ukraine in der Regel einen Hochschulabschluss vorzuweisen.

Viele Pflegeeinrichtungen seien darin erfahren, internationale Kräfte zu integrieren. Besonders dringlich sei die Lage dort, wo geflüchtete pflegebedürftige Ukrainer bereits durch inländische Pflegeeinrichtungen versorgt würden. „Hier setzen wir auf die Einbeziehung der teils mitgeflüchteten Pflegekräfte. Das würde die Versorgung stärken und die Sprachbarrieren abbauen helfen“, erklärte Meurer. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Große Erleichterung nach Macrons Wiederwahl

 

Der französische Präsident Emmanuel Macron versprach, sein tief gespaltenes Land zu einen, nachdem er am Sonntag (24. April) im Duell mit Rivalin Marine Le Pen die Wiederwahl gewonnen hatte. Die Rechtsextremen kamen der Machtübernahme näher als je zuvor. Von: Mathieu Pollet

 

Nach den offiziellen Ergebnissen des Innenministeriums erhielt Macron rund 58,6 Prozent der Stimmen in der zweiten Wahlrunde, während Le Pen auf 41,4 Prozent kam.

Die meisten Parteien zeigten sich gestern Abend erleichtert, als das Wahlergebnis bekannt wurde. Dennoch war Macrons Anhänger:innen weniger zum Feiern zumute als noch 2017. Angesichts der zersplitterten politischen Landschaft, die dieser letzte Wahlgang hinterlassen hat, stehen sie vor vielen Herausforderungen.

Trotz des klaren Siegs Macrons verringert sich der Abstand zu den Rechtsextremen in Frankreich, die im Vergleich zu 2017, als Le Pen 33,9 Prozent der Stimmen erhielt, an Unterstützung gewonnen haben.

Dies hinderte viele gewählte Vertreter:innen aller Parteien nicht daran, ihre Zufriedenheit zu äußern.

„Es ist eine Erleichterung, weil Frankreich das Schlimmste noch abgewendet hat“, sagte der grüne Europaabgeordnete David Cormand gegenüber EURACTIV. „Es ist in erster Linie eine Erleichterung“, stimmte die EU-Abgeordnete Sylvie Guillaume von der S&D-Fraktion zu.

Pro-europäische Bewegungen waren ebenfalls sehr erfreut über das Ergebnis. „Es ist beruhigend, einen Präsidenten zu sehen, dem Europa am Herzen liegt, ebenso wie das deutsch-französische Tandem“, sagte Jérôme Quéré, Generaldelegierter der Europäischen Bewegung Frankreich, gegenüber EURACTIV.

„Dies ist eine hervorragende Nachricht für Europa, das sich weiter entwickeln und seine Tabus brechen kann“, sagte die Co-Leiterin der französischen Renew-Delegation im Europäischen Parlament, Valérie Hayer. „Unsere europäischen Freunde haben auf uns gezählt. Heute Abend sagen wir ihnen, dass wir Europa weiterhin an ihrer Seite umgestalten werden“, fügte sie hinzu.

Obwohl Macron viele Glückwünsche von seinen europäischen Amtskollegen erhielt, räumte er ein, dass sein Sieg nicht so selbstverständlich war wie beim letzten Mal.

„Viele unserer Landsleute haben für mich gestimmt, nicht um meine Ideen zu unterstützen, sondern um die Rechtsextremen zu stoppen“, sagte er. Er dankte ihnen und versprach, die Spaltung im Land zu überwinden.

„Unsere Aufgabe ist es, die französische Einheit wiederherzustellen. Die Nation ist nur glücklich, wenn sie geeint ist“, sagte Finanzminister Bruno Le Maire vor Journalist:innen auf Macrons Kundgebung.

Auch die Wahlbeteiligung war besonders niedrig: Nur etwa 72 Prozent der Französ:innen gaben ihre Stimme ab.

Frankreich entscheidet heute an der Wahlurne, wer die Grande Nation in den nächsten fünf Jahren führen wird. Das Rennen um den Élysée-Palast können Sie in EURACTIV’s Liveblog verfolgen – direkt aus Paris.   

Le Pens Höchststand

Nicht weit vom Champ-de-Mars entfernt, wo sich Macrons Anhänger versammelten, feierte Le Pen ihren „überwältigenden Sieg.“ „Die Ideen, die wir vertreten, erreichen einen Höhepunkt“, sagte sie ihren Anhänger:innen und betonte, dass es eine „Art von Hoffnung“ gebe.

Die rechtsextreme Politikerin erhielt 41,45 Prozent der Stimmen (12 Millionen Stimmen), ein historisches Ergebnis für die nationalistische Partei. Zum Vergleich: 2017 erhielt Le Pen die Unterstützung von 10,6 Millionen Wähler:innen, während ihr Vater, Jean-Marie Le Pen, im Jahr 2002 5,5 Millionen Stimmen erhielt.

„Zwischen den Wahlgängen wurden wir Opfer einer Verteufelungskampagne, die Mélenchon-Wähler und Nichtwähler davon abgehalten hat, sich uns anzuschließen“, argumentierte der Abgeordnete der Partei, Gilles Lebreton, und fügte hinzu, dass „das System“ es wieder einmal geschafft habe, Le Pen den Weg zu versperren.

„Der heutige Abend ist nicht das Ende von etwas. Es ist der Beginn eines Zyklus“, betonte Edwige Diaz, die Sprecherin von Le Pen.

Alle Augen richten sich nun auf das, was manche als „dritte Runde“ bezeichnen: die Parlamentswahlen im Juni.

Ab morgen trifft sich der Parteivorstand von Le Pens Rassemblement National, um über die Strategie zu sprechen, wie EURACTIV erfahren hat. Das Ziel ist es, „die Mehrheit der Abgeordneten oder zumindest eine sehr große Gruppe in der Versammlung zu haben“, wie Lebreton gegenüber EURACTIV erklärte.

Die Übernahme der Nationalversammlung könnte in der Tat eine Reihe von Allianzen zwischen den Parteien erfordern. Während für Marine Le Pen der natürlichste Partner Eric Zemmour zu sein scheint, ist das Spiel noch lange nicht entschieden.

„Wir rufen dazu auf, diese Barriere zwischen den Patrioten zu sprengen“, sagte der Europaabgeordnete Jerome Riviere von Zemmours Partei gegenüber EURACTIV und kritisierte Marine Le Pens Strategie des „Alle hinter mir.“

Der EU-Abgeordnete sagte, er finde ihre Kommentare zu ihrem „überwältigenden Sieg“ etwas „unanständig“, wenn man bedenke, dass es eine Niederlage bleibe und es eine weitere „verpasste Gelegenheit“ sei.

Mélenchon plant voraus

Jean-Luc Mélenchon, der Spitzenpolitiker der Linksradikalen, hat Großes vor. „Macron ist der am schlechtesten gewählte Präsident der 5. Republik“, sagte er in einer Online-Ansprache an seine Anhänger:innen.

„Ich fordere die Franzosen auf, mich zum Premierminister zu wählen“, indem sie im Juni für eine Mehrheit der ihn unterstützenden Kandidaten stimmen, erklärte Mélenchon.

Auch wenn die Französ:innen den Premierminister eigentlich nicht „wählen“ können, könnte eine Mehrheit der neu gewählten linksradikalen Abgeordneten Macron keine andere Wahl lassen, als Mélenchon oder jemand anderen aus seiner Partei zum Regierungschef zu wählen. Eine solche Machtteilung ist in Frankreich als „Kohabitation“ bekannt.

Die linke Europaabgeordnete Leïla Chaibi erklärte gegenüber EURACTIV, sie appelliere „an diejenigen, die sich nicht vertreten fühlen […], sich im Juni zu rächen.“

„Wie bei Sportwettbewerben ist es nie gut, sich für das Finale zu qualifizieren, wenn man noch im Viertelfinale steht“, antwortete Macron über die Medien. „Wenn man Agenden durcheinander bringt, trifft man selten gute Entscheidungen“, fügte er hinzu.

In der Zwischenzeit muss Macron nun an seiner neuen Regierung arbeiten – er hat offiziell bis zum 13. Mai Zeit, einen neuen Premierminister zu ernennen. Alles deutet darauf hin, dass Amtsinhaber Jean Castex nicht wieder ernannt wird.

Frankreich hat am 1. Januar die rotierende EU-Ratspräsidentschaft übernommen, nur wenige Monate vor der ersten Runde der französischen Präsidentschaftswahlen, bei denen Emmanuel Macron gegen mehrheitlich rechte Herausforderer:innen antritt. EA 25

 

 

 

Friedensforscher. Rekordhoch bei Rüstungsausgaben im Jahr 2021

 

Die Ausgaben für Militär und Forschung für neue Waffensysteme haben laut dem Stockholmer Sipri-Institut einen nie dagewesenen Höchstwert erreicht. Aufgerüstet haben vor allem asiatische und europäische Staaten. Spitzenreiter aber bleiben die USA.

Die globalen Rüstungsausgaben haben Friedensforschern zufolge im vergangenen Jahr einen Rekordwert erreicht. Weltweit investierten Staaten im vergangenen Jahr 2.113 Milliarden US-Dollar (etwa 1.956 Milliarden Euro) in ihre Streitkräfte und damit so viel wie nie zuvor, teilte das Sipri-Institut am Montag in Stockholm mit. Das war ein Anstieg von 0,7 Prozent im Vergleich zu 2020 und ein Plus von zwölf Prozent verglichen mit dem Jahr 2012. Demnach wuchsen die weltweiten Militärausgaben das siebte Jahr in Folge. Wirtschaftliche Einbrüche durch die Corona-Pandemie haben die Aufwärtsspirale nicht gestoppt.

Am stärksten haben die USA, China, Indien, Großbritannien und Russland aufgerüstet. Zusammen stehen die fünf Länder für 62 Prozent der globalen Militärinvestitionen. Deutschland belegt hinter Frankreich Platz sieben. Laut Sipri entsprach die Gesamtsumme der Rüstungsausgaben 2021 einem Anteil von 2,2 Prozent am weltweiten Bruttoinlandsprodukt. Das war ein leichter Rückgang von 0,1 Prozentpunkten im Vergleich zum Jahr 2020. Vor allem die Regionen Asien und Ozeanien (plus 3,5 Prozent) sowie Europa (plus drei Prozent) investierten deutlich mehr in Militär und Rüstung.

USA Spitzenreiter mit über 800 Milliarden Dolar

Spitzenreiter aber blieben die USA. Auch wenn die US-Ausgaben vergangenes Jahr auch wegen der hohen Inflation um 1,4 Prozent im Vergleich zu 2020 sanken, gab Washington mit 801 Milliarden US-Dollar mehr als jedes andere Land für seine Streitkräfte aus. Das entsprach einem globalen Anteil von 38 Prozent.

Zugleich wuchs die US-Finanzierung für militärische Forschung und Entwicklung im Zeitraum von 2012 bis 2021 um 24 Prozent. Dem Bericht zufolge konzentrieren sich die USA vor allem auf die Modernisierung von Waffensystemen. „Die US-Regierung hat wiederholt die Notwendigkeit betont, den technologischen Vorsprung des US-Militärs gegenüber strategischen Konkurrenten zu bewahren“, erklärte Sipri-Forscherin Alexandra Marksteiner. Gemeint sind vor allem China und Russland.

China 293 Milliarden US-Dollar für Militär

Auf Platz zwei des Rankings liegt China mit einem Weltanteil von 14 Prozent. Im vergangenen Jahr gab Peking geschätzte 293 Milliarden US-Dollar für Rüstung aus, das waren 4,7 Prozent mehr als 2020. Verglichen mit dem Jahr 2012 bedeutet dies gar ein Plus von 72 Prozent. Damit wuchsen Chinas Militärausgaben das 27. Jahr in Folge. Diesen ununterbrochenen Aufwärtstrend hat Sipri für kein anderes Land der Welt dokumentiert.

Indien, das auf dem dritten Platz liegt, investierte innerhalb des untersuchten Zeitraums 76,6 Milliarden US-Dollar, das waren 0,9 Prozent mehr als 2020. Die Ausgaben Großbritanniens wuchsen um drei Prozent auf 68,4 Milliarden US-Dollar.

Russland auf Platz 5 mit 65,9 Milliarden US-Dollar

Russland (Platz 5) steigerte seine Militärausgaben um 2,9 Prozent auf 65,9 Milliarden US-Dollar und damit das dritte Jahr in Folge. Hohe Einnahmen durch Öl und Gas hätten den russischen Rüstungsetat begünstigt, sagte Sipri-Forscherin Lucie Béraud-Sudreau. Zwischen 2016 und 2019 seien Moskaus Investitionen in Rüstung demnach gesunken – wegen niedriger Energiepreise und Wirtschaftssanktionen als Reaktion auf Russlands Annexion der Krim im Jahr 2014.

Auch die Ukraine, die am 24. Februar von Russland angegriffen wurde, steigerte die Militärausgaben in den vergangenen Jahren deutlich: Zwischen 2014 und 2021 wuchsen diese um 72 Prozent, im Vergleich zu vor zehn Jahren sogar um 142 Prozent. Unterbrochen wurde der Trend kurz vor der russischen Invasion; so sanken die ukrainischen Militärausgaben vergangenes Jahr um 8,5 Prozent auf 5,9 Milliarden US-Dollar. Allerdings machte der Anteil der Militärausgaben immer noch 3,2 Prozent des ukrainischen Bruttoinlandsprodukts aus.

Deutschlands Militärausgaben bei 56 Milliarden US-Dollar

Deutschland gab vergangenes Jahr 56 Milliarden US-Dollar (etwa 51,8 Milliarden Euro) für sein Militär aus. Auch wegen der hohen Inflation waren das 1,4 Prozent weniger als 2020. Der Rüstungsanteil betrug demnach 1,3 Prozent am Bruttoinlandsprodukt. Wenige Tage nach Russlands Einmarsch in die Ukraine hatte Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) ein Sondervermögen in Höhe von 100 Milliarden Euro für die Bundeswehr angekündigt.

Dem Bericht der Stockholmer Friedensforscher zufolge erklärten weitere europäische NATO-Mitgliedstaaten ebenfalls, ihre Militärausgaben insbesondere für neue Waffensysteme zu steigern. Damit solle das Zwei-Prozent-Ziel des NATO-Verteidigungsbündnisses erreicht oder übertroffen werden. Neben Deutschland waren das laut Sipri Belgien, Dänemark, Litauen, die Niederlande, die Niederlande, Norwegen, Polen und Rumänien. (epd/mig 25)